TUCIDIDE
DELLE GUERRE DEL PELOPONNESO
Libri VIII
VOLGARIZZAMENTO
DEL
CANONICO F. P. BONI
con note critiche ed illustrative
DI FRANCESCO PREDARI
VOLUME SECONDO
TORINO
CUGINI POMBA E COMP. EDITORI
1854
Torino, 1854. — TIPOGRAFIA DEL PROGRESSO
Via Madonna degli Angeli, rimpetto alla Chiesa.
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SOMMARIO.
Cleone e Brasida combattono ad Amfipoli, ed ambi sono spenti. — Tregua. — Varii popoli armano contro i Lacedemoni. — Imprese di questi. — Contravvengono ai patti. — Collegansi Beoti, Corintii ed Argivi. — Argo vorrebbe essere con Isparta. — Conclude l’alleanza con Atene. — Giuochi olimpici. — Guerra di Epidauro. — Battaglia di Mantinea. — Alleanza tra gli Argivi ed i Lacedemoni. — Argo chiama il suo reggimento. — Gli Ateniesi cercano di soggettar Milo. — Varii avvenimenti.
1. Al sopravvenire dell’estate fallirono le tregue fermate per un anno da durare fino alle feste Pitie[1]. In quel tanto gli Ateniesi cacciarono i Delii da Delo stimando che servissero al Nume non ancora mondi da un antico delitto, e che però fosse stata manchevole l’espiazione di quell’isola; la quale, come innanzi ho mostrato, credettero eseguita regolarmente col levare le arche de’ morti[2]. E Farnace diede ai Delii Atramitteo[3] nell’Asia, ove essi si stanziarono secondo l’ordine con cui ciascuno vi era andato.
2. Spirata la tregua[4], Cleone, avuti dalla Repubblica milledugento soldati gravi ateniesi, trecento cavalli, e più degli alleati, partì per la Tracia con una flotta di trenta navi[5]. Approdò primieramente a Scione tuttora assediata, [6] ed aggiuntisi de’ soldati di grave armatura che ivi stavano di presidio, navigò al porto de’ Colofonii[6], poco distante dalla città di Torona. Quindi inteso da’ disertori che Brasida non si trovava in Torona, e che quelli che vi eran dentro non erano in istato di resistere, marciava colle genti da piè verso quella città, e spediva dieci navi per volteggiare dinanzi al porto. Da prima egli arriva nella circonvallazione colla quale Brasida, volendo comprendere il suburbio, aveva cinta intorno la città, e rotta una parte delle vecchie mura ne aveva fatta una città sola.
3. E già gli Ateniesi assalivano le fortificazioni, quando Pasitelida capitano lacedemone accorse subito col presidio per ributtarli. Se non che venendo egli incalzato, e le navi spedite da Cleone volteggiandosi per investire il porto, venne in sospetto che elle non prendessero la città rimasta sguarnita, primachè ei vi fosse rientrato; e che poi superate le fortificazioni egli pure non vi restasse preso. Il perchè ritiratosi dalle mura tornò frettolosamente alla città. Ma gli Ateniesi delle navi lo vinsero della mano occupando Torona; ed anche la fanteria tenendogli tosto dietro in quell’impeto, mescolata co’ nemici entrò in città per la rottura del muro vecchio. Uccisero subito quei Peloponnesi e Toronesi che volevano far resistenza, e tutti gli altri cattivarono con Pasitelida comandante. Brasida che veniva a soccorrer Torona, udì per istrada che era stata presa: onde tornò indietro, essendone ancora lontano circa quaranta stadii[7], senza potere prevenire il nemico. Cleone e gli Ateniesi ersero due trofei uno nel porto, l’altro presso le fortificazioni; cattivarono le donne e i figlioli de’ Toronesi, e li mandarono ad Atene coi Peloponnesi e con quanti Calcidesi vi erano, in tutti circa settecento. Dipoi concluse le tregue i Peloponnesi poterono partirsene e gli altri furono ripresi dagli Olintii col riscatto di uomo per uomo. Verso questo tempo i Beozii presero proditoriamente Panacto fortezza degli Ateniesi sulle frontiere; e Cleone lasciato presidio a Torona salpò di là, e girando il monte Ato dirizzò il corso alla volta di Amfipoli.
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4. Intorno questo stesso tempo Feace di Erasistrato con altri due colleghi venne con due navi in Italia e Sicilia ove gli Ateniesi lo avevano inviato ambasciatore; avvegnachè partiti essi di Sicilia dopo la convenzione, i Leontini avesser ascritto molta gente alla loro cittadinanza, e il popolo fosse nell’intenzione di dividere le terre[8]. Di che accortisi i nobili chiamano i Siracusani e cacciano i popolani (i quali andarono chi qua chi là vagando), e fatto accordo co’ Siracusani, abbandonarono e disertarono la loro città, per prendere stanza a Siracusa, col patto di goderne la cittadinanza. Ma poi alcuni di essi mal contentandosi del fatto si ritirarono di nuovo da Siracusa, ed occuparono un luogo dipendente dalla città dei Leontini, chiamato Focea, ed anche Bricinnia, fortilizio situato nel territorio leontino. Allora la maggior parte dei popolani banditi andarono ad essi, e fermatisi con loro facevano la guerra da quel luogo. A questa nuova gli Ateniesi mandano Feace per vedere se coll’indurre i loro alleati di colà, e se possibil fosse anche gli altri Siciliesi a portar d’accordo la guerra ai Siracusani che si andavano procurando potenza, riuscissero a salvare il popolo dei Leontini. Feace al suo arrivo v’induce quei di Camarina e di Agrigento. Ma trovato a Gela incagliato l’affare, non più si presenta agli altri, comprendendo che non ve li indurrebbe. Anzi ritornando per le terre de’ Siciliesi a Catana venne nel suo passaggio a Bricinnia ove confortata quella gente, si rimise in mare.
5. E tanto nel suo passaggio in Sicilia, quanto nel ritorno si maneggiò pure in Italia con alcune città per tirarle all’amicizia degli Ateniesi. Favellò ancora ad alcuni Locri, i quali erano stati cacciati di Messina, ove si erano accasati. Qui è da sapere che dopo l’accordo dei Siciliesi, regnando diverse sette in Messina, una di esse invitò i Locri, i quali furono mandati colà ad abitare, e tennero qualche tempo quella città. Ora Feace trovati costoro che ritornavano alla patria, non li offese in nulla perchè i Locri avevano convenuto con lui di accomodarsi con gli Ateniesi; essendochè fra tutti i confederati essi soli, quando [8] seguì l’accordo dei Siciliesi, non avean voluto far lega con Atene, e nemmeno l’arebbero fatta allora se non gli stringeva la guerra con gl’Itonei, e co’ Melei loro coloni e confinanti. Feace qualche tempo dopo ritornò in Atene.
6. Ma Cleone, che allora aveva fatto il giro della costa da Torona per Amfipoli, movendo da Eiona assalta Stagiro colonia degli Andrii, e non la espugnò; nondimeno s’impadronisce a forza di Galepso colonia de’ Tasii. Quindi spedì legati a Perdicca acciò venisse a raggiungerlo con l’esercito secondo il convenuto[9], ed altri ne mandò in Tracia a Polli re degli Odomanti che doveva condurre quel più che potesse di Traci presi a soldo, mentre ei stava aspettandoli ad Eiona. Informato Brasida di queste pratiche, prese il campo di faccia a lui a Cerdilio castello degli Argilii sopra un’altura di là dal fiume, poco distante da Amfipoli, donde si discopriva ogni cosa all’intorno. Cosicchè Cleone non avrebbe potuto levare furtivamente il campo siccome Brasida si aspettava che egli dovesse fare, stante che dispregiando egli i Peloponnesi che erano in picciol numero vorrebbe salire ad Amfipoli colle genti che seco aveva. Nel tempo istesso Brasida si preparava al combattimento, invitando col soldo millecinquecento Traci, e tutti gli Edoni, palvesari e cavalieri, ed oltre le milizie di Amfipoli aveva mille altri palvesari tra Mircinii e Calcidesi. Tutte le genti gravi riunite erano circa duemila con più trecento cavalli greci. Preso adunque seco un corpo di mille cinquecento, erasi fermato a Cerdilio; gli altri stavano schierati in Amfipoli sotto gli ordini di Clearida.
7. Cleone frattanto stava quieto, ma fu poi costretto a fare come Brasida aveva preveduto. Poichè i soldati annoiati da quella dimora andavano confrontando la capitaneria di Cleone e di Brasida, considerando l’imperizia ed il languore di quello verso la pratica e l’ardire di questo, e la repugnanza colla quale avevano lasciate le case loro per seguirlo. Laonde Cleone intesi questi bisbigli, non volendo che si adirassero per quel soggiornare nel medesimo luogo, levò il campo e fece appunto quello che aveva fatto a Pilo, ove per quel felice successo levossi in fiducia di [9] essere uomo di senno. Imperocchè sperava che nessuno verrebbe incontro a combatterlo; e diceva di salire più in alto per avere il prospetto del paese, ed aspettava maggior fornimento non già per bisogno di assicurarsi della vittoria se fosse astretto a combattere, ma per espugnare a viva forza la città cingendola intorno. Giunto adunque sopra una forte collina dirimpetto ad Amfipoli vi accampò l’esercito, e da per sè osservava i paduli formati dallo Strimone e la situazione della città dalla parte di Tracia; e stimava di poter quindi ritirarsi quando gli piacesse, senza combattere; poichè nessuno si affacciava di su le mura, nè veruno usciva dalle porte che tutte erano chiuse. Talchè giudicava d’avere errato a non portar seco le macchine colle quali avrebbe espugnato quella città abbandonata.
8. Brasida poichè vide mossi gli Ateniesi, scende subito anch’egli da Cerdilio ed entra in Amfipoli, donde non faceva sortite, nè si presentava in ordinanza contro gli Ateniesi, come quegli che temeva delle proprie forze, le quali giudicava inferiori, non quanto al numero perchè i due eserciti erano presso a poco uguali, ma sì quanto al merito. Imperciocchè nell’esercito nemico militava il fiore degli Ateniesi, e il nerbo dei Lesbii e degl’Imbrii: onde si preparava ad attaccarli con astuzia. Discorreva egli che celandosi ai nemici prima della battaglia e così fuggendo il disprezzo che veramente meritava la sua situazione, più facilmente li vincerebbe che col mostrar loro il minor numero di sue genti e l’armatura di che per necessità usavano. Il perchè affidati gli altri a Clearida, egli scelse centocinquanta di grave armatura, e voleva assalire improvvisamente gli Ateniesi, prima che si ritirassero; considerando che non potrebbe un’altra volta coglierli soli, se per avventura venisse loro il rinforzo. E convocati tutti i soldati, e volendo rincorarli ed aprir loro il suo animo, parlò così:
9. «Prodi Peloponnesi: che noi venghiamo da un paese mai sempre libero mercè la vostra valenzìa, e che voi Dorii andate a combattere con gli Ionii cui avete in [10] usanza di vincere, basti averlo così brevemente accennato. Ora voglio mostrarvi in che modo io pensi di affrontare il nemico, affinchè il cimentarsi pochi, e non tutti, parendovi cosa insufficiente, non vi metta scoraggiamento. Io mi do a credere che il disprezzo in che ci hanno gli avversari, e la opinione loro che niuno voglia uscire a combatterli, gli abbia fatti salire su quel colle, ove voltatisi disordinatamente a goder la vista del paese non si danno altra briga. Pertanto chi benissimo conoscendo tali sbagli dei nemici va ad assalirli in quel modo che richieggono le proprie forze, e non già alla scoperta o coll’esercito schierato di fronte, ma come torna utile al presente, questi il più delle volte trionfa. E tali astuzie apportano molta gloria, perchè ingannando sommamente il nemico, si viene a giovare assaissimo agli amici. Or mentre non preparati imbaldanziscono, e a quel che parmi, hanno più pensiero di ritirarsi che di persistere; mentre sono in tale rilassamento dell’animo e prima che ricompongano meglio la loro mente, io colla mia gente voglio veder di prevenirli, scagliandomi a corsa in mezzo al loro campo. Tu poi, o Clearida, quando mi vegga loro addosso, e probabilmente spaventarli, apri improvviso la porta, e co’ tuoi e con gli Amfipolitani, e con gli altri alleati accorri colà, e affrettati di azzuffarti il più prestamente. Questo è ciò che mi affida soprattutto di atterrirli, perchè la truppa che sopravviene seconda alla pugna, è più terribile pei nemici di quella che già presente combatte. Tu stesso mostrati valente qual deve essere uno spartano; e voi bravi confederati seguitelo animosamente, persuasi che a ben combattere tre cose si richiedono: volere, onore, ubbidienza ai capitani. Pensate che in questo giorno o mostrandovi prodi, avrete libertà, e sarete chiamati alleati dei Lacedemoni; od altrimenti, schiavi degli Ateniesi: e poniamo che a sorte non siate cattivati od uccisi, nondimeno avrete più acerba servitù di prima, e sarete impeditori di libertà agli altri Greci. Però considerando per che gravi cose ora avete a combattere, non isgomentate; che io mi vi mostrerò non solo atto a fare esortazioni [11] agli altri, ma ancora a mandarle io stesso ad effetto.»
10. Avendo così parlato, Brasida si disponeva ad uscire egli stesso, e collocava presso la porta chiamata Tracia il resto delle truppe con Clearida, destinate a sortir dopo lui siccome è detto. Ma essendo egli stato visto calare da Cerdilio, e sacrificare intorno al tempio di Minerva nella città, la quale di fuori potea tutta vedersi, e dare queste disposizioni, fu recato avviso a Cleone (il quale allora si era portato ad osservare il paese), che tutto l’esercito dei nemici si vedeva dentro la città, e si scorgevano molti piedi di cavalli e di uomini presso le porte, come diretti ad uscire. Cleone sentito ciò andò da sè a vedere, e conosciuta la verità, non volendo cimentarsi a battaglia prima che gli fossero giunti i rinforzi, comandò che fosse dato il segnale della ritirata tuttochè pensasse di dovere essere scoperto. Ordinò ancora ai soldati che si avviassero sul fianco sinistro, che quello era il solo mezzo di ritirarsi in Eiona. Ma perchè gli pareva che si trapponesse dell’indugio, egli stesso converso il corno destro, e dando le spalle al nemico ritirava l’esercito. In questo, Brasida vista l’occasione e la mossa dell’esercito ateniese, disse a’ suoi ed agli altri: «Costoro non ci aspettano, e ben lo mostrano col crollare delle lance e delle teste; poichè quelli che ciò fanno, non sogliono attendere chi gli assalga. Onde mi si apra la porta indicata, ed animosamente e tosto usciamo.» E venuto fuori della porta che guarda la palizzata, e che era la prima delle mura lunghe allora esistenti, correva a gran passi per quella strada diritta, dove al presente, seguendo lunghesso la parte più forte del luogo, sta il trofeo. Ivi si scaglia in mezzo alle genti ateniesi, che spaventate dal proprio disordine e attonite dall’ardire di lui, si mettono in fuga. E al tempo stesso Clearida, secondo il convenuto, esce dalla porta Tracia, e va loro addosso con l’esercito: onde pel non previsto e repentino incontro da ambe le parti furono gli Ateniesi in grande scompiglio. L’ala sinistra di loro che andava verso Eiona, essendo proceduta innanzi, si trovò divisa [12] dagli altri e si mise a fuggire; e Brasida visto che ella dava indietro, passa a combatter l’ala destra, e vi riman ferito. Gli Ateniesi non si avvidero che egli era caduto, onde coloro che gli erano vicini lo presero e lo portarono via. L’ala destra degli Ateniesi resse un poco più: ma Cleone, che anche da prima avea disegnato di non fermarsi, si diede alla fuga; e sopraggiunto da un peltaste mircinio riman morto[10]. Le sue milizie raggranellatesi sulla collina faceano testa contro Clearida che due o tre volte le assalì, nè mai cederono finchè la cavalleria mircinia e la calcidese e i palvesari circondandole e dardeggiandole le misero in volta. Così tutto l’esercito ateniese fuggendo a gran pena, parte presero svariatamente le vie de’ poggi, parte combattendo furono uccisi o dalla cavalleria calcidica o da’ palvesari: gli altri si ricondussero ad Eiona. Quelli che levarono Brasida dalla battaglia e che lo salvarono, lo condussero ancora spirante in città, ove saputo che i suoi avean vinto, poco dopo passò. Il rimanente dell’esercito, tornato con Clearida dal dar la caccia al nemico, spogliò i cadaveri, ed alzò il trofeo.
11. Dopo questo fatto tutti gli alleati vestiti delle armi loro accompagnarono Brasida al pubblico sepolcro assegnatogli in città dirimpetto a quel luogo che ora è la piazza del mercato[11]. Quindi gl’Amfipolitani circondato il monumento con uno steccato[12], gli fecero esequie ed onoranze come ad eroe, stabilirono giochi e sacrifizii annuali, e dedicarongli la colonia come a fondatore[13]. Demolirono inoltre le fabbriche di Agnone e distrussero tutto quello che potesse mai dar memoria d’essere questi stato il fondatore, e ciò non tanto perchè avevano Brasida in concetto di loro liberatore, quanto perchè di presente, attesa la paura degli Ateniesi, volevano piaggiare la lega dei Lacedemoni; e giudicavano che gli onori resi ad Agnone non sarebbero come prima nè utili nè graditi per la inimicizia che avevano con Atene. Nondimeno resero agli Ateniesi i morti che erano intorno di seicento: dei nemici ne perirono soli sette perchè non si era combattuto in giusta ordinanza, ma a caso, come dicemmo, avendo il timore preoccupato [13] gli animi prima della zuffa. Gli Ateniesi riavuti i cadaveri rinavigarono a casa, e Clearida con la sua gente acconciava le cose di Amfipoli.
12. Quasi nel medesimo tempo all’uscita dell’estate Ramfia, Autocarida ed Epicidide lacedemoni condussero un rinforzo di novecento di grave armatura contro le terre di Tracia. Arrivati ad Eraclea nella Trachinia ordinavano ciò che credevano mal disposto; e mentre trattenevansi colà, accadde la descritta battaglia, e finiva l’estate.
13. All’entrata dell’inverno Ramfia e la sua gente passarono subito fino a Pierio della Tessaglia, ove vennero i Tessali a contrastar loro il passo. Onde essendo anche morto Brasida al quale conducevano quell’esercito, voltarono il cammino verso casa: tra perchè gli Ateniesi dopo toccata quella rotta erano partiti, e perchè ei da sè erano inabili ad effettuare veruno dei disegni di Brasida. Soprattutto però li mosse a partire il sapere che quando erano usciti a questa spedizione, i Lacedemoni pendevano più che altro verso la pace.
14. Ed infatti subito dopo il combattimento ad Amfipoli e la ritirata di Ramfia dalla Tessaglia accadde che ambe le parti non più si movevano ad alcuna fazione, ed avevano l’animo volto piuttosto alla pace. Gli Ateniesi, perchè sconfitti a Delo e nuovamente poco dopo ad Amfipoli, non avevano più nelle loro forze quella ferma speranza per la quale avevano rifiutato la tregua, stimando per la presente loro felicità di dover restar superiori. Senza di che temevano che gli alleati inanimiti dalle loro sconfitte non s’invogliassero maggiormente di ribellare; e si pentivano di non aver fatto accomodamento in quella bella congiuntura, dopo i fatti di Pilo. I Lacedemoni poi perchè non riusciva al loro scopo questa guerra, nella quale si erano messi in capo di abbattere in pochi anni la potenza d’Atene col guastarne le terre; e perchè alla Sfatteria erano incorsi in tale sciagura che Sparta non aveva mai avuta una simile. Era inoltre il loro territorio guastato dalle scorrerie di Pilo e di Citera, ove disertavano gli Eloti; e vi era sempre da aspettarsi che i rimanenti, [14] preso animo dai fuggiti, non cogliessero la presente occasione per tentar novità, siccome era accaduto anco di prima. Si dava altresì il caso che erano in sull’uscita le tregue de’ trenta anni con gli Argivi, i quali non volevano rinnovarle se non riavessero il territorio cinurio[14]. Cosicchè pareva loro impossibile di combattere a un tempo stesso contro gli Argivi e gli Ateniesi; mentre anche si sospettava che alcune delle città del Peloponneso non volessero passare alla parte degli Argivi; come poi accadde[15].
15. Il perchè ambe le parti pesando queste ragioni stimavano esser da fare l’accomodamento, e principalmente i Lacedemoni per la brama di riavere i loro cittadini dell’isola Sfatteria, alcuni de’ quali erano de’ primari spartani, e loro parenti in ugual grado di nobiltà. Ed invero avevano già cominciato a negoziare subito dopo la presa di quelli; ma gli Ateniesi gonfi della loro prosperità non vollero venire a discrete transazioni. Però quando furono sconfitti a Delio, immantinente i Lacedemoni vedendo che sarebbero allora meglio ricevuti, fanno tregua per un anno, durante la quale dovevano abboccarsi per trattare di un più lungo accordo.
16. Ma poichè furono rotti gli Ateniesi ad Amfipoli, e morirono Cleone e Brasida che dalle due parti si opponevano sommamente alla pace, questi perchè riconosceva dalla guerra la sua fortuna e gli onori, quegli perchè stimava che nella bonaccia sarebbero più palesi i suoi misfatti e men credute le sue invettive; allora coloro che principalmente ambivano in amendue le Repubbliche il primato, cioè a Sparta Plistoanatte di Pausania re dei Lacedemoni, ad Atene Nicia di Nicerato generale allora di gran lunga il più fortunato degli altri, si mostravano viepiù propensi alla pace. E ciò perchè Nicia, mentre non avea patito ancora verun disastro, voleva mantenere la sua prosperità, por fine di presente ai proprii travagli e a quelli dei cittadini, e all’avvenir lasciar di sè nome di non aver mai messo a repentaglio la salute della Repubblica; stimando questi beni essere la sequela di un tranquillo reggimento, e toccare a chi meno si dà in balìa della fortuna; [15] e l’allontanamento dai pericoli venire dalla pace. Plistoanatte poi, perchè a cagione del suo rimpatriamento gli avversari lo diffamavano[16], e d’ogni sinistro che avvenisse, faceano coscienza ai Lacedemoni, quasi che di ciò fosse causa l’illegittimo suo ritorno. Conciossiachè l’incolpavano che d’accordo col fratello Aristocle avesse indotta la gran profetessa di Delfo a rispondere per un pezzo nella seguente maniera ai Lacedemoni spediti[17] a consultarla. — Che dal paese straniero richiamassero appresso di sè la semenza del semideo figlio di Giove[18]; se no arerebbero con vomere d’argento[19]. — L’imputavano inoltre che poichè fu bandito dalla patria a cagione della ritirata dall’Attica creduta fatta per doni, egli per tema dei Lacedemoni rifugiatosi nel Liceo, ed abitando allora mezzo il fabbricato del tempio di Giove[20], avesse finalmente dopo diciannove anni messo su essi Lacedemoni a ricondurlo in patria coi medesimi cori e sacrifizii, come quando da prima nella fondazione di Sparta vi stabilirono i regi[21].
17. Gravato adunque da tali diffamazioni, stimava che non occorrendo alcuna disgrazia in tempo di pace ed insieme riavendo i Lacedemoni i loro prigionieri, egli pure non darebbe presa a’ suoi nemici; laddove in istato di guerra, se la fortuna è contraria, è inevitabile che chi presiede sia sempre vessato dalle maldicenze. Il perchè desiderava maggiormente l’accomodamento; e nel medesimo inverno venivano le due parti a parlamento tra loro. Verso la primavera i Lacedemoni, acciocchè gli Ateniesi fossero meno ostinati, facevano minacciosa mostra di apparecchiamenti, e ordinavano a tutte le città che dovessero fabbricare munizioni contro l’Attica. Dopo alcuni congressi ove furono scambievolmente prodotte molte giuridiche requisizioni, si accordarono di far la pace, con patto che le due parti restituirebbero quel che aveano occupato in guerra, ma che gli Ateniesi riterrebbero Nisea. Imperocchè richiedendo essi Platea, i Tebani avevano risposto di tener quella città, perchè gli abitanti si erano resi per capitolazione e non per forza nè per tradimento; [16] e nella stessa guisa gli Ateniesi dicevano di avere avuto Nisea. Allora pertanto i Lacedemoni convocarono i loro alleati, ed avendo tutti gli altri decretato di por fine alla guerra, ad eccezione de’ Beozii, dei Corintii, degli Elei e de’ Megaresi cui non piacevano questi trattati, fanno accordo con gli Ateniesi, e lo ratificano co’ riti consueti; e gli Ateniesi giurarono ai Lacedemoni questi articoli.
18. Gli Ateniesi, i Lacedemoni e gli alleati han fatto accordo, e città per città l’hanno giurato colle seguenti condizioni. Che quanto ai comuni templi possa ognun che lo voglia con sicurezza per mare e per terra andare, sagrificare, consultare, e mandare assistenti secondo le antiche costumanze[22]. Che il terreno sacro ad Apollo ed il tempio di Delfo e Delfo stessa abbia libertà, franchigia e giurisdizione sì in città che nelle sue appartenenze conforme i patrii statuti. Che l’accordo sia per cinquanta anni, senza frode o detrimento in terra e in mare tra gli Ateniesi coi loro alleati da una parte, e i Lacedemoni pur coi loro alleati dall’altra. Che i Lacedemoni e loro alleati non possano portar le armi a danno degli Ateniesi e loro lega[23]; nè gli Ateniesi e loro alleati contro i Lacedemoni e lega loro, escluso ogni inganno e sotterfugio. Che insorgendo tra le due parti qualche differenza usino la via del dritto ed i giuramenti siccome avranno convenuto. Che i Lacedemoni e gli alleati restituiscano Amfipoli agli Ateniesi, e che dalle città restituite dai Lacedemoni agli Ateniesi possano gli abitanti andarsene ovunque vogliano con ciò che hanno. Che le città stesse pagando il tributo imposto a tempo di Aristide restino nelle loro leggi[24]; e che quando sia ratificato l’accordo, gli Ateniesi e i loro alleati non possano portar le armi ai danni di esse, sempre che paghino il tributo. E queste città sono Argilo, Stagiro, Acanto, Scolo, Olinto e Spartolo, le quali non si comprendono nella lega nè dei Lacedemoni, nè degli Ateniesi[25]; ma però se agli Ateniesi riesce di trarle alla loro alleanza possano accedervi quelle a cui piaccia. Che i Mecibernei, i Sanei, i Singei abitino le città loro[26], siccome gli Olintii e gli Acanti. Che i Lacedemoni e alleati [17] rendano agli Ateniesi Panacto, e gli Ateniesi rendano ai Lacedemoni Corifasio, Citera, Metona, Pteleo, Atalanta e tutta la gente de’ Lacedemoni che sono nelle carceri di Atene o in altro luogo di loro dominio. Che di più mettano in libertà quei Peloponnesi che sono assediati in Scione con tutti gli altri alleati dei Lacedemoni che vi si trovano, e quelli che vi aveva mandati Brasida; insomma tutti gli alleati de’ Lacedemoni che sieno in carcere ad Atene, o in qualunque altro luogo ove abbiano comando gli Ateniesi: e che nel medesimo modo anco i Lacedemoni ed alleati restituiscano tutti gli Ateniesi e loro alleati che ritengono. Quanto agli Scionesi, ai Toronesi, ai Sermilii, gli Ateniesi risolvano di loro quel che credono; come pure delle altre città delle quali hanno dominio. Gli Ateniesi presteranno giuramento ai Lacedemoni e loro alleati città per città, e gli uni e gli altri giurino per quel che hanno di più sacro in ciascuna città[27]. La formula del giuramento sia questa: — Manterrò questo trattato e le convenzioni sue nel vigore di giustizia senza frode. — I Lacedemoni pure e gli alleati prestino al modo stesso giuramento agli Ateniesi. Ambe le parti lo rinnovino ogni anno[28]; e sia scolpito in colonnette erette ad Olimpia, a Delfo e sull’istmo; e ad Atene nella rocca, a Sparta nell’Amicleo[29]. Se l’una delle due parti dimentichi comunque qualche articolo, o alcuno cada in questione, non s’intenderà contro il giuramento il farvi con giustizia quelle mutazioni che ad amendue Ateniesi e Lacedemoni piaceranno.
19. L’accordo è stipulato sotto la presidenza[30] in Sparta di Plistola eforo a’ ventisette del mese Artemisio; in Atene di Alceo arconte ai venticinque del mese Elafebolione. Dalla parte de’ Lacedemoni lo giurarono e lo confermarono coi sacri riti Plistola, Damageto, Chionide, Metagene, Acanto, Daito, Iscagora, Filocarida, Zeuxida, Antippo, Telle, Alcinide, Empedia, Mena, Lamfilo; da quella degli Ateniesi, Lampone, Istimonico, Nicia, Lachete, Eutidemo, Procle, Pitidoro, Agnone, Mirtilo, Trasicle, [18] Teagene, Aristocete, Iolcio, Timocrate, Leone, Lamaco, Demostene.
20. Quest’accomodamento fu concluso sul finir dell’inverno al venir della primavera, subito dopo le feste baccanali di città, dopo dieci interi anni e pochi giorni più dalla prima invasione dell’Attica, e dal cominciamento di questa guerra. Chiunque poi vorrà riscontrare le cose accadute segua il corso delle stagioni e non la serie de’ nomi di coloro che in ciascun luogo comandavano, o che per qualche grado onorifico designano gli avvenimenti, quasi che questo fosse il metodo più sicuro. Imperciocchè così non si vede accuratamente se il tal fatto successe al principio o al mezzo di loro carica, e come si colleghi con alcuno di essi. Laddove contando l’estati e gl’inverni, siccome io ho usato in queste storie, si troverà che ciascuna di queste stagioni componendo per metà la somma d’un anno, dieci dell’une e dieci degli altri sono trascorsi di mezzo a questa prima guerra.
21. Ma i Lacedemoni a’ quali toccò ad essere i primi a rendere quel che ritenevano, rilasciarono subito i prigionieri che eran presso di loro, e spedirono ambasciatori in Tracia Iscagora, Mena e Filocarida, ordinando a Clearida di consegnare Amfipoli agli Ateniesi, ed ai comandanti delle altre terre di accettare le tregue secondo che fu convenuto intorno a ciascuna. Questi non obbedirono stimando che l’accordo non fosse di lor convenienza; ed anche Clearida per gratificare i Calcidiesi non rese Amfipoli, allegando ch’ei non poteva renderla a loro dispetto. Bensì partì sollecitamente in compagnia degli ambasciatori di quelle terre per discolparsi a Sparta, qualora Iscagora e i suoi colleghi lo accusassero di contumacia, ed insieme per vedere se si potesse cambiare qualcuno degli articoli. Avendo però trovata la tregua conclusa, ed essendo rimandato dai Lacedemoni con ordine soprattutto di restituire la città, o altrimenti condur via quanti Peloponnesi ci fossero, partì frettolosamente.
22. Quanto agli alleati che si trovavano a Sparta, i Lacedemoni sollecitavano quei di loro che avevano rifiutate [19] le tregue ad accettarle: ed essi col medesimo pretesto con cui da primo l’aveano rifiutate dissero di non approvarle se elle non venissero fatte più giuste. E poichè stavano sulla perfidia, i Lacedemoni gli rimandarono, e fecero da sè alleanza con gli Ateniesi, riflettendo primieramente che gli Argivi non vorrebbero confermare la lega (dalla quale Ampelide e Lica venuti da Argo si erano mostrati alieni, perchè non si avea timore di Sparta disgiunta da Atene), ed in secondo luogo considerando che questo sarebbe il mezzo più valevole a tranquillare il Peloponneso, che potendo si sarebbe voltato agli Ateniesi. Trovandosi adunque presenti i legati di Atene si abboccarono insieme, e convennero di giurare alleanza nel seguente modo.
23. I Lacedemoni saranno alleati di Atene per cinquanta anni. Se alcuni metteranno piede nelle terre dei Lacedemoni e gli danneggeranno, gli Ateniesi dovran soccorrere i Lacedemoni nel modo più efficace che possano, secondo le loro forze: se poi si ritirino con avervi dato il guasto, si tengano per nemici dei Lacedemoni e degli Ateniesi, sieno travagliati da entrambi, e possano solo ottener pace col consentimento delle due Repubbliche. E queste cose vengano eseguite con giustizia, con sollecitudine e senza frode. Parimenti se alcuni metteranno piede nelle terre degli Ateniesi e li danneggeranno, i Lacedemoni dovranno portar soccorso nel modo più efficace che possano secondo le loro forze: se poi si ritirino con avervi dato il guasto, si tengano per nemici dei Lacedemoni e degli Ateniesi; sieno travagliati da entrambi, e possano solo ottener pace col consentimento delle due Repubbliche. E queste cose vengano eseguite con giustizia, con sollecitudine e senza frode. Qualora i servi si ribellino, gli Ateniesi portino soccorso ai Lacedemoni con tutto il vigore secondo le forze loro. Giureranno questi patti quelli stessi che da ambe le parti giurarono l’altro accordo. Questa convenzione si rinnovi ogni anno, andando i Lacedemoni ad Atene per le feste di Bacco, e gli Ateniesi a Sparta per quelle di Iacinto. Ciascuna delle parti erga per memoria una colonna, in Sparta presso il tempio di Apollo nell’Amicleo, in Atene [20] nella rocca presso al tempio di Minerva. Qualora poi i Lacedemoni e gli Ateniesi pensino di aggiungere o togliere qualche cosa intorno alla confederazione, quel tanto di che convengano amendue non lederà il giuramento.
24. Dalla parte de’ Lacedemoni prestarono giuramento questi, Plistoanatte, Agide[31], Plistola, Damageto, Chionide, Metagene, Acanto, Daito, Iscagora, Filocarida, Zeuxida, Antippo, Alcinada, Tellide, Empidia, Meda e Lafilo. Da quella degli Ateniesi, Lampone, Istimonico, Lachete, Nicia, Eutidemo, Procle, Pitodoro, Agnone, Mirtilo, Trasicle, Teagene, Aristocrate, Iolcio, Timocrate, Leone, Lamaco e Demostene. Tale fu alleanza conclusa non molto dopo la tregua. Gli Ateniesi resero ai Lacedemoni la gente dell’isola Sfatteria; e incominciava l’estate dell’anno undecimo. Io pertanto ho fin qui scritto di questa prima guerra avvenuta continuamente nei detti dieci anni.
25. Appresso la tregua e l’alleanza tra’ Lacedemoni e gli Ateniesi, stabilite dopo dieci anni di guerra, essendo Plistola eforo in Sparta, ed Alceo arconte in Atene, quei che l’avevano accettate stavano in pace. Ma i Corintii ed alcune città dal Peloponneso rimescolarono le cose stabilite, e subito insorsero altre turbolenze di alleati contro Sparta. Anzi in processo di tempo i Lacedemoni stessi trasgredendo in alcuni punti le convenzioni fatte divennero sospetti agli Ateniesi; e quantunque per sei anni e dieci mesi[32] si astenessero dal portar le armi gli uni sul territorio degli altri, nondimeno per la poca stabilità di questa tregua facevansi scambievolmente danni gravissimi al di fuori. Ed alla fine costretti a romperla dopo dieci anni, si misero di nuovo in guerra manifesta.
26. Il medesimo Tucidide ateniese ha pur descritto ordinatamente per estati e per inverni come ciascun fatto avvenne, sino a che i Lacedemoni con gli alleati distrussero il dominio d’Atene, e occuparono le mura lunghe e il Pireo. Fino a questo tempo gli anni della guerra furono in tutti ventisette. Che se alcuno pretenderà non doversi stimar guerra la convenzione che fu di mezzo, [21] non giudicherà dirittamente; imperciocchè se l’esaminerà secondo i fatti da me dichiarati troverà irragionevole che si chiami pace quell’accordo in cui non restituirono nè riebbero tutto quello di che avevano convenuto. Di più, lasciando anche stare la guerra di Mantinea e di Epidauro, intervennero da ambe le parti non pochi torti in altre occasioni, e gli alleati di Tracia non intermessero punto le ostilità[33], ed i Beozii tennero armistizio soli dieci giorni[34]. Onde comprendendo la prima guerra dei dieci anni, la sospettosa tregua che la seguì, e l’altra guerra succedutane, si troverà secondo il computo delle stagioni esser corsi tanti anni quanti ho detto di sopra colla giunta di pochi giorni, e questa esser la sola via, onde quei che si attengono alle predizioni degli oracoli, le veggano con sicurezza avverate negli eventi. Ed io mi rammento che dal principio fino al termine di questa guerra continovamente da molti si predicava che ella durerebbe tre volte nove anni. Ora avendo io vissuto tutto il tempo ch’ella durò, e trovandomi colla mente sana nel vigor dell’età, vi applicava il mio animo per averne esatta contezza. Fui inoltre per venti anni bandito dalla patria dopo il generalato di Amfipoli; per lo che essendo presente agli affari di ambe le parti, e più anche a quelli dei Peloponnesi ove io viveva in esilio, mi è venuto fatto in quell’ozio di averne più certa notizia. Racconterò pertanto la rottura dopo i dieci anni, le torbidezze della tregua, e gli andamenti della guerra che ne conseguitò.
27. Dico adunque che dopo stabilita la tregua dei cinquanta anni e le alleanze che la seguirono, le ambascerie del Peloponneso partirono da Sparta ove a tale oggetto erano state invitate, ed anche gli altri tornarono a casa. Ma i Corintii voltatisi primamente ad Argo, tengono discorso con alcuni dei principali cittadini, che avendo i Lacedemoni fatto tregua ed alleanza con gli Ateniesi, prima loro nemici mortali, non pel bene del Peloponneso ma per farselo servo, conveniva pure agli Argivi vedere come potesse salvarsi il Peloponneso stesso, [22] e decretare che ogni città greca che sia libera e si governi con perfetta eguaglianza di diritto[35], faccia, se vuole, lega con gli Argivi per la difesa scambievole dei territorii; che però si eleggano pochi cittadini con pieno mandato acciò non si abbia a trattare col popolo, e non restino scoperti quelli che non riuscissero a persuadere la moltitudine. Aggiugnevano poi che molti per odio contro i Lacedemoni verrebbero alla parte loro. Ed esposte queste considerazioni i Corintii tornarono a casa.
28. Intesa la cosa dai primari d’Argo, la rapportarono ai magistrati e al popolo; e gli Argivi fecero il decreto, e destinarono dodici cittadini co’ quali dovevano trattare dell’alleanza quei Greci che la gradissero, eccettuati gli Ateniesi e i Lacedemoni; che con nessuno di questi due avrebbero potestà di pattuire senza il consenso del popolo argivo. E tanto meglio accostaronsi gli Argivi a questo trattato, in quanto che vedevano imminente la guerra co’ Lacedemoni (essendo presso al termine la tregua con loro), ed insieme speravano di diventare il capo del Peloponneso. Imperocchè in codesti tempi soprattutto sì si parlava male di Sparta caduta in discredito per le sue sconfitte[36]; dove gli Argivi non essendosi mescolati nella guerra attica, e tenutisi d’accordo con le due potenze ne avevano raccolto il frutto, e si trovavano floridissimi in ogni cosa. Così dunque gli Argivi ricevevano in alleanza qualunque de’ Greci il volesse.
29. E per tema dei Lacedemoni primi ad essi si accostarono i Mantineesi co’ suoi alleati: perchè avendo essi recato a loro soggezione parte dell’Arcadia durante la guerra contro Atene, stimavano che Sparta sciolta omai da ogni briga non permetterebbe che più vi comandassero. Però di buon animo si rivolsero ad Argo, credendo quella Repubblica potente e sempre avversa ai Lacedemoni, e democratica com’essi. Ribellatisi appena i Mantineesi, levossi un bisbiglio anche tra gli altri Peloponnesi dovere essi pure seguirne l’esempio; sì perchè pensavano che mire più alte avessero mosso i Mantineesi a staccarsi da Sparta, sì ancora perchè avevano a [23] sdegno i Lacedemoni, i quali tra l’altro avevano nel trattato attico inserita la clausola, che le due Repubbliche di Sparta e di Atene potessero, senza violare il giuramento, aggiungervi o togliervi quel che credessero. Quest’articolo più che altro turbava i Peloponnesi, e induceva sospetto che i Lacedemoni intendendosela con gli Ateniesi, non volessero metterli in servaggio; stantechè la giustizia richiedeva che la formula di far cambiamenti fosse espressa per tutti gli alleati. Laonde impauriti generalmente, ciascuna città da per sè ardeva di stringer lega con gli Argivi.
30. Informati i Lacedemoni che si era levato romore nel Peloponneso, e che i Corintii stati i primi motori di quello, erano essi stessi per istringer lega con Argo, mandano ambasciatori a Corinto, volendo prevenire quel che poteva succedere. Accusavano i Corintii d’essere stati gli autori di tutte le turbolenze, e dicevano che staccandosi da loro per legarsi con gli Argivi, trapasserebbero i giuramenti, e oprerebbero ingiustamente non accettando le tregue degli Ateniesi, ove era detto dovere esser fermo e rato ciò che la maggior parte dei confederati decretasse, tranne il caso di qualche ostacolo dalla parte degli Dei e degli Eroi. I Corintii in presenza di tutti i confederati che non avevano accettato le tregue e che erano stati da loro anticipatamente chiamati, non dichiararono apertamente le ingiurie che soffrivano, come di non aver ricevuto dagli Ateniesi nè Solio[37] nè Anactorio[38], nè se in qualche altra cosa si credevano soverchiati. Ma rispondevano ai Lacedemoni adducendo per pretesto non voler tradire i Greci di Tracia; essersi con loro obbligati con giuramenti particolari, quando d’accordo co’ Potideati si ribellarono la prima volta da Atene, e con altri giuramenti di poi. Adunque ricusando le tregue degli Ateniesi dicevano, che non verrebbe a violarsi il giuramento dei confederati; che peccherebbero contro di esso, se dopo la fede giurata ai Tracii in nome degli Dei li tradissero; che nell’accomodamento vi era espresso questa clausola: «tranne il caso di qualche ostacolo dalla parte degli Dei o degli [24] Eroi;» e che questo pareva loro essere un ostacolo divino. Così risposero quanto agli antichi giuramenti: quanto poi all’alleanza con gli Argivi; che terrebbero prima consiglio con gli amici per fare ciò che fosse giusto. Gli ambasciatori lacedemoni tornarono a casa: quei degli Argivi, che per avventura si trovavano a Corinto, sollecitavano i Corintii ad entrare nella loro lega senza perder tempo; ma ebbero in risposta di venire alla prossima adunanza che si terrebbe in quella città.
31. Venne anche subito un’ambasceria degli Elei; e stretta primieramente lega co’ Corintii, di là passarono poi ad Argo giusta il convenuto, e si fecero confederati degli Argivi, avvegnachè fossero disgustati dei Lacedemoni per conto di Lepreo. Qui è da sapere che i Lepreati avendo una volta guerra contro alcuni di Arcadia, invitarono gli Elei ad unirsi con loro, colla promessa della metà del territorio. Terminata la guerra, gli Elei si contentarono che i Lepreati ne possedessero le terre, purchè ogni anno facessero l’offerta di un talento a Giove Olimpio. Infatti l’offersero sino alla guerra attica, ma poi col pretesto di essa se ne tolsero. Gli Elei vollero obbligarveli, e i Lepreati ricorsero ai Lacedemoni nei quali fu rimessa la causa; ma gli Elei entrati in sospetto che non sarebbe loro fatta giustizia, senza riguardo a ciò, saccheggiarono le terre de’ Lepreati. Nondimeno i Lacedemoni decisero essere liberi i Lepreati, e gli Elei ingiusti usurpatori: e perchè non se n’erano stati al loro arbitrio mandarono presidio di truppe gravi a Lepreo. Gli Elei giudicarono avere i Lacedemoni accolta una città loro ribelle, produssero i capitoli ove era espresso che ognuno all’uscir della guerra attica dovesse ritener quello che aveva all’entrare; e persuasi di non avere riscosso la giustizia si staccano da Sparta per legarsi con Argo; e secondo il convenuto, fecero anch’essi alleanza. Subito poi dietro a loro anche i Corintii e i Calcidesi di Tracia si fecero confederati degli Argivi: ma i Beozii e i Megaresi, per quanto dicessero di voler fare lo stesso, pure rimasero tranquilli, sì perchè non erano presi di mira dai Lacedemoni, e sì [25] perchè giudicavano la democrazia degli Argivi meno confacevole del reggimento di Sparta col loro governo aristocratico.
32. Quasi al tempo medesimo di questa estate gli Ateniesi espugnarono gli Scionesi, uccisero gli adulti, cattivarono i ragazzi e le donne, e investirono i Plateesi del territorio. Rimisero inoltre in patria i Delii, per iscrupolo delle disgraziate battaglie, e per risposta avutane dal nume di Delfo. I Focesi ed i Locrii cominciarono a guerreggiarsi. I Corintii e gli Argivi, essendo omai confederati, vanno a Tegea con animo di ribellarla ai Lacedemoni, perchè vedevano che ella era gran porzione del Peloponneso; e stimavano che aggiungendosela potrebbero aver per sè tutto il Peloponneso. Ma avendo risposto i Tegeati che non farebbero nulla contro i Lacedemoni, i Corintii fino allora tanto solleciti in questo maneggio, rallentarono la insistenza, ed ebbero gran paura che niuno degli altri volesse omai accostarsi a loro. Nondimeno andati dai Beozii li pregavano ad entrare in lega con loro e con gli Argivi, e a governare le altre cose tutti d’accordo; li richiedevano d’accompagnarli ad Atene, per ottenere anche essi come loro la tregua di dieci giorni stabilita tra Ateniesi e Beozii, poco dopo l’accomodamento de’ cinquant’anni; e se gli Ateniesi non vi acconsentissero, dovessero i Beozii rinunziare alla loro tregua, e non far più patti senza i Corintii. A tali richieste i Beozii li pregavano a soprassedere rispetto alla lega con gli Argivi; e andati intanto con loro ad Atene non ottennero la tregua de’ dieci giorni; anzi risposero gli Ateniesi che già vi era tregua pei Corintii, purchè fossero alleati dei Lacedemoni. Contuttociò i Beozii non vollero disdire la tregua dei dieci giorni, sebbene pressati da’ Corintii che loro rimproveravano di avere così convenuto, ma vi era armistizio fra i Corintii e gli Ateniesi, sebbene senza tregua formale.
33. Nella medesima estate i Lacedemoni condotti da Plistoanatte figliolo di Pausania re di Sparta, marciarono con tutte le forze in Arcadia verso i Parrasii vassalli di Mantinea, invitati da loro per divisione di parti. Era anche [26] loro intenzione di demolire, se fosse possibile, la fortificazione fatta a Cipsele e guardata dai Mantineesi, e posta nella Parrasia vicino alla Sciritide nel territorio laconico. Pervenuti colà guastavano la campagna parrasia: e i Mantineesi diedero a guardare la propria città agli Argivi, per presidiare da sè stessi codesti luoghi loro alleati. Ma poi vedendosi inabili a difendere le fortificazioni di Cipsela e le castella de’ Parrasii, tornarono indietro, e i Lacedemoni data libertà ai Parrasii e demolite le fortificazioni, tornarono a casa.
34. Nella stessa estate, al ritorno dalla Tracia dei soldati brasidiani ricondotti da Clearida dopo le tregue, i Lacedemoni decretarono che gl’Iloti i quali avevano combattuto con Brasida fossero liberi e potessero abitare ovunque volessero. Se non che poco dopo trovandosi già in discordia con gli Elei, gli fecero passare insieme con gli altri ascritti di fresco alla cittadinanza, in Lepreo sul confine della Laconia e dell’Elide. Quanto poi a quelli che erano stati fatti prigionieri alla Sfatteria e che avevano rese le armi, li pubblicarono disonorati (sebbene alcuni fossero in carica), perchè temevano che al vedersi scemati di reputazione non tentassero delle novità, qualora conservassero il loro grado. Tal disonoranza portava che non potessero aver magistrature nè esser padroni di comprare e vendere. Ma col tempo furono rimessi in onore.
35. Parimente nella medesima estate i Dittidiesi presero Tisso città sul monte Ato, alleata di Atene. E quantunque per tutta questa state gli Ateniesi e i Peloponnesi praticassero insieme, pure avean cominciato a pigliare ombra l’uno dell’altro subito dopo le tregue per la non seguita restituzione reciproca delle terre. Imperciocchè i Lacedemoni a’ quali era toccato la volta di renderle i primi non avevan tra l’altre restituito neanche Amfipoli; nè astretto gli alleati di Tracia, i Beozii ed i Corintii ad accettare le tregue, contuttochè spacciassero sempre che se e’ non vi si piegassero, ve li forzerebbero di consenso con gli Ateniesi; ed avessero proposto un termine, ma senza pubblico strumento, infra il quale quei che non vi accedessero, [27] sarebbero tenuti per nemici da entrambi. Or gli Ateniesi vedendo che nulla di tutto questo era mandato ad effetto, sospettarono non avere i Lacedemoni veruna buona intenzione. Però non resero alle loro richieste Pilo, e piuttosto si pentivano di avere restituito i prigionieri della Sfatteria, e ritenevano le altre terre aspettando che anche i Lacedemoni attenessero i patti. I Lacedemoni poi dicevano aver fatto il possibile, restituiti i prigionieri che avevano, ritirate dalla Tracia le truppe, e quanto altro era in loro potere; ma non essere padroni di Amfipoli in modo da poterla rendere: però farebbero di tutto perchè i Beozii e i Corintii aderissero alle tregue, e gli Ateniesi ripigliassero Panacto, e recuperassero tutti i loro prigioni che erano in mano de’ Beozii. Domandavano con questo che fosse reso Pilo, o almeno che ne fossero ritirati i Messenii e gli Iloti, siccome anch’essi avevano fatto dei loro soldati in Tracia; e che gli Ateniesi, se volevano, guardassero da sè Pilo. In somma dopo molti e frequenti abboccamenti in questa estate ottennero dagli Ateniesi che fossero condotti via da Pilo i Messenii e gli altri Iloti, e quanti avevano disertato della Laconia; ai quali fu dato stanza a Cranio della Cefallenia. Posarono adunque le armi per questa estate, che fu consumata in scambievoli gite.
36. Nel seguente inverno quegli efori, sotto i quali eransi concluse le tregue, venendo scambiati da altri che vi si erano opposti, gli ambasciatori della lega andarono a Sparta, ove già si trovavano quei degli Ateniesi, dei Beozii e dei Corintii: e dopo molti discorsi non convenendo in nulla tornarono a casa. Allora Cleobulo e Xenara, i più desiderosi tra gli efori di sciogliere le tregue, furono privatamente insieme coi legati de’ Beozii e dei Corintii, avvertendoli di esaminare attentissimamente le cose presenti, e di far sì che i Beozii abbracciassero prima l’alleanza degli Argivi, e quindi conducessero gli Argivi insieme con loro alla lega dei Lacedemoni. Dicevano che in questo modo i Beozii non sarebbero per nessun conto obbligati a entrare nel concordato attico; poichè i Lacedemoni [28] preferirebbero di avere amici e confederati gli Argivi, anche a patto di romperla con Atene e sciogliere il concordato. Bene sapevano questi efori la brama continua dei Lacedemoni di farsi decorosamente amica Argo, stimando che la guerra fuori del Peloponneso riuscirebbe più facile. Pregavano poi i Beozii a voler consegnare Panacto ai Lacedemoni, perchè potendo col baratto di questo riavere Pilo, avrebbero più agevolmente onde mettersi in guerra contro gli Ateniesi.
37. Partirono tanto i Beozii che i Corintii con questa incumbenza data loro da Cleobulo, da Xenara e da quei tra i Lacedemoni che tenevano da loro, per riferire il tutto ai loro comuni. Due personaggi argivi del primo magistrato gli attesero sulla strada ove dovevan passare; e abboccatisi con essi vennero in discorso del dovere anco i Beozii farsi loro alleati come i Corintii, gli Elei e i Mantineesi; imperocchè giudicavano che riuscendo il disegno e facendo insieme causa comune potrebbero, volendo, d’ora in poi più di leggieri guerreggiare e negoziare coi Lacedemoni e con qualunqu’altro occorresse. Piacque ai legati il discorso, poichè casualmente domandavano quello stesso di che avevano commissione dai loro amici di Sparta. I due argivi vedendo giunger gradita la loro proposta, dissero, che ne manderebbero ambasceria ai Beozii, e partirono. Frattanto i legati beozii tornati a casa resero conto ai Beotarchi delle cose di Sparta e degli Argivi incontrati per istrada; ed i Beotarchi ne ebbero piacere e presero maggior animo, perchè succedeva che gli amici di Sparta domandavano quello stesso che sollecitavano gli Argivi. Poco dipoi comparvero i legati degli Argivi richiedendoli di quello che era stato convenuto: ed i Beotarchi, approvate le domande loro, li congedarono, e promisero di spedire ambasceria ad Argo per concludere l’alleanza.
38. In questo parve ai Beotarchi, ai Corintii, ai Megaresi ed ai legati di Tracia che prima si giurasse tra loro scambievolmente di portare all’occorrenza soccorso a chi ne li pregasse; e di non far guerra o accomodamenti senza [29] il generale consentimento; e che allora poi i Beozii e i Megaresi, i quali facevano causa comune, stringessero pure alleanza con gli Argivi. Prima però che si dessero il giuramento, i Beotarchi comunicarono queste proposizioni ai quattro consigli dei Beozii, i quali hanno piena autorità: e li esortarono a far giuramento con quelle città che per difesa scambievole volessero con loro giurare alleanza. Ma quei Beozii che erano di consiglio, temendo che farebbero contro ai Lacedemoni se si congiungessero co’ Corintii già ribellati ad essi, rigettano la proposta; avvegnachè i Beotarchi (stimando che il consiglio, quantunque non ragguagliato della cosa, pure non decreterebbe altrimenti da quello che essi proponevano dopo fattone esame), non li avessero informati dell’accaduto a Sparta, cioè qualmente non solo gli efori Cleobulo e Xenara, ma anche i loro aderenti li confortavano a far prima lega con gli Argivi e co’ Corintii, e quindi ad entrare in quella de’ Lacedemoni. Così incagliato l’affare, i Corintii e i legati di Tracia partirono senza nulla concludere. I Beotarchi, i quali da prima, se avessero ottenuta su di ciò l’approvazione de’ consigli, erano determinati di adoprarsi per fare alleanza anche con Argo, non fecero più verun rapporto ai consigli per conto degli Argivi, e neppure spedirono ad Argo i legati, come avevano promesso; anzi tutto procedeva con trascuraggine e lentezza.
39. In questo medesimo inverno gli Olintii presero di primo assalto Meciberna presidiata dagli Ateniesi. Dopo di che, siccome fra Sparta ed Atene si trattava continuamente de’ luoghi che ambe le parti ritenevano, così sperando i lacedemoni di dover ricuperar Pilo se gli Ateniesi riavessero Panacto da’ Beozii, andarono in ambasceria da quest’ultimi pregandoli a restituir Panacto ed i prigionieri ateniesi, acciò con questo baratto potessero riacquistar Pilo. I Beozii negarono di farne la restituzione se essi non facevano seco loro una lega particolare come con gli Ateniesi. Vedevano i Lacedemoni che offenderebbero Atene, perchè negli accordi era detto non doversi fare nè guerra nè accomodamento con chiccheffosse senza [30] il consenso di entrambi. Tuttavia desiderando essi di riavere Panacto per iscambiarlo con Pilo, e quei che si brigavano di turbare le tregue sollecitandoli ad allegarsi coi Beozii, fecero alleanza con questi, e già l’inverno era per dar luogo alla primavera. Immediatamente era smantellato Panacto, e terminava l’anno undecimo della guerra.
40. Ma venuta appena la primavera della seguente estate gli Argivi, non vedendo giungere i legati che i Beozii avevano promesso di spedire e sentendo la demolizione di Panacto e la lega fatta a parte da’ Beozii coi Lacedemoni, vennero in apprensione che così rimarrebbero isolati, e che tutto il corpo degli alleati si accosterebbe con Sparta. Perciocchè sospettavano che i Beozii fossero stati indotti dai Lacedemoni a demolire Panacto e ad entrar nella lega attica, e che tutto ciò fosse avvenuto di saputa degli Ateniesi: talchè ora non avrebbero più modo di collegarsi con Atene, siccome per lo innanzi speravano, se mai a cagione delle differenze insorte non reggesse il trattato che avevano con Sparta. Gli Argivi adunque tra per questa incertezza, e per la paura di non trovarsi al tempo stesso in guerra coi Lacedemoni, coi Tegeati, coi Beozii e con gli Ateniesi, giacchè prima rifiutata la lega di Sparta boriavano piuttosto di farsi capi del Peloponneso, spedirono senza frapporre indugi legati a Sparta Eustrofo ed Esone, come quei che parevano dovervi esser più graditi. Senza di che avvisavano che facendo lega coi Lacedemoni nel modo che si potesse il più acconcio ai tempi presenti, comunque le cose andassero, essi otterrebbero tranquillità.
41. Pervenuti a Sparta i loro legati entrarono in discorso co’ Lacedemoni delle condizioni per ottener l’alleanza. Esigevano gli Argivi a prima giunta che si facesse il compromesso in una città o in un privato per la controversia vertente sul territorio cinurio, sorgente di continui litigi, il quale è posto sul confine e comprende le città di Tirea e di Atene[39], e lo posseggono i Lacedemoni. Ma i Lacedemoni non vollero che di ciò si facesse menzione; e solo dissero d’esser pronti a rinnuovare, se così piacesse, il trattato ne’ termini di prima. Con tutto [31] ciò i legati di Argo gli indussero a consentire di far per ora una tregua di cinquant’anni, col patto però che tanto Sparta che Argo, previa l’intimazione, potessero combattere per quel territorio, tranne il caso di pestilenza o di guerra (siccome tempo fa un’altra volta convennero quando entrambi pretesero di essere stati vincitori); e col patto che non si potesse inseguire il nemico oltre i confini di quel territorio sì verso Sparta che verso Argo. A prima vista, la cosa parve ai Lacedemoni una stoltezza; ma poi, siccome bramavano in ogni modo amica Argo, accordaronsi alle condizioni che ei richiedevano, e ne presero scrittura. E prima di ultimar nulla confortarono i legati a tornare ad Argo ed informarne il popolo; e se tali condizioni piacessero, a ritornare alle feste giacintie per fare il giuramento. E quelli partirono.
42. Nel tempo che gli Argivi erano in questi trattati, Andromene, Fedimo ed Antimenida, ambasciatori dei Lacedemoni, incumbenzati di riprendere da’ Beozii Panacto e i prigionieri per renderli agli Ateniesi, trovarono che i Beozii avevano demolito Panacto, sul pretesto che per certe differenze intorno a questa terra erano seguiti antichi giuramenti fra gli Ateniesi e i Beozii di non abitarla nè gli uni nè gli altri, ma di tenerla in comune. Onde Andromene ed i suoi colleghi ripresi i prigionieri ateniesi ritenuti dai Beozii, li riportarono ad Atene, e ne fecero la consegna. Resero poi conto agli Ateniesi della demolizione di Panacto, giudicando aver restituito anch’esso, da che non più vi abiterebbe verun nemico di Atene. A queste relazioni restarono forte esacerbati gli Ateniesi, tenendosi ingiuriati dai Lacedemoni non solo perchè era stato demolito Panacto, che doveva restituirsi intero, ma eziandio perchè sentirono avere essi stretto lega a parte co’ Beozii, tuttochè prima vociferassero di volere unanimemente astringere alla tregua quelli che non l’accettassero. Riflettevano di più a tutte le altre cose in che i Lacedemoni avevano trasgredito le convenzioni, e stimavansi ingannati: però rimandarono con acerbe risposte gli ambasciatori.
[32]
43. In tal disunione fra Lacedemoni e Ateniesi, quei di Atene che dal canto loro volevano rompere la tregua, cominciarono subito a insistere, e sopra tutti Alcibiade di Clinia che quantunque troppo fresco di anni per aver credito in altra città, era nondimeno rispettato in Atene per la nobiltà de’ maggiori. Ei credeva più sicuro partito accostarsi ad Argo: ma oltre a ciò come quegli che era d’animo altiero e contenzioso si opponeva alla tregua, perchè i Lacedemoni l’avean conclusa colla mediazione di Nicia e di Lachete, non facendo conto di lui per la sua giovinezza, e non onorandolo come richiedeva l’antica ospitalità ond’era una volta legato con essi, la quale quantunque disdetta dal suo avolo, egli però avvisava d’averla rinnovata per essersi adoprato a pro dei loro prigionieri della Sfatteria. Insomma credendosi in ogni modo avvilito prese allora la parte di opposizione, spargendo essere i Lacedemoni gente da non fidarsene, e cercare essi di legarsi con gli Argivi a fine di staccarli con questa lega da Atene e d’andar poi contro gli Ateniesi restati soli. Ed allora cogliendo l’occasione dei dissapori insorti, di suo spedisce tosto gente ad Argo invitandoli a venire sollecitamente coi Mantineesi e con gli Elei ad Atene per chiedere l’alleanza, avvegnachè questo fosse il tempo opportuno, tanto più che egli stesso li spalleggerebbe con grandissima premura.
44. Gli Argivi sentita questa ambasciata, ed informati avere i Beozii fatto alleanza con Sparta senza la saputa degli Ateniesi, e questi essere entrati in diffidenza grande con i Lacedemoni, abbandonarono il pensiero dei loro ambasciatori che erano a Sparta per trattare della lega, e coll’animo inchinavano maggiormente ad Atene; avvisando che essendo ella città loro amica ab antico, e democratica come essi, e potente assai sul mare, unirebbe seco le armi sue, qualor si trovassero in guerra. Vi spedirono adunque subito ambasciatori circa all’alleanza, e con questi si unirono anche quelli degli Elei e de’ Mantineesi. Gli ambasciatori pure degli Spartani, Filocarida, Leone ed Endio, che avevano voce di essere graditi in Atene, [33] vi arrivarono sollecitamente, per paura che gli Ateniesi adirati non facessero lega con Argo, e insieme per ridomandar Pilo in cambio di Panacto, e giustificarsi, quanto all’alleanza coi Beozii, come non l’avevan fatta a danno di Atene.
45. E parlando essi di ciò in senato, e dicendo di aver pieno mandato per aggiustare ogni differenza, facevan temere ad Alcibiade, che ove anche dinanzi al popolo tenessero i medesimi discorsi, si cattiverebbero la moltitudine, e verrebbe rigettata l’alleanza con Argo. Ond’ei macchina contro loro quest’inganno. Dà a vedere agli ambasciatori di Sparta, impegnando ad essi la sua fede, che se non dichiareranno al popolo di aver pieno mandato, egli renderà loro Pilo; essendochè persuaderebbe di ciò gli Ateniesi, siccome finora gli avea persuasi del contrario, ed accomoderebbe le altre differenze. Questo suo artifizio aveva per iscopo di alienare gli ambasciatori da Nicia, e di vedere se, screditandoli dinanzi al popolo come gente non punto sincera dell’animo nè a sè coerente nei suoi discorsi, potesse fare alleati di Atene gli Argivi, gli Elei e i Mantineesi. E la cosa andò così. Poichè essendosi presentati al popolo, ed alla domanda fatta loro non avendo risposto (siccome in senato) di aver pieno mandato, gli Ateniesi non sapevano più contenersi; ma davan retta ad Alcibiade che inveiva contro i Lacedemoni più di prima; ed erano pronti ad introdurre gli Argivi e gli altri con loro per farseli alleati. Innanzi che fosse nulla sanzionato sopravvenne un terremoto che fece differire l’adunanza[40].
46. Nell’adunanza seguente Nicia, sebbene per la frode usata agli ambasciatori di Sparta fosse rimasto anch’egli deluso (mentre essi avean negato d’aver piena autorità), non pertanto disse doversi preferire l’amicizia coi Lacedemoni; e sospendendo il trattato con gli Argivi spedire di nuovo a Sparta, per sentire come la pensavano. Faceva osservare che la dilazione della guerra quanto tornava in acconcio per Atene, altrettanto non conveniva a Sparta. Imperciocchè trovandosi la loro Repubblica in florido stato, [34] era ottimo consiglio conservare al più lungo la prosperità; dove per Isparta oppressa da sciagure sarebbe guadagno tentare al più presto la guerra. Così persuase gli Ateniesi a mandarvi legati, ed egli era di quel numero, per intimare ai Lacedemoni, se volessero fare la giustizia, di restituire intero Panacto ed Amfipoli; di abbandonare la lega de’ Beozii ove questi non accedano agli accordi conforme all’articolo che dice: Nissuna delle due repubbliche dovere senza il consentimento dell’altra far convenzioni con chicchessia. Gl’incaricano altresì di dichiarare ai Lacedemoni che se persistevano in quelle ingiustizie, si sarebbero essi pure subito fatti alleati gli Argivi; mostrando che appunto a tale oggetto erano questi in Atene. Di più, se altro rammarico avevano contro Sparta diedero di tutto le istruzioni ai loro legati Nicia e suoi compagni, e gli spedirono. I quali arrivati a Sparta esposero tutte le altre commissioni che avevano, e finirono con dire che se non abbandonassero la lega co’ Beozii, i quali non erano entrati nella tregua, anche Atene si sarebbe fatti alleati gli Argivi e gli altri con loro. I Lacedemoni prevalendo il sentimento di Xenara eforo e di tutti gli altri quanti erano del medesimo pensiero, risposero di non voler rinunziare all’alleanza coi Beozii; e rinnuovarono i giuramenti alle preghiere di Nicia, il quale temeva che partendo senza nulla concludere resterebbe screditato (lo che avvenne) siccome quegli che passava per promotore delle tregue con i Lacedemoni. Al suo ritorno sentendo gli Ateniesi nulla essersi ottenuto da Sparta montaron subito in ira; e tenendosi ingiuriati, fecero a sommossa d’Alcibiade tregua e confederazione con gli Argivi e loro alleati che si trovavano presenti, in questo tenore:
47. «Gli Ateniesi da una parte, gli Argivi, i Mantineesi e gli Elei dall’altra, in nome proprio e degli scambievoli confederati cui comandano, hanno fatto per cent’anni tregua sì per terra che per mare, senza inganno e detrimento. Agli Argivi, agli Elei, ai Mantineesi ed a’ loro alleati non sarà lecito, per far danno, portar le armi contro gli Ateniesi e gli alleati cui comandano: nè agli Ateniesi ed agli [35] alleati contro gli Argivi, gli Elei, i Mantineesi e loro alleati, esclusa ogni frode e tranelleria. Con questi patti gli Ateniesi e gli Argivi, gli Elei e i Mantineesi saranno alleati per cento anni. Ancora, se genti nemiche entreranno nel suolo degli Ateniesi, gli Argivi, gli Elei e i Mantineesi, secondo l’avviso che da essi ne abbiano, dovran soccorrere Atene nel più valido modo che possano, giusta le loro forze. E se il nemico si ritiri dopo avervi dato il guasto, quella tal città s’intenda nemica degli Argivi, dei Mantineesi, degli Elei e degli Ateniesi, e debba esser travagliata colle armi da tutte queste Repubbliche, nissuna delle quali possa scioglier la guerra impresa contro la città nemica, senza il consentimento di tutte le altre. Parimente se genti nemiche entreranno nel suolo, o degli Elei, o de’ Mantineesi, o degli Argivi; gli Ateniesi, secondo l’avviso che da essi ne abbiano, dovranno soccorrere Argo, Mantinea ed Elide nel più valido modo che possano, giusta le loro forze. E se il nemico si ritiri dopo avervi dato il guasto, quella tal città s’intenda nemica degli Ateniesi, degli Argivi, de’ Mantineesi e degli Elei, e debba esser travagliata colle armi da tutte queste Repubbliche, nissuna delle quali possa scioglier la guerra impresa contro la città nemica, senza il consentimento di tutte le altre. Ancora, nessuna delle due parti permetterà che gente armata attraversi per far guerra il suo territorio, o quello degli scambievoli alleati cui comandano, e nemmeno il mare, senza che le città tutte Atene, Argo, Mantinea, Elide ne abbiano decretato il passo. Ancora, alle truppe ausiliarie somministri le vettovaglie per trenta giorni la città che le spedisce, da contare dopo il loro arrivo a quella che le ha chiamate; e così nel ritorno. Se poi piacerà valersene più lungamente la città che le ha chiamate dia per paga al soldato grave e leggero e all’arciere tre oboli eginesi ogni giorno, e al cavaliere una dramma eginese[41]. Ancora, la città che ha richiesto gli aiuti ne abbia il comando quando però la guerra sia sul suolo di lei; ma se mai le città si determinino a guerra comune, abbiano tutte egual parte al comando. Ancora, gli Ateniesi giurino questa tregua per sè [36] e per i loro alleati; e città per città gli Argivi, i Mantineesi, gli Elei e i loro confederati. Presti ciascuna il giuramento più solenne del paese, coll’offerta di vittime perfette[42]; e questa ne sia la formula: — Manterrò l’alleanza secondo i patti, giustamente, illesamente, sinceramente, nè la trasgredirò con frode o tranelleria di sorte veruna. — In Atene giurino il senato e i magistrati del popolo nelle mani ai Pritani: In Argo il senato, gli ottanta e gli Artini[43], ma nelle mani agli ottanta: In Mantinea i tribuni della plebe[44], il senato e gli altri magistrati, nelle mani ai Teori e Polemarchi[45]: In Elide i tribuni della plebe, quelli che riscuotono i tributi ed i seicento, nelle mani però ai tribuni della plebe ed ai Tesmofilaci[46]. Si rinnoveranno i giuramenti dagli Ateniesi portandosi a Mantinea, a Elide e ad Argo, trenta giorni prima dei giochi olimpici: dagli Argivi, Elei e Mantineesi portandosi ad Atene dieci giorni prima delle grandi Panatenee. I patti riguardanti la tregua, i giuramenti e l’alleanza si scolpiscano in una colonna di pietra, dagli Ateniesi nella rocca; dagli Argivi nel foro, nel sagrato di Apollo; dai Mantineesi nel sagrato di Giove pur nel foro. Si porrà altresì a spese comuni una colonna di bronzo in Olimpia nel tempo dei giochi olimpici che ora si celebrano. Finalmente qualora queste città giudichino di aggiunger qualche cosa agli articoli stabiliti, si dovrà intendere fermo e rato ciò che tutte le città comunemente risolveranno.»
48. Così restò conclusa la tregua e l’alleanza; nè però i Lacedemoni e gli Ateniesi rinunziarono a quello di che avevano convenuto insieme. Ma i Corintii sebbene legati con gli Argivi non entrarono in questa tregua; anzi nemmeno vollero unirsi a giurare la lega stabilita innanzi fra gli Elei, gli Argivi e i Mantineesi, la quale obbligava di avere i medesimi amici e nemici; dicendo bastar loro la prima lega difensiva, stabilita per soccorrersi scambievolmente e non per unirsi a portar guerra ad altri; e così i Corintii si tennero subito fuori dell’alleanza di questi, e rivolsero di nuovo l’animo ai Lacedemoni.
49. In questa estate celebraronsi i giochi olimpici, ove [37] Androstene arcade vinse la prima volta il pancrazio; e gli Elei interdissero ai Lacedemoni di entrare nel sacro recinto, e di sacrificare e di gareggiarvi, perchè non pagavan loro la multa, alla quale in vigore della legge olimpica li avevano condannati[47]; incolpandoli di aver portato le armi contro il forte di Firco, e spedite, durante la tregua olimpica, delle loro genti gravi contro Lepreo. La multa era duemila mine, due per soldato, a tenore della legge[48]. Ma i Lacedemoni speditivi ambasciatori opponevano d’essere stati condannati ingiustamente, sostenendo non essere stata annunziata la tregua a Sparta quando vi spedirono le genti gravi[49]. Rispondevano gli Elei che già avevano nel loro paese sospensione d’armi (poichè cominciano dal promulgarla tra loro), e che mentre stavano tranquilli e senza sospetto, fidandosi alla tregua, essi sotto mano li avevano ingiustamente assaliti. All’opposto ripigliavano i Lacedemoni, che se gli Elei fin d’allora credevano ingiusto questo loro procedere, dovevano annunziare la tregua anche a Sparta, lo che non avevano fatto; ed allora i Lacedemoni non avrebbero più portate le armi in alcun luogo contro di loro. Gli Elei però andavano sempre ripetendo che e’ non s’indurrebbero mai a credere che i Lacedemoni non avessero il torto; pure se restituissero Lepreo condonerebbero la porzione della multa dovuta loro, e pagherebbero per essi quella dovuta al Nume.
50. E non essendo ascoltati, facevano quest’altra proposizione: che i Lacedemoni, se così volevano, non rendessero Lepreo: ma poichè erano desiderosissimi di essere ammessi nel luogo sacro, salissero sull’ara di Giove Olimpico, e giurassero in faccia ai Greci, che dopo pagherebbero la multa. Non vollero i Lacedemoni menar buona neppur questa, e però furono esclusi dal luogo sacro, dai certami e dai sacrifizi, i quali fecero in casa da per loro; e gli altri Greci, salvo i Lepreati, parteciparono delle feste. Non di meno gli Elei, temendo non i Lacedemoni entrassero per forza a parte dei sacrifizi, tenevano sulle armi una guardia dei più giovani, alla [38] quale poi si aggiunsero mille Argivi e mille Mantineesi ed i cavalli ateniesi, che aspettavano in Argo il tempo delle feste. Infatti il popolo concorso era entrato in gran timore che dovessero arrivare i Lacedemoni armati; tanto più che Lica di Arcesilao lacedemone era stato battuto dai littori nell’agone, perchè avendo vinto la sua pariglia, ed essendo stata proclamata quella del Comune dei Beozii (a cagione del divieto che i Lacedemoni avevano alle feste), egli, avanzatosi nell’agone, ne inghirlandò il carrettiere, volendo così dimostrare che suo era quel cocchio[50]. Laonde molto più crebbe a tutti la paura, e s’aspettavano qualche novità. Ma i Lacedemoni non si mossero; e così passò la solennità. Dopo le feste olimpiche gli Argivi con gli alleati andarono a Corinto per pregare i Corintii ad accostarsi a loro; e vi trovarono presenti anche i legati di Sparta. Si tennero molte conferenze che finirono senza effetto veruno: anzi venuto un terremoto, ciascuno ritornò a casa sua; e così finiva l’estate.
51. All’entrare del verno quei di Eraclea nella Trachinia[51] ebber battaglia con gli Eniani, co’ Dolopi e coi Meliesi e con alcuni de’ Tessali, popoli confinanti e nemici di quella città, la quale non per altro era stata munita che per fronteggiare il territorio di costoro. Ed essi, che subito vi si erano opposti fino da quando ella veniva fabbricata, cercando per quanto potevano di rovinarla, vinsero allora gli Eraclesi in battaglia e ne fecero strage, ed uccisero il capitano Xenara di Cnidi lacedemone. E finiva intanto l’inverno, e l’anno dodicesimo della guerra.
52. Appena cominciata la nuova estate i Beozii, i quali temevano che gli Ateniesi, giovandosi del turbamento dei Lacedemoni nel Peloponneso, non prendessero Eraclea, che dopo la battaglia andava malamente a perdersi, si portarono essi subito ad occuparla, e cacciaronne Egisippida lacedemone pel suo cattivo governo. Ciò non pertanto i Lacedemoni l’ebbero a male. E nella estate medesima, Alcibiade di Clinia, allora generale d’Atene, seguito dagli [39] Argivi e loro alleati, entrò nel Peloponneso con pochi soldati gravi ateniesi e arcieri, e con alcuni alleati presi di lì; e, traversandolo coll’esercito, acconciò le altre cose riguardanti all’alleanza, e persuase i cittadini di Patra a tirare un muro sino al mare, intanto che pensava di edificarne un altro egli stesso a Rio acaico. Ma i Corintii e i Sicionesi e gli altri, in danno de’ quali tornava quel fabbricato, vi accorsero e glielo impedirono.
53. Nella estate medesima vi fu guerra anche tra gli Epidaurii e gli Argivi, sotto il pretesto delle vittime per Apollo Pitio[52], le quali dovendosi condurre dagli Epidaurii in tributo dei pascoli[53], non le avevano mandate. Ora il padronato del tempio spettava sopra tutto agli Argivi; e tanto essi quanto Alcibiade, anche senza questo pretesto, avevano risoluto di fare il possibile per prendere Epidauro; perchè così Corinto starebbe tranquilla, e gli Ateniesi da Egina volendo soccorrere Argo avrebbero a far più corto tragitto di quello che non è il giro dal capo Scilleo. Gli Argivi adunque si preparavano ad assaltare da per sè Epidauro per esiger le vittime.
54. Quasi al tempo stesso anco i Lacedemoni, guidati dal re Agide figliolo di Archidamo, con tutte le forze riunite si mossero per Leutra, terra loro conterminale, contro a Liceo. Nissuno sapeva ove essi andassero, nemmeno le città onde erano state spedite le soldatesche. E poichè videro non esser propizi i sacrifici per la spedizione, ritornarono a casa[54], ed avvisarono tutta la lega che dovessero prepararsi alla guerra dopo il futuro mese, che era il Carneo, mese sacro pei Doriesi[55]. Al loro ritorno gli Argivi si mossero quattro giorni prima che finisse il mese precedente a Carneo; e nel medesimo giorno, spingendosi innanzi coll’esercito, invasero e devastarono le terre degli Epidaurii per tutto quel tempo[56]. Gli Epidaurii si raccomandavano agli alleati, parte dei quali si scusavano col mese festivo, parte venuti su i confini dell’Epidauria, se ne stavano quieti.
55. Mentre che gli Argivi erano ad Epidauro, i legati delle diverse città si riunirono a Mantinea invitativi dagli [40] Ateniesi. Colà venuti a parlamento, Efamida corintio protestava che le parole non rispondevano a’ fatti; che e’ s’erano adunati per trattar di pace, e intanto gli Epidaurii e i loro alleati e gli Argivi stavano in armi gli uni a fronte degli altri; che però conveniva prima di tutto che da ambe le parti vi andassero persone a sciogliere quei due eserciti; e che allora si tornasse a discorrere di pace. Piacque la proposta; e recatisi colà ritirarono gli Argivi dall’Epidauriese. Congregatisi poi nuovamente nel luogo stesso, non poterono rimanere d’accordo: onde gli Argivi invasero di nuovo l’Epidauriese, e lo devastarono. Anche i Lacedemoni militarono contro i Carii[57]; ma siccome neppur questa volta i sacrifici per la spedizione erano propizi, tornarono indietro. Gli Argivi, dopo aver guastato quasi la terza parte delle terre di Epidauro, partirono per a casa; e mille soldati gravi ateniesi, che condotti da Alcibiade erano andati a soccorso dei Carii, sentito che i Lacedemoni avevano abbandonato quell’impresa, e che però non vi era bisogno di loro, partirono anch’essi. Così passò l’estate.
56. Sopravvenendo l’inverno i Lacedemoni di nascosto agli Ateniesi spedirono per mare ad Epidauro un presidio di trecento soldati sotto il comando di Agesippida. Il perchè gli Argivi andarono a rammaricarsi con gli Ateniesi, che avessero lasciato tragittare per mare i Lacedemoni, trasgredendo quell’articolo della tregua che diceva, dover ciascuno impedire ai nemici il passaggio pel suo dominio; e protestavano che se gli Ateniesi non riconducevano a Pilo i Messenii e gl’Iloti per inquietare i Lacedemoni, Argo si terrebbe offesa. Pertanto gli Ateniesi, per istigazione di Alcibiade, nella colonna ove era scolpita la tregua con Sparta, inscrissero che i Lacedemoni non avevano ottenuto i giuramenti[58]; e ricondussero da Cranio a Pilo gl’Iloti perchè vi praticassero il ladroneggio: del rimanente poi erano in quiete. E in questo medesimo inverno, tutto che gli Argivi e gli Epidaurii fossero in guerra tra loro, pur non vi fu veruna battaglia campale, ma solo aguati e scorrerie; ove, secondo che portava il [41] caso, alcuni da ambe le parti restarono uccisi. In sullo scorcio del verno già verso primavera, gli Argivi andarono con delle scale ad Epidauro, che credevano abbandonata a cagion della guerra, volendo occuparla a forza; ma la cosa non riuscì; e qui finiva l’inverno, e l’anno tredicesimo di questa guerra.
57. A mezzo la state seguente i Lacedemoni, vedendo giunti a mal termine gli Epidaurii loro alleati, e gli altri popoli del Peloponneso parte ribellati, parte vacillanti, pensarono che se non si ovviasse per tempo a questi mali, diverrebbero anche maggiori. E però essi e gl’Iloti a stormo, accompagnati anche da’ Tegeati e dagli altri Arcadi che erano in lega con Sparta, marciarono sopra Argo, guidati dal loro re Agide di Archidamo. I confederati del resto del Peloponneso e di fuori si raccolsero a Fliunte, ove trovaronsi de’ Beozii cinquemila di grave armatura, e cinquemila di leggera, con più cinquecento a cavallo ed altrettanti amippi[59]; dei Corintii duemila soldati gravi, e degli altri secondo il poter di ciascuno; se non che i Fliasii vi avevano tutte le soldatesche, perchè questo esercito era nel loro territorio.
58. Gli Argivi che aveano da primo presentito quest’apparecchio de’ Lacedemoni, quando li videro avviarsi verso Fliunte per riunirsi con gli altri, allora anch’essi uscirono in campagna rinforzati dai Mantineesi con gli alleati, e da tremila Elei di grave armatura. Nell’avanzarsi incontrano i Lacedemoni a Metridio dell’Arcadia, ed ambi gli eserciti occupano un colle. Gli Argivi si disponevano a battagliare coi Lacedemoni che erano ancor soli; ma Agide mosso di notte celatamente il campo, marciava verso Fliunte per raggiungere gli altri alleati. Di che accortisi gli Argivi, al sorgere dell’aurora si mossero prima verso Argo, poi per la strada di Nemea, dove aspettavansi che scenderebbero i Lacedemoni con gli alleati. Agide però non si voltò per la strada ch’ei credevano; anzi avvisati i Lacedemoni, gli Arcadi e gli Epidaurii prese un’altra via scoscesa, e calò nella pianura degli Argivi, mentre i Corintii coi Pellenesi e i Fliasii marciavano da altra parte su [42] per un’erta. I Beozii poi, i Megaresi e gli Sicionesi avevano avuto l’ordine di scendere per la strada di Nemea ove si erano fermati gli Argivi; affinchè se mai e’ si avanzassero ad assalirli nella pianura, gli assaltassero alle spalle colla cavalleria. Ordinate così le sue genti, entrò Agide nella pianura dando il guasto a Saminto ed agli altri luoghi.
59. Appena gli Argivi seppero ciò, sul far del giorno accorsero colà da Nemea, ed incontratisi nell’esercito dei Corintii e de’ Fliasii, pochi uccisero de’ Fliasii, e pochi più dei loro furono morti dai Corintii. Frattanto i Beozii, i Megaresi e i Sicionesi marciavano alla volta di Nemea, ove non trovarono più gli Argivi; i quali al vedersi guastare le loro terre, calati al piano si schierarono a battaglia, con a fronte i Lacedemoni che vi si apparecchiavano. Erano gli Argivi attorniati dai nemici; poichè i Lacedemoni e le altre genti che avean seco impedivano loro dalla pianura il passaggio per Argo; i Corintii, i Fliasii e i Pellenesi dalla parte superiore; ed i Beozii, i Sicionesi e i Megaresi dal lato di Nemea. Mancavano inoltre di cavalli; perocchè della loro lega i soli Ateniesi non erano peranche arrivati. Contuttociò essi e i loro alleati in generale non credevano il caso presente pericoloso come lo era, e piuttosto stimavano di essere in sito opportuno per la battaglia, e di avere nel propio paese e vicino ad Argo tagliato la strada ai Lacedemoni. Ma quando gli eserciti erano in punto di azzuffarsi, due argivi, Trasilio ch’era dei cinque capitani ed Alcifrone ospite dei Lacedemoni, furono ad Agide, e dissero che non doveasi far battaglia; che gli Argivi eran pronti a dare e ricevere soddisfazione con perfetta egualità di dritto, circa quello di che i Lacedemoni li accusavano, e fatta tregua a mantenere in seguito la pace.
60. Essi però parlarono in tal modo di suo, senza la commissione del popolo. Agide da se solo accettate le proposte, non stette neanch’egli a deliberare coi più; ma conferita la cosa con uno degli ufficiali dell’esercito[60] pattuì tregua per quattro mesi, infra i quali gli Argivi [43] manderebbero ad effetto la promessa; e subito levò il campo senza fiatarne con veruno de’ confederati. I Lacedemoni e gli alleati lo seguivano per riguardo alla legge, perocchè egli era il duce. Ma tra sè gl’imputavano a grave mancanza che presentatasi loro bella occasione di battaglia, ed accerchiato il nemico per ogni lato da cavalli e fanti, dovessero ritirarsi, non fatta impresa alcuna degna di tanto apparecchio. E veramente questo esercito greco fu bellissimo oltre ogni altro che fino allora si fosse riunito, e bellissimo fu a vedere sinchè stette accolto in Nemea, ove trovavansi i Lacedemoni con tutte le forze loro, e gli Arcadi e i Beozii e i Corintii e i Sicionesi e i Pellenesi e i Fliasii e i Megaresi, tutte genti scelte da ciascun Comune, che si credevano abili a stare a petto non solamente della lega argiva, ma ancora di chiunqu’altro vi si aggiungesse. Cotanto adunque indispettito l’esercito contro Agide, retrocedeva e poi si sciolse, tornando ciascuno alla sua patria. E dal canto loro gli Argivi molto più tenevano per colpevoli coloro che senza la saputa del popolo avevano pattuita la tregua; stimando essi pure che i Lacedemoni fossero loro fuggiti di mano, quando si era presentata una occasione sì bella; imperocchè il combattimento sarebbe accaduto presso la loro città, e col braccio di molti e valorosi alleati. Però nella ritirata presero a lapidare Trasillo nel Caradro[61], ove prima di entrare in città sogliono giudicare le cause militari. Ed egli ricovratosi ai piè dell’altare potè salvarsi; nondimeno però pubblicarono i beni di lui[62].
61. Dopo di che essendo arrivato il rinforzo ateniese di mille soldati gravi e di trecento cavalli sotto il comando di Lachete e Nicostrato, gli Argivi, che contuttociò non avean voglia di rompere la tregua co’ Lacedemoni, li pregavano a ritornarsene, e non li presentavano al popolo col quale e’ bramavano di negoziare, finchè non vi furono astretti dalle istanze de’ Mantineesi e degli Elei che tuttora si trovavano in Argo. Allora gli Ateniesi, presente Alcibiade loro legato, dissero agli Argivi ed ai confederati: «Che siccome le tregue non erano state fatte rettamente [44] senza il consenso degli altri alleati, così ora essendo essi opportunamente arrivati, bisognava intraprendere la guerra.» Persuasi gli alleati da queste parole tosto marciavano tutti verso Orcomeno dell’Arcadia, tranne gli Argivi, i quali sebbene persuasi di ciò, da primo restarono indietro; ma poi finalmente vi andarono anch’essi. Piantato il campo ad Orcomeno tutti d’accordo l’assediavano; e vi davano assalti, desiderosi d’impadronirsene principalmente perchè vi erano gli statichi di Arcadia, lasciativi dai Lacedemoni. E gli Orcomeni, tra per la debolezza delle mura e per la moltitudine di quell’oste temendo di doversi veder perduti prima che alcuno li soccorresse, capitolarono a condizione di esser compresi nella lega, e di consegnare per istatichi alcuni di loro, e di rendere ai Mantineesi quelli depositativi da’ Lacedemoni.
62. Appresso i confederati già padroni di Orcomeno deliberavano quale delle altre terre fosse da assaltare la prima. Gli Elei insistevano per Lepreo, per Tegea i Mantineesi, e con essi gli Argivi e gli Ateniesi. E gli Elei, sdegnati perchè gli altri non avevano risoluto di andare contro Lepreo, tornarono a casa. Il rimanente poi degli alleati si preparava in Mantinea per andar contro Tegea, ove alcuni degli stessi Tegeati trattavano di render loro la terra.
63. Ma i Lacedemoni tornati da Argo, dopo la tregua fatta per quattro mesi, attribuivano in gran delitto ad Agide il non aver loro sottomessa Argo in una occasione sì bella, che prima stimavano non essersi mai presentata; poichè non era facile mettere insieme tanti e tanto valorosi confederati. E quando poi udirono della presa di Orcomeno, allora maggiormente esacerbaronsi gli animi, e tosto deliberarono per la rabbia (cosa contraria alla loro indole)[63] doversi spianare la casa di Agide, e multarlo in centomila dramme. Pregavali Agide a non far nulla di questo, che in un’altra spedizione egli avrebbe con qualche bel fatto emendato quel fallo; od altrimenti lo trattassero allora come volevano. Ritirarono i Lacedemoni la condanna della multa e della casa, e di [45] presente posero una legge non mai prima stata tra loro, colla quale gli aggiunsero a consiglieri dieci cittadini di Sparta, senza i quali e’ non poteva condurre l’esercito fuori di città.
64. In questo viene loro avviso da parte de’ suoi fautori di Tegea che s’e’ non si portassero colà prontamente, quella città si recherebbe dalla parte degli Argivi e loro alleati, e che la ribellione era poco meno che seguita. Allora vi traggono a stormo Lacedemoni ed Iloti con inusitata prestezza. Marciavano per Orestio della Menalia; e facevano intendere agli Arcadi della lega di riunirsi e venire sulle orme loro a Tegea: e intanto giunti essi tutti ad Orestio, rimandarono di là a casa la sesta parte di loro genti composta dei più vecchi e de’ troppo giovani, i quali presidiassero la città; e con le altre giungono a Tegea, ove poco dopo comparvero gli alleati di Arcadia. Spediscono altresì ai Corintii, ai Beozii, ai Focesi ed ai Locrii, ordinando di accorrere sollecitamente a Mantinea. I quali con tuttochè procurassero di affrettarsi, nondimeno la cosa camminava lentamente, perchè non essendo riuniti ed aspettandosi l’un l’altro, si mostrava difficile il traversare il territorio nemico che tagliava loro di mezzo la strada. Ed i Lacedemoni, presi seco gli alleati di Arcadia che erano arrivati, entrarono in su quel di Mantinea: ed accampatisi presso al tempio di Ercole davano il guasto alla campagna.
65. Gli Argivi e i loro alleati quando gli ebbero veduti occuparono un luogo forte e disagevole, e si ordinarono a battaglia; e i Lacedemoni andarono subito contro di essi, e si avanzarono alla distanza di un tiro di sasso o di strale. Allora uno de’ più vecchi vedendo che essi si avanzavano contro un luogo sì forte, gridò ad Agide che egli intendeva di medicare un male con un altro male: significando che colla presente sua inopportuna prontezza ei volesse compensare la rimprocciatagli ritirata d’Argo. Ed egli, o che fosse mosso da quel grido, o che a un tratto gli si affacciasse alla mente un altro pensiero, ritirò sollecitamente l’esercito prima di azzuffarsi. E arrivato in su [46] quel di Tegea, voltava nelle terre di Mantinea la corrente d’acqua per cui si fanno guerra i Mantineesi ed i Tegeati, a cagione del grave danno che arreca in qual dei due paesi ella si getti[64]. Voleva egli che gli Argivi e loro alleati udendo ciò corressero giù da quell’altura ad impedire il deviamento della corrente (per cui consumò tutta la giornata), e così venissero a battaglia nella pianura. Gli Argivi con gli alleati stupefatti in principio che i Lacedemoni presentatisi appena si fossero ritirati, non sapevano che pensare: se non che quando furono fuori di vista, ed essi tuttavia stavano fermi senza inseguirli, allora di bel nuovo incolpavano i loro generali che avessero la prima volta lasciati andare i Lacedemoni per sorte colti vicino ad Argo, e che ora niuno inseguisse loro fuggenti; anzi a suo bell’agio si salvavano, mentre essi Argivi venivano traditi. Turbaronsi in quell’istante i generali, ma poi gli conducono via dal colle; ed avanzatisi nella pianura, vi presero campo per andar contro il nemico.
66. Il dì seguente gli Argivi e gli alleati si misero in quella ordinanza che doveano tenere nella battaglia se l’occasione si presentasse; e i Lacedemoni nel tornare dalla corrente verso il tempio di Ercole al medesimo accampamento, scorgono a poca distanza i nemici già tutti in ordine e molto dilungati dal colle. Non si ricordavano di essersi mai trovati tanto sbigottiti, come lo furono allora; avendo poco tempo per prepararsi, e dovendo subito in tanta fretta prendere il loro posto secondo gli ordini dati minutamente dal re Agide in forza della legge, la quale portava che quando il re conduce da sè l’esercito, tutto è comandato da lui[65], ed egli dichiara l’occorrente ai colonnelli[66], questi ai capitani, essi ai tenenti, questi ai sergenti, ed eglino alla compagnia. In questo modo passano speditamente gli ordini di ciò che vogliono i re; perciocchè nell’esercito dei Lacedemoni, tutti sono (tranne pochi) comandanti di altri comandanti, e la cura dell’esecuzione spetta a molti.
67. Stavano adunque allora sul corno loro sinistro gli Sciriti[67], che soli tra’ Lacedemoni tengono da per sè [47] cotesto posto. Presso di questi i soldati brasidiani di Tracia, e con loro i Neodamodi. Seguivano poi i Lacedemoni propio colle compagnie poste per ordine, e appresso loro gli Ereesi di Arcadia[68]: quindi i Menalii, e sul corno destro i Tegeati con pochi Lacedemoni che occupavano l’estremità; e ai due lati la cavalleria. Tale era l’ordinanza de’ Lacedemoni. Nell’esercito opposto tenevano l’ala destra i Mantineesi, perchè la battaglia era sul loro territorio: appresso venivano gli alleati di Arcadia, di poi mille Argivi di scelta milizia, che da molto tempo la città a pubbliche spese faceva esercitare nella guerra. Accosto ad essi gli altri Argivi; e dopo questi i Cleonesi e gli Orneati, loro alleati: finalmente sull’estremità gli Ateniesi che tenevano il corno sinistro con la propria cavalleria.
68. Questo era lo schieramento e l’apparecchio dei due campi. Quello però dei Lacedemoni compariva più grande; ma qual fosse il numero delle truppe di ciascun Comune, o di tutte insieme, non posso esattamente scriverlo, perchè s’ignorava quanta fosse la moltitudine de’ Lacedemoni, a cagione del loro segreto governo: e quella di questi altri non era creduta per l’inclinazione che hanno i popoli di magnificare sempre il numero delle proprie soldatesche. Ciò non pertanto dal seguente computo può chicchessia dedurre quanti fossero i Lacedemoni che si trovarono a questa battaglia. Oltre agli Sciriti, che erano seicento, combattevano sette coorti; in ogni coorte erano quattro compagnie; e in ogni compagnia quattro squadriglie; e in ogni squadriglia quattro soldati combattevano nella prima linea. Bene è vero che non tutti erano schierati egualmente in profondità, ma come voleva ciascun condottiere delle coorti; nondimeno ordinariamente stavano otto di fronte: e in tutto la prima fila era di quattrocento quarantotto uomini, senza gli Sciriti.
69. Ma poichè già stavano per azzuffarsi, allora le genti di ciascun Comune erano rincorate in questo modo dai loro capitani. Dicevano ai Mantineesi che combatterebbero per la patria, e del dominio insieme e della schiavitù; per non venire spogliati di quello dopo averne provato i [48] vantaggi, e per non trovarsi a sperimentar questa nuovamente: agli Argivi che si trattava del loro antico principato, e della uguaglianza sociale goduta una volta da essi nel Peloponneso[69]; che non soffrissero di vedersela tolta per sempre, e vendicassero le molte ingiurie ricevute da popoli nemici e confinanti: agli Ateniesi, che siccome pugnavano insieme con molti e valorosi alleati però non dovevano mostrarsi da meno di chiccheffosse; che vincendo i Lacedemoni nel Peloponneso renderebbero maggiore e più fermo l’impero, nè mai più alcun altro invaderebbe le loro terre. Tali erano gl’incoraggiamenti, dati agli Argivi e agli alleati. Dall’altra parte i Lacedemoni, ora l’un l’altro da per sè, ora colle canzoni militari, usavano a sprone di lor valenzia la ricordanza delle gesta di che erano testimoni a se stessi: sapendo esser più profittevole a salvezza il lungo esercizio nelle cose di guerra, che non le brevi esortazioni abbellite dalle parole.
70. Dopo di questo andavano i due campi ad azzuffarsi; gli Argivi e gli alleati con passo forzato spiranti furore, i Lacedemoni posatamente e a tempo coi molti trombettieri che per legge sono fra loro, non per pratica religiosa ma per muoversi uniformemente a battuta, acciò l’ordinanza loro non si rompesse, come suole accadere nei grandi eserciti nel venire alle mani.
71. Ora mentre che si muovevano all’affronto il re Agide pensò di far questo. Tutti gli eserciti nell’azzuffarsi si spingono principalmente sul corno destro prolungandolo; e sì l’una parte che l’altra tenta di sopravanzare col corno destro la fronte opposta del corno sinistro del nemico; perchè tutti per la paura cercano di proteggere al più possibile la parte sua scoperta collo scudo di chi gli sta accanto a destra, e credono che il serrarsi fitti insieme sia il miglior modo di ripararsi. Quegli che dà motivo di far questo è il soldato primo del corno destro, il quale studiandosi di sottrar sempre al nemico il fianco inerme fa sì che gli altri per la medesima paura lo seguono[70]. Allora pertanto i Mantineesi col corno loro sopravanzavano d’assai gli Sciriti; e i Lacedemoni e i Tegeati sopravanzavano [49] anche più gli Ateniesi in quanto avevano più numeroso esercito. Laonde Agide, parendogli che i Mantineesi si fossero troppo slungati, e temendo che il corno de’ suoi non ne venisse circondato, ordinò agli Sciriti ed ai brasidiani di partirsi dal loro posto, e pareggiare di fronte i Mantineesi. E quanto allo spazio che restava vuoto, comandò ai due capitani Ipponoida e Aristocle che venissero avanti dal corno destro con due squadriglie ed ivi accorressero per riempirlo; credendo che nondimeno sul suo corno destro resterebbero genti d’avanzo; e che la parte opposta ai Mantineesi starebbe più ferma nella sua ordinanza.
72. Dato egli quest’ordine repentinamente nel momento stesso dell’affronto, trovossi al caso che nè Aristocle nè Ipponoida vollero venire avanti; onde furono appresso per questa causa banditi da Sparta con la taccia di averla fatta da codardi. Avvenne inoltre che il nemico fu il primo a menar le mani; e non essendo venute avanti quelle squadriglie, sebbene Agide ordinasse agli Sciriti di ricongiungersi con esse, questi non poterono eseguir l’ordine nè chiudere in mezzo il nemico. Nonostante fu daddovero in tal giornata principalmente che i Lacedemoni, quantunque inferiori in tutto ciò che è perizia del mestiere, si mostrarono nulladimeno superiori in coraggio. Conciossiachè venuti appena alle mani col nemico, l’ala destra de’ Mantineesi caccia in fuga i loro Sciriti e brasidiani; ed i Mantineesi con gli alleati e co’ mille scelti degli Argivi, piombando nello spazio suddetto non ancora ripieno trucidavano i Lacedemoni; e circondatili li sbarattavano, e gli incalzavano fino ai carriaggi, ove uccidevano alcuni dei più vecchi schierativi a guardia. Certamente su questo punto avevano la peggio i Lacedemoni; nel resto però dell’esercito, e specialmente nel mezzo, ove era il re Agide, con intorno a sè la cavalleria chiamata dei trecento, avendo assaltati i più vecchi degli Argivi e le così dette cinque squadriglie, ed i Cleonesi e gli Orneati e gli Ateniesi schierati presso a loro, li misero in volta; talchè i più nemmeno [50] aspettarono di venire alle mani; ma vistisi venire addosso i Lacedemoni subito cederono; ed alcuni eziandio rimasero calpestati, per essere stati sorpresi prima di poter fuggire.
73. Avendo da questa parte ceduto le genti degli Argivi e degli alleati, era già al tempo stesso rotto l’esercito anche dall’altra; e insieme il destro corno dei Lacedemoni e dei Tegeati circondava col sopravanzo della sua gente gli Ateniesi, i quali si trovavano in mezzo a doppio pericolo perchè accerchiati da un lato, e sconfitti oramai dall’altro. Ed avrebbero sofferto più di tutto il resto dell’esercito, se la cavalleria che avevano seco non li aiutava, e se non avveniva che Agide (sentendo essere travagliato il corno sinistro de’ suoi di faccia ai Mantineesi e ai mille Argivi) desse ordine a tutto l’esercito di marciare a soccorso di quella parte che veniva vinta. Eseguito quest’ordine, e le genti dei Lacedemoni nel portarsi colà essendosi cansate dagli Ateniesi, ebbero questi tutto l’agio di salvarsi; e con loro quelli Argivi che erano stati vinti. Dall’altro canto i Mantineesi, gli alleati e la scelta degli Argivi non più attendevano ad incalzare i nemici; anzi al veder vinti i suoi e sopravvenire i Lacedemoni si volsero alla fuga, e la maggior parte de’ Mantineesi fu tagliata a pezzi, laddove il grosso della scelta argiva potè salvarsi. Nè già la fuga di questi nè la ritirata degli Ateniesi fu precipitosa o lunga; perchè i Lacedemoni rimanendo al loro posto, fanno diuturni e fermi combattimenti, finchè non abbiano fugato il nemico: ma quando l’hanno fugato, lo inseguono brevemente e poco lungi.
74. Tale a un dipresso fu questa battaglia, la più grande fra le greche da moltissimo tempo in qua, e combattuta da città ragguardevolissime. E i Lacedemoni con pomposa mostra delle armi dei nemici uccisi ersero subitamente il trofeo, spogliarono i morti, e ritolsero i loro, che trasportarono a Tegea ove furono sepolti; e con salvocondotto resero quei de’ nemici. Morirono tra degli Argivi, degli Orneati e de’ Cleonesi settecento; de’ Mantineesi dugento, [51] e dugento pure tra Ateniesi ed Egineti co’ due capitani[71]. Quanto ai Lacedemoni, gli alleati non soffrirono tanto che valga la pena d’esser narrato: e di loro propio era difficile sapere il vero; ma si diceva esservene morti circa trecento.
75. Prima che seguisse questa battaglia Plistoanatte l’altro re di Sparta si era mosso in soccorso de’ suoi, coi più vecchi e co’ giovanetti; ed era giunto fino a Tegea ove intesa la vittoria tornò indietro. I Lacedemoni per messaggi rimandarono i Corintii e gli alleati di fuori dell’istmo, ed essi stessi tornati a casa accomiatarono i confederati, e celebrarono le feste carnee che tra loro ricorrevano. E con questo solo fatto purgarono la taccia sì di viltà onde allora gl’imputavano i Greci per le sciagure della Sfatteria, sì di sconsigliatezza e tardità nel resto; eglino che avviliti, come pareva, dalla fortuna erano per quanto all’animo sempre gli stessi. Il giorno precedente a questa battaglia gli Epidaurii con tutte le forze loro aveano assaltato il territorio argivo che sapevano trovarsi abbandonato, essendo gli Argivi usciti per la guerra; e uccisero molta della gente lasciatavi a guardarlo. E dopo la battaglia venuti in aiuto ai Mantineesi tremila Elei di grave armatura, e altri mille Ateniesi oltre quei di prima, tutti questi confederati andarono ad oste contro Epidauro (duranti ancora presso i Lacedemoni le feste carnee), e presero a cingerlo di mura scompartendosi il lavoro. Gli altri cessarono da quell’opera; ma gli Ateniesi, come era loro toccato, condussero prontamente a fine la rocca del tempio di Giunone, ove tutti concorsero a lasciare presidio; e quindi tornò ciascuno alla sua città; e finiva l’estate.
76. Al cominciare del seguente inverno subito i Lacedemoni celebrate le Carnee mossero l’esercito: e arrivati a Tegea facevano precorrere proposizioni di accomodamento ad Argo, nella qual città erano ad essi per l’innanzi dei fautori bramosi di abbattere il reggimento popolare, i quali, dopo seguita la battaglia, viemeglio riuscivano ad indurre a concordia la maggior parte dei popolani. Ma la loro intenzione era che prima si facesse tregua co’ Lacedemoni, [52] e poi anche alleanza; e che allora subito si desse addosso alla fazione popolare. Intanto da parte de’ Lacedemoni arriva ad Argo Lica di Arcesilao ospite degli Argivi con due proposizioni; l’una pel caso ch’essi vogliano guerra; l’altra qualora vogliano aver pace: circa le quali, perchè vi si trovava presente Alcibiade, fuvvi grande altercazione: contuttociò quei che parteggiavano pei Lacedemoni, fattisi omai arditi alla scoperta persuasero gli Argivi ad accettare quella di accomodamento che è la seguente:
77. «Piace al consiglio de’ Lacedemoni di convenire con gli Argivi a questi patti; che gli Argivi rendano[72] i fanciulli agli Orcomenii, gli uomini ai Menalii, e quelli detenuti in Mantinea ai Lacedemoni[73]; che escano da Epidauro e ne distruggano le fortificazioni; che qualora gli Ateniesi non escano da Epidauro, si tengano per nemici degli Argivi, de’ Lacedemoni, e degli alleati di questi e di quelli. Se i Lacedemoni ritengano qualche fanciullo, lo rendano a tutte le città. Quanto alla vittima negata al Nume volere i Lacedemoni che se ne proponga giuramento agli Epidaurii, i quali giureranno di offrirla[74]. Le città del Peloponneso, piccole e grandi, sieno tutte indipendenti secondo le patrie usanze. Entrando alcuno di fuori con male intenzioni nel Peloponneso, gli Argivi si accorderanno unanimemente a respingerlo nel modo che paia il più giusto ai Peloponnesi. Per gli alleati dei Lacedemoni fuori del Peloponneso si avranno gli stessi riguardi, che per quelli dei Lacedemoni e degli Argivi, ritenendo le cose loro. Il concordato si concluderà dopo avere esposte queste condizioni agli alleati, quando ad essi piacciano: se in qualche punto pensino diversamente, ne sarà spedito avviso a Sparta.»
78. Gli Argivi accettarono da prima queste proposizioni, e l’esercito de’ Lacedemoni da Tegea tornò a casa. Ma poi avendo omai pratica scambievole fra loro, non molto dopo, quei medesimi che si adopravano per Sparta, operarono sì che gli Argivi, rinunziando alla lega co’ Mantineesi, Elei ed Ateniesi, facesser pace e alleanza coi [53] Lacedemoni; e ne fu fatta la stipulazione in questi termini:
79. «È piaciuto ai Lacedemoni ed agli Argivi che sia tra loro pace e alleanza per cinquant’anni a questi patti: si renderà giustizia con perfetta uguaglianza di diritto, senza distinzione, secondo gli statuti della patria: le altre città del Peloponneso, essendo comune il concordato e l’alleanza, manterranno le proprie leggi e la indipendenza, ritenendo le loro terre, e rendendo giustizia con perfetta uguaglianza di diritto senza distinzione, secondo gli statuti della patria. Gli alleati dei Lacedemoni fuori del Peloponneso avranno i diritti stessi dei Lacedemoni: e quei degli Argivi li stessi degli Argivi, ritenendo le loro terre. Dovunque occorra esercito da formarsi in comune, deliberino i Lacedemoni e gli Argivi, e decidano nel modo più giusto per gli alleati. Se alcuna città dentro o fuori del Peloponneso abbia controversia pei confini o per altra cagione, si decida per via di giudizio. Se tra le città dei confederati alcuna sia in contesa con un’altra, ricorra a qualche città imparziale per tutte due: ai propri cittadini si amministri la giustizia a forma degli statuti della patria.»
80. Così fermarono il concordato e l’alleanza, e così accomodaronsi su ciò che gli uni degli altri avevano preso in guerra, e su qualunque altra differenza. E fin d’allora disponendo di concordia le cose loro, decretarono di non ammettere nè araldo nè ambasceria degli Ateniesi, se non uscissero dal Peloponneso e abbandonassero le fortificazioni; e di non fare convenzione o guerra con veruno, fuor che unitamente. E adirati ancora per le altre cose, spediscono entrambi ambasciatori alle terre di Tracia ed a Perdicca, il quale persuasero ad unirsi con loro. Ei non volle però staccarsi subito dagli Ateniesi, ma ne aveva bensì il pensiero, al vedere che Argo, d’onde egli pure veniva ab antico avea fatto lo stesso. Di più rinnovarono co’ Calcidesi gli antichi giuramenti[75], e ne aggiunsero degli altri. Gli Argivi spedirono ancora ambasciatori agli Ateniesi, ordinando che abbandonassero le fortificazioni di [54] Epidauro: i quali vedendosi pochi al paragone di quei più che erano alla difesa del forte, mandarono Demostene a condur via la gente loro. Arrivato egli colà prese il pretesto di voler dare un certame ginnico fuori del forte; e quando le altre truppe di guarnigione furono uscite, serrò le porte. Quindi gli Ateniesi da se soli rinnuovata la tregua con gli Epidaurii fecero la resa del castello.
81. Avendo gli Argivi abbandonata la confederazione di Atene, i Mantineesi, tuttochè in principio si mostrassero renitenti, nondimeno poi vedendosi mal atti a resistere senza gli Argivi, si fecero anch’essi alleati dei Lacedemoni e abbandonarono il governo popolare[76]. I Lacedemoni e gli Argivi entrambi con mille soldati uscirono ad oste, ed i Lacedemoni stessi pervenuti a Sicione ordinarono con più fermezza reggimento di pochi. Acconciate in questo modo le cose di Mantinea e Sicione, abolirono il governo del popolo anco in Argo, e vi stabilirono quello degli ottimati in congruenza allo stato dei Lacedemoni. Questi fatti succedevano sul cader dell’inverno, e già verso primavera; e finiva l’anno quattordicesimo della guerra.
82. Sopravvenendo l’estate i Dittidiesi del monte Atto si staccarono da Atene per unirsi ai Calcidesi, e i Lacedemoni davano sesto alle cose di Acaia che prima non erano loro a grado. Ad Argo i popolani appoco appoco fatta conspirazione e preso animo, colsero il tempo che a Sparta celebravansi i giochi dei fanciulli[77]; assalirono la parte dei pochi, e venuti a battaglia con essi in città li vinsero, e parte ne uccisero, parte ne bandirono. I Lacedemoni, i quali mentre i loro fautori ve li chiamavano avevano lungamente differito l’andarvi, sospesero allora i giochi dei fanciulli, e si mossero per soccorrerli. Giunti che furono a Tegea, e saputa la vittoria riportata sui pochi, non vollero venire più innanzi, con tutto che ne li pregassero alcuni di quelli che si erano salvati; ma ritornati a casa ripresero i giochi dei fanciulli. Vennero di poi a Sparta per dar contezza del fatto[78] i legati sì degli Argivi restati in città, che dei banditi: e dopo molte cose dette dalle due parti, presenti pure gli alleati, i Lacedemoni sentenziarono [55] il torto essere di quelli di città, e risolvettero di marciare contro Argo. Ma si frapponevano degl’indugi e si procrastinava. Frattanto il popolo di Argo, perchè temeva dei Lacedemoni, e perchè voleva di nuovo procacciarsi la confederazione di Atene che credeva dovergli essere vantaggiosissima, prende a fabbricare le mura lunghe sino al mare, a fine che nel caso di esser serrati dalla parte di terra, potessero aiutarsi colle vettovaglie introdotte da quella di mare, mediante l’aiuto degli Ateniesi. Gli Argivi adunque erano tutti affollati a costruir quelle mura, uomini, donne e servi, ed alcuni delle città peloponnesie vi prestavano l’opera loro; e fino da Atene erano loro venuti muratori e scarpellini: e finiva l’estate.
83. Nel seguente inverno i Lacedemoni come seppero che si fabbricavano le mura ad Argo (ove tenevano segrete pratiche con alcuni) marciarono contro essa insieme con gli alleati, tranne i Corintii, sotto la condotta di Archidamo re di Sparta. E quantunque le pratiche, che credevano già preparate in città, andassero a vuoto, nondimeno espugnarono e demolirono le mura che si andavano fabbricando, ed occuparono Isia[79] castello del territorio argivo; ed uccisa tutta la gente libera che avevano presa retrocederono, e si divisero per tornare ciascuno alla sua città. Gli Argivi anch’essi dopo questo fatto portarono le armi contro la Fliasia, nè si ritirarono se non dopo averla saccheggiata; perchè vi erano stati ricevuti i loro banditi; la maggior parte de’ quali si era stanziata colà. In questo medesimo inverno gli Ateniesi bloccarono in Macedonia Perdicca, accusandolo d’aver giurato lega con gli Argivi e co’ Lacedemoni; e di aver mentito l’alleanza quando ebbero apparecchiato l’esercito sotto la condotta di Nicia di Nicerato per andar contro i Calcidesi di Tracia, e contro Amfipoli, ove a motivo della sua ritirata principalmente erasi quell’esercito sbandato. E però era egli loro nemico. E in questo stato di cose fluiva l’inverno, e l’anno decimoquinto della guerra.
84. Al principio della nuova estate Alcibiade navigò con venti navi ad Argo, ed arrestò trecento Argivi creduti sospetti [56] e parteggianti dei Lacedemoni, e gli Ateniesi li depositarono nelle vicine isole di loro dominio. Quindi gli Ateniesi andarono contro l’isola di Melo, con trenta delle loro navi, sei di Chio e due di Lesbo, mille dugento soldati di grave armatura, trecento arcieri e venti saettatori a cavallo, più mille cinquecento di grave armatura, tra de’ confederati e degli isolani. Quei di Melo, perchè colonia dei Lacedemoni, non volevano obbedire agli Ateniesi come gli altri isolani: e però sulle prime stavano tranquilli nella loro neutralità; sino a che col guasto delle terre furono dagli Ateniesi costretti a pigliare scopertamente le armi. Adunque Cleomede di Licomede, e Tisia di Tisimaco capitani ateniesi, che col detto apparecchio si erano messi ad oste nel territorio di Melo, prima di danneggiarlo cominciarono ad inviare a parlamento dei legati, cui i Melii non condussero innanzi al popolo; ma pregavanli ad esporre il motivo di loro venuta dinanzi ai magistrati ed ai magnati. Onde i legati ateniesi parlarono così:
85. Ateniesi. «Siccome non si ha da favellare al popolo, acciò la moltitudine anche una sola volta sentendo certamente da noi in un continovato discorso ragioni attrattive e irrefragabili, non resti ingannata (che questo vostro conducimento innanzi a pochi veggiam bene tendere a ciò), voi medesimi che state a consesso assicurate anche meglio questo vostro proponimento. Non decidete neppur voi di ciascuna cosa che diremo per un solo discorso continovato, ma ripigliate subito la parola a ciò che non vi sembri detto convenientemente. E prima di tutto diteci se vi piace il modo che diciamo.» E gli assessori de’ Melii risposero:
86. Melii. «Da noi non si biasima l’amichevol maniera di chiarirsi quetamente l’un l’altro; ma pare che non s’accordi con essa una guerra già presente e non in forse. Perocchè vediamo voi stessi venir giudici delle cose che si diranno; e vi è da aspettarsi che vincendovi in ragione e per conseguente non cedendo, l’esito di questo colloquio ci apporti guerra; e rimanendo noi convinti da voi, schiavitù.»
[57]
87 Aten. «Se dunque siete venuti a consesso per iscandagliare i sospetti del futuro, o per tutt’altro che per deliberare della salvezza della patria nel modo che vogliono le presenti cose che avete sott’occhio, ci taceremo: se poi vi siete adunati per quest’ultimo fine, parleremo.»
88. Melii. «Egli è naturale e da compatire se ridotti a tal termine ci rivolgiamo a molti oggetti colle parole e col pensiero. Nondimeno quest’assemblea è qui presente per la salvezza della patria; e, se vi piace, tengasi parola nel modo che c’invitate.»
89. Aten. «Noi pertanto non produrremo lunga diceria, alla quale non aggiustereste fede, per mostrarvi con speciosi nomi che giustamente abbiamo impero perchè distruggitori del Medo, o che cerchiamo vendetta perchè ingiuriati. Nè vi crediamo tali da pensare che colle vostre parole ci persuaderete, di non aver unite con noi le armi vostre per esser colonia de’ Lacedemoni; ovvero di non averci ingiuriati: ma vogliamo che da entrambi si esiga quel che più si può, secondo la vera opinione che abbiamo delle forze nostre; sapendo bene, come voi il sapete, che nelle contese umane si giudica a termini di giustizia quando le forze coattive sono eguali, laddove i più forti fanno tutto quello che possono, e i deboli menan buono ogni cosa.»
90. Melii. «Noi certamente crediamo vantaggioso (giacchè è forza rifarsi di qui, mentre lasciando da parte la giustizia vi siete proposti di parlar solo di utilità) che non si abolisca da voi un principio generalmente buono; e che anzi, per chi si trovi in qualche occasione in pericolo, vi sia equità e giustizia; e così ciascuno, quantunque non riesca a persuadere altri di qualche cosa colla più rigorosa evidenza, pure ne risenta vantaggio. E ciò stimiamo essere, più che altro, a pro vostro in quanto che, in caso di qualche sinistro, soffrireste più grave vendetta da essere di esempio agli altri.»
91. Aten. «Ma quand’anche il nostro impero venisse abbattuto, il suo fine non ci sgomenta; imperciocchè quelli che, come i Lacedemoni, sono usi a comandare altrui, [58] non sono formidabili ai vinti. Ora però non abbiamo a fare coi Lacedemoni; ci duole bensì che i soggetti abbiano ad assalire e vincere chi ha il comando. Ma lasciamo stare nell’incertezza questo caso. Noi vogliamo solo dimostrarvi che siamo qui per procurare il vantaggio del nostro impero, e che ora parleremo per bene della vostra città, desiderando di avere impero su voi senza vostro incomodo, e di vedervi salvi con vantaggio di tutti e due.»
92. Melii. «Ma come può stare insieme l’utilità per noi del servaggio, con quella per voi del comandare?»
93. Aten. «Perchè vi verrà fatto di restar sudditi prima di aver sofferto gli estremi disastri; e noi troveremo guadagno del non avervi distrutti.»
94. Melii. «Ma a condizione di restar noi in pace e di esservi amici anzi che nemici, senza entrare in lega con voi nè con altri, non ci accettereste?»
95. Aten. «No; perchè c’è men dannosa la vostra nimicizia; in quanto che l’amicizia vostra sarebbe pei nostri sudditi una riprova della nostra debolezza, e l’odio lo sarebbe della nostra potenza.»
96. Melii. «Ed hanno poi i vostri sudditi tale opinione di ciò che è equità, da metter tutti alla pari tanto i popoli che in nulla vi appartengono, quanto gli altri molti, vostre colonie, alcuni dei quali ribellatisi sono stati soggiogati?»
97. Aten. «Sì; perchè delle giustificazioni credono che non ne manchi a nissun de’ due, e che però quei che si reggono lo debbano alla forza, e che noi non gli assaltiamo per paura. Onde, essendoci voi sottomessi, oltre al dar nuovi sudditi all’impero ci procurerete anche sicurezza; tanto più se voi isolani, e non già più deboli degli altri, non riusciate a vincere noi padroni del mare.»
98. Melii. «E fia vero che non troviate sicurezza in quell’altra nostra proposizione? Poichè anche qui bisogna che, siccome voi impedendoci di parlare con titolo di ragione, ci persuadete ad obbedire al vostro interesse, così dal canto nostro dichiarandovi quel che è utile per noi, ci proviamo a persuadervi che quel medesimo lo sia anco [59] per voi. E vaglia il vero: come potrete non inimicarvi tutti quei che sono fuori della lega di entrambi, ogni volta che, vedendo questo vostro procedere con noi, dovranno credere che prima o poi anderete pure contro di loro? E che altro fate in questo modo se non ingrandire i presenti vostri nemici, e indurre a malgrado loro a divenirlo quei che forse non lo sarebbero stati?»
99. Aten. «Ragioni meschine: Non abbiam paura dei popoli di terraferma che godendosi la loro libertà non avranno punto fretta a mettersi in guardia contro di noi; ma temiamo principalmente degl’isolani, o liberi come voi, o esacerbati già dal governo nostro a cui soggiacciono per forza. Imperocchè, costoro, abbandonandosi d’ordinario alle più grandi sconsigliatezze, potrebbero mettere sè e noi in pericoli che pur troppo prevediamo.»
100. Melii. «Certamente adunque se tanti pericoli francamente affrontate, e voi per non perdere l’impero, e i già servi per sottrarsene, sarebbe per noi tuttavia liberi gran viltà e dappocaggine non passare per ogni trafila prima di vederci schiavi.»
101. Aten. «No; se pur deliberate con senno: non si tratta per voi di combattimento a forze eguali in prova di valore per non ricevere scorno. Dovete anzi deliberare sulla vostra salvezza, per non opporvi a chi di gran lunga è più potente di voi.»
102. Melii. «Sappiamo però che le guerre talora soggiacciono ad eventualità più inaspettate di quel che porterebbe la differenza del numero dei due eserciti. Per noi il ceder subito cessa ogni speranza; dove col far di fatti vi è speranza di seguitare a sostenersi.»
103. Aten. «Ma la speranza, la quale suol essere di conforto nel pericolo, può disastrare, non già spiantare quelli che di lei usano nella sovrabbondanza delle cose: all’opposto chi temerario rischia tutto il suo (essendo la speranza prodiga per natura), la conosce per quello che ella è al punto di sua rovina; ed essa non gli dà più luogo di guardarsi da lei già conosciuta. Lo che non vogliate che accada anche a voi che siete deboli e propio in sul [60] bilico; e non vi rendete simili ai molti, i quali potendo umanamente salvarsi, poichè le chiare speranze gli abbandonano nella stretta, si voltano a quelle oscure degli astrologi e degli oracoli, e all’altre siffatte che coll’esca della speranza ti rovinano.»
104. Melii. «Siate certi che noi crediamo ardua cosa quella di combattere contro le vostre forze, e contro la fortuna, se non potremo farlo alla pari. Tuttavia quanto alla fortuna speriamo con l’aiuto degli Dei che non vi saremo inferiori; perchè noi gente dabbene ci opponiamo alla vostra ingiustizia. Al difetto poi delle forze supplirà l’unione di quelle dei Lacedemoni, obbligati a soccorrerci, se non altro per parentela e per sentimento di onore: onde per queste ragioni non è affatto temeraria la nostra fiducia.»
105. Aten. «Ma la protezione degli Dei pensiamo che neanche a noi mancherà, non esigendo o facendo noi nulla al di là di quello che gli uomini professano nel culto degli Dei, o vogliono per sè: poichè degli Dei dalla opinione comune, e degli uomini dalla evidenza siam condotti a credere che per istinto necessario di natura stendono senza eccezione il comando sin dove giungono le forze. Noi pure usiamo di questa legge, non come autori di quella o come primi a praticarla dacchè è stata posta; ma perchè l’abbiamo ereditata già in vigore, e perchè siamo per lasciarla sussistere per sempre, essendo certi che voi pure e qualunque altro, giungendo in potenza uguale alla nostra, farebbe lo stesso. Ragione dunque vuole che non temiamo di dovere esser da meno quanto alla protezione degli Dei. Quanto poi alla opinione che avete dei Lacedemoni, per la quale confidate che essi vi aiuteranno per sentimento d’onore, beata la vostra semplicità, ma non invidiamo la stoltezza. Conciossiachè i Lacedemoni, in quel che riguarda loro stessi e la legislazione del paese, fanno prodezze di virtù: quanto poi al modo onde trattano gli altri, lasciando stare quel molto che si avrebbe a dire, dichiareremo in una parola sola colla massima precisione, che più apertamente di quanti ne conosciamo, tengono per [61] onesto quel che piace, e per giusto quel che è di loro vantaggio. Or tai sentimenti non fanno al caso vostro per quella salvezza di che stoltamente vi lusingate.»
106. Melii. «E noi appunto per questo confidiamo soprattutto che i Lacedemoni per interesse non vogliano abbandonare i Melii, colonia loro, e rendersi così sospetti di poca fede ai Greci loro amici, ed utili ai nemici.»
107. Aten. «Dunque voi credete che il proprio interesse si trovi nella sicurezza, e che solo tra i pericoli si eseguiscano i doveri di giustizia e di onestà? ma ciò d’ordinario non sono punto disposti a fare i Lacedemoni.»
108. Melii. «Anzi crediamo che per noi tanto più prontamente affronteranno i pericoli, e ci riguarderanno come amici più fermi per loro che per gli altri, in quanto che per i bisogni di guerra risediamo vicini al Peloponneso, e pel sentimento che nasce dalla parentela, meritiamo più confidenza degli altri.»
109. Aten. «Bene! ma quei che sieno per prender parte ai cimenti non contano certamente sulla benevolenza di chi l’invita, ma ognuno guarda se è manifestamente superiore di forze per riuscire negl’impegni: e a questo più degli altri badano i Lacedemoni. Ed invero non per altro si uniscono con molti alleati ad assaltare i vicini se non perchè si fidano poco delle proprie milizie; talchè non è certamente da credere che padroni noi del mare, vogliano essi tragittare in un’isola.»
110. Melii. «Potranno però spedirvi altri: vasto è il mar Cretico, nel quale è più difficile a chi vi signoreggia sorprendere quei che cercano tenersi nascosti, di quello che a questi trovar modo di scansarsi. Se neanco per questa via riescano, si volgeranno contro il paese vostro, e contro il resto degli alleati, ove Brasida non è penetrato. E voi dovrete travagliarvi non per un territorio che non v’appartiene, ma pel vostro proprio, e per quello della lega.»
111. Aten. «Quanto a queste minacce, forse forse potrebbe toccar pure a voi a conoscer per prova che gli Ateniesi non si sono mai levati nemmeno da un solo assedio [62] per paura di altri. Riflettiamo poi che dopo esservi protestati di voler deliberare della vostra salvezza, non avete in sì lungo parlare detto nulla che possa umanamente indurre fiducia di restar salvi. I vostri più validi appoggi sono nel futuro della speranza; quelli che ora avete sono piccoli per superare le forze che vi stanno a fronte. Ond’è che mostrate grande irragionevolezza dell’animo se, allontanati noi dall’assemblea, non vi appigliate ad un partito più saggio di questo. Voi per certo non vi volterete a quel puntiglio d’onore che ne’ pericoli più manifesti e vergognosi rovina d’ordinario gli uomini; avvegnachè questo così detto puntiglio d’onore colla forza del suo nome attrattivo, molti che pure aveano innanzi agli occhi i precipizi ove correvano, e che si erano lasciati vincere da quel vocabolo, gli ha bel bello tirati di fatto in calamità immedicabili, coll’aggiunta di più vergognosa vergogna, perchè causata da stoltezza e non da caso. Lo che voi schiverete, qualora deliberiate bene. E non crediate sconvenevole il cedere a città potentissima che vi chiama alla sua lega con patti discreti, restando padroni del paese vostro gravato solo di tributo; e non vogliate perfidiare nel partito peggiore quando v’è data l’eletta tra la guerra e la sicurezza. Conciossiachè coloro che non cedono agli uguali, e si portano acconciamente coi più forti, e sono discreti coi più deboli; questi assicurano più fermamente lo stato. Laonde pensateci anche dopo che ci saremo ritirati, e considerate molte volte che deliberate intorno alla patria, la quale in questo e per questo solo consiglio vostro sarà o fortunata o depressa.»
112. Quindi gli Ateniesi uscirono dal consesso, e i Melii rimasti soli tra loro persistettero presso appoco nella opinione manifestata colle repliche agli Ateniesi, e risposero così: «Ateniesi, il consiglio nostro non è niente diverso da quel di prima, nè vogliamo in picciol tempo torre la libertà a questa patria nostra abitata omai da settecento anni. Anzi confidando nella fortuna che per favore divino la sostenne fino ad ora, e nel soccorso umano dei Lacedemoni, faremo ogni sforzo per salvarci. Nondimeno v’invitiamo [63] ad averci per amici, senza che siamo nemici d’alcuna parte; e a ritirarvi dalla nostra terra fermando quell’accordo che più sembri opportuno per entrambi.»
113. Questa risposta diedero i Melii; e gli Ateniesi, sciogliendosi dall’abboccamento, dissero: «Voi siete adunque i soli, per quanto ci pare con queste vostre deliberazioni, che giudicate più evidenti le cose future di quelle sott’occhio, e risguardate come successe quelle incerte, solo perchè le bramate. E nel vostro, a dir vero, troppo franco abbandono in braccio ai Lacedemoni, alla fortuna, alle speranze, troverete pure la più gran rovina.»
114. Tornarono i legati ateniesi al campo, ove i loro generali sentendo che i Melii non cedevano in nulla, si volsero subito alla guerra; ed assegnata alla soldatesca di ciascuna città una parte del lavoro, presero a cingere i Melii con muraglia. Finalmente vi lasciarono guardia di loro e dei confederati dalla parte di terra e di mare, e col più dell’esercito partirono. Le genti lasciatevi stavano ferme all’assedio della città.
115. Al tempo medesimo gli Argivi assaltarono la Fliasia: ma colti per imboscata dai Fliasii e dai fuorusciti d’Argo ne morirono circa ottanta. Gli Ateniesi di Pilo fecero gran bottino sui Lacedemoni, i quali per riscatto, senza però rinunziare al concordato, commettevano contr’essi delle ostilità; e bandirono che a chiunque dei loro piacesse, usasse rappresaglie su gli Ateniesi. Anche i Corintii ebbero guerra con gli Ateniesi, per private differenze; il resto del Peloponneso era in calma. I Melii assalirono ed espugnarono di notte il muro fatto dagli Ateniesi dirimpetto al mercato, uccisero alcune guardie, introdussero frumento e quante più robe poterono in città; ove rientrati stavano quieti. A ciò provvidero in seguito gli Ateniesi con guardia migliore; e finiva l’estate.
116. Al venir dell’inverno essendo i Lacedemoni in procinto di marciare sul territorio argivo, poichè le vittime offerte sulla frontiera pel passaggio non erano propizie, tornarono indietro. E gli Argivi, che avean preso in sospetto alcuni dei loro cittadini, valendosi di questa dilazione [64] dei Lacedemoni, ne arrestarono una parte; e gli altri fuggirono loro di mano. Quasi al tempo stesso i Melii presero di nuovo un’altra porzione del muro degli Ateniesi difesa da poche guardie: se non che per questi successi venne finalmente da Atene altra gente comandata da Filocrate di Demea, ed allora assediati vigorosamente, e traditi pure da alcuni dei loro si resero alla discrizione degli Ateniesi, i quali uccisero quanti dei Melii erano giunti alla pubertà, fecero schiavi i fanciulli e le donne, e presero ad abitare da sè stessi quella terra, dove poi spedirono cinquecento coloni.
FINE DEL LIBRO QUINTO.
[65]
SOMMARIO.
La Sicilia. — Legati di Egesta. — Varii avvenimenti. — Guerra di Sicilia. — Erme mutilate. — La flotta fa vela. — Siracusa in agitazione. — La flotta rade l’Italia. — I Siracusani preparansi alla difesa. — Armodio ed Aristogitone. — I Siracusani vinti. — Deputati a Camarina. — Sparta si collega con Siracusa. — Altri avvenimenti. — Assedio di Siracusa. — La flotta salpa da Corinto. — Atene e Sparta vengono in aperta rottura.
1. In questo medesimo inverno gli Ateniesi avevano in animo di navigare in Sicilia con apparecchiamento maggiore di quello di Lachete e di Eurimedonte, per tentare di soggiogarla. I più di loro ignoravano la grandezza di quell’isola, e la moltitudine de’ Greci e barbari che l’abitavano; e non vedevano che così imprenderebbero una guerra non molto inferiore a quella contro i Peloponnesi. Imperciocchè ci vogliono poco meno che otto giorni per girar la Sicilia con una nave da carico; e sebbene sia tanto vasta, appena venti stadii di mare vi si attraversano perchè non sia terraferma.
2. Ora dirò come ella fosse da primo abitata, e quanti popoli avesse in tutti. Gli abitatori più antichi di una parte di quel paese dicesi essere stati i Ciclopi e i Lestrigoni; dei quali non saprei dire la stirpe, nè il luogo onde vennero, nè dove andarono. Contentiamoci adunque di ciò che ne hanno detto i poeti, e di quello che ognuno in qualche modo ne sa. Primi ad abitarvi dopo di questi paiono i Sicani, i quali piuttosto al dir loro vi erano già d’innanzi perchè nati di lì: ma il vero è che sono Iberi cacciati dai Ligii di sul Sicano, fiume in Iberia; e che da essi l’isola chiamata prima Trinacria, fu allora detta Sicania; ed abitano anche adesso il ponente di Sicilia. Preso poi Ilio alcuni Troiani scampati dagli Achei giungono su delle barche in Sicilia, ove acconciatisi a confine dei Sicani furono tutti insieme chiamati Elimi, e le città loro Erice ed Egesta. Si unirono di più ad abitar con essi alcuni dei Focesi di ritorno da Troia, in quel tempo dalla tempesta primieramente sbalzati sulla Libia, e quindi di là passati in Sicilia. Ed è fama che i Siculi fuggendo, come pare, gli Opicii, dall’Italia ove avevano la sede passassero su [66] dei foderi in Sicilia, colto un vento favorevole nello stretto; e forse anche vi tragittarono in altro modo. Sonovi poi ancora dei Siculi in Italia, la quale trasse questo nome da un tale chiamato Italo re degli Arcadi. Venuti adunque costoro in Sicilia con molta gente, e superati i Sicani in battaglia, li cacciarono verso le parti meridionali e occidentali dell’isola, la quale di Sicania fecero che fosse chiamata Sicilia; ed abitarono le campagne più fertili, che dopo il loro tragitto riteneano per quasi trecento anni, prima che vi venissero i Greci; ed anch’oggi ne posseggono i luoghi mediterranei e quelli verso tramontana. I Fenicii per negoziare coi Siculi abitarono tutte all’intorno le costiere della Sicilia, occupati i promontori che sporgono in su quel mare, e le isolette adiacenti. Ma poichè vi approdarono molti Greci, quelli, abbandonata la maggior parte di quei luoghi, si riunirono insieme, e fermarono le sedie loro in Motia, in Soloente e in Palermo, vicino agli Elimi; tra perchè confidavano nella confederazione di questi, e perchè Cartagine è di là distante un tragitto cortissimo. Ed ecco come e quanti barbari abitarono la Sicilia.
3. Fra i Greci poi primi a navigarvi furono i Calcidesi di Eubea, con Teucle capo di quella colonia; e fondarono Nasso[80] ed eressero ad Apollo Archegeta l’altare che ora è fuori di città[81], sul quale i Teori, ogni volta che hanno a partire di Sicilia, fanno prima sacrifizio. L’anno seguente Archia, uno degli Eraclidi di Corinto, fabbricò Siracusa, cacciati prima i Siculi da quell’isoletta che, non più oggi cinta dal mare, forma l’interno della città. Quella parte di città che ne resta fuori in terraferma, dopo qualche tempo le fu aggiunta con un muro, e divenne assai popolosa. Cinque anni dopo fondata Siracusa, Teucle e i Calcidesi usciti di Nasso, e scacciati colla guerra i Siculi, fondarono Leontini, e quindi Catana: e i Catanesi presero da sè per capo della colonia Evarco.
4. Nel medesimo tempo anche Lamide da Megara arrivò con una colonia in Sicilia, e fabbricò sul fiume Pantacio un castello per nome Trotilo[82]. Di là passò poi a Leontini, e per poco tempo ebbe parte nel governo coi Calcidesi, dai quali cacciato via, fondò la colonia di Taso [67] ove morì. Da Taso furono parimenti banditi i suoi compagni, i quali condotti da Iblone re dei Siculi, che avea tradito quella terra, fondarono la colonia dei Megaresi, chiamati Iblei: e dopo avervi abitato quarantacinque e dugent’anni furono mandati via della città e del territorio da Gelone tiranno di Siracusa. Ma prima di questa cacciata, cioè cent’anni dopo la fondazione della colonia, fabbricarono Selinunte speditovi a tal uopo Pammilo, il quale partito di Megara, che era la città madre, insieme con altra gente fornì quell’impresa. Quarantacinque anni dopo la fondazione di Siracusa, Antifemo ed Entimo fabbricarono in società Gela, conducendovi Coloni l’uno da Rodi, l’altro da Creta; e la città prese nome dal fiume Gela. Il luogo però ove è ora la città, e che fu il primo ad esser murato, si chiama Lindii; e vi furono stabilite le leggi doriche[83]. I Geloi, a un bel circa cent’otto anni dopo che ivi abitavano, fabbricarono la città d’Acragante, che così la chiamarono dal fiume Acragante, destinati Aristoneo e Pistilo a conduttori della colonia, e le diedero le leggi stesse dei Geloi. Zancle fu in principio fondata da’ ladroni andativi da Cuma città calcidica nella campagna opica: ma in seguito dalla Calcide e dal resto dell’Eubea vi andò gran gente, che ne possedette in comune il territorio; e capi di quella colonia furono Periere e Cratemene, l’uno di Cuma, l’altro di Calcide. Da principio i Siculi la chiamavano Zancle, perchè il castello ha la figura di una falce, e i Siculi chiamavano appunto zanclo la falce. Dipoi coloro furono cacciati via dai Samii e da altri Ionii che fuggendo i Medii approdarono in Sicilia.
5. Ma poco appresso Anassila, tiranno di Reggio, cacciati i Samii, e fermatosi in quella città con della gente mescolata con la rimastavi, le mutò il nome in quello di Messene tolto dall’antica sua patria. Dopo Zancle, Euclide, Simo e Sacone fondarono Imera; ed i più che andarono in questa colonia furono Calcidesi: ma si unirono ad abitare con essi anche i così detti Miletidi esuli da Siracusa, ove erano stati vinti dalla fazione contraria. La lingua di cui usavano era un po’ calcidese, un po’ dorica; [68] quanto alle leggi vinsero le calcidesi. Acra e Casmene furono fondate dai Siracusani; Acra settant’anni dopo Siracusa, e Casmene quasi venti dopo Acra, o in quel torno. Parimenti i Siracusani fondarono la prima volta Camarina quasi cento trentacinque anni dopo la fabbricazione di Siracusa; e capi della colonia furono Dascone e Menecolo: se non che i Camarinesi essendo stati scacciati come ribelli dalle armi dei Siracusani, poco dopo Ippocrate, tiranno di Gela, in riscatto di alcuni prigionieri siracusani ebbe il territorio camarinese; e fattosi capo della colonia riacconciò Camarina, la quale, resa deserta nuovamente da Gelone, fu poi da lui medesimo per la terza volta ripopolata.
6. Tanti erano i popoli fra Greci e barbari che abitavano la Sicilia; contro alla quale (che pure era sì vasta) gli Ateniesi con grande animo voltavano le armi, veramente perchè ardevano del desiderio di dominarla tutta: il qual desiderio volevano ad un tempo ricoprire col pretesto di soccorrere i loro consanguinei, e gli altri che si erano collegati con questi. Ma a ciò soprattutto li spinsero, e con gran calore li confortarono gli ambasciadori di Egesta venuti ad Atene; avvegnachè gli Egestei confinanti de’ Selinunti si trovavano in guerra con essi per causa di diritti nuziali, e per controversie di territorio: ed i Selinunti, essendosi aggiunti in alleanza i Siracusani, li stringevano colla guerra per terra e per mare. Il perchè gli Egestei ricordavano agli Ateniesi la lega fatta al tempo di Lachete, e della precedente guerra de’ Leontini, e li pregavano a soccorrerli collo spedir loro delle navi. E tra le molte ragioni che adducevano, la principale era, che se i Siracusani, dopo aver disertato i Leontini, restassero impuniti, e seguitando a guastare anche gli altri alleati s’impadronissero di tutte le forze di Sicilia, vi era pericolo che, come Dorici, volessero, attesa la parentela, soccorrere con grandi apparecchi i Dorici, ed insieme i Peloponnesi come colonia loro, e dar mano ad abbattere la potenza d’Atene. Esser dunque saggia cosa che insieme con gli alleati che vi restavano si opponessero ai [69] Siracusani; tanto più che e’ somministrerebbero denari a sufficienza per la guerra. Queste ragioni ripetute più volte nelle assemblee dagli Egestei e dagli oratori che patrocinavano la loro causa, mossero gli Ateniesi a decretare, che si spedissero prima dei legati ad Egesta a vedere se vi fossero nel pubblico erario e nei templi le ricchezze ch’e’ dicevano, ed insieme ad informarsi dello stato della guerra contro i Selinunti.
7. Furono infatti spediti in Sicilia i legati. Nel medesimo inverno i Lacedemoni e i confederati, tranne i Corintii, portarono guerra sul territorio argivo, ne devastarono una piccola porzione, e dopo aver portato via del frumento su dei carri che avevano condotti, diedero stanza in Ornea a’ fuorusciti d’Argo, ai quali lasciarono del resto dell’esercito poche genti. Quindi per un certo tempo fermata tregua, per la quale gli Orneati e gli Argivi non si molesterebbero, tornarono coll’esercito a casa. Ma poco dipoi venuti gli Ateniesi con trenta navi e seicento soldati di grave armatura, gli Argivi insieme con essi uscirono ad oste con tutte le milizie; e per un intero giorno stettero assaltando quelli che erano in Ornea: e sulla notte avendo discostato l’esercito per trovare alloggiamento, quei di Ornea fuggirono. Il dì seguente gli Argivi visto ciò spianarono Ornea e si ritirarono; e gli Ateniesi anch’essi tornarono poi colle navi a casa. In Metona, sulle frontiere di Macedonia, furono per mare spediti dagli Ateniesi alcuni dei propri soldati a cavallo, insieme coi fuorusciti macedoni che si erano rifugiati tra loro; e di là danneggiavano gli stati di Perdicca. E i Lacedemoni mandarono ai Calcidesi di Tracia, che avevano tregua per dieci giorni con gli Ateniesi, che unissero le loro armi con Perdicca, lo che non vollero fare. Finiva intanto l’inverno, e con esso il sedicesimo anno di questa guerra che ha descritta Tucidide.
9. Nella seguente estate al cominciar di primavera tornarono di Sicilia i legati degli Ateniesi, e con essi quelli degli Egestei, recando sessanta talenti d’argento non coniato, da servire per la paga di un mese alle sessanta [70] navi di che voleano domandare la spedizione. Gli Ateniesi tennero adunanza, ove tra le molte cose persuasive, ma non vere, riferite dagli Egestei dai propri ambasciatori, intesero esservi in pronto molto denaro nei templi e nel pubblico erario, laonde fermarono di spedire in Sicilia le sessanta navi capitanate con assoluto comando da Alcibiade di Clinia, Nicia di Nicerato, e Lamaco di Xenofane, i quali dovessero soccorrere gli Egestei contro i Selinunti, riunire in patria i Leontini (se pure, quella guerra lasciasse loro il modo di farlo), e governare le altre cose di Sicilia in quella guisa che stimassero più profittevole ad Atene. Cinque giorni dopo fuvvi di nuovo adunanza per trattare del come si potesse il più prontamente preparare il bisognevole alle navi, e per decretare quel di più che potesse occorrere ai capitani per quella spedizione. Ma Nicia, che contro sua voglia era stato scelto a quel comando, tenendo per cattiva quella risoluzione della città, la quale con piccola e colorata cagione aspirava a conquistare tutta la Sicilia, impresa veramente grande, presentatosi agli Ateniesi cercava di distorli da ciò, e gli ammoniva con tali parole:
9. «Quest’assemblea, che ha per oggetto i nostri apparecchiamenti, si è qui raccolta, come che bisogni navigare in Sicilia. A me però sembra doversi appunto intorno a ciò discutere ancora se sia meglio o no spedire la flotta, e guardarsi dall’imprendere con sì breve consiglio una guerra che non ci appartiene, dando retta a gente estranea in cose rilevantissime. Eppure io in questa spedizione trovo il mio onore, e meno degli altri ho paura della mia vita; quantunque io stimi cittadino egualmente buono chi provvede al suo corpo e alla sua roba, perciocchè questi, anche per riguardo suo, sommamente bramerà prospera la Repubblica. Contuttociò, non avendo mai nel tempo innanzi parlato contro la mia opinione per cagione di distinti onori, neanche adesso vo’ farlo; ma dirò quello che tengo per migliore. Bene io veggo che negli animi vostri non arebbe forza il mio discorso se vi esortassi a salvare quel che avete, e a non arrischiare il presente per [71] cose incerte e future. Il perchè intendo mostrarvi che vi affannate fuor di tempo, e che non è facile ad ottenere quello a cui correte.
10. «Dico adunque che navigando in Sicilia, voi, lasciati qua molti nemici, volete attirarne degli altri. E credete voi forse che la tregua successa abbia qualche fermezza? Ma sappiate che ella manterrà questo nome fino a che voi state quieti (che tale l’hanno resa alcuni dei nostri e degli avversari), e che a una sconfitta di qualche parte considerevole del nostro esercito, i nemici ci saranno subito addosso; primo perchè (attese le loro calamità) quella convenzione fu per essi forzata, e più disonorevole che per noi; dipoi perchè in essa abbiamo molti articoli in controversia. Anzi vi sono di quelli (nè già de’ più deboli) che quest’accordo non approvarono, e che apertamente ci guerreggiano; altri, siccome i Lacedemoni non si muovono, così anch’essi sono ritenuti dalla tregua dei dieci giorni. Ma forse, e senza forse, se troveranno divise le forze nostre (lo che noi affrettiamo), ci assalteranno animosamente insieme coi Siciliani, l’alleanza de’ quali avrebbero per l’innanzi avuta cara sopra molte cose. Laonde questo è ciò che dobbiamo osservare, invece di volere arrischiarci mentre la Repubblica tentenna, ed ambire nuovo impero prima d’aver fermato quello che abbiamo. I Calcidesi di Tracia, ribelli nostri da tant’anni, non sono ancora soggiogati; alcuni altri di terraferma sono instabili nell’obbedienza: e noi ci affrettiamo a soccorrere gli Egestei come oppressi, che al più ci sono alleati, e tranquilliamo ancora a vendicarci delle ingiurie di coloro che da gran tempo ci sono ribelli?
11. «Eppure abbattendo questi ultimi potremo tenerli in dovere; dove ancorchè vinciamo i Siciliani difficilmente potremo dominarli a cagione della lontananza e moltitudine. Ora è stoltezza andar contro gente, vincendo la quale tu non possa ritenerla; e non vincendola, tu t’abbi a trovar peggio che prima d’averla assaltata. E parmi che i Siciliani, nel loro stato presente, sieno per noi vie meno da temere, di quello che se i Siracusani gli sottomettano; [72] di che principalmente gli Egestei ci fanno temere. Conciossiachè, divisi come or sono, potrebbe ciascun popolo venir contro di noi per gratuirsi i Lacedemoni: ma in quell’altro modo non è presumibile che un impero vada contro un altro impero; sendo che, siccome costoro coi Peloponnesi torrebbero a noi il nostro, così per l’istessa ragione i Peloponnesi probabilmente torrebbero ad essi il loro. A volere sbigottir veramente i Greci di Sicilia, o bisogna non andar colà, o almeno ritornarsene ben presto dopo aver mostrato le forze nostre; perciocchè tutti sappiamo che le cose lontane e che non hanno dato riprova dell’opinione che se ne ha, mettono di sè maraviglia. Che se avessimo una sconfitta ci piglierebbero subito in disprezzo, e co’ Greci di là ci assalirebbero. E tale è appunto ora il caso vostro, o Ateniesi, rispetto ai Lacedemoni e loro alleati: perchè siccome gli avete superati contro l’espettativa in quel genere di guerra nel quale innanzi gli temevate, così ora gli dispregiate ed aspirate anche alla Sicilia. Badate però che non bisogna inorgoglire per le disgrazie de’ nemici, ma prender fiducia quando si abbia depresso il loro animo, e stimare che i Lacedemoni mossi dalla vergogna non altro facciano che speculare in che modo possano, abbassati noi, trovare un bel compenso al proprio disdoro; tanto più che con moltissima cura e da moltissimo tempo van facendo procaccio di opinione di valore. Per lo che, se abbiamo senno, non dobbiamo pigliar gara per genti barbare, quali sono gli Egestei di Sicilia, ma guardarci animosamente da una città che per la sua oligarchia c’insidia.
12. «Oltre di che vuolsi rammentare che di recente ci siamo un poco riavuti e dal fiero morbo e dalla guerra, e però siamo cresciuti in denaro e in popolazione; le quali cose è giusto che si spendano qui per noi, e non per gente bandita chiedente soccorso, gente cui torna in vantaggio il mentir contamente, e che quand’altri è in pericolo va pascendolo sol di parole; e se ella vince non te ne sa grado condegnamente, e se mai perde avvolge nella sua rovina anche gli amici. E se vi ha chi gongolando [73] per essere scelto a capitano, vi conforta alla spedizione solo perchè mira al proprio vantaggio, tanto più che essendo ancor troppo giovine per il comando vuol farsi ammirare per la sua cavallerizza, e giovarsi della carica per mantenere la sua sontuosità; non date in mano neppure a costui di che brillare in privato con pericolo della Repubblica. Siate anzi persuasi che sì fatti cittadini danneggiano il pubblico, e rifiniscono il suo; che l’affare di cui si tratta è grande, e non tale da esser consigliato da un giovincello, nè da governarsi così spacciatamente.
13. «Ed io, al veder in questo consesso gente di tal tempera che parteggiano per lui, vengo in timore, e dal canto mio esorto i più attempati che, se ad alcuno di loro seggano accanto, non si rechino a vergogna di passar per infingardi, ove non dieno il voto per la guerra, e che (siccome accade nei giovani) non sieno perdutamente innamorati delle cose lontane, sapendo che pochissimi affari si conducono a buon fine pel desiderio, moltissimi per la previdenza. Ed invece li prego che per amore di questa patria, che va a gettarsi in un pericolo grandissimo oltre ogni altro di pria, vogliano in ciò dar contrario il loro voto, e decretare che i Siciliani tengano le loro cose usando i confini di adesso (su di che non abbiam nulla da ridire), cioè il seno ionico per chi navighi radendo la spiaggia, e quello di Sicilia per chi va in alto mare; che quanto alle differenze l’accomodin tra loro: che agli Egestei in diviso si risponda, che siccome attaccarono la guerra co’ Selinunti, senza gli Ateniesi, così da sè la sciolgano; e che in seguito non ci facciamo alleati (come siam soliti) di popoli, i quali ci convenga soccorrere quando si trovano male, e bisognando noi di aiuto, non possiamo ottenerlo.
14. «E tu, o Pritane, se credi tuo debito aver cura della patria, e vuoi essere buon cittadino, riproponi la cosa e mandala nuovamente a partito, persuadendoti (qualora tu tema di rimetterla un’altra volta a’ voti) che il trasgredire alle leggi fra tanti testimoni non ti sarà apposto a delitto, e che piuttosto tu sarai il medico della Repubblica che avea malamente deliberato, e che ottimo [74] magistrato è quegli che più giova alla patria, e che meno la danneggia volontariamente.»
15. Così parlò Nicia, e la maggior parte degli Ateniesi che dopo lui si presentarono a parlare consigliavano si facesse la spedizione e non si cassasse il decreto: alcuni poi dicevano il contrario. Tra quelli che più caldamente insistevano per la spedizione, era Alcibiade di Clinia bramoso di opporsi a Nicia, dal quale d’altronde discordava in materia di politica, e dal quale era stato punto con parole, e desideroso principalmente di condurre quell’impresa, come quegli che sperava che gli Ateniesi terrebbero da lui il conquisto di Sicilia e di Cartagine; le quali cose riuscendo prosperamente, anch’egli in privato avanzerebbe in ricchezze e in gloria. Ed invero essendo tenuto in gran conto dai concittadini avea voglie troppo maggiori de’ suoi averi sì rispetto alla cavallerizza che all’altre spese, lo che poi tornò in grandissimo abbassamento della Repubblica d’Atene. Conciossiachè la maggior parte impauriti per la smodata lautezza di sua persona, e per la vastità de’ disegni in ogni cosa che intraprendeva, gli divennero nemici come affettasse tirannia. Onde sebbene quanto al pubblico avesse vigorosamente disposte le cose di guerra, nondimeno in particolare pesando a ciascuno le sue maniere, ne commisero il carico ad altri, e così in poco tempo rovinarono la Repubblica. Egli adunque allora fattosi innanzi disse agli Ateniesi queste parole:
16. «Ateniesi, a me più che ad altri spetta il comando (giacchè è forza cominciar di qui perchè Nicia ha toccato me), e credo ancora di meritarlo. Quelle cose infatti ond’io sono celebrato apportano onore a’ miei antenati ed a me, e vantaggio alla patria. Imperciocchè i Greci, che prima credevano abbattuta la città nostra, sono venuti nella opinione che ella sia più potente di quel che invero non è per la mia splendidezza ai giochi d’Olimpia, ove corsi con sette cocchi e vinsi, ed ebbi il secondo e quarto premio, e gli altri apparati ordinai condegnamente alla vittoria. Queste cose sono per legge in onore; e la magnificenza nell’eseguirle desta insieme l’idea del potere della Repubblica; e [75] le mie larghezze e tutto quello ond’io son chiaro in città muovono naturalmente ad invidia i cittadini, ma mostrano ai forestieri la potenza di lei. Onde siccome non è disutile questa follìa di uno che a proprie spese giova non solo a se stesso, ma eziandio alla patria; così non è ingiusto che chi sente altamente di sè non voglia stare alla pari cogli altri, dappoichè se egli si trova in disgrazia nessuno va di pari con esso nella sventura. Anzi in quella guisa che quando siamo disgraziati nessuno pur ci saluta, per egual modo soffra ciascuno in pace d’esser trascurato da chi è felice, o tratti alla pari col miserabile, ed allora esiga altrettanto. Io so che le persone di questo calibro e tutti quelli che avanzano altrui di chiarezza in checchessia, sono incomodi durante la loro vita agli uguali principalmente, e poi anche agli altri coi quali usano: ma con tutto questo lasciano ad alcuni che vengono dopo, la gara di appropriarsene la parentela (sebbene non gli attengano per nulla), e alla patria in che nacquero danno materia di vanto, non quasi fossero gente straniera o dappoco, ma cittadini suoi propri e facitori di belle gesta. Queste sono le glorie che bramo; e quantunque io venga diffamato per questo mio privato contegno, osservate se governo gli affari pubblici peggio di verun altro: avvegnachè vi so dire che io mi son quegli che, riunite a voi senza vostra grande spesa o pericolo le città più potenti del Peloponneso, ridussi i Lacedemoni a combattere in un sol giorno per la somma delle cose a Mantinea, ove sebbene vincessero la battaglia, pure da indi innanzi non si sono più sinora rassicurati stabilmente.
17. «Inoltre questa mia giovanile follìa che sembra eccedere oltre l’età fu quella che con acconcie parole trattò colla potenza dei Peloponnesi, e che siccome col suo impeto ispirò loro fiducia, così persuase voi anche adesso a non temerla. Anzi mentre io sono nel vigore di essa, e Nicia sembra fortunato, valetevi pure di amendue in quello a che siamo utili, e non mutate consiglio sulla spedizione di Sicilia, quasi che dovesse farsi contro a paese potente. Vero è che le città di quei luoghi sono assai popolate, [76] ma di un miscuglio di gente, e però facili a cambiar di governo e a ricever chiunque. Ond’è che nissuno, come si farebbe per la propria patria, è fornito delle armi per difendere il suo corpo, o degli apparati che si richieggono in quel paese; ma quello che ciascuno spera di dover ottenere con persuasive parole, od anche di rapire dal comune erario nel bollor delle parti, e poi mutar suolo se la sua non vinca, questo è ciò che tutti si vanno procacciando. E non ci è pericolo che turba siffatta voglia udire d’un animo chi le favelli, o voltarsi di comun concordia ad operare; ma invece ciascun di loro aderirà a quello che sia detto a suo genio; tanto più se, come udiamo, sono in sedizione. Nè già hanno essi tanti soldati quanti ne vantano, nè gli altri Greci compariscono tanti quanti ciascuna provincia ne novera; anzi quella Grecia, che ha grandemente ingannato costoro, si dura fatica a credere che abbia milizie sufficienti a questa guerra. Tali pertanto, per quello che io ne so d’udita, sono le cose di là, e forse anche più agevoli. Infatti vi troveremo molti barbari che per odio de’ Siracusani si uniranno con noi ad assalirli, nè le cose di qua potranno impedirci, ove drittamente deliberiate. Imperciocchè i padri nostri oltre i nemici, che al dir di costoro ci lascerem dietro navigando in Sicilia, avevano nemico anche il Medo; e pure si acquistarono l’imperio non con altro che colla sovrabbondanza delle forze marittime. Ora i Peloponnesi tuttochè si trovino nel più vigoroso stato, sono disperati più di prima di poterci opprimere: e dato anche che la spedizione non si faccia, sono certo in forze da assaltar le nostre terre: ma non potranno danneggiarci colla flotta, perchè altra ce ne resta, e tale da fronteggiarli.
18. «Laonde quale addurremo giusta ragione del nostro inritrosire, o scusa agli alleati del non aiutarli? Noi dobbiamo soccorrerli per via de’ giuramenti, e non opporre che essi non ci soccorrono; avvegnachè non gli abbiamo aggiunti alla nostra lega perchè dal canto loro venissero qua in nostro aiuto, ma perchè inquietassero i nemici nostri di là, e impedissero loro venir qua contro [77] noi. E noi e qualunqu’altri abbiamo impero, lo abbiamo acquistato in questo modo; cioè col soccorrere sollecitamente chi ci chiamasse fosse greco o fosse barbaro. Imperocchè se tutti stieno quieti, o facciano rigorosa scelta di quelli che per ragione debbano aiutarsi, certo quand’anche volessimo accrescere d’un poco il nostro Stato, correremmo maggior pericolo per quello stesso che abbiamo: perchè nessuno aspetta a difendersi dal più forte quando è da quello assalito, ma tenta furargli le mosse acciò non gli venga contro. Senza di che non sta in noi di contemperare l’impero nostro alla foggia de’ nostri desiderii: ma poichè siamo in questo stato ci è forza tendere insidie ad alcuni, ad alcuni poi non allentare la briglia, essendovi pericolo di soggiacer noi stessi all’altrui dominio se non sappiamo dominare sugli altri; tanto più che come gli altri non possiamo brigarci della tranquillità, ove non vogliate del pari con loro cambiar di maniere. Per lo che considerando che coll’andare colà accresceremo vie più lo stato nostro, facciamo la spedizione per abbassare la superbia de’ Peloponnesi, mostrando che pieni di disprezzo per loro sappiamo preferire alla presente quiete anche la navigazione in Sicilia. Confido inoltre che coll’aggiunta delle forze di colà probabilmente ci assoggetteremo tutta la Grecia, o almeno danneggeremo i Siracusani; nel che avvantaggeremo noi stessi e gli alleati. La sicurezza poi o di restarvi, se alcuno si aggiunga a noi, o di tornare indietro, l’avremo dalle navi: avvegnachè ne potremo più di tutti i Siciliani insieme. E però l’inazione e la discordia fra giovani e vecchi, accennate dai discorsi di Nicia, non vi smuovano: anzi con quel solito buon ordine, la cui mercè i padri nostri tutti d’accordo e giovani e vecchi, avanzarono a questo grado lo Stato, nell’istesso modo ora anche voi sforzatevi di aggrandire la Repubblica. E siate persuasi che la gioventù e la vecchiezza disgiunte tra loro non posson nulla; ma che ove sieno unite, venendo a mescolarsi insieme tutto ciò che è debole, mediocre e buonissimo, sono sufficienti a tutto; che la città stando in ozio si consumerà da se [78] stessa, siccome avviene dell’altre cose, ed ogni maniera di sapere v’invecchierà; mentre esercitandosi in guerra acquisterà sempre nuova perizia, e si avvezzerà a difendersi non colle parole, ma coi fatti. Insomma io quanto a me penso che una città operosa dovrà ben presto corrompersi passando ad una vita d’ozio; e che i più sicuri nel loro stato sono coloro, che di comune concordia si governano colle costumanze e leggi presenti, tuttochè non perfettissime.»
19. Con tanto calore parlò Alcibiade; e gli Ateniesi udito lui e le domande degli Egestei e de’ fuorusciti leontini, che fattisi avanti rammentavano loro le giurate convenzioni ed imploravano soccorso, molto più di prima s’invogliarono della spedizione. Di che Nicia avvistosi che con quelle sue medesime ragioni non li potrebbe più distorre, ma che forse, se ordinasse molti apparecchi, la grandiosità di questi farebbe loro mutar pensiero, di nuovo presentatosi ad essi parlò così:
20. «Poichè, o Ateniesi, vi vedo al tutto infiammati per la spedizione, riescano pur le cose come bramiamo; ma io voglio al presente esporvi la mente mia. Le città contro le quali siamo per andare, a quel che io ne so d’udita, sono grandi e tra loro indipendenti, nè cercano mutazione onde ciascuna da violenta servitù possa volenterosa passare a più mite governo; ed essendo molte per un’isola sola, e molte di queste greche, non vorranno probabilmente gradire il nostro impero invece della libertà. E senza parlare di Nasso e Catana (che per la parentela de’ Leontini spero saranno con noi), ve ne sono altre sette di tutto fornite colla massima conformità al nostro esercito, e tra queste non ultime sono Selinunte e Siracusa, contro le quali principalmente navighiamo. Imperocchè hanno esse molti soldati gravi, ed arcieri e saettatori, e molte triremi, e numerose ciurme da empirle; hanno denari parte in proprio, parte nei templi di Selinunte; e i Siracusani riscuotono tributo in generi da alcuni barbari. E quello in che di gran lunga elle ci avanzano, sono provviste di molti cavalli, ed usano frumento proprio non portato di fuori.
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21. «Contro tante forze adunque non basta solo un navale e debole esercito, ma ci vogliono eziandio sulle navi molti soldati da sbarco, se vogliamo eseguire alcun chè degno del nostro concetto, e non essere impediti di pigliar terra da grossa cavalleria, specialmente nel caso che le città impaurite si colleghino insieme, o che noi non troviamo altri amici (dagli Egestei in fuori) che ci somministrino cavalli da opporre al nemico. Sarebbe certo vergogna l’essere astretti a tornarcene, o chiedere dipoi nuove truppe per aver deliberato inconsideratamente da primo; ond’è che conviene partir di qua con sufficiente apparecchio, sapendo che dobbiamo navigare molto di lungi dal paese nostro. Voi non uscite ora alla guerra siccome quando portate le armi contro alcuno fra genti a voi soggette, e però cavate facilmente i viveri da paese amico: ma andate a gettarvi lontani in terra straniera, donde non è facile aver qua nuove neppure in quattro mesi d’inverno.
22. «Il perchè pare che dobbiamo traghettarvi molte milizie gravi delle nostre, degli alleati, dei vassalli (e potendo, cavarne alcune dal Peloponneso, o colle persuasioni o col soldo) e molti arcieri e frombolieri per far testa alla loro cavalleria, e molto maggior numero di navi per trasportare più facilmente i viveri, e condurre di qua sulle barche da carico grano e orzo tostato, e panattieri salariati tolti ripartitamente dai mulini, acciocchè, ovunque ci troviamo sorpresi da qualche fortuna di mare, il bisognevole non manchi all’armata, alla quale essendo sì grande non potrà ogni città dar ricovero. Insomma bisogna non fidarsi agli altri, e provvedersi per quanto si può d’ogni altra cosa, e sopratutto portar di qua moltissimo denaro; perchè quel degli Egestei che si dice esser colà pronto, siate certi che è pronto più che altro in parole.
23. «Che se noi di qua vi anderemo con apparecchio non solo equivalente, ma anche superiore in ogni cosa (io eccettuo i loro soldati gravi che son bene agguerriti) difficilmente anche così potremo vincere i nemici e salvare [80] gli amici. Vuolsi poi far ragione che coloro che vanno ad impadronirsi di città posta in mezzo a gente straniera e contraria, bisogna nel primo giorno in che approdano si rechino in poter loro il territorio, o si aspettino al primo fallo di trovar nemici da per tutto. Lo che temendo e sapendo aver noi spesse volte bisogno di retto consiglio, e più anche di buona ventura (che agli uomini tocca difficilmente), voglio, nel mettermi in mare, darmi in balìa della fortuna il men possibile, e navigar con apparecchio che ragionevolmente mi offra sicurezza. Queste, a mio avviso, sono le cose che più fanno sperare fermezza alla Repubblica intera, e salute a noi che dobbiamo militare: e se pur v’ha cui sembri altramente, io gli cedo il comando.»
24. Tutte queste cose disse Nicia sperando o di rimuovere gli Ateniesi dall’impresa colla moltiplicità degli ostacoli, o se fosse costretto alla spedizione di potere in quel modo navigare più sicuramente. Essi però con tutta quella farragine di apparecchiamenti non scemarono la brama della spedizione, ma s’infiammarono viemaggiormente; cosicchè la cosa gli andò al contrario: perocchè fu creduto che egli consigliasse bene, e che l’impresa nel modo detto da lui riuscirebbe prosperamente. E il desiderio di navigare entrò in tutti egualmente; nei vecchi perchè speravano di soggiogare i luoghi contro i quali andavano, o almeno di non dovere esser battuti con sì grossa armata; in quei di fresca età per la brama di vedere ed osservare un paese lontano, e per la fiducia di aver a tornar sani e salvi; e la numerosa moltitudine e i soldati ripromettevansene denaro a presente, e nuovo acquisto di potenza, onde otterrebbero gli stipendi a vita. Tanto che per quella viva general bramosia, se alcuno v’era cui ciò non piacesse, se ne stava tranquillo, temendo di passare per malaffetto alla Repubblica ove col suo voto si opponesse.
25. Finalmente un Ateniese fattosi avanti e confortato Nicia, disse che non bisognava tergiversare nè indugiare, ma dire in faccia a tutti quali preparamenti dovessero gli [81] Ateniesi decretarli. E Nicia, benchè malvolentieri, rispose che ne terrebbe posatamente più serio consiglio co’ suoi colleghi: nondimeno parergli fin d’allora non doversi navigare con meno di cento triremi; che quelle destinate al trasporto delle truppe dovevano esser proprio degli Ateniesi in quel numero che e’ credessero, le altre si facessero venire dagli alleati; che i soldati gravi tra degli Ateniesi e degli alleati dovevano essere in tutti non meno di cinque migliaia, e più se si potesse; e che bisognava allestire e condurvi tutti gli altri fornimenti in proporzione dell’esercito, e arcieri d’Atene e di Creta, e frombolieri e ogni cosa che giudicassero opportuna.
26. Gli Ateniesi udito ciò, subito decretarono che i capitani avessero illimitato comando, e che quanto al numero delle soldatesche ed a tutta la navigazione facessero in quel modo che credessero il meglio per Atene. Dopo di che cominciarono gli apparecchi, e mandarono per le truppe degli alleati, e facevano il ruolo di quelle di lì: e siccome la città si era da qualche tempo riavuta dalla pestilenza e dalla continua guerra, così vi era molta fresca gioventù, e copia di denaro stante la tregua; onde tutto somministravasi più agevolmente.
27. Ma frattanto che davano opera agli apparecchiamenti, quanti Mercuri di pietra erano in Atene ebbero la maggior parte smozzicata la faccia in una sola notte. Sono essi un lavoro di figura quadrangolare, e secondo l’usanza del paese trovansene di molti negli atrii delle case e nei luoghi sacri. Nissuno sapeva i rei di tal misfatto, ma erano essi inquisiti, proposti pubblicamente grandi premii a chi li scoprisse[84]; e di più fu fatto un decreto col quale davasi l’impunità a chiunque cittadino, forestiero o servo, manifestasse qualsivoglia altro sacrilegio che sapesse essere stato commesso. E davano maggior peso a questa cosa perchè pareva un malaugurio per la spedizione, ed insieme fatta per congiura di tentar cose nuove ed abolire lo stato popolare.
28. Pertanto alcuni inquilini e servi diedero degli indizi [82] non già riguardo a’ Mercuri, ma ad alcuni guasti di altre statue fatti per ischerzo da dei giovani avvinazzati, ed insieme riguardo a de’ misteri che per disprezzo si facevano nelle case; di che accusavano ancora Alcibiade. E quei principalmente che non lo potean patire, perchè se lo vedevano d’impaccio a primeggiar sicuramente nel popolo, e che stimavano che cacciato lui rimarrebbono essi i primi, raccoglievano tali accuse, e le ingrandivano, e vociferavano che le mistiche cerimonie e il guasto de’ Mercuri avean per iscopo il disfacimento della democrazia, e che nessuna di quelle cose erasi fatta senza di lui; adducendo in prova la sregolatezza nel resto di sua condotta non punto popolare.
29. Egli di presente si difendeva di tali indizi, e se nulla di ciò avesse commesso mostravasi pronto a sostenere il giudizio e pagar la pena prima di partir colla flotta (e già gli apparecchi erano stati fatti), ed a prendere il comando se venisse prosciolto. Li scongiurava a rigettar le accuse quando fosse assente, e se lo credessero reo ad ucciderlo subito; e diceva esser miglior consiglio il non mandarlo alla testa di sì grande armata con quelle imputazioni prima del giudizio. Ma i suoi nemici temendo che forse combattendo egli la propria causa arebbe benevolo l’esercito, e il popolo a suo riguardo si ammollirebbe, perchè aveva operato che gli Argivi ed i Mantineesi si unissero a questa spedizione, dissuadevano e sconsigliavano i cittadini da quelle sue dimande, mettendo innanzi altri oratori, che dicevano dovere imbarcarsi allora e non prolungare la mossa dell’armata; che poi ritornato se ne farebbe giudizio in certi giorni. Volevano essi che richiamato tornasse a dire la sua causa contro imputazioni maggiori, che, lui assente; avrebber trovate più agevolmente; e fu risoluto che allora partisse.
30. Dopo queste cose, essendo già a mezzo la state, facevano partenza per Sicilia. Prima però era stato intimato che il più degli alleati, e le navi annonarie e le barche e tutto il fornimento che seguiva la flotta dovessero ridursi a Corfù, a fine di tragittare di là tutti insieme pel seno [83] ionico al promontorio Iapigio. E gli Ateniesi, e se alcuni degli alleati si trovavano ad Atene, nel giorno stabilito scesero sull’aurora nel Pireo, e montarono sulle navi per far vela, e con essi scese tutta, per così dire, l’altra moltitudine della città, cittadini e forestieri, e quelli del paese, per accompagnare ciascuno chi gli amici, chi i parenti, chi i figlioli: e in andando erano in preda alla speranza ed al pianto; quella per le conquiste che essi potrebbero fare; questo, perchè forse non gli avrebbono a rivedere mai più, considerando il lungo viaggio a che erano spediti lontano dalla patria.
31. E fu allora appunto che dovendo darsi lo scambievole addio, col pensiero dei pericoli provarono raccapriccio maggiore che quando decretarono la spedizione. Contuttociò osservando particolarmente la grandezza degli apparati, ripigliavano cuore alla vista delle presenti forze. I forestieri poi e l’altra turba vi andò per godere di uno spettacolo quanto sublime, altrettanto maggiore d’ogni pensiero. Infatti quest’armata di soldatesca greca la prima a mettersi in mare da una città sola, fu sontuosissima e magnificentissima oltre ogni altra fino a quel tempo. Bene è vero che per il numero delle navi e delle milizie greche non fu ad essa inferiore quella che con Pericle andò ad Epidauro, e poi con Agnone a Potidea: poichè vi si unirono quattromila soldati gravi, e trecento cavalli, e cento triremi degli Ateniesi, e cinquanta di quelle de’ Lesbii e Chii, con più molti confederati. Ma quelli si mossero a breve navigazione e con piccolo equipaggio: dove questo stuolo che dovea durare del tempo, e servire per terra e per mare (qual che si fosse il bisogno) era completamente fornito di navi e di truppe da sbarco. La flotta fu messa all’ordine con grandi spese de’ trierarchi e della Repubblica. Il Comune dava una dramma il giorno per marinaro[85], e somministrava le navi vuote, sessanta leggere, quaranta per il trasporto de’ soldati gravi, ed ottime barche a servigio di questi. I trierarchi oltre al soldo del Comune davano un aumento di paga ai marinari traniti[86], o vogliam dire remiganti da poppa, ed a [84] quelli delle barche; ed usavano anche nel resto di assise ed acconciamenti di gran pregio, e ciascuno studiavasi sommamente che la sua nave primeggiasse di gran lunga o per qualche bella fregiatura o per velocità. I soldati poi da sbarco erano stati scelti con ottime leve, e gareggiavano tra loro con gran cura della bellezza delle armi e delle altre cose che riguardavano la persona. A ciò aggiugnevasi ancora gran competenza scambievolmente negli uffici assegnati a ciascuno, di qualità che pareva quella piuttosto una mostra di potenza e di forza a petto agli altri Greci, che un apparecchio contro a’ nemici. Ed in vero se alcuno vorrà computare le pubbliche spese della città e quelle private dei soldati; cioè quanto alla città le spese già fatte di prima e l’equipaggio con che spediva i generali; quanto ai particolari, quel che ognuno aveva speso per la sua persona, e i trierarchi per la propria nave, e quel che erano ancora per ispendere; e di più ciò che oltre al soldo del Comune ciascuno naturalmente si procurava pel viatico, trattandosi di lunga spedizione, e ciò che ogni soldato o altro navigante portava seco per farne commercio; troverà molti talenti in tutti essersi portati fuori di patria. Così questa armata più che per la maggioranza dell’esercito, a confronto de’ nemici contro i quali andava, fu famigerata per lo stupendo ardimento e per la splendida comparsa, ed eziandio perchè quello era il tragitto più lontano dal proprio paese, ed intrapreso con speranza troppo grande delle cose avvenire, avute riguardo alle forze presenti.
32. E poichè le navi furono piene di soldati con entro tutto ciò che partendo doveano portar seco, fu dalla tromba intimato il silenzio; e le consuete preghiere prima di salpare non si facevano da ciascuna nave in particolare, ma da tutta insieme la flotta all’intonazione dell’araldo. Poi con tazze d’oro e d’argento i soprassaglienti e i capitani libavano il vino mesciuto in grandi vasi per tutta l’armata, e di sul lido si univa alle loro preci l’altra moltitudine di cittadini e di quanti erano loro benevoli. Cantato quindi il Peana diedero le vele ai venti; e da [85] prima movendo le navi in fila presero subito a gareggiar nel corso sino ad Egina, e si affrettavano di giungere a Corfù, ove doveano far capo le altre truppe alleate. Intanto a Siracusa venivano nuove da molte parti della mossa della flotta, e con tutto questo per un pezzo non ne credevano nulla. Ma tenutasi adunanza, varii parlarono secondo il loro avviso, stimando alcuni vera la spedizione degli Ateniesi, altri contradicendo: ed Ermocrate di Ermone persuaso di esser bene informato di tali cose, orò facendo queste esortazioni.
33. «Parrà forse che io, siccome alcuni altri, dica cose incredibili, se vi do per vera la mossa della flotta nemica. So che chi dice ed annunzia ciò che non ha faccia di credibile, non solo non persuade, ma passa ancora per dissennato: nientedimeno, pericolando la Repubblica, non vo’ per questo timore rimanermi, essendo io convinto di parlare con più chiare notizie degli altri. Sì, gli Ateniesi (di che voi grandemente maravigliate) vengono contro noi con grosso esercito marittimo e terrestre, sotto colore di soccorrer come alleati gli Egestei, e di far rimpatriare i Leontini; ma nel vero perchè bramano la Sicilia, e principalmente la città nostra, presa la quale credon facile occupare il rimanente. Per lo che aspettateveli qui ben presto, e vedete qual sia il modo più decoroso per resister loro, e non vogliate, dispregiandoli, lasciarvi cogliere alla sprovvista; o non credendo a me trascurare l’universale. Se poi vi ha chi mi creda, costui non si sgomenti dell’audacia e potenza loro; perchè e’ non potranno più danneggiar noi che toccarne. La loro stessa venuta con numerosa flotta non è senza nostro vantaggio; anzi tanto meglio rispetto agli altri Siciliani, che impauriti di quella vorranno con più prontezza collegarsi con noi. E se noi potremo o disfarli o respingerli colle mani vuote di ciò che bramano (nè io temo perdio che abbiano a conseguire quel che si aspettano) ci verrà fatta la più bella delle imprese, che quanto a me non dispero. Poche sono le armate o di Greci o di barbari che andate molto di lungi dal proprio paese abbiano avuto buon successo: [86] perchè esse non vanno colà in maggior numero degli abitanti e de’ vicini, che tutti per la paura si riuniscono. E se per mancanza di viveri rovinano in paese straniero, tutto che per lo più cadano per propria colpa, pure lasciano rinomanza ai popoli insidiati. Così questi stessi Ateniesi nei molti e non presumibili tracolli del Medo, crebbero per la fama che egli andasse sol contro Atene: e noi non dobbiam disperare che possa accaderci altrettanto.
34. «Laonde facciam cuore e prepariamo qui le cose nostre; mandiamo ai Siculi per confermar meglio alcuni e per procurarci l’amicizia e la lega di altri; inviamo legati al resto di Sicilia mostrando che il pericolo è comune, ed in Italia acciò facciano alleanza con noi, o almeno non ricevano gli Ateniesi. Credo anche ben fatto spedire a Cartagine, perchè anche là pur troppo si aspettano e sono sempre in timore che gli Ateniesi o prima o poi non assaltino la loro città: talchè forse, al riflettere che non dandosi cura di queste cose potrebber trovarsi anch’essi in travaglio, vorranno soccorrerci o di furto o alla scoperta, o in qualunque altro modo. E certo, volendo, possono farlo più di tutti i popoli d’ora, perchè hanno molto oro ed argento, che come sono l’anima delle altre cose, così lo sono della guerra. Mandiamo eziandio a Sparta e a Corinto pregandoli di pronto soccorso per qua, e di mover la guerra nell’Attica. Ma non voglio tacervi qual io mi tenga miglior partito; benchè voi non l’approverete tostamente per la vostra solita infingardia; cioè che noi Siciliani tutti insieme, se vorremo, o almeno moltissimi con esso noi, messo in mare quel che abbiamo di flotte andiamo col foraggio per due mesi ad incontrar gli Ateniesi a Taranto e al capo Iapigio, ed a far loro chiaro che non avranno prima a combattere per la Sicilia, ma per aprirsi il passaggio dell’Ionico. In questo modo gli sbigottiremo sommamente, e li ridurremo a pensare che noi difensori della patria avremo un ridotto, onde muoverci, in terra amica quale è Taranto ove saremo ricevuti; che essi dovranno valicar [87] molto mare con tutti gli apparecchi: che difficilmente la loro flotta potrà mantener l’ordine per la lunghezza del tragitto, e che movendosi lentamente ed assaltandoci alla spartita, noi potremo con vantaggio assalirla. Nel caso poi che votate le navi leggere vengano con queste più serrate ad assalirci, allora se useranno dei remi, gl’investiremo già stanchi; e dove non ci piaccia, potremo ritirarci a Taranto. Ed essi intanto che avranno fatto quel tragitto con iscarse provvisioni, quasi si trattasse di una battaglia navale, saranno sorpresi dalla carestia in luoghi deserti, ove rimanendo saranno assediati; tentando di proseguire il corso dovranno abbandonare gli altri apparecchi e perdersi d’animo, non avendo la sicurezza che le città vogliano riceverli. Laonde io stimo che ristretti da questi pensieri, neanche sciorranno da Corfù: ma mentre deliberano e vanno spiando quanti e dove siamo, si troveranno dalla stagione spinti nell’inverno; e attoniti del nostro inaspettato ardimento porranno fine alla navigazione. E ciò tanto più quanto che (come sento) il più esperto de’ loro generali li conduce a malgrado, e volentieri piglierebbe il pretesto di veder per parte nostra che noi abbiamo di che stargli a petto. Io son certo che di noi avranno nuove maggiori di nostre forze: or le opinioni degli uomini vanno dietro alla fama, e più si teme chi primo assale, che chi per tempo mostrasi pronto a ributtar l’assalitore; perchè lo crediamo pari a noi nel cimento. E tal sarà ora degli Ateniesi: conciossiachè dispregiandoci giustamente perchè non ci siamo uniti co’ Lacedemoni a distruggerli, ci vengono contro come a gente che non sappia difendersi. Ma se vedranno l’inaspettato nostro ardire, saranno più atterriti da questo impensato coraggio, che dal vero ragguaglio di nostre forze. Seguite adunque il mio consiglio soprattutto di mostrar questo ardire, o almeno di apparecchiar prontamente le altre cose per la guerra; richiamatevi tutti alla mente che il disprezzo per l’assalitore si mostra dal vigere dei fatti, e che sarà nostro grandissimo bene se per quanto stimiamo sicurissimi i preparamenti fatti per [88] paura, nondimeno opereremo come se fossero mal sicuri. Ma già i nemici ci muovono incontro, già, lo so bene, sono in corso, già già son presenti.»
35. Con tanta forza parlò Ermocrate, e nel popolo siracusano fuvvi gran repetìo, dicendo alcuni che gli Ateniesi non verrebbero in nessun modo, e che false erano le cose recitate da Ermocrate; altri che quand’anche venissero sarebbe più il danno che riceverebbero di quello che farebbero; altri poi dispregiavano affatto e volgevano in riso la cosa. Pochi vi erano che credessero ad Ermocrate, e temessero del futuro. Ma Atenagora, capo del popolo ed allora per la sua facondia accettissimo alla moltitudine, fattosi fra loro innanzi disse queste parole:
36. «Chi non desidera che gli Ateniesi sieno giunti a tanto di stoltezza da venir qua per mettersi nelle nostre mani, o è un vile, o non vuol bene alla patria. Di quelli poi che vi annunziano tali cose e vi sbigottiscono, io ammiro non l’audacia, ma la dabbenaggine, se credono non manifestarsi quali sono. Imperciocchè quei che temono di qualche cosa in particolare, vogliono mettere in costernazione la città, per abbuiare la propria colla paura comune. Ed or tali nuove vanno a parare a questo: esse non si spargono da per sè, ma sono composte da gente che siffatti movimenti di continuo rimugina. Voi però, se avrete senno, farete ragione di quel che può avvenire, considerandolo non dalle novelle che costoro vi arrecano, ma da ciò che dovran fare uomini sottili e di molte cose esperti, quali io tengo gli Ateniesi. E vinca il vero, non è credibile che vogliano lasciarsi dietro i Peloponnesi, e senza aver per anche acconciata stabilmente la guerra di là, venire spontaneamente ad un’altra non minore; e si contenteranno, a mio avviso, che noi con tante e sì grandi città non andiamo contro di loro.
37. «Se poi, siccome è fama, ci verranno, credo che la Sicilia tanto più del Peloponneso sia sufficiente a debellarli, in quanto è meglio fornita di tutto; e che la città nostra da sè sia molto più potente dell’armata che ora, siccome dicono, c’invade, foss’ella due cotanti. Io [89] so infatti che non avranno seco cavalli (e non potranno procacciarli di qui tranne pochi dagli Egestei), nè soldatesca grave numerosa al par della nostra, dovendo essi venire sulle navi. Imperciocchè è di per se stesso gran cosa il condursi qua per sì lungo tragitto colle sole navi leggere, e trasportare tutti gli altri apparati che abbisognano contro sì fatta città; i quali certo non denno esser pochi. Laonde tanto discordo dagli altri colla mia opinione, da pensare anzi, che qualora pure venissero qua possedendo città di egual potenza con Siracusa, e ci facessero guerra abitando a confine, appena potrebbero non esser totalmente disfatti. Quanto più poi lo saranno trovando nemica tutta Sicilia che si unirà contro loro, i quali dovranno usare solo di accampamenti piantati colle navi e di meschine trabacche e del solo necessario apparecchio, donde non potranno molto scostarsi, perchè impediti dai nostri cavalli. Insomma io stimo che non potranno nemmeno pigliar terra, tanta è, a mio credere, la superiorità di nostre forze.
38. «Ma gli Ateniesi che pensano su di ciò come io dico, son certo che vogliono conservare il loro stato; e tali cose che non hanno nè aver possono consistenza vengono spacciate da alcuni di qui, i quali non ora per la prima volta, ma sempre li ho veduti desiderosi di occupare il dominio della Repubblica collo spaventarvi o mediante tali ciance e di più maligne ancora, o col terrore dei fatti; e, perdio, temo non abbia una volta a seguir l’effetto dei loro replicati sforzi; e noi non siamo da tanto per guardarci innanzi di patir ciò, nè per punirli quando scuopriamo le loro trame. Però poco riposa la città nostra, ed è soggetta a molte sedizioni e contrasti più contro se medesima che contro i nemici, e talora contro a tirannidi e ingiuste signorie. Delle quali malvagità, ove vogliate assecondarmi, mi sforzerò che neppur una intervenga a’ tempi nostri; userò con voi popolo le persuasioni, e coi macchinatori di tali scelleratezze il castigo, non solo quando sien colti in sul fatto, (che è difficile coglierveli), ma eziandio quando meditino qualche cosa, e [90] non possano eseguirlo. Conciossiachè non si vuol punire il nemico solo di quel che commette, ma ancora preoccuparne i pensieri, ove pur con tutta la precauzione ti riesca non essere offeso. Scuoprirò poi all’occorrenza i fautori dell’oligarchia; veglierò sopra loro, li istruirò; parendomi queste le maniere più profittevoli al rimuoverli dal misfare. Ed in fè vostra, o giovani (cosa che spesso ho tra me considerato), dite che mai volete? forse aver subito parte al governo? Ma il vieta la legge, e tal legge è stabilita piuttosto in riguardo alla vostra insufficienza che per farvi disonore. O volete forse non stare alla pari col popolo? Ma come è egli giusto che uomini tra sè eguali non abbiano eguali diritti?
39. «Dirà taluno che la democrazia manca di accorgimento e di giustezza, e che i denarosi sono i più idonei a comandare ottimamente: ed io rispondo, primo che il nome popolo comprende tutto lo Stato, quello d’oligarchia una parte; di poi che i migliori custodi del denaro sono i ricchi, consiglieri ottimi i saggi, ed ottimo giudice il popolo, inteso che abbia le cose. E tutte queste classi di cittadini, sì in diviso sì in comune, trovano eguaglianza nella democrazia; laddove l’oligarchia fa parte de’ pericoli al popolo; quanto però ai vantaggi, non solo la maggior parte, ma anche tutti glieli toglie e gli usurpa per sè. Ecco quello di che si brigano tra voi i potenti ed i giovani, ma che è impossibile ad ottenere in città grande. Anzi, o gente dissennata sopra tutte, voi fin d’ora vi mostrate o i più imbecilli di quanti Greci conosco, se non vi accorgete che così correte alla rovina; o i più ingiusti se sapendolo, nondimeno l’osate.
40. «Laonde istruiti dalle mie parole, ovvero mutando proponimento, aumenterete il bene della Repubblica comune a tutti, se andrete convinti che i buoni tra voi ne avranno eguale anzi maggior frutto che non la moltitudine; dove pensando altramente risicherete di restar privi di tutto. E cessate da tali nuove, persuasi che noi presentiamo la mente vostra, e che lasceremo che ne segua l’effetto. Imperciocchè ove pur vengano gli Ateniesi, [91] questa città saprà respingerli in modo degno di lei; ed a noi sono capitani che a ciò provvederanno. Che se nessuna di tali cose è vera (com’io non dubito), la città non vorrà mica sbigottire delle vostre novelle, nè scegliendo voi a capitani imporsi spontanea schiavitù. Che anzi consultando da per sè, punirà i discorsi vostri come equivalenti ai fatti, nè si lascerà torre la libertà presente coll’udir voi, ma guardandosi di fatto coll’impedire i disegni vostri, procaccierà di conservarla.»
41. Così parlò Atenagora; ed alzatosi uno de’ generali non volle che alcun’altro si facesse avanti, e nel caso presente disse egli stesso: «non esser prudenza che alcuni si dicano de’ motti scambievolmente, e che gli uditori vi acconsentano; ma quanto alle cose annunziate ciascuno in particolare e la città tutta insieme dover vedere come prepararsi condegnamente a respingere il nemico assalitore. E se nulla verrà a bisogno non tornerà in danno che il Comune si sia provvisto di cavalli e di armi e d’ogni altra cosa di che si allegra la guerra. Noi generali avremo cura di queste forze, e ne faremo il novero, e procureremo di spedir gente ad osservare le città, e quant’altro sembri opportuno. E già in parte vi abbiamo pensato, e tutto ciò che sapremo lo riferiremo a voi.» Avendo così parlato il generale, i Siracusani si sciolsero dall’adunanza.
42. E già gli Ateniesi con gli alleati erano tutti a Corfù, ove i capitani fecero primieramente la rassegna dell’armata, e l’ordinarono nel modo col quale dovea far porto e pigliar campo. La divisero in tre squadre, per ognuna delle quali gittarono le sorti, affinchè assegnata ciascuna squadra ad un capitano, tenendo l’alto non avessero a mancare di acqua e di porti e di provvisioni nei luoghi di fermata, ed affinchè nel restante serbassero più esatta disciplina, e più facilmente obbedissero ai comandi. Dipoi spedirono innanzi tre navi in Italia e in Sicilia ad intendere quali città vorrebbero riceverli; ed ordinarono ad esse di tornar per tempo a raggiungerli per approdare secondo gli avvisi che riceverebbero.
43. Dopo le quali cose finalmente gli Ateniesi sciolsero [92] da Corfù per tragittare in Sicilia con apparato sì grande, cioè con cento trentaquattro triremi in tutte, e due navi di Rodi a cinquanta remi. Di queste triremi cento erano da Atene, sessanta leggere, e quaranta per trasportar le truppe: il restante della flotta parte era de’ Chii, parte degli altri alleati; ed avevano a bordo cinquemila cento soldati gravi fra tutti. Mille cinquecento di questi erano proprio del ruolo d’Atene, con più settecento servi per combattere di sulle navi. Quanto agli altri alleati che concorsero a questa spedizione, ottocento ne vennero vassalli d’Atene, degli Argivi cinquecento, e dugento cinquanta de’ Mantineesi co’ mercenari. Gli arcieri erano in tutti ottanta e quattrocento, e di questi gli ottanta erano Cretesi; e settecento frombolieri di Rodi, e centoventi banditi di Megara armati alla leggera. Una sola nave conduceva a bordo trenta cavalieri.
44. Cotanta era la prima armata che navigava a questa guerra, e ad essa tenevan dietro trenta barche annonarie con viveri e panattieri e muratori e fabbri, e tutto il necessario a fabbricare, più cento legni astretti a convogliare le barche. Molti altri navigli e barche andavano spontanee di conserva coll’armata per far mercatura, e tutti insieme da Corfù tragittarono il seno ionico. Ed essendo tutta intera l’armata approdata al capo Iapigio, e a Taranto, e ovunque ciascuno potè, costeggiavano l’Italia, non volendo le città riceverli nè dentro le mura nè al mercato, ma solo permettendo loro di fare acqua e stare alla rada; le quali cose non concessero nè Taranto nè i Locresi. Finalmente pervennero a Reggio, promontorio d’Italia, e qui oramai si riunivano; e non essendo accolti in città, acconciarono il campo al di fuori, nel luogo consacrato a Diana, ove fu loro accordato il mercato; e tirate in sull’asciutto le navi stavano quieti. Tennero anche parola, coi Regini che essendo Calcidesi dovevano aiutare i Leontini che pur erano Calcidesi; ed ebbero in risposta ch’e’ volevano starsene di mezzo, e che farebbero tutto quello di che convenissero gli altri Italiani. Frattanto gli Ateniesi pensavano quale fosse il miglior modo da seguitare [93] per le cose di Sicilia, ed aspettavano da Egesta le navi spedite innanzi, volendo chiarirsi se veramente vi erano quelle ricchezze, di che gli ambasciatori parlarono in Atene.
45. In questo i Siracusani da molti luoghi e dagli esploratori avevano già chiare notizie che la flotta era a Reggio; e senza più dubitare attendevano con tutto l’animo a prepararsi siccome è solito in tali urgenze, e spedivano in giro ai Siculi, dove presidi, dove legati, e mettevano guarnigioni nei castelli del paese all’intorno, ed esaminavano se l’interno della città fosse in buon punto, facendo la rivista dell’armi e de’ cavalli; e tutto il restante ordinavano come per pronta guerra, e poco meno che presente.
46. Ma le tre navi spedite anticipatamente, tornano da Egesta a Reggio e riferiscono agli Ateniesi non esistere il denaro promesso, e solo vedervisi trenta talenti. I generali si persero subito d’animo, sì perchè avean trovato quel primo incaglio, sì ancora perchè i Regini, dai quali aveano cominciato il primo invito, non avean voluto unirsi con loro, quantunque ciò dovea grandemente sperarsi per esser consanguinei co’ Leontini, e con essi in amicizia. Tali nuove degli Egestei furono per Nicia quali se le aspettava, ma per gli altri due generali furono fuor dell’opinione. Imperciocchè gli Egestei, quando andarono ad essi i primi ambasciatori ateniesi per osservarne le ricchezze, usarono quest’inganno. Li condussero ad Erice nel tempio di Venere, e mostrarono loro i voti, le tazze, i vasi, gl’incensieri e gli altri molti arredi, che essendo d’argento facevano di sè troppo gran mostra di ricchezza, rispetto a poco valore di essi. E negli inviti ospitali che facevano i particolari a quei delle triremi, riunivano tutti i vasi d’oro e d’argento che erano in Egesta, ed eziandio quelli chiesti alle città vicine fenicie e greche, e li producevano nei conviti, come se appartenessero a ciascuno in privato. Cosicchè usando tutti ordinariamente dei medesimi, e però vedendosene molti da per tutto, indussero grande stupore negli Ateniesi andativi sulle triremi, i quali giunti ad Atene divulgarono aver viste ricchezze inestimabili. In questo [94] modo ingannati costoro, e persuasi gli altri del medesimo inganno, allorchè andò la voce non esservi denari in Egesta, erano vituperati grandemente dai soldati. Ma i generali andavano deliberando del presente stato di cose.
47. La mente di Nicia era doversi navigare con tutta l’armata a Selinunte, ove principalmente erano inviati; e se gli Egestei somministrassero il denaro per tutto l’esercito governarsi secondo quello; altrimenti esiger da loro il foraggio per le sessanta navi richieste, fermarsi a Selinunte, riconciliarla con gli Egestei o per forza o per accordo; e allora scorrere per le costiere delle altre città, e mostrare così la potenza della Repubblica ateniese. Quindi, fatto conoscere il proprio zelo per gli amici e confederati, tornare a casa; salvo che nel caso di potere in breve tempo e per qualche imprevista opportunità recar giovamento ai Leontini, o farsi amica alcuna delle altre città; e così non spendere del suo con pericolo della Repubblica.
48. Alcibiade all’opposto diceva che dopo essersi messi in mare con sì grossa armata, non volevasi partire turpemente e senza effetto, ma si spedissero araldi alle varie città (tranne Selinunte e Siracusa), e si tentassero gli animi dei Siculi, parte per ribellarli ai Siracusani, parte per farseli amici acciò si ottenessero soldati e frumento: si cominciasse dal persuadere Messina situata acconciamente per passare ed approdare in Sicilia, e fornita di porto e di ricovero sufficiente per l’armata; e procacciatisi l’amicizia delle città, e sapendo con chi ciascuna si unirebbe alla guerra, si andasse subito contro Siracusa e Selinunte, ove questa non s’accordi con gli Egestei, e l’altra non permetta ai Leontini di rimpatriare.
49. Lamaco poi diceva apertamente che bisognava navigare a Siracusa, e combatter prontamente la città mentre è tuttora sprovvista e nel massimo sbigottimento: ed ogni esercito essere alla prima formidabile; se poi indugia a mostrarsi, la gente ripiglia cuore, e quando si mostri lo dispregia maggiormente; che se assalissero all’improvviso i Siracusani mentre attoniti ciò si aspettano, [95] affermava che facilmente li vincerebbero, e ad ogni modo gli spaventerebbero coll’aspetto dell’esercito (che certo ora comparirebbe grandissimo), e coll’espettativa de’ danni che avranno a soffrire, e soprattutto col subitaneo pericolo della battaglia. Soggiungeva che senza dubbio avrebbero sorpresa molta gente alla campagna, perchè non si credeva alla loro venuta; e dato anco che si ricovrassero entro le mura, l’esercito, padrone del territorio, non mancherebbe del bisognevole quando si fermasse all’assedio della città. Allora gli altri Siciliani tanto più ricuseranno di unir le armi loro co’ Siracusani, e si accosteranno agli Ateniesi senza aspettar di vedere qual de’ due ottenga vittoria. Finalmente diceva che in caso di doverne partire e mettersi all’ancora, doveasi aver per sicuro ridotto alle navi Megara, luogo abbandonato e poco lontano da Siracusa, sì per mare che per terra.
50. Quantunque Lamaco avesse parlato così, pure si accostò anch’egli al consiglio di Alcibiade, il quale dipoi andò colla sua nave a Messina, e parlò dell’alleanza coi Messinesi. E perchè non gli potè persuadere, ed anzi gli dissero chiaro che non riceverebbero gli Ateniesi in città, e solo al di fuori gli accorderebbero il mercato, ritornò a Reggio. I generali, armate subito tra tutte sessanta navi e preso il bisognevole, passarono a Nasso, lasciando in Reggio uno di loro col resto dell’armata. Accolti in città dai Nassii seguitarono il corso verso Catana, ove dai Catanesi non furono ricevuti, perchè in città vi erano dei fautori di Siracusa, e vennero al fiume Teria e vi pernottarono. Il giorno dopo colle altre navi attelate in una sola fila si avviarono versa Siracusa; e già ne aveano spedite innanzi dieci perchè nel loro corso osservassero se alcun naviglio fosse tirato in mare, e perchè avanzandosi dappresso bandissero da bordo, che arrivavano gli Ateniesi a rimettere nella patria i Leontini per titolo d’alleanza e parentela; e che però quanti Leontini si trovavano a Siracusa si accostassero senza timore agli Ateniesi come ad amici e benefattori. Avendo bandito ciò, esaminarono la città ed i porti ed il paese all’intorno, per [96] vedere donde avessero a muovere le armi, e rinavigarono a Catana.
51. I Catanesi, tenuta adunanza, non vollero dar ricovero all’esercito in città, ma introdotti i generali intimarono loro di dire quel che volessero. Ed essendosi Alcibiade fatto a parlare, tutta la gente di città si rivolse verso l’assemblea; per lo che i soldati furtivamente sfondarono una postierla mal rimurata, ed entrati in città si fermarono nella piazza. Laonde que’ pochi tra’ Catanesi che parteggiavano per Siracusa, impauriti subito oltre modo al veder dentro l’esercito, si trafugarono; e gli altri fermarono alleanza con gli Ateniesi, e gli confortarono di condur là da Reggio il rimanente dell’esercito. Dopo di che gli Ateniesi navigarono a Reggio, donde, con tutto l’esercito si mossero alla volta di Catana, ed arrivati che furono vi piantarono il campo.
52. Ivi avendo avuto nuova da Camarina che se andasser colà quella città si renderebbe, e che i Siracusani allestivano la flotta, andarono prima con tutta l’armata a Siracusa. E non trovandovi veruno apparecchio di navi tornarono indietro a Camarina, fermaronsi al lido e spedirono un araldo che da’ Camarinesi non fu ricevuto, allegando il giuramento di non raccettare gli Ateniesi se non con una sola nave, tranne il caso che ne avessero chiamati di più essi medesimi. E però andata a vuoto la cosa gli Ateniesi partirono, ed approdarono ad una terra del siracusano e vi fecero saccheggio: ma poi sopraggiunta la cavalleria de’ Siracusani, che uccise alcuni soldati leggeri qua e là sparsi, si ricondussero a Catana.
53. Colà trovarono la nave salaminia venuta da Atene per Alcibiade, coll’ordine ch’ei tornasse a difendersi di ciò onde la città lo accusava, e per alcuni altri soldati del suo seguito, parte designati come profanatori de’ misteri, parte come complici nel fatto de’ Mercuri. Imperciocchè, dopo la partita della flotta, gli Ateniesi non si erano rimasti dal far ricerca quanto al delitto de’ misteri e de’ Mercuri; e qualunque fossero gli accusatori in mezzo a quei sospetti, tutti gli udivano. Cosicchè dando fede [97] a gente malvagia, i più onesti cittadini arrestavano e imprigionavano, stimando meglio investigare e chiarirsi di questi fatti, di quello che l’accusato (fosse egli pur creduto dabbene) avesse ad uscirne impunito, considerata la malvagità del delatore. Ed il popolo che sapeva per udita come la tirannide di Pisistrato e de’ suoi figli si era da ultimo resa grave, e di più era stata abbattuta non dai cittadini o da Armodio, ma dagli Spartani, temeva sempre e sospettava di tutto.
54. Ed invero Aristogitone ed Armodio si accinsero a quell’ardito fatto a causa d’un’avventura amorosa, col narrar la quale stesamente, io intendo di mostrare che nè gli altri nè gli stessi Ateniesi nulla raccontano di esatto intorno ai loro tiranni ed a questo avvenimento. Dico adunque, che venuto a morte Pisistrato già vecchio e in possesso della tirannide, gli successe nel comando non Ipparco, come si crede generalmente, ma Ippia fratello maggiore; e che allora essendo Armodio in fiore di bellezza e gioventù, di lui innamorossi un tale Aristogitone, cittadino di mezzana condizione che presso di sè lo teneva. Armodio poi tentato inutilmente da Ipparco di Pisistrato, riferì la cosa ad Aristogitone, il quale fuor di modo punto d’amore, e temendo che Ipparco usando di suo potere non avesse ad indurvelo a forza, con quel credito che godeva disegnò subito di abolir la tirannide. Frattanto Ipparco tentato nuovamente Armodio e sempre senza pro, si preparava ad oltraggiarlo in un modo coperto, senza parer di farlo per quella sua repulsa, siccome quegli che non voleva usar violenza. Conciossiachè nel resto di suo governo non era grave al popolo, ma si diportava senza mal contento de’ cittadini: e certamente tutti quei tiranni esercitarono lungamente virtù e prudenza. E benchè esigessero dagli Ateniesi solo il ventesimo delle rendite, pure adornarono in bel modo la città, ed amministrarono le guerre e i sacrifizi nei templi. Del rimanente la città usava le leggi stabilite di prima, se non che essi si davano cura che fosse sempre in carica qualcuno de’ suoi. E tra gli altri che ebbero in [98] Atene la carica annuale di arconte fu ancora Pisistrato figliolo d’Ippia stato tiranno, e chiamato col nome stesso dell’avolo; il quale, quando era arconte, innalzò nella piazza l’altare de’ dodici Dei e quello d’Apollo nel luogo sacro ad Apollo Pitio. Ed in seguito il popolo d’Atene fatta un’aggiunta con cui estese l’altare della piazza, cancellò l’appostavi iscrizione; ma quella d’Apollo Pitio si scorge ancora, sebbene con caratteri sparuti, e dice così:
Figlio d’Ippia Pisistrato nel luogo
Sacro ad Apollo da Piton nomato[87]
Di suo governo tal memoria pose.
55. Che poi Ippia come maggiore avesse il comando posso io accertarlo sapendolo anche d’udita più esattamente degli altri; ed ognuno dovrà andarne convinto da questo, che tra’ fratelli legittimi solo egli apparisce aver avuto figlioli, come mostra l’ara e la colonna eretta nella rocca d’Atene in memoria della iniquità de’ tiranni, nella quale non è descritto alcun figlio nè di Tessalo nè d’Ipparco, ma bensì cinque d’Ippia che egli ebbe da Mirrine figliola di Callia d’Iperochida. E certo Ippia come maggiore dovea essere il primo ad ammogliarsi. Inoltre nella prima colonna egli è notato il primo dopo suo padre, nè senza ragione, avvegnachè fosse il maggiore e gli succedesse nella signoria. Anzi per me credo che Ippia non avrebbe potuto in quel frangente ritener con facilità il dominio, se Ipparco fosse morto quando avea nelle mani il comando, ed egli vi si fosse stabilito il giorno medesimo. Ma all’opposto per l’uso che innanzi aveva del comando, e pel timore che di sè metteva nei cittadini, e per la diligente guardia de’ suoi satelliti, avrà con tutta sicurezza ritenuto l’imperio; nè qual fratello minore si sarà trovato avviluppato, come se di prima non fosse stato avvezzo continuamente al governo. Ipparco poi accadde che diventò famoso per la sventura di quel caso, ed ebbe voce tra’ posteri di occupata tirannia.
56. Ipparco adunque, siccome aveva in animo, fece oltraggio ad Armodio, che non aveva aderito alle sue instigazioni, [99] in questo modo. Invitarono una sorella di lui a venire a portare la cestella in una tal pompa, e poi la discacciarono dicendo non averla mai invitata siccome quella che n’era indegna; lo che dispiacque forte ad Armodio, e più di lui ne restò esacerbato Aristogitone per l’amore che gli aveva. E già avevano essi ordinato co’ loro complici ogni altra cosa spettante al fatto; se non che aspettavano le grandi feste Panatenee, nel qual giorno solo la riunione de’ cittadini armati ad accompagnare la pompa non dava materia di sospetto. Armodio ed Aristogitone doveano dar la mossa, e gli altri si sarebbero subito uniti ad aiutarli, per difenderli dai satelliti. Nè i congiurati erano molti per riguardo alla propria sicurezza, imperocchè speravano che anche gli altri i quali non erano a parte della congiura, trovandosi armati, al più piccolo romore si sarebbero subito uniti cupidamente a mettersi in libertà.
57. Venuto il dì della festa, Ippia accompagnato dalle sue guardie disponeva fuori di città, nel così detto Ceramico, il modo col quale dovea procedere ciascuna cosa destinata per la pompa; ed Armodio e Aristogitone con dei pugnali si avanzavano per fare il colpo. Ma vedendo uno dei loro congiurati parlar familiarmente con Ippia, che con tutti era di facile abbordo, impaurirono e si tennero scoperti e poco meno che arrestati. E però prima di esserlo in effetto determinarono, se possibil fosse, di vendicarsi d’Ipparco che gli aveva offesi, e per cui arrischiavano tutto. Onde senza più, corsi dentro la porta s’imbatterono in Ipparco presso il così detto Leocorio, e posto giù ogni riguardo tosto l’assalirono; e spinti entrambi dal più gran furore, questi per gelosia, quegli per l’oltraggio, lo feriscono e l’uccidono. Aristogitone si sottrasse subito alle guardie per essere accorsa gran folla, ma poi fu arrestato e non la passò troppo leggermente: Armodio restò ucciso in sul fatto.
58. Riferita la cosa ad Ippia nel Ceramico, egli, prima che nulla ne traspirasse, essendo il luogo a qualche distanza, si portò subito non dove era seguita la cosa, ma verso i cittadini armati, che dovevano accompagnare la [100] pompa. E compostosi in volto in modo da non dare indizio del misfatto, additò loro un luogo, e ordinò che lasciate le armi vi si recassero. Infatti i cittadini credendo che egli avesse qualche cosa a dire vi andarono; ed allora Ippia fatte prender quelle armi dalle sue guardie, ne arrestò quanti stimava complici della congiura, e quanti vi si trovavano col pugnale, avvegnachè tali pompe si solessero accompagnare solamente collo scudo e coll’asta.
59. In tal maniera questa trama prese cominciamento da un disgusto amoroso, e lo sconsigliato ardire di Armodio ed Aristogitone da quel forte ed improvviso timore. Dopo questo fatto la tirannide si fece più grave agli Ateniesi. Ed Ippia impaurito maggiormente fece morire molti cittadini, e portava il suo sguardo al di fuori per vedere di trovare da qualche parte di che assicurarsi, se mai succedesse una rivoluzione. Però dopo questo caso sposò la sua figliola Archedice con Eantide d’Ippocle tiranno di Lamsaco (egli ateniese con uno di Lamsaco) perchè sapeva tal famiglia essere assai potente presso il re Dario. E vi è in Lamsaco il monumento di lei con questa iscrizione:
Tal polve copre Archedice, la figlia
D’Ippia, a’ suoi dì fra tutti i Greci il primo;
Che sebbene di regi e figlia e suora
E sposa e madre non ne andò superba.
Ippia tenne ancora tre anni la tirannia d’Atene; il quarto anno ne fu spogliato dai Lacedemoni e dai banditi discendenti d’Alcmeone, e con salvocondotto si ritirò a Sigeo, quindi a Lamsaco presso Eantide, e di lì presso il re Dario, donde vent’anni dopo già vecchio partissi, e coi Medi militò a Maratona.
60. Le quali cose considerando il popolo ateniese, e rammemorandone tutte le circostanze che sapeva d’udita, era allora fiero e sospettoso con gl’imputati della profanazione dei misteri, e credeva tutto ciò essersi commesso per cospirazione di stabilire l’oligarchia od anche la tirannide. E adirati come erano per questo appunto, avevano [101] già nelle carceri molti e de’ più reputati cittadini; nè pareva che volessero far sosta; ma ogni giorno montavano in più ferocità, e più gente ancora arrestavano. Frattanto uno dei detenuti creduto colpevolissimo viene indotto da un altro imprigionato insiem con lui a dinunziare i complici (fosse vero o no, che vi sono congetture pro e contro, e nessuno nè allora nè poi può dir nulla di certo intorno ai rei del misfatto), e ve lo induce col dirgli che anche non reo doveva prendere l’impunità e salvarsi, e liberare la città dai presenti sospetti; essendochè più sicuramente egli avrebbe salvezza confessando con l’impunità, di quello che negando subire il giudizio. Allora egli scuopre sè ed altri rei del fatto de’ Mercuri; e il popolo ateniese contento d’aver saputo il vero, come credeva, laddove prima era indispettito del non conoscere gl’insidiatori del governo democratico, mise subito in libertà il delatore e con esso tutti gli altri da lui non accusati. E fatto il giudizio degl’incolpati, uccisero tutti quelli che poterono arrestare, e bandirono una taglia per chi ammazzasse quelli che condannati a morte erano fuggiti. In questo modo restò incerto se i giustiziati furono o no puniti ingiustamente; nulladimeno il rimanente della città ne risentì evidentissimo vantaggio.
61. Ma tornando ad Alcibiade, siccome i medesimi suoi nemici, che prima della spedizione l’avevano attaccata con lui, insistevano, gli Ateniesi la presero fieramente contro esso. E poichè giudicavano di aver certezza del fatto dei Mercuri, molto più pareva che la profanazione de’ misteri onde veniva imputato fosse stata fatta da lui per lo stesso fine, e per cospirazione d’abolire il governo popolare. Imperciocchè mentre essi erano in perturbazione per quei processi un piccolo esercito di Lacedemoni si avanzò per avventura fino all’istmo per trattare di non so che coi Beozii; onde stimavano che fosse venuto non per causa dei Beozii, ma a sommossa d’Alcibiade, il quale gli avesse dato la posta; e che se non avessero sollecitato l’imprigionamento della gente sospetta, secondo gl’indizi, la città sarebbe stata tradita. E però passarono anche una notte [102] sull’armi nel luogo sacro a Teseo in città, e nel medesimo tempo avevano preso ombra che gli ospiti d’Alcibiade in Argo volessero pigliar le armi contro lo stato popolare; ed allora consegnarono al popolo argivo tutti gli statichi depositati nelle isole perchè gli uccidessero. Insomma da ogni parte i sospetti andavano a ferire in Alcibiade. Per lo che volendo gli Ateniesi col citarlo in giudizio dargli la sentenza capitale, spediscono finalmente in Sicilia la nave Salaminia per lui e per gli altri denunziati, alla quale ordinarono di intimargli che tornasse a difendersi; ma che però non fosse arrestato. Intendevano essi con questo ad impedire i tumulti in Sicilia sì tra’ propri soldati che tra’ nemici, e soprattutto volevano che non si partissero dall’esercito i Mantineesi e gli Argivi, che si credevano essersi uniti alla spedizione a riguardo d’Alcibiade. Il quale salito sulla sua nave e accompagnato dagli altri accusati partì di Sicilia insieme con la Salaminia; e poichè giunsero a Turio, non altrimenti le tennero dietro, ma scesi a terra non comparvero più, siccome quei che temevano tra quelle accuse di tornare al giudizio in Atene. Quei della Salaminia celiarono per un poco di Alcibiade e degli altri che erano seco, ma non trovatili in alcun luogo, imbarcaronsi e partirono. Ed Alcibiade oramai esule, non molto dopo dalla costa di Turio tragittò sopra una barca nel Peloponneso, e gli Ateniesi dannarono a morte, come contumaci, lui e gli altri che eran con lui.
62. Dopo di che i generali degli Ateniesi restati in Sicilia, fatte due parti dell’armata, e presa ciascuno quella che gli era toccata in sorte, navigarono con tutta insieme sopra Selinunte ed Egesta, per vedere se gli Egestei somministrerebbero il denaro, e per ispiare le cose de’ Selinunti ed intendere le differenze che avevano con gli Egestei. E costeggiando la Sicilia sulla sinistra da quella banda che guarda il seno tirreno, fermaronsi ad Imera unica città greca in questa parte di Sicilia. Ivi non essendo ricevuti seguitarono il corso, e in tragittando espugnano Iccara cittadella marittima della Sicania e nemica degli Egestei, [103] ai quali la consegnarono dopo averne cattivati gli abitanti. E già la cavalleria d’Egesta era venuta a raggiungerli; ed essi colla fanteria nuovamente passarono a traverso le terre de’ Siculi, finchè pervennero a Catana, ove giunsero anche le navi con i prigionieri girando la costa. Ma Nicia da Iccara navigò tostamente ad Egesta ove trattò di varie cose, ed avuti trenta talenti venne a raggiunger l’esercito. Venderono quindi i prigionieri, e ne cavarono la somma di centoventi talenti[88]; e scorrendo all’intorno vennero ai Siculi confederati, ordinando loro di mandar soldatesche, e con la metà dell’armata recaronsi ad Ibla terra nemica in su quel di Gela, e non poterono espugnarla: e così finiva l’estate.
63. Sopravvenendo l’inverno gli Ateniesi subito preparavansi ad assaltar Siracusa, e i Siracusani anch’essi per andar contro loro. Conciossiachè gli Ateniesi non avendoli stretti colla guerra in quella prima battisoffiola, com’essi s’aspettavano, ad ogni dì che passava ripigliavano cuore maggiormente. E allorquando gli ebbero visti molto lontani da Siracusa navigare oltre sulla costa di Sicilia, e venuti ad Ibla tentare inutilmente di espugnarla, li ebbero anche in dispregio più grande. E siccome suol fare il volgo inanimito pregavano i loro capitani a condurli contro Catana, da che i nemici non muovevano contr’essi, e spingendo innanzi continovamente de’ cavalli ad osservare il campo degli Ateniesi domandavano loro, tra gli altri insulti, se fossero venuti ad accasarsi tra essi in paese straniero, piuttosto che a rimettere nelle proprie sedie i Leontini.
64. Considerandosi queste cose pei generali ateniesi volevano attirarli con tutte le forze il più possibilmente lontano dalla città, ed essi intanto favoriti dalla notte avanzarsi a pigliar campo senza contrasto in luogo vantaggioso. Bene vedevano che essendo scoperti nissuna di queste due cose sarebbe loro riuscita, sia che volessero scendere dalle navi in faccia al nemico preparato, sia che volessero tenere la via di terra. Attesochè, mancando essi di cavalli, quelli de’ Siracusani, che erano in gran numero, danneggerebbero assai i loro soldati leggeri e la moltitudine [104] leggera; laddove in quest’altra maniera occuperebbero un posto tale da non poter essere molto offesi dalla cavalleria nemica. E gli usciti siracusani che li seguivano, gli aveano avvertiti di un luogo presso l’Olimpico[89] che occuparono di fatto. Per recar dunque ad effetto le loro intenzioni i generali ateniesi macchinarono quest’astuzia. Spediscono a Siracusa un tale catanese persona fidata, e creduta non meno amica dai generali siracusani, il quale asseriva di venir da Catana per parte di alcuni cittadini ch’e’ conoscevano per nome, e che sapevano esser de’ loro partigiani rimasti in quella città. Diceva egli che gli Ateniesi lasciato il campo pernottavano in città, e che se i Siracusani con tutto l’esercito volessero sul far dell’alba presentarsi all’accampamento in un certo giorno, i medesimi partigiani terrebbero chiusi in città quegli Ateniesi che vi erano, e brucerebbero le navi; ed essi intanto assalendo la palizzata di leggeri s’impadronirebbero del campo. Aggiugneva inoltre che molti de’ Catanesi darebbero loro mano e che quelli dai quali era spedito erano già all’ordine.
65. I capitani di Siracusa tra perchè nel restante erano pieni di baldanza, e perchè anche senza queste notizie erano nel pensiero di andar contro Catana, troppo inconsideratamente detter fede a quell’uomo; e convenutisi del giorno in che vi anderebbero, lo rimandarono. Dipoi essendo arrivati i Selinunti ed altri alleati, ordinarono che tutti i Siracusani in generale dovessero uscire a quell’impresa; e siccome gli apparecchi erano pronti, ed era vicino il giorno fermato per andarvi, partirono per Catana e pernottarono presso il fiume Simeto in su quel de’ Leontini. Saputosi dagli Ateniesi che i nemici erano in cammino, salirono sulle navi e sulle barche con tutte le loro soldatesche e con tutti i Siculi e gli altri che si erano loro aggiunti, e nella notte si avviarono a Siracusa. Era già l’alba quando gli Ateniesi sbarcarono nel luogo vicino ad Olimpico per prendervi campo; e i cavalli siracusani che primi si erano spinti avanti a Catana, poichè intesero esser partita tutta l’armata, tornarono ad avvisare la fanteria; [105] cosicchè voltato cammino tutti insieme accorrevano in soccorso di Siracusa.
66. Frattanto, siccome aveano da percorrere lunga strada, gli Ateniesi ebbero tutto l’agio di accampar l’esercito in luogo favorevole, ove potevano ingaggiar la battaglia quando volessero, e non aveano a temere d’esser molestati dalla cavalleria siracusana nè prima nè durante il conflitto: imperciocchè per una parte sarebbero d’impedimento al nemico i muri e le case che v’erano, e gli alberi e la palude; per l’altra i dirupati. Tagliarono inoltre i vicini alberi, e portatili giù al mare ne formarono una palizzata presso la flotta e verso Dascone[90]; e nei siti più accessibili al nemico rizzarono prontamente un battifolle con pietre tolte alla rinfusa e legni, e ruppero il ponte dell’Anapo. Mentre attendevano a queste opere, nissuno uscì di città a contrastarli, e la prima ad accorrervi fu la cavalleria siracusana, e poi dopo vi si raccolse tutta la fanteria. E da prima fattisi vicini all’accampamento degli Ateniesi, poichè videro che questi non si movevano contro di loro, tornarono addietro, e andarono ad accamparsi al di là della via Elorina.
67. Il giorno appresso gli Ateniesi con gli alleati preparavansi alla battaglia, e ordinarono le schiere in questo modo. Tenevano l’ala destra gli Argivi ed i Mantineesi, il centro gli Ateniesi, e l’altr’ala il resto degli alleati. La metà dell’esercito posto in avanti era schierata con otto di fronte, e l’altra metà presso le tende schierata anch’essa con otto di fronte formava un rettangolo, ed avea ordine di osservare attentamente dove che l’esercito patisse per accorrervi; e in mezzo a queste genti di riserva collocarono i saccomanni. I Siracusani poi schierarono con sedici sulla fronte le milizie gravi composte di tutte le classi del popolo di Siracusa e degli alleati che v’eran presenti. Tra questi vennero principalmente in loro aiuto i Selinunti, poi anche i cavalli de’ Geloi, in tutti dugento, e venti soli de’ Camarinesi, e circa cinquanta arcieri. Posero sull’ala destra i cavalieri che non eran meno di dodici centinaia, e presso a loro i lanciatori. E poichè gli Ateniesi erano [106] vicini ad attaccare i primi la battaglia, Nicia percorrendo le file ove stavano le genti di ciascun popolo[91], gl’incoraggiava tutti insieme con queste parole:
68. «Che bisogno v’ha egli, prodi soldati, di lunga esortazione per noi che ci troviamo propio al momento della battaglia? Mi pare che questo nostro apparecchio sia più idoneo ad inspirar coraggio, che non le belle parole con esercito debole. Infatti dove siamo insieme e Argivi, e Mantineesi, e Ateniesi, e i primi tra gl’isolani, come non deve ognuno con tanti e siffatti commilitoni aver grande speranza di vittoria? Tanto più con a fronte un ragunaticcio di genti, e non scelte come le nostre; e poi contro i Siciliani che ci dispregiano sì, ma che non resisteranno, perchè più audaci che esperti? Richiamatevi inoltre alla mente che noi siamo assai lontani dal paese nostro e non vicini a veruna terra amica se pur non ce la procacciamo coll’armi. E però vi suggerisco il contrario di quello con che i nemici (ben lo so) s’incoraggiano. Essi dicono che combatteranno per la patria, ed io vi ripeto che non combattiamo nel patrio suolo, ma in tale che bisogna uscirne vincitori, od avere una difficile ritirata; perchè i loro numerosi cavalli ci stringeranno. Laonde memori del vostro decoro assaltate coraggiosamente il nemico, stimando più formidabile di lui la presente necessità ed incertezza.»
69. Fatta questa esortazione Nicia fece avanzar subito il campo. I Siracusani non si aspettavano allora di dover tosto combattere, onde alcuni di loro erano rientrati nella vicina città, altri sebbene si affrettassero correndo di rinforzare i suoi, arrivarono tardi; e ciascuno ponevasi dove incontrava un corpo più numeroso. E certamente nè in questa nè nelle altre battaglie mancavano di prontezza e di ardire; che anzi in coraggio ci erano eguali fin dove giungeva la loro perizia, ma a lor dispetto la volontà era tradita dalla mancanza di quella. Ciò non pertanto benchè non si aspettassero che gli Ateniesi volessero essere i primi ad assalirli, e benchè si trovassero a un tratto nella necessità di resistere, pigliavano le armi e prestamente [107] venivano contro al nemico. Primi ad assaggiar la battaglia furono da ambe le parti i gittatori di pietre e i funditori e gli arcieri, e al solito delle truppe leggere fugavansi scambievolmente. Dipoi gli aruspici offrivano le vittime cerimoniali, e i trombettieri invitavano i soldati gravi al conflitto. Muovevano gli eserciti: da una parte i Siracusani per combattere per la patria, e ciascuno per la propria salvezza di presente, e per la libertà in avvenire: dall’altra, gli Ateniesi per far sua una terra straniera e per non nuocere, perdendo, alla patria; e gli Argivi e i confederati indipendenti per aver parte con essi alle conquiste per cui erano là venuti, e per riveder vittoriosi la patria loro. Gli alleati poi che erano sudditi usavano di tutta la sollecitudine, sì perchè senza la vittoria vedevano disperata la presente loro salvezza, sì eziandio perchè cooperando con gli Ateniesi a nuove conquiste speravano per soprappiù da essi più discreto governo.
70. E già la battaglia era nelle mani, e lungamente entrambi resistevano; quand’ecco sopravvenir de’ tuoni e folgori e copiosa pioggia, talchè anche questo accrebbe la paura in quei che per la prima volta combattevano od erano pochissimo versati di guerra; laddove gli altri che ne erano più pratici riguardavano quei fenomeni come effetti della stagione dell’anno, e piuttosto restavano attoniti che i nemici non cedessero. Finalmente gli Argivi avendo i primi respinto l’ala sinistra de’ Siracusani, e gli Ateniesi dopo di essi quelli che avevano a fronte, allora tutto l’esercito siracusano fu rotto e si diede alla fuga. E gli Ateniesi non l’inseguirono molto lontano, perchè la grossa ed intera cavalleria siracusana vi si opponeva, e scagliandosi su’ loro soldati gravi che cacciassero i fuggitivi li reprimeva. Però tutti riuniti li perseguitarono finchè poterono con sicurezza, poi tornarono indietro ed ersero trofeo. I Siracusani si ridussero sulla strada Elorina, ordinaronsi in quel modo che permettevano le cose presenti, e spedirono nondimeno un presidio di loro all’Olimpico per paura che gli Ateniesi non prendessero i tesori che vi erano. Gli altri tornarono in città.
[108]
71. Ma gli Ateniesi non andarono al tempio olimpico; anzi accolti i cadaveri dei loro e postili in sul rogo, passarono ivi la notte. Il dì seguente con salvocondotto resero i morti ai Siracusani (che compresivi gli alleati erano circa dugentosessanta), radunarono le ossa de’ suoi, de’ quali contando gli alleati morirono intorno di cinquanta, e prese le spoglie nemiche rinavigarono a Catana. Conciossiachè era inverno, e non pareva ancor possibile proseguir subito la guerra, prima d’aver fatto venire dei cavalieri da Atene e d’averne radunati dagli alleati di Sicilia (per non esser del tutto inferiori in cavalleria), e prima d’aver raccolti denari di lì oltre quelli che verrebbero d’Atene; e d’essersi aggiunte città che speravano doversi piegare all’obbedienza più facilmente dopo quella battaglia; e finalmente d’avere apparecchiato tutte le altre cose, e frumento e ciò che potesse occorrere per assaltar Siracusa a primavera.
72. Con questa intenzione navigarono a Nasso e Catana per isvernarvi. I Siracusani sepolti i loro morti tennero adunanza, ove presentatosi Ermocrate di Ermone, personaggio che in prudenza non era del resto addietro a nissun altro, e che in guerra si era mostrato per esperienza sufficiente e per valore illustre, li inanimiva e non lasciava che per l’accaduto invilissero. Poichè diceva che non era stato vinto il loro animo ma avea nociuto ad essi il disordine; che sebbene essi rozzi artigiani, per così dire, si fossero messi in lizza co’ primi e più esperti Greci, nondimeno non erano andati al disotto quanto era da aspettarsi; che di gran nocumento era stata loro la moltiplicità de’ duci e comandanti (perchè avevano quindici generali), e la non governabile turba disordinata. Che se pochi, proseguiva, e pratici saranno i generali, e in quest’inverno prepareranno le milizie gravi, e procacceranno le armi a chi non le ha, acciocchè sieno in grandissimo numero, e le astringeranno ad ogni altro guerresco esercizio, certamente e’ potrebbero superare i nemici; attesochè all’attual loro coraggio aggiungeranno il buon ordine che si richiede nelle azioni. Imperocchè queste due cose verranno crescendo: [109] la disciplina perchè praticata tra i pericoli, il coraggio perchè avvalorato dalla fiducia del sapere, da per sè stesso diverrà più animoso. In ultimo poi soggiungeva che bisognava scegliere pochi generali ma con autorità illimitata, e prestare ad essi giuramento di lasciarli comandare comunque sapranno; avvegnachè in questo modo starebbero più coperte le cose che voglionsi celare, e le altre verrebbero con ordine apprestate inescusabilmente.
73. I Siracusani dopo averlo udito decretarono tutto come e’ suggeriva, ed elessero a capitano lo stesso Ermocrate con Eraclide di Lisimaco e Sicano d’Esecesto; essi tre soli. Spedirono ancora legati a Corinto ed a Sparta per averne soccorso secondo l’alleanza, e per indurre i Lacedemoni a far guerra alla scoperta e con più fermezza contro gli Ateniesi; a volere ritirarli dalla Sicilia, o almeno far sì che non vi mandassero nuovi rinforzi.
74. E l’armata ateniese che era a Catana navigò subito a Messina sperando d’averla proditoriamente; ma le pratiche svanirono. Conciossiachè Alcibiade consapevole di quelle, allorchè richiamato ad Atene depose il comando, essendo certo che verrebbe sbandito, le palesa agli amici dei Siracusani in Messina. Onde essi uccisero i colpevoli prima che arrivasse la flotta nemica, e tutti quelli che tenean con loro levato il romore, prese le armi vinsero che non si dovessero ricevere gli Ateniesi. I quali fermativisi da trenta giorni, poichè erano molestati dalla fredda stagione e mancavano di vettovaglia, tornarono a Nasso ove circondarono di un vallo l’alloggiamento, e vi svernarono. Spedirono inoltre una trireme ad Atene per avere a primavera denari e cavalli.
75. E nell’invernata anche i Siracusani aggiunsero alla città una muraglia da tutta quella parte che guarda Epipole, chiudendovi dentro Temenite[92], col fine che se mai fossero sconfitti, il troppo breve circuito non rendesse facile al nemico il cingerli di muro. Misero poi un presidio in Megara ed un altro in Olimpico, e munirono di palizzate tutti quei luoghi in sul mare ove potevasi fare scala. E sapendo che gli Ateniesi vernavano in Nasso, andarono [110] tutti ad oste contro Catana, ne devastarono la campagna, abbruciarono le tende e l’accampamento degli Ateniesi, e partirono per a casa. Inoltre informati che gli Ateniesi, secondo la lega fatta al tempo di Lachete, aveano mandato ambasceria a Camarina per vedere di guadagnarsela, vi mandarono anch’essi. Imperciocchè sospettavano che i Camarinesi avessero mandato loro a mal cuore anche il soccorso inviato alla prima battaglia, e che in seguito non volessero più aiutarli, visti i felici successi degli Ateniesi in quella; ma che piuttosto pensassero di accostarsi con quest’ultimi per impulso della primiera amicizia. Arrivati adunque a Camarina Ermocrate ed altri pei Siracusani, ed Eufemo con altri per gli Ateniesi, vi fu tenuta assemblea, ove Ermocrate, volendo prima mettere in discredito gli Ateniesi, orò in questa sentenza:
76. «Non siamo, o Camarinesi, venuti qua ambasciatori perchè temiamo che voi sbigottiate della presente armata ateniese; ma invece perchè i discorsi che udirete da costoro non abbiano a persuadervi, prima d’aver sentito un poco anche noi. Ed invero vengono essi in Sicilia con quel pretesto che ascoltate, ma infatto con l’intenzione di che tutti sospettiamo: e parmi non che vogliano rimettere in patria i Leontini, ma cacciarne via noi stessi. Perciocchè non sta certo in ragione che e’ sovvertano le cittadi di là, e poi vogliano riacconciare quelle che son qui; nè che per titolo di parentela si sbrighino pei Leontini perchè Calcidesi, mentre tengono schiavi i Calcidesi d’Eubea, donde questi per colonia discendono. E però in quel modo che occuparono le cose di là, con quello stesso tentano di far qua il simigliante. Conciossiachè scelti per duci spontaneamente dagli Ionii e dagli altri confederati discendenti da loro col fine di vendicarsi del Medo, gli hanno poi soggiogati tutti, incolpandone alcuni di abbandonata milizia, altri di guerra scambievole, altri finalmente di quel delitto che secondo lo stato di ciascheduno parea meglio colorato. Talchè nè gli Ateniesi si opposero al Medo per proteggere la libertà de’ Greci, nè i Greci la loro; ma quelli per assoggettarli a se stessi invece del [111] Medo, questi per mutar un padrone in un altro non già meno accorto, ma più furbescamente maligno.
77. «Nondimeno per agevole che sia accusare la Repubblica d’Atene, noi non venimmo qua per dichiarare le ingiustizie di lei a voi che le sapete; ma più presto per incolpare noi stessi che avendo ad esempio i Greci di là fatti schiavi, per aver trascurato la propria difesa, ed ora questi sofismi che ci vengono addotti, cioè il rimpatriamento de’ Leontini come consanguinei, il soccorso agli Egestei come alleati, non sappiamo riunirci tutti a mostrar loro vigorosamente che qui non sono nè Ionii, nè Ellespontii, nè isolani, i quali col mutar sempre padrone, sia il Medo, sia qualunque altro, rimangono servi; ma Doriesi, e liberi, e venuti ad abitar la Sicilia del Peloponneso anch’esso indipendente. O tranquilliamo forse finchè ci vediamo oppressi tutti città per città? Noi che sappiamo esser questa l’unica via ad esser vinti, noi che veggiamo gli Ateniesi voltarsi appunto a questa, parte per dividerci colle ciarle loro, parte per metterci in guerra l’un l’altro colla speranza d’averci alleati, parte per farci quel male che possono col dar pasto a ciascuno? O forse pensiamo che se prima rovini un nostro paesano di lungi, non abbia a piombar la sciagura anche sul capo d’ognun di noi, ma che piuttosto debba essere infelice quello solo che prima di noi sia oppresso?
78. «Se poi alcuno si dà a credere non egli ma il Siracusano esser nemico all’Ateniese, e però gli par grave il cimentarsi per la mia patria, rifletta che non principalmente combatterà per il mio paese, ma sì nel mio, e nel tempo stesso egualmente anche pel suo; e tanto più sicuramente in quanto che, non essendo io stato prima disfatto, mi avrà compagno nell’armi e non si troverà solo alla battaglia. Rifletta ancora che l’Ateniese non vuol già vendicare l’inimicizia del Siracusano, ma col pretesto di me attende piuttosto a confermarsi l’amicizia di lui. E se vi ha chi piglia gelosia e timore di Siracusa (due cose alle quali soggiacciono i maggiori), e però brama che ella venga danneggiata per averci più discreti, e che nondimeno [112] ella si regga per sua sicurezza, costui spera quello che eccede l’umana possibilità. Imperciocchè non v’è modo che un istess’uomo possa prescrivere regola alle sue voglie insieme e alla fortuna. E se mai avvenga ch’ei resti frustrato ne’ suoi desiderii, forse o senza forse lamentando i propri mali vorrà poter invidiar nuovamente le mie prosperità. Lo che è impossibile per chi ci abbia abbandonati, e non abbia voluto partecipar di quei pericoli che sono gli stessi per lui e per noi, non di nome, ma di fatto; conciossiachè egli in nome conserverà la nostra potenza, in fatto, però la sua salvezza. E ragion volea sopra tutto, o Camarinesi, che voi nostri confinanti e secondi nel pericolo prevedeste tali cose, e non ci soccorreste debolmente, siccome ora; ma che di vostro veniste da noi, e vi mostraste anche adesso incoraggiarci con egual calore a far quello a che nel vostro bisogno ci avreste invitati (se gli Ateniesi fossero venuti prima contro Camarina), cioè a non perderci punto d’animo. Finora però nè voi nè gli altri vi siete mossi a questo.
79. «Ma voi forse spinti da timidità pretenderete di rispettar la giustizia dicendo d’essere in alleanza con gli Ateniesi, la quale faceste non a pregiudizio degli amici, ma per difesa contro a’ nemici se alcun vi assalisse, e per soccorrere (credo io) gli Ateniesi, quando da altri fossero offesi, non quando eglino offendessero altrui; dappoichè nemmeno i Regini che son Calcidesi vogliono dar loro mano a rimettere in patria i Leontini anch’essi Calcidesi. E orribil cosa mi sembra che laddove i Regini sospettando di questo fatto onestato con belle giustificazioni, usano prudenza che sembra irragionevole, voi all’incontro nonostante un motivo ragionevolissimo vogliate aiutare gli Ateniesi che vi sono avversi per natura, e rovinare quelli che anche più naturalmente vi appartengono, d’accordo co’ nostri mortali nemici. Ma ciò non è giusto. Dovete invece soccorrer noi, e non temer le forze loro che formidabili non sono ove tutti stiamo uniti, e che tali diventano ove al contrario ci dividiamo, com’essi agognano. Ed invero benchè venissero contro noi soli e vincessero [113] la battaglia, non eseguiron l’intento, ma si ritirarono in furia.
80. «Il perchè ragion vuole che stando tutti uniti non ci perdiamo d’animo, ma che piuttosto ci colleghiamo insieme con tutto l’ardore, tanto più che avremo soccorsi dai Peloponnesi, i quali al postutto sono più valenti in guerra di costoro. Nè lo starvene neutrali, come alleati d’entrambi, vuol credersi prudenza per essere ella imparziale con noi, e sicura per voi; conciossiachè questa neutralità non è tale in fatto quale si mostra in dritto. Infatti se per il vostro rifiuto della lega nostra Siracusa percossa caderà, e gli Ateniesi vincitori trionferanno, che altro avrete fatto colla vostra assenza se non troncato a quella la via di salvezza, e non impedita a questi la via di malvagità? Eppure è per voi più decoroso l’unirvi con noi ingiuriati e insieme parenti vostri, e mantenere così la comune sicurezza di Sicilia, e non permettere agli Ateniesi, vostri amici, salmisia, tali soprusi. In somma noi Siracusani diciamo non esser uopo l’insegnar chiaramente nè a voi nè agli altri cose che non men bene sapete: ma preghiamo e testimoniamo, ove non ci ascoltiate, che siamo insidiati dagli Ionii perpetui nostri nemici, e come Doriesi traditi da voi pur Doriesi. Che se gli Ateniesi ci sottometteranno, si recheranno la vittoria dal vostro modo di pensare, e l’onore verrà ascritto al loro nome, e nessun altro premio avranno di quella, se non il popolo che ad essi la procurò. Se poi la vittoria sarà nostra, dovrete voi stessi portar la pena d’aver causato i nostri pericoli. Riflettete adunque e fin d’ora scegliete, o essere schiavi subito senza cimentarvi, ovvero vincendo insieme con noi, non aver vituperosamente costoro per padroni, e sfuggire la nostra inimicizia che certo lieve non sarebbe.»
81. Così parlò Ermocrate, e dopo lui Eufemo ambasciatore ateniese così:
82. «Noi certamente eravamo venuti qua per rinnovare l’alleanza di prima: ma sentendoci tocchi dal Siracusano, ci è forza parlare anche intorno al nostro impero, [114] mostrando che giustamente lo abbiamo. Egli pertanto ne ha addotta la più gran testimonianza col dire che gli Ionii sono mai sempre nemici ai Doriesi. E, la cosa sta pur così. Imperciocchè noi che siamo Ionii abbiamo sempre studiato il modo di non obbedire in nulla ai Peloponnesi che Doriesi sono, e in più numero di noi e confinanti. E dopo la guerra de’ Medi, essendoci procacciata una flotta, ci liberammo dal dominio e dalla capitaneria de’ Lacedemoni che non avean diritto di comandare a noi, più che noi a loro; se non in quanto erano allora più forti. Divenuti poi duci dei Greci stati prima sotto il re, ne ritenghiamo il governo, perchè credemmo che avendo così forze da resistere, non ci troveremmo in balìa de’ Peloponnesi. E a parlare rigorosamente, non abbiamo soggiogato a torto gli Ionii e gli isolani, cui i Siracusani dicono aver noi assoggettati benchè parenti. No, perchè insiem col Medo eran venuti contro noi, città madre, e non aveano avuto il cuore di ribellarsi a lui, e di disertare le cose domestiche, siccome noi che abbandonammo la città; e non contenti della loro servitù, voleano imporre anco a noi lo stesso giogo.
83. «Laonde meritamente abbiamo imperio, perchè offrimmo grandissimo numero di navi e risoluta sollecitudine a pro de’ Greci; e perchè essi, facendo altrettanto prontamente d’accordo col Medo, operavano a danno nostro, ed insieme perchè cerchiamo forze contro i Peloponnesi. Nè vogliamo recarci sotto gli altrui vessilli, mentre a noi spetta il comando, o come soli distruggitori del barbaro, o come quelli che abbiamo affrontato pericoli maggiori per la libertà di cotesti Ionii ed isolani, che non per quella di tutti i Greci e di noi medesimi. Ora non vuolsi biasimare chiunque si procaccia quella salvezza alla quale ha dritto. E benchè adesso ci troviamo qua per la sicurezza nostra, pure vediamo che in questo si comprende ancora la vostra utilità. Lo che dimostriamo per le calunnie che i Siracusani ci danno, e pei sospetti che di noi avete in mezzo al più gran timore; ben sapendo che quelli i quali nel colmo della paura sono presi da qualche sospetto, [115] restano in sul momento allettati dal piacer d’un’arringa; ma quando poi si viene al fatto operano il convenevole. Conciossiachè abbiamo protestato che per timore ritenghiamo l’impero di là, e pel motivo istesso venghiamo ad assicurare le cose di qua con l’aiuto degli amici; e non a mettervi in servitù, ma più presto ad impedire che non abbiate a soffrir questo giogo.
84. «Nè alcun venga a dire che ci diamo pensiero di voi senza che punto ci appartenghiate, dovendo costui sapere che rimanendo voi salvi, ed essendo anche sufficienti a resistere ai Siracusani, sarebbe minore il danno che soffriremmo da qualche rinforzo che essi mandassero ai Peloponnesi; e per questo motivo appunto voi moltissimo ci appartenete. Però ogni ragion vuole che rimettiamo in patria i Leontini non in qualità di nostri vassalli, siccome i loro consanguinei nell’Eubea, ma nel più vigoroso stato di forze, a volere che dalle loro terre inquietino a pro nostro i Siracusani co’ quali confinano. Imperciocchè quanto alle cose di là noi soli bastiamo contro i nemici: ed i Calcidesi (dopo avere assoggettati i quali dice Ermocrate essere assurdo che vogliamo liberar quest’altri) ci sono utili perchè non hanno militari apparecchi, e solo ci pagano tributo in denaro; laddove per le cose di qua, ci mette bene che i Leontini e gli altri amici godano della massima indipendenza.
85. «Ma pel tiranno o per città sovrana tutto è ragionevole quel che è utile, ed amico quel che è fidato; e in ogni caso convien fare il nemico o l’amico secondo il tempo. E questo appunto giova qui a noi non per danneggiare gli amici, ma per rendere impotenti col braccio loro i nemici. Nè voi dovete diffidar di noi. Imperocchè anche gli alleati di là li governiamo secondo che ciascuno ci è utile; così i Chii ed i Melimnei con indipendenza perchè ci somministrino navi, molti altri più severamente perchè paghino tributo; altri (quantunque isolani e però più facili ad espugnarsi) con piena libertà, col patto che ci aiutino nelle guerre, poichè riseggono vantaggiosamente nei contorni del Peloponneso. Cosicchè è da credere [116] che anche qui vogliamo acconciar le cose in rispetto all’util nostro, e al timore che confessiamo avere dei Siracusani. Poichè essi aspirano a dominarvi, e col farvi sospettare di noi voglion riunirvi dalla parte loro, acciocchè, partiti che siamo a mani vuote, possano signoreggiar tutta la Sicilia, o per forza o mediante il vostro abbandonamento. E ciò è inevitabile ove vi alleghiate con essi, giacchè noi non avremo più in mano facilmente altrettante forze riunite insieme per un solo oggetto, ed essi in nostra assenza non saranno impotenti contro di voi.
86. «Chi poi non pensa così, il fatto stesso lo convince. Voi infatti da prima ci invitaste minacciandoci solo del pericolo a che noi pure ci troveremmo, se trascurassimo che foste assoggettati dai Siracusani. Però ora non è giusto che neghiate fede a quella ragione, della quale credevate importante persuader noi colle vostre parole; nè che vi adombriate perchè siamo qua con armata maggiore di quella che ci vorrebbe contro i Siracusani, dei quali invece dovete molto più diffidare. Noi di sicuro non potremmo senza di voi neppur fermarci in Sicilia, e quand’anche per dislealtà la soggiogassimo, saremmo insufficienti a ritenerla, attesa la lunghezza del tragitto e la difficoltà di presidiare città grandi, per le quali si richieggono apparecchi terrestri. I Siracusani all’opposto che vi stanno quasi a ridosso, non con un campo militare, ma con città più potente di questo nostro esercito, son sempre alle vedette contro di voi; e quand’abbian colta l’occasione di qualche colpo, non se la lasceranno scappare. E ciò, per tacere delle altre cose, hanno dimostrato verso i Leontini; e adesso osano di incitar voi, quasi foste insensati, contro quelli che attraversano tali loro disegni, e che finora sostengono la Sicilia perchè non cada sotto di essi. Ma noi d’altronde vi invitiamo ad assai più vera salvezza, pregandovi a non tradir quella che amendue abbiamo mercè del mutuo soccorso, ed a persuadervi che a costoro anche senza alleati, stante il gran numero, è sempre spianata la strada contro di voi; e che a voi raramente si presenterà il modo di respingerli con soccorsi sì grandi. [117] I quali se per sospetto lascerete partire o senza effetto o vinti, bramerete di poi rivederne anche una menomissima parte, allora quando sebben venga tra voi non potrà più in nulla giovarvi.
87. «Laonde nè voi nè gli altri, o Camarinesi, non vi lasciate svolgere dall’impostura di costoro. Già vi abbiamo parlato la verità intorno ai sospetti addossatici; e nella fiducia di persuadervi vogliamo in succinto ridurvela a memoria. Noi diciamo di avere imperio sulla gente di là per non esser noi stessi soggetti ad un altro; di protegger la libertà di quelli di qui, per non venire offesi da loro; d’esser costretti a metter le mani in molte cose, perchè molte son quelle dalle quali abbiamo a guardarci; infine d’esser venuti e prima e adesso a soccorso degli oppressi qua tra voi, non già spontaneamente, ma invitati. E voi non vogliate farvi giudici del nostro operare, nè provarvi come riformatori a distogliercene (che omai dura cosa sarebbe), ma prendete tutto quello che dalla nostra curiosità e dalle nostre maniere può tornarvi bene, e valetevene. Tenete per certo ancora che questo nostro genio, non che noccia egualmente a tutti, giova piuttosto alla molto maggior parte de’ Greci. Conciossiachè in ogni luogo, anche dove non imperiamo, tanto chi sospetta di vedersi oppresso che chi ha in mira di farlo, per la non manchevole espettativa in che sono, quegli d’aver da noi soccorso da far fronte, questi di non arrischiarsi senza timore andando noi colà, sono entrambi astretti l’uno a metter senno a suo dispetto, l’altro a starsene quetamente in salvo. Anche voi dunque non rigettate questo sicuro refugio comune a chiunque ne abbisogna, ed apparecchiato ora per voi; ma facendo quello che gli altri uomini far sogliono, invece di star sempre in guardia contro i Siracusani, date opera una volta insieme con noi ad opporre del pari macchinazioni a macchinazioni.»
88. Tali cose disse Eufemo, ed i Camarinesi erano così affetti dell’animo: per una parte volevan bene agli Ateniesi, se non in quanto sospettavano che volessero soggiogar la Sicilia; per l’altra erano sempre in discordia coi [118] Siracusani per causa de’ confini. E siccome temevano non di meno che questi co’ quali vicinavano, ottenessero vittoria anche senza loro, così da prima aveano mandato ad essi pochi cavalli, ed erano risoluti d’aiutarli in seguito il più mezzanamente che si potesse coi fatti. Ma nel caso presente per non parere d’essersi raffreddati in benevolenza verso gli Ateniesi, tanto più che erano stati vincitori della battaglia, fermarono di dar le medesime parole di risposta ad entrambi. E secondo questo consiglio risposero, che poichè si dava il caso della guerra fra due alleati loro, al presente credevansi in dovere per giuramento di starsene di mezzo. E gli ambasciatori delle due parti se n’andarono. I Siracusani disponevano le cose loro per la guerra; e gli Ateniesi accampati in Nasso trattavano co’ Siculi per aggiugnerne il più che potessero alla parte loro. Non molti tra essi che più che altro abitavano per la pianura ed erano soggetti a’ Siracusani, si alienarono; quelli poi più dentro terra (ove sempre anche di prima indipendentemente abitavano) di subito, salvo pochi, furono con gli Ateniesi, e portarono all’esercito frumento, ed alcuni eziandio del denaro. E gli Ateniesi guerreggiando coloro che non si unissero con essi, ve ne costringevano alcuni, ad altri impedivano la comunicazione coi Siracusani, che mandavano presidii e soccorsi; e nell’inverno levatisi da Nasso e andati a Catana, rimisero in piedi gli alloggiamenti bruciati già da’ Siracusani, e vi svernarono. Spedirono poi una trireme a Cartagine ricercandone l’amicizia, se possibil fosse cavarne qualche vantaggio; e mandarono in Etruria ove alcune città si esibivano di unirsi anch’esse con loro a questa guerra. Fecero inoltre andare in giro de’ messaggi ai Siculi e ad Egesta ordinando di allestir per loro più cavalli che potessero: e preparavano tutte le altre cose per la circonvallazione, come mattoni e ferro e quanto occorreva, intendendo di ricominciar la guerra alla primavera. Frattanto i legati siracusani inviati a Corinto ed a Sparta nel trascorrere la costa si davano cura di persuadere gli Itali a non voler porre in non cale quello che facevano gli [119] Ateniesi, perchè di sicuro macchinato anche contro loro; e poichè furono a Corinto tennero discorso facendo intendere che doveano soccorrere i Siracusani per titolo di parentela. I Corintii decretarono subito di voler essere i primi a soccorrerli con tutta sollecitudine, e mandarono con loro ambasciatori a Sparta perchè cooperassero a persuadere i Lacedemoni di far guerra più apertamente agli Ateniesi, e di spedire qualche aiuto in Sicilia. E già gli ambasciatori de’ Corintii erano pervenuti a Sparta ove era andato anche Alcibiade, il quale insieme con gli altri usciti era subito da Turio sopra una nave oneraria, tragittato in principio a Cillene, donde ultimamente fu dai Lacedemoni richiamato a Sparta con salvocondotto, perchè temeva di loro a cagione delle cose de’ Mantineesi. E nell’assemblea ivi tenuta accadde che i Corintii, i Siracusani ed Alcibiade persuadevano i Lacedemoni domandando tutti lo stesso. Ma perchè gli efori e gli altri magistrati pensavano di mandare ambasciatori a’ Siracusani per impedire loro di pattuire cogli Ateniesi, e non eran disposti a spedire aiuti; allora Alcibiade fattosi innanzi rinfocolava ed eccitava gli animi dei Lacedemoni con queste parole:
89. «Egli mi è forza parlarvi innanzi tratto del mio discredito, acciò pel sospetto di me conceputo non abbiate ad udire con animo men che benevolo le cose comuni. Dico adunque che volendo io riassumere il dritto di ospitalità presso voi, per non so qual colpa da’ miei maggiori disdetto, vi facevo piacere tra le altre nella sconfitta a Pilo. Contuttociò, benchè io stessi fermo in tal premura, voi nel riacconciarvi con gli Ateniesi, servendovi dell’opra de’ miei nemici procuraste ad essi potenza, e me vestiste d’ignominia. E però giustamente aveste danno da me quando mi volsi alla parte de’ Mantineesi, e degli Argivi, e in tutte le altre cose in che mi vi opposi. Onde se alcuno allora che ebbe a soffrire si adirava con meco, si ricreda adesso, osservando ciò col lume del vero. Se poi vi ha chi mi tenga men buono perchè fui piuttosto dalla parte del popolo, sappia che neppur in questo caso egli è dirittamente [120] sdegnato. Conciossiachè noi siamo mai sempre nemici a’ tiranni. Ora, tutto quel che si oppone al dominio assoluto si chiama popolo; e da ciò mi è rimasta sempre la qualità di protettore della moltitudine. Inoltre siccome la città nostra si governa a comune, così era necessità seguitar la corrente nelle varie bisogne. Nonostante nell’amministrar la Repubblica noi ci sforzavamo d’esser più discreti di quel che permettesse la sfrenatezza che vi regna. Altri però vi furono, e ancor vi sono, che spingevano la plebe al peggio; e di costoro è fattura il mio bando. Ma noi presedemmo sull’universale, reputando dover di giustizia il conservar nello Stato quella forma di governo con che trovavasi grandissimo e liberissimo, e che a ciascuno era stata consegnata. Essendochè quanti abbiano fior di senno sappiamo che sia democrazia, ed io non men bene di verun altro, in quanto avrei più ragion di vituperarla. Ma nulla di nuovo può dirsi intorno a questa riconosciuta scempiaggine. D’altronde il cambiarla non ci parea sicuro con voi nemici alle spalle.
90. «Tali sono le cause concorse a questo mio discredito. Udite ora quello di che voi dovete deliberare, ed io esporvi se pur nulla ne so di più. Primieramente navigammo in Sicilia con animo di soggiogare, potendo, i Siciliani, e dopo loro anche gl’Itali; e quindi per tentare eziandio gli Stati di Cartagine e Cartagine stessa. Riuscendo tutte o la maggior parte di queste imprese, allora volevamo assaltare il Peloponneso conducendovi tutte le forze de’ Greci di Sicilia che si sarebbero aggiunte a noi, e molti barbari presi a soldo, e gl’Iberi[93], ed altri dei barbari di quei luoghi, che oggi sono a confession di tutti i più guerreschi. Dipoi fabbricate molte triremi oltre le nostre (giacchè l’Italia abbonda di legname) volevamo con esse assediare intorno il Peloponneso, e al tempo stesso investirlo colla fanteria dalla parte di terra; e così espugnando a forza alcune città, ed altre serrandone con muro, speravamo di agevolmente debellarlo, ed in ultimo aver impero sull’universale de’ Greci. Quanto al denaro ed ai viveri, perchè più facilmente ci riuscisse ciascuna [121] di queste cose, li avrebbero somministrati abbastanza le città ivi conquistate, senza toccare le entrate che qui abbiamo.
91. «Voi avete inteso per la bocca di tale che ne ha la più minuta contezza quali fossero le nostre intenzioni circa la flotta andata ora in Sicilia; e gli altri capitani restativi le metteranno ad effetto, potendo, come s’io vi fossi. State ora a sentire che senza il vostro soccorso le cose di là non saran salve. I Siciliani certamente, quanto che sieno poco esperti, pure accogliendosi insieme potrebbero anche adesso scamparla. Ma i Siracusani da se soli, e già vinti con tutte le loro genti, e al tempo stesso ristretti dalle navi, saranno inabili a resistere all’armata ateniese di là; e se questa città sarà presa, ecco vinta tutta Sicilia, e subito ancora l’Italia. E quel pericolo, che io testè vi prediceva da quella parte, non starà molto a cadervi addosso. Laonde s’immagini ciascun di voi di deliberare non solo sulla Sicilia, ma anche sul Peloponneso, se non farete prontamente quanto sono per dirvi. Manderete colà sulle navi truppe tali che facendo nel cammino il servizio di remiganti sieno poi atte a far quello di milizia grave; e (quel ch’io credo anche più utile dell’armata stessa) un generale spartano idoneo a ridurre al buon ordine quelle genti che hanno prese le armi, ed a costringervi quelle che si ricusino. In questo modo quei che vi sono amici s’incoraggiranno maggiormente, e gl’irresoluti più francamente vi si accosteranno. Nel medesimo tempo bisogna romper qui la guerra più scopertamente, a volere che i Siracusani veggano che vi date cura di loro, e resistano con più calore; e così gli Ateniesi sieno meno in grado di mandar nuovo soccorso all’esercito loro. Fa d’uopo inoltre fortificare Decelia[94] nell’Attica, di che soprattutto temono sempre gli Ateniesi; e tra i mali della guerra questo solo pensano non avere assaggiato. Ora il mezzo più sicuro per nuocere a’ nemici è questo: che quando uno s’accorga di ciò che principalmente temono, di quello appunto s’informi con certezza, e lo porti loro in sul viso. Imperocchè è da credere che [122] quel timore nasca dal conoscer bene ognuno di essi dove sta il suo male. E per non parlare di tutti i vantaggi che con quella fortificazione procaccerete a voi stessi ed impedirete a’ nemici, io voglio ridurvi insomma i più rilevanti. Primieramente il più di quelle cose onde è fornito il dominio ateniese verrà a voi, parte preso a forza, parte spontaneo. Dipoi saranno loro tolte subito l’entrate delle miniere d’argento che sono in Laureo, e tutti i vantaggi che presentemente ricavano dalla campagna e dai tribunali[95]. In ultimo (e questo è il più importante) riceveranno non esattamente le rendite dagli alleati, i quali stimando che voi vigorosamente guerreggiate gli Ateniesi, metteranno dall’un de’ lati ogni rispetto per essi.
92. «Che poi queste cose si eseguiscano con prestezza ed energia, sta in voi, o Lacedemoni; poichè senza tema d’ingannarmi confido che elle sieno al tutto possibili. E credo aver diritto di non decadere di stima presso veruno di voi, se riputato una volta amator della patria, vado ora gagliardamente contr’essa co’ suoi acerrimi nemici; e di non esser preso in sospetto per le mie parole quasi nascano dalla baldanza propria degli esuli. Perocchè esule io sono dalla scelleratezza di quelli che mi bandirono, ma non dal vostro vantaggio ove vogliate udirmi; nè tengo per nemici maggiori quelli che mi offesero nemico (voglio dir voi) di quelli che constrinsero gli amici a diventar nemici. Ho serbato amore alla patria non in mezzo alle ingiustizie, ma finchè ho vissuto in sicuro da cittadino; e credo non andare ad assalir quella che tuttora è mia patria, ma ben piuttosto a ricuperar quella che più non mi è tale. Amante vero della patria non è già colui che avendola ingiustamente perduta si astiene d’andarle contro; ma bensì quegli che per lo desiderio di lei tenti in ogni modo di riaverla. Per lo che, o Lacedemoni, stimo avere ben donde richiedervi che vi valghiate di me francamente in ogni pericolo ed in ogni travaglio, sapendo voi bene quel discorso che è per le bocche di tutti, che se da nemico grandemente vi nocqui, potrò giovarvi moltissimo da amico, perchè conoscitore delle cose d’Atene [123] argomentavo pur delle vostre; che pensiate che trattate di cose rilevantissime, e però non v’incresca la spedizione in Sicilia e nell’Attica, acciocchè riunendovi là in soccorso con piccola porzione di truppe possiate salvare i grandi interessi dei Siciliani, ed abbatter qua l’attuale e la futura potenza degli Ateniesi, ed abitar poi sicuri nelle vostre sedi, ed esser duci di tutta la Grecia che a voi s’inchinerà non per forza, ma per benevolenza.»
93. Così parlò Alcibiade. E i Lacedemoni che anch’essi di prima aveano il pensier di militar contro Atene, e che per circospezione tuttora indugiavano, viemaggiormente ne restarono confortati per gl’insegnamenti di lui sopra ciascuna cosa, stimando averli uditi da tale che ne era ottimo conoscitore. Cosicchè applicarono subito l’animo a munire Decelia, ed a mandar tostamente qualche soccorso a quei di Sicilia. Ed avendo destinato a capitano de’ Siracusani Gilippo di Cleandrida[96] gli commisero che consigliandosi con essi e co’ Corintii oprasse sì che quelli di là avessero il più vigoroso e sollecito aiuto, secondo che il comportavano i tempi presenti. Chiese Gilippo a’ Corintii che immantinente gli mandassero due navi ad Asine e preparassero tutte le altre che pensavano di spedire, e che all’occasione le avessero pronte a navigare. Ed essi convenutisi di queste cose partirono da Sparta. Intanto giunse di Sicilia in Atene la trireme spedita dai generali per denari e cavalli. Gli Ateniesi, udite le dimande, decretarono di mandar nutrimento e cavalieri all’esercito; e così compievasi l’inverno e l’anno decimosettimo di questa guerra che Tucidide ha descritto.
94. Incominciata appena la primavera della seguente estate, gli Ateniesi di Sicilia salpando da Catana navigarono sopra i Megaresi di Sicilia, le terre dei quali ritengono i Siracusani, fin da quando li ebbero cacciati dalle sedie loro al tempo di Gelone tiranno, siccome per me innanzi è stato detto. Colà scesi a terra diedero il guasto alla campagna, e venuti ad un forte de’ Siracusani senza averlo potuto espugnare, si ricondussero per la via di terra e colle navi al fiume Terea[97]; e recatisi alla pianura la [124] devastavano ed abbruciavano le messi. Uccisero ancora alcuni de’ non molti Siracusani che incontrarono, ed alzato il trofeo ritornarono alle navi, colle quali andarono a Catana; e di là presa vettovaglia marciaron con tutto l’esercito sopra Centoripa[98] cittadella dei Siculi. Ottenuta questa per capitolazione partirono; e in ritornando davano fuoco alle granaglie degli Inessei[99] e degli Iblei. E pervenuti a Catana vi trovano giunti da Atene dugentocinquanta di cavalleria co’ suoi finimenti, ma senza cavalli (credendosi che questi si procaccerebbero di lì) con più trenta arcieri da cavallo, e trecento talenti in moneta[100].
95. Nell’istessa primavera i Lacedemoni si mossero ad oste contr’Argo e vennero sino a Cleone[101], donde, sopravvenuto il terremoto, retrocederono. Dopo di questo gli Argivi entrarono in su quel di Turea col quale confinavano, e presero gran bottino ai Lacedemoni, che fu venduto non meno di venticinque talenti. E non molto appresso, in questa estate, la parte popolare di Tespia assalì i magistrati, ma non potè averli nelle mani: anzi benchè fosse soccorsa dagli Ateniesi, alcuni di essa furono arrestati, altri andarono in bando ad Atene.
96. Nell’estate medesima i Siracusani, poichè intesero che arrivavano cavalli agli Ateniesi, e che già erano per andar contro loro, discorrevano che se il nemico non si impadronisse d’Epipole, luogo scosceso e situato immediatamente a cavaliere della città, non sarebbe facile ch’e’ potessero esser cinti all’intorno dalle fortificazioni, quand’anche perdessero la battaglia. E però intendevano di guardare le strade che ad esso menano, acciocchè i nemici non per queste vi salissero inosservati; che per altra via era impossibile. Imperciocchè tutto il rimanente di quel luogo è ripido ed acclive fino alla città, donde tutta la parte interna di esso è visibile; e dai Siracusani è chiamata Epipole la punta perchè di molto sovrasta al restante. Usciti adunque in sul far del giorno con tutte le genti in una prateria lungo il fiume Anapo (e già Ermocrate e gli altri suoi colleghi poco avanti aveano assunto [125] il comando) fecero la rivista delle genti, e prima di tutto separarono settecento scelti soldati gravi sotto il comando di Diomilo bandito d’Andro perchè stessero a guardia di Epipole, e riuniti accorressero prestamente dovunque abbisognasse.
97. Il giorno dopo questa notte gli Ateniesi fecero la rassegna delle soldatesche; e già di soppiatto al nemico da Catana erano approdati con tutta l’armata ad una terra detta Leone, distante da Epipole sei o sette stadii, ove sbarcarono la fanteria; e colle navi fermaronsi a Tapso che è una penisola in un angusto istmo e sporge verso l’alto, ed è poco lontana da Siracusa sì per la via di terra che di mare. Pertanto l’esercito navale degli Ateniesi in Tapso afforzato l’istmo con palizzata stavasi quieto: ma le genti da piè marciavan subito correndo verso Epipole, e furono in tempo a salirvi dalla parte di Euriclo prima che accortisene i Siracusani vi arrivassero dalla prateria ove facevasi la rivista. E sebbene per arrivare dalla prateria a quel luogo vi fosse uno spazio non minore di venticinque stadii, nondimeno ciascuno vi accorse il più frettolosamente possibile, e in ispecie Diomilo co’ suoi settecento. In questo modo adunque i Siracusani, azzuffatisi disordinatamente o vinti nella battaglia presso Epipole, si ritirarono in città, perduto Diomilo con altri trecento in circa. Dipoi gli Ateniesi ersero trofeo, e con salvocondotto resero i morti ai Siracusani. Il giorno seguente scesi propio sotto la città, poichè i nemici non uscivano loro incontro, tornarono indietro e fabbricarono a Labdalo un battifolle che guardava Megara in cima a quei dirupati, per avere un deposito di bagagli e provvisioni, caso che volessero avanzarsi per combattere o per edificar fortificazioni.
98. E poco dopo arrivarono ad essi trecento cavalieri da Egesta, e cento incirca tra de’ Siculi, de’ Nassii e d’alcuni altri; e dugento cinquanta vi erano degli Ateniesi che aveano ricevuto parte de’ cavalli dagli Egestei e da’ Catanesi, parte gli aveano comprati: talchè ebbero accolti in tutti seicentocinquanta cavalieri. Gli Ateniesi adunque [126] collocato il corpo di guardia in Labdalo andarono verso Sica, ove fermatisi alzarono prontamente il muro all’intorno. La prestezza loro nel fabbricare atterrì i Siracusani, che però uscirono fuori con animo di far battaglia e non lasciar correre la cosa. E già i due eserciti si schieravano di fronte; quando i generali dei Siracusani vedendo sbandate le proprie genti e non facili a potersi riordinare, le ricondussero in città, salvo una parte dei cavalli che ivi rimasero per impedire agli Ateniesi di trasportare i sassi e di spargersi più lontano. E gli Ateniesi con una squadra di soldati gravi e insieme con tutta la cavalleria, azzuffatisi coi cavalli siracusani li misero in fuga ed alcuni ne uccisero; ed alzarono il trofeo per questo equestre conflitto.
99. Il dì seguente alcuni degli Ateniesi lavoravano al muro circolare dalla parte di tramontana, altri unitisi a portare sassi e legnami li deponevano nel luogo chiamato Trogilo, di mano in mano dove mostravasi più corta la linea del muro dal porto grande all’altro mare. E i Siracusani, per le persuasioni d’Ermocrate più che degli altri capitani, non altrimenti volevano arrischiarsi con tutto l’esercito contro gli Ateniesi, ma determinarono per lo migliore di edificare un contrammuro più al basso, dove i nemici condurrebbero il suo; poichè se si potessero prevenire, e’ rimarrebbon serrati fuori. E se in questo mentre gli Ateniesi accorressero ad inquietarli, essi spedirebbero loro incontro parte dell’esercito, e sarebbero in tempo a preoccupare e munir con palificate gli sbocchi: se poi si voltassero tutti a contrastarli, dovrebbero allora cessare dal cominciato lavoro. Uscirono dunque i Siracusani, e principiando dalla loro città tiravano un muro obliquo sotto a quello circolare degli Ateniesi, e tagliavano gli olivi del sacro recinto per piantarvi delle torri di legno. Le navi ateniesi non ancora da Tapso avevan fatto il giro per entrare nel porto grande; che anzi i Siracusani eran tuttora padroni del mare all’intorno; e però gli Ateniesi facevano da Tapso venire per terra il bisognevole.
100. Ma i Siracusani, poichè credettero bastantemente [127] assicurata la palizzata e la fabbrica del contrammuro, e poichè gli Ateniesi, parte per timore di esser con troppa facilità assaltati se si dividessero, parte per la premura che si davano del loro muro circolare, non erano andati a disturbarli; lasciata una sola compagnia a guardia del fabbricato ritornarono in città. Gli Ateniesi guastarono ad essi i condotti che sotterra portavano in città l’acqua da bere: ed avendo osservato che alcuni degli altri Siracusani in sul mezzogiorno tenevansi entro le tende, che alcuni poi erano rientrati in città, e che quelli della palizzata la guardavano negligentemente, misero nella prima schiera trecento de’ loro scelti soldati, e pochi altri parimente scelti di grave armatura, con ordine di lanciarsi improvvisamente di corsa sul contrammuro. E intanto, fatte due parti del rimanente dell’esercito, la prima marciava con uno de’ due capitani verso la città, caso che ne uscisse qualche soccorso; l’altra con l’altro capitano andava contro la palizzata presso la postierla. I trecento, dato l’assalto, espugnano il vallo cui le guardie nemiche abbandonarono, rifugiandosi dentro l’antemurale che cingeva il Temenite, e con esse vi si precipitarono gl’inseguitori: ma entrati dentro furono a forza ricacciati dai Siracusani. Alcuni degli Argivi e non molti degli Ateniesi vi rimasero morti; e l’esercito tutto insieme nel retrocedere rovinarono il contrammuro, svelsero la palizzata, ne portarono seco i pali ed alzarono trofeo.
101. Il giorno appresso gli Ateniesi ripigliando il muro circolare lo conducevano sul dirupato che sovrasta al padule, e che da questo lato dell’Epipole guarda il porto grande, e per dove calando a traverso la pianura e il padule riesciva loro brevissimo il giro fino al detto porto. Frattanto i Siracusani usciti fuori anch’essi, presero a rifare la palizzata cominciando dalla città, e conducendola per mezzo il padule; ed insieme accanto ad essa scavavano una fossa, perchè gli Ateniesi non potessero tirare il muro sino al mare. Ma questi fornito il lavoro dinanzi al dirupato, e volendo nuovamente assaltare la palizzata e la fossa dei Siracusani, ordinarono alle navi di girare [128] da Tapso fino al porto grande de’ Siracusani; e a bruzzolo scesi da Epipole nel piano gittarono a traverso il padule, ove era melmoso e più consistente, delle imposte ed assi larghe, e valicati su queste prendono in sull’aurora la palizzata quasi tutta, e la fossa: e poi si impadronirono anco del restante. E qui si commise battaglia nella quale vinsero gli Ateniesi; e i Siracusani che tenevano l’ala destra fuggirono alla città; quei della sinistra al fiume. I trecento soldati scelti ateniesi, volendo precludere a questi il tragitto, s’affrettavano correndo alla volta del ponte; di che impauriti i Siracusani, siccome avean lì presenti molti cavalli gl’investono, e li mettono in fuga, e sboccano sul corno destro degli Ateniesi. A quest’urto impetuoso rimase spaventata la prima squadra di quel corno; e Lamaco a tal vista accorreva colà dalla sua ala sinistra con non molti arcieri e con gli Argivi che prese seco. Ma varcata una fossa e rimasto isolato con altri pochi che l’avean varcata insiem con lui, cade morto egli e cinque o sei di quelli che eran seco; e subito i Siracusani furono in tempo a trascinarli in sicuro al di là del fiume. E vedendosi omai venire addosso il resto dell’esercito ateniese facevano la ritirata.
102. Frattanto quei che da prima erano rifuggiti alla città, alla vista di tali cose ripresero animo, e schieraronsi di fronte agli Ateniesi che contro loro si avanzavano. Spediscono inoltre una mano di loro genti ad occupare il ricinto d’Epipole che credevano abbandonato. Infatti prendono e guastano il muro esterno ch’era della misura di dieci jugeri, e furono impediti di pigliare anche lo stesso ricinto da Nicia ivi rimasto casualmente per malattia. Il quale vedendo che per mancanza di uomini non potrebbono salvarsi per altra via ordinò ai servi di metter fuoco a quanto vi era di macchine e di legnami dinanzi al muro. E la cosa riuscì come Nicia s’aspettava; essendochè i Siracusani a cagione del fuoco non seguitarono più innanzi, ma retrocederono, tanto più che gli Ateniesi dalla pianura ove avean dato la caccia al nemico risalivano al soccorso [129] del ricinto, mentrechè le navi, secondo l’ordine avuto, da Tapso, entravano nel porto grande. Alla vista delle quali cose quei Siracusani che erano in sull’altura e con essi tutto il resto dell’esercito si avviarono a gran passi alla città, credendosi inabili colle presenti loro forze a contrastare al nemico di condurre il muro insino al mare.
103. Dopo di che gli Ateniesi ersero il trofeo e con salvocondotto restituirono i morti ai Siracusani, e riebbero Lamaco e gli altri uccisi con lui. E già trovandosi loro presente tutto l’esercito e navale e terrestre, fatto cominciamento da Epipole e da quel dirupato, serrarono i Siracusani con doppio muro fino al mare[102]. I viveri erano portati all’oste da ogni parte d’Italia; e molti de’ Siculi, che innanzi se ne stavano a vedere, vennero alleati agli Ateniesi, e dall’Etruria tre navi a cinquanta remi. Parimente tutte le altre cose procedevano ad essi in modo da dare speranza, imperocchè i Siracusani giudicavano di non più potere restar vittoriosi nella guerra, da che non veniva pur loro aiuto veruno dal Peloponneso. E tenevano discorsi d’accomodamento tra loro stessi, ed anche con Nicia, che solo dopo la morte di Lamaco aveva in mano il comando. Ma non si veniva con fermezza a capo di nulla; e come doveva aspettarsi da gente sconcertata e assediata più strettamente di prima, molte cose si dicevano a Nicia, e più ancora in città. Inoltre per le presenti calamità era entrato tra loro il sospetto; e però rimossero i generali sotto i quali erano esse accadute, attribuendo il proprio danno alla disgrazia e al tradimento di quelli, ed altri ne sostituirono, cioè, Eraclide, Eucle e Tellia.
104. Frattanto Gilippo lacedemone e le navi di Corinto erano già nelle acque di Leucade con animo di recar pronto soccorso in Sicilia. E perchè spesseggiavano ad essi le cattive novelle e tutto false in questo stesso che già Siracusa era al tutto cinta da muro, Gilippo non avea più veruna speranza di salvar la Sicilia. Se non che volendo conservare l’Italia, egli e Pitene corintio con due navi laconiche e due corintie tragittarono l’Ionio colla massima [130] sollecitudine, e vennero e Taranto. I Corintii poi armate due navi leucadie e tre ambraciote, oltre le loro dieci, dovevano mettersi in mare più tardi. Gilippo prima di tutto da Taranto andò come ambasciatore a Turio, stante il dritto di cittadinanza godutavi una volta dal padre[103]. E non avendo potuto recare a sè gli animi degli abitanti, partì di là e andava radendo la costa d’Italia; quando nel golfo Terineo[104] sorpreso dal vento che alzandosi verso tramontana vi soffia impetuosamente, è trasportato in alto mare; donde, sbalzato da grandissima tempesta torna ad approdare a Taranto; e tirate in sull’asciutto quelle navi che avean sofferto nella burrasca le rabberciava. Nicia avuto lingua che Gilippo era in corso, non facea nissun conto della pochezza di quelle navi (e il simigliante fecero i Turii) e gli parve che navigasse con apparecchio, anzi che no corsalesco, e però non se ne prendeva nissuna guardia.
105. Ne’ medesimi tempi di questa estate i Lacedemoni con gli alleati invasero il territorio d’Argo, e ne guastarono buona parte. Gli Ateniesi soccorsero gli Argivi con trenta navi, le quali manifestissimamente ruppero la tregua che avevano co’ Lacedemoni. Conciossiachè per l’innanzi invece di sbarcare nella Laconia e farvi la guerra insieme cogli Argivi e co’ Mantineesi, si ristringevano ad uscir di Pilo ed infestare coi ladronecci le costiere del Peloponneso. E sebbene gli Argivi li avessero spesse volte confortati almeno ad approdare armati nella Laconia, a patto anche di partirne dopo avervi dato il guasto insiem con loro a menomissima parte, aveano sempre ricusato di farlo. Ma allora con gli sbarchi fatti in Epidauro Limera, e in Prasia, sotto il comando di Pitoro, di Lespodio e di Demarato, e negli altri luoghi ove devastarono il territorio, operarono sì che i Lacedemoni avessero più onesto motivo di difendersi contro gli Ateniesi. Partiti i quali da Argo colla flotta, e dopo loro i Lacedemoni, gli Argivi entrarono in su quel di Fliasia, diedero il guasto a porzione di quelle terre, uccisero alcuni abitanti, e ritornarono a casa.
FINE DEL LIBRO SESTO.
[131]
SOMMARIO.
Gilippo. — Nicia si fa forte. — Combattimenti. — Lettera di Nicia. — Eserciti nella Sicilia e nell’Attica. — Battaglia navale. — Diversi fatti. — Presa di Micalesso. — Imprese di Demostene. — Zuffa navale a Siracusa. — Giunge la flotta ateniese. — Epipole assalita. — Altro combattimento in mare. — Schiere dei belligeranti. — I duci fan cuore alle soldatesche. — Si combatte pure in mare. — Avvilimento dell’esercito ateniese. — Tenta di ritirarsi, ed è sconfitto. — I suoi duci sono spenti, ed i prigioni maltrattati.
1. Ma Gilippo e Pitene poichè ebbero racconciate le navi, da Taranto passarono ai Locrii Epizefirii[105], ove inteso più chiaramente che Siracusa non era del tutto cinta di muro, e che anzi recandosi là coll’esercito potrebbero ancora penetrarvi dalla parte d’Epipole, stavano deliberando se dovessero tentar d’entrarvi per mare prendendo la Sicilia in sulla destra, ovvero tenendosi in sulla sinistra andarvi per terra, dopo aver prima navigato ad Imera ed essersi aggiunti gli abitanti di questa città, e le altre milizie di quei popoli che a ciò indurrebbero. Risolvettero alfine di navigare ad Imera, tanto più che non ancora erano arrivate in Reggio le quattro navi attiche, le quali Nicia vi avea spedite appena seppe della venuta dei Lacedemoni presso i Locrii, quantunque per l’innanzi ne avesse dispregiato il piccolo numero. Prevenendo adunque queste navi che ivi doveano fermarsi in guardia, Gilippo e Pitene traversano lo stretto, e dopo aver fatto scala in Reggio e Messina giungono ad Imera. Nell’esser [132] quivi persuasero gl’Imerei ad unirsi con loro in questa guerra, ed a seguitarli, ed a somministrare le armi a quanti delle loro ciurme non le avevano (giacchè le navi vi erano state tratte a terra); e mandarono poi ordinando ai Selinunti che con tutte le loro forze dovessero venire ad incontrarli in un luogo assegnato. I Geloi promisero di mandar loro una mano di soldati, e lo stesso fecero alcuni dei Siculi, che con più ardore di prima si mostravano pronti ad accostarvisi, perchè di recente era venuto a morte Arconida principe non debole che regnava sopra alcuni Siculi di quelle vicinanze, ed amico degli Ateniesi; e perchè parea che baldanzoso venisse da Sparta Gilippo. Il quale tolti seco settecento di grave armatura tra delle proprie ciurme e de’ soprassaglienti, e mille Imerei tra soldati gravi e leggeri, e cento cavalli, ed alcuni de’ Selinunti armati alla leggera, e pochi cavalli de’ Geloi e mille Siculi in tutti, addirizzava alla volta di Siracusa.
2. I Corintii poi partiti da Leucade col resto delle navi venivano in soccorso il più prestamente potevano. E Gongilo, uno de’ capitani corintii, che con una sola nave erasi mosso l’ultimo, arriva il primo a Siracusa poco avanti di Gilippo. Trovati egli i Siracusani in sul punto di adunarsi per vedere di liberarsi da quella guerra, li rattenne e li rincorò, dicendo che altre navi erano in corso, e con esse Gilippo di Cleandrida speditovi a capitano dai Lacedemoni; di che i Siracusani presero cuore, e subito uscirono con tutto l’esercito ad incontrare Gilippo che omai sapevano dover esser vicino. Il quale preso per istrada un forte de’ Siculi chiamato Iega arriva ad Epipole aringato in battaglia; e salitovi dalla parte d’Eurielo donde erano innanzi saliti gli Ateniesi, marciava coi Siracusani contro le fortificazioni nemiche. E per avventura vi giunse quando appunto gli Ateniesi aveano per sette o otto stadii compito il doppio muro verso il porto grande, e solo ne restava una piccola porzione verso il mare, ed anche questa si fabbricava. Pel resto del muro circolare da Trogilo all’altro mare stavanvi già per la maggior parte ammassati vicini i sassi, e in alcuni punti il lavoro era mezzo fatto, [133] ed in altri era rimasto interamente fornito. A tanto di pericolo venne Siracusa.
3. Per l’improvvisa venuta di Gilippo e dei Siracusani rimasero da primo perturbati gli Ateniesi; poi si misero in ordinanza. Ed egli fermato il campo d’appresso manda un araldo a dir loro che se dentro cinque giorni volessero pigliar quel che avevano ed uscir di Sicilia, sarebbe pronto a pattuire. Non fecero gli Ateniesi verun conto di tal proposizione e rimandarono l’araldo senza risposta; e dopo ciò si apparecchiava l’un campo contro l’altro per la battaglia. Gilippo vedendo del turbamento tra i Siracusani, e della difficoltà per ridurli al buon ordine, ritirò il campo in luogo più aperto; e Nicia stava fermo presso le sue fortificazioni, e non fece muovere gli Ateniesi. Poichè Gilippo ebbe osservato che non gli venivano incontro, ritirò l’esercito sopra l’altura chiamata Temenite ove passò la notte. Il giorno dipoi condusse seco e schierò la maggior parte dell’esercito presso le mura degli Ateniesi, affinchè non potessero accorrere altrove; e un’altra parte ne spedì al forte di Labdalo che rimaneva fuor della vista del nemico, e lo espugnò ed uccise quanti trovò in quello. Nel medesimo giorno fu dai Siracusani presa una trireme ateniese mentre che entrava nel porto grande.
4. Dopo questi fatti i Siracusani e gli alleati, incominciando dalla città, tiravano su per l’Epipole a riscontro del primo obliquo un altro muro scempio, acciocchè gli Ateniesi, se non potessero impedirlo, restassero omai nell’impossibilità di serrare affatto Siracusa. Avevano già gli Ateniesi riguadagnate le alture e compiuto il muro verso il mare, la debolezza del quale in alcuni punti mosse Gilippo a prender l’esercito, e ad andare di notte ad assaltarlo. Ma gli Ateniesi, che per avventura pernottavano al sereno, sentita la cosa gli andarono incontro, e lo Spartano a quella vista ritirò prestamente i suoi. Allora gli Ateniesi aumentata l’altezza del muro, in quella parte lo guardavano da per sè, e sul rimanente della fortificazione assegnarono agli altri alleati il luogo ove ciascuno dovea stare [134] di guardia. E Nicia stabilì di munire il così detto Plemmirio, che è un rilevato di faccia alla città, e che stendendosi dinanzi al porto grande ne ristrigne l’imboccatura; munito il quale stimava che più agevolmente si potrebbero trasportare i viveri alle sue navi, perchè là più da vicino minaccerebbero il porto piccolo, di cui erano padroni i Siracusani; e ad una qualche mossa della flotta nemica non avrebbe dovuto condurvele, siccome allora, dal fondo stesso del porto. Senza di che avea già maggiormente l’animo alla guerra per mare, vedendo che dopo l’arrivo di Gilippo poca o nissuna speranza rimaneva per essi nelle cose di terra. Pertanto fatto passare colà l’esercito e le navi, vi fabbricò tre bastite ove si riponevano la maggior parte delle bagaglie; e le barche grandi e le navi sparvierate d’ora in avanti aveano ivi stazione. E da ciò ebbero principio i gravi malanni delle ciurme, poichè avevano scarsità d’acqua e questa non vicina, e di più quando uscivano a far legna restavano uccisi dalla cavalleria de’ Siracusani, padroni della campagna, i quali avevano collocato nel castello d’Olimpico la terza parte dei loro cavalli, perchè quei nemici che erano in Plemmirio non venissero fuori a fare del guasto. Inoltre Nicia sentiva dire che si avanzavan le altre navi de’ Corintii, e però spedì in osservazione venti delle sue, con ordine di stare alle vedette nelle vicinanze dei Locrii e di Reggio, e nei luoghi di facile sbarco in Sicilia.
5. Gilippo intanto edificava il muro a traverso l’Epipole, usando dei sassi che gli Ateniesi avevano ammassati per sè, e al tempo stesso conduceva fuori di quando in quando i Siracusani e gli alleati, e gli attelava dinanzi alle fortificazioni nemiche: e gli Ateniesi anch’essi si schieravano loro di fronte. Or Gilippo quando gli parve opportuno, incominciò l’assalto; e venuti alle mani combattevano nell’intervallo de’ muri, ove non era di alcun uso la cavalleria de’ Siracusani e degli alleati, che però rimasero vinti e ripresero con salvocondotto i cadaveri; e gli Ateniesi ersero trofeo. E Gilippo convocato l’esercito disse che la colpa non era stata di loro, ma sua, perchè [135] coll’ordinare la battaglia troppo dentro ai muri[106], avea operato che restassero privati del vantaggio della cavalleria e de’ lanciatori; volerli ora ricondurre contro al nemico; pensassero, li confortava, che in apparecchi non sarebbero inferiori; ma che incomportabil cosa sarebbe se essi Peloponnesi e Doriesi non presumessero ne’ loro animi di dover vincere un ragunaticcio di Ionii e d’isolani, e cacciarli di quel paese.
6. Dopo di che, venuta l’opportunità, li condusse nuovamente alla battaglia. Nicia poi e gli Ateniesi uscirono incontro ai Siracusani, perchè giudicavano che quand’anche il nemico non volesse essere il primo ad attaccare il combattimento, era per loro necessario il non permettere la continovazione del muro opposto. Conciossiachè il muro dei Siracusani era vicino ad oltrepassare l’estremità di quello degli Ateniesi, e se fosse andato innanzi procurava fin d’allora ai primi questo doppio vantaggio, di vincer sempre combattendo, e d’esser padroni di non combattere. Gilippo adunque condotti i soldati gravi fuori de’ muri molto più della prima volta, si azzuffò con gli Ateniesi, sul fianco dei quali avea schierato i cavalli e i lanciatori in luogo aperto, ove andava a finire la fabbrica de’ due muri. Nel calor della pugna i cavalli dettero dentro al corno sinistro ateniese che aveano di contro e lo volsero in fuga; per lo che anche il resto dell’esercito vinto dai Siracusani dovette ripararsi precipitosamente nelle fortificazioni. E nella seguente notte i Siracusani furono in tempo a continovare il loro muro, ed a condurlo oltre quello edificato dagli Ateniesi, dai quali non potevano esser più impediti; laddove essi avevano loro tolto affatto il modo di cingerli con muraglia, anche nel caso che riportassero vittoria.
7. Appresso le altre navi de’ Corintii, degli Ambracioti e de’ Leucadii in numero di dodici, capitanate da Erasinide corintio, approdarono a Siracusa senza essere state scoperte da quelli Ateniesi che erano in osservazione, ed aiutavano i Siracusani a condurre il resto della fabbrica sino al muro trasversale. E Gilippo andava agli altri luoghi [136] di Sicilia raccogliendo genti da mare e da terra, e recando a sè quelle città che non si mostravano disposte, e quelle ancora che del tutto si erano tratte indietro da questa guerra. Furono parimente spediti nuovi ambasciatori siracusani e corintii a Sparta e Corinto, acciò tragittasse in Sicilia un altro esercito in quel modo che più convenisse, o sulle navi da carico, o sulle barche, o altrimenti, poichè anche gli Ateniesi aveano da capo mandato per soccorso. E i Siracusani armavano la flotta e si andavano esercitando, risoluti di assaggiare il nemico anco con questa: e con gran calore si applicavano alle altre cose.
8. Nicia, sentendo ciò, e vedendo giornalmente crescere la forza del nemico ed il proprio intrigamento, benchè spesso anche per l’innanzi spedisse ad Atene per dar ragguaglio d’ogni fatto in particolare, tanto più il fece allora, essendochè credevasi ridotto in grave fortuna, e se nol richiamassero senza aspetto colle sue genti, o non ne mandassero dell’altre in buon numero, non ci vedeva scampo veruno. E perchè temeva che i mandatari, o per insufficienza nel parlare, o per mancanza di spirito, od anche per dir qualche cosa a grado della moltitudine, non riferissero il vero, scrisse una lettera, stimando che così gli Ateniesi, informati con esattezza della mente sua, non travisata dal relatore, delibererebbero intorno al vero. Pertanto gli spediti da lui partirono colla lettera e colle commissioni che doveano esporre a bocca; ed egli, tenendo ormai il campo sotto guardia, vegliava contro i non cerchi pericoli[107].
9. All’uscita di questa medesima estate Euzione generale ateniese unito a Perdicca andò ad oste con molti Traci sopra la città d’Amfipoli, e non potè espugnarla. Per lo che, partito da Imereo e fatte girare le triremi nello Strimone, l’assediava di sul fiume: e così compievasi questa estate.
10. All’entrata del verno arrivarono in Atene gli spediti da Nicia, dissero quanto a voce era stato loro ordinato, risposero a quello di che ciascuno gl’interrogava, e consegnarono la lettera che il cancelliere della città, fattosi avanti, lesse agli Ateniesi; e diceva così:
[137]
11. «Ateniesi, voi avete contezza per molte altre mie lettere delle cose passate: ora poi è tempo che non men bene conosciate a che termine siamo, per poter deliberare. Dopo aver noi vinti in più battaglie i Siracusani contro i quali ci mandaste, e dopo aver fabbricato le mura dentro cui ci troviamo, è venuto Gilippo lacedemone con esercito accolto dal Peloponneso e da alcune città di Sicilia. Nella prima battaglia ei restò superato da noi; ma nella seconda, stretti da molti cavalli e lanciatori, dovemmo ripararci dentro le mura. Laonde al presente sospeso il lavoro della circonvallazione, stante la moltitudine de’ nemici, siamo inoperosi; essendochè non possiamo pur valerci di tutto l’esercito, mentre non piccola parte delle genti gravi si spendono alla guardia delle nostre fortificazioni, lungo le quali hanno i nemici alzato un semplice muro, che ci toglie il modo di poterli circonvallare, a meno che con molto esercito non si assalga, e si espugni questo muro oppostoci. Ed è avvenuto che dove credevamo di assediare gli altri, noi piuttosto ci troviamo a patir ciò, almeno per la parte di terra; imperocchè a causa della loro cavalleria non possiamo neppure allargarci molto per la campagna.
12. «Hanno inoltre spedito ambasciatori nel Peloponneso per nuovo esercito, e Gilippo scorre per le città di Sicilia, per muovere ad unirsi seco in questa guerra quelle che ora stanno quiete, e per cavare di bel nuovo dalle altre, se gli riuscirà, genti da piè e fornimento per la flotta. Poichè, a quel ch’io sento, intendono di tentare le nostre fortificazioni con la fanteria ad un tempo e colle navi dal mare. Nè paia strano ad alcuni di voi, che vogliano assalirci anche per mare; conciossiachè la nostra flotta (lo che essi ben sanno) da primo vigeva sì per l’asciuttezza delle navi che per la sanità delle ciurme; ma ora le navi che da tanto tempo stanno in mare sono marcite, e le ciurme mal concie. Attesochè non possiamo tirare a terra le navi per asciugarle, mentre quelle dei nemici pari alle nostre di numero, ed anche più, ci fanno sempre temere che ci vogliano assalire. Infatti si veggono essi [138] farne le prove, e di più sta in loro di assalirci, ed hanno maggior potere di seccare le loro navi, perchè non stanno come noi in osservazione contro altri.
13. «All’incontro noi appena saremmo in grado di far ciò se sovrabbondassimo di navi, e non fossimo costretti, siccome adesso, a stare in guardia con tutte. Imperciocchè per poco che ci togliessimo dal tal vigilanza, ci mancherebbono i viveri che pur ora difficilmente s’introducono, dovendo rasentare la loro città. Le nostre ciurme sono state rifinite e lo sono tuttora, per questo perchè dovendo i marinari allontanarsi a far legna, preda ed acqua, vengono uccisi dai cavalli nemici; i servi poi, da che le due armate sono a fronte, disertano. Quanto agli altri che non sono nostri distrettuali, quelli che s’imbarcarono per forza si spargono subito per le città di Sicilia; quelli poi che ci seguirono, mossi in primo dalla grandezza del soldo, e credendo piuttosto di far denari che combattere, poichè fuor dell’espettativa han veduto la flotta e le altre forze del nemico schierarcisi contro, parte trovata l’occasione di disertare se ne vanno, parte fanno il simigliante in quel modo che possono, giacchè la Sicilia è grande. Ve ne sono anche di quelli che datisi quivi a mercanteggiare comprano degli schiavi d’Iccara, ed han persuaso i capitani delle triremi ad imbarcarli invece loro; e così han guastato l’esattezza della marinaresca disciplina.
14. «E vi scrivo cosa che ben sapete, cioè, che il vigor delle ciurme è di breve durata, e pochi sono tra i marinari che mossa una volta la nave continovino il remeggio. Ed il peggio è, che io con tutta la mia capitaneria non valgo ad impedir tali disordini, perchè i vostri naturali son difficili ad esser comandati, e perchè non abbiamo onde riempire le navi (lo che posson fare i nemici da molti luoghi); ma è giuocoforza che quel che ci resta e quel che si va spendendo, tutto esca dall’apparecchio con cui qua venimmo: avvegnachè le città ora nostre alleate, Nesso e Catana, non possono sovvenirci. E se i nemici potranno ancora ottener quest’uno, che le terre d’Italia le quali ci nutricano, vedendo lo stato nostro e non soccorrendoci [139] voi, si aggiungano a loro, avranno essi vinta la guerra senza trar colpo, perchè noi resteremo espugnati come per assedio. Certo avrei potuto scrivervi cose più gradite, non già più utili, se pure è vero che dovete deliberare colla piena cognizione delle cose di qua. Inoltre siccome io conosco qual sia la natura di voi, che volete sentire ragguagli piacevolissimi, ma che poi da ultimo, se dissimile ne segue l’effetto, ce l’apponete a delitto, così ho creduto più sicuro il mostrarvi la verità.
15. «Ora voglio che andiate persuasi che tanto soldati che capitani, in quello per cui da primo venimmo qua, ci siamo portati in modo da non meritare i vostri rimproveri. Ma dappoichè la Sicilia tutta ha cospirato insieme, e vi si attende un altro esercito dal Peloponneso, tenete omai fermo nelle vostre deliberazioni che le forze di qui non bastano nemmeno per le urgenze presenti, ma che bisogna o richiamar questo esercito, o rimandarvene un altro non minore marittimo e terrestre, e non pochi denari; e dare lo scambio a me che più non posso rimanere, perchè malato di nefritide. Ed in ciò credo giusto di ottenere il vostro compatimento, perchè mentre sono stato sano molti utili servigi vi ho prestati nella mia carica di generale. Quello poi che volete fare, fatelo subito a primavera, e non mandate la cosa d’oggi in domani; considerando che le forze di Sicilia si allestiranno da’ nemici in poco tempo, quelle del Peloponneso più lentamente sì, ma tuttavia se non vi applicherete l’animo, parte si trafugheranno come per l’innanzi, parte vi preverranno.»
16. Di tanta importanza erano le cose dichiarate nella lettera di Nicia; udita la quale gli Ateniesi non lo disposero del comando, ma finchè non vi arrivassero altri che volevano eleggere per suoi colleghi, gli aggiunsero due di là, Menandro ed Eutidemo, acciocchè malato com’era non fosse solo nelle fatiche. Decretarono ancora di spedire un nuovo esercito marittimo e terrestre, composto di Ateniesi tolti dal ruolo della città, e di confederati; ed elessero a comandanti con Nicia, Demostene di Alcistene ed Eurimedonte di Teucle; e subito circa il solstizio d’inverno [140] spediscono quest’ultimo in Sicilia con dieci navi e con venti talenti di argento[108], e con la nuova all’armata di là che verrebbe il soccorso, e che in Atene si avrà pensiero di loro.
17. Demostene poi rimase ad allestire la flotta che dovea partire a primavera, e mandava gli ordini ai confederati, per aver pronti anche da quei luoghi denari e soldatesca grave. Gli Ateniesi spediscono venti navi intorno al Peloponneso, perchè badassero che di là e da Corinto nissuno tragittasse in Sicilia; avvegnachè i Corintii, dopo il ritorno de’ legati che recavano migliori novelle delle cose siciliane, persuasi non essere stata inopportuna quella prima spedizione del loro naviglio, si erano viemaggiormente inanimiti; e però si allestivano a mandare soldati gravi in Sicilia su navi da carico, e lo stesso facevano i Lacedemoni cavando genti dal restante del Peloponneso. Di più i Corinti armavano venticinque navi, disposti di provarsi a battaglia navale colla guarnigione di Naupatto, affinchè gli Ateniesi da quel luogo avessero manco modo d’impedire la partenza delle loro navi da carico; dovendo stare in guardia ad un tempo e sulle difese contro queste triremi che loro si opporrebbero.
18. Ed i Lacedemoni, siccome innanzi avevano risoluto, si preparavano ad invader l’Attica, confortati a ciò da’ Siracusani e da’ Corintii fin da quando ebbero nuova del soccorso ateniese per la Sicilia, perchè appunto venisse frastornato da quella invasione. Medesimamente Alcibiade anch’egli insisteva e gli avvertiva che munissero Decelia, e non rallentassero la guerra. Ma principalmente si rinvigorirono i Lacedemoni riflettendo che gli Ateniesi inquietati da doppia guerra contro loro e contro i Siciliani, più facilmente potrebbero opprimersi, e stimando che fossero essi stati i primi a rompere la tregua. Laddove nella precedente guerra la trasgressione era stata piuttosto di Sparta, essendochè i Tebani erano andati contro Platea stante la tregua: e sebbene nelle prime convenzioni fosse detto che non si portassero le armi contro chi [141] volesse starsene al giudicio, essi non avean dato retta agli Ateniesi che a quell’articolo li richiamavano. E per questo pensavano che meritamente avessero avuta contraria la fortuna, e si recavano a coscienza la disgrazia di Pilo e tutte le altre che erano loro incontrate. Da che però gli Ateniesi fatto vela con trenta navi aveano dato il guasto ad alcune terre di Epidauro e di Prasia e ad altri luoghi, ed uscendo da Pilo praticavano il ladroneccio; e da che, ogni qual volta sorgevano delle differenze sopra alcuni articoli controversi nelle tregue, non avean voluto rimettersi nel giudizio a che i Lacedemoni li invitavano, allora questi stimando esser al contrario ricaduta negli Ateniesi la trasgressione onde prima erano essi rei, si inanimirono per la guerra. E in quest’inverno richiedevano ferramenti a tutti gli alleati, ed apparecchiavano gli altri strumenti per munire Decelia, ed insieme procacciavano da se stessi soccorsi da mandarsi in Sicilia sulle navi da carico, ed astringevano gli altri Peloponnesi a fare altrettanto. Così finiva l’inverno e l’anno diciottesimo di questa guerra descritta da Tucidide.
19. Al cominciamento della seguente primavera i Lacedemoni e gli alleati guidati da Agide di Archidamo, re dei Lacedemoni, prestissimo invasero l’Attica. E primieramente guastarono il territorio per la pianura; dipoi spartendo il lavoro città per città, presero a munire Decelia che è distante da Atene circa centoventi stadii, e non molto più che altrettanto dalla Beozia. Questa munizione visibile sino dalla città d’Atene si costruiva nel piano, e nei luoghi più acconci di quel paese per farvi guasto. I Peloponnesi adunque e gli alleati che erano nell’Attica lavoravano alle fortificazioni, e gli altri rimasti nel Peloponneso spedivano circa il medesimo tempo le soldatesche gravi in Sicilia sulle navi da carico. Le quali, fatto vela da Tenaro della Laconia, presero l’alto con a bordo secento di grave armatura, parte Iloti de’ migliori scelti da’ Lacedemoni, parte ascritti di recente alla cittadinanza[109], sotto il comando di Eccrito spartano; e con trecento Beozii pur di grave armatura capitanati da [142] Xenone e Nicone tebani, e da Egesandro tespiese. E dietro ad essi non molto dopo i Corintii ne mandarono cinquecento di grave milizia parte propio di Corinto, parte presi a soldo dagli Arcadi, sotto la condotta di Alessarco corintio; e insieme con essi dugento soldati gravi inviarono i Sicionii, de’ quali era duce Sargeo di Sicione. Le venticinque navi poi dei Corinti armate già nell’inverno stavano in osservazione contro le venti ateniesi che erano in Naupatto, fino a che non fossero partite dal Peloponneso (ciò che loro premeva) le milizie gravi sulle navi da carico; ed appunto a quest’oggetto le avevano da prima equipaggiate, affinchè gli Ateniesi non tanto avessero l’animo alle navi da carico, quanto alle triremi.
20. In questo, mentre si fortificava Decelia, gli Ateniesi subito al principio di primavera spedirono trenta navi intorno al Peloponneso con Caricle di Apollodoro ammiraglio, al quale commisero, che venuto ad Argo richiedesse, secondo i patti della confederazione, soldati gravi per la flotta. Spedirono ancora, conforme aveano disposto, Demostene in Sicilia con sessanta navi ateniesi e cinque chie, e mille dugento soldati gravi ateniesi del ruolo, e quanti Isolani da ogni parte poterono adunare; e si procacciarono dai confederati e dai sudditi tutto ciò che avessero di opportuno per la guerra. Aveano già ordinato a Demostene che prima unitosi con Caricle circuisse ed infestasse la Laconia: ed egli andato ad Egina aspettava che venisse a raggiungerlo il rimanente dell’esercito che fosse rimasto addietro, e che Caricle avesse preso seco gli Argivi.
21. Ma in Sicilia, verso i medesimi tempi di questa primavera, tornò Gilippo a Siracusa conducendo quel maggiore esercito che potè accogliere da ciascuna delle città da lui persuase; e convocati i Siracusani disse che doveansi armare più navi che fosse possibile, e tentare una battaglia per mare; dalla quale sperava dover seguitare qualche gran fatto degno di tal cimento, da metter fine a questa guerra. E moltissimo insiem con lui si adoprava Ermocrate confortando i Siracusani perchè non dubitassero di assalire con le navi gli Ateniesi, dicendo non avere essi [143] ereditaria e sempiterna la perizia del mare, ma essere gente di terraferma più dei Siracusani, e diventati marittimi perchè costretti dai Medi; e contro ad uomini audaci come gli Ateniesi comparire terribilissimi quelli che loro si opponessero con eguale ardire; perciocchè in quella guisa che atterriscono talvolta gli altri non con la maggioranza delle forze, ma con l’audacia nell’assaltarli, in quella medesima sarebbero essi pure esposti a tal caso egualmente che i nemici: saper lui bene, proseguiva, che i Siracusani coll’inaspettato ardimento di opporsi alla flotta degli Ateniesi costernati di sì fatta novità, riporterebbero su loro vantaggi più grandi de’ danni che essi col loro sapere potrebbero recare all’imperizia siracusana; però andassero, li animava, a far prova delle forze marittime, e non isbigottissero. Persuasi i Siracusani da Gilippo, da Ermocrate e da qualcun altro, voltaronsi con tutto l’animo alla battaglia per mare ed armarono le navi.
22. E poichè la flotta fu in concio, Gilippo mosse di notte tutte le genti da piè per assalire in persona le fortificazioni di Plemmirio dalla parte di terra; mentre data la posta alle triremi siracusane, venticinque di esse mossero dal porto grande, e quarantacinque dal piccolo ove avevano l’arsenale, e volteggiavano per accozzarsi con quelle di dentro al porto grande, e per navigare insieme sopra Plemmirio, affinchè gli Ateniesi restassero da due parti scompigliati. Ma questi dal canto loro misero prestamente all’ordine sessanta navi, e con venticinque di esse combattevano contro le trentacinque siracusane che erano nel porto grande; e con le altre andavano incontro a quelle che uscite dall’arsenale volteggiavano. Commisero subito la battaglia in sulla bocca del porto grande, e lungamente entrambi resisterono, volendo gli uni penetrar dentro a forza, gli altri impedirli.
23. In questo, essendo gli Ateniesi di Plemmirio calati al lido coll’animo rivolto alla battaglia navale, Gilippo in sul far dell’aurora giunge improvvisamente ad assaltare i muri, espugna da prima il più grande, poi anche i due minori; ove le guardie che videro preso agevolmente il [144] più grande, non tennero il fermo. Tutti quelli che dal primo muro espugnato si erano rifugiati ai navigli e ad una barca da carico, a gran pena si riconducevano nell’accampamento, avvegnachè i Siracusani colle navi nel porto grande vincitori della battaglia, li facessero inseguire da una trireme velocissima: se non che, quando seguiva la presa di due muri, poterono i fuggitivi più facilmente tragittare, avendo allora i Siracusani la peggio. Conciossiachè le loro navi che combattevano sulla bocca del porto, cacciate a forza quelle degli Ateniesi, vi entrarono senza ordine veruno; e così confondendosi tra loro dettero la vittoria agli Ateniesi, che fugarono queste e le altre dalle quali in principio erano stati vinti dentro il porto. Ebbero i Siracusani undici triremi colate a fondo, e molte persone uccise, senza contar quelle che furono prese vive in tre navi. Gli Ateniesi perderono tre navi: e dopo aver rimorchiato i rottami delle triremi nemiche ed eretto il trofeo nell’isoletta di faccia a Plemmirio, ritornarono ai loro alloggiamenti.
24. Tale fu pei Siracusani l’esito di questa battaglia navale; ma erano padroni dei muri di Plemmirio, e vi ersero tre trofei. Demolirono uno di quei muri ultimamente espugnati, racconciarono gli altri due e vi misero presidio. Molti furono i morti e molti i prigioni nell’espugnare quelle fortificazioni, e fu tutto preso il denaro che vi era in abbondanza. Imperciocchè siccome gli Ateniesi servivansi di esse per magazzino, così vi era gran quantità di frumento e ricchezze appartenenti ai mercatanti, e molte cose dei trierarchi, essendovi state lasciate le vele per quaranta triremi ed altri attrezzi, con più tre triremi tirate a secco. La presa di Plemmirio afflisse allora principalmente l’esercito ateniese, avvegnachè l’accesso alle navi per introdurre i viveri non era più sicuro, perchè i Siracusani stando ivi sull’ancora lo impedivano, e le introduzioni non seguivano omai senza battaglia; ed anche nel restante causò la costernazione e lo sbigottimento nel campo.
25. Dopo questi fatti i Siracusani spediscono dodici [145] triremi sotto il comando di Agatarco siracusano. Una di esse andava nel Peloponneso conducendo ambasciatori che doveano dar conto come le cose loro piegavano a buona speranza, e sollecitare che con più calore si facesse la guerra ad Atene. Le altre undici, sentito che per gli Ateniesi erano in corso de’ navigli carichi di roba, si indirizzarono alla volta d’Italia; ed incontrati quei navigli ne rovinarono la maggior parte, e quindi nella campagna di Caulonia[110] abbruciarono il legname da costruzione che era in pronto per i nemici. Dipoi passarono ai Locrii; e mentre erano alla rada vi approdò una nave oneraria recando dal Peloponneso i soldati gravi dei Tespiesi, che dai Siracusani furono fatti salire sulle triremi, e marina marina tornavano a casa. Gli Ateniesi che presso Megara stavano in osservazione con venti navi, si impadroniscono d’una di queste triremi nemiche e della gente che vi era sopra; ma non poteron prender le altre che scapparono a Siracusa. Colà successe un leggero combattimento nel porto per conto delle palizzate che i Siracusani aveano ficcate nel mare dinanzi agli antichi arsenali, acciocchè dentro a quelle le navi loro avessero stazione, e gli Ateniesi, qualora navigassero contro queste, non potessero assalendole danneggiarle. La cosa pertanto andò così. Gli Ateniesi accostarono a quelle palizzate una grossissima nave fornita di torri di legno e di castelli; e di sulle chiatte allacciavano i pali e con gli argani li tiravano e li troncavano, e notando sott’acqua li segavano. I Siracusani dagli arsenali scagliavano dardi, e quelli della nave facevano altrettanto; e finalmente gli Ateniesi tolsero la maggior parte dei pali. Il più difficile era il levar quelli della palizzata coperta dall’acqua, poichè aveano ficcato alcuni pali che non sporgevano sopra il mare; e l’innoltrarsi non potendo vederli innanzi, portava pericolo di urtarvi colla nave come in uno scoglio: ma alcuni palombari presi a soldo entravano sotto e segavano anche questi. Nonostante i Siracusani ve li ficcarono di nuovo. E di più (come era da aspettarsi tra due eserciti vicini e schierati di fronte) [146] molti nuovi artifizi inventavano gli uni contro gli altri, e facevano scaramucce ed ogni maniera di tentativi. I Siracusani poi spedirono alle città di Sicilia un’ambasceria di Corintii, Ambracioti e Lacedemoni annunziando la presa di Plemmirio, e la battaglia navale, circa la quale dicessero che non tanto erano stati vinti per forza de’ nemici, quanto pel proprio disordine; e dichiarassero che quanto al rimanente aveano buone speranze, e le pregassero a voler recar loro soccorso con navi e genti da piè, attesochè vi si aspettasse un altro esercito ateniese, l’arrivo del quale se si potesse prevenire con la disfatta di quello che attualmente vi era, sarebbe finita la guerra. Tale era lo stato delle soldatesche di Sicilia.
26. Ma Demostene poichè ebbe accolto l’esercito col quale doveva andare a soccorrer la Sicilia, salpò da Egina, e rivolto il corso verso il Peloponneso si riunì a Caricle ed alle trenta navi ateniesi. E presi su le navi pochi soldati gravi degli Argivi, navigarono entrambi alla volta della Laconia; e primieramente scorrazzarono parte del territorio d’Epidauro Limera, quindi approdarono su le coste della Laconia di faccia a Citera, dove è il tempio d’Apollo, saccheggiarono alcuni luoghi di quelle terre, e presero a munire un posto fatto a forma d’istmo, acciocchè gli Iloti che disertassero da’ Lacedemoni vi avessero un ridotto; e a modo di ladroni uscendo da quello, come da Pilo, vi praticassero il ladroneccio. Demostene, gettate che vi furono le fondamenta, partì subito per Corfù, volendo al più presto possibile proseguire la sua gita in Sicilia, dopo aver presi seco anche gli alleati di quei luoghi. E Caricle trattenutosi finchè non ebbe condotto a fine le fortificazioni di quel luogo, vi lasciò un presidio, e poi anche egli ritornò a casa con le trenta navi, e con esso gli Argivi.
27. In questa medesima estate arrivarono ad Atene mille trecento palvesari dei Traci armati di coltella, della razza Diaca, che doveano navigare con Demostene in Sicilia. Ma gli Ateniesi, poichè costoro arrivarono troppo tardi, pensarono di rimandarli indietro in Tracia donde erano venuti, parendo loro troppo dispendioso il ritenere [147] questi che dovevano avere ogni giorno una dramma a testa, e il sostenere a un tempo la guerra di Decelia. La quale munita in principio da tutto l’esercito lacedemone in questa stessa estate, poichè fu col tempo occupata dai presidii spediti dalle diverse città che successivamente entravano nel territorio degli Ateniesi, era cagione ad essi di molti danni; e guastò principalmente le cose loro colla dilapidazione delle ricchezze e colla morte delle persone. Conciossiachè per l’innanzi brevi erano le invasioni dei Lacedemoni, e non impedivano agli Ateniesi di godere dei frutti della campagna nel resto dell’anno; laddove allora gravi erano i danni che pativano, perchè i nemici vi stavano fermi continuamente, e talvolta sopravvenivano in maggior numero di essi; tal altra la guarnigione ordinaria stretta dalla necessità scorrazzava la campagna e commetteva ladronecci; e per di più vi era presente Agide, re de’ Lacedemoni che certo non facea la guerra alla leggera. Ond’è che erano rimasti privi di tutta la campagna, e più di ventimila servi erano disertati, e di questi la maggior parte manifattori, ed era perìto tutto il bestiame sì minuto che da soma; ed i cavalli giornalmente esercitati dalla gente d’arme che facevano scorrerie contro Decelia e stavano alla guardia del territorio, parte erano divenuti zoppi perchè oppressi da continua fatica in quel suolo aspro, parte erano feriti.
28. Inoltre il trasporto dei viveri che prima da Oropo traversando Decelia, era per terra più sollecito, riusciva assai dispendioso per mare dovendosi girar Sunio; e la città era mancante affatto di tutte le cose che vengono di fuori, e piuttosto che città era diventata una fortezza. Imperciocchè gli Ateniesi di giorno facevano a vicenda la guardia su gli spaldi, e la notte tutti, eccetto la cavalleria, erano in fazione, chi ai corpi di guardia, chi sulle mura; onde erano travagliati di state e di verno. Principalmente poi gli opprimeva l’aver due guerre ad un tempo: ed eran venuti a tal pertinacia che chi l’avesse sentita raccontare senza vederla in fatto, non l’avrebbe creduta. Ed invero che altro potea dirsi se non pertinacia il non voler [148] partire di Sicilia mentre erano assediati dalle fortificazioni dei Peloponnesi, e lo stringere per egual modo con altro assedio Siracusa, città di per se sola non inferiore ad Atene, e l’aver fatto maravigliare i Greci delle loro forze e del loro ardire (in quanto che al cominciamento della guerra alcuni credevano che gli Ateniesi avrebbero potuto resistere un anno, qualora i Peloponnesi invadessero il loro territorio, altri dicevano due, altri tre al più, e nissuno un maggior tempo), a tal segno che diciassett’anni dopo la prima invasione andarono in Sicilia logorati omai in tutto dalla guerra; e per giunta un’altra ne impresero non minore di quella che già avevano col Peloponneso? E per ciò, e pei gravi disastri che soffrivano da Decelia, e per le altre grandi spese che occorrevano, trovaronsi scarsi di denaro; ed in questo tempo, in luogo del tributo, tassarono i loro sudditi della vigesima parte delle merci che venissero per mare, sperando che così accrescerebbero l’entrate del comune. Imperciocchè le spese non eran più le stesse di prima, ma eran diventate assai maggiori, perchè maggiore era la guerra; e l’entrate venivano mancando.
29. Gli Ateniesi adunque non volendo fare spese in quella penuria di denaro, rimandarono subitamente i Traci giunti troppo tardi per Demostene, e ordinarono a Diitrefe di ricondurli, al quale dissero che siccome doveano attraversare l’Euripo, così nel trascorrer le coste de’ nemici vi facesse fare il maggior guasto possibile. E Diitrefe fece loro pigliar terra a Tanagra ove prestamente accolse del bottino, e sulla sera da Calcide dell’Eubea tragittò l’Euripo, sbarcò i Traci nella Beozia, e li condusse contro Micalesso, e pernottò inosservato presso il tempio di Mercurio, distante da Micalesso circa sedici stadii. Spuntava appena il giorno quando venuto sopra la città che era grande la espugna, perocchè i cittadini non erano preparati a quell’assalto, e non si aspettavano che veruno a tanta distanza dal mare volesse venire ad attaccarli; e le mura eran deboli ed in qualche punto rovinate, e basse in qualche altro; e le porte stavano aperte perchè di nulla si [149] temeva. I Traci adunque precipitatisi in Micalesso, saccheggiavano le case ed i templi, facevano strage delle persone, non risparmiando nè la più vecchia, nè la più giovine età, e chiunque di mano in mano incontravano tutti uccidevano, fanciulli e donne, e persino i giumenti ed ogni altro animale che scorgessero; conciossiachè la razza de’ Traci (come sogliono fare tutte le genti più barbare) quando ha preso ardire è micidialissima. Laonde fuvvi allora ogni sorta di grave scompiglio, ed ogni maniera di morte; perchè gettatisi dentro una scuola che ivi era vastissima, e dove erano entrati di poco i fanciulli, tutti li fecero in pezzi; talchè l’intera città fu assalita da imprevista e terribile sciagura non minore di qualunqu’altra.
30. Come i Tebani sentirono la cosa accorsero in aiuto, e trovati i Traci non molto dilungati dalla città, ritolsero ad essi il bottino, e spaventatili gl’inseguirono fino ad Euripo ed al mare ove stavano le navi che li aveano condotti, ed uccisero moltissimi tra loro non avvezzi al nuoto mentre volevano risalirvi sopra, avvegnachè quelli rimasti sui navigli, quando videro quel che accadeva in terra, si erano allargati oltre il tiro dell’arco. Del rimanente, nella ritirata da Micalesso sino al mare i Traci scorrendo innanzi rannodati si difesero bravamente dalla cavalleria tebana serbando la loro usata ordinanza, e pochi allora ne furono uccisi, se si eccettuino quelli che perirono propio in città sorpresi per la cupidigia del saccheggio. Morirono in tutti dugento cinquanta Traci di mille trecento che erano; dei Tebani e degli altri accorsi in aiuto ne mancarono venti tra cavalieri e soldati gravi, e con essi Scirfonda tebano beotarco[111]; e restò pure uccisa una parte dei Micalessi. Tale fu la calamità di Micalesso, certamente non meno deplorabile di verun’altra nel corso di questa guerra, se si voglia riguardare alla grandezza di quella città.
31. In quel tempo Demostene, dopo la costruzione del forte della Laconia partendo per Corfù, incontra a Fia degli Elei una nave da carico che stava all’ancora, con a bordo i soldati gravi de’ Corintii che aveano a tragittare [150] in Sicilia, e la fracassa; ma le persone scamparono; e trovata poi un’altra nave proseguirono il corso. Quindi arrivato egli a Zacinto ed a Cefallenia prese seco i soldati di grave armatura, fece venire da Naupatto alcuni Messenii, e passato in terraferma di faccia all’Acarnania venne ad Alizia e ad Anactorio occupato dagli Ateniesi. E mentre era in questi luoghi gli viene incontro Eurimedonte di ritorno dalla Sicilia, ove nell’inverno era stato mandato a portar denari all’esercito, come dicemmo, e gli dà conto tra l’altre della presa di Plemmirio eseguita dai Siracusani, e da lui intesa durante la sua navigazione. Giunge poi da loro Conone, comandante a Naupatto, annunziando come le venticinque navi dei Corintii che contr’essi stavano alle vedette, non solo non desistevano dalla guerra, ma erano anzi in procinto di venire a battaglia, e però li pregava a spedirvi altre navi, stante che le loro diciotto non erano sufficienti a combattere le venticinque corintie. Il perchè Demostene ed Eurimedonte spediscono con Conone dieci navi delle più veloci che seco avevano, le quali doveano aggiungersi a quelle di Naupatto; e davano ordine a fare l’accolta delle genti. E per questo Eurimedonte (che voltato indietro il cammino esercitava omai con Demostene il comando al quale era stato eletto) navigò a Corfù, ordinando ai Corfuotti di armare quindici navi ed arruolare soldati gravi; e Demostene adunava frombolieri e saettatori dai dintorni dell’Acarnania.
32. Ma poichè i legati de’ Siracusani andati dopo la presa di Plemmirio alle diverse città, le ebbero persuase; e poichè già erano sul punto di condur via l’esercito radunatovi, Nicia che ciò avea presentito spedisce ai Siculi padroni dei passi ed agli alleati Centoripii ed Alicicei e agli altri, acciò non lasciassero traversare i nemici, ma riunitisi insieme contrastassero loro il passaggio, che per altra via nemmeno lo tenterebbero, da che gli Agrigentini avean ad essi disdetto di trapassare pel loro territorio. E già i Siciliani erano in cammino, quando i Siculi che a petizione degli Ateniesi aveano teso loro una triplice imboscata; [151] assaltarono all’improvviso gl’incauti, ne uccisero da ottocento e tutti i legati, salvo quello di Corinto, che condusse a Siracusa quei che la scamparono, i quali furono intorno di mille cinquecento.
33. Verso questi medesimi giorni arrivano in soccorso ai Siracusani anche i Camarinei con cinquecento soldati gravi, trecento lanciatori ed altrettanti arcieri; ed i Geloi mandarono un’armatetta di cinque navi, quattrocento lanciatori e dugento cavalli; perocchè omai quasi tutta la Sicilia teneva con loro, tranne gli Acragantini che restavano neutrali: e gli altri che prima erano stati a vedere si unirono d’accordo con essi contro gli Ateniesi. Contuttociò i Siracusani si tennero dall’assalire subito gli Ateniesi per la perdita sofferta nel territorio dei Siculi. Tornando ora a Demostene ed Eurimedonte, non sì tosto ebbero in concio le genti riunite da Corfù, e dalla terraferma, che valicarono con tutto l’esercito il mare Ionico fino al promontorio Iapigio[112]; e partiti di là dettero fondo nelle isole Cheradi della Iapigia[113]. Ivi tolsero su le navi circa centocinquanta lanciatori iapigii della razza messapia; e rinnuovata un’antica amicizia con Arta (il quale come signore dei luogo avea somministrato loro i lanciatori) vengono a Metaponto dell’Italia[114]. E persuasi gli abitanti di questa città per titolo d’alleanza a mandar con loro trecento lanciatori e due triremi, proseguirono il corso fino a Turio, ove trovano sbanditi di recente per sedizione quei della parte contraria agli Ateniesi. E siccome volevano farvi la massa di tutto l’esercito, per vedere nella rassegna se alcuno fosse rimasto indietro, e persuadere i Turii ad unirsi di buon animo con loro, e ad avere gli stessi amici e nemici con gli Ateniesi, da che si offriva loro una sì bella congiuntura; così soprastavano in Turia e si davano cura di queste cose.
34. Intanto i Peloponnesi e quelli che circa questo tempo colle venticinque navi stavano aringati di faccia alla flotta di Naupatto per proteggere il passaggio delle onerarie in Sicilia, si preparavano a combattere. E avendo armate delle altre navi, tanto che erano poco meno di [152] quelle ateniesi, presero stazione ad Erineo di Acaia nel distretto di Ripe, in un luogo falcato a guisa di luna. La fanteria de’ Corintii e degli alleati venuti in rinforzo era schierata ai due lati su le due punte che sporgono in mare; e le navi sotto il comando di Poliante corintio tramezzavano serrandone l’ingresso. Gli Ateniesi vogarono sopra loro da Naupatto con trentatre navi capitanate da Difilo; ed i Corintii che da primo stavano fermi, quando parve lor tempo, alzato il segnale, mossero impetuosamente contro gli Ateniesi, ed appiccarono la battaglia. Lunga fu da ambe le parti la resistenza; tre navi dei Corintii vi furono sfragellate; gli Ateniesi non ne ebbero veruna del tutto sommersa, ma sette furono ridotte inservibili, perchè, urtate di fronte nella prora dalle navi corintie (che per questo appunto erano fornite di più grossi orecchioni), rimasero sfasciate nella parte anteriore ove non sono remi. E per quanto combattessero con egual vigore, talchè entrambi si attribuirono la vittoria, nondimeno gli Ateniesi s’impadronirono dei rottami delle navi, e poi spinti dal vento nell’alto, ed i Corintii non movendo più contro loro, le due armate si separarono, senza inseguirsi e senza far prigionieri. Imperciocchè i Corintii ed i Peloponnesi che combattevano dalla parte di terra agevolmente si salvarono, e nessuna nave fu colata a fondo dalla parte degli Ateniesi. E tornati questi a Naupatto, i Corintii ersero subito il trofeo come vincitori perchè aveano rese inservibili un maggior numero di navi nemiche; giudicando di non essere stati vinti per quella medesima ragione che gli altri di non aver vinto: attesochè i Corintii reputavano vittoria il non essere stati battuti vistosamente, e gli Ateniesi stimavano perdita la vittoria non completa. Partiti che furono i Peloponnesi e sbandatasi la loro fanteria, gli Ateniesi anch’essi, come vincitori, alzarono nell’Acaia un trofeo distante circa venti stadii da Erineo, ove aveano preso stazione i Corintii. Tale fu l’esito di questa battaglia navale.
35. Demostene poi ed Eurimedonte, tostochè i Turii furono in ordine per unirsi a loro con settecento soldati [153] gravi e trecento lanciatori, comandarono alle navi di avanzarsi lungo la costa fino alla spiaggia crotoniaca; mentre essi, fatta prima la rassegna delle genti da piè presso il fiume Sibari, le conducevano attraverso il territorio di Turia. E giunti che furono sul fiume Ilia, i Crotoniati mandarono ad essi significando che non sarebbe di loro volontà il passaggio dell’esercito per le loro terre; e però calarono al piano e pernottarono presso al mare alla foce del fiume Ilia, ove furono incontrati dalle navi. Il dì seguente imbarcatisi costeggiavano, fermandosi alle diverse città (tranne i Locri) finchè pervennero a Petra del contado di Reggio.
36. In questo i Siracusani informati che l’armata nemica era in corso contro loro, pensavano di provarsi da capo a combattere con le navi e con le forze di terra che a quest’oggetto adunavano, per prevenire l’arrivo di quella. Apparecchiavano tutto il bisognevole per la flotta nel modo che dal passato combattimento aveano compreso dover riuscire più utile, scorciavano le prore alle navi per renderle più ferme, e vi applicavano dei grossi orecchioni, dai quali partivano dei puntelli di circa sei cubiti all’interno e all’esterno del bordo, in quella guisa medesima che i Corintii fornirono le loro navi da prora, e combatterono contro la flotta di Naupatto. Discorrevano essi che siccome le navi nemiche non erano costruite in quella foggia, ma aveano deboli le prore, avvegnachè usassero non di assalire con queste di fronte, ma facendo le volte; così e’ non sarebbero in peggior condizione. Senza di che la battaglia che non con molte navi seguirebbe nel porto grande (spazio non troppo ampio) tornerebbe a loro vantaggio; perchè andando all’assalto colla fronte delle navi, sfascerebbero le prore nemiche col dar dentro con saldi e grossi rostri, ad esse vuote e deboli. All’opposto gli Ateniesi in quel luogo stretto non potrebbero nè volteggiare nè tramezzare (due manovre nelle quali soprattutto confidano), stantechè essi a tutta possa non permetterebbero loro di tramezzare, e la ristrettezza del luogo gl’impedirebbe dal volteggiare. Il modo da tenersi nella battaglia [154] sarebbe più che altro quello attribuito primo all’imperizia de’ piloti, cioè, l’urtarsi di fronte prora contro prora; imperciocchè i nemici, venendo respinti, non avranno altra ritirata che verso terra; e questa a breve distanza e in luogo angusto, propio presso l’accampamento. Del rimanente del porto sarebbero padroni essi Siracusani; e qualora i nemici fossero incalzati a forza, col loro riunirsi in un medesimo luogo e ristretto, urtandosi tra loro saranno in iscompiglio. Ed in fine (ciò che principalmente nocque agli Ateniesi in tutte le battaglie navali, non potendo essi retrocedere in tutto il porto come i Siracusani) se volteggiando volessero trarsi al largo, non potrebbero farlo, essendo essi padroni di vogar contro loro dall’alto e di cacciarli indietro; tanto più che sarebbero infestati anche da Plemmirio, e la bocca del porto non era grande.
37. Con questi nuovi disegni aggiunti alla perizia e forza loro, i Siracusani inanimiti omai maggiormente dalla passata battaglia andavano ad assalire gli Ateniesi dalla parte di terra e al tempo stesso colle navi. Gilippo poco prima condusse fuori di città le genti da piè, e le avvicinò al muro degli Ateniesi dalla parte che guardava Siracusa, e i soldati gravi e leggeri ed i cavalli siracusani che erano nell’Olimpico vi si appressarono dall’altra parte. Dopo questo le navi de’ Siracusani e degli alleati usciron subito fuori; e gli Ateniesi, i quali in principio credevano che i nemici volessero solo cimentarsi colle genti di terra, vedendo improvvisamente venirsi incontro anche le navi, rimasero perturbati. Ed alcuni si schieravano sulle mura e fuor delle mura a fronte del nemico che si appressava; altri uscivano ad opporsi ai numerosi cavalli e lanciatori che dall’Olimpico e da altri luoghi al di fuori si avanzavano a gran passi; altri finalmente armavano le navi ed insieme scendeano in soccorso alla spiaggia. E poichè ebbero armate le navi presero l’alto con settantacinque, contro quelle de’ Siracusani che erano ottanta.
38. E dopo essersi investiti e respinti scambievolmente con la flotta per buona pezza del giorno, e dopo mutui sforzi, senza che veruna delle parti potesse ottenere nulla [155] che valga la pena d’esser narrato (se non fosse che i Siracusani affondarono una o due navi ateniesi), si separarono; e le genti da piè partirono dai muri. Il giorno dopo i Siracusani stavano quieti non volendo dare a divedere quello che meditavano di fare. Ma Nicia, che avea visto bilanciato l’esito della battaglia, e che si aspettava che i nemici vorrebbero tentarla nuovamente, costringeva i trierarchi a racconciare le navi, se alcuna avesse in qualche cosa sofferto, e dinanzi alla propria palizzata piantata nel mare per servire alle navi a guisa di porto serrato, metteva all’ancora le onerarie, e le collocava alla distanza di dugento piedi tra loro; acciocchè qualunque nave venisse incalzata avesse un sicuro ricovero, e di bel nuovo potesse poi a bell’agio ritornare alla battaglia. Gli Ateniesi impiegarono tutto il giorno fino a notte perseverando in questi apparecchiamenti.
39. Il dì seguente i Siracusani a più buon’ora, ma con l’istessa disposizione dell’assalto dalla parte di terra e di mare si azzuffarono con gli Ateniesi. E stando le due flotte l’una contro l’altra, passarono da capo nell’istesso modo gran parte del giorno badaluccando; finchè Aristone di Pirrico corintio, il miglior timoniere di quanti erano co’ Siracusani, persuade i comandanti della sua flotta che dovessero mandare ai reggenti della città, confortandoli a trasmutare il mercato delle cose vendevoli portandolo lungo il mare, ed astrignere chiunque avesse robe mangerecce a trasferirle in vendita colà, affinchè sbarcate ivi le truppe potessero desinar subito presso le navi, e nuovamente dopo breve ora in quel giorno stesso assalire gli Ateniesi che non se l’aspetterebbero.
40. E i capitani da lui persuasi spedirono l’avviso, e fu preparato il mercato; onde i Siracusani repentinamente remigando da poppa senza girar di bordo, si avviarono verso la città, e sbarcati tosto a terra vi desinarono. Gli Ateniesi pensarono che si fossero ritirati verso la loro città come sconfitti; e scesi tranquillamente dalle navi apprestavano tra le altre cose il pranzo, credendo che in quel giorno non seguirebbe più la battaglia. Quand’ecco che i [156] Siracusani risaliti a un tratto sulle navi muovevano un’altra volta verso loro; ed essi in mezzo a gran tumulto, digiuni la maggior parte, montavano nelle triremi senza ordine veruno, e finalmente a gran pena vogavano contro al nemico. Si tennero qualche tempo le due armate in guardia l’una dell’altra; ma poi gli Ateniesi, innanzi di trovarsi ivi sorpresi da spossamento coll’indugiare per propria colpa, risolsero di assalire prestissimamente i Siracusani, e spintisi loro incontro tra le grida di incoraggiamento appiccarono la battaglia. Ma i Siracusani reggevano a quella furia, ed opponendo le prore, siccome aveano disegnato, con quel fornimento di rostri ne sfracellavano le navi nella parte dinanzi ove non son remi, ed i lanciatori di sulla coverta faceano agli Ateniesi gran danno, e maggiore di essi quei Siracusani che sopra snelle chiatte volteggiando entravano sotto ai palamenti delle triremi nemiche, e ne rasentavano i fianchi, e saettavano da quelle i marinari.
41. Alla fine i Siracusani combattendo in questa guisa vigorosamente furono vincitori, e gli Ateniesi volti alla fuga, cercavano rifugio nella loro stazione di mezzo alle onerarie fin dove furono inseguiti dall’armata nemica: la quale fu impedita di procedere più oltre dalle antenne che ritte sulle onerarie stesse, ed armate di un ordigno di piombo fatto a modo di delfino, difendevano gli spazi onde si andava all’alloggiamento. E due navi siracusane, che gonfie della vittoria si appressarono a quelle, furono spezzate, ed un’altra presa con la ciurma. I Siracusani colarono a fondo sette navi ateniesi, e molte ne guastarono; e fatti molti prigioni ed uccisa molta gente si ritirarono; alzarono i trofei delle due battaglie navali, ed avevano omai ferma speranza di essere superiori nella flotta, e stimavano che vincerebbero ancora l’esercito di terra. Però si preparavano ad assalire nuovamente il nemico da amendue le parti.
42. In questo arrivano Demostene ed Eurimedonte col rinforzo degli Ateniesi, cioè, settantatre navi incirca contando anche quelle forestiere, e cinque migliaia o in [157] quel torno di soldatesca grave, tra di loro e degli alleati, e non pochi lanciatori barbari e greci, e frombolieri e arcieri, e sufficiente apparecchio d’ogni maniera. Grande fu di presente lo sbigottimento de’ Siracusani, quasi che non avessero mai a venire a capo di liberarsi da quel pericolo, vedendo che sebbene Decelia fosse stata munita, era giunto un altro esercito poco men che eguale al precedente, e le forze ateniesi per ogni lato comparivano molte. Ma l’oste degli Ateniesi che ivi era di prima riprese un po’ coraggio, secondo che il permettevano le sue disgrazie. E Demostene visto lo stato delle cose credè non essere da indugiare, per non trovarsi al caso a che s’era trovato Nicia: il quale in principio venuto colà formidabile ai nemici poichè non assaltò subito Siracusa, ma andò a svernare in Catana, era caduto in dispregio, ed era stato prevenuto da Gilippo arrivato colà colle forze del Peloponneso, le quali i Siracusani non avrebbero pur chiamate se egli tosto li avesse assaliti. Essendochè i Siracusani con tutta l’opinione della propria sufficienza avrebbero imparato che eran da meno, e sarebbono stati riserrati dalle fortificazioni; onde sebbene avessero fatto venire un rinforzo, non poteva più esser loro della medesima utilità. Demostene adunque considerando queste cose, e vedendo che anch’egli al presente era di grandissima paura ai nemici nel primo giorno, voleva al più presto valersi di quel loro sbigottimento. E però osservando che il muro trasversale de’ Siracusani, col quale aveano impedito agli Ateniesi di attorniarli, era scempio; e che potendo farsi padroni della montata d’Epipole e poi del campo che ivi era, facilmente si sarebbe espugnato (avvegnachè nissuno avrebbe fatto retta contr’essi), si affrettava di metter mano a quell’impresa, e teneva che prestissimo arebbe fine la guerra. Perciocchè, e riuscendo s’impadronirebbe di Siracusa, o altrimenti ritirerebbe l’esercito, e non si logorerebbero inutilmente gli Ateniesi, e con loro gli altri confederati, e tutta la Repubblica. Pertanto gli Ateniesi primieramente scesi dalle navi guastavano le circostanze dell’Anapo: ed il loro esercito, come la prima volta, fu vincitore in [158] terra e in mare, stante che i Siracusani non uscirono contr’essi da veruna parte, salvo la cavalleria ed i lanciatori dell’Olimpico.
43. Volle poi Demostene tentar prima con le macchine le fortificazioni, ma le macchine appressatevi furono abbruciate dai nemici che di sul muro si difendevano, e il rimanente dell’esercito che dava l’assalto venne retrospinto. Laonde si dispose a non metter più tempo in mezzo, e persuasi Nicia e gli altri colleghi si accingeva ad assalire Epipole conforme avea divisato. Se non che giudicava impossibile l’accostarvisi e salirvi di giorno senza essere scoperto. Però intimato ai soldati di portare i viveri per cinque giorni, prese seco tutti i manovali e muratori ed ogni altro apparato di saettame, e quanto facea bisogno per fabbricare se s’impadronissero del luogo; e in sul primo sonno, seguito da Eurimedonte e Menandro e da tutto l’esercito, marciava verso l’Epipole. Nicia rimase dentro le trincee. Arrivarono presso l’Epipole dalla parte di Eurίelo (per dove salì la prima volta il precedente esercito) senza essere avvertiti dalle sentinelle siracusane; ed accostatisi al muro che ivi era lo espugnano, ed uccidono alcuni della guarnigione. Ma la maggior parte dei nemici rifugiatisi subito negli alloggiamenti[115] che sull’Epipole erano tre, uno de’ Siracusani, uno degli altri Siciliani ed uno degli alleati, annunziano l’assalto, e ne porgono avviso a quei secento Siracusani che da questo lato dell’Epipole erano il primo presidio. Accorrevano questi prontamente: e Demostene e gli Ateniesi incontratisi in loro, nonostante una coraggiosa resistenza, li cacciarono in fuga, e tosto si spingevano innanzi, non volendo in quell’impeto tardare ad eseguir ciò per cui erano venuti. Intanto altri compivano l’espugnazione del muro assaltato al primo arrivo, ove il presidio siracusano non tenne fermo e ne svellevano i merli. Già i Siracusani e gli alleati, e Gilippo con le sue genti dai ripari della città correvano a soccorso, e sbigottiti dall’imprevisto ardimento di quella notte si azzuffarono con gli Ateniesi, e da loro respinti cominciavano a dare indietro. Ma poi gli Ateniesi [159] avanzandosi troppo disordinatamente come vincitori, e volendo senza indugio spingersi contro tutto l’esercito nemico ove non si era combattuto, perchè non potesse rannodarsi se rallentassero quella furia, trovaronsi a fronte i Beozii attestati, dai quali assaliti e rotti furono costretti a fuggire.
44. E già gli Ateniesi trovavansi allora in gran disordine ed imbrigamento, tra cui non era facile sapere gli uni dagli altri i particolari andamenti delle cose. Conciossiachè se di giorno allorchè i fatti sono più appariscenti, nondimeno neanche quelli stessi che vi si son trovati non li sanno tutti, e solo ciascuno sa a fatica quello a che ebbe mano; come mai in una battaglia notturna (che tra due grandi eserciti intervenne solo in questa guerra) poteasi aver certezza di nulla? Splendeva, è vero, la luna; ma come è solito al chiarore di essa vedevansi scambievolmente in modo da scorgere la figura di un corpo, senza però discernere con sicurezza se fosse quel d’un amico. Inoltre grande era la moltitudine de’ soldati gravi d’amendue gli eserciti, che si aggiravano in quel luogo angusto. E già alcuni degli Ateniesi erano vinti, altri marciavano tuttavia interi col primo impeto, e gran parte del rimanente dell’esercito o erano saliti d’allora sull’Epipole, od ancor vi salivano; onde non sapevano dove rivolgersi, perchè le loro genti che prime avean menato le mani erano omai tutte fugate e sbaragliate, e difficile era il riconoscerle in mezzo a quelle grida. Imperciocchè i Siracusani e gli alleati nel bollor della vittoria s’incoraggiavano con alti urli, non potendo di notte darsi altro segnale, ed insieme sostenevano l’incalzante nemico; e gli Ateniesi si cercavano tra loro, e credevano nemici tutti quei che si avanzavano incontro, fossero anche amici, siccome lo erano quelli che già fuggivano addietro. E fitto fitto domandandosi la parola (non v’essendosi altro modo di riconoscersi), causavano a se stessi grave disordine col domandarla tutti ad un tempo: tanto che la resero nota anche ai nemici; senza sapere del pari qual fosse la loro; perchè quelli, come vincitori, combattendo riuniti, più [160] agevolmente si conoscevano. Cosicchè se gli Ateniesi anche superiori di forze s’abbattevano in alcuni dei nemici, questi si salvavano perchè sapevano la parola di loro; all’opposto se essi non rispondevano venivano trucidati. Quello però che più d’ogni altro nocque loro grandissimamente fu la cantilena del Peana, che essendo quasi la stessa da tutte e due le parti, gli metteva nell’incertezza; perciocchè quando gli Argivi ed i Corfuotti, e quanti Dorici eran con gli Ateniesi, cantavano il Peana, incutevano loro timore del pari che i nemici. Onde alla fine poichè una volta si furono disordinati, raffrontandosi insieme in molte parti del campo, amici con amici, cittadini con cittadini, non solo recavansi in paura, ma venuti ancora alle mani tra loro a gran pena si separavano, ed inseguiti dal nemico, molti si precipitavano giù dalle rupi e morivano; essendo angusta la via per ricalare dall’Epipole. La maggior parte di quelli che dall’alto poterono scender nella pianura a salvamento, e tutti quelli che erano del primo esercito, per la pratica che aveano del paese si ricondussero nell’alloggiamento; gli altri però venuti dopo, o smarrite le strade vagavano per la campagna, o venuto il dì erano uccisi dai cavalli siracusani che scorrevano all’intorno.
45. Il giorno appresso i Siracusani ersero due trofei, uno sull’Epipole ove era salito il nemico, l’altro nel luogo ove i Beozii aveano i primi fatto resistenza. Gli Ateniesi riebbero i cadaveri con salvocondotto. Molti furono i morti di loro e degli alleati; e le armi prese furono in maggior quantità de’ cadaveri, perchè di quelli astretti a saltar giù da’ dirupati, scossi degli scudi[116], alcuni perirono, alcuni si salvarono.
46. Dopo ciò i Siracusani rinvigoriti, come la prima volta, da quella inaspettata fortuna, spedirono con quindici navi Sicano ad Acragante che avea levato romore, affinchè tentasse di sottomettere quella città. E Gilippo scorreva nuovamente per terra la Sicilia, per cavarne altre genti; perchè dopo il fatto dell’Epipole, era venuto nella speranza di espugnare anche le fortificazioni degli Ateniesi.
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47. Frattanto i generali ateniesi andavano discorrendo della passata sciagura e della presente universal debolezza dell’esercito. Vedevano tornati invano i loro sforzi, ed i soldati gravati di quella stanza, attesochè erano afflitti dalle malattie per due cagioni; sì perchè correva la stagione dell’anno nella quale principalmente gli uomini infermano, sì eziandio perchè il luogo ove erano alloggiati era paludoso ed insalubre; ed a ciò si aggiugneva che tutti gli altri tentativi pareano loro disperati. Per lo che Demostene giudicava non esser più da rimanere; ma da che era fallita l’impresa dell’Epipole da lui disegnata e tentata, proponeva che senza indugio si cercasse una strada di mezzo ai nemici, mentre che potevasi ancora tragittar il mare, e coll’aggiunta almeno delle navi sopravvenute superare l’armata nemica. Diceva esser più vantaggioso alla Repubblica far la guerra contro quelli che edificavano munizioni nelle terre di lei, innanzi che contro i Siracusani, i quali omai non potevano agevolmente sottomettersi; e non esser ragionevole il fermarsi più a lungo in quell’assedio spendendo senza pro gran copia di denaro. Tale era la mente di Demostene.
48. Nicia poi con tutto che egli stimasse giunte a mal termine le proprie cose, pure non voleva allargarsi a parlare della debolezza di quelle; nè col decretare manifestamente la ritirata tra molti, darne sentore ai nemici; avvegnachè così facendo, quando vi si risolvessero avrebbero maggior difficoltà a tenersi celati. E gli porgeva ancora qualche speranza il sapere (per i ragguagli che avea più de’ suoi colleghi) come lo stato de’ nemici diverrebbe peggiore del suo ove si persistesse nell’assedio, perchè dovrebbero rifinirsi per mancanza di denaro; tanto più che gli Ateniesi, colle navi che ora avevano, signoreggiavano più ampiamente sul mare. Oltre di che vi erano in Siracusa alcuni che volevano voltare il governo in mano d’Atene, e a lui mandavano avvisi e lo confortavano a non partire. Le quali cose non ignorando Nicia stava in fatto tuttor con l’animo intra due, e differiva a decidersi, ma [162] colle parole mostrava chiaro che non avrebbe levato il campo. Saper lui bene, diceva, che gli Ateniesi non approverebbero questa partita senza averla essi da per sè decretata, poichè su i capitani sentenzieranno non quelli che com’essi avessero avuto sott’occhio lo stato delle cose, o che non dessero retta alle altrui imputazioni, ma tali che si lasceranno persuadere dalle belle parole di chi voglia metter loro in discredito; gridare ora molti, proseguiva, anzi i più de’ soldati, che si trovano in gravi mali, ma tornati in patria grideranno al contrario che i generali son partiti corrotti dal denaro. Però non voler lui che conosceva la natura degli Ateniesi morire per mano di loro con turpe accusa ed ingiustamente, più presto che per le mani de’ nemici, ove bisogni correr questo rischio, lungi dai clamori d’un giudizio. Aggiungeva che i Siracusani erano anche in peggior condizione di loro, poichè tra le paghe che avevano i soldati forestieri, tra le altre spese per i presidii delle circonvicine cittadelle, e tra il mantenimento di flotta considerabile che già durava da un anno, trovavansi in parte fin d’allora alle strette, in parte non avrebbero poi saputo come trarsi d’impaccio; poichè avevano già speso duemila talenti[117], e molti più ne avevano in debito. Che se venissero a diminuirsi un nonnulla gli apparecchi col non pagare i soldi, le cose loro, consistenti in truppe ausiliarie più presto che stabili come le Ateniesi, erano andate. Laonde egli diceva che doveasi continovare l’assedio, e non levarsene vinti dal pensiero che i nemici fossero di gran lunga superiori in denaro.
49. Stava Nicia fermo nella sua proposta perchè era esattamente informato dello stato di Siracusa e della mancanza del denaro, e perchè ivi erano persone desiderose che il governo venisse in mano degli Ateniesi, le quali gli facevano intendere che non si levasse dall’assedio. Oltre di che si era lasciato vincere dalla fiducia che avea concepita maggiore di prima almeno quanto alle navi. Demostene però non approvava per verun conto il rimanere all’assedio; e se non si voleva ritirare l’esercito senza [163] il decreto degli Ateniesi, ma trattenersi in Sicilia, diceva che bisognava far ciò col passare a Tapso ovvero a Catana, donde colla fanteria potrebbero voltarsi a correre gran parte della campagna, e danneggiare i nemici devastando le cose loro; che colla flotta combatterebbero in alto mare ed all’aperto invece che in luogo angusto (lo che era più vantaggioso al nemico); che allora potrebbero giovarsi della propria perizia; e che non dovendo fare impeto o vogare a terra in breve e circoscritto spazio, sarebbero padroni di ritirarsi e di assalire. Insomma protestava non piacerli in niun modo il rimanervi più a lungo, e voleva che fin d’allora prestissimamente si ritirasse l’esercito senza indugiare, ed Eurimedonte era in ciò d’accordo con lui. Ma contradicendo Nicia, si sparse pel campo una certa indolenza ed irresolutezza; ed insieme l’opinione che egli stesse alla dura perchè ne sapesse più degli altri. In tal guisa gli Ateniesi temporeggiavano senza muoversi da quel luogo.
50. In questo erano venuti di ritorno a Siracusa Gilippo e Sicano; questi fallita l’impresa d’Acragante, perchè mentre era tuttora in Gela la fazione che teneva coi Siracusani si era composta all’amichevole; quegli conducendo molte genti dalla Sicilia ed i soldati di grave armatura dal Peloponneso, spediti nella primavera sulle onerarie, i quali erano arrivati a Selinunte dalla Libia, ove la tempesta li avea gettati. Ed ivi avute dai Cirenei due triremi e guide per la navigazione, nel loro tragitto si unirono agli Evesperiti assediati dai Libii cui vinsero: di là passarono a Napoli, emporio dei Cartaginesi, donde è brevissimo tragitto in Sicilia, alla distanza di due giornate ed una notte; e quindi traversato il mare pervennero a Selinunte. Non sì tosto arrivarono queste genti che i Siracusani si preparavano ad assaltare gli Ateniesi da tutte e due le parti, colle navi e colle truppe di terra. Ma i capitani ateniesi vedendo sopravvenute ai nemici nuove milizie, e al tempo stesso, non che migliorare le proprie cose, farsi giornalmente peggiori per tutti i lati, e specialmente per il travaglio delle infermità de’ soldati, si [164] pentivano di non essersi ritirati prima. E poichè Nicia non si opponeva più come per l’avanti, ma solo voleva che la cosa non si decretasse in pubblico, intimarono a tutti quanto poterono segretamente che dovessero uscir colle navi da quella stazione, e tenersi pronti allorchè fosse dato il segno della partenza. Quando però fu tutto in pronto, ed essi in procinto di partire, la luna che per avventura era in pieno, ecclissò. Di che pigliandosi ubbìa la maggior parte degli Ateniesi, confortavano i generali a soprastare; e Nicia, dedito anche un po’ troppo alle superstizioni e cose di tal fatta, disse che non si dovea pur deliberare di ciò, prima di essersi trattenuti tre volte nove giorni[118] come gli arioli ordinavano. Il perchè quantunque gli Ateniesi fossero già in ordine, soprassedettero.
51. I Siracusani informati eglino pure di questo, tanto meglio si risvegliarono a non lasciar partire gli Ateniesi, sì perchè dalla macchinata partenza deducevano che essi medesimi non si credevano più superiori a loro nè per terra nè per mare, sì eziandio perchè non volevano lasciarli fermare in qualche altro luogo di Sicilia ove fosse più difficile il guerreggiarli, ma costringerli a combatter per mare quanto prima, in quel medesimo alloggiamento favorevole alle proprie armi. Però allestivano le navi e vi si esercitavano per alcuni giorni quanti credevano dover bastare; e quando fu tempo nel primo dì assaltarono i muri degli Ateniesi, donde essendo usciti per una porta non molti fanti gravi e cavalli, i Siracusani interchiudono alcuni dei fanti, e messili in fuga gl’inseguono; e per la strettezza dell’accesso gli Ateniesi vi perdono settanta cavalli, e non molti dei soldati gravi.
52. Per quel giorno i Siracusani ritirarono l’esercito, ma nel seguente escono fuori colle navi in numero di settantasei, e al tempo stesso colle genti di terra marciarono verso i muri. Gli Ateniesi si mossero loro incontro con ottantasei navi, e si azzuffarono a battaglia; ove i Siracusani con gli alleati; vinto prima il centro dell’armata nemica, nella parte concava e più interna del porto colgono [165] Eurimedonte che tenea l’ala destra degli Ateniesi, e che volendo chiudere in mezzo le navi opposte avea slungato la sua ordinanza troppo verso terra, e lo rompono insieme colle navi che lo seguivano. Dipoi davano omai la caccia a tutta la flotta ateniese, e vigorosamente la spingevano a terra.
53. Gilippo al veder vinte le navi de’ nemici, le quali correvano a terra fuori delle palizzate e del suo alloggiamento, accorreva con parte dell’esercito alla costa con animo di trucidar quelli che sbarcassero, e di facilitare ai Siracusani il modo di trarre a sè le navi ateniesi collo spazzar dai nemici quella spiaggia. Ma i Tirreni che ivi erano di guardia per gli Ateniesi vedendo avanzarsi costoro disordinatamente, corrono ad incontrarli, ed avventatisi sui primi gli fugano, e li rispingono verso la palude chiamata Lisimelea. E siccome poi i Siracusani e gli alleati vi tornarono più grossi, così gli Ateniesi accorsero ad opporsi loro; e temendo per le navi, appiccaronsi a battaglia con essi, li vinsero, li perseguitarono, uccisero non molti soldati gravi, salvarono la maggior parte delle navi, e le ridussero all’alloggiamento. Nondimeno diciotto di esse vennero in potere de’ Siracusani e degli alleati, che trucidarono quante persone vi erano. Tentarono ancora di bruciare il rimanente della flotta, avendo a quest’oggetto piena di sarmenti e fiaccole una vecchia barca da carico; e poichè il vento soffiava verso gli Ateniesi, la lasciarono andare acciò vi appiccasse il fuoco. Gli Ateniesi impauriti per le proprie navi, trovarono dal canto loro degli argomenti per ispegnere il fuoco, estinsero la fiamma, provvidero che la barca non potesse avvicinarsi di più, e così liberaronsi da quel pericolo.
54. Dopo di che i Siracusani ersero il trofeo per la battaglia navale e per aver tagliato il ritorno a’ soldati gravi su in terra, ove presero anche alcuni cavalli; e gli Ateniesi per avere i Tirrenii ributtata la fanteria nemica nella palude, e cacciato essi medesimi il rimanente dell’esercito.
55. Ma già per questa insigne vittoria navale de’ Siracusani, [166] che prima temevano delle navi sopraggiunte con Demostene, erano gli Ateniesi del tutto scoraggiati, e grandemente stupiti, ed anche viepiù pentiti di quella spedizione. Imperocchè, quantunque avessero portato le armi contro Siracusa, allegati con quelle città che sole omai, usavano i medesimi istituti di loro, e si reggevano a popolo com’essi, ed aveano navi, cavalli e grandezza; con tutto ciò non essendo riusciti a mettere nissuna discordia tra i Siracusani, o mediante il cambiamento del governo con che speravano di ridurli in poter loro, o mediante gli apparecchi in che erano superiori; ed al contrario essendo rimasti frustrati nella maggior parte de’ loro disegni, trovavansi anche di prima nell’esitanza. E quando poi furono vinti colla flotta (cosa che non si sarebbono aspettata), allor daddovero più che mai si persero d’animo.
56. All’opposto i Siracusani scorrevano subito francamente lunghesso il porto, e pensavano di serrarne l’imboccatura, acciocchè gli Ateniesi, quand’anche il volessero, non potessero uscirne furtivamente. Nè solo si davano premura di procacciar salvezza a se stessi, ma anche di impedirla al nemico; avvisando, come era vero, le loro cose essere al presente in miglior grado di quelle degli avversari; e se potessero vincere gli Ateniesi co’ loro alleati per terra e per mare, dover dare di sè glorioso spettacolo a tutti i Greci, i quali parte tostamente sarebbero messi in libertà, parte disciolti dal timore. Conciossiachè la Repubblica ateniese con le forze che le restavano non più sarebbe in seguito sufficiente a reggere al fascio di una seconda guerra che le fosse portata addosso; laddove essi reputati autori di questo, avrebbero fatto maravigliar molto di sè gli altri popoli ed i posteri. E lasciando stare di ciò, era inoltre glorioso quel certame, perchè non solo avrebbero vinto gli Ateniesi, ma anche molti altri de’ loro confederati, non già essi da sè soli, ma con gli altri che li aveano soccorsi, e si sarebbero fatti duci de’ Lacedemoni e de’ Corintii, ed arebbero esposta innanzi al pericolo la propria città, ed avanzata la loro flotta ad alto grado di potenza. E certo moltissime [167] furono le genti concorse a questa unica città, e solo meno numerose di tutta insieme l’altra moltitudine, che in questa guerra si accolse dalla parte di Atene e di Sparta.
57. E però io voglio numerare tutte quelle genti che da amendue le parti guerreggiarono a Siracusa, per la Sicilia e contro di lei, o per partecipare con gli uni della conquista, o con gli altri della salvezza; le quali si misero da una di quelle parti non tanto per titolo di giustizia o di parentela, quanto per interesse o per necessità, secondo lo stato accidentale di ciascun popolo. Gli Ateniesi, come Ionii, vennero di buona voglia contro i Siracusani che erano Doriesi, e con essi i Lemnii, gl’Imbrii, e gli Egineti che allora tenevano Egina[119], perchè usavano il medesimo linguaggio e costumanze; e di più vi si unirono gli Estiei abitatori di Estiea in Eubea[120], perchè colonia d’Atene. Quanto agli altri che si unirono a questa spedizione, alcuni erano sudditi degli Ateniesi, alcuni alleati indipendenti, alcuni poi presi a soldo. Tra i sudditi tributarii, gli Eretriesi, i Calcidesi, gli Stiriesi ed i Caristii erano dell’Eubea; delle isole, i Chii, gli Andrii, i Teii d’Ionia, i Milesii, i Samii, i Chii[121]. Tra tutti questi i Chii non pagavano tributo, ma essendo indipendenti li seguivano somministrando delle navi; e la maggior parte di quei popoli sono di origine ionica, e discendono dagli Ateniesi, tranne i Caristii che son Driopi; onde parte per esser vassalli, parte astretti dalla parentela per essere anch’essi Ionici, seguivano gli Ateniesi. Oltre ad essi eranvi dell’Eolia, i Metimnei con delle navi, ma senza pagar tributo; ed i Tenedii e gli Enii tributarii. Questi Eolici combattevano per forza contro i Beozii che pur sono Eolici e fondatori della loro colonia, perchè si erano uniti coi Siracusani. I Plateesi furono i soli tra i Beozii che per inimicizia, come era da aspettarsi, a viso aperto guerreggiavano contro i Beozii. Quindi i Rodii ed i Citerii, entrambi di stirpe dorica; i Citerii, sebbene coloni dei Lacedemoni, portavano le armi insieme con gli Ateniesi contro i Lacedemoni che erano con Gilippo; i Rodii, della stirpe argiva, erano astretti a guerreggiare non solo i Siracusani come [168] Doriesi, ma ancora i Geloi suoi coloni che militavano coi Siracusani. Fra gl’isolani intorno al Peloponneso, si unirono a questa guerra i Cefallenii e gli Zacintii, che sebbene indipendenti, appunto perchè isolani erano tenuti a segno con più severità dagli Ateniesi padroni del mare; ed i Corfuotti, sebbene Doriesi e Corintii, non furono men pronti a venire contro i Corintii ed i Siracusani, tuttochè coloni di quelli e consanguinei di questi, sotto colore di esservi astretti, in vero poi di lor volontà per odio dei Corintii. Furono inoltre assunti a questa guerra quei chiamati ora Messenii di Naupatto, e quei di Pilo tenuto allora dagli Ateniesi; ed anche non molti banditi Megaresi per la disgrazia del loro esilio combattevano contro i Selinunti pur Megaresi. La maggior parte del rimanente dell’esercito si aggiunse a questa spedizione più che altro spontaneamente. Gli Argivi erano dalla parte degli Ateniesi non tanto per debito di alleanza quanto per l’inimicizia dei Lacedemoni; e ciascuno di essi per qualche suo presente e privato odio, Doriesi come erano, veniva contro i Doriesi insieme con gli Ateniesi che sono Ionii. I Mantineesi e gli altri Arcadi presi a soldo, avvezzi ad andar sempre contro quei che sieno loro mostrati per nemici; allora venivano anco per ingordigia del guadagno, stimando niente meno che nemici gli Arcadi condottisi in Sicilia con i Corintii. I Cretesi e gli Etolii vi erano anch’essi indotti dal soldo; ed ai Cretesi, fondatori insieme coi Rodii di Gela, avvenne di trovarsi loro malgrado per mercede non co’ propri coloni, ma contro di essi. Parimente alcuni degli Acarnani per guadagno, e la maggior parte per l’amicizia di Demostene e per benevolenza verso gli Ateniesi, de’ quali erano alleati, si aggiunsero a loro soccorso. Tutti costoro abitano entro i confini del seno ionico. Fra gli Italiani, militavano con gli Ateniesi i Turii ed i Metapontini in queste angustie di tempi occupati da sedizione; tra i Siciliani, i Nassii ed i Catanesi; e tra i barbari gli Egestei che si erano guadagnati l’amicizia della maggior parte dei popoli dentro e fuori la Sicilia. Finalmente vi erano alcuni dei Tirrenii per differenze coi Siciliani, e gl’Iapigii presi a [169] stipendio. Cotanti erano i popoli che militavano con gli Ateniesi.
58. Dall’altra parte furono a soccorso dei Siracusani i Camarinei loro confinanti, ed i Geloi che abitano dopo questi; e per essere calmate le cose degli Acragantini vi vennero anche i Selinuntii che hanno le loro sedie al di là di essi. Tutti questi abitano la parte della Sicilia che guarda l’Affrica. Quindi gl’Imerei da quel lato che è vôlto al mar Tirreno ove essi soli dei Greci hanno abitazione, e però essi soli di là andarono in aiuto. Tanti erano i popoli greci di Sicilia, e tutti di stirpe dorica e indipendenti, che si unirono in questa guerra. Dei barbari i soli Siculi, quanti non eran passati alla parte degli Ateniesi. Dei Greci fuor di Sicilia, i Lacedemoni con un capitano spartano, e l’altra turba di Neodamodi ed Iloti. Neodamode importa lo stesso che essere omai libero. Dipoi i Corintii, i soli venuti con navi e truppe da sbarco, ed i Leucadii e gli Ambracioti per titolo di parentela. Dall’Arcadia i mercenarii inviativi dai Corintii, ed i Sicionii costretti a pigliar le armi; e dei popoli fuori del Peloponneso, i Beozii. Oltre tutte queste genti venute di fuori, i Siciliani da sè diedero quantità maggiore in ogni genere di milizia, siccome quelli che abitavano grandi città; poichè vi furono adunate molte soldatesche gravi, e navi e cavalli ed altra turba copiosissima. Ed i Siracusani in confronto di tutti gli altri, per così dire, diedero di più anche in questa occasione, perchè abitavano ampia città, e perchè erano esposti a maggior pericolo.
59. Tanti erano i soccorsi accolti dalle due parti, e già tutti li avevano presenti, e nissuno altro ne sopravvenne nè all’una nè all’altra. A ragione adunque i Siracusani e gli alleati, dopo la riportata vittoria navale, reputavano bella impresa il vincere anche tutto l’esercito ateniese, che era sì grande, talchè non potesse scampare nè per la via di terra, nè per quella di mare. Ed a questo fine con triremi intraversate e barche e schifi fermati sull’àncora serrarono subito il porto grande, la cui bocca è larga circa otto stadii: ed in tutto il resto stavano apparecchiati, [170] caso che gli Ateniesi osassero venir nuovamente a battaglia navale. Insomma per ogni lato a grandi cose intendevano.
60. Gli Ateniesi vedendosi serrare il porto, ed accorgendosi di tutte le altre intenzioni del nemico, stimarono esser da deliberare. Per lo che adunatisi i generali e quei di stato maggiore, vedendo, oltre la presente penuria delle altre cose, che attualmente non restavan più viveri (perchè col pensiero di far vela avean mandato a Catana a disdirne il trasporto), e che in seguito non ne potrebbero avere senza una vittoria in mare, deliberarono di abbandonare le fortificazioni che erano dentro terra, e con un muro vicinissimo alla flotta occupando un circuito il più piccolo che si potesse, tanto che fosse capace delle bagaglie e degl’invalidi, tenersi a guardia di quello. Quindi risolvevano che l’altro esercito di terra montasse ed empisse le navi tutte, tanto quelle che erano in buono stato che quelle men atte a navigare, e che si venisse a battaglia, nella quale se vincessero si ridurrebbero a Catana; se no, bruciate le navi si ritirerebbero schierati per la via di terra, ovunque più tostamente potessero arrivare a qualche luogo amico, fosse barbaro o greco. E come ebbero deliberato ciò, così lo recavano ad effetto. Laonde dalle munizioni che erano dentro terra scendevano furtivamente al lido, empievano tutte le navi in numero di cento dieci in circa, costringendovi a salire chiunque per età pareva dover esser buono a qualche cosa, e mettendovi a bordo molti lanciatori degli Acarnani e degli altri forestieri; e procacciavano in quella strettezza tutto ciò che potesse servire ai loro disegni. E poichè il più delle cose fu in pronto, Nicia vedendo che i soldati per la grande sconfitta avuta in mare contro il consueto erano scoraggiati, e che per la scarsità dei viveri desideravano di venire prestissimamente al cimento, convocatili tutti, allora per la prima volta prese a confortarli con queste parole:
61. «Valorosi soldati ateniesi e voi altri alleati: l’imminente combattimento deciderà per tutti noi egualmente, non meno che pei nemici, della salvezza e della patria di [171] ognuno: perciocchè se vinceremo ora colle navi, potrà chicchessia rivedere indubitatamente quella che è sua propria città. Ma non bisogna disanimarsi nè aver la pecca dei più inesperti tra gli uomini, che vinti nelle prime pugne, nutrono poi continovamente un pauroso pensiero simile a quel delle sconfitte. Anzi quanti qui siete Ateniesi che omai avete esperienza di molte battaglie, e quanti alleati che con noi sempre militaste, ricordate la stravaganza delle guerre; e confidando che la fortuna sarà ancora con noi, preparatevi a rinnovar la pugna nel modo dicevole a cotanto vostro esercito, quanto da voi stessi ne vedete.
62. «Quelli argomenti poi che nella strettezza del porto abbiam visto doverci essere utili contro la moltitudine delle navi che ci verranno addosso, e contro i loro soldati di sovraccoperta, donde prima fummo danneggiati; tutti questi li abbiamo ora anche noi considerati coi piloti, ed allestiti secondochè il permettevano le cose presenti. Imperocchè saliranno sulle navi molti arcieri e lanciatori, e tutta quella turba di che non useremmo se avessimo a combattere in mare aperto, perchè la gravezza delle navi nuoce alla perizia del governarle: le quali cose nondimeno ci saranno utili ora che saremo costretti a far battaglia terrestre di sulla flotta. Abbiamo anche trovato di che contrarmare le navi nostre; ed a difenderle dai grossi orecchioni delle nemiche (dai quali avemmo grandissimo danno), scaglieremo delle branche di ferro, le quali i soldati adoperando a quell’uopo a che sono state fatte, afferreranno la nave assalitrice sì che non possa retrocedere; giacchè a tal necessità siam venuti da dover far battaglia terrestre di sulle navi. E ci si mostra utile il non dar noi indietro, e il non permetterlo a loro, tanto più che abbiam nemica la spiaggia, salvo quel tratto che occupano i nostri fanti.
63. «Le quali cose considerando, fa d’uopo che persistiate combattendo con tutta la virilità dell’animo, nè vi lasciate ributtar sulla spiaggia; anzi quando siate venuti all’abbordaggio, abbiate per viltà il separarvi prima d’aver [172] traboccati giù dalla coverta nemica i soldati gravi. Avvertimento ch’io porgo ai combattenti più che ai nocchieri, in quanto che questa è opera piuttosto di quelli che pugnano di sul palco della nave. In voi pure, o soldati da terra, consiste anche adesso la maggior parte della vittoria. Ed io esorto e prego insieme voi marinari a non sbigottirvi troppo per le sofferte sciagure, ora che avete miglior apparato sulle coverte; e voi che senza essere Ateniesi siete reputati tali sì per la perizia del nostro linguaggio, sì per l’imitazione delle maniere, voi, dico, scongiuro a considerare quanto sia da esser conservata quella gioia che sentivate dall’essere l’ammirazione della Grecia, e dal partecipare non meno di noi del nostro imperio rispetto ai vantaggi di esso, non tanto per il terrore che incutevate ai nostri vassalli, quanto perchè eravate al coperto dalle loro offese. Laonde se voi soli siete liberamente a parte del nostro imperio, è ben giusto che non dobbiate ora tradirlo. Che anzi dispregiando i Corintii cui più volte vinceste, ed i Siciliani dei quali nissuno mentre fioriva la nostra flotta osò nemmeno di starci a fronte, respingeteli; e mostrate loro che a dispetto della debolezza e delle disgrazie, il saper vostro è maggiore della forza altrui sull’ali della fortuna.
64. «Ed a quelli di voi che siete propio Ateniesi torno a rammentare che non vi rimangono negli arsenali altre navi pari a queste, nè gioventù militare. Che se altro vi avverrà che il vincere, i nemici di qui navigheranno subito ad Atene, e la nostra gente ivi restata non potrà resistere ai nemici di là, ed a quelli che sopravverranno. Così voi cadrete subito sotto il giogo de’ Siracusani, contro dei quali ben sapete con qual animo veniste; ed i vostri di là sotto quello dei Lacedemoni. Laonde trovandovi a questo certame pel bene vostro e de’ vostri concittadini, durate (se altre volte mai) virilmente; e considerate tutti e singoli che quanti di voi saliranno or or sulle navi, sono per gli Ateniesi e fanti e flotta e il residuo della Repubblica, ed il gran nome d’Atene; per le quali cose se uno avanza l’altro d’un poco in perizia e in coraggio, non potrà [173] mostrarlo in occasione più rilevante di questa, per giovare a se stesso, e salvare l’universale.»
65. Avendo Nicia esortato sì caldamente i suoi, ordinò subito che salissero sulle navi. Gilippo ed i Siracusani, che erano stati spettatori di tale apparecchiamento, avean ben potuto accorgersi che gli Ateniesi vorrebbero combattere in mare, ed inoltre erano stati per tempo informati del macchinamento delle branche di ferro. Però siccome si erano forniti di che guarentirsi da tutte le altre cose, fecero altrettanto contro quell’ordigno, vestendo di cuoio le prue e le parti più elevate delle navi, affinchè la branca scagliata sdrucciolasse, e non potesse afferrare. E poichè fu tutto in ordine, Gilippo e gli altri generali inanimarono le sue genti con queste parole:
66. «Che belli fossero i passati fatti, o Siracusani ed alleati, e che per belle cagioni or or verremo a battaglia, ci pare che la maggior parte di voi il sappiate; essendochè non vi ci sareste messi con animo sì pronto. Se poi alcuno nol sa quanto bisogna, noi glielo dimostreremo. Diciamo adunque che gli Ateniesi, padroni di un imperio senza dubbio il più grande dei passati Greci e dei presenti, venuti essendo contro questo paese primieramente per soggettarsi la Sicilia, e poi, se vi fossero riusciti, il Peloponneso e il rimanente di Grecia, voi primi tra i mortali vi opponeste loro sulla flotta colla quale aveano essi occupato tutto, e li vinceste in diverse battaglie navali; e probabilmente li vincerete ora anche in questa. Imperciocchè quando gli uomini si trovano repressi in ciò di che pretendono il primato, allora la opinione che loro resta di sè è minore di quello che se prima non avessero neppure avuto tal concetto; e viste inaspettatamente andare a vuoto le loro giattanze, si avviliscono anche più che non vorrebbero le forze che hanno. E questo pare ora il caso degli Ateniesi.
67. «All’opposto, quel valor nostro primiero, col quale, sebben tuttora inesperti, osammo far fronte al nemico, fatto ora più stabile, ed accompagnato dalla opinione di esser fortissimi perchè su fortissimi avemmo vittoria, [174] porge a ciascuno di noi doppia speranza. Or per lo più, grandissima speranza desta grandissimo vigore per le imprese. Quanto all’avere i nemici contraffatto alcune parti del nostro apparecchio, desse sono omai consuete alle vostre maniere, e non mancheremo di difesa contro ciascuna di quelle. Ma quando molti de’ loro soldati gravi saranno, contro il solito, sulle coverte; quando saran saliti sulle navi molti lanciatori terrestri[122], per così dire, acarnani ed altri, i quali sedendo non troveranno nemmeno il modo di scagliare la freccia; come non pregiudicheranno alle navi, o come non si troveranno tutti fra sè in disordine, dovendo fare avvolgimenti ai quali non sono usati? Inoltre la moltitudine delle navi (se vi ha chi teme per avere a combattere con numero non eguale) non sarà di loro vantaggio; poichè le molte in luogo angusto riusciranno più lente alle manovre, e più facili ad esser danneggiate dagl’ingegni onde siamo forniti. Tuttavia il vero stato delle cose loro apprendetelo da ciò che noi avvisiamo saper chiaramente. Poichè sopraffatti essi dai mali, e stretti dalle presenti difficoltà, son ridotti alla disperazione di gettarsi nel rischio in quel modo che possano, confidando più nella fortuna che nell’apparecchio delle forze; per tentare o d’uscire a viva forza dal porto, o di ritirarsi per terra se ciò non riesca; giacchè vedono di non potersi trovare in condizione peggiore della presente.
68. «Azzuffiamoci adunque animosamente come c’invita siffatto disordine e la fortuna di uomini nimicissimi che spontanea si è posta nelle mani nostre; e pensiamo che non solo è atto legittimissimo il saziare lo sdegno dell’animo contro avversari che a propria giustificazione alleghino d’esser venuti a punir l’aggressore; ma che anche sta in poter nostro quella che comunemente dicesi la più dolce delle cose, la vendetta de’ nemici. Che gli Ateniesi ci sieno nemici e nemici mortali voi tutti il sapete, poichè son venuti per fare schiavo il paese nostro; e se vi fossero riusciti, arebber martoriato crudelmente gli uomini, svergognati i figli e le donne, e posto a tutta la città la più turpe denominazione. Il perchè non deve [175] chicchessia allenirsi, nè reputar guadagno la loro partita senza nostro pericolo, che certo partiranno egualmente ancor che vincano. Bella impresa sarà per noi (recando ad effetto, come è da credere, i nostri disegni) il punir costoro e rendere a tutta quanta la Sicilia più stabile quella libertà che anche prima godeva; e rarissimi son quei cimenti che avendo cattivo esito arrechino piccolissimi danni; e sortendo buon fine, vantaggi grandissimi.»
69. I generali siracusani e Gilippo avendo anch’essi con tali parole confortato le sue genti, ordinarono dal canto loro che si armassero le navi; da che vedevano gli Ateniesi fare altrettanto. E Nicia costernato per le presenti cose, e vedendo quanto grande e quanto vicino omai fosse il pericolo, giacchè i nemici erano in sul momento di avanzarsi incontro, temeva, come avviene nei grandi cimenti, quanto al fatto i propri apparecchi essere ancora manchevoli, e quanto alle parole non aver per anche detto abbastanza. Però richiamava ad uno ad uno i trierarchi, appellandoli col nome del padre, e col loro proprio e con quello della tribù[123], e scongiurava ciascuno a non tradir la chiarezza alla quale era da per sè pervenuto; e quelli i cui maggiori erano illustri, a non offuscare le virtù degli avi. Rammentava una patria liberissima, e il liberissimo vivere che in quella a tutti era concesso, nè ometteva veruna delle altre cose che dagli uomini si sogliono dire in simili frangenti, non già quelle che a tal uopo si serbano per comparire in faccia a chicchessia narratori di memorie antiche, o quelle che in tutte le occasioni son quasi le stesse, rammemorando le mogli, i figlioli ed i patrii numi; ma quelle che in siffatto sbigottimento si reputano utili, e ad alta voce s’inculcano. Dopo questa esortazione, che pure ei stimava non bastevole, ma quale permetteva quell’urgenza, si ritirò; e condotto l’esercito di terra sulla costa del mare, lo schierò nella maggior lunghezza possibile; acciò servisse di grandissimo incoraggiamento a quei della flotta. E Demostene, Menandro ed Eutidemo saliti sulle navi ateniesi, delle quali avevano il comando, partirono dal loro accampamento, [176] e vogarono subito alla bocca del porto, dove i nemici avevan formato una serra colle navi e dove restava ancora un passaggio, per vedere di uscirne fuori a viva forza.
70. E già i Siracusani e gli alleati si erano mossi con un numero di navi pressochè eguale a quello di prima, e con una parte di esse guardavano l’uscita, e con le altre si misero in giro al rimanente del porto, per assaltare ad un tempo da tutti i lati gli Ateniesi, ed insieme per avere il soccorso della fanteria, dovunque le navi approdassero. Erano ammiragli della flotta siracusana Sicano ed Agatarco; ciascuno dei quali reggeva un’ala di tutta l’armata, e Pitene coi Corintii il centro. Poichè gli Ateniesi si avvicinarono alla serra, spingendosi innanzi vinsero in quel primo empito le navi schieratevi a difesa, e si sforzavano di rompere l’ordinanza di quelle che serravano il porto. Dopo di che, vogando addosso a loro da ogni parte i Siracusani e gli alleati, non solo si combatteva presso la serra, ma anche nel porto la battaglia era feroce e più accanita delle passate. Imperocchè quinci e quindi molta era la premura dei marinari per investire il nemico, ovunque fosse comandato, e molto il gareggiamento e l’artificio scambievole dei timonieri; ed i soprassaglienti, quando una nave s’abbordava con l’altra, usavano ogni sforzo perchè il servigio loro di sulle coverte non fosse da meno dell’arte degli altri. Insomma ognuno studiavasi di comparire il primo negli uffizi a lui commessi. Ma per la gran quantità delle navi che in angusto spazio si cozzavano insieme (ed angustissimo era lo spazio e moltissime queste navi che vi combattevano perchè tra dell’una parte e dell’altra poco mancava che non arrivassero a dugento), raro era che si andasse all’abbordaggio, non vi essendo modo di trarre addietro per darsi l’abbrivo e traversare le file nemiche; laddove più frequenti erano gl’incontri delle navi che casualmente s’imbattevano insieme o volendo fuggire od assalirsi l’una l’altra. E mentre la nave spingevasi contra alcuna delle nemiche, quei di sulle coverte scagliavano contr’essa un’infinità di giavellotti, [177] saette e pietre; quando poi trovavansi accosto, i soprassaglienti venendo alle mani sforzavansi scambievolmente di saltare all’arrembaggio. E molte volte accadeva per la strettezza del luogo di assalire altrui da una parte e trovarsi assalito dall’altra, e che due navi e talvolta anche più fossero costrette ad aggrapparsi intorno ad una; ed i piloti non in un punto solo, ma in molti e da ogni lato, doveano aver l’occhio a guardarsi da questi e ad assaltar quelli. Inoltre il gran frastuono di tanti legni che si urtavano insieme metteva terrore ed impediva l’udita di ciò che ordinassero i comiti delle due armate, i quali esortavano ed animavano i suoi, per le regole dell’arte e per l’ostinata gara attuale. Gridavano agli Ateniesi, che forzassero l’uscita, che ora più che altre volte mai si dessero premura per tornare a salvamento in patria; ai Siracusani ed agli alleati, che era di loro decoro impedir la fuga al nemico, e che colla vittoria ciascuno accrescerebbe l’onore della sua patria. Di più gli ammiragli da ambedue le parti, se vedevano qualche nave rinculare senza necessità, chiamavano per nome il trierarca; e quei degli Ateniesi domandavano se indietreggiassero, credendosi padroni di una terra nimicissima più che del mare con tante fatiche acquistato; quei dei Siracusani, se mentre sapevano bene che il nemico facea di tutto per iscappare, essi medesimi fuggissero da chi fuggiva.
71. Mentre combattevasi in mare con dubbiosa sorte, l’esercito di terra di amendue le parti era in grande smania ed oppressione d’animo: quello del paese perchè anelava omai di accrescere la gloria; quello degli Ateniesi, che era venuto di fuori, perchè temeva di trovarsi a condizione anche peggiore della presente. Ed invero riposando tutta sulle navi la fortuna degli Ateniesi, aveano essi una paura del futuro quale non altra mai; ed appunto perchè la battaglia mantenevasi indecisa, non potevano di sulla costa vederla altro che indistintamente. Conciossiachè essendo quello spettacolo a poca distanza, e non potendo tutti osservarlo sul medesimo punto, se [178] alcuni vedevano in qualche parte vincitori i suoi, ripigliavano coraggio, e si voltavano ad invocare gli Dei che non volessero privarli della salvezza: altri, se li miravano soccombere, davano in lamenti ed in strida, e per la sola vista delle cose aveano l’animo più abbattuto di quelli che erano nel fatto. Quelli poi che riguardavano ove la battaglia durava ancor bilanciata, per la continua indecisione di quella gara mostrando con gli atteggiamenti il grave timore ond’erano affetti, si trovavano ansiatissimi, perchè sempre incerti tra lo scampo e la morte. E mentre la pugna si sosteneva con egual calore, nel solo campo ateniese si udivano tutti insieme e lamenti e grida: siam vincitori, siam vinti: e quant’altre voci d’ogni maniera è forza che si ascoltino in un grande esercito in pericolo grandissimo. Lo stesso a un dipresso interveniva a quelli delle navi: finchè dopo molto durare di quel combattimento, i Siracusani e gli alleati cacciarono in fuga gli Ateniesi, e manifestamente incalzandoli con alte grida, e l’un l’altro incoraggiandosi, li perseguirono fino sulla costa. Allora i soldati navali, salvo quelli che furon presi nell’alto, chi qua chi là recandosi al lido si ridussero agli alloggiamenti; e le genti di terra non più svariatamente, ma tutte in una medesima agitazione, con gemiti ed urli dolenti fino all’anima dell’accaduto; chi correva a soccorso delle navi, chi a guardia delle rimanenti fortificazioni, chi (e questi erano i più) pensava a trovar modo di salvezza; nè fuvvi mai verun altro sbigottimento maggiore di quello. E presso a poco trovaronsi gli Ateniesi nel caso stesso al quale avevan ridotto i Lacedemoni in Pilo; imperciocchè siccome colà erano state conquassate le navi spartane, ed uccise tutte le milizie tragittate nella Sfatteria, così ora erano essi disperati di potersi salvare per la via di terra senza un qualche prodigio.
72. Dopo sì feroce battaglia, ove da tutte e due le parti molte navi e persone erano perite, i Siracusani e gli alleati vincitori ripresero i rottami ed i cadaveri, e tornati in città alzarono il trofeo. Gli Ateniesi, per la grandezza delle presenti calamità, non pensarono neppure [179] a domandare la restituzione dei rottami e dei morti, e deliberavano di ritirarsi subito nella notte. Ma Demostene andato a trovar Nicia proponeva che si armassero quante navi ancora restavano, e sul far dell’aurora si tentasse a forza d’uscire del porto; e diceva che tuttora rimanevano ad essi più navi servibili che non ai nemici, poichè agli Ateniesi ne erano avanzate da sessanta, ed ai Siracusani meno di cinquanta. E quantunque Nicia fosse in ciò d’accordo con lui, e volessero entrambi armare le navi, i marinari ricusarono di salirvi, sì per la costernazione di quella rotta, sì per l’opinione di non poter più aver vittoria. Onde tutti omai applicavano l’animo a far la ritirata per terra.
73. Del qual divisamento venuto in sospetto Ermocrate siracusano, e stimando esservi gran pericolo che esercito sì grande ritiratosi per la via di terra si fermasse in qualche luogo di Sicilia, e volesse rinnovar loro la guerra, va dai magistrati: e tra l’altre cose che gli parvero da dirsi, dichiarò ad essi che non doveansi lasciar partire gli Ateniesi nella notte, ma uscire tutti immantinente, Siracusani ed alleati; e serrar loro le strade, e preoccupare e guardare i passaggi più angusti. Non dissentivano punto i magistrati da Ermocrate in quella risoluzione e giudicavano esser da recare ad effetto: contuttociò avvisavano che siccome i soldati di recente pigliavano volenterosi respiro della gran battaglia navale, e di più ricorreva per avventura la festa (per cui in quel giorno facevansi sacrifizi ad onore di Ercole), così non vorrebbero agevolmente obbedirli. Conciossiachè per la soverchia gioia della vittoria la maggior parte di essi nell’occasione della festa essendosi dati a sbevazzare, tutt’altro era sperabile che il persuaderli al presente di pigliare le armi ed uscire contro il nemico. Per queste considerazioni parendo ai magistrati ineseguibile quel disegno, e non avendo Ermocrate potuto indurveli, immaginò egli per ripiego quest’astuzia. Per la tema che gli Ateniesi a bell’agio e senza esser disturbati riuscissero a valicar nella notte i luoghi più difficili, manda sull’imbrunire del giorno verso il campo [180] ateniese pochi suoi amici con dei cavalieri, che, avvicinandosi tanto da potere esser sentiti, chiamassero alcuni e fingendosi amici degli Ateniesi ordinassero di dire a Nicia (il quale invero aveva di quelli da cui risapeva lo stato interno di Siracusa) che non levasse il campo nella notte, perchè i Siracusani guardavano le strade: ma che preparatosi a suo bell’agio partisse di giorno. Ciò detto coloro tornarono indietro; e quei che li sentirono ne porsero avviso ai generali ateniesi.
74. I quali a tale annunzio, non pensando che vi fosse sotto alcuna frode soprastettero quella notte. E giacchè non si erano mossi pensarono di soprassedere anche il giorno seguente, per dare ai soldati il maggior comodo possibile di far fagotto; e prendendo seco le sole cose necessarie al mantenimento della persona, lasciar tutte le altre, e partire. Ma i Siracusani e Gilippo prima della loro partita usciti fuori con la fanteria, serrarono le strade del paese, per dove conghietturavano che gli Ateniesi passerebbero, tenevan guardati i guadi de’ torrenti e de’ fiumi, e si schierarono nei siti opportuni per far fronte all’esercito nemico, risoluti di contrastargli il passaggio. Inoltre si appressarono colle navi a quelle degli Ateniesi per ritirarle dalla spiaggia, ne abbruciarono alcune poche, come avean pensato di fare gli Ateniesi medesimi; e le altre, dovunque ciascuna si trovasse sbalzata, comodamente e senza veruno impedimento, col rimurchio le tiravano alla città.
75. Dopo queste cose, poichè a Nicia ed a Demostene parve che tutto fosse sufficientemente apparecchiato, movevasi finalmente il campo tre giorni dopo la battaglia navale. Nè solamente facea pietà il complesso di tanti infortunii, cioè il partire colla perdita di tutta la flotta, e col pericolo proprio e della patria, invece delle grandi speranze prima concepute, ma ancora nell’abbandonare gli alloggiamenti interveniva ad ognuno di vedere e sentire cose dolorose. Imperciocchè qualora tra gl’insepolti cadaveri ciascun vedesse giacere qualche suo amico, era preso da tristezza e timore; ed i vivi abbandonati, feriti o [181] malati, arrecavano ai vivi maggior afflizione dei morti, ed erano più infelici di questi; essendo che rivoltisi alle preghiere ed ai pianti facean cascare il cuore, con alte grida scongiurando a condurli via ogni compagno o parente che scorgessero, e si avvinghiavano ai camerati che partivano, e finchè aveano forza li seguitavano. E se ad alcuni falliva la lena del corpo restavano derelitti mandando imprecazioni e gemiti; talchè tutto l’esercito pieno di lagrime e straziato da diversi affetti, non sapeva di leggeri indursi a partire da quella terra benchè nemica, dove avea sofferto sciagure maggiori d’ogni pianto, e dove altre temea di soffrirne nascoste ora nell’incertezza. Da per tutto era una cupa malinconia, da per tutto udivansi scambievoli rimproveri, poichè non altro rassembravano che un popolo scappato da una città espugnata, e questa non piccola; non essendo minore di quaranta migliaia tutta la moltitudine che marciava insieme. Fra tutti questi ognuno portava addosso quel che poteva di ciò che fosse necessario, ed i soldati gravi ed i cavalieri sebbene carichi dell’armi portavano fuor dell’usato da sè i viveri, parte per mancanza, parte per diffidenza dei galuppi, molti dei quali erano innanzi disertati, e moltissimi allora disertavano; e con tutto ciò quel che portavano non bastava, perchè nel campo era venuta meno la vettovaglia. Oltre di che l’avvilimento in tutto il resto, e quella ugual porzione di mali che pure ha in sè qualche sollievo quando siam molti a soffrire, non riusciva al presente leggera, specialmente al riflettere da quale splendore e da qual fasto primiero eran venuti a sì oscuro termine ed a cotanta bassezza. E certo grandissimo fu questo rovescio per l’esercito dei Greci, a’ quali andati a soggettare gli altri, accadde invece di partire colla paura di trovarsi essi a quel caso; invece di salpare in mezzo ai voti ed ai canti militari, svignare tra clamori affatto contrari; e invece di salir sulle navi, marciare a piedi, e attendere all’armi, innanzi che alla flotta. Nondimeno per la grandezza del pericolo che ancor sovrastava, tutte queste cose parevan loro tollerabili.
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76. E Nicia vedendo in quel gran cangiamento di fortuna scoraggiato l’esercito, percorreva le file, e lo inanimiva e lo consolava, adoprando maggior voce del solito con tutti quelli ai quali si accostasse; o fosse per la premura, o fosse per produrre il maggiore effetto possibile con la robustezza della voce.
77. «Ateniesi ed alleati, ei gridava, anche al presente bisogna avere speranza, che già alcuni salvaronsi da mali più gravi di questi: nè dovete vituperar troppo voi stessi per le sofferte sconfitte, nè per queste non meritate disavventure. E anch’io nè più forte di veruno di voi, ma ridotto dal male al termine che mi vedete, nè inferiore mai a chicchessia sì nella prosperità di mia vita privata che in tutto il resto, mi trovo ora sull’orlo del medesimo pericolo con la gente la più meschina. Eppure molti sono stati gli atti di pietà da me praticati verso gli Dei, molti quelli di giustizia e generosità verso gli uomini; onde nonostante le presenti sciagure confido dell’avvenire. Certo queste disgrazie non meritate mi fanno temere; ma forse presto cesseranno, che i nemici sono stati prosperati a bastanza: e se noi abbiamo impresa la guerra in ira a qualche nume, siamo già stati più che a sufficienza puniti. Pur troppo alcuni altri invasero il suolo altrui, e per avere umanamente fallito ne ebbero tollerabili pene; onde anche a noi lice sperare più miti gli Dei, perchè più del loro sdegno meritiamo omai la compassione. E voi medesimi al vedervi quali e quanti soldati marciate insieme ordinati, non vogliate sbigottirvi troppo, ma considerate che dovunque vi fermiate, da voi stessi componete subito una città, e che nissun’altra città di Sicilia potrebbe agevolmente reggere al vostro assalto, nè farvi sloggiare di là ove vi foste fermati. Attenda ognuno che quanto sta in lui, la marcia sia sicura e bene ordinata; ed a questo solo pensi, che in qualunque luogo venga astretto a combattere, vincendo, avrà quello invece di patria e di mura. Ci affretteremo di marciare e giorno e notte, perchè abbiamo scarsi viveri; e se arriveremo a qualche terra amica dei Siculi che per tema dei Siracusani stanno ancor fermi [183] per noi, allor fate ragione d’essere al sicuro. Già si è mandato loro a dire che ci vengano incontro con rinfrescamento di vettovaglia. Insomma intendete, o soldati, che vi è forza esser valorosi, perchè non v’ha luogo vicino nel quale, se incodardite, possiate salvarvi; e che se ora scampate dai nemici, voi alleati conseguirete ciò che certamente bramate di rivedere, e voi Ateniesi raddrizzerete, sebben decaduta, la gran potenza della città; poichè la città sono gli uomini, e non le mura o le navi d’uomini vuote.»
78. Mentre Nicia faceva queste esortazioni andava percorrendo l’esercito, ed ove vedesse qualche parte distaccata non marciare in buon ordine, la riuniva e la riordinava. E Demostene con non minor calore diceva presso a poco le medesime cose ai suoi. Le genti di Nicia marciavano in ordinanza quadrata, seguivano poi quelle di Demostene; ed i saccomanni e l’altra gran moltitudine stavano in mezzo ai soldati gravi. E poichè giunsero al passo del fiume Anapo, trovarono attelate sulla riva delle truppe di Siracusani e di alleati, fugate le quali e impadronitisi del guado, andavano innanzi, ma sempre incalzati dalla cavalleria siracusana e saettati dalle genti leggere. E in questo giorno avendo gli Ateniesi progredito circa quaranta stadii, si fermarono la notte vicino ad una collina, donde partiti il dì seguente di buon mattino, e avanzatisi da venti stadii scesero in una pianura e vi si accamparono, con intenzione di pigliar dalle case dei commestibili (giacchè quel luogo era abitato), e di portar seco dell’acqua, di che vi era penuria per lo spazio di molti stadii inoltrandosi nella via che doveano tenere. Frattanto i Siracusani spintisi innanzi tagliarono loro con un muro la strada onde doveano passar oltre, la quale era una forte collina chiamata la rupe Acrea con borri scoscesi da ambe le parti. Il giorno appresso gli Ateniesi proseguivano il cammino, ed i Siracusani e gli alleati coi cavalli e con molti lanciatori vi si opponevano, e li saettavano e cavalcavano da vicino. Pugnarono lunga pezza gli Ateniesi, ma poi tornarono indietro al medesimo alloggiamento; [184] e non potevano più come prima procacciarsi i viveri, perchè i cavalli nemici non li lasciavano più dilungare.
79. La mattina di poi levato il campo marciavano nuovamente, e si sforzavano di arrivare alla collina munita dal muro, ove furono prevenuti dalla fanteria nemica schierata al di là del muro stesso con pochi di fronte, perchè il luogo era stretto; e datovi l’assalto, e feriti con frecce da molti di sulla collina che era acclive, e che però porgeva a quei di sopra il modo di colpire più facilmente, non poterono espugnarla; onde retrocederono e stavano quieti. Sopravvennero inoltre al tempo stesso alcuni tuoni e piogge, come suole accadere quando l’anno volge all’autunno, per le quali cose gli Ateniesi si persero maggiormente di animo, e stimavano che esse tutte fossero a segnale di loro perdizione. E mentre soggiornavano inoperosi, i Siracusani e Gilippo spedirono una parte dell’esercito a interchiuderli alle spalle con un muro sulla strada per la quale s’erano avanzati; ma essi mandarono dal canto loro alcuni de’ suoi e l’impedirono. Dipoi ritiratisi con tutto l’esercito più verso la pianura vi pernottarono, e il dì vegnente ripresero il cammino. Quand’ecco i Siracusani li assaltavano e li accerchiavano da ogni banda; e se gli Ateniesi venivan loro incontro, essi davano indietro; se retrocedevano, gl’incalzavano, e gl’infestavano specialmente alla coda per vedere se a poco a poco, fugata questa, potessero spaventare tutto l’esercito. Durarono un pezzo gli Ateniesi combattendo in questo modo: poi andati innanzi cinque o sei stadii si riposarono nella pianura; ed anche i Siracusani si staccarono da loro, e tornarono al proprio alloggiamento.
80. Ma Nicia e Demostene vedendo giunte a mal termine le loro genti sì per la mancanza omai totale dei viveri, sì per esser molti gravemente feriti nei molti assalti dati dai nemici, si consigliarono di accendere nella notte quanti più fuochi potessero, e ritirar l’esercito, non già per la medesima strada che avevano determinato, ma per quella che va al mare opposta all’altra ove i Siracusani [185] eransi appostati; tutta la quale strada, invece di condur l’esercito a Catana, lo conduceva in altra parte di Sicilia verso Camarina e Gela, e verso le città greche e barbare di quei luoghi. Accesi adunque molti fuochi marciavano nella notte; e come suole avvenire in tutti gli eserciti, specialmente grandissimi, di esser presi da tema e paura, tanto più se facciano via di notte in terra nemica e poco distanti da’ nemici, erano in preda allo smarrimento. Le genti di Nicia che precedevano, mantenevansi unite ed avanzarono molto innanzi; ma quelle di Demostene, quasi mezze ed anche più, si sbandarono e marciavano in gran disordine. Nondimeno all’aurora giungono in sul mare, ed entrati nella via chiamata Elorina camminavano; perchè giunti che fossero al fiume Cacipari, volevano, secondando il corso di esso, inoltrarsi nei luoghi più mediterranei, ove speravano di dover essere incontrati dai Siculi che avean mandati a chiamare. Pervenuti al fiume trovarono anche qui una banda di Siracusani occupati a chiuder loro il passo con muro e palizzate; respinta la quale tragittarono alla riva opposta, e proseguirono il cammino verso l’altro fiume detto Erineo, per dove aveano a passare secondo gli ordini dei generali.
81. Intanto i Siracusani e gli alleati, poichè venne il giorno e si avvidero esser partiti gli Ateniesi, davano quasi tutti la colpa a Gilippo che a bella posta li avesse lasciati andare; e messisi in fretta ad inseguirli per dove agevolmente seppero che si erano inviati, li raggiungono verso l’ora del desinare. Incontratisi in quelli di Demostene che erano gli ultimi e marciavano lenti e sbandati, perchè perturbati nella passata notte, subito li assaltano e vengono a battaglia; ed i cavalli siracusani più agevolmente li circondarono perchè bipartiti, e li rinserrarono tutti insieme. Le genti di Nicia si erano già dilungate in avanti da centocinquanta stadii, perciocchè egli le conduceva più sollecitamente, avvisando che in quello stato la loro salvezza dipendeva non già dal fermarsi volontariamente a combattere, ma dal ritirarsi il più presto possibile, [186] pugnando soltanto quando vi fossero astretti; laddove Demostene essendo l’ultimo a retrocedere, e però avendo alle spalle i nemici, trovavasi in moltiplice e continovato travaglio. E sapendo allora che i Siracusani lo perseguitavano, non che cercasse di progredire si metteva piuttosto in ordine per la battaglia; finchè in quel tanto da essi accerchiato, era in gran perturbazione insieme co’ suoi Ateniesi; conciossiachè rinchiusi in un tal luogo cui intorniava un muretto, e che avea quinci e quindi uno sbocco e non pochi ulivi, erano da quel cerchio saettati. E bene avean ragione i Siracusani a far di queste assembraglie invece che battaglie campali; perchè il cimentarsi con gente disperata non tanto metteva lor conto quanto agli Ateniesi. Inoltre, essendo già manifesta la prosperità dell’impresa, si risparmiavano, onde non trovarsi essi medesimi distrutti per qualche caso prima di compierla; e pensavano che anche con quel modo di combattimento arebber domati e presi i nemici.
82. Quando adunque Gilippo, i Siracusani e gli alleati, dopo aver saettato da ogni parte per tutta la giornata gli Ateniesi co’ loro confederati, li videro oppressi dalle ferite e da ogni maniera di disagio, fanno da primo bandire che qualunque degl’isolani volesse, passasse da loro col patto di restar libero; ed alcune poche città vi passarono. Dipoi fecero accordo con tutte le altre genti di Demostene, con questo che consegnassero le armi, e che nessuno dovesse morire nè violentemente, nè in ceppi, nè per mancanza del vitto necessario. Così tutti si arresero, in numero di seimila, depositando quanto denaro avevano versandolo in degli scudi rivoltati, de’ quali n’empierono quattro. I soldati furono condotti in città. Il giorno medesimo Nicia pervenuto co’ suoi al fiume Erineo e guadatolo, fermò l’alloggiamento sopra un’altura.
83. Ma il dì seguente avendolo i Siracusani raggiunto, gli contarono che le genti di Demostene si erano arrese ed intimarono anche a lui di fare lo stesso. Egli però non prestandovi fede pattuisce una tregua per mandare un cavaliere ad osservar la cosa; il quale ritornò annunziando [187] che s’erano arresi. Allora Nicia fa intendere a Gilippo ed ai Siracusani che era pronto a convenire di rifare ai Siracusani il denaro speso per la guerra, col patto che dovessero lasciare in libertà lui e l’esercito, e di dar loro in ostaggio per ogni talento uno de’ più ragguardevoli degli Ateniesi, fino al pagamento del denaro. I Siracusani e Gilippo non ammisero queste proposizioni, anzi assalitili ed attorniatili da ogni lato li dardeggiavano fino a sera; ed essi, quantunque si trovassero mancanti di frumento e di tutti i viveri, intendevano di partirsi giovandosi del silenzio della notte. Ripigliavano infatti le armi, quando i Siracusani avvistisi di ciò intuonarono il peana: onde conoscendo gli Ateniesi d’essere scoperti posarono nuovamente le armi, salvo trecento persone che, apertosi un passaggio attraverso le sentinelle nemiche, marciarono nella notte per quella via che poterono.
84. Venuto appena giorno Nicia muoveva l’esercito; ed i Siracusani con gli alleati lo incalzavano nel modo stesso, e da ogni banda scagliavano dardi e saette. Affrettavansi gli Ateniesi di arrivare al fiume Assinaro perchè assaltati da tutte le parti da numerosi cavalli e dall’altra moltitudine, pensavano di doversi trovar meglio quando lo avesser guadato; e perchè erano oppressi dalla fatica e dalla sete. Pervenuti in sulla sponda di quello, vi si precipitan dentro senz’ordine veruno, studiandosi ciascuno di guadarlo il primo; ma i nemici che stavan loro a ridosso rendevano omai difficile il tragittarlo. Imperciocchè costretti a camminar serrati cadevano l’un sopra l’altro e si pestavano; e parte morivano urtati dalle lanciole e dall’armi, parti caduti nella melmetta erano trascinati via dalla corrente. Passarono i Siracusani alla riva opposta che era scoscesa, e di sopra scagliavano dardi su gli Ateniesi, molti de’ quali avidamente bevevano, e giù nell’alveo del fiume erano tra loro stessi abbaruffati; e i Peloponnesi calati al basso facevan soprattutto strage di quelli che si trovavano nel fiume. L’acqua fu subito guasta, nondimeno ell’era bevuta lorda di fango insieme e di sangue, e molti per averla combattevano.
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85. Finalmente gran quantità di cadaveri giacendo ammontati nel fiume, e disfatto l’esercito o nel fiume stesso, o dai cavalli se qualche banda si fosse cansata, Nicia, fidandosi più di Gilippo che dei Siracusani, si rende alla discrezione di lui e de’ Lacedemoni, pregandolo a ritirar dalla strage anche il rimanente dell’esercito. Dopo di che Gilippo ordinava ai suoi che i nemici fossero fatti prigionieri; e vivi condussero via tutti quelli che non si erano nascosti (e questi furono molti), e spedirono ad inseguire i trecento passati a forza di mezzo alle sentinelle, e li arrestarono. Nè già furono molte queste milizie accolte insieme, ma bensì molte si trafugarono, e ne fu ripiena tutta Sicilia, non essendo esse state prese per convenzione come quelle di Demostene. Una buona parte dell’esercito ateniese vi rimase morta, che certo questa strage non fu minore di verun’altra accaduta in questa guerra di Sicilia; e non pochi erano periti ne’ diversi passati attacchi, durante il cammino. Con tutto questo molti o fuggirono nel tempo della battaglia, o si trafugarono poi dopo essere stati fatti prigioni; e tutti si riducevano a Catana.
86. I Siracusani e gli alleati riunitisi insieme, e preso il più che poterono di prigionieri e di bottino, ritornarono alla città, fecero scendere i prigioni tanto ateniesi che confederati nelle cave delle pietre, giudicando sicurissimo il guardarli colà; e scannarono Nicia e Demostene, a malgrado di Gilippo, siccome quegli che reputava trionfo a se stesso onorevole il condurre ai Lacedemoni, oltre alle altre spoglie, anche i capitani dell’oste nemica. Senza di che si dava il caso che Demostene era odiatissimo a Sparta a cagione de’ fatti della Sfatteria e di Pilo, e Nicia accettissimo pel motivo medesimo; avvegnachè egli si fosse adoperato moltissimo pei Lacedemoni ritenuti nell’isola, con aver persuaso gli Ateniesi a far le tregue per cui i prigioni erano stati rilasciati. Laonde era benvoluto dai Lacedemoni, e con grandissima fiducia si era reso a Gilippo. Ma alcuni fra i Siracusani (come correva voce) sospettando, per aver tenuto delle pratiche con lui che, se [189] per questo fosse messo alla tortura, non arrecasse loro qualche disturbo in mezzo a quella felicità; altri, e principalmente i Corintii, che corrompendo qualcuni col denaro (perchè era ricco) non iscappasse, e procurasse loro qualche altra novità, tirarono a sè gli animi dei confederati e lo uccisero. Tale, o presso a poco altrettale, fu la cagione onde restò ucciso Nicia, il meno meritevole certamente fra tutti i Greci, non che altro de’ miei tempi, di venire a tanta sciagura, per la sua costante pietà verso gli Dei.
87. I prigionieri che erano nelle cave in principio venivano duramente trattati dai Siracusani. Imperciocchè, trovandosi molti in quel luogo profondo e scoperto, il sole e il soffocamento li opprimeva; ed all’opposto le notti autunnali e fredde causavano malattie di nuovo genere: tanto più che per la ristrettezza doveano far tutto nel medesimo luogo, e l’un sull’altro giacevano sovrapposti i cadaveri di quelli che o per ferite, o per questa mutazione, a per altre simili cagioni morivano. Se a ciò si aggiunga una puzza insoffribile, ed il tormento della fame e della sete, perchè per otto mesi ebbero una cotila[124] d’acqua e due di frumento a testa, si vedrà non esser eglino andati esenti da veruno di quelli incomodi che naturalmente doveano opprimere gente gettata in luogo sì fatto. In questo modo stivati passarono circa settanta giorni, dipoi tutti gli altri, tranne gli Ateniesi e quei Siciliani ed Italiani che militarono con loro, furono venduti. E sebbene sia difficile lo scrivere esattamente quanti fossero in tutto i prigionieri, nondimeno non potevano esser meno di sette migliaia. Questo tra i fatti greci fu per avventura il più strepitoso di quanti intervennero in questa guerra, ed a mio credere anche più di quanti ne sappiamo per udita; e sovra ogni altro splendidissimo pei vincitori, e calamitosissimo ai vinti. Conciossiachè vinti in tutto e per tutto e da ogni parte gravemente afflitti, e fanti e navi andarono, come suol dirsi, in fumo; nulla campò dall’esterminio, e pochi di tanta moltitudine tornarono alla patria. Tale fu il successo dell’impresa siciliana.
FINE DEL LIBRO SETTIMO.
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SOMMARIO
Atene atterrita ed indignata contro gli accenditori della guerra, si ammannisce a sostenerla. — Movimenti dei Greci e dei Lacedemoni per recarla a fine. — Eubei, Chii ed Eritreii sono per ribellarsi. — Lacedemoni fan di tutto per torre alleati ad Atene, ed Atene per impedirlo. — Ribellione dei Chii, degli Eritreii, dei Clazomenii. — Confederazione tra il re di Persia e Lacedemone. — Il popolo di Samo contro la nobiltà. — Sedizione in Atene, ove la democrazia è malata con lo Stato de’ pochi. — Reintegrazione di Alcibiade. — Combattimento ad Abido.
1. Portate ad Atene le novelle di Sicilia, per lunga pezza non si credeva poter essere stato sì generale l’eccidio, quantunque soldati ragguardevolissimi[125] scampati propio dalla battaglia lo contassero apertamente. Ma poi accertatisi del fatto, erano turbati contro gli oratori che gli avean confortati a quella spedizione (come se non l’avessero essi medesimi decretata), e si adiravano con gli arioli e gli aruspici, e con tutti quelli che allora eccitandoli mediante qualche sacra ispirazione, aveano lor fatto sperare la conquista di quel paese. Tutto per ogni parte li attristava, e pensando all’accaduto erano circondati da timore e sbigottimento veramente grandissimo. Imperocchè trovavansi afflitti i cittadini dalle proprie perdite, e la Repubblica orbata di numerosa fanteria e cavalli, e di cotal gioventù alla quale altra simile non rimaneva: ed insieme non vedendo essi navi a sufficienza negli arsenali, nè equipaggio per corredarle, nè denari nell’erario, disperavano al presente di potersi salvare. Oltre a ciò si [192] aspettavano che ad ora ad ora i nemici di Sicilia, specialmente dopo sì segnalata vittoria, navigherebbero contro il Pireo, e che quei di Grecia raddoppiati allor daddovero tutti gli apparecchi, tosto li stringerebbero vigorosamente per terra e per mare, d’accordo con gli alleati che ad Atene si ribellerebbero. Ciò nondimeno determinarono, per quanto restava loro di forze, di non doversi dare per vinti, ma di mettere in ordine la flotta raccogliendo legname e denaro dondechè si potesse; rendersi sicuri degli alleati, e in ispecie dell’Eubea; ridurre ad una certa parsimonia le spese del Comune; e creare un magistrato di personaggi provetti che all’occasione fossero i primi a dar consiglio sull’attuale stato delle cose. Insomma per il presente grave timore (come suol fare il popolo) erano pronti a mantenere in tutto il buon ordine. Mettevano intanto ad effetto le prese risoluzioni e finiva l’estate.
2. Nel seguente inverno al gran tracollo degli Ateniesi in Sicilia, sollevarono subito l’animo i Greci tutti: quelli che stavano neutrali, perchè pensavano (anche non invitati) non doversi più tener fuori di quella guerra, ma esser tempo di andare volontariamente contro gli Ateniesi, avvisando ognuno che questi sarebbero venuti contro di loro, se l’impresa siciliana fosse riuscita prosperamente, e reputando che breve avrebbe dovuto essere il rimanente della guerra, il pigliar parte alla quale sarebbe onorevole: quelli poi che erano in lega con Sparta, perchè tutti studiavansi più di prima a liberarsi prontamente dai molti loro travagli. Ma principalmente i vassalli degli Ateniesi erano pronti, anche al di là delle proprie forze, a ribellarsi, perchè giudicavano delle cose nel bollor della passione, e non davano luogo al pensiero che gli Ateniesi potessero sostenersi almeno per l’estate futura. Per tutte queste cagioni inanimivasi la città degli Spartani; e soprattutto perchè gli alleati di Sicilia, astretti già a fornirsi anche di flotta, verrebbero a primavera (com’era verisimile) ad unirsi a loro con grandi forze. Laonde trovando da per tutto cagione a bene sperare, intendevano di ripigliar la guerra a viso aperto; considerando che andando [193] ella a finir bene, sarebbero in avvenire disciolti da pericoli cotanto gravi, come quello in che li avrebbero avvolti gli Ateniesi se si fossero aggiunti la Sicilia; e che domati questi, essi avrebbero omai sicuramente il principato su tutta la Grecia.
3. Il perchè Agide loro re subito in questo inverno medesimo mossosi con qualche esercito da Decelia, andava raccogliendo denaro dagli alleati per la flotta; e voltatosi al seno Meliaco, a cagione dell’antica inimicizia, fece gran preda sugli Elei e la mise in contanti; costrinse a dar denaro ed ostaggi (cui depositò a Corinto) i Ftioti d’Acaia ed altri di quei luoghi sudditi de’ Tessali, con rammarico e dispiacimento de’ Tessali, e si sforzava di tirarli nella sua lega. I Lacedemoni imposero alle diverse città di costruir cento navi, venticinque delle quali toccherebbero costruire ad essi Lacedemoni, ed altre venticinque a’ Beozii; ai Focesi ed ai Locrii quindici, e quindici ai Corintii; agli Arcadi, ai Pellenii e Sicionesi dieci, e dieci pure ai Megaresi, Trezenii, Epidaurii ed Ermionesi. Preparavano ancora tutte le altre cose, risoluti di ricominciare subito la guerra a primavera.
4. Medesimamente gli Ateniesi in quest’inverno si apparecchiavano, giusta i conceputi disegni, a fabbricar navi, essendosi provvisti di legname; e munirono Sunio, acciocchè le loro annonarie potessero sicuramente farne il giro. Abbandonarono il forte che aveano fabbricato nella Laconia all’occasione del passaggio in Sicilia, ristrinsero tutte quelle spese che in qualche modo sembravano superflue, e soprattutto tenevan guardati gli alleati perchè non si ribellassero.
5. Mentre che le due parti attendevano a queste cose, e davano opera agli apparecchi non altrimenti che se fossero al cominciar della guerra, gli Eubeesi, i primi in quest’inverno, inviarono un’ambasceria ad Agide per trattar di ribellarsi agli Ateniesi; il quale prestò orecchio alle loro parole, e mandò chiamando da Sparta Alcamene di Stenelaida e Melanto per dar loro nelle mani il comando dell’Eubea. Erano già arrivati costoro con circa [194] trecento Neodamodi, ed Agide si preparava a farli partire; quando giunsero anche i Lesbii invogliati essi pure di far la ribellione. E siccome erano favoriti da’ Beozii, però Agide si lasciò indurre a sospendere l’affare dell’Eubea, e concertava la ribellione de’ Lesbii, dando loro a prefetto Alcamene, quello stesso che dovea tragittare nell’Eubea. I Beozii fecero promessa ai Lesbii di dieci navi, ed Agide di altrettante. Tutte queste cose si facevano senza la saputa di Sparta, avvegnachè Agide, finchè si trattenne col suo esercito a Decelia, fosse padrone di spedir genti ovunque volesse, e di radunarne, e di esiger denaro; e, per dirla, gli alleati obbedivano assai più lui che non i Lacedemoni di città, perchè coll’esercito che aveva seco da per tutto mostravasi formidabile. Egli adunque faceva per i Lesbii. I Chii e gli Eritrei, che anch’essi eran pronti a ribellare, non si volsero ad Agide ma a Sparta, ove trovarono un ambasciatore spedito da Tissaferne che a nome del re Dario, figliolo di Artaserse, governava le provincie inferiori[126]. Sollecitava Tissaferne i Peloponnesi, e prometteva di pagar egli gli stipendii, per i seguenti motivi. Gli aveva il re poco fa richiesto i tributi di quelle sue provincie; ed ei non avendoli potuti riscuotere dalle città greche a cagione degli Ateniesi, e restando tuttor debitore, sperava che affliggendo gli Ateniesi più facilmente gli sarebbero portati i tributi, e che insieme renderebbe i Lacedemoni alleati al re; e secondo gli ordini che da esso aveva, o gli condurrebbe vivo Armoge[127] figlio bastardo di Pissutne, che si era ribellato nella Caria, o lo ucciderebbe. I Chii adunque e Tissaferne andavano di concerto in questa cosa.
6. Ma Calligeto di Laofonte megarese, e Timagora di Atenagora ciziceno, ambidue esuli dalla propria patria e ricovrati presso Farnabazo di Farnabaco, giungono in quella occasione a Sparta, ove gli avea mandati Farnabazo per ottenere che i Lacedemoni conducessero delle navi nell’Ellesponto, acciocchè egli potesse (siccome desiderava ardentemente anche Tissaferne) ribellare agli Ateniesi le città della sua provincia per cavarne i tributi, ed [195] acciocchè per opera sua si stringesse sollecitamente alleanza fra il re ed i Lacedemoni. Ora siccome i legati di Farnabazo e quelli di Tissaferne trattavano separatamente delle medesime cose, surse gran disputa fra quei di Sparta, persuadendo gli uni che si spedisse prima la flotta nell’Ionia ed a Chio, gli altri nell’Ellesponto. Tuttavia i Lacedemoni ben più volentieri accolsero le dimande di Tissaferne e de’ Chii, perchè spalleggiati anche da Alcibiade congiunto per strettissimo vincolo di ospitalità paterna coll’eforo Endio; onde per questa ospitalità la sua casata ebbe un nome laconico, avvegnachè il padre d’Endio si chiamasse Alcibiade[128]. Contuttociò i Lacedemoni vollero prima mandare a Chio Frini, persona di quei dintorni[129], per osservare se avessero le navi che dicevano, e se nel resto la città fosse in opulenza corrispondente al suo credito. Ed avendo Frini riferito esser vere tutte le cose che si sentivano dire, si fecero subito alleati i Chii e gli Eritrei, e decretavano di mandar loro quaranta navi, nella fiducia che non meno di sessanta se ne accoglierebbero dai luoghi accennati dai Chii. Da primo però volevano spedirne dieci con Melancride che era l’ammiraglio; ma poi, venuto un terremoto, inviarono Calcideo invece di Melancride; e invece di dieci navi ne allestirono cinque nella Laconia. Così finiva l’inverno e l’anno decimonono di questa guerra descritta da Tucidide.
7. Al sopravvenir dell’estate subitamente i Chii insistevano che le navi si spedissero, perchè temevano che queste pratiche non venissero a risapersi dagli Ateniesi, di nascosto ai quali tutti mandavano i loro legati a Sparta. Laonde i Lacedemoni inviarono a Corinto tre personaggi spartani a procurare al più presto possibile di trasportar le navi di sull’istmo all’altro mare che guarda Atene, ed ordinare che tutte navigassero a Chio, tanto quelle che si allestivano da Agide per Lesbo, quanto le altre. Trentanove in tutte furono le navi delle città alleate, che colà si trovarono.
8. Calligeto pertanto e Timagora, a nome di Farnabazo, ricusarono di pigliar parte alla spedizione per Chio, [196] e non consegnarono i denari recati per allestir la flotta, che eran venti talenti, ma si consigliarono di andarvi dopo da per sè con altro naviglio. Agide anch’egli, al vedere i Lacedemoni inclinati soprattutto a Chio, non volle opporvisi. Adunatisi adunque gli alleati in Corinto e tenutovi consiglio, stabilirono di navigar prima a Chio sotto il comando di Calcideo che aveva allestite le cinque navi nella Laconia; dipoi a Lesbo pigliando a capitano Alcamene, quello stesso che Agide voleva mandarvi; e finalmente arrivare nell’Ellesponto, per dove era stato eletto ammiraglio Clearco di Ramfia. Innanzi però doveasi trasportare di sull’istmo la metà delle navi e farle subito pigliar mare, affinchè gli Ateniesi avessero l’occhio più a queste, le quali si mettevano in corso, che non all’altre che si trasporterebbero dipoi. Imperciocchè i Lacedemoni navigavano apertamente in queste parti; dispregiando la debolezza degli Ateniesi, de’ quali non vedevasi alcun’armata numerosa. Ed avendo così risoluto trasportarono subito ventuna nave.
9. Allora i Lacedemoni sollecitavano i Corintii a spedir la loro armata; ma quelli non seppero indursi a navigar con loro prima d’aver celebrato le feste istmiche che allora ricorrevano. Agide, perchè non violassero la tregua che durava nel tempo di quelle feste, proponeva loro che piglierebbe sopra di sè la spedizione della flotta; al che non avendo acconsentito i Corintii, e però frappostosi dell’indugio, poterono gli Ateniesi meglio intendere le trame de’ Chii; e mandarono Aristocrate, uno de’ loro generali, a dolersene. E siccome i Chii stavano in sulla negativa, gli Ateniesi ordinarono loro di mandar seco delle navi per gaggio dell’alleanza, ed essi ne mandarono sette. Ed a far ciò s’indussero i Chii, perchè ignorando il popolo questi maneggi, i pochi che ne erano consapevoli non volevano in verun modo aver nemica la plebe prima d’avere in mano qualche cosa di sicuro, e perchè si aspettavano che i Peloponnesi, dopo quell’indugio, non verrebbero altrimenti.
10. In questo si celebrarono le feste istmiche; e siccome [197] erano state promulgate, vi assistettero anche gli Ateniesi; e così meglio si chiarirono dei disegni de’ Chii. Tornati a casa disponevano subito le cose in modo che la flotta corintia non potesse partir da Cencrea furtivamente; ma i Corintii, passata la festa, fecero vela con ventuna nave per alla volta di Chio sotto la condotta di Alcamene. Gli Ateniesi, che erano già venuti ad incontrarli con altrettante navi, volevano tirarli all’alto; se non che seguitati solo per breve spazio dai Peloponnesi, che poi giraron di bordo, dovettero anch’essi ritirarsi, perchè non si fidavano delle sette navi chie che erano tra le loro. Dipoi armate altre trentasette navi, ed avanzandosi piaggia piaggia, inseguivano il nemico fino a Pireo del territorio corintio, che è un porto deserto e l’ultimo che si trovi nei confini del territorio epidauriese. Vi perderono i Peloponnesi una nave che avea preso il largo; e con l’altre riunite entrarono nel porto. Quivi assaliti colle navi dagli Ateniesi che sbarcarono anche a terra, trovaronsi in grande e disordinato tumulto; ebbero la maggior parte delle navi fracassate da quelli che erano scesi a terra, e vi rimase morto il loro ammiraglio Alcamene. Pochi furono quelli che perirono dalla parte degli Ateniesi.
11. I quali finalmente separatisi schierarono in osservazione delle navi nemiche un numero sufficiente delle loro, e col rimanente si trassero ad un’isoletta non molto lontana, ove si accamparono, e spedirono ad Atene per dei rinforzi, avvegnachè il giorno appresso fossero arrivati i Corintii in soccorso delle navi peloponnesie, e non guari dopo anche gli altri circonvicini. Laonde, vedendo che sarebbe malagevole il tenersi sulle difese in quel luogo deserto, stavano perplessi, ed ebbero il pensiero di abbruciare le navi; ma poi risolvettero di tirarle a terra e guardarle, standovi dappresso colla fanteria, finchè non si presentasse qualche comoda occasione di scampo. Agide informato di ciò, mandò loro un personaggio spartano per nome Termone. Tornando ora ai Lacedemoni, erano essi stati ragguagliati della partenza delle navi dall’istmo (perchè appena che ella seguisse, Alcamene aveva ordine dagli [198] Eteri di mandarne l’avviso per un cavaliere), e subito si disponevano a spedir le loro cinque navi sotto la condotta di Calcideo insieme con Alcibiade. Mentre però stavano esse per partire, ebbero la nuova che la flotta peloponnesia erasi dovuta rifugiar in Pireo; onde scoraggiatisi chè al primo muover della guerra ionica fossero incappati male, pensavano di non mandare altrimenti le navi dal loro paese, e piuttosto di richiamar indietro quelle che già si erano avviate.
12. Alcibiade inteso questo, torna a persuadere Endio e gli altri Efori che non dovessero porsi giù dalla spedizione di quelle navi, dicendo che arriverebbero a Chio, prima che colà nulla fosse trapelato intorno alla flotta peloponnesia; e che egli medesimo, approdato che fosse nella Ionia, di leggieri recherebbe le città a ribellarsi, col far palese la debolezza degli Ateniesi e lo zelo dei Lacedemoni; imperocchè ad esso più che a tutt’altri daranno fede. E ad Endio in privato facea vedere come sarebbegli decoroso che la Ionia si ribellasse per opera sua, ed il re si facesse alleato dei Lacedemoni, piuttostochè lasciare questo vanto ad Agide, del quale egli era nemico. Persuasi adunque così gli altri Efori ed Endio, partì Alcibiade con le cinque navi, accompagnando Calcideo lacedemone; ed affrettavano la navigazione.
13. Verso questo tempo medesimo ritornavano con Gilippo dalla guerra di Sicilia anche le sedici navi peloponnesie, che sorprese intorno alla Leucadia erano state travagliate da ventisei triremi attiche comandate da Ippocle di Menippo, deputato ad osservare il ritorno dei navigli dalla Sicilia. Tutte le altre, tranne una, sottrattesi agli Ateniesi, erano approdate a Corinto.
14. Ma Calcideo ed Alcibiade, per non esser denunziati, nel loro corso arrestarono quanti incontravano; e fermatisi prima di tutto a Corico di terraferma, li lasciarono andare. Ivi abboccatisi con alcuni cospiratori di Chio, e confortati da essi ad approdar alla città senza mandare innanzi alcuno avviso, vi andarono mentre che i Chii nulla ne sospettavano. Rimase la moltitudine maravigliata ed [199] attonita. Gli oligarchici però aveano ordinato la cosa in modo che casualmente si adunasse il senato: e Calcideo ed Alcibiade, dicendo che molte altre navi si avviavano a quella volta, e tacendo dell’assedio della flotta in Pireo, indussero i Chii e poi gli Eritrei a levarsi dall’obbedienza d’Atene. Quindi passarono con tre navi a Clazomene e la fecero ribellare; ed i Clazomenii tragittati diviatamente in terraferma munivano Policna per potervisi all’occasione ritirare dall’isoletta ove abitavano. E tutti quelli che si erano ribellati ponevano opera alle fortificazioni ed agli apparecchiamenti di guerra.
15. Le novelle di Chio recate prestamente ad Atene, dierono a pensare a’ cittadini, che grande veramente e manifesto era il pericolo onde trovavansi cinti, e che gli altri alleati non vorrebbono starsene dopo la ribellione di città poderosissima. E mossi dal presente sbigottimento decretarono che i mille talenti (i quali aveano bramato che rimanessero intatti finchè durasse la guerra) fossero messi in uso, levando tosto le multe imposte a chi di ciò ragionasse o desse il suo voto; e che si armassero non poche navi, e se ne spedissero subito otto di quelle che stavano in osservazione a Pireo[130]. Le quali infatti condotte da Strombichide di Diotimo abbandonarono la guardia di Pireo, per dar la caccia alla flottiglia di Calcideo; e non avendola potuta raggiungere, erano ritornate alla loro stazione. Non molto dopo ne spedirono in soccorso altre dodici capitanate da Trasicle, che s’erano anch’esse ritirate dal blocco della flotta nemica. Inoltre fatte tornare indietro le sette navi de’ Chii state con loro all’assedio di Pireo, diedero la libertà ai servi che su quelle si trovavano, e misero a’ ferri i liberi: allestirono prestamente e spedirono altre navi in iscambio di quelle che erano andate a bloccare i Peloponnesi, e pensavano di equipaggiarne altre trenta. Insomma molto era l’ardore degli animi, e non poco l’apparecchio che allestivano contro Chio.
16. Frattanto arriva a Samo Strombichide con le otto navi, alle quali aggiuntane una samia venne a Teo, ove [200] esortava il popolo a star tranquillo. Già avea drizzato il corso verso Teo con ventitrè navi anche Calcideo, fiancheggiato dai fanti dei Clazomenii e degli Eritrei. Di che fatto accorto Strombichide anticipò la partenza; ed allargatosi in alto, alla vista della grossa armata che veniva da Chio si mise a fuggire verso Samo. Quella lo inseguiva; ed i Teii che da prima aveano ricusato di ricevere i fanti clazomenii ed eritreesi, dopo la fuga degli Ateniesi gl’introdussero in città. La maggior parte di quella fanteria si ritennero aspettando pur Calcideo che ritornasse dall’inseguire il nemico; ma poichè egli indugiava si diedero a demolir da per sè il muro della città de’ Teii edificato dagli Ateniesi dalla parte che guarda terraferma, aiutati in quella demolizione da pochi barbari sopraggiunti sotto il comando di Tagete luogotenente di Tissaferne.
17. Ma Calcideo ed Alcibiade, tornati dall’inseguire Strombichide fino a Samo, armarono le ciurme delle navi peloponnesie, e le lasciarono di presidio a Chio; e sostituendo in queste ed in altre venti le genti di Chio, fecero vela per Mileto con intenzione di ribellarla. Era pensiero di Alcibiade, da che se la intendeva co’ caporani de’ Milesii, di tirarli alla sua amicizia prima che arrivasse dal Peloponneso una nuova armata; e con le forze de’ Chii e con Calcideo facendo ribellare più città che fosse possibile, attribuirne il vanto ai Chii, a se medesimo, e ad Endio che lo avea spedito; siccome gli avea promesso. Fornito adunque furtivamente la maggior parte di quel tragitto, giunsero a Mileto poco innanzi di Strombichide e di Trasicle (che venuto di recente da Atene con dodici navi si era unito a Strombichide per inseguirli), e la fanno ribellare. Dietro loro vi approdarono gli Ateniesi con diciannove navi; e perchè i Milesii non vollero riceverli, si misero in stazione nell’adiacente Isola di Lada. Appena ribellata Mileto, si fece la prima alleanza tra i Lacedemoni ed il re per opera di Calcideo e Tissaferne, in questi termini.
18. «I Lacedemoni e loro alleati hanno fatto alleanza [201] col re e con Tissaferne a questi patti. Che tutti i paesi e tutte le città tenute dal re e da’ suoi antenati al re appartengano: che quanto ai denari e alle altre cose che da queste città colavano ad Atene, si debba comunemente impedire dal re e da’ Lacedemoni e loro alleati, sicchè gli Ateniesi non ricavino nè denaro nè altro: che il re ed i Lacedemoni co’ loro alleati facciano d’accordo la guerra agli Ateniesi, la quale non si possa disciogliere senza il consentimento d’entrambi, cioè del re e de’ Lacedemoni co’ loro alleati; che quei che si ribellino al re, s’intendano nemici anche de’ Lacedemoni e de’ loro alleati; e che parimente quelli che si ribellino a’ Lacedemoni e a’ loro alleati sieno tenuti nemici anche del re.»
19. Così fu stabilita questa alleanza. Dopo di che i Chii subito armarono altre dieci navi e sciolsero alla volta d’Anea con animo d’informarsi delle cose di Mileto, e al tempo stesso di muovere le città alla ribellione. Ma avendo Calcideo mandato loro a dire che tornassero indietro, e che Armoge era per arrivare coll’esercito dalla parte di terra, navigarono al tempio di Giove; donde viste appena sedici navi colle quali da Atene veniva in rinforzo Diomedonte dopo di Trasicle, si diedero a fuggire con una nave ad Efeso, e con l’altre verso Teo. Gli Ateniesi se ne impossessarono di quattro vuote, che le persone furono in tempo a salvarsi a terra; il rimanente dell’armata ricovrossi alla città de’ Teii. Indirizzaronsi gli Ateniesi verso Samo; ed i Chii venuti in alto con quelle navi che loro restavano, ed accompagnati dalla fanteria, fecero ribellar Lebedo e poi Era. Quindi i fanti e le navi tornarono a casa.
20. Intorno questi medesimi tempi le venti navi peloponnesie a Pireo[131] prima inseguite e poi bloccate da altrettante ateniesi, fecero sortita improvvisamente, e vinta la battaglia prendono quattro legni ateniesi, e passate a Cencrea si disponevano a tragittar di nuovo a Chio e nella Ionia. In questo venne da Sparta per loro ammiraglio Astioco in cui omai risedeva l’ammiragliato di tutta la flotta. E poi che si fu ritirata da Teo la fanteria, vi andò [202] in persona Tissaferne coll’esercito; e demolito quel po’ di muro che in Teo fosse per avventura rimasto, tornò indietro. Nè guari stette che partito lui vi arrivò Diomedonte con dieci navi ateniesi; capitolò co’ Teii che dovessero ricevere anche le sue genti; e andato ad Era, si ritirò dopo avere assaltato inutilmente quella città.
21. Verso questo tempo i popolani di Samo si sollevarono contro gli ottimati, in ciò aiutati dagli Ateniesi che vi si trovavano con tre navi, ne uccisero in tutti dugento in circa, quattrocento ne confinarono, e si divisero le loro terre ed abitazioni. Dopo di questo avendo gli Ateniesi accordata loro con decreto l’indipendenza in premio di fedeltà, governavano d’allora in poi la Repubblica da sè, esclusero da ogni diritto i possidenti di terre, e vietarono a qual si fosse popolano di menar moglie nobile, e di sposare ai nobili le proprie fanciulle.
22. Nel corso di questa medesima estate i Chii, non venendo in nulla meno a quella premura con cui aveano incominciato a sommovere le città alla ribellione con le proprie forze senza i Peloponnesi, ed insieme volendo aver compagni ai pericoli quanti più popoli potessero, portarono da se soli la guerra a Lesbo con tredici navi (che questa era appunto la seconda impresa che i Lacedemoni aveano destinato di fare); e poi di lì passarono nell’Ellesponto. Nel tempo stesso la fanteria de’ Peloponnesi, che si trovava presente, e quella degli alleati di quei luoghi, passarono a Clazomene ed a Cuma. Evala spartano guidava le genti da piè, e Diniade abitante di quei dintorni le navi. La flotta de’ Chii approdata a Lesbo fece primieramente ribellare Metimna[132].
23. Ma Astioco, ammiraglio lacedemone, movendo con quattro navi da Cencrea, giunge a Chio, siccome era suo disegno; e tre giorni dopo l’arrivo di lui andavano alla volta di Lesbo le venticinque navi attiche capitanate da Diomedonte e Leone, il quale in appresso era venuto da Atene col rinforzo di dieci navi. E in sul calare di questo stesso giorno Astioco fatto vela nuovamente, ed aggiuntasi una nave chia, dirizzò anch’egli il corso verso Lesbo, [203] per tentare di soccorrerla. Pervenne a Pirra e quindi il dì seguente ad Eresso, ove sentì che Mitilene era stata presa di primo assalto dagli Ateniesi; i quali, entrati nel porto perchè nissuno sospettava della loro venuta, avean superato la flotta de’ Chii: e poi nel fare scala vinti in battaglia quei che vollero opporsi, si erano impadroniti della città. Della qual cosa informato Astioco dalla gente di Eresso e dalle navi chie, che nella presa di Mitilene fuggite con Eubulo da Metimna ove stavano allora di presidio, e di quattro ridotte a tre sole (perchè una fu predata dagli Ateniesi), gli eran venute incontro, non volle più andare sopra Mitilene. Ma fatta ribellare Eresso armò anche i soldati delle proprie navi e gli avviò per terra, sotto il comando di Eteonico, ad Antissa ed a Metimna, ove egli pure s’indirizzava marina marina con le navi che aveva seco e con le altre tre de’ Chii, sperando che i Metimnei a quella vista piglierebbero animo e persisterebbero nella ribellione. Siccome però tutte le cose di Lesbo gli andavano a ritroso, riprese l’esercito e tornò a Chio; e similmente le genti da piè, che stavano sulle navi e doveano passare nell’Ellesponto, si ricondussero alle loro città. Dopo questi fatti sei navi della flotta alleata dei Peloponnesi, che era in Cencrea, arrivano a Chio. Gli Ateniesi, racquetata Lesbo, partirono di lì, ed espugnarono Policna che si andava fortificando in terraferma dai Clazomenii, cui fecero rientrare nella città situata nell’isola, salvo gli autori della ribellione i quali dovettero ritirarsi a Dafnunte. Così Clazomene ritornò all’obbedienza degli Ateniesi.
24. Nella medesima estate quelli Ateniesi che con le venti navi in Lada bloccavano Mileto, fecero scala a Palermo del territorio milesio, vi uccisero Calcideo capitano lacedemone che era venuto ad opporsi con poca gente, ed alzato il trofeo, tre giorni dopo ripresero il corso. Questo trofeo fu atterrato da’ Milesii come stato eretto da gente che non si era impadronita del luogo. E Leone e Diomedonte, tolte seco le navi ateniesi di Lesbo, e movendo dalle isole Enusse situate dinanzi a Chio, e da Sidussa e [204] da Pieleo, due fortezze che ritenevano nell’Eritrea, ed anche da Lesbo stessa, facevano la guerra ai Chii con questa flotta, la quale avea a bordo soldati d’armatura grave scelti dal ruolo del Comune, e però costretti a militare[133]. Presa adunque terra a Cardamile[134] ed a Bolisso, superarono in battaglia e fecero grande strage de’ Chii accorsi a contrastarli, e disertarono le terre di quei luoghi. Vinsero poscia una seconda battaglia a Fane[135], ed una terza a Leuconio[136]; e d’allora in poi i Chii non uscivano più in campo contro gli Ateniesi; quantunque essi devastassero il loro territorio di tutte cose floridissimo, e rimasto illeso dalla guerra de’ Medi fino a quel tempo. Conciossiachè i Chii soli, che io mi sappia, hanno dopo i Lacedemoni serbato moderazione in mezzo alla prosperità; e quanto più la città loro avanzava in grandezza altrettanto l’ordinavano a maggiore stabilità. E questa medesima ribellione (se pure vogliasi credere aver essi operato contro il partito più sicuro) non osarono farla prima di essersi messi nel medesimo mazzo con molti e buoni alleati, nè prima d’aver inteso che gli Ateniesi stessi non più sapevano negare il deplorabilissimo ed irrimediabile stato delle cose loro, dopo la disgrazia di Sicilia. Che se in qualche modo errarono, come suole intervenire nelle inaspettate vicende della vita umana, il loro errore fu la sequela di quella opinione allora comune a molti, che gli Ateniesi sarebbero presto iti in rovina. Trovandosi adunque stretti dalla parte di mare, e devastati da quella di terra, furonvi di quelli che tentarono di rendere la città agli Ateniesi. I magistrati sentito ciò, non ne fecero romore; invitarono bensì a venire da Eritra in città l’ammiraglio Astioco con le quattro navi che aveva seco, e deliberavano del modo più discreto per addormentare gli orditori di quella trama, o col prendere degli ostaggi, o con qualche altro argomento. Questo era lo stato dei Chii.
25. In sullo scorcio di questa medesima estate da Atene andarono a Samo mille cinquecento soldati gravi ateniesi e mille degli Argivi (cinquecento dei quali che erano armati [205] alla leggera furon provvisti di armatura grave dagli Ateniesi) e mille degli alleati, con una flotta di quarantotto navi, alcune delle quali servivano al trasporto delle truppe, sotto il comando di Frinico, di Enomacle e di Scironida. Dipoi passati a Mileto vi si accamparono. Uscirono i Milesii della città in numero di ottocento, accompagnati non solo dai Peloponnesi che eran venuti con Calcideo, ma ancora da alcune genti barbare prese a soldo da Tissaferne che vi era presente colla sua cavalleria; e si azzuffarono con gli Ateniesi e coi loro alleati. Gli Argivi spintisi innanzi colla loro ala, e marciando disordinatamente, siccome quelli che dispregiavano gl’Jonii e credevano che e’ non avrebber tenuta la puntaglia, son vinti da’ Milesii, e poco men di trecento rimangono uccisi. All’opposto gli Ateniesi vinsero primieramente i Peloponnesi, quindi risposero i barbari e l’altra moltitudine senza incontrarsi co’ Milesii (che tornati dall’inseguire gli Argivi, e visto battuto il rimanente dell’esercito ritiraronsi in città), e come vincitori piantarono il campo propio sotto Mileto. Ed in questo combattimento accadde che da amendue le parti gl’Ionii vinsero i Dorici; perciocchè gli Ateniesi superarono i Peloponnesi che avevano a fronte, ed i Milesii gli Argivi. Gli Ateniesi ersero il trofeo; e perchè il luogo ove risedeva Mileto era fatto a guisa d’istmo, s’accingevano a tirarvi un muro; avvisando che se riducessero in potestà loro Mileto, anche le altre terre facilmente si renderebbero.
26. Era già avanzata la sera quando ebbero lingua dell’imminente arrivo di cinquanta navi, parte del Peloponneso, parte di Sicilia. Infatti i Siciliani instigati principalmente da Ermocrate siracusano a dar mano a terminare la distruzione degli Ateniesi, erano venuti con venti navi di Siracusa e due di Selinunte; e i Peloponnesi aveano messe all’ordine quelle che stavano preparando. Adunque tutte e due queste armate, affidate a Teramene lacedemone con ordine di condurle all’ammiraglio Astioco, approdarono primieramente ad Eleo, che è un’isola di faccia a Mileto; e poi sentito colà che gli Ateniesi erano sotto Mileto, [206] volevano, dando innanzi una corsa nel golfo Iasico, certificarsi dello stato di quella città. In questo Alcibiade che s’era trovato a combattere dalla parte de’ Milesii e di Tissaferne, giunto a cavallo in Tichiussa del territorio milesio, nel qual punto del golfo le due armate erano approdate ed avevano pernottato, venne a ragguagliarli della battaglia accaduta; e gli confortava, se non volessero perder la Ionia e con essa ogni cosa, a troncare gl’indugi e soccorrer Mileto, e non trascurare che venisse attorniata dalla muraglia nemica.
27. Però fermarono di portarvi soccorso in sul far dell’alba. Ma Frinico capitano degli Ateniesi, il quale da Lero aveva avuto la nuova dell’arrivo di quella flotta, sentendo che i suoi colleghi volevano al postutto aspettarla per venire a battaglia, protestò che non arebbe fatto ciò, e che per quanto in lui stesse non lo permetterebbe nè a loro nè a nissun altro. Perciocchè, diceva, quando si può, indugiando, combattere preparati convenevolmente ed a bell’agio, colla piena certezza del numero dalle navi nemiche e delle proprie contro quelle, egli non si indurrebbe per vergognoso rimprovero a porsi nel rischio temerariamente. Non esser vergogna agli Ateniesi il cedere a tempo colla flotta, ma in qualunque modo più vergogna risulterebbe loro da una sconfitta: e allora la Repubblica risulterebbe non solo in vergogna, ma eziandio in pericolo grandissimo. Che se ella per le passate sciagure è appena in grado, pur con vigoroso apparecchio, di mover la prima contro il nemico spontaneamente, non che per espressa necessità, perchè ora mettersi volontariamente nel rischio senza esservi astretta? Laonde ordinava di navigar subito a Samo, pigliando seco i feriti e le genti da piè e tutti gli attrazzi coi quali eran venuti, e lasciando tutta la preda cavata dal paese nemico, affinchè le navi fossero leggere: e poi da Samo con tutte le navi riunite assalire il nemico quando si presentasse l’occasione. Avendoli Frinico persuasi di queste cose, le mise ad esecuzione; e non tanto allora quanto anche in seguito ebbe reputazione di capitano prudente non in questo solo caso, ma ancora in tutte [207] le altre imprese a lui affidate. Così gli Ateniesi la sera subito si ritirarono da Mileto colla vittoria imperfetta; e gli Argivi stizziti della rotta sofferta sciolsero prestamente da Samo per ritornare a casa.
28. Dopo la partita degli Ateniesi, i Peloponnesi movendo sull’alba da Tichiussa giungono a Mileto, ove dimorarono un giorno. Il dì seguente aggiuntesi le navi chie, state già inseguite con Calcideo dalla flotta ateniese, vollero rinavigare a Tichiussa per i bagagli che vi aveano scaricati. Pervenuti colà furono incontrati da Tissaferne colla fanteria, il quale gl’induce a far vela sopra Iaso, dove stanziava Amorge nemico del re. Assaltarono improvvisamente quella città, la quale credeva che queste navi fossero attiche, e la espugnarono con lode principalmente delle milizie siracusane. Amorge, figlio naturale di Pissutne e ribelle del re, fu preso vivo, e consegnato dai Peloponnesi a Tissaferne perchè, se volesse, lo menasse al re siccome aveva ordine. Iaso fu saccheggiata, e l’esercito ne cavò molte ricchezze, come da luogo di antica opulenza; non fecero alcun male alle truppe che erano in soccorso d’Amorge, ma le ricevettero e le arruolarono nel loro esercito perchè la maggior parte erano del Peloponneso. La cittadella fu consegnata a Tissafente, come pure tutti i prigionieri servi e liberi, col patto che pagasse uno statere dorico a testa[137]. Dopo ciò ritornarono a Mileto, mandarono per terra fino ad Eritra le genti ausiliarie tolte ad Amorge sotto il comando di Pedarito figliolo di Leone, che i Lacedemoni avevano eletto a governatore di Chio; ed in Mileto in luogo di Pedarito, sostituirono Filippo. Così finiva l’estate.
29. Al sopravvenir dell’inverno Tissaferne, poichè ebbe lasciato un presidio in Iaso, recossi a Mileto; e, conforme avea promesso in Sparta, distribuì in tutte le navi una dramma attica per ciaschedun soldato; intendendo però di dare in seguito tre oboli a testa, finchè non avesse sentito il parere del re, dopo l’ordine del quale, diceva, che pagherebbe tutta intera una dramma. Ma Ermocrate generale siracusano (giacchè Teramene, il quale non era [208] ammiraglio della flotta e solo si trovava a bordo con gli altri per consegnarla ad Astioco, mostravasi freddo nell’affar dalle paghe), vi si oppose: ed alla fine fu convenuto che senza parlare delle cinque navi della Laconia, ogni soldato dovesse avere qualcosa più di tre oboli. Poichè Tissaferne per quelle cinque navi dava tre talenti al mese[138]; ed agli altri, secondo che aumentava il numero delle navi, si pagava lo stipendio a questa medesima stregua.
30. Nell’istesso inverno gli Ateniesi che erano a Samo, essendo venuta da Atene una nuova armata di trentacinque navi capitanate da Carmino, Strombichide ed Euctemone, ed avendo accolte insieme tutte quelle che erano a Chio e le altre, volevano colla flotta bloccar Mileto, e spedir contro Chio forze marittime e terrestri, gittando le sorti per queste due imprese. E così fecero: poichè Strombichide, Onemacle ed Euctemone, giusta la sorte toccata loro, andarono ad oste a Chio con trenta navi, conducendo di più su barche da carico parte delle soldatesche gravi che erano state a Mileto: gli altri rimasti a Samo, con settantaquattro navi signoreggiavano il mare ed andavano infestando Mileto.
31. Astioco intanto, che per sospetto di tradimento stava in Chio scegliendo ostaggi, poichè intese la mossa di Teramene con la flotta e l’immegliarsi delle cose dell’alleanza, desistette da ciò; e si mise in mare con dieci navi de’ Peloponnesi ed altrettante de’ Chii. E dato inutilmente l’assalto a Pteleo, venne costeggiando a Clazomene, ove ordinò a’ fautori d’Atene di recarsi a Dafnunte, e di accostarsi alla parte de’ Lacedemoni; ciò che avea ordinato loro anche Tamo, governatore dell’Ionia. Ricusarono essi di obbedire: ed Astioco assaltò là città sfornita di mura, e non gli riuscì di prenderla. Laonde venne egli a Focea ed a Cuma spinto da un vento gagliardo; e le altre navi approdarono e Maratussa, a Pele ed a Drimissa, isola adiacente a Clazomene. Quivi trattenuti otto giorni dal vento contrario, saccheggiarono e disertarono parte di ciò che i Clazomenii vi aveano depositato; e caricato il rimanente [209] sulle navi andarono a Focea ed a Cuma a riunirsi con Astioco.
32. Al quale, mentre colà soggiornava, vengono ambasciatori de’ Lesbii, per trattar di ribellarsi ad Atene, e lo persuadono ad aiutarli. Ma siccome i Corintii e gli altri alleati, per il precedente cattivo successo, mostravansi alieni da quell’impresa, mosse egli la flotta navigando alla volta di Chio; ove le navi arrivarono finalmente qual da una, qual da un’altra parte, perchè sbalzate da tempesta. In seguito Pedarito, che partendo da Mileto era giunto per terra ad Eritra, tragittò a Chio col suo esercito, e con circa cinquecento soldati che erano a bordo delle cinque navi, e che Calcideo avea lasciati colle armi. Pertanto alcuni de’ Lesbii mostrandosi desiderosi di ribellarsi, Astioco ne tenne parola con Pedarito e co’ Chii, dicendo che bisognava andar con le navi a Lesbo e staccarla dagli Ateniesi; poichè, o riuscendovi accrescerebbero il numero de’ confederati, o al contrario danneggerebbero i nemici. Ma essi non l’ascoltarono, e Pedarito soggiunse che nemmeno avrebbe loro rilasciate le navi de’ Chii.
33. Laonde Astioco pigliando le cinque navi de’ Corintii, e per sesta una megarese, più una ermionida, e quelle laconiche colle quali era venuto, s’indirizzò a Mileto al suo ammiragliato, non senza aver prima minacciato molto i Chii, che di fermo non gli avrebbe soccorsi quando ne avessero bisogno; ed approdato a Corico dell’Eritrea vi si pose a campo. L’armata ateniese, che partita da Samo veleggiava sopra Chio, erasi fermata dal lato opposto del promontorio che impedì alle due flotte di vedersi scambievolmente. Ma venuta una lettera di Pedarito, la quale diceva che alcuni prigionieri eretriesi lasciati in libertà andavano da Samo ad Eritra per ordirvi un tradimento, Astioco navigò subito di bel nuovo ad Eritra: e così poco mancò che non s’incontrasse negli Ateniesi. Tragittò da lui anche Pedarito, e si misero insieme a fare il processo degl’imputati di tradimento: poi trovato che ciò era un pretesto di coloro per uscir salvi da Samo, gli dichiararono [210] sciolti dall’accusa, e partirono. Pedarito andò a Chio, ed Astioco a Mileto, siccome avea determinato.
34. Frattanto la flotta ateniese, che mossasi da Corico volteggiava presso Argino, s’imbattè in tre navi lunghe de’ Chii, e vistele appena si diede ad inseguirle. Ma sopravvenuta gran fortuna di mare, le navi chie si rifugiarono a fatica nel porto; tre delle ateniesi che avean preso tutto l’abbrivo furono fracassate e sbalzate presso la città de’ Chii e le persone parte rimasero prigioniere, parte uccise. Le altre si ricovrarono nel porto sotto Mimante, chiamato Fenicunte; donde poi venute ad approdare a Lesbo, si apparecchiavano a fabbricarci la fortificazione.
35. Nel medesimo inverno Ippocrate lacedemone con due colleghi partito dal Peloponneso con dieci navi turie (delle quali aveva avuto il comando Dorieo di Diagora) e con una della Laconia ed una di Siracusa, approda a Cnido che già erasi ribellata a Tissaferne. Appena quei di Mileto seppero la venuta di lui, lo pregavano a guardare Cnido colla metà delle navi; e con quelle che erano intorno a Triopio (promontorio sacro ad Apollo nel littorale di Cnido) a recarsi intercettando le navi da carico che tornavano d’Egitto. Gli Ateniesi risaputo ciò si mossero da Samo, e s’impadronirono delle sei navi che stavano di presidio a Triopio (le ciurme scamparono); e poi approdati a Cnido diedero l’assalto alla città che non avea mura, e poco mancò che non la prendessero. Il dì appresso l’assalirono nuovamente, ma non poterono danneggiarla come il giorno innanzi, perchè i cittadini si erano meglio afforzati durante la notte, e perchè vi erano entrati molti di quelli che si salvarono dalle navi di Triopio. Però si gettarono a saccheggiar la campagna e ritornarono a Samo.
36. Circa lo stesso tempo essendo Astioco venuto a Mileto pel comando della flotta, trovavansi i Peloponnesi nell’abbondanza di tutto quello che concerneva l’esercito; poichè le paghe venivan date sufficientemente, i soldati avevano in mano le grandi ricchezze rapite da Iaso, ed i Milesii portavano animosamente il carico della guerra. Con tutto ciò pareva loro che le prime convenzioni stabilite [211] tra Tissaferne e Calcideo fossero manchevoli e non troppo di loro vantaggio. Onde trovandosi presente Teramene, ne stipularono dell’altre, che sono queste.
37. «Concordato de’ Lacedemoni ed alleati col re Dario, co’ figlioli del re e con Tissaferne. Sia confederazione ed amicizia tra le due parti in questi termini. Che nè i Lacedemoni nè gli alleati de’ Lacedemoni non possano andare a far guerra nè danno veruno in tutto il territorio e città che sono del re, o che furono di suo padre o degli antenati; che nè i Lacedemoni, nè gli alleati dei Lacedemoni, non esigano tributo da queste città. Che nè il re Dario, nè i sudditi del re non possano andare a far guerra nè danno veruno ai Lacedemoni, o ai loro alleati. Ancora, se i Lacedemoni o gli alleati richiedano qualche cosa dal re, o sivvero il re dai Lacedemoni o dagli alleati, starà bene che amendue facciano ciò in che restino d’accordo. Ancora, che le due parti guerreggino in comune gli Ateniesi e loro alleati, e qualunque aggiustamento si faccia sia col consenso di tutt’e due le parti. Ancora, a tutte le truppe che si trovino negli Stati del re chiamate da lui, paghi egli le spese. Finalmente, se alcuna città di quelle comprese in questo concordato andrà contro le terre del re, gli altri debbano impedirlo e soccorrere il re quanto è possibile: come pure, se alcuna città degli Stati del re o de’ luoghi soggetti al suo impero andrà contro i Lacedemoni o i loro alleati, il re debba impedirlo, e portar soccorso quanto è possibile.»
38. Dopo questo concordato Teramene, consegnate le navi ad Astioco, partì sopra una barca, nè altro si seppe di lui[139]. E gli Ateniesi da Lesbo passati con l’armata a Chio, e padroni all’intorno del mare e della terra fortificavano Delfinio, luogo per natura forte dal lato di terra, e fornito di porto, nè molto distante dalla città de’ Chii. I quali afflitti per le molte passate battaglie, e di più coll’animo non del tutto ben disposto tra loro, stavano quieti; ma sospettosi l’un l’altro, per questo perchè Tideo di Ione co’ suoi complici erano stati messi a morte da Pedarito come partigiani di Atene, e il resto della città era [212] contenuto a forza degli ottimati. Per tali ragioni nè essi nè le genti ausiliarie di Pedarito si credevano sufficienti a combattere con gli Ateniesi. Pur nondimeno spedirono a Mileto chiedendo soccorso ad Astioco il quale non vi prestò orecchio: lo che mosse Pedarito a scriver di lui a Sparta come d’uomo iniquitoso. Tale era lo stato degli Ateniesi a Chio. Le loro navi facevano talvolta delle sortite da Samo contro quelle di Mileto; ma siccome queste non movevano incontro ritornarono a Samo, e rimanevano in quiete.
39. In questo inverno medesimo, verso il solstizio, le ventisette navi preparate per Farnabazo dai Lacedemoni a sommossa di Calligete megarese e di Timagora ciziceno, salparono per alla volta dell’Ionia, sotto il comando di Antistene spartano. Con esso spedirono i Lacedemoni altri undici personaggi spartani per consiglieri ad Astioco, del qual numero era Lica di Arcesilao; ai quali commisero che venuti a Mileto di comun consenso, ponessero cura al miglioramento possibile delle cose, e poi (se lo credessero ben fatto) spedissero queste navi medesime, o più o meno, nell’Ellesponto a Farnabazo deputandone ammiraglio Clearco di Ramfia che con essi era a bordo; cessassero dall’ammiragliato Astioco, purchè fosse col consenso di tutti e undici i consiglieri, e vi sostituissero Antistene; essendochè per le lettere di Pedarito sospettavano del primo. Queste navi adunque da Malea venute nell’alto si accostarono a Melo; ove incontratesi in dieci delle ateniesi, ne prendono tre vuote e le abbruciano. Dopo di che temendo (siccome avvenne) che le altre fuggite da Melo non dessero avviso del loro arrivo agli Ateniesi che erano a Samo, si avviarono verso Creta; e per cautela allungato il viaggio, approdarono a Cauno dell’Asia. Quivi credendosi al sicuro mandarono significando alla flotta di Mileto che venisse ad accompagnarli.
40. Nell’istesso tempo i Chii e Pedarito, non rifinivano di mandare avvisi ad Astioco, nonostante la sua lentezza, pregandolo a soccorrerli con tutte le navi, e (assediati com’erano) a non lasciare che la grandissima tra le città [213] confederate dell’Ionia fosse stretta dalla parte di mare, e disertata da quella di terra coi ladronecci. Imperciocchè, i servi di Chio che erano molti e cresciuti disorbitantemente per una città sola, se non fosse quella de’ Lacedemoni, e però difficili a tenersi a dovere nelle loro nequizie, per lo più disertavano subito da che pareva loro che l’esercito ateniese col costruire le fortificazioni avesse preso ferma stanza; e come pratici della campagna facevano danni grandissimi. Laonde dicevano i Chii esser d’uopo soccorrerli mentre vi era speranza e possibilità d’impedire l’afforzamento di Delfinio che ancora era imperfetto, ed una maggiore circonvallazione che si faceva intorno alla città coll’esercito e colle navi. Astioco, sebbene per la passata minaccia non pensasse di soccorrerli, nondimeno si accinse a farlo, vedendo che anche gli alleati molto vi propendevano.
41. Ma intanto viene da Cauno la nuova dell’arrivo delle ventisette navi e de’ consiglieri lacedemoni. Il perchè Astioco stimando esser da posporre ogni altra cosa al dovere di accompagnarli con flotta sì grande, acciocchè ella più sicuramente signoreggiasse in sul mare, e potessero tragittar senza pericolo i Lacedemoni venuti a sorvegliarlo, lasciato in tronco l’affare di Chio moveva verso Cauno. E piaggia piaggia sceso a Co Meropide saccheggiava la città sguarnita di mura, e rovinata da un terremoto ivi accaduto grandissimo sopra ogni altro a nostra memoria, per cui la gente era fuggita alle montagne; con le scorrerie depredava la campagne rilasciando però illese le persone di condizione libera. Da Co pervenuto di notte a Cnido fu astretto dalle istanze degli Cnidii a non isbarcare le sue genti, ma senz’altro far vela tostamente contro le venti navi degli Ateniesi, colle quali Carmino uno dei capitani di Samo spiava il passaggio delle ventisette navi che venivano dal Peloponneso, per proteggere le quali era in mare lo stesso Astioco. Gli Ateniesi in Samo aveano ricevuto avviso da Mileto che quelle navi erano in corso; e Carmino informato che già elle erano a Cauno stava alle vedette incrociando tra Sione, Calce, Rodi e la Licia.
[214]
43. Astioco adunque senza più, innanzi d’essere scoperto, indirizzossi alla volta di Sime per veder di sorprendere in qualche luogo le navi nemiche nell’alto. Ma la pioggia e le dense nuvole onde il cielo era coperto fecero in quella oscurità andare smarrita e disordinata la sua flotta. E sul far del giorno trovandosi essa divisa col corno sinistro omai sotto la vista degli Ateniesi, e coll’altro smarrito tuttora intorno all’isola, Carmino e le sue genti andavano ad incontrarla con meno di venti navi, credendo esser quella l’armata di Cauno contro la quale stavano in osservazione; ed assaltatala senza indugio ne affondarono tre navi e conciaron malamente le altre. Erano gli Ateniesi vincitori in quel combattimento; quando comparvero inaspettatamente un maggior numero di legni nemici, dai quali furono per ogni banda accerchiati. Allora datisi alla fuga vi perdono sei navi; e col resto si ricovrano nell’isola Teutlussa; e di lì ad Alicarnasso. Dopo questo i Peloponnesi approdarono a Cnido, e riunitesi a loro le ventisette navi di Cauno, andarono con tutte insieme a Sime; ove ersero il trofeo, e ritornarono a pigliar porto a Cnido.
43. E gli Ateniesi poichè seppero l’esito di quel combattimento navale, recaronsi a Sime con tutte le navi di Samo; e senza assalire la flotta di Cnido od esser da quella assaliti, presero gli attrezzi delle navi restate in Sime; quindi dato l’assalto a Lorima in terraferma si ricondussero a Samo. Le navi peloponnesie che tutte erano già a Cnido si andavano raddobbando secondo che bisognava; e gli undici consiglieri dei Lacedemoni tenevano parola con Tissaferne arrivato colà, intorno alle cose operate, se qualcuna non attagliava loro, e intorno al modo onde potrebbesi guerreggiar meglio e più utilmente per entrambi. Rifletteva Lica principalmente alle operazioni presenti, e diceva i due concordati (senza escluder quello di Teramene) non essersi stipulati con dignità di Sparta; essere anzi cosa strana che il re pretenda di signoreggiar tutte quelle terre le quali egli adesso ed i suoi maggiori prima signoreggiavano; essendochè quest’articolo porterebbe nuovamente [215] al servaggio tutte le isole, e la Tessaglia ed i Locrii con gli altri luoghi fino a’ Beozii; ed i Lacedemoni invece che in libertà metterebbero i Greci sotto il dominio de’ Medi. Però proponeva che altri patti migliori si stabilissero, od egli certamente non istarebbe a questi; che a tali condizioni non avea bisogno de’ suoi stipendii. Questi discorsi turbarono l’animo di Tissaferne che partì sdegnato senza effettuata cosa alcuna.
44. E i Lacedemoni, invitati per solenne ambasciata a Rodi da’ più ragguardevoli cittadini, avevano in animo di navigarvi, sperando di aggiugnere alla parte loro quell’isola potente per forze marittime e terrestri; ed insieme stimando che coll’alleanza di essa si procaccerebbero il mezzo di alimentare la flotta senza addomandare il denaro a Tissaferne. Laonde subito in quel medesimo inverno fatto vela da Cnido approdarono per primo a Camiro sulle coste di Rodi con novantaquattro navi, e misero lo spavento nei popolani, che ignari di quella pratica si erano messi a fuggire, tanto più che la città era senza mura. Poi convocati a parlamento da’ Lacedemoni insieme cogli altri Rodiani delle due città chiamate Lindo ed Ielisso, si indussero tutti a ribellarsi ad Atene. Così Rodi si accostò ai Peloponnesi. Gli Ateniesi risaputo ciò, in quei giorni mossero colle navi da Samo per prevenir quella ribellione; e comparvero in alto mare. Se non che vedendosi giunti un po’ tardi, retrocederono immantinente a Calce, e quindi a Samo; e poi facendo delle sortite da Calce, da Co e da Samo, guerreggiavano Rodi. I Peloponnesi ricevettero dai Rodiani trenta talenti in moneta; e tirate le navi al secco stettero del rimanente quieti per ottanta giorni.
45. Ma in questo mezzo tempo, ed anche prima che i Lacedemoni andassero a Rodi, accadevano le cose seguenti. Alcibiade, dopo l’uccisione di Calcideo e la giornata di Mileto, era divenuto sospetto ai Peloponnesi; i quali con una lettera spedita da Sparta ordinavano ad Astioco che l’uccidesse, giacchè era in odio ad Agide, e d’altronde compariva uomo di mala fede. Laonde intimorito, primieramente [216] si era ricovrato presso Tissaferne, e quindi danneggiava a tutto potere le cose de’ Peloponnesi presso di lui. E fattosi in tutto consigliere di esso diminuì gli stipendii, sicchè invece della dramma attica, si davano tre oboli, ed anche questi non sempre; e lo confortava a dire ai Peloponnesi, che gli Ateniesi da maggior tempo esperti nella marinaresca disciplina, davano ai loro soldati tre oboli. Lo che facevano non tanto per povertà, quanto perchè le ciurme insolentendo nella dovizia, non guastassero i loro corpi spendendo le paghe in cose pregiudicevoli alla sanità, o deteriorassero la flotta coll’abbandonarla; rilasciando per mallevadoria di loro ritorno la mercede non per anche pagata. Fu parimente insegnamento di Alcibiade che, largheggiando coi trierarchi ed i capitani, li persuadesse a convenire in questa riforma, senza però impacciarsi dei Siracusani. Anzi tra questi il solo Ermocrate si opponeva a nome di tutta la lega, e ripulsava le città che dimandassero denari, protestando a favor di Tissaferne che sfacciati sarebbero i Chii se (essendo i più ricchi fra i Greci, e ciò nonostante trovandosi salvi per le truppe degli alleati) pretendessero che altri dovesser mettere a repentaglio le persone e gli averi per la libertà di loro. Quanto alle altre città poi soggiungeva che esse aveano il torto, se laddove prima di ribellarsi spendevano per gli Ateniesi; ora poi non volessero contribuire altrettanto, e più ancora, per se medesime; dichiarava che Tissaferne a ragione usava risparmio al presente, dovendo sostener la guerra co’ propri denari; e che se mai il re mandasse le paghe, allora darebbe loro intero il soldo, e aiuterebbe le città come conveniva.
46. Inoltre Alcibiade consigliava Tissaferne che non si desse troppa pena di terminare la guerra; nè, col far venire le navi fenicie che andava lentamente preparando, e pagar così gli stipendii a un maggior numero, volesse riunire in un sol popolo l’imperio marittimo e terrestre; lasciasse anzi che fosse diviso tra due, acciocchè il re potesse spingere l’uno contro l’altro che gli fosse molesto. Conciossiachè riunito che sia in un solo il dominio di terra [217] e di mare, egli non avrà con chi associarsi ad abbatterne il possessore a meno che non voglia, quando che sia, moversi da per sè a quell’impresa con suo gran dispendio e pericolo. Ma i pericoli ai quali si va incontro con tenue spesa sono più leggeri; e di più il re potrà con sua sicurezza lasciare i Greci logorarsi tra loro. A partecipar poi con lui dell’imperio, mostrava gli Ateniesi esser più a proposito, perchè meno aspiravano al dominio di terra, e guerreggiavano con mire e modi ad esso confacentissimi. Imperocchè essi vorranno assoggettarsi le terre marittime, e lascieranno in potere del re quanti Greci abitano ne’ suoi Stati: laddove i lacedemoni all’opposto verrebbero per liberarli: e non era da credere che costoro i quali intendon di liberare i Greci dai Greci, non vogliano sottrarli dal giogo dei barbari Persiani, quand’anche non riescano a cacciare i barbari stessi: però lo consigliava a lasciare primieramente logorarsi le due Repubbliche tra loro; e tarpate l’ali più che potesse agli Ateniesi, allora finalmente rimandar da’ Suoi stati i Peloponnesi. E così, più che altro, la pensava Tissaferne, almeno per quanto si poteva conghietturare dal suo operare. Poichè abbandonatosi per queste ragioni alla fede di Alcibiade, come di buono consigliatore, teneva scarsi nelle paghe i Peloponnesi, nè consentiva che venissero a battaglia navale; ma col dire che doveano arrivare le navi fenicie, e che allora combatterebbero con forze superiori, rovinò le cose loro, tolse all’armata quel vigore grandissimo che ella avea acquistato, e nel resto mostrossi contrario anche troppo apertamente per potersi celare.
47. Tali consigli porgeva Alcibiade a Tissaferne ed al re quando si trovava con loro, sì perchè gli stimava i migliori, sì eziandio perchè voleva procurarsi il ritorno in patria, avvisando che se non la rovinasse del tutto potrebbe col tempo persuadere gli Ateniesi a lasciarvelo tornare, e che il modo di ottener ciò era principalmente quello di mostrarsi intrinseco di Tissaferne. E così avvenne. Imperciocchè quando l’esercito ateniese di Samo ebbe inteso che egli era innanzi appresso Tissaferne, si invogliò grandemente [218] di abolire lo stato popolare. La qual volontà era fomentata da Alcibiade che mandava a dire ai più potenti cittadini che di lui facessero menzione ai migliori, significando esser sua intenzione di ritornare alla patria perchè ella fosse retta dal senno di pochi, invecechè dalla malvagità e dalla plebaglia che lo avea bandito; e rendendo loro amico Tissaferne, di aver parte con loro nel governo. Senza di che già assai inchinavano spontaneamente a questa parte i trierarchi ateniesi di Samo, ed i cittadini più ragguardevoli.
48. La cosa fu primamente agitata negli accampamenti di Samo, e di lì poi in città. E siccome alcuni da Samo erano andati a trovare Alcibiade e si erano sentiti promettere da lui che prima di tutto renderebbe amico di Atene Tissaferne (se abolissero lo stato popolare), e quindi anche il re che allora meglio si fiderebbe, così essendo essi i più potenti tra’ cittadini ed anche i più travagliati, si levavano a grandi speranze di potersi recare in mano le redini della Repubblica, e di abbattere la parte contraria. E tornati a Samo si unirono in cospirazione colle persone loro aderenti, e spargevano apertamente nel volgo che il re sarebbe loro amico e somministrerebbe i denari, se Alcibiade fosse rimesso in patria, e si abolisse la democrazia. La moltitudine benchè di presente sentisse un po’ male quelle pratiche, nondimeno per la molta speranza che il re darebbe gli stipendii, stavasi quieta. Ma quei che cospiravano a stabilir l’oligarchia dopo aver conferito ciò colla moltitudine, di nuovo tra loro e colla maggior parte degli amici stavano esaminando le proposizioni di Alcibiade; le quali tuttochè agli altri sembrassero facili e sincere, non andavano punto a genio di Frinico che era tuttora il generale. Anzi egli opinava, come infatti era vero, che Alcibiade nulla più si curasse dell’oligarchia che della democrazia; e che non altro cercasse che il modo (quel che si fosse) di mutare l’attual reggimento della città, per esser richiamato in patria dagli amici. Però badassero bene di non suscitar discordie. Diceva inoltre che mentre i Peloponnesi occupavano il mare non meno [219] che gli Ateniesi, e possedevano città non dispregevoli negli Stati del re, a questo non tornerebbe conto comperar brighe per unirsi con Atene della quale non si fidava, quando poteva farsi amico il Peloponneso dal quale non aveva sofferto alcun male. Quanto alle città confederate (alle quali avean promessa l’oligarchia mentre essi pure abolirebbero il governo popolare) veder lui chiaro, proseguiva, che le già ribellate non per questo piegherebbero maggiormente alla parte d’Atene, e quelle che tuttora stanno all’obbedienza, non diverrebbero più ferme nell’amicizia. Perciocchè o coll’oligarchia, o colla democrazia, elle non vorranno chinare il capo sotto il giogo, innanzichè aver libertà; qual che si sia il governo che lor possa toccare. Aggiugneva poi che anche quelli i quali hanno nome di uomini probi andranno convinti che gli ottimati di quelle città daranno loro delle molestie non meno che il popolo, essendo essi operatori e apportatori al popolo stesso di mali, dai quali sperano ricavar per sè grandi vantaggi; e che avendo costoro in mano il governo, i cittadini saranno esposti a morti violente e senza processo; laddove il popolo suol essere il refugio di questi, ed il moderatore di quelli. E finiva con dire che quanto a sè era sicuro che le città istruite dai fatti la penserebbero in questo modo, e che però nulla piacevagli di ciò che presentemente si trattava da Alcibiade.
49. Con tutto questo i cospiratori intervenuti a quel congresso approvarono quelle proposizioni di Alcibiade conforme innanzi aveano risoluto, e si disponevano a spedire in ambasceria ad Atene Pisandro con alcuni altri per trattare del ritorno di Alcibiade e detto scioglimento del governo popolare, e per render Tissaferne amico agli Ateniesi.
50. Conoscendo Frinico che ad Atene si terrebbe parola della tornata d’Alcibiade, e che i cittadini l’approverebbero, e temendo per le cose dette in contrario che ritornandovi non nuocesse a lui come ad oppositore, si volge a questo compenso. Manda segretamente una lettera ad Astioco ammiraglio de’ Lacedemoni che tuttora era [220] intorno a Mileto, significandogli come Alcibiade col render Tissaferne amico agli Ateniesi guastava le cose de’ Peloponnesi: e mettendolo al chiaro del resto degli affari, lo pregava a compatirlo se si studiava di far del male ad un nemico anche con pregiudizio della sua Repubblica. Astioco non pensò neppure a punire Alcibiade, tanto più che non avea più che far nulla con lui, siccome prima. Ma andato in Magnesia a trovar lui e Tissaferne, narra e mostra ad entrambi la lettera scrittagli da Samo; e, come correva voce, cercò di attaccarsi a Tissaferne per privati interessi non in questa cosa sola, ma in altre ancora: e però si dava poca cura degli stipendii non pagati interamente. Ed avendo Alcibiade spedito subito una lettera ai magistrati di Samo colla quale li ragguagliava delle operazioni del loro generale, e chiedeva che fosse condannato a morte; trovossi Frinico sconcertato da quella denunzia ed in pericolo veramente grande. Nondimeno riscrisse ad Astioco dolendosi che non avea per lo passato tenuto il segreto come doveva; ed aggiugnendo che ora era disposto a dar nelle mani de’ Peloponnesi tutto l’esercito ateniese di Samo perchè lo trucidassero. Gli esponeva poi minutamente il modo di metter ciò ad effetto, essendo Samo senza mura; e diceva non dover essergli ascritto a delitto se dopo aver arrischiato la propria vita per colpa de’ suoi, s’induceva a far questa e qualunque altra cosa, innanzi che lasciarsi manomettere dai più fieri nemici. Anche questa lettera fu da Astioco mostrata ad Alcibiade.
51. Ma Frinico presentito il tradimento di Astioco, e conoscendo che in breve verrebbero lettere da Alcibiade concernenti queste cose, si fece innanzi dichiarando egli stesso all’esercito che essendo Samo senza mura e le navi non tutte dentro il porto, i nemici avean risoluto di assalirli, e che egli sapeva ciò di sicuro; e però bisognava fortificar Samo prestissimamente, e stare ben guardati su tutto il resto. E poichè egli era il capitano ed aveva autorità di operar così, i soldati si accingevano a fabbricar quelle fortificazioni: talchè tra per questo stratagemma, [221] e per esser già preparati i materiali, le condussero prestamente a fine. Non molto dopo venne la lettera di Alcibiade che Frinico tradiva l’esercito, e che i nemici erano per assalirlo; ma fu creduto che Alcibiade non meritasse fede, e che essendo egli informato delle intenzioni de’ Peloponnesi volesse per inimicizia dar colpa a Frinico che s’intendesse con loro. Onde questa dinunzia non pregiudicò punto al generale ateniese, ma gli servì piuttosto di bella testimonianza.
52. Dopo questo Alcibiade disponeva e moveva all’amicizia degli Ateniesi Tissaferne il quale temeva dei Peloponnesi che si trovavano presenti con flotta più numerosa di quelli, e voleva ad ogni costo mantenersene la confidenza quanto fosse possibile, specialmente da che avea saputo la controversia insorta a Cnido circa il concordato di Teramene. Questa controversia avea già avuto il suo principio allora quando i Peloponnesi erano a Rodi; e nella discussione di essa, Lica aveva dimostrato la verità del discorso già fatto da Alcibiade, intorno alla intenzione loro di mettere in libertà le città tutte, ed affermato non doversi ricever tra i patti che il re signoreggiasse sulle città, cui già per l’innanzi od egli o i suoi padri avessero dominate. Alcibiade adunque siccome trovavasi in lizza per cose importanti, stava al fianco di Tissaferne usandogli studiosamente officiose maniere.
53. Intanto gli ambasciatori degli Ateniesi spediti da Samo insieme con Pisandro erano arrivati ad Atene e tenevan discorso al popolo di molte cose in succinto, di cui la principale fu che stava in facoltà loro l’avere alleato il re e vincere i Peloponnesi, purchè rimettessero in patria Alcibiade e cessassero dal governo popolare. Molti furono i contradittori intorno al cangiamento del governo, ai quali si aggiunsero i nemici di Alcibiade gridando, che indegna cosa sarebbe il rimettere in patria un violatore delle leggi; e con essi gli Eumolpidi ed i Cerici[140], testimoniando dei profanati misteri, cagione del suo bando, e scongiurando per gli [222] Dei perchè non fosse riammesso. Per lo che Pisandro, nonostante le molte contradizioni e querimonie, fattosi avanti e pigliando ad uno ad uno i contradittori domandava loro: qual mai speranza di salvezza restasse alla Repubblica, se non fosse quella di trarre alla sua parte il re, ora che i Peloponnesi aveano in mare una flotta non punto minore di fronte a loro; e maggior numero di città confederate e denari dal re stesso e da Tissaferne, mentre essi Ateniesi più non ne avevano? E poichè a tale dimanda rispondevano di non aver speranza veruna; allora Pisandro apertamente sogghignava: «Questa salvezza adunque non può ottenersi ove non mettiamo maggior moderazione nel reggimento politico, e menomiamo il numero de’ magistrati, acciocchè il re si fidi di noi; ove al presente non vogliamo darci pensiero piuttosto della salute nostra che non della forma del governo, poichè in seguito starà in nostro arbitrio cambiar quello che non ci piaccia; ed ove non rimettiamo in patria Alcibiade, il solo tra’ viventi sufficiente a render l’opera compiuta.»
54. Il popolo che da principio sentiva di mal animo il progetto dell’oligarchia, avvertito chiaramente da Pisandro che non vi era altro modo di scampo, cedè; parte mosso dalla paura, parte anche sperando che le cose potrebber mutarsi. Poscia fu decretato che Pisandro con altri dieci personaggi partisse per trattare degli affari nel miglior modo possibile con Tissaferne ed Alcibiade; e per le accuse di Pisandro stesso Frinico fu deposto del comando unitamente al suo collega Scironida, e furono sostituiti ammiragli Diomedonte e Leone. Pisandro avea accusato Frinico come traditore di Isso e di Amorge, perchè lo stimava contrario alle pratiche che si facevano con Alcibiade. Ricercò inoltre tutti i cospiratori che di prima erano in città, e che faceano la parte di oppositori ne’ giudizi contro i magistrati, e li confortò a riunirsi insieme con gli altri, e deliberare in comune l’abolizione della democrazia. Finalmente dopo aver disposto il rimanente delle cose, come richiedevano i tempi presenti, acciò non fosse ritardato il corso agli affari, s’imbarcò co’ suoi dieci compagni per recarsi a Tissaferne.
[223]
55. Ma Leone e Diomedonte arrivati già nel medesimo inverno alla flotta degli Ateniesi, la condussero sopra Rodi; e trovate le navi de’ Peloponnesi tirate a secco, sbarcarono in qualche parte di quelle terre, vinsero in battaglia i Rodiani che erano accorsi alla difesa, e retrocederono a Calce. E d’allora in poi facevano la guerra piuttosto dal lato di Co; perchè di qui restava ad essi più facile l’osservare, se l’armata peloponnesia movesse da Rodi verso qualche luogo. Intanto giungeva in Rodi Xenofantide laconico cui Pedarito avea da Chio spedito colà, con la nuova che gli Ateniesi aveano omai condotto a termine il muro, e però, se non fossero andati in soccorso con tutte le navi, Chio era perduta. Fu risoluto adunque di soccorrerla. In quel mentre Pedarito, con tutto l’esercito che avea seco composto di truppe ausiliarie e di milizie chie, andò ad assaltare il riparo con che gli Ateniesi avean circondato la loro flotta, ne espugnò una parte e s’impadronì di poche navi che erano state tirate sul lido. Ma gli Ateniesi accorsi alla difesa, fugarono primieramente i Chii, vinsero il rimanente dell’esercito con Pedarito, uccisero lui stesso con molti Chii, e presero gran quantità di armi.
56. Dopo questi fatti erano i Chii assediati più strettamente di prima per terra e per mare, e grande vi era la fame. E gli ambasciatori ateniesi con Pisandro pervenuti da Tissaferne mossero parola intorno ai patti. Ma Alcibiade (il quale non poteva far capitale con sicurezza di Tissaferne, perchè questi temeva più i Peloponnesi che non gli Ateniesi, e voleva secondo gl’insegnamenti del medesimo Alcibiade lasciarli logorarsi tra loro) immaginò questo compenso; cioè, che Tissaferne facendo agli Ateniesi richieste troppo grandi non rimanesse d’accordo. Ed io per me credo che Tissaferne ed Alcibiade avessero le medesime mire; quegli perchè temeva; questi perchè, vedendo che Tissaferne con tutta quell’ambasceria non inclinava ad accordarsi, non voleva esser creduto dagli Ateniesi inabile a persuaderlo, ma dare a vedere che gli Ateniesi stessi non facevano sufficienti offerte a Tissaferne già [224] persuaso e disposto a fare accordo. Infatti Alcibiade che parlava per Tissaferne ivi presente, tanto rincarò nelle dimande, che sebbene gli Ateniesi per un pezzo gli menassero buono quel che domandava, pure alla fine ebbero la colpa di non aver voluto concludere l’accomodamento. Perciocchè pretendeva egli la cessione di tutta la Ionia, e poi delle isole adiacenti ed altre cose, alle quali gli Ateniesi non si opposero. Alla fine nel terzo abboccamento, temendo davvero di essere scoperto per uomo senza credito presso Tissaferne, domandava che al re fosse permesso fabbricar navi, e scorrere le loro costiere con quante gli piacesse. Allora poi fu che gli Ateniesi giudicando niente meno che ineseguibili quelle proposte, e tenendosi beffati da Alcibiade, si levarono indispettiti dall’abboccamento, e tornarono a Samo.
57. Subito appresso queste cose, durante l’inverno, Tissaferne recossi a Cauno perchè desiderava di ricondurre i Peloponnesi a Mileto, e di pagare gli stipendii fatti che avesse con loro altri patti ne’ termini che potesse, acciò e’ non venissero intieramente debellati. Temeva egli che i Peloponnesi, mancando di viveri per la numerosa flotta, ed astretti dagli Ateniesi a combattere, non rimanessero vinti; o che abbandonate le navi, e privi del suo soccorso, non dessero occasione agli Ateniesi medesimi di arrivare al loro intento. Oltre di che stava in grandissima apprensione che andando a foraggiare non guastassero la terraferma. Mosso adunque dalla considerazione e provvedimento di tutte queste cose, perchè voleva tener bilanciate le forze de’ Greci, manda a chiamare i Peloponnesi, dà ad essi le paghe, e per la terza volta pattuisce questi accordi.
58. «L’anno tredicesimo del regno di Dario, essendo eforo in Sparta Alessippide fu fatto concordato nella pianura del Meandro, tra i Lacedemoni ed alleati per una parte, e Tissaferne, Ieramene ed i figlioli di Farnace per l’altra, intorno agli affari del re e a quelli de’ Lacedemoni e degli alleati, in questo tenore. Primo, che tutto il territorio del re che è nell’Asia appartenga al re, e del territorio [225] suo proprio il re disponga a suo talento. Secondo, che i Lacedemoni e gli alleati non entrino nel territorio del re a farvi danno veruno, nè il re in quello de’ Lacedemoni e degli alleati a farvi alcun male. Terzo, se alcuno de’ Lacedemoni o degli alleati entrerà nel territorio del re per nuocervi, i Lacedemoni e gli alleati debbano impedirlo; e se alcuno degli Stati del re vada per nuocere ai Lacedemoni od agli alleati, il re debba impedirlo. Quarto, che Tissaferne, secondo il convenuto, dia le paghe alle navi ora presenti, sino all’arrivo della flotta del re. Quinto, che dopo arrivata la flotta del re stia in facoltà de’ Lacedemoni e degli alleati di dare, se vogliano, le paghe alle navi; ma se piacerà loro pigliarle da Tissaferne, Tissaferne le sborsi, con questo però che a guerra finita egli debba essere rimborsato dai Lacedemoni e dagli alleati del denaro che avranno preso. Sesto, che arrivata la flotta del re, le navi de’ Lacedemoni, degli alleati e del re facciano in comune la guerra, secondochè piacerà a Tissaferne, ai Lacedemoni ed agli alleati; e se vorranno scioglier la guerra cogli Ateniesi, si debba sciogliere di comune consentimento.»
59. Tale fu questo concordato, dopo il quale Tissaferne si accingeva a far venire le navi fenicie siccome erasi stabilito, e ad eseguire tutte le altre cose promesse, volendo almeno far veder chiaro che di ciò si occupava.
60. Ma i Beozii, essendo omai quel verno al suo termine, presero per tradimento Oropo presidiato dagli Ateniesi; e in ciò prestarono loro mano alcuni di Eretria e d’Oropo stesso, i quali macchinavano la ribellione di Eubea. Imperciocchè, quella terra dominando l’Eretria, era impossibile finchè la ritenevano gli Ateniesi, che non facessero gravi danni ad Eretria stessa ed al resto dell’Eubea. Gli Eretriesi adunque già padroni di Oropo vanno a Rodi per invitare i Peloponnesi a passar nell’Eubea. I quali siccome erano piuttosto infiammati per il soccorso di Chio travagliata, salpando da Rodi con tutta la flotta, colà si avviarono. Arrivati intorno a Triopio scorgono in alto le navi ateniesi che venivano da Calce; ma nissuna delle due [226] flotte si mosse incontro. Cosicchè gli Ateniesi recaronsi a Samo, ed i Peloponnesi a Mileto, vedendo l’impossibilità di soccorrer Chio senza venire a battaglia navale. Finiva intanto l’inverno e l’anno ventesimo di questa guerra descritta da Tucidide.
61. Nell’estate seguente subito al cominciamento di primavera fu con poche genti spedito per la via di terra da Mileto nell’Ellesponto Dercilide gentiluomo spartano per sommovere alla ribellione Abido colonia de’ Milesii. Ed i Chii, stretti dall’assedio, intanto che Astioco non sapeva trovare il come soccorrerli, furono necessitati a combattere in mare. Avevano essi (mentre Astioco era tuttora in Rodi) dopo la morte di Pedarito ricevuto per capitano Leone venuto da Mileto e gentiluomo spartano, che come per sopraccarico aveva accompagnato Antistene e le dodici navi che stavano di presidio a Mileto, delle quali cinque erano di Turio, quattro di Siracusa, una di Anea, una di Mileto ed una di Leone. I Chii adunque fecero una sortita con tutto l’esercito ed occuparono un luogo forte; e nel tempo stesso le loro trentasei navi si spinsero contro le trentadue ateniesi, e vennero a battaglia, la quale fu combattuta ferocemente. E sebbene i Chii con gli alleati in quel fatto d’arme non avessero la peggio, pure essendo venuta la sera rientrarono in città.
62. Dopo di che subitamente arrivato da Mileto per la via di terra Dercilide, Abido nell’Ellesponto si ribellò e si diede subito a lui ed a Farnabazo, e lo stesso fece Lampsaco due giorni dopo. Lo che intesosi da Strombichide che era a Chio corse egli frettolosamente al riparo con ventiquattro navi ateniesi (alcune delle quali erano da trasporto ed avevano a bordo dei soldati di grave armatura), superò in battaglia i Lampsaceni venuti ad opporsegli, prese con quel primo impeto Lampsaco sguarnita di mura, fece preda di armi e di schiavi, e rimessa in città la gente di condizione libera recossi ad Abido. La quale non facendo vista di rendersi, fu da Strombichide assaltata, ma inutilmente. Laonde tragittò al lato opposto ad Abido, e munì Sesto città del [227] Chersoneso già una volta occupata dai Medi acciò fosse come un luogo di presidio e di osservazione su tutto l’Ellesponto.
63. Allora i Chii e le genti di Mileto poterono un po’ più allargarsi sul mare; ed Astioco sentito l’esito della battaglia di Chio, e la partenza di Strombichide colla flotta, prese coraggio, passò con due navi a Chio, si aggiunse quelle di lì, e con tutte riunite navigava diviato contro Samo. Ma siccome quelli di Samo per la diffidenza che regnava tra loro non si mossero ad incontrarlo, ritornossene a Mileto. E veramente circa questo tempo, ed anche innanzi si andava sciogliendo in Atene lo stato popolare: imperciocchè Pisandro con gli altri ambasciatori tornati da Tissaferne a Samo vi avean trovato l’esercito rassodato nelle intenzioni di prima, ed i Samii stessi, quantunque per l’innanzi fossero stati in sedizione tra loro onde non venisse stabilito il governo di pochi, incitavano ora i più potenti perchè cooperassero con loro a stabilirvelo. Parimenti quelli Ateniesi che si trovavano a Samo messo il capo insieme tra loro soli, aveano deliberato di lasciare a parte Alcibiade che di ciò non volea brigarsi, e che non credevano punto disposto ad entrare nella oligarchia, e di cercare il modo da per sè, siccome quelli che trovavansi in pericolo, onde l’affare non si addormentasse; e al tempo medesimo sostenere la guerra, e contribuir sollecitamente denari col proprio patrimonio, e far tutto quello che occorresse; persuasi che ogni travaglio che si pigliassero era a provvedimento della propria salvezza.
64. Confortatisi scambievolmente in tal modo spedirono tosto Pisandro ad Atene con la metà degli ambasciatori per trattare delle cose di là; ed ordinarono ad essi di stabilire l’oligarchia in tutte quelle città presso le quali si fermassero. Gli altri ambasciatori che componevano la seconda metà furono mandati chi in un luogo chi in un altro in diverse terre de’ sudditi. E Diotrofe che era allora intorno a Chio fu mandato al governo di Tracia al quale era stato eletto. Pervenuto egli in Taso abbattè lo stato popolare; ma non erano scorsi due mesi dalla sua partenza [228] che i Tasii cingevano di muro la loro città, avvisando non aver più punto bisogno dell’aristocrazia degli Ateniesi, ed aspettandosi di giorno in giorno la libertà per le mani de’ Lacedemoni. Imperciocchè i loro concittadini cacciati fuori dagli Ateniesi, si erano ricovrati presso i popoli del Peloponneso, e facevano di tutto, d’accordo co’ loro amici rimasti in città, per condurre delle navi a Taso e moverla alla ribellione. Pertanto quelli Ateniesi che erano a Samo conseguirono ciò che soprattutto bramavano, cioè che senza pericolo si raddrizzassero le cose in Atene, e che la parte popolare, la quale si sarebbe opposta, venisse depressa: ma a quelli tra gli Ateniesi medesimi che in Taso volevano stabilire l’oligarchia successe tutto il contrario; e, a mio credere, lo stesso avvenne anche in molti altri luoghi del loro dominio. Conciossiachè le città, fatto senno ed operando senza timore, si avviarono a sicura libertà, senza preferire la speciosa ma fraudolenta costituzione degli Ateniesi.
65. I colleghi di Pisandro nello scorrere le costiere abolivano, secondo che erasi determinato, la democrazia nelle città; e presi a compagni d’arme dei soldati gravi da alcune terre, vennero ad Atene, ove trovarono il più delle cose eseguito da’ loro fautori. Perciocchè, alcuni dei più giovani conspirando insieme aveano ucciso furtivamente Androcle uno de’ primi sostenitori del popolo, quello stesso che si era fatto duce degli altri a cacciare Alcibiade. Ed a ciò fare erano stati spinti da due motivi: primo, dal vedere Androcle atto a tirare a sè gli animi del popolo; secondo, e questo fu il più grave, dal pensare che s’ingrazionerebbero con Alcibiade, come quegli che tornerebbe in patria e procurerebbe loro l’amicizia di Tissaferne. Nell’istessa maniera si levarono copertamente dinanzi alcuni che non la tenevano da loro. Avevano inoltre composta una diceria al pubblico, colla quale mostravano non doversi dar pensioni altro che a’ militari, e non doversi ingerir della cosa pubblica più che cinquemila cittadini, e tra questi quelli specialmente che fossero in grado di giovare alla Repubblica colle sostanze e colle persone.
[229]
66. Era questo un bel pretesto presso la moltitudine, perchè di fermo eran per avere il governo della Repubblica quelli stessi che volevano cambiarlo. Pur nondimeno il popolo ed il senato[141] si adunavano per suffragi, ma nulla si decideva senza l’approvazione dei cospiratori. Anzi anche gli oratori erano del numero di questi, i quali esaminavano le cose prima che e’ le dicessero al pubblico. Nissuno degli altri contradiceva perchè temeva e vedeva che la trama avea molte fila; e se pur vi era chi contradicesse era subito con qualche acconcio modo levato di mezzo. Ricerche di tali omicidi non si facevano, i sospetti non si processavano, e il popolo stava fermo e pieno di tanto terrore, che si recava a guadagno se anche tacendo non soffrisse qualche violenza. Inoltre la opinione che i cospiratori fossero più numerosi di quello che veramente non erano, avea avvilito gli animi; e non v’era modo di saperne il vero, attesa la grandezza della città e il non conoscersi l’un l’altro. E per questo appunto chi di ciò fremeva non potea sfogar con alcuno il suo dispetto per cercar modo di vendetta; essendovi il pericolo di trovarsi a parlare o con persona non conosciuta, o, se conosciuta, non fedele; perciocchè tutti i popolani si avvicinavano sospettosamente, come se ognuno avesse parte in quei maneggi. Infatti vi avea di quelli che nissuno avrebbe creduto doversi voltare all’oligarchia, e questi seminarono diffidenza grandissima nella moltitudine; e con aver raffermato nei popolani questa diffidenza medesima, aiutarono la sicurezza degli oligarchici.
67. In tale stato di cose giunto ad Atene Pisandro e gli altri deputati, si occupavano subito di quello che rimaneva a fare. E primamente adunarono il popolo, e dissero esser loro consiglio che si scegliessero dieci personaggi con piena autorità, per la compilazione delle leggi; compilate le quali dovessero in un determinato giorno esporre al popolo il loro parere del come la Repubblica potesse governarsi ottimamente. Quindi, poichè venne quel giorno, intimarono l’assemblea a Colono (che è un luogo sacro a Nettuno, distante dalla città intorno di dieci stadii) ove i [230] compilatori null’altro promulgarono se non questo: che chiunque degli Ateniesi il volesse, potesse dire la sua opinione; e posero gravi multe per chi accusasse di trasgressione alle leggi o in altro modo nuocesse a qualunque pigliasse a parlare. Ed allor davvero fu detto a chiara voce che non si esercitasse magistratura alcuna nè si dessero le pensioni nel modo di prima; che si creassero cinque presidenti, che questi cinque scegliessero cento personaggi, e che ognuno di questi cento se ne aggiungesse altri tre; e così in numero di quattrocento entrando nella sala del consiglio avessero intera balìa di governare nel modo che credano il migliore, e di adunare cinquemila cittadini ogniqualvolta lor piaccia.
68. Questo parere fu proposto da Pisandro, che anche nel resto mostrossi alla scoperta il più premuroso ad abbattere lo stato popolare. Ma quegli che avea congegnato tal macchina, e meditato di lungo tempo per condurla a quel termine, fu un tale Antifonte, cittadino ateniese, per merito a nissuno secondo tra’ suoi contemporanei, valentissimo a immaginar disegni e a dichiarare i suoi concetti. Giammai egli compariva dinanzi al popolo, nè spontaneo interveniva a qual si fosse dibattimento; che anzi di lui adombravasi la moltitudine per l’opinione in che lo aveva di dicitore eloquentissimo. Nondimeno da sè solo poteva giovare moltissimo a chiunque, dovendo sostenere liti nei tribunali o dinanzi al popolo, fosse in qualche cosa ricorso al consulto di lui. Ed egli medesimo, caduti in appresso i quattrocento e perseguitati dal popolo, quando fu citato in giudizio come reo di cospirazione, apparisce aver difesa la causa di morte a lui comune con essi, meglio di quanti vissero fino a’ miei tempi[142]. E lo stesso Frinico per timore di Alcibiade, cui sapeva essere informato delle sue pratiche con Astioco a Samo, si fe’ conoscere deditissimo sovra ogni altro all’oligarchia, sotto la quale giudicava con tutta probabilità impossibile il ritorno di lui; e mostrossi guarentissimo sostenitore de’ pericoli ch’e’ si fosse addossati. Anche Teramene di Agnone, cittadino non mancante di eloquenza [231] e di discernimento, non rimase indietro a veruno dei sovvertitori dello stato popolare. Talchè non è meraviglia se quest’affare, come che grande, trattato da tanti e prudenti personaggi, sortisse l’effetto. E certo non era lieve impresa il torre la libertà al popolo ateniese quasi cent’anni dopo l’estinzion de’ tiranni, popolo non che soggetto ad alcuno, ma usato a comandare agli altri per più che la metà di quel tempo.
69. Scioltasi pertanto l’assemblea, che nullo contradicendo avea stabilite queste cose, subito dopo furono introdotti nella sala del consiglio i quattrocento con questo stratagemma. Stavano continuamente tutti gli Ateniesi sull’armi, a cagione de’ nemici di Decelia, parte in sulle mura, parte in ordinanza. In quel giorno adunque, vi lasciarono andare, secondo il solito, quelli che non erano consapevoli della trama, e ordinarono segretamente ai congiurati di fermarsi ad una certa distanza dal posto ove era quella gente armata: e se mai alcuno volesse opporsi a ciò che si meditava di fare, pigliassero le armi e vi si opponessero. Tra quelli ai quali erano stati dati per tempo tali ordini vi furono degli Andrii, de’ Tenii e trecento Caristii, ed alcuni inquilini di Egina, che gli Ateniesi vi aveano spediti in colonia, e che eran venuti appunto a quest’oggetto colle loro armi. Ordinati in tal modo costoro, vennero i quattrocento ciascuno con una spadetta nascosta; e con essi centoventi giovanastri greci de’ quali si servivano quando occorreva menar le mani. Sorpresero i senatori già scelti per suffragi mentre erano nella sala senatoria, e ad essi intimaron di uscire ricevendo la loro pensione. Infatti avean portato seco la pensione che i senatori dovevano avere pel tempo che durava la carica, e ad essi la pagarono mentre uscivano.
70. In tal guisa sciolto il senato senza opporre veruno ostacolo, e il rimanente della cittadinanza stando quieta e non levando romore, vennero i quattrocento nella sala del senato, tirarono a sorte dal loro numero i Pritani, e fecero in onor degli Dei quanto di voti e sacrifizi usano quelli che entrano in carica. Poi cambiato non poco il governo popolare, [232] senza però riammettere in patria i banditi per dispetto d’Alcibiade, in tutto il resto reggevano violentemente la città. Uccisero non molti cui crederono ben fatto levar di mezzo, altri misero a ferri, altri esiliarono. Spedirono inoltre un’ambascieria ad Agide re dei Lacedemoni il quale era in Decelia, dicendo volersi riconciliare seco lui, ed esser da credere che e’ vorrebbe pattuire con loro innanzi che con un popolo senza fede.
71. Agide però era d’avviso che la città non fosse quieta; che il popolo non cederebbe così per fretta la sua antica libertà; e che se vedesse un numeroso esercito di Lacedemoni non starebbe alle mosse. Di più non sapeva al presente darsi del tutto a credere che tra loro non vi fossero delle turbolenze. Onde agli ambasciatori de’ quattrocento non diè risposta veruna concernente gli accomodamenti. Bensì fece venir dal Peloponneso un grosso esercito; e non molto dopo egli in persona colla guarnigione di Decelia unita a quell’esercito scese fin sotto le mura stesse degli Ateniesi; sperando o che essi agitati dalle turbolenze si sarebbero resi a discrezione alle sue armi, o che gli avrebbe superati di primo impeto per la confusione che naturalmente dovea esser dentro e fuori della città. Imperciocchè stimava che la presa delle mura lunghe non gli potesse fallire perchè erano abbandonate. Fattosi adunque vicino, gli Ateniesi nell’interno non fecero il più piccolo movimento; ma fatta uscire la cavalleria, e una parte delle milizie gravi e leggere e degli arcieri, uccisero alcuni dei nemici che si erano troppo appressati, e s’impadronirono di qualche armatura e di pochi cadaveri. Per lo che Agide ricredutosi ritirò indietro l’esercito, e fermossi a Decelia colla sua guarnigione; e l’esercito sopravvenuto ritornò a casa dopo essersi trattenuto pochi giorni in quei luoghi. In seguito i quattrocento non cessarono di mandare ambascerie ad Agide che omai le accoglieva più favorevolmente; e per suo consiglio spedirono legati a Sparta intorno all’accomodamento, essendo bramosi di rappacificarsi.
72. Inviarono ancora dieci personaggi a Samo per abbonir [233] quell’esercito, e mostrargli che non si era stabilita l’oligarchia a danno della Repubblica e dei cittadini, ma per salvezza di tutto il comune; che cinquemila e non soli quattrocento erano al governo degli affari; e che per gli Ateniesi non si erano mai adunati in numero di cinquemila per venire a deliberare di cosa quanto si voglia rilevante, perchè impediti dalle spedizioni, ed occupati fuori dei confini. E aggiunte a queste altre parole acconcie ad esser dette li spedirono subito dopo il cangiamento da lor fatto nel governo; perchè temevano (siccome avvenne) che i soldati di marina non volessero starsene al reggimento oligarchico, e che il male cominciato di là non venisse a dar loro la volta.
73. E veramente già si tentavano a Samo delle novità rispetto alla oligarchia; e verso il tempo medesimo in cui si stabiliva il magistrato de’ quattrocento si diè il caso che vi accaddero queste cose. Quelli tra’ Samii che erano insorti contro i nobili, e che la tenevano del popolo, mutata nuovamente parte, e indotti da Pisandro quando recossi colà, e da alcuni Ateniesi che fatta cospirazione in numero di quattrocento parteggiavano in Samo per la congiura, volevano dare addosso agli altri che riguardavano come popolani. E sostenuti da Carmino uno dei generali e da alcuni Ateniesi che erano in Samo, ai quali avevano impegnata la loro fede, uccisero un tale Iperbole cittadino d’Atene, uomo perverso e bandito coll’ostracismo, non già per tema della sua potenza o del suo credito, ma perchè era malvagio e facea vergogna alla città. Altre cose a queste consimili adoperarono d’accordo con quelli Ateniesi, ed erano al punto di assaltare i popolani. I quali avutone sentore palesano l’attentato a Leone e Diomedonte, che per essere onorati dal popolo non sapeano contentarsi dell’oligarchia, e poi a Trasibulo ed a Trasillo, quegli sopraccomito di trireme; questi capitano di soldati gravi; e finalmente a tutti gli altri che sempre eransi mostrati sommamente avversi ai congiurati. E li pregavano a non permettere ch’e’ fossero trucidati, e che Samo venisse alienata dagli Ateniesi nei quali per opera [234] di lei era fino a quel giorno rimasto fermo l’impero. Quelli udito ciò andavano pregando ad uno ad uno i soldati a non stare indifferenti in tale attentato, e con impegno anche maggiore quei che erano a bordo della nave Paralo, cittadini ateniesi e liberi, nemici sempre mai dell’oligarchia anco quando non era stabilita. E Leone e Diomedonte ogni volta ch’e’ facevano qualche corsa per mare rilasciavano loro alcune navi per difesa. Laonde quando quei trecento assalirono i popolani di Samo, questi ebbero vittoria, perchè sostenuti da tutte quelle genti e principalmente da quei della Paralo; ed uccisero circa trenta di quei trecento, e punirono coll’esilio tre dei più colpevoli. E accordata amnistia agli altri, d’allora innanzi tutti di consenso si reggevano a popolo.
74. Dipoi gli abitanti di Samo ed i soldati ignari ancora che il governo fosse in mano dei quattrocento, spediscono ad Atene a dar avviso dell’accaduto la nave Paralo, e sovr’essa Cherea di Archestrato cittadino ateniese stato uno dei più caldi ad operar quella mutazione. Approdati questi colà, i quattrocento imprigionarono due o tre della nave Paralo, e levati gli altri da questa nave li fecero montare sopra un’altra da trasporto, e li destinarono a star di presidio intorno all’Eubea. Ma Cherea, scapolato non so come, alla vista di quei fatti torna diviato a Samo, racconta ai soldati lo stato di Atene, esagerando ogni cosa col dire, che tutti i cittadini si punivano con battiture, che non era permesso il piatire contro quelli che erano alla testa del governo, che le stesse loro mogli ed i figli si vituperavano, e che si pensava di arrestare ed incarcerare tutti i parenti dei soldati di Samo che fossero dalla parte opposta, per farli morire qualora essi non obbedissero. Ed a queste molte altre menzogne aggiungeva.
75. Al sentir tali cose il primo impeto de’ soldati fu di avventarsi addosso a’ principali fautori dell’oligarchia, ed agli altri che vi avean prestato mano; ma poi impediti dalla gente entrata di mezzo, ed avvertiti a non voler rovinare gli affari, co’ nemici d’appresso ed alle vedette, si racquetarono. Dopo di che Trasibulo di Lico e Trasillo, i [235] primari capi della rivoluzione, volendo omai ridurre apertamente il governo di Samo alla democrazia, fecero giurare co’ più solenni giuramenti a tutto l’esercito, e in specie ai fautori dell’oligarchia, che starebbero fermi e concordi nel reggimento popolare, che sosterrebbero vigorosamente la guerra contro i Peloponnesi, che sarebbero nemici a’ quattrocento, e che con essi non tratterebbero di accordi. Si unirono a prestar li stessi giuramenti tutti i Samii che erano per età atti all’armi, ed i soldati fecero causa comune con essi in tutti gli affari e le conseguenze di quei pericoli; stimando non esservi nè per sè, nè per i Samii altro rifugio di salvezza, ma dover tutti morire ove i quattrocento ed i nemici di Mileto la vincessero.
76. In questo tempo levossi gran contrasto, perchè l’esercito di Samo voleva costringere Atene al governo popolare, ed Atene, l’esercito al reggimento dei pochi. Ed i soldati a Samo fecero tosto una dieta ove deposero dal comando i generali di prima e quei trierarchi de’ quali sospettavano, e sostituirono altri generali ed altri trierarchi, e tra questi Trasibulo e Trasillo. E levandosi a parlare si esortavano l’un l’altro, e dicevano non doversi perder di coraggio che la città si fosse divisa da loro, perchè questa divisione era stata fatta da pochi a petto a loro che erano in più quantità e meglio forniti di tutto. Infatti avendo in mano la flotta astringeranno le altre città sulle quali comanda Atene a somministrar denaro, non altrimenti che se si fossero mossi da Atene stessa; perchè stando per loro Samo, città non debole e che quando era in guerra con Atene poco mancò che non le togliesse l’impero del mare, di lì sarebbero in grado di respingere i nemici come per l’avanti. Poter loro, come padroni delle navi, procacciarsi le vettovaglie meglio di quei d’Atene; aver questi, sì bene per paura di loro accampati a Samo, occupato di prima l’ingresso del Pireo, ma ora ove non vogliano rimettere in piedi il governo antecedente saranno ridotti a tale, che l’armata di Samo provvista di forze maggiori li escluderà dal mare, invece che essi escludano lei; lieve essere e di niun conto l’aiuto che Atene porgeva [236] loro per superare i nemici; non aver perduto nulla nel trovarsi abbandonati dagli Ateniesi che non avevano più denaro da mandare all’esercito, (mentre i soldati se lo procacciavano da sè) nè verun consiglio salutevole donde procede l’autorità delle repubbliche sugli eserciti; aver peccato quei d’Atene nel caso presente abrogando le patrie leggi, ed essi volerle conservare e tentare di costringere anche loro; talchè quelli che ancor rimanessero colla mente sana, non eran per esser tenuti appresso i soldati di Samo cittadini meno pregevoli. Aggiungevano per ultimo che Alcibiade, ove ottenesse sicurezza e ritorno in patria, di buon grado procaccierebbe loro l’alleanza del re; e, quel che più rilevava, se ogni cosa andasse fallita, essi padroni di flotta sì rispettabile avrebbero molti luoghi ove ritirarsi, ne’ quali troverebbero città e terreno.
77. Dette queste cose dai soldati nella dieta, e incoraggiatisi l’un l’altro, si occupavano dei guerreschi apparecchi niente meno che prima. E i dieci ambasciatori spediti dai quattrocento a Samo, poichè arrivati a Delo ebbero inteso ciò, fermarono il corso.
78. In questo tempo medesimo i soldati in sulla flotta dei Peloponnesi a Mileto vociferavano tra loro che Astioco e Tissaferne rovinavano gli affari. Dicevano che Astioco per l’innanzi, quando essi erano in forze maggiori e l’armata ateniese in piccol numero avea schivato la battaglia navale, ed ora pur la schivava mentre si sentiva i nemici essere in sedizione, e le navi loro non per anche riunite; e che intanto coll’aspettar senza pro le navi fenicie promesse da Tissaferne (che dava parole e non fatti), si andava incontro al pericolo di trovarsi al tutto rovinati; che Tissaferne poi non conduceva le navi promesse e danneggiava la flotta non dando puntualmente ed interamente le paghe. Laonde concludevano non doversi più indugiare, ma venire a decisiva battaglia per mare; e più di tutti insistevano i Siracusani.
79. Gli alleati ed Astioco all’udir tali bisbigli si adunarono, e stabilirono di venire a battaglia; da che avean [237] pure avuto lingua delle turbolenze di Samo. Perocchè fatto vela con tutte le navi, che erano cento dodici, ed ordinato ai Milesii di condursi per terra a Micale, s’indirizzarono alla volta di Micale. Gli Ateniesi con le ottantadue navi di Samo che aveano stazione a Glauce del territorio di Micale (perciocchè dalla parte che guarda Micale Samo è poco distante da terraferma) vedendosi venir contro la flotta de’ Peloponnesi, ritiraronsi a Samo, avvegnachè non si credessero in numero bastante a tentare un pericolo che dovea decidere della somma delle cose. Inoltre, siccome aveano presentito che i nemici erano partiti da Mileto per venire a battaglia navale, voleano aspettare che Strombichide tornasse dall’Ellesponto in loro aiuto colle navi che da Chio erano arrivate ad Abido. E già gli avevan mandato innanzi l’avviso. Così gli Ateniesi si ritirarono a Samo; ed i Peloponnesi approdati a Micale vi si accamparono insieme coi fanti dei Milesii e dei circonvicini. Ed il giorno appresso erano per navigar sopra Samo, quando avuto nuova dell’arrivo di Strombichide dall’Ellesponto colle navi, voltarono subito addietro per Mileto. Gli Ateniesi anch’essi rinforzati dalla flottiglia di Strombichide si mossero verso Mileto con otto e cento navi, desiderosi di tentare una battaglia decisiva; ma siccome nessuno si mosse loro incontro tornarono indietro a Samo.
80. Seguite appena queste cose, nell’estate medesima i Peloponnesi, che credendosi insufficienti con tutte le navi riunite ad opporsi al nemico non erano usciti ad incontrarlo, non sapevano donde procacciarsi i denari per flotta sì numerosa, tanto più che Tissaferne li teneva scarsi nelle paghe. Laonde spediscono (conforme di prima era stato ordinato dal Peloponneso) Clearco di Ramfia con quaranta savi a Farnabazo, il quale gli invitava, ed era pronto a pagare gli stipendii; ed insieme significava loro per mezzo di legati di voler ribellare Bisanzio. Pertanto quelle navi peloponnesie trattesi in alto mare per tragittar di nascosto agli Ateniesi, furono colte da una tempesta. Cosicchè la maggior parte [238] di esse con Clearco dieder fondo a Delo e poi ritornarono a Mileto (tranne Clearco che si era ricondotto per terra all’Ellesponto, e ne avea preso il comando); e sole dieci condotte dal generale Elisso di Megara arrivarono a salvamento, nell’Ellesponto, e mossero Bisanzio alla ribellione. Appresso, gli Ateniesi di Samo informati di ciò spediscono un soccorso di navi per tener guardato l’Ellesponto; e fuvvi un leggiero combattimento dinanzi a Bisanzio tra otto navi da una parte e otto dall’altra.
81. Ma in Samo quelli che erano al governo delle cose, e specialmente Trasibulo, da che ebbe cambiato gli affari, fermo sempre nel suo pensiero di rimettere in patria Alcibiade, riuscì con un’arringa a tirar nella sua opinione la più gran parte dei soldati. I quali avendo decretato ad Alcibiade il ritorno alla patria e l’impunità, Trasibulo andato da Tissaferne ricondusse a Samo Alcibiade medesimo, stimando non esservi altra salvezza se non quella che egli recasse alla parte loro Tissaferne. E tenutasi una dieta, Alcibiade fece grandi querele e lagnanze del suo bando, e intertenendosi molto a parlare della Repubblica destò in loro non piccole speranze sull’avvenire, e magnificò oltre modo il suo credito presso Tissaferne, per farsi temere da chi in Atene reggeva l’oligarchia, per disciogliere più facilmente le congiure, per essere onorato maggiormente da quei di Samo e rincorargli meglio; e per screditare al più possibile i nemici dinanzi a Tissaferne, e farli decadere dalle concepute speranze. Vantava egli adunque queste grandissime promesse, che Tissaferne, qualora potesse fidarsi degli Ateniesi, si era impegnato con lui di non far loro mancare in verun modo gli stipendii finchè gli restasse qualche cosa del proprio, anche a costo di vendere il letto per far denari; che agli Ateniesi non a’ Peloponnesi condurrebbe le navi fenicie già arrivate in Aspendo; ma che solo si fiderebbe di loro quando esso Alcibiade tornato in patria ne stesse mallevadore.
82. I soldati al sentir questo e molte altre cose, lo elessero subito generale insieme cogli altri di prima; rimisero [239] in lui il governo di tutti gli affari, e nissuno di essi avrebbe commutato con qualsivoglia altro bene la speranza presentemente conceputa di salvarsi, e di pigliar vendetta de’ quattrocento. E per le cose dette da Alcibiade erano pronti in quel primo impeto a navigar sopra il Pireo, mettendo in non cale gli attuali nemici, ove egli, non ostante le istanze di molti, non avesse al tutto impedito che, lasciando addietro i nemici più vicini, facessero quella mossa. Disse anzi che essendo egli stato creato generale, volea recarsi da Tissaferne per trattare delle bisogne di guerra; e appena sciolta l’adunanza vi andò; sì perchè volea parere di comunicar tutto con lui, sì eziandio perchè bramava venirgli in maggior estimazione, e farsi bello d’essere omai stato eletto generale, e di trovarsi in grado di procacciargli del bene e del male. Cosicchè venne fatto ad Alcibiade d’incuter paura agli Ateniesi col nome di Tissaferne, ed a Tissaferne col nome degli Ateniesi.
83. Ma i Peloponnesi di Mileto udito il ritorno d’Alcibiade, se per lo passato non avean fede in Tissaferne, allora sì che vie più se ne disgustarono. Imperciocchè fin da quando si erano essi tenuti di venire a battaglia contro la flotta ateniese uscita sopra Mileto, era accaduto che Tissaferne andava assai più a rilento nel dare le paghe, e che anche prima di questi fatti, per gl’intrighi di Alcibiade, era incorso a gran passi nel loro sdegno. Laonde i soldati nei loro capannelli (e non solo i soldati, ma ancora altre persone di conto) ritornavano sulle riflessioni di prima; cioè che non ricevevano mai intera la paga, che piccola era quella che veniva data e neppur questa si dava sempre, che se non si tentasse un decisivo combattimento navale, o non si andasse in altro luogo donde cavar si potessero i viveri, le truppe avrebbero abbandonata la flotta, e che di tutte queste cose era cagione Astioco, il quale per privati guadagni secondava gli umori di Tissaferne.
84. Mentre che essi erano in queste considerazioni, avvenne riguardo ad Astioco questo tumulto. I marinari dei Siracusani e de’ Turii, quanto erano la più gran moltitudine [240] di gente libera, altrettanto con più audacia si affoltavano a dimandar la paga. Astioco rispose loro arrogantemente anzi che no, ed alzò il bastone minacciando Dorico che patrocinava le sue ciurme. A tal vista la moltitudine de’ soldati, da truppa marinaresca com’erano, alzarono le grida e si avventarono addosso ad Astioco per batterlo; ed egli previsto ciò ricovrossi ad un altare. Nè già fu ferito, ma la calca si dileguò. Ed i Milesii assalirono furtivamente ed espugnarono un forte fabbricato da Tissaferne in Mileto, e cacciarono via il presidio che vi era; operazione che riscosse l’approvazione degli alleati e specialmente de’ Siracusani, ma che dispiacque a Lica; il quale diceva che i Milesii doveano, con discrete condizioni star sotto Tissaferne come pure gli altri che trovavansi nelle terre del re, e tenerselo caro finchè non avessero bene acconciata la guerra. Ma i Milesii erano omai sdegnati con Lica; e per questi motivi ed altri consimili, quando egli venne a morire per malattia, non permisero ai Lacedemoni che si trovavano a Mileto ch’ei fosse seppellito nel luogo che desideravano.
85. Nel tempo appunto che nel campo peloponnesio bollivano questi mali umori contro Astioco e contro Tissaferne, arrivò da Sparta Mindaro per succedere nell’ammiragliato ad Astioco, e recossi in mano il comando. Astioco imbarcò per andarsene; e Tissaferne spedì con lui in qualità di ambasciatore un tale del suo seguito, per nome Gaulete, della Caria, perito delle due lingue, il quale accusasse i Milesii del fatto del castello, ed insieme purgasse lui dalle imputazioni che gli venivano date: perchè sapeva bene che anche i Milesii si erano messi in cammino col fine principalmente di querelarlo, in compagnia d’Ermocrate che dovea denunziarlo come uomo doppio ed unito con Alcibiade a rovinar le cose dei Peloponnesi. Qui è da sapere che Ermocrate nutriva mai sempre l’inimicizia conceputa con Tissaferne a cagion del pagamento degli stipendii. E in ultimo quando e’ fu bandito da Siracusa, e vennero a Mileto pel comando delle navi siracusane altri generali, cioè, Potami, Miscone e Demarco, Tissaferne si [241] mise con più ardore a perseguitarlo come bandito, e fra l’altre lo incolpava che si fosse fitto in testa di odiar lui, da che chiesti una volta i denari non gli aveva ottenuti. Astioco adunque, i Milesii ed Ermocrate s’imbarcarono per Sparta, ed Alcibiade già da Tissaferne era ripassato a Samo.
86. Partiti da Delo i legati de’ quattrocento già spediti a Samo per attutire ed informare l’esercito, vi giungono quando v’era presente Alcibiade; e tenutasi adunanza si sforzavano di pigliar la parola. I soldati da prima non volevano udirli; e gridavano che si uccidessero i disfacitori dello stato popolare; ma poi quetatisi s’indussero ad ascoltarli. Allora i legati annunziavano che la mutazione del governo non era stata fatta a perdizione, ma a salvezza della Repubblica, e non per darla in mano ai nemici, ai quali si sarebbe potuta dare quando e’ l’assalirono essendo in carica i quattrocento; che a tutti toccherebbe la sua volta di entrare nel numero de’ cinquemila; che i loro congiunti non erano insultati (siccome aveva calunniosamente riferito Cherea), e non che ricevessero alcun male, stava ciascuno di essi al suo posto padroni de’ propri beni. Molte altre cose poi aggiunsero a queste che non furono punto meglio udite dai soldati, i quali invece s’infastidirono, e proponevano chi un partito, chi un altro, e specialmente quello di navigare contro il Pireo. Allora fu che Alcibiade riscosse la opinione d’aver il primo e non meno di qualunque altro giovato alla Repubblica. Conciossiachè, essendo risoluti gli Ateniesi di Samo di navigar contro quelli d’Atene (nel qual caso i nemici a dirittura avrebber sicuramente occupato la Ionia e l’Ellesponto), egli ebbe il vanto di essersi opposto a quella furia, nella quale nissuno sarebbe stato atto a contenere la moltitudine; distolse l’esercito da quella mossa, e garrì e represse quelli che si versavano contro ai legati. I quali egli medesimo rimandò con questa risposta; che non impedirebbe a’ cinquemila di ritenere il governo, ma che ordinava loro di deporre i quattrocento, e di rimettere come prima il consiglio de’ cinquecento. Se poi per economia [242] fosse stata fatta qualche riforma, ad oggetto che i soldati fossero meglio pagati, in ciò li lodava sommamente. Del resto li confortava a tener il fermo e non cedere ai nemici; perciocchè mantenendosi salva la Repubblica, vi era molta speranza di accomodarsi tra loro; ma una volta che una delle due parti, o quella di Samo o quella di Atene soccombesse, non vi resterebbe più nemmeno con chi rappacificarsi. Trovavansi presenti a questo dibattimento anche gli ambasciatori degli Argivi, i quali promettevano di soccorrere i popolani ateniesi che erano in Samo. Di che Alcibiade, colmatili di lodi, disse loro che si dovessero presentare quando fossero chiamati, e così li accomiatò. Questi Argivi erano venuti a Samo con quei della nave Paralo, i quali al tempo soprallegato erano stati destinati dai quattrocento a volteggiare intorno all’Eubea con una nave da trasporto, e doveano condurre a Sparta per parte de’ quattrocento gli ambasciatori ateniesi, Lespodia, Aristofonte e Melesia. Se non che quando navigando furono presso ad Argo arrestarono gli ambasciatori, e come principali sovvertitori dello stato popolare li consegnarono agli Argivi. Nè già ritornarono ad Atene, ma conducendo seco gli ambasciatori, da Argo arrivarono a Samo colla nave sulla quale erano.
87. Nella medesima estate volendo Tissaferne (come di fermo fu creduto) sventare le imputazioni dategli da’ Peloponnesi, i quali tra le altre, a cagione del ritorno d’Alcibiade erano scorrubbiati con esso lui quasi la tenesse apertamente da Atene, si dispose a portarsi ad Aspendo per le navi fenicie, e comandò a Lica di essergli compagno in quel viaggio. E quanto all’esercito disse che lascerebbe ordine a Tamo suo luogotenente di pagar gli stipendii, in quel tanto ch’ei stesse assente. La cosa però non si racconta in un medesimo modo, nè è facile intendere perchè andasse ad Aspendo, e poi andatovi non conducesse le navi. Conciossiachè egli è cosa indubitata che centoquarantasette navi fenicie erano arrivate ad Aspendo; e d’altronde molte sono le congetture del perchè non venissero. Alcuni tengono che Tissaferne andasse [243] ad Aspendo per logorar con questa sua partenza i Peloponnesi, come veramente era suo pensiero. Ed infatti Tamo suo luogotenente pagava gli stipendi non punto meglio, ma anzi peggio di lui. Altri opinano che dopo aver fatti venire i Fenicii sino ad Aspendo ei volesse cavarne denari congedandoli; poichè non aveva intenzione di valersi di loro. Altri poi son d’avviso che facesse ciò mosso dalle male voci giunte fino a Sparta, acciocchè si dicesse che la sua condotta non era disleale, ma che egli andava apertamente per una flotta al certo equipaggiata. Con tutto questo a me pare che il motivo più chiaro del non aver condotto quella flotta fosse per indebolire e tener sospese le cose de’ Greci; per farli consumar tra loro mentre egli era assente e si tratteneva colà; e per tenere in bilancia i loro interessi senza farla preponderar da alcuna parte colla sua aggiunta; perchè è manifesto che, se lo avesse voluto, arebbe posto fine alla guerra; e l’esito non sarebbe stato dubbioso. Essendochè, conducendo la flotta fenicia ai Lacedemoni, avrebbe ragionevolmente dato la vittoria ad essi, i quali anche di presente stavano a fronte degli Ateniesi con eguali forze marittime piuttostochè minori. Lo scusarsi poi del non aver condotto quelle navi, col dire che erano state accolte in più piccol numero di quello che il re aveva ordinato, fu un parlare da sonnolento; perchè in tal caso arebbe meglio incontrato il gradimento del re spendendo non molti denari, e con più sottile spesa avrebbe conseguito l’istesso. Ma (qual che si fosse la sua intenzione) Tissaferne arriva ad Aspendo e si abbocca coi Fenicii; ed i Peloponnesi per ordine di lui vi spediscono Filippo gentiluomo lacedemone con due triremi, persuasi che gli dovessero esser consegnate quelle navi.
88. Non sì tosto sentì Alcibiade la partenza di Tissaferne per Aspendo che anch’egli si mise in mare con tredici navi, promettendo di sicuro a quei di Samo un di questi due importantissimi servigi; o condurrebbe le navi fenicie agli Ateniesi, o impedirebbe al certo che venissero ai Peloponnesi. Sapeva egli di lunga mano, com’è da credere, [244] non essere intenzione di Tissaferne condurre quelle navi; e di più voleva screditarlo sommamente appresso i Peloponnesi, per conto dell’amicizia che Tissaferne medesimo aveva con lui e con gli Ateniesi; affinchè così fosse maggiormente costretto ad accostarsi alla parte ateniese. Laonde fatto vela direttamente da Samo per alla volta di Cauno e di Faselide proseguiva la sua gita verso Aspendo.
89. Ma i mandatari de’ quattrocento tornati da Samo ad Atene, e riferite le risposte di Alcibiade con cui ordinava di persistere e non cedere ai nemici, giacchè egli avea molta speranza di riconciliare con loro l’esercito e di superare i Peloponnesi, ispirarono assai maggior coraggio a coloro, i quali, tuttochè avesser parte al reggimento oligarchico, pure ne erano di prima indispettiti, e volentieri avrebber preso qualche via di sicurezza per uscir da quell’intrigamento. E già si accoglieano in brigate, e biasimavano quello stato di cose, avendo in ciò per capi generali ragguardevolissimi addetti all’oligarchia e costituiti in carica, come Teramene di Agnone, Aristocrate di Sicelio ed altri, che avean mano tra’ primi al governo degli affari, e che temendo (per quanto dicevano) dell’esercito di Samo e di Alcibiade, ed anche de’ loro ambasciatori a Sparta, mandaron dicendo a quest’ultimi che badassero bene di non recar danno alla patria, ove qualche trattato concludessero senza il consenso del maggior numero de’ cittadini. Credevano essi che con questo temperamento libererebbero la Repubblica dal cadere sotto il governo di troppo pochi; e dicevano che bisognava creare i cinquemila non in parole, ma in fatti, e ridurre lo Stato a maggiore eguaglianza. Tutto questo però era un pretesto politico delle loro mire, e la maggior parte di essi, mossi da private ambizioni, erano attaccati a tal forma di governo, in cui l’oligarchia, più che altro nata dalla democrazia è un sogno. Essendochè nel primo giorno stesso del governo oligarchico, ciascun pretende di primeggiar di gran lunga sugli altri, non che di essere eguale: laddove negli squittinii che si fanno dal popolo, ognun si accomoda più facilmente [245] al resultamento senza credersi soverchiato, perchè è opera di cittadini eguali. Quello poi che manifestamente sollevò gli animi di costoro fu la ferma autorità che avea Alcibiade in Samo, e la opinione in cui essi erano, che il reggimento de’ pochi non potesse durare stabilmente. Laonde ciascuno faceva oltremodo a gara per essere il principal protettore dello stato popolare.
90. Quelli però tra i quattrocento che erano grandissimamente avversi a tal forma di governo, e che avevano maggiore autorità, come Frinico, il quale anche nel tempo del suo generalato a Samo avea contrariato Alcibiade, ed Aristarco uno de’ più accaniti ed invecchiati nemici del popolo, e Pisandro ed Antifonte ed altri de’ più potenti, già fin da prima appena essi furono assunti al governo, e poi quando i fautori che avevano a Samo passarono alla democrazia, spedivano a Sparta ambasciatori del loro numero; e si davano ogni cura pel reggimento oligarchico; e costruivano un muro nel sito chiamato Etionea. Le quali cose con sollecitudine anche maggiore facevano, dopo che per i loro ambasciatori tornati da Samo ebbero compreso che la plebe e quelli che prima sembravano fedeli avean mutato mantello. E temendo delle cose d’Atene e di Samo spedirono prestamente Antifonte e Frinico con altri dieci, ordinando loro di accomodarsi coi Lacedemoni in qualunque modo si fosse tollerabile, e con premura più grande edificavano il muro di Etionea. La loro intenzione nel fabbricar questo muro era (come diceva Teramene e quelli della sua parte) non d’impedire ai soldati di Samo l’entrata nel Pireo, qualora venissero ad assaltarlo colla flotta; ma piuttosto di ricevervi dentro i nemici colle navi e coi fanti, quando loro piacesse: imperciocchè Etionea è come un gomito del Pireo, e presso di lei si trova l’ingresso delle navi. Attaccavano adunque questo muro all’altro che vi era di prima e che guardava terraferma; in modo che con poche genti le quali vi stessero sopra, erano padroni dell’ingresso; perchè il muro vecchio verso terraferma, e dalla parte interna il muro nuovo che andava al mare, terminavano entrambi ad una [246] delle due torri sulla bocca del porto che è angusto. Edificarono inoltre una grandissima loggia che si estendeva immediatamente nella maggior vicinanza a questo muro nel Pireo; e di essa erano eglino i padroni, ed astringevano tutti a scaricarvi il grano del paese e quello che veniva dalla parte del mare, ed a cavarlo di lì per venderlo.
91. Teramene pertanto da molto tempo facea gran romore di queste cose; e dopo che furono ritornati da Sparta gli ambasciatori senza nessuna conclusione di accomodamento circa la somma degli affari, diceva che con quel muro vi era il pericolo di rovinar tutta la città. Essendochè si dava il caso che quarantadue navi (alcune delle quali erano italiane e siciliane cioè di Taranto e di Locri) venute circa questo tempo dal Peloponneso a petizione degli Eubeesi, aveano dato fondo in sulle coste della Laconia, e si preparavano a navigar per l’Eubea capitanate da Egesandrida spartano. Quest’armata, diceva Teramene, esser diretta piuttosto verso quelli i quali fabbricavano il muro ad Etionea, che non verso l’Eubea; e però se non si pensasse a mettersi tosto in guardia, resterebbero tutti sterminati quando men se l’aspettavano. Tal sospizione era in parte vera rispetto a quelli su cui cadeva, e tali parole non erano al tutto una mera maldicenza. Conciossiachè i fortificatori di Etionea bramavano principalmente coll’oligarchia avere impero sugli alleati; se no, ritenendo le navi e le mura, essere gli arbitri del governo; e posto che questo non riuscisse, non voleano trovarsi a cadere i primi sotto le unghie del popolo quando avesse ripreso il suo grado, a patti anche d’introdurre i nemici e di rimettere la città nella loro discrezione; cedendo le mura e le navi, purchè le proprie persone fossero salve.
92. Il perchè si affrettavano a costruir quel muro con postierle ed ingressi per introdurvi i nemici, volendo terminarlo innanzi d’essere impediti dalla fazione contraria. Tali discorsi pertanto da principio si comunicavano a pochi, e piuttosto di soppiatto, ma poichè Frinico tornando dalla sua ambascieria di Sparta fu a posta fatta ferito [247] in piena piazza da uno della ronda, e venuto non molto lungi dalla curia morì; e poichè, fuggito essendo l’uccisore, un tal di Argo suo complice arrestato e torturato da’ quattrocento non volle palesare il nome di nessuno che avesse ordinato quel delitto, e solo disse che si faceano molte radunanze presso il capo delle ronde e altrove per le case; allor daddovero, siccome quell’accidente non avea partorito veruna novità, Teramene ed Aristocrate, e quanti tra’ quattrocento e fuori de’ quattrocento eran del medesimo parere, si misero tosto con più ardire all’impresa. Imperciocchè in quel tempo appunto le navi nemiche dalla spiaggia laconica volteggiando si erano fermate ad Epidauro, ed aveano fatto delle scorrerie sopra Egina; e Teramene diceva non essere consentaneo, se esse andavano verso l’Eubea, che avesser piegato il corso al golfo d’Egina; e quindi presa stazione ad Epidauro, qualora non fossero state invitate a quel fine ch’ei sempre annunziava: e però non doversi più stare inoperosi. Alla fine moltiplicati i discorsi sediziosi e cresciuti i sospetti Teramene ed i suoi partigiani misero mano all’impresa. Conciossiachè i soldati gravi che nel Pireo fabbricavano il muro di Etionea (e tra questi era anche Aristocrate centurione colla sua centuria) arrestano Alessicle capitano degli oligarchici e sommamente inclinato alla parte contraria a Teramene; e condottolo a casa lo tennero prigione. E tra gli altri cooperatori che avevano vi era Ermone uno dei comandanti delle ronde di Munichia; e, quel che più rileva, il corpo dei soldati gravi stava per loro. Appena fu recato avviso di ciò ai quattrocento adunati a consesso nella sala del senato, tutti, salvo quelli ai quali non piaceva il presente governo, erano pronti a correre all’armi, e minacciavano Teramene ed i suoi aderenti. Egli per discolparsi disse d’esser pronto a recarsi a liberare Alessicle; e preso seco un capitano che era della medesima congiura di lui, si avviava verso il Pireo, sostenuto da Aristarco e da’ giovani cavalieri. Frattanto grande e spaventevole era il tumulto; poichè quei di città pensavano che il Pireo fosse già occupato, e messo a morte [248] l’imprigionato Alessicle; e quei del Pireo temevano di trovarsi or ora addosso quelli di città. Già per Atene correasi furiosamente all’armi, ed i più vecchi si paravano innanzi a’ loro concittadini per impedirli, e Tucidide farsalico, ospite della città ed ivi presente, entrando animosamente di mezzo ritenea ciascuno, e gridava che non volessero rovinar la patria co’ nemici d’appresso ed alle vedette; cosicchè a gran pena si quetarono e non si venne all’armi. Teramene che era uno de’ generali arrivato al Pireo mostrossi a parole adirato co’ soldati gravi; ma Aristarco e gli altri della parte contraria erano sdegnati veramente. Con tutto ciò la maggior parte di quelle milizie, non che si pentissero del fatto tiravano innanzi, e domandavano a Teramene se credeva egli vantaggiosa la fabbrica del muro, e se meglio fosse demolirlo. E Teramene rispondeva che se piacesse loro demolirlo e’ piaceva anche a lui. Laonde tostamente i soldati gravi e molti di quei del Pireo salirono sul muro e lo spianavano, esortandosi tutti l’un l’altro con queste parole «deve prestar mano all’opera chi vuole il comando de’ cinquemila, anzichè quello de’ quattrocento;» avvegnachè tutti coloro che bramavano ristabilito il governo popolare si andassero ancora celando sotto il nome de’ cinquemila onde non nominare apertamente il popolo; perchè temevano che i cinquemila veramente esistessero; e che dicendo qualche cosa ad alcuno di essi senza conoscerlo, non avessero a trovarsi perduti. Ed i quattrocento non volevano nè che i cinquemila esistessero, nè che fosse manifesto ch’e’ non esistevano, per questo appunto perchè giudicavano che il metter tanti a parte del governo sarebbe una vera democrazia, e che d’altronde con l’incertezza si seminerebbe la paura tra’ cittadini.
93. Il giorno seguente i quattrocento, benchè sconcertati si assembrarono nella sala senatoria; ed i soldati gravi del Pireo, lasciato in libertà l’arrestato Alessicle e demolito il muro, vennero al teatro di Bacco presso Munichia, e posate le armi fecero adunanza, e secondo la risoluzione presa marciavano a dirittura verso la città, ed ivi fecero [249] alto nel sacro recinto de’ Dioscuri[143]. Quivi vennero a trovarli alcuni deputati de’ quattrocento; e discorrevano testa testa con loro, e persuadevano quelli che vedessero più docili a mettersi in calma e contenere anche gli altri; promettendo che si promulgherebbero i cinquemila, e che dal numero di questi si creerebbero a vicenda i quattrocento, secondo che piacesse ai cinquemila medesimi; e intanto li pregavano che non volessero in alcun modo perdere la Repubblica nè darle la spinta a cadere in mano de’ nemici. Cosicchè per i molti discorsi che si facevano a molti, il maggior numero de’ soldati gravi divennero più ammansati di prima, e sopra tutto temevano del pericolo universale della Repubblica. Convennero adunque che in un certo giorno si tenesse una dieta nel tempio di Bacco intorno all’accomodamento.
94. Arrivato il giorno della dieta nel tempio di Bacco, mentre erano per adunarsi venne la nuova che Egesandrida con le quarantadue navi fatto vela da Megara rasentava Salamina. Allora tutti i soldati gravi giudicavano esser questo ciò che tempo fa dicevasi da Teramene e dai suoi seguaci, cioè che la flotta nemica era diretta al muro; e tenevano per vantaggiosa la demolizione di esso. E forse Egesandrida si tratteneva intorno ad Epidauro ed in cotesti luoghi per essersi indettato co’ quattrocento; ma è ancora probabile che vi si fermasse sperando dover essere opportuno il suo arrivo all’occasione della presente sedizione degli Ateniesi. Questi però a tal nuova accorrevano subito a stormo al Pireo, giudicando più della domestica guerra formidabile quella de’ nemici, che non da lontano, ma sulla bocca del porto si faceva; ed alcuni montavano su le navi già pronte, altri le varavano in mare, ed altri scendeano precipitosi a difendere le mura e la bocca del porto.
95. Ma le navi de’ Peloponnesi seguitarono il corso; e fatto il giro di Sunio fermaronsi fra Torico e Prasia, e poi giunsero ad Oropo. Gli Ateniesi in mezzo a quelle sedizioni astretti frettolosamente a valersi di ciurme non ordinate, e desiderosi di provveder con prestezza a cosa [250] tanto rilevante (poichè bloccata l’Attica, l’Eubea era per loro il tutto) spediscono delle navi ad Eretria sotto il comando di Timocari. Le quali arrivate colà e riunitesi con quelle che di prima erano nell’Eubea compirono il numero di trentasei, e furon subito costrette a venire a battaglia. Imperocchè Egesandrida dopo il pranzo aveva mosso la flotta da Oropo che è distante circa sessanta stadii di mare dalla città degli Eretrii; e gli Ateniesi nel tempo di quella mossa armavano tostamente le navi, credendo che i soldati fossero appresso di quelle. Essi invece erano andati a comprarsi il mangiare non alla piazza del mercato (ove gli Eretrii premeditatamente non aveano esposto nulla a vendere), ma alle case situate alla fine della città, affinchè mentre le navi si armavano lentamente, i nemici fossero in tempo ad assalirle, e potessero forzare gli Ateniesi a movere loro incontro così come si trovavano. Inoltre fu da Eretria alzato il segnale verso Oropo ai Peloponnesi, per avvertirli quando dovean recarsi nell’alto. Pertanto venuti in mare gli Ateniesi con sì meschino apparecchio, ed appiccata la battaglia al di là del porto di Eretria, ressero nondimeno qualche tempo; ma poi voltatisi in fuga erano perseguitati fin sulla costa. E quanti di loro si rifugiarono nella città degli Eretrii credendola amica, vennero trattati crudelissimamente e messi a morte dai cittadini; e gli altri che ricovravansi nella fortezza di Eretria, che si tenea per loro, si salvarono; come pure quelle navi che arrivarono a Calcide. I Peloponnesi presero agli Ateniesi ventidue navi; parte delle persone uccisero, parte le tennero prigioni, ed alzarono il trofeo; e non molto dopo ribellarono tutta l’Eubea (eccetto Oreo che ritenevano gli Ateniesi) e diedero ordine a tutto quello che al governo di lei apparteneva.
96. Pervenuta agli Ateniesi la nuova dei fatti dell’Eubea vi sorse sbigottimento grandissimo oltre ogni altro di prima; nè la disfatta di Sicilia, tuttochè allora paruta grande, nè verun altro caso finora gli atterrì mai cotanto. Imperciocchè essendo accaduta sì grave sciagura nella quale avean perduto le navi, e (che grandissima cosa era) [251] l’Eubea, da cui traevano vantaggi maggiori che dall’Attica, mentre era già ribellato l’esercito di Samo, e non avean più navi nè genti da empirle, e mentre bollivano le fazioni nè vedevasi quando si sarebber potuto mai riconciliare; come non era ragionevole il loro scoraggiamento? Sopra tutto poi li turbava l’imminentissimo pericolo che i nemici usando della vittoria osassero spinger subito la flotta contro il Pireo sguarnito di navi, e già li credean poco meno che presenti. Lo che sarebbe loro agevolmente riuscito se fossero stati più ardimentosi, ed assediando Atene l’avrebber divisa maggiormente, ed astrette le navi della Ionia, sebbene nemiche del governo de’ pochi, a correre in soccorso de’ propri parenti e di tutta quanta la città; ed in questo l’Ellesponto, la Ionia, le isole e quanto v’è di spazio fino all’Eubea, insomma tutto l’imperio ateniese sarebbe venuto nelle loro mani. Nè già in questa sola occasione, ma in altre molte ancora, i Lacedemoni furono per gli Ateniesi quelli, contro a’ quali guerreggiarono più comodamente. Imperciocchè essendo diversissimi d’indole, gli uni pronti, gli altri tardi, questi intraprenditori quelli dubitosi, specialmente nel governo delle flotte, procuravano agli Ateniesi vantaggi grandissimi. E la cosa è stata comprovata dai Siracusani, che essendo di maniere consimili agli Ateniesi li combatterono bravissimamente.
97. A tali nuove pertanto gli Ateniesi, quantunque sbigottiti, armarono venti navi; e allora subito da primo tennero un’adunanza nel luogo chiamato Pnice, ove ancora altre volte eran soliti adunarsi[144]; nella quale abolirono il magistrato de’ quattrocento, e decretarono di affidar lo stato ai cinquemila, del qual numero dovessero esser quei soli che prestassero servizio nella milizia, e che nissuno per qualsivoglia carica dovesse aver pensioni: altrimenti fosse dichiarato esecrabile. Si tennero in seguito altre frequenti adunanze con le quali stabilirono i conservatori delle leggi[145], ed altre cose pertinenti al reggimento del Comune. E parmi che, almeno a mia ricordanza, gli Ateniesi in questo primo tempo si sieno ben governati; [252] perciocchè vi fu un moderato temperamento tra gli ottimati ed il popolo, ciò che fu cagione principale che le cose loro si rialzassero dal cattivo stato in che erano cadute. Decretarono altresì il ritorno d’Alcibiade e de’ suoi seguaci; e spedirono a lui e all’esercito di Samo pregandoli efficacemente ad applicarsi al governo degli affari.
98. In tal rivoluzione Pisandro, Alessicle e quanti erano primari sostenitori dell’oligarchia si trafugarono a Decelia. E solo fra essi Aristarco, uno dei generali, tolti seco prestamente alcuni arcieri dei più barbari[146], marciava verso Enoa fortilizio degli Ateniesi sulla frontiera della Beozia, il quale era assediato da’ Corintii (rinforzati da alcuni volontari Beozii) per vendicare l’uccisione operata dagli Ateniesi usciti da Enoa sulle genti loro che ritornavano da Decelia. Aristarco adunque comunicato il suo disegno agli assedianti inganna il presidio di Enoa, dicendo che siccome quelli d’Atene si erano del resto accordati coi Lacedemoni, così essi dovean render quella terra ai Beozii, giacchè erasi fatto l’accomodamento a questi patti. Quelli del presidio fidandosi di lui come generale, e nulla sapendo dell’accaduto perchè assediati, uscirono sotto la pubblica fede. In tal maniera i Beozii riebbero Enoa lasciata dagli Ateniesi; e così cessò in Atene il governo dei pochi, e la sedizione.
99. In questa estate verso i medesimi tempi, ai Peloponnesi che erano a Mileto non venivan pagati gli stipendii da veruno dei luogotenenti lasciati da Tissaferne quando partì per Aspendo, nè si vedean comparir le navi fenicie con Tissaferne stesso. E Filippo spedito con lui, ed anche Ippocrate gentiluomo spartano che era a Faselide, aveano scritto all’ammiraglio Mindaro che le navi fenicie non comparirebbero, che i Peloponnesi erano in tutto trattati male da Tissaferne, e che Farnabazo li invitava, ed era pronto a condurre a loro la sua flotta, e a ribellare egli stesso (siccome dovea fare Tissaferne) le altre città della sua provincia agli Ateniesi, ripromettendosi da ciò qualche profitto maggiore. Per le quali cose Mindaro con molta regola e con subito ordinamento, [253] onde celarsi alla flotta ateniese di Samo, salpò da Mileto con settantatre navi, e veleggiava alla volta dell’Ellesponto, ove in questa medesima estate ne erano innanzi arrivate sedici, ed aveano corso qualche parte del Chersoneso. Se non che colto da burrascoso vento fu astretto a pigliar terra ad Iecaro; ove trattenuto cinque o sei giorni dalla contrarietà del tempo, giunse poi a Chio.
100. Appena seppe Trasillo la partenza di Mindaro da Mileto, mosse anch’egli da Samo con cinquantacinque navi, affrettandosi, per non esser prevenuto, ad arrivar nell’Ellesponto. Ma sentendo che Mindaro era a Chio, e stimando che vi si tratterrebbe, collocò degli speculatori a Lesbo e sull’opposto lido, acciocchè, se mai le navi nemiche movessero in qualche luogo, fossero osservate; ed egli andò costeggiando fino a Metimna, ed ordinò provvisioni di farine e di altri viveri col fine di far delle sortite da Lesbo contro Chio, qualora l’ammiraglio peloponnesio vi si trattenesse più a lungo. Voleva inoltre vedere se navigando ad Ereso già ribellata da Lesbo, potesse espugnarla. Conciossiachè alcuni fuorusciti di Metimna, non già dell’infima classe, avendo condotti da Cuma circa cinquanta soldati di grave armatura affezionati a loro per ispirito di parte, e presi a soldo alcuni di terraferma, tanto che in tutti furono da trecento, eran venuti primieramente a dar l’assalto a Metimna, capitanati da Anassarco tebano per affezione di parentela. E ributtati indietro dal presidio ateniese uscito da Mitilene, e nella battaglia occorsa cacciati nuovamente fuor di città, si erano condotti per la via del monte ad Ereso, e l’avean fatta ribellare. Laonde Trasillo recatosi per mare colà pensava di assalirla colle navi, e prima di lui vi era con cinque navi arrivato da Samo Trasibulo, appena si seppe la nuova del tragitto di quei banditi a Metimna. Ma non essendo stato a tempo a raggiungerli, venne ad Ereso e fermossi sull’ancore. Vi si aggiunsero poi altre due navi che dall’Ellesponto tornavano a casa, ed anche quelle di Metimna. Talchè in tutte vi se ne trovavano presenti sessantasette, e colle truppe che aveano a bordo, gli Ateniesi [254] si preparavano ad espugnare Ereso a viva forza, o con le macchine od in qualunque altra maniera.
101. Frattanto Mindaro ed i Peloponnesi colle navi che erano a Chio, preso il foraggio per due giorni, ed avute dai Chii tre tessaracoste chie a testa[147], il terzo dì partirono sollecitamente da Chio, e vennero nell’alto per non incontrare la flotta ateniese ad Ereso; e veleggiavano verso terraferma, avendo Lesbo in sulla sinistra. Ed approdati al porto di Crateree nella Focaide vi pranzarono; indi percorrendo la costa di Cuma vanno a cenare nell’Arginusse di terraferma dirimpetto a Mitilene; e di lì essendo ancora alta la notte, giungono piaggia piaggia ad Amatunta situata in terraferma di faccia a Metimna. Poscia dietro mangiare trascorsero frettolosamente la spiaggia di Lecto, di Larissa, di Amassito e di altri luoghi di questo tratto; e prima della mezzanotte arrivarono a Rezio, ove comincia l’Ellesponto. Alcune di queste navi approdarono anche a Sigeo ed altrove ne’ luoghi di quella costiera.
102. Gli Ateniesi che erano a Sesto con diciotto navi, poichè videro il segnale delle faci e molti fuochi accesi repentinamente nel territorio occupato dai nemici, conobbero che i Peloponnesi entravano nell’Ellesponto. E nella medesima notte, al più presto possibile, tenendosi d’appresso alla costa del Chersoneso navigarono ad Eleunte, volendo schivare le navi nemiche col tirarsi in alto mare. E veramente non furono osservati dalle sedici navi di Abido, tuttochè elle avessero ordine dalla flotta amica di Mindaro di stare in guardia, per osservare diligentemente se gli Ateniesi uscissero dalla loro stazione. I quali, avendo veduta, sul far dell’aurora, la flotta condotta da Mindaro, si diedero tostamente a fuggire. Nè già poterono tutte le loro navi sottrarsi al nemico: nondimeno la maggior parte di esse si ricovrarono ad Imbro ed a Lemno; e quattro che erano alla coda dell’armata furono prese dinanzi ad Eleunte; una urtata a terra presso il tempio di Protesilao fu presa insieme colle persone, due altre senza persone, ed una abbruciata vuota presso ad Imbro.
[255]
103. Dopo questo i Peloponnesi, riunitisi con le navi d’Abido ed altre, sicchè in tutte erano ottantasei, il giorno stesso si misero intorno ad Eleunte; e siccome non facea vista di rendersi, rinavigarono ad Abido. Gli Ateniesi poi ingannati dai loro speculatori, e persuasi che la flotta nemica non potrebbe tragittar furtivamente, stavano fermi a batter le mura di Ereso. Ma appena si avvidero che i Peloponnesi eran passati, abbandonata subito Ereso corsero prestamente a soccorso nell’Ellesponto, e presero due navi de’ Peloponnesi, che trasportatesi troppo arditamente nell’alto nell’inseguire i nemici, come innanzi dicemmo, s’imbatterono in loro. Il giorno appresso arrivano ad Eleunte, ove fermarono il corso, e ricondussero da Imbro quelle navi che vi si erano rifugiate; e per cinque giorni si preparavano alla battaglia navale.
104. La quale fu poi combattuta in questo modo. Gli Ateniesi con le navi schierate in fila si avanzavano radendo la costa verso Sesto; ed i Peloponnesi sentito ciò da Abido si mossero incontro anch’essi. E vedendosi da ambe le parti inevitabile la battaglia, gli Ateniesi distesero le ali delle loro sessantotto navi rasente al Chersoneso, incominciando da Idaeo fino ad Arriana; ed i Peloponnesi schierarono le loro ottantasei da Abido fino a Dardano. Tenevano i Siracusani l’ala destra de’ Peloponnesi: la sinistra Mindaro in persona con le navi più spedite: dalla parte degli Ateniesi, Trasillo era sulla sinistra, Trasibulo sulla destra, e gli altri capitani nel posto assegnato a ciascuno. Si affrettavano i Peloponnesi d’essere i primi a menar le mani, e di serrare ai nemici (se fosse possibile) l’uscita fuori dell’Ellesponto, sorpassando con la loro sinistra la destra degli Ateniesi, e urtandoli sul centro ributtarli verso la terra che non era lontana. Di che accortisi gli Ateniesi spingono le navi a far fronte nel luogo ove i nemici volevano loro chiudere il passaggio, e li prevennero vogando con più prestezza. Già il corno sinistro de’ Peloponnesi avea oltrepassato il promontorio chiamato Cinossema; e gli Ateniesi per quella mossa si ridussero nel centro con navi deboli e disgregate, tanto [256] più che ne aveano un minor numero. Cosicchè l’ambito del Cinossema[148] presentando una voltata acuta ed angolare, impediva la vista di ciò che accadesse al di là di esso.
105. I Peloponnesi pertanto scagliatisi sul centro degli Ateniesi sospinsero le navi di essi nell’asciutto, e superiori di gran lunga nel combattimento sbarcarono a terra. Non poteva Trasibulo dalla destra recar soccorso al centro a cagione delle tante navi che gli erano addosso; e nemmeno lo poteva Trasillo dalla sinistra, perchè il promontorio Cinossema che era di mezzo gli togliea la vista de’ suoi, e perchè i Siracusani e gli altri schierati di contro a lui, che non eran meno di quei che stavano a fronte di Trasillo, gli davano che fare. Finalmente i Peloponnesi inseguendo sicuramente, perchè vincitori, chi una nave, chi un’altra, vennero a mancare in qualche parte al buon ordine. E Trasibulo vedendo ristarsi le navi che aveva a fronte cessò di più prolungare la sua ala, e girato di bordo si diede a respingerle, e le caccia in fuga. Quindi venuto su quel lato ove i Peloponnesi vincevano, trovò le loro navi sparpagliate, e si diede a percuoterle, e mise in paura la maggior parte di esse, senza nemmeno combatterle. Già anche i Siracusani avean ceduto a Trasillo; e quando videro fuggire gli altri, essi pure si diedero maggiormente alla fuga.
106. Messi in rotta i nemici, e da prima ricovratisi i Peloponnesi al fiume Pidio principalmente, e poi ad Abido, gli Ateniesi impossessarono di poche navi, perchè essendo stretto l’Ellesponto offriva agli avversari de’ rifugi a breve distanza; ma pure ebbero essi veramente opportunissima questa vittoria navale. Imperocchè laddove fino a qui temevano della flotta peloponnesia, per le disgrazie in breve tempo sofferte per la sconfitta di Sicilia, cessarono adesso di accusar se stessi, e si tolsero giù dall’opinione che i nemici avessero qualche pregio nella disciplina marinaresca. Ed in questa battaglia presero otto navi ai Chii, cinque ai Corintii, due agli Ambracioti, due ai Beozii, ed una per uno ai Leucadii, ai Lacedemoni, ai Siracusani [257] ed ai Pellenii. Quindici furono quelle che essi perderono. Alzarono poscia il trofeo sul promontorio ov’è il Cinossema, ripresero i rottami delle navi, restituirono i cadaveri ai nemici sotto salvocondotto, e spedirono una trireme ad Atene ad annunziar la vittoria. Gli Ateniesi all’arrivo di questa nave, ed al sentire sì inaspettata fortuna, dopo le recenti sciagure dell’Eubea e quelle della sedizione, ne presero gran conforto, e giudicarono possibile che i loro affari tornassero alla primiera superiorità, ove animosamente vi si addessero.
107. Quattro giorni dopo il combattimento navale gli Ateniesi di Sesto risarcite sollecitamente le navi sciolsero sopra Cizico che si era ribellata, e viste ferme sull’ancora, presso Arpagio e Priapo, le otto navi ritornate da Bisanzio, mossero contr’esse, vinsero in battaglia le persone che erano scese a terra, e s’impadronirono di quelle navi. Quindi pervenuti anche a Cizico che era senza mura la riguadagnarono e ne cavaron denaro. In questo mentre i Peloponnesi da Abido diressero il corso ad Eleunte, e delle loro navi fatte prigioniere ripresero quelle che erano in buono stato (che le altre erano state abbruciate dagli Eleusi), e spedirono nell’Eubea Ippocrate ed Epicle per ricondurne le navi che colà erano.
108. Circa questi medesimi tempi Alcibiade da Cauno e Faselide ritornò con tredici navi a Samo, recando la nuova di aver distornato la flotta fenicia dal venire a soccorso dei Peloponnesi, e d’aver reso Tissaferne amico agli Ateniesi vie più di prima. Armò poi nove navi oltre quelle che aveva, riscosse molto denaro dagli Alicarnassii, e principiò a munire Co. Fatto questo e stabiliti magistrati in Co, ritornò in Samo, ed era omai verso l’autunno. Tissaferne, quando ebbe inteso che la flotta de’ Peloponnesi da Mileto era andata nell’Ellesponto, si mosse da Aspendo alla volta della Ionia. Ora è da sapere che mentre i Peloponnesi erano nell’Ellesponto, gli abitanti di Antandro, che sono Eoliesi, trovandosi oppressati da Astace persiano luogotenente di Tissaferne, [258] introdussero in città delle truppe gravi fatte venire da Abido per la via di terra attraverso il monte Ida. Questo Astace medesimo dissimulando il suo odio segreto contro i Delii passati ad abitare in Atramittio (quando per purgar l’isola furon fatti spatriare dagli Ateniesi) avea invitati i più prodi di loro ad una spedizione, e gli avea condotti in campagna sotto colore d’amicizia e di alleanza; e colto il tempo che essi pranzavano, li fece accerchiare dalla sua gente, ed uccidere a furia di dardi. Per questo fatto adunque temendo gli Antandrii che e’ non fosse per commetter qualche barbarie anche contro loro, e vedendosi posti addosso de’ carichi che non poteano sopportare, cacciaron via dalla rocca la guarnigione di lui.
109. Informato Tissaferne anche di questa azione dei Peloponnesi oltre a ciò che era seguito a Mileto ed a Cnido, donde medesimamente furon cacciate via le sue guarnigioni, credette di essere caduto in gran discredito dinanzi a loro. E perchè temeva che non gli facessero qualche altro danno, ed aveva a male che Farnabazo in minor tempo e con spesa minore tiratili nella sua amicizia non riuscisse meglio di lui a concludere qualche cosa contro gli Ateniesi, pensò di andare a trovarli nell’Ellesponto, per querelarsi dell’accaduto ad Antandro e per giustificarsi nel modo più soddisfacente, delle accuse che gli venivano date per cagione delle navi fenicie e d’altre cose. Arrivato primieramente ad Efeso fece sagrificio a Diana. E quando finirà l’inverno sussecutivo alla corrente estate, verrà con esso a compiersi l’anno ventesimo primo di questa guerra.
FINE DELL’OTTAVO ED ULTIMO LIBRO.
[259]
1. Pag. 5. Cioè al secondo anno della LXXXIII olimpiade, il 423 av. C., e precisamente al cominciare della primavera.
2. Pag. 5. Vedi al lib. III, § 104. Secondo Diodoro (XII, 73) sarebbe stata cagione di questa cacciata la segreta alleanza contratta dai Delii co’ Lacedemoni.
3. Pag. 5. Oggidì Adramiti, in fondo al golfo dello stesso nome.
4. Pag. 5. Dopo il 2 aprile.
5. Pag. 5. Secondo Platone anche Socrate avrebbe preso parte a questa infelice spedizione.
6. Pag. 6. Era il nome di un piccolo golfo sul territorio di Torona: ignorasi perchè avesse il nome di porto de’ Colofonii. Colofone è città dell’Asia Minore nella Ionia; era celebre per un tempio consacrato ad Apollo Clario: ed era fra le città che si disputavano la gloria d’aver dati i natali ad Omero.
7. Pag. 6. Poco più di sette chilometri.
8. Pag. 7. Secondo Zevort qui trattavasi d’una nuova partizione delle terre publiche, resa necessaria dall’essersi maggiormente esteso il diritto cittadino.
9. Pag. 8. Vedi al lib. IV. § 132.
10. Pag. 12. Diodoro (lib. XII) suppone che Cleone combattesse e morisse da valoroso: forse in ciò seguì l’opinione di qualche scrittore della fazione di questo demagogo.
[260]
11. Pag. 12. Era presso i Greci vietato il dar sepoltura nell’interno della città: nè era ciò consentito che a titolo di sommo onore. Così in Elide mostravasi la tomba di Pelope (Schok Pindar., Od., I, v. 149); quella di Teseo in Atene (Plutar., Teseo); e quella di Semele a Tebe (Euripid., Bacch., v. 6 e 7).
12. Pag. 12. Era questa una consuetudine generale presso gli antichi: le tombe venivano circondate da un recinto di legno, di muro od anche di marmo. Erano pure ornati di boschetti d’alberi d’ogni specie.
13. Pag. 12. Ciascuna colonia celebrava sempre una festa in onore del proprio fondatore: era questo un mezzo di tenere sempre più stretti i legami che l’univa alla sua metropoli.
14. Pag. 14. Questo territorio era in litigio fra i Lacedemoni e gli Argivi. Vedi al lib. V, § 41.
15. Pag. 14. Vedi più avanti al § 29.
16. Pag. 15. Circa la disgrazia e l’esilio di Plistoanatte vedi il lib. II, § 21.
17. Pag. 15. Qui Boni traduce Θεωρης per legati: noi avremmo conservato il nome di teori: erano costoro una specie di deputati spediti per le città quando per consultare gli oracoli, quando per compiere sagrificii nei tempii publici; Sparta avea quattro teori mantenuti dall’erario dello Stato. Il nome loro veniva da Teoria, nome con cui indicavasi la deputazione destinata a celebrare le feste ad onore di Apollo in Delfo, in Nemea, in Olimpia, ecc., da Θεος (Dio) e ὁράω (vedo). Il capo della deputazione chiamavasi architeoro.
18. Pag. 15. Cioè Ercole.
19. Pag. 15. Avrebbero cioè, per la sterilità delle loro terre, sofferti gli orrori della fame, avrebbero a carissimo prezzo procacciati i viveri.
20. Pag. 15. Per fine d’essere protetti dalla santità del luogo, rifugiandosi nella parte inviolabile del sacro recinto.
21. Pag. 15. Forse qui correrebbe meglio la traduzione — coi medesimi cori e sacrificii, stati già stabiliti al tempo della [261] fondazione di Sparta per l’inaugurazione dei re; e questi re erano Procle ed Euristene.
22. Pag. 16. I principali di questi templi, comuni a tutti i Greci, erano quelli di Delfo; d’Olimpia, di Nemea; di Nettuno istmico. Tutti i popoli poteano celebrarvi sagrificii.
23. Pag. 16. Tutti i Greci aveano un comune interesse perchè il tempio e la Città di Delfo fossero indipendenti onde avere un terreno neutro in cui ciascuno potesse in ogni tempo sagrificare e consultare l’oracolo.
24. Pag. 16. Da ciò, come nota Zevort, si rileva come l’autonomia potevasi conciliare colla dipendenza delle città tributarie. Si distinguevano esse per tal modo da quelle cui si imponeva il dominio e le leggi del vincitore. Il tributo primamente stabilito da Aristide di 460 talenti era stato portato a 600, e fu più tardi da Alcibiade raddoppiato.
25. Pag. 16. Argilo, Stagiro e Acanto, eransi date a Brasida; le città calcidiesi d’Olinto e Spartolo, aveano defezionato al cominciare della guerra. Tucidide non parla della separazione di Scolo.
26. Pag. 16. Poichè Tucidide in nessun luogo dice che essi fossero stati cacciati, si suppose, e molto verosimilmente, che senza far defezione, fossero essi venuti in sospetto degli Ateniesi, per qualche intelligenza co’ Lacedemoni.
27. Pag. 17. Il passo che Boni traduce — giurino per quel che hanno di più sacro in ciascuna città, — sarebbe reso più fedelmente tradotto — presteranno il giuramento più sacro, o anche il più solenne del paese. In Grecia vi aveano diverse gradazioni di vincolo e di solennità nei giuramenti, secondo le formole con cui erano questi fatti; si giurava per Giove, per gli dei infernali, per suo padre, per la madre, pei figli.
28. Pag. 17. Questo rinnovamento era consigliato dal proposito di impedire che i magistrati annuali si ritenessero non vincolati da un giuramento fatto dai loro predecessori.
29. Pag. 17. Era il tempio di Apollo in Amiclea a venti stadii di distanza da Sparta (Polibio, v. 29). Era questi il tempio più famoso del Peloponneso.
30. Pag. 17. Che equivale all’undecimo anno della guerra [262] peloponnesiaca, terzo della LXXXIX olimpiade, il dieci aprile del 422 av. C.
31. Pag. 20. Plistoanatte ed Agide sono i due re di Sparta, il loro nome non si trova in calce al primo trattato.
32. Pag. 20. Il testo dice Καὶ ἐπὶ ἕξ ἕτη μὲν χαι δίκα μῆνας, ma qui vi ha certamente errore; giacchè le ostilità non furono realmente riprese che in capo a sette anni e qualche mese, come concordemente mostrarono tutti i critici.
33. Pag. 21. Contro gli Ateniesi.
34. Pag. 21. Ciò non significa che questa tregua o sospensione d’armi non dovesse durare oltre i dieci giorni, ma che di dieci in dieci giorni ciascuna parte avea il diritto di dichiararla cessata. In altri luoghi Tucidide ci mostra come queste tregue di dieci giorni si protraessero a mesi ed anni.
35. Pag. 22. Boni traduce città che sia libera, ciò che noi avremmo tradotto città autonoma, come traduzione più letterale e meglio esprimente l’idea di Tucidide, che coll’appellativo di autonoma volle qui indicare una città nella più compiuta indipendenza, e vivente colle proprie leggi.
36. Pag. 22. Cioè il disastro di Sfatteria, l’occupazione di Pilo e di Citera, ecc,
37. Pag. 23. Vedi al lib. II, § 30.
38. Pag. 23. Gli Ateniesi aveano preso Anactorio per tradimento. Vedi al lib. IV, § 49.
39. Pag. 30. Per errore tipografico qui è stampato Atene in luogo di Antene Ἀνθήνην. È castello posto sui confini della Laconia, in un paese in cui parlavasi il dialetto dorico, e quindi avrebbe dovuto chiamarsi, come la chiamava Plinio, Anthane. Tucidide la chiama Anthene seguendo l’ortografia e la pronuncia del dialetto attico.
40. Pag. 33. Perchè il terremoto sopraggiunto avanti il principio di qualsiasi fatto era avuto segno di mal augurio; era invece segno di buon augurio se sopraggiunto mentre il fatto era già cominciato.
41. Pag. 35. Tre oboli di Egina valevano cinque oboli attici, e la dramma d’Egina, dieci oboli attici, cioè a dire circa una nostra lira e cinquanta centesimi.
[263]
42. Pag. 36. Cioè buoi e pecore, e non animali ancora lattanti, come vitelli, agnelli, ecc.
43. Pag. 36. Non sono ben note le funzioni di questi magistrati detti artini; forse presiedevano il consiglio degli ottanta. In Epidauro un corpo di 180 cittadini sceglievano fra loro i membri del senato, e questi portavano pure il nome di Artini.
44. Pag. 36. Questi che Boni chiama i tribuni della plebe sono da Tucidide detti δημιουεγον, e pare fosse una magistratura popolare assai analoga ad un tribunato. Demiurgi erano pure detti quelli che in Atene componevano una delle tre classi in cui era il popolo diviso, e che erano gli esercenti le arti meccaniche, e del vendere e comprare.
45. Pag. 36. I Teori componevano un collegio di preti incaricati di consultare gli oracoli. I polemarchi erano magistrati cui era commessa la sopraintendenza agli affari militari e di guerra. Secondo Erodoto (VI e VII), v’aveano polemarchi di due sorta, gli uni regolavano gli affari interni della città, gli altri quelli della guerra.
46. Pag. 36. Tesmofilaci, cioè custodi della legge.
47. Pag. 37. Gli Elei, incaricati dell’amministrazione del tempio e dei giuochi olimpici, facevano publicare una tregua mentre celebravansi i giuochi, durante la quale erano vietate tutte le ostilità; e questo si facea perchè tutti i Greci potessero assistere alle feste; i Lacedemoni erano stati condannati, come qui narra Tucidide, per avere violata questa sacra tregua, come più sotto espone.
48. Pag. 37. Questa multa equivaleva il riscatto di un soldato lacedemone durante le guerre dei Peloponnesi fra loro. Tutti i soldati che aveano portate le armi durante la tregua olimpica, erano considerati come captivi di Giove.
49. Pag. 37. La tregua veniva proclamata da alcuni araldi chiamati spondofori; quelli che Boni chiama qui genti gravi sono detti da Tucidide opliti, soldati pedoni di terra e di mare, forniti di scudo e di lunga asta.
50. Pag. 38. Lica, non potendo concorrere come Lacedemone, aveva fatto inscrivere il suo carro sotto il nome del Popolo Beota.
[264]
51. Pag. 38. I Lacedemoni aveano inviata una colonia a Trachinia, e mutato il nome di questa in Eraclea.
52. Pag. 39. V’avea ad Asina un tempio di Apollo Pitio.
53. Pag. 39. La maggior parte dei commentatori si discervellarono per ben intendere questo passo; i manoscritti portano παραζοταμίων o παραποταμίων. Qui Boni si attenne alla prima lezione, e secondo noi assai ragionevolmente, considerando a Βοτάμια che significa erbe, da cui per logica illazione si va a pascolo, e quindi a tributo di pascolo, come tradusse il Boni.
54. Pag. 39. Tanto in Tucidide quanto in tutti gli altri storici greci abbiamo molti esempi di questa superstizione.
55. Pag. 39. Durante questo mese i Lacedemoni non intraprendevano alcuna cosa, tranne il caso di un’estrema urgenza: il mese carneo corrispondeva al metagitnione degli Ateniesi, il nostro luglio. In questo mese venivano celebrate dai Lacedemoni le feste carnee in onore di Apollo, instituite per ordine del di lui oracolo, onde espiare, secondo taluni, la morte di Carno o Carneo, da Apollo istruito nella divinazione: ma più verisimilmente istituite per rammentare la vita pastorale ed errante degli avi: e per ciò si innalzavano nove tende, nelle quali nove uomini di tre differenti tribù vivevano per lo spazio di nove giorni sotto le leggi di un pubblico araldo, ed alla foggia dei popoli primitivi. Le feste duravano nove giorni.
56. Pag. 39. A proposito di questo passo Και ἄγοντες τὴν ἡμίραν ταύτην παντα τὸν χρόνον, cioè et ducentes hanc diem omne tempus, Zevort commenta — et considérant ce jour comme tout le temps, c’est-à-dire pensant que du moment où le jour de l’entrée en campagne n’était pas réservé, il devait communiquer son caractère à tout le reste de l’expédition. — Quindi soggiunge, che aucun des traducteurs n’a compris ce passage.
57. Pag. 40. Qui il testo sarebbe meglio tradotto — i Lacedemoni li portarono contro Caria (Καρύας), per evitare l’equivoco fra i popoli della Caria e gli abitanti di quella città, che sorgeva al nord della Laconia, sulla frontiera dell’Arcadia: altra città dello stesso nome era al nord dell’Arcadia.
58. Pag. 40. Allorchè si dichiarava rotto un trattato rovesciavasi [265] la colonna su cui era stato scritto; gli Ateniesi non volendo definitivamente venire alle ostilità, stettero paghi della vendetta di un pubblico insulto verso i Lacedemoni.
59. Pag. 41. Questi amippi erano soldati leggieri, i quali, come lo indica il loro nome, venivano interposti tra le file dei cavalieri, e combattevano quando a piedi, e quando a cavallo; equivalevano i nostri dragoni.
60. Pag. 42. Due efori accompagnavano sempre i re spartani nelle loro spedizioni.
61. Pag. 43. Questo Caradro era un torrente presso Argo, nel letto dal quale siedeva questo tribunale improvvisato.
62. Pag. 43. Diodoro aggiunge che la sua casa venne rasa al suolo.
63. Pag. 44. I Lacedemoni non pronunciavano mai una condanna; senza prendere il tempo necessario a maturamente pensarvi ed assicurarsi della giustizia dei loro decreti. Di ciò Tucidide offerse altri argomenti, e fra gli altri al lib. I, § 132, a proposito di Pausania.
64. Pag. 46. Il piano di Mantinea forma un bacino chiuso: le acque vi s’infiltrano a traverso le calcari porose delle montagne e delle caverne, per risorgere poi qua e là più lontane. Questo piano è siffattamente basso, che le acque dei torrenti lo innonderebbero, ove non si curasse di dirigerle per mezzo di canali verso i gorghi che le assorbono.
65. Pag. 46. In ciò non vi era nulla di straordinario: Tucidide fa però notare questa cosa perchè in tempo di pace i poteri del re erano assai limitati.
66. Pag. 46. Quelli che Boni qui chiama colonnelli sono detti da Tucidide polemarchi; questi polemarchi non comandavano un corpo particolare, giacchè i lochos, che corrispondono ai nostri reggimenti, avevano i loro capi i lochagos. Il polemarco era come generalissimo; avea sotto di sè i due ipparchi o generali di cavalleria, e dieci pilarchi che erano come i mastri di campo; finalmente dieci tassiarchi, ossia i colonnelli, i quali comandavano l’infanteria. Il polemarco posto immediatamente dopo il re ed incaricato di trasmettere i suoi ordini, quando era il re a capo dell’esercito, poteva assumere secondo il bisogno il comando di uno o più reggimenti (lochos). Onde formarsi [266] un’idea delle altre funzioni proprie del polemarco, basti notare che i lochos, comandati da un lochago, erano composti di circa cinquecento dodici uomini; si dividevano in quattro pentecoste di cento venti uomini, comandate da un pontecontero, che Boni traduce capitano; la pentecoste si suddivideva in quattro enomotie comandate da un enomotarca, che Boni traduce tenente.
67. Pag. 46. I sciriti, da quanto ne dice Tucidide, pare fosse un corpo di fanteria; aveano il privilegio di non essere permischiati con altre truppe come i veterani de’ Romani; erano sempre adoprati nei posti di maggior pericolo; quindi collocati sull’ala sinistra, come la più esposta agli assalti nemici. Secondo Meursio (Lect. Att., lib. I, cap. 16), i sciriti formavano una coorte dell’esercito spartano, composto di 600 cittadini di Sciro, città dell’Arcadia, che stava intorno al re; nelle battaglie era un corpo di riserva che decideva spessissimo della vittoria. Notisi però che Tucidide al libro V, § 33, parla della Sciritide provincia della Laconia, e che questi soldati anzi che di Sciro, d’Arcadia, più probabilmente saranno stati di questa provincia.
68. Pag. 47. La città di Erea era situata sulla frontiera della Trifilia, sulla destra riva dell’Alfeo.
69. Pag. 48. L’antico principato si riferisce al tempo dei Pelopidi; l’uguaglianza sociale al tempo della guerra persica.
70. Pag. 48. Portavasi lo scudo colla mano sinistra; la destra portava la lancia; i corpi erano quindi scoperti da questa ultima parte.
71. Pag. 51. Secondo lo Scoliaste d’Aristofane questi due capitani erano Lachete e Nicostrato.
72. Pag. 52. Cioè gli Argivi faranno rendere, giacchè questi ostaggi erano in mano dei Mantineesi, siccome narra Tucidide stesso lib. V, § 61; qui l’errore però non è di Boni; egli tradusse letteralmente il testo.
73. Pag. 52. Gli ostaggi arcadi deposti dai Lacedemoni in Orcomene e trasferiti a Mantinea dopo che Orcomene fu presa dagli Argivi.
74. Pag. 52. Per ben comprendere questo articolo del trattato, è necessario rileggere il § 53 di questo libro V. Si avverta [267] che l’oggetto principale della quistione fra gli Epidauri e gli Argivi era appunto questo sacrifizio.
75. Pag. 53. I Calcidesi eransi divisi dagli Ateniesi sino dal principio della guerra (vedi Tucidide, lib. I, § 58). Fu probabilmente a quest’epoca ch’essi strinsero alleanza coi Lacedemoni.
76. Pag. 54. Il passo che Boni traduce — si fecero anch’essi alleati dei Lacedemoni, e abbandonarono il governo popolare, (ξυνέζησαν και αὐτοὶ τοις Λακιδαιμονίοις καὶ τὴν ρκὴν ἀφεῖσαν τῶν πόλεων), sarebbe meglio tradotto, trattarono quindi anch’essi coi Lacedemoni, e rinunciarono alla supremazia delle città. Secondo Senofonte (Hellen., V, 2), fecero una tregua coi Lacedemoni di trent’anni. Le città di cui è qui discorso, sono le piccole città di Arcadia, state oggetto della guerra.
77. Pag. 54. Questi giuochi di fanciulli, detti da Tucidide γυμνοπαιδίας erano feste della gioventù celebrate a mezzo la state, in onore di Apollo; vi si cantavano dai giovanetti in coro degl’inni a gloria dei guerrieri morti in battaglia.
78. Pag. 54. Forse in luogo di per dar contezza del fatto, sarebbe stato meglio tradurre per esporre le reciproche querele: Boni qui non pensò a tradurre l’ἀγγέλων quasi generalmente omessa dagli altri traduttori.
79. Pag. 55. Sorgeva questo castello al sud di Argo, lungi da questa città tre o quattro leghe.
80. Pag. 66. Vedi la nota 65 del volume I.
81. Pag. 66. Appiano, contemporaneo degli Antonini, parla di questa statua, come esistente ancora a’ suoi tempi (Guerre civili, lib. V).
82. Pag. 66. Questo nome, che si riscontra in Tucidide una sol volta, vuolsi da alcuni critici sia a leggersi Trogilo, così almeno congetturano Emilio Porto e Pinedo ne’ suoi commenti a Stefano da Bisanzio.
83. Pag. 67. Queste leggi tenevano dello spirito di un governo aristocratico, temperato da alcune instituzioni democratiche.
84. Pag. 81. Questa nota è qui fuor di posto per errore tipografico; essa si riferisce alla linea 30 della stessa pagina 81, [268] cioè dove si parla dei colpevoli del misfatto d’avere mutilati i Mercuri. Plutarco nella vita di Alcibiade narra, che i Corintii fossero sospettati autori di queste mutilazioni, fatte collo scopo di favorire i Siracusani, obbligando con questo caso di sinistro presagio a procrastinare la guerra.
85. Pag. 83. Che equivaleva novanta centesimi italiani.
86. Pag. 83. Chiamavansi traniti i rematori del banco più elevato, ed erano quelli che soggiacevano a maggior fatica; chiamavansi zugiti quelli del secondo banco; e thalamiti quelli del terzo. Qui la traduzione del Boni differisce alquanto dal testo, che da Haas è letteralmente tradotto — trierarchi vero, præstantissimos ministros his et praeter publicum stipendium etiam extraordinarium adderent illi nautis, qui thranitae vocantur, et ministris etc. etc. Gail traduce les triérarques qui pourvoyoient ces bâtimens des meilleurs équipages, accordaient aux thranites et aux autres rameurs une augmentation de solde indépendamment de celle que payait le trésor publique.
87. Pag. 98. Cioè ad Apollo Pitio in Atene.
88. Pag. 103. Che equivalevano sei milioni dugentoquarantamila lire italiane.
89. Pag. 104. Questo Olimpico che Tucidide chiama Ολυμπιεῖον era il nome di un borgo e di un tempio presso Siracusa. Il tempio, uno dei più celebri dell’antichità, era stato innalzato da Gelone colle spoglie dei Cartaginesi.
90. Pag. 105. Golfo all’ovest di Siracusa.
91. Pag. 106. Cioè Ateniesi, Argivi, Mantineesi ed alleati di Sicilia.
92. Pag. 109. Così chiamato da Apollo Temenite, il di cui tempio trovavasi in questa parte della città, chiamata poi città nuova.
93. Pag. 120. I Cartaginesi aveano nelle loro armate di questi mercenari iberi. Erodoto parla di un corpo di Iberi, i quali facevano parte dell’armata d’invasione ai tempi di Gelone (lib. VII, § 165).
94. Pag. 121. Decelia era sulla strada che dalla Beozia conduceva in Atene, lontana circa venti stadi da questa città. La [269] sua posizione elevata e a cavaliere della strada, rendevala un punto militare assai importante. I Lacedemoni seguirono più tardi il consiglio di Alcibiade, siccome narra più avanti Tucidide medesimo (lib. VII, § 19), fortificarono Decelia e con ciò chiusero la via di terra alle spedizioni dell’Eubea.
95. Pag. 122. Nella vece di vantaggi noi avremmo qui tradotto proventi. I commentatori non hanno ancora potuto determinare in che consistessero questi proventi de’ tribunali, e come le fortificazioni di Decelia potessero toglierne le fonti. Secondo lo Scoliaste di Tucidide questi proventi dei tribunali erano il prodotto delle accuse di venalità, di sevizie, di calunnia, d’adulterio, di falso, di prevaricazione nelle ambascerie, di diserzione ecc. Gli Ateniesi quindi, dice Zevort, dovevano essere privati di queste rendite, se i nemici stabilitisi nel paese non permettevano loro d’instituire liberamente i processi; giacchè la città pigliava i proventi delle ammende.
96. Pag. 123. Gilippo, figlio di quel Cleandrida, che fu condannato a morte per essersi lasciato corrompere dall’oro di Pericle (Vedi lib II, § 21).
97. Pag. 123. Sul territorio di Leonzio, oggidì fiume di San Leonardo.
98. Pag. 124. Centoripa situata a poca distanza da Latonia, ebbe molta ed importante parte nella storia di Sicilia: prestò validi aiuti agli Ateniesi contro Siracusa. Distrutta nella guerra di Roma contro Cartagine, fu ricostruita da Augusto. Federico II la distrusse interamente nel 1233.
99. Pag. 124. Questa giace ai piedi dell’Etna, oggidì S. Nicola dell’arena.
100. Pag. 124. Che ragguagliano un milione e seicento venti mila lire italiane.
101. Pag. 124. Fra Argo e Corinto a ottanta stadii da quest’ultima città secondo Strabone, ed a centoventi da Argo.
102. Pag. 129. Questo doppio muro correva parallelo e munito di torri: le truppe stavano nello spazio intermedio di esso.
103. Pag. 130. Cleandrida dopo condannato a morte, come notammo alla precedente nota (96), erasi rifugiato a Turio, ove ottenne il diritto di cittadinanza.
[270]
104. Pag. 130. Questo passo ha fatto discervellare tutti gli interpreti di Tucidide. Il golfo Terineo trovasi sulla costa occidentale di Bruzio, mentre Gilippo doveva trovarsi sulla costa orientale, nel golfo di Scilace, o in quello di Taranto. Qui vi ha evidentemente errore degli amanuensi o dello storico.
105. Pag. 131. Lo stesso che Locri Ozolii.
106. Pag. 135. La battaglia erasi attaccata fra lo spazio compreso fra le mura della città, quello trasversale dei Siracusani e il doppio muro degli Ateniesi.
107. Pag. 136. Questo passo va forse tradotto — quanto a lui si limitò alla guardia del suo campo, evitando intanto di cercar pericoli volontariamente — leggendo ἑκουσιων κινδὺνων (ἀ) πεμελεῖτο. Bastava lo spostamento di una sola lettera, per dare un senso ragionevole alla frase che tutti i commentatori furono sempre costretti di spiegare contrariamente al testo ricevuto ἐπεμελεῖτο.
108. Pag. 140. Il testo primitivo portava con venti talenti d’argento. Boni però non avvertì che questo passo era stato corretto da Valla in cento venti talenti; e che la correzione era stata accettata da tutti i critici, considerando essere assai improbabile che si fosse inviata la piccola somma di venti talenti a Nicia; che domandava forti aiuti pecuniarii. Diodoro porta la cifra a cento quaranta talenti.
109. Pag. 141. Boni traduce il τῶν νεοδαμωδῶν degli ascritti di recente alla cittadinanza. Alcuni presero questi neodamodi per iloti fatti liberi, ma con evidente errore. Tucidide stesso altrove li fa molto bene fra loro distinti. Vedi lib. V, § 34.
110. Pag. 145. Oggidì Castelvecchio poco lungi da Locri.
111. Pag. 149. Cioè uno dei Beotarchi Tebani: fra undici Beotarchi ve ne aveano due di Tebe.
112. Pag. 151. Oggidì Capo di Santa Maria dell’acque di Leuca od anche Porto Salentino.
113. Pag. 151. Sono due piccole isole in faccia al porto di Taranto.
114. Pag. 151. La Japigia e la Messapia, ch’essi abbandonavano, [271] non erano allora comprese ancora nell’Italia. Questo nome non si estendeva alle contrade poste al nord-est del Metaponto e del fiume Laos.
115. Pag. 158. Secondo la lezione di Didot che ristabilì nella sua traduzione comparsa nel 1833, le parole εν προτεικίσμασιν soppresse dalla maggior parte degli editori, in luogo di alloggiamenti, dovrebbe leggersi campi fortificati stabiliti come difese avanzate; questi campi equivalgono quasi i nostri forti distaccati.
116. Pag. 160. In luogo di scossi gli scudi, noi tradurremmo gettate le armi e gli scudi, o inermi e senza scudi; οὶ γὰρ κατα τῶν κρημνῶν βιασθέντες ἄλλεσθαι ψιλοι ἄγευ τῶν ἀσπὶδων οἴ μὲν ἀπωλλυντο οἴ δεσώθησαν.
117. Pag. 162. Che ragguagliano dieci milioni ottocento mila lire italiane.
118. Pag. 164. Non è senza ragione che qui Boni, come tutti gli altri traduttori conservano la frase tre volte nove, in luogo di ventisette: giacchè Tucidide usò questa espressione per notare il significato superstizioso che Nicia e gli indovini applicavano al numero nove moltiplicato per tre.
119. Pag. 167. Gli Ateniesi aveano, sul principiar della guerra, cacciati tutti gli abitanti di Egina, stabilendovisi essi medesimi. Vedi lib. II, § 27.
120. Pag. 167. Gli Ateniesi avevano pure cacciati gli abitanti d’Estiea per occuparne essi il paese. Vedi lib. I, § 114.
121. Pag. 167. In questo periodo vi hanno due errori del Boni a correggersi. Primamente in luogo di tra i sudditi tributarii leggi tra i sudditi e i tributarii, e più sotto in luogo di delle isole i Chii, gli Andrii, leggi delle isole i Cei e gli Andrii.
122. Pag. 174. Boni traduce lanciatori terrestri il χερσαῖοι di Tucidide; questo vocabolo che suona abitanti della terra, è qui usato in senso di dispregio che corrisponderebbe al land-lubbers degli Inglesi, al marin de terreferme dei Francesi, che noi non sapremmo come fedelmente riprodurre in italiano, ma che certamente non risponde al lanciatori terrestri del Boni.
123. Pag. 175. Nella Grecia antica era un atto di squisita [272] urbanità, una prova di considerazione, chiamar un cittadino pel nome suo e per quello del proprio padre; una cortesia ancor maggiore era quella di aggiungervi a questi nomi anche quello della propria tribù. Si mostrava con ciò di ben conoscere la persona cui si parlava, e gli uomini amano credersi conosciuti e considerati. Nicia era quindi collo scopo di lusingare la loro vanità, che chiamava questi trierarchi pel nome loro, per quello del loro padre e della loro tribù.
124. Pag. 189. Già accennammo alla nota 242 del vol. I, come un cotile, e come dice Boni, una cotila equivalesse un quarto di chenica. Or qui possiamo soggiungere che questo vocabolo κοτυλη significa il cavo della mano, e secondo l’onomastico di Polluce ed Ateneo (lib. XI, c. 8), servì per ciò appunto ad un modo di misure. Pare quindi che una cotila ragguagliasse la quantità che poteva essere compresa nel cavo delle due mani congiunte.
125. Pag. 191. Zevort in luogo di soldati ragguardevolissimi traduce ben conosciuti per tali. Riportiamo testualmente le ragioni della sua lezione: Je rends, dice egli, ainsi les mots τοῖς πάνυ τῶν στρατιοτῶν, qui n’ont pas été compris des traducteurs. Il ne peut pas être question ici de soldats d’élite ou de soldats distingués, ce qui n’a aucune importance dans la circonstance; le témoignage d’hommes qui avaient vu, qui faisaient incontestablement partie de l’expédition τοῖς πάνυ, τ. σ. avait au contraire une irrécusable autorité. — Si noti poi che secondo Plutarco (Nicia 30), il disastro venne annunciato primamente da una nave mercantile.
126. Pag. 194. Si dava il nome di provincie inferiori o marittime alla parte dell’Asia minore composta della Caria, della Licia, della Pamfilia, della Misia e della Lidia.
127. Pag. 194. Qui, come anche più avanti al § 19, Boni legge male il testo, il quale non porta Armoge, ma Amorge (Αμόργην).
128. Pag. 195. Uno degli antenati di Alcibiade l’ateniese, stretto per vincolo di ospitalità con uno degli avi di Endio, chiamato Alcibiade, avea dato al suo figliuolo il nome del suo ospite. Questo nome di Alcibiade si trasmise quindi nelle due famiglie, passando, secondo la consuetudine di quei tempi, dall’avo al pronipote.
[273]
129. Pag. 195. Qui Boni traduce il Perieci per persona di quei dintorni. Già alla nota 240 del volume I abbiamo accennato che fossero i perieci presso i Lacedemoni; qui soggiungeremo che con questo vocabolo erano nel dialetto cretese chiamati i sudditi di un popolo. I Lacedemoni aveano attinto a questo molte delle loro voci, come avevano tolte ai Cretesi anche buon numero delle loro istituzioni.
130. Pag. 199. Non parlasi qui del Pireo di Atene, ma sebbene di quello di Corinto.
131. Pag. 201. Anche qui si parla del Pireo di Corinto.
132. Pag. 202. Vuolsi da alcuni critici, che qui manchi qualche cosa nel testo. Tucidide nel prossimo paragrafo parla di quattro navi di Chio che rimaste erano a Mitilene, e narra che gli Ateniesi tolsero a Mitilene la flotta di Chio. Ciò ha fatto credere al Valla (nella sua traduzione), che qui si dicesse che le navi di Chio giunsero a Metimna ed incitassero questa città a sollevarsi; che di queste se ne fossero fermate quattro per difenderla, e che la rimanente flotta si fosse vôlta a far ribellare Mitilene.
133. Pag. 204. Gli equipaggi ed i soldati di marina erano ordinariamente presi fra i Teti, che formavano l’ultima classe del popolo, e di cui parliamo alla nota 186 del volume I. L’arruolamento per l’armata regolare non comprendeva che le tre prime classi.
134. Pag. 204. Promontorio di Chio in faccia alle Enusse.
135. Pag. 204. Oggidì Fana o capo Mastico.
136. Pag. 204. Oggidì Leuconia.
137. Pag. 207. Statere dorico come scrive Boni è un errore; leggi statere darico (Δαρεικὸν); lo statere era una denominazione comune di monete, come sarebbe fra noi quella dello scudo; vi avevano stateri darici, filippei, alessandrei, ecc., e ne variava il lor valore come fra noi lo scudo di Francia, lo scudo romano, ecc. Pare che lo statere darico valesse venti dramme attiche, equivalenti circa diciotto lire nostre italiane.
138. Pag. 208. Qui Gail in luogo di 3 legge 30 talenti.
139. Pag. 211. L’ἄφανιζεται che Boni traduce nè altro si [274] seppe di lui, fa tuttavia quistionare i critici per intendere se Tucidide abbia voluto dire che Teramene abbandonò Mileto, oppure che non si seppe più notizia di lui.
140. Pag. 221. Gli Eumolpidi ed i Cerici erano due famiglie sacerdotali; discendevano quelli dal trace Eumolpo, questi da Cerice, che si dicea figliuolo di Mercurio. Gli Eumolpidi erano sacerdoti di Cerere assai dotti nella conoscenza dei riti religiosi, incaricati d’interpretarli e conservarne la tradizione. I Cerici, ugualmente sacerdoti di Cerere, non attendevano che ai sacrificii.
141. Pag. 229. Il testo non dice solo il senato, ma il senato della fava (τοῦ κυάμου). Il senato della fava era composto di cinquecento membri, e veniva così chiamato perchè i membri venivano eletti a sorte con le fave. Ponevasi in un’urna un certo numero di fave bianche e nere: i nomi dei candidati venivano deposti in un’altra urna, ed estraevasi simultaneamente una fava ed un nome; quegli il cui nome sortiva con una fava bianca era fatto senatore. La maggior parte dei magistrati di Atene erano tratti a sorte di questo modo. Socrate ed Aristofane si prendevano giuoco assai spesso di questa maniera di elezione.
142. Pag. 230. Antifonte o Antifone, corte altri legge, era stato maestro di Tucidide (vedi vol. I, pag. IX, XIV). Debbesi quindi ascrivere in parte a simpatie politiche l’entusiasmo di Tucidide pel suo antico maestro ed amico. Gli Ateniesi furono assai meno benigni di lui verso Antifonte, avendolo condannato a morte, confiscandone i beni e vietando perfino gli fosse data sepoltura nell’Attica.
143. Pag. 249. Il testo dice nell’Anacio; era questo un tempio che sorgeva ai piedi dell’Acropoli, dedicato a Castore e Polluce, i quali venivano anche designati sotto il nome di Dioscuri.
144. Pag. 251. Luogo prossimo all’Acropoli. Anche dopo tutti gli abbellimenti d’Atene, la Pnice conservò l’antica sua semplicità.
145. Pag. 251. Questi conservatori delle leggi sono detti da Tucidide nomoteti. Secondo il Potter (Archeol. Graec., lib. I, c. 13), mille erano i nomoteti; venivano eletti a sorte fra coloro che avevano coperta la carica di eliasti o giudici. [275] Nonostante che il vocabolo nomoteta sembri significare legislatore, vuolsi però qui intendere per nomoteta, l’esaminatore della legge, giacchè non potevano essere fatte leggi nuove, se non mediante l’approvazione del senato ed il suffragio del popolo. I nomoteti esaminavano le leggi antiche, e quando ne trovavano di inutili e nocevoli, curavano di farle abrogare mediante un plebiscito.
146. Pag. 252. Gli Ateniesi avevano arcieri della Siria i quali conoscevano assai male la lingua greca. La loro ignoranza era assai utile ai disegni di Aristarco. Egli non avrebbe potuto far troppo assegnamento sopra truppe che potevano conoscere gli affari di Atene, e penetrare le sue intenzioni.
147. Pag. 254. Secondo Ducker la tessarocosta che suona quarantesima, era la quarantesima parte di una moneta a noi sconosciuta. Secondo Spanheim e Abresch si dovrebbe tradurre quaranta tre dramme del paese.
148. Pag. 256. Cioè il monumento del cane. Diodoro chiama questo medesimo punto la tomba di Ecuba. Era questo un sepolcro presso Abido in un promontorio del Chersoneso di Tracia, innalzato ad Ecuba dai Greci, che l’uccisero irritati per le ingiurie ed imprecazioni d’ogni maniera da Ecuba scagliate contro di loro, quale rabbiosa cagna, in cui favolosamente si disse trasformata. (Dictys Cretens. lib. V, c. 16).
[277]
| anni | ATENIESI | PELOPONNESI | ALTRI POPOLI |
| A. C. | — | — | — |
| 804 | Licurgo dà le sue leggi a Lacedemone, altri dicono circa l’880. | ||
| 733 | Fondazione di Nasso prima colonia dei Greci in Sicilia, altri la riportano al 736, altri al 759. | ||
| 732 | Fondazione di Siracusa, altri 735. | ||
| 704 | Aminocle corintio fabbrica le triremi de’ Sami. | ||
| 687 | Fondazione di Gela. | ||
| 664 | Antichissima battaglia navale fra i Corintii ed i Corfuotti. | ||
| 597 | I Siracusani fondano Camarina. | ||
| 579 | Fondazione di Agrigento. | ||
| 548 | Creso vinto da Ciro. | ||
| 527 | Ippia dopo la morte di Pisistrato si fa tiranno d’Atene. | ||
| 519 | I Plateesi accolti in società dagli Ateniesi. | ||
| 514 | Morte di Ipparco. | ||
| 510 | Ippia cacciato d’Atene. | ||
| 490 | Battaglia di Maratona. | ||
| 486 | Morte del re Dario. | ||
| 487 | Comincia la costruzione del Pireo. | ||
| 480 | Gli Ateniesi riducono da Salamina e Trezene, le mogli ed i figliuoli in Atene. E per consiglio di Temistocle rifanno le mura della città, invano ripugnando i Lacedemoni. | Spedizione di Serse contro la Grecia. | |
| [278] | |||
| 479 | Fortificato il Pireo, porto d’Atene, per consiglio dello stesso Temistocle. Gli Joni ed altri popoli della Grecia si danno sotto la protezione degli Ateniesi, dai quali poscia sono posti in tributo. | Pausania, capitano dei Lacedemoni, in compagnia di Cimone ed Aristide Ateniesi, libera le città greche oppresse dai Persi ch’erano in Cipro e nell’Ellesponto. | I Persiani cacciati dalla Grecia. |
| 478 | Gli Ateniesi ricostruiscono e fortificano la città. | Pausania ritorna in Bisanzio. In Troade si ferma ad abitare, e va di accordo coi Persiani. | Leochitido e Santippo vinsero i Persiani a Micale. |
| 477 | Il Pireo compiutamente fortificato. | Perciò vien richiamato a Sparta la seconda volta, ed è posto in prigione dagli Efori, ma data una piaggeria, vien liberato. | |
| 476 | In questo tempo si crede che Pausania comunicasse con Temistocle ai Persiani i consigli dei Greci. | ||
| 475 | Temistocle dagli ingrati cittadini è mandato in esilio l’anno decimo dopo la guerra di Salamina, e va in Argo ad abitare. | Eruzione dell’Etna. | |
| 474 | Cimone capitano degli Ateniesi, prende Eiona sul Strimone, tenuta da Boge duce persiano. | ||
| 473 | Occupa l’isola di Sciro e la mette a fuoco asportandone l’ossa di Teseo. | ||
| 472 | La città di Micene è spianata dagli Argivi. Diodoro Siculo ci è testimonio. Pausania convinto di molti delitti, fugge nel tempio di Minerva, di dove a forza cavato, muore. | ||
| 470 | I Greci federati trasferiscono il supremo comando dagli Spartani agli Ateniesi. | Artabano, nativo d’Icania, uccide Serse e dà ad intendere ad Artaserse suo figlio e successore, che Dario suo fratello era autore di tal morte: per lo che Dario è ucciso dal fratello: quel scellerato tenta di uccidere Artaserse, ma scoperto da Megabazo, Serse l’uccide. Eusebio dice che Artabano regnò sette mesi, e che dopo di lui Artaserse principiasse a regnare. Artaserse, detto Longimano, uccide Artabano, assume il regno, Giust. in Trog. lib. III, e regna anni 44. | |
| [279] | |||
| 469 | Temistocle, accusato dagli Ateniesi di essere stato complice nel consiglio di Pausania, si fugge a Corfù, indi ad Ameto re dei Molossi. Tasso, isola, ribellasi agli Ateniesi. Battaglia navale e terrestre presso Eurimedonte. | Morte di Pausania. | Temistocle fugge in Persia ad Artaserse, ottiene dal re tre città in dono: Magnesia, Lampsaco e Miunte. |
| 468 | Cimone riporta due segnalate vittorie per terra e per mare al fiume Eurimedonte. | Artaserse vinto dagli Ateniesi all’Eurimedonte, assente a quella pace cotanto celebre scritta da Plutarco nella vita di Cimone. Questo Artaserse è creduto da molti l’Assuero di cui fa menzione la Sacra Storia, ma altri tengono che sia stato Assuero non Artaserse ma Dario d’Itaspe. | |
| 466 | Li Tasii ribellansi dagli Ateniesi. | Terremoto orribile in Laconia. | |
| 465 | Gli Ateniesi mandano una colonia a Strimone. | I Messeni ribellansi ai Lacedemoni, loro occupando Itome in Messenia dove sono dagli Spartani tosto assediati. | |
| 464 | I Tasii, il terzo anno da che furono dagli Ateniesi assediati, si arrendono ad essi: dai quali sono privati e delle navi e delle miniere. | Gli Egizii si ribellano ai Persiani nell’Olimpiade 80, e si danno agli Ateniesi. Esdra è spedito da Artaserse in Giudea, e vi ristabilisce il governo ed il tempio. | |
| 463 | Cimone esiliato da Atene si rifugia in Isparta. Strage degli Ateniesi presso Drabesco. | Andando in lungo l’assedio d’Itome, chiamati gli Ateniesi dai Lacedemoni in aiuto, indi quelli per sospetto vengono licenziati, il che fu il primo motivo della rottura fra loro. | Gli Egizii condotti da Inaro sono sconfitti dai Persi. Junaro, re di Libia occupa l’Egitto. |
| 462 | Gli Ateniesi portano aiuto agli Egizii. | I Lacedemoni aiutano i Doriesi contro i Focesi. | Achemene, fratello di Serse, è ucciso in Egitto da Junaro. |
| 461 | Gli Ateniesi sono vinti da Nicomede Spartano presso Tanagra. Dopo la guerra Cimone è chiamato in patria per opera e consiglio di Pericle. | Giorni 62 dopo la battaglia di Tanagra i Beozii son vinti di nuovo dagli Ateniesi, i quali occupano tutta la Beozia. | |
| 460 | Artaserse, Longimano. Junaro, re di Libia, si unisce all’armata ateniese ch’era in Cipro, ed assaltano entrambi la città di Memfi, ed intraprendesi una una guerra che dura sei anni. | ||
| [280] | |||
| 458 | Gli Ateniesi vanno sopra Egina e vincono guadagnando 70 navi dei Peloponnesi; indi i Corinti e gli Epidauri soccorrono gli Egineti, ma sono volti in fuga da Mironida capitano degli Ateniesi. Guerra dei Corintii e loro alleati contro gli Ateniesi. | Li arsenali dei Lacedemoni vengono dagli Ateniesi abbruciati sotto la condotta di Tolmide, pigliando inoltre Calcide Corintia. | Megabazo di Zopiro è spedito in Sparta per trattare la diversione agli Ateniesi, ma senza far nulla ritorna in Persia. Junaro, re di Libia, è preso e posto in croce. Artaserse Longimano. |
| 457 | Tolmide, capitano dell’armata navale attica, occupa Gitio, porto di Laconia, Modone, il Zante e la Cefalonia. Gli Ateniesi cacciati dall’Egitto. Si cominciano le mura lunghe di Atene. | ||
| 456 | Li Romani spediscono Legati in Grecia ed in Atene che allora fioriva, per descrivere le leggi di Solone, e indagare gl’instituti e i riti delle altre città della Grecia, governando Pericle in quel tempo la repubblica d’Atene. Battaglia d’Enosita. | Megabazo, figliuolo di Zopiro, fa l’espedizione contro gli Ateniesi in Egitto, e li caccia da Memfi, indi li chiude nell’isola Prosopitide, ove li tiene un anno e mezzo assediati. | |
| 455 | I servi dei Lacedemoni dopo aver sofferto Itome un assedio di anni dieci, s’arrendono agli Spartani. I Messeni cacciati da Itome. | ||
| 454 | Oreste, re di Tessaglia, cacciato dal regno, agli Ateniesi ricorre, i quali unitamente ai Beozii e Focesi vanno contro Farsalo, città di Tessaglia, ma ritornano senza far nulla. | Basilica è assediata e presa da Pericle Ateniese. | Megabazo piglia l’isola Prosopitide dissipando gli Ateniesi, pochi dei quali e miserabili per la Cirenaica si riconducono in patria. Dario Noto di Persia. |
| 453 | Cimone essendo stato mandato in Cipro, capitano di 200 navi, ed avendo già superato gran parte dell’isola, infermò e si morì in Citio, città di quell’isola. Tregua per anni tre fra i Lacedemoni e gli Argivi. | ||
| 451 | Erodoto di Alicarnasso legge la sua storia pubblicamente in Atene. | I Lacedemoni stringono cogli Argivi una alleanza di tre anni. I Lacedemoni fanno la guerra chiamata sacra per la giurisdizione del tempio Delfico. | |
| [281] | |||
| 450 | Gli Ateniesi, vinti a Cheronea, mettono la Beozia in libertà. Alleanza di cinque anni fra i Peloponnesi e gli Ateniesi. | ||
| 449 | L’Eubea e Megara si ribellano agli Ateniesi. L’Eubea ritorna all’obbedienza degli Ateniesi per opera e valore di Pericle. | I Lacedemoni devastano l’Attica sotto Plistoanatte lor duce. | |
| 445 | I Sami sono vinti da Pericle in battaglia, e sono ridotti alla devozione degli Ateniesi. | ||
| 444 | Nasce guerra fra i Corinti e Corfuotti, e quelli sono vinti da questi ad Attio. | ||
| 443 | I Corfuotti mandano Legati agli Ateniesi chiedendo alleanza ed aiuto, e l’ottengono. | ||
| 442 | Fatto d’arme navale a Sibota fra i Corfuotti (con l’aiuto degli Ateniesi) contro i Corinti. | ||
| 441 | Fatto d’arme fra gli Ateniesi ed i Corinti che rimangono con la peggio. | ||
| 440 | Guerra dei Sami e dei Milesii. | ||
| 437 | Amfipoli fabbricata da Agnone. | ||
| 436 | Gli Epidamni implorano l’aiuto dei Corintii. | ||
| 435 | Vittoria dei Corfuotti. Presa di Epidamno. | ||
| 433 | Alleanza stretta fra i Corfuotti e gli Ateniesi. | ||
| 432 | Pericle mette i proprii beni in comune. Quei di Salonichi, di Larizzo, i Farsali ed altri popoli soccorrono gli Ateniesi. Gli Ateniesi e Corfuotti assaliscono Modone, ma invano; indi vanno sopra Fia, luogo d’Elide, e lo saccheggiano. Fanno lega con Scitalce re di Tracia, e Perdicca re di Macedonia, indi con l’armata navale prendono Solio, Astaco e Cefalonia. Potidea abbandona gli Ateniesi. | I Lacedemoni deliberano la guerra. Terremoto in Delo. Archidamo, re di Sparta, è creato capitano dei Lacedemoni. Tenta l’espugnazione di Enoe, indi entra in quel d’Atene, e mette l’assedio ad Acarne. Quei di Legina sono scacciati dalla terra loro dagli Ateniesi, ma gli Spartani accolti son posti ad abitar in Bardugna. Astaco vien tolta agli Ateniesi dai Corinti, e resa ad Evarco. | Seconda battaglia navale fra i Corfuotti ed i Corintii. |
| [282] | |||
| 431 | Gli ambasciatori dei Lacedemoni ad Artaserse, re di Persia, sono intercetti e fatti morire dagli Ateniesi. | I Tebani opprimono Platea. | |
| 430 | Comincia ad infierire la peste in Atene. Argo è presa dagli Ateniesi. Indi si rende loro anche Potidea. Senofonte è spedito contro i Calcedoni nella Tracia, ma è vôlto in fuga. Pericle il sesto mese di quest’anno mancò di vita. Formione va sopra l’isola di Candia, e dà il guasto al territorio della Canea. Indi rimette Cinete, figliuolo di Teolito, in Corone. | Archidamo assedia Platea. I Peloponnesi sono vinti da Formione, duce degli Ateniesi, a Lepanto. | |
| 429 | L’isola di Metelino, già Lesbo, ribellasi dagli Ateniesi. | Spedizione dei Lacedemoni contro Platea. Spedizione dei Lacedemoni e degli Ambracioti contro l’Acarnania. Li Mitilenei si danno agli Spartani. Cleomene, zio di Pausania, capitano dei Lacedemoni. | Espugnazione di Potidea. Scitalce re degli Odrisii muove l’esercito contro Perdicca ed i Calcidesi nella Macedonia. |
| 428 | Metelino, isola, è recuperata da Pachete, duce degli Ateniesi. | Li Plateesi arrendonsi agli Spartani, e trattata la causa loro con grande energia contro i Tebani, nulladimeno sono 200 di essi ammazzati e distrutta la città loro. | |
| 427 | Si tratta nel Senato di Atene la causa dei Mitilenei con bellissime orazioni. Gli Ateniesi soccorrono i Leontini in Sicilia contro i Siracusani. Peste la seconda volta in Atene, che dura un anno. Ducento dodici Plateesi, trapassato il muro dei Peloponnesi, si evadono dall’Attica. | I Lacedemoni riempiono Eraclea in Trachinea, d’abitatori. I Lacedemoni e quei di Larta sono vinti dagli Ateniesi. | Le sedizioni agitano Corfù. |
| 426 | Terremoto grandissimo. Delo è purgato dagli Ateniesi. Spedizione di Demostene contro gli Iloti e strage. | Il Zonchio, già Pilo, è circondato di mura dagli Ateniesi, indi i Lacedemoni vi accorrono con li confederati, onde ne segue battaglia navale e terrestre, restando molti dei Lacedemoni assediati Sfatteria, e però spedisconsi da Sparta ambasciatori in Atene a trattar di pace. I Corinti sono vinti da Nicia, Ateniese. | Fondazione di Eraclea Trachinia. Spedizione degli Ambracioti contro Argo Amfilochio e strage. Artaserse, re di Persia, finisce di vivere e comincia Dario Noto a regnare. |
| [283] | |||
| 425 | Cleone e Demostene dopo 72 giorni d’assedio assaltano i Lacedemoni nell’isola Sfatteria, oggi una delle isole di Sapienza, e li vincono facendo ducento e novantadue prigionieri di guerra. Crudeltà grandissima dei Corfuotti. I Lesbi occupano Rezio ed Antandro. Nicia prende Cerigo, già Citera. Gli Ateniesi fortificano Pilo posta nella Messenia. | Ecclissi e terremoti grandissimi in Grecia. | |
| 424 | Perciò gli Ateniesi mandano Pitodoro e Sofocle in esilio. Ipocrate e Demostene, capitani degli Ateniesi, tentano di sorprendere Megara, ma invano, indi prendono Nisea. I fautori degli Ateniesi, assicurati con giuramento dai Megaresi, vengono poi trucidati. Ipocrate circonda Delio. Perdicca, re di Macedonia, è pubblicato dagli Ateniesi loro nemico. Ipocrate è assalito e morto dai Beozii sotto la condotta di Pagonda loro capitano, e gli Ateniesi sono vôlti in fuga, per lo che Delio viene in potere dei Beozii. | Brassida, capitano dei Spartani, accorre per impedire la resa di Nisea, ma ma tardi vi arriva; per lo che tenta di entrare in Megara, dove alla fine vien ricevuto, indi ritorna a Corinto, e si accinge ad entrare nella Tracia. I servi dei Lacedemoni vengono incoronati e posti come in libertà al al numero di duemila circa, i quali di poi ignotamente periscono. Perdicca re, unitosi a Brassida, va contro di Arribeo, re de’ Linceati, il quale con Brassida abboccatosi, lo persuade a desistere dall’ostilità contro di lui; Perdicca se ne sdegna, e si aliena dai Lacedemoni. Brasida occupa Accanto e Stragira. Scitalce, re degli Odrisii, avendo mosso la guerra ai Triballi, è da essi vinto, indi manca di vita vita e gli succede Sente nel regno. | |
| [284] | |||
| 423 | Tucidide prende Eione. Torone è presa da Brassida a tradimento. Indi prende Lecito, ricoverandosi gli Ateniesi in Pallene. | Brasida s’impadronisce di Amfipoli. Pitacco, re degli Edoni, vien ammazzato dalla moglie, figlia di Goasse, per lo che Mircinia, città capitale degli Edoni, ribellasi dai Lacedemoni, lo stesso facendo anche Gapseto ed Esima. | |
| 422 | Due giorni dopo la tregua, Basilica, già Sciona, ribellasi dagli Ateniesi. Indi Menda fa pure lo stesso. Ma è tosto dagli Ateniesi ricuperata. Perdicca, disgustato dai Lacedemoni, si volge agli Ateniesi. Cleone Ateniese prende Corone. Indi prende Fanisselo. | Perdicca e Brassida vanno contro di Arribeo, re dei Lincesti, e lo superano, ma ma soccorso dagli Illirici vien liberato. Li Mantinei ed i i Tegeati combattono con egual evento a Leudicea. I Beozii prendono Panatto, castello degli Ateniesi. | |
| 421 | Pace e confederazione stabilita fra gli Ateniesi ed i Lacedemoni per anni cinquanta, la qual però non è approvata dalle città confederate coi Lacedemoni. Gli Ateniesi prendono Basilica, già Sciona, ammazzando tutti i i Scionei dalli quarant’anni in su, e facendo schiavi le donne ed i fanciulli. Di poi rimettono i Delj nella patria loro. Tiffo è presa dai Dittidiesi, e Meciberna dagli Olintj. Pace di cinquant’anni fatta fra gli Ateniesi ed i Lacedemoni. Poco dopo è ridotta in alleanza. | Gli Argivi, i Corinti, i Mantinei e quei di Veglia, già Elea, fanno confederazione insieme. Sendo stato distrutto Panattaro dai Beozii, quindi nasce occasione di di rinnovarsi la guerra tra gli Ateniesi e i Lacedemoni, al che non poco vi vi contribuisce Alcibiade ateniese. Gli Eraclei di Trachinia combattono con gli Eniani, Dolopi, ecc. ma rimangono perditori con la morte di Zenaro spartano. I Lacedemoni instaurano l’alleanza coi Beoti. I capitani argivi fanno alleanza contro i Lacedemoni. | |
| 420 | Alcibiade, capitano degli Ateniesi ed i confederati loro vanno sopra Orcomeno che se gli arrende. Indi sono disfatti dai Lacedemoni a Tegea. Alleanza fra gli Ateniesi, gli Argivi, i Lacedemoni e gli Elei. | Eraclea viene in potere dei Beozii. I Lacedemoni muovono guerra ad Argo. Agide, re di Sparta, vien processato per la cattiva amministrazione della guerra contro gli Argivi, ma egli purgatosi dall’accusa sfugge il castigo. Lega per anni cinquanta fra gli Argivi e gli Spartani. I Mantinei, seguendo l’esempio degli Argivi, si accordano ancor essi cogli Spartani. | |
| [285] | |||
| 419 | I Dittiniesi ribellansi dagli Ateniesi. | Agide, re di Sparta, va sopra la città di Argo, ed avendo presa la muraglia che gli Argivi per fortezza fabbricavano, spianatala, prende Isio coll’eccidio di quelli abitanti. Battaglia fra gli Argivi ed i Lacedemoni condotti da Agide. Pace fra fra gli Argivi ed i Lacedemoni, che si converte in alleanza. | Guerra degli Epidauri e degli Argivi. |
| 418 | Battaglia fra gli Argivi ed i Lacedemoni condotti da Agide. Pace fra fra gli Argivi ed i Lacedemoni, che si converte in alleanza. | ||
| 417 | Gli Argivi rinnovano l’alleanza cogli Ateniesi. | ||
| 416 | Gli Ateniesi prendono l’isola di Milo, già Melo, sotto la condotta di Filocrate ammazzando quegli abitanti dai quattordici anni in su, e facendo schiavi le donne ed i fanciulli. Gli Ateniesi fanno giornata in in mare presso Epidauro restando vittoriosi contro i Spartani; Alcamene, duce de’ quali, vi rimane estinto. Udita in Atene la ribellione dei Sciotti ed altri loro sudditi, mettono mano a mille talenti che tenevano in serbo per l’estrema delle accorrenze. Il popolo di Samo sollevasi contro i cittadini, 200 de’ quali vengono ammazzati; per lo che è fatto libero dagli Ateniesi. Clazomene ritorna in potere degli Ateniesi. In quest’istesso tempo assaltano Calcideo spartano e Panorma di Mileto, e l’ammazzano; dipoi Dionte e Lione ateniesi vanno sopra Chio. Lorima è presa dagli Ateniesi. | ||
| 415 | Un fortissimo esercito degli Ateniesi, guidato da Nicia, Lamaco ed Alcibiade parte contro la Sicilia. Alcibiade richiamato dalla Sicilia, si rifugia nel Peloponneso. Prima battaglia fra gli Ateniesi ed i Siracusani vinta dagli Ateniesi. | I Lacedemoni istigati da Alcibiade si accingono ad una nuova aperta guerra contro gli Ateniesi. | |
| [286] | |||
| 414 | Gli Ateniesi vincitori in altra battaglia stabiliscono di rinchiudere fra mura i Siracusani. Giugno. Prima battaglia navale fra gli Ateniesi ed i Siracusani. 26 luglio. Seconda battaglia navale fra i medesimi. 29 luglio. Arrivo di Demostene ed Eurimedonte nella Sicilia. 31 luglio. Battaglia combattuta di notte presso Epipole. 31 agosto. Battaglia navale vinta dai Siracusani, terrestre dagli Ateniesi. 1º settembre. Battaglia navale, nella quale si distrugge la flotta degli Ateniesi. 3 settembre. Gli Ateniesi abbandonano Siracusa. 8 settembre. Demostene colla sua parte di esercito si dà a Gilippo ed ai Siracusani. 10 settembre. Nicia si dà coi suoi a Gilippo. | Arrivo dello spartano Gilippo. Gilippo prende Plemmirio. | |
| 413 | I Lacedemoni fanno la seconda lega col re Dario. | Alcibiade si rifugia presso Tissaferne. | |
| 412 | Rodi si congiunge ai Peloponnesi. Segue la terza alleanza fra i Lacedemoni ed il re Dario. | Tisaferne, prefetto del re, re, si porta in Aspendo visitato prima da Alcibiade. | |
| 411 | Marzo. La democrazia in in Atene abbattuta. Giugno. Battaglia in Eretria. La democrazia risorge in Atene. Luglio. Vittoria di Trasibulo presso Lesbo. | L’Eubea occupata dai Peloponnesi. Agide, re di Sparta, chiamato dal popolo ateniese, si conduce sotto le le mura d’Atene per rendersene padrone, ma non gli riesce. Sdegnati i soldati collegati della restituzione d’Alcibiade, tentano di ammazzar Astioco. Al qual succede Mindaro al capitanato. Enae viene in potere dei Beozii per opera di Aristarco. | Tisaferne, sendo state scacciate le le guardie di Astaco, uomo persiano d’Antandro, da Mileto e da Cnido, sdegnato, e malamente che Farnabazo operasse cose maggiori che lui oprato non aveva, si porta nell’Ellesponto. |
| 404 | Aprile. Atene in mano di Lisandro. Fine della guerra peloponnesiaca. | ||
[287]
A.
B
C
D
E
F
G
I
L.
M
N
O
P
R
S
T
V
Z
[295]
(Il primo numero segue il libro, l’altro il paragrafo)
A
Abdera, II, 7.
Abido, VIII, 61, 62, 79, 102, 103, 104, 106, 107, 108.
Abronico, figlio di Lisicle, I, 91.
Acaia, nel Peloponneso, I, 5, 111, 115. II, 9, 66. III, 92. IV, 21, 78, 120. V, 2, 82. VII, 34. VIII, 3.
Acamantide, tribù, IV, 118.
Acanti, IV, 85, 88, 124.
Acanto, città, IV, 84, 114, 120. V, 18.
Acanto, lacedemone, V, 19, 24.
Acarnani, loro costumi, I, 5 n. II, 81; fanno alleanza cogli Ateniesi, II, 7, 9, 68. VII, 57, attaccati dagli Ambracioti, II, 80, 83; eccellenti frombolieri, II, 81; domandano agli Ateniesi un generale parente di Formione, III, 7; accompagnano Demostene a Leucade, III, 94; vanno in soccorso d’Argo Amfilochico, III, 105; nominano Demostene generale della loro confederazione, III, 107; battono gli Ambracioti, III, 108; perseguitano i vinti in Idomene, III, 111; non vogliono avere gli Ateniesi per vicini, III, 113; fanno la pace con Ambracia, III, 114; colonizzano Anactorio, IV, 40; fanno entrare quei d’Agria in alleanza con Atene, IV, 77; fanno vela per la Beozia con Demostene, IV, 79; forniscono Demostene di frombolieri per la spedizione di Sicilia, VII, 31, 60.
Acarnania, II, 30, 68. III, 102, 106. IV, 2. VII, 31.
Acarne, II, 10, 20, 21, 23.
Accampamento degli Ateniesi presso Siracusa, VIII, 8.
Acesine, fiume della Sicilia, IV, 25.
Acheloo, fiume, II, 102. III, 106.
Acheronte, fiume dell’Agro teaprotico, I, 46.
Achille, I, 3.
Acqua sacra di Delo, IV, 97. VI, 106.
Acra, città, VI, 5.
Acrea, rupe, VII, 78.
Acrotoo, città, IV, 109.
Acte, provincia, e sue città, IV, 109.
Actee città, IV, 52.
Adimanto, I, 60.
Admeto, re dei Molossi, I, 186.
Afitide, I, 64.
[296]
Afrodisia, IV, 56.
Agatarchide, capitano de’ Corinti, II, 83.
Agatarco, prefetto della flotta de’ Siracusani, VII, 25, 70.
Agesandrida, volgarmente Egesandrida, VIII, 91, 94, 95.
Agesandro, ambasciadore dei Lacedemoni, I, 139, padre di Agesandrida, volgarmente Egesandro, VIII, 91.
Agesippida, lacedemone, V, 56.
Agide, figlio d’Archidamo, re de’ Lacedemoni, III, 89. IV, 6. V, 24, 54, 57, 58 seg., 83. VII, 19. VIII, 12, 35, 45, 70, 71.
Agnone, mandato in aiuto a Pericle contro Samo, I, 117. II, 58, 95. IV, 102. V, 11. VIII, 68.
Agraga, città, e fiume, VI, 4.
Agrei (territorio degli), II, 102. III, 108, 111, 113, 114. IV, 77, 101.
Agriani, II, 96.
Agrigento, V, 4. VI, 4. VII, 50, 58.
Aimnesto, padre di Lacone, III, 52.
Alaci, VII, 32.
Aliarti, IV, 93.
Alcamene, figlio di Stenelaida, VIII, 5.
Alceo, arconte di Atene, V, 19.
Alcibiade, nome spartano. VIII, 6; — Alcibiade figlio di Clinia; particolari intorno ai principii della sua vita politica, V, 43, 45, e seg.; sue spedizioni militari (Peloponneso, Argo), V, 52, 84; scelto per la spedizione di Sicilia; suo discorso, VI, 8, 15, 16; opinione di Nicia sul suo conto; reciproche inimicizie, VI, 12, 15; suo carattere, sue prodigalità, accuse attribuitegli, VI, 12, 15, 16, 28, 29, 53, 61; è mandato in Sicilia, ciò che egli pensa di questa guerra, VI, 29, 48; è richiamato per giustificarsi, ibid., 53, 61; suo esilio, sua condanna, ibid., 61; va a Sparta, eccita alla guerra contro gli Ateniesi, ibid., 88, 89; provoca e comanda la spedizione: di Chio, VIII, 6, 11, 14, 17, 26; suo soggiorno appo Tissaferne, VIII, 45, 46, 47, 50, 51, 52; è richiamato dall’esilio, sua condotta, VIII, 81, 82, 86, 88, 97,108.
Alcida, ammiraglio de’ Lacedemoni, III, 16.
Alcifrone, ospite dei Lacedemoni, V, 59.
Alcinada, o Alcinida, lacedemone, V, 19, 24.
Alcini, o tempio d’Alcino, III, 70.
Alcistene, padre di Demostene, III, 91. VII, 16.
Alcmeone, figlio di Amfiarao, II, 102.
Alcmeonidi, cacciano i Pisistrati da Atene, VI, 59.
Alece, fiume, III, 99.
Alessandro, padre di Perdicca, I, 57. II, 29, 99.
Alessarco, duce dei Corintii, VII, 19.
Alessicle, uno dei quattrocento, è incatenato, VIII, 92.
Alicarnasso, VIII, 42, 108.
Aliesi, I, 105. II, 56. IV, 45.
Alis, fiume, I, 16.
Alizia, VII, 31.
Alleanza, I, 2, 67, 112, 115, 118. II, 29. III, 68, 114. V, 15, 17, 31, 47. VIII, 17.
Alleanze. Cerimonie che accompagnano, V, 47, 56; fra gli Spartani e gli Ateniesi, I, 112; altra alleanza, I, 115; sua rottura, I, 23. II, 2, 7; fra i Sitalei e gli Ateniesi, II, 29; fra gli Elei ed i Corintii, ecc., e gli Ateniesi, II, 29, 31, 46, 47; fra gli Argivi e i Lacedemoni, II, 76, 77; fra Pausania ed i Plateesi, III, 68; fra gli Acarnani e gli Amfilochii, III, 114; fra i Lacedemoni e gli Argivi, V, 15; fra gli Ateniesi ed i Lacedemoni, V, 17; sua formola, V, 18; sua rottura, ibid., 25; altra alleanza fra gli stessi, V, 22, 23; fra Tissaferne ed i Lacedemoni, VIII, 17, 18, 36, 37, 57, 58.
Almopia, Almopi, II, 90.
Alope, II, 26.
Amassito, VIII, 101.
Amatunta, VIII, 101.
Ambasciatori, I, 126. II, 7, 12, 67. III, 72.
Ambracia, I, 26, 27, 29, 46, 55, 68. II, 9, 68, 80. III, 69, 102, 108. IV, 42. VI, 104. VIII, 106.
Amfia, figlio di Eupaide, IV, 119.
[297]
Amfiarao, padre d’Amfioco, II, 68.
Amfidoro, padre di Menecrate, IV, 119.
Amfilochia, II, 68, 102. III, 102, 105, 107, 108, 112.
Amfipoli, città, una volta la città delle nove vie, IV, 101, 132. V, 6, 10, 11, 18, 21, 35, 46, 83. VII, 9.
Amfissei, III, 101.
Amiolco, tempio d’Apolline, V, 18.
Aminia, IV, 132.
Aminiade, figlio di Filemone, II, 67.
Aminocle, costruttore di navi di Corinto, I, 13.
Aminto, figlio di Filippo, II, 95, 100.
Amirteo, re delle paludi d’Egitto, I, 110.
Ammea, figlio di Corebo. III, 22.
Ammiragli lacedemoni. II, 80.
Ampelide, V, 22.
Anaceo, tempio di Castore e Polluce in Atene, VIII, 93.
Anapo, fiume d’Acarnania, II, 82. VI, 66, 96. VII, 42, 78.
Anassandro tebano, VIII, 100.
Anasaila, tiranno de’ Reggini, VI, 5.
Anattorio, castello, I, 55, 46. II, 9, 80, 81. III, 114. IV, 49. V, 30. VII, 31.
Andocide, figlio di Leogoro, ammiraglio degli Ateniesi, I, 51.
Andocrate (tempio di), III, 24.
Andro (isola di), II, 55. IV, 42, 88, 103, 104. VII, 57. VIII, 69.
Androcle, validissimo sostenitore del governo popolare, VIII, 65.
Andromede, o Andromene, ambasciatore dei Lacedemoni, V, 42.
Androstene, Arcade, ai giuochi olimpici, V, 49.
Anea, III, 82. IV, 75. VIII, 19, 61.
Aneristo, ambasciatore dei Lacedemoni, II, 67.
Antandro, città, IV, 52, 57. VIII, 108, 109.
Antemo, II, 99.
Antene, castello sul territorio cinurio, V, 41.
Antesterione, II, 15.
Anticle, duce della flotta degli Ateniesi, I, 117.
Antifemo, fondatore di Gela, VI, 4.
Antifonte, dicitore eloquentissimo, VIII, 68, 90.
Antigene, padre di Socrate, II, 23.
Antimenida, lacedemone, V, 42.
Antimnesto, padre di Ierofonte, III, 105.
Antioco, re degli Orestii, II, 80.
Antippo, lacedemone, V, 19.
Antissa, città di Lesbo, III, 19.
Antistene, spartiate, VIII, 39, 61.
Apidano, fiume della Tessaglia, IV, 78.
Apodoti, popolo etolico. III, 94.
Apollo. Suoi altari, suoi tempii, I. 29. II, 15, 91, 102. III, 3, 94, 104. IV, 90. V, 47. VI, 3. 54, 99; VII, 26; sue feste, III, 3; contrade che gli sono dedicate, I, 13. III, 104; Apollo Pitia, V, 33.
Apollodoro, padre di Caricle, VII, 20.
Apollonia, colonia di Corinto, I, 26.
Ara di Apollo Archegeta. I, 126. III, 81. IV, 98. V, 50. VI, 3, 54. VIII, 84.
Arcadia (gli abitanti di) — non si mutarono, I, 2. III, 34, 94. V, 29, 31. VI, 2.
Arcesilao, padre di Lira, V, 50, 76. VIII, 39.
Archedice, figlia di Ippia, VI, 59.
Archelao, figliuolo di Perdicca e sue imprese. II, 100.
Archestrato, figlio di Licomede, I, 57. VIII, 74.
Archetimo, figlio di Euritimo, I, 29.
Archia, Camarinese. Archia di Corinto, uno degli Eraclesi fondatore di Siracusa, IV, 25. VI, 3.
Archidamo, figlio di Zeusidamo, re dei Lacedemoni, I, 79, 80. II, 10, 71. III, 1, 89. V, 34.
Arconida, regnante in Sicilia, amico degli Ateniesi, VII, 1.
Arconti (nove), loro podestà, I, 126. I, 93. II, 2. V, 19, 25. VI, 54.
Arginusse (continente). VIII, 101.
Argilo (città di), I, 132. V, 6, 18.
Argino, VIII, 84.
Argivi. Valore di questo nome presso Omero I, 3; nemici dei Lacedemoni, I, 102; soccorrono gli Ateniesi, I, 107; della tregua di trenta anni fra loro e i Lacedemoni, V, 14; guerra contro Lacedemone, ed alleanze, V, 14, 27, 28, 29, 31, 36, 37, 41, 44 e seg.;loro [298] governo popolare, V, 44; loro magistrati, V, 47; alleanza con Atene, ibid.; loro organizzazione militare, V, 59, 72. VII, 44; soccorrono gli Eleni, V, 50; guerra contro Epidauro, V, 53; guerra contro Sparta, V, 57, 59, e seg.; 61, 64, 73, 76, 77; il popolo distrugge l’oligarchia, V, 82; rinnuovamento della guerra con Lacedemone, V, 84, 115, 116. VI, 7; prendono parte alla spedizione di Sicilia, VI, 67, 70, 100. VII, 44, 58; vinti da’ Milesii, VIII, 25; promettono soccorsi all’armata ateniese di Samo, VIII, 86.
Ariantide, figlio di Lisimachida, IV, 91.
Arifronte, padre d’Ippocrate, IV, 66.
Aristagora, milesio, IV, 102.
Aristarco, nemico del popolo, VIII, 90, 92.
Aristeo, figliuolo di Pellico, I, 29. II, 67. IV, 132.
Aristide, figlio di Lisimaco, I, 91, 96. IV, 50. V, 18.
Aristocle, fratello di Plistoanatte, re dei Lacedemoni, V, 16, 71.
Aristoclide, padre di Eliodoro, II, 70.
Aristocrate, ateniese, V, 19, 24. VIII, 9, 89.
Aristofone, ambasciatore dei 400, VIII, 86.
Aristogitonte, cittadino ateniese, I, 20. VI, 54.
Aristone, figlio di Pirrico, buon governatore di navi, VII, 39.
Aristonimo di Corinto, padre di Eufamida. II, 33. IV, 119, 122.
Aristoneo di Larissa, fondatore d’Agrigento, II, 22. VI, 4.
Aristotele, figlio di Timocrate, III, 105.
Armodio, I, 20. VI, 54.
Armoge, figlio bastardo di Pissutne, si ribella al re dei Persiani, VIII, 5, 19.
Arne, posta nella Calcidica, IV, 103.
Arnè, città della Tessaglia, I, 12.
Arnissa, castello nella Macedonia, IV, 128.
Arriana, VIII, 104.
Arribeo, re dei Linceati, IV, 79.
Aria, principe dei Japigii, VII, 33.
Artabazo, figlio di Farnace, I, 129.
Artaferne, persiano, IV, 50.
Artaserse, I, 104, 137. IV, 50. VIII, 5.
Artemisio, e pugna quivi accaduta, III, 54.
Artini (gli), magistrati degli Argivi, V, 47.
Arturo (nascer di). II, 78.
Asia, II, 97.
Asina, IV, 13.
Asopio, padre di Formione, I, 64. III, 7.
Asopo, fiume, II, 5.
Asopolao, padre di Astimaco, III, 52.
Aspendo, VIII, 81, 87, 88, 93, 108.
Assinaro, fiume di Sicilia, VII, 84.
Assiria, IV, 50.
Astace, luogotenente di Tissaferne, VIII, 108.
Astace, volgarmente mal detto Arsace, VIII, 108.
Astaco, città dell’Acarnania, II, 30.
Astimaco, figliuolo di Asopolao, III, 52.
Astioco, ammiraglio dei Lacedemoni, VIII, 20, 23, 24, 26, 31, 32, 33, 36, 38, 41, 42, 45, 50, 51.
Atalanta, isola, II, 32, 100. III, 89. V, 18.
Atenagora, accettissimo al popolo per la sua facondia, VI, 35, 41. VIII, 6.
Atene. Origine di sua grandezza, I, 2 e 98; accoglie gli stranieri, I, 2; sue colonie, I, 12; sua politica cogli alleati, I, 19; sua distruzione fatta dai Medi, I, 89; sue ricchezze, II, 13; sua circonferenza, sue mura, ecc., ibid.; suoi tempii, II, 15, 38; sua popolazione, II, 17; elogio d’Atene, II, 40 e seg.; sua eleganza, II, 41; peste, II, 47 e seg.; suo governo da principio democratico, II, 37; trasformato in oligarchia, VIII, 42, 63, 66, 68.
Ateneo, figlio di Periclide, IV, 119, 122.
Ateniesi. Loro carattere, loro costumi. I, 70, 80, 102. II, 40. VII, 14, 48; depongono i primi le armi I, 6; amano i processi, I, 77; rendite e forze di terra e di mare, II, 13; loro abitudini [299] giornaliere, II, 87; festa funebre, II, 34 e 38; rendite che essi ricavano dal tribunali, VI, 91; loro attività, VI, 87; purificano Delo, I, 8. III, 104; fanno guerra contro gli Egineti, I, 14; formano una marina, I, 18; abbandonano la loro città per farsi uomini di mare, I, 18, 73, 74; loro dissensioni interne, I, 18; loro influenza sui popoli della Grecia, I, 19, 76, 99. VI, 76; mandano soccorsi a Corfù, I, 44, e seg.; combattono la flotta di Corinto, I, 49; condizioni che essi impongono agli abitanti di Potidea, I, 56; loro guerra contro Perdicca, I, 59, 61; contro Corinto e Potidea, I, 62, 64; i loro deputati rispondono ai Corintii, I, 72, 73; fabbricano una cinta alla loro città, I, 89; loro guerra contro i Persi, I, 94; impongono tributi ai loro alleati, I, 96; loro durezza verso gli altri popoli, I, 99 e n.; battono i Medi, I, 100; battono i Tasii, I, 101; cominciano i loro dissapori coi Lacedemoni, I, 102; mandano una colonia a Naupatto, I, 103; fanno una spedizione in Egitto, I, 104, 105; loro guerra con Corinto, Epidauro, Egina, Lacedemone, I, 104, 105; coi Beozii, i Locresi, i Lacedemoni, I, 107; devastano il Peloponneso, I, 108; sono cacciati dall’Egitto, I, 109, 110; loro spedizione contro Sicione, I, 111; fanno la pace con i Peloponnesi, I, 112; sono cacciati dalla Beozia, I, 113; fanno una spedizione nell’Eubea, I, 114; fanno un trattato coi Lacedemoni, I, 115; loro spedizione contro Samo, I, 116, 117; tengono una assemblea per decidere della guerra col Peloponneso, I, 139 e seguenti; particolari sulla forma del loro governo, loro maniera di vivere, II, 14, 15; loro territorio devastato da Archidamo, ciò ch’essi fanno in quest’occasione, II, 20, 21, 22; mandano una flotta intorno al Peloponneso, II, 23; attaccano Metona, II, 25; loro spedizione nella Locride, II, 26; s’allegano con Sitalce, II, 29; prendono Solio, Astaco, ecc., II, 30; s’impadroniscono di Megara, II, 31; fortificano Atalanta, II, 32; ergono un monumento funebre a’ loro guerrieri, II, 34; sono flagellati dalla peste, II, 47 e seg.; mandano una flotta contro il Peloponneso, II, 56; assediano Potidea II, 58; s’irritano contro Pericle, II, 59, 65; s’impadroniscono dei legati di Lacedemone, II, 67 e seg.; prendono Potidea, II, 70; mandano navi a Naupatto, II, 69; ciò che essi dicono ai deputati plateesi, II, 73; loro guerra contro i Calcidesi, II, 79; diversi combattimenti ch’essi ingaggiano coi Peloponnesi, II, 83, 85 e seg.; 90 e seg.; mandano una flotta a Lesbo, III, 3; assediano e prendono Mitilene, III, 6, 18, 27, 49; attaccano Minoa, III, 51; mandano navi in Sicilia, III, 86; sono afflitti da una nuova peste, III, 87; attaccano le isole d’Eolo, III, 88; ciò ch’essi fanno in Sicilia, III, 90, 99, 103, 115; in Acarnania, III, 94; nel Peloponneso, III, 91; contro gli Etoli, III, 97, 98; mandano una flotta in Sicilia, IV, 2; occupano Pilo, IV, 34; prendono Tione, IV, 7; avvenimenti diversi della loro guerra coi Lacedemoni, IV, 13, 14, 16, 23; combattono contro a’ Siracusani, IV, 25; assediano Sfatteria, IV, 16; combattono contro i Lacedemoni, IV, 32, 33; attaccano Corinto, IV, 42 e seg.; prendono Anattorio, IV, 49; fanno distrurre le mura di Chio, IV, 51; occupano Citera, IV, 53 e seg.; prendono Tirea, IV, 57; prendono Megara, 68; e Nisea, 69; riprendono Antandro, IV, 75; loro spedizione in Beozia, IV, 90, 96, 101; fanno una tregua coi Lacedemoni, IV, 117; prendono Menda, IV, 130; assediano Scione, IV, 132; cacciano gli abitanti di Delo, V, 1; loro spedizione nella Tracia, V, 2; sono battuti da Brasida, [300] domandano la pace, V, 10, 14; fanno un trattato coi Lacedemoni, V, 18, 23; essi lo infrangono, V, 24, 43; prendono Scione, V, 32; fan lega cogli Argivi, V, 47; fanno una spedizione contro Melo, V, 84, 114, 116; in Sicilia, VI, 1, 6, 8, 25, 31, 43, 46, 62, 63, 67, 70; fanno un’investigazione su un sacrilegio, VI, 53; ridomandano Alcibiade, VI, 61; ricercano l’alleanza di Camarina, VI, 75; trattano un’alleanza coi Siculi e gli Etruschi, VI, 88 e seg.; combattono i Siracusani, VI, 97, 98, 101, 103; dichiarano guerra ai Lacedemoni, VI, 105; la loro flotta custodisce la Sicilia, VII, 5; fanno diversi armamenti, VII, 16, 20; rinviano i mercenarii traci, VII, 29; combattono i Corinti, VII, 34; ed i Siracusani, VII, 40, 41; sono battuti ad Epipole, VII, 43 e seg.; deliberano evacuare il territorio di Siracusa, VII, 47 e seg.; un’eclissi loro impedisce di partire, VII, 50; sono battuti dai Siracusani, disastro della loro armata, VII, 52, 53, 57, 60, 70, 71 e seg.; 75, 80, 81, 87; costernazione ch’essi provano per questi disastri, VIII, 1, 2; attaccano e bloccano la flotta de’ Peloponnesi, VIII, 10, 11; abbandonati da’ loro alleati fanno grandi armamenti, VIII, 13; loro spedizione contro Clazomene, VIII, 23; contro Chio, VIII, 24; contro Mileto, VIII, 30; sono battuti dai Peloponnesi, VIII, 42; cercano invano di allearsi con Tissaferne, VIII, 56; combattono contro gli abitanti di Chio, VIII, 61; perdono la libertà di cui godevano dopo l’espulsione dei tiranni, VIII, 68; intervengono alle lotte politiche dei Samii, VIII, 73; sono battuti dai Peloponnesi, VIII, 95, 96; ne trionfano in un combattimento navale, VIII, 104, 106.
Atleti (gli), I, 6.
Ato, monte, ove giaccia, IV, 109.
Atramitteo, V, 1.
Atreo, figlio di Pelope, fatto re dei Miceni da Euristeo, I, 9.
Attica, I, 2, 9, 114. II, 10, 15. V, 31, 36.
Aulona, IV, 103.
Autocarida, lacedemonio, v, 12.
Autocle, figlio di Tolmeo, IV, 53.
Axio, fiume, II, 99.
Azio, I, 29, 30.
B
Bacco, tempio di — nelle Limne, II, 15. III, 81.
Barbari, il nome di — I, 3, 18. II, 68, 80. IV, 126.
Battaglie nella guerra del Peloponneso, I, 13, 29, 62, 100, 105, 108, 110, 117. II, 79, 81, 83. III, 77, 107. IV, 11, 25, 34, 93, 134. V, 63, 74. VI, 67. VII, 22, 34, 44, 70. VIII, 25, 62, 104.
Balto, duce dei Corinti, IV, 43.
Beo, I, 107.
Beotarchi, II, 2. IV, 91. V, 37.
Beoti, confinanti coi Focesi, I, 2, 10, 107. II, 6, 9. III, 54, 87, 95. IV, 72, 76, 93, 100, 118. V, 38, 39, 40, 46, 64. VI, 61. VII, 19, 57. VIII, 45, 106.
Berrea, I, 61.
Bisaltia, II, 99. IV, 109.
Bisanzio, I, 94.
Bitini, Traci. IV, 75.
Bolba, palude nel territorio migdonio, I, 58. IV, 103.
Bolisso, VIII, 24.
Bomiesi, III, 96.
Borea, III, 23.
Boriade Eurilane, III, 100.
Bottia, I, 57, 58, 65. II, 79, 99, 100, 101.
Brasida, figlio di Tellia, generale lacedemone, difende Metona, II, 25; consigliere di Cnemo, II, 85; esorta i suoi soldati, II, 86; devasta Salamina, II, 93; è il consigliere d’Alcida, III, 69, 76, 79; combatte a Pilo, IV, 11, 12; è ferito, ibid.; soccorre i Megaresi, IV, 70 e seg.; sue spedizioni contro gli Ateniesi, IV, 73; nella Tracia, IV, 78; in Tessaglia, IV, 81, 103. V, 7; contro i Lincesti, [301] IV, 83; contro Acanto, IV, 84, 88; discorsi che egli pronuncia, IV, 85; sue spedizioni contro Amfipoli, III, 102, 108; contro Argila, IV, 103; contro Eione, 107; vedi ancora, IV, 109, 112, 115 e seg.; 120, 121, 123, 124, 126, 127, 128, 135. V, 6 e erg.; 8, 9, 16; sua morte, suoi funerali, V, 10, 11; è onorato di una corona d’oro, IV, 121; Iloti, che hanno combattuto sotto a’ suoi ordini, dichiarati liberi, V, 34.
Bricinnia, la rocca di — nel territorio leontino, V, 4.
Brilesso, monte, II, 23.
Bromero, padre d’Arribeo, IV, 83.
Bromesco, IV, 103.
Bucolione, castello, IV, 134.
Budoro (fortezza di), II, 94. III, 51.
Bufrade, IV, 118.
C
Cacipari, fiume, VII, 80.
Cadmei, poscia Beozia, I, 12.
Caduceo, I, 29.
Cagione della guerra del Peloponneso, I, 23.
Calce, VIII, 41.
Calcide, nome comune a molte città, I, 15, 57, 58, 62, 65, 108. II, 70, 79, 83, 95. III, 86. IV, 7, 61, 64, 79, 81, 100, 103, 109, 123. V, 3, 6, 10. VI, 3, 4, 5, 7, 76. VII, 29, 57. VIII, 32.
Calcideo, capitano della flotta dei Lacedemoni, VIII, 6.
Calcieca Minerva, I, 128.
Caleci, fiume, IV, 75.
Calei, III, 101.
Calidone, III, 102.
Callia, padre di Callicrate, I, 29, 52, 61, 63. VI, 55.
Calliade, I, 61.
Callicrate, figlio di Callia, duce corintio, I, 29.
Calliesi, III, 96.
Calligeto, figlio di Leofonte, megarese, VIII, 6, 8, 39.
Callimaco, figlio di Fanomaco, II, 70, figlio di Learco, II, 67.
Calliroe, fonte, II, 15.
Camarina e Camarinei, VI, 5, 52, 78. VII, 58, 80.
Camiro, VIII, 44.
Canale del re de’ Persiani, IV, 109.
Canastreo, IV, 110.
Caoni, barbari. II, 68, 81.
Capatone, padre di Prosseno, III, 103.
Capitani degli Ateniesi, I, 57.
Caradri, V, 60.
Carcimo, figlio di Zenotimo, II, 23.
Cardamila, VIII, 24.
Careade, figlio di Eufileto, III, 86.
Caria, I, 8, 106. II, 9, 69. III, 88. VIII, 5, 85.
Caribdi, IV, 24.
Caricle, figlio di Apollodoro, VII, 20, 26.
Carii, V, 55.
Caristi, vinti dagli Ateniesi, I, 98. IV, 42. VII, 57. VIII, 69.
Carmino, duce degli Ateniesi, VIII, 30.
Carnei, giorni festivi pei Lacedemoni, V, 54.
Carteria, territorio dei Focesi, VIII.
Cascino, fiume, III, 103.
Casmene, fondata dai Siracusani, VI, 5.
Catania, VI, 20, 64, 98. VII, 14, 49, 60, 80, 85.
Caulonia, VII, 25.
Cauno, I, 116. VIII, 39, 41, 42, 57, 88, 108.
Cave siracusane, VII, 86, 87.
Ceade, I, 134.
Cecalo, padre di Nicase, IV, 119.
Cecrifalea, I, 105.
Cecrope, re degli Ateniesi.
Cecropia, II, 19.
Cefallenia, II, 9, 30, 33, 80. III, 94. VII, 31.
Cei, VII, 57.
Ceneo, promontorio d’Eubea, III, 93.
Cenerea, IV, 42. VIII, 10, 20, 23.
Centoripa, castello dei Siciliani, VI, 94.
Ceramico, VI, 57.
Cercina, monte disabitato, II, 98.
Cerdilio, V, 6.
Cerici, VIII, 53.
Cestrine, I, 46.
Cheniche (ogni Lacedemone riceveva due) attiche, IV, 16.
[302]
Cheradi, isole della Japigia, VII, 33.
Cherea, figlio di Archestrato, VIII, 74, 86.
Cheronea, I, 118. IV, 76, 89.
Chersoneso di Tracia, I, 11. IV, 42, 45. VIII, 99, 102, 104.
Chimerio, I, 30, 46.
Chio, III, 32, 104. VI, 85. VIII, 15, 22, 40.
Chione, Lacedemone, V, 19, 24.
Cicladi, isole, nome e numero delle medesime, I, 4, 12.
Ciclopi, VI, 2.
Cidonia, II, 65.
Cilici, vinti in battaglia dagli Ateniesi, I, 112.
Cillene, arsenale degli Elei, I, 80. II, 84, 86. III, 69.
Cilone, I, 126.
Cimone, padre di Lacedemonio, I, 45.
Cimone, figlio di Milziade, I, 98, 102, 108, 112.
Cinete, figliuolo di Teolito, II, 102.
Cinossema, promontorio, VIII, 104, 105.
Cinurio, territorio, IV, 56. V, 41.
Cipro, I, 94, 104, 112, 128.
Cipsela, V, 93.
Cirene, Cirenei, I, 110. VII, 50.
Ciro, primo re de’ Persiani, padre di Cambise, I, 13. II, 65.
Cirro, II, 100.
Citera, isola. IV, 53, 54. V, 14, 18. VII, 26, 47, 57.
Citerone, II, 75. III, 24.
Citinio, I, 107.
Cizico, Timagora ciziceno, VIII, 6, 39, 107.
Claro, III, 33.
Clazomene, VIII, 14.
Cleandrida, padre di Gilippo, VI, 93.
Clearco, figlio di Ramfia, VIII, 3, 39, 80.
Clearida, figlio di Cleonimo, IV, 132. V, 6, 8, 10.
Cleippide, figlio di Dinia, III, 3, 7.
Cleobolo, eforo lacedemone, I, 126. III, 26.
Cleombroto, padre di Pausania, I, 94, 107. II, 71.
Cleomede, figlio di Licomede, V, 34.
Cleomene, Lacedemone, I, 126. III, 26.
Cleone, figlio di Cleenete, III, 36 e n.; accusa Pericle, II, 65 e n.; suo carattere, sua eloquenza, suo orgoglio, IV, 21, 22, 27 e seg. V, 7; suo discorso contro Diodoto, III, 37 e seg.; fa mettere a morte gli autori della defezione di Mitilene, III, 50; suo ruolo in Atene, IV, 21, 22, 27; sue spedizioni, IV, 28, 30 a 41. V, 2 e seg.; 10; sua morte, ibid.; perchè egli era nemico della pace.
Cleone, città, IV, 109. V, 67. VI, 95.
Cleonimo, padre di Clarida, IV, 132.
Cleopompo, figlio di Clinia, II, 26, 58.
Cleruchi, III, 50. VII, 37.
Clipei, IV, 9, 12, 96. VII, 82.
Cnemo, Spartiata, II, 66.
Cnide, V, 51.
Cnido, III, 88. VIII, 35, 41, 42, 43, 44, 52, 109.
Colofone, III, 34. V, 2.
Colonie. Come si fondassero, I, 24, 27; loro rapporti colle metropoli, I, 23, 34, 38. III, 34. VI, 45; festa in onore del fondatore, V, 11; colonie lacedemonie, I, 12.
Colono, tempio di Nettuno, VIII, 67.
Combattimenti. I più antichi combattimenti navali fra i Corfuotti ed i Corinti, I, 13; altro fra gli stessi, I, 29; altro, I, 40; il più gran combattimento navale fino alla guerra del Peloponneso, I, 50; fra gli Ateniesi ed i Corinti; I, 62 e seg.; 105.; II, 83 e seg., fra gli Ateniesi ed i Persiani, I, 100; fra gli Ateniesi ed i Tasli, I, 100; fra gli Ateniesi ed i Peloponnesi I, 100, 105. II, 83 e seg.; 90 e seg.; VIII, 104 e seg.; fra gli Ateniesi e gli Eginoti, I, 105; fra gli Ateniesi ed i Lacedemoni, I, 108. IV, 11 e seg.; fra gli Ateniesi ed i Fenicii, 1,110; fra gli Ateniesi ed i Beozii, I, 108, 113. IV, 93 e seg.; fra gli Ateniesi ed i Samii, I, 117; fra gli Ateniesi ed i Calcidiesi, II, 79; fra Caoni e gli Stratii, II, 81; fra gli Ateniesi e i Corfuotti, III, 77 e seg.; fra gli Ambracioti e gli Acarnani, III, 107 e seg.; 112; fra gli Ateniesi ed i Siracusani, [303] IV, 25. VI, 67 e seg.; VII, 22 e seg.; 38 e seg.; 43 e seg.; 52 e seg.; 70 e seg.; 79; fra i Mantineesi ed i Tegeati, IV, 134; fra i Lacedemoni e gli Argivi, V, 65, 74; fra gli Ateniesi ed i Milesii, VIII, 25; fra gli Ateniesi e Chio, VIII, 62.
Co Meropide, VIII, 41.
Copeesi, IV, 93.
Corebo, padre di Ammea, III, 22.
Corfù, metropoli d’Epidamno, I, 24; suoi primi abitanti, dettagli geografici, I, 25, 36, 37, 44, 46, 68; sue guerre contro Epidamno, I, 26; contro Corinto, I, 29, 48, e seg.; contro la flotta del Peloponneso, III, 71, e seg.; si collega cogli Ateniesi, I, 31, 32, 45. II, 7, 9. VII, 57; ben trattata da Temistocle, I, 136; suo stato politico, III, 70 e seg.; 81 e seg.; arringa dei Corfuotti ad Atene, I, 81; soccorrono gli Ateniesi nella guerra di Siracusa, VII, 57.
Corico, VIII, 14.
Corifasio, IV, 3.
Corinto. Primi tempi di questa città, I, 13; Corinti alleati d’Epidamno, I, 25, 26; guerre ch’essi sostengono contro Corfù, I, 26, 27, 29, 30, 31; e gli Ateniesi, I, 47, 48, 49, 50, 51; contro gli Ateniesi, I, 62, 103, 105, 106. II, 84. IV, 43 e seg.; sue alleanze, I, 30, 60. V, 31. VI, 93. VII, 17 e seg.; discorso dei Corinti, I, 37, 68, 120; domandano la morte di Nicia, VII, 86; rifiutano di soccorrere Lesbo, VIII, 32; attaccano Enoe, VIII, 98.
Coronea, I, 113. III, 62, 67. IV, 92, 93.
Coronte, II, 102.
Cotirta, volgarmente Cortita, IV, 56.
Cranii di Cefallenia, II, 30, 33. V, 35, 56.
Cranonii, II, 22.
Cratemene, fondatore di Zancle, VI, 4.
Cratesicle, padre di Trasimelida, IV, 11.
Creso, I, 16.
Crestonia, nazione crestonica, II, 99, 100. IV, 109.
Creta, II, 9, 85. VI, 4, 25, 43. VII, 57.
Criseo, golfo, I, 107. II, 69.
Crisi, sacerdote di Giunone in Argo, II, 2, 33. IV, 133.
Crisippo, figlio di Pelope, I, 9.
Crocilio, III, 96.
Crommione, IV, 42, 44, 45.
Cromone messenio, III, 98.
Cropia, volgarmente Cecropia, II, 19.
Crotoniate (paese dei) e Crotoniati, VII, 35.
Crusi (paese de’), II, 79.
Cuma d’Eolide, III, 31. VI, 4. VIII, 22, 31, 100, 101.
D
Dafno, VIII, 23, 31.
Daimaco, padre di Eumolpida, III, 20.
Daito, Lacedemone, V, 19, 24.
Damageto, Lacedemone. V, 19, 24.
Damagone, Lacedemone, III, 92.
Damotino, figlio di Naucrate, IV, 119.
Dardano, VIII, 108.
Dario, re dei Persiani, succede a Cambise, I, 14. IV, 102. VI, 59. VIII, 5, 18, 37, 58.
Dascilite, provincia, I, 129.
Dascone, fondatore di Camarina, VI, 5.
Dascone, golfo, VI, 66.
Daulia, città nel territorio focese, II, 29.
Daulio, uccello, II, 29.
Decelea, nell’Attica, VI, 91, 93. VII, 18, 19, 20, 27, 28. VIII, 3, 69, 70.
Dei, II, 71, 74. III, 50, 59. IV, 87. V, 104. VI, 54.
Delfinio, VIII, 38, 40.
Delfo, I, 112, 121. IV, 134. V, 16.
Delio, tempio di Apolline nel territorio tanagreo, IV, 76, 89, 90. V, 14, 15.
Delo, I, 8, 9. II, 8. III, 29, 104. VI, 32. VIII, 77, 80, 86.
Demarato, Ateniese, VI, 105.
Demarco, Siracusano, VIII, 85.
Demea, padre di Filocrate, V, 116.
Demiurgi, I, 56.
Democrazia (giudizio sulla), VI, 89. II, 37; sua caduta in Atene, VIII, 47, 63 e seg.; ad Argo, V, 81; a [304] Megara, IV, 71; è ristabilita in Atene, VIII, 73 e seg.; 89 e seg.; ristabilita in Argo, V, 82.
Demodoco, duce degli Ateniesi, IV, 75.
Demostene, figlio di Alcistene, III, 91, 114. IV, 2, 3. V, 80. VII, 116.
Demotele, IV, 25.
Deputati inviati al re di Persia dai due partiti, II, 7; dei Lacedemoni presi dagli Ateniesi e messi a morte, II, 67; i deputati corfuotti sono posti in prigione, III, 72; deputato d’Archidamo non ammesso in Atene, II, 12; gli Ateniesi ed i Lacedemoni s’inviano mutualmente deputati, I, 126.
Dercilida, Spartano, VIII, 61.
Derda, I, 57.
Deucalione, padre di Elleno, I, 3.
Diacrito, padre di Melesippo, II, 12.
Diagora, padre di Dorico, VIII, 35.
Diana Efesia, III, 104. VIII, 109.
Diasia, festa di Giove Milichio, I, 136.
Didima, isola, III, 88.
Diemporo, figlio di Onetoride, II, 2.
Difilo, duce degli Ateniesi, VII, 34.
Dii, II, 96. VII, 27.
Dime, castello dell’Acaja, II, 84.
Dinia, padre di Cleippida, III, 3.
Diniada, VIII, 22.
Dio, castello di Macedonia, IV, 7, 8, 109. V, 82.
Diodoto, figlio di Eucrate, III, 41.
Diomedonte, duce degli Ateniesi, VIII, 19, 20.
Diomilo Andrio, VI, 96.
Diotimo, figlio di Strombico, I, 45. VIII, 15.
Diotrefe, padre di Nicostrato, III, 75. IV, 53, 119. VII, 29. VIII, 64.
Dittidiesi, prendono Tisso, V, 35. V, 82.
Dobero, città peonica, II, 98.
Dolopia, I, 98. II, 112. V, 51.
Dominio del mare, I, 14.
Dorci, Lacedemone, I, 95.
Dorico statere, VIII, 28.
Dorico, figlio di Diagora, III, 8. VIII, 35.
Dorii, I, 12, 107. II, 9. III, 92, 112. IV, 61. V, 9, 54. VI, 4, 5, 77, 80, 82. VII, 5, 56. VIII, 25.
Doro tessalo, IV, 78.
Drabesio Edonica, I, 99.
Dracma attica, I, 27. V, 47. VIII, 29.
Drimussa, isola dirimpetto a Clazomene, VIII, 31.
Driocesala, III, 24.
Driope, VII, 57.
Droi, popoli traci. II, 101.
E
Eantesi, III, 101.
Eantide, tiranno di Lampsaco, VI, 59.
Ebro, fiume, II, 96.
Echecratide, re de’ Tessali, I, 111.
Echemitide, padre di Tauro, IV, 119.
Echinadi, isole, II, 102.
Ecclissi di luna, II, 7, 28, 50.
Ecclissi di sole, I, 23. II, 28. IV, 52; di luna, VII, 50.
Ecrito, spartano, VII, 19.
Edoni, I, 100.
Efeso, III, 32, 33. IV, 50. VIII, 19.
Efira, città della Trespotide, I, 46.
Efori lacedemoni, I, 85, 87, 131, 133, 134. II, 2. V, 10, 19, 36, 88. VIII, 6, 58.
Egalei monti, II, 19.
Egeo mare, I, 98.
Egesandro, padre di Epitelida, IV, 132. VIII, 19.
Egesippida lacedemone, V, 52.
Egesta, VI, 2, 6, 8, 13, 62.
Egina ed Egineti, I, 14, 41, 139, 140. II, 31. III, 72. V, 47, 53. VI, 32. VII, 20, 26. VIII, 69, 92.
Egitio, III, 97.
Egitto ed Egizii, I, 130. VIII, 35.
Einadi, I, 111. II, 82, 102. III, 7, 94, 114. IV, 77.
Ejona, I, 98. IV, 7, 50, 102, 104, 106, 107. V, 6.
Elafebolione mese, IV, 118.
Eleatide, parte del territorio tesprotico, I, 46.
Elena, I, 9.
Eleo isola, VIII, 26.
Eleunte, VIII, 102.
Eleusi, I, 114. II, 9, 15, 20, 21. IV, 68.
Elide, I, 30. II, 25, 66. V, 34.
Elimi, VI, 2.
Elimioti, II, 99.
Elisso megarese, VIII, 80.
[305]
Ellade, I, 3. VI, 62.
Ellamico storico, I, 97.
Elleno, figlio di Deucalione, I, 3. II, 36. VI, 29, 31. VII, 87. VIII, 69.
Ellenotami, esattori della Grecia, I, 96.
Ellesponto, I, 89, 128. II, 9, 96. VI, 77. VIII, 6, 8, 22, 23, 39, 80, 86, 96, 99, 100, 103, 106, 108.
Ellomeno di Leucadia, III, 94.
Elo, città, IV, 54.
Elorina, via, VI, 66, 70. VII, 80.
Eloti, I, 101, 132. IV, 8, 26, 41, 56, 80. V, 14, 34, 35, 56, 57, 64. VII, 17.
Embato di Eritrea, III, 29.
Emisse, isole, VIII, 24.
Emo, monte, II, 96.
Empedia lacedemone, V, 19, 24.
Endio, eforo spartano, figlio d’Alcibiade, V, 44. VIII, 6, 12.
Enea, figlio d’Ocito, IV, 119.
Eneone, città della Locride, III, 95.
Enesia, eforo di Sparta, II, 2.
Eniani, V, 51.
Enipeo fiume, IV, 78.
Eno città, IV, 28. VII, 57.
Enoe dell’Attica, II, 18.
Enofite di Beozia, I, 108.
Entimo cretese, fondatore di Gela, VI, 4.
Eolade, padre di Pagonda, IV, 91.
Eoli, III, 102. IV, 42, 52. VII, 57. VIII, 100, 108.
Eolie isole, III, 88.
Epicida lacedemone, V, 12.
Epicle, padre di Protea ateniese, I, 45. II, 23. VIII, 107.
Epicuro, padre di Pacheto, III, 18.
Epidamno ed Epidamnii, I, 24, 25, 26, 27, 28, 29. III, 70.
Epidauro, II, 56. IV, 45, 56. V, 25, 54, 56. VI, 61. VIII, 10, 92, 94.
Epipola, IV, 75, 101, 102, 103. V, 1, 2, 4, 5, 42, 43, 44, 45, 46, 47.
Epistate ateniese, IV, 118.
Epitada, figlio di Molobro, IV, 8, 31, 34.
Epitelida, figlio di Egesandro, IV, 132.
Era città, VIII, 19.
Eraclea nel territorio trachinio, III, 92. IV, 75. V, 51.
Eraclide, figlio di Lisimaco, duce siracusano, VI, 73.
Eraclidi, I, 9, 12, 24. VI, 3.
Erario degli Ateniesi e degli alleati, ove fosse, I, 96. II, 13.
Erasinide corintio, VII, 7.
Erasistrato, padre di Feace, V, 4.
Eratoclide, figlio di Falio, I, 24.
Ercole, figlio di Giove, semideo, V, 16, 64, 66. VII, 73, 101.
Erecteo, re degli Ateniesi, II, 15.
Ereesi, V, 57.
Ereo promontorio, V, 75.
Ereso, città, III, 18, 35. VIII, 23.
Eretria, I, 15. IV, 123. VII, 57. VIII, 60, 95.
Erice. VI, 2.
Erineo Doride, I, 107. VII, 34, 80.
Erissidaide lacedemone, IV, 119.
Eritrea, III, 24, 33. VIII, 5, 6, 14, 24, 28, 32, 33.
Ermaonda tebano, III, 5.
Ermione, I, 27, 108. II, 56. VIII, 3, 33.
Ermocrate, figlio di Ermone, IV, 58, 59. VI, 33, 72. VII, 22. VIII, 26, 29, 45, 85.
Ermone, padre di Ermocrate, IV, 58. VI, 32. VIII, 92.
Eruzione dell’Etna, II, 94. III, 88, 116.
Escursori, IV, 125.
Esequie fatte dagli Ateniesi uccisi in guerra, II, 34.
Esime, colonia de’ Fasii, IV, 107.
Esimide, capitano de’ Corciresi, I, 47.
Esiodo, III, 96.
Esone, ambasciatore degli Argivi, V, 40.
Essii, III, 101.
Estiea, I, 114. VII, 57.
Estiodoro, figlio di Aristoclida, II, 70.
Etei, I, 101. III, 92.
Eteonico lacedemone, VIII, 23.
Etionea, VIII, 90.
Etiopia al di là dell’Egitto, II, 48.
Etoli, strage degli, IV, 30.
Euala spartano, VIII, 22.
Euarco, tiranno di Astaco, II, 30. II, 3.
Eubea, I, 23, 87, 98, 113, 114. II, 2, 14. III, 17, 87, 89, 92. IV, 76. VI, 3. VII, 28, 57. VIII, 1, 5, 60, 74, 95.
[306]
Eubei, I, 98; loro esiliati, I, 118; defezione, I, 114; sottomessi agli Ateniesi, I, 23. II, 2 e n.; gli Ateniesi gli mandano le loro truppe, II, 14; terremoto, III, 87, 89; progetto dei Lacedemoni contro l’Eubea, III, 92; essa è difesa dagli Ateniesi, III, 17. VIII, 1, 74;vantaggi che ne ricavano, VII, 28; VIII, 95; gli Eubei sudditi di Atene, VII, 57; defezione generale, VIII, 5, 60, 91, 95, 96.
Eubulo, VIII, 23.
Eucle, duce degli Ateniesi, IV, 104. VI, 103.
Euclide uno dei fondatori di Imera, VI, 5.
Eucrate, padre di Diodoto, III, 41.
Euctemone, duce degli Ateniesi, VIII, 30.
Eufamida, figlia di Aristonimo, II, 33. IV, 119. V, 55.
Eufemo, ambasciatore degli Ateniesi, VI, 75.
Eufileto, padre di Careada, III, 86.
Eumaco, figlio di Eriside, II, 33.
Eumolpida, III, 20.
Eumolpidi, VIII, 53.
Eumolpo fa guerra cogli Erettei, II, 15.
Eupaide, padre di Amfia, IV, 119.
Eupalia, città della Locride, III, 96, 102.
Euribate, capitano corintio, I, 47.
Eurielo, VI, 97.
Euriloco spartano, III, 100.
Eurimaco, figlio di Leonziada, II, 2.
Eurimedonte, figlio di Teucle, III, 80, 115. IV, 2, 3. VII, 16.
Eurimedonte fiume, I, 100.
Euripide, padre di Senofonte, II, 70, 79.
Euripo d’Eubea, VII, 29, 30.
Euristeo, re de’ Miceni, fatto a pezzi dagli Eraclesi, I, 9.
Euritane etolio, III, 94.
Euritimo, padre di Archetimo, I, 29.
Europa, II, 97.
Europo, II, 100.
Eussino Ponto, II, 96, 97.
Eustrofo lacedemone, V, 40.
Euticle, padre di Xenoclide, I, 46. III, 114.
Eutidemo ateniese. V, 19, 24. VII. 16, 69.
Euzione, duce degli Ateniesi, VII, 9.
Eveno fiume. II, 83.
Evesperiti, VII, 30.
Evordia regione, II, 99.
F
Facio, IV, 78.
Fagri, II, 99.
Faine, sacerdote di Giunone, IV, 133.
Falio, figlio di Eratoclida, I, 24.
Fame nell’assedio di Platea, I, 23. II, 70. III, 52.
Fano, VIII, 24.
Fanoniaco, figlio di Callimaco, II, 70.
Fanoto, IV, 76, 89.
Farace, padre di Stifone, IV, 28.
Farnabazo, padre di Farnace, II, 67. VIII, 6, 8, 39, 62, 80, 99, 109.
Farnaco, padre di Artabazo, I, 129. II, 67. V, 1. VIII, 5, 6, 8.
Faro, I, 104.
Farsalo di Tessaglia, I, 111. II, 21. IV, 78.
Faselide, II, 69. VIII, 88, 89, 108.
Fea, II, 25. VII, 31.
Feace, figlio di Erasistrato. V, 4.
Feaci, una volta possessori di Corfù, I, 25.
Fedimo lacedemone, V, 52.
Fenice, I, 8, 16, 100, 110, 114, 116. II, 69. VI, 2. VIII, 46, 59, 78, 81, 87, 99, 108, 109.
Fenicio porto, VIII, 34.
Fenippo, scrivano ateniese, IV, 118.
Feste istmie, V, 49. VIII, 9.
Feste di Giove, I, 126; cause di disastri pei Lacedemoni, IV, 5. V, 82; ciò che ne pensano gli Ateniesi, I, 70; feste d’Apollo, III, 3; feste del mese della carne a Lacedemone, V, 73, 76; feste funebri, II, 34; Xynocia festa, II, 15; feste lustrali, III, 104.
Filemone, padre di Aminiade, II, 67.
Filide, padre di Pitangelo, II, 2.
Filippo, fratello di Perdicca, figliuolo di Alessandro, I, 57, 59. II, 95, 109. VIII, 28, 87, 99.
Filocarida, figlio di Erissidaida. IV, 119.
Filocrate, figlio di Demea, V, 116.
Filottete, I, 10.
Fisca, II, 99.
[307]
Fizia, III, 106.
Flio, I, 27. IV, 70, 133. V, 37, 58, 59, 83, 115. VI, 105.
Focca, I, 13. VI, 4. VIII, 81, 101.
Focide, provincia della Grecia, I, 108; i suoi abitanti fanno la guerra ai Dorii, I, 107 e seg.; gli Ateniesi loro danno il tempio di Delfo, I, 112; sono amici degli Ateniesi, III, 95.
Fonte di Calliroe, II, 15, 48. IV, 26.
Formione, generale ateniese, assedia Potidea, I, 64; devasta la Calcidica e la Bottica, I, 65; comanda una flotta nelle guerre di Samo, I, 117; sua spedizione nella Calcidica, II, 29, 58; soccorre gli Acarnani, II, 68, 102, 103; comanda la flotta d’Atene, II, 69, 80; combatte contro ai Peloponnesi, II, 83; li batte, II, 84; battuto in un secondo scontro, II, 85, 90; ne riporta vittoria in un terzo, II, 91, 92; sua morte, III, 7 e n.
Fortificazioni, III, 21.
Fortuna (forza e natura della), I, 84, 144.
Fozio, duce de’ Caoni, II, 80.
Frigia, II, 22.
Frini, VIII, 6.
Frinico, generale ateniese; sue imprese, suo carattere, VIII, 25, 27 e seg.; sua opposizione contro Alcibiade, intrighi ch’egli ordisce contro lui, VIII, 48, 50 e seg.; è privato del suo comando, VIII, 54; sostiene la causa dell’oligarchia, VIII, 68, 90; è mandato a Lacedemone, sua morte, VIII, 92.
G
Galepso, colonia dei Tasii, IV; 107. V, 6.
Garesto, III, 31.
Gaulite di Caria, VIII, 85.
Gelo fiume, VI, 4. VII, 50, 57, 80.
Gelone, tiranno di Siracusa, VI, 4.
Geranei monti, I, 107.
Gerastio, mese lacedemone, IV, 119.
Geti confinanti cogli Sciti, II, 96. VII, 2.
Giacintie, feste dei Lacedemoni, V, 23, 41.
Gigono, I, 61.
Gilippo, figlio di Cleandrida, III, 82. VI, 93, 104. VII, 1. VIII, 18.
Ginnastica (progresso dell’arte), I, 16.
Giove Itometa, I, 123, 126. II, 15, 71. III, 14, 96. V, 16, 31. VII, 18. VIII, 19.
Girtoni, II, 22.
Gittatori, VI, 69.
Giudizi militari, V, 60, 91.
Giunone (tempio di), I, 24. III, 68, 79, 81. V, 133.
Giuochi di Delio, I, 25. II, 38. III, 104.
Giuochi dei fanciulli lacedemoni, V, 82.
Giuramento (formola del) fra i Lacedemoni e gli Ateniesi, V, 18.
Giustizia sprezzata e posposta all’utile, I, 76. V, 89. VI, 85.
Glauce nel territorio milesio, VIII, 79.
Glaucone, figlio di Leagro, I, 51.
Goaxi, i suoi figliuoli uccidono Pittaco, IV, 107.
Gongilo eretriese. II, 28. VII, 22.
Grecia, suoi primi abitanti, I, 2; ciò che essa era avanti la guerra di Troia, I, 3; dopo questa guerra, I, 12; costruisce flotte, I, 13, 14; sottomessa ai tiranni, I, 17; ciò che essa ha sofferto per la guerra e le sedizioni, III, 81; sue prime città, I, 7; costumi di questi antichi abitanti, I, 5, 6; ciò che fanno nella guerra di Troia, I, 9, 11; cominciano ad occuparsi della marina, I, 13; loro antica maniera di combattere, I, 15; prendono partito gli uni per Atene, gli altri per Lacedemone, I, 18.
Grei, II, 98.
Guerra del Peloponneso, sue cause, sua importanza, ecc., I, 23, 24, 56, 66, 88; suoi preparativi, suo principio, II, 1, 7; primo anno di questa guerra, II, 47; secondo anno, II, 103; terzo anno II, 103; quarto anno, III, 25; quinto anno, III, 83; sesto anno, III, 116; settimo anno, IV, 51; ottavo anno, IV, 116; nono anno, IV, 135; decimo anno, V, 24; undecimo anno, [308] V, 9; duodecimo anno, V, 51; tredicesimo anno, V, 56; quattordicesimo anno, V, 61; quindicesimo anno, V, 83; sedicesimo anno, VI, 7; diciassettesimo anno, VI, 93; diciottesimo anno, VII, 18; diciannovesimo anno, VIII, 6; ventesimo anno, VIII, 60; ventunesimo anno, VIII, 109.
I
Iapigio promontorio, VI, 30, 44. VII, 83.
Iaso, castello, VIII, 26, 28.
Iberia, VI, 2.
Ibla di Gela, VI, 62, 63, 94.
Iblone, re di Sicilia, VI, 4.
Icaro isola, III, 29, 33.
Iccara, castello de’ Sicani, VI, 62. VII, 13.
Icti promontorio, II, 25.
Ida, IV, 52. VIII, 108.
Idaco, VIII, 104.
Idomene di Macedonia, II, 100. III, 112.
Iega, VII, 2.
Iei, III, 101.
Ielilo città, VIII, 44.
Iera isola, III, 88.
Ieramene, VIII, 58.
Ierei, parte de’ Meliesi, III, 92.
Ierofonte, figlio di Antimnesto, III, 105.
Ilao, fatto duce da Perdicca, I, 62.
Ilia fiume, VII, 35.
Ilio, I, 12. VI, 2.
Illacio porto, III, 72.
Illirii, I, 24, 26. IV, 124.
Imbro, III, 5. IV, 28. V, 8. VII, 57. VIII, 102.
Imera, VI, 5, 62. VII, 1, 58.
Inaro, figlio di Psammetico, re degli Afri, I, 104.
Incendio di Platea, II, 77.
Inessa, III, 193. VI, 94.
Inverno, ha quattro mesi, VI, 21.
Invidia (l’) tormenta gli uomini, II, 45.
Iolcio ateniese, V, 19, 24.
Ione, padre di Tideo, VIII, 83.
Ioni, coloni degli Ateniesi, e consanguinei, I, 2, 6, 12, 13, 16, 89, 95. II, 15. III, 31, 36, 92. IV, 61. VI, 4, 76, 82. VII, 57. VIII, 6, 11, 25, 39.
Ionio, seno e mare, I, 2, 4.
Iperbolo, cittadino ateniese, resta ucciso, VIII, 73.
Iperichide, padre di Callia, VI, 55.
Ipnei, III, 101.
Ippagrete lacedemone, IV, 38.
Ipparco, fratello d’Ippia e di Tessalo, figlio di Pisistrato, I, 20. VI, 54, 57.
Ippia, padre di Pisistrato, I, 20. III, 34. VI, 54.
Ippocle, figlio di Menippo, VIII, 10.
Ippoclo, tiranno di Lampsaco, VI, 59.
Ippocrate, figlio d’Arifrene, duce ateniese, IV, 66. VI, 5. VIII, 33.
Ippolochida, IV, 78.
Ipponico, figlio di Callia, III, 91.
Ipponida lacedemone, V, 71, 72.
Ira, VII, 68.
Isagora lacedemone, IV, 132. V, 19.
Isarchida, figlio di Isarco, I, 29.
Isia di Beozia, III, 24. V, 83.
Isocrate, duce corintio, II, 82.
Isoloco, padre di Pitodoro, III, 115.
Istaspe, padre di Pisautne, I, 115.
Istmie feste. VIII, 10.
Istmionico ateniese, V, 19, 24.
Istmo, I, 13, 26, 56. II, 10, 13. III, 81, 89. IV, 8. V, 18, 75. VIII, 7, 15.
Istone monte. III, 85.
Istro fiume, II, 96, 97.
Italia, I, 36, 44. VI, 91; origine del suo nome, VI, 2; delle sue città, I, 12; suoi rapporti colla Grecia, VI, 90, 103. VII, 14, 25.
Italiani, VI, 44, 68, 90. VII, 87. VIII, 91.
Italo, re de’ Siculi, VI, 2.
Itamane, III, 34.
Iti, II, 29.
Itome, I, 101, 102.
Itonesi, V, 5.
L
Labdalo, VI, 97.
Lacedemonia, lacedemoni, loro origine, loro costumi, loro stato politico, I, 6 e n., 8, 10, 18 e seg.; loro carattere, loro organizzazione politica e militare, I, 60, 67, 70, 84. II, 10, 12, 37, 38, 39. III, 15. IV, 17. V, 54, 66, 68, 75, 76. VIII, [309] 84; nemici degli Ateniesi perchè? I, 19 e n., 23, 24 e seg., 59, 66, 88, 102; convocano i loro alleati, espongono le loro querele, dichiarano i trattati rotti cogli Ateniesi, I, 67, 79, 87, 118; come votano nelle assemblee politiche, I, 20, 85 e seg.; inviano deputati agli Ateniesi, e sono ingannati da Temistocle, I, 90 e seg.; richiamano Pausania per giudicarlo, 95, 128; si lagnano di Temistocle, I, 185; sono sul punto di invadere l’Attica, I, 101; fanno guerra agli Iloti di Itome, I, 101 e seg.; la rompono apertamente cogli Ateniesi ed ingaggiano seco loro una battaglia navale, I, 102, 105; soccorrono i Dorii, I, 167; battono gli Ateniesi a Tanagra, I, 108; fanno una tregua, I, 112; intraprendono la guerra sacra, ibid., idem.; invadono l’Attica, I, 114; fanno una tregua cogli Ateniesi, I, 115; sono lenti ad ingaggiare una guerra, I, 118; deliberano sul soggetto della guerra, e la dichiarano agli Ateniesi, I, 119, 125; domandano loro diverse soddisfazioni, I, 126 e seg.; li vogliono obbligare a levar l’assedio di Potidea, I, 139; fanno coi loro alleati disposizioni per entrare in campo, II, 7 e seg., 9; loro spedizione nell’Attica, I, 18, 19, 23; danno Cirea agli Egineti, II, 27; invadono di nuovo l’Attica, II, 47; attaccano l’isola di Zacinto, II, 66; i loro deputati sono presi dagli Ateniesi e messi a morte, II, 67; attaccano Platea, II, 71, 75, 77; invadono l’Acarnania, II, 80; diversi attacchi ch’essi sostengono contro gli Ateniesi, II, 83, 84, 85 e seg.; tentano un colpo di mano contro il Pireo, II, 93 e seg.; invadono l’Attica, III, 1; preparano una spedizione per terra e per mare, III, 15, 16; invadono l’Attica, III, 26; spedizione della loro flotta, gli Ateniesi la perseguitano, III, 29, 33; s’impadroniscono di Platea; ciò che essi fanno degli abitanti, III, 59, 57 e n.; spedizione della loro flotta contro Corfù, III, 69, 78, 81; s’atterriscono per un terremoto, III, 89; fondano la colonia d’Eraclea, III, 92; fanno una spedizione nell’Amfilochia, III, 105 e seg., 109; invadano l’Attica, IV, 2; ritornano in patria dopo una campagna di quindici giorni, IV, 6; attaccano Pilos, IV, 11 e seg., sono battuti dagli Ateniesi, IV, 14; fanno una tregua, IV, 16; inviano deputati in Atene, IV, 16, 17, 22; sono assediati in Sfatteria, battuti ed obbligati ad arrendersi, IV, 30 a 38; sono prigionieri in Atene, IV, 41; triste stato de’ loro affari, IV, 55; si sbarazzano degli Iloti, IV, 80; prendono Amfipoli, IV, 106; fanno una tregua, IV, 117; sono disposti alla pace, V, 14; fanno un trattato cogli Ateniesi, V, 18, 23; accusano i Corinti, V, 30; loro spedizione in Arcadia, V, 33; danno libertà agli Iloti, V, 34; inspirano diffidenza agli Ateniesi, V, 35; si collegano coi Reozii, V, 39; loro dispute con Atene sul soggetto di Panacio, piazza forte, V, 42; sono esclusi dal tempio di Giove Olimpio, V, 49; loro carattere indugiante, V, 54 e seg.; soccorrono gli Epidauri, V, 56; prendono le armi contro gli Argivi, V, 57; accusano Agide, V, 63, 65; soccorrono Tegea, V, 64; danno una gran battaglia agli Argivi a Mantinea, V, 67 al 74, 75; fanno la pace e trattati, V, 77, 79: stabiliscono l’oligarchia in Argo, V, 81; distruggono le mura d’Argo, V, 83; devastano l’Argolide, VI, 7; spedizione di Siracusa VI, 93; VII, 2, 5 e seg.; invadono l’Attica, VII, 19; mandano soccorsi in Sicilia, ibid.; inviano Gilippo ai Siracusani con truppe, VII, 21; soccorrono Chio, VIII, 6; sono battuti dagli Ateniesi, VIII, 10; fanno un trattato coi Persiani, VIII, 18, 37, 58; sono accerchiati dagli Ateniesi, VIII, 20; prendono Jasos, VIII, 28; mandano una flotta in Asia, VIII, 39; battono gli Ateniesi, VIII, 42; mandano navi a Farnabazo, VIII, 80; battono gli Ateniesi, VIII, 95; [310] sono battuti da essi in un combattimento navale. VIII, 104, 106.
Lacedemonio, figlio di Cimone, I, 45.
Lachete, figlio di Melanopo, capitano della flotta mandata in Sicilia, III, 86. IV, 118. V, 19, 24, 43, 61. VI, 1, 6, 75.
Lacone, figlio di Aimnesto. III, 5, 52.
Lada, isola adiacente a Mileto, VIII, 15.
Lafilo lacedemone, VI, 16.
Lamaco, figlio di Zenofane, IV, 75. V, 19, 24. VI, 8.
Lamide fondatore di Trotilo, VI, 4.
Lampone ateniese, V, 19.
Lampsaco, I, 138. VI, 59. VIII, 62.
Landicio, porto nell’Orestide, IV, 134.
Laofonte, padre di Calligito, VIII, 6.
Lapidazione (pena della), V, 60.
Larissa in Tessalia, II, 22. IV, 78. VIII, 101.
Latmo isola. III, 33.
Laurio monte, II, 55. VI, 91.
Leagro, padre di Glaucone, I, 51.
Learco, figlio di Callimaco, II, 67.
Lebedo, VIII, 19.
Lecito, IV, 113.
Lecto, VIII, 101.
Leci Peoni, II, 96, 97.
Lemno, I, 115. II, 47. III, 5. IV, 28, 109. V, 8. VII, 57. VIII, 102.
Leocorii (tempio dei), I, 20.
Leocrate, figlio di Strebo, I, 105.
Leogora, padre di Andocide, I, 51.
Leone lacedemone, uno dei fondatori d’Eraclea, III, 92. V, 44. VIII, 28, 61.
Leone duce degli Ateniesi, V, 19, 24. VI, 97. VIII, 23, 24, 54.
Leonida, padre di Plistarco, I, 135.
Leontini, III, 86. IV, 25. V, 4. VI, 3, 4, 6, 8, 19, 20, 47, 48, 50, 76, 79.
Leonziade, padre di Eurimaco, II, 2.
Leotichide, re de’ Macedoni, I, 89.
Lepreo, V, 31, 34, 62.
Lero, VIII, 26, 27.
Lesbo, I, 116, 117. III, 50. VIII, 24, 100.
Lespodia, duce ateniese, VI, 105.
Lestrigoni, VI, 2.
Lettera di Pausania a Serse, I, 28. IV, 50. VII, 11.
Lettere assirie, IV, 50.
Letti fatti di bronzo e di ferro, III, 68.
Leucade, I, 26, 27, 30, 46. II, 9, 80, 84, 91, 92. III, 7, 69, 80, 81, 94. IV, 42. VI, 104. VII, 2, 7, 58. VIII, 13, 106.
Leucimma, promontorio di Corfù, I, 30.
Leuconio, VIII, 24.
Leuctra, V, 54.
Libia, I, 104, 110. II, 48. IV, 53. VI, 2. VII, 50, 58.
Lica, figlio di Arcesilao lacedemone, vincitore ai giuochi olimpici, V, 22, 50, 76. VIII, 39, 43, 52.
Liceo, V, 16.
Licia, II, 69. VIII, 41.
Lico, padre di Trasibulo, VIII, 75.
Licomede, padre di Archestrato, padre di Cleomede, I, 57. V, 84.
Licofrone, padre di Periandro, II, 85. IV, 43.
Liguri, VI, 2.
Limne, II, 15.
Limneo borgo, II, 80.
Linco, II, 99. IV, 83, 124, 129, 132.
Lindii, VI, 4.
Lindo, città di Rodi, VIII, 44.
Lino (seme del), I, 6. IV, 26.
Lipara, una delle isole Eolie, III, 88.
Lisicle, padre di Abronico, I, 91. III, 19.
Lisimachide, IV, 91.
Lisimelia palude, VII, 53.
Lisistrato olintio, IV, 100.
Littori, IV, 47.
Locridi (tre), I, 5, 108, 113. II, 9, 26, 32. III, 91, 95, 99, 102. IV, 1, 96. V, 32, 64. VII, I, 4, 25.
Lorima, VIII, 43.
Luscinia, appellata Daulia, II, 29.
M
Macaone, duce corintio, II, 83.
Macario spartano, III, 100.
Macchine da guerra, II, 75. IV, 100. V, 7. VI, 102.
Macedonia, I, 58; descrizione di questo paese, II, 99, e seg.; suoi re, V, 80, 100; barbari macedoni, IV, 124, 126; cavalieri macedoni, I, 124; esiliati macedoni, VI, 7.
[311]
Magnesia d’Asia, I, 138. VIII, 50.
Magneti, II, 100.
Malca, IV, 54. VIII, 39.
Maloente, giorno festivo di Apolline, III, 3.
Mantinea, V, 55. VI, 16; piani di Mantinea, battaglia di questo nome, V, 64, 65, e seg.; Mantineesi, II, 107, 108 e seg.; combattimento contro a’ Tegeati, IV, 134; si collegano cogli Argivi, V, 29; fanno la guerra ai Lacedemoni, V, 58; ritornano alla loro alleanza, V, 41, 47, 78.
Mar greco, I, 4, 98. III, 89. IV, 24, 53, 109. V, 110. VI, 13. VII, 58.
Maratona, I, 18, 73. II, 34. VI, 59.
Maratussa, isola adiacente a Clazomene, VIII, 31.
Marea, città sita oltre Faro, I, 104.
Massilia fondata dai Focesi, I, 113.
Meandrio campo, III, 19.
Meciberna, V, 18, 39.
Medeone, III, 106.
Medi, I, 18, 31, 69, 74, 89, 104, 128, 142. II, 16, 21, 98. III, 54, 57, 58. V, 110. VI, 4, 17, 77, 82. VIII, 62.
Megabate, I, 129.
Megabazzo persiano, I, 109.
Megabizio, figlio di Zopiro, I, 109.
Megacle, padre di Onasimo, IV, 119.
Megara, città della Grecia, I, 103. II, 93, 94. VII, 94; difesa da Brasida, IV, 70 e seg.; durata della oligarchia, IV, 74; suo territorio devastato dagli Ateniesi, II, 31 e seg., IV, 66; soccorre i Corinti, I, 27; gli abitanti esclusi dal mercato dell’Attica, I, 67; si collegano cogli Ateniesi, I, 103; se ne separano, I, 114; alcuni di loro vogliono lasciare la loro città agli Ateniesi che tentano impadronirsene, IV, 66 e seg.; Megaresi banditi, ibid. V. ancora, I, 48, 144. II, 9. IV, 100. VII, 33.
Melanerida lacedemone, VIII, 6.
Melanto lacedemone, VIII, 5.
Melea spartano, III, 5.
Melei, V, 5.
Melesandro, duce ateniese, viene ucciso in Licia, II, 69.
Melesia, VIII, 86.
Melesippo, ambasciatore lacedemone, I, 139; figlio di Diacrito, II, 12.
Meliesi (i), distinti in tre parti, III, 92, 96. IV, 100. V, 51. VIII, 3.
Melizia d’Acaia, IV, 78.
Melo isola, una delle Cicladi, II, 9. V, 84.
Memfi, I, 104.
Mena lacedemone, V, 19, 21, 24.
Menalia, V, 64, 67, 77.
Menalopo, padre di Lachete, III, 86.
Menandro ateniese, capitano a Siracusa, VII, 16, 43, 69.
Mende, città dell’istmo di Pallene, IV, 121, 123.
Menecolo, fondatore di Camarina, VI, 5.
Menecrate, figlio di Amfidoro, IV, 119.
Menedato, III, 100, 109.
Menippo, padre di Ippocle, VIII, 13.
Menone farsalo, II, 22.
Mercino, città dell’Edonia, e Mircinii, IV, 107. V, 6, 10.
Mesi laconici, IV, 119. V, 19, 54.
Messapia, popolo italiano. III, 101. VII, 33.
Messenia, vedi Messenii.
Messenii, I, 101; si separano dai Peloponnesi, I, 101, 103; sono stabiliti in Naupatto, ibid.; II, 9; si impadroniscono di Fia, II, 25; favoriscono gli Ateniesi, II, 90, 102. III, 75, 81, 95 e seg.; soccorrono Argo Amfiloco, III, 107 e seg.; loro lingua, III, 112. IV, 3; loro spedizioni con Demostene a Pilo, ecc., IV, 9, 32, 36, 41. V, 35, 36; accompagnano gli Ateniesi in Sicilia, VII, 31, 57.
Messina, città di Sicilia, III, 88. IV, 1, 25. VI, 48; presa dagli Ateniesi, III, 90; vien loro tolta, IV, 1; occupata dai Locresi, V, 5; attaccata proditoriamente dagli Ateniesi, VI, 74; attacca Naxo, IV, 25.
Metagene, V, 19, 24.
Metalli, I, 100. IV, 105.
Metaponto d’Italia, VII, 33.
Metidio d’Arcadia, V, 58.
Metimna, città di Lesbo, III, 2. VIII, 100.
Metone nel territorio laconico, II, 25. IV, 45. V, 18. VI, 7.
[312]
Metropoli, III, 107.
Micale, I, 89. VIII, 79.
Micalesso, VII, 29, 30.
Micene, I, 9, 10.
Miciade, ammiraglio di Corfù, I, 47.
Micono isola, III, 29.
Midio fiume, VIII, 106.
Migdonia, I, 58. II, 99, 106.
Mila, castello de’ Messinesi, III, 90.
Mileto, I, 115 e seg. VIII, 17, 24, 25, 26, 28, 29, 32, 41, 61.
Milichio Giove, I, 126.
Militare disciplina de’ Lacedemoni, V, 66.
Milizia degli alleati screditata, I, 99. VII, 75.
Milizia perpetua degli Argivi, V, 67.
Milziade, padre di Cimone, I, 100.
Mima, VIII, 34.
Mindaro, ammiraglio lacedemone, VIII, 85.
Mineo Orcomeno, IV, 76.
Minerva Calcieca, tempio, I, 126, 128, 134. II, 13. IV, 116. V, 10, 23.
Minoa isola, III, 51.
Mio di Caria, I, 138. III, 19.
Mirrina, moglie d’Ippia, VI, 35.
Mironida, duce ateniese, I, 105, 108. IV, 95.
Mirtilo ateniese, V, 19, 34.
Miscone siracusano. VIII, 85.
Mitilene, città di Lesbo, III, 2 e seg.; si separa dagli Ateniesi, ibid.; da loro assediata, III, 6, 18; si arrende, III, 38; crudelmente trattata da’ vincitori, III, 36 e seg.; 49 e seg.; sfugge di nuovo agli Ateniesi, VIII, 22; è ripresa, VIII, 23.
Mitileni, celebrano la festa di Apollo, III, 3; battuti sul mare dagli Ateniesi, III, 4; mandano deputati ad Atene, III, 5; a Lacedemone, III, 3, 4, 8, 9; attaccano Mitimne, III, 18.
Molicrio, II, 84, 86. III, 102.
Molobro, padre d’Epitada, IV, 8.
Molossi, I, 136. II, 80.
Monti d’Amfilochio, III, 112. IV, 25. VIII, 100.
Morgantina. IV, 65.
Motia, VI, 2.
Munichia, II, 13. VIII, 90, 93.
Mura (lunghe) d’Atene, I, 69, 90, 93, 107, 108. II, 13, 17. VIII, 8 e n.; dei Megaresi, I, 103. IV, 68, 69, 109; degli Argivi, V, 83, 84; edificate dai Lacedemoni per bloccare i Plateesi, II, 78. III, 21; edificate dagli Ateniesi contro Siracusa, VI, 98, 103.
N
Napoli d’Africa, VII, 50.
Niasso isola, I, 98, 137. III, 102. IV, 23. VI, 3, 20, 72, 98. VII, 20. VIII, 14.
Nauclide plateese, II, 2.
Naucrate, padre di Danotimo, IV, 119.
Naupatto, I, 193. II, 9, 69, 80, 84, 90 e seg.; III, 7, 69, 75, 78, 94, 96, 98, 100, 102, 114. IV, 13, 77. VII, 17, 19, 31, 34.
Navi, loro diverse specie presso i Greci, I, 10, 13, 14. IV, 42. VI, 25. VIII, 30; loro nomi, III, 32, 77. VI, 53; consacrate a Nettuno, II, 92; da pirata, I, 10; di carica, VII, 25; loro forme primitive, I, 13; grandezza di quelle che furono all’assedio di Troia, I, 10; numero delle navi dagli Ateniesi armate in diverse circostanze, II, 13. VI, 25, 31, 43; del Lacedemoni, II, 7. III, 16.
Navigazione (progressi dalla) fra i Greci, I, 4. VIII, 56.
Nemea, III, 96. V, 58.
Neodamodee, V, 34.
Nerico, III, 7.
Nesto fiume, II, 96.
Nicanore, duce de’ Caoni, II, 80.
Nicaso, padre di Cecalo, IV, 119.
Nicerato, padre di Nicia, III, 51. IV, 119.
Nicia, figlio di Nicerato, III, 91. IV, 119. VI, 8; suo carattere, suo elogio, VII, 50, 77, 86 e seg.; discorso ch’egli dice, VI, 9, 20, 68. VII, 61, 77; s’impadronisce dell’isola Minoa, III, 51; attacca Melos, III, 91; batte i Tanagresi, III, 91; i Corinti, IV, 43, 44; cede il comando a Cleone, IV, 28; prende Citera, IV, 54; prende Menda, IV, [313] 130; assedia Scione, ibid.; consiglia e fa la pace coi Lacedemoni, V, 16, 43, 46. VII, 86; è nominato generale della spedizione di Sicilia, VI, 8, 9, 47; batte i Siracusani, 68 e seg., 72; sua lettera ad Atene per render conto della guerra, VII, 8, 11; attacca Siracusa, VII, 42, 48; si arrende a Gilippo, VII, 85; è ucciso, VII, 36.
Niciade ateniese, IV, 118.
Nicolao lacedemone, II, 67.
Nicomaco focese, IV, 89.
Nicomede, figlio di Cleombroto, I, 107.
Nicone tebano, VII, 19.
Niconida larisseo, IV, 78.
Nicostrato, figlio di Diotrefe, III, 75. IV, 53, 119, 129, 130. V, 61.
Nimfodoro, figlio di Pita, II, 29.
Nisea, I, 103, 114, 115. II, 31, 93. III, 51. IV, 21, 66, 69, 85, 100, 118. V, 17.
Niso, IV, 118.
Notturno combattimento, VII, 44.
Nove vie, poscia Amfipoli, I, 100. IV, 102.
Nozio, città de’ Colofonii, III, 34.
Nuziali feste, II, 15. VI, 6. VIII, 21.
O
Ocito, padre di Enea, IV, 119.
Odomanti, II, 101. V, 6.
Odrisi, II, 29, 96, 97. IV, 101.
Ofionesi, III, 94.
Oligarchia, i Lacedemoni ne favoriscono lo stabilimento presso i loro alleati, I, 19; è costituita a Samo, I, 115; i Samesi vogliono abbatterla, VIII, 21; è stabilita in Argo, V, 81, 82; stabilita in Atene, VIII, 63 e seg., 73; è abbattuta, VIII, 89, 97 e seg.; ciò che se ne pensa, III, 62. VI, 38, 39. VI.
Olimpia, I, 6, 121, 126, 143. III, 8. V, 18, 47, 49, 50. VI, 16.
Olimpico, VI, 64, 65, 70, 75. VII, 37.
Olimpo monte, IV, 78.
Olinto, I, 58, 62. II, 79. V, 3, 18, 39.
Olofisso, IV, 109.
Oloro, padre di Tucidide, IV, 104.
Olpa, III, 105.
Olpei della Locride, III, 101.
Omero, I, 3. II, 41. III, 104.
Onasimo, figlio di Megacle, IV, 119.
Oneo monte, IV, 44.
Onetoride, padre di Diemporo, II, 2.
Onomacle, duce ateniese. VIII, 25, 30.
Opici, VI, 2.
Oracolo di Delfo, I, 25, 28, 103, 118, 123, 126, 134. II, 8, 17, 21, 54, 102. III, 96. IV, 118. V, 16, 32.
Orcomene di Beozia. I, 113. III, 87. IV, 76, 93. V, 61, 77.
Oredo re, II, 80.
Oreo, VIII, 95.
Oreste, re de’ Tessali, I, 111.
Oreste, IV, 134. V, 64.
Orestii, popoli. II, 80.
Ornea, V, 67. VI, 7.
Orobia di Eubea, III, 89.
Oropo, II, 23. III, 91. IV, 91, 96. VII, 88. VIII, 60, 95.
Oscio fiume, II, 96.
Ospite privato, II, 13.
Ostracismo ateniese, I, 135.
P
Pachete, figlio di Epicuro, duce ateniese, III, 18.
Pagi, I, 5.
Pagonda, figlio di Eolada, beotarco tebano, IV, 91.
Paliresi, II, 30.
Pallene, I, 56, 64. II, 9. IV, 120.
Palo, città di Cefalonia, I, 27. II, 30.
Pamfilia, I, 100.
Panatenee (grandi), I, 20. V, 47. VI, 56.
Panato, castello dell’Attica preso dai Beozii, V, 3.
Pandione, re ateniese, II, 29.
Panei, II, 101.
Panero, IV, 78.
Pangeo, monte, II, 99.
Panormo acaico, II, 86. VI, 2. VIII, 24.
Pantacia, fiume, VI, 4.
Paralia, II, 55, 56.
Paralii, III, 92.
Paralo, nave ateniese, III, 33. VIII, 73.
Paranei, II, 80.
Parnasso, III, 95.
Parne, monte, II, 23. IV, 96.
[314]
Paro, una delle Cicladi, IV, 104.
Parrasii arcadii, V, 33.
Pasitelida, duce lacedemone, V, 3.
Patmo isola, III, 33.
Patra, II, 83. V, 52.
Patrocle, padre di Tantalo, IV, 57.
Pausania, figlio di Cleombroto, general greco, I, 94, 115; sottomette Cipro, espugna Bisanzio, I, 94; vi si comporta con durezza e ne è richiamato, I, 78, 95, 96 e seg.; è accusato e condannato, I, 128; si ritira nell’Ellesponto, ibid.; suoi rapporti e sue corrispondenze con Serse, ibid. e 129, 130; citato da’ Lacedemoni a ritornare in Sparta per rendere conto della sua condotta, I, 131; mezzi che adoperano gli efori per sorprendere dalla sua stessa bocca la confessione dei suoi rapporti coi Persiani, I, 132; sua fine tragica, I, 134.
Peana, canto militare, I, 50.
Pedarito, figlio di Leonte, VIII, 28, 32.
Pege, I, 103, 107. III, 115. IV, 21, 66, 74.
Pela, isola adiacente a Clazomene, VIII, 31.
Pelasgica nazione, I, 3. II, 17. IV, 109.
Pella di Macedonia, II, 99.
Pellico, padre di Aristeo, I, 29.
Pelope, I, 9.
Peloponnesi, I, 9, 10, 105, 114, 141. II, 7, 8, 9, 19, 23, 27, 54, 71. III, 1, 2, 6. IV, 2, 52, 75, 76. V, 26, 77. VI, 82, 85. VII, 5, 77, 84. VIII, 9, 28.
Peloro, promontorio, IV, 25.
Peoni, II, 96, 98, 99.
Pepareto isola, III, 89.
Perdicca, figlio di Alessandro, re di Macedonia, I, 57. II, 29, 99; fratello di Filippo, I, 57; padre di Archelao, II, 100; sua rottura cogli Ateniesi, I, 57; consigli ch’egli dà ai Calcidesi, I, 58; si collega cogli Ateniesi, I, 61; si divide da loro, I, 62; si riconcilia con loro, II, 29; attacca i Calcidesi, ibid.; è attaccato da Sitalce, II, 95 e seg.; marita sua sorella a Seute, II, 101; domanda in suo aiuto l’armata di Brasida, IV, 79; è dichiarato nemico degli Ateniesi, IV, 8; fa la guerra ad Arribeo, IV, 83 e seg.; 124 e seg.; tratta cogli Ateniesi, IV, 132; è di nuovo dichiarato loro nemico, V, 83; attaccato dagli Ateniesi, V, 7; conduce un’armata ad Amfipoli, VII, 9.
Perebia, IV, 78.
Peremia, V, 54.
Pericle, figlio di Xantippo, generale ateniese, I, 111, 127; suoi rapporti con Tucidide, pref., passim; sue spedizioni nel Peloponneso, ed Acarnania, I, 111; sottomette l’Eubea, I, 114; e Samo, I, 116 e seg.; sua origine materna, I, 127; sua potenza in Atene, ibid. e 139; suo odio contro i Lacedemoni, I, 139; suo carattere, sua condotta politica, II, 13, 22, 65 e n.; pronuncia un discorso funebre, II, 35 e seg.; fa l’apologia della sua condotta, II, 60 al 65; offre di dare i suoi beni alla repubblica, II, 13; fa l’enumerazione delle rendite di Atene, ibid.; sua condotta prudente durante l’invasione dei Peloponnesi, II, 21, 22; condannato all’emenda dagli Ateniesi, dipoi eletto generale, II, 65; sua morte, ibid. e n.; estimazione, ibid.
Periclide, padre di Ateneo, IV, 119.
Persiani, I, 13, 14, 104, 128, 138. II, 13, 48, 97. IV, 36. VIII, 5, 58.
Pestilenza mortale in Atene, I, 23. II, 47, 51, 58. III, 87.
Petra nel territorio di Reggio, VIII, 35.
Pidio fiume, VIII, 106.
Pidna, città d’Alessandro, I, 61, 137.
Pieria, II, 99.
Pierio di Tessalia, V, 13.
Pilo, città di Messenia, particolari geografici, IV, 3; è fortificata dagli Ateniesi, IV, 9; è assediata dai Lacedemoni, IV, 9, 11 e seg.; sua custodia incomoda per gli Ateniesi, IV, 26 e n.; gli Ateniesi ne fanno sortire gli abitanti V, 35; altri particolari, V, 35, 39, 45, 56, 115. VI, 105. VII, 18, 26, 57.
Pindo, monte, II, 102.
Piraica, contrada, II, 23.
[315]
Pirasii, II, 22.
Pireo, porto di Atene, I, 93. II, 13, 48, 93. V, 26. VIII, 1, 76, 82, 90, 96.
Pireo, porto di Corinto, VIII, 10.
Pirra, città, III, 18. VIII, 23.
Pirrico, padre di Aristone, VII, 39.
Pisandro mandato in Atene per abbattere il governo democratico, VIII, 49.
Pisistrato, padre d’Ippia, Ipparco, Tessalo, I, 20. III, 104. VI, 53, 54.
Pissutne, figlio d’Istaspe, prefetto dei Sardi, I, 115.
Pistilo, fondatore d’Agrigento, VI, 4.
Pitangelo, figlio di Filida, II, 2.
Pite, padre di Nimfodoro, II, 29.
Pitene corintio, VI, 104.
Pitia, senatore corfuotto, ospite degli Ateniesi, III, 70.
Pitie feste, I, 103. II, 15. V, 2, 16. VI, 54.
Pitodoro, arconte ateniese, II, 2.
Pitodoro, generale ateniese, III, 115. IV, 2, 65. V, 19, 24. VI, 105.
Pittaco, re degli Edoni, IV, 107.
Platea, città della Beozia, occupata dai Tebani, II, 2 e n.; sua distanza da Tebe, II, 5; attaccata dai Tebani, ibid., vettovagliata dagli Ateniesi, II, 6; assediata da’ Lacedemoni; particolari su di quest’assedio, II, 71, 75, 76 e seg.; fondata dai Tebani, III, 61; e distrutta da loro, III, 68; Plateesi alleati cogli Ateniesi, II, 2; guerra ch’essi sostengono contro i Tebani, rifiutano di trattare coi Lacedemoni II, 74; sono da loro assediati, III, 20 e seg.; si arrendono, sono accusati dai Lacedemoni di diverse offese contro ai Greci; presentano la loro difesa; sono condannati in gran numero e messi a morte, III, 52, 54, 69.
Plemmirio promontorio, VII, 4, 22, 25, 31, 32.
Pleurone, III, 102.
Plistarco, figlio di Leonida, I, 132.
Plistoanace, figlio di Pausania, I, 107, 114. II, 21. III, 26. V, 16, 24, 33, 75.
Plistola, eforo lacedemone, V, 19, 24, 25.
Pnice, VIII, 97.
Poli, borgo degli Jei, III, 101.
Poliante corintio, VII, 34.
Polidamida lacedemone, IV, 123, 129 e seg.
Poliena munita dai Clazomeni, II, 85. VII, 4. VIII, 14.
Polli, re degli Odomanti, V, 6.
Polli, cittadino argivo, II, 67.
Pollicrate, tiranno di Samo, I, 13. III, 104.
Ponte di Strimone, IV, 103. VI, 56. VII, 30.
Ponto (il), III, 2. IV, 75.
Popolani di Samo, VIII, 21.
Porte tracie, V, 10. VI, 100.
Porto, I, 46. II, 94. V, 1. VI, 50, 99, 101. VII, 4, 22, 36, 56, 59.
Potame di Siracusa, VIII, 85.
Potidania, III, 96.
Potidea, città dell’istmo di Pallene, I, 56 e n., 63; suo distaccamento dagli Ateniesi, I, 59; è vivamente da loro assediata, I, 64 e seg., II, 58; si arrende ed è ripopolata da una colonia ateniese, II, 70; è attaccata da Brasida, IV, 135; vedi ancora, I, 62, 124, 139. II, 79. IV, 120 e seg., 129 e seg.
Prasia, nel territorio laconico, II, 56. VI, 105. VIII, 95.
Priapo città, VIII, 107.
Pritaneo, II, 15.
Pritani ateniesi, IV, 118. V, 17. VI, 14. VIII, 70.
Proci di Elena, I, 9.
Proclo, figlio di Teodoro, duce ateniese, III, 91. V, 19, 24.
Procne, figlia di Pandione, moglie di Lereo, II, 29.
Pronea, II, 30.
Proschio d’Etolia. III, 102, 106.
Prosopitide, isola, I, 109.
Prosseno, figlio di Capatone, III, 103.
Prote isola, IV, 13.
Protea, figlio di Epicle, duce ateniese, I, 45. II, 23.
Protesilao, VIII, 102.
Psammetico, padre d’Inaro, I, 104.
Pteleo, V, 18. VIII, 24, 31.
Pteodoro, esule tebano, IV, 76.
Ptichia, isola, IV, 46.
Purgazione di Delo, I, 8. III, 104. IV, 74. VI, 45, 97.
[316]
Q
Quattrocento (governo de’) presso gli Ateniesi, VIII, 63.
Questori della Grecia, I, 96.
R
Ramfia lacedemone, I, 139. V, 12, 13. VIII, 8, 39, 80.
Rondite degli Ateniesi, II, 13, 97. VI, 91.
Renea, isola, I, 13.
Reggio, promontorio d’Italia dirimpetto a Messina, III, 80, 88, 115. IV, 1, 21, 25. V, 44, 79. VII, 1, 4, 35.
Repubblica, come costituita in Atene, II, 37; in Lacedemone, I, 141; qual’è la miglior forma di repubblica, VIII, 97.
Reteo, IV, 52.
Reti nell’Attica. II, 19. IV, 42.
Rio, promontorio, II, 84.
Ripico territorio, VII, 34.
Rocca d’Atene occupata da Cilone, I, 116. II, 13, 15. V, 18, 23, 47. VI, 55.
Rodi, isola, VI, 4, 43. VII, 57. VIII, 41, 44, 45.
Rodope, monte, II, 96.
S
Sabilinto, II, 80.
Sacone, fondatore d’Imera, V, 5.
Sacra (guerra) intrapresa da’ Lacedemoni, I, 112.
Sadoco, figlio di Sitalce, II, 29, 67.
Sagittarii degli Ateniesi, II, 13. III, 93. IV, 40. VIII, 98.
Salamina, città di Cipro, I, 73, 112. II, 93. III, 17, 51.
Salaminia, nave ateniese, III, 33.
Saleto mandato dai Lacedemoni a Mitilene, III, 25, 27, 35, 36.
Salintio, re degli Agrei, III, 111, 114. IV, 77.
Samei, II, 30.
Saminto, V, 58.
Samo, attaccata e vinta dagli Ateniesi, I, 116, 117; sottomessa ad un governo popolare, I, 115; Sami insorti contro gli Ateniesi, I, 40; rientrano sotto il dominio degli Ateniesi, I, 41, 95; fanno la guerra a’ Milesii, I, 115; si stabiliscono a Zancla e ne sono cacciati più tardi, VI, 45; — particolari geografici su Samo, sua potenza, suo governo, VII, 24, 73, 76; soggiorno degli Ateniesi in Samo, VIII, 47, 48 e seg.; 63, 72 e seg.; 86, 88 e seg.
Sandio, collina. III, 19.
Sane, colonia degli Andrii, IV, 109. V, 18.
Sardi, città, I, 113.
Sargeo siconio, VII, 19.
Scandea, città marittima, IV, 54.
Scellia, padre di Aristocrate, VIII, 89.
Scettro, I, 9.
Scilleo, V, 53.
Scione, città di Pallene, IV, 120, 123. V, 2.
Scirfonda, beotarca tebano, ucciso dai Traci, VII, 30.
Scirite nel territorio laconico, V, 67.
Sciriti, soldati lacedemoni, V, 67, 68, 71, 72.
Sciro, isola del mar Egeo, I, 98. Scironide, duce ateniese, vince i Peloponnesi a Mileto, VIII, 25.
Scitala laconica, I, 131.
Sciti, II, 96, 97. VIII, 69.
Scolo, città, V, 18.
Scombro, monte, II, 96.
Scuola di Micalesso, VII, 29.
Sedizioni in Epidamno, 1,24 e seg.; in Corfù, III, 69 e seg., 81 e seg.; IV, 48; in Samo, VIII, 21, 73; in Megara, IV, 71; in Lacedemone, I, 18; in diversi luoghi, III, 34, 82. VII, 34, 46, 57.
Selino, VI, 4, 6, 8, 13, 20, 47, 48, 62. VII, 1. VIII, 26.
Selva dell’Etolia, III, 98. IV, 30.
Senato, i Beozii ne hanno quattro, V, 38; Senato delle Fave di Atene, VIII, 66 e n., 69 e n.; di Corfù, III, 70; d’Argo e di Mantinea, V, 47; di Chio, VIII, 14.
Senato ateniese, III, 70. V, 38, 47. VIII, 14, 66, 70.
Seno d’Ambracia, I, 24, 55, 107. II, 86, 92, 99. III, 96, 107. IV, 100. VI, 13, 62, 104. VII, 57. VIII, 3, 26.
[317]
Senofonte, figlio di Euripide, duce ateniese, presso Potidea, II, 70.
Sermili, città calcidica, I, 65. V, 18.
Serse, I, 14, 114, 118, 129, 137. III, 56. IV, 50.
Seute, figlio di Spardoco, II, 97, 101. IV, 101.
Sfatteria, isola, IV, 8, 31, 39. V, 34.
Sibari, VII, 35.
Sibota, porto della Trespotide, I, 47, 50, 52, 54. III, 72.
Sica, VI, 98.
Sicania, antico nome della Sicilia, VI, 2, 62.
Sicano, fiume d’Iberia, VI, 2, 73. VII, 40, 50, 70.
Siccità, I, 23.
Sicilia, primitivamente chiamata Trinacria e Sicania, VI, 2; sua estensione VI, 1; suoi abitanti, VI, 2 e seg.; a qual distanza ella è dal continente, IV, 24. VI, 1; così nominata a cagione dei Siculi, popoli d’Italia, VI, 2; una parte della Sicilia abitata dai Greci, VII, 58; perchè gli Ateniesi vi portano la guerra, IV, 60, 61. VI, 6, 24, 33, 90 e seg.; VII, 66; vedi ancora, I, 12, 14, 17, 18, 36. II, 7. III, 90, 103, 115. IV, 25, 58, 65. V, 4. VI, 2, 3 e seg., 62, 65, 88. VII, 1. 2, 32, 52. VIII, 26, 91; differenze dei Siciliani e dei Siceli, o Siculi, IV, 58 e n.
Sicione, I, 108, 111, 114. II, 9, 80. IV, 70. V, 52. VII, 19, 58.
Sidussa, VIII, 24.
Sigeo, VIII, 101.
Sigillo del re persiano, I, 129.
Sima, isola, VIII, 41, 43, 44.
Simete, fiume, VI, 65.
Simonide, duce ateniese, IV, 7.
Sinecia, II, 15.
Singei, V, 18.
Sinti, II, 98.
Siracusa, fondata da Archia, VI, 35; sua popolazione, VI, 17; sue dissensioni interne, VI, 38; assediata dagli Ateniesi, VI, 99, 103; fa la guerra a’ Leontini, III, 86; Siracusani battuti dagli Ateniesi, IV, 24, 25; sostengono una nuova guerra contro gli Ateniesi, e sono battuti, VI, 45 e seg., 60, 67, 70 e seg.; fortificano la loro città, VI, 75; mandano deputati a Camarina, VI, 75; a Corinto ed a Sparta, VI, 73, 88; devastano il territorio di Catana, VI, 75; ingaggiano ancora un combattimento contro gli Ateniesi, VI, 96;sono battuti, VI, 97, 98; edificano una muraglia per fermare i loro nemici, VI, 99 e seg.; VII, 4; intavolamento delle negoziazioni con Nicia, VI, 103; preparano una flotta contro gli Ateniesi, VII, 21; li attaccano per terra e per mare, VII, 37; li battono e riprendono coraggio, VII, 41, 43, 46; li attaccano di nuovo e li battono ancora, VII, 50 e seg.; loro alleati, VII, 57; si preparano ad un combattimento decisivo, VII, 63; loro vittoria, VII, 71, 72; usano uno stratagemma per impedire agli Ateniesi di partire, li vessano nella loro marcia e li perseguitano nella loro fuga, VII, 73, 78, 81 e seg.; come essi trattano i prigionieri ateniesi, VII, 87; mandano aiuti ai Peloponnesi, VIII, 96, 105.
Sisa, IV, 76, 89.
Sitalce, figlio di Teres, re de’ Traci, II, 29; alleato cogli Ateniesi, ibid.; sue spedizioni contro a’ Lacedemoni e Calcidesi, II, 95, 96 e seg.; suoi Stati e sua potenza, II, 96; è ucciso in una battaglia contro a’ Triballi, IV, 101.
Socrate, figlio d’Antigene, II, 23.
Sofocle, figlio di Sostratida, III, 115. IV, 2, 3, 46, 65.
Soligio, borgo, IV, 42.
Solio, città corintia, II, 30.
Spade usate dai Traci, II, 96.
Spardoco, padre di Seute, II, 101.
Sparta, IV, 3, 15, 81.
Spartani, I, 132. III, 100. IV, 8, 38. V, 14. VI, 91. VII, 19. VIII, 39.
Spartolo, città bottica, II, 79. V, 18.
Speranza (forza della), II, 62. III, 45. V, 103. VII, 77.
Stagi, VIII, 16.
Stagiro, colonia degli Andrii, IV, 88. V, 6, 18.
Statario combattimento, IV, 38.
Statere, III, 70. IV, 52. VIII, 28.
[318]
Stenelaida, eforo lacedemone, I, 85. VIII, 5.
Stesagora, prefetto delle navi samie, I, 116.
Stiriesi, VII, 57.
Storia di Tucidide, I, 21, 97.
Stratagemmi militari d’Aristeo e di Callia, I, 62 e seg.; degli Stratii contro ai Caoni, II, 81; dei Plateesi contro ai Peloponnesi, II, 75 e seg.; di Formione contro la flotta peloponnese, II, 84; dei Peloponnesi contro Formione, II, 90; de’ Peloponnesi contro il Pireo, II, 93; di Demostene contro gli Ambracioti, III, 107 e seg.; di Demostene contro Sfatteria, IV, 32; del medesimo all’Epidauro, V, 8; dei Megaresi, IV, 67; di Brasida a Megara, IV, 73; dei Beozii a Delio, VI, 100; di Brasida contro Cleone ad Amfipoli, V, 6 e seg.; 10; degli Ateniesi coi Siracusani, VI, 64 e seg.; dei medesimi al loro partirsi da Siracusa, VII, 76, 80; di Nicia per difendere i trinceramenti circolari, VI, 102; d’Ermocrate per impedire la fuga degli Ateniesi, VII, 73; d’Aristarco per impadronirsi di Enoe, VIII, 98.
Strato, città la più grande dell’Acarnania, II, 80, 81, 102. III, 106.
Stratodemo, II, 67.
Stratonica, sorella di Perdicca e moglie di Seute, II, 101.
Strebo ateniese, padre di Leocrate, I, 105.
Stretto di Sicilia, IV, 24. VI, 12.
Strifone, figlio di Farace, duce lacedemone, IV, 38.
Strimone fiume, I, 100. II, 96.
Strombichide, figlio di Diotimo, duce ateniese, VIII, 15, 16.
Strombico, padre di Diotimo, I, 45.
Strongila, una delle isole dell’Eolia, III, 88.
Strosaco, pubblico ospite de’ Calcidesi, IV, 78.
Sunio, VII, 28. VIII, 4, 95.
Superstizione de’ Lacedemoni ed altri, VII, 50.
Sussolano vento, III, 23.
T
Tagi, VIII, 18.
Talamii, IV, 32.
Talanzi, popolo illirico, I, 24.
Tamo, pretore della Jonia, VIII, 31, 87.
Tanagra di Beozia, I, 108. III, 91. IV, 76, 91, 93, 97. VII, 29.
Tantalo, figlio di Patroclo, duce lacedemone, IV, 75.
Tapso, penisola, VI, 4, 97, 99, 101, 102. VII, 49.
Taranto, VI, 34, 44, 104. VII, 1. VIII, 91.
Tarippo, re de’ Molossi, II, 80.
Taso, isola, I, 100. IV, 104, 107. VIII, 64.
Tauro, figlio di Echitemida, IV, 119.
Taziarchi, IV, 4.
Teagene megarese, I, 126. IV, 27. V, 19, 24.
Teatro dionisiaco presso Munichio, VIII, 93.
Tebe, I, 90; III, 22, 24; sua distanza da Platea, II, 5; spedizione dei Tebani contro Platea, II, 2, 4, 5; occupano Platea in tempo di pace, III, 56; rispondono al discorso del Plateesi, III, 61; servizii che resero a’ Greci, III, 62 e seg.; vincitori dei Tespini, IV, 133; perseguitano i Traci, VII, 30. Vedi ancora, I, 27. II, 2, 45. IV, 93. VI, 5. VII, 30.
Tegea, città potente nel Peloponneso, IV, 134. V, 32, 57, 62, 64, 65, 67, 74, 75, 76, 82.
Telle lacedemone, II, 25. III, 69. IV, 70. V, 19, 24.
Tellia, duce siracusano, VI, 103.
Temenidi, furono i primi a possedere la Macedonia marittima, II, 99.
Temenite, parte di Siracusa, VI, 75, 90. VII, 3.
Temistocle, creatore della marina ateniese, I, 14, 74, 93; sue qualità guerriere, I, 74; è mandato per ambasciata a Lacedemone, I, 90; fa costrurre le mura di Atene, e termina il Pireo, I, 90, 91 e seg., 93; esercita una magistratura annuale, I, 91; esiliato, si [319] ritira in Argo, I, 135; accusato di favorire i Medi, se ne fugge a Corinto, I, 136; e di là presso Admeto, re dei Molossi, ibid.; vicissitudini diverse ch’egli prova, I, 137; si rifugge presso il re di Persia, suo elogio, sua morte, I, 138.
Tempii d’Apollo, I, 29. II, 91. III, 94. VII, 26; d’Apollo Pitiano, II, 15. IV, 118. V, 83. VI, 54; di Bacco, II, 15. III, 81. VIII, 93; di Castore e Polluce, III, 75. IV, 110. VIII, 93; di Diana, VI, 44; di Eleusi, II, 17; d’Ercole, V, 64, 66; di Giove Olimpio, II, 15; di Giunone, I, 24. III, 68, 75, 79, 81. IV, 133. V, 75; di Mercurio, VII, 29; di Nettuno, IV, 118; di Pallade, IV, 116. V, 10; di Pallade tempio di rame, I, 134; di Protesilao, VIII, 102; della Terra, II, 15; di Teseo, VI, 61; di Venere, III, 46; da vedersi sui tempii in generale, II, 52. IV, 97, 98. — Tempii comuni a tutti i Greci, V, 18 e n.
Tenaro, promontorio laconico, I, 128, 133. VII, 19.
Tenedo, III, 2, 28, 35. VII, 57.
Teneto, figlio di Tolmida, III, 20.
Teno, una delle isole Cicladi, VIII, 69.
Teo, III, 32. VIII, 10, 19, 20.
Teodoro, padre di Procle, III, 91.
Teolito, padre di Cinete, II, 101.
Teoro, V, 16, 47.
Tera, una delle Cicladi, II, 9.
Teramene lacedemone, VIII, 26, 28.
Tere, padre di Sitalce, II, 29, 67, 95.
Tereo, re de’ Traci, II, 29.
Teria, VI, 50, 94.
Terineo golfo, IV, 104.
Terme macedone, I, 61. II, 29.
Termone spartano, VII, 11.
Termopile, II, 101. III, 92.
Terra ingoiata dal mare presso Orobio, I, 23, 101, 128. II, 8. III, 87, 89. IV, 52. V, 45, 50.
Teseo, II, 15. VI, 61.
Tesoro degli Ateniesi, II, 13.
Tespico territorio, IV, 26, 93, 96, 133. VI, 95. VII, 25.
Tessaglia cambia spesso d’abitanti, I, 2; precedentemente chiamata Pirrea ed Emonia, ibid.; particolari geografici, IV, 78; Tessali, amici degli Ateniesi, ibid., I, 102; espellono gli abitanti d’Arne, I, 12; mandano soccorsi agli Ateniesi, I, 102, 107. II, 22; combattono contro a’ Beozii, ibid.; loro possessioni, loro governo, III, 93. IV, 78; combattono cogli abitanti d’Eraclea, V, 51; si querelano dei Lacedemoni, VIII, 3.
Tessalo, figlio di Pisistrato, fratello d’Ippia e d’Ipparco, I, 20. VI, 55.
Tessaracoste, moneta di Chio, VIII, 101.
Tete, VI, 43.
Teutlussa isola, VIII, 42.
Teuziaplo eleo, III, 29, 30.
Tiame, fiume, I, 46.
Tiamo, monte, III, 106.
Tichio d’Etolia, III, 96.
Tideo, figlio di Jone, VIII, 38.
Tilatei, II, 96.
Timagora, figlio di Atenagora, II, 67. VII, 6, 39.
Timida, volgarmente Tolmida, III, 20.
Timocare, duce ateniese, VIII, 95.
Timocrate lacedemone, II, 33, 85, 92. III, 105. V, 19, 24.
Tindaro con giuramento costringe i pretendenti d’Elena, I, 9.
Tirea, II, 27. VI, 95.
Tirrenia, IV, 109. VI, 88, 103. VII, 53, 54, 57.
Tisameno trachinio, III, 92.
Tisandro Apodoto, III, 10.
Tisia, figlio di Lisimaco, V, 84.
Tisierne, luogotenente di Dario nell’Asia Minore, VIII, 5, 16, 25; si collega co’ Peloponnesi contro gli Ateniesi, VIII, 17 e seg., 36 e seg., 57 e seg.; è vinto a Mileto dagli Ateniesi, VIII, 95; mette una guarnigione a Jasos, VIII, 29; paga la flotta de’ Lacedemoni, ibid.; sua collera contro gl’inviati da Lacedemone, VIII, 43; diminuisce il soldo ch’egli pagava ai Lacedemoni, VIII, 45, 46; certa di rientrare in grazia coi Peloponnesi, VIII, 57; i marinai peloponnesi si rivoltano contro a lui, VIII, 78; [320] motivi che hanno impedito ai Peloponnesi di condurre la flotta fenicia, VIII, 81, 87; vuol giustificarsi in faccia a’ Lacedemoni, VIII, 85, 109; offre un sacrifizio a Diana Efesia, VIII, 109.
Tisso, città, IV, 109.
Tlepolemo, duce ateniese, I, 117.
Tolmida, figlio di Tolmeo, duce ateniese, I, 108, 113. III, 20.
Tolofo osionese, III, 100.
Tolomeo, padre di Tolmida, I, 108, 113. IV, 53, 119.
Tolosonii, III, 101.
Tomeo, IV, 118.
Torico, VIII, 95.
Torilao, IV, 78.
Torone, città calcidica, IV, 110. V, 2, 3, 18.
Trachinii, III, 92, 100. V, 12.
Traci presso Nasso, VI, 74.
Traci, loro origine, loro carattere, loro diverse razze, I, 100; riguardano come vergognosa cosa il lavorare, I, 5 e n. II, 29, 95, 96, 97, 98, 101. VII, 27, 29; battono gli Ateniesi, I, 100. IV, 102; loro guerra contro ai Tebani, VII, 30; ciò che essi fanno in Macedonia, II, 100; mercenarii al soldo degli Ateniesi, IV, 129. V, 6. VII, 27; al soldo dei Lacedemoni, V, 6.
Tracia, I, 59, 100. II, 29, 96, 97, 98, 100, 101. IV, 75, 101, 102, 129. V, 6, 10. VII, 17, 27, 30.
Tragia, isola, I, 116.
Tradimento de’ Beozii, IV, 76.
Trasibulo, figlio di Lico, VIII, 73, 75.
Trasicle ateniese, V, 19, 24. VIII, 15, 17, 19.
Trasillo, V, 59. VIII, 75.
Trasimelida spartano, IV, 1.
Trasonide, VIII, 7.
Tregue, di trenta in trenta anni, fra gli Ateniesi ed i Lacedemoni, I, 23; tregua olimpica, V, 49; tregua di dieci giorni, V, 26; tregua sacra, VIII, 10; altre tregue fra gli Ateniesi ed i Lacedemoni, IV, 45, 58, 117, 118. V, 26. VII, 7, 10.
Treri, II, 96.
Trespotide, I, 46, 50. II, 80.
Triasio campo, I, 115. II, 19.
Triballi, II, 96. IV, 101.
Tribù dell’Attica, VI, 98.
Trierarchi ateniesi, e loro ufficii, VI, 31.
Trinacria, antico nome di Sicilia, VI, 2.
Trincea de’ Greci dirimpetto a Troia, I, 11.
Triobolo, VIII, 45.
Triopio, promontorio, VIII, 35.
Tripode di Delfo, I, 132.
Tripodisco sul territorio megarese, IV, 70.
Triteesi, III, 101.
Troade, I, 131.
Troezeno, I, 27, 115. II, 56. IV, 21, 45, 118.
Trofei, I, 30, 54, 63, 105. II, 22, 84, 92. III, 109, 112. IV, 12, 14, 25, 38, 44, 77, 92, 101, 124, 131, 134. V, 3, 10, 74. VI, 94, 98, 103. VII, 5, 23, 24, 34, 41, 45, 54, 74. VIII, 24, 25, 42, 95, 106.
Trogilo, VI, 99.
Troia (spedizione fatta contro), I, 3, 9, 11, 12. II, 68. IV, 120. VI, 2.
Tronio di Locride, II, 26.
Trotilo, VI, 4.
Tucidide istorico, figlio d’Oloro, pref. IV, 104; sua vita, suo esilio, pref., 7, 8 e seg.; perchè e come egli scrisse la guerra del Peloponneso, I, 1, 20, 21, 22, 23. V, 20, 26; è ammalato per peste, II, 48; rivestito di un comando in Tracia, vi possiede miniere d’oro, pref., e V, 105; soccorre Amfipoli, pref., e IV, 106; difende Eione contro Brasida, IV, 107 e seg.; vive per vent’anni in esilio, V, 26; epoca del suo richiamo, pref., XV, XVI e XVII e seg.
Tucle, padre di Eurimedonte, III, 90, 91. VI, 3. VII, 16.
Turia, VI, 61. VIII, 33, 35, 57, 84.
Turiati, I, 101.
U
Ulisse, IV, 24.
Uomini, quale la loro natura, I, 20, 31, 76, 77, 78, 84, 140. II, 61. III, 39, 40, 41, 82, 84. IV, 17, 19, 61, 108. V, 68. VII, 77.
[321]
V
Venere (tempio di), VI, 46.
Vento, II, 84. VI, 104.
Via Nemea, III, 24, 101. VI, 58, 66.
X
Xanara, eforo spartano, V, 36, 37, 38, 46, 51.
Xantippo, padre di Pericle, I, 111, 127. II, 13, 31.
Xenoclide, figlio di Euticle, duce corintio, I, 46. III, 114.
Xenofane, padre di Lamaco, VI, 8.
Xenofantide lacedemone, VIII, 55.
Xenone tebano, V, 7.
Xenotimo, padre di Carcino, II, 23.
Z
Zacinto, I, 47. II, 7, 9, 66, 80. IV, 8, 13. VII, 31, 57.
Zancle città, VI, 4, 5.
Zeusida lacedemone, V, 19, 24.
Zeusidamo, padre di Archidamo, II, 19, 47. III, 1.
Zopiro, padre di Megabizzo, I, 109.
FINE DEL SECONDO ED ULTIMO VOLUME.
[323]
| LIBRO QUINTO. | |
| Sommario. | |
| Cleone e Brasida combattono ad Amfipoli, ed ambi sono spenti. — Tregua. — Varii popoli armano contro i Lacedemoni. — Imprese di questi. — Contravvengono ai patti. — Collegansi Beoti, Corintii ed Argivi. — Argo vorrebbe essere con Isparta. — Conclude l’alleanza con Atene. — Giuochi olimpici. — Guerra di Epidauro. — Battaglia di Mantinea. — Alleanza tra gli Argivi ed i Lacedemoni. — Argo chiama il suo reggimento. — Gli Ateniesi cercano di soggettar Milo. — Varii avvenimenti. | pag. 5 |
| LIBRO SESTO. | |
| Sommario. | |
| La Sicilia. — Legati di Egesta. — Varii avvenimenti. — Guerra di Sicilia. — Erme mutilate. — La flotta fa vela. — Siracusa in agitazione. — La flotta rade l’Italia. — I Siracusani preparansi alla difesa. — Armodio ed Aristogitone. — I Siracusani vinti. — Deputati a Camarina. — Sparta si collega con Siracusa. — Altri avvenimenti. — Assedio di Siracusa. — La flotta salpa da Corinto. — Atene e Sparta vengono in aperta rottura. | 65 |
| [324] | |
| LIBRO SETTIMO. | |
| Sommario. | |
| Gilippo. — Nicia si fa forte. — Combattimenti. — Lettera di Nicia. — Eserciti nella Sicilia e nell’Attica. — Battaglia navale. — Diversi fatti. — Presa di Micalesso. — Imprese di Demostene. — Zuffa navale a Siracusa. — Giunge la flotta ateniese. — Epipole assalita. — Altro combattimento in mare. — Schiere dei belligeranti. — I duci fan cuore alle soldatesche. — Si combatte pure in mare. — Avvilimento dell’esercito ateniese. — Tenta di ritirarsi, ed è sconfitto. — I suoi duci sono spenti, ed i prigioni maltrattati. | 131 |
| LIBRO OTTAVO. | |
| Sommario. | |
| Atene atterrita ed indignata contro gli accenditori della guerra, si ammannisce a sostenerla. — Movimenti dei Greci e dei Lacedemoni per recarla a fine. — Eubei, Chii ed Eritrei sono per ribellarsi. — Lacedemoni fan di tutto per torre alleati ad Atene, ed Atene per impedirlo. — Ribellione dei Chii, degli Eritrei, dei Clazomenii. — Confederazione tra il re di Persia e Lacedemone. — Il popolo di Samo contro la nobiltà. — Sedizione in Atene, ove la democrazia è mutata con lo Stato de’ pochi. — Reintegrazione di Alcibiade. — Combattimento ad Abido. | 191 |
| Note dell’Editore | 259 |
| Cronologia comparata degli avvenimenti menzionati nelle Storie di Tucidide. | 277 |
| Indice geografico-comparato dei luoghi menzionati nelle Storie di Tucidide. | 287 |
| Indice generale delle materie contenute nelle Storie di Tucidide. | 295 |
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.
Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.