IL
SOCIALISMO
DEL
Dott. NAPOLEONE COLAJANNI
Deputato al Parlamento
2.ª EDIZIONE
PALERMO-MILANO
REMO SANDRON Libraio — Editore
ROMA
PRESSO LA RIVISTA POPOLARE
PROPRIETÀ LETTERARIA
Napoli — R. Tipografia Pansini, Chiostro S. Lorenzo
[iii]
Quando intrapresi la pubblicazione della seconda edizione di questo libro avevo in animo in una lunga prefazione d’intrattenermi dello sviluppo e dell’azione del partito socialista in Italia, dei miei rapporti e del dissenso mio col medesimo. Ho dovuto rinunziarvi oggi, perchè mi dorrebbe assai che le mie critiche e le mie giustificazioni venissero interpretate come un atto di solidarietà colla vergognosa reazione imperante in Italia. Rimando a tempi migliori la discussione e invio, invece, un caldo saluto a tutte le vittime degli ultimi moti italiani (aprile e maggio 1898).
Il Socialismo al suo primo apparire (1884) ebbe accoglienza oltremodo benevola nella stampa e nel pubblico scientifico italiano e straniero; ma ebbe questa singolare ventura: lo lodarono più gli avversari che gli amici.[1] Questi, al più, lo saccheggiarono senza citarlo. Scritto allora contro gli avversari, che valevansi delle teorie [iv] di Darwin e di Spencer oggi si trova nella fortunata condizione di vedere accolta dalla grandissima maggioranza degli studiosi di cose sociali le idee, che per il primo in Europa sistematicamente vi esposi. Allora sociologi ed economisti credevano di avere facilmente ragione del socialismo invocando le teorie darviniane e spenceriane; oggi dai più si riconosce: o che le ultime non lo contraddicono o che non ha basi solide il cosidetto darvinismo sociale. Lo stesso Enrico Ferri contro il quale particolarmente fu scritto il mio libro per combattere ciò che egli aveva sostenuto in Socialismo e criminalità (1883) per una rapida ed improvvisa evoluzione, è divenuto un socialista ardente e intransigente e tratta me da codino. Io resto quello che fui; mi auguro che egli si mantenga quello ch’è divenuto.
In questa seconda edizione del Socialismo la sostanza è immutata; ciò che sostenni una volta l’ho confortato con nuovi fatti e coll’autorità di altri illustri scrittori, che convennero con me sui principii fondamentali. Qualche mutamento è avvenuto nella forma e nella disposizione. Ho dato maggiore sviluppo alla discussione sul grave problema della popolazione, perchè lo vedo assai trascurato dai socialisti. Ho trattato a parte dei rapporti tra morale e socialismo ed anzichè un paragrafo e semplici accenni ho consacrato dei capitoli alla lotta del piacere e pel posto migliore, alla conservazione dei [v] deboli ed al miglioramento della razza. Ho trasformato interamente e completato quello sulle leggi naturali. Di altre minori modificazioni non tengo conto; coloro che conoscono la prima edizione se ne accorgeranno facilmente. Per gli altri non hanno importanza i mutamenti.
Ho soppresso tre capitoli: Socialismo e sociologia; l’ideale di Spencer è socialista; evoluzione e rivoluzione. Molta parte del loro contenuto è stato fuso in altri capitoli. Tolsi i titoli per i motivi seguenti.
Dopo quattordici anni di studi la boria dei sociologi fu fiaccata; e pochi fanatici adesso chiedono alla Sociologia più di quello che essa può dare.
Quel Ferri, che nel 1883 scorgeva nella Sociologia la pierre d’achoppement del socialismo nel 1896 nel Congresso di Sociologia di Parigi sentenziava: la Sociologia sarà socialista o non sarà! Conservare immutato quel capitolo, perciò, mi sembrava voler combattere contro i mulini a vento; e lo soppressi.
Quando affermai che l’ideale di Spencer era socialista alcuni critici, anzi alcuni filosofi ipercritici, mi dettero dell’asino. Ma qual’era la mia colpa se io lo giudicavo da ciò che aveva scritto nella Statica sociale e nel 3º volume della Sociologia?
E in quest’ultima specialmente, egli stabilendo che la tendenza era: 1º verso l’abolizione della proprietà privata; 2º verso la trasformazione della famiglia; 3º verso l’abolizione dello Stato — il grande filosofo inglese chiarivasi non solo socialista, ma anche anarchico. Potevo prevedere che egli doveva rinnegare ciò che aveva scritto precedentemente? Non posseggo il dono della profezia. E che si tratti realmente di un mutamento sostanziale nelle sue idee lo dimostra il fatto della sua riluttanza nel concedere, che la Land [vi] restauration League in uno dei suoi tracts pubblicasse ciò che aveva sostenuto nella Statica sociale: concessione alla quale venne quando fu accusato di malafede come è detto in una nota in questa seconda edizione. Non era il caso, quindi, di parlare di una mia erronea interpretazione; sibbene di constatare che Spencer, come Schäffle, come Taine, aveva mutato di opinione, spaventato, forse, delle conseguenze che si tiravano e delle applicazioni, che si facevano delle teorie sostenute per lo passato.
Se errore d’interpretazione avessi commesso mi conforto pensando che tanti altri — tra i quali il George, il Loria, il Kidd — lo commisero come me e che mi trovo, perciò, in buona compagnia. Dell’averlo commesso, a suo tempo, mi dettero lode molte riviste e molti scrittori eminenti; ad esempio: l’Angiulli e la Revue Philosophique. Oggi che lo Spencer protesta e desidera che si sappia, ch’egli non è socialista non esito un istante a sopprimere il capitolo in discorso.
Lascio ad altri il conforto di credere che alla fine ciò che il primo scrisse nei libri: Dalla libertà alla schiavitù e nei Problemi di morale e di sociologia va a ferire soltanto il socialismo di Stato (Ferri); e per parte mia mi limito a notare che i fatti e le idee restano anche quando coloro che raccolsero i primi ed esposero le seconde vorrebbero farli scomparire.
Non riprodussi, infine, in questa seconda edizione il capitolo: evoluzione e rivoluzione, perchè volli consacrato questo libro esclusivamente alla trattazione dei principii generali e fondamentali del Socialismo. Del metodo e della propaganda, della proprietà privata e collettiva, della grande e piccola proprietà, della quistione feminista, dello stato futuro, dell’anarchia — di tutto ciò insomma, che riguarda le vitali quistioni [vii] pratiche del giorno m’intratterrò in un altro volume dal titolo: Politica ed economia, che, come questo, spero poter offrire ai lettori della Rivista popolare.
Castrogiovanni, 15 Luglio 1898.
D.r Napoleone Colajanni
[ix]
| CAPITOLO I. IL SOCIALISMO E LA SCIENZA MODERNA |
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| Par. | Pag. | |
| 1º | — Importanza crescente della quistione sociale. I combattenti. I ricorsi | 1-2 |
| 2º | — I mezzi adoperati nella lotta. | 3 |
| Il giudizio di Chiappelli sulla necessità di studiare il socialismo. Socialismo e cristianesimo. | 6 | |
| 3º | — La vera scienza invocata contro il socialismo: Leggi darviniane e Sociologia. | 8 |
| 4º | — Valore intrinseco delle teorie darviniane e della Sociologia. Critiche scientifiche. | 11 |
| CAPITOLO II. BIOLOGIA E SOCIALISMO |
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| 5º | — Le società umane sono organismi paragonabili agli organismi biologici? Rapporti tra biologia e sociologia. | 19 |
| 6º | — Se le società umane sono degli organismi il socialismo ne viene giustificato. Prampolini, Fouillée e Krusinski. La lotta tra le varie parti di un organismo. Roux. | 24 |
| CAPITOLO III. LA LEGGE SUPERIORE DELL’ORGANISMO SOCIALE |
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| 7º | — La lotta per la esistenza si applica alle società umane? Hellwald, Gumplowicz. | 31 |
| 8º | — Darwin non è responsabile delle esagerazioni dei darvinisti. La legge superiore dell’organismo sociale: solidarietà, altruismo. Espinas, Boccardo, Novicow, Martello. — Differenze tra l’uomo e l’animale. Ignoramus! Angiulli, Vanni e Vignoli. | 33 |
| [x] | ||
| 9º | — Uomo primitivo e pre-sociologia. Spencer, De Roberty, Deville, Bagehot. La storia non può spiegarsi colle leggi darviniane. Loria. | 37 |
| 10º | — Tra biologia e sociologia c’è rapporto, non fusione. Lange, Roscher. La simpatia e Adamo Smith. Altruismo consolidato dall’eredità. Genesi utilitaria dell’altruismo. Mill, Letourneau, Wundt, Tanzi, Gumplowicz. Critica ad Ardigò. | 40 |
| 11º | — L’altruismo è in continuo aumento. Darwin e Spencer. Cooperazione e non lotta. Kropotkine, Metchnikoff, Novicow. | 42 |
| 12º | — Prove dell’aumento dell’altruismo. Somministrate da Spencer. La guerra è eterna? Moltke, Lapouge, Lavisse, Gumplowicz, Cazzaniga. La guerra è fattore di progresso? Contrasti. Tarde, Novicow, Ferrero, De Molinari, Ribot, Proudhon, Spencer, De Laveleye, ecc. | 46 |
| 13º | — Limitazione del campo della guerra. Della guerra tra i privati alla guerra tra le grandi collettività. Morselli, Buckle. Gli arbitrati. La guerra si trasforma e si attenua. Letourneau, Tarde, Novicow. Il singenismo di Gumplowicz. | 52 |
| 14º | — La concorrenza forma attenuata della guerra. Il protezionismo. Le leghe doganali. Internazionalizzazione tra capitalisti e tra lavoratori. Interdipendenza tra le nazioni e solidarietà. | 56 |
| 15º | — Socialismo e patriottismo. I precedenti dall’Internazionale. Rae, Soulié, Chiappelli. Federalizzazione successiva. I socialisti attenuano gli urti tra le nazioni e tra le razze. Hyndman, Mondaini, Novicow. | 64 |
| CAPITOLO IV. ATTENUAZIONE DELLA CAUSA DELLA LOTTA. MALTHUS E IL PROBLEMA SOCIALE |
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| 16º | — Darwin e Malthus. Le progressioni di Malthus. Soprapopolazione assoluta e relativa. Selezione dalla lotta. La terra sfruttabile. Pearson, Novicow, Ribot, George, Reclus. | 71 |
| 17º | — Soprapopolazione artificiale. Martello, Loria. Contraddizione tra soprapopolazione e sopraproduzione. Controleggi naturali. Gide, Levasseur, Bertillon. | 77 |
| [xi] | ||
| 18º | — Soprapopolazione relativa: non può eliminarsi subito. Rümelin. Tempo necessario per avverarsi la soprapopolazione. Pareto. | 82 |
| 19º | — Le critiche antimaltusiane. La progressione geometrica degli uomini è possibile. — Martello. Variabilità del tasso di accrescimento della popolazione. Levasseur, Nitti, Pareto, Flora, Merlino. Confessioni malthusiane. | 84 |
| 20º | — Il progresso sta nell’aumento della popolazione? Novicow, Martello, Gumplowicz, Descamps, Rümelin. La preoccupazione francese. | 90 |
| 21º | — Le ricchezze si sviluppano in progressione geometrica? George, Pareto. | 93 |
| 22º | — Col freno malthusiano non si migliorano le condizioni dei lavoratori se mancano le riforme sociali. L’Irlanda e la Francia. Obbiezione socialista. | 95 |
| 23º | — Inversione della formula maltusiana: La natalità diminuisce come aumentano il benessere e la coltura. Zorli, Bovio, Loria, Nitti, Del Vecchio, Descamps, Thorold-Roger, Russel-Garnier. | 98 |
| 24º | — Il freno maltusiano è immorale? Guyan, Nitti, Kautsky. | 106 |
| 25º e 26º | — L’ipotesi biologica. Spencer, Doubleday, Fourier, Carey, Pareto ec. Inversione tra lavoro intellettivo e genesiaco. L’amore e la fecondazione. Progresso morale colla diminuzione della fecondazione. Si restringono i legami parentali. La causa della lotta darviniana attenuata. | 108 |
| CAPITOLO V. L’UOMO E LA NATURA |
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| 27º | — L’uomo si sottrae al dominio della natura. Lange, Roscher, Marsh. Necessità di aumentare la produzione e di distribuire meglio la ricchezza. Kautsky, Russell-Wallace. | 119 |
| 28º | — Necessità di limitare il liberismo economico nella lotta contro la natura. Leroy-Beaulieu. L’associazione produce più che la somma degli associati. Lampertico. Kautsky. L’associazione per la lotta contro la natura. La società è l’arma migliore. | 122 |
| [xii] | ||
| 29º | — La lotta efficace contro la natura si pratica: 1º migliorando terreni; 2º migliorando specie vegetali ed animali; 3º diminuendo perdite ed utilizzando residui. Leroy-Beaulieu, Masè-Dari, Maurice, Simon, Darwin, Bourdeau. | 126 |
| 30º | — Si esaurirà la terra? L’alimentazione azotica. Morselli. Il lamarkismo. Setti e Vaccaro. | 129 |
| CAPITOLO VI. LA LOTTA PEL PIACERE E PEL POSTO MIGLIORE |
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| 31º | — La lotta veramente umana è pel piacere e pel posto migliore. Lange, Martello, Novicow, Spencer. Capillarità sociale. Dumont, La Loggia, Rümelin. | 133 |
| 32º | — Il capitale esistente permette un relativo grado di benessere? Mulhall, Gide, Flora, Pareto, Giffen, Chevalier ecc. La ricchezza e la sua distribuzione. George, Novicow, Booth. | 136 |
| 33º | — Godono più coloro che meritano meno; e viceversa. Le amenità del Barone Garofalo. La legge bronzea del lavoro. Il benessere dei lavoratori non è aumentato come avrebbe dovuto e potuto. Vanderwelde, Sorel, De Laveleye, De Molinari, ec. | 141 |
| 34º | — L’utopia si realizza per confessione degli economisti: aumenta l’uguaglianza ed aumenta il benessere di tutti. Contraddizione. Leroy-Beaulieu, D’Avenel, Neymark, ecc. Gli Alti Salari. Nitti, Musco. Diminuzione dei prezzi degli oggetti di consumo. Aumento dei risparmi. Elevazione lavoratori. Diminuzione del reddito. Scomparsa della differenza tra lavoro qualificato e squalificato. | 147 |
| 35º | — L’ironia di Loria contro gli ottimisti. La realtà sull’aumento dei salari. La distribuzione della ricchezza in Inghilterra. Hobson. Booth. Inversione nella curva del prezzo medio dei prodotti e dei salari. Le statistiche di Bodio pei salari italiani. Salari e consumi in Francia e in Inghilterra. I miliardari americani. L’aumento del prezzo del terreno edilizio. La concentrazione delle industrie. La piccola proprietà. La disoccupazione: Il flagello moderno. L’utopia si fa realtà. La democrazia non è il prodotto della miseria. | 152 |
| 36º | — Trasformazione nel fondo e nella sostanza della lotta. Pearson contro Kidd. | 171 |
| [xiii] | ||
| CAPITOLO VII. LA MORALE NEL SOCIALISMO. IL PROBLEMA DELLA FELICITÀ |
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| 37º | — La quistione sociale è una quistione morale? Ziegler. Intima connessione tra morale ed economia. Da Smith a Keynes, Marshall ec. Engels e Labriola. Webb. | 175 |
| 38º | — Le obbiezioni dei pessimisti. Hartmann. Il socialismo vuole uguaglianza elevando gl’inferiori. Il socialismo e l’arte. W. Morris e Destrée. L’infelicità psicologica. Il diritto in tutti di ricercare la felicità. L’Ecclesiaste. Il pessimismo è malattia prodotta dalla presente organizzazione sociale. Flora. Chiappelli contro Wagner. Il socialismo è il rimedio contro il pessimismo. Gumplowicz. | 179 |
| 39º | — L’infelicità psicologica è preferibile all’infelicità fisica? Lubbock, Leroy-Beaulieu, Gide. Nessuno vuole rinunziare al miglioramento conseguito: dunque è pregevole. I ricchi perchè non danno l’esempio della rinunzia. | 191 |
| CAPITOLO VIII. SELEZIONE E PRIVILEGIO |
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| 40º e 41º | — La selezione darviniana benefica e progressiva? Differenziazione crescente? Haeckel e Lange. L’aristocrazia. Le Bon. Novicow. | 199 |
| 42º | — La degenerazione delle aristocrazie. Ribot, Iacoby, Ray, Lankester. La vittoria delle razze. Decandolle, Gumplowicz, Lapouge, Kidd. | 203 |
| 43º | — Non sempre sopravvivono i più forti. Lanessau. Chi sono i migliori? I migliori moralmente e materialmente non sempre trionfano. Loria. | 205 |
| 44º | — Gl’incolti sono i più forti? Gumplowicz. Gli operai prolifici numericamente sono i vincitori. Messedaglia, Galton, Rümelin. | 210 |
| 45º | — Gli adatti non sono i migliori, ma sono i vincitori. Vaccaro, Sergi. La degenerazione [xiv] non limita la procreazione. Contro Magnan e Legrain. Coll’adattamento la selezione darviniana cessa di essere benefica-progressiva. Ironia di Papafava contro Spencer. Le razze superiori, le razze inferiori. Le fantasmagorie di Ammond e di Lapouge. Winiarsky. | 212 |
| 46º | — La prevalente selezione sociale di Lapouge distrugge la selezione naturale di Darwin. La selezione sociale avviene in senso degenerativo. | 218 |
| 47º | — I fatti che dimostrano la degenerazione delle aristocrazie. La degenerazione della borghesia. I matrimoni moderni. | 221 |
| 48º | — La fatale degenerazione dei vinti. Marx, Mikhailowsky. L’eredità sociale è causa di degenerazione. Darwin. Altre selezioni sociali dannose: guerre, persecuzioni religiose, il capitalismo. Lapouge, Ellero, Fouillée. | 225 |
| 49º | — Perchè degenerano le aristocrazie. Il non uso delle buone qualità e l’abuso delle cattive. Esaurimento psichico di Jolly. I bastardi perchè migliori. Il parassitismo. Rey Lankester, Vaccaro, Massart e Vanderveeld, Bovio. L’aristocrazia inopportunamente difesa da Taine e Novicow. La democrazia e De Tocqueville. | 233 |
| 50º | — In quale senso deve intendersi il progresso verso la democrazia. Ineguaglianze naturali e ineguaglianze sociali. Huxley. La curva dei redditi di Pareto. Il socialismo non vuole uguaglianza assoluta. Engels, Kauffman, Grant-Allen, Deville, Labriola. La sociocrazia di Lester Ward. | 243 |
| CAPITOLO IX. LA CONSERVAZIONE DEI DEBOLI E IL MIGLIORAMENTO DELLA RAZZA |
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| 51º | — Chi sono i deboli? È dannoso conservarli? Bagehot, Maudsley. I selezionisti distruttivi. Haycraft e Lapouge. Le obiezioni di Turati. I Taigeti antichi e contemporanei. | 249 |
| 52º | — I deboli fisicamente talora valgono più dei forti. Féré. La morte distrugge valori grandissimi. Bizzozzero, Sanarelli. I deboli dal punto di vista economico. Darwin sconsiglia la distruzione [xv] dei deboli. Le contraddizioni di Spencer: la morale della famiglia e la morale dello Stato. Assistendo i deboli non si viola la giustizia distributiva. Dovere sociale di assistere i disoccupati. | 254 |
| 53º | — I mezzi proposti per migliorare la razza. La distruzione dei deboli col metodo liberista e con quello intervenzionista. La Viricultura di De Molinari. Il miglioramento della razza coi mezzi positivi. Gli sperimenti incoscienti. Haycraft, Ammon, Lapouge, Galton. Sperimenti coscienti. De Molinari. Ottimismo inconcepibile di Spencer. Le incertezze della biologia. Platt Ball. Le aberrazioni di Lapouge. Il superuomo di D’Annunzio e Morasso. Galera o manicomio. | 268 |
| CAPITOLO X. LE LEGGI NATURALI |
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| 54º | — Cos’è una legge. Definizioni varie. Le influenze perturbatrici. Leggi naturali e leggi sociali. Leggi statistiche. Caratteri. Ferraris. Le conseguenze delle leggi naturali economiche. La protesta degli economisti. | 283 |
| 55º | — Nelle economie non vi sono leggi naturali come quelle della fisica e della chimica ecc. Le variazioni della proprietà. De Laveleye. Leroy-Beaulieu, De Molinari e Pareto. L’economia non è una scienza? Bonamy Price. Trusts e Leghe di resistenza. | 289 |
| 56º | — Le leggi della Sociologia. Incertezza del metodo e della scienza sociologica da De Roberty a Kidd. Pareto e i tre gradi di conoscenza. Le leggi della Storia. | 297 |
| 57º | — La boria dei sociologi. Le leggi formulate da Bagehot, De Greeff, Le Bon e Kidd. Uguaglianza nel punto di partenza e divergenza nelle conclusioni tra selezionisti darviniani; manca l’accordo tra i sociologi anche sul passato. | 301 |
| 58º | — Le leggi sociologiche meglio assodate. De Greeff e Tarde. La grande legge dell’evoluzione. La regolarità e l’uniformità dei fenomeni sociali. La causa della variazione dei fenomeni. 1º La evoluzione intellettuale; 2º L’evoluzione morale; [xvi] 3º I fattori nuovi derivanti dai numerosi fattori esistenti. La fisica sociale di Quetelet. La tendenza. | 313 |
| 59º | — Evoluzione non vuole dire sempre progresso. Ritmo. I moventi all’azione. La massima edonistica e le leggi conseguenti. Pantaleoni, Pareto. La lotta di classe, la massima edonistica e le leggi naturali. | 321 |
| 60º | — Ciò che si sa delle leggi sociologiche non contraddice il socialismo. I progressi compiuti ne fanno sperare altri. L’ideale di Huxley. Esagerazione marxista. Il socialismo diviene. | 324 |
[1]
1. Gli storici futuri, nell’occuparsi degli avvenimenti politici e dell’attività intellettuale della fine del secolo XIX non potranno fare a meno di riconoscere che la quistione sociale la dominò tutta. La quistione sociale in tutte le sue gradazioni e sotto tutti i suoi aspetti, infatti, non solo forma adesso oggetto di innumerevoli pubblicazioni speciali, ma si è infiltrata anche in tutte le altre — nelle artistiche e letterarie come nelle filosofiche, nelle pedagogiche ed anche in quelle d’indole biologica; nè è a dire quanta parte occupi in tutti gli studî politici, perchè, anzi, in questo momento la politica, nella pratica e nelle teorie, è tutta intenta nella discussione del problema sociale e sui modi migliori per risolverlo o per attenuarne le pericolose asprezze.
La quistione sociale incombe su tutto e su tutti e intorno alla medesima si combatte con tutte le armi tra coloro che vorrebbero trasformare l’organizzazione sociale presente de toto e coloro, invece, che vorrebbero o conservarla qual’è o modificarla lentamente e assai modestamente, con ritocchi parziali, lasciandone immutate le basi. Non mancano quelli, che vorrebbero tornare indietro a tutto vapore e che talora assumono [2] parvenza di propugnatori degli interessi e del miglioramento delle classi lavoratrici.
I combattenti che vogliono la trasformazione totale, diversi d’indole, di studî, di condizione sociale, di nazionalità, — sebbene con tendenze internazionali, — fan capo tutti alla grande teoria del socialismo. Hanno di fronte conservatori e progressisti non meno vari e differenziati sulla misura del conservare o del modificare e che sono gli elementi più importanti, perchè in tutto il mondo civile hanno nelle mani la forza immensa che viene dal potere politico e dalla ricchezza ed al loro servizio tutta la scienza ufficiale.
I reazionari, che ai mali della presente organizzazione vorrebbero riparare tornando indietro e facendo rivivere forme e istituti scomparsi costituiscono il socialismo cattolico; e siccome non mancano scrittori protestanti, che vagheggiano gli stessi parziali ricorsi, sembra conveniente comprenderli tutti sotto la bandiera della democrazia cristiana.
La lotta vera si svolge tra il socialismo da un lato e il conservatorismo o il partito del progresso dall’altro. La democrazia cristiana, per ora, si organizza e si fa strada, specialmente nelle campagne; ma non è arrischiata previsione quella che annunzia la possibilità di qualche sorpresa, mercè la quale s’invertano e si modifichino i rapporti tra i combattenti. I progressi del clericalismo in alcuni paesi — con particolarità in Italia — sono tali, che non è improbabile che le redini dello Stato vengano afferrate dalla democrazia cristiana. Allora si vedrebbero i socialisti allearsi ai sinceri progressisti per riprendere le perdute libertà politiche o per difenderle se minacciate, e ricondurre la lotta alle vicende ed agli obbiettivi anteriori.
Coloro che hanno una fiducia sconfinata — e ingiustificata — nella continuità dell’evoluzione progressiva respingeranno come fantastica questa ipotesi; ma la storia è là ad ammaestrarci, [3] che si sono verificati non poche volte regressi parziali e ricorsi; e con ragione, per quanto li considerino formali e non sostanziali, li ammettono sociologi illustri quali il De Greef e il Loria[2]. E non per trovare conforto all’avvenimento possibile e venire in appoggio ad un ottimismo fuor di moda, ma perchè risponde alla mia sincera convinzione, che trova suffragio nella tesi sostenuta da tre scrittori belgi di non comune valore (De Moor, Massart e Vandervelde)[3] a me pare che nel trionfo della democrazia cristiana il regresso politico potrebbe essere accompagnato da una organizzazione economica informata a maggiore giustizia ed a minore egoismo; e sopratutto preparatore di una ulteriore trasformazione progressiva.
2. Sono varie e di diversa efficacia le armi dei combattenti intorno alla quistione sociale.
I socialisti si servono dei libri, degli opuscoli, delle riviste, dei giornali; della propaganda orale nell’intimità della famiglia, nelle fabbriche, nei comizi, nelle assemblee parlamentari. L’azione loro viene aiutata prodigiosamente dalle sofferenze inaudite dei milioni di lavoratori; dal desiderio ardente, che sta nel fondo del cuore di tutti gli uomini, di progredire, di migliorare e di mutare nella speranza del meglio; dalla simpatia che inspirano e dall’ammirazione che suscitano l’abnegazione, il coraggio, la fede dei propagandisti e non poche [4] volte il martirio e la morte, che affrontano con eroismo sublime; dalla rapida diffusione dell’istruzione; dai contatti e dai rapporti multiformi crescenti vertiginosamente in ragione diretta dei progressi della scienza e della tecnica che ci hanno dato il vapore e l’elettricità con tutte le loro svariatissime applicazioni. Il contagio psichico ha la sua parte nella rapidità ed estensione dei risultati della propaganda.
I conservatori e i progressisti dispongono della polizia, dei soldati, dei cannoni, che riuscirono sempre argomenti convincentissimi. Hanno per loro tutta l’autorità, che viene dallo splendore delle così dette istituzioni teatrali e che tanta impressione desta negli animi servili, nelle donne e negli ignoranti; dispongono delle onorificenze, delle ricchezze e dell’ingranaggio degli interessi, che si organizzano attorno ad un governo; trovano adesione spontanea in masse quietiste e sinceramente misoneiste; seducono, corrompono, intimidiscono, annientano talora, gli avversari più temibili. Cercano anche di convincere ricorrendo alla stampa e alla parola, nè più nè meno dei socialisti, se non colla stessa fortuna certo con maggiore larghezza di mezzi, perchè essi hanno per loro tutta quella libertà, che negano agli altri e che perciò è vero ed odioso privilegio.
Conservatori e progressisti spiegano tutta la loro energia contro gli avversari, che designano e disprezzano quali utopisti, mentre tollerano e qualche volta aiutano la democrazia cristiana, che pure può essere il nemico più vicino alla vittoria.
Nella sua azione la democrazia cristiana oltre che disporre di tutte le armi dei socialisti e di alcune di quelle che dà il potere politico, ha per se: la forza, che viene dal sentimento religioso ancora potente nelle moltitudini, che per interesse materiale dovrebbero stare pei socialisti; e l’altra non meno poderosa che viene dalla misteriosa forza dell’atavismo, che [5] facilita i ritorni verso il passato, specialmente se non molto remoto.[4]
Non è mio intendimento di esporre ora le vicende della lotta tra i socialisti e i detentori del potere; nè intendo occuparmi della lotta dal punto di vista politico e materiale. Qui voglio soltanto riassumere in parte gli argomenti scientifici, che vengono prevalentemente adoperati per combattere il socialismo nella forma più legittima ed onesta: in quella forma che dovrebbe essere sola adoperata se in tutti gli uomini fosse uguale la sincerità e l’amore all’umanità.
Sul terreno intellettuale si può dire che la produzione tra gli avversari del socialismo non è minore che tra i suoi sostenitori. Ai romanzi si sono contrapposti i romanzi, ai giornali i giornali, agli opuscoli gli opuscoli, ed ora alle pubblicazioni scientifiche altre, che, anzi, hanno la pretesa di essere le sole e vere scientifiche. Egli è così che le teorie del socialismo oltre che discusse in tutte le opere dei più eminenti economisti, che oramai hanno abbandonato l’altezzosità di una volta, vengono combattute ex professo in una innumerevole quantità di libri popolari di vario valore, alcuni dei quali hanno ottenuto un vero successo e costituiscono l’arsenale intellettuale della borghesia.[5]
Molte delle pubblicazioni contro il socialismo hanno un carattere [6] polemico e si riferiscono spesso a quelle sue manifestazioni popolari che non possono costituire il bersaglio degli oppositori seri, che vogliono debellarlo sul terreno scientifico. Ma in tutti, più o meno, oggi campeggia la pretesa di combatterlo in nome della scienza; di una scienza per antonomasia, che vedrassi un pò più innanzi qual’è.
Per combattere il socialismo in nome della scienza, però, fa d’uopo prima di tutto e sopra tutto prenderlo in esame nelle manifestazioni sue che rivestono caratteri scientifici e negli individui, che a buon diritto si possono ritenere come scienziati; e non nelle affermazioni precipitate e incomposte, che vengono da persone poco colte o da associazioni popolari, che ragionando poco e sentendo molto, si lasciano guidare più dalla reazione determinata dalle sofferenze del momento, che dall’esatta percezione delle difficoltà da vincere per conseguire le trasformazioni bramate e del tempo che si richiede per vederle attuate. Procedendo diversamente, la vittoria può essere facile, ma priva di risultati; chè il nemico rimasto colle sue migliori forze intatte, ricomincerà la battaglia a suo piacimento.
La convenienza da me esplicitamente affermata nella prima edizione di questo libro trovo oggi riaffermata dal Chiappelli, la cui parola ha particolare autorità in questo caso perchè non è quella di un socialista. Egli dopo avere esposto l’utilità sociale della esatta conoscenza delle teorie socialiste soggiunge: «Nello stesso errore che le scuole usavano dire ignoratio elenchi di consueto incorre la critica scientifica contro [7] il socialismo, anche la più autorevole, come quella rappresentata dal Richter in Germania, dal Guyot, da Leroy-Beaulieu, dal Say, dal Villers in Francia, dal Garofalo e dal Pareto in Italia.[6] La quale scambia sovente le costruzioni utopistiche ed ipotetiche d’un futuro stato di equilibrio sociale conformato ad un ideale di giustizia armoniosamente delineato con quello che della dottrina socialistica è il fondamento e l’anima, cioè l’interpretazione della storia, il concetto nuovo delle società e del diritto. Onde accade a quei valentuomini di porre la quistione intorno alla possibilità astratta o alla desiderabilità di un dato ordine sociale, giudicato alla stregua della idea generale della natura e del diritto umano, là dove si tratta solo di riconoscere se nel corso degli eventi vi sia una necessità obbiettiva, superiore al gradimento colla simpatia personale, che vi conduca per l’azione medesima delle forze sociali; mentre d’altra parte, non vedono nel socialismo che il proposito e la minaccia perenne d’un violento sovvertimento delle presenti forme di convivenza civile. Duplice errore codesto, che avvolge la tattica non solo, ma la critica razionale di noi, classi dirigenti, contro il socialismo, in quella stessa illusione nella quale incorsero tutti gli scrittori pagani dell’epoca imperiale, nel combattere che facevano al lume della ragione e della filosofia il cristianesimo nascente. Come allora non vi fu assurda o inverosimile accusa che non si levasse contro la giovane società cristiana, da Frontone chiamata lucifugas natio, a cominciare da quella d’ateismo e di pratiche e riti nefandi, fino a quella più generale di odium humani generis, di cui si fa eco Tacito; e come allora apparve [8] manifesto che mentre si aveva il presentimento della minaccia, che ne veniva alla società pagana, mancava tuttavia una idea adeguata dei veri intendimenti della religione e della Società nuova; così oggi avviene ai rappresentanti degli ordini delle Società, quando a misurare il valore del movimento socialistico e a combatterlo praticamente, non sentono il bisogno di rimontare non tanto agli eventi politici e alle cause economiche onde trasse alimento, quanto alle sorgenti intellettuali onde gli venne l’intelligenza e la coscienza del suo ufficio storico e l’unità della sua direzione.» (Il socialismo etc. pag. 165 a 168).
3. Al rimprovero che i socialisti possono movere a molti libri polemici, che combattono le loro teorie in modo frammentario e le loro manifestazioni meno scientifiche e meno autorevoli cercarono di sfuggire altri che ricorsero alla scienza, alla vera scienza moderna, per prendere in prestito alla medesima l’obbiezione massima, che deve scrollare dalle fondamenta il socialismo.
Quale sia la scienza vera, che deve uccidere la mala bestia è presto detto: quella che s’informa alle teorie darwiniane e spenceriane e riesce alla sociologia; alla quale, da alcuni suoi cultori, si assegna una funzione inadequata alle presenti sue condizioni ed alla fase di svolgimento raggiunta.
Si noti intanto che il Ferri uno dei più ardenti e che riuscì tra i più popolari (Socialismo e Criminalità. 1883) seguendo tanti altri scrittori italiani nell’adoperare la vera scienza, contro il socialismo, parla spesso, — senza fare nette distinzioni, — di scienza, di darwinismo, di evoluzione, intesa sempre al modo di Spencer, e di positivismo, come se questi termini tra loro si equivalessero. Ciò che può ingenerare confusione ed equivoci, perchè esistono delle differenze notevoli tra le idee che vengono espresse da quei termini.
[9]
Gli avversari delle nuove teorie sociali si compiacquero come di una scoverta miracolosa quando videro adoperata la vera scienza per abbatterlo e della importanza assegnata agli argomenti nuovi scaraventati contro il socialismo in Italia. Se ne ha una prova nell’accoglienza che gli economisti e i conservatori fecero al cennato libro di Ferri sorpassando anche sulle eresie che il medesimo conteneva. Tacendo delle adesioni e degli incoraggiamenti delle gazzette politiche, spesso incompetenti, quasi sempre sospetti, merita speciale considerazione il giudizio di un cultore degli studi economici, che ci tiene molto a far sapere ch’egli nulla vuol dividere col socialismo della cattedra reputandolo reprobo e da sfuggirsi; parlo dell’ortodosso prof. De Iohannis, che si compiacque dell’essersi il Ferri servito della scienza per antonomasia e constatò che sinallora nè gli economisti nè i sociologi avevano meglio e tanto quanto il Ferri saputo mettere il socialismo così strettamente alle prese con la scienza.[7]
Approvazione del pari incondizionata gli venne dal Tarde nella importantissima Revue Philosophique[8] che seco lui si congratulò per aver chiamato la vera scienza in suo servizio in questa tenzone e mosse rimprovero agli economisti di non essersene serviti per lo innanzi. In tale giudizio su per giù conveniva un’altra importante rivista tedesca, consacrata allo studio del Diritto Penale.[9] Da questo significante accordo tra economisti, filosofi e penalisti in Italia, in Francia e in Germania, si deve arguire che quella adoperata dal Ferri venne aggiudicata la quintessenza della scienza, ed eccellentissimo il metodo da lui seguito.
[10]
Questa scienza vera fu adibita ai servizi della borghesia e della conservazione dell’ordine sociale presente, prima che dal Ferri, con dialettica impressionante dal Siciliani e poscia dal Boccardo ed incidentalmente dal Morselli, dal Vignoli e da altri[10]; e quantunque altrove venga abbandonata come impotente e disadatta alla bisogna essa conserva ancora oggi il suo fascino presso molti economisti italiani.[11]
Italiani e stranieri su questo campo non hanno fatto, in ogni modo, che seguire le tracce dell’Häekel, il grande naturalista di Jena, che per il primo nel congresso dei naturalisti in Monaco (18 settembre 1877) contro il Virchow che accusava il darvinismo di favorire la propaganda socialista obbiettò che le leggi darviniane invece distruggevano il socialismo.[12]
L’invocazione delle teorie darviniane per combattere il socialismo venne integrata con l’altra della teoria dell’evoluzione dello Spencer, il grande apologista dell’individualismo. In fondo i darvino-spenceriani, che si dicono i rappresentanti legittimi dell’evoluzionismo, base dell’attuale scienza positiva, osservano: 1º la lotta per la esistenza, legge universale della natura, condanna gli uomini alla guerra, non importa se nelle sue forme più brutali o in quelle più miti della concorrenza economica; 2º la lotta per la esistenza accordando la vittoria ai meglio adatti per forza fisica e intellettuale, favorisce l’evoluzione [11] progressiva ma condanna alla crescente differenziazione delle classi ed alla costituzione ed al dominio delle aristocrazie; 3º leggi naturali reggono fatalmente l’umanità, come il resto del cosmos, e non è dato agli uomini di mutarle a loro volontà, sostituendovi i sistemi arbitrari del socialismo, che dovrebbero condurre all’abolizione della lotta e della concorrenza ed alla livellazione sociale.
4. A queste affermazioni formulate con maggiore o minore recisione si contrappongono varie osservazioni, meritevoli di essere esposte e dall’esame delle quali, mi sembra che possa venir fuori un esatto criterio per giudicare sui rapporti tra il socialismo, il darwinismo e l’evoluzione spenceriana.[13]
Prima di procedere all’esame del significato sociale delle leggi darvino-spenceriane evocate per combattere il socialismo, giova indagare qual’è il valore intrinseco delle medesime; astrazione fatta dalla loro applicazione alla società umana bisogna constatare con quali riserve gli stessi scienziati sostenitori dell’evoluzionismo e del trasformismo le accettano.
[12]
Si premette che la teoria della evoluzione, ch’è dello Spencer, è una specie di concezione filosofica dell’universo, colla quale si sostiene che una forza operosa agita eternamente la natura e ne sottopone tutti i fenomeni alla sola e medesima legge di causalità. È la concezione meccanica del mondo, che non può dirsi rigidamente monistica perchè lo Spencer ammette un inconoscibile, che ripristina il dualismo.
La teoria della discendenza riguarda soltanto il mondo organico; e per esso si sostiene che gli organismi complessi sono derivati da organismi meno complessi e più semplici, che i policellulari (eteroplasti) dipendono da altri unicellulari (omoplasti) e questi alla loro volta da organismi affatto rudimentari, dalle monere.[14] Gli animali e i vegetali si modificano per l’adattamento; e poichè negli organismi più sviluppati si trovano talune forme di struttura interna somiglianti a quelle di altri antichissimi organismi, si conchiude che l’hanno tolto da questi per eredità. Sicchè la teoria della [13] discendenza altrimenti detta trasformismo o lamarkismo, dal nome di Lamark, che primo la determinò nel 1809, si poggia sull’eredità di forme interne antichissime e sull’adattamento. Che poi sia una la forma antica comune, da cui sono derivate le altre più recenti, o che siano molte (monoginismo e poliginismo) a questa teoria non importa nulla; nè monta sapere quale sia la legge, il principio meccanico, onde questi organismi si trasformano. Ciò che le importa assodare è la trasformazione della specie.
Il darwinismo propriamente detto è la teoria della selezione, ossia la legge o la forza meccanica, secondo la quale le specie si trasformano. Il caso, le forze cieche, secondo Darwin, producono delle variazioni, che prescelte colla selezione, sessuale specialmente, e fissate dalla eredità, danno delle nuove specie; con la selezione darviniana i fenomeni tendono verso le forme, che danno il massimo di utilità per la specie.
A Spencer si sono trovati dei precursori nell’antica filosofia, e specialmente tra i greci; e se ne dettero anche a Darwin nel secolo scorso e nei principî del nostro: Sömmering, Bruckner, James Stewart, Galiani, Herder, Lallemand. (Loria: La proprietà e la questione sociale. Verona Drucker. 1897). Ma quale che abbia potuto essere l’importanza della intuizione di tali precursori non viene menomata di un ette la gloria dei sistematori contemporanei delle teorie della evoluzione e della selezione.
Però maggiore giustizia era dovuta e ora si comincia a rendere a Lamarck, la cui teoria che assegna maggiore influenza nella trasformazione della specie e degli individui alle condizioni dell’ambiente, all’uso e al disuso degli organi sembra più conforme ai fatti e più facilmente li spiega. Il Lamarck fu ingiustamente dimenticato per tanto tempo; e dell’obblio gran parte di colpa spetta al Cuvier. È degno di nota che le sue benemerenze, [14] mentre era all’apogeo la gloria del Darwin, siano state rilevate da un socialista geniale e sventurato: lo Tchernychewsky. Questi in un articolo, riprodotto nella Société Nouvelle (30 settembre 1890) criticò acutamente il darvinismo a base Malthusiana, assegnando maggior valore al lamarckismo; ed è poco che uno scrittore italiano ha ripreso e svolto brillantemente la stessa tesi. (Ernesto Setti: Il lamarckismo ec.)
Delle critiche fatte alla teoria dell’evoluzione, della discendenza e della selezione in nome di principî religiosi non è il caso di occuparsi da chi vuol mantenersi nella sfera delle discussioni scientifiche[15].
Ma si deve ricordare che a combattere o a modificare le teorie darwiniane si sono levati biologi eminenti, e alcuni dei quali erano o sono ancora entusiasti ammiratori e amici dello stesso Darwin. Tra i critici, dal punto di vista esclusivamente scientifico, senza preoccupazioni metafisiche o religiose, ricordo Romanes, Wigand, Weismann, Nägeli, Yves Delage, che sono tra i più autorevoli naturalisti e biologi contemporanei.[16] Degnissima di attenzione è la circostanza che lo stesso Spencer nella polemica col Weismann inclina a rilevare la insufficienza della selezione naturale anche nel campo biologico (The factors of the organic evolution. London 1887). E infine riporto questo brano di un recentissimo scritto, che ha un valore affatto speciale: «Molti credono che oggi la teorica della discendenza sia perfetta e già passata [15] nel dominio della filosofia; essi ritengono che la teoria del Darwin della lotta per l’esistenza, per mezzo dei due grandi fattori, l’adattabilità e l’ereditarietà, sia, come scrive il Prof. Lombroso, un dogma, e che resti appena di applicare questo dogma alle scienze filosofiche, morali, giuridiche etc. Così è che, per citare un esempio, la nuova scuola di giustizia positiva, di cui è re il Lombroso stesso (un uomo che del resto conta molti titoli di gloria) si impadronisce del concetto della lotta per l’esistenza, se ne serve come farebbe un ingegnere d’una formola matematica, e ne deduce larghe conclusioni sulle pene; la stessa scuola si serve dell’ereditarietà e dell’atavismo come di filo d’Arianna per determinare se un malfattore deve venir castigato o no etc.
«Ma se noi dobbiamo dire la verità, noi specialisti vediamo con grande sgomento i filosofi positivi, i giuristi, i medico-legali maneggiare con tanta disinvoltura e, vorrei quasi dire, incauti, la teoria dell’evoluzione. Essi la fraintendono perchè non la conoscono che parzialmente, perchè prendono per dogma quello che è ancora in embrione, ritengono vero assoluto quel che, con una frase impropria ma espressiva, si dice vero provvisorio».
«È certo arrischiatissimo nello stato attuale della teoria della discendenza il trasportarla d’un pezzo, nel campo filosofico, in quello penale o sociale: così trasportata essa diventa simile a quei giovani che vengono chiamati ad insegnare prima d’aver sufficientemente imparato.» (Prof. G. B. Grassi: I progressi della teoria dell’evoluzione. Catania 1886 p. 8 e 9).
A questo giudizio viene un’autorità speciale perchè il Grassi pei suoi lavori di biologia ebbe ultimamente la medaglia Darwin conferita dalla Società Reale di Londra per le scoperte fatte nella direzione della speculazione darviniana[17].
[16]
Laonde sul terreno stesso della biologia, prudenza vuole che le teorie darviniane — da distinguerle sempre dalla teoria dell’evoluzione, come fece il Grassi parecchi anni or sono, come ha praticato lo Spencer nel rispondere a lord Salisbury — devono considerarsi come ipotesi da accettarsi sintanto che non vengano sostituite da altre, che ordinino in modo migliore e spieghino in maggior numero i fatti[18]; e l’ipotesi trova sempre convinti sostenitori, perchè soddisfa un istinto dell’uomo, e dell’uomo colto in ispecie, che se non si affida ad una provvidenza divina, suprema regolatrice del tutto, cerca di spiegarsi mercè l’ipotesi le origini delle cose ed il modo di divenire delle medesime.
A questo proposito vale la pena di udire il giudizio di un illustre positivista comtiano sul valore del sistema spenceriano; egli, mi sembra, che coi suoi dubbi e colle sue distinzioni non abbia tutti i torti. «Noi, scrive il De Roberty, facciamo una distinzione nettissima fra la scienza e la [17] filosofia. Sul terreno della prima nulla abbiamo da obbiettare alla teoria meccanica del calore, alle belle ricerche sulla trasformazione e l’equivalenza delle forze, ai principii semplificatori della termo-chimica etc.; ma sul terreno della seconda noi accordiamo, per esempio, alle costruzioni ipotetiche di Spencer un valore che non differisce molto da quello assegnabile all’ipotesi meccanica di Descartes o alla teoria del cosmos organico di Aristotile, di cui l’evoluzionismo spenceriano non è d’altronde ai nostri occhi che uno sviluppo.[19]».
[19]
5. La prima in ordine tra le obbiezioni, che si rivolgono alla applicazione fatta da Häckel e suoi seguaci delle leggi darviniane alle società umane, è quella che ha la sua base nel teorema fondamentale della stessa sociologia moderna, secondo il quale la società umana deve considerarsi come un organismo.
Che le società umane debbano considerarsi come organismi analoghi, se non identici, agli organismi biologici è idea antica, che si trova in Aristotile ma che ha avuto ampio svolgimento dopo Augusto Comte e dopo la sistemazione spenceriana della Sociologia.[21] Il sistema spenceriano è tutto fondato sulle analogie tra biologia e sociologia; le analogie e l’uso della terminologia e delle partizioni della biologia furono più largamente applicate nei grandi lavori dello Schäffle e poscia dal [20] Worms e con evidente esagerazione dal Lilienfeld.[22] Il Novicow è l’ultimo e più geniale espositore di questi sociologi, che considerano le società umane come organismi. (Conscience et volonté sociale. Paris 1897).
La connessione intima o la fusione tra la biologia e la sociologia trovò sempre vivaci oppositori dappertutto; ne ha avuto e ne ha ancora in Italia, dove ricordo Loria, Vanni, Asturaro, Vaccaro[23] ed altri che avrò occasione di menzionare nel capitolo seguente.
Ogni rapporto tra biologia e sociologia, ogni somiglianza tra l’uomo e l’animale nega il Prof. T. Martello che tra i due ultimi trova un hiatus, un abisso che non si può colmare (Giornale degli Economisti. Luglio e Agosto 1891). La sua avversione contro la sociologia biologica supera la riserva doverosa della scienza.
La quistione venne discussa vivacemente nei Congressi internazionali di Sociologia tenutisi in Parigi, specialmente nell’ultimo — dal 21 al 24 Luglio 1897. — Le teorie sociologiche [21] degli organicisti vi avevano nel Lilienfeld, nel Novicow, nel Worms i loro più illustri rappresentanti, che vigorosamente vi difesero, sebbene senza accordo completo nei dettagli e nelle applicazioni, le proprie vedute. Ma dal dibattito non può dirsi che siano usciti vittoriosi perchè i colpi assestati da Tarde, da Krauz e sopratutto da L. Stein alla teoria biologica della Sociologia la lasciarono stremata di forze.
Invero i membri di una società non sono affatto paragonabili, se non per figura rettorica, alle cellule di un organismo: essi entrano in gruppi ed associazioni diverse, ossia fan parte simultaneamente di parecchi organi e tessuti, compiono diverse funzioni, e tutte tendono a quella centrale e regolatrice. Un impiegato ferroviario, ad esempio può insiememente essere socio di un club di ricreazione, membro di una società di letture scientifiche, collaboratore di un giornale, milite territoriale, membro di una società cooperativa, di un’altra elettorale, di un’altra filodrammatica ecc. vale a dire appartenere con la stessa persona al sistema circolatorio, produttore, nervoso, protettivo ed a parecchi organi di questi sistemi, il che sarebbe assurdo per una cellula. Lo stesso operaio che fa eccezione alla regola come quello che è relegato ad un unico sistema di organi, quando esercita il suo diritto al voto politico ed all’associazione, fa parte del sistema nervoso. La divisione del lavoro, nella società attuale, si fa dunque, in ragione composta, sebbene in ciascuno individuo varî il complesso e la combinazione speciale delle sue occupazioni, la parte speciale che egli ha in ciascuna associazione e l’occupazione predominante (Asturaro). Il vincolo che congiunge gli elementi della società anzichè essere corporeo, come quello che unisce l’uno all’altro gli elementi di un organismo è di carattere psichico; il corpo sociale è infinitamente più complesso che il corpo vivente; le stesse società più rudimentali presentano spiccate analogie non già cogli organismi più infimi, [22] ma coi più elevati. (Loria). Inoltre le leggi biologiche e le leggi sociologiche non sono comparabili: le prime hanno veramente il carattere di leggi e permettono di prevedere i fatti, mentre le seconde ammettono sempre delle irregolarità, perchè i fatti sociologici non si ripetono mai esattamente; le sue leggi non sono mai assolute, nè si riferiscono a verità eterne; ma sono leggi relative e verità di fatto. Se gli organicisti ammettono la società come organismo nel senso teleologico, cioè, come un insieme di parti, che tendono allo stesso scopo, si può ammetterlo. La Società, in realtà, non è un organismo, ma una organizzazione: il primo è incosciente, mentre la seconda è un prodotto della coscienza (Stein). Alla società manca il carattere più essenziale di ogni organismo: un momento determinato di nascita e di morte. Nelle società non si osservano i fenomeni che si riscontrano negli organismi: hanno sesso le società? si riproducono come gli animali? il loro accrescimento per federazione o annessione rassomiglia a quello degli organismi? dov’è la lingua o la religione delle cellule? Anche i fenomeni comuni agli organismi e alla società seguono nel loro sviluppo delle direzioni opposte. Tale è, per esempio, la differenziazione, che costituisce per l’organismo un segno di alta perfezione, mentre nelle società equivale al regime delle caste; viceversa nelle società più sviluppate c’è la crescente tendenza di diminuire gli effetti della divisione del lavoro. La teoria organica è funesta alla sociologia, perchè essa da un lato trascura la storia e considera l’umanità come fatalmente condannata a seguire una data via; e dal punto di vista pratico essa è autoritaria e conduce a conclusioni che vanno contro il progresso sociale. (Tarde).[24].
[23]
Comunque, accettando, come ho fatto nella Sociologia Criminale[25], tutte le distinzioni e le riserve fatte dall’Ardigò, dall’Angiulli, dal De Greef non vi è, a mio avviso, alcun inconveniente scientifico nell’ammettere, conforme alla teoria generale dell’evoluzione, un legame genetico tra la biologia e la sociologia, purchè alla seconda si assegni un quid proprium che dalla prima la differenzi. In questa guisa si esclude il miracolo e si ha la continuità della evoluzione[26].
[24]
6. L’analogia tra biologia e sociologia o meglio la continuazione evolutiva della seconda dalla prima non intacca per nulla la base del Socialismo; anzi la rende più salda.
«Coloro, che citano il darwinismo per predire eterne le disuguaglianze e la lotta fra gli uomini, mostrano di non conoscere o di dimenticare la sociologia.
«Infatti la sociologia dimostra, che la società è un organismo. Ma qual’è la condizione sine qua non della esistenza di un organismo? Se non basta l’apologo di Menenio Agrippa, ve lo dicono tutti i fisiologi, ve lo dice lo stesso Spencer: è l’armonia fra le parti, la reciproca dipendenza fra gli organi. Ebbene trasportate questa necessità nell’organismo sociale ed avrete che la legge umana per eccellenza, e che serve come punto di attrazione al progresso civile è dunque, non già la lotta di tutti contro tutti, ma la pace l’associazione, la solidarietà, la mite uguaglianza dei diritti e doveri. È evidente: coloro che parlano della lotta per la esistenza che costringerà eternamente gli uomini a sfruttarsi ed a guardarsi in cagnesco (e come si concilia questo colle rosee predizioni degli evoluzionisti?) costoro o non sanno o non ricordano che gli uomini non sono esseri isolati, viventi come i bruti, ciascuno indipendentemente dall’altro, ma son come le cellule di un vasto organismo e la loro salute, la loro vita è legata, intimamente legata, alla salute e alla vita di questo organismo. Il quale trova la legge della sua conservazione, non già nel disaccordo delle sue parti, non nell’anemia di 75 (a dir poco) di esse, cui fa riscontro l’iperemia nelle altre 25, — ma «nella reciproca dipendenza fra gli organi» cioè nella cooperazione, nella equa ed armonica distribuzione del sangue [25] sociale a ciascun organo, a ciascuna cellula secondo i suoi bisogni, ossia (eccetto i casi patologici) secondo il suo lavoro. È dunque la stessa necessità della esistenza, è la stessa legge dell’adattamento, che spingerà fatalmente gli uomini alla fratellanza, alla giustizia, all’uguaglianza — al socialismo.»
«E valga il vero, tutta la storia non è forse una evoluzione continua verso questa meta? Non è un propagarsi e un raffinarsi sempre maggiore di questi sentimenti di socialità? Non è un moto perpetuo verso l’uguaglianza? E se legge non vuol dire altro che un fatto costante, ma chi può negarci che la legge dell’umanità, il suo fato non è la guerra, nè il privilegio, ma l’amore e l’uguaglianza?
«Io vorrei soltanto sapere come questi darwinisti sbagliati, spiegano il fatto indiscutibile, che tutta l’evoluzione del passato è assolutamente, essenzialmente contraria alla loro teoria della guerra eterna? Vorrei sapere come spieghino il fatto di queste istituzioni e di questi sentimenti ugualitarii che si rafforzano di continuo e prevalgono, mentre secondo essi, siamo dannati a mangiarci eternamente l’un l’altro, e a scacciare quanto più deboli si possa? Ma se il darwinismo è appunto la legge che vi dimostra come soltanto le istituzioni e i sentimenti utili possano prevalere come va che nel caso nostro prevalgano invece sentimenti e leggi che son certo dannosi, perchè contrari a quello stato di lotta e di disuguaglianza a cui, secondo essi, l’umanità è condannata per sempre? Non è questa una contraddizione flagrante?
«Ma quando invece ricordiamo, che la società è un organismo che per adattarsi, per vivere, ha bisogno appunto di stabilire fra i suoi membri quell’armonia di lavoro e di nutrizione di cui ci danno esempi meravigliosi gli organismi superiori — allora non ci meraviglieremo più che l’esperienza secolare induca negli animi e nelle istituzioni questo moto continuo verso l’uguaglianza e l’altruismo, e allora soltanto [26] non avremo bisogno di violare, come fanno questi darwinisti, il principio cardinale, che il divenuto ci fa comprendere il divenire e affermeremo anzi che, una e sempre uguale essendo la legge della storia, come scomparvero via via, continuamente, condannate in precedenza tutte le disuguaglianze sociali e le lotte fraterne dei dì che furono, — così scompariranno, perchè devono naturalmente scomparire quelle che ancora straziano l’uomo.
«Mi si dirà, che lo Spencer ha dimostrato come la concorrenza esista anche, per esempio, fra gli organi del nostro corpo, fra cellula e cellula. Ma ciò che l’illustre filosofo dice in proposito, se è rivolto contro il socialismo, fa torto al suo genio, secondo me, e non pregiudica punto la nostra causa. Infatti è un giuoco di parole quello che fa lo Spencer: egli mi parla di concorrenza nel corpo umano, e poi mi descrive di fatto quell’ammirabile armonia di funzioni che, secondo la legge da lui citata di Ludwig e di Lowen, si spinge fino a provocare uno spontaneo restringimento dei vasi circolatori nelle altre regioni del corpo, quando un organo è costretto a un lavoro eccezionale: perchè è a quest’organo eccessivamente affaticato, che gli organi consociati inviano un rinforzo di sangue... E noi facciamo stentare chi lavora, e ingrassare gli oziosi! Oh venga, venga la concorrenza, se concorrenza chiamano l’armonia del corpo umano!»
«Rammento che l’Häckel osserva appunto contro il socialismo, che non vi potrà essere mai l’uguaglianza, perchè diverso essendo il lavoro, diversa è la spesa di forza, d’ingegno, di mezzi, etc. che son necessari all’uopo, ed è quindi naturale «che la ricompensa di questo lavoro sia pure assai differente.....» Dio buono, che rivoluzione solo che dovessimo applicare oggi questo principio! E come non si è accorto quel grand’uomo ch’è appunto questo ciò che domanda il socialismo? Ma certo: noi non vogliamo l’uguaglianza assoluta, — l’uguaglianza [27] significherebbe una libra di carne anche a chi non ne abbisogna che di una mezza. L’ideale nostro è ben diverso — è questo: che ciascuno mangi e lavori — nei limiti delle esigenze sociali — come natura gl’impone; noi vogliamo che tutti lavorino (trattati gli oziosi come delinquenti) e che ad ogni lavoratore sia assicurata una vita umana. Del resto noi non neghiamo le differenti attitudini e i bisogni differenti, che anzi a quelle vogliamo assicurato un libero sviluppo e a questi una più ampia soddisfazione, ciò che l’odierno sistema impedisce assolutamente e per la miseria e perchè, essendo eccezionalmente privilegiato il lavoro intellettuale, tutti mirano a questa meta più alta, negando spesso, quasi sempre, sè medesimi: altro argomento questo, infine, per mostrare come la lotta per la esistenza riesca nel sistema borghese ad effetti contrari a quelli, che le si chiedono».
Così bellamente Camillo Prampolini mi riassumeva, da me richiesto, le proprie idee sulla forza che c’era da trarre dall’applicazione delle leggi biologiche alla società umana.[27]
Rimontando al primo antichissimo scrittore, che considerò la Società umana come un organismo, queste illazioni socialistiche della teoria biologica trovano ampia conferma. Secondo Aristotile, infatti, la giustizia è nello stato, ciò che la salute è nel corpo: l’una e l’altra devono consistere essenzialmente nel fare concorrere tutte le parti per quanto il vuole la loro struttura e la loro speciale attitudine funzionale alla [28] conservazione dell’organismo sociale e industriale.[28] Nè contraddice ciò che ha scritto un anti-socialista qual’è l’Espinas, che inconsciamente viene a ribadire l’applicazione che fanno i socialisti della teoria biologica quando scrive: «dappoichè l’organizzazione sociale è sottoposta alle stesse leggi dell’organizzazione fisica, non si sa che, un organismo non può vivere e prosperare, che nella misura colla quale la vitalità degli elementi si mantiene e si accresce? Ora la lotta per la esistenza e lo schiacciamento dell’individuo non sono i tratti caratteristici della vita nei limiti di uno stesso corpo e di una medesima società; ma la coalizione (cooperazione spenceriana?) per meglio sostenere questa lotta, il rispetto dell’individuo ne sono le prime condizioni e i caratteri dominanti.»[29]
La giustezza e l’evidenza di queste applicazioni delle leggi biologiche imprudentemente invocate contro il socialismo, indussero il Krusinski — un sociologo polacco — a dimostrare vittoriosamente nel cennato congresso di Parigi del 1897 che le società umane non si possono paragonare agli organismi, perchè nelle prime il lavoro della maggior parte degli individui sorpassa le loro forze e la loro consumazione invece resta al disotto dei loro bisogni; mentre nelle seconde lavoro e nutrizione sono sempre proporzionati. Se mai, egli soggiungeva, l’organismo non può rassomigliarsi alla presente società capitalistica, ma soltanto ad una società comunistica.[30]
Questa armonia che deve esistere tra le cellule e gli elementi di un organismo e gl’individui di una società umana, data la teoria biologica della Società, non viene infirmata sostanzialmente [29] dal punto di vista socialistico, dalla lotta esistente tra le cellule e tra le parti di un organismo secondo le vedute di qualche altro biologo, che ha ripresa e svolta l’idea dello Spencer accennata dal Prampolini. Se è vero, come dice Roux,[31] che esiste nell’organismo la lotta per lo spazio e per la nutrizione e che l’attività funzionale determina una intraselezione, secondo Weismann, un maggiore afflusso di nutrimento che non solo compensa le perdite, ma va accompagnata da un ultra-compenso — sicchè l’organo più funziona, più si perfeziona — giustizia vorrebbe — se la società umana fosse retta dalle stesse leggi biologiche degli organismi — che agli organi della produzione economica, della funzione più attiva ai lavoratori venisse corrisposta una più adequata nutrizione.
A questa connessione tra funzione, nutrizione e perfezione nell’organismo va unito il concetto di utilità della funzione stessa. Ora nell’organismo la maggiore nutrizione di date parti senza utilità, con danno evidente del tutto dà luogo a squilibri e quindi a manifestazioni morbose.[32]
[30]
Se l’analogia tra società umane e organismi deve ammettersi, attualmente, perciò ci troviamo in una fase del tutto patologica; nella quale gli organi utili soffrono di anemia e non ricevono un nutrimento adequato alle loro funzioni; mentre lo stimolo trofico, agisce in parti nelle quali si ha iperemia morbosa e riesce alla neoplasia capitalistica.
Tenendo conto dei fatti, che di tanto sono superiori alle teorie, non può negarsi che nelle società umane c’è oggi la lotta tra gli individui e le classi e gli stati, ma non c’è quella giusta retribuzione che negli organismi alle più attive funzioni fa corrispondere una maggiore nutrizione ed un maggiore sviluppo. Le società umane, perciò, sarebbero organismi speciali che tendono a divenire sempre più armonici eliminando gradatamente le ingiustizie e le sperequazioni fra funzione e nutrimento — Con Fouillée possono considerarsi come organismi contrattuali in continuo divenire per raggiungere quell’armonia che Gian Domenico Romagnosi chiamava legge della Società, secondo la quale devono esistere condizioni e vantaggi reciproci fra il corpo e le sue membra.[33]
[31]
7. Se la società è un organismo, come pretendono i biologi della sociologia, si è visto che scaturisce logica ed evidente la condanna dell’organizzazione sociale presente: un organismo analogo a quello biologico si avrà quando ad ogni elemento sarà dato in proporzione del proprio lavoro. La teoria perciò giustificherebbe le formule del socialismo della prima metà del secolo: a ciascuno secondo il proprio lavoro.
Ma questa obbiezione non dispensa dall’ulteriore esame delle leggi darviniane applicate alle società umane per vedere se esse reggano alla critica desunta dalla scienza e dalla storia. Anzitutto vige tra gli uomini quella generale lotta per la esistenza, che secondo Darwin regola piante ed animali?
I discepoli del grande naturalista inglese, falsandone o esagerandone gl’insegnamenti non esitarono a trasportare di peso questa legge della biologia nella sociologia; ma è bene che si dica che l’adulterazione dei principii del maestro non si deve per lo più a naturalisti, ma a storici, ad economisti, a filosofi e a moralisti, che se non si devono chiamare incompetenti, per lo meno si diranno sospetti. Tra gli epigoni, ad esempio, l’Hellwald asserisce che «fra qualche secolo [32] si riderà di tutti gl’ideali: della libertà, della nazionalità, dell’umanità, della dignità, della morale come oggi si ride dei sacramenti. Il povero che vuole il comunismo, il ricco che vuol divertirsi, il prete, il monarca, il soldato, il repubblicano, tutti lottano per l’esistenza, tutti hanno ragione.»[34] Il Gumplowicz (Die Rassenkampef) nelle premesse si esprime in ugual modo dell’Hellwald;[35] e tutti gli epigoni spiegano ed applicano Darwin sulla falsa riga della egheliana glorificazione della forza e del successo.
Darwin per questi interpreti diviene il più comodo giustificatore delle maggiori iniquità; le sue teorie valgono anche per incoraggiare la multiforme legione di briganti, che sfruttano il mondo e tranquillizzano la propria coscienza con questo ragionamento: Io comprimo il debole perchè sono il forte — Non ci ho che vedere — è una legge naturale.[36] La natura per questi darwiniani, come disse Guyau, è divenuta la nutrice mercenaria, il Moloch eterno sempre divorante e sempre affamato. «Il darwinismo sociale ha fatto del militarismo una religione, sorgente di un misticismo nuovo, di un delirio feroce: Fuori della guerra non c’è salute! Eccola la divisa [33] di questa scuola, che ha una morale scevra di ogni pietà.» (Tarde)[37].
8. Darwin non è affatto responsabile di siffatte enormezze — vere aberrazioni ora morali, ora intellettuali. Ma prima di vedere se e sino a qual punto la lotta brutale per la esistenza domina la società umana continuiamo la precedente discussione per esaminare i limiti della sociologia. Questa non deve occuparsi degli animali, ma deve rimanere circoscritta allo studio dell’uomo. Con ciò non si negano i rapporti e i punti di contatto tra l’uomo e l’animale; non si nega il monismo, nè la teoria della discendenza, nè quella più ampia della evoluzione.[38] Però dall’esservi punti intermedi tra un’associazione di animali e le società umane non si deve indurne che la sociologia debba occuparsi di entrambi; come dalla esistenza di organismi inferiori, che i naturalisti non sanno se ascrivere tra le piante o tra gli animali, non si può concludere che la botanica e la zoologia abbiano lo stesso campo di azione.
Il vero sì è, infatti, che biologia e sociologia si danno la mano, ma non si confondono.
La lotta per la esistenza, esplicazione brutale e spesso incosciente dell’egoismo e dell’individualismo presiede alla evoluzione degli animali (Letourneau)[39]; un altro fattore si affaccia o meglio si accentua nella evoluzione delle società umane, lo tempera e vi si sostituisce gradatamente: l’altruismo. Sicchè, dice chi contemporaneamente e all’insaputa di Darwin si occupò [34] della selezione naturale, applicandola ai soli animali, «varcata la soglia dell’umanità, la legge della lotta per la esistenza deve cedere l’impero a qualche altra legge superiore.»[40]
Il passaggio dall’una all’altra è graduale; perciò come nelle società umane troviamo ancora gli ultimi resti di azione delle leggi della biologia; così del pari tra gli animali scorgiamo i rudimenti della legge superiore della sociologia. Ond’è che il Lanessan dimostra non essere esatto che la lotta domina sempre e in modo assoluto negli animali; e nel genere di vita in comune di talune specie, che i naturalisti chiamano simbiosi, si scorge un’altra prova contro il dominio assoluto di tale legge.[41] Di più a pruova che il passaggio dalle società animali alle umane non è brusco, non è insomma un salto, si possono citare vari fatti, raccolti dai naturalisti, che si possono interpetrare come rudimenti di altruismo esistenti nelle scimmie e in altri animali. L’Espinas dice di certi uccelli «che han preso piacere a vivere insieme, perchè nessuna vista è così gradevole quanto quella del proprio simile. A misura che essi si sono ravvicinati, ogni individuo ha sentito l’idea ch’egli aveva della sua forza, accresciuta dall’idea ch’egli ha acquistato della forza dei suoi simili, ed è così che l’abitudine della cooperazione difensiva si è stabilita presso alcuni di loro. Fra la dispersione primitiva e il concorso normale, [35] la simpatia sembra offrirci uno intermediario indispensabile. Così noi vediamo quest’ultimo sentimento coltivato da loro con una specie di passione.» (Les sociétés etc. p. 480) Nelle opere di Buffon, di Brehm ec. si possono trovare tracce evidenti e numerose della simpatia tra gli animali; ma giova fermarsi ai sociologi darviniani, al Boccardo ad esempio. Il quale ammira lo sviluppo dei sentimenti di affettività, di mutua assistenza in molti animali; ammira le cure infinite con le quali le formiche provvedono alla procreazione; la pietà con la quale esaminano le ferite delle loro compagne e le spalmano con un liquido trasparente estratto dalla loro bocca (Latreille); ammira il coraggio delle morse nel difendersi contro i cacciatori; l’abnegazione della marmotta, che esce dal suo covile per trascinarvi un fratello ferito etc. etc. (L’animale e l’uomo p. XXVII).
A questo punto vien fatto di domandare a certi darviniani: la simpatia è potente tra gli uccelli e tra altri animali; la cooperazione viene riconosciuta utile tra i medesimi: l’uomo soltanto dev’essere condannato inesorabilmente e perpetuamente alla brutale lotta per la esistenza?[42]
Il Novicow distingue simbiosi da parassitismo. Giusto: perchè nella simbiosi gli esseri sono associati per comune utilità e c’è tra loro scambio di servizi; nel parassitismo gli uni vivono a danno degli altri, senza arrecar loro alcun benefizio. Ha ragione, perciò, il Novicow affermando che la simbiosi è perfetta nella vasta associazione di cellule ch’è il corpo [36] umano; ma non nell’organismo sociale dove vige il parassitismo. Afferma poi che nella lotta tra le società le meno parassitarie e le più simbiotiche devono sopravvivere. (Les gaspillages des sociétés modernes. Paris 1894. F. Alcan p. 127).
Non si comprende quindi come più in là voglia giustificare il parassitismo di alcune classi (pag. 316); nè mi pare meglio avvisato adoperando un linguaggio che farebbe credere che il cervello vivrebbe a detrimento di altri organi quasi parassitariamente per la ragione esposta nel precedente capitolo.
Siano, poi, quali che si vogliano i caratteri differenziali tra uomo ed animale — e non reggono molti di quelli enumerati da Tullio Martello[43] — non rimane affatto giustificato l’hiatus miracoloso, il salto che si vorrebbe tra l’uno e l’altro stabilire. Rimane soltanto da confessare prudentemente, che noi ignoriamo attualmente — e ciò non vuol dire che ignoreremo sempre, come verrebbe a significare l’ignorabimus del Du Bois Reymond[44] — il momento del passaggio e non conosciamo l’anello intermedio, che ci spiegherebbe intero il mistero. Come e perchè l’uomo si sia innalzato sull’animale molti hanno tentato dimostrare. Ma tutti i perchè, che differenziano l’uomo dall’animale rendendo l’uomo progressivo, derivano dalle facoltà, che ha solo il primo di trasmettere ai successori — colla scrittura, coi geroglifici, coi monumenti — la notizia dei progressi conseguiti e delle modificazioni psichiche e morali trasmesse coll’eredità e che a torto non si vogliono riconoscere come modificazioni progressive dell’istinto dell’animale. Egli è così che nulla di ciò, che si acquista va perduto e che si può [37] parlare di progresso indefinito (Angiulli) e di una storicità dell’evoluzione, che «costituisce la nota caratteristica del fatto sociale e segna per conseguenza rigorosamente i confini della Sociologia» (Vanni)[45].
9. La lotta per la esistenza nella sua forma rude ed esclusivamente animalesca non arriva sino all’uomo delle caverne ch’è già molto vicino per la psiche all’uomo attuale e dovrebbe forse limitarsi all’essere intermedio, sinora immaginato ma non rinvenuto; e in questa fase non è da parlare di sociologia, ma quasi di semplice biologia; siamo allora in quel periodo di transizione, che si è denominato presociologico, che riannoda la evoluzione organica alla iper-organica. Valga il vero, «le associazioni più o meno meravigliose, di certi animali inferiori, associazioni che non costituiscono secondo l’espressione di Spencer, la combinazione veramente sociale o iper-organica, e che non manifestano probabilmente, che delle semplici azioni riflesse, resultando da una serie limitatissima di esperienze passate allo stato d’istinto e consolidate da una lunga trasmissione ereditaria; i fenomeni di pecorismo o gregarismo presso gli animali che vivono a truppa e nell’uomo selvaggio delle caverne e foreste primitive; infine, anche i pochi rudimenti sparsi di progresso, che presentano le società degli animali superiori e forse le prime tribù umane, tutto ciò era sino ad un certo punto suscettibile d’una spiegazione puramente biologica. Ma sino a tanto che le cose rimangono in questo stato, la sociologia non è in realtà che un semplice [38] annesso della biologia, un corpo di fatti e di teorie eminentemente ed esclusivamente preparatori, che si distingue appena dall’antropologia propriamente detta, si arresta nettamente alla soglia della vera sociologia ed è spesso designata al giorno d’oggi sotto il nome di pre-sociologia.»[46]
Stabilita la distinzione tra l’uomo e l’animale, cominciata la Sociologia, emerge una ragione poderosa di differenza tra i due primi e che fa gradatamente diminuire l’impero della brutale lotta per la esistenza. Infatti l’animale consuma senza produrre — o almeno non produce intenzionalmente e utilmente — e la parte consumata da uno riduce la possibilità di consumazione negli altri. L’uomo consuma, ma produce; e la sua produzione è in continuo aumento, ed arriva un momento in cui produce tanto, che può vivere e svilupparsi senza essere costretto a restringere la consumazione dei suoi simili. (G. Deville: Aperçu sur le socialisme scientifique p. 26).
La possibilità che la darwiniana lotta per la esistenza sia prevalsa al più nello stato pre-sociale della umanità, senza che ne venga menomamente scossa la teoria della evoluzione, si ammette pure dal Bagehot, che per lo appunto a tale teoria attribuisce il grande vantaggio di permetterci di trasportarci a dei periodi antichissimi, nei quali forse agivano altri istinti, diversi da quelli che agiscono attualmente.[47]
[39]
Ma la schiacciante confuta all’esclusivo dominio della lotta per la esistenza viene dalla storia delle società umane. La storia non sarebbe assolutamente spiegabile colla legge darviniana; o meglio la storia la contraddice e insegna esservi altre leggi più complesse ed altri principii, che presiedono all’evoluzione sociale.
Se fosse incontrastato il dominio della lotta col conseguente trionfo dei migliori, dei più adatti, noi dovremmo avere un progresso continuo, giornaliero, incessante, fatale; e tale non è la storia umana colle sue contraddizioni, coi suoi regressi, coi suoi ricorsi siano per quanto si vogliano parziali e formali (Powell, Mayr, Loria)[48]. Darwin stesso riconobbe che la lotta per la esistenza non è il solo mezzo per il progresso e Spencer, stretto dalla evidenza delle argomentazioni del De Laveleye — senza preoccuparsi del colpo, che assestava alla base del suo individualismo — riconosce che la legge biologica della concorrenza vitale è limitata dalle esigenze etiche e storiche.[49]
[40]
10. Il socialismo scientifico per sostenere il suo punto di vista, attenendosi alla interpetrazione più logica della teoria della evoluzione e conformemente ai fatti tramandatici dalla storia e che si vanno svolgendo tuttodì sotto i nostri occhi, ammette dunque, il legame tra la sociologia e la biologia, e riconosce che come talune leggi della fisica e della chimica si riscontrano nella biologia, così del pari nella sociologia continuano ad agire talune leggi della biologia, ma nei modi e nella misura che alla sociologia sono peculiari e dei quali tra breve.[50]
Ammessa nella sociologia la continuazione dell’azione del principio fondamentale della biologia, affinchè tra le due non vi sia soluzione di continuità, resta ad esaminarsi il limite e il modo di questa sua azione. E il limite viene apportato da un altro principio ch’è proprio della sociologia in quanto alla sua evolubilità e che di unita al progresso intellettuale dell’uomo, reso possibile dalla trasmissione ai successori degli acquisti fatti, serve a differenziarla dalla biologia. E ciò perchè nella natura, diceva A. Lange, ad ogni legge, che agisce in un dato senso, se ne contrappone un’altra che agisce in senso opposto e dal loro contrasto nasce la risultante, secondo la quale viene spinta innanzi, nel caso nostro, la società umana. Le due leggi anche possono coesistere utilmente come nell’universo coesistono la forza centripeta e la forza centrifuga producendo l’armonia delle sfere. (Roscher)
Questa legge, che sta di fronte all’altra della lotta per la esistenza, viene costituita dalla simpatia, dall’altruismo, come si accennò, che agisce continuamente e con crescente intensità nelle società, che hanno raggiunto un dato grado di civiltà.[51] [41] Il socialismo trova la sua ragione di essere in questa azione della simpatia.
La forza anti-egoistica, che spinge alla vita collettiva e la favorisce tanto, quanto la sua antagonistica spinge allo sviluppo della vita individuale, ad onore del vero deve dirsi che venne additata col nome stesso di simpatia dal più illustre economista del secolo scorso, da Adamo Smith, che ne segnalò la benefica azione temperatrice. Augusto Comte indi mise meglio in luce la forza nascente dalla simpatia e denominolla altruismo: neologismo che è rimasto definitivamente nella sociologia.
Dal principio altruistico derivano la cooperazione, la mutualità e la solidarietà in opposizione alla lotta di tutti contro tutti.
Il primo germe di tale forza si svolge istintivamente tra gli esseri umani che si trovano in più immediato contatto, in comunione intima e continua; e conseguentemente tra i membri della famiglia, del clan, della tribù. Avvenuto il primo e rudimentale progresso dell’intelligenza, esso contribuisce a dimostrare che vi è utilità nella comunione e nei rapporti altruistici, mercè i quali, si possono meglio e più facilmente soddisfare i varii bisogni materiali della vita individuale, oltre i piaceri di altro ordine, che ne derivano. In siffatta guisa l’elemento precipuo della vita individuale, l’egoismo, serve a consolidare ed a sviluppare quella collettiva, retta dall’altruismo e dalla solidarietà. Questi legami di solidarietà, altruistici, in seguito vengono ristretti ancora di più dalla forza dell’abitudine ed in fine fissati nella specie, per subirvi un continuo incremento, mediante la eredità. La cerchia di azione dell’altruismo, in prima ristretta tra i membri di piccole e [42] rudimentali società, si va allargando, man mano che si progredisce, tra le famiglie, tra i clan, tra le società vicine.[52]
11. Ammessa la coesistenza di una forza antagonistica all’egoismo, che informa la lotta per la esistenza si obbietta che non c’è da sperare in un avvenire sempre più altruistico, che dovrebbe caratterizzare una organizzazione socialistica; avvegnacchè in tutta la natura si osserva la medesima cosa, cioè la esistenza di forze e di leggi opposte che si correggono e si contemperano reciprocamente senza che si eliminino completamente [43] col trionfo di una su di un’altra: ad esempio, l’attrito corregge e modifica sempre il movimento, ma non lo distrugge; come il moto non riesce ad eliminare l’attrito.
Nella presente quistione si dimentica che vi è da fare una importante distinzione sull’azione che esercitano le forze nell’ordine fisico e nel sociale. Mentre nel primo dobbiamo attenderci sempre risultati identici dall’azione antagonistica di due forze, perchè entrambe s’incontrano in condizioni quasi identiche (non subendo col tempo che incalcolabili modificazioni); nell’ordine sociale, al contrario, i risultati sono diversi da un secolo all’altro, da una generazione all’altra, perchè variano i rapporti delle due forze antagonistiche, che stanno sempre non in equilibrio, ma l’una in ragione inversa dell’altra. Ora data questa situazione, vi è da chiedersi: quale delle due forze, l’egoismo colla lotta per la esistenza, o l’altruismo, che riesce alla solidarietà, presenta la tendenza ad aumentare la sua azione a detrimento dell’altra?
Se i loro rapporti rimanessero costanti ed agissero in proporzioni sempre uguali, sarebbe giustificata la tesi di molti economisti borghesi e dovrebbe ammettersi l’eternità della lotta di tutti contro tutti, accompagnata da una fenomenologia, su per giù, identica a quella presentata dall’umanità nelle fasi sin ora percorse; se i loro rapporti fossero variabili e crescente l’azione dell’egoismo, vedremmo peggiorare le condizioni e le risultanze della lotta; se crescesse infine l’azione dell’altruismo, la lotta nella intensità e nella estensione andrebbe continuatamente decrescendo ed avrebbero ragione i socialisti, che aspirano ad un ordine migliore di cose, in cui la giustizia prenda gradatamente il posto della forza...
Io sto per quest’ultima ipotesi, che ha in suo favore la maggiore quantità di fatti trasmessici dalla storia. I dati che la convalidano ed autorizzano, dal passato, ad ammettere che uguale sarà nel futuro la tendenza a prevalere dell’altruismo, [44] sono numerosissimi; negandoli, si nega la stessa teoria del progresso: chè progresso non potrebbe esservi quando la lotta si dovesse esplicare o in condizioni identiche alle passate, o in condizioni peggiori, vale a dire con prevalenza crescente dell’egoismo.
Arroge, che sul terreno in cui ci siamo posti, ammettendo cioè come veri i principii e le idee di Darwin e di Spencer, e rivolgendomi a darwinisti ardenti e ad evoluzionisti convinti, non occorrerebbero ulteriori discussioni per giustificare le aspirazioni socialiste, concretantisi nella crescente prevalenza dello altruismo e della cooperazione volontaria sulle forze antagonistiche. Tutti gli scritti del secondo, e principalmente quello in cui magistralmente vengono esposte Le basi della morale evoluzionista[53] convengono a dimostrare tale teoria; e, a mio modo di vedere, con pieno successo.
In quanto a Darwin, ciò che scrisse sull’origine e sviluppo del senso morale[54] collima perfettamente con tale ordine d’idee. Egli osserva, che sin dai primordi nell’interno della tribù, non era la lotta che riconoscevasi utile e necessaria, ma la simpatia, l’altruismo, la solidarietà, l’associazione; principii, che più e meglio della lotta conferivano all’incremento della tribù stessa col progresso dei suoi membri. La lotta era solo il rapporto naturale ed ordinario colle tribù vicine. Ma come nasceva e sviluppavasi l’intelligenza, si conoscevano meglio le ultime, e scorgendosi negli uomini delle medesime attributi identici a quelli della propria tribù, si rendeva possibile la sostituzione delle relazioni pacifiche alle guerresche. L’esperienza ne faceva apprezzare i grandi vantaggi e faceva crescere ed allargare successivamente ed a circoli concentrici il concetto di umanità, che oggi arriva nei popoli più civili [45] a proteggere gli stessi animali, che stanno in contatto più diretto e più continuo cogli uomini.
Laonde con ragione il Kropotkine con numerosi dati biologici e sociali e coll’autorità del darvinista Kessler argomentava che gli esseri più adatti a sopravvivere ed a trionfare, erano per lo appunto quelli che più si ajutano tra loro; essi raggiungono il più alto grado d’intelligenza e il più grande sviluppo dell’organizzazione.[55]
Dal contesto di questa breve discussione, sembrami che risulti all’evidenza come la sostituzione dell’altruismo all’egoismo, della cooperazione e della solidarietà alla lotta per la esistenza nel senso rigoroso di lotta endo ed inter-sociale, sia graduale, evolutiva nel tempo, nello spazio e nella intensità. Il valore del socialismo verrebbe infirmato da tale circostanza, soltanto nel caso in cui quelli che lo preconizzano e lo sostengono affermassero che la sostituzione va a verificarsi in un tempo più o meno prossimo di un colpo e con la eliminazione assoluta di ogni antagonistico principio. Ciò che non è, perchè il socialismo scientifico è evoluzionista, ed evoluzionista [46] nel senso vero e genuino. Il socialismo scientifico crede quindi nel continuo divenire degli ordinamenti intravvisti e preconizzati, e crede soltanto che quanto più socialistica diviene l’organizzazione dell’umanità, tanto più perde e si attenua l’azione della darwiniana lotta per la esistenza fra gli uomini.[56]
12. I pareri d’illustri scrittori giovano a scopo polemico; ma i fatti sono più opportuni ad eliminare i dubbi in chi cerca soltanto la verità; i fatti valgono per tutti, mentre l’autorità di Spencer e di Darwin vale soltanto per coloro che giurano sulla parola di tali maestri. Ora che quello designato e non diverso sia il processo evolutivo dell’umanità (non ostante tutte le deviazioni o regressi parziali, che trovano spiegazione nella teoria spenceriana del ritmo e nella darwiniana legge dell’atavismo), la storia della morale, della economia e degli altri fenomeni sociali serve a dimostrarlo. Ai socialisti poi poco importa, ad esempio, che i progressi morali siano derivati da un calcolo utilitario, dalla convenienza nell’adottarli messa in luce dal progresso intellettuale (Buckle); a loro basta che quei progressi esistano realmente e che vengano fissati nella specie per mezzo dell’eredità.
L’argomento è suscettibile di uno svolgimento lunghissimo, e qui per non alterare l’economia del lavoro, non si può che accennarlo appena, ed accennare soltanto ad alcuni dei suoi lati.
La storia della guerra è la più adatta a dimostrare che la lotta per la esistenza va cessando ed attenuandosi; e ciò in rapporto allo spazio, al tempo ed alla intensità.
Guardando alle razze inferiori, le testimonianze vengono in appoggio dalla parte meno sospetta. In tutti i libri dello Spencer, per citare il sociologo più illustre e più noto, sono riportati [47] numerosi casi di tribù, che hanno raggiunto un alto grado di moralità, con predominio dell’altruismo, e che rifuggono perciò dalle guerre, dalle offese e dalle violenze; (Bodos, Dhimals dell’India, Púeblos dell’America del Nord, Alfoourous ec.) e tutti questi casi dimostrano che quando e dove le circostanze favorevoli lo hanno consentito, è cessata quasi interamente la forma più caratteristica della lotta per l’esistenza.
Ora quanto è avvenuto per solo moto spontaneo, o almeno con pochissima coscienza, presso alcune delle tribù che vengono considerate come selvagge, non potrà in seguito avverarsi tra gli altri popoli civili? Col progresso non verranno determinandosi queste condizioni favorevoli, che eliminano la lotta nelle sue varie forme?
Gli apologisti della guerra, incarnazione purissima della lotta per la esistenza, dal fatto che le tribù moralizzate e pacifiche sono rimaste in un basso grado di cultura e di sviluppo intellettuale, non mancarono di rilevare l’utilità della guerra, che dicono causa diretta di progresso — tanto che le tribù pacifiche si sono fermate ad un certo punto, che non sanno oltrepassare, perchè sono sottratte allo stimolo efficacissimo della lotta.[57] Ed allora perchè tante altre tribù che [48] vivono esclusivamente nella lotta e nella guerra, e che si può dire ne abbiano fatto lo scopo della vita, non hanno raggiunto nemmeno quel grado di moralità e di civiltà delle tribù pacifiche e che pur sono in via di scomparire? perchè non si è incivilita quell’Africa tenebrosa, ch’è la quintessenza dell’individualismo, della lotta per la esistenza e della guerra? Coloro che credono nelle fondamentali distinzioni di razza possono rispondere che queste tribù per l’intima loro natura non potevano andare più oltre; possono aggiungere che se alcune tribù dallo sviluppo intellettuale poco elevato, si sottrassero alla lotta e divennero pacifiche, prima delle razze superiori, ciò si deve attribuire alla nota legge, secondo la quale gli organismi inferiori hanno vita più breve degli altri e più rapidamente raggiungono il massimo punto di sviluppo di cui sono capaci. (Baer)
Ad ogni modo è certo che il corso degli avvenimenti, che presentano le cosidette razze superiori, le mostra incamminate verso la pace accompagnata da un maggiore progresso intellettuale. Nè con ciò si nega che la guerra nei primi momenti della esistenza delle società umane sia stata utile e necessaria; si afferma soltanto che oggi è divenuta perniciosissima a loro, come i tanti altri istituti che subirono analoga vicenda.[58]
Intanto per una delle strane contraddizioni, ricorrenti nella storia, non sono soltanto i filantropi sentimentalisti che predicano [49] contro la guerra, ma le tristi sue conseguenze con copia grandissima di fatti e di argomenti vengono messe in chiaro dagli economisti: dagli economisti, che tuonano contro la forma brutale della lotta e inneggiano in favore della forma più mite in apparenza, ma non meno esiziale in sostanza, qual è la concorrenza economica.[59]
Gli economisti in questo caso traducono in cifre le induzioni e le risultanze della sociologia. In nome della quale lo Spencer dichiara che la lotta intersociale per la esistenza già non serve più al bene delle società e che le forze acquistate nella guerra sono applicabili ad altre funzioni sociali con maggiore utilità e cooperando più efficacemente alla evoluzione progressiva. E lo Spencer pone studio grandissimo nel convincere il lettore che l’industrialismo, la cooperazione volontaria, l’altruismo, lo spirito pacifico procedono parallelamente tra loro e in ragion diretta del cammino della civiltà ed inversa della organizzazione militare e della sua funzione, la guerra. Di conseguenza, a modello di nazioni più avanzate, cita sempre gli Stati Uniti di America e l’Inghilterra, come le nazioni presso le quali esercita meno influenza lo spirito bellicoso.[60] Il suo ritorno offensivo segna un vero regresso, un fenomeno di atavismo. Il quale è facile a presentarsi, perchè gli istinti della lotta esercitati con tanta intensità dagli [50] uomini e fissati nella specie colla trasmissione ereditaria attraverso ad una serie lunghissima di generazioni, non possono di un tratto essere cancellati e venire sostituiti da altri, che stanno in antitesi perfetta coi primi.
La guerra poi oggi manca al suo scopo primitivo; non serve più a conservare e fare sviluppare i più forti, i meglio organizzati; ma favorisce la conservazione e la propagazione dei più deboli, che sono i soli, che non vanno alla guerra, e perciò non vengono uccisi; la guerra sopratutto, non rende più quello che costa e i vincitori non vi trovano la convenienza economica, che in altri tempi vi trovarono. La guerra adunque, strumento efficace di selezione progressiva, quando tutti vi partecipavano e ne subivano le conseguenze, conduce in un secondo momento alla degenerazione della specie, sacrificando i più forti (Spencer); e la guerra ch’era un mezzo per arricchire rapidamente a danno dei vinti oggi impoverisce i vincitori.[61]
Col grande filosofo inglese, il quale in ciò ha seguito il Comte, convengono gli altri sociologi e naturalisti, che hanno accettato l’insieme delle dottrine darwiniane, quali lo Schäffle, il Lubbock, il Bagehot, etc. Il D’Assier, riflette, che il [51] delitto fra gli uomini, la guerra fra i popoli rappresentano le catene che l’umanità dovrebbe trascinare eternamente, se le idee morali di solidarietà e di giustizia che formano una delle caratteristiche della nostra specie, non venissero a fare contrappeso agli istinti dell’animalità e a tracciare una linea di separazione insormontabile tra l’uomo e il resto del mondo organico.[62]
La guerra oggi non è più considerata come una manifestazione della lotta per la esistenza nel miglior senso darviniano cioè quale mezzo per favorire la più vantaggiosa selezione dell’umanità, ma vi si può scorgere la lotta contro l’esistenza di tutti, una lotta contro la stessa esistenza del vincitore — la Francia del primo impero e la Germania odierna informino! La guerra genera il militarismo, il cancro roditore della società contemporanea; essa perciò viene condannata con ammirevole concordia in nome della economia, della morale, della civiltà.
A coloro, poi, che nella guerra scorgono una ginnastica utile per iscuotere e rinvigorire le nazioni da molto tempo ha domandato l’Herbart: e allora perchè questa ginnastica, per rendersi più sicura e più benefica, non si continua a praticare fra le provincie di uno stesso Stato, ed anzi fra le famiglie di una stessa città?[63]
[52]
13. Proclamare la convenienza della cessazione della guerra non equivale però a dimostrare, che la guerra realmente vada cessando; su questo occorre più che la semplice enunciazione di un pio desiderio. Fortunatamente i fatti vengono in appoggio dell’utopia, e, non ostante le moderne guerre gigantesche, legittimano pel futuro le induzioni in favore della pace. Un giudice competente e non sospetto, un militare eminente e darwinista entusiasta qual è il generale Nicola Marselli convinto della bontà delle ragioni, che sconsigliano la guerra e dalla evidenza dei fatti, che ne comprovano la graduale cessazione, conclude che la civiltà svolgendosi nel senso dell’umanità, restringe il campo dell’azione distruttiva — guerra — la quale dapprima travolgeva nel suo corso tutte le umane cose. Il militare di professione in questa guisa si accordò col filosofo, che esclama: amare e guerreggiare o altrimenti generare ed uccidere quanto più si può, tale è la vita degli uomini [53] primitivi; produrre e consumare quanto più si può ecco la vita dei civilizzati (Tarde).[64]
L’esattezza di tale ragionamento sorge dall’osservazione delle relazioni tra gli uomini nello stato primitivo e nel periodo storico di apparente ricorso, dopo che le invasioni barbariche arrestarono e deviarono lo sviluppo della civiltà latina.
In allora la guerra tra privati era legittima; e tale quasi si riguarda tuttora in pieno secolo XIX e in Europa tra i Montenegrini ed altre tribù, che abitano nei Balcani e che si trovano in uno stadio di civiltà poco avanzata.
Indi la guerra tra privati fu guardata con orrore e punita come reato rimanendo in vigore da principio quelle inter-comunali, poscia le inter-regionali ed in ultimo le sole guerre internazionali.[65] Oggi per somma ventura ne siamo a questo: che le guerre internazionali destano raccapriccio nella grandissima maggioranza degli uomini, e non si va troppo oltre [54] asserendo che, non è molto lontano il tempo in cui esse saranno punite da qualche tribunale supremo ed evitate dalle sentenze arbitrali.[66] Il numero delle quali cresce sempre in diretto rapporto coll’incremento dello studio del diritto internazionale pubblico e privato.
Vi è pur di sicuro che, da oltre mezzo secolo alcune nazioni, che per lo innanzi trovaronsi in istato all’incirca di guerra perpetua tra loro, attualmente vivono nelle più intime relazioni pacifiche e rifuggono ostinatamente, e lodevolmente, dal romperle: servano ad esempio le relazioni reciproche tra Francia, Svizzera, Spagna, Inghilterra etc. Questo è un terreno con molta probabilità stabilmente guadagnato per la pace.
Ciò pel tempo e per lo spazio. Relativamente alla intensità altri indizi ne comprovano la diminuizione e fan fede della decadenza dello spirito guerresco. Tale decadenza il Buckle la vide giustamente nella limitazione delle persone, che si dànno alla guerra, divenuta, non più occupazione ordinaria e in certo modo gradita, ma il fardello e l’obbligo più pesante che lo Stato impone ai cittadini.[67]
Parimenti, le conseguenze dirette ed immediate della guerra colpiscono un minor numero d’individui; gl’inermi, gl’impotenti, [55] i non combattenti, almeno tra popoli civili, vengono risparmiati. Una città presa di assalto che venisse rasa al suolo, e gli abitanti della quale fossero passati a fil di spada, in Europa, oggidì sarebbe tale enorme e mostruoso anacronismo, che può giudicarsi inconcepibile. Al contrario anche tra i combattenti ormai cessa la lotta, non appena vengono posti nella impossibilità di nuocere. E la guerra stessa così, nella sua intima essenza va subendo delle trasformazioni in senso umanitario e viene sottoposta a leggi, che la rendono meno atroce.[68]
L’evidenza dei fatti e la chiarezza delle conseguenze sono tali che il maggiore sociologo pessimista contemporaneo, che della lotta e della sua perpetuità ha fatto il caposaldo del suo sistema è stato costretto a riconoscere che il singenismo, forma primitiva di altruismo o egoismo collettivo dei gruppi non solo rende solidali gli uomini del gruppo proprio, ma gradatamente assimila e fonde i gruppi primitivi in popoli, stati, nazioni. Il singenismo tende sempre più ad allargare la sua sfera di azione fondendo ed assimilando tribù e gruppi minori in gruppi maggiori; e perciò è innegabile e deve ammettersi una tendenza che escluda l’eternità della lotta.
[56]
Il Gumplowicz, che vede la forza che viene da questa riconosciuta tendenza, all’obbiezione contro la propria teoria si chiede: la fusione tra le razze è a tal punto, che può parlarsi di un avvenire in cui non vi sarà, che una sola razza ed una sola coltura in Europa? E si conforta rispondendo, che siamo ancora lontani da quel giorno.[69]
Siamo lontani, è vero; ma ciò che non è ancora diviene ed oggi se pare arrischiato il parlare di pace perpetua, si giudicherà più utopistico l’affermare la guerra perpetua.
14. Quanto è avvenuto della guerra, la forma più genuina della lotta per la esistenza, si va verificando delle altre forme derivate, e che dalle conseguenze meno dirette e meno sensibili, vennero giudicate più miti. Serva ad esempio la concorrenza economica, la cui sostituzione alla guerra segnerebbe sempre progresso per quanto la concorrenza sia più prosaica e più antipatica della guerra. (Tarde)[70].
Per quanto riguarda gli Stati e le collettività va notato in sulle prime che, il cammino seguito dalla concorrenza economica presenta analogia grandissima con quello della guerra, che successivamente e gradualmente scomparve tra privati, tra comuni, tra regioni. Invero, fu tempo in cui ogni comune sovranamente innalzava le sue barriere insormontabili, stabiliva le sue dogane. Queste barriere, queste dogane man mano si portarono ai confini delle provincie, delle regioni, degli [57] stati.[71] Di tal che, qualunque sia il momentaneo rincrudire del protezionismo, si può giudicare, che le dogane, come le guerre, sono destinate a scomparire tra gli stati civili; e chiunque ha attraversato la Manica o il Gottardo, oggi sa per esperienza propria, quanto sia il progresso compiuto in questo senso.
Di rimando si obbietta, che la lotta endo-sociale, la vera concorrenza economica tra produttori, invece di attenuarsi, si accentua, si estende e diviene mondiale. Di vero in ciò non vi ha, che quanto concerne la estensione; ma questa non arresta l’attenuazione intima, che si fa maggiore anzi con meccanismo identico a quello, che fece sospendere prima e rimuovere definitivamente in seguito, le guerre tra privati, o quelle intercomunali e interregionali. L’egoismo stesso, il calcolo utilitario in questo come negli altri casi riesce a stabilire la solidarietà. L’estensione era necessaria per fare sorgere, dove non esistevano, i legami dell’associazione e della mutualità fra membri di una società che trovansi fra loro in più continuo ed intimo contatto.
La concorrenza ha in se stessa il germe che la distrurrà, perchè è intimamente connessa alla convivenza tra concittadini, tra colleghi, tra compatrioti; e la convivenza «se la civiltà non è un vano nome produce l’addolcimento dei frutti selvatici del cuore e versa nella competizione degli interessi un olio di bontà, che li tempera, attenua i loro attriti, sopprime il votum mortis e riduce il loro conflitto senza fiele nè odio a non essere più che una emulazione generosa, una corsa nella quale i corridori sono sempre pronti ad arrestarsi per soccorrere i loro rivali feriti.»[72]
[58]
Un primo e rilevante benefizio della estensione presa dalla concorrenza si deve scorgere in un avvenimento sin ora non tenuto nella dovuta considerazione; nella apparizione nel dominio della Storia di una associazione internazionale dei lavoratori. La concorrenza mondiale ha fatto accorti i proletari, che, la loro condizione relativamente è uguale dappertutto, che i loro interessi sono solidali e che essi devono unirsi e non servire come strumenti di lotta a benefizio di pochi. L’associazione internazionale dei lavoratori fu una meteora, sanguinosa anche se vuolsi, ma portava in seno un germe, che col tempo mostrerà tutta la sua efficienza. Questo principio grandissimo di solidarietà sparso tra i lavoratori di tutti i paesi, comincia di già a dare i suoi frutti; così mentre vediamo diminuire la concorrenza del lavoro per sentimento di solidarietà tra gli operai delle nazioni civili, vediamo, da un altro lato, proposto prima dalla Svizzera e poscia dall’Imperatore di Germania e discusso dai rappresentanti ufficiali degli Stati europei il progetto di una Legislazione internazionale del lavoro.[73] [59] E ciò che si discute sta per divenire. L’internazionale dei lavoratori, che costrinse i governi ai primi tentativi di legislazione sociale e indicò loro la via da seguire, del resto è filiata direttamente dall’internazionale capitalistica, dal cosmopolitismo finanziario, il primo a proclamare non solo, ma a realizzare l’abolizione dei confini tra paese e paese.
La lotta economica divenuta mondiale, fa cessare successivamente la concorrenza tra i membri di un comune, tra i comuni, tra più regioni, e spinge ad associarsi e riunirsi uomini e capitali, forze di ogni sorta, per resistere più facilmente ai concorrenti nelle industrie e nell’agricoltura. I sindacati, i trusts, sorgono dalla stessa concorrenza e vanno a creare monopoli, attualmente a benefizio di privati capitalisti, ma fatalmente preparatori di socializzazione futura nella produzione e nella distribuzione della ricchezza. In tal guisa la solidarietà prendendo le mosse dall’utilitarismo allarga sempre più i suoi confini, man mano che crescono e vengono avvertiti i vantaggi, che ne derivano. In siffatto modo si propone già da ministri delle primarie potenze (il Goluchowski), contro la concorrenza americana, lo Zollverein europeo, ideato più di cinquant’anni or sono dal De Molinari. E prima che la concorrenza asiatica si esplicasse pienamente, anzi appena accennata, il generale Marselli molti anni or sono voleva veder riunite tutte le stirpi ariane per tener testa alle razze touraniche[74]; mentre ora già si dimostra con copia di argomenti, per quanto intinti di soverchio ottimismo, che la concorrenza asiatica è uno spauracchio e che i rapporti e gli scambi cresciuti tra l’Oriente e l’Occidente serviranno a stringere i legami di solidarietà tra i popoli ed a costituire, colla nuova [60] fase economica che si delinea, il mercato mondiale a benefizio dell’umanità tutta.[75].
E cade in acconcio qui di rilevare, che la Economia politica colla bene dimostrata utilità della divisione del lavoro, ha contribuito efficacemente ad affermare i vantaggi della solidarietà tra i popoli. Tutto il mondo credeva altra volta, che gl’interessi dei popoli erano opposti e il senso romano della parola hostis in fondo sembrava giusto: lo straniero era il nemico. «Il profitto dell’uno è il danno dell’altro» diceva Montaigne. Anche al 18º secolo Voltaire lamentava, che non si potesse desiderare la felicità della propria patria, senza desiderare nello stesso tempo, il male degli altri popoli. Gli economisti sono venuti a dimostrare la falsità di questa idea. Essi han fatto vedere, che i popoli sono solidali e i loro interessi armonici. Ogni paese deve desiderare di essere circondato da vicini prosperi e ricchi, perchè questi vicini si disputeranno i suoi prodotti ad alto prezzo, e così l’arricchiranno. Ruinate gli altri popoli e voi distruggete i vostri sbocchi e portate un colpo funesto alla vostra propria industria.[76] A [61] misura che i mezzi di comunicazione divengono più numerosi e più rapidi, il commercio stabilisce tra le nazioni delle relazioni più intime. L’universo intero diviene un immenso opifizio dove in seguito alla divisione naturale del lavoro, ogni popolo si applica a fare quella cosa, a cui le sue attitudini o le risorse del suo territorio lo predispongono, e produce così non per lui solo, ma per gli altri popoli, che gli dànno in cambio ciò, che essi hanno raccolto e fabbricato dal loro lato. Lo scambio internazionale conduce alla dipendenza internazionale, d’onde risulta la solidarietà universale. (De Lavelage); s’internazionalizzano le tre maggiori forze sociali, che si conoscano: il capitale, il lavoro, la scienza. (Arnould)[77].
Le conseguenze della divisione del lavoro sono ancora più gravi ed importanti di quelle accennate testè. La divisione del lavoro ha trasformato colla sua azione normale le condizioni della vita umana e contribuito in un certo senso a livellare le ineguaglianze naturali, imponendo a tutti, anche ai [62] forti, una dipendenza reciproca; chè oggi non vi è persona capace di bastare a se stessa, disdegnando il concorso dei suoi simili. Per la soddisfazione del minimo dei nostri bisogni, si devono evocare e mettere in giuoco una folla di attività irradiantisi e concatenate, che tutte si chiamano tra loro, si rendono necessarie, si penetrano in una mutua permeabilità e in modo tale, che si può dire che ciascuno ha bisogno di tutti e tutti di ciascuno. L’isolamento è divenuto impossibile e la solidarietà fatale.[78].
La mutua dipendenza e la solidarietà che derivano dalla divisione del lavoro, confermano inoltre la legge generale della evoluzione; la quale si attua col passaggio da una forma incoerente ad una più coerente, da uno stato diffuso ad uno più concentrato, e secondo la quale, a misura che cresce la concentrazione delle parti, aumenta la loro reciproca dipendenza. (Spencer). Questo per coloro che nei libri del grande filosofo inglese vedono la Bibbia moderna, nella quale deve cercarsi ogni verità.
Del costante progredire della solidarietà si ha un’altra significante manifestazione nella crescente regolare organizzazione internazionale dei servigi e delle istituzioni, che conferiscono all’incremento del benessere sociale: — diritto pubblico e privato, diritto civile e penale, pesi, misure, monete, poste, telegrafi, navigazione, ferrovie, estradizione, servizio sanitario, proprietà letteraria, etc. etc. tutto viene internazionalmente organizzato e regolato. E questa progrediente internazionalizzazione dei fenomeni della vita sociale, da parte dei governi, viene alla sua volta determinata o accelerata dalla febbre dei viaggi e degli scambi, che invade dappertutto i privati. In siffatta guisa lo Stato e gli individui concorrono in varia misura [63] e con mezzi diversi al conseguimento di un alto ideale: internazionalizzano gl’istituti, i rapporti, i sentimenti; aumentano la contrattualizzazione degli organismi sociali; sostituiscono sempre più la razionalità all’istinto e contribuiscono a costituire gradatamente quel vero superorganismo sociale, che deve riuscire all’umanità, che sinora è stata una vera astrazione degli ideologi e degli utopisti e che domani sarà una realtà.[79]
Intanto rimangono smentiti solennemente quei pessimisti, che predicano un rinvigorimento della lotta, sotto tutte le sue forme, come effetto immancabile dell’aumento dei rapporti tra popoli e individui, perchè in ogni nuovo rapporto che si stabilisce scorgono per lo appunto un nuovo motivo di guerra. Bene osserva il Walker, che se la frequenza delle guerre dovesse corrispondere alla frequenza ed intimità delle relazioni endo-sociali ed internazionali, in Europa e in tutto il mondo civile non si potrebbe più chiudere per un sol giorno il tempio di Giano.[80]
L’aumento dei motivi di lotta essendo però reale e innegabile, se viene accompagnato da una diminuzione degli effetti, che se ne potevano attendere, serve come eloquente ed efficace riprova dei progressi dell’altruismo, manifestantesi collo allontanamento delle guerre e colla internazionalizzazione di servizii e di istituzioni che servono al benessere sociale. In pari modo rimane assodato, che l’altruismo rimane generato e consolidato, divenendo istinto della specie, dalla percezione [64] dei vantaggi, che si ricavano dall’associazione e dalla solidarietà. Tutte le interruzioni, che subisce il regolare sviluppo del senso morale e della cooperazione al conseguimento dell’utile collettivo non rappresentano, che reversioni atavistiche: fenomeni innegabili, sebbene non ancora bene determinati nei loro momenti causali. La logica e l’esperienza ci affidano però, che col tempo fissandosi meglio i nuovi istinti sociali, la reversione atavistica si farà più rara, e ad ogni nuova ripresentazione si potrà constatare quanto si è attenuata la forma primitiva della lotta per la esistenza.
15. Questo rapido accenno al crescente processo d’internazionalizzazione, che significa l’attenuazione e la trasformazione continua della lotta per la esistenza dev’essere completato con una parola sullo stesso processo dal punto di vista del patriottismo.
Per molti anni, e specialmente in quelli che seguirono da vicino alla Comune di Parigi, quando si voleva discreditare o rendere odioso chi professava le dottrine del Socialismo lo si designava col titolo di Internazionalista; e contro l’Internazionale dei lavoratori sorta per opera di Marx furono in voga molti libri ed opuscoli. Non è qui il luogo di discutere la importanza storica e le benemerenze dell’associazione internazionale; basta rilevare che ciò che da principio costituiva una stigmata disonorevole, oggi, sbollite le ire e tornata un pò di calma, che è la prima condizione dei giudizi equanimi, diventa un titolo di onore; e questo non per il solo motivo della priorità dell’idea e del sentimento, che vi corrisponde e dei tentativi di organizzazione per tradurla in fatto.
Uno scrittore, il Rae, che ha consacrato un libro dei meno astiosi e dei meglio fatti per combattere il socialismo, è stato tra i più onesti nel constatare che il concetto di una internazionale non è di origine moderna e che la reazione contro il [65] concetto di patria non è cominciata col socialismo contemporaneo. Il patriottismo fu condannato dai grandi scrittori, che fecero rivivere la letteratura tedesca verso il principio di questo secolo; Lessing, Herder, Wieland, Goethe (e Kant?) lo discreditarono. Essi lo riguardavano come una virtù gretta ormai fuori d’uso, utile forse nei tempi rozzi, ma ora di ostacolo al progresso razionale: la virtù moderna era per essi l’umanità, la cui idea era venuta fuori appunto nel tempo loro, come una nuova potenza.
«Non vi sono più potenze in Europa, dice Heine, ma solamente partiti. Qualunque partito, che si fonda su di un principio e sopra interessi generali ben definiti, può in qualunque tempo diventare internazionale e può sembrare anche antipatriottico.» I protestanti di Francia nel secolo XVI cercarono l’aiuto dell’Inghilterra e i Giacobiti inglesi nel secolo XVIII cercarono l’aiuto dell’Inghilterra. La Santa Alleanza fu una vera Internazionale[81].
Così è: l’internazionale rossa sul terreno della pratica e nel campo ideale fu preceduta dall’internazionale nera e dall’internazionale gialla. I principii reazionari, con tinta religiosa; quelli del capitalismo — che qualche volta possono assumere vernice patriottica come nei prestiti dei banchieri francesi alla Russia — hanno determinato la solidarietà nel pensiero e nell’azione tra coloro, che avevano gli stessi interessi, al di là dei confini della patria. Perchè non dovevano invocare una organizzazione internazionale i lavoratori, ai cui danni quasi sempre si svolsero l’internazionale nera e la gialla, delle quali pagarono sempre le spese?
Per bene intendere il movimento internazionale forse gioverebbe definire esattamente ciò ch’è nazione e meglio ancora [66] ciò ch’è lo Stato moderno: questa discussione esorbiterebbe dei confini di questo libro, pel cui assunto basta ricordare che nè la stirpe o razza, nè la lingua, nè la religione bastano per caratterizzare la nazione. L’attaccamento degli alsaziani — tedeschi per le origini, per la lingua e per la religione — alle altre regioni che nell’insieme costituiscono la Francia; l’esistenza della Svizzera, dell’Impero Austriaco, degli Stati Uniti del Nord-America etc. sono la negazione completa della unilateralità dei criteri coi quali si vorrebbe designare la nazione o lo Stato e vanno sempre più e meglio a corroborare l’influenza dell’elemento sentimentale e della contrattualità[82]. E gli Stati a molteplici elementi ben distinti nella razza, nella lingua, nella religione, nella coltura etc. quali la Svizzera e l’Impero Austro-Ungarico e la stessa Russia fanno intendere quello che potrà essere l’Europa, in un avvenire non molto remoto sotto l’influsso della libertà e del progresso come avviamento verso l’umanità; verso la realizzazione della grande utopia.[83] Quante cause di conflitto non verranno eliminate, [67] quante forze non verranno volte ad uso migliore, quante sofferenze non verranno risparmiate all’umanità colla costituzione di un grande organismo internazionale!
Quali che siano stati gli elementi, che contribuirono a formare le nazioni certo è che il sentimento nazionale e il concetto di patria oggi decadono o meglio si trasformano e non si dirà che sia l’internazionale dei lavoratori, che ispira gli scritti di un Nietzsche così terribilmente ironici contro lo chauvinisme tedesco; del Du Bois-Reymond che considera anticivile lo spirito pugnace dei primati nazionali; di Leone Tolstoi, che in odio alla guerra e alla violenza predica la rassegnazione contro la tirannide, e l’antipatriottismo con una eloquenza calda e mistica, ch’è riuscita sino ad infiammare delle collettività che della sua teoria hanno formato una setta religiosa.[84] Tutte le trasformazioni economiche, tutto lo sviluppo del sentimento morale di cui si disse nei precedenti paragrafi e tutto il movimento scientifico e letterario cooperarono alla genesi di siffatto movimento; ma più che altro vi contribuirono gli errori e le colpe dello stesso patriottismo, le esagerazioni disastrose dello stesso sentimento nazionale. L’internazionalismo si giova del sentimento di patria, che è degenerato in una mal dissimulata ambizione di ciascun popolo a prepotere sugli altri; che fa risorgere odii vivaci fra popoli e governi; che spinge a guerre spaventevoli — ultima [68] forma del cannibalismo — ed al militarismo dissanguatore a benefizio di dinasti; che serve per soddisfare ambizioni sfrenate ed appetiti volgari e disonesti di classi e d’individui, che, come gli sciacalli, vivono e prosperano delle stragi umane.[85]
Ma è poi vero che il socialismo riesca alla negazione dello Stato e della patria? Già non li negò il cristianesimo, il cui contenuto essenzialmente mistico ed universale era il più adatto a fare ciò; e non li nega — nel complesso ed astraendo dalle manifestazioni individuali e dalle reazioni momentanee che vengono giustificate dagli eccessi e dagli orrori del patriottismo — il socialismo, che tante analogie presenta nel suo sviluppo e nelle sue finalità colla religione, i cui attuali rappresentanti tanto si discostano dai primi apostoli.
Il socialismo, passate le prime fatali aberrazioni, non nega la patria e non nega lo Stato; aspira alla trasformazione del sentimento che racchiudesi nella parola, che designa la prima e della organizzazione e degli scopi del secondo.
Il socialismo contemporaneo essenzialmente evolutivo non può sperare in un colpo di bacchetta magica, che faccia progredire ugualmente lo svolgimento sociale su tutto il globo e perciò esso vagheggia — e realizzerà — la costituzione di tanti Stati federali, nei quali i singoli gruppi a condizioni diverse ed in diversa fase di evoluzione conserveranno la loro autonomia rendendo quasi impossibili le guerre, permettendo una difesa dello stato senza i pericoli e i danni del militarismo,[86] [69] coll’intento più di amministrare che di governare, permettendo che si possa fare quella politica sperimentale preconizzata e glorificata da un individualista — Leon Donnat — ma che riuscirà il campo più adatto per tentare le più ardite riforme sociali tra i gruppi più progrediti per farle imitare e adottare successivamente da quelli, che lo sono meno.[87].
Tutto sommato l’internazionalismo non esclude le nazioni, come le regioni e le provincie, le città e le famiglie non vennero successivamente escluse ed annientate dalla fase successiva di sviluppo dell’aggregato sociale. Sono tutti circoli concentrici, che non si escludono, ma che si compenetrano reciprocamente ed hanno la loro ragione di essere e di rimanere pur specializzandosene la funzione. Il cosmopolitismo come ideale elevato di pensatori, come risultato di tutto lo sviluppo economico contemporaneo e dei rapporti scientifici e letterari è anteriore e al difuori del socialismo; ma è solo merito della democrazia sociale sul campo dell’azione la protesta e il tentativo in favore di una internazionale elevatissima, quale è stata rapidamente delineata. Perciò rimarranno memorabili [70] gli esempi: di Liebknecht e Bebel, che in Germania davanti all’ubbriachezza della vittoria protestarono vigorosamente contro l’annessione della Alsazia-Lorena e la protesta scontarono serenamente nella fortezza di Konigsberga; di Hyndman inglese che denunzia le infamie dell’Inghilterra nell’India; dei socialisti di Vienna e di Praga, che rinnegano gli eccessi anticzechi in Austria ed antitedeschi in Boemia; della Federazione dei lavoratori, della International Working People’s Association e dei Cavalieri del Lavoro negli Stati Uniti, che affrontando il più radicato pregiudizio che infierisca nella grande repubblica non vollero fare distinzioni tra bianchi e negri.[88] Inchiniamoci reverenti dinanzi a questi campioni dell’internazionalismo, che hanno saputo invocare il rispetto dei diritti delle nazioni ed hanno preconizzato l’uguaglianza tra le varie razze umane.
[71]
16. Per confessione di Darwin, sappiamo che la prima idea dello struggle for life, della lotta per la esistenza come legge generale della natura, egli l’attinse nel famoso Saggio sui principii di popolazione di R. Malthus. Di maniera che chiunque conosce la storia del malthusianismo comprende che esiste la possibilità di rimuovere la causa della lotta.
Il pensiero di Malthus fu espresso chiaramente nella prima edizione della sua opera nella forma seguente: «Un uomo che nasce in un mondo di già occupato, quando la sua famiglia non può nutrirlo, nè la società può adoperare il suo lavoro, non ha alcun dritto di esigere una qualsiasi parte dei mezzi di sussistenza ed è realmente superfluo sulla terra.»[89]
Al pastore inglese è rimasto il merito da un lato e l’odiosità [72] dall’altro di avere formulata la celebre teoria della popolazione, ma in Italia prima di lui Botero, Beccaria, Ludovico Ricci avevano riconosciuto il rapporto tra la popolazione e i mezzi di sussistenza ed otto anni prima Giammaria Ortes in Murano pubblicava le sue riflessioni sulla popolazione delle nazioni per rapporto all’economia nazionale.[90]
Nella polemica coll’abate Raynal, il quale sosteneva che l’uomo ha innanzi a tutte le leggi sociali il diritto di vivere, Malthus mitigò la forma del suo principio, rispondendo che la quistione più che nel sapere se l’uomo ha il diritto di vivere, sta nel conoscere se tutti lo possono. E stabilì le sue celebri progressioni, e cioè che la popolazione cresceva colla progressione geometrica (come 1, 2, 4, 8, 16), mentre i mezzi di sussistenza crescevano colla progressione aritmetica (come 1, 2, 3, 4, 5). Il disquilibrio tra gli uomini e i mezzi necessari per nutrirli sarebbe evidente, dato che le due progressioni fossero vere; e se vere, dato, che gli uomini non potessero modificarle.
Posta la questione in questi termini, ognuno vede e comprende che nulla vi ha di spietato e di anti-umanitario nel [73] principio di Malthus; e che perciò, il pastore anglicano non meritava la fama, che per tanto tempo lo ha accompagnato e le invettive di filantropi e socialisti, che scagliandole mostrano di non avere elevata l’intelligenza, come hanno buono il cuore.
E valga il vero, quale la colpa di Malthus, quale la immoralità sua se egli non fece che constatare un fatto esistente, doloroso sì, ma che egli non aveva creato? Se in un determinato spazio di terreno si possono ottenere tanti prodotti quanti bastano per alimentare dieci persone, sorgerà fatalmente la lotta se invece vi se ne trovano accampati venti o anche quindici! Ecco come dal malthusianismo derivò logicamente la darwiniana lotta per la esistenza. Nella sproporzione tra gli uomini e la sussistenza starebbe la ragione fatale della contesa, aggravata e complicata sin da principio dalla lotta sessuale.[91]
Venti persone non possono che nutrirsi insufficientemente cogli alimenti bastevoli per dieci. Se gli alimenti venissero distribuiti in parti uguali e per lungo tempo, si avrebbe un’alimentazione deficiente per tutti; d’onde il lento e rapido deperimento, la sicura degenerazione di questa società rudimentale. Laonde la lotta fra i venti, che permette la giusta alimentazione a dieci a danno degli altri dieci, non rappresenterà che il male minore, perciò sempre preferibile, perchè invece di condurre alla distruzione totale di quel primo aggregato di uomini, consente la vita a quanti ve la possono condurre.
In questa lotta la vittoria naturalmente sarà degli uomini meglio dotati e più forti, fisicamente e intellettualmente; per [74] conseguenza essa sarà benefica e civilizzatrice nei suoi ultimi risultati, inquantochè agevolerà la selezione progressiva della specie umana. Questa la base, che a prima vista sembra granitica, del darvinismo sociale. Tra Malthus e Darwin, però, sussiste una profonda differenza sulla interpetrazione del fatto ammesso; mentre Malthus vede nell’incremento della popolazione la causa della miseria e dei mali sociali, Darwin vi scorge la causa della lotta benefica perchè conduce alla selezione progressiva per mezzo del trionfo dei migliori.[92]
Ma gli uomini, che si trovano in numero maggiore ai mezzi di sussistenza in un dato territorio e vi costituiscono l’eccesso di popolazione, la sopra-popolazione, per naturale ripugnanza a distruggersi reciprocamente tra loro, per la elementare simpatia che li collega, non ricorrono alla lotta e alla distruzione, se non quando la estrema necessità e l’istinto supremo della propria conservazione ve li spinge. Prima di ricorrervi esplorano se vi siano altri terreni, nei quali si trovino i necessari mezzi di sussistenza per tutti, e si sforzano affinchè quello posseduto dia la massima quantità possibile di prodotti.
Egli è così, che in origine la sopra-popolazione ha dato luogo al fenomeno della rendita ed è stata la causa prossima del progresso.[93] Anzi: è la fecondità della donna che ha fatto la storia universale![94] Ha prodotto la diffusione della razza; ha forzato gli uomini ad abbandonare le abitudini di rapina per l’agricoltura; li ha costretti alla cooperazione e alla vita sociale, ed ha fatto sviluppare i primi sentimenti altruistici. Ma se l’eccesso di fecondità ha reso inevitabile il progresso [75] della civilizzazione quando la produttività del terreno ha raggiunto il suo limite estremo, sarà un altro progresso di civilizzazione il diminuire la fecondità e distrarre la sopra-popolazione, che rende inevitabile la lotta tra gli uomini.[95] In questa guisa la legge di popolazione, come la guerra, conformandosi alla legge generale di evoluzione, si rivela con azione diversa e con differenti risultati, secondo il momento e il luogo in cui agisce. Questo stimolo per così dire meccanico al progresso, del resto, poteva essere necessario quando lo sviluppo intellettuale era scarso e lento; non più tardi, quando la fenomenologia sociale si svolge più coscientemente, quando ogni progresso compiuto fa sentire con maggiore ardore il desiderio di ulteriore progresso. E il fatto che precisamente le classi più colte e più ricche, sono quelle che meno prolificano e più vivo sentono il desiderio di migliorare la loro condizione e di godere piaceri più numerosi e più raffinati, dimostra all’evidenza la non necessità dello stimolo della soprapopolazione e dà ragione a Stuart Mill, che considera come desiderabile uno stato stazionario della popolazione in cui sia assicurato un minimum di benessere generale, che divenga condizione all’ulteriore sviluppo e torto al Novicow, che vi scorge un elemento di conservatorismo dannoso in contraddizione con quella benefica azione ch’egli attribuisce all’élite sociale, all’aristocrazia.[96]
E qui è il luogo di avvertire che l’eccesso di popolazione o sopra-popolazione può essere assoluta o relativa; la seconda alla sua volta è naturale o artificiale, determinata cioè dalle leggi sociali. La distinzione importa stabilirla per la diversità dei rimedi che possono guarirla.
[76]
Di sopra-popolazione assoluta attualmente non è a parlarne; nè l’ammise lo stesso Malthus. È facile intendere come e dove essa sia relativa. Un paese in cui si vive di sola caccia è prestissimo sopra-popolato. L’allevamento del bestiame, la pastorizia consente una popolazione più spessa; e l’agricoltura un aumento ancora più rapido di abitanti. Secondo Foissac, l’agricoltura sulla stessa superficie permette di vivere a 20, 30 volte più di uomini, che l’allevamento del bestiame; come questo può nutrirne 20 volte più che la caccia.[97] Quindi un popolo, presso il quale domina un modo di produzione inferiore, e che soffre già la sopra-popolazione può liberarsene, non solo coll’arrestare la procreazione eccessiva, ma anche passando ad un sistema di coltivazione superiore.
Se attualmente la coltura intensiva in un dato ambiente abbia raggiunto il suo massimo sviluppo possibile e se questo sia stato seguito da un proporzionato aumento di popolazione nessuno può dire, perchè nessuno ora può prevedere di quale aumento sarà suscettibile la produzione delle sostanze alimentari in seguito ai progressi della scienza. Ma è certo che se la sopra-popolazione assoluta fosse riconoscibile in un punto si dovrebbe dirla nazionale e non mondiale. Infatti la Russia, il Canadà, gli Stati Uniti, l’America Centrale e Meridionale, l’Asia occidentale, l’Australia e gran parte dell’Africa sono ancora quasi deserte. L’Alto bacino del Nilo potrebbe nutrire cinquanta milioni d’individui; duecento il bacino del Zambese; altrettanto quello dell’Orenoco; cento [77] l’altro del Gapore; duecento nelle isole della Sonda; novanta nel Turkestan; cento nella repubblica Argentina[98]. Perciò se gli uomini avessero modi e mezzi di spostarsi, di emigrare, appena si trovano a disagio in un punto e potessero immediatamente mettere in coltura le terre che non danno prodotti o li danno minimi, si potrebbe assicurare che per parecchi secoli non si dovrebbe ancora parlare di sopra-popolazione assoluta nel mondo. Sì, riconosciamolo onestamente e francamente con Henry George: non è che manca la terra agli uomini attualmente, anche dove si avverte la soprapopolazione; ma egli è che la terra è stata appoderata da pochi a danno di molti. E questi pochi, spesso agli uomini hanno sostituito i montoni ed ai montoni già in molti punti, come in Iscozia, hanno sostituito i parchi per la caccia: dopo le crudeli evizioni i poveri Krofters sono stati sostituiti dai conigli e dalle pernici.[99].
17. Se non esiste la soprapopolazione naturale e assoluta non può mettersi in dubbio quella artificiale e relativa.
La sopra-popolazione artificiale è quella formata da produttori e non può venir guarita colla limitazione dei matrimoni e della fecondità, ma rimovendo le condizioni sociali che la determinano. Una sopra-popolazione di consumatori è naturale; essa può guarirsi diminuendone il numero o aumentando i mezzi di sussistenza. La sopra-popolazione artificiale e relativa [78] è quella determinata dalle istituzioni politiche e sociali[100]. La fame della Russia non deriva dalla poca produzione della terra e molto meno ancora quella che ha desolato più volte l’India e vi ha mietuto milioni e milioni di vittime: l’avidità inglese, secondo Hyndman, sarebbe la vera responsabile. Nè esagera il Martello sostenendo, che sinora tutti i flagelli, che costituiscono il freno positivo malthusiano — guerre, carestie, delitti, epidemie etc. — non debbano attribuirsi alla mancanza di freno preventivo, ma alle istituzioni, alla malvagità degli uomini. Lo stesso Malthus lo riconosceva notando che la legge di mortalità varia da un paese all’altro, da una all’altra provincia di uno stesso paese, per contingenze che sta all’uomo di poter modificare.
Più chiaramente si avvertiranno quali sono i termini del problema odierno quando si porrà mente alle preoccupazioni dei politici e di alcuni economisti, che non respingono la teoria malthusiana, rispetto alla sopraproduzione: preoccupazioni, che hanno dato veste e colorito scientifico al protezionismo e alla politica coloniale.
Stando al parere di molti economisti ed ai lamenti di grandi produttori agricoli ed industriali, oggi ci troviamo dinanzi ad una sopra-produzione; vale a dire che nell’agricoltura e nell’industria si produce di più di quel che si consuma. Ora se vi è sopra-produzione certamente non può esistere vera sopra-popolazione; i due fatti si contraddicono e si elidono; avvegnachè la seconda non derivi che da impossibilità di nutrire [79] convenientemente un dato numero di abitanti in un dato spazio di terreno.
Epperò se si parla con insistenza della coesistenza dell’una e dell’altra, egli è che in verità molti uomini consumano meno di quel che dovrebbero normalmente; esiste una sotto-consumazione, come esattamente la chiama il Wiede, che genera la sopra-popolazione artificiale, prodotta dalla presente organizzazione e dalle cattive leggi sociali, che impediscono ed alterano l’equa e proporzionata distribuzione dei prodotti.
Naturalmente, sintanto che si fa motto di sopra-produzione, non dovrebbe parlarsi di necessità, di fatalità di lotta per la esistenza, almeno nella sua forma primitiva e rude. I fatti perciò autorizzano tutte le imprecazioni dei socialisti contro le vigenti leggi sociali, contro la ingiusta distribuzione dei prodotti, che determina crisi e scioperi forzati per arrestare l’aumento dei prodotti, che rimangono invenduti e inconsumati nei magazzini, mentre gli operai, i quali li hanno prodotti, non ne hanno a sufficienza. Si grida e si strepita contro la importazione della carne e dei cereali americani e si domanda protezione dai proprietari, e i contadini producendone localmente per loro e per gli altri non possono averne tanto da sfamarsi! Fatto innegabile, e che risulta chiarissimo quando si guarda alla Germania, che senza essere la contrada la più fertile, produce o può produrre sette ettolitri di frumento per abitante: quanti basterebbero a nutrire il triplo dell’attuale popolazione. La miseria dunque che spinge alla crescente emigrazione e la sopra-popolazione non sono che artificiali e derivano dalle leggi e dalla organizzazione sociale; ed apparisce chiaro che hanno ragione i socialisti volendone la trasformazione, e che il torto sta dalla parte degli economisti, che, sic stantibus rebus, proclamano la fatalità della lotta.
La stridente contraddizione tra la sopra-produzione e [80] sotto-consumazione, che prova essere la miseria attuale non un prodotto naturale e fatale, ma dovuto alle istituzioni emerge chiaro dalle domande che si poneva il direttore della statistica ufficiale prussiana: «a che giova, diceva Engel, che nelle montagne di Sassonia si lavorino delle calze per provvederne ogni negro dell’America del Nord, quando la popolazione indigena e tutti gli stessi operai, che fanno calze, ne vanno privi?»[101].
Perciò un economista onesto e indipendente riconosceva che oggi vi è sopra-produzione non relativamente ai bisogni umani, ma relativamente alla capacità di compra dei membri, che compongono la nostra società (Gide)[102].
Queste confessioni di economisti, che hanno grande valore perchè fondate sulle osservazioni di fatto innegabili, costituiscono la migliore giustificazione di coloro, che per il benessere sociale vagheggiano una migliore distribuzione delle ricchezze e sono tali da dovere indurre a minore orgoglio la scienza degli economisti.
Gli economisti che si dicono possessori privilegiati della scienza e della verità, e che trattano d’alto in basso il socialismo, cui rimproverano le dissonanze delle sue varie scuole, non si sono ancora posti di accordo su di una quistione così vitale, come quella della legge di popolazione, che tanti sicuri elementi offre per la soluzione; come non lo sono del pari sull’altra delle leggi naturali — delle quali si dirà tra poco.
Essi non avvertono che ritenendo che l’umanità sia fatalmente [81] sottoposta alle leggi naturali (quali se le creano taluni sfruttatori dell’uomo, a loro uso e consumo), non si comprende come e perchè alcuni economisti possano deplorare che la popolazione non si accresca, con particolarità in Francia, colla desiderata rapidità[103]; ed inversamente, come altri voglia frenato l’aumento della medesima per arrestare i progressi del pauperismo e dare congrua soluzione alla quistione sociale, secondo le vedute del più rigido ed esclusivo malthusianismo.
Or come ci entra lo stato e più che questo la volontà umana nel lento o nel rapido sviluppo della popolazione, se l’organismo sociale è retto da leggi indefettibili, simili a quelle che regolano i movimenti degli astri, le combinazioni chimiche etc.? A che affaticarsi a dare suggerimenti e consigli, che devono infrangersi di fronte ad una forza superiore, se il lento o il rapido incremento della popolazione si verifica per cause che gli uomini nè possono rimuovere, nè menomamente modificare? E per altro verso: se la lotta per la esistenza risulta fatalmente dalla deficienza dei mezzi di sussistenza, perchè desiderare che si accresca il numero dei concorrenti? Forse pel malvagio intendimento di rendere più acre e più spietata la lotta ed aumentare gli strumenti di cui si serve il capitalista a suo esclusivo benefizio?
[82]
18. Dimostrata la non esistenza di una naturale e assoluta soprapopolazione cessa la ragione intima, fatale, indeprecabile della lotta per l’esistenza. Non vi è che soprapopolazione relativa ed artificiale dovuta alla ignoranza, alla impossibilità attuale di rendere abitabile e di mettere in valore tutta la terra e sopratutto alla cattiva organizzazione politico-sociale. Eliminate queste cause la prima scomparirebbe.
Con ciò non perderebbe affatto della sua importanza il problema della popolazione; perchè rimarrebbe innegabile la soprapopolazione relativa, comunque provocata, in molti punti e specialmente nei paesi vecchi[104]; nè diminuirebbe il merito di Malthus, che più degli altri vi richiamò l’attenzione.
Invero lo stesso socialismo scientifico riconosce che la trasformazione non può avvenire in un fiat; ma che può e deve essere l’opera lenta della evoluzione. Prima che la medesima sia compiuta, prima che l’ignoranza sia fugata, prima che la terra tutta dia tutto quanto può dare ce ne rimarremo inerti dinanzi alle spaventevoli conseguenze di una sproporzione tra i mezzi per la sussistenza e gli uomini? Non può ammettersi; e molto meno, poi, quando si esce dal presente e si spazia nel futuro. Per rimuovere o per attenuare sempre più la causa diretta della lotta; per mantenere ed elevare sempre più il tipo di benessere possibile (lo standard of life) non si deve mai perdere di vista la quistione della popolazione, ma si deve prenderla in esatta considerazione sotto i suoi vari aspetti. Questo dovere incombe maggiormente sui socialisti, poichè la sopra-popolazione non esistente nel momento attuale diverrà un pericolo imminente quando le riforme e gl’immegliamenti da loro desiderati saranno una realtà; e facilmente può immaginarsi come si accrescerebbe il numero degli uomini sulla terra quando si rimovessero i freni positivi e repressivi [83] di Malthus — miseria, vizio, guerre etc. — e fossero migliorate le condizioni igieniche generali. L’incremento delle popolazioni in tale caso procederebbe da due momenti diversi: l’aumento del benessere materiale si tramuterebbe in aumento nelle nascite e il miglioramento delle condizioni igieniche e il maggiore sviluppo dell’intelligenza darebbero la diminuzione nella mortalità.
Lasciato l’uomo nel dominio esclusivo dei suoi istinti e colla media fecondità sua la sopra-popolazione assoluta in un triste giorno sarebbe una realtà; e allora la lotta ferina per la esistenza s’imporrebbe perchè dove non ci sarebbe posto che per due, quel posto dovrebbe essere conteso spietatamente se fossero in quattro gli uomini che vi aspirerebbero.
Darwin calcolava già ai suoi tempi, che continuando a raddoppiarsi la popolazione degli Stati Uniti in ogni 25 anni — ed Euler riteneva possibile il raddoppiamento in 12 anni — a capo di altri 600 anni la popolazione poteva essere tanto numerosa da occupare tutto il globo terrestre in ragione di quattro uomini per metro quadrato. Questo calcolo si riferisce ad un periodo troppo lungo — 600 anni; — ma ce ne è uno più modesto: Kummer, l’antico direttore della statistica federale Svizzera, prendendo a base l’incremento della popolazione nel decennio 1870-1880, in Europa — escluse la Russia e la Turchia — ritiene che nell’anno 2000, vi sarebbero 658,021,265 abitanti. E il Pareto che di Malthus non si mostra entusiasta dopo aver rilevato che in Inghilterra, in Norvegia e in Germania dal 1861 al 1880 vi è un tasso di accrescimento annuo della popolazione che va da 12,3 a 13,3 per mille abitanti conclude che se continuasse ancora per 1200 anni la popolazione raggiungerebbe delle cifre favolose: vi sarebbe un abitante per metro quadrato![105].
Questa prospettiva non può a meno di spaventare; essa [84] basterebbe da sola per imporre lo studio del problema della popolazione anche agli ottimisti più fantastici, che credono in un possibile illimitato aumento delle sussistenze, perchè rimanendo queste sufficienti mancherebbe sempre lo spazio per muoversi; e il moto è la vita.
19. Contro Malthus e contro la sua teoria della popolazione le critiche e le obbiezioni sorgono da ogni parte — tra gli storici, tra gli economisti, tra i socialisti e più aspre che mai tra i moralisti ufficiali. I fatti, sopratutto, contro di lui si accamparono per dimostrare fallaci le sue dottrine e infondati i suoi timori; e a spiegare i fatti sorsero le ipotesi.
Contro la maltusiana teoria della popolazione si disse: 1.º non è vera perchè la progressione geometrica non si è verificata mai, perchè la legge di popolazione ha variato attraverso i tempi; 2.º è tanto poco temibile la sopra-popolazione che più volte i governanti hanno dovuto promulgare leggi per impedire lo spopolamento e per favorire l’incremento della popolazione; 3.º è la ricchezza che cresce con progressione geometrica e non gli uomini; 4.º la diminuzione di popolazione non produce il benessere della maggioranza degli uomini; 5.º invece l’incremento del benessere produce la diminuzione di popolazione; 6.º è immorale o disumana la preveggenza maltusiana; 7.º infine, non è necessario il sacrifizio e la immoralità della preveggenza perchè naturalmente per una legge biologica l’incremento del benessere fa diminuire la natalità.
Ciascuna di queste obbiezioni merita un esame diligente e spassionato.
I. Non può dirsi insussistente la legge della popolazione maltusiana solo perchè pel passato non si verificò e perchè il tasso di accrescimento variò da un periodo all’altro.
Questo fatto dimostra che talora l’azione dei freni positivi e repressivi fu preponderante: le guerre, le carestie, i delitti, [85] le tristissime condizioni igieniche, che mantennero elevatissima la mortalità, riuscirono a siffatto risultato. Questo dovrà essere necessariamente diverso quando verranno a mancare questi sinistri freni repressivi. La cessazione delle guerre e delle carestie, la diminuzione della mortalità in seguito al miglioramento delle condizioni igieniche — alimentazione, abitazione, salubrità delle fabbriche e di ogni specie di lavoro etc. — costituiscono la più alta meta, che si propongono di raggiungere i filantropi e coloro che pensano ed agiscono per un ulteriore incremento della civiltà.
Nè gli Stati Uniti, nè l’Inghilterra, nè la Germania, nè la Russia, nè alcuno degli Stati che vedono attualmente aumentare rapidamente la loro popolazione hanno le condizioni politiche, sociali, igieniche e morali che sono desiderabili e desiderate; quale non sarà il tasso dell’aumento il giorno in cui le avranno conseguite?
Si può poi mostrare della verve — e ne mostra spesso il Martello — quando si ricorda che la famiglia dei Montmorency, che risale per lo meno all’epoca di Ugo Capeto, se fosse vera la progressione maltusiana, in Francia avrebbe dovuto essere rappresentata nel 1600 da 16,777,216, tanti quanti non erano tutti gli abitanti della stessa Francia — e nel 1800 da oltre due miliardi di membri. «Questo calcolo, che ha l’aria di una facezia, soggiunge il Sismondi, evidentemente rappresenta, da una parte la moltiplicazione possibile di una sola famiglia, se non si tenga conto che delle facoltà virtuali della specie umana; dall’altra parte, l’ostacolo che la volontà dell’uomo oppone sempre a questa moltiplicazione, ostacolo del tutto indipendente dalla quantità di sussistenze, poichè esso arresta, prima degli altri ordini della società, quelli più elevati, quelli che sono più al sicuro contro la miseria»[106].
[86]
In questa spiegazione del fenomeno Montmorency c’è tutta la giustificazione della teoria Maltusiana. Perchè le facoltà virtuali di quella famiglia non si esplicarono? Per lo intervento della volontà dell’uomo. Malthus affermò forse che fatalmente le due progressioni dovevano sempre coesistere? Non indicò egli i mezzi di modificarle scongiurando i danni della loro coesistenza? Ma che altro raccomanda Malthus per impedire i mali, che verrebbero dall’esplicazione di quella facoltà? Il freno morale, che rappresenta la quintessenza dell’intervento della volontà umana. Il caso-Montmorency significherebbe soltanto questo: che mentre il freno positivo agiva sulle masse, quello preventivo esercitava la sua influenza nella élite della società — come si verifica tuttavia ai giorni nostri significherebbe ancora che i fatti hanno preceduto le teorie; — e così è sempre avvenuto.
Contro la teoria Maltusiana sembra avere qualche valore la constatazione della variabilità del tasso di accrescimento della popolazione secondo i vari periodi storici. Il Levasseur, la cui opera sulla Popolazione francese rimane come uno dei migliori trattati di demografia, induce la variabilità da questo dato semplicissimo: la popolazione dell’Europa si è più che raddoppiata in questo secolo; prendendo questo tasso di accrescimento nelle età passate si arriverebbe al risultato assurdo di supporre che l’Europa nell’anno 1300 avrebbe avuto appena sei milioni di abitanti. Perciò queste ricerche sul passato, egli conclude, non rappresentano che curiosità scientifiche e che solo sull’avvenire si porta l’attenzione dei calcolatori[107].
[87]
Il Nitti tutta la sua teoria fonda su questa variabilità del tasso di accrescimento; variabilità che mette in rapporto colla vita economica, domestica, morale, religiosa, estetica, intellettuale, giuridica e politica di una data società; coll’alternarsi delle grandi correnti di ottimismo e di pessimismo; e spiega anzi la formulazione della teoria Maltusiana precisamente colle tristi condizioni psicologiche — derivate da quelle politiche, economiche etc. — dell’Inghilterra in sul finire del secolo scorso e nei principii di questo secolo morente.
Nulla di più giusto della spiegazione di questa mutabilità della legge di popolazione con la parallela mutabilità delle condizioni psicologiche di una data società. Questo parallelismo, però, anzichè distrurre l’utilità dell’azione della volontà nel frenare l’esplicazione delle facoltà virtuali degli uomini in rapporto alla prolificazione, mostra per lo appunto che tale azione si è sempre esercitata. Ciò che prima fu un’operazione incosciente, pel futuro — formulata la teoria e conosciuta la legge di popolazione, che si avrebbe senza l’intervento di alcun freno — diverrà sempre più un’operazione cosciente.
Che debba sussistere e che sia utile questa azione moderatrice della volontà umana lo stesso Levasseur riconosce; perchè egli si ride delle paure del generale Brialmont sul rapido accrescimento dell’umanità pensando «che gli uomini continueranno, come l’hanno fatto sin qui, a proporzionare il loro numero ai loro mezzi di esistenza e che essi avranno l’arte di produrre molto più abbondantemente la ricchezza, come lo hanno fatto ai nostri tempi, o che essi modereranno la loro moltiplicazione» (Loco citato p. 16). Ora che altro rappresenta la teoria Maltusiana se non la voluta e cosciente proporzione tra gli uomini e i mezzi di esistenza? Nè occorre, dato questo riconoscimento, ricordare che sempre e dapertutto gli uomini abbiano saputo proporzionare.
Ciò che dicono taluni economisti per dimostrare che l’utopia [88] socialista dell’uguaglianza di distribuzione della ricchezza non è realizzabile perchè la quota individuale sarebbe troppo meschina cosa, basta a provare che la prudenza non sarebbe stata soverchia.
Questi calcoli sulla distribuzione della ricchezza hanno fatto il Leroy-Beaulieu, il Pareto e cento altri — specialmente gli epigoni volgari, che gli avversari credono potere abbattere con una dimostrazione così detta ad absurdum — e li ha ripetuto di recente il Flora su l’Italia che si presta benissimo per provare che gli uomini si sono moltiplicati più rapidamente dei mezzi di esistenza. In Italia, egli dice, «ripartendo la fortuna totale della nazione valutata in 54 miliardi, si avrebbe, calcolando quattro persone per famiglia, 7032 lire, delle quali più della metà, in terra, e che capitalizzate al tasso del 5%, darebbero per famiglia 350 lire annue, che ci lascerebbero semplicemente morire di fame»[108]. Non è evidente che in Italia attualmente gli uomini sono più numerosi dei mezzi di esistenza? Non è evidente, data la grande inuguaglianza nella distribuzione della ricchezza, da nessuno negata e giustificata anzi colla scarsezza della ricchezza stessa, che molti uomini — milioni di uomini! — debbono provare la fame? E la provano; e le sofferenze sono maggiori dove gli uomini si accrescono con barbarica incoscienza!
Questo intervento moderatore equilibrante tra l’uomo e i mezzi di esistenza, dev’essere messo meglio in evidenza nei periodi nei quali predomina la corrente ottimista. Ora il socialismo, che in fondo è essenzialmente ottimista, allargandosi rende ognora più necessario che si conoscano quali sono i pericoli di una sopra-popolazione; ed ha perfettamente ragione il Dumont affermando che il socialismo renderebbe gli uomini estremamente fecondi[109]. Il rapido aumento della popolazione [89] in Giava col regime della proprietà collettiva mostra che l’asserzione è ben fondata e che lo Tchernicewsky negando la possibilità di raddoppiamento della popolazione in 25 anni non aveva un concetto adequato della potenzialità procreatrice dell’uomo[110].
Questa verità è tanto evidente, che coloro che si dichiarano avversi a Malthus — Martello o Levasseur, Pareto o Nitti[111] Ribot, Walras o Merlino — finiscono col dichiarare pericolosa la libera e irrefrenata esplicazione delle facoltà virtuali generatrici dell’uomo, e raccomandano di frenare la progressione geometrica nell’accrescimento della popolazione, quando non possono rendere geometrica la progressione nell’accrescimento della ricchezza (Walras). Comunque, invocano, consigliano, desiderano l’equilibrio. Tutti in un certo senso imitano quelli [90] uomini, che predicano l’anti-maltusismo e lo deridono negli altri, mantenendosi rigidi maltusiani per conto proprio[112].
Il dovere di proclamare e di diffondere queste verità è tanto più impellente in quanto che i rimedi, che a certi pericoli si potrebbero apportare, non possono essere apportati per decreto o per autorità di governi: il carabiniere, come argutamente osservò Bovio, non può stare a custodia del letto nuziale!
20. Il Malthus e i malthusiani, che si spaventano della progressione geometrica vanno contro la storia. La storia insegna che la potenza degli Stati e delle nazioni va di pari passo coll’incremento della popolazione (Gumplowicz); che lo organismo sociale stesso sente uno speciale godimento quando avverte il fenomeno del proprio accrescimento (Novicow); che la civiltà non è possibile senza una relativa densità della popolazione. Tutto questo è tanto vero che i politici escogitarono sempre dei provvedimenti più o meno efficaci per richiamare [91] la popolazione entro i confini dei propri stati ed arrivarono sinanco ad imporre, per quanto indirettamente, la procreazione e la favorirono onde impedire lo spopolamento temuto o iniziato.
I politici, che astraggono dal benessere degli individui, degli elementi che compongono la nazione, possono preoccuparsi a preferenza dell’ingrandimento dello Stato. Non è meno vero, però, che la condizione di un cittadino della piccola repubblica ateniese non fosse preferibile a quella di un suddito dell’impero persiano e che anche oggi un figlio della microscopica repubblica elvetica abbia molto per essere invidiato da un membro dello sterminato impero degli Czars.
Mettere la civiltà e la prosperità di un popolo in rapporto allo sviluppo della sua popolazione è un espediente provato assurdo dalla stessa storia che invocasi contro la teoria della popolazione.
«La storia offre esempi parecchi di regresso accompagnato da popolazione fitta e di regresso accompagnato da popolazione rada; di progresso nella popolazione rada e di progresso nella popolazione fitta». Lo riconosce, contro il George, uno dei più fieri avversari di Malthus — Tullio Martello[113] — e non è d’uopo insistere su tale verità, che prova sempre più la massima relatività delle cose umane.
Questa relatività, di cui spesso si sconosce la somma importanza, fa sì che si debba ritenere che abbiano buoni motivi e la repubblica argentina e la repubblica brasiliana, con degl’immensi spazi liberi innanzi a loro, d’incoraggiare direttamente e indirettamente l’immigrazione degli stranieri; mentre viceversa gli Stati Uniti, sebbene abbiano una popolazione rada, mettono ostacoli non solo all’immigrazione chinese, ma anche [92] a quella degli italiani, dei polacchi, degli ebrei: ostacoli invocati non solamente per le cattive qualità morali degli ultimi, ma anche e principalmente per la temuta — e non a torto — concorrenza del lavoro.
Che i politici abbiano escogitate leggi per impedire lo spopolamento temuto e per incoraggiare l’aumento della natalità; che Roma abbia vista la inefficace legge Papia Poppea e che oggi la Francia discuta con tanto interesse il fenomeno della sua diminuita natalità, può dipendere da quella relatività di cui si parlò: può riconoscersi, che la preveggenza maltusiana è andata al di là del segno[114]; ma può anche significare che le preoccupazioni nazionaliste e chauvinistes — debolezze che ci auguriamo di vedere scomparire pel bene di tutti — si sovrappongono a qualunque altra considerazione. In Francia, infatti, il problema della popolazione in tutte le sue affannose discussioni presenta questo refrain: la Germania cresce più rapidamente e può mettere in campo un maggior numero di soldati della Francia! Il problema viene esaminato non in se stesso, ma dal solo punto di vista della probabile prossima guerra contro l’odiata rivale. È tanto improprio e antiscientifico questo punto di vista che mentre in Francia si deplora la scarsa natalità e si grida Finis Gallie! in Germania uno dei più eminenti statistici suoi si rammarica fortemente delle lodi tributate per la soverchia fecondità alla razza germanica, che cresce più rapidamente della ricchezza — e ciò desume da vari indizi — e consiglia i propri concittadini ad imitare la preveggenza francese[115]. D’altra parte non si deve dimenticare [93] che anche presso i popoli primitivi si trovano traccie di gravi preoccupazioni per l’incremento della popolazione sproporzionato a quello delle sussistenze e di primi tentativi di freni preventivi sociali individuali — limiti e difficoltà ai matrimoni, aborto, infanticidio etc. — (La Loggia, Pareto)[116].
Una equilibrazione veramente cosciente e intelligente non condurrebbe mai a uno spopolamento pericoloso.
21. III. La teoria maltusiana è falsa, si rincalza perchè sono inverse le due progressioni: non gli uomini, ma le ricchezze e le sussistenze si sviluppano in progressione geometrica.
«Non è l’aumento di nutrimento che ha prodotto l’aumento nel numero degli uomini; ma l’aumento nel numero degli uomini ha condotto all’aumento di sostanze alimentari. Vi sono più alimenti semplicemente perchè vi sono più uomini. Ecco dove consiste la differenza tra l’uomo e l’animale. L’avvoltoio e l’uomo mangiano i polli; ma più vi sono avvoltoi meno polli vi sono, mentre che più uomini vi [94] sono, più polli si allevano. Il vitello marino e l’uomo mangiano il salmone; ma quando il vitello marino prende un salmone, si ha un salmone di meno e quando il numero dei vitelli marini sorpassa un certo punto, il numero dei salmoni deve diminuire; mentre che mettendo le uova del salmone in condizioni favorevoli, l’uomo può accrescere il numero dei salmoni in guisa da compensare, e al di là, le prese che può fare; in modo che di qualunque quantità si accresce il numero degli uomini, i loro bisogni non sorpasseranno mai quello dei salmoni per soddisfarli.» (George)[117]
Questa affermazione generica illustra col caso pratico il Pareto che ricorda essersi sviluppata la ricchezza in Inghilterra in una misura più rapida della popolazione dal 1801 al 1891; e scorge nel fatto una smentita alla teoria maltusiana.[118]
Lo sconfinato ottimismo di George non ha bisogno di critica: egli non conosce limite e crede che indefinitamente aumentando il numero degli uomini possano questi fare aumentare del pari, anzi con maggiore rapidità, gli alimenti; — anche quando le facoltà virtuali dell’uomo esplicantesi senza freni preventivi o repressivi riescano a lasciare ad ogni uomo appena lo spazio di uno o di pochi metri?
Il caso riportato dal Pareto non ha quel valore deciso che egli gli assegna. Anzitutto non è generale: si sa che il Rümelin deplorava che in Germania la ricchezza si sviluppasse meno rapidamente della popolazione; e lamenti uguali altri sollevò per l’Italia; non sarà il Pareto che li smentirà.
Il caso dell’Inghilterra, che per confessione dello stesso professore di Lausanne, non è ugualmente dimostrativo per tutto il periodo 1801-1891 — perchè la ricchezza pare che sia [95] aumentata più rapidamente della popolazione soltanto sino al 1874 — che può essere anche quello degli Stati Uniti, della Svizzera, della Francia, indica che vi sono delle particolari condizioni che lo generano. Il Pareto non vorrà sostenere, che collo sviluppo della concorrenza tedesca o asiatica o coll’esaurimento delle miniere di carbon fossile e di ferro, che finora assicurarono una specie di primato industriale, se non di monopolio, all’Inghilterra rimanendo qual’è stato dal 1801 al 1891 il tasso di aumento della popolazione, nello avvenire possa continuare altrettanto rapido lo sviluppo della ricchezza.
Tutto il ragionamento cade poi quando si pone mente che il raddoppiamento della popolazione in Inghilterra non è avvenuto in 25 anni, quanti ne sarebbero necessari se le facoltà virtuali dell’uomo si esplicassero liberamente secondo l’ipotesi malthusiana, ma sibbene in 54 anni. La differenza non è poca: si tratta di più che di un raddoppiamento. È evidente che la ricchezza si sarebbe sviluppata meno rapidamente della popolazione se questa nel suo incremento non avesse trovato ostacoli, che per la verità della teoria poco importa se siano stati preventivi o repressivi.
22. IV. L’obbiezione più grave alla teoria maltusiana la movono i socialisti. In Francia, essi dicono, dove la popolazione cresce lentamente nel maggior numero dei dipartimenti e decresce in alcuni altri, e dove quindi si ha maggior cura della legge di popolazione e si attuano estesamente i consigli del malthusianismo, non si sono conseguiti gl’immegliamenti e i vantaggi preconizzati.
Ma più solenne è la smentita che somministra alla teoria l’Irlanda; ivi l’emigrazione normalmente supera l’eccedenza dei nati sui morti; ivi il grande esodo è riuscito a produrre tale rarefazione della popolazione, di cui da tempo non si ha esempio nella storia; ciò nonostante la condizione dei miseri [96] irlandesi non migliorò. In generale, poi, dovunque l’emigrazione, anche fortissima, non riesce a rialzare durevolmente e sensibilmente i salari di coloro che restano. Dunque è evidente ch’è falsa la teoria maltusiana, perchè anche quando c’è posto al banchetto della vita, molti ne rimangono esclusi.
Indubbiamente l’obbiezione che viene dai socialisti è la più grave; ma essa va a colpire non la teoria in se stessa ma il Malthus stesso che l’adoperò a scopo politico e coloro che in essa vollero vedere il rimedio esclusivo per la soluzione del problema sociale. Gli esempi addotti, del resto non hanno tutti lo stesso valore e giova la discriminazione. Non è molto concludente quello della Francia; dove in generale il tipo della vita è più elevato che altrove in Europa, e se ne hanno indizi convincenti nel minimo contingente che dà all’emigrazione, e nell’innalzamento della vita media dell’uomo in verun altro sito così ben constatato quanto in Francia.
Da un altro canto si consideri che gli effetti della locale diminuzione nello sviluppo della popolazione vengono neutralizzati dalla immigrazione tedesca, belga, italiana, spagnuola etc. Ciò dimostra soltanto l’intima solidarietà, che esiste tra le condizioni di vita di tutti i popoli; e che le conseguenze di certi principii non possono rivelarsi, se non quando gli stessi principii agiscono dappertutto.
Meno concludente è ancora quello dell’emigrazione, che non riesce a rialzare i salari di coloro che rimangono in patria. Si dimentica che ogni sottrazione che fa l’emigrazione viene largamente compensata da una più forte natalità e che i partenti vengono rapidamente sostituiti[119].
[97]
L’argomento veramente trionfale è quello che somministra l’Irlanda: nell’isola verde, anzichè aumento annuo della popolazione, come in tutto il resto del mondo civile, c’è stata da cinquant’anni in qua una forte diminuzione che da otto milioni circa l’ha ridotta a meno di cinque milioni![120] Se la teoria maltusiana poteva spiegare efficienza miglioratrice delle condizioni economiche dei lavoratori indubbiamente doveva spiegarla in Irlanda. E non la spiegò.
Non poteva spiegarla perchè le condizioni politiche e sociali non lo consentivano e neutralizzavano qualunque possibile buon effetto della diradazione degli abitanti.
L’errore dei maltusiani che dal solo freno morale attendono il rimedio ai mali sociali ha determinato la corrente di avversione contro la teoria delle masse lavoratrici e di quanti s’interessano alla loro sorte ed ha sollevato contro di essa la obbiezione più formidabile. Ma questa colpisce non la teoria in sè, ma l’applicazione che n’è stata fatta. Hanno torto i socialisti, che affermano illimitata la produttività della terra e che pensano potersi lasciare libero campo alla potenza virtuale di accrescimento alla popolazione; ma non l’hanno minore i maltusiani, che credono sufficiente il contenere entro certi limiti la popolazione per vedere migliorare necessariamente e spontaneamente la condizione economica dei lavoratori. Questo avverrebbe sicuramente se ci fosse la terra libera [98] nel senso in cui la intende il Loria nella sua Analisi della proprietà capitalista: se il prodotto andasse al produttore; se la giustizia regnasse nella distribuzione delle ricchezze. Ma disgraziatamente così non è: la terra è stata accaparrata da pochi proprietari; le macchine appartengono ai capitalisti; ai pochi nella distribuzione dei prodotti si fa la parte del leone. Perciò con evidente regresso alla coltivazione dei cereali si sostituisce la pastorizia e i montoni mangiano gli uomini; ai lavoratori si sostituiscono le macchine e quella diminuzione delle giornate di lavoro che sarebbe un progresso, che le grandi scoperte della meccanica renderebbero possibile con grande giovamento dell’umanità, riesce al terribile flagello dell’incremento della disoccupazione perchè l’uomo di ferro sostituisce sempre più l’uomo di carne, perchè una macchina guidata da un fanciullo o da una donna fa il lavoro di mille uomini.
Perciò il freno morale e la maltusiana prevenzione se può giovare ad una famiglia non serve da sola alla collettività. Il mantenimento della popolazione entro i giusti limiti deve essere accompagnato dalle riforme sociali. Di che si convinsero gli uomini di stato inglesi — Gladstone alla testa — di parte liberale e radicale che cominciarono a provvedere ai mali d’Irlanda colle leggi, che modificano l’impero esiziale del landlordismo e dell’assenteismo; ed a questo intervento dello Stato si convertirono alcuni ostinati radicali, come John Morley, che avrebbero voluto mantenersi ognora fedeli alla scuola manchesteriana.
L’obbiezione socialista, adunque, prova soltanto che la teoria maltusiana è fallita come espediente politico per giustificare i privilegi economici e il mantenimento del regime vigente.
23. V. La critica socialista che deride le preoccupazioni maltusiane [99] trova conforto nella critica dei filosofi e degli economisti che constatano l’inversione della formula maltusiana: in talune classi, questi dicono le due progressioni si verificano in senso inverso: dove maggiori sono il benessere e la coltura ivi minore è natalità. Meglio ancora: sarà la miseria che genera le due progressioni maltusiane e non le due progressioni, che generano la miseria (Bovio).
Questa inversione è vera. Fu, in Italia, constatata molti anni or sono da Zorli e da Bovio[121]; vi hanno insistito molti scrittori successivamente, riportando fatti contemporanei e intravvedendone altri in epoche più remote.
Achille Loria ha voluto nelle condizioni dei lavoratori del medio evo — e specialmente dell’Inghilterra — rinvenire una smentita alle teorie maltusiane: allora erano i lavoratori che s’imponevano ai signori del capitale e trattavano con essi come da potenza a potenza e senza che vi fosse traccia di sopra-popolazione. Nell’Inghilterra contemporanea, soggiunge Pareto, i fatti si sono incaricati di dare torto a Malthus; «poichè questi voleva che s’impegnasse il popolo a sopportare con pazienza i mali inevitabili e non vedeva altri mezzi per migliorare la condizione che restringere l’accrescimento della popolazione. Ora è avvenuto al contrario che precisamente un aumento di questo accrescimento si è verificato parallelamente con un aumento di benessere straordinario del popolo inglese. I mali di cui parla Malthus erano così poco inevitabili che essi sono stati evitati appena il popolo inglese è stato abbastanza forte per costringere le sue classi dirigenti a non [100] sfruttarlo come pel passato nei modi più svariati.» Dello stesso avviso e adducendo gli stessi argomenti è il Nitti.[122]
Si constata ancora in un modo più generale che i popoli e le classi diverse della società vedono diminuire la nuzialità in ragione inversa della ricchezza e della coltura: i poveri e ignoranti prolificano molto; i ricchi e colti invece hanno pochi figli e diminuisce il loro numero man mano che cresce il benessere economico e intellettuale.
È innegabile che dapertutto sono in aumento la ricchezza e l’istruzione; ora il primo e immediato effetto che questo incremento ha prodotto è quello della generale diminuzione dei matrimoni. Tra ventisette stati solamente in due — nella Serbia e nella Finlandia — si è verificato un aumento nel numero dei matrimoni; ma l’aumento è stato tenuissimo — in Serbia da 11,29 per 1000 abitanti nel periodo 1865-69 a 11,48 nel 1876-78; in Finlandia da 7,01 nel 1865-69 a 7,12 nel 1887-91. Invece le diminuzioni sono state forti dappertutto: fortissime in Baviera — da 9,25 nel 1865-69 a 6,96 nel 1887-91 —, in Ungheria — da 10,28 a 8,64 —, e nella Spagna — da 7,57 a 5,63 — [123].
Questa generale diminuzione della nuzialità fa già intravvedere la generale diminuzione delle nascite. La quale è avvenuta più rapidamente in Francia; ma è stata pure constatata nella maggior parte degli Stati civili. Sopra 30 Stati di cui dà le cifre il Mayr, solamente in otto tra i periodi 1865-69 e 1887-91 si osservò un aumento leggero — Italia, Sassonia, Austria, Ungheria, Danimarca, Finlandia, Rumania e Massachussets; in diciannove vi fu diminuzione e in alcuni fortissima; nel Wurtemberg si discese da 43,1 nati per 1000 abitanti a 33,9; in Inghilterra e Galles da 35,3 a 31,3; in Iscozia 35,1 [101] a 31,1 etc.[124] Ha dunque ragione il Levasseur rispondendo a Bertillon, che a torto attribuisce questa diminuzione delle nascite alla sola Francia.
Ciò ch’è più significante è il fatto ben dimostrato dal rapporto quasi costante tra l’aumento dell’istruzione e la diminuzione della natalità. Il Del Vecchio l’ha dimostrato alla evidenza in due pregevoli Studi consacrati alla natalità e all’istruzione comparate tra le singole regioni d’Italia e alla comparazione tra vari stati di Europa.[125]
Napoli e Milano in Italia rappresentano i due tipi demografici e sociali antagonistici: a Napoli elevata natalità, elevata mortalità, elevata delinquenza ed elevato analfabetismo; a Milano il rovescio della medaglia. La più elevata natalità in Europa si riscontra in Russia (48,5 nel 1876-80) e in Serbia (44,4 nel 1887-91). Per oltrepassare queste alte cifre bisogna arrivare nell’India infelice — Bengala 51,8; Madras 50,3; Bombay 49,3.[126]
La dimostrazione è del pari evidente in quanto all’influenza del benessere. Ciò che si sa in generale dello sviluppo economico dei popoli che hanno visto diminuire la propria natalità basterebbe per lo assunto; ma se ne ha una controprova nello studio della natalità per classi sociali: i ricchi hanno la più scarsa figliuolanza e i poveri dapertutto giustificano [102] la denominazione antica di proletari colle famiglie numerose e precocemente costituite. Statisticamente la dimostrazione si fa comparando la natalità tra quartieri ricchi e quartieri poveri. A Parigi nel ricchissimo quartiere dell’Eliseo nel periodo 1892-93 fu di 1,26%; in quello poverissimo delle Buttes-Chaumont fu di 3,22. A Napoli, sotto un clima e con condizioni politico-sociali assai diverse, si ripete il contrasto, sebbene in minori proporzioni, perchè del resto assai minori sono le differenze sociali: così nell’agiato quartiere San Ferdinando nel periodo 1881-92 la natalità fu di 2,59%; in quello povero di San Lorenzo di 4,27%. Così è dapertutto; e così è perchè i poveri demograficamente rappresentano la primitiva condizione demologica: sono i ritardatarii in tutto. (La Loggia)[127].
Tutto questo insieme di fatti — diminuzione di natalità, accompagnata quasi dapertutto da diminuzione di mortalità e in certi punti anche della criminalità, parallelamente all’aumento del benessere e della cultura — indusse il Leroy-Beaulieu a ritenere che la diminuzione della natalità si doveva prendere come un indizio dell’incremento della civiltà.[128]
[103]
Perciò gli antimaltusiani trionfalmente concludono: gli uomini non si lasciano dominare dalle progressioni maltusiane; ma invece sono essi che le dominano! E il Loria crede, infine, di assestare il colpo di grazia alla teoria combattuta soggiungendo: «il ritegno morale è la cautela che il criterio razionale dell’uomo oppone ai pericoli dell’eccesso di popolazione sopra le sussistenze; dunque esso deve trovarsi in quelle classi, alle quali l’aumento eccessivo della popolazione riesce in particolar modo nocevole; dunque dee trovarsi nelle classi povere non però nelle agiate, le quali dall’eccesso di popolazione non hanno danno, ma all’opposto, sopratutto se trattisi di proprietari del suolo, particolari vantaggi. Ma avviene precisamente il contrario.» Dunque la teoria maltusiana è falsa.[129]
Confesso candidamente che da uno scienziato del valore di Achille Loria non mi sarei attesa quest’ultima argomentazione che viene perfettamente smentita da ciò che egli dice in diversi punti dell’ultimo suo lavoro e in altri precedenti. Gli operai che avrebbero maggiore interesse a frenare l’aumento della popolazione sono i più prolifici! Sicuro; così e non diversamente dev’essere per la ragione che egli stesso ha esposto coll’usata lucidità. «La condizione economica degli operai, egli dice, è inconciliabile CON OGNI CONCETTO DI PREVIDENZA E DI RITEGNO MORALE.»[130]
La ragione sarebbe stata più completamente esposta se alla [104] condizione economica avesse aggiunto: la condizione intellettuale. L’aggiunzione non è capricciosa perchè lo stesso Loria in quelli operai del medio evo che non subivano le conseguenze delle progressioni maltusiane trova «artigiani la cui coltura intellettiva è così superiore a quella dei loro colleghi d’oggidì, che essi ricordano e ripetono — sia pure sformandoli i versi del divino poeta.»[131] Egli stesso e il Nitti avvertono ancora che il regime delle corporazioni fu un freno poderoso all’aumento della popolazione che sottrasse i lavoratori del medio evo alle conseguenze delle progressioni maltusiane.
Ma tutto questo che cosa importa, che cosa significa? Che gli operai di altri tempi — fossero pur quelli del medio evo — si trovarono in condizioni economiche o intellettuali da comprendere ed apprezzare il valore e l’utilità della previdenza e da esercitare il ritegno morale; e che ci sia stato regresso nelle loro condizioni — regresso per l’Inghilterra illustrato da recente dal Russel Garnier, dopo di esserlo stato dal Thorold Rogers[132]. Furono maltusiani prima di Malthus quando erano colti ed agiati[133]; cessarono di esserlo quando divennero poveri e ignoranti e discesero a livello dei popoli a grado inferiore di civiltà tanto per la prolificità quanto per tutte le altre condizioni economiche, politiche, intellettuali e morali.
Potrà, quindi, avere ragione Bovio[134] che afferma che «se [105] tra i popoli civili e non tra i selvaggi vale il freno preventivo, se questo è custodito e vigilato dal benessere; ne seguita che la civiltà e il benessere livellano la popolazione, generando il sentimento e la necessità della conservazione agiata, non il freno preventivo genera il benessere. Che gioverebbe, infatti, qualunque freno preventivo, se la terra e il capitale dovessero sempre rimanere in mano ai pochi? Bisognerebbe allora estendere questo freno sino a che, spariti tutti gli altri, rimanessero quei pochi beati a trasmutare la terra in una corte di amore. Se non che la beatitudine di quei pochi sarebbe turbata dalla necessità di provvedere con le loro mani ai loro bisogni, e per questo lato la corte di amore sarebbe meno allegra dell’olimpo Epicureo..... Il freno preventivo, infine, non può essere imposto che dall’istruzione e dall’agiatezza». Così è; così essendo rimane dimostrato che la teoria malthusiana non è erronea, perchè non può dirsi erronea essa quando tutti i fatti raccolti e tutte le argomentazioni e i commenti degli avversari suoi riescono a dimostrare che se non si verificano le disastrose sue progressioni ciò si deve precisamente allo intervento di quella prevenzione maltusiana praticata prima di essere formulata e che per essere praticata ha bisogno di un certo grado di coltura e di benessere che la facciano apprezzare al giusto[135].
Confermasi con ciò ancora di più la necessità delle trasformazioni, delle riforme civili ed economiche perchè si possa [106] divenire coscientemente maltusiani; perchè la fecondità dei poveri, come vuole Wirchow, deriva da leggi sociali e non fisiologiche; deriva dalla mancanza assoluta di tendenze preventive contro l’aumento della popolazione.
24. VI. La dottrina che invoca l’intervento della ragione per la proporzione tra la sussistenza e la popolazione liberatasi dalle obbiezioni degli economisti e dei socialisti s’imbatte nelle scomuniche che le vengono scagliate in nome della morale.
Si lascino da parte i moralisti volgari, che sono spesso degli ipocriti della peggiore specie; nè si accordi maggiore attenzione alla critica che parte dalla preoccupazione religiosa sorgente dal biblico precetto crescete e moltiplicatevi. Non si può, però, passar sopra alla condanna che viene ad ogni spirito di preveggenza nelle relazioni sessuali da scrittori che non sono cristianelli annacquati.
Basta ricordarne due: Guyau condanna come immorale la teoria maltusiana e Nitti rincalza osservando, che quando si ricerca il piacere per se stesso senza la responsabilità e le conseguenze della generazione, il matrimonio non ha più alcuno scopo e non è più altra cosa che una prostituzione monogamica[136].
L’accusa d’immoralità che si scaglia contro le teorie maltusiane non ha alcuna base positiva e non tiene alcun conto della relatività della morale e delle fasi successive della sua evoluzione. Non è detto che ogni concetto di responsabilità debba essere sbandito dal matrimonio monogamico, che si preoccupa di riuscire ad una poco numerosa figliolanza. Si sente invece davvero la responsabilità quando si agisce in guisa da non lanciare nel mondo esseri senza mezzi di sussistenza destinati, se la morte non li elimina precocemente, a fornire [107] inquilini alla galera e sacerdotesse ai postriboli. E per dimostrare la fallacia dell’accusa basta avvertire che il contingente massimo al delitto e alla prostituzione viene fornito per lo appunto da quelle classi inferiori che meno sentono la responsabilità delle proprie azioni e più generosamente prolificano. Ond’è che le basse classi sociali dell’Ellade le quali, secondo Plutarco, non volevano aver figli per paura che una educazione imperfetta ne facesse degli schiavi, manifestavano sentimenti più nobili e meno egoisti di quelli di coloro che procreano senza curarsi della sorte dei loro figli[137].
Chi, come il Nitti, considera il matrimonio monogamico con limitata discendenza come una unione senza scopo dimentica che una unione senza preveggenza è più condannabile perchè inconsciamente pare se ne prefigga uno cattivo: quello di procreare degli infelici, delle vittime di una organizzazione sociale viziosa. L’egoismo attribuito a coniugi preveggenti, che indubbiamente impongono limiti al piacere sessuale, è una supposizione non suffragata da fatti; socialmente può concludersi ch’è un egoismo che non dà luogo a manifestazioni deplorevoli. Ben diverso è l’egoismo degli impreveggenti, che si abbandonano alla cieca ai godimenti dei sensi senza preoccuparsi delle conseguenze; ed è egoismo malefico proclamato tale non da una indagine psicologica a base di supposizione, ma dai fatti, dai dati statistici sulla miseria, sul delitto e sulla prostituzione. È strano poi che si designi come immorale ed egoistica la dottrina del freno morale che riesce naturalmente uno sforzo, un sacrifizio — e dei più dolorosi.
Del resto si potrebbe gridare all’immoralità! come fanno pure la maggior parte dei socialisti sentimentali, quando ad evitare i mali maggiori della sopra-popolazione si avessero mezzi migliori di quelli suggeriti da coloro che se ne sono [108] preoccupati. Dappoichè se non è vero il principio gesuitico che il fine giustifica i mezzi, dice il Kautsky, lo è però l’altro modificato come segue: il fine giustifica il mezzo migliore tra i possibili. E Macchiavelli, interpretato e illustrato da G. Bovio nei nostri tempi, su ciò non dissentirebbe, consentaneamente alla relatività della morale, quale la insegna la storia comparata delle diverse epoche e dei diversi popoli. Così ad esempio: oggi è immorale la vendetta; ma tale non potevasi giudicare, quando era il solo mezzo per garentire la sicurezza personale. Parimenti non è immorale arrestare ora lo incremento della popolazione sino a tanto che lo sviluppo dei mezzi di sussistenza non è altrettanto illimitato, quanto lo è il primo abbandonato alla spontanea sua evoluzione.
La preveggenza nei rapporti sessuali corrisponde appieno a quella evoluzione progressiva che sostituisce la coscienza e la ragione — e che si traduce in intensificazione delle facoltà inibitorie — allo istinto brutale. Questa sostituzione graduale, ma continua, allontana e distingue sempre più l’uomo dall’animale.
Ogni progresso nella via della civiltà si può considerarlo un freno posto alla soddisfazione delle passioni individuali, fatto a prezzo di qualche limite opposto agli istinti puramente animali dell’uomo: limiti, che per fortuna costano sempre minori sacrifizi e minori sforzi alle successive generazioni, i cui istinti vengono lentamente modificati.
25 e 26. VII. Il problema della popolazione e della sussistenza ha trovato una nuova soluzione ottimista secondo la quale col progredire della civiltà, coll’aumento del benessere materiale scomparisce il pericolo di una sproporzione tra gli uomini e le sussistenze senza che vi sia il menomo bisogno di ricorrere a mezzi immorali o al sacrifizio dei piaceri sessuali.
Alcuni scrittori hanno osservato che il limite dell’accrescimento [109] della popolazione non vi è bisogno di ottenerlo col freno morale o coi freni positivi, ma che esso si determina spontaneamente, per la stessa forza delle cose e come semplice effetto dei miglioramenti materiali e intellettuali. Inutile il dire che queste ipotesi riescono graditissime, perchè allontanando ogni preoccupazione sulle conseguenze di una possibile sopra-popolazione, lasciano integra e incondizionata la soddisfazione del più prepotente tra gl’istinti: quello sessuale.
Sadler, Smith, Trall, Carey, Proudhon, Delaunay, Reich, Fouillée, Richet, Iacoby, Decandolle, Doubleday etc. ammettono che il benessere diminuisce la fertilità umana, e che la miseria e la scarsezza di nutrimento la stimolano e l’accrescono. Di fatti, essi dicono, le famiglie nobili si vanno facendo sempre più rare per la sterilità dei matrimoni. Doubleday aggiunge che nel secolo XV e XVI in Inghilterra la popolazione diminuì perchè i cibi furono abbondanti. Anche Fourier e Marx, pare che ammettano simile opinione, divisa anche da Bebel.[138] Nella vecchia Baviera si assicura che tra i contadini agiati che costituiscono la razza più sana, più robusta e più bella di tutta la Germania i matrimoni rimangono sterili e le famiglie finiscono coll’adottare i figli dei poveri.
La sterilità da taluno si attribuisce all’alimentazione copiosa e grassa. Si sa inoltre che le piante poste in un terreno generosamente concimato, si sviluppano molto, ma non danno sempre frutto o seme; allo stesso modo i floricultori rendono sterili le piante da loro predilette facendo sviluppare un maggior numero di petali dei fiori. Tra gli animali, poi, si sa che la fecondità è in ragione inversa della durata della vita: la fecondità massima degli infusori, dei [110] protozoari, che si riproducono a miliardi va di pari passo colla brevità della loro vita, ch’è davvero effimera; invece l’elefante e l’uomo colla vita più lunga che si conosca nella scala zoologica presentano la più limitata figliolanza. Il progresso biologico, se ne conclude, diminuisce spontaneamente la natalità. Si aggiunge un altro dato, che sarebbe caratteristico dell’uomo. L’amore esercita una influenza considerevole sulle impressioni sessuali della donna durante l’accoppiamento. Se essa ama l’uomo, cui si unisce, il piacere arriva al parossismo; se essa non ama non ne prova alcuno. Ora alcuni igienisti affermano — e l’affermazione con leggerezza giudica esatta il Levy nel suo Traité d’Hygiène — che c’è un rapporto inverso tra il piacere che prova la donna durante la copula e la facilità colla quale essa viene fecondata: più è grande il piacere e meno essa è prolifica. I socialisti, con ottimismo affrettato, ne concludono che se l’amore aumenta il piacere dei sensi e che questo diminuisce le probabilità della fecondazione, basterà far presiedere l’amore all’unione dei sessi per ottenere la diminuzione della fecondità[139]. Ciò che pensava A. Smith sull’azione deprimente della forza degenerativa che esercitavano gli altri godimenti, in fondo verrebbe a confermare la teoria biologica della popolazione, come si è chiamato questo gruppo di fatti e d’ipotesi, che sono stati poscia meglio sistemati da Carey e da Spencer.
Carey a spiegare i fatti stabilisce le leggi seguenti: 1.º Il sistema nervoso varia in ragione diretta della forza di mantenere la vita. 2.º Il grado di fecondità varia in ragione inversa dello sviluppo del sistema nervoso: il volume del cervello sta in ragione inversa col grado di fecondità. 3.º La forza per mantenere la vita e quella di procreazione sono l’una all’altra opposta, e questa opposizione agisce per istabilire [111] l’equilibrio sociale tra i mezzi di sussistenza e la popolazione. Queste leggi hanno certezza relativa; patiscono eccezioni. Trall e Reich, tra i più recenti scrittori che se ne sono occupati, su per giù si accordano con Carey; ed analogamente si esprime Spencer.
Lo Spencer non enunzia soltanto l’ipotesi, ma ne dà anche la ragione biologica. Egli sostiene che dappertutto e sempre l’evoluzione è in antagonismo colla dissoluzione procreatrice. Sia per cagione dello sviluppo più considerevole degli organi, che concorrono alla conservazione dell’individuo, sia in ragione della loro maggiore complessità di struttura, o perchè, infine, la loro attività è cresciuta, e la quantità di materiali che essi esigono ed assorbono diminuisce la riserva dei materiali destinati a perpetuare la razza. E vi hanno dei motivi per credere che questo antagonismo fra l’individuazione e la procreazione si accentua di una maniera tutta particolare in ciò che concerne il sistema nervoso, a cagion delle spese, che esigono la formazione e la funzione dei suoi organi. Esiste un’apparente connessione fra uno sviluppo cerebrale elevato e un ritardo prolungato di maturità sessuale; e i fatti mostrano che quando vi ha una fecondità eccezionale lo spirito è inerte, e che se invece durante l’educazione vi è stata una spesa eccessiva di attività mentale, ne risulta spesso una sterilità parziale e completa. Per conseguenza il genere particolare di evoluzione che deve nell’avvenire modificare la costituzione dell’uomo dovrà, più che ogni altra cosa, condurre ad una diminuzione nel suo potere di riproduzione[140]. Queste conclusioni vengono pure accettate da Ribot e da Bagehot[141].
La biologia per la nota legge della divisione del lavoro, [112] che presiede alle funzioni degli organismi, le viene in appoggio. Il lavorio intellettuale e quello procreativo vengono seguiti da un grande esaurimento nervoso: le due funzioni quindi dovrebbero trovarsi l’una in ragione inversa dell’altra. Accettando questa ipotesi biologica il La Loggia ammette tre fasi reali attraverso alle quali è passata la teoria della popolazione. La 1ª fase prevale tra i selvaggi, è caratterizzata dal disquilibrio tra gli uomini e le sussistenze e vi prevale il freno repressivo: corrisponde alla vera teoria malthusiana. La 2ª è propria dei popoli civili e si accompagna all’organizzazione economica attuale: corrisponde alla teoria dei freni genetici dello Zorli e coll’organizzazione socialistica condurrà all’equilibrazione cosciente tra gli uomini e le sussistenze. La 3ª viene rappresentata dalla teoria biologica di cui ci siamo sinora occupati e che deve ultima sopraggiungere perchè solo un regime, in cui il benessere materiale e il lavorio psichico intenso e che durano da lungo tempo può dare le conseguenze biologiche designate.
Questa ingegnosa partizione del giovane scrittore agrigentino non nega la dottrina maltusiana; e meno ancora con quest’ultima si troverebbe in contrasto se si ricordasse che Malthus per equilibrare uomini e sussistenze non affidavasi ai soli mezzi repressivi, ma consigliava i preventivi, che vengono indicati come caratteristici della 2ª fase. La 3ª, che sarebbe diversa in tutto dalla teoria del pastore inglese sarebbe ancora di là da venire: non l’avremmo che in un regime socialistico a periodo innoltrato. Ma però queste ipotesi per quanto confortanti non presentano ancora alcuna importanza scientifica ed i fatti che le contraddicono — molti dei quali vengono riportati dal Kautsky — sono altrettanto numerosi, per lo meno, quanto quelli che le confermano; sicchè numerosi e illustri fisiologi nel cibo abbondante trovarono una condizione favorevole alla fecondità. Darwin, la cui autorità non [113] c’è bisogno di ricordare, sta con loro; e con loro stanno numerosi dati statistici sulle nascite in rapporto agli anni di carestia e di abbondanza, raccolti e illustrati da Quetelet in poi.
Ciò che dice Spencer sulla fame continua degli Australiani e degli Ottentotti, che determina la loro scarsa potenzialità riproduttiva contraddice alla sua ipotesi biologica. Tra popoli civili, la diminuita natalità della Puglia dal 1887 al 1891 che riproduce lo stesso fenomeno verificatosi per la uguale causa — la crisi economica — nei Paesi Bassi dal 1815 al 1819 la contraddirrebbero del pari. La sapienza popolare chinese che ha formulato questo motto: quando i denti lavorano, la popolazione aumenta, le starebbe pure contro[142]. Il Sergi poi, a proposito della diminuita natalità della Francia ammette che il fenomeno derivi da causa biologica, ma lo ritiene un indizio di degenerazione, che, continuando, farà scomparire il popolo francese come scomparvero i Tasmaniani[143]. Così in quel fenomeno in cui i sostenitori della legge biologica scoprono un indice di progresso, l’antropologo di Roma scorgerebbe un triste segno di decadenza. Se la interpretazione fosse esatta ci sarebbe davvero da spaventarsene perchè essendo indubbiamente assodato (vedi paragr. 23) che la natalità diminuisce universalmente nelle classi superiori e costantemente e parallelamente coll’incremento del benessere e della cultura, se ne dovrebbe concludere che il risultato maggiormente agognato dall’umanità — progresso economico, intellettuale e morale — una volta raggiunto condannerebbe la medesima fatalmente alla scomparsa. Il sogno di Schopenhauer [114] si realizzerebbe senza ricorrere all’intervento della volontà!
Una parola sui rapporti tra piacere sessuale e fecondità.
Per quanto autorevole il parere di alcuni igienisti l’inversione tra piacere sessuale e fecondità trova poco credito e le coppie, che, a giudicarne dalle apparenze, devono la loro origine all’amore più puro e più disinteressato e che pur sono oltremodo feconde, sono abbastanza numerose. Del resto si comprende che l’indagine è d’indole così delicata, che alla ipotesi mancherà sempre la base sperimentale, perchè saranno ben pochi, se pur ve ne saranno, gl’individui che faranno palese il grado di piacere provato dalla loro donna nel momento dell’accoppiamento.
Tutta quanta l’ipotesi biologica sinora manca di base statistica e veramente induttiva (Schäffle, Messedaglia); e mentre l’influenza della buona alimentazione e dei godimenti intellettuali sulla fecondità viene complicata e mascherata da tanti altri fattori, rimane fuori di ogni dubbio l’azione dell’impreviggenza connessa intimamente all’ignoranza crassa e alla miseria, che spiega la fecondità delle classi inferiori: impreviggenza che si traduce nei matrimoni precoci e nella frequenza bestiale del coito anche nei periodi nei quali la scienza insegna che più facilmente avviene la fecondazione dell’ovulo. Invece è ben noto che in Inghilterra, come in Francia, come presso tutte le classi sociali elevate, la diminuizione della natalità è dovuta, non all’aumento del benessere quale fattore biologico, ma all’aumento della preveggenza, ch’esso conduce; e in Inghilterra è celebre la propaganda di Bradlangh e di Miss Annie Besant e di altri neo-maltusiani. E Wirchow, perciò, spiega la maggior fecondità dei poveri, dicendo che le sole passioni, che essi possono soddisfare sono: il coito e l’ubbriachezza.
La esistenza dei fatti sicuri contro la teoria biologica e la [115] incertezza dei dati e degli argomenti, che la suffragano ha fatto sì che gli scrittori i quali con maggiore simpatia guardano alla ipotesi spenceriana sono rimasti perplessi e pur rassicurandosi nel guardare al problema della popolazione, il cui pericolo vedono spontaneamente diminuire a misura che aumenta il benessere materiale e la cultura intellettuale, non hanno rinunziato alla precauzione di raccomandare l’intervento della volontà umana: hanno consigliato la preveggenza maltusiana, senza riconoscere la giustezza della teoria di Malthus.[144] L’azione limitatrice della modificazione biologica, del resto, sarebbe lentissima e la preoccupazione sul problema della popolazione, perciò, dovrebbe imporsi tuttavia alla presente generazione ed a molte altre ancora[145]. Certo è che questi problemi presentano una estrema complessità e che anche gli ottimisti più esaltati non potranno e non sapranno discernere con precisione tra due fenomeni qual’è l’effetto e qual’è la causa e non sarà mai soverchia la prudenza nel designare il rapporto e nel caso presente stabilire con esattezza il processo che deve condurre alla definitiva equilibrazione delle due progressioni: degli uomini e delle sussistenze. Non si dimentichi che nella fenomenologia sociale ci è uno speciale circolo vizioso, per cui ogni effetto si tramuta alla sua volta in causa, perciò lo sviluppo del benessere genera la preveggenza maltusiana; questa rigenera il primo; e viceversa.
I postulati della legge di popolazione sono del tutto conformi alla teoria generale dell’evoluzione degli organismi e di quella delle Società umane. Ciò si rileva da un breve ma importante capitolo della Sociologia dello Spencer[146] in cui sono tratteggiati i vantaggi etici, economici e sociologici della diminuzione [116] della popolazione. In questo capitolo viene dimostrato che la evoluzione procede per lo appunto dalla massima fecondità alla minima. Cresce la perfezione nella serie degli organismi quanto più diminuisce la fecondità. Tale la evoluzione dai protozoi microscopici nei quali si ha una prodigiosa e permanente riproduzione per scissiparità, ai mammiferi più elevati ed all’uomo nei quali la fecondità è minima.
Con questa evoluzione vengono meglio garentiti ed armonizzati gl’interessi della specie, dei parenti e dei figli, quanto più si sale nella scala degli esseri organizzati dai primi agli ultimi. Invero, negli animali dalla massima fecondità — protozoi — la durata della vita è minima; raggiunge il massimo la durata della vita negli esseri nei quali la fecondità è minima, come nell’elefante e nell’uomo. Negli uni e negli altri l’interesse della specie viene garantito, perchè nei protozoari, dalla vita brevissima, la conservazione della specie non sarebbe possibile, se non soccorresse la straordinaria facilità di riproduzione. Però la conservazione della specie negli animali superiori, che procreano poco, ma vedono durare in vita più facilmente e più lungamente, i discendenti, avviene con maggiore risparmio di forze e di materia.
Tra i protozoi la vita degli adulti e dei giovani discendenti è maggiormente subordinata agli interessi della specie; la è sempre meno, quanto più si sale nella scala zoologica. Quanto più lungamente vivono gli animali e quanto meno procreano, tanto più indipendente è la loro vita e meno subordinata agli interessi della specie. Gl’interessi dei giovani nati sono meglio garantiti, quando la procreazione è minima, perchè i parenti consacrano maggior tempo e maggiori cure al loro allevamento ed alla loro educazione; queste cure maggiori e questo maggior tempo consacrati ai figli crea pei genitori una nuova sorgente di piaceri, mentre permette loro di vivere più lungamente dopo ch’è cessato il periodo dedicato [117] alla procreazione. Consentonsi in pari tempo ai figli analoghi piaceri consacrandosi alla cura dei genitori vecchi: in entrambi i casi si ha sviluppo e rinvigorimento di sentimenti altruistici.
«Combinando queste proposizioni, conchiude lo Spencer, noi ne tiriamo il corollario che la costituzione la più elevata della famiglia si trova realizzata allorquando i bisogni della società e quelli dei suoi membri, vecchi e giovani, si trovano sì ben conciliati, che la mortalità fra la nascita a l’età della riproduzione si riduce al minimum, e che la subordinazione della vita degli adulti all’educazione dei figli divenga la più debole, che sia possibile. Questo legame di subordinazione s’indebolisce in tre maniere: l.º coll’allungamento del periodo che precede la riproduzione; 2.º decrescendo il numero dei nati ed allevati, ed accrescendo i piaceri che derivano dalle cure che se ne prendono; 3.º allungando la vita che segue alla cessazione della riproduzione.»
«L’ideale della famiglia, che ci suggerisce lo studio della relazioni sessuali e parentali in tutta l’estensione del mondo organico è uguale a quella comparazione delle età inferiori dell’umanità colle superiori. Nelle tribù selvagge, noi troviamo in generale una grande mortalità di giovani: vi ha di ordinario più o meno infanticidi, eppure un grande numero di decessi in seguito a condizioni sfavorevoli, o infine queste due cause agiscono insieme. Aggiungiamo che le razze inferiori hanno per carattere una maturità precoce ed una precocità del periodo di riproduzione; ciò che suppone la brevità del periodo durante il quale la vita individuale si svolge senza altro scopo che quello della stessa vita dell’individuo. Sintanto che dura il periodo della fecondità il fardello che pesa sulle donne spossate come esse sono dalle fatiche d’ogni sorta, è gravissimo. Le relazioni matrimoniali e parentali non sono sorgenti di piaceri così elevati, come presso le razze civilizzate.
[118]
«In seguito, dopo che i figli sono stati allevati, ciò che resta di vita per ogni sesso è breve: spesso la violenza vi pon termine, tal’altra la morte volontaria; e comunque essa finisce e declina senza che i figli se ne preoccupino.» (p. 210, 211)
Continuando l’analogia, per parte mia aggiungo, che tra i popoli civili, le classi povere ed inferiori, presentano come loro particolari caratteri: massima mortalità dei nati nel primo periodo di esistenza, minima durata media della vita, poca cura dei figli verso i genitori nella loro vecchiaia, disperdimento di forze e di materia per garentire la conservazione della specie. Così anche su questo riguardo trova riscontro nelle società umane la filogenesi Häckeliana; e conformemente alla teoria della evoluzione, facendo procedere di conserva maltusismo e riforme sociali colla diminuizione della procreazione si progredisce in queste direzioni: 1.º si eleva la vita media e si diminuisce la mortalità dei neonati; 2.º si restringono col più lungo allevamento e colla più accurata educazione i legami parentali e si favorisce lo sviluppo dei sentimenti altruistici; 3.º si attenua sempre più e si procede verso la eliminazione della causa della lotta per la esistenza tra gli uomini.
Sia quale si voglia, infine, la teoria della popolazione la maltusiana o la biologica spenceriana questo risultato statisticamente e storicamente è assodato: è possibile non solo, ma si è avverata pure presso certi popoli a civiltà più avanzata una notevole diminuzione nell’incremento della popolazione, in modo che venga mantenuto o ristabilito l’equilibrio della medesima con i mezzi di sussistenza e facilitato grandemente il suo miglioramento. La causa prima e immediata, invocata da Darwin nello stabilire la legge della lotta per la esistenza quindi si viene gradatamente, ma continuamente, attenuando ed eliminando.
[119]
27. La lotta per la esistenza tra gli uomini era una necessità quando altri mezzi sicuri non esistevano per garantire l’esistenza stessa, e l’uomo affidavasi alla produttività spontanea del suolo. Egli era nella totale dipendenza, nella piena balia dei capricci della natura, e assai difficilmente e con grande incertezza provvedeva ai suoi bisogni (Roscher).
Poscia gradatamente l’uomo si diede a modificare la natura sottraendosi al suo dominio; e i risultati ottenuti procedettero in ragion diretta del lavoro applicatovi e dello sviluppo della intelligenza (Lange). La vittoria sulla natura gli ha dato una influenza dirigente sulle altre esistenze e per essa l’uomo non solo si è liberato della selezione naturale, ma s’è potuto appropriare di una parte del potere che, prima dell’apparizione di lui, la natura esercitava sull’universo. Ed è questa lotta e questa vittoria sulla natura che differenzia sempre più l’uomo dagli animali, che per la loro conservazione non inducono nè richiedono alcun mutamento sulle disposizioni naturali della superficie o nelle vicendevoli tendenze loro proprie, tranne quella mutua repressione di eccessivo accrescimento [120] che serve ad impedire la distruzione di una specie per opera dell’usurpazione di un’altra (Marsh)[147].
Questa vittoria si comprende che per la estensione e per la intensità fu graduale. Nil per saltum; perciò in principio gli uomini, come gli animali si dettero ad un consumo improduttivo caratterizzato dalla guerra, dalla caccia, dalla pesca e dalla raccolta di prodotti naturali — fatti tutti che non costituivano un vero fenomeno sociale, ma un fenomeno biologico del dominio della nutrizione individuale.
Il passaggio dal fenomeno biologico a quello sociale si opera con transazioni insensibili. La raccolta, la caccia e la pesca sono una guerra dell’uomo contro le piante e gli animali. Questa guerra si fa con isforzi individuali o collettivi senza che sia possibile determinare ove comincino gli uni e finiscano gli altri. I due processi si incatenano in mille modi. Talvolta ciascun selvaggio caccia per conto proprio, tal’altra un’orda intiera intraprende una campagna per procurarsi carne o pesce. Tutto dipende dalla difficoltà dell’impresa e dal grado di resistenza che può opporre la preda designata[148].
In questo modo diminuiva per un altro verso la necessità della lotta endo-sociale, man mano che l’uomo facevasi meglio accorto, che si provvedeva più sicuramente all’esistenza associandosi ai suoi simili, per vincere la natura ed averne la produzione massima possibile. La quale percezione dei vantaggi ricavati dalla solidarietà e dall’associazione diveniva più chiara ed intensa a misura che cresceva la coltura della sua mente e che i primi risultati ottenuti ed accumulati trovava [121] modo di tramandarli a giovamento dei discendenti. Di talchè l’utile, — primo momento causale dell’altruismo, come si disse, — cooperando col medesimo, quando era di già sviluppato, contribuiva alla importante trasformazione dell’obbiettivo della lotta.
La convenienza di questa azione dell’uomo sulla natura che lo circonda oggi è talmente assodata, che anche dal socialismo scientifico si conviene, che ogni tentativo di promuovere la migliore divisione del reddito del lavoro a favore delle classi oppresse, deve avere mala riuscita, se non è accompagnato da un contemporaneo aumento della forza produttiva del paese. Senza di ciò non vi ha sistema che valga ad elevare durevolmente la condizione del proletariato[149]. Da un’altra parte gli avversari del socialismo non dovrebbero dimenticare che la lotta contro la natura anche quando coronata da successi meravigliosi non riesce a procurare il benessere minimo possibile ai lavoratori. Il potere dell’uomo sulle forze naturali è tanto aumentato che quindici anni or sono — e d’allora in poi quanti altri progressi! — la forza-vapore della Gran Brettagna era dieci volte la forza dell’intera popolazione: ciononostante la miseria non era diminuita proporzionatamente[150]. Non è questa la miglior prova, che questa vittoria contro la natura, come la riduzione della popolazione, non può scompagnarsi dalle riforme sociali?
Questo mutamento di obbiettivo della lotta riesce alla modificazione della progressione aritmetica dello sviluppo dei mezzi di sussistenza, che convergendo nella sua azione colla trasformazione della progressione geometrica dello aumento della popolazione, attenua sempre più ed elimina la causa diretta del conflitto endo-sociale.
[122]
Qui giova ricordare a riconferma di quanto si disse sui rapporti tra l’industrialismo e lo spirito pacifico, che i san-simoniani ebbero più profondo di tutti l’intuito della convenienza d’intraprendere energicamente questa lotta contro la natura; alla quale, quando fallirono tutti i tentativi di applicazione pratica del sistema si diede anche l’Enfantin, che potevasi ritenere il meno adatto a ciò; e in pari tempo dalle fila dei san-simoniani si videro uscire geografi, industriali, ingegneri, che raggiunsero un’alta fama e accumularono grandi ricchezze.
In pari modo, come i popoli più pacifici si mostrano più costantemente dediti all’industria e all’agricoltura ed alle applicazioni della scienza alle medesime — inglesi, nord-americani — in seno a questi stessi popoli gli elementi che si sono dati con maggiore attività alla lotta contro la natura, vengono rappresentati dalle comunità e sètte religiose a tendenza comunistica — Shackers, Mormoni, Comunità di Oneida etc. etc. Ciò trova riscontro anche altrove, come ne fan fede i fratelli Moravi e gli stessi Ebrei, che, come è noto, rifuggono dalla guerra e non hanno perduta la tradizione delle loro istituzioni socialistiche, il cui valore venne illustrato dal Levi.
28. In qual grado e in quante svariate forme, traendo profitto da tutte le scoperte della scienza, l’uomo abbia iniziato e spinto innanzi la lotta contro la natura, non posso qui esporlo, per non dilungarmi di soverchio, e rimando il lettore che avesse vaghezza di conoscerlo all’opera di Giorgio Marsh: L’uomo e la natura. Il Marsh imprese a trattare sistematicamente di questo argomento, dimostrando che, come l’uomo dei primordi fu il prodotto delle condizioni esterne, alla sua volta poscia egli ha reagito contro la natura, che lo circondava. E non tacque che l’uomo o per ismodato desiderio di [123] pronti risultati a scapito dei discendenti, o per ignoranza sulle trasformazioni intraprese, talvolta andò a ritroso delle proprie intenzioni e dell’interesse delle venture generazioni, inferendo alla natura delle modificazioni, che in ultimo ne diminuirono la produttività. Si deve aggiungere che questa lotta a scapito dei discendenti e a danno delle collettività è stata più sfrenata e perciò più esiziale col trionfo del liberismo economico: n’è esempio luminoso il taglio pazzesco di alcuni boschi con grave deterioramento delle condizioni economiche ed igieniche. Ond’è che sinanco il Leroy-Beaulieu in fatto di selve alla proprietà privata preferisce quella collettiva.
La reazione dell’uomo contro la natura è tanto più efficace e ricca di risultati, quanto maggiori sono la coesione e l’armonia delle forze sociali, l’interesse diretto dei singoli membri dell’associazione nel conseguire la vittoria, e la giustizia nella ripartizione dei suoi frutti. Similmente come la lotta tra i gruppi di uomini diminuisce d’intensità, man mano che essi divengono più numerosi, quella contro la natura diviene più proficua, quanto più numerose sono le forze umane consociate[151].
Sui vantaggi di questa unione e coesione delle forze sociali nella lotta contro la natura, convergono socialisti ed economisti. E su tal riguardo Fedele Lampertico osserva: La forza di ciascun uomo è minima; ma la riunione delle minime forze forma una forza totale maggiore anche della somma delle singole forze; e con questa riunione si arriva a diminuire il tempo ed accrescere lo spazio della loro azione, o, diremo più esattamente, a crescerne la virtù[152].
[124]
Questo pensiero del Lampertico sembrami vero, e di una profondità, che sfugge a prima vista; imperocchè contraddice formalmente ad uno dei cardini della sociologia di Spencer e degli individualisti — più volte incidentalmente oppugnato qui stesso — che negli aggregati sociali, non vogliono vedere che la pura e semplice addizione delle forze e delle qualità dei loro singoli componenti.
L’uomo e la solidarietà tra gli uomini, e non la lotta ci han dato le prodigiose opere moderne — ferrovie americane, transiberiane, canale di Suez, traforo del Frejus e del Gottardo etc. — e ne daranno di maggiore importanza nella società futura come crescerà pari passu lo sviluppo della scienza e delle sue applicazioni, che condurranno alla continua trasformazione della natura e non alla distruzione tra gli uomini. Nel quale processo di trasformazione eziandio, si troverà un obbietto inesauribile sul quale potrà esercitarsi l’energia umana.
In questo senso la lotta per la esistenza viene caldeggiata dai più eminenti cultori del socialismo scientifico — Marx, Engels, Wiede, Podolinsky, Kautsky etc. — e dal Lanessau, come fu accennato, venne denominata l’associazione per la lotta, e con maggiore esattezza a me pare che dovrebbe chiamarsi l’associazione pel miglioramento, lasciando il nome di lotta per la esistenza a quella combattuta tra gli animali e tra gli uomini primitivi.
Nella lotta contro la natura la grande importanza dell’associazione è stata di recente messa bellamente in rilievo dal Kautsky, in altro suo scritto, in cui ha avuto occasione di esplicare chiaramente il suo modo d’intendere la lotta per la esistenza contro la gretta interpretazione degli economisti.
Le società le quali durevolmente mirano a conseguire entrambi i fini di procurarsi nutrizione e protezione rappresentano la forma più alta di evoluzione. Le riunioni umane appartengono [125] a questa categoria. Le società umane si distinguono dalle orde di scimmie sociali soltanto per i mezzi e per la maniera con cui raggiungono i loro scopi. I quali sono uguali presso le une e le altre. Tra gli uomini, la società non è che un’arma nella lotta per la esistenza, ed anzi è la migliore. Voler togliere il principio dell’associazione in questa lotta, vale lo stesso che privare gli uomini del mezzo più efficace per intraprenderla.
Possono però i signori manchesteriani, ed anche famosi naturalisti, dar fiato alle trombe per proclamare che la lotta di tutti contro tutti è fondata sulle leggi della natura, e che la sua cessazione significherebbe l’arresto del nostro sviluppo, e possono pure sprezzantemente chiamare una sentimentalità ogni tentativo di rimuovere la lotta endo-sociale; essi con ciò mostrano soltanto di aver compreso superficialmente la teoria della lotta per la esistenza.
Se il progresso in ogni specie di animali consiste nel perfezionamento delle sue armi per la lotta, si deve quindi negli animali socievoli considerare il perfezionamento della loro organizzazione sociale, e perciò il perfezionamento della lotta di tutti a vantaggio di tutti, come il più importante progresso. Tanto più questo potrà dirsi per gli uomini la cui più potente e temibile, anzi unica arma nella lotta per l’esistenza è la società. Si distingue l’uomo dagli altri animali per la intelligenza, ma questa è il frutto dell’associazione, giacchè l’uomo isolato diviene stupido ed ignorante. Tutte le altre sue armi sono inferiori a quelle degli animali. L’uomo non possiede armi, mezzi di attacco, di offesa, come gli animali di rapina; non possiede per difendersi la grandezza dell’elefante, dell’ippopotamo e del rinoceronte. Gli manca la sveltezza e l’agilità dello scoiattolo e del capriuolo.
Se l’uomo, non ostante tutto ciò, non solamente è arrivato a difendersi dai suoi nemici, ma a divenire il loro signore ed [126] il signore di tutta la natura; ciò non è avvenuto in forza di un’arcana e divina scintilla, ma soltanto per questo, ch’egli ha sviluppato la sua più eccellente, la sua unica arma nella lotta per la esistenza, la società, sino ad una perfezione sconosciuta tra gli altri animali. Soltanto nella società e per la società l’uomo è arrivato alla presente sua altezza, soltanto in essa e per essa può egli continuare a progredire. Chi atomizza la società e ne lacera la coesione, chi la società vede nella lotta di tutti contro tutti, spoglia l’uomo della sua più potente arma nella lotta contro la natura e dà della scure alla sua esistenza[153].
29. Scendendo a qualche dettaglio su questa lotta contro la natura e sui suoi risultati, giova insistere particolarmente sulla parte della medesima, che serve a dimostrare la possibilità di ottenere maggiori prodotti dalla terra modificando la progressione aritmetica dello incremento dei mezzi di sussistenza, verso quella geometrica.
Ciò si può realizzare e si va realizzando in tre modi: 1.º migliorando la qualità dei terreni, agendo in guisa che a superficie eguale la quantità di sostanza nutritiva, che contengono sia maggiore di quella attuale; 2.º migliorando le specie di piante e di animali, che il terreno nutrisce; 3.º diminuendo la perdita di sostanza nutritiva durante il lavoro, risparmiando il lavoro umano ed animale, diminuendo la quantità dei residui nella produzione, ed utilizzando quelli ottenuti.
La concimazione, l’irrigazione, il drenaggio, la lavorazione meccanica della terra, tutte insomma le applicazioni riuscite della meccanica, dell’idraulica, della chimica e i suggerimenti della scienza in generale, conducono al conseguimento del primo scopo.
[127]
Dove si potrà arrivare collo aumentare la fecondità della terra mercè le concimazioni, mercè le applicazioni della elettricità ce lo dicono i risultati del sistema Solari — il sistema dell’induzione dell’azoto è alle sue prime applicazioni, ma si rivela meraviglioso. E ciò che può dare realmente, e non in via d’ipotesi la terra coltivata intensamente ce lo dicono i Chinesi. La piccola loro coltura renderebbe possibile che trovassero alimenti sufficienti in Francia non 38 milioni di abitanti — quanti ce ne sono attualmente; ma da 80 a 100 milioni[154]. È in grazia del pari di una coltura oltremodo intensiva, resa possibile dalla piccola proprietà, che nel Giappone 42 milioni di abitanti possono trovare alimenti, per quanto non abbondanti, in soli 6 milioni di terra coltivata. (Pierre Leroy-Beaulieu).
Questi vantaggi della piccola coltura chinese, che non sono menomamente esagerati assurgerebbero a proporzioni di gran lunga maggiori o colla cooperazione tra piccoli proprietari o addirittura colla grande proprietà. La quale, può non dare i risultati che vi scorge il Masè-Dari dal punto di vista dei lavoratori; ma certamente rende possibile la coltura più intensa e scientifica possibile e fa aumentare enormemente la produzione[155].
Gli allevatori si sono incaricati di mostrare come si proceda pel secondo: a) facendo sviluppare artificialmente e per selezione razionale nelle piante e negli animali, quanto meno si può gli organi e le parti inutili del corpo, a vantaggio di quelli utili — ad esempio in Inghilterra si sono ottenute razze [128] di animali con gambe e testa piccolissime e col resto del corpo grandissimo; — b) facendo raggiungere alle stesse piante ed animali il loro completo sviluppo nel minor tempo possibile, ottenendo un grande risparmio delle sostanze, che servono a nutrirli — così mentre un vitello ordinariamente raggiunge il peso di 100 kilogrammi in un anno, gli allevatori razionali sono riusciti a farglielo raggiungere in sei mesi; — c) limitando sempre più il numero delle specie di piante e di animali che nascono e vivono al di fuori dell’azione umana, e sostituendole con quelle coltivate. La estensione, che va prendendo l’allevamento è tale ormai, che il Wallace predice che verrà un giorno, in cui non vi saranno più che delle piante e degli animali coltivati, addomesticati ed allevati dall’uomo; nei quali la selezione umana, avrà rimpiazzato completamente la selezione della natura[156].
Il terzo modo di miglioramento possibile sta nel massimo risparmio delle forze e della materia occorrenti per la produzione. Il consumo delle forze, com’è noto, dev’essere riparato colla ricezione di nutrimento; cosichè in ultima analisi il risparmio di forza si riduce a risparmio di materia. Risparmiando la forza degli animali, inoltre, si può restringere lo allevamento di quelli destinati al lavoro, ed aumentare perciò la superficie dei terreni, che servono alla nutrizione degli uomini. Il risparmio della forza degli uomini e degli animali, si ottiene coll’impiego delle macchine, colle quali si attenua [129] pure la quantità dei residui, che altravolta andavano perduti, e che la scienza moderna ha saputo reimpiegare ed utilizzare.
Rimane dimostrato in questa maniera, che contemporaneamente alla modificazione della progressione geometrica, che governa spontaneamente lo sviluppo della popolazione, si può ottenere la modificazione della progressione aritmetica dei mezzi di sussistenza spingendo energicamente la lotta contro la natura. Le due modificazioni procedenti in senso inverso, cooperano armonicamente ad eliminare o attenuare la causa prima e diretta della darwiniana lotta per la esistenza tra gli uomini. Avvegnachè, se da una parte i concorrenti non si moltiplicano vertiginosamente, dall’altra crescono i mezzi per soddisfare i bisogni. Al banchetto della vita si fa posto per tutti; e nel lavoro in comune si stringono i legami di solidarietà e si rinvigoriscono i sentimenti altruistici.
30. Qui sorge una quistione di grave importanza, se non pel presente, almeno per le venture generazioni.
Si sa che la produttività della terra ha i suoi limiti ed un giovane socialista dei più modesti e dei più colti non ha esitato a riconoscere che «le resistenze della natura alle sempre maggiori richieste dell’uomo aumentano visibilmente, sì che giorno verrà che frapporranno ostacoli invincibili».[157]. Questo pericolo non solo è remoto, ma la scoverta e le applicazioni della chimica e delle altre scienze fanno già discutere come ipotesi non romanzesca quella di poter trasformare direttamente l’azoto in alimento con incalcolabile risparmio di tempo, di spazio e di mezzi. Scienziati di gran valore discutono questa ipotesi. (Renan, Bertelhot, Mantegazza, Albertoni, Siemens, Eisler ecc.)[158]. Può del resto scomparire la rendita [130] ricardiana (Masè Dari); ma i continui investimenti di capitale nella terra, non ne faranno diminuire la produttività[159].
È risaputo che nella lotta contro la natura, l’uomo si avvale di alcune forze, senza le quali tutto il suo lavoro, la sua intelligenza e la potenza derivante dalla coesione sociale a ben poca cosa approderebbe. Saranno eterni questi mezzi per la lotta? Ciò non si crede. Verrà momento in cui le forze attuali saranno esaurite; e prima tra tutte è quella che dà il carbon fossile. Avvenuto l’esaurimento sarebbero giustificate le più tristi previsioni sulle sorti future dell’umanità, se altri mezzi non si rinvenissero per sostituire quelli, che si posseggono al presente.
Il problema è stato ventilato, e la soluzione intravvista e parzialmente attuata è tale, che si può guardare lietamente nello avvenire e confidare nella realizzazione d’immegliamenti sociali di ogni genere. Con rara competenza se ne occupò presentando una sintesi degli studi relativi, uno dei più illustri cultori del positivismo in Italia: il Morselli, cui si conviene lasciare la parola[160].
Una quistione del tutto nuova, scrive l’eminente psichiatra di Genova, almeno sotto l’aspetto con cui ci si presenta è stata ultimamente dibattuta in Inghilterra ed in Francia. Essa si collega da una parte ai concetti puramente filosofici intorno alla evoluzione del mondo animale e in ispecial modo allo sviluppo progressivo dell’intelligenza umana; ma d’altra parte tocca anche l’influenza modificatrice e perturbatrice dell’uomo nella natura, i suoi interessi materiali, i progressi delle industrie e delle scienze tecniche, il [131] benessere insomma dei nostri discendenti più lontani. La quistione può essere formulata nel modo seguente: Quali saranno in avvenire le forze naturali di cui disporrà l’uomo per lottare vittoriosamente contro la natura, che lo circonda e per rendersene sempre più il dominatore?
La superiorità dell’uomo sugli altri esseri sta senza dubbio nella massa, volume, qualità del suo cervello, o in altri termini nella grande attitudine di quest’organo a svilupparsi e perfezionarsi durante la lotta per la esistenza. Mercè questa superiorità prima si sottopone il mondo animale; ora si sottomettono le forze inorganiche della natura. Qui avvengono i maggiori progressi, perchè domando le forze naturali oggi l’uomo solca i mari, trafora i monti, propaga il pensiero ad enormi distanze; arricchisce ogni giorno l’industria di nuovi prodotti, la scienza di nuovi trovati, mercè l’uso delle forze sviluppate dal vapore, dall’elettricità, dalle reazioni chimiche e finalmente dal suono e dalla luce.
Intanto uno dei fattori massimi del progresso umano, il carbon fossile, che rappresenta forza solare accumulata può venir meno pel grande consumo che se ne fa. Epperò si ricercano i sostitutivi.[161] Il problema delle forze dell’avvenire qual’è permesso fin d’ora comprenderlo, ammette due soluzioni. L’uomo avrà in avvenire due modi per utilizzare le manifestazioni diverse dell’energia solare: 1.º l’impiego dell’aria compressa mediante le forze naturali, venti, correnti d’aria etc., in vasti serbatoi e trasmessa da lontano per mezzo di tubi; 2.º l’impiego dell’elettricità creato da macchine dinamo-elettriche, pure messe in moto dagli agenti naturali, e trasmessa da lontano per mezzo di conduttori[162]; sono due metodi, che non si escludono, ma si aiutano a vicenda.
[132]
Ma la quistione dell’avvenire della potenza sulla natura offre un altro lato di grande importanza per la filosofia: le forme dell’energia naturale sono sole quelle, che l’uomo è arrivato a conoscere e ad utilizzare? l’avvenire non ci sarà largo della scoperta di una nuova e fin qui sconosciuta forma di energia, dalla quale l’umanità potrà ricavare una sorgente di forza motrice altrettanto potente, quanto superiore alla nostra immaginazione? L’ipotesi non è strana. Per quanto i nostri sensi si siano estesi e perfezionati mercè la invenzione di strumenti meravigliosi, pure noi dobbiamo ammettere che noi conosciamo ancora pochissimo del mondo, che ci circonda.
Comunque, è oggi indubitato che l’ideale umano non consiste più nella vittoria nella lotta tra gli uomini, ma in quella degli uomini contro la natura, contro l’ambiente; e questo sarà pure trionfo del lamarkismo sulle volgari applicazioni delle leggi darviniane alle società umane.[163]
[133]
31. La mancanza di una vera soprapopolazione, che giustifichi la lotta brutale per la esistenza e la intensificazione della lotta contro la natura, che fa crescere i mezzi di sussistenza lasciano in piedi una forma attenuata di lotta, che sarebbe propria ed esclusiva dell’uomo.
La lotta per l’esistenza, si dice, non deve intendersi oggidì nel senso primitivo, rivolta, cioè a conseguire il necessario pel proprio sostentamento; ma si genera per ottenere la maggior somma possibile di godimenti o quel benessere massimo confacente al più alto tenore di vita (Standard of life), al grado d’incivilimento raggiunto. Oggi vi è la lotta per ottenere la posizione migliore — Der kampf um die beforzugte stellung — (Lange); anzi altri negando la storia, aggiunge: nella Società umana ci fu sempre e c’è solamente lotta per il piacere, propria dell’uomo civile e da non confondersi coll’animalesca lotta per la esistenza. (Martello)[164]
[134]
C’è del vero in tutto ciò ed è innegabile la trasformazione continua della lotta nel senso su esposto; ma non bisogna esagerare e si deve far posto alla realtà, affinchè si scorga meglio la necessità e la giustizia delle invocate trasformazioni sociali. Sì, la pleonexia di Aristotile costituisce questa lotta pel posto migliore o pel piacere; ed è innegabile.[165] Questa legge vera mira alla soddisfazione dei bisogni complementari determinati da tre tendenze fondamentali originarie. «La prima è di accrescere intensivamente ed estensivamente i godimenti materiali (accanto ai mezzi di alimento i mezzi di godimento del gusto — accanto agli indumenti necessari gli abiti di lusso — accanto alla casa il palazzo). La seconda di asseguire, e indi asseguire più intensamente e più estesamente, beni spirituali (onori, stima, socievolezza, indipendenza, libertà, istruzione etc.). La terza di sopravvanzare gli altri nei godimenti materiali-spirituali, e perciò di dominare, di vincere, di essere o mostrarsi più ricco, più sapiente etc. Questi bisogni complementari; 1º non nascono o per lo meno non determinano alcuna azione se non dopo soddisfatti i bisogni primari; la comparsa e la crescenza dell’attività complementare nell’individuo è segno dell’esistenza e del crescere di un residuo utile di energia extraeconomica. 2º Si presentano come la spesa di una energia esuberante e il loro carattere economico è la distruzione dell’attività produttiva. [135] 3º Favoriscono potentemente la prevenzione genetica.»[166]
In questa bene affermata lotta pel posto migliore, in questa lotta pel piacere intanto riscontrasi la migliore giustificazione dell’azione del socialismo. Poichè se essa è vera non è tale per tutti i tempi e per tutti gli uomini oggi. A parte la trasformazione dell’obbiettivo — il piacere — che mutò continuamente: da quello dei selvaggi pei quali il godimento si riduce ad una scorpacciata di grasso di balena a quello dell’artista o del filantropo che si compiacciono soltanto dell’opera loro e non ne attendono al più che ammirazione o riconoscenza dagli altri; si deve ricordare che esistono a milioni gli uomini — a parecchie decine di migliaia nella sola Londra — che conducono ancora una esistenza esclusivamente bestiale e pei quali — i reietti del capitale — La lotta pel posto migliore non esiste, è un non senso (La Loggia). Se questa è la lotta civile che deve caratterizzare l’uomo, è evidente che ha ragione il socialismo volendo porre tutti gli uomini in condizioni di poterla combattere.
Man mano che gli uomini s’innalzano e si eleva il loro tenore di vita, divien sempre meno utopistico l’ideale socialista, poichè per la soddisfazione di gran parte di questi bisogni complementari, che costituiscono il fondo delle lotte pel piacere non esistono ostacoli materiali, che vengono anzi diminuiti dalla prevenzione genetica. Sicchè la crescente moltiplicità dei bisogni, caratteristica della civiltà progressiva — come ben disse Rümelin contro tutti i predicatori farisaici, che si scandalizzano per ogni nuovo bisogno che si crea un lavoratore — attenua sempre più la lotta, anzichè acuirla, perchè i bisogni morali, intellettuali e sociali quanto più si [136] progredisce, tanto più predominano sui bisogni organici (fame, sete, copula) dell’uomo primitivo. (Veron)[167]
La esistenza e lo sviluppo di questi bisogni complementari, costituiscono il fondo delle lotte pel piacere e pel posto migliore nelle società, e dimostrano che cessato lo stimolo materiale, brutale pel progresso che si vorrebbe far rappresentare alla pressione della popolazione rimangono sempre e a sufficienza stimoli pungentissimi per ispingere gli uomini ad ulteriori progressi.
32. Il piacere sempre più elevato che si agogna, quello di conseguire il posto migliore, per ottenere il quale si combatte quando è cessata la lotta brutale per la vita, induce ad esaminare qual’è il minimum di godimento che a tutti gli uomini si può assicurare e se c’è convenienza sociale, nell’interesse supremo di ulteriori progressi, di procedere all’assicurazione di una esistenza umana per tutti.
È vero, dicono gli economisti e i difensori della presente organizzazione, che dividendo equamente i prodotti vi sarebbe da sfamarsi tutti, ma sarebbe impossibile ogni ulteriore progresso e il corso della civilizzazione verrebbe arrestato non solo, ma anzi probabilmente si verrebbe a regredire. E fanno il conto del capitale esistente e divisolo in quote uguali al numero degli abitanti, mostrano quanto meschina, esigua sia questa quota individuale.
Secondo Mulhaell in Europa ogni famiglia non avrebbe che L. 1188 di rendita annua; e le cifre di Gide non differiscono molto.[168] Il reddito sarebbe assai minore per gl’Indiani, pei Chinesi, per gli Africani, la cui miseria è orribile e quale esso possa essere si può argomentarlo dal reddito degli Italiani che discende a L. 350 annue — quanto basterebbe semplicemente [137] a far morire di fame, come sappiamo già da un avversario del socialismo. (Flora)
Se ciascuno non dovesse avere che questa quota individuale, teatri, statue, pitture, gioielli, palazzi, mobili, tappeti e forse anche libri etc. etc. tutto quanto infine non rappresenta lo stretto necessario, ma è il prodotto della civiltà raggiunta, che sta in ragion diretta della somma di godimenti procurabili, non potrebbe essere posseduto da veruno; ciò che equivale alla necessità di doverlo distrurre, retrogradando verso il primitivo stato di barbarie. E all’uopo invocano l’autorità di Buckle e di Darwin, che vogliono dimostrare come i primi passi sulla via del progresso siano stati possibili collo accumulo delle ricchezze o colla disuguale distribuzione della proprietà.[169]
Quale che sia stata l’utilità della disuguale distribuzione delle ricchezze agli inizii della evoluzione sociale è giuocoforza riconoscere oggi, che la condizione delle cose è mutata.
In verità ci corre molto, tra la quantità di oggetti che si poteva possedere nello stato primitivo delle società umane, e quello che oggi permetterebbe di possedere una uguale ripartizione dell’intero capitale, che a detta degli economisti si accresce sempre e grandemente.[170]
Epperò «la divisione in classi riposando sull’insufficienza della produzione non ha più ragione di essere. L’industria meccanica ha prodigiosamente sviluppata la potenza produttiva dell’uomo, diminuendo il tempo di lavoro necessario alla [138] soddisfazione dei bisogni generali. Per la prima volta apparisce la possibilità di procurare a ciascuno, mediante un leggero tempo di lavoro, delle larghe facilità di esistenza materiale che andranno allargandosi. La schiavitù degli uni è stata la condizione del benessere degli altri; colle macchine, questi schiavi di ferro, il benessere di tutti è possibile.» Anche ammesso, poi, che «tutti non debbano avere, nè tutti abbisognare della stessa quantità di ricchezza nelle sue forme più svariate; si deve riconoscere, che tutti hanno diritto di possedere quella quantità di ricchezza indispensabile per soddisfare i desideri più razionali; e tutti devono avere una determinata quantità di quei beni, pei quali oggi tanto si combatte, in modo che nessuno sia più costretto a rubare od a truffare il suo vicino.» (Deville, George)[171]
Questa quota di capitale individuale, tenendo conto principalmente dei vecchi e dei bambini, che non possono usare tutta quella a loro spettante, renderebbe possibile un tipo di benessere sociale sufficientemente elevato, e che in forza dello stesso progresso si eleverebbe sempre di più.
Con queste affermazioni si naviga in piena utopia? Gli statistici rispondono negativamente. Per dimostrare la necessità di aumentare ancora la produzione — e non vi sono socialisti ragionevoli e savi che questa necessità negano[172] — si [139] afferma che per ogni uomo che abbia raggiunto un discreto tenore di vita occorrono 60 k. di zucchero all’anno e che perciò per 1,300,000,000 di abitanti sulla terra ne occorrono 65 miliardi di k. mentre non se ne producono, che 6 miliardi.[173] Un calcolo uguale si è fatto sul pane, l’aumento del cui consumo ha già fatto emettere un grido di vero allarme al sig. Wood Dawis, che vede dinanzi una paurosa prospettiva.[174]
È facile, però, la risposta. I consumi non aumenteranno ugualmente a giorno fisso per tutti gli abitanti della terra, perchè il socialismo scientifico, evoluzionista, non s’illude menomamente sull’uguaglianza e contemporaneità di sviluppo; e che ci sia possibilità di sviluppo nella produzione e nei consumi emerge all’evidenza da ciò che lo stesso Novicow scrive sugli sperperi nella società moderna. Se i 61 miliardi che egli enumera come sperperati per quelli che egli chiama errore [140] crisoedonico, errore ctesoedonico e falsa concezione dell’universo venissero destinati alla produzione di cose utili di quanto non potrebbe innalzarsi la soddisfazione dei bisogni umani? Di più, proprio il Novicow, che in più parti sostiene l’utilità dell’inuguaglianza nella ripartizione delle ricchezze, fa questa dimostrazione che contraddice alle sue affermazioni e in modo vittorioso. «Se ogni operaio, egli dice, riceve un franco di salario, vi saranno ogni giorno 538 milioni di unità[175] di adattamento di più sulla terra. Ma se 200 milioni di uomini ricevono ognuno L. 1,50, non restano più che 238 milioni di franchi da distribuire agli altri 338 milioni — cioè centesimi 70 a testa. Si otterranno dunque 438 milioni di unità di adattamento e si avrà una perdita giornaliera di 100 milioni di unità, cioè un rallentamento dell’adattamento del pianeta ai nostri bisogni. Ciò equivale a forzare 100 milioni di uomini a lavorare senza profitto. Ciò riesce ad un deficit di 100 milioni di oro-prodotti. Infatti perchè un articolo possa essere venduto, bisogna che sia comprato. Abbassare la forza di acquisto da 1 franco a 70 centesimi per 338 milioni di uomini, equivale ad impedire a 100 milioni di uomini di lavorare.»
«Ma si dirà: se 200 milioni di uomini comprano dei prodotti per L. 1,50 al giorno, la differenza verrà compensata. Ciò non è affatto esatto. Vi è una gerarchia naturale nei prodotti: alcuni sono più necessari di altri; essi formano un primo gradino, senza il quale non si possono salire i successivi. Per fabbricare degli abiti e dei mobili l’uomo deve prima mangiare, e se egli non è nutrito non fabbricherà nè mobili, nè abiti. Se si abbassa la forza di acquisto delle sussistenze, si scalza dalla base l’edifizio della ricchezza. Intanto, se i 200 milioni di privilegiati che hanno bisogno di una [141] libbra di pane per giorno, ne comprano e ne mangiano una libbra e mezza, essi agiscono come una macchina a vapore che consuma 15 libbre di carbone per 1000 chilogrammetri quando essa può produrli consumandone 10.» (Les Gaspillages ec. p. 45, 46).
Questo ragionamento è esattissimo e dimostra i danni enormi della disuguale distribuzione della ricchezza, che alla sua volta spiega il paradosso economico-statistico odierno, cioè: la coesistenza di magazzini rigurgitanti di viveri e di vestiti e di uomini nudi e affamati! Una trasformazione sociale, perciò, vien vagheggiata non solo per distribuir meglio la ricchezza, ma anche per aumentare enormemente la produzione. Senza dire che una migliore distribuzione già basterebbe ad assicurare una esistenza umana a tutti e toglierebbe la scandalosa sottoconsumazione, che è la vera causa delle crisi industriali, che riescono tanto disastrose.[176] Ed esistenza inumana, esistenza assolutamente bestiale conducono molte decine di migliaia di uomini nella sola Londra, che è pure la capitale della più ricca tra le nazioni, la grande metropoli del capitalismo moderno, il grande mercato mondiale (Booth).
33. La preoccupazione per gli ulteriori progressi dell’umanità è cosa rispettabile; ma un poco di giustizia nella stessa distribuzione dei godimenti presenti non guasta. Anzi s’impone.
Il benessere, ha scritto un grande educatore, è per ciascuno in ogni momento della vita un bisogno e un dritto[177]; ma ammessa pure la impossibilità di un tipo di benessere sociale abbastanza elevato per tutti, la giustizia e l’umanità esigerebbero per lo meno, che mentre i pochi si godessero solo quello che sopravanza al necessario delle moltitudini, a queste venisse accordata la quantità di prodotti, che rappresenta lo [142] equivalente del tipo di benessere inferiore. Inoltre l’equità vorrebbe che la maggior somma di piaceri venisse goduta dai pochi che la meritassero per le loro qualità superiori. Questa non sarebbe conseguenza della lotta, ma atto di vera giustizia.
Intanto avviene, in generale, che posseggono e godono più i pochi, che non lo meritano per le loro qualità; e le moltitudini non hanno tanto da godersi il tipo di benessere sociale minimo possibile. Londra, Parigi, Berlino, New-York, tutte le grandi città e le popolazioni rurali ad un tempo informino!
L’evidenza di questa iniquissima distribuzione della ricchezza si scorge subito guardando alle cifre, che si riferiscono all’Italia. Sappiamo dal Flora che il reddito medio di ogni famiglia italiana è di L. 350 annue. Ma in Italia ci sono alcune migliaia di famiglie che possedono non le L. 7032, che rappresentano il capitale di quel reddito, ma centinaia di migliaia e milioni di lire. Non è chiaro, dunque, che ci debbano essere milioni di famiglie, che devono possedere zero? Ci sono, infatti; e nel Veneto con parola caratteristica li chiamano bisnenti, e si capisce subito che ci devono essere quando si pensa che mercè di una semplice operazione aritmetica si prova che ogni milionario assorbe la quota di oltre 160 famiglie: quella stessa quota, che sarebbe buona soltanto a lasciar morire di fame. Questa innegabile viziosa distribuzione della ricchezza viene terribilmente aggravata dalla circostanza che i bisnenti sono coloro che lavorano e producono; e i milionari stanno tra coloro, che, secondo la rispettabile convinzione del Barone Garofalo, hanno la proficua occupazione.... di consumare il prodotto del lavoro altrui.[178]
La mostruosità di questa iniqua distribuzione della ricchezza [143] rimane anche colla trionfale dimostrazione dei miglioramenti nella condizione della massa dei lavoratori; miglioramenti esaltati per dimostrare la falsità della legge bronzea del salario.
Questa legge bronzea del salario, che si deve al Turgot e che il Lassalle e altri socialisti resero popolare non ha certamente alcun valore assoluto e lo hanno riconosciuto da tempo molti socialisti (Wiede, Domela-Nieuwenhuis ec.) e quasi tutti lo riconoscono oggi.[179] I miglioramenti assoluti delle masse sono innegabili e se la legge bronzea del salario avesse dovuto agire nel senso erroneo che le si assegnava, non avremmo mai avuto alcun progresso ed avremmo invece avuto lo addomesticamento alla servitù dell’umanità. L’ingiustizia nella distribuzione, maggiore o minore secondo le varie organizzazioni sociali e secondo il grado di sviluppo raggiunto dalle masse — le quali tanto più desiderano quanto più hanno ottenuto, in guisa che i miglioramenti parziali acuiscono anzichè attutire l’ardente desiderio di ulteriore miglioramento, — non ostante la smentita data dai fatti alla legge bronzea del salario rimane sempre, perchè il miglioramento dei lavoratori non è quale dovrebbe essere in sè ed è minimo relativamente a quello delle altre classi, che vi hanno minor diritto. «Il benessere è cosa essenzialmente relativa e per rendersi conto esatto del cambiamento in bene o in male avvenuto nello stato dei lavoratori bisogna comparare non ciò che essi consumano oggi con ciò che essi consumavano altra volta, ma il distacco esistente tra la vita operaia e la vita patronale altra volta e al giorno d’oggi; non si deve comparare la situazione attuale dell’operaio alla sua situazione antica, ma la [144] situazione rispettiva alle differenti epoche tra quelli che sono in alto e quelli che sono in basso della scala sociale.»[180]
Questa sperequazione, questa cattiva distribuzione dei prodotti, lumeggiata dai socialisti eminenti e dagli oscuri, è tale che la riconobbero e la riconoscono e se ne allarmano gli statisti non rivoluzionari e la deplorano gli stessi economisti borghesi.
«Ciò che vi ha disgraziatamente di fondato nelle doglianze formulate dai socialisti, dice il De Laveleye, si è che la condizione dei lavoratori non si è migliorata in proporzione dell’accrescimento della produzione, e che collo sviluppo incredibile della ricchezza che ha avuto luogo in questo secolo, la parte che essi ne hanno ottenuto è troppo minima.
«In appoggio di questa affermazione io non citerò che due testimonianze, che non verranno ricusate e che vengono prese dal paese in cui il capitale si è rapidamente accumulato. Gladstone diceva il 14 febbraio 1843 alla Camera dei Comuni: «Uno dei lati più tristi del nostro paese è che l’aumento costante delle ricchezze delle classi elevate e l’accumulazione del capitale siano accompagnate da una diminuzione nella potenza di consumazione del popolo[181] e da una più grande somma di privazioni e di sofferenze in mezzo alle classi povere.» Il 16 aprile 1863 — vent’anni dopo — lo stesso Gladstone ripeteva: «Dal 1842 al 1853 la rendita sottoposta all’imposta è aumentata in Inghilterra del 6% e dal 1853 al 1861 del 20%; e, fatto quasi incredibile ma reale, questo prodigioso aumento di ricchezza s’è fatto esclusivamente a profitto delle classi che possiedono.» M. Fawcett si esprime nello stesso modo: «La produzione si è accresciuta al di là delle speranze le più eccessive e intanto sembra assai [145] lontano il giorno in cui l’operaio ne otterrà una larga parte, e nella sua miserabile dimora la lotta contro la miseria è più dura che mai. N’è risultata una ostilità profonda contro i principii fondamentali sui quali riposa la società.» (Essay and lectures etc.)[182]
Procediamo oltre con queste edificanti citazioni. «Noi, scrive un altro economista illustre, abbiamo emancipato il lavoro; e cosa strana, la sua condizione sotto molti riguardi è divenuta più rude e più precaria... Si è rovesciato sul mondo un torrente di ricchezza, che fertilizza molte provincie, ma che lascia tracce funeste del suo passaggio, simile ad un carro brillante e misterioso, i cui viaggiatori non possono nemmeno vedere i passanti ch’esso schiaccia. La quistione n’è a questo, che si domanda se si deve applaudire o inquietarsi dei progressi di una ricchezza che trascina al suo seguito tanti mali e che moltiplica palazzi ed ospedali.» (Blanqui, Histoire de l’économie politique). Ed un altro storico aggiunge: «Gli scritti di Malthus, di Sismondi, di Droz, Rubichon, dimostrano che il sistema manifatturiero dell’Inghilterra ha potuto arricchire la nazione, ciò è avvenuto a spese dell’agiatezza, della salute, della moralità e della felicità delle classi operaie.» (Villeneuve Bargemont, Histoire de l’Economie politique).[183]
Si potrebbe continuare ancora nella serie delle citazioni analoghe, ma credo che bastino quando si pon mente da qual parte vengano le confessioni. A queste un’ultima è d’uopo aggiungerne, veramente preziosa, perchè promana dalla sorgente meno sospetta. Il De Molinari, rappresentante autorevolissimo del liberismo e borghese sino alle ciglia, conviene che i progressi nella condizione dei lavoratori compiti sinora [146] non sono stati proporzionali allo sviluppo della forza produttiva.[184]
Che rimane, adunque, degli armonici, che pretendono che attualmente economicamente tutto proceda pel meglio nel miglior dei mondi possibili? Che pensare della fatalità della lotta pel necessario? La lotta per un minimum di benessere non risulta come l’effetto dell’ingiustizia presente?
E infatti la giustizia e l’umanità non presiedono menomamente alla distribuzione dei prodotti; e l’ordine, che mantiene questo modo di distribuzione, non essendo basato sulle prime non ha altra ragione che la forza. Legittimo, logico quindi il contrapporre la forza alla forza; logica e legittima la ribellione dei proletari quando possono farla. Inutili, vane le querimonie dei conservatori contro le tendenze rivoluzionarie del proletariato, anche quando si esplicano colla distruzione dei prodotti della civiltà.
Che può importare al proletariato degli edifici sontuosi che egli non abita, dei quadri, degli oggetti artistici di lusso, che non possiede; dei teatri splendidissimi, che non frequenta; quando egli è stato il fattore precipuo di tutto ciò, e pur gli manca il necessario, e sente fame ed ha freddo, e non può ottenere un tipo di benessere, che sarebbe possibile gli venisse accordato? In questa lotta pel necessario del resto, in [147] questa fatalità del malthusianismo politico, che vuole esclusi dal banchetto della vita, quelli che vi sovraggiungono in di più dei posti che la natura assegna, con tutta ragione gli operai, i proletari possono osservare, che non dovrebbero essere essi i primi a sparire, a venire soppressi. «I proletari producono; essi sono utili alla collettività. Se vi ha troppa gente al mondo, se una sottrazione è necessaria, perchè non si comincerebbe dagli oziosi, dai parassiti, da quelli che consumano senza produrre? Se non vi ha posto per tutti al banchetto della vita, almeno che nessuno vi si assida senza pagare lo scotto!»[185]
34. Nella guerra guerreggiata le necessità della lotta costringono i combattenti ad ogni stratagemma, anche sleale, a mine e contromine per assicurare la vittoria; le stesse necessità costringono gli avversari del socialismo ad ogni specie di espedienti e li buttano nel pelago burrascoso delle contraddizioni più volgari.
Si apprese dalle precedenti discussioni che gli avversari del socialismo avevano indicata come inutile pei poveri e come dannosa per l’incremento della civiltà, in tutti i suoi aspetti multiformi, l’uguaglianza delle fortune. Ma sbaglierebbe di grosso chi credesse che essi insistono negli argomenti, buoni o cattivi, accampati per sostenere la loro tesi. Quando meno attendevasi, la evoluzione nel campo nemico si è avverata: economisti e statistici hanno fatto un mutamento di fronte e visto che i produttori affamati non si acquietavano all’idea di contribuire colle loro forzate privazioni all’incremento della scienza, delle arti e del benessere... degli altri, essi hanno abbandonato gli antichi argomenti, e sono venuti ad affermare che l’uguaglianza delle condizioni non solo è un bene, [148] ma è anche un bene in continua e progressiva realizzazione. Ne concludono che i socialisti hanno torto a scalmanarsi ed a proporre sovvertimenti pericolosi per conseguire uno scopo che già siamo in via di ottenere senza nulla mutare nella presente organizzazione sociale.
I sostenitori della nuova forma di opposizione alla corrente socialista appartengono alla classe più dotta e più studiosa e perciò la loro tesi è stata confortata con lusso di argomenti non solo, ma anche di dati statistici e storici, di fatti di ogni genere.
Il Leroy-Beaulieu, che se non fu il primo, certamente fu tra i più autorevoli, nell’affermare e nel tentare la dimostrazione della crescente giustizia nella distribuzione delle ricchezze, ha avuto un seguito di scrittori realmente autorevoli e molti dei quali sostengono l’assunto nuovissimo della scienza economica borghese in perfetta buona fede e colla ferma convinzione di avere trovato una risposta alle insistenti domande del proletariato, che deve contentarlo assicurando a loro in pari tempo la tranquillità delle coscienze col godimento dei beni presenti.
Al seguito dell’illustre economista francese Iohn Rae, Bodio, il visconte d’Avenel, De Foville, De Varigny, Giffen, Block, Levasseur, De Molinari, Iuglar, Fournier de Flaix, Alfredo Neymark, Flora, Cheysson ecc. ecc. per la Francia, per l’Italia, per l’Inghilterra, per gli Stati Uniti ecc. si sono studiati di provare questo crescente processo verso l’uguaglianza e verso la giustizia.[186]
[149]
Eccoli questi fatti riassunti colla massima fedeltà:
1º La parte presa dal salario nella distribuzione dei prodotti è in continuo aumento; aumento che in molte industrie e in molti paesi in 40 anni è del 50, del 60, del 75%; sicchè nelle grandi imprese minerarie di Anzin, Lery, Lievin ecc. le somme pagate ai minatori ammontano a quattro volte i dividendi degli azionisti. Questo in Francia. Negli Stati Uniti calcolando a 100 i salari nel 1860 si trovano ch’erano eguali a 87,7 nel 1840 e salirono a 160,7 nel 1891. (Carrol Wright: Riforma Sociale 15 Ottobre 1897). Così altrove e in altre industrie. Gli alti salari, intanto, secondo i nuovi armonici, che hanno formulato la teoria che dai medesimi prende nome, non hanno diminuito i profitti, perchè fecero aumentare la produttività del lavoro. (Lord Brassey, Schönhof, Schulze — Gaevernitz, Nitti, ecc.)[187].
[150]
2º Mentre aumentarono i salari diminuirono i prezzi dei viveri — meno forse quelli della carne e dell’abitazione — e di quasi tutti gli oggetti di consumo; aumentarono notevolmente questi consumi e diminuirono parallelamente le ore di lavoro necessarie per acquistare una data unità di un prodotto.
3º Aumentarono i depositi nelle casse di risparmio e dal 60 al 95 si triplicarono le somme depositate nella Banca di Francia. In pari tempo non solo il debito pubblico si va democratizzando, ma anche gli altri titoli si ripartiscono in molte mani, come è avvenuto per le azioni della Banca di Francia e per quelle del Credito fondiario francese; dal 1860 al 1895 è più che raddoppiato nella vicina repubblica il numero dei portatori delle azioni ferroviarie. Questo rialzo dei salari, questa democratizzazione della proprietà mobiliare si rispecchia nell’aumento del numero dei contribuenti, nella elevazione della quota del reddito imponibile. Ciò dicono chiaramente le statistiche della Germania e specialmente dell’Inghilterra.
In Germania, infatti sono divenuti meno numerosi dal 1884 al 1892 i redditi da 600 ad 800 marchi; ma sono aumentati assai di più quelli di 801 a 1200 e di 1201 a 2500 marchi. Ciò che dimostra che la classe lavoratrice si avvicina alle condizioni della classe media. In Inghilterra il totale della proprietà e dei profitti sottoposto all’Income Tax dal 1880-81 al 1893-94 si è innalzata da sterline 491 milioni circa a 600 milioni circa. Meglio ancora: il numero delle quote sottoposte all’imposta sulle successioni dal 1883-84 al 1893-94 si è elevato da 41,873 a 52,462 con prevalenza delle quote minime, cioè non eccedenti le 1000 sterline. (Statistical Abstract for the United Kingdom. Forty-Second Number, p. 37 e 39). Parimenti per gli Stati Uniti il Carroll Wright, l’eminente direttore della Statistica del lavoro, somministra queste cifre: la ricchezza privata da 35 miliardi e 678 milioni nel 1850 era salita a 325 [151] miliardi con una quota per ogni abitante prima di L. 1540 e dopo di L. 5180. Gli stipendiati, professionisti e salariati erano il 32,43% degli abitanti nel 1870 e arrivarono al 36,31 nel 1890.
4º L’elevazione del salario, la diminuzione del prezzo dei prodotti, l’aumento del numero dei possessori di capitale — specialmente mobiliare — è il risultato necessario dell’energico aumento del capitale stesso, che si deve alla presente organizzazione sociale, ingiustamente avversato dai socialisti. Lo incremento del capitale ha portato seco fatalmente la diminuzione nel valore del danaro e nella sua forza di acquisto, che si traducono in diminuzione dell’interesse — in Francia oscillava tra il 5 e il 6% nel 1850 ed è ora al disotto del 3%; — in diminuzione del reddito fondiario, che ha cagionato l’universale crisi agraria, che si riflette secondo il De Foville, nella statistica fiscale colla diminuzione dei valori delle successioni e delle donazioni[188]; in diminuzione del reddito mobiliare — in Francia era 4,68% nel 1825-34 ed è disceso a 2,88% nel 1897. Così il bilancio dei rentiers subisce una gravissima crisi e riesce sempre più difficile vivere sul passato, facendo a meno dello sforzo attuale. L’aumento dei capitali, che ha fatto diminuire l’interesse, il reddito e il profitto, viceversa ha aumentato la loro concorrenza, la ricerca d’impiego, che si è tradotta in innumerevoli intraprese — ferrovie, canali, tagli ec. — che hanno enormemente contribuito al rialzo dei salari, perchè hanno reso più ricercato il lavoro.
Si è avverato così ciò che diceva Turgot che paragonava il ribasso del tasso dell’interesse all’abbassamento graduale delle acque che permetteva di estendere la cultura su nuove terre.
[152]
Però la diminuizione nel valore del denaro, ha alcuni inconvenienti anche pei lavoratori. Quando essi, dice Cheysson, vogliono assicurarsi una esistenza da capitalisti, il ribasso dell’interesse rende sempre più difficile l’assicurazione, perchè fa elevare la quota di contribuzione per le varie casse di assicurazione per la vecchiaia, per la malattia, ecc. Perciò Soulier domanda se il risparmio non ucciderà il risparmio. Il rimedio contro questo fenomeno, che va a colpire anche i lavoratori sta nell’acquisto della casa di abitazione, che diviene sempre più facile, mercè la cooperazione e il pagamento a rate poco superiori al fitto ordinario, come avviene specialmente in Inghilterra per opera delle Building Societies.
5º Il livellamento dei profitti nelle industrie e la diminuizione dell’interesse, del reddito e dei profitti, che procedono parallelamente coll’elevazione dei salari, impediscono la formazione delle grandi fortune: mentre l’imposta progressiva, la esenzione da imposta delle piccole proprietà e dei piccoli redditi e l’imposta sull’eredità tendono a ridurre le grandi fortune esistenti ed a livellare sempre più le condizioni di esistenza.
6º In conseguenza di queste varie influenze che agiscono in senso inverso, sul capitale per deprimerlo e sul lavoro per elevarlo, si elevano le classi inferiori e si confondono colle altre: movimento coadiuvato dalla eliminazione progressiva della distinzione tra lavoro qualificato (skilled) e lavoro squalificato (unskilled). Questa diminuizione degli unskilled il Carroll-Wright l’avrebbe trovata notevole negli Stati Uniti dal 1880 al 1890. Tutto ciò contribuisce alla graduale e continua sproletarizzazione dei lavoratori, come la chiama il Racca, e costringe in pari tempo la borghesia a non dover contare esclusivamente sul capitale ed a ritemprarsi nel lavoro.
35. Se questo quadro seducente dell’evoluzione sociale, se questo processo di livellamento delle fortune e di uguaglianza [153] tra le classi sociali fosse stato presentato cinquant’anni or sono, la gente cosidetta positiva si sarebbe levata per gridare: all’utopia! Oggi, ripeto, sono gli economisti stessi che ci presentano questo quadro seducente, che attesta il progresso sociale nel senso vagheggiato per lo appunto da coloro che furono ora derisi come utopisti, ora perseguitati come sovvertitori dell’ordine.
Ma le rosee tinte del quadro nascondono una insidia, una malizia degli avversari del socialismo, che per ammansare le classi lavoratrici cercano addormentarle con una iniezione di morfina che dia loro la illusione — nient’altro che la illusione — della forza e del benessere?
Di questo avviso mi sembra il Loria, che, con ironia amara, del Neymarck espositore delle meraviglie sociali sumenzionate nell’elegantissimo Hôtel des Sociétés savantes scrive: «Il pranzo succolento, i molteplici e generosi vini, e tutta quella festa di colori, di fiori, di luce che forma così gradevole cornice ai banchetti aristocratici, aveano disposto il pensatore ad una infinita benevolenza verso le cose di quaggiù e steso un velo misto di rosa e di azzurro sulla sua retina intellettuale. Nell’estasi dei sensi, si vedeva le disuguaglianze sociali perequate, ogni miseria dileguata, ogni dissidio umano miracolosamente composto e le serie statistiche disarmoniche divenivano d’improvviso, nella mente dello studioso inebriato, l’espressione delle più serene armonie. Un tale stato d’animo così invidiabile e raro, è per forza propria espansivo, onde a un certo punto il valentuomo non potè più trattenersi, e dovè comunicare ai commensali e colleghi la sua galante visione.»[189]
La diffidenza dell’illustre professore dell’università di Padova, divisa dall’immensa maggioranza dei socialisti militanti, ha trovato conforto precisamente in uno statistico-economista, [154] che ha dato in sulla voce al collega ottimista. Adolfo Coste, infatti, nella stessa Società, cui aveva rivolto la parola il Neymarck per riassumervi i miracolosi progressi sociali compiutisi, poco dopo — il 18 novembre 1896 — con una interessante memoria (Les benefices comparés du travail et du capital dans l’accroissement de la richesse depuis 50 ans) fece la parte del diavolo e mise molta acqua nel vino inebriante del primo. Ascoltiamolo.
La benefica influenza dell’aumento del capitale bancario sull’elevazione del salario va accettata in limiti ristrettissimi, per non dirla interamente problematica, perchè il primo di ordinario va ad alimentare la speculazione con poco vantaggio, se non con danno, delle classi lavoratrici «Che il debito pubblico contribuisca ad elevare i salari, poi, può affermarlo soltanto chi si trovi in condizioni d’imperfetto equilibrio mentale.» (Loria)
Ben poco prova l’assegnazione della ricchezza fattasi al lavoro, perchè si trascura un elemento importantissimo pel giudizio esatto — il numero degli operai impiegati tra i quali si deve ripartire la quota assegnata.
La ripartizione del prodotto del capitale rivela sempre la ingiustizia: perchè nell’industria carbonifera, ad esempio, mentre il salario era 100 nel 1861-60 e 161 nel 1881-90 il profitto invece negli stessi periodi da 100 salì a 236.[190] Quale la causa di questa ineguale ripartizione dell’aumento della ricchezza riconosciuta anche dal De Molinari? Il Coste risponde: la causa è in quei 48 miliardi di fondi pubblici che ingrossano [155] la fortuna privata in Francia, senza dar vita ad industrie veramente produttive. In parte a riparare alla crescente disuguaglianza dei redditi si riuscirebbe ridonando i capitali alle imprese feconde e trattenendoli in patria mercè una più sapiente organizzazione del credito. Questa trasformazione nell’impiego dei capitali, aggiungo io, oltre una conseguenza economica ne avrebbe una morale importantissima: contribuirebbe ad eliminare l’aggiotaggio, uno dei principali fattori criminosi delle grandi fortune.[191]
L’ingiustizia della ripartizione e la possibilità di assicurare una maggiore somma di benessere a tutti, del resto, sono state dimostrate in Inghilterra dall’Hobson, che ha ripartito in questa guisa il reddito totale di un miliardo e trecentomila sterline:
| Rendita | 200,000,000 |
| Interessi | 250,000,000 |
| Profitti | 350,000,000 |
| Salari | 500,000,000 |
Il calcolo del salario è fatto sui dati di L. Levi (Wages and Earnings of the Working-classes p. 11) che nel 1884 lo faceva ammontare a 470,000,000. Questa somma distribuita fra tutte le famiglie del Regno Unito dà sterline 88 all’anno per ogni famiglia; diviso il reddito totale dell’Inghilterra in quote uguali a tutte le famiglie si avrebbe un reddito per ciascuna famiglia di sterline 172, cioè di L. 4300 (Problems of Poverty. London 1891 p. 2-4).
Certamente i salari sono aumentati in Inghilterra; e considerevolmente aumentati; ma vi sono i punti neri, assai neri, che con una equa ripartizione si potrebbero far scomparire. [156] Il Booth si è provato a contraddire l’Hobson; ma non vi è riuscito in nessun modo e si può dire anzi avergli dato ragione constatando che in Londra su quattro milioni e mezzo di abitanti non vi sono che 60,000 persone veramente ricche. (Life and labour of the People in London Vol. V). Quali stridenti contrasti adduca l’assorbimento delle ricchezze delle grandi metropoli del capitalismo si vedrà tra poco.
Si sono fatte poi molte ricerche per dimostrare che il salario reale, è in vero aumento e che il numero delle ore di lavoro necessario per acquistare l’occorrente a soddisfare i bisogni più impellenti è in continua diminuzione.
È necessaria questa ricerca, perchè, può anche aumentare sensibilmente il salario, ed aumentare in una misura maggiore il prezzo delle sussistenze ed aversi, perciò, come risultato il peggioramento della condizione dei lavoratori. Alla fine del secolo scorso i salari in Inghilterra erano raddoppiati; ma era quintuplicato il prezzo degli oggetti di consumo degli operai. Oggi molti si sforzano a dimostrare che la cosa volge al meglio. Così l’Alderich col sistema dei numeri indici assegnando il valore di 100 ai prezzi ed ai salari nel 1860 ha osservato le seguenti mutazioni:
| Anni | Prezzo medio dei prodotti | Salari medi |
| 1860 | 100 | 100 |
| 1861-64 | 139,3 | 109,9 |
| 1865-69 | 178,8 | 154,9 |
| 1870-74 | 137,5 | 164,1 |
| 1875-79 | 110,9 | 147,6 |
| 1880-84 | 105,3 | 148,7 |
| 1885-89 | 93,2 | 153,5 |
| 1890-92 | 92,3 | 159,8[192] |
[157]
Il Bodio per l’Italia ha raccolto parecchi suoi precedenti studi in un libro che incontrò grande e meritata fortuna (Di alcuni indici misuratori del movimento economico in Italia. Roma 1891). Ivi afferma che l’operaio italiano per avere l’equivalente di cento chilogrammi di frumento doveva lavorare 195 ore all’anno nel 1862; 183 nel 1871; 122 nel 1881 e 95 nel 1889 (p. 58). In questi calcoli dell’illustre direttore della statistica del Regno d’Italia l’ottimismo è manifesto e deriva dal fatto, che egli ha studiato il miglioramento dei salari in alcune regioni e per poche industrie. Egli stesso confessa l’esiguità del salario degli operai agricoli (L. 2 al giorno di està e L. 1,50 in inverno) e lo dice assottigliato dal tempo non breve nel quale il lavoro rimane forzatamente sospeso (p. 60). Avrebbe potuto aggiungere che in molte contrade del Veneto, della Bassa Lombardia, della Sicilia ecc. i salari agricoli — e gli agricoltori in Italia rappresentano la grande maggioranza — appena raggiungono i centesimi 50 al giorno.[193]
L’asserito miglioramento in Italia nè è generale; nè è stato duraturo. Lo stesso Bodio coi dati sulla emigrazione, sulla delinquenza ec. che sono indici indiretti importantissimi somministra gli elementi per correggere il suo ottimismo. Dai consumi si può trarre argomento che il rialzo dei salari non è stato generale e duraturo. E in verità è eloquentissima la diminuzione nel consumo del frumento che è la base dell’alimentazione italiana e che da una media di 145 Kg. nel 1870-74 si è ridotta a 119 nel 1897.[194]
[158]
Questo miglioramento è tanto poco stabile e significante, che appena un minimo perturbamento sopraggiunge se ne hanno conseguenze, che a prima vista sembrano sproporzionate alla causa. Così nel 1897-98 il rincaro del pane ci fece assistere a tumulti gravissimi in ogni parte d’Italia da Padova e Piacenza a Modica e Troina — con considerevole numero di morti e feriti; tumulti per la fame, che nel nostro secolo si possono riscontrare solo nell’India e nella Russia e determinati più dalla deficienza dei salari, che dalla altezza del prezzo del pane.
I salari agricoli in Francia dal De Foville si dicono aumentati da L. 200 a L. 800 all’anno dal 1788 al 1872; e devono conservarsi ancora alti se lo stesso Iaurès ammette che sono attualmente di L. 300 all’anno oltre il nutrimento.
Dove tutti gl’indici indiretti convergono per dimostrare il generale e duraturo elevamento dei salari è precisamente in Inghilterra.
Guardando ai consumi, ad esempio, si trova che il frumento e la farina da 161 libbre a testa nel 1874 passarono a 256 nel 1894; lardo da 7,82 a 13,29; carne da 3,22 libbre nel 1880 a 6,59 nel 1894; uova da 21 circa a 36 per uno dal 1874 al 1894 ec.[195] L’aumento è significante nel consumo di tutti gli altri generi; nelle patate, nel riso, e nelle bevande alcooliche ci fu diminuizione sensibile, che indica per i due primi un sensibile miglioramento economico e morale di cui vanno orgogliosi gl’inglesi. (Statistical Abstract for the United-Kingdom from the 1874 to 1888 p. 72 e 73. Stat. Abstr. ec. from the 1880 to 1894 p. 78 e 79).
D’altronde non è male avvertire che anche in Inghilterra [159] vi sono intere regioni, e non solo tra quelle dedite all’agricoltura, nelle quali il miglioramento non è considerevole o non esiste affatto come viene constatato dallo Schulze-Gävernitz per il centro dell’industria della lana cardata e della seta a Bradford, nel Dorkshire, nel Chester, a Machlesfield ec. (La grande industrie p. 311). E si può prestare fede a questo scrittore della teoria degli alti salari, che ha generalizzato con soverchia premura le meraviglie osservate tra gli operai meglio collocati del Lancashire nell’industria del cotone, i quali operai posseggono già qualche parte del capitale impiegato nella loro industria (La grande industrie p. 277).
Di questa teoria degli alti salari non si può qui discutere ex professo; ma tenendosi all’osservazione imparziale si deve lodare la riserva del Musco, che constata il fatto, ma non vuole che si parli di una legge. Il fatto non è generale, nè si può assicurare che sarà duraturo. Lo stesso Nitti aveva rilevato, non ostante il suo ottimismo, che nella macchina ci è sempre un pericolo per gli operai, una forza limitatrice del loro miglioramento ascensionale; pericolo però che egli considera di poca durata, perchè quasi esaurito il ciclo delle grandi scoperte meccaniche (Alti salari p. 63, 64, 80). Sembra, invece, che nelle applicazioni dell’elettricità non si sia che all’inizio. Franklin strappò al cielo il fulmine; ma questo fulmine i capitalisti, continuando nell’organizzazione attuale, potranno scagliarlo contro i lavoratori.[196]
Ed è poi vero che oggi non sono più possibili le grandi fortune? Mai un economista ottimista ha affermato una cosa [160] falsa con tanta leggerezza. Sono proprio di questo secolo i miliardari; e i miliardari li abbiamo visto sorgere, per così dire, sotto i nostri occhi; li vediamo sorgere e crescere giorno per giorno, ora per ora. Chi ne dubitasse, senza lambiccarsi il cervello nelle ricerche degli statistici legga l’Introduzione del Masè-Dari — un economista — ai Problemi sociali del George e vi troverà notizie edificanti sui Iay Gould, sui Vanderbilt, sui Makau, sui Pullman ecc. La storia di Rockefeller, il re del petrolio, e quella di Iohn Iacob Astor, di questi miliardari e delle loro fatiche che ci ha dato il Saint-Aubin con tinte ironiche, riesce molto istruttiva (Deux milliardaires. Revue des revues. 1º maggio 1898).
La ricerca sui milionari e i miliardari in Inghilterra, in Francia, in Germania riesce agli stessi risultati. Il famoso barone Hirsch è un arcimilionario la cui fortuna data da 50 anni. Restando in Italia, così povera, e dove le cause della rapida formazione delle grandi fortune non hanno agito colla intensità spiegata altrove, si apprenderà che coi soli onesti e sapienti appalti ferroviari i Medici, i Piatti, i Menotti ecc. — ognuno dei quali rappresenta la spoliazione di migliaia di piccoli contribuenti e l’appropriazione del prodotto del lavoro di centinaia di migliaia di lavoratori — sono divenuti parecchie volte milionari. Quale possa essere la giustizia di certe grandi fortune da un altro lato si rileva dall’aumento esorbitante del valore dei terreni edilizi di cui si è occupato con tanto talento l’Einaudi: un decimo di ettare di terra in Chicago valeva 20 dollari nel 1830; valeva un milione e duecentocinquantamila dollari nel 1894![197]
[161]
Nè questi sono salti esclusivamente americani. In proporzioni ridotte si ebbero a Roma, dove se la follia edilizia produsse il fallimento di molti istituti di credito, dette origine a non poche rapide fortune. Il D’Avenel ne riporta molti esempi in Francia; e se ne ha uno recentissimo a Londra: 57 metri quadrati di terreno edilizio in un cortile di Lombard-Street vi fu venduto il 10 settembre 1895 al prezzo di L. 1,890,000! (Gide: op. cit. p. 510, nota).
Intanto questi favolosi aumenti di valore non rappresentano mai il merito, lo sforzo, il sacrifizio del proprietario: o essi derivano da miglioramenti edilizi — apertura, allargamento di strade, condutture di acqua, giardini pubblici ec. — fatti a spese del pubblico; o sono il prodotto dell’aumento della popolazione. In questo caso — strano contrasto! — l’aumento delle ricchezze del proprietario scaturisce dall’aumento della miseria dei lavoratori!
Di fronte a questo fatto ha minore importanza la concentrazione delle intraprese del capitale e della proprietà fondiaria, ch’è uno dei capisaldi del marxismo. La prima potrebbe essere reale e non essere in pari tempo dannosa ai lavoratori — potrebbe, ad esempio, rappresentare l’incremento della cooperazione a benefizio collettivo, come si va verificando colla Associazione delle latterie generali belghe e coll’aumento nello stesso Belgio di tutte le associazioni agricole. In Germania, in Francia, in Inghilterra etc. può anche dimostrarsi che il numero delle intraprese agricole, industriali, commerciali, di trasporto etc. è aumentato, ma sempre con prevalenza delle maggiori a danno delle minori e sempre in proporzioni [162] inferiori all’aumento della popolazione; in guisa che l’aumento può essere assoluto, e non relativo[198].
Le cifre del resto non sono di una grande chiarezza e si prestano ora alla interpretazione socialista, ora a quella degli avversari. In Germania, ad esempio, il censimento della popolazione agricola del 14 Giugno 1895 su quello del 1882 ha trovato un aumento del 5,32% sul numero delle aziende e del 2,02 sulla superficie coltivata. L’aumento delle aziende sarebbe avvenuto soprattutto in quelle di media grandezza. Il 50% di queste aziende sono di proprietà dei coltivatori; scarsamente vi è rappresentata la mezzadria, sulla quale prevale di gran lunga l’affitto. Il 41,33% del totale delle aziende è di media grandezza e comprende il 70,30% della terra coltivata. Questi dati vengono completati da quelli dello Schmoller sullo sviluppo del ceto medio, che non sono tanto confortanti quanto a lui vorrebbero sembrare perchè tra il 1882 e il 1895 segnerebbero una diminuzione del 34,4 al 24,9% nel numero degli intraprenditori ed un aumento dal 65,6 al 75,1% nel numero degli operai impiegati. (Arbeiterfreund 1897. N.º 3). Dall’ultimo censimento delle professioni in Germania apparisce chiarissimo il concentramento delle industrie. Infatti dal 1882 al 1895 mentre diminuì del 12% il numero dei piccoli padroni, aumentò del 15% la popolazione. La grande industria invece progredisce rapidamente: raddoppiarono nello stesso periodo di tempo le fabbriche che impiegano più di 1000 operai e scomparvero 84000 piccoli industriali. Lo stesso movimento all’incirca si verificò nel commercio. Chi non vede qui un aumento significante del proletariato industriale, che non può essere compensato dall’aumento degli esercenti professioni liberali, degli insegnanti, del clero, degli impiegati ec.?
[163]
Questa concentrazione delle industrie, sembra più evidentemente accentuarsi in Inghilterra — almeno nell’industria tessile ch’è una delle più importanti ed è quella i cui salari, però, hanno migliorato più sensibilmente. Le fabbriche sottoposte ai Factories and Workshops acts erano 6807 con 907,230 operai di ogni sesso e di ogni età nel 1870 ed arrivarono a 7,466 con 1,034,261 operai nel 1885. Sin qui ci sarebbe stato discentramento; ma cambiano rapidamente e fortemente le condizioni nel 1890 quando le fabbriche si riducono a 7190 e il numero degli operai invece aumenta a 1,084,631. (Statistical Abstract. 1895 p. 188 e 189). Questa tendenza alla concentrazione industriale, del resto, viene riconosciuta non solo, ma esaltata come un progresso dall’apologista della grande industria, dallo Schulze-Gävernitz, che scorge nella prima la condizione necessaria per trionfare sicuramente nel mercato universale. (La grande industrie p. 123). E checchè ne sia della concentrazione delle industrie, la concentrazione della ricchezza, per quanto i socialisti non tengano più nè alla legge bronzea — respinta formalmente dal congresso della democrazia sociale di Halle nel 1890 — nè alla legge di George, viene riconosciuta da Booth, che dal complesso dei mutamenti nella costituzione industriale di Londra conchiude alla indubbia stretta connessione tra l’aumento generale della ricchezza e la sua concentrazione. «Accumulo di ricchezza, rovina di uomini» è un proverbio (verdict) interamente vero per quanto riguarda Londra (Op. cit. Vol. IX p. 64).
In quanto ai proprietari fondiari se il loro numero aumenta o diminuisce è cosa assai controversa. Gli allottments dell’Inghilterra, creati dalla recente legislazione, e in continuazione del land act del 1881 per l’Irlanda non hanno avuto ancora la loro intera esplicazione: gli allottments attualmente rappresentano la proprietà allo stato di polverizzazione, [164] che non produce un sollievo economico. Se l’avessero in guisa da riuscire alla creazione della piccola proprietà nella terra classica del landlordismo dovrebbero sorgere altre leggi e altre istituzioni per impedirne il riassorbimento, avvenuto quasi dapertutto in Italia colla quotizzazione dei demani comunali e col censimento dei beni demaniali e dell’asse ecclesiastico. In Francia, dove la piccola proprietà ha tradizioni antiche ed una certa preponderanza i discorsi memorabili di Iaurès (9 e 16 giugno e 3 luglio 1897) e di Deville (3 novembre 1897) ai quali risposero Deschanel e Meline attraverso a tutte le contraddizioni della statistica interessata e dei politici hanno assodato che la piccola proprietà mantiene il posto numerico assoluto, ma perdendo d’importanza perchè la superficie delle proprietà al disopra di 40 ettari è aumentata da 22,300,000 ettari nel 1882 a 22,500,000 ettari nel 1892. Lo stesso Meline riconobbe d’altronde il disagio crescente dei piccoli proprietari, molti dei quali abbandonano la campagna per la città; fenomeno ancora più accentuato in Inghilterra.
Nel Belgio il numero dei proprietari si è aumentato da 201,226 nel 1846 a 293,524 nel 1880, mentre il numero dei fittaiuoli è passato nello stesso tempo da 371,320 a 616,872. Ma i socialisti, forti delle antiche constatazioni fatte da G. B. Say nel 1832 e delle successive di H. Denis riducono a più discrete proporzioni il fatto, osservando che l’ipoteca assorbe tutto e che se moltissimi piccoli proprietari rimangono ciò si deve al fatto che la convenienza è maggiore nel lasciare il possesso della terra all’attuale proprietario, intascando l’interesse.[199]
In Germania del pari l’area occupata dalla piccola e media proprietà dal 1882 al 1895 si è accresciuta, quantunque di poco: rispettivamente passando da 10,1 a 10,11% e da 28,74 [165] a 29,90%. La relazione del censimento dice che la media proprietà fondiaria si è rafforzata a spese della piccola e della grande proprietà. Ciò che fa comprendere esservi piuttosto una diminuzione nel numero dei piccoli proprietari.
Checchè ne sia di questa scomparsa discussa e contestata di piccoli proprietari, ammesso anche che la proprietà fondiaria oggi non sia più la conditio sine qua non del benessere come vogliono Novicow e Zino Zini ci sono altri punti neri, che generano un contrasto lugubre colle rosee tinte del quadro sociale: l’incertezza della condizione e la disoccupazione.
Affermano taluni che la disoccupazione è in continua diminuzione e che scomparirà del tutto quando la società entrerà nel suo equilibrio stabile — dato che questo concetto sia conciliabile coll’altro di progresso o almeno di evoluzione continua; — comunque il presente non è confortante.
In Inghilterra dove l’aumento della ricchezza è stato meglio discusso e constatato; dove il miglioramento delle grandi masse dei lavoratori è stato pure sicuramente assodato e indotto da prove dirette e indirette di ogni genere il problema della disoccupazione s’impone agli statisti liberali e conservatori e ai filantropi. L’ottimismo di Drage ha trovato una risposta formidabile nelle cifre chiare e incontestabili di Hobbson (The problem of the unemployed. London 1896) e la disoccupazione è tanto grave e minacciosa che Stead il giornalista geniale, che a preferenza di qualunque altro possiede il senso e la misura della realtà la considera nella sua Review of Reviews come il problema della Sfinge, che ha bisogno del suo Edipo moderno per risolverlo.
Le stesse cifre ufficiali constatano l’aumento sensibile dei disoccupati dal 1890 al 1895, che raggiunsero il maximum del 7,5% degli operai iscritti nelle Trade unions nel 1893 (Reports on the strickes and work-outs of 1890-95 by the labour [166] correspondent to the Board of Trade. London 1892-95). Lo squallore di questi disoccupati può comprendersi da chi ha assistito alla lotta straziante, cui si abbandonano alle porte dei docks per esservi ammessi al lavoro.
Il Gide, la cui imparzialità è incontestabile, melanconicamente conchiude il suo paragrafo sul rialzo dei salari: «Bisogna osservare che i salari medii dati da tutti gli statistici si applicano a salari presunti annuali e regolari. Ora la disoccupazione e le morte stagioni, che divengono un male cronico dell’industria, possono ridurre SPAVENTEVOLMENTE il salario realmente preso. (Op. cit. p. 460).
Un’idea della estensione della disoccupazione si avrà pensando che secondo il Booth, ch’è stato assistito nei suoi lavori, durati dieci anni, da persone eminenti e imparziali — tra le altre da Beatrice Webb — appartenenti in massima parte alla scuola liberista-manchesteriana, il 30% della popolazione di Londra non lavora che una metà dell’anno e che essa vive, in generale, a peso dei lavoratori occupati! Per il ricco il povero è un soggetto d’interesse sentimentale; per i lavoratori è un peso schiacciante (op. cit., Vol. Iº p. 154). E la miseria dovuta alla disoccupazione è assai più acuta di quella dovuta ai bassi salari. (Vol. 9º p. 415).
I dati di Londra divengono più foschi nelle campagne e nelle altre contee industriali; nè posso insistervi qui meritando una trattazione speciale[200]. Per ora basta riassumere [167] il pensiero dello Stead: la disoccupazione esiste e deve aumentare perchè nelle condizioni della moderna società la produzione di ogni specie è fatta non nello scopo di provvedere ai bisogni dei produttori, ma soltanto in quello di creare ricchezza per il capitalista intraprenditore[201].
Questo giudizio, che potrebbe ritenersi inspirato alla tetraggine marxista viene confermato sostanzialmente dalla confessione di Booth; «il moderno sistema industriale, egli dice, non potrebbe lavorare senza un margine di disoccupati, senza una riserva del lavoro. Gl’industriali dichiarano che questo stato di cose è nel loro interesse — this state of things is in their interest — (Vol. 1º p. 152).
Se questo flagello della disoccupazione gl’industriali-capitalisti lo vogliono nel loro interesse non è naturale che i lavoratori — tutti sottoposti al pericolo di entrare nella grande riserva del lavoro da un’ora all’altra — nel loro interesse del pari lo vogliano eliminato? Se altre non ve ne fossero ecco una ragione sufficiente del movimento socialista!
Le classi dirigenti inglesi, sia detto a loro onore, non hanno lasciato ai soli socialisti lo studio della disoccupazione. Della quale s’intrattiene il programma di Chamberlain ed ancora più esplicitamente il Gorst, uno dei più eminenti conservatori.[202] Il problema è posto nettamente in Inghilterra [168] e si può vivere sicuri che opportuni temperamenti non tarderanno.
La miseria rimane sempre grande in Inghilterra; tanto grande che l’Harborough Sherar può parlare nel 1897 di schiavi bianchi (Musco; op. cit. p. 377); e questa miseria studiata a Londra, meglio che altrove per opera del Booth e dei suoi numerosi collaboratori è tale che tra il milione e 300 mila circa suoi abitanti, che appartengono alle classi povere e poverissime ve ne sono 38,000 il cui Standard of life viene considerato degno di selvaggi e per la sua semplicità e pei suoi eccessi.[203]
Dopo tutto non sono un pessimista e riconosco assai volentieri che grandi progressi si sono compiuti: progressi nella quantità del benessere, nell’elevazione del tenore di vita (Standard of life); progressi goduti da un crescente numero di persone. Ammettasi pure — senza tener conto delle numerose eccezioni, che riguardano interi stati e intere regioni — che sia innegabile la tendenza alla sproletarizzazione dei lavoratori col livellamento delle fortune, — il nuovo vangelo proclamato da Leroy Beaulieu e da tutti i suoi epigoni: — che cosa proverebbe esso? Che l’irrealizzabile, che l’impossibile deriso nei socialisti diventa continuamente e progressivamente e con utilità collettiva — con crescente ofelimità per tutti, direbbe il Pareto. Tutto ciò prova che l’utopia si fa realtà. Sursum corda[204].
[169]
Rallegriamoci dei progressi, che si sono compiuti e prepariamoci a compierne degli altri. E si compiranno fatalmente perchè se non è cresciuta la miseria nei lavoratori è aumentata la coscienza delle loro sofferenze e del diritto che hanno ad assidersi al banchetto della vita (Rieh). Quando non era nemmeno destata tale coscienza fu certamente benefica l’opera di quella schiera illustre di economisti — tra i quali primeggeranno sempre i Sismondi, e i Villermé — di filantropi e di funzionari — indimenticabili i tanti ispettori delle fabbriche dalle cui relazioni Marx ed Engels attinsero tanto prezioso materiale — che co’ le descrizioni della miseria — pur troppo reale — dei lavoratori assicurarono loro la simpatia dei buoni e contribuirono a destarli dal letargo secolare. Fatto adulto il socialismo non chiede più suscitando la pietà negli animi altrui, ma si fa avanti in nome del diritto e confessa il miglioramento conseguito o per bocca di un socialista Fabiano quale è il Webb; o per mezzo di Schönlank esclama: Sì! La democrazia sociale non è il prodotto della miseria e della disperazione, ma il risultato della coscienza, che ha della propria forza una classe, che progredisce e ch’è potente appunto perchè è cosciente.[205].
Quale insegnamento trarre dal fatto lieto? Per intenderlo e formularlo bene bisogna ricorrere alla storia. Ricordiamoci che sino al primo quarto di questo secolo — per non dire sino alla metà — in Inghilterra, dove il miracolo della trasformazione economica è stato con maggior lusso di dettagli descritto [170] e magnificato, gli operai sotto il regime del liberalismo economico e del conservatorismo politico degeneravano fisicamente, intellettualmente e moralmente in preda della miseria più squallida. Il quadro di questa miseria è stato fatto con mano maestra da Engels; ma egli è sospetto. Ebbene affidiamoci allo Schulze Gävernitz che l’ha tradotto in cifre. Eccole: A Bolton un tessitore guadagna 26 scellini e 8 denari per settimana, pari a 100 libbre di farina di frumento dal 1797 al 1804; e questo salario discese gradatamente e continuamente sino al 1825-1832 quando con 6 scellini e 4 denari non poteva più comprare che 38 libbre di farina! (op. cit. p. 45). Il movimento politico e sociale, cui gli operai presero parte sempre più attiva, determinò l’intervenzionismo, che ha dato la legislazione sociale e tributaria che si va avvicinando sempre più alla giustizia; e colla crescente libertà politica si è assicurata contemporaneamente alle classi lavoratrici una maggiore quantità di benessere economico. L’intervento del lievito socialista ha accelerato questo movimento benefico ed elevatore.
Or bene quando sono bene assodati gli ottimi risultati di un metodo si può consigliare a coloro che ne hanno usufruito di abbandonare il mezzo efficace che ha determinato il loro miglioramento? Sarebbe follia, che rassomiglierebbe ad un suicidio. I lavoratori, adunque, devono restare sempre in armi; essi devono continuare a sventolare la bandiera che ha accelerato il loro miglioramento economico, politico, morale e intellettuale.[206]
[171]
Così esige il sano sperimentalismo, che i medici empirici racchiudevano nella formula: ex juvantibus!
36. Dal sin qui discorso risulta che, nell’organismo sociale vi è continua trasformazione della lotta. La lotta tra gli uomini dalla primitiva forma violenta, muscolare, passa in una sempre più mite, intellettuale, indiretta; da endo-sociale diviene inter-sociale; rimossa dai piccoli gruppi si circoscrive tra i grandi agglomeramenti; muta di obbiettivo e si rivolge contro la natura, cessa pel necessario e si eleva pei mezzi adoperati e pei fini da raggiungere, divenendo veramente umana quando si circoscrive alla lotta pel piacere e pel posto migliore. Con che non s’intende, che il mutamento sia contemporaneo e totale, rimanendo sempre un residuo, continuamente decrescente, di lotta o concorrenza endo e inter-sociale.
Ma da questo processo di trasformazione si deduce da taluno, che gli stessi mutamenti di forma sinora avvenuti, ne lasciano supporre altri per lo avvenire e ribadiscono la convinzione dell’indistruttibilità del fondo della lotta per l’esistenza, sotto qualunque forma si manifesti; come appunto le trasformazioni ed equivalenze delle forze fisiche (moto in calore, in luce, in elettricità, etc.) fanno pensare necessariamente ad una permanenza indistruttibile di energia.
Si dimentica però, che la forma e il fondo nei fatti sociali non si possono scindere assolutamente, e una lotta divenuta giuridica e temperata e confacente al maggior bene di tutti, certo, non è più la lotta per l’esistenza, che il socialismo detesta.
[172]
In quanto alla equivalenza e trasformazione della forza, della energia dell’uomo, nulla prova l’analogia colla trasformazione ed equivalenza delle forze fisiche.
L’energia, la forza, che spinge l’uomo ad agire, è la indefinita e insaziabile aspirazione al meglio. Questa energia da principio non poteva che esplicarsi in un sol modo in forma di lotta di tutti contro tutti; poscia si constata, che non è più necessario, nè utile, che continui a manifestarsi nella stessa maniera e muta il suo obbiettivo. In questa guisa si ha un vero mutamento nella forma, accompagnato da un mutamento nel fondo, al quale deve corrispondere un mutamento nel nome. Arroge, che l’uomo costretto ad appagarsi del relativo, del fenomeno, può benissimo ritenere come una cosa diversa, questa manifestazione diversa della sua energia; come non ha pensato mai a confondere il moto col calore, la luce coll’elettricità etc. sebbene siano tutte manifestazioni di una forza, per ipotesi nuovissima, ritenuta unica.
Il grande desideratum del socialismo è questo: che avvenga quanto più si può il mutamento di obbiettivo della lotta; col quale, l’uomo rivolga tutte le sue forze contro la natura, domandando ad essa tutto ciò, che gli occorre, e non sottrarlo al proprio simile.[207]
[173]
Ma a canto di questa grande trasformazione, nel regolare l’appropriazione dei prodotti della stessa lotta contro la natura, rimarrà sempre, scriveva il Turati molti anni or sono, una concorrenza e non può sperarsi altro, che di renderla sempre più giusta, giuridica, benefica, contrattuale, ad armi uguali, come si va ad esempio generalizzando la sostituzione del duello alla rissa, dell’arbitrato al duello etc.[208] Questa ultima forma di concorrenza sarà eminentemente benefica, perchè servirà di stimolo a progredire.
Ma questa veramente non sarà più lotta o concorrenza. Non vi è lotta, dove vi è giustizia, non vi è concorrenza, dove a ciascuno vien dato secondo le sue opere, detratta una quota da riversarsi a benefizio sociale, perchè la società rappresenta forse la più grande cooperatrice nella produzione: quota, che in gran parte deve essere impiegata nel mantenimento di quanti da natura non ebbero le attitudini al lavoro ed alla produzione.[209]
Con questa attribuzione di prodotti proporzionata al lavoro individuale, non vi è pericolo, che si arresti il carro del progresso; anzi procederà più rapido! perchè lo stimolo al miglioramento [174] sarà tanto più energico, quanto maggiore sarà la sicurezza, che ciascuno si avrà la ricompensa che merita. Si potrà parlare di lotta o di concorrenza, almeno nel senso odierno, quando ad ognuno verrà accordata la libertà di procurarsi coi propri sforzi, una somma sempre più elevata di godimenti, senza che si arrechi nocumento agli altri, e senza precludere loro la possibilità di fare altrettanto?
A questo ideale, (che come tutti gl’ideali umani non sarà mai interamente raggiunto, ma a cui progredendo ci avviciniamo di continuo), mira il socialismo. Tenendo presente questo ideale verrà considerato come criminale ogni individuo, che, risparmiando le proprie forze, vorrà procurarsi i mezzi di sussistenza col mezzo della lotta contro gli altri; e in una società futura, ci si può augurare, che forse il più grande progresso sarà quello di considerare come delinquenti coloro che consumeranno senza produrre.
[175]
37. Ancora delle obbiezioni contro il socialismo! Le ultime vengono lanciate dal campo della filosofia.
Si dice: la quistione sociale è quistione morale prima che economica; la quistione sociale che considera la distribuzione dei beni dal lato giuridico, non è che uno degli aspetti della crisi morale contemporanea. Di più: raggiunto un elevato grado di benessere, ottenuta anche l’uguaglianza nella distribuzione dei beni agli uomini rimarrebbe sempre l’infelicità psicologica.
Che la quistione sociale debba discutersi dal punto di vista morale è bene; non si comprende, perciò, la ribellione di alcuni socialisti contro il semplice titolo di un libro notissimo dello Ziegler.[210] Qui è bene distinguere: alcuni hanno inteso bene il rapporto tra le due quistioni; altri, invece, hanno invocato la morale in modo volgare e senza preoccuparsi delle meschine contraddizioni in cui incappavano.
Non si può, che dar lode a coloro, che invocarono la giustizia nella distribuzione dei beni e non iscompagnarono mai [176] la economia dalla morale. Costoro non si occuparono soltanto dei prodotti, ma anche dei produttori, che non considerarono come quantità trascurabili.
Il disprezzo verso i produttori, verso gli uomini e la predilezione per le cose fu caratteristica per la scuola economica ortodossa, che riconosce come padre Adamo Smith; ma il grande Scozzese per lo appunto aveva loro dato un esempio assai diverso: egli era l’autore ad un tempo della Teoria dei sentimenti morali e delle Cause delle ricchezze delle nazioni (Chiappelli)[211]. È doveroso ricordare, intanto, che la reazione contro l’egoismo spietato preso a guida della economia politica cominciò presto nella prima metà di questo secolo, specialmente in Francia — dove ora si è smarrita la tradizione dell’antica larghezza di vedute, per la quale è rimasto a combattere il Gide. Si ringagliardì coi lavori della scuola storica e del cosidetto socialismo della cattedra e con una pleiade di scrittori celebri e d’indole varia che va da Roscher a Toynbee, a Wagner, a De Laveleye, a Schönberg, a Marshall, a Keynes ecc. Tutta la scuola del socialismo cattolico, naturalmente rientra in questo ordine d’idee; e tale scuola accentuò la sua azione e rifulse maggiormente all’epoca dell’enciclica di Leone XIII. (De conditione opificum). Adesso ne siamo a questo: che economisti celebri non si limitano a cercare come nell’umano consorzio la ricchezza possa essere prodotta e distribuita; ma come la ricchezza possa essere prodotta e distribuita in modo da agevolare il perfezionamento della natura umana ed elevare il concetto della ricchezza stessa. La scienza economica deve trattare [177] dei mezzi per conseguire i fini di cui si occupa l’etica. Si arriva a considerare l’abolizione della proprietà privata anzichè l’aumento della ricchezza come il problema essenziale dell’economia scientifica.[212] Infatti «a nulla giova, dice l’evangelio, il guadagnare il mondo se si perde l’anima; e questo è vero, qualunque opinione si abbia circa la vita futura e prescindendo dal significato religioso di quella sentenza. Perchè una produzione di ricchezza che consumi le forze dell’uomo, nè gli consenta spazio adeguato all’educazione dello spirito, non è forma economica vera ed umana.» (Chiappelli).
Epperò fu ed è grave errore quello del materialismo storico rigido ed intransigente — errore rimproverato anche da Benedetto Croce al Labriola — che seguendo l’ortodossia pura, accetta ed illustra il consiglio di Engels, che voleva fare a meno della morale e del diritto come forze cooperatrici nel movimento emancipatore del proletariato.
Quali e quanti aiuti non vengono quotidianamente a tale movimento dalle coscienze oneste, che si ribellano contro le odierne iniquità sociali! E il contributo d’intelligenza e di attività, che portano al movimento socialista i ricchi, che a fatti smentiscono l’aridità del materialismo storico, non viene in nome del diritto e della morale? E quante simpatie, la cui forza rimane misteriosa e non misurata, e che pure è potente, dai sentimenti altruistici che albergano negli animi più nobili non vengono alla causa santa e giusta del proletariato?
Si dice, come fa la Justice di Londra: «La democrazia sociale non concerne la religione nè l’etica; ma le condizioni materiali su cui queste si fondano. Essa propone tali cangiamenti in queste condizioni, che renderanno possibile una moralità [178] superiore.» (17 Maggio 1888). Non sarò io a negare l’azione del fattore economico sulle condizioni morali — io che alla dimostrazione di tale azione ho consacrato la mia vita intellettuale e le pubblicazioni a me più predilette[213]. Ma non si può e non si deve dimenticare quella dinamica speciale, che regola le società umane — cui più volte accennai — e mercè la quale gli effetti alla loro volta agiscono come cause. La moralità viene determinata dalle condizioni sociali, e particolarmente dal fattore economico; ma in un secondo momento la moralità acquisita, consolidata dalla eredità e trasformata in altruismo puro, agisce come movente e contribuisce a regolare i rapporti economici. E guai a quelle collettività, che violano questo retaggio morale!
Quanto più avanza la civiltà umana tanto maggiore importanza acquista l’elemento etico e prevale sui coefficienti materiali della vita sociale. Tutta la evoluzione, come si è venuta delineando in questo libro, ciò insegna. I socialisti, che disconoscono il significato e l’efficacia dell’elemento etico, che deridono i sentimentali, tolgono forze alla causa, che difendono; e fu meglio avvisato il Malon, seguito dal Rouanet, che continuando le belle tradizioni dei precursori francesi dell’attuale movimento sociale non volle mai attenersi esclusivamente alla dottrina marxista — non quale la formulò Marx, ma quale la intesero i successori — e sostenne il suo Socialismo integrale.
Il sentimento, l’elemento etico, non contraddice, ma completa la critica materialista della società presente cui aggiunge il profumo dell’idealità più alta e più pura: quella idealità che dà l’energia per la lotta, che anima gli apostoli e crea i martiri; quella idealità, che fece scrivere sanamente al Webb: «il socialismo [179] rappresenta il reale riconoscimento della fraternità, l’obbligo universale del lavoro personale e la subordinazione dei fini individuali al bene comune.» (Socialism in England p. 10).
38. Il socialismo per procedere vittoriosamente nelle discussioni deve superare ancora un baluardo, dietro a cui nell’estrema difesa dell’organizzazione presente si riducono i suoi avversari, decisi a farla saltare in aria in una agli assalitori. Infatti gli argomenti, che taluni economisti e filosofi contrappongono ai socialisti, traendoli dall’arsenale del pessimismo, rassomigliano per lo appunto alla decisione eroica di coloro che non potendo più difendere una fortezza danno fuoco alle mine e seppelliscono tutti, vinti e vincitori sotto le fumanti rovine. Costoro non potendo più difendere la organizzazione della presente società, ne concludono che non c’è alcuna società, nella quale l’uomo possa trovare la felicità. Alle conclusioni del pessimismo non arrivano; ma non ce n’è che una sola logica e possibile, nel modo come applicano la desolante loro teoria ed è questa: distruggiamo la società umana.
C’è un altro pessimismo, di cui si dirà in ultimo; ma questo, invece, viene in aiuto ai socialisti e ne giustifica gli sforzi pel progressivo e continuo miglioramento[214].
All’Hartmann sin da quando pubblicò la sua Die Phänomenologie des settlichen Bewusstseins — circa venti anni or sono — rispose immediatamente il Domela Nieuwenhuis nel Jahrbuch für Sozialwissenschaft di Richter (Erster Jahrgans. Zweite Hälfte), che pubblicossi per pochi anni in Zurigo.
[180]
L’Hartmann attribuì ai socialisti la pretesa del conseguimento della felicità, ch’essi — adesso almeno — non hanno; e credette che le loro aspirazioni tendessero ad ottenere il livellamento generale coll’abbassamento dei pochi, che si sono innalzati. Sin da allora il Domela Nieuwenhuis obbiettavagli che il socialismo vuole conseguire il benessere materiale accompagnato dallo sviluppo delle arti e delle scienze, colla elevazione di tutti e non coll’abbassamento dei pochi. Posteriormente la concezione più completa, più alta del socialismo, come tendenza anche allo sviluppo ed alla diffusione delle arti e delle scienze trovò in Ruskin, in Jules Destrée, in tanti altri e sopratutto in William Morris, calorosi e geniali apostoli[215].
L’Hartmann, però, pur rivolgendo amare parole ai socialisti consiglia i miglioramenti sociali; e ciò con particolarità in un altra sua pubblicazione venuta molti anni dopo (Die Sozialen Kernfragen. Leipzig 1894). Di che non hanno tenuto conto i volgari manipolatori del pessimismo.[216]
Costoro non contenti di negare la possibilità di profondi e sostanziali miglioramenti sociali — in ciò in diametrale opposizione cogli antichi e coi nuovi economisti armonici — dimostrano, che se anche miglioramenti si conseguissero sarebbero vani; anzi dannosi, perchè farebbero sentire più acutamente le sofferenze alle quali l’uomo è dannato dalla natura.
Essi ragionano in questo modo: «Per miglioramento della società noi vorremmo intendere una condizione nella quale, a [181] paragone della precedente, la somma delle sofferenze individuali fosse minore. Or bene! per quanto non ci sia concesso fermarci a darne le prove, crediamo di poter dire che in questo senso, non solo la società umana non ha migliorato, ma è difficile assai che migliori.»
«Che importa se avete dei mezzi di vita ben superiori a quelli del passato; che importa se le plebi odierne hanno una importanza nella vita pubblica, che mai hanno avuto; che importa se l’operaio ai dì nostri si sa oggetto delle cure e delle preoccupazioni di tutto il mondo? che importa se avete seminato di ospedali, di brefotrofi, di orfanotrofi, di case di ricovero, di società di mutuo soccorso etc. il paese? Psicologicamente il paese è grandemente ingigantito, ed ha l’occhio scintillante e vivo, ha la mente dirozzata e intelligente, egli sa bene quello che prima sapeva male, vede cioè tutta la distanza, che lo separa da chi è collocato negli alti gradini della piramide sociale, e si sente punto dalla invidia.»
«O come si spiega altrimenti che i movimenti socialisti vengano appunto intrapresi, non tanto dall’imbecillito contadino, che lavorando da mane a sera trova poi per cibo la scarsa polenta, germe di pellagra, ma dall’operaio sufficientemente pagato che pur trova la città seminata di ogni genere d’istituzioni, create a suo vantaggio? Perchè il primo ancora non ha la psiche abbastanza sviluppata per concepire la distanza, che lo separa da chi gode; il secondo sì».
«Ora voi credete che, redimendo il proletariato e conducendolo a tale condizione che abbia, se non può lavorare, «una rendita che basti a soddisfargli i bisogni,» avrete curato l’anemia? È un sogno. Il psicologo vi dice che se l’uomo più povero della terra fosse il Rotschild, e vi fossero altri uomini altrettanto più ricchi quanto oggi lo è il banchiere a paragone dei poveri, Rotschild sarebbe socialista».
«Ma si soggiunge, sarà già un bel risultato se possiamo [182] ottenere che la pellagra sparisca, che ogni uomo abbia cibo, vestito ed alloggio sufficienti e salubri; questi se si otterranno, e si otterranno, non saranno miglioramenti effettivi? E non lo neghiamo. Ma non diteci che sia migliorato lo stato psicologico della umanità. Gli ultimi soffriranno sempre per quanto siano i primi a paragone di un tempo passato, quando rimangono gli ultimi. Tanto è vero, che i positivisti ammettendo la felicità relativa (ed altrimenti dovrebbero accettare l’assurdo di una felicità assoluta) vi dicono — togliamo l’esempio dall’illustre Ardigò — che il capo di qualche tribù africana veste, mangia ed alloggia peggio d’un operaio europeo e tuttavia si sente felice perchè si paragona al selvaggio a cui è di tanto superiore».
«Certamente che ammettiamo il miglioramento continuo della società, ma è un miglioramento quasi si direbbe tecnico; quello psicologico non esiste ed oseremmo dire, che non ci pare possibile. Anzi se l’umanità progredirà nel senso di allargare l’istruzione e la coltura, e la vita pubblica diventerà sempre più vasta penetrando nelle masse, la infelicità psicologica non potrà, che aumentare, poichè l’uomo diventerà possessore di mezzi sempre più potenti a misurare la distanza, che lo separa dai più felici».
Altri con maggiore sincerità sintetizza il male e addita il rimedio constatando che «le aspirazioni, le pretese dei lavoratori, favorite dalla conquistata uguaglianza politica e civile, aumentarono con il benessere. Il socialismo, infatti, sorge tra gli operai industriali, la cui condizione è incomparabilmente superiore a quella dei salariati agricoli. La miseria nel suo periodo algido fa delle vittime non dei ribelli».[217]
[183]
«Quando gl’Irlandesi morivano di fame non ricorrevano punto al socialismo rivoluzionario..... Il socialismo è l’espressione dello smodato e violento desiderio di benessere temporale, dell’ingorda avidità di agiatezza economica, di felicità terrena ecc. E le classi operaie, ignorando le leggi psichiche del bisogno, sono tratte a sconoscere i benefizi della civiltà». Perciò «le proposte soluzioni del problema sociale sono impotenti a risolvere, a rimuovere la crisi morale e sociale contemporanea, che racchiude i destini dell’umanità... La soluzione sta invece nell’abbassare gl’istinti, moderare le pretensioni, gli appetiti in modo da rendere ognuno contento del proprio stato, senza turbare o sopprimere l’azione di quelle forze morali ed economiche che all’elevamento progressivo di questo stato efficacemente ed ineluttabilmente cooperano». (Flora op. cit. p. 70 a 101).
Queste critiche, queste aspirazioni e proposte di rimedi non sono soltanto l’espressione di singoli scrittori; ma rispecchiano le idee e i sentimenti delle classi conservatrici in generale e particolarmente di quelle italiane e si devono esaminare. È chiaro: quando si fa intervenire il pessimismo, o lo spettro della crescente infelicità psicologica per combattere l’aspirazione al meglio insita, non distruttibile, nel cuore umano, si sposta la quistione. Se si possa o no raggiungere la felicità assoluta non è il caso di esaminarlo qui. Certo è che la si cerca da tutti e non si può negare a nessuno il diritto di cercarla.
Credono i socialisti che la conseguiranno o che almeno diminuiranno le sofferenze attuali in una migliore e diversa organizzazione sociale. A loro si deve soltanto dimostrare che è ingiusta la loro pretesa e ch’è irrealizzabile il loro ideale. Ecco qual’è il vero terreno della discussione. Il marxismo rigido poi lo sbarazza di un colpo respingendo ogni preoccupazione finalista e constatando semplicemente che la trasformazione [184] sociale si prepara e si attua indipendentemente dalle avversioni e dalle simpatie degli uomini; che il socialismo — nella forma prossima di collettivismo — diviene fatalmente, è un prodotto necessario della presente fase di evoluzione.
Per intendere bene la inanità dell’obbiezione pessimista si ricordi che questo scetticismo e questo sconforto non sono di recente data e che non valsero mai ad arrestare gli uomini nella febbrile ricerca del benessere e del miglioramento. Nell’Ecclesiaste troviamo, che nulla vi è di nuovo sotto il sole; che ogni cosa si affatica più che l’uomo non può dire; l’occhio non si sazia giammai di vedere e l’orecchio non si riempie di udire; che infine dov’è molta sapienza v’è molta molestia; e chi accresce la scienza accresce il dolore. (Capo 1, 8, 18.) Ma nell’Ecclesiaste almeno si riconosce, che la sapienza è più eccellente, che la stoltezza, siccome la luce è più eccellente che le tenebre; che il savio ha i suoi occhi nel capo e lo stolto cammina in tenebre. (Capo II, 13, 14) Se lo sconforto sovraggiunge, e fa dire che tutto è vanità, e che tutti attende una sorte, savi e stolti; ciò avviene di fronte alla morte inesorabile che tutti colpisce. Questo genere di pessimismo è assai più logico ed onesto, perchè non tende a serbare certe condizioni sociali e certi disquilibri, utili solamente a coloro che disprezzano tutto. A quel pessimismo non si può muovere rimprovero di essere sospetto, interessato.
Infatti di fronte alla morte ed alla breve durata della vita col Mallock, (che prese la frase da un filosofo greco, come dicevami il Bovio), ci si può chiedere: la vita vale ella la pena di essere vissuta? (Is life worth Living?) Il problema è posto qui a tutti, a ricchi e poveri. Ma un pessimismo, che si rivolge ai poveri ed agli ignoranti soltanto, per raccomandar loro di rimaner tali..... per paura di un aumento d’infelicità psicologica, via! si ha il diritto di porlo in quarantena.
[185]
Questo si sa pure indubbiamente: che il pessimismo si affaccia nella storia, nei momenti di decadenza e di crisi trasformatrice di un dato ordine sociale. Onde dal suo apparire ci sarebbe da trarne argomento di conforto, perchè indicherebbe una metamorfosi non lontana.
Che oggi ci troviamo in questa fase critica si consente universalmente; lo riconoscono i cattolici e gli acattolici; il volgo e i dotti[218]. Nel pessimismo si riconosce la voce del secolo che muore, e che si fece sentire — e vigorosa — anche appena nato e che ha tuonato nella filosofia e nell’arte con Schopenhauer, De Musset, Hartmann, Dostojewsky, Ibsen, Bourget, Tolstoi ecc. E il senso di malessere è profondo e generale. Ma se questo senso di malessere costituisce l’essenza del pessimismo favorisce pure l’espansione del socialismo. Però il pessimismo, ch’è una malattia impotente a guarire i mali sociali — perchè è uno scetticismo della volontà — non può essere guarito esso stesso che dal socialismo, che intende ad eliminarne le cause.
Non c’è dubbio che al propagarsi del triste sentimento che oggi si ha della vita, conspirano: i conflitti tra i diversi ordini sociali coll’anemia e coll’iperemia, che si riscontra tra gli elementi opposti; il disagio che nasce dall’inazione da un lato e dall’eccesso di lavoro dall’altro e che impedisce l’armonico funzionamento dell’organismo sociale: l’iperestesia, la decadenza, la degenerazione sociale che da quel disagio derivano. (Chiappelli p. 208).
Chi invoca il pessimismo per condannare il socialismo riconosce implicitamente che oggi l’infelicità trae origine dall’antitesi fra la potenza politica e la servitù economica, fra l’eguaglianza civile e la crescente disuguaglianza nella ricchezza; [186] dalla sete insoddisfatta di giustizia che c’è nell’anima collettiva. (Flora). Non è evidente che togliendo la causa dell’antitesi, portando la giustizia sulla terra le sofferenze umane dovranno diminuire, se non cessare del tutto? Ed a questo mira il socialismo.
Ond’è che a ragione il Chiappelli rispose al Wagner, che si comprendeva benissimo come il socialismo potesse essere pessimista — e dentro certi limiti, aggiungo io, perchè i progressi compiuti non si negano — nella constatazione dei mali presenti; ed ottimista pel futuro. È logicamente ottimista perchè riconoscendo l’origine sociale dei mali, stabilisce la possibilità della loro eliminazione (op. cit. p. 213 e 214). E vale ancora di più a guarire dalla malattia del pessimismo, quando, idealisticamente, si riconosce ch’esso «più che un sistema economico concreto futuro è come una religione novella, una nuova metafisica, un desideratum astratto, nel quale le masse ravvisano l’estremo mezzo per la conquista terrena, di quella felicità positiva che il medio evo riponeva nel cielo; — l’ultima delle illusioni, che confortano l’umanità dopo la smarrita fede nel soprannaturale e nell’evoluzionismo, che l’umanità tende a realizzare senza conoscerne la natura, poichè l’illusione è condizione della vita stessa.» (Flora p. 20).
Sorpasso su questo valore curativo, confortante dell’illusione, che ha la sua parte di vero e che rende attivi gli uomini. Comunque tale funzione al socialismo viene attribuita dai suoi avversari; i quali non si accorgono, che accettandola per buona, in essa additerebbero una forte giustificazione della dottrina che essi combattono.
Intanto in un’altra contraddizione incappano i pessimisti, che in nome della infelicità fatale e ineliminabile, intendono disarmare coloro che vorrebbero progredire e migliorare.
Essi, in generale sono partigiani dell’evoluzione spenceriana [187] e della lotta per la esistenza darviniana; ora se la prima non implica necessariamente il concetto di miglioramento continuo e graduale, se non di perfezione da conseguirsi quandocchessia, è certo che si fonda sulla fatalità della successione delle fasi e delle trasformazioni. Così essendo è evidente che tutta la predicazione dei novelli moralisti deve riuscire inefficace, anzi addirittura inutile. Tale riesce.
Si ha un bel predicare contro la diffusione dell’istruzione e contro l’ardente desiderio del meglio, poichè della prima e del secondo ce n’è già tanto, che non è possibile più arrestare la fermentazione determinata da quel lievito prodigioso. Le masse lavoratrici hanno assaporato il frutto proibito e l’ardore nel desiderio di rimangiarne cresce in ragione diretta delle resistenze che incontrano negli Arcangeli borghesi, che si son posti a guardia del Paradiso terrestre, che vorrebbero a loro soltanto riserbato e della quantità che ne hanno gustato. Il sapore del frutto proibito — istruzione e benessere — pare che sia tale non da scoraggiare coloro che lo provarono, ma da eccitare viemaggiormente il desiderio di goderne una dose sempre maggiore.
Così spiegasi il fenomeno del desiderio di benessere e d’istruzione ch’è proprio in ragione diretta della sua soddisfazione. Meno colti si è e meno si sente il desiderio d’istruirsi: meno benessere si ha e meno si sente il bisogno di possederne.[219] E viceversa. In questo precisamente sta la differenza tra l’uomo e l’animale. Il primo tanto più si avvicina al secondo quanto meno desidera di migliorare e quanto più si acqueta e si rassegna e si adatta alle condizioni di vita animalesca. Ma senza [188] discutere se sia un bene o un male è innegabile però, che il ritorno indietro, che l’adattamento definitivo alle condizioni inferiori non è più possibile. La valanga si è messa in movimento; chi può arrestarla?
I reazionari di ogni risma più volte ci si sono provati colle fucilazioni in massa, cogli imprigionamenti, colle persecuzioni ora brutali ora raffinate; sempre invano. Ci si mettano in cento, in mille, a milioni per distrurre il lievito misterioso del desiderio crescente d’istruzione e di benessere e falliranno tutti. Questo insegna l’esperienza. Epperò l’insistenza dei pessimisti di occasione e per tornaconto non riesce che ad aggravare, o a creare la loro infelicità psicologica perchè essi combattono per una finalità che dovrebbero sapere di non potere affatto raggiungere. Meglio, quindi, agirebbero e conserverebbero più sano il loro fegato, se rassegnandosi essi stessi alla fatalità, i loro sforzi consacrassero a far sì che l’ineluttabile si verifichi nel modo più utile a loro ed alla società.
Più disastrosa è ancora la posizione dei pessimisti darwiniani. Occorrono poche parole per metterne in luce l’insanabile contraddizione.
Se la lotta per l’esistenza è legge della vita — ed è legge benefica, secondo il loro avviso, perchè prepara il trionfo e la selezione dei migliori — come si potrà consigliare la rassegnazione e l’acquiescenza allo statu quo? come si potrà condannare nelle classi lavoratrici, nel complesso delle società umane, quella lotta che si raccomanda ad alcune classi?
Ad onore del vero, si deve osservare che non tutti i pessimisti darwiniani mancano di logica e di sincerità. Honoris causa cito il Gumplowicz. Egli non respinge in senso assoluto il rimprovero di pessimismo rivoltogli per la prima volta da me all’indomani della pubblicazione della sua Rassenkampf (lotta delle razze); ma distingue.
«Vi sono parecchi significati della parola pessimismo, egli [189] scrive. Respingo quello volgare e ne accetto un altro. La parola pessimismo si è generalizzata, come epiteto della filosofia di Schopenhauer e in seguito di Hartmann e designava questa opinione: la vita in questo peggiore dei mondi non vale la pena di essere vissuta e la più grande saggezza consiste per conseguenza nel distruggere la volontà di vivere. In questo senso il carattere di biasimo attaccato alla parola pessimismo può essere fondato. Ma si dimentica che la concezione pessimista di Schopenhauer e di Hartmann è composta: di un giudizio, che serve di premessa — questo mondo è il peggiore dei mondi possibili; e da una conclusione che se ne tira — dunque non vale la pena di vivere».
«Astrazion fatta dalla circostanza che questo giudizio sui vizi di questo mondo può comportare dei gradi differentissimi — ciò che dà luogo, per così dire, ad un pessimismo più o meno avanzato — la conclusione di Schopenhauer e di Hartmann non deriva necessariamente dalla premessa. La conclusione può essere diversa; per esempio, questa: questo mondo non è il migliore, può anche essere il peggiore, ma siccome noi non possiamo procurarne un altro, e giacchè noi viviamo, vale, dunque, sempre la pena di godere intera questa vita, anche tale quale è».
«Dal grado più o meno elevato dell’apprezzamento pessimista del mondo e della possibilità delle conclusioni contraddittorie da tirarne, deriva che possono esservi diverse specie di pessimismo, che differiscono tra loro come il giorno dalla notte e che può esserci un pessimismo mancante di quelle condizioni, che autorizzerebbero ad attaccarvi il significato generale di biasimo. Il pessimismo della seconda maniera, che riconosce il valore della vita, constituisce in fondo il più grande ottimismo, e in una classificazione scientifica si potrebbe chiamarlo pessimismo ottimista, che sarebbe preferibile all’ottimismo puro e semplice. Sarebbe, infatti, un volere illudere il mondo in una maniera poco scientifica, il volere presentare l’evoluzione [190] dell’umanità come un idillio, in cui la virtù sola è vittoriosa ed il vizio sempre castigato. Questo concetto è contraddetto dall’evoluzione sociale dell’umanità e dalla storia. Questo ottimismo che si sovrappone alla realtà e la maschera dal punto di vista scientifico è degno di biasimo: simile illusione è menzogna; dunque anche solo per questo condannabile. Invece la concezione realista dell’evoluzione storica; poco importa se designata come pessimista, oltre al suo intrinseco valore scientifico, avrà un valore pratico inapprezzabile, perchè essa assicura la calma, e la soddisfazione filosofica, che derivano dalla conseguenza della verità. Mentre le rappresentazioni cosidette ottimiste dell’evoluzione storica conducono ad ogni passo nella vita reale a disillusioni, al malcontento, all’acredine, allo sconforto, ai delitti — invece, la rappresentazione cosidetta pessimista, che in fondo non è che semplicemente realista, apre la via alla comprensione vera della vita e, in conseguenza, alla conciliazione dell’uomo colla realtà.»
«Epperò, mentre le rappresentazioni ottimiste, come i fuochi fatui, conducono sulle false vie e verso i precipizi della perversità, si trova a capo delle concezioni pessimiste, la ricompensa di ogni verità, l’armonia intiera tra l’uomo e il mondo.» (Sociologie et politique p. 171 a 174).
Il lettore avrà vista l’importanza di questa conclusione e si sarà spiegata la ragione di questa lunga citazione, che mi dispensa da ulteriori discussioni. Il pessimismo sano è veramente scientifico, quale lo ha ora illustrato il Gumplowicz. Si accorda in sostanza colla dottrina marxista; e quel ch’è più si accorda colla realtà. Spiega la vita e giustifica la lotta pel meglio, anche quando si ha la convinzione che non si possa raggiungere la perfezione e la felicità. Questo pessimismo sincero e disinteressato dice alle classi lavoratrici: lottate per innalzarvi! Esso riesce al meliorismo preconizzato da Miss Clapperton e dal Vanni in Italia, che non si deve [191] confondere coll’ottimismo assoluto, fantastico e romanzesco, sempre immaginario — sia che lo propugni Candide o il Dottor Pangloss; sia che lo si descriva nel socialismo sportivo — come bellamente l’ha chiamato il Chiappelli — del Bellamy e dell’Hertzka.
39. Lasciando che i metafisici o gli uomini preoccupati da sentimenti religiosi si sbizzarriscano, come il Fogazzaro nella sua conferenza tenuta nel Collegio Romano, nel conciliare il progresso colla felicità, in nome della scienza e del realismo si può serenamente affermare che la felicità è soltanto relativa: questo è il granello di verità che si contiene in tutta la tesi pessimista e che non può invocarsi affatto — lo sappiamo dal Gumplowicz, un pessimista originale e non di occasione — contro l’azione e l’aspirazione al meglio del socialismo. Ma la relatività viene sottolineata più chiaramente in senso socialista dalla distanza grandissima che corre tra la felicità del selvaggio e quella dell’uomo civilizzato; tra la infelicità fisica del pezzente e la infelicità psicologica del ricco. Quale sia preferibile tra le due si può apprenderlo da un naturalista illustre, che si è occupato dell’eterna quistione.
«Vi hanno molte persone, scrive il Lubbock, le quali dubitano di ciò, che lo incivilimento accresca la felicità, e che vantano il selvaggio libero e nobile. Ma il vero selvaggio non è nè nobile, nè libero; esso è lo schiavo dei propri bisogni e delle proprie passioni; imperfettamente protetto contro le intemperie della stagione, di notte soffre pel freddo e di giorno soffre pel calore del sole, privo della conoscenza dell’agricoltura, vivendo dei prodotti della caccia e imprevidente nella prosperità, esso è sempre minacciato dalla fame, che spesso lo riduce alla terribile alternativa di mangiare il proprio simile o di morire. Gli animali selvatici sono sempre in pericolo. Il signor Galton, ch’è tanto competente per formulare [192] una opinione, crede che la vita di tutti gli animali, che vivono nello stato selvaggio, sia eccessivamente inquieta; e che l’antilope del sud dell’Africa deve alla lettera cercare la propria salvezza nella fuga una volta al giorno, oppure ogni due giorni in media, e che diverse volte in un giorno balza e corre sotto l’influenza di un falso allarme. Così avviene pure del selvaggio: esso è sempre sospettoso, sempre in pericolo, sempre in guardia.[220] Esso non può contare sopra veruno, e nessuno può contare sopra lui. Esso non aspetta niente dal proprio vicino, e fa agli altri quello che crede gli altri farebbero a lui. Però la sua vita non è che una lunga scena di egoismo e di timore. Anche nella sua religione, se ne ha una, si crea una nuova sorgente di timori e popola il mondo di nemici invisibili. La posizione della donna selvaggia è ancor più miserabile di quella del suo padrone. Non solamente essa ne divide le sofferenze, ma deve anche sopportarne il cattivo umore e i cattivi trattamenti. Si può dire in verità, che esso non la tratta guari meglio del proprio cane e non l’ama guari più del proprio cavallo.»[221]
Felicità assoluta, dunque no! Ma crescente diminuzione d’infelicità coi progressi del benessere dell’istruzione, certamente che sì. Eterno è il dolore, e nel Giobbe scientificamente e poeticamente ad un tempo ce lo disse l’illustre cantore di Satana; ma quanto si trasformi e si attenui questo dolore, non può negarlo che un cieco, in buona fede, e uno speculatore sulle miserie umane, mentendo a sè stesso.
Si guardi un istante al proletario, che suda e fatica per [193] dodici ore almeno in un malsano opificio e riesce appena a sfamare sè e i suoi. Finito il lavoro, a conforto ultra-psicologico, l’attende nell’umido ed angusto abituro, lo spettacolo straziante della compagna diletta giacente sul letto del dolore e priva della necessaria assistenza, della numerosa figliolanza cachettica e mal coperta da luridi cenci. Egli se vuole procurarsi poche ore di ebbrezza e di oblio, deve ricorrere all’alcool nelle sue più ingrate ed anti-igieniche combinazioni. E quell’ebrezza è tremendamente pericolosa, se spesso se la procura; gli toglierà l’abitudine del lavoro, gli produrrà il delirium tremens o la manìa, lo trascinerà al delitto; e in ultimo all’ospedale, al manicomio, se ci sarà posto; al carcere, dove non ne manca mai....[222]
Ed ora volgiamo il pensiero al ricco banchiere. A tavola assaggia i cibi delicati e succulenti ed ha la noia della scelta; trova modo e tempo di divagarsi col passeggio, colle corse, colle visite, col teatro, colle cure del riammobigliamento del palazzo, colla rifornitura della scuderia, colla costruzione dello chalet. Se è sazio della consorte, un lenone ben pasciuto gli procurerà voluttuose cocottes o spiritose eterie, reclutate nelle file del popolo, buono a dargli le provviste per l’alcova, come per tutte le altre occorrenze della vita.... Se vuole gradevolmente eccitare il proprio cervello, non ha che [194] a richiedere l’inebriante Champagne, il limpido Reno, gli squisiti liquori, il Moca delizioso....
Certamente l’uno e l’altro, il proletario ed il banchiere, hanno o possono avere il desiderio di migliorare la propria condizione, o se vuolsi sentono l’aculeo dell’invidia della migliore posizione degli altri.... Ma che la infelicità psicologica sia maggiore nel banchiere che nel proletario, orsù smettiamola! nessuno o pochi lo crederanno.
Intanto rimane assodato che tutte le riforme sociali conseguite valsero a diminuire l’infelicità fisica dei lavoratori. Procedendo sempre più nella via battuta sinora in nome dello sperimentalismo sociale sano si può vivere sicuri, che la diminuizione nella disuguaglianza della ricchezza varrà a diminuire gran parte delle odierne cause d’infelicità psicologica. Il regno della giustizia, che assicuri a tutti un minimo di benessere e che i beni ripartisca in ragione dei meriti farà scomparire o ridurrà ai minimi termini l’invidia e la gelosia col treno inesorabile che traggono seco di delitti e di sofferenze; nel regno della giustizia il lavoro se non diverrà assolutamente attraente, come preconizzava genialmente Charles Fourier, quando avrà la sua meritata retribuzione cesserà almeno di essere una pena tormentosa perchè cesserà lo spettacolo iniquo dell’ozio sibaritico premiato in ragione diretta del danno, che arreca agli altri.[223]
La formula anarchica: a ciascuno secondo i suoi bisogni, a ciascuno secondo i suoi desideri non sarà mai realizzabile; ma l’avvicinarci sempre più all’altra; a ciascuno secondo il suo lavoro e secondo i suoi meriti contribuirà ad eliminare l’infelicità psicologica dei ricchi e dei poveri.
Ai poveri poi nessuno vorrà negare il diritto di provare che cosa sia l’infelicità psicologica della ricchezza, sopratutto [195] quando essi scorgono che i ricchi lottano aspramente con ogni mezzo per mantenersela e per accrescerla. Qui sta la condanna del pessimismo, adoperato come arma di combattimento contro le aspirazioni dei socialisti. I pessimisti per opportunità, infatti, se volessero rendere efficace i loro consigli dovrebbero dare l’esempio del disprezzo per la ricchezza e per i godimenti, che riescono all’infelicità psicologica. Invero essi danno uno spettacolo ben diverso e che procura loro il meritato rimprovero di parlare e di scrivere sotto la inspirazione della menzogna e dell’ipocrisia.
E come potrebbe essere diversamente se sin dai tempi più remoti i pessimisti consigliavano agli altri una cosa per farne essi stessi un’altra? L’Ecclesiaste non racchiude che le parole del predicatore, figliuolo di Davide, re in Gerusalemme: di quel re sapiente che se la godeva nel lusso più raffinato, con un migliaio di donne, tra mogli e concubine. I consigli moderni e le moderne lamentazioni vengono pure dalla classe privilegiata e gaudente.... O, non si direbbe che la filosofia nell’uno e nell’altra rassomigli alla moralità dei libertini che nella vecchiaia, divenuti impotenti, si danno al bigottismo?
Se l’istruzione e il benessere riescono alla tormentosa infelicità psicologica si abbia il coraggio di ritornare alla povertà coll’ignoranza. Si rinnovino sopratutto le gesta di Omar, ch’era logico, bruciando le biblioteche e si levi un inno ai poveri di spirito. I Rotschild, i Iay Gould, i miliardari rinunziino alle loro ricchezze: allora saranno creduti.
L’incremento del benessere materiale ed il progresso intellettuale aumentano l’infelicità psicologica! Se ciò fosse, gl’individui e le generazioni che nel corso della loro vita, riescono ad elevare la loro condizione, dovrebbero rinunziare all’elevamento conseguito. Chiedete però all’uomo colto se vuole ritornare all’ignoranza, all’uomo ricco se vuole ridursi di nuovo [196] a povertà; nessuno accetterà. Dunque nel nuovo stato ci si trovano meglio che nell’anteriore; e lo stato nuovo, anche se se ne lamentano, lo apprezzano debitamente quando corrono pericolo di perderlo.
E poi è egli vero, che tutti e sempre, vedono aumentare la loro infelicità psicologica, quando si migliorano le condizioni materiali e intellettuali? Quante esistenze soddisfatte non vi sono e non si contano nel mondo? È dessa pure desiderabile questa soddisfazione generale, quand’anco fosse possibile? Volere e potentemente volere una somma maggiore di felicità non è lo stimolo, la leva, la condizione sine qua non del progresso?
Se la infelicità psicologica è il risultato finale di ogni progresso, piuttosto che a combattere il socialismo, si farebbe opera più proficua, armati di cilicio e cosparsi di cenere il capo, a predicare l’imbarbarimento e la retrogradazione alle classi elevate; e più che questo, si farebbe meglio raccomandare il culto di Origene: la castrazione. Si può tener conto della buona intenzione, che anima gli economisti, i quali certamente additando il pericolo dell’incremento dell’infelicità psicologica, sono mossi da filantropia e da affetto speciale alle classi operaie, che rendono avvertite di non elevarsi e di contentarsi dello stato sociale presente; di accordare la preferenza insomma alle sofferenze fisiche pur di evitare la infelicità psicologica. Ma così va il mondo; si predicherà al deserto e si raccoglierà forse ingratitudine, se i ricchi pei primi non si mostrano convinti della suprema vanità del tutto.
I proletari hanno dalla loro anche un’apparenza di ragione — una apparenza sola veh! — poichè alle classi dirigenti, che parlano loro di aumento d’infelicità psicologica conseguente all’aumento di benessere e d’istruzione, ritorcendo l’argomento, essi possono domandare: a che conservate le vostre ricchezze, perchè vi sforzate con ogni mezzo lecito e illecito di aumentarle: [197] perchè mandate i vostri figli all’università, ai politecnici, se la ricchezza e il sapere non accrescono di una infinitesima quantità la somma dei vostri godimenti; se invece generano o aumentano la infelicità?
Si predica che il paradiso tanto agognato dai lavoratori si risolverà in una amara illusione; che la ricchezza e il potere non daranno agli ultimi venuti la felicità come non la dettero ai primi. Sia! Ma i lavoratori vogliono provare alla loro volta se è vero che mutando condizione, mangiando buon pane e buona carne, riposandosi nelle ore della stanchezza, premunendosi contro le malattie, riparandosi dal freddo e dal caldo ugualmente tormentosi non si riesca a conseguire la felicità; anche senza champagne, senza teatri, senza clubs, senza sport, senza diamanti, senza palazzi, senza cocottes, essi vogliono assaggiare la particolare infelicità psicologica, che viene dalla ricchezza o almeno dalla decente agiatezza! Chi può dare loro torto? Se vogliono essere creduti questi singolari predicatori di moderazione e di rinunzia ai godimenti devono dare il buon esempio: indossino il saio di S. Francesco di Assisi, si facciano trappisti. Non facciano come il Tolstoi, secondo le indiscrete propalazioni di una sua governante, che predica il vegetarismo e lo pratica di giorno per mangiare buone bistecche durante la notte.
È infine una suprema sciocchezza verniciata da ipocrisia sopraffina quella dei santi predicatori, che, in nome della morale evoluzionista, che vorrebbero ridurre a fatalismo inerte, — checchè dicano a parole su quel giusto mezzo tra la rassegnazione cristiana e la rivendicazione rivoluzionaria — consigliano ai lavoratori l’astensione dallo sforzo incessante ed energico pel miglioramento della propria condizione. Perchè le raccomandazioni e i consigli riescano efficaci, ripeto, ciò che sanno tutti gli educatori, bisogna che vengano suffragati coll’esemplarità della pratica. E non danno un esempio incoraggiante [198] di moderazione di appetiti i borghesi, che possedono cento e vogliono mille; che ottengono mille e desiderano subito un milione e per ottenerlo non rifuggono dalle frodi, dai furti, dai delitti di ogni genere. Se anche questa mancanza di moderazione fosse una colpa, nell’assegnare la parte di responsabilità ai lavoratori, che non ne sono immuni, si dovrebbe tener conto delle leggi del contagio psichico e rimontare a coloro, che hanno dato i perniciosi esempi. E delle nuove virtù sociali che saranno procreate dalla morale evoluzionista, infine, i padri predicatori ai servizi della borghesia capitalista dovrebbero dare un buon saggio rassegnandosi una buona volta alla esistenza del mostro, che non riescono — nuovi Ercoli da burla — ad abbattere; rassegnandosi, dico, all’esistenza del socialismo.[224]
[199]
40 e 41. Il lato più seducente del darvinismo sociale è quello che presenta la teoria essenzialmente benefica nei suoi risultati, perchè assicura la vittoria e la sopravvivenza nella lotta ai migliori. In questa guisa anche quando si fosse sicuri, che nel mondo ci sarebbe posto per tutti, bisognerebbe desiderare sempre che la lotta tra gli uomini non cessasse, per non arrestare la continua selezione progressiva. La selezione sarebbe benefica nel senso biologico perchè assicurerebbe la vittoria ai più forti; nel senso morale perchè assegnerebbe premi e vantaggi a coloro, che li meritano.
In questo graduale e continuo innalzamento dell’umanità è naturale che non potrebbero scomparire d’improvviso gl’inferiori, i vinti; potrebbero anche riprodursi e moltiplicarsi a benefizio dei migliori e dei vincitori, determinandosi nel seno delle società umane un processo di differenziazione crescente. Sicchè la distinzione delle classi ed anche delle caste, l’esistenza delle aristocrazie non sarebbe un fatto storico deplorevole e che starebbe a testimoniare della prevalenza della iniquità e della violenza nelle fasi precedenti della evoluzione e di cui ci sarebbe da augurarsi la pronta scomparsa; ma invece [200] sarebbe la legittima conseguenza di una benefica legge naturale, che dovremmo far di tutto per mantenere e, anzi, per rinvigorirla.
La lotta per la vita intesa nel senso di trionfo dei migliori e fattrice suprema, perciò, di evoluzione progressiva delle società umane nulla ha in sè di ripugnante e in nome del principio di giustizia sarebbe anche accettabile.
La teoria, però ha ricevuto le smentite più inesorabili nel campo dei fatti e la storia ha dimostrato, che la preconizzata selezione progressiva quando e dove la differenziazione prevalse assicurando il dominio alle aristocrazie, tramutossi in selezione regressiva — in vero processo di degenerazione.
I sociologi darviniani si sono accorti delle smentite e delle contraddizioni ed hanno in vario modo modificato e formulato la legge della sopravvivenza. I migliori, nell’ampio senso della parola per gli uni sono divenuti i più forti fisicamente; per gli altri i più adatti ad un dato ambiente. Si aggiunse, infine, che la selezione benefica non doveva intendersi nel senso endo-sociale, ma inter-sociale; cioè: assicuratrice della vittoria e della sopravvivenza non ai migliori entro un gruppo; ma ad un gruppo, ad una razza presa complessivamente di fronte ad un altro gruppo, ad un’altra razza.
È necessario intrattenersi della selezione darvino-sociale sotto i suoi vari aspetti per vedere se essa si regge alla prova dei fatti ed a quali conseguenze essa conduce nella realtà per effetto delle leggi sociali, che hanno alterato il retto funzionamento delle leggi biologiche.
L’applicazione più ottimistica del darvinismo sociale come trionfo e sopravvivenza dei migliori si deve ad Häckel che nella teoria del grande naturalista inglese vide la condanna dell’eguaglianza democratica e del livellamento socialistico, e la giustificazione dell’aristocrazia come il prodotto della selezione e della differenziazione crescente.
[201]
«Il socialismo, egli scrive, domanda per tutti i cittadini dei diritti uguali, dei beni uguali, dei godimenti uguali; la teoria della discendenza pruova al contrario, che la realizzazione di questi voti è semplicemente impossibile; chè nelle società umane, come nelle società animali nè i diritti, nè i doveri, nè i beni, nè i godimenti di tutti i membri esistenti sono e possono essere giammai uguali.
«Se si vuole attribuire una tendenza politica al darwinismo — ciò ch’è permesso — questa tendenza non potrebbe essere, che aristocratica non democratica e ancor meno socialista. La teoria della selezione insegna, che nella vita dell’umanità, come in quella delle piante e degli animali, dappertutto e sempre una debole minoranza privilegiata perviene sola a vivere ed a svilupparsi; l’immensa maggioranza al contrario soffre e soccombe più o meno prematuramente. Innumerevoli sono i germi di ogni specie di piante e di animali e i giovani individui che ne sortono, ma il numero di quelli, che hanno la buona fortuna di svilupparsi sino alla loro completa maturità e che raggiungono lo scopo della loro esistenza è in qualche modo insignificante.» (Les preuves du transformisme. Chap. VI).
Il Lange prima di Häckel aveva visto il vantaggio che potevasi trarre e l’applicazione, che potevano fare gli economisti borghesi, della sua immediata conseguenza, cioè: che nella lotta per la migliore posizione sociale la vittoria doveva rimanere ai più forti, vale a dire ai migliori. Le ultime illazioni dell’eminente storico del materialismo considerate unilateralmente non differivano da quelle del propugnatore del moderno monismo scientifico e riuscivano alla affermazione del processo di differenziazione, d’onde traggono origine le aristocrazie. La posizione delle classi privilegiate, in certo modo ne veniva sanzionata e legittimato il posto occupato nella storia.
La crescente disuguaglianza tra gli uomini come conseguenza [202] della cresciuta differenziazione venne svolta con grande copia di materiale da Le Bon che tutti i suoi studi storici e antropologici (La civilisation des Arabes; Les civilisations de l’Inde; L’anthropologie actuelle et l’etude des races ec.) riassunse nel volume sulle Leggi psicologiche dell’evoluzione dei popoli (Parigi 1894). Chi, però da recente ha saputo dare all’applicazione del darwinismo ed all’esistenza delle aristocrazie l’impronta più simpatica è stato il Novicow nelle varie sue opere e specialmente in «Coscience et volonté sociale.»[225]
Per l’illustre sociologo russo se non si formassero le aristocrazie per differenziazione e selezione non si avrebbe mai il trionfo degli interessi pubblici, collettivi, sugli interessi privati. La lotta brutale e continua che si combatterebbe tra gli ultimi viene eliminata dalla formazione dell’élite, che rappresenta l’organo intellettuale, il cervello delle società umane. Questa élite naturalmente per adempiere alla sua alta funzione dev’essere sottratta anzitutto ai bisogni della vita materiale. La élite sociale, però, non sarebbe la classe o casta che ha avuto in mano il potere politico; tanto vero che questa aristocrazia intellettuale è stata quella, che ha abbattuto i privilegi feudali ed i cavalieri ladroni del Medio Evo. La differenziazione sociale, poi, conduce seco la differenziazione delle funzioni, che aumenta l’intensità della vita collettiva, o, in altri termini, la somma dei godimenti intellettuali.
L’élite che si forma in ogni società, soggiunge il Novicow, elabora i sentimenti; stabilisce ciò ch’è gentleman like e ciò che non lo è. Il resto del popolo la segue per imitazione. Se gli individui, che posseggono le più grandi fortune di un paese non adempiono convenientemente alle funzioni loro devolute, allora la società cade in uno stato patologico; ma non [203] può dirsi che una società civile possa far a meno di quest’organo speciale, di questa aristocrazia intellettuale. La società nella quale l’aristocrazia non compie i suoi doveri perirà più presto di quella nella quale quella li adempie; e quando la concorrenza mentale raggiungerà una tensione più forte, l’obbligo di ottemperare ai propri doveri s’imporrà all’élite in un modo più imperioso.
Che questa élite debba essere essenzialmente intellettuale lo si deduce anche da ciò che avviene nella biologia. Infatti tra gli animali non prevalsero e non si conservarono i grandi mammiferi terziari dal piccolo cervello, ma quelli di mole minore e meglio dotati sotto il rapporto cerebrale. (Perrier).
La trasmissione, per mezzo dell’eredità, delle qualità acquisite non fa che rinforzare i benefizi della selezione.
42. L’ottimismo di Häckel e del suo volgarizzatore Schmidt e di Novicow e dei cento altri economisti liberisti che vanno predicando la bontà della lotta darviniana nelle società umane, infrantosi di fronte alle obbiezioni ed alle realtà, fece sorgere la schiera di coloro, che i migliori riducono ai più forti; — forti fisicamente. Costoro non hanno preoccupazioni morali. Rappresenta bene la correzione il Gumplowicz che la sintetizza nel trionfo degli incolti sui popoli civili, come primitivamente scrisse (Die Rassenkampf). Altri vi aggiunge la forza intellettuale escludendone il solo criterio morale. Ond’è che il Pareto tenendosi sul terreno della realtà considera come soggetti di scelta gl’individui nei quali l’attività della vita è più intensa: attività che può esplicarsi in bene o in male. Il premio nella lotta resterebbe sempre al più forte e solo quando i premi diverrebbero numerosi successivamente potrebbero rimanerne ad altri meno forti. (Cours, Vol. 2.º p. 372 e 374). Il Bonvecchiato, alla sua volta, correggendo e temperando le affermazioni di Ribot e di Iacoby [204] (rispettivamente nell’Éredité psychologique e negli Etudes sur la selection dans ses rapports avec l’Érédité chez l’homme) sulla necessaria degenerazione delle aristocrazie aggiunse che ogni talento, ogni genio, ogni casta privilegiata ed ogni popolo superiore non lascia in eredità soltanto le modificazioni della propria struttura, ma anche i risultati positivi e intellettuali dell’azione esercitata: può perire esaurito, ma ha spostato il punto di partenza a vantaggio dei successori.[226]
Modificazione più radicale si apportò alla teoria della sopravvivenza nella lotta affermandosi che i vittoriosi non sono i migliori, ma i meglio adatti alle condizioni di vita, all’ambiente.
Ma nella biologia il meglio adatto è sempre quello che presenta la organizzazione più elevata? Darwin stesso ne dubitò; Ray Lankester fece di più. «Non si può dubitare, dice quest’ultimo, che spesso la selezione naturale agisce sopra una razza di animali nel senso della riduzione della taglia. La piccolezza di certi animali favorendo la loro sopravvivenza, essi sono stati, in molte circostanze, ridotti a delle proporzioni microscopiche.» Così anche nel regno animale, osserva il Lafargue, che cita un brano più lungo del libro di Ray Lankester (Degeneration: a chapter in Darwinism) «la lotta per l’esistenza non è sempre una causa di progresso ed essa è qualche volta una causa di degenerazione.» (Le materialisme économique de Karl Marx, p. 16.)
Ciò che avviene nella biologia si verifica quotidianamente nelle società umane: la vittoria è dei più adatti all’ambiente; ma i più adatti non è necessario, che siano i migliori. Che così realmente possa avvenire lo hanno dimostrato e il Sergi [205] (Degenerazioni umane) e il Vaccaro (La lotta tra gli animali. Roma 1889; Les bases Sociologiques ec).
Ma in questa guisa la teoria, ch’era stata applicata da Häckel e da Novicow con intendimenti ottimisti perchè vedevano in essa come risultato la selezione progressiva, diviene sconsolata e pessimista perchè conducente alla degenerazione, alla selezione regressiva. La dottrina perde in questa guisa, dice Huxley, il profumo morale, che primitivamente le si era assegnato (Nitti: La population ec. p. 237).
Tutte le forme e l’insieme del selezionismo, infine, dal campo individuale, Decandolle, Gumplowicz, Lapouge, Kidd ec. lo trasportano in quello delle razze, assicurando che nella lotta la vittoria rimane ai popoli, alle razze migliori; e che la selezione, perciò, avviene tra collettività, anzichè tra individui.
43. L’edifizio socio-darviniano innalzato con tanto lusso di argomentazioni e di fatti o alterati o male interpetrati, non regge alla critica e va crollando quotidianamente seppellendo sotto i suoi calcinacci i costruttori, che non se ne sono allontanati a tempo.
Il Lange che le teorie darwiniane aveva applicate alla evoluzione sociale con grande genialità e senza le preoccupazioni politiche dell’Häckel attenuava già la portata della evoluzione progressiva ottenuta colla vittoria dei migliori coll’intervento del caso, come determinante della vittoria stessa; mentre alle conseguenze logiche del processo di differenziazione contrapponeva l’azione correttrice della legge superiore sull’organismo sociale — dell’altruismo — di cui ci siamo a lungo intrattenuti. (Op. citata Cap. 3.º)
Ben altre armi si affilavano, intanto, contro la dottrina darviniana, anche nel campo della stessa biologia, negandosi che la vittoria appartenga sempre ai più forti e che la lotta sia la legge generale.
[206]
L’una e l’altra cosa negò recisamente il Lanessan. Invero i fatti riportati da Darwin per istabilire la sua teoria sono reali, ma non sono i soli. Altri fatti li contraddicono e ne limitano il valore. Accanto alla lotta per l’esistenza tra animali e piante della stessa specie o di specie diversa, vi è la associazione per la lotta.
Nella lotta per la esistenza non sono i più forti, che sempre sopravvivono, principalmente tra i vegetali nella lotta contro i venti, le pioggie, il freddo ed altri agenti del mezzo esterno. Così nei vigneti, le piante più vigorose germogliando per le prime, vengono colpite più facilmente dai geli primaverili. Piante vigorosissime, che sono difese efficacemente con le spine e con altri mezzi da animali forti, soccombono di fronte a piccolissimi e microscopici animaletti che ne distruggono le radici e le foglie. Le piante di frumento isolate non sopravvivono, perchè il vento, ad esempio le porta via, mentre resisteranno più facilmente quando si troveranno riunite in grande numero. Qui vi ha associazione, sebbene incosciente, fra piante della stessa specie. Ve ne ha pure tra piante di specie differente. La violetta, per esempio, vegeta bene sotto la protezione di piante più alte; e col tappeto verde, che forma attorno alle sue protettrici, ne le ricambia rallentando l’evaporazione dell’acqua e mantenendo un’umidità favorevole alle protettrici e alle protette. L’associazione infine, tra gli animali accorda spesso la vittoria ai deboli contro i forti. (La lutte pour l’existence et l’association pour la lutte).
Questa selezione darviniana benefica altre smentite riceve nella biologia. È la paleontologia che ci apprende, infatti, che l’evoluzione dell’organismo per esempio non si fa sempre nel senso del meglio, tale quale noi lo concepiamo. C’è una evoluzione retrograda che consiste in un ritorno dell’essere a forme inferiori — a quelle degli antenati — dato che ci siano, dice il darvinista Lapouge, vere forme superiori o inferiori, [207] nella realtà e al difuori dei nostri pregiudizi estetici o biologici.
D’altra parte, la distruzione delle specie pare che sia tanto più rapida, quanto il tipo è più perfetto, almeno secondo le nostre idee. Ecco infatti la conclusione negativa, che ci dà la paleontologia: i trilobiti del periodo siluriano, i crostacei merostomi del carbonifero, i rettili enormi del trias e del giurassico, i pterodattili del cretaceo, gli sdentati giganteschi del miocene, i dinoceratidi dell’eocene ec. tutte specie meravigliosamente armate e più sviluppate di tante altre che loro sopravvissero, sparirono senza lasciare alcuna discendenza, nel momento della evoluzione, in cui sembrava che esse fossero arrivate a realizzare la forma più perfetta. Non è evidente che non sono sempre i migliori di una specie che più spesso sopravvivono? E si comprende, talora, la ragione della loro scomparsa: la stessa delicatezza della loro organizzazione le espone alle influenze debilitanti e morbose, che non intaccano le specie più grossolane.
Se ciò si verifica nella biologia figuriamoci che cosa si potrà obbiettare nella sociologia su questa fatalità ed utilità della lotta che assicura la sopravvivenza dei migliori.
Anzitutto bisogna intendersi su questa parola: migliore. Noi non possediamo ancora la chiara nozione di ciò che deve intendersi con tale parola e dimentichiamo spesso che il valore individuale di un uomo ha ben poco che fare col suo valore come elemento di propagazione della specie: sotto quest’ultimo aspetto (ch’è il più importante) un contadino ignorante e di limitata intelligenza, che darà origine a generazioni sane e perfettibili, val più del dotto ingegno, che genererà una stirpe di nevrosici. In altre parole ognuno rappresenta per la società la combinazione di un valore attuale, come individuo, con un valore potenziale come capostipite di stirpi più o meno perfettibili. Il fissare questi due valori, del cui insieme soltanto [208] si può desumere il concetto di migliore, è estremamente difficile, ed è impossibile senza il consenso della storia studiata analiticamente.[227]
Affidandosi ai criteri comuni e attuali per la determinazione e conoscenza dei migliori la storia e la osservazione quotidiana smentiscono l’applicazione della teoria darviniana.
Tra gli uomini la feconda lotta contro il mezzo esterno — contro la natura — è funesta agli individui isolati. Non produce una selezione progressiva, ma regressiva; perchè infatto sono gli uomini più robusti e più energici intellettualmente e materialmente, che si espongono più volentieri ai pericoli della lotta; mentre i deboli e i pigri, che sono quasi sempre i ricchi (e se ne vedrà tra breve la ragione), messi al riparo dal pericolo si moltiplicano facilmente e perpetuano la loro debolezza o la loro pigrizia.
A parte qualunque considerazione idealistica e di ordine morale, tenendosi nel campo stretto della economia attuale riscontriamo una sconfitta in massa dei migliori. Si dirà certamente il migliore, l’operaio forte, sano, colto e che vuole assicurarsi uno standard of life, quale si addice ad uomini, che hanno raggiunto un alto grado di evoluzione. Intanto gli operai americani, che rappresentano il tipo migliore nella concorrenza del lavoro sono vinti dai chinesi. Gli operai maschi e adulti sono sostituiti dalle donne e dai fanciulli, anche in quei lavori penosi che dagli adulti dovrebbero essere compiuti. Complessivamente, poi, la classe lavoratrice che rappresenta l’elemento vitale, la forza di progresso, l’azione costante dell’uomo contro gli ostacoli della natura nella distribuzione della ricchezza ha la parte minore mentre fanno da leoni capitalisti e proprietari, che nella produzione o non ebbero parte alcuna o l’ebbero minima.
[209]
Peggio ancora se vogliamo fare entrare in giuoco il criterio morale, che non può, non deve escludersi menomamente dal concetto largo e generale della sopravvivenza dei migliori. Allora si trova che la frode e l’usura adducono al fastigio della fortuna, mentre l’abilità operosa ed onesta a nulla approda. Nella vittoria stessa dei primi occupanti della terra dovrebbero cercarsi i caratteri della delinquenza, non quelli della forza.[228]
Si arriva, poi, ad analogo risultato per via diversa; chè mentre presso gli animali la lotta sessuale favorisce il trionfo dei più belli e dei più forti e perciò la selezione progressiva; tra gli uomini al contrario, colla attuale organizzazione sociale, la donna più bella e meglio conformata si dà al più ricco, che sovente è il più debole o il più ignorante.
«Pertanto, se nella lotta per l’esistenza degli organismi inferiori la vittoria è assicurata — e non sempre come avvertì [210] il Lanessan — ai più forti e diviene così la fautrice dei progressi della famiglia degli esseri, la lotta umana per l’esistenza si compie colla sconfitta degli individui più vigorosi e colla vittoria dei deboli. Così la natura ci appare in contraddizione con se stessa, poichè mentre impone la lotta per l’esistenza come legge universale degli esseri, risolve questa lotta in un senso perfettamente contrario rispetto all’uomo ed alle specie inferiori. L’indagine imparziale ci costringe dunque a concludere che la sopravvivenza del più adatto non è la causa della costituzione economica e che quella forza insistente e poderosa, che è la causa della evoluzione organica, non ha più alcuna influenza sulla evoluzione sociale, la quale dev’essere determinata da cagioni di ben diverso carattere.» (Loria).
44. Quando si vide che non era possibile sostenere che i migliori nel senso complesso, elevato ed ordinario della parola — i migliori fisicamente, intellettualmente e moralmente — trionfino e sopravvivano nella lotta, si attenuò, per non dire si alterò, il significato della teoria darviniana ed ai migliori si sostituirono i più forti nel senso fisico e brutale.
La sostituzione non era bella; ma non era nemmeno fortunata. Essa trovava giustificazione nella affermazione del Gumplowicz che i forti sono gl’incolti (Die Rassenkampf); ma la storia smentiva il sociologo di Gratz. Gli Egiziani, gli Assiri, i Fenici, i Greci, gli Spagnuoli, gli Olandesi, i Portoghesi, gl’Inglesi, i Francesi hanno conquistato e soggiogato molti popoli e molte tribù più incolte di loro stessi. Se i Romani furono vittoriosi e meno colti dei Greci e degli Etruschi e poscia alla loro volta furono vinti dai Barbari venuti dal Nord dell’Europa, in contraccambio in Italia, nella Gallia, nella Spagna e nell’Africa vinsero altri popoli assai inferiori a loro nella coltura.
Questo prova principalmente che la forza brutale degli incolti [211] non è sempre vittoriosa e non può, quindi, qualche eccezione assumersi a legge.
Nella società umana, inoltre, i più forti sono gli uomini adulti, ma abbiamo visto, che nella concorrenza mercè le macchine sopratutto, essi sono vinti dai fanciulli e dalle donne.
Ma la teoria è stata esaminata da un altro punto di vista ancora più largo e generale e che va a ferire incidentalmente la dottrina maltusiana nel modo in cui attualmente viene praticata. Fu il Messedaglia ad osservare, credo per il primo, che il Maltusianismo, viene a produrre una selezione al rovescio perchè mentre limita la riproduzione dei migliori favorisce la moltiplicazione dei peggiori: dei poveri, degli ignoranti, dei deboli. (Scienza statistica delle popolazioni). Il Fouillée, in una ai demografi francesi, dell’applicazione della teoria maltusiana non si è preoccupato soltanto dal punto di vista patriottico, ma anche dall’altro più elevato della degenerazione della nazione.
Certamente, qual’è ora la società e se del problema della popolazione non dovessero continuare ad occuparsene, che i ricchi e i colti, si avrebbe la moltiplicazione dei deboli e la scomparsa dei forti. Altri fattori, fortunatamente, intervengono ad impedire la realizzazione dell’ipotesi.
Sta in fatto, però, che la teoria darviniana anche sotto questo aspetto viene smentita dai fatti quando gli economisti vogliono trasportarla nelle società umane. La concorrenza economica non riesce che ad un aumento quantitativo e non qualitativo delle popolazioni. Di più: mentre nella lotta tra gli animali i deboli, i vinti devono fatalmente scomparire e soccombere, nella lotta sociale essi rimangono, quantunque sofferenti, coesistono e si moltiplicano, riuscendo a quella degenerazione delle razze umane intravvista ed affannata da Galton e da Rümelin.[229]
[212]
45. Arriviamo alla degenerazione della teoria darviniana coll’adattamento. Quando la storia e la scienza dimostrano che nella lotta per la vita non trionfano i migliori e soccombono i più forti fisicamente, i sociologi darviniani non si danno per vinti e si rifugiano nell’adattamento. Qui siamo nella realtà. Nessuno potrà mettere in dubbio, che individui e collettività nella biologia e nelle società umane talora si adattano ad un genere di vita inferiore, si adattano all’ambiente. Ma non si potrà nemmeno negare in questi casi che il fatto che permette la conservazione e la moltiplicazione degli adattati — e perciò la loro vittoria — non rappresenti una vera selezione regressiva.
Questo adattamento degenerativo nelle Società umane descritto e documentato dal Vaccaro e dal Sergi da principio viene imposto colla violenza, colla forza brutale; ma la sua azione non sarebbe duratura, nè sicura se altri coefficienti non venissero in aiuto. A consolidarla si prestano i precetti religiosi, che predicano e inculcano la rassegnazione, l’educazione, le leggi penali e civili e tutto l’arsenale degli espedienti, che sono stati illustrati da Loria (Les bases économiques de la [213] constitution sociale)[230] e da Vaccaro (Genesi e funzione delle leggi penali — Roma 1889).
L’adattamento all’ambiente, che può essere causa di evoluzione progressiva specialmente nella biologia, come dimostrò il Lamark, non c’è dubbio che segna un vero regresso nella Sociologia quando equivale economicamente al ritorno alle condizioni di vita inferiore. Questo regresso nelle grandi linee verrebbe ricondotto a quella causa complessiva designata da Demcor, Massart e Vandervelde colla frase: mancanza di risorse.
Mi preme, però, rilevare che, a mio avviso i tre collaboratori belgi non hanno bene lumeggiato la differenza tra il fenomeno biologico e quello sociale sotto questo punto di vista e che non hanno distinto bene tra la evoluzione regressiva delle istituzioni e quella delle classi sociali; non hanno differenziato esattamente la fenomenologia e sono anche usciti da quella lodevole riserva, che li ha guidati nella loro trattazione.
Essi nel riassunto e conclusioni che inizia la terza parte del loro libro affermano che le loro osservazioni sono ugualmente applicabili all’evoluzione di un organismo di una società e ritengono, di accordo con Magnan e Legrain, che i degenerati sono degli esseri anormali, che non possedono più i mezzi di rigenerarsi. (L’évolution régressive p. 238 e 239).
Ciò che non è esatto. I lavoratori inglesi verso la fine del secolo XVIII e nei principî del XIX si erano adattati a condizioni di vita inferiore; essi, relativamente alla evoluzione di tutte le classi sociali, stavano molto peggio dei lavoratori del secolo XIV e XV (Thorold-Roges, Russel Garnier). Ma continuarono a riprodursi e non confermarono le conclusioni biologiche della regressione, che dovevano condurre all’atrofia e alla scomparsa. Si sa anzi, che le classi inferiori, nelle peggiori [214] condizioni di vita, sono per l’appunto le più prolifiche perciò numericamente vittoriose e contraddicenti la darviniana selezione progressiva conseguita per mezzo della lotta.
La trasformazione della dottrina del grande naturalista inglese allo adattamento regressivo cessa di far considerare la lotta per la vita come una benefica legge, cui gli uomini dovrebbero assoggettarsi di buon grado in nome del miglioramento continuo della razza umana e la espone alla ironia spietata anche di quelli economisti, che la invocarono a giustificazione del presente ordinamento sociale.[231]
[215]
Ridotta all’adattamento regressivo la legge darviniana, è chiaro che le classi le quali vogliono progredire devono ribellarsi contro la medesima. E gli adattati, con varia fortuna, si sono ribellati in ogni tempo, e contro ogni forma di servitù e contro i dominatori di tutte le razze. Di queste ribellioni sono piene le storie, che narrano di Euno e delle guerre servili, di Spartaco e dei Gladiatori, delle Jacqueries, dei contadini di What Tyler, degli anabattisti, dell’89, della Comune etc. Perchè non sia riuscito completo l’adattamento e sia stata possibile la ribellione non è compito di questo libro esporre; basta qui ricordare, che la ribellione è stata santa e benefica, piaccia o non piaccia ai darvino-spenceriani.[232]
E sono incauti davvero coloro che deridono gl’idealisti che nel diritto vedono la forza ed invertono la formula sostenendo che la forza costituisce il diritto. Costoro, inneggiando al faust recht del dispotismo alemanno, obbliano che la forza sta dalla parte dei lavoratori. Essi hanno la forza muscolare: sono la massa; hanno la forza morale, ch’è la giustizia. La forza intellettuale non può che servire, e serve, all’una e all’altra. La invocazione della forza in sostituzione del diritto costituisce il nerbo della dottrina marxista; ciò che essa può contenere di antipatico, così, le venne somministrato dagli avversari stessi del socialismo.
In un momento solo e in un solo caso la ribellione contro l’adattamento alle condizioni inferiori di vita non sarà possibile [216] e giustificabile: quando si verificherà l’esaurimento delle forze cosmiche, attualmente utilizzate dall’umanità. Allora l’adattamento forzato a condizioni di vita inferiore non si limiterà agli individui e ad alcune classi, ma s’imporrà a tutte le razze civili, che si estingueranno e lasceranno — sebbene per poco — il posto ai Negri. Ma per fortuna la realizzazione di questa ipotesi melanconica lo stesso autore che l’enunzia (Decandolle: Histoire des sciences et des savants depuis deux siècles) la rimanda ad un avvenire assai remoto — da qui a parecchie migliaia di anni. In attesa di questo cataclisma finale potremo lottare per migliorare.[233]
Non consacrerò un intero paragrafo all’ultimo ripiego dei darviniani, che dagli individui e dalle classi trasportano la lotta tra le razze. Questa distinzione tra razze superiori e razze inferiori ora è stata spinta agli ultimi eccessi dall’Ammon, dal Lapouge, dal Muffang.
L’antropo-sociologia, la scienza preconizzata da questi ultimi e radicali darviniani, dovrebbe condurre al trionfo dell’Homo europeus — alto, biondo e dolicocefalo — contro l’Homo alpinus — basso, bruno e brachicefalo. — Ma disgraziatamente per la ultima incarnazione della dottrina darviniana, nella lotta, per confessione degli stessi antropo-sociologi, gl’inferiori — gli uomini alpini — pare che la vincano sui superiori — gli uomini europei. — Essi riconoscono che i superiori vengono attratti, è vero, dalle città, che sono i centri d’irradiazione dell’incivilimento; ma nelle città si estinguono non solo, ma i dolicocefali-superiori — si trasformano continuamente e fatalmente in brachicefali-inferiori.
La legge naturale, che dovrebbe avere il sopravvento nell’interesse dell’umanità assicurando la vittoria dei migliori, [217] viene neutralizzata dalle leggi sociali, che prendono il sopravvento sulla prima.
Il principio della darviniana selezione progressiva per mezzo della lotta, così avrebbe l’ultima e definitiva disfatta anche sul terreno della lotta delle razze. Tra le quali, però, il Gumplowicz, ch’era partito pure dalla superiorità primitiva, originaria di alcune razze non riconosce il processo continuo di differenziazione aristocratica; ma quello di fusione e di assimilazione (Sociologie et politique p. 292).
Ciò che c’è di vero in questo tentativo di nuova costruzione scientifica, è la prevalenza riconosciuta delle leggi sociali sulle leggi biologiche. In quanto alla differenza e alla superiorità di alcune o di una razza sulle altre per ora almeno non c’è da preoccuparsene perchè col Winiarski si deve convenire, che ci troviamo dinnanzi alla più pura ed alla più ingenua delle fantasmagorie[234].
[218]
La fantasmagoria diviene aberrazione da manicomio col superuomo di Nietzsche.
46. Colla dimostrazione fatta da Lapouge, che le Selezioni sociali non solo si sovrappongono ma neutralizzano e distruggono la Selezione naturale si ha la completa giustificazione di coloro che vogliono l’intervento cosciente dell’uomo nella riforma e nella trasformazione delle istituzioni in guisa, che si possano davvero conseguire quei miglioramenti, che sono nei voti di tutti e che mai si ottennero nelle società umane coll’azione spontanea della natura. Su questa azione spontanea della natura invece contano gli spenceriani e i liberisti più logici della economia politica. Questo intervento cosciente, sarebbe almeno necessario per distrurre tutta la sopracostruzione attuale, che si deve agli uomini e che serve ad impedire il retto e benefico funzionamento della legge darviniana. Per un benefico ritorno alla natura, dunque, sarebbe sempre indispensabile un’azione preliminare distruttiva dell’uomo.[235] [219] Quest’azione distruttiva s’impone perchè sono precisamente le leggi sociali, che favoriscono la selezione al rovescio e annientano i benefizi che dovrebbero ottenersi dalla formazione dell’aristocrazia (Häckel) o dell’élite, che dovrebbe funzionare come sensorio sociale (Novicow).
Avvegnachè sono le leggi umane, fattizie, per lo appunto, che estendendo e peggiorando l’azione del caso, invertono oggidì le condizioni della lotta, e impediscono alle leggi naturali darwiniane, in quello che possono contenere di utile e di benefico al progresso della specie umana, di dare tutta la loro efficienza.[236] Ciò che parrà chiaro, guardando alla funzione del diritto di successione, che serve di base alla costituzione delle aristocrazie da Häckel vagheggiata, e considerata come utile e fatalmente conseguente dalla teoria darwiniana.
Nel dare inizio a questa disamina, giova esporre il giudizio [220] di un illustre pensatore, che scrive per la scienza esclusivamente senza preoccupazioni politiche e sociali, e si esprime nel modo seguente sulla origine e sul valore delle aristocrazie:
«.... La nobiltà, scrive il Ribot, è il risultato di due fattori: l’idea vera o falsa di un certo merito al di sopra del comune; l’opinione che questo merito è trasmissibile. Certo, da un punto di vista ideale, l’istituzione della nobiltà può essere reputata eccellente. Non scegliere che i migliori, conservare intatta l’élite così formata, plasmarla sin dalla culla colle tradizioni, i precetti, gli esempi; allevarla a modo di una pianta squisita e rara, che germoglia in una serra calda e in un terreno favorevole: sarebbe stato un processo di selezione rigorosa, coll’educazione in più. Ma questo non è che un bel sogno. Alcune osservazioni vanno a provarcelo.
«E in prima, quanto alla sua origine, la nobiltà, che pretendeva essere una élite, non lo fu giammai, che in senso limitatissimo, quello delle virtù guerresche. Essa nacque dappertutto in questa età di adolescenza dei popoli, in cui l’immaginazione non ha altro ideale che l’eroe, altro culto che l’eroismo (l’heroworshipe), in cui l’unica virtù è l’onore, l’unico mestiere, la guerra.... La selezione che le servì di base fu dunque in diritto incompletissima, e in fatto spesso infelicissima.» (L’hérédité psychologique p. 366 a 370).
Comunque, anche a non tener conto di questa origine incompletissima e infelicissima delle nobiltà e delle aristocrazie, (dappoichè del resto si può rispondere, che le qualità che prevalsero furono quelle che potevano e dovevano prevalere in quel dato ambiente e in quel dato momento storico), bisogna indagare con maggior diligenza che n’è stato di queste aristocrazie, di queste caste, che rappresentano il prodotto della conservazione dei migliori, degli eletti, dei vincitori; chè è questo addirittura, che importa conoscere per [221] giudicare al giusto dell’applicazione delle leggi darwiniane alla società umana fatta dall’Häckel.
La costituzione delle aristocrazie, la conservazione, nei discendenti degli eletti, dei vantaggi della vittoria ha contribuito alla selezione della specie umana, ha dato dei prodotti sempre migliori di quelli, che li hanno procreato?
Ecco il problema, cui la storia, non senza ragione, dà una soluzione chiarissima e del tutto conforme alle vedute del socialismo. Imperocchè risulta dallo esame dei fatti, che in grazia delle istituzioni umane, fattizie, e perciò rimovibili, si sono ottenuti effetti diametralmente opposti a quelli, che si dovrebbero avere dall’azione spontanea e non adulterata della legge darwiniana della sopravvivenza dei migliori. L’eredità come istituzione sociale, che gli economisti vorrebbero sanzionare in nome delle leggi naturali, ha prodotto la degenerazione dei discendenti dei migliori, i quali vinsero perchè tali; ha impedito la evoluzione degli inferiori e sarebbe riuscita alla degenerazione completa dei vinti se questi si fossero rassegnati e adattati alla loro condizione.
Esaminiamo prima i fatti, e poscia si vedranno le cause che li hanno generati e si avrà la ragione della degenerazione, e non della selezione, delle aristocrazie. Fatti e ragioni, che autorizzano questa sola conclusione: per aversi il genuino funzionamento delle leggi darwiniane e le risultanze loro, conducenti alla selezione, si devono rimuovere tutte le superfetazioni che le alterano, tutte le istituzioni sociali, che sono state escogitate dall’uomo per perpetuare in certe famiglie e in certe classi il privilegio economico e politico.
47. Ecco i fatti personificati nei tipi più noti, che ci somministra la storia.[237]
[222]
Tiberio è il discendente della gens Claudia; la degenerazione della quale, il Wiedermeister attribuisce alle unioni tra consanguinei. L’arroganza aristocratica della sua razza era in lui (vetus atque insita Claudiae familiae superbia, diceva Augusto). A misura ch’egli avanza in età, la forma morbosa del suo carattere si disegna sempre più: melanconia con delirio di persecuzione.
Caligola è nipote a Tiberio. Riunisce la degenerazione di due famiglie, la gens Iulia e la Claudia. Affetto da epilessia con tutti i disturbi nervosi, che ne sono la conseguenza. Claudio, di notoria imbecillità, è lo zio di Caligola.
Nerone figlio di Agrippina sorella di Claudio. Affetto da mania periodica. Wiedermeister conclude: con Nerone finisce la famiglia Iulia-Claudia; l’albero non dà più frutti.
Da Vespasiano, in un’altra famiglia, si va a Domiziano. Nel primo predominava l’avarizia, ch’era ereditaria.
Tutta la storia romana, adunque, dimostra che le qualità buone degenerano e si estinguono gradatamente, mentre le cattive si trasmettono e si peggiorano. Il medio-evo e i tempi moderni riconfermano tale insegnamento.
Da Clodoveo si discende ai re Faineants. Da Pepino d’Heristal attraverso a Carlo Martello e Pepino il Breve si arriva all’apogeo con Carlomagno e si precipita rapidamente. Da Ugo Capeto agli ultimi borboni la discesa è continua e non vi sono, che poche eccezioni, spiegabili con incrociamenti e circostanze [223] straordinarie. Da Cosmo e Lorenzo dei Medici si va a Caterina e Maria dei Medici e la famiglia si estingue con Gastone.
Carlo V era goloso. Ne nacque Filippo II; e da questi D. Carlos: goloso e feroce. La ghiottoneria veniva da Carlo V e la ferocia da Giovanna la Pazza. Fenomeno atavistico. L’alienista più conosciuto d’Inghilterra, Ireland, nella sua Storia della nevrosi ereditaria della casa reale di Spagna, — otto generazioni in un periodo di 250 anni, — comincia con Giovanni II di Castiglia — 1449 — e finisce con Carlo II, infermo, epilettico, che non si occupava di altro, che di giuocare coi nani, seguire le processioni, recitare dei Pater e degli Ave. È la fine della razza — 1700 — che dopo aver passato per diversi gradi di epilessia, di ipocondria e di mania si esaurisce nell’imbecillità. (Journal of mental science. Iuly 1879.)[238]
Dalle famiglie singole, passando alle classi intere la estinzione e la degenerazione non sono meno evidenti. «I cittadini delle repubbliche antiche dice Littrè, non hanno potuto mai mantenersi colla riproduzione. I 9000 spartani di Licurgo erano ridotti a 1900 al tempo di Aristotile. Il popolo di Atene fu obbligato di reclutarsi spesso coll’ammissione degli stranieri. Le cose non procedettero altrimenti nei tempi moderni. Non vi ha una sola nobiltà in Europa, la cui massa rimonta ad una grande antichità. (De la Philosophie Positive)
Benoiston de Chateauneuf, in una curiosa memoria statistica sulla durata delle famiglie nobili in Francia mostra, che questa durata non sorpassa 300 anni in media. Trova la causa di questo esaurimento nel dritto di primogenitura, nella consanguineità dei matrimoni, ma sopratutto nella guerra e nei duelli. Questo fatto deve essere governato da cause più [224] generali; dappoichè lo stesso autore confessa, che le sue ricerche sull’estinzione delle famiglie borghesi e delle classi più umili lo hanno condotto ad un uguale risultato.
L’imbastardimento delle famiglie nobili in Francia e nei paesi vicini alla fine dei secoli XVII e XVIII era notata da diversi autori. Pope faceva rimarcare a Spencer che l’aria nobile, che la nobiltà inglese doveva avere era precisamente quella, che non aveva. In Ispagna si diceva che, quando veniva annunziato in un salon, un grande si doveva attendere di vedere entrare un aborto. Infine, in Francia si stampava che vedendo gli uomini, che componevano l’alta nobiltà dello Stato, si credeva di essere in una società di ammalati; e il Marchese di Mirabeau, nel suo Ami des hommes, li tratta da pigmei, da piante secche e mal nutrite.[239]
Questa degenerazione innegabile delle antiche aristocrazie — nate per lo più dalla guerra cruenta, — degenerazione fisica, morale e intellettuale — si constata pure nelle nuove — nate dalla guerra incruenta, — che rappresentano il prodotto della selezione capitalistica. Uno dei tanti sintomi, dice il Sozial-Demokrat di Zurigo, della decadenza della nuova aristocrazia, sta nella perdita della fede e dell’entusiasmo (23 Agosto 1883). [225] Prima che la borghesia divenisse dominante, essa possedeva una vigorosa energia creatrice, possedeva i più alti ideali e non credeva che vi fossero ideali irrealizzabili; non si arrestava innanzi ad alcun problema e ad alcuna soluzione, non si spaventava di alcuna conseguenza. Ne faccian fede gli Enciclopedisti. Quanto è mutata oggidì! Nei suoi rappresentanti più ricchi e più socialmente elevati, non domina che la scrofola fisica e morale; l’attività creatrice vi si esaurisce.
Infine l’ultimo saggio della corruzione e della decadenza dell’aristocrazia vecchia e della nuova si riscontra in quei contratti di compra-vendita che sono divenuti i matrimoni americani, che sono stati illustrati dal Iohannet nel cattolico Correspondant. Sono davvero disgustosi i dettagli sulla caccia alla dote, che discendenti delle famiglie principesche di Europa vanno a dare tra le cerbiatte degli Stati Uniti, che pur di assumere un titolo nobiliare non disdegnano di consegnare i milioni di dollari a tanti miserabili che portano l’impronta indelebile della degenerazione fisica, morale e intellettuale.[240]
48. Tanto per la degenerazione delle classi privilegiate o vincitrici. Quella dei vinti[241] e l’impedita loro evoluzione non ha bisogno di dimostrazione; e chi avesse vaghezza di conoscere qualche dettaglio ricorra alle relazioni Parlamentari Inglesi sul lavoro delle donne e dei fanciulli e sulla salute pubblica, all’appello di K. Marx alle classi lavoratrici di [226] Europa (1864) alla quistione del lavoro di A. F. Lange; nonchè alle statistiche mediche e militari. La causa dello arresto di sviluppo delle classi vinte, è anche troppo evidente, perchè occorra insistervi. Esse mancano dei mezzi opportuni, che favoriscono lo sviluppo fisico e intellettuale; son prive spesso del necessario pel sostentamento della vita. E ne mancano perchè i vincitori si appropriano buona parte del prodotto del loro lavoro. Lavorano e vivono nelle condizioni più antigieniche, che si possano immaginare; e lavorano le donne e i fanciulli, che non dovrebbero lavorare se si volesse favorire lo sviluppo fisico della grande massa di una nazione.[242]
Lo stesso progresso tecnico della divisione del lavoro riesce a far degenerare i lavoratori; e ciò non per la metafisica ragione del Mikhailowsky, che vi scorge un ritorno dell’eterogeneo all’omogeneo (op. cit. p. 43 e seg.); ma perchè tale divisione estrema, specialmente quando il lavoro è assai prolungato e non alternato con altre occupazioni, ottunde la intelligenza — rende l’uomo un appendice della macchina — e toglie ogni sano equilibrio nello sviluppo dei muscoli e delle ossa. Tutte le influenze dannose alle classi lavoratrici vengono infine aggravate delle circostanze che il risultato dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo viene fissato e perpetuato colla trasmissione della ricchezza ai discendenti.
La quale, se per un verso riesce all’ingiustizia coll’accordare i vantaggi di una lotta o di uno sforzo qualsiasi e della conseguente vittoria, a coloro, che non li hanno saputo meritare colle loro opere; da un altro canto produce un danno della società, un ostacolo gravissimo al perfezionamento della [227] specie, perchè impedisce, a quanti da natura ebbero doti singolari di animo e di corpo, di farsi innanzi e ricevere il guiderdone della loro virtù fisica, morale e intellettuale. Colla eredità, quindi, vengono alterate le condizioni della lotta, e neutralizzata l’azione benefica delle leggi darwiniane. Colla eredità, con questa potente istituzione sociale, molti son condannati a priori alla disfatta perchè inermi di fronte a chi tutti possiede i mezzi dell’offesa e della difesa: si può assistere alle intraprese della prepotenza, non ad una concorrenza vitale.
I più forti di un’epoca avendo tutto regolato a profitto di loro stessi e della loro discendenza, non lasciano emergere i nuovi migliori, schiacciati da quel precedente. Tutti i vantaggi essendo stati accumulati in un angolo a disposizione di quelli, che, spesso, ne sono i meno degni, la concorrenza è falsata sin da principio da ciò, che Agathon De Potter ha giustamente chiamato la predestinazione sociale.
Avviene qualche cosa, che rassomiglia ad una corsa nella quale una minoranza di corridori disputerebbe in carrozza la vittoria ad una maggioranza di pedoni. Sicuramente, i primi, che avrebbero immaginato di utilizzare a loro profitto questo mezzo perfezionato di loro creazione, avrebbero dato pruova di maggiore capacità, di maggiore intelligenza di quelli, che sarebbero rimasti ridotti al solo vigore delle loro gambe. Quelli là avrebbero effettivamente meritato la loro vittoria. Ma non si potrebbe dire altrettanto dei loro discendenti, che potendo non esserne degni in alcun modo, a giudicarne dalle loro qualità naturali (è possibile anche che essi avessero presso a poco perduto l’abitudine di camminare), pur possederebbero sempre tutto ciò, che occorre per guadagnare sui loro concorrenti, meno bene equipaggiati. Il vantaggio derivato dall’impiego delle carrozze sussisterebbe sempre, creando una inferiorità artificiale alla folla dei pedoni, che avrebbero già molto [228] da fare per aprirsi un passaggio ed evitare di rimanere schiacciati sotto le ruote.
Così un sistema completo di condizioni fattizie, di creazione umana, taglia in due l’umanità e assicura, fuori concorso, ad una classe speciale, tutte le superiorità dell’educazione, della ricchezza, del potere. Non esiste nemmeno possibilità di concorrenza, dappoichè la situazione è disposta in modo che questa classe che monopolizza la forza, gode anche degli sforzi degli altri. (Gauthier: Le darvinisme social, p. 58).
E qui importa moltissimo rilevare, contro i fautori dell’odierno sistema borghese della concorrenza, i quali invocano le leggi darwiniane per coonestarle, che per lo appunto lo stesso Darwin vide il danno che derivava dall’accumulo della proprietà e della sua trasmissione ai discendenti. «In tutti i paesi civili, egli dice, l’uomo accumula proprietà e le lascia ai suoi figli. Cosicchè questi figli in uno stesso paese non possono per nessun modo spingersi molto avanti nella corsa per la riuscita.»[243] Ora è notevole questa circostanza, [229] che l’eredità da Darwin dichiarata svantaggiosa, è una di quelle istituzioni, che i socialisti di tutte le scuole concordemente vogliono abolita.
Le risultanze di queste istituzioni infine, provano sempre più e meglio l’indipendenza della evoluzione sociale dalla evoluzione biologica; poichè si ha dalla osservazione quotidiana che mentre le primitive condizioni di forza e di debolezza attraverso ad una serie di generazioni s’invertono, non c’è alcuna inversione del rapporto economico primitivo. A chi acquistò la proprietà e la ricchezza si può concedere che sia stato un forte; i discendenti suoi sono deboli oppure conservano ciò che fu il premio dovuto al loro progenitore. «Ora questa persistenza della proprietà capitalistica, successiva alla cessazione della superiorità fisica e morale del proprietario sul non proprietario non dimostra, ripetiamo, in modo irresistibile la indipendenza assoluta del rapporto di proprietà dalle condizioni antropologiche dei proprietari?» (Loria)
Ciò dimostra la falsità del darvinismo sociale da un lato e il diritto in coloro che sono lesi dalle presenti ingiustizie sociali di correggerle.
Il presente regime economico-sociale non contrasta la selezione progressiva soltanto colla istituzione della eredità, ma in molti altri modi pare che voglia direttamente favorire la selezione regressiva.
Il Decandolle, il Galton hanno messo in evidenza i danni [230] enormi arrecati alla Spagna dalla persecuzione religiosa contro gli Ebrei, contro i Mori e contro gli eretici in genere; persecuzione che riuscì addirittura ad un vero e rapido depauperamento della razza, di cui si ebbe un riscontro in Francia, sebbene in minori proporzioni, coll’applicazione del famoso editto di Nantes.[244]
Di queste selezioni regressive sociali, che dimostrano la niuna efficacia delle selezioni naturali, si è intrattenuto magnificamente — giova ripeterlo — il Lapouge. Egli ha pure illustrato la grande selezione regressiva sociale, che avviene per mezzo della guerra; e qui non solo ha assestato un grave colpo alla teoria darviniana mostrando la inefficacia delle cosidette forze naturali; ma ha demolito la base delle stesse teorie da lui predilette.
Il Lapouge, infatti, in un caloroso articolo (L’Anthropologie et la Science politique)[245] aveva deriso spietatamente i principî politici a priori formulati alla leggera dai filosofi del secolo scorso sui corollari diretti del cristianesimo e delle dottrine sentimentali. La salvezza e la realtà ad un tempo non la vedeva che nella guerra, perchè i popoli, che cessano di essere agguerriti divengono preda degli altri. La guerra non è giuoco di sovrani o rivalità di amor proprio e di gloria; essa è e diviene sempre più la manifestazione suprema della lotta per la esistenza fra le razze e il mezzo di sostituire le più energiche a quelle la cui evoluzione si trova ritardata. Ogni razza superiore che ha vicini egualmente superiori, non deve contare che sul suo valore ed è condizione del progresso generale dell’umanità l’esterminio col ferro e colla fame, [231] l’estinzione delle razze la cui evoluzione è lenta e l’umore è pacifico. E questo processo selettivo è logico ed utile perchè la realtà è questa: la force prime le droit. Così deve essere perchè la forza esiste ma non siamo sicuri della esistenza del diritto e i progressi della scienza mostrano ogni giorno più chimerico il pensiero di sostituire il diritto alla forza!
Così il Lapouge aveva formulato la sua teoria darviniana della lotta riducendola ad una quintessenza della brutalità e della violenza. Ma vedi ironia della storia! La Francia che da secoli — e nel XIX in ispecie — aveva esercitato la industria della guerra, che avrebbe dovuto assicurarle la vittoria su tutti i concorrenti, ha subito la più grande disfatta, che si conosca tra i popoli civili contemporanei.....
E così fu e così doveva essere, perchè è lo stesso Lapouge che nelle Sélections Sociales dimostra, condannando la base della propria teoria, che guerra e militarismo sono le due grandi cause di degenerazione e di selezione regressiva.
Già sappiamo che lo Spencer ammise l’efficacia miglioratrice della selezione militare soltanto nelle prime fasi dello sviluppo dell’umanità; ma doveva essere riserbato al Lapouge, all’apologista della guerra, la dimostrazione schiacciante sui danni incalcolabili della selezione militare. La quale agisce in doppio senso nel determinare la degenerazione della razza: da un lato per mezzo della coscrizione condanna al celibato gli uomini più forti e nel periodo della vita più favorevole alla procreazione e lascia, che gli scarti, i deboli facciano da riproduttori.[246] Dall’altro immola i migliori, i forti, i sani a milioni nelle grandi ecatombi, che la guerra determina. E questa strage dei migliori egli la porta a cifre sbalorditive, forse [232] esagerate; a quaranta milioni per ogni secolo, a quattrocentomila per ogni anno!
Questa disastrosa selezione regressiva, ch’è il prodotto di tutte le istituzioni sociali, che valsero ad annientare la selezione naturale è riuscita al trionfo della borghesia e del capitalismo di cui il Lapouge ci dà le note caratteristiche veramente convincenti. Nelle Sélections sociales è detto, infatti che la borghesia e l’aristocrazia del denaro è una classe di parvenus, che serve per i suoi capitali e non per i suoi uomini. Il suo parassitismo assorbe l’aristocrazia intellettuale, la cui superiorità non conta in un secolo in cui tutto si compra e tutto si riduce al prestigio dell’oro. Produce il flagello del funzionarismo, che in un’epoca di concorrenza sleale serve di rifugio agli uomini senza genio e senza audacia ed anche ad alcuni eugenici[247] condannati dalle necessità dell’esistenza a confinarsi nell’esercizio sterilizzante di una funzione pubblica. Il capitalismo moderno, inoltre, determina: la dispersione pel mondo dei migliori della razza, la formazione delle colonie di emigranti la cui attività nelle Metropoli è paralizzata; lo spopolamento delle campagne e l’esaurimento fisico e morale dei migliori nelle città. Le selezioni sociali, in conclusione, riescono al trionfo della borghesia contemporanea, che rappresenta il fungo velenoso cresciuto all’ombra della ghigliottina col sangue dei nobili e dei preti; una posterità senza virtù, senza ideale, uscita non dai grandi borghesi rivoluzionari distrutti nella lotta del secolo scorso, nè dal popolo, ma da procuratori di villaggio, da usurai di campagna ecc.
Questa borghesia arricchitasi da principio colle compre a prezzo vilissimo dei beni delle sue vittime e dopo collo sfruttamento delle classi lavoratrici, colla speculazione, coi furti [233] di borsa, col traffico delle influenze, colla prostituzione, ha oggi una opulenza fatta di crudeltà, di furberia, di egoismi, di lagrime e di sangue!
Questo quadro del Lapouge si riferisce con particolarità alla borghesia francese; ma è chiaro che possono rientrarvi, del più al meno le borghesie degli altri paesi.[248] Le risultanze della concorrenza odierna, intanto, quali ce le presenta un darviniano, sono spaventevoli e devono condurci alle maledizioni di quella lotta, che dovrebbe assicurare il trionfo dei migliori.
La condanna inesorabile viene da quella scienza, che avrebbe dovuto somministrare le armi più affilate contro il socialismo; e viene ripetuta da un filosofo non socialista eminentissimo, qual’è il Fouillée, che nella presente organizzazione sociale trova tutti gli elementi preparatori della degenerazione fisica, morale e intellettuale tanto dei vinti, quanto dei vincitori. (La propriété sociale et la démocratie).
49. Se la degenerazione o l’arresto nello sviluppo dei vinti sono fenomeni facilmente comprensibili, non lo sono del pari, quando si riscontrano nei vincitori, nelle aristocrazie; nelle quali a priori si può supporre un crescente perfezionamento di tutte le loro qualità fisiche, morali e intellettuali, perchè esse posseggono, anzi li posseggono esse sole, tutti i mezzi adatti allo sviluppo, tutte le condizioni, che possono favorirlo.
Ma il fatto della costante degenerazione delle aristocrazie è innegabile, e tutti i materiali raccolti dal Wiedermeister, dal Iacoby, dal Ribot etc. lo illustrano all’evidenza; e in pari tempo pongono fuori discussioni, che mentre degenera e si altera il lato buono del carattere di una aristocrazia, parallelamente [234] si sviluppa, si trasmette e si fissa quello cattivo. Il lettore ricordi i dati storici precedentemente riportati e se ne convincerà.
Il Ioly, a spiegare il fenomeno costantemente ripetutosi, ricorse ad una teoria, che potrebbe denominarsi dell’esaurimento nervoso. Egli pensa che in una famiglia ed in un popolo, che hanno dato il maximum del prodotto fisico, morale ed intellettuale, l’energia spontaneamente si esaurisce ed occorre un certo tempo perchè avvenga un nuovo accumulo, che dia in appresso nuovi prodotti. In siffatta guisa si spiegano i ricorsi.[249] Ora ammettendo tale ipotesi, i socialisti avrebbero ragione degli avversari; perchè sarebbe imprudente ed ingiusta cosa, consacrare colle istituzioni politico-sociali, il potere e il privilegio in famiglie, che avendoli acquistati per opera d’individui arrivati al fastigium del loro sviluppo, sono già condannati, predestinati all’esaurimento ed alla immediata degenerazione.
Il fatto della degenerazione però, trova una più soddisfacente spiegazione colla retta interpretazione delle stesse leggi darwiniane.
Il rappresentante più elevato di una stirpe, di una famiglia (che gradatamente, per selezione si è innalzata sulle concorrenti) arrivato al potere col privilegio (il politico e l’economico vanno sempre di conserva), lo trasmette, in forza delle leggi sociali, ai suoi discendenti. A meno che si voglia supporre, che questo tale sia un essere perfetto — ciò che da nessuno si ammette — bisogna ritenere che in lui vi sia del [235] buono e del cattivo, sebbene preponderino le qualità migliori; tanto che valsero a dargli la prevalenza. Egli di unita al privilegio trasmette agli eredi le sue buone qualità e le cattive; ma le prime non hanno più, nella condizione in cui si trovano i discendenti, la occasione di esercitarsi; epperò pel non-uso gradatamente degenerano e si estinguono, come pel non-uso si atrofizzano gli organi del corpo. (Darwin) La educazione dei discendenti (che godono di un potere non acquistato colle proprie forze e coi propri meriti) differendo sempre da quella dei progenitori, fa il resto. Così il non-uso delle buone qualità rappresenta l’elemento negativo della degenerazione. Avvegnachè le cattive qualità non incontrano nel loro sviluppo freni o resistenze; si esercitano, si sviluppano e si trasmettono liberamente. Infatti è cosa insolita che vi sia chi rampogni, freni o contraddica il rampollo di stirpe privilegiata, le cui qualità per una legge psico-fisica si svilupperanno sempre nel senso della minore resistenza, e cioè nella direzione del massimo godimento conseguito col minimo sforzo.[250]
Più facile ancora si rende la spiegazione della degenerazione nelle aristocrazie intellettuali, trascinate fatalmente all’abuso delle loro facoltà, al Surmenage, alla nevroastenia, all’esaurimento.
Ciò che si sa della frequente buona riuscita dei bastardi principeschi non costituisce, che la controprova di quanto si è detto.
«D. Iuan d’Austria, osserva il Ribot, era superiore a Filippo II; Vendome a Luigi XIII ed a Gastone d’Orleans. La parte dei bastardi principeschi è rimarchevole quando si pensa al loro piccolo numero. Io citerò Dunois, il bastardo di Savoja, il principe Eugenio, Vendome, il connestabile di Borbone, [236] Maurizio di Sassonia, tutti figli o nipoti di bastardi. Questa maggiore intelligenza nei bastardi o nella loro immediata discendenza si attribuisce popolarmente all’essere essi i figli dell’amore.»[251] A me sembra invece, che a questo maggiore sviluppo di fronte agli eredi legittimi contribuisca la circostanza che essi vengono e crescono in condizioni diverse e più favorevoli allo sviluppo delle loro facoltà, perchè sottoposti ad educazione più rigida e lontani dalle influenze e dalle attrattive del privilegio. Così in loro l’ereditato germe delle buone qualità, è costretto, per dare la sua efficienza e raggiungere il premio, ad esercitarsi ed a svilupparsi.
Di tal che è assolutamente falso che la selezione darwiniana possa servire a consacrare il privilegio economico e politico, qual mezzo atto a migliorare la specie. Se il privilegio, nel primo momento, in cui arriva nelle mani di un uomo o di una famiglia, può rappresentare l’effetto di una selezione progressiva di qualità, che assicurano la prevalenza nella concorrenza vitale; in un secondo momento quando si trasmette, diviene la causa di una selezione in senso inverso, di una degenerazione. Laonde questo dritto di successione al privilegio nè è meritato dagli individui, che non cooperarono a conseguire i vantaggi, che procura; nè contribuisce a migliorare l’umanità, producendo il suo perfezionamento fisico, intellettuale e morale. Il darwinismo, adunque, nelle sue linee generali, non legittima le aristocrazie di qualsiasi genere, ma invece serve a corroborare la prima parte di uno dei più noti aforismi socialistici: a ciascuno secondo le sue opere.
Continuando il Ribot nella ricerca delle cause intime di degenerazione delle aristocrazie, trova che le medesime per lo spirito di conservazione delle forze e dei loro privilegi, se non per aumentarli, si uniscono frequentemente in matrimonio tra [237] consanguinei. Ciò anche per orgoglio. In siffatto modo le aristocrazie si estinguono, secondo Niebuhr, passando per la degradazione, e la imbecillità. Esquirol, Spurzheim ed altri recenti autori danno questa ragione della frequenza dell’alienazione mentale e della sua eredità, nelle grandi famiglie di Francia e d’Inghilterra.[252]
La moderna aristocrazia del denaro alla sua volta degenera, perchè si limita in generale all’amore del guadagno, accetta la vernice superficiale dell’istruzione, passa facilmente alla caricatura, disprezza tutto ciò ch’è semplice e nobile, non tenta d’inculcare ai suoi figli il coraggio e la capacità di sopportare le vicissitudini del destino, e rimane così, malgrado tutta la sua potenza economica, un colosso dai piedi di argilla.
La degenerazione dei privilegiati infine trova la sua ragion di essere, analogamente a quanto pensano i socialisti, nella storia del parassitismo, illustrata da naturalisti darwiniani.
Ogni nuova serie di condizioni, dice Rey Lankester, che tendono a rendere molto agevolmente ottenibile l’alimento e la sicurezza di un animale, sembra avviare per regola alla degenerazione; precisamente come un uomo attivo e sano comincia talvolta a degenerare quando salga a repentina fortuna; o come Roma degenerò allorchè venne in possesso delle ricchezze dell’antico mondo. L’abito del parassitismo opera chiaramente in tal guisa sull’organizzazione animale. Fate che [238] la vita parassitica sia una volta bene assicurata; e vedrete a poco a poco andarsene le gambe, le mandibole, gli occhi, gli orecchi; l’attivo ed altolocato granchio, insetto od anellide divenire un mero sacco destinato ad ingerire alimenti, e a deporre uova e nulla più.[253] La qual cosa era stata rilevata molto tempo innanzi dall’Häckel.[254]
Ora, la degenerazione delle aristocrazie non si deve per lo appunto al divenire esse, economicamente, delle classi parassite? La genesi del parassitismo non ispiega i fatti del Iacoby? Le leggi sociali contraddicendo gl’insegnamenti e gli avvertimenti delle scienze naturali, perchè dovrebbero consacrare l’istituzione aristocratica, che conduce fatalmente alla degenerazione prima ed all’estinzione in seguito?
E però, dalla storia e dalla scienza rimane assodato, che: date le leggi darwiniane della lotta per la esistenza e della correlativa vittoria dei migliori, entrambe non riescono alla selezione od al miglioramento progressivo della specie, se non quando i vincitori rimangono privi di singolari privilegi o almeno i privilegi ottenuti non possono trasmetterli ai discendenti. Il diritto di successione e la costituzione delle aristocrazie, costituendo un vero parassitismo, spingono alla degenerazione delle aristocrazie, affrettano quella dei vinti ai quali sottraggono il prodotto del loro lavoro, ed impediscono, privandoli dei mezzi opportuni, la evoluzione degli individui, che [239] ebbero da natura buone attitudini, e che, se sviluppatisi liberamente, avrebbero realmente conferito al progresso ed al miglioramento della specie.
Un motto ancora sulla costituzione delle aristocrazie in rapporto alla teoria dell’evoluzione. L’eredità, osserva il Ribot, consacrata socialmente nelle caste e nelle aristocrazie, che rappresentano la stabilità e la conservazione si è trovata di un subito in lotta colla legge del progresso, la cui essenza è il cangiamento. E quindi o il progresso ha rotto le caste come in Grecia; o le caste hanno impedito il progresso come nell’India.
Guardando a tutto il processo storico si deve pur convenire, che la evoluzione avviene dalla aristocrazia alla democrazia. L’aristocrazia è il fatto e l’istituzione del passato; chè le antiche democrazie non sono altro che aristocrazie nel vero senso della parola. La democrazia sarà il fatto e l’istituzione dell’avvenire.[255] L’aristocrazia era l’istituzione logica delle epoche nelle quali dominava la fede esclusiva nella eredità e nella tradizione; la democrazia è il prodotto logico dei tempi, in cui senza che venisse negata la giusta influenza dell’ereditismo, si accorda una parte rilevante all’educazione; e riconoscendosi eziandio i vantaggi della tradizione, che consolida i mutamenti utili avvenuti, esercita una rapida azione trasformatrice la ragione, che rappresenta il progresso.[256]
Oggi la riconsacrazione delle aristocrazie tentata in nome del darwinismo non è, che la negazione della evoluzione delle forme e dei principii sociali.
La fatalità dell’avvento della democrazia venne riconosciuta da coloro cui riesce ostica — da Chateaubriant a Francesco [240] Crispi — con una unanimità sorprendente e che si spiega coll’eloquenza dei fatti che s’impongono a tutti.
Ma sarà essa un bene o un male?
Non è il luogo di fare una disamina storico-politica, che mi riserbo di riprendere in un altro scritto; qui basta rilevare che le critiche rivolte da Lecky alla democrazia sono state oppugnate vittoriosamente tra gli anglo-sassoni, che in senso democratico hanno compiuto i maggiori progressi.
I timori e i rimpianti per la decadenza e per la prossima scomparsa della aristocrazia sono davvero inesplicabili; non movono che da pregiudizi e da antipatie politiche.
Il Taine, che dell’aristocrazia è stato l’ultimo apologista d’incontestata e meritata celebrità non si è limitato a difendere la istituzione, ch’eragli divenuta cara negli ultimi anni della vita sua, ma rivolse un attacco veramente indegno alla democrazia. Chiamò il potere del popolo un potere anonimo, imbecille e terribile, il cui arbitrio è assoluto, la cui iniziativa è continua, il cui intervento è omicida (La révolution. Vol. 2º p. 9)
Errori e delitti ha commesso la democrazia; ma si tratta di vedere se la somma dei danni arrecati alla società sia maggiore o minore dei beni, e se il bilancio che presenta la medesima si regga al confronto di quello dell’aristocrazia.
Può il Taine assicurare che la società moderna essendo una cosa vasta e complicata dev’essere maneggiata dagli spiriti colti e speciali. Può dogmaticamente stabilire che le aristocrazie sono necessarie (Notes sur l’Angleterre p. 208, 224 ec.) e che solo l’aristocrazia si trova in condizioni opportune per acquistare l’arte del governo (La révolution Vol. I, p. 190 e 191). Ma i fatti smentiscono brutalmente tutti gli apriorismi degli apologisti di una istituzione, che tramonta; e tramonta male, coi caratteri e colle manifestazioni della degenerazione.
[241]
Il fatto brutale della decadenza delle aristocrazie dovrebbe bastare per pensatori, che riconoscono il successo come il solo Dio che impera nella storia, per indurli a risparmiare rimpianti e lagrime sulla sorte di una istituzione che muore. È addirittura inconcepibile, poi, che quel Taine che aveva documentato la più terribile e inoppugnabile requisitoria contro l’aristocrazia se ne sia fatto il paladino più tardi. È nell’Ancien régime dell’illustre storico francese, infatti, che si trovano gli elementi per condannare l’aristocrazia e la monarchia, cui sono imputabili tutti i mali, che sono stati rimproverati alla rivoluzione dell’89 e che furono preparati e resi fatali dalla medesima.[257]
Non si abbiano paura ed apprensioni, adunque, sulle conseguenze della scomparsa delle aristocrazie. Nessuno degli acquisti delle civiltà correrà pericolo pel fatto. Lo dimostrò [242] il Littrè tanti anni or sono (Casuistique historique) e non c’è ragione oggi di mutare di avviso. Se anche si verificasse la decadenza dell’arte — e negano giustamente il Morris, il Destrée, il De Greef ecc. — il male sarebbe compensato ad usura: il benessere economico diffuso, dice il Marion, vale bene lo splendore delle belle arti (De la solidarité morale p. 213). Ci sarebbero meno quadri, meno statue, meno poesie in una società essenzialmente democratica! E dovremmo dichiararci inconsolabili se in pari tempo vi fossero meno follie, meno suicidi, meno delitti?
Del resto i pusilli, che si spaventano delle trasformazioni future si confortino e tengano conto dei savi consigli, che vengono a loro da chi non è uno scapigliato rivoluzionario. Spencer ammonisce: che le riforme politiche e sociali, dalle quali si profetizzarono sinistramente inevitabili i tremendi cataclismi, riuscirono invece a risultati opposti ed a vantaggio definitivo di coloro, che si potevano considerare come i soccombenti nella lotta.» Lo stesso filosofo della evoluzione più tardi aggiungeva: «quando si parla di una modificazione probabile di una relazione sociale nell’avvenire, quasi tutti quelli, che la giudicano s’ingannano, perchè essi considerano quali saranno i risultati del cangiamento supposto ammettendo, che tutte le altre cose resteranno tali e quali esse sono. Bisogna ammettere al contrario, che le medesime cangeranno pari passu.» (Sociologie. Vol. 2º p. 441)[258]
[243]
50. Ma in qual senso va intesa questa evoluzione verso la democrazia ammessa dagli storici più eminenti? Riuscirà al livellamento perfetto, all’uguaglianza assoluta? Ne verrà distrutto interamente il principio della differenziazione nel modo, in cui la intendono alcuni seguendo le orme di Darwin e di Spencer?
Parecchie cose sono qui da distinguere di fronte a queste domande; ed è da rilevare sopratutto che il socialismo non intende distrurre le ineguaglianze naturali, ma quelle sociali; si deve ancora aggiungere che le ineguaglianze naturali spesso vengono create o accentuate dalle ineguaglianze sociali.
Degli economisti — John Rae, Flora ecc. — che fanno bello l’organamento attuale del crescente processo di livellamento in contrasto coi loro colleghi che trattano da utopia l’aspirazione [244] socialista verso l’uguaglianza non mette conto l’intrattenersene.
Non occorre del pari opporsi a quella ineguaglianza di retribuzione per ineguaglianza di funzione, che il Novicow trova corrispondente al concetto stretto di giustizia e di cui si ebbe occasione di parlare.
Le ineguaglianze naturali, poi, quelle ineguaglianze sulle quali ha insistito l’Huxley (On the inequality of men. Nella Nineteenth Century. Gennaio 1891) sono state riconosciute dai socialisti in ogni tempo.
Sin nella fase del socialismo cosidetto utopistico furono riconosciute tali ineguaglianze e in principio di questo secolo Charles Fourier, credeva tanto alla differenziazione naturale, che in essa riponeva la speranza, che tutti i generi di lavoro, anche quelli, che attualmente destano la maggiore ripugnanza, troverebbero individui, i quali li intraprenderebbero ben volentieri. E fondava la celebre teoria del lavoro attraente, che destò l’ammirazione anche degli economisti; tra i quali ammiratori, se non erro, devesi annoverare il Minghetti. Nelle disuguaglianze naturali tra gl’individui, del resto e sino a tanto che non ci sarà uno sviluppo elevato di altruismo e d’intelligenza, che possa indurre tutti, a turno, ad assumere i servizi sgradevoli, c’è una benefica circostanza, che coopera efficacemente ad assicurare i vantaggi, che possono venire dalla divisione del lavoro. E ciò senza abbandonarsi a liriche volate sull’armonia, che risulta dalla varietà.
Le ineguaglianze contro le quali levasi forte la protesta sono quelle sociali, quelle dovute agli uomini, che colle loro istituzioni hanno distrutto il concetto stesso di giustizia dando molto a chi nulla merita ed assegnando un minimum appena bastevole per vivere bestialmente a chi molto si deve.
Nulla hanno di eterno queste disuguaglianze sociali e il Georges in più punti delle sue opere insistette sulla possibilità [245] e convenienza della loro eliminazione. Lo stesso Spencer — opportunamente l’ha rilevato il Loria — «ben lungi dal considerarle come il prodotto di una eterna necessità di natura le ravvisa come il prodotto transitorio di un determinato stadio della evoluzione sociale, il quale deve necessariamente cessare quando la pressura della popolazione sulle sussistenze, addotta l’umanità al supremo fastigio del progresso compiuta la sua missione secolare, verrà essa medesima gradatamente a finire.»
Tutto ciò che è stato esposto in questo libro sulla continua trasformazione e attenuazione della lotta e sulla crescente azione dell’altruismo depone in favore della eliminazione delle ineguaglianze sociali. L’esperienza fatta non lascia dubbi sull’indirizzo essenzialmente adequatore, come lo chiama il Loria, del progresso sociale.[259] «Da un’epoca in cui l’umanità componevasi di pochi privilegiati, dominanti sopra legioni di schiavi, noi procediamo via via verso un’epoca nella quale soltanto la diversa ricchezza, forma il criterio delle differenze sociali. Non sono più quei tempi nei quali cento classi diverse frazionavano la rozza umanità, ripartendola nelle infinite sezioni di un casellario cinese. Che divennero le distinzioni romane fra patrizi, cavalieri, plebei, provinciali, latini juniani, coloni, italici, peregrini? Che le distinzioni medioevali fra feudatari, vassalli, valvassori, valvassini, leudi, manentes, aldioni, adscriptici? Non ne rimane più che il ricordo. Il torrente della evoluzione umana ne spezzò fin le ruine.»(La proprietà ecc. p. 156).
[246]
La scomparsa delle ineguaglianze sociali gradatamente farà diminuire le ineguaglianze naturali; ciò deve affermare chiunque conosce l’azione dell’educazione, dell’alimentazione e delle condizioni del lavoro. Comunque questa profonda trasformazione non potrà essere che l’opera di molti secoli; e in attesa di questo radicale risultato il Socialismo moderno adesso non pretende l’uguaglianza assoluta; ma spera che la differenziazione non abbassi una parte dell’umanità a vantaggio dell’altra, e che un minimum di evoluzione normale sia garentito a tutti lasciando che ciascuno si elevi nelle direzioni accessibili attualmente a soli pochi e fortunati privilegiati, e che vengano perciò disperse tante ottime attitudini naturali, che sotto la compressione delle vigenti istituzioni sociali non trovan modo neppure di rivelarsi. Il socialismo scientifico, più che altro, vagheggia la uguaglianza dei mezzi della evoluzione e nelle condizioni della lotta contro la natura, l’uguaglianza dei dritti politici e sociali, il livellamento delle classi, il riconoscimento dell’equivalenza di ogni lavoro di utilità pubblica. (Engels)
Queste idee spoglie di assolutismo trovano seguaci ormai nella stessa scuola rivoluzionaria, che si potrebbe supporre la meno disposta ad accettarle; ed uno dei socialisti più ardenti e più battaglieri così riassume le aspirazioni del socialismo moderno: «Il socialismo dimanda l’uguaglianza innanzi ai mezzi di sviluppo e di azione, cioè l’uguaglianza del punto di partenza. Or questa uguaglianza non esige in alcun caso nè l’uguaglianza nello svolgimento (allure), nè l’uguaglianza del punto di arrivo. Assicurando a tutti gli organismi umani una parte uguale innanzi alla possibilità di educazione e di esercizio, lungi di realizzare l’uniformità, il socialismo farà germogliare e accentuerà le ineguaglianze naturali, muscolari o cerebrali. Queste sono delle differenze, che quando pur fosse possibile, il socialismo scientifico si [247] guarderebbe bene di cancellare, sapendo che questa eterogeneità è una delle condizioni essenziali del perfezionamento della specie.» (Deville)[260].
Infine l’avvenimento di un ordine di cose sempre più socialistico deve necessariamente garentire la sopravvivenza di un numero d’individui numerosissimo comparativamente a quelli, che sopravvivono al presente, deve del pari dotarli di un minimum di perfezione, senza limitare il maximum di evoluzione per altri individui. Così, per ipotesi, la lotta per la esistenza contro la natura accompagnata dalla solidarietà di tutti gli uomini tra loro, dovrebbe avere le conseguenze seguenti: prevenire la degenerazione degli individui e delle generazioni, elevare il livello medio della maggioranza, ma non arrestare l’evoluzione più rapida degli individui o delle generazioni meglio dotate dalla natura.[261]
[249]
51. Ci è noto il valore sociale della pretesa selezione darviniana, che dovrebbe essere trionfo dei migliori e che gradatamente si trasforma in prevalenza dei più adatti. Accanto a questa quistione, anzi come complemento necessario della medesima dev’essere discussa l’altra sulla conservazione dei deboli.
I deboli! Chi sono essi? Non è facile stabilirlo. Nel senso darviniano genuino i deboli sarebbero in fatto gli adatti. Questi, sappiamo, che non solo si conservano ma anche si moltiplicano. Ma, inoltre, vi sono deboli transitoriamente in ragione della loro età — che potranno divenire o che furono forti. Ve ne sono a causa del loro sesso: l’evoluzione sociale sinora ha posto la donna in vera condizione di debolezza. Saranno considerati come deboli quanti, pur essendo dotati di eccellenti qualità fisiche, a causa della presente organizzazione sociale difficilmente possono provvedere alla sussistenza propria e delle loro famiglie? O si riscontreranno i deboli soltanto nei degenerati fisicamente e moralmente; negli infermi senza speranza di guarigione, nei delinquenti, negli alienati? Come ci si deve comportare di fronte a queste diverse categorie di [250] deboli per assicurare la evoluzione progressiva dell’umanità o per impedirne la degenerazione?
Sono questi gravi problemi, che non hanno un valore esclusivamente teorico e scientifico; ci s’imbatte di continuo nei medesimi nel campo pratico; e alla legislazione, che se ne occupa si tenta di dare indirizzo diverso secondo la prevalenza di questo o di quell’altro sistema e secondo l’ampiezza che al medesimo si accorda.
Osservano alcuni sociologi e gli economisti liberisti veramente ortodossi che nella società umana ogni cosa si deve lasciar regolare dalla selezione naturale, affinchè tutto proceda per il meglio. Deriva logicamente da tale premessa, che si giudicano dannose e contrarie alle leggi della natura tutte le istituzioni consacrate alla conservazione dei deboli. Ospedali, asili infantili, ricoveri di mendicità, ospizi pei ciechi e pei sordo-muti, per gli storpiati, pei rachitici, leggi sul pauperismo, sugli infortuni nel lavoro etc. etc.... tutti quanti questi istituti e provvedimenti, che destano tanta ammirazione dove esistono e l’invidia delle nazioni, che non li posseggono; che allargano il cuore degli infelici, che ne usufruiscono; dei filantropi, che li fondano, li reggono e ne procurano l’incremento; dei legislatori, che li creano: a rigore della logica degli scienziati, che s’inspirano a certe loro leggi naturali in uno speciale senso darwiniano (da Darwin riprovato!), dovrebbero essere condannati severamente come tanti delitti contro la natura; delitti tendenti a conservare e a propagare esseri inutili o nocivi, i quali non possono fare nulla di meglio, che perire e scomparire al più presto possibile, per far largo agli altri. Imperocchè simili provvedimenti e istituzioni, riescono allo sperpero delle migliori forze sociali in vantaggio di elementi inferiori; dei quali, nello interesse della specie, dovrebbe favorirsi la rapida scomparsa ed eliminazione, onde impedire una selezione regressiva e coadiuvare efficacemente alla progressiva.
[251]
Gli economisti dal lasciar fare e lasciar passare, su questo riguardo invocano la grande autorità di Spencer; il quale nella Introduzione della Scienza sociale prima e poscia nella Sociologia e altrove, ripetutamente si mostra preoccupato, ed oltre misura, di tale quistione, ritenendo, che la inconsiderata filantropia e le misure legislative, nello intervenire in favore dell’ampia conservazione di simili membri della società, raggiungono un risultato nè previsto, nè desiderato; e cioè, fan deteriorare la società sotto il rapporto fisico con la conservazione artificiale degli individui meno capaci a prendersi cura da loro stessi. A tutti s’infligge un grave danno economico.
Dello stesso avviso è il Bagehot. «La più melanconica delle riflessioni che si possa fare sull’umanità, egli scrive, è questa: la benevolenza degli uomini fa più male o arreca del bene? La filantropia fa molto bene sicuramente; ma essa fa del pari molto male. Essa aumenta talmente il vizio, essa aumenta talmente la sofferenza che c’è da credere che sia una sventura.» (Lois scientifiques ec. 4ª Ed. p. 205).
Si esprime in una forma meno recisa il Maudsley, che afferma esistere una specie di antipatia verso gli ammalati e gli incapaci, che vengono esclusi istintivamente dal consorzio umano. (Crime et folie p. 5). E qui si scorge che l’illustre alienista guardò alle società umane primitive, nella fase in cui maggiormente si avvicinano agli animali.
Il dubbio scompare e l’affermazione decisa contro i deboli assume il carattere più ripugnante con Haycraft e con Lapouge, che imprecano contro l’influenza disastrosa dei progressi dell’igiene, della medicina, della scienza, che permettono la riproduzione degli individui altra volta condannati ad una morte precoce — influenza non meno disastrosa della carità cristiana che mantiene una grande quantità di fannulloni ed impedisce l’eliminazione della razza dei cretini. Bisogna, quindi, innalzare un inno ai microbi e agli altri agenti selettivi, che [252] hanno migliorato la razza o almeno hanno impedito che deteriorasse nei secoli passati!...[262]
La protesta di questi arrabbiati selezionisti contro la scienza e contro lo spirito pietoso del cristianesimo in nome della logica dovrebbe spingersi anche contro uno degli ultimi prodotti della civiltà contemporanea: essi dovrebbero invocare l’abolizione della Convenzione di Ginevra per ritornare alle ferine guerre primitive, nelle quali feriti, donne, fanciulli e vecchi — in una certa misura almeno — venivano passati a fil di spada. I vinti secondo Le Bon, Lapouge, Gumplowicz ec., non sono i deboli, non sono gl’inferiori?
In questa ultima manifestazione della logica dei darvinisti c’è l’aberrazione; non si può nascondere, però, che le considerazioni sulla conservazione dei deboli sono gravi e fecero breccia anche sull’animo di taluni men che disposti a consentire sulla conservazione del presente sistema sociale e fecero anche sorgere dubbi tormentosi nella mente di qualche socialista. Dubbi che, presso a poco, così mi vennero significati da Filippo Turati:[263]
«Se la giustizia è l’interesse generale, come si deve intendere la giustizia per quanto riguarda la filantropia, la beneficenza, l’ajuto da concedersi ai deboli? L’interesse generale riguarda solo i presenti o anche i futuri lontani; solo gl’individui o anche la specie? Se è vero, che queste forme di beneficenza prolungano funeste agonie, e sovvertono la selezione, che in ultima analisi, sebbene dolorosissima, è la meno dolorosa e la più pronta delle vie di progresso, quelle tali forme di beneficenza sono esse giuste, sono esse da incoraggiarsi e fino a che punto? Sta bene che si constati l’allargarsi [253] dell’altruismo a scapito della lotta per la esistenza; ma cotesto allargamento è desso un bene o un male da promuoversi o da combattersi o da regolarsi e in che modo? Dal momento, che noi siamo divisi nel conflitto intimo di due sentimenti umanitari ugualmente rispettabili, quello della pietà, che ci porta ad aiutare i deboli e i sofferenti, e che all’ultimo limite ci condurrebbe al comunismo cristiano dell’a ciascuno secondo i suoi bisogni — e quello della previdenza, che non ci lascia andare a cuor leggero incontro all’incancrenire delle piaghe, che cotesta male intesa pietà si propone di medicare, ma invano; dal momento, che non possiamo nè ritornare bestie feroci che si divorino a vicenda, nè diventare monaci ignoranti in cui il cuore cancelli la scienza e la ragione; dal momento dunque che un compromesso tra quei due sentimenti, tra quelle due tendenze avverse e inconciliabili, è necessario; quale e come sarà questo compromesso, su che basi, con che nome, entro quali limiti di reciproche concessioni — seppure dal doloroso dilemma non si voglia traboccare nel più cocente e nel più disperato pessimismo?
«Ora tutti questi problemi, che si risolvono nella ricerca di un concetto determinato e preciso di giustizia sociale, esigono dalla scienza sviluppo e soluzione, sia pure approssimativamente, sia pure provvisoria, perchè mi sembrano i problemi più gravi, più urgenti, più tormentosi della coscienza moderna, come quelli, che si connettono direttamente coi destini dell’umanità, e come quelli che noi siamo pur costretti a risolvere per conto nostro ogni giorno, più o meno ciecamente ed anti-scientificamente, nella condotta pratica di statisti e di cittadini, e dai quali dipende la moralità o l’immoralità, la bontà o la riprovabilità di ogni nostra azione sociale.»
La forma elevata ed il fondo umanitario, che, penetrando al di là della superficie si deve riconoscere in tali obbiezioni, in tali interrogazioni, che anelano ad una risposta, soddisfacente [254] per la conservazione dei deboli e per l’interesse della specie, nulla hanno a vedere colla interpretazione spietata, che gli ortodossi dànno alle loro leggi naturali; e secondo la quale, la società farebbe abbastanza e si mostrerebbe pietosa più del dovuto, verso i deboli e gl’infelici, limitandosi alla parte negativa, togliendo loro assistenza, abbandonandoli alle proprie forze e perciò lasciandoli in preda a certa morte per inedia acuta o cronica. Imperocchè essa potrebbe sentirsi anche autorizzata a favorire ad accelerare la selezione naturale con quella artificiale, ricercando tanti Taigeti, dai quali come gli Spartani praticavano coi deformi, verrebbero dirupati i deboli e gl’infelici.[264]
52. La prima obbiezione contro la logica selezionista, che vuole la distruzione dei deboli scaturisce spontanea della difficoltà di scernere quali sono veramente i deboli. Si dovranno eliminare coloro, che hanno i caratteri esteriori, visibili della debolezza? In questo caso, talora, si faranno perdere all’umanità delle forze morali ed intellettuali che gioverebbero al suo progresso infinitamente di più degli atleti o della media degli uomini con sana ed eccellente costituzione. L’esempio di Tirteo dice — e bene — il Féré, potè mostrare agli Spartani che gli annegamenti dell’Eurota non erano senza rimprovero.[265]
[255]
Dicasi lo stesso delle stolte imprecazioni contro la scienza, contro l’igiene, contro la medicina. Non varrebbe la pena di occuparsene; ma pur di volo, a chi nei microbi e nelle malattie vede tanti mezzi di eliminazione dei deboli e di selezione progressiva chiederemo col Bizzozzero: la falce della morte forse miete esclusivamente nel campo dei non-valori? E quante preziose esistenze, che sarebbero riuscite di giovamento all’umanità, non spengono i microbi?[266]
Se per deboli si devono intendere i degenerati intellettualmente e moralmente — i pazzi, i delinquenti — ci sarà una certa concordia se non per la distruzione brutale, almeno per gli ostacoli alla loro riproduzione. Sorpassando sulla possibilità della loro guarigione, data la teoria dell’ereditismo, — nella quale credo anche io — è conveniente che si faccia ogni sforzo per impedire la loro riproduzione. Alla distruzione diretta si dovrebbe opporre la scuola del Lombroso che ammette la fusione tra genio, follia, epilessia e fors’anco delitto. Chi non vede tutto il bene che può venire dal genio, da questa energia poderosa che supera l’ostacolo formidabile che oppone l’inerzia delle moltitudini sane ed equilibrate, ma misoneiste? Eppure è la scuola del Lombroso, che inneggia alla distruzione di questa categoria di deboli e che piange sempre per l’abolizione della pena di morte in Italia!
La lotta dei darvino-spenceriani si concentra contro i deboli economicamente, che si vorrebbero abbandonati alla loro sorte e pei quali non vogliono saperne di una legislazione sociale protettrice, di beneficenza privata e molto meno di leggi in pro dei poveri. Quanto fondamento abbiano queste antipatie [256] si vedrà; intanto, notisi, a conforto degli animi gentili, che sentono la pietà e praticano la beneficenza, che la storia tutta è una continua protesta ed una continua smentita contro i selezionisti del genere che si potrebbe chiamare distruttivo. Come avviene, che gli istituti protettivi dei deboli, a misura che l’umanità progredisce, prendono maggiore incremento ed oggi estendono la loro azione in difesa degli animali, colle società zoofile, che han dichiarato guerra alla vivisezione ed alla fisiologia sperimentale? Come va, che il filosofo, lo statista, il politico, il borghese, l’operaio, spesso inconsciamente, se ne mostrano curanti, si rallegrano del loro moltiplicarsi ed arrivano a giudicare della civiltà e della moralità di un popolo dal numero dei medesimi; e che lo stesso banchiere cerca legittimare i suoi cavalli, le sue mute, i suoi palazzi, i suoi palchetti, il lusso e i gioielli della sua donna e dei suoi figli colle migliaia di lire, che in ogni lieta occasione invia alle casse di quelli istituti; che nelle gite di piacere, nei balli, nei banchetti, nelle riunioni politiche o non, si crede di venir meno ad un dovere, se non si fa una colletta pel povero e pel debole? Come spiegare questa enorme e crescente contraddizione tra la società umana e la natura; questo perpetuo anacronismo nella storia; questa impune e continua violazione delle leggi naturali, incoraggiata anzi ed ammirata? Quale la forza prepotente, che riesce o a distrurle o neutralizzarle?
La società, bisogna convenirne, ha sbagliato strada e gli economisti dell’assoluto lasciar fare e lasciar passare, dovrebbero rimetterla in carreggiata facendo condannare la filantropia sotto tutte le sue forme, individuale e collettiva, perchè tende alla conservazione dei deboli e alla degenerazione della specie. Su, economisti! alla prova ed al lavoro! Ecco una crociata che è la logica conseguenza delle vostre dottrine. Riconducete alla ragione i governi, che, come l’Inglese, resero onori sovrani ad un Peabody, che meritava la gehenna! Negate [257] ogni soccorso ai miseri, ai tapini; ma, così, a tempo perso, abbiate la compiacenza di levar la voce contro la zoofilia! Abbandonate i deboli alla loro sorte, ma ad opera compiuta, degnatevi rammentarvi, che vi sono dei nobili lordi, che destinano eleganti e comode abitazioni.... ai cani.[267]
E prima che si venga alle ragioni altissime, che consigliano genericamente la protezione dei deboli, occorre una parola sulle leggi dei poveri e sulla legislazione sociale contro le quali da Malthus a Spencer, si sono appuntate le ire dei socio-selezionisti.
Questa parola non terrà conto che dei fatti, sarà inspirata al più schietto sperimentalismo.
Per le leggi sui poveri, i loro oppositori avrebbero dovuto rammentare che esse rappresentano il minimum di giustizia dovuta ai lavoratori colpiti da parecchi secoli da altre leggi, che miravano e riuscirono spesso a deprimerne i salari. In verun modo del resto può dirsi, che tali leggi siano riuscite perniciose: la storia dell’Inghilterra lo dimostra. Ed è la stessa storia dell’industria tutta, che prova luminosamente che la legislazione sociale colla protezione dei deboli è riuscita non alla degenerazione, ma al miglioramento fisico, economico, morale e intellettuale delle classi lavoratrici — cioè della grande massa dell’umanità.[268] Il fatto, se non la teoria, degli alti [258] salari non avrebbe dovuto convincere lo Spencer, che le sue geremiadi incessanti sull’azione dello Stato, che protegge e conserva i deboli, sono in evidente e continua contraddizione collo sperimentalismo sociale? E la stessa storia dell’Inghilterra nel periodo infausto — 1799 al 1832 — in cui prevalsero maggiormente le sue idee non gl’insegnava forse, che quello fu il momento della rapida degenerazione della razza anglosassone nella sua grande maggioranza?
In tutta questa quistione lo strano è poi che i darvinisti combattono la conservazione dei deboli contro il parere di.... Darwin.
«Nei selvaggi — è Darwin che parla o illustri contraffattori del Darwinismo! — nei selvaggi, i deboli di corpo o di mente sono in breve eliminati; e quelli che sopravvivono presentano comunemente una fiorente e robusta salute. D’altra parte noi, uomini inciviliti, cerchiamo ogni mezzo onde porre ostacoli al processo di eliminazione; fabbrichiamo ricoveri per gl’idioti, gli storpi e i malati; facciamo leggi pei poveri; e i nostri medici si stillano il cervello per salvare la vita di ognuno fino all’ultimo momento. Vi è ragione per credere, che il vaccino ha preservato migliaia di vite, che con una debole costituzione sarebbero prima morte di vajuolo. Così i membri deboli di una società si riproducono. Chiunque abbia avuto che fare coll’allevamento degli animali domestici non leverà un dubbio, che questo fatto non sia altamente dannoso alla razza umana. Fa meraviglia come la mancanza di cure e le cure mal dirette, conducano alla degenerazione di una razza domestica; ma eccettuato il caso dell’uomo stesso forse nessuno può essere tanto ignorante da far generare i suoi peggiori animali.»
«Il sentimento, che ci spinge a soccorrere gl’impotenti è principalmente un effetto incidentale dell’istinto di simpatia, che fu in origine acquistato come una parte degli istinti [259] sociali, ma che divenne in seguito più tenero e più largamente diffuso. E noi non possiamo frenare la nostra simpatia contro i suggerimenti della dura ragione, senza deteriorare la parte più nobile della nostra natura. Il chirurgo può cercare d’indurirsi mentre compie un’operazione, perchè sa che opera pel bene del suo malato; ma se noi volontariamente trascuriamo i deboli e gl’impotenti, può derivarne soltanto un casuale benefizio con un male grande e presente. Quindi dobbiamo sopportare senza lagnarci i sicuri cattivi effetti del sopravvivere dei deboli e del loro propagarsi; ma sembra, che vi sia almeno un impedimento, che opera efficacemente; cioè che i membri più deboli ed inferiori della società non si sposano così facilmente come i più sani, sebbene sia forse una speranza più che una vera certezza, che i deboli di corpo o di mente siano per astenersi dal matrimonio.»[269]
Ecco, adunque, posta in rilievo dallo stesso Darwin, un’altra legge — quella dello sviluppo dell’altruismo, — che contempera e corregge la legge invocata dagli economisti e dai sociologi per condannare la conservazione dei deboli, e i relativi istituti filantropici. E questa legge sullo sviluppo dell’altruismo ha tanto diritto, quanto qualunque altra ad essere rispettata ed ubbidita come una legge naturale; ed accenna a prevalere sempre più, perchè, come si disse a suo tempo, rappresenta la legge superiore dell’organismo sociale.
Nè questo è tutto; chè lo stesso Darwin, sebbene in forma dubitativa ha fatto manifesta la possibilità, che la conservazione dei deboli non riesca di danno alla specie e non ne determini il deterioramento fisico, morale e intellettuale.
Questa possibilità diviene certezza quando si pon mente a ciò che si disse sulla selezione nella presente società a base di privilegio, che conduce a degenerazione vera dei vincitori [260] o dei vinti. I deformi, i deboli di corpo e di mente attualmente, se ricchi, (e se tali sono sempre liberi e padroni delle loro azioni), trovano modo di creare una discendenza degenerata, ed arrivano, non ostante la loro deformità o debolezza, e solo perchè ricchi, a possedere le donne più sane, più belle, e più vigorose. Al contrario i deboli, i deformi, se poveri, difficilmente saranno liberi, e comunque, riescirà loro quasi impossibile trovare delle donne, alle quali ispirino simpatia o che acconsentano a contrarre matrimonio con loro. E ciò avverrà anche in una società meglio organizzata dell’attuale, nella quale la forza e la bellezza eserciteranno un’attrattiva assai maggiore di quella che esercitano oggi; e in cui coll’assistenza dovuta ai deboli non sarà necessario, che vengano loro facilitati i mezzi di riprodursi e di perpetuarsi. Indi si consideri quanto si estenderà la procreazione dei forti quando ostacoli artificiali non l’arrestino, e quando un lavoro esagerato, una nutrizione insufficiente e la vita in un ambiente viziato non li stremino; si guardi eziandio alla grande mortalità dei nati dai deboli, non ostante tutte le cure della scienza e della filantropia e sarà d’uopo convenire, che lasciando libero corso alla legge naturale dell’altruismo, non si corre alcun pericolo di deterioramento della specie. Ma ben altro e gravissimo ne minaccia lasciando intatte alcune leggi sociali, artificiali, che conducono alla degenerazione dei forti e alla riproduzione dei deboli. Se si devono prendere provvedimenti in favore della conservazione e del miglioramento della specie, in ogni modo, non saranno negativi, ma positivi e diretti contro la selezione capitalista, che procede in senso inverso dal desiderato, ed arriva alla regressione come meta finale.
Penetriamo ancora più addentro in questa quistione, seguendo una notevole serie di argomentazioni di Herbert Spencer, per venirne in ultimo ad una conclusione, che sta contro la di lui ingiustificabile preoccupazione avversa ai deboli.
[261]
La salute di tutte le società e di tutte le specie, dice l’illustre filosofo inglese, riposa sul mantenimento di una opposizione assoluta (?) tra il regime della famiglia e il regime dello Stato. Per sopravvivere, tutte le specie animali sono obbligate a conformarsi a due condizioni opposte l’una all’altra. In un certo periodo, ogni individuo deve ricevere dei soccorsi in proporzione della sua incapacità. Dopo questo periodo deve ricevere dei profitti in proporzione della sua capacità. Questa legge, secondo la quale, l’individuo meno meritevole deve ricevere di più, è essenziale per la protezione dell’età debole; la specie sparirebbe nel corso di una generazione, se i parenti non vi si conformassero. Nella età adulta deve prevalere la legge contraria, e così i meno meritevoli soccomberanno e la specie conserverà le qualità medie di cui ha bisogno per sopravvivere nella concorrenza vitale. Questa legge che governa la specie, governa pure la società. Il fanciullo ha bisogno di tutta l’assistenza necessaria e di tutte le cure possibili. Quando è adulto predomina il principio inverso, ed i profitti, che riceverà saranno proporzionati ai suoi meriti. S’intende che il passaggio da una legge all’altra nella società non avviene bruscamente. La famiglia s’incarica della esecuzione della prima legge, e la società o lo Stato della esecuzione della seconda. Se nella famiglia prevalesse la seconda legge, i fanciulli non verrebbero nutriti e morrebbero. Se nella società prevalesse la prima, essa declinerebbe, poichè sarebbero conservati i membri meno capaci e non potrebbe sostenersi nella lotta colle altre società, che osserveranno quelle leggi.
D’onde la necessità di mantenere una distinzione essenziale fra la morale dello Stato e quella della famiglia. D’onde i risultati funesti della disintegrazione della famiglia spinta sino al punto in cui s’introduce una confusione fra il governo della famiglia e quello dello Stato. Una generosità illimitata [262] deve restare il principio della famiglia verso l’infanzia. Quella dello Stato, o della Società dev’essere, la giustizia temperata dalla generosità negli atti individuali dei cittadini, secondo l’impulso della loro natura rispettiva, e la giustizia assoluta nella condotta collettiva della società riguardo ai suoi membri. Ancor che nella battaglia della vita fra gli adulti, la simpatia privata in favore del debole possa correggere gli effetti della giustizia, che proporziona strettamente le ricompense al merito, non bisogna che le istituzioni sociali vengano a disturbare la distribuzione rigorosamente proporzionale delle ricompense, al punto, che il demerito la vinca a spese del merito; non ne potrebbe risultare, che del male.[270]
In un primo momento, adunque, la morale della famiglia e l’utile sociale, inspirandosi al più schietto altruismo riescono ad una delle formule socialiste: a ciascuno secondo i suoi bisogni. Ma nel successivo deve prevalere esclusivamente il concetto dell’utile sociale, che viene rappresentato dall’altra formula: a ciascuno secondo il suo merito. L’altruismo e la simpatia dovrebbero essere sbanditi perciò dalla morale dello Stato, che deve informarsi soltanto alla giustizia. Con che non si intaccano menomamente le aspirazioni e le domande dei socialisti, che giustizia chieggono con insistenza nella appropriazione dei prodotti del lavoro e niente altro, che giustizia!
Contro queste deduzioni dello Spencer, che stabiliscono due massime eque, che dovrebbero l’una coll’altra completarsi, e che egli invece pone in antitesi facendone scaturire una contraddizione nè utile, nè necessaria tra la morale dello Stato, e quella della famiglia, facendo pro degli stessi suoi insegnamenti, si devono sollevare delle obbiezioni, che condurranno ad una più retta interpretazione della teoria della evoluzione ed alla giustificazione di un fatto.
[263]
Il fatto è come lo stesso Spencer dimostra, che la famiglia si disintegra e colla evoluzione la società si va sostituendo alla medesima nelle sue funzioni. Indi le leggi sul pauperismo, sull’istruzione obbligatoria e comune, gli ospizi pei mancanti di nutrizione etc. etc. (Op. cit. p. 348 e 351)
Ma forse l’evoluzione sbaglierebbe indirizzo e non sarebbe più equivalente a necessità benefica? Comincerebbe la dissoluzione? Lo Spencer accertando il fatto ha ragione di dolersene e di deplorarlo?
Una domanda è ancora necessaria che abbia con precedenza la sua risposta, pria di discutere queste interrogazioni: S’intende morale (o dello Stato o della famiglia poco importa, perchè devono avere sempre un fondo comune) senza simpatia e senza altruismo colla dottrina della evoluzione? Ma se il progresso morale sta per lo appunto in questo continuo e crescente prevalere della simpatia e dell’altruismo, come potrebbe essere ciò? Tutta la grande costruzione scientifica dello Spencer e dei suoi, ormai, innumerevoli discepoli, tende alla dimostrazione di un tale assunto, che forma il tema precipuo del suo libro più importante ed originale: Le basi della morale evoluzionista.[271]
È inconcepibile perciò, come l’eminentissimo pensatore abbia potuto contraddire, sul riguardo, ad uno dei principii cardinali della sua dottrina e non si sia avveduto, che il fatto sta in armonia colla teoria, e rientra perfettamente nella sua cerchia.
E valga il vero; la società, conformemente alla legge di evoluzione, sostituendosi gradatamente nelle funzioni alla famiglia, logicamente deve arrivarsi alla conseguenza, che l’assistenza [264] ai meno capaci, deve venir estesa al di là dell’infanzia, altrimenti la società lascerebbe per istrada in questa sostituzione l’obbligo e lo scopo precipuo della esistenza della famiglia. S’intende quindi, come e perchè la morale sociale debba prendere a modello la morale della famiglia in una società ben organizzata e molto elevata, e cessando la contraddizione tra l’una e l’altra, la morale, sotto tutti i rapporti, abbia come base l’altruismo e la simpatia.
Questo è da ammettersi con tanta più coerenza, in quanto che lo Spencer più oltre dimostra, che l’evoluzione dei tipi familiari superiori, come l’evoluzione dei tipi sociali superiori proceda parallelamente con l’evoluzione dell’intelligenza e del sentimento; sicchè l’altruismo diviene un fattore sempre più considerevole della vita sociale.[272]
E non sappiamo infatti, che tra i selvaggi, nei primissimi stadii della evoluzione insomma, l’altruismo sia minimo e nella condotta della famiglia e in quella della società; che i genitori si prendano poca cura dei figli e questi dei genitori vecchi impotenti; che infine è minimo l’interesse della conservazione dei deboli? Non è strano il pensare, che lo svolgimento della famiglia e della società sia parallelo o convergente in uno stadio, e debba divenire divergente e sempre più antagonistico nel successivo?
La contraddizione si legittima invocando l’interesse della specie e la buona e sana costituzione della società. L’uno e l’altra sappiamo che non corrono pericolo colla conservazione dei deboli. E fa impressione, che lo Spencer, occupandosene e preoccupandosi, parli in guisa da lasciar supporre, che in una società altruistica tutte le cure debbano essere rivolte esclusivamente a benefizio dei meno capaci, dei quali a danno degli altri verrebbe favorita la conservazione non solo, [265] ma la riproduzione ancora. E nessuno, che io sappia, accampa tra filantropi e socialisti pretese simili.
A parte quanto si disse sulla degenerazione, che cagiona l’organizzazione presente e sulla maggiore propagazione dei forti in una società migliore dell’attuale, qui si aggiunge, che, le considerazioni dello Spencer sulla conservazione dei deboli, partono dal punto di vista della lotta colle società vicine, dal punto di vista dei bisogni guerreschi. Ma egli ripetutamente ci ha mostrato, che la evoluzione procede dalla organizzazione militare alla industriale, nella quale prevale maggiormente l’altruismo; che la guerra si addice alle società primitive, va cessando ed è destinata a scomparire, nell’interesse della specie, essendo divenuta, contrariamente alla sua funzione primordiale, elemento di degenerazione fisica intellettuale e morale. Tanto che ritornare al tipo militare, secondo Spencer, equivale a regredire.
Il fatto anche qui collima ed armonizza colla teoria. Dove, secondo il grande ricostruttore della Sociologia, è maggiore la disintegrazione della famiglia? Nello stato meno guerresco, e che più si avvicina al tipo industriale: negli Stati Uniti di America; dove pure in conformità della teoria della evoluzione è più rispettata la donna e sono più liberi e indipendenti i figli. (Op. cit. p. 380, 381 e 399)
È altrettanto immaginario il pericolo denunziato, che colla conservazione dei deboli, venga leso e violato il principio della giustizia distributiva secondo il quale si deve dare: a ciascuno secondo il suo merito. Non s’intende infatti progresso morale con la coesistente violazione organizzata e legalizzata della giustizia distributiva. Ma l’uno può armonizzarsi, e si deve, coll’altra nella formula seguente: a ciascuno un minimum secondo i suoi bisogni: ed un maximum secondo il suo merito e la sua capacità.
Sarebbe violata la giustizia distributiva, quando ai meno [266] capaci, ai deboli, si dasse tanto o di più, che ai capaci ed ai forti. Rispettando al contrario la proporzionalità tra i meriti e le ricompense, anche sottraendo una quota di prodotti al lavoro degli ultimi, viene rigorosamente osservata la giustizia distributiva.
Si può anche osservare, che questa quota sottratta ai forti per la conservazione dei deboli, non è dovuta ai primi, non appartiene a loro, ed è la quota, che, come vuole il Bovio, si deve alla società. Ciò sembra assurdo, a prima vista, e contrario al diritto; ma rammentando, ciò che si disse, colla autorità di Lampertico e di Marx, di economisti e di socialisti, sulla forza produttiva totale di una associazione, che risulta maggiore della somma delle forze produttive individuali, che lo compongono; si comprende facilmente, che la quota-prodotti destinata ai deboli, può rappresentare la plus-produzione, che deriva dall’associazione, e che non si deve perciò all’individuo, non essendo il fatto suo.
Le conseguenze di questo minimum destinato ai bisogni dei deboli e degli incapaci, inoltre, non possono menomamente riuscire a danno degli altri, in una società, che ha raggiunto un alto grado di evoluzione. In quanto che, in una simile società mentre la produzione è stata portata al maximum e verso la progressione geometrica; la procreazione dei figli è stata ridotta al minimum possibile verso la progressione aritmetica, rendendo possibile la soddisfazione di ogni bisogno in tutti i membri della società umana.
Nè sussiste il pericolo temuto maggiormente come risultato dell’assistenza pubblica e privata ai deboli dal punto di vista economico e cioè: che essi vengano incoraggiati da un lato a moltiplicarsi pazzamente e dall’altro a divenire sempre più impreviggenti, perchè sanno assicurata la propria esistenza, riducendo l’attività produttiva e il risparmio.
In verità se alla sicurezza della esistenza senza merito e [267] sforzo proprio si dovessero imputare siffatte dannose conseguenze, i primi, che dovrebbero essere colpiti ed eliminati dovrebbero essere coloro che vivono di rendita, comunque a loro fosse stata assicurata — sopratutto se per lasciti o donazioni. E sì che costoro sono davvero improduttivi, mentre la parte della classe lavoratrice alla quale si vorrebbe che si provvedesse dalla pubblica beneficenza quasi sempre è improduttiva forzatamente: perchè non trova lavoro. Sono gli unemployeds, i disoccupati, di cui a giusto titolo s’interessano anche i più rigidi conservatori inglesi. Provvedendo a questa falange di deboli, del resto, più che seguire i delicati impulsi dell’altruismo si segue uno stretto principio di giustizia: è la società, che li crea determinando la separazione contro natura tra il lavoratore e lo strumento del lavoro; alla società, quindi, corre l’obbligo imprescindibile di riparare al male fatto. (Gide p. 407 e 408).
Ciò facendo non s’incoraggerà affatto il vagabondaggio. Può darvi il suo contributo il fattore antropologico, nella genesi di questo fenomeno, che rasenta sempre il campo della criminalità; ma prevale sempre l’ordinamento sociale nel determinarne la comparsa come ho dimostrato in altre opere (Alcoolismo etc. e Sociologia criminale) e come confermano Florian e Cavaglieri con analisi accurata e tanto più degna di fede in quanto che viene fatta da scrittori, che seguono il Lombroso e sono disposti ad esagerare l’influenza del fattore antropologico.
Ed ora posso lusingarmi di avere dimostrato, che l’applicazione (fatta da taluni sociologi ed economisti) delle teorie darviniane al caso particolare ed importantissimo della conservazione dei deboli, è erronea completamente? Al lettore imparziale, che ha avuto la pazienza di seguirmi in questa disquisizione, la risposta.[273]
[268]
53. Gli accenni al selezionismo, per conseguire la eliminazione dei deboli e il miglioramento della razza umana dei precedenti paragrafi mi propongo ora di svolgerli qui. Ciò non tanto per lo strano rapporto colla quistione sociale, in cui in nome della scienza ha voluto metterli il Lapouge, quanto a titolo di curiosità; essendo poco note in Italia certe teorie e certi metodi enunziati all’estero per conseguire un intento, che a prima vista sembra nobilissimo.
In due modi si pretende raggiungerlo: con quello negativo, che mira all’eliminazione dei deboli; e con l’altro positivo volto ad ottenere il perfezionamento della razza o delle razze. Ciascuno di questi metodi si suddivide in due a seconda che si vuole applicato lo intervento dei poteri pubblici o lasciato prevalentemente in balìa dell’azione individuale.
1.º a) I deboli di ogni sorta — criminali, cretini, pazzi, tisici, epilettici, deformi ecc. — alcuni li vogliono eliminati violentemente. Si sa che pei delinquenti si propugna la pena di morte largamente applicata. Garofalo si compiace delle migliaia [269] e migliaia di vagabondi che furono appesi alle forche inglesi ed a questa eliminazione attribuisce il miglioramento morale dell’Inghilterra. E dire che questi vagabondi impiccati non erano che le vittime della criminalità vittoriosa dei potenti!
Questo processo eliminativo di una sola classe di degenerati ha figurato in tutti i codici penali e figura tuttavia in quelli di molti stati civili; ma non può dare risultati benefici, come dicono i suoi sostenitori logici, perchè applicato in misura troppo ristretta. Enrico Ferri, ad esempio, vorrebbe decapitati circa tremila uomini all’anno nella sola Italia! La pena di morte, però, non viene conservata nei codici come esplicazione del selezionismo darviniano; ma per altri motivi dei quali qui non occorre intrattenersi.
Pei nati-deformi si accenna da qualcuno timidamente alla pratica spartana, ancora in uso nell’isola di Tsoung — ming (China) dove si sbarazzano di tutti i neonati malaticci o deformi. (Matignon: Revue des Revues. 1º maggio 1896).
Altri riveste la distruzione violenta di forme blande — se pur si possono avvicinare queste espressioni. C’è, infatti, chi propone di riunire i deboli di ogni specie in certe città maledette, nelle quali l’alcool gratuitamente distribuito, le case di tolleranza e di giuoco li farebbero scomparire tuto, cito et jucunde (Die Aristocratie des Geister als Losung der sozialen Frage. Lipsia. Friedrich. 1894). Il Lapouge loda questo metodo e osserva, con ragione, che i popoli civili di Europa in parte l’hanno adoperato nella loro politica coloniale per fare scomparire le razze inferiori. Il teoretico fantastico dell’antropo-sociologia di suo vi aggiunge il consiglio di favorire in queste città votate alla morte i piaceri sessuali contro natura. (Sélections sociales, p. 486).
Gl’intervenzionisti non sono tutti così disumani. C’è una corrente, che oggi accenna a prevalere, che si limita a consigliare [270] ed esigere gl’impedimenti alla riproduzione dei deboli, dei degenerati di ogni specie. Alcuni, veri radicali della crudeltà, propongono la castrazione; e la propugnano alcune società in America. Altri stanno per la deportazione, per la segregazione perpetua; e i più miti per gli impedimenti legali al matrimonio. Questi ultimi trovano seguito tra medici e giuristi, che nulla hanno che vedere colla crudeltà, colle stramberie e colla immoralità di altri selezionisti.[274] Gl’impedimenti legali al matrimonio in riguardo ai deboli nel senso economico per molto tempo furono in vigore in Baviera e dettero pessimi risultati.
b) Quando meno attendevasi un vero scienziato, un economista illustre, venne ad aggiungere la sua voce in favore del selezionismo. Il De Molinari deplorando che la scienza abbia fatto molto, specialmente dopo Darwin, in favore del miglioramento delle specie vegetali ed animali e che sia rimasta inerte per quello della razza umana, si è fatto propugnatore della Viricoltura (Viricolture. Guillaumin et C. Paris 1897). Ma da buon liberista per la eliminazione dei deboli ritiene che non siano possibili gli ostacoli legali ai loro matrimoni e conta sulla opinione pubblica illuminata dalla scienza. Consiglia sopratutto di sbandire i matrimoni per convenienza, per denaro e non si lascia impressionare dalla osservazione di Schopenhauer che in tali matrimoni scorgeva un elemento di progresso per la specie, ma una sorgente di dolore per i coniugi. Il grande pessimista tenne conto di ciò che vedeva nella società attuale e, forse, non ebbe torto nella sua Metafisica dell’amore di prendere alla lettera il proverbio spagnuolo; Quien se casa por amores, ha da vivir con dolores.
[271]
Che la realtà, oggi, debba essere questa, si potrebbe argomentarlo dalla stessa risposta del De Molinari, che nei figli prodotti sotto l’impulso dell’amore, del genio della specie, scorge pei genitori una sorgente di felicità, che non possono procurare, almeno allo stesso grado, quelli che nascono da una unione determinata da convenienza pecuniaria (Op. cit., p. 219).
Per parte mia non troverei a ridire sul mantenimento o sulla creazione di alcuni ostacoli legali al matrimonio; ma questi non potranno dare tutti i risultati attesi sino a tanto che le donne — e spesso le donne più belle e più sane — dalla organizzazione sociale saranno trascinate a vendersi ai ricchi degenerati. Si elimina la prole legittima e si favorisce la illegittima con gravi conseguenze biologiche e morali.
Checchè ne sia della ragionevolezza di queste proposte e della loro efficienza futura, è certo che si può guardare con una certa serenità all’avvenire, giudicando dal passato e dal presente. Non mi pare che si possa accettare il pessimismo del De Varigny, che crede essere le razze umane sulla via della degenerazione fisica (Un devoir social. Nel Iournal des Economistes. Luglio 1896); e nego questa conclusione tenendo conto della diminuzione della morbilità e della mortalità; della continua elevazione della vita media ed anche della statura, specialmente tra quei popoli, che non sono sottoposti da molti anni alla selezione regressiva artificiale della guerra — come gli Scandinavi. E ciò senza che si sia praticata alcuna eliminazione artificiale dei deboli, ma in forza del solo miglioramento economico delle masse e dei progressi dell’igiene e della medicina.
Certi metodi eliminativi hanno poi dato dei risultati, che smentiscono le vedute di coloro, che li hanno propugnati. Così la deportazione dei delinquenti in Australia, in S. Paulo ec. ha dato origine a delle società forti e vigorose moralmente e [272] fisicamente; se non migliori, al certo uguali a quelle europee d’onde furono distaccate.
Contro l’eliminazione collettiva delle razze così dette inferiori di cui mi sono occupato in Politica coloniale, sta il parere del De Quatrefages. «La loro distruzione barbara ed inintelligente, egli dice, può avere per conseguenza un impoverimento della generalità della specie. Esse spesso non sono che ritardate nel loro sviluppo dalle condizioni dell’ambiente. Chi sa se queste razze, che noi sopprimiamo o che degradiamo non possedono delle virtualità necessarie al completo sviluppo fisico e morale dell’umanità futura?» (Citato da De Molinari p. 225).
2.º Il miglioramento della razza umana non si vuole conseguire soltanto colla eliminazione dei deboli; ma si vuole accelerarlo e renderlo più sicuro con un vero allevamento artificiale, col favorire la riproduzione dei più forti, dei veri migliori — colla viricoltura del De Molinari. Anche qui vi sono le due correnti.
a) L’intervenzionismo nega i benefici dell’educazione fisica, morale e intellettuale e facendo proprie le vedute del neodarvinismo di Weissman, che nega la trasmissione nei discendenti delle qualità acquisite, tutta la selezione fonda sulla forza immensa della eredità.
Questa selezione, che il Lapouge chiama sistematica, ha la sua storia. Furono selezionisti tutti i popoli, che rifiutarono di mischiare il proprio sangue con quello di nazioni inferiori; i legislatori che proibirono le unioni con altri popoli; gli Spartani, Platone, Catone il vecchio; i Gesuiti del Paraguay, i padroni dell’America del Sud, che crearono la bella razza negra creola, i socialisti di Oneida, Bellamy ecc. Questo fu il selezionismo rudimentale, empirico.[275]
[273]
Con Darwin comincia quello scientifico.
La signora Clemence Royer colla prefazione alla Origine della specie nel 1862 e Francis Galton prima con Hereditary Genius (London. Macmillan, 1869) e poscia in Inquiries into human Faculty and its development continuano ed esplicano il pensiero del grande naturalista. Galton sconsiglia ogni tentativo di migliorare i deboli e gl’inferiori; ma rifugge dalla loro eliminazione violenta. Alle razze inferiori vuole sostituire le superiori e non vuole abbandonata l’evoluzione a se stessa perchè sarebbe lunga e penosa. Lo Stato consacrandosi a questa cosciente selezione avrà tutto da guadagnare perchè gli individui scelti che ne deriveranno potranno rendere grandi servizi.
Stanley, Haycraft, Ammon, Lapouge e alcuni loro discepoli in America, in Francia e in Germania continuano la propaganda in favore del selezionismo sistematico.
Hiram M. Stanley non si contenta dei processi negativi, della sola eliminazione dei deboli, ma vuole selezione artificiale, accomodamenti coscienti e intenzionali coi seguenti processi positivi: 1º libera scelta nella donna di avere o non dei figli; 2º esame fisico rigoroso dei contraenti matrimonio; 3º costituzione di associazioni tra uomini e donne che s’impegnino a contrarre matrimonio secondo le leggi dell’eredità per riuscire alla formazione di una aristocrazia naturale.
L’Haycraft, desolato per la graduale scomparsa dei microbi selezionisti, propone matrimoni secondo determinate regole.[276] L’Ammon, che ha acquistato molta celebrità tra gli antropologi per la sua apologia dei dolicocefali alti e biondi e [274] per la corrente immigratoria verso le città, che produce una selezione regressiva nelle campagne, vorrebbe che i primi sostituissero dapertutto i brachicefali bruni e le altre razze che non presentano i caratteri delle superiorità. (Die Natuerliche Auslese; Die Gesellschafts ordnung und ihre natuerliche Grundlagen. Iena. Fischer 1895). In Die aristocratie ec. poi, non solo si propugna la selezione matrimoniale, ma si consiglia di lavorare per la costituzione di due separate aristocrazie: una che comprenda i migliori lavoratori intellettuali e l’altra i migliori lavoratori manuali. Lapouge si chiarisce entusiasta di questa divisione.
È il Lapouge per lo appunto, che prima con una serie di articoli nella Revue d’Anthropologie e poscia colle più volte citate Sélections sociales (Thorin et fils. Paris 1896); che comprendono le lezioni dettate in vari anni nell’Università di Montpellier, si è fatto l’apostolo dell’antropo-sociologia e del selezionismo sistematico, positivo.
È quistione di vita e di morte, egli dice, il provvedere e subito perchè l’iniziata ed innoltrata sostituzione dell’H. Alpinus e sopratutto dell’Acrogonus — il più basso — all’H. Europeus riserba all’umanità brutte sorprese. La selezione sistematica, d’altronde, è il solo mezzo per isfuggire alla mediocrazia prossima e alla decadenza finale. Il programma del selezionismo è questo: 1º costituire una aristocrazia naturale presso un popolo determinato; 2º costituire caste specializzate e separate; 3º trasformare integralmente un popolo ad un grado determinato; (?) 4º creare una razza dominante ubiquista; 5º rifondere interamente l’umanità per mezzo dei tipi locali i più perfetti; 6º sostituire all’umanità attuale una razza unica e perfetta. (!!)
Il Lapouge ritiene che la prima parte del programma sia di facilissima realizzazione e che per la medesima non occorra nemmeno l’intervento dello Stato.
[275]
In quanto ai mezzi per raggiungere l’intento il nostro antropo-sociologo è molto spicciativo. Anzitutto non si devono permettere i matrimoni se non ai migliori fisicamente e intellettualmente della razza ariana. All’uopo dovrebbero togliersi gli ostacoli ai matrimoni tra eugenici consanguinei. Si dovrebbe ristabilire la poligamia e ridurre al minimo le nascite legittime, per favorire le illegittime. La fecondazione artificiale sarebbe un espediente eccellente: si conserverebbe e distribuirebbe lo sperma dei migliori — il Lapouge ha ottenuto a Montpellier una fecondazione con dello sperma mandato per posta da Beziers. Si augura infine che un giorno s’imponga il servizio sessuale, come s’impone oggi il servizio militare.
Lo svolgimento e la realizzazione di questo programma il professore di Montpellier, che già ha fatto da expert guidance — da perito — nei matrimoni, lo ritiene assai facile e ritiene che in poche centinaia di anni l’umanità sarà trasformata e perfezionata, qualora verranno accettate le sue idee. Il selezionismo era accettato con eccellenti risultati nelle piantagioni del Brasile, dove i negri più vigorosi e meglio conformati erano dispensati da ogni lavoro e consacrati soltanto alla riproduzione. Agli stalloni negri fanno riscontro gli stalloni bianchi della comunità socialista di Oneida dove col selezionismo artificiale si ottenne una razza sana e bella. (De Molinari p. 244 a 248).
Al Galton che si preoccupa della degenerazione fisica che si otterrebbe colla selezione degli intellettuali il Lapouge risponde che si può evitare l’inconveniente temuto permettendo soltanto la riproduzione di coloro, che hanno mens sana in corpore sano ed eliminando i degenerati superiori di Lombroso.
Il programma del selezionismo sistematico non potrebbe, però, svolgersi ed applicarsi che in uno stato socialista, nel quale la funzione riproduttiva verrà specializzata e resa obbligatoria come ogni altro lavoro. I socialisti dovrebbero convincersi [276] che l’organizzazione da loro vagheggiata o sarà selezionista o non sarà. E siccome il lavoro materiale è la pena maggiore che neutralizzerebbe tutti i benefizi del socialismo, non essendo riusciti i tentativi di Clemence Royer e di Meunier di educare al lavoro gli antropoidi per sostituirli agli schiavi; sarà d’uopo adottare la proposta dell’autore del Trennungsystem: risparmiare la pena del lavoro alle classi selezionate colla servitù volontaria (?) e dolcissima della classe inferiore ridotta al minimum della evoluzione psichica. (!)
Al selezionismo sistematico, in fondo, aderisce il De Molinari; e basterebbe questo per dimostrare la necessità di discuterlo.
L’illustre economista francese riconosce la convenienza e l’urgenza di provvedere al miglioramento della razza per mezzo di una selezione scientifica e constata che se l’allevamento umano ancora non ha fatto progressi ciò si deve a questi motivi: 1º alla credenza prevalsa sinora che l’uomo si trova posto al disopra delle leggi, che reggono le altre specie e che si tenterebbe invano di fargliene l’applicazione; ciò che sarebbe un attentato contro la sua dignità. 2º All’assenza dello stimolo del profitto. Gli allevatori, che perfezionano una razza di animali; gli orticoltori, che creano una varietà di tulipani o di rose traggono un profitto immediato e considerevole dai progressi, che realizzano. Alcun beneficio analogo non potrebbe essere ottenuto dal miglioramento della razza umana salvo nell’industria degli allevatori di schiavi e dalle Comunità di Oneida. Ma questi due esperimenti inducono il De Molinari a ritenere che il selezionismo sistematico — di cui non cita mai il vero autore — sia possibile e pratico e che il rallentamento nel movimento della popolazione lo farà applicare in più larga scala. (Op. cit. p. 150 a 153).
b) Alla necessità del miglioramento della razza umana credono il De Varigny e lo Spencer, che non lo vogliono conseguito [277] soltanto per mezzo della eliminazione graduale dei deboli e dei degenerati, ma anche con quello del trionfo e della propagazione dei forti, dei migliori. Essi, però liberisti individualisti logici non vogliono saperne di leggi e d’intervento dello Stato. Colla libertà avverrà il regno della giustizia nel quale selezionati e buoni saranno sinonimi. Colla libertà, continua lo Spencer, e colla scomparsa delle leggi e dei privilegi delle istituzioni che la ostacolano sul terreno politico ed economico, eredità economico-legale ed eredità psico-fisica coincideranno, e i selezionati, che saranno i migliori, trasmetteranno ai discendenti tutte le loro buone qualità e non ci saranno più uomini, che avranno ricchezze e godimenti non meritati. (Industrial Institutions). Sarà il regno di Dio sulla terra. Sarà il millennio realizzato.
La critica del selezionismo sistematico nelle sue esagerazioni e nelle sue aberrazioni è facile.
Iniziandola, per condurla a termine rapidamente, rileverò che i due darviniani, che sembrano i più logici, Spencer e Lapouge, si trovano agli antipodi nell’applicazione del principio fondamentale del darvinismo: nella selezione. Uno vuole ottenerla colla libertà e coll’individualismo; l’altro coll’intervento dello Stato e col socialismo. Questa osservazione va all’indirizzo dei fanatici, che nella teoria del grande naturalista inglese scorgevano il dogma infallibile ed unico per accoppare il socialismo.
L’ottimismo selezionista dello Spencer che confida di raggiungere risultati tanto eccellenti per mezzo della libertà desta un senso vero di dolore, perchè è l’indice vero della decadenza intellettuale del sistematore della teoria della evoluzione. Come egli non si accorge che tutte le leggi, tutte le istituzioni, tutti i privilegi che dallo Stato per migliaia e migliaia di anni vennero organizzati e consolidati, pesano in un modo schiacciante sull’umanità contemporanea? [278] Come non si avvede che la libertà non può funzionare nel senso selettivo da lui desiderato poichè impedita da innumerevoli e potenti ostacoli, che sono il prodotto dell’azione dello Stato?
Perchè la libertà esplicasse la sua benefica azione assicurando il trionfo dei migliori e riducendo alla equivalenza l’eredità psicofisica e l’eredità economico-legale, sarebbe necessaria una rivoluzione mostruosamente gigantesca, che facesse tabula rasa dello Stato, della famiglia, della proprietà quali essi sono attualmente. Questo è il programma anarchico ch’è il più logico. Non è da attendersi, però, che esso possa essere ora accettato dallo Spencer, che per paura di una rivoluzione — intesa nel senso scientifico, perchè per ottenere lo scopo non sarebbe necessaria nemmeno la violenza delle rivoluzioni politiche — rinnegò tutto ciò che aveva scritto nel 1851 nella Social Statics e nel 3.º volume dei Principî di Sociologia sulla convenienza e sulla possibilità di far ritornare alle collettività il possesso della sola terra. Rinnegò non solo ciò che avea precedentemente sostenuto, ma per discutere le nuove teorie svolte nella Giustizia rivelò una dose sufficiente di malafede.[277]
La necessità di questo intervento dello Stato nell’opera del selezionismo sistematico risulta evidente dalla confessione del De Molinari, che la dice non progredita sinora perchè l’allevamento umano non praticasi dagli individui per mancanza [279] di tornaconto. È chiaro, adunque, che anche sotto il punto di vista della elevazione della razza sono indispensabili le trasformazioni sociali, che la rendano possibile.
La logica sta invece dalla parte del Lapouge; di cui si può non approvare le esagerazioni, ma si deve ammirarne il coraggio.
Se il fine che egli — e con lui tutti i selezionisti sistematici — si propone è alto, i mezzi sono immorali o non scientifici e non lo salvano dalle contraddizioni. Sic stantibus rebus quella sua conservazione e distribuzione di sperma dei migliori, dei forti, degli eugenici non riuscirebbe che ad una nuova speculazione capitalistica. Chi sa? Forse vedremmo sorgere un Trust, che monopolizzerebbe gli elementi per la fecondazione artificiale.
A parte tutto ciò che si è scritto vittoriosamente contro la distinzione tra razze inferiori e razze superiori e contro la privilegiata eccellenza degli ariani, — che non si sa con precisione d’onde vennero e chi siano — si deve ricordare che il selezionismo sistematico manca della base scientifica, biologica certa e sicura. Si discute ancora fra biologi e sociologi sul valore degli incrociamenti e prepondera tra gli scienziati — da Mantegazza a De Molinari — l’opinione, che i matrimoni tra consanguinei riescano alla degenerazione. Il Lapouge invece vuole che le unioni avvengano tra eugenici, tra consanguinei, poco curandosi che i loro prodotti siano legittimi o illegittimi. Ond’è che su questo terreno scabroso e controverso si deve tener conto della costatazione onesta di William Platt Ball: «Siamo obbligati noi altri biologi di confessare francamente ai nostri colleghi della chimica e della fisica, ed al pubblico in generale, che dopo di avere studiato l’evoluzione durante un secolo, la nostra opinione in quanto ai suoi veri fattori è ancora nel caos. Non c’è realmente alcun accordo sulla potenza del principio della selezione, [280] non ce n’è sulle leggi dell’eredità, non ce n’è sulle influenze dell’ambiente.» (Les effets de l’usage et de la désuétude sont-ils héréditaires? p. 139)
Volere poi che si organizzi un servizio sessuale come già c’è un servizio militare e sottoporre perciò le donne più belle e più sane al forzato amplesso cogli stalloni umani sarebbe una schiavitù, che nella infamia supererebbe tutte le schiavitù, che sinora disonorarono l’umanità.
La divisione in due aristocrazie, l’una del lavoro e l’altra della intelligenza, mentre consacrerebbe la servitù della prima che non sarebbe mai volontaria, per quanto dolcissima, sino a tanto che l’intelligenza non verrebbe ridotta al minimum — affretterebbe la degenerazione di entrambi. Il mens sana in corpore sano non si può ottenere quando si mira allo sviluppo massimo del lavoro manuale e del lavoro intellettuale, separatamente l’uno dall’altro. Ed a questa separazione marcatissima riuscirebbe il selezionismo sistematico colla formazione invocata delle due specializzate aristocrazie della intelligenza e del lavoro.
Di fronte alla nuova tirannide, cento volte peggiore delle antiche, che vorrebbe regalarci il selezionismo sistematico senza garantirci dalla possibile degenerazione dei forti, dei migliori non si comprende come il Lapouge abbia potuto incontrare simpatia presso alcuni socialisti francesi. Lasciamo queste teorie e queste aberrazioni ai superuomini; lasciamole ai D’Annunzio, ai Morasso, che vogliono vedere la immensa massa del popolo curvata sulla gleba, dedita al lavoro ed alla produzione di tutti quei beni, che devono essere goduti dai pochi eletti e selezionati. E confortiamoci, pensando, che quanti conservano sano il cuore ed il cervello considerano tali teorie e tali aberrazioni degne di manicomio o di galera.[278]
[283]
54. La maggiore controversia, tra il socialismo e l’economia politica si residua in quella sulla esistenza delle leggi naturali, che — secondo taluni — regolano indeprecabilmente i fenomeni economici. Questa controversia, alla quale più volte si accennò, oltrepassa i limiti entro i quali combattono i primi contendenti — socialisti ed economisti ortodossi — ed investe la filosofia della storia e la sociologia. La lotta del campo economico non sarebbe che un episodio di una discussione assai più vasta.
Anzitutto: che cosa si deve intendere per legge?
Molti definiscono la legge: il rapporto necessario, che deriva dalla natura delle cose; il rapporto costante e necessario tra i fenomeni. Altri la definiscono: l’uniformità o le uniformità del corso della natura. E questa definizione accettarono molti statistici eminenti, tra i quali il Von Mayr (op. cit. e: [284] La statistica e la vita sociale traduzione di G. B. Salvioni). Pel Vignoli in natura la legge significa: l’invariabile nella evoluzione e molteplicità dei fenomeni (Peregrinazioni antropologiche e fisiche. Hoepli. Milano. 1898 p. 1). A queste definizioni avvicinavasi e la comprendeva quella del Gauthier riprodotta nella 1ª edizione di questo libro: «Una legge è un rapporto necessario derivante dalla natura delle cose, è la maniera di essere essenziale alle loro disposizioni, e al di fuori della quale la loro esistenza normale non si concepirebbe più.» (op. cit. p. 23) Più involuto il Wagner dice che: «legge è l’espressione più concisa per la dipendenza costante del fenomeno da altri fenomeni, come effetto a cause, che assicuri l’uniformità dell’effetto.» Ma mi pare preferibile, perchè si attaglia a quanto sarà per dirsi, la definizione del De Greef: «legge è il rapporto necessario che esiste tra ogni fenomeno e le condizioni nelle quali questo fenomeno apparisce.» (Les lois sociologiques. Paris. Alcan. 1893 p. 35).
Dunque il meccanismo di una legge naturale dipende assolutamente da certe condizioni determinanti, di tal modo, che i fenomeni, che ne sono la conseguenza, non potrebbero prodursi che in presenza di tali o tali altre combinazioni particolari e solamente da queste. Se le condizioni sono modificate in una misura qualunque; se il minimo dei fattori efficienti viene a sparire, o a trasformarsi, anche a variare solamente, per una causa o per un’altra, d’intensità, di ampiezza, o anche qualche volta di posto; se un elemento nuovo sovraggiunge e reagisce, i risultati non saranno più gli stessi. Non già che il nuovo fenomeno non abbia la sua legge, ma è una legge distinta: la modificazione dell’effetto è adequata alla modificazione della causa.
Noi sappiamo, per esempio, che la legge di solidificazione dell’acqua fissa a zero (0°) il punto della sua congelazione. Intanto vi hanno dei casi nei quali l’acqua non si congela [285] che a molti gradi al di sotto di zero... Così l’acqua del mare non si congela che a -2,5°, cioè a due gradi e mezzo sotto lo zero...
Vi ha una eccezione? Affatto.
Le condizioni del fenomeno hanno cangiato, e i loro rapporti hanno variato nella stessa proporzione. Le condizioni essendosi trasformate, una legge nuova, che regola questi nuovi rapporti, è sorta.
L’acqua che si congela a zero è l’acqua pura; l’acqua del mare è diversa perchè è carica di sali e di altre materie estranee. Interviene in essa un’altra condizione, e per conseguenza, sfuggendo alla legge di congelazione dell’acqua pura, essa si comporta di un’altra maniera.
Tale è il caso della legge di Darwin.
L’avvenimento dell’uomo ad una coscienza e ad una attività superiore ha modificato le condizioni pel suo esercizio: il suo meccanismo conta un fattore di più, che per essere stato generato dai fattori naturali, che agivano solo in origine, non rappresenta meno una parte considerevole, e non influisce meno sull’insieme del sistema.
Di tal che; le conseguenze della selezione naturale e della concorrenza vitale devono essere e sono certamente modificate in una misura proporzionale, ed esse non si riprodurrebbero se non quando l’influenza perturbatrice, cioè l’attività intelligente e volontaria dell’uomo — comparabile al sale la cui presenza nell’acqua di mare modifica la legge ordinaria di congelazione — venisse a sparire.
Con l’uomo intelligente, attivo, ragionatore industrioso, civilizzato, non è più la legge di Darwin che si applica; sono altre leggi apportatrici di conseguenze differenti.
Intesa ed applicata in questo modo la legge parrebbe che ogni controversia dovrebbe venir meno. Però le distinzioni, che furono rese necessarie dall’osservazione dei fenomeni, che [286] svolgonsi diversamente secondo che riguardano la chimica, la fisica, l’astronomia ec. o la vita delle società umane, l’hanno fatta sorgere ed ingigantire.
Tutte le leggi, osserva il Ferraris, sono la conseguenza necessaria della natura delle cose e rappresentano le relazioni necessarie tra le stesse cose; perciò tutte le leggi, anche le sociali, sono leggi naturali. Ma siccome queste ultime hanno alcune apparenze diverse si sono fatte delle distinzioni, tra leggi fisiche o naturali nel senso stretto della parola e leggi sociali. Le leggi fisiche sono assolute, immutabili; agiscono costantemente, permanentemente, identicamente nel tempo e nello spazio. Le leggi sociali sono quelle, che si manifestano nella vita dell’umanità; mutano col mutare dei luoghi e dei tempi e quindi si chiamano anche leggi storiche per indicare questa loro mutabilità. Diconsi leggi statistiche se i rapporti tra i fenomeni sono studiati quantitativamente, col metodo statistico, che si applica con particolarità ai fenomeni sociali; perciò le leggi statistiche per antonomasia sono le leggi sociali. Queste leggi sono: 1º essenzialmente empiriche. Ci risultano dall’osservazione; sono leggi di fatto e nulla ci garantisce che dovranno ripresentarsi sempre allo stesso modo. Diconsi anche leggi empiriche perchè quantunque accertate dalla osservazione e dalla esperienza non sono spiegate da altre leggi, in guisa che, come dice lo Stuart Mill, allargando il circolo delle nostre cognizioni noi non facciamo altro che sostituire un mistero ad un altro mistero. A questo titolo anche le leggi fisiche sono empiriche. 2º Sono leggi di gruppo: non si applicano agli individui singoli, ma si sa soltanto che certi fenomeni si verificano in certi modi e in certe proporzioni nell’insieme degli aggregati sociali.
Queste nozioni preliminari non sono estranee all’argomento di cui c’intratteniamo per tutto quello, che si sarà per dire.
Una scuola di economisti — la ortodossa, ch’è precisamente [287] quella che alla corrente socialista strenuamente si oppone — ha voluto considerare le leggi della economia politica come se avessero i caratteri delle leggi naturali nel senso stretto della parola. Se le leggi economiche presentassero i caratteri di costanza, d’immutabilità, di fatalità delle leggi fisiche se ne trarrebbero corollari politici e morali di una importanza veramente eccezionale, e fondamentale; primi tra tutti questi due:
1º Se le leggi della economia sono leggi naturali nel senso stretto è logica la formula dei fisiocratici: laisser faire, laisser passer. I codici, le leggi, le istituzioni, i regolamenti di ogni genere, che si occupano dei fenomeni economici sarebbero completamente inutili; sarebbero anche dannosi perchè contrari alla natura; ed in ultimo impotenti, perchè l’artifizio non può imporsi alla natura. Libertà completa, illimitata, assoluta di azione dovrebbe essere lasciata agli uomini; i quali senza freni di sorta alcuna agirebbero conformemente alle leggi della natura e tutto andrebbe pel meglio nel migliore dei mondi possibili. La dottrina del Dottor Panglos sarebbe nè più nè meno che la dottrina dell’anarchia, che scaturisce — piaccia o non piaccia agli individualisti ed ai liberisti — in linea retta dalle loro teorie e dalla loro formula sacramentale prediletta. Così e pel metodo onde ristabilire il regno delle leggi naturali, come si è visto nel paragrafo precedente, e per l’essenza sua l’anarchismo si fonde e si confonde con l’individualismo, col liberismo economico e politico. Se Spencer non vuol dare la mano a Kropotkine, egli è che il filosofo evoluzionista non è tanto conseguenziario quanto il politico anarchico.
2.º Se tutto l’ordinamento economico è quale fatalmente le leggi naturali lo vogliono, la rassegnazione s’impone in basso — tra i lavoratori, tra i vinti: è vano lottare contro ciò ch’è necessario. Vale forse qualche cosa l’imprecazione contro la morte? Possiamo ribellarci contro la medesima? D’altra [288] parte i vincitori, i ricchi, i gaudenti acquistano una serenità di coscienza veramente invidiabile. Non può e non deve commuoverli lo spettacolo delle sofferenze umane: esse sono perchè devono necessariamente essere. Molto meno può parlarsi d’iniquità sociali da correggere: le leggi naturali regolanti i rapporti umani escludono il concetto stesso d’ingiustizia, di merito e demerito, di responsabilità individuale o collettiva. Le darviniane leggi della lotta per la esistenza e della selezione naturale sarebbero le due grandi leggi naturali, che reggerebbero il mondo sociale; e il Malthus della prima maniera che voleva esclusi dal banchetto della vita tutti coloro, che arrivano in ritardo, sarebbe stato il solo ad avere ragione, se egli consigliando i freni preventivi non avesse dato torto a se stesso. Ad ogni modo, bene osservò il De Laveleye, darviniani ed economisti ortodossi era giusto, che si trovassero di accordo nello ammettere la equivalenza delle leggi principali di Darwin colla formula del lasciar fare e lasciar passare. (Le socialisme contemporaine 3ª Ed. p. X).
Data la verità delle leggi naturali nella economia politica nelle medesime si troverebbe la giustificazione completa e inattaccabile di ciò che esiste e la condanna inappellabile di tutti i tentativi di riforma e di trasformazione sociale; e la condanna non colpirebbe i soli socialisti, ma non potrebbe risparmiare la infinita schiera dei politici e dei pensatori che si affannano a correggere, a mutare in un senso qualsiasi, anche in quello reazionario, gli ordinamenti sociali per mezzo delle leggi e dell’azione dello Stato.
I corollari politico-morali delle leggi naturali nella economia essendo così comodi ai beati possidenti, fecero sorgere il dubbio sulla sincerità di coloro che le propugnavano; e i socialisti spesso accusarono gli economisti di difendere una scienza che era ai servigi, agli stipendi della borghesia e del capitalismo.
[289]
L’accusa, che potè essere scagliata contro alcuni contemporanei, certamente non ferisce i primi economisti che videro nella economia il dominio delle leggi naturali.
I fisiocratici, ed Adamo Smith con loro, sono al disopra di ogni sospetto; la rettitudine dei loro intendimenti non venne mai messa in dubbio. Essi, anzi, credettero che colle leggi naturali si potrebbe assicurare la maggiore somma possibile di felicità al maggior numero possibile di uomini.
D’altra parte la reazione vigorosa contro la teoria delle leggi naturali sorse in seno agli stessi economisti. Roscher trapiantò nella economia il principio fondamentale della scuola storico-giuridica del Savigny, che riesce al supremo postulato della continua evoluzione delle istituzioni sociali. E tutta quella schiera eletta di pensatori e di scrittori, compresa sotto la denominazione di Socialismo della cattedra ha le sue radici profonde nella economia. Ed un economista illustre, lo Schoenberg, confessa: essere stato il socialismo che ha forzato l’economia politica a riconoscere ch’essa non è solamente la scienza naturale dell’egoismo umano, ma che essa deve formulare un sistema di gestione morale degli interessi sociali.»[280]
55. Non basta parlar di reazione venuta da uomini illustri contro la pretesa degli economisti, che la loro scienza vogliono retta da leggi naturali immancabili, immutabili, necessarie; bisogna dimostrare che i fatti smentiscono questa pretesa. Si procederà con passo sicuro nella demolizione della medesima, [290] quando si riconoscerà precisamente di che natura sono le leggi naturali nella chimica, nella fisica, ecc.
Non vi è controversia alcuna e vengono accettate concordemente come vere ed indiscutibili, perchè indotte dall’osservazione e dagli sperimenti e non contraddette mai, tra le tante innumerevoli queste leggi: nella chimica la legge della conservazione della materia, delle proporzioni definite, delle proporzioni multiple ecc., nella fisica le leggi della gravità, della capillarità, della elasticità — di trazione, di compressione, di torsione e di flessione; — il principio di Pascal sulla pressione sui liquidi, sul livello dei liquidi nei vasi comunicanti; il principio di Archimede sullo spostamento dei liquidi per un corpo immerso nei medesimi; la legge di Mariotte sulla pressione dei gas ecc. ecc.
Se nelle leggi che regolano tutti questi fenomeni si constata talora una deviazione, come nel caso menzionato dell’abbassamento del grado di temperatura nella congelazione dell’acqua del mare, essa non rappresenta una smentita alla legge, ma è il risultato dell’intervento, dell’interferenza di un’altra legge.
Or bene possono gli economisti additare una sola legge nella loro scienza che presenta i caratteri delle leggi naturali sopra enunziati e sulle quali essi siano unanimi e concordi?
Il dissidio tra gli economisti si accentua sin nella definizione della loro scienza; ma è significante che quando G. B. Say cominciò a considerarla aridamente e senza alcun rapporto colla morale — contro gl’insegnamenti di Adamo Smith — come semplice scienza delle ricchezze, che non tiene alcun conto dei produttori delle medesime, una protesta nobile e sdegnosa venne dall’ultimo dei fisiocrati viventi: dal Dupont de Nemours, che la scrisse a bordo del Fingal nel 1815 mentre prendeva la via dell’esilio. (De Laveleye)[281]
[291]
Il dissenso sulla definizione della scienza economica si estende alla trattazione di ogni singola parte della medesima. Senza esagerazione: non vi sono due economisti ortodossi che credendo nelle leggi naturali, le intendano allo stesso modo e s’intendano del pari sulle origini e sulla funzione della proprietà, sulla rendita, sulla distribuzione della ricchezza, sui prezzi, sui salari, sulla offerta e sulla domanda ec.
La debolezza che viene ad una scuola dai suoi interni dissensi, però, non basta per farla condannare. Gli uomini, che la rappresentano possono essere in errore, pur rimanendo vero il fondo delle cose attorno alle quali si aggirano le loro discussioni.
Esaminiamo dunque il fondo delle cose più che le discussioni degli uomini. L’esame riduce a zero il tentativo di ridurre a legge naturale tutto ciò che si riferisce alle società umane. I fatti, le cose sono di gran lunga superiori agli uomini e più persuasivi di tutte le loro controversie nel dimostrare la inanità di tale tentativo. Ecco ciò, che essi dicono.
Si considera la proprietà come la base di ogni organizzazione sociale, ma basterebbe lo studio classico del De Laveleye sulla proprietà e sulle sue forme primitive[282] per dimostrare la grande mutabilità del suo ordinamento.
La proprietà ora fu privata ed ora collettiva; nell’una forma e nell’altra si distinsero e si distinguono tuttavia innumerevoli minori differenze, che rendono più sensibile l’assoluta esclusione della uniformità, della costanza di una legge [292] naturale. La proprietà piccola, media e grande trovò dapertutto apologisti. Ed anche oggi che c’è una corrente contro il latifondo, contro il landlordismo mentre l’on. Di Rudinì considera il primo come una fatalità climatica e sociale (Terre incolte e latifondi. Bologna 1896) il Masè-Dari lo loda come un progresso economico-sociale non solo in nome della produzione, ma anche in nome del tornaconto e del miglioramento della condizione coi lavoratori della terra (Prefazione ai Problemi sociali di George).[283]
Nulla di più curioso, poi, delle contraddizioni cui si è esposto sull’argomento della piccola proprietà il Leroy-Beaulieu, che dopo averne preconizzata e decantata la prossima scomparsa in nome della utilità sociale, pochi anni dopo ne esaltò i vantaggi sempre in nome dell’utilità sociale. (Iaurès: Socialisme et Paysans, p. 56 e 57).
Il vero è che il latifondo, la media proprietà e la piccola, la proprietà privata e la collettiva, rispondendo alle varie esigenze delle varie fasi della evoluzione sociale volta a volta hanno potuto assicurare agli uomini il massimo di utilità o meglio di ofelimità, adottando il linguaggio del Pareto.
Oggi stesso accanto alla proprietà privata si va sviluppando largamente una forma speciale di proprietà collettiva — la proprietà sociale del Fouillée, ammessa dallo stesso Leroy-Beaulieu in molte sue opere ed anche in quella consacrata a combattere con particolarità il collettivismo (Le collectivisme. Examen critique du nouveau socialisme. Paris. Guillaumin et C.ie). Ma quel ch’è più nel campo degli stessi economisti si riconosce la tendenza — tendenza, badiamo! — verso una socializzazione [293] della terra e della produzione e distribuzione della ricchezza che non si saprebbe dire in che cosa potrebbe differire dal collettivismo. Questo ricorso non esitò a riconoscere come probabile ed utile negli ultimi anni di sua vita lo Stuart-Mill (Autobiografia; Il socialismo. Frammenti. Lettera a De Laveleye del 17 novembre 1872 Essais ecc. p. 107). Qualche cosa di analogo ammise il Walras. Ricorso esplicito sostenne eloquentemente il Loria in quasi tutte le sue opere. E lo ammise, come si è visto, lo Spencer: può egli aver mutato di parere; ma le buone argomentazioni sulle quali suffragava la sua primitiva opinione rimangono incrollabili.
Che più? Sono i santi padri dell’ortodossismo, che riconoscono questa mutabilità negli ordinamenti delle proprietà e solidarizzazione della produzione e della circolazione delle ricchezze.
L’ammette Yves Guyot (Science économique, p. 365); l’ammette Leroy-Bealieu (Essai ecc. p. 309 a 312); e più esplicitamente di tutti il De Molinari nel brano che Gabriel Deville lesse nella Camera dei Deputati scandalizzando i conservatori di ogni risma e che vale la pena di riprodurre integralmente: «L’avvenire appartiene all’intrapresa collettiva e verrà giorno in cui l’intrapresa individuale sarà una rarità come l’antico telaio a mano. Veruna branca della produzione, — nè l’agricoltura, nè le professioni liberali; nè l’industria, nè il commercio — possono sfuggire all’invasione di questa forma progressiva. Malgrado l’enorme cambiamento che questa evoluzione suppone, i giorni dell’agricoltura individuale sono contati. Alle piccole fattorie, alle aziende parcellari dei proprietari succederanno, in un avvenire più prossimo di quello che si crede, vaste aziende agricole; nelle quali i lavori che dopo l’invenzione della zappa sono stati eseguiti a mano, saranno economicamente compiuti da macchine di ogni genere, il capitale di esercizio sarà di milioni e si conterà a migliaia [294] il personale dirigente ed ausiliare. L’agricoltura allora sarà interamente ciò, ch’è in via di divenire nei paesi più avanzati, una grande industria, e tutte le condizioni della vita rurale saranno cambiate.»[284]
Ma meglio di tutti, con vera serenità ed obbiettività scientifica ha riassunto la discussione il Pareto; e i lettori mi sapranno grado se riproduco un lungo brano del suo libro magistrale:
«Non si può risolvere il problema della evoluzione della proprietà, egli osserva, nè, a dir vero, alcun altro problema di questo genere con una formula che si stabilisce a priori e che si pretende estendere a tutti i popoli e a tutti i tempi. Sotto questo aspetto le esagerazioni della scuola ottimista valgono quelle dei socialisti. Per essere giusti conviene anche aggiungere che i socialisti, ad esempio C. Marx, tentano almeno di dare una dimostrazione per mezzo di fatti, mentre la scuola ottimista più spesso si contenta di dogmatizzare.»
«È probabile che non ci sia stata una sola evoluzione della proprietà fondiaria, ma che ce ne siano state parecchie che possono differire secondo i popoli e i luoghi. Bisogna studiarle separatamente, senza idee preconcette, osservando i fatti del presente e raccogliendo i documenti storici pel passato.»
«Bisogna, inoltre osservare, che non è del tutto provato che, anche per un popolo determinato, ad ogni epoca storica debba corrispondere una sola forma di proprietà. Molte forme possono esistere insieme come si osserva per le differenti forme del regno vegetale ed animale. Di più; date le grandi varietà che presentano gli uomini e i luoghi, è probabilissimo [295] che la coesistenza di molte forme di proprietà assicuri un maximum di ofelimità superiore a quello che sarebbe ottenuto con una sola forma.»
«Si può riconoscere di un modo generale che per le nostre razze e pei nostri paesi c’è stata ad una certa epoca della evoluzione sociale, una tendenza a sostituire la proprietà collettiva e familiare con quella individuale. Ma la prima non è scomparsa interamente. Dopo che se n’è intrapreso seriamente lo studio, se ne sono trovate delle tracce dapertutto e anche nei paesi nei quali è nato il diritto romano. Se si distruggessero violentemente, è certo che la somma di utilità di cui gode il paese sarebbe diminuita.»
«Inoltre; nulla prova che, continuando il progresso, l’agricoltura non possa essere esercitata dalle società cooperative o da società che non saranno identiche, ma simili alle società anonime attuali.» (Cours 1.º p. 316 e 317).[285]
Dopo di che non pare affatto necessario, che s’insista sulla evoluzione continua, sulla trasformazione universale di tutto ciò che forma l’obbietto della scienza economica — rendita, forze di produzione, distribuzione della ricchezza, salari, prezzi ecc. C’è la grande legge economica della offerta e della domanda che si vorrebbe indicare come immutabile; ma mentre per la parte del lavoro essa viene corretta già dalle Trade Unions, dalle Leghe di resistenza ecc., che tra non guari avranno l’appoggio e la forza delle leggi e dello Stato,[286] per l’antagonistico interesse del capitale si hanno i [296] Trusts, i Pools, i Kartelle, che eludono il giuoco naturale della offerta e della domanda e a questa sostituiscono i monopoli più o meno larvati, più o meno criminosi.[287] I fatti, le cose, la storia insegnano adunque, in modo irrefragabile che il mondo economico nelle sue forme non è eterno; che il mondo economico non s’immobilizza, non si cristallizza in una data forma, ma si muove, si trasforma, evolve perennemente ed universalmente.
I costumi, le leggi, la multiforme azione dello Stato sono i fattori poderosi di questa continua trasformazione economica (De Laveleye: Essais ec.);[288] perciò in questa scienza della economia le leggi naturali in senso ortodosso, dice Loria, rappresentano una sterile fantasia della metafisica sociale. (La proprietà fondiaria ec. p. 113). Scienza della economia? Ma alla economia mancano talmente le leggi naturali, che ad essa si sono negati perfino gli attributi di una scienza![289]
[297]
56. La mancanza di leggi naturali intese nel senso stretto scientifico non è propria della sola economia, ma investe la storia e caratterizza sinora la sociologia. A quest’ultima resero cattivo servizio coloro che la vantarono quasi come una scienza che aveva raggiunto un grado di precisione veramente considerevole e tale da poterla invocare per annientare l’utopia socialista.
Il dogmatismo sociologico era di moda, in Italia specialmente, venti anni or sono; ma ora che la nuova sintesi delle scienze sociali ha fatto maggiori progressi, i suoi cultori sono più modesti e sentono quasi vergogna delle vanterie di Siciliani, di Boccardo, di Ferri (di una volta) che attribuendole meriti e perfezione che non ha la discreditarono una volta preparandole amare disillusioni.
Modesto cultore della sociologia e convinto del suo avvenire, sin dal 1884 non mi nascosi affatto la incertezza sua.
Allora ricordai che uno dei discepoli e continuatori più eminenti di Augusto Comte, il De Roberty, di essa parlava come di una scienza nuova, che si desidera costituire e della quale non si è stabilito il metodo speciale, che deve servire alla medesima. Egli dubitava, e con ragione, della consistenza del metodo adoperato, mentre l’Espinas affermava che questo era già trovato; ma che ben si apponesse il primo successivamente fu provato dalle controversie e dagli studi che si continuarono e si continuano tuttavia.[290]
[298]
Sull’intima condizione della sociologia allora il De Roberty scriveva: «tutto il mondo sa che la scienza sociale è la più povera fra tutte le scienze dal doppio punto di vista del valore scientifico delle sue teorie e delle leggi generali o anche empiriche ch’essa ha saputo stabilire fin qui....... E la ragione n’è questa, che più la compilazione dei fenomeni analizzati da una scienza sembra aver bisogno di uno studio strettamente specializzato, meno la divisione della scienza in molte parti isolate è realmente profittevole alla scoperta delle leggi.... Qualunque sia, dice Guarin de Vitry, il risultato attuale dei tentativi di edificare la sociologia, questa è nell’aria. Secondo l’espressione consacrata: l’atmosfera scientifica se ne impregna di più in più e il secolo non si chiuderà probabilmente senza che si possa salutare il riconoscimento ufficiale della scienza nuova dal mondo sapiente». (La Sociologie. Paris, Genner et Bailliere, 1881, p. 10, 96 e 104). Nè esprimevasi diversamente l’Espinas: «Non può dirsi, egli soggiungeva, che i problemi di questa scienza siano risoluti; noi non vogliamo dire per esempio che si sappia meglio di prima a che tenersene sui rapporti da stabilire tra l’individuo e lo stato in tale nazione o in tale altra; sui limiti, che la legge deve imporre alle grandi associazioni, che tendono ad una esistenza indipendente in seno agli Stati moderni, sul fondamento del diritto di punire [299] etc..... A quest’ora in Inghilterra, nello stesso seno della scuola evoluzionista, gli uni sostengono che il progresso in materia di governo consiste nel minoramento dell’azione centrale, mentre gli altri credono ch’esso consista nella sua azione crescente — ad esempio l’Huxley. — Le soluzioni precedentemente esposte, invece adunque di chiudere immediatamente le discussioni dei politici, aprono loro una vasta carriera». (Les sociétés animales p. 139 e 146).
Non ostante gl’innumerevoli studi venuti dopo, tra i quali molti di grande pregio, oggi non si può assicurare che la costituzione della sociologia abbia fatto grandi progressi e che ci abbia dato le leggi della struttura e della vita delle società umane.
«A dispetto dei grandi progressi realizzati in questo secolo in tutti i rami del sapere, esclama malinconicamente il Kidd, noi dobbiamo confessare che non esiste puranco, nello stretto senso, la scienza delle società umane. La sintesi filosofica di Spencer non è riuscita ad illuminarci sulla natura dei problemi sociali della nostra età, poichè le sue ricerche e le sue conclusioni, secondo chi le cita, servono egualmente ad appoggiare le opinioni diverse delle due opposte correnti — individualista e collettivista — che a poco a poco dividono la società[291]. Noi non abbiamo nessuna conoscenza reale delle leggi della vita e dello sviluppo della civiltà, come non ne abbiamo dei principî direttivi dell’evoluzione sociale, che intorno a noi si compie..... Perciò ognuna delle scienze, che si occupano dell’uomo in società fa i suoi studi dal suo punto di vista particolare. Per lo storico l’uomo è un giuocattolo [300] di forze cieche, che non sembrano sottomesse a legge alcuna; per il teologo è la creatura di un altro mondo; per l’economista poco più di una macchina per produrre.» (L’evoluzione sociale. Firenze. 1898. Barbera, pag. 1, 2, 5, 27).[292] Il Leslie Stephen afferma che non esiste una sociologia veramente scientifica, ma esistono semplicemente vaghe ed empiriche osservazioni, troppo superficiali perchè si possa trarne delle conclusioni strettamente logiche. E il Pareto, che a provare resistenza delle leggi naturali nella economia politica ricorse anche ai bons mots nella deficienza di buone ragioni[293] osserva che dei tre gradi successivi di conoscenza nella sociologia siamo appena al 1.º: a sapere cioè che esiste una reciproca dipendenza tra i vari fenomeni sociali; ma non conosciamo con precisione nè il senso della variazione, nè la grandezza (Cours ecc. Vol. 2.º p. 6 e 7).
Qui la confessione dell’ignoranza sembrami soverchia perchè a me pare che il senso, la direzione del moto sociale — nei limiti che saranno esposti più in là — ci siano noti.[294] [301] Comunque questo sano scetticismo ci dovrà servire di guida per non esporci ai voli ed alle cadute d’Icaro. Questo scetticismo ch’è un prodotto del vero sperimentalismo e che dovrà spronarci a nuove ricerche ci mette in condizione di apprezzare debitamente la superbia della filosofia, della storia e della sociologia.
Infatti, quando si è dotati di un sufficiente senso critico, dopo la lettura dei libri dai titoli pomposi e promettenti le leggi sociologiche e le leggi della storia, che pur sono dovuti a pensatori poderosi, si rimane in preda ad un amaro sconforto.
Ciò che ci si afferma sulle leggi sociologiche e storiche che hanno a base il clima, la razza, l’economia, la coltura ecc. o non resiste alla critica o costituisce appena appena il preliminare della sociologia e se rarissimamente ci spiega il passato, molto meno ci può servire di norma pel futuro. Manca sempre di quei caratteri delle leggi naturali in senso stretto, di cui ci siamo intrattenuti precedentemente e c’induce a deplorare che il titolo delle pubblicazioni abbia promesso e fatto sperare ciò che non erano in condizioni di mantenere e mentre giustifica lo scetticismo sulle leggi della storia, che avea manifestato uno dei più grandi storici di questo secolo, il Macaulay, e ripetuto dal Denis, dà ragione ai sociologi che diffidano della sociologia.[295]
57. Le leggi della storia e della sociologia, che intesero formulare tutti i filosofi della storia e tutti i sociologi — Herder, [302] Hegel, Buckle, Lotze, Comte, Spencer, Simmel, Le Bon, Mougeolle, De Greef, Bagehot, Tarde, Kidd, ecc. ecc. — cercando l’ubi consistam nella configurazione geografica, nel clima, nella latitudine, nella razza, nello sviluppo economico e intellettuale, nella religione ecc. al cimento dei fatti, è bene ripeterlo, si sono dileguate o si sono ridotte a poca cosa, dinanzi alla perenne mutabilità della fenomenologia, innegabile anche quando dimostravansi immutate le condizioni o le forze direttive delle azioni umane.
Le leggi naturali man mano che si ascende dai fenomeni più semplici ai più complessi divengono sempre più incerte e sempre più perdono i caratteri, che le distinguono.
Già sappiamo dal Platt Ball, che i biologi guardano con senso d’invidia i fisici e i chimici, che hanno saputo assidere le loro scienze su quelle basi, che non ha ancora trovato la biologia.[296] Ma al confronto dei biologi si può dire, che costruiscono sull’arena gli psicologi e sono ancora meno fortunati i sociologi.
C’è il dovere di giustificare questo pessimismo scientifico e sebbene questo non sia il luogo più adatto mi proverò a dare qualche cenno sui dati che in me lo hanno ingenerato, nel senso cioè, che noi non possiamo e non dobbiamo parlare di leggi naturali in senso stretto quando ci occupiamo di fenomeni economici e sociali.
Il Bagehot che fu uno dei primi a scrivere di leggi sociali in senso darviniano e che meritamente rimane tra i più celebri, fu assai prudente e nel formulare le sue tre leggi principali [303] sullo sviluppo delle nazioni — sulla base della lotta darviniana e del trionfo dei più forti — ben lungi dall’additarle come costanti e necessarie e dimostrarne l’elemento quantitativo, prudentemente le indica come leggi approssimative (Lois scientifiques ecc. p. 47 e 48). Ci produce un completo disinganno la lettura dell’ultimo capitolo del suo libro, che tratta del progresso verificabile in politica perchè non ci dà alcuna legge sull’evoluzione della politica. Una legge sociologica assodata sembrerebbe quella dell’agglomerazione crescente degli organismi sociali, di cui s’intrattengono ripetutamente Gumplowicz e Novicow; ma la storia c’insegna, che si sfasciarono pel passato tutti i grandi imperi barbari o civili; e nessuno può giurare che continuerà l’agglomerazione sotto l’impero britannico o russo: non mancano, anzi, indizi di un non lontano disgregamento.[297]
Nella zona intermedia tra la biologia e la sociologia, in quella che comprende i fenomeni demografici si dovrebbe trovare la maggiore costanza e uniformità che servono a caratterizzare una legge naturale. Ciò non è.
La soddisfazione dell’istinto sessuale, ch’è fondamentale ed irresistibile, dà luogo alla maggiore variabilità di manifestazioni, che si possano immaginare. Il numero dei matrimoni varia da un popolo all’altro e quel ch’è più da un periodo all’altro. Varia del pari il numero delle nascite e cogli uni e colle altre varia la proporzione del tributo che si paga alla morte.
La variazione della legge di popolazione secondo le idee del Loria e del Nitti, di cui ci siamo intrattenuti a lungo, costituisce la più solenne smentita alle leggi naturali dell’economia [304] politica. L’aveva già notato il Rümelin. Qui si accentua la distinzione tra animali ed uomini. «Gli animali s’accoppiano, dice De Laveleye, ed hanno figli: ecco una vera legge naturale. Uomini e donne si maritano e non hanno figli, per il fatto della loro volontà, per continenza o altrimenti; e gli economisti approvano. Si obbedisce forse ad una legge naturale quando ci si astiene virtuosamente come lo consigliavano Malthus e Garnier?» (Essais etc. p. 11).
Il De Greef, che con molta presunzione affermò l’esistenza di leggi sociali, naturali e necessarie; e che per assicurare il carattere di leggi necessarie alle leggi sociali le voleva — e giustamente — non solo qualitative, ma anche quantitative[298] volle formularne alcune (Les lois ecc. p. 141).
Egli s’indugia con lusso di cifre sui salari e sulle nascite illegittime confrontando il totale del Belgio coi dati relativi ad una regione industriale (Hainaut) e ad una agricola (Lussemburgo) per istabilire saldamente una legge genesiaca sul rapporto tra industria e agricoltura, alti e bassi salari da [305] un lato e nascite illegittime dall’altro. (Les lois ecc. p. 108 e seguenti).
Ma, a parte il fatto che le curve dei fenomeni, che esso dà non corrispondono sempre alla sua ipotesi, la sua legge perde ogni importanza quando la si studia in Italia; dove per lo appunto — contrariamente a ciò che il De Greef ha trovato nel Belgio — la Romagna e l’Umbria — regioni del tutto agricole — danno il maximum di nascite illegittime, mentre il Piemonte e la Lombardia — regioni nelle quali prevale l’industria — danno il minimum.
Nè è più fortunato quando vuole stabilire la legge, i rapporti costanti e necessari tra il prezzo dei grani, il numero dei matrimoni, delle nascite e dei morti (p. 139); poichè mentre egli non ci dice quale sia tale rapporto, sappiamo dalla demografia e dall’economia, che siffatto rapporto studiato presso vari popoli risulta nè costante, nè necessario.[299] Nè è meglio scelto il suicidio per dare un esempio di legge morale: sulle cause, che lo generano sorgono dubbi tormentosi dallo studio delle due maggiori opere del Morselli e del Durkheim — che sul medesimo si sono pubblicate. Molto meno ancora si potrebbe assicurare, che conosciamo la legge del suicidio se poniamo mente all’elemento quantitativo, la cui importanza è somma, ma che nello studio del fenomeno in discorso ci conduce alle maggiori perplessità.
Il De Greef si domanda se la ricerca delle leggi sociologiche ci permetterà di trovare una legge sociologica generale ad un tempo statica e dinamica, astratta e concreta e nella [306] esuberanza della sua fede non esita a rispondere che se la sua classificazione gerarchica dei fenomeni sociali è esatta possiamo supporre che questa legge generale sarà trovata nell’economia e specialmente nella circolazione (p. 146); ma proprio questa preminenza e precedenza della circolazione non solo è controversa, ma è stata maggiormente oppugnata dagli economisti; sfuma, perciò, questa legge generale e fondamentale.
Infine in quella che dovrebbe essere la legge delle leggi, la legge delle nostre conoscenze, come il De Greef chiama la classificazione delle scienze, l’illustre sociologo belga ha incontrato le maggiori opposizioni.
Non ripeterò qui ciò che in Sociologia Criminale (Vol. 2º.) ho scritto sulle leggi fisiologiche in rapporto al clima alle condizioni geografiche, sulla legge della latitudine del Mougeolle, sulle ipotesi geniali del Metchnikoff ec. e potrei anche dispensarmi, rimandando alla stessa opera d’intrattenermi sulle leggi sociologiche, che hanno come punto di partenza la teoria darviniana sulle razze. Ma su questa ultima s’insiste tanto che una parola ancora non sarà superflua. Mi fermo un istante sulle leggi formulate da Le Bon che è divenuto di moda in certi ambienti antidemocratici.
Il sociologo francese come legge fondamentale riconosce la legge di differenziazione progressiva delle razze e degli individui (Les lois ec. p. 37 e seg.).[300] Ma chiunque guarda alla evoluzione di quelli che egli considera quali strati superiori delle razze riconoscerà invece che Giapponesi ed Inglesi, Russi e Francesi, Latini, Slavi, Alemanni tendono a modellarsi su di un unico stampo. È vero, poi, che la estrema divisione del [307] lavoro rende l’operaio moderno inferiore all’antico artigiano — perciò i socialisti la combattono e da Fourier a Kropotkine chiedono la varietà delle occupazioni; ma è vero del pari che dovunque è migliorata la condizione dei lavoratori — diminuite le ore di lavoro, rialzati i salari — diminuisce anzichè crescere la distanza intellettuale e morale tra operai e padroni.
Del valore di queste leggi sociologiche del Le Bon si avrà un’idea adequata riflettendo che egli deplora la degenerazione dei latini e l’attribuisce all’azione soverchia dello Stato (p. 167) e vorrebbe rifarne il carattere — dopo avere esaltato l’individualismo.... col regime militare (p. 160) ch’è la negazione dell’individualismo e la espressione più genuina della massima azione dello Stato! In opposizione alla denigrazione dei latini non può mancare l’esaltazione degli anglo-sassoni, che sono una razza superiore, per lo appunto, perchè caratterizzati sempre dalla riduzione al minimum possibile dell’azione dello Stato (p. 58). Ebbene la storia contemporanea — ed un poco anche la medioevale — gli dà una smentita solenne, che egli inconsciamente inflisse a se stesso riferendo il discorso di Spencer su Tyndall in cui versa lagrime amare e sconfortanti sull’invadente burocratismo e sulla crescente azione dello Stato in Inghilterra! (p. 58)[301]
Il Le Bon non si contenta di formulare le sue leggi pel passato e pel presente, ma libra le ali verso l’avvenire; proclama che il socialismo non attecchirà mai tra gli anglo-sassoni e conchiude, stranamente, prevedendo che nel nuovo ricorso vichiano agli Slavi sia riserbato il fare da barbari per [308] distrurre la civiltà occidentale inquinata e preparata alla morte dal Socialismo, (p. 163 e 166). Ma la Germania — popolata da anglo-sassoni — presenta i maggiori progressi del Socialismo, che sono anche rapidi e pratici in Inghilterra. Gli Slavi, poi che conservano ancora la proprietà collettiva della terra sembrano i più adatti, se mai, a rigenerare l’occidente con una ondata di socialismo.[302]
Queste leggi sociologiche pretensiose fondate sulla dottrina darviniana sono tanto costanti, sicure e necessarie che mentre il Le Bon partendo dalle medesime prevede il trionfo degli Slavi e la sconfitta della democrazia, il Kidd partendo dalle identiche premesse arriva a preconizzare il trionfo dei teutonici e l’esaltamento della democrazia!
Sorpasso sulle leggi formulate dallo Spencer, perchè nel modo in cui egli le espone sono accettabili, come si vedrà nel successivo paragrafo, e noto soltanto qui che dove egli volle più nettamente e recisamente stabilire certe fasi e certe distinzioni, come nella successione e nel contrasto tra una società militare ed una società industriale, ivi maggiori si rivelarono le smentite e le contraddizioni.
Mi fermo, invece, in ultimo in questa critica della superbia sociologica al Kidd, che in breve volgere di tempo è divenuto il più popolare, più che pel valore scientifico delle sue ipotesi, pel fatto che queste hanno saputo rivestire di forme scientifiche i pregiudizi popolari e le credenze più radicate [309] nell’animo umano. Il suo successo rappresenta un fenomeno di reversione atavica.
A me non compete di rilevare le contraddizioni in cui lo scrittore inglese cade nell’assegnare una parte preponderante — quasi esclusiva — ora al fattore intellettuale, ora a quello sentimentale. Chi, come me, crede che l’uno non stia in antitesi coll’altro può intendere l’azione, ora alterna ora parallela, di entrambi; ma non è il caso pel Kidd, il quale in ultimo deve riuscire al predominio assoluto di un intuito, di un istinto vago e indeterminato, che costituisce il senso morale, e che deve servire di base alla religione contro la scienza. «La selezione naturale, egli scrive, favorirà i tipi, che si sottomettono alla forza religiosa.» (Evoluzione sociale p. 255)
Assisa su queste basi la sociologia del Kidd, si comprende che debba riuscire alla formulazione di leggi, che non è irreverenza chiamare cervellotiche. Si sa che egli trovasi in antitesi al Le Bon in quanto alle previsioni sul trionfo della razza e della forma politica; aggiungo qui, che pur consentendo sullo avvenire della democrazia non si può fare scaturire l’evento o connetterlo logicamente alla teoria sostenuta: si sente che il Kidd formulando la sua previsione ha subìto inconsciamente l’influenza dell’ambiente anglo-sassone in cui vive: ambiente impregnato di spirito democratico e la cui storia costringe a preconizzarne l’ulteriore sviluppo; sebbene in qualche altro più prudentemente abbia affermato che la scienza non ha alcuna risposta sulla evoluzione futura della società.
La concezione generale della evoluzione sociale del Kidd, però, è talmente sbagliata ch’egli deve fare passi incerti e vacillanti per riuscire ad affermazioni di questo genere: «due cose sono a notare in questa fine del secolo XIX: 1.º il trionfo completo ed assoluto nella nostra civiltà dell’idealismo politico dell’89; 2.º l’espansione trionfante della razza [310] teutonica e la sua vittoria finale nella lotta per l’esistenza sugli altri popoli occidentali. (p. 248).
Della modestia scientifica aveva dato saggio precedentemente affermando: lo sviluppo sociale ha due caratteristiche facilmente riconoscibili, due tendenze costanti e crescenti, ch’è impossibile confondere con altre. 1.º È assolutamente certo che malgrado tutti i movimenti di ritorno, il progresso sociale, morale e materiale delle masse, dal suo principio ad oggi, è stato grande e continuo. 2.º Non ostante questo progresso c’è tendenza a restringere lo sviluppo intellettuale. (p. 230)
Non ho bisogno d’insistere sulla fallacia di queste leggi e di queste tendenze, che trovano la confuta in quest’opera; aggiungo che quando il Kidd dinanzi all’evidenza ragiona giusto in ultimo trascinato dai suoi presupposti riesce alle contraddizioni paradossali. Così dopo avere constatato che nel presente periodo di transizione la tendenza futura sia verso la uguaglianza sociale delle masse come corollario dell’emancipazione politica — ciò che desume dallo sviluppo della legislazione sociale, delle leggi sull’istruzione, del crescente intervento dello Stato in favore delle masse ec. — dopo avere osservato che una parte dei diritti senza controllo, che posseggono la ricchezza ed il capitale non sono che gli antichi diritti feudali trasformati ed adattati alle nuove circostanze; che l’educazione ci farà vedere che l’esistenza di tali diritti è incompatibile colla realizzazione dell’ideale che la società intravvede; (p. 205 a 209) dopo avere constatato i fatti si spaventa delle parole e si domanda: «Si cammina perciò verso il Socialismo? No. Un abisso separa il Socialismo dallo Stato di società verso il quale noi camminiamo. Lo scopo dichiarato dal Socialismo è di sopprimere quella rivalità e quella concorrenza vitale che oggi, come sempre, è la causa di ogni progresso. La tendenza inerente al nostro [311] sviluppo sociale è d’innalzare al più alto grado di efficacia possibile, come causa di progresso tale rivalità, mettendo il popolo intero sopra un piede di eguaglianza e permettendo nelle comunità il più libero sviluppo di tutte le forze dando ad ogni individuo tutte le occasioni possibili di sviluppare la propria personalità e le sue attitudini.» (p. 213 e 214)
Ora chi non vede, che l’ideale racchiuso in questa possibilità di sviluppo di tutti sul piede dell’uguaglianza del punto di partenza è precisamente il postulato del socialismo scientifico, che non vuole e non sogna un livellamento meccanico e sterilizzante? Ma il Kidd in nome della sua Sociologia, dopo avere ammesso e lodata la crescente azione dello Stato, specialmente in Inghilterra — povero individualismo caratteristico degli anglo-sassoni! — a queste riserve ed a queste contraddizioni doveva riuscire perchè tutta la sua sociologia ha un obbiettivo: il trionfo del principio religioso; ed una base: il neo-darvinismo di Weismann. Ora l’obbiettivo suo sta in contrasto coll’evoluzione scientifica, per quanto si debba riconoscere che il sentimento religioso sia ancora vigoroso; la base non solo è ipotetica, ma comincia ad essere abbandonata dallo stesso autore che l’ha formulata.[303] Questa teoria di Weismann, infine, che nega la trasmissione nei discendenti dei caratteri acquisiti, intesa rettamente riesce alla negazione assoluta del concetto di progresso di cui è saturo il libro di Kidd e che contraddice sinanco nel titolo: Evoluzione Sociale.
[312]
Infine a moderare questa boria imprudente dei sociologi nella formulazione delle leggi non sarà inutile ricordare, che essi, che guardano sicuramente al futuro spesso non riescono a mettersi d’accordo nemmeno sul passato. Non sono ancora di accordo sulle prime origini della civiltà e sulle razze tra le quali germogliarono i primi elementi della medesima; non sono ancora di accordo sul poligenismo o sul monoginismo; non lo sono sulla origine prima degli Arî e meno ancora sui Mediterranei; e discutono tuttavia fieramente Spencer, Maine, Foustel de Coulange, Morgan, Mc Lennan, Bachofen, Westermach, Stark ecc. sul matriarcato e sul patriarcato, sulla gens, sul clan e sull’orda, sulle prime origini dello Stato ec. Figuriamoci quanto ci potranno dire sull’avvenire, specialmente, se remoto! Quando con Metchnikoff abbiamo appreso che la civiltà è stata fluviale, e mediterranea e che diviene ora interoceanica nulla abbiamo saputo sull’essenza della medesima, sulle condizioni, che la caratterizzarono e soprattutto sulla sua ulteriore evoluzione e sulla possibilità di altri ricorsi, che dovrebbero, in vero, essere eliminati dalla universalizzazione della civiltà, che farebbe scomparire i barbari.[304]
[313]
58. La critica della boria dei sociologi riuscirà sconfortante a coloro, che non hanno il cervello ben nutrito e che credevano la sociologia — nata ieri — assisa già dominatrice incontrastata sul trono d’onde preannunzia gli avvenimenti e ne regola il corso.[305]
Ma la verità è il tonico dell’intelligenza; e la verità allontanandoci dalle esagerazioni e dalla fiducia soverchia nei progressi compiuti, ci preparerà a farne altri solidi e reali. Il culto della verità che ci rende severi verso le ipotesi affrettate, che talora si scambiano per leggi ben dimostrate, consente poi la constatazione di ciò che si ha guadagnato nel cammino sinora percorso.
[314]
Gli studi dei sociologi sgombrando il terreno dai pregiudizi e dagli errori han già reso grandi servizi alla scienza ed all’umanità; e quanti ne abbiano resi quelli dello Spencer, dalle cui conclusioni pur tanto mi allontano, meglio si apprenderà in appresso quando l’opera sua potrà essere giudicata senza ira e senza passione.
I progressi nella sociologia sono innegabili nella parte per così dire formale ed esteriore ed in un certo senso anche in quella della successione delle fasi.
Si può essere di accordo col De Greef che si deve rinunziare al tentativo di trasformare le leggi biologiche in leggi sociologiche; che si debbano studiare le leggi sociali dal punto di vista statico — struttura della società — e dinamico — evoluzione delle società ed azione reciproca delle loro leggi; che si debbano distinguere queste leggi in semplici e composte, dirette ed indirette ecc. (Les lois ecc. p. 44, 36, 138 e 139). E può anche ammettersi la legge dei tre stati di Comte — difesa da Angiulli, da De Dominicis, da De Roberty — come successione del metodo e della spiegazione della concezione del mondo, restringendola all’ordine speciale dei fenomeni ch’essa abbraccia e non traducendola in legge sociologica universale, come frettolosamente tentò il Comte (De Greef: Les lois ecc. p. 48). Si può anche in gran parte accettare quanto brillantemente è venuto esponendo il Tarde sui processi di propagamento delle idee, delle innovazioni, dei progressi, che si compiono; nonchè le eccellenti distinzioni sul progresso qualitativo e quantitativo, sulle fasi omogenee ed eterogenee; le osservazioni sul modo d’intendere il ritmo ecc.[306]
[315]
Nella sociologia, in quanto all’essenza vera sua, ciò che d’importante pare davvero acquisito è quanto appresso: Pare che si possa consentire nell’azione che le leggi psichiche esercitano nella evoluzione sodale in sostituzione crescente delle leggi fisiche; nella interdipendenza tra i fenomeni sociali e nella prevalenza o precedenza del fattore economico; nella sostituzione continua e graduale della cooperazione volontaria alla cooperazione forzata nel senso in cui l’ha illustrata lo Spencer.[307]
Ma la grande legge delle società umane è e rimane incontestabilmente la legge della evoluzione. In veruna parte dice Bagehot, nemmeno tra i selvaggi della Terra del fuoco, vi sono uomini rimasti assolutamente stazionari (Lois ec. p. 46). Così è: tutto muta, tutto si trasforma; e questa mutazione incessante, perpetua si riconferma anche quando si riconfermano i ricorsi di Vico, come pare li ammettano: formali il Loria e il De Greef; sostanziali il Gumplowicz ed il Le Bon. Con che si riafferma che evoluzione non deve e non può confondersi con progresso; e che se di progresso deve parlarsi, lo si deve nel senso di una legge empirica, di una tendenza; di cui appresso. Si troverà soverchio, perciò l’ottimismo di Espinas che afferma essere il progresso la meno contestata delle leggi della storia. (Les sociétés ecc. p. 69.)
Egli è perciò che assai più avveduti dei filosofi della storia e dei sociologi si sono appalesati gli statistici; i quali non vollero che si parlasse di vere leggi nella loro disciplina; — e quando di leggi parlarono per distinguerle dalle vere leggi naturali, come si disse al paragrafo 57º, le designarono come leggi empiriche, di fatto, che si verificano in certi limiti, sotto certe date condizioni; mutate le quali anche la legge viene a mutare.
[316]
Nè tutti gli statistici consentono nell’adoperare questa parola legge. Altri si limita a costatare la uniformità, nella presentazione e successione dei fenomeni sociali. Ed anche contro questa uniformità si sollevarono obbiezioni; perciò il Lewes osservò che l’espressione, uniformità della natura, potrebbe far credere che il futuro debba rassomigliare perfettamente al presente, che le condizioni presenti, debbano ripetersi esattamente; e cotesta sarebbe davvero una concettura non legittimata da nessun fatto dell’esperienza. Della natura noi possiamo affermare la regolarità non l’uniformità nel senso anzidetto.[308] Preferibile è perciò l’espressione di uniformità della causalità, vale a dire di uniformità nella relazione tra la stessa causa e lo stesso effetto, che conduce a questa conclusione: ciò che è, è e sarà finchè le condizioni rimangono immutate.[309] Ed in vero ciò che rimane di veramente accertato è questa grande legge della causalità, che esclude il caso nel senso volgare della parola ed elimina del pari il libero arbitrio nel senso metafisico. Il caso e il libero arbitrio vengono esclusi dalla evoluzione sociale, perchè noi possiamo stabilire quali fattori la determinano senza, però, riuscire a potere precisare come essi agiscono e quali prodotti daranno.
La enorme difficoltà, se non la assoluta impossibilità, di prevedere il corso della evoluzione sociale e molto meno di [317] predeterminarla deriva da queste tre circostanze: l.º La evoluzione intellettuale continua ci fa scoprire incessantemente nuove forze e ci crea nuovi bisogni, che non possono entrare nel computo delle previsioni e che riescono a risultati nuovi, imprevisti e imprevedibili.
2.º Non è misurabile la quantità di altruismo sviluppatosi negl’individui e meno ancora quello ereditato. Questa misteriosa, ma innegabile forza della eredità, non ci consente la determinazione precisa del carattere dei singoli e delle collettività; nè conosciamo con esattezza quali sono le condizioni, che favoriscono la reversione atavica che agisce anch’essa come causa perturbatrice dell’evoluzione sociale.[310]
[318]
3.º La difficoltà, se non la impossibilità della uniformità dello svolgimento della evoluzione sociale e della relativa previsione e cosciente predeterminazione, deriva anche e più dalla circostanza più volte ricordata in questo libro e cioè: che in sociologia gli effetti alla loro volta si trasformano in cause. Ora queste sono numerosissime e variamente combinandosi tra loro danno luogo a prodotti sempre nuovi, che altri ne riproducono necessariamente diversi dagli antecedenti.[311]
Mi sembra che bastino queste tre circostanze a riconfermare da un lato la grande legge di causalità ed a spiegare la impossibilità di prevedere e predeterminare con sicurezza gli avvenimenti. Esse agiscono, come i sali in soluzione nell’acqua, che modificano il grado della sua ebollizione e del suo congelamento, senza che distruggano il concetto della legge naturale, che regola l’uno e l’altro fenomeno. Ed ecco come gli avvenimenti sociali possono e devono essere considerati come fenomeni naturali dello stesso ordine pur mancando [319] la loro evoluzione di quei caratteri, che contrassegnano le stesse leggi naturali in senso stretto.[312]
Nello intervento di questi modificatori della legge naturale della evoluzione sociale sta la ragione intrinseca del frequente fallimento di molte leggi e di molti provvedimenti dovuti ai politici, anche più sapienti, che vedono mancare i risultati attesi e pei quali furono votate le une e presi gli altri; e tale intervento giustifica pienamente quella politica sperimentale del Donnat, che ad evitare disinganni e danni alle collettività preconizza e consiglia leggi limitate pel tempo e per lo spazio, quali si possono avere soltanto colle organizzazioni federali. Il sin qui detto, pure, lascia intendere quanto di vero e di erroneo contiene la geniale concezione del Quetelet, che volle costituire una Fisica sociale, nella quale agissero continuamente e necessariamente leggi, che avessero i caratteri di quelle naturali.[313]
[320]
Se questi modificatori della evoluzione sociale agissero rapidamente tutta la storia delle società umane sarebbe una successione di casi imprevisti e quasi meravigliosi e cesserebbe anche l’utilità della stessa scienza sociale. Essi agiscono, invece, assai lentamente; d’onde questa benefica conseguenza: quando ci è nota esattamente l’evoluzione passata e presente; quando ci sono noti i fattori principali dell’evoluzione stessa, entro certi limiti possiamo prevedere l’avvenire prossimo, sopratutto possiamo, con cautela non mai soverchia, predeterminare il senso, la direzione, la tendenza della futura evoluzione. Statistici e sociologi, che constatano queste tendenze e le danno per quelle che valgono, perciò, agiscono secondo i canoni della scienza e del sano sperimentalismo.[314]
[321]
59. Pervenuto al termine di queste discussioni sui principii generali del socialismo il lettore non avrà bisogno di alcuno sforzo di attenzione e d’immaginazione per vedere se esistano e quali sono le poche leggi, che sembrano meglio assodate nella sociologia; se, come e quanto esse contraddicano al socialismo. Ciò che si sa dal Tarde sulle leggi dell’imitazione si applica alla rapida diffusione del socialismo e lo spiega; e ancora di più converge con tutto quello ch’è stato esposto in questo libro ciò che lo stesso scrittore afferma sulla intima essenza della legge di opposizione: il campo della guerra e della concorrenza si allarga continuamente, ma per allargare in pari tempo quello della pace e della solidarietà.
Dal Kidd, sappiamo che in ultimo preconizzando una non lontana realizzazione e trasformazione sociale in senso democratico fa del socialismo schiettissimo senza volersi dichiarare socialista. E che importa il nome quando ci è la cosa?
Lasciando da parte le leggi sociologiche del Le Bon, che esprimono delle avversioni e delle antipatie senza che ci diano fatti ed argomentazioni valevoli e le altre del De Greef tutte intese, invece, a dimostrare la giustezza dell’ideale socialista, resta a dire della grande legge dell’evoluzione. È la più vera e la più incontrastabile; ed essa condanna il presente, in quanto lo dimostra destinato fatalmente a scomparire per essere sostituito da altri ordinamenti e da istituzioni trasformate e modificate.
Quello che si sa sulla interdipendenza tra i fenomeni sociali, sulla precedenza e preminenza del fattore economico, sullo sviluppo graduale ma continuo dell’altruismo e della sostituzione della cooperazione volontaria alla forzata, che costituiscono i capisaldi della dottrina evoluzionista, anche con la migliore volontà del mondo non potrà invocarsi contro il socialismo.
Ma evoluzione non vuol dire necessariamente miglioramento, [322] progresso vero. Ed ecco la necessità, l’utilità d’una lotta continua, affinchè per quanto si possa le forze coscienti convergano a far dare all’evoluzione la direzione verso il progresso, verso il miglioramento, attenuando se non eliminando del tutto il ritmo che implica sempre un regresso parziale, per quanto conformemente alla dottrina spenceriana esso non debba mai farci ritornare sino al punto di partenza. E abbordo in ultimo la quistione più grave ch’è quella che riflette la intima natura umana e i moventi, che eternamente guidano gli uomini nell’azione.
Qui gli economisti ortodossi si sentono invincibili e su questa intima natura dell’homo aeconomicus credono che siano assise su basi incrollabili le leggi naturali, che condannano alla irreparabile disfatta il socialismo.
Queste basi si riducono alla cosidetta premessa edonistica, dalla quale sistematicamente verrebbero dedotte le leggi della ricchezza, che costituiscono la scienza economica. Eccola nella sua rigidità e semplicità: gli uomini sono mossi ad agire esclusivamente dal desiderio di conseguire la maggiore possibile soddisfazione dei loro bisogni mediante il minore possibile sacrifizio individuale. Di più l’homo aeconomicus, l’edonista, deve tendere a massimizzare i suoi godimenti per tutto il tempo probabile della sua vita, e non solo nello istante attuale, o in quello immediatamente consecutivo ad esso.[315]
[323]
Questa premessa edonistica comprende in sè quelle due grandi leggi naturali, che sono le regolatrici delle azioni umane: la legge dell’egoismo e la così detta legge del minimo mezzo.
La massima edonistica e le sue due leggi non contraddicono menomamente al fondamento del socialismo, nè come ipotesi, nè come dato sperimentale. Non c’è dubbio che la legge del minimo mezzo non contraddice al principio socialista; tanto che il Pareto, come si è visto, non esclude il fatto e l’ipotesi di una organizzazione collettivista, nella quale gli uomini trovino il massimo della ofelimità.
In quanto alla prima parte della massima, la legge naturale madre, che consisterebbe nel principio visto da A. Smith dello sforzo uniforme, invariabile, costante, non interrotto di ciascuno per migliorare la propria sorte — che costituirebbe la grande legge dell’egoismo, del tornaconto, dell’interesse individuale — anzichè servire per annientare il socialismo, servirebbe efficacemente ad allargarne la base. Dato che questa legge sia unica, esclusiva, inesorabile — e si è visto che c’è una legge superiore dell’organismo sociale, che la limita e la riduce continuamente — non se ne trarrebbe che questa sola rigorosa illazione: bisogna dare alle masse lavoratrici, alla grande collettività coscienza piena ed intera di tale legge per farle agire conformemente alla medesima; non per creare il benessere altrui, ma per assicurare il proprio e — si comprende benissimo — massimizzarlo.
[324]
Questa coscienza cerca di dare il socialismo; e in questa massima edonistica, rigidamente ed esclusivamente intesa, sta il caposaldo del metodo e del principio giustificatore della lotta di classe.
Potevasi in altri tempi invocare trionfalmente cotesta massima contro i socialisti sentimentali; non più contro i socialisti contemporanei — Marx in capolinea — che nella massima trovano la leva più poderosa per destare e spingere all’azione le classi lavoratrici e che alle future trasformazioni le guidano in nome dell’interesse, del tornaconto, dell’egoismo. Non si è riprovato il socialismo, contemporaneo, specialmente il marxismo, per la sua amoralità? I socialisti contemporanei non vengono ogni giorno fatti segno agli strali dei loro avversari, solo perchè in nome del materialismo storico tutta la quistione sociale riducono ad una quistione di stomaco? Rispettateli: essi vogliono applicare rigorosamente il principio dello sforzo uniforme invariabile, costante, non interrotto per il proprio miglioramento e se ne servono, per riunire e disciplinare le forze dei lavoratori sotto la divisa della lotta di classe. La massima edonistica, così, sarebbe come il diavolo, di cui si avrebbe paura dopo averlo evocato.
Il modo come Marx intende l’evoluzione sociale e preannunzia l’avvento di una nuova fase che dovrà seguire alla presente capitalistica, del resto, col suo fatalismo, col suo meccanicismo avrebbe tutti i caratteri di una vera legge naturale.
60. Raccogliamo le vele e concludiamo.
Ciò, che si sa delle leggi sociologiche e dei principii fondamentali della economia o conferma o non contraddice la fede nella continua e graduale realizzazione dell’ideale socialista. Tutta la evoluzione sociale, il passato e il presente autorizzano a sperare che il futuro non sarà diverso e che la [325] direzione, il senso della evoluzione continuerà ad essere socialista.
L’evoluzione è stata sinora dall’egoismo verso l’altruismo; dalla cooperazione forzata alla volontaria; dal ratto e dalla violenza nelle unioni sessuali al consenso ed all’amore; dalla lotta pel necessario alla lotta pel piacere; dalla guerra alla pace, dalla concorrenza alla solidarietà; dal godimento dei pochi al benessere delle moltitudini; dal privilegio all’uguaglianza; dalla uccisione dei vinti alla schiavitù; dalla schiavitù alla servitù; dalla servitù al salariato; dal salariato all’associazione; dalla forza al diritto.
Questo il cammino glorioso percorso sinora dall’umanità: cammino che ha avuto i suoi triboli, le sue amarezze, le sue catastrofi e durante il quale non mancarono gli eccidi, le sconfitte, i periodi tristi, le vittorie, le ebbrezze. In questo cammino vi sono pietre miliari che danno nuova lena e confortano i combattenti a continuare negli sforzi per raggiungere la meta.
L’opera collettiva del progresso si è compiuta sinora in mezzo ad infinite contraddizioni; tutti vi cooperarono, tutti vi portarono la loro pietra. Ma non tutti agirono nello stesso tempo ed ebbero l’identico obbiettivo: chi volle la libertà religiosa talora trascurò quella politica; chi perseguì la trasformazione economica non sempre guardò egualmente all’evoluzione morale. Ognuno ed ogni momento, portò il suo contributo e ciò che fu guadagnato unilateralmente non fu più perduto sotto l’aspetto complessivo. Ogni uomo ogni collettività, ogni momento della storia volse la sua attività a faccettare un lato del poliedro immenso del progresso dell’umanità.
Perchè questa oggi, domani, nell’avvenire prossimo o remoto dovrebbe mutare strada, dovrebbe cambiare direzione? Forse perchè essa diviene sempre più cosciente sui fini da [326] raggiungere? Forse perchè questa coscienza che prima era in pochi, oggi è in molti e più tardi sarà in tutti? Ma questa coscienza che si determina meglio e si allarga sempre più, anzi, non può che accelerare il moto nel cammino da percorrere nel senso e nella direzione sinora percorsa. Quel tanto di altruismo e di moralità acquisiti e consolidati fa sì che l’ipotesi del regresso e della semplice continuazione di quel tanto di mali sociali ancora esistenti spaventa coloro, che potrebbero essere sospettati come gli avversari naturali dell’ideale socialista e costringe un Huxley ad esclamare: «Le migliori civiltà moderne mi sembrano essere la manifestazione di uno stato dell’umanità senza un ideale degno di un tal nome e senza neppure il merito della stabilità... Se l’aumento dell’impero sulla natura e della coltura; se la ricchezza, ch’è il prodotto di tale impero, non devono diminuire l’estensione e l’intensità della miseria e della degenerazione fisica e morale, risultato necessario della miseria fra le masse, allora io non esito a dire, che saluterò come la sola soluzione desiderabile la venuta di una qualche caritatevole cometa, che disperda ogni cosa nello spazio!»[316]
Lo spettacolo dei dolori presenti rattrista l’illustre naturalista darviniano; ma guardando indietro avrebbe trovato argomento di conforto. Comunque in questa stessa imprecazione pessimista dell’Huxley risiede una molla, che scattando deve sospingere tutte le energie umane per far sì che non sia desiderabile la venuta della caritatevole cometa, che dovrebbe disperdere ogni cosa nello spazio.
Questo elemento morale non può che rendere più sicura ed energica la forza, che sospinge innanzi l’umanità nella direzione [327] attuale. Perciò dal passato e dal presente, dai dati e dai progressi materiali, dai dati e dai progressi morali la sociologia per bocca di Spencer risponde che la tendenza nella organizzazione della proprietà, della famiglia dello Stato è verso il socialismo. Questa la constatazione dei fatti e questa l’induzione dai fatti. All’umanità poco importa se colui o coloro che i fatti hanno assodato e le induzioni hanno logicamente tratte, feriti negli interessi o nelle passioni, si contraddicono. Essi nuocciono alla loro reputazione non alla cosa, che per virtù loro stessa venne assodata che resta e non muta.
Ma di tendenza, come di evento sperabile e probabile dobbiamo sempre parlare e non di profezia; molto meno di dettagli, di modalità, di avvenimenti a scadenza fissa che faranno trionfare questa o quell’altra organizzazione. Perciò non ci si deve associare a quel dogmatismo marxista, che dal Sinai della sua scienza preannunzia e profetizza immancabile, fatale l’avvento della preconizzata organizzazione sociale. La previsione qui sorpassa la scienza vera e deve condannarsi.[317] Si condanna questo dogmatismo, ma si conchiude in nome della Storia e della parte più squisita che si è andata svolgendo nel cuore umano — in nome del senso morale — che attraverso agli errori, alle esagerazioni ed alle colpe — e chi non ne ha? — dei socialisti di tutte le scuole, rimane invulnerato e invulnerabile il socialismo come sintesi, o meglio come esponente delle sante aspirazioni verso il miglioramento continuo [328] delle classi lavoratrici, della grande massa della umanità: il socialismo rimane non ostante le persecuzioni, i processi, i dileggi, le calunnie, i massacri. Cento volte ne annunziarono la morte e sempre risorse più vigoroso di prima; credettero averlo ammazzato fanciullo e i suoi avversari se lo trovarono dinanzi gigante.
La speranza, la fede nel suo avvento acquista vigore e si rende intensamente attuosa perchè, guardando nel passato e guardando dapertutto attorno a noi, tutto ci dice che il socialismo incessantemente diviene!
FINE.
1. Fra i tanti che in Italia ai mostrarono benevoli verso di me devo ano parola speciale di riconoscenza all’Angiulli, al Bovio, al Vignoli, al Loria, allo Scarabelli ec.; tra gli stranieri al Tarde, allo Stein, al Gumplowicz ec. Noto, però, che il Gumplowicz ha invertito le parti tra me e Ferri. Mi presenta come un socio-darviniano e dice che il Ferri trasformò l’antropologia criminale in Sociologia criminale e attribuì una maggiore importanza al fattore sociale nella genesi del delitto. (Sociologie et politique). La verità è molto diversa. Contro Ferri combattei il darvinismo sociale; fui il primo a pubblicare un’opera col titolo di Sociologia criminale. Tutta la mia vita, poi, è stata consacrata a distrurre le esagerazioni antropologiche di Lombroso e di Ferri. Ho visto con piacere che il secondo non solo è divenuto socialista, ma si va avvicinando sempre più a me in quanto ai fattori del delitto. Forse verrà giorno in cui si farà un merito di avere confutato le aberrazioni antropologiche. Se ne son viste tante!
2. G. De Greef: Le transformisme sociale. A. Loria: La teoria economica della costituzione politica. Torino 1886; e Les bases économiques de la constitution sociale. Paris 1898.
3. L’évolution régressive en biologie et en sociologie. Paris. Felix Alcan. 1897.
La tesi svolta in collaborazione da questi tre scrittori è la seguente: in biologia e in sociologia evoluzione progressiva ed evoluzione regressiva non sono mai esclusive; i fenomeni del progresso e del regresso in apparenza così contradittori si compenetrano e si completano.
4. Chi vuole avere un’idea del movimento della parte principale della democrazia cristiana legga Il Socialismo cattolico del Prof. F. S. Nitti. L’idea fondamentale ed officiale della Chiesa cattolica sta in varie encicliche di Leone XIII e specialmente in quella De conditione opificium, cui rispose il George: Lettera a Leone XIII sulle condizioni dei lavoratori. Unione Tip. Ed. Torino. Il commento semi ufficiale delle encicliche e la confuta cattolica al socialismo democratico si legge nel Soderini: Socialismo e Cattolicismo. — Desclèe e Lefevre. Roma 1896.
5. Ricordo soltanto i libri di Richter, Bousie, John Rae, Yves Guyot, Kathrein, Fiorentino, Longoni, Garofalo, Martello ecc. ecc. Libri di esposizione serena della dottrina socialista piuttosto che di vero combattimento sono quelli di Verner Sombart: Socialismo e movimento sociale nel secolo XIX traduzione italiana. Palermo. Remo Sandron Editore, 1898; di Alessandro Chiappelli: Il socialismo e il pensiero moderno. Firenze. Succ. Le Monnier 1897; di Stein: Die Soziale Frage im Lichte der Philosophie. Stuttgart Entie 1897; di Seletti: Se il socialismo abbia fondamento scientifico. Parma 1896. Nel libro dello Stein vi sono però deplorevoli confusioni in quanto al movimento intellettuale italiano.
6. Mi dispiace che il Chiappelli abbia considerato come critici autorevoli dal lato scientifico il Guyot e il Richter; ancora di più mi rammarico che abbia messo alla pari il Garofalo e il Pareto. Fra i due scrittori italiani c’è un abisso; quanto è astioso, appassionato e leggero il primo, altrettanto è sereno, obbiettivo e profondo il secondo.
7. L’Economista di Firenze, 26 agosto 1888. Il De Iohannis, benchè darviniano e spenceriano, perchè studioso dei fatti e del movimento contemporaneo, si dimostra scosso nell’antica fede in una lettura fatta all’accademia dei Georgofili di Firenze (7 luglio 1895) Sui rapporti tra capitale e lavoro.
8. Novembre 1883.
9. Zeitschrift für die gesammte Strafrechtswissenschaft di Liszt e Dochow.
10. Rivista di Filosofia scientifica. Anno 2.º N.º 3 e 4.
11. Si vegga tra gli altri: Federico Fiora: Finanza e quistione sociale. Torino Roux e Frassati e le risposte date al quesito posto nel Giornale degli Economisti dal Principe di Belmonte. Anno 1897. Uno scrittore russo, davvero geniale, il Novicov, logicamente applica il darvinismo alle società umane per l’analogia troppo stretta ammessa tra biologia e sociologia (La Iustice et le darvinisme negli Annales de l’istitut international de Sociologie Tome 1.er e Les luttes entre les sociétés humaines. Paris 1895).
12. Enrico Ferri convertitosi al socialismo oggi dà ragione a Virchow e crede che il darvinismo abbia favorito la propaganda socialista. Il Chiappelli, invece, è di contrario avviso e ricorda che quasi tutti i socialisti Marx, Engels, Malon, Lafargue, Deville etc. — hanno combattuto il darvinismo sociale. Sto col Chiappelli. Se il darvinismo non contraddice scientificamente il socialismo, ciò non vuol dire che l’abbia realmente favorito; sarei curioso di vedere la dimostrazione, che il Ferri potrebbe fare della propria opinione. Il Setti ha dimostrato al Ferri che la socialista lotta di classe non può essere ritenuta come l’equivalente darviniana lotta per la vita. (Il Lamarkismo nella sociologia p. 19). In tutti i suoi scritti lo ha combattuto da oltre quindici anni il Loria. Nell’ultimo, però, rileva che il darvinismo sociale riesce conservatore nel buon senso della parola. «Se vi ha teoria profondamente conservatrice, egli dice, è precisamente quella che considera i fenomeni sociali come indipendenti dell’arbitrio umano; e dirò di più: se vi ha dottrina profondamente sovversiva, tale è quella che considera i fatti sociali come il prodotto dell’umano volere.» (La proprietà fondiaria ecc. p. 151, op. citata p. 69, 70 e 72).
13. Da questo scritto in certo modo si potrà comprendere qual’è il principio fondamentale della teoria darwiniana, nella parte almeno che ha attinenza con la quistione sociale. Non così per quella spenceriana. La formula generale della evoluzione, secondo l’illustre filosofo inglese, è la seguente: L’evoluzione è una integrazione di materia accompagnata da una dissipazione di movimento, durante la quale la materia passa da una omogeneità indefinita, incoerente, ad una eterogeneità definita, coerente e durante la quale del pari il movimento ritenuto subisce una trasformazione analoga. (H. Spencer, Premiers Principes. Ed. Germer et Baillère). Impossibile dare qui uno svolgimento, anche sommario, di questa formula e metterne in evidenza le applicazioni sociali; occorrerebbe un libro di maggior mole del presente per fare ciò. Una critica vigorosa della formula spenceriana dell’evoluzione si può leggere nello scritto di N. Michailowsky: Qu’est-ce que le progrès? che rimonta al 1869 e ora è stato tradotto in francese e pubblicato a cura della Revue Socialiste Paris 1897. Ernesto Haeckel nell’ultimo suo scritto: Il monismo quale vincolo tra religione e scienza (Unione Tipografica Editrice Torino 1895) ripete la condanna della democrazia sociale in nome del darvinismo; ma mi pare che vi manchi l’assolutismo di una volta e riconosce che l’applicazione pratica dei principî della scienza moderna nelle quistioni politiche e sociali possa farsi nei modi più diversi.
14. Non è male avvertire che alla monere oramai non crede più nessuno tra i naturalisti eminenti.
15. Alunni scienziati (Mivart, Zahn etc.) oggi cercano conciliare il cattolicesimo colla teoria dell’evoluzione. (G. B. Grassi: Critica della filosofia zoologica. Roma 1898). Tra i letterati in Italia si sa che propugna questa conciliazione il Fogazzaro.
16. Di capitale importanza per la erudizione e per la facilità dell’esposizione è l’opera di Yves Delage: La structure du protoplasme et les théories sur l’évolution. Paris 1685. Le idee di Darwin, di Weismann, di Delage e di Nägeli sono esposte con chiarezza da Pareto: Cours d’Economie politique Tom. II. Rouge. Lausanne. 1897.
17. Il professore Grassi ha protestato ancora più energicamente contro questa applicazione del darvinismo nella Sociologia negli scritti: Metodi e fini della Morfologia (Roma 1896) e nella Critica della filosofia zoologica. (Roma 1898). In quest’ultimo lavoro in una nota si dichiara di accordo con me contro Lombroso.
18. «Io adotto l’ipotesi di Darwin, dice l’Huxley, colla riserva, che si producano le prove della possibilità di produzione di specie fisiologiche, in seguito ad un accoppiamento elettivo, nel modo stesso che un fisico-filosofo può accettare la teoria delle ondulazioni della luce, colla riserva di provare la esistenza dell’etere ancora ipotetico, nel modo stesso altresì, che un chimico adotta la teoria atomica, a condizione di provare l’esistenza degli atomi; ed io pure adotto la teoria di Darwin per le stesse ragioni, cioè perchè essa ha una immensa cifra di probabilità, che di subito ci si presentano, perchè ci offre il solo mezzo attualmente in poter nostro di ordinare il caos dei fatti osservati e finalmente perchè costituisce il più potente strumento d’investigazione che sia stato presentato ai naturalisti, dacchè si è trovato il sistema naturale di classificazione e si è cominciato lo studio sistematico dell’Embriologia.» (L’Uomo nella Natura. Traduzione italiana. Ediz. Treves, V. p. 137 a 143).
19. La teoria dello Spencer, oltre che dal De Roberty, da molti altri è stata considerata come metafisica. In Italia anche il De Dominicis considera il sistema spenceriano come metafisico. Il Naville fece un vigoroso attacco contro il principio generale dell’evoluzione. Ha praticato in pari modo il Malcolm Guthrie, che arriva a dire che la formula dell’evoluzione enunziata dall’autore del Primi principî non spiega che un piccolissimo numero di fenomeni. L’Ardigò e il Bovio e parecchi altri attaccano l’inconoscibile; e il Puglia, positivista ed ardente campione della scuola antropologica di diritto criminale, non esita ad annoverare il sistema spenceriano tra i teologici, perchè coll’inconoscibile crede che si dia base sempre più stabile alla religione. (L’evoluzione del diritto penale etc. pag. 206). A giudizio di Romanes l’evoluzione ha rinforzato la religione; e con ragione il Negri considera lo Spencer come il gran Sacerdote del Dio Ignoto.
Il Carrau alla sua volta al positivismo darvino-spenceriano rimprovera che esso parli di tendenza a conservare il tipo degli antenati (eredità), di tendenza ad eliminare i meno atti nella lotta per l’esistenza (selezione) come se la parola tendenza non implicasse una teleologia immanente alla natura stessa e che esclude il puro meccanicismo. (Revue Philosophique Juin 1887, p. 651). Altrove, e in Germania in ispecie, fu fatto segno alle più vive critiche il modo con cui lo Spencer spiega l’origine e l’evoluzione della religione. E così per altri punti. Anche politici di prim’ordine, come lord Salisbury: (Les limites actuelles de notre science. Paris 1895) e Balfour (The foundation of Belief) sono scesi in campo contro lo Spencer. Il grande filosofo ha risposto vittoriosamente al primo nel Journal des Economistes (15 ottobre 1895).
Il prof. Loria nella pregevole commemorazione di Karl Marx pubblicata nella Nuova Antologia, rimproverò a Spencer di aver tenuto poco conto nella sua Sociologia dei fenomeni economici, mentre l’applicazione sociale della dottrina dell’evoluzione fatta dal Marx ritiene più scientifica, significante e profonda per lo appunto per avere evitato tale errore. Il Ferri nella prima edizione di Socialismo e criminalità ne lo scagionò, asserendo che l’opera di Spencer non essendo completa non la si poteva ancora giudicare. — Altrove soggiungeva che lo Spencer occupandosi di una sociologia generale non aveva obbligo di scendere ai dettagli economici. Ma perchè si è tanto indugiato allora per assodare la evoluzione di tante altre manifestazioni della vita, di minore importanza che non quella economica?
L’opera di Spencer oramai si può dire che volge al suo termine e la parte economica non ha trovato posto nella sua grande esposizione sistematica della teoria dell’evoluzione. E il Ferri ora riconosce che è avanzata la decadenza intellettuale dello Spencer. È dello stesso avviso F. S. Merlino, che fece una critica acuta delle sue teorie nella Société Nouvelle (Les progrès de la science politique et M. H. Spencer. Agosto 1893).
20. Una parte di questo capitolo nella prima edizione costituiva il capitolo III sotto il titolo di: La lotta per l’esistenza nell’organismo sociale.
21. Giustizia vuole che si ricordi che sin dal 1827 Milne Ewards nel Dictionnaire classique de l’histoire naturelle formulò la legge della divisione del lavoro nell’organismo paragonandola alla legge analoga dell’economia politica. Tra naturalisti ed economisti c’è stato scambio o prestito d’ipotesi.
22. Il Lilienfeld nella sua smania di confondere una società umana con un organismo non consente nemmeno allo Spencer di considerare la prima come un superorganismo. Vedi Riforma Sociale 10 Agosto 1896. (L’organizzazione sociale è un superorganismo?)
23. Il Loria che combattette in molti scritti questa stretta analogia tra organismo e società il proprio pensiero lo riassunse in un articolo critico sul libro di Worms: Organisme et société (Paris Giard et Brière 1896) pubblicato nella Rivista popolare (anno 2º N. 10). Per Asturaro vedi: La sociologia, i suoi metodi e le sue scoperte (Genova 1897). Il libro di Icilio Vanni: Prime linee di un programma critico di sociologia è di data più antica e fu esaminato da me nell’articolo: Un sociologo ottimista nella Rivista di filosofia scientifica del Morselli (Maggio 1889). Il Vaccaro è pure tra quelli che in tutti i suoi scritti ha combattuto la scuola biologica; ultimamente nella Rivista popolare (Ancora del sensorio sociale. Anno 2º N. 24) in risposta ad un articolo del Novicov sul sensorio sociale pubblicato nella stessa Rivista. Obbiezioni gravi contro l’esagerata analogia tra organismo individuale e organismo sociale espose il Bonelli: L’individuo in biologia. (Rivista di filosofia scientifica. Dicembre 1884).
24. Asturaro: Gl’ideali del positivismo p. 87 e 88, Loria: Articolo citato, L. Stein: Op. citata. Mentre correggo le bozze di stampa non è uscito ancora il volume che contiene il resoconto ufficiale dell’ultimo congresso di Sociologia; un riassunto abbastanza buono della relazioni presentate e delle discussioni si può leggere nell’Humanité Nouvelle. Paris 1 Octobre 1897. Tutto il libro del Mikhailowsky riesce pure una critica efficace della teoria biologica della Sociologia; le leggi sociologiche come le intende Stein non sono che le leggi statistiche. Intendendole allo stesso modo nell’inaugurare le lezioni di Statistica nell’Università di Palermo nell’anno scolastico 1891-92 m’intrattenni degli intimi rapporti tra Sociologia e Statistica. Sulle frequenti analogie tra biologia e sociologia vi sono riserve ben giustificate in tutto il libro di Demoor, Massart e Vanderwelde (specialmente a p. 8 e 18) quantunque destinato a trattare della evoluzione regressiva nelle piante, negli animali e nelle società umane.
25. Vol. I. Capitolo I.
26. Charles Letourneau in una serie importante di volumi della Bibliothèque anthropologique internationale consacrata alla evoluzione delle istituzioni sociali consacra sempre il primo capitolo al fenomeno del regno animale, che corrisponde alla data istituzione. Roberto Ardigò espone una bella analogia relativa al grado di sviluppo e alla specialità degli organi nella biologia e nella sociologia, che va dalla semplice vita vegetativa alla nervosa nell’uno e dalla reazione individuale ed ex lege tra gl’individui alla formazione del potere dirigente (organo della giustizia) nella società. Mostra come la vita vegetativa possa e debba coesistere colla nervosa in un organismo biologico e similmente nell’organismo sociale. (Ardigò. Sociologia Vol. IV. Opera p. 13 a 20). Però in ultimo l’analogia non mi pare assai esatta. Infatti dice che nell’organismo sociale vi sono atti di due specie relativi alle due forme di reazione sociale: una iniziale dipendente dal talento degli individui consociati, e altra superiore del Potere. La prima è la reazione della Convenienza; la seconda è la reazione speciale propria del Potere (analogo al sistema nervoso) richiama la reazione della Giustizia. «E così la Convenienza sarebbe l’analogo della attività vegetativa; e la Giustizia l’analogo della sua attività vitale (che ha per organo il sistema nervoso) p. 20. Ora si osservi: 1º che la attività vegetativa è di ordine inferiore alla vitale, mentre molti atti appartenenti alla reazione di convenienza, sono più squisiti ed elevati di quelli appartenenti alla reazione della Giustizia. Anzi può dirsi che a questa appartengono gli atti fondamentali della attività vegetativa. 2º Che nella società umana vi ha tendenza e passaggio continuo degli atti della reazione di convenienza in quelli della reazione di giustizia e viceversa.
27. In modo perfettamente identico si esprime uno scrittore non socialista di prim’ordine «Quando si parla del corpo sociale non si fa ciò per metafora. Le membra, che lo compongono, dice il Fouillée, sono uniti da una solidarietà non solamente storica, ma organica. Ora che cosa pensereste di un corpo in cui il nutrimento affluirebbe alla testa e allo stomaco con prevalenza e ben poco alle gambe e alle braccia? Non vi sarebbe pletora da un lato, atrofia dall’altro e per conseguenza doppia causa di deperimento?» (Le propriété sociale et la démocratie).
28. E. Morselli: Sul socialismo antico di Cognetti De Martiis nella rivista: La letteratura. 1890. N.º 12.
29. Les sociétés animales. 2.ª Ed. p. 158.
30. Queste osservazioni del Krusinski dicono perchè in questa seconda edizione, dopo tredici anni, non ho mutato nemmeno una virgola al ragionamento del Prampolini.
31. Wilhelm Roux: Der Kampf der Theile im organismus. Leipzig 1881; Functionelle Anpassung. Leipzig 1895. Il Prof. Grassi, che mi ha dato parecchie indicazioni mi osservava che il Roux è divenuto partigiano del Weismann, che nega la trasmissibilità dei caratteri acquisiti. E allora a che si riduce l’azione perfezionatrice della lotta tra le parti di un organismo?
32. Il Novicow dice che l’uguaglianza è una chimera e tra i tanti esempi per provare l’asserzione riporta dal Richet questo brano: «Tutto il mondo sa che gli animali sottoposti all’inanizione dimagriscono. Ciò è scientificamente giusto. Il grasso diminuisce presso di essi del 100%, i muscoli del 50% ma il peso del cervello degli animali morti d’inanizione non è sensibilmente diminuito.» (Revue Scientifique. 25 Maggio 1889, p. 647). E lo scrittore russo continua: «il cervello riceve un’alimentazione di molto superiore a quella delle altre parti del corpo. In tempo di crisi, gli organi si spogliano per mantenerlo. Il cervello compie la funzione più importante nell’organismo e perciò riceve un trattamento privilegiato. Non c’è dunque eguaglianza tra le parti del corpo vivente.» Les luttes entre sociétés humaines. Paris F. Alcan. 1896, p. 496 e 497). Tutto ciò serve al Novicow per giustificare la esistenza delle aristocrazie. Come le intende lui non sono ripugnanti; ma sulle aristocrazie avrò agio di ritornare in un altro capitolo. Qui basta rilevare che questa maggiore nutrizione del cervello corrispondendo ad una maggiore funzione, non è ingiusta nemmeno nel senso socialista. Ma conformemente alla ipotesi del Roux la maggiore nutrizione condurrebbe ad un maggiore sviluppo dell’organo. A ciò potrebbero concludere anche le osservazioni di Broca sullo sviluppo progressivo del cranio contraddette da tanti altri antropologi. Però se questo continuo sviluppo del cranio e del cervello dovesse verificarsi e continuare non avremmo più l’uomo attuale, ma un mostro tutto cranio — e con cranio forse spelato. A questo proposito il Grassi mi osservava che lo sproporzionato sviluppo di certi organi — canini superiori nello Smilodon, corna nel Cervus dicranius ec. — forse condusse alla scomparsa di quelle varietà. Non dovrebbe avvenire dello stesso coll’uomo e colla società umana?
33. Genesi del diritto penale. Appendice alla parte prima. Paragrafi 9 e 10.
34. Kulturgeschichte in ihren natürlichen Entvichelung. 1875. Augsburg. Citato da Caporali: Nuova scienza. Anno 3º Fasc. 4º p. 451.
35. Il Gumplowicz in uno dei suoi ultimi libri (Sociologie et politique, Giard et Brière. Paris. 1898) esclude la lotta tra i singoli individui e la porta tra le classi e tra i gruppi sociali. «La legge superiore della Storia, egli dice, può racchiudersi nella formula seguente: il più forte la vince sul più debole; due eguali in forze si uniscono per essere superiori ad un terzo eguale in forza; e così di seguito.» (p. 171). Non so come l’illustre professore di Gratz sia riuscito a comprendermi, giudicando dalla prima edizione di questo libro, tra coloro che vogliono applicare le leggi darwiniane alle razze umane. (p. 268).
36. Nautet: Société Nouvelle. Agosto 1890. Questi darwiniani suscitarono l’indignazione di Alfonso Daudet, che li denunziò con eloquenza in: La lutte pour la vie.
37. L’opposition universelle. Paris. F. Alcan 1897 p. 364 a 374.
38. E. Ferri comprese nella Sociologia lo studio degli animali (Socialismo e criminalità) p. 58 e 92. Il Boccardo volle distinta la Sociologia dalla Biologia; ma non disse in che si distinguono e quali tra le leggi, che governano la seconda, continuano la loro azione nella prima (La Sociologia). Pref. al vol. VIII della 3ª Serie della Biblioteca dell’Economista.
39. L’évolution de la morale p. 83 a 102.
40. Russel Wallace: La selection naturelle. Traduzione francese di De Candolle. Citato da Iolly nella Psychologie des grandes hommes.
41. Lanessan: La lutte pour l’existence et l’association pour la lutte. In Italia il Mattirolo si è occupato della simbiosi. La storia degli animali dunque, conferma le vedute dei socialisti sulla solidarietà, che dovrà regnare nella società umana; e se l’Espinas riferendosi ai primi ha potuto affermare che: «l’idea di società è quella di un concorso permanente che si prestano per una medesima azione degli esseri viventi separati; (Les sociétés ec. p. 157), a fortiori ciò deve applicarsi alle società umane. Nelle quali — in ciò di accordo con Gumplovicz — il germe delle leggi sociali non deve scorgersi nell’individuo isolato come vorrebbe la sociologia spenceriana.
42. Il D. Pioger nella solidarietà sociale scorge un caso della Solidarietà Universale, che deriva dall’evoluzionismo spenceriano, nel senso che tutti gli elementi della natura sono tra loro mutuamente dipendenti gli uni dagli altri. De la Solidarité social (nelle Revue Socialiste Novembre 1891). Il lettore comprende che qui non ci si può occupare della distinzione fatta da Wundt tra appercezione attiva e passiva ed è bene avvertire che si deve sempre andar guardinghi nell’interpretare ciò che si vede nell’animale con grossolani criteri antropologici.
43. Giornale degli Economisti. Luglio e agosto 1891. Gli rispose, in parte vittoriosamente, il De Johannis (Punto di vista) nello stesso G. degli Econ. (Settembre 1891) scagionando Darwin dalle esagerazioni degl’epigoni.
44. Ho combattuto l’ignorabimus in Sociologia Criminale Vol. I p. 145 e seg. Eppure ci sono stati positivisti, che si scandalizzarono della mia prudenza!
45. Angiulli: La filosofia e la scuola Napoli 1887; Vanni: Prime linee di un programma critico di Sociologia. Il Vignoli, informandosi al più rigido monismo si è intrattenuto magistralmente dei caratteri differenziali tra l’uomo e l’animale e del paesaggio graduale dall’uno all’altro in varie monografie. Ritorna sull’argomento nella prolusione al corso di Antropologia dell’anno 1897-98 nell’Accademia scientifico letteraria di Milano per istabilire l’unità fondamentale della specie umana. (Il pensiero italiano. Gennaio 1898).
46. De Roberty: Op. cit. p. 160. La lotta bestiale risorge nelle colonie da parte dei superiori contro le cosidette razze inferiori. Me ne sono lungamente occupato in Politica coloniale. Quale forma scellerata possa assumere questa lotta lo dice pure il Novicov (Les luttes entre sociétés humaines. Paris 1897 p. 66). Questi ricorsi confermerebbero la giustezza della veduta brillantemente svolte da Loria nell’Analisi della proprietà capitalista dove nelle colonie vuole studiare lo svolgimento delle società primitive.
47. Lois scientifiques du développement des nations. Ed. Germer et Baillère p. 149. Chieggo venia al benevolo lettore di queste citazioni, colle quali non pretendo che, giurandosi in verba magistri, si risolva ogni questione. Voglio metterlo in guardia con le medesime, contro l’unilateralità e la parzialità di molti darwinisti italiani, che volendo far servire la teoria alla loro politica conservatrice, non citano che l’Häckel. Certo è grandissima l’autorità di questo scienziato; ma perciò si può disconoscere quella di Espinas, di Wallace, di De Roberty e di altri sommi naturalisti e sociologi, che come si è visto, interpetrano diversamente dal professore di Iena l’azione della lotta per la esistenza sulle società umane?
48. Powell: Discorso nel Congresso di Cleveland (agosto 1888) dell’associazione americana pel progresso delle scienze in Rivista di Filosofia scientifica gennaio 1889, p. 61. Mayr: La Statistica e la vita sociale. Traduz. italiana da Salvioni, p. 4. Loria: La proprietà fondiaria e la quistione sociale p. 54 e 174.
49. Icilio Vanni (Saggi critici sulla teoria della popolazione p. 71, 104, 110 e 112) ha ristabilito l’esatta interpretazione del pensiero di Darwin. Per Spencer veggasi in Chiappelli Op. cit. p. 93. L’insufficienza dalla selezione naturale lo Spencer ammetteva anche per gli animali e per le piante. Sarei curioso di conoscere come Enrico Ferri accomoda la sua legge biologica della delinquenza, secondo la quale la buona alimentazione si traduce in reati contro le persone, colle dottrine socialiste che oggi professa, e che tendono ad assicurare migliori condizioni economiche ai lavoratori. Il maggiore benessere si tradurrebbe in maggior numero di reati gravi!
50. Questa conservazione in una fase di evoluzione di alcune manifestazioni della fase antecedente viene svolta da par suo dall’Ardigò: La formazione naturale. Vol. 2º delle sue opere filosofiche. Padova 1887. Lo ha ricordato opportunamente E. Ferri: Socialismo e scienza positiva p. 108.
51. F. A. Lange, tra i primi discorse con serenità scientifica dei rapporti tra altruismo e lotta per la esistenza con deduzioni socialistiche nella sua geniale: Die Arbeiterfrage. Vedi Cap. I. Der Kampf um das Dasein e Cap. II. Der Kampf um die beforzugte Stellung 4.ª edizione.
52. Sulla genesi utilitaria dell’altruismo si leggano vari scritti di Stuart-Mill e particolarmente: L’utilitarismo; Letourneau: L’evolution de la morale; Maudsley: Body and will; Marion: De la solidarité morale; Tanzi: Pazzi morali e delinquenti nati; e tanti altri. Il Wundt tra i positivisti nega la genesi utilitaria dell’altruismo, che ammette come forma parallela e contemporanea dell’egoismo; ma la sua dimostrazione non pare convincente (Durkheim: La morale en Allemagne nella Revue Philosophique. Agosto 1887). Il Gumplowicz ammette pure una forma naturale che riunisce e rende solidali gli uomini dei gruppi primitivi e che poscia li assimila e fonde in popoli, stati, nazioni. Chiama tale istinto egoistico della collettività: singenismo (Die Rassenkampf. Cap. 26º). In un Sociologo pessimista (Milano 1886. F.lli Dumolard) ho mostrato come questo primitivo singenismo contraddiceva il pessimismo sistematico dell’illustre professore di Gratz. Non voglio por termine a questa nota senza rilevare che non mi convince neppure ciò che scrive l’Ardigò. Questi sostiene vigorosamente che il contegno morale, l’altruismo dell’uomo non deriva nè dall’idea dell’utile, nè da quella religiosa (Sociologia p. 76 a 78) Sono pienamente di accordo in quanto all’altruismo innato, ereditato; non così per quello iniziale. Lo stesso Ardigò a p. 84 scrive: «In una parola, la Prepotenza è la scienza che l’individuo ha acquistato PEL FATTO DELLA PROPRIA ATTIVITÀ, che esso ha esperimentato; la Giustizia è la coscienza che nell’individuo stesso ha dovuto formarsi del FATTO DELLA EQUIPOLLENZA DEGLI ALTRI INDIVIDUI dato dalla esperienza delle prepotenze concorrenti nella società.» Ora questo secondo esperimento delle Prepotenze concorrenti non è quello, che gli ha dimostrato la utilità di rispettare la sfera della attività altrui, per vedere rispettata la propria? Più giù aggiunge: «Il concetto umano della Giustizia si forma da quello della prepotenza per l’equilibrio di molti prepotenti nella loro concorrenza sociale.» (pag. 86). In quanto alla parte crescente di altruismo nella società umana si vegga Guyau: La morale d’Epicure nella conclusione. Tolstoi, poi, nell’altruismo scorge la felicità.
53. Nell’originale inglese: The data of ethics.
54. L’origine dell’uomo, cap. 3, e cap. 5.
55. Mutual aid among the savages nella Nineteenth century del 9 aprile 1891; Mutual aid among the barbarians del 9 gennaio 1892. Questi due magnifici articoli sono stati pubblicati in francese nella Société Nouvelle di Bruxelles nei numeri di gennaio, febbraio e giugno 1892 e di gennaio 1894. Un professeur nelle Revue Socialiste (Febbraio 1892 e Giugno 1894) sostiene brillantemente la cooperazione e la solidarietà non solo tra gli uomini, ma anche nella biologia. La cooperazione e la solidarietà costituiscono la vera caratteristica della vita sociale umana secondo il Metchnikoff ch’è stato genialissimo nel dimostrare come le condizioni fisiche abbiano contribuito nel generare i primi germi della cooperazione e della solidarietà (La civilisation et ses grands fleuves historique. Preface). Il Maggetti opportunamente ha ricordato che la cooperazione non venne designata come caratteristica della società umana da Comte e da Spencer: Aristofane e Cicerone li avevano preceduti; e prima di loro Confucio aveva lasciato questa sentenza chiara e semplice: la legge della vita è la reciprocità. (Genesi ed evoluzione della beneficenza p. 32). Se i membri di un orda, soggiunge Novicov, si fossero lacerati tra loro come tante bestie feroci, l’orda stessa non avrebbe potuto sussistere. (Les Gaspillages ec. p. 244).
56. Sulla evoluzione dell’altruismo si possono leggere molti scrittori recenti. È tratteggiata bene e sinteticamente da F. S. De Dominicis: La pedagogia e il darvinismo, Napoli 1879.
57. «La pace perpetua è un sogno e non è un bel sogno. La guerra è santa e d’istituzione divina; essa mantiene negli uomini tutti i nobili sentimenti: onore, virtù, coraggio; essa impedisce al mondo d’imputridire. La guerra esercita un’influenza benedetta.» Maresciallo Moltke: Risposta ad un indirizzo della società per la pace. «La guerre, voila, je ne m’en cache pas, ce qui me semble a moi l’ideal de la vertu humaine et le comble du ravissement.» Proudhon: La guerre et la paix. Tome 2.º p. 235 e 236. Lavisse, Lapouge, De Candolle, Odysse Barrot, Gumplowicz e molti altri minori fanno l’apologia della guerra. Il Gumplowicz, per l’appunto, considera la guerra come la legge suprema degli Stati (Sociologie et politique p. 190 e seg.) In favore della guerra, come esplicazione della lotta per la esistenza si trovano alcune pagine notevoli nel libro di Fulvio Cazzaniga: L’ambiente Cremona 1886 p. 128 e seg. e in un libro anonimo sulle Presenti nostre istituzioni militari edito dal Voghera. Roma 1895.
58. Il Tarde, che la genialità delle sue concezioni talora offusca con qualche volata metafisica, ha voluto anche accennare a quello, che sarebbe stata l’evoluzione dell’umanità senza la guerra, affermando che sarebbe stata migliore. (L’opposition universelle. Paris. 1897. Felix Alcan p. 393). Non è questa una ipotesi assolutamente metafisica? Altri mettendosi da un punto di vista opposto a quello degli apologisti della guerra, affermano che essa non fu mai utile (Novicov: Les luttes p. 128). «La guerra è un fenomeno naturale, come la febbre; è la prima soluzione erronea, che quasi tutti i diversi rami della famiglia umana hanno dato al problema della propria felicità.» (Ferrero: Il militarismo. Milano 1896 p. 6 e 63).
59. Il De Molinari, ch’è tra i benemeriti nella guerra contro la guerra ammette che la lotta brutale armata dannosa sarà sostituita dalla lotta industriale e dalla concorrenza benefica; che la scienza, il capitale e la forza morale prevarranno contro la forza puramente animalesca (Formes et transformations de la concurrence. Nel Journal des Ec. Octobre 1885 p. 19). Egli da buon liberista non vede i danni enormi della concorrenza industriale che fa le sue vittime e prepara le sue degenerazioni al pari della guerra. Anche Novicow crede eterna la lotta, ma attenuantesi continuamente da quella fisiologica (cannibalismo) a quella intellettuale (conversione). (Les luttes ec. e nelle altre sue opere). È evidente che l’ultima forma impropriamente viene considerata come una lotta.
60. Sociologia, II e III vol. Principalmente parte V, Cap. I.
61. Anche il Proudhon, che della guerra fece una calorosa apologia nella citata sua opera finisce col dichiararla oggi perniciosa, e mi sorprende che il Tarde lo abbia messo, in compagnia di De Maistre e del Dr. Le Bon, tra coloro che credono la guerra perpetuamente necessaria (op. cit. p. 391).
L’azione degenerativa della guerra — selezione al rovescio — viene oggi riconosciuta anche da Lapouge, sulle cui idee avrò agio di ritornare. I danni economici delle guerre, crescenti con progressione geometrica, sono messi in luce sinistra in tutte le opere brillanti del Novicow e specialmente in: Les luttes ec. Les gaspillages ec.; La science Sociale. In una futura conflagrazione europea dovrebbero scendere in campo da dodici a quindici milioni di combattenti, che in alcuni mesi distrarrebbero da trenta a quaranta miliardi di beni (Les luttes p. 689). Queste cifre sembrano fantastiche e forse sono al disotto del vero. Nel The Financial Reform Almanack del 1894 (Londra) c’è un parallelo assai istruttivo sullo sviluppo del debito pubblico e delle guerre dell’Inghilterra.
62. Essais de philosophie naturelle. Troisieme partie. L’homme p. 155. Sin dal 1880 nel giornale Il Secolo di Milano, combattei uno storico francese, il Lavisse, che nella Revue Philosophique, in nome del darwinismo, ma negando evidentemente la teoria dell’evoluzione, sosteneva l’utilità e la necessità della guerra in perpetuo. Ho avuto molte occasioni per combattere l’utopia della guerra perpetua, che fa il paio con quella della pace perpetua e specialmente nell’articolo: Le due utopie nella Rivista italiana del socialismo (Anno 1887) e in due conferenze tenute in Milano nel 1893 e 1895 per iniziativa di T. E. Moneta, il benemerito apostolo della pace. Come la guerra moralizzi dimostrai nella Sociologia Criminale (Vol. 2º paragrafo 140); e come incivilisca nella Politica coloniale.
63. Herbart citato da Schaeffle: Vita e struttura del corpo sociale Vol. 2.º p. 794. Contro la guerra oggi la crociata benefica e incessante non viene condotta dalle sole società per la pace — e ricordo con orgoglio che fui corrispondente sin dal suo nascere del giornale Les Etats Unis d’Europe organo della Lega per la pace e per la libertà che tenne il suo primo congresso in Ginevra nel 1867; — ma gli economisti e i sociologi e i filosofi vi hanno consacrato opere di grandissimo valore. Oltre le opere più volte citate del Novicow mi vengono alla mente: G. Tarde: L’opposition universelle. Paris F. Alcan; I. Scarabelli: Causa di guerra in Europa e rimedi. Ferrara 1890. Tra gli economisti celebri il De Molinari e il De Laveleye combatterono la guerra vigorosamente. (De Laveleye: Les causes de guerre en Europe. Paris. Guillaumin 1873; De Molinari: L’évolution économique au XIX Siècle; L’Evolution politique et la révolution; La morale économique ec. ec. Paris Guillaumin etc.) Il Lacombe in una magnifica opera sulla famiglia romana ha tratteggiato stupendamente la corruzione e la degenerazione fatalmente derivate dalle conquiste di Roma antica. (La famille dans la Société romaine). L’azione demoralizzante della guerra e del militarismo è stata da recente assodata da Ferrero e da Hamon (Psychologie du militaire professionelle Paris et Bruxelles Rogez. 1893.) Il libro di Hamon è stato tradotto in italiano, spagnuolo e tedesco. Contro i fatti s’infrangono i sofismi degli anacronistici difensori del militarismo. È falso poi che la pace infiacchisca gli animi e tolga vigore alle fibre umane: l’energia dei Nord-americani è la prova migliore del contrario.
64. (L’opposition ec. p. 444). N. Marselli, La guerra e la sua storia. Vol. Iº p. 103. Questa confessione nella bocca di uno storico-militare è preziosa. Egli, contro i declamatori, sostiene i grandi vantaggi della pace e dell’abolizione degli eserciti stanziali. Durando i quali, la guerra fatalmente riapparisce, perchè l’organo vuole sempre funzionare, la funzione è la sua condizione vitale. Il Marselli pruova, che gli Stati Uniti, tenendo conto anche delle spese enormi della guerra di secessione hanno di che rimaner contenti della mancanza di esercito permanente. La guerra di secessione inoltre dimostra che la lunga pace non infiacchisce la fibra umana. Un altro generale ha dimostrato più da recente che la storia sta in favore della graduale scomparsa della guerra e della sostituzione dell’arbitrato. (Generale Jung: La guerre et la société. Cap. V.). Anche Häckel riconosce che la lotta per vivere nelle società umane diviene ognora più una lotta intellettuale e sempre meno una battaglia con armi micidiali (La création naturelle p. 155). Ho combattuto i danni del militarismo anche nell’interesse della difesa dello Stato nello scritto: La difesa nazionale e le economie nelle spese militari. Catania 1892.
65. Quale concetto si avesse altra volta dell’uomo, che non fosse membro di un dato gruppo sociale, più che dagli innumerevoli esempi che ci somministrano i selvaggi, i barbari e i popoli civili dell’antichità (Atene e Roma comprese) si rileverà meglio da questo dato ricavato dalla storia della regione più colta e più mite d’Italia nello splendido periodo dell’efflorescenza repubblicana: «Il forestiero (s’intenda l’italiano non nato nel comune) si trovava male in tutti i comuni d’Italia, dice il prof. Falletti Fossati; in Siena, ad esempio, era posto come fuori della legge, non poteva valersi dello Statuto, nè intentare una causa contro un cittadino Senese, perchè nessun giudice aveva facoltà di ascoltarlo e nessun avvocato di sostenere le ragioni..... Per la sua uccisione non c’era che una pena di mille lire senza altro.» (Costumi Senesi; nella Rivista di Discipline carcerarie. Anno 1884 pag. 58 e 59).
66. È celebre l’arbitrato per la quistione dell’Alabama. Ma ha importanza maggiore il trattato per l’arbitrato permanente tra l’Inghilterra e gli Stati Uniti sebbene non abbia avuto la sanzione del Senato americano. Sull’arbitrato e sui conflitti internazionali c’è una ricchissima letteratura; in Italia corrono per le mani di tutti i libri del Senatore Augusto Pierantoni.
67. L’incivilimento. Milano. Edizione Daelli.
68. Fu data lode grandissima agli Stati Uniti, che durante l’accanita guerra di secessione si mostrarono degni di stare all’avanguardia della civiltà, collo spargere tra i combattenti il manuale di Lieber, che portava le più belle prescrizioni a prò dell’umanità. Una attenuazione notevole nella condotta della guerra può scorgersi anche nei rapporti violenti tra barbari e popoli civili. Le conquiste della Francia e dell’Inghilterra, in Africa e in Asia, sebbene riprovevoli sotto tanti punti di vista, sono però ben discoste dalla sistematica distruzione degli Indiani, assai innoltrati nella civiltà, operata dagli Spagnuoli nella conquista dell’America. Mi sorprende come il Letourneau contro il suo sistema generale e contro il titolo di uno dei suoi pregevoli libri (L’évolution de la guerre) abbia potuto negare che la guerra si evolva. Il Lessona, che l’ha tradotta in italiano (Editore Voghera) e il Tarde gli hanno rimproverato la contraddizione e l’errore suo viene meglio dimostrato dal Novicow: (Les luttes ec. p. 425, 426 e 436.)
69. Die Rassenkampf p. 254, 263 e 365. Su per giù ripete le stesse cose in Sociologie et politique (Giard et Brière. Paris 1898); anzi vi limita ancora di più il campo delle possibili guerre future. Il Chiappelli in un succoso articolo pubblicato nella Rivista d’Italia (Febbraio 1898) ha notato diligentemente i progressi recenti dell’idea della pace internazionale. Da buon conservatore, però, vuole conservati gli eserciti permanenti e sostiene la politica coloniale, ch’è la negazione della pace.
70. L’opposition etc. p. 392. L’a. fa altre acute osservazioni sulla differenza tra guerra e duello, tra guerra ed omicidio.
71. Un ultimo avanzo di barriere doganali entro lo Stato lo conservano l’Italia e la Francia col dazio di consumo. Inghilterra, Svizzera, Belgio, Stati Uniti — cioè i popoli più civili — l’hanno abolito; la Francia è sulla via di abolirlo. E l’Italia?
72. Tarde: L’opposition etc. p. 328 e 329. Più in là — p. 381 e 382 — l’a. mostra che le corporazioni segnarono un primo passo nella solidarietà e che la loro abolizione ne segnerà altri più decisivi.
73. Brentano, Schönberg e Wagner proposero trattati internazionali sul lavoro più di venti anni or sono: (Cusumano: Scuole economiche della Germania. 1875 p. 183.) Sul proposito si può leggere sempre con profitto la succosa monografia: Internationale Arbeits-Gesetzgebung nella serie seconda della Staat-wirtschaftliche Abhandlungen del D. Seyffert. In Isvizzera la proposta ufficiale della legislazione internazionale del lavoro partì dal colonnello Frey. Vedi: N. Colajanni: Le otto ore e la legislazione int. del lavoro. Milano 1892. Gli operai italiani sono stati e sono odiati dapertutto per la concorrenza del lavoro, che hanno esercitato dovunque sono andati (Vedi N. Colajanni: Una quistione ardente. Roma 1893). Negli scioperi inglesi si ebbero casi di concorrenza sino a pochi anni or sono; la concorrenza scomparve in quelli celebri dei Docks (1889) dei minatori del Northumberland (1892) e dei meccanici (1897). Gli operai che sostituiscono quelli in isciopero vennero designati al disprezzo generale col nome di blacklegs.
74. N. Marselli, Le grandi razze umane, alla fine del capitolo sui Mediterranei.
75. Kropotkine (Il fallimento del sistema industriale); Pearson (National Life and Character, London 1895), de Brandt (Die Zukunft-Ostasiens. Stuttgart 1895), Barbè (Un nouvel État social et ses consequences au point de vue Europeen nella Reforme sociale del 9 aprile 1894), L. Strauss (Bulletin de la Société d’Économie politique. 5 Febbraio 1896), d’Estournelles de Constant (Le péril prochain nella Revue des Deux Mondes 1º aprile 1896 e 16 luglio 1897) Faguet (Le prochain moyen-âge nel Journal des Débats del 25 luglio 1895) ed altri hanno dato il grido di allarme contro la concorrenza asiatica (chinesi, giapponesi, indiani). Hanno risposto in modo magistrale: I. Novicow: L’avenir de la race blanche. F. Alcan. Paris 1897 e L. Vignon: Le péril Jaune nella Revue politique et parlamentaire del 10 Dicembre 1897.
76. Si ricordi che ogni crisi fa risentire il suo contraccolpo nei paesi più lontani dal punto di origine. Il Booth nella sua stupenda inchiesta sulla vita e sul lavoro del popolo in Londra ha citato parecchi casi recenti ed evidenti della ripercussione della crisi delle più lontane regioni del mondo sulla metropoli inglese divenuta il più grande mercato internazionale. Questa legge di solidarietà viene brillantemente sostenuta da Pioger (Economisme, socialisme et solidarisme nella Revue Socialiste. Gennaio 1894). Charles Gide giustamente rivendica agli economisti il merito della constatazione di questa solidarietà, che scaturisce dalla legge della divisione del lavoro. (Quatre écoles d’Economie sociale. Genève. 1890.)
77. Citato da Wiede: Der Militarismus p. 107, 108 Arnould: Avant le comtat; nella Société nouvelle n. XXIII. Non si gridi: all’ottimismo! Per apprezzare la concorrenza nei suoi risultati si deve tener conto dei danni e dei vantaggi. Oggi ad esempio non sono più possibili le carestie. I progressi della solidarietà poi potranno riconoscersi quando ci si riporta ai tempi che precederono gli attuali. Kropotkine nella Conquête du pain ha delle pagine meravigliose contro la divisione del lavoro dell’attuale grande industria, che può fare degenerare intellettualmente e fisicamente gli operai e contribuisce ad aggravare le conseguenze delle crisi derivate da nuove scoperte e da nuove invenzioni meccaniche. In una futura società nella quale predominasse la papillonne genialmente intravvista da Fourier i danni della divisione del lavoro verrebbero eliminati; così pure l’idillico accoppiamento dell’industria e dell’agricoltura preconizzato da Kropotkine nella società anarchica non eliminerebbe la utilità della divisione del lavoro tra le nazioni.
78. Gautier: Le darwinisme social, p. 69. Per la interdipendenza dei popoli tra loro si legga Novicow: (Les luttes ec. p. 584, 585 e 628).
79. Sul processo d’internazionalizzazione e suo significato si riscontri Wiede: Der militarismus etc. p. 119 a 132; Marion: De la solidarité morale: pag. 263 a 271; G. De Greef: Introduction à la Sociologie parte 1, p. 74 e seg., pag. 129 e seg., Parte 2ª p. 30 e altri suoi scritti; Jcilio Vanni: Saggi critici sulla teoria sociologica dalla popolazione p. 18. Splendide pagine sulla Internazionalizzazione e sulla crescente prevalenza della giustizia ha l’Ardigò: Sociologia. Vol. IV della sue opere filosofiche.
80. Scienza della ricchezza p. 228 nella 3ª serie della Biblioteca dell’economista.
81. Il socialismo contemporaneo. Trad. italiana del Prof. Bertolini Le Monnier Firenze 1889 p. 108.
82. In Francia, nella terra classica dello Chauvinisme, per mantenere vivo il desiderio della revanche e della liberazione dell’Alsazia-Lorena si sono fatte brillanti discussioni su ciò che deve caratterizzare la nazione e lo Stato. Ernesto Renan dette il suo valido contributo a tali studi. La parte sempre minore si assegna alla stirpe o razza. Un patriota autentico, temperato della scienza contemporanea, il Soulié, ha mostrato come si siano fusi mirabilmente i Celti, i Franchi e i Latini per formare la Francia (De l’origine et de l’État social de la nation française. Giard et Brière. Paris. 1898.) Mentre correggo le bozze di stampa leggo una vigorosissima critica del pregiudizio della razza e del pregiudizio nazionale nel libro di un giovane (Luigi Gasparotto: Il principio di nazionalità nella Sociologia e nel Diritto Internazionale, Torino. Fratelli Bocca 1898).
83. Chiappelli nel primo dei suoi saggi Patria e socialismo — ch’è uno dei più belli del libro citato, — cade in errore mettendo alla pari la Svizzera e l’Austria e gli Stati-Uniti come Stati composti da stirpi diverse. Gli ultimi non sono nelle condizioni dei due primi. Novicow giustamente osserva che abbiamo giù un gruppo di civiltà, che apparecchia l’organismo internazionale (Les luttes p. 577 e 595). Anche Gumplowicz parla di grandi gruppi di nazioni a civiltà omogenea tra le quali non ritiene più possibile la guerra. La esclude tra Francia e Germania e la prevede, quasi l’augura, tra l’Europa tutta da un lato e la Russia dall’altro. (Sociologie et politique p. 215 a 226).
84. Vedi l’articolo di Garibaldi Bucco nella Rivista popolare: I refrattari del Caucaso (Anno 3º nº. 7 e 8). Mentre correggo le bozze di stampa leggo in diversi giornali che il parlamento del Wurtemberg ha deciso di far cancellare dai libri scolastici tutti i brani, che tendevano ad eccitare all’odio contro la Francia e ad esaltare il sentimento patriottico. Si può immaginare l’irritazione che questa nobile determinazione ha destato nell’animo dell’imperatore di Germania.
85. Oltre la serena critica del patriottismo e del sentimento nazionale che si può leggere nel citato saggio del Chiappelli, sul patriottismo — di cui espone quattro varietà — sarà consultato con profitto il libro pregevole di Demolins: À quoi tient la superiorité des Anglo-Saxons Maison Didot. Parigi 1897. Il Chiappelli ha anche belle pagine contro la guerra.
86. Un brillante ufficiale dell’esercito italiano, il deputato colonnello Marazzi, nei discorsi alla Camera e in un articolo ha sostenuto per l’Italia una organizzazione militare essenzialmente difensiva (La vita internazionale. Febbraio 1898).
87. Si sa che l’anarchismo di Proudhon non era che l’organizzazione federale; l’Abolizione dello Stato dell’Engländer non è del pari che il federalismo. Sui vantaggi del federalismo dal punto di vista politico e sociale in Italia non è d’uopo ricordare Cattaneo e Ferrari, Mario e Gabriele Rosa — dei quali ultimi con orgoglio ricordo di essere stato amico e discepolo. L’organizzazione federale come mezzo per eliminare la guerra e favorire le trasformazioni sociali benefiche preconizzarono Py y Margall (Les nationalités) e Magalhàes Lima — un vero apostolo del federalismo e della libertà (L’oeuvre internationale. Paris 1897. Giard et Brière e particolarmente il Capitolo 3.º: La fédération nationale et internationale). Il Chiappelli difende energicamente il socialismo dall’accusa di voler distruggere puramente e semplicemente la patria e cita Bellamy (Looking Backward) e Herteka (Die Gesetze der socialen Entwicklung) Il Chiappelli, intanto, interpetra male i tristi episodi della concorrenza del lavoro (Aigues Mortes) ed è uno chauvin a modo suo augurando a Roma italiana qualche primato. Sincero partigiano del federalismo in tutti i suoi scritti si rivela il Novicow. In Gaspillages etc. (p. 265) nota, per dimostrare che nemmeno i socialisti negano la patria, che nei loro Congressi internazionali essi votano per nazioni.
88. Sull’azione importantissima che il socialismo potrà esercitare negli Stati Uniti del Nord America si veggano le belle considerazioni che fa il Mondaini: La quistione dei Negri nella Storia e nelle Società Nord-Americane. Torino Fratelli Bocca. 1888. Hyndman denunciò le infamie della sua patria nell’India nel famoso scritto: The bankruptcy of India (Londra: Twentieth Century press) riassunto nella Rivista popolare nell’articolo: Un impero capitalistico che si sfascia (Anno 3º n. 5). Il Novicov, sincero individualista, ha parole entusiastiche verso Liebkneckt e verso i socialisti per il loro movimento pacifico. (Les luttes p. 736; Gaspillages p. 37, 263 ec.) Lo chauvinisme francese additò altra volta all’odio nazionale i socialisti tedeschi; ma anche in Francia si rende giustizia alla nobile condotta di Bebel e di Liebkneckt. Vedi L’Europe nouvelle (1º Gennaio 1898).
89. R. Malthus: An essay on the Principle of Popolation as it affects the future improvement of Society, with remarks on the speculations of Godwin, Condorcet and other writers. Londra 1798. Malthus fu indotto a scrivere la sua opera specialmente per combattere il primitivo socialismo esposto da W. Godwin nel libro: An inquiry concerning political justice (1793).
90. A. Setti: Ludovico Ricci nella Nuova Antologia 1 ottobre 1880. Secondo il Martello Ortes vide meglio di Malthus i rapporti tra popolazione e sussistenza (L’economia politica antimalthusiana e il socialismo. Venezia 1894. Ed. fuori commercio p. 63 e 64). Forse non ha torto. Henry George dice che la gloria della scoperta del principio di popolazione va diviso tra Malthus, James Stewart e Townsend, ma non menziona gl’italiani (Progrès et pauvreté. Paris. 1887. Guillaumin p. 97). In questo capitolo mi sono giovato dell’opera di E. Kautsky: Der einfluss des Volksvermehrung etc. della quale per il primo rilevai tra noi l’importanza. L. Bissolati ne pubblicò una traduzione italiana. Il Kautsky più tardi ha respinto il malthusismo. Il malthusismo ha una ricchissima letteratura in tutto il mondo. Gl’italiani la troveranno quasi completa nei libri di A. Loria: La legge di popolazione e il sistema sociale. Siena 1882 e di F. S. Nitti: La population et le système sociale. Paris. 1897. Giard et Brier. Acute osservazioni si trovano in una breve monografia di Enrico La Loggia: Teoria della popolazione. Bologna. Fava e Geragnani 1893.
91. Tutte le forme della lotta per il possesso della femmina si ritrovano ugualmente nell’umanità — dal massacro sino alle lotte più sentimentali, più nobili, più delicate. (Novicow: Les luttes entre sociétés humaines. Parigi P. Alcan. 1896; Letourneau: L’évolution du mariage).
92. Messedaglia. Citato da A. Alberti Iacona: Iniziativa privata e legislazione sociale. Palermo. Clausen 1890 p. 174.
93. A. Loria giustamente rimprovera ad H. George di aver negato la decrescenza di produttività della terra successivamente posta a coltura, mentre su questo fenomeno si fonda tutta la sua critica contro la proprietà privata del suolo. (H. George nella Nuova Antologia. 1º Dicembre 97).
94. Gumplowicz: Sociologie et politique p. 159.
95. Ribot, L’hérédité psychologique, p. 383, 384.
96. Stuart-Mill citato da Loria nell’articolo commemorativo di H. George (Nuova Antologia 1º Dicembre 1897); I. Novicow: Les luttes entre sociétés humaines.
97. Secondo Gide una popolazione per vivere di caccia ha bisogno di 3800 ettari per testa. Con una agricoltura avanzata si possono nutrire due individui per ettare. (Principes d’économie politique p. 485) Altro che i calcoli di Foissac! Si noti che in alcuni punti della China la densità della popolazione è grandissima — nel Kiang-Sou, che ha l’estensione del Portogallo, la densità è di 210 ab. per chil. quadrato, — e la terra vi ha raggiunto del pari una sorprendente produttività. Ciò non ostante la miseria vi è fortissima. Vedi E. Simon La Cité Chinoise.
98. Eliseo Reclus: Nouvelle Géographie universelle tome X p. 154; XIII p. 635; XVIII p. 125 e 641; XIX p. 756. Pearson: National life and Character citato da Novicow: Les gaspillages etc. p 49.
99. Problemi sociali. Trad. it. di Mayè-Dari. Torino. Casanova. 1895. Cap. 8º. In Politica Coloniale mi sono occupato di queste contraddizioni tra soprapopolazione e sopraproduzione e dei montoni che mangiano gli uomini.
100. Loria: La proprietà fondiaria e la questione sociale p. 28 e seg. I due libri di George: Progresso e povertà. Problemi sociali costituiscono un’ampia dimostrazione della eterna affermazione. Marx ha il merito di avere messo in evidenza la sopra-popolazione relativa, prodotto del sistema capitalistico — l’eccesso sistematico di popolazione, che somministra l’armata industriale di riserva. Nitti gli rimprovera di non avere riconosciuto la tendenza spontanea, la possibilità dell’eccesso automatico. Op. cit. p. 64.
101. Nelle Revue d’économie politique Gennaio 1888 p. 108.
102. Cusumano: Scuole economiche di Germania p. 160 e 161. Questa sottoconsumazione viene riaffermata da Loria in molti scritti; ultimamente: nella Rivista Italiana di Sociologia Luglio 1897: La vecchia e la nuova teoria della popolazione. Vedi pure: Le problème de l’amour di Désiré Descamps nella Revue Socialiste Luglio 1897.
103. La contesa nel campo dell’economia ortodossa sulla teoria della popolazione è antica e fu sempre viva. Si è riaccesa con maggiore vivacità adesso in Francia per le preoccupazioni politiche degli chauvins. Quale accordo ci sia, oltre che dagli articoli pubblicati nel Journal des économistes e in altre autorevoli riviste non socialiste si potrà scorgere leggendo due magnifici articoli nella Revue politique et parlamentaire, che rappresenta nel modo migliore le classi dirigenti della Francia e la corrente liberista e dottrinaria nell’economia e nella politica. In uno Jacques Bertillon dà il grido di allarmi per lo spopolamento della Francia e suggerisce rimedi per arrestarlo (10 Giugno 1897); nell’altro E. Levasseur nega il pericolo e crede disadatti e inefficaci i rimedi proposti (10 Ottobre 1897). Gli scrittori sono celebri e competenti entrambi.
104. Rümelin: Problèmes d’Economie politique et de statistique. De la surpopulation. Paris. Guillaumin et C.ia.
105. Cours etc. Vol. 1º p. 100.
106. T. Martello: L’Econ. pol. ant. p. 115. Alla seconda parte di questa obbiezione risponderò un poco più innanzi.
107. La dépopulation de la France nella Rev. pol. et parl. Il Seebohm calcola a due milioni la popolazione inglese nel 1086. Se da allora in poi essa si fosse aumentata colla progressione osservata dal 1861 al 1880 nel 1886 essa avrebbe dovuto essere più di 64 miliardi! Se ciò non si verificò, dice Pareto, è segno che vi furono ostacoli i quali la tennero al disotto dei limiti, cui l’avrebbe spinta la forza genesiaca. (Cours. Vol. Iº p. 99).
108. La Finanza e la quistione Sociale. Torino Fratelli Bocca 1897, p. 93. Nota 1.
109. Dépopulation et civilisation. Paris 1890 p. 127. Un socialista che ha fatto una critica vivacissima, ma leggera, alla teoria malthusiana riconosce che «dovunque esiste, la proprietà collettiva è estremamente favorevole alla prolificità, quando coesiste con un certo grado di civiltà. Dapertutto dove è stata riscontrata in Serbia, in Russia, a Giava ecc. la natalità è esuberante. Essa raggiunge il 4,36% in Serbia, e il 4,96% in Russia (media degli anni 1887-1891). Giava offre un esempio di fecondità unica nel mondo. Da un secolo la popolazione vi si raddoppia ogni diciotto anni. Era di 2,029,500 nel 1780 e di 24,648,000 nel 1890!» (Désiré Descamps: Le problème de l’amour nella Revue Socialiste. Luglio 1897 p. 31). Non è esatto che il raddoppiamento sia avvenuto ogni 18 anni; ma la rapidità è stata grandissima. A completare le induzioni, che risultano da questi dati, si aggiunga che l’aumento rapido della popolazione sta uccidendo la proprietà collettiva nel Mir Russo! (K. Katchorouski: La dissoluzione della comune rurale sotto l’influenza dell’esiguità delle quote di terra; nella Novoiè Slovo. Riassunto nella Rassegna di Monsignor Talamo).
110. N. Tchernicewsky: Osservazioni critiche su talune dottrine economiche di G. Stuart Mill. Biblioteca dell’Economista. Serie 3ª vol. IX.
111. Ad onore del vero si riconosca che Nitti pur avendo consacrato un libro a combattere la teoria malthusiana, considera Malthus come un genio e la cui teoria nell’avvenire, quando le idee e le scoverte nuove l’avranno sommersa «apparirà come un monumento ammirabile di penetrazione, un saggio potente di filosofia della ricchezza» (p. 267).
112. F. S. Merlino, che fu se non è ancora anarchico vero e che rimane un socialista dei più avanzati, il proprio pensiero su questo problema lo riassume così: Intorno all’arduo problema dell’equilibrio tra la popolazione e i mezzi di sussistenza noi non osiamo sperare in una soluzione puramente fisiologica di esso, che consisterebbe nell’infiacchimento dell’istinto sessuale in proporzione dello sviluppo dell’intelligenza. Crediamo che una parte nella soluzione del problema debbono avere la RAGIONE e la VOLONTÀ DEGLI UOMINI (Pro e contro il socialismo. Milano, p. 72. Fr. Treves, 1897). Il Nitti chiude il suo libro augurando l’avvento di una società in cui la ricchezza sarà largamente suddivisa e nella quale le cause d’ineguaglianza saranno eliminate grazie ad una forma elevata di cooperazione, la natalità tenderà ad equilibrarsi colle sussistenze e le variazioni ritmiche demografiche non avranno più niente di spaventevole per l’umanità. (op. cit. p. 267). In quanto ai mezzi di ottenere l’equilibrio, egli scrive: «rimane fuor di dubbio che noi tendiamo ad uscire definitivamente dalla NATALITÀ INCOSCIENTE; noi andiamo a poco a poco dalla PROLIFERAZIONE ANIMALE ED ISTINTIVA ad uno SVILUPPO RAZIONALE e METODICO». (p. 246) Lo stesso Nitti, che combatte la teoria maltusiana giudica utopisti Schippel, Hertzka e Bebel e chiama assurdo e ingiustificabile il loro ottimismo anti-maltusiano (p. 69).
113. L’economia politica antimaltusiana ecc. p. 132. Il George con soverchio assolutismo affermò: «i paesi più popolati sono sempre i più ricchi». (Progrès ecc. p. 137). Il paese complessivamente può essere ricco; ma gli abitanti?
114. Ha ragione il Descamps affermando che una morte imminente attende le specie che non possono mantenere la loro natalità a livello della loro mortalità (op. cit. p. 40). Però questa natalità al disotto della mortalità non si è verificata che pochissime volte in Francia. Se dovesse ripetersi in ogni anno l’allarme avrebbe la sua ragion di essere.
115. G. Rümelin: Problèmes d’Economie politique etc. Nei Saggi sulla teoria sociologica della popolazione di Vanni si trovano i pareri degli altri eminenti tedeschi che guardano con apprensione all’incremento rapido della popolazione. Anche il Fouillée nella Revue Bleue ha emesso il suo grido di allarme per lo spopolamento della Francia. L’ansia patriottica gli ha fatto intravedere cose buone in Italia di cui gl’italiani non si sono accorti. Essi dovrebbero ripetere, accentuandoli, i lamenti di Rümelin. F. Mantovani ci dà un saggio della soverchia fecondità italiana nella storia di alcune famiglie di contadini nella provincia di Treviso: Queste famiglie prese insieme nel 1893 contavano 368 membri; ne noveravano 439 nel 1895. Ci fu un aumento del 20% circa in due anni! (La Riforma Sociale. 15 gennaio 1898 p. 52). In Germania oltre Rümelin, Wagner e Cehn — tra gli scrittori più celebri — sono maltusiani. Rodbertus e Mario riconobbero l’importanza del problema della popolazione.
116. La Loggia: Teoria etc. p. 40, 41 e altrove; Pareto: Cours etc. Vol. Iº p. 136 sino a 144. Il Pareto oltre i dati sui popoli selvaggi e barbari ricorda questo motto di Menandro: «Non c’è cosa più disgraziata di un padre, se non il padre che abbia più figli». Aristotile cita quest’altro proverbio: Nulla è più sciocco quanto l’avere dei figli. Platone ed Aristotile proponevano addirittura il regolamento volontario della popolazione (Alberti Iacona: op. cit. p. 166 e 167).
117. George: Progrès et. p. 124 e 125. Sulla stessa idea insiste nei Problemi sociali. Questo aumento indefinito delle sostanze alimentari è ammesso da tutti i socialisti.
118. Cours d’Econ. pol. Tomo 1º p. 112.
119. Dell’emigrazione in rapporto ai salari e perciò della rarefazione della popolazione come mezzo per risolvere o attenuare il problema sociale mi occupai più lungamente nella Politica coloniale (Parte 2ª Cap. VII). Aggiungo soltanto questo che in qualche punto del mezzogiorno d’Italia la forte emigrazione è riuscita e rialzare i salari. A Siculiana (prov. di Girgenti) dove l’emigrazione negli ultimi tempi prese proporzioni colossali, però, la miseria rimase immutata: il territorio appartiene quasi tutto ad un solo proprietario, al Barone Agnello. D’onde i tumulti del dicembre 1897, che fecero una vittima. In molti punti del mezzogiorno i proprietari deplorano l’emigrazione.
120. Nei decenni 1841-50; 1851-60; 1861-70; 1871-80; e 1881-90, la diminuzione fu rispettivamente dal 18,7; 14,7; 7; 4,4; e 9,50 per 1000 abitanti. G. von Mayr: (Statistik und Gesellschaftslehre. Freiburg 1897 p. 42). Le proporzioni spaventevoli del 1º decennio sono dovute alla grande carestia ed al grande Esodo come venne chiamata l’emigrazione in vaste proporzioni di quel periodo.
121. Nella prima edizione di questo libro riportai alcune splendide pagine di Giovanni Bovio; sono costretto ad ometterle in questa per la tirannia dello spazio. Consiglio la loro lettura nella sua Scienza del Diritto. 1ª Edizione p. 224 a 263.
122. Loria: La proprietà fondiaria etc. p. 52 e seg., Pareto: Cours ec. Tomo 1º p. 419; Nitti: La population ec. p. 71, 72 e 218.
123. Mayr: Statistik etc. p. 383.
124. Mayr: Op. cit. p. 177. Si avverta che presso alcuni stati nel periodo intermedio 1876-80 vi fu aumento. Ho notato la Rumenia tra gli Stati con aumento perchè nell’intero periodo 1879-88 la natalità venne segnata per 36,9 e in quello 1887-91 per 42,7. Nella tavola delle natalità che dà il Nitti la diminuzione sarebbe assolutamente generale dal 1874 al 1890 ed anche più forte presso alcuni Stati — come ad esempio in Inghilterra (Op. cit. pag. 241). Arsenio Dumont in una recente comunicazione alla Société de statistique di Parigi ha illustrato il rapido decremento della natalità nel Massachussets.
125. Prof. G. S. Del Vecchio: Gli analfabeti e le nascite in Italia. Bologna. Civelli 1895; Gli analfabeti e le nascite. Note comparative tra l’Italia ed altre nazioni. Bologna 1896.
126. Mayr: Op. cit. p. 177 e 178.
127. Désiré Descamps: Le problème de l’amour nella Rev. Soc. Luglio 1897 p. 26 e 33; Spatuzzi: Saggi di demografia e d’igiene Napoli 1897 p. 96. Il Bertillon nell’ultimo Congresso internazionale di statistica di Pietroburgo comunicò una nota dalla quale si rileva l’alta natalità nei quartieri poverissimi e poveri e la minima natalità in quelli ricchi e ricchissimi di Parigi, Berlino, Vienna e Londra (Journal of the Royal Stat. Society. Decembre 1897, p. 753). Voglio ricordare qualche fatto che contraddice. La natalità degli Italiani è aumentata in Chicago coll’aumento del benessere (Bulletin of the Department of Labor nº 18 1897), ed è aumentata pure nelle case operaie igieniche di Londra con un sensibile aumento del benessere degli abitanti. Però nelle case della Improved industrial dwellings company che danno il minimo assoluto della mortalità anche la natalità vi era minore della media di Londra. Lavollèe: Les classes ouvrières en Europe. Guillaumin Paris. 1896 p. 449.
128. Sin dal 1888 a chi trovava nella diminuzione delle nascite un segno di degenerazione della Francia risposi ch’era un segno di civiltà aumentata (Francia! La grande degenerata. Milano). I fatti constatati dappertutto mi hanno dato ragione. Che l’aumento di benessere sia causa precipua della diminuita natalità lo ammettono il Levasseur e il suo contraddittore Bertillon. Conferma il Nitti. (Op. cit. p. 205 e 218 e altrove). Marcus Rubin in un pregevole articolo sulla Misura del progresso giustamente osservò che si potrebbe supporre massimo il progresso dove la mortalità diminuisce pur aumentando la natalità; perciò come formula del progresso prendeva la seguente m2⁄n. Però prendendo i due termini isolati la massima importanza l’assegnava come indice di progresso, alla diminuizione della mortalità (Journal of the Royal Statistical Society. Marzo 1897).
129. La proprietà etc. p. 38 a 41.
130. Op. cit. p. 42.
131. La proprietà ecc. p. 53.
132. Russel Garnier: Annals of Peasantry. Thorold-Rogers: Interpretation économique de l’histoire Paris. Guillaumin et C.ie. Il Russel Garnier dimostra che ci fu una particolare rarefazione della popolazione in seguito alla peste nera, che fece alzare i salari dei lavoratori nel medio evo, e ne fece migliorare le condizioni. Questo fatto è trionfale in favore della teoria maltusiana. La stessa dimostrazione fa Thorold Rogers in Travail et salaires en Angleterre. Paris. Guillaumin et C.ie p. 199 e 201 a 223.
133. Montesquieu nelle Lettres persanes fa comprendere che molto tempo prima che venisse Malthus i contadini francesi per evitare la miseria ai loro figli esercitavano il freno morale. Così pure in Hubert-Delisle (Vedi Pareto: Cours ecc. Vol. Iº p. 94).
134. Filosofia del Diritto p. 260 a 283.
135. Un saggio brillantissimo di logica antimaltusiana si ha in questo brano di Enrico Ferri: «Questi numeri, — i dati statistici sull’incremento della ricchezza e il poco aumento della popolazione in Francia, — fan presentare spontaneamente l’osservazione, che la legge di Malthus, secondo la quale la popolazione cresce in proporzioni maggiori dei mezzi di sussistenza, non viene provata in questi ultimi tempi per la Francia, grazie forse all’uso esteso del consiglio di Malthus — moral restraint — alla diffusione dell’istruzione e del benessere generale che fanno aumentare le cure per la discendenza». (Dar Verbrechen etc. p. 29). Dunque: la teoria maltusiana non si verifica..... perchè si fa uso della prevenzione..... maltusiana!
136. Guyau: L’irreligion de l’avenir, cit. da Nitti: La population ecc. p. 101 a p. 228. L’accusa d’immoralità non può mai ricadere su Malthus che non consigliò mai le pratiche dei neo-malthusiani.
137. Pareto: Cours ec. Vol. Iº p. 138 nota.
138. La legge biologica, per quanto in termini bizzarri, venne nettamente formulata da Fourier; secondo il quale quattro dighe si opponevano allo sviluppo eccessivo della popolazione: 1º il vigore delle donne; 2º il regime gastro-fisico; 3º i costumi fanerogami; e 4º l’esercizio integrale.
139. D. Descamps: Le problème de l’amour etc. p. 30 e 32.
140. Principes de biologie parag. 346, 366, 367 etc.
141. Bibot: L’hérédité psychologique. Bagehot: Lois scientifiques du développement des nations.
142. Pareto: Cours etc. Vol. Iº p. 90 e 94. Se fosse esatta la conclusione che il Pareto trae dalla sua tavola in cui mette in rapporto i dati della prosperità economica, della nuzialità, natalità e mortalità in Inghilterra dal 1860 al 1891 la teoria biologica incontrerebbe un altro fiero colpo; a me pare, invece, che l’induzione non è esatta, perchè la natalità vi è in costante diminuzione e la prosperità in costante aumento.
143. Critica sociale 16 Agosto 1893.
144. Nitti, Merlino, etc.
145. Schäffle: Vita etc. Vol. Iº p. 900.
146. Parte 3.ª Cap. 2.º nel II volume della traduzione francese. Ediz. Baillère et Germer.
147. Lange: op. cit. Cap. V. Kapital und arbeit. Marsh: L’uomo e la natura. Firenze 1870 p. 48. Il lettore ricordi ciò che si osservò sulle necessità della cooperazione per vincere la prima battaglia contro la natura dove questa presentava le migliori condizioni di produzione.
148. De Greef: Introduction à la Sociologie 2ª Parte p. 69 Novicow: Les luttes ecc. p. 65.
149. Kautsky: op. cit. Traduzione Bissolati, p. 324.
150. Russel Wallace: Reoccupation of the land. In Forecasts of the coming century. Walter Scott Limited. London 1897 p. 9.
151. G. Rosa, La Filosofia positiva della Storia. Nella Rivista di filosofia scientifica, anno I.º n.º 6.
152. Citato da Wiede: Der Militarismus etc. p. 109, III. La stessa cosa è stata dimostrata all’evidenza da Marx: Le capital. Traduzione francese di I. Roy, p. 141.
153. K. Kautsky, Die sozialen Triebe in der Tierwelt. Nel giornale: Die Neue Zeit. Stuttgard, Ianuar 1883.
154. Fernand Maurice: La reforme agraire et la misère en France. E. Simon: La cité chinoise. L’apologia della piccola proprietà è stata fatta pure da Meyer e Ardent: La question agraire. Etude sur l’histoire politique de la petite propriété. Paris 1882. Di volo qui sia ricordato che anche i marxisti — Vollmar, Deville, Iaurès ecc. — riconoscono la legittimità della piccola proprietà.
155. Masè-Dari: Introduzione ai Problemi Sociali di H. George.
156. Citato da Gauthier: Le darwinisme social p. 36. Vedi sul proposito la stupenda opera di Darwin: Variazioni della specie allo stato domestico. Unione Tipografica Editrice Torinese; Bourdeau: Conquête du monde vegétal. Paris F. Alcan 1893. Lo stesso Bordeau si era occupato in un altro volume (La conquête du monde animal. Paris. Alcan 1895) di ciò che c’è da fare nel regno animale ed aveva calcolato che la semplice lotta contro gl’insetti, che nuocciono all’agricoltura e agli altri animali farebbe risparmiare alla sola Francia 1,200,000,000 all’anno. La filossera le ha cagionato 10 miliardi di perdite, p. 26.
157. La Loggia Enrico: Teoria della popolazione. Bologna 1896, p. 60.
158. Nitti: Op. cit. p. 254 e 255.
159. Masè Dari: La rendita e la proprietà del suolo nella crisi agraria attuale. Nella Riforma sociale. (15 febbraio e 15 marzo 1896).
160. L’avvenire della potenza umana sulla natura. Nella Rivista di Filosofia scientifica. 1881. N. 3.
161. Il Podolinsky svolse assai bene questo concetto nel giornale socialista: La Plebe. Milano 1881-82.
162. Nella prima edizione di questo libro accennavo alla proposta d’illuminare tutte le grandi città del Nord-America colla elettricità che si sviluppa dalla grande cascata del Niagara. Ora si deve aggiungere che i lavori per trarre profitto di questa grande forza naturale sono molto innoltrati. Lavori consimili si sono condotti a termine in Europa.
163. E. Setti: Il lamarkismo ec. Il mutamento di obbiettivo nella lotta, cioè la lotta contro la natura, sostengono anche calorosamente il Vaccaro (Les bases sociologiques du Droit et de l’Etat. Giard et Brière. Paris 1898. Cap. 1º) e l’Alberti Iacona (op. cit. p. 165) che rileva l’incertezza di Schäffle nel trarre giuste conseguenze dalle premesse.
164. Tullio Martello: L’economia etc. p. 49. L’autore contro Novicow rivendica a sè la priorità di questa lotta pel piacere: e non ha torto. Ma essa si riconduce e riduce alla lotta pel posto migliore del Lange, che del resto venne formulata da Aristotile e da altri antichissimi scrittori.
165. Spencer la formula in questo modo: «La contesa universale nella quale si adoperano tutte le forme principali della vita è sempre quella di innalzarsi al disopra degli altri ed esserne riveriti o di propiziarci quelli, che sono al disopra di noi: coll’accumulare le ricchezze, colla splendidezza del vestiario, col far mostra di sapere o d’intelligenza, ognuno cerca di soverchiare gli altri.» (Educazione intellettuale morale e fisica. Milano F.lli Dumolard p. 4). Il Dumont la chiamò capillarità sociale e la fa consistere: «nella tendenza di ciascuna molecola sociale di salire con tutta la sua energia, assicurata la conservazione, a salire incessantemente verso un ideale luminoso che la seduce e l’attira.»
166. La Loggia Teoria ec. Devo fare delle riserve sul secondo carattere di questi bisogni complementari. La improduttività economica va intesa in senso relativo. Si sa che coloro che consacransi alla politica possono con la loro azione oculata o cieca favorire o contrariare la produzione economica
167. Veron: La morale p. XII.
168. Principes d’Economie politique. Paris. Larose 1898, p. 417 e 418.
169. Darwin mi pare che vi accenni nel Viaggio intorno al mondo parlando degli abitanti della Terra del fuoco. Il Buckle l’utilità della disuguale distribuzione della ricchezza l’affermò nella sua celebre Storia delle civiltà in Inghilterra. C’è una traduzione francese; in italiano non c’è che l’introduzione edita dal Daelli sotto il titolo: L’incivilimento.
170. Michel Chevalier: Lettres sur l’organisation du travail. Sono innumerevoli i lavori più recenti sull’incremento della ricchezza in Francia, in Inghilterra, negli Stati Uniti. Per l’Inghilterra è celebre il lavoro di Giffon: The growth of the capital.
171. G. Deville: Aperçu sur le socialisme scientifique p. 14; H. George: Problemi sociali. Cap. VIII p. 110.
172. V. Pareto nel suo eccellente e sopratutto onesto Cours d’économie politique (vol. 2º) come tanti altri economisti insiste nel dimostrare che il livellamento dei redditi non migliorerebbe gran fatto la condizione dei poveri e che perciò l’aumento del benessere non è un problema di ripartizione, ma un problema di produzione o di conservazione della ricchezza. La necessità dell’aumento della produzione è tanto riconosciuta oggi dai socialisti che il Pareto leale com’è in una lettera privata al Sorel riconosce che il testo del suo libro non è esatto verso i socialisti e che avrebbe dovuto riconoscere che digià Lassalle diceva che l’aumento della produzione è una condizione indispensabile per l’aumento del benessere. (G. Sorel: La lois des revenues. Nel Devenir Sociale. Anno 3. N. 7).
173. Novicow: Les gaspillages etc. p. VIII.
174. Rivista popolare 16 Dicembre 1897 p. 217: Il consumo di pane e la produzione di pane in tutto il mondo. Il sig. Blondel alla sua volta calcola che la produzione annuale media del frumento in tutto il mondo oscilla dagli 800 ai 900 mila ettolitri. La popolazione totale del mondo è di un miliardo e mezzo. Ciò importa 60 litri di grano per uno e per anno, pari a 45 chilogrammi di pane, cioè grammi 127 di pane al giorno. Riducendo ad un terzo gli abitanti che si cibano di prodotti del frumento si ha una consumazione individuale di 871 grammi: appena il necessario per una media nutrizione. (Les populations rurales de l’Alemagne. Paris 1897. Larose p. 388). Sulla precisione di questi calcoli ci sono da fare molte riserve; per quanto essi siano approssimativi, però, insegnano sempre in una a tutti gli altri dello stesso genere: 1º che non c’è sopra-produzione vera; 2º che intrinsecamente e complessivamente prese sono assurde le difese dei protezionisti; 3º che le apparenze della sopra-produzione derivano dalla sotto-consumazione generata dalla cattiva distribuzione della ricchezza. La esportazione di cereali dalla Russia non è la conseguenza della sopraproduzione, ma della grande miseria, della mancanza di forza di acquisto nelle masse. (Ballod: La condizione economica della Russia. Nel Iahrbuch für Gesetzgebung, Verwaltung und volkswirtkschaft. Lipsia. Fasc. 1.º 1898). Lo stesso deve dirsi dell’India.
175. Si calcola a 538 milioni il numero degli adulti in condizioni di lavorare in tutto il mondo.
176. H. George: Problemi Sociali p. 118.
177. B. Perez: L’educazione dalla culla. Milano 1885 p. 2.
178. Giovanni Bovio nella Scienza del diritto ha alcune splendide pagine sul diritto del produttore sul prodotto del proprio lavoro deducendolo dal principio di causalità e di reciprocità.
179. Emilio Vanderwelde, il valoroso deputato socialista belga, in un opportunissimo articolo sulla commemorazione del cinquantesimo anniversario del Manifesto del partito comunista ha dimostrato — in ciò di accordo col Bernstein, altro socialista — che la legge bronzea del salario non ha alcun valore assoluto. (A propos du manifeste du parti communiste. Revue Socialiste. Marzo 1898.)
180. G. Sorel: La Lois des revenues etc.
181. Ecco constatata quarant’anni prima del Wiede la sotto-consumazione, che produce la sopra-popolazione artificiale.
182. De Laveleye: Le socialisme contemporaine. Terza ed. p. XXXV e XXXVI.
183. Citati da Masseron: Danger et nécessité du socialisme, p. 333.
184. L’evolution économique. Nel Journal dee Economistes Dicembre 1881 p. 495. Sulle condizioni degli operai e sulle conseguenze morali della ingiusta ripartizione delle ricchezze ho dato alcuni dettagli nel 2º vol. della Sociologia criminale e ne darò maggiori nel 3º ed ultimo quando mi occuperò dei rapporti tra benessere e reato. I lettori la ingiustizia della ripartizione, ma con conseguenze esagerate, troveranno documentata in Progresso e povertà di H. George. Hanno riconosciuto esplicitamente la iniqua ripartizione della ricchezza e la sperequazione nel progresso tra le varie classi sociali il Gizicky (La quistione morale e il socialismo. Nella Rivista internazionale di scienze sociali. Napoli 1895-96) e il Chiappelli, che tanti altri scrittori cita e fa ottime considerazioni in proposito. (L’Idea morale nel socialismo nell’op. cit.)
185. Gauthier: Le darvinisme social p. 63.
186. P. Leroy-Beaulieu: Essai sur la répartition de la richesse. 2.ª Ed. Paris. 1883; De Foville: Le Morcellement; La France économique; De Varigny: Les grandes fortunes aux Etats Unis et en Angleterre; Visconte d’Avenel: Histoire économique de la propriété, des salaires, des denrées et de tous les prix en général depuis l’an 1200 jusque en l’an 1880; (Di quest’opera in due grossi volumi l’A. ha fatto la riduzione: La fortune privée à travers septs siècles. — Paris. Colin. 1895). A. Neymark: Iournal de la Société de statistique de Paris. 1896, p. 252 e seg. F. Flora: La finanza etc. p. 81 a 89; E. Cheysson: La crisi del reddito e l’era del lavoro (Revue politique et parlamentaire. Novembre 1897) Virgilio Racca: Sulla distribuzione delle ricchezze in Giornale degli Economisti. Novembre 1897. Iohn Rae: Il socialismo contemporaneo. Firenze. Lemonnier 1889. Zino Zini: Proprietà individuale o proprietà collettiva? Torino F.lli Bocca. 1898, ec. ec.
187. Per la storia e la teoria degli alti salari gl’italiani potranno consultare con molta utilità: L’Economia degli alti salari di F. S. Nitti (Torino Roux e Frascati 1895) e La dottrina del salario. Saggio di Adolfo Musso (Napoli Società anonima cooperativa 1898). Sono due pregevoli pubblicazioni che ben poco lasciano a desiderare per la esposizione e per la critica. Al primo mi permetto di contestare un dato di fatto. A p. 44 Nota (2) scrive: «Nel periodo della più grande prosperità delle miniere di Sicilia, abbiamo visto corrispondere a profitti altissimi e a lavoro molto produttivo salari minimi.» Ciò smentirebbe la teoria. La realtà è diversa e smentisce in parte, ma in un altro senso la teoria stessa: gli alti profitti furono accompagnati da salari altissimi e da lavoro poco produttivo. Col minimo profitto e coi salari della fame il lavoro fu più produttivo. Intendiamoci però su questa produttività del lavoro: i minatori lavoravano a cottimo; ora quando i salari furono alti essi non lavoravano che quattro o cinque giorni per settimana per cinque o sei ore al giorno. Coi salari bassissimi lavorarono sei giorni per settimana e non meno di otto ore al giorno.
188. In Inghilterra nel valore dei beni sottoposti all’imposta sulle successioni, invece, c’è stato forte aumento.
189. Rivista popolare anno 3º n. 13.
190. Così, ad esempio, chi nello Statistical Abstract for the United Kingdom del 1895 (Forty-Second Number) a p. 196-197 legge che nelle ferrovie inglesi la parte del lavoro è aumentata dal 1880 al 1891 dal 51 al 56% del prodotto totale può illudersi credendo in un sensibile rialzo dei salari; invece il fatto si spiega col sensibile aumento nel personale perchè le linee in esercizio crebbero nello stesso tempo da 17,963 miglia a 20,908.
191. Augusto Chirac e Gustavo Roccanet in apposite pubblicazioni e in diversi articoli della Revue socialiste hanno provato luminosamente le perdite colossali inflitte alla Francia dalla malsana speculazione dei banchieri. Quella del Panama rimane tipica.
192. A Musco: La dottrina del salario. Saggio. Napoli. Società anonima cooperativa. 1898 p. 94 e 95.
193. Il Musco questi salari bassissimi, ai quali, degenerando, si sono adattati i lavoratori della terra li crede esclusivi del Mezzogiorno (op. cit. p. 369 e 370). Si ricordi della magnifica monografia del Morpurgo (I contadini nel Veneto), percorra la Bassa Lombardia e un pò la Romagna e si ricrederà.
194. G. Pallia Il dazio doganale sul frumento e il rincaro del pane (Nella Rivista popolare 30 dicembre 1897). Dai diagrammi di un libro recentissimo del Tenerelli la consumazione del frumento risulterebbe più bassa. Nel 1894 sarebbe ritornato a 112 chilogrammi quanto era nel 1881. (F. G. Tenerelli: L’azione delle imposte indirette sui consumi. Torino Fratelli Bocca 1898).
195. Si avverta che questi consumi si riferiscono soltanto ai prodotti importati dall’estero e non comprendono la produzione interna. La produzione dei cereali, però ha subito considerevole diminuizione e c’è stato aumento nell’allevamento del bestiame.
196. Lo sciopero dei meccanici inglesi, terminato colla loro sconfitta, anche senza l’intervento di nuove macchine segna già un limite all’ascensione parallela dei salari e dei profitti. Gl’industriali negaronsi alla diminuizione delle ore di lavoro, perchè assicurarono che sarebbe stato intaccato il profitto attuale. Eppure i meccanici domandavano ciò che già altri avevano ottenuto! (Vedi il mio scritto: La grande battaglia del lavoro. Roma 1888, cent. 75. Presso la Rivista popolare).
197. La municipalisation du sol dans les grandes villes. Nel Devenir Sociale. Gennaio 1898. Il Thorold-Rogers, la cui autorità è da tutti riconosciuta, molto tempo fa si era levato contro l’arricchimento dei proprietari del suolo delle grandi città. In America e in Inghilterra c’è tutto un movimento per fare pesare un’imposta proporzionale all’immeritato guadagno di tali proprietari; e di questa betterment tax si è occupato il Bastable e in Italia il Dalla Volta, uno studioso diligente e onesto dei moti sociali contemporanei. Se questa imposta potrà colpire gli aumenti di reddito per miglioramenti fatti e spese pubbliche, non riuscirà mai a colpire l’aumento di reddito che si ha in conseguenza dell’aumento di popolazione.
198. Vanderwelde: A propos etc. Revue socialiste. Marzo 1898.
199. I. Destrée et E. Wanderwelde: Le socialisme en Belgique. Paris. Giard et Brière. 1898 p. 323 a 327.
200. La farò nel libro sulla Misura del progresso pel quale lavoro da parecchi anni. Chi vuole ulteriori dettagli ricorra ai libri di Hobson ed al suo articolo nella Contemporary Review (Is poverty diminishing? aprile 1895). La grande miseria di Londra, fu oggetto sempre di studi e di proposte. Prima della recente inchiesta di Booth e della Labour Commission molte altre ve ne furono e vennero riassunte da A. Baffalovich — un liberista insospettabile! — nel Iournal des Economistes (La Misère a Londres. Febbraio 1884). Per le condizioni dei lavoratori della terra si legga Russel Garnier: Annals of peasantry e The Life in our villages, ch’è il risultato di un’inchiesta fatta dal Daily News.
201. A. Russel Wallace: Re-occupation of the Land: the only solution to the problem of the unemployed. Nei: Forecasts of the coming Century. Londra 1897. Walter Scott Limited.
202. Coloro che non comprendono l’inglese e non possono ricorrere agli scritti di Drage, di Hobson, di Booth, di Russel, Wallace ec. sulla disoccupazione, su questa e sui programmi dei radicali e dei conservatori troveranno notizie sufficienti nella citata opera di Lavollèe. Burnett capo del Board of Trade sotto i conservatori ad attenuare la disoccupazione e lo sweating system sin dal 1887 proponeva ostacoli all’immigrazione degli Ebrei Russi e dei Tedeschi. (Journal des Economistes Dicembre 1887). Allora preoccupava molto l’esodo degli Ebrei-Russi, intensissimo nel due anni precedenti. Ma quella immigrazione cessò e la disoccupazione rimase!
203. Life and Labour ec. Vol. 2º p. 20 e 21 e vol. IX nel riassunto. Notizie esatte sulla miseria si trovano nell’opera di Lavollèe e nella grande inchiesta ufficiale della Labour Commission.
204. Il quadro dei miglioramenti avveratisi in Inghilterra meglio che dai libri, che possono essere partigiani, si può rilevare esattamente dagli Statistical Abstracts, che si pubblicano sotto la direzione del Giffen. Per la diminuizione del pauperismo si può riscontrare l’eccellente opera di Florian e Cavaglieri: I vagabondi (Torino 1897. F.lli Bocca tavola I, pag. 420). Una tavola e un diagramma assai istruttivi sul numero delle persone maritate, delle nascite, sul prezzo dei cereali, sulla quantità che se ne può comprare col reddito di una settimana, e sul numero delle persone che ebbero bisogno di assistenza colla legge dei poveri danno i coniugi Sidney e Beatrice Webb: Industrial democracy (Traduzione Tedesca pubblicata da Dietz in Stuttgart. 1898. Vol. IIº, p. 385).
205. Rieh: Die burgerliche Gesellschafft p. 389; Sydney Webb: Labour in the longest reign (1837-1897) Londra 1897; Schönlank: Leipziger Volks zeitung 5 novembre 1896.
206. Sulla necessità di continuare sempre la lotta convengono e il Loria nell’Analisi della proprietà capitalista e il Gide in Principes ec. Il Musco non socialista, consiglia di non disarmare e il Nitti non accecato dal luccichio della teoria degli alti salari tra le conclusioni pone questa: «essi (gli alti salari) non sono giammai accordati spontaneamente, ma sono l’effetto di una educazione progressiva delle masse e dell’espandersi fra esse dello spirito d’incontentabilità.» (p. 79). Coloro che pel miglioramento dei lavoratori sperano nella filantropia dei padroni meditino nella risposta che un padrone dette nell’Inchiesta sulle Associazioni professionali del Belgio: «La scienza industriale consiste nell’ottenere da un essere umano la più grande somma di lavoro possibile rimunerandolo al tasso il più basso (Gide p. 482 nota 2).
207. Mentre correggo le bozze di stampa leggo un articolo di C. Pearson professore dell’University College e membro della Royal Society di Londra, che prendendo occasione dal libro di Kidd — Social Evolution — combatte il darvinismo sociale e sostiene la tesi, che difendo da quindici anni. Duolmi solo che il Pearson ritenga che delle tre forme di lotta — l’endo sociale, l’intersociale e la lotta contro la natura — il socialismo intende eliminare soltanto la prima (Sozialismus an darwinismus. Die Neue Zeit. 5 Marzo e 12 Marzo 1898). La serietà dell’autore e l’importanza dell’articolo m’inducono a ricordare, che i socialisti mirano ad eliminare anche la seconda e che il processo storico come si è visto nei precedenti capitoli ne dimostra già la graduale eliminazione. Tra i socialisti solo una sparuta minoranza, che conta però un nome del valore del Bernstein, desidera la politica coloniale colla scomparsa dalle cosiddette razze inferiori.
208. Belle considerazioni, che lumeggiano il valore del Diritto, della morale in rapporto alla lotta ed alla evoluzione, ha il De Dominicis nella Teoria dell’evoluzione. Parte 2ª, cap. X. Sociogenesi. Un darviniano pieno di ingegno si è manifestato il Cimbali, che vuole ridurre sempre più giuridica la lotta (Pel diritto del più forte. Berna F.lli Bocca 1894; Lotta di classe e civiltà. Milano 1895).
A proposito del primo libro avvenne una inversione di parti in una polemica interessante tra il Cimbali, lo Zerboglio e il Turati. Il Cimbali fu accusato dal secondo di essere un adoratore del successo; ma quando l’accusato si difese alla sua volta si fece accusatore dimostrando che gli adoratori del successo dovevano cercarsi negli interpreti monosillabici del materialismo storico, che negano il diritto e si inchinano alla forza.
209. Kropotkine nella Conquête du pian e in molti altri opuscoli ha ragione nella sua critica alla teoria del valore di Marx quando mette in evidenza la parte sociale, anonima per così dire, nella produzione.
210. Die soziale Frage, eine sittliche Frage. 1891.
211. Op. cit. p. 223 e seg. Anche il Chiappelli ricorda il Minghetti tra i benemeriti per avere ricondotto l’elemento morale nella quistione economica. Ebbi un rabbuffo sgarbato da alcuni socialisti intransigenti italiani quando nel 1893 nella Grande Revue de Paris commisi l’identico grave peccato. Eccellenti sono l’articolo del Giziky sulla quistione morale e il socialismo già citato e il capitolo del Chiappelli: L’idea morale nel socialismo, cui ho attinto largamente.
212. Marshall: Principles of Economics p. 2 e 96; Makenzie: The relations between Ethics and Economics. Citati da Chiappelli p. 238 a 239.
213. La Sociologia Criminale in due volumi; La delinquenza della Sicilia e le sue cause; L’alcoolismo: sue cause e sue conseguenze morali; Oscillations thermometriques et delits contre les personnes; Per la razza maledetta ecc. ecc.
214. Non avrei creduto che in questa seconda edizione, a quattordici anni di distanza, sarebbe stato necessario insistere, come nella prima, sul pessimismo come arma di combattimento contro il socialismo. Ma vedo ripetuti i sofismi enunziati e rivestiti di forma scientifica dal Leroy-Beaulieu nel suo Essai sur la répartition des richesses (capitolo del Sisyphisme et du pauperisme) e ritorno sulla polemica. Mi servirò spesso del libro del Chiappelli, che senza conoscere ciò che scrissi nel 1884 in fondo è di accordo con me nella confuta dei seguaci di Schopenhauer.
215. Di William Morris s’è tradotta in italiano: Terra promessa (Milano. Max Kantorowicz). Il pensiero che campeggia nel romanzo è svolto esplicitamente in: The Socialist Ideal in Art (New Review. Gennaio 1891). Henry S. Salt ha sostenuto l’alleanza della letteratura col socialismo in: Socialism and literature (Forecasts etc.) Vedi pure: Preoccupations intellectuelles, esthetiques et morales du parti socialiste Belge di Iules Destrée (Parigi 1897) e La Socialisation de l’Art di E. Picard. (Bruxelles. E. Lanier).
216. Anche l’altro pessimista che si nascose sotto lo pseudonimo di Mainlander e che si suicidò, sostenne la necessità di trasformazioni in senso socialista.
217. Sono stato tra i primi in Italia a sostenere che ogni aumento di benessere tra le classi lavoratrici è valido propulsore par chiedere ulteriori miglioramenti e non causa di egoistica soddisfazione immobilizzatrice (Sociologia Criminale. Vol. 2.º p. 469 a 470).
218. Questo riconoscimento della fase critica è esplicito negli studi del Mazzucchi per la parte cattolica. (La concezione materialistica della storia e l’idea del diritto. Nella Rivista int. di scienze sociali. Marzo 1898).
219. La distribuzione geografica dei moti sociali del 1898 in Italia conferma rigorosamente tale modo di vedere. Coloro che compresero i tumulti della Paglia determinati dalla miseria e non si seppero spiegare quelli di Milano dove si godeva di un relativo benessere fanno mostra di una supina ignoranza sui rapporti tra economia e psicologia.
220. Queste condizioni indicano forse nel selvaggio una maggiore felicità psicologica?
221. I tempi preistorici. Trad. italiana dell’Unione tip. edit. di Torino, p. 424. Il Lubbock da recente ha pubblicato due altri volumi sulla felicità umana; ma non hanno alcun valore scientifico. Non sono, principalmente, che una raccolta di sentenze, di motti popolari, di giudizi, che affermano la credenza nella felicità.
222. È bene ricordare che non tutti gli economisti ricorrono all’infelicità psicologica dei poveri ricchi per giustificare l’infelicità fisica delle classi lavoratrici, del proletariato. Il Gide, tra i più noti, ha protestato energicamente contro il Leroy-Beaulieu, che nel citato Essai sur la répartition des richesses asserì che si bilanciassero le due infelicità. Giustamente ha ricordato che nei poveri sulla infelicità fisica, — sinistramente documentata dalla mortalità quattro volte maggiore che nei ricchi: è del 10 per 1000 nel ricco quartiere dell’Eliseo è del 45 per 1000 nel poverissimo quartiere di Montparnasse — s’innesta l’infelicità psicologica. Il valoroso professore di Montpellier segnalò, come aveva fatto io nella 1ª edizione, le conseguenze morali dell’ineguaglianza delle ricchezze. (Principes d’Economie politique Sixième Edition. Paris. Larose et Forcel. 1898, p. 399 e 400).
223. Un vero inno al lavoro in vari suoi scritti ha sollevato il Nitti; ed arriva quasi all’idillio, il Chiappelli (Op. cit. p. 255 e 257).
224. Nella sostanza ho avuto poco da aggiungere a quanto avevo scritto contro i pessimisti... interessati, nel 1884, perchè nessuno confutò le mie obbiezioni. Gli stessi miei argomenti espose colla sua abituale calorosa eloquenza Iean Iaurès nel suo discorso del 19 Giugno 1897 (Socialisme et Paysans. Paris 1897 p. 15 a 17.)
225. C’è una buona traduzione italiana pubblicata da Remo Sandron. (Palermo 1897). Il Novicow ridusse a poche pagine le sue vedute in un articolo per la Rivista popolare: Il sensorio sociale (anno 2º N. 21).
226. La evoluzione psicologica ai nostri tempi. Nell’Archivio di psichiatria del Lombroso. Vol. V, Fasc. IV, pag. 496. I più capaci di Cimbali sono i migliori nel buon senso della parola. (Pel diritto del più forte. Torino, L. Roux 1894, p. 16, 26, 27, 59 e 60).
227. Rivista di Filosofia Scientifica. Settembre 1886 p. 571.
228. Queste ed altre considerazioni vengono svolte con l’abituale eloquenza dal Loria (La proprietà fondiaria ecc.) Con lui non posso convenire quando afferma: «che la massa di ricchezza producentesi non va a profitto degli operai e nemmeno dei capitalisti introduttori dei metodi perfezionati, ma si cristallizza nella rendita dei proprietari; che il risultato ultimo dell’avanzarsi della Società è la povertà stazionaria degli operai e la crescente ricchezza dei proprietari del suolo; che i proprietari rappresentano la natura avara dei suoi tesori e pigra soccorritrice all’opera intelligente dell’uomo; nè combattono per virtù propria, ma giovansi di quella forza bruta cui trovansi aggregati.» (pag. 160). Qui è evidente l’esagerazione e la preoccupazione sistematica. Non è esatto — e fu dimostrato anche dai collettivisti rigidi — che la povertà sia stazionaria; e per la dimostrazione rimando al cap. VI. Ed è vera esagerazione, che si spiega con la importanza esclusiva attribuita al possesso della terra, che i capitalisti alla pari degli operai rimangono spogliati della ricchezza da loro prodotta. E l’immenso sviluppo della proprietà mobiliare? La sua teoria sarebbe inattaccabile se venisse dimostrato che la rendita della terra fosse in continuo aumento. La crisi agraria intanto è generale e non pare un fenomeno transitorio. Su questo argomento si riscontri l’articolo di Masè-Dari: La rendita e la proprietà del suolo nella crisi agraria attuale (Riforma Sociale 15 Febbraio e 15 marzo 1898).
229. Loria: op. cit. p. 159 a 167, 190 e 191; Sydney Ball: Die Konkurrenz und die Bevolkerung frage (nella pubblicazione di Sydney Webb: Der Sozialismus in England Göttingen 1898 p. 198). Ad onore del vero devo ricordare che un economista liberalista che combatte sistematicamente i socialisti, il Rouxel, sin dal 1883 mettendo in canzonatura i darvino-sociologi osservava che se la vita è davvero una lotta nella quale i deboli soccombono fatalmente, questi da gran tempo avrebbero dovuto scomparire dalla superficie del globo e da un altro lato i sopravviventi dovrebbero essere più forti dei loro padri. (Journal des Economistes Marzo 1885 p. 489 e 490). Lo stesso Rouxel, più tardi, si è mostrato sostenitore di un liberismo di buona lega mostrando che c’è un capitalismo che non è il prodotto del merito degli individui e delle classi, che lo detengono, ma del protezionismo, che opera una vera polarizzazione sociale accumulando ad un polo la ricchezza ad un altro la miseria. (La genèse du capitalisme. Iour. des Econ. 15 aprile 1898). È chiaro che riesce così alla conclusione dei socialisti; ma meno logicamente, perchè attribuisce ad un solo fattore, il protezionismo, ciò ch’è l’effetto di tutta l’organizzazione sociale. M. Angelo Vaccaro ha riportato numerosi esempi per dimostrare che la vittoria non è sempre dei migliori o dei più forti (La lotta per l’esistenza p. 42 a 46 e 122 a 127).
230. Il Loria in questo Libro ha esagerato il principio e le applicazioni del materialismo storico; ma vi resta sempre un grande fondo di verità.
231. Nel Giornale degli economisti (aprile 1898) il sig. F. Papafava esaminando la parte VIII dei Principii di sociologia di Spencer (Industrial institutions, Williams and Norgate. London 1897) esce in queste argute osservazioni, che credo opportuno di riprodurre integralmente:
«Quando ho sentito, la prima volta, la teoria della selezione e della lotta per l’esistenza fui preso da grande terrore. «Come me la caverò, pensavo. Se uno dei tanti facchini che incontro per la strada volesse davvero fare a pugni per vedere chi di noi due resta selezionato?»
«Più tardi compresi che si trattava più che altro di lotta intellettuale e morale. Mi consolai, e cominciavo anche a montare in superbia. «Io, dicevo, sono un signore, sono un selezionato, dunque vuol dire che ho un gran bel cuore e una gran bella intelligenza». Ma il conto non tornava. Vedevo gente povera molto più intelligente e più buona di me, gente più ciuca, più birba e molto più ricca di me. Allora ricorsi per lumi superiori a un darvinista-spenceriano-economista. Questi mi guardò compassionevolmente e poi così parlò:
«Tu sei miope, hai delle idee piccine e ragioni come una donna. Non si possono vedere gli effetti della lotta per l’esistenza, nè la prova concreta della selezione in ogni particolare individuo. L’individuo è niente, l’individuo è un atomo, e la sua vita un istante. Bisogna considerare grandi epoche, come fanno i geologi, e grandi masse di uomini, e allora si vede che a lungo andare, le razze e le nazioni dotate di certe qualità tendono a moltiplicarsi a scapito d’altre razze e d’altre nazioni, presentanti caratteri differenti, le quali, così, tendono a sparire. Inoltre tu confondi selezione con intelligenza e moralità. È un errore. Selezione dei migliori, nel senso darwiniano, non significa che selezione dei più adatti alla vita sociale in una data epoca storica. Cosichè i selezionati in una società di cannibali non sono i selezionati nell’impero romano, nè questi i selezionati nella civiltà nostra, nè i selezionati d’oggi sono davvero i migliori nel senso morale (non darviniano) della parola. Il selezionato d’oggi non è ancora il galantuomo vero, ma il furbo. L’uomo moralmente superiore è un uomo che anticipa il suo tempo, è un pesce fuor d’acqua. Prepara i materiali per la società futura ma intanto non è che parzialmente adatto alla presente. Quindi è inevitabile che soffra».
232. Il Cimbali che ammette e desidera il trionfo dei più forti — nel senso buono — non esita a riconoscere la necessità della rivoluzione per vedere assiso lo Stato sulla base della giustizia, che sola può assicurare a tutti ciò che a ciascuno è dovuto (La morale ed il diritto nell’esigenza teorica e nella realtà pratica. Roma. Fratelli Bocca. 1898).
233. Anche il Lapouge scrive pagine tetre in previsione del lontanissimo esaurimento delle forze cosmiche. (Sélections sociales p. 446 e seg.)
234. Dr. Leon Winiarski: L’Anthropo-sociologie (Devenir Social, Marzo 1898). Per vedere a quali stranezze possa condurre l’antropo-sociologia bisogna leggere l’articolo di Lapouge nella Rivista italiana di Sociologia (Roma 1897). Ivi vuole mettere d’accordo la brachicefalia e la dolicocefalia colle imposte, colla ricchezza ec. in Italia. Asserisce che in Sicilia c’è stata una invasione di Piemontesi!...... E con tutte queste invasioni i conti non tornano! Combattei le strane esagerazioni del Lapouge per la prima volta enunciate nella Revue d’Anthropologie nel 2º vol. della mia Sociologia criminale (Cap. V). Ivi esaminai pure se oggi cogli incrociamenti che durano da migliaia di secoli si possa parlare di razze pure. Gran parte delle mie vedute hanno trovato conferma nelle due ultime bellissime opere di Sergi: Africa e Arii e Italici (Frat. Bocca Torino 1897-98). In questa quistione della purezza della razza c’è un lato davvero umoristico. Il Lapouge, infatti, afferma che la sterilità francese deriva dall’incrociamento dalle due razze: i francesi insomma, sarebbero infecondi perchè ibridi.... perchè muli. Ora i francesi al Canadà e in Algeria sono assai più fecondi che in patria. Non solo: la minore fecondità, la infecondità crescente — di sterilità assoluta, quale dovrebbe riscontrarsi tra muli non è a parlare — è la caratteristica di tutti i popoli la cui coltura e il cui benessere ha raggiunto un alto livello, di tutte le famiglie aristocratiche più pure... così il progresso dal punto di vista demografico francese, sarebbe un male e la stessa purezza della razza affretterebbe, meglio che l’incrociamento, la sterilità e la successiva scomparsa della razza stessa. Oh! i romanzi... antropologici!
Incidentalmente hanno oppugnato l’antropo-sociologia il Novicow e il Sergi in due articoli della Rivista popolare (L’aberrazione della razza nel N. 18. A proposito di antroposociologia nel N. 19). Larga e serena è la critica che ne fa il Winiarski nel citato articolo del Devenir social. Il Lapouge raccolse i suoi precedenti studi nelle Sélections sociales; l’Ammon nel: Die natürliche Auslese beim Menschen Iena 1893. A giudicarne dalla prefazione al libro di Mondaini sui Negri e da un articolo di rivista pare che accetti l’antroposociologia il Morselli.
235. Enrico Ferri per non rinnegare interamente ciò che aveva scritto in Socialismo e criminalità, che determinò la pubblicazione del mio Socialismo (1ª Edizione del 1884) in Socialismo e scienza positiva volle conciliare Marx, Darwin e Spencer. Quando i fatti assestano colpi inesorabili alla conciliazione allora egli ricorre ad una logica novissima, di cui se dessero un saggio i suoi avversari, sarebbero da lui fulminati colla sua ordinaria veemente eloquenza. Così egli dopo aver affermato — e i fatti innumerevoli ve lo costringevano — che nelle società umane non trionfano i migliori soggiunge: «La prima impressione, determinata dalla constatazione di questi fatti, conduce a negare che le legge darviniana della selezione naturale abbia qualsiasi valore ed applicabilità nel mondo umano. Ma io sostenni e sostengo invece non solo che queste selezioni sociali a rovescio non contraddicono alla legge darviniana, ma che esse poi costituiscono un argomento in favore del socialismo.» (p. 54) È evidente la seconda parte della conclusione; in quanto alla prima è del tutto campata in aria e tutto l’ingegno dialettico del Ferri non riesce a giustificarla anche sostituendo ai migliori i più adatti.
236. Il Lapouge è assai convincente nel dimostrare l’azione regressiva delle selezioni sociali in tutto il libro consacrato alle medesime — specialmente a p. 443 e seg. dove riassume. L’Asturaro riconosce che la società capitalistica per mezzo della ricchezza conserva i degenerati, mentre la natura fa scomparire molti elementi sani. (La scienza del diritto e i suoi problemi metodologici. Nella Rivista sc. del diritto, Ottobre-Dicembre 1897 p. 646 e 647). Il duca d’Argyll recentemente ha sostenuto che l’aristocrazia deve reggersi perchè è la trasmissione delle buone qualità ereditarie; ma Roberto Murrison gli rispose che il mantenimento del privilegio sociale per l’appunto distrusse il lavoro della selezione naturale (Westminster Rewiew Aprile 1898). Questa teoria del trionfo dei forti viene ora discussa ed applicata nel campo dell’arte e Georges Clemenceau vi ha consacrato un romanzo (Les plus forts) nel quale vengono flagellati i vincitori attuali, il cui trionfo è frutto della miseria degli umili, dei lavoratori, dello schiacciamento dei sentimentali e che rende l’ipocrisia regina del mondo e il denaro sovrano delle coscienze.
237. Il Ribot nell’opera citata e il Jacoby in: Etudes sur la selection dans ses rapports avec l’hérédité chez l’homme (Paris 1881) riportano il maggiore numero dei fatti qui riportati sulla degenerazione delle aristocrazie; la quale come fatto innegabile viene ammessa da Gustavo Le Bon (Applications de la Psychologie à la classification des races nella Revue philosophique Decembre 1888). Per cortese sua comunicazione so che l’illustre Prof. Borselli ha raccolto un copioso materiale scientifico per dimostrare la degenerazione delle aristocrazie. Egli coraggiosamente inneggiò al matrimonio dell’attuale Principe ereditario del regno d’Italia colla principessa Elena del Montenegro nella speranza che questa portasse una corrente di sangue fresco nella vecchia dinastia Sabauda (Rivista popolare. Anno 2º N. 9).
238. Mi pare superfluo aggiungere notizie sulla degenerazione della dinastia di Baviera, che ci ha fatto assistere alle manifestazioni più clamorose e più tragiche della follia. Sta per estinguersi; nè presenta migliori condizioni di durata la dinastia che regge l’Impero Austro-Ungarico.
239. Henry Tarot nelle Petite république dette notizie edificanti sui rampolli delle famiglie aristocratiche oggi viventi in Parigi. Il conte De Castellane si fa prestare una somma da una commediante mezzana per sedurre una figlia di Gould, dopo essersi ridotto all’abbiezione nelle case di giuoco. Il principe di Sagan, il re della moda, si esibiva per qualche marengo nei restaurants e nei caffè per metterli in voga. Il conte Elia de Tayllerand-Perigord, audace baro, organizzò gli scrocchi contro Max Lebaudy. Il conte Boson mancò di ogni riguardo al padre moribondo per economizzare un centinaio di migliaia di lire. Dell’aristocrazia inglese si sa che figura in quasi tutti gli scandalosi processi per reati contro i costumi. È celebre la campagna contro il malcostume dell’aristocrazia inglese fatta dallo Stead nella Pall Mall Gazette. Il principe di Galles non vi fece una bella figura. Paolo Valera nella Rivista popolare ha illustrato la degenerazione della dinastia inglese.
240. Uno scrittore inglese di molto valore non ha esitato a rilevare che l’Inghilterra ricava circa 20 milioni di sterline all’anno dalle doti che le regine d’America hanno portato agli spiantati aristocratici inglesi (Medley: The German Bogey). Per maggiori dettagli sulle doti americane si legga in Rivista popolare (N. 18 anno 3º) l’articolo di E. Claris sui matrimoni aristocratici.
241. I lavoratori sono i vinti nel senso economico-sociale; ma sarebbero i vincitori nel senso darviniano, perchè, come classe, sopravvivono e si riproducono prodigiosamente.
242. Il Pagliani sin dal 1879 dimostrò l’influenza perniciosa che il lavoro prolungato o precoce e la deficiente alimentazione esercitano sullo sviluppo del corpo umano. Nello scritto pregevole del capitano medico Dr. R. Livi: Dello sviluppo del corpo in rapporto colla professione e colla condizione sociale (Roma E. Voghera 1897) se ne hanno altre prove.
243. Origine dell’uomo, p. 126 della traduzione italiana. Unione tipografico editrice torinese. Non ho visto sinora rilevata da altri l’importanza di questo passo del grande naturalista. L’azione dell’eredità — quale istituzione sociale — contro la selezione, era troppo potente, perchè fosse sfuggita ad una mente serena e non preoccupata da interessi politico-sociali, come era quella di Darwin. Contro l’eredità piacemi qui riportare le belle considerazioni del Bovio fatte nel nome del suo prediletto principio di causalità: «L’individuo umano deve alla comunanza, lui vivente, una porzione del suo prodotto; e dopo morto lo deve intero. Il che torna a dire, che il così detto diritto di successione non è riconosciuto dal principio di causalità. Nè in altro modo può star la cosa: se tra l’uomo e la cosa il solo legame etico è quello della causalità, mancato questo legame non c’è fondamento giuridico di proprietà. La successione è il diritto dei beati ozi, l’etica dell’adipe. Domandano se, negata la successione, io neghi il fondamento della famiglia. Rispondo che no, perchè il padre lavorante educa i figli al lavoro, e trasmette in essi l’energia della causa, non gli effetti senza causa; nè si può pensare che il fondamento giuridico della famiglia sia la successione la quale è privilegio di pochi. Però il diritto di successione e di lavoro essendo avversi, movonsi nella storia in ragione inversa, come il diritto civile e il codice penale, la religione e la scienza, la guerra e il dritto delle genti. Perciò vediamo più salire nella storia la ragione del lavoro e più attenuarsi e discendere quella della successione. Gli abbienti se ne accorano; ma la storia che mira a tradurre l’etica in legislazione positiva; sposta inesorabili molti interessi e non ode lamenti.» (Scienza del Dritto, p. 268, 269). Invocare poi la proprietà perchè base della famiglia, aggiungono i socialisti, è dare ragione a coloro che vogliono trasformare la società. Se è necessaria questa base alla famiglia come la negherete al 90% delle famiglie che non hanno alcuna proprietà?
244. E. Loncao ha dimostrato che colla cacciata degli Ebrei dalla Sicilia, cominciò la depressione economica e lo squallore dei campi. I porti che prima brulicavano di mercanti, restarono privi di ogni soffio di vita commerciale. (L’Antisemitismo in Sicilia. Nel Pensiero italiano. Marzo 1898).
245. Nella Revue d’Anthropologie Janvier 1889.
246. L’azione diversa della guerra secondo il diverso grado di evoluzione sociale è stata testè sostenuta con maggiore amplificazione dal De Molinari (Grandeur et décadence de la guerre. Paris. 1898, Guillaumin et C.ie).
247. Gli eugenici pel Lapouge sono i migliori, selezionati nella razza superiore — bionda, alta e dolicocefala — e non imbastarditi da incrociamenti.
248. Pietro Ellero, l’illustre magistrato italiano, della borghesia in genere ha fatto una descrizione ancora più pessimista di quella del Lapouge. (La tirannide borghese. Bologna Zanichelli 1879).
249. Ioly, Psychologie des grands hommes. L’illustre Gabriele Rosa nella Storia naturale della civiltà ed in altri scritti sostenne, prima del Ioly, e in un senso più generale, una analoga teoria. Tale è quella degli avvicendamenti, che è la base della sua filosofia della sua storia: teoria presa dalla agricoltura, e che mostra come nell’onorando scrittore bresciano lo storico e l’agricoltore si dieno sapientemente la mano.
250. Il Bonvecchiato spiega la degenerazione delle aristocrazie: 1º colle false selezioni; 2º colle selezioni rapide ed eccessive dovute all’esercizio violento delle facoltà più difficili e più costose. (Articolo citato).
251. Ib. p. 175.
252. Ib. p. 85. Il Loria stigmatizza fieramente questa sostituzione del criterio economico nei matrimoni all’attrazione naturale che farebbe unire tra loro gl’individui più belli e più vigorosi. Cita le parole che Shakespeare fa pronunziare al figlio naturale contro il figlio legittimo: «Io sento nelle mie vene scorrere il bollente fiume della giovinezza; io vigoroso rampollo nacqui dall’accoppiamento di due esseri belli, giovani ardenti, che avvinse l’amore; tu fragile creatura, senza vigoria, senza vita, nascesti da due esseri che avvinse il contratto, e il cui contatto non riscaldò vampa di amore.» La proprietà fondiaria ec. p. 161 e 162. Questo serve a spiegare la superiorità dei bastardi.
253. Degeneration. A chapter in darwinism. Londra 1880. Citato da Beccardo La Sociologia etc. p. LXXX. Sul parassitismo sociale si riscontri pure: La lotta per la esistenza ec., Sulla vita degli animali in relazione alla lotta per la esistenza di M. Angelo Vaccaro; Parasitisme organique et parasitisme social di Massart e Vandervelde nel Bulletin scientifique de la France et de la Belgique. Se non erro di quest’ultimo lavoro ce n’è una traduzione italiana fatta a cura della Critica sociale di Milano.
254. «Quando gli organismi, che prima vivevano liberamente, si abituano alla vita di parassiti, essi degenerano.» Naturliche Schöpfungsgeschichte, p. 254.
255. Bovio, Scienza del Dritto. Ribot, ib. p. 359 a 367.
256. Sui rapporti tra educazione ed eredità scrisse belle pagine il Guyau (Hérédité et Education. Paris. Alcan).
257. L’aristocrazia del denaro non si difende. La sua origine quando non è dovuta al caso, o all’opera della collettività, ha origini delittuose. Quale possa essere la sua azione sociale, più che dagli scrittori socialisti, ad evitare sospetti di parzialità, lo si apprenda da Schäffle (Vita e struttura ec. Vol. V. Biblioteca Econ. Serie 3ª p. 34, 645, 661, 747 e altrove). Ma quale possa essere la azione della cosidetta aristocrazia dell’intelligenza — prodotto necessario di quella del denaro e del sangue — lo si vegga da questo brano, che si trova nei Gaspillages etc. del Novicow: «Negli Stati Moderni, anche i più civili, la funzione politica non si è ancora differenziata dalla funzione economica, salvo forse in Inghilterra in grazia dei lords. Questi non hanno bisogno dei profitti diretti del governo. Sono generalmente ricchi e le loro fortune sono inalienabili. Questa differenziazione è una inestimabile fortuna per l’Inghilterra. I lordi potrebbero rendere i servizi più preziosi alla loro patria. Disgraziatamente essi hanno lo spirito così stretto e così conservatore che il popolo inglese trovando in essi un ostacolo al progresso aspira a distruggere le loro prerogative.» (p. 224). Questa la conclusione sintetica sull’aristocrazia inglese, la più decantata tra tutte. Viene da chi dell’aristocrazia, come si sa, ha esaltato i benefizi. Ma l’aristocrazia, l’élite intellettuale del Novicow è di là da venire.... Forse non è diversa da quella preconizzata dai socialisti. Lo vedremo nel paragrafo seguente. L’ottimismo del Novicow sull’élite è parso anche esagerato all’egoarca Morasso, che alla sua volta ha esagerato il superomismo!
258. Qualcuno, tra i socialisti italiani specialmente, troverà strano che io mi sia intrattenuto di democrazia in un libro consacrato al socialismo. Trattando della decadenza dell’aristocrazia mi parve che non si potesse fare a meno di riferirsi all’avanzarsi del termine antinomico. Democrazia e aristocrazia mi pare che siano due liquidi diversi in vasi comunicanti: la pressione che un colpo di tromba esercita su di uno fa innalzare necessariamente l’altro. Lasciando a qualche socialista italiano il sovrano disprezzo per la democrazia rilevo che non a caso i socialisti tedeschi si denominano partito della democrazia sociale. Altri obbietterà che tra democrazia e socialismo ci sia incompatibilità riferendosi al giudizio dell’illustre storico della democrazia americano. Il De Tocqueville nel Parlamento francese nel 1849 disse: «La democrazia estende la sfera della indipendenza individuale, il socialismo la restringe. La democrazia dà ad ogni individuo il maggior valore possibile il socialismo fa di ogni uomo una cifra, un agente, uno strumento. Democrazia e socialismo coincidono nella sola parola uguaglianza; ma mantengono la differenza nel senso. La democrazia aspira all’uguaglianza nella libertà; il socialismo vuole l’uguaglianza nella violenza e nella servitù.» Come si vede i Guyot, i Garofalo, i Richter che hanno annunziato la morte della libertà coll’avvento del socialismo non sono originali! Mi riserbo ad altra occasione di trattare di proposito questa quistione, alla quale accennai sin dal 1878 (La questione sociale e la libertà) dimostrando che coi regimi democratici la evoluzione è più lenta e più sicura non contrassegnata da episodi dolorosi. Come intendono l’eguaglianza i socialisti si vedrà nel paragrafo seguente. Qui mi piace ricordare che il De Laveleye vide più nettamente affermando che l’uguaglianza politica — base della democrazia — prepara l’uguaglianza economica e che anzi la prima non dura se per lungo tempo rimane scompagnata dalla seconda (Le socialisme contemporaine. 3ª Edizione. Parigi). John Rae senza essere socialista sta col De Laveley, sul rapporto tra diffusione del benessere e democrazia (Il socialismo contemporaneo. Lemonnier, 1889, p. 24, 25, 27 e 113). In principio, però, constata che la tendenza naturale della democrazia non è verso il socialismo e si fonda sul fatto che il socialismo non si estende in Inghilterra, in Svizzera e negli Stati Uniti. Ora muterebbe avviso.
259. Questo processo adequatore avrebbe una smentita se fosse vera l’ipotesi ardita del Pareto che sotto tutti i regimi riscontrò una uguale ripartizione dei redditi. (Cours etc. Vol. 2º La courbe des revenus p. 289 e seg.) L’ipotesi del geniale economista non è dimostrata e non ne è convinto nemmeno il Pantaleoni. Ciò che lo stesso Pareto afferma a p. 326 e altrove sulla costante diminuizione del pauperismo in Inghilterra mi sembra che contraddica fondamentalmente la sua ipotesi.
260. Aperçu sur le socialisme scientifique. Prefazione alla riduzione del Capitale di Marx p. 31 e 32. A quindici anni di distanza uno scrittore di un temperamento diverso ripete la stessa cosa. «Ciò che il socialismo domanda non è la uniformità delle condizioni; esso ammette ineguaglianze naturali, cerebrali e muscolari, ed è anche cosa scientifica il negare l’eterogeneità come una condizione di progresso. Ciò che il socialismo domanda è l’uguaglianza nell’uso dei mezzi di sviluppo, coll’uguale diritto allo sviluppo della attività.» (Kauffmann. Socialism and modern Thought. Londra 1895. Citato da Chiappelli p. 78 in nota) Malon e cento altri scrittori ripetono le stesse cose e le stesse osservazioni. Dissento parzialmente dal Deville sulla permanenza delle disuguaglianze naturali quando saranno scomparse le ineguaglianze sociali. L’uguaglianza fu intesa come da Deville anche dal Podolinsky molti anni or sono (Revue socialiste. 1ª serie N. 8) e dall’Engels (Duhring’s Umwaltzung der Wissenschaft). Il Grant Allen insiste sulla realtà delle ineguaglianze naturali e si prova a dimostrare che solo il socialismo può trarne il dovuto profitto (Natural Inequality. In Forecasts ecc.).
261. Lange: op. cit. p. 75. Antonio Labriola, il marxista più illustre tra i popoli latini com’è stato riconosciuto dal Sorel anche nella fase del comunismo critico, quando, eliminati la rendita, il profitto e l’interesse, cesserà la necessità dello Stato quale organo destinato a mantenere coattivamente l’equilibrio tra le classi in contrasto, riconosce che rimarranno la ineguaglianze naturali del sesso, dell’età, del temperamento, della capacità e vi sarà il governo tecnico e pedagogico dell’intelligenza che sarà l’unico ordine della società. (Del Materialismo storico. Dilucidazione preliminare. Roma, E. Loescher 1896, p. 98 e 99) Pare a me che il governo tecnico e pedagogico della intelligenza faccia ricomparire lo Stato sotto forma attenuata; e pare al Ferraris che tale governo debba condurre a disuguaglianze economiche (Il materialismo storico e lo Stato. Palermo. R. Sandron 1897 p. 203). Sono meritevoli di attenzione queste considerazioni dell’americano Lester F. Ward, l’illustre autore della Dynamic Sociology:
«La famosa dichiarazione di Sir William Harcourt che «oggi siamo tutti socialisti» ha bisogno di un emendamento. Non siamo socialisti, ma sociocratici.
«Questa generale arte sociale, il controllo scientifico delle forze sociali esercitato dal pensiero collettivo della società pel suo vantaggio, in stretta omologia con le arti pratiche del mondo industriale, è ciò che io ho chiamato col nome di Sociocrazia. Essa è stata talvolta confusa col Socialismo ed io non posso forse meglio concludere questa serie di articoli che coll’indicare brevemente, secondo io comprendo il socialismo, fino a qual punto esso differisce dalla prima ed anche dal prevalente regime di concorrenza o individualismo. Ciò può essere fatto soltanto, al punto in cui siamo, mediante poche proposizioni antitetiche, lo svolgimento delle quali è pel momento rimandato.
«1. L’individualismo ha creato disuguaglianze artificiali.
«2. Il Socialismo cerca di creare uguaglianze artificiali.
«3. La Sociocrazia riconosce le disuguaglianze naturali e mira ad abolire le disuguaglianze artificiali.
«4. L’individualismo conferisce beneficii a coloro soltanto i quali hanno l’abilità di ottenerli, per forza superiore, astuzia, intelligenza o accidenti di posizione.
«5. Il Socialismo vorrebbe conferire gli stessi beneficii a tutti ugualmente e mira ad assicurare la uguaglianza del godimento di essi.
«6. La Sociocrazia vorrebbe conferire gli stessi beneficii in stretta proporzione col merito, ma insiste sull’uguaglianza della occasione come il solo mezzo che possa determinare il grado di merito.
«Così un ciclo si compie. La Sociocrazia è il ritorno alla natura dalla quale la società si era allontanata.»(American Journal of Sociology 1897)
262. Haycraft: Darwinism and Race progress, London. Sonnenschein. 1894. Lapouge: L’Anthropologie et la Science politique (Nella Revue d’Anthropologie, Gennaio 1887).
263. Queste osservazioni del Turati rimontano al 1883.
264. In China si conservano ancora alcuni costumi che ricordano quelli degli Spartani. Holcombe in The Real Chinaman narra che i genitori quando sono riusciti inutili le cure pei fanciulli malatticci, li spogliano e li espongono all’aria. Se per caso i fanciulli resistono a questa terapeutica allora i genitori li riconoscono come loro figli. Se muoiono vengono considerati come spiriti maligni che cercano introdursi nella loro casa.
265. Dégénérescence et criminalité. Paris. Alcan. 1888 p. 108. Nel 1º volume della mia Sociologia Criminale vi sono molti esempi di grandi uomini, che avevano tutti i caratteri della debolezza o della degenerazione fisica. Giuseppe Mazzini fisicamente era un debole; ma quanto tesoro di forza morale e intellettuale non conteneva quel corpo diafano e malaticcio!
266. G. Bizzozzero: Il cittadino e l’igiene pubblica (Nuova Antologia 16 aprile 1898).
Anche il Prof. Sanarelli ha fatto acconce osservazioni sui danni incalcolabili che fa la morte cieca sopprimendo individui, che avrebbero potuto contribuire colle loro scoperte al progresso dell’umanità. (Higiene pubblica y questiones sociales. Montevideo 1896)
267. Il Marchese di Breadalbane costrusse elegante alloggio pei suoi cani da caccia. (Ledru-Rollin: Décadence de l’Angleterre. Vol. 2º p. 41). La zoofilia quando non è accompagnata da cure uguali verso gli uomini, diventa un insulto, una provocazione.
268. Non è male avvertire che due dei maggiori economisti contemporanei, Leon Say e Leroy-Beaulieu, la protezione dei deboli, e dei fanciulli, la riconoscono giusta ed utile. Leone Say, specialmente prendendo la presidenza di una società di protezione dei deboli disse: «Lo Stato deve la sua protezione ai deboli; la deve sopratutto ai fanciulli, agli apprendisti, che sono la grande risorsa della nostra industria nazionale; l’infanzia non è una cassa di risparmio nella quale versiamo dei tesori per l’avvenire?» (Journal des Economistes. Marzo 1885, p. 501 e 502). Il Gide, poi, propugna esplicitamente il diritto all’assistenza nel senso del socialismo primitivo.
269. Origine dell’uomo. Trad. Italiana, Unione Tip. Edit. di Torino, p. 126.
270. Sociologie. Parte 3ª, cap. 9, vol. 2, p. 351, 358.
271. Ho lasciate immutate quale si trovano nella 1ª Edizione del 1884 gran parte di queste obbiezioni contro Spencer. Il Chiappelli le ha ripetute ed allo Spencer ha ricordato che il capolavoro della evoluzione secondo il filosofo inglese è per lo appunto la morale.
272. Cap. 12. Passato e avvenire della famiglia, pagina 400 a 404.
273. Per la protezione dei deboli, sebbene timidamente, in nome del diritto si dichiara il Cimbali. (Il diritto del più forte p. 201 a 303). Invece la sostiene calorosamente Ludwig Stein. «Il diritto e dovere di assistenza va di conserva col diritto all’esistenza, riconosciuto nel prussiano Landrecht e nella proclamazione francese del 1793, ammesso da Locke, Montesquieu e Fichte. Tutti i cittadini hanno diritto ad una sicura esistenza ed alla eliminazione di tutti i mali, di tutti gl’inconvenienti che potessero renderla meno sicura. Ecco il più gran dovere dello Stato. Il diritto all’assistenza non compete solo a coloro che sono fisicamente incapaci al lavoro: compete a tutti i deboli ed economicamente deboli. Poichè lo Stato moderno non è più semplicemente un Rechtsstaat — Stato giuridico — ma anche un Culthurstaat — stato educatore —; poichè esso non si occupa più soltanto della vita giuridica, ma anche della vita economica dei suoi associati, non è difficile che si faccia un nuovo passo verso l’assicurazione dell’esistenza pei deboli.» (Die Soziale Frage ec. p. 614 a 616). Per la legislazione sui poveri e per la forma e la evoluzione della beneficenza si riscontrino le opere citate di Florian e Cavaglieri, di Maggetti e di Fulvio Cazzaniga. Quest’ultimo (L’equità e le sue applicazioni naturali; L’uguaglianza studiata nella storia e nella scienza) rappresenta bene in Italia le tendenze spenceriane contro la conservazione dei deboli.
274. Mantegazza: Un giorno a Madera; Lino Ferriani: Il diritto alla famiglia (Nel Pensiero Nuovo, Aprile 1898). Il Pieraccini in un libro, edito dal Bocca, sulle malattie trasmissibili propugna le stesse idee. Anche il Lapouge propugna la proibizione rigorosa del matrimonio ai deboli.
275. Mi valgo qui e nelle pagine seguenti dell’ultima parte del libro di Lapouge (Les selections sociales) nella quale si occupa del Selezionismo sistematico.
276. L’Haycraft dovrebbe mettersi alla testa della strana setta religiosa dei peculiar people sorta in Inghilterra, che respinge la medicina e crede che sia cosa infernale combattere la volontà di Dio salvando colle droghe coloro che sono destinati a morire. I magistrati inglesi, però, non ostante il loro rispetto per il sommo creatore, hanno condannato due individui, che rifiutarono il soccorso di un medico per il loro figlio malato. (Malagodi: Corriere dell’Inghilterra. Rivista politica e letteraria. Maggio 1898).
277. Ciò risulta dalla corrispondenza tra il segretario della Land Restoration League ed Herbert Spencer. Spencer non voleva consentire che si pubblicassero di fronte i brani della sua Social statics del 1851 e della Justice del 1891. All’ultimo consentì quando non poteva più rifiutarsi senza mettersi sfacciatamente dal lato del torto. La corrispondenza si trova nel N.º 1 dei Land Restoration Tracts (M.r Herbert Spencer and the Land Restoration League). I brani delle due opere gli uni accanto agli altri si leggono nel Tract N.º 2 (M.r Herbert Spencer on the Land Question. London: Office of the English Land Restoration League. December 1894).
278. D’Annunzio e Morasso rappresentano la degenerazione del Nietzsche; come l’abbia interpetrato ed esagerato il primo nelle Vergini delle rocce dimostrai nella Rivista popolare (Nietzsche e D’Annunzio. Anno Iº N. 17 e 18. Si conoscerà il secondo sapendo che non contento di trattare da sciocchi, petulanti e mascalzoni quanti non la pensano come lui, enuncia aforismi di questo genere: «Il dolore non è un merito, ma il peggiore dei demeriti. Il dolore è una colpa, una tabe. La morale e la virtù sono l’estrinsecazione atavica del più brutale egoismo primordiale di tutti gl’inferiori, i vinti, gl’invidiosi, i deboli. Il piacere, la sessualità, l’ozio, l’elevazione, la contemplazione sono gli stati più nobili, più propriamente umani dell’uomo. L’uomo deve pensare a sè e a nessun altro che a sè, e vivere per il suo proprio ed esclusivo piacere. Il lavoro degrada, rende ignobile. L’uomo vero è colui che vive oziando, godendosi ogni piacere, dandosi tutto ai piaceri sessuali. L’uomo vero è il maschio elegante e sagace, cui le donne si offrono... l’homme à femmes. Costui solo ha diritto di dominare. Chi soffre, chi lavora, chi produce dev’essere asservito. Gli operai costituiscono la massa animalesca degradata dal lavoro. Il lavoro è una colpa, che non merita clemenza.» (Uomini e idee del domani. Bocca. Torino 1898). Questa è l’essenza dell’egoarchia. Dica il lettore se ci può essere di fronte agli egoarchi altro dilemma: o manicomio o galera.
Il Morasso non si mostra turpemente pazzo soltanto colla enunciazione di siffatti aforismi, ma anche coll’affermare risolutamente che essi sono suoi, esclusivamente suoi. Invece basta leggiucchiare le biografie del Nietzsche per comprendere che l’odio contro il cristianesimo, contro la democrazia, contro i lavoratori ecc.; e l’apologia del super uomo sono letteralmente copiati dagli scritti del povero folle di Naumburg. Se le teorie rubacchiate dal Morasso al Nietzsche trovassero molti aderenti la società umana diverrebbe semplicemente un’associazione di feroci briganti. Ci sarebbe solo da sperare che i morassiani prendendo alla lettera i consigli del maestro imiterebbero Origene per impedire la riproduzione della società e cercherebbero nella morte, nell’annullamento dell’esistenza la suprema felicità.
279. Sarò molto parco nelle citazioni in questo capitolo. Basta ricordare che in quasi tutti i trattati di economia politica, a qualunque scuola vadano ascritti i loro autori, viene discussa calorosamente la quistione delle leggi naturali per tentarsene la dimostrazione, per negarsene l’esistenza o per racchiuderla entro certi limiti.
280. Tutto ciò, che dice il Pareto per escludere l’elemento morale dallo studio dell’economia considerata come scienza esclusiva dell’ofelimità e dell’utilità (Cours ec. Vol. 1º p. 14) starebbe bene qualora l’economia avesse alcuni dati o elementi o leggi sicure come li hanno la chimica, la fisica, la meccanica ecc. Questo esclusivismo non può fondarsi sulla esistenza dell’egoismo; poichè se l’egoismo è un movente reale e principale non si potrà negare l’esistenza dell’altruismo. I due splendidi volumi consacrati al corso di economia politica mostrano del resto, che il Pareto di continuo deve lasciare l’astrazione per occuparsi dell’uomo concreto.
281. Essais et Études. Troisieme serie. Paris. Alcan. 1897, p. 2. Nel primo di questi saggi dedicato alle leggi naturali dell’economia politica, l’illustre socialista di Stato polemizzando cogli ortodossi, dimostra la necessità dello scopo morale dell’economia come scienza non solo di ciò che è, ma anche di ciò che deve essere. Mette dalla sua anche il De Molinari. Certo è che la schiera degli economisti che pur ammettendo le cosidette leggi naturali consentono nel suo indirizzo è numerosa ed autorevole.
282. Paris, Germer et Bailliere. 2ª Ed. 1877. Ho riassunto questo studio ed alcuni altri nell’opuscolo: Di alcuni studî recenti sulla proprietà collettiva Bologna 1886.
283. Una buona risposta, dal punto di vista agronomico, sulla quistione del latifondo in Sicilia, al Marchese di Rudinì è venuta dal Prof. Vito Passalacqua nello scritto: I latifondi e le leggi agrarie, Palermo. Remo Sandron. 1896. — Ho raccolto molto materiale di prima mano sullo stesso argomento.
284. L’évolution économique du dixneuvieme siècle. Paris. C. Reinwald 1880, p. 321. Il De Molinari in altre opere ed articoli del Journal des Economistes insiste sulla evoluzione economica. L’importanza della sua opinione la rilevai nella 1ª Edizione di questo libro.
285. In nota riporta le conclusioni del mio scritto: Di alcuni studi recenti sulla proprietà collettiva, pel quale ha parole cortesi, per dimostrare che in alcuni paesi la proprietà collettiva può dare il maximum di ofelimità; e lancia una terribile frecciata ad alcuni autori della scuola ottimista, che preconizzano la libera concorrenza e l’accettano solo quando essa è utile alle classi superiori della società.
286. Per questa tendenza si legga il mio scritto: La grande battaglia del lavoro. Roma 1898.
287. I trusts ecc. hanno assunto tale importanza e sono divenuti talmente parte integrale della vita economica odierna, che non mancano già tentativi e proposte di regolarli con leggi. In proposito si legga l’importante studio del Prof. A. Marghieri sui Sindacati di difesa industriale (Riforma Sociale. Aprile 1898). Molti anni or sono Saverio Merlino dimostrò che la concorrenza finisce in monopolio.
288. Anche il Ferraris scrive esplicitamente: «L’opera collettiva dello Stato, organo della Legge di coltura può modificare le condizioni della evoluzione naturale.» (Il materialismo storico e lo Stato p. 157).
289. «L’economia politica ridotta alle formule astratte delle vostre leggi naturali è una scolastica più vuota di quella del medio evo. È perciò che essa ha perduto ogni credito non solo in Germania e in Italia, ma anche nel suo paese di origine, in Inghilterra. Essa vi ha subìto l’ultima delle umiliazioni. Il capo attuale della scuola ortodossa inglese, l’eminente professore di Oxford, Bonamy Price, si ha assunto il compito di provare che essa non è una scienza. Lord Sherbrooke (l’antico cancelliere dello scacchiere, Lowe), il più logico dei deduttivi, aveva detto ch’è proprio di una scienza la facoltà di prevedere, perchè essa ha per oggetto leggi naturali necessarie; per esempio l’astronomia, che prevede gli eclissi; la chimica, che prevede le reazioni dei corpi messi in contatto; la fisica che prevede gli effetti del calore e dell’elettricità; ed egli pretendeva che l’economia politica riposando del pari sopra di alcune leggi naturali semplicissime, godeva dello stesso dono di previsione. Bonamy Price distrugge questa illusione con una verve spietata e dimostra che l’economia politica concepita nel modo degli ortodossi, quorum magna pars est, non ha alcun diritto al titolo di scienza: (Political Economy is not a Science in the stricte sense of the term.)» De Laveleye: Essais ec. p. 13.
290. Del metodo si è occupato in Italia con grande acutezza l’Asturaro. Non si è di accordo neppure sulla definizione della sociologia. Pel De Greef è: la filosofia generale delle scienze sociali particolari (Les lois sociologiques. Paris 1893, p. 49). Con questa definizione in verità non si riesce e comprendere ciò che è la sociologia; perciò tra le tante mi pare preferibile quella di Vignoli: la sociologia è la scienza della genesi, esplicamento, specificazione e trasformazione degli elementi essenziali fisio-etico-razionali umani in quanti consociati vanno ordinandosi concretamente in un sistema attuoso e variabile di vita comune (Peregrinazioni antropologiche. Milano. Hoepli. 1898, p. 101). La definizione è alquanto lunga ed involuta, ma corrisponde ai caratteri meglio constatati delle società umane ed a quella evolubilità delle medesime di cui s’intrattennero magistralmente l’Angiulli e il Vanni. Sullo stato attuale degli studi sociologici si può riscontrare: E. Morselli: Sociologia generale. Milano. Hoepli. 1897. Egli ha trascurato gli scrittori americani.
291. Credo essere stato uno dei primi in Europa a far servire la dottrina spenceriana in difesa delle teorie socialiste. Ma per mostrare l’elasticità ed imprecisione delle prime mi piace ricordare che mentre io nel 1878 l’applicavo a modo mio, (La libertà e la questione Sociale) il marchese Ferraioli la applicava in senso clericale.
292. Anche pel Kidd l’uomo è una creatura dell’altro mondo non ostante l’apparato scientifico del suo libro! Questo, infatti, non ha che un grande obbiettivo: stabilire l’esistenza e la necessità di una morale religiosa.
293. «Certi economisti pretendono che non esistono leggi naturali. Ciò deriva dal fatto che essi conoscono dei paesi nei quali, gli albergatori servono gratis i viaggiatori, e nei quali i negozianti, invece di farsi pagare la merce che danno, regalano essi qualche cosa ai compratori. Non proviamo alcuna difficoltà a riconoscere che nè l’economia politica classica, nè l’economia politica pura possono applicarsi a questi paesi». (Cours etc. Vol. 2º p. 41).
294. Il Pareto esce da questo prudente riserbo, veramente scientifico, quando dopo aver negato la conoscenza di leggi sociali in generale riafferma la esistenza di leggi naturali nella economia riferendosi alle leggi dell’equilibrio economico di cui parlò a p. 59 e 61 del 1º vol. del suo Cours d’Economie politique. Mi accordo invece col Kidd quando dice: le generalizzazioni in forma di legge mancano quasi completamente nelle conoscenze storiche. Lo storico ci conduce a traverso agli avvenimenti del passato ma ci abbandona in faccia all’avvenire non avendo che intuizioni sulle leggi, che regolano i fenomeni sociali ed un indizio della direzione, nella quale la nostra società cammina. (Op. cit. p. 26).
295. Libri che si prendono in mano con entusiasmo e colla fiducia di trovarvi la soluzione dei problemi sociologici, tra i tanti, mi piace ricordare: Bagehot: Lois scientifiques du développement des nations; Mougeolle: Statique des civilisations; Les lois de l’histoire; De Greef: Les lois sociologiques; Le Bon: Les lois psychologiques de l’évolution des peuples; Tarde: Les lois sociales; Kidd: L’evoluzione sociale ecc. ecc. Sono tutti di pregio grandissimo, ma che non danno ciò che fanno sperare dal titolo.
296. G. B. Grassi, l’illustre biologo di Roma, sappiamo come ha stigmatizzato l’invasione reciproca che biologi e sociologi fanno nel rispettivo campo scientifico. Con quanta leggerezza può essa avvenire ce ne ha dato un esempio il Le Bon nel discutere come di cose assodate e incontrastabili delle leggi sul rapporto tra volume del cervello e intelligenza; sull’incrociamento e sui meticci ec. (Les lois ec.) Come applichi cervelloticamente la biologia il Kidd si vedrà tra poco.
297. È bene si sappia che Gumplowicz e Novicow l’agglomerazione la desiderano in senso federale. Il primo aizza l’Europa tutta a coalizzarsi per frantumare la più grande agglomerazione europea: l’impero russo. (Sociologie et politique p. 283 e altrove).
298. Arditi e geniali tentativi di applicazione del numeri alla storia ed all’economia fecero Giuseppe Ferrari, Bovio, Ievons, Walras, Pantaleoni, Pareto ec. Ma nessuno può dire sinora che tali applicazioni abbiano avuto fortuna incontrastata. Vale la pena di conoscere il desiderio del De Greef sulla perfezione che egli vorrebbe dare alle sue leggi sociologiche. I rapporti e le leggi che pervengono a svilupparsi dai fatti e dai gruppi naturali di fatti non sono e non devono essere unicamente dei rapporti a delle leggi qualitativi, ma per quanto è possibile devono essere quantitativi, non devono essere una semplice descrizione, ma una misura ed un calcolo esatto dell’ampiezza e dell’intensità di questi rapporti e di queste leggi. Grazie alla statistica questo progresso scientifico è stato realizzato in molti punti, sopratutto nell’Economica, nella Genetica, e in certe parti dell’Etica e del Diritto, particolarmente del Diritto penale; la statistica diviene così sempre più il vero alimento del metodo storico proprio alla Sociologia (Les lois ec. p. 141.) È un errore chiedere ora alla statistica, ciò che essa non può dare e non ha dato. Dalle statistiche criminali, che ho meglio studiate, non risultano le leggi che ottimisticamente ammette il De Greef. Si vedrà la ragione del fatto.
299. Il Leroy-Beaulieu studiando le nascite, i salari e l’alfabetismo nel Belgio verrebbe alle conclusioni sostenute in altra parte di questo libro sulla diminuizione delle natalità col crescere delle civiltà. (Dell’influenza del grado di civiltà sul movimento della popolazione. Economiste français 20 e 27 Settembre 1890). Con ciò non si potrebbe affatto parlare di rapporto costante e necessario.
300. Tanto il Le Bon quanto il Kidd manifestano il loro rincrescimento per l’abolizione della schiavitù! Ciò deriva logicamente dalla credenza nella superiorità assoluta di certe razze; ma nel Kidd come si concilia colla sua sentimentalità cristiana?
301. La teoria del contrattualismo con tanto vigore sostenuta dallo Spencer, dal Maine, dal Fouillée ed in Italia dal Fragapane ci spiega la crescente azione dello Stato; il quale, secondo il Thorold Rogers, è riuscito a regolare anche lo sviluppo del fenomeno religioso, che, più degli altri, si poteva supporre indipendente. (Interpretation économique de l’histoire p. 189).
302. Ho combattuto in tutti i miei scritti il pregiudizio della razza sostenendo che si scambia sempre come carattere di una razza, ciò che non è se non il carattere di una data fase di sviluppo delle razze. Il Tarde conviene con me. «Bisogna rinunziare, egli dice, alle differenze fattizie che la filosofia della storia stabiliva tra i popoli successivi, specie di personaggi di un medesimo immenso dramma, in cui ciascuno rappresentava la sua parte provvidenziale. Non si deve abusare più delle espressioni: il genio di un popolo o di una razza, il genio di una lingua, il genio delle religioni come l’intendevano Taine e Renan.» (Les lois sociales Paris. Alcan. 1898, p. 42 e 43).
303. Chi voglia conoscere a che ne sia ridotta l’ipotesi del Weismann scorra l’Année biologique del Delage edita dai fratelli Schleicher in Parigi. Il Prof. Lombroso pubblicò un vigoroso articolo sulla Ereditarietà dei caratteri acquisiti nel Forum (Ottobre 1897) per sostenere Spencer e combattere Weismann. Perchè sempre e in tutto venga confermata l’armonia tra i socio-darviniani nell’applicare i principi fondamentali della teoria aggiungo che Le Bon, contro Weismann e Kidd, ammette l’eredità e la trasformazione — mercè l’accumulazione dei cambiamenti impercettibili — dei caratteri delle razze. (Les lois p. 9).
304. È evidente che data la possibilità dell’invasione turanica non potrebbe aversi mai un ricorso vero quale quello delineato da Vico dopo l’invasione nordica delle contrade a civiltà greco-latina. Prima che i Chinesi soggioghino gli Europei saranno impregnati delle civiltà occidentali. La vittoria violenta e completa dei lavoratori — i nuovi barbari annunziati da Macaulay sessant’anni fa, preconizzati dopo da Gumplowicz — si troverebbero del pari nella impossibilità di distrurre quella civiltà: da cui essi sono sempre più conquistati e di cui gustano i benefizi e gli allettamenti. D’onde la savia indicazione, nel grande interesse della civiltà; di ritardare quanto più si può l’esplosione delle classi lavoratrici con opportuni provvedimenti per così dire lenitivi e d’incivilirle quanto più rapidamente si può. Due indicazioni dimenticate spessissimo dai governanti, che ritardano di proposito il miglioramento intellettuale delle classi inferiori e ne affrettano l’esplosione colle provocazioni imprudenti e colle sofferenze cui le condannano.
Il De Greef bellamente ha osservato, che possiamo immaginare un insieme di condizioni, le quali cooperino allo svolgimento col progresso delle società anzicchè alla loro deformazione e alla loro morte. (Les lois, p. 180 e 181) Data la verificazione di siffatta ipotesi — tutta basata sul regno della giustizia — verrebbero resi impossibili i veri ricorsi mercè l’opera dei barbari interni.
305. Non si creda che questo regolamento del corso degli avvenimenti da me sia attribuito ai sociologi per poterli combattere più facilmente. Ecco, ad esempio, ciò che scrive il De Greef, ch’è pure uno degli scrittori più geniali: «Pel fatto stesso che la sociologia è la più complessa di tutte le scienze, la sua materia è suscettibile di un numero considerevole di combinazioni; essa è per eccellenza una materia plastica, malleabile, modificabile e perfettibile. Noi possiamo, agendo su certi fattori sociali, in condizioni determinate, sopratutto sui fattori più generali e più semplici, PRODURRE DEI FENOMENI NECESSARI, cioè in rapporto colle leggi osservate, sperimentate e che permettono per conseguenza la previsione scientifica del fenomeno sociale, di cui la produzione o la riproduzione sono ricercati. (Les lois ec. p. 68).
Il De Greef rincalza su questa crescente e cosciente azione modificatrice che certi fattori possono esercitare sulla evoluzione sociale (da pag. 137 a pag. 151) e vorrei che egli si apponesse al vero. Ma dalle sue involute ed oscure discussioni non si potrebbe dedurre se non questa conclusione: l’azione dello Stato guadagna in estensione e perde in intensità. Che debba perdere in intensità si spiega colla legge spenceriana della crescente sostituzione della cooperazione volontaria alla forzata. Con altrettanta ingiustificabile sicurezza egli parla di leggi naturali, la cui violazione conduce alla morte le società umane; e di una derivazione delle leggi sociali dalle leggi generali dell’universo — persistenza della forza, integrazione e disintegrazione incessanti della materia ecc. — (p. 153, 154 e 165).
306. Il Tarde nelle Lois sociales. Esquire d’une sociologie (Paris. Alcan. 1898) ha esposto sinteticamente ciò che ha diffusamente trattato nelle tre opere: Les lois de l’imitation, l’opposition universelle e la Logique sociale. Rimangono meglio formulate le leggi dell’imitazione. Invece mi sembra involuto quando parla delle leggi di adattamento.
307. Su queste leggi si riscontrino gli scritti di Buckle, di Marx, di Spencer, di Loria, di Pareto, di Labriola ec. ec.
308. Di regolarità parla sempre il Von Mayr. Contro la regolarità in senso stretto fece osservazioni non prive d’importanza il Pascale (Uso ed abuso della statistica), delle quali mi occupai nell’Alcoolismo ecc. anche pel Pareto le leggi naturali non sarebbero che delle uniformità (Cours Vol. 2º).
309. Citato da Angiulli: La filosofia e la scuola p. 208. Il Lilienfeld, un sociologo di gran fama, scrive delle leggi naturali e delle leggi sociali, della necessità e del libero arbitrio, con tanta oscurità e con tanta leggerezza, che dispensano da ogni critica. Vedi: Pensées sur la science sociale de l’avenir e Pathologie sociale (Paris. Giard et Brière) Ha riassunto le proprie idee sulla Riforma sociale: L’organismo sociale è un superorganismo? (10 agosto 1896).
310. Il Pareto scrive: Se noi tentiamo di mettere un poco d’ordine nei motivi, estremamente vari e complessi, delle azioni umane, noi vediamo che si possono aggruppare in tre classi. Certe azioni hanno per iscopo di procurare semplicemente una sensazione piacevole. Altre azioni hanno per iscopo di procurare all’individuo che li compie certe condizioni di salute, di sviluppo del corpo e dell’intelligenza, altri ancora hanno per iscopo di procurare queste condizioni a tutto un aggregato e di assicurarne la riproduzione (Cours ecc. Vol. 2º p. 397) Le leggi naturali si dovrebbero raggruppare attorno a queste tre categorie di motivi delle azioni umane. Orbene manca nella società quella uniformità — ch’è condizione essenziale perchè vi sia la legge — voluta da Pareto. I tre motivi, infatti, prevalgono in varia misura tra i vari individui e sopratutto in vari tempi. Alcuni sacrificano tutto all’ofelimità che rappresenta la prima classe dei motivi; sacrificano ad essa non solo la terza che mira all’utile dell’aggregato, ma anche la seconda che si riferisce all’utilità individuale. Le variazioni individuali sono più significanti se riscontrate nel tempo e nello spazio presso le collettività, presso gli aggregati. La inesistenza delle leggi naturali basate su queste uniformità di azione dei motivi determinanti venne bene messa in evidenza dalla scuola di antropologia criminale. È merito di Lombroso e della sua scuola di avere messo in evidenza la diversità della reazione sotto l’azione di un fattore sociale, secondo la diversità del carattere dell’individuo. Si sa che di fronte al bisogno fondamentale dell’organismo — quello di nutrirsi — gli uni emigrano, altri rubano, un terzo domanda l’elemosina e non manca chi si suicida. Questi quattro fenomeni non sono senza causa; ma la causa ha dato risultati diversi per la diversità del carattere. Chi oserebbe predire quando e chi per miseria emigrerà, ruberà, domanderà l’elemosina o si suiciderà?
311. Il De Greef, che abbiamo visto con quanta sicurezza parla di predeterminazioni e di previsioni constata la complessità dei rapporti tra i fatti sociali e soggiunge: le sette classi dei fenomeni — quante egli ne ammette — possono dar luogo a 127 combinazioni; e siccome ogni classe ha divisioni e suddivisioni; così si può dire che i rapporti ai quali può dar luogo la vita delle società sono innumerevoli. (Les lois ec. p. 148.) Lo stesso Le Bon osserva: «Quando una causa agisce per qualche tempo nello stesso senso essa produce rapidamente effetti grandissimi. Le matematiche ci provano che quando una causa persiste producendo lo stesso effetto le cause crescono in progressione aritmetica (1, 2, 3, 4, 5 ec.) e gli effetti in progressione geometrica (2, 4, 8, 16, 32 ec.). Le cause sono i logaritmi degli effetti. Nelle somme ad interessi composti la legge di accrescimento è tale che il numero degli anni è il logaritmo del capitale accumulato. È per ragioni di quest’ordine che la maggior parte dei fenomeni sociali possono tradursi in curve geometriche rapidamente crescenti. In un altro lavoro sono arrivato a constatare ch’esse potevano esprimersi dal punto di vista analitico coll’equazione della parabola e dell’iperbole. Cheysson pensa che si traducono meglio spesso con una equazione esponenziale.» (Les lois psychologiques ec. p. 16 nota).
312. Tutto ciò può servire a fare intendere in un senso molto limitato la teoria del caso del nostro Ardigò, cui ha tributato lodi un giovane e valoroso giurista, il Brugi (Evoluzione e formazione naturale del diritto? In Rivista Italiana di Sociologia. Maggio 1898). Pel grande filosofo di Padova manca un archetipo nella successione dei fatti. Il pensiero nell’umanità è formato per la continuazione di accidentalità infinite succedutesi a caso le une alle altre; l’ordinamento delle società è il risultato inevitabile della infinità di azioni realmente esercitate da infinità di circostanze accidentali. Perciò non si può fare a priori una rappresentazione grafica dei fenomeni futuri. Questa previsione è contraria alla natura; non solo non vi è un archetipo a priori, ma neppure un archetipo della successione; la natura si può svolgere in modi infinitamente diversi; e come infiniti sono gli svolgimenti, infiniti sono gli ordini possibili. Se manca un ordine non si cade perciò nel caos; ne è pronto un altro. Nè quella imprevedibilità significa la negazione della necessità del nesso causale. Il caso non menoma affatto l’assoluta naturalità del fenomeno, ossia la sua determinazione mediante ciò ch’è intrinseco alle cose stesse operanti. Una specie e una legge non sono fatti inalterabili, ma soggetti a continua alterazione insensibile... la evoluzione naturale non è altro se non questa alterazione progressiva della cosa e della sua funzione. (Opere filosofiche Vol. 2º citato da Brugi).
313. Il fatalismo di primo acchito del Quetelet si riduce a determinismo bene inteso.
314. Si sa che Spencer, Letourneau ecc. quando accennano all’evoluzione futura ne delineano semplicemente la tendenza. Il De Paepe più di venti anni or sono esprimevasi in questo modo: «In ogni ordine di fatti e quindi in tutte le scienze vi ha delle leggi; ma queste non hanno lo stesso carattere di stabilità in ciascuna scienza. Questa stabilità adunque decresce a misura che i fenomeni si complicano: ond’è che la stabilità della legge noi la vediamo diminuire come ci eleviamo dalle matematiche alla scienza sociale. Le leggi di numero s’identificano assolutamente con i fenomeni; quasi lo stesso è delle leggi astronomiche. Ma se dalla fisica andiamo alle scienze sociali, le leggi non esprimono più che certi stati dei corpi in certe condizioni; là esse si separano a poco a poco dai corpi e non s’identificano se non con fatti generali, i quali si distinguono essi stessi e nella medesima misura, della realtà. Cosiffatte leggi esprimono ora delle medie, ora delle approssimazioni, ora dei tipi astratti, fino al punto che nelle leggi sociali non esprimono altro che tendenze. Nello stesso tempo e nel medesimo ordine le cause di variazione si moltiplicano nei fatti concreti abbandonati all’azione di un grande numero di leggi, le quali limitano reciprocamente la loro azione; la nozione assoluta della legge svanisce da sè.» (Cit. da N. Lo Savio: La statistica nel sistema generale delle cognizioni umane. Nota E). Ho voluto riprodurre dalla prima edizione questo brano affinchè si conosca che anche gli utopisti del socialismo talora possono servire di buon esempio ai sociologi burbanzosi nella riserva scientifica. Nella Sociologia Criminale (Vol. 2º p. 15 e seg. e nei paragrafi 68º e 69º) m’intrattenni lungamente sul determinismo e sul libero arbitrio e sul valore da dare alla tendenza.
315. Maffeo Pantaleoni: Principii di economia pura. 2.ª Ed. Firenze Barbera 1899 p. 9 e 106. L’illustre economista, che onora la scienza italiana nella università di Ginevra, ripete continuamente che l’economia pura, essenzialmente deduttiva, riposa sopra ipotesi. Ci sarebbe da fare non poche considerazioni sull’egoismo della specie, che egli ammette e sulle conseguenze che se ne potrebbero trarre; ma che la sua massima edonistica non possa intaccare il socialismo mi pare che si possa dedurre dal fatto che egli, sempre per ipotesi, dimostra che se invece dell’egoismo come realtà empirica ed universale esistesse l’ottimismo, le deduzioni sul modo di agire dell’homo aeconomicus rimarrebbero identiche. (p. 15 e seg.) Tutte le sue acute osservazioni non possono intaccare l’evoluzione dell’altruismo nel modo come la s’intende in questo libro: cioè movente primitivamente dall’egoismo.
Il Winiarsky vuole costruire tutta una meccanica sociale sui moventi delle azioni umane; ma si riferisce sempre alla coesistenza ed al contrasto tra l’egoismo e l’altruismo — due forze paragonabili alle forze di attrazione e di ripulsione del mondo cosmico. (Essai sur la mécanique sociale. In Revue philosophique Aprile 1898).
316. Government: Anarchy or Regimentation. Nella Nineteenth Century. Maggio 1890. Citato da Kidd: Evol. soc. p. 3, 4.
317. I socialisti storici, dice Pareto, abusano stranamente delle considerazioni fataliste. (Cours 2.º p. 19). Si sa che il socialista Vanderwelde constatò la smentita data da 50 anni di storia ai capisaldi del Manifesto dei Comunisti. Il Sorel, che sinora contò tra i più caldi ed eminenti marxisti, ha rincarato la dose nel senso del socialista belga. (La crisi del socialismo scientifico. In Critica sociale. 1º maggio 1896). Benedetto Croce aveva acutamente osservato che dalla verità del materialismo storico non derivava necessariamente quella del collettivismo.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.
Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.