KENILWORTH
DI
WALTER SCOTT
VOLGARIZZATO
DAL
Professore Gaetano Barbieri.
»E beltade e virtù, congiunte al paro
»L’eccelsa figlia di Tudor fregiaro;
»Tremi chi nanti a noi con felli accenti
»L’augusto nome lacerar s’attenti
Il Critico.
TOMO QUARTO.
NAPOLI,
Presso R. MAROTTA e VANSPANDOCH.
1825.
[5]
KENILWORTH.
Troppo ancor tollerai. Con detti oscuri
Per l’intricato labirinto il filo
Tolto m’avete. Olà. Se miglior senno
Vostre labbra non regge, io ben saprommi
Dal mio cospetto allontanar chi audace
Da mia bontade cimentar presume.
Beaumont et Fletcher.
Non è nostro divisamento seguire l’esempio del più volte citato Roberto Laneham nel raccontare minutamente ciascuna delle feste che si celebrarono in Kenilworth. Ne basti il dire che dopo quel fuoco d’artifizio alla cui descrizione giovonne l’eloquenza di questo donzello del Consiglio, la Regina dopo avere attraversata la torre di Mortimero, entrò nella corte di Kenilworth, passando fra mezzo ad una lunga sequela di Divinità del Paganesimo, e di antichi eroi, che prostrati le offerivano omaggio e doni, sintantochè giunse al primo salone del castello decorato con pompa [6] addicevole a sì grande ricevimento. Nulla pareggiava lo sfarzo delle preziose tappezzerie che l’ornavano, e torcie intrise di balsami vi spargeano ad un tempo luce e profumi intantochè gratissima musicale armonia faceva incanto agli orecchi. All’estremità del salone sorgeva un maestoso baldacchino che ombrava il trono d’Elisabetta; e dietro ad esso aprivasi una porta che metteva ad appartamenti adorni colla massima profusione, e che vennero assegnati alla Regina e alle matrone del suo corteggio.
Il conte di Leicester porse il braccio ad Elisabetta nell’ascendere il trono, ove sedutasi questa, le si prostrò innanzi il favorito, e con modi in cui s’accordavano ottimamente una rispettosa e cavalleresca galanteria, e i sentimenti d’un’affezione la più leale, baciò la mano offertagli dalla Sovrana, ringraziandola con accenti di vivissima riconoscenza dell’onor compartitogli, onore massimo di quanti un monarca possa concedere ad un suddito. Tanta leggiadria spirava il Conte in quell’atteggiamento, che per poco la Regina non s’adoprò a prolungare una tal parte di scena più di quanto rigorosamente doveasi. Nel ritrarre la propria mano, le permise di scorrere mollemente, siccome a caso, sulla bella capigliatura del [7] Conte, in profumate anella cadente; e i moti d’interna compiacenza, che nel volto di quella Sovrana si palesarono, ben fecero accorti gli spettatori, com’ella avrebbe di buon grado sostituito a quest’atto che parea involontario una lieve carezza. Si rialzò finalmente il Leicester; e postosi in vicinanza del Trono, tessè in bell’ordine ad Elisabetta la descrizione di quanto erasi divisato per riceverla ed intertenerla; e tutti questi divisamenti la Regina approvò con quella grazia che ad essa era connaturale. Allora il Conte le chiese per sè e pei gentiluomini, che fin lì la scortarono permissione di allontanarsi per pochi istanti, onde ricomparirle innanzi con abiti più convenevoli, e meglio degni della sua Corte. «In tal breve assenza nostra, ei soggiunse, questi signori (accennando in dir ciò Varney, Blount, Tressiliano ed altri) che ebbero tempo di cambiare le loro vesti avranno l’onore di rimanersi presso la Maestà Vostra.»
«V’acconsento, o signore, la Regina rispose. M’accorgo che sareste un ottimo direttore di teatro, poichè sapete sì opportunamente valervi di una doppia banda di attori. Quanto a noi, per questa sera vi faremo minori complimenti, perchè non abbiamo divisato di spogliarci dell’abito con cui venimmo. Ci ha prodotto qualche [8] stanchezza un viaggio, che il concorso de’ nostri fedelissimi sudditi rendè altrettanto lungo, quanto nel fece delizioso l’amore che ci dimostrarono.»
Dopo ricevutane la permissione, il Leicester si ritirò, e seco pur si ritrassero gli altri gentiluomini, che aveano scortata la Regina. Quelli che giunsero i primi, e che già si erano vestiti nel modo convenevole a quella solennità, rimasero nel salone, ma per essere di grado inferiori agli altri che uscirono, si tenevano ad una distanza rispettosa dal trono. L’acuto sguardo della Regina ben ravvisò in mezzo a quella moltitudine e Raleigh e due o tre altri gentiluomini, ch’ella conoscea di persona. Fatto segno a questi d’avvicinarsi, li salutò in grazioso modo, e primo nell’essere ben accolto si fu il Raleigh, troppo ben rammentandosi la Sovrana le avventure del mantello e delle strofette. Più volte ella si volse a lui onde le spiegasse il nome e i gradi di quelli che le stavano alla presenza, e si mostrò soddisfatta delle risposte a mano a mano datele dal Raleigh, poichè oltre all’essere esatte, condite erano all’uopo di vezzi e di arguzie. «E chi è quell’uom rustico (diss’ella accennando Tressiliano) quell’uom rustico, il cui disadorno abito fa torto alla buona fisonomia?»
[9]
«Se vostra Maestà brama saperlo, è un poeta.»
«Lo indovinai quasi al sol vederne il vestito. Ho conosciuti alcuni poeti tanto distratti che gettavano i loro mantelli in mezzo al fango.»
«Sarà stato perchè il sole ne abbarbagliava le menti siccome gli occhi.»
Elisabetta sorrise, e lasciò languire questo discorso. «Ma, signor Raleigh, vi ho chiesto il nome di quella persona, e voi me n’additaste in vece la professione.»
Di fatto Raleigh avrebbe voluto differir l’istante di nominare l’amico suo Tressiliano, non credendo esserne occasione ben augurosa per lui il motivo onde avea chiamati sopra di sè gli sguardi della Regina. Ma dopo questi ultimi detti di Elisabetta non gli fu più lecita la reticenza.
«Egli chiamasi Tressiliano.»
«Tressiliano! rispose Elisabetta, il Menelao del nostro romanzo! Per verità si è abbigliato in guisa che fa le scuse della sua Elena. Ma dov’è Farnham?[1]... si [10] dice Farnham?.... In somma l’uomo del conte di Leicester... il Paride della contea di Devon.»
Raleigh, profferì il nome di Varney, e con maggiore ripugnanza ancora lo indicò alla Regina, perchè nel costui abbigliamento aveva sfoggiata tutta l’arte propria il sartore; laonde questo Varney annunziavasi favorevolmente a primo aspetto, oltrechè se mancava di grazie, un certo discernimento e l’uso di vivere nel mondo cortigianesco supplivano in tal qual modo a sì fatta mancanza.
La Regina andava contemplando a vicenda Tressiliano e Varney. «Io credo, diss’ella, che questo signor Tressiliano il poeta, troppo dotto, giurerei, per ricordarsi alla presenza di chi dovea comparire, è uno di que’ tali per cui Goffredo Chaucer disse: Il più saggio fra i letterati non è sempre il più saggio fra gli uomini. [11] L’altro, Varney, è un furfante, però ha lingua dorata, me ne ricordo, e son certa che la bella fuggitiva non mancò di buone ragioni per divenire infedele.»
Raleigh non sapea che rispondere, persuaso che avrebbe fatto mal ufizio a Tressiliano col contraddir la Regina, e sembrandogli anzi che sarebbe stata ottima cosa al medesimo, se finalmente Elisabetta avesse intromessa la propria autorità per definire una bisogna, che occupava tutto l’animo dell’amico, concentratosi con funesta ostinazione in quest’unica idea. Mentre Raleigh volgea tai cose nella mente, s’aperse la porta, ed il Leicester accompagnato da molti del suo parentado, e della nobiltà a lui partigiana rientrò nel salone. Portava un vestito di velluto bianco ricchissimo che contribuiva a farne spiccare il maestoso portamento, la grazia, e le belle proporzioni della persona; tal che parve ad ognuno il più avvenente fra quanti cavalieri si fossero mai visti. Anche il Sussex e gli altri gentiluomini andavano fregiati di ricche vesti, ma la grazia e la magnificenza del Leicester tutti oscuravali. Elisabetta lo accolse con affabilità straordinaria. «Rimane tuttavia da giudicarsi, diss’ella, una processura spettante alla regale nostra giurisdizione, processura [12] che mi sta nell’animo, e come donna e come madre di tutti i miei sudditi.»
Un fremito involontario soprapprese il Leicester nell’atto che inchinavasi per protestare obbedienza ad ogni volere della Regina. Fremette, e agghiacciò del pari Varney, i cui sguardi non s’erano in tutta quella sera distolti dal suo padrone. Dal cambiamento comunque lieve che accadde nella fisonomia del Conte, Varney comprese subitamente qual fosse la cosa di cui la Regina interteneva il suo favorito; ma questi fece al proprio animo tale sforzo da poter fingere l’intrepidezza, che alla sua politica tortuosa volevasi; ed allorchè la Regina soggiunse: «Noi parliamo di Varney e di Tressiliano... Milord, questa Signora è qui?....» il Conte potè senza titubazione rispondere: «Nobile principessa, ella non è venuta.»
Aggrottò Elisabetta le ciglia, e mordendosi il labbro, non diede che questa sola risposta: «Per altro, Milord, il nostro comando fu chiaro e preciso!»
«E sarebbe adempiuto, illustre Sovrana, non fosse stato che un semplice desiderio. Ma, fatevi innanzi, Varney. Questo gentiluomo farà noto a vostra Maestà il motivo per cui la ridetta Signora (che le labbra di Leicester si ribellavano al [13] chiamarla moglie di Varney), non può comparire alla regale presenza.»
Avanzatosi Varney, sostenne senza esitare quanto credeva egli stesso; che la parte citata a comparire dinanzi a sua Maestà (non più di Leicester ardiva egli chiamarla sua moglie) era nell’assoluta impotenza di corrispondere alla chiamata.
«Ecco, proseguì a dire, l’attestato di un abilissimo medico, il cui sapere e la cui probità sono pienamente conosciuti a sua Signoria di Leicester. Eccone un altro di un devoto protestante, uomo dabbene e d’intatta fama, del sig. Antonio Foster, che alberga in sua casa la figlia di sir Robsart. Provano entrambi questi ricapiti che l’assalì tale infermità, per cui non le fu possibile intraprendere il viaggio.»
«La cosa cambia d’aspetto, (disse la Regina ricevendo i ricapiti ed esaminandone il contenuto). Fate avvicinare Tressiliano. Sig. Tressiliano, noi prendiamo vivissima parte allo stato dell’animo vostro, tanto più che da esso non sa dipartirsi l’immagine di questa Amy Robsart, o diremo Amy Varney. Ma che volete? Il poter nostro, ne siano grazie a Dio, e all’obbedienza che ci prestano i fedeli sudditi Inglesi, ha bensì qualche estensione. Pur vi sono tai cose, che si [14] sottraggono a questo dominio. Noi non possiamo, a cagion d’esempio, comandare agli affetti d’una giovinetta inconsiderata, nè costringerla a preferire il sapere e il retto sentire alla elegante veste d’un cortigiano. Tal cosa non è in nostro arbitrio più di quanto lo sia impedire gli effetti della infermità che a quanto apparisce la soprapprese, e non le permette di trovarsi alla nostra presenza, siccome ne avevamo dato il comando. Più possenti de’ nostri ordini sono i due attestati del medico che le presta cura, e dell’onesto suo ospite, i quali entrambi fanno fede di tale infermità.»
«Chiedo permissione alla Maestà vostra di dirle che simili attestati non dicono la verità,» rispose tantosto Tressiliano, che in quell’istante paventando gli effetti di una sì perigliosa impostura dimenticò la promessa fatta ad Amy.
«Che ascolto, o Signore? sclamò la Regina. Voi porreste in dubbio la veracità di Leicester? Però vi sarà dato tutto il campo a difendervi. Alla nostra presenza hanno diritto di parlare così il primo come l’ultimo, così il più favorito come il più ignorato de’ nostri sudditi. Voi sarete dunque ascoltato senza interrompimenti. Ma temete del parlar vostro se manca di prove. A voi, prendete ed esaminate questi [15] attestati. Diteci seriamente se dubitate, e su quai fondamenti dubitate della loro autenticità.»
Intantochè la Regina così favellava, tornò alla mente di Tressiliano la promessa fatta ad Amy, e tal ricordanza combattè l’ardente desio ch’era in esso di dismentire formalmente questi attestati, dei quali niuno meglio di lui sapea la fallacia. Ma questa sua irresolutezza gli fece torto e nell’animo d’Elisabetta e in quello de’ circostanti. Voltava le carte, siccome un idiota incapace d’intenderne il contenuto; sicchè l’impazienza postasi fin da prima nell’animo della Regina, divenne in quell’istante manifesta ad ognuno.
«Voi siete un letterato, soggiuns’ella, e un letterato di merito, così mi fu detto. Per altro, siete d’una lentezza sorprendente, quando non fa d’uopo che leggere due parole. Veniamo dunque alla conclusione. Questi attestati sono veri, o sono falsi?»
Crebbero in un modo a tutti palese l’imbarazzo e la titubazione di Tressiliano, il quale non volea per una parte riconoscer per veri tali ricapiti, che forse avrebbe dovuto fra breve chiarir come falsi, e bramava per l’altra mantenere la promessa fatta ad Amy, e darle il [16] tempo, com’ella il chiese, di perorare da se medesima la propria causa. Laonde, dopo aver detto interrottamente: Regina! Regina! prese per ultimo l’espediente di darle questa risposta: «La Maestà vostra mi costringe a profferire sopra ricapiti, la cui autenticità, innanzi tutt’altra cosa, dovrebb’essere provata da coloro che se ne valgono in propria difesa.»
«Sig. Tressiliano, voi siete buon avvocato, siccome buon poeta (disse la Regina lasciando sovr’esso uno sguardo in cui tutto se ne esprimea lo scontento). Io credea veramente che questi scritti essendo stati presentati al cospetto del nobile conte di Leicester, cui appartiene questo castello, ed essendone chiamato in testimonio l’onore del Conte, dovesse bastar ciò per convincervi che sono veraci. Nondimeno, poichè durate nel bramare le formalità, Varney, o voi piuttosto Leicester, perchè questo affare adesso riguarda voi (detti lanciati a caso, ma che fecero fremere il Conte), dite, qual prova avete della verità di tali attestati?»
Varney si affrettò a rispondere prima di Leicester: «Il giovine conte di Oxford, che qui trovasi, conosce la scrittura del sig. Foster.»
Il conte d’Oxford, giovane libertino [17] e dissipatore, che avea più d’una volta avute somme ad interesse, anche onesto, dal Foster, dopo l’inchiesta fattagliene attestò, come il Foster fosse un rispettabile ed opulento Franklin[2], accertando ad un tempo ravvisarsene il carattere in uno di que’ ricapiti.
«E chi riconoscerà il carattere del dottore? soggiunse allor la Regina. Mi sembra ch’egli si nomini Alasco.»
Il Masters medico di Sua Maestà, che non avea dimenticato l’oltraggio sofferto a Say’s-Court, e persuaso che la sua testimonianza fosse per tornar grata al Leicester, quanto spiacevole al Sussex ed ai partigiani di questo Conte, protestò aver fatto di molte consulte col dottore Alasco, essere questi un uomo fornito di vasto sapere, benchè quanto al suo sistema di medicare non lo giudicasse sulla buona via. Il conte di Huntingdon cognato del lord Leicester, e la contessa di Rutland ne fecero parimente gli encomi, e tutti si chiamarono a mente la scrittura delle sue ricette, simile affatto, diceano, al carattere [18] del certificato su cui cadeva il discorso.
«Spero finalmente, sig. Tressiliano, che si potrà chiudere tal discussione, soggiunse allor la Regina. Prima del finire di questa notte noi prenderemo alcune risoluzioni onde persuadere sir Ugo Robsart ad acconsentire alle nozze di sua figlia. Quanto a voi, avete fatto il vostro dovere, e al di là del vostro dovere. Ma noi non apparterremmo al sesso femminile, se l’animo nostro non fosse proclive a compiangere le persone che amore ha ferite. Dunque vi perdoniamo l’arditezza che dimostraste, e vi perdoniamo anche la sconvenevolezza di quei vostri stivali, la cui infezione ha quasi soffocati i profumi di milord Leicester.»
L’essere eccessivamente delicata di odorato era fra i distintivi organici di Elisabetta, e ne diede lungo tempo dopo una prova, allorchè scacciò dal suo cospetto il conte di Essex, non reo d’altro che di essersi presentato a lei, siccome Tressiliano, cogli stivali alquanto imbrattati di fango.
In questo mezzo, Tressiliano ebbe il tempo di raccogliere le proprie idee, e riaversi dalla sorpresa prodottagli da un’impostura, sostenuta con tanta audacia, e che dismentiva fatti de’ quali fu testimonio [19] egli stesso. Laonde si precipitò ai piedi della Regina, e tenendola per la veste, le disse:
«Regina, se voi siete cristiana, s’egli è vero che regnate per rendere giustizia eguale a tutti i vostri sudditi... per ascoltarli, come voi sperate di essere ascoltata, e com’io ve l’auguro (Dio secondi il mio voto!) a quel tribunale innanzi a cui un giorno tutti compariremo, degnatevi concedermi un lieve favore. Non vi affrettate a pronunziare giudizio. Concedetemi soltanto ventiquattr’ore di tempo. Dopo sì breve indugio vi proverò a tutta evidenza la fallacia degli attestati onde si fa credere che questa giovane infelice in tal momento si trovi inferma nella contea di Oxford.»
«Lasciatemi, o signore (disse Elisabetta, sorpresa da un impeto che ben dovea parerle stravagante, comunque fosse pel maschile suo animo forza bastante per non concepirne timore). Quest’uomo senza dubbio è pazzo. Il mio figlioccio Harrington potrebbe dargli una parte nel suo Orlando Furioso. Però nel tenore della sua follia ravviso alcuna strana singolarità. Parlate, Tressiliano: a qual cosa vi sottomettete voi, se trascorse le ventiquattr’ore, non potete dimostrar [20] falso un fatto provato con modi tanto solenni, siccome lo è l’infermità della figlia di sir Robsart?»
«Regina, a portare il mio capo sotto la mannaia,» rispose subito Tressiliano.
«Eh! questi sono propositi da pazzo. E qual capo è mai caduto in Inghilterra, se nol percosse il voler della legge? Io vi domando, purchè però vi rimanga senno bastante a potermi comprendere, se quando v’accorgerete dell’assurdità del vostro assunto col vederlo andare a vôto, mi confesserete sinceramente qual fu l’intenzione, che aveste nel cimentarvi a sostenerlo.»
Si tacque Tressiliano, condotto da tale inchiesta a titubar nuovamente; perchè pensava egli: «Se in questo intervallo Amy si riconciliasse col proprio marito, quanto mal ufizio le presterei se svelassi misteri obbrobriosi ad un uomo col quale ella dovrà sempre vivere, e se facessi toccar con mano ad una saggia e prudente Sovrana come fu sorpresa con falsi attestati!» Tale incertezza portò nuovo imbarazzo e negli sguardi, e nella voce, e nel contegno di Tressiliano. Per la qual cosa, allorchè la Regina in severo tuono e corrucciata in viso gli replicò l’inchiesta medesima, ei le rispose con interrotte parole, [21] che forse!... cioè!... secondo le circostanze!... avrebbe spiegati i motivi del suo operare.
«Oh! per l’anima del re Enrico, sclamò quella Sovrana, qui cova assolutamente o demenza o malvagità. Raleigh, il tuo amico è troppo pindarico per potere starsene alla mia presenza; conducilo teco, liberami dal vederlo, perchè potrebbe accadergli peggio. I suoi slanci sono troppo impetuosi in tutt’altro luogo che non sia il Parnaso, o San Luca. Tu però ritorna, poichè lo avrai condotto in luogo sicuro. Quanto avremmo desiderato conoscere questa beltà che fa sì tremendo guasto nel cervello d’un uomo decantato dianzi per la Sua saggezza!»
Tressiliano voleva dire altre cose alla Regina, ma Raleigh costretto ad ubbidire agli ordini avuti, ne lo impedì, fattosi soccorrere da Blount per condurlo fuor del salone, parte suo malgrado, e parte anche non contro sua voglia, poichè incominciava ad avvedersi egli stesso, come un più lungo rimanersi peggiorasse anzichè migliorare i suoi interessi.
Allorchè furono giunti nell’anticamera, Raleigh pregò il Blount a far sì, che Tressiliano venisse condotto negli [22] appartamenti preparati alle persone del corteggio di Sussex, e che se era d’uopo vi si mettesse la guardia.
«Tale stravagante passione, diss’egli, e l’infermità della donna che ne è lo scopo, hanno stravolto in singolar modo il suo ingegno, aggiustatissimo per l’addietro. Ma speriamo, un breve riposo calmerà questo impeto. Solamente badate a non lasciarlo uscire. È già assai male impressionato per lui l’animo di Sua Maestà; poche nuove provocazioni basterebbero perch’ella gli trovasse un ritiro più ingrato, e custodi più malaugurosi.»
«Io lo giudicai a dirittura pazzo (soggiunse Nicolò Blount, dando un’occhiata alle sue calze cremesine, ed alle sue gialle rosette) allorchè posi mente a que’ maledetti stivali che offesero le narici della Regina. Voglio vederlo rinchiuso, e torno subitamente. Ma dimmi, Walter, la Regina non ha chiesto chi mi fossi? Ho creduto accorgermi d’una sua occhiata volta sopra di me.»
«Venti occhiate! sì, venti occhiate sopra di te! e le ho assicurato che sei un bravo soldato, un... ma per l’amor del Cielo conduciti via Tressiliano.»
«Vado, vado, rispose Blount. Ti dirò bene, che comincio ad avvezzarmi [23] a questa vita cortigianesca. Non è poi un passatempo tanto cattivo. Se non altro, offre modi d’innalzarsi. Dunque, Walter, amico mio, le dicesti che sono un bravo soldato, e un... un che cos’altro?»
«Un... tutto che non si può esprimere. Ma spacciati dunque, in nome di Dio!»
Tressiliano, senza opporre resistenza, e senza movere verun’inchiesta, seguì Blount, o a dir meglio si lasciò condurre nell’appartamento di Raleigh, sofferendo d’essere collocato in un letto sulle cinghie, che in uno di que’ gabinetti era stato apparecchiato ad uso di qualche servo. Nè tardò ad avvedersi che ogni sforzo per parte sua diverrebbe inutile a conciliargli le premure e i soccorsi degli amici, sintantochè il compire delle ventiquattr’ore da lui consacrate con promessa a rimanersi inoperoso, non gli facesse abilità di svelare tutte le cose, o veramente non gli togliesse ogni desiderio e pretesto di frammettersi in quanto riguardava il destino d’Amy, forse vicina ad unirsi col suo rapitore.
Dovette Tressiliano adoperare molta fatica, e assai rimostranze, fatte con calma e dolcezza, per evitare la molestia [24] di vedersi accampati nella sua stanza due uomini della guardia del conte di Sussex. Finalmente Blount in veggendolo tranquillo nel letto, diede due o tre calci, maledicendoli con tutto il cuore, a quegli stivali del mal augurio, i quali, giusta le nuove massime abbracciate dal Blount, erano stati il sintomo concludente, o forse anche la primaria cagione del disastro cui soggiaceva il suo amico. Per tal modo gli sforzi generosi e disinteressati operati da Tressiliano per la liberazione d’una donna, da cui non ebbe che ingratitudine, non gli partorirono in quel giorno migliori conseguenze del cadere in disfavore della Regina, e del farsi riguardare niente meno che pazzo dai propri amici.
[25]
I Sovrani anche i più saggi s’ingannano spesse volte siccome gli uomini di più bassa lega, e abbiam veduto alcuni di questi monarchi colle reali loro mani fregiar della ciarpa di cavaliere indegne spalle, sol meritevoli del marchio del carnefice. Che vuol farsi? Questi re certamente nelle loro azioni avevano per iscopo il meglio, ma non si può domandar conto ad essi che dell’intenzione, non già dell’evento.
Antica Commedia.
«Ella è cosa ben crudele, disse la Regina dopo la partenza di Tressiliano, il vedere un uomo, fornito dianzi di saggezza e dottrina ora ridotto ad avere il cervello affatto guasto. Le prove evidenti che ha date di follia dimostrano parimente essere prive di fondamento le accuse ch’egli ha promosse. Laonde, signor di Leicester, noi non abbiamo dimenticato l’inchiesta che ci avete fatta pel vostro fedele servo Varney, i cui pregi e la cui lealtà vogliono [26] avere il suo compenso dalla Sovrana, poichè a voi sono utili. Così il favore che siamo per compartirgli diverrà un premio dell’affetto zelante che ponete in servirci. Vi concediamo adunque la grazia che sollecitaste per Varney, e tanto più volentieri in tal giorno, che ricevendo ospitalità in vostra casa, vi dobbiamo anche per tale riguardo qualche prova d’animo grato. Si aggiugne che questa prova particolare di nostra benevolenza apporterà qualche sollievo al buon cavaliere di Devon, a sir Ugo Robsart, divenuto suo malgrado suocero di Varney; e spero per tal via riconciliarlo più facilmente col genero. A me la vostra spada, sig. di Leicester.»
La prese ella con molto riguardo, e la sguainò, e mentre le Milady, che le stavano di corteggio, volgeano altrove il capo prese da un brivido, finto o vero che fosse, gli occhi della Regina si portarono avidamente a mirare il lustro e i ricchi ornamenti damascati di quella scintillante lama.
«Se fossi stata uomo, diss’ella, credo che non avrei ceduto a nessuno de’ miei antenati nel desiderio di possedere una bella spada. Mi diletto molto nel contemplare le armi; e simile alla fata Morgana, di cui lessi le avventure in un [27] libro italiano... Oh! perchè mai qui non trovasi il mio figlioccio Harrington? Egli mi rammenterebbe il tratto di romanzo che vorrei citare... Certamente mi sarebbe grato il poter aggiustare i miei capelli, e la mia acconciatura dinanzi ad uno specchio d’acciaio, siccome è questo... Riccardo Varney, avanzatevi, e mettetevi in ginocchio. In nome di Dio; e di San Giorgio, noi vi facciamo Cavaliere! Siate fedele, valoroso, e felice... sir Riccardo Varney, alzatevi.»
Così fece il Varney, e si ritirò inchinando con gran rispetto la Sovrana, che tanto insigne onore gli conferiva.
«Domani, aggiunse la Regina, noi vi armeremo dello sperone nella cappella del Castello, e così daremo fine alla cerimonia. Intanto, vogliamo che abbiate un altro fratello d’armi. Ma poichè la giustizia dee regolare la distribuzione delle nostre grazie, abbiam divisato di consultare a tal uopo il nostro cugino, il conte di Sussex.»
Questo Pari, che dopo il suo arrivo a Kenilworth, ed anzi sin dal principio del viaggio erasi visto oscurar dal Leicester, portava ombrata da tetre nubi la fronte. L’aria sua di scontento non potè sfuggire alla Regina, che sperò serenarne [28] l’animo, e nel medesimo tempo conformarsi al proprio sistema di bilancia politica[3], concedendo un contrassegno particolare di favore al conte di Sussex, allor quando parea più compiuto il trionfo di chi gli era rivale.
All’ordine che ne ricevette da Elisabetta il Sussex, fu sollecito ad avvicinarsile, e la Regina gli chiese qual fosse fra i gentiluomini del suo seguito cui darebbe voto di preferenza nella imminente promozione. Ma quel Conte con maggior sincerità che accortezza, rispose: che avrebbe osato parlare a favore di Tressiliano, cui si credeva debitore della vita, e che d’altra parte, chiaro per sapere e per pregi militari, discendea da una famiglia scevra di macchie: «Ma, soggiunse di poi, temo che gli avvenimenti di questa notte!...» E qui si fermò.
«Vedo con piacere una tale circospezione per parte della Signoria vostra, disse Elisabetta. Dopo quanto è accaduto, i nostri sudditi avrebbero ragione di giudicare la loro Regina non meno stolta [29] di quel povero gentiluomo (perchè non credo mossa da cattive intenzioni la sua condotta) avrebbero, dissi, ragione di giudicare stolta la loro Regina, se prescegliessimo un tal momento, onde largheggiargli di favore.»
«Quand’è così, rispose il Conte alquanto scompigliato, la Maestà Vostra mi permetterà di additarle il mio scudiere, il sig. Nicolò Blount. Egli è gentiluomo di buona casa, ed anche abbastanza antica. Ha servito nella Scozia e nell’Irlanda, e porta sul proprio corpo onorevoli cicatrici.»
Elisabetta non potè far di meno di stringersi leggermente nelle spalle a tal seconda proposta; e la duchessa di Rutland ben lesse negli occhi della Regina come questa avesse sperato, che il Sussex le nomerebbe Raleigh, ponendola così in grado di soddisfare i propri desiderii ad un tempo, e di fare onore alla raccomandazione del Conte. Laonde, quale donna avveduta nell’arti cortigianesche, aspettò prima che la Regina acconsentisse all’inchiesta fattale a favore di Blount; poi soggiunse, che avendo que’ due potenti Pari avuta la permissione d’indicare un candidato alla cavalleria, ella oserebbe a nome di tutte le matrone presenti supplicare per un eguale favore.
[30]
«Non sarei donna, se ricusassi cotale inchiesta,» sorridendo la Regina rispose.
«Supplico adunque la Maestà vostra in nome di tutte queste Lady, aggiunse allor la Duchessa, ad innalzare al grado di cavaliere Walter Raleigh, che per lustro di nascita, e pei bei fatti d’armi, e per la solerzia da lui posta nel servire il nostro sesso colla spada non meno che colla penna, si è fatto degno di tale onore.»
«Ringrazio queste Lady, rispose Elisabetta col contento sul labbro, e condiscendo alla loro inchiesta. L’amabile scudiere senza mantello diverrà il prode cavaliere senza mantello, come voi altre lo desiderate: fate dunque venire a noi i due candidati.»
Blount per anche non ritornava; onde il Raleigh si avanzò solo e prostratosi, ricevè dalle mani della Sovrana il titolo di cavaliere, che pochi meritavano al pari di lui; tanto andava adorno di pregi.
Nicolò Blount arrivò qualche momento dopo, e seppe dal labbro di Sussex, che egli incontrò alla porta della sala, le intenzioni favorevoli della Regina, e l’ordine avuto di farlo appressare al trono. Egli è uno spettacolo non [31] molto raro, e ad un tempo penoso e ridicolo il vedere un uomo fornito di un criterio posato e non fatto agli slanci, allorchè, o la civetteria di avvenente donna, o qualsivoglia altro motivo lo traggono in quelle inezie che s’addicono soltanto all’amabile giovinezza, o a coloro in cui l’abito fe’ di queste una seconda natura. A tale condizione trovavasi il povero Blount, la cui testa era già sconcertata dalla ricchezza del suo abbigliamento, e che si era fitto in animo di dovere adattare a questo il proprio contegno. La subitanea novella di una tal promozione diede compiuto trionfo a quello spirito di leggerezza e di vanagloria che faceva guerra all’indole di lui primitiva, e d’improvviso trasformò un uomo semplice e di modi ruvidi anzi che no in un farfallino della specie più strana e ridicola che mai si fosse veduta.
Il candidato cavaliere si avanzò nel salone, che per sua disgrazia gli conveniva attraversare da cima a fondo. Volgeva la punta del piede al di fuori con tanta caricatura, che la parte posteriore della gamba presentandosi ognora la prima, somigliava assai ad uno di quegli antichi coltelli a lama ricurva. In tutto il restante del suo portamento [32] il Blount non dismentiva questa andatura grottesca. E tal mescolanza d’imbarazzo e di vanaglorioso contento era cosa sì compiutamente ridicola che i partigiani di Leicester non poterono rattenere un maligno sorriso, cui parteciparono senza volerlo alcuni pure fra i gentiluomini del Sussex, benchè costretti a mordersi dalla rabbia le dita. Lo stesso Sussex perdendo la pazienza, si vide alla necessità di dirgli all’orecchio: «Maledetto Blount non sai dunque camminare come fa un uomo e un soldato?» Tale rimprovero lo fece fremere e si fermò sgomentito, allorchè volgendo un guardo alle sue rosette gialle e alle sue calze rosse, prese nuova fidanza, e tornò a camminar come prima.
La Regina accolse il povero Blount cavaliere con una ripugnanza che non dava luogo ad equivoco. Perchè inoltre è da sapersi ch’ella era al sommo riguardosa nel conferire questi titoli d’onore, de’ quali dopo lei gli Stuardi largheggiarono con sì poca politica, che gl’impoverirono d’una gran parte dell’antico lor pregio. Non appena il Blount si fu allontanato, che la Regina volgendosi alla duchessa di Rutland, così disse: «Lo spirito di noi altre donne, mia cara Rutland, supera d’assai [33] lo spirito di queste creature che portan giubba e calzoni. Dei tre cavalieri proposti, il tuo candidato solamente era degno di questo titolo.»
«Sir Riccardo Varney, l’amico di milord Leicester... ha certamente il suo merito...» la Duchessa soggiunse.
«Varney, replicò la Regina, ha la fisonomia torva e la lingua melata. Temo bene non disonori il titolo che ha ricevuto. Basta! Io avea già promesso ciò da lungo tempo. Ma quel Sussex assolutamente ha perduto il cervello. La prima volta ci propone un matto della natura di Tressiliano; poi dopo, un vero campagnuolo è il suo secondo protetto. Ti giuro, mia cara Rutland, che quando mi stava davanti, facendo contorsioni e smorfie, come se la zuppa troppo calda gli avesse scottato il palato, ho fatto fatica, allorchè doveva percotergli l’omero colla spada, a non fracassargli in vece la testa.»
«Vostra Maestà nondimeno gli ha dato un abbraccio alquanto aspro, disse la Duchessa: noi abbiamo udito la lama della spada sonar sul suo collo, e il pover uomo ha fatto un moto come di chi si credesse ferito.»
«Non seppi astenermene, mia cara amica, rispose la Regina... Ma noi [34] manderemo questo sir Nicolò nell’Irlanda o nella Scozia, o in qualunque altro paese, purchè liberiamo la nostra Corte da tale cavalier campagnuolo.»
Dopo sì fatte osservazioni della Regina, la conversazione divenne generale; nè tardò il Leicester a supplicare sua Maestà perchè volesse venire a prendere la sua sede al banchetto.
Dovettero i convitati attraversare la corte interna del castello per giugnere ai nuovi edifizi ove trovavasi la vasta sala della mensa, già imbandita di una cena degna di sì bel giorno.
In questo tragitto i novelli cavalieri si videro circondati dagli araldi, dagli uomini d’armi e dai canterini che gridavano secondo l’usanza: generosità, generosità, o i primi fra i prodi cavalieri. Tale acclamazione, antica assai, intendeva ad eccitare la generosità dei candidati a favore di quelli, il cui mestiere stavasi o nel custodire le armature o nel celebrare con allegri canti le imprese de’ novelli cavalieri. Coloro ai quali s’indirigevano tali sollecitazioni, lor corrisposero con molta liberalità. Il Varney adoperò cortesia, e ricercata modestia nel distribuire i suoi donativi. Raleigh accompagnò i propri di quella grazia disinvolta che appartiene soltanto alle persone assuefatte [35] al viver dei Grandi. Il povero Blount diede tutto ciò che del suo assegnamento d’un anno il sartore gli aveva lasciato. In mezzo a quello scompiglio del suo animo traeva fuori le monete, poi si fermava a contemplarle, indi le distribuiva particolarmente a questo e a quello, coll’aria inquieta e col contegno d’un sagristano che fa la limosina ai poverelli della parrocchia.
Sì fatte liberalità vennero accolte fra i ringraziamenti e i vivat di costume. Ma poichè coloro che ne profittarono erano pressochè tutti persone poste al servigio del Leicester, il nome del Varney era quello che in mezzo a più vivi applausi si ripetesse. Soprattutto il Lambourne faceasi discernere co’ suoi schiamazzi: «Lunga vita a sir Riccardo Varney — Salute e onore a sir Riccardo — Non fu mai creato più degno cavaliere (ed aggiugneva abbassando la voce) incominciando dai tempi del valoroso sir Pandaro di Troia[4],» conclusione che fece ridere chiunque si trovò assai vicino per poterla udire.
Sarebbe cosa superflua l’intertenerci [36] più a lungo delle feste di questa sera, le quali furono sì brillanti, e tanto contentarono la Regina, che il Leicester ritirandosi nel suo appartamento, vi si portò affatto ebbro d’ambiziose speranze. Stava colà il Varney, che spogliatosi del ricco suo vestimento, in abito semplice e modesto aspettava il padrone per compiere le fazioni che giusta il suo ufizio spettavangli allorchè il Conte si metteva in letto.
«Che vedo, sir Riccardo? disse sorridendo il Leicester, queste umili vesti non si confanno alla nuova dignità cui siete innalzato.»
«La rinunzierei, rispose il Varney, sol ch’io immaginassi mi potesse allontanare dalla Signoria vostra.»
«Lo vedo, tu sei un servo riconoscente, soggiunse il Leicester; ma non ti permetterò il fare alcuna cosa, che possa pregiudicarti nell’opinione degli altri.»
A malgrado di questi detti, il Conte accettava i servigi del nuovo cavaliere, che diede a divedere in prestarglieli tanto contento quanto ne dimostrava colle parole.
«Non ho paura delle male lingue, rispose a tale osservazione del Conte il Varney, perchè non v’è in tutto questo castello (permettete adunque ch’io vi levi il collare), non v’è in tutto questo castello [37] alcuno che non si aspetti di vedere persone ben poste in più alto grado di questo ch’or debbo alla vostra bontà, di vederle, dico, tenersi onorate in adempiere presso voi gli ufizi di camerlingo.»
«Sì: ciò potrebbe accadere,» disse il Conte mettendo un involontario sospiro; poi soggiunse: «Dammi la mia veste da camera, o Varney, è d’uopo ch’io contempli il Cielo. Dimmi non dovrebb’essere ben tosto luna piena?»
«Credo di sì, Milord, lo mette almeno l’almanacco.»
Stava in quell’appartamento una finestra che aprendosi, mettea su piccolo poggio di pietra, merlato com’era d’uso in tutti i castelli d’architettura gotica. Spalancandola il Conte, vide dinanzi a sè gran parte del lago e del bosco che copriva l’opposta sponda. I raggi della luna posavano immobili sull’onda azzurra e sui folti gruppi degli olmi e delle quercie che si mostravano in maggiore distanza. L’astro della notte in mezzo al suo corso scorgeasi cinto da mille stelle secondarie. Calma profonda regnava sulla terra, solamente interrotta a quando a quando dalle voci delle sentinelle e dal lontano abbaiamento de’ veltri svegliati dagli apparecchi d’una caccia magnifica, che divisavasi pel nuovo giorno.
[38]
Contemplò il Leicester la volta del firmamento, e gli atti suoi e il suo contegno esprimevano come si stesse assorto in un’estasi irrequieta, intantochè il Varney, tenutosi all’ombra della parte interna di quella stanza, potea, senz’esser veduto, osservare con segreto giubilo il suo signore, che stendea le braccia verso i corpi celesti.
«O voi globi di vivace fiamma (tal fu l’invocazione che indirisse loro questo uomo ambiziosissimo), voi scorrete taciturni l’orbita della misteriosa vostra carriera. Ma la saggezza vi attribuì una loquela. Ditemi adunque qual sia l’alto destino a me serbato? La grandezza che agogno, sarà ella brillante, sublime, durevole quanto la vostra? o sarei io condannato a non risplendere che qual lampo fugace in mezzo alle tenebre della notte per ricadere indi verso la terra, simile agli avanzi di que’ fuochi d’artifizio, onde gli uomini tentano imitare i vostri raggi?»
Rimirò ancora il Cielo per un minuto o due, indi rientrò nella stanza, mentre Varney si mostrava inteso a riporre entro una cassetta i gioielli, che il Conte aveva posati sopra una tavola.
«Che pensa del mio oroscopo Alasco? richiese il Conte. Gli è vero che tu mel [39] dicesti, ma me ne sono dimenticato, perchè non ho seria fiducia in quest’arte.»
«Pure, v’ha degli uomini istrutti che pensano altrimenti, rispose Varney, e se io debbo dire sinceramente il mio avviso alla Signoria vostra, comunque non istrutto, sono fra quelli.»
«Ah! come Saule in mezzo ai profeti!... soggiunse il Conte. Io credea che tu professassi in vece un assoluto scetticismo su di tutte quelle cose che non puoi o vedere, o intendere, o toccare, o gustare, o ascoltare, in somma pensai limitata alla sola prova de’ sensi la tua credulità.»
«Potrebbe anch’essere che il desiderio di vedere adempiuta la predizione dell’astrologo mi rendesse più credulo in questo giorno. Alasco disse, che il vostro pianeta favorevole si trova nella sua culminazione, e che l’influenza contraria (nè volle più chiaramente spiegarsi) benchè non affatto vinta, è evidentemente nel suo retrogrado. Furono questi, mi sembra, i suoi propri termini.»
«Sì, veramente questi, replicò il Leicester, osservando una recapitolazione di calcoli astrologici, ch’ei si tenea fra le mani; l’influenza più forte sarà prevalente, e a quanto credo, l’ora fatale è passata. Aiutatemi, o Riccardo, a spogliarmi [40] della mia veste da camera, e rimanete un qualche momento, tanto che io mi ponga in letto. Credo che le fatiche di questa giornata mi abbiano messo la febbre nel sangue; ei scorre per le mie vene ardente al pari di piombo liquefatto. Aspetta anche un poco, te ne prego, vorrei pure sentirmi gli occhi gravi dal sonno.»
Il Varney rimase officiosamente vicino al letto del suo signore; indi pose una lampada d’argento massiccio insieme ad una spada sopra una tavola di marmo che era presso del capezzale. Fu allora che il Conte, fosse per non essere incomodato dalla luce della lampada, o fosse per nascondere il proprio volto a Varney, abbassò quanta parte di cortina bastava ad entrambi questi due scopi. Il Varney nel tornare ov’era prima, sedè colle spalle volte al Conte in tal modo, da fargli comprendere che in lui non era il disegno di spiarne la fisonomia, o indovinarne i moti dell’animo; poi aspettò che Leicester incominciasse a parlar della cosa, che il teneva meditabondo.
Il Conte, dopo avere per qualche tempo aspettato invano che il suo scudiere fosse primo a dar motivo ai discorsi si fece a dire in tal guisa: «Dunque, Varney, si va parlando della bontà che la Regina ha per me?»
[41]
«E come vorreste, o Milord, che si tacesse di cosa tanto manifesta?»
«Di fatto, ella è una buona padrona, soggiunse il Conte; ma fu la Saggezza stessa che scrisse: non ti fidare soverchio sulla buona grazia dei principi.»
«La sentenza è ottima e vera, sempre quando però non si abbia l’accortezza di collegare i nostri cogl’interessi loro in tal guisa, da tenerli in pugno come il falco prima di permettergli il volo.»
«Indovino a che intende il tuo discorso, disse il Leicester con impazienza, nè m’impedisce il comprenderlo tutta la circospezione che metti nel farlo. Vuoi significarmi, che sposerei la Regina, sol che il volessi.»
«La Signoria vostra lo disse, e non io. Ma che rileva qual di noi due l’abbia detto? Sopra ogni cento persone ve n’ha novantanove in Inghilterra che credono la medesima cosa.»
«Sì, (disse il Leicester, ravvolgendosi per il letto) ma la centesima è meglio istrutta delle novantanove. E tu! tu, a ragion d’esempio, conosci tali ostacoli che non si possono superare.»
«E nondimeno, la cosa debb’essere, se vogliamo aver fede alle stelle,» disse posatamente l’astuto Varney.
«Che cosa dici? Eh! ch’io so non [42] credere tu nè all’astrologia, nè a verun’altra cosa.»
«Domando perdono alla Signoria vostra, ella è nell’errore. Io credo a certi presagi dell’avvenire. Non dubito per portarne un esempio, che se pioverà in aprile, vi saranno fiori nel maggio, che se farà bel sole, il grano diverrà maturo. E nella mia filosofia naturale trovo parecchie cose che mi trarrebbero a prestar fede alle stelle, se le stelle le predicessero. Ne deriva quindi che non mi asterrò certamente dall’aver fiducia in questi eventi, i quali generalmente sono aspettati siccome desiderati, per ciò solo che gli astrologi credettero d’averli letti nel Cielo.»
«Hai ragione (disse Leicester smaniando più fortemente nel letto). Tutti desiderano queste nozze. Ne ho ricevute congratulazioni dalle chiese riformate dell’Allemagna, de’ Paesi Bassi e della Svizzera, tutte persuase che dipenda da tali nozze la salute d’Europa. La Francia non sarebbe per opporsi al loro effettuarsi, e la fazione dominante della Scozia le avrebbe siccome una sua guarentigia; la Spagna le teme, ma non ha forza di contrariarle; e contuttocciò vi è noto che sì fatto avvenimento è impossibile.»
«Non vedo tutta questa impossibilità. [43] La Contessa è incomodata nella salute.»
«Sciagurato! (sclamò Leicester alzandosi dal letto ed afferrando la spada posta sopra la tavola) abbandona questi pensieri esecrabili. Vorresti forse assassinarla?»
«Per chi mi prende la Signoria vostra? (disse il Varney pompeggiando di tutta quella dignità che s’addirebbe alla calunniata innocenza). Non mi è sfuggito alcun accento che possa dar motivo a tanto orribili imputazioni. Solamente dissi che la Contessa è inferma, e comunque amabile e teneramente amata, non è per ciò men soggetta alla legge universale. Ella potrebbe morire, e la Signoria Vostra rimanere in libertà.»
«Lungi da me un’idea sì desolante! Che non se ne parli più mai!»
«Auguro la buona notte alla Signoria vostra,» e in dir questo si alzò Varney, il quale finse interpretare le ultime parole del Conte siccome un comando d’andarsene. Ma lo rattenne il Leicester.
«Tu non mi fuggirai così, compare matto. E credo in vero, che il tuo nuovo grado ti abbia fatto dar volta al cervello. Dimmi dunque, tu non riguardi questi ostacoli come invincibili?»
«Milord, permettetemi. Piaccia a Dio di concedere lunga vita alla vostra bella Contessa, benchè nè l’amore che le [44] portate, nè i miei voti abbiano forza di renderla immortale. Ma viva pur ella quanto lungamente è da desiderarsi per la sua e per la vostra felicità! questi nodi a mio avviso non v’impediscono di farvi re d’Inghilterra.»
«Eccone una d’altro conio! Tu sei pazzo; assolutamente pazzo, povero il mio Varney!»
«Eppure! vorrei come son sicuro di quanto dico, esserlo di possedere un giorno una bella e buona signoria. Ignorate forse, come in altri paesi può starsi un maritaggio di mano manca fra persone di grado diverso, e che tal maritaggio non costringe il marito a ricusare nodi più convenevoli al suo stato?»
«Sì veramente; intesi dire, che quest’uso veniva praticato nell’Allemagna.»
«Vi dirò di più. Si pretende che i dottori delle università straniere aggiungano forza a questa duplicità di nozze col peso di vari testi della scrittura. In fine poi qual gran male sarebbe? L’amabile compagna che vi siete prescelta avrebbe tutti i migliori vostri momenti, quelli cioè del riposo, che son pur quelli in cui l’animo si apre con libertà in seno all’amore ed all’amicizia. Non danno per la sua fama: non pace tolta alla sua coscienza. Allora, voi siete padrone di provvedere a [45] tutto, se il Cielo vi fa felice di prole. Potete poi anche riserbare ad Elisabetta dieci volte più tempo e dieci volte più amore di quanto mai don Filippo di Spagna non ne abbia consacrato a Maria, sorella d’Elisabetta. E nondimeno sapete che quella moglie di don Filippo ad onta di tanta negligenza e freddezza amò assai suo marito. Non sono necessarie a tal fine che bocca chiusa e fronte aperta, ed è in voi tutto l’arbitrio di tenervi ad un tempo e la vostra Eleonora, e la vostra bella Rosamonda. Lasciate a me l’incarico di trovarvi un ritiro, ove non giunga mai a penetrare l’occhio geloso della Regina.»
Il Leicester mantenne per qualche tempo il silenzio poi sospirando disse: «No, la cosa è impossibile. Addio, Varney... Rimanete un altro istante. Che giudicate voi di Tressiliano e del disordinamento della sua mente? Non potrebb’egli essere che questo delirio ed il negletto abito con cui si presentò agli sguardi della Sovrana, avessero secondi fini? Ch’ei credesse forse d’eccitare nell’animo d’Elisabetta quella compassione non solita a negarsi giammai ad un amante abbandonato dalla sua donna, e tratto perciò fuor di senno?»
Varney diede in grande scoppio di risa, [46] e ridendo rispondea: «Oh! Tressiliano non pensa a tal cosa.»
«Spiegati, non t’intendo. Nè tu ridi mai che sotto il tuo riso non covi qualche malizia.»
«Volea dire, o Signore, che Tressiliano ha trovato l’espediente il più sicuro per non morire d’affanno. Si è provveduto d’un divagamento, d’una compagnia. La sorella d’una specie di commediante, cred’io, alloggia seco lui in quella camera della torre di Merwyn che per motivi particolari io avea ordinato gli fosse assegnata.»
«Si è fatta un’amica, tu il credi, si è fatta un’amica?»
«Certamente! Milord, ma una di quelle amiche, che vanno nelle stanze dei gentiluomini ad aspettare ore intere tantochè giungano.»
«In fede mia è tal novelletta, che sarà ottima da raccontarsi a tempo e luogo. Già per massima non ho mai creduto a questi dotti che hanno la fisonomia di bacchettoni. Ma bene! sig. Tressiliano, voi almeno non fate cerimonie in mia casa. Se do passata a questa libertà ch’ei si prende, può ringraziarne una certa ricordanza che mi dura tuttora. Nondimeno, Varney, tenete l’occhio sopra di lui.»
«Per vegghiarlo meglio appunto lo [47] alloggiai nella torre di Merwyn, ove gli fa la guardia il mio servo, vigilantissimo comunque sia il primo beone che viva su questa terra. Intendo Michele Lambourne, quell’uomo di cui altre volte ho parlato a Vostra Maestà.»
«Vostra Maestà! Che significa un tale epiteto?»
«È un epiteto, Milord, che se non istò bene attento, mi corre al labbro senza che io il voglia; ma mi sembra epiteto sì naturale, che non ho cuore di ritrattarlo.»
«In somma, mi confermo in questo ognor più: la tua recente dignità ti ha sconcertato il cervello; i nuovi onori vanno alla testa, come il buon vino.»
«Possa la Signoria vostra parlarne ben tosto per esperienza!» e in questa Varney si ritirò augurando al suo signore la buona notte.
[48]
«Ecco la vittima in vicinanza dell’empio che la tradisce, a guisa di cerva giacente a piedi del cacciatore, che offre a nobil matrona, signora della caccia, la spada ignuda, per portare il colpo estremo allo spirante animale.
Il Taglialegna.
N’è d’uopo far ritorno all’appartamento di Merwyn; o piuttosto al carcere dell’infelice contessa di Leicester, che per qualche tempo seppe frenare l’impazienza e l’inquietezza fra cui avvolgeasi. Ella ben sentiva come in mezzo al tumulto, inevitabile in sì fatto giorno, era tra le cose possibili, che la sua lettera non fosse così presto giunta a Leicester, e che per altra parte non gli era lecito il sottrarsi improvvisamente al suo servigio presso Elisabetta per venire a visitar lei in quell’asilo recondito. «Comprendo che non posso sperare di vederlo prima di notte, pensava ella fra se medesima. So che farà ogni possibile per anticiparmi [49] tale contento. Pur m’accorgo che dovrò portar con pazienza questo ritardo.»
Ciò nullameno non passò istante che ella non si aspettasse il Conte, e mentre volea persuadere a se stessa il contrario, ogni lieve rumor ch’ella udia, gli dipignea il Conte frettoloso di correre fra le sue braccia.
Le fatiche del precedente viaggio, e l’agitazione, ben naturale in chi sofferiva tanto penosa incertezza, diedero tale scotimento ai suoi nervi ch’ella omai si temeva incapace di aver forza per quegli eventi quali si fossero che l’aspettavano. Ma comunque viziata anzi che no in sua fanciullezza, robusti ne erano l’animo ed il temperamento; chè alla robustezza del secondo genere avea molto contribuito l’esercizio di cacciar sovente in compagnia di suo padre. Ella chiamò in soccorso attorno di sè tutte le proprie forze, e ben comprendendo come il suo futuro destino dipendesse in gran parte dall’intrepidezza che avrebbe serbata, pregò silenziosa il cielo volesse reggerla, e fece ad un tempo proposito di non cedere ad alcun moto dell’animo che fosse inteso ad indebolirla.
Pure allor quando la maggior campana del castello, che posta sulla torre di Cesare distava poco dall’altra di Merwyn, [50] incominciò ad annunziare l’arrivo della Corte, tal suono fu oltre ogni dire penoso ad organi delicati, che l’interno turbamento rendea men atti a forti impressioni; laonde non potea rattenersi al mettere un dolente grido ogni qual volta udiva il cupo squillar di quel bronzo.
E peggio fu poi allora che vide la picciola stanza in cui stavasi come innondata da flutti di luce, mandata ivi dai razzi che s’incrocicchiavano per l’aria a guisa di fantasmi di fuoco, o di salamandre che eseguissero bizzarre danze nella regione de’ Silfi. Le parve in quell’istante, che ognun di que’ razzi scoppiasse in tanta vicinanza de’ suoi occhi ond’ella ne sentisse il calore.
Pur lottò contro questi terrori fantastici, superando se medesima tanto da mettersi alla finestra e contemplare uno spettacolo che, in altri tempi, e vago e maestoso le sarebbe comparso. Le torri magnifiche del castello andavano ornate di ghirlande di fuochi artifiziali, o coronate da un pallido vapore. La superficie del lago scintillava siccome ferro nella fornace, mentre i razzi lanciati all’aria, e cadenti senza spegnersi nell’acqua, rassembravano draghi incantati che giostrassero sopra un lago di fuoco.
Diremmo quasi che per brevi istanti [51] ella ebbe diletto d’uno spettacolo tanto nuovo per lei.
«Io crederei (tali erano le sue meditazioni) tutto questo essere effetto d’arte magica, se il povero Tressiliano non mi avesse insegnato ad apprezzare al giusto le cose... Gran Dio! questi vani splendori sarebbero mai l’emblema delle speranze ch’io nutro? La felicità che ho provata sarebbe forse una scintilla, presta ad essere inghiottita entro un mare di tenebre?... un chiarore effimero, che si solleva un momento nell’aria sol per far di più alto la sua caduta?... O Leicester! dopo quanto mi dicesti, dopo quanto tu mi giurasti, ho da credere che tu sia il mago al cui cenno nascono tanti prodigi, e che la tua Amy non si rimanga a vederli se non se come una donna esiliata, anzi prigioniera?... quell’Amy che era il tuo amore, la tua vita!»
La continua musica che risonava dalle diverse bande del castello, or più distanti or più vicine, le mantenevano variatamente nell’animo le stesse idee dolorose. L’armonia più lontana e più dolce sembrava accordarsi meglio colle sue pene; e l’altra come più romoreggiante e più gaia parea far quasi insulto all’infortunio, cui soggiacea.
«Questa musica appartiene a me, se [52] appartiene a lui; ma non è in mia facoltà l’interromperla. Oh! farei cessare questi suoni troppo rumorosi. Il più infimo fra i contadinelli, postosi in danza, ha per regolare la musica più potere che non ne ho io padrona di tutti questi luoghi.»
Cessato a poco a poco il suono degli strumenti, la Contessa abbandonò la finestra d’ond’era stata ad ascoltarli. Comunque fosse innoltrata la notte, tanto era in quella stanza il chiaror della luna, che Amy potè ordinarvi le cose come le piacque meglio. Ella sperava che Leicester non avrebbe tardato di recarsi a lei tostochè il tutto fosse più tranquillo entro il castello. Ma doveva ad un tempo temere ch’altre persone non venissero a disturbarla. Nè più sicura teneasi per avere ella la chiave della stanza; poichè Tressiliano era entrato con tanta facilità benchè la porta fosse chiusa internamente. Laonde tutta la diligenza che potè usare in tal circostanza si ridusse a collocar la tavola per traverso, affinchè il rumore l’avvertisse se qualcuno facea prova di penetrare lì entro. Dopo aver dunque praticata questa necessaria cautela, l’infelice Amy si gettò sul suo letticciuolo, tutta assorta ne’ pensieri che le dava un aspettar sì penoso, [53] e contando ogni minuto finchè sonasse un’ora dopo la mezzanotte. La natura spossata finalmente potè più di quanto avevan potuto e il cordoglio e l’inquietezza; laonde Amy fu vinta dal sonno. Sì: ella dormì... Dorme l’Indiano nelle pause frapposte ai tormenti cui lo assoggettano i suoi crudeli padroni. Così del pari i tormenti del cuore stancano finalmente la forza in lui di sentirli, nè rinnovellano i loro assalti che presa nuova lena nel durar d’un sonno letargico.
La Contessa pertanto dormì alcune ore; e sognò trovarsi nell’antico soggiorno di Cumnor, attenta coll’orecchio se udiva il fischio, onde Leicester facea nota la sua giunta fin dal cortile allor quando con una delle segrete sue visite la veniva a sorprendere gratamente. Poi le parve udire in vece lo squillo d’un corno da caccia, e quella stessa sinfonia, cui l’aveva usata il padre suo ogni qualvolta stendea morto un cervo, sinfonia che i cacciatori nomavano della morte. Credè indi correre ad una finestra che guardava nella corte, ov’era molta turba di gente raccolta in lugubri vesti, e il vecchio curato che recitava meste preci, e Mumblazen messo in antico uniforme d’araldo e tenendo uno scudo che presentava gli emblemi di cui si fa mostra ne’ funerali; [54] ossa incrocicchiate e cranii e oriuoli a polvere posti attorno allo stemma gentilizio cui sormontava una corona di Conte. E vedea il vecchio genitore, che con sorriso per lei terribile sì le diceva: Amy, che ti sembra del blasone di questo stemma? e dopo tali parole le sonava di nuovo all’orecchio la musica della morte, e in questa si risvegliò. E udì veramente suono di corno da caccia, anzi di molti, che empieano il castello non d’armonia ferale, ma che annunziavano a tutti gli ospiti di Kenilworth una lieta alba, e la caccia del cervo, da cui nel vicino parco doveano cominciare i sollazzi di quella giornata.
«Egli non pensa a me, andava ripetendo fra se medesima Amy. Fastoso di avere una Regina per ospite, poco gli grava che in quest’angolo oscuro del suo palagio languisca una misera donna, omai tratta a disperazione da un’incertezza la più dolorosa.»
D’improvviso un romore che le parve ascoltare all’uscio, come se alcuno avesse cercato d’aprirlo di soppiatto, portò nell’animo suo un delizioso sentimento di gioia cui però la tema si frammettea. Tantosto sorta, si affrettò a liberar la porta dalla sbarra che vi avea posta ella stessa, ma innanzi aprirla, ebbe la [55] cautela di chiedere: Sei tu mio amore?
E il sommesso mormorio d’una voce che le rispondea: Sì, mia Contessa, non le lasciando più dubbio veruno, aperse la porta, sclamando Leicester! e gettò le braccia attorno al collo di quello straniero che rimanea sulla soglia avvolto nel suo mantello.
Ma costui era in vece lo scellerato Lambourne, che sì rispose, in suo stile: «Non è del tutto, del tutto Leicester, o mia leggiadra e tenerissima duchessa, ma è tal uomo che equivale bene a Leicester.»
Immantinente con una forza che non avrebbe mai creduto di possedere, Amy respinse quell’uomo indegno e si sciolse dalle sue braccia, arretratasi fino in mezzo alla stanza, ove la disperazione le diè coraggio a fermarsi.
Costui seguendola fin lì, lasciò cadere il mantello che il volto gli ricopriva. Allora fu che Amy riconobbe il servo di Varney, quell’uomo, da cui men che da tutt’altri di questa terra avrebbe voluto essere riconosciuta, se si eccettui l’indegno padrone che lo stipendiava. Ma portando ella ancora il suo abito da viaggio, e Lambourne non essendo stato ammesso che una sola volta al cospetto di lei nel castello di Cumnor, sperò che [56] egli non così agevolmente la ravviserebbe, com’ella riconobbe appieno quel ribaldo, che Giannina le avea fatto osservare dalla finestra, e lo avea dipinto coi colori che a costui pertenevano, tutte le volte che dopo accompagnato Varney nel castello di Foster, s’interteneva nella corte ad aspettare il padrone.
E tali considerazioni avrebbero maggiormente accresciuta in Amy la fidanza di rimanergli ignota, se si fosse accorta che costui era briaco oltre ogni confine; ma il fare una tale scoperta le sarebbe stato tutt’altro che conforto per quanto spetta al rischio di trovarsi sola a tale ora, in tal luogo, con uomo giunto a quello stato e di sì perversa natura.
Il Lambourne chiuse la porta appena entrò, ed incrocicchiate le braccia come in atto di schernire la donna che non conoscea, prese a favellarle in tai sconci modi:
«Ascoltami, bella Callipoli, amabile contessa de’ cenci, divina duchessa de’ cantucci reconditi; se ti vuoi prendere il fastidio di raggrupparti in te stessa, come un cuoco raggruppa un uccello tolto dallo spiedo, e ciò per farmi più gradevole il diletto di trinciare... ti assolvo da questa briga... La tua prima franchezza mi piaceva assai più; sì, mi piaceva assai più [57] (e in ciò dire fece un passo innanzi e barcollò)... come ti dico, mi piaceva più, ed il metodo che hai preso ora, non mi garba.... come non mi garba questo maledetto pavimento, lasciato, credo, in alto e basso dal diavolo, e che mette un galantuomo in pericolo di rompersi il collo, se non si tiene all’erta come un saltatore sulla corda tesa.»
«Fermati, disse la Contessa, non ti accostare se t’è cara la vita.»
«Anche minacce! Come sta questa faccenda, o signora? Ma potete voi trovare un uomo più compagnevole di Michele Lambourne? Figlia mia, ho viaggiato in America, ove l’oro nasce da sè, e ne ho portate tai grosse verghe....»
«Mio caro amico (disse la Contessa atterrita dal tuono d’audacia e di sicurezza nella quale si teneva il malvagio) mio caro amico, esci te ne prego e lasciami sola.»
«Gli è quello che dirò a te, mia carina, quando saremo stanchi l’uno dell’altro.... ma non prima.»
Allora l’afferrò per un braccio, ed Amy incapace di resistenza, si difendeva unicamente colle sue grida.
«Eh via! gridate quando volete, dicea il Lambourne così tenendola. Ho udito il flutto nel suo più forte mugghiare. Figuratevi [58] se mi prendo fastidio dello strillar d’una donna! Il miagolare d’un gatto mi fa la stessa impressione... Mi porti il diavolo.... se a queste orecchie non sono arrivate le urla di cento donne in un colpo, quando abbiam preso una fortezza d’assalto.»
Nondimeno le grida di Amy attrassero in quella stanza un difensore non aspettato. Lorenzo Staple cui giunse il suono di questi strepiti fino nella sua stanza da letto, corse a proposito per impedire che la Contessa fosse scoperta e fors’anche per salvarla da una più atroce violenza. Non che questo Lorenzo non fosse egli pure briaco la sua parte per una conseguenza tuttor durevole della crapola del dì innanzi; ma per buona sorte la sua ubbriachezza avea presa indole affatto diversa da quella del Lambourne.
«Che cosa è tutto questo bordello nella mia prigione? diss’egli. E che? un uomo e una donna appollaiati nella medesima stanza! Gli è contro tutte le regole. Oh! voglio che si serbi decenza ne’ miei dominii! Sì, per S. Pietro in Vinculis.»
Allora il Lambourne: «Scendi presto la scala, affrettati, cane d’imbriaco, non vedi che questa donna ed io vogliam restar soli?»
«Ottimo e degno signore (esclamò allor [59] la Contessa, indirigendosi a quel guardiano), salvatemi da quest’uomo, salvatemi per pietà!»
«Questo si chiama parlar bene! soggiunse allora Lorenzo. Io porto affetto ai miei prigionieri, e ne tengo in custodia di tanto buoni quanto quelli di Newgate, o dell’altre prigioni di Londra. Laonde questa donna, appartenendo alla mia greggia, non vi sia chi la molesti entro il suo ovile. Michele! o lasciala in pace, o per Dio! t’accoppo colle mie chiavi.»
«Voglio piuttosto fare un sanguinaccio col tuo diafragma (rispose il Lambourne mettendo una mano alla squarcina, e tenendo la Contessa coll’altra). Laonde pensa ai casi tuoi, vecchia ostrica, che hai tutto il tuo catta pane in un mazzo di chiavi.»
Lorenzo fermò il braccio di Michele impedendogli di sguainare la sciabola, e mentre il Lambourne lo rispigneva, la Contessa fece tale sforzo, che pervenuta a sciogliersi dalle mani di quello scellerato, e lanciandosi verso la porta, uscì della stanza, e con indicibile agilità fece quant’era la scala: già fin dall’atto dei primi suoi passi aveva udito, il che le accrebbe in quell’istante sbigottimento, il romore fatto dai due campioni che stramazzarono [60] entrambi. Essendo rimasto aperto l’ultimo sportello, ne profittò, e trovossi tutta abbrividita nel luogo di delizia che le parve il più favorevole per sottrarsi a nuova persecuzione.
Intanto Lorenzo e Michele s’avvoltarono pel pavimento stringendosi fortemente l’un contra l’altro. Per buona ventura di ciascun d’essi, non aveano sguainate le sciabole. Lorenzo però trovò modo di lanciar le pesanti sue chiavi in volto al Lambourne, che per vendicarsi prese sì fortemente per il collo il guardiano della torre, che gli fece uscir sangue dalla bocca e dalle narici. Erano in tale stato, quando un ufiziale della casa di Leicester, mosso da quello strepito entrò e pervenne non senza durar molta fatica a disgiugnere i due combattenti.
«Possa entrambi soffocarvi la peste, e voi sopra tutti, maestro Lambourne! Sì disse quel caritatevole mediatore. Che diavolo fate lì, battendovi come due cani che s’azzuffano in un macello?»
Sorse da terra il Lambourne, e calmato alquanto dalla mediazione di questo terzo, lo riguardò con minore impudenza, che non fosse in lui d’uso: «Se vuoi saperlo, ci battiamo per una donna.»
«Una donna! dov’è?» soggiunse l’ufiziale.
[61]
«Sarà scomparsa, disse il Lambourne guardandosi intorno; se però Lorenzo non se l’è trangugiata. Quel suo lordo ventraccio, nell’inghiottire misere donzelle ed orfani oppressi, non la cede alla gola dei giganti ricordati dalla storia del re Arturo. Costui non ha altro nudrimento, e si divora le povere creature in corpo, anima, e sostanze.»
«Sì, sì; ma qui non cade la quistione, soggiunse alzatosi da terra Lorenzo. Ho avuto sotto il dominio delle mie chiavi molta gente che valea meglio di te, la intendi, maestro Lambourne? E prima che le cose sieno finite, ci cascherai tu pure; e la tua sfrontatezza non ti salverà sempre le gambe dalla catena, nè il collo dallo spago.»
Pronunziate appena da Lorenzo queste parole, Michele voleva gettarsi un’altra volta sovr’esso.
«Orsù, non ricominciate, gridò imperiosamente quello scudiere, o chiamerò un tale che farà far giudizio ad entrambi. Intendo maestro Varney, o vogliamo dire Sir Riccardo, che appunto ho veduto, son pochi istanti, attraversare la corte.»
«Dici tu vero? (gli chiese bestemmiando il Lambourne, indi corse al bacino e alla brocca). A te maledetto elemento, [62] fa ora l’ufizio tuo. Credea essermi per sempre liberato da te, trascorrendo nel galleggiare da Orione l’intera notte, chè mi sembrava essere divenuto un turacciolo di sughero, sopra un barile di birra.»
Si lavò, ciò dicendo, il volto e le mani, e riparò alla presta il disordinamento dell’abito.
Intanto lo scudiere seriamente volgeasi al guardiano: «Che gli facesti dunque? vedi come n’è enfiato il volto.»
«Oh! è una piccola impressione fatta dalla chiave del mio gabinetto, marchio troppo nobile ancora pel ceffo di quell’animal di galera. Nessuno debbe attentarsi ad oltraggiare i miei prigionieri; sono eglino i miei gioielli, e troppo mi rileva l’immunità della cassetta ove li custodisco. Però cessino le vostre grida, o Signora... Ma qui era pure una donna!»
«Credo che siate matti per tempo e l’uno e l’altro, soggiunse allor lo scudiere. Io qui non ho veduto donne, e per parlare aggiustatamente nemmeno uomini, ma solamente due animali che si ravvolgeano l’un l’altro sul pavimento.»
«Oh misero me! Lorenzo sclamò. La prigione è stata forzata! questo è il tutto, la prigione di Kenilworth è stata [63] forzata! Chi l’avrebbe detto, della più forte prigione che siavi incominciando dal nostro paese e portandosi fino alla terra di Galles? d’una torre, ove e cavalieri e conti e re hanno dormito con tanta sicurezza quanta se ne trova nella torre di Londra! Ella è forzata, i prigionieri fuggirono, e il guardiano di essa corre rischio di venir appiccato!»
Così parlando si ritrasse nella propria stanza per continuare a bell’agio le sue lamentazioni, o piuttosto per ricuperare dormendo la ragione andatagli a diporto.
Il Lambourne e lo scudiere il seguiron d’appresso, e ben lor tornò, perchè costui, seguendo il suo stile, avea chiuso lo sportello, che non erano anche usciti, e se non fossero stati in tempo per farlo riaprire, rimanevano trappolati là d’onde la Contessa si liberò.
Come il dicemmo, l’infelice Amy erasi rifuggita nel luogo di delizia, ch’ella avea già considerato standosi alla finestra della torre di Merwyn. Nell’atto della ricuperata libertà il primo pensiere corsole all’animo fu che in mezzo ai boschetti, ai frascati, alle statue e alle grotte onde quel luogo abbellivasi, avrebbe facilmente trovato un asilo, ove starsi nascosta sintantochè le comparisse qualcuno atto a proteggerla, e degno ch’ella gli confidasse [64] le sue angoscie, e proclive a sentirne pietà, tale in fine che le procacciasse una via di abboccarsi col Conte.
«Oh potessi vedere Wayland! Saprei finalmente se la mia lettera fu consegnata. Ovvero, m’incontrassi almeno in Tressiliano! Costretta a scegliere fra’ mali sarebbe anche minore l’espormi alla collera di Dudley, svelando il mio stato ad un gentiluomo d’onore a fronte del rischio di sofferir nuovi insulti dalla ciurma invereconda di questo fatale castello. Oh! non mi commetterò più mai a starmi chiusa entro una stanza! Aspetterò..... starò all’erta..... Fra tanta moltitudine di persone, non ne troverò io una sola buona, e capace di sentir pietà del mio affanno?»
Veramente, Amy vedea trascorrere dinanzi a sè molti gruppi di quegli ospiti, che attraversavano il luogo di delizia. Ma numerosi troppo erano tai drappelli per incoraggiarla a presentarsi, e per altra parte non sembravano fuorchè intesi a ridere e a folleggiare in una giornata che parea sacra unicamente al diletto.
Il ritiro ch’ella avea scelto involavala ad ogni sguardo; ed era una grotta di rustici ornamenti tappezzata, in fondo a cui zampillava una fontana, luogo opportunissimo ad Amy per tenervisi ascosa, [65] o per iscoprirsi a qualcuno che vago di sottrarsi alla folla, e in compagnia de’ propri pensieri, cercasse in quel romantico asilo un riposo. Ella si mirò nello specchio cui offerivale il cheto bacino della fontana; e sin dalla propria immagine fu atterrita, tanto si vedea cambiata e sformata. Certamente, nel disegno di fidarsi ad altri, le venne pure in mente, che una persona del suo sesso sarebbe stata più inclinata ad impietosire di lei; ma dopo essersi riguardata, temette se si scontrava in tale persona non esserne anzi con ribrezzo rispinta.
Quindi ragionando, come ragionar dovea una giovinetta che dà qualche peso e si confida al potere delle forme sue e dei suoi vezzi, svestì l’abito da viaggio, che ne copriva un più adorno, e mise a terra il suo largo cappello, i quali arnesi tenne vicino a sè in modo da poterli prendere prima che qualche persona giugnesse al fondo di quella grotta, se per mala sorte le persone entratevi fossero state Varney, o Lambourne, che nuovamente le rendessero necessario il travestirsi.
Tal sopravvesta, di cui Wayland la provvide nel viaggio, somigliava a quelle delle commedianti che doveano aver parte negli spettacoli apparecchiati per la Regina. [66] Quella fontana adunque prestò ufizio di specchio e di brocca ad Amy, che ne profittò per assettarsi affrettatamente: indi tenendosi fra le mani lo scrignetto delle sue gioie, che pur poteva divenirle utile a procacciarsi intercessori, si adagiò sopra un sedile di verzura posto in fondo alla grotta, aspettando ivi soccorso unicamente dal caso.
[67]
Così nibbio talor ratto in suo volo
Corre a ghermir la timida pernice,
Che instupidita manca di consiglio
Per fermarsi o fuggir dal crudo artiglio.
Prior.
Accadde in questo giorno sì memorabile, che fra le cacciatrici più sollecite di prevenire il mattino si trovò la Principessa medesima, la Regina vergine d’Inghilterra. Non so se a caso, o per un effetto della cortesia, che il Leicester dovette ad una Sovrana in ver lui prodiga di tanti onori, non appena Elisabetta avea posto il piede sulla soglia della porta, si vide innanzi il Conte, che le domandò, tantochè si terminavano gli apparecchi della caccia, se le sarebbe tornato in grado visitare il luogo di delizia, e i giardini del castello.
Al che avendo acconsentito la Regina, ed appoggiandosi al braccio di Leicester, scesero sul terrazzo innoltrandosi fino ai giardini. Le dame di Corte, quali persone antiveggenti, e comportandosi come [68] avrebbero voluto ch’altri facessero con se medesime, credettero loro dovere il non seguire in troppa vicinanza la Principessa; e paghe di non perderne coll’occhio le tracce, lasciarono libertà ai segreti colloqui che, senza spiegarlo, potea desiderar la Sovrana col ragguardevole personaggio, in cui ella vedea non solamente il proprio ospite in quell’istante, ma il primo fra i suoi servi ch’ella onorava di considerazione e favore. Le ridette Milady ammiravano intanto le grazie che sfoggiava l’illustre coppia, vestiti entrambi d’abiti da caccia, ricchi in loro semplicità quanto lo erano gli sfarzosi del giorno trascorso.
L’abito della Sovrana, tessuto di seta azzurra e guernito di galloni e cordelline d’argento alla foggia delle antiche Amazzoni, giovava ammirabilmente nel farne spiccare le belle forme della persona, e la dignità del portamento, perchè consuetudine di comando e naturale orgoglio aveano giunto a queste forme non so quale apparenza di maschile, che lor toglieva alcun poco di vezzo, quando Elisabetta andava ornata degli abiti al sesso di lei addicevoli.
Vestito il Leicester di panno verde di Lincoln con preziosi ricami d’oro, lo cignea sontuoso pendaglio cui raccomandati [69] erano il corno e il coltello da caccia che tenea luogo di spada. Nè men leggiadro sotto tale abito mostravasi il Conte che sotto quelli, ond’era solito pararsi ossia alla Corte, ossia assistendo a cerimonie militari. Poichè tanto ne era perfetta la struttura de’ muscoli, onde ad ogni veste addossata, detta l’avresti quella che meglio a lui convenivasi.
Certamente non pervennero a noi per intero i discorsi che ebbero insieme i due personaggi, ma acuti e finissimi oltre ogni dire sono gli occhi e le orecchie de’ cortigiani, per lo che alcune fra le persone di seguito pretesero essersi accorte che non mai in altre occasioni Elisabetta avea sì volentieri addolcito il rigore del regio decoro per dar luogo ad accenti da’ quali traspariva tenerezza e soave perplessità. Più lento erane il passo, e quasi parve dimentica di quella severità che dominava ne’ modi soliti del suo andamento.
Tenea chini gli occhi, e mostrava una irresoluta intenzione di allontanarsi dal Conte, ma con quell’esterno atteggiamento, che nelle femmine non di rado annunzia come ciò che sentono internamente sia diverso da quanto manifestano al di fuori. La duchessa di Rutland che più dell’altre ebbe coraggio di avvicinarsi [70] alla Regina credette avere scorta una lagrima su quel ciglio, ed un improvviso rossor sulle guance. «Soprappiù, aggiugnea la Duchessa, i suoi sguardi si volsero altrove per non iscontrarsi ne’ miei; eh sì! le occhiate solite di questa Sovrana avrebbero forza d’intimidire un leone». I nostri leggitori indovineranno agevolmente quale oroscopo si trasse da tali sintomi, nè forse si mancò di fondamento nel trarlo.
Un segreto colloquio fra due persone di sesso differente decide il più delle volte de’ loro destini, e le guida oltre alla meta, ch’elleno stesse forse avean preveduta. La galanteria si mesce all’intertenimento, e alla galanteria a gradi a gradi l’amore. I potenti al par de’ pastori, in que’ momenti di crisi, dicono più di quanto avrebbero voluto dire, e le regine, fattesi in ciò pari alle semplici villanelle, ascoltano più lungo tempo di quel che avrebbero voluto ascoltare.
Intanto i cavalli nitrivano nella corte, e impazienti rodevano i loro morsi, i veltri abbaiavano, e i bracchieri e gl’intendenti della caccia doleansi, che colle ore della rugiada lasciate trascorrere, si andavano sperdendo le orme impresse sull’erba dal cervo. Ma il Leicester volgea nell’animo un’altra caccia, e per [71] dir meglio si trovò, senz’averlo previsto, in arringo a guisa di cacciatore ardente in seguir l’orme d’una muta di bracchi, che il caso gli presentò. La Regina, donna avvenente e cortese, orgoglio dell’Inghilterra, speranza della Francia e dell’Olanda, e terror della Spagna, manifestò forse più che di costume l’interna compiacenza in udir sensi di una galanteria romanzesca a lei accetta mai sempre, e il Conte, o ambizione o vanità, o entrambe il movessero, crebbe la misura di seducenti frasi che vedea ben accolte, sintantochè il suo linguaggio si trasformò nella grata importunità d’un amante felice.
«No, Dudley, gli dicea con accenti interrotti Elisabetta, è forza ch’io rimanga la madre del mio popolo. Que’ cari nodi che formano il contento di giovin donzella posta in tutt’altro grado, non sono conceduti a noi assise sul trono... No, Leicester, mettete modo alle vostre espressioni... se fossi come tutt’altra, libera di procacciarmi a mio grado felicità... allora il confesso... ma ciò non è possibile! no... non è possibile!... Ordinate si differisca la caccia... che si differisca sol di mezz’ora!... Lasciatemi, Milord!»
«Io lasciarvi, eccelsa donna! V’avrebbe [72] offesa una fiamma che non ebbi forza d’ascondere?»
«No, Leicester, non è per questo; ma è una chimera; non voglio più udirne parlare. Andate... Però non vi scostate di troppo... Abbiate cura che nessuno venga a frastornarmi. Voglio esser sola.»
Mentr’ella pronunziava tali parole, Dudley la inchinò profondamente, e si ritirò con volto mesto e sparuto. Fermossi la Regina a contemplarlo intanto ch’ei si allontanava, così meditando ella fra se medesima: «Se fosse possibile!... se fosse unicamente possibile!... ma no, no!... Elisabetta non debb’essere che sposa e madre al suo regno.»
Assorta in tali pensieri, e sollecita di evitare alcuno che le parve accostarsi, entrò prestamente nella grotta, ove stavasi la sua sfortunata rivale.
Comunque il colloquio, per suo stesso volere interrotto, avesse lasciata sì profonda agitazione nell’animo di Elisabetta, ella andava fornita d’una di quelle indoli ferme e risolute, che tostamente riacquistavano il loro imperio. Poteasi paragonare quel cuore ad uno degli antichi monumenti, che ci ricordano i tempi dei Druidi, mobili sul loro punto d’appoggio. Il Dio dell’amore, comunque rappresentato [73] sotto figura di fanciullino, potea crollarne i sentimenti, ma tutta la forza d’Ercole non bastava a far loro perdere l’equilibrio.
Ella innoltravasi a lenti passi entro la grotta; nè giunta erane a mezzo, che già gli sguardi di lei aveano ricuperata la primiera dignità, e il portamento suo tutti i modi autorevoli per cui fu solita contraddistinguersi.
S’accorse in quell’istante d’una donna seduta presso una colonna d’alabastro, al cui piede stava il bacino di quella limpida fontana, che una mezza luce di giorno schiariva.
La memoria classica d’Elisabetta, col presentarle all’animo l’istoria di Numa e di Egeria, la trasse a credere, che qualche Italiano scultore avesse voluto rappresentare in quel luogo la ninfa, le cui inspirazioni forniron Roma di leggi; ma più addentrandosi incominciò a dubitare, se l’obbietto che le si offeriva alla vista fosse una statua, o non veramente una donna.
L’infelice Amy immobile si rimanea, divisa fra il desio di confidare il suo stato ad una persona del proprio sesso e la confusione sorta in lei all’aspetto di donna sì maestosa; chè comunque ella non avesse visto giammai Elisabetta, pur [74] si trasse a credere fortemente di scorgere la Regina degli Inglesi dinanzi a sè.
Abbandonato finalmente il suo sedile di verzura, fece un passo alla volta dell’augusta straniera, ma poi ricordandosi quanto si fosse mostrato atterrito Leicester alla sola tema, che le sue nozze divenissero palesi alla Regina, ristette col piede innanzi pallida e immota come la colonna d’alabastro cui dianzi si sorreggea. La sua veste d’un color verde chiaro, fra l’ombre di quell’antro, rassembrava il panneggiamento di greca ninfa, e per poco non ritrasse Elisabetta nella primiera illusione.
Ella si fermò distante alcuni passi dalla Contessa, fissando attentamente le pupille su quella dianzi supposta Naiade. La prima sorpresa che avea fatta immobile Amy, diede luogo al rispetto; onde la donzella abbassò taciturna lo sguardo, e chinò il capo, incapace di sostenere il guardo maestoso della Regnante.
La natura dell’abito che Amy portava, e lo scrignetto ch’ella si tenea fra le mani, persuasero ad Elisabetta che questa beltà taciturna avesse l’incarico di sostenere una parte in alcuna delle allegorie da rappresentarsi ne’ diversi luoghi del parco ove compariva la Regina, e che presa da rispettoso timore al vederla, si fosse dimenticata [75] i versi preparati in omaggio della Sovrana, o le fosse mancato il coraggio per recitarli. Sollecita però di rincorarla si fece a dirle affettuosamente:
«Perchè dunque, o vaga ninfa di questa grotta, vi lasciate soggiogare dalla possanza di quel mago, cui gli uomini imposero nome timore... noi siamo la giurata nemica di un tale mago, e qui venimmo a scioglierne l’incanto. Parlate. Vel comandiamo.»
In vece di rispondere, la Contessa si gettò a’ piedi della Regina, lasciando cader lo scrignetto, e giugnendo le mani, e sollevando verso Elisabetta quelle pupille, in cui e il timore e la preghiera pigneansi in modo sì compassionevole che ne fu tocco altamente l’animo della Regina.
«Che significa questo? diss’ella. Voi mi sembrate turbata più di quanto è naturale per una semplice dimenticanza. Alzatevi, giovinetta. Qual cosa bramate da noi?»
«La vostra protezione, o Regina,» rispose titubando la supplichevol donzella.
«Non avvi fanciulla nell’Inghilterra che non abbia ad essa diritto, purchè la meriti; ma la vostra sventura sembra aver cagioni più serie che non lo è una colpa involontaria di memoria. Ond’è che mi [76] chiedete di protezione? Chi vi ha fatto oltraggio?»
Amy si diede a pensare qual cosa le convenisse rispondere per sottrarsi ai rischi fra cui s’avvolgea senza compromettere lo sposo, e passando da un’idea all’altra, ed in mezzo alla confusione che ne turbava lo spirito, si lasciò fuggire queste parole. «Oh Dio! non so nulla.»
«Questa fanciulla delira! (sclamò la Regina impazientita, perchè nel contegno tenuto d’Amy scorgea tali circostanze che se per una parte l’eccitavano a compassione, irritavano per l’altra la sua curiosità). Confidatemi i vostri mali. Posso guarirli. Rispondetemi, e avvertite ch’io non uso ripetere le mie inchieste.»
«Domando... imploro, disse balbutendo l’infelice Contessa, imploro la vostra protezione... contro Varney.» Indi si tacque come se già avesse pronunziato il detto che decidea di sua sorte. Rispose tosto la Regina:
«E che? Varney! sir Riccardo Varney! il servo di lord Leicester! E qual cosa avvi tra voi e lui di comune?»
«Io era... io era sua prigioniera. Attentò ai miei giorni. Sono fuggita per... per...»
«Per venire senz’altro a porvi sotto la mia assistenza. L’avrete, se però ne [77] siete degna. Voglio conoscere minutamente questo affare. Io già l’indovino (soggiunse gettando sovra lei uno sguardo fatto per indagarne i nascondigli i più segreti dell’animo). Voi siete Amy figlia di sir Ugo Robsart di Lidcote Hall.»
«Perdonatemi, ah! perdonatemi, gran Regina,» sclamò Amy prostrandosi nuovamente ai piedi d’Elisabetta.
«E che debbo io perdonarti, fanciulla solamente inconsiderata? Non sei tu dunque la figliuola del buon sir Ugo? Avresti mai smarrita la ragione? Narrami quanto accadde. Tu ingannasti il vecchio e rispettabile tuo genitore. Ti facesti giuoco del signor Tressiliano, e divenisti sposa a Varney.»
Si rialzò a tali accenti il coraggio di Amy che interrompendo la Regina sì disse: «No, Regina, no. Non sono quella figlia disonorata di cui credete parlare; non la moglie d’un abbietto schiavo, che è pure il più detestabile fra tutti gli uomini. No, non sono congiunta con Varney; e mi piacerebbe meglio esserlo colla morte.»
In udir la veemenza di tale linguaggio fattasi attonita la Regina, rimase muta un istante. Poi soggiunse: «Sia lode al Cielo! Vedo che non potete spiegarvi più chiaramente sopra un argomento che ci riguarda. [78] Ma ditemi (soggiunse ella in tuono autorevole, chè già i detti d’Amy aveano destato nel cuore d’Elisabetta un senso vago di gelosia, onde la curiosità divenne in essa ardentissima). Ditemi dunque qual è il vostro sposo... il vostro amante. È d’uopo ch’io sappia la verità, e nol dimenticate: sarebbe meglio per voi l’esservi presa giuoco d’una lionessa che non d’Elisabetta.»
Trascinata come da una inevitabile fatalità che schiudeva il precipizio sotto i suoi piedi, e atterrita dalle parole imperiose e dai gesti minaccevoli di quella offesa Sovrana, Amy permise alla propria disperazione tal breve risposta: «Il conte di Leicester sa tutto.»
«Il Conte di Leicester! sclamò Elisabetta, il conte di Leicester! ripetè ancora con accenti di massimo sdegno. Intendo, foste prezzolata per sostener questa parte. Tu calunnii Leicester. Egli non si abbassa a creature tue pari. Sì: fosti prezzolata per coprire d’infamia questo nobile Pari, il gentiluomo il più chiaro di tutta Inghilterra. Ma, foss’egli il nostro ministro favorito, fosse ancora qualche cosa di più, tu sarai ascoltata liberamente, ed alla sua presenza. Seguimi, seguimi sull’istante.»
Amy, presa da spavento si ritrasse; e la [79] Regina, che credè leggere in questo spavento una confessione di commesso inganno fatto da quella infelice, divenne furiosa e la afferrò per un braccio, indi uscendo precipitosa dalla grotta, attraversò come se avesse l’ali, il gran viale del luogo di delizia, traendo con sè l’atterrita Contessa, ch’ella teneva ancor per il braccio, e che avea sì poca forza onde seguirla.
Stavasi in quell’ora Leicester in mezzo a brillante drappello di gentiluomini e matrone assembratisi sotto elegante portico, situato in fondo del viale. Era questo il corteggio venuto ivi ad aspettare che gli ordini di sua Maestà dessero incominciamento alla caccia, e ognuno s’immagina quali furono le maraviglie dei circostanti allorchè, invece di veder giugnere ad essi Elisabetta col portamento usato della sua dignità, ferì il loro sguardo quel violento correre, per cui fu quasi un punto l’avvedersi di lei in lontananza, e l’essere ella in mezzo di loro. Ognuno atterrì in quell’istante all’aspetto de’ suoi lineamenti che solamente sdegno e agitazione spiravano, della sua capigliatura caduta in disordine, de’ suoi occhi scintillanti, come accadeva ogni qualvolta il furore d’Enrico VIII ne invasava la figlia. Minore non fu la sorpresa nell’osservare la donna [80] pallida, estenuata, e bella ancora benchè semiviva, cui la Regina teneva per forza con una mano, mentre coll’altra allontanava le matrone e i Lordi, che le si affollavano intorno. «Milord di Leicester dov’è?» chies’ella d’un tuono che agghiacciò per lo spavento tutti que’ cortigiani. «Mostratevi, Leicester.»
Se in un bel giorno di state allorchè più tranquilla e ridente mostrasi la campagna, il fulmine scoppiato da un cielo sgombro di nubi rompesse ai piedi del viaggiatore, più tremenda non ne sarebbe in lui la sorpresa di quella che fu eccitata nel Leicester da uno spettacolo cui giammai non erasi preparato. Egli stavasi in allora accogliendo, e ributtando con artificiosa modestia le velate congratulazioni che gl’indirigevano i cortigiani intorno alle prove di favore, spinte a quanto pareva al più alto grado nell’intertenimento che egli ebbe in quella mattina colla Sovrana; e molti già anticipavano ad esso gli encomi addicevoli ad uomo che stava per togliersi dal grado di loro eguale per assumerne altro ben più sublime. E fu appunto nell’istante in cui si abbellivano ancor le sue labbra dell’orgoglioso e mal nascosto sorriso onde sottraevasi a tante congratulazioni, che la Regina ardente e fremente di sdegno comparve in mezzo [81] dell’assemblea. Mentre con una mano sosteneva la Contessa quasi priva di senso, l’additava coll’altra mano ai cortigiani, e domandò ad essi: Conoscete voi questa donna? con tuono di voce che loro parve uscir della tromba fatale, che nel dì del giudizio chiamerà i vivi ed i morti.
Come nel giorno di quel terribile squillo il colpevole supplicherà le montagne a riversarsi sul proprio capo, il Leicester in suo segreto pensiero implorava quel portico, che l’orgoglio suo fabbricò, a crollare e seppellire lui sotto le proprie rovine. Ma que’ sassi furono sordi a’ suoi voti, e il fondatore dell’edifizio, quasi colpito da segreta forza, si trasse a’ piedi d’Elisabetta, e prosternò la fronte su quel pavimento di marmo, che la Regina pestava co’ piedi.
«Leicester, diss’ella, con voce fatta tremebonda dallo sdegno, poteva io immaginarmi che tu cospirassi contro di me?... contro di me tua Sovrana!... contro di me tua amica!... e troppo.... credula alle tue parole. La confusione che ti ha preso mi svela la perfidia dell’animo tuo. Trema sciagurato! Tel giuro per quanto v’ha di più sacrosanto, il tuo capo, uomo ingannatore ed abbietto, è più in pericolo che nol fu quello del padre tuo.»
[82]
Se mancò al Leicester quella forza che viene dall’innocenza, naturale grandezza d’animo ne sostenne il coraggio. Sollevando quella sua fronte, su cui mille contrari affetti pigneansi, rispose alla Regina:
«Questo mio capo non può cadere che dopo un giudizio pronunziato dai miei pari... Al cospetto di essi mi giustificherò, ma non dinanzi ad una principessa, capace di ricompensare in tal guisa i generosi servigi che le prestai.»
«Che ascolto? Nobili Lordi, sclamò Elisabetta guardando intorno di se, si osa disfidare la mia possanza! Si osa portarmi oltraggio in questo medesimo castello, che l’uomo orgoglioso tiene sol da un mio dono!... Sig. Shrewsbury, voi siete maresciallo d’Inghilterra: denunziate il Conte come colpevole d’alto tradimento.»
«E chi debbo denunziare? (chiese non senza grande maraviglia il Shrewsbury, che giugnea in quell’istante) Chi?»
«E poss’io parlar d’altri che di questo traditore, di questo Dudley conte di Leicester?... Mio cugino Hunsdon, partite, adunate tutti i nostri gentiluomini, assicuratevi di lui senza indugio... Correte, voglio essere ubbidita.»
Hunsdon, vecchio non uso per sua [83] indole a far cerimonie, ed a cui in oltre il parentado coi Boleni dava diritto di parlare con maggior libertà alla Regina, rispose con ardimentosa franchezza: «Sì, correrò, e domani la Maestà vostra mi manderà alla torre di Londra per essermi troppo affrettato nell’ubbidirla. Vi supplico d’aver un poco di pazienza.»
«Di pazienza!... gran Dio! sclamò la Regina. Guai chi pronunzia un’altra volta pazienza dinanzi a me. Voi... Voi non sapete il delitto, onde costui si è fatto colpevole!»
Amy, che in tale intervallo avea ripresi alquanto i suoi sensi, in veggendo il proprio sposo in preda ai furori d’una oltraggiata Regina, dimenticò in quello istante (e ben molte femmine amanti ne avrebbero in allora seguito l’esempio), dimenticò le ingiurie fattele dal Leicester e il proprio rischio. Laonde invasa da subitaneo terrore, si gettò a’ piedi della Regina, sclamando: «Egli è innocente, Maestà, egli è innocente!... Non avvi al mondo chi possa imputar colpe al nobile Leicester!»
«Ma e che? rispose la Regina, non mi diceste voi noti per intero i casi vostri al Leicester?»
«Io, Regina, lo dissi? (rispose quell’infelice tosto dimentica d’ogni considerazione [84] di propria convenienza e riguardo), oh! se il dissi calunniai questo nobile Pari! Gran Dio, siatemi giudice voi se ho creduto sol per un istante Leicester partecipe di disegni che dovessero tornarmi funesti!»
«Donna, soggiunse Elisabetta, io saprò i fini di quanto dici, di quanto fai, o la mia collera!.... Trema! la collera dei re è un fuoco vorace. Essa t’inaridirà, ti struggerà come rovo dentro d’una fornace.»
Nell’udir tali accenti di minacce profferiti dalla Sovrana, il cuor generoso di Leicester si riscosse allo sdegno, e vide in uno a quanto grave obbrobrio egli sarebbesi condannato per sempre, quandochè, difeso in cotal modo dall’eroico affetto della sua Amy, l’avesse di poi abbandonata all’ire della Regina. Già rialzava con dignità la sua fronte; e stava per chiarirsi altamente il protettore di Amy, allorchè Varney, Varney messogli a fianco dal destino qual suo genio cattivo, torvo negli occhi, e colle vesti disordinate corse precipitoso dinanzi alla Regina.
«Che vuole costui?» domandò la Sovrana.
Allora il Varney, siccome uom preso da vergogna e tristezza cadde ai piedi di [85] Elisabetta, sclamando: «Perdono, mia Regina, perdono!... O almeno il braccio della tremenda vostra giustizia si aggravi sopra di me, sopra di me che solamente lo merito, e risparmiate il mio nobile, il mio generoso padrone. Egli è innocente.»
Amy, che stavasi tuttavia prostrata, in vedersi al fianco l’odievole uomo, si rialzò tosto, ed era per rifuggirsi presso Leicester, ma la rattennero ancora il timore di nuocergli, e la perplessità cui lo vide tratto al subito comparire di questo sciagurato confidente, venuto ivi per aprire scena novella. Abbrividì, mise un grido con fioca voce, e supplicò Elisabetta la facesse rinchiudere nel più stretto carcere... «Ma allontanatemi, sclamò, da costui, capace di distruggere quel poco di ragione che mi rimane... Allontanatemi dal più scellerato degli uomini.»
«Che ascolto, figlia mia! (soggiunse allor la Regina, nella cui mente i detti d’Amy destarono novelle idee) Che vi ha dunque fatto questo cavaliere, per trattarlo in simile guisa? Qual colpa gli rampognate?»
«Tutti i miei affanni, o Regina, tutti gli oltraggi a cui sono esposta, e peggio ancora... Egli ha disseminata la discordia [86] là dove dovea pur regnare la pace. Sì, diventerei folle, se fossi costretta a vedermelo innanzi più lungo tempo.»
«Folle! credo che la ragione non abbia aspettato questo momento per abbandonarvi... Sig. Hunsdon, assumetevi la custodia della giovane sfortunata, e procuratele un ricovero onesto e sicuro sintantochè ne piaccia richiamarla alla nostra presenza.»
Due o tre matrone del corteggio d’Elisabetta, o tocche fossero da compassione per una giovinetta così atta ad eccitare tal sentimento, o le movesse altro fine, s’offersero di custodirla. Ma la Regina rispose loro queste poche parole: «No, mie care Milady. Voi tutte, la dio mercè, avete orecchio fino e lingua sciolta... Gli orecchi del nostro cugino Hunsdon sono più ottusi, e la lingua talvolta ruvida, ma almeno assai circospetta... Hunsdon, datevi pensiere che nessuno le parli.»
«Per la Vergine (disse Hunsdon nell’atto di prendersi fra le vigorose sue braccia Amy, caduta in deliquio), ella è una leggiadra fanciulla, e benchè la nudrice or assegnatale da sua Maestà sia ruvidetta alquanto, non con minor zelo per questo si presterà al proprio ufizio. La giovane è sicura presso di me, come se fosse una delle mie figlie.»
[87]
Nel profferire tali accenti trasse con sè la Contessa, che non oppose veruna resistenza; onde la lunga e bianca barba del lord Hunsdon fu vista confondersi colle nere trecce d’Amy, che appoggiò il capo sulle larghe spalle del nuovo custode. La Regina li seguì collo sguardo per qualche tempo. Già, grazie a quella prerogativa che le rendea sì agevole il riprendere l’imperio di se medesima, ella avea bandito dai lineamenti del proprio volto qualunque segnale d’interna agitazione, e parea volesse far perdere ai circostanti ogni ricordanza dell’impeto cui erasi abbandonata; per lo che disse con calma: «Gli è vero: il sig. di Hunsdon è una nudrice assai ruvida per sì tenera giovinetta.»
«Milord Hunsdon, soggiunse il decano di St-Asaph, nè intendo per ciò scemargli l’altre sue nobili prerogative, ha un parlar troppo libero, e spesse volte mette nel suo dire certi giuramenti superstiziosi, che sanno di papismo e di paganesimo.»
«Gli è mal di famiglia, sig. Decano, rispose la Regina, voltasi con acerbità all’Ecclesiastico reverendo. Si potrebbe a me pure far gli stessi rimproveri. I Boleni possedettero ognora franchezza e vivacità, più gelosi d’esprimere quanto [88] pensavano, che non di scegliere le frasi; e in mia parola! Spero che questo modo di affermare almeno non sarà peccato.... Sto incerta, se il sangue dei Boleni non siasi piuttosto raffreddato nel mescolarsi con quel dei Tudor.»
Un grazioso sorriso accompagnò questi ultimi detti della Regina, che girava attorno i propri occhi cercando quasi a non saputa di se medesima quelli di Leicester, in verso cui le parve essere stata troppo severa sul fondamento d’un sospetto che ella cominciò a sperar fosse ingiusto.
Ma tal guardo della Regina ben altra impressione fece sul Conte, poco proclive in allora ad accettare queste mute offerte di riconciliazione. Gli occhi di lui, interpreti sol di rimorso, aveano seguito quella infelice, che il lord Hunsdon seco traeva; onde tenea il fronte mestamente chino verso terra. Elisabetta invece credè scorgere in quella fisonomia lo sforzo di frenar l’ira, vero gastigo d’un uomo orgoglioso accusato a torto, anzichè la vergogna di chi si conosce colpevole. Ne distolse con dispetto gli sguardi, e portandoli sopra Varney, sì disse: «Parlate sir Riccardo, spiegateci questi enigmi; voi avete libero l’uso de’ sensi e [89] della parola, che cerchiamo invano negli altri.»
I quai detti vennero seguiti da un’altra occhiata volta al Leicester. Ma l’astuto Varney si affrettò ad aggiustare la sua storia in questa guisa.
«L’occhio della Maestà vostra, cui nulla sfugge, avrà a quest’ora scoperto qual sia la crudele infermità che opprime la mia sventurata compagna. Tale infermità io non volli accennata nel certificato del medico per desio di nascondere quanto poteasi più lungo tempo quella sventura, che ora è comparsa con tanto scandalo.»
«Ella dunque ha smarrita la sua ragione! Gli è ciò per vero dire su di cui non eravamo più in dubbio. Io la rinvenni meditabonda in questa grotta... ad ogni parola ch’ella profferiva, e che io le strappava di bocca quasi per via di tortura, quell’infelice si contraddicea. Ma d’onde è che si ritrova in questo castello? Perchè non la faceste rinchiudere in luogo sicuro?»
«Regina, disse Varney, il degno gentiluomo al quale io l’aveva affidata, il sig. Antonio Foster è ora qui giunto per annunziarmi come fosse fuggita, valendosi di quell’arti, in cui unicamente sono accorte le persone che soggiaciono a sì spaventoso disastro. Voi potreste udire le cose da lui medesimo.»
[90]
«Riserberemo ciò a miglior tempo, soggiunse la Regina; ma sir Riccardo, a quanto parmi la vostra domestica felicità non può destare invidia nell’animo di nessuno. La moglie vostra si scaglia in amarissime accuse contro di voi, e credei svenisse al solo vedervi.»
«Egli è dell’indole di sì crudele infermità, rispose il Varney, l’inspirare in chi n’è afflitto l’orrore verso coloro che ne’ lucidi intervalli sono scopo di maggior affetto.»
«Ciò è quanto abbiamo inteso dire talvolta, ripigliò Elisabetta; ed è quanto il nostro animo è inclinato a credere.»
«Oso supplicare la Maestà vostra, allor soggiunse Varney, a voler ordinare che l’infelice mia sposa venga restituita alla protezione de’ suoi amici.»
Fremette il Leicester, ma fatta forza a se stesso, sedò il turbamento del proprio animo, intanto che Elisabetta rispose affrettatamente al Varney: «Questo è un correr troppo, sig. Varney. Noi vogliamo che Masters, il nostro medico, c’informi tantosto sulla salute di questa persona, e sullo stato della sua mente, ed in appresso ordineremo quanto si crederà più convenevole. A voi intanto è conceduto il vederla. Se fra voi altri fosse nato alcun dissapore, cosa che può [91] succedere anche fra sposi che teneramente si amino, fate che torni la conjugale concordia, ma fatelo in modo da non portare scandali in mezzo alla nostra Corte, e da non incomodar noi ad intertenerci sopra un affare di tal natura.»
Il Varney fece un umile inchino senza rispondere.
Elisabetta si diede nuovamente a riguardare Leicester con tale affabilità, che la mostrò grandemente commossa dallo stato in cui, ad avviso di lei, era l’animo del favorito, poi tali accenti gli volse: «La discordia, come lo dice un poeta Italiano, sa insinuarsi e ne’ silenziosi conventi, e nell’interno delle famiglie, onde temiamo che neanco le nostre guardie e i nostri servi sieno da tanto di vietarle tutte le volte l’accesso nella nostra Corte. Milord Leicester, voi mi parete irritato; noi pure lo siamo contro di voi. Ma vogliamo assumere la parte di lione, e dar noi il primo esempio del perdonare.»
Il Leicester si sforzò di richiamare le apparenze della serenità sulla fronte, ma troppo profondamente stava scolpito il dolor nel suo animo, perchè vi riuscisse; e quanto potè sovra se stesso fu il rispondere essergli tolto per parte sua il piacere di perdonare, perchè la persona [92] cui tal perdono avrebbe dovuto indirigersi era per sua natura incapace di avere torti verso di lui.
Elisabetta soddisfatta, a quanto parve, di tali detti, esternò la sua brama di veder cominciare le feste della mattina; e tantosto risonarono i corni da caccia, e i veltri si diedero ad abbaiare, i cavalli a contrassegnar colle zampe la loro impazienza; ma i gentiluomini e le matrone della Corte portavano a que’ diporti impressioni nell’animo ben diverse da quelle che sentirono quando il mattutino suono della caccia li risvegliò. Il timore, il dubbio, la curiosa impazienza si leggevano su tutti i volti, e ciascuno susurrava misteriose parole all’orecchio dell’altro.
Blount prese questa occasione per dir sotto voce a Raleigh: «Questa burrasca è capitata come un colpo di vento nel Mediterraneo.»
«Varium et mutabile!» rispose Raleigh collo stesso tuono di voce.
«Oh! non so altro di tuo latino, disse il Blount, e mi limito a ringraziare il Cielo perchè non permise a Tressiliano che si commettesse al mare in mezzo ad un turbine sì tremendo. Ei naufragava, non è da dubitarne, perchè non sa governar le vele ai venti di Corte.»
«Poteva impararlo da te,» rispose sorridendo Raleigh.
[93]
«Perchè no? rispose il nostro Blount; io ho messo il tempo a profitto al pari di te, al pari di te son cavaliere, e nominato anche prima di te.»
«Che il Cielo ti dia ora un poco di spirito soggiunse Raleigh; ma in rispetto di Tressiliano, lo sa Dio s’io arrivo ad intendere nulla di quanto fa. Egli mi ha detto questa mattina di non volere abbandonare la stanza prima del termine in circa di dodici ore, avere a ciò obbligata la sua parola; e temo bene che la pazzia in cui è caduta la donna per cui egli folleggia non sarà per lui un soccorso ad accelerarne il risanamento. Oggi abbiamo luna piena; e il cervello degli uomini ne sente l’influenza al pari del lievito. Ma silenzio! il corno da caccia rimbomba dalla montagna. Affrettiamoci, convien galoppare, e poichè siamo cavalieri, è forza in tal giorno meritarci i nostri speroni.»
[94]
Sincerità, prima delle virtù! Possano gli uomini non si dipartire mai da’ tuoi sicuri sentieri; quando anche squarciatesi le viscere della terra, uscisse dal fondo degli abissi una voce che persuadesse ai viventi le vie tortuose della simulazione!
Douglas.
Solamente dopo una caccia lunga e felice, e dopo il banchetto apprestato sull’istante che la Regina ricomparve al castello, potè il Leicester trovarsi con Varney in disparte. Quest’ultimo tacendo col massimo riguardo le trame adoperate contro la salute della Contessa, narrò tutte le particolarità della fuga cui ella si risolvette, e le narrò tai quali le aveva intese dal Foster, che tutto spaventato era venuto ad arrecarne in Kenilworth la notizia. Laonde il Leicester ignaro delle vere cagioni che la costrinsero ad un tal passo, non suppose altro motivo che un’impaziente e gelosa brama di assumere il grado di contessa di Leicester. [95] Fermo nella qual persuasione si adontò della leggerezza, onde Amy trasgredendo gli ordini dello sposo, lo esponeva agli sdegni d’Elisabetta.
«Io diedi, così ragionava egli, a questa figlia d’un oscuro gentiluomo di Devon, il più bel nome che siavi in tutta Inghilterra, io l’ho fatta partecipe del mio talamo e d’ogni mia fortuna. Non le chiedo che un istante di sofferenza innanzi di pubblicare il trionfo da lei riportato sopra mille rivali; e l’orgogliosa donna preferisce il rischio di perdersi, e di perder me seco lei: e l’alternativa di spingermi in un abisso di mali, o di forzarmi ad espedienti fatti per degradarmi ai miei occhi medesimi, le piace meglio che il rimanersi ancora per qualche tempo in una oscurità, cui fu avvezza sin dal suo nascere! Ella che mostrò in ogni occasione animo sì docile, sì dilicato, e soave e fedele, lasciarsi trascinare dai capricci della vanità in tal momento che si poteva pretendere moderazione dalla persona, anche la più insensata! Gli è un farsi giuoco di me.»
«Se la signora vuole lasciarsi condurre e sostenere la parte che le circostanze comandano, ella è ancora in tempo, e noi potremo uscire di queste strette,» disse Varney.
[96]
«Non v’ha dubbio, o Riccardo, rispose il Leicester, nè vedo omai migliore rimedio. Osservai che quando la Regina la chiamò tua moglie, non v’è stato nessuno, che la disingannasse. Ora si è fatta cosa inevitabile ch’ella mantenga un tal titolo, fintantochè sia allontanata da Kenilworth.»
«Ed anche lungo tempo dopo, aggiunse Varney, perchè io penso che molto tempo debba trascorrere prima che ella possa portare il titolo di contessa di Leicester. Tremerei per essa e per voi se lo assumesse tanto che dura il vivere della Regina. Ma la Signoria vostra può giudicare su di tai cose assai meglio di me; come il sol uomo che sia in grado di sapere quai propositi sul principio di questa mattina siano stati tenuti tra il lord Leicester e la Sovrana.»
«Ben parli, o Varney, soggiunse il Leicester. In questa mattina io mi regolai come il più stolto, il più sconsigliato degli uomini; e qualunque volta queste sfortunate nozze venissero all’orecchio di Elisabetta, ella non potrebbe far di meno di vedere nel mio contegno un premeditato disprezzo, colpa che da una donna non si perdona giammai. Noi facemmo quest’oggi l’infausta esperienza che un solo sospetto basta a trarmi nel precipizio; [97] e pavento, e ben pavento che tal rovina non sia fuorchè differita.»
«Voi credete adunque la Regina implacabile nel suo risentimento?» soggiunse Varney.
«Non posso neanco dire implacabile, rispose il Conte, perchè ad onta della sublimità del suo grado, ho trovato in essa tanta condiscendenza da offerirmi l’occasione di riparare una colpa, che ella attribuì solamente ad impeto ingenito della mia indole.»
«Ah! rispose Varney, vero dicono gl’Italiani: nelle amorose discordie, chi meglio ama è sempre il più inclinato a confessarsi colpevole. Se pertanto si giugne a nascondere le vostre nozze, voi siete sempre nella medesima condizione al cospetto di sua Maestà.»
Sospirò il Leicester, tacque un istante, indi rispose: «Varney, ti credo sincero, nè ti nasconderò quindi tutto quello ch’io penso. No, la mia condizione non è più la stessa. Parlai stamane ad Elisabetta, e le parlai sopra tale argomento, che non è più lecito l’abbandonarlo senza offendere vivamente l’amor proprio di una donna. Pure non oso ritornare sul discorso medesimo. No: ella non mi perdonerà giammai l’essere stato cagione e testimonio della sua debolezza.»
[98]
«Pure fa d’uopo appigliarsi ad un partito, o signore, disse il Varney, e fa d’uopo appigliarvisi prontamente.»
«Non me ne rimane più alcuno, rispose il Leicester col tuono d’uomo scoraggiato. Io mi vedo pari a colui che inerpicandosi ad una montagna ingombra per ogni dove di precipizi, trova pochi passi lontan della vetta ostacoli tali onde non gli è permesso nè il salire oltre, nè tampoco il tornare addietro. Vedo il pinacolo dinanzi a me senza poterlo aggiugnere, e nel medesimo tempo mi si apre una voragine sotto i piedi che sta per inghiottirmi, allorquando il mio braccio stanco, e la mia mente smarrita non mi danno soccorsi per reggermi in una situazione tanto precaria.»
«Giudicate meglio dello stato vostro, o Milord. Esamineremo gli espedienti, che intanto furono presi. Se si arriva a tenere nascoste alla Regina queste nozze, nulla avvi onde mettersi in disperazione. Corro in questo punto a ritrovare la vostra sposa. Non già ch’io ignori quanto ella mi detesti, perchè parlando colla Signoria vostra, mi mostrai sempre, (e la Contessa il sospetta) di contrario avviso a far valere quelli ch’ella chiama suoi diritti. Ma la quistione di un tale istante non cade sopra odii, od antipatie. È mestieri [99] ch’ella m’ascolti, e riuscirò a provarle la necessità di sottomettersi alle circostanze, e tanta sarà l’efficacia del mio dire da condurla, non ne dubito, a convenire in tutti quegli espedienti, che l’interesse vostro comanda.»
«No, Varney, disse il Leicester, ho pensato a quanto doveva farsi; e ad Amy voglio parlare io medesimo.»
A tali accenti il Varney provò per se stesso tutto quel terrore, di cui si finse compreso per la salvezza del suo padrone.
«Oh! vostra Signoria non debbe avventurarsi a veder la Contessa!»
«Gli è un partito già preso, rispose il Leicester. Trovami tosto un abito di livrea, mi farò credere tuo servo alla sentinella, giacchè sei tu il solo che abbia la permissione di vedere Amy.»
«Ma, Milord!...»
«Non mi garbano i ma, soggiunse il Conte. Adempirò quanto ho risoluto. Hunsdon debb’essere a dormire nella torre di St-Lowe, noi ci porteremo colà per la via di questo segreto corritoio senza rischio d’incontrare alcuno; o s’anco ci abbattessimo in Hunsdon, egli m’è piuttosto amico che inimico, ed ha un ingegno tardo quanto vuolsi a credere tutto ciò che mi parrà espediente il dargli ad intendere. Orsù! quest’abito di livrea! Non più indugi!»
[100]
A Varney non rimaneva miglior espediente dell’ubbidire. In due minuti il Conte avea compito il travestimento e calato sino agli occhi il suo berrettone, seguì il Varney lungo il corritoio che guidava agli appartamenti di Hunsdon, passaggio segreto tanto, che nel superarlo non era a temersi curiosità d’importuni, e sì oscuro a quell’ora che vi si vedea appena luce bastante per discernere gli obbietti. Così pervennero alla porta. Ivi il signor Hunsdon, osservantissimo d’ogni militare cautela, avea posto un soldato di sentinella. Era costui un Montanaro, che non fece ostacolo a lasciarli passare, e si contentò dire in suo linguaggio al Varney. «Possa tu riuscire a far tacere questa matta! I suoi gemiti m’hanno rotta la testa di tal maniera, che vorrei piuttosto montar la guardia nel deserto di Caslandia, vicino ad una montagna di neve!»
Frettolosi di entrare, chiusero la porta dietro di sè.
«Oh! venga, se v’è un demonio protettore, ad assistermi in tale istante, disse fra se medesimo il Varney, perchè la mia barca è in mezzo agli scogli!»
La Contessa, colle vesti e colle chiome disordinate, stavasi seduta sopra una specie di canapè, ove ogni suo atteggiamento [101] mostrava l’immensa afflizione che la premea; e volto il guardo là d’onde venian le persone, lo fisò sopra Varney, esclamando: «Sciagurato! Sei qui per eseguire alcuno de’ tuoi disegni infernali?»
Leicester troncò il corso alle rampogne, aprendo il mantello, e con tuono più imperioso che tenero, sì dicendole: «Gli è a me, o Signora, che dovete rivolgervi, e non a Riccardo Varney.»
Tai detti operarono un subitaneo cambiamento negli sguardi e ne’ modi d’Amy, che dopo avere sclamato: «Dudley! Dudley! ecco adunque ch’io ti riveggio!» più presta del lampo, lanciossegli al collo, e senza prendersi cura che fosse ivi il Varney, colmò di accarezzamenti il suo sposo, e ne bagnò il volto di lagrime, lasciando sfuggire per intervalli alcuni monosillabi disordinati e sconnessi; soavi e tenere espressioni, che l’amore inspira alle anime appassionate.
Il Leicester si credeva in diritto di querelarsi contro una donna, che avea violato in tal guisa i comandi del marito, compromettendolo al rischio, cui si trovò in quella mattina. Ma qual è il genere di risentimento che non avesse ceduto a tai testimonianze d’amore, venute da tanto amabile creatura? Lo scompiglio di quelle vesti, e quella mescolanza di tema e di [102] cordoglio, che avrebbe invilita la beltà di tutt’altra donna, rendea più care le forme d’Amy. Il Leicester accolse le carezze della sposa con una soavità di modi, da cui però trapelava la tristezza che l’opprimea. Amy se n’avvide cessato in lei il primo impeto della gioia nel vedere ben corrisposta la sua tenerezza, e dimandò palpitando al Conte s’ei si sentisse male.
«Non sono infermo di corpo, egli rispose, o mia Amy.»
«Se ciò è, anche la mia salute è vigorosa. Oh! Dudley quanto male mi stetti, oh! male assai dopo l’ultima volta che ti vidi! Perchè non chiamo averti veduto essermi toccata una parte nell’orribile scena che accadde in giardino. Ho sofferto infermità, cordogli, pericoli. Ma or ti riveggio; e mi sento felice e tranquilla.»
«Oimè! Amy, tu mi perdesti.»
«Io, Signore! (disse Amy, ed in tal dire scomparve quel raggio di gioia che brillato le era sugli occhi). Come avrei io potuto nuocere all’uomo che amo più di me stessa?»
«Non è per farvi rimprovero, Amy, ma non siete forse in questo luogo ad onta de’ miei divieti i più formali, e la vostra presenza non mette ella in pericolo voi e me?»
[103]
«Sarebb’egli vero? sclamò Amy coll’accento del massimo dolore. Oh! perchè mai rimarrovvi più lungo tempo? Pure, se sapeste quali timori mi costrinsero a fuggir da Cumnor!... Ma non voglio qui parlare di me medesima, e ciò dissi or solamente perchè fintantochè vi sieno altri partiti da prendere, non sarà mai che di mia buona voglia io ritorni colà! Ciò nondimeno se fosse ciò indispensabile per la vostra salvezza!.....»
«Noi sceglieremo, Amy, qualch’altro ricovero, soggiunse il Leicester, e vi trasferirete in uno de’ miei castelli del Nort, portando, ma per pochi giorni, lo spero, il titolo di moglie di Varney.»
«Che ascolto, Milord di Leicester! sclamò ella in gran fretta, e togliendosi dalle sue braccia. E siete voi che date a vostra moglie il disonorante consiglio di confessarsi la sposa d’un altro? E questo altro è un Varney!»
«Signora, vi parlo seriamente. Varney è un leale servo, un servo fedele, messo a parte d’ogni mio segreto. Vorrei piuttosto perdere la mano diritta che privarmi in tale occasione de’ suoi servigi. Voi non avete alcun motivo per disprezzarlo, siccome fate.»
«Io potrei provarvi, o Milord, che non me ne mancano, rispose la Contessa, [104] e già un solo mio sguardo lo fa impallidire. Ma non accuserò io l’uomo che vi è necessario quanto la mano diritta. Piaccia al cielo, ch’egli sia sempre sincero in verso di voi, ma comunque possa esserlo, badate a non fidarvene troppo. È un dirvi assai il protestare, che soltanto la forza può costrignermi a seguitarlo, e che mai non acconsentirò a riconoscerlo per mio sposo.»
«Signora, non sarà questa che una finzione di breve tempo, rispose il Leicester irritato dalle opposizioni; una finzione necessaria alla vostra salvezza, ed anche alla mia, che hanno compromessa i vostri capricci e la smania di mettervi in possesso d’un grado e d’un diritto che io vi concedei a sola patta di tenere per qualche tempo nascoste le nostre nozze. Se un tal partito vi spiace, rammentate che voi sola ne avete procurata ad entrambi la necessità. Non v’è altro rimedio; e conviene or sottomettersi a tutto ciò che l’imprudente leggerezza vostra rendè indispensabile. Ve lo comando.»
«Non mi è lecito, rispose Amy, il bilanciare quando vengono al confronto de’ comandi vostri quelli dell’onore e della coscienza. No, Milord, non vi ubbidirò io questa volta. Voi potete, se così vi piace, perdere il vostro onore col farvi [105] seguace di una tortuosa politica; ma io non farò mai nessuna cosa che lo degradi. E con qual coraggio, o signore, ravvisereste voi una sposa e casta e pura e degna di dividere con voi le vostre prerogative in colei, che abbiurando un così insigne carattere si desse a trascorrere l’Inghilterra qual moglie d’un uomo abbominevole quanto è Varney?»
«Milord! (si frammise tosto in tal discorso Varney) la vostra sposa sfortunatamente è troppo impressionata a mio danno per prestare orecchio alle offerte ch’io sto per proporle. Pure dovrebbero esserle più aggradevoli del partito posto da voi. L’animo suo non è sì mal propenso per riguardo del sig. Edmondo Tressiliano: egli seconderebbe, non v’ha dubbio, un’inchiesta fattagli da Milady, per averlo compagno nel trasportarsi al paterno soggiorno di Lidcote. Ivi ella potrebbe rimanersene in sicurezza sintantochè venisse tempo da potere svelare il mistero.»
Stavasi muto il Leicester contemplando attentamente l’infelice Contessa, che leggeva negli occhi del marito il risentimento ed il sospetto. Ella quindi si limitò a dire al proposito dei suggerimenti del maligno Varney:
«Piacesse al Cielo ch’or mi trovassi [106] nella casa del padre mio! Nell’atto di dipartirmene non pensai certamente di abbandonar con essa l’onore e la pace dell’animo.»
Varney continuò coi modi d’uomo che suggerisce un consiglio: «Ben vedo che tale espediente ne costrignerebbe ad iniziare persone estranee nei nostri arcani; ma la signora Contessa, lo spero, si farebbe guatante dell’onorato silenzio di Tressiliano e degl’individui della propria famiglia.»
«Taci subito, disse il Conte a Varney, o giuro al cielo! ti passo a traverso i fianchi questa mia spada, se tu parli ancora di confidare i segreti di Leicester a Tressiliano.»
«E perchè no? soggiunse Amy, ogni qual volta non fossero segreti di tal natura da confidarsi piuttosto a gente della specie di Varney anzichè ad un uomo di onore. Milord! Milord! non mi guardate con occhio corrucciato per questi detti. Essi contengono la verità, ed io son degna di palesarvela. Per amor vostro ho tradito un dì Tressiliano; non sarò ingiusta una seconda volta verso di lui col tacermi allora che si mette in dubbio il suo onore. Posso ben sopportare, soggiunse ella fisandosi col guardo in Varney, che alla mia presenza si porti la maschera [107] dell’ipocrisia, ma non che la virtù sia calunniata.»
Tacquero tutti alcuni momenti dopo tai detti. Leicester, comunque irritato stavasi irresoluto, chè ben vedea per altra parte di chiedere cosa ingiusta. Varney, ostentando grande umiltà e quel simulato dolore che all’ipocrisia s’appartiene, tenea chinati a terra gli sguardi.
In tale angustioso momento la Contessa diede a divedere tal forza di carattere, che l’avrebbe condotta ad essere, se così volea il destino, uno fra i migliori ornamenti delle persone poste nel grado ad essa dovuto. Ella si avanzò con passo grave e misurato verso il Leicester, e vestendo tal aria di dignità, che lo sguardo di lei, comunque ne trapelasse tenera affezione di sposa, cercava invano di temperare quella fermezza cui danno diritto soltanto una pura coscienza e un retto cuore[5]. «Ascoltatemi Milord, voi manifestaste i vostri disegni intesi a sciogliervi d’impaccio in sì periglioso momento. Sfortunatamente non mi è lecito secondarli. [108] Cotest’uomo ha suggerito un diverso avviso, contro di cui non ho altra obbiezione fuorchè il sapere che spiace a voi. La Signoria vostra acconsentirebbe ella ad ascoltare ancora quel partito che una donna giovane e timida, ma la più tenera fra le spose crede il più convenevole nel caso estremo a cui siamo venuti?»
Non rispose il Conte; ma un suo chinar di capo fece comprendere alla Contessa ch’ella potea favellare liberamente.
«Tutte le sventure fra cui ci avvolgiamo, non hanno, ella prese a dire, che una sola sorgente, ed è quella misteriosa doppiezza che vi si vuol costringere a sostenere. Liberatevi una volta, o Milord, dalla tirannide di una cabala abbietta: mostratevi vero gentiluomo Inglese, mostratevi quel cavaliere che ravvisa nella verità il principio d’ogni onore, ed a cui l’onore è più caro dell’aura ch’egli respira. Prendete per mano la vostra sposa infelice; guidatela ai piedi di Elisabetta; ditele che in un istante di delirio vi sedussero le vane apparenze d’una beltà, di cui non rimane più alcun vestigio; ditele che uniste la vostra alla destra di Amy Robsart. Così voi mi renderete giustizia, o Milord, e la renderete parimente al vostro onore; e se allora la legge, o la possanza della Regina [109] vi sforzano a disgiugnervi da me, non sarà più ch’io m’opponga all’amara separazione; sol che mi sia conceduto di andarmene senza disonore a nascondere il cordoglio, la desolazione di questo cuore nell’ignorato ritiro da cui mi toglieste.»
Scorgeasi tanta dignità, e tanta tenerezza ad un tempo in tali accenti della Contessa, che ne furono ridesti tutti quei sentimenti nobili e generosi, che fatto era per provare l’animo di Leicester. Parve gli si aprissero gli occhi in quell’istante, e la doppiezza onde s’era fatto colpevole gli si parò innanzi in compagnia de’ rimorsi e della vergogna.
«Non sono degno di te, diletta Amy; proruppe allora in tai detti; non ne son degno, poichè ho potuto esitare fra un cuore siccome il tuo, e tutte le seducenti promesse dell’ambizione. Oh! qual sarà l’amarezza di questo mio cuore umiliato all’atto di dovere scoprire io medesimo dinanzi ai miei giubilanti nemici, e ai miei attoniti partigiani, tutti gli avvolgimenti della mia obbrobriosa politica. E la Regina? Ebbene! Ella si prenda il mio capo siccome non si stette dal minacciarlo.»
«Il vostro capo, o signore! La Contessa esclamò; e sarebbe questo in pena [110] d’aver usato di quella libertà che non è negata a nessun Inglese, della libertà di scegliersi una moglie? Che ascolto? Una sola diffidenza dunque nella giustizia della Regina, un timore chimerico, sono i vani spauracchi, onde abbandonereste il sentiero che vi sta aperto innanzi, il sentiero il più onorevole ad un tempo ed il più sicuro!»
«Oh! mia Amy! tu non sai...» Ma si rattenne il Dudley dal continuare il periodo ed aggiunse, opportunamente interrompendosi: «Per altro ella non troverà in me la facil preda d’una vendetta arbitraria. Non mi mancano parenti ed amici; nè io, pari a Norfolco, mi lascerò trascinare al supplizio, come si trae all’altare una vittima. Non temete di nulla, o mia Amy. Voi troverete Dudley degno di portar questo nome. Corro tosto a confidarmi ad alcuno fra’ miei amici della cui fedeltà mi è lecito ripromettermi; perchè nello stato a cui son giunte le cose, non mi maraviglierei d’essere imprigionato entro il mio castello medesimo.»
«No, Milord, non vi cimentate a turbare uno stato tranquillo col ribellarvi. Voi non avete amici più sicuri della vostra franchezza, del vostro onore. Forte di questi confederati, non potete paventare [111] di nulla, nè anche in mezzo ad un esercito di nemici o d’invidiosi della vostra gloria. Senza il soccorso de’ confederati che v’additai, divengono inutili tutti gli altri. Oh! non a torto, o mio nobil Signore, dipingono disarmata la verità.»
«Ma la saggezza, o Amy, va guernita di tale armatura che nessun dardo la offende. Non ti studiare, o sposa, di stogliermi dalle vie, che dovrò calcare per rendere meno perigliosa la mia confessione, poichè a tal venimmo di doverla chiamar confessione. Credilo: sono anche troppo i rischi che mi si preparano intorno. Lasciati regolare da me. Varney, ne è d’uopo uscire di questo luogo. Addio, cara Amy, che ben presto divulgherò per mia moglie, a costo di que’ pericoli che non mi sarà duro l’affrontare in ripensando a’ tuoi pregi. Fra poco ti giugneran mie contezze.»
Indi abbracciandola teneramente, s’avvolse nel suo mantello, e accompagnato da Varney uscì di quella stanza. Prima d’esserne fuori, il Varney le fece profondo inchino, e nel rialzare la fronte le volse tal guardo, quasi ansioso di scorgere se, e in quai termini, ei fosse compreso nell’atto di riconciliazione conchiuso tra la Contessa e il suo sposo. Amy si [112] fisò sopra di lui, ma senza mostrare di porgli mente più di quel che avrebbe fatto ad uomo lontano.
«Ella è che mi ha spinto ad estremo passo, disse fra i denti costui. Uno di noi due è sacro omai alla morte. Sentii fin qui certo ritegno, mosso, mal saprei dirlo, se da pietà o da timore. Il fatale espediente mi ripugnava. Ma il dado è tratto. Uno di noi due è sacro alla morte.»
Nell’articolar tali accenti, il Varney osservò con sorpresa che un picciolo ragazzo, fermato dalla sentinella, si era fatto incontro al Leicester e gli parlava. Era il Varney uno di que’ politici, cui nessuna cosa pareva indifferente. Prese dunque ad interrogare la sentinella, da cui ebbe per risposta, che il fanciullo l’avea pregata di far giugnere uno scrignetto alla Signora delirante; commissione, di cui la stessa sentinella non volle incaricarsi, perchè contraria alle istruzioni che avea ricevute. Soddisfatta su di ciò la propria curiosità, il malvagio scudiere s’accostò al suo padrone, e gl’intese dire: «Va bene, mio fanciullo, lo scrignetto sarà consegnato.»
«Io ve ne sarò quanto mai obbligato, mio buon Signore,» rispose il fanciullo che come lampo scomparve.
Il Leicester, seguito sempre dal Varney, [113] tornò in gran fretta ai suoi appartamenti privati, tenendo lo stesso corritoio che dianzi gli avea condotti alla torre di St-Lowe.
[114]
Ruppe d’Imene i sacri patti, è rea,
E ’l seduttor suo vile appien t’è noto.
Novella dell’Inverno.
Appena entrato nel suo gabinetto il Conte, diede mano al libretto de’ ricordi, e si pose a scrivere, ora parlando con Varney, ora con se medesimo: «Ve ne son molti il cui destino è collegato col mio.... Quelli soprattutto che si stanno ne’ primi gradi...... Avvene di tali ancora che se si ricordano le mie beneficenze, e i pericoli cui rimarrebbero compromessi, non mi lasceranno morire senza soccorrermi. Vediamo. Knolle è per me; e in conseguenza col suo ministerio il saranno ancora Guernsey e Iersey. Lorsey è governatore dell’isola di Wight; mio cognato Lungtengdon e Pembrock comandano nel paese di Galles. Coll’aiuto di Bedford sono miei i Puritani, e i loro interessi che hanno tanto peso in tutte le sedizioni. Mio fratello di Warwick è potente al pari di me. Io regolo a mia voglia sir Owe [115] Hopton il governatore della torre di Londra. In questo luogo sta il tesoro pubblico. Oh! mio padre, e l’avo mio non avrebbero mai portate le loro teste sul palco se avessero combinate sì bene le proprie imprese. Che vuol dire quel mesto sguardo, o Varney? Credilo, un albero che ha sì profonde radici non cade facilmente atterrato dal turbine.»
«Oimè! Milord,» disse Varney con un accento di dolore contraffatto a maraviglia, e ricomponendo i suoi sguardi a quell’aria di mestizia che eccitò l’interrogazione del Conte.
«Oimè! Replicò il conte di Leicester, e perchè oimè, sir Riccardo? La vostra nuova dignità non v’inspira altra esclamazione più coraggiosa, quando sta per aprirsi una sì nobile lotta? Se mai questo oimè indicasse disegno in voi di evitare lo scontro, potete abbandonare il castello ed anche unirvi ai miei nemici, se ciò meglio vi piace.»
«No, rispose il confidente, Varney saprà morire e combattere al fianco vostro. Perdonatemi se compreso da sollecitudine per tutto quello che vi risguarda, io vedo forse più chiaramente le cose di quanto a voi lo permetta la nobiltà del vostro cuore. Io vedo, sì, gl’insuperabili ostacoli che v’attorniano per ogni dove. Siete [116] forte e potente, o Signore, lo so; ma permettetemi il dirlo senza offendervi, tale non siete che per favore della Regina: sintantochè esso vi dura, voi avrete, salvo il titolo reale, tutti i dritti d’un Monarca; ma supponete ch’ella vi tolga questo favore; vi trovate derelitto più presto che non rimase inaridita la zucca del profeta. Derelitto il ripeto, se vi ribellate alla Regina; nè il sarete soltanto in mezzo a questo paese, in mezzo a questa provincia; ma nel centro dello stesso vostro castello, fra i vostri vassalli, fra i vostri amici, fra i vostri congiunti, vi faranno prigioniero, nè tarderete ad essere giudicato, se così il vorrà la Sovrana. Pensate a Norfolco, o Milord, al potente duca di Nortumberlandia, allo spettabile Westmoreland. Pensate che tutti coloro i quali vollero resistere a sì avveduta principessa, rimasero tutti o morti o prigionieri, o errano fuggitivi. Il soglio d’Elisabetta non viene a paragone di tant’altri sogli, cui basta una congiura per rovesciarli; esso ha per sue basi l’amore e la riconoscenza de’ popoli. Voi potete dividerlo, se il volete, con lei; ma nè voi, nè altra potenza o straniera o domestica perverrà ad abbatterlo... Che dico? nemmeno a crollarlo.»
[117]
Costui in allora si tacque, ed il Leicester gettò lungi da sè il libretto dei ricordi con aria di non curanza e dispetto.
«Fo a tuo modo, soggiunse, e in fine poco rileva se la sincerità o il timore ti hanno fatto parlare. Però non sia mai che io cada senza resistenza. Va a dar ordine, onde quelli fra i miei vassalli che servirono sotto di me nell’Irlanda si conducano ad uno ad uno nella torre principale; che i miei gentiluomini e i miei amici si mettano in istato di difesa, come se temessero venir assaliti dai partigiani del Sussex: dissemina sospetti e timori fra gli abitanti della città, fa che s’armino, e ad un dato segnale stiano pronti ad impadronirsi de’ soldati posti alla guardia della Regina.»
«Permettetemi ripetervi, o Milord, soggiunse mestamente Varney, quest’ultimo vostro ordine, di far cioè tutti gli apparecchi opportuni a disarmare all’uopo la guardia della Regina; e permettetemi ad un tempo di rammentarvi che questo è un atto d’alto tradimento: nondimeno sarete ubbidito.»
«Nulla monta, soggiunse con un accento di disperazione il Leicester, nulla monta; l’infamia mi sta alle spalle, il precipizio dinanzi agli occhi; è d’uopo ch’io mi mostri a viso scoperto.»
[118]
Venne indi altra pausa di silenzio, che poscia Varney interruppe in tal guisa: «Eccoci finalmente arrivati a quell’istante che io temea da lungo tempo! Eccomi al bivio o d’essere vil testimonio della caduta del miglior fra i padroni, o di svelare quanto avrei desiderato sepolto in profondissimo obblio, se altro labbro diverso da quel di Varney non ve ne arrecava l’infausta scoperta.»
«Ora che dici tu? O piuttosto che intendi dire? rispose il Conte. Ti avverto che non abbiamo tempo da perdere in ciance. È giunta ora di fatti.»
«Quanto mi è forza dire, sarà ben tosto detto, o Milord. Piacesse al cielo che sì breve fosse la vostra risposta! Queste nozze sono la sola cagione onde dobbiamo romperci colla Regina, non è egli vero, Milord?»
«Tu lo sai al pari di me. A che tende questa insulsa domanda?»
«Perdonate Milord, non è insulsa. Vi sono tali uomini, che sagrificherebbero sostanze e vita per possedere un ricco diamante. Nè voglio ridir su di ciò. Ma prima di fare un tal sagrifizio, ogni ragion di prudenza non insegnerebbe almeno l’assicurarsi se questo diamante sia immune da macchie?»
«Come sarebbe a dire? (soggiunse [119] Leicester guatando bieco il suo confidente). Di chi parli tu?»
«Parlo... della Contessa, Milord! sono costretto a parlare di lei. Sì, ne parlerò, dovesse anche la Signoria vostra dar guiderdone di morte al mio zelo!»
«La morte.... puoi forse meritarla dalle mie mani medesime. Nondimeno parla. Ti sto ascoltando.»
«Ebbene, o Milord, mi armerò di coraggio, che qui non tanto io parlo per la mia vita, quanto per gl’interessi del mio Signore. Giammai non mi piacquero le misteriose corrispondenze che questa Signora ha serbate con Edmondo Tressiliano. Voi lo conoscete, o Milord, nè v’è ignoto averle costui sulle prime inspirato un tale affetto, di cui se la vostra Signoria trionfò, il trionfo non fu disgiunto da qualche difficoltà. Voi vedeste con qual calore l’uomo di Cornovaglia sostenne contro di me gl’interessi della Contessa. Lo scopo evidente ch’egli si prefiggeva, era quello di costringere la Signoria vostra a confessare pubblicamente queste, ch’io dirò sempre, malaugurose nozze, ed è parimente tal pubblicazione che Milady vorrebbe ad ogni costo da voi.»
Il Leicester accolse tai detti con un forzato sorriso: «Intendo, buon Riccardo. [120] Tu stai meditando ora il modo di sagrificare il tuo onore, ed anche quello di un’altra persona, a fine di stogliermi da un’ardua impresa. Ma... ricordati (aggiunse con tuono cupo, siccome irresoluto) che è la Contessa di Leicester quella di cui favelli.»
«Lo so; ma favello parimente per l’interesse del conte di Leicester. Ho appena cominciato, o Signore, le cose che debbo dire. Credo fermissimamente, che sin d’allor quando voi entraste personaggio in tal dramma, Tressiliano tutto quanto operò, lo operò d’accordo colla Contessa.»
«Tu spacci stravaganze colla calma d’un predicatore. Ma dove e come poterono accordarsi?»
«Dove, e come! Milord, per mala sorte, non posso che troppo chiaramente additarvelo. Poco prima che venisse presentato in nome di Tressiliano il memoriale, onde la Regina arse di tanto sdegno nella sua Corte, io incontrai, con mia grande sorpresa, questo Tressiliano medesimo alla porta segreta del parco di Cumnor.»
«Tu l’incontrasti, sciagurato, nè lo stendesti morto dinanzi a te?»
«Ci precipitammo l’un sopra l’altro, e s’io non ponea un piede in fallo, vostra [121] Signoria non avrebbe mai più veduto costui.»
Lo stupore tolse per qualche tempo la parola all’attonito Leicester, che finalmente si disse: «Quali prove confermano quanto asserisci? Poichè siccome la punizione debb’essere grande, voglio esaminare freddamente, e circospettamente... Gran Dio! ma no... voglio esaminare freddamente e circospettamente,» e tal proposito ripetè più d’una fiata, come per ritrarne qualche calma ad ogni fiata che il ripetea. Poi mordendosi le labbra, quasi timoroso di lasciarsi sfuggire accenti conformi alla tempesta che infieriva entro il suo animo, sclamò: «Hai tu altre prove?»
«Troppe, o Milord. E così le avessi conosciute sol io! Poteano allora andar sepolte in una eterna dimenticanza; ma il mio servo Michele Lambourne fu testimonio del tutto, ed è pur quegli che agevolò a Tressiliano l’ingresso in Cumnor. Per ciò solo presi al mio servigio questo Lambourne, e per ciò solo non me ne sono liberato dappoi, comunque tristo il conosca; ma volli mantenermi in grado di frenarne la lingua.»
E qui il perfido confidente si fece a dimostrare, come agevole gli sarebbe il convalidare quanto egli asserì e coll’attestazione [122] di Tony Foster, e colle testimonianze di diverse persone presenti allorchè insieme patteggiarono il Lambourne e Tressiliano, e presenti pure al momento che questi due individui partirono insieme dall’Osteria dell’Orso nero. Nè in tal racconto il Varney avventurò altra falsità, che maligne insinuazioni, destramente intese ad indur persuasione che il colloquio avutosi da Amy con Tressiliano in Cumnor fosse durato più di quanto durò veramente.
«E perchè non ne fui avvertito, (disse il Leicester, la cui fisonomia ad ogn’istante s’annuvolava di più). Perchè tutti voi altri, e tu principalmente, o Varney, perchè nascondermi questi fatti?»
«Perchè la Contessa, rispose lo scellerato, ne assicurò, che Tressiliano a non saputa e a malgrado di lei s’introdusse in quel castello; perchè conchiusi da questo che il colloquio non avesse portato disonore alla Signoria vostra, perchè finalmente giudicai, o Milord, che la Contessa medesima ve ne avrebbe fatto consapevole in appresso; nè Milord ignora con quanta ripugnanza si porge orecchio a sospetti che feriscono persone amate, e la Dio mercè, non son io nè un disseminatore di zizzanie, nè un referendario per farmi il primo a divulgare cose di tal natura.»
[123]
«Ma siete poi troppo pronto ad ammetterle, sig. Riccardo. Come sapete voi che tale colloquio sia stato colpevole, siccome il vorreste far credere? La contessa di Leicester, a quanto m’è avviso, può ben rimanere alcuni istanti con una persona qual è Tressiliano, senza che ne conseguano o disdoro per me, o sospetti contro di lei.»
«Certamente, o Milord, e se tale opinione non fosse stata in me, neanco avrei custodito sì lungo tempo un segreto di simil fatta. Ma debbo or dirvi ciò che dà forza a presunzioni contrarie. Tressiliano si mette in corrispondenza con un tapino ostiere di Cumnor e ciò collo scopo di agevolare la fuga della signora Contessa; manda uno de’ suoi messi, che siccome spero, avrem ben tosto sotto chiave nella torre di Merwyn, perchè Killegren e Lambsbey stanno inseguendolo. L’ostiere riceve un anello in prezzo di buoni ufici e silenzio. La Signoria vostra potrebbe anche aver visto questo anello nelle dita di Tressiliano. Egli è qui[6]. [124] Il messo mandato dal Cornovagliese giunge a Cumnor travestito da merciaiuolo, ha segreti colloqui colla Contessa, fuggono l’uno e l’altra nel durar della notte. Involano, tanta è la colpevole loro premura, un cavallo ad un povero scimunito, che incontrano lungo il cammino. Arrivano finalmente al castello, e la Contessa di Leicester trova un asilo!... non oso dire ove lo trovi!»
«Parla, te lo comando, parla sinchè conservo ancora tanta pazienza per ascoltarti.»
«Poichè il volete, rispose Varney, la Contessa si trasferì immediatamente nell’appartamento di Tressiliano, ove rimase parecchie ore, non vi dirò se sola, od in sua compagnia. Vi dissi già come Tressiliano si tenesse una sua conquista nella stanza assegnatagli. Ma non avrei sognato giammai che questa conquista....»
[125]
«Fosse Amy, vuoi dire, rispose il Leicester, ma questa è un’impostura nera quanto il vapor dell’Inferno! Ch’ella sia ambiziosa, leggiera, impaziente, posso crederlo: è donna, e ciò basta. Ma tradirmi! non mai! non mai! La prova, la prova di quanto osi asserire!» sclamò egli con forza.
«Ieri dopo il mezzogiorno vi si fece condurre da Carol ella stessa. Lambourne e il guardiano della torre di Merwyn ve la trovarono di buonissim’ora questa mattina.»
«E Tressiliano era con lei?» soggiunse il Conte rapidamente.
«No, Milord, dovete ben ricordarvi, che Tressiliano ha passata l’intera notte sotto la vigilanza di Blount.»
«E Carol e gli altri servi la riconobbero?»
«No, mio signore. Carol e Lorenzo Staples non l’aveano mai vista, e il suo travestimento ha fatto che Lambourne non la ravvisasse per la Contessa; ma nel volerle impedire la fuga da quelle stanze raccolsero un suo guanto caduto, e questo guanto, sua Signoria lo riconoscerà certamente!»
E in ciò dire rimise al Conte il guanto, su di cui stava ricamato a perle lo stemma della casa di Leicester.
[126]
«Sì, ravviso i doni che le feci io medesimo; l’altro di tali guanti copriva quel braccio che in questo giorno stesso ella avvolgeva al mio collo,» accenti che vennero pronunziati in mezzo a violentissima agitazione.
«Sua Signoria potrebbe procacciarsi, coll’interrogare la Contessa, maggiori prove sulla verità del mio asserto[7].»
«Non fa d’uopo, non fa d’uopo (rispose il Conte che tutti i tormenti dell’inferno straziavano). Questa verità mi sta innanzi agli occhi scritta in caratteri di fuoco. Vedo l’infamia di costei. Chi può negar fede all’evidenza? Sommo Dio! Per questa abbietta creatura io stava cimentando le vite de’ migliori fra’ miei amici! io stava per crollare un trono! io stava per portare e ferro e fuoco nel seno d’un regno tranquillo, per combattere la generosa Sovrana che mi fece [127] quello ch’io sono, e che se non era questo orrendo nodo, m’avrebbe già sollevato al maggior grado ch’uom possa sperare! E tutto ciò per una donna collegatasi coi miei accaniti nemici!.... Ma tu sciagurato! perchè non parlasti più presto?»
«Milord, io ben sapea che una lagrima della Contessa vi avrebbe fatto dimenticar tutto quanto avessi potuto dirvi; nè per altra parte io ebbi tal chiarezza dei fatti se non se questa mattina, allorchè l’improvviso arrivo di Foster, e le confessioni cui costrinse egli l’ostiere dell’Orso nero, m’hanno istrutto della sua fuga da Cumnor, e fatto me più solerte nelle ricerche di quanto sfortunatamente ho scoperto.»
«Or sia lode al Cielo, ministro di luce al mio fatal disinganno! Tanta è l’evidenza del tradimento, che non vi sarà in tutta Inghilterra chi possa tacciarmi di una vendetta ingiusta o troppo sollecita. Chi l’avrebbe creduto, o Varney? Tanto giovane, tanto bella, sì carezzevole, e sì menzognera! Comprendo ora la fonte di quell’odio implacabile che giurò a te, mio fedele, diletto mio servo. Costei abborriva un uomo, studioso di far cadere le sue inique trame, e pel [128] cui braccio fu quasi privo di vita il vile che la seducea.»
«Non le diedi mai altro motivo di odiarmi, o Milord; ma ella sapea come i miei consigli s’adoperassero a scemare la possanza che s’arrogò sopra di voi, mi sapea costantemente preparato a cimentar la mia vita contro i vostri nemici.»
«Or ben lo vedo. E nondimeno, Varney, quale apparenza di grandezza d’animo metteva la perfida nell’esortarmi di commettere agli sdegni della Regina il mio capo anzichè nascondermi più lungo tempo sotto il velo dell’impostura! Mi parea che l’angelo della Verità non potesse parlare più persuasivo linguaggio! ed è egli possibile, o Varney? La menzogna adunque la più atroce potrà in tal guisa ostentare le forme della verità, e l’infamia coprirsi sotto la maschera della virtù? Varney, tu mi prestasti buon servigio fin dalla fanciullezza. Devi a me ogni tuo innalzamento, puoi dovermene di maggiori; ma assumiti ora l’incarico di meditare in mia vece. Il tuo ingegno fu mai sempre acuto e profondo. Pensa! non potrebb’ella essere innocente? Sforzati a provarmi che è tale, e quanto fin ora operai in tuo favore sarà stato un nulla, in confronto del compenso che tu n’avrai.»
[129]
L’inconsolabil dolore che straziava l’anima del Conte si dipinse con tanta forza nel pronunziare di questi ultimi accenti, onde ne fu quasi scosso l’indurito cuor di Varney[8], che in mezzo ai funesti disegni suggeritigli da scellerata ambizione, non cessava d’amare il suo protettore, d’amarlo però come amar poteva un Varney. Ma tornò tosto a raffermarsi negl’iniqui divisamenti, e domò ogni rimorso, in pensando, come quel dolor passeggiero cui egli stava per cagionare al Leicester, agevolerebbe a questo il sentiero di quel trono, ch’Elisabetta già si mostrava inclinata a dividere col favorito, e dal quale lo rispingeva, in sentenza di Varney, il solo viver d’Amy. [130] Perseverò quindi nella infernale politica, e dopo avere pensato un istante sulla risposta da farsi a quella commovente inchiesta dell’angoscioso Leicester, gli rispose col fissarlo di un mesto sguardo, che dicea quasi: Le cerco invano una scusa. Poi rialzando il capo prese per un istante il contegno di uomo, cui brillasse un raggio di speranza che per breve passò pure nell’animo del misero Conte, ma seppe l’empio confidente far sì che non v’allignasse, e tali ne furono i detti: «Però, s’ella era veramente colpevole, perchè avventurarsi a venire fra queste mura?..... Gli è vero, che un tal passo s’accorda col desiderio continuo in lei d’essere riconosciuta Contessa di Leicester.»
«Così è! così è! (sclamò in cupo tuono il Conte, innanzi cui dileguossi tosto il lampo della concetta speranza). Tu non leggi com’io ne’ profondi avvolgimenti del cuor d’una femmina. Varney, indovino tutto. Ella non vuole rinunziare al titolo e al grado dell’uomo infelice divenutole sposo, e se cieco nel mio delirio avessi inalberato lo stendardo della ribellione, o se lo sdegno d’Elisabetta avesse fatto cadere il mio capo, come questa mattina ne udii dal labbro di lei la minaccia, il ricco assegnamento che [131] la legge concede alla vedova d’un Leicester, non sarebbe stato cattivo incerto per quel miserabile di Tressiliano. Il vedi! Ella mi sollecitava ad affrontare un pericolo che poteva esserle utile. Ah! non parlarmi, non parlarmi in favore di costei, o Riccardo. Voglio il suo sangue.»
«Milord, l’eccesso del vostro dolore si palesa al furore che anima questi detti.»
«Te lo replico, cessa dal parlarmi in suo favore. Ella m’ha disonorato. Ella avrebbe voluto il mio esterminio. Non vi è più legame di sorte alcuna fra me e questa femmina. Ella morirà, come s’aspetta morire ad una perfida, ad un’adultera moglie, colpevole innanzi a Dio, e innanzi agli uomini.... Or ch’io penso!... Che si contiene in questa cassetta? Il fanciullo che me la consegnò per farla pervenire ad Amy nominò ancor Tressiliano. Sì: se non vi riesce darla a lei, datela al sig. Tressiliano. Furono queste le sue parole... Oh Dio!... E in quell’istante pur mi sorpresero, ma ammaliato dagli ultimi detti di quell’indegna, assorto ne’ gravi divisamenti che concepii sol per essa.... Oh! queste parole mi tornano ora con maggior forza alla mente. Gli è lo scrignetto delle sue [132] gioie. Aprilo, Varney, forzane la cerniera col tuo pugnale.»
«Un giorno ella disdegnò valersene per rompere il nodo che tenea chiusa una lettera[9] (a ciò meditava il Varney nel prestarsi al cenno del suo padrone). Amy Robsart! quest’arme oggi avrà una parte più rilevante nel destino che ti s’appresta.»
Nel tempo stesso che costui facea tali considerazioni, il suo pugnaletto a triangolo fu la leva, cui cedè la cerniera argentea dello scrignetto. Nè appena ciò vide il Leicester, che ne strappò il coperchio, e trattine i gioielli che v’eran racchiusi, li gettò preso da rabbia sul suolo, intantochè i suoi occhi cercavano avidamente qualche lettera o biglietto, che ponesse in evidenza sempre maggiore le colpe immaginarie della sfortunata Contessa. Indi calpestando i diamanti sparsi all’intorno di sè:
«Egli è, sclamava in tal guisa, ch’io anniento questi miserabili pegni, per cui vendesti il tuo corpo e l’anima tua, per cui ti consacrasti ad una morte innanzi tempo, per cui condannasti me ai rimorsi e ad un’eterna disperazione. Non parlarmi di perdono, o Riccardo. La [133] sentenza di costei è già pronunziata!» E replicando ancora questi ultimi fatali accenti, si lanciò entro un contiguo gabinetto, chiudendone a catenaccio la porta.
Varney lo accompagnò cogli sguardi, divenuti allora men atti a quel suo maligno sorriso; solo effetto onde la sopita umanità potea farsi ancora sentire in quell’anima scellerata. «Io ne compiango la debolezza, si dicea costui fra se stesso; l’amore lo ha trasformato in un fanciullo. Egli getta, egli infrange queste gemme. S’affretterà egualmente ad infrangere il gioiello ben più fragile d’esse, ch’egli amò finora con tanto ardore. Ma le sue furie cesseranno, cessata la cagione da cui son mosse. Egli non sa valutare nè le cose, nè il vero lor prezzo. Questa prerogativa, natura la riserbò soltanto a Varney. Leicester, divenuto re, non penserà fra quai procelle di superate passioni sarà giunto sul trono; non penserà a ciò più di quel che un nocchiero mediti, toccato il porto, i pericoli affrontati nella sua corsa. Ma giova che non restino così sul pavimento questi testimoni d’un cieco furore. Sarebbero troppo ricca preda per la ciurma, che rassetta l’appartamento.»
Mentre Varney intendeva a raccogliere le gemme ed a collocarle entro il cassettino [134] segreto d’un armadio che a sorte trovavasi aperto, vide dischiusa una parte d’uscio del gabinetto ov’entrò prima il Conte, nè quel vano era coperto dalla cortina. Leicester pose fuori il capo, e tanto oppresse ne apparivano le pupille, e tanto pallide le labbra, che fremette il Varney, e appena gli occhi dell’uno si scontrarono in quelli dell’altro, abbassò la fronte il Leicester, e di nuovo chiuse quella porta. Per due volte la riaperse, e per due volte vi si affacciò nella medesima guisa senza pronunziare un solo accento, onde il Varney incominciò veramente a credere la ragione del suo signore affatto smarrita. La terza volta però questi fece al confidente un cenno d’avvicinarsi, e Varney entrando seco nel gabinetto potè avvedersi che non da delirio derivava quel turbamento, ma da barbaro disegno che il Conte stava allor meditando, ma da fiera lotta che contrarie passioni moveano nell’animo di chi il concepiva. Passarono un’ora discorrendo insieme, dopo di che il Conte cambiate in tutta fretta le vesti, tornò a fare la sua corte alla Sovrana.
[135]
Voi avete sbandita la gioia e portato il disordine nella festa.
Shak.
Nel durar della mensa e delle feste di questa rilevante giornata, i modi di Leicester e di Varney furono ben diversi da quello che per solito si mostravano fino a quel giorno. Riccardo Varney si era fatto conoscere uomo operoso e fornito d’intelligenza, anzichè dedito ai piaceri. Gli affari ne pareano il naturale elemento. In mezzo alle feste e alle gioie ch’ei sapea regolare maestrevolmente, la parte sua riduceasi a quella di semplice spettatore, o se talvolta intendeva l’animo ad esse gli era piuttosto per deridere in guisa caustica e severa i convitati, che per partecipare ai loro sollazzi.
Ma avresti detto che in tal giorno l’indole ne fosse cambiata. Continuo nel mettersi di brigata coi giovani signori, e colle amabili donne di quella Corte, [136] spirava ogni suo atto e detto tal gaiezza vivace e leggiera ad un tempo, che i ganimedi i più leggiadri nol potean superare. Coloro ch’erano avvezzi a riguardarlo siccome uomo sempre immerso ne’ divisamenti i più gravi dell’ambizione, e pronto a lanciar sarcasmi contro coloro, che non sanno usar del tempo se non se per godere d’ogni diletto che lor s’appresenta, vedeano maravigliando, com’egli esternasse uno spirito amabile, una gioia sciolta, una fronte serena al pari di loro. Ma con qual arte potea l’infernale ipocrisia di costui coprir col velo di soave giocondità i più atroci pensamenti ch’uom possa immaginare? Il segreto di un tal palliamento il conoscono solamente quelli, che gli somigliano, se pur avvi chi gli somigli. Varney avea ricevuto altissimo ingegno dalla natura, dono che ad opere malvage egli unicamente converse.
Ben tutt’altro era di Leicester. Comunque usato a comportarsi da cortigiano, a parer gaio, uficioso, libero d’ogn’altra cura oltre quella di promovere i piaceri, quand’anche segretamente il rodeano le angoscie dell’ambizione, dell’odio e della gelosia, allora il suo cuore stavasi in preda ad un più terribile nemico, [137] che non lasciavagli un istante sol di riposo. Ben si leggea nello smarrimento di quegli occhi e nel turbamento di quella fronte come fosse co’ suoi pensieri lunge dal teatro, ove in quell’istante avea parte. Continuo sforzo scorgeasi nel suo parlare, nel suo operare, e sembrava quasi avesse perduto affatto la posseduta consuetudine di comandare ad uno spirito acuto, e pieghevole ad un leggiadrissimo corpo, prerogative, onde cotanto già prevalea. Ma niun atto, niun accento erano più in lui la conseguenza della sua volontà, ma venian da un automa che aspetta per moversi l’impulso d’interna molla. Le parole gli usciano del labbro ad una ad una e sconnesse, sicchè mostravano in lui il bisogno di pensare a ciò che dovea dire, poi di pensare al modo di dirlo; e avresti perfino creduto che quando pronunciava una frase gli volesse molta fatica d’attenzione per non dimenticare l’altra che la precedè.
L’effetto che queste continuate distrazioni operarono sul contegno e sul modo di conversare del cortigiano più leggiadro che vi fosse nell’Inghilterra apparve manifestamente a tutti coloro che gli si appressarono, nè sfuggì del certo al guardo finissimo della principessa la più accorta [138] di quel secolo. Nè si sarebbe taciuta sopra tale stranezza e quasi negligenza dei riguardi dovutile, se non l’avesse attribuita alla vivacità, ond’ella nell’uscire della fatal grotta gli avea dato a conoscere il suo regale scontento. Giudicò adunque che ne durasse ancor l’impressione nell’animo del favorito, e che tal rimembranza gl’impacciasse a malgrado di lui medesimo, quelle grazie e que’ vezzi che sì giocondamente per solito il rendean compagnevole.
Nè sì tosto le si presentò tale idea, cotanto lusinghiera al cuore di femmina, scusò in proprio animo quanto era di sconvenevole verso lei nella condotta di Leicester; ed i circostanti cortigiani stupirono in veggendo, che anzichè trovarsi offesa delle reiterate distrazioni del favorito (colpe ch’ella non era usa a perdonare) studiavasi di offerirgli occasioni a riprendere coraggio, e gliene agevolava i modi con una indulgenza non connaturale ad essa in simili casi. Pure ognun prevedea che sì fatta indulgenza non poteva essere di lunga durata, e che Elisabetta cedendo alla forza primitiva della sua indole, stava già per irritarsi del contegno di Leicester, allorchè venne a questo per parte di Varney un avviso onde volesse trasferirsi nel contiguo appartamento. [139] Dopo essersi lasciato chiamare due volte alzossi, e fece atto di volere uscire in tutta fretta, poi arrestatosi d’improvviso chiese alla Regina la permissione di allontanarsi per affari premurosi.
«Come vi piace, o Milord, le diss’ella. Non ignoriamo che la nostra presenza in questo luogo vi dee cagionare affari non preveduti ed istantanei. Nondimeno se vi è grato che Elisabetta si consideri da voi accolta come noi accoglieremmo un ospite ben veduto nella nostra reggia, vi preghiamo a pensare un poco meno ai nostri piaceri, ed invece a darne a conoscere la vostra giocondità meglio che da alcune ore nol fate. Si ricetti un principe od un contadino, la cordialità è sempre la migliore fra le accoglienze. Andate, Milord; noi speriamo al vostro ritorno di vedervi più serena la fronte, e di scorgere in voi quell’amabile scioltezza, cui avete accostumati i vostri amici.»
Tutta la risposta di Leicester si stette in un rispettoso inchino, indi uscì; e giunto alla porta dell’appartamento, incontrò Varney, che trattolo con grande sollecitudine in disparte gli disse all’orecchio: «Il tutto va a dovere.»
«Masters l’ha egli veduta?» chiese il Conte.
[140]
«Sì, Milord, nè avendo ella voluto rispondere alle sue interrogazioni, nè dargli spiegazione sul motivo del suo silenzio, questo medico attesterà esser ella di fatto presa da un’infermità di mente, nè rimanere ad operar miglior cosa del rimetterla fra le mani de’ suoi amici. L’occasione è sicura per allontanarla giusta quanto si risolvè.»
«Ma Tressiliano?» rispose Leicester.
«Gli si terrà per ora occulta la partenza, che debb’essere questa sera, e domani penseremo a lui.»
«No, per l’anima mia! esclamò Leicester, di Tressiliano voglio vendicarmi colle mie mani medesime.»
«Voi, Milord, vendicarvi d’un uomo di sì lieve conto qual è Tressiliano! Oh! no, mio signore. Egli ha sempre mostrato desiderio di correre terre straniere. Prenderommi io cura di lui, e riposatevi sopra di me che non tornerà sì presto a raccontar la storia de’ suoi viaggi.»
«No, giur’al Cielo, Varney! Chiami tu di lieve conto un nemico da cui m’ebbi sì profonda ferita, che il viver mio non sarà d’or innanzi fuorchè una vicenda di rimorsi e di cordogli! No. Anzichè perdere il diletto di vendicarmi colle mie proprie mani di un tale sciagurato, andrò io medesimo a svelare ogni cosa [141] ad Elisabetta, ad implorare la sua vendetta sulla testa dei colpevoli e sulla mia.»
Varney scorse non senza concepirne terrore tanta essere la perturbazione di animo nel Conte, che non giugnendosi a sedarla, egli era ben anco capace di portarsi a quest’atto estremo di disperazione, atto estremo che avrebbe irreparabilmente mandati a vôto gli ambiziosi disegni che così per sè come pel proprio padrone avea divisati costui. Ma il furore del Conte vie più raccoltosi quanto più fu concentrato parea non ammetterebbe argini se straripava; gli fiammeggiavano gli occhi, mal fermo ne era il suon della voce, livida bava gli scendea dalle labbra.
Pure il suo confidente giunse a padroneggiarlo in mezzo a questa estrema tempesta. «Mio signore, gli diss’egli traendolo innanzi ad uno specchio, guardatevi in questo cristallo, e giudicate voi stesso se una così alterata fisonomia sia quella d’uomo capace di prender partito da se medesimo in una circostanza cotanto grave?»
«Che pretendi adunque fare di me? (disse il Leicester, colpito dal cambiamento della propria fisonomia nel tempo stesso che s’adontava della libertà presasi [142] da un suo subordinato). Sono io il tuo suddito, il tuo vassallo? o divenni forse lo schiavo d’un mio servo?»
«No, Milord (disse Varney mostrando una fermezza, che sarebbe stata bella in tutt’altri, e per tutt’altra occasione); ma se vi piace comandare, comandate a voi stesso ed alle vostre passioni. Arrossisco, io che vi servo fin da’ prim’anni di vostra infanzia, al vedere la debolezza che dimostrate in tal punto. Correte ai piedi d’Elisabetta; confessate le contratte nozze. Accusate siccome adulteri la moglie vostra e il suo amante. Promulgate alla presenza di tutta la Corte che foste il trastullo d’una giovinetta di villaggio, e del suo erudito zerbino. Fatelo, Milord; ma ricevete prima le salutazioni di Riccardo Varney, che rinunzia a tutti i beni di cui lo colmaste. Egli potè prestar servitù al grande, al magnanimo Leicester, egli era più orgoglioso d’obbedire a lui che di comandare ad altri; ma questo istesso Leicester che si digrada da se medesimo, che cede al menomo colpo d’avversa fortuna, i cui sublimi divisamenti si dileguano come fumo al più leggier soffio delle passioni, non è questi l’uomo cui acconsentirà Varney di servire. Varney porta un’anima tanto superiore a quella di Leicester, quanto [143] gli è inferiore per ricchezze e per grado.»
E nell’ultimo asserto Varney non era ipocrita, comunque la fermezza d’animo di cui pompeggiava non fosse in esso che crudeltà e profonda dissimulazione; ma ei sentiva veramente in sè le superiorità onde vantavasi; e in tal momento la premura d’assicurare quello ch’ei chiamava alto destino di Leicester, ne animava i gesti e prestava alla costui voce gli accenti d’una insolita commozione.
E fu questo che soggiogò finalmente il Leicester. Parve all’infelice Conte di vedersi già abbandonato fin dal migliore fra’ suoi amici, onde stendendo le mani verso il Varney pronunziò tali parole. «Non abbandonarmi. Che vuoi tu ch’io faccia?»
«Che voi siate voi stesso, mio nobil padrone (disse il Varney, baciando la mano al Conte dopo avergliela stretta con rispettoso affetto) che voi siate voi stesso, e superiore agl’impeti di quelle passioni, che sconvolgono l’anime vulgari. Siete voi il primo che abbia provato tradimenti in amore? Il primo al quale una giovane capricciosa e leggiera abbia inspirato un affetto, di cui ella siasi fatta giuoco in appresso? V’abbandonerete adunque ad una forsennata disperazione, sol perchè non foste più saggio che l’uomo [144] più saggio del mondo nol fu? Ch’ella sia per voi come se non vissuta giammai. Che la ricordanza di lei si cancelli dalla vostra mente come indegna d’avervi mai avuta una sede. Che l’ardimentoso disegno da voi concetto stamane si faccia quasi decreto emesso da un ente supremo, atto di indipendente giustizia. Ella meritò la morte, ella muoia.»
Mentre Varney favellava in tal guisa, la mano del Conte gli premea con forza la sua. Al veder Leicester immoto col labbro superiore stretto all’inferiore e con aggrottate ciglia, sarebbesi detto operasse sforzi onde dal confidente si trasfondesse in lui quella fermezza fredda, atroce, inumana, che i costui detti gli persuadevano. Allorchè tacque il Varney, Leicester gli stringea tuttavia la mano. Finalmente con ricercata tranquillità giunse a pronunziare queste parole: «Acconsento: ella muoia. Ma almeno mi si conceda versar una lagrima.»
«No, mio signore, rispose con forza il Varney, che scorse nel ciglio già inumidito del padrone, come la pietà di leggieri avrebbe ripreso il suo imperio. No, mio signore. Ora sono inopportune le lagrime. È d’uopo pensare a Tressiliano.»
«Oh! questo sol nome basterebbe a [145] cambiar le lagrime in sangue. Varney, vi ho pensato. Ho risoluto, Tressiliano sarà mia vittima.»
«Ella è una follia, Milord; ma voi siete potente troppo ond’io presuma arrestare il braccio della vostra vendetta. Scegliete solamente e il tempo e il destro, e non vi cimentate finchè l’uno e l’altro non vi s’appresentino.»
«Farò quanto vorrai, purchè non ti opponga a questo disegno.»
«Ebbene, o Milord, disse il Varney, incominciate dunque col fare scomparire dal vostro volto quella fisonomia cupa e smarrita, che trae sopra di voi gli sguardi di tutta la Corte, e che la Regina non vi avrebbe mai perdonata se in questo giorno non si facesse ella uno studio d’usarvi ogni sorta di riguardo.»
«Ho dunque dato a scorgere verso lei tanta incuria? soggiunse il Leicester, che pareva uscisse d’un sogno. Io credeva aver composti adattatamente il contegno e la fisonomia; ma non temere di nessuna cosa. Ora è in pace il mio spirito. Io sono tranquillo. Il mio oroscopo sarà compiuto, e tutte le facoltà dell’animo mio si adopreranno a secondare il destino che mi s’appresta. Non temere per me, ti dico. Io torno presso della Regina. Non la cederò a te nel far sì che i miei [146] sguardi o i miei detti non tradiscano il mio interno. Non hai tu null’altro da dirmi?»
«Debbo pregarvi a consegnarmi quell’anello che vi serve ad uso di sigillo. Mi diviene necessario per provare a quei vostri servi del cui ministerio mi sarà d’uopo, che mi valgo d’essi per vostro ordine.»
Trattosi dal dito l’anello, il Leicester lo consegnò con volto cupo e smarrito al Varney, e solamente aggiunse a mezza voce ma con accento terribile, questi detti: «Qualunque cosa tu eseguisca, opera con prontezza.»
Intanto la prolungata assenza del Conte facea nascere ansietà e sorpresa in coloro che si stavano nella sala del trono, ed i Leicesteriani assai s’allegrarono, poichè il videro entrare con tal contegno che facea crederne l’animo sgombro d’ogni molesta cura.
Il Conte di fatto mantenne per tutto quel giorno la promessa data al Varney, che fin d’allora si credè sciolto dalla necessità di sostenere una parte brillante che alla sua indole repugnava, e riprese a mano a mano le consuetudini gravi e severe, e quello spirito satirico ed indagatore a lui famigliare.
Il Leicester si comportò presso Elisabetta [147] com’uomo il quale profondamente ne conoscea e la forza d’animo, e le fralezze, che sotto due o tre aspetti adombravano i pregi di questa Regina. Troppo avveduto per non dare a divedere istantaneo salto dal contegno che serbava prima di ritrarsi col Varney al contegno presente, compose fin sulle prime dell’avvicinarsi ad Elisabetta e gli atteggiamenti e le parole ad una dolce malinconia, da cui trapelava tenero affetto in ver la Sovrana. E questo sentimento pareva aumentarsi vie più in proporzione de’ contrassegni di favore ch’egli ne ricevea, e il trasse a proteste amorevoli le più fervorose, le più assidue, le più delicate e persuasive e ad un tempo le più rispettose, che mai suddito abbia indiritte a Sovrana. L’udiva siccome estatica Elisabetta, in cui avresti detto addormirsi la gelosia del potere, e venir meno la risoluzione fermata in prima d’evitare ogni vincolo domestico per darsi unicamente alle cure del regno. In fine la stella di Dudley dominò anche una volta sull’orizzonte della corte Inglese.
Ma tale trionfo che sulla natura e sulla propria coscienza andava riportando il Leicester, fu avvelenato per più riprese, non solamente dalle rampogne di un interno sentimento mal tollerante dello sforzo [148] cui colpevoli divisamenti lo costrigneano, ma ben anche da altre circostanze che nel durare del banchetto e delle feste svegliavano nell’animo del Conte un’idea divenutagli tremendo supplizio.
La prima di tali circostanze fu la seguente. Terminata la mensa, stavano i cortigiani aspettando nella gran sala una sontuosa mascherata che dovea contribuire ai passatempi di quella sera, ed intanto il Leicester adoperava l’amenità del suo ingegno nel dir leggiadri motti intorno il lord Wellonghby, Raleigh, e molt’altri cortigiani, allorchè la Regina prese a dirgli con brio: «Milord, noi ordineremo vi si tratti come reo d’alto tradimento, se continuate in tal guisa a farci morire dal ridere. Ma giunge in tempo l’uomo che ha la prerogativa di rendervi serio a suo talento. Ecco il bravo medico Masters, che non v’ha dubbio ne arreca notizie della nostra povera supplicante lady Varney. Spero, signore, che non ci abbandonerete or che si discute una querela di sposi, argomento sul quale non abbiamo esperienza per poter pronunziare senza il soccorso d’un buon consiglio. Ebbene, Masters, che pensate voi di questa povera delirante?»
[149]
Il sorriso onde si avvivarono fino a quel punto le labbra di Leicester, a tai detti della Regina vi si fermò, come se lo avesse sovr’esse scolpito lo scarpello di Michel Angelo, o del Chauntry, immobilità che durogli tutto il tempo speso dal medico nel suo riferto.
«Lady Varney, graziosa Sovrana, si mantiene in un cupo silenzio, nè vuol meco spiegarsi sullo stato di sua salute; ferma inoltre nel non voler rispondere alle interrogazioni d’alcun altra persona, ella chiede di perorare la propria causa dinanzi alla Maestà vostra.»
«Il Cielo me ne liberi! sclamò la Regina; abbiam già sofferto abbastanza delle turbolenze e delle discordie, che sembrano seguire questa donna infelice ovunque ella si trae. Non siete voi del mio parere, o signore?» soggiunse Elisabetta volgendo a Leicester tal guardo, ove pigneasi il rincrescimento delle cose accadute nel luogo di delizia alla presenza d’Amy. Il Leicester rispose con profondo inchino, poichè gli tornò vano ogni sforzo inteso ad esprimere con parole che tale era parimente il suo avviso.
«Voi siete vendicativo, o signore, disse allor la Regina, ma sapremo punirvene a tempo e luogo opportuno. Torniamo alla nostra guastafeste, a lady Varney. [150] Che vi pare o Masters, dello stato suo di salute?»
«Maestà, ella è immersa in una nera malinconia, come vel dissi, rispose il Masters; ella non vuol sottomettersi ad alcuna prescrizione medica più che rispondere alle mie inchieste. La credo invasata da un delirio, che mi sembra del genere ipocondriaco anzichè del frenetico e stimerei opportuno, che il marito la facesse curare in propria casa lontano da tutto questo tumulto, che ne turba vie più la debole mente, e le mostra immaginari fantasmi. Ella si lascia sfuggire parole per cui un estraneo la giudicherebbe qualche gran personaggio travestito, qualche contessa, o che so io? principessa!... Il Cielo l’aiuti. Son queste le solite allucinazioni degli sfortunati soprappresi da morbi di tal natura.»
«Ebbene, disse la Regina, si faccia tosto partire, e venga affidata alle cure di Varney; ma ch’ella abbandoni senza indugio il castello. Se tal è il suo delirio, in fede mia! ella potrebbe anche immaginarsi d’essere qui la padrona. Ella è però una grande sventura che così avvenente donzella abbia perduta la ragione in sì fatta guisa. Che ne dite, Milord?»
«Ella è veramente una grande sventura,» replicò il Conte lasciando scorgere [151] il contraggenio di chi risponde per obbligo sol di rispondere.
«Ma che? soggiunse Elisabetta, non la pensate siccome noi intorno l’avvenenza di questa giovinetta? Per vero dire ho veduto uomini preferire l’occhio maschile e maestoso di Giunone a queste bellezze delicate, che chinano il capo siccome giglio se il gambo n’è infranto. Sì, Milord: gli uomini sono tai nemici del nostro sesso che la pugna li diletta più della vittoria, e simili a vigorosi atleti, amano le donne in proporzione della resistenza che da queste si vedono opporre. Mi unisco a voi, mia Rutland, nel giudicare che se si potesse costrignere Leicester a sposare una figurina di cera qual è la giovane Robsart, ciò tornerebbe allo stesso col fare ch’ei si augurasse la morte dopo il primo mese di matrimonio.»
Nel profferire tali accenti, volse ella uno sguardo cotanto espressivo al Conte, che a malgrado dei rimproveri d’odiosa doppiezza mossigli dalla coscienza, trovò forza bastante per dire ad Elisabetta, essere l’amor di Leicester un amor sottomesso più di quanto ella il credea, poichè volto a persona, cui obbedirebbe sempre, non comanderebbe giammai.
Fattasi rossa in volto la Regina, impose [152] silenzio al Conte, e intanto gli occhi di lei manifestavano la speranza che ella avea di non essere obbedita.
In tale momento il suono delle trombe e il romor dei tamburi che si fece udir da un balcone annunziò l’arrivo della mascherata; onde per allora il Leicester fu libero dallo stato orribile di sforzo, e di simulazione in cui l’avea posto la sua politica tenebrosa.
La mascherata che tosto entrò dividevasi in quattro separate bande, composte ciascuna di sei personaggi principali, e di altri sei che a qualche distanza portavano fiaccole. Tai gruppi rappresentavano le diverse nazioni che a mano a mano avevano occupata l’Inghilterra.
I Bretoni aborigeni che entrarono i primi, venivano condotti da due druidi, i cui bianchi capelli andavano coronati di quercia, e che portavano in mano un ramo di vischio. Il drappello che seguiva i venerandi vegliardi, era accompagnato da due Bardi in bianca veste, che per intervalli toccavano le loro arpe ed intonavano cantici ad onore di Belo o del Sole. Furono scelti a rappresentare i Bretoni quelli fra i gentiluomini della Corte che prevalevano agli altri per altezza di statura e per robustezza; la loro maschera vedeasi fregiata di lunga barba e lunga [153] capigliatura; pelli di volpe e d’orso vestianli. Tutta la parte superiore del loro corpo mostravasi coperta d’un drappo serico color di carne, su di cui scorgeansi bizzarramente delineate varie figure di corpi celesti, e d’animali e d’altre cose allegoriche, per lo che rassembravano al giusto que’ nostri maggiori, contro la cui independenza i Romani attentarono.
I figli del Lazio che portarono la civiltà all’Inghilterra venivano dopo i Bretoni. Chi vestiva le maschere nel loro carattere aveva con tutta verità imitati i grandi elmi, gli abiti guerreschi usati da quell’illustre nazione, i suoi scudi fitti ed angusti, e quella corta spada a due tagli, che la fece trionfatrice del mondo. L’aquila Romana precedea quel drappello, mentre i due porta stendardi cantavano un inno in lode del Dio della guerra; li seguivano i combattenti col portamento grave e sicuro d’uomini che aspiravano alla conquista dell’Universo.
Il terzo gruppo rappresentava i Sassoni, coperti delle pelli d’orso che portavano seco dalle foreste della Germania. Armati il braccio di quella terribile lor picozza di punta e taglio che fece tanta strage de’ primitivi Bretoni, li precedeano due Scaldi, cantori che intonavano le lodi di Odino.
[154]
Venivano finalmente i cavalieri Normanni, vestiti della lor ferrea maglia, e coperti dai loro elmi d’acciaio. Due menestrelli[10] che cantavano le guerre, e le donne si presentavano i primi di questa schiera.
Tutti i ridetti personaggi entrarono serbando il massimo ordine nella sala, dopo essersi arrestati prima alcun tempo alla soglia, affinchè gli spettatori potessero innanzi contemplarli a lor agio; indi fecero il giro della sala per dispiegare le loro file. I personaggi principali posero dietro a sè gli altri, incaricati delle fiaccole, e si collocarono dalle due bande della sala in guisa, che i Romani stessero rimpetto ai Bretoni, ed i Sassoni ai Normanni. Parve allora che una parte guardasse con occhio sorpreso l’opposta; alla sorpresa succedè lo sdegno, espresso con gesti minaccevoli, indi ad un segnale dato dalle bande di musica militare poste in orchestra, questi finti nemici sguainarono le loro spade, e marciarono gli uni contro degli altri in cadenza, ed eseguendo una specie di danza militare; [155] batteano coi loro acciari l’armatura degli avversari ogni volta che si scontravano insieme secondo le norme di quella danza. Fu spettacolo bizzarro a vedersi il buon ordine onde quelle diverse truppe a malgrado delle loro fazioni che apparivano sì irregolari, serbavano sempre il tempo, e si mescolavano, si disgiugnevano, tornavano ai loro posti, come il voleano i vari tuoni di musica.
Tali danze allegoriche rappresentavano i combattimenti che accaddero fra i diversi popoli, che occuparono altra volta il territorio della Gran Brettagna.
Finalmente dopo molte fazioni che assai dilettosamente intertennero gli astanti, s’udì uno di quegli squilli di tromba nunzi soliti d’una battaglia, o d’una vittoria; ed a questo le persone immascherate interruppero le loro danze, e raunatesi ognuna presso i loro capi, parve dividessero l’attenzione degli spettatori, conversi ad osservare qual cosa a questo suono di tromba dovesse succedere.
Spalancatisi entrambi i battitoi della porta, apparve un incantatore. Era egli il celebre mago Merlino, messo in abito strano e misterioso, che indicava la sua doppia nascita, e l’arte magica ch’ei possedea. Dinanzi e dietro a lui folleggiavano e facevano scambietti per aria [156] molti personaggi stravaganti, che rappresentavano gli spiriti pronti ad ubbidire i comandamenti del mago, parte di festa sì gradevole ai servi ed agli altri vassalli, che parecchi d’essi dimenticando il rispetto dovuto alla Regina penetrarono fin nella sala.
Il conte di Leicester accorgendosi, che i suoi uficiali avrebbero durato fatica ad allontanar questa ciurma, senza che accadesse qualche disordine alla presenza di Elisabetta, si alzò egli stesso trasferendosi in mezzo al salone; ma la Regina con tratto di bontà non nuovo in lei, mostrò desiderio che si permettesse al popolo di assistere a quel passatempo. Per vero, il Leicester aveva anche colto volentieri tale pretesto per allontanarsi dalla Regina, e per sollevarsi alcuni istanti dal penoso incarico di nascondere sotto velo di giocondità e di galanteria lo strazio che faceano del suo animo il rimorso, la vergogna, lo sdegno e la sete della vendetta. D’un gesto e d’un guardo impose silenzio a quella moltitudine; ma in vece di tornarsene presso la Sovrana, s’avvolse nel suo mantello, e mescolandosi alla folla, rimase in tal qual modo un oscuro spettatore dell’ultima parte di quel divertimento. Avanzatosi Merlino in mezzo alla sala, colla sua bacchetta [157] magica fe’ un cenno alle bande rivali, onde si assembrassero attorno di lui; indi con un discorso in versi annunziò ad esse, come l’isola della Gran Brettagna fosse allor governata da una vergine regale, cui per voler del destino tutte le parti combattenti doveano indistintamente prestare omaggio, e aspettar da lei sola una sentenza intorno ai diritti, che ciascuna delle medesime contendea, ond’essere riconosciuta qual primo stipite, da cui traevano origine i presenti isolani, sudditi di quella angelica principessa.
Docili a tal ordine, le diverse bande marciarono al suono d’una musica grave ed armoniosa, passando successivamente dinanzi al trono d’Elisabetta, cui offerivano rispettosi omaggi, ciascuna secondo lo stile della nazione rappresentata. Tali omaggi accogliea la Regina con quella grazia e con quella cortesia, che solea contraddistinguerne ogn’atto fin dall’istante del suo giugnere a Kenilworth.
I capi delle diverse bande addussero allora, ciascun per la propria, i motivi onde si credeano avere diritti a tal preminenza; ed ascoltati che gli ebbe tutti Elisabetta fece loro questa graziosa risposta: Ben dispiacerle di non essere meglio istrutta per decidere la difficile [158] quistione che il famoso Merlino le aveva proposta: pur sembrarle che non vi fosse una sola di queste nazioni, la quale potesse pretendere preminenza sopra dell’altra intorno il merito di avere contribuito a render gl’Inglesi tali quali ella allora li governava; esserle avviso, che il suo popolo avesse ricevuto da ognuno dei diversi popoli qualcuna delle varie qualità nel cui complesso stavasi l’indole della nazione. «Così, proseguiva ella, l’Inglese debbe agli antichi Bretoni il suo coraggio e quell’indomabile ardore che gli fa amare la libertà, ai Romani il suo valore disciplinato nell’arti della guerra, l’amor delle lettere, e l’interna civiltà del paese; ai Sassoni le savie e giuste leggi di cui si vanta; ai cavalieri Normanni la cortesia e la generosa passion della gloria.»
Merlino non esitò nel rispondere che di fatto era d’uopo si trovassero unite tutte le virtù e le prerogative presso gl’Inglesi onde formare la prima fra le nazioni, e la sola degna della felicità di cui godevano sotto il regno della grande Elisabetta.
Dopo di che la musica si fece nuovamente udire; e le bande immascherate, e Merlino, e il suo corteggio incominciavano a ritirarsi, allorchè il Leicester [159] che stavasi all’estremità della sala sentì qualcuno che lo tirava per il mantello, e gli diceva all’orecchio: «Bramo senza indugio un istante di colloquio con voi.»
[160]
A qual venn’io, ch’ogni rumor m’agghiaccia!
Macbeth.
Bramo senza indugio un istante di colloquio con voi. Tai detti erano semplici di per se stessi; ma il Leicester trovavasi in uno di que’ momenti d’agitazione, in cui l’animo smarrito scorge ne’ casi i più ordinari un lato sinistro ed affannoso; onde si volse con vivacità per esaminare da capo a piedi la persona che sì gli parlava.
L’apparenza esterna di tale individuo non presentava alcuna cosa meritevole di particolare osservazione. Vestito in giubba e mantello corto di seta, neri, gli copria il volto una maschera parimente nera, ed a quanto appariva facea parte delle persone immascherate di cui componeasi il corteggio di Merlino, benchè il suo travestimento non presentasse le stravaganze onde si contraddistinguevano gli altri di quella turba.
[161]
«Chi siete voi? che bramate da me?» disse Leicester, non senza manifestare col tuono della voce il turbamento che gli premea l’animo.
«Non domando nulla, che possa pregiudicarvi o Milord. Voi vedrete al contrario non poter essere per voi che vantaggiose e onorevoli le mie intenzioni, semprechè sappiate valutarle al giusto. Ma è d’uopo che io vi parli da solo a solo.»
«Io non parlo con persone sconosciute che non mi dicano il loro nome (rispose il Leicester, nel cui animo l’inchiesta dello straniero avea destati vaghi sospetti) e le persone ch’io conosco debbono prendere momento più opportuno per domandarmi udienza.»
Detto ciò, stava per ritirarsi, ma l’uomo immascherato il fermò di bel nuovo.
«Chi parla alla Signoria vostra sopra cose, dalle quali l’onore della Signoria vostra dipende, ha diritto sui vostri momenti, qual che sia il genere d’affari, che dobbiate abbandonare per dargli attenzione.»
«Ascolto io bene? Il mio onore! Chi ardisce metterlo in dubbio?» disse il Leicester.
«La vostra condotta, o Milord, potrebbe sola dar fondamenti onde accusarlo; [162] e per quest’unico motivo io desiderava intertenermi con voi.»
«Voi siete un temerario, così proruppe il Leicester. Voi abusate della franchigia che offrono queste giornate d’ospitalità. Ringraziate un tale riguardo s’io non ve ne punisco. Qual è il vostro nome?»
«Edmondo Tressiliano di Cornovaglia, rispose l’uomo immascherato: la mia lingua fu legata per ventiquattro ore da un giuramento. Questo intervallo è trascorso. Posso ora spiegarmi; ed è un solo rispetto alla Signoria vostra, se a lei mi volgo per prima cosa.»
Alto stupore comprese nel più profondo dell’animo il Conte all’udir pronunciare tal nome dall’uomo ch’ei più detestava, e da cui si credea in tanto fiera guisa oltraggiato. Rimase immoto un istante; poi la sorpresa fece luogo tantosto al bisogno della vendetta, imperioso in Leicester, quanto lo è la sete al viaggiator del Deserto. Ciò nullameno gli rimase tanta forza sopra di se medesimo per non trapassare il petto dell’uomo, ad avviso di Leicester, scellerato e impudente sì, che dopo averlo ridotto alla disperazione, osava inverecondamente mettere ad estrema prova la pazienza [163] della persona oltraggiata. Deliberò di nascondere per l’istante ogni sintomo d interna agitazione, onde comprendere in tutta l’estension loro i divisamenti di Tressiliano, e prendersi una più sicura vendetta: perciò rispose con voce che un concentramento di sdegno rendeva intelligibile appena.
«Che domanda da me il sig. Tressiliano?»
«Giustizia,» rispose Tressiliano con tuono tranquillo e fermo ad un tempo.
«Giustizia! soggiunse il Leicester; tutti gli uomini hanno diritto ad ottenerla. Voi più d’ogni altro sig. Tressiliano! Accertatevi che vi sarà fatta giustizia!»
«Nè io m’aspettava meno dalla nobiltà del vostro carattere; disse allor Tressiliano; ma ne strigne il tempo; fa d’uopo ch’io vi parli in questa notte medesima. Posso venirvi a trovare nel vostro appartamento?»
«No, proruppe in fiero tuono il Leicester, non è sotto un tetto, nè in una casa di mia ragione che noi dobbiamo vederci; bensì sotto alla volta del Cielo.»
«Voi siete scontento, o Milord, riprese a dir Tressiliano, bench’io non veda alcuna cosa che possa eccitarvi a sdegno. Però il luogo m’è indifferente; purchè [164] mi concediate una mezz’ora non interrotta.»
«Basterà più breve tempo lo spero, rispose il Leicester: trovatevi con me nel luogo di delizia, appena ritiratasi la Regina ne’ suoi appartamenti.»
«Mi basta,» e in ciò dir Tressiliano lasciò il Leicester in preda ad agitate meditazioni che parve per allora ne occupassero l’animo interamente.
«Il Cielo, così dicea fra se stesso, si mostra finalmente propizio a’ miei voti, ed offre alla mia vendetta quel perfido che impresse una macchia indelebile sul mio nome; lo sciagurato che mi fece provare angoscie tanto crudeli. Or non debbo più querelarmi del mio destino; poichè mi presenta modi di scoprire gli artifizi, onde il malvagio presume ancora assonnarmi. Oh! saprò smascherare e punire ad un tempo la sua perfidia. Ora è forza che io torni a sottomettermi al mio giogo; ma sento che mi parrà lieve. A mezzanotte al più tardi sonerà l’ora di mia vendetta.»
In mezzo a tali considerazioni, che non lasciavano tregua al suo spirito, il Leicester attraversò di nuovo la calca, che schiudevasi innanzi a lui, e riprese sede a fianco della Regina, invidiato ed ammirato da ciascuno de’ circostanti. Oh! [165] se il cuore dell’uomo cui si portava cotanta invidia, avesse potuto comparire nel suo vero stato a quella numerosa assemblea, se si fosse potuto scorgere le lotte che vi movevano la colpevole ambizione, la persuasione dell’amore tradito, la sete orribile della vendetta, le furie compagne agli atroci divisamenti, idee che si succedevano l’una all’altre, quasi spettri suscitati dagli abissi ad aggirarsi nel cerchio d’infernal maga, qual ente vi sarebbe stato, dal cortigiano il più ambizioso scendendo al servo il più abbietto, che avesse voluto cambiar la sua sorte col signore di Kenilworth, col favorito di Elisabetta?[11]
Nuovi tormenti lo aspettavano a fianco della Regina.
«Voi giugnete a tempo, Milord, gli diss’ella, voi giugnete a tempo per farvi giudice in una contesa nata fra queste Milady. Sir Riccardo Varney è venuto [166] a chiederci la permissione di allontanarsi dal castello per accompagnare la sua moglie inferma, e a fine di ottenere il nostro beneplacito ci ha data sicurezza del vostro. Del certo non è nostra intenzione di stoglierlo dal prestare affettuose cure ad una persona tanto meritevole di compassione, ma non possiamo tacervi una cosa. Questo Varney in tal giorno si mostrò rapito in estasi dai vezzi delle nostre dame..... e lo credereste? la nostra duchessa di Rutland è persuasa ch’ei non accompagnerà sua moglie al di là del lago, se pur non la manda ad abitare i palagi di cristallo, de’ quali ci parlò la magica ninfa, per tornarsene vedovo e sciolto, a rasciugar le sue lagrime, e a cercar conforto alla perdita fra gl’incanti e le seduzioni del femminile nostro corteggio. Che ne dite, o Milord? Noi abbiamo veduto il vostro Varney sotto quattro diversi travestimenti. Ma voi che lo conoscete più profondamente, lo giudicate tanto cattivo da usare sì barbaro trattamento alla moglie?»
Se il Leicester si trovasse confuso, ognun lo immagina, ma il rischio del mostrarsi smarrito era troppo grave, e per altra parte indispensabile una risposta. «Queste Milady, si spacciò egli in tal guisa, o hanno ben poca opinione della loro [167] costanza se suppongono che una donna possa meritare tal sorte, o giudicano troppo severamente il nostro sesso col pensare esservi tal uomo capace di assoggettare una innocente a sì fatto castigo.»
«Lo udite, Milady? soggiunse Elisabetta. Egli è, come il rimanente degli uomini, che ci trattano con crudeltà, poi cercano giustificarla col tacciarne d’incostanti.»
«La Maestà vostra non voglia dir noi, replicò il Conte: sostengo che, quando appartengono ad ordine inferiore, così i pianeti come le donne hanno rivoluzioni e fasi irregolari, ma chi avvi sì ardito per accusare il sole di mutabilità, o d’incostanza la grande Elisabetta?»
La conversazione poco dopo prese andamento men periglioso per il Leicester, che continuò ad assumervi parte operosa, ad onta degli affanni che ne straziavano l’anima, e sì gratamente intertenne Elisabetta, che la campana del castello avea sonata mezzanotte prima che questa regina si fosse ritirata; circostanza rara nelle regolari sue consuetudini. La partenza della Sovrana fu il segnale a cui l’assemblea si disciolse, trasferendosi ognuno ai propri appartamenti chi meditando sulle ricreazioni godute in quel giorno, chi deliziandosi anticipatamente nel pensare a quelle della domane.
[168]
L’infelice signore di Kenilworth, egli, da cui solo derivavano queste feste cotanto magnifiche si ritrasse per darsi a sollecitudini ben diverse; e si fu la prima ordinare al servo che lo seguiva, gli venisse tosto innanzi Varney; ma tornò il messo poco dopo annunziandogli, essere già trascorsa un’ora dacchè il Varney aveva abbandonato il castello uscendone per la porta di soccorso insieme a tre persone, l’una delle quali era rinchiusa entro d’una lettica.
«Com’è che a tal ora la guardia lo ha lasciato uscire? Io non credea ch’ei partisse prima dell’alba.»
«Egli addusse tai ragioni che persuasero le sentinelle; poi a quanto m’han raccontato, mostrò loro un anello di vostra Signoria.»
«Sì, disse il Conte, me ne ricordo, ma non è men vero ch’egli si è affrettato di troppo. Dimmi (continuando a parlare a quel servo), t’è noto, se qui sia rimasto alcun del suo seguito?»
«Sì certamente. Allora quando il signor Varney stava per partire, non si potè ritrovare Michele Lambourne, cosa per la quale sir Riccardo andò in tutte le collere. Momenti fa, ho veduto lo stesso Lambourne affaccendato a mettere la sella al suo cavallo per correre dietro di gran galoppo al padrone.»
[169]
«Mandalo a me tostamente. Debbo dargli un ordine da portare a Varney.»
Partì il servo a quest’uopo, ed intanto il Leicester camminando su e giù pel suo appartamento tai cose andava fra sè meditando.
«Varney eccede in zelo. Sarà, voglio crederlo, effetto dell’essersi affezionato alla mia persona. Nondimeno ha egli pure i suoi disegni, e non va a rilento quando gli preme farli riuscire. S’io m’innalzo, s’innalza egli del pari. Già l’ho veduto anche più del dovere sollecito di liberarmi da quell’inciampo che mi chiude la via del trono!.... Più del dovere?.... Però!.... io non debbo sopportare l’affronto, l’umiliazione a cui m’ha tratto costei... Sì, debb’essere punita, ma debbe esserlo dopo più mature considerazioni. M’accorgo anticipatamente, che gli espedienti troppo precipitosi desterebbero nel mio cuore tutte le furie d’inferno. No! per ora basta una vittima, e questa vittima mi sta aspettando.»
Prese affrettatamente quanto facea di mestieri a scrivere, e gettò sulla carta queste poche linee.
«Sir Riccardo Varney,
Abbiamo risoluto differire l’esecuzione di quanto fu commesso alle vostre [170] cure, e vi ordiniamo ne’ più stretti termini di non andar oltre per tutto ciò che s’aspetta alla nostra Contessa, a meno di non ricevere da noi ulteriori comandi. Vi ordiniamo parimente di ritornare a Kenilworth, non appena avrete posto in luogo sicuro il deposito a voi affidato. Se per avventura l’adempimento di questo dovere vi desse maggiori indugi che noi stessi non c’immaginiamo, al ricevere della presente ordinanza ci rimetterete tosto, valendovi d’un messo pronto e fedele, il nostro anello, di cui abbisogniamo sull’istante. Noi riposiamo nella sicurezza della obbedienza la più esatta per parte vostra, e su di ciò raccomandandovi alla divina custodia, ci sottoscriviamo vostro amico e buon padrone.
R. Leicester.
Dal nostro castello di Kenilworth, giorno decimo di luglio, anno di grazia 1575.»
Intanto che il Leicester terminava, e suggellava tal lettera, scortato dal servo entrò nell’appartamento Michele Lambourne, colle gambe entro stivaloni che gli venivano sino alla coscia, col mantello legato attorno al corpo da una cintura ad uso di chi dee cavalcare, e coperto [171] da un cappellaccio di feltro, come i corrieri costumano.
«In qual grado servi tu?» il Conte gli disse.
«Nel grado di scudiere del grande scudiere della Signoria vostra,» rispose il Lambourne con quel suo tuono di sfrontatezza ordinaria.
«Metti da un canto la sfacciataggine. Le buffonerie che ti puoi permettere con sir Riccardo Varney, non sono buone per me. Solamente rispondimi. In quanto tempo ti riprometti di raggiugnere il tuo padrone?»
«In un’ora, o Milord, se il cavaliere o il cavallo ci durano,» rispose Lambourne, che fece tosto passaggio dal tuono pressochè famigliare ai modi il più profondamente rispettosi.
Il Conte lo squadrava da capo a piedi: «Ho udito parlare di te, come d’uomo infaticabile nel servigio, ma troppo dedito al vino, e accattabrighe, sicchè non so bene se convenga il fidarti negozi di alto rilievo.»
«Milord, fui soldato, marinaro, viaggiatore, avventuriere, mestieri tutti nei quali si gode del tempo presente, perchè non avvi mai sicurezza del dì successivo; ma benchè questo tempo molte volte io l’abbia mal impiegato, non ho mai posto [172] in dimenticanza quanto si dee ad un padrone.»
«Fa ch’io me n’avvegga in tal circostanza, e te ne verrà bene. Rimetti prontamente, e con tutta l’accuratezza questa lettera nelle mani di sir Riccardo Varney.»
«La mia incumbenza non si estende più in là?» soggiunse il Lambourne.
«No, rispose il Conte, ma riguardo come affare di massima importanza che ella sia eseguita a dovere e con sollecitudine.»
«Non risparmierò nè le mie cure, nè il mio cavallo,» e dopo avere così risposto il Lambourne si ritirò immediatamente, e nell’attraversare il lungo corritoio e nel discendere per la scaletta segreta, borbottava fra se medesimo: «Ecco a che si riduce questa segreta udienza, onde io era già salito in tanta speranza! Che io caschi morto! Avrei giurato che il Conte abbisognasse della mia assistenza per qualche segreto maneggio, e il tutto sta in una lettera da portar via! Nondimeno sia fatta la sua volontà! E sua Signoria dice benissimo. Me ne verrà bene per un’altra volta. Il fanciullo va carpone prima di camminare, ed è giusto che un novizio cortigiano, come son io, faccia lo stesso.... Ma diamo un poco un’occhiatina [173] a questa lettera, che il nostro Conte ha suggellata con tanta negligenza.» Compiuto ch’ebbe tale disegno si credè rapito in estasi, ed esclamò: «La Contessa! la Contessa! Giur’al cielo ho scoperto un segreto che o farà la mia fortuna, o mi rovina per sempre. Ma va innanzi o mio Baiardo, soggiunse egli mentre conducea nel cortile il suo cavallo; va innanzi perchè i miei speroni e i tuoi fianchi sono in procinto di stringere nuovamente amicizia.»
Salì dunque a cavallo il Lambourne, abbandonando il castello, ed uscì per la portella di soccorso, ove trovò gli ordini lasciati dal Varney affinchè non gli si contendesse il passaggio.
Non appena il Lambourne ed il servo si erano partiti dalla stanza di Leicester, questi cambiò le magnifiche vesti in altre più semplici, ed avvoltosi nel suo mantello, e presa in mano una lucerna, tenne la via del corritoio, d’onde scese ad una porticella che mettea nella corte vicina all’ingresso del luogo di delizia. Le considerazioni cui si dava egli in allora erano d’un’indole più tranquilla e più risoluta che da lungo tempo nol fossero state, e studiavasi di assumere quel contegno, che a’ suoi occhi medesimi fosse giusto, fermo però nell’opinione [174] d’essere egli l’offeso, non il colpevole.
«Soffersi il più grave degli oltraggi! Tal si era il senso di queste meditazioni; e nondimeno ho ricusato di prenderne quell’immediata vendetta che era in mio potere per riserbarmi quella sola voluta dall’onore. Ma ne deriverà perciò che un nodo profanato in un giorno da questa perfida donna debba legarmi per tutta la vita, ed oppormi impacci nella brillante carriera, che i miei destini mi apersero? No: vi sono altri modi d’infrangere sì fatti lacci senza attentare ai giorni di quella che mi tradì. Dinanzi a Dio sono libero d’un legame ch’ella stessa ha distrutto. Molti e molti regni separeranno lei e me d’ora innanzi: l’immenso oceano starà frapposto tra noi: ed i flutti che ne’ loro abissi inghiottirono intere flotte, rimarranno i soli depositari di questo infausto segreto.»
Con sì fatti ragionamenti procurava il Leicester di calmare la propria coscienza. Di fatto egli avea ritrattati gli ordini atroci d’una vendetta, che bramò troppo nel primo impeto dello sdegno. E quanto alle mire ambiziose, erano queste divenute per tal modo inseparabili dai suoi atti e dai suoi disegni, che non era più nemmeno in facoltà di lui il risolversi d’abbandonarle. Quella sola vendetta cui [175] divisava limitarsi, prese a’ suoi occhi un color di giustizia, e perfino di moderazione e di generosità.
In tale stato trovavasi l’animo dell’uomo ambizioso, e che veramente si credea provocato, allorchè entrò nel magnifico ricinto del luogo di delizia, che la luna adorna del massimo suo splendore chiariva. I raggi ne venivano ripercossi da tutti i marmi bianchicci ond’erano costrutti i cancelli e gli altri ornamenti architettonici di quel delizioso sito. Non una leggiera nuvoletta ingombrava l’azzurrina volta de’ cieli; laonde la prospettiva che stavasi innanzi potea vedersi in quella guisa, come se il sole avesse abbandonato allor l’orizzonte. Le numerose statue di bianco marmo al chiarore di quella pallida luce sembravano altrettanti spettri, che avvolti in bianchi drappi uscissero delle lor tombe. Le fontane che in brillanti zampilli descrivevano la loro curva nell’aere, ricadeano indi nei propri bacini in forma di pioggia che inargentavano i raggi della luna. Calda oltremodo era stata quella giornata; spirava lungo il terrazzo un dolce orezzo notturno, leggiero al pari d’aura agitata dal ventaglio d’avvenente donzella. Gli usignuoli avevano costrutti numerosi nidi nel contiguo giardino, e questi armoniosi [176] cantori delle notti estive cercavan compenso del silenzio serbato per tutto il giorno nell’intonare deliziosi concerti, i cui accordi, or vivaci e giulivi, or patetici, corrispondevano, detto sarebbesi, all’estasi prodotta in essi dal cheto e soave spettacolo di que’ giardini allegrati dalla lor melodia.
Ma il Leicester pensava a tutt’altro che al mormorio dell’acque, al chiaror della luna, o ai canti degli usignuoli, e dignitoso e a passi lenti trascorrea quel terrazzo da un’estremità all’altra, avvolto nel suo mantello, e tenendo sotto il braccio la spada, nè gli veniva fatto di veder cos’alcuna che a figura umana si assomigliasse.
«Fui scherno, diceva egli, della mia stessa generosità, lasciai sfuggirmi quello scellerato, e forse a quest’ora egli ha fatta libera la sua adultera amante, che sì debolmente è scortata.»
Tali ne erano i sospetti, che tantosto si dileguarono, allor quando s’accorse di un uomo che dopo avere attraversato il portico, veniva a lui lentamente, ed oscurava colla propria ombra gli obbietti innanzi ai quali avvicinandosi trascorrea.
«Ferirò io, prima che il suono di questa odievole voce mi giunga all’orecchio? (pensò il Leicester nell’atto di [177] mettere la mano all’impugnatura della sua spada). Ma no: voglio sapere a che tendano i suoi vili divisamenti: voglio conoscere, comunque orribile ne sia l’esame, tutti i raggruppamenti, gli avvolgimenti di questo rettile impuro, innanzi ch’io adoperi la forza mia a stritolarlo.»
Abbandonata colla mano l’elsa della spada, mosse lentamente ver Tressiliano, cercando di raccogliere attorno al suo animo quella calma di cui sentivasi capace.
Tressiliano il salutò con molto riguardo, alla quale salutazione corrispose il Conte chinando disdegnosamente il capo, e dicendogli:
«Voi volevate parlarmi in segreto, o Signore! Eccomi a voi. Sto ascoltandovi.»
«Milord, quanto debbo comunicarvi mi sta sì a cuore, e bramo tanto di avere in voi un ascoltatore paziente, e persin favorevole, che incomincerò prima dal giustificarmi sopra tutte quelle circostanze che potessero avere impressionato sinistramente intorno a me l’animo della Signoria vostra. Voi mi credete vostro nemico?»
«Non pare ch’io ne abbia qualche motivo?» Rispose il Conte, in veggendo che Tressiliano aspettava una risposta.
[178]
«Voi siete ingiusto, o Milord. Io mi protesto amico del conte di Sussex, che i cortigiani nomano vostro rivale; ma non ne sono o la creatura o il partigiano, nè aspettai questo momento ad accorgermi che le Corti e i loro maneggi non si confanno nè colla mia indole, nè colle mie idee.»
«Certamente! rispose il Leicester. Avvi cure più degne d’un dotto che gode tanta fama quanto il sig. Tressiliano; ma l’amore ha i suoi maneggi, non meno che l’ambizione.»
«M’accorgo, Milord, che voi date troppo peso all’antico affetto ch’io nudrii per l’infelice persona di cui debbo or favellare, e immaginate forse ch’io ne abbia assunta la causa, mosso piuttosto da uno spirito di rivalità, che da un sentimento di giustizia.»
«Quali che siano le mie idee a tal proposito, procedete innanzi nel vostro discorso, o Signore. Fin qui non m’avete parlato che di voi medesimo; gli è un argomento per certo grave ed importantissimo; ma che non mi riguarda personalmente in un modo sì rilevante da farmi abbandonare il riposo per venire ad intertenermene. Risparmiate di farmi udire più lunghe frasi, o Signore, e dite quel che vi rimane a dire, se pur è vero [179] che abbiate da parlarmi di cose che si riferiscano a me. Terminato che sia il vostro discorso, io pure a mia volta ho altre cose da comunicarvi.»
«Quando ciò sia, entro senza preamboli in argomento, o Milord, e poichè trattasi di tal materia che va strettamente congiunta all’onore della Signoria vostra, son certo che non riguarderete come perduto il tempo trascorso in udirmi. Debbo domandar conto alla Signoria vostra dell’infelice Amy Robsart, la cui storia non vi è che troppo conosciuta. Rimprovero acerbamente me stesso di non aver preso questa via sulle prime, e di non avervi sulle prime fatto giudice tra me, e lo scellerato che l’oltraggiò. Milord, ell’è giunta a sottrarsi all’illegale cattività di Cumnor: la vita di lei era in pericolo: ella ha sperato che le sue rimostranze produrrebbero qualche effetto sopra l’animo d’un indegno marito: ella mi strappò la promessa di non mettermi nell’arringo di suo difensore, fintantochè ella stessa non avesse esperimentato ogni sforzo per far riconoscere da costui i propri diritti.»
«Signore, dimenticate voi di qual persona parlate?»
«Parlo del suo indegno sposo, e il rispetto che ho per voi non sa trovare [180] linguaggio più mite onde additarlo. La persona infelice per cui m’adopero viene sottratta a’ miei sguardi, e la tengono celata in qualche angolo recondito di questo castello, se all’ora in cui parlo non trovasi già rinchiusa in un di que’ nascondigli, opportuni ai malvagi per mandare a fine scellerati disegni. A questi disegni è d’uopo finalmente troncare il corso. Parlo con tanto coraggio, invigorito dall’autorità, che lo stesso padre della giovane in me trasmise. Questo fatal maritaggio vuol essere pubblicato e provato alla presenza della Regina. Amy dee finalmente essere liberata dalla sua schiavitù, e posta in grado di fare quanto vorrà di se stessa. Permettetemi d’aggiugnere, non trovarsi persona, il cui onore esiga tanto imperiosamente che si faccia diritto a tale inchiesta, quanto nella presente circostanza la Signoria vostra lo è.»
Rimase attonito, e quasi fatto di pietra, il Conte in udir l’uomo, da cui si credea oltraggiato nella più crudel guisa, difendere colla fermezza di chi non ha nulla da rimproverarsi la causa della sua colpevole amante (che tale Dudley la credea) quasi che ella fosse innocentissima fra tutte le donne, ed egli, Tressiliano, un imparziale proteggitore. Nè [181] certo a scemare tale sorpresa contribuiva il fervore posto dal gentiluomo di Cornovaglia nel chiedere per Amy quel grado e quegli onori, che in senso di Leicester cotesta donna aveva inviliti, e che, siccome più apparivano le cose, ella avrebbe poscia divisi col suo inverecondo campione. Laonde trascorse più d’un minuto dopo l’arringa di Tressiliano, innanzi che il Conte si riavesse dal proprio stordimento; e per chi consideri in qual persuasione trovavasi l’animo del secondo, allorchè si condusse in questo ricinto, non parrà strano, se finalmente cedè ai moti dell’ira, fattosi cieco a qualunque altro riguardo.
«Vi ho ascoltato senza interrompervi, sig. Tressiliano, e ringrazio Dio, poichè ha fino a questo giorno risparmiato alle mie orecchie il disgusto di udir gli accenti d’un uomo malvagio quanto sfrontato. La frusta di un carnefice sarebbe strumento più convenevole a punirti che non la spada d’un cavaliere. Nondimeno mettiti in parata, o scellerato; difenditi.»
Dicendo le quali ultime cose, lasciò cadersi il mantello, e colla spada guernita ancora di fodero percosse fortemente Tressiliano, indi tantosto la sguainò, fattosi primo ad assalirlo. Già i detti ingiuriosi che Tressiliano sapeva di non meritare, [182] aveano prodotto in questo un istantaneo stupore, non dissimile a quello onde rimase attonito il Conte allorchè ascoltò i primi accenti dell’altro. Ma non appena alle ingiurie tenne dietro sì fatto oltraggio, che escludeva ogn’altra idea fuorchè quella del venire all’armi, la sorpresa diede luogo al risentimento il più vivo nell’animo di Tressiliano, che sguainò parimente la spada, e comunque men destro in valersene che nol fosse il Conte, trovò nullameno vigor bastante per sostenere da valoroso il cimento, tanto più che la mente del Cornovagliese era più tranquilla assai di quella del Leicester, la cui condotta l’altro non poteva attribuire che a vera frenesia, o alla forza di qualche inesplicabile illusione.
Si durava da più minuti combattendo senza che alcuno de’ due rivali avesse ricevuto ferite, allorchè d’improvviso si udì suono di voci e di passi affrettati sotto il portico, che mettea nel terrazzo.
«Noi siamo interrotti, disse al suo antagonista il Leicester, seguitemi.»
Nel medesimo tempo si fece ascoltare tal voce: «Sì, in fede mia! costui ha ragione: sono persone che si battono.»
Allora il Leicester condusse Tressiliano [183] ad un frascato posto dietro ad una fontana, che fu loro di nascondiglio. Intanto che sei Yeomen della guardia reale trascorreano il viale maestro del luogo di delizia, si fece udire uno di que’ soldati che diceva all’altro:
«Non ci verrà mai fatto per questa notte trovarli in mezzo a queste fontane e a queste grotte, veri covi di scoiattoli e di conigli. Laonde, se non gl’incontriamo prima d’essere in fondo, torneremo addietro, e basterà mettere una sentinella all’ingresso del sito per assicurarci quando sarà giorno che i nostri schermidori non ci scappino.»
«Bella impresa veramente! diceva un altro, sguainare la spada in tanta vicinanza alla dimora della Regina, e può dirsi anche nel suo palagio medesimo. Saranno, non v’ha dubbio, due smargiassi presi dal vino. Mi spiacerebbe quasi se li raggiugnessimo; perchè la loro colpa, non è vero? è punita col taglio della mano destra. Sarebbe a dirla, un brutto caso il perderla per aver toccata una lama, che appunto vuol essere tenuta con quella mano.»
«Eh! se si parla di smargiassi e di accattabrighe tu non ti stai addietro, mio caro amico, un altro di que’ soldati gli soggiugnea. Ma bada al fatto tuo, [184] perchè la legge è al giusto qual la citasti.»
«Sì, replicò il primo, volendo interpretarla a tutto rigore. Questo palagio per altro non appartiene alla Regina, ma a milord Leicester.»
«Se non hanno altra circostanza che li favorisca, disse allora il secondo, non la vedo tanto bella per essi, perchè se la graziosissima nostra sovrana è regina, come lo è, grazie a Dio, milord Leicester non è lontano dall’esser re.»
«Taci, bestia, entrò di mezzo un terzo. Chi t’assicura che qualcheduno non sia qui ad ascoltarci?»
Così proseguirono la loro corsa, facendo una specie d’indagine assai negligente, e molto più intesi, giusta quanto pareva, a continuare la loro conversazione, che a discoprire que’ notturni perturbatori.
Allorchè Leicester s’accorse che i soldati avevano oltrepassato il terrazzo, diede cenno a Tressiliano di seguirlo, e prendendo dirittura opposta a quella cui si erano avviate le guardie, fece coll’avversario tutto il portico, senza che alcuno s’accorgesse di loro. Indi il Conte accompagnò lo stesso Tressiliano alla torre di Merwyn, ove questi avea tornato a prendere alloggiamento, e gli disse prima di separarsi da lui:
[185]
«Se è coraggio in te bastante per terminare il combattimento interrotto in tal guisa, tienti domani poco discosto da me, allorchè la Corte uscirà. Troveremo istante opportuno, e da me ne avrai il segnale.»
«Milord, rispose Tressiliano, in tutt’altra occasione, avrei potuto chiedervi il motivo dello strano furore che vi accieca contra la mia persona; ma l’insulto che mi faceste vuol esser cancellato solo col sangue, e foste voi giunto pur anche al sublime grado, cui aspira la vostra ambizione, il mio onore oltraggiato debbe avere la sua vendetta.»
In guisa tal si divisero; ma le avventure di quella notte non erano terminate ancora per Leicester. Costretto a passare per la torre di St-Lowe onde giugnere al corritoio segreto che guidava al suo appartamento, si scontrò nel lord Hunsdon, che tenea sguainata sotto il braccio la spada.
«Anche voi, milord Leicester, sì prese a dire il vecchio Capitano, foste svegliato da questo chi va là? Ma va benissimo dalla parte di tutti i diavoli! Qui in questo vostro castello la notte non è meno romorosa del giorno. Non sono due ore che mi destarono le urla di quella povera pazza, di quella lady Varney, che [186] suo marito conducea via a viva forza. E vi giuro bene che vi ha voluto tutta la forza degli ordini dati da voi e di quelli che prima ebbi dalla Regina perchè io non mi mettessi in mezzo di questo negozio, e perchè io non la finissi spaccando le tempia a quel vostro favorito Varney. Adesso poi liti e duelli nel luogo... luogo... Come chiamate voi quel terrazzo lastricato ove metteste tutte le vostre carabattole?»
La prima parte di tale discorso fu un colpo d’acuto stile al Leicester, che si limitò a rispondere all’altro aver egli pure udito lo scricchiolar delle spade, ed essere disceso per fare stare a dovere i temerari che osarono battersi in tanta vicinanza della Regina.
«Quand’è così, disse Hunsdon, spero bene che la Signoria vostra vorrà accompagnarmi.»
Il Leicester pertanto si trovò nella necessità di tornare addietro fino al luogo di delizia insieme al vecchio parente della Regina; il quale giunto sul luogo udì narrarsi dagli uomini di guardia (erano questi sotto l’immediato comando di Hunsdon) come fosse stata inutile ogni ricerca intesa a scoprire gli autori dello scompiglio; ond’egli in guiderdone della fatiga che aveano fatta indarno, li presentò [187] d’una dozzina delle sue solite imprecazioni, trattandoli come gente pigra e da nulla.
Ed anche il Leicester trovò ben fatto di mostrarsi corrucciato per lo stesso motivo; ma finalmente pervenne a capacitare il lord Hunsdon, che tutto questo soqquadro non poteva in sostanza aver origine se non se dalla sconsigliatezza di due giovinastri che aveano forse bevuto al di là, e assai castigati dalla paura d’esser presi da chi gl’inseguiva.
Il lord Hunsdon, che non era poi egli stesso fra gli ultimi devoti al dio Bacco, convenne che il vino scusava in parte molte delle pazzie che ne derivavano. «Però, soggiunse, se la Signoria vostra non mette un po’ meno di liberalità nella regola della sua casa, e soprattutto qualche maggiore economia nella distribuzione del vino, dell’ala e de’ liquori, vedo che non potrò esentarmi dal far alloggiare in prigione qualcuno di questi garbati giovanotti e dal regalarli di non so quanti colpi di frusta. Con questo le auguro la felicissima notte.»
Si trovavano allora appunto a quell’ingresso della torre di St-Lowe ove s’incontrarono la prima volta, e contento il Leicester di potersi spacciare d’un tale compagno gli augurò del pari la buona [188] notte, e recatosi in dirittura al corritoio segreto, riprese la lucerna, lasciatavi dianzi, e che vicina a spegnersi durò quanto bastava a rischiarargli di pallido lume il cammino sintantochè fosse al suo appartamento.
[189]
«State su, state su, se preziosa
»Vita pur v’è; non mi venite addosso.
»Vel canto in versi, e non vel dico in prosa.
»A manca e a dritta i calci a più non posso
»Mena la bestia mia; chè baldanzosa
»La rende nobiltà fitta nell’osso;
»Nobiltà, che suo padre ebbe ai tornei,
»Ch’alla figlia d’Enrico offria Dudlei.»
Mascherata de’ barbagianni — Ben Jonson.
Il passatempo che stavasi apparecchiando pel successivo giorno ad Elisabetta ed alla sua Corte era una battaglia fra i Danesi e gl’Inglesi, la quale doveva essere rappresentata dai fedeli e coraggiosi abitanti di Coventry, giusta una costumanza da lungo tempo mantenutasi in quell’antico borgo, e guarentita autentica dalle vecchie loro croniche.
I cittadini divisi in due bande, Sassoni, e Danesi, recitavano in versi sufficientemente aspri, accompagnati da botte ancor più aspre che costoro si menavano, le contese delle due prodi nazioni, e il valor magnanimo delle amazzoni Inglesi, [190] che ebbero la più gran parte nella generale strage dei Danesi, accaduta nel secondo martedì dopo pasqua, dell’anno di grazia 1012. Tale lotta che fu lungo tempo il favorito sollazzo degli abitanti di Coventry, era stata a quanto sembra proibita dal rigorismo d’alcuni ministri d’un’austera setta, i quali aveano acquistata grande prevalenza sopra la Magistratura. Perciò que’ borghesi indirissero istanze alla Regina, affinchè venisse loro restituito questo patrio divertimento, ed anzi per ottenere la permissione di offerirne lo spettacolo a sua Maestà. Allor quando tale argomento si discusse nel consiglio privato, solito per la maggiore celerità degli affari a seguire ovunque portavasi la Regina, l’inchiesta del popolo di Coventry, benchè disapprovata da alcuni membri più severi di quell’assemblea, incontrò grazia al cospetto di Elisabetta. Ella trovò che passatempi di tal natura intertenevano innocentemente molte persone, che prive d’essi avrebbero impiegato in più perniciosi giuochi il proprio tempo, e che i loro predicatori comunque commendabili per dottrina e pei santi fini che gli animavano, mostravansi di soverchio acerbi nel negare i modi di ricrearsi al lor gregge.
[191]
Avutasi pertanto causa vinta dagli abitanti di Coventry, dopo un banchetto, che mastro Laneham chiama colezione d’ambrosia, i principali personaggi della Corte, seguendo sua Maestà, si trasferirono in folla alla torre della Galleria per vedere avvicinarsi le due truppe nemiche, Inglese e Danese.
Ad un dato segno si schiuse per riceverli lo steccato del parco; ed entrarono tutti insieme i fantaccini ed i cavalieri, perchè i più ambiziosi fra i borghesi ed i coltivatori si erano addossate bizzarre vesti che in tal qual modo imitavano quelle dei cavalieri, e così intendevansi rappresentare il corpo nobile delle due nazioni. Ciò nullameno onde evitare ogni sinistro, non fu permesso ai medesimi il montare veri cavalli; costretti quindi a valersi di quei corridori di legno, onde ebbe in altri tempi il suo vezzo principale la danza moresca, e che vediamo anche ai dì nostri sul teatro nella grande battaglia, con cui viene terminata la tragedia del sig. Bayes. Nè d’arnesi men singolari, che la cavalleria, pompeggiava l’infanteria; la quale comparsa potea riguardarsi quasi una parodia di quegli spettacoli più splendidi, ne’ quali i nobili avendo parte, imitavano colla possibile fedeltà i personaggi [192] rappresentati. Nè la festa di cui parliamo era soltanto parodia a motivo dei cavalli di legno, e delle combinazioni bizzarre e ridicole di vesti, che quegli attori d’una classe inferiore sfoggiavano non ne sapendo di più, e che noi ci asterremo dal descrivere per non interrompere il corso della nostra storia; ma ad accrescere materia di riso aggiugneasi la qualità delle lor armi, che sebbene capaci di portare vigorosi colpi, non erano che lunghe pertiche in vece di lancie, ed i bastoni teneano luogo di spade. Le armi da difesa poi così per la fanteria come per la cavalleria erano caschetti e scudi di fitto cuoio.
Il capitano Coxe (quel celebre buffone di Coventry, autore d’una biblioteca di ballate, d’almanacchi, e di storielle, che legate in carta pecora, ed annodate con uno spago, vengono anche oggidì cercate avidamente dagli antiquari) era egli stesso l’ingegnoso ordinator della festa. Avanzavasi gagliardamente sul suo cavallo conducendo le bande Inglesi. «Feroce all’aspetto, dice il Laneham, brandiva la sua lunga sciabola, qual si conveniva ad uno sperimentato guerriero, che avea portato l’armi all’assedio di Bologna sotto il padre della Regina, il re Enrico.» Questo Generale pertanto fu [193] il primo a far carriera; e passò vicino alla galleria, seguito da’ suoi compagni. Poi abbassando rispettosamente innanzi alla Regina l’impugnatura della spada fece tale corbetta, che non mai cavalli di legno a due gambe ne avevano fatta una simile.
Indi continuando in suo cammino con tutta la schiera de’ fantaccini e de’ cavalieri, li schierò abilmente in ordine di battaglia all’estremità del ponte, aspettando che i suoi antagonisti fossero preparati all’assalto.
Nè gli fu d’uopo indugiar lungo tempo; perchè i Danesi, così infanteria come cavalleria, non inferiori nè di numero nè di coraggio agl’Inglesi, arrivarono quasi nell’istante medesimo; e preceduti dal suono della cornamusa del Nort, strumento della nazione, ubbidivano ai comandi d’un abile condottiero, il quale nella perizia della guerra non la cedeva che al capitano Coxe, se però non eragli eguale. I Danesi, siccome assalitori, si collocarono sotto la torre della Galleria, posta rimpetto a quella di Mortimero, e prese che ebbero tutte le necessarie cautele fu dato il segno della battaglia.
Molta moderazione dimostrarono i combattenti nel primo scontro; perchè ciascuna [194] delle due parti temeva essere respinta sino al lago. Ma col giugnere de’ rinforzi la scaramuccia si trasformò in combattimento accanito. Gli uni si lanciaron su gli altri, che sembravano, come si esprime il donzello della camera del Consiglio, montoni ardenti di gelosia; e gli urti scambievoli erano tanto furiosi, che a coppie stramazzavano al suolo, e faceano strano fracasso quelle sciabole di legno che si scontravano negli elmi; ed accadde per reiterate riprese ciò che i campioni più esperimentati delle due bande temevano: i cancelli laterali, fors’anche ad arte mal rinfrancati, cedettero alla forza di quelle spinte, di modo che il coraggio della maggior parte illanguidì. E tale accidente sarebbe divenuto più serio di quanto volevasi in una lotta fatta per divertire, poichè parecchi di que’ campioni non sapevano nuotare, e quelli ancor che lo sapevano si trovarono impacciati dalle loro infrante armature di legno e di cartone. Ma ogni cosa erasi preveduta, onde stavano pronti molti battelli per raccogliere i guerrieri che soggiacessero a tale disastro, e per isbarcarli sulla terra ferma. Ivi tutti molli e sconfortati cercavano l’obblio dell’avuta sconfitta nella copia d’ala calda, e di spiritosi [195] liquori che vennero ad essi somministrati colla massima liberalità; e tal ne era l’effetto, che non mostravano più alcuna vaghezza di rimettersi in quel pericoloso certame.
Il solo capitano Coxe, balzato due volte dal ponte nel lago egli ed il suo cavallo di legno, e giudicandosi nondimeno capace d’affrontar quanti pericoli siensi giammai offerti agli eroi favoriti dell’antica cavalleria, agli Amadigi, ai Beliani, ai Bevi, e a Guido di Warwick, il cui personaggio egli rappresentava, il solo capitano Coxe, lo ripetiamo, dopo due disgrazie di tal fatta si lanciò in mezzo al più folto della mischia, colle vesti e colla gualdrappa del cavallo tutte imbevute d’acqua, e giunse per due volte a ridestare colla voce e coll’esempio il coraggio degl’Inglesi, che pareva inchinasse; tal che finalmente la vittoria loro sopra i Danesi divenne, siccom’era convenevole e giusto, compiuta e decisiva. Meritevole quindi che un mezzo secolo dopo la facesse immortale la penna di Ben Jonson, il quale giudicò non potere un ballo immascherato aprirsi degnamente da verun altro fuorchè dall’ombra del capitano Coxe, montato sul formidabile suo corridore di legno.
[196]
Questi passatempi campestri, e per vero dire grossolani anzichè no, mal parranno forse accordarsi coll’idea che il leggitore dovea concepire e d’una ricreazione preparatasi per Elisabetta, per quella Principessa, che nel durar del suo regno fece fiorire in guisa tanto brillante le lettere, e d’uno spettacolo rappresentato dinanzi una Corte, cui presedea la donna la più reputata così per l’osservanza in ch’ebbe mai sempre ogni sorte di convenevolezze, come per saggezza e spirito, e per gusto finissimo e dilicato.
Ma fosse politica in essa il prendere parte a que’ diletti popolari, o vogliasi dire che Enrico VIII avesse trasfuso alcuno de’ propri gusti nella sua prole, gli è certo ch’ella rise di tutto cuore sul modo onde la popolazione di Coventry dipinse, o piuttosto mise in parodia le consuetudini cavalleresche. Ma finalmente vogliosa di una ricreazione più conforme al suo genio che questi spettacoli burleschi nol fossero, chiamò a se vicini il lord Hunsdon, e il conte di Sussex col quale aperse un intertenimento sopra cose a lei più gradevoli, nel che ebbe parimente, a quanto parve, lo scopo di compensare questo uomo illustre del disgusto forse arrecatogli dalle lunghe udienze particolari, [197] onde in quell’intervallo si vide onorato il Leicester. La compiacenza che la Sovrana dava a divedere nel ridere e scherzare co’ suoi generali, fornì al Favorito l’occasione ch’ei stava aspettando di ritrarsi dal regale cospetto. E così bene egli colse l’istante, onde il suo allontanarsi fu attribuito dai cortigiani a cortesia, che gli persuadesse lasciar libero al rivale il campo di avvicinarsi ad Elisabetta, anzichè profittare del vantaggio che la sua qualità di signor del castello offerivagli a poter sempre mettersi di mezzo siccome barriera fra i propri emuli e la Regina.
Ma il Leicester pensava in allora a tutt’altra cosa fuorchè al dimostrarsi così generoso rivale; nè appena vide la Regina in colloquio col Sussex e col lord Hunsdon, dietro ai quali stavasi sir Nicolò Blount, spalancando da un orecchio all’altro la bocca ad ogni parola che udiva pronunziare, il Leicester fece un cenno a Tressiliano, che in tutto quel tempo non avea mai partiti gli occhi da quanto il Conte facea.
Il Leicester pertanto s’innoltrò dalla banda del parco, rompendo le ondate degli spettatori, che si beavano ammirando il battagliar degl’Inglesi contra i Danesi. Poi quando, non senza avere [198] superata qualche difficoltà si vide fuori di quella calca, volse il capo per verificare se Tressiliano se n’era spacciato al pari di lui, ed accorgendosi che questi lo seguia da vicino, s’avviò ad un piccolo boschetto, ove gli aspettava un servo con due cavalli forniti di sella. Asceso sopra uno di essi additò per cenni a Tressiliano di fare altrettanto sull’altro. Il Cornovagliese lo secondò senza profferire un solo accento.
Il Leicester punse i fianchi del suo corridore, e galoppò senza posa fino ad uno spartato luogo, cinto di spessissime quercie, lontano un miglio dal castello, e situato in parte contraria affatto a quella ove la curiosità attraeva la piena degli spettatori. Allora discese, e legato il suo cavallo ad un albero, altro non disse che queste parole: «Qui non corriamo rischio di venire interrotti»; indi posto il mantello suo sulla sella, sguainò la spada.
Fece egual cosa Tressiliano, che solamente non potè ristarsi dal dire: «Milord, chiunque mi conosce sa ch’io non pavento la morte ogni qualvolta sia compromesso il mio onore. Credo potere senza avvilirmi domandare in nome di quanto è più sacro giusta le leggi dello stesso onore, per qual motivo la Signoria vostra [199] si è tratta a farmi un oltraggio siccome quello che ora mette l’uno a fronte dell’altro, nello stato in cui ci troviamo.»
«Se voi non amate aver tali prove del mio disprezzo, mettetevi tosto in difesa, o temete ch’io rinnovelli il trattamento onde vi querelate.»
«Non ne farà d’uopo. Dio sia giudice fra di noi, e ricada sul vostro capo il sangue vostro, se voi succumbete!»
Terminate queste parole si avvicinarono, e diedero principio all’assalto.
Il Leicester che sapea profondamente l’arte della scherma, imparò nella scorsa notte a ben conoscere la forza di Tressiliano ed a sentire la necessità d’usare molta cautela, e di assicurarsi la vendetta col non volerla troppo affrettata. Continuò molti minuti la pugna, e la maestria e la fortuna eguali erano d’entrambe le parti, allor quando Tressiliano avventurando con eccessivo impeto una botta al Leicester, questi riuscito a pararla pose l’avversario in mal punto; tanto che potè disarmarlo, e riversarlo sul suolo. Sorrise ferocemente il Conte in vedere la punta della propria spada non lontana più di due pollici dal collo dell’inimico. Postogli un piede sul petto, gli comandò confessasse [200] le infami colpe, onde si era fatto reo verso di lui, indi si preparasse alla morte.
«Non ho colpe, nè infamie da rimproverarmi nella condotta che tenni verso di te, Tressiliano rispose. Meglio di te son preparato a morire. Usa, come ti piace del riportato vantaggio, e possa Iddio perdonarti! Io non ti diedi nessun motivo di perseguitarmi coll’odio tuo.»
«Nessun motivo! sclamò il Conte, nessun motivo! Ma perchè parlar io con un ente sì vile? Muori, siccome vivesti.»
E già rialzato avea il braccio, risoluto a portargli l’estremo colpo, quando sentì arrestarselo da alcuno che gli stava dietro alle spalle.
Furibondo ei si volse per isciogliersi da tale ostacolo non mai preveduto, e vide colla massima delle sorprese che chi gli tenea il braccio era un fanciullo d’aspetto il più straordinario; e lo tenea sì vigorosamente, che gli sforzi operati dal Conte a fine di spacciarsene diedero tempo a Tressiliano di rialzarsi e di riprendere la sua spada. Il Leicester gli si avventò lanciando sovr’esso guardi inveleniti siccome prima, e con più furore sarebbe rincominciata la pugna, se il fanciullo gettatosi a’ piedi del Conte, [201] non lo avesse con voce stridula ed acutissima supplicato ad ascoltarlo un istante.
«Levati e lasciami, disse Leicester, o pel giusto Iddio!... proverai quel che la mia spada si valga. Qual interesse è in te di togliermi la mia vendetta?»
«Un interesse potentissimo, rispose senza intimidire il fanciullo, perchè la mia sola pazzia è cagione di questa sanguinosa contesa, e lo sarà fors’anche di mali assai più terribili. Oh! se voi volete goder la gioia d’una pura coscienza, oh! se voi sperate dormire i vostri sonni liberi dal tormento crudelissimo de’ rimorsi, oh! trascorrete, trascorrete questa lettera solamente, poi farete quel che vi aggrada.» E questi detti movea con tale istanza, cui i lineamenti del volto e la singolarità della voce prestavano non so qual vezzo fantastico, e nel tempo medesimo faceva vedere al Conte una lettera annodata da lunga treccia di capelli. Comunque cieco di rabbia nel vedersi sfuggir dalle mani in guisa tanto strana la sua vendetta, non seppe il Conte resistere a questo supplicante d’un genere sì straordinario. Gli strappò dalle mani la lettera, impallidì nello scorgerne la soprascritta, slegò con tremebonda destra il nodo che la chiudea, e portatine gli occhi sul contenuto, [202] vacillò e sarebbe caduto all’indietro, se nol reggea il tronco di un albero. Rimase un istante in quella positura, cogli occhi fisi sulla lettera, e colla punta della spada rivolta al suolo, sicchè non parea più pensasse di modo alcuno alla presenza d’un nemico ch’egli avea sì spietatamente aizzato, e venuto in tutto il destro di assalirlo con vantaggio a sua volta. Ma troppo nobile era l’anima di Tressiliano per pensare ad una sì fatta vendetta. Egli stavasi non men del Conte immobile per la sorpresa, tenendosi però ognor pronto a schermirsi, se fosse stato d’uopo, contro qualunque subitaneo assalto d’un inimico ch’ei sospettava sempre più essere vittima soltanto d’una inconcepibile frenesia. Gli parve per vero dire ravvisar nel fanciullo quel ragazzo che avea fatto seco a correre intorno all’antro del maniscalco, perchè tal era la figura di Dick, che non la dimenticava sì di leggieri chi l’avea vista una volta. «Ma come giunto qui in tal momento? considerava fra se medesimo; perchè interporsi con tanto fervore nella nostra contesa? e quel che più mi sorprende, perchè il costui frammettersi ha potuto tanto sull’animo di Leicester?»
Ma tal si era quella lettera da produrre effetti ben ancora più maravigliosi; e fu [203] quella stessa che l’infelice Amy aveva scritta al suo sposo onde rendergli noti i motivi che la costrinsero a fuggire da Cumnor, e i modi dell’eseguito divisamento. In essa instruivalo come si fosse rifuggita a Kenilworth, soltanto per implorare la protezione del marito; in essa spiegava circostanze da cui appariva il perchè si fosse trovata nella stanza di Tressiliano; in essa pregava il Conte a procurarle senza indugio un ricovero più convenevole che la torre di Merwyn non le offeriva. Terminavasi questa lettera colle proteste le più solenni d’un inviolabile affetto, e di una sommessione sott’ogni riguardo assoluta alle volontà dello sposo, e principalmente per quanto si riferiva al tenore di vita ignorata ch’egli da lei pretendeva, e di cui si chiamava contenta purchè non fosse oltre affidata alla custodia di Varney.
Percorso ch’ebbe l’intero foglio il Leicester, gli cadde queste di mano. «Prendete, diss’egli, la mia spada, o Tressiliano, e trapassatemi il cuore, com’io volea pochi momenti dianzi trafiggere il vostro.»
«Milord, rispose Tressiliano, voi mi faceste una grande ingiustizia, ma un segreto presentimento ripeteva al mio animo, che questa doveva essere la conseguenza [204] di qualche inesplicabile errore.»
«Fatale errore! (Soggiunse il Leicester nell’atto stesso in cui rimetteva la lettera a Tressiliano). Mi si è fatto credere scellerato un uomo d’onore, e un servo infido e dissoluto vestì a’ miei occhi il carattere del migliore fra gli uomini! Oh tristo d’un fanciullo! perchè mi giugne questa lettera solo adesso? A che indugiò, ove trovasi lo sciagurato che doveva recarmela?»
«Non ardisco dirvelo, Milord (rispose il fanciullo, e facea nel tempo stesso le sue consuete prove di allontanarsi e di mettersi fuori del pericolo d’essere raggiunto). Ma ecco il messo.»
Arrivò in quel punto stesso Wayland; che interrogato dal Leicester, gli narrò tutte le particolarità della fuga presa insieme con Amy; gli orribili espedienti dei malvagi che rendettero necessaria tal fuga, e il desiderio ch’ella avea di mettersi sotto la protezione del marito. Ed in prova di quanto asseriva, citò la testimonianza de’ servi del castello, i quali, soggiugneva egli, non poteano del certo aver dimenticate le premurose istanze ch’ella fece appena giuntavi ond’essere condotta al conte di Leicester.
«Ah scellerati! sclamò il Conte. Ma [205] di tutti più infame, più scellerato Varney! E Amy or che parliamo è in poter di costui!»
«Ma costui, disse tosto Tressiliano, spero non avrà ricevuti comandi che le possano tornare funesti.»
«No, no, rispose precipitosamente il Leicester; dissi alcune cose nel primo impeto di furore, ma quest’ordine è compiutamente ritrattato, un corriere è partito in tutta fretta. Ora ella si trova.... ella deve trovarsi in piena sicurezza.»
«Sì disse Tressiliano, ella deve trovarsi in piena sicurezza, ed io devo esserne certo. I miei dispareri particolari con voi sono finiti, o Milord; ma ne restano altri su cui debbo chiedere conto al seduttore di Amy Robsart, a quel seduttore che di Varney si fece manto onde coprire le proprie colpe.»
«Il seduttore d’Amy! replicò in terribile tuono Leicester. Dite il suo sposo, il suo sposo ingannato, accecato, il suo indegno sposo. Ella è di fatto la contessa di Leicester, quanto è vero ch’io sono armato cavaliere. Non avvi genere di giustizia ch’io non sia pronto a renderle di mio buon grado. Non ho d’uopo dirvi che se avvisaste essere in voi gli espedienti per costringermi a ciò, non li temo.»
[206]
Tanta era la generosità di Tressiliano, che gl’impedì di arrestarsi sulle personali considerazioni, cui dava luogo quest’ultima parte della risposta del Conte, e tutte le sue idee si raccolsero immantinente a meditare sulla sorte d’Amy Robsart. Non aveva egli una illimitata fiducia nelle risoluzioni, che temea volubili, del Leicester, e per altra parte ne scorgea l’animo troppo fieramente agitato per potere assicurarsi che la fredda ragione lo avrebbe sola condotto. Per ultimo non credeva Amy fuor di pericolo finchè la sapea fra le mani delle perfide creature del Conte.
«Milord, diss’egli colla massima calma, non ho mente d’offendervi, ed ora sono lontano più che mai dal voler cercare contese, ma i doveri che mi astringono a sir Ugo Robsart, vogliono ch’io in questo istante medesimo mi conduca alla Regina per farle note le cose accadute, e per adoperarmi, onde il grado di Amy Robsart venga riconosciuto siccome è di dovere.»
«No, Signore, il Conte replicò con nobile disdegno; non siate cotanto ardito per frammettervi in un affare che mi riguarda personalmente; la voce sola di Dudley dee promulgare l’infamia di cui [207] si è coperto Dudley[12]. Corro sull’istante a farne consapevole Elisabetta, poi veloce come il lampo sarò a Cumnor.»
Così parlando distaccò il cavallo, e montatovi sopra, s’avviò, correndo a tutta briglia, al castello.
Nè meno impaziente di condursi a quella volta Tressiliano salì egli pure a cavallo; il che vedendosi da Flibbertigibbet, questi gli disse: «Ah Signore! portatemi con voi; la mia storia non è per anco finita. Ho bisogno della vostra protezione.»
Il gentiluomo di Cornovaglia secondò l’inchiesta del fanciullo, che in rispettosissimi modi gli confessò lungo la strada com’egli, Dick, si credesse avere diritto alla confidenza di Wayland, come lo avessero punto i misteriosi avvolgimenti, onde lo stesso Wayland evitava di appagarne la curiosità allor quando veniva da lui richiesto sullo stato della Signora, a questo maniscalco affidata, [208] come in fine per vendicarsi avesse furtivamente tolta di dosso a Wayland quella lettera d’Amy, che tardata al Leicester, produsse cotanti inconvenienti. Aggiunse però in propria difesa essere stata intenzione in lui di restituire la stessa lettera in quella sera medesima, non dubitando che il suo vecchio amico non si trovasse al castello per sostenere la parte d’Arione; avergli per vero dire fatta molta sensazione il nome accennato nella soprascritta, ma essergli noto che non prima di quell’ora potea giugnere al castello il conte di Leicester, ne più presto quindi eseguire la sua commissione Wayland.
«Ma continuò il fanciullo, Wayland non si vide più» (e i nostri leggitori sanno come lo avesse posto fuori del castello il Lambourne). «Mi diedi, ma invano, tutta la sollecitudine per trovarlo. Cercai in allora un’occasione che non mi venne prima d’ora, onde parlare alla Signoria vostra[13]. Allora sì, cominciai a temere le conseguenze dello scherzo fatto all’amico, vedendomi detentore [209] d’una lettera indiritta ad un personaggio cotanto ragguardevole, quale si è il conte di Leicester. Prima dell’allontanamento di Wayland potei accorgermi che egli non si curava punto, anzi temeva d’incontrarsi in Lambourne e in Varney. Pensai quindi che tale lettera fosse da rimettersi nelle mani stesse del Conte, e che forse avrei dato danno a chi l’avea scritta col fidarla a qualunque altra persona. Cercai bene d’ottenere un’udienza da milord Leicester; ma quella canaglia de’ suoi servi a’ quali mi volsi a tal uopo mi respingevano colle male parole, fosse per vedermi piuttosto brutto, fosse perchè i miei abiti non mi annunziavano per un signore.»
Narrò in appresso, come si fosse trovato vicino ad aggiugnere il desiderato scopo, allorchè in mezzo alle praticate indagini gli accadde trovar nella grotta lo scrignetto ch’ei ben sapeva appartenere all’infelice Contessa, avendoglielo veduto nel breve tempo ch’ella viaggiò di conserva coi commedianti, perchè niuna cosa sfuggiva all’occhio vispo di quel fanciullo. Dopo essersi dato premura onde consegnare alla Contessa o a Tressiliano quella cassettina, ei la pose per ultimo (e vedemmo per quale combinazione) fra le mani medesime del Leicester, ma il [210] travestimento di questo personaggio gli impedì ravvisarlo.
Parve propizia a Dick la sera della mascherata, e vedea imminente l’istante di poter parlare al Conte egli stesso, ma Tressiliano il prevenne. Fino d’orecchio quanto lo era d’ingegno, udì i due campioni che si diedero convegno nel luogo di delizia, e gli venne vaghezza d’entrar terzo ne’ lor colloqui, e di spiarne i passi; perchè già lo mettevano in tal quale inquietezza le strane voci che intorno alla signora si andavano divulgando fra le persone di servigio.
Un incidente non preveduto gl’impedì di seguire da vicino l’orme del Conte, onde giunto sotto del portico trovò gli avversari alle prese. Avvertì di gente che si batteva la guardia, nè dubitò oltre, che la burla da esso fatta non fosse la cagione di una tale disfida, di cui potevano essere tanto funeste le conseguenze. Da starsi nascosto sotto del portico, udì il secondo patto di disfida, in cui Leicester e Tressiliano convennero. Per ciò non tenne che sovr’essi l’occhio intantochè i paesani di Coventry battagliavano. Allora a grande sua maraviglia, scorse in mezzo alla folla Wayland travestito con molta arte, ma non quanta voleasi per ingannar l’acuto sguardo del [211] fanciullo collega. Si sottrassero insieme alla calca per confidarsi lo stato loro scambievole. Flibbertigibbet confessò al maniscalco tutto quanto abbiamo or raccontato, e l’altro a sua volta gli narrò, come lo avesse ricondotto in quel luogo l’altissima agitazione che il fece paventare per la giovane Amy, appena in un villaggio dieci miglia distante da Kenilworth, ove trovossi quella mattina, intese che fin nella notte precedente aveano abbandonato il castello del Conte così Varney come Lambourne, uomini a suo avviso capaci d’ogni più nero attentato.
Mentre di queste cose s’intertenevano Wayland e Dick, videro Tressiliano e Leicester che si erano spacciati dalla calca, e li seguirono fino al luogo, ove montarono a cavallo. Ivi fu che Dick, della cui sveltezza hanno già avute riprove i nostri leggitori, giunse in tempo a salvare a Tressiliano la vita. Era lo stesso Dick pervenuto a questa conclusione del suo racconto, allorchè egli ed il Cornovagliese si trovarono dinanzi alla torre della Galleria.
[212]
Dal balcon dell’oriente
Le tenèbre della notte
Schiude il sol, che fuggon rotte
Per virtù del suo splendor
Veritade, astro possente,
Se da lunge sol ti sveli,
Sperdi l’ombre più crudeli
Dell’inganno e dell’error.
Antica ballata.
Nel tempo che Tressiliano attraversava il ponte, che fu dianzi arena di spettacolo così tumultuoso, non potè far di meno di non osservare un’alterazione sorta in tutte le fisonomie nel durare della breve sua lontananza. La burlesca battaglia era finita; ma i lottatori anzichè pensare a dimettere i loro travestimenti, si erano raunati in diversi gruppi, siccome avrebbero fatto gli abitanti d’una città scompigliata da qualunque annunzio straordinario e malauguroso.
Nè in miglior aspetto trovò le cose, giunto al cortile esterno. I servi, le persone del corteggio di Leicester, gli ufiziali [213] subalterni del castello stavano assembrati in vari drappelli essi pure, e l’uno susurrava all’orecchio dell’altro, e tutti teneano fisi i loro sguardi verso la finestra del gran salone, dipignendosi nel volto d’ognuno inquietezza e mistero.
La prima persona di sua particolare conoscenza in cui Tressiliano scontrossi fu sir Nicolò Blount, che senza dar tempo all’altro d’interrogarlo, lo fermò con queste parole:
«Dio ti perdoni Tressiliano! ma tu sei fatto più per essere buon campagnuolo che uomo di Corte. Non sai che cosa sia quella sollecitudine necessaria a chi fa parte del corteggio di sua Maestà. Sei domandato al castello, desiderato, aspettato; niuno può sostenere nel presente affare le veci tue, ed ecco che arrivi con un simiotto sul collo del tuo cavallo, come se tu fossi la balia di qualche diavoletto lattante, o avessi l’incarico di fargli prendere un poco di aria.»
«Che parli? che c’è di nuovo?» disse Tressiliano, lasciando andare il ragazzo, che si lanciò a terra colla leggerezza d’una piuma e scendendo nel medesimo tempo egli stesso.
«In fede mia che cosa ci sia di nuovo, non v’è chi lo sappia, replicò il Blount: non lo so nemmen io, che ho [214] odorato fino quanto mai cortigiano possa vantarsene. Ti dirò solamente che milord di Leicester ha traversato galoppando il cortile, e galoppando con tal furia.... avresti detto volesse accoppar tutti quelli che si trovavano dove passava: ha domandato un’udienza alla Regina: e mentre parliamo, sta rinchiuso con essa, con Walsingham, e con Burleigh. Hanno chiesto di te; ma a nessuno è noto, se si tratti di tradimento, o di qualche cosa ancora di peggio.»
«Per il giusto Iddio! il nostro Blount ha ragione, disse Raleigh, sopraggiunto in quell’istante. Tressiliano, è d’uopo che tu ti porti immantinente al cospetto della Regina.»
«Non precipitar tanto le cose, mio caro Raleigh, soggiunse Blount, e pensa a quei suoi stivaloni. Tressiliano, da parte di Dio! fa a mio modo; va nella mia stanza e mettiti quelle mie brache di seta color di rosa; non le ho portate che due volte.»
«Eh via! rispose Tressiliano. Amico Blount, tu pensa soltanto ad aver cura di questo ragazzo; trattalo con dolcezza; ma guarda bene che non ti sfugga; egli può essere più necessario di quanto t’immagini.»
Detto ciò Tressiliano, seguì frettolosamente [215] Raleigh, lasciando lì quel buon galantuomo di Blount, che tenea con una mano il fanciullo, e la briglia del cavallo coll’altra, accompagnando per lungo tempo coll’occhio Tressiliano.
«Considero che nessuno mi chiama a parte di questi misteri! dicea Blount fra se stesso, e Tressiliano mi pianta qui a far la guardia ad un cavallo e ad un ragazzo. Pazienza il cavallo! perchè per natura sono inclinato a queste bestie se le trovo di buona fatta, ma dovermi anche prender la briga di questa leggiadra creatura! D’onde venite voi mio bel comparino?»
«Dalle maremme,» rispose Flibbertigibbet.
«Eh! che cose vi hai imparato, mio caro bamboccio?»
«A trappolare le oche dai piedi larghi, e dalle calze gialle.»
«Che ti venga la peste! disse Blount, guardando le immense rosette delle sue scarpe. Se ella è così, il diavolo si porti il primo che ti chiede più nulla!»
Intanto Tressiliano attraversò in tutta la sua lunghezza il grande salone; ove si vedeano per ogni parte crocchi di cortigiani attoniti, e che parlavano fra loro in modo misterioso; gli occhi d’ognuno stavano immobili verso la porta d’ingresso [216] che metteva all’appartamento particolare della Regina. Raleigh additò questa porta a Tressiliano, il quale picchiò, e venne introdotto nell’istante medesimo. In quel momento era spettacolo non privo di vezzo il vedere tutte le persone di fuori torcere i colli per iscorgere pur qualche cosa coll’occhio entro di quell’appartamento; ma la cortina che copriva l’uscio ricadde troppo presto, perchè la loro curiosità potesse venire appagata.
Entrato appena Tressiliano, non senza interna palpitazione trovossi alla presenza di Elisabetta. Questa facea grandi passi lungo la stanza, in preda a violentissima agitazione, che nemmeno pareva ella si curasse nascondere, intantochè due o tre fra i consiglieri più ammessi alla regal confidenza, si andavano guardando inquietamente l’un l’altro, ed aspettavano per parlare che si calmasse lo sdegno della Sovrana. Dinanzi al regal seggio ov’ella prima si stette, e che vedevasi ancora smosso dal suo posto per l’impeto, onde Elisabetta l’abbandonò, vedeasi genuflesso Leicester, colle braccia incrocicchiate sul petto, gli sguardi chini al suolo, immobile, muto siccome statua sopra una tomba; a fianco di lui era il lord Shrewsbury, [217] in que’ giorni conte maresciallo dell’Inghilterra, che tenea il bastone spettante alla propria dignità. La spada del Leicester staccata dal pendaglio, giacea dinanzi ad esso sul pavimento.
«Ebbene, Signore! (disse la Regina, facendo alcuni passi verso Tressiliano, e battendo il piede col gesto e nell’atteggiamento d’Enrico VIII in persona). Voi la sapete tutta, questa bella tresca! voi siete complice dell’inganno di cui fu zimbello la nostra persona! voi medesimo foste una fra le principali cagioni dell’ingiustizia che abbiamo commessa!»
Tressiliano cadde prosteso dinanzi alla Regina, e il suo accorgimento gli fece vedere quanto sarebbe stato per lui rischioso il difendersi in un momento ch’ella era oltre modo irritata.
«Sei dunque muto Tressiliano? continuò Elisabetta. Tu conoscevi questo maneggio! Tu lo conoscevi, non è egli vero?»
«Io ignorava, mi è forza dire alla Maestà vostra, rispose finalmente Tressiliano, che questa infelice Signora fosse Milady, la contessa di Leicester.»
«E chi è, che la riconoscerà in questo grado? rispose furiosa Elisabetta, per la morte di Dio! Milady! Contessa di Leicester! La Amy Dudley, dico io, e [218] sua gran fortuna se non dovrà ben tosto sottoscriversi: vedova del traditore Roberto Dudley!»
«Regina, soggiunse allora Leicester, trattate me come vi piace, ma non punite questo gentiluomo; egli è affatto innocente.»
«Sì certo, che gli gioverà la tua intercessione!» disse la Regina, abbandonando Tressiliano, che lentamente si rialzò, e correndo con grand’impeto verso Leicester, che conservava sempre la stessa positura. «Sì certamente, tu sei un valevole intercessore! Oh! uomo doppiamente infedele, doppiamente spergiuro! tu la cui scelleratezza mi ha fatta ridicola agli occhi de’ miei sudditi, odiosa a me stessa! Vorrei strapparmi questi occhi per punirli del loro accecamento.»
Burleigh allora si fece coraggioso a parlarle: «Augusta donna, rammentate che siete Regina, regina d’Inghilterra, madre de’ vostri sudditi: non vi abbandonate al torrente di questa collera tanto impetuosa.»
Si volse ver lui Elisabetta, ed una lagrima brillò in quell’occhio fiero, ed infiammato dall’ira: «Burleigh, diss’ella, tu sei un uomo di stato: ma non comprendi, non puoi comprendere quai [219] cordogli, quai obbrobri costui abbia versato nel mio seno.»
Serbando la massima circospezione, e mostrandole ad un tempo profondo rispetto, Burleigh prese la mano della Regina, di cui vedea straziarsi il cuore, indi trasse l’irata donna in disparte verso il vano d’una finestra che sottraevasi agli sguardi degli spettatori.
«Regina, diss’egli, io sono ministro ma nondimeno sono uomo. Ho incanutito ne’ vostri consigli. Non bramo che la vostra gloria e la vostra felicità! calmatevi, ve ne supplico!»
«Ah Burleigh, tu non sai!...» E in ciò dire copiose lagrime a malgrado dei suoi sforzi per rattenerle rigarono le guance d’Elisabetta.
«Io so, io so tutto, mia gloriosa Sovrana. Oh! guardatevi dal non dar luogo ad altri di sospettare quello che ignoravano.»
«Ah! (soggiunse Elisabetta facendo tal pausa come persona cui si presentano alla mente nuovi pensieri) Burleigh, tu hai ragione, ogni ragione. Tutto sia fuorchè il disonore. Tutto fuorchè la confessione della mia debolezza; tutto fuorchè comparire ingannata, sprezzata. Per la morte di Dio! questa idea sola basta a trarmi in disperazione.»
[220]
«Date a divedere l’accostumato vostro coraggio, o mia Sovrana, soggiunse il Burleigh. Innalzatevi al disopra d’una fralezza, che niun Inglese sospetterà giammai nella sua Elisabetta; a meno che ella medesima colla violenza di manifestato affanno non ne porti il fatale convincimento fin entro il cuor de’ suoi sudditi.»
«Di qual fralezza parlate, o Milord? sclamò fattasi più dignitosa Elisabetta. Tal vostro dire intenderebbe forse a mostrarvi persuaso che il favore onde onorai un traditore orgoglioso prendesse origine da qualche tenera affezione?» Poi incapace di sostenere l’altero tuono ch’ella aveva assunto, lo ammollì dicendo: «Deh! perchè cercherò io di palliarti la verità, di palliarla a te, o mio servo saggio e fedele?»
Burleigh si chinò per baciare affettuosamente la mano d’Elisabetta, e, cosa rara negli annali delle corti, una lagrima sincera cadde dagli occhi del ministro a bagnar la mano del suo Monarca[14].
[221]
Forse questo interno convincimento di aver commosso l’animo di Burleigh confortò Elisabetta a meglio sopportare l’umiliazione cui soggiacea, ed a por qualche limite al risentimento; ma potè in essa non meno il timore di scoprire al pubblico con una eccedente manifestazione di sdegno il sofferto oltraggio, e una perturbazione d’animo, che la Regina e la donna desideravano egualmente nascondere. Ella si scostò da Burleigh e trascorse più volte la sala in aria severa, sintantochè i suoi lineamenti avessero ricuperata la consueta dignità, e il suo portamento quella grandezza nobile e maestosa che era connaturale ad una tanta Regina.
«La nostra Sovrana è divenuta un’altra volta la saggia Elisabetta, disse Burleigh a Walsingham sotto voce. Osservate tutto quanto ella sta adesso per operare, e badate bene a non contraddirla.»
Elisabetta si avvicinò allora a Leicester, e d’un tuono tranquillo pronunziò questi accenti:
[222]
«Milord Shrewsbury, noi vi liberiamo dell’incarico del vostro prigioniero. Milord di Leicester, alzatevi, e riprendete la vostra spada. Un quarto d’ora penoso trascorso sotto la vigilanza del nostro Maresciallo, non è a quanto ne sembra, o Milord, un gastigo troppo severo per la doppiezza di cui vi rendeste sì lungo tempo colpevole verso di noi. Vogliamo dunque udire il rimanente di tale storia.» Collocatasi indi nel proprio seggio: «Accostatevi, Tressiliano, ella disse, e narrate quanto sapete.»
Tressiliano adoperò tutta la connaturale sua generosità nel tessere il proprio racconto, onde omise quanto il potè tutte le circostanze, che erano di natura da pregiudicare il Leicester, e tacque soprattutto che aveva dovuto per due volte battersi con esso. Gli è da credersi, che con tale contegno l’uomo di Cornovaglia rendesse il massimo de’ servigi al Conte; perchè se la Regina in quell’istante avesse potuto trovare in lui qualche torto, e quindi un pretesto di sfogare il suo sdegno senza fare apparire sentimenti de’ quali arrossiva, mal forse ne sarebbe accaduto al favorito in disgrazia. Terminata ch’ebbe Tressiliano la sua narrazione, Elisabetta meditò pochi istanti, indi favellò in cotal guisa:
[223]
«Noi prenderemo al servigio nostro questo Wayland, e collocheremo il fanciullo negli ufizi della nostra segreteria di Stato, affinchè impari per l’avvenire l’inviolabile riguardo che si debbe alle lettere. Quanto a voi, Tressiliano, aveste torto nel non palesarci interamente la verità; e la promessa di segreto con cui vi legaste ad Amy, era imprudente ad un tempo e colpevole verso la nostra persona. Ciò nondimeno, poichè confermaste la promessa coll’obbligare la parola d’onore a questa sventurata Signora, diveniva dovere d’uomo e di gentiluomo il mantenere scrupolosamente la data fede. Bilanciate tutte le circostanze, noi vi stimiamo per la condotta che serbaste in tale andamento di cose. Milord di Leicester, ora tocca a voi dirci la verità, cosa che avete troppo negletta da qualche tempo.»
Indi con successive interrogazioni gli tolse quasi a forza dalle labbra tutta la storia, e della conoscenza da prima incontrata con Amy Robsart, e delle loro nozze, e della gelosia, e delle cagioni che ne diedero motivo al Conte, e di molte altre particolarità. Questa confessione del Leicester, chè ben confessione potea chiamarsi, fu strappata a più pezzi e riprese; ciò nullameno riuscì assai esatta, [224] eccetto che il Conte tralasciò affatto di narrare, come avesse acconsentito ai divisamenti scellerati, che formò il Varney sopra la vita della Contessa. Pur tale idea era quella che più gravemente affannava il Leicester, e comunque in gran parte lo tranquillasse il contr’ordine espresso in chiarissimi termini, che aveva inviato al Varney, suo disegno era di trasferirsi personalmente a Cumnor, appena congedatosi dalla Regina: poichè non dubitava egli che questa Sovrana non fosse per abbandonar sull’istante il castello di Kenilworth.
Ma troppo affrettato erasi ne’ suoi conti il Leicester. Certamente la presenza e le confessioni di lui divenivano fiele ed assenzio per una padrona che dianzi lo amava cotanto. Ma priva ella d’un modo più immediato di vendicarsi, ben si avvide come le sue inchieste torturassero l’infedele amante, e le traeva in lungo con tale intenzione, non più badando al proprio sofferire, di quel che le mani del selvaggio s’accorgano dell’infocamento delle tenaglie adoperate a straziare le carni dell’inimico.
Giunse però istante, che l’altero Conte, simile a cervo ridotto ad estrema ambascia, fece comprendere come fosse stanca la sua pazienza: «Regina, diss’egli, [225] io fui grandemente colpevole, più forse ancora che nol deste a divedere in mezzo al vostro giusto risentimento. Ciò nonostante, permettetemi il dirlo, o Regina, comunque grave, comunque imperdonabile sia il mio delitto, non fu commesso senza provocazione, e quando si volesse ammettere che la bellezza, e l’affabile dignità hanno forza di sedurre il debole cuore dell’uomo, potrei citarle entrambe siccome motivi, che m’indussero a nascondere alla Maestà vostra un tale segreto.»
Grandemente colpita apparve la Regina da sì fatta risposta, che il Conte ebbe cura non fosse intesa fuorchè da lei solamente; e colpita sì che non seppe qual cosa rispondergli sull’istante. Ma il Conte osò troppo col voler profittare di questo momentaneo vantaggio.
«La Maestà vostra, diss’egli, mostratasi già a riguardo mio tanto indulgente, mi permetterà implorare la sua regale clemenza in favore di quelle espressioni, le quali, solamente ieri non venivano riguardate, che come leggerissime offese.»
Presa da sdegno allor la Regina, e tenendo fermi gli occhi sul Conte tanto che gli parlò, tal si fu il tenore della sua risposta: «Per il giusto Iddio! Milord, [226] la tua sfrontatezza passa ogni limite; ma essa non ti gioverà nulla. (Indi voltasi all’assemblea col tuono del più feroce sarcasmo): Venite Lordi, venite tutti ad ascoltare una novità: le nozze clandestine di milord di Leicester hanno tolto uno sposo a me, e un Re all’Inghilterra. Non si può negare, che i gusti di sua Signoria siano affatto patriarcali: non gli bastava una sola moglie, e riserbava a noi l’onore della sua mano sinistra. Ora domando io, non è questo l’eccesso della temerità? Ch’io non abbia potuto onorarlo con qualche contrassegno di regio favore, senzachè egli già si presuma avere in pugno la mia corona e la mia mano? Voi però Lordi, lo spero, voi portate miglior opinione della vostra Regina; ed io sento per questo ambizioso la compassione che mi desterebbe un fanciullo, allorchè si vede scoppiar fra le mani un globo di sapone. Gli è ora di recarsi alla sala del ricevimento. Milord di Leicester, vi comandiamo di seguirci e di non allontanarvi da noi.»
Ognuno in quella stavasi impaziente per la curiosità, ed universale fu lo stupore, allorchè la Sovrana così parlò ai circostanti:
«Le ricreazioni di Kenilworth non sono [227] ancor terminate, Milordi e Milady: ne rimane da celebrare le nozze del nobile proprietario.»
E qui destossi un generale mormorio di maraviglia; ma continuò la Regina:
«Null’avvi di più sicuro, e ve ne diamo noi la nostra reale parola. Egli ce ne ha fatto un segreto per riserbarne il piacere di una tale sorpresa. Voi morite di curiosità, ben me n’accorgo, di conoscere la fortunata sposa del Conte di Leicester. Ella è Amy Robsart, quella medesima, la quale perchè nulla mancasse ai divertimenti del giorno scorso, vi sostenea la parte di moglie d’un servo del medesimo Conte, di Varney.»
«In nome di Dio, gran Regina! (soggiunse il Conte che le si avvicinò portando scolpiti sul volto l’umiltà, il dolore, la vergogna, e parlando sotto voce abbastanza perchè altri non lo ascoltassero) prendetevi il mio capo, siccome lo minacciaste nell’impeto del vostro sdegno, e risparmiatemi questi insulti; non vogliate calpestare col regal vostro piede un verme già stritolato.»
«Un verme Milord! (e in dir ciò contraffece il tuono del supplicante...) Oh! dite piuttosto un serpente, egli è un rettile più nobile, e meno inesatto sarebbe il paragone..... Il serpente intorpidito, [228] agghiacciato a voi ben noto, che riprese calore in tal seno....»
«Per l’amore di voi, Regina, e per riguardo a me stesso finchè mi resta ancora qualche lume di ragione....»
«Parlate a voce più alta, o Milord, e più di lontano se vi piace; il vostro fiato guasta le pieghe al nostro collare. Qual cosa avete da domandarci?»
«La permissione, disse con voce sommessa il misero Conte, di trasferirmi tosto a Cumnor.»
«Sarà, cred’io, per condurvi la vostra sposa! L’idea è ottima, perchè a quanto intendemmo dire, ella si trova in assai cattive mani. Ma, Milord, voi non potete andarvi in persona. Abbiamo divisato di passare alcuni altri giorni in questo castello di Kenilworth: non sarebbe troppa compitezza per parte vostra il privarci della presenza del nostro ospite, tanto che ne piacerà farvi dimora. E con vostra buona licenza, noi non siamo d’avviso d’assoggettarci a tale affronto al cospetto de’ nostri sudditi. Tressiliano andrà in vece vostra a Cumnor e lo accompagnerà uno de’ nostri gentiluomini di camera, affinchè Milord di Leicester non torni ad essere geloso del suo antico rivale. Chi vuoi avere per tuo compagno di viaggio, o Tressiliano?»
[229]
Tressiliano pronunziò con umile sommessione il nome di Raleigh.
«Sì veramente! disse la Regina: hai fatto un’ottima scelta. Raleigh è di recente armato cavaliere, e liberare una donna dalla prigionia non è un cattivo principio nella carriera delle belle avventure. Miei signori e signore, dovete sapere che il soggiorno di Cumnor non vale nulla meglio d’una prigione.... Poi vi hanno preso stanza certi cavalieri di mal talento, che brameremmo, sotto buona guardia, avere in nostro potere. A voi, nostro segretario; consegnerete a Tressiliano e a Raleigh un’ordinanza, affinchè si assicurino delle persone di Riccardo Varney e d’Alasco. Li vogliamo qui o morti o vivi. Prendete con voi la scorta che sarà sufficiente. Signori, conducete milady Leicester a Kenilworth con tutti gli onori dovuti al suo grado. Non perdete un istante. Dio v’accompagni!»
I due gentiluomini incaricati di tale comando chinarono rispettosamente il capo ed uscirono.
Chi varrà a descrivere il modo onde si terminò in Kenilworth cotale giornata? La Regina rimastavi, siccome parve, a solo disegno d’insultare, e mortificare il conte di Leicester, si mostrò esperta [230] in tutti gli affinamenti di femminile vendetta, quanto lo era nell’arte di governare con saggezza i suoi popoli. La Corte non secondò che troppo la mente della Sovrana; onde il signore di Kenilworth, in mezzo a feste da lui ordinate, e nel suo proprio castello, provò sotto ogni aspetto qual sia la sorte di un cortigiano caduto in disgrazia; e l’annunziavano a lui così il contegno freddo e poco rispettoso de’ suoi partigiani, pronti ad abbandonarlo, come la mal repressa gioia di coloro, che già erano i suoi chiariti avversari. Soli, Sussex serbando quella franchezza militare adatta all’indole sua generosa, Burleigh e Walsingham, servendo ad un accorgimento che facea loro vedere più da lontano le cose, ed alcune matrone, mosse da quella compassione, che è caratteristica del lor sesso, questi, dissi, furono i soli in una corte sì numerosa, che in quella sera mostrassero a Leicester la fisonomia del mattino.
Dudley si era accostumato a riguardare il favor delle Corti siccome scopo principale della sua vita; laonde non è maraviglia, se tutti gli altri sentimenti dell’animo suo per alcun tempo rimasero assorti in mezzo a quelli de’ tormenti, onde l’altero suo spirito si vedea martoriato da una non interrotta sequela [231] di picciole umiliazioni e di studiati disprezzi, de’ quali era divenuto il bersaglio. Ma ritrattosi la notte in sua stanza, gli si offerse al guardo quella lunga e bellissima treccia di capelli, che servì ad annodare la lettera di Amy, ed ebbero quei capelli la virtù magica d’un talismano per ridestare nel cuore di lui sentimenti più nobili e più soavi. Mille volte egli baciò que’ capelli, e ripensando che stava sempre in suo arbitrio il ritrarsi nel delizioso soggiorno di Kenilworth, degno veramente d’un Sovrano, e condurvi gioconda vita colla tenera ed avvenente compagna, in cui poneva omai ogni speranza di futura beatitudine, tale idea il confortò sì fattamente, che non solo vide in essa una via di sottrarsi alle acerbità cui soggiacque il dì innanzi, ma quella ben anche di sollevarsi al di sopra della vendetta onde la regina Inglese il percosse.
Per la qual cosa, nel giorno successivo, il Leicester diè a divedere sì nobile serenità d’animo, sì generosa indifferenza sul contegno che verso la persona di lui serbavano gli ospiti, e tanta sollecitudine ad un tempo affinchè nulla mancasse ai loro diletti, e per ultimo sì rispettosa magnanimità nel sopportare pazientemente le mortificazioni, onde cercava [232] amareggiargli l’animo Elisabetta, che perfino questa Sovrana si credè costretta ad assumere novelli modi ver lui, i quali comunque freddi ed alteri, non furono omai di tal natura ch’ei potesse riguardarli siccome strali vibrati contro di lui. Che anzi la stessa Regina, voltasi a coloro che credeano blandirla coll’usar maniere men convenevoli al Conte, lor fece intendere col tuono della rampogna, come, sintantochè rimaneano a Kenilworth, avessero l’obbligo di prestare al Leicester tutti quei riguardi, che qual signore del Castello gli erano dovuti. In somma nel volgere di ventiquattro ore le cose aveano preso sì diverso aspetto che le persone più pratiche e destre nell’oceano della Corte, prevedendo perfino la possibilità di vedere riasceso in favore il Leicester, vestirono un contegno adatto, se ad essi ne fosse venuto l’uopo, a farsi merito di non averlo abbandonato nel giorno della sciagura. Ma gli è omai tempo di togliersi alle mene cortigianesche per seguire nel loro viaggio il Cornovagliese e Raleigh.
Oltre a Wayland, seguiva questi due gentiluomini, un ajutante di campo della Regina, e due vigorosi servi. Ognuno di tale brigata era armato a tutto punto, e il viaggio faceasi con quanta [233] sollecitudine potea conciliarsi colla necessità di far conto de’ cavalli, che uno sforzo troppo violento, attesa la lunghezza della corsa, avrebbe sciupati. Ben cercarono indizi sulla via tenuta dal Varney, ma sendo stato nel durar della notte il viaggio di costui, nessuna traccia lor venne fatto raccoglierne.
Giunti ad un picciolo villaggio lontano dodici miglia da Kenilworth, ove si fermarono per dar riposo ai cavalli, videro farsi loro incontro un povero ecclesiastico, curato di quel luogo, che uscendo d’un angusto abituro veniva per chiedere se alcuno di quel drappello s’intendesse di chirurgia, e per pregarlo ad entrar pochi istanti nella capanna per visitare un moribondo.
Wayland, l’empirico, si offerse tosto a mettere in opera tutto il suo sapere; ed intanto che il curato lo introducea nell’additato luogo, udì narrarsi, come alcuni contadini, che nella mattina dell’antecedente giorno si portavano ai lor lavori, avessero trovato sulla strada maestra, dieci miglia lontano dal villaggio, un uomo ferito, che poi il curato ricettò nella propria abitazione, e come la ferita, derivatagli da un’arme da fuoco ed evidentemente mortale, avesse portata sì violenta febbre al paziente, [234] che gl’impediva il tenere alcun seguìto discorso, onde niuno era giunto a comprendere se lo avesse condotto a quel deplorabile stato o rissa, od opera d’assassini. Entrò Wayland in un’oscura cameretta; ma non appena sollevatesi dal curato le cortine del letto, riconobbe ai lineamenti comunque alterati del moribondo la figura di Michele Lambourne. Immantinente Wayland, con pretesto di andar a prendere qualche cosa di cui abbisognava, uscì frettoloso per avvertire di questo avvenimento straordinario i compagni. Grande inquietudine allora prese Tressiliano e Raleigh, i quali seguirono in tutta fretta Wayland per assistere all’ultim’ore del vivere di Lambourne.
Quello sciagurato trovavasi in quel punto alle angoscie di morte, nè da morte lo avrebbe salvato, non diremo Wayland, ma neanco un chirurgo il più esperto nell’arte sua, perchè la palla gli aveva attraversato il corpo da una parte all’altra. Gli rimaneva ancor qualche poco l’uso de’ sensi, e ne sia prova, che riconobbe Tressiliano, e per cenni lo sollecitò ad inchinarsi al suo capezzal della morte. Avvicinatosi Tressiliano, il moribondo pronunziò interrotti accenti, fra’ quali i nomi di Varney e di lady Leicester [235] si fecero udire, ma la cosa unicamente chiara si fu la conclusione, che eccitava Tressiliano a far presto per non arrivar troppo tardi. Indarno s’adoperò lo stesso Tressiliano onde ottenere più intelligibili indizi, perchè il Lambourne cadde in delirio, ed allorchè questi gli si volse anche una volta per conciliarsene l’attenzione fu sol per pregarlo di far sapere all’oste dell’Orso nero, che finalmente il suo nipote era morto..... ma nel proprio letto[15]. Un istante dopo venne una convulsione a verificarne la profezia, e tale incidente, e soprattutto le penultime frasi del Lambourne non valsero che ad eccitare nell’animo de’ nostri viaggiatori un’affannosa perplessità sulla sorte della Contessa. Addoppiarono di premura nel rimanente del loro viaggio, chiedendo cavalli in nome della Regina tutte le volte che quelli su cui stavansi divenivano inetti alla corsa.
[236]
Tre volte rintronò di morte il tetro
Suon la squilla feral; di quelle fosse
Ogn’eco ripetè dolente metro
Di moribondi lai; tre volte scosse,
Il corvo i tardi vanni, e con sinistri
Colpi le vette di Cumnor percosse.
Mickle.
Or n’è d’uopo far ritorno a quella parte della nostra storia, allorchè vedemmo Varney, incoraggiato dagli arbitrii che il Conte gli conferì e dalla regale permissione di vedere Amy ogni qualvolta il volea, darsi tutta la sollecitudine onde impedire che si scoprissero le scellerate sue trame, ed allontanare quindi dal castello di Kenilworth la sfortunata Contessa. Egli avea per vero divisato di non partire che nel dì successivo a quello in cui ricevette dal Conte il fatale anello; ma temendo non se ne ammollisse l’animo in quell’intervallo, o non gli venisse desio di vedere una seconda volta la moglie, deliberò con un’immediata partenza distruggere persino la possibilità di [237] un avvenimento, in cui vedea col palesarsi de’ suoi infami divisamenti, compiuta la propria rovina. In tale idea fece chiamare il Lambourne e grandemente, come il dicemmo, irritossi, allorchè seppe che questo complice servo era uscito del castello per darsi bel tempo nel vicino villaggio od altrove; ma non dubitando ch’ei non fosse di ritorno tantosto, lasciò ordine affinchè costui si allestisse ad accompagnarlo, o a seguirlo se non rientrava in tempo di uscire con lui.
Ed intanto si prevalse del ministerio d’altro servo, di nome Robin Tider, cui erano in parte noti i misteri di Cumnor, ove più d’una volta si portò in compagnia del padrone. Cotest’uomo, che quanto all’indole si assomigliava molto al Lambourne, comunque, nè accorto nè dissoluto al pari di lui, ricevette comando dal Varney di mettere la sella a tre cavalli, e di preparare una lettica, tenendosi presto al partire. Lo sconcerto intellettuale di Amy, creduto generalmente quanto credeasi ch’ella fosse moglie dello scudiere di Leicester, fu scusa bastante a spiegare il modo misterioso che teneasi nel rimoverla dal castello, e sperò il ribaldo diverrebbe parimente scusa per lui, se le grida e [238] la resistenza della infelice Contessa lo avessero costretto a giustificarsi. Ma ai suoi neri disegni diveniva parimente indispensabile l’assistenza di Tony Foster, onde s’avviò ad accertarsene.
Il Foster di mal umore, ed insociabile di sua natura, stanco inoltre del cammino fatto da Cumnor a Kenilworth per annunziare la fuga della Contessa, si tolse per tempo di mezzo alle gozzoviglie; e già ritiratosi nella propria stanza, dormiva profondamente, allorchè vi entrò Varney, già vestito compiutamente da viaggio, e con una lanterna cieca alla mano. Si fermò un istante per ascoltare quali cose borbottasse costui che sognava, e ne udì chiaramente queste voci: «Ave Maria, ora pro nobis.... No, non deve dire così... Liberaci dal male... Ah! va meglio.»
«Il malandrino fa orazione dormendo, disse Varney, e confonde insieme i rituali, nuovo ed antico. Avrai bisogno di maggiori orazioni, amico mio, se finiremo insieme la faccenda per cui ti cerco[16]. Ho! Ho! uomo santo, beatissimo [239] penitente, svegliati. Il diavolo non ti ha per anche licenziato dal suo servizio.»
E nel dir queste cose scosse per un braccio il dormiente, e con tale scotimento gli ruppe il corso delle prime idee, onde questi si diede a gridare: «Al ladro! al ladro! morirò in difesa del mio oro, del mio oro guadagnato con tanta fatica, e a sì caro prezzo. Dov’è Giannina? Non le sarebbe già accaduta qualche disgrazia?»
«Nessuna, storditaccio che sei con tutti que’ tuoi muggiti! Non ti vergogni di far tanto baccano?»
Intanto il Foster ebbe tempo di svegliarsi compiutamente, e sedutosi sul letto chiese a Varney che cosa significasse quella visita ad una tal ora: «Essa non mi presagisce nulla di buono,» aggiunse.
«La tua profezia è falsa, mio caro sant’Antonio; perchè la mia visita annunzia esser giunta l’ora che il tuo contratto enfiteutico si cambi in atto di proprietà. Che ne dici?»
«Se tu me l’avessi detto a chiaror di giorno, me ne sarei rallegrato; ma in quest’ora di mal augurio, illuminato da quella luce sepolcrale che porti con te, e mentre il pallor del tuo volto fa un chiaroscuro spaventevole colla leggerezza [240] delle tue parole, mi vedo costretto ad angustiarmi sulle commissioni che stai per impormi, anzichè rallegrarmi del compenso che mi prometti.»
«Che cosa ti viene in mente, o vecchio stolido? Tutto l’affar si riduce a ricondurre al castello di Cumnor l’antica tua prigioniera.»
«Tutto si riduce qui? Eppure il tuo volto ha un color cadaverico, e ad alterarlo in sì fatto modo non vi vogliono freddure. Non è propriamente altro?»
«Oh! non altro. Al più, al più una bagattelluccia di giunta!»
«Ah! risoggiunse il Foster, la tua pallidezza aumenta sempre più ad ogn’istante.»
«Non ci badare, disse Varney, tu non mi vedi in fisonomia che alla squallida luce di questa lanterna. Alzati ed opera. Pensa a Cumnor ed al tuo atto di proprietà. E ti par poco? Potrai fondare una bottega di congregazioni ebdomadarie, ed assegnare a Giannina una dote sì ricca, come se fosse la figlia d’un barone. Settanta e più lire sterline!»
«Settantanove lire sterline, cinque scellini, e cinque soldi e mezzo, oltre il valor delle legna, così Foster portò ad esattezza il conto. E tutto questo in proprietà?»
[241]
«Tutto, mio caro collega, fin gli scoiattoli del sito, in somma tutto. Non verrà uno zingaro a tagliare un pezzetto di legna, non un ragazzo ad acchiappare un nido d’uccelli sopra i tuoi fondi, se non ti pagano il valore delle cose che portano via. Tu il vedi, non può andare di meglio per te. Spicciati adunque, e fa il tuo fagotto più presto che puoi. I cavalli sono sellati, tutto è pronto. Non manca se non se quel rompicollo d’inferno del Lambourne, che sarà a fare qualcuna delle sue diavolerie.»
«Ecco, sir Riccardo, quel che vi frutta il non dar retta ai miei buoni consigli! Ve l’ho sempre detto: questo beone, questo scapestrato vi mancherà quando ne avrete più di bisogno. Io avrei potuto in vece di costui provvedervi d’un qualche giovane sobrio, e contegnoso.»
«Sicuramente! qualche ipocrita della tua congregazione! Ma potrà venire all’uopo anche questi. Grazie a Dio, avremo bisogno d’operai d’ogni specie. Ottimamente! Non dimenticare le tue pistole. Su via, andiamo.»
«Ove si deve andare prima di tutto?»
«Alla stanza di Milady, e bada bene ch’ella dee venire con noi. Tu non sei uomo, cred’io, da lasciarti intimidire dalle sue grida.»
[242]
«No: semprechè per altro possiamo avvalorare la nostra condotta con qualche passo di santa Scrittura. Avvene uno che dice: donne, ubbidite ai vostri mariti. Ditemi adunque: gli ordini di Milord ci mettono abbastanza al sicuro, caso che adoperassimo la violenza?»
«Ma guarda Tony! È questo il suo anello.» Ribattute così dal Varney le obbiezioni del suo collega, andarono di conserva all’appartamento del lord Hunsdon, e fattisi conoscere dalla sentinella quali esecutori d’un disegno approvato dalla Regina e dal conte di Leicester, entrarono nell’appartamento dell’infelice Contessa.
Ognuno immagina l’orrore onde fu compresa Amy, allorchè destatasi d’improvviso, vide al fianco del suo letto Varney, l’uomo ch’ella temeva ed odiava maggiormente su questa terra; e in sì tristo punto, le fu quasi conforto l’accorgersi, ch’ei non era solo, comunque grandi motivi avesse parimente d’abborrirne il compagno.
«Signora, le disse il Varney, non è il tempo questo di far cerimonie. Milord di Leicester, costretto dall’impero delle circostanze vi comanda venire con noi a Cumnor; ecco il suo anello, ch’io vi fo vedere come contrassegno de’ suoi formali voleri.»
[243]
«Ella è un’impostura, rispose la Contessa; tu gl’involasti un tal pegno... Tu che ti senti capace di tutte le scelleratezze, incominciando dalla più atroce e venendo ad ogn’altra più abbietta!»
«Quanto v’annunzio, o Signora, riprese a dire il Varney, è vero, e tanto vero, che se non vi preparate a secondarci, noi saremo costretti adoperare la violenza per eseguire gli ordini di cui siamo incaricati.»
«La violenza!.... Tu non oseresti venire a tale espediente..... Vile che sei!»
«Ciò è quanto, o Signora, rimane a provarsi (soggiunse il Varney che aveva calcolato sul terrore, siccome unico espediente a soggiogare quell’anima nobilmente altera). Non mi riducete dunque a tale estremità, o troverete in me un ruvido cameriere.»
All’udir tale minaccia l’infelice Amy mandò grida sì spaventevoli che se in quel castello non l’avessero fermamente creduta delirante, le sarebbero corsi in aiuto e il lord Hunsdon, e molt’altri; ma accortasi che le sue grida erano vane, s’indirisse al Foster, supplicandolo ne’ modi i più commoventi, ed in nome dell’onore, e dell’innocenza della figlia di lui Giannina a non comportare che [244] la sposa d’un Leicester fosse trattata con tanta indegnità.
«Che vi pensate voi, o Signora? allor disse il Foster; le donne debbono stare soggette ai loro mariti: questa è una legge che loro vien fatta dalla Scrittura. Se vi vestite da voi medesima per venire con noi, se non opponete resistenza, non vi sarà chi vi tocchi colla punta di un dito, sintantochè almeno io sia libero di scaricare una pistola.»
Non vedendo ella giugnere alcun soccorso, e in qualche modo rassicurata dalla risposta del Foster, a malgrado del tuono burbero in cui fu pronunziata, ella promise di abbandonare il letto e vestirsi, semprechè i suoi tiranni volessero ritirarsi nella stanza contigua. Allora il Varney l’accertò ch’ella non avea nulla da temere pel proprio onore, e per la propria sicurezza sintanto ch’egli la tenea in custodia, e di più promise non avvicinarsele, poichè s’accorgeva di essere per lei oggetto tanto sgradevole.
«Il vostro sposo, soggiunse costui, sarà a Cumnor ventiquattro ore dopo di voi.»
Confortata alquanto da tale promessa, cui però molto non s’affidava, la sfortunata Amy si vestì al lume della lanterna, che il Varney le lasciò nella stanza mentre nell’altra si trasferiva.
[245]
Sorse ella dal suo letto, piangendo a cald’occhi, tremando, implorando il Cielo; e compresa da sentimenti ben diversi da quelli che provò un giorno, allorchè adornandosi le stava d’appresso il contento che appartiene ad una beltà consapevole dell’impero de’ propri vezzi.
Ella impiegava più che il poteva lungo tempo a vestirsi; ma finalmente spaventata dagli accenti d’impazienza che le facea udire il Varney, fu costretta ad annunziare a quei mostri ch’ell’era già pronta.
Nell’istante che si metteva in cammino, ella si tenne vicino al Foster, dando sì chiaramente a conoscere la tema inspiratale dal Varney, che questi credè opportuno l’accertarla con giuramento d’aver tutt’altra intenzione fuorchè quella d’avvicinarsele.
«Se acconsentite, diss’egli, ad obbedire pazientemente ai voleri del vostro sposo, non mi vedrete che rade volte; e vi lascerò fra le mani del condottiere che il vostro buon gusto a me preferisce.»
«I voleri del mio sposo! sclamò ella, ma!... Sono i voleri di Dio, e tal motivo mi dee bastare.... Seguirò il signor Foster colla docilità d’una vittima che viene tratta al sagrifizio. Foster almeno [246] è padre, e mi userà i riguardi della decenza, se non quelli dell’umanità. Ma tu, o Varney, te lo ripeto, dovessero pur anche essermi queste le ultime parole, entrambi tai sentimenti sono estranei per te.»
Fu il Varney pago di risponderle stare in lei la scelta di chi dovea accompagnarla; e marciò primo per additare il cammino. La Contessa, sorretta, e quasi trascinata dal Foster venne condotta dalla torre di St-Lowe alla porta di soccorso, ove Tider stava aspettandola con cavalli e con una lettica. Ella si lasciò collocare entro questa sorte di calesse, guidato da Tider; e mostrò gradire che mentre il Foster si tenea vicino alla sua lettica, l’odioso Varney le stesse addietro in qualche distanza. In mezzo all’ombre della notte costui scomparve affatto ai suoi occhi.
Amy, che ancora non glielo impedivano le tortuosità del cammino, volse gli ultimi sguardi ver quelle maestose torri, retaggio del suo sposo, e che brillavano tuttavia della festiva illuminazione fattasi in quella notte. Ma poichè non le fu dato oltre il vederle, lasciò ricadere il capo sul proprio seno, e raggruppandosi nella lettica si pose nelle mani della Providenza.
[247]
Al desiderio che Varney aveva di procacciare nel durar del viaggio tranquillità alla Contessa, aggiugneasi un bisogno, conforme affatto al divisato colpevole scopo, d’intertenersi senza testimoni col Lambourne, dal quale sperava essere bentosto raggiunto.
Ei conosceva l’indole di questo malvagio, avida, capace freddamente d’ogni crudeltà, e risoluta ad un tempo, ond’ei lo riguardava come l’uomo il più atto a secondarlo.
Erano oltre due ore ch’ei si trovava in cammino, quando udì il galoppar di un cavallo, nè tardò Michele Lambourne ad essergli d’appresso.
Impazientito come era Varney della tardanza di costui durissimamente l’accolse:
«Sfaccendato, ubbriacone! la tua pigrizia, la tua mala condotta ti metteranno ben presto la corda al collo, e vorrei fosse domani.»
Sì fatto stile di rampogna non piacque punto al Lambourne che dimenticò la solita docilità, perchè gli avevano oltre ogni misura scaldata la testa non solamente la copia delle beviture, ma la vanità di avere avuto una specie d’intertenimento confidenziale con sua Signoria di Leicester, e la maggiore di essersi impadronito [248] d’un segreto che pungeva la costui curiosità.
Le risposte pertanto date al Varney intendevano a significare, ch’ei non avrebbe sofferti modi arroganti dal primo cavaliere del mondo; che il lord Leicester lo aveva tenuto seco per affari d’alta importanza; che una scusa di tal natura poteva ben bastare ad un Varney, ad un Varney che in sostanza era un servitore come il Lambourne.
Poca non fu la sorpresa dell’altro, quando udì parlarsi in tal temerario tuono, ma reputando ciò, solo effetto del vino bevuto da Michele, fe’ vista di non accorgersene, e s’accinse invece ad indagare l’animo di questo servo con politiche interrogazioni: «Acconsentirebbe il Lambourne ad allontanare certo unico ostacolo che impediva il Conte di salire a quell’alto grado, in cui soltanto gli sarebbe agevole il rimunerare al di là de’ lor desiderii i suoi servi fedeli?»
Michele per allora la fece da stupido come se non intendesse a che mirava il discorso di Varney, il quale tantosto gli spiegò in chiari termini come l’ostacolo, di cui egli favellava, fosse la persona trasportata in lettica.
«Ottimamente sir Riccardo! Ma fate ben attenzione a quello che sto adesso [249] per dirvi, rispose Michele: vi sono tali uni, che la sanno più lunga di tali altri, mi capite? E vi è anche diversità fra malvagi e malvagi. Al proposito di cui mi parlate, io conosco la mente di Milord meglio di voi, perchè mi ha confidato tutto. A voi! I suoi ordini stanno in questa lettera, e ascoltate mo quali furono le ultime sue parole: Michele Lambourne, mi ha egli detto, (perchè sua Signoria mi parla come si parla ad uomo che porta spada, e non mi dice sfaccendato, ubbriacone, nè mi regala d’altri titoli di simil natura, come certuni, cui il fumo delle nuove dignità è andato alla testa). Il Varney (m’ha detto egli, sapete?) deve avere tutto il rispetto possibile per la mia Contessa..... V’incarico di tenerlo d’occhio, sig. Lambourne, e di ridomandargli in chiari termini il mio anello.»
«Sì? rispose freddamente Varney. Ti ha egli proprio detto questo? Tu sai dunque ogni cosa?»
«Ogni cosa, ogni cosa, e voi opererete con molto giudizio procurando di restarmi amico, sintantochè fra noi due possiamo darci bel tempo.»
«E non era presente nessuno quando ti parlava Milord?» domandò ancora Varney.
[250]
«Non un’anima vivente! Pensate voi che Milord Leicester volesse confidare i suoi segreti a tutt’altr’uomo, il quale non fosse risoluto al pari di me?»
«Davvero?» disse Varney, e in questa girò il guardo attorno, e in lungo e in largo di quella strada che i raggi della luna schiarivano. Si trovavano appunto attraversando una vasta macchia. La lettica era un miglio innanzi di loro, e troppo lontana perchè potessero essere veduti o intesi da quelli che la scortavano. Dietro d’essi regnava un cupo silenzio: tutto annunziava che non v’erano testimoni. Varney pertanto ricominciò con Lambourne il suo colloquio.
«Tu vorresti dunque rivolgerti contro il tuo padrone! contro l’uomo che ti ha aperto la strada ai favori della Corte! contro la persona di cui tu fosti in tal qual modo il novizio, o Michele; contro chi in somma ti mostrò la vastità e ad un tempo gli scogli della cabala!»
«Piacciavi non chiamarmi così secco secco, Michele. Il mio nome può essere preceduto dal titolo di Signore quanto quello di qualcun altro; del rimanente poi, se sono stato novizio, il tempo del noviziato è finito, e ho risoluto di passare a mia volta maestro.»
«Abbiti dunque il tuo salario, o insensato,» [251] e dir ciò, e aver dato di mano ad una pistola, e attraversar d’una palla il corpo a Lambourne, furono per Varney una sola cosa.
Quello sciagurato cadde da cavallo, e Varney il credè morto sul colpo. L’uccisore, sceso a terra, ne visitò le saccocce, volgendone all’infuori la fodera, onde le persone che si scontrerebbero in quel miserabile lo credessero assassinato dai ladri. Prese la lettera del Conte, ed anche la borsa di Lambourne, che contenea tuttavia alcune monete d’oro; perchè nell’animo dello scellerato combinavasi un bizzarro accoppiamento di sentimenti. Dopo aver portata in mano questa borsa sino ad un fiumicello che bipartiva per traverso la strada, la gettò nell’acqua lontano da sè quanto la sua forza il potea: tali strane reminiscenze d’onore si provano persino dalle anime le più accostumate al delitto. Questo uomo feroce, e privo di rimorsi, avrebbe creduto digradarsi, conservando alcune monete d’oro, appartenute a quello sgraziato, ch’ei fece spietatamente vittima d’un’infernale politica.
L’uccisore caricò di nuovo la pistola dopo averne diligentemente rasciugato la canna e la cartella dell’acciarino, onde fare scomparire ogni traccia di scoppio [252] recente, indi si fece a seguire in tutta calma, e tenendosi sempre nella stessa distanza, la lettica; che non parea vero a costui d’essersi con tanta disinvoltura disciolto di quell’importuno testimonio delle sue malvagità, e nel medesimo tempo apportatore d’un comando che Varney avea tutt’altra mente fuorchè d’eseguire, reputando sua gran ventura il poter far credere che non gli era pervenuto.
Si compiè il viaggio con tal prestezza che ben comprovò come poco si avesse in conto la salute di quell’infelice a cui danno venne intrapreso. Le stazioni erano sempre in que’ luoghi, ove Varney avea qualche sorte di prevalenza, ed ove poteva esser creduta senza difficoltà la spacciata follia della giovane di Lidcote, caso che ella avesse voluto far prova di ricorrere alla compassione di coloro co’ quali nel durar delle pause si sarebbe trovata. Ma oltrechè ella non vide speranza di adoperare con vantaggio questo espediente, le facea troppo orrore la presenza del Varney, e il suo starsi tranquilla era il solo patto sotto cui quel ribaldo le promise di tenersele lontano nello scortarla.
I frequenti misteriosi viaggi che in compagnia del conte di Leicester aveva [253] fatti a Cumnor il Varney, gli acquistarono considerazione presso tutte le poste di ricambio, e gli fu quindi agevole il trovar prestamente cavalli tutte le volte che ne abbisognò. Laonde la lettica ove stava quella deplorabile vittima era già vicina a Cumnor in quella notte medesima che venne dopo la partenza di Kenilworth.
Allora Varney si accostò alla lettica, ma chetamente, come per intervalli lo avea fatto lungo il cammino, e chiese al Foster: «Che fa ella?»
«Dorme, gli rispose l’altro. Vorrei fossimo presto a casa; le vengono affatto meno le forze.»
«Il riposo la ristorerà, e ben presto dormirà più lungo sonno, risoggiunse il malvagio..... pensiamo, giunti, a metterla in un luogo sicuro.»
«E perchè non nel suo appartamento? rispose il Foster. Già non v’è più Giannina, perchè questa, dopo averla ben bene sgridata, la mandai a stare con sua zia. Delle vecchie fantesche possiamo star certi.... esse odiano di tutto cuore questa signora.»
«Nemmeno perciò voglio che ci fidiamo di loro, mio bell’amico. N’è d’uopo racchiuderla nella stanza ove tieni in serbo il tuo oro.»
[254]
«Il mio oro! disse Tony mostrandosi molto agitato. Che intendete voi dire, e di qual oro parlate? Iddio m’assista! non ho oro. Vorrei ben averne!...»
«Oh! ti possa soffocare la peste, scimunito animale! Chi pensa al tuo oro? Se fosse in me questa sete non ho io cento vie più sicure per impadronirmene? In somma, la tua stanza da letto, che tu fortificasti in un modo tanto bizzarro, sarà il carcere della Contessa, e tu tanghero, andrai a sprofondarti ne’ morbidissimi materassi, che le servivano per l’addietro. Già posso accertarti, che il Conte non ti ridomanderà mai le ricche suppellettili di quelle quattro stanze.»
La quale ultima considerazione rendè più maneggevole il Foster, che chiese unicamente al Varney la permissione di andare avanti per apparecchiare ogni cosa, ed incalzando cogli speroni il cavallo, lasciò la lettica sotto la scorta di Tider e di Varney, i quali la seguivano ad una distanza di sessanta passi.
Giunta a Cumnor la Contessa, domandò di Giannina con gran premura, e fortemente si turbò in udendo, che non potea più far conti sul servigio di questa ottima giovinetta.
«Mia figlia mi sta a cuore, o Signora, le disse il Foster, con quell’aria sua cipigliosa, [255] nè ho gran vaghezza che impari a mentire, e a macchinar fughe; su di tal particolare è già istrutta più ch’io non l’avrei voluto, con buona licenza della Signoria vostra.»
Spossata dal viaggio, e tutta via spaventata dalle circostanze che il precedettero, la Contessa non mostrò risentirsi dell’arrogante acerbezza di tali detti, e si limitò a manifestare mansuetamente il desiderio di ritirarsi nelle proprie stanze.
«Sì, sì, borbottò il Foster; l’inchiesta è ragionevole; ma con vostra sopportazione voi non andrete più in quell’appartamento, pieno, stivato di vanità mondane. Per questa notte dormirete in un luogo più sicuro.»
«Piacesse a Dio, nella mia tomba! soggiunse la Contessa; ma noi fremiamo, anche nol volendo, all’idea della separazione che farà l’anima dal nostro corpo.»
«Voi non avete alcun motivo perchè vi faccia fremere tale idea, disse Tony; Milord arriva qui al nuovo giorno, e sicuramente tornerete in grazia con lui.»
«Ma verrà egli? verrà egli sicuramente, buon Foster?»
«Sì, sì! buon Foster. Ma si vedrà [256] qual buon Foster sarò domani quando parlerete di me con Milord! Benchè tutto quello che ho fatto sia stato fatto unicamente per conformarmi ai comandi ricevuti da lui.»
«Voi sarete il mio protettore, un protettore alquanto ruvido per vero dire, nondimeno mio protettore. Oh! se Giannina fosse qui!»
«Ella sta meglio dov’è. Basta una signora della vostra tempera a scompigliare la testa d’una ragazza. Ma, vi abbisogna qualche reficiamento?»
«Oh! no, no! La mia stanza, la mia stanza! Spero bene che potrò chiuderla per di dentro.»
«Più che padrona! purchè io il sia altrettanto di chiuderla per di fuori,» ed in questa prese una lucerna, e condusse Amy in una parte di quell’edifizio, ove ella non era stata giammai. Convenne fare una lunga scala a chiocciola per giugnervi, e li precedeva una delle vecchie fantesche tenendo in mano una lampada.
Giunti al pianerottolo che seguiva l’ultimo gradino, attraversarono una strettissima loggia di legno di quercia; e in fondo ad essa vedeasi una grossa porta, che chiudea l’ingresso alla stanza del vecchio avaro. Sfornita una tale stanza [257] d’ogni arredo fatto per l’agiatezza dell’abitarvi, non le mancava di prigione che il nome.
Fermatosi sulla soglia della porta il Foster, consegnò la lampada alla Contessa, nè permise alla fantesca il seguirla. Amy entrò tostamente, e dopo averla chiusa assicurò la porta coi numerosi catenacci di cui Foster l’avea provveduta.
In tutto questo intervallo il Varney si stette nascosto a piè della scala; ma udendo il romore de’ catenacci venne sulla punta de’ piedi, e Foster gli accennò coll’occhio, quasi compiacendosi del proprio ingegno inventivo, una macchina nascosta nel muro, il cui giuoco potea facilmente e senza strepito abbassare una parte di loggia a guisa di ponte levatoio, e togliere così ogni comunicazione fra la porta della camera di Tony e il pianerottolo posto all’estremità superiore della scala. La cordicella che metteva in lavoro la macchina, per solito Foster se la tenea nella stanza onde premunirsi contra una esterna invasione; ma or che la bisogna era di custodire un prigioniero, egli raccomandò al pianerottolo la fune; ed anzi fece vedere al Varney l’esperimento di abbassare questa specie di ponte levatoio.
[258]
L’altro si diede tosto ad esaminare la macchina con grand’attenzione, e questa attenzione soprattutto rivolse a contemplare l’immenso vano che quel trabocchello apriva schiudendosi.
Tetra oscurità vi dominava, ed era quella cavità profondissima, poichè discendeva agli ultimi sotterranei, come il Foster lo disse all’orecchio a Varney. Dopo che questi ebbe misurato per più riprese col guardo la profondità della voragine, tutto venne rimesso all’ordinario; indi costoro si trasferirono congiuntamente alla sala del castello.
Colà pervenuti, il Varney disse a Tony di far portare da cena, e vino del migliore in tanto ch’egli conduceasi in traccia di Alasco. «Vi saranno faccende anche per lui, e conviene metterlo di buon umore.»
Foster intese il senso di questi detti, ma senza fare alcuna rimostranza, credette soddisfare alla sua coscienza col mandare un gemebondo sospiro. La vecchia assicurò Varney, che fin da quando egli si partì, Alasco non avea, si può dire, nè mangiato nè bevuto, rimasto continuamente rinchiuso nel suo laboratorio, e mostrando credere di tanta importanza i propri lavori, come se la durata del mondo ne dipendesse.
[259]
«Gl’insegnerò io, che il mondo aspetta qualch’altra cosa da lui,» soggiunse il Varney, che prese una lucerna per andare a trovare l’alchimista.
Ritornò indi nè tanto presto, e pallido era e contraffatto, comunque il sorriso abituale in costui gli stesse ancor sulle labbra. «Il nostro amico è sfumato!» tali ne furono le parole.
«Come? Che intendete voi dire? soggiunse il Foster. Fuggito forse?... Oh Dio! le mie quaranta lire sterline, che costui doveva decuplicare!... Ricorrerò subito alla giustizia.»
«No: t’insegno un modo più facile di ricuperarle.»
«Qual modo? sclamò Foster, qual modo? Voglio le mie quaranta lire... Certamente io le credeva moltiplicate, ma ch’io non perda almeno il capitale.»
«Va dunque ad appiccarti, ed a citare Alasco alla grande cancelleria del diavolo, perchè si è là adesso che devi portar la sua lite.»
«Come? spieghiamoci. È fors’egli morto?»
«Appunto. Egli è morto, e la sua testa, il suo corpo son gonfi... Egli stava mescolando le sue droghe infernali; gli è caduta la maschera di cristallo, onde [260] per solito si riparava il volto; il veleno volatile gli è entrato nel cervello, ed ha operato il suo effetto.»
«Sancta Maria! (sclamò il Foster, poi ricordandosi ch’era divenuto puritano) cioè volli dire, Dio ci salvi nella sua misericordia dall’avarizia e da tutti i sette peccati mortali... Ma ditemi: la protezione, a vostro giudizio, era già consumata? Vi siete accorto, che nei crogiuoli stessero verghe d’oro?»
«No, caro amico, non ho guardato che il cadavere. Oh lo schifoso spettacolo! Se vedessi! Alasco è enfiato, come sarebbe un uomo esposto dopo tre giorni sopra la ruota... Uh! Uh! Fa presto. Versami una tazza di vino.»
«Voglio andare colà, soggiunse Foster, voglio esaminare io medesimo....» E prese la lucerna a tal fine. Ma giunto all’uscio si fermò titubando: «Non venite meco, sig. Varney?»
«A che fare? Ho veduto e ho gustato di quell’atmosfera più del bisogno per perderne l’appetito. Però ho aperte le finestre e rinnovata l’aria. Ne uscirono vortici di vapore sulfureo e d’altre materie che soffocavano, come se lì entro avesse stanziato il demonio.»
«Eh! Non potrebbe anch’essere che questa morte fosse stata opera dello stesso [261] demonio?» soggiunse il Foster, sempre esitando. «Ho inteso dire che in tali momenti e con tal genere di persone egli può tutto quello che vuole.»
«Se quel demonio che ti sei creato in tua testa, ti conturba l’immaginazione, per questa volta rimanti tranquillo. Bisognerebbe poi che fosse un demonio irragionevole affatto. Qui, in brevissimo tempo, egli ha avuto due bocconi squisiti.»
«Come due bocconi? Che significa ciò? Che volete voi dire?»
«Lo saprai a suo tempo; e poi oggi gli si prepara un altro banchetto.... Oh! ma tu stimerai la vivanda troppo delicata per il palato del diavolo. Ella avrà salmi, concerti celestiali di serafini, non è egli vero?»
All’udir tai detti Tony Foster s’avvicinò lentamente alla tavola, e disse con voce sommessa:
«Buon Dio! Sir Riccardo: converrà dunque venire a tal punto?»
«Sì certamente, Tony; o a parte l’idea d’un fondo in tua proprietà.»
«L’ho predetto sempre che la faccenda andrebbe a finire così. Ma come faremo sir Riccardo? Per qualunque cosa al mondo io non vorrei portare le mani sovr’essa.»
[262]
«Di questo, non so biasimartene; e ne avrei ribrezzo, se ho da dirtela, io stesso. Vedo che ci tocca augurarci Alasco e la sua manna... ed anche quel cane di Lambourne.»
«Come sarebbe a dire? Dov’è dunque restato Lambourne?»
«Non interrogarmi d’altro. Tu lo rivedrai un giorno come t’insegna la tua credenza. Ma torniamo ai nostri affari più seri. Voglio insegnarti un lacciuolo per acchiappare una capinera. Dimmi Tony, quella trappola in alto, quella macchina di tua invenzione, non può parere sicura, anche quando le sono tolti i sostegni?»
«Sicuramente, rispose Foster. Essa di per se medesima non si abbassa, se qualcuno non la preme.»
«E se la Signora, presa da voglia di fuggire, vi passasse sopra, il peso del suo corpo basterebbe a darle la volta?»
«Basterebbe il peso d’un sorcio.»
«Or bene! Ella morirebbe nel tentare una fuga. Nè tu, nè io ci avremmo colpa, mio bravo Tony. Andiamo a dormire.... Concerteremo meglio le nostre cose domani.»
Nel dì successivo, sul far della sera, Varney chiamò il Foster per dar compimento all’infame loro disegno.
[263]
Era già stato preso un pretesto per mandare al villaggio Tider e il vecchio servo di Tony. Il Foster visitò in persona la prigione della Contessa, come per vedere se nulla le abbisognasse.
E qualche forza ebbero pure su questo ribaldo la mansuetudine e la pazienza della misera prigioniera, sì ch’ei non potè starsi dal raccomandarle anche con calore, di non mettere il piede sulla soglia della porta, sintantochè il lord Leicester non fosse arrivato. «Io spero, costui soggiunse, che non tarderà.» Amy promise rassegnarsi con pazienza a quella cattività; e Foster corse a raggiugnere il suo complice, sentendosi in parte sollevata la coscienza dal peso che l’opprimeva.
«Io l’ho avvertita, diceva fra se stesso. Ella è un’insidia priva di conseguenza quella che si lascia vedere ad un uccelletto nell’atto di tenderla.»
Partitosi adunque dalla stanza della Contessa senza chiuderne la porta al di fuori, levò i sostegni del trabocchello, che rimase in equilibrio per la lieve forza del combaciamento tra la sua estremità e il pianerottolo.
I due ribaldi si ritrassero a pian terreno per aspettare ivi ciò che accaderebbe; ma fin qui aspettarono indarno. [264] Il Varney si diede a meditare passeggiando su e giù per la stanza, e tenea nascosto il volto nel suo mantello, che scoperse improvviso dicendo: «In fede mia! non vi fu mai donna sì pazza da trascurare una tanto bella occasione di fuggire.»
«Forse ella ha risoluto, rispose Foster, di aspettare l’arrivo di suo marito.»
«Gli è vero, verissimo! (sclamò il Varney che immantinente uscì della porta), io non vi aveva per anche pensato.»
Scorsi erano appena due minuti quando il Foster udì lo scalpitar d’un cavallo nella corte, ed un fischio simile al consueto segnale, onde il Conte faceva noto il suo arrivo. Un istante dopo la porta di Amy si aperse, e tantosto cedè il trabocchello. S’udì il romor prolungato di una caduta... un piccol gemito... e ogni cosa fu terminata.
Allora il Varney si fece alla parte esterna di una finestra e con voce, il cui accento esprimeva una mescolanza atroce di fremito, e di ostentata giocondità, chiese a Foster:
«Ebbene, la capinera è presa? Il tutto è finito?»
«Iddio ci perdoni!» Null’altro il Foster seppe rispondere.
«Stolto! soggiunse il Varney, non [265] hai tu adempiuto il tuo ufizio? La tua ricompensa non è ella sicura? Or guarda nel sotterraneo. Qual cosa vedi tu là in quel fondo?»
«Non vedo fuorchè vesti bianche affastellate che sembrano un mucchio di neve. Oh mio Dio.! Ella alza un braccio.»
«Gettagli qualche cosa addosso per levarla di stento. Tony, la cassa de’ tuoi denari, sai ch’ella pesa!»
«Varney, tu sei un demonio in carne umana. Non v’è più bisogno di nulla. Amy Robsart non è più.»
«Eccoci tolti da ogni impaccio! sclamò Varney entrando in quella stanza, d’onde era uscito per accelerare il misfatto. Io non mi credeva tanto abile ad imitare il fischio del Conte.»
«Oh! Se v’è un Cielo vendicatore, tu hai ben meritato di provarlo tale, proseguì il Foster, e tu lo proverai; tu la uccidesti col renderle ministri di morte gli affetti più teneri del suo cuore. Gli è un far bollire l’agnello nel latte della propria sua madre.»
«Tu sei un imbecille, un fanatico, riprese a dire il Varney, componiamci ora a mentir la sorpresa e a spargere intorno scompiglio su questa morte. Il corpo dee rimanersi dov’è.»
Ma tanta scelleraggine non andò lungo [266] tempo impunita; perchè mentre i malvagi stavano consigliando, sopravvennero Tressiliano e Raleigh, i quali avendo incontrati nel villaggio Tider e l’altro servo, li costrinsero ad accompagnarli, e col loro ministerio s’introdussero nel castello.
Tony Foster fuggì non sì tosto li vide entrare, e siccome pratico di tutte le segrete vie di quell’abitazione, s’involò alle loro ricerche. Ma il Varney fu sorpreso nello stesso luogo, ed anzichè manifestare verun rimorso, sembrò che quell’anima d’inferno prendesse diletto dall’additare il luogo, ove era la insanguinata salma della Contessa, disfidando ad un tempo chi potesse provare aver egli parte a tal morte.
Tressiliano al contemplare il lacero corpo della donna, così bella dianzi, e da lui amata cotanto, fu colpito da sì terribile disperazione, che Raleigh trovossi costretto ad usare la forza per allontanarlo da tale vista acerbissima, ed a prendersi cura da se solo di quanto era mestieri eseguire dopo l’avvenimento fatale.
Varney dimise bentosto il pensiero di nascondere nè il delitto, nè le cagioni che il mossero a commetterlo, e addusse per motivo di tale inaspettata sincerità, [267] che comunque una gran parte di quanto egli confessava, non avesse potuto aver fondamento se non se di sospetti, pur questi sospetti medesimi sarebbero bastati a privarlo della confidenza di Leicester, e a distruggere tutto il sistema de’ suoi ambiziosi divisamenti.
«Del rimanente, costui soggiunse, io non nacqui per condurre nell’esilio e nella proscrizione gli avanzi di una vita disonorata, nè per fare sì che la mia morte divenga spettacolo alla ciurmaglia.»
Tali erano questi detti, che diedero a temere non volesse attentare ai propri giorni; onde si ebbe cura di rimover da lui tutto quanto avrebbe potuto giovargli a tal uopo. Ma pari a certi eroi dell’antichità portava sempre con sè una picciola dose di veleno potentissimo, preparatogli senza dubbio dal dottore Demetrio Alasco, e ch’egli trangugiò nel durare della notte.
Fu rinvenuto morto alla mattina del dì successivo, nè a quanto appariva, sofferse lunga agonia; perchè ne’ lineamenti del suo volto, ancorchè morto, leggeansi ancora le impronte di quel riso sardonico che gli fu tanto famigliare. Ma la morte dell’empio è eterna, come dice la Scrittura.
La sorte del costui complice rimase lungo [268] tempo sconosciuta. Il castello di Cumnor, dopo il commesso tradimento, fu abbandonato; perchè i servi credettero avere udito vicino alla stanza, che fu poi detta la Camera di lady Dudley, e grida, e gemiti, ed altri suoni straordinari.
Scorsi alcuni anni, Giannina, non ricevendone notizia alcuna, divenne padrona delle sostanze del padre, e le divise con Wayland, che lasciata affatto la vita del venturiere, fu tra gli onesti impiegati della regale casa d’Elisabetta.
E lungo tempo dopo la morte di questi sposi, il loro figlio primogenito, inteso a fare alcune ricerche nel castello, scoperse nella Camera di lady Dudley un segreto passaggio, chiuso da una porta di ferro che aprivasi dietro il letto. Conducea questa porta ad una specie di celletta, ove trovossi una cassa piena di oro, e sovr’essa uno scheletro; onde allor solamente apparve qual fu la fine di Tony Foster. Egli era fuggito in questo segreto luogo, l’uscio del quale chiudeasi per di dentro con una molla, ma avendo dimenticata al di fuori la chiave onde unicamente poteva aprirsi, rimase egli stesso vittima degli espedienti adoperati per custodire quest’oro al cui acquisto aveva venduta la salute della propria anima.
[269]
Gli è credibile che le grida e i gemiti uditi dai servi non fossero del tutto immaginari, ma venissero dal misero agonizzante che implorasse aiuto.
Giunta a Kenilworth la notizia dell’atroce destino cui soggiacque la contessa di Leicester, furono interrotte immantinente tutte le feste. Il Conte, ritrattosi dalla Corte, non si abbandonò lungo tempo che ai suoi rimorsi. Ma poichè il Varney nelle confessioni fatte innanzi morire nulla disse di pregiudizievole alla fama del suo protettore, il Leicester divenne per la Regina scopo di compassione anzichè di sdegno. Elisabetta lo richiamò finalmente presso di sè, colmandolo di nuovi onori e qual uomo di Stato e qual favorito. Il rimanente della vita di questo personaggio è noto assai dalla storia; ma sarebbesi in tal qual modo scorta la giustizia del Cielo nella sua fine, se giusta una tradizione generalmente accolta, fosse vero ch’ei morì vittima di un veleno preparato ad un altro.
La morte di sir Ugo Robsart seguì bentosto quella della figlia. Egli instituì suo erede Tressiliano; ma nè l’allettante independenza del viver campestre, nè le promesse di Elisabetta che lo invitava alla Corte, valsero a stoglierlo [270] dalla profonda malinconia che si stanziò nel suo cuore. Finalmente dopo avere provveduto all’esistenza degli antichi amici e de’ vecchi servi di sir Ugo, col suo fedele Raleigh, s’imbarcò nella spedizione fatta alla Virginia; e giovane d’anni, ma fatto vecchio dai cordogli, morì di morte immatura in una terra straniera.
In quanto spetta ai personaggi secondari della nostra storia ci contenteremo dire, che lo spirito del Blount s’ingentilì in proporzione che le sue rosette gialle appassirono, e diremo soprattutto ch’ei si comportò qual valoroso uficiale nei campi della guerra, suo vero elemento più che nol fosse la Corte. Quanto a Flibbertigibbet, l’ingegno suo disinvolto lo trasse in considerazione e favore presso il gran Tesoriere dell’Inghilterra, Guglielmo Cecil di Burleigh.
················
Tutto ciò che può dirsi abbozzo della presente storia, leggesi nelle antichità della contea di Berk, scritte dall’Athmole; e n’è pure sovente discorso nell’altre opere ov’è menzionato il conte di Leicester.
L’ingegnoso traduttore del Camoens, Guglielmo Giulio Mickle, ha composto [271] sulla tragica morte della Contessa una commovente elegìa, intitolata: Il Castello di Cumnor, e terminata coi seguenti versi:
Da lunge sol quel diroccato resto
Osa guatar del loco, che ancor serba
Dal rio fatto d’Amy grido funesto,
La pastorella, e tanto le inacerba
Dolore il cor, che ne disvia gli armenti,
Quasi fosse velen di Cumnor l’erba.
Nè passeggier di notte è che s’attenti
Accostarsi a que’ merli, e n’ha ribrezzo
Tal, che suon crede di ferali accenti
Fin molle susurrar d’estivo orezzo.
FINE DI KENILWORTH.
1. Quanto è maestro il pennello di Walter Scott nel non dimenticare nessuna lievissima tinta purchè atta a rendere vie più veri i suoi personaggi! Una Regina orgogliosa, quanto lo era Elisabetta, si sarebbe vergognata, mostrando di ricordarsi minutamente i nomi di persone ultime nella sua Corte. E che con questo sbaglio di nome abbia voluto accennar ciò Walter Scott, apparirà manifestamente a chi rammenti, che sul principio del Romanzo, il conte di Leicester, voglioso d’essere re, ed a cui piacea farla da re, parlando di Tressiliano con Amy, non sapea pronunziarne il nome, e profferiva invece l’altro ch’ei si creò sull’istante, Travaillon, T. I, pag. 202.
2. Classe di nobili, che viene dopo i Baroni e di cui si parla più a lungo nell’Ivanhoe, altro romanzo di Walter Scott.
3. Balancing policy: sembra che questo giuoco d’altalena sia stato d’usanza, incominciato per lo meno dal tempo degl’Imperatori Romani, e venendo in giù quanto si vuole.
4. Pandaro, personaggio di Troilo e Criseide in Shakespeare, che ha qualche somiglianza col Bonneau della Pulcella.
5.
Se non che la coscienza m’assecura
La bella compagnia che l’uom francheggia
Sotto l’usbergo del sentirsi pura.
Dante.
6. Si osservi che il Foster prima di partirsi da Cumnor per venire a Kenilworth nunzio della fuga d’Amy, avrà naturalmente fatte indagini sul modo di questa fuga, ed avrà parimente interrogato Giles Gosling, che comunque propenso a Tressiliano, protestò già di non volersi mettere in brighe principalmente col conte di Leicester o co’ suoi partigiani. Si osservi in oltre che Varney avea già a lungo parlato con Foster. Comunque tai cose vengano schiarite nel progresso del dialogo, ho creduto non inopportuno il rammentarle, onde meglio apparisca che l’autore in questo tratto del suo romanzo non può essere incolpato di mettere a tortura indebita l’ingegno d’un attento leggitore.
7. Osservisi qui ancora la maestria del pittor romanziere. Se in tutt’altro istante tai detti avesse pronunziati il Varney si sarebbe posto al grave pericolo d’un confronto. Ma lo scaltro accolse l’istante degli accenti pronunziati (dal Leicester) in mezzo a violentissima agitazione, l’istante in cui già lo vedea persuaso della reità della moglie, ed in cui per conseguenza un tale suggerimento, oltre a non essere rischioso a chi ’l profferiva, gli procacciava fede maggiore.
8. Alcuno potrebbe far questa obbiezione che sembra presentarsi spontanea: Ma Varney era egli più in tempo di tornare addietro senza perdersi affatto? È egli possibile che un uomo indurato nella scelleratezza, e giunto al passo cui era giunto costui, bilanciasse nemmeno un istante fra un rimorso venuto troppo tardi, ed il proprio annientamento? Tale obbiezione però perde forza; allorchè si consideri che Varney poteva a tutti gl’istanti vedere Amy, e che ogni qual volta avesse date prove non equivoche di pentimento a questa donna, oltre ogni dire virtuosa, credula, compassionevole, ella era tale da perdonargli e da sottrarlo col tacerne i commessi attentati ai furori del Conte.
9. V. Tom. 1. pag. 126.
10. Nome di cantori girovaghi, assai giulivi, da cui vennero indi i buffoni.
11.
Oh! se color che invidiosi or sono
Del grado altero, d’onde a me gli omaggi
Vengon di cieche turbe, entro quest’alma
Il duol leggesser che la rode, e l’aspro
Martir di rattenerlo, non sì abbietto
Un sol fôra di lor, che sè in Dudley
Disïasse cangiar.
Schiller. Maria Stuarda.
12. Arte ammirabile dell’autore del romanzo! Dopo tai detti chi non ama Leicester? Chi non è proclive a perdonargli i fatali errori, in cui lo trasse la sua colpevole e cieca ambizione? Chi quasi non lo assolve anticipatamente delle crudeli conseguenze, che questi errori medesimi son per produrre?
13. Il fanciullo sapea fin da quando si disgiunse dal maniscalco, che questi era al servigio di Tressiliano.
14. Chi non è proclive a piangere con Burleigh all’udire questi ultimi accenti della Regina? Pur tali detti non sono che la confessione di un’amante, che si sforza invano di nascondere la passione che la signoreggia. Ma questa amante è la grande Elisabetta, e chi ne dipinge la lotta d’affetti cui ella soggiace, è Walter Scott.
15. Vedi il congedo di Giles Gosling e Michele Lambourne al tom. 1. pag. 216, 217.
16. E a questo passo e a diversi altri del presente capitolo, fino alla terribile sua conclusione, richiamo i leggitori alla nota posta a pag. 124 del 3.º tomo.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.
Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.