LA
TEORIA DELL’EVOLUZIONE
ESPOSTA NE’ SUOI FONDAMENTI COME INTRODUZIONE ALLA LETTURA DELLE OPERE DEL DARWIN E DE’ SUOI SEGUACI
PER
GIOVANNI CANESTRINI
Professore di Zoologia, Anatomia e Fisiologia comparate nella R. Università di Padova
Seconda edizione riveduta ed ampliata dall’Autore
TORINO
UNIONE TIPOGRAFICO-EDITRICE
38 — Via Carlo Alberto — 38
Proprietà Letteraria.
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LA TEORIA DELL’EVOLUZIONE
Concetto della specie. — Estensione del concetto della specie in seguito alle recenti scoperte. — La specie non ha limiti precisi. — Idee del Vanini e del Lamarck sull’origine delle specie.
In questi ultimi anni furono sconvolti i due concetti fondamentali della zoologia, quello dell’animale e quello della specie.
Trent’anni fa noi credevamo di sapere benissimo che cosa fosse un animale; ora siamo costretti a confessare la nostra ignoranza, e a dire che non possiamo dare alcuna definizione dell’animale, la quale sia esente da difetti, che valga in tutti i casi, anche i più difficili, che regga davanti ad una critica severa. La presenza di una unica apertura per l’ingestione dei cibi, il modo e gli effetti della respirazione, la composizione chimica, la sensibilità, e la volontarietà dei movimenti, ecc. sono criteri che hanno fatto il loro tempo, e noi dobbiamo ammettere che ci è impossibile di definire nettamente ed esattamente il concetto di animale.
Ma quasi ciò non bastasse, anche il concetto della specie si è reso ora quasi indefinibile. Noi ci proveremo in seguito a definire la specie nel senso evoluzionista; ora vogliamo dimostrare che le antiche definizioni sono più o meno vaghe, difettose od erronee.
Nessuno vorrà definire la specie col dire, che è un insieme di individui identici. Imperocchè in tutto l’orbe terrestre non v’hanno forse due individui identici. Infatti, per cominciare dall’uomo che meglio conosciamo, noi sappiamo distinguere un individuo da un altro, e passeggiando lungamente per una popolosa città, non troveremo due uomini perfettamente eguali. È vero che i gemelli talvolta si somigliano in guisa, che facilmente si scambiano l’uno coll’altro; ma prescindendo anche dal fatto che i gemelli sono piuttosto rari e talvolta dissimili tra di loro, è certo che, nel caso di grandissima [2] somiglianza, se potessimo esaminare tutto il corpo, all’esterno ed all’interno, troveremmo di certo delle differenze, sia di struttura, sia di dimensioni. Passando ad altri mammiferi, l’occhio non esercitato può trovare identiche tutte le capre o pecore che costituiscono una mandra; ma i pastori distinguono tanto bene i singoli membri del gregge alla loro custodia affidato, che dànno loro dei nomi propri, e se alcuno manca, se ne accorgono tosto. Ed altrettanto può dirsi degli insetti: chi non è entomologo, trova appena delle differenze valutabili fra i generi, mentre l’entomologo vede anche le differenze specifiche e persino le variazioni individuali. Ma una prova migliore noi l’abbiamo nelle api. Quelle cioè di uno sciame conoscono a perfezione le loro compagne, e respingono coll’aculeo tutte le straniere che vi vogliono penetrare. Ammettiamo pure che tale distinzione, anzichè coll’occhio, sia fatta mediante l’olfatto; ma anche l’odore è un carattere di storia naturale, perchè è percepito con uno dei nostri sensi; ed oltre ciò giova riflettere che alla diversità dell’odore deve corrispondere una diversità di struttura nell’apparato che secerne la sostanza odorosa, imperocchè ad effetti differenti debbono corrispondere cause differenti. Insomma, dove l’occhio inesperto vede identità di cose, l’occhio esercitato rinviene delle notevoli differenze; i Tedeschi dicono con ragione: Dem Nicht-Botaniker ist alles Heu.
Si potrebbe asserire che la specie è un insieme di individui simili. Ma la espressione simile è troppo vaga, perchè possa accogliersi come perno in una definizione. Anche il lupo, in un certo senso, è simile alla volpe ed allo sciacallo, e quindi questi tre animali potrebbero da taluno essere confusi in una sola specie. Non franca la fatica di insistere lungamente su questa definizione; la similitudine scaturisce da un apprezzamento affatto individuale, e non può costituire il criterio della specie. Oltre ciò noi vedremo ben tosto, che nel concetto della specie sono raccolti degli individui affatto dissimili.
Migliore sembra la definizione, essere la specie il complesso degli individui che tra loro concordano nei caratteri essenziali. Senonchè questa definizione si aggira in un circolo vizioso, essendo caratteri essenziali quelli che sono costanti, e dichiarando noi costanti i caratteri essenziali. Oltre ciò sarebbe difficile citare dei caratteri che non variano mai negli individui di una specie. Al certo il sistema nervoso è della massima importanza per l’organismo animale; eppure esso va soggetto a variazioni entro i limiti di una stessa specie, ad esempio negli insetti ed anche nell’uomo. Altrettanto può dirsi di tutti gli altri sistemi animali, osseo, muscolare, digerente, circolatorio, respiratorio, ecc. Per citare un caso concreto, il numero degli anelli nei miriapodi è considerato da qualche autore di grande importanza, tanto che lo Heller[1] costituì il suo genere Brachydesmus su tale numero, differendo questo genere dall’affine Polydesmus unicamente per avere 19 anelli, invece di 20. Tuttavia questo numero varia negli individui adulti di una medesima specie.
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Ma ricorriamo alla riproduzione. Fu detto che la specie è quell’insieme di individui che tra loro possono accoppiarsi con successo, purchè i due individui appartengano l’uno al sesso maschile, l’altro al femminile, o sieno ermafroditi. Questa definizione vuol esprimere che due individui, l’uno maschio e l’altro femmina, non s’accoppiano con successo se appartengono a due specie distinte. Ciò che è un errore. La specie equina ed asinina producono muli e bardotti; il lepre ed il coniglio dànno i leporidi[2]; il canarino ed il lucarino, il colombo e la tortora possono procreare degli ibridi: questi animali, sebbene di specie distinte, s’accoppiano dunque con successo. E nessuno al certo vorrà confondere in una identica specie il cavallo e l’asino, il lepre ed il coniglio, il canarino ed il lucarino, ecc.
Ma la definizione venne corretta. Si disse cioè che due individui, maschio e femmina, appartengono ad una medesima specie solo allora, quando accoppiandosi procreano degli ibridi fecondi. Ma nemmeno così concepita, la definizione è giusta. Per non andare troppo oltre, basta citare il fatto di mule che partorirono. È questo veramente un caso raro, ma che fu osservato ed esattamente constatato più volte; ed anzi in questi ultimi anni un caso venne descritto per esteso dal prof. Paolo Panceri. Molte altre simili obbiezioni possono essere sollevate contro la sopra esposta definizione.
Finalmente si disse che la specie è il complesso degli individui che discendono da un unico paio. Ma questa definizione non può applicarsi agli ermafroditi; ed oltre ciò non è controllabile. Noi vediamo oggi un infinito numero di individui che ci circondano; ma la loro origine, qual essa sia, rimonta ad epoca lontana dalla presente; e non abbiamo alcun mezzo per giudicare, se un determinato numero di individui discenda da un solo paio o da parecchie paia. Questa definizione è appoggiata evidentemente all’ipotesi, che furono create, con altrettanti atti creativi speciali, tante specie quante oggi esistono; ora non è al certo buon metodo l’introdurre in una definizione un’idea preconcetta ed affatto problematica, e quindi la definizione non può passarsi per buona.
Da quanto precede, risulta che è molto difficile di definire bene la specie. Tale difficoltà è determinata da due cause precipue: primieramente, la specie è un concetto assai più vasto e meno uniforme di quello che generalmente si creda; in secondo luogo, si volle esattamente definire ciò che non ha limiti precisi.
Entriamo in alcuni dettagli.
Il concetto della specie è molto vasto, e si complica tanto più, quanto più procedono gli studi zoologici ed anatomici. Nell’idea della specie si comprendono:
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1º Ambedue i sessi. — In molti animali il sesso maschile non differisce dal femminile che pei caratteri essenziali del sesso; così in molti roditori, dove la distinzione del maschio dalla femmina riesce difficile (ad esempio, nei conigli, lepri, ecc.); e più ancora negli uccelli, dove occorre una minuziosa osservazione ed un occhio assai esperto per venirne a capo (ad es., nei piccioni, canarini, ecc.). Nell’uomo v’ha già una differenza notevole, distinguendosi in generale il maschio dalla femmina per maggior statura, più forte sviluppo delle ossa e dei muscoli, voce più bassa, e sopratutto pel possesso della barba. In altri animali queste differenze sono grandissime, di modo che si è tentati a considerare il maschio e la femmina come appartenenti a due specie distinte. Esempi interessanti ci offrono parecchi uccelli. Così il gallo comune è assai differente dalla gallina, il gallo cedrone dalla sua femmina, il pavone dalla pavonessa, ecc. In seguito impareremo a conoscere degli esempi interessanti di questo genere, tolti dalla serie degli invertebrati.
2º Le diverse età. — Non di rado riscontransi grandi differenze tra l’età giovanile, adulta e senile; sopratutto fra le due prime. Degli esempi calzanti ci offre l’araneologia. Gl’individui giovani in molti generi non possono essere classificati, tanto essi differiscono dagli adulti, sebbene in questo gruppo di animali non si parli di metamorfosi. Alcuni araneologi non raccolgono nemmeno gli esemplari giovani, appunto perchè inclassificabili, e quindi inutili per le raccolte. L’età senile (ad esempio, nell’uomo) ha pure i suoi caratteri peculiari, ma in generale differisce meno dall’adulta dell’età giovanile.
3º I vari stadi della metamorfosi. — Grandissime differenze fra gli individui d’una medesima specie noi troviamo in quegli animali che subiscono una metamorfosi. Se non sapessimo per esperienza che il baco da seta si tramuta in una farfalla, non crederemmo mai che quei due individui debbano raccogliersi sotto un medesimo nome specifico; imperocchè la differenza è tale, che siamo tentati a porre il bruco o larva in una classe affatto differente da quella in cui poniamo la farfalla od immagine. Le forme di larva, crisalide ed immagine, quantunque differiscano assai tra di loro, sono chiuse entro i limiti di una medesima specie. La metamorfosi è talora complicata coll’apparsa di forme migratorie, le quali sono state studiate particolarmente negli acari. Queste forme hanno caratteri speciali e vennero considerate come specie o generi a sè; così il Gamasus coleoptratorum di Linneo non è che una forma migratoria del G. fucorum di De Geer, gli Hypopus non sono che acari in abito da viaggio appartenenti al genere Tyroglyphus, ed il genere Trichodactylus è stato istituito dal Dugès sopra una ninfa migratoria.
4º Le diverse generazioni alternanti. — Anche queste differiscono talvolta assai fra di loro. Un esempio ci forniscono i gorgoglioni o afidi. Le forme che non si riproducono per via sessuale, e che appariscono dalla primavera all’autunno, sono sovente sfornite di ali (attere); mentre le forme autunnali, che si accoppiano e depongono uova, possono essere alate. E le une e le altre sono comprese nel concetto di un’unica specie.
In alcuni casi di metagenesi le differenze toccano veramente il loro apice. In molte meduse, l’individuo a forma d’infusorio che esce dall’uovo, quello [5] a forma di polipo idroide, la forma strobilacea, e la medusa perfetta, sono altrettanti membri di una medesima specie, sebbene differiscano tanto tra di loro che sembrano appartenere a classi, e perfino a serie diverse. Dicasi altrettanto in alcuni vermi (ad esempio, nel tenia) del protoscolice, del deutoscolice e della proglottide.
5º Gli individui di specie polimorfiche. — Nei casi precedenti la forma perfetta o sessuata è un’unica; ma si hanno esempi di animali, in cui appariscono due forme sessuate. Gli axolotl e gli amblistomi furono fino a questi ultimi tempi considerati come animali di famiglie diverse, e si credeva di essere autorizzati a tale classificazione, perchè ambedue le forme sono sessuate. Al presente però, dopo le osservazioni del Duméril e del Panceri, sappiamo che i primi, in determinate condizioni, possono convertirsi nei secondi[3]. Una medesima specie presenta dunque due diverse forme sessuate. Nella famiglia degli Analgesini fra gli acari, e precisamente nei generi Bdellorhynchus e Falciger si scopersero due sorta di maschi, i quali differiscono fra di loro nella struttura delle mandibole[4]. Un altro esempio l’abbiamo nell’Ascaris nigrovenosa, verme dell’ordine dei nematelminti. Essa vive nei polmoni della rana, dove genera delle uova. Da queste nascono delle larve, le quali abbandonano il loro ospite, uscendo per la glottide e bocca, per giungere nell’acqua o nel terreno umido. Queste larve si trasformano ben tosto in forme sessuate diverse dalle prime, e generano, per uova, una discendenza, la quale, se ritorna nel polmone della rana, si converte nell’Ascaris nigrovenosa. Si hanno così in questa specie di ascaride due forme diverse, l’una parassitica e l’altra libera, entrambe con sessi distinti, e con prole che non si assomiglia. Anche le nereidi vanno citate in questo luogo, essendosi osservato dal Claparède che le eteronereidi altro non sono che una seconda forma sessuata di nereidi. «Vedendo, dice il Panceri, le eteronereidi dagli occhi voluminosi, dalla forma eteroclita, dal corpo pellucido, dal moto rapidissimo, dalla vita pelagica, e confrontandole colle nereidi comuni, quali si son sempre conosciute, sembra strano il fatto e parrebbe incredibile, se con tanto accorgimento il Claparède non avesse seguito, non solo le metamorfosi palesi, come anche quelle più recondite che avvengono negli elementi dei tessuti.»[5]. I generi Triton, Chermes, Geryonia, ecc. forniscono altri esempi di eguale natura. Un esempio singolare di polimorfismo troviamo in alcune specie dei generi Ibla e Scalpellum tra i cirripedi, dove si sono osservate due sorta di individui, e cioè individui ermafroditici e così detti maschi complementari.
6º Le diverse caste degli insetti sociali. — È un caso speciale di polimorfismo. Negli insetti si hanno spesso varie forme, diversamente costruite, in conformità agli uffici che devono compiere. Ad esempio, in uno sciame di api distinguiamo la regina, i fuchi e le operaie. La regina è più lunga dell’operaia, [6] e paragonata con questa, ha il capo più grosso, il corsaletto al disopra più gibboso, e tutte le sue parti più fine e più delicate. L’addome è di un quarto più lungo che nell’operaia, per cui le ali appariscono più brevi, e lasciano tutta la metà posteriore dell’addome scoperta. Le zampe mancano di spazzola e di cestella; ha il pungiglione debolissimo; ed è di colore giallo dorato. Il fuco, in confronto dell’operaia e della regina, ha più rotondo il capo, più grossolano il petto, il torace più sporgente infuori a semicerchio, l’addome più voluminoso e più peloso. Mancano le squame ceraiuole. Non esiste il pungiglione. Le antenne contano un articolo di più, avendone tredici. Le ali posteriori sono più grandi, e mentre nelle operaie non coprono interamente la parte posteriore dell’addome, nei fuchi la oltrepassano. Nei piedi mancano la spazzola e la cestella; il suo volo è rumoreggiante. Tutto il colore dell’animale è più oscuro che nella regina o nell’operaia[6]. Un esempio analogo ci forniscono le formiche, dove troviamo tre sorta di individui, cioè femmine e maschi, ambo alati, e neutri privi di ali; questi ultimi sono talora di due qualità, cioè operaie e soldati.
Più complicato ancora è il polimorfismo nelle formiche bianche (termiti) nell’ordine dei pseudoneurotteri, dove possiamo distinguere maschi alati, femmine vergini alate, femmine feconde che hanno perduto le ali e possiedono un addome enormemente disteso dalla presenza delle uova, operaie con capo normale e soldati con capo molto sviluppato e mandibole robustissime.
7º Gli individui anormali e mostruosi. — V’hanno delle anomalie frequenti, e siccome sono ereditarie, anche estese; dicasi ciò dell’albinismo. Si è perfino sostenuto, sebbene a torto, che esista una razza speciale albina di uomini! Le mostruosità non sono che anomalie più gravi, dove la deviazione della struttura normale è più manifesta, e per la vita dell’individuo generalmente più pericolosa. Possiamo noi escludere dalla specie un individuo perchè è anomalo e mostruoso? Un uomo cessa forse di essere tale, perchè ha nelle mani sei dita, anzichè cinque; o perchè ha la pelle così detta spinosa, anzichè liscia; o perchè è colpito da idrocefalia? No, davvero!
Dalle considerazioni su esposte vedesi, io credo, chiaramente, che la specie non è sempre un insieme di individui simili; talvolta la dissomiglianza tra gli individui di una stessa specie è maggiore di quella che corre tra generi distinti, od anche tra categorie più elevate. Riesce quindi facile il comprendere, come una definizione generale della specie debba incontrare serie difficoltà[7].
È questa una delle idee fondamentali della teoria evoluzionista. Il Darwin[8] dice che quando si abbia a determinare, se una forma debba prendere il [7] nome di specie oppure di varietà, l’opinione dei naturalisti dotati di un raziocinio sicuro e di una grande esperienza, è l’unica guida. In molti casi, egli soggiunge, devesi decidere a pluralità di voti fra gli opposti pareri, perchè poche sono le varietà spiccate e ben conosciute che non siano state collocate fra le specie, almeno da alcuni giudici competenti.
Il Watson cita 182 piante inglesi che in generale si riguardano come varietà, e che da qualche botanico furono innalzate al grado di specie. E Alfonso De Candolle, dopo di avere studiato esattamente le quercie, scrive: «Sono in errore coloro, i quali vanno ripetendo che le nostre specie sieno in generale ben limitate, e che le forme dubbie costituiscano una debole minoranza. Tale opinione poteva sostenersi, quando un genere era imperfettamente conosciuto, e le sue specie si fondavano sopra pochi esemplari, ossia erano provvisorie. Appena noi arriviamo a conoscerle meglio, si mostrano le forme intermediarie e nascono i dubbi». Il Carpenter ha dimostrato l’esistenza delle forme dubbie nei foraminiferi, e giunse al risultato che in questi bassi organismi non si può parlare di specie, ma solamente di serie di forme. Lo Schmidt l’ha dimostrata nelle spugne silicee, e l’Haeckel nelle spugne calcaree, anzi quest’ultimo ha sostenuto, che con uguale diritto vi si possono distinguere 591 specie, oppure una sola, non potendosi separare nettamente le specie dalle varietà. Analoghe prove furono fornite dagli studi compiuti presso di noi, per es., da quelli del Meneghini sulle ammoniti, da quelli del Foresti sui molluschi fossili pliocenici, da quello del Bonizzi sul genere Gasterosteus, dai miei sui pesci delle nostre acque dolci[9]. Fra i chilognati, varie specie di Glomeris ammesse dal Koch (Glomeris cincinnata, G. proximata, G. subterranea, G. rufa e guttata) altro non sembrano che varietà della G. pustulata. Fra i miriapodi è pure variabilissimo il genere Lithobius, così che la distinzione delle specie ne è resa difficilissima, come risulta dagli studi di C. Koch, di L. Koch, del Meinert, dello Stuxberg, del Fanzago e del Fedrizzi. Ed il Pavesi ed io, nel nostro lavoro sugli araneidi italiani, scrivemmo: «Le specie araneologiche offrono numerosissime varietà. Potremmo citare molte forme che Hahn e Koch credono buone specie, mentre Westring, Blackwall, Simon ed altri le riguardano come semplici varietà. In via d’esempio, nel genere Calliethera, il Koch distingue come specie separate la C. zebranea, la C. histrionica, la C. tenera e la C. aulica, mentre altri autori le credono semplici varietà di una unica specie. Numerose varietà offrono inoltre, secondo le nostre osservazioni, le specie europee del genere Eresus, nonchè le specie nosicane dei generi Euophrys e Pachygnatha»[10].
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L’acarologia è un ramo nascente della scienza zoologica, e chi consulterà le opere dei diversi autori, troverà quanto questi sieno discordi nel considerare molte forme come vere specie o come semplici varietà, disaccordo che rende difficile ed intricata la sinonimia.
Questi esempi potrebbero essere aumentati a piacimento; ma chi ha fatto degli studi speciali, difficilmente avrà bisogno di tali prove per essere convinto della variabilità delle specie. Egli sa che spesso la barriera che sembra separare due specie, cade in seguito all’esame di un grande numero di esemplari dell’una e dell’altra.
Rivolgiamoci agli animali domestici. Se realmente la specie fosse una forma costante, rigida, per così dire cristallina, essa non dovrebbe mai, e per nessuna causa, subire delle modificazioni; invece noi vediamo che alcune specie domestiche ne subirono delle estesissime. In questo luogo non c’interessa di conoscere la causa che determinò nelle specie domestiche tanta variazione; qui basta provare che la variazione ci sia, per scuotere la convinzione intorno alla costanza delle forme organiche.
Il migliore esempio ci è fornito dai colombi, di cui il Darwin trattò nella Origine delle specie (cap. I), e nella Variazione degli animali e delle piante allo stato domestico (cap. V).
Può dirsi dimostrato con sufficiente esattezza che tutti i nostri piccioni domestici discendono da un’unica specie selvaggia, il colombo terraiuolo (Columba livia). E nondimeno esistono fra le varie razze tali differenze, le quali in alcuni casi, piuttosto che specifiche, potrebbero dirsi generiche.
È variabilissimo il colore, come, ad esempio, lo vediamo nella razza triganina, descritta ed illustrata dal dott. Paolo Donizzi[11]. Diversa, nelle varie razze, è la lunghezza e la forma del becco, il quale nelle specie naturali di uccelli suol essere molto costante. Si paragoni il becco lungo del colombo messaggiere con quello del barbo inglese o del tomboliere a faccia corta, e si vedrà quanta differenza vi passi[12]. Interessante è la variazione che riscontriamo nelle rettrici o penne della coda. Nel colombo torraiuolo il numero di queste penne sale a 12; invece nel colombo pavone contiamo 14-42 rettrici, le quali inoltre possono essere erette dall’animale e distese a guisa di ventaglio. Varia l’estensione del gozzo; generalmente nei colombi domestici esso non può essere che poco gonfiato, ma il colombo gozzuto lo gonfia in modo che apparisce enormemente pettoruto. Nemmeno la voce è invariabile, poichè vi ha una razza che tuba in modo singolare, e fu perciò chiamata colombo trombettiere (Trumpeter-pigeon, tambour, glouglou). Nè sorte diversa fu riservata agli istinti; i tombolieri sono maestri nel fare capitomboli, che le altre razze non sanno eseguire. I lotans, posti sul suolo, si mettono subito a capitombolare, e continuano in questo movimento finchè sieno levati dal suolo ed acquetati; se si trascura di farlo, muoiono a furia di [9] capitomboli e di rotolarsi sul terreno. Importanza anche maggiore hanno le variazioni dello scheletro[13]. Noi vediamo nelle diverse razze variare il teschio, il numero delle vertebre, il numero e la larghezza delle coste, la scapola, la forchetta, lo sterno, ecc. Se in animali, viventi allo stato selvaggio, trovassimo delle differenze così importanti come quelle che si riscontrano tra molte razze di colombi, non saremmo dubbiosi nel considerarli come costituenti specie diverse e ben distinte. Se è vero che i colombi domestici discendono tutti dalla Columba livia, noi abbiamo nelle variazioni di lei, per effetto della domesticità, un argomento fortissimo per sostenere che la specie, lungi dall’essere costante, può allontanarsi dal suo tipo a segno da formare due o più specie diverse.
Qui bisogna evitare una esagerazione. Non tutte le specie sono variabili in quel grado come i colombi. A ragione dice il dott. Jaeger[14]: «V’hanno senza dubbio delle specie invariabili nel senso dei costanziani, specie, di cui si può dire: sint ut sunt, aut non sint, le quali cioè, portate in condizioni diverse da quelle che corrispondono alla loro natura, periscono senza produrre nuove forme». Di queste forme così dette costanti, ossia variabili entro limiti assai ristretti, noi ne troviamo tanto tra gli animali viventi allo stato di natura, come tra i domestici. Esempi ne fornisce ogni classe, sopratutto degli animali superiori (vertebrati); e tra gli animali domestici si possono citare l’asino, l’oca, l’anitra, il pavone, ecc. Le specie sono bensì plastiche, ma alcune più, altre meno; alcune pochissimo, altre assai.
Un’altra esagerazione, in cui caddero non tanto il Darwin, quanto alcuni dei suoi seguaci, fu esposta dal Seidlitz, e da me nelle Note all’Origine delle specie[15]. Il fatto incontrastabile che non esiste un limite deciso fra le specie e le varietà, ha condotto alcuni naturalisti ad una conclusione estrema ed erronea. Essi dicono: Le specie non esistono, il loro studio è fatica gettata, la zoologia sistematica è una scienza inutile. Qui giova riflettere che la teoria della trasformazione delle specie non distrugge il concetto della specie, ma lo modifica. Dovremo noi trascurare lo studio delle isole di un dato mare, perchè ci consta che esse sono soggette a sollevamenti e ad abbassamenti, e perchè sappiamo che esse, ad una profondità maggiore o minore, sono tutte collegate insieme? Noi non dobbiamo dimenticare che una specie può restare invariabile per molte migliaia di generazioni, e che se è in via di trasformazione, questo processo si compie con tanta lentezza, che l’uomo ha potuto ritenere immutabili le forme organiche.
Se le specie sono variabili entro limiti indeterminati, non v’ha difficoltà per ritenere che una specie subisca, nel corso dei tempi, tali cambiamenti da convertirsi in un’altra e distinta specie.
Ecco ora la questione. Due sono le ipotesi. L’una dice: Ogni specie fu [10] creata con un atto speciale; ed è invariabile, ossia non può subire che delle leggere variazioni, e riproduce sempre il proprio tipo. E siccome la geologia c’insegna che sul nostro globo si succedettero varie faune e flore, i seguaci di questa ipotesi ammettono generalmente, che ad ogni grande epoca geologica pose fine un cataclisma, nel quale tutte le specie furono distrutte; al principio dell’epoca successiva una forza creatrice fece apparire nuove forme di animali e di piante. L’altra ipotesi dice: In un’epoca remota apparve un essere organico; ora non indagheremo, d’onde venisse. Dato questo primo organismo, gli altri si svilupparono da esso nel corso dei secoli; così che le specie, che oggi popolano la superficie terrestre, sono i discendenti di un unico ed antichissimo progenitore. Inoltre la vita, da che è apparsa sulla terra, non si è spenta mai; i cataclismi generali non sono esistiti.
Qui occorre qualche spiegazione. Le due ipotesi, intorno alla costanza delle specie e intorno ai cataclismi generali, non sono necessariamente collegate insieme; ma chi ammette la prima, è quasi costretto ad accogliere anche la seconda, perchè altrimenti dovrebbe ritenere che una potenza creatrice, anzichè manifestarsi a dati intervalli, è continuamente in azione per distruggere delle specie, e crearne altre.
Inoltre noi abbiamo preso per punto di partenza un’unica forma organica, ma il Darwin ammette che potessero essere parecchie[16]. Il Darwin si è mostrato più timido de’ suoi seguaci. Ma una volta ammesso che tutte le specie di un genere discendono da una forma comune progenitrice, non è logico fermarsi a questo punto; bisogna passar oltre, e far discendere anche i diversi generi di un ordine da un’unica forma, e così di seguito: non si può quindi arrestarsi che davanti alla conclusione, che tutte le forme organiche discendono da un antichissimo organismo primitivo. Giunti a questo risultato, lascieremo che la dottrina della generazione spontanea, se può, proceda più oltre, e faccia sorgere quest’organismo dal regno inorganico.
Questa timidità od esitanza fu da parecchi autori rimproverata al Darwin, e credo a ragione. A suo scarico può dirsi peraltro, che egli non esclude la discendenza di tutte le specie da un’unica forma, perchè in certi passi sostiene che le specie attuali derivano da uno o pochi tipi primitivi; a tale questione egli non sembra attribuire grande importanza, e gli basta persuadere il lettore che non tutte le specie furono create con un atto speciale, che anzi la maggior parte di esse deve l’esistenza all’evoluzione.
Il Morselli[17] ed il Cattaneo[18] ci hanno fatto conoscere un precursore italiano del Darwin, e cioè Giulio Cesare Vanini che nel 1615 scrisse il suo Amphitheatrum æternæ Providentiæ e nel 1616 l’opera De admirandis [11] naturæ, reginæ deæque mortalium, arcanis, libri quatuor. Queste opere, e particolarmente la seconda, valsero al nostro filosofo le ire dei suoi contemporanei, i quali dopo di avergli barbaramente strappata la lingua, lo arsero come ateo e materialista sulla piazza di Tolosa. Il Cattaneo fece un’analisi coscienziosa delle opere del Vanini e concluse che quest’autore, sebbene partecipasse, co’ suoi contemporanei, all’errore di creder possibile la generazione spontanea degli esseri anche più elevati, pure affermò decisamente le seguenti idee monistiche ed evoluzionistiche che sono accettate dalla scienza attuale:
1. I fenomeni naturali, compresi quelli degli organismi, devono essere spiegati con cause naturali;
2. Le nostre piante coltivate variano per l’azione del sole, del clima e del nutrimento;
3. Come variano le nostre piante coltivate, così debbono variare anche gli animali, in modo che una specie si trasformi in un’altra;
4. Esiste una certa relazione tra il colore di un animale e quello del luogo in cui esso vive;
5. Una specie d’organismi deve potersi trasformare in un’altra, dal momento che nell’embriologia di ogni singolo individuo simili trasformazioni hanno luogo realmente;
6. L’uomo deriva dalla scimmia, ed ha più o meno lontana parentela con mammiferi che camminano a quattro zampe; e le razze umane inferiori (i Negri) sono più vicine alle scimmie che non le razze umane superiori (i Bianchi).
Assolutamente nessun filosofo, dice il Cattaneo, dalla più remota antichità sino agli ultimi anni del secolo scorso, espose una simile serie di idee, consuonanti col moderno trasformismo.
Molto più tardi i difetti della teoria delle creazioni indipendenti sono stati intravveduti da Erasmo Darwin, da Stefano Geoffroy Saint-Hilaire, e, a quanto pare, anche da Goethe, in sul finire del secolo scorso; ma chi fondò la scuola evoluzionista fu il Lamarck, il quale in diverse opere sviluppò e sostenne l’idea, che tutti gli animali, non eccettuato l’uomo, derivano da altre specie anteriori. La sua opera più importante su questo argomento è la Philosophie Zoologique, pubblicata nel 1809. Da quest’opera riporto qui alcuni passi interessanti, tradotti nel nostro idioma, perchè ci servano di guida nel giudicare intorno alle idee di questo grande naturalista francese nella questione dell’origine delle specie[19].
«Quanto più noi progrediamo nella conoscenza dei diversi corpi organici, di cui quasi tutte le parti del globo sono coperte, tanto più cresce il nostro imbarazzo nel determinare ciò che debbasi considerare come specie, e maggiormente ancora nel limitare e distinguere i generi. A misura che si raccolgono i prodotti della natura, e le nostre collezioni s’arricchiscono, [12] vediamo colmarsi le lacune e dileguarsi le linee di separazione. Noi ci troviamo ridotti ad una classificazione arbitraria, la quale talvolta c’induce a tener conto delle più piccole differenze delle varietà per formare il carattere di ciò che chiamiamo specie, ed altre volte ci fa dichiarare come varietà di una data specie degli individui poco differenti che altri riguardano come costituenti una specie particolare» (vol. I, pag. 75).
«L’idea di abbracciare sotto il nome di specie un insieme di individui simili che si perpetuano col mezzo della generazione ed esistono da tempi sì remoti come la natura, trae seco la necessità che gli individui di una specie non possano, nei loro atti generativi, unirsi cogli individui di una specie diversa. Sfortunatamente l’osservazione ha provato e prova tuttodì che questa considerazione non è menomamente fondata; imperocchè gli ibridi, assai comuni tra i vegetali, e gli accoppiamenti che spesso osserviamo tra individui di specie animali assai differenti, ci dimostrano che i limiti tra le specie, supposte costanti, non sono così solidi come si è creduto» (vol. I, pag. 81).
«Perchè dovremo noi senza prove ammettere un cataclisma universale, se l’andamento della natura, meglio conosciuto, è sufficiente per rendere ragione di tutti i fatti che osserviamo in tutte le di lei parti? Se da un lato si considera che la natura in tutte le sue opere non procede bruscamente e sempre agisce lentamente e per gradi successivi, e d’altra parte che le cause particolari o locali dei turbamenti, degli sconvolgimenti, degli spostamenti, ecc. possono rendere ragione di ciò che si osserva alla superficie del suolo, e sono nondimeno soggette alle leggi ed all’andamento generale delle cose, si riconoscerà che non è per nulla necessario di supporre, che una catastrofe universale sia venuta a sconvolgere ed a distruggere una gran parte delle opere stesse della natura» (vol. I, pag. 95, 96).
«I grandi cambiamenti delle circostanze determinano negli animali dei grandi cambiamenti nei loro bisogni, ed i cambiamenti dei bisogni determinano necessariamente quelli delle azioni. Ora, se i nuovi bisogni diventano costanti od assai durevoli, gli animali prendono allora nuove abitudini che perdurano tanto quanto i bisogni che le fecero nascere» (vol. I, pag. 223).
«In ogni animale, che non abbia oltrepassato i limiti del suo sviluppo, l’uso più frequente e continuato di un organo qualsiasi rafforza poco a poco quest’organo, lo sviluppa, lo ingrandisce, e gli dà una potenza proporzionata alla durata dell’uso; mentre il costante non-uso di quell’organo lo indebolisce gradatamente, lo deteriora, ne scema le facoltà, e finisce col farlo scomparire» (vol. I, pag. 235).
«Tutto ciò che la natura ha fatto acquistare o perdere agli individui per l’influenza delle circostanze, cui la loro razza fu lungamente esposta, ed in conseguenza per effetto dell’uso predominante di un dato organo, o per quello del non-uso di una data parte; essa conserva a mezzo della generazione ai nuovi individui che ne provengono, purchè i cambiamenti acquisiti sieno comuni ai due sessi, ossia a quelli che produssero questi nuovi individui» (vol. I, pag. 235, 236).
[13]
«Il tempo e le circostanze favorevoli sono i mezzi principali che la natura impiega per dare esistenza alle sue produzioni. Si sa che il tempo non ha limiti, e quindi la natura ne ha sempre a sua disposizione. Quanto alle circostanze, di cui ha bisogno e di cui si serve continuamente per cambiare le sue produzioni, si può dire, che esse sono per lei inesauribili. Le principali nascono dall’influenza dei climi, da quella delle diverse temperature dell’atmosfera e de’ luoghi circostanti, da quella della diversità dei luoghi e della situazione, da quelle delle abitudini, dei movimenti più ordinari, delle azioni più frequenti, infine da quella dei mezzi di conservazione, del modo di vita, di difesa, di moltiplicazione, ecc.» (vol. I, pag. 238).
«La natura, producendo successivamente tutte le specie di animali, incominciando coi più imperfetti o più semplici, per terminare l’opera sua coi più perfetti, ha gradatamente complicata la loro organizzazione, ed ogni specie, estendendosi generalmente in tutte le regioni abitabili del globo, ebbe dalle circostanze, in cui s’è trovata, le abitudini che vi riscontriamo, e quelle modificazioni delle sue parti che l’osservazione in essa ci fa scorgere» (vol. I, pag. 263).
Queste citazioni possono bastare pel nostro scopo; nel secondo volume della sua Philosophie Zoologique il Lamarck tratta della vita, che considera come il risultato di forze unicamente fisiche e chimiche; della generazione spontanea o diretta, che ammette per gli infimi animali e per le infime piante; e del sistema nervoso, in cui, a suo dire, si producono le facoltà mentali.
Il Lamarck dunque non ammette i cataclismi generali; non crede alla costanza delle specie, e considera le divisioni sistematiche (classi, ordini, famiglie, generi e specie) come altrettante produzioni arbitrarie della mente umana. Egli fu condotto ad ammettere il principio della trasformazione graduale delle specie per la difficoltà di discernere le specie dalle varietà, per la serie non interrotta delle forme in certi gruppi organici, e per l’analogia colle nostre produzioni domestiche. Quanto ai mezzi di modificazione, egli dava molto peso all’azione diretta delle condizioni esterne della vita, come agli incrociamenti fra le forme preesistenti, ed attribuiva la massima influenza all’uso ed al non-uso degli organi, oppure all’effetto delle abitudini. Così la giraffa ebbe il suo lungo collo in seguito agli sforzi che fece per lungo tempo di cogliere le foglie dagli alberi[20], il formichiere la sua lunga lingua per gli sforzi continui di allungarla allo scopo di prendere gli insetti[21], e gli animali ciechi perdettero gli occhi perchè durante molte generazioni non se ne servirono[22], come molti animali perdettero i denti pel continuo non-uso[23].
Il Lamarck credeva anche all’esistenza di una legge di progressivo sviluppo; e siccome tutte le forme organiche avrebbero una medesima tendenza [14] a progredire, egli spiegava l’esistenza attuale di organismi semplicissimi coll’aiuto della generazione spontanea.
L’idea fondamentale dell’odierna scuola evoluzionista è svolta chiaramente nelle opere del Lamarck; il Darwin accolse questa idea fondamentale, ed anche alcuni concetti di dettaglio, ma si scosta dal naturalista francese sopratutto col suo principio della elezione, come in seguito vedremo.
La teoria del Lamarck non ebbe in generale una buona accoglienza, e rimase per lungo tempo uno sforzo geniale ma infecondo di una mente che avea precorso il suo tempo. Le ragioni di questa fredda accoglienza sono varie. La teoria non era soddisfacente in ogni sua parte; così era difficile comprendere, come il solo sforzo di allungare il collo lo allungasse davvero, ed in quella misura come lo vediamo nella giraffa. Inoltre quella teoria urtava bruscamente contro le idee bibliche che in quell’epoca erano dalla massima parte degli uomini ritenute indiscutibili, tanto più che il Lamarck colla trasformazione della specie aveva collegata la questione della generazione spontanea. S’aggiunga che dominava ancora l’idea dei cataclismi generali, la quale fu definitivamente distrutta solo di recente, e cioè dal Lyell ne’ suoi Principii di Geologia[24]. S’aggiunga ancora che l’attenzione dei naturalisti non era stata richiamata alle differenze individuali; e che gli animali domestici non erano, come oggi, soggetto di profondi studi. Infine, la grande autorità del Cuvier valse a screditare per lungo tempo presso i naturalisti le idee evoluzioniste. Memorabile è la seduta dell’Accademia delle scienze di Parigi del 19 luglio 1830, in cui i propugnatori delle due teorie vennero ad una animata discussione; la lotta fu sostenuta da Etienne Geoffroy Saint-Hilaire a favore delle idee del Lamarck, Cuvier difendeva la dottrina opposta. Goethe, in Germania, prese partito per Saint-Hilaire, e trovando nell’agosto del 1830 l’Eckcrmann, gli disse: «Nous avons pour toujours en Geoffroy Saint-Hilaire un allié puissant. La manière synthétique d’envisager la nature, introduite en France, ne peut plus rétrograder»[25].
[15]
Rapida riproduzione degli organismi. — Lotta per l’esistenza. — Le armi nella lotta per la esistenza. — Somiglianze protettive. — I fiori ed i loro pronubi. — Alleanze. — Elezione naturale.
Per giungere al concetto della lotta per l’esistenza e della elezione naturale, dobbiamo studiare l’argomento interessante della rapida riproduzione degli organismi, di cui il Darwin tratta brevemente nella Origine delle specie, al capit. III[26].
Gli organismi si moltiplicano in progressione geometrica; ecco un principio che il Darwin stabilisce, condottovi dalla lettura del libro di Malthus intorno alla popolazione[27]. Questo principio ci fa comprendere, come sia possibile che il numero di certi animali o di certe piante cresca smisuratamente in determinate condizioni. Citiamo alcuni fatti speciali, tanto più che il Darwin nell’opera anzidetta ha omesso di farlo.
J. Gonzales Zarco, nel 1418, giunto all’isola Porto Santo presso Madera, possedeva per caso a bordo una coniglia che aveva partorito. Questi animali furono messi a terra, e si riprodussero così rapidamente, che in breve la loro progenie divenne un vero flagello, e costrinse finalmente i coloni ad abbandonare quella località; 37 anni più tardi Cada Mosto li disse innumerevoli.
Nel 1770 apparve nell’isola di Granada la formica dello zucchero, e si moltiplicò tanto riccamente che dopo soli 10 anni si dovette abbandonare la coltivazione dello zucchero. Allora si coltivò il cotone, e di là a pochi anni la formica era ridotta nel numero a segno, che si potè riprendere la coltivazione dello zucchero[28].
Il cavallo ed il bue si moltiplicarono nelle pianure dell’America del Sud, dove non hanno da temere i grandi carnivori e trovano ricco nutrimento, dall’anno 1537 a questa parte in modo prodigioso; ed in Australia avvenne [16] altrettanto in tempi più recenti[29]. Nel Chilì, al dire del dott. Philippi, i cavalli sono così frequenti, che durante l’ultima guerra col Perù e la Bolivia si pagavano 40 pesos, e non soltanto le persone agiate, ma perfino i mendicanti giravano a cavallo[30].
Il dott. Philippi[31] racconta che quarant’anni fa non esisteva nel Chilì il pidocchio del pomo (Schizoneura lanigera) che venne introdotto a Valparaiso soltanto intorno al 1850 da un certo Chabry. Dieci anni dopo l’insetto aveva invaso la provincia Valdivia, e si era moltiplicato in guisa che quasi nessun pomo ne andava esente e si temeva di dover abbandonar la coltura di questo albero.
Locke Travers, stabilito nella nuova Zelanda, dice che è sorprendente la rapidità, con cui si estendono le piante europee e forestiere in quel paese. Lungo i lati delle strade principali, nelle pianure, il Polygonum aviculare cresce rigoglioso, e le sue radici giungono talora alla profondità di 60 centimetri. Il Rumex obtusifolius si trova nel letto di tutti i fiumi, e si estende fino in quello dei torrenti montani. Il cardo si è sparso in tutto il paese, rigoglioso fino all’altezza di quasi 2000 metri. Il crescione invade tutti i fiumi che non hanno forti correnti, al punto da arrestarne quasi il corso[32].
L’accrescimento sarà tanto più rapido, quanto più discendenti una specie produce ad ogni atto generativo. Ora è noto come il numero di questi discendenti è talvolta grandissimo, e che questo è forse l’unico caso, in cui la natura non sembra procedere con economia.
Nell’uomo, specie non molto feconda, può raddoppiarsi, in condizioni favorevoli, il numero degli individui in 25 anni. L’elefante si riproduce lentamente; nondimeno, ammesso che ogni paio generi otto individui (4 maschi e 4 femmine), all’undecima generazione si conterebbe un milione di paia. Alcuni pesci (pesce persico, carpa, aringa, ecc.) depongono annualmente un milione e più di uova; ognuno comprende che, se le uova e i pesciolini non venissero distrutti, in pochi anni le acque dell’orbe terrestre sarebbero insufficienti ad albergare tutti questi animali. L’ascaride (Ascaris lumbricoides) può produrre 64 milioni di uova; supposto che da 32 milioni nascano delle femmine, e che queste pure si riproducano, e così di seguito, in pochi anni la progenie sarebbe tanto numerosa che non potrebbe trovar posto nemmeno in tutti gli uomini della terra. La Vorticella può, per divisione, raddoppiarsi in un’ora; con tale moltiplicazione, ripetuta da ogni discendente, il numero degli individui salirebbe dopo 40 ore al numero (1,048570)2, dopo 80 ore al numero (1,013570)4. Dopo 13 giorni il numero delle vorticelle sarebbe sì grande che occorrerebbero oltre 90 cifre per esprimerlo[33]. Una specie di bacteride che vive nel sangue [17] degli animali carbonchiosi, causando il carbonchio, se è introdotta, anche in piccol numero, nel sangue di animali sani, si riproduco così rapidamente che dopo poche ore noi vi troviamo i bacteridi in numero grandissimo, e con essi si sviluppa quella malattia. La malattia dominante della vite è prodotta da un fungo, l’Oidium Tuckerii, il quale produce un infinito numero di spore, tanto piccole che sopra un millimetro quadrato ne possono stare 27 milioni. Nelle nostre acque dolci è frequente un’alga verde (Ulothrix), la quale si compone di migliaia o milioni di fili sottilissimi, ognuno dei quali in pochi giorni può produrre 200,000 ed anche mezzo milione di spore[34]. Il Dodel[35] ha calcolato che un’unica foglia del felce maschio (Aspidium filix mas), all’epoca della sua riproduzione, può generare 14,760,000 spore. Qual numero di spore non sarà prodotto in quei luoghi, dove la citata crittogama è tanto comune che viene impiegata come concime!
Non vi è ramo di scienza che possa dare un concetto più preciso intorno alla rapidità, colla quale si riproducono gli organismi, della batteriologia. Prendete un filo di platino, sterilizzatelo alla fiamma, poscia immergetene la punta in una coltura pura, ritirate il filo e infiggetene la punta medesima nella gelatina nutriente (animale o vegetale) previamente sterilizzata e contenuta in una provetta pure sterilizzata, e dopo ventiquattro ore, se la temperatura sarà stata sufficientemente alta, p. e. a 20 centigradi, troverete nella gelatina tanti microbii da farvi sembrare una meschinità il numero delle stelle che non soltanto l’occhio inerme, ma perfino gli astronomi muniti dei più potenti telescopi, possono osservare sul firmamento. Chi ha veduto questo fenomeno, deve confessare che la natura non è mai così grande come nelle cose piccole! Il microbio del cholera (Bacillus Komma) è lungo circa un millesimo di millimetro, ossia la sua lunghezza sta circa al millimetro, come questo sta al metro; e nondimeno uno solo, riproducendosi in modo spaventevole, può in poche ore mettere a repentaglio la vita dell’uomo più robusto.
Si potrebbe credere che la frequenza di una specie dipenda unicamente dalla rapidità e ricchezza produttiva, ossia che il numero degli individui di una specie sia proporzionato alla facoltà generativa. Ma così non è. Di un altro fattore devesi tener conto, e sono le cause di distruzione, le quali, insieme colla facoltà generativa, determinano il numero degli individui di ciascuna specie, animale o vegetale. Ad esempio, il tenia produce una sterminata quantità di uova, e tuttavia, fortunatamente, non è così frequente come altre specie che generano un numero assai minore di discendenti. In questo caso possiamo anche intravvederne la ragione: le uova cioè del tenia, i suoi embrioni (protoscolici), ed i cisticerci (deutoscolici), sono soggetti ad innumerevoli cause di distruzione durante le migrazioni delle varie forme di sviluppo di questa specie[36]; ed il tenia, fra tanti nemici, sarebbe da lungo tempo una specie estinta, se non si riproducesse così riccamente. E mentre una specie dipende, [18] nella sua frequenza, da una seconda, questa, alla sua volta, dipende da una terza, e così via via. In tale modo sorgono quei complessi rapporti fra gli essere organizzati che riscontriamo nella natura. Il Darwin, nella Origine delle specie[37], cita alcuni di questi rapporti. Ne riferiamo due. Nel Paraguay nè il bue, nè il cavallo, nè il cane sono ridivenuti selvaggi, quantunque lo siano verso il nord e verso il sud di quel paese. Ora Azara e Rengger hanno provato, che ciò dipende da una certa mosca, comune in quella regione, la quale depone le sue uova nell’ombelico di questi animali appena nati. Più complesso è l’esempio che segue. Il numero dei gatti, in un dato luogo, determina il numero dei topi campagnuoli. Questi distruggono i nidi dei pecchioni, e quindi col crescere della quantità dei topi, diminuirà quella dei pecchioni, e viceversa. Ma i pecchioni visitano il trifoglio rosso (Trifolium pratense) e promuovono l’incrociamento di individui distinti, da cui scaturiscono il maggior numero, la maggiore robustezza e la maggiore fertilità della discendenza. «È dunque credibilissimo che la presenza di un gran numero di animali felini in un distretto, determini, mediante l’intervento dei sorci e delle api, la quantità di certi fiori nel distretto stesso»[38]. Le molteplici e svariate forme organiche costituiscono una rete complessa, in cui ogni maglia è indissolubilmente legata alle altre, nè alcuna può modificarsi o scomparire senza far sentire intorno a sè gli effetti di tali cambiamenti. Così, la vita di un uccello insettivoro è la morte di un numero sterminato di insetti, e quindi anche la vita di quelle piante che a questi insetti avrebbero servito di alimento. L’esistenza di queste piante può influire su quella dei mammiferi erbivori, e quest’ultima è necessaria condizione per la vita dei loro parassiti.
È questo il luogo per far cenno di un fatto che osservai a Modena nel 1865. Colà dominava in quell’epoca la cecidomia del frumento (Cecidomya frumentaria), recando danni tanto gravi che sopra vaste superficie la raccolta del frumento era quasi completamente perduta. Per gli anni successivi potevano temersi dei guasti anche maggiori, in vista della rapida riproduzione di quel piccolo animale; ma le cose andarono diversamente, giacchè il male si arrestò, ed in alcune regioni la cecidomia non riapparve affatto, ed in altre fece dei danni leggerissimi. Alcuni piccoli insetti, che il Rondani[39] ha riferito ai generi Epimeces, Platygaster e Laesthia, s’erano incaricati della polizia campestre, e vivendo parassiticamente nelle cecidomie, le avevano ridotte al loro numero ordinario. Le osservazioni ch’io feci allora, insieme col prof. Generali, m’hanno dimostrato che sopra cento crisalidi di quel dittero infesto, circa novanta erano invase dai predetti parassiti[40].
Con quest’argomento si collega la famosa questione intorno agli insetti [19] dannosi all’agricoltura. L’apparsa di molti insetti fitofagi, devastatori delle nostre campagne, ha fatto pensare alla causa di tale fenomeno; e siccome si è trovato, che era di molto diminuito il numero degli uccelli insettivori, venne proposto di proibire per qualche anno, od almeno di limitare l’esercizio della caccia. Questa proposta fu da noi sostenuta dal De Betta, dal Calderini e da altri; ma vi si oppose il Rondani, cui tennero dietro il Sabbioni, il Ghiliani ed il Costa. Questi ultimi ragionano così: Gli insetti che recano nocumento alle produzioni dei campi, degli orti e delle selve, hanno fra gl’insetti stessi uno sterminato numero di nemici, dai quali sono in mille modi perseguitati e decimati, e tanto, che se questi venissero a mancare, sarebbe profondamente alterata l’armonia degli esseri viventi, perchè non avendo più limite la propagazione dei roditori e succhiatori delle piante, la esistenza di esse ne sarebbe compromessa, e quindi quella degli animali, e degli uni e delle altre gradatamente si perderebbero le specie. Gli uccelli, in generale, si nutrono indifferentemente di ogni sorta d’insetti, cioè tanto di quelli che offendono le produzioni dell’uomo, come di quelli che le difendono, ed essendo provato che col crescere dei fitofagi crescono in proporzioni maggiori anche i loro parassiti, se si ammetta eguale il numero degli uni e degli altri distrutto dagli uccelli, non vi sarà motivo di doverli ringraziare dei servigi da loro prestati all’agricoltura: ma gli entomologi ammettevano più facilmente che la quantità minore distrutta sia quella dei lignivori, erbivori, frugivori, e non quella dei loro nemici, sapendo che quasi tutte le specie dei primi sono attaccate da qualche particolare parassita, e molte da due, da dieci, da venti o più specie di questi benefici animaletti: per cui sembra che gli uccelli facciano un brutto servigio alle campagne, perseguitando tanto i ladri ed i saccomanni come i difensori delle campagne[41]. Questa questione non è ancora risolta; ma sembra che vi sia della esagerazione dall’una parte e dall’altra. Probabilmente gli uccelli e gli insetti parassiti, nella loro azione complessiva, sono animali fra loro alleati a vantaggio dell’agricoltura; con quest’aggiunta che i secondi superano in attività i primi tutte le volte che gli insetti fitofagi aumentano in proporzioni straordinarie. Allora succede che gli insetti fitofagi, per mancanza di abbondante cibo, subiscono un indebolimento; mentre invece i parassiti, per la quantità di vittime che possono invadere, prosperano più che mai e si moltiplicano oltre l’ordinaria misura[42].
Un esempio interessante, sebbene semplice, intorno ai rapporti, di cui qui parliamo, venne riferito dal Seidlitz[43]. In Baviera si distruggono in grande quantità gli uccelli rapaci, sui quali il Governo ha messo una taglia; in altri paesi questi uccelli sono generalmente lasciati in pace, perchè costituiscono una preda senza alcun valore. Ma essi si nutrono di topi campagnuoli. [20] In conseguenza di quella distruzione «in Baviera il numero dei topi campagnuoli crebbe nell’anno 1872 in maniera inquietante». Il parroco A. Jackel ci racconta che nel 1853 esistevano intorno a Monaco numerosissime schiere di topi campagnuoli; ben presto apparvero molti uccelli rapaci, tanto diurni che notturni, e nella primavera del 1854 il numero dei topi era ridotto al normale[44].
Nell’idea della variabilità delle specie, e della loro trasformazione, il Darwin fu preceduto dal Lamarck; ma la lotta per l’esistenza e la conseguente elezione naturale caratterizzano veramente la teoria darwiniana. Se è vero che annualmente è prodotto un numero sterminato di germi organici (e non è possibile il dubitarne), così che non tutti possono svilupparsi e raggiungere l’età matura, ne viene per conseguenza che tra essi debba sorgere una concorrenza per la vita, ossia una lotta per l’esistenza. Ma questo termine deve prendersi in senso largo e metaforico[45]. Un organismo può lottare contro un altro per carpirsi il nutrimento necessario per la vita; può lottare contro gli agenti esterni; come sono il caldo, il freddo, la siccità, l’umidità, ecc.; può lottare contro quei parassiti che cercano di distruggerlo, ecc. Non sempre, anzi nel minor numero dei casi, la lotta è attiva, cruenta; generalmente è una semplice concorrenza. È assai importante che una pianta sia visitata dagli insetti, e quindi ogni carattere, che per questi animali costituisce una attrattiva, le riesce utile. Può quindi dirsi, in senso figurativo, che le piante fanno gara per attirare gl’insetti. Anche in questo senso può prendersi il termine di lotta per l’esistenza. Il vischio, dice il Darwin[46], dipende dagli uccelli, perchè viene sparso dai medesimi; e può dirsi per metafora che egli lotta con altre piante, offrendo come queste i suoi semi all’appetito degli uccelli, affinchè dessi li spargano a preferenza di quelli di altre specie.
La lotta per l’esistenza può avvenire tra specie diverse (perfino tra specie appartenenti ai due diversi regni). Oppure tra gli individui di una medesima specie, e perfino tra gli individui di uno stesso nido o parto. Le piante lottano contro gli animali che le divorano; ad esempio, contro quei coleotteri che distruggono il fiore o consumano il polline, senza favorire l’incrociamento degli individui. In un prato una pianta lotta contro quelle che la circondano, perchè ognuna cerca di appropriarsi la maggior possibile quantità di nutrimento. In una determinata regione il numero dei carnivori, per es., delle volpi, è limitato dalla quantità delle prede, e quindi nasce, principalmente in anni di carestia, la lotta per la vita tra le volpi di quella regione. Perfino tra gli individui di uno stesso nido o parto si combatte una lotta per l’esistenza. È noto che in ogni nido vi è un individuo più debole degli altri, il [21] quale, siccome grida meno e protende meno il collo, riceve un nutrimento più scarso e spesso perisce. Un fenomeno analogo si osserva nei giovani degli animali multipari[47]. E rispetto agli invertebrati il professore Jäger[48] dice: «Le mie osservazioni sul Bombyx mori e Pernyi, continuate per quattro anni, m’hanno insegnato che non solo vi sono degli individui deboli e degli individui forti fino dalla nascita, ma anche che i primi sono dai secondi attivamente respinti dal nutrimento».
La lotta per l’esistenza, come effetto della rapida riproduzione degli organismi, è ammessa anche dagli avversari della teoria darwiniana. Il Mamiani[49] scrive: «Nè il conflitto cotidiano della vita è fatto da essere negato. Credo, parlandosi generalmente, che nel nostro paese possono coabitare tutte le specie, ma non tutti gl’individui rampollanti da ciascheduna. Perocchè Darwin applica con ragione la legge di Malthus alle intere faune e alle intere flore dei due mondi; conciossiachè cotal legge non può riuscire straniera a qualunque ordine di esseri che moltiplica generando e vuole mezzi correspettivi di sussistenza».
Secondo i darwinisti, il mondo è un vasto campo di battaglia, e l’uomo stesso lotta di continuo per la sua esistenza e prosperità, sia cogli agenti esterni, sia cogli organismi di gruppi diversi che l’assalgono apertamente o s’insinuano di soppiatto ne’ suoi tessuti, sia cogli individui della propria specie.
Come rilevasi dagli esempi succitati, il termine di lotta è preso in senso largo ed abbraccia anche la così detta concorrenza o competenza vitale. Ossia, la lotta può essere diretta, come nel caso che due animali (ad esempio, due trote, od un lupo ed una volpe) lottano fra di loro, l’uno per uccidere e divorare l’altro; questo, col medesimo fine, oppure per sfuggire agli artigli del più forte suo nemico: o può essere indiretta, e chiamasi allora più propriamente concorrenza o competenza vitale, come nel caso delle volpi di una ristretta regione, delle quali ciascuna cerca di appropriarsi la preda in maggiore quantità e di migliore qualità; o in quello succitato delle piante che fanno la gara per attirare gl’insetti, o nell’offrire i propri semi all’appetito degli uccelli. Nello stesso termine è compresa anche la lotta contro gli agenti esterni. Per noi la più importante è quella che più propriamente si chiama concorrenza vitale.
La lotta per l’esistenza è tanto più severa, quanto più sono simili le abitudini e gli istinti degli organismi che convivono in un determinato distretto; essa è quindi in un certo rapporto coll’affinità sistematica. Siccome, dice il Darwin[50], le specie del medesimo genere hanno generalmente, ma non invariabilmente, alcune rassomiglianze nelle loro abitudini e nella loro costituzione, e sempre nella loro struttura; così la lotta è in generale più accanita [22] fra queste specie prossime, quando entrano in concorrenza, di quello che fra le specie di generi diversi». Questa regola può estendersi anche alla specie umana, dove la concorrenza fra i vari individui è tanto più viva, quanto più simili sono le loro aspirazioni. Ne viene come conseguenza necessaria, che una specie potrà prosperare assai, quando sappia profittare di un posto non ancora occupato in natura; e segue ancora che una regione potrà albergare tanto più abitanti, quanto più questi sappiano occupare tutti i posti vacanti. E da questo principio, come tra poco vedremo, scaturisce l’adattamento degli organismi ai diversi luoghi di vita (nell’aria, nell’acqua, sopra ed entro il suolo), al diverso alimento (di animali, di piante, misto), agli agenti esterni (temperatura, grado di umidità, ecc.), ed agli altri organismi circostanti. Per chiarire meglio quest’idea, supponiamo che tutti gli animali oggi esistenti sieno acquatici; in tale supposto, è certo che se una specie variasse in modo da poter vivere, almeno in parte, sulla terraferma, essa dovrebbe prosperare assai, perchè qui non troverebbe competitori. Oppure, se tutti gli animali fossero fitofagi, quella specie che potesse, almeno in parte, nutrirsi di altri animali, non potrebbe non avvantaggiarsene assai, perchè dapprincipio non troverebbe chi le fa concorrenza. La lotta fra specie molto affini è spesso così accanita, che l’esistenza di una specie in un dato luogo esclude quella dell’altra. Noi vediamo un esempio di questa legge nella recente estensione, in alcune provincie degli Stati Uniti, di una specie di rondini, che ha cagionato la decadenza di un’altra specie. Il recente aumento del tordo maggiore in certe parti della Scozia produsse la crescente rarità del tordo bottaccio. Avviene assai spesso che una specie di ratti prenda il posto di un’altra; così in Europa il Mus decumanus, comparso dapprima in Russia nel 1727, va diffondendosi sempre più, scacciando dovunque il ratto nero. E molti altri esempi di questo genere potrebbero facilmente citarsi.
La lotta per l’esistenza potrà essere ora più ed ora meno severa, a seconda dell’epoca. In anni di abbondanza sarà evidentemente poco severa, ed invece accanita nelle epoche di carestia. Anche l’isolamento influisce sulla severità della lotta; esso toglie, al dire del Darwin[51], l’immigrazione d’organismi più adatti dopo ogni cambiamento fisico (modificazione del clima, sollevamento del suolo, ecc.); e così rimangono aperti nuovi posti nella economia naturale del paese agli antichi abitatori che potranno acconciarsi alle nuove condizioni per mezzo di modificazioni nella loro struttura e costituzione. E siccome l’isolamento impedisce l’immigrazione, e quindi anche la concorenza, esso darà tempo ad ogni varietà di perfezionarsi lentamente.
In questi ultimi anni il concetto della lotta per l’esistenza è stato applicato alla medicina. Siccome la tubercolosi è ritenuta d’indole parassitaria, causata cioè da un microbio (Bacillus tuberculosis), il Cantani ed altri hanno tentato di introdurre nel polmone malato il Bacterium termo, perchè distruggesse quel nemico. E si è in generale pensato ad un metodo di cura (batterioterapia), [23] basato sul principio anzidetto. I primi tentativi sono falliti, perchè fatti in modo grossolano, e senza tener conto della diversa indole dei due microbii, essendo il primo parassita, il secondo saprofito. È difficile il fare dei pronostici sull’avvenire della batterioterapia; certo è che non sarà facile di trovare dei microbii atti a soppiantarne degli altri nell’organismo vivente senza nuocere a quest’ultimo.
Questa lotta, come abbiamo detto, è in parte diretta e cruenta; in parte indiretta ed incruenta. E si può dire che per vincere, gli organismi impiegano ogni sorta di armi, e cioè armi pungenti, taglienti, ecc.; l’agilità; i veleni, le sostanze fetenti, le correnti intormentive; i tranelli, la simulazione e la civetteria. E stringono perfino tra loro delle alleanze. Entriamo in qualche dettaglio.
I. Nella lotta diretta sono spesso impiegate armi pungenti, taglienti, laceranti, percuotenti, ecc. Fra esse dobbiamo annoverare i denti puntuti degli insettivori; i denti canini e ferini, e le unghie robuste ed acute dei carnivori; le corna dei ruminanti e dei pachidermi obesi; la proboscide e i denti incisivi dell’elefante, e le zanne del cignale; il dente canino sinistro del monodonte; il rostro, gli artigli e gli sproni in molti uccelli; i denti in molti rettili; i denti, le spine della pinna dorsale e della pinna pettorale, e l’aculeo della coda in molti pesci, e particolarmente nel pesce sega (Pristis antiquorum) la sega; le mandibole e gli arti del primo paio in molti insetti, ecc.
II. L’agilità serve tanto alla difesa colla fuga, come anche all’attacco. Negli animali conosciamo dei maestri nel rampicare, nella corsa, nel volo e nel nuoto. E spesso gli animali più inoffensivi sono i più agili (ad esempio, il lepre); essi devono la loro esistenza precisamente all’agilità.
III. Colle armi citate al numero I si collega strettamente la forza muscolare. Non basta che un animale possieda dei potenti canini, ma occorrono eziandio dei forti muscoli per sollevare la mandibola; ed in conformità noi vediamo che i carnivori hanno delle ampie arcate zigomatiche, per dar passaggio ai voluminosi muscoli temporali.
IV. Frequenti sono nel regno animale gli apparati veleniferi. Nei serpenti velenosi il mascellare superiore porta verso la estremità anteriore il dente feritore, e si congiunge col pterigoideo, il quale con appositi muscoli può essere mosso in avanti ed in dietro. Nel dente sbocca il secreto di una ghiandola velenifera che giace sopra l’angolo della bocca, è coperta di fascie muscolari e corrisponde per la sua posizione alla parotide. Alcuni anfibi secernono dalle ghiandole cutanee un umore bianco che irrita ed infiamma le mucose ed è micidiale pei piccoli vertebrati (Salamandra). Si crede che nelle spine dorsali e pettorali di alcuni pesci (Trachinus, Siluroidi) sieno contenuti dei liquidi irritanti, e la Thalassophryne reticulata ha un vero apparato velenifero. Nel sottordine Aculeata fra gli imenotteri, le femmine (e gli individui neutri) possiedono un pungiglione perforato e retrattile, il [24] quale comunica con una vescica velenifera (per esempio, l’ape). Tra gli aracnidi, lo scorpione porta un apparato velenifero nell’ultimo articolo del postaddome; e negli araneidi (per esempio nella tarantola e nel malmignatto) esistono ai lati dell’estremità anteriore del tubo digerente due ghiandole secernenti un liquido velenoso, che viene inoculato col mezzo di potenti mandibole. Nei chilopodi fra i miriapodi (Scolopendra) i due primi piedi del tronco sono tra loro ravvicinati alla base, riuniti da ampia piastra, e terminano con un forte uncino corneo, verso l’apice del quale trovasi una piccola apertura, per cui sbocca all’esterno il secreto velenoso di una ghiandola collocata entro questi così detti piedi mascellari. Qui devonsi anche citare gli organi orticanti di alcuni vermi e di molti celenterati.
V. Parecchi animali emettono, per loro difesa, delle sostanze fetenti e che rendono torbida l’acqua. Così le specie del genere Brachinus, tra i coleotteri, emettono dall’ano, quando siano molestate, un vapore fetente ed acre; tale fenomeno è accompagnato da un leggero scoppio, che fruttò a questi carabicini il nome di cannonieri, e ad alcune tra le specie nostrane i nomi di B. crepitans, B. explodens, B. sclopeta. Le meloe, quando sono irritate, emettono dalle articolazioni un liquido oleoso ed acre. Alcuni cefalopodi (tutti i dibranchiati) posseggono un organo secretorio particolare, conosciuto sotto il nome di borsa dell’inchiostro o ghiandola atramentaria. Esso trovasi in fondo al sacco addominale dietro gli organi genitali, oppure è ravvicinato al fegato od anche riposto entro quest’organo in una cavità della faccia addominale. La sostanza secretavi è nera, liquida, ed è versata entro un condotto presso l’ano o nel retto. Essa giunge nella cavità respiratoria, e può essere gettata all’esterno col mezzo dell’imbuto. L’animale, colla medesima, rende torbida l’acqua e si sottrae così alla vista de’ suoi nemici.
VI. Organi potenti di offesa e di difesa sono gli apparati elettrici od intormentivi dei pesci. Alcuni pesci sono fortemente elettrici, così le torpedini ed il Gymnotus electricus; meno elettrici sono il Malapterurus electricus, M. beninensis, Mormyrus longipinnis, M. oxyrhynchus, M. dorsalis, Trichiurus electricus, Gymnarchus niloticus, Tetraodon electricus. Questi apparati constano in generale di prismi composti esternamente da un involucro di tessuto connettivo, contenente una sostanza gelatinosa. Sopra una delle faccie di questi prismi si diffondono numerose ramificazioni nervose; questa faccia è la elettronegativa, mentre la opposta e libera si manifesta come elettropositiva. Nelle torpedini gli organi elettrici sono due, disposti simmetricamente e collocati ciascuno in uno dei lati fra il cranio, le branchie ed il margine interno delle pinne pettorali. Il Gymnotus electricus porta in cadaun lato due organi elettrici, situati dietro le pinne pettorali immediatamente sotto alla cute. Nel Malapterurus electricus l’apparato forma uno strato posto immediatamente sotto alla cute, avvolgente tutto il corpo ad eccezione del capo e delle pinne. I mormiri posseggono due organi elettrici in cadaun lato della coda, in cui entrano rami dei nervi spinali. Nel Mediterraneo abbiamo la torpedine occhiatella (Torpedo narce), la torpedine del [25] Galvani (T. Galvanii) e la torpedine del Nobili (T. Nobiliana)[52]. I pesci citati possono colle scosse elettriche rendere inoffensivi od anche uccidere gli animali che li circondano.
VII. Fra i tranelli, che si riscontrano nel regno animale, meritano il primo posto le ragnatele. Gli araneidi possiedono organi speciali per produrre quella sostanza serica con cui fabbricano le ragnatele. V’hanno delle ghiandole sericipare, le quali sono collocate nell’addome alla faccia ventrale, e si compongono ciascuna di una quantità di otricelli disposti a grappolo, versanti il secreto in un canale comune che sbocca in una filiera. Queste filiere esistono in numero di 4 ad 8, ed ognuna porta all’apice una grande quantità di forellini, dai quali esce il liquido serico che all’aria s’indurisce o si trasforma in filetti esili, i quali sono invisibili all’occhio nudo, e di cui ne occorrerebbero 10,000 per assumere il diametro di un capello. Man mano che questi filetti escono dalle filiere, l’animale lavora colle zampe a riunirli insieme ed a formare quei fili visibili, elastici, di cui si compone una rete. Non tutti i ragni però costruiscono reti; alcuni emettono solo dei fili isolati all’occorrenza (Attus), altri si servono del materiale serico per circondarsi di un involucro che li difenda dai nemici o dalle intemperie (Clubiona), altri ne formano un bozzolo avvolgente le uova (Lycosa). Le reti stesse sono assai diverse nelle varie famiglie. Alcune specie di Mygalidae si scavano dei fori entro terra, che tappezzano con seta e chiudono con coperchio; la nostra comune Filistata bicolor, che vive anche nelle città, si costruisce un tubo serico sprovvisto di regolare coperchio, profittando dei fori che si trovano nei muri; la Scytodes thoracica tende dei fili, senza costruire una vera rete; le specie dei generi Theridium, Linyphia, ecc. costruiscono delle reti irregolari; le Agelenidae costruiscono delle reti che comunicano con un tubo fatto di seta, in cui l’animale sta in agguato; infine le Epeiridae fabbricano delle reti di stupenda regolarità. Una rete di Epeira somiglia ad una ruota e consta di un grande numero (20-50) di fili circolari concentrici, con altrettanti raggi che dal centro vanno alla periferia. Questo tessuto è appeso verticalmente tra due oggetti, e l’animale dimora nel centro, dove può agevolmente dominare il suo territorio di caccia. Nel vedere una di queste reti, si direbbe che l’animale abbia impiegato molto tempo alla di lei costruzione; ma si sa ch’essa è il lavoro di un’ora o poco più. Appena un insetto vi siasi impigliato, l’Epeira l’uccide col veleno, e poi l’avvolge fittamente con fili serici. È interessante il vedere, come le specie di questo genere fabbricano i loro maravigliosi tranelli. L’Epeira si arrampica sopra un luogo elevato, ed emette qui un ghiometto di seta che fissa nel punto in cui si trova. Quindi lascia uscire dalle filiere un filo che di continuo si allunga e che dall’aria mossa è tenuto sospeso e quasi orizzontale. Appena questo filo tocchi un oggetto, vi resta appiccicato per la sua viscosità, del che accortosi l’animale si affretta a renderlo teso, ed a costituirsi un ponte [26] tra i due oggetti discosti. Ciò fatto, il ragno distende un filo possibilmente parallelo al primo, e con tale scopo discende dal punto in cui si trova per un tratto di parecchi decimetri, ferma di nuovo il filo, sale poi al punto di prima, attraversa sul ponte già stabilito lo spazio, sempre allungando il filo che esce dall’addome, e giunto al lato opposto tende il secondo filo. Quando sono fissati questi due fili principali, vengono tirati 4 o 6 fili obliqui che formano un poligono, congiungono insieme i fili principali e segnano i limiti della ragnatela. Dopo ciò l’animale, calandosi dal punto più elevato del poligono, tira il filo che ne costituisce il diametro; quindi ritorna al centro, vi depone un ghiometto di seta, gira sul raggio formato verso la periferia, lasciando continuamente uscire un filo dalle sue filiere, ferma il secondo radio ad uno dei fili principali, e continua questo procedimento sino alla completa costruzione dei raggi. Infine, girando di raggio in raggio, e fissando su ciascuno il filo, costruisce i fili concentrici, incominciando generalmente coi più piccoli, ossia con quelli che sono più vicini al centro.
VIII. Anche nel regno vegetale v’hanno dei tranelli, come ha dimostrato il Darwin nella sua opera sulle piante insettivore (Insectivorous Plants. London 1875). Può dimostrarsi con molti fatti che varie piante, sì nostrali che esotiche, hanno la proprietà di secernere da particolari ghiandole delle loro foglie un succo analogo all’umore gastrico degli animali, e di contrarre all’arrivo di qualche insetto l’orlo delle foglie od i lunghi peli del margine in guisa da accalappiarlo; l’animale si dibatte, ma la foglia lo racchiude sempre più, e mentre esso s’invischia nel succo attaccaticcio e muore, questo, agendo da fermento, finisce collo scomporlo in un liquido che facilmente è assimilato dalla foglia che se ne alimenta per sè e per l’intera pianta. Tali fenomeni furono osservati nelle Droseracee e più particolarmente nelle specie Drosera rotundifolia, anglica, intermedia, capensis, spathulata, filiformis, binata, Dionaea muscipula, Aldrovanda vesiculosa, ecc. Nella Drosera rotundifolia, ad esempio, le ghiandole sono sensibilissime ad ogni più piccola pressione, per cui, irritate o premute da un corpo estraneo, trasmettono l’irritazione ai tentacoli marginali che si piegano verso il centro della foglia ed abbracciano così l’oggetto che si trova nello spazio da essi circoscritto. Quando un insetto si poggia sulla lamina della foglia, esso rimane appiccicato alla secrezione vischiosa, ed i tentacoli vicini cominciano tosto a curvarsi verso il medesimo, e finiscono coll’avvinghiarlo da tutte le parti. Basta un insetto minutissimo, per esempio, una specie di Culex, per determinare questo fenomeno. È probabile che le foglie della Drosera abbiano tale odore da attirare gli insetti, per cui possiamo considerarle come altrettanti tranelli, nei quali sia stata posta un’esca. Oltre le Droseracee sono interessanti come insettivore anche le Utriculariacee. La Pinguicula vulgaris, ad esempio, piglia colle sue foglie, coperte di una sostanza vischiosa, degli insetti, ed oltre ciò delle piccole foglie di altre piante, dei semi, ecc. Qui mancano i tentacoli, ma il lembo della foglia si piega all’interno sotto l’influenza di una pressione o di qualsiasi oggetto irritante. Tanto gl’insetti, come i frammenti vegetali, vengono poi digeriti; la Pinguicula può quindi dirsi in parte [27] insettivora, ed in parte fitofaga, le sue piccole radici non le recano che uno scarso nutrimento. In modo analogo si comportano altre specie dello stesso genere. Un apparato diverso osservasi nell’Utricularia neglecta. Questa pianta acquatica porta delle vescichette della lunghezza di circa due millimetri e mezzo, che hanno tutta l’apparenza di un crostaceo entomostraceo. Queste vescichette sono portate da brevi picciuoli, ed hanno un’apertura che mette nell’interno, circondata da molti filamenti a guisa di antenne. L’apertura stessa è chiusa da una valvola perfettamente trasparente, che si apre verso l’interno. I piccoli animali, come larve di insetti, crostacei, vermi, ecc., entrano nella vescica, aprendo la valvola, ma non possono più uscire, perchè la valvola non si apre in fuori, e non sono forti abbastanza per romperla. Quindi muoiono colà, e si decompongono; i prodotti poi della loro decomposizione sono assorbiti da prolungamenti speciali, quadrifidi, che nascono in grande quantità dalla superficie interna della vescica. Analoghi fenomeni furono osservati in altre specie di Utricularia e di generi affini[53].
IX. Un fenomeno singolare è quello che si osserva in molti animali, i quali, quando sono aggrediti «fanno il morto». Ciò si è osservato in molti insetti (per esempio nel genere Dermestes), in alcuni araneidi (per esempio, nel Theridium formosum), in molti acari (per esempio, nei generi Oribates, Hoplophora), in alcuni miriapodi (per es., nel genere Glomeris), ed in alcuni crostacei (per es., nel genere Asellus). Si è detto che questi animali, pel pericolo da cui si vedono minacciati, cadono in deliquio; ma questa opinione non sembra accettabile, perchè non è ammissibile che il sistema nervoso in organismi sì bassi sia molto delicato e perchè questo fenomeno è di brevissima durata e può ripetersi più volte di seguito a piccoli intervalli. Negli acari questo supposto deliquio può peraltro durare a lungo, nei Penthaleus fino a due o tre ore. Probabilmente trattasi di una finzione istintiva, la quale deve tornare utile all’animale perchè lo sottrae alla vista dei suoi persecutori. L’animale immobile sfugge agli sguardi nemici, confondendosi cogli oggetti inanimati che lo circondano. Questo istinto può considerarsi come una esagerazione di quello del lepre, il quale, quando sente i cani che gli si avvicinano, rimane rannicchiato nel cespuglio senza muoversi punto, ancorchè i cani gli sieno vicinissimi, e spicca il salto ed imprende la fuga soltanto quando si vede scoperto e gl’inimici gli sono quasi addosso. Un analogo istinto può osservarsi nello scoiattolo[54].
X. Recentemente[55] ho chiamato l’attenzione dei naturalisti sopra un [28] altro istinto molto singolare e che ai possessori torna utile nella lotta per l’esistenza.
Il Darwin, nel suo Viaggio di un naturalista intorno al mondo (trad. ital., p. 38), parla di un’Epeira, la quale, quando è disturbata, si alloga nel mezzo della sua ragnatela che è appesa a ramoscelli elastici, e scuotendola violentemente le imprime un movimento di rotazione così rapido che anche il solo profilo del corpo del ragno diviene indistinto. Secondo il Taschenberg, questo fenomeno si osserva anche nelle Epeire europee. Il ragno, egli dice, quando è molestato, comincia a dondolarsi, e comunica all’intera ragnatela che è verticale un movimento ondulatorio tanto violento dall’avanti all’indietro, che quasi sparisce il suo corpo all’occhio dell’osservatore.
Ognuno può osservare un fenomeno simile, ma non identico, nel Pholcus phalangioides, il quale è comunissimo nelle nostre case, nei granai, nelle stalle, ecc., e che costruisce la sua ragnatela, a modo delle Tegenarie, negli angoli dei fabbricati. Io ne tenni due esemplari nel mio studio per molti anni, e potei osservare esattamente l’istinto di cui parlerò. Questo Araneide, prescindendo dai caratteri strettamente sistematici, si riconosce senza difficoltà dal suo corpo molto stretto ed allungato, e più ancora dalle sue zampe lunghissime ed esili, così che s’avvicina nell’aspetto generale agli Opilionidi. Lo si trova di solito alla faccia inferiore della sua tela, col capotorace rivolto in basso e col ventre e le zampe dirette in alto.
Se con un dito tocchiamo leggermente la sua ragnatela, lo vediamo muoversi con rapidità in modo da descrivere un cerchio, e la velocità del movimento è tale che riesce impossibile di discernere la forma dell’animale. La durata del fenomeno è assai variabile; qualche volta è di pochi minuti secondi, altre volte di oltre un minuto primo; questa durata possiamo renderla maggiore col gettare nella tela un piccolo frammento di legno, il quale oscillando colla tela, continua a mantenere il ragno in istato di eccitazione. Se a caso due ragnatele del Pholcus predetto si trovano l’una accanto all’altra, i movimenti di un ragno irritano il vicino e viceversa, ed il fenomeno si ripete più volte con insolita durata. Gli individui piccolissimi, ossia assai giovani, non si muovono nel modo sopra indicato, e nemmeno gli adulti, quando tengono fra le mandibole una preda pesante. Varia è del pari la rapidità delle oscillazioni, la quale nei maschi smilzi e leggieri è maggiore che nelle femmine gravide e pesanti; e maggiore è pure negli individui digiuni che in quelli distesi da un lauto pasto.
Chi vuole osservare questo strano istinto, deve urtare la ragnatela con prestezza e, come dissi, leggermente; se l’urto è lento o troppo forte, il ragno fugge spaventato. Si può ripetere lo sperimento più volte di seguito sullo stesso individuo; ma alfine il ragno, trovando inutili le sue manovre, o troppo stanco per proseguirle, cerca nella fuga la sua salvezza.
Il fenomeno è alquanto diverso da quello descritto dal Darwin, perchè le Epeire appendono le loro ragnatele, composte di fili circolari concentrici e di altri che dal centro vanno alla periferia a modo di raggi, a dei rami elastici, e possono per conseguenza metterle agevolmente in vibrazione; il [29] Pholcus invece ferma la sua tela irregolare sopra due pareti rigide, che sono o due muri che fanno angolo, od un muro ed una porta, oppure un muro ed una finestra, ecc.
Appena il ragno viene molestato, distende l’addome, che prima era diretto in alto od almeno disposto in senso orizzontale, in maniera da farlo pendere verticalmente in basso, raccoglie le sue otto zampe sopra uno spazio più ristretto, e tenendo queste zampe fermate ad altrettanti fili della sua tela, comincia a dondolare in direzione laterale e poi a muoversi con rapidità in circolo. Talvolta l’oscillazione è circolare fino da principio. Il ragno non gira intorno al proprio asse, ma intorno ad un asse verticale che passa per la ragnatela; e tale movimento è reso possibile dai fili irregolari, tra loro poco connessi, debolmente tesi e molto elastici, dei quali si compone la tela; e siccome ogni zampa è appesa ad un filo diverso, non avviene aggrovigliamento della ragnatela, la quale durante il fenomeno appena ondeggia in modo sensibile. Il movimento stesso è iniziato e mantenuto dalle gambe lunghe, sottili e molto flessibili dell’animale; la sua cessazione è di solito repentina, solo di rado si rende prima oscillatorio in senso laterale, e poi s’arresta. Cessato il movimento il ragno riprende la sua consueta posizione.
Questi sono i fatti che ognuno può osservare colla massima facilità in ogni casa durante le buone stagioni dell’anno, ed è strano che un fenomeno così ovvio sia sfuggito all’attenzione dei naturalisti. Quanto all’interpretazione, è certo che noi ci troviamo davanti ad un istinto destinato a proteggere il Pholcus contro i suoi nemici, sottraendolo alla loro vista col renderne il corpo indistinto a mezzo dei rapidi movimenti suddescritti. Vi sono artropodi che molestati simulano la morte, atteggiandosi immobili colle gambe retratte; il Pholcus consegue il medesimo fine con mezzi diversi, anzi opposti, con un rapidissimo movimento di rotazione. Il quale, alla sua volta, può essere considerato, come un movimento di fuga modificato. Alcuni animali percorrono, fuggendo davanti ad un nemico, una linea all’incirca retta; altri corrono in linea a zig-zag; altri ancora in linea a ghirigori: in questo caso la linea di fuga si è resa circolare.
XI. I fenomeni, cui ho alluso colle parole metaforiche «simulazione, civetteria ed alleanze», sono tanto importanti ed ancora poco conosciuti, che meritano di essere trattati a parte, ciò che farò nei tre seguenti paragrafi.
Molti animali sono protetti contro i nemici dal loro colore, il quale somiglia a quello del luogo dove vivono. Numerosi esempi possono citarsi a sostegno di questa asserzione. Gli abitanti dei deserti hanno il colore della sabbia, ad es., il leone, il dromedario, gli uccelli del Sahara, ecc. Gli abitanti dei poli, che dimorano tra le nevi ed i ghiacci, sono bianchi; così la volpe polare, l’orso bianco, ecc. Anche da noi il lepre, che vive a grande altezza sul livello del mare, è bianco. Molti animali marini sono trasparenti come l’acqua: così fra i celenterati, le meduse e le ctenofore; fra i molluschi, le salpe; alcuni crostacei, specialmente copepodi ed anfipodi; e perfino parecchi [30] pesci dei generi Leptocephalus, Helmichthys, Oxystomus e Tilurus. Gli animali che abitano i prati sono spesso verdi; quelli delle lande deserte, grigi, o cinerei, o screziati. Ogni cacciatore sa, quanto sia difficile di vedere una quaglia od una pernice in terra, ancorchè il cane l’abbia messa in ferma, appunto perchè il colore di questi uccelli somiglia a quello del nudo suolo. Gli animali che abitano sugli alberi sono, a seconda delle loro abitudini, verdi come le foglie, o colorati come la corteccia del tronco e dei rami. Il dottor Giacinto Fedrizzi ed io ne abbiamo citato una prova interessante. Noi abbiamo scoperto nell’Alto Trentino nell’ottobre del 1876 la manna degli apicoltori, la quale trovasi in grande quantità sui larici e che noi avevamo ragioni per ritenere di origine animale. Ma passò lungo tempo prima che ci fosse dato di vederne l’autore, il Lachnus pini, il quale si sottraeva alla nostra vista pel suo colore identico a quello dei ramoscelli di larice. Una volta scoperto, lo trovammo in centinaia di esemplari intorno alle goccioline di manna[56].
Applichiamo queste idee ad un gruppo speciale di animali, tanto più che il Darwin ha piuttosto negletto tale argomento. Rivolgiamoci agli aracnidi[57]. Le specie che vivono in luoghi oscuri (sotto le pietre, nei fori dei muri, ecc.) hanno sovente dei colori oscuri; ad esempio, i Drassidi, gli Amaurobius, i Nemastoma, le Segestrie, gli Scorpius, ecc. Le specie che vivono tra le foglie fresche e nell’erba sono di colore verde, come parecchie specie di Thomisus, l’Epeira cucurbitina, l’Attus hastatus, lo Sparassus virescens, molte specie di Heliophanus e di Cheiracanthium. All’incontro i ragni che vivono di preferenza sulle piante secche sono colorati in giallo, come il Bolyphantes stramineus ed il Philodromus aureolus. Le specie che vivono sulle corolle hanno colori vivi, rossi, o misti di rosso e di giallo, per esempio, il Theridium tepidariorum ed il Thomisus citreus; quelle invece che sogliono abitare i tronchi degli alberi, sono grigie o brune, come la corteccia, per esempio, il Marpissus muscosus; e quelle che dimorano sul terreno, sono grigie, come molte specie di Lycosa e di Trogulus. Nelle specie che dimorano sulle mura delle nostre case predominano i colori chiari, così nel Rachus ed in alcuni Pholcus; in quelle che abitano sulle roccie, i colori screziati (parecchie specie di Attus). «Mi ha sempre impressionato, dice il Pavesi, il raccogliere l’Epeira ceropegia subito appena fossi giunto nella zona della Rosa delle Alpi, associata per così dire a questi celebrati arboscelli; essa è di colore fondamentale rossastro, e forma ai lati della sua tela, proprio sotto le foglie, una specie d’amaca, ove si pone in agguato. È impossibile vedere qui soltanto un fatto di distribuzione geografica, vi è troppo intimo rapporto fra il colore del ragno ed il rugginoso della pagina inferiore delle foglie di Rhododendron».
Egli è ben naturale che i colori, così detti simpatici, de’ quali parliamo, [31] mentre sottraggono gli animali deboli alla vista dei forti, così d’altra parte fanno sfuggire i forti alla vista dei deboli. Anche gli animali robusti hanno bisogno di colori simpatici, perchè possano avvicinarsi, non veduti, alle loro vittime. In questo senso va interpretato il colore del leone, e dicasi altrettanto del colore dell’orso polare o bianco.
Alcuni animali possono cambiare il loro colore a seconda del luogo in cui si trovano. Ciò fu sostenuto riguardo al camaleonte, ma la cosa è dubbia[58]. All’incontro è certo che in molti pesci tale cambiamento di colore avviene. Così il fregarolo (Phoxinus laevis) ha un colore più sbiadito se trovasi in vasi bianchi, più carico se trovasi in vasi oscuri. La stessa cosa può osservarsi nello spinarello (Gasterosteus aculeatus) e nel cobite barbatello (Cobitis barbatula). Shaw, nel 1838, ha fatto un’analoga osservazione nelle trote[59]. Egli dice: «Visitando spesso i miei vivai, ebbi occasione di vedere che i pesci, che stavano tranquilli in un determinato luogo, offrivano un colore simile a quello del fondo, e se si recavano in altro luogo, assumevano gradatamente una corrispondente tinta. Per accertarmi di questo fatto con uno sperimento preciso, mi procurai due vasi di terra, di cui l’uno era all’interno quasi perfettamente bianco, l’altro quasi perfettamente nero. Misi poscia in ciascuno un pesce vivo, e gli procurai l’acqua fresca necessaria. Quando io poneva i pesci nell’acqua, essi avevano il medesimo colore; ma non passarono 4 minuti, che ambedue assunsero un colore corrispondente a quello del vaso. Allora io levai il pesce che trovavasi nel vaso bianco, e lo misi nel nero, e viceversa feci coll’altro, ed ebbi un risultato corrispondente, cambiando i pesci il loro colore in conformità del vaso in cui si trovavano..... Questo singolare fenomeno costituisce uno dei mezzi meravigliosi, che la natura diede alle creature per loro difesa». Un fenomeno simile avviene, secondo le osservazioni del Pouchet, comunicate all’Accademia di Parigi il 26 giugno 1871, oltrechè nel cobite, nel ghiozzo (Cottus gobio), e sembra che questo fenomeno debbasi registrare tra i riflessi, eseguendosi il cambiamento del colore per mezzo dei nervi ottici, del cervello e dei nervi che si recano ai cromatofori contrattili. Probabilmente mostreranno ulteriori osservazioni che gli animali, i quali possono cambiare il colore secondo la loro temporanea dimora, sono più numerosi di quello che si creda; ai succitati possonsi aggiungere per ora il Carassius vulgaris, l’Aspius rapax, il Gobio fluviatilis, alcune specie di Rana, e parecchi crostacei (p. es. Palaemon serratus). Tale cambiamento di colore fu recentemente[60] chiamato funzione cromatica.
Non solo gli animali, ma anche le uova presentano dei colori protettivi, e precisamente nei casi in cui le uova non sono deposte entro nidi in luoghi reconditi. Le specie dei generi Tringa e Charadrius depongono le uova nella sabbia fra l’erba ed i ciottoli; e le loro uova sono colorate in conformità, per cui è assai difficile il vederle. Analoghe osservazioni possonsi fare nei [32] generi Pterocles, Colymbus, ecc. È strano che le uova dei cuculi somigliano a quelle della specie, nel cui nido furono deposte. Le diverse femmine fanno uova diversamente colorate, e le depongono nel nido di una specie che le ha somiglianti nel colore; in tale modo i legittimi proprietari del nido sono ingannati, e le uova del cuculo sono protette[61]. Anche i bozzoli sericei degli araneidi, che contengono uova, presentano dei colori protettivi; così, ad es., nelle specie Micrommata virescens, Tetragnatha extensa, Theridium formosum, ecc.
Più interessanti ancora sono gli esempi di somiglianza speciale, per la quale un animale somiglia a sostanze inorganiche, oppure a parti vegetali, oppure ad un altro animale. Gli insetti, quando contraffanno il morto, come sopra si è detto, somigliano certamente a granelli inorganici od a detriti vegetali. Mansel Wheale dice di aver trovato al Karoo un grillo che vive tra i sassi, ai quali somiglia in modo che egli non l’avrebbe mai rinvenuto, se non l’avesse visto nel momento in cui si muoveva[62]. Una lucertola (Proctotretus multimaculatus), quando è appiattita dallo spavento e chiude gli occhi, si confonde per le sue tinte colla sabbia circostante. Molte sfoglie (Solea) hanno il lato oculare macchiato in guisa che non si vedono sul fondo del mare se non quando si muovono. Ed il Günther ha descritto un Syngnathus, il quale coi suoi filamenti rossicci, galleggianti, si distingue appena dall’alga cui si attacca colla sua coda prensile. Secondo il Wallace v’hanno in Oriente dei piccoli coleotteri della famiglia Buprestidae, che l’entomologo esita a raccogliere quando li vede sopra una foglia, tanto somigliano agli escrementi degli uccelli! Il Bates menziona un altro coleottero (Chlamys pilula) che da lontano si confonde facilmente cogli escrementi dei bruchi. Alcune specie di Cassida, per la loro forma convessa ed il colore perlaceo, somigliano a delle goccie di rugiada.
Due farfalle dell’India (Kallima inachis e paralecta) hanno la pagina inferiore delle ali talmente colorata, e tale è il contorno e la nervatura di queste ali, che le farfalle, quando sono in riposo, vengono scambiate con foglie secche, tanto più che esse non si mettono mai sopra fiori o rami verdi, ma sempre sopra alberi o cespugli intieramente od in parte disseccati. In alcuni casi le ali delle farfalle portano delle macchie somiglianti a quei minuti funghi che vivono sulle foglie morte, per cui lo scambio avviene anco più facilmente. Dei colori protettivi dei bruchi parlò diffusamente il Weismann[63]. I bruchi nel genere Catocala somigliano sì bene alla scorza degli alberi, nelle fessure della quale vivono, che a stento li discerne un occhio esercitato; quelli dei generi Cucullia (ad es. C. verbasci) e Xylina somigliano in modo sorprendente ad un pezzo di legno, e toccati hanno l’abitudine di lasciarsi cadere a terra. Alcuni bruchi sono perfino dimorfi o polimorfi, ossia in età diversa [33] presentano colori diversi in relazione colla cambiata dimora; così il bruco giovane di Pterogon oenotherae è sì bene adattato alle foglie di Epilobium hirsutum e rosmarinifolium, sulle quali vive, che difficilmente lo si vede, ma fattosi adulto cambia colore, e vive allora durante il giorno sui rami e tra le foglie secche.
Tra gli ortotteri le specie di Phyllium somigliano a foglie verdi, e quelle di Phasma a ramoscelli secchi. Fra gli aracnidi, alcune specie somigliano ad un pezzo di corteccia nodosa, e restano perciò inosservate, così la Micrathena clypeata e parecchie specie di Gasteracantha. Molti aracnidi portano tali disegni sul dorso da imitare una fogliolina, cito come esempio le specie Linyphia resupina, L. montana, L. marginata, Meta segmentata, Zilla montana, Z. albimacula, Z. calophylla, molte specie di Opilio, di Platylophus, di Acantholophus e di Cerastoma. Suppongo che anche questo sia un carattere di protezione.
Molti esempi di colori protettivi si rinvengono pure negli animali superiori. Noi abbiamo già fatto cenno del colore della quaglia e della pernice; tra i mammiferi citeremo la giraffa. Il Cumming[64] dice: «Spesso dubitai se vedessi uno di questi animali (una giraffa) od il tronco ingiallito di un albero. Dovetti ricorrere al telescopio, ed interpellando i selvaggi che mi accompagnavano, m’accorsi che anche i loro occhi s’ingannavano; talvolta essi prendevano questi tronchi decaduti per giraffe, ed altre volte prendevano le giraffe per questi vecchi abitanti delle foreste».
Un animale somiglia talvolta ad altri di specie diversa, per qualche loro particolarità poco perseguitati da nemici; questi fatti costituiscono il vero mimismo (mimicry). Ed è facile comprendere, come cotesta sia pure una somiglianza protettiva. La forma imitata, appunto perchè soggetta a poche cause di distruzione, sarà frequente; ed alla imitante sarà di tornaconto essere scambiata da’ suoi nemici colla prima. Un esempio è citato dal Darwin nella Origine delle specie[65]. Il Bates «ha trovato che in alcuni distretti dell’America meridionale, dove, ad esempio, una Ithomia abbonda in magnifici stormi, un’altra farfalla del genere Leptalis si rinviene mescolata nello stormo, e talmente somiglia ad una Ithomia in ogni gradazione e dettaglio di colore, che il Bates, sebbene avesse l’occhio esercitato colla pratica di undici anni e facesse sempre grande attenzione, fu non di meno continuamente ingannato. Se le forme imitanti ed imitate siano prese e tra loro confrontate, si vede che diversificano assai nella struttura essenziale, ed appartengono non solo ad altri generi, ma spesso perfino ad altre famiglie. Se questo mimismo fosse occorso solamente una o due volte, si avrebbe potuto considerarlo come una singolare coincidenza e passarvi sopra. Ma se ci allontaniamo da un distretto, in cui una Leptalis imita una Ithomia, si troverà un’altra forma imitata da una imitante, comprese negli stessi due generi». A questo esempio molti [34] altri si possono aggiungere. Alcuni coleotteri rincoti sono coperti di uno strato di chitina così consistente che gli uccelli insettivori li ripudiano come cibo, e ad essi somigliano nella forma altri coleotteri; così il Doliops curculionoides somiglia ai Pachirinchi delle Isole Filippine. Vi sono dei coleotteri, non cercati come cibo, perchè emettono una sostanza fetente, ed anch’essi sono copiati da altri membri dell’ordine: così il Cyclopeplus Batesii del Brasile somiglia al fetente Corynomalus. Altre somiglianze si trovano negli aracnidi, come l’esprimono i nomi specifici, ad esempio Caelotes segestriformis, Amaurobius segestrinus (perchè somigliano alla Segestria), Trechona drassiformis, Olios mygalinus, Eresus clenizoides, ecc. Talvolta un animale contraffà un altro di gruppo molto diverso. Alcuni Pholcus, tra gli araneidi, somigliano a degli opilionidi, d’onde i nomi Pholcus phalangoides, Ph. nemastomoides, Ph. opilionoides, ecc.
L’Arachnura scorpionoides, dell’isola Maurizio, per l’addome prolungato a coda flessibile e grinzosa trasversalmente, ha l’aspetto di uno scorpione, tanto più quando l’abbassa e la solleva e la ricurva verso il dorso, ciò che fanno proprio gli scorpioni[66]. Questa somiglianza non può che essere utile all’Arachnura, essendo gli scorpioni animali assai temuti pel loro apparato velenifero. Spesso, per la stessa ragione, sono copiati gli imenotteri aculeati; molte mosche, ad esempio, somigliano alle api ed insetti affini. «Io ho disposto, dice il Seidlitz[67], dieci specie di mosche leggermente mimetiche in una serie, l’una dietro l’altra, ed accanto a ciascuna posi una specie simile di imenotteri (7 vespe e 3 pecchioni), tutte della nostra fauna. Ogni inesperto, cui mostrai la raccolta, colla domanda, che insetti fossero, e come disposti, li dichiarò vespe e pecchioni, ciascuna specie in due esemplari». Io stesso fui un giorno chiamato da parecchie persone, perchè andassi a raccogliere uno sciame di api che dicevano trovarsi sopra una finestra della stalla in casa mia; andatovi, vidi che quella gente aveva preso per api una specie di mosche. Tra le farfalle, le Sesie (Sesiidae) somigliano pure agli imenotteri; tra i coleotteri il genere Molorchus contraffà le vespe, e la specie Charis melipona dell’America del Sud contraffà una piccola ape, la Melipona. Tra gli aracnidi, alcuni Eresus ed Attus (Eresus 4-guttatus, E. annulatus, Attus sanguinolentus, A. haemorrhoicus) offrono un vivo colore rosso. Siccome abitano in luoghi aridi, insieme col Pyrrhocoris apterus, suppongo che la somiglianza nel colore con questo emittero fetente, torni loro di vantaggio. Certi aracnidi hanno la forma della formica; e siccome le formiche sono poco perseguitate dagli uccelli insettivori, essi trovano in tale somiglianza una protezione. Esempi ci forniscono i generi Janus, Pyrophorus, Salticus, Myrmecia e Formicina.
È interessante anche il vedere, come alcuni serpenti innocui copiano i serpenti velenosi, trovando in questa somiglianza una potente protezione. Il Wallace cita in proposito i serpenti coralli dell’America meridionale; ma senza [35] andare sì lungi possiamo citare il colubro liscio (Coronella austriaca), che è spesso scambiato con una vipera, cui somiglia nel colore e nella facoltà di appianare e dilatare il capo in istato di irritazione.
Tutti questi esempi, e molti altri che potrebbero citarsi, sembrano sufficienti per dimostrare che gli animali trovano spesso una protezione nella loro somiglianza ad altri oggetti, sia che questa somiglianza si limiti al colore o si estenda anche alla forma del corpo[68].
È un fatto bene constatato che l’incrociamento di individui diversi della stessa specie rende robusta e feconda la prole, mentre le nozze consanguinee per lungo tempo continuate indeboliscono la progenie e ne diminuiscono la fecondità. Questo asserto è ampiamente dimostrato in una recente opera del Darwin[69]. Le piante, essendo in massima parte ermafrodite, sarebbero condannate a subire gli effetti perniciosi delle nozze consanguinee (anzi della autofecondazione), se gli insetti, volando di fiore in fiore, non promuovessero l’incrociamento. La visita degli insetti è quindi per moltissime piante una sorgente di prosperità, e queste hanno di fatto delle qualità atte ad attirare quei pronubi.
Quest’argomento fu discusso a fondo dal dottor E. Müller[70], ed io diedi un sunto delle sue osservazioni nelle mie Note alla Origine delle specie del Darwin[71].
Le piante cercano di attirare gli insetti con modi diversi. E cioè:
1º Cogli alimenti. — Esse offrono agli insetti del polline e del nèttare, e si è principalmente per ricavare queste due sostanze che i citati artropodi visitano i fiori con tanta cura. Un terzo prodotto che gli insetti traggono dal fiore, è il liquido zuccherino, che talvolta si trova racchiuso nelle sue parti carnose. La sottrazione delle predette sostanze non reca al fiore dei danni apprezzabili, sia perchè il polline viene preparato in quantità eccedente i bisogni della fecondazione, sia perchè il nèttare non è necessario per la vita dell’individuo vegetale, sia perchè la sottrazione dei liquidi zuccherini predetti avviene piuttosto raramente.
I fiori ricchi di polline e di nèttare saranno i più frequentati dagli insetti: per conseguenza gli incrociamenti si effettueranno spesso, ed il vegetale guadagnerà di vigore e di fecondità.
2º Colla grandezza del fiore. — Questo carattere rende il fiore meglio visibile agli insetti. Infatti l’osservazione c’insegna che i fiori minuti di un [36] genere sono meno frequentati dagli insetti dei maggiori di specie affini, semprechè non concorrano altre particolarità in favore dei primi. La grandezza predetta trova però il suo limite nel principio di economia che domina in tutta la natura.
3º Coi colori. — Essi attraggono gl’insetti colla loro intensità, per cui i fiori a colori molto vivi saranno sempre molto frequentati. Si è anche osservato che certe linee o macchie nell’interno della corolla segnano la via al deposito di nèttare, e servono così di guida agli insetti nella ricerca di questa preziosa sostanza.
Alcuni fiori sono colorati in modo da tenere lontani quegli insetti, come, ad esempio, i coleotteri, i quali non si contentano di polline e nèttare, ma mangiano gli stami ed altri organi importanti. Il colore giallo sembra sfuggire alla vista dei coleotteri, o suscitare in essi un’impressione sgradevole, per cui i fiori di questo colore sfuggono più che gli altri alle devastazioni che tali insetti cagionano.
I fiori, ai quali torna utile la vista degli insetti crepuscolari o notturni, hanno colori tali che risaltano nel crepuscolo o durante la notte; citerò in proposito la saponaria che è frequentata quasi unicamente da alcune sfingi e nottue.
4º Coi profumi. — Come i colori, non solo vivi, ma anche screziati e leggiadri, non si svilupparono nei fiori per dilettare la nostra vista, così anche i profumi non vi apparvero per solleticare le nostre nari; ma gli uni e gli altri riescono utili alle piante coll’attrarre gl’insetti, e col favorire in tale guisa gli incrociamenti. È quasi inutile soggiungere che la diretta osservazione fornisce un’ampia prova di questo asserto; invero non esiste pianta odorosa che non sia continuamente visitata da ditteri, da imenotteri e da altri simili animali.
5º Colla forma protettrice della corolla. — Tutti sanno quanto siano svariate le forme che presentano le corolle dei fiori. Alcune forme attirano i piccoli insetti coll’offrire loro protezione contro le intemperie. Dicasi ciò, ad es., delle campanelle (Campanula), entro cui rinvengonsi sovente i predetti animali, dove si rendono utili col coprirsi di polline che poi trasportano sugli stigmi di altri fiori.
È poi necessario che il nèttare sia accessibile solamente a quegli insetti che sono veramente utili col favorire gli incrociamenti, e perciò lo vediamo di frequente nascosto entro tubi dove non giungono che le proboscidi più lunghe, o sotto a petali che non possono essere divaricati da deboli forze muscolari.
È quindi cosa ben certa, che i fiori non sono fatti per nostro diletto, ma al servizio della pianta, e con quei precisi caratteri, i quali possono procurare al vegetale il maggior possibile vantaggio dalla visita degli insetti.
Contro le asserzioni sopra fatte intorno ai profumi potrebbesi obbiettare che taluni fiori esalano un putrido fetore od un orribile lezzo cadaverico. Ma il Delpino[72] fa osservare giustamente che tutti i fiori che hanno il fetore [37] cadaverico (ad esempio, quelli dell’Arum dracunculus, delle Stapeliae, di alcune Aristolochiae di America, delle Rafflesiae, Sapriae, Brugmansiae, Sapranthus, ecc.) hanno, senza eccezione, colori luridissimi, e sono chiazzati di macchie atro-purpuree o giallo-nere; e che tutti questi fiori sono fecondati esclusivamente dalle mosche che vanno sui cadaveri (Sarcophaga carnaria, Musca vomitoria, e simili). I fiori delle Ceropegiae, delle Aristolochiae nostrane, degli Asarum, dell’Ambrosinia Bassii sono fecondati esclusivamente da moscherini (Phora, Ceratopogon, Cecydomya, Oscinis, ecc.); tutti questi fiori hanno una tinta generale livida, picchiettata o listata da macchie atro-purpuree, e un odore putrido per lo più urinoso. Anche gli odori, a noi ingrati, esercitano dunque un’attrattiva su certi insetti, e possono tornare utili alle piante.
Fu detto giustamente che nessuna specie è fatta ad esclusivo vantaggio delle altre; però due o più specie possono essersi utili reciprocamente contro i loro rispettivi nemici, ed allora possiamo chiamarle alleate. Già nei casi precedenti potevasi parlare di un’alleanza di alcune piante con determinati insetti contro le altre piante competitrici; ma questo termine è applicato a casi più complessi. È merito del nostro Delpino[73] di aver attirata l’attenzione dei naturalisti su questo interessante soggetto. Esaminiamo alcuni fatti speciali, narrati dal Delpino e da Friz Müller.
Nei picciuoli della Cassia multijuga, i quali hanno una secrezione dolce, dimorano, oltre parecchi altri insetti, colonie di larve di Membracis. Fra queste larve si trovarono degli individui di Trigonia, i quali si aggiravano senza posa tutto il giorno fra dette larve che, toccate, mandano dalla estremità dell’addome un umore limpidissimo, zuccherino, che è la causa per cui sono visitate dalle trigonie. Noi abbiamo qui una triplice alleanza fra un vegetale e due animali, cioè fra i generi Cassia, Trigonia, e Membracis. La Cassia dai suoi nettarii picciuolari e le larve di Membracis dalla estremità dell’addome porgono alimento zuccherino alla Trigonia, e questa difende entrambe dai loro nemici. Le Trigonie sono api che vivono sui fiori, ma la specie di cui si ragiona ha cambiato abitudini, è diventata rapace e carnivora, e come tale è in condizione di esercitare l’ufficio di proteggere e difendere due esseri inermi, posti sotto il suo patrocinio[74].
Il Delpino osservò sul presame (Cynara cardunculus) delle larve di Tettigometra e di Issus viventi sotto la protezione della Formica pubescens, la quale, per meglio assistere e difendere quelle sue vacche, s’aveva scavato in parecchi punti del caule e dei grossi rami del presamo veri corpi di guardia d’una struttura ingegnosa. Ciascuno aveva un’apertura larga tanto, che vi poteva passare comodamente la più grossa Tettigometra; l’apertura conduceva ad una galleria scavata nel canale midollare, lunga un decimetro e [38] più. Oltre quest’apertura vi erano praticati due o tre fori piccolissimi che servivano probabilmente per aerare il domicilio. Noi abbiamo qui un esempio di quadruplice alleanza tra la Cynara cardunculus, la Tettigometra, l’Issus e la Formica pubescens. Quest’ultima difende le larve di Tettigometra e di Issus contro i loro nemici, e siccome dove hanno dimora le formiche non possono coesistere bruchi ed altri esiziali nemici dei vegetabili, così in questa alleanza trova il suo tornaconto anche il presame. La quale pianta ha una singolare attitudine per ricoverare que’ suoi consorziati, imperocchè il Delpino dice: «Le piante di presame, strano a credersi, punte da più mesi continuamente da larve di Tettigometra e Issus, punzecchiate e succhiate anche dalle formiche, come più volte osservai, scavate da parecchie gallerie lungo il canale midollare, non ostante avevano una vegetazione delle più rigogliose e fruttificavano copiosamente, mostrando così di poco o nulla soffrire della presenza di tali ospiti»[75].
Esempi di triplice alleanza forniscono anche gli afidi, le formiche che li visitano e le piante su cui gli afidi vivono. Le formiche cercano gli afidi per assorbire quel liquido zuccherino che emettono dai nettarii, e la pianta sente vantaggio dalla presenza delle formiche che allontanano gli insetti fitofagi.
Darò ancora un esempio, e cioè di alleanza solamente duplice, ma ch’è interessante perchè getta della luce su certi organi finora poco conosciuti. È noto che nei fiori v’hanno delle ghiandole (nettarii) che secernono una sostanza zuccherina, e diconsi florali. Ma esistono dei nettarii in diverse specie di piante, anche nella regione della vegetazione, massime nelle formazioni fogliari, peziolari, stipolari, bratteali; questi sono i nettarii estranuziali del Delpino[76]. S’hanno tali nettarii, ad es., nelle seguenti specie: Rhicinus communis (sopra i picciuoli delle foglie e delle brattee), Acacia celastrifoglia (sul vertice del fillodio), Hybiscus syriacus ed Urena repanda (alla pagina inferiore delle foglie), Vicia sativa e V. faba (sulla pagina inferiore delle stipole), Prunus avium ed Amygdalus persica (sopra i picciuoli), ecc. Il Darwin conosceva già questi nettarii estranuziali, ma riteneva ch’essi secernessero dei succhi per eliminare dalla pianta «qualche cosa di nocivo». Il Delpino invece ritiene che cotesti secreti attirino le formiche e le vespe che sono «i principali nemici dei principali nemici di certe piante». Per cui cotali vegetali offrono alle formiche ed alle vespe degli alimenti, e questi insetti difendono quei vegetali contro i loro nemici.
E qui giova osservare, come le formiche sieno animali utilissimi all’agricoltura, poichè sono i nemici più terribili dei bruchi e di altri insetti nocivi. Un albero, al cui piede si trovi un formicaio, viene dalle formiche, che vanno su e giù, ripulito da ogni altro insetto. Il Delpino[77], dopo aver consultate le più competenti autorità in proposito, scrive: «Le positive osservazioni dei pratici vengono a confermare appuntino le illazioni teoriche sugli inestimabili [39] servizi che deggiono rendere le formiche al regno vegetale, e sull’uffizio importantissimo che alle formiche sopra ogni altro insetto è addossato, di mantenere l’equilibrio nelle classi degli insetti fitofagi, massime nell’ordine dei lepidotteri che di tanto in tanto minacciano l’esistenza in date località di date specie di piante». Idee conformi a quelle del Delpino hanno espresso altri autori, come il Ratzeburg, il Rollar, il Willkomm, il Savoja ed il Disconzi[78].
Se non tutti gli organismi che vengono annualmente procreati, possono svilupparsi e raggiungere l’età matura, è naturale la domanda: quali organismi sfuggiranno alle cause di distruzione? E la risposta più semplice e più generale che possiamo dare si è questa: i meglio adattati alle condizioni di vita in cui si trovano. Personificando la natura, questa sopravvivenza del più adatto fu chiamata elezione naturale. In così dire, noi ci immaginiamo la natura un essere vivente ed intelligente, il quale osservi tutti gli organismi del mondo, e conoscitore delle condizioni di vita, in cui ciascun organismo si trova, prescelga per la riproduzione quelli che di fronte agli altri hanno qualche vantaggio. Ma questo modo di vedere non è esatto: in realtà nessuno esercita una elezione, ma gli esseri più adattati sfuggono meglio degli altri alle cause di distruzione, per cui, coll’andare dei secoli, i meno adattati saranno distrutti, ed infine sopravviveranno quelli solamente che presentano dei caratteri utili, non offerti da’ loro compagni.
Supponiamo che oggi nei prati vivano delle locuste verdi e delle locuste rosse scarlatte. Egli è certo che queste ultime, pel loro colore, saranno viste meglio e più spesso dai nemici che non le verdi, le quali sono protette da questo colore «simpatico» o concordante con quello del luogo dove vivono. Ogni anno sarà distrutto un numero maggiore di locuste scarlatte che non di locuste verdi, e, per modo di dire, dopo tre secoli le locuste scarlatte saranno scomparse, mentre viveranno copiose le verdi. Chi, a effetto compiuto, entrasse in un prato, difficilmente potrebbe astenersi dal dire: Quanta sapienza! Non vi esistono che locuste verdi, che pel loro colore sfuggono alla vista dei propri nemici! Difficilmente quest’osservatore potrà allontanare da sè il pensiero che qui sia avvenuta una diretta creazione, opera di un essere sopranaturale. Eppure, nel caso da noi immaginato così non fu; le cose procedettero naturalmente, come avviene tutti i giorni, senza che siasi ingerita una potenza estranea, sopranaturale.
Oppure, immaginiamoci due isole, in cui vivano due sorta di lupi, gli uni pesanti e robusti, gli altri agili e veloci, ma deboli. E supponiamo inoltre che in un’isola i lupi debbano nutrirsi principalmente di animali forti ma non agili, nell’altra di animali deboli ma veloci. Nelle epoche di carestia succederà che nella prima isola i lupi deboli non troveranno che scarso [40] nutrimento, perchè spesso incapaci ad atterrare la preda: quindi, coll’andare del tempo, si estingueranno, cedendo il posto ai lupi forti. Nella seconda isola, in epoche di carestia, staranno male i lupi forti, perchè spesso inetti a raggiungere la preda, e la loro forza non gioverà a nulla; per cui, dopo un certo tempo, i lupi forti saranno scomparsi, e vi domineranno gli agili. Chi, ad effetto compiuto, visitasse queste due isole, sarebbe al certo sorpreso nel vedere nella prima lupi forti, dove forza occorre; e nella seconda lupi agili, dove l’agilità è una qualità utile. E difficilmente potrà trattenersi dal pensare alla sapienza della natura. E invero sapienza ve ne ha, se noi intendiamo di esprimere con questo termine l’adattamento degli esseri alle condizioni della vita, in cui si trovano; ma si osservi bene, che questa sapienza non fu importata nella natura dal di fuori, ma vi si è svolta come una necessaria conseguenza della lotta per l’esistenza.
In questi due casi immaginati furono dei caratteri evidenti, per così dire grossolani, che decisero della vita e della morte di due varietà; ma in natura possono bastare dei caratteri minuziosi, a’ nostri occhi insignificanti, per procurare la vittoria ad una data forma animale o vegetale. Il Darwin[79] dice: «Se tutti gli esseri viventi in ogni paese lottano costantemente fra loro con forza equilibrata, possono bastare modificazioni estremamente insensibili di struttura o di abitudini in un abitante, per assicurargli il vantaggio sopra gli altri».
Se noi abbiamo sopra ammesso che nella natura v’abbia della sapienza, non è detto con ciò che tutte le strutture sieno perfette a segno che un ulteriore perfezionamento riesca impossibile. «Non potrebbe nominarsi, dice il Darwin[80], un solo paese, nel quale tutti gli abitanti indigeni siano attualmente tanto adattati fra loro ed alle condizioni fisiche nelle quali vivono che niuno di essi possa in qualche parte perfezionarsi; perchè in tutti i luoghi le produzioni native furono sì appieno conquistate dalle produzioni naturalizzate, da permettere a queste specie forestiere di prendere definitivamente possesso del suolo. Siccome le razze straniere hanno così battuto dappertutto alcune delle razze indigene, possiamo concludere che, se queste fossero state modificate in maniera più vantaggiosa, esse avrebbero meglio resistito agli invasori». Aggiungasi poi che una forma, la quale sia oggi adattata in un certo grado alle sue condizioni di vita, non lo sarà egualmente dopo un lasso di tempo, se in quel distretto si saranno introdotte, per immigrazione, nuove forme; o se lentamente o repentinamente si saranno cambiate le condizioni fisiche del luogo. Se tutte le forme della vita fossero state sempre perfettamente adattate alle loro condizioni, la paleontologia non potrebbe al certo oggi annoverare migliaia di specie, le quali si estinsero nel corso dei tempi e cedettero il loro posto ad altre specie. Alcune specie si estinsero perfino nell’epoca attuale, ed anzi nei tempi storici, come la Rhytina Stelleri, l’Alca impennis e il Didus ineptus. Vi sono poi delle strutture, le quali, per [41] quanto noi possiamo giudicare, riescono affatto inutili all’organismo che le possiede. Tali sono gli organi rudimentali che erano ampiamente sviluppati in forme antiche, o che nelle presenti sono in via di scomparire.
Ho più volte parlato, nelle righe precedenti, di adattamento alle condizioni di vita; e non sarà inutile aggiungere che queste condizioni sono di due qualità: esistono cioè delle condizioni esterne, dipendenti dal clima, dal suolo, dal nutrimento, ecc., e delle condizioni che scaturiscono dai reciproci rapporti degli organismi tra di loro. Il Lamarck appoggiava la sua teoria della discendenza quasi unicamente alle condizioni della prima categoria; il Darwin non nega che esse abbiano una certa azione sugli organismi, ma sostiene che le seconde sono assai più importanti per la trasformazione delle specie. Questo concetto dell’adattamento fu preso in vario senso, e venne esagerato da un lato e dall’altro. L’Haeckel, sebbene sia seguace del Darwin, s’accosta troppo alle idee del Lamarck, col dare grande peso all’adattamento alle condizioni esterne della vita[81]; il Darwin ha valutato forse troppo poco queste condizioni esterne, e si è quasi esclusivamente appoggiato ai reciproci rapporti degli organismi.
Ecco un esempio immaginario di elezione nel senso del Darwin. L’ape ha una proboscide lunga sei millimetri, e può con essa entrare nel tubo di molte corolle per succhiare il nèttare, dove altri imenotteri non giungono. Supponiamo ora che in una determinata regione si estinguano quei fiori che hanno i nettarii facilmente accessibili o posti ad una profondità minore di sei millimetri entro la corolla, ed invece si facciano predominanti i fiori con nettarii più profondi. È certo che in questo caso ogni più piccolo allungamento della proboscide tornerà utile all’ape, e quindi saranno preservate dalla elezione naturale le variazioni in quella guisa favorite. Coll’andar del tempo noi vedremo dunque o estinguersi la specie dell’ape comune, o trasformarsi in una forma nuova e distinta. È vero che il problema posto qui sopra non richiede che un allungamento della proboscide, ma questo carattere non potrà apparire se non seguìto immediatamente da altri, poichè la proboscide più lunga richiederà maggior forza muscolare per portare la testa e tutto il corpo più pesante, e alla lor volta i muscoli avranno bisogno di pezzi di chitina più voluminosi per potervisi inserire.
Nei ragionamenti fin qui fatti v’ha un sottinteso, che cioè i caratteri tutti, anche gli individuali, sieno ereditari. Affinchè l’elezione naturale non resti limitata all’individuo, ma possa estendere i suoi effetti alla specie, occorre appunto l’ereditarietà dei caratteri: questo principio noi lo prendemmo finora dall’esperienza comune; nel capitolo che segue ne dimostreremo l’esattezza rigorosa ed i modi di manifestazione.
[43]
Dell’ereditarietà in generale. — Leggi che la governano. — Atavismo. — Sviluppo.
Niuno dubita che i caratteri si trasmettano di padre in figlio; se così non fosse le nostre faune e flore costituirebbero un caos inestricabile. Ma dal concetto vago e volgare al concetto preciso e scientifico corre un gran tratto, ed è inoltre necessario indagare le leggi che governano siffatta ereditarietà. Il Darwin ha discusso quest’argomento superficialmente nella sua Origine delle specie[82]; in quest’opera egli ammise come inconcusso questo principio, e poco si curò delle leggi, dalle quali è governato. «Nessun allevatore, egli dice, dubita della forza delle tendenze ereditarie; il simile produce il simile: questo è il loro assioma fondamentale. Gli autori teorici soli hanno mosso dei dubbi contro questo assioma». Ma egli tratta a fondo questa questione nell’opera Variazione degli animali e delle piante allo stato domestico[83]; noi pure ce ne occuperemo brevemente, colla scorta dell’opera citata e di altre più recenti.
L’ereditarietà non è un fenomeno così misterioso, inconcepibile, come più volte è stato detto. Il figlio, prodotto dalla generazione agamica o da un individuo ermafrodito, non è che una parte della madre che se ne è staccata per condurre una vita propria; e quindi è naturale che su questa parte agiscano tutte quelle forze che erano vive nella madre, ed agiscano nella stessa maniera come in questa. Se il figlio fu prodotto da individui unisessuali, ossia dal concorso di elementi paterni e materni, l’essenza non è cambiata; nel figlio noi troveremo attive le forze di ambedue i genitori, e secondo la natura di queste forze, le ritroveremo ora sommate ed ora modificate pel reciproco contatto. «Egli è chiaro, dice Oscar Schmidt[84], che la chiave dei fenomeni della ereditarietà debbasi cercare nella riproduzione. Al certo non si possono osservare i movimenti e gli eccitamenti molecolari che vi succedono, nè le trasmissioni meccaniche leggere oltre ogni immaginazione; ma non sono perciò nè più oscure, nè più enigmatiche, come di frequente si dice, dei movimenti invisibili, ma non sopranaturali, sul controllo e calcolo de’ quali poggia il [44] superbo edifizio della chimica e fisica teoriche». A questo stesso concetto fondamentale sono inspirate le più recenti teorie di Weismann e di Nägeli sulla essenza della ereditarietà.
La legge fondamentale della ereditarietà si è che tutti i caratteri, senza veruna eccezione, sono trasmissibili. Ma quando si tratta dell’apparsa dei caratteri specifici o generici, nessuno vi presta attenzione; è cosa sottintesa, da tutti preveduta, come il levare del sole ad ogni mattina: noi facciamo invece le meraviglie, quando sono ereditati caratteri meramente individuali, come sarebbero un neo in una determinata parte del corpo od una strana abitudine. Il nostro stupore non è pienamente giustificabile, riposa per altro sull’osservazione che i caratteri puramente individuali non sono sempre ereditati. Imperocchè domina questa legge, che un carattere è tanto più fedelmente trasmesso, quanto più è vecchio: o con altre parole, i caratteri specifici sono trasmessi più fedelmente degli individuali, i generici più degli specifici, e così di seguito.
Le mutilazioni generalmente non sono trasmesse; si hanno tuttavia degli esempi in cui passarono dal padre ai figli. Così il Blumenbach[85] assicura che in Germania gli Ebrei nascono qualche volta in uno stato che rende impossibile la circoncisione, al quale si è dato un nome che significa «nato circonciso». Secondo le osservazioni del Brown-Sequard[86], le mutilazioni causate da lesioni nervose sono ereditarie nei porcellini d’India. Haeckel[87] asserisce che si è potuto ottenere una razza anura di cani, tagliando per molte generazioni la coda agli individui d’ambedue i sessi; e racconta come nei dintorni di Jena un toro, entrando in stalla e chiudendosi con forza la porta troppo presto, perdesse la coda, e procreasse poi dei vitelli anuri. Il dottor Luigi Gambari mi dice d’aver scorto frequentemente nei colombi di Venezia delle dita monche ereditate da genitori che avevano subito una mutilazione in quelle parti. Gli isolani di Fidgi hanno la mano delicata e le dita impicciolite, perchè sono soliti di sacrificare al loro Dio il dito mignolo, quando ne implorano la guarigione di una malattia.
All’incontro sono generalmente ereditarii i caratteri anomali. Così il Lambert, nato nel 1717, aveva la pelle fittamente coperta di prominenze callose, le quali di quando in quando cadevano e poi si rinnovavano. Egli ebbe sei figli e due nipoti, i quali tutti presentavano il medesimo carattere della pelle spinosa. Secondo il Sedgwick la citata particolarità sarebbe stata trasmessa fino alla quarta generazione, e solamente ai discendenti maschili[88]. Interessanti sono gli esempi di dita sopranumerarie. Il Perty[89] cita un certo [45] Gratio Kalleia, il quale aveva 12 dita alle mani e dodici ai piedi. Egli ebbe tre figli: Salvatore, Giorgio, Andrea, ed una figlia. Salvatore portava 12 dita alle mani e 12 ai piedi, Giorgio 10 dita alle mani e 10 ai piedi, ed altrettanti ne avevano Andrea e Maria. Dei quattro figli di Salvatore tre avevano 12 dita alle mani e 12 ai piedi, uno 10 alle mani e 12 ai piedi, il quarto 10 alle mani e 11 ai piedi. Andrea non ebbe discendenti. Dei quattro figli di Maria, tre erano normalmente costruiti, il quarto possedeva 10 dita alle mani e 11 ai piedi. Altre analoghe osservazioni furono fatte da Carlisle e Burdach. All’isola di Malta v’ha una famiglia di sedigiti, in cui quest’anomalia ha potuto essere seguìta in tre o quattro generazioni[90]. E il prof. Fr. Marzolo, nella sua Memoria sulla mancanza di utero in parecchi membri di una stessa famiglia, dice: «Io conobbi una famiglia, nella quale fra le linee mascoline e femminili, contai venti sedigiti. In taluno di essi sei dita si trovavano a ciascuna estremità, in tal altro erano complessivamente 23, 22 e 21; ma la generazione, tanto nelle femmine quanto nei maschi, era fedele alla originaria imperfezione»[91]. Il Seidlitz parla di un sagrestano di Pietroborgo, il quale aveva sette dita in ciascuna mano, ed ebbe da due letti dei figli collo stesso numero di dita alle mani. Come è ereditario l’eccesso di dita, lo è anche la deficienza. Il Piorry cita due esempi di famiglie, nelle quali era ereditario il numero di 4 dita. Altri esempi sono citati dal Darwin[92]. Struthers per altro ci avverte, che non bisogna esagerare la forza della ereditarietà, poichè, a suo giudizio, i casi della non avvenuta trasmissione delle dita sopranumerarie, e della loro prima apparizione nelle famiglie in cui prima non esistevano, sono molto più frequenti dei casi ereditari[93].
Tra le anomalie ereditarie dobbiamo citare l’albinismo, il quale può manifestarsi in tutte le razze umane ed in moltissimi animali. È noto che noi abbiamo delle razze domestiche albine di conigli e di ratti, e che in alcune regioni dei tropici gli uomini albini sono tanto numerosi, che si è creduto alla esistenza di una speciale razza umana albina. Tutto ciò non avrebbe potuto avvenire, se l’albinismo non fosse in un certo grado ereditario.
Talvolta sono ereditari dei caratteri molto minuziosi e insignificanti. «Il dott. Hooker, dice Darwin[94], m’ha indicato una famiglia, nella quale alcuni membri ebbero continuamente, pel corso di parecchie generazioni, sulla testa una ciocca di un colore diverso dal resto della chioma. Ho conosciuto un irlandese, che al lato destro tra i capelli molto oscuri, aveva una piccola ciocca bianca; alla stessa parte l’ebbe pure la sua ava, al fianco opposto sua madre». Queste ciocche bianche non sono rare da noi, sopratutto nelle chiome nere; io feci qualche ricerca per vedere se erano ereditate, ma ebbi dei [46] risultati negativi. Il mio amico Francesco Businelli, dell’Università di Roma, ha una evidente sovrabbondanza della cute della palpebra superiore, in guisa che la piega trasversale va a coprire in gran parte le sopracciglia. Egli ha potuto seguire questo carattere in quattro successive generazioni. Nella casa regnante d’Absburgo è ereditario un labbro inferiore fortemente sviluppato. Il famoso cavallo inglese Eclipse portava sopra uno dei fianchi un segno nero che fu trasmesso fino alla quinta generazione.
Come sono ereditarie queste anomalie più o meno pronunciate, lo sono anche le mostruosità che non differiscono dalle anomalie essenzialmente. Noi incontreremo esempi di tale ereditarietà nello studio degli animali domestici. Per ora basti dire, che le pecore lontra od ancon ed i cani alani non sono che razze mostruose.
Si possono citare degli esempi per dimostrare, che anche l’incesso, la gesticolazione, la voce ed il contegno generale sono ereditari nella specie umana[95]. Spesso si vedono degli individui che hanno tutto il contegno generale del loro padre, se sono maschi, e della madre, se sono femmine. Il trotto è un’andatura artificiale ed ereditaria del cavallo; l’animale selvaggio galoppa, ma non trotta mai. Una parte di questo risultato nell’uomo va però attribuita all’imitazione, ed è assai difficile il dire, quanta parte vi abbia la imitazione, e quanta la ereditarietà.
Anche le malattie sono trasmissibili. Servano ad esempio le malattie dell’occhio, di cui il Darwin[96] ha parlato diffusamente. Alle prove, citate da quest’autore, possiamo aggiungerne un’altra interessante; nella famiglia, cioè, Montmorency era ereditario un modo particolare di strabismo (une vue à la Montmorency)[97]. Tutti del resto sono persuasi di questa ereditarietà, poichè ogni persona un po’ intelligente che sta per contrarre matrimonio, non trascura di indagare lo stato di salute dei genitori e dei nonni del fidanzato o della fidanzata; e se fossero morti, prenderà conoscenza delle malattie cui soggiacquero. È sopratutto ovvia la persuasione, che sieno ereditarie le malattie dell’apparato respiratorio (p. es. la tisi), quelle del sistema nervoso (p. es. la pazzia, l’epilessia), la gotta, la scrofola e la sifilide. Il medico, al letto del malato, non trascura mai di informarsi delle malattie, cui andarono soggetti gli ascendenti del paziente. Nei maiali è ereditaria la epilessia; nei bovini la tisi, la scrofola, i tumori maligni, ecc.; negli ovini la scrofola, il reumatismo, le malattie dell’apparato digerente; nei cavalli, al dire del Youatt, sono poche le malattie non ereditarie.
Anche le qualità mentali e morali credonsi da taluni ereditarie: così il carattere dolce e selvaggio, la prodigalità e l’avarizia, la fantasia e l’ingegno, ecc. La storia ci fa conoscere delle famiglie regnanti, famose per costumi corrotti e avidità di sangue; altre celebri per l’amore alle scienze, [47] alle arti ed alle industrie. Ma questo soggetto è discutibile, molti autori non ammettendo tale ereditarietà (ad es. Lyell e Houzeau), ed è inoltre uno dei più difficili, perchè è quasi impossibile di separare le qualità gentilizie dagli effetti dell’educazione. Anche fra noi vi ha discordanza a tale riguardo; ad esempio, il Vignoli[98] ammette l’ereditarietà dell’ingegno, mentre il Falco[99] la nega.
Alcuni fenomeni che si riferiscono alla ereditarietà sono al presente inesplicabili. Ne citerò tre. È un caso raro che i genitori di figli sordo-muti sieno affetti di questa imperfezione. Su centoquarantotto ragazzi presentati nello stesso tempo all’Istituto dei sordo-muti di Londra, nemmeno uno solo era nato da genitori così affetti. Di più, se un sordo-muto dell’uno e dell’altro sesso si marita con un individuo sano, è raro che i figli presentino questo difetto: in Irlanda su duecentotre fanciulli, i cui genitori erano sordo-muti, uno solo fu trovato muto. Così pure nel caso del sordo-mutismo in ambedue i genitori, su quarantuno matrimoni negli Stati Uniti, e su sei nell’Irlanda, non ne nacquero che due fanciulli sordo-muti[100]. Un altro fatto, che al presente non possiamo esattamente spiegare, fu esposto dal professore Marzolo[101], e da me riportato nelle mie Note all’Origine delle specie del Darwin[102]. Ecco il fatto. In un villaggio del Trevigiano Angelo ed Anna N. (contadini) ebbero un maschio e 5 figlie. Le prime tre figlie divennero spose e madri, le ultime nate, Regina e Giuditta, non ebbero mai i mensili tributi, nè per questo la loro salute ebbe a turbarsi. La Regina morì, e non fu esaminata. Nella Giuditta il Marzolo riscontrò la mancanza dell’utero. Una delle precitate tre figlie, che divennero spose e madri, ebbe un maschio e 5 femmine; di queste ultime, tre sono ancora bambine, ma le altre due, di cui una ha ventidue anni e l’altra diciotto, sono prive di utero, e la loro vagina finisce a cul di sacco. È singolare che in esse, come nella Giuditta, le pudende e la regione ascellare sono affatto impuberi. La mancanza di utero, nel caso citato, non può essere accidentale, perchè essendo rarissima quest’anomalia, è sommamente improbabile che apparisca in quattro donne su dieci di una medesima parentela. Fa quindi d’uopo ammettere un’influenza gentilizia, sorretta forse dalla correlazione dei caratteri di cui parleremo tra poco; ma una spiegazione precisa mi sembra al presente e coi dati che abbiamo impossibile. Infine è inesplicabile il fatto che talvolta i caratteri non sono trasmessi per eccessiva energia della forza ereditaria. Così gli allevatori di canarini asseriscono, che per ottenere un bell’uccello di colore giunchiglia non conviene accoppiare due individui di questa razza, poichè il colore riescirebbe troppo intenso nei prodotti, o perfino bruno. Medesimamente se [48] si accoppiano due canarini crestati, i pulcini raramente ereditano questo carattere[103]. Ed altrettanto avviene in altri simili casi secondo lo Hewitt.
Le leggi della ereditarietà ci sono forse in massima parte ignote; i fenomeni succitati, al presente inesplicabili, sono una prova della nostra ignoranza intorno a questo soggetto. Tuttavia i recenti studi ci hanno fatto conoscere alcune di queste leggi che esporremo qui brevemente.
1º I caratteri appariscono nei figli in quella stessa parte del corpo, sia esterna od interna, in cui apparvero negli antenati. Haeckel[104] chiamò questa legge della ereditarietà, omotopa. Questa legge è una delle più generali, e sebbene molto semplice, è tuttavia assai importante. Nel maggior numero di casi è sottintesa, poichè se questa legge non sussistesse, il figlio non giungerebbe mai a somigliare al padre. Ma noi ci accorgiamo della di lei esistenza solo quando si tratta di caratteri non specifici, nè di razza, ma individuali, ad esempio nel caso in cui il padre ed il figlio hanno un neo od una macchia della pelle nella stessa regione del corpo, od una ciocca di capelli bianchi nello stesso punto della chioma.
2º I caratteri appariscono nei figli in quella stessa età, in cui sono apparsi negli antenati. Haeckel chiama questa legge della ereditarietà, omocrona. Le malattie ci forniscono numerosi esempi di questa legge. In alcuni casi ciò deve avvenire, quando, ad esempio, trattasi dall’apparsa dei caratteri sessuali secondari, come sono la barba dell’uomo, le corna del cervo, lo sprone del gallo, ed altri simili. Nelle piante vediamo l’uva di una data qualità maturare sempre alla stessa epoca. Finchè si tratta di padre e figlio, possiamo ammettere che i caratteri appariscono alla stessa epoca, perchè la differenza è insensibile. V’ha peraltro una tendenza ad anticipare l’epoca nei discendenti, la quale differenza riesce notevole ed importante, quando si tratta di discendenti che sono separati dal loro progenitore per mezzo di una lunga serie di generazioni. Ma su questo argomento ritorneremo tra breve.
3º I caratteri appariscono nei figli tanto più fedelmente, quanto più sono antichi. Le mutilazioni, come abbiamo detto, non sogliono trasmettersi; ed i caratteri congeniti individuali sono meno fedeli degli specifici, questi meno dei generici, ecc. Con altre parole: quanto più un carattere è antico, tanto più tempo egli ebbe per mettere profonde radici nell’organismo. Anche di questa legge ci forniscono le malattie gli esempi più noti e più calzanti (così la tisi e la pazzia).
4º Alcuni caratteri sono limitati ad un solo sesso, e cioè i caratteri sessuali, di modo che il maschio trasmette ai suoi figli maschi i caratteri essenziali e secondari del proprio sesso, e la femmina fa altrettanto pe’ discendenti femminili. I caratteri sessuali secondari sono tutti quelli che costituiscono una [49] differenza tra il maschio e la femmina, prescindendo dagli organi essenziali del sesso. Tali sono la barba dell’uomo, le corna del cervo, la criniera del leone, la coda lunga ed erigibile del pavone, e molti altri che in seguito impareremo a conoscere.
5º Nella riproduzione incrociata degli animali unisessuali i caratteri dei due sessi generalmente si sommano o si temperano a vicenda. Se sono omogenei, si fondono insieme e si sommano. È questa una delle principali ragioni, per cui i matrimoni consanguinei producono effetti dannosi, giacchè i due genitori, collegati insieme da vincoli di sangue e quindi generalmente soggetti alle stesse malattie, accumulano sui discendenti una doppia tendenza alle malattie medesime. Se i caratteri dei due genitori sono eterogenei, essi hanno un’azione vicendevole temperante, cosicchè si ha un risultato intermedio. Ma vi sono dei caratteri in certe razze che non si fondono insieme con altri, per dare un risultato intermedio; in tale caso comparisce nei discendenti il carattere prevalente, e l’altro rimane soppresso; oppure, se è possibile, come nel caso dei colori, appariscono ambedue in regioni diverse del corpo.
6º Alcuni caratteri sono trasmessi allo stato latente, così che non compariscono in una o parecchie generazioni, e si rendono manifesti nelle successive. I fenomeni di questo genere costituiscono l’atavismo, di cui nel paragrafo che segue parlerò un po’ più diffusamente.
Degli esempi semplicissimi di atavismo ne abbiamo spesso nella specie umana, quando cioè in un individuo, anzichè i tratti del padre e della madre, appariscono quelli del nonno e della nonna. E può considerarsi come un fenomeno di atavismo anche la trasmissione dei caratteri del sesso (essenziali o secondari) attraverso ad una generazione del sesso opposto. Poniamo il caso che un uomo abbia una figlia; e questa un figlio: i caratteri maschili del padre passarono certamente alla figlia, in cui rimasero latenti, e divennero manifesti solamente nel figlio di questa figlia, ossia nel nipote di quell’uomo. Talvolta però i caratteri maschili prorompono, in età avanzata, nel sesso femminile, in cui per solito restano latenti; così le donne vecchie ricevono una specie di barba, la vecchia gallina mette sproni e canta come il gallo, e la vecchia fagiana indossa la livrea del fagiano. Nei casi prima citati si ha una riversione ai caratteri di avi assai vicini; ma talvolta una specie, in determinate condizioni, ritorna parzialmente al tipo di un avo o progenitore lontanissimo. Citerò degli esempi.
Il Prof. Pellegrino Strobel[105] osservò a Buenos Ayres un cavallo con singolare conformazione dei piedi anteriori. Questi portavano, dal lato interno, un dito sopranumerario, ossia un indice, con uno zoccolo simile a quello dei bisulci. L’indice del piede destro giungeva a toccare quasi, col suo zoccolo, la metà dello zoccolo del dito mediano, ma l’indice del piede sinistro non si abbassava di tanto verso terra ed era diretto un po’ all’indietro; del resto [50] erano ambo uguali e per volume e per forma. L’ispezione esterna e le osservazioni fatte in altri casi inducono a credere, che cadauno di questi indici fosse composto di due falangi. Probabilmente queste dita si articolano col capo inferiore dei rispettivi stiletti od ossi metacarpici rudimentali. Anche Hensel osservò nei cavalli casi di dita sopranumerarie ai piedi anteriori, e notò che tale anomalia rare volte si verifica in più di un piede. L’anomalia su descritta trova una spiegazione plausibile nel fatto, che durante l’epoca terziaria è esistito un cavallo triungulato, il così detto Hipparion, ai cui caratteri i nostri cavalli, per quanto riguarda i piedi, fanno ritorno di tratto in tratto. Essi però non hanno mai la forma genuina del piede dell’Hipparion, ma una forma intermediaria e più recente.
Un altro esempio di atavismo ci presenta il cavallo, essendo constatato con numerose osservazioni, che i cavalli di tutte le razze ed in tutte le parti del mondo sono non raramente, e sopratutto allo stato giovanile, forniti di fascie agli arti ed al tronco. Noi siamo da ciò condotti ad ammettere, che il cavallo discenda da una forma progenitrice rigata e fasciata come lo zebra od il quaggo, alla quale forma i cavalli attuali fanno ritorno di quando in quando.
Noi sappiamo che tutte le nostre razze di colombi discendono dal colombo torraiuolo, il quale è di un colore azzurro di ardesia, ha le ali attraversate da due fascie nere, il groppone bianco, la coda presso alla sua estremità ornata di una fascia nera, ed il collo verde a riflessi azzurri dorati. Ora tutte le nostre razze di piccioni assumono di tratto in tratto alcuni dei caratteri su citati. Se noi osserviamo a Verona in Piazza Vittorio Emanuele (Brà) i numerosi piccioni che colà esistono in uno stato semidomestico, vi troviamo molti esemplari bianchi, i quali però hanno sovente le fascie nere sulle ali e talvolta anche quella alla coda; negli individui azzurri queste fascie non mancano mai, ed il groppone è quasi costantemente bianco. Come si spiega la frequente apparsa di questi caratteri nelle razze le più diverse sotto ogni riguardo? È questo un fenomeno di atavismo, ritornando i piccioni perfezionati al tipo del colombo terraiuolo da cui discendono.
Anche nelle piante si hanno dei fenomeni di atavismo. Così la Linaria vulgaris possiede normalmente una corolla irregolare, così detta personata; ma talvolta la corolla si fa irregolare, ed è allora divisa in cinque parti eguali. Di più i quattro stami, che generalmente sono di disuguale lunghezza (2 corti e 2 lunghi), diventano egualmente lunghi, ed invece dell’unico sprone normale della corolla se ne sviluppano cinque o perdesi anche quell’unico. Questo ritorno alla regolarità delle parti di un qualsiasi fiore normalmente irregolare chiamasi peloria, e noi non possiamo spiegarla altrimenti che considerandola come una riversione a caratteri da lungo tempo perduti, supponendo cioè che la forma, da cui discende la Linaria, fosse regolare[106].
[51]
Il prof. Mantegazza[107] ha svolto, nel 1871, un’idea su questo soggetto che merita di essere qui riportata. A me sembra, egli dice, che trascurando i particolari e riassumendo in una sintesi molto ardita tutte quante le teoriche sulla genesi delle forme vive, noi possiamo ridurle tutte quante a queste due formole: una empirica e l’altra scientifica. Secondo la prima il figlio o il nuovo individuo è eguale alla metà del padre e della madre, chiamandolo f, si avrebbe
f = ♂︎2 + ♀2,
mentre la formola scientifica del nuovo individuo sarebbe invece rappresentata da quest’altra formola
f = ♂︎x + ♀x′ + at.x″,
nella quale noi esprimiamo che il nuovo individuo è costituito dalla somma di tre quantità incognite; di elementi paterni ♂︎, di elementi materni ♀ e di elementi atavici at. Quanto più il nuovo individuo presenta di caratteri paterni o materni, e tanto più rassomiglia ai suoi genitori, alla specie, alla varietà a cui appartiene; mentre quando gli elementi dei genitori si riducono a quantità quasi eguali allo zero e giganteggia invece l’elemento atavico, cioè la somma di tutti gli elementi atavici, di tutte le possibilità organiche; allora il figlio differisce grandemente e d’un tratto dai suoi genitori, e possiamo avere un mostro, una nuova varietà, una nuova specie; secondo il modo con cui noi consideriamo questa nuova creatura ch’io chiamo nata per neogenesi. Io formolerei questa teorica colla formola
f = E♂︎ + E′♀ + 1E″ at.,
intendendo per E, E′, E″ quantità evanescenti».
Contro questa teorica il dott. Enrico Morselli[108] ha fatto diverse obbiezioni che possono riassumersi in queste due: 1ª La neogenesi porta un regresso nella serie degli esseri, è quindi contraria alle tesi fondamentali dell’evoluzionismo; 2ª L’apparire improvviso di caratteri nuovi di una specie è un’eccezione rarissima e a perpetuarli per eredità si sollevano per ogni parte ostacoli gravi. A queste obbiezioni, il Mantegazza[109] rispose che la neogenesi non porta regresso alcuno di per se stessa e non ci dà questo risultato fatale, che quando i caratteri nuovi sono mostruosi e patologici ad un tempo; cioè quando sono contrari alle condizioni di vita dell’individuo in cui appaiono. Così non è dannoso ad una pianta l’apparire fasciata, o macchiata nelle foglie; non è per nulla dannoso all’uccello nuovo che si è formato sotto i nostri occhi l’avere assunto quei caratteri, che gli fecero dare il battesimo nuovo di Pavo nigripennis. Alla seconda obbiezione egli risponde che chiamò «elemento atavico la somma di tutti gli elementi atavici, di tutte le possibilità organiche, e [52] non già il semplice ritorno ad un carattere antico e limitato per via dell’elezione naturale». E soggiunge poi: «io chiamo possibilità organiche della neogenesi tutte quelle somme possibili di gemmule, che, fondendosi nel crogiuolo della generazione, possono produrre un nuovo carattere durevole, che è quanto dire, un nuovo organismo». E nel timore di non essere stato ancora compreso dice: «Per me la questione della neogenesi, sfrondata dai problemi secondari e dalla dialettica, si riduce a questa: Esistono fatti in natura e in domesticità di comparsa improvvisa di caratteri nuovi in una specie, che non erano posseduti nè dal padre nè dalla madre? E se questi fatti non possono essere rifiutati, non è lecito studiarli insieme, tentare di raggrupparli all’ombra di un’unica teoria che li coordini e tenti di spiegarli? E se questi fatti sono rari per noi perchè conosciamo pochi secoli di storia del nostro pianeta, perchè conosciamo poco o nulla le leggi di eredità che governano le specie selvaggie, come non ci sarà permesso di supporre che quando la terra subì forti mutamenti, non diede favorevole occasione a molte e potenti neogenesi, che è quanto dire a nuove e potenti trasformazioni delle forme vive?».
La formola del Mantegazza venne completata dal Lemoigne, il quale vi aggiunse i caratteri acquisiti (acq) od individuali, ed ottenne la formola seguente:
R = (m p + n at) + (m′ p′ + n′ at′) + x acq, essendo m + n + m′ + n′ + x = 100.
R rappresenta il totale delle qualità trasmissibili da un riproduttore ai suoi discendenti; p, quelle proprie del padre; p′, quelle della madre; at, le ataviche paterne; at′, le ataviche materne.
Ogni individuo possiede, oltre i suoi propri caratteri (individuali od acquisiti) dei caratteri paterni, dei caratteri materni, e dei caratteri atavici; questi ultimi appartengono ad una delle prossime generazioni antecedenti, rarissimamente ad una generazione antecedente lontana. Quando avviene questo ultimo caso, ossia quando apparisce un carattere che era rimasto latente in una lunga serie di antenati; oppure quando le tre qualità di elementi su citate si associano tra loro in modo affatto nuovo, noi abbiamo una mostruosità. Ora le mostruosità possono vivere e perpetuarsi sotto l’influenza protettrice dell’uomo, come vediamo nella pecora d’ancon, nel bue niata e nell’alano; ma esse non possono vivere allo stato di natura, perchè quelle stesse condizioni, cui sono adattati gli individui normali, non possono, nello stesso tempo, essere favorevoli anche agli individui mostruosi e molto diversi dai normali. Egli è perciò che noi non conosciamo, allo stato selvaggio, forse nessuna specie che possa considerarsi come una forma mostruosa resa perenne dalle leggi della ereditarietà. Quanto ai cambiamenti che la nostra terra ha di certo subito, essi furono parziali e ristrettissimi; oppure divennero estesi e forti lentamente, nel corso di migliaia di secoli. Ai primi non possiamo dare veruna importanza in ordine alla neogenesi nel senso del Mantegazza, i secondi le furono direttamente avversi. La teoria quindi del Mantegazza, in quanto vuole spiegare la repentina apparsa di forme affatto nuove e durature, non sembra accettabile; essa ha però il merito di spiegare, [53] fino ad un certo punto, l’apparsa delle leggere variazioni, e di raccogliere in un’unica formola generale le cause che le determinano.
Tutti sanno che gli animali non nascono coi loro caratteri definitivi, ma percorrono una serie di cambiamenti, ora più ed ora meno profondi, prima di raggiungerli. Perchè questo indugio, o questa preparazione? Noi siamo tanto abituati a questo andamento delle cose che non vi pensiamo nemmeno, ma saremmo assai sorpresi, se in qualche caso lo sviluppo avesse a mancare. L’argomento è in istretto rapporto coll’atavismo, anzi è un caso speciale di esso, ma non di atavismo che apparisce a caso, irregolarmente, sibbene di atavismo che apparisce costantemente e con regolarità.
Esaminiamo un caso di metagenesi, e precisamente tolto dall’Aurelia aurita fra le meduse[110]. L’uovo, sviluppandosi, produce un animale a forma d’infusorio, il quale è rivestito di cigli e nuota liberamente nell’acqua. Questo animale, dopo qualche tempo, si fa sessile, riceve una corona tentacolare, ed assume i caratteri di polipo idroide. In tale stato esso perdura lungamente e si riproduce anche per via agamica, e cioè per gemme, dando origine ad altri polipi idroidi che si staccano dall’individuo materno. Più tardi il medesimo si allunga ed assume gradatamente la forma di un lungo cilindro, il quale riceve una serie di strozzature circolari che si fanno sempre più profonde e scindono l’animale in altrettanti segmenti. I tentacoli, che finora si sono trovati sul segmento anteriore, incominciano a farsi indistinti e finalmente scompariscono, mentre, dietro l’ultimo segmento, al disopra del piede che serve per la fissazione, si sviluppa una nuova corona tentacolare. L’individuo in tale stato chiamasi strobilo. Ogni segmento, in fine, dà luogo alla formazione di un’acalefa, facendosi sempre più profonda la strozzatura, finchè avviene la separazione dei diversi individui.
Ora si può domandare: perchè la medusa, prima di divenire perfetta ovvero sessuata, attraversa stadi diversi, come ha dimostrato l’Haeckel (Gastrula, Ascula, Actinula, Scyphostoma, Strobilo ed Ephyra) che si riassumono nelle forme generali dell’infusorio e del polipo idroide? A questa domanda non può darsi alcuna risposta da chi professa l’opinione delle creazioni indipendenti e speciali; ma gli evoluzionisti possono dare una spiegazione plausibile. Le meduse cioè discendono dagli infusorii e dai polipi idroidi, e quindi i caratteri di questi animali inferiori tendono a riapparire in esse come effetto atavico, e riappariscono realmente e sempre. Ma noi abbiamo anche detto nel paragrafo precedente che vi ha una ereditarietà omocrona; e siccome le meduse furono prima infusorii e poi polipi idroidi, così, per effetto della ereditarietà omocrona, prima appariscono i caratteri di infusorio, e ne costituiscono il [54] primo stadio di sviluppo, poi quelli di polipo idroide, e ne costituiscono i successivi stadî della metagenesi.
A considerazioni analoghe conducono i fenomeni ben noti di metamorfosi; ad esempio quelli che si osservano in alcuni anfibi. In primavera si riscontrano spesso nelle acque profonde e stagnanti dei piccoli animali neri, a ventre ampio e forniti di coda, che in alcune località si chiamano bottoli, e non sono altro che girini di rane e di altri simili animali. Questi girini hanno delle branchie esterne come i protei ed un’appendice caudale come i tritoni; in seguito perdono quelle branchie, e poi la coda, e si tramutano nell’animale perfetto che respira per polmoni ed è anuro. Anche qui si può domandare, perchè si sviluppino quegli organi transitorii, destinati a funzionare per un tempo brevissimo; sarebbe assai più ragionevole, dal punto di vista delle creazioni speciali, se la rana nascesse co’ suoi polmoni e senza coda, e non avesse in seguito che tutt’al più a crescere nelle dimensioni. La spiegazione riesce facile per noi. I batraci discendono dagli emibatraci, e precisamente da forme simili agli attuali protei e tritoni, e perciò i caratteri di questi antichi antenati appariscono come altrettanti stadi evolutivi nelle diverse età della rana e di generi affini.
Siccome l’organizzazione sul nostro globo fu ed è sempre in progresso, così dai fenomeni su citati possiamo ricavare un criterio di perfezione, il quale può essere espresso in questo modo: Un animale che allo stato adulto abbia dei caratteri che per un altro sono meramente embrionali, va posto nella scala zoologica al disotto di quest’ultimo. Quindi gli infusorii ed i polipi idroidi occuperanno dei gradini più bassi delle meduse; i protei ed i tritoni si considereranno meno perfetti della rana. E l’Amphioxus e la Myxine sono gli infimi tra i pesci, perchè la corda dorsale, in essi perenne, è un carattere solamente transitorio, embrionale, degli altri pesci.
Potrebbero citarsi molti altri fatti simili ai precedenti. Così, tra i crostacei, i brachiuri passano per lo stadio dei macrouri, dai quali discendono. Perdendo la lunga coda, che serve loro da organo natatorio, essi diventano più atti al cammino in terra ferma, liberandosi di un inutile peso[111]. I mammiferi, sebbene non sieno mai veri pesci, hanno tuttavia ne’ loro organi embrionali molta somiglianza con questi loro remoti antenati; così le fessure embrionali al collo corrispondono alle fessure branchiali, ed il cervello embrionale somiglia a quello di alcuni ciclostomi.
Lo studio del tubo dirigente dei pesci ha condotto il Cattaneo[112] alla seguente conclusione: «L’epitelio cilindrico liscio d’un embrione di salmone ancora rinchiuso nell’uovo, è simile a quello d’un Amphioxus adulto; l’epitelio lievemente pieghettato d’un embrione appena uscito dall’uovo è simile a quello d’una lampreda adulta; la vescicola embrionale, ricorda le larghe [55] cripte dei selaci». Nello sviluppo quindi del tubo digerente dei pesci, troviamo la ontogenia in parallelismo con la filogenia. La stessa cosa risulta dalle osservazioni di Maria Sacchi[113] intorno all’apparecchio digerente degli anfibi e dei rettili.
Interessante è lo sviluppo dei parassiti. Si potrebbe credere che almeno questi fossero stati creati con atti speciali, perchè sono eminentemente adattati alla vita non solo parassitica in generale, ma alla vita parassitica entro una determinata specie animale. Ma se studiamo il loro sviluppo, rileviamo ch’essi nei primi stadi della loro esistenza conducono una vita libera, e ne inferiamo che prima di diventare parassiti sono stati animali indipendenti. Così molti crostacei parassiti attraversano lo stadio di Nauplius, i trematodi quello di infusorii e di cercarie, ed i cestodi quello di protoscolice.
I pleuronettidi, tra i pesci, furono spesso citati come una prova evidente della creazione indipendente delle specie; infatti essi sono gli unici pesci che abbiano due occhi in un lato e sieno ciechi nel lato opposto. Studiando lo sviluppo di questi animali si potè ribattere vigorosamente quella obbiezione. Japetus Steenstrup[114] ha dimostrato, che i pleuronettidi giovanissimi portano un occhio in ciascun lato; in seguito allo sviluppo dell’individuo l’occhio di un lato migra attorno alla testa verso la faccia superiore e si porta nel lato opposto, cosicchè nell’individuo adulto un lato è perfettamente cieco, e l’altro bioculato. Questa scoperta rende evidente l’importanza che ha lo studio dell’embriologia per scoprire le affinità che esistono fra gli organismi i più differenti. Come spiegano questo fatto i propugnatori delle creazioni indipendenti? Essi non possono trovarvi che un enigma inesplicabile. Per noi invece la cosa è naturale: i pleuronettidi cioè discendono da altri pesci, aventi un occhio in ciascun lato, e questo carattere, in forza del principio di ereditarietà, apparisce negli embrioni della specie.
Voglio anche citare lo sviluppo del Dactylopterus. Le specie di questo genere sono fornite di pinne pettorali foggiate a guisa di ali, ed atte al volo. Tale organo deve essersi sviluppato gradatamente, e se ciò non è avvenuto in un tempo remotissimo, lo sviluppo dell’animale dovrà recarne le prove. Queste furono da me trovate nel 1861[115]. I giovani di questo genere hanno nella prima gioventù le pinne pettorali normalmente sviluppate, ossia come gli altri pesci; in età più avanzata quelle pinne si dividono ciascuna in una metà superiore ed in una metà inferiore, fra le quali la inferiore si sviluppa poi in modo da arrivare a quella lunghezza che ravvisiamo negli adulti Dactylopteri.
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L’importanza dell’embriologia per la sistematica è riconosciuta da quasi tutti gli zoologi; recentemente ne ha dato una conferma R. Blanchard[116], che se ne valse nella classificazione dei batraciani. «Una delle più brillanti conquiste della scienza zoologica, egli dice, fatta in questi ultimi anni, si fu di riconoscere e di comprendere tutta l’importanza dell’embriogenia. Soltanto chi segue tutte le fasi dello sviluppo di un animale, è in grado di apprezzarne le relazioni e le affinità, e devesi quindi raccomandare di attribuire nella sistematica, per quanto è possibile, ai caratteri embriologici quella preponderanza che loro spetta. È in questo modo che alcuni autori hanno potuto mostrare, quale aiuto porti nella tassonomia dei batraciani lo studio dello spiracolo, ossia di quell’apertura che nella larva serve a mettere l’acqua all’esterno, dopo che questa ha ceduto l’ossigeno al sangue che scorre nelle branchie».
Noi possiamo ora comprendere l’intimo significato dello sviluppo. — Supponiamo che la specie D sia discesa dalla specie C, e la C dalla specie B, e la specie B dalla specie A. Gli individui della specie D non nasceranno direttamente coi loro propri caratteri, perchè i caratteri di A, B e C, pel principio di ereditarietà, cercheranno pure di apparire in quegli individui. E per la legge della ereditarietà in epoche corrispondenti, i primi caratteri ad apparire saranno quelli di A, poi quelli di B, poi quelli di C, ed infine quelli della forma perfetta D. Con altre parole, l’individuo dovrà svilupparsi, ossia percorrere quegli stadi che ha attraversato la specie nel corso dei secoli. Senonchè questo processo di sviluppo non può esser utile all’individuo, ed essendo l’embrione, sì bene come la larva, soggetto all’elezione naturale, questa avrà accelerato lo sviluppo, e spesso soppresso, od almeno modificato, qualche stadio larvale. Se così non fosse, lo sviluppo dell’individuo, ossia l’ontogenesi, sarebbe un’immagine perfetta della filogenesi, ossia dello sviluppo della specie. Invece, per gli effetti dell’elezione naturale, l’ontogenesi può dirsi una filogenesi accelerata e nelle varie specie diversamente modificata.
Veniamo ad alcune applicazioni che in pari tempo chiariranno questo concetto. Moltissimi crostacei, appartenenti ad ordini diversi, ad esempio ai copepodi, parassiti e cirripedi, assumono nel loro sviluppo una forma che fu lungamente considerata come un genere a parte, cui si aveva dato il nome di Nauplius[117]. Fritz Müller ha trovato che anche un genere più elevato di crostacei, un Peneus, percorre lo stadio di Nauplius. È quindi possibile che una delle più antiche forme progenitrici dei crostacei somigliasse nei caratteri principali al Nauplius attuale. In molte specie l’elezione naturale avrebbe soppresso quello stadio, ed in altre conservato, per ragioni che non ci fu ancora concesso di scoprire.
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Un altro esempio possiamo togliere dagli echinodermi. In tutte le classi vi hanno delle specie, i cui primi stadi di sviluppo sono concordanti. I piccoli embrioni somigliano agli infusorii, sono rivestiti di cigli vibratili, e si convertono più tardi in larve allungate, più o meno piriformi, nelle quali possiamo distinguere una faccia dorsale alquanto convessa, due lati simmetrici ed una faccia ventrale, la quale porta una impressione occupante l’intera lunghezza del ventre. Sul margine di questa impressione scorre una fascia di cigli, che serve all’animale da organo di locomozione. L’apparato digerente della larva trovasi nella linea mediana e consta di tre parti ben distinte, che sono la faringe, lo stomaco e l’intestino. La bocca apresi sulla faccia ventrale entro la fascia cigliare, l’ano trovasi dietro la citata fascia in prossimità del polo posteriore del corpo. In questa forma larvale convergono delle specie di tutte le classi degli echinodermi; ma poi la larva assume forme diverse a seconda della classe cui appartiene. Noi possiamo quindi concludere che le oloturie, gli echinidi, le asterie ed i crinoidi contino fra i loro remotissimi antenati una forma simile alla su descritta. E diciamo simile, e non eguale, perchè è assai probabile che, nel lungo corso dei secoli, la elezione naturale abbia, nei discendenti, modificato più o meno i caratteri dell’antichissimo antenato.
Relativamente ai vertebrati, il prof. Huxley[118] ci ha fatto conoscere la identità o somiglianza tra loro degli embrioni delle varie classi. Egli dice: «Lo studio dello sviluppo somministra una chiara testimonianza dell’affinità di struttura, e ci volgiamo con impazienza a cercare quali risultati potrebbero essere ottenuti collo studio dello sviluppo speciale dell’uomo. È egli qualche cosa di diverso? È egli originato in una maniera totalmente differente dal cane, dall’uccello, dal ranocchio e dal pesce, giustificando in tal modo la opinione di coloro che asseriscono, non aver l’uomo un posto in natura e niuna reale connessione col mondo inferiore della vita animale? Oppure è egli originato da un germe somigliante, e passa attraverso le medesime lente e gradatamente progressive modificazioni, ed è legato agli stessi congegni e disposizioni per la sua protezione e nutrizione, e finalmente entra nel mondo col soccorso del medesimo meccanismo? La risposta non è dubbia per un solo istante, e non è stata dubbia un solo momento in questi ultimi trent’anni. Positivamente il modo di origine e i primi stadi dello sviluppo dell’uomo, sono identici a quelli degli animali immediatamente sottoposti a lui nella scala degli esseri: — senza dubbio, in questo rapporto, egli è molto più vicino alle scimie di quello che le scimie al cane». Ed altrove (pag. 88) egli dice: «È una legge generale che gli animali quanto più strettamente si somigliano fra loro nello stato adulto, tanto più lungamente e più intimamente i loro embrioni si somigliano pur fra di loro; e l’embrione di un cane e di un gatto restano pur fra loro somiglianti per un periodo molto più lungo, che quelli di un cane e di un uccello; o quelli di un cane e di una sariga; o quelli di un cane e di una scimia».
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Anche il Lubbock[119] cita dei fatti in appoggio di questa dottrina. Egli dice: «Uccelli dello stesso genere, o di generi assai affini fra loro, i quali, quando sono adulti, differiscono molto nel colore, sono sovente simili quando sono giovani. I piccoli del leone e del puma sono spesso rigati, e i feti delle balene hanno denti. Leidy ha dimostrato che i denti da latte del genere Equus somigliano ai denti permanenti dell’Anchitherium, mentre i denti da latte dell’Anchitherium somigliano molto al sistema dentale del Merychippus. Rütimeyer, mentre richiama l’attenzione sopra questo interessante argomento, soggiunge che i denti da latte dell’Equus caballus parimente, e anche più quelli dell’E. fossilis, somigliano ai denti permanenti dello Hipparion».
Per far vedere la somiglianza tra loro dei giovani individui di specie diverse d’uno stesso genere si prestano gli araneidi più che ogni altro gruppo di animali. Tale e tanta è cotesta somiglianza, che anche all’aracnologo più esperto riesce spesso impossibile di classificare la specie, e molti raccoglitori quando prendono i giovani individui, li gettano via come inclassificabili ed inutili.
Dalle considerazioni che precedono noi concludiamo, che i giovani individui delle specie di un genere convergono nei loro caratteri verso lo stipite del genere, gli embrioni dei generi di un ordine o di una classe verso la forma progenitrice dell’ordine o della classe stessa. Ma si potrebbe aspettarsi che almeno le serie animali rimangano separate, e che basti ammettere tante forme stipiti, quante sono quelle serie. Gli studi recenti hanno resa impossibile tale supposizione.
Nelle spugne calcaree (genere Olynthus) fu scoperta una larva che ebbe il nome di Gastrula[120]. Essa rappresenta un sacco, e se così si vuole, uno stomaco munito di apertura orale. La parete è formata di due strati di cellule: le cellule esterne portano dei lunghi filamenti, le interne ne sono prive, ed al contorno orale le cellule esterne fanno passaggio alle interne. Questa forma larvale non è limitata alle spugne, ma fu rinvenuta, co’ suoi caratteri essenziali, nei celenterati, negli echinodermi, in alcuni vermi (Sagitta, Phoronis, Euaxes, Lumbricus), nelle ascidie tra i mollusci, e perfino nell’Amphioxus tra i vertebrati. Specialmente interessante è la larva di questo infimo pesce, scoperta dal Kowalevsky, la quale precede la formazione della corda dorsale, consta di una cavità interna limitata da un doppio strato cellulare, l’uno esterno cigliato e l’altro interno sfornito di ciglia, e mette all’esterno con una semplice apertura. Questa larva concorda essenzialmente con quella delle ascidie e delle spugne, chiamata Gastrula. Negli artropodi non fu ancora scoperta una vera Gastrula, sibbene una forma embrionale che le sta assai vicina, e può considerarsi come una modificazione di essa. Appoggiato a questi fatti il prof. Haeckel[121] conchiude: «La generale diffusione della Gastrula nelle più differenti serie animali prova la comune discendenza di tutte queste [59] serie da un’unica comune forma stipite estinta. Questa forma stipite doveva essenzialmente concordare nella sua struttura colla Gastrula, noi le abbiamo già dato il nome di Gastraea».
Secondo le osservazioni interessantissime del Kowalevsky[122], confermate ed approfondite dal Kupffer[123], da O. Hertwig[124] e da R. Hertwig[125], la Gastrula dell’Amphioxus, e quella delle ascidie subiscono uno sviluppo ulteriore eguale, fino al punto in cui ambedue le forme larvali presentano il tipo dei vertebrati, che è conservato dalla larva dell’Amphioxus, mentre quella delle ascidie subisce poi una metamorfosi regressiva. Tanto nell’Amphioxus, come nelle ascidie, la Gastrula ovale si appiattisce in un lato, sul quale si formano due rialzi, costituiti di cellule, i lembi dei quali più tardi si uniscono per formare un tubo, il tubo midollare, che dapprima è aperto davanti e chiuso posteriormente. Poscia si forma una nuova bocca, quella che dovrà persistere, convertendosi la bocca della Gastrula nell’orifizio anale. Mentre ciò avviene, si sviluppa nell’ascidia un’appendice caudale, ed in questa una fascia, composta di cellule, che è la corda dorsale, caratteristica dei vertebrati. Tale corda si sviluppa anche nell’Amphioxus, in cui persiste durante tutta la vita. Giunta a questo punto, la larva dell’ascidia esce dall’involucro embrionale, per condurre vita libera, nuotando nel mare col mezzo della sua coda. Queste larve, simili ai bottoli o girini delle rane, sono conosciute fino dal 1833, epoca in cui furono scoperte dal Darwin. Lo sviluppo progressivo continua ancora: nel tubo midollare si formano due organi dei sensi (occhio ed udito), ed al lato ventrale prende origine il cuore. Così la larva raggiunge l’apice del suo sviluppo, percorso a modo dei vertebrati; poi cade al fondo, si fissa sopra un qualsiasi oggetto sommerso, ed imprende una metamorfosi regressiva. Essa perde l’appendice caudale ed insieme la corda dorsale, il tubo midollare si converte per avvizzimento in un piccolo ganglio, gli organi dei sensi vanno perduti, l’intestino s’ingrandisce dividendosi in due parti all’uopo della respirazione e della digestione, e tutto il corpo prende la forma di un ampio sacco. Questa concordanza nello sviluppo fra l’ascidia e l’Amphioxus è per noi di grandissimo interesse, imperocchè dimostra la consanguineità fra questi due animali, ed abbatte quell’alta barriera che molti autori vollero erigere fra gli invertebrati ed i vertebrati. Noi siamo costretti ad ammettere l’esistenza, in tempi remotissimi, di un vertebrato primitivo che trasse forse origine dalla classe multiforme dei vermi, e di cui, in due direzioni divergenti, si svilupparono i tunicati tra i molluschi ed i pesci tra i vertebrati[126].
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La scoperta della Gastrula ha condotto gli autori a modificare la classificazione generale degli animali, di guisa che molti suddividono il regno in due sottoregni, quello dei Protozoi che comprende gli animali unicellulari o le colonie di essi, e quello dei Metazoi che comprende gli animali costituiti di almeno due strati di cellule fra loro differenti. Altri vanno più oltre, collocano i Protozoi nel regno dei Protisti e chiamano animali i soli Metazoi.
Dalle considerazioni esposte in questo paragrafo noi possiamo trarre la convinzione, che lo sviluppo altro non è che un effetto delle leggi della ereditarietà, e che ad esso dobbiamo attingere in parte i materiali per un futuro albero genealogico degli organismi.
Da alcuni esempi sopra citati rilevasi, che l’individuo, nel suo sviluppo, percorre degli stadii, attraverso ai quali è passata la specie; ma giova ricordare che l’ontogenesi non è una filogenesi esatta e fedele, sibbene accelerata e modificata dalle condizioni della vita cui sono esposti gli embrioni a cominciare dai primi momenti della loro esistenza. Senza questa riserva, la legge biogenetica sarebbe soggetta a molte obbiezioni, e fra le altre a quelle di His e di Spitzer[127] a proposito dei mammiferi. Se l’ontogenesi di questi non corrisponde, in parte, alla filogenesi, si è perchè gli embrioni dei mammiferi percorrono il loro sviluppo entro l’utero materno, dove devono acconciarsi a condizioni di vita diverse da quelle, che hanno agito sugli antenati.
I fenomeni della ereditarietà dei caratteri, come si è potuto vedere nelle linee che precedono, sono svariati e molteplici; quindi non ci reca sorpresa il vedere, che alcuni autori hanno cercato di adunarli sotto un unico punto di vista, ed hanno proposto delle ipotesi destinate a spiegarli, fra le quali menzionerò la pangenesi del Darwin[128].
Si ammette generalmente che le cellule od unità del corpo si propaghino per divisione spontanea o prolificazione, conservando la stessa natura e trasformandosi da ultimo nei vari tessuti del corpo. Ma oltre tale maniera di moltiplicarsi, il Darwin suppone che le unità emettano dei minuti granuli, che sono dispersi in tutto il sistema, e allorquando hanno ricevuto una sufficiente nutrizione, si moltiplicano per divisione e si sviluppano da ultimo in cellule simili a quelle da cui derivano. Questi granuli chiamansi gemmule. Esse sono raccolte da tutte le parti del sistema per costituire gli elementi sessuali, ed il loro sviluppo nella prossima generazione costituisce un nuovo essere; ma esse possono trasmettersi in uno stato dormente alle future generazioni, e poi svilupparsi. Il loro sviluppo dipende dalla unione con altre gemmule parzialmente sviluppate che le precedono nel corso regolare della crescenza. È supposto che le gemmule sieno emesse da ciascuna cellula non solo allo stato [61] adulto, ma in ogni stadio di sviluppo dell’organismo. Infine il Darwin immagina che nel loro stato dormente le gemmule sentano le une per le altre una mutua affinità, da che risulta la loro aggregazione in gemme od elementi sessuali. Per cui non sono punto gli elementi riproduttivi, nè le gemme che producono i nuovi organismi, ma le cellule od unità stesse dell’intero corpo.
In alcuni organismi devesi ammettere che le gemmule, le quali derivano da ogni parte od organo, sieno disseminate nell’intero sistema; altrimenti non si potrebbe spiegare come una piccola e qualsiasi porzione di idra sia capace di riprodurre l’intero animale, oppure come ogni minuto frammento di una foglia di Begonia possa produrre l’intera pianta. Nè senza tale premessa si comprenderebbe il processo di rigenerazione, come noi lo vediamo, ad esempio, nella lumaca che riproduce la testa, o nella salamandra che riproduce gli occhi, la coda e gli arti nel posto preciso dove furono asportati.
Negli animali superiori, nei quali una piccola parte non riproduce il corpo intero e dove la generazione è confinata entro limiti ristretti, la pangenesi suppone che ogni organo ed ogni tessuto mandino delle gemmule agli organi sessuali, le quali penetrano nelle uova o nei nemaspermi che sono in via di maturazione, così che ogni uovo ed ogni spermatozoide sarebbero la quintessenza dell’intero organismo. V’ha di più: negli organi sessuali s’accumulano le gemmule di ciascun organo in ogni stadio del suo sviluppo, per cui ogni uovo o nemasperma sarebbe il futuro organismo in miniatura, formato di un numero infinito di gemmule. Durante lo sviluppo embrionale, queste gemmule entrano in attività nello stesso ordine di successione nel quale si sono accumulate, e riproducono la parte precisa da cui derivano.
Nell’ipotesi della pangenesi, la variabilità dipende almeno da due gruppi di cause distinte. Primieramente, dalla deficienza, sovrabbondanza o trasposizione delle gemmule, e dal risveglio di quelle che hanno potuto starsene latenti per lungo tempo. In questi casi le gemmule stesse non furono modificate nella loro natura, ma i cambiamenti si sono estesi al numero, ai reciproci rapporti ed allo stato di azione o d’inerzia delle medesime. In secondo luogo, dai cambiamenti avvenuti nelle gemmule stesse per effetto delle cambiate condizioni di vita, dell’uso delle parti aumentato o diminuito, e di altre possibili cause.
La riversione, secondo il Darwin, dipende da ciò che l’antenato trasmette ai suoi discendenti delle gemmule dormenti, le quali poi possono svilupparsi sotto l’influenza di cause note ed ignote. «Ciascun animale» dice l’autore[129] «può essere paragonato ad un terreno pieno di semi, di cui la maggior parte germoglia prontamente, una parte dimora alcun tempo in uno stato latente, mentre altri muoiono. Quando sentiamo dire che un uomo porta nella sua organizzazione i germi di una malattia ereditaria, questa espressione è letteralmente vera».
Il Mantegazza ha forse preceduto il Darwin nel concepire il germe di quest’ipotesi; infatti, la sua materia formativa rappresenta le gemmule del [62] Darwin. È forse questa la ragione, per la quale il Mantegazza accolse con entusiasmo la pangenesi, chiamandola la più grande scoperta filosofica del naturalista inglese. Su questa via fu seguito da Gabriele Buccola[130], che sembra accettare la pangenesi senza riserve.
L’entusiasmo però del Mantegazza non è diviso da tutti i naturalisti, e nemmeno da tutti coloro che ammirano l’ingegno del Darwin. Invero la pangenesi è una ipotesi ancora molto imperfetta, ciò che il suo autore stesso confessa colla sua abituale modestia. Madama Royer[131] l’ha chiamata fantastica, perchè le gemmule non sono che immaginarie, mai percepite con alcuno dei nostri sensi; ma il Mantegazza[132] osserva benissimo che, se dovessimo credere soltanto a ciò che toccano le nostre mani e vedono i nostri occhi, dovremmo negare tutti quelli stati della materia che chiamansi luce, elettricità e pensiero.
Molte obbiezioni furono sollevate contro la pangenesi da parecchi autori, e infatti essa ha molti punti oscuri. Le gemmule, nel concetto di Darwin, sono minimi granuli, se così si vuole, microcellule. Ora, non è ben chiaro per quali vie questi granuli giungano agli organi sessuali, essendo questi forniti di solidi involucri che li chiudono da ogni parte. Si potrebbe ritenere che la corrente sanguigna centripeta li raccolga in un dato organo, e la centrifuga li trasporti poi agli organi sessuali; ma allora conviene ammettere, ch’essi possano transitare inalterati pei polmoni, pel fegato e per altri organi, e che gli organi sessuali abbiano la speciale facoltà di trattenerli. Si spieghi la cosa in questo od in altro modo, l’ipotesi viene a complicarsi con altre ipotesi.
Lo sviluppo delle gemmule nel dovuto ordine di crescenza è un altro punto oscuro, sul quale recentemente ha insistito anche il Weismann[133]. Invero, noi non sappiamo che cosa induca alcune gemmule a svilupparsi prima, ed altre a svilupparsi dopo. E questo è un punto importante, perchè ogni leggiera anticipazione od il minimo ritardo dello sviluppo di una parte, sconvolgerebbero tutto il processo evolutivo e si avrebbero delle forme mostruose. Ma v’ha dippiù: l’apparsa degli organi sessuali è preceduta in ogni animale da una serie più o meno lunga di forme embrionali; ora si può domandare dove queste forme mandino le loro gemmule. E se gli organi sessuali non ricevono da esse alcuna gemmula, non si comprende perchè tuttavia queste forme embrionali si ripetano. L’obbiezione può estendersi alla metamorfosi, e si può domandare dove la larva mandi le sue gemmule.
Nè può dirsi esente da obbiezioni la spiegazione che dà il Darwin dell’atavismo. Questo passaggio di gemmule attraverso a poche o molte generazioni, non è di facile intelligenza. Il confrontare un organismo con un terreno pieno di semi non chiarisce la questione, perchè quando un seme non germoglia nel terreno, noi sappiamo più o meno esattamente indicarne le cause; ma il [63] perchè in un organismo vivente, nel quale tutto in ogni istante si muta e trasforma, resti inalterato un gruppo di gemmule per anni e secoli, non sappiamo nemmeno da lontano intravvedere.
Anche il prof. Cattaneo[134] ha esposto recentemente nella Rivista di filosofia scientifica, delle obbiezioni contro la pangenesi. Siccome, dice l’autore fra le altre cose, tutte le parti del corpo in ogni stadio del loro sviluppo mandano delle gemmule agli organi sessuali, il numero di queste gemmule dovrebbe essere quasi infinito, e d’altra parte trovando esse tutte posto nell’uovo o nel nemaspermo, la loro piccolezza dovrebbe essere estrema. Questa asserzione è giusta, ma non racchiude una obbiezione importante contro l’ipotesi darwiniana. Più importante, se fosse vera, sarebbe l’altra obbiezione, che cioè l’ipotesi della pangenesi è in contraddizione colla legge morfologica che stabilisce il parallelismo tra ontogenia e filogenia. Ma l’uovo non cessa di essere cellula, perchè è composto di miriadi di gemmule; e lo sviluppo di queste nello stesso ordine, nel quale si sono raccolte, spiega appunto il parallelismo anzidetto.
Non intendo, colle osservazioni che precedono, di respingere la ipotesi della pangenesi; ma mi sembra provato da queste considerazioni, che l’ipotesi, di cui discorriamo, è ancora assai imperfetta, quantunque sia probabile che per spiegare da un punto di vista generale i fenomeni della ereditarietà dei caratteri, sia necessario di ricorrere ad elementi anche più semplici delle cellule nucleate e dei citodi.
Mad. Royer[135], dopo di aver respinto la pangenesi del Darwin, ci propone una sua teoria, la dinamogenesi, in cui parte dal concetto che l’eredità dei caratteri organici non sia dovuta ad una trasmissione di materia. Essa crede che la trasmissione delle forze e del moto senza trasmissione di materia, sia la regola e non l’eccezione, e mette l’eredità in confronto col moto trasmesso fra di loro dalle palle di bigliardo e colla elettricità che attraversa un filo metallico senza muoverlo. Per lei la vita è un movimento, null’altro che un movimento, benchè un movimento molto complesso. Per la Royer, lo sperma maschile non ha altra missione che di comunicare una certa quantità di quel movimento vitale, di cui l’ovulo non ha ritenuto nell’organo femmineo che una dose insufficiente. Il Mantegazza[136] ha dichiarato nel 1878 questa teoria inaccettabile, e tale deve ritenersi anche oggi a maggior diritto, dopo che gli studi intorno alla fecondazione hanno dimostrato la partecipazione materiale dei nemaspermi a questo fenomeno così importante per la conservazione della specie.
Nemmeno Haeckel[137] accetta la pangenesi del Darwin, e dice di aver tentato inutilmente di rendersi conto, col mezzo della ipotesi predetta, dei vari fenomeni e processi biogenetici. Egli sostiene ancora che la propagazione [64] e la eredità, la nutrizione e l’adattamento, la riversione e la metagenesi, l’ibridismo e la rigenerazione non possono spiegarsi in modo semplice e plausibile col mezzo della pangenesi. E propone quindi una nuova teoria, quella della perigenesi. Egli chiama plastiduli le molecole del plasma organico, e attribuisce loro tutte quelle proprietà che la fisica assegna alle molecole in generale, ossia agli atomi composti; un plastidulo non sarebbe quindi decomponibile in plastiduli minori, ma soltanto nei suoi atomi, e precisamente negli atomi dei seguenti cinque elementi: carbonio, idrogeno, azoto, ossigeno e zolfo.
Haeckel suppone che i plastiduli abbiano un movimento ondulatorio ramificato, il quale, dai plastiduli della cellula madre, viene comunicato a quelli delle cellule figlie. Ma in questi ultimi accade che il movimento originario plastidulare venga modificato per adattamento, ossia dalle condizioni esterne della vita, per cui si avrebbe, dal concorso di quei due movimenti, un movimento rappresentato dalla diagonale nel paralellogrammo delle forze. Così continuando, si avrebbe nelle successive generazioni un movimento plastidulare sempre simile, perchè derivato da quello della cellula originaria, ma non eguale, perchè alterato dalla necessità di adattamento alle condizioni esteriori. La somiglianza delle forme affini, la mancata loro identità e la divergenza dei caratteri sarebbero i necessari effetti delle condizioni suesposte. L’eredità non sarebbe che il passaggio del movimento plastidulare proprio della madre alle cellule figlie.
Le differenze fra la pangenesi e la perigenesi sono essenziali. Le gemmule sono aggregati di molecole, e crescono, si nutrono e si moltiplicano per divisione al pari delle cellule; mentre i plastiduli sono singole molecole che non hanno tali proprietà. Questi ultimi possono soltanto trasmettere ai contigui il loro movimento individuale e crescere per assimilazione come un cristallo entro una soluzione. Darwin ammette che agli organi sessuali arrivino gemmule da tutte le parti del corpo, in ogni stadio di sviluppo, le quali gemmule riproducono poi la parte da cui derivano; Haeckel ricorre semplicemente alla trasmissione del movimento plastidulare, e dice[138]: «Darwin sostiene esplicitamente che tutte le forme della riproduzione dipendono da una aggregazione di cellule, le quali derivano da tutte le parti del corpo. Io invece asserisco che tutte le forme della riproduzione dipendono dalla trasmissione del movimento plastidulare, il quale, dalla parte generante del corpo, passa direttamente ai plastidi generati, ed in seguito col mezzo della memoria e della divisione del lavoro dei plastiduli riproduce in parte o per intero nei discendenti il movimento ondulatorio degli antenati».
Fra la teoria sopra accennata di Mad. Royer e questa di Haeckel v’ha una certa somiglianza: nè l’una nè l’altra ebbero una buona accoglienza per parte dei naturalisti, e la più plausibile sembra ancora quella del Darwin, malgrado i difetti che la rendono oscura in molte sue parti.
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Il Weismann[139] scrisse nel 1883 una notevole memoria sull’ereditarietà dei caratteri[140]. Negli animali unicellulari, dove la riproduzione avviene per divisione, quel fenomeno è facile a comprendersi, poichè i due animali, che ne risultano, non sono che le due metà dell’individuo che si è riprodotto, così che non si può qui fare alcuna differenza fra generatore e generato. In questi esseri semplici manca la morte naturale, laonde l’autore attribuisce loro il privilegio dell’immortalità. Nei Metazoi le cose mutano, perchè in essi conviene distinguere le cellule germinative, destinate alla conservazione della specie, e le somatiche, il cui còmpito è quello di conservare l’individuo. Questa complicazione è sorta dall’associazione di più esseri unicellulari e dalla susseguente divisione del lavoro. Le cellule germinative dei Metazoi si comportano nella generazione come gli organismi unicellulari, poichè passano di padre in figlio, portano seco i caratteri di quello ed impediscono la interruzione di quella vita che per le cellule somatiche è passeggera. Secondo l’autore, l’individuo non muore tutto; periscono bensì le cellule somatiche, ma le germinative passano coll’atto generativo ai discendenti. Le cellule somatiche non avendo alcuna parte nell’atto essenziale della riproduzione, tutti i caratteri dei figli scaturiscono dal germe e quelli chiamati propriamente acquisiti non sono punto trasmessi. Le idee del Weismann, da lui svolte finora assai succintamente, meritano di essere studiate ed applicate ai varii fenomeni dell’ereditarietà; qui devo soltanto dichiarare di dissentire dalla sua opinione che considera come non ereditarii i caratteri acquisiti. I fatti che militano contro l’opinione del Weismann sono più numerosi di quanto egli crede, e l’autore stesso[141] è costretto a confessare che le varietà climatiche delle farfalle sono inesplicabili colla sua teoria. Io credo che i caratteri acquisiti sieno ereditari, però soltanto allora, quando hanno potuto gettare profonde radici nell’organismo, vale a dire quando hanno potuto esercitare un’influenza sul germe, opinione che non potrebbe essere contraddetta nemmeno dal Weismann dopo la sua dichiarazione che non si può escludere un’azione delle cellule somatiche sulle germinative[142]. Il negare assolutamente la trasmissione ai discendenti dei caratteri acquisiti mi sembra in disaccordo colle osservazioni dei medici e dei veterinari, e difficilmente incontrerà l’approvazione della zootecnica e della floricoltura[143].
Simile in molti punti alle vedute del Wreismann è la teoria dell’idioplasma del Nägeli[144]. Secondo quest’autore, non tutto il plasma dell’uovo e forse [66] nemmeno dello spermatozoo è attivo nel produrre la ereditarietà dei caratteri e nel determinare lo specifico sviluppo dell’individuo, ma soltanto una parte di esso, diversa dal resto del plasma e che chiamasi idioplasma. Questa sostanza costituisce l’essenziale differenza tra le uova degli animali e si ritiene composta di minime particelle, dette micelii, che alla lor volta risultano di un numero maggiore o minore di molecole. Nell’uovo la massima parte del plasma è plasma comune (protoplasma), una piccola quantità è idioplasma, formato da un albuminato diverso da quello del protoplasma o plasma di nutrizione. I micelii sono piccolissimi, e dalla loro grandezza, forma e stato dinamico scaturiscono le differenze specifiche ed individuali degli organismi. L’idioplasma peraltro non è limitato alle sole cellule sessuali (uovo e spermatozoo), ma durante lo sviluppo del germe, cresce esso pure e si estende sotto forma di trabecole a tutto l’organismo, nel quale costituisce una rete non interrotta che invade ogni cellula e parti diverse di essa. Al pari delle cellule germinative del Weismann, l’idioplasma del Nägeli passa dai genitori ai discendenti ed ha una durata indefinita; anche il Nägeli quindi ammette la continuità della vita. Nella fecondazione l’idioplasma paterno si unisce al materno per produrre quello del figlio, avvenendo una migrazione e reciproca compenetrazione dei rispettivi micelii. Non tutte le proprietà però degli esseri traggono la loro origine direttamente dall’idioplasma; alcune sono prodotte dalle svariate combinazioni dei micelii, nella stessa guisa che un pianoforte a pochi tasti può dare numerose armonie. L’autore ritiene che anche l’idioplasma possa parzialmente restare inerte per molte generazioni, e poi ridestarsi in speciali circostanze, per riprodurre caratteri da un tempo più o meno lungo scomparsi (atavici).
Le teorie del Weismann e del Nägeli hanno un fondamento scientifico, riposano cioè sull’osservazione che la fecondazione risulta dalla fusione della parte nucleare dello spermatozoo colla parte nucleare dell’uovo[145]; nondimeno non è dimostrato che l’una o l’altra di queste teorie sia in grado di spiegare tutti i fenomeni della ereditarietà in modo semplice e convincente, e particolarmente difficile è di spiegare con esse l’atavismo e lo sviluppo.
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Caratteri sessuali secondari dei mammiferi. — Id. degli uccelli. — Id. dei rettili e degli anfibi. — Id. dei pesci. — Id. degli insetti e dei miriapodi. — Id. degli aracnidi. — Id. dei crostacei. — Considerazioni generali. — Discussione delle obbiezioni del Mantegazza all’elezione sessuale. — Supposti apparati di violenza. — Colori brillanti.
Oltre la elezione naturale, i darwinisti ammettono anche una elezione sessuale che ora impareremo a conoscere. Il Darwin ne parlò diffusamente nella sua opera: L’origine dell’Uomo e la scelta in rapporto col sesso[146].
È noto da lungo tempo, che in molte specie animali il maschio differisce dalla femmina non solo nei caratteri essenziali del sesso, ma anche in altri caratteri che si chiamano sessuali secondari. Citerò ora degli esempi, tra cui parecchi sono tratti dai miei studi speciali.
Nella specie umana il maschio è più grande di statura, ha le spalle più larghe, ed è più muscoloso. Quest’ultimo carattere si mostra nello scheletro, dove le rugosità e le sporgenze, cui si inseriscono i muscoli, sono più pronunciate. Il bacino dell’uomo è più stretto, quello della donna più largo, e l’arcata delle ossa pubiche forma in questa un angolo assai maggiore che nell’uomo. La voce del maschio è più forte e più bassa che quella della femmina, essendo in quello la laringe più ampiamente sviluppata. In molte razze il maschio è fornito di barba che manca nella femmina. La capacità craniana, in ogni razza, è maggiore nel maschio; il suo cervello è quindi più ampio e più pesante che quello della femmina. Le gobbe frontali e parietali sono più spiccate nella donna che nell’uomo. La capacità orbitale è minore nelle donne, ed il lembo superiore delle orbite è in queste più affilato e più sottile che nell’uomo. Il prognatismo sottonasale della donna supera quello dell’uomo. Il gran foro occipitale della donna è più piccolo, ed i processi mastoidei sono meno sviluppati. I processi stiloidei della donna sono più piccoli che quelli dell’uomo. Il cranio della donna è, in media, meno alto che nell’uomo. I caratteri più importanti del cranio stanno nelle arcate sopracigliari e nel tubercolo occipitale esterno; quelle e questo sono nel maschio di sviluppo molto maggiore che nella femmina, anzi nel maschio esiste spesso una cresta occipitale che generalmente manca nel cranio femminile. L’uomo [68] è più intelligente, più coraggioso e più intraprendente della donna, la quale invece è di indole più tenera e di minore egoismo.
Nelle scimie, il maschio differisce generalmente dalla femmina in quegli stessi caratteri che distinguono i due sessi nella specie umana. La barba però è più comunemente di eguale sviluppo nei due sessi, e solo in alcune specie il maschio l’ha, mentre la femmina ne è priva, od è in quello più lunga che in questa. Nell’orango, ad esempio, la barba è propria soltanto del maschio; e nel Mycetes caraya e nella Pithecia satanas è molto più grande nel maschio che nella femmina. Il parallelismo sopra menzionato va tant’oltre che si estende perfino al colore dei capelli e della barba; se cioè la barba ha un colore diverso dai capelli, o peli del capo, il colore della barba è tanto nell’uomo che nelle scimie più chiaro che quello dei capelli o peli. Nelle scimie però v’hanno dei caratteri sessuali secondari che non si riscontrano nell’uomo; così il colore dei peli e della pelle nuda può essere diverso nei due sessi. Ad esempio, il maschio del Lemur macaco è nero, mentre la femmina è giallo-rossiccia, ed il maschio del Cynocephalus hamadryas differisce dalla femmina, quantunque lievemente, nel colore del pelo e delle callosità nude[147].
Nei cheirotteri si riscontrano pochissime differenze sessuali secondarie. Consta però che in alcuni pipistrelli la pelliccia del maschio è più chiara e più brillante che quella della femmina. Altrettanto dicasi degli insettivori, i quali possiedono spesso (ad esempio, il genere Sorex) delle ghiandole addominali odorose che divengono più grosse nei maschi durante la stagione delle nozze. Ed altrettanto ancora può dirsi dei roditori, dove è assai difficile distinguere il maschio dalla femmina, se non si ricorre ad una minuta ispezione dell’individuo o ad una sezione anatomica. Nel genere Mus, per esempio, come io dimostrai in uno dei miei primi lavori[148], gli organi genitali della femmina hanno grandissima somiglianza con quelli del maschio; la clitoride è sì grande che raggiunge in lunghezza la metà della verga, rapporto che raramente si osserva, in altri animali. Oltre ciò la clitoride è perforata, e durante la gravidanza si ottura l’orifizio vaginale, per cui l’orina deve attraversare la clitoride. Nel lepre è così difficile di distinguere il maschio dalla femmina, che i vecchi cacciatori ritengono questo roditore come un ermafrodito, e così è nel coniglio; una minuta ispezione fa tuttavia riconoscere il sesso. In altre specie di roditori furono però scoperte delle differenze sessuali secondarie. V’hanno delle differenze di colore negli scoiattoli d’Africa; la femmina del Mus minutus di Russia è di una tinta più pallida e più sbiadita del maschio; e le ghiandole del castoro, che secernono il noto castoreo, sono nella femmina meno sviluppate che nel maschio.
Molti e bene spiegati sono i caratteri sessuali secondari dei carnivori. Il leone porta una fitta criniera che manca alla femmina, ed il primo fa [69] sentire un ruggito che incute terrore. Il largo collare che contorna la gola ed il mento della lince del Canadà (Felis canadensis) è molto più lungo nel maschio che non nella femmina. I maschi sono di statura maggiore, ed i loro denti canini più potenti. Nelle viverre i maschi forniscono minore quantità, ma migliore qualità di zibetto delle femmine. Negli affini pinnipedi i maschi, ad esempio della Otaria jubata, hanno talvolta grandi criniere, mentre le femmine le hanno piccole o non ne hanno affatto. Anche il colore e la statura presentano talvolta delle differenze nei due sessi; così nella Phoca groënlandica.
Differenze anco maggiori si trovano nei ruminanti. I due sessi differiscono talvolta nel colore[149]. Interessante è l’osservazione del Blyth sul nilghau: il maschio cioè, senza perdere il pelo, diviene più oscuro durante la stagione degli amori; ma se viene castrato, tale mutamento non succede. Nella famiglia dei cervi, i maschi sono muniti di corna, mentre le femmine ne sono prive. Eccezione fa la renna, in cui ambedue i sessi portano corna, le quali però nella femmina sono un tantino più piccole, più sottili e meno ramose che nel maschio. Le corna dei cervi vengono cambiate ogni anno, e stanno in stretto rapporto colle funzioni sessuali; ne vanno privi i maschi giovanissimi e le femmine (coll’eccezione sopra citata), solo in età molto avanzata appariscono talvolta in queste ultime. Ne’ maschi castrati le corna non si sviluppano, e se la castrazione ebbe luogo dopo l’apparsa delle corna, non avviene il cambiamento annuo. Nei cavicorni sono generalmente ambedue i sessi forniti di corna, ma v’hanno delle specie in cui le corna mancano nelle femmine o sono rudimentali (Antilocapra bezoartica, A. americana); se le corna esistono in ambedue i sessi, esse sono quasi sempre nei maschi meglio sviluppate che nelle femmine. In molti ruminanti si sono osservate delle differenze sessuali secondarie nello sviluppo della giogaia, e dei peli: così i maschi di vari buoi e di certe antilopi sono forniti di una giogaia, o grande ripiegatura della pelle sul collo, che nella femmina è molto più debole; ed il maschio del bisonte ha la criniera più lunga che non la femmina. Recentemente il Monticelli[150] ha studiato il seno cutaneo interdigitale della pecora, ed ha trovato che è più sviluppato nel maschio che nella femmina, e che nel castrato tende ad atrofizzarsi. Differenze notevoli presentano i canini; così nei muschi (Moschidae) la femmina è sprovvista di canini, mentre il maschio ne ha due prominenti a guisa di zanne. I maschi hanno spesso una voce più forte delle femmine. In alcune specie il solo maschio secerne una sostanza odorosa (Capra hircus, Cervus campestris, Moschus moschiferus).
Nei solipedi, lo stallone ha una criniera più fitta e più copiosa della cavalla. I denti canini esistono nei soli maschi, raramente ed in ogni caso rudimentali nella femmina. Tra i pachidermi, nell’elefante e nel cignale le difese costituiscono delle armi potenti, mentre sono poco sviluppate o mancano nelle [70] femmine. Nei rinoceronti le corna sono nelle femmine più deboli, e talvolta anche più corte, che nei maschi. Passando ai cetacei, noi vediamo che nel narvalo maschio la mascella superiore porta due denti canini, tra cui il sinistro si prolunga orizzontalmente in avanti, raggiungendo una lunghezza di tre metri, ed è rigato a spira; mentre nella femmina i due canini sono rudimentali. Il capidoglio maschio ha un capo più largo che non la femmina. Nei marsupiali i due sessi differiscono talvolta fra di loro nella statura e nel colore. Tra i monotremi, i maschi dell’Ornithorynchus paradoxus sono muniti in ciascuno degli arti posteriori di un piccolo osso che si unisce coll’astragalo e porta uno sprone perforato da un canale, il quale comunica con una ghiandola.
Nella classe degli uccelli troviamo molti ed evidentissimi caratteri sessuali secondari; per accertarsene basta consultare il libro di Brehm Illustrirtes Thierleben, cui il Darwin ha ampiamente attinto gli esempi riportati nell’opera: Origine dell’Uomo e la scelta in rapporto col sesso. Riferiremo qui alcuni fatti, in via di esempio, e senza pretendere di esaurire l’argomento.
Nell’ordine dei pappagalli e dei rapaci le differenze sessuali secondarie sono insignificanti, e possiamo quindi passarle sotto silenzio. Esse sono invece frequenti e marcate nell’ordine dei coracirostri (Coracirostres), e sopratutto negli uccelli del paradiso (Paradiseidae) e nei corvi (Corvidae). I maschi, negli uccelli del paradiso, sono ornati di penne allungate ai lati del corpo, al capo, al collo, al petto. Nel genere Paradisea, proprio della Nuova Guinea e delle isole vicine, le penne dei fianchi sono nei maschi allungate in pennacchi più o meno lunghi ed eleganti. Le timoniere di mezzo sono spesso straordinariamente lunghe e portano barbe rudimentali; così nella P. apoda, P. rubra, P. regia, ecc. I maschi, nell’epoca della riproduzione, mettono in mostra le loro bellezze davanti alla femmina, allo scopo evidente di piacerle. Gli uccelli del paradiso offrono delle differenze sessuali secondarie anche nella trachea; così il Pavesi ha dimostrato che, ad esempio, nella Manucodia chalybea il maschio adulto ha una semplice ansa tracheale esterna, mentre la femmina ed il maschio giovane ne mancano; in altre specie (M. Keraudrenii) la trachea esterna è più complicata nel maschio che nella femmina, ed in altre ancora (M. atra) ambedue i sessi ne sono privi. Il Cephalopterus ornatus, uccello somigliante ad un corvo dell’America meridionale, ha un grande ciuffo sulla testa, ed un’appendice lunga al collo, rivestita di piume, e tanto il ciuffo come l’appendice sono rudimentali nella femmina. La voce del corvo nero comune cambia durante la stagione degli amori, ed è quindi in certo modo sessuale. Dello storno roseo (Pastor roseus) ha parlato recentemente il nostro De Betta, che ebbe occasione di osservarlo a Villafranca, e dice: «I maschi, quasi sempre in lotta, vedonsi inseguirsi fra loro e contraccambiarsi colpi di becco accompagnati da curiosissime pose del corpo e stranamente [71] rialzando ed allargando il lungo ciuffo nero che portano sul capo»[151]. In questa stessa stagione i maschi di certe succiacapre (Caprimulgus) fanno colle ali uno stranissimo suono. Nell’ordine dei passeri (ad esempio nel genere Fringilla) noi vediamo, che la livrea del maschio differisce sovente assai da quella della femmina, ed inoltre il maschio dimostra col suo canto un talento musicale che la femmina non ha, o l’ha in grado inferiore.
Nel vasto ordine dei cantatori (Oscines) le differenze sono notevolissime. Nella Rupicola crocea il maschio è giallo ranciato, con alta cresta frontale, formata di penne; mentre la femmina è bruna, con cresta frontale bassa. I maschi di questa specie corteggiano la femmina, facendo capriuole, spiegando le ali ed aprendo la coda. Maggiori differenze ancora riscontransi nel Chasmorhynchus niveus dell’America meridionale. Nell’uccello lira (Menura) il maschio possiede nella coda sedici penne, che assumono la forma di lira, mentre la femmina non ne ha che dodici. In quest’ordine noi conosciamo molte specie, in cui i maschi hanno un canto ben diverso da quello delle femmine, un canto generalmente più forte, più variato e più soave; basta citare il merlo e l’usignuolo. Talvolta v’ha tra maschio e femmina una notevole differenza di statura, così il maschio del Cincloramphus cruralis è grosso fino a due volte quanto la sua femmina.
Delle differenze interessanti troviamo negli uccelli mosca (Trochilini), dove i maschi portano degli ornamenti, spesso strani e maravigliosi, al capo, alla coda ed ai piedi. Perfino il becco può differire nei due sessi, come ce lo provano i generi Eustephanus e Grypus.
Molte differenze sessuali secondarie presentano inoltre i razzolanti (Rasores). I maschi di questo gruppo, anche quelli che non hanno sproni, impegnano tra loro delle serie lotte pel possesso della femmina. «Il gallo cedrone ed il fagiano di monte (Tetrao urogallus e T. tetrix), entrambi poligami, hanno luoghi particolari di convegno, dove durante molte settimane si raccolgono numerosi per combattere assieme e far bella mostra della loro avvenenza in faccia alle femmine. Il signor W. Kowalevsky m’informa che in Russia egli ha veduto la neve tutta cospersa di sangue sulle arene ove il gallo cedrone aveva combattuto; ed i fagiani di monte fanno volar via per ogni verso le loro piume, quando in parecchi impegnano un grande combattimento»[152]. Chi osservasse il maschio e la femmina del gallo cedrone, potrebbe facilmente essere indotto a classificarli in due specie diverse; tanta è la differenza nella statura, nel colore, nello sviluppo della coda, ecc. Analoghe differenze, ed anco più marcate, noi troviamo in altri uccelli dello stesso ordine. Ognuno conosce il pavone, e sa come la sua coda sia lunghissima e gemmata, ossia fornita di macchie ad occhio, mentre la pavonessa non ha questi caratteri. Quando il pavone fa bella mostra di sè, allarga in forma di ampio ventaglio e dirizza la coda trasversalmente al corpo, perchè sta in faccia alla femmina, [72] e deve mostrarle, nello stesso tempo, la gola ed il petto riccamente coloriti di turchino. Sono note le differenze che passano tra il gallo e la gallina. In alcune specie i maschi portano degli sproni alla faccia posteriore dei tarsi, mentre le femmine sono inermi. Così il gallo ha degli sproni, mentre la gallina non li ha, o li riceve solamente rudimentali in età avanzata. Di questi sproni ve ne hanno generalmente due, uno cioè per tarso; ma talvolta ne esistono parecchi, così il Polyplectron ne ha due od anche più in ogni zampa, ed uno dei fagiani sanguigni (Ithaginis cruentus) è stato veduto perfino con cinque sproni. In alcune specie peraltro possiedono sproni anche le femmine (Pavo muticus, Euplocomus erythrophthalmus).
In alcune gralle, ad esempio nella pavoncella (Vanellus cristatus), esistono dei tubercoli alle ali, i quali nel maschio, durante l’epoca degli amori, si fanno più sporgenti. I maschi di alcune starne corteggiano le femmine in modo singolare. Nei lamellirostri (Lamellirostres) esistono molte differenze sessuali secondarie. Il maschio dell’anitra selvatica (Biziura) è grosso il doppio della sua femmina. Il maschio della Biziura lobata emette nei mesi estivi, qualche volta anche durante tutto l’anno, un odore di muschio. Parecchie specie (Palamedea cornuta, Plectropterus gambensis, ecc.) hanno degli sproni alle ali, i quali però nei maschi non sono sempre più grossi che nelle femmine.
Rettili. — Nei cheloni non si osservano delle differenze sessuali spiccate, e nemmeno nei coccodrilli. Negli ofidi, i maschi sono più piccoli delle femmine, ed in generale hanno la coda più lunga e più sottile. V’hanno anche delle differenze di colore, ma in generale non considerevoli. Nelle specie italiane il De Betta[153] trattò delle varietà e delle differenze che passano tra gli individui adulti ed i giovani; ma non fece menzione di alcuna differenza sessuale. Il prof. Schreiber[154] dice: «I maschi differiscono generalmente dalle femmine per minore statura e talvolta anche per un colore più vivo; più spesso succede che il disegno caratteristico dei giovani si mantenga nel sesso femminile lungamente, od anco durante tutta la vita, mentre nei maschi scomparisce quasi sempre assai presto». I maschi delle lucertole combattono fra loro per rivalità, come asserisce il Darwin[155]; ed il prof. Eg. Schreiber[156] scrive: «L’istinto sessuale è molto intenso nei maschi dei Sauri, così che nell’epoca della riproduzione lottano pel possesso della femmina, si assalgono a vicenda furibondi ed in tale lotta non raramente perdono la coda». Nei maschi esistono spesso degli organi che mancano nelle femmine. L’Anolis [73] cristatellus maschio ha una cresta lungo il dorso, di cui la femmina non presenta neanche traccia. I maschi soli del genere Sitana portano alla gola un sacco variopinto. Il maschio della Ceratophora aspera porta all’apice del muso una lunga appendice che nella femmina è rudimentale; e quello della C. Stoddartii ha nello stesso punto un corno robusto che è appena accennato nella femmina. Notevolissime differenze sessuali presenta il genere Chamaeleon[157]. I Sauri differiscono spesso anche nel colore, che nel maschio è più vivo che nella femmina; esempi forniscono le seguenti specie europee: Lacerta oxycephala, L. muralis, L. taurica, L. agilis, L. viridis.
Anfibi. — I maschi degli anuri si distinguono dalle femmine, oltre che per una statura minore, anche perchè, durante l’epoca della riproduzione, portano in certe parti del corpo degli ingrossamenti cutanei, ad esempio nei pollici delle estremità anteriori, al petto, ecc. Anche il colore può variare, ed è allora nel maschio generalmente più vivo che nella femmina. Durante l’epoca degli amori i maschi di molti anuri emettono dei suoni particolari, ed hanno all’uopo dei sacchi vocali, posti nella gola od agli angoli della testa. Questi sacchi possono peraltro trovarsi anche nelle femmine, nelle quali raggiungono uno sviluppo minore che nei rispettivi maschi. Nella rana (Rana esculenta) i sacchi sono particolari ai maschi, «i quali gracidano in modo forte, aspro e continuato, tanto di notte che di giorno»[158]. Non in tutte le specie però i maschi possiedono sacchi vocali, i quali, mentre esistono in una specie, possono mancare in un’altra affine. Così i maschi della Rana agilis e della R. latastii ne difettano, mentre li possiedono quelli della R. muta. La presenza o mancanza dei detti sacchi ha quindi un valore sistematico, come è risultato da un vivo scambio di idee recentemente avvenuto fra il De Betta da un lato, ed il Ninni, il Lessona ed il Camerano dall’altro. Nel maschio della Megalophrys montana «la punta del naso e le palpebre sono prodotte entro ripiegature triangolari della pelle, e v’ha un piccolo tubercolo nero dietro, caratteri che mancano o sono appena sviluppati nelle femmine»[159].
Negli urodeli si hanno delle differenze sessuali secondarie riposte nelle creste dorsali. Il maschio del tritone crestato (Triton cristatus) ha, sopratutto nell’epoca degli amori, tutta la parte superiore del corpo ornata di una cresta membranacea addentellata o frangiata, che comincia sulla nuca e che aumentando progressivamente in altezza fino alla metà del dorso, si restringe poi verso l’origine della coda, dove termina. La femmina manca della cresta ed ha invece un solco dorsale, che dalla nuca va pure sino all’origine della coda. Nel tritone alpestre (Triton alpestris) il maschio ha lungo il dorso un cordoncino o rialzo dello stesso colore del corpo, talvolta con piccole interruzioni di color biancastro, ma il più spesso alternativamente macchiato di bianco o giallognolo e di nero. Questo rialzo è nell’epoca delle [74] nozze alquanto più elevato e spiegato quasi in un lembo membranaceo, non più alto di un millimetro e mezzo, tutto continuo e non addentellato come negli altri tritoni. Nella femmina il dorso è invece fortemente incavato dalla nuca fino all’origine della coda. Nel tritone punteggiato (Triton taeniatus) il maschio possiede una cresta dorsale integra, alta circa un millimetro, che si alza poco dopo la nuca e continua fin sulla coda. Nell’epoca delle nozze questa cresta è assai più elevata, ed ha il margine leggermente ondulato o addentellato, talvolta anche seghettato[160]. I maschi di questa stessa specie hanno, all’epoca medesima, le dita posteriori lobate. Ossia circondate da una membrana natatoria; passata l’epoca delle nozze, la cresta si restringe e le membrane delle dita scompariscono. Negli urodeli furono riscontrate anche delle differenze di colore tra il maschio e la femmina.
Entrerò qui in alcuni maggiori dettagli, tanto più che questo soggetto fu trattato dal Darwin[161] in modo incompleto.
Nell’ordine dei Dipnoi, per quanto so, non furono riscontrate notevoli differenze sessuali secondarie; ed altrettanto dicasi dei Ganoidei. Nei Plagiostomi, il maschio pone durante l’accoppiamento la faccia inferiore del proprio corpo a contatto con quello della femmina, la preme per un tempo più o meno lungo, e non l’abbandona se non dopo avere iniettato nella cloaca di questa l’umore spermatico. Per tenerla ferma durante tale accoppiamento si giova di due corpi fusiformi, mobili, di cui è munito, che sono inserti accanto alla base delle pinne ventrali dai lati dell’ano, e che negli individui pronti alla generazione prendono un incremento straordinario. Nelle razze (Raja e generi affini), più particolarmente, il maschio durante l’accoppiamento, stringe la sua compagna colle suddette appendici fusiformi, e l’uno e l’altra s’avvinghiano a vicenda con la coda. Nella razza bramante (Laeviraja bramante) il maschio presenta delle differenze che potrebbero indurre a crederlo di specie diversa. La parte superiore del rostro ha una forma differente, i lobi posteriori delle ventrali sono molto più allungati, le pettorali portano sulla faccia superiore tre serie di forti aculei rivolti in dentro, e gli aculei della coda sono rivolti in avanti[162]. Anche in altre specie v’hanno differenze sessuali, riposte negli aculei delle pettorali, o delle orbite. Perfino la dentiera può essere diversa; così nell’argilla chiodata (Dasybatis clavata) il maschio adulto ha denti aguzzi, diretti all’indentro, mentre quelli della femmina sono larghi e piatti, e formano un pavimento[163].
Negli Holocephali (Chimaera monstruosa) i maschi sono distinti, perchè [75] portano sulla fronte un fiocchetto carnoso, terminato da piccoli pungiglioni, e perchè, oltre le appendici ossee delle ventrali, portano innanzi alla base di queste pinne due altre piccole appendici in forma di lamine spinose, colle quali, durante la copula, tengono ferma la femmina.
Veniamo agli Acanthopteri. Secondo l’Agassiz, in molti Chromides, per esempio nei generi Geophagus e Cichla, i maschi hanno sulla fronte una protuberanza vistosa, che s’ingrossa nell’epoca della frega, e che manca affatto nelle femmine. Nei labroidi i colori variano spesso a seconda del sesso. Così nel Labrus mixtus i maschi portano delle striscie azzurre sul capo o sul tronco, oppure una fascia longitudinale nera, talvolta sono di colore quasi uniforme; le femmine invece vanno munite di una sino a tre macchie nere nella metà posteriore del dorso. Vi si possono distinguere, come fece il Günther, quattro varietà di maschi e due di femmine, che tra loro differiscono pel colore del corpo e delle pinne[164]. Nella Chrysophrys gibbiceps il maschio ha la testa gibbosa, mentre la femmina, come io ho ragione di credere[165], manca di gobba.
Nei Dendropteri ci si presenta il Plecostomus barbatus, illustrato dal Darwin[166]. Il maschio di questa specie ha la bocca e l’interopercolo guarnito di una barba di peli duri, dei quali non si rinviene nella femmina se non una lieve traccia. Nella specie Lebias calaritana il maschio ha il corpo superiormente colorato di verde oscuro, inferiormente di bianco argentino; i fianchi portano 8-13 fascie trasversali brune. La femmina invece è di colore giallo pallido, con sottoposto splendore argentino, e dieci fascie trasversali larghe e brune. Nello Xiphophorus Helleri della stessa famiglia dei Ciprinodonti il maschio adulto ha il margine inferiore della pinna codale allungato in un filamento lungo e brillantemente colorato che è normalmente sviluppato nella femmina e nei giovani maschi.
Interessanti sono le differenze sessuali della tinca (Tinca vulgaris). Sono le seguenti.
I. Le pinne ventrali del maschio hanno il secondo raggio, nell’epoca della frega, enormemente sviluppato, non tanto in lunghezza, quanto in larghezza e grossezza. Esaminando due scheletri, l’uno di maschio e l’altro di femmina, appartenenti a due individui di statura esattamente eguale, si trovano le seguenti misure:
| nel maschio | nella femmina | |
| mill. | mill. | |
| Lunghezza del secondo raggio ventrale | 45,0 | 37,0 |
| Larghezza massima del secondo raggio ventrale | 6,0 | 2,0 |
| Grossezza, alla metà della lunghezza, del secondo raggio ventrale | 3,0 | 1,5 |
[76]
II. Le pinne pettorali sono alquanto più lunghe nel maschio che nella femmina, in guisa che la distanza tra la base del primo raggio pettorale, e l’apice della pinna, giunge nel maschio dall’apice del muso al centro dell’opercolo; mentre nella femmina dallo stesso punto non arriva al margine anteriore dell’opercolo.
III. Sopra le pinne ventrali osservasi nel maschio una sporgenza carnosa, la quale manca nella femmina. La predetta sporgenza è tuttavia compatta, quasi quanto la cartilagine, ed è dovuta unicamente ad uno sviluppo straordinario in quella regione del muscolo laterale inferiore. Essa è marcatissima, segnatamente negli individui vecchi, ed è quindi un criterio tanto evidente quanto sicuro, per distinguere il maschio dalla femmina nell’epoca della frega.
IV. La pinna ventrale del maschio ha una forte tendenza ed attitudine a curvarsi in alto e dentro. Se col dito si preme sulla base del secondo raggio ventrale, vediamo questo raggio, e con esso tutta la pinna, curvarsi nel modo indicato, accostarsi al tronco, ed esercitare una pressione sensibile dall’esterno all’interno sul dito medesimo.
V. Grandissime differenze troviamo nelle ossa del bacino. Nella pelvi della tinca possiamo distinguere due ossa (ileo-pubiche), su cui s’inseriscono i raggi ventrali, e due ossa posteriori (ischiatiche), più piccole, conformate a guisa di orecchiette. Le ossa posteriori sono negli esemplari adulti saldate insieme colle anteriori.
Le ossa anteriori del maschio sono lunghe, larghe, robuste, a margini laterali rilevati, e munite, nella linea mediana, di una cresta salientissima; nella femmina invece le ossa medesime sono corte, strette, deboli, colla predetta cresta poco rilevata.
Le ossa posteriori della pelvi sono nel maschio non solo più sviluppate, ma portano anche un’apofisi, sporgente in alto ed in avanti, la quale nella femmina è appena accennata. Per cui le predette ossa nel maschio appariscono distintamente bicorni, e quasi semplici nella femmina.
Ecco ora alcune misure, in millimetri:
| nel maschio | nella femmina | |
| Lunghezza delle ossa pelviche anteriori | 35,0 | 28,0 |
| Larghezza massima delle ossa pelviche anteriori | 10,0 | 7,0 |
| Lunghezza delle ossa pelviche posteriori | 17,0 | 14,5 |
In stretto nesso coll’ampiezza delle ossa pelviche sta la potenza dei muscoli adduttori delle pinne ventrali. Essendo questi muscoli assai sviluppati nel maschio, questo può con grande forza avvicinare le ventrali al tronco, ciò che non è concesso di fare alla femmina.
È assai difficile il dire, quale sia il significato di tutto l’apparato ora descritto. M’era sorta l’idea che il maschio potesse, stringendo le pinne ventrali contro la su descritta prominenza muscolare, ed esercitando così una pressione sui propri fianchi, spremere dal suo corpo lo sperma nell’atto di fecondare le uova entro l’acqua. Quantunque tale ipotesi abbia l’appoggio dei [77] fatti anatomici sopra accennati, e possa essere resa plausibile anche dalla circostanza che le tinche vivono in acque a fondo melmoso, dove lo sfregamento del ventre contro il fondo stesso non può essere efficace; tuttavia essa sarà sostenibile solamente, quando un osservatore sarà riescito a vedere il maschio nell’atto in cui feconda le uova[167].
In altri Ciprini, secondo le osservazioni del Victor Fatio[168], sono le pinne pettorali che raggiungono nel maschio uno sviluppo maggiore che nella femmina; i sei od otto raggi principali si gonfiano nel maschio, gli altri raggi sono spesso in parte soppressi, e quei raggi principali appariscono meglio distesi, sopratutto nell’epoca della frega. Ciò osservasi nel Phoxinus laevis, e in molte altre specie della stessa famiglia.
I maschi di molti Ciprinoidi fioriscono durante l’epoca della frega, ossia le loro squame si coprono di bottoncini bianchi, rotondi, sparsi su tutto l’animale; ciò osservasi, ad esempio, nel pigo (Leuciscus pigus).
Un fatto notevole fu da me osservato nella Cobilis taenia nel 1871. Nel 1865 il De Filippi, nella riunione straordinaria dei naturalisti italiani alla Spezia, aveva fatto osservare, come non conoscesse ancora il maschio dell’Anguilla, e come l’illustre Steenstrup avesse osservato che tutti gli individui fino a quell’epoca raccolti di Myxine glutinosa, fossero femmine. Lungi dalla pretesa di voler spiegare questo mistero, il prof. De Filippi si era dichiarato astretto a complicarlo coll’aggiunta di un terzo caso. Da vari anni egli faceva raccogliere in primavera un grande numero di individui della volgarissima Acanthopsis (Cobilis) taenia, allo scopo di studiarne lo sviluppo, ma le molte migliaia di individui che passarono così fra le sue mani, erano tutte di sesso femmineo, non un solo maschio (Atti della Società italiana di scienze naturali, vol. VIII, fasc. IV, p. 265, 1866). Appena conobbi questa notizia, consultai il mio Prospetto critico dei pesci d’acqua dolce d’Italia (Archivio per la Zoologia, ecc., ser. I, vol. IV, fasc. 1º. pag. 147), e vidi, tra i diversi individui da me misurati, citato un maschio della lunghezza totale di 83 millimetri. Però non mi arrestai contento su tale citazione, ben sapendo, quanto sia facile il confondere una femmina giovane con un maschio, quando l’esame non sia fatto coll’aiuto del microscopio. E tenni quindi, da quell’epoca in poi, sempre in vista la cobite fluviale, colla speranza di scoprirne gli individui che potessero indubbiamente considerarsi come maschi di quella specie. Tale scoperta feci nella primavera del 1871, esaminando una serie di pesci di acqua dolce, provenienti dal Piemonte, che mi furono comunicati dal marchese Giacomo Doria.
Tra i predetti pesci trovai due esemplari, le cui glandole sessuali, esaminate al microscopio, si presentarono coi caratteri dei testicoli. L’uno tra [78] i menzionati esemplari d’una cobite fluviale tipica, l’altro appartiene alla mia varietà bilineata. Ma ciò che più di ogni altra cosa mi ha colpito, si è una differenza sessuale esterna, riposta nelle pinne pettorali. Nella femmina il secondo raggio pettorale è normalmente sviluppato, appena più grosso dei raggi successivi, articolato e bifido; inoltre i due rami, ne’ quali il raggio si scinde, divergono tra loro, e lo spazio che tra essi s’interpone, è occupato dalla membrana propria radiorum. Ben diversa è la struttura della pinna pettorale del maschio. Il secondo raggio cioè presentasi straordinariamente grosso, essendo il suo diametro verso la base pressochè il quadruplo del diametro del terzo raggio; inoltre il medesimo è bifido, ma i due suoi rami convergono verso l’apice e qui si uniscono per formare la punta del raggio medesimo. Oltre ciò esiste nel maschio un processo osseo bene sviluppato, il quale nasce alla faccia interna del secondo raggio delle pinne pettorali in prossimità alla base, e somiglia per la sua forma ad una squama. Quest’apofisi manca interamente alla femmina, od è rudimentale[169].
Delle differenze sessuali si riscontrano anche nei lofobranchi; e sebbene non tutte sieno rigorosamente secondarie, le descriverò, citando alcuni passi di una mia Nota pubblicata nel 1871[170].
Tutti i maschi, appartenenti ai generi mediterranei di lofobranchi, portano con sè le uova e gli embrioni fino ad uno stadio inoltrato di sviluppo. Nel genere Hippocampus esiste per tale scopo un apposito sacco; nei generi Siphonostomus e Syngnathus il ventre è munito di una doccia particolare, la quale viene coperta dal disotto col mezzo di due appendici cutanee; nel genere Nerophis il ventre, nei maschi, è piatto e presenta parecchie serie di nicchie, in cui talvolta si trovano delle uova. Possiamo quindi asserire che in tutti i lofobranchi mediterranei le femmine generano le uova, ma i maschi le covano e portano seco loro i neonati fino ad una certa età.
Si è domandato, come le uova arrivino nei suddetti sacchi, doccie o nicchie dei maschi, ed a questa domanda, per quanto io sappia, non fu mai data una soddisfacente risposta. Nemmeno io posso rispondervi con piena sicurezza, non avendo mai sorpreso le uova nell’atto del loro ingresso in quei ricettacoli; tuttavia appoggiandomi sopra alcune particolarità degli organi sessuali di questi ricettacoli, cercherò di sciogliere questa oscura questione.
Io sono del parere che negli ippocampi avvenga una specie di accoppiamento, il quale però avrebbe il solo ed unico scopo di far passare le uova dall’ovario della femmina nel sacco ovigero del maschio. Sarebbe un accoppiamento sui generis, e ben diverso da quell’atto che gli zoologi sogliono chiamare collo stesso nome, in quanto che negli accoppiamenti ordinari il prodotto dei testicoli passa nel corpo della femmina, mentre qui sarebbe il prodotto degli ovari che viene portato in appositi serbatoi del maschio. Se [79] non si ammettesse quest’atto, non saprei come sì numerose uova potessero entrare per la piccolissima apertura del sacco ovigero, e distribuirsi in questo regolarmente sopra tutta la superficie.
In questa idea mi conferma la posizione dell’orifizio sessuale femminile, e dell’apertura del sacco ovigero. L’orifizio sessuale femminile cioè guarda in basso, mentre il foro del sacco ovigero guarda in alto; per cui, mettendo due individui di sesso diverso in posizione verticale ed in contatto immediato tra loro, l’orifizio sessuale della femmina si trova sovrapposto naturalmente al foro del sacco ovigero e può in questo vuotare le uova.
Probabilmente la coda prensile di questi animali agevola tale funzione, potendo con essa i due individui tenersi strettamente congiunti insieme durante il predetto atto, il quale, per essere perfettamente compiuto, o richiede un tempo piuttosto lungo, o viene più volte ripreso.
Resta ora a sapersi, quando queste uova vengano fecondate. Siccome la fecondazione non può avvenire durante il sopra descritto accoppiamento, io credo che, dopo il medesimo, ciascun maschio fecondi le uova che porta nel suo proprio sacco, e fui condotto a tale opinione dal vedere come l’apertura sessuale maschile guardi verso il sacco ovigero, e come tra quest’apertura ed il sacco esista una doccia formata dalle pareti tumide della porzione anteriore del sacco medesimo.
Una importanza speciale in questi animali ha la pinna anale, la quale nei maschi è nascosta nella predetta doccia, per cui la di lei esistenza fu per lungo tempo negata, anche da esatti osservatori, come per esempio il Van der Hoeven. Le funzioni ch’essa compie, in grazia del posto che occupa e non ostante il leggiero suo sviluppo, sono principalmente due. Suppongo cioè ch’essa, durante l’accoppiamento, coi suoi movimenti, produca nella femmina quell’irritazione che è necessaria per l’uscita delle uova; è poi cosa certa che la stessa, trovandosi innanzi all’apertura del sacco ovigero e muovendosi continuamente, agisce da ventilatore, determinando cioè il movimento dell’acqua entro il sacco, cosicchè dapprima le uova, e più tardi gli embrioni ricevono dell’acqua sempre nuova ed aerata.
Che l’opinione sopra esposta di un accoppiamento sui generis meriti qualche fiducia, ce lo prova anche il genere Nerophis, in cui non esistono nè borsa, nè doccia per accogliere le uova. Invece, come fu già detto, la faccia ventrale presenta alcune serie di nicchie, le quali, oltrechè essere aperte inferiormente, sono sì poco profonde, che nessun uovo potrebbe giungervi e restarvi sospeso, se non fosse singolarmente deposto nelle medesime, ed appiccicato alle pareti con una specie di glutine.
Recentemente quest’opinione di un accoppiamento sui generis fu confermata dalle osservazioni del dott. Filippo Fanzago. Egli mi scrive: «Il maschio stavasene passivo, almeno apparentemente, ed aspettava, inerte, che la sua compagna compiesse l’ufficio. Questa, ad intervalli più o meno lunghi, posava il suo orifizio sessuale sull’apertura del sacco ovifero del maschio, ed era un contatto di brevissima durata. Io crederei, che ben poche uova, forse uno solo, venga trasmesso per volta, e che la femmina debba ritornare al [80] contatto del maschio, allorquando l’uovo, o le poche uova che sieno, sono giunte sul limitare dell’apertura sessuale. Cinque volte vidi rinnovarsi questo accoppiamento in breve spazio di tempo e non so poi dirle, quante altre avesse avuto luogo prima d’allora, e se la femmina prediligesse un solo maschio o se incaricasse più d’uno dell’incubazione degli ovicini»[171].
Il fenomeno qui sopra esposto, di maschi cioè che portano seco loro le uova e gli embrioni in apposite cavità, potrebbe credersi affatto isolato nel regno animale. Ma ciò non è, quantunque io non possa approvare i paragoni portati in proposito dai diversi autori. Evidentemente ciò che avviene nei marsupiali e crostacei sono fenomeni alquanto diversi, perchè nei primi sono le femmine che portano i neonati immaturi attaccati alle mammelle entro speciali cavità; e nei secondi sono pure le femmine che portano con loro le uove e gli embrioni, sia sui piedi del postaddome, sia entro tasche apposite, sia entro sacchi appesi in prossimità dell’apertura sessuale.
Maggiore somiglianza corre tra il fenomeno di cui ci occupiamo e quello che fu osservato in un batraciano, nell’alite ostetrico (Alytes obstetricans), in cui il maschio nell’epoca della riproduzione si fa portare sul dorso dalla femmina, estrae da questa cogli arti posteriori le uova, legate le une alle altre a modo di rosario se le avvolge poi destramente intorno alle coscie, se le porta per qualche tempo sotto terra, ed infine, dopo undici giorni, le trasporta nell’acqua, affinchè i girini possano sbucciare e trovarsi in adatto elemento. Qui, come nei lofobranchi, sono i maschi che prendono in consegna le uova e le pongono in condizioni favorevoli di sviluppo.
Ma meglio ancora, a mio giudizio, l’istinto dei lofobranchi può considerarsi come una modificazione dell’istinto nidificatore dei pesci. La somiglianza apparisce manifesta, quando si consideri che lo spinarello maschio costruisce un nido, lo fa empiere di uova dalle femmine, feconda queste uova e le difende dai nemici, ed in seguito prodiga le sue cure ai pesciolini usciti dalle uova. Tra i due istinti non passa se non che questa differenza, che cioè lo spinarello deve costruirsi il suo nido sul fondo delle acque dolci, mentre i lofobranchi fanno servire da nido le su descritte cavità del loro corpo.
Delle differenze sessuali secondarie nel genere Monacanthus ha già trattato il Darwin[172].
Passiamo agli Haplopteri[173]. Nello spinarello (Gasterosteus aculeatus) i due sessi differiscono tra loro notevolmente nel colore. È anche noto che il maschio costruisce un nido che fa empire di uova dalle femmine; esso poi custodisce le uova, e più tardi i pesciolini che ne sbucciano[174].
Tra i Gobioidei si hanno delle spiccate differenze di colore nel Gobius punctatissimus. Nella femmina adulta, cioè, il ventre è giallo, le ventrali e l’anale sono grigie, e la pinna dorsale anteriore non porta alcuna macchia [81] sugli ultimi raggi. Nei maschi invece il ventre è grigio, le pinne ventrali e l’anale sono in gran parte nere, inoltre la dorsale anteriore porta sugli ultimi raggi una o due macchie celesti oscure[175]. Nel Gobius albus sussistono delle differenze sessuali nella dentiera. Nella femmina i denti sono piccolissimi, numerosi, appena visibili ad occhio nudo; nel maschio all’incontro non vedonsi che 8-10 denti in ciascuna mascella, relativamente grandi e più o meno mobili[176].
Nel Blennius gattorugine i maschi portano innanzi al primo raggio anale due pezzi cartilaginosi, sostenuti di un fulcro, che sono ricoperti di piccole papille. Nel Blennius pavo maschio, il capo porta una cresta pinguedinosa. Anche il maschio del Bl. vulgaris ha una cresta pinguedinosa; i tentacoli sopraorbitali mancano nella femmina, e sono poco sviluppati nel maschio. Nel Tripterygion nasus i maschi hanno la seconda pinna dorsale assai più alta della femmina; inoltre i due sessi differiscono molto nel colore[177]. Nel maschio del Callionymus maculatus il primo raggio dorsale è prolungato in un lungo filo, in modo da essere qualche volta eguale alla metà della lunghezza totale del pesce; nella femmina le pinne dorsali e l’anale sono meno elevate che nel maschio, ed oltre ciò la femmina è di statura più piccola e di colori meno belli. I maschi più grandi da me osservati sono lunghi un decimetro, le femmine più grandi 6 centimetri. Un’analoga differenza di statura presenta il Callionymus belenus, dove il maschio raggiunge una lunghezza di 84 millimetri, e la femmina di soli mill. 40. Ritengo che nel genere Trachypterus lo sviluppo del pennacchio sia in relazione col sesso.
Insetti. — Le differenze sessuali degli insetti sono assai marcate e numerose; noi non daremo qui che alcuni pochi esempi; chi volesse maggiori dettagli, consulti il Darwin[178], che ha trattato quest’argomento diffusamente.
Nei coleotteri i maschi hanno talvolta i tarsi delle zampe anteriori dilatati, e sono muniti di grossi cuscinetti di peli. Le mandibole sono spesso nei maschi assai più robuste che nelle femmine (Chiasognathus Grantii, Lucanus cervus). Molti maschi portano sul capo delle corna più o meno numerose e forti, che mancano alle rispettive femmine; degli esempi forniscono la specie Chalcosoma atlas, Copris isidis, Onthophagus rangifer, ed altre. Nelle lucciole noi troviamo che lo splendore è esclusivo o prevalentissimo nelle femmine attere di alcune specie, ma in altre specie riscontrasi in ambo i sessi perfetti e perfino nelle larve. Gli organi stridulanti sono quasi sempre egualmente sviluppati nei due sessi; ma si osservarono delle eccezioni a questa regola, possedendo ora il maschio solo quegli organi, od avendoli esso almeno più [82] sviluppati che non la femmina. Anche la statura ed il colore possono differire nei due sessi tra i coleotteri.
Nelle farfalle sono i colori che assai di frequente differiscono nei due sessi; il maschio è allora più brillantemente colorato della femmina. I maschi hanno anche il volo più rapido, e, come in generale negli insetti, sono di statura minore delle femmine.
Negli imenotteri noi vediamo il maschio del Crabro cribrarius avere la tibia delle zampe del primo paio dilatata in una larga piastra cornea, mentre la femmina l’ha di normale conformazione. Abbiamo già esposte le differenze che passano nelle api tra la regina, il fuco e l’operaia. V’hanno anche delle differenze, sebbene lievi e piuttosto rare, di colore, ed ora si è la femmina (Tremex columbae), ora il maschio (Xylocopa sp. pl.) che ha colori più brillanti.
Nei ditteri non troviamo che poche differenze sessuali secondarie. Talvolta è diverso il colore, ma solo leggermente. Il genere Elaphomyia della Nuova Guinea è notevolissimo, perchè i maschi sono muniti di corna, di cui le femmine sono al tutto mancanti. Nelle zanzare (Nemocera) i soli maschi hanno le antenne foggiate a pennacchio.
Fra i neurotteri noi osserviamo che nella famiglia degli strepsitteri (Strepsiptera) i maschi sono alati, mentre le femmine sono attere ed apode.
Negli ortotteri i colori diversificano di raro notevolmente nei due sessi. Tuttavia nello Spectrum femoratum il maschio adulto è di un colore bruno giallo splendido, mentre la femmina adulta è di un bruno cinerino opaco e sbiadito; i giovani dei due sessi sono verdi. Nei maschi del sottordine dei saltatori (Salientia) esiste un apparato stridulante, che nella femmina generalmente manca o è assai poco sviluppato. Nei grilli l’organo vocale trovasi nelle elitre, e si è osservato «che il maschio si colloca a sera sul margine del suo buco e stride finchè s’avvicina una femmina: allora alle note più forti succedono altre in tuono più basso, mentre il fortunato musicante accarezza colle sue antenne il premio che ha guadagnato»[179]. Il suono è prodotto collo sfregare le elitre l’una contro l’altra, mentre sono tenute alquanto sollevate. Anche nelle locuste l’apparato stridulante sta nelle elitre, e l’elitra sinistra fa da arco del violino, e la destra fa da violino. Una delle nervature sulla superficie inferiore della prima è finamente seghettata, ed è sfregata attraverso alle nervature sporgenti della superficie superiore dell’ala opposta o destra. Gli acridi producono dei suoni particolari sfregando i femori contro le elitre.
Tra i rincoti si hanno delle differenze sessuali di colore negli emitteri; inoltre i maschi di alcune specie sono forniti di ali, mentre le femmine ne mancano. Negli omotteri, i maschi delle cicale possiedono un apparato musicale bene sviluppato, mentre le femmine l’hanno rudimentale e non se ne servono per la produzione di suoni. Quest’apparato vocale è posto all’addome. Sulla faccia inferiore di questo addome vedesi anteriormente in ciascun lato una grande squama, fissa col suo margine anteriore, libera coi margini laterali [83] e posteriore. Sotto a questa squama rinviensi una grande cavità, il tamburo, in fondo a cui si osservano due membrane separate tra loro per mezzo di un pezzo chitinoso e triangolare. La posteriore di queste membrane è sottilissima, trasparente, più o meno iridescente (specchio); l’anteriore è pergamenacea, bianca, piegata nel senso del maggiore suo diametro. Quest’ultima è la membrana timpanica, la quale viene distesa e rilassata da un potente muscolo che ad essa s’inserisce e parte dal setto del segmento addominale. Il suono così prodotto viene rafforzato dall’aria contenuta nel tamburo e da una vicina ed ampia vescica tracheale. Notevoli differenze si osservano nel sottordine dei Phytophthires. Così nelle cocciniglie le femmine sono generalmente attere, si attaccano col rostro alle piante e coprono col loro corpo le uova; i maschi portano due grandi ali anteriori e spesso anche due piccole posteriori, e sono assai più piccoli delle femmine.
Miriapodi. — Poche sono le differenze sessuali secondarie di questi animali, come rilevo dalle notizie che mi diedero su questo soggetto i dottori Filippo Fanzago e Giacinto Fedrizzi. Nel genere Glomeris il maschio porta ai lati dell’apertura anale un paio di appendici copulatrici a modo di uncini che mancano nella femmina. Questa è di statura costantemente maggiore. Nei generi Polydesmus, Dolistenus, Atractosoma ed affini, le femmine hanno un paio di piedi di più che il maschio, nel quale invece si contano due appendici copulatrici, ed è precisamente il primo paio del settimo segmento quello che presenta le citate differenze. Nel genere Polydesmus i due sessi furono talvolta considerati come due specie distinte; così il dott. Fedrizzi ritiene che il P. glaucescens sia il maschio, ed il P. complanatus la femmina d’una medesima specie[180]. Nel P. complanatus si riscontrano differenze di colore, essendo la femmina alla faccia ventrale colorita di verde, il maschio invece di bianco o di rossastro. Nei generi Julus, Lysiopetalum ed altri esistono due appendici copulatrici nell’ottavo segmento del maschio, di forma diversa, assai complicate, differenti da quelle dei polidesmidi. Nelle Scutigere il maschio differisce dalla femmina per avere due paia di piccole appendici presso l’ano ed un’appendice mediana biforcata. La femmina del Lithobius ha due appendici uncinate, forti, talvolta bifide o trifide, ai lati della vulva[181]. Nel genere Geophilus le appendici anali del maschio sono più robuste che quelle della femmina; ed erroneamente se ne fecero delle specie diverse, così il G. hortensis e G. longicornis non sono che la femmina ed il maschio del G. flavus del De Géer. Recentemente i Chilognati sono stati studiati di proposito dal dott. Antonio Berlese[182], il quale ha trovato che negli Iulidi il maschio differisce sovente dalla femmina, oltre che pel possesso del pene diversamente costruito nelle varie specie, nella statura, nella forma del corpo, [84] nella forma delle zampe del primo paio e nella forma delle antenne e del labbro inferiore.
Io ho pubblicato nel 1873[183] un sunto delle mie osservazioni su questo soggetto, che qui riproduco in parte, con poche modificazioni.
I caratteri, di cui ci occupiamo, possono essere riposti in vari organi e condizioni degli aracnidi.
1º Nella statura. — La femmina ha una statura maggiore del maschio; questo è più piccolo, più smilzo e più agile. La maggiore statura della femmina risiede non solamente nell’addome, il quale è turgido per la presenza delle uova, ma anche nel capotorace. A questa regola sono soggetti tutti gli ordini della classe.
2º Nel colore. — Le differenze di colore sono raramente grandi; l’insieme della livrea è generalmente simile nell’uno e nell’altro sesso, ma nel maschio i colori sono più carichi, le tinte più oscure e più marcate. Solamente le zampe offrono talvolta nel maschio colori affatto diversi da quelli che si osservano negli organi corrispondenti delle femmine; vedesi ciò, per es., negli attidi, e particolarmente nel genere Heliophanus.
Anche a questa regola vanno soggetti tutti gli aracnidi. Tuttavia negli opilionidi si osserva qualche eccezione, e ciò non tanto perchè la macchia filloide nel maschio è meno distinta che nella femmina, quanto perchè i due sessi possono essere affatto diversamente colorati. Un esempio ci offre il Leiobunum hemisphaericum Herbst, in cui il maschio è rosso di mattone, mentre il corpo della femmina è bianco giallastro, ornato di macchia filloide e di fascie trasversali nere. Ho però osservato che nella citata specie il colore rosso di mattone apparisce qualche volta anche nella femmina in forma di fascie trasversali.
3º Nei palpi. — Questi organi hanno subìto negli araneidi una meravigliosa trasformazione, giacchè nei maschi non servono solamente come organi sensitivi e di locomozione, ma sono convertiti in organi di accoppiamento. Perciò li vediamo rigonfiare all’apice in guisa di clava, e muniti di organi svariatissimi, atti ad accogliere lo sperma (spermatoforo), ed a portarlo attraverso l’epiginio nell’interno della femmina (embolo).
Negli opilionidi i palpi maschili sono spesso assai più lunghi dei femminili, come si può osservare nel genere Cerastoma. Nel genere Opilio il maschio porta spesso sull’ultimo articolo dei palpi una raspa, ossia una fascia di granetti minuti e fitti, la quale nella femmina o manca od è poco sviluppata; ciò si vede per esempio nelle specie Opilio glacialis, O. luridus, O. graniferus. Nei nemastomi i palpi maschili sono talvolta armati di spine, mentre i femminili sono lisci; così nel Nemastoma dentipalpe il quarto articolo dei palpi [85] porta nei maschi un dente acuto, falciforme, curvato indietro, il quale nella femmina manca.
Anche negli scorpioni presentano i palpi delle differenze sessuali secondarie; le chele sono cioè in regola nel maschio più lunghe e più grosse che non nella femmina; si può convincersene esaminando lo Scorpius germanus.
4º Nelle mandibole. — Negli araneidi le vediamo qualche volta lunghe, robuste e perfino dentellate nei maschi; ed invece brevi, deboli ed inermi nelle femmine. Cito in proposito i generi Cheiracanthium, Dictyna, Pyrophorus, Calliethera, Linyphia.
Negli opilionidi le mandibole maschili possono differire dalle femminili per essere riccamente granulose, o fornite di appendici più o meno lunghe. In molte specie del genere Opilio le mandibole del maschio sono coperte appunto di numerosi granetti, i quali nelle mandibole della femmina sono scarsi o mancano. Nell’Opilio Targionii il maschio porta in ciascuna mandibola una prominenza assai distinta, e nel genere Cerastoma il ginocchio della mandibola si allunga in un corno che nella femmina non esiste. Nel Nemastoma dentipalpe il primo articolo mandibolare del maschio si allunga in una prominenza larga e fortemente pelosa che non vedesi nella femmina.
5º Nella forma del capotorace. — Interessanti per tale riguardo sono alcuni araneidi, e precisamente quelli che il Blackwall ha raccolto nel suo genere Walkenaera. In essi il capotorace del maschio porta una o più gobbe, le quali dànno all’animale un aspetto molto singolare, e mancano affatto nelle femmine. Le dette gobbe portano generalmente gli occhi, e contribuiscono senza dubbio a rendere possibile una larga vista.
6º Nelle zampe. — I maschi di molti araneidi ed opilionidi hanno le zampe, in proporzione alla lunghezza del corpo, più lunghe che non le femmine; specialmente evidente è questo carattere nel secondo dei due citati ordini. Talvolta le zampe del 1º e 2º paio sono nel maschio ingrossate (Dendryphantes); altre volte sono quelle del 3º paio, così nell’Attus barbipes, dove presentano una struttura molto strana. Negli stessi ordini il maschio ha le zampe generalmente meglio armate della femmina, ossia meglio provviste di spine o setole o granulazioni.
7º Nell’addome. — Esso è nelle femmine più voluminoso che nei maschi, perchè deve racchiudere le uova talvolta numerose.
Negli scorpioni l’addome porta i così detti pettini, le lamelle dei quali variano di numero a seconda del sesso, come risulta dalla seguente tabella.
[86]
| SPECIE | Numero delle lamelle nei pettini | |
| M. | F. | |
| Scorpius italicus Herbst | 10 | 8 |
| Scorpius Canestrinii Fanz. | 10 | 8 |
| Scorpius provincialis C. Koch | 8 | 7 |
| Scorpius sicanus G. Koch | 8 | 8 |
| Scorpius tergestinus G. Koch | ? | 8 |
| Scorpius aquilejensis C. Koch | 8 | ? |
| Scorpius massiliensis C. Koch | 10 | 8 |
| Scorpius germanus Schaeff | 7 | 6 |
Come si vede da questa tabella, il maschio porta nei suoi pettini un numero maggiore di lamelle che non la femmina. Carlo Koch, Fanzago, ed io abbiamo anche osservato che l’ultimo articolo codale, insieme col pungiglione, è meglio sviluppato nei maschi che nelle femmine.
8º Negli apparati musicali. — Secondo il Westring, i maschi di alcune specie di Asagena e di Theridium emettono dei suoni, mentre le femmine sono mute.
Da questi fatti possiamo dedurre quanto segue:
I. I maschi sono atti alla ricerca della femmina, sia perchè sono più smilzi e più agili, sia ancora perchè hanno una vista più felice. L’osservazione diretta viene a confermare questa deduzione, insegnandoci che in molte specie di aracnidi il maschio conduce vita girovaga, la femmina invece vita sedentaria; ed insegnandoci inoltre che negli araneidi si è generalmente il maschio, il quale, nell’epoca della riproduzione, si reca sopra la ragnatela della femmina, e non questa su quella del maschio.
La stessa agilità torna utile al maschio per sottrarsi, dopo la copula, alla voracità della femmina, la quale altrimenti lo divorerebbe. Non ostante però il predetto carattere, il maschio finisce qualche volta la sua vita tra le mandibole della femmina.
II. I maschi hanno mezzi potenti per tenere la femmina durante l’accoppiamento, e per eseguire quest’atto. Per fissare la femmina servono le mandibole, le zampe, la raspa, gli uncini dei palpi, i pettini, ecc. La struttura complicata dei palpi negli araneidi favorisce l’introduzione dello sperma nel corpo femminile.
Per convincerci del predetto scopo delle mandibole in quelle specie in cui sono sviluppatissime, basta osservare l’accoppiamento della Tetragnatha extensa e della Pachygnatha Listeri, in cui il maschio, durante la copula, abbraccia colle sue potenti mandibole quelle della femmina, e la tiene così soggetta alla sua volontà.
III. Le armi, di cui sono muniti i maschi, possono essere utili anche nella lotta tra maschio e maschio pel possesso della femmina. Tale lotta fu diffatti [87] osservata più volte tanto negli araneidi, come negli opilionidi, e già il Menge nel 1843 espose alcune sue osservazioni in proposito. La Linyphia triangularis Walck., ed il Cerastoma cornutum Linn. forniscono esempi delle lotte anzidette; e non è al certo accidentale la presenza di robuste mandibole nel maschio della prima, e delle corna mandibolari nel maschio della seconda specie.
IV. Anche negli aracnidi i due sessi differiscono pel colore, come l’abbiamo constatato in quasi tutti i gruppi di animali, dei quali abbiamo parlato; ed il maschio è il più brillantemente colorato.
Illustrerò con alcuni esempi le osservazioni sopra esposte, e dò la descrizione di ambedue i sessi di tre specie.
1. Theridium triangulifer Walck.
| maschio | femmina | ||
| Lunghezza del corpo | mill. | 4,0 | 5,0 |
| Larghezza dell’addome | mill. | 1,5 | 3,0 |
| Lunghezza dell’addome | mill. | 2,5 | 3,7 |
| Lunghezza di una zampa 4º paio dal trocantere all’apice | mill. | 7,5 | 8,7 |
Le mandibole sono uniformemente sviluppate in ambedue i sessi.
Tanto il maschio, come la femmina, hanno sull’addome il disegno di una foglia frastagliata; il capotorace del maschio è bruno, quello della femmina giallo rossastro.
La femmina porta sul capotorace dei granetti di zigrino assai rari e piccoli, visibili solamente coll’aiuto di una buona lente; il margine del capotorace è liscio. Nei maschi invece i grani del capotorace sono grossi e fitti, ed il di lui margine è evidentemente dentellato. Simile differenza nella zigrinatura presenta lo sterno.
Nella mia raccolta predomina di molto il numero delle femmine su quello dei maschi.
2. Epeira cucurbitina Cl.
| maschio | femmina | ||
| Lunghezza del corpo | mill. | 5,0 | 7,5 |
| Larghezza massima dell’addome | mill. | 2,0 | 4,5 |
| Lunghezza di una zampa 4º paio | mill. | 7,0 | 8,2 |
Il maschio porta sul capotorace due fascie nere laterali, l’una a destra, l’altra a sinistra, le quali mancano nella femmina. Il capotorace del maschio è davanti più acuto che quello della femmina; le filiere del primo sono alquanto meno sviluppate che quelle della seconda; invece le setole ed i peli delle zampe raggiungono in quello maggiore lunghezza che in questa.
Le femmine sono alcun poco più frequenti dei maschi.
Ho osservato degli individui grandi come i maschi adulti, per es. lunghi mill. 5, i quali hanno i palpi all’apice gonfiati (bulbi immaturi), che presentano tutti gli altri caratteri delle femmine. Si direbbe che quegli individui [88] sieno maschi effeminati. Essi sono essenzialmente maschi, sia perchè l’ultimo articolo dei palpi si gonfia in un bulbo, sia perchè non vi si riscontra nemmeno il rudimento dell’epiginio, il quale nelle femmine di uguale grandezza è già visibile. Nondimeno sono colorati come le femmine, hanno il ventre gonfio come queste, e le zampe debolmente armate. Dubito che questi individui diventino giammai maschi maturi, perchè dovrebbero diminuire nella grossezza dell’addome, farsi più slanciati, e quindi eseguire prima un cambiamento in dietro. Per giungere a spiegare questo fenomeno, bisognerebbe tener vivi i maschi suddetti in una larga captività; e sarebbe tanto più opportuno il farlo, perchè potrebbe trattarsi di dimorfismo.
3. Nemastoma quadricorne L. K.
| maschio | femmina | ||
| Lunghezza del corpo | mill. | 1,5 | 2,8 |
| Lunghezza di una zampa 2º paio | mill. | 20,0 | 10,5 |
| Lunghezza di un palpo | mill. | 4,0 | 4,0 |
Il colore è simile in ambedue i sessi.
Grandissime differenze presentano invece le mandibole. Quelle della femmina sono conformate come al solito, ma nel maschio cadauna porta due corna. Un corno trovasi sul secondo articolo, ossia sul discendente, dirigesi in avanti, ed è all’apice uncinato; esso è posto in prossimità dell’articolazione coll’articolo primo od orizzontale. L’altro corno vedesi sul primo articolo molto in avanti, in prossimità dell’articolazione col secondo articolo; esso è più robusto del corno precitato, si dirige in alto quasi verticalmente (essendo solo leggermente curvato in dietro), e porta sulla sua faccia posteriore dei lunghi peli diretti in dietro[184].
Gli autori hanno trattato poco quest’argomento che non è molto conosciuto e che è tuttavia meritevole di qualche cenno, perchè negli acari s’incontrano esempi assai istruttivi di dimorfismo sessuale.
Negli Oribatidi (Oribates, Leiosoma, Nicoletiella, Nothrus, ccc.) le differenze sessuali secondarie sono poco manifeste; mentre lo sono moltissimo nei Gamasidi. Così nel genere Holostaspis i maschi hanno le mandibole armate di sproni e le zampe di apofisi o tubercoli che mancano nelle femmine. Altrettanto si osserva sovente nel genere Gamasus; particolarmente noto a questo riguardo è il G. crassipes Lin., nel quale il maschio ha le zampe del secondo paio enormemente ingrossate e armate di sprone, ciò che del resto si osserva anche in altre specie, come nel G. Canestrinii Berl., G. magnus Kr., G. tiberinus Cn., G. attenuatus Koch, G. littoralis Cn., G. brachiosus Cn., ecc. [89] Anche in alcune specie del genere Hypoaspis incontransi simili differenze sessuali. Nel genere Dermanyssus Dug. le mandibole della femmina sono trasformate ciascuna in un lungo stiletto, mentre nel maschio la chela è sostituita da un’appendice a forma di coltello. Nel genere Pteroptus Duf. le mandibole della femmina sono didattili, a dita brevissime e dentate; mentre nel maschio un dito è tramutato in un robusto uncino, e l’altro è debole e dentato.
Delle differenze sessuali secondarie osservansi anche negli Issodidi; così nel genere Ixodes il maschio non solo è più depresso della femmina e possiede uno scudo dorsale più grande, ma ha anche le zampe assai più lunghe e più robuste; inoltre i maschi adulti, al dire del Mégnin, non prendono alcun nutrimento, mentre le femmine sono più o meno voraci.
Assai manifesto è il dimorfismo sessuale nei Tarsonemidi, così nei generi Tarsonemus, Disparipes, Pediculoides e Pigmephorus. Ad esempio, nel Tarsonemus floricolus Cn. et F., il maschio ha le zampe del quarto paio fortemente ingrossate e terminate da un’unghia, mentre la femmina le ha normali.
Differenze anche maggiori si riscontrano negli acari inferiori, ad esempio negli Analgesidi. I maschi della maggior parte dei generi di questa famiglia sono provveduti di ventose copulatrici che mancano nelle femmine e che servono ad agevolare la copula.
Inoltre nel maschio uno o due paia di zampe sono assai più sviluppate delle altre e delle corrispondenti della femmina, così quelle del terzo paio nei generi Megninia e Analges, quelle del quarto paio nel genere Alloptes, ambedue quelle paia nel genere Protalges; mentre in altri generi, come nel Paralges, il maschio ha le zampe del quarto paio atrofiche. Sovente, nella famiglia medesima, il maschio ha una forma generale del corpo diversa da quella della femmina; così nel genere Proctophyllodes, dove le femmine adulte hanno l’addome bilobo, mentre il maschio l’ha troncato e munito di appendici fogliacee. Nel genere Falciger esistono perfino due forme di maschi, essendo in una le mandibole normali, nell’altra allungandosi l’unghietta inferiore delle mandibole a modo di falce; e tale dimorfismo maschile osservasi ancora nel genere Bdellorhynchus, dove una forma ha mandibole normali come quelle della femmina, l’altra mandibole di enorme sviluppo[185].
Numerosi sono gli esempi di dimorfismo sessuale nei Tiroglifidi. Così il maschio dell’Histiogaster carpio porta all’estremità posteriore dell’addome delle espansioni membranose che mancano nella femmina; in alcune specie di Tyroglyphus (a. e. T. farinae De G.) il maschio porta sulle zampe del primo paio un robusto sprone che manca nella femmina. Una struttura notevole presenta il Sarcoptes scabiei L., in cui la femmina ha i quattro piedi posteriori terminati da lunga setola, mentre nel maschio, che ha statura assai più piccola ed è rarissimo, quelli del quarto paio, come quelli del primo e del secondo in ambedue i sessi, finiscono con ventosa picciuolata.
[90]
Darò ancora alcuni esempi tolti dalla classe dei crostacei, omettendo quelli che si riferiscono ai molluschi ed alle infime classi dei vertebrati. Secondo il prof. Heller[186], fra i podoftalmi, i maschi dei brachiuri hanno sempre gli arti notevolmente più forti ed un addome più smilzo che non le femmine. Nei crostacei superiori, le chele sono in generale più robuste nei maschi; e se v’ha differenza tra la chela destra e la sinistra, questa differenza è maggiore nel maschio che nella femmina, ad esempio nel genere Callianassa. Nel genere Orchestia, e precisamente nella O. tucuratinga, le zampe del secondo paio sono più robuste nel maschio che nella femmina, e di diversa conformazione[187]. I generi Orchestia e Tanais hanno talvolta due forme maschili (dimorfismo). Nei fillopodi i maschi diversificano dalle femmine per la struttura delle antenne anteriori e spesso anche dei piedi natatorii anteriori; essi sono inoltre assai più rari delle femmine e compariscono solamente in determinate stagioni. Nei crostacei inferiori, i maschi sono spesso nani al confronto delle femmine, così tra i parassiti e cirripedi.
Noi abbiamo imparato a conoscere un grande numero di fatti, dai quali risulta che il maschio e la femmina, oltrechè negli organi essenziali del sesso, differiscono sovente anche in altri caratteri che si chiamano sessuali secondari. Se ci mettiamo a classificare questi caratteri, vediamo che appartengono tutti o quasi tutti ad uno dei seguenti gruppi.
1º Organi che servono come armi di offesa e di difesa. Tali sono, ad es., le corna dei cervi, le zanne del cignale, lo sprone del gallo, ecc.
2º Organi o qualità che servono come ornamento, e rendono i maschi belli agli occhi delle rispettive femmine. Tali sarebbero, secondo il Darwin, i colori brillanti, le penne allungate, le caruncole, ecc.
3º Gli atteggiamenti singolari, co’ quali i maschi attirano l’attenzione della femmina, l’allettano e corteggiano. Gli uccelli ce ne forniscono numerosi esempi.
4º Organi co’ quali i maschi possono tenere ferma la femmina durante l’accoppiamento; tali sono le ventose copulatrici degli acari, le zampe del terzo o quarto paio in questi stessi artropodi, ecc.
5º Apparati musicali co’ quali i maschi producono dei suoni grati all’orecchio della femmina, la corteggiano e la eccitano.
6º Odori penetranti che rendono facile ad uno dei due sessi di trovare l’altro.
[91]
I caratteri sessuali secondari sono generalmente sviluppati nei maschi; le femmine ne mancano quasi sempre o li hanno poco pronunciati. Il Darwin attribuisce questi caratteri alla lotta sessuale, ossia alla lotta tra i maschi pel possesso della femmina, imperocchè, tra gli animali, si è il maschio che va alla ricerca della femmina e combatte co’ suoi rivali per possederla. Questa lotta è ora cruenta, ora incruenta. La femmina invece si mantiene passiva, e si limita a prescegliere quello fra i concorrenti che è più forte, o più bello, o canta meglio, od ha odore più grato, ecc. Continuando tale elezione sessuale per una lunga serie di generazioni, si sono lentamente e gradatamente sviluppati nei maschi quei caratteri, nei quali differiscono dalle loro femmine.
Contro questa dottrina il Mantegazza[188] ha sollevato alcune obbiezioni che meritano di essere qui esposte.
I. «La lotta d’amore esiste; più volte anzi il maschio non raccoglie la palma che sul campo insanguinato d’una battaglia; ma la femmina deve pur sempre subire l’amplesso del vincitore, e quand’anche volesse scegliere fra vari contendenti, essa non lo potrebbe per la sua forza generalmente minore di quella del maschio... Se è il maschio che combatte, se è il maschio che sceglie e che conquista, a che gli può giovare tutto l’apparato di svariatissime bellezze, di cui lo ha fornito la natura?..... Qual bisogno d’altronde ha di farsi bello il maschio, quando una volta conquistata la femmina, essa può essere fecondata anche senza la sua annuenza?.... Io intendo come le corna, le unghie, i muscoli, tutte le armi difensive ed offensive possano svilupparsi nel maschio e propagarsi per elezione sessuale; ma non intendo lo scopo di tutti gli altri caratteri sessuali secondari che sono di un ordine estetico».
Non mi sembra che questa obbiezione abbia un grande valore. Il maschio può vincere materialmente la femmina colla sua forza, ma non l’ha perciò conquistata all’uopo dell’accoppiamento. Occorre che la femmina sia eccitata ad accoppiarsi, altrimenti il maschio non giungerà mai a riprodursi. Imperocchè nel massimo numero dei casi, e forse sempre, il maschio può accoppiarsi solamente con quelle femmine che vi annuiscono: la violenza riesce inutile. La cagna abbassa la coda, se non vuole ricevere un maschio; altrettanto fanno la cavalla, la vacca, ecc. Ed ogni tentativo del maschio riesce vano. La coniglia s’accascia sugli arti posteriori, ed il maschio non arriva a fecondarla. Nella stessa specie umana può dubitarsi che vi sia uomo tanto destro e forte da costringere una donna ricalcitrante a subirne la copula. Negli uccelli, la femmina tiene chiuso ed abbassato l’orifizio della cloaca, se non vuole ricevere un maschio. E nei pesci, essa non emette le uova che alla presenza d’un maschio simpatico. Negli insetti l’accoppiamento è impossibile, se la femmina tiene chiusa strettamente l’apertura sessuale; e negli aracnidi la femmina respinge il maschio che non vuole tanto più facilmente perchè in generale è più forte di lui.
[92]
II. «L’olfatto è in molti mammiferi il senso eccitatore per eccellenza degli organi genitali; e rende perfettamente inutile tutto l’apparato estetico di colori e di forme, con cui la natura adorna la maggior parte degli animali maschi. E se il maschio è quasi sempre quello che cerca, che insegue, che conquista; perchè è desso il più ricco di profumi genitali? È la femmina pudica, riservata, nascosta, che avrebbe dovuto mandare sulle ali dei venti al compagno l’aura che eccitasse il compagno e gli additasse la via all’amore. Io ho esportato per due anni di seguito a parecchie generazioni di conigli i due occhi, appena erano slattati, ma l’amore non trovava nei miei ciechi alcun impedimento, perchè non erano privati dell’olfatto. Schiff ha fatto dal canto suo un’altra esperienza, che può servire di riprova e di conferma alla mia. Egli esportò ai cani neonati i nervi olfattori, e fra le altre cose notò che il maschio non sapeva poi cercar la femmina».
Il maschio è ricco di profumi, grati alla femmina, appunto per essere da lei preferito ad altri maschi meno ricchi di profumi o di odore meno grato. In accordo con quest’opinione, noi vediamo apparire i profumi precisamente in quegli animali, nei quali l’olfatto è sviluppatissimo ed ha un certo predominio sugli altri sensi, e particolarmente sulla vista. Noi li troviamo, ad esempio, nei carnivori, nei roditori e nei ruminanti. In questi ed in simili animali mancano infatti i caratteri estetici del colore e della forma, e se il maschio differisce dalla femmina si è, oltrechè nell’odore, nel possesso d’armi. Dove l’olfatto predomina, la femmina poggierà le sue simpatie sull’odore, e la elezione sessuale condurrà allo sviluppo dei profumi nei maschi. Nel coniglio e nel cane i due sessi si somigliano assai, e non differiscono l’uno dall’altro nè per la forma del corpo, nè pei colori, nè pel possesso di qualsiasi ornamento; è quindi naturale che l’odore abbia una parte essenziale nel determinare la simpatia della femmina per un dato maschio.
Del resto la femmina, nei mammiferi, non è sempre priva di profumi. Ognuno sa come la cagna, nell’epoca del calore, mandi un odore che attira i maschi. È probabile che l’odore, in un grado poco intenso, fosse originariamente proprio di ambedue i sessi, e che poi nel maschio siasi perfezionato per effetto dell’elezione sessuale, e nella femmina invece indebolito per la elezione naturale. Imperocchè un forte odore espone l’individuo all’attenzione de’ suoi nemici, se sono forniti di buon olfatto. È vero che l’odore crea dei pericoli anche al maschio; ma esso è più forte della femmina e può più facilmente difendersi dai suoi assalitori.
III. «La bellezza del maschio varia troppo anche in ispecie molto vicine di uccelli, per potere ammettere che essa sia la conseguenza della sola elezione sessuale. Basterebbe citare i fagiani e gli uccelli del paradiso. Ammettiamo pure il senso estetico più squisito negli animali, ma troviamo molto difficile l’ammettere che le forme più svariate, i colori opposti abbiano ad essere il frutto unico di un gusto speciale di parecchie femmine, che nel resto tanto si rassomigliano fra di loro. Mi ripugnerà sempre di credere che la penna del pavone sia creata dalla elezione sessuale della femmina, che la tavolozza iridescente degli uccelli del paradiso sia stata fabbricata dall’elezione sessuale, [93] mentre il maschio che è quasi sempre più intelligente, che ama la femmina e se la conquista come un trofeo di guerra, si accontenta invece nella sua compagna delle tinte più modeste e più volgari».
È vero che i caratteri sessuali secondari variano più degli specifici, ma ciò è in accordo col principio che un carattere è tanto più variabile, quanto più è recente; e i caratteri sessuali secondari sono di certo più recenti degli specifici e dei generici. La ripugnanza che ha il Mantegazza nel ritenere, che la coda del pavone sia l’effetto dell’elezione sessuale, è divisa da molti. Ma eguale ripugnanza si può sentire nel credere che un organo così perfetto, come è l’occhio, sia prodotto dalla elezione naturale; e pure contro quest’ultima idea, per quanto io sappia, il Mantegazza non ha mai protestato. Anche il cedrone ha una coda assai più sviluppata della sua femmina, e questa coda non ha destato la sorpresa di alcuno. Se l’elezione sessuale ha prodotto la coda del cedrone, non è ragionevole negare, che essa abbia potuto fare un passo più oltre, e dar origine alla coda del pavone. Oltre ciò è cosa certa che l’uomo, coll’elezione artificiale, ha creato la coda del piccione pavone in un tempo relativamente breve; per cui l’elezione sessuale, che ha agito assai più lungamente e sopra un numero di individui assai maggiore, può bene aver prodotto la coda del pavone. Non ostante queste considerazioni, il fenomeno, a cui alluse il Mantegazza, resta sempre sorprendente, e non sarebbe impossibile che alla elezione sessuale si fossero aggiunte altre cause per generare quei risultati più maravigliosi che ad essa solamente si attribuiscono.
Quanto alle tinte modeste della femmina, noi vedremo più tardi ch’esse sono l’effetto della elezione naturale.
IV. «La domesticità e parecchie altre condizioni esterne di alimento, di colore, ecc., cambiano troppo presto la veste sessuale; mentre se essa fosse il frutto di lunghi secoli di elezione, dovrebbe rimanere profondamente scolpita nella specie. Non basta forse l’albinismo a far scomparire negli animali di natura più diversa tutte le tavolozze più ricche e più belle? E forse l’albinismo non è che una leggera modificazione istologica degli organi che producono il pigmento. Come ad un tratto sparisce tutto il frutto accumulato di tanti secoli di elezione sessuale?»
Qui giova riflettere che la domesticità cambia non solo la veste sessuale, ma eziandio la veste specifica, poichè tra razza e razza corrono spesso tali differenze, che noi non potremmo non ritenerle di valore specifico, se le trovassimo in organismi allo stato di natura. L’opera del Darwin intorno alla Variazione degli animali e delle piante allo stato domestico, ci fornisce numerosi esempi in appoggio di quest’asserzione. Se l’obbiezione del Mantegazza fosse giusta, dovremmo abbandonare anche l’ipotesi dell’elezione naturale, ed anche quella della creazione indipendente delle specie. L’obbiezione non infirma l’elezione sessuale, ma c’insegna che gli effetti della domesticità possono essere estesissimi.
V. «Nella maggior parte dei pesci non vi è amplesso, e per quanto si sforzi il Darwin di dimostrare che anche senza di esso vi può essere scelta, [94] e che la femmina non partorisce le sue uova che quando si vede vicino un maschio simpatico, pure chiunque ha veduto la fregola tumultuosa e febbrile con cui maschi e femmine si inseguono e schizzano fuori dall’acqua in mezzo al turbamento e al rimescolamento di sessi che avviene, non potrà persuadersi che sia possibile nei pesci una vera e propria elezione sessuale. Eppure anche in essi esistono caratteri sessuali secondari di molta importanza».
Innanzi tutto constatiamo che in alcuni pesci succede l’accoppiamento, e questi pesci non son pochi, poichè sappiamo ch’esso avviene in tutte le specie vivipare, ed inoltre nelle Chimere, nelle Raje e negli Squali. Aggiungasi che nei lofobranchi avviene un accoppiamento sui generis, durante il quale il prodotto degli ovari viene portato in appositi serbatoi (sacco ovigero od altri) del maschio. Aggiungasi ancora che in alcuni pesci, non appartenenti ai gruppi su citati, fu fatta l’osservazione che il maschio e la femmina, nell’epoca della riproduzione, mettono a contatto le loro aperture sessuali, e collo sfregamento, in tale posizione, determinano l’uscita dei prodotti sessuali, e la fecondazione delle uova. In tale caso si ha una fecondazione esterna, preceduta da una specie di accoppiamento.
Si pensi inoltre che molti pesci sono nidificatori, nel quale caso non è ammissibile che un sesso sia affatto indifferente verso l’altro, e che non si compia una elezione. Il numero dei pesci nidificatori cresce di continuo man mano che si studiano gli istinti e le abitudini di questa classe. Fra le specie nostrane, non solamente il ghiozzo (Cottus gobio) e lo spinarello (Gasterosteus aculeatus) costruiscono nidi, ma molte altre specie ancora, come fece vedere il dottor Ninni[189] nel 1872, così il Gobius ophiocephalus, G. parvus, G. Panizzae, G. jozo, ed il dott. Stalio mi dice che anche la menola (Maena vulgaris) fabbrica un nido.
Nondimeno restano ancora molte specie di pesci, in cui non avviene alcun accoppiamento, o che non costruiscono nidi. È certamente su queste specie che il Mantegazza appoggerà i suoi dubbi. Ma sembra che anche in queste specie avvenga una scelta, come ha cercato di dimostrare il Darwin. Io stesso ho osservato che, ad es., il maschio e la femmina della trota abitano, durante l’epoca della riproduzione, costantemente la stessa località, vivono sotto al medesimo sasso od entro una stessa tana, e se per avventura devono abbandonare la loro dimora, lo fanno insieme, nè si allontanano l’uno dall’altra che al termine dell’epoca della frega.
VI. «L’obbiezione più seria di tutte all’elezione sessuale è forse quella che nasce dall’esame degli animali poligami, nei quali i caratteri sessuali secondari sono molto più profondi e caratteristici. Se fra tanti maschi, che combattono per il possesso di un harem, un solo rimane vincitore, le femmine non hanno alcun bisogno che sia il più bello, dacchè non la bellezza ma la forza gli concede i diritti di sultano, e divenutolo, possiede di diritto [95] e di fatto i favori di tutte le femmine che si è saputo conquistare e che conduce al pascolo e al riposo come pastore e come re».
Questa è la migliore obbiezione che si possa fare all’elezione sessuale. Infatti noi conosciamo molti animali poligami, in cui il maschio è assai più bello della femmina. Ma potrebbe darsi che quei caratteri, che ai nostri occhi costituiscono la bellezza, abbiamo in realtà il significato di armi, destinate ad atterrire il nemico. Si osservino due galletti nell’atto di impegnare la battaglia tra di loro; l’uno cerca di incutere terrore all’altro con singolari atteggiamenti, e ciascuno si fa più grande che può, raddrizzando le penne e tutte le appendici cutanee. Io tenni vivo lungamente un barbagianni, e fu sempre per me un grande divertimento il vederlo disporsi all’assalto. Abbassava la testa, e la moveva lentamente a destra e sinistra, lasciava cadere ambedue le ali, e raddrizzava tutte le piume, così che sembrava voluminosissimo. Bastava spesso questo suo atteggiamento, perchè i gatti e cani, che gli erano vicini, fuggissero. Le creste e caruncole, le penne allungate, la coda ampiamente sviluppata, ecc. possono avere il còmpito di ingrandire l’animale, e renderlo temibile a’ suoi nemici; sarebbero quindi armi, anzichè ornamenti, armi però prodotte dall’elezione sessuale, dovendo i maschi poligami, più che altri, combattere coi loro rivali pel possesso delle femmine. Ma rimangono tuttavia inesplicabili i colori brillanti, e di essi parleremo più sotto. Meditando all’obbiezione suddetta, noi ci troviamo indotti ad attribuire ad alcuni caratteri della bellezza un significato diverso da quello che loro diede il Darwin; ma perciò non è invalidato il principio dell’elezione sessuale.
Il Mantegazza, dopo aver respinta l’ipotesi della elezione sessuale, cerca di spiegare in altro modo la presenza dei caratteri sessuali secondari. E dice: «A me pare invece più facile lo spiegare la differenza sessuale colla natura speciale della secrezione spermatica, che una volta comparsa alla pubertà, imbevendo per riassorbimento tutti i tessuti, ne modifica profondamente la nutrizione, facendo apparire nuove forme, nuovi colori, nuovi caratteri anatomici e fisiologici... Se nelle formiche e nelle api e in tanti altri insetti un diverso alimento basta a cambiare il sesso ad una larva; se un salice americano (Salix humilis) punto dagli umori di dieci diversi insetti dà origine a dieci galle di natura diversa, come un umore così potente, qual è il seme, non dovrà modificare la nutrizione dei tessuti che ne ricevono l’influenza, come in taluni casi non dovrà anche la secrezione dell’ovario modificare l’organismo femmineo, in modo da fornirlo di caratteri sessuali secondari?»
Io non posso qui che ripetere quanto ho detto altra volta[190]. Queste sono idee ardite, ma quali fatti le appoggiano? La parte caratteristica dello sperma sono i corpuscoli spermatici; è possibile il loro riassorbimento, prima che sieno comunque degenerati ed abbiano quindi perduto i loro caratteri anatomici e fisiologici? Nelle formiche e nelle api, è detto, basta un diverso alimento per cambiare il sesso ad una larva; perchè il seme non deve bastare a modificare [96] la nutrizione dei tessuti? Ma la premessa è errata; il nutrimento basta, è vero, a trasformare un operaia, tra le api, in regina; ma l’una e l’altra sono femmine. Nessuno ha mai osservato che un diverso nutrimento cambii un fuco in operaia o regina, o viceversa.
Tra i caratteri sessuali secondari furono citati anche quelli che servono al maschio per tenere stretta la femmina durante l’accoppiamento. Il prof. Jäger[191] attribuisce loro un significato nuovo, e li chiama apparati di violenza (Nothzucht-apparate). «In certi animali, esso dice, la femmina non mostra alcun desiderio di accoppiarsi, nè dà al maschio delle lusinghe, così nei rospi, nelle rane ed in molti insetti. In tali casi il maschio deve attendere finchè piaccia alla femmina, ciò che può durare lungamente. In altri animali la femmina rifugge perfino dalla copula, così che il maschio è costretto ad usare la forza, come si può vedere agevolmente nelle anitre domestiche. In questi due casi occorrono degli apparati che servano ad abbracciare e tenere la femmina fino al momento opportuno. Noi possiamo dare a questi caratteri sessuali il nome di apparati di violenza».
Questa opinione del prof. Jäger non mi sembra accettabile. Egli cita i rospi, le rane e le anitre domestiche, ma in questi animali non esistono i così detti apparati di violenza, mentre, secondo le idee del Prof. Jäger, vi dovrebbero essere sviluppatissimi. Di più, vi sono delle specie animali, in cui si è la femmina, e non il maschio, che porta quegli apparati, ad esempio nel genere Lithobius; e difficilmente si vorrà ammettere che in tali specie la femmina costringa violentemente il maschio alla copula. Oltre ciò, se in una specie la femmina rifuggisse dalla copula, questa copula non potrebbe avvenire, e la specie si estinguerebbe. Gli apparati suaccennati hanno probabilmente un altro significato. Non in tutte le specie la erezione della verga e la eiaculazione dello sperma si compiono con eguale prontezza: in alcune sembrano effettuarsi dopo un lungo abbraccio. Per tenere uniti i due sessi durante questo tempo gli apparati su menzionati tornano utilissimi, massime in quelle specie che si accoppiano al volo. Negli acari (Analgesidi, Tiroglifidi, ecc.) i due sessi restano avvicinati per parecchi giorni ed aderiscono l’uno all’altro con tanta forza che si può prenderli sulla punta di un bisturì, collocarli sotto il coprioggetti ed esaminarli al microscopio, oppure gettarli nell’alcool, senza che si stacchino. Quest’adesione è dovuta alla presenza di ventose copulatrici nel maschio e sovente anche al possesso di zampe all’uopo adattate.
Colori brillanti. — Nel classificare i caratteri sessuali secondari, noi, seguendo il Darwin, ne abbiamo distinto un gruppo comprendente quelle qualità che servono di ornamento e rendono i maschi belli agli occhi delle rispettive [97] femmine. In questo gruppo abbiamo posto i colori brillanti. Ma tale opinione del Darwin incontra grandi difficoltà, perchè a certi animali, e specialmente agli uccelli, dovrebbesi attribuire un elevato senso estetico, e perchè dei colori brillanti si rinvengono spesso, come sopra fu detto, nei maschi poligami. Sembra che in questo dettaglio il Darwin sia caduto in errore, od almeno in esagerazione. Il prof. Jäger[192] fa osservare con ragione, che la femmina presceglie tutte quelle qualità del maschio che sono atte ad eccitare i di lei sensi, e tra queste qualità devonsi comprendere i colori brillanti. Negli uccelli infatti, dove questi colori sono frequenti, l’occhio è altamente sviluppato, e la vista è di continuo esercitata colla ricerca del nutrimento. «Ognuno sa, dice Jäger, quanto gli uccelli diurni sieno eccitati dalla luce, come accolgano con allegria ogni raggio di sole e diventino più vivaci, mentre sono mesti nei giorni torbidi. Quindi si comprende perchè in essi si siano così spesso prodotti dei colori lucenti». È anche noto che alcuni uccelli, al pari delle farfalle, corrono contro la luce, così le allodole sono attirate dalla luce riflessa da uno specchio. Questo modo di vedere accontenta quelli che non vogliono attribuire agli uccelli un elevato senso estetico; ma sussiste sempre l’obbiezione dei maschi poligami tra gli uccelli.
Quest’ultima obbiezione è in parte attutita dal considerare gli effetti della elezione naturale limitata alle femmine. Egli è probabile che queste debbano, almeno in parte, i loro colori smorti alla protezione che ne scaturisce. Per la riproduzione della specie la femmina ha una parte importante anche quando il maschio ha compiuto l’obbligo suo, perchè essa deve deporre e covare le uova, e nutrire e difendere i pulcini. Quindi le femmine che covano allo scoperto sono dotate dall’elezione naturale di colori poco vivi, e che per conseguenza non attirano l’attenzione dei nemici. Invero noi vediamo che la massima differenza sessuale di colore esiste nelle specie che fanno il loro nido allo scoperto; mentre in quelle specie, che fabbricano il loro nido entro cavità, ambedue i sessi sono vivamente colorati. Esempi per quest’ultima asserzione ci forniscono le alcedini, le cingallegre, i pappagalli, i piccioni, ecc. D’altra parte i maschi che hanno colori vivi, attirando l’attenzione dei nemici e sacrificandosi per la femmina e pei pulcini, riescono utili alla specie, e tale loro carattere potrebbe dirsi patriottico. «La semplice osservazione c’insegna dice Jäger, che in tutti i gallinacei il maschio si espone alla vista del nemico, per attirare l’attenzione a sè e deviarla dalla sua progenie»[193]. Si potrebbe ritenere che tale sacrifizio dei maschi, continuato per lungo tempo, dovesse condurre ad una eccessiva riduzione degli individui di questo sesso; ma questo timore non è ben fondato, perchè la femmina è esposta, in conseguenza del suo sesso e del suo còmpito, ad un maggior numero di cause di distruzione che non il maschio. D’altra parte il fatto, che i gallinacei sono poligami, dimostra che una leggera riduzione nei maschi è realmente avvenuta.
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Ma forse nemmeno queste considerazioni sono sufficienti a spiegare le differenze sessuali secondarie dei gallinacei, o, per meglio dire, a spiegare la bellezza dei maschi in confronto delle femmine. Probabilmente v’ha in questa famiglia una originaria attitudine a produrre colori brillanti, ereditata da un antico progenitore, in cui apparve come un semplice carattere morfologico. Da questa tendenza, favorita nei maschi dall’elezione sessuale e naturale, contrariata nelle femmine dall’elezione naturale, potè scaturire il risultato complesso che noi oggi osserviamo in natura.
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Lo studio delle forme domestiche agevola quello delle selvaggie. — Mammiferi domestici: cane, gatto, cavallo, asino, porco, bue, montone, coniglio. — Uccelli domestici: piccione, gallo, anitra, oca, pavone, tacchino, gallina faraona, canarino. — Pesce dorato. — Insetti: ape, bombice del gelso. — Piante coltivate. — Effetti della domesticità.
Nelle pagine che precedono abbiamo fatto più volte allusione agli animali domestici, nè si poteva fare a meno, perchè si fu lo studio di questi animali e delle piante coltivate che appianò la via alla scoperta della elezione naturale. Il Darwin ha trattato a fondo quest’argomento nella sua opera: Variazione degli animali e delle piante allo stato domestico[194]; noi ci limiteremo a svolgere i punti essenziali di questo soggetto.
Alcuni autori hanno obbiettato che i risultati ottenuti coll’osservazione degli animali domestici e delle piante coltivate non possono esserci una sicura guida nelle nostre ricerche intorno agli organismi allo stato naturale. Ed appoggiano tale asserzione, dicendo, che le variazioni, le quali appariscono nelle produzioni domestiche, sono ben diverse da quelle che si manifestano negli organismi che trovansi allo stato naturale; che diversi sono inoltre i prodotti, sussistendo una essenziale differenza fra le razze artificiali e le specie ed i generi: che diverso infine è il processo che conduce a quei prodotti, agendo sugli animali domestici e sulle piante coltivate la elezione artificiale, mentre la elezione naturale nulla avrebbe con questa di comune all’infuori del termine che sarebbe scelto male a proposito. Ma il professore Jäger[195] ha svolto le ragioni, per le quali nello studio delle forme selvaggie noi possiamo trarre profitto dei risultati ottenuti colla osservazione delle forme domestiche. E sono le seguenti:
1º Le produzioni domestiche c’insegnano, che gli organismi in generale sono variabili, e che la loro struttura non è così immutabile come può sembrare all’osservatore superficiale delle sole forme selvaggie.
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2º Siccome le produzioni domestiche discendono da forme selvaggie, possiamo inferire che gli animali e le piante allo stato di natura possono subire dei cambiamenti nel corso delle generazioni.
3º Lo stato domestico c’insegna che le variazioni non raggiungono il loro apice repentemente, ma aumentano di generazione in generazione, in perfetto accordo colla paleontologia, la quale ci dice che le forme organiche si svilupparono gradatamente nel corso dei tempi.
4º Lo stato domestico accenna alle cause che producono le variazioni, e sono l’uso ed il non-uso degli organi, il cambiamento di cibo, le condizioni di temperatura e di umidità, gl’incrociamenti, e probabilmente molte altre che ancora non conosciamo.
5º Lo stato domestico ci fa conoscere la forza dell’elezione artificiale; così che, se potesse provarsi che in natura avvenga pure un’elezione, i di lei effetti dovrebbero essere tanto superiori a quelli della artificiale, quanto le opere della natura superano quelle dell’uomo.
Il prof. Grassi[196], seguendo le orme del Nägeli, ha fatto recentemente delle obbiezioni a questo modo di vedere. Egli dice: «Le variazioni naturali non possono paragonarsi alle razze degli animali e dei vegetali prodotte dagli allevatori di bestiame, o di piccioni, o dai giardinieri. La selezione artificiale è qualcosa di enormemente differente dalla selezione naturale, e ciò sopratutto perchè la selezione artificiale agisce incrociando tra loro soltanto quegli individui che presentano le variazioni che si vogliono conservare, ciò che invece non può fare la selezione naturale. Botanica e Zoologia insegnano, che in natura sopra un dato terreno spesse volte convivono varietà più o meno prossime e che ivi mancano quasi sempre le forme intermedie; è vero che qualche rara volta si trovano queste forme intermedie, esse sono però quasi sempre limitate a pochi esemplari, e ben studiando si trova che non durano mai per molte generazioni. Ciò prova che in natura le varietà s’incrociano tra loro molto difficilmente e non ricevono sangue estraneo in modo efficace, non s’incrociano quindi nonostante che ne venga loro offerta l’opportunità. Invece le razze, ossia le varietà artificiali, scompaiono se si lascia loro opportunità d’incrociarsi».
E prosegue: «Le razze produconsi e alternansi relativamente con grande facilità; invece le varietà naturali produconsi e alternansi con estrema lentezza. La razza non è niente di nuovo: essa è semplicemente la combinazione di proprietà già esistenti con proprietà latenti. La razza deriva o da incrociamento o da artificiale perpetuamento d’un alterazione. A differenza delle razze, le varietà naturali sono qualcosa di nuovo, esprimono una progressione, non derivano nè da incrociamento, nè da alterazioni perpetuate. Perciò le prove che il Darwin deduce dalle variazioni sotto la domesticazione non sono concludenti».
L’elezione artificiale è invero qualche cosa di diverso dalla naturale, come [101] giustamente rilevano il Nägeli ed il Grassi; ritengo però che questi autori ne esagerino la differenza. Anche l’elezione naturale incrocia gli individui che vuole conservare, ciò che ottiene col lasciar perire gli individui meno adatti all’ambiente; e d’altra parte anche allo stato domestico si conservano raramente le forme intermedie pel semplice fatto che gli allevatori di animali ed i coltivatori di piante amano gli estremi. Quanto alla novità che gli autori predetti attribuiscono alle specie e negano alla razza, credo di dover dissentire dalla loro opinione. La specie è soltanto una forma più stabile della razza, perchè prodottasi nel corso dei secoli e per opera dell’elezione naturale; mentre la razza è recente, sorse pel concorso dell’uomo e può essere paragonata alle specie incipienti. Nei riguardi della novità, sarei inclinato a chiamare piuttosto la razza qualche cosa di nuovo di fronte alla specie, perchè i caratteri della prima sono più recenti ed apparvero in tempo più breve che quelli della seconda, senza dire, che i primi sembrano talvolta perfino strani e bizzarri, ad esempio nei piccioni o nei fiori o nelle foglie, quando all’uomo piacque di produrre forme o colori insoliti. Gli autori asseriscono, che le razze derivano da alterazioni perpetuate, e le specie mai; ma se essi intendono le alterazioni patologiche, non tutte, anzi pochissime razze, derivano da esse, e se intendono di alludere alle alterazioni fisiologiche, non saprei separare nettamente queste dalle variazioni, le quali appariscono tanto allo stato di domesticità come a quello di natura. Che l’incrocio abbia una grandissima parte nella produzione delle razze, non può revocarsi in dubbio; ma non possiamo negargli una notevole influenza sulle forme naturali, se pensiamo ai molti apparecchi esistenti nei regni vegetale ed animale per far sì che possa compiersi fra individui distinti di una stessa o di diverse varietà (dicogamia, eterostilia, struttura delle Orchidee, ecc.).
Noi passeremo ora in rivista le principali produzioni domestiche, col proposito di far conoscere quelle loro qualità, che mettono in evidenza gli effetti della elezione artificiale.
Cane. — Il cane è forse l’animale domestico più antico; i suoi avanzi furono trovati nei Kjoekkenmoeddings (depositi di conchiglie) della Danimarca e nelle terramare dell’Emilia, e 5000 anni or sono ne esistevano già parecchie razze domestiche. Attualmente si hanno molte razze canine. Fra esse, il dingo della Nuova Olanda è semiselvaggio, porta poca affezione al padrone e provvede spesso da sè al suo mantenimento. In conformità il muso è allungato, l’orecchio breve, l’occhio piccolo ed obliquo, la coda pelosa e pendente.
Alcuni cani servono per la caccia. Così il bracco (Canis avicularius) a naso frequentemente fesso, a orecchie lunghe e pendenti, ed a mantello generalmente bianco con macchie di color marrone, o tutto grigio o nero; esso apposta il lepre ed i volatili. Il segugio (C. sagax) invece insegue il lepre e la volpe; le sue orecchie sono grandi e pendenti, la coda è lunga e [102] scarsamente pelosa. I segugi sono generalmente miopi. Tanto di bracchi, come di segugi, si contano molte sottorazze. Alla caccia del lepre serve anche il veltro (C. grajus), di corpo assai snello, di muso lungo ed appuntato, con gambe lunghe e sottili; il suo odorato è piuttosto ottuso, ma tanto più acuta è la vista. Una sottorazza del medesimo è il cane italiano, che fu ammaestrato alla caccia dei conigli, ma che per la sua statura delicata si presta meglio come cane di lusso; in Italia è frequente, sopratutto nell’armata. Il bassotto (C. vertagus) di piccola statura, a gambe storte, capo ed orecchie grandi e fornito di robusti piedi con unghie acute, si presta bene alla caccia del tasso.
Fra i cani da guardia citiamo il mastino (C. laniarius), noto per la sua forza e fedeltà. La sua statura è alta, la coda lunga e poco pelosa, il muso lungo, l’orecchio breve. Di corporatura robusta sono gli alani (C. molossus), a muso breve e come schiacciato, mandibola prominente, labbra talvolta pendenti ed a fronte saliente; essi sono pericolosi talvolta al loro stesso padrone. Questa razza ha tutta l’apparenza di essere mostruosa. Il così detto carlino (C. fricator) è una brutta varietà di alano. Alla guardia delle mandre serve il cane da pastore (C. pecuarius), a muso acuto, di orecchie acute ed erette, a pelo lungo ed arricciato. Una guardia assai vigile, quantunque debole, è il pòmero (C. pomeranus) che ha le orecchie diritte e puntute, il muso acuto, il pelo lungo, ma non increspato.
Alcune razze hanno tra le dita una membrana bene sviluppata, per cui nuotano meglio delle altre; e sono quindi assai ricercate per scopi diversi. Così il cane di Terra Nuova (C. aquatilis) è un fedele compagno dei marinai; la sua statura è grande, la corporatura robusta, la coda lunga ed assai pelosa, l’indole buona, però, a giudicare da un bellissimo individuo che io possiedo, il suo olfatto è poco acuto.
Parecchie razze sono semplicemente di lusso, quantunque servano anche da guardia o ad altro scopo. Il cane africano (C. africanus) è nudo e di forme snelle. Si fanno rimarcare per pelo lungo e sericeo gli spagnuoli (C. extrarius); per pelo lungo, lanoso ed arricciato il barbone (C. genuinus), che ha odorato finissimo, l’occhio miope, e grande intelligenza, per cui apprende facilmente ciò che gli viene insegnato. Cani piccolissimi sono il cagnolino di Malta (C. melitaeus), a muso breve e pelo lungo ed arricciato; il leonino, con pelo molto lungo sul davanti. Piccoli e vivaci sono i pinci (C. gryphus), riconoscibili pel pelo lungo e cadente sulla fronte in modo da nascondere gli occhi. Oltre questi ultimi, se ne hanno molti altri cani piccolissimi, amati sopratutto dalle signore, e che altro non sono che forme patologiche, rachitiche, oggetti che devono la loro esistenza ad uno strano capriccio. Fa pena il vedere delle persone intelligenti nutrire lautamente dei cagnolini, baciarli, farsi leccare, ecc.; mentre quelle stesse persone rifiutano un tozzo di pane ad una creatura umana che ne ha bisogno e manifestano in altre faccende una schifiltà che non sempre può essere giustificata.
I cani servono non solo alla caccia, alla guardia e come animali di lusso, ma sono impiegati anche per altri scopi. Prova ne è, tra altri, il cane degli [103] Eschimesi (C. sibiricus), di grande statura e di pelo lungo, che nell’estremo nord serve a tirare le slitte.
Le diverse razze canine diversificano assai tra di loro non solo nei caratteri esterni di statura, mantello e simili, ma anche nei caratteri offerti dallo scheletro, dalla dentiera e da altri organi interni. Per questa ragione, e perchè i cani domestici di un distretto somigliano assai spesso a qualche specie selvaggia di cani dello stesso distretto, è sommamente probabile, che le diverse razze domestiche canine discendano da parecchie specie selvaggie. Quali queste sieno, è difficile a dirsi; tuttavia possiamo stabilire con qualche probabilità, che i lupi, lo sciacallo, la volpe e poche altre specie viventi od estinte abbiano dato origine alle razze attuali: ma sarebbe un errore il supporre che non vi sia per giunta un grande intervento di variazioni[197].
Gatto. — È molto antico come animale domestico, però meno del cane. Esso è menzionato in un documento sanscrito di 2000 anni fa; la sua esistenza in Egitto allo stato domestico risale ad un’antichità anche più remota. Esistono parecchie razze di gatti domestici. La più singolare è l’angorese (Catus angorensis), di grande statura, con pelo lungo e sericeo, specialmente fitto al collo, al ventre e sulla coda; colle piante dei piedi e colle labbra assai grosse. Il gatto dell’isola di Man è quasi privo di coda, la quale è rappresentata da un semplice rudimento; inoltre il medesimo ha gli arti posteriori più lunghi ed il capo più grande del gatto comune. Il gatto dell’Arcipelago Malese ha la coda breve, che misura in lunghezza solo la metà di quella del gatto comune. Una razza cinese ha le orecchie pendenti. Una razza del Capo porta sul dorso una fascia longitudinale. In generale si può ammettere, che ciascuna regione non ha che una razza di gatto, la quale può incrociarsi con una o più specie selvaggie del genere. Così nella Scozia e nell’Ungheria il gatto domestico si accoppia colla specie selvatica Felis sylvestris, nell’Algeria colla Felis lybica, nell’Africa meridionale colla F. caffra, nell’India colla F. chaus e F. armata. Questa scarsità di razze diverse in una medesima regione devesi attribuire all’impotenza dell’uomo di esercitare una elezione sopra un animale a vita libera e notturna come è il gatto. Delle variazioni si manifestano anche nel gatto, prova ne sia che si osservarono degli individui privi di denti, altri con canini straordinariamente sviluppati, altri con piedi a sei dita, altri ancora con un ciuffo di peli alle orecchie, ecc.; ma gl’incrociamenti, che l’uomo non riesce ad impedire, fanno tosto scomparire tali variazioni.
Cavallo. — Esso venne addomesticato nella più remota antichità. Avanzi di questo animale domestico furono trovati nelle palafitte della Svizzera, che si riferiscono alla fine dell’epoca litica; più recenti sono gli avanzi scoperti nelle terramare dell’epoca del bronzo nell’Emilia.
Le razze cavalline sono straordinariamente numerose. I cavalli arabi si [104] riconoscono ai seguenti caratteri: taglia mediocre; pelle sottile e morbida con pelo corto e fino; crini rari e finissimi; mantello per lo più grigio-pomellato o sauro; forme secche e ben marcate, fronte spaziosa, narici ampie, occhi grandi, collo agile e leggermente arcato, garrese eminente, torace profondo, ventre smilzo, groppa orizzontale, gambe lunghe e secche con muscoli e tendini ben rilevati ed espressi e senza fiocco alla nocca, piede piccolo con unghia liscia e dura; coda attaccata alta e disposta a tromba. Devono aver larghi la fronte, il petto, le ànche, le articolazioni; lunghi il collo, il ventre, i femori, gli avambracci; corti le orecchie, le reni, il pene e la coda. Abd-el-Kader disse: il cavallo arabo, se mangia orzo quanto vuole, può fare quanto da lui desidera il suo cavaliere. I cavalli barberi, che abitano la Barberia, hanno collo lungo, sottile e poco crinito; testa piccola e leggiadra, sovente montonina; spalle piane, coste ben arcate, groppa un po’ lunga, gambe asciutte e tendinose, zoccolo duro e ben conformato. I cavalli persiani sono, dopo gli arabi, i migliori dell’Oriente. Sono di taglia mediocre, hanno testa leggiera, bella groppa, gambe sottili, particolarmente agli stinchi, tendini forti e bene staccati; sono docili, sobrii, robusti. Il cavallo tartaro è una derivazione dell’arabo, è di piccola taglia, e di una resistenza tale da superare sotto questo rispetto tutti i cavalli del mondo: esso è capace di camminare due o tre giorni di seguito, contentandosi di bere ogni 24 ore, e di passarne altrettante con poche boccate di paglia. Il cavallo turco deriva da incrociamenti di cavalli arabi, persiani e tartari, e come questi è sobrio e laborioso. La sua testa ha forme svelte, fronte spaziosa, narici ampie, ganascie quadre; l’incollatura però è magra e sottile, il corpo alquanto lungo ed i reni troppo alti.
Le razze più perfezionate in Europa sono le inglesi, di cui se ne distinguono cinque varietà principali, cioè: i cavalli da corsa, di puro sangue, in cui spiccano la forza e la leggerezza; quelli da caccia, di mezzo sangue, pregevoli per robustezza ed armonia di forme; una terza varietà, robusta e bella, che è destinata per lo più alla carrozza; una quarta di alta taglia, con grande sviluppo dei sistemi osseo e muscolare, che serve al tiro dei carri e dei grandi pesi; infine una quinta, che è la più comune e meno perfezionata. Fra queste varietà, il cavallo da corsa proviene da una miscela di sangue arabo, turco e barbero, ed ha superate le razze da cui trasse origine. Il cavallo King Herod guadagnò dei premi del valore di 261,505 lire sterline, e generò 497 vincitori; Eclipse ne produsse 334.
Il cavallo irlandese è più piccolo dell’inglese, ha corpo corto e grosso, la testa piuttosto pesante, le gambe un po’ lunghe ma forti, le ànche acute ma gagliarde, il petto ampio; offre molta sicurezza sopra un terreno disuguale.
Le razze francesi da corsa furono di recente assai migliorate. Dalle belle cavalle da carrozza di Normandia s’è fatta, mediante stalloni inglesi di puro sangue, una magnifica razza anglo-normanna, da cui nacque quel celebre Gladiateur che nel 1865 vinse i più famosi corsieri inglesi. Nacque in Francia nel 1862; la sua statura è di metri 1,62; mantello baio-ciliegia, con una stella in fronte. Nel 1865 vinse 2000 ghinee nella prima corsa, poscia il 31 maggio ad Empson il premio Derby, e pochi giorni dopo il gran premio di Parigi: [105] in tutto 441,725 lire italiane. Nel 1872 fu venduto per la monta per 11,000 lire sterline, ossia 286,000 lire italiane. Nella razza scura normanna, come nella limousine, si allevano superbi cavalli da carrozza. Per l’agricoltura si prestano bene i cavalli percherons. Quelli del Boulonnais sono vigorosi, docili, ma troppo massicci; quelli delle Ardennes sono di temperamento rustico, adatti per la grossa artiglieria.
Fra i cavalli della Germania i mecklemburghesi sono i più belli; nessuna altra razza offre per la carrozza maggiore nobiltà e maestà di portamento. Ottimi sono i cavalli della Polonia; sono piccoli, robusti ed agili, hanno testa piccola, fronte diritta, labbra alquanto grosse, guancie larghe, collo corto e diritto. I cavalli russi sono noti per la loro grande abilità al trotto. I cavalli ungheresi sono piccoli, veloci e robusti, e molto adatti per la cavalleria leggera. Fra i cavalli della Spagna primeggia la razza dell’Andalusia.
Fra i cavalli italiani, i sardi sono sobrii e vivaci e di taglia assai piccola; i napoletani hanno la testa ben quadrata, l’incollatura alquanto grossa, e la forma del corpo che partecipa insieme dell’araba e della spagnuola; i cavalli romani sono più alti e più maestosi dei napoletani, dei quali però non hanno il brio e l’eleganza. I cavalli padovani e friulani sono di un pregio non ordinario; alta è la loro taglia, l’incollatura ben conformata, la testa alquanto grave e montonina; ma i difetti principali che in essi si riscontrano sono la piccolezza degli occhi e la strettezza del petto, specialmente al costato; il mantello di questi cavalli è più comunemente morello[198]. Nell’allevamento dei cavalli il nostro Paese lascia pur troppo ancora molto a desiderare, nonostante gli sforzi lodevolissimi che fanno il governo e molte provincie per migliorarne le condizioni. Chi passa in rassegna un picchetto di cavalleria, ne rimane il più delle volte sconfortato.
Come fu detto nel capitolo III, a proposito dei fenomeni di atavismo, si hanno delle ragioni per credere, che tutte le razze cavalline discendano da una unica specie selvaggia a mantello isabellino e più o meno rigato. A tale conclusione conduce principalmente il fatto, che in tutte le parti del mondo le razze cavalline, sieno pure diverse tra di loro quanto si voglia, assumono talora il mantello isabellino, ed in questo caso presentano assai di frequente tre sorta di fascie, cioè una fascia scapolare talvolta doppia o tripla, una fascia spinale e delle fascie agli arti. Ciò ammesso, è credibile che il clima, il nutrimento, la qualità del suolo ed altre condizioni esterne, abbiano contribuito a produrre il grande numero delle razze attuali; ma è poi certo, che il principale agente della diversità delle razze cavalline è stata l’elezione lungamente continuata di quelle proprietà che sono utili all’uomo.
Asino. — L’asino era già addomesticato all’epoca del bronzo, poichè troviamo i suoi avanzi nelle terramare e palafitte di quell’epoca. Mentre l’asino dell’Europa settentrionale e centrale è un animale pigro e testardo, quelli dell’Europa [106] meridionale, e più ancora dell’Egitto, sono vivaci, forti e laboriosi. Ancora più belle sono le razze dell’Arabia, dove se ne hanno due varietà. Una di esse è grande, robusta e per la sua celerità impiegata nei viaggi; l’altra, più piccola e più debole, serve da soma. Nella Siria esistono quattro razze asinine, cioè una leggera e graziosa, impiegata dalle signore pel di lei andamento piacevole; una razza araba che si adopera solo come cavalcatura; una più robusta, con cui si ara e si fanno altri lavori; infine una grande razza di Damasco con corpo ed orecchie di notevole lunghezza. Le forme italiane sono essenzialmente due, di cui l’una è più gentile, l’altra più rustica. La più bella razza italiana è forse quella dell’isola di Pantelleria; eccone i caratteri[199]: Altezza fino a metri 1,50; testa piccola; fronte piana e larga; occhi grandi e neri; orecchie proporzionalmente corte ed affilate; collo lungo, muscoloso; dorso quasi diritto; petto largo; zampe nerborute ed asciutte; piedi con alto zoccolo; coda con pochi crini; pelo irto ma lucido. Quantunque questi animali trottino con celerità e diano ottimo servizio da sella, eccettuate le persone agiate, tutti li trattano duramente, malamente li nutrono, e barbaramente li aggravano con lavori e fatiche eccedenti le loro forze. Siccome il nome di asino s’ebbe significato di ignobile e di stupido, non è meraviglia se la gente ignorante ne fa mal governo. I somarelli dell’isola di Sardegna sono graziosi, ed utili nel loro impiego per la macinazione, ma così piccoli che il Gemelli[200] dice, che nel Campidano ed in Iglesias li tenevano sotto il letto.
L’asino non produsse razze numerose e ben distinte. La ragione probabile ne è questa, che esso si trova principalmente nelle mani di persone povere, che non possono tenerlo in grande numero, nè curarsi molto della scelta degli individui destinati alla riproduzione. La piccola statura dell’asino in Inghilterra e nell’Europa settentrionale è da attribuirsi piuttosto alla mancanza di cura nell’elezione che al clima freddo; prova ne sia che anche nella India occidentale, dove le classi basse lo impiegano come bestia da soma, la statura di questo animale raggiunge appena quella di un cane di Terra Nuova.
L’asino domestico discende dall’Asinus taeniopus dell’Abissinia; questo è di colore grigio, con fascia spinale, croce scapolare, e righe trasversali sulla scapola e sugli arti. Le righe agli arti, specialmente agli anteriori, che offrono spesso gli asini, sono un esempio di riversione ai caratteri del progenitore. Anche la ripugnanza che ha l’asino di attraversare le acque, ancorchè sieno piccoli ruscelli, e di voltolarsi nella polvere, gli furono trasmessi dal progenitore che vive in luoghi aridi e deserti.
Il mantello dell’asino va soggetto a variazioni. La fascia della spalla, tanto caratteristica della specie, varia in lunghezza, larghezza e modo di terminazione. Il Darwin ha udito parlare di tre asini bianchi, non albini, che non possedevano traccia nè di fascia scapolare, nè di fascia spinale. Il medesimo [107] ha visto nove altri asini privi di fascie scapolari ed alcuni anche privi di fascia spinale; tre di questi nove erano grigi chiari, uno grigio scuro, un altro grigio volgente al rovano, gli altri erano bruni. La riga della spalla è talvolta biforcata; il Blyth ha visto fino tre o quattro righe parallele alla spalla.
Porco. — Esso trovasi da lungo tempo allo stato domestico. Durante la epoca neolitica ne esistevano in Svizzera due razze corrispondenti al Sus scrofa ed al S. indicus. Quest’ultimo era addomesticato in Cina in un’epoca che dalla presente rimonta a 4900 anni.
Le numerose razze del porco discendono da due specie diverse, e cioè dal cignale (Sus scrofa) e dal Sus indicus. Le razze del primo gruppo hanno le ossa lagrimali più lunghe che alte, e le file dei molari parallele; quelle del secondo gruppo hanno le osse lagrimali più alte che lunghe, e le file dei molari divergenti in avanti. Le razze discese dal Sus scrofa esistono in varie parti dell’Europa centrale e settentrionale, attualmente tendono a scomparire ovunque e ad essere sostituite dalle razze del Sus indicus. A queste ultime appartengono le razze domestiche della Cina, della Cocincina, del Siam, le romane e napoletane, quelle dell’Andalusia, le ungaresi, i porchi arricciati che abitano il sud-est dell’Europa e la Turchia, ed i così detti Bündtner-Schweine. Il progenitore delle razze del primo gruppo vive ancora in Europa, nell’Africa settentrionale e nell’Indostan. Lo stipite delle razze del secondo gruppo è estinto, e pare che si estendesse dall’Europa fino in Cina.
La domesticità ha modificato grandemente i discendenti delle suddette due specie, e siccome i maiali sono tenuti dall’uomo coll’unico scopo di avere la maggiore possibile quantità di carne e di grasso, così vi fu convergenza nei caratteri. In generale si è osservato che la domesticità ebbe per effetto, nel porco, di accorciare e di allargare il cranio, di rendere concava la fronte, di ridurre la lunghezza delle setole e delle zanne, di allungare il tubo digerente, di risolvere i denti molari in molti tubercoli e di aumentare la secrezione del grasso. Tra le ossa delle terramare si distinguono ancora oggi, dopo molte migliaia di anni, quelle del maiale domestico da quelle del cignale selvaggio al semplice tatto, le prime essendo untuose, le seconde asciutte.
Si sono osservate nel porco alcune razze semimostruose; tali sono quelle ad una sola unghia nei piedi, e quelle munite di due appendici carnose che discendono dai due angoli della mascella inferiore[201].
Si potrebbe credere che in questi animali la elezione o scelta dell’uomo non possa approdare a grandi risultati, perchè gli individui grassi non sono adoperati come riproduttori, ed i riproduttori non vengono ingrassati e quindi non hanno dato prova della loro attitudine alla pinguedine. Ma così non è. Prescegliendo i riproduttori tra quelle razze, sottorazze o varietà, che diedero prova di possedere quell’attitudine in grado più elevato di altre, si può giungere, e si giunge realmente, a produrre delle forme eminentemente atte all’ingrasso.
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Bue. — Anche il bue è antichissimo come animale domestico; così nelle terramare dell’epoca del bronzo si trovano già gli avanzi di tre razze, e cioè del Bos agilis, B. validus, B. elatior[202]. Le razze odierne sono numerosissime; così il prof. Low conta 19 razze inglesi, e Desmarest descrive 15 razze francesi, omettendo le sottovarietà e quelle importate da altri paesi. Anche in Italia ne abbiamo molte, come rilevasi dalle osservazioni del Berti Pichat[203]. Alcune sono eminentemente atte a produrre carne, altre sono da latte, altre ancora da lavoro, e ve ne hanno di quelle che possiedono più attitudini; a questi risultati si giunse evidentemente colla elezione artificiale. Una razza americana, chiamata niatas, è mostruosa, come lo è l’alano tra i cani. Ha la fronte corta e larga, e l’estremità nasale del cranio, come il piano intero dei molari superiori, ricurva all’insù. La mandibola si prolunga al di là della mascella superiore, e mostra la stessa curvatura.
Parecchie specie del genere Bos hanno dato origine alle razze domestiche. Il B. primigenius fu rinvenuto allo stato fossile negli strati diluviali di tutta Europa, e viveva ancora ai tempi di Cesare (Urus) in Germania ed in Inghilterra; al presente trovasi semiselvaggio nel parco di Chillingam. Questa specie venne addomesticata durante l’epoca neolitica; da essa discendono alcune grandi razze attuali dell’Oldemburgo, del Frisland, dell’Olanda e dell’Inghilterra. Il B. brachyceros era più piccolo, avea corpo corto e gambe sottili. Lo si rinviene fossile negli strati diluviali della Svezia e dell’Inghilterra, era già domestico durante l’epoca neolitica nella Svizzera, e diede origine ad alcune razze svizzere (Braunvieh) ed inglesi. Il B. frontosus, che, come il precedente, trovasi fossile in Svizzera ed in Inghilterra, è il progenitore di alcune razze della Norvegia e forse anche della Scozia. Alcune razze inoltre provengono dal gaial (B. frontalis) dell’India orientale; altre, con gobba adiposa sul dorso, dallo zebù (B. indicus). La grande varietà delle razze bovine è poi principalmente dovuta all’elezione esercitata dall’uomo durante un tempo lunghissimo.
Montone. — La pecora è domestica da lungo tempo; i suoi avanzi si rinvennero nelle palafitte della Svizzera e nelle terramare dell’Emilia; questa pecora antica era capricorne.
La pecora va molto soggetta a variazioni. Le corna possono aumentarsi fino a quattro od otto, e si nota che, in generale, all’aumento delle corna corrisponde una decadenza nella finezza della lana. Talvolta le pecore hanno le corna conformate come quelle della capra; tali pecore capricorni si osservano nelle isole Shetland ed Orcadi, nelle montagne di Walles e di Cipro, nell’Oberland in Svizzera e nelle montagne dell’Emilia. Le corna possono essere lunghe, parcamente ravvolte a spira, dirette dapprima in basso ed in avanti, da ultimo in alto; oppure sono assai lunghe, ripetutamente ravvolte a spira, dirette orizzontalmente infuori fino dalla base. Esse possono [109] anche mancare. Si sono osservate delle pecore con quattro capezzoli. Le ghiandole interdigitali non esistono costantemente. Talvolta la coda è così grossa che pesa più di otto chilogrammi, e le pecore del Capo di Buona Speranza, secondo il Dandolo, l’hanno sì grossa e pregiata da costare essa sola quanto tutto l’animale[204]. Delle pecore a coda molto grossa in seguito a steatopigia io ebbi occasione di vedere a Gallippia sulla costa orientale dell’Africa. Il colore è variabile. Dicasi altrettanto della durata della gestione, che oscilla fra 144 a 150 giorni.
Fra le razze mostruose è interessante la pecora lontra od ancon. Nel 1791 nacque nel Massaciussetts un agnello avente le gambe corte e torte ed il dorso allungato come un bassotto. Fu con quest’unico animale che ebbe origine la razza predetta. Questi montoni non potendo oltrepassare il recinto, si pensò che vi sarebbe stato qualche vantaggio ad allevarli; ma essi sono stati soppiantati dai merini, e sono così scomparsi. Essi trasmettevano i loro caratteri assai fedelmente[205].
Fra le razze odierne sono celebri i merini spagnuoli (Ovis aries hispanica), che presentano i seguenti caratteri: Taglia mezzana; testa grande, muso ottuso, fronte piana, naso convesso, occhi piccoli, fossette lacrimali grandi, orecchie medie, spuntate; corna assai forti, a doppia spirale, lunghe (calcolate distese) 66 centimetri ciascuno; collo grosso, pelle molto increspata, gambe corte e solide; lana corta, molle, fina, crespa, bianca appena giallognola, ma che ricopre tutto l’animale salvo il muso ed i piedi. Le femmine mancano generalmente di corna.
Sono note alcune razze inglesi da carne, come la Disley o New-Leicester, la Southdown, la Costwold, ecc. Fra le razze da lunga lana va citata la Leicester. In Italia domina l’idea di migliorare le razze antiche incrociandole coi merini, ed esercitando una rigorosa elezione[206].
La maggior parte degli zoologi è dell’opinione, che le varie razze di pecore discendano da parecchie specie selvaggie. Colle attuali nostre cognizioni non è possibile il dire, quante e quali fossero queste specie originarie. Alcune razze piccole, a coda breve e con corna a mezza luna, credonsi derivate dal mufflone (Ovis musimon) della Sardegna e della Corsica; alcune altre di statura maggiore, a coda lunga e corna ravvolte a spira, come i merini, ecc., credonsi discese da una specie ignota ed estinta. Comunque sia certo si è che le differenze originarie fra le varie razze furono notevolmente aumentate dall’elezione esercitata dall’uomo.
Coniglio. — La sua domesticità rimonta ad un’epoca antica; già Confucio parla di questi animali come degni di essere immolati agli Dei, e della loro propagazione. Il Darwin[207] ha studiato esattamente lo scheletro del [110] coniglio selvaggio e quello del domestico, ed ha trovato tra l’uno e l’altro delle notevoli differenze in parti importanti, fatto il quale prova come anche organi di grande valore per la vita animale possano variare in conseguenza della domesticità. Lo stesso autore ha verificato una diminuzione nel relativo volume del cervello nelle razze domestiche del coniglio, locchè fa vedere, come l’organo più importante e più complicato dell’organismo soffra nello sviluppo pel non-uso.
Esistono molte razze di conigli. In Inghilterra la razza ad orecchie pendenti raggiunge grandi dimensioni ed un peso di 8-10, e perfino di 18 libbre. Una grande razza francese (Rouennais) ha la testa quadrangolare. I conigli così detti della Patagonia hanno orecchie straordinariamente brevi ed una testa affatto rotonda. Il coniglio color di lepre o belga differisce dalle altre razze pel solo colore; il numero delle sue mammelle, che è variabile in altre razze e di 10 nel coniglio selvaggio, è costantemente di sei. Il coniglio angora si fa notare per la lunghezza e finezza del suo pelo, come pure pe’ suoi costumi, essendo più socievole degli altri conigli, e perchè il maschio non cerca di distruggere la prole. I conigli olandesi sono estremamente piccoli, qualche esemplare non pesa che 1 1⁄4 libb. La razza di Mosca possiede occhi rossi ed è interamente bianca, ad eccezione delle orecchie, di due macchie presso il naso, della faccia superiore ed inferiore della coda e dei tarsi posteriori, che sono bruni oscuri; il suo pelo è lungo e molle. La razza dell’Himalaia (che dicesi anche cinese, o polacca, o russa) comprende piccoli individui di colore bianco; solamente le orecchie, il naso, i quattro piedi e la faccia superiore della coda sono bruni oscuri e gli occhi sono rossi; come tutti gli albini, anche questi conigli trasmettono fedelmente ai loro discendenti i propri caratteri. Queste ed altre razze e sottorazze domestiche discendono da un’unica specie, il coniglio selvaggio.
Piccione. — I piccioni sono tenuti in domesticità da tempo antichissimo; la prima menzione di questi animali domestici rimonta alla quinta dinastia egiziana, ossia a 3000 anni avanti l’êra volgare. Secondo il Birch si parla del piccione in una lista delle pietanze per una cena data dalla precedente dinastia[208].
Le razze e sottorazze attuali superano il centinaio, e sono raccolte in quattro gruppi che sono i seguenti:
I. Gozzuti. Esofago grande, appena distinto dal gozzo, sovente gonfio. Corpo e gambe allungate. Becco di dimensioni mediocri.
Anche le altre razze possono più o meno gonfiare il gozzo, sopratutto i maschi, ma in questa il carattere è spinto agli estremi.
II. Messaggiere e razze affini (runt e barbo). Questo gruppo può essere riconosciuto generalmente per la lunghezza del becco; per la pelle che copre [111] le narici che è turgescente, e spesso fornita di caruncole o lobi; e per la pelle che contorna gli occhi, la quale è nuda e caruncolata. La bocca è larga, i piedi sono grandi. Nondimeno i barbi, che entrano in questo gruppo, hanno il becco cortissimo, ed alcuni runts hanno pochissima pelle nuda attorno gli occhi.
III. Razze diverse, in cui il becco è più corto che nel torraiuolo, e la membrana che circonda gli occhi non è molto sviluppata. Vi appartengono il colombo pavone, i colombi turbito ed allocco, il tomboliere, l’indiano a dorso arricciato ed il giacobino.
IV. Razze somiglianti in tutti i punti importanti della loro struttura, e segnatamente il becco, al torraiuolo. Vi appartengono il colombo trombettiere e parecchie sottorazze appena diverse dalla Columba livia selvaggia[209].
Noi abbiamo già dimostrato nel capitolo I, che i colombi sono eminentemente variabili, e cioè non solo ne’ loro caratteri esterni, ma anche nei caratteri anatomici.
Tutti i nostri colombi domestici discendono da un’unica specie, il colombo torraiuolo (Columba livia), come lo dimostra principalmente il fatto che tutti i nostri piccioni ritornano occasionalmente alla livrea del loro progenitore, come fu esposto nel capitolo III, a proposito dell’atavismo[210].
Poche specie dimostrano meglio di questa la potenza dell’elezione artificiale. L’uomo, giovandosi delle variazioni, si è creato delle razze utili, aumentandone la taglia; e più ancora delle razze bizzarre o di capriccio, come sono i piccioni pavoni, i tombolieri, i trombettieri, ecc.
Fra noi è antichissima la razza dei piccioni triganini dell’Emilia, la cui origine, secondo il Giachetti[211], sembra precedere l’epoca romana e che è stata anche impiegata pel trasporto delle lettere da un luogo all’altro. Alessandro Tassoni, nel 1622, scriveva nella sua Secchia rapita un’ottava che dice così:
«Nulla risponde e contro i Ravennati
Tommasin a quel dir stringe gli sproni
Con una compagnia di scapigliati
Dediti al gioco e a far volar piccioni
Che Triganieri fur cognominati
Nemici natural dei Bacchettoni,
Gente, che il ciel avea posto in oblio
E l’appetito sol tenea per Dio».
Gallo. — Esso era domestico in Asia circa 1400 anni av. C., e fu importato in Europa verso il sesto secolo av. C. Molte sono le razze che esistono al presente, e citiamo le principali.
La razza pugnace o combattente differisce leggermente dal Gallus bankiva (ferrugineus) selvaggio; ha becco forte, cresta diritta e semplice, sprone lungo [112] ed acuto, le penne serrate al corpo, la coda con 14 timoniere. Le uova sono di un giallo rossastro pallido. È di carattere coraggioso ed iroso.
La razza malese è di grande statura, con capo, collo e gambe allungati; a coda piccola, inclinata, composta generalmente di 16 timoniere; con cresta e caruncole piccole. I lobi auricolari e la faccia sono rossi, la pelle è giallastra, le penne non serrano al corpo; le penne setacee del collo sono diritte, dure e brevi. Le uova sono di un giallo rossastro pallido; il carattere è piuttosto selvaggio. È originaria dell’Oriente.
La razza cocincinese è grande, e si fa notare per le remiganti brevi, quasi nascoste sotto le cuopritrici; per la coda breve, composta generalmente di 16 timoniere; per le gambe grosse, brevi, fittamente piumose ed armate di sproni corti e robusti. Il Ponchard, che allevava moltissime galline di questa razza, giunse ad affermare, «aver egli ottenuto da un piccolo numero di tali galline maggior profitto che dal suo gregge di 600 pecore»[212]. La loro carne è però di qualità inferiore.
La razza dorking è grande, porta spesso nei piedi un dito sopranumerario, e possiede la cresta e le caruncole bene sviluppate. Il cranio è straordinariamente largo tra le orbite. È originaria dell’Inghilterra. Si distingue per peso, grossezza e precocità straordinaria. Divenne celebre nei pollai della Regina d’Inghilterra, del Duca di Sutherland, di Lord Grosvenor, ecc.
La razza spagnuola ha una cresta semplice, ma straordinariamente grande e portante profonde incisioni. Le caruncole sono sviluppatissime, i lobi auricolari grandi e bianchi. Porta abito nero, con lucentezza metallica verde. Si dice che sia una razza che dà poche uova e carne mediocre, che cova male e male alleva i pulcini. È battagliera.
La razza amburghese è di statura mediocre, e si fa notare per la cresta piatta, prolungata assai in dietro, portante numerose e piccole punte. Le caruncole sono di mediocre sviluppo, i lobi auricolari bianchi. Dà molte uova, è poco atta a covare, talora grigia argentata, oppure grigia dorata.
La razza polacca porta sul capo una corona di penne poste sopra un rialzo emisferico dei frontali. Il becco è corto, la cresta manca od è piccola. Se ne distinguono molte sottorazze.
La razza bantam è caratterizzata dalla piccola statura. Ha triplice cresta, penne con bordo nero, ali cadenti, coda diritta a ventaglio. È assai precoce, feconda ed abile nel covare ed allevare i pulcini.
La razza anura varia assai nei suoi caratteri, e può dirsi mostruosa. Essa merita appena il nome di razza.
La razza dei galli saltatori è caratterizzata per la cortezza quasi mostruosa delle zampe, cosicchè questi animali saltano invece di camminare. I galli arricciati o cafri, che sono frequenti nell’India, hanno le penne arricciate in dietro. I galli serici hanno le penne sericee. Il gallo nero è bianco macchiato di nero, ed ha la cute nera.
[113]
La razza comune italiana s’accosta assai alla razza dorking. Ha grandezza e grossezza mezzane; il colore varia. I più bei galli sono gialli sulle spalle, neri nelle altre parti, con penne alla coda di verde cupo cangiante. La razza padovana, assai rinomata da noi, non mi sembra diversa dalla polacca.
La somiglianza che esiste tra il Gallus bankiva selvaggio ed il gallo combattente domestico nell’organizzazione e nei costumi, il facile incrocio delle due forme senza diminuzione della fecondità, l’osservazione che il Gallus bankiva si lascia facilmente addomesticare, infine le molte variazioni che questo subisce allo stato selvaggio, conducono a considerare il Gallus bankiva come il progenitore di tutti i galli domestici. La elezione artificiale seppe creare delle razze distinte per carattere battagliero, o per grande statura, oppure per fecondità, od anche per bellezza di forme e di livrea.
Anitra. — La domesticità di questa specie data da circa 18 secoli; ai tempi dell’imperatore Augusto quest’animale era già semidomestico. Il numero delle razze odierne non è grande. L’anitra di Aylesbury è grande e bianca, con becco giallo pallido e gambe dello stesso colore. L’anitra capelluta ha un ciuffo di belle piume lanuginose sul capo. L’anitra del Labrador è completamente nera, ed ha il rostro relativamente più largo della selvaggia. Quella a becco ricurvo è di aspetto singolare pel rostro curvato in basso; il capo porta spesso un ciuffo; il colore è generalmente bianco. L’anitra canterella è molto piccola, e la femmina assai garrula. L’anitra pingoino cammina quasi eretta, col sottile suo collo proteso verticalmente in alto.
Siccome l’anitra selvatica (Anas boschas) ha una vasta distribuzione geografica, estendendosi tra l’Himalaia e l’America settentrionale; siccome la medesima si incrocia facilmente colla domestica, dando una progenie perfettamente feconda; siccome inoltre l’anitra selvatica si lascia facilmente addomesticare ed assume dopo poche generazioni qualche carattere della domestica; così è opinione generale che le nostre razze domestiche discendano tutte dall’Anas boschas. L’elezione naturale in questa specie ha cercato di ottenere non tanto la bellezza, quanto la saporitezza delle carni, la produzione di grasso, la precocità, e fino ad un certo punto l’aumento di taglia. Il non-uso ha ridotto le ali.
Oca. — Omero, nel canto XV dell’Odissea, parla di oche che si allevavano nel palazzo di Menelao; i Romani le tenevano in Campidoglio come animali sacri a Giunone (388 av. C.). L’oca, dacchè è stata addomesticata, ha subito solo leggere variazioni; tuttavia, in confronto colla specie selvaggia, è cresciuta in volume e si è fatta più feconda. Il di lei colore varia tra il bianco ed il grigio oscuro. Alcune oche portano dei ciuffi di penne al capo; altre hanno le penne superiori del capo e quelle del collo rovesciate; qualche poco variano la grandezza del becco ed il colore del medesimo e delle gambe. In una varietà di Sebastopoli le penne cuopritrici della spalla sono allungate, arricciate ed anche ravvolte a spira. Celebri sono le oche di Tolosa, che hanno corpo grossissimo su cortissime gambe. F. Re chiama l’oca, per la di lei vigilanza, il cane degli uccelli.
[114]
È opinione della maggioranza degli zoologi, che l’oca domestica discenda dalla specie Anser ferus Naum. (A. cinereus Meyer), tanto più che gli individui domestici, incrociati coi selvaggi di questa specie, dànno discendenti perfettamente fecondi. Se le variazioni subite per la domesticità non sono maggiori di quanto risulta effettivamente dall’osservazione, ciò devesi attribuire alla leggera elezione, cui quest’animale fu assoggettato per parte dell’uomo, il quale nel medesimo non ha cercato che l’aumento del volume, la squisitezza delle carni, la produzione di grasso, e tutt’al più un abito bianco, pei quali pregi appunto l’animale domestico differisce dal suo stipite selvaggio.
Pavone. — Era assai apprezzato dai Romani; un suo uovo, narra Varrone, pagavasi 50 denari ed una coppia si vendè per 1000 dramme. Quest’animale ha subito pochissime modificazioni sotto l’influenza della domesticità. È interessante il fatto che nei branchi della razza comune appariscono talvolta di repente degli individui a spalle nere, i quali costituiscono una nuova varietà che fu considerata come specie distinta ed ebbe il nome di Pavo nigripennis. I maschi di questa varietà differiscono notevolmente dal pavone comune pel colore delle remiganti secondarie, delle penne scapolari, delle tettrici delle ali e delle coscie; essi sono più piccoli della razza comune, e sono sempre battuti da questa nei combattimenti. Le femmine sono più sbiadite che quelle della razza comune[213].
Tacchino. — Esso discende da una specie messicana selvatica che gli indigeni aveano già addomesticata prima della scoperta dell’America. Non ha variato in modo notevole allo stato domestico.
Gallina faraona. — Discende dalla Numida ptilorhynca dell’Africa occidentale. Ha variato poco allo stato domestico.
Canarino. — È domestico da circa 350 anni. Fu incrociato con 9 o 10 specie di fringuelli, e produsse meticci, alcuni dei quali riuscirono completamente fecondi; peraltro non ne risultò alcuna razza distinta.
Il genere Carassius fra i Dendropteri comprende una specie domestica, che è il C. auratus, di muso ottuso e corpo mediocremente alto. La dorsale è lunga; il raggio osseo maggiore della medesima e quello dell’anale sono al margine posteriore dentellati. Contansi circa 30 squame nella linea laterale; la codale è distintamente biloba. Il colore è generalmente un giallo dorato.
I primi pesci dorati furono portati in Francia, a quanto si dice, da madama De Pompadour. La loro patria originaria è un lago della montagna Tsien-King nella provincia Tsche-Kiang in Cina, d’onde si diffusero nelle altre parti della Cina, dell’Asia e di tutto il mondo. Il pesce dorato offre molte varietà, le quali in massima parte differiscono nel colore. Più importanti [115] sono le variazioni di altri caratteri. Si osservano degli esemplari con pinna dorsale più lunga del consueto, altri con pinna dorsale ridotta nelle sue dimensioni, altri ancora con pinna dorsale mancante. Qualche volta la codale è sviluppatissima e divisa in tre e perfino in quattro lobi. Si sono veduti degli individui con occhi enormemente gonfi e sporgenti. Interessante è la varietà di forma quasi sferica, con codale talmente accorciata, che questa pinna nasce immediatamente dietro la dorsale e sopra l’anale.
Ape. — L’ape (Apis mellifica) è probabilmente indigena dell’Europa. Ciò deducesi dal fatto che da tempi immemorabili le api vivono da noi selvagge; come anche dall’altro che l’intestino loro è lungo in guisa da contenere gli escrementi che si formano in 4-5 mesi, locchè c’insegna, essere l’ape adattata a sopportare un inverno lungo appunto 4-5 mesi, i quali corrispondono alla durata ordinaria della cattiva stagione nella maggior parte dell’Europa. È cosa certa, come abbiamo già detto nel capitolo I, che anche i singoli individui di una medesima razza, presentano nella loro struttura delle differenze leggere. Ciò è comprovato dalla osservazione che le api di un alveare si riconoscono benissimo tra loro, quantunque ai nostri occhi possano sembrare tutte identiche. Ogni apicoltore poi sa, come sia variabile la loro indole; giacchè si hanno degli sciami mansueti e pacifici, e degli altri stizzosi ed inquieti.
L’ape presenta diverse varietà; le due meglio conosciute sono l’alemanna e l’italiana o ligustica. Quest’ultima era già ben conosciuta da Virgilio, il quale nella Georgica, libro IV, dice:
. . . . . . . di bel fulgor splendon da lungi.
Imitando il color del pallid’oro
Ed han di pari macchie il corpo adorno[214].
La varietà italiana ha i due primi segmenti dell’addome e la metà anteriore del terzo colorati di giallo ranciato, colore che risiede entro il tegumento chitinoso; inoltre essa porta delle strette fascie gialle paglierine formate da numerosi peli pennati dello stesso colore. Nella varietà alemanna mancano le fascie ranciate, ma esistono generalmente le paglierine. La varietà italiana ha inoltre una statura alquanto maggiore dell’alemanna, fabbrica delle cellule un po’ più grandi, ha volo meno fragoroso, è più intraprendente e più vigile, e possiede un odorato più acuto. Va al mattino un’ora prima al lavoro, ed entra di sera un’ora più tardi nell’alveare. Queste qualità dell’ape italiana hanno indotto tutti gli apicoltori in Europa e fuori a procurarsela, e possiamo dire che oggi la nostra varietà è diffusa in tutto il mondo. Nel 1853 fu importata in Germania; nel 1859 in Francia, Svizzera, Danimarca, Svezia, Russia, Ungheria ed anche in America; nel 1862 fu trasportata perfino in Australia.
[116]
Ritengo che la varietà alemanna sia la forma originaria e più antica, perchè nella ligustica appariscono spesso degli individui, cui mancano le fascie ranciate. Siccome ciò avviene anche in località, dove la varietà tedesca non è coltivata, non possiamo attribuire questo fenomeno all’incrocio, ma dobbiamo piuttosto considerarlo come un caso di riversione. D’altra parte non mi consta che nella varietà alemanna appariscano degli individui forniti di fascie ranciate. Per questa ragione, ed anche perchè la varietà italiana costituisce, di fronte all’altra, una forma progredita, è probabile che la nostra varietà sia la più recente.
L’elezione artificiale non ha potuto esercitarsi finora che assai poco sull’ape, perchè l’arnia aveva il favo fisso, e perchè la regina s’accoppia col fuco fuori dell’arnia, volando. Il favo mobile ci permette ora di osservare l’interno dell’alveare, di esaminare la regina quando lo si creda utile, e di scegliere le regine buone, respingendo le cattive.
Bombice del gelso. — Questo animale è coltivato dall’uomo fino dalla più remota antichità. Sembra che tale coltura fosse iniziata in Cina ai tempi dell’imperatore Hoang-ti intorno al 2700 av. C. Le diverse razze differiscono assai tra di loro[215]. L’uomo ha fatto di questo animale un ricco produttore di seta, prescegliendo sempre quelle razze, sottorazze o varietà che gli recavano maggior vantaggio.
Tratterò quest’argomento assai brevemente[216], e solo per far vedere che la elezione artificiale fu estesa anche alle piante. I vegetali che noi coltiviamo sono tenuti a doppio scopo: sia per diletto, sia pel tornaconto. Noi coltiviamo i fiori nel nostro giardino perchè sono belli od odorosi; e coltiviamo i cereali, gli alberi da frutto, i fagiuoli, ecc. perchè ci sono utili. Ora è di grandissimo interesse per noi il vedere, come sieno variabili precisamente quelle parti delle piante, cui sono rivolte le nostre cure. Alcuni dettagli chiariranno meglio il concetto.
Le diverse varietà del frumento concordano bene tra di loro in tutte le parti; il solo frutto o grano diversifica. Questo è tanto variabile che l’agricoltore, per conservare una data sottorazza ed impedirne la degenerazione, deve scegliere ogni anno i grani allo scopo della seminagione, per cui Virgilio scrive:
Ma d’ogni cura e d’ogni studio ad onta
Pur li vid’io degenerar, se ogni anno
D’essi i maggiori il buon cultor non sceglie.
I botanici sono concordi nell’ammettere che tutte le forme coltivate del mais appartengano alla medesima specie. Questa pianta è di origine americana, e la sua coltivazione risale ad un’epoca assai remota. Se ne distinguono [117] molte varietà che differiscono tra di loro nell’altezza, nella precocità, nell’attitudine a resistere alla siccità ed all’azione dei venti impetuosi; ma sopratutto nella spica e nel seme. Infatti la così detta pannocchia è ora lunga e sottile, ora breve e grossa, ed ora ramificata, ed i grani vi sono disposti in serie varianti da sei a venti, oppure irregolarmente. Quanto al colore, i grani possono essere bianchi, gialli pallidi, ranciati, rossi, violetti, o elegantemente striati di nero, e si trovano qualche volta dei grani di due colori in una stessa spica. Il grano varia anche nella forma; può essere piatto, globoso od ovale, più largo che lungo, o più lungo che largo, senza punta, o prolungato in un dente acuto, e questo dente è qualche volta ricurvo.
I broccoli e cavolfiori presentano delle grandi differenze nella forma, nella grandezza, nel colore, nella disposizione e nel modo di crescere delle foglie, del tronco e dei peduncoli dei fiori; ma i fiori stessi, le silique ed i semi non presentano differenze, oppure differenze leggerissime. Le varietà della rapa, del rafano, della barbabietola, ecc. differiscono tra di loro quasi unicamente in quella parte che è dall’uomo apprezzata, ossia nel fusto sotterraneo carnoso e rapiforme. Le varietà dei piselli invece differiscono principalmente nel frutto, e cioè tanto nelle buccie, come nei semi; mentre nella fava sono questi ultimi che variano maggiormente. Nel pomo d’oro sono i tuberi che mostrano le differenze più sensibili, nella vite e negli aranci invece le frutta, e nel gelso le foglie.
Se osserviamo i nostri alberi fruttiferi, troviamo che non v’ha confronto tra le differenze che presentano le varie parti della pianta e quelle, assai più numerose e spiccate, che si scoprono nei frutti. Ed in questi frutti noi vediamo le differenze riposte in quella parte precisa che l’uomo apprezza e per la quale coltiva l’albero. Nel mandorlo, il nocciolo del frutto, ossia la mandorla, varia assai nella sua forma e nella durezza; nello sviluppo, nel grado di appiattimento e nella profondità dei solchi, a seconda delle diverse varietà. Nel pesco invece varia sopratutto la polpa del frutto; altrettanto dicasi del prugno, del ciliegio, del pomo e del pero. Nelle diverse varietà della fragola il frutto differisce molto nella forma, grandezza, colore e qualità; mentre il così detto seme, se si prescinde dal fatto che trovasi ora più ed ora meno profondamente immerso nella polpa, è identico in tutte le varietà, al certo perchè non avendo alcun valore, non fu punto soggetto all’elezione artificiale. Nell’uva spina i frutti variano assai, le altre parti pochissimo. «Ho coltivato, dice il Darwin[217], 54 varietà di uva spina, e viste le enormi differenze che esistono nelle frutta, fui sorpreso della grande somiglianza di tutti i loro fiori». Mentre il frutto dell’uva spina selvatica pesa appena 8 grammi, quello della coltivata, gradatamente aumentando dalla fine del secolo scorso in poi, raggiunse nel 1852 il peso di grammi 57,94. Il noce presenta differenze considerevoli nella forma e grandezza delle noci, lo spessore del mallo e la sottigliezza del guscio. Il gariglio riempie più o [118] meno il guscio, secondo le varietà. Esempi analoghi ai precedenti potrebbero trarsi dalla famiglia delle Cucurbitacee.
Le piante dei nostri giardini non conducono a risultati diversi. Così la viola del pensiero (Viola tricolor) presenta oggi parecchie centinaia di varietà che si formarono in seguito all’elezione artificiale, dopo il 1810. «Questa pianta, dice il Darwin[218], mi sembra degna di essere studiata, più particolarmente pel contrasto esistente tra i fiori piccoli di colore smorto, allungati ed irregolari della viola del pensiero selvatica, ed i fiori magnifici, piatti, simmetrici, circolari, vellutati, aventi oltre due pollici di diametro, splendidamente ed in vario modo colorati che si esposero nelle nostre Mostre». Ed altri fiori, come i papaveri, il tulipano ed il giacinto, che si credono provenire ciascuno da una sola forma selvatica, presentano varietà senza numero, differenti quasi tutte unicamente per la forma, la grandezza ed il colore del fiore.
Il Quatrefages[219] fa osservare, che i Maori della Nuova Zelanda coltivano come piante tessili una specie di lino (Phormium tenax) ed una specie di papiro (Broussonetia papyrifera), e che, come è avvenuto per altre piante presso di noi, la coltura ha prodotto numerose razze o varietà di questi vegetali, ai quali l’uomo ha prodigato le sue cure per molti secoli. Così esistono nella Nuova Zelanda oltre cinquanta varietà di Phormium, ciascuna delle quali ha il suo nome particolare, e le cui fibre sono impiegate a scopi distinti; e del taro (Caladium esculentum), pianta commestibile di quella regione, si conoscono ventuna varietà.
Ora si può domandare, quale sia la ragione dell’esistenza di razze, o varietà così numerose e così diverse tra le nostre piante coltivate. La risposta è facile a prevedersi. Non è già che tutte coteste varietà discendano da altrettanti stipiti selvaggi, chè anzi può in molti casi dimostrarsi il contrario; non è neppure ammissibile che l’uomo, all’uopo di coltivarle, abbia scelto precisamente quelle specie che erano dotate di un grado maggiore di variabilità. La ragione deve cercarsi nella elezione esercitata dall’uomo, in seguito a cui furono preservati gli individui che presentavano determinati caratteri, e distrutti quelli che ne erano sforniti. Noi non possiamo altrimenti spiegare il fatto, che le varie razze di ogni specie diversificano precisamente in quelle qualità che l’uomo cerca, sia a scopo di diletto, sia per tornaconto.
Gli effetti, che la domesticità e la coltura producono sugli animali e sulle piante, risultano già in parte dai fatti sopra esposti; nondimeno sarà utile riassumerli qui brevemente, aggiungendo, dove occorre, qualche parola di schiarimento.
[119]
La domesticità agevola di certo l’acclimatazione. Se noi importassimo un animale od una pianta nel centro dell’Europa da una regione molto più calda, ed abbandonassimo quest’organismo a se stesso, esso perirebbe assai probabilmente in breve tempo; ciò che dimostra che l’uomo ha una parte, sebbene piccola, nella acclimatazione. È noto che certi animali di paesi caldi non durano in Europa, nemmeno se siano protetti dall’uomo. L’acclimatazione è conseguita in parte coll’abitudine od assuefazione, ed in parte coll’apparsa di varietà meglio adattate. Gli effetti della prima sono probabilmente assai leggeri. Un individuo, animale o vegetale, può assuefarsi ad un clima alquanto diverso da quello della sua patria, e può trasmettere ai suoi discendenti questo nuovo carattere, e così di seguito per molte generazioni; ma se la costituzione non si muta, non saranno raggiunti per questa via che effetti molto leggeri, e sarà inoltre difficile distinguere questi effetti da quelli dell’elezione naturale. Più importante è l’apparsa di varietà meglio adattate. Se importiamo da noi un organismo da un luogo più caldo, quest’organismo produrrà individui più delicati ed altri meno delicati; i primi meno prosperosi saranno distrutti dal rigore del clima e dalla mano dell’uomo, i secondi preservati; in tal modo la variabilità, in concorso colla elezione naturale ed artificiale, produrrà un certo grado di acclimatazione. L’uomo inoltre deve proteggere l’organismo importato, affinchè giunga a propagarsi e possa entrare in azione la variabilità. Se una specie non si riproduce allo stato di captività o di coltura, ogni tentativo di acclimatazione riesce vano. Quindi possiamo dire che a produrre questo fenomeno dell’acclimatazione prendono parte, in grado diverso, l’abitudine, la variabilità, la elezione naturale e la elezione artificiale.
La domesticità ingrandisce in alcuni casi la statura o taglia di un organismo, oppure singole parti. Così i conigli domestici sono maggiori di statura e di peso dei selvaggi; alcune razze di cani hanno le orecchie più lunghe che le specie naturali del genere; il colombo pavone ha la coda assai più sviluppata del colombo torraiuolo; i pomi coltivati producono frutta maggiori dei selvatici; in natura si cercherebbe inutilmente una fragola sì grande come quella dei nostri giardini. In altri casi si osserva una diminuzione della taglia od un impicciolimento di parti determinate. Così noi abbiamo delle razze nane, per es. di cani. Le ali, allo stato domestico, sono spesso ridotte; il cervello si fa più piccolo; i denti canini sono resi più deboli. È poi singolare l’azione della domesticità sui denti molari del cignale, i quali si risolvono in un grande numero di tubercoli maggiori o minori, come ha dimostrato il Rütimeyer. L’aumento su citato è in massima parte determinato direttamente dall’elezione artificiale, prescegliendo l’uomo, pel suo vantaggio o per capriccio, quegli organismi che sono maggiori od hanno certe parti meglio sviluppate; la diminuzione sembra determinata principalmente dal non-uso. Questo non-uso indebolisce anche certi muscoli, per es. gli auricolari. Nei cani domestici vediamo spesso che le orecchie sono pendenti, e non possono essere erette, o solo in parte.
La domesticità, per effetto dell’elezione naturale, aumenta la produzione [120] di sostanze utili all’uomo. Così il maiale è trasformato in un organismo tutto imbevuto di grasso, ed altrettanto può quasi dirsi dell’oca. Il bombice del gelso è un eminente produttore di seta allo stato di bruco. Le mammelle delle vacche e delle capre sono enormemente sviluppate. E la pecora dà una grande quantità di lana.
La domesticità conserva le forme mostruose. Nè l’alano, nè la pecora ancon, nè il bue niata, nè i cagnolini di statura minima e rachitici, potrebbero vivere allo stato di natura; tutti questi animali debbono la loro esistenza alla protezione dell’uomo.
Alla domesticità o coltura sono anche dovuti i leggiadri colori di alcuni animali o piante. I colombi domestici hanno tinte molto diverse da quelle del torraiuolo; ed i fiori dei nostri giardini sono colorati ben diversamente da quello che fu la specie selvaggia stipite.
La domesticità modifica gli istinti, e ne produce di nuovi. Gli animali perdono il timore dell’uomo, ed alcuni (come il cane) gli sono anzi affezionati. I conigli perfezionati hanno perduto l’istinto di scavare. Il bracco ha ricevuto l’istinto della ferma, ed il segugio quello di cercare ed inseguire il lepre, quantunque il primo ricusi di mangiare i volatili, ed il secondo sappia di non poter divorare il lepre. Io vidi dei segugi che dopo di aver ucciso un lepre, lo lasciarono intatto sul luogo. I piccioni selvatici non sanno fare il capitombolo, istinto che è portato ad un grado maraviglioso in alcune sottorazze del domestico tomboliere.
Alcuni animali domestici portano la coda più o meno ravvolta a spira, così il cane ed il maiale. Siccome questo fenomeno non si riscontra negli animali selvaggi, così lo si ritiene prodotto dalla domesticità; ma è al presente inesplicabile. Questo ravvolgimento determina un accorciamento, e forse è dovuto al non-uso. Tanto il cane, come il maiale, possono peraltro distendere la coda in linea retta, e lo fanno il primo quando è di cattivo umore, malato o spaventato; il secondo quando è malato.
Molti animali e molte piante ricusano di riprodursi allo stato di captività o di coltura, oppure si riproducono raramente ed in modo imperfetto. Esempi ci forniscono, tra gli animali, l’elefante, il tigre, la volpe, il lepre, gli uccelli rapaci ed i pappagalli; e tra le piante, molte specie alpine. Ma per regola generale, la domesticità aumenta la fecondità degli animali e delle piante. Così il coniglio selvatico porta quattro volte all’anno e fa da quattro ad otto figli; il coniglio domestico gesta da sei a sette volte all’anno, e produce quattro ad undici piccoli, in casi eccezionali anche più (perfino diciotto). Il furetto, se tenuto in prigionia, è più prolifico del suo prototipo selvaggio. La troia selvaggia gesta spesso due volte all’anno e partorisce quattro ad otto figli; la troia domestica partorisce due volte all’anno regolarmente, e se dà meno di otto nati per portata, vale poco e si destina al macello. Il Gallus bankiva depone sei ad otto uova, mentre la gallina domestica ne depone moltissime ogni anno. L’anitra selvatica mette da cinque a dieci uova annualmente, la domestica da ottanta a cento. L’oca selvatica depone da cinque ad otto uova, la domestica da tredici a diciotto, ed ovifica perfino una seconda volta. I cavoli [121] coltivati danno press’a poco tre volte più silique che i selvatici del mezzodì del paese di Galles. Anche le carote coltivate sono più feconde delle selvatiche[220].
Il Pallas, già nel 1780, ha esposto una teoria intorno agli effetti della domesticità sulla fecondità nell’incrocio, che fu poi accettata da molti naturalisti[221]. Il cane, la pecora, il maiale, il bue, ecc. discendono da parecchie specie selvaggie; e tuttavia i discendenti domestici sono tra loro perfettamente fecondi, mentre è sommamente probabile (per ragioni di analogia) che le specie originarie fossero nell’incrocio più o meno sterili. La predetta teoria asserisce quindi che una domesticità prolungata tenda ad eliminare la sterilità che si manifesta naturalmente nelle specie incrociate al loro stato primitivo. Non si hanno ora altri fatti importanti in appoggio delle idee del Pallas, tranne i due seguenti che citiamo dall’opera del Darwin sulla Variazione[222]. Dureau de la Malle, che studiò da vicino la letteratura classica, assicura che al tempo dei Romani il mulo comune era molto più difficile a prodursi che ai nostri giorni. Il Groenland parla di alcune piante, che pei loro caratteri intermediari e la loro sterilità sono conosciute come ibride dell’Aegilops e del frumento, e che si sono propagate, sotto l’azione della coltura, con un aumento rapido di sterilità in ciascuna generazione. Alla quarta generazione, ed avendo conservati i loro caratteri intermediari, queste piante s’erano già fatte tanto fertili quanto il frumento comune coltivato.
Gli effetti della elezione artificiale sono di certo maravigliosi; essi sono meno imponenti di quelli della elezione naturale, ma furono anche raggiunti in un tempo assai breve. Molte razze sono sorte nei tempi storici, ed alcune in questi ultimi secoli. E nondimeno noi vediamo esistere fra razza e razza tali differenze, le quali, se fossero riscontrate in animali viventi allo stato di natura, sarebbero credute sufficienti a caratterizzare specie distinte od anche generi diversi. Si confrontino insieme il colombo tomboliere a faccia corta ed il colombo pavone; oppure, fra i cani, il pincio ed il cane di Terra Nuova, oppure il pòmero ed il barbone: chi non crederebbe queste razze altrettante buone specie, se le trovasse allo stato di natura? È puerile il sostenere che il Creatore abbia fatto l’uomo con determinati gusti e bisogni, ed allo scopo di soddisfarli gli abbia poi dato gli animali domestici oggi esistenti. Il vero si è che l’uomo, praticando una elezione dapprima inconscia e poi metodica, partendo dagli animali e dalle piante viventi allo stato di natura, ha prodotto tutte quelle numerose razze e varietà che ora gli sono cotanto utili o appagano le sue idee di bellezza od i suoi capricci. Questa produzione, che quasi potrebbe dirsi una nuova creazione, fu il risultato della predetta elezione continuata con cura e pazienza per una lunga sene di secoli. Nè v’ha oggi pratico allevatore od esperto giardiniere che muova dubbio sulla potenza di cotesta scelta.
[122]
L’arte dell’allevamento del bestiame dovette percorrere tre grandi periodi. Nel primo, l’uomo s’è accontentato di ridurre gli animali allo stato captivo, di ammansarli; questo può quindi dirsi il periodo dell’ammansamento. Durante il secondo, l’uomo esercitava l’elezione inconscia, ossia quella per la quale conserva gli individui più pregevoli e distrugge i meno pregevoli, senza alcun pensiero di cambiare così la razza. Fu questo il periodo dell’elezione inconscia. Venne finalmente il terzo periodo, l’odierno, quello dell’elezione metodica, durante il quale l’uomo fa dei tentativi sistematici a modificare una razza conforme ad un tipo preconcetto. Questi periodi non sono nettamente separati tra di loro nella storia delle nazioni, ma segnano la via del progresso.
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Forme intermediarie. — Il caos nelle forme di vita; divergenza dei caratteri. — L’isolamento. — Obbiezioni del Kölliker. — Le specie morfologiche. — La sterilità degli ibridi. — Insufficienza del tempo trascorso.
Contro la teoria dell’elezione naturale furono esposte molte obbiezioni, alcune insignificanti che non meritano di essere discusse, altre di molto peso, così che il Darwin stesso ha creduto di doverle confutare nel settimo capitolo della Origine delle specie[223]. Non ripeteremo qui quanto fu esposto nel citato capitolo, diretto principalmente contro il Mivart; ma prenderemo in esame altre obbiezioni, prescegliendo quelle che sono le più ripetute, o più recenti, o ci dànno occasione di chiarire qualche parte della teoria.
L’asserzione che la geologia non abbia fornito delle forme intermediarie, viene spesso ripetuta anche in Italia. Quanto alle specie estinte, udiamo il Lyell[224], il quale dice: «Nella lista dei proboscidei vediamo disposte cronologicamente più di trenta specie distinte, cominciando dai mastodonti del miocene medio, trovati in Francia, e continuando con quelli del miocene superiore di Ava, dei monti Siwalik, di Pikermi ed Eppelsheim, fino alle forme plioceniche dell’India meridionale, Italia ed Inghilterra, dove occorrono tanto mastodonti quanto elefanti. Arriviamo finalmente alle specie postplioceniche o quaternarie dell’Europa e dell’America, per terminare coi due attuali elefanti dell’India e dell’Africa. Parimenti si enumerano nella famiglia dei rinoceronti, oltre le cinque specie viventi, quindici altre estinte, e oltre a queste, alcune forme generiche di data più antica ed eocenica, appartenenti alla stessa famiglia. La geneologia fossile della tribù del cavallo è altrettanto istruttiva, tracciata dall’Hipparion del miocene medio e superiore della Francia, Germania, Grecia, India ed America, fino all’odierno cavallo ed asino. Ma le dodici specie equine riferite da Leidy a sette generi, scoperte nella valle di Niobrara in formazioni plioceniche o posterziarie, sono omesse in questa tavola, per non essere state ancora descritte con sufficienti particolari, [124] ed inserite nella tavola del Gaudry riempirebbero certamente molti vuoti fra le forme da lui riconosciute. La famiglia dei porci, come pure alcuni carnivori, per esempio la iena, forniscono altresì ampi materiali per illustrare la medesima legge di un graduale cangiamento di struttura».
«Anche i quadrumani cominciano ad offrir prove del modo, in cui le scimie esistenti si diramano dai loro prototipi estinti, benchè le nostre cognizioni rispetto ad essi, sia di Pikermi o di altrove, derivino finora quasi esclusivamente da latitudini extratropicali, in cui non esistono adesso rappresentanti viventi dell’ordine. Fin qui si scoprirono allo stato fossile soltanto quattordici specie della tribù delle scimie e bertuccie, e ognuna di queste per lo più appena fornì agli osteologi poche ossa dello scheletro. Eppure esse non hanno mancato di gettar molta luce sull’ipotesi della trasmutazione. Il Dryopithecus del miocene del sud di Francia, sebbene distinto specificamente da ogni scimia odierna, si approssima tanto al vivente gibbone, o scimia dalle lunghe braccia, da non meritare, secondo l’opinione del prof. Owen, la separazione generica assegnatagli dal Lartet. Tutti gli altri fossili (di quadrumani) dell’Europa e dell’Asia hanno affinità alle specie o generi attuali della divisione Catarrhina; e quei d’America, trovati nelle caverne brasiliane, alle specie o generi attuali della divisione Platirrhina. Rispetto al Mesopithecus di Pikermi, lo scheletro è quasi completo, più che qualunque altro di scimia fossile, portato alla luce fin qui. Differisce genericamente da ognuna delle viventi forme indiane, non tanto perchè presenti nuove strutture, quanto per la combinazione di caratteri che appartengono ora a due distinti tipi indiani. Perciò si può dire, con Gaudry, che gli attuali Semnopitheci della India hanno preso a prestito da questo tipo miocenico la testa, e gli attuali Macachi gli arti. In quale diversa luce, esclama questo eminente paleontologo, ci si presenta ora la questione sulla natura delle specie, di fronte a quel che appariva solo vent’anni fa, prima che avessimo studiati gli avanzi fossili di Grecia e le forme affini di altri paesi; quanto chiaramente questi avanzi accennano all’idea che specie, generi, famiglie ed ordini, oggi tanto distinti, ebbero progenitori comuni! Quanto più avanziamo, e riempiamo le lacune, tanto più ci sentiamo persuasi che i rimanenti vuoti esistono piuttosto nelle nostre cognizioni che nella natura».
Simile convinzione esprime anche il Lubbock[225]. Egli dice: «Mano mano che noi studiamo le forme estinte, tutte le linee di separazione vanno sempre facendosi più lievi. Per esempio, le specie più grosse di mammiferi sono oggi in molti casi ben distinte, ma diviene sempre più difficile distinguerle in modo soddisfacente quando noi studiamo gli esemplari fossili e i viventi. Prendiamo, per esempio, soltanto due casi del gruppo dei mammiferi quaternari, e vedremo che, secondo Rütimeyer, il bisonte d’Europa e quello d’America, che ora sono al tutto distinti, erano collegati fra loro dal Bison priscus, mentre tra il nostro orso bruno e l’orso grizzly delle Montagne Rocciose [125] si è rinvenuta una lunga serie di anelli che li collegano insieme fra i numerosi avanzi delle nostre caverne ossifere».
Abbiamo riportato questi passi, perchè l’autorità del Lyell e quella del Lubbock e del Gaudry sono certamente di peso. Ma si conoscono molte altre forme di transizione. L’Archaeopteryx, che dapprima fu creduto un pterodattilo pennuto, ma che è un uccello, congiunge insieme la classe dei rettili e quella degli uccelli. Le diverse specie di ammoniti, come dissero il Cotta[226] e più recentemente il Meneghini, sono congiunte insieme da numerose forme di passaggio. Il Belemnites dilatatus costituisce un gruppo di forme, in cui il Raspail distinse 43 specie, le quali dal D’Orbigny, colla dimostrazione delle forme intermediarie, vennero ridotte ad una sola. La schiera delle ostriche (Ostrea), che crebbe continuamente dall’epoca secondaria in poi, presenta delle enormi differenze tra le varie forme, ma queste sono collegate insieme da un numero sì grande di anelli che, considerando le forme fossili di tutti i tempi, riesce impossibile di tenere rigorosamente separate le singole specie[227].
Noi abbiamo sopra menzionato l’Archaeopteryx; esso fu trovato fossile a Solenhofen e venne dapprima descritto da A. Wagner come un rettile pennuto col nome di Griphosaurus, ma più tardi l’Oppel ed altri riconobbero che si trattava di un uccello con alcuni caratteri di rettile. Gli uccelli attuali hanno una coda poco sviluppata, mentre nell’Archaeopteryx, uccello primitivo, esiste una coda, lunga sette pollici e mezzo, la quale è formata di parecchie vertebre ben sviluppate e porta ai lati delle lunghe penne. Gli arti toracici sono trasformati in organi atti al volo (ali), e la bocca sembra armata di denti. Quando vediamo gli uccelli attuali, allo stato embrionale, possedere una coda a più articoli, non possiamo non pensare all’uccello primitivo a coda lunga, e ritenere di avere davanti a noi un fenomeno simile a quelli, di cui abbiamo parlato al capitolo III, a proposito dello sviluppo degli animali.
È stato più volte asserito che gli uccelli costituiscano una classe molto isolata, e nettamente separata tanto dai mammiferi, come dai rettili. Tale asserzione non può essere ripetuta oggidì, sia perchè l’oviparo ornitorinco unisce gli uccelli ai mammiferi, sia perchè i generi fossili Archaeopteryx, Campsognathus, Hesperornis e Ichthyornis colmano la lacuna oggi esistente fra gli uccelli ed i rettili. Gli uccelli odierni hanno una coda rudimentale e mancano di denti; ma l’Archaeopteryx, come dicemmo, ha una coda bene sviluppata, e l’Hesperornis porta dei denti collocati entro un solco, e l’Ichthyornis dei denti posti entro alveoli[228].
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Il fatto precitato è analogo a quello da me riscontrato negli ippocampi[229]. È noto che gli ippocampi si distinguono dai sifonostomi e signati per essere privi di pinna caudale; ma tale mancanza non caratterizza senonchè gli individui adulti. Io ho esaminato degli embrioni di Hippocampus brevirostris, lunghi millimetri 5 3⁄4 allo stato di massima distensione, ed ho trovato che essi possiedono una pinna caudale, la quale è bensì poco sviluppata, ma tuttavia sufficientemente distinta. Essa è formata da un prolungamento in addietro della cute che riveste l’estremità posteriore dell’animale, ed è puramente membranosa, non potendosi in essa scorgere alcuna traccia di raggi. Le macchie pigmentate, che sono sparse riccamente su tutta la superficie del corpo, si estendono anche sopra quest’appendice caudale. Se vuolsi è un rudimento di pinna, destinato a scomparire nei successivi stadi della vita, ma è una pinna, la quale ravvicina gli embrioni degli ippocampi a quelli dei sifonostomi e signati. Noi siamo dunque nuovamente ricondotti al principio, che cioè gli embrioni di una classe, anche se appartengono ad ordini o generi diversi, sono tra loro somigliantissimi. Il fatto ora esposto, della presenza di una pinna caudale negli ippocampi embrionali, ha una non lieve importanza, poichè la paleontologia c’insegna che durante l’epoca eocenica sono esistiti degli ippocampi, i quali possedevano una pinna caudale e furono per questo solo carattere dai paleontologi separati genericamente dagli ippocampi ora viventi ed ebbero dall’Agassiz il nome di Calamostomi. Il monte Bolca ci ha appunto fornito allo stato fossile il Calamostoma breviculum Ag., il quale all’estremità della coda portava, anche adulto, una distinta pinna rotonda.
Mentre le cose predette possono gettare della luce sull’origine del genere Hippocampus, non mancano altri studi intorno alla embriologia dei lofobranchi, i quali fanno scomparire i limiti tracciati dagli zoologi tra il genere Nerophis ed il genere Syngnathus. Questo secondo genere differisce dal primo pel possesso delle pinne pettorali e di una distinta caudale; mentre nella Nerophis le pinne pettorali mancano, e la caudale è mancante o rudimentale. Ora il dott. Fries, nel 1838, ha trovato che la Nerophis lumbriciformis subisce una metamorfosi, giacchè allo stato giovanile possiede delle pinne pettorali distintissime ed una pinna embrionale racchiudente la codale; mentre allo stato adulto è interamente mancante delle pinne, e non possiede che un avanzo della seconda in forma di pinna dorsale.
Noi possiamo domandarci, quale più profondo significato abbiano questi fatti, dei quali ognuno può convincersi coll’osservazione. Io vedo in essi la prova, che le nerofidi sono discese dai signati, e gli ippocampi dai calamostomi. I signati perdendo le pinne pettorali e la codale hanno dato origine alle nerofidi, le quali conservano, come attestato della loro provenienza, nell’età embrionale le pinne pettorali dei loro progenitori.
Vi sarà forse taluno, cui queste conclusioni potranno sembrare immature, [127] e domanderà, dove siano gli anelli di transizione, quegli anelli che nel caso nostro dovrebbero congiungere insieme lo stipite, ossia il genere Syngnathus, e la forma derivata, ossia il genere Nerophis. Noi ci troviamo nel caso fortunato di poter rispondere a questa domanda, poichè tra i signati forniti di codale bene sviluppata, e le nerofidi onninamente prive di codale, esistono delle altre nerofidi che sono munite, allo stato adulto, di codale rudimentale, e costituiscono così un passaggio tra le estreme forme citate. In appoggio di quest’asserzione menzionerò le specie Nerophis anguinea, N. Heckeli e N. aequorea, nelle quali tutte ed in qualche altra specie ancora la pinna caudale è rudimentale.
Si può dire con una certa sicurezza che il genere Nerophis è un genere in via di formazione. Quando la codale, già ora tutt’al più rudimentale, sarà interamente scomparsa in tutte le specie, e non si presenterà nemmeno negli embrioni; allora potremo dire che il genere Nerophis è buono, perchè ben distinto dall’affine Syngnathus. Al presente non può dirsi altrettanto, e prova ne sia l’incertezza degli autori nella classificazione di alcune specie; il Kaup, per es., colloca le nerofidi a codale rudimentale nel genere Nerophis, mentre Rafinesque e Bonaparte riferiscono le medesime specie al genere Syngnathus. In modo analogo i calamostomi terziari, perdendo la pinna codale, si sono trasformati negli ippocampi attualmente viventi, i quali sono privi di detta pinna; ma questi ultimi conservano ancora allo stato embrionale la pinna codale che i calamostomi portavano per tutta la vita.
È sommamente probabile che la pinna codale, prima di scomparire negli adulti, sia stata in essi rudimentale, come lo è nelle su citate specie di Nerophis. Qui debbo confessare che non conosco alcun ippocampo in questa guisa conformato; ma si può nutrire fondata speranza, che si scopriranno degli ippocampi viventi o fossili posteocenici, possedenti in età adulta una pinna caudale rudimentale.
Nel caso speciale che ci occupa, possiamo andare anche più oltre, ed indicare la causa, per cui la pinna caudale è scomparsa negli ippocampi. È noto a tutti gli ittiologi che la codale nei pesci è un potente organo della locomozione, poichè il movimento in avanti succede in seguito alle rapide oscillazioni orizzontali della coda, la cui superficie è resa significante dalla presenza della relativa pinna. Battendo il pesce rapidamente e vigorosamente l’acqua da destra a sinistra, e da sinistra a destra, il centro di gravità dovrebbe muoversi contemporaneamente in due direzioni diverse ma non opposte, per cui si muoverà nel senso della diagonale. Eccezione per tale rapporto fa l’ippocampo, il quale, siccome nuota in posizione verticale, ossia colla testa in alto e la coda in basso, effettua i suoi movimenti principalmente coll’aiuto della dorsale. La pinna codale gli è quindi inutile, o pressochè tale, e se nei calamostomi è esistita, perchè fu ereditata da altri pesci, negli ippocampi ha subito gli effetti di quella legge, la quale condanna gli organi inutili a farsi dapprima rudimentali, di poi a scomparire negli adulti, ed in fine a perdersi anche negli embrioni. Gli ippocampi ora viventi trovansi precisamente nel secondo dei predetti tre stadi. Come dunque l’Archaeopteryx [128] fu il precursore degli uccelli attuali, così il Calamostoma fu il precursore dell’Hippocampus, ed ambedue le forme ora viventi conservano ne’ loro embrioni le vestigia di un remoto passato; e come l’Archaeopteryx congiunge insieme due grandi classi di Vertebrati, i rettili cioè e gli uccelli, così il Calamostoma è una forma intermediaria fra i generi Hippocampus e Syngnathus, avendo la forma generale del primo e la pinna caudale del secondo.
Hilgendorf ci ha fatto conoscere la Planorbis multiformis del calcare di Steinheim, ed un illustre paleontologo, il Quenstedt, ha sostenuto che di questa specie se ne sarebbero di certo fatte moltissime, se nella stessa località non fossero state rinvenute numerose forme di transizione, e soggiunge: «Si suol dire che tutte le forme, che sono congiunte insieme da forme intermediarie, appartengono ad una medesima specie. Quest’asserzione è bella, ma non vera; datemi un sufficiente materiale, e le forme di transizione non mancheranno forse mai»[230].
Negli esempi su citati, le forme intermediarie sono fossili; numerosi altri esempi potrebbero addursi. Vediamo ora, se tra le forme viventi esistano delle forme di transizione pure viventi. La lepidosirena, scoperta dal Natterer nel 1837, deve dirsi una forma di transizione; tant’è vero ch’essa fu classificata ora tra gli anfibi ed ora tra i pesci. Ed è certo ch’essa congiunge insieme gli uni cogli altri. Huxley[231], nella sua Anatomia dei vertebrati, dice in proposito: «È notevole che, mentre i Dipnoi costituiscono sotto molti rapporti un passaggio fra il tipo degli anfibi e quello dei pesci, la colonna vertebrale e gli arti non solo sono conformati come nei pesci, ma s’accostano più alle parti omologhe degli antichissimi Crossopterygi fra i ganoidi che a quelle d’altri pesci». Un’altra forma di passaggio è indubbiamente l’ornitorinco, il quale in essenza è un mammifero, ma concorda in molti caratteri anatomici cogli uccelli. A nessun anatomico sfuggirà l’importanza dei seguenti caratteri dell’ornitorinco. Mancano i capezzoli delle mammelle, ed appariscono solamente capezzoli temporanei. L’ovario sinistro è più sviluppato del destro, ed all’epoca della maturità assume l’aspetto di grappolo. Esiste una cloaca, in cui sboccano il retto ed il canale urogenitale. La valvola tricuspidale del cuore si compone di parti membranose e carnose. Lo sterno presenta un episternale. Esistono, oltre la forchetta, le clavicole coracoidee. Le ossa del cranio subiscono una precoce sinostosi. V’ha una terza palpebra. Nell’apparato uditivo, l’incudine ed il martello sono fusi in un unico osso. Si può quindi dire, che la classe dei mammiferi è congiunta a quella degli uccelli a mezzo dell’ornitorinco.
Recentemente fu scoperto dal Forster nell’Australia un pesce molto singolare, che sembra appartenere ad un genere da lungo tempo estinto, e che ne’ suoi caratteri è intermediario fra parecchie forme oggi esistenti. È il Ceratodus, di cui si scopersero due specie, C. Forsteri e C. miolepis. Lo attuale Ceratodus concorda nei suoi caratteri principali coi Dipnoi, ma ha [129] dietro la cloaca due aperture peritoneali invece di una sola; il bulbo arterioso è conformato come nei Ganoidi, ossia porta parecchie serie di valvole; il polmone è semplice e non doppio; e le branchie si avvicinano a quelle della Chimaera. I vasi deferenti somigliano ad ovidotti, e sboccano nella cavità ventrale come nei Ganoidi. Il sangue è condotto da una vena polmonale dal sacco polmonale nella semplice orecchietta del cuore; ma una vera arteria polmonale manca, giacchè sono i rami dell’aorta dorsale che conducono il sangue al polmone; «in tale modo il sacco polmonale sta nel mezzo tra una vescica natatoria ed un polmone»[232].
Non v’ha gruppo di animali, in cui non si riscontrino delle forme intermediarie. Citerò ancora due esempi, tolti dagli invertebrati. Nei miriapodi i Blanjulidi rappresentano un anello di passaggio tra il vero Julus e gli Strongylosoma, i quali discesero dai Craspedosoma, e questi, per la trafila di altre forme transitorie, dai Polydesmus. Sono anelli di passaggio, avuto riguardo alla forma generale dei segmenti, che regolari e rotondi nei primi, si fanno globosi ai lati negli Strongylosoma, presentano un tubercolo nei Cordeuma, che si fa maggiore nei Craspedosoma. Nei Dolistenus ed altri compariscono le carene, ma piccolissime, più ampie nei Polydesmus. Questi, per la via dei Cyrtodesmus, delle Fontarie, degli Oniscodesmus, derivarono dalle Glomeridi, e così, seguendo il graduato allargarsi delle carene, si viene a designare un quadro genealogico dei chilognati, il cui capostipite, la Glomeris, passa lentamente cogli Asellus, Porcellio, e generi affini, nei Crostacei. Questa genealogia potrà essere accolta o meno; certo si è che chi imprende degli studi speciali sopra un qualsiasi gruppo di animali, giunge facilmente alla convinzione profonda che le forme intermediarie non sono rare.
Citerò un altro esempio. Il Caeculus fra gli acari s’accosta al genere Trogulus tra gli opilionidi per l’integumento coriaceo; per la piastra cefalica che, allargandosi a spatola, si prolunga in avanti a segno da coprire interamente i palpi e gli organi boccali; e perchè l’addome, specialmente verso la sua estremità posteriore, mostra una distinta segmentazione trasversale. Ma d’altra parte esso si stacca dagli opilionidi, per avere le mandibole uncinate[233], composte di un solo articolo e non piegate a ginocchio; inoltre per avere le mascelle tra loro accostate in guisa da costituire una specie di labbro inferiore; finalmente perchè le coscie delle zampe del primo paio mancano di appendice o lobo mascellare. Per questi caratteri non si può esitare a porre il Caeculus tra gli acari, fra i quali, secondo la mia classificazione, costituisce una famiglia a sè, quella degli Hoplopini, affine a quella dei Rhyncholophini[234].
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Gli studi fatti recentemente dal Grassi[235] hanno pure condotto alla scoperta di forme intermedie fra alcuni gruppi degli artropodi. Così dal genere Machilis, attraverso i generi Iapyx, Campodea, Lepismina e Nicoletia, si passa al genere Blatta fra gli ortotteri. Del pari le Scolopendrelle hanno intimi rapporti cogli atteri e coi miriapodi; e la Koenenia mirabilis ha molta affinità coi telifoni e colle solpughe, mentre in alcuni caratteri differisce talmente dagli uni e dalle altre, che si credette necessario di istituire per essa il nuovo ordine dei microtelefonidi.
Delle forme di passaggio esistono dunque tanto tra le specie fossili, come tra le viventi. Relativamente a queste ultime ogni zoologo o botanico, che abbia studiato a fondo una famiglia od un genere qualsiasi, può addurre degli esempi. Si provi il lettore a studiare le spugne, oppure il genere Lithobius fra i miriapodi, od il genere Eupodes fra gli acari, e vedrà quanto giusta sia l’asserzione sopra esposta. «In tutte le opere sistematiche, che trattano la materia profondamente, dice Haeckel[236], incontriamo lamenti continui sulla difficoltà di separare le specie, perchè le forme di transizione sono assai numerose. E perciò ogni naturalista dissente dagli altri intorno ai limiti ed al numero delle specie».
Ma ora sorge un’altra obbiezione. Ammesso che le forme intermediarie sieno esistite, non è probabile che sieno state vantaggiose sulle precedenti, ciò che non concorda colla dottrina dell’elezione naturale. Udiamo ciò che dice in proposito un illustre nostro filosofo, il Mamiani[237]. Egli dice: «Ben scrisse il Pictet che il sauride, a cui principiarono gli arti d’innanzi a mutarsi per divenire ali e penne, era l’animale il più impacciato ed inetto del mondo. Nè il Darwin, citando l’esempio di non so quale pinguino del sud, chiamato in Francia Manchot, rompe e dilegua per nulla l’istanza. Conciossiachè quel pinguino, ancora che non si serva delle ali, pure ne ha i rudimenti ben contornati e vestiti di penne come l’intero suo corpo, e la struttura interna delle ossa a disposizione di ala non di gamba e di piede. Per simile, la conformazione fissa e ben definita del corpo e dei piedi palmati lo abilitano a reggersi e camminare sopra essi diritto ed equilibrato. Ma pel sauride che compie la sua metamorfosi a piccole varietà e a minimi gradi l’uno congiunto con l’altro, tutto ciò deve diventare implicato, sfigurato e confuso; e non solo al di fuori, ma dentro; perchè eziandio le vene, le arterie, il cuore e i polmoni s’inforsano fra le strutture che appartengono alla circolazione a sangue freddo e quella a sangue caldo. E nondimeno, l’animale non pur dee vivere, ma vivere anche più avvantaggiato che quando era sauride schietto; e nota che per ciascuna varietà sopravvenutagli e la quale confonde viepiù le due specie, deve crescere parimente l’utilità, essendo tale il principio supremo del [131] Darwin che quelle sole varietà si trasmettono e durano per cui sia migliorata in qualche maniera l’esistenza dell’individuo nel quale succedono. Onde non è il caso nemmanco di pensare al termine della trasmutazione, e dire che quella bestiuola sarà disgraziata assai, fluttuando, a così parlare, tra le due nature di rettile e di uccello, nè sapersi bene immaginare come potrà sussistere; ma che una volta trasfigurato con le sue brave ali, il suo becco e la sua coda pennuta, si consolerà presto dei travagli passati».
Ho voluto trascrivere queste parole, affinchè il lettore veda, come ragioni un nostro grande filosofo (pur troppo ora rapito dalla morte) sopra un argomento che parmi serio. Il passo citato mi chiama alla memoria un discorso del Settembrini contro Herzen, ed una poesia del Prati. Ognuno è persuaso che il Mamiani, se trattavasi di ragionare, era uomo da fare la parte sua; ma per concludere, occorre un certo corredo di cognizioni di storia naturale, che in generale i filosofi e poeti non possedono. Nel caso presente la risposta può essere breve. È un fatto innegabile che l’Archaeopteryx è esistito, e che radunava in sè i caratteri di due classi di Vertebrati, dei rettili e degli uccelli. Ora i sostenitori delle creazioni indipendenti e separate asseriscono, che un animale con tale struttura mista sarebbe un essere molto imperfetto, disgraziato ed inetto a vivere. Ma i fatti stanno contro di loro, perchè l’Archaeopteryx è vissuto lungamente, e l’ornitorinco, altra forma intermediaria, vive ancora e forse non iscomparirà sì presto dalla superficie del globo. Quanto all’imperfezione che a queste forme si attribuisce, noi possiamo rivolgere ai sostenitori delle creazioni indipendenti la domanda; come mai il Creatore abbia messo al mondo esseri cotanto imperfetti? Questa imperfezione però in realtà non sussiste, perchè un animale intermediario può essere bene adattato alle condizioni di vita, nelle quali si trova. Non è difficile comprendere che ad un animale può tornare utile essere fornito di organi tali da poter occupare, secondo le circostanze, parecchi posti nella natura, ad esempio, vivere nell’acqua ed in determinate epoche in terraferma, o nell’aria volando; nella stessa guisa come ad un uomo, in certi luoghi ed in certe località, poteva essere di vantaggio esercitare la professione del farmacista ed insieme quella del pizzicagnolo!
Anche il Bianconi[238] ha sollevato un’obbiezione, la quale si riferisce alle strutture intermediarie. Egli dice: «J’ai dit, le pied ambulatoire de l’homme, et le pied préhensile du singe sont deux instruments mécaniquement éloignés l’un de l’autre. Des instruments intermédiaires, ou de passage, n’ont pas de possibilité mécanique. Un pied, qui cesse d’être préhensile et va être ambulatoire, n’est ni préhensile ni ambulatoire; et l’animal alors ne peut ni ramper ni se promener; il n’est ni acrobate, ni pédestre. Sa construction serait un absurde, et l’animal n’aurait pas ses conditions d’existence. Il faut qu’il soit décidément rampant ou décidément ambulatoire». I fatti però non confermano queste idee teoriche. Ben pochi animali, ad esempio, sanno rampicare con maggiore agilità dello scoiattolo, e nondimeno questo roditore cammina e corre benissimo sul terreno; egli è dunque acrobata e pedestre [132] insieme. Anche le scimie, che sono animali eminentemente rampicanti, possono correre agilmente su tutti e quattro gli arti; ed alcune, sebbene a stento, sanno anche camminare sui soli arti posteriori. Perfino l’uomo, il cui incesso naturale è l’eretto, con un po’ di esercizio impara a rampicare con agilità. Non è impossibile che un animale, il quale possieda due modi di locomozione, coll’esercizio e coll’abitudine si perfezioni in uno di essi, ed acquisti gradatamente una struttura diversa negli organi stessi della locomozione.
Il Bianconi ha posto un dilemma. Un’asta, o è sufficientemente appoggiata, e sta; o non è appoggiata abbastanza, e cade. Tra questi due termini non è possibile una via di mezzo. Ma l’animale vive, e non è un’asta rigida, per cui il dilemma non può applicarsi alla di lui natura. Ad esempio, il canguro cammina sulle sole estremità posteriori, essendo brevi e deboli le anteriori. Ora è probabile che il canguro sia arrivato per gradi a questa struttura, indebolendosi ed accorciandosi sempre più le estremità anteriori, mentre le posteriori si adattavano a portare da sole tutto il peso del corpo; egli sarebbe quindi passato per quello stadio che oggi presenta il lepre, in cui gli arti anteriori sono brevi e deboli di fronte ai posteriori.
Qui non sarà inutile riflettere sulla natura delle forme intermediarie. Udiamo ciò che dice il Darwin[239] su questo soggetto. «Se noi consideriamo le forme affatto distinte, per esempio il cavallo ed il tapiro, non abbiamo alcun motivo di supporre che vi siano mai stati dei legami direttamente intermedi fra le medesime, ma bensì fra ognuna di esse ed il comune loro progenitore che ci è ignoto. Il comune progenitore avrà presentato, nella intera sua organizzazione, molta rassomiglianza generale col tapiro e col cavallo; ma in alcuni punti della sua struttura avrà differito notevolmente da ambedue e fors’anche più di quello che essi diversificano fra loro. Perciò in tutti i casi analoghi, noi saremo incapaci di riconoscere la forma madre di due o più specie quali si vogliano, ancorchè noi confrontassimo accuratamente la struttura del progenitore con quella dei discendenti modificati, senza possedere contemporaneamente una catena quasi perfetta di forme intermedie. È però possibile che di due forme viventi una sia derivata dall’altra, per esempio il cavallo dal tapiro; e in tale caso bisogna ammettere nel passato l’esistenza di legami direttamente intermedi fra i medesimi. Ma quest’ipotesi implicherebbe allora che una forma sia rimasta inalterata per un periodo molto lungo, mentre i suoi discendenti andarono soggetti ad una grande quantità di cambiamenti; ed il principio di lotta fra organismo ed organismo, fra la prole e i genitori, renderà questo evento assai raro; perchè in ogni caso le forme di vita nuove e perfezionate tenderanno a prendere il posto delle forme vecchie ed imperfette».
Le forme intermediarie hanno dato origine ad un’obbiezione di altro genere. Si è detto: «Se le specie derivano da altre specie, per mezzo di [133] gradazioni intermedie, perchè la natura non ci presenta un caos inestricabile di forme?» Ciò che noi effettivamente osserviamo nella natura, non è nè una precisa limitazione di ogni singola specie di fronte alle congeneri, nè il predetto caos inestricabile. La ragione sta nella breve durata delle forme intermediarie per effetto della elezione naturale.
Dobbiamo premettere che la lotta per l’esistenza si farà più viva tra forme affini e di eguali abitudini, che non tra forme di abitudini e struttura diverse. Alcunchè di simile vediamo nella società umana, dove esiste la gelosia di mestiere. Un medico ed un avvocato, un falegname ed un orologiaio, non si faranno che una concorrenza debolissima; mentre tra medico e medico, tra avvocato ed avvocato, ecc. la concorrenza potrà essere intensa. Supponiamo ora che una specie abbia dato origine a dieci varietà, le quali si allontanino alcune più ed altre meno dallo stipite comune e tra di loro. In tale caso e supponendo che tutte queste varietà abitino un medesimo distretto, la lotta fra le varietà estreme, ossiano le più differenti tra loro, sarà meno viva che fra le varietà intermedie, le quali per conseguenza tenderanno in generale a scomparire, e dopo un tempo più o meno lungo le forme estreme appariranno fino ad un certo grado distinte ed isolate. Così l’organizzazione progredisce, e siccome le forme intermedie hanno in generale una breve durata, pare che cammini a salti, mentre in realtà il progresso è lento e continuo. In tale modo possiamo spiegare anche la divergenza dei caratteri, che scaturisce dalla lotta per l’esistenza, e dalla maggiore intensità della lotta tra forme affini che non tra forme diverse. Ognuno comprende di leggieri che quanto più due forme diversificano nella loro struttura, nelle loro abitudini e ne’ loro istinti, tanto più sono atte ad occupare posti diversi nell’economia della natura.
Il prof. Jäger[240] cita un esempio che giova qui riferire. Supponiamo che un ruminante riceva delle corna, la quale arma lo renda atto a sfidare i pericoli di un terreno scoperto. D’altra parte, le corna sono moleste nelle selve, perchè un animale, che ne sia fornito, urta facilmente contro i rami ed è inceppato nei suoi movimenti. Noi troviamo qui un motivo che può condurre a scindere un ruminante inerme in animali da foresta inermi ed animali da landa armati. A questa differenza biologica s’associa una differenza morfologica per effetto dell’uso. Se l’animale armato adopera le sue corna al combattimento, che è lavoro di tutto il corpo, aumenterà di taglia, mentre l’animale inerme resterà piccolo. Per quello da foresta la piccola statura è un vantaggio, perchè più facilmente attraversa le macchie e vi si nasconde; per l’animale cornuto la grande taglia sarebbe un impaccio nella selva, ma gli è vantaggioso nella landa che è il suo campo di battaglia. Questo esempio ci spiega lo stato inerme e la piccola statura delle specie di Tragulus, che abitano le selve; e lo stato armato e la grande statura dei buoi, delle antilopi, delle pecore e capre, che abitano i luoghi scoperti; i cervi stessi, se [134] sono posti in condizioni naturali, preferiscono i terreni scoperti alle foreste. In questo caso un cambiamento nella struttura ha prodotto un cambiamento di stazione, il quale alla sua volta ha determinato altri notevolissimi cambiamenti di struttura. Ma anche senza mutare l’antico territorio può una specie profittare di qualche posto che per avventura fosse vuoto nella economia naturale. Così un carnivoro può divenire atto a nutrirsi di nuove sorta di preda viva o morta, o rendersi capace di rampicare sugli alberi, o di frequentare le acque, o di farsi meno carnivoro. Ed un insetto, discendente da genitori che vivono sui cespugli, può farsi atto a vivere sotto le pietre, nel musco, ecc., e perfino a rendersi ipogeo e cavernicolo.
Ricorriamo ad un caso molto semplice. Noi abbiamo ragioni per supporre che la vita, originariamente, sia sorta nell’acqua; e quindi vi sarà stato un tempo, in cui gli animali acquatici erano numerosi, mentre la terraferma era deserta. Di certo ad un animale acquatico sarà tornato allora di grande vantaggio di poter abbandonare l’acqua anche temporaneamente, per venire a terra, dove nessun organismo gli faceva concorrenza. E quindi si sarà moltiplicato, ed avrà trasmesso quella sua attitudine ai discendenti. Ma allorchè la prole sarà stata numerosa, saranno apparse variazioni anche più utili, tali cioè da rendere gli individui più adattati ancora alla vita terrestre; ed i primi saranno stati da questi ultimi soppiantati. Alla loro volta le forme acquatiche potranno perfezionarsi per la vita acquatica. Per cui noi abbiamo qui una divisione di stazione, ed un progresso in due direzioni divergenti; oltre ciò l’estinzione delle forme meno perfette, tanto acquatiche che terrestri, renderà le due specie o gruppi qualsiensi di specie, discesi dalla presupposta acquatica, più o meno distinti di fronte allo stipite e tra loro. Senonchè si dirà, che dei posti nell’economia della natura ve ne sono pochi; ma tale asserzione non sarebbe esatta. Un animale può vivere nell’acqua od in terraferma; può rampicare, scavare o volare; essere diurno, crepuscolario, o notturno; carnivoro, insettivoro, fitofago, od onnivoro; libero o parassita, ecc. Ed in ciascuna di queste categorie vi sono diversi posti da occupare; in taluna alcuni pochi, in altre molte migliaia.
Una delle condizioni più favorevoli alla divergenza dei caratteri è il mutamento, anche leggero, di istinto o di abitudini. Si può domandare, se tali cambiamenti avvengano in natura, e se avvengano frequentemente. Faremo osservare innanzi tutto che gli istinti più perfetti, come quello dell’ape di fabbricare celle, o quello delle formiche di tenere schiavi, secondo la teoria che qui discutiamo, non possono essersi sviluppati che a gradi, locchè implica una certa loro variabilità. Questo argomento fu discusso diffusamente dal Darwin nella sua Origine delle specie[241]. Numerosi esempi di variazione negli istinti ci forniscono inoltre gli animali domestici; così i conigli di alta razza non scavano; tutti i nostri animali domestici hanno perduto, almeno in gran parte, il timore dell’uomo; i cani si cibano anche di sostanze vegetali, ed alcuni furono perfino abituati al vino; il colombo tomboliere fa dei capitomboli [135] singolari, ecc. Non v’ha dubbio che simili variazioni avvengano anche allo stato di natura, in dipendenza dalle condizioni di vita. Così lo struzzo in alcuni luoghi cova le sue uova, in altri le abbandona all’azione del sole; i nidi di una stessa specie variano nel materiale, di cui sono costruiti, ed anche leggermente nella forma, come lo provano quelli del pendolino; i molluschi polmonati s’abituano a vivere sommersi nell’acqua, come lo ha dimostrato il Forel per la Limnaea abyssicola, ed il Siebold per alcune specie di Limnaea (auricularia, mucronata, stagnalis) e di Planorbis (carinatus, laevis). Naturalmente in quest’ultimo caso è avvenuto un cambiamento di struttura, essendosi i polmoni trasformati in una camera branchiale. Molti altri esempi analoghi potrebbero citarsi.
Qui possono farsi due domande, alle quali risponderemo con poche parole. Primieramente, come è possibile che da una forma adattata alle sue condizioni di vita ne sorga un’altra per elezione naturale, senza che la prima scomparisca? Ciò è reso possibile dal passaggio della forma più elevata ad altre abitudini di vita. Nell’esempio su citato di un animale acquatico che si fa terrestre ne’ suoi discendenti modificati, la forma genitrice può rimanere per lungo tempo inalterata, perchè non ha da lottare colla sua progenie divenuta terrestre; e se progredisce, vi è spinta non già dalle sue forme generate, ma da altre che convivono nello stesso elemento. In secondo luogo, perchè la forma inferiore non si eleva all’altezza della superiore, e (ad esempio) non diventa terrestre? A questa domanda risponde il prof. Jäger[242]dicendo: «Nessun motivo spinge gli individui non modificati ad occupare la terraferma; anzi ciò è loro vietato della propria organizzazione. E se più tardi ne facessero la prova, dovrebbero entrare in concorrenza con quei primi individui che frattanto si saranno perfezionati».
Se una varietà non apparisce con un grande numero di individui, l’incrociamento colla forma madre cancellerà in parte od interamente il nuovo carattere, e la formazione di una nuova specie sarà resa difficile. Questa considerazione ha condotto M. Wagner[243] a stabilire la sua legge di migrazione, ed a sostenere che solo allora possano formarsi nuove specie, quando alcuni pochi individui, in via di variazione, sieno geograficamente isolati, perchè in tale caso sarà impedito l’incrociamento colla forma madre, e non potrà effettuarsi la riversione. Il Wagner ha certamente una parte di ragione, che ognuno gli acconsente. L’isolamento è una condizione favorevole alla produzione di nuove varietà e di nuove specie, ed il Darwin[244] confessa di non averne tenuto il debito conto. «L’isolamento, egli dice, è un elemento importante nel processo della elezione naturale. In un’area isolata e circoscritta, [136] quando non sia molto estesa, le condizioni di vita organiche hanno in generale una grande uniformità; per modo che l’elezione naturale tende a modificare tutti gli individui di una specie variabile, nella regione interna, analogamente alle condizioni uguali. Di più gl’incrociamenti fra individui di una stessa specie, che altrimenti avrebbero abitato i distretti vicini, verranno impediti. Moritz Wagner ha publicato recentemente una Memoria interessante su quest’argomento, ed ha dimostrato che l’isolamento coll’impedire gl’incrociamenti fra le varietà di recente formazione, fa dei servizi probabilmente ancor maggiori di quanto io ho presunto; ma non posso acconsentire all’opinione di questo naturalista, che cioè la migrazione e l’isolamento siano due condizioni necessarie per la formazione di nuove specie».
Per infirmare la conclusione del Wagner possono addursi molte ragioni[245]. Ammessa in generale l’utilità dell’isolamento, devesi peraltro soggiungere, che essa non scaturisce solamente dall’impedito incrociamento, di cui sopra si è parlato; ma anche dal fatto ch’è tolta l’immigrazione di organismi più adatti dopo ogni cambiamento fisico, ed è così agli antichi abitatori lasciato tempo per acconciarsi alle nuove condizioni. Se la regione isolata è troppo piccola, la produzione di nuove specie trova un impedimento nello scarso numero degli individui che l’abitano, essendo scemata la probabilità che appariscano variazioni favorevoli.
Se una varietà presenta un carattere utile, non si comprende perchè non abbia a conservarsi anche senza l’aiuto dell’isolamento. È vero ch’essa può incrociarsi con una varietà che non abbia il carattere utile suddetto, ma questo potrà nondimeno apparire nei discendenti intatto, poichè sappiamo che certi caratteri sono trasmessi ai figli anche da uno solo dei sessi, di che abbiamo molte prove nei nostri animali domestici; oppure potrà apparire indebolito, ma siccome reca tuttavia un vantaggio, nel corso delle generazioni si estenderà a molti individui, e sarà in tal guisa aumentata la probabilità che ambedue i genitori lo possedano. Si rifletta inoltre che le differenze sessuali secondarie sono talvolta maggiori che le specifiche di altre forme, e talmente rilevanti che ognuno classificherebbe il maschio in una specie diversa dalla femmina, se non ne conoscesse il rapporto. Ora se coteste differenze poterono svilupparsi senza l’aiuto dell’isolamento, non sembra impossibile che abbiano potuto formarsi anche le specie. È evidente ancora che sugli animali, che si riproducono in via agamica o che sono ermafroditi autogami, l’isolamento non può esercitare alcuna azione, e quindi non può essere indispensabile per la produzione di nuove specie. A cotesti animali non può essere applicata la legge di migrazione. Mentre l’isolamento non sembra necessario alla produzione delle nuove specie, si hanno d’altra parte dei fatti, i quali provano che l’isolamento non conduce sempre alla formazione di nuove varietà o specie; così la Vanessa cardui vive in tutti e cinque i continenti ed in [137] molte isole, e tuttavia nei diversi luoghi si conserva costante nei suoi caratteri. Relativamente alle piante, un botanico competentissimo, il Nägeli[246], ha dimostrato che per la produzione di nuove specie la convivenza è più utile dell’isolamento.
Il Kölliker non ammette la teoria dell’elezione naturale. Già nel 1864 espose alcune obbiezioni contro questa dottrina, e ci fece conoscere le sue idee intorno all’evoluzione delle specie[247]. Siccome, a suo dire, la creazione diretta degli organismi non merita alcuna discussione, siamo ridotti al seguente dilemma: o di ammettere che gli organismi siensi sviluppati per generazione spontanea, ciascuno indipendentemente dagli altri; oppure di sostenere la generazione eterogena, secondo la quale gli organismi, sotto l’azione di una legge generale di sviluppo, produssero col mezzo de’ loro germi degli organismi differenti. In favore della sua dottrina, il Kölliker cita la metagenesi, nella quale un animale, ad esempio la Planula, produce per via agamica una specie affatto differente, e cioè un’idra, e questa alla sua volta una medusa. Il Kölliker nega le variazioni utili ed ammette lo sviluppo saltuario delle specie. Egli dice: «Il mio pensiero fondamentale si è che la creazione degli esseri organici è diretta da una grande legge di sviluppo, che spinge le forme semplici a produzioni più svariate. Come agisca quella legge, quali cause dirigano lo sviluppo delle uova e dei germi e la loro trasformazione in organismi più perfetti, non posso dire nemmeno io, ma so che tutta la metagenesi milita in mio favore. Se una Bipinnaria, una Brachiolaria, un Pluteus possono trasformarsi in un echinoderma tanto diverso; se un polipo idroide può darmi una medusa; se lo scolice vermiforme dei trematodi produce una cercaria, non apparirà impossibile, che l’uovo e l’embrione cigliato di una spugna abbia potuto trasformarsi, in determinate condizioni, in un polipo idroide, oppure che l’embrione della medusa sia diventato un echinoderma».
Le obbiezioni ch’egli fa alla teoria della elezione naturale sono le seguenti:
1º Che non è dimostrato un graduato passaggio da una specie in un’altra.
2º Che la paleontologia non scoperse le forme intermedie tra le varie specie.
3º Che non si conoscono varietà che sieno durevolmente infeconde tra loro come le specie.
Se fosse dimostrato il graduale passaggio, di cui si parla nella prima obbiezione, la nostra non sarebbe una teoria, un’ipotesi, ma una verità indiscutibile; ed altrettanto dicasi delle forme intermedie della seconda obbiezione. Relativamente a queste ultime, noi abbiamo visto che delle forme [138] di transizione furono scoperte dai geologi, sebbene non in quel numero che richiede la nostra teoria; ma Lyell dice con ragione che il museo di fossili da noi posseduto compie a stento una pagina del grosso libro del mondo antediluviano. Il Mamiani[248] non accetta questa spiegazione del Lyell, e dice: «Detto da savio; e nessuno nega la sproporzione che passa fra gli avanzi da noi posseduti del mondo antico e la immensa congerie o distrutta o ancora sepolta delle morte spoglie de’ suoi vetusti abitanti. Ciò non ostante, è per riuscire poco probabile e quasi incredibile che delle serie sconfinate di specie intermedie accadute per ciascun passaggio di classe e di genere, neppure una sia giunta alle nostre mani intera o pressochè intera». Già nell’epoca, in cui il Mamiani dettava queste parole, alcune specie intermedie fossili erano conosciute: al presente se ne conosce un grande numero. Quanto alla terza obbiezione del Kölliker, noi conosciamo specie distinte che nell’incrocio sono feconde; e d’altra parte è impossibile di trovare delle varietà tra loro infeconde, fintantochè la fecondità sia considerata come il miglior criterio della specie.
Nel 1872 il Kölliker[249] ha sollevato altre obbiezioni. Egli crede che se anche apparissero delle variazioni, l’incrocio libero dovrebbe cancellarle, opinione che abbiamo già dimostrato inesatta. Egli si associa quindi al Wagner nel ritenere che, ammessa la variazione degli organismi e la elezione naturale, l’isolamento dovrebbe essere una condizione indispensabile per la produzione di nuove specie, obbiezione confutata dal Darwin, dal Claus, dal Weismann e dal Nägeli. Infine egli non crede possibile che l’elezione naturale possa produrre nuovi organi, perchè gli stadi incipienti non sarebbero utili. L’obbiezione più seria è appunto questa che si riferisce all’utilità degli organi incipienti, obbiezione già sollevata dal Mivart[250], cui rispose il Darwin[251]. La spiegazione invero non è facile, e non può essere modellata sopra un unico stampo. Gli avversari dicono: «un organo che non è compiuto, non serve a nulla; l’elezione naturale non può quindi agire su di esso. E per conseguenza, il lento e graduale suo sviluppo è impossibile». Eccoci di nuovo davanti all’asta del Bianconi.
In certi casi un organo può essere utile fino dal suo primo apparire, e va per conseguenza perfezionandosi coll’andare delle generazioni e col progredire degli organismi. Così una piega cutanea al dorso, per quanto fosse sottile e bassa, aumenta sempre la superficie con cui un pesce viene a contatto coll’acqua; essa gli è quindi utile, e la elezione naturale l’ha portata a quello sviluppo che noi troviamo nella pinna dorsale dei pesci. Altrettanto può essere avvenuto delle pinne caudale ed anale, ciò che sta in accordo col fatto che negli embrioni dei pesci quelle tre pinne rappresentano un leggero rialzo membranoso che dall’occipite, girando attorno alla coda, si estende fino all’ano.
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In altri casi un organo, che compieva due funzioni, si è scisso in due organi, di cui ciascuno s’è assunto una funzione. Per quanto agisse poco il nuovo organo, la divisione del lavoro è di tale importanza per l’organismo, che l’elezione naturale poteva di certo trarne profitto. Gli infusorii hanno una unica cavità del corpo. Ora supponiamo che essa si divida incompletamente in due, di cui l’una si adatti principalmente alla digestione, l’altra a promuovere la circolazione. Queste due funzioni saranno di certo compiute meglio da un animale così diviso che da un altro privo di tale carattere; e ciò basta perchè possa agire l’elezione naturale. Ecco abbozzata l’origine dell’apparato gastrovascolare dei Celenterati.
Può anche avvenire che un organo, bene sviluppato per un determinato uffizio, ne assuma un nuovo gradatamente. Nello studiare il collo della giraffa, non dobbiamo partire da un ruminante senza collo, ma da un ruminante con collo di ordinaria grandezza. Partendo da questo punto, egli è certo che ogni allungamento del collo, fosse anche di pochi millimetri, doveva tornare utile al possessore, perchè questo era reso atto a cogliere le foglie ed i ramoscelli da un’altezza maggiore che non gli altri individui aventi un collo ordinario. E così questa parte del corpo allungandosi sempre più avrà potuto raggiungere quelle dimensioni che vediamo nella giraffa.
In altri casi ancora un organo può gradatamente cambiare la sua funzione a mano a mano che la vecchia da lui compiuta diviene superflua od inutile. Così i piedi anteriori possono lentamente assumere l’uffizio di mani, in quella misura che i posteriori si rendono atti a portare da soli tutto il peso del corpo. Ed una vescica natatoria può convertirsi in un polmone, mentre un animale si rende atto a passare degli intervalli viepiù lunghi in terraferma. Esempi molto calzanti della sostituzione degli organi e di mutamento di funzione ci offre l’embriologia, come ha recentemente dimostrato il prof. N. Kleinenberg[252].
In alcuni casi sembra aver agito l’abitudine. I pleuronettidi, finchè sono giovani e simmetrici, ed hanno gli occhi ai due lati del corpo, non possono lungamente conservare una posizione verticale, sia per l’eccessiva altezza del corpo, sia pel leggero sviluppo delle pinne orizzontali, sia per la mancanza della vescica natatoria; perciò si stancano assai presto, e cadono sopra uno dei lati al fondo. Mentre stanno quieti in tale posizione, volgono spesso l’occhio inferiore in alto per vedere sopra di sè, e lo fanno così vigorosamente che l’occhio è premuto con forza verso la parete superiore dell’orbita. Essendo il cranio nella gioventù cartilagineo, perseverando quest’abitudine e facendosi ereditaria, può effettuarsi uno spostamento dell’occhio inferiore[253]. Anche la coda prensile di alcune scimie americane può spiegarsi in simile modo, ammettendo cioè che queste scimie si servissero dapprima della coda come organo prensile solo occasionalmente, e che poi quest’atto diventasse abitudine ereditaria; il resto sarebbe stato un effetto dell’uso. Ed in appoggio di tale opinione può dirsi che al presente parecchi animali impiegano la coda [140] nel rampicare come organo ausiliario. Così il Brehm vide i giovani di una scimia africana (Cercopithecus) attaccarsi colle mani alla faccia inferiore della madre, e contemporaneamente abbracciarla colle loro piccole code; il Mus messorius abbraccia talvolta colla coda i rami degli arbusti, ed altrettanto fanno all’occasione altre specie di sorci e di ratti.
Parecchi naturalisti, come Nägeli, Broca, Pringsheim e Askenasy, sono della opinione che la elezione naturale sia incapace a spiegare alcuni dettagli di forma, i quali, per quanto noi possiamo giudicare, non sono nè utili, nè dannosi. Le specie di eguale valore fisiologico, ma tuttavia diverse morfologicamente, ossiano le così dette specie morfologiche, costituirebbero, secondo i naturalisti su citati ed altri, una obbiezione alla teoria della elezione naturale.
Il Darwin[254] riconosce il valore di questa obbiezione, e dice: «Ora riconosco, dopo aver letto il saggio di Nägeli sulle piante e le osservazioni di vari autori rispetto agli animali, e più specialmente quelle fatte di fresco dal prof. Broca, che, nelle prime edizioni della mia Origine delle specie, ho forse attribuita una troppo larga azione alla scelta naturale o sopravvivenza dei meglio provveduti. Ho corretto la quinta edizione dell’Origine, limitando le mie osservazioni ai mutamenti nella disposizione della struttura. Io non aveva dapprima considerato sufficientemente l’esistenza di molte strutture che non sembrano essere, per quanto possiamo giudicare, nè benefiche nè dannose; e questo io credo sia uno dei più grandi errori che io abbia finora trovato in quel mio lavoro».
È certo che nel regno vegetale, più che nel regno animale, esistono delle specie che differiscono tra loro per certi caratteri, che allo stato attuale delle nostre cognizioni non possono considerarsi nè come benefici nè come nocivi, e che quindi differiscono tra loro per ragioni morfologiche e non fisiologiche. Si pensi, ad es., alla forma della foglia, alla disposizione dei nervi nella foglia stessa, al di lei margine (se intero, lobato, dentellato, seghettato, ecc.), alla disposizione delle foglie sul caule in 2, 3, 4, 5 o più serie, alla forma dei petali o sepali, ecc. Si pensi inoltre al colore di certi minimi animali, invisibili ad occhio nudo od appena visibili, ad esempio, l’Euglena tra gli infusorii, oppure i Tetranychus e Caligonus tra gli acari, che hanno colori vivissimi, e si richiami alla memoria il fatto che anche tra i minerali ve ne hanno di quelli a colori vivi, evidentemente non per ragioni di utilità: e si converrà forse nell’idea, che non tutti i caratteri delle piante e degli animali trovano oggi una spiegazione in quella teoria utilitaria che si fonda sulla elezione naturale.
Tuttavia un distinto botanico, il Dodel[255], in questa questione, in cui i botanici sono più che gli altri naturalisti giudici competenti, non ostante la [141] concessione che il Darwin fece nella sua modestia, si stacca dai suoi colleghi Nägeli, Pringsheim ed Askenasy, e sostiene che l’ultima parola non sia ancora pronunciata su questo soggetto. Egli ritiene che alcuni caratteri, che oggi la storia naturale chiama puramente morfologici, domani possono essere riconosciuti di grande importanza fisiologica. Perchè oggi non ne comprendiamo l’utilità, domanda egli, siamo noi autorizzati a crederli affatto inutili? Dopo che sorse la teoria evoluzionista, dice il Dodel, molti caratteri, prima considerati come indifferenti, furono riconosciuti di alto interesse fisiologico. E perciò non dobbiamo perdere la speranza, che i caratteri creduti oggi puramente morfologici, siano dai naturalisti dell’avvenire classificati sotto un altro punto di vista, tanto più che al presente molti capitoli della fisiologia vegetale sono assai oscuri.
Giova per altro riflettere che se un carattere fosse eminentemente utile ad un organismo, ed indissolubilmente legato ad altri caratteri indifferenti od anche leggermente nocivi, l’elezione naturale conservando il primo dovrebbe necessariamente conservare anche questi ultimi. Perchè un organismo vinca i suoi avversari, non è necessario che ogni singolo suo carattere sia assolutamente più utile; ma si richiede che nel complesso della sua organizzazione sia meglio provveduto. Noi possiamo trovare degli argomenti in appoggio di questa opinione tanto nella specie umana, come negli animali domestici. Un uomo agile ed ardito può essere vittorioso di fronte ad un altro alquanto meglio armato, ma lento ne’ suoi movimenti, timido ed indeciso. L’elezione artificiale ha reso grandi, pieni, belli ed odorosi i fiori della rosa, ma non ha tolto gli aculei a tutte le varietà; questi aculei non sono utili alla rosa quando viva sotto la protezione dell’uomo, anzi possono dirsi dannosi, perchè l’uomo al certo non li desidera. Eppure esistono, perchè l’uomo, tutto assorto nel perfezionamento del fiore, li ha trascurati.
Alcuni naturalisti esitano ad ammettere che i caratteri minuti, i quali in parecchi gruppi di animali sono di grande importanza sistematica, possano essere stati prodotti dall’elezione naturale. È noto che le specie elmintologiche si distinguono spesso per caratteri puramente microscopici; in molti molluschi la radula fornisce pure caratteri specifici; ed il prof. Trinchese, che studia da molto tempo gli Eolidi, dà in questo gruppo di animali grande peso alla forma del pene, al modo con cui è armato di spine, ecc. Ma nessuno vorrà affermare che l’importanza fisiologica di un organo dipenda dalla di lui grandezza; organi piccolissimi possono essere assai importanti nella vita dell’individuo e della specie, e quindi non può sostenersi, che su tali organi l’elezione naturale non abbia agito. Ammessa quest’azione, l’esitanza su citata non ha più ragione di sussistere.
La sterilità degli ibridi fu più volte messa innanzi come una obbiezione alla nostra teoria per due motivi, in primo luogo, perchè la sterilità delle specie al primo incrociamento e de’ loro discendenti ibridi non può essere [142] derivata da una continua preservazione di successivi stadi giovevoli di sterilità; in secondo luogo, perchè si è creduto di poter definire le specie appoggiandosi all’inefficacia degli accoppiamenti fra specie diverse. Noi abbiamo già altrove avvertito, come questo carattere sia vizioso; ora vogliamo conoscere alcuni dei fatti, i quali dimostrano che la sterilità delle specie incrociate soffre delle eccezioni e non può considerarsi come una qualità insita negli organismi, ma come il risultato incidentale di differenze nel sistema riproduttivo delle specie incrociate.
Le diverse specie equine sono certamente specie distinte: eppure il loro incrocio è spesso seguito da concepimento. Il cavallo e l’asina dànno i bardotti, l’asino e la cavalla producono i muli. Furono descritti degli ibridi provenienti dal cavallo e dall’emiona, come anche dall’emione e dalla cavalla; si conoscono anche ibridi generati dalle specie equine seguenti: quagga e cavalla, cavallo e zebra, asino e zebra o zebro ed asina, asino ed emiona od emione ed asina, emione e zebra, emione e quagga, finalmente asino e dauw[256]. Del pari sono buone specie il lepre ed il coniglio, perchè differiscono tra di loro non solo nei caratteri esterni, ma anche nelle abitudini, negli istinti, ed in parecchi caratteri anatomici; inoltre già i neonati delle due specie sono differenti, perchè il lepre nasce peloso e cogli occhi aperti, mentre il coniglio nasce nudo e cogli occhi chiusi. Tuttavia queste due specie si sono accoppiate, sebbene raramente, con successo.
Nessuno vorrà sollevare dei dubbi intorno alla bontà specifica del colombo domestico e della tortora domestica, che il prof. Bonizzi di Modena ha incrociato con successo. «Ciò che, egli dice, richiamava di più la mia attenzione in questo incrociamento, era il conoscere, se le uova venivano fecondate o no. E per quattro o cinque covate verificai sempre, che le uova erano state fecondate e già stava svolgendosi l’embrione. Quest’anno (1874) ho incrociato altri colombi con altre tortore, ed ho sempre osservato che la fecondazione delle uova avviene costantemente; laonde io posso conchiudere che nell’incrociamento del colombo domestico maschio colla tortora domestica femmina la fecondazione delle uova è un fatto comunissimo e costante, come avviene tra gli individui di una stessa specie». Lo stesso Bonizzi ottenne dal suddetto incrociamento cinque ibridi, di cui due perirono dopo pochi giorni di vita, due nell’età di cinquanta a sessanta giorni, ed uno divenne adulto.
Riassumendo i risultati delle osservazioni, egli stabilisce quanto segue:
1º È sempre possibile di ottenere l’accoppiamento di un colombo domestico, almeno della razza triganina, con una tortora domestica (Turtur risoria); e forse potrà fare eccezione qualche individuo dell’una o dell’altra specie per circostanze affatto speciali.
2º Tale accoppiamento è sempre fecondo, in altri termini, la fecondità tra il colombo e la tortora suddetti è perfettamente eguale a quella delle due specie separatamente.
[143]
3º Nelle esperienze eseguite, molte volte l’embrione era già sviluppato nell’uovo, ma periva nei primordi della sua vita.
4º Gli ibridi provenienti da questo incrociamento partecipano dei caratteri della tortora e di quelli del colombo, ne hanno però alcuni propri ad essi solamente. Tuttavia si nota una certa prevalenza della specie madre tortora.
5º L’ibrido maschio proveniente dall’incrociamento del colombo colla tortora suddetti è dispostissimo ad unirsi tanto colla tortora femmina, quanto colla colomba, ma quest’ultima non vi si unisce se non in certo modo forzandola.
È molto probabile che anche nei pesci avvengano degli incrociamenti fra specie diverse. Per citare un esempio, l’Alburnus fracchia, sembra un ibrido, proveniente dall’Alburnus alborella e dal Leucos aula. Nè siffatti incrociamenti sono rari fra gli Insetti; parecchi entomologi descrissero degli ibridi. Molti altri esempi possono citarsi in appoggio della stessa asserzione, tra cui alcuni sono noti a tutti, come l’incrocio del canarino col lucarino, e simili.
Ma ciò che interessa maggiormente è la fecondità degli ibridi, quando si accoppiano colla forma madre. Si conoscono prodotti di bardotta e asino, di mula e cavallo (mionippo), di mula e asino (onomione); il Panceri cita altri ibridi ancora di seconda generazione nel genere equino[257].
Tempo fa divennero rinomati i Leporidi, così chiamò il Broca i discendenti degli ibridi di lepre e coniglio. Zürn diede loro il nome Lepus Darwinii. Secondo le notizie critiche del Nathusius[258] non sembra facile di ottenere i Leporidi; il Sanson però ne allevò quattro generazioni, ed il Gayot li seguì fino alla settima generazione.
Molto interessanti sono le notizie che ci dà il Darwin[259] intorno all’incrociamento delle piante, dove gli ibridi sono assai frequenti. Si hanno esempi di piante, le quali fecondate col polline di una specie diversa producono maggiore quantità di semi che non nel caso di fecondazione col proprio polline. Ciascun ovulo del Crinum capense, fecondato dal Crinum revolutum, produce una pianta, locchè non si trova nel caso della sua fecondazione naturale. Certe specie di Lobelia, di Verbascum e di Passiflora possono essere fecondate assai più facilmente dal polline di altre specie distinte che dal proprio. Altrettanto sembra avvenire nel genere Hippeastrum. Inoltre sono spesso fecondi anche gli ibridi. Herbert asserisce che un ibrido della Calceolaria integrifolia colla C. plantaginea, specie le più dissomiglianti per le loro generali abitudini, si riproduca perfettamente, non altrimenti che se fosse una specie naturale delle montagne del Chilì. Sono fecondi anche gli ibridi nel genere Rhododendron. La Mirabilis jalapa può facilmente essere fecondata dal polline della M. longiflora, e gli ibridi sono sufficientemente fecondi. Il Noble allevava un ibrido ricavato dall’incrocio del Rhododendron ponticum col [144] Rh. catawbiense, e questo ibrido dava semi con tanta abbondanza quanta si può immaginare.
Nel 1865 si è occupato di questo argomento un eminente botanico, il Nägeli[260], ed ha stabilita la così detta affinità sessuale che non coincide sempre esattamente coll’affinità sistematica. Così è impossibile l’incrocio fra il melo ed il pero, mentre può effettuarsi tra il cotogno ed il pero, oppure fra il cotogno ed il melo. Talvolta le piante simili non s’incrociano, come la Primula elatior e la P. officinalis, oppure l’Anagallis arvensis e l’A. caerulea. Nemmeno le varietà di una stessa specie possono sempre incrociarsi; così è impossibile l’incrocio fra la Silene inflata varietà alpina e la Silene inflata varietà angustifolia. E d’altra parte sono feconde nell’incrocio specie talvolta molto dissimili, come la Lychnis diurna e la L. flos cuculi. Nell’incrocio non è sempre indifferente, quale delle due specie fornisca l’elemento maschile, e quale il femminile. Così gli ovuli del Fucus vesiculosus possono essere fecondati dagli elementi maschili del Fucus serratus, ma non gli ovuli di questo dalle cellule spermatiche di quello[261]. La Nicotiana paniculata può essere fecondata dal polline della N. Langsdorfii, ma non questa dal polline di quella. Il simile, secondo Haeckel[262], avviene nella pecora e capra; il caprone dà colla pecora degli ibridi fecondi, mentre il montone non s’accoppia che raramente, e sempre senza successo, colla capra.
Questi fatti, e molti altri simili che potrebbero citarsi, ci autorizzano a fare le seguenti conclusioni:
I. Sta come regola che solo gli individui di una medesima specie possono accoppiarsi insieme con esito felice; ma mentre da un lato s’incrociano con successo individui di specie e perfino di generi differenti, dall’altro sono talvolta infecondi nell’incrocio gli individui di varietà diverse di una stessa specie.
II. È pure regola che gli ibridi sono infecondi e fra loro e incrociati colla forma madre, ma tanto il regno animale che il vegetale forniscono delle eccezioni a questa regola.
III. La specie non può quindi essere esattamente definita con criteri tolti dalla fecondità o sterilità degli individui incrociati o degli ibridi. Nè può ritenersi che la fecondità, la quale generalmente accompagna l’accoppiamento degli individui di una medesima specie, sia una qualità peculiare costante, insita in questi individui, ma sembra invece una conseguenza della struttura del loro apparato sessuale. Tant’è vero che l’affinità sessuale non collima sempre coll’affinità sistematica.
È poi degno di menzione il fatto che la massima fecondità si ottiene nell’accoppiamento di individui che non sieno nè troppo, nè troppo poco affini. Infatti nell’incrocio di due specie essa è in regola diminuita, minima in quello di due generi, nulla nell’incrocio di categorie più elevate; e d’altra parte il [145] matrimonio incestuoso è accompagnato da una diminuzione di fecondità. Perciò nelle piante, come il Darwin[263] ha dimostrato in un lavoro apposito, la natura cerca di ottenere che un individuo non fecondi se stesso, ma che si compia sempre, o di frequente, od almeno a lunghi intervalli, l’incrocio di individui diversi.
È questa una vecchia obbiezione, sulla quale non conviene oggi insistere lungamente. Chi vede organi così complicati, come, ad esempio, è l’occhio umano, o considera le innumerevoli specie che si rinvengono in alcune classi di animali (ad es. gli insetti), e deve immaginarsi queste così perfette strutture derivate da altre semplicissime, e tutte queste specie discese da un unico stipite per gli effetti della variabilità e dell’elezione naturale: non può non rivolgere a se stesso la domanda, se il tempo trascorso dall’alba della vita fino ad oggi sia stato sufficiente a tanto effetto. Chi si attiene alle idee bibliche e fa ascendere l’origine della vita a poche migliaia d’anni, quegli di certo non accoglierà le nostre conclusioni; e sarà confermato nelle sue opinioni da alcuni fatti esposti da Cuvier ed Heer. Il primo trovò che gli antichi animali imbalsamati dell’Egitto, come l’Ibis, sono identici agli odierni; ed il secondo riconobbe negli avanzi vegetali, estratti da antichissimi monumenti egiziani, le specie ancora oggi viventi. Ma che cosa ci rappresentano tre o quattro mila anni nella vita del mondo organico? Forse un’ora sola della vita dell’individuo! Ma non è su questa considerazione che noi vogliamo qui insistere; giova piuttosto rammentarsi che quando una specie è adattata alle condizioni di vita, in cui si trova, essa rimane immutabile fino a tanto che rimangano costanti le condizioni stesse. Ora l’Egitto, per quanto consta, negli ultimi tre o quattro mila anni non fu soggetto a grandi cambiamenti fisici, ossia di livello, di temperatura, ecc., nè si conoscono cause che abbiano favorita una insolita immigrazione; noi non possiamo quindi rimanere sorpresi nel vedere che l’Ibis d’allora esiste ancor oggi, e che alcuni vegetali si conservarono identici o quasi identici.
L’esprimere con un numero d’anni la lunghezza del tempo trascorso, è oggi un’impresa superiore alle nostre cognizioni. Noi non possiamo farcene che un’idea vaga imparando a conoscere le superficie che vennero denudate, e la quantità dei sedimenti depositati. Il Mayer[264] ha fatto un tentativo per esprimere in anni la durata dell’epoca terziaria. Egli scinde quest’epoca in quattordici zone, indicando la singola potenza massima ed assegnando a ciascuna di esse la durata minima. Eccone il quadro:
[146]
| TERRENI | Potenza massima in metri | Durata minima in anni | |
| 1º | Terreno flandriano | 100 | 20000 |
| 2º | Terreno sassoniano | 100 | 30000 |
| 3º | Terreno londoniano | 260 | 30000 |
| 4º | Terreno parigiano | 300 | 50000 |
| 5º | Terreno bartoniano | 1200 | 40000 |
| 6º | Terreno liguriano | 500 | 30000 |
| 7º | Terreno tongriano | 600 | 40000 |
| 8º | Terreno aquitaniano | 3000 | 60000 |
| 9º | Terreno langhiano | 1000 | 50000 |
| 10º | Terreno elveziano | 800 | 40000 |
| 11º | Terreno tortoniano | 300 | 30000 |
| 12º | Terreno messiniano | 300 | 20000 |
| 13º | Terreno astiano | 200 | 30000 |
| 14º | Terreno saariano | 100 | 20000 |
| 8760 | 490000 | ||
Secondo il Mayer adunque la potenza massima complessiva dei terreni terziari sarebbe di metri 8760, e la loro durata minima di anni 490,000. Ora il Dana, paragonando lo spessore degli strati formati in ciascuna epoca, ha trovato che le durate delle epoche quaternaria, terziaria, secondaria e paleozoica stanno fra loro nel rapporto di 1:2:4:17. In base a ciò ed alle cifre complessive date dal Mayer riguardo ai terreni terziari, si otterrebbe quanto segue:
| EPOCHE | Potenza massima in metri | Durata minima in anni |
| Epoca quaternaria | 4380 | 245000 |
| Epoca terziaria | 8760 | 490000 |
| Epoca secondaria | 17520 | 980000 |
| Epoca paleozoica | 74460 | 8330000 |
| 105120 | 10045000 | |
Per cui si ha uno spessore complessivo delle epoche geologiche di metri 105,120; ed una durata minima complessiva di esse di anni 10,045,000. Codesto calcolo però è assolutamente ipotetico, imperocchè moltissime circostanze possono aver influito ad accelerare o a rallentare la formazione dei singoli strati. Le stesse cifre esposte dal Mayer ci mostrano ad evidenza, come non ci sia alcun rapporto costante fra lo spessore di ciascun terreno e la durata assegnatagli. La durata sopra calcolata è la minima che si possa ammettere; alcuni [147] geologi la ritengono ben maggiore, così il Croll la calcola di 60 milioni di anni, ed in generale si ritiene che non possa trovarsi fuori dei limiti estremi segnati dalle due cifre di 20 milioni e 200 milioni di anni. Chi voglia considerare attentamente il significato di queste cifre, ben difficilmente sosterrà, che sia mancato il tempo al perfezionamento degli organi ed alla produzione di specie.
Il prof. Jäger[265] ha fatto un calcolo che merita di essere qui riferito. Supponiamo, egli dice, che la specie umana, per arrivare allo sviluppo odierno, abbia dovuto percorrere 25 stadi; supponiamo ancora che uno stadio sia stato percorso in due milioni di anni, tempo all’uopo più che sufficiente. Il massimo progresso, fatto dalla natura, incominciando dal Bathyplasmodium e dalla Monera fino all’uomo, sarebbesi quindi compiuto in 50 milioni di anni. «Ora ammettiamo la minima misura di divergenza, ossia che in ogni stadio il numero delle specie siasi raddoppiato, noi otteniamo così un numero di specie che si può esprimere col numero 225, che è quanto dire, in cifra rotonda, non meno di 32 milioni di specie, cifra che supera d’assai la somma di tutte le specie viventi e fossili. Se invece si ammette una divergenza di 3, noi otteniamo 325, ossia 111 miliardi di specie. Di fronte a queste considerazioni l’obbiezione, che il tempo sia stato insufficiente, è priva di senso»[266].
[149]
Considerazioni generali. — Correlazione delle parti. — Uso e non-uso degli organi; organi rudimentali.
Le leggi della Variazione sono un argomento assai oscuro, non ostante gli sforzi fatti dal Darwin e dai suoi successori per chiarirlo. Innanzi tutto giova persuadersi, che il tempo, di per sè, non produce alcuna variazione. Il Darwin[267] stesso ce lo dice colle seguenti parole: «La sola lunghezza del tempo non può agire nè in favore dell’elezione naturale, nè contro di essa. Dico questo, perchè si è asserito erroneamente ch’io attribuiva all’elemento del tempo una larga parte nell’elezione naturale, quasichè tutte le specie fossero necessariamente sottoposte a lenta modificazione per qualche legge innata. Il corso del tempo influisce solamente nel procurare una maggiore probabilità alla manifestazione delle variazioni vantaggiose, le quali vengono prescelte, accumulate, e rese permanenti, in rapporto alle condizioni organiche ed inorganiche di vita che variano lentamente. Esso favorisce altresì l’azione diretta delle nuove o modificate condizioni fisiche della vita». Se l’Ibis è rimasto costante ne’ suoi caratteri per tre o quattro mila anni, ciò non costituisce una prova contro la teoria dell’elezione naturale. Imperocchè non è il numero degli anni che noi dobbiamo contare, ma occorre vedere se le condizioni di vita sieno rimaste identiche. Non negheremo che delle variazioni sieno apparse; ma se l’Ibis, tale quale è, è adattato all’ambiente, e se questo ambiente non si è mutato; ogni variazione sarà inutile, e verrà soppressa, o sarà indifferente, ed avrà almeno questo svantaggio di non essere trasmessa con una potenza ereditaria pari a quella dei caratteri antichi.
Il Darwin, nelle sue opere, tutto inteso ad abbattere il dogma della invariabilità delle specie, non ha sufficientemente espresso il pensiero, che la specie può avere delle epoche, forse anche lunghe, di costanza, qualora le condizioni della vita restino invariate. Quest’idea fu svolta meglio dal [150] prof. Jäger[268] e dal dott. G. Seidlitz[269]; quest’ultimo dice: «Quando il completo adattamento di tutti gli organi alle momentanee condizioni della vita sia raggiunto da un organismo, l’intero meccanismo dell’elezione naturale potrà bensì continuare la sua azione, ma il suo risultato sarà questo, che cioè l’adattamento verrà mantenuto all’altezza raggiunta. Quest’azione dell’elezione naturale noi vogliamo chiamare adattamento conservativo. Come il giardiniere conserva colla forbice ad una siepe una determinata forma, tagliando i rami che crescono oltre il livello voluto, così l’elezione naturale distrugge tutti gli individui che s’allontanano in una direzione o nell’altra dall’adattamento raggiunto, e mantiene la sequela delle generazioni nelle forme capaci di perdurare. Da ciò scaturisce la grande somiglianza tra loro degli animali selvaggi di una specie; da ciò la costanza di ogni forma che abbia toccato l’adattamento. L’Ibis è divenuto celebre, perchè lo si addusse pertinacemente contro la variabilità delle specie, non essendosi modificato per molte migliaia di anni, a giudicare dalle mummie degli antichi sepolcri egiziani. Appunto l’adattamento conservativo doveva mantenerlo costante per 3000 anni, se in questi 3000 anni le condizioni di vita rimasero inalterate; e se fossero restate tali per 20,000 anni, l’Ibis non si sarebbe modificato nemmeno in 20,000 anni. L’azione conservativa dell’elezione naturale può farsi progressiva, o regressiva, solo allora quando le condizioni di vita si mutano».
Qui non sarà inutile dichiarare che cosa s’intenda per queste «condizioni di vita», poichè sembra che parecchi autori non se ne sieno fatti un giusto concetto. In ogni caso concreto è assai difficile il dire, se le condizioni di vita siensi cambiate, o meno. A proposito dell’Egitto, il Mamiani[270] dice: «La storia c’insegna che l’Egitto è soggiaciuto in questi ultimi tre mila anni a più mutazioni che parecchie altre contrade. Da nessuno s’ignora che il Delta tutto quanto è terreno non molto antico; e d’altra parte, ora sono colà sterminate distese di arena dove sorgevano per addietro ricche e popolose città che senz’acqua e vegetazione non avrebbero prosperato; e si dica il simile dell’alto Egitto, che al dì d’oggi è nuda e sterile roccia». Ma l’Ibis continuando a prosperare in quelle località ci dimostra, che le sue condizioni d’esistenza non si sono per tutto ciò mutate. Noi sappiamo anche che alcuni gasteropodi terrestri si sono estesi da regioni calde in regioni più fredde, senza punto mutarsi; e che nel lago Goktschai dell’Armenia il Limnaeus stagnalis ha una conchiglia assai sottile, mentre tutti gli altri caratteri rimasero costanti. Le condizioni esterne della vita, come il clima, il terreno, il nutrimento, ecc., hanno di certo un’azione importante diretta sugli esseri organici[271], ma una più importante ancora è esercitata dai mutui rapporti fra gli organismi. Ed è di quest’ultima azione che il Mamiani, il Baer ed altri non hanno tenuto il debito conto. Questi mutui rapporti si stabiliscono bensì [151] in seguito alle condizioni esterne, ma una volta stabiliti, costituiscono una potenza che sembra indipendente da quelle condizioni.
Fu sostenuto da qualche autore che le variazioni appariscano subitanee, grandi, e per così dire saltuariamente. Ma tale opinione non sembra corretta. Gli individui devono adattarsi alle condizioni di vita, in cui si trovano. Queste condizioni sono soggette a cambiarsi, ma tali cambiamenti, come ci ha fatto conoscere il Lyell, sogliono avvenire lentamente. Quindi anche gli organismi devono mutarsi di pari passo, ossia con estrema lentezza. «La tramutazione, disse recentemente il Weismann[272], deve andare di pari passo col cambiamento delle condizioni di vita, imperocchè se queste ultime si mutassero più rapidamente, la specie non potrebbe durare nella lotta colle specie concorrenti, ma dovrebbe perire». E si dica il simile, se la specie subisse dei mutamenti subitanei, troppo rapidi e in disaccordo con quelli delle condizioni di vita.
Lo Hartmann, e più recentemente il Thorell[273] nell’introduzione ai suoi Studi scorpiologici, hanno sostenuto che la teoria dell’elezione naturale esiga una variazione indefinita in tutte le direzioni possibili, perchè possa apparire quel carattere che è necessario alla conservazione della specie. Ma il Weismann[274] ha dimostrato che la natura non è un letto di Procuste da lungo tempo preparato, cui l’organismo debba forzatamente in un modo preciso adattarsi. Le specie dispongono di molti mezzi per conservarsi in vita, e se non riesce uno di essi, possono ricorrere ad un altro. Una specie di farfalla sopravvive perchè raggiunge un colore protettivo, un’altra perchè è assai feconda, una terza perchè il bruco sa costituirsi una robusta amaca, un’altra ancora perchè il bruco prende l’abitudine di nascondersi durante il giorno nelle fessure della corteccia degli alberi od entro la terra, ecc. Se una regione si è fatta troppo calda per una specie, questa potrà salvarsi col variare in modo opportuno nella sua struttura, oppure col migrare verso nord, o coll’elevarsi sovra il livello del mare. Di più all’apparsa di qualche variazione utile è concesso un certo tempo, perchè i mutamenti delle condizioni esterne della vita, come fu detto sopra, si compiono in generale lentamente. Si può quindi dire, metaforicamente, che la specie sceglie quelle condizioni esterne della vita che la fanno prosperare; e quanto ai rapporti tra gli organismi, essi sono reciproci, ossia una specie si adatta alle sue compaesane, e queste s’adattano a lei.
Mentre sosteniamo che la specie possa variare utilmente in più maniere, non intendiamo di dire che la variazione sia illimitata. Tutte le specie non possono variare in tutte le direzioni immaginabili, essendo la variabilità limitata dalla natura dell’organismo. Noi conosciamo un grandissimo numero di specie estinte, e la loro morte fu determinata ora dall’impossibilità assoluta [152] dell’organismo di adattarsi alle nuove condizioni, oppure dal fatto che queste condizioni apparvero troppo rapidamente e la specie non ebbe il tempo necessario per adattarvisi. Il Thorell, seguendo le orme di qualche altro naturalista, ammette un principio metafisico che spinge le specie a variare in una determinata direzione e verso uno scopo prefisso; ma fra questo modo di vedere e la teoria della creazione diretta della specie, la differenza è piccola. Colla prima ipotesi si ammette, come nella seconda, l’ingerenza nella natura di una forza sopranaturale; ammettendo la prima ipotesi si porta quest’ingerenza solamente un passo più in dietro. Naturalmente, si potrà domandare ai partigiani di quelle idee: come va che le specie sono adattate alle condizioni di vita in cui si trovano? E non troverei altra risposta all’infuori di questa: fu prestabilito che si cambiassero in modo da soddisfare in ogni momento alle esigenze della specie. Anche in questo modo si spiega l’armonia che domina nella natura; ma la spiegazione sembra mistica, anzichè scientifica. Oltre ciò questo modo di vedere non rende conto sufficiente delle cause che condussero innumerevoli specie alla estinzione.
Noi abbiamo detto sopra, che, in ultima analisi, la variazione debba considerarsi come prodotta dalle condizioni esterne della vita. Anche il Darwin[275] dice, essere «probabile che la variabilità sia causata direttamente o indirettamente da cangiamenti delle condizioni esteriori, o, per presentare il fatto sotto un’altra forma, non vi sarebbe variabilità se fosse possibile mantenere per un grande numero di generazioni tutti gli individui di una specie in condizioni d’esistenza assolutamente uniformi». Il Seidlitz[276] ed il Weismann[277] hanno discusso quest’argomento più estesamente e più a fondo. Noi abbiamo già detto nel primo capitolo, che gli individui di una specie non sono mai identici; essi possono sembrare tali all’occhio inesperto, ma non lo sono all’occhio esercitato. Le api di un alveare si conoscono tutte tra di loro, probabilmente col mezzo dell’olfatto. Il Lappone conosce e dà il nome a ciascun renne, quantunque Linneo abbia osservato a questo proposito che la possibilità di distinguere un individuo dall’altro era per lui incomprensibile. In Germania, dei pastori hanno guadagnato delle scommesse col riconoscere tutte le pecore in un gregge di cento capi, che non avevano vedute se non da 15 giorni. Il Verlot parla di un floricultore che poteva distinguere 150 varietà di camelie non fiorite; ed il celebre Voorhelm che possedeva più di 1200 varietà di giacinti, li riconosceva, senza ingannarsi mai, dal solo bulbo[278]. Noi possiamo ammettere con piena fiducia che non esistono due soli individui al mondo che sieno identici.
La ragione deve cercarsi nel fatto che non due individui sono posti al mondo in condizioni identiche. Se la riproduzione avviene per via sessuale, i caratteri del padre e della madre si mescoleranno in modo diverso nei [153] diversi prodotti di uno stesso parto; oltreciò sui vari feti agirà la diversità della posizione nell’utero, per cui alcuni saranno meglio nutriti di altri, e subirono gli effetti di pressione degli organi attigui. Se i figli sono generati in epoche diverse, i genitori non sono identici nelle varie procreazioni, perchè tanto l’organismo paterno, come il materno, si cambiano di continuo per effetto dell’età e di altre cause. Trattandosi di generazione agamica, i diversi individui sono formati entro la madre in epoche diverse, e la madre di oggi non è identica a quella di ieri, sia per la diversa età, sia pel diverso stato di nutrizione, di riposo, mentale, ecc.; oppure i diversi germi si formano allo stesso tempo entro la madre, ma sarà diversa la loro posizione nel corpo della generatrice, e quindi saranno esposti alle cause che determinano una diversa nutrizione e una differente pressione per parte degli organi attigui. A conferma di queste asserzioni sta il fatto, che le differenze diminuiscono col crescere della uniformità di condizioni; così i pesci, procreati da una stessa femmina in una medesima epoca, presentano delle differenze impercettibili ai nostri sensi, e nella stessa specie umana i gemelli sono tra loro molto somiglianti. A queste differenze di prima origine se ne aggiungono poi delle altre, prodotte dalle diverse condizioni, in cui gli individui sono allevati
Se in un organismo varia una parte, variano spesso anche altre parti, che perciò diconsi correlative; la conseguenza si è che la somma delle variazioni viene così aumentata. Ora vogliamo conoscere le principali categorie di fatti che vi si riferiscono, e che possiamo attingere alle opere del Darwin, Haeckel, Seidlitz, Weismann, Dodel, ecc. Queste correlazioni sono per noi di molto interesse, giacchè devesi a loro attribuire il fatto che le varietà e specie di animali e di piante non differiscono che raramente o mai in un carattere soltanto.
I. Le parti omologhe tendono a variare nel medesimo modo. Questa regola è sottoposta alle leggi di simmetria che dominano in molti animali, tanto vertebrati, che invertebrati, e che si rendono manifeste già negli embrioni. Un caso semplicissimo noi l’abbiamo nella variazione correlativa della parte destra e della parte sinistra del corpo. Se una mano è sedigite, anche l’altra tende a divenirlo, come lo provano le osservazioni del Perty sopra una famiglia spagnuola e quelle del Marzolo sopra una famiglia italiana[279].
Anche gli arti toracici e pelvici variano in modo correlativo. Se in un arto vi sono dita sopranumerarie, esse tendono ad apparire anche nell’altro paio di arti. Se nei quadrupedi gli arti toracici sono lunghi, grossi, ecc., anche i pelvici tendono ad assumere carattere eguale. Il Meckel ha osservato che allorquando i muscoli del braccio si allontanano per il numero o per la disposizione dal loro tipo normale, essi tendono quasi sempre ad imitare [154] quelli della gamba, e che inversamente i muscoli della gamba, allorchè variano, imitano i muscoli normali del braccio. Alcuni autori hanno fatto osservare che insieme colle membra suol variare anche la faccia. Ma questa espressione non è molto esatta. La spiegazione è forse questa. Noi possiamo considerare il corpo di un vertebrato munito di tre paia di arti che sarebbero i pelvici o addominali, gli scapolari o toracici, ed i craniali o la mandibola. Così ad ogni cavità del corpo corrisponderebbe un paio di arti, e vi sarebbe la relativa cinta ossea cui è appeso. Partendo da questo punto di vista, noi dobbiamo aspettarci che cogli arti addominali o toracici varii anche la mandibola, e con essa per una ulteriore correlazione l’intera faccia. Negli uccelli le gambe alte sono generalmente accompagnate da rostro lungo. Il levriere che ha le gambe lunghe e sottili, ha anche un muso allungato e smilzo.
II. Si conoscono degli esempi di correlazione anche nei colori[280]. Nei cavalli una stella bianca frontale apparisce generalmente in compagnia dei piedi bianchi. Nei conigli e buoi bianchi coesistono spesso delle macchie oscure sulle orecchie e sui piedi. I cani, sopratutto i segugi neri, hanno delle macchie gialle oscure sopra gli occhi. I gatti con piedi bianchi sono spesso macchiati dello stesso colore sul davanti del collo e del petto. I capelli neri si associano generalmente ad occhi oscuri, i capelli biondi ad occhi grigi od azzurri.
III. Correlazione fra le parti di uno stesso sistema. I prodotti integumentali, come i peli e capelli, le unghie, corna, penne, squame, ecc., stanno fra loro in correlazione; con essi stanno in correlazione anche i denti. I peli variano contemporaneamente nello stesso modo in tutte le parti del corpo. Le corna multiple ed ampiamente sviluppate sono di frequente accompagnate da vello lungo e grossolano; ed il dott. Wilckens asserisce che quanto più le corna sono ravvolte a spira, tanto più la lana è increspata. Nel Paraguay furono osservati dei cavalli con peli arricciati e criniera e coda brevi; essi avevano gli zoccoli di forma anormale. Lo sviluppo anormale dei peli è accompagnato da anomalie nel sistema dentario; così i cetacei e gli sdentati presentano, tra i mammiferi, dei caratteri insoliti tanto nell’integumento come nella dentiera. Nella specie umana si sono osservati dei casi di calvizie congenita, accompagnata da incompleto sviluppo dei denti; ed è noto che in età avanzata si perdono tanto i capelli come i denti, ed in casi eccezionali si riproducono in tarda età gli uni e gli altri.
Una speciale menzione merita il nesso che esiste fra gli organi sessuali essenziali e i secondari. È noto che i cervi maschi cambiano le corna annualmente; se noi castriamo un maschio, esso persiste nello stato cornuto od inerme, in cui si trovava all’epoca della castrazione. Nel renne invece, in cui ambedue i sessi portano corna, la castrazione non produce tale effetto. Il gallo castrato perde i suoi caratteri maschili secondari ed assume perfino qualche istinto femminile, ad esempio quello di covare le uova. È noto che nell’uomo la barba e la voce bassa e robusta non appariscono che all’epoca della pubertà; ma [155] se viene evirato prima di quest’epoca, la barba non cresce e la voce resta puerile o femminile. Nei tempi andati i migliori soprani delle chiese erano giovani evirati. È anche noto che gli animali castrati producono maggiore quantità di grasso, di che trae profitto su vasta scala l’agricoltore e l’allevatore di bestiame. Negli eunuchi è cambiato perfino il carattere morale e mentale. È il testicolo che rende l’uomo coraggioso e forte, come l’ovario rende la donna amabile. Anche le femmine perdono colla castrazione i loro propri caratteri ed assumono perfino la livrea ed il temperamento del maschio.
IV. Correlazione fra sistemi diversi. Anche sistemi organici diversi stanno talvolta in correlazione tra di loro; numerosi fatti potrebbero citarsi dall’anatomia per dimostrare che i muscoli e le ossa variano insieme. Così un forte sviluppo della linea aspra o cresta del femore è segno di grande potenza muscolare nella gamba; la rotula suole essere tanto maggiore, quanto più i muscoli estensori della gamba sono sviluppati; una linea semicircolare ben pronunciata del cranio accenna a forti muscoli temporali; negli uccelli la grandezza della crista sterni sta in nesso colla potenza dei muscoli pettorali e quindi anche coll’attitudine al volo.
Le imperfezioni o malattie degli occhi sono talvolta in correlazione con quelle dell’udito[281]. Liebreich afferma che su 241 sordo-muti a Berlino, 14 erano affetti di retinite pigmentaria. Il White Cowper ed il dott. Earle hanno osservato che il daltonismo è spesso accompagnato da una incapacità corrispondente a distinguere i suoni musicali. Singolari sono alcuni casi di nesso fra gli occhi ed i denti, o fra gli occhi ed il colore dei capelli. White Cowper asserisce che tutti i casi di doppia microftalmia ch’egli ha potuto osservare, sono stati accompagnati da uno stato difettoso del sistema dentario. Il Darwin cita il caso di due sposi, ambo robusti, di cui il marito aveva capelli neri, la moglie capelli biondi; essi ebbero nove figli, cinque dei quali, a capelli neri ed iride bruna, furono colpiti d’amaurosi, i quattro altri biondi ad iride azzurra, furono affetti di amaurosi e cataratta insieme. Più singolare ancora è il caso dei gatti bianchi che sono quasi sempre sordi quando hanno gli occhi azzurri; si conoscono oggi moltissimi esempi che confermano questa regola. Il fenomeno può essere spiegato nel modo seguente[282]. I gattini, durante i nove primi giorni, allorchè hanno gli occhi chiusi, sembrano affatto sordi, ed in quest’epoca l’iride è azzurra, giacchè in tutti i giovani gatti questo colore si conserva per qualche tempo anche dopo che le palpebre si sono aperte. Se noi supponiamo che lo sviluppo degli organi della vista e dell’udito si arresti nella fase delle palpebre chiuse, gli occhi resteranno azzurri per sempre, e l’organo dell’udito sarà incapace di percepire i suoni.
Interessanti e finora inesplicabili sono i casi di resistenza all’azione di certi veleni in nesso col colore. I porci della Virginia si ammalano tutti fortemente se mangiano la radice di Lachnanthes tinctoria, tranne i neri. Si dice anche che il saraceno, quando è in fiore, è nocivo ai porci bianchi o macchiati di [156] questo colore, se sono esposti al sole, ma non ha nessuna azione sui porci neri; e secondo alcuni autori l’Hypericum crispum in Sicilia è velenoso soltanto pei montoni bianchi.
Molti altri esempi di correlazione si potrebbero citare, cui non solamente gli animali sono soggetti, ma anche le piante[283].
Quando noi parliamo di correlazione, non vogliamo di certo fare del misticismo, nè tampoco sostenere che una forza non naturale metta in nesso alcune parti dell’organismo. Per correlazione intendiamo la dipendenza di una parte di un organismo da un’altra, l’azione loro reciproca, la quale scaturisce unicamente da rapporti fisiologici. Talvolta vi può avere una parte l’atavismo, ma la primitiva dipendenza fu di certo creata da un nesso anatomico e fisiologico. In alcuni casi questo nesso è manifesto, ad esempio quando è una conseguenza di una legge naturale, com’è la simmetria degli organi nella serie dei Vertebrati e di gran parte degli Invertebrati; oppure lo intravvediamo appena, come nel caso di correlazione fra il colore degli occhi e la sordità; o infine è inesplicabile nello stato attuale delle nostre cognizioni, come si è l’immunità dei porci neri dal veleno della radice di Lachnanthes. Interessante è sopratutto il vedere, come i mutamenti nel sistema riproduttivo traggano seco delle modificazioni notevoli in altre parti dell’organismo; perchè ciò rende probabile che anche, inversamente, i cambiamenti di alcune parti del corpo agiscano sull’apparecchio generatore, ciò che contribuisce a raffermare l’idea che questo sistema sia sensibilissimo ai mutamenti delle condizioni di vita.
L’uso ingrandisce e rafforza, il non-uso impicciolisce ed indebolisce gli organi. Noi cercheremo di dimostrare questa tesi, che era stata sostenuta già dal Lamarck nella sua Philosophie Zoologique, con alcuni esempi. Rivolgiamo innanzi tutto lo sguardo agli animali ciechi.
Wyville Thomson ci racconta che in alcuni crostacei gli individui viventi in acque basse posseggono occhi perfetti, mentre quelli della medesima specie, che furono dragati da 700 e più fathom, erano privi di occhi ed i loro peduncoli perfino trasformati in antenne. La presenza o mancanza di occhi hanno un valore assai limitato nella sistematica, perchè questi organi possono esistere in alcune specie di un genere e mancare in altre specie del genere medesimo. Nei miriapodi si hanno cotali esempi. Alcuni Craspedosoma cavernicoli, assai affini al C. Wagae, che ha occhi, sono ciechi. Mentre i Lithobius possiedono in generale occhi distinti, il L. cavernicolus ne è del tutto privo, e nel L. speluncarum se ne vede appena una traccia. Il Pavesi osserva che gli Adelops e Bathyscia sono Catops senz’occhi; e che vi sono dei Trechus ad occhi composti, altri ad occhi assai piccoli, altri ancora affatto ciechi (Anophthalmus). Fra le Reicheia, ad occhi minimi, fu scoperta [157] nel 1870 la R. Usslaubi, nella quale mancano totalmente. Inoltre sono cieche soltanto le femmine nei generi di Crostacei Jone e Bopyrus, di tutti gli isopodi sedentari. Il quale fatto trova riscontro nell’altro che nei Machoerites, fra i coleotteri pselafidi, i maschi hanno occhi assai grandi e le femmine eccessivamente piccoli e difficili a vedersi, talvolta soltanto da un lato, ed alcuni individui ne sono privi del tutto. E nelle formiche, le operaie hanno spesso occhi piccoli o ne mancano, mentre i maschi e le femmine della stessa specie ne sono provvisti. Molte larve d’insetti a metamorfosi completa non hanno occhi, i quali esistono nella forma perfetta; le lerneidi ed i cirripedi invece li presentano soltanto nelle prime fasi di sviluppo. In questi ed in altri consimili casi la mancanza o rudimentalità degli occhi non è un carattere ereditato da lontani progenitori, ma questi organi sono scomparsi o trovansi in via di scomparire per effetto del non-uso. E siccome specie molto affini possono avere abitudini diverse di vita, ossia una specie essere cavernicola od ipogea e l’altra abitare a piena luce, così noi comprendiamo, come entro lo stesso genere questo carattere della vita possa variare.
Una serie di fatti, che si spiegano cogli effetti del non-uso, rinveniamo nei nostri animali domestici. La pendenza delle orecchie in molte razze di cani, di conigli, ecc., non può spiegarsi altrimenti che ammettendo essere divenuti deboli o rudimentali i muscoli auricolari, non avendo gli animali protetti dall’uomo bisogno di stare continuamente in guardia contro i loro nemici. Il simile dicasi della ridotta capacità craniana del maiale, determinata dal diminuito volume del cervello, il quale in molti animali domestici non è impiegato ad escogitare i mezzi e i modi di far preda. È anche noto che parecchi uccelli domestici hanno in parte perduta la facoltà del volo, mentre i loro progenitori selvatici volano bene.
Gli organi rudimentali, per quanto possiamo giudicare, debbono in massima parte la loro origine al non-uso. Fu già detto in un capitolo precedente che gli ippocampi attuali devono probabilmente la loro pinna codale rudimentale al non-uso, avendo la pinna dorsale assunto l’uffizio della locomozione. Negli uccelli manca il diaframma, di cui tuttavia esiste una leggera traccia, come ha dimostrato il professore Atto Tigri di Siena. In questo caso, essendo poco mobili anche le coste per la presenza dei processi uncinati, furono, a quanto pare, le pareti addominali che assunsero la funzione del diaframma e resero rudimentale questo muscolo che negli altri animali serve ai movimenti respiratorii. In fatti, molti uccelli, quando sono affaticati, muovono rapidamente le pareti addominali, sollevandole ed abbassandole. Nei serpenti il polmone sinistro è rudimentale. Noi possiamo ritenere che ambedue non abbiano potuto funzionare, perchè pigiati in una stretta cavità; quindi uno di essi sarà divenuto rudimentale per non-uso, e l’altro si sarà ingrandito per l’aumentato esercizio. Più tardi, quando tratteremo dell’uomo, impareremo a conoscere altri esempi di organi rudimentali.
Mentre il non-uso indebolisce e riduce, l’uso ingrandisce e rafforza. Che ciò avvenga nei muscoli, ognuno lo sa, basta confrontare lo sviluppo muscolare di un ginnastico con quello di una persona che non lavora fisicamente. Ma [158] anche il cervello s’ingrandisce col lavoro; il Broca ha dimostrato che in generale la capacità craniana è maggiore negli uomini di alta intelligenza che in quelli del basso ceto, i quali non esercitano la mente che poco ed in una ristretta sfera. Anche le ghiandole s’ingrandiscono col lavoro. Se si distrugge un rene, l’altro deve compiere maggior lavoro, e cresce notevolmente di volume. Le mammelle delle vacche, capre, ecc., che si mungono una o due volte al giorno, aumentano di volume e danno grande quantità di latte; mentre, se si trascura di mungerle, si atrofizzano e perdono il latte. L’occhio è reso acuto dal continuo uso; prova ne sia che i montanari e marinai, che devono guardare spesso a grande distanza, hanno una vista felicissima per gli oggetti lontani; anche l’udito si rafforza in maniera simile. In certe malattie di cuore, quando una parte, ad esempio un ventricolo, deve compiere un lavoro insolito, vediamo le pareti muscolari di questa parte ingrandirsi e rendersi ipertrofiche.
Gli effetti dell’uso e del non-uso sono per noi interessanti, perchè alla loro volta producono altri effetti, e si aumenta così il numero dei caratteri sistematici. Se, ad esempio, le ali di un insetto si accorciano, una parte dell’addome rimane scoperta, ed all’uopo della necessaria protezione dei visceri vedremo questa porzione integumentale indurirsi, rendersi chitinosa. Se un uccello adopera molto le sue gambe, farà un uso limitato o nullo delle sue ali, e noi vedremo insieme aumentare di grandezza e robustezza le prime, e ridursi più o meno, fino alla rudimentalità, le seconde. Il Ranke[284] ha fatto il tentativo di spiegare questi effetti dell’uso e del non-uso. In una parte che lavora cresce la quantità del sangue, essa viene per conseguenza meglio nutrita e si sviluppa ampiamente; una parte invece che si trovi in continuo riposo, non riceve che una piccola quantità di sangue, è quindi meno abbondantemente nutrita e perde di volume.
[159]
Caratteri anatomici dell’uomo. — La favella. — Caratteri intellettuali dell’uomo e degli animali. — I sentimenti e la loro espressione. — La moralità. — La religiosità.
Noi dobbiamo ora occuparci di un delicatissimo argomento, della origine della specie umana. Le conclusioni, cui condusse la nostra teoria, hanno suscitato una vera tempesta, ed oltre a qualche naturalista, anche i filosofi ed i poeti vennero in difesa dell’umanità che supposero oltraggiata dalle dottrine evoluzioniste. Si è perfino detto che le nostre idee sconvolgono la morale. Ma la verità non può condurre a tristi conseguenze. Se noi abbiamo torto, l’errore ha il passo breve, e la opposta dottrina rifulgerà, dopo la discussione, di luce più pura; se siamo nel vero, perchè contrastarci il cammino?
Noi esporremo qui con calma ed imparzialità le ragioni, per le quali riteniamo che l’uomo non sia il risultato di un atto creativo speciale, ma discenda per lenta e graduata trasformazione, e su vie affatto naturali, da una specie organica estinta. La specie umana, secondo noi, fu soggetta, al pari di ogni altra, alle leggi della evoluzione.
L’intera dottrina della trasformazione delle specie ha incontrato molti nemici per la sola ragione che conduceva a negare la diretta creazione dell’uomo. Io debbo qui ripetere quanto dissi altra volta[285]: «Si comprende troppo bene, come l’accettazione della predetta teoria impedisca l’esclusione dell’uomo dalla legge generale. Si è dunque per non vedersi in nesso genetico con organismi di altri ordini, che l’uomo inclina a respingere le recenti dottrine sulla genesi della specie. L’uomo crede di dover esigere per sè solo un atto creativo, ed è anzi da stupire, come l’ambizione non lo spinga più oltre e non lo conduca ad ammettere più che una eccezione, facendolo considerare i protagonisti di tutte le maggiori epopee come creati con altrettanti atti speciali. L’esigenza di un atto creativo speciale per l’uomo è tanto forte, che questo cerca di illudersi anche a costo di continue inconseguenze. Egli ammette volontieri una parentela fra due persone che tra loro si somigliano, e riconosce spesso, senza precedente presentazione, il figlio o fratello di un suo conoscente; ma ogni qualvolta la somiglianza si fa minore, invece di ammettere una parentela più lontana ed una più ampia variazione, operatasi nel corso di [160] migliaia di secoli, ricorre ad un atto creativo, appogiandosi all’antico canone, che ogni specie abbia un limite di variazione, limite che nessuno ha finora potuto segnare. Ma con tale metodo si taglia il nodo gordiano, ma non si scioglie».
È l’uomo organicamente distinto dagli altri animali e specialmente dai più affini, le scimie? Ecco la domanda alla quale dobbiamo rispondere. È cosa indubitata, che l’uomo differisce da ogni altro mammifero ed anche dai quadrumani; ma la grande difficoltà sta nell’apprezzare le differenze che esistono.
Escludiamo dapprima l’idea che nell’uomo si mostrino organi affatto nuovi, non esistenti negli altri mammiferi. Owen ha creduto di trovare un organo proprio dell’uomo in una prominenza che si trova nel prolungamento posteriore dei ventricoli laterali degli emisferi, in quella prominenza che gli anatomici chiamano piccolo piede d’ippocampo: eppure Cuvier l’aveva già data come caratteristica dell’uomo e delle scimie in comune, e Tiedemann almeno come propria di alcune delle scimie antropoidi. L’asserzione della grande e legittima autorità di Owen ha mosso altri anatomici inglesi alla caccia del piccolo piede d’ippocampo; ed il piccolo piede d’ippocampo fu trovato anche nel chimpanzè, ed anche, sebbene ridotto, in altre scimie[287].
Escludiamo inoltre l’idea che nell’uomo manchi qualche cosa che si trovi negli altri mammiferi. Fu detto che nel solo uomo mancano gli ossi incisivi. Riferisco in proposito un passo del De Filippi: «Galeno, astretto dai pregiudizi del suo tempo a studiar anatomia sulle scimie, li aveva già conosciuti, e Silvio, notandone la mancanza nella specie umana, incappava in una strana opinione che non viene mal a proposito oggi, allorquando diceva che l’uomo li avesse perduti per l’effeminato e pervertito suo modo di vivere. Sul finire del secolo scorso una scoperta, dovuta al genio di Goethe, dell’autore dell’Ifigenia e del Faust, segna un’epoca nella scienza, imprimendo una nuova spinta alla filosofia anatomica; la scoperta, voglio dire, degli ossicini intermascellari anche nell’uomo, ma nell’uomo nei primordi della sua vita, prima che veda la luce del sole; saldandosi questi ossicini prestissimo coi mascellari corrispondenti. E d’altra parte questi ossi intermascellari od incisivi si trovano nelle medesime precise condizioni di fugace esistenza nel chimpanzè, nella scimia che pe’ caratteri del cranio primeggia sulle altre. Nell’orang-outang e nel gorilla invece gli ossi intermascellari persistono distinti fin molto avanti nella vita, e non si saldano co’ mascellari se non nella tarda età, quando cioè si pronuncia la tendenza alla scomparsa di tutte le suture»[288].
[161]
Nella stessa specie umana si conservano talvolta fino a tarda età le traccie dell’osso incisivo. Nel 1880 io ho studiato le anomalie del cranio trentino, ed ho trovato che vi esiste sovente una sutura intermascellare, la quale partendo dietro i denti incisivi esterni va trasversalmente al foro incisivo. Questa sutura è la traccia della fenditura, che divide la porzione anteriore del mascellare dalle posteriori nel feto di tre mesi, formando un vero osso intermascellare od incisivo a somiglianza di quanto avviene negli animali. Nella maggior parte dei casi questa sutura è evidente soltanto presso il foro incisivo e percorre trasversalmente un tratto più o meno esteso del palato, non raggiungendo il margine alveolare che in pochi casi. La sutura anzidetta più o meno pronunciata trovasi in 60 cranii trentini sopra 100; intorno alla sua frequenza in altri cranii non ho fatto osservazioni[289].
Si parla sovente dell’angolo facciale del Camper, ma gli studi del Topinard hanno tolto ogni valore a questo carattere; di più sappiamo che esso nelle razze umane oscilla in via normale tra due estremi che sono 64° e 85°; anche nei microcefali è talvolta assai piccolo, avendolo trovato il Vogt di 64° in Federico figlio, e di 65 1⁄2 nel microcefalo di Iena. Nelle scimie troviamo un massimo poco discosto dal minimo umano; nel giovane orang-outang, in cui la prima dentizione non sia ancora compiuta, l’angolo facciale è di 60°[290]. Quest’angolo cresce tanto più, quanto più dalle scimie inferiori ci accostiamo alle razze umane più elevate. Al contrario l’angolo sfenoidale del Welcker decresce ascendendo da quelle verso queste, e sta in rapporto inverso della intelligenza; esso è maggiore nella scimia che nel ragazzo, in questo maggiore che nella donna e minimo nel maschio adulto[291]. Recentemente il Broca[292] ha fatto conoscere l’angolo orbito-occipitale, ossia l’angolo che misura l’inclinazione del piano del grande foro occipitale sul piano biorbitario. Quest’angolo è nelle scimie di almeno 17 gradi più elevato che nell’uomo, ciò che sta in rapporto colla posizione eretta di quest’ultimo. Questi angoli ci dànno delle differenze tra l’uomo e la scimia, ma delle differenze leggere, di grado solamente, con numerosi passaggi tra gli estremi.
Devo far qui cenno di una obbiezione del Bianconi, il quale dice: «Non sarebbe che un errore di logica il volere fermarsi ad istituire comparazione fra il teschio dell’orang-outang, nel solo stato di gioventù, col teschio umano. Imperocchè le forme del primo sono transitorie e quelle del cranio umano adulto sono già stabili e ferme. Conviene paragonare cose allo stato fermo, in condizioni cioè comparabili, altrimenti, se i termini del confronto non sono della stessa natura, ogni ravvicinamento ed ogni induzione è possibile, ma spesso anche fallace»[293].
[162]
Il Bianconi dovrà ammettere che nella specie sono compresi tutti gli individui, forniti di dati caratteri, in qualunque stadio di sviluppo si trovino, sì i maschi che le femmine ed i neutri, se ve ne sono; sì i giovani come gli adulti. Per cui quando si tratta di far vedere le minime differenze che esistono tra due specie, è lecito e necessario di ricorrere a quegli individui, che meno differiscono tra loro, nel caso nostro ai giovani della scimia ed agli adulti dell’uomo.
Di maggiore importanza è l’assoluta capacità del cranio, la quale, come ha dimostrato il Broca[294], sta in un certo rapporto coll’intelligenza. Nell’uomo noi vediamo salire questa capacità a oltre 1800 cent. cub.; così quella di Cuvier fu di 1829 cent. cub., quella di lord Byron di 1807 cent. cub., e sembra che quella di Schiller superasse i 2000 cent. cub. In generale però i cranii non hanno una capacità maggiore di 1600 cent. cub.: la media negli Europei oscilla tra 1400 e 1500. Negli Indiani, Negri, Cinesi, Malesi ed altri popoli di bassa capacità craniana è di circa 1300 cent. cub., e negli Australiani, Ottentoti, Polinesiaci ed altri popoli barbari, discende fino a 1200 cent. cub. Il cranio umano meno grande, quantunque non appartenente ad un idiota, ha offerto una capacità di 1021 cent. cub.; per cui entro il genere umano vediamo variare questa tra vasti limiti, ed offrire la differenza di oltre 800 cent. cub. Il più grande cranio di gorilla ha offerto la capacità di 500 cent cub., per cui tra il più piccolo normale umano ed il più grande scimiano, havvi una differenza di 521 cent. cub.
Per tale riguardo è innegabile, che vi sia una differenza tra l’uomo e le scimie; ma non devonsi qui perdere di vista due cose. Risulta cioè dalle osservazioni esposte, che la differenza di capacità è maggiore tra uomo ed uomo, che non tra l’uomo e i più elevati quadrumani; a ciò si aggiunga, che la lacuna esistente tra i due ordini scomparisce in parte in seguito ai risultati ottenuti colle misurazioni dei cranii umani microcefalici, nei quali il Vogt ha osservato la capacità di 622 centimetri cub. nel Racke, di 555 cent. cub. nel Moehre, e di 460 cent. cub. nel Federico figlio[295].
Il cervello stesso nulla offre che potesse giustificare una profonda separazione dell’uomo dalle scimie. Secondo Gratiolet il cervello dell’uomo e quello delle scimie sono foggiati secondo un tipo speciale, diverso da quello che osservasi negli altri ordini dei mammiferi, per cui chi cercasse nel solo cervello delle grandi differenze tra i bimani ed i quadrumani, arriverebbe a persuadersi che vi sono delle buone ragioni per ristabilire l’ordine dei Primati. Il cervello dell’uomo e quello della scimia sono distinti per alcuni caratteri loro propri, che sono: il lobo olfattorio rudimentale, il lobo posteriore che ricopre completamente il cervelletto, la scissura del Silvio ben distinta, il corno posteriore racchiudente il piccolo piede d’ippocampo nel ventricolo laterale, ed infine la così detta isola o il lobo centrale. Questi caratteri, dice [163] Gratiolet, non si trovano insieme che nell’uomo e nelle scimie. In tutti gli altri animali il cervelletto è scoperto, havvi inoltre un grande lobo olfattorio, perfino nell’elefante, e manca il lobo centrale. Esiste dunque un tipo di cervello proprio delle scimie e dell’uomo, ed in pari tempo la distribuzione delle pieghe o circonvoluzioni cerebrali segue in essi un piano caratteristico diverso da quello delle altre grandi divisioni de’ mammali. «Havvi, dice il Gratiolet, una forma di cervello propria alle scimie e all’uomo; ed havvi eziandio nelle pieghe cerebrali, quando appariscono, un ordine generale, una disposizione, il cui tipo è comune a tutti questi esseri. Cosiffatta uniformità nella disposizione delle pieghe cerebrali nell’uomo e nelle scimie è degna, al più alto grado, dell’attenzione dei filosofi. Altrettanto havvi un tipo particolare delle circonvoluzioni cerebrali nei makis, negli orsi, nei felini, nei cani, ecc., e finalmente in tutte le famiglie di animali. Cadauna di queste ha il suo carattere, la sua norma; ed in ciascuno di questi gruppi le specie possono venire facilmente assembrate in riguardo alla sola considerazione delle pieghe cerebrali»[296].
Nè diversi furono i risultati, cui giunsero due eminenti fisiologi, di certo non sospetti di voler favorire la teoria evoluzionista, il Lussana ed il Lemoigne. Essi dicono[297]: «Il tipo anatomico delle circonvoluzioni delle scimie, e tanto più quello dell’ourang-outang, è analogo al tipo delle circonvoluzioni umane». E più oltre essi confermano che «le circonvoluzioni dell’uomo hanno un tipo generico analogo a quello delle scimie».
Isidoro Geoffroy Saint-Hilaire ha notato che in nessun animale il pelo è distribuito sulla superficie del corpo tanto disugualmente come nell’uomo, nel quale la maggior parte del corpo è nuda o fornita di pelo finissimo, mentre osservasi, specialmente nelle femmine, una fitta capigliatura. Ma tale distintivo non è che di grado. L’orang-outang ha il pelo molto diradato, specialmente alla faccia, alle parti anteriori del tronco, e nell’interno delle coscie; ed alla regione posteriore del vertice il pelo più lungo e disposto a rosa attorno di un centro, accenna già ad una disposizione analoga a quella che si osserva nella capigliatura umana. Se si esamina la pelle propriamente detta, si vede che l’uomo e la scimia sono ravvicinati tra loro ed insieme discosti dagli altri animali, poichè la pelle dei primi offre due caratteri che non riscontransi negli altri animali: la scabrezza sotto l’azione del freddo conosciuta col nome di pelle d’oca, e la ricchezza di papille largamente munite di nervi sulla palma della mano e sulla pianta del piede.
Consultiamo i risultati di recente ottenuti dalle delicate e pazienti ricerche degli antropologi. Il Broca ha fatto degli accurati studi comparativi sull’angolo occipitale del Daubenton, ed ecco la sua conclusione: «Il minimo degli antropomorfi adulti discende al disotto del massimo umano. La direzione del foro occipitale non stabilisce dunque una distinzione assoluta fra l’uomo e gli [164] antropomorfi». Se poi, oltre gli adulti, esaminiamo anche gli individui giovani, rileviamo dalle tabelle del Broca, che l’angolo del Daubenton nel chimpanzè può discendere a 5 gradi, che è pure l’angolo dei Cinesi, degli Arabi e di altre popolazioni[298].
Il Mantegazza[299] ha studiato in modo comparativo il rapporto fra la capacità del cranio e la circonferenza del foro occipitale, e conclude che una cifra che oscilla fra il 5 e 7, e che rappresenta questo rapporto, è uno dei caratteri umani più costanti che si conoscano, e che separa l’uomo dalle scimie antropomorfe e tanto più poi dagli altri mammiferi. Ma se consultiamo le sue tabelle, vediamo espresso questo rapporto nel delfino colla cifra 6,64, ed è identico a quello di un pirata cinese, e poco discosto da quello di un Toscano moderno che è di 6,48. Inoltre il dott. Gaspare Virgilio[300] ha trovato in un microcefalo un rapporto affatto simile a quello dei quadrumani, ossia eguale a 23,71. Più importante sembra l’indice cefalospinale, ossia il rapporto decimale o centesimale fra l’area del foro occipitale e la capacità del cranio. Questo indice oscilla nelle scimie antropomorfe tra 4 ed 8, nell’uomo fra 13 e 25; dunque vi è, per tale riguardo, maggiore differenza tra uomo ed uomo che non tra scimia ed uomo.
Il Mantegazza[301] ha anche studiato comparativamente l’indice cefalorbitale, ovvero il rapporto centesimale fra la capacità delle due orbite e la capacità del cranio. Sulle scimie antropomorfe egli non ha potuto fare che poche osservazioni, da cui risulta che l’indice predetto oscilla tra le cifre 4,0 e 9,7. Nell’uomo invece quest’indice sta fra le cifre 20,8 e 37,3 (lasciando da parte i fanciulli che l’hanno altissimo); dunque anche qui la differenza è maggiore tra uomo ed uomo (essendo quasi di 17) che non tra scimia ed uomo (che è di 11,1). Di più il Mantegazza dice: «L’uomo microcefalo si ravvicina assai all’ourang per rapporto dell’indice cefalorbitale, come appare da queste cifre:
| Indice cefalorbitale | |
| Ourang giovane | 9,7631 |
| Donna microcefala (n. 21) | 11,4634». |
Il Broca[302] ha studiato l’indice orbitale, ossia il rapporto dei due diametri dell’orbita, orizzontale e verticale, tanto nell’uomo che nelle scimie; ma nemmeno per questa via si giunge a scoprire delle notevoli differenze. Le scimie antropomorfe sono bensì megaseme, avendo l’orango un medio indice orbitale di 113,38, il chimpanzè di 99,66 ed il gorilla di 98,65; ma nei gibboni discende a 94,76 e quindi sotto al massimo rinvenuto nella specie umana che è per serie totali di 95,40.
Sembra inutile trattare più lungamente di simili caratteri; sarebbe sfondare [165] porte aperte, perchè ognuno è oggi persuaso che su tale via non è possibile di stabilire un abisso tra l’uomo e gli animali che gli sono affini. Volgiamo ora la nostra attenzione ad un altro ordine di caratteri, ed innanzi tutto alla favella.
Noi troviamo su questo argomento delle preziose notizie nelle opere del Darwin, del Lubbock e dell’Houzeau, e ne trarremo ampiamente profitto. Egli è certo che nella favella sta uno dei caratteri principali dell’uomo, il quale può dirsi l’animale parlante; ma qui trattasi di vedere, se tale carattere costituisca veramente una differenza qualitativa, o solo quantitativa.
Innanzi tutto dobbiamo constatare che il linguaggio dei selvaggi è spesso assai limitato. Gli Ho dell’India centrale non hanno vocaboli affettuosi. L’idioma algonchino, uno dei più ricchi dell’America del Nord, non ha il verbo amare, e gli Indiani Tinné dell’altro versante delle Montagne Rocciose, non hanno l’equivalente di caro o amato. I Calmucchi ed alcuni isolani del Mare del Sud non hanno, da quanto si dice, una parola che equivalga a grazie. L’idioma dei Veddah (Ceilan) contiene solo quelle certe frasi necessarie per descrivere gli oggetti naturali più evidenti e quelli che s’incontrano nella vita giornaliera delle persone medesime. Il loro dialetto è tanto primitivo e rozzo, che gli oggetti più comuni sono descritti e le azioni della vita sono narrate colle più singolari perifrasi. I Fuegiani non hanno termini astratti. I Tasmaniani non hanno un vocabolo generico per significare un albero, sebbene abbiano nomi per ogni specie particolare; non possono neppure esprimere qualità, come duro, morbido, caldo, freddo, lungo, breve, rotondo, ecc. Fra i Coroado (Brasile) si cercano invano i vocaboli che esprimono le idee astratte di pianta, animale, ed ancor meno le nozioni più astratte di colore, tuono, sesso, specie, ecc. I Boschimani non contano al di là di due, ed altrettanto dicasi degli Indiani del Brasile. Nessun Australiano può contare fino a quattro; il termine che esprime cinque significa semplicemente un numero grande[303]. I Dammara non contano al di là di tre, e non hanno i comparativi, per cui non possono esprimere i concetti di più grande, più piccolo, più lontano, e simili. Quando vogliono esprimere quattro fanno uso delle dita, e se debbono contare oltre cinque si smarriscono, perchè allora non hanno più una mano libera per tener ferme le dita che servono come unità. Gli Indiani Zamuca e Muysca per cinque dicono mano finita[304]. Secondo il Perty e l’Hellwald, gli Arfaki od abitatori dell’interno della Nuova Guinea non sanno contare oltre il cinque o sei, eccettuati pochi, i genii matematici di quelle contrade, i quali coll’aiuto delle dita delle mani e dei piedi arrivano con un supremo sforzo mentale fino [166] al venti. Per la maggior parte netat significa uno, nees due, neesa-netat tre, neesa-neesa quattro, neesa-neesa-netat cinque, neesa-neesa-neesa sei. Più in là ripetono il neesa rapidamente più volte, per significare la moltitudine.
Se noi misuriamo la distanza che passa fra l’uomo civile e gli animali in ordine al linguaggio, la troviamo di certo grandissima, ma è grande pure quella distanza che separa un grande oratore da un Dammara o da un altro qualunque dei su citati selvaggi.
Si possono addurre molti esempi per dimostrare che gli animali comprendono in parte il linguaggio dell’uomo. Come i fanciulli, così anche gli animali, imparano a conoscere dapprima il proprio nome. I cani lo intendono in mezzo ad una lunga serie di vocaboli, anche se non è pronunciato con particolare accento. Hearne aveva dei castori che venivano quand’erano chiamati col loro nome; il renne, i pappagalli ed altri animali si mettono in attenzione quando odono il loro nome. Ma gli animali intendono anche delle parole. Il bracco capisce il significato delle espressioni: cerca! porta! ecc. Gli animali ammaestrati, come i cavalli, i cani, gli elefanti, ecc., capiscono molte parole che esprimono altrettanti ordini. D’altra parte, l’uomo comprende spesso i suoni che emettono gli animali; così il cacciatore conosce bene il significato delle varie voci dei suoi cani, e distingue il suono dell’affetto da quello della collera, del dolore, ecc.
Gli individui di una medesima specie si capiscono pure tra di loro. «Non posso rifiutarmi, dice il Lussana[305], dal credere a quel linguaggio, per mezzo del quale, a mo’ d’esempio, la chioccia spaventata, con un grido di particolare e ben compresa intonazione, dà il segno d’allarmi alla sua famiglia per avvisarla del nibbio, con un altro grido convoca i pulcini sotto le ali, con un altro li chiama a mangiare, con un altro al pollaio. In uno stormo di uccelli osserviamo che un dato grido li fa tutti precipitare alla fuga, un altro li rauna, un altro li fa accovacciare, un altro li para al combattere od al difendersi. Il linguaggio dei volatili assume anche una maggior estensione di significati distinti al tempo dell’amore, della covatura, dello allevamento dei figli. Premure affettuose del maschio, riserve miste a vezzi della femmina, rifiuti simulati, ire, gelosie, paci, espresse nell’azione di questi esseri gentili, ci dimostrano che non è affatto iperbolica la gentilissima anacreontica del Vittorelli». Molti animali che vivono in stormi, pongono delle sentinelle, le quali all’avvicinarsi di qualche pericolo dànno un segnale che è compreso da tutti gli individui della società. Quando le marmotte vanno alla pastura, mettono un individuo sopra un luogo elevato che fa la guardia; il simile dicasi della marmotta americana (Arctomys marmotta). È noto che i corvi, le cornacchie ed i fiamminghi (Phoenicopterus) hanno le loro guardie. Il grido d’allarme della rondine mette in fuga tutte le sue compagne.
Non solo gli individui di una medesima specie s’intendono fra loro, ma anche gli individui di specie diverse. Quando la gallina chiocciando invita i pulcini ad un lauto alimento, se ne accorgono e vi s’avvicinano anche gli [167] altri uccelli, ed il grido monitore del gallo, che vede un uccello rapace, è segno di fuga non solo per le galline, ma per altri volatili ancora. Il pettirosso (Silvia rubecula), dice Houzeau[306], vedendo un uccello rapace, emette un suono particolare, in seguito a cui si nascondono anche gli altri uccelli. Egli cita ancora altri esempi, e conclude col dire: «Il est donc manifeste que quelques oiseaux au moins comprennent certaines expressions des langues étrangères, des langues qui sont propres à des espèces différentes de la leur».
Gli animali non sanno in generale articolare le parole, e quindi non hanno una favella od un linguaggio nel vero senso della parola. La ragione può dirsi ancora sconosciuta. Il Lemoigne[307] spiega il fatto nel modo seguente: «La loro lingua poco agile, poco pieghevole, troppo lunga e stretta, è troppo legata all’apparecchio osseo e rigido che le serve di base; troppo lungo è pure in generale il velo palatino; lenti e pesanti i moti della mandibola; la bocca troppo fessa; le labbra poco sostenute, poco carnose; i denti ineguali in volume e lunghezza, e in certi punti assai distanti fra loro, non formano, come nell’uomo, una regolare e solida barriera, contro cui l’aria si rompa, e contro cui le labbra e la lingua trovino un punto di appoggio adattato». Questa spiegazione però, che è molto complessa, non soddisfa, ed è più probabile che la ragione risieda in organi più reconditi, cui, solo in via secondaria, possono associarsi le cause su esposte. Sembra che la vera causa sia nascosta in condizioni speciali e non appariscenti del sistema nervoso, e siamo confermati in quest’idea dal vedere, come i muti spesso non presentano alcuna differenza nell’apparato vocale.
Tuttavia non si può sostenere che gli animali non possano assolutamente articolare la parola. Alcuni possono essere ammaestrati a proferire delle voci articolate, così i pappagalli, gli storni, la gazza comune (Garrulus glandarius), la gazza marina (Pica caudata), il merlo (Merula vulgaris), ed altri. Alcuni cani sanno pronunciare delle parole, e dicasi altrettanto delle foche. Queste sono voci imparate; ma anche le naturali di qualche specie sono articolate. Già Fabrizio d’Acquapendente disse, parlando della gallina: «unde facto tali quodam articulo kik, pullos ad fugam excitavit, qui audito hoc articulo statim omnes stipatim fugam arripuerunt: se ipsam autem interim opposuit cani ad pugnam. Porro cane confestim discedente, ipsa denuo alio articulo, ut puta glo glo, pullos ad se subito convocavit». Il Lemoigne[308] asserisce che nel gatto «si osserva qualche abbozzato tentativo di favella». Alcuni rettili della famiglia Ascalobotae gridano geko, altri rettili gracidano tukay. Che molti uccelli emettano dei suoni articolati, è provato dal fatto che può scriversi il loro canto, il quale si compone di consonanti e di vocali. Si pensi, ad esempio, al canto del cuculo o del gufo o dell’oriolo (Oriolus galbula) o dell’usignuolo. Il canto di quest’ultimo, come è scritto dal Bechstein, costituisce un lungo periodo. Una specie di linguaggio, benchè assai [168] grossolano, pure s’intravvede nel grido delle scimie; così l’hooloch grida woh woh per segno di affetto, il gibbone ra ra per segno di dolore e hem per segno di piacere[309].
Noi possiamo quindi distinguere due gruppi di animali parlanti: quelli cioè che articolano i suoni naturalmente, ed in tale caso non vi annettono un concetto preciso, ma bensì un sentimento vago ed indefinito; e quelli che articolano le voci solo artificialmente. Questi ultimi non comprendono in generale ciò che dicono.
Perciò sono vere le parole di Jäger: «La favella articolata dei pappagalli, degli stornelli, ecc., è assai diversa da quella del suo maestro, l’uomo, non tanto per la forma che è esattamente imitata, quanto pel fatto che l’animale riguarda la parola come semplice suono, in quella guisa con cui allo stato di libertà imita il canto di altri uccelli, oppure in domesticità, il canto del padrone o i battiti dell’orologio.... L’animale tratta la parola come suono di sentimento. Mentre il pappagallo non ammaestrato grida nelle ore del mattino, quand’è ammaestrato si diverte, proferendo delle parole con quelle modulazioni, colle quali allo stato selvaggio emetteva i suoni naturali».
Sembra però che talvolta l’animale comprenda il significato della frase che pronuncia. Lo stesso Jäger ci racconta che un pappagallo, cadendo dalla finestra, gridò per la prima volta: ach Herr Jeses, avendo udite queste parole dalla serva in segno di terrore. E Brehm non esita a dire, che i pappagalli non ciarlano, ma parlano, sapendo che cosa esprimono colle parole[310].
L’animale che meglio parla è il Psyttacus erithacus, e le notizie che Brehm ci fornisce del Jako sono veramente sorprendenti. Questo pappagallo conosceva una settantina di frasi, tra cui alcune molto lunghe, e mostrava di conoscere il significato adoperandole a debito tempo. Egli diceva per es. di mattino: Guten Morgen, e solo di sera Gute Nacht; e se voleva che il padrone gli si avvicinasse, gridava: Papà, komm her! quando il padrone apriva la porta per andarsene, lo salutava dicendo: Bfiet Gott!; se le persone che partivano erano parecchie, diceva: Bfiet Ihnen Gott!
Se teniamo conto della nostra ignoranza sulla origine delle lingue, origine che potrebbe recarci degli interessanti ammaestramenti; se riflettiamo che anche oggidì le popolazioni selvaggie hanno una favella rozza e quasi esclusivamente composta di interiezioni; se in fine pensiamo che gli animali hanno pure una favella, che sanno articolare dei suoni, e che talvolta sembrano conoscere perfino il significato della parola, saremo indotti ad inferire che la favella articolata non costituisce un carattere qualitativo dell’uomo, ma solamente una differenza di grado.
A questa differenza, sebbene solo quantitativa, noi dobbiamo attribuire tutta quella importanza che merita, tanto più che da essa scaturiscono le tradizioni e la scrittura.
Recentemente ha scritto un opuscolo contro l’evoluzionismo Francesco [169] Pietropaolo da Tropea[311], il quale ha avuto la cortesia di occuparsi dei miei lavori oltre il loro merito. L’autore ritiene che la favella costituisca una differenza essenziale, e non soltanto quantitativa, fra l’uomo e gli animali, poichè «se i selvaggi per le condizioni atmosferiche, climatologiche ed educative, hanno un linguaggio limitato ed imperfetto, una moralità meno sviluppata ed una religiosità diversa dalla nostra, non è questa una ragione a pro della tesi del prof. Canestrini. Bisogna vedere, di che potrebbero essere suscettibili quei selvaggi, se fossero educati come noi». Se i selvaggi fossero posti nelle identiche nostre condizioni, ritengo che, coll’andare del tempo, diverrebbero uomini come noi, perchè anche i nostri avi furono rozzi selvaggi. Ma prendendo l’uomo o gli animali quali sono oggidì effettivamente, visto che s’intendono gli uni e gli altri con voci ora più ed ora meno articolate e composte, non so vedere dove stia la differenza essenziale sostenuta dall’autore precitato, tanto più che l’anatomia, che non ha trascurato le più minute ricerche, non ha saputo trovare nell’uomo nessun centro nervoso, deputato alla favella, che manchi onninamente negli affini animali sottostanti.
Quanto alla tradizione, essa è spesso assai imperfetta nei selvaggi. Se consideriamo lo stato dei selvaggi di Borneo, come li descrisse il Dalton, abbiamo ragione di credere che presso questi selvaggi non esistesse alcuna tradizione. Il Dalton[312] dice: «Essi vivono assolutamente allo stato di natura; non hanno nè agricoltura, nè case; non si uniscono in società gli uni cogli altri, ma vanno errando nei boschi come fiere selvagge; l’uomo rapisce una donna e poscia si accoppiano nella foresta. Quando i fanciulli sono abbastanza grandi per trovare da soli il cibo, uomini e donne si separano ordinariamente senza mai più pensare l’uno all’altro. Passano la notte sotto un albero fronzuto e di cui i rami scendono fino a terra; attaccano i fanciulli a questi rami in una specie di rete, e accendono un gran fuoco intorno all’albero per allontanare le fiere e i serpenti. Si coprono con un pezzo di scorza, di cui si servono anche per avvolgere i loro fanciulli; questa scorza è dolce e calda, ma lascia passare la pioggia. Gli altri Dajachi considerano queste disgraziate creature come animali selvatici e li trattano in conseguenza». In altri casi la tradizione è limitatissima. L’Indiano conosce la sua genealogia appena fino al bisavo. Il cap. Dixon, parlando degli indigeni della costa nord-ovest dell’America; dice: «Essi contano il tempo a lune, e si ricordano abbastanza bene gli avvenimenti notevoli di una generazione, ma si può dubitare che vadano più in là». Il Lubbock ci dice, sulla fede dei viaggiatori, che nel 1770 gli abitanti della Nuova Zelanda non si ricordavano più della visita di Tasman. Tuttavia questa visita era avvenuta nel 1643, meno di 130 anni prima, e doveva essere stata per loro d’importanza e di interesse particolarissimi. Così pure tra gli Indiani dell’America del Nord si perdette ben presto la tradizione della spedizione di Soto, la quale era tuttavia molto atta, pei suoi incidenti straordinari, a colpire lo spirito degli Indiani. Quanto le relazioni di avvenimenti, [170] anche da poco successi, vengano falsate dai selvaggi, lo provano le notizie che ci dà il Mackenzie, il quale dice che gli Eschimesi gli descrivevano gli Inglesi come giganti, forniti di ali, che possono uccidere con un occhiata e inghiottire un intero orso in un boccone. Il Lubbock[313] dice quindi con ragione: «Quantunque le tradizioni e i miti siano di grande importanza e gettino indirettamente molta luce sulla condizione dell’uomo nei tempi antichi, non dobbiamo aspettarci di imparare da loro grandi cose. In ogni caso, riguardo all’età della pietra in Europa, tace tanto la storia quanto la tradizione; e in Inghilterra, come in ogni altro paese da lungo tempo incivilito, le armi e le teste di freccia vengono considerate come fulmini o attribuite agli Elfi».
A fronte di queste tradizioni imperfette dell’uomo selvaggio dobbiamo porre quella specie di tradizione che esiste negli animali, e che, col mezzo dell’esempio, è trasmessa di padre in figlio. Molti animali non temono l’uomo per istinto. Un esempio ci raccontò il dott. Eimer[314]. Sopra uno dei Faraglioni presso l’isola di Capri vive una lucertola (Lacerta muralis caerulea) che non teme l’uomo, per cui si lascia prendere senza alcuna difficoltà. Nelle città le passere si avvicinano a noi senza paura; ma nell’aperta campagna sono assai timide. Essendo state più volte spaventate dai colpi di fucile, le passere vecchie fuggono all’apparire dell’uomo; le giovani ne imitano l’esempio, ed alla loro volta dànno l’esempio ai propri figli, così che in tal modo va estendendosi l’esempio a lontane generazioni. La rondine ritorna in primavera al proprio nido, seguìta dalle più giovani; queste nidificano, poi emigrano, ed anch’esse ritornano al luogo natìo; è anche questa una specie di tradizione che riposa sull’esempio. Un fatto interessante è riferito dall’Houzeau[315], ed è il seguente. Se in vicinanza di un apiario trovasi una località adatta per stabilire nuove colonie, ad esempio un muro od una roccia con molti fori, le api, all’epoca della sciamatura, si dirigono verso quel luogo. Se si turano i fori, le api continuano nondimeno a ritornarvi per parecchi anni, quantunque non viva più alcun individuo che abbia visto quei muri o quella roccia forata. E l’Houzeau[316] soggiunge: «Se il nuovo sciame visita quel distretto, ciò non succede perchè alcuno de’ suoi membri l’abbia conosciuto come una situazione favorevole, ma unicamente per tradizione, essendo stato visitato questo luogo dai suoi antenati».
Quanto infine alla scrittura, l’uomo solamente la conosce e non si può dubitare che il progresso rapido, compiuto dall’umanità, sia dovuto in parte a lei. Ma essa non è una qualità insita nell’organismo umano, è invece un’arte che ognuno deve imparare e che si è a grado a grado perfezionata. I popoli antichi non la conoscevano. «Probabilmente, dice il Lubbock[317], [171] nessuna razza di uomini dell’età della pietra aveva raggiunto l’arte di comunicare i fatti mediante l’aiuto delle pietre, come neppure col più rozzo sistema di geroglifici; e quello che oggi sorprende maggiormente i selvaggi si è il vedere che gli Europei possono comunicare gli uni cogli altri mercè qualche linea nera tracciata sopra un pezzo di carta». I Minataru dell’America settentrionale vedendo Catlin leggere attentamente un giornale, non sapevano che pensarne, e conclusero finalmente ch’esso era un talismano per le malattie d’occhi, e uno di loro lo comperò a caro prezzo.
Quanto sia incomprensibile a certi selvaggi la scrittura, lo prova il seguente aneddoto. Un missionario mandò un selvaggio ad uno dei suoi colleghi per portargli alcuni pani e gli diede anche una lettera che indicava il numero di quei pani. Il messo consegnò una parte del pane, ed il suo furto venne scoperto. Un’altra volta fu incaricato di portare quattro pani, e ne mangiò due; ma mentre lo faceva, nascose sotto una pietra la lettera che doveva consegnare, ritenendo che in tale modo il suo furto non sarebbe stato scoperto, perchè la lettera non lo aveva veduto nel compimento della contravvenzione.
La scrittura è un’arte, come il disegno, la scoltura e la pittura, che l’uomo solo sa esercitare. Esse provano che l’uomo supera ogni altro animale per intelligenza e fantasia; ma la questione non è questa. Si tratta invece di vedere, se tra l’uomo e gli animali, in ordine ai caratteri psichici, vi sia una differenza essenziale o di sostanza, di che ci occuperemo nel prossimo paragrafo.
Gli autori che sostengono un regno umano, si fondano principalmente sui caratteri psichici dell’uomo, che considerano come essenzialmente diversi da quelli che presenta ogni altro animale.
Le nostre cognizioni sulle facoltà psichiche degli animali saranno sempre scarse e problematiche. Noi non possiamo osservare direttamente le funzioni psichiche che in noi stessi; di quanto avviene negli altri animali giudichiamo soltanto per analogia dai segni esterni. Ma l’analogia è tanto più ingannevole, quanto più ci scostiamo dagli uomini che continuamente ci circondano; diventa mal sicura nelle razze diverse dalla nostra, e tanto più incerta quanto più discendiamo nella scala zoologica.
Fra i primi ad abbandonare la idea Cartesiana della Bête machine fu Leroy[318], che attribuiva agli animali non solo la memoria, ma anche l’intelligenza diversamente sviluppata nei vari ordini. Su questa medesima via camminarono anche G. F. Meier[319], Flemming[320], Wundt[321], Agassiz[322] ed altri. [172] Flemming sostiene che l’anima degli animali ha le stesse qualità che ha l’umana, che quest’ultima ha solo le qualità della animale in grado più elevato; che solamente a questo grado ed alla organizzazione più perfetta devesi la maggiore perfettibilità dell’uomo. Nemmeno Wundt ammette una differenza essenziale tra l’anima animale e l’umana, e cerca di spiegare molte cose attribuite all’istinto per mezzo dell’intelligenza.
Più tardi scrisse su quest’argomento M. Perty[323], accennando alle rassomiglianze ed alle differenze che esistono tra l’uomo e gli animali in ordine alle facoltà intellettuali. Tra le altre cose, egli dice quanto segue: «È noto un grande numero di fatti bene constatati che provano l’esistenza della intelligenza negli animali»[324]. Ed in un altro luogo dice: «L’animale sente gioia e dolore, amore ed odio; dimostra gratitudine, generosità, ira, avarizia, superbia, ed è perciò accessibile ai medesimi affetti, alle medesime passioni come l’uomo. Wetzel crede che l’amore elevi e nobiliti la vita degli animali, che l’amore non sia un semplice istinto, che gli animali siano impressionabili dalla bellezza e dalle buone qualità dell’animo; che per l’amore i loro sentimenti diventino più delicati e si faccia maggiore l’intelligenza; aggiunge che ogni animale ha il proprio ideale di bellezza, che in alcune specie le femmine mostrano sostenutezza e civetteria; che in molti animali si nota gelosia, e che l’amore non corrisposto conduce spesso a terribili conseguenze, e perfino al suicidio»[325]. È ben possibile che in questo brano vi sia dell’esagerazione, ma è probabile che vi sia pure molto di vero.
Rivolgiamo la nostra attenzione più particolarmente all’intelligenza, e prendiamo in esame i selvaggi. Parlando di una tribù di Boschimani il Burchell osserva che «questi individui non hanno mai mostrato se sono o no capaci di riflettere». Il Dove descrive i Tasmaniani come particolarmente distinti «per una totale mancanza di idee e di impressioni morali. Pare che non esista nel loro cuore una idea qualsiasi intorno alla nostra origine ed al nostro destino come esseri ragionevoli». Noi abbiamo sopra riferito altre prove della scarsa intelligenza dei selvaggi, ed il Lubbock[326] dice che sarebbe facile riempire un volume intero con tali prove. I selvaggi e gli animali superiori sono così avvicinati tra di loro. Gli elefanti rompono rami e se ne servono come di ventagli; le scimie adoperano clave e scagliano bastoni e frutti spinosi, o pietre contro i loro nemici, e impiegano pietre rotonde per rompere i gusci di noce; lo schimpanzè si fabbrica una capanna o un riparo che non la cede guari a quello di certi selvaggi. Il Darwin vide un orango mettere un bastone in una fessura e adoperarlo come una leva. Le scimie, dice Bates, conducono una vita simile a quella degli Indiani Pararanate. Nè i selvaggi antichi erano più intelligenti degli odierni, poichè sappiamo che vivevano nelle caverne; possedevano utensili di pietra e di osso, o di corno di cervo, ma non conoscevano [173] i metalli; per quanto ci consta, non aveano alcuna scrittura, nemmeno geroglifica; ed «è ben poco probabile, dice il Lubbock[327], che i nostri avi primitivi sapessero contare fino a dieci, visto che tante delle razze che esistono attualmente non possono andare oltre a quattro». Ed il Dupont[328], parlando degli uomini della Francia durante l’epoca della pietra, dice: «Qui noi abbiamo veramente l’uomo allo stato di natura. Profittando dei ricoveri che offrono le roccie come gli animali selvaggi, vivendo dei prodotti della caccia da un giorno all’altro, gl’indigeni avevano un collocamento così miserabile, e degli utensili così informi, che i dotti osservatori scavarono lungamente nelle loro abitazioni, senza accorgersi ch’esse avevano servito di rifugio all’uomo, e che le loro selci ed ossa di animali erano l’opera o gli avanzi del pasto di esseri umani».
Nel 1869 scrisse, tra noi, su questo argomento il Vignoli[329]. «Se l’intelligenza, egli dice, è la spontanea e cosciente coordinazione di mezzi ad un fine, e questo è innegabile in quanto all’uomo, perchè egli ha coscienza di questa interna forma della sua attività psichica, non meno certa ella è generalizzata al regno animale; poichè è egli possibile negare la spontaneità al bruto, negargli la coscienza diretta degli atti che presentemente compie, la coscienza cioè immediata, di momento in momento, non riflessa: negargli la facoltà di coordinazione dei mezzi al fine che si propone? Chi negasse tutto ciò, negherebbe l’evidenza stessa, e basta osservare il semplice atto di un bruto, perchè quella forma compaia lucida e manifesta a chi ha fior di senno. Quindi l’essenza stessa della intelligenza umana, in quanto è coordinazione cosciente di mezzi ad un fine, esiste pure nell’animale bruto, ed esiste come forma sostanziale in tutti egualmente, dagli infimi ai supremi. Mentre la forma intima dell’intelligenza è, nei suoi caratteri essenziali, identica per tutta la serie animale, non in tutti certamente si attua con eguale pienezza di facoltà, od eguale discernimento di modi, con eguale potenza di esecuzione, con eguale copia di strumenti. Dal polipo che coordina spontaneamente i suoi tentacoli ad afferrare una preda avventizia, e con coordinati movimenti se l’appropria e la inghiotte per nutrirsi, adattando tutte le sue forze e membra limitatissime a questo scopo; dal polipo, che non è che uno stomaco sensitivo con braccia, sino al cavallo, al cane, all’elefante, alle scimie, di cui le maravigliose e complicate operazioni di intelligenza sorprendono tutti e a ciascuno sono note; in tutti questi, comechè intercedano gradi infiniti di potenza e varietà, la forma essenziale della intelligenza sfavilla; ella è sempre una spontanea e cosciente coordinazione di mezzi ad un fine. Dalla forma essenziale passando alle singole facoltà, si può pervenire a comparare facoltà con facoltà, e scorgere come esse sorgano, si avvalorino, si complichino, sino a che nell’uomo appariscono più compiute, riepilogando egli quasi il valore della intelligenza e del [174] senso di tutta la serie. Ed all’uomo fermandosi, si potrà allora fornire lo studio della psicologia speciale sua propria, e notare in che egli s’identifichi psicologicamente; ed in che si distingua, e perchè, da tutti gli altri animali; studio massimo, poichè attestandoci l’identità della forma della intelligenza e quella delle altre facoltà concomitanti con quella, e quelle della serie animale, ci prova e ci persuade che egli altro non è che una evoluzione del regno animale, a questo consustanziale per ragioni anatomiche e fisiologiche non solo, come ora è ben dimostrato dalle scienze biologiche, ma sì per ragioni psicologiche, ciò che è importantissimo e nuovo».
La diretta osservazione degli animali conduce alla convinzione che anche in essi vi sia della intelligenza. Interroghiamo gli uomini che si trovano assai di frequente in mezzo ad animali, ad esempio un cacciatore, ed egli porterà al cielo l’intelligenza de’ suoi cani; od un amatore di cavalli, ed egli riderà intorno al nostro dubbio. Si legga un libro di apicoltura, e vi si troveranno prove calzanti della intelligenza delle api. Huber, padre, ha fatto una interessante osservazione. Egli constatò che nel 1806 la sfinge testa di morto abbondava, e che, ghiotta di miele, entrava nelle arnie e rompeva i favi, traendo dappertutto il suo corpo che è assai più grande di quello delle api. Queste, spaventate, non sapevano che fare, non essendosi mai trovate in faccia ad un tale nemico. Dopo molte esitazioni, ecco quello che fecero. Un forte bastione di cera si elevò all’entrata di tutte le arnie del paese; un piccolo foro non lasciava passare che un’ape alla volta. Le sfingi, sprovviste di organi taglienti, volavano fremendo contro l’ostacolo, ma non potevano entrare. Un altro fatto del pari istruttivo ci è raccontato, se la memoria non m’inganna, nelle Lettere zoologiche del Vogt. Per impedire alle formiche l’accesso sopra un albero carico di frutti, egli aveva circondato il tronco, ad una certa altezza sopra terra, con del vischio. Molte formiche vi perirono, ed altre dovettero retrocedere appena giunte a quella zona di vischio. Ma un giorno il Vogt vide le formiche incamminarsi in grande numero verso quell’ostacolo, ciascuna con una bricciola di terra in bocca, e deporre questa bricciola sul vischio. Non andò a lungo, e le formiche oltrepassavano l’ostacolo impunemente sopra i sentieri di terra costruiti sul vischio predetto.
È difficile, negli esempi su citati, spiegare l’accaduto col mezzo dell’istinto. E giova anche riflettere che non è utile far entrare una incognita nella spiegazione di un fenomeno; infatti l’istinto, al dire del Büchner[330], è un asylum ignorantiae ed un termine che fu più nocivo che utile al progresso della scienza. In alcuni casi ciò che noi chiamiamo istinto, è intelligenza. «Io non dubito, dice il Lindsay[331], che molti atti che noi negli animali chiamiamo istinto, debbansi attribuire alla ragione (reason)».
Anche gli animali domestici forniscono buone prove della loro intelligenza. Udiamo il parere di un psicologo, il Vignoli. Egli dice: «Quando castighiamo con la fame, la prigionia, le percosse, gli atti a noi dannosi, che negli animali [175] sono naturali allo stato silvestre, modifichiamo la loro indole; quando con arte saggia associamo nel loro cervello la nostra voce, i nostri gesti, i nostri sguardi od atti qualunque a quelle opere che essi devono effettuare, allora noi modifichiamo la loro intelligenza, e li rendiamo istruiti ed abili. E poichè gli istinti sono un automatismo fatale specifico, non sono dessi che noi rendiamo docili ed istruiti, ma l’intelligenza libera e l’indole dell’animale, quella che è indipendente affatto dalla efficacia automatica. Che se le belve feline e feroci non si addimesticano nel senso tecnico della parola, pure si mansuefanno. Ora a mansuefarsi è necessario in esse un radicale mutamento d’indole e d’intelligenza, poichè nelle nuove condizioni si trovano in circostanze affatto dissimili e contrarie a quelle della loro vita libera e selvaggia. Ed esse pure imparano a conoscere la voce, il gesto, lo sguardo dell’educatore e domatore, a conformare a questi i loro atti, a conoscere luoghi, distinguere persone, e ad attendere ore, e ad abituarsi con consapevolezza a tutta quella moltiplicità di eventi e di fatti che rinnovano quasi affatto la loro vita. Or l’istinto non avendo nulla a che fare con queste inaspettate circostanze di esistenza, è evidente che l’indole e intelligenza sono quelle facoltà che vengono modificate e migliorate. Adunque anche il fatto della dimesticazione e mansuefazione di molti animali, prova e testimonia la intelligenza libera, cioè indipendente dall’automatismo istintivo dei medesimi in generale»[332].
Perfino negli istinti noi troviamo le prove della intelligenza degli animali. Nel 1870 io scrissi intorno a questo oscuro soggetto[333] quanto segue: «La volontà animale risiede in determinate condizioni del sistema nervoso. Queste condizioni ponno essere innate o tali che necessariamente si manifestano in una precisa epoca della vita; oppure possono essere temporanee, direi quasi casuali, tali cioè che si manifestano solo per le impressioni ricevute dagli oggetti esterni col mezzo degli organi dei sensi nel corso della vita individuale. La volontà, che deriva dalle condizioni nervose del primo genere, è l’istinto; la volontà, che scaturisce dalle condizioni nervose della seconda specie, è la così detta libera volontà. L’istinto, per così dire, è la volontà costante ed ereditaria della specie, di fronte agli atti volitivi variabili e temporanei dell’individuo. Si vuol identificare l’istinto coll’abitudine; ma quello si riferisce alla specie, questo all’individuo. Esiste tanta differenza tra il primo e la seconda, quanta ne esiste tra la specie e la varietà. Gli istinti sono sempre vaghi ed indeterminati; la loro soddisfazione è affidata alla intelligenza. Prova ne sia la nidificazione degli uccelli. Questi animali hanno la tendenza istintiva della riproduzione; ma tale tendenza è vaga ed indeterminata. Vi si associa l’intelligenza, ed è questa che insegna all’animale il luogo più sicuro per fabbricare il nido, che gli suggerisce il sito dove può raccogliere i materiali necessari, che gli consiglia di abbandonare il nido già costrutto, quando questo sia stato scoperto da’ suoi nemici. E così anche negli animali superiori manifestasi [176] l’istinto della propagazione della specie, ma l’intelligenza vi s’ingerisce fornendo loro i mezzi più acconci per attuarlo».
Molti osservatori sono oggi concordi nell’attribuire agli animali un’intelligenza più o meno elevata. Livingstone l’ammirava negli animali selvaggi, cui poteva avvicinarsi mentre era inerme ed i quali fuggivano spaventati quando lo vedevano armato di fucile. Anche il Blanchard attribuisce agli animali memoria ed intelligenza, odio e simpatia, non meno che idee del bello e dell’utile[334]. Ed il Trögel[335] scrive: «Quanto più si osserva da sè, e quanto più si penetra con occhio critico ne’ più minuti dettagli o ne’ fenomeni sempre nuovi e maravigliosi della vita animale, tanto più ci si persuade della verità che gli animali pensano, vogliono e sentono, come l’uomo. Se dallo studio psicologico dell’uomo si passa a quello degli animali, si è sorpresi nel trovare negli animali tutto ciò che fu scoperto nei più reconditi nascondigli del cuore e della mente dell’uomo». E soggiunge poi che nel vasto mare della vita degli animali noi troviamo «una fedele immagine dell’intera nostra vita sociale, industriale, artistica, scientifica e politica», idee che il Büchner[336] non trova punto esagerate.
Nel 1872 quest’argomento fu discusso a fondo dall’Houzeau[337]; e non sarà inutile di entrare qui in qualche dettaglio. Gli animali non solo hanno idee, ma queste sono anche di una certa persistenza. Il bestiame bovino cerca tutti i giorni di penetrare in un prato, rompendo la siepe, finchè nel prato si trova l’erba in abbondanza. Barrow parla di un leone che ha passato 24 ore al piede di un albero, su cui si era rifugiato un Ottentoto, e che più tardi fece ritorno all’albero per cercare il suo nemico. Non è difficile provare che gli animali sanno stare attenti; basta guardare un cane che si trova sulla porta della propria casa per convincersene. Alcuni animali sono perfino curiosi, e noi li vediamo avvicinarsi lentamente, con diffidenza, e con tutti gli organi dei sensi pronti all’azione, verso un oggetto che non conoscono. Gmelin, nel suo viaggio in Siberia, vide le volpi esaminare lui ed i suoi compagni con quell’attenzione e curiosità, con cui si guardano gli oggetti nuovi. Un orang-outang del Giardino delle Piante di Parigi fu un giorno visitato da Flourens e da Geoffroy Saint-Hilaire. La scimia continuava a guardare quest’ultimo con grande curiosità, e prima che partissero prese un bastone, e curvandosi come un vecchio si mise ad imitare il suo illustre visitatore, provando in tal modo «che sapeva osservare»[338]. Molti animali sono ottime guardie, appunto perchè sono attenti; è nota la vigilanza dei cani e delle oche. Le Vaillant dice che il bawian (Cercopithecus Kees), che l’accompagnava in Africa, era il suo migliore guardiano; tanto di giorno che di notte esso segnalava il più piccolo pericolo, prima ancora che i cani lo scorgessero.
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Anche gli animali vengono ammaestrati dall’esperienza. Così essi imparano ben presto a conoscere ed a temere l’uomo. L’oca canadese (Anser canadensis) che una volta si lasciava facilmente avvicinare, è oggi assai timida e si tiene ad una certa distanza dall’uomo[339]. Ancora verso la fine del secolo scorso i cervi, fra la Trinità e il Colorado, non fuggivano l’uomo, e gli uccelli, al dire del De Pages[340], venivano a mettersi sul dorso dei muli. Altri fatti sono citati dal Darwin[341] nel suo lavoro postumo sull’istinto. Parecchi osservatori sono convinti, che gli animali conoscano l’uso del fucile. Gli uccelli imparano perfino a conoscere, a quanto pare, gli effetti micidiali dell’urto contro i fili telegrafici. Quando in una regione s’introduce il filo telegrafico, molti uccelli rimangono in sulle prime vittima della scossa elettrica, urtando contro di esso o posandovisi sopra; ma ben tosto il numero delle vittime diminuisce e si riduce quasi allo zero[342]. Non si può osservare un mulo che cammini nei difficili sentieri di una montagna, senza convincersi che una lunga esperienza lo abbia ammaestrato ad evitare i pericoli. I cani da caccia che vanno la prima volta sulla neve, camminano al passo o trottano con grande stento; ben tosto essi s’accorgono che così fanno gran fatica e percorrono poca strada, per cui in seguito, se la neve è molle e profonda, si mettono subito al galoppo. Il Rengger asserisce che avendo dato alle sue scimie delle uova, esse dapprima le rompevano senza cautele e perdevano gran parte del contenuto; ma poi battevano un’estremità dell’uovo contro un oggetto duro e allontanavano cautamente i pezzi di guscio colle dita. Egli dava loro anche dello zucchero ravvolto in una carta; ma avendovi messo una volta invece dello zucchero una vespa, da cui furono punte, in seguito, prima di aprire la carta, la portavano alle orecchie per udire se dentro si movesse la vespa. Come l’uomo è soggetto all’errore così gli animali talvolta s’ingannano. Un bisonte, al Giardino delle Piante di Parigi, non riconobbe un giorno il suo guardiano che aveva cambiato vestito; e due pecore (Ovis tragelaphus), che per lo innanzi erano vissute in pace, appena tosate, incominciarono a lottare insieme. Io non ho mai visto un imbarazzo maggiore di quello, in cui si trovò un giorno un mio cane da caccia. Io prestai ad un forestiere i miei calzoni, ed il cane gli si avvicinava facendo feste, ma poi, annasandolo meglio e guardandolo, s’accorgeva che non era il suo padrone; eppure i calzoni mandavano il mio odore. Il cane restò per qualche tempo incerto e perplesso, poi, a quanto pare, s’accorse del suo errore.
Parecchi animali imitano le azioni dell’uomo, ciò che prova ch’essi sanno osservare. Il Buffon ci dice, che il suo chimpanzè prendeva il cibo a modo delle persone; si serviva del cucchiaio e della forchetta, adoperava la salvietta, e si versava il vino. Quando era portato il thè, prendeva la tazza e la [178] sottocoppa, metteva lo zucchero, versava il thè, ed attendeva che fosse raffreddato. Lo stesso animale sapeva adoperare la chiave, e se non la trovava nella toppa, si metteva a cercarla.
È inutile dimostrare che gli animali hanno memoria, poichè ognuno ne ha delle prove evidenti tutti i giorni. Nessuno ignora che il cane ed il cavallo riconoscono il loro padrone anche dopo una separazione di parecchi anni. Se un segugio trova un lepre in un cespuglio, e noi ci rechiamo col segugio medesimo alla caccia nella stessa località dopo parecchie settimane o mesi, il cane ritorna a quel cespuglio per vedere se vi trova il lepre nuovamente. Il cavallo riconosce una casa, dove ha passato una notte, anche dopo molti anni. Ma quello che più interessa si è che alcuni animali sembrano avere un’idea del tempo trascorso. Il gallo canta tutti i giorni circa alla medesima ora. Il cane sa quanto tempo il suo padrone suol riposare in una data località, trascorso il quale è impaziente ed invita il padrone a proseguire il lavoro. Io tengo un grande cane mastino, il quale ogni domenica si reca dalla mia casa di campagna nel vicino villaggio, senza che alcuno ve lo mandi; qualche volta però s’inganna, e vi si reca il sabato. È noto del pari che gli animali hanno immaginazione; prova ne sia il fatto che essi sognano, ad esempio i cani.
Negli atti di un animale non è facile di separare nettamente ciò che è un effetto dell’abitudine e dell’istinto da ciò che può dirsi riflessione; tuttavia difficilmente si potrà negare che quest’ultima vi entri con una parte maggiore o minore. Molti sono gli aneddoti che si potrebbero raccontare, e ne’ quali talvolta v’ha dell’esagerazione. Noi abbiamo più sopra parlato della sfinge testa di morto e delle formiche; di queste ultime ha trattato diffusamente il Büchner[343]. Ogni libro di apicoltura parla con entusiasmo del talento delle api. Ma le migliori prove noi le dobbiamo trarre dagli animali domestici, e l’Houzeau[344] dice con ragione: «Se si vorrà studiare i nostri animali domestici, ben tosto ci si convincerà che in essi esiste la riflessione».
Fu asserito, ma sembra a torto, che le specie o razze animali non progrediscano intellettualmente. Che l’animale come individuo progredisca, è cosa che nessuno vorrà revocare in dubbio; tutti i cacciatori sanno che le volpi e le lepri vecchie sono più astute delle giovani; ma si può osservare inoltre che i vecchi educano i giovani, per cui questi, arrivati in breve tempo alla altezza intellettuale dei genitori, possono progredire. Chi non sa che i gattini vengono ammaestrati dalle madri alla caccia dei topi? A chi non è noto che il giovane segugio, per diventare maestro nel suo mestiere, deve essere alcune volte condotto alla caccia in compagnia di esperti cani della sua razza? Il progresso però della razza o specie non sarà evidente che in quei casi in cui è accelerato dall’intervento dell’uomo; solo in questo caso noi possiamo render conto della grande differenza intellettuale che passa tra i cani selvaggi e i domestici. Quanto agli animali selvaggi, devesi fare la seguente riflessione. Essendo il progresso intellettuale degli animali assai lento, questo nel tempo [179] storico non potrà essere apprezzabile, o lo sarà appena. Ma supponiamo per un momento che l’uomo sia osservatore della natura da un tempo lunghissimo. Anche in questo caso sarebbe difficile accorgersi di tale progresso, poichè insieme coll’intelletto progredisce anche l’organizzazione. Ammettiamo che il progresso intellettuale sia diventato ragguardevole, è certo che in questo caso la struttura organica sarà cambiata in modo da farci annoverare l’animale progredito ad una specie diversa da quella meno perfetta da cui venne; così ci potrà sembrare che la specie animale non progredisca intellettualmente. Come non possiamo osservare direttamente la lenta trasformazione dell’organismo delle specie, così ci rimane celato anche il lento progredire delle facoltà mentali. Ma che un perfezionamento di queste, quantunque lento, vi sia, risulta dalla riflessione che il progresso dell’organismo ha per conseguenza il progresso intellettuale; e dalla osservazione che gli animali, i quali più si accostano ai più intelligenti d’oggidì, comparvero nelle epoche geologiche più recenti.
Sarà bene citare qui le parole di un naturalista, il Quatrefages, che non ammette la teoria dell’evoluzione, e tuttavia dice: «L’animal a sa part d’intelligence, ses facultés fondamentales, pour être moins développées que chez nous, n’en sont pas moins les mêmes au fond. L’animal sent, veut, se souvient, raisonne, et l’exactitude, la sûreté des ses jugements, ont parfois quelque chose de merveilleux, en même temps que les erreurs qu’on lui voit commettre démontrent que ces jugements ne sont pas le résultat d’une force aveugle et fatale». E altrove[345] dice: «Plus je réfléchis, plus je me confirme dans la conviction que l’homme et l’animal pensent et raisonnent en vertu d’une faculté qui leur est commune et qui est seulement énormément plus développée dans le premier que dans le second».
Finalmente può sostenersi che l’animale ha la coscienza dei suoi atti. Si osservi un gatto mentre caccia in aperta campagna; esso s’avvicina alla sua preda cautamente, e per non essere visto si nasconde dietro ogni fascio d’erba che trova. I giovani cani o gatti giuocano a lungo tra di loro senza che l’uno ferisca l’altro co’ denti o colle unghie. I cani si fingono talvolta irati, si gettano con violenza sul padrone, e prendono il suo braccio o la sua mano tra’ loro denti; eppure non serrano con forza la bocca e quindi non feriscono. Essi fanno semplicemente la commedia, dice il Quatrefages[346], si mostrano irati mentre in realtà non lo sono, e restano padroni dei loro movimenti[347].
Osserviamo dapprima i selvaggi. «Il matrimonio, dice Lubbock[348], e i rapporti di parentela di un figlio con suo padre e con sua madre ci paiono [180] tanto naturali e tanto evidenti, che siamo disposti a considerarli come parti essenziali e originali della razza umana. La cosa, tuttavia, è ben lungi dall’esser tale. Le razze inferiori non hanno la istituzione del matrimonio; il vero amore è quasi sconosciuto fra loro, e il matrimonio, nelle sue fasi più basse, non è in modo alcuno un affare d’affetto e di relazioni di compagnia». Gli Ottentoti sono tanto freddi ed indifferenti gli uni verso gli altri, che quasi si è tratti a pensare che l’amore non esista fra loro. Lichtenstein afferma che fra i Koussa Kaffir non entra nel matrimonio alcun sentimento d’amore. Alcuni selvaggi non hanno parole per esprimere caro o amatissimo. Il dott. Mitchell asserisce che nè fra gli Osage, nè fra i Cherokee, si potrebbe trovare un solo sentimento poetico o musicale fondato sopra una tenera passione fra i due sessi. Nello Yariba (Africa centrale) il matrimonio è celebrato dagli indigeni colla maggiore indifferenza possibile; l’affetto è al tutto estraneo a tale questione. Fra i Mandingos il matrimonio non è altro che una forma sistematizzata di schiavitù. Le tribù delle colline del Chittagong, nell’India, considerano il matrimonio come una semplice unione animale e conveniente; esse non hanno alcuna idea di tenerezza nè di nobile devozione. Fra i Gayucuru del Paraguay i legami del matrimonio sono tanto leggeri che, quando le due parti non si convengono più reciprocamente, si separano senz’altra cerimonia. Nell’Australia le donne sono tenute come schiave, e vengono percosse e trafitte a colpi di lancia nelle gambe alla più piccola provocazione.
A proposito di questi selvaggi, l’Hellwald ed altri autori affermano, che la vita sociale presso di essi è ridotta a quella della famiglia, nella quale l’uomo è il padrone assoluto, la donna la sua schiava ed il suo animale da soma. Di un amore poetico, non ne hanno alcun concetto, tanto è vero che gli Australiani non conoscono il bacio. Fra persone non sposate i rapporti sessuali non sono in alcuna maniera limitati; l’infedeltà però della donna maritata è punita colla morte. Consenziente il marito, le donne possono darsi alla prostituzione, e sono volontieri prestate agli amici ed ai celibi; ad Adelaide vengono perfino costrette, verso prezzo meschino, ad abbandonarsi agli stranieri. Quando due tribù hanno stanza l’una vicina all’altra, si fa il cambio delle mogli.
L’infanticidio è frequente presso i selvaggi. Così presso gl’Indiani della America del Nord. Anche presso gli Ottentoti è comunissimo e non viene considerato come delitto. Le fanciulle ne sono le vittime più ordinarie, e quando una donna dà alla luce due gemelli, quello che è peggio conformato tra i due viene quasi sempre sotterrato vivo. Questo si fa col consenso di tutto il Kraal, il quale generalmente lo tollera senza curarsi di considerare la cosa molto da vicino. Presso gli Arfaki le donne non si fanno scrupolo di uccidere i loro bambini quando vengano al mondo non desiderati. Di solito ne lasciano vivere due soli e si sbarazzano degli altri, ciò che spiega il decrescimento della popolazione in quelle contrade. Anche tra i Maori, come fra altri Polinesii, era comune l’infanticidio. Parlando dei tumuli della Bretagna, il Lubbock dice: «Sembra probabile, quando si considerano i casi numerosi in cui lo scheletro di una donna è accompagnato da quello di un bambino, che, [181] quando una donna moriva nel dare alla luce un figlio, o mentre essa lo nutriva ancora, il bambino veniva sotterrato vivo con essa, cosa che si fa ancora presso qualche tribù di Eschimesi». Presso gli Indiani del Paraguay l’infanticidio, in molte delle loro tribù piuttosto che un’eccezione, costituiva la regola; le donne non allevavano che un figlio ciascuna, e siccome non risparmiavano che quello che esse supponevano dover essere l’ultimo, capitava frequentemente che rimanessero senza figli. Il Lubbock[349] ci dice, ed il Peschel[350] lo conferma, che a Tahiti un numero considerevole di persone della classe elevata dei due sessi aveva formata una numerosa associazione chiamata gli Arreoy. Tutti i membri erano considerati come maritati gli uni cogli altri. Se una delle donne della Società aveva un figlio, questo veniva quasi invariabilmente posto a morte; ma quando era lasciato vivere, il padre e la madre venivano considerati come uniti l’uno all’altro e scacciati dall’associazione; la donna era, d’allora in poi, conosciuta col nome di portatrice di figli, qualificazione che tra quel popolo straordinario era un epiteto ingiurioso.
Quanto all’amore dei figli verso i genitori, citiamo alcuni pochi fatti. Presso gli Ottentoti, appena un individuo, uomo o donna, è posto per l’età nella impossibilità di lavorare, e non può più rendere nessuna sorta di servizi, viene bandito dalla società dei suoi simili, e relegato in una capanna solitaria, ad una considerevole distanza dal Kraal con una piccola provvista di viveri vicino a lui, ma senza che nessuno gli venga in soccorso, finchè muoia di vecchiezza, di fame, o sotto le zanne delle belve. Fra i Figiani il parricidio non è delitto, ma uso. I genitori vengono ordinariamente uccisi dai figli. Talora i vecchi si persuadono che è giunto il tempo di morire; talora sono i figli che avvisano i genitori che essi sono loro a carico[351].
Ho esposto questi fatti, perchè si veda quanta differenza passi tra l’uomo selvaggio e l’uomo incivilito. L’amore coniugale, materno e figliale sono nobilissimi ed insieme naturali sentimenti dell’uomo civile; ma per tale riguardo molti uomini stanno al disotto degli animali[352]. Mettiamo al confronto quanto esperti osservatori dicono delle scimie.
Il Perty[353] così si esprime: «Accanto alle loro cattive qualità noi ne troviamo di buone: il contegno ameno, la compassione per animali deboli e malati della loro specie, grande amore per i figli, e non solo da parte della femmina, ma anche del maschio. Si racconta che le scimie mettano a nudo le ferite dei loro compagni e le coprano con foglie per arrestare l’emorragia..... L’amore delle scimie è proverbiale; tutti gli osservatori parlano della tenerezza delle femmine pei loro figli. Esse dànno loro il latte, li accarezzano, li puliscono ed osservano con compiacenza i loro giuochi; ma sanno anche batterli quando [182] fanno delle maligne azioni...... Un Cercopithecus griseoviridis maschio, posseduto dal Brehm, aveva l’abitudine delle scimie di nutrire animali giovani, e adottava ogni piccolo animale che aveva bisogno del suo aiuto, lo nutriva con premura e lo difendeva con tutte le forze..... Una scimia femmina si sottraeva ogni buon boccone per darlo al suo piccino».
Ed il Brehm dice: «Le scimie sono grandi in un rapporto: nell’amore verso i loro figli, nella compassione che hanno per i deboli ed i giovani non solo della loro specie e famiglia, ma perfino degli altri ordini e classi del regno animale. La scimia è un mostro nel suo amore sessuale, ma nel suo amore morale può essere per l’uomo un modello! La scimia ha dunque pure una virtù, peccato che la esageri in modo da farcela apparire ridicola!»[354].
Quanto il selvaggio possa trovarsi ad un basso livello nell’amore verso il prossimo, ce lo prova il cannibalismo che fu praticato in tempi andati ed è praticato anche oggidì da parecchie barbare tribù. Strabone dice che ancora ai suoi tempi gl’Irlandesi erano cannibali e consideravano come un atto lodevole il mangiare i propri parenti. Bodino dice la stessa cosa dei Traci. Giovenale racconta un fatto di antropofagia nella città egiziana di Teutira. San Girolamo ci racconta, che gli Scoti od Attacoti, sebbene avessero a loro disposizione dei porci e dei bovi, tuttavia mangiavano carne umana, preferendo ad ogni altra parte le natiche dei fanciulli e le mammelle delle donne (abscindere puerorum nates et feminarum papillas). Altrettanto facevano gli uomini dell’êra della renna, come risulta dagli studi fatti dal prof. Spring intorno ad un deposito di ossa scoperto a Chauvaux[355]; ed il cannibalismo era in tempi remoti esercitato anche in Italia, come ce lo attestano alcune caverne della Liguria coi loro avanzi organici.
Anche oggidì l’antropofagia è molto estesa[356]. Il cannibalismo è inveterato tra i Figiani, e non è la mancanza di altro cibo che li renda tali. Essi amano tanto fortemente la carne umana che non possono fare un maggior elogio di un manicaretto che dicendo che è tenero come un uomo morto. Inoltre, la delicatezza del loro gusto è tanta, che sdegnano la carne dei Bianchi, preferendo quella delle donne a quella dell’uomo, e considerano l’avambraccio e la coscia come i pezzi più gustosi; e ne sono tanto ghiotti che serbano la carne umana pei soli uomini, giacchè, secondo loro, le donne non sono degne di pascersene. Quando il re dà un banchetto, uno dei piatti è sempre composto di questo cibo, e quantunque i corpi dei nemici uccisi sul campo di battaglia vengano sempre mangiati, non sono punto sufficienti, e si ingrassano schiavi per venderli sul mercato. Talora li fanno arrostire ancor vivi per mangiarli immediatamente. Gli indigeni della Terra del Fuoco sono pure cannibali; quasi [183] sempre in guerra colle tribù vicine, è raro che si incontrino senza che ne risulti una battaglia, e i vinti, se non sono già morti, vengono uccisi e mangiati dai vincitori. Le donne divorano le braccia e il petto, gli uomini si cibano delle gambe, il resto vien gettato in mare. Negli inverni rigidi, quando non hanno altri alimenti, prendono la più vecchia donna della schiera, la strangolano sopra una nube di fumo e la divorano. Interrogati perchè non uccidessero piuttosto i cani, rispondevano che i cani si rendevano utili col prendere lontre[357]. Anche i Neo-Guineani sono antropofagi. Un fatto crudele ci è raccontato dal dott. Zimmermann[358]. Nel 1857 il bastimento Saint-Paul naufragò presso l’isola di Rossell, dove cercarono rifugio i naufraghi che erano parecchie centinaia di persone; ma ben tosto furono assaliti dagli indigeni cannibali. I pochi che poterono salvarsi raccontarono che alcuni dei loro compagni erano stati divorati immediatamente dopo la lotta, di altri non fu mangiato che il cervello, ad altri ancora erano stati aperti i vasi del collo per succhiarne il sangue, ed altri erano stati nutriti per parecchi giorni, e venivano trucidati poco per volta, per avere così carne sempre fresca. La carne dei vecchi veniva battuta con clave allo scopo di renderla morbida. Gli Anzichi dell’Africa sono di incredibile ferocia, poichè si mangiano l’un l’altro, non risparmiando nè amici, nè parenti. Le loro botteghe di macellaio sono piene di carne umana, in luogo di bovi o di pecore, perchè mangiano i nemici che prendono in guerra. Ingrassano, uccidono e divorano anche i loro schiavi. Mentre in generale i cannibali si limitano a mangiare i loro nemici, questi mangiano anco i propri parenti[359]. Se si riflette intorno ai fatti sopra citati, il cui numero potrebbe essere aumentato, si arriva alla conclusione che i più nobili sentimenti sono o affatto sconosciuti nell’uomo selvaggio, o grandemente abbrutiti. Per tale rapporto, la differenza tra l’uomo barbaro ed il civile è assai maggiore di quella che passa tra l’animale e l’uomo selvaggio. E noi di certo non possiamo essere orgogliosi nel chiamare fratelli gli stupidi Boschimani e gli antropofagi Neo-Guineani.
Il cannibalismo è praticato dai selvaggi per ragioni assai diverse, come risulta da un recente riassunto di Enrico Ferri[360]. E cioè:
A. Per bisogno, come nelle isole del Pacifico e nell’Australia, dove i mammiferi commestibili sono od erano molto rari. Gli Australiani affamati uccidono le donne per mangiarle e giungono fino a dissotterrare i cadaveri. L’antropofagia è diffusa in tutta la Melanesia.
B. Per religione. Il cannibalismo è stato consacrato dalle primitive religioni; esempi di questa forma si riscontrano nella Nuova Zelanda, a Tahiti e più ancora nel Messico.
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C. Per pregiudizio. Alcuni selvaggi credono, ad esempio, che il cuore trasmetta coraggio, l’occhio perspicacia, gli organi genitali la virilità; nell’Africa, nell’Australia e nella Polinesia il cuore è il boccone privilegiato dei capi e dei sacerdoti; nella Nuova Zelanda si preferisce mangiare l’orecchio sinistro, che è ritenuto sede dell’anima.
D. Per pietà filiale. Questo sentimento è causa di cannibalismo, per l’idea di migliorare la condizione dei genitori nella vita ultramondana; così fra i Batta di Sumatra, ai tempi di Marco Polo, nel regno di Angrinam nell’India ed ai tempi di Erodoto fra i Messageti nell’Europa orientale.
E. In guerra. È questa la forma più comune e più feroce di cannibalismo; anzi sovente i selvaggi fanno la guerra ad una tribù vicina all’unico scopo di procurarsi carne umana.
F. Per ghiottoneria, la carne umana costituendo presso molti selvaggi una leccornia, che non può mancare in un lauto banchetto.
G. Cannibalismo giuridico, ossia l’antropofagia per vendetta di sangue o di delitti commessi. Così presso i Batta l’adultera, il ladro notturno, quelli che avevano assalito proditoriamente una città, un villaggio od un particolare, erano condannati ad essere mangiati dal popolo. All’isola di Bow, nella Melanesia, si divorano gli assassini, mezzo molto semplice per non popolare le carceri.
L’espressione dei sentimenti si compie nell’uomo e negli animali in maniera analoga, come ha dimostrato il Darwin[361] con molti dettagli in un’opera estesa ed interessante. I tre principii stabiliti dal Darwin possono applicarsi tanto all’uomo, come a molti altri animali; daremo alcuni esempi a sostegno di quest’asserzione.
Il primo principio è quello delle abitudini associate, di cui una chiama l’altra, anche se questa non fosse più utile. Se un uomo vede un fatto che desta orrore, chiude gli occhi e volge altrove la faccia; nel rammemorare quel fatto, anche se si trova all’oscuro, eseguisce i medesimi movimenti che di certo non sono più utili. Chi vuole richiamarsi alla memoria un nome, guarda talvolta verso gli angoli della camera in cui si trova, quantunque colà il nome non siavi scritto. Quando un animale vuole accovacciarsi, gira attorno a se stesso per farsi un letto; altrettanto si vede fare talvolta il cane sopra un terrazzo, dove questo movimento è inutile. Un cane che si apparecchia al salto, solleva una delle gambe anteriori; davanti ad una cosa che desta la sua attenzione, esso fa altrettanto, sebbene non abbia l’intenzione di assalire. I cani e gatti gettano terra sui propri escrementi colle gambe posteriori; ma essi fanno gli stessi movimenti colle gambe posteriori, anche dove non v’ha una briccia di terra.
Il secondo principio è quello dell’antitesi; ossia per sentimenti opposti eseguiamo movimenti opposti. Nella gioia il corpo è portato eretto, alta la testa ed aperti gli occhi; il muscolo frontale si contrae alquanto e le sopracciglia si rendono liscie; tutta questa espressione è l’opposto di quella di un uomo [185] che si trovi sotto il peso d’una preoccupazione grave o di una amarezza. Il sì ed il no sono da noi espressi con movimenti affatto diversi. Un cane in atto ostile ha il capo leggermente sollevato, la coda eretta e rigida, i peli pure eretti sopratutto sul collo e sul dorso, le orecchie diritte in avanti e lo sguardo rigido. All’incontro un cane in atto benevolo abbassa il corpo e lo piega a destra ed a sinistra, il pelo nel medesimo è liscio, le orecchie sono pendenti, e la coda è dimenata; inoltre l’occhio cambia alquanto di forma e perde la sua rigidità. Un gatto che si atteggia al combattimento tiene disteso il corpo, la sua coda si muove in senso orizzontale, il pelo non è eretto, le orecchie sono gettate in dietro, la bocca s’apre, si sollevano le labbra per mostrare i denti ed una zampa si porta in avanti colle unghie sguainate. All’incontro il gatto, che nutre sentimenti benevoli, inarca leggermente il dorso, per cui il suo pelo apparisce sollevato ma non rigido; la coda e le orecchie sono erette, la bocca è chiusa, le unghie ritratte.
Il terzo principio riposa sull’azione diretta del sistema nervoso, indipendentemente dalla volontà ed in parte anche dall’abitudine. Tanto l’uomo che gli animali tremano dallo spavento; nel dolore e nel timore la pelle dell’uomo si copre di abbondante sudore, ed altrettanto fu osservato in alcuni animali (nei cavalli, nello ippopotamo, ecc.). Il battere dei denti venne osservato in alcuni animali sotto l’azione di un forte dolore.
Non entreremo qui in maggiori dettagli intorno all’espressione dei sentimenti, nè discuteremo la bontà dei principii su esposti. Molti autori fecero degli appunti alle vedute del Darwin; così il Dumont[362] accetta il primo ed il terzo principio e non il secondo, ritenendo che i fatti si spiegano egualmente cogli altri due principii e rilevando la difficoltà di trovare l’antitesi di qualche sentimento, ad esempio della speranza. Fra noi il Mantegazza[363] trova oscure le idee del Darwin, e più recentemente il Tebaldi[364] le trova insufficienti. Comunque sia, quello che qui c’interessa, si è il sapere che nell’uomo e negli animali sorgono sentimenti analoghi, e sono espressi in maniera analoga.
Il Quatrefages[365] ha sostenuto che la moralità è un carattere esclusivo dell’uomo. Noi esamineremo ora la verità di quest’asserzione. L’autore predetto ha cercato di dimostrare che le idee del bene e del male, della proprietà e dell’onore, come ancora il pudore, si rinvengono in tutti gli uomini, e fanno difetto in tutti gli animali.
Il Lubbock[366] dice: «Sul principio dei miei studi intorno alla vita selvaggia, io credeva che nessuna razza umana fosse al tutto sprovvista di senso [186] morale, e non fu che gradatamente e con stento che fui obbligato ad adottare una opinione contraria. Tuttavia fui costretto a venire a questa conclusione non solo dalla testimonianza diretta di viaggiatori, ma anche dal tenore generale delle loro osservazioni, e specialmente dalla mancanza di pentimento e di rimorso fra le razze umane inferiori». Il Quatrefages non accetta questa conclusione, ma non seppe giustificare tale rifiuto.
Passiamo in rivista i selvaggi moderni colla scorta dell’opera più volte citata del Lubbock. Gli abitatori delle isole Andaman, a quanto sembra, non hanno nessun sentimento di pudore, e molte delle loro abitudini sono simili a quelle dei bruti. Il Dove asserisce che i Tasmaniani sono al tutto sprovveduti di idee e di sentimenti morali. L’assassinio, dice Williams[367], lungi dall’essere a Figi un fatto accidentale, è abituale, sistematico, e conta fra gli avvenimenti ordinari della vita. Un Figiano non si crede mai sicuro quando ha dietro di sè uno sconosciuto; e l’arrivare ad essere un assassino riconosciuto è la cosa più ambita da un Figiano. Nell’isola di Vanna Levu vi erano ben pochi abitanti, tanto uomini che donne, che non avessero commesso un assassinio; colà una delle prime lezioni che si dànno ad un fanciullo si è di insegnargli a percuotere sua madre. I Tahitiani non hanno nè leggi, nè Corti di giustizia; e poca importanza hanno fra loro la sicurezza personale e i diritti della proprietà privata. Essi sono assolutamente privi di ogni idea di decenza. Nel valutare il carattere morale dei selvaggi, dice il Lubbock, convien ricordarsi non solo che fra loro la regola del bene e del male era, ed è ancora in molti casi, molto lontana dalla nostra, ma anche che, secondo le informazioni dei viaggiatori, molti di loro possono appena venire considerati come esseri responsabili, e non posseggono nessuna nozione, anche difettosa e vaga, della rettitudine morale.
Parecchie notizie su questo soggetto furono raccolte dal professore Cesare Lombroso[368]. Nei Tonga l’idea del buono è espressa con quella del robusto. Un giorno un convertito Dacota presentavasi ai missionari chiedendo il battesimo, ma fu respinto perchè poligamo. Alcuni mesi dopo ritornava, dicendo che non aveva più mogli, e quindi era in piena regola colla Chiesa. «E che ne avvenne delle tue donne?», gli domandava il missionario. »Io le ho mangiate», rispose il neofito. Un selvaggio australiano, richiesto da un Europeo che cosa fosse il bene ed il male, rispose: «Bene è mangiare il proprio nemico, male è esserne mangiato». Assai analogamente sentenziava a Baker il re Commor: «Buono vuol dire esser forte». Un Rongatura (Australe), colto in furto e domandato da un viaggiatore se non temesse di esserne punito dagli Dei: «Oh! no, disse quando gli Dei erano in terra facevano altrettanto, e i genitori amano essere imitati dai figli»[369]. Nell’Africa orientale, dice Barton, non si capisce che cosa sia il rimorso; il ladro è un uomo rispettabile, l’assassino è un eroe. Nell’Africa australe, presso i Bechuana, quando si vuol [187] prendere un leone di quelli che han fame di uomo, gli si mette per esca nella fossa un bambino od una donna, vivi, che naturalmente riescono le prime sue vittime.
Intorno all’amor proprio dell’uomo barbaro riferirò un aneddoto, raccontato dal Darwin[370]. Egli dice: «Io era sopra un traghetto con un Negro di una stupidaggine veramente insolita. Cercando di farmi capire, io parlava forte, gesticolava violentemente, e ciò facendo gli sfiorai il volto colla mano. Egli, suppongo, credette ch’io fossi in collera, che volessi batterlo; perchè sul momento, con aspetto sgomentato e gli occhi semichiusi, lasciò penzolare le mani. Non dimenticherò mai il senso di sorpresa, di disgusto e di vergogna che provai, vedendo un uomo alto e robusto atterrito dalla sola minaccia di un colpo diretto, secondo lui, al suo volto. Quell’uomo era stato ridotto ad una degradazione inferiore a quella della schiavitù del più inerme animale».
L’asserzione di qualche filosofo che il pudore sia comune a tutte le razze umane non è difficile di smentire coi fatti. Ad esempio gli Australiani non ne mostrano traccia alcuna. Gli abitanti di quelle regioni più calde vanno affatto nudi, gli altri si coprono di pelli di animali, a. e. dell’opossum, riunite con cuciture a rabeschi talvolta eleganti, ma al solo scopo di difendersi dalle intemperie e non già per ragione di decenza. I missionari hanno fatto del loro meglio per abituarli ai vestiti, ma non vi sono riusciti che in modo incompleto ed hanno dato origine a delle scene piuttosto comiche. Avendo donato a quei selvaggi dei calzoni, dei panciotti, delle marsine e delle camicie, li videro comparire coi panciotti abbottonati sulla schiena, oppure coi calzoni tagliati in due e nella linea di mezzo disgiunti, o con sola marsina senz’altro indumento, ed altrimenti vestiti in modo da far sorridere e da far comprendere che sono lontanissimi dall’idea che non è lecito di esporre alla vista del pubblico certe parti del corpo. Il bel sesso, a questo riguardo, non è punto migliore del sesso forte. Presso i Boschimani il sentimento del pudore è quasi nullo, giacchè gli uomini coprono appena la regione del pube con un pezzo di pelle di sciacallo, e le femmine portano pure una cintura di pelle; altrettanto dicasi degli Ottentoti. Alcune tribù negre, al dire di Hellwald, vanno interamente nude e respingono qualunque indumento anche soltanto atto a coprire gli organi genitali[371].
Il Langsdorff descrive il ricevimento che ebbe a Nukahiva dagli indigeni; la sua descrizione merita di essere riportata, perchè ci dà un’idea della moralità di quella gente. Egli scrive: «Dapprima scorgemmo da notevole distanza un grande numero di teste nere che emergevano dalle acque; ma poco dopo ebbimo il raro spettacolo di vedere alcune centinaia di uomini, donne e ragazze, tutte nude, che nuotavano intorno alla nostra nave ed offrivano in vendita noci di cocco, banane e frutti dell’albero del pane. Il gridare, ridere e tumultuare di quella gente sempre allegra era indescrivibile, e faceva sopra tutti [188] un singolare effetto. Il rumore era maggiore che sui nostri mercati più frequentati, e tale che alla nostra mensa non potevamo udire le parole dei vicini. Le giovani ragazze e le donne, che si erano raccolte in buon numero ed affatto nude al pari degli uomini, alzavano la voce in modo straordinario, erano divenute assai loquaci e molto sfacciate secondo il concetto europeo. Ad ogni nostro movimento, ad ogni nostra azione, scoppiavano in un riso sgangherato, e siccome non capivamo un’acca di tutte le belle cose che ci raccontavano, cercavano ben tosto di farsi comprendere colle gesta e colla pantomina, offrendoci, con modi indecorosi ed impudenti, le loro bellezze. Gli uomini, che nuotavano appresso, non si mostravano per nulla gelosi; chè anzi sembrava che il marito decantasse i vezzi della moglie, il fratello quelli della sorella, il padre quelli della figlia, e l’amante quelli della sua amata».
È stato asserito da taluno che i selvaggi sieno nudi unicamente perchè abitano regioni calde, ma la patria dei Boschimani ha un clima rigido, e nondimeno questi uomini vanno interamente nudi[372], perchè loro fa difetto il sentimento del pudore, risultato di progredita coltura.
Vediamo ora ciò che scrive il Vogt[373] relativamente agli animali. Egli dice: «La notion du bien et du mal se développe donc des besoins de la société, des rapports réciproques des individus; et si cela est vrai, il est certain que la notion du bien et du mal est aussi développée dans les sociétés d’animaux, et en rapport avec leur degré de sociabilité, que dans les sociétés humaines. Le premier degré des sociétés est la famille; chez l’enfant la notion du bien et du mal se résume dans l’obéissance envers ses parents, dans l’accomplissement des devoirs qui lui sont imposés, et dans les leçons, punition ou caresses qui lui reviennent. Qu’on observe une famille de chats ou d’ours, la manière d’être des petits, leur éducation par les parents, n’a-t-on pas là l’image de la famille humaine, avec toutes les manifestations de la notion du bien et du mal qu’on peut désirer? C’est, il faut l’avouer, de la morale de chat, de la morale d’ours, qui est imposée et enseignée aux jeunes animaux, mais c’est toujours pourtant une morale, et le jeune chat qui n’arrive pas à l’appel de sa mère, l’ourson de deux ans qui ne soigne pas convenablement ses frères cadets, seront aussi bien grondés et suffletés que le sont les enfants des hommes, lorsqu’ils méconnaissent la première notion de la morale humaine et chrétienne, l’obéissance».
Un barlume dell’idea del diritto sembrano avere anche gli animali. A Costantinopoli ogni contrada ha i suoi cani; se un cane di una contrada entra in un’altra, corre pericolo di essere assalito e malmenato da quelli che vi hanno stanza legittima. Se mettiamo dei cani da caccia in fila e diamo loro dei tozzi di pane successivamente e per turno, gli ultimi attendono che venga la loro volta e non tentano di cogliere i bocconi destinati ad altri, ma guai a quel cane che infrangesse l’ordine. Francesco Pietropaolo da Tropea[374] attribuisce [189] questi effetti all’abitudine ed alle punizioni sofferte dai cani che infransero l’ordine; ma ciò non esclude lo sviluppo di un’idea, sia pure vaga ed incompleta, dei propri diritti e doveri, perchè anche nell’uomo la pedagogia e la giustizia punitiva ricorrono alla punizione, per imprimere nella mente dei cittadini quelle idee di moralità che non sono innate e che nondimeno sono necessarie al benessere sociale. I principali mammiferi domestici, dice Houzeau[375], sanno quando fanno bene e quando fanno male, prova ne sia che si nascondono tutte le volte che disobbediscono. Lo stesso autore cita i seguenti due esempi. Il chimpanzè calvo (Troglodytes calvus), preso in Africa dal Du Chaillu, divenne un gran ladro; ma rubava solamente quando tutti erano usciti di casa. Il Bennett aveva un giovane gibbone (Hylobates syndactylus) che era stato più volte punito per furti commessi. Un giorno quella scimia gli rubò un pezzo di sapone, di che il Bennett finse di non accorgersi. La scimia stava per andarsene, quando il padrone le rivolse alcune parole; ed essa, vedendosi scoperta, riportò subito il sapone al posto dove prima si trovava. È facile fare analoghe osservazioni. Io aveva un gatto che rubava sempre i lucignoli dalle lucerne, e non ostante la sorveglianza dei domestici vi riusciva spesso, perchè esso fingeva di dormire finchè era sorvegliato, ma appena si trovava solo od inosservato, eseguiva in fretta il furto e tosto fuggiva.
Gli animali, ne’ quali meglio si sviluppa un’idea di morale, sono i sociali. Non si può leggere la descrizione che dà il Brehm della vita di alcuni animali sociali, senza concepire almeno il sospetto che anche in essi domini una moralità, quantunque oscura e poco elevata. Udiamo ciò che egli dice delle scimie[376]: «Il maschio più capace della banda è il conduttore. Questa dignità non gli viene conferita per suffragio universale, ma non gli è concessa che dopo accanita lotta cogli altri competitori che sono tutti i maschi vecchi della banda. Sono i denti più lunghi e le braccia più robuste che decidono della lotta. Chi non si vuole sottomettere volontariamente, viene trattato con morsicate e busse finchè fa giudizio. La corona appartiene al più forte, nei suoi denti sta la sapienza. E si comprende che la cosa debba essere così, poichè le scimie più forti sono generalmente le più vecchie e sta bene che ad esse debbano obbedire le giovani ed inesperte. Il capo esige e riceve obbedienza assoluta in ogni rapporto. La galanteria cavalleresca verso il bel sesso non è suo mestiere; solo nella lotta egli riporta il premio dell’amore. Il jus primae noctis è ancor oggi in vigore. Egli diventa lo stipite di un popolo, e la sua razza aumenta, non altrimenti che quella di Abramo e d’Isacco e di Giacobbe, come la sabbia del mare. Nessuna femmina della banda può fare all’amore con altro maschio azzimato; i suoi occhi sono acuti, la sua disciplina è severa; in affari d’amore non comprende lo scherzo. Le femmine che l’obliassero sono bussate e pelate in modo che passa loro certamente la voglia di avere dei rapporti cogli altri eroi della banda; lo scimiotto poi che violando [190] la legge dell’harem offende il sultano superbo del suo diritto, resta ancor maggiormente malconcio..... Del resto il capo esercita il suo uffizio con molta dignità. La stima che egli gode, dà al suo contegno una certa sicurezza ed indipendenza che mancano ai suoi sudditi; questi inoltre l’accarezzano in ogni guisa. Si vede per es. che le femmine gli prodigano i più alti favori che una scimia possa dare o ricevere; esse cioè sono premurose nel liberarlo dai molesti parassiti, cure che si lascia prodigare col contegno di un pascià, cui la schiava favorita gratta i piedi. In cambio egli pensa alla sicurezza dei suoi sudditi ed è perciò sempre in maggiore apprensione di questi. Egli volge lo sguardo per ogni dove, non si fida di alcuno e riesce quasi sempre ad accorgersi del pericolo che minaccia la banda».
L’idea del bene, al suo infimo grado, si identifica con quella dell’utile individuale e momentaneo; il bene, disse il selvaggio, è mangiare i propri nemici, il male l’esserne mangiato. Ma per poco che la memoria e la riflessione agiscano, l’idea del bene si eleva a quella dell’utile individuale complessivo, e quindi è ritenuta per cattiva un’azione che trae seco delle conseguenze dannose. Negli animali sociali l’idea del bene si allarga ancora, ed abbraccia l’utile della società cui l’individuo appartiene. La moralità, nei primi due gradini, la troviamo tanto negli animali che conducono una vita isolata come nell’uomo selvaggio; al terzo gradino sviluppasi negli animali sociali e nell’uomo civilizzato. Infatti l’ape che punge ed in conseguenza muore, si sacrifica per la propria colonia; i lupi e molte scimie vanno alla caccia a stormi, ed ogni individuo all’occorrenza difende i suoi compagni; le scimie ed altri animali furono visti prendere sotto la loro custodia gli orfani della propria specie ed anche di specie diverse.
Un animale che soddisfa un momentaneo desiderio, agendo contro il proprio complessivo interesse, sente il timore ed il rimorso; noi abbiamo qui la coscienza ne’ primi rudimenti. Un cane che dopo aver commesso un furto scappa, sa di aver fatto male; la scimia, di cui sopra abbiamo parlato, che riportò il sapone rubato al posto di prima, sentiva rimorso. Non si può negare che la moralità sia in diretto rapporto coll’intelligenza. L’uomo civile che supera gli animali di gran lunga in quest’ultima, deve superarli egualmente nella prima. Ma siccome una certa intelligenza esiste anche negli animali, specialmente nei sociali, così non dobbiamo sorprenderci se vi rinveniamo gli elementi della moralità. La quale per conseguenza non può dirsi un carattere esclusivo dell’uomo, nè in lui innata; ma solo un carattere nell’uomo assai più sviluppato, ed acquisito coll’educazione.
Il De Filippi, nella sua lezione sull’uomo e le scimie, ha espresso un’opinione singolare. Egli dice: «La legittimità del regno umano non può essere contrastata. Chi la acconsente e chi la rifiuta concorre egualmente a dimostrarla; poichè di tanti assoluti distintivi morali dell’uomo, di tanti suoi attributi esclusivi, due sono certissimi: quello di mettere se stesso in questione, e l’altro di porsi in lotta coi suoi propri sentimenti. Chi non vuol riconoscere, come appannaggio esclusivo dell’uomo, il dubbio filosofico, il sentimento morale, il religioso, dovrà vedere nel fondo del calice delle miserie umane, queste [191] affatto caratteristiche e proprie che sono il maligno sospetto, la menzogna, il suicidio».
Quest’opinione non può essere accettata, perchè il sospetto e la finzione riscontransi anche negli animali. Oltre ciò dobbiamo qui fare una domanda. Chi sostiene la creazione diretta dell’uomo potrà mai accettare l’opinione del De Filippi? Potrà egli ammettere che il Creatore abbia posto nel cuore dell’uomo, come carattere essenziale, il sospetto, la menzogna e la tendenza al suicidio? Pare di no; e quindi quell’idea non accontenta nè gli evoluzionisti, nè i loro avversari.
Quanto al suicidio, si è veramente ritenuto fino al presente, che il regno animale, prescindendo dall’uomo, non ne offra esempi. Recentemente però tale opinione venne posta in dubbio; così il Vion[377] riferisce che il Manley vide un serpente a sonagli mordere sè stesso e morire in meno di cinque minuti.
Anche qui noi dobbiamo innanzi tutto rivolgerci ai selvaggi. Gli abitatori delle isole Andaman non hanno idea nè di un essere supremo, nè religione, nè credenza ad una vita futura[378]. Gli Australiani non hanno una religione sistematica, nè culto, nè preci; ma molti di essi credono negli spiriti maligni, e tutti hanno un gran terrore del buio e delle stregonerie. I Figiani considerano gli Dei come esseri animati dalle stesse passioni di loro. La principale divinità dei Neo-Zelandesi era Atoua, un feroce cannibale. Secondo il Crantz, gli Eschimesi della Groenlandia non hanno religione, nè culto idolatrico, e non si nota tra loro alcuna cerimonia che sia rivolta a questo. Tale asserto è confermato da molti altri osservatori. Hearne asserisce che gl’Indiani della America del Nord non hanno religione; anche le celebri Cinque Nazioni del Canadà, secondo il Colden, non hanno religione, come neppure una parola che significhi Dio. Il Burnet non ha mai trovato ombra di culto fra i Comanche. Gli Indiani del Paraguay, secondo Azara, non avevano idee religiose. Secondo i missionari, nè i Patagoni, nè gli Araucani, non hanno alcuna idea di preghiera, e nessuna traccia di culto religioso. Adolfo Decker dice che gli abitanti della Terra del Fuoco non hanno la minima traccia di religione. Schweinfurt ci racconta che i Niam-Niam, questo popolo nano dell’interno dell’Africa, non hanno alcun vocabolo per designare la divinità, e molti esempi consimili furono recentemente raccolti da Moritz Wagner[379]. I Tasmaniani, al dire del Giglioli[380], non avevano alcuna traccia di religione, nessun culto, nè alcuna idea di un Dio.
Mentre alcuni popoli selvaggi o barbari non hanno alcuna religione, altri adorano quegli oggetti che colpiscono la loro immaginazione; essi hanno Dei [192] feticci, cui domandano la soddisfazione de’ propri desiderii, e che maltrattano e percuotono se non ottengono ciò che vogliono. Senza entrare in numerosi dettagli su questo soggetto, citiamo un brano del Lubbock[381]. Esso scrive: «Nella Cina, il popolino, se dopo aver lungamente pregato le immagini, non ottiene ciò che desidera, come segue spesso, si rivolta contro gli Dei impotenti; alcuni si comportano in modo molto biasimevole, coprendoli di ingiurie, e talvolta di colpi. Come, cane di uno spirito, dicono essi, ti diamo uno splendido alloggio in un bellissimo tempio, ti indoriamo e dipingiamo bene, ti diamo bene da mangiare, ti offriamo incenso; e tuttavia, malgrado queste cure, sei tanto ingrato da rifiutarci quello che ti domandiamo! Allora legano l’immagine con corde, l’atterrano, la trascinano per le strade, in mezzo al fango ed alle sozzure, per punirla delle spese di profumi che hanno sprecato per essa. Se nel frattempo accade che ciò che desiderano sia ottenuto, allora, con grande cerimonia, rialzano l’idolo, lo lavano, lo ripuliscono, lo rimettono nella sua nicchia; poi s’inginocchiano, e gli domandano scusa di ciò che hanno fatto. Davvero, dicono essi, siamo stati troppo pronti, come tu sei stato un po’ lento nell’accordarci quello di cui avevamo bisogno. Perchè ti sei tu attirato questo maltrattamento da parte nostra? Ma quello che è fatto, non si può disfare; non pensiamo più al passato. Se tu dimentichi l’offesa ricevuta, torneremo a dorarti ed inargentarti». Alcunchè di simile osservasi a Napoli, dove gli abitanti meno colti imprecano a S. Gennaro, se non ottengono una grazia domandata, salvo a riconciliarsi con lui non appena il loro desiderio sia soddisfatto. Le imprecazioni al Santo risultano dai seguenti versi riferiti da Angelo Brofferio.
Santo d’inferno — va ’n fuoco eterno!
Tu lo colore — tieni abbrunzito,
Hai la figura — del babbuino,
Si no spersicchio — figlio malnato
No te n’adduone — che screanzato
Tutti te chiamano — pe sta cetà?
Tu si squamuso — si brutto muso
Si sgraziato — si disperato
Va ’n fuoco eterno — santo d’inferno!
Se si tiene conto di queste notizie e di molte altre consimili che potrebbero citarsi, è facile persuadersi, che il sentimento religioso non è innato nell’uomo, nè è un carattere distintivo della specie umana. Io non credo ch’esso sia qualche cosa di patologico, come vuole il Sergi[382]; nè che alla fede non corrisponda realtà veruna, come asserisce il Trezza[383]. Sono invece convinto che la credenza in uno o più esseri superiori sia una conseguenza necessaria del nostro meccanismo psicologico, il quale per il fenomeno dell’astrazione [193] raccoglie e personifica tutte le cause ignote di effetti visibili in una o più divinità. È un fenomeno dunque naturale e fisiologico, ed una realtà vi corrisponde, sebbene non quella designata dalla fede. La religione è una illusione psicologica, paragonabile, in certo modo, all’illusione ottica che ci fa vedere il tramonto del sole.
Vediamo ora se negli animali nulla esista che possa considerarsi come un pallido segno della esistenza di quel sentimento. Sembra che negli animali esista talvolta una vaga idea di un essere superiore incompreso. Carlo Vogt[384] dice in proposito quanto segue: «Presso gli animali trovasi almeno il germe della credenza ad esseri misteriosi di natura superiore, che bisogna temere. Il cane ha certamente paura dei fantasmi non meno che un Bretone od un Basco; — ogni fenomeno sorprendente, di cui il suo naso non gli dà precisa cognizione, determina anche nel cane il più coraggioso un sentimento di terrore il più insensato. Io conobbi una foresta, in cui i contadini del vicinato tenevano di notte un fantasma di fuoco, e in prova di ciò segnalavano il fatto che i cani provavano di notte un forte spavento, e quando una volta vi si erano trovati all’oscuro, non era possibile il ricondurli nemmeno a colpi di bastone. Questo fantasma, cui un cane per solito coraggioso, appartenente a mio padre, non osava accostarsi, non era che un tronco d’albero fracido e per conseguenza fosforescente e luminoso nell’oscurità. La credenza nel sopranaturale, nell’incognito, è il germe di tutte le idee religiose, e questa credenza si trova e in alto grado sviluppata nei nostri animali domestici intelligenti, nel cane e nel cavallo. Il germe di queste idee, come di altre, fu sviluppato dall’uomo e convertito in sistema, in fede».
Il Burns[385] dice che l’uomo è il Dio del cane. «Guardate, ei soggiunge, come lo adora, con quale rispetto si pone a’ suoi piedi, con quale venerazione lo guarda, con quale delizia lo accarezza e con quale gioia gli obbedisce!» Houzeau[386] non trova punto esagerate queste espressioni, e dice: «Guardiamo il selvaggio davanti a’ suoi idoli, o l’uomo barbaro sul gomito od in ginocchio davanti al suo sultano, e noi comprenderemo, come non vi sia una essenziale differenza fra i segni di rispetto dell’uomo inferiore verso i suoi imperatori o Dei, e quelli che il cane manifesta per l’uomo».
Dove vi sono idee, dove si compie la riflessione, rimanendo ignote molte cause di fenomeni ovvii o rari, si costituisce un’idea complessiva dell’ignoto che ora incute spavento ed ora inspira fiducia. Questo è il germe della religione. Negli animali e nell’uomo selvaggio di scarsi concetti e di povera e lenta riflessione, quest’idea rimane incerta ed oscura, nell’uomo civile si svolge a sistema di fede, nel pensatore si risolve ne’ suoi elementi ed apparisce come un risultato psicologico della nostra ignoranza. Per non essere frainteso soggiungerò, che quanto più la coltura s’avanza, tanto più si restringe quell’idea dell’ignoto, e tanto meno torna necessario ricorrere alla divinità [194] per spiegare i fenomeni naturali. L’ab. Antonio Ferretti[387], in un suo lavoro, sostiene pure che il primo culto fu tributato alla «ignota forza», alla divinità.
Il Quatrefages[388] non accetta per vere le notizie dei viaggiatori sui popoli atei; egli ritiene che tutti questi viaggiatori sieno male informati, e che tutti i popoli abbiano qualche concetto di uno o più Dei e di una vita futura. Ma non sarebbe giusto anteporre l’autorità di un uomo a quella di molti, sopratutto quando il primo ha già dato prove di non saper sempre essere imparziale[389]. Se anche si volesse ammettere che nessun popolo sia ateo, ciò non distruggerebbe le nostre conclusioni, sia perchè non accettiamo il noto asserto: de quo omnium natura consentit, id verum esse necesse est; sia ancora perchè un indizio di religione può trovarsi anche negli animali. Oltre ciò il Quatrefages[390] ammette delle eccezioni, poichè dice: «Je ne l’ai (l’athéisme) rencontré nulle part, si ce n’est à l’état individuel ou à celui d’écoles plus ou moins restreintes, comme on l’a vu en Europe au siècle dernier, comme on l’y voit encore aujourd’hui». Queste eccezioni bastano per provare che la religiosità non è un carattere essenziale dell’uomo[391].
[195]
Caratteri zoologici. — Valore dei caratteri predetti.
I caratteri zoologici dell’uomo devono cercarsi nell’apparato mascellare-dentario, e nelle estremità[392]. L’apparato predetto delle scimie è distinto da quello dell’uomo pei seguenti caratteri:
1º I canini sono robusti e sporgenti sopra il livello degli altri denti, i superiori lo sono più che gli inferiori.
2º I canini sono collocati in alveoli profondi, circostanza che rende possibile una forte resistenza.
3º Le arcate zigomatiche sono larghe, per dar passaggio ai robusti muscoli motori della mascella inferiore.
4º Esistono delle creste ossee più o meno sviluppate al capo, per dare inserzione ai suddetti muscoli.
5º Osservasi una robusta aponeurosi occipito-cervicale, per dare la debita resistenza al punto di attacco della testa colle vertebre cervicali.
All’incontro osserviamo che nell’uomo:
1º I canini non sporgono sopra gli altri denti,
2º nè sono collocati in alveoli profondi.
3º Le arcate zigomatiche sono strette,
4º e non esistono creste al capo.
5º Infine il nesso tra la testa ed il tronco è debole.
Niuno di questi caratteri può essere isolato; tutti insieme costituiscono un sistema, e pel loro complesso la scimia assume la natura di fiera, l’uomo quella di un essere inerme.
Questo carattere fu profondamente sviluppato dal Bianconi[393], il quale conclude in questa guisa: «Il dente canino pertanto nelle scimie antropomorfe non è soltanto un dente, come dicesi, un poco più allungato, un poco [196] più sviluppato, ma essendo legato, com’esso è coll’apparecchio testè accennato, costituisce un istromento apposito ed un carattere speciale; ed è il carattere del leone e della tigre, ecc. Il gorilla, l’orang-outang, e consorti, sono dunque fiere, e l’uomo che ne manca è inermis, secondo la definizione giustissima di Blumenbach».
Per far vedere la natura ferina delle scimie potrà servire il seguente passo che traduco dall’opera più volte citata del Brehm[394]: «Non tutte le scimie fuggono davanti ai nemici; le più robuste si oppongono persino ai carnivori più terribili ed all’uomo, mettendosi in una lotta per lo meno dubbia per l’aggressore. Le scimie maggiori, specialmente i babbuini, posseggono nei loro denti un’arma sì terribile che ponno benissimo misurarsi con un nemico, specialmente se questo, come succede comunemente, lotta da solo, mentre essi si difendono in masse, con fedeltà ed energia. Le femmine non si mischiano nella pugna se non quando si tratta di difender se stesse od i loro giovani; in questo caso esse dimostrano non minore coraggio dei maschi. Quasi tutte le scimie lottano colle mani e coi denti, graffiano e mordono; molti assicurano che alcune specie si difendono con bastoni e specialmente con rami d’alberi; è poi certo che gettano sassi, frutta, pezzi di legno ed altri oggetti sul loro nemico. Gli indigeni non attaccano nemmeno il babbuino, specialmente se non sono muniti d’armi da fuoco. L’orang-outang ed il gorilla sono sì forti e pericolosi, che l’uomo, in una lotta con essi, non si giova dell’arma da fuoco che in sua propria difesa, mai per aggredire l’animale. Il furore indicibile delle scimie, aumentato dalla forza, è sempre da temersi, e la destrezza che posseggono rende spesso impossibile al loro nemico di fare un colpo decisivo».
Du Chaillu, nella relazione de’ suoi viaggi nell’Africa equatoriale, attribuisce al gorilla una forza prodigiosa, dicendo che quattro uomini robusti non sono sufficienti per tener fermo un individuo di due anni e mezzo; gli adulti sarebbero capaci colle loro mascelle di render piatta una canna da schioppo, e di rompere colle mani degli alberi del diametro di quattro a sei pollici.
Dei caratteri su citati ha trattato anche il Mivart[395]; esso fa osservare che solo in alcune forme infime di scimie (ad esempio nell’Hapalemur) la sporgenza dei canini si fa meno evidente. Ai caratteri suddetti potrebbe aggiungersi la presenza di un diastema nelle scimie, e la di lui mancanza nell’uomo, ma questo carattere ci viene meno in alcune forme inferiori.
Passiamo ora alle estremità. Alcuni vogliono sostenere che l’uomo sia quadrumano, perchè i suoi arti posteriori coll’esercizio possono acquistare la facoltà di afferrare. Si conoscono degli esempi che appoggiano questa idea. I Charmas, tribù indiana dell’America meridionale, forti cavalcatori, usano in luogo di staffa un semplice anello, nel quale impegnano il solo pollice dei piedi, [197] tenendovisi strettamente; gli Indiani dell’Orenoco, quelli del Jucatan, i Negri d’Australia, possono colle dita dei piedi raccoglier monete dal terreno, afferrare sassi e lanciarli; i Bengalesi sanno servirsi anche dei piedi per menare il remo. Gli Ottentoti avrebbero, secondo Bory de Saint-Vincent, un dito grosso opponibile alle altre dita, ed anche i raccoglitori di resina nella Francia meridionale avrebbero, a detta dello stesso autore, un grosso dito del piede opponibile acquisito, per l’arrampicarsi sugli alti e snelli tronchi del Pinus maritima. Gli abitatori della Nigrizia, i Malesi, i Polinesiaci, gli Indiani, ecc., si servono sovente dei piedi per arrampicarsi sulle palme, ed il loro piede, secondo il prof. Hartmann, non è molto diverso da quello delle scimie, poichè il dito grosso s’allontana alquanto dalle altre dita e conserva questa posizione anche allo stato di riposo[396]. Gli isolani del Pacifico, quantunque osservati, riescono ad effettuare dei furti, prendendo gli oggetti coi piedi e trasmettendoli ai loro compagni (Chamisso). I magnani e falegnami delle Indie orientali si giovano dei loro piedi per tenere ed adoperare i loro arnesi (Stöhr).
Nel 1863 il prof. Huxley ha svolto un’opinione diversa, cercando di dimostrare che l’uomo è bipede, e che anche gli arti posteriori delle scimie sono terminati da due piedi. Per riuscire nel suo intento l’anatomico inglese ha stabilito delle esatte differenze tra la mano ed il piede, riposte nell’apparato osseo e muscolare. Il piede differisce osteologicamente dalla mano per la disposizione delle ossa del tarso, che è diversa da quella che offrono le ossa del carpo; specialmente notevole è la sporgenza del calcagno, il quale colla sua larga appendice ossea forma il tallone. Non minori sono le differenze miologiche. Nel piede vi sono bensì, come nella mano, tre principali muscoli flessori dei diti, e tre principali estensori; ma un estensore ed un flessore sono muscoli brevi, vale a dire, che le loro parti carnose non sono situate nella gamba, ma nel dorso o nella pianta del piede. Di più, i tendini dei lunghi flessori delle dita dei piedi e del lungo flessore del dito grosso, quando arrivano alla pianta del piede, non restano distinti l’uno dall’altro, come fanno i flessori della palma della mano, ma si riuniscono e si mescolano in una curiosissima maniera, mentre i loro tendini così uniti ricevono un muscolo accessorio, che è connesso all’osso del calcagno[397]. Ma forse il carattere assolutamente più distintivo, circa i muscoli del piede, è l’esistenza di quel muscolo che si chiama lungo peroneo, che è un lungo muscolo fissato all’osso esterno della gamba, e che manda il suo tendine all’esterno della fiocca, alla quale passa indietro ed in basso, e quindi attraversa il piede obliquamente per attaccarsi alla base del dito grosso. Nessun muscolo nella mano corrisponde esattamente a questo che è eminentemente un muscolo del piede.
Il piede differisce dunque dalla mano anatomicamente: 1º per la disposizione delle ossa del tarso; 2º per avere un corto muscolo flessore, ed un corto muscolo estensore delle dita; 3º per possedere il muscolo lungo peroneo. Per [198] sapere con precisione, se la parte terminale di una estremità debbasi chiamare piede o mano, fa d’uopo, secondo l’Huxley, tener conto dei distintivi accennati, ma non delle proporzioni o della maggiore o minore mobilità del pollice e dell’alluce, perchè questi caratteri variano all’infinito, senza alterare la struttura fondamentale.
Se esaminiamo le estremità del gorilla, troviamo che le anteriori sono terminate da mani; ogni osso, ogni muscolo è collocato esattamente come nella mano dell’uomo, o meglio, le differenze sono sì leggiere come notansi tra le varietà della specie umana. La mano del gorilla è più grossolana, più tozza, ed il pollice è proporzionatamente più corto che nell’uomo; ma nessuno ha mai dubitato che sia una vera mano.
A prima vista sembra, che anche le estremità posteriori del gorilla siano terminate da mani, ma l’esame anatomico prova che tale somiglianza non è che superficiale. Le ossa del tarso, pel loro numero, per la disposizione e per la forma, non differiscono da quelle dell’uomo, e osservansi un corto flessore e corto estensore delle dita, nonchè un lungo peroneo. Le estremità posteriori del gorilla, giudicate secondo i suddetti criteri, sarebbero dunque terminate da veri piedi.
Contro le idee sopra esposte sono insorti il Bianconi ed il Gaddi, cercando di dimostrare, come le quattro estremità delle scimie e le anteriori dell’uomo siano terminate da mani, le posteriori di questo invece da veri piedi. Il Bianconi, dopo avere esaminato la struttura del piede umano, deduce: 1º che le forme di un piede per la stazione ed ambulazione bipede, non possono essere che quelle le quali soddisfanno alle condizioni volute dalla statica, e che trovansi applicate nel piede umano; 2º che ristrettivamente al piede dell’uomo, il pollice insieme colle sue ossa del metatarso e del tarso, costituisce la linea primaria di robustezza e di forza del piede, talchè per esso principalmente il piede è fatto base acconcia per la stazione eretta del corpo, e all’ambulazione con l’alternare del passo; 3º che tutte le parti sono calcolate secondo le leggi di meccanica per guisa, che senza tale assestamento non sarebbe piede atto nè alla stazione nè all’ambulazione; 4º che il pollice col suo metatarso è il primo fra le dita per importanza d’ufficio nel piede, come è massimo per robustezza, ed irremovibile per ubicazione. A riscontro del piede umano quello delle scimie non sarebbe un piede, essendo invertiti i rapporti delle parti di maggior forza: le tre dita di mezzo hanno le maggiori dimensioni, ed il pollice è il più piccolo di tutti; ne segue, che dato anche, che la pianta dell’orang-outang o del gorilla potesse stendersi sul terreno, mancherebbe nel lato interno, ove è la massima esigenza di base per causa della eccedenza del peso sovrapposto, una linea rigida o di forza. A questo lato havvi un pollice cortissimo e debole, incapace di presentare l’asse principale del piede. Poi il pollice stesso giammai può mettersi nella direzione necessaria. Organizzato per opporsi alle quattro dita e per abbracciare con esse i rami degli alberi, e separato profondamente dalla pianta pel nascere indietro sino alla regione del tarso, il pollice si getta infuori e lontano dalle altre dita. Per tale costruzione il maximum di forza, che è rappresentato dalle quattro dita, si ha nel luogo ove minore [199] è il bisogno; e mentre nel piede di uno di tali quadrumani sono parti robuste ove esse non occorrono, per l’altra mancano ove esse occorrerebbero per costituire un piede di animale bipede che alterna il passo. Questa estremità pertanto non è piede per la stazione bipede con alternanza di passo; non lo è, perchè non è nè punto nè poco conformata secondo le leggi indeclinabili della meccanica; non lo è conseguentemente quanto all’uso, perchè la sua conformazione si rifiuta a permettere che essa posi piana sul suolo e sorregga il corpo. Non è dunque comparabile col piede umano, e se per piede di un bipede si deve intendere quell’organo che serve a mutare il passo, quello dei quadrumani non è più piede, ma è una mano prensile[398].
Ad analoghe conclusioni giunse il Gaddi. Il piede, egli dice, anatomicamente studiato nell’uomo, si palesa per vera base di sostentazione. Consta di 26 ossa assai più grosse e più robuste di quelle della mano. Esse costituiscono un tripode, quindi sono disposte in guisa che tutto il peso del corpo per la via di tre punti assai sporgenti in basso, si trasmette al sottostante piano, ed è di tale maniera che la stazione si rende ferma su due piedi, od anche sopra la pianta di un piede solo. Quanto al piede della scimia, per quello che risguarda l’allontanamento maggiore possibile dell’alluce dagli altri diti, esso si avvicina più alla mano dell’uomo, che la stessa di lei mano[399].
Noi ci troviamo davanti a tre opinioni diverse. Alcuni vogliono far quadrumano l’uomo; altri sostengono che tanto l’uomo quanto le scimie sono bipedi; altri ancora mantengono le opinioni fin qui professate, che cioè l’uomo sia bipede e la scimia quadrumana. Tutti questi partiti però sono concordi nell’ammettere, che le estremità anteriori nei due ordini di Primati sono terminate da mani.
Che la mano dell’uomo sia ancor più perfetta che quella della scimia, è quasi inutile il dirlo, e fu recentemente dimostrato dal Gaddi, il quale crede con ragione che la perfezione della mano umana stia nella sua brevità, nella sua larghezza, nella lunghezza del pollice e nel grande allontanamento che questo può aver dalle altre dita. L’allontanamento gli è concesso ampiamente dalla configurazione dell’articolazione metacarpo-falangea, e dalla lassezza de’ suoi legamenti, dall’energia de’ suoi tre muscoli estensori lungo e breve, e lungo abduttore, datigli dall’antibraccio, e dall’abduttore corto fornitogli dall’eminenza tenare. Non gli è impedito dal muscolo adduttore, il quale, quando il pollice si allontana dalle altre dita, si lascia opportunamente distendere, per ricondurlo poscia al suo posto. Nella scimia, invece, il pollice non può allontanarsi che ben poco dall’asse della mano; esso non ha che un solo e debole muscolo estensore lungo, mancando del corto estensore, e del grande abduttore, e per soprappiù, ha il muscolo adduttore corto e robusto, pel che si lascia ben poco distendere nei movimenti d’allontanamento. A ciò aggiungasi la brevità del pollice nella scimia, che lo tiene coll’apice suo tanto [200] lontano dall’apice degli altri diti; circostanza questa che rende alla scimia difficile e stentato il movimento stesso di opposizione a segno, che fu da tanti negato. Nell’uomo al contrario, il movimento di opposizione del pollice è tanto esteso, che il pollice stesso corre a volere dell’uomo, sulla faccia dorsale e palmare delle dita, non che sulle loro faccie laterali.
Mentre dunque le scimie hanno talvolta una mano incompleta, priva di pollice ed atta solamente alla prensione, altre volte l’hanno completa, munita di pollice ed atta anche alla digitazione. L’uomo l’ha sempre completa e più perfetta che la scimia. Tale perfezione è fondata principalmente sul dito pollice, a petto del quale quello delle scimie antropomorfe è detto da Eustachio e Buffon pollex ridiculus. La perfezione e l’importanza del pollice umano furono riconosciute in ogni tempo, come Hyrtl l’ha dimostrato. Il pollice è così detto da pollere. Ch. Bell dice: perduto il pollice, tutta la mano è perduta. I soldati romani, feriti al pollice, venivano licenziati dal servizio militare; gli Ateniesi amputavano il pollice agli Egineti fatti captivi, a renderli inabili al maneggio dei remi. L’importanza del pollice pel remigare ne viene attestata anche dai barcaiuoli inglesi del Tamigi, dei quali è detto comune: I pledge my thumb, scommetto il mio pollice. Augusto mandò a confiscare i beni a un cavaliere romano, il quale per affrancare i suoi figli dal servizio militare aveva loro fatto troncare il pollice coll’accetta, laonde pollice truncus, poltrone. Era uso degli antichi Tedeschi, cel narra Tacito, nello stringere leghe ed alleanze, di legare insieme i pollici tanto che inturgidissero di sangue; il popolo romano poteva nell’arena con un movimento del pollice decidere sulla morte o sulla vita.
I bimani ed i quadrumani concordano dunque tra loro in ciò che le estremità anteriori sono munite di mani; la differenza che passa tra le mani degli uni e degli altri è ragguardevole, ma solo di grado. Inoltre notasi una serie progressiva dalla mano incompleta di alcune scimie, alla completa ma lunga e stretta di altre, da questa a quella della razza etiopica, ed in fine alla mano corta e larga delle razze umane più elevate.
Le divergenze tra i diversi autori si riferiscono agli arti posteriori dei Primati; ma io credo che la discordanza non sia così grande, come potrebbe sembrare a tutta prima.
L’opinione, che gli arti posteriori dell’uomo siano terminati da mani, non merita un’ulteriore discussione; quanto dissero in proposito Huxley, Bianconi e Gaddi, racchiude una completa confutazione.
Così pure non mi associo all’opinione dell’Huxley, il quale dichiara bipedi tanto l’uomo che le scimie. Il lungo ragionamento sopra riportato fa vedere la differenza che passa fra gli arti toracici e addominali dei Primati, e dimostra anche che tra la mano posteriore delle scimie ed il piede dell’uomo esiste una stretta omologia; ma noi non siamo per questo autorizzati a chiamare piede la parte terminale dell’arto posteriore delle scimie. L’ala dell’uccello e la pinna pettorale del pesce sono organi omologhi al braccio umano; eppure nessuno chiamerà l’ala o la pinna un braccio. L’Huxley ha provato anatomicamente l’unità di tipo negli arti addominali dei Primati; ma nulla [201] più. Il termine di mano ha un significato fisiologico. Ora l’anatomia comparata c’insegna che organi diversissimi possono essere analoghi, ossia compiere la medesima funzione, così che una mano potrebbe perfino non essere parte di un arto e trovarsi in animali di serie diversa, per es. negli aracnidi o crostacei. In un senso più largo si è chiamata mano la proboscide dello elefante colla sua appendice digitiforme, e la coda della scimia fu detta una quinta mano. Ma prescindendo da questo significato più largo e non rigoroso, noi possiamo attenerci alla definizione della mano data dal Bianconi e dal Gaddi. Se cogli autori predetti, cui si associano l’Owen ed il Mivart[400], noi chiamiamo piede «quella estremità, in cui l’alluce costituisce il sostegno (fulcrum) durante la stazione ed il cammino» e che serve a mutare il passo, l’uomo ha due piedi, e le scimie ne mancano; e se chiamiamo mano quella estremità, in cui il pollice può allontanarsi dalle altre dita in seguito ad una particolare struttura, ed opporsi alle medesime allo scopo di prensione, l’uomo ha due mani e le scimie ne hanno quattro[401].
Questo stesso modo di vedere è diviso dal Macalister[402], il quale, a proposito dell’uomo asserisce che «fore-limbs are suited solely for prehension, and the hinder solely for progression, the hallux and its metatarsal being nearly parallel to the other toes»; mentre alle scimie attribuisce un pollice ed un alluce generalmente opponibili alle altre dita. Nè opinione diversa è espressa dal Claus[403] nel suo Trattato di Zoologia.
In istretto nesso colla differenza sopra esposta stanno nell’uomo i seguenti caratteri:
1º La cortezza e debolezza degli arti anteriori, i quali invece sono lunghi e robusti nel gorilla, e più ancora nelle altre scimie antropomorfe. Questi arti nell’uomo sono meschini e deboli, confrontati coi posteriori. Se l’uomo volesse camminare su tutte e quattro le estremità, egli batterebbe col ginocchio il terreno, e pel calibro delle arterie carotidi, che portano il sangue al capo, sarebbe in grave pericolo di perire per apoplessia.
2º L’ossatura e la muscolatura della gamba. Forse in nessun animale gli arti posteriori sono sì robusti come nell’uomo, confrontati colla massa del restante del corpo, e ciò perchè essi hanno l’incarico di portare da soli il corpo umano. Nelle scimie la cosa è diversa; vivendo esse principalmente sugli alberi ed essendo perciò chiamati gli arti anteriori a compiere un ufficio più grave dei posteriori, vediamo quelli di ossatura e di muscolatura più robusta che questi.
3º La conformazione del bacino, il quale è atto a portare gli organi della cavità addominale. Mentre nell’uomo assume la forma indicata dal nome stesso, nella scimia è lungo e stretto; serve poco pel sostentamento delle intestina ed ha lo scopo principale di dare inserzione alle estremità posteriori.
[202]
4º La posizione del grande foro occipitale, collocato molto in avanti ed in guisa che nella stazione eretta del corpo il capo sta in bilico sulla colonna vertebrale. Al contrario osserviamo che nelle scimie il foro occipitale è posto molto indietro, e poichè la testa non è in bilico sulla colonna vertebrale, vediamo svilupparsi ampiamente le apofisi spinose delle vertebre dorsali ed il ligamento cervicale.
Colle precedenti osservazioni credo di avere dimostrato che la scimia differisce dall’uomo per la natura di fiera che si manifesta nell’apparato mascellare-dentario, e per la presenza di due mani negli arti posteriori, le quali, mentre la rendono inetta all’incesso eretto e poco agile perfino nel camminare sul terreno con tutte e quattro le estremità, le recano una speciale attitudine alla vita sugli alberi. Per cui se la scimia può essere chiamata un mammifero fiero e rampicante, l’uomo deve essere detto un mammifero inerme e mite ad incesso eretto.
Il Mivart[404], nel confronto che fa dell’uomo colle scimie, cita altri caratteri differenziali oltre i sopra esposti; ma la maggior parte di essi sono troppo soggetti ad eccezioni perchè qui se ne faccia cenno. Una lunga discussione intorno a questo soggetto trovasi nel libro di Huxley[405] più volte citato; ma questo illustre anatomico non ha dato peso all’aspetto complessivo dell’apparato mascellare dentario, ed ha interpretato in modo non esatto i termini di piede e di mano. L’Haeckel[406] ha seguìto esattamente l’Huxley in questa questione.
Ora che abbiamo esposto le differenze che passano tra l’uomo e la scimia, vogliamo valutarne l’importanza dal punto di vista zoologico. Prima di tutto faremo osservare che non è possibile di staccare l’uomo dalla classe dei mammiferi, coi quali ha comune e la viviparità e l’allattamento della prole col mezzo di mammelle. Di più è certo che l’uomo appartiene ai mammiferi monodelfi (Placentalia o Monodelphia), perchè la nutrizione del feto avviene col mezzo di una placenta; non può nemmeno dubitarsi che appartenga ai Deciduati, poichè fra la parte materna e fetale della placenta si sviluppa la così detta membrana caduca o decidua; infine è certo eziandio che deve classificarsi fra i Discoplacentari (Discoplacentalia), perchè la placenta ha forma di disco.
Ma ora incomincia il dissenso. Le opinioni estreme sono quelle di Linneo e di Pruner-Bey. Il primo disse nella prefazione alla Fauna suecica: «Nullum characterem adhuc eruere potui, unde homo a simia internoscatur». Il secondo, nella seduta della Società antropologica di Parigi del 18 novembre 1869, sostenne che «l’homme ne constitue pas un règne, il représente un monde [203] à part». Oggi ben pochi naturalisti accoglieranno il metodo di Linneo che pose l’uomo in uno stesso genere colle scimie, o le idee del Pruner-Bey, che dell’uomo fa un mondo a parte. Più accreditata è l’opinione che l’uomo debba costituire un regno separato, il regno umano.
Tale idea fa presso di noi propugnata dal De Filippi; discutiamo intorno a due delle principali ragioni, su cui egli si appoggia. Il De Filippi dice: «In uno strato di sabbia, in uno strato di argilla, insieme ad ossa di elefanti o di rinoceronti, nel centro della dotta Europa, il naturalista rinviene qualche frammento di carbone, qualche ciottolo scheggioso, qualche osso scalfito, e non esita un istante ad esclamare: ecco traccie dell’uomo primitivo; e non gli è mai passata per la mente l’idea di attribuire queste semplicissime fatture ad una scimia. Perchè la scimia sia capace di accendere un ramo secco, di percuotere un sasso contro un altro, bisogna che diventi uomo». Queste idee sono esatte, ma non possiamo vederci altro che un tacito riconoscimento della supremazia intellettuale dell’uomo, supremazia che non fu, nè può essere negata da alcuno.
Il De Filippi dice inoltre: «Come la virtualità decida sola sul posto di un essere vivente nella natura, io lo posso dimostrare cogli stessi procedimenti incontrastati della filosofia naturale. I due regni vegetale e animale formano, partendo, ciascuno per sè, dalle forme superiori e più complicate alle inferiori e più semplici, due serie convergenti e così immedesimate che i naturalisti disputano ora più che mai sul loro preciso limite. Anche qui i caratteri differenziali che sembravano per lo addietro così netti e precisi, fra animali e piante, coi progressi della scienza vennero l’uno dopo l’altro a sparire precisamente come fra gli animali e l’uomo. Il naturalista trova sovente, sotto il microscopio, minuti semplicissimi esseri viventi, ai quali non sa quale natura attribuire. Colla medesima precisa composizione, coi medesimi precisi movimenti, l’uno assorbe l’acqua, acido carbonico ed ammoniaca prodotti della decomposizione continua di sostanze organiche e sarà un vegetale; l’altro invece introduce nel suo corpicino sostanze organiche indecomposte, insomma mangia, e sarà per questo solo un animale. Ecco due potenze virtuali affatto distinte, in due semplicissimi organismi affatto simili. Della natura di questi organismi non possiamo capire nulla, finchè la virtualità o potenzialità propria di ciascuno non sia tradotta in azione. La forza della logica ci obbliga a continuare le conseguenze del principio di Darwin fino ad un’origine comune agli animali ed alle piante; eppure la distinzione dei due regni animale e vegetale è mantenuta. A nessuno è mai venuto in pensiero di toglierla, e per ciò solo non è difficile, ed anzi praticamente in alcuni casi impossibile, separare con un taglio netto organismi inferiori de’ due regni».
Mi sembra che il confronto non sia perfettamente esatto. È oggidì affatto impossibile l’addurre dei caratteri per distinguere le piante dagli animali ed anche il distintivo sopra accennato dal De Filippi non è utile che nei casi, in cui si tratta di distinguere un vegetale da un animale fornito di bocca. Al contrario tra l’uomo e gli ordini affini esistono delle differenze abbastanza [204] precise che abbiamo sopra esposte e, per quanto sappia, i naturalisti non furono mai lungamente nell’incertezza, per non sapere se un avanzo organico debbasi riferire all’uomo oppure alla scimia.
Che in certi casi la sola virtualità decida sul posto di un organismo, è idea ammissibile; ma come essa può indurci a separare un regno da un altro, così in altri casi servirà solo a separare tra loro due ordini; per cui se concediamo che la virtualità fornisca dei distintivi dell’uomo e della scimia, nulla con ciò è stabilito in ordine al rango che debbasi concedere a questi gruppi.
Ma un’altra cosa devo notare, molto importante. Noi vediamo che le piante e gli animali formano due regni, due serie di organismi convergenti in modo, che le infime piante non sono discernibili dagli infimi animali. Se l’uomo costituisse pure un regno convergente col regno animale, gli infimi animali e gli infimi uomini dovrebbero essere tra loro molto affini, ciò che non è; gli infimi uomini s’accostano solo, fino ad un certo punto, ai più elevati membri dell’ordine dei quadrumani, fatto che tende a dimostrare che anche l’uomo costituisce un ordine e nulla più.
Anche il Quatrefages[407] ha sostenuto recentemente che l’uomo debba costituire un regno separato, i cui caratteri sono raccolti nella seguente tabella.
| FENOMENI | CAUSE | |
| Regno umano | Fenomeni di movimento kepleriano — Fenomeni fisico-chimici — Fenomeni vitali — Fenomeni di movimento volontario — Fenomeni di moralità e di religiosità. | Gravitazione — Eterodinamia — Vita — Anima animale — Anima umana. |
Il Quatrefages, come si vede dallo specchietto, fonda il regno umano sulla moralità e sulla religiosità; ma noi abbiamo già dimostrato che mentre da un lato non tutti gli uomini hanno idee di morale e di religione, dall’altro lato vi sono animali, in cui si rinvengono delle vestigia di queste idee. Il regno umano non sembra quindi ammissibile. Anche il Simoncelli[408] combatte le opinioni del Quatrefages che ritiene scaturite da una base errata. «Quando si ha generalmente concesso, egli dice, che l’intelligenza dei bruti è della medesima natura dell’intelligenza umana, chi è che non vede che con ciò si ha anche conceduto implicitamente che nei bruti c’è una volontà relativa bensì, ma sempre della medesima specie di quella che è nell’uomo?» Fatta quella concessione, che invero mi sembra giusta, il Simoncelli ritiene che non si possa negare che le idee di moralità e di religiosità esistano [205] anche negli animali «almeno in uno stato rudimentale relativo al grado di intelligenza». Il Simoncelli, che considera l’istinto, l’intellettività animale e l’intelligenza umana non come aspetti diversi della medesima facoltà, ma bensì come tre facoltà perfettamente distinte tra loro, si scosta assai più dagli evoluzionisti del Quatrefages; in ogni modo, sarebbe assai utile ed opportuno che i nostri avversari, prima di combatterci, si mettessero d’accordo fra loro, perchè in tal guisa la discussione sarebbe assai semplificata.
L’opinione generalmente accettata dagli evoluzionisti si è, che l’uomo costituisca una famiglia separata nell’ordine dei Primati; essa fu esposta dall’Huxley nel 1863 e venne accolta anche in un recente libro di testo[409], nel quale l’ordine dei Primati è suddiviso nelle seguenti famiglie: Arctopitheci, Platyrrhini, Catarrhini e Anthropidae, alla quale ultima appartiene l’uomo (Homo sapiens). Della classificazione dei Primati si occuparono, fra altri, l’Haeckel[410] ed il Mivart[411], e le tabelle I e II che seguono ci fanno vedere i loro concetti. Si osservi che nella tabella II non sono compresi i Lemuridi, cui Haeckel assegna un posto lontano dalle scimie. Ma io credo che si possa esitare ad accogliere la su esposta opinione dell’Huxley, quantunque sia stata approvata, oltrechè da Haeckel e Mivart, anche da Darwin, Seidlitz, Jäger, Dodel ed altri. La ragione di questa esitanza si è, che effettivamente l’uomo si distingue da tutte le scimie per la sua dentiera chiusa e per l’incesso eretto, due caratteri, i quali, come sopra abbiamo dimostrato, abbracciano un intero sistema di strutture. Huxley dice che la differenza tra l’uomo e le scimie antropomorfe è minore di quella che corre tra queste scimie ed altre inferiori; un tale asserto è vero riguardo ad alcuni caratteri, non vero riguardo ai due caratteri su esposti.
| Tabella I. | |||
| CLASSIFICAZIONE DEI PRIMATI SECONDO HAECKEL | |||
| I. HESPEROPITHECI O PLATYRRHINAE | |||
| A. ARCTOPITHECI | I. | Famiglia Hapalida | 1. Midas. 2. Jacchus. |
| B. DYSMOPITHECI | II. | Famiglia Aphyocerca | 3. Chrysothrix. 4. Callithrix. 5. Nyctipithecus. 6. Pithecia. |
| III. | Famiglia Labidocerca | 7. Cebus. 8. Ateles. 9. Logothrix. 10. Mycetes. |
|
| II. HEOPITHECI O CATARRHINAE. | |||
| C. MENOCERCA | IV. | Famiglia Ascoparca | 11. Cynocephalus. 12. Inuus. 13. Cercopithecus. |
| V. | Famiglia Anasca | 14. Semnopithecus. 15. Colobus. 16. Nasalis. |
|
| D. LIPOCERCA | VI. | Famiglia Anthropoides | 17. Hylobates. 18. Satyrus. 19. Engeco. 20. Gorilla. |
| VII. | Famiglia Erecti | 21. Pithecanthropus. 22. Homo. |
|
| Tabella II. | ||||
| CLASSIFICAZIONE DEI PRIMATI SECONDO MIVART | ||||
| Sottordine I. — ANTHROPOIDEA | ||||
| Famiglia | I. | HOMINIDAE | Homo. | |
| Famiglia | II. | SIMIADAE | 1. Simiinae | Troglodytes. Simia. Hylobates. |
| 2. Semnopithecinae | Semnopithecus. Colobos. |
|||
| 3. Cynophitecinae | Cercopithecus. Macacus. Cynocephalus. |
|||
| Famiglia | III. | CEBIDAE | 1. Cebinae | Ateles. Cebus. |
| 2. Mycetinae | Mycetes. | |||
| 3. Pitheciinae | Pithecia. Brachyurus. |
|||
| 4. Nyctipitheciinae | Callithrix. Chrysothrix. Nyctipithecus. |
|||
| 5. Hapalinae | Hapale. | |||
| Sottordine II. — LEMUROIDEA. | ||||
| Famiglia | IV. | LEMURIDAE | 1. Indrisinae | Indris |
| 2. Lemurinae | Lemur. Hapalemur. Lepilemur. |
|||
| 3. Nycticebinae | Nycticebus. Loris. Perodicticus. Arctocebus. |
|||
| 4. Galagininae | Cheirogaleus. Galago. |
|||
| Famiglia | V. | TARSIIDAE | Tarsius | |
| Famiglia | VI. | CHEIROMYIDAE | Cheiromys. | |
Secondo il Blumenbach, il Cuvier, l’Owen e molti altri naturalisti, la specie umana costituisce un ordine tra i mammiferi deciduati e discoplacentari; e questa è anche l’opinione che sostenni nel 1866 e nel 1870 nel mio lavoro Origine dell’Uomo. In appoggio di tale opinione dissi allora, e posso ripetere oggi quanto segue. Se noi esaminiamo i vari ordini degli aplacentari e dei placentari, troveremo che la conformazione delle due estremità fornisce spesso dei caratteri d’ordine. I Monostremi hanno dei piedi corti, a cinque dita, e nei piedi posteriori dei maschi troviamo uno sprone avente un foro presso l’estremità; nei Cetacei mancano le estremità posteriori, mentre le anteriori sono trasformate in pinne; i Pachidermi sono moltunguli, biunguli i Ruminanti, e monunguli i Solipedi; gli arti anteriori dei Chiropteri sono trasformati in organi del volo. È perciò naturale che la diversità della struttura degli arti che troviamo nei Primati debba indurci a scomporre questo gruppo in due ordini, quello dei Quadrumani e quello dei Bimani.
Questo risultato viene confermato dallo studio dell’apparato dentario, poichè osserviamo che i diversi ordini dei mammiferi differiscono quasi sempre [208] tra loro anche per la dentatura. Così i Monotremi o sono sforniti di denti oppure hanno dei denti cornei; i Solipedi hanno sei incisivi in ambo le mascelle e dodici molari; tra gli uni e gli altri notasi un lungo spazio vuoto, nel cui mezzo sorge un piccolo canino, il quale spesso manca nella femmina, sopratutto nella mascella inferiore. Nei Ruminanti la mascella superiore manca d’incisivi e nel corrispondente margine dentario le gengive diventano grosse e callose, formando un cuscinetto, contro il quale urtano gli incisivi della mascella inferiore. I canini mancano in ambedue le mascelle; i molari, sei per cadaun lato di ciascuna mascella, sono semicomposti a larga superficie triturante. I denti degli Sdentati, quando vi esistono, sono presso a poco simili tra loro e muniti di una sola radice. Il sistema mascellare dentario dei Roditori differisce assai da quello degli altri mammiferi. I condili della mascella inferiore hanno un diametro maggiore che corre nel senso della lunghezza del capo, anzichè in quello della larghezza; le fossette glenoidee dal loro canto sono ancora più allungate dei condili, ed in forma di doccia, per cui i movimenti della mascella inferiore sono molto estesi nel senso longitudinale. Osservansi due denti incisivi in ciascuna mascella; essi sono più lunghi dell’ordinario ed inseriti in profondi alveoli; i superiori, più corti, traversano gli ossi intermascellari e penetrano ne’ mascellari; gli inferiori, più lunghi, si protraggono verso dietro passando al disotto dei molari. Gli uni come gli altri sono incurvati ad arco, la loro estremità è troncata obliquamente d’avanti in dietro con margine libero tagliente, e la loro faccia interna è priva di smalto. Mancano denti canini; in ogni lato esistono alcuni pochi molari, rare volte in numero maggiore di quattro, separati dagli incisivi per mezzo di un notevole intervallo. Nelle Fiere notansi dei robusti canini e tra i molari un potente ferino. Si vede da ciò che anche il sistema dentario è di gran valore e fornisce dei buoni caratteri d’ordine. Ed avendo noi trovato una notevole differenza tra l’apparato mascellare-dentario della scimia e quello dell’uomo, dobbiamo non solo pei caratteri offertici dalle estremità, ma per quelli ancora che ci reca la dentiera, separare l’uomo dalla scimia e suddividere il gruppo dei Primati in due ordini: i Quadrumani ed i Bimani.
Haeckel non nega ai caratteri su citati il grande valore che loro abbiamo attribuito; ma fu condotto sopra una diversa via dalle considerazioni dell’Huxley intorno alla mano ed al piede dell’uomo e delle scimie. Parlando dei Marsupiali, l’Haeckel[412] propone di seguire lo stesso metodo che sopra fu impiegato pei Primati. Egli dice: «Le varie suddivisioni, che generalmente si distinguono come altrettante famiglie nella sottoclasse dei Marsupiali, meritano il rango di ordini separati, perchè differiscono tra loro nella dentiera e negli arti in modo simile, quantunque meno marcato, come i diversi ordini degli animali placentari». Quindi, ragion vuole che noi diamo ai Bimani il rango di un ordine zoologico[413].
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La nostra esitazione a seguire la maggioranza de’ naturalisti moderni nella questione, di cui ci occupiamo, è quasi unicamente determinata dalle ragioni sopra esposte; tuttavia non devono interamente trascurarsi alcune altre ragioni che qui addurremo, quantunque di alcune sia stato fatto cenno nel capitolo precedente. Sono ragioni di secondario valore, che però nel loro insieme hanno una certa importanza. Queste ragioni secondarie sono:
1º La capacità craniana dell’uomo normale supera sempre i c. c. 1000; nelle scimie non raggiunge mai questa cifra; e generalmente non supera quella di c. c. 500.
2º Quantunque il cervello umano e quello delle scimie sieno costruiti sul medesimo tipo, nondimeno l’umano presenta alcuni caratteri suoi propri[414]. Per cui Gratiolet, parlando del cervello umano, dice: «L’altezza singolare; la larghezza del lobo frontale, la cui estremità anteriore, invece di attenuarsi con la punta acuta, si termina con una superficie la cui estensione corrisponde a quella del frontale; la grandezza dell’angolo formato dai piani delle fessure orbitali, l’abbassamento della scissura di Silvio, la ricchezza e la complicazione generale delle pieghe secondarie, distinguono a prima giunta questo cervello da quello di tutti i Primati».
3º L’indice cefalospinale, per quanto si sappia finora, non è superiore a 8 nelle scimie, nè inferiore a 13 nell’uomo.
4º L’indice cefalorbitale, secondo le ricerche del Mantegazza, non sale nelle scimie oltre la cifra 9,7; e nell’uomo normale non discende sotto quella di 20,8.
5º La specie umana è cosmopolitica, e seppe quindi adattarsi ai climi i più differenti.
6º L’uomo parla, ed ha facoltà psichiche assai più elevate che quelle delle scimie.
Una classificazione soddisfacente dei mammiferi è ancor oggi un desiderio della zoologia. La placenta e la decidua sono parsi tali caratteri da servire di base ad una classificazione naturale; ma gli studi fatti dal nostro Ercolani[415] sono atti a spargere dei dubbi intorno alla bontà di quei caratteri. L’Ercolani ha delle ragioni per dubitare che nei Marsupiali manchi assolutamente la placenta[416]; e nei casi di placenta diffusa, la decidua caduca «è rappresentata dall’antico epitelio della mucosa che si distaccò»[417]. Quanto alla classificazione dei Primati, proposta da Haeckel e riportata nella tabella I, [210] ognuno deve comprendere, dopo quello che sopra fu detto, che non approviamo l’idea di fare dell’uomo una famiglia solamente; di più non sappiamo che cosa sia il genere 21º o Pithecanthropus (Alatus) o uomo-scimia (uomo senza linguaggio). Noi ammettiamo che l’uomo, per diventare ciò che è, abbia attraversato uno stadio, in cui non aveva ancora il linguaggio: ma ci sembra che non sia buon metodo lo stabilire un nuovo genere sopra un’ipotesi che da molti naturalisti non è accettata. Recentemente l’ordine dei Pachidermi è stato decomposto, per ragioni paleontologiche, in parecchi ordini (Iracoidi, Proboscidei, Perissodattili in parte, Artiodattili in parte, ecc.); ma nemmeno questa classificazione soddisfa appieno, perchè animali molto diversi trovansi così collocati in un istesso ordine, come, ad esempio, gli Artiodattili bunodonti e gli Artiodattili selenodonti, e perchè i tapiri costituiscono una forma intermedia fra gli Artiodattili, i Perissodattili ed i Proboscidei.
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Caratteri rudimentali. — Caratteri anormali. — Avanzi umani antichi. — Caratteri embriologici. Sviluppo extrauterino. — Considerazioni finali.
Se l’uomo appartiene alla classe dei mammiferi, e se si ammette la teoria della trasformazione delle specie, la discendenza del genere umano da un altro organismo ne è necessaria conseguenza, un semplice corollario. Tutta la struttura dell’uomo, così concordante con quella degli animali che lo circondano e adattata alle condizioni di vita nelle quali si trova, è una prova eloquente dell’idea su esposta. Ma il Bianconi[418] la pensa diversamente; egli ritiene che l’uomo sia una creazione diretta e spiega la perfezione dei suoi organi colla necessità meccanica. Il Creatore, sapiente com’è, non avrebbe potuto dare all’uomo una struttura diversa da quella che ha, perchè essa sola corrisponde alle leggi della meccanica. Il Bianconi scrisse un libro di oltre 300 pagine, per provare che gli organi degli animali, tali quali esistono, sono ben costruiti, secondo le regole della meccanica, e lo dimostra sopra la mano dell’uomo, il piede del cane, l’ala del pipistrello e la pinna della foca. Ma egli dimostra ciò che nessuno nega e tutti sanno, ed omette di dimostrare ciò che precisamente doveva dimostrarsi. Infatti noi sappiamo che la mano dell’uomo, il piede anteriore del cane, l’ala del pipistrello, ecc. sono organi omologhi e costruiti in modo in ogni dettaglio da essere sufficienti alla funzione che compiono; ma la questione è questa: Tale uniformità di tipo e tale perfezione di struttura devonsi attribuire ad una mente suprema, che agisce direttamente sulla natura, — oppure sono gli effetti di una comune discendenza e della elezione naturale? Ambedue sono ipotesi; la prima è mistica, la seconda scientifica; la prima lascia molti quesiti insoluti che la seconda risolve; la prima, che generalmente ricorre ai cataclismi, è contraddetta dalla geologia e dalla paleontologia, la seconda è confermata da queste scienze; la scelta, a quanto pare, non dovrebbe essere dubbia.
Ma noi non vogliamo accontentarci di queste considerazioni generali, ed esamineremo parecchie serie di fatti, i quali tutti concorrono a dimostrare l’origine naturale dell’uomo.
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Gli organi rudimentali, che non si rinvengono raramente nei regni animale e vegetale, costituiscono pei naturalisti del passato altrettanti enigmi. Considerando ogni singola specie creata direttamente, non si comprende com’essa abbia degli organi così ridotti che non funzionano e sono interamente inutili; questo fatto è in evidente contrasto colla sapienza del Creatore e colla legge di economia che domina in natura. La teoria dell’evoluzione spiega la presenza di tali organi in modo plausibile, considerandoli come organi che erano bene sviluppati negli antenati, e che ora sono in via di regressione. Gli organi rudimentali, dice il Darwin, potrebbero paragonarsi alle lettere di una parola, che si conservano nel compitare, ma non vengono pronunciate, le quali tuttavia ci guidano nella ricerca della sua etimologia. Anche nell’uomo rinvengonsi degli organi rudimentali, e ne citerò alcuni, non senza osservare ch’io fui il primo, od almeno fra i primi naturalisti[419], che li studiò di proposito, ciò che i nostri biologi, infatuati soverchiamente degli autori esteri, troppo sovente mostrano di ignorare.
Recentemente il professore Kleinenberg[420] ha cercato di dare agli organi rudimentali un valore diverso di quello che loro ha attribuito il Darwin. E non senza ragione, poichè alcuni organi, che appariscono rudimentali ed inutili nelle forme adulte, possono avere avuto una grande importanza nella vita fetale, durante la quale agirono come organi mediatori (Vermittlungs-organe) e vennero poscia collocati a riposo, dopo avere compiuto il loro mandato. Ma mentre, da un lato, la presenza di organi mediatori durante la sola vita fetale accenna alla discendenza da forme, nelle quali questi organi persistevano durante tutta la vita; dall’altra parte non tutti gli organi rudimentali possono essere interpretati in questa guisa.
1º Piega semilunare. — Nei vertebrati, oltre alle due palpebre, ne troviamo una terza, che può essere distesa sopra l’occhio con rapido movimento; è questa la membrana nictitans. Nei pesci (Selaci) e negli anfibii essa rappresenta un organo svolto dalla palpebra inferiore poco sviluppata, mentre ne’ saurii, nei coccodrilli, nelle testuggini, e più ancora negli uccelli, costituisce un organo speciale ed indipendente, che trovasi inserto all’angolo interno dell’occhio. Nei mammiferi, la medesima subisce una notevole riduzione[421]; nei cetacei carnivori, e più ancora nelle scimie, non è che una semplice piega, della quale nell’uomo non rimane che una leggera traccia, che porta il nome di plica semilunaris.
Qualche autore volle scorgere un rapporto inverso tra lo sviluppo della piega semilunare e quello della mano. Chauveau[422] dice: «L’usage du corps [213] clignotant est d’entretenir la netteté de la surface de l’œil en enlevant les corpuscules que les paupières ont pu laisser arriver jusqu’à lui; et ce qui démontre parfaitement cet usage, c’est le rapport inverse qui existe constamment entre le développement de ce corps et la facilité qu’ont les animaux de se frotter l’œil avec le membre antérieur. C’est ainsi que, dans le cheval et le bœuf, dont le membre thoracique ne peut servir à cet usage, le corps clignotant est très développé; qu’il devient plus petit dans le chien, qui peut déjà un peu se servir de sa patte pour le remplacer, plus petit ancore dans le chat, et rudimentaire dans le singe et dans l’homme, dont la main est parfaite».
Sia che si voglia ammettere quest’opinione o meno, noi scorgiamo nella piega semilunare dell’uomo un organo rudimentale, che non è di alcuna importanza per la specie.
2º Appendice vermiforme del cieco. — Nell’uomo l’intestino cieco porta un’appendice chiamata ciecale o vermiforme, appendice della grossezza del tubo di una penna da scrivere, lunga due a otto centimetri circa, ripiegata su di se stessa e fissata per mezzo di un particolare ripiegamento del peritoneo su i lati dello stretto superiore del bacino; le sue pareti racchiudono una quantità di follicoli mucosi[423]. Essa è soggetta a molte variazioni; talora manca, come l’attestano Meckel e Morgagni, mentre l’Autenrieth in un’ernia inguinale la trovò grossa come il colon. Inoltre Oehl[424] osservò una parziale ed innata occlusione della medesima. Ecco le parole del professore Oehl: «Le opere di anatomia e gli anatomici da noi consultati nè accennano, nè sanno accennarsi ad una particolare e non infrequente anomalia, in conseguenza della quale l’appendice vermiforme, pervia soltanto per un certo tratto di sua lunghezza dalla sua foce nel cieco, presenterebbe in una più o meno lunga porzione della sua libera estremità un solido cordone lungo, nel cui asse ogni traccia di cavità mancherebbe. Di una tale anomalia osservansi nei vari cadaveri graduati passaggi. Nel mentre infatti per alcuni di essi spingendo nel lume dell’appendice vermiforme uno specillo, troviamo fra la introdotta estremità di quest’ultimo e quella dell’appendice interposto uno spazio, che rappresenta lo spessore delle sue pareti, non quivi gran fatto dissimile da quello di ogni altro punto delle medesime; osserviamo per altri arrestarsi talmente lo specillo che fra esso e l’estremità dell’appendice interceda uno spazio quivi accennante ad uno spessore multiplo di quello, che le pareti dell’appendice presentano in altre parti di loro periferia. Avviene generalmente in questi casi che l’appendice vermiforme anzichè assottigliata e quasi appuntata termini in una oblunga ed appianata e solida espansione simile per forma e dimensione ad una piccola fava. Sparando in allora l’appendice vermiforme in tutta la sua lunghezza, possiamo convincerci colla diretta osservazione, aver fine realmente la cavità tubulare di essa laddove arriva lo specillo esploratore; possiamo inoltre convincerci aver pur fine quivi [214] la membrana mucosa che tappezza internamente l’appendice, e l’eccedente spazio, che fra la prima e l’estremità terminale di quest’ultima intercede, essere dalla muscolare e sierosa tonaca intieramente occupato. Dalle quali due tonache però, mantenendo la seconda il suo spessore normale, ne deriva che alla tonaca muscolare soltanto si debba in questi casi la soda ed appianata espansione terminale dell’appendice vermiforme. Di questa primordiale anomalia si osservano nei cadaveri le diverse gradazioni fino al punto che una metà od una terza parte soltanto dell’appendice vermiforme mostrisi pervia allo specillo esploratore, assumendo invece l’altra metà o gli altri due terzi il carattere di un solido cordone a più o meno appuntata od espansa estremità».
La mancanza osservata dell’appendice vermiforme, lo straordinario sviluppo che questa talora assume e la sua parziale occlusione notata da Oehl, accennano alla lieve o nessuna importanza che ha per la vita umana quest’organo, la cui presenza non può essere spiegata che col principio della eredità. L’appendice vermiforme tende ad allargare l’interna superficie dell’intestino cieco, il cui sviluppo va soggetto a molte variazioni tra i mammiferi. L’appendice ciecale esiste nell’organo, dove dal Broca fu trovata lunga cent. 3 1⁄2 ed in un altro esemplare da Fed. Cuvier cent. 10; essa esiste anche nel chimpanzè, nel quale il Cavanna[425] la trovò lunga 16 centimetri. Il cieco, negli onnivori, è di sviluppo ragguardevole, e sviluppatissimo negli erbivori; lo si vede notevolmente allungato nei marsupiali frugivori, nei solipedi, nei pachidermi (Elephas, Rhinoceros) ed in alcuni roditori; qualche rosicante ed i manati posseggono parecchi ciechi. Per cui l’appendice vermiforme dell’uomo può essere riguardata siccome un carattere ereditato da un lontano progenitore animale, che andava fornito di uno o di più ciechi sviluppatissimi.
L’appendice predetta non solo è inutile, ma talvolta causa di morte. Il Martin e l’Haeckel citano dei casi, in cui la morte fu prodotta da ciò che alcuni piccoli corpi duri, come sarebbero semi, entrati nel canale, cagionarono l’infiammazione[426].
3º Muscoli auricolari. — Se tra i mammiferi posti sotto ai Primati prendiamo ad esempio il cavallo, troviamo dei muscoli auricolari bene sviluppati, poichè sei sono i muscoli auricolari estrinseci che muovono la conca dell’orecchio. Il muscolo zigomatico-auricolare tira il padiglione in avanti; i temporo-auricolari esterno ed interno sono adduttori della conca; lo scuto-auricolare esterno dirige l’apertura del padiglione in avanti ed ha per antagonista lo scuto-auricolare interno; il cervico-auricolare superiore tira la conca in dietro ed in basso, mentre il cervico-auricolare mediano ed inferiore dànno al padiglione dei movimenti di rotazione; il parotideo-auricolare è abduttore del padiglione ed il mastoido-auricolare raccorcia la conca.
Gli animali che devono continuamente origliare, per accorgersi in tempo opportuno dei pericoli che li minacciano, possono eseguire dei movimenti [215] estesi del padiglione dell’orecchio, ed hanno a tal uopo dei muscoli auricolari numerosi e robusti.
Se l’uomo discende da uno stipite animale, egli dovrà aver posseduti per eredità siffatti muscoli, ma alcuni di questi potranno pel non-uso essere in istato rudimentale, altri potranno perfino essere scomparsi. E ciò è quanto osserviamo, poichè alcuni dei sopra riferiti muscoli auricolari mancano affatto nell’uomo, mentre altri ravvisansi debolissimi; tali sono il temporo-auricolare ed il zigomatico-auricolare. In seguito a tale conformazione i movimenti della conca sono nulli o limitatissimi, e ciò dovea avvenire quale risultato dello stato sociale, in cui l’uomo vive tranquillo da tempo remotissimo.
Come il non-uso rese quei muscoli rudimentali e ci fece perdere il dominio sui medesimi, così l’uso e l’esercizio potranno renderli nuovamente più robusti e ristabilire in parte il nostro impero su essi, come risulta dalla seguente asserzione dell’Hyrtl: «A torto s’incolpa la nostra educazione del poco potere che abbiamo sui movimenti delle nostre orecchie. Le strette cuffie usate ai fanciulli non ne sono certo la colpa, giacchè nè eziandio i barbari possono muovere le orecchie, a modo dei cavalli ombrosi. Ma che non si raggiunge egli con l’uso e la pazienza? Così s’è visto persone, dopo lungo esercizio, riuscire anche al dominio di questi esili muscoli, e tal fu l’illustre anatomico di Leyda, il quale, messa giù la parrucca, era solito darne saggio e spettacolo ai suoi uditori. Et capillamento seposito auditoribus fidem fecit, quid in movendis auribus valeret»[427].
4º La coda. — La porzione codale della colonna vertebrale è affatto rudimentale nell’uomo, essendo formata di tre a cinque piccole ossa che articolano insieme e delle quali il primo si fonde spesso col sacro. Negli altri mammiferi invece, il numero delle vertebre codali è assai variabile e talora straordinariamente grande; così nel genere Manis troviamo persino 46 vertebre codali costituenti una coda tre volte più lunga della rimanente colonna vertebrale. Evidentemente la coda rudimentale, non appariscente dell’uomo, è un organo inutile e che esiste perchè ereditato da uno stipite antico, e non ancora eliminato dall’elezione naturale. Tale idea viene confermata da due fatti. Il primo si è che il coccige è proporzionatamente assai lungo nell’embrione, in guisa che, come dice il Blandin, raffigura una specie di coda analoga a quella di certi animali; sembra anzi che a quell’epoca ci si trovino più pezzi che nel coccige dell’adulto, e che alcuni di essi scompariscano poi in seguito per atrofia. Il secondo si è che in casi anormali la coda assume uno sviluppo ragguardevole. Passiamo sotto silenzio le asserzioni del conte di Castelnau, del Ducouret, del Rocher d’Héricourt e del D’Abbadie per notare solo l’osservazione del dott. Hupch e le notizie raccolte da Isidoro Geoffroy Saint-Hilaire. Hupch dice di aver veduto nell’ospedale di Costantinopoli una donna nera antropofaga fornita di una breve coda, ed un uomo nero pure colla coda esternamente visibile. Il principe Mohammed-abd-el-Gellich, venuto a Parigi, dichiarò a Geoffroy Saint-Hilaire di aver veduto in casa sua [216] una schiava di suo padre, nera, che avea una piccola coda a un dipresso fatta come il dito mignolo, ma un tantino più lunga. Quel principe soggiunse di aver veduto nei suoi viaggi a Bournou parecchi altri individui della stessa razza, e disse notissima la cosa nell’Africa centrale. Due altri fatti di tal natura si conoscono. Un sottotenente dei turcos ebbe nel suo reggimento, nel 1860, un Niam-Niam, fornito di una coda lunga da sei ad otto centimetri, flessibile, molle e coperta di una lieve peluria. Un generale di divisione dell’armata d’Africa disse a Geoffroy Saint-Hilaire di aver veduto a Tunisi, parecchi anni or sono, una donna colla coda. Il Morselli[428], in un interessante articolo, ha raccolto i casi di code libere che sembrano bene constatati, e ne cita venti; di code esattamente descritte, possiamo citare soltanto quella osservata dal Virchow, la quale, al dire di questo anatomico, era formata nel centro di un tessuto proveniente dal mesoderma dell’embrione, ossia da quel foglietto, in cui si sviluppano il tessuto fibroso ed il tessuto osseo, ciò che milita contro l’opinione di Bartels, che in questo fenomeno non sa vedere un’influenza atavica.
Nella presenza costante di una coda rudimentale nell’uomo, nella maggior lunghezza che questa ha nell’embrione e nello sviluppo ragguardevole ch’essa in casi eccezionali può assumere nell’adulto, io vedo una nuova prova in favore della opinione, che fa discendere l’uomo da uno stipite animale.
5º Il pelo. — Il pelo, nella specie umana, può essere considerato come un carattere rudimentale, perchè, mentre è lungo e sparso su tutto il corpo negli animali, nell’uomo è breve, e solamente in alcune parti si rende lunghissimo. Il pelo corto e fino sugli arti, sul ventre, sul petto e sul dorso dell’uomo, non può recare alcun vantaggio, e quindi dobbiamo considerarlo come una semplice eredità. In appoggio di questa idea possiamo citare due fatti: e cioè il pelo sottilissimo e lanoso, o la così detta lanuggine, che ricopre fittamente il feto umano nel sesto mese; ed i casi, più volte osservati, di ipertricosi. Relativamente al primo punto, il Darwin[429] dice: «Tutta la superficie, compreso la fronte e le orecchie, è fittamente ricoperta di pelo; ma è un fatto significante quello che le palme delle mani e le piante dei piedi siano al tutto nude, come la superficie di tutte le quattro estremità nella maggior parte degli animali sottostanti. Siccome questa non può guari essere una coincidenza accidentale, noi dobbiamo considerare l’invoglio villoso del feto come il rappresentante rudimentale del primitivo pelame permanente che si vede in quei mammiferi che sono nati pelosi». Quanto all’ipertricosi, un caso fu descritto dal prof. Cesare Lombroso[430]. Trattasi di certa Teresa Gambardella, di anni 12, nata su quel di Salerno da montanari sani, robusti, poco sviluppati nel pelo, nella barba, e di cute bianchissima; ha fratelli poco barbuti. Ha cute oscura, e coperta di peli neri, disposti simmetricamente, d’una lunghezza di 15 millimetri agli arti, all’addome, più [217] lunghi al dorso, e più folti agli arti superiori che agli inferiori; lunghissimi e folti al pudendo, folti pure alla faccia, come in un giovanotto sedicenne. Ma quello che più monta è lo impianto del capello, nerissimo e abbondante, non solo sul resto del capo, ma in tutta la regione frontale, sicchè si viene a confondere colle sopracciglia, da cui non si distingue se non per la direzione diversa impressa ai peli dal muscolo sopraccigliare. A sostegno dell’opinione su esposta sta anche il fatto che i peli fini, corti e di colore sbiadito che stanno sulle membra e sopra altre parti del corpo si sviluppano talvolta in peli fitti, lunghi e piuttosto grossi e scuri, quando vengono anormalmente nudriti vicino a superficie lungamente infiammate[431]. In questi giorni (gennajo 1887) si parla di una certa Krao, che si fa vedere a Milano come una forma intermedia fra l’uomo e le scimie. Io non la vidi, ma non posso prestare fede a queste forme intermedie oggi viventi; ciò che sembra risultare dalle relazioni dei giornali si è, che la Krao è affetta di ipertricosi.
6º Organi sessuali rudimentali. — Questi rudimenti costituiscono una categoria speciale, perchè si riferiscono al sistema riproduttivo, e la loro presenza non può essere spiegata come quella dei rudimenti finora studiati. Qui non si tratta di un vestigio di una parte che non appartiene alla specie in uno stato efficiente; ma di una parte che è sempre presente e bene sviluppata in un sesso, mentre nell’altro è rappresentata da un semplice rudimento. A questo gruppo appartengono le mammelle del maschio che sono rudimentali e non funzionano quasi mai. Non meno interessante è la presenza nei mammiferi di un utero maschile (uterus masculinus), il quale, come ognuno di leggieri comprende, è un organo affatto inutile e superfluo. L’utero maschile fu scoperto dal Weber nel 1846; nei roditori (lepre, castoro, ecc.) esso sbocca nel seno urogenitale e corrisponde all’utero ed alla vagina delle femmine; il Wiedersheim[432] ha proposto, per ragioni embriologiche, di chiamarlo vagina masculina. La sua forma, in alcune specie, concorda con quella dell’utero femminile della stessa specie; esso è, ad esempio, bicorne nel caprone, nel castoro, nel cavallo, e nella lontra, e vedesi nel delfino diviso in due porzioni col mezzo di un setto. Nel cane e nel coniglio il medesimo si distingue dall’utero femminile per la mancanza di corna. In molti altri mammiferi esso è ridotto ad una semplice vescica, immersa nella sostanza della prostata, ed era conosciuto nell’uomo già dal Morgagni sotto il nome di vesicula prostatica. Nelle femmine rinvengonsi dei caratteri maschili allo stato rudimentale. Noi possiamo spiegare questi fatti colle leggi della ereditarietà. Quantunque cioè uno solo tra i due genitori trasmetta ad un determinato discendente i suoi organi sessuali essenziali, pure l’altro genitore non è affatto privo di azione; ma i caratteri di questo restano nel discendente rudimentali di fronte al predominante sviluppo dei caratteri dell’altro sesso. Per noi la presenza di tali rudimenti è l’effetto di una legge naturale; ma [218] i nostri avversari difficilmente comprenderanno, come il Creatore possa permettere che si sviluppino organi affatto inutili, come le mammelle e l’utero del maschio. Si potrà domandare, come avvenga che l’elezione naturale non abbia ancora eliminato siffatti organi; ma ognuno comprende ch’essa fa il meglio che può, e non necessariamente il bene assoluto[433].
Avviene talvolta che un organo od una parte qualsiasi del corpo umano devii dalla sua struttura normale. Allora succede di frequente che tale deviazione si compie in guisa da rappresentare lo stato normale di altri Vertebrati. Ciò non può attribuirsi al semplice caso, nè possiamo considerare questi fenomeni come giuochi della natura; per spiegarli è d’uopo ammettere un legame tra l’uomo e gli animali a lui sottoposti nella scala zoologica. Questo legame non può essere determinato che dai rapporti di parentela. Veniamo ai dettagli.
1º Persistenza dell’osso intermascellare. — Le ossa incisive si saldano nell’uomo colle ossa mascellari superiori già nei primi mesi della vita intrauterina, in guisa che il neonato non ne presenta nemmeno la traccia. Negli altri mammiferi invece queste ossa restano separate lungamente od anche durante tutta la vita, e raggiungono talvolta un notevole sviluppo. Ora il Mantegazza[434] ha trovato nei Neo-Zelandesi un’eccezione a questa regola, per la quale il loro cranio si accosta a quello degli altri mammiferi. Studiando tre cranii di Maori, egli notò in tutti ben distinta la sutura, che riuniva un tempo l’osso inframascellare al mascellare superiore. Più distinta è nel cranio femminile adulto, un po’ meno negli altri due. Non può dirsi questa una sutura completa, che possa costituire un vero e proprio osso incisivo, ma è un chiaro accenno all’antica divisione embrionale o atavica. È un fatto degno di nota che la sutura anzidetta fu trovata in tre cranii di una stessa località. Come ho detto nel cap. VIII, la sutura che indica la separazione dell’osso incisivo dai mascellari superiori, è negli adulti assai più frequente di quello che finora si è creduto, poichè la rinvenni nel 60 per 100 dei cranii trentini e la trovai non raramente anche in altri cranii[435].
2º Foro olecranico. — Cuvier parlando della Venere ottentota, diceva, che «la lame qui sépare la fossette cubitale antérieure et la postérieure de l’humérus n’était pas ossifiée: il existe, egli dice, un trou à cet endroit comme dans l’humérus de plusieurs singes, des chiens et de quelques autres carnassiers». Bory de Saint-Vincent et Desmoulins attribuirono a questo carattere tanta importanza, che lo credettero buono per la distinzione delle razze umane, ma ben tosto, in seguito a numerose osservazioni, si conobbe che la fossa olecranica può essere perforata tanto nei Negri come negli Europei; [219] che tale foro offre numerosissime gradazioni e che esso talora esiste in un braccio mentre manca nell’altro. Hollard[436], nel 1855, ha cercato d’indagare il vero significato di tale anomalia e giunse al risultato, che il foro olecranico è una conseguenza dello sviluppo della fossa olecranica e risulta dall’assottigliamento estremo nella parete che separa la suddetta fossa dalla coronoide; il foro indicato dunque è, per così dire, il termine estremo, ma non necessario, di una tendenza o di una progressione, e non va posto nel numero delle aperture che rappresentano le traccie di una congiunzione avvenuta di parecchi centri d’ossificazione. Siccome si ha motivo di credere, che la perforazione della estremità dell’omero sia in alcune razze più frequente che in altre e ch’essa dipenda da certe modificazioni generali dell’articolazione omero-cubitale, così si è indotti ad attribuire all’anomalia sopra descritta una grande importanza.
L’anomalia ora descritta riceve un interesse maggiore se si riflette, che essa è più frequente negli scheletri antichi che nei recenti. Infatti il Broca osservò questo forame in 4 1⁄2, per 100 delle ossa delle braccia raccolte nel cimitero del sud a Parigi; e nella grotta di Orrony, il cui contenuto è attribuito al periodo del bronzo, erano perforati fino otto omeri sopra trentadue. Il Dupont trovò 30 per 100 di ossa perforate nelle caverne della Valle della Lesse, appartenenti al periodo del renne; il Leguay, in una sorta di dolmen ad Argenteuil, osservò che il 25 per 100 delle ossa erano forate; e Pruner-bey ne trovò 26 per 100 nella stessa condizione nelle ossa prese da Vauréal. «È interessante il fatto, soggiunge il Darwin[437], che le razze antiche, in questo ed in molti altri casi, presentano più frequentemente strutture che somigliano più a quelle degli animali sottostanti, che non le razze moderne. Sembra che la ragione principale di ciò sia che le razze antiche erano in certo modo più vicine che non le moderne nella lunga linea genealogica ai loro remoti progenitori simili agli animali». Il prof. Pellegrino Strobel ha espresso questo stesso concetto, dicendo che le forme recenti distano più delle antiche dal punto di indifferenza morfologica[438].
3º Foro sopracondiloideo. — Fu il Darwin[439] che rivolse l’attenzione dei naturalisti su questo foro che si trova in alcuni bassi quadrumani (lemuri, ecc.), e specialmente nei carnivori, e pel quale passa il grande nervo del membro anteriore e sovente anche la grande arteria. Nell’omero dell’uomo si scorge in generale una sola traccia di questo passaggio, ma talora è benissimo sviluppato. Il professore Turner calcola, che questo fatto si presenta una volta per cento negli scheletri recenti. Il Darwin non attribuisce grande importanza a questa anomalia, dacchè il forame non è regolarmente presente nei quadrumani superiori; ma l’interesse è tanto maggiore per quelli che sostengono la discendenza dell’uomo e delle scimie da un comune progenitore.
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4º Fossa occipitale mediana. — È al prof. Cesare Lombroso che dobbiamo questa scoperta, fatta sul cranio di certo Villella, di Motta Santa Lucia, d’anni sessantanove, figlio di ladri ed ozioso e ladro egli stesso. Esaminando il cranio del Villella, il Lombroso, aiutato dal prof. Zoja, trovò la seguente anomalia. La cresta occipitale interna manca. Dalle braccia orizzontali della spina crociata dell’occipite, ai lati della protuberanza occipitale interna, partono due rilevatezze ossee, che decorrono dapprima parallele, poi triangolari, e si disperdono al segmento posteriore del foro occipitale, dopo avervi, alla distanza di 8 mill., formato un piccolo promontorio osseo, triangolare. Lo spazio occupato ordinariamente dalla cresta occipitale è convertito in una cavità lunga 34 mm., profonda 11 mm. Il Lombroso ha buone ragioni per ritenere, che questa infossatura servisse al ricetto di un lobo sopranumerario del cervelletto. In quest’uomo eravi dunque un vero cervelletto mediano, come si nota appena negli ultimi lemuridi, ad esempio nel Lemur albifrons[440]. E noi non possiamo spiegare quest’anomalia altrimenti che considerandola come un fenomeno atavico.
5º Anomalie dell’osso malare. — Quest’osso è nell’uomo generalmente semplice, ma in alcuni casi fu osservato, che il medesimo era diviso mediante una sutura in due pezzi disuguali. Tale anomalia fu osservata da molti autori, e cioè da Sandifort, Laurillard, Breschet, Garbiglietti, Nicolucci, De Lorenzi, Calori, Mantegazza, Morselli, ecc. La maggior parte di essi la spiegò considerandola come un fenomeno atavico, ritenendo la suddetta divisione un fatto normale in alcuni animali, e ritenendo ancora che il malare nel feto umano si svolga da due nuclei ossei. Ma dopo gli studi del Baraldi[441] su quest’argomento è prudente attendere che sieno fatte ulteriori e più esatte osservazioni sull’osso malare dei mammiferi e sulla di lui genesi nell’uomo, prima di imprendere una spiegazione dell’anomalia sopra descritta.
L’osso malare offre ancora delle altre anomalie, ed è una osservazione ben importante, che queste anomalie sono tali da avere un riscontro nello stato normale di animali inferiori all’uomo. Che ciò avvenga sempre accidentalmente? Non lo credo; anzi trovo in questi fatti una nuova prova della discendenza della specie umana da uno stipite animale. Che le accennate anomalie esistano, è noto già da qualche tempo e ce lo disse recentemente anche il Garbiglietti[442], che così si esprime: «Le varie anomalie, cui nell’uomo va soggetto l’osso zigomatico, trovano tutte il loro riscontro nello stato normale degli animali a vertebre; così la deficienza totale di quest’osso, che qualche rara volta fu osservata nell’uomo, viene rappresentata dallo stato normale dei pangolini (Manis Lin.), i quali ne sono onninamente privi; medesimamente, il trovarsi [221] il malare nell’uomo ridotto a estreme proporzioni ed affatto rudimentale, connesso solamente coll’estremità posteriore dell’osso mascellare superiore, nè raggiungendo mai l’apofisi zigomatica del temporale, ella è tale disposizione anatomica che collima perfettamente con quella propria dei formichieri, dei musaragni, dei centeni, degli echinopi o di altri pochi mammati».
6º Sutura frontale. — Il frontale dell’uomo adulto è generalmente formato di un unico osso; ma talvolta i frontali sono due, e tra di essi scorgesi una sutura più o meno distinta. Per comprendere il significato di quest’anomalia, fa d’uopo riflettere, che nei pesci troviamo 5-6 frontali, cioè due anteriori, due medii, talora fusi assieme in un unico osso, e due posteriori[443], o, come direbbe l’Owen, osserviamo oltre i due frontali, due prefrontali e due postfrontali[444]. Già nei rettili vediamo scemare il numero di queste ossa, osservando che spesso i frontali medii si riuniscono in un unico osso, il frontale principale (nel coccodrillo e nei saurii); e che i posteriori talora mancano (in alcuni serpenti). Negli uccelli e nei mammiferi vediamo maggiormente ridursi il numero dei frontali, i quali nei mammiferi sono rappresentati da due ossa e nell’uomo da un osso unico. Siccome l’osso frontale si sviluppa per due punti ossei, così dobbiamo scorgere nell’anomalia sopra citata in individui adulti una persistenza di caratteri giovanili; e poichè lo svolgimento dell’individuo è analogo a quello della specie, ne dobbiamo inferire, che l’antico stipite umano possedesse normalmente due frontali come gli altri mammiferi[445].
7º Sutura temporo-frontale. — In alcuni cranii umani si è osservato che la squama temporale si congiunge coll’osso frontale sia direttamente, sia mediante un processo, per cui la sutura temporo-frontale ora è mediata ed ora immediata. Quest’anomalia può dirsi rara; Allen la trovò 23 volte in 1100 cranii, Gruber 60 volte in 4000 cranii, Calori 8 volte in 1013 cranii[446]. Siccome la sutura anzidetta è frequente nei mammiferi, in alcuni dei quali costituisce la regola, così noi possiamo considerare la di lei presenza anomala nell’uomo come un fenomeno atavico, che è quanto dire come una prova della discendenza dell’uomo da uno stipite animale.
8º Denti sopranumerari. — Oltre gli esempi citati da Sömmering e Mummery, il Langen pubblicò nel 1870 il caso di un cranio di Negro, in cui si trovavano cinque denti sopranumerari. In amendue le mascelle, invece di tre grossi molari, se ne trovano quattro, e gli ultimi, cioè gli anormali, erano alquanto più piccoli degli altri. Il quinto dente sopranumerario era un piccolo molare. Due altri casi furono descritti dal Mantegazza[447]. Il primo si riferisce ad un Negro che possedeva in ciascuna mascella quattro grossi molari; il secondo ad un Fiorentino, che aveva nella mascella superiore quattro grossi [222] molari. Noi abbiamo qui un carattere anormale che rappresenta lo stato normale di alcune scimie, e cioè delle scimie del Mondo Nuovo.
9º Muscolo ischio-pubico. — Sull’àmbito superiore-interno della branca ischio-pubica, esiste talora un muscolo ora più ed ora meno sviluppato, scoperto dal prof. G. P. Vlacovich[448], e denominato dai suoi punti d’inserzione muscolo ischio-pubico. Esso giace, giusta l’indicazione dataci dall’autore, sotto ai fasci anteriori più interni dell’elevatore dell’ano, ed è sovrapposto ad un lembo estremo dell’otturatore interno, e della fascia che lo ricopre. Il muscolo è talora sostituito da un legamento, il quale affatto gli corrisponde per forma ed inserzioni e che perciò chiamasi legamento ischio-pubico.
Il Vlacovich esaminò in proposito 70 individui, cioè 40 maschi, tra cui 20 adulti e 20 bambini, e 30 femmine, tra cui 15 adulte e 15 bambine. Tra i 20 maschi adulti, 11 non offrivano alcuna traccia del muscolo, ma in soli 3, tra questi 11, scorgevasi appena la traccia del legamento di sostituzione. Tra i 20 bambini, 10 presentavano il muscolo più o meno sviluppato in ambo i lati; nelle 15 femmine adulte invece, una sola era fornita del muscolo, e tre possedevano il legamento di sostituzione; tra le 15 bambine, una sola offriva il muscolo tanto a destra quanto a sinistra.
Ora, a quale scopo fu dato questo muscolo all’uomo? È questa una domanda che dobbiamo dirigere ai fautori della diretta creazione della specie umana. A questa domanda risponde il Vlacovich, il quale dice: «Questo muscolo anomalo non ha probabilmente nell’uomo alcun uso..... Dichiarare che questo muscoletto non ha probabilmente alcun uso, equivale al dire che esso manca di ogni fisiologica utilità».
Dal nostro punto di vista, la presenza di questo muscolo trova una spiegazione nel fatto, che parecchi mammiferi lo possiedono, giacchè il muscolo dell’Houston, che gli corrisponde, fu trovato nel cane, nel gatto e nella puzzola, ne’ quali mammiferi compie l’uffizio di comprimere la vena dorsale della verga.
10º Muscolo tiroideo interno. — Anche questo muscolo fu scoperto dal prof. C. P. Vlacovich[449]. Esso trovasi alla faccia interna della cartilagine tiroidea, ed il suo nome ne indica la sede e le inserzioni. È addossato immediatamente alla faccia interna della cartilagine scutiforme, ove i suoi fasci discendono obliquamente all’innanzi, lungo la parte inferiore della medesima. Esso s’espande a ventaglio fra l’uno e l’altro dei suoi punti d’inserzione, presentando la forma di un triangolo alquanto oblungo. La sua base un po’ convessa è rivolta in dietro e in alto; gli altri due margini discendono convergendo all’innanzi, e si uniscono in punta al margine inferiore della cartilagine tiroidea. Questo muscolo anomalo è assai variabile nelle sue dimensioni, e non compie, per quanto si sa, alcun uffizio. Esso trova riscontro in un muscolo rinvenuto da Eschricht nella laringe dell’Hylobates albifrons e denominato dallo stesso autore musculus cricothyroideus internus. Il Vlacovich dice: «Fra il cricotiroideo interno dell’Hylobates albifrons e il muscolo [223] tiroideo interno anomalo dell’uomo, apparisce manifesta la relazione di omologia, ma di omologia incompleta; ad integrare la quale, sarebbe necessario d’associare a quest’ultimo suo muscolo la porzione interna del muscolo cricotiroideo». Lo stesso autore chiude la sua memoria colle seguenti parole: «Ammesse le accennate omologie, si vedrebbe cresciuto anche per ciò che concerne la laringe, il rapporto incontestabile d’affinità morfologica tra il nostro organismo e quello dei quadrumani. A quanti caldeggiano le dottrine genealogiche del Darwin, tornerà probabilmente gradito che venga tratto alla luce un altro fatto, dal quale sieno viepiù confermate cotali attinenze».
11º Prominenza anomala sull’orecchio. — Il celebre scultore Woolner scoperse sull’elice dell’orecchio una prominenza, di cui tratta diffusamente il Darwin[450]. Eccone la sua spiegazione. Evidentemente l’elice si compone del margine estremo dell’orecchio ripiegato in dentro; e questa ripiegatura sembra avere in certo modo relazione col fatto che l’orecchio esterno viene permanentemente spinto indietro. In molte scimie, collocate non tanto in alto nell’ordine, come i babbuini ed alcune specie di macachi, la parte superiore dell’orecchio è lievemente puntuta, ed il margine non è punto ripiegato in dentro; ma se questo margine fosse ripiegato in tal modo, si vedrebbe senza dubbio sporgere in dentro e forse un po’ in fuori un leggero punto. Nelle scimie antropomorfe la prominenza è piuttosto frequente secondo il prof. Hartmann[451], specialmente nell’orango e nel gorilla; la si riscontra anche nel feto di orango illustrato dal prof. Trinchese[452]. Il Meyer ha cercato di dimostrare, ch’essa è dovuta ad un arresto di sviluppo del bordo auricolare; ma il Darwin ha fatto conoscere dei casi, ai quali questa spiegazione non s’attaglia[453]. La prominenza anomala sull’elice dell’uomo devesi quindi considerare come un vestigio di orecchie primieramente puntute.
12º Lacuna nel setto dei ventricoli del cuore. — Mentre i pesci non hanno che un cuore semplicemente venoso, negli anfibi, nei rettili, negli uccelli e nei mammiferi troviamo un cuore doppio, cioè venoso ed arterioso. Inoltre negli anfibi e nei rettili, ad eccezione del coccodrillo, i due ventricoli comunicano tra loro, in guisa che ha luogo una mescolanza delle due qualità di sangue. Il cuore dei mammiferi offre qualche cosa di analogo, poichè nella sostanza muscolare del setto dei due ventricoli riscontrasi qualche volta una lacuna, ora più ed ora meno sviluppata e di varia forma; così l’Albini[454] la riscontrò in tutti i mammiferi domestici, ad eccezione del cavallo, egli la vide nel cane, nel gatto, nel coniglio, nel topo comune e di campagna, nel maiale, nel porcellino d’india ed inoltre nella talpa, nella donnola, nel riccio e nella scimia. In questi animali manca nella parte superiore del setto, sopra [224] uno spazio ben circoscritto, il tessuto muscolare, e la parete risulta in questo spazio formata dalle due laminette dell’endocardio, cioè da porzione dell’endocardio del ventricolo sinistro e da porzione dell’endocardio del ventricolo destro del cuore. Fra queste porzioni dell’endocardio, havvi uno strato aponeurotico, nel quale vanno a terminare le singole fibre muscolari del setto. Nei ruminanti giovani (vitello, agnello, capretto), in luogo del tendine trovasi una cartilagine, che ossifica negli animali adulti. Una tale lacuna nella sostanza muscolare del setto de’ ventricoli osservasi anche nell’uomo.
Albini indica il metodo più semplice e sicuro di preparare il cuore, per iscoprire questa lacuna e riconoscere i rapporti di essa colle parti adiacenti. Dopo di aver asportati cautamente gli atrii, si aprano i due ventricoli con un taglio praticato nella loro parete posteriore, parallelamente al solco longitudinale posteriore, e si continui il taglio del ventricolo sinistro anche nell’aorta, in modo da tagliare per mezzo o dividere la valvola semilunare posteriore. Si rovescino poscia, oppure si levino le pareti dei ventricoli e si osservi il setto attraverso la luce, tenendo con una mano l’aorta aperta verso sè stesso e tirando in basso coll’altra mano il setto dei ventricoli. Allora non si avrà difficoltà di vedere nell’angolo formato dalle convessità della valvola semilunare destra e posteriore, una parte semitrasparente del setto, la qual parte è, a destra, coperta da un lembo della valvola tricuspidale, col quale è in parte concresciuta. Lo stesso Albini osservò poi in un embrione umano di circa cinque mesi, quasi nel centro della lacuna, un foro di comunicazione tra un ventricolo e l’altro, di che si convinse introducendovi cautamente una sonda ottusa d’osso di balena; ed è probabile che nei due casi di rottura del setto dei ventricoli, descritti l’uno dal prof. Hauska, l’altro dal prof. Buhl, non si trattasse veramente di una rottura in seguito ad endocardite, come vogliono questi autori, ma piuttosto di un’anomalia di sviluppo, quale fu riscontrata nel suddetto embrione dall’Albini, tanto più che gli individui, di cui parlano Hauska e Buhl, erano giovani (di 13 a 14 anni) ed avevano offerto fino dalla nascita quei sintomi morbosi che devono accompagnare siffatta anomalia, cioè batticuore, difficoltà di respiro e cianosi del volto e della parte superiore del corpo. Io non saprei spiegare quest’anomalia in modo generale, che risguardandola siccome un caso di riversione ai caratteri di antichissimi progenitori.
12º Anomalie dell’utero. — Se facciamo una rivista delle varie forme che presenta l’utero nella classe dei mammiferi troviamo quanto segue:
a) L’utero è talora doppio (uterus duplex); in tal caso ciascun ovidotto termina in un utero, ma quello di un lato s’avvicina a quello dell’altro lato in guisa da costituire un unico organo; amendue gli uteri però sboccano ciascuno con un proprio orifizio nella vagina. Esempi di questa conformazione ci offrono i marsupiali, i rosicanti, per es., Lepus, Sciurus, ecc.
b) Altre volte le corna dell’utero sono inferiormente riunite insieme e sboccano con un unico orifizio nella vagina; esiste però tra le medesime un setto che si estende fino quasi all’orifizio. È questo l’utero bipartito (uterus bipartitus), che osservasi in alcuni rosicanti, per es., nel genere Cavia.
[225]
c) In altri casi l’utero è bicorne (uterus bicornis), così chiamato, perchè le parti terminali degli uteri si fondono in un unico organo portante due corna. Esempi ci offrono i cetacei, i perissodattili, gli artiodattili, i carnivori, gli insettivori, ecc.
d) In fine hannovi degli uteri semplici, in cui è scomparsa ogni traccia di corna e ne’ quali la muscolatura è sviluppatissima, tale conformazione troviamo nelle scimie e nell’uomo[455].
Ora dobbiamo tener conto di due fatti: il primo si è che in origine l’utero della donna è bicorne, come quello di alcuni mammiferi, e che solo col progressivo sviluppo la forma bicorne scomparisce, ed in fine cessa del tutto; il secondo si è che nella specie umana gli uteri anormali sono spesso bicorni per tutto il tempo della vita. Del resto, questo vizio di conformazione, che riproduce esattissimamente uno stato che è normale ne’ primi tempi della vita, presenta parecchi gradi; ora la bifidità interessa tutto il corpo dell’utero e si arresta soltanto al collo del medesimo; ora non è divisa che la parte più alta di quest’organo.
Chi sostiene l’origine divina dell’umanità, deve scorgere nelle anomalie dell’utero sopra citate altrettanti enigmi; mentre la dottrina della discendenza animale dell’uomo può facilmente spiegare questi fatti coi principii della trasmissione dei caratteri ad una età corrispondente e della riversione ai caratteri di un progenitore antico.
13º Mancanza del corpo calloso. — Si conoscono ormai parecchi esempi di mancanza del corpo calloso nell’uomo; per brevità ne citiamo due. Un caso fu illustrato dal Gaddi[456] nel 1867. Trattasi di un idiota modenese, il cui cervello non pesava che 985 grammi. Il Gaddi così scrive: «Il fatto più riflessibile che offrirono gli emisferi cerebrali, e che mi recò grande sorpresa, si fu quello che ravvisai quando presi ad esaminarli nelle loro superficie interne, cioè nelle faccie colle quali si guardano. In tale circostanza ebbi a notare il caso raro assai della mancanza del corpo calloso, cioè della grande commessura interlobare». Questo individuo non possedeva che alcune facoltà istintive, ma nessuna facoltà riferibile ai sentimenti ed all’intelligenza; sapeva tuttavia balbettare alcune parole per sola imitazione dei suoni. Un altro caso fu riscontrato dal Calori[457] in certo Enea Gardini di Bologna, nel quale mancavano onninamente il corpo calloso ed il setto lucido. Questo individuo possedeva una intelligenza comune.
Queste anomalie sono per noi di molto interesse, perchè ci rappresentano lo stato normale non già di mammiferi vicini all’uomo, ma di quelli da lui assai discosti. È noto che il corpo calloso manca, tra i mammiferi, solamente nei marsupiali e nei monotremi.
14º Microcefalia. — Nei microcefali il cervello ha subìto una notevole e [226] singolare deviazione dal suo tipo. Carlo Vogt[458] dice: «La microcéphalie est une formation atavique partielle, qui se produit dans les parties voûtées du cerveau et qui entraine, comme conséquence, un développement embryonnaire dévié, lequel ramène, par ses caractères essentiels, vers le souche depuis laquelle le genre humain s’est élevé».
C. Vogt studiò esattamente molti microcefali, ed in seguito a numerose ed esatte misurazioni giunse a questi risultati:
1º Il cervelletto del microcefalo è perfettamente umano, per cui il Vogt dice: «Le microcéphale est homme par le cervelet, comme il est homme par son corps».
2º La superficie del lobo occipitale, confrontata con quella dell’intero emisfero, offre lo stesso valore nella scimia, nel microcefalo e nell’uomo bianco normale.
3º Il lobo temporale è relativamente assai più grande nel microcefalo che nel bianco, mentre il Negro, per tale rapporto, s’accosta al microcefalo.
4º Il lobo parietale offre una superficie assai ridotta nel microcefalo, una maggiore nel Negro, una massima nell’uomo bianco.
5º Dicasi la stessa cosa del lobo frontale, il quale ci permette di stabilire la seguente serie ascendente: microcefalo, Negro, giovine chimpanzè, uomo bianco.
Il risultato complessivo dunque si è, che le parti inferiori del cervello dei microcefali (cervelletto, lobo temporale) seguono la legge dello sviluppo umano, mentre le parti superiori (lobo parietale e frontale, alquanto meno l’occipitale) obbediscono alla legge dello sviluppo scimiano.
Il lobo parietale che appartiene esclusivamente alla vôlta, è il più maltrattato; il lobo frontale, che riposando colla sua faccia inferiore sulle orbite e sull’etmoide, occupa una certa parte della base del cranio, ne soffre un po’ meno; il lobo occipitale soffre meno ancora per la sua posizione in addietro; il lobo temporale in fine ed il cervelletto, sono umani. In concordanza con quest’anomalia del cervello anche il cranio subisce una degradazione.
Trattando delle circonvoluzioni, Vogt arriva al seguente risultato: «Nous pouvons dire, en résumé, qu’autant pour le volume et la surface, que pour l’arrangement de ses plis simples, pour la production d’un bec éthmoïdal, pour la formation de la scissure de Sylvius, le lobe frontal des microcéphales est en moyenne entièrement simien, que, pour certains de ses rapports, le lobe frontal de microcéphales moins dotés se rapproche des singes inférieurs, mais que même les mieux dotés restent encore dans les limites tracées pour les singes anthropomorphes».
Importante nella questione che ci occupa, è la scissura di Silvio. Nell’uomo normale questa è un’unica fessura, che ascende dietro gli strati medio ed inferiore del lobo frontale ed innanzi la parte inferiore della prima circonvoluzione temporale; quindi la fessura si divide in due rami, abbracciando le due circonvoluzioni centrali, l’anteriore e la posteriore; queste essendo fra [227] loro separate per mezzo della scissura di Rolando. La scissura di Silvio rassomiglia, nell’uomo normale, ad un Y, poichè la prima circonvoluzione temporale, ossia la piega marginale del Gratiolet e la circonvoluzione prima temporale, si toccano fra loro per un breve tratto. Nella scimia la cosa è diversa. In questa le due circonvoluzioni centrali scendono in basso fino alla base degli emisferi e la scissura di Silvio rappresenta un V. Ora è della massima importanza il fatto osservato da Vogt, che cioè il cervello del microcefalo rassomiglia perfettamente a quello dei quadrumani in ordine alla scissura di Silvio.
Le precedenti osservazioni provano chiaramente, che anche il cervello ha le sue anomalie, le quali lo accostano al tipo scimiano. Come vuolsi spiegare questo fatto, se si nega ogni nesso prodotto da comune discendenza tra l’uomo ed i quadrumani?
Dopo il Vogt, molti altri autori fecero degli studi sopra i microcefali. Così il Lombroso[459] studiò la donna microcefala, affetta di ipertricosi, di cui sopra abbiamo parlato. Il Mantegazza[460] esaminò il cranio di una donna microcefala e quello di una donna imbecille; il primo aveva una capacità di soli 470 cent. cub., mentre nel gorilla tale capacità può salire a 512 cent. cub. Anche il secondo cranio, che ha una capacità di 1100 cent. cub., presenta molti caratteri, i quali, al dire del Mantegazza, «lo abbassano al livello dei teschi più scimieschi». Altri studi sui microcefali furono fatti dal Lombroso[461]. Un caso interessante di microcefalia venne pubblicato dal dott. Roberto Adriani[462]. Trattasi di certa Grandoni Antonia, detta la Bertuccia, la cui capacità craniale è di 370 cent. cub., ed il cui cervello pesa soli 289 grammi. Gli emisferi cerebrali sono sì poco sviluppati che lasciano in parte scoperto il cervelletto. Il prof. Giovanni Zoja[463] descrisse un teschio boliviano microcefalo, notevole per straordinaria piccolezza. «Questo teschio, dice l’autore, che a prima vista, se non avesse la faccia, non si saprebbe se fosse dell’uomo sapiens o di un quadrumano, apparteneva ad un giovane del centro della Bolivia, morto nell’età di 17 anni, nel 1851». Il teschio medesimo ha una capacità di 270 cent. cub., ed un angolo facciale di Camper di 60 gradi.
Un caso singolare di microcefalia fu illustrato dal dott. Gaspare Virgilio[464]. L’autore dice che l’idiota da lui illustrato aveva nella sua conformazione più del bruto che dell’uomo, era basso di statura, col collo breve, gli omeri larghi, la testa piccolissima, gli arti superiori più lunghi che d’ordinario, fisionomia incerta, occhio strabico, mal coordinati i movimenti. Tendeva di preferenza ad arrampicarsi come le scimie, non mostrava nè affetti, nè volontà, nè desiderii. Sentiva appena gl’istinti fondamentali. Non parlava; emetteva [228] grida acute stridule, nè fu mai udito a pronunciare parole articolate. Il cranio ha una circonferenza orizzontale di 333 millim., una capacità di 350 cent. cub., un angolo del Camper di gradi 55, ed un angolo sfenoidale di 140 gradi. Il rapporto della circonferenza del gran foro occipitale colla capacità del cranio è 23,71.
Un lavoro notevole è stato pubblicato dai dottori Morselli e Tamburini[465] sugli idioti, in cui questi autori dimostrano con fatti numerosi, che l’idiotismo è dovuto in parte ad un arresto di sviluppo, ed in parte a deviazione di sviluppo. Allato a caratteri spiegabili colla prima di queste cause ve ne sono moltissimi, che all’età fetale non corrispondono, e soltanto si riscontrano in animali inferiori od in razze umane molto basse. Alcuni caratteri inoltre si riferiscono a condizioni patologiche. Risultati analoghi furono ottenuti da altri autori; citiamo o mo’ di esempio il Pozzi[466], il Sander[467], ed il Mierzejewski[468].
Se l’uomo discende da uno stipite animale, i suoi avanzi fossili devono presentare gli stadi intermedi, pei quali è passato prima di raggiungere l’attuale sua perfezione. Ora fa d’uopo confessare, che gli avanzi umani antichi finora rinvenuti non ci offrono tutti gli anelli richiesti dalla nostra teoria, locchè però non toglie che ulteriori ricerche giungano a scoprirli.
Ma d’altra parte è anche innegabile, che i più antichi avanzi umani portino in sè l’impronta di una degradazione, quale oggidì o non si rinviene in alcuno scheletro umano, o si riscontra solamente nelle infime razze. Passiamo alle prove di fatto.
1º Cranio del Neanderthal[469]. — Nel Neanderthal esiste in una parete quasi verticale una piccola caverna, sessanta piedi sopra il fondo della valle, cento piedi sotto un altipiano, e dai cento ai centodieci piedi discosta dal torrente Düssel. Essa guarda verso Nord; a lei dinanzi incontrasi uno stretto terrazzo; la medesima è congiunta coll’altipiano sovrastante per mezzo di una fessura obliqua. Sul fondo si vede uno strato marnoso sino al livello del piano riferito, strato perfettamente analogo al deposito della potenza dai dieci fino ai dodici piedi che in prossimità del Neanderthal copre la formazione calcarea e ne riempie le fessure. Siccome questo deposito è diluviale, anche quello strato marnoso delle caverne ha questa età[470].
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Alcuni lavoratori che stavano scavando il deposito marnoso della suddetta caverna chiamata Kleine Feldhofer Grotte, trovarono nel medesimo delle ossa, dapprima riguardate come appartenenti all’orso speleo, ma più tardi riconosciute dal prof. C. Fuhlrott come umane: le quali costituiscono quei preziosi avanzi di cui dobbiamo occuparci. Fin d’ora però avvertiamo che non si tratta di uno scheletro umano, sibbene d’un frammento di cranio, di due femori, dell’omero destro col suo radio, dell’omero sinistro frammentario, dell’ulna sinistra, d’un frammento della scapula destra, della clavicola destra quasi intera, di un frammento di bacino e di cinque coste frammentarie.
L’avanzo più importante, nella predetta caverna, è certamente il cranio, del quale Lyell dice: «Quand le crâne et les autres parties du squelette furent pour la première fois produites devant une assemblée des savants à Bonn, en 1857, plusieurs naturalistes émirent le doute que ce pouvait bien ne pas réellement être un squelette humain»[471].
Gli studi fatti intorno al predetto cranio hanno messo fuor di dubbio, trattarsi di un cranio umano. Parecchi anatomici se ne occuparono di proposito e ci diedero interessanti ragguagli intorno a questo fossile. Il cranio in discorso è di tipo dolicocefalo, giacchè la sua massima lunghezza ascende a mill. 144. Le arcate sopracigliari sono sviluppatissime, si toccano nella linea mediana e sono causa che il frontale, dietro ad esse, offre una marcata depressione trasversale. La fronte è stretta, bassa, appianata e fuggente: la sutura sagittale corta (di soli 112 mill.); tutte le ossa sono estremamente grosse. Di molta importanza è l’occipite, il quale si scosta da quello delle razze umane più elevate, perchè è appianato e scorre obliquamente da alto in basso e da dietro in avanti. L’angolo facciale, secondo Schaaffhausen, è di 56°, secondo Busk di 64° a 67°. La cavità del cranio contiene 1033,24 centimetri cubici di acqua.
I caratteri più salienti del cranio in discorso sono riposti nelle arcate sopracigliari e nell’occipite. Rispetto al primo dei citati caratteri, lo Schaaffhausen crede, che non vi sia motivo per considerare lo sviluppo insolito dei seni frontali come una individuale o patologica deformità.
Questo carattere, dice lo stesso autore, è, senza alcun dubbio, un carattere tipico di razza, ed è fisiologicamente connesso con la grossezza non comune delle altre ossa dello scheletro, che sorpassano di circa metà le proporzioni ordinarie. Lo sviluppo dei seni frontali, che sono appendici delle vie aeree, indica del pari una forza ed una potenza eccezionale dei movimenti del corpo, quale anche può dedursi dal volume di tutte le creste ed apofisi destinate all’inserzione dei muscoli o all’articolazione delle ossa. In appoggio di tale opinione si può citare il cavallo selvaggio, il quale si distingue dal domestico pel maggiore sviluppo dei seni frontali: si può anche citare l’orso fossile delle caverne, che per tale carattere è distinto da qualunque specie di orso recente; un’analoga differenza riscontrasi tra il cignale ed il maiale, non meno che fra il camoscio e la capra.
[230]
Sopra il secondo dei su citati caratteri l’Huxley[472], più che ogni altro autore, ha cercato di rivolgere la nostra attenzione. Per l’occhio dell’anatomico, dice il medesimo, la parte posteriore del cranio è anche più sorprendente dell’anteriore. La protuberanza occipitale occupa la estremità posteriore del cranio, quando si mette sopra un piano orizzontale la linea glabello-occipitale, e si estende notevolmente al di là di qualunque parte della regione occipitale; questa regione del cranio va obliqua da alto in basso e da dietro in avanti, in guisa che la sutura lambdoidea è situata sulla superficie del cranio. Nel tempo stesso, e malgrado la grande lunghezza del cranio, la sutura sagittale è notevolmente corta (112 mill.), e la sutura squamosa è dirittissima.
Anche la capacità craniana è una prova della degradazione del cranio di cui ci occupiamo. Essa fu calcolata di 1033,24 cent. cub.; se il cranio fosse intiero, potrebbe valutarsi a 1230 cent. cub., che è la capacità media riscontrata da Morton nei cranii degli Ottentoti e degli abitanti la Polinesia. Negli Australiani la capacità anzidetta è poco superiore a 1200 c. c., e talvolta raggiunge appena i 1100 c. c.
In conclusione, noi dobbiamo ammettere colla maggioranza degli anatomici, che il cranio neanderthalese ci presenti un tipo degradato, sia per la depressione in senso verticale, sia per l’enorme sviluppo delle arcate sopracigliari, sia ancora per l’occipite obliquo e per le suture squamose lunghe e diritte. Il Davis, appoggiato allo stato delle suture, dichiarò bensì questo cranio deforme, patologico; ma noi sappiamo oggi che altri cranii antichi gli si avvicinano, e siamo autorizzati a ritenere che esso ci rappresenti il tipo di un’intera razza umana ora estinta[473]. Così i caratteri scimieschi del cranio di Neanderthal trovansi pure in quello di Eguisheim presso Colmar; anche in quest’ultimo cranio antichissimo la fronte è depressa e le arcate sopracigliari sono assai pronunciate[474]. Un cranio, che nella conformazione della fronte sta perfino al disotto di quello di Neanderthal, fu recentemente illustrato dal Broca[475]; ha la fronte assai fuggente e le arcate sopracigliari pronunciatissime. Vi sono ragioni per ritenere ch’esso sia stato raccolto nella grotta di Meyrueis (Lozère), e si riferisca ai tempi dell’Ursus spelaeus.
2º Cranio di Engis. — Un altro cranio interessante fu trovato nella caverna di Engis presso Liegi. Questa caverna ha l’ingresso su d’una parete quasi verticale, e Schmerling co’ suoi compagni dovette calarsi col mezzo di una corda per entrarvi. Vi si trovò un cranio in mezzo ad ossa di mammouth, rinoceronte ticorino, iena spelea, orso speleo, e d’altri animali. Eravi pure il cranio d’un giovane individuo, ma esso andò in minuti frammenti quando Schmerling lo volle levare da terra.
Il cranio d’Engis è di tipo dolicocefalo, poichè è lungo 192 mill. e largo 131 mill., per cui l’indice cefalico è uguale a 68,2; la sua altezza è di mill. 118. [231] Esso è rimarchevole per la piccola capacità frontale e per la grande occipitale. La fronte è bassa, fuggente indietro, stretta e poco convessa. Le orbite sono molto grandi con leggiera concavità del margine orbitario. Le arcate sopracigliari sono ben sviluppate, ma non straordinariamente.
Schmerling credette di dover riferire questo cranio alla razza etiopica, da cui però si distingue, perchè dietro le orbite non esiste un profondo infossamento, cosicchè la fossa temporale è poco marcata.
Quantunque questo cranio sia più perfetto che quello di Neanderthal, pure non lo si può considerare come appartenente ad un individuo molto intelligente. Per mio conto ritengo per dimostrato, dice Schmerling, che questo cranio ha appartenuto a un individuo, di cui le facoltà intellettuali sono state poco sviluppate, e ne concludo perciò che proviene da un uomo, il cui grado di civilizzazione non doveva essere che poco avanzato; deduzione di cui possiamo renderci conto confrontando la capacità della regione frontale con quella occipitale[476].
Il prof. Spring caratterizza l’uomo di Engis nel modo seguente: «L’uomo di Engis deve essere considerato come una razza particolare e trogloditica, avente per caratteri distintivi, oltre la giacitura geologica, la forma dolicocefala ed ortognata del capo, e di presentare una piccola capacità frontale ed una grande capacità occipitale: di avere le orbite larghe, le arcate sopracigliari separate, poco prominenti ed alquanto concave; di possedere denti incisivi grandissimi ed una statura mediocre. Questa razza era contemporanea dei grandi mammiferi estinti e adoperava per armi e per utensili gli strumenti di pietra, che non sapeva dirozzare»[477].
3º Cranii di Borreby. — Fra i cranii antichi vanno citati i danesi, provenienti dai tumuli di Borreby, perchè presentano una degradazione non molto minore del cranio di Neanderthal. «Il cranio di Borreby, dice Huxley[478], rassomiglia più di qualunque cranio australiano a quello di Neanderthal, per la molto più rapida inclinazione indietro della fronte». Il suo occipitale è altrettanto retratto quanto è fuggevole; le arcate sopracigliari sono assai prominenti, e lo intero cranio è molto basso.
4º Cranio preistorico del Liri. — Esso fu descritto ed illustrato dal Nicolucci[479], ed appartiene ad una delle più antiche epoche dell’umanità, cioè «all’ultimo o penultimo periodo quaternario, quando i fiumi attuali, innanzi di prendere le esigue proporzioni odierne, scorrevano ancora lussureggianti di acque pe’ loro grandi alvei diluviali»[480]. Il cranio del Liri ha una capacità di 1306 cent. cub., ed il cervello avea un peso netto di 1156 grammi. Davanti a tale risultato il Nicolucci domanda: «Chi non si avvede, che il cervello contenuto nel cranio virile preistorico che noi descriviamo, [232] non ostante l’esterno volume del teschio che accenna a mezzanità, è piccolo fra i piccoli, e raggiunge appena il peso medio del cervello della donna italiana di oggidì?» E parlando in generale dei cranii italiani dell’epoca della pietra, questo illustre antropologo soggiunge: «A me duole non poter mettere a riscontro della capacità cubica del nostro cranio quella del teschio dell’Olmo, di Mezzana Corti e di Orvieto, e quella di cinque cranii meno antichi (dell’epoca neolitica) delle cripte di Cantalupo Mandela, i soli che si conoscano fin qui, in Italia, appartenenti all’età della pietra. I tre primi sono troppo imperfetti per potersene ottenere precise misurazioni, e degli ultimi, l’uno perchè ridotto a pochi frammenti, e due per deformità morbosa cui soggiacquero durante la vita, non possono servire ad alcun confronto; ma gli altri due, rispetto alla loro capacità interna, benchè non misurati, non sembrano essere guari superiori al nostro, o almeno la differenza non può esserne molto notevole, come a me pare di poter giudicare dietro le misure che ne ho preso, e i disegni che, per cortesia del cav. M. S. de Rossi, potei farne ritrarre. Tutto ciò ho voluto dire per dedurre che, in generale, la capacità interna dei cranii dell’età della pietra rinvenuti in Italia è inferiore a quella de’ cranii italici delle epoche posteriori»[481].
5º Cranio antico di Gibilterra. — Trattasi di un cranio antichissimo, senza che si possa esattamente stabilire l’epoca a cui rimonta. Esso presenta parecchi caratteri degni della nostra attenzione. Sono i seguenti:
1º Il cranio è fortemente dolicocefalo.
2º Esso è poco voluminoso.
3º Le pareti sono grosse; lo spessore dei parietali, ad esempio, si eleva a 9 1⁄2 millimetri.
4º Le arcate sopracigliari sono assai sporgenti.
5º La fronte è piccola e fuggente. Il Broca[482] dice: «Ce front est extrêmement bas, et il est tellement petit dans toutes ses dimensions, surtout lorsqu’on le compare à la face, qu’il rappelle celui des singes».
6º L’arcata dentaria si restringe verso l’indietro, assumendo la forma di un ferro da cavallo.
7º Manca la fossa canina, che è rimpiazzata da una superficie convessa, carattere che Huxley chiama decisamente scimiesco.
L’insieme di questi caratteri sopra un cranio di alta antichità viene ad appoggiare le idee evoluzioniste fin qui esposte.
6º Cranii di Eyzies. — Lartet padre e figlio studiarono con molta diligenza le caverne del Périgord, e più particolarmente quelle di Eyzies, dove rinvennero degli scheletri umani dell’epoca del mammouth. I teschi, i quali furono studiati dal Broca[483], presentano un insieme singolare di caratteri. Broca dice: «Il grande volume del cervello, lo sviluppo della regione frontale, la bella forma ellittica della porzione anteriore del profilo del cranio, la [233] disposizione ortognata della regione facciale superiore che determina un considerevole angolo facciale del Camper, sono caratteri incontestabili di superiorità che siamo abituati a non riscontrare che presso le nazioni civili. D’altra parte, la grande larghezza della faccia, il prognatismo alveolare, l’enorme sviluppo della branca ascendente della mandibola, l’estensione e la rugosità delle faccie che dànno inserzione a muscoli, e specialmente a quelli della masticazione, fanno nascere immediatamente l’idea di una razza violenta e brutale.... Notiamo ancora la semplicità delle suture e la loro chiusura probabilmente precoce, procedente dall’avanti all’indietro, come presso i popoli barbari; aggiungiamo che la conformazione atletica delle ossa, e più particolarmente il risalto straordinario della linea aspra del femore accennano a grande sviluppo muscolare; ed in fine consideriamo che tre caratteri, e cioè la larghezza eccessiva della branca mandibolare, la curvatura sottocoronoidea del cubito, la cui cavità sigmoide è poco profonda, e sopratutto l’appiattimento della tibia, sono più o meno manifestamente scimieschi: e noi avremo così completato il quadro di una razza, la quale, in alcuni suoi tratti, raggiunge il grado più elevato della morfologia umana, ed in altri discende perfino al disotto dei tipi antropologici i più bassi dell’epoca attuale».
7º Cranii del Tennessee e della Florida. — Il prof. Wyman ha di recente esaminato parecchi cranii preistorici provenienti dai Kiökkenmöddings del Tennessee e della Florida, e vi ha riscontrato tali caratteri che meritano di essere qui esposti. Egli trovò che in quelli del Tennessee il gran foro occipitale era posto di un pollice circa più in addietro sulla base del cranio che nei cranii attuali, carattere che avvicina questi cranii a quelli delle scimie superiori. Nel cranio della Florida l’autore medesimo osservò che le creste temporali erano considerevolmente avvicinate l’una all’altra, di guisa che non erano separate tra di loro che da uno spazio della larghezza di mezzo pollice. Anche quest’ultimo carattere è evidentemente scimiesco[484].
8º Mascella inferiore della Naulette. — La mascella inferiore scoperta dal Dupont[485] in una caverna del Belgio, detta Trou de la Naulette, è uno degli avanzi antichi umani più interessanti. Essa risale, al dire dei più autorevoli geologi, all’epoca del mammouth. Per poter dare un giudizio su questa mandibola, vogliamo esaminare i caratteri, ne’ quali il corpo della mandibola delle scimie antropomorfe differisce da quello della mandibola umana. I caratteri sono i seguenti: 1º Nelle scimie antropomorfe il corpo della mandibola non ha la protuberanza mentale; la regione mentale, vista di profilo, invece di portarsi in avanti, descrive una curva che fugge rapidamente in dietro. 2º Mancano le apofisi geniane; al loro posto trovasi un foro, in fondo al quale s’inseriscono i muscoli genio-glossi. 3º Il corpo ha una grossezza assai considerevole, in proporzione dell’altezza. 4º L’arcata alveolare è ellittica; le due branche non sono divergenti come nell’uomo, ma convergono in addietro, per cui l’ultimo molare è più vicino alla linea mediana che non [234] il primo molare. 5º Il dente canino è grande, e profondo l’alveolo. 6º Il primo molare è meno grosso del secondo, ed il secondo meno del terzo, per cui essi crescono in grossezza dall’avanti all’indietro, mentre nell’uomo avviene l’opposto.
Tutti questi caratteri scimieschi rinvengonsi nella mandibola umana scoperta alla Naulette. Infatti, la protuberanza mentale è sostituita da una curva fuggente; al posto delle apofisi geniane trovasi un foro infundibuliforme; il corpo della mandibola è assai grosso; le due branche della medesima sono divergenti; l’alveolo del dente canino è molto largo e profondo; ed i grossi molari, a giudicare dai loro alveoli, crescevano di volume dall’avanti verso l’indietro. A ciò aggiungasi che il terzo grosso molare aveva cinque radici, carattere anche questo di inferiorità[486].
Altre ossa di questa stessa antichissima razza di Canstadt dimostrano, che quegli uomini avevano una statura fra m. 1,68 e 1,73; cranio dolicocefalo, con un indice fra 72 e 75; orbite enormi e quasi circolari; fronte bassa e fuggente; naso saliente con larghe narici. Il Quatrefages[487] crede di poterli avvicinare agli attuali Australiani e Boschimani.
Nella grotta d’Arcy il marchese de Vibraye ha trovato un’altra mandibola, pure dell’epoca del mammouth, la quale ne’ suoi caratteri sta circa nel mezzo fra la mandibola umana e quella del chimpanzè.
9º Mascella inferiore di Moulin-Quignon. — In questa località si è scoperta nel 1863 una mandibola umana, la quale deve riferirsi ad un’antichità remotissima, essendo stata rinvenuta entro strati diluviali non rimaneggiati dalle acque[488].
Questa mascella offre alcuni importanti caratteri, i quali in parte si riscontrano anche nelle razze più perfette, ma solo in via anormale, ed in parte si ripetono solo nelle razze umane più degradate. Cito i caratteri seguenti:
1º L’angolo formato dalla branca orizzontale e dalla branca ascendente è estremamente aperto. Quatrefages trovò un angolo simile nella mascella inferiore di un Eschimese.
2º Il quarto dente molare, l’unico che presenti in posto la mascella in discorso, è inclinato in avanti. Quatrefages ritiene questo carattere accidentale e di nessuna importanza, tanto più che gli alveoli degli incisivi ci rivelano, essere stato ortognato l’individuo, cui la mascella inferiore apparteneva.
3º Il margine dell’angolo della mascella e la porzione posteriore del margine inferiore della branca orizzontale, invece di essere verticali, si piegano leggermente in dentro. La faccia interna dell’osso presenta, sotto la linea obliqua, un canale a larga doccia, che si estende fino in prossimità del mento. Il primo di questi caratteri si riscontra rarissimamente ne’ cranii attuali, ed in ogni caso lo si vede appena accennato; all’incontro lo si osserva più di frequente in cranii antichi, come per es. nelle mummie egiziane. Il [235] secondo carattere è bensì, come dice il Quatrefages, una esagerazione di ciò che esiste normalmente, ma è sempre un fatto degno di attenzione.
4º Il margine inferiore interno del condilo è poco pronunciato. Ammetto volentieri con Quatrefages, che il predetto condilo offra molte variazioni di forma entro una medesima razza, come egli potè constatare nei Tahitiani e Neo-Caledonesi; ma fa d’uopo anche ammettere, che l’insieme di tutti questi caratteri in una sola mascella non sia senza alcun significato.
10º Avanzi umani di Maastricht. — Nel 1860 il professore Spring ha potuto esaminare alcuni antichissimi avanzi umani scavati nel loess nei dintorni di Maestricht. Le notizie che abbiamo intorno a questi avanzi sono scarse, ma sufficienti per dimostrare che appartennero a uomini barbari e di organizzazione degradata. Il prof. Spring dice quanto segue: «Essi appartenevano ad una razza dolicocefala. Le arcate sopracigliari erano assai robuste e tra loro ravvicinate nella linea mediana. Le orbite erano grandi, ovali ed oblique; la fronte bassa e diritta; la sutura coronale posta parecchi centimetri più in dietro del consueto. La faccia si presentava sviluppatissima e la mascella inferiore circoscriveva uno spazio assai largo. Il mento era foggiato a punta triangolare ed i denti incisivi s’inserivano obliquamente»[489].
Molti altri esempi di cranii antichi potrebbero qui citarsi, i quali tutti conducono al medesimo risultato. Il solo cranio dell’Olmo, descritto dal Cocchi[490], sebbene sembri appartenere all’epoca pliocenica[491], non ha corrisposto pienamente alle nostre aspettazioni. Devesi peraltro osservare che di esso noi abbiamo la sola calotta, dove non tutti i caratteri di inferiorità sono riposti; e che nella calotta le bozze frontali sono nettamente espresse, carattere questo femminile od infantile, il quale nel maschio accenna ad una certa inferiorità, alla quale alludono anche le ossa molto grosse del cranio medesimo, la fronte bassa e posteriormente alquanto depressa, il grande sviluppo della regione occipitale e la potenza della spina occipitale e degli spigoli della nuca con gli attacchi muscolari di tutta la regione inferiore.
Tutte le volte che noi abbiamo davanti agli occhi un cranio di alta antichità, possiamo aspettarci di rinvenirvi dei caratteri di inferiorità, i quali caratteri confermano la nostra dottrina dell’evoluzione. Ma perfino nei cranii, la cui antichità non risale che a pochi secoli, troviamo con esatte misure ed osservazioni siffatti caratteri. Il Broca[492], ad esempio, ha misurato la capacità craniana di 115 cranii del secolo XII, e la trovò in media di 1425 c. c., mentre 125 cranii del secolo presente hanno dato in media una capacità craniana di 1461 c. c. Sette secoli sono poca cosa nella vita della specie umana, e nondimeno le esatte ricerche fanno vedere un ingrandimento del cranio!
Da ciò possiamo inferire, che in un’epoca assai remota, l’uomo doveva essere tanto diverso dall’attuale da non meritare il nome di Homo sapiens, [236] laonde il Mortillet[493] gli diede quello di Anthropopithecus. «Noi siamo condotti necessariamente ad ammettere, dice quest’autore, col mezzo della logica, basata sulla diretta osservazione dei fatti, che gli animali intelligenti, che sapevano fare il fuoco e tagliare le pietre durante l’epoca terziaria, non erano uomini nel senso geologico e paleontologico della parola, ma animali di un altro genere, precursore dell’uomo nella scala degli esseri, cui ho dato il nome di Anthropopithecus». L’autore, dopo di avere istituito questo genere problematico va più oltre e sostiene che l’antropopiteco aquitaniano doveva essere di specie diversa da quello di Cantal, che è tortoniano. La conferma di queste vedute deve attendersi dalle scoperte dell’avvenire; giova nondimeno osservare che il Mortillet, sostenuto dall’Hovelacque, distingue tre specie di quel genere, cioè A. Bourgeoisii, A. Ramesii e A. Ribeiroii.
L’embriologia è di grandissima importanza, ogni volta che si tratta di giudicare intorno alla posizione sistematica di un organismo. Ciò risulta da un principio esposto in un capitolo precedente, secondo cui l’ontogenesi non sarebbe che una filogenesi accorciata e modificata. Passiamo in rivista l’ontogenesi dell’uomo nei tratti essenziali.
L’uovo umano si forma entro l’ovario, da cui in una determinata epoca si stacca, per passare col mezzo delle trombe falloppiane nell’utero. Questo uovo è un sacco, il quale contiene una certa quantità di materia nutritiva, il tuorlo, dentro cui sta chiuso un secondo e più delicato sacchetto sferoidale, la vescichetta germinativa. In questa, finalmente, s’incontra un corpo più arrotondato, più solido, che ha il nome di macchia germinativa.
1º Segmentazione. — La formazione dell’embrione nell’uovo incomincia con un fenomeno che chiamasi di segmentazione o solcamento. Esso consiste in ciò che, dopo la scomparsa della vescichetta germinativa e l’apparsa di due nuclei, il tuorlo si divide dapprima in due sfere, ciascuna di queste in due altre, e così via via fino alla trasformazione del tuorlo in una grande quantità di piccole sfere, di cui ciascuna contiene un nucleo e riceve in seguito una propria membrana. In tale modo, come dice Huxley, la natura raggiunge lo stesso risultato, al quale arriva un artefice nelle sue operazioni per fabbricare dei mattoni. Essa prende la informe materia plastica del tuorlo e la divide in masse dello stesso volume, atte a fabbricare ogni parte dell’edifizio vivente.
Fin qui l’uomo non diversifica punto dagli altri animali; in tutti lo sviluppo dell’uovo prende le mosse dalla segmentazione del tuorlo. Si è bensì cercato di stabilire una differenza tra uova oloblastiche e meroblastiche, fondata sopra il solcamento totale o parziale del tuorlo; ma Gegenbaur e De Filippi hanno dimostrato, che tale distinzione è priva di importanza e atta solo a fornire dei caratteri del tutto secondari.
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Nè deve sfuggire alla nostra attenzione il fatto, che l’uovo su descritto ha tutti i caratteri di una cellula. Infatti, la vescichetta germinativa ci rappresenta il nucleo della cellula, e la macchia germinativa il nucleolo. Il tuorlo non è che il protoplasma contenuto nella cellula, e la zona pellucida o l’involucro dell’uovo è la membrana cellulare. Haeckel[494] stabilisce quindi il principio seguente: «Dalla condizione unicellulare dell’uovo umano e dell’uovo degli altri animali scaturisce immediatamente, secondo la legge biogenetica, la conclusione, che cioè tutti gli animali, incluso l’uomo, discendono originariamente da un organismo unicellulare».
2º Gronda primitiva e posizione del cotiledone. — Dopo che si è compiuto il processo di solcamento, il tuorlo risulta scomposto in una grande quantità di sfere, la cui porzione periferica si condensa in membrana e le quali, ricevendo anche un nucleo, si trasformano in cellule. Ben tosto avviene un altro fenomeno, che è la formazione del blastoderma. Le predette cellule si ritirano verso la periferia, accostandosi alla faccia interna della membrana vitellina, si accumulano le une presso le altre, si rendon poliedriche per effetto della pressione, e costituiscono un secondo involucro dell’uovo che chiamasi blastoderma. Poco dopo una porzione circolare del blastoderma si rende più oscura, per maggiore accumulazione di cellule, questa porzione così oscurata è la macchia embrionale od aia germinativa, la quale in appresso, da circolare che era, si fa ellittica e chiara lungo la linea mediana. Lungo questa apparisce dunque un solco o gronda, che dicesi gronda primitiva e che rappresenta i primi lineamenti dell’asse cerebro-spinale.
Con tale carattere l’embrione umano si stacca da quello della massima parte degli invertebrati, e si manifesta per un uovo di ascidia o di vertebrato. Ma ad esso se ne associa un altro, che è desunto dalla posizione rispettiva dell’embrione e del cotiledone.
I rudimenti dell’embrione appariscono e si disegnano sempre più chiaramente al disopra della massa vitellina o cotiledonare, restando questa in rapporto colla faccia ventrale dell’embrione stesso. De Filippi ha fatto notare giustamente l’importanza di tale carattere. «È un vecchio assioma in zoologia, egli dice, che lo sviluppo dell’embrione incomincia da quella parte, alla quale corrisponde la principale massa nervosa, mentre il cotiledone tende a portarsi alla parte opposta: da ciò l’antagonismo tanto chiaro e costante fra gli articolati ed i vertebrati. Van Beneden ha innalzato questo carattere a dominatore delle classificazioni zoologiche; e, seguendo l’esempio delle classificazioni botaniche, ha diviso gli animali in tre categorie: ipocotiledonei, epicotiledonei, allocotiledonei. I primi sono i vertebrati, ne’ quali la massa cotiledonare è ventrale; i secondi sono gli articolati, ne’ quali la massa cotiledonare è dorsale; gli ultimi sono i molluschi ed i raggiati, ai quali non rimane altro che il carattere negativo di non appartenere nè all’una nè all’altra delle due prime categorie»[495].
[238]
De Filippi, meglio sviluppando il carattere impiegato dal Van Beneden, ha proposto la seguente classificazione:
| Ipocotiledonei | Vertebrati |
| Epicotiledonei | Articolati |
| Procotiledonei | Cefalopodi |
| Metacotiledonei | Molluschi |
| Mesocotiledonei | Vermi |
| Acotiledonei | Molluscoidi? Echinodermi Celenterati Protozoi |
Non discuteremo qui la bontà dell’esposto sistema che può dirsi abbandonato; ci basta constatare che la posizione del cotiledone è di grande importanza, e che coll’apparsa di questo, e colla di lui posizione l’embrione umano si schiera tra gli animali vertebrati.
3º Amnio ed allantoide. — Dopo che si è formata la macchia embrionale, si vede che in essa e dintorni il blastoderma si complica, ricevendo una seconda membrana, che dalla predetta macchia si estende all’intero blastoderma. In tal guisa la membrana blastodermica viene a comporsi di due distinti foglietti, l’uno esterno e più vecchio, che chiamasi sieroso od animale; l’altro interno e di formazione più recente, che dicesi mucoso o vegetativo.
Mentre la porzione centrale del foglio sieroso si sviluppa in embrione, la periferica dello stesso foglietto incomincia a sollevarsi a mo’ di piega incominciando alle due estremità dell’embrione, la cefalica cioè e la codale.
I lembi di questa piega crescono in basso e fuori, e quindi in alto, colla tendenza di riunirsi al dorso. Quando tale unione è compiuta, l’embrione risulta racchiuso da un sacco, detto amnio, entro cui si deposita un liquido (acqua dell’amnio) nel quale il feto nuota. La porzione del foglietto medesimo che non è impiegata nella formazione del sacco amniotico, si separa sempre più dal foglietto interno, si addossa alla faccia interna della membrana vitellina, sostituisce completamente tale membrana e riceve il nome di corion.
Mentre il foglietto esterno del blastoderma dà luogo alla formazione dell’amnio, il foglietto interno si separa sempre più dall’esterno e finisce col racchiudere una vescichetta distinta (vescichetta ombelicale), la quale dapprima comunica largamente coll’intestino del feto e si isola in appresso sempre più, per cui infine la comunicazione si fa per uno stretto canale o picciuolo.
A queste produzioni se ne aggiunge ben tosto una terza, la quale nasce in forma di vescica dalla porzione posteriore dell’intestino. Tale vescica è dapprima rotonda, poi piriforme e riccamente vascolare; essa dicesi allantoide ed ha una grande importanza per la vita dell’embrione.
A questo punto di sviluppo l’embrione umano non somiglia più a quello di ogni altro vertebrato. La presenza dell’amnio e dell’allantoide ci attestano [239] nel modo più assoluto, che il feto appartiene, tra i vertebrati, ad un animale delle tre classi superiori, sia rettile, sia uccello o mammifero.
L’apparsa di queste due produzioni embrionali è di tale e tanta importanza che su essa riposa la classificazione generale dei vertebrati, i quali si suddividono nel modo seguente:
| Allantoidea e Amniota | Anallantoidea e Aamniota |
| Mammiferi Uccelli Rettili | Anfibi Pesci |
In tale stadio dunque l’embrione umano, mentre è ben diverso da quello di un pesce od anfibio, concorda essenzialmente con quello di ciascun rettile, uccello o mammifero; ma tale somiglianza non dura che breve tempo ed è ben tosto distrutta dall’ulteriore sviluppo.
Recentemente la classificazione dei vertebrati è stata modificata, distinguendo alcuni autori gli Acranii ed i Craniati, e suddividendo questi ultimi in Ictiopsidi, Sauropsidi e Mammiferi (Teriopsidi); nondimeno la classificazione basata sullo sviluppo dell’embrione non cessa di avere un alto significato.
4º Placenta. — Lo scopo finale dell’allantoide è la formazione della placenta, la quale si compone di due parti diverse, che sono la uterina e la fetale. L’utero, durante la gestazione, entra in una vita speciale; la sua mucosa si sviluppa straordinariamente, si fa ipertrofica e costituisce la membrana caduca, così denominata per la esistenza temporanea. La porzione uterina della placenta non è che la stessa membrana caduca, la quale colle sue lamine e trabecole fibroidi, colle sue cellule e villi, co’ suoi vasi numerosissimi, e quel che è più, con le sporgenti glandole utricolari costituisce il nesso organico per parte dell’utero con la placenta fetale. D’altra parte il corion si riveste alla faccia esterna di villi ramificati e l’allantoide s’ingrandisce, si avvicina e da ultimo s’immargina alla faccia interna del corion, mentre i suoi vasi ombelicali s’immedesimano variamente ne’ villi di questo. Le predette due parti s’incastrano nei loro seni e sporgimenti rispettivi e costituiscono un corpo spongioso e carnoso che è la placenta.
Coll’apparsa della placenta l’uomo si schiera tra i mammiferi placentari, poichè in questa classe possiamo distinguere due gruppi, cioè gli aplacentari ed i placentari. Nel primo gruppo l’allantoide rimane piccola e non raggiunge il corion; solo nel secondo ciò avviene, e formasi una placenta.
Un carattere importante del feto umano è riposto nella forma della placenta. Si osserva che questa nei mammiferi offre forme diverse. Quando l’allantoide non raggiunge che un determinato punto del corion, vi si spiega circolarmente e porta i suoi vasi solo su questo spazio circoscritto, la placenta che si forma è discoidale, come si vede appunto nell’uomo ed inoltre [240] nei quadrumani, chirotteri, insettivori e roditori. Se invece l’allantoide manda i suoi vasi sopra un intero circuito del corion e si forma una placenta a guisa di cingolo, questa chiamasi zonata, come nei carnivori, pinnipedi. Se l’allantoide manda i suoi vasi uniformemente su tutta la superficie del corion, lasciando liberi i soli poli, formasi la placenta diffusa: infine havvi una placenta cotiledonata, che si forma quando i vasi dell’allantoide si spandono qua e là sopra determinati punti del corion.
Il feto umano adunque, quando ha ricevuto la placenta discoidale, si è reso distinto dai feti di tutti gli altri animali, ad eccezione di quelli che appartengono alle specie dei più elevati ordini dei mammiferi.
Solo negli ultimi stadi di sviluppo l’uomo si stacca anche da questi più elevati ordini ed assume i distintivi che lo contrassegnano di fronte agli altri mammiferi.
«È unicamente negli ultimi stadi di sviluppo, dice Huxley, che la giovane creatura umana presenta distinte differenze dalla giovane scimia, mentre questa si allontana tanto dal cane relativamente al suo sviluppo, quanto se ne allontana l’uomo stesso. Per sorprendente che apparir possa quest’ultima asserzione, se ne può però dimostrare la verità; e questo fatto solo mi sembra sufficiente a stabilire fuori di ogni dubbio la conformità di struttura dell’uomo col resto del mondo animale, e più particolarmente e più strettamente ancora colle scimie»[496].
Questa stessa idea è espressa da un avversario della teoria intorno alla trasformazione delle specie, il professore Longet, il quale dice: «Il y a similitude, à des périodes successives du développement, entre les organisations embryonnaires des divers embranchements, classes, ordres, genres du règne animal, similitude qui va toujours s’affaiblissant, se morcelant, pour ainsi dire, à mesure que ces formes organiques divergent vers la réalisation définitive du type qu’elles doivent reconstituer»[497].
Ora noi possiamo domandare agli avversari della teoria evoluzionista, perchè l’uomo si sviluppi. Non sarebbe meglio, se egli apparisse di primo acchito con tutte le sue parti perfettamente organizzate, così che in seguito non avesse che ad aumentare nelle sue dimensioni? Di più, perchè l’uomo, mentre dapprima somiglia ad esseri infimi, come sono gli animali unicellulari, concorda nello sviluppo sì lungamente cogli animali più elevati, e solo da ultimo si stacca da quelli che nel sistema gli stanno da vicino? La teoria delle creazioni separate non ha ancora trovato una risposta a queste domande; mentre noi rispondiamo: L’ontogenesi è una filogenesi accorciata e modificata, ossia lo sviluppo dell’individuo recapitola, sebbene in modo incompleto, lo sviluppo della specie.
Se noi esaminiamo lo sviluppo di un qualsiasi sistema organico dell’uomo, noi vediamo che, prima di raggiungere la finale sua struttura, esso attraversa parecchi stadi che corrispondono ad altrettante forme permanenti del [241] sistema medesimo in animali più bassi. Per illustrare qnest’asserzione con un esempio, vogliamo ora vedere, quale sviluppo percorra il cuore umano.
Il cuore, ne’ suoi primordi, non è che un ispessimento della parete ventrale dell’intestino cefalico; più tardi si forma una cavità nell’interno di questo ingrossamento, così che viene a costituirsi un sacco che mediante una strozzatura riesce distinto dall’organo da cui trasse origine. Poi questo sacco si curva a guisa di S, si torce a spira intorno ad un asse ideale, e due leggeri strangolamenti lo dividono in tre porzioni, una anteriore e ventrale, una mediana, e la terza posteriore e dorsale. Il cuore in questo momento ha percorso lo stadio di ascidia, nella quale quest’organo è un semplice sacco ed è giunto a quello dei pesci. Infatti, delle tre porzioni su citate, l’anteriore o ventrale corrisponde al bulbo arterioso; quella di mezzo al ventricolo, e la posteriore o dorsale all’orecchietta. La corrispondenza, oltrechè alla struttura, si estende anche alla posizione; imperocchè il cuore umano, in questo stadio embrionale, è posto molto in avanti, al lato inferiore del capo, posizione che nei pesci occupa durante tutta la vita.
Ora vediamo, come il cuore di pesce, posseduto dall’embrione umano, diventi un cuore di anfibio e gradatamente si tramuti in un cuore di mammifero. Entro il sacco ricurvo e diviso in tre porzioni, di cui sopra abbiamo parlato, apparisce un setto longitudinale, il quale dapprima è incompleto, e poi si fa completo, dividendo ogni porzione in una metà destra ed una metà sinistra. L’orecchietta riceve così due atrii, de’ quali il destro accoglie la vena cava superiore e la cava inferiore, ed il sinistro le vene polmonali. Il setto interventricolare scinde il ventricolo in una camera destra o venosa, ed un’altra sinistra od arteriosa. Anche il bulbo arterioso è diviso in due parti, ossia nel tronco delle arterie polmonali che nasce dal ventricolo destro, e nel tronco aortico che nasce dal ventricolo sinistro. Il cuore, posto dapprima molto in avanti, come sopra fu detto, si ritira in dietro, a mano a mano che si viluppano il collo ed il petto, e si colloca in fine nella cavità toracica fra i due polmoni. Ma anche qui esso giace dapprima nella linea mediana, ed il suo asse longitudinale combacia coll’asse longitudinale del corpo, com’è nella maggior parte dei mammiferi durante tutta la vita; poi assume la posizione che è propria del cuore dei Primati, curvandosi l’asse e spostandosi verso sinistra la punta del cuore medesimo. Noi possiamo quindi dire che il cuore umano, nel suo sviluppo, percorre quegli stadi che sono permanenti nel cuore dell’ascidia, dei pesci, degli anfibi e dei mammiferi inferiori; solo da ultimo esso diventa cuore di Primate.
Le nostre considerazioni non si arrestano a questo punto. Si potrebbe credere che almeno il neonato sia uomo perfetto, ma così non è, come ha fatto osservare il dott. Gustavo Jäger[498]. Egli dice: «Al suo ingresso nel mondo [242] l’uomo ha decisamente la costruzione di un animale quadrupede». Infatti, le braccia e le gambe sono di lunghezza quasi eguale, queste ultime essendo appena più lunghe delle prime. Inoltre il braccio e la coscia formano coll’asse del tronco un angolo acuto, convergendo verso l’ombellico; questo fatto è nell’uomo e negli animali quadrupedi determinato dalla posizione del feto entro l’utero, ma nel primo il fenomeno è passeggiero, nei secondi permanente. Se noi cerchiamo forzatamente di dare alla gamba del neonato quella posizione ch’essa occupa nell’adulto, troviamo una simile difficoltà come in un eguale tentativo fatto sul cane. Del pari le braccia non si lasciano distendere in modo da allontanarsi orizzontalmente dal tronco, nè si elevano in senso verticale; nel primo caso si oppone il muscolo gran pettorale che è troppo breve, nel secondo caso il movimento è reso difficile dalla brevità del gran pettorale e del larghissimo del dorso. Inoltre la colonna vertebrale è curvata come ne’ quadrupedi, ossia essa forma un arco colla concavità rivolta al ventre; mentre nell’adulto la sola porzione toracica ha questa forma, e la porzione lombare ha una curvatura inversa. Aggiungasi ancora che il bacino è diversamente inclinato verso l’asse del tronco, così che il pube è più ravvicinato allo sterno che non nell’adulto. Finalmente il petto è piatto, ma leggermente rilevato nel mezzo. Per questi caratteri il neonato conserva ancora qualche affinità cogli animali affini, e diventa veramente uomo solo in seguito allo sviluppo estrauterino, nel quale impara a servirsi degli arti inferiori come organi di incesso, e dei superiori come organi prensili e tattili, ed apprende di giovarsi degli uni indipendentemente dagli altri. Imperocchè nei primi mesi di vita estrauterina l’individuo non sa muovere le braccia senza muovere insieme le gambe, e noi lo vediamo agitare contemporaneamente le une e le altre, come un quadrupede che corre.
Lo sviluppo continua anche dopo la nascita, ed i cambiamenti che si producono sono in parte determinati dalla giacitura abituale supina del bambino, in seguito a cui la porzione lombare della colonna vertebrale perde la sua concavità verso il lato ventrale, si fa rettilinea dapprima e dipoi concava verso il lato dorsale; le gambe si distendono, le braccia si staccano nettamente ed il petto si appiattisce. A produrre gli effetti suddetti sulla porzione lombare della colonna vertebrale e sugli arti inferiori contribuisce anche il peso del ventre che nei bambini è voluminoso. Il bambino deve anche imparare a stare sui piedi, stazione che non gli è dapprima concessa, perchè il tarso è debole ed il solo metatarso esterno tocca il suolo col suo apice. A raggiungere questo scopo contribuisce efficacemente la mano; il bambino, tenendosi colle mani agli oggetti che lo circondano, prova e riprova a camminare, e questo esercizio lo conduce a grado a grado alla stazione eretta. Egli è però evidente che l’esercizio non potrebbe avere un successo, se nell’arto inferiore non vi fosse una struttura adattata per quel cambiamento, ereditata dai genitori.
[243]
Nelle righe che precedono, la teoria generale dell’evoluzione e più particolarmente l’ipotesi sull’origine animale dell’uomo, furono sostenute con buon numero di fatti. E non sembra possibile che possano concorrere tanti e così svariati argomenti a dare ad un errore tutta l’apparenza della verità; se così fosse, converrebbe dire che la natura è congiurata contro la nostra mente.
Per ciò che riguarda l’uomo, l’importante si fu di stabilire ch’esso è strettamente collegato in ogni suo carattere cogli altri animali, di modo che non sarebbe giusto sottrarlo alle leggi della evoluzione ed ammettere per lui una creazione separata.
Ora sorge un’altra e più speciale questione: quale è lo stipite preciso della specie umana? Al presente noi non possiamo rispondere con una certa sicurezza a tale domanda. Le ipotesi sono due: ma io credo che si debbano attendere nuove osservazioni prima che si possa dare all’una o all’altra una decisa preferenza. La prima ipotesi, sostenuta da Huxley[499], Haeckel[500], Darwin[501], ed altri, fa discendere l’uomo da una specie estinta del gruppo delle Catarrine, e riposa principalmente sull’idea, che la differenza tra l’uomo e le scimie più elevate sia minore di quella che passa fra le scimie superiori e le inferiori.
La questione assume un aspetto alquanto diverso, se si accetta la proposta di Haeckel[502], seguita oggi da molti Zoologi[503], di staccare i Lemuridi (Prosimiae) dai quadrumani, per farne un ordine separato fra i mammiferi placentari deciduati. Chi ritiene che tra l’uomo e le scimie catarrine corra maggior divario di quello che separa queste ultime dalle platirrine, deve anche dei Bimani fare un ordine distinto.
La seconda ipotesi fa discendere l’uomo e le scimie da uno stipite comune. Essa fu sostenuta da me nel 1866, e dipoi vi recarono qualche appoggio il Vogt nella sua Memoria sui microcefali, il Lombroso nella sua Nota sulla fossetta occipitale mediana e l’Hartmann nella sua opera Les singes antropoïdes (Paris 1866); questa ipotesi guadagna terreno di continuo, perchè può essere appoggiata con buone ragioni. Così militano in di lei favore i caratteri zoologici dell’uomo, pe’ quali abbiamo elevato questa specie al rango di ordine; inoltre le osservazioni del Vogt sullo sviluppo del cervello nell’uomo, ne’ microcefali e nelle scimie[504]; come anche il fatto, ammesso dagli autori, che nell’esame di un feto di Primate siamo dapprima in grado di decidere se sia di uomo o di scimia, e solo più tardi possiamo dire, se sia di una scimia del gruppo delle Catarrine, o delle Platirrine. In questo luogo, dove è [244] trattata la teoria dell’evoluzione da un punto di vista generale, non sembra opportuno di entrare in ulteriori dettagli intorno all’accennato quesito affatto speciale, tanto più che al presente non possiamo risolverlo in modo soddisfacente; giova adunque attendere altre scoperte e nuove osservazioni. Mi limito soltanto a riferire testualmente le parole, colle quali esposi questa ipotesi nel 1866[505]: «La questione, a mio credere, va risolta da un altro punto di vista. L’uomo non discende già dalle scimie, sibbene da uno stipite comune con queste. Lo stipite dei mammiferi diede origine a due serie di animali, ai mammiferi aplacentari ed ai placentari. Dalla specie originaria di questi ultimi si svilupparono due altre serie, i placentari inferiori ed i placentari superiori ossia Primati. Dalla specie originaria dei Primati si svolsero due ordini di animali, i quadrumani ed i bimani».
Alcuni autori hanno cercato di indagare, quali caratteri possedesse la specie estinta, da cui discendiamo. Tale tentativo fu fatto da Haeckel, Darwin[506], mad. Royer[507] e più recentemente da Hovelacque[508] e da Mortillet[509]; ma siccome tali caratteri sono desunti dai rudimenti attuali dell’uomo e dai fenomeni di atavismo, non possiamo ritenerli tutti uniti in una sola specie, ma dobbiamo attribuirli all’intera serie de’ nostri antichi antenati. Ciò che, al dire del Mortillet, sembra risultare dalle selci lavorate di Thenay, si è che i precursori dell’uomo (gli antropopiteci) avevano una statura più piccola di quella dell’uomo attuale; ma anche quest’opinione deve, almeno ora, essere accolta con riserva.
L’elezione artificiale avviene di continuo sotto ai nostri occhi, di modo che nessuno può negarne l’esistenza e gli effetti, e si è soltanto obbiettato che essa non prova la possibilità della trasformazione di una specie in un’altra. Conviene però ammettere almeno questo, ch’essa scuote grandemente l’antico concetto della specie come forma rigida ed invariabile, poichè quando vedo da un medesimo stipite discendere due esseri così diversi come sono il colombo pavone ed il colombo messaggiere, oppure il corsiere inglese ed il cavallo da tiro del Mecklemburg; allora non sembra più possibile di assegnare dei limiti precisi alla variabilità della specie, e la nostra mente, abbandonata l’idea della creazione di ogni singola forma, è indotta a meditare intorno all’origine degli organismi.
L’elezione artificiale avrebbe raggiunto il suo apice, quando, dati i due genitori, potesse prevedere i caratteri del figlio con quella esattezza, colla [245] quale il matematico con due cognite trova il valore di una incognita; ma non è probabile che l’allevatore giunga mai a tale altezza, perchè gli animali superiori racchiudono nella loro complicata struttura troppi fattori incerti perchè sia possibile di pronosticare con sicurezza il risultato di un accoppiamento. Nondimeno, riguardo ad alcuni animali (p. e. i piccioni), l’arte ha fatto grandi progressi, e coll’aiuto dell’esperienza e della biologia ne farà certamente dei maggiori in avvenire.
L’elezione sessuale è sembrata a molti la parte più vulnerabile della teoria darwiniana, e sebbene nessuna obbiezione sia tale da indurci ad abbandonarla, nondimeno possonsi citare tanti fatti di difficile spiegazione da far sorgere il dubbio intorno alla di lei bontà. Ma, d’altra parte, è certo che esistono dei caratteri sessuali secondari, il cui numero cresce col progredire delle nostre cognizioni intorno agli animali finora poco studiati, e nessuna ipotesi, migliore di quella del Darwin, è sorta a spiegare in maniera più plausibile le differenze sessuali anzidette. Forse il Darwin ha attribuito soverchia importanza alla lotta sessuale, e non ha considerato che nella produzione dei caratteri sessuali secondari l’elezione sessuale e la elezione naturale possono avere agito di concerto, tanto più che la lotta pel possesso della femmina si converte sovente in una lotta per l’esistenza. Nè devesi perdere di vista, che alcuni caratteri possono essere semplicemente morfologici, e quindi indipendenti da qualsiasi scelta, nella stessa guisa che i minerali hanno dei distintivi dipendenti dal colore, dalla durezza, dalla forma cristallina, ecc.
Il perno della teoria darwiniana deve cercarsi nell’elezione naturale, e quindi si comprende perchè gli avversari dell’evoluzionismo abbiano diretto contro di essa i loro strali più avvelenati. La rapidità della riproduzione degli organismi è cosa nota, ed oggi meno che mai potrebbe negarsi, dopo che la batteriologia, per gli infimi protisti, ce ne ha fornito le prove più splendide e più convincenti. È quindi logica la conclusione, che non tutti gli esseri che vengono generati, possano sopravvivere fino all’epoca della maturità, perchè nel mondo non troverebbero nè posto, nè modo di soddisfare i più urgenti loro bisogni. Da che scaturisce la domanda, quali saranno i preservati dall’eccidio, i sopravviventi, quelli che quindi giungeranno a riprodursi ed a trasmettere ai discendenti i propri caratteri. La risposta più spontanea sembra questa, che sopravviveranno coloro che per qualsivoglia carattere potranno sfuggire alle numerose cause di distruzione e che quindi saranno meglio adattati all’ambiente di vita in cui si trovano. Da queste considerazioni scaturisce la sopravvivenza del più adatto, la quale con un termine metaforico è stata chiamata elezione naturale.
È stato presunto, che gli individui di una stessa specie differiscano fra di loro in alcune particolarità; ma questa è tale presunzione da non potersi condannare da chi in un ramo qualsiasi della biologia abbia fatto degli studi speciali. Questa variabilità è bene accertata, quantunque le cause di essa siano in gran parte sconosciute. Taluno, come il Lamarck, dà grande peso alle cause esterne di clima, di vitto, ecc., come ancora alle abitudini; altri, auspice il Darwin, alle condizioni biologiche, ossia ai rapporti, molte volte assai [246] complessi, che esistono fra gli organismi che abitano in un medesimo distretto; altri ancora, come ha fatto recentemente il Kleinenberg[510], alle intime modalità embriologiche: ed infatti queste ed altre cause possono determinare la variabilità delle specie, sebbene, in ultima analisi, mi sembri necessario di dare il maggior peso alle cause esterne che generano le altre come cause secondarie. Non vi è organo, per quanto in apparenza insignificante, che non presenti delle variazioni; basta, a modo di esempio, consultare i lavori del dott. E. Adolph[511] sulle ali degli imenotteri e dei ditteri per averne una prova recente, se mai ne facesse d’uopo.
La variabilità delle specie è un fatto indiscutibile; ma alcuni autori vanno più oltre e ammettono che gli organismi possiedano una tendenza intima e speciale alla variazione, concetto che il Darwin non volle accettare. È vero che non ci si sente soddisfatti nell’abbandono della variabilità e conseguentemente del progresso degli esseri viventi al puro e semplice caso; ma d’altra parte non si saprebbe dire, d’onde potesse venire e come svilupparsi una tendenza particolare ed indipendente alle variazioni. Queste appariscono nondimeno con tale frequenza e con tanta spontaneità, come se fossero prodotte da una legge naturale peculiare, perchè gli organismi, prescindendo dagli inferiori nei quali la variabilità è minima, sono assai complicati e non nascono nè crescono mai in condizioni di vita perfettamente eguali. Di più, quando queste condizioni rimangono inalterate in una determinata regione, le variazioni che sorgono non possono apportare grande vantaggio, anzi potranno essere perfino superflue, quando domina il principio dell’adattamento conservativo. Se invece le condizioni di vita mutano in un dato distretto, questo mutamento sarà rimedio a sè stesso, agendo da causa produttrice di variazioni e quindi da fautore di adattamento degli organismi alle nuove condizioni vitali.
È anche presunto, che i caratteri sieno ereditari; ed è un canone dei più importanti della biologia, che il mondo organico è tale quale oggi lo osserviamo, per l’azione antagonista della variabilità della specie e della ereditarietà dei caratteri. Quest’ultima non ha incontrato opposizione; soltanto il Weismann ha negato in un libro recente la trasmissione dai genitori ai figli dei caratteri acquisiti. Ma l’opinione di questo autore è soggetta a molte obbiezioni e non credo che oggi possa essere accettata dagli evoluzionisti.
Le ricerche e le osservazioni fatte intorno alla ereditarietà hanno condotto a stabilire alcuni modi della esplicazione di essa, e si è perfino tentato di esprimere la sua azione con formole matematiche. Gli studi si sono mostrati particolarmente fecondi in quella parte che riguarda l’atavismo, col mezzo del quale siamo posti in grado di spiegare, almeno in maniera generica, tutte quelle anomalie che non sono prodotte dall’opera diretta di cause meccaniche. Queste anomalie sogliono rappresentare lo stato normale di animali [247] inferiori e possono quindi spiegarsi come fenomeni di riversione, ossia di ritorno ai caratteri degli avi più o meno remoti. La teoria della creazione deve invece ritenerle semplici giuochi della natura, precisamente come un tempo considerava i fossili effetti del caso, imitazioni senza significato veruno. Quei tempi sono passati e sembrano prossimi anche quelli, nei quali nessuno oserà affermare, che le anomalie si producano a caso.
Ma le leggi della ereditarietà dei caratteri spiegano un altro fenomeno che finora era incompreso, quello dello sviluppo. Il perchè dello sviluppo diretto, della metamorfosi e della metagenesi era un’incognita, prima che l’evoluzionismo ne rivelasse le ragioni e le esprimesse nella formola che l’ontogenesi è una filogenesi abbreviata e più o meno modificata dall’elezione naturale, la quale estende i suoi effetti non soltanto alle forme perfette, ma eziandio alle giovanili ed embrionali e perfino alle uova.
Questo nuovo indirizzo non fu senza influenza sulla Zoologia sistematica; infatti la teoria della Gastrula di Haeckel deve condurre almeno a separare i Protozoi agastrulati dai gastrulati, i quali ultimi dagli autori più recenti sono ascritti ai Celenterati. Se questa classificazione sia buona o meno, non importa qui di discutere; certo si è che la teoria della Gastrula è una delle più belle scoperte dell’Haeckel, che che ne dica il Kleinenberg, la cui critica (Entstehung des Annelids, p. 2) non sembra nè sobria, nè imparziale.
La teoria darwiniana ha mosso i naturalisti alla ricerca delle forme intermedie fra gli organismi viventi e fra i fossili, e queste forme non tardarono di rispondere all’appello. Per parlare dei soli vertebrati viventi, l’ornitorinco unisce i mammiferi agli uccelli, la lepidosirena gli anfibi ai pesci, e molti altri esempi potrebbero citarsi. Quanto alle forme intermediarie fossili, nessun paleontologo ignora i lavori del Gaudry, questi ed altri splendidamente riassunti dal Gasco nella sua prelezione letta all’Università di Roma nell’autunno 1886.
Per raccogliere sotto un unico punto di vista tutti i molteplici fenomeni, che si riferiscono alla ereditarietà dei caratteri, sono sorte molte teorie, a cominciare dalla pangenesi del Darwin, alle altre più o meno affini di Haeckel, di mad. Royer, di Nägeli, di Weismann, ecc.; ma tutte hanno incontrato serie obbiezioni, e, sebbene ingegnose, possono dirsi piuttosto parti di menti filosofiche che ipotesi basate su argomenti positivi.
Coll’argomento della ereditarietà si collega strettamente quello dei caratteri rudimentali, i quali dimostrano e gli effetti del non-uso e la tenacità, colla quale i caratteri sono trasmessi durante numerose generazioni.
Il Kleinenberg fa le maraviglie che alcuni organi rudimentali si ripresentino costantemente tanto nell’uomo, come in altri animali, mentre pure l’elezione naturale ha agito durante un tempo sì lungo che poteva essere sufficiente per eliminarli del tutto. Ma è necessario considerare, che l’elezione naturale ha scartato certamente, nella serie genealogica di ciascuna specie, molti caratteri rudimentali, dei quali non abbiamo avuto sempre contezza; così essa ha soppresso nel cavallo odierno le due dita laterali che erano poco sviluppate nell’Hipparion: e d’altra parte, lo stesso Kleinenberg ha fatto giustamente osservare, che un organo, che è rudimentale in una [248] forma adulta, può avere una grande importanza embriologica, ciò che ritarderebbe la sua soppressione nell’organismo maturo.
Contro la teoria del Darwin sono state fatte innumerevoli obbiezioni, ma non credo che alcuna abbia potuto atterrarne il principio fondamentale. Molti autori non ammettono che le variazioni ed il conseguente progresso della natura organica siano effetti casuali o dell’accidente, obbiezione, sulla quale ha insistito anche recentemente il Simoncelli in un libro (L’uomo ed il bruto. Verona-Padova 1881) che si allontana assai dall’indirizzo attuale delle scienze positive; ma tutti sanno che il caso altro non è che una parola destinata a coprire la nostra ignoranza. Ciò che noi neghiamo è l’esistenza di una legge speciale, insita negli organismi, che determini e regoli le variazioni; ma non escludiamo che queste avvengano quali effetti necessari di cause che agiscono nella natura. Se oggi piove, possiamo attribuirlo al caso, perchè la meteorologia, nonostante le molte tabelle che pubblica giornalmente, non è sempre in grado di predire il tempo che farà; eppure tutti sono persuasi, che le vicende atmosferiche sono effetti necessari di una moltitudine di cause terrestri e cosmiche, strettamente fra loro collegate, che in ogni caso concreto non possiamo indicare nemmeno in via approssimativa. Alcunchè di simile avviene nella variabilità, a produrre la quale contribuiscono diverse cause molto complesse. Non ultima si è la grande complicazione degli organismi superiori e la reciproca dipendenza delle loro parti, da che segue che una variazione manifestatasi in un organo ne trae seco delle altre in organi correlativi e può così, per quanto sia leggera, dar luogo ad effetti inaspettati. Lo stato dei genitori è quasi sempre diverso ad ogni generazione, sulla quale non possono essere senza influenza l’età, lo stato fisico e lo stato morale del padre e della madre. Negli animali ermafroditi, e fra gli unisessuali nei multipari, avranno una certa importanza la posizione dell’uovo negli ovari o loro dipendenze ed il momento della sua fecondazione; nel caso di fecondazione esterna, non sarà indifferente, dove e quando essa sarà avvenuta. Nè devonsi trascurare le cause più generali, le quali compariscono bensì lentamente, ma producono nel corso dei millennii degli effetti grandiosi, tanto da cambiar completamente l’aspetto delle faune e delle flore, perchè il mutamento delle condizioni esterne, cioè di clima, di pressione atmosferica, di stato igrometrico dell’aria, di salsedine delle acque, ecc., non può non avere, traverso ai genitori, un’influenza sui nuovi esseri che vengono generati. In tale guisa, la variabilità degli organismi cessa di essere casuale o fatale, sebbene nella singolarità dei casi torni difficile od anche impossibile di spiegarla in maniera soddisfacente.
Si obbiettò che non si conoscono le forme intermediarie o di passaggio che richiede la teoria; ma ho già detto più sopra, che delle forme di passaggio ne conoscono tanto la zoologia che la paleontologia, e che se ne scopriranno certamente delle altre in seguito ai progressi di queste scienze. Si disse che ammessa per vera la teoria darwiniana, le forme della vita dovrebbero costituire un caos inestricabile; ma come l’elezione artificiale tende a produrre razze distinte, perchè gli allevatori amano le forme estreme, così [249] l’elezione naturale non accorda lunga durata alle forme intermediarie, perchè fra esseri molto affini la lotta per la vita è più accanita che tra organismi di struttura e di abitudini diverse, da che scaturiscono la divergenza dei caratteri e la mancanza del caos predetto. Si è anche asserito, che il tempo passato è insufficiente per spiegare l’apparsa di organi così perfetti, come ad es. lo è l’occhio umano, mediante l’elezione naturale; ma la geologia ha dimostrato che dall’alba della vita ad oggi sono passati molti milioni di anni: d’altra parte se si fa risalire l’origine della vita a 6000 anni, ammettendo la creazione, questo lasso di tempo apparisce eccessivo, perchè un creatore onnipotente deve fare le sue cose perfette e durature di primo acchito, senza bisogno di tempo veruno. Se vi fosse stata una creazione per opera di un ente supremo, il mondo dei viventi sarebbe apparso in un solo attimo e dotato di assoluta perfezione, e quindi imperfettibile.
Molte altre obbiezioni sono state mosse contro l’evoluzionismo, ma esso resiste da quasi quarant’anni agli attacchi più violenti dei suoi avversari. Fra le altre cose, esso ha il merito di sostenere concetti netti, chiari, accessibili ad ogni persona colta.
Vedasi invece quello che dicono gli avversari. A caso mi capita sotto gli occhi un libro di Zecchini, pubblicato nel 1884, dove leggo questo passo: «Si disse: Dio non potè creare la materia, perchè ex nihilo nihil fit; e noi rispondemmo: Egli non l’ha creata dal nulla, poichè la fece emergere da se stesso...... Dov’è Dio si chiedeva? Al centro, all’intorno dell’universo, ovverossia penetra in ogni senso e parte la materia? E la nostra risposta fu: Ei risiede dalla eternità nell’infinito». Tre incognite in una sola equazione. Mi sembra che con queste parole, vuote di senso, non si faccia punto progredire la scienza.
L’antichità dell’uomo è stata molto discussa, ma non credo che arriveremo sì tosto ad una conclusione attendibile, perchè le specie sorgono come le razze domestiche, a poco a poco, lentamente, così che torna quasi impossibile di stabilire il momento della loro apparsa. Nondimeno si sono fatti dei tentativi per esprimere con cifre quell’antichità, e fra i diversi cito il seguente di Mortillet, pubblicato nel 1883. Se si suddivide l’epoca quaternaria in 100 unità, se ne possono attribuire
| al Chelleano | 35 |
| al Mousteriano | 45 |
| al Solutreano | 5 |
| al Magdaleniano | 15 |
| 100 |
Sapendosi che il Mousteriano ha durato 100,000 anni ne segue che dobbiamo attribuire in proporzione
| al Chelleano, anni | 78,000 |
| al Mousteriano, come si disse | 100,000 |
| al Solutreano | 11,000 |
| al Magdaleniano | 33,000 |
| 222,000 |
[250]
Aggiungendovi 6000 anni dei tempi storici ed alcune migliaia di anni trascorsi fra i tempi geologici e quelli della civiltà egiziana, arriviamo a stabilire, in cifra approssimativa e rotonda, un’antichità di 230,000 a 240,000 anni.
Quali caratteri avesse l’uomo prima di costituire l’attuale specie, non siamo in grado di dire con sicurezza; ciò che l’evoluzionismo afferma, si è che l’uomo non fa un’eccezione nella natura, ossia ch’egli pure si è sviluppato nel corso dei secoli ed ha dietro di sè una lunga serie di avi, ai caratteri dei quali talora ritorna colle sue anomalie ed in maniera costante e regolare, sebbene non sempre manifesta, nella sua ontogenesi.
[251]
| CAPITOLO I. Delle specie in generale. |
|
| Concetto della specie. — Estensione del concetto della specie in seguito alle recenti scoperte. — La specie non ha limiti precisi. — Idee del Vanini e del Lamarck sull’origine delle specie | pag. 1 |
| CAPITOLO II. Lotta per l’esistenza e conseguente elezione naturale. |
|
| Rapida riproduzione degli organismi. — Lotta per l’esistenza. — Le armi nella lotta per l’esistenza. — Somiglianze protettive. — I fiori ed i loro pronubi. — Alleanze. — Elezione naturale | 15 |
| CAPITOLO III. Ereditarietà dei caratteri. |
|
| Dell’ereditarietà in generale. — Leggi che la governano. — Atavismo. — Sviluppo | 43 |
| CAPITOLO IV. Elezione sessuale. |
|
| Caratteri sessuali secondari dei mammiferi, degli uccelli, dei rettili, degli anfibi, dei pesci, degli insetti, dei miriapodi, degli aracnidi e dei crostacei. — Considerazioni generali. — Discussione delle obbiezioni del Mantegazza all’elezione sessuale. — Supposti apparati di violenza. — Colori brillanti | 67 |
| CAPITOLO V. Elezione artificiale. |
|
| Lo studio delle forme domestiche agevola quello delle selvaggie. — Mammiferi domestici: cane, gatto, cavallo, asino, porco, bue, montone, coniglio. — Uccelli domestici: piccione, gallo, anitra, oca, pavone, tacchino, gallina faraona, canarino. — Pesce dorato. — Insetti: ape, bombice del gelso. — Piante coltivate. — Effetti della domesticità | 99 |
| [252] | |
| CAPITOLO VI. Esame di alcune obbiezioni contro l’elezione naturale. |
|
| Forme intermediarie. — Il caos nelle forme di vita; divergenza dei caratteri. — L’isolamento. — Obbiezioni del Kölliker. — Le specie morfologiche. — La sterilità degli ibridi. — Insufficienza del tempo trascorso | 123 |
| CAPITOLO VII. Leggi della variazione. |
|
| Considerazioni generali. — Correlazione delle parti. — Uso e non-uso degli organi; organi rudimentali | 149 |
| CAPITOLO VIII. Origine della specie umana. |
|
| Caratteri anatomici dell’uomo. — La favella. — Caratteri intellettuali dell’uomo e degli animali. — I sentimenti e la loro espressione. — La moralità. — La religiosità | 159 |
| CAPITOLO IX. Continuazione — Posizione sistematica della specie umana. |
|
| Caratteri zoologici dell’uomo. — Valore dei caratteri predetti | 195 |
| CAPITOLO X. Continuazione — Prove di fatto della origine animale dell’uomo. |
|
| Caratteri rudimentali. — Caratteri anormali. — Avanzi umani antichi. — Caratteri embriologici. — Sviluppo estrauterino. — Considerazioni finali intorno all’origine dell’uomo. — Riassunto generale | 211 |
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1. Beiträge zur österr. Grottenfauna, Sitzungsber, der K. Akad. der Wissensch. in Wien, vol. XXVI, 1857, p. 313.
2. Vedi la bibliografia su quest’argomento nell’opuscolo di Ermanno Nathusius, Ueber die sogenannten Leporiden. Berlin 1876.
3. Vedi su questo argomento l’opera del dottore Augusto Weismann, Studien zur Descendenztheorie. Leipzig 1876, p. 220 e seg.
4. Vedi il mio Prospetto dell’Acarofauna italiana, p. 213. Padova 1836.
5. Boll. dell’Ass. dei Naturalisti e Medici, gennaio 1870, p. 14.
6. Ulteriori dettagli in proposito, vedi nel mio Manuale d’Apicoltura razionale. Padova 1873, ediz. maggiore, pp. 29, 30.
7. Su quest’argomento vedi anche uno scritto del dott. Ferd. Fabbretti, Polimorfismo negli animali. Perugia 1869.
8. Origine delle specie, traduzione Canestrini, 2ª ediz., p. 52.
9. Vedi Meneghini, Monographie des fossiles appartenant au calcaire rouge ammonitique de Lombardie. — Foresti, Catalogo dei Molluschi fossili pliocenici delle colline bolognesi. Bologna 1874, tra le Memorie dell’Accad. delle Scienze, serie III, vol. IV. — Bonizzi, Sulle varietà della specie Gasterosteus aculeatus, nell’Archivio zoologico, serie II, volume I, 1869. — Canestrini, Prospetto critico dei Pesci d’acqua dolce, nell’Archivio predetto, serie I, vol. IV, fascicolo 1º, Modena 1866.
10. Araneidi italiani, negli Atti della Società italiana di scienze naturali, vol. XI, fasc. 1868, estr. p. 106.
11. Le variazioni del colombo domestico, studiate nelle razze dei colombi di Modena (Atti della Società Veneto-Trentina di scienze naturali, vol. II, 2, 1873).
12. Darwin, Variazione, I, fig. 19, 20 e 23.
13. Vedi numerosi dettagli in proposito in Darwin, Variazione, cap. V.
14. Dr G. Jaeger, In Sachen Darwin’s insbesondere contra Wigand. Stuttgart 1874, p. 5.
15. Dr Georg Seidlitz, Die Darwin’sche Theorie. Leipzig 1875, p. 215. — Origine delle specie, trad. ital., 2ª ediz., 1875, Note, p. 447.
16. Vedi Origine delle specie, trad. ital., 2ª ediz., p. 414.
17. Rassegna settimanale, 20 giugno 1880.
18. Rivista di Filosofia scientifica, vol. IV, n. 4, 1885.
19. Le citazioni si riferiscono alla recante edizione fatta per cura di Charles Martins. Paris 1873.
20. Phil. Zool., I, p. 255.
21. L. cit., p. 250.
22. L. cit., p. 242.
23. L. cit., p. 241.
24. Lyell, Principles of Geology. London.
25. Intorno alle idee del Lamarck, vedi un articolo di Giacomo Cattaneo nella Rivista di Filosofia scientifica, ser. 2ª, vol. V, febbraio 1886.
26. Traduzione italiana, 2ª edizione, pp. 65-68.
27. Malthus, Essay on the Principle of Population. London 1806. — Questo principio della rapida riproduzione degli esseri era già intravveduto dal grande filosofo alemanno Herder. Vedi F. von Barenbach, Herder, als Vorgänger Darwin’s und der modernen Naturphilosophie. Berlin 1877, pp. 33, 34.
28. Dr G. Seidlitz, Die Darwin’sche Theorie. Leipzig 1875, p. 121.
29. Dr G. Seidlitz, l. c., p. 121.
30. Dott. R. A. Philippi, Ueber die Veränderungen, welche der Mensch in der Fauna Chile’s bewirkt hat. Festschrift des Vereines für Naturkunde zu Cassel, pag. 7. Cassel 1886.
31. Philippi, l. c., pag. 14. Cassel 1886.
32. Vedi J. Ludbock, I tempi preistorici e l’origine dell’incivilimento, versione italiana. Torino 1875, p. 701.
33. Arnold Dodel, Die Neuere Schöpfungsgeschichte. Leipzig 1875, p. 106.
34. A. Dodel, l. c., p. 104.
35. L. cit., p. 102.
36. Vedi il mio Compendio di Zoologia ed Anat. comp. Milano 1869-71, parte III, p. 92.
37. Pag. 70 e seg.
38. Darwin, Origine delle specie, pag. 73. Altri interessanti reciproci rapporti sono descritti nell’opera dello stesso autore Sulla fecondazione delle Orchidee inglesi ed esotiche per mezzo degli insetti.
39. Note entomologiche, nell’Archivio per la Zoologia, ecc., vol. IV. Modena 1866, p. 189.
40. Di un fatto analogo parla il Ghiliani, negli Annali della regia Accademia d’Agricoltura di Torino, vol. XVI, 1873.
41. Vedi la nota del Rondani, nel Bollettino del Comizio Agrario Parmense del 9 dicembre 1868, numero 6.
42. Vedi un mio articolo nella Rassegna di Agricoltura, Industria e Commercio, anno III. Padova, febbraio 1875.
43. Seidlitz, Die Darwin’sche Theorie, 1875, p. 123, nota.
44. A. Jackel, Ueber die Vertilgung der Feldmäuse, Abhandl. der Naturh. Gesellschaft zu Nürnberg, I vol., 1858, p. 314.
45. Darwin, Origine delle specie, trad. ital., p. 65.
46. Origine delle specie, p. 65.
47. Altrettanto avviene nelle giovani piante. Vedi Dodel, Neuere Schöpfungsgeschichte, p. 111.
48. In Sachen Darwins’s, p. 70.
49. Nuova Antologia, vol. VIII, luglio 1868, p. 488.
50. Origine delle specie, p. 74.
51. Origine delle specie, p. 96.
52. Vedi Fauna d’Italia, parte III. Pesci. Milano, presso il dott. F. Vallardi, p. 53.
53. L’opera del Darwin sulle piante carnivore ha indotto i naturalisti a molte ricerche, ed ha suscitato vive discussioni. Lo stato della questione è esposto in sunto dal dottor A. Magnin, nel Bulletin de la Société d’études scientifiques de Lyon, num. 2, 1877, p. 35 e seg. Vedi un articolo critico sulle piante carnivore di J. Poisson, in La Nature, 14 aprile 1877, num. 202, p. 308 e seg.
54. Vedi su quest’argomento George John Romanes, Mental evolution in animals, p. 303. London 1883.
55. Vedi Rivista di filosofia scientifica, anno IV, fascicolo 5º, 5 ottobre 1885.
56. Atti del regio Istituto Veneto di scienze, lettere ed arti, serie V, vol. III, 1877.
57. Vedi una mia nota, in Darwin, Origine delle specie, nota XXVI (traduz. ital., 2ª ediz.), p. 446. Inoltre, Pavesi, Note araneologiche, negli Atti Soc. ital. di scienze nat., vol. XVIII, estr., p. 57 e seg.
58. Vedi Seidlitz, Beiträge zur Descendenz-Theorie. Leipzig 1876, p. 7.
59. Froriep’s Neue Notizen, vol. VI, p. 6. — Seidlitz, l. c., p. 13.
60. Seidlitz, l. c., p. 26.
61. Vedi la memoria del Kunz in Naumannia (i, pag. 51); e Seidlitz, Die Darwin’sche Theorie, pp. 263, 264.
62. Vedi Spengel, Fortschritte des Darwinismus, 1873, p. 71.
63. Weismann, Studien sur Descendenz-Theorie, 1876, p. 77.
64. South Africa. Vedi Houzeau, Études sur les Facultés mentales des animaux. Mons 1872, pag. 121.
65. Capitolo XIV, p. 381.
66. Pavesi, l. c., estr., p. 65.
67. Die Darwin’sche Theorie, p. 168.
68. Su questo argomento si consultino i lavori di Bates, in Trans. Linn. Soc., XXIII, 1861; di Trimen, in Trans. Linn. Soc., 1868; di Wallace, nelle Contributions to the Theory of Natural Selection. London 1870; di Morse, in Proc. Boston Soc. Nat. Hist., XIV, 1871; di Hagen, in American Nat., 1872; di Mendola, in Proc. Zool. Soc. London 1873; di Reuter, in Mittheil. Schweiz. Entomol. Gesellschaft, IV, 1874. Si consulti inoltre l’opera del dott. Pietro De Vescovi, Somiglianza protettiva negli animali. Roma, Ermanno Loescher, 1883.
69. Darwin, The Effects of Cross and Self Fertilisation in the veget. Kingdom. London 1876.
70. Dr Hermann Mueller, Die Befruchtung der Blumen durch Insekten. Leipzig 1873.
71. Nota XIV, p. 453 e seg. Vedi anche la Rassegna di Agricoltura, Industria e Commercio. Padova 1873.
72. Delpino, nel Bullettino della Società entomologica italiana, anno secondo, trimestre III, 1870, p. 231, nota.
73. Delpino, nel Bullettino della Società entomologica italiana, anno quarto, 1872, ed anno settimo, 1875.
74. Bullettino suddetto, anno settimo, trimestre I, p. 64.
75. Bullettino suddetto, anno settimo, trimestre I, p. 63.
76. Vedi Bullettino suddetto, anno settimo, trim. II, 1875, p. 69 e seg.
77. Bullettino suddetto, p. 86.
78. Vedi un breve articolo di Riccardo Canestrini nell’Agricoltore di Trento, anno IX, n. 3, marzo 1880.
79. Origine delle specie, p. 79.
80. L. c., p. 79.
81. Vedi un’osservazione critica in Seidlitz, Beiträge sur Descendenz-Theorie. Leipzig 1876, p. 124, nota.
82. Pag. 27 e 28.
83. Vedi la traduzione italiana sulla seconda edizione inglese. Torino 1876, capitoli XII a XIV.
84. Descendenzlehre und Darwinismus. Leipzig 1873, p. 153.
85. Philosoph. Mag., vol. IV, 1799, p. 5, citato dal Darwin.
86. Vedi un sunto in Darwin, Variazione degli animali e delle piante, p. 393.
87. Natürliche Schöpfungsgeschichte. Berlin 1870, p. 192.
88. Un fatto analogo è citato dal Perty (Anthropologie, vol. I, p. 216). Certo Giov. Goffredo Rheinhardt, al principio di questo secolo, ebbe la pelle spinosa, e trasmise quest’anomalia ai suoi 6 figli.
89. Max. Perty, Anthropologie. Leipzig e Heidelberg 1874, vol. I, p. 216.
90. Portal, e Huxley, citati da Houzeau, Etudes sur les Facultés mentales des animaux. Mons 1872, vol. ii, p. 404.
91. Atti del R. Istituto Veneto di scienze, lettere ed arti, serie III, tom. XV, p. 1920.
92. Variazione, p. 385.
93. Citato dal Darwin, Variazione, p. 385.
94. Variazione, p. 378.
95. Vedi Darwin, Variazione, p. 379. — Houzeau, Etudes sur les Facultés mentales, vol. II, p. 415 e seg.
96. Variazione, p. 380 e seg.
97. Perty, Anthropologie, p. 117.
98. Vedi Vignoli, Eredità dell’indole morale. Rivista di filosofia scientifica, II, fasc. 4. Milano 1883.
99. Fr. Falco, L’eredità dell’ingegno. Lucca 1882.
100. Darwin, Variazione, pp. 391 e 392.
101. Atti del regio Istituto Veneto di scienze, lettere ed arti, serie III, tom. XV.
102. Nota XXIX, p. 409.
103. Darwin, Variazione, p. 391.
104. Natürliche Schöpfungsgeschichte, p. 195.
105. Atti della Società italiana di scienze naturali, vol. VIII, p. 518.
106. Sulle forme peloriche della Linaria, vedi C. Massalongo: Di due anomalie osservate nel fiore della Linaria vulgaris, negli Atti della Soc. ital. di scienze naturali, vol. XVIII, 1875. Questo soggetto fu trattato nel 1846 dal prof. A. Cocco. Vedi il giornale Gabinetto letterario di Messina, febbraio 1846, fasc. 41.
107. Archivio per l’Antropologia e la Etnologia, vol. I, 1871, pp. 322, 323.
108. Archivio per l’Antropologia e la Etnologia, vol. III, 1873, p. 166-194.
109. Archivio sudd., vol. III, 1873, p. 195-197.
110. Vedi il mio Compendio di Zoologia ed Anat. comp., parte III, Milano 1871, pp. 150, 151; e I. Schmarda, Zoologie. Wien 1871, vol. I, p. 225.
111. O. Schmidt, Descendenzlehre und Darwinismus. Leipzig 1873, p. 51.
112. Vedi Atti della Società italiana di scienze naturali, vol. XXIX. Milano 1880. Vedi anche Maria Sacchi, Morfologia delle ghiandole intestinali nei vertebrati. Bollettino scientifico, num. 2. Pavia 1886.
113. Maria Sacchi, Contribuzioni all’istologia ed embriologia dell’apparecchio digerente dei batraci e dei rettili. Atti della Società italiana di scienze naturali, vol. XXIX. Milano 1886.
114. Om Skjaevheden hos Flyndern, ecc. Kjöbenhavn 1864. — Vedi anche Dr. I. Steiner, Functioneller Beweis für die Richtigkeit der morph. Ansicht über die Entstehung des assym. Baues der Pleuronectiden. Festschrift zur Feier des 50 jährigen Bestandes der Ruperto-Carola, pag. 125. Heidelberg 1886.
115. Archivio per la Zoologia, l’Anatomia e la Fisiologia, serie I, vol. I, p. 45.
116. Raphael Blanchard, Remarques sur la classification des Batraciens anoures. Bulletin de la Société Zool. de France, 1885, année X, num. 4-6, pag. 586.
117. Vedi la figura in Oscar Schmidt, Descendenzlehre und Darwinismus. Leipzig 1873, p. 191; oppure in Emery, Corso di Zoologia sistematica, p. 102. Torino 1884.
118. L’Uomo nella natura, trad. ital. di P. Marchi. Milano 1869, p. 88.
119. John Lubbock, I tempi preistorici e l’origine dell’incivilimento. Versione italiana. Torino 1875, p. 728.
120. Haeckel, Anthropogenie — Entwicklungsgeschichte des Menschen. Leipzig 1874, pp. 157 e 323.
121. Anthropogenie, p. 325.
122. Mém. de l’Acad. de S. Petersburg, serie VII, tom. X e XI, 1867, 1868.
123. Stammverwandschaft zwischen Ascidien und Wirbelthieren, Archiv für mikroskop. Anat., 1870, vol. VI, p. 115 e seg.
124. Untersuchungen über den Bau und die Entwickelung des Cellulose-Mantels der Tunicaten.
125. Beiträge zur Kenntniss des Baues der Ascidien. Jenaische Zeitschrift für Naturw., 1873, vol. VII.
126. Si consulti in proposito anche O. Schmidt, Descendenzlehre und Darwinismus, p. 232, e seg.; Haeckel, Anthropogenie, p. 319 e seg., tav. VII e VIII.
127. Hugo Spitzer, Beiträge zur Descendenzlehre, Leipzig, 1886.
128. Variazione, trad. ital., p. 687 e seg.
129. Variazione, trad. ital., 1876, p. 725.
130. G. Buccola, La dottrina dell’eredità e i fenomeni psicologici. Palermo 1879, p. 73 e seg.
131. Rev. d’Anthropol., vol. VI, 1877, p. 443.
132. Archivio per l’Antropologia e la Etnologia, vol. VIII, 1878, pag. 165.
133. Vedi August Weismann, Ueber die Vererbung, p. 13. Iena 1883.
134. Vedi Rivista di filosofia scientifica, serie II, vol. V, p. 309. Maggio 1886.
135. Revue d’Anthropol., vol. VI, 1877, num. 3 e 4.
136. Vedi Archivio di Antropol., ecc. 1878, p. 166.
137. Vedi Gesammelte populäre Vorträge, 2 Heft, Bonn 1879, p. 74.
138. Gesammelte populäre Vorträge. Zweites Heft, Bonn 1879, p. 74.
139. Weismann, Ueber die Vererbung. Jena 1883. — Ueber Leben und Tod. Jena 1884.
140. Vedi in proposito anche Hugo Spitzer, Beiträge zur Descendenzlehre und zur Methodologie der Naturwissenschaft. Leipzig 1886. Inoltre Wilhelm Roux, in Gött. gel. Anz., 1886, num. 20, pag. 806.
141. Weismann, l. c., p. 50. Jena 1883.
142. L. c., p. 11.
143. Il Roux, che è un ammiratore del Weismann, si tiene in riserva intorno a questo argomento, e si limita a fare voti, perchè il soggetto sia studiato a fondo in qualche grande istituto fisiologico. Vedi Gött. gel. Anz. 1886, num. 20, pag. 811.
144. Vedi C. von Nägeli, Mechanisch-physiologische Theorie der Abstammungslehre. München 1884. Vedi anche Arnold Dodel-Port, Biologische Fragmente. Cassel 1885. Inoltre Cattaneo, Progressi della teoria dell’evoluzione. Catania 1886.
145. Vedi F. Balfour, Handbuch der vergl. Embryologie, trad. Vetter, I, p. 76. Jena 1880.
146. Traduzione italiana del prof. M. Lessona, pubblicata dall’Unione Tipografico-Editrice Torinese, 1872.
147. Darwin, Origine dell’Uomo, ecc., pp. 500, 501.
148. Ueber eine merkwürdige Eigenschaft der Clitoris von Mus musculus, Verhandl. der k. k. zool. bot. Gesellschaft in Wien, 1859, p. 75 e seg.
149. Vedi degli esempi in Darwin, Origine dell’Uomo, ecc., p. 498.
150. Rendiconti dell’Accad. delle scienze di Napoli, XXV, fasc. 5, p. 84. Napoli 1886.
151. De Betta, Le cavallette e lo storno roseo, negli Atti del regio Istituto Veneto di scienze, lettere ed arti, 1875, serie V, vol. II, pag. estr. 16.
152. Darwin, Origine dell’Uomo, ecc., p. 333.
153. Fauna d’Italia. Rettili ed anfibi per Ed. De Betta, fasc. 256, disp. 5, p. 34 e seg.
154. Herpetologia europea. Braunschwig 1875, p. 179.
155. Origine dell’Uomo, ecc., p. 324.
156. Herpetologia europæa, p. 329.
157. Darwin, Origine dell’Uomo, ecc., pp. 326, 327.
158. De Betta, Rettili ed anfibi, l. c., p. 63.
159. Darwin, Origine dell’Uomo, ecc., p. 320.
160. Sulle differente sessuali degli urodeli, vedi De Betta, l. c., pp. 85, 88, 90.
161. Origine dell’Uomo, ecc., p. 303 e seg.
162. Vedi la mia Memoria: Sopra alcuni pesci poco noti o nuovi del Mediterraneo. Memorie della regia Accademia delle scienze di Torino, serie II, tom. XXI.
163. Darwin, Origine dell’Uomo, ecc., p. 306.
164. Vedi la mia Memoria: Sui Labroidi, nell’Annuario della Società dei Naturalisti di Modena, 1808, anno III, p. estr. 11.
165. Sopra alcuni pesci dell’Australia, nell’Archivio per la Zoologia, ecc., 1869, serie II, vol. I.
166. Origine dell’Uomo, ecc., p. 311.
167. Vedi la mia Nota, corredata di figure, negli Atti della Società Veneto-Trentina di scienze naturali. Padova 1872, vol. I, fasc. 2º. Intorno a questo argomento scrissero anche Ekström nel 1835, Siebold nel 1863 e Fatio nel 1875.
168. Archives des Sciences de la Bibliothèque universelle, janvier 1875. Vedi anche Warnimont, in Annales de la Société des Sciences nat. du Luxembourg, 1867, p. 242.
169. Vedi la mia Nota: Ueber das Männchen von Cobitis taenia, Zeitschrift für wissenschaftl. Zoologie von Siebold und Kölliker, 1871; e Rivista scientifico-industriale di Guido Vimercati, giugno, 1871.
170. Note zoologiche. Atti del R. Istituto Veneto di scienze, lettere ed arti, serie III, vol. XVI.
171. Atti della Società Veneto-Trentina di scienze naturali. Padova 1874, vol. III, p. 162.
172. Origine dell’Uomo, ecc., p. 310.
173. Vedi il mio Compendio di Zoologia ed Anatomia comp., parte I, p. 343.
174. Vedi il mio lavoro, Pesci d’Italia. Milano, presso il dott. Francesco Vallardi, pp. 25 e 26.
175. Vedi Archivio per la Zoologia, ecc. Modena 1866, vol. IV, p. 168.
176. Vedi Archivio sudd., 1861, vol. I, p. 152.
177. Vedi Archivio sudd., 1862, vol. ii, p. 108.
178. Origine dell’Uomo, ecc., p. 247 e seg.
179. Bates, citato dal Darwin, Origine dell’Uomo, ecc. p. 255.
180. Vedansi le figure di queste due specie in Koch, Die Myriapoden. Halle 1863, vol. I, tav. XXVI, fig. 51, 52.
181. P. Gervais, Ins. Apt., vol. IV, p. 19. Meinert, Danmarks Scolop. og. Lithobier, p. 258.
182. Studi critici sulla sistematica dei Chilognati. Atti del R. Istituto Veneto di scienze, lettera ed arti, ser. VI, tom. II, estr. p. 4. Venezia 1884.
183. Atti della Società Veneto-Trentina di scienze naturali. Padova 1873, vol. I, fasc. 3º.
184. Vedi le mie Osservazioni aracnologiche, negli Atti della Società Veneto-Trentina di scienze naturali, 1876, vol. III, fasc. 2º.
185. Vedi per maggiori dettagli il mio Prospetto dell’Acarofauna italiana, p. 241 e seg. Padova 1886.
186. Crustaceen des südl. Europa. Wien 1863, p. 11.
187. Darwin, Origine dell’Uomo, ecc., p. 239.
188. Archivio per l’Antropologia e la Etnologia, vol. I, 1871, p. 318 e seg.
189. Atti della Società Veneto-Trentina di scienze naturali. Padova 1872, vol. I, pag. 92 e seguenti.
190. Vedi Rivista scientifico-industriale del Vimercati, 1872, luglio, p. 190.
191. In Sachen Darwin’s contra Wigand, p. 126.
192. In Sachen Darwin’s, p. 127.
193. In Sachen Darwin’s, p. 133.
194. The Variation of Animals and Plants under Domestication. London 1875. — Le citazioni si riferiscono alla versione italiana. Torino, Unione Tipografico-Editrice, 1876.
195. In Sachen Darwin’s, p. 63-65. Ripeto qui in parte la mia VIIª nota all’Origine delle specie, versione italiana. Torino, Unione Tipografico-Editrice, 1875.
196. I progressi della teoria dell’evoluzione, p. 19. Catania 1886.
197. Darwin, Variazione, ecc., p. 30. Molte delle notizie sul cane sono tolte dal Brehm, Illustrirtes Thierleben. In questo capitolo mi sono valso delle note sugli animali domestici, inserite nel mio Compendio di Zoologia ed Anatomia comparata. Milano 1869, vol. I.
198. Vedi A. Ghiselli, Razze cavalline. Annuario della Società dei Naturalisti di Modena, vol. II, 1867. Inoltre C. Berti Pichat, Istituzioni scientifiche e tecniche di Agricoltura. Torino 1873, disp. 149, 150.
199. Berti Pichat, Istituzioni, ecc. Torino 1873, disp. 152, p. 1042.
200. Rifior. della Sardegna, II, p. 168.
201. Vedi la figura in Darwin, Variazione, ecc., p. 64.
202. Oggetti trovati nelle terramare del Modenese, IIª relazione, Annuario della Società dei Naturalisti di Modena, 1866.
203. Istituzioni, ecc. Torino 1871, disp. 144 e 145.
204. Citato dal Berti Pichat, Istituzioni, ecc., vol. VI, p. 1058.
205. Darwin, Variazione, p. 85.
206. Vedi la Relazione del Nuvoletti, Sulla pecora padovana, negli Atti del V Congresso degli allevatori di bestiame. Padova 1877, p. 69 e seg.
207. Variazione, cap. IV.
208. Darwin, Variazione, p. 179.
209. Darwin, Variazione, cap. V.
210. Per dettagli maggiori, vedi Darwin, Origine delle specie, p. 33 e seg.; Variazione, p. 159 e seg.
211. Vedi Bollettino del Naturalista. Siena 1885 e 1886.
212. Citato dal Berti Pichat, Istituzioni, p. 1209. In questa stessa opera sono contenute molte notizie sulle diverse razze dei galli.
213. Darwin, Variazione, p. 254.
214. Traduzione di F. Soave.
215. Vedi Robinet, citato dal Darwin, Variazione, p. 264 e seg.
216. Vedansi ampi dettagli in Darwin, Variazione, cap. IX e X.
217. Variazione, p. 316.
218. Variazione, p. 329.
219. Hommes fossiles et hommes sauvages, p. 445. Paris 1884.
220. Darwin, Variazione, p. 472 e seg.
221. Pallas, Acta Acad. St-Petersburg, 1780, parte II, p. 84, 100; Darwin, Variazione, p. 471.
222. Variazione, p. 471.
223. Traduzione italiana, p. 179 e seg.
224. Principles of Geology, 1868, vol. ii. Vedi anche A. Quadri, Note alla teoria darwiniana. Bologna 1869, pp. 169, 170.
225. I tempi preistorici e l’origine dell’incivilimento, Vers. ital., Torino 1875, p. 226.
226. Geologie der Gegenart, p. 198. Sulla ammoniti vedi i lavori di Waagen (1869), Zittel (1871), Neumayr (1871), e Wurtenberger (1873), citati da O. Schmidt, Descendenzlehre, 1873, pp. 292, 293.
227. Seidlitz, Die Darwin’sche Theorie, p. 213.
228. Vedi C. O. Marsh, Odontornites. Washington 1880: inoltre Fr. Gasco nella Rivista di filosofia scientifica, serie II, vol. V, p. 179. Milano 1886; e Influenza della biologia sul pensiero moderno, p. 33. Roma 1886.
229. Atti del R. Istituto Veneto di scienze, lettere ed arti, serie III, vol. XVI. Venezia 1871. Riporto il brano della memoria che qui ci interessa.
230. Sonst und Jetzt, Pop. Vorträge über Geologie. Tübingen 1861.
231. Handbuch der Anatomie der Wirbelthiere, trad. Ratzel. Breslau 1873, p. 145.
232. Guenther, in Archiv für Naturgeschichte, herausg. von Troschel, Jahrg. XXXVII, 1871; Huxley, Handbuch der Anat. der Wilberthiere, trad. Ratzel, 1873, p. 146.
233. Vedi il mio Prospetto dell’Acarofauna italiana, vol. I, p. 125, tav. V, fig. Iª. Padova 1885.
234. Vedi Prospetto dell’Acarofauna italiana, I, p. 125. Padova 1885.
235. Vedi Atti dell’Accademia Gioenia, serie iii, vol. XIX. Catania 1885. — Memorie della regia Accademia delle scienze di Torino, serie II, tom. XXXVII. Torino 1880. — Bullettino della Società entomologica italiana, anno XVIII, 1886.
236. Natürl. Schöpfungsgeschichte. Berlin 1870, p. 631.
237. Nuova Antologia, vol. VIII. Firenze 1868, p. 494.
238. La théorie darwinienne et la création dite indépendante. Bologna 1874, p. 276.
239. Origine delle specie, versione italiana, p. 272.
240. In Sachen Darwin’s, p. 146.
241. Cap. VIII, p. 220 e seg.
242. In Sachen Darwin’s, p. 80.
243. Ueber den Einfluss der geogr. Isolirung, ecc. Sitzungsb. der K. Akad. zu München, 1870.
244. Origine delle specie, p. 96.
245. Vedi anche Claus, Grandzüge der Zoologie, 2ª ediz. Marburg e Leipzig, 1872; Weismann, Einfluss der Isolirung auf die Artbildung. Leipzig 1872; Naegeli, Das gesellschaftl. Entstehen neuer Species, Sitzungsber. der K. Akad. der Wiss. Munchen 1873.
246. Sitzungsber. der K. Akad. der Wiss. in München, 1º febbraio 1873; vedi anche Dodel, Neuere Schöpfungsgeschichte, 1875, p. 337.
247. Die Darwin’sche Schöpfungstheorie. Zeitschrift für wissensch. Zool., vol. XIV, p. 174 a 186.
248. Nuova Antologia, VIII, 1868, p. 497.
249. Morphologie und Entwickelunsgeschichte des Pennatulidenstammes nebst allg. Bemerkungen zur Descendenzlehre. Frankfurt a. M. 1872.
250. On the Genesis of Species. London 1871.
251. Origine delle specie, versione italiana, p. 187 e seg.
252. N. Kleinenberg, Die Entstehung des Annelids, p. 222. Leipzig 1886.
253. Darwin, Origine delle specie, p. 195 e seg.
254. L’Origine dell’Uomo e la scelta in rapporto col sesso. Versione italiana, Torino, Unione Tipografico-Editrice, 1871, p. 114.
255. Die neuere Schöpfungsgeschichte. Leipzig 1885, p. 342.
256. Panceri, Caso di fecondità di una mula. Atti del Regio Istituto d’incoraggiamento. Napoli 1874.
257. Caso di fecondità di una mula, l. c., vedi tabella.
258. Ueber die sog. Leporiden. Berlin 1876.
259. Origine delle specie, cap. IX.
260. Vedi Sitzungsber. der Akad. der Wiss. in München, 1865; vedi inoltre Dodel, Neuere Schöpfungsgeschichte, 1875, p. 245 e seg.
261. Thuret, citato da Dodel, l. sudd., p. 248.
262. Natürliche Schöpfungsgeschichte, Berlin 1870, p. 132.
263. Darwin, Cross and Self-Fertilization of Plants. London 1876.
264. Tableaux synchronistique des terrains tertiaires, 4ª ediz. Zürich 1868-69.
265. In Sachen Darwin’s, pag. 202.
266. Parecchie altre obbiezioni contro la teoria dell’elezione naturale sono discusse dal dottore Seidlitz, Beiträge sur Descendenz-Theorie. Leipzig 1876. Alcune obbiezioni contro le vedute del Darwin e dei suoi seguaci sono state mosse recentemente da S. P. Zecchini nell’opera intitolata Dio, l’Universo e la fratellanza di tutti gli esseri nella creazione (Torino, 1884); ma l’autore non ha trattato la questione che incidentalmente ed in maniera superficiale, per cui possiamo dispensarci da un particolare esame degli argomenti de lui esposti contro la teoria dell’evoluzione, tanto più che l’egregio autore si è messo sopra una via, nella quale non possiamo seguirlo.
267. Origine delle specie, p. 97.
268. In Sachen Darwin’s, p. 15.
269. Beiträge sur Descendenz-Theorie, 1876, p. 77. Vedi anche Ausland, 1874, num. 14, 15.
270. Nuova Antologia, 1868, pag. 481.
271. Vedi una lunga discussione su questo argomento in Darwin, Variazione, p. 611 a seg.
272. Studien zur Descendenz-Theorie. Leipzig 1876, p. 322.
273. Etudes scorpiologiques, negli Atti della Società italiana di scienze naturali, vol. XIX, 1877, p. 91.
274. Studien zur Descendenz-Theorie, p. 285.
275. Variazione, p. 597.
276. Die Darwin’sche Theorie, 1875, p. 92 e seg.
277. Studien zur Descendenz-Theorie, 1876, p. 304 e seg.
278. Darwin, Variazione, p. 594.
279. Vedi la mia nota Iª, nell’Appendice all’Origine delle specie del Darwin, p. 441.
280. Vedi Darwin, Variazione, cap. XXV.
281. Darwin, Variazione, cap. XXV.
282. Vedi Darwin, Variazione, cap. XXV; e Dodel, Neue Schöpfungsgeschichte, p. 62.
283. Vedi Darwin, Variazione, cap. XXV; Dodel, Neue Schöpfungsgeschichte, p. 63 e seg.
284. Die Blutvertheilung und dar Thätigkeitswechsel der Organe. Leipzig 1871.
285. La Zoologia odierna. Scienza del popolo, ser. II, vol 5. Milano 1870, p. 31.
286. In questo capitolo sono riprodotti, con modificazioni, alcuni brani del mio lavoro: Origine dell’Uomo, 2ª ediz., Milano 1870.
287. De Filippi, L’uomo e le scimie, nel Politecnico, vol. XXI, fasc. Iº, aprile 1874, p. 22. — Vedi inoltre Vogt, Leçon sur l’homme. Trad. franc. p. 148, fig. 36 e 37.
288. De Filippi, l. c., p. 17. — Vedi inoltre Vogt, l. c., p. 191, fig. 51 e 52.
289. Vedi G. Canestrini e L. Moschen, Anomalie del cranio trentino, in Atti della Società Veneto-Trentina di scienze naturali, vol. VII, fasc. I. Padova 1880.
290. De Filippi, l. c., p. 13; Vogt, l. c., p. 182.
291. Vogt, l. c., trad. franc., p. 57.
292. P. Broca, Mémoires d’Anthropologie, vol. IV, pag. 512 e seg. Paris 1883.
293. Bianconi, L’uomo-scimia, 1864, p. 11.
294. Broca, Mémoires d’Anthropologie. Paris 1871, vol. I, pag. 155 e seg.; inoltre l. c., vol. IV, pag. 4. Paris 1883.
295. Vogt, Les Microcéphales, p. 54.
296. Gratiolet, Mémoires sur les plis cérébraux de l’Homme et des Primates, p. III.
297. Fisiologia dei centri nervosi encefalici. Monografia premiata dalla R. Accademia di Medicina di Bruxelles. Padova 1871, p. 167. — Le surriferite asserzioni sono confermate anche dal dott. Hamt. Vedi Revue d’Anthropologie. Paris 1872, vol. I, p. 424.
298. Revue d’Anthropologie. Paris 1873, vol. II, p. 232 e seg.
299. Indice cefalospinale. Archivio per l’Antropologia e la Etnologia. Firenze 1871, vol. I, pag. 49.
300. Rivista sper. di Freniatria, ecc., anno I, 1875, fasc. 1-2.
301. Archivio per l’Antropologia, ecc., 1871, vol. I, p. 149 e seg.
302. Broca, Mémoires d’Anthropologie, vol. IV, pag. 351 e 363. Paris 1883.
303. Vedi in proposito Fr. von Hellwald, Naturgeschichte des Menschen, vol. I, p. 20. Stuttgart 1880; inoltre G. et R. Canestrini, Razze umane, in F. Reuleaux, Le grandi scoperte, Introduzione, pag. 32. Torino 1886.
304. Vedi Lubbock, dove sono citate le fonti, I Tempi preistorici, vers. ital., Torino 1875, p. 675 e seg.
305. Lezioni di Frenologia. Parma 1884, p. 278.
306. Etudes sur les Facultés mentales, ecc., II, p. 314.
307. Il linguaggio degli animali. Padova 1871, p. 85.
308. Il linguaggio degli animali, p. 88.
309. Lombroso, L’uomo bianco e l’uomo di colore. Padova 1871, p. 139.
310. Illustrirtes Thierleben. Heft 35, p. 7.
311. La teoria dell’evoluzione e la critica, p. 25. Catanzaro 1886.
312. Vedi Lubbock, I Tempi preistorici, vers. ital., Torino 1875, p. 445.
313. I Tempi preistorici, p. 307.
314. Zoologische Studien auf Capri, 1874, 17.
315. Études sur les Facultés mentales. Mons 1872, vol. II, p. 360.
316. Ibid., p. 360.
317. I Tempi preistorici, p. 463.
318. Philosophische Briefs über die Verstandes und Vervollkommnungsfähigkeit der Thiere, trad. Mueller. Nürnberg 1807.
319. Versuch eines neuen Lehrgebäudes von den Seelen der Thiere. Halle 1750.
320. Beiträge zur Philosophie der Seele. Berlin 1830.
321. Vorlesungen über die Menschen und Thierseele. Leipzig 1863-64.
322. Contrib. to the Nat. Hist. of the United States of N. America, vol. I.
323. Seclenleben der Thiere, 1865.
324. Ibid., p. 25.
325. Perty, l. c., p. 46.
326. I Tempi preistorici, p. 409.
327. I Tempi preistorici, p. 419.
328. L’Homme pendant les âges de la pierre. Bruxelles 1873, p. 138.
329. Antropologia e psicologia, Rendiconti del R. Istituto Lombardo di scienze e lettere, ser. II, vol. II.
330. Aus dem Geistesleben der Thiere. Berlin 1876, p. 27.
331. Citato dal Büchner, Geistesleben der Thiere, p. 27.
332. Vignoli, l. c., fasc. 9, p. 552.
333. Origine dell’Uomo. Milano 1870, pp. 59, 60.
334. Vedi Revue des Deux Mondes, 1º marzo 1870.
335. Causeries sur la psychologie des animaux. Leipzig 1856.
336. Aus dem Geistesleben der Thiere. Berlin 1876, p. 30.
337. Etudes sur les Facultés mentales des animaux. Mons 1872, p. 125 e seg.
338. Flourens, De l’instinct et de l’intelligence des animaux, p. 44.
339. Cassin, Birds of California, ecc., all’art. Goose.
340. Voyage autour du Monde, ecc., 11 nov. 1767.
341. Ved. George John Romanes, Mental evolution in animals, with a posthumous essay of instinct by Charles Darwin, p. 360. London 1883.
342. Vedi Houzeau e le sue citazioni. Études, ecc., vol. II, pp. 147, 148.
343. Aus dem Geistesleben der Thiere, 1876.
344. L. c., p. 194.
345. Quatrefages, L’Espèce humaine. Paris 1877, p. 15.
346. L’Espèce humaine, 1877, p. 15.
347. Molte notizie interessanti intorno alla intelligenza degli animali trovansi nell’opera del Lombroso, L’uomo bianco e l’uomo di colore. Padova 1871.
348. I Tempi preistorici, ecc., p. 477. Le notizie qui riferite intorno ai selvaggi sono tolte in gran parte da quest’opera del Lubbock, dove trovansi citate altre fonti.
349. Tempi preistorici, ecc., p. 348.
350. Völkerkunde. Leipzig 1874. p. 337.
351. Vedi Lubbock, I Tempi preistorici, ecc., p. 328.
352. Intorno ai sacrifizi umani, vedi Ferretti, L’Uomo, sua primitiva barbarie, ecc. Milano 1877, pag. 35, 36.
353. Seelenleben der Thiere, p. 325.
354. Illustrirtes Thierleben, fasc. 1º, p. 5.
355. Spring, Sur l’ethnographie de l’homme du renne. Bull. Accad. R. de Belgique, 2 ser., t. XXII, 1866.
356. Vedi Lubbock, Tempi preistorici, ecc.; e Peschel, Völkerkunde, p. 165 e seg. Vedi anche E. Ferri, Il cannibalismo nelle razze umane. Rivista di filosofia scientifica, vol. III, num. 3, pag. 332. Milano 1883. Alla pagina 334 trovasi in nota un elenco bibliografico intorno a questo soggetto.
357. Darwin, Viaggio di un naturalista intorno al mondo, vers. ital. Torino 1872; p. 187.
358. Der Mensch. Berlin 1864, p. 300.
359. Vedi Huxley, L’uomo nella natura. Versione ital. del prof. Marchi. Milano 1869; pp. 76, 77.
360. E. Ferri, Il cannibalismo nelle razze umane. Rivista di Filosofia scientifica, III, n. 3. Milano 1883.
361. Espressione dei sentimenti nell’uomo e negli animali.
362. Le plaisir et la douleur, cap. VI. Bibliothèque international. Paris.
363. Fisonomia e mimica, cap. VII. Milano 1881.
364. Fisonomia ed espressione, pag. 58. Padova 1884.
365. L’Espèce humaine. Paris 1877, pag. 339.
366. Tempi preistorici, ecc., p. 660.
367. Figi and the Figians, vol. I, p. 134.
368. L’uomo bianco e l’uomo di colore, pag. 53 e seg.
369. Novara Reise, Anthropol., Theil. 1865, p. 39.
370. Viaggio di un naturalista intorno al mondo: traduz. ital. Torino 1872, p. 28.
371. Vedi G. e R. Canestrini, Razze umane; in Reuleaux, Le grandi scoperte. Introduzione, pag. 32, 44 e 51. Torino, Unione Tip.-Editrice, 1886.
372. Vedi Allgemeine Völkerkunde, Fortsetzung zu Brehm’s Thierleben, Textprobe, p. 59. Wien 1885.
373. Leçon sur l’homme, trad. franc. p. 306.
374. La teoria dell’evoluzione e la critica, p. 37. Catanzaro 1886.
375. Études sur les Facultés, ecc., vol. II, p. 277.
376. Illustrirtes Thierleben, p. 9.
377. Vedi La Nature, XIV année, N. 698, 16 oct. 1886.
378. Vedi Lubbock, I Tempi preistorici, ecc., p. 314.
379. Augsburger Allgemeine Zeitung, 1873, numeri 92-94. Beilage.
380. I Tasmaniani, nell’Archivio per l’Antropologia, ecc., vol. I, 1871, p. 430.
381. I Tempi preistorici, ecc., p. 622.
382. G. Sergi, Origine dei fenomeni psichici, pag. 334. Milano 1885.
383. G. Trezza, Origine delle Religioni. Rivista di Filosofia scientifica, anno III, num. 4, pag. 398. Milano 1884.
384. L. c., trad. franc., p. 305.
385. Citato da Houzeau, Études, ecc., II, p. 272.
386. Loc. cit., vol. II, p. 272.
387. L’Uomo, sua primitiva barbarie, ecc. Milano 1877, pag. 18.
388. L’Espèce humaine. Paris 1877, p. 349 e seg.
389. Vedi Quatrefages, La Race prussienne. Paris 1871; e inoltre il giudizio del Mantegazza su quest’opera, nell’Archivio per l’Antropologia e la Etnologia, vol. II, 1872, p. 91.
390. L’Espèce humaine, p. 355.
391. Vedi in proposito anche Lepori, L’Uomo zoologicamente considerato. Cagliari 1877, p. 22 e seguenti.
392. Vedi su questo soggetto il mio libro sulla Origine dell’Uomo (2ª edizione, Milano 1870), dal quale sono riportati, con qualche modificazione, parecchi brani.
393. La teoria dell’uomo-scimia, esaminata tolto il rapporto dell’organizzazione. Bologna 1864, p. 18.
394. Illustr. Thierleben, p. 10.
395. Man and Apes. London 1873, p. 156 e seg.
396. R. Hartmann, Les singes anthropoïdes, pag. 83. Paris 1886.
397. Huxley, L’Uomo nella natura. Versione ital. del prof. Marchi, p. 118.
398. Bianconi, L’uomo-scimia, p. 46.
399. Gaddi, Maggior perfezione della mano dall’uomo confrontata con quella delle scimie. Memorie della R. Accademia di scienze, lettere ed arti di Modena, vol. VII, estratto, p. 14.
400. Man and Apes. London 1873, p. 88.
401. Vedi in proposito anche Seidlitz, Beiträge zur Descendenz-Theorie. Leipzig 1876, p. 156.
402. An Introd. to the Syst. Zool. and Morphologie, pp. 334, 319. London 1878.
403. Traité de Zoologie, p. 1527. Seconda edizione francese. Paris 1884.
404. Man and Apes, p. 84 seg.
405. L’Uomo nella natura. Vers. ital. di P. Marchi, 1869, p. 91 e seg.
406. Natürliche Schöpfungsgeschichte. Berlin 1870, p. 569.
407. L’Espèce humaine. Paris 1877, p. 1-20.
408. L’uomo ed il bruto, p. 495 e seg. Padova 1881.
409. Vedi C. Emery, Corso di Zoologia sistematica, p. 358. Torino 1884.
410. Nat. Schöpfungsgeschichte, p. 570.
411. Man and Apes, p. 83.
412. Nat. Schöpfungsgeschichte, p. 541.
413. Il Macalister, nella sua opera An Introduction to the Systematic Zoology and Morphology of Vertebrate animals (London 1878) segue una via di mezzo (pag. 331), considerando l’uomo come costituente un sottordine distinto dell’ordine dei Primati. Il Claus, nel suo Trattato di Zoologia (2ª ediz. francese, p. 1527, Paris 1884) si tiene in riserva e parla dell’uomo senza assegnargli un posto preciso nella classificazione.
414. Vedi Lussana e Lemoigne, Fisiologia dei centri nervosi encefalici. Padova 1871, vol. I, pag. 169.
415. Sull’unità del tipo anatomico della placenta nei mammiferi e nella umana specie e sulla unità fisiologica della nutrizione dei feti in tutti i vertebrati. Bologna 1877.
416. Ercolani, l. c., p. 41.
417. Id., l. c., p. 30.
418. La théorie darwinienne et la création dite indépendante. Bologne 1874.
419. Vedi G. Canestrini, Caratteri anormali e rudimentali in ordine all’origine dell’uomo, nell’Annuario della Società dei Naturalisti di Modena, anno II. Modena 1867.
420. Die Entstehung des Annelids, pag. 223. Leipzig 1886.
421. Vedi Gegenbaur, Manuel d’Anat. comp., vers. di C. Vogt. Paris 1874, p. 725.
422. Traité d’anat. comp. des animaux domestiques, p. 758.
423. Blandin, Anatomia descritt., vers. di Sereni, p. 180; Cuvier, Leçon d’anat. comp., III, 480.
424. Memorie della R. Accad. delle scienze di Torino, ser. II, tom. IV, p. 369.
425. Splancnologia di un Troglodytes niger. Archivio per l’Antropologia, ecc., vol. V, 1875.
426. Vedi Darwin, L’Origine dell’Uomo, ecc., Versione di M. Lessona, 1871, p. 26.
427. Manuale di anatomia topogr. Vers. Roncati, vol. I, p. 158.
428. E. Morselli, nella Rivista di filosofia scientifica, anno I, p. 446. Milano 1882.
429. Origine dell’Uomo, ecc. Vers. ital., pp. 24, 25.
430. Archivio per l’Antropologia, ecc., vol. I, 1871, p. 192.
431. Pacet, Lectures on Surgical Pathology, 1853, I, p. 71; Darwin, Origine dell’Uomo, ecc., p. 24. Torino, Unione Tip.-Editrice.
432. Robert Wiedersheim, Lehrbuch der vergl. Anatomie, p. 805. Jena 1886.
433. Vedi Das Unbewusste. Berlin 1872, pag. 208.
434. Vedi Archivio per l’Antropologia, ecc., vol. II, 1872, p. 172 e seg.
435. Vedi Atti della Società Veneto-Trentina di scienze naturali, vol. VII, fasc. 1. Padova 1880.
436. Annales des sc. nat., IV ser.; Zool., vol. III, pp. 341, 345.
437. Origine dell’Uomo, ecc. Vers. ital., p. 27.
438. Atti della Società italiana di scienze nat., vol. VIII, p. 519.
439. Origine dell’Uomo, ecc., p. 26; ed anche Mivart, Man and Apes, p. 110.
440. Lombroso, nell’Archivio per l’Antropologia, ecc., vol. I, p. 63; vol. III, p. 14; L’uomo bianco e l’uomo di colore, p. 152. Vedi inoltre Verga, nell’Archivio sudd., II, p. 273; Bizzozero e Lombroso, Archivio sudd., III, p. 23; Calori, Di tre anomalie del cervello. Bologna 1874, estr. p. 7.
441. Alcune osservazioni sulla origine del cranio umano, ecc. Torino 1873, p. 68 e seg.
442. Giornale della R. Accademia di Medicina. Torino 1866, estratto, pp. 14, 15.
443. Gegenbaur, Grundzüge der vergl. Anat., p. 449.
444. Owen, Anatomy of Vertebrates, I, pp. 111, 112.
445. Vedi su questo argomento una nota del dott. Morselli, nell’Archivio per l’Antropologia, ecc., vol. II, 1872, p. 287 e seg.
446. Vedi Calori, nell’Archivio per l’Antropologia, ecc., vol. IV, 1874, p. 372 e seg. Vedi anche Zoja, Il Gabinetto di Anat. norm. della R. Univ. di Pavia, 1874, p. 13.
447. Archivio per l’Antropologia, ecc., vol. II, p. 33.
448. Atti del R. Istituto Veneto di scienze, lettere ed arti, vol. X, ser. III, 1865.
449. Atti del R. Istituto Veneto di scienze, lettere ed arti, 1875, ser. V, vol. I.
450. Origine dell’Uomo, pp. 22, 23, fig. 2.
451. R. Hartmann, Les singes anthropoïdes, pp. 17, 62. Paris 1866.
452. Vedi Annali del civico Museo di Storia naturale di Genova. 1870.
453. Vedi R. Hartmann, l. c., pag. 73. Paris 1866.
454. Albini, Sulla parte tendinea del setto dei ventricoli del cuore dell’uomo e degli animali mammiferi.
455. Gegenbaur, Grundzüge der vergl. Anatomie, p. 596; Ved. anche R. Wiedersheim, Lehrbuch der vergl. Anatomie, p. 799. Jena 1886.
456. Cranio ed encefalo di un idiota. Modena 1867.
457. Di tre anomalie del cervello. Bologna 1874, estratto, p. 11.
458. Mémoire sur les Microcéphales ou Homme-singes. Genève 1867.
459. Archivio per l’Antropologia, I, p. 192.
460. Archivio suddetto, vol. II, p. 27.
461. Rendiconto del R. Istituto Lombardo di scienze e lettere, vol. IV, fasc. XX.
462. Lo Sperimentale, 1872, fasc. 10.
463. Archivio sudd., vol. IV, p. 205.
464. Rivista sperimentale di Freniatria e Medic. legale, anno I, 1875.
465. Archivio sudd., vol. V, 1876, p. 317 e seg.
466. Revue d’Anthropologie, vol. IV, num. 2. Paris 1875.
467. Ueber eine affenartige Bildung am Hinterhauptstappen eines menschl. Gehirns, in Archiv f. Psychiatrie, ecc., vol. V, 1875.
468. Revue d’Anthropologie, vol. V, 1876.
469. Vedi la figura nel mio libro Origine dell’uomo, 2ª edizione, pag. 97, fig. 8. Milano 1870. Inoltre in A. De Quatrefages, Hommes fossiles et hommes sauvages, pp. 33 e 35. Paris 1883; come ancora in Hartmann, Les singes anthropoïdes, pag. 90, fig. 35. Paris 1886.
470. Fuhlrott, Der fossile Mensch aus dem Neanderthal. Duisburg 1865, p. 77.
471. Lyell, L’ancienneté de l’homme, trad. Chaper, 1864, p. 81.
472. L’Uomo nella natura, trad. Marchi, p. 179.
473. Hamy, Revue d’Anthropologie, vol. I, 1872, pp. 681, 682.
474. Broca, Mémoires d’Anthropologie, vol. II, 1874, p. 136.
475. Broca, Mémoires ecc., vol. II, 1874, p. 381.
476. Schmerling, Recherches sur les ossemens fossiles découverts dans les cavernes de Liège, p. 59 e seg.
477. Spring, Les hommes d’Engis. Bull. R. Acad. de Belgique, XVIII, estr., p. 14.
478. L’Uomo nella natura, p. 202.
479. Archivio per l’Antropologia, ecc., vol. I, pag. 281.
480. Nicolucci, l. c., p. 283.
481. Nicolucci, l. c., pp. 289, 290.
482. Mémoires d’Anthropologie, II, 378.
483. Mémoires sudd., II, p. 163 e seg.
484. Vedi il sunto di Topinard nella Revue d’Anthropologie, vol. II, 1873, pp. 742, 743.
485. L’homme pendant les ages de la pierre, ecc. Bruxelles 1872, p. 100, fig. 10 e 11.
486. Vedi Broca, Mémoires d’Anthropologie, vol. II, 1874, pp. 144, 145.
487. A. De Quatrefages, Hommes fossiles et hommes sauvages, pag. 60. Paris 1884.
488. Vedi A. De Quatrefages, Hommes fossiles et hommes sauvages, pag. 10. Paris 1884.
489. Spring, loc. cit., p. 13.
490. L’uomo-fossile nell’Italia centrale. Memoria della Soc. ital. di scienze nat., 1867, vol. III.
491. Vedi C. J. Forsyth Mayor, nell’Archivio per l’Antropologia, vol. VI, 1877, p. 347.
492. Mémoires d’Anthropologie, vol. I, 1871, p. 351.
493. G. de Mortillet, Le préhistorique antiquité de l’homme, p. 104. Paris 1883.
494. Anthropogenie. Leipzig 1874, p. 108.
495. De Filippi, Sullo sviluppo dall’uovo, nell’Archivio per la Zoologia ecc., ser. I, vol. I, p. 223.
496. Huxley, loc. cit., p. 91.
497. Traité de Physiologie, vol. III, 1869, p. 962.
498. Zoologische Briefe. Wien 1876, p. 434 e seg.
499. L’Uomo nella natura, trad. Marchi. Milano 1869.
500. Nat. Schöpfungsgeschichte, 1870; Anthropogenie, 1874.
501. Origine dell’Uomo, ecc., trad. Lessona, 1871.
502. Nat. Schöpfungsgeschichte, pp. 544, 558.
503. Ved., ad esempio, Macalister, Introd. to the Syst. Zool. and Morphologie, p. 226. Paris 1878. Inoltre Emery, Corso di Zool., p. 354. Torino 1884.
504. Les Microcéphales, p. 157.
505. G. Canestrini, Origine dell’Uomo, prima edizione, p. 96. Milano 1866.
506. Origine dell’Uomo, ecc., p. 151.
507. Origine de l’Homme. Paris 1870.
508. Notre ancêtre. Revue d’Anthropologie, vol. VI, 1877, p. 62 e seg.
509. La préhistorique antiquité de l’homme, p. 105. Paris 1883.
510. Die Entstehung des Annelids, p. 214. Leipzig 1886.
511. Dott. E. Adolph, Ueber Insectenflügel. Halle 1880. Zur Morphologie der Hymenopterenflügel. Halle 1883. Die Dipterenflügel. Halle 1885. Nova Acta der K. Leop. Carol. deuschen Akad. der Naturforscher, Bd., 41, 46, 47.
Nota del Trascrittore
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