*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK 79031 *** KENILWORTH DI WALTER SCOTT VOLGARIZZATO DAL Professore Gaetano Barbieri. »E beltade e virtù, congiunte al paro »L’eccelsa figlia di Tudor fregiaro; »Tremi chi nanti a noi con felli accenti »L’augusto nome lacerar s’attenti IL CRITICO. TOMO TERZO. NAPOLI, Presso R. MAROTTA e VANSPANDOCH. 1825. KENILWORTH. CAPITOLO PRIMO. S’avvicina il momento: è giunto: or tocchi Di tua carriera la gran meta. Gli astri, Che parteggiar per te, vinsero: amico D’ogni Pianeta t’è l’influsso: ognuno Co’ segni suoi giunto il gran dì t’addita. _Schiller._ Pervenuta era al suo termine una sì rilevante ad un tempo e penosa giornata. Il navilio del Leicester, dopo avere sofferto più d’una burrasca, e urtato in più d’uno scoglio, entrò nondimeno in porto a bandiera spiegata, allor quando quest’uomo straordinario, raggiunte le soglie della propria abitazione, si trovò estenuato, siccome appunto un nocchiero al cessare della tempesta. Non profferì egli una parola in tutto il tempo speso dal Ciamberlano nel cambiare il ricco mantello da Corte in una veste da camera foderata di pelliccia; ed allorchè questo uficiale gli annunziò, che Varney desiderava parlare a sua Signoria, rispose solamente collo scuotere il capo, come uomo dominato da mal umore. Varney entrò ciò nonostante, interpretando un tal segno come una tacita permissione; onde il Ciamberlano si ritirò. Il Conte, che teneva appoggiata sulla propria mano la testa, ed il gomito sul tavolino che gli stava a fianco, rimase silenzioso ed immobile in quella positura, come quasi non s’accorgesse dell’arrivo o della presenza del suo confidente. Il Varney studioso d’indagare in quale stato d’animo si trovasse un uomo che in quel giorno medesimo avea ricevute sì moltiplicate e variate impressioni, e tutte violente, aspettava che il Conte aprisse egli stesso il discorso. Ma questo aspettare fu indarno, e fermo l’altro nel tacersi, con tai detti il confidente ruppe il silenzio scambievole. «Poss’io congratularmi colla Signoria vostra della ben meritata prevalenza che ella ottenne in tal giorno sul più terribile de’ suoi rivali?» Sollevò il capo Leicester, e mestamente, ma senza sdegno, rispose: «Tu, Varney, che colla tua mente, vaga soltanto di correre le vie tortuose, mi traesti in tale labirinto di bassi artifizi, puoi giudicare s’io abbia, e quai motivi io m’abbia, per congratularmi con me medesimo.» «E che? mi biasimereste forse, o signore, perchè al primo scoglio che ci si presentò, non fui primo a tradire un segreto, da cui dipende la vostra sorte, e che tante fiate e con sì premurose istanze raccomandaste alla mia prudenza? La Signoria vostra era presente. Quando che vi fosse piaciuto, non era forse in arbitrio vostro il contraddirmi, e perder voi stesso, confessando la verità? Ma non certamente si apparteneva ad un vostro fedel servo lo svelarla senza che gliene deste un comando.» «Non posso negarlo, o Varney (disse il Conte che indi si levò, fattosi a traversare con lunghi passi la stanza). La mia ambizione fu quella che tradì il mio amore.» «Dite piuttosto, o signore, che l’amore tradì sul più bello i disegni del vostro innalzamento, chiudendovi il cammino ad un avvenire colmo di possanza e di onori, a quella sorte brillante, che l’Universo non può offerire fuorchè a voi solo. Premuroso di assicurare alla mia rispettabile padrona il titolo di Contessa, perdeste l’occasione di divenir voi medesimo...» Qui troncò a se stesso il proprio dire Varney, come se un concentrato rammarico gli avesse impedito il continuare. «Di divenir io medesimo?.... qual cosa? (gli chiese finalmente il Leicester). Parla chiaro, o Varney.» «Di divenire voi medesimo re, e quel che più monta, re d’Inghilterra. Nè col parlare in tal guisa offendo io del certo la Regina. Poteva egli accadere altrimenti, tostochè cedendo al voto generale dei suoi sudditi, fosse venuta all’istante, non forse lontano, di scegliersi uno sposo in cui si unissero nobiltà, avvenenza e valore?» «Tu sei pazzo, o Varney, rispose il Leicester. Per altra parte, a’ dì nostri non abbiam forse veduto bastanti cose per far abborrire a qualunque uomo una corona nuziale tolta dal grembo della sua donna? Hai forse dimenticato quello che accadde in Iscozia a Darnley?» «Darnley! disse il confidente. Signore, e che mi parlate voi di quello sciocco, di quell’imbecille, di quel giumento sellato a tre basti, che si lasciò lanciare in aria come un razzo tratto in giorno di festa? Se la Stuarda avesse avuta la sorte di sposarsi a quel nobile Conte, che parve un dì chiamato dal destino a dividere il soglio con lei, le cose avrebbero preso assai diverso andamento. Ella non sarebbesi in allora dimenticati i riguardi dovuti ad un tale sposo, e voi avreste trovato in essa una moglie docile ed affezionata, quanto possa vantarla un gentiluomo di villaggio, avvezzo a vedere la propria compagna, che ne segue cavalcando i cani da caccia, o gli tiene la briglia del cavallo, mentre egli sta per salirvi.» «Poteva forse accader quanto dici, o Varney (replicò il Leicester, e tosto un lieve sorriso d’amor proprio soddisfatto ne schiarì la fronte in pria nuvolosa). Enrico Darnley conosceva poco le donne. Tutto altr’uomo più pratico di questo sesso, avrebbe facilmente mantenuta la dignità virile al cospetto della Scozzese. Ma non può dirsi altrettanto per chi avesse che fare con Elisabetta. Credo che Dio nel darle un cuore di femmina, le compartì ad un tempo un cervello maschile per frenare questo cuore. Oh! la conosco troppo. Ella accetta bensì pegni d’amore, e contraccambia di egual prezzo i propri adoratori; ben collocherà nel proprio seno le amorose poesie che le si offrono, ed altre ne saprà pur anche rispondere, e condurre le galanti corrispondenze fino al termine che divengano un mutuo cambio di affetti, ma _nil ultra_ ove trattisi di tutto quanto può lusingare un uomo ambizioso. Costei non abbandonerebbe un _iota_ del suo potere supremo per l’intero alfabeto dell’amore e dell’imeneo.» «Tanto meglio per voi, o signore, disse il Varney, tanto meglio per voi, intendo, se tale, come supponete, fosse la mente della Regina da non poter voi aspirare al titolo di suo sposo. Ne siete però il favorito, e vi conserverete tale sintantochè la signora del castello di Cumnor rimarrà nel buio che la nasconde a tutti gli sguardi.» «Povera Amy! (disse il Leicester mandando un profondo sospiro). Ella che brama sì ardentemente, di essere riconosciuta alla presenza di Dio e degli uomini!» «So bene che ella lo brama, rispose Varney, ma è egli ragionevole un tal desiderio, o Signore? I suoi scrupoli religiosi non sono al fine soddisfatti? Essa è già sposa legittima, onorata ed amata siccome tale; gode della società del marito ogni qualvolta egli può esimersi da indispensabili doveri. Che può ella dunque bramare di più? A me sembra che una persona affettuosa e d’indole tanto soave, com’ella si mostra, piuttostochè menomare in alcun modo gli onori e la futura grandezza del suo sposo col volere immaturamente dividerne le prerogative, dovrebbe acconsentire a condurre anche tutta la vita nella oscurità in cui trovasi presentemente; oscurità, che ben calcolando tutte le cose, non è da posporsi all’ingrata vita cui si vedea costretta nel miserabile castello di Lidcote.» «Avvi, nol nego, qualche cosa di vero in quanto dici, o Varney, e vedrei tutto perduto se Amy comparisse alla Corte. Però, come impedire ch’ella si presenti a Kenilworth? Elisabetta non dimenticherà gli ordini dati a tale proposito.» «Lasciatemi dormir sopra a questa difficoltà, disse Varney. Non posso così su due piedi aver formata tutta la pianta di un disegno che mi sta or nella mente, e che concilierebbe i vantaggi di soddisfar la Regina, di non offendere la mia padrona, e di lasciare questo fatale segreto sepolto nel buio in che ora trovasi avvolto. Vostra Signoria ha altri ordini da darmi per questa sera?» «Bramo essere solo, rispose Leicester; lasciatemi; mettete su quel tavolino la mia cassetta d’acciaio, e state pronto a ricevere gli ordini che dovessi darvi.» Non appena si fu ritirato Varney, il Conte aperse la finestra del proprio appartamento, e dopo avere trascorso lungo tempo a contemplare le stelle che in brillantissimi gruppi ornavano una delle più belle fra le notti ancor vedutesi in quella state, lasciò sfuggirsi tai detti senza avvedersene. «No: mai non ebbi tanto d’uopo delle costellazioni del Cielo: troppo oscuro e intralciato è il mio cammino su questa terra.» È noto che in tal secolo si avea grande fiducia nelle vane predizioni dell’astrologia giudiciaria; ed il Leicester, benchè generalmente immune da tutte l’altre superstizioni, non era superiore sotto questo aspetto al secolo in cui vivea. Che anzi niuno potè starsi dal por mente all’incoraggiamento da lui dato ai professori di tale pretesa scienza. Nè per vero dire è cosa maravigliosa, che il desiderio di conoscere l’avvenire, sì comune agli uomini d’ogni paese, domini con assai più grande forza sopra coloro, la cui vita si passa fra gli avvolgimenti e le cabale della Corte. Dopo avere il Leicester adoperata tutta l’attenzione per iscoprire se mai la sua cassetta d’acciaio fosse stata aperta, e se la serratura trovavasi tuttavia nello stato in cui egli l’aveva lasciata, v’introdusse la chiave. Indi ne trasse una certa quantità di monete d’oro contenute entro una borsa di seta, poi una pergamena, sulla quale erano dipinti i segni planetarii, e le linee e le cifre numeriche, di cui si valgono i facitori d’oroscopi. Dopo avere contemplati minutamente questi mistici indizi, levò dalla cassetta medesima una larga chiave, poi sollevando la tappezzeria, l’adattò alla serratura di una piccola porta nascosta in un angolo della stanza, e che metteva ad una scalinata fatta entro la grossezza del muro. «Alasco, (disse il Conte alzando la voce, ma in tal guisa che lo udisse soltanto l’abitante della torricella cui conducea quella scala). Alasco! ripetè egli, discendi.» «Vengo, signore,» rispose una voce dall’alto della torre, e il camminar lento d’un vecchio faceasi udire lungo quella scaletta a lumaca; finalmente Alasco comparve nell’appartamento del Conte. L’astrologo, uomo di bassa statura, pareva assai attempato: la bianca barba gli scendea lungo il suo nero mantello fino alla cintura di seta: bianchi ne erano parimente i capelli; ma le sopracciglia apparivano nere, siccome gli occhi vivaci e scaltriti ch’esse adombravano; singolarità, che dava un’apparenza affatto straordinaria alla fisonomia del vegliardo. Fresca però ne era tuttavia la carnagione, colorate le guance, e gli occhi che già descrivemmo rassembravano quelli d’un sorcio; tanto maligno e malauguroso ne era lo sguardo. D’una specie di dignità non andavano privi i costui modi, e l’interprete delle stelle, comunque rispettoso, sembrava uomo assai agiato, e che assumeva persino il tuono dell’autorità conversando col primo favorito d’Elisabetta. «Voi vi eravate ingannato ne’ vostri pronostici, o Alasco (disse il Conte dopo avergli restituito il saluto). Egli è convalescente.» «Figlio mio, replicò l’astrologo, permettetemi ricordarvi ch’io non mi feci mallevadore della sua morte. Tutti i pronostici che noi possiamo ottenere dai corpi celesti, dalla loro forma, e dalle loro congiunzioni, sono sempre soggetti alla influenza superiore della Divina possanza. «Astra regunt homines, sed regit astra Deus». «E a che giovano dunque tutti questi vostri misteri?» domandò il Conte. «Giovano assai, figlio mio, rispose il vecchio, perchè dimostrano il corso naturale e probabile degli eventi, benchè questo corso sia subordinato ad un più alto potere. Così, se la Signoria vostra tornerà ad esaminare l’oroscopo ch’ella assoggettò all’arte mia, potrà vedere che Saturno è nella sesta casa opposta a Marte, che questo Pianeta dà addietro nella _casa della vita_; nè si potea far di meno di non leggere in tutto ciò una malattia lunga e pericolosa, di cui l’esito sta nelle mani della Provvidenza, benchè quest’esito per solito sia la morte. Nondimeno, s’io sapessi il nome della persona di cui si tratta, potrei tirare un altro oroscopo.» «Il suo nome è un segreto, disse il Conte. Pure sono costretto a confessare, che la predizione non si appose in tutto al falso. Ei fu infermo, pericolosamente infermo, ma non al punto di morire. Hai tu novellamente tirato il mio oroscopo, siccome te ne diede il comando Varney? Sei tu presto a scoprirmi qual cosa predicono gli astri sulla mia fortuna avvenire?» «La mia arte è tutta per voi, disse il vecchio, ed eccovi, figlio mio, la carta della vostra fortuna, brillante al pari dei fuochi medesimi di que’ sacri segni ai quali il nostro destino è soggetto. Questa fortuna che vi predico però non andrà affatto esente da difficoltà, e da pericoli.» «Se fosse altrimenti, ripigliò a dire il Conte, io sarei al di sopra d’un mortale. Proseguite pure a chiarirmi le cose, e persuadetevi di parlare ad uomo pronto a tutto quanto i destini gli serbano, e risoluto ad operare o a sofferire qual si conviene ad un nobile Inglese.» «Quel coraggio che ti fa pronto all’una o all’altra delle due prove, dee sublimarsi ancor maggiormente, rispose il vecchio; le stelle sembrano annunziarti un titolo più superbo, un grado più fastoso. Tocca a te l’indovinare il senso di una tal predizione, e non a me lo scoprirlo.» «Deh! mel dite, ve ne prego, ve lo comando,» dicea il Leicester, e in ciò dire si faceano ardenti al par di brage i suoi occhi. «Nè posso, nè voglio dirlo, replicò il vecchio. Lo sdegno de’ principi è eguale alla collera del leone. Ma poni mente, e giudica di per te stesso. Qui Venere, ascendendo nella _casa di vita_, e congiunta col sole, sparge ondate di luce, ove lo splendore dell’oro si mescola con quel dell’argento, certo presagio di potere, di ricchezza, di dignità, di tutto quanto alletta l’umana ambizione. Quel Cesare sì rinomato ne’ fasti dell’antica e potente Roma, non intese mai dalla bocca de’ suoi Aruspici un avvenire di gloria da paragonarsi con quello che, invigorita dalla fecondità di un tal testo, potrebbe sfoggiare al figlio mio favorito la mia sapienza.» «Tu ti prendi giuoco di me, o vecchio,» disse il Conte, maravigliato del fervore che l’astrologo poneva in quella sua predizione. «Forse che questo è momento di scherzi per tale che, siccom’io, ha gli occhi fisi verso il Cielo, e i piedi sull’orlo della tomba?» replicò con solenne tuono il vegliardo. Il Conte fece due o tre passi nel suo appartamento, tenendo le braccia distese, e qual uomo che ubbidisse ai cenni di un fantasma, che lo eccitasse ad alte imprese. Pure nel volgersi addietro sorprese l’occhio dell’astrologo immobile sopra di lui, ed una maliziosa furberia dipingevasi negli sguardi indagatori che costui lanciava per traverso a quelle nerissime sopracciglia. L’anima altera e sospettosa di Leicester prese fuoco tutto ad un tratto; si lanciò sopra il vecchio partendosi dall’estremità di quel vasto appartamento, nè si fermò, che allorquando la sua mano distesa fu quasi addosso al corpo dell’astrologo. «Sciagurato! diss’egli, se per tua disgrazia ti fossi avvisato di darmi ad intendere chimere, son tale da farti scorticar vivo. Confessa che t’hanno pagato per ingannarmi, per tradirmi. Confessa che sei un impostore, e ch’io sono la tua vittima, il tuo zimbello.» Il vecchio diede alcuni indizi di sbigottimento; ma non però maggiore di quello, che avrebbero potuto destare perfino in chi fosse stato innocente le furie subitanee impadronitesi in allora del Conte. «E che vuol dire una tal violenza, o signore?» tosto si fece a dire. «Come posso io essermi meritato la vostra collera?» «Provami, rispose, tuttavia fuor di se medesimo il Conte, provami che non ti sei concertato co’ miei nemici.» «Signore, rispose il Vecchio con ben mentita dignità, voi non potete avere su di ciò prova migliore, siccome quella che vi sceglieste da voi medesimo. Ho trascorse le ultime ventiquattr’ore rinchiuso in una torricella, di cui voi solo vi riteneste in poter vostro la chiave. Ho speso il tempo della notte in contemplando con questi miei occhi, pressochè spenti, tutti i corpi celesti, e ho travagliato nel durare di tutta la giornata il mio ingegno a compiere i calcoli che nascono dalle combinazioni di tali pianeti. Non gustai cibo terrestre. Non udii una voce d’uomo soltanto, e ben vi è noto che l’udirla m’era impossibile. Pur v’accerto io, che ho passate, vi dissi, queste ventiquattr’ore nella solitudine e nella meditazione, vi accerto, che la vostra stella ha dominato sull’orizzonte; onde o il luminoso libro de’ cieli ha mentito, o un felice mutamento debb’essere oggi accaduto nella vostra sorte. Se in tale intervallo, nulla occorse per cui la vostra possanza abbia acquistato maggiore fermezza, o siasi aumentato il favore di cui godete, allora del certo non sarò io che un impostore; e la divina arte che nacque nella pianura della Caldea, non sarà null’altro che una bassa furfanteria.» «Egli è vero, disse il Leicester, fattosi più tranquillo, che tu eri strettamente rinchiuso, ed è parimente vero quel cambiamento delle cose mie, che tu racconti avere letto negli astri.» «E perchè dunque, o figlio, mi aggravi con tai sospetti? (disse l’astrologo prendendo un tuono esortatorio). Le intelligenze celestiali mal soffrono una tale incredulità, se anche alligna negli uomini ad esse i più favoriti.» «Chetati, o vecchio, rispose il Leicester, io m’ingannai; e sii pago d’aver udito da me tal confessione, cui nè per bassa condiscendenza, nè per iscusarsi, le labbra di Leicester discenderanno più mai, se non è appunto innanzi al potere supremo, al quale tutto dee prostendersi su questa terra. Ma passiamo ora a ciò che mi tiene sollecito l’animo in mezzo a queste tue visioni d’un avvenire brillante. Tu dicesti esservi ancora una parte di prospettiva men lieta. La tua scienza può essa istruirmi d’onde il pericolo è da temersi, e qual sarà lo strumento che lo condurrà sopra di me.» «Le sole cose che la mia arte mi permette soggiugnere in risposta alla vostra interrogazione son queste, disse allora l’astrologo. Il lato sinistro degli astri vi annunzia qualche spiacevole vicissitudine, siccome cagionata da un giovine.... forse un rivale. Ma non iscopersi se un tal rivale debba esserlo in amore, o nella grazia della Regina. Sola particolarità ch’io possa dirvi di più, è la seguente: il rivale viene dalla piaggia d’occidente.» «Dalla piaggia d’occidente! Basta così, sclamò tosto il Leicester, perchè da tal piaggia appunto vien la tempesta. Le contee di Cornovaglia, e di Devon! Raleigh, o Tressiliano! È chiaro che gl’indizi portano sovr’un di questi. Io debbo dunque liberarmi d’entrambi. Saggio vecchio, s’io ti feci ingiuria, ne avrai almeno una generosa ricompensa da quel medesimo che t’ingiuriò.» Detta la qual cosa trasse dal suo scrigno che gli stava innanzi una borsa piena d’oro. «Eccoti il doppio di quanto ti promise Varney. Sii fedele nel custodire i miei segreti, ubbidisci alle istruzioni che ti verranno date dal mio grande scudiere, nè ti dolga di alcuni istanti molesti che tu debba per ben servirmi trascorrere nel ritiro. Te ne sarà tenuto largo conto, non ne temere. Olà! Varney, conduci questo rispettabile vecchio nel suo appartamento; non lo lasciar mancare di nulla; ma soprattutto prenditi gran cura ch’ei non abbia corrispondenza con chicchessia.» Varney, già comparso al primo cenno, chinò il capo dopo d’avere uditi questi ordini; l’astrologo non si congedò altrimenti dal Conte che col baciargli la mano; indi seguì il grande scudiere in un altro appartamento ove stavano per l’indovino preparati vino e reficiamenti. Sedutosi costui all’apprestatagli mensa, il Varney chiuse colla massima cautela due porte, ed esaminò la tappezzeria per accertarsi che nessuno fosse ivi a spiare; indi sedutosi rimpetto al suo personaggio, cominciò in sì fatta guisa ad interrogarlo. «Intendeste voi i segni che vi feci mentre tanta altezza ci disgiugneva l’uno dall’altro?» «Sì, disse Alasco (tale era il nome che in questo luogo si dava il mariuolo) ed agli stessi segni mi conformai nel tirare il mio oroscopo.» «E lo spacciaste senza incontrare difficoltà?» «Non vi dirò senza difficoltà, ma lo spacciai; nè ho dimenticato di accennare, come fu nostra intelligenza, un pericolo che potea scaturire dalla rivelazione di un segreto, e da un giovine venuto dall’Occidente.» «I timori in cui si sta il mio padrone, e la sua coscienza, ne guarentiscono ch’ei crederà vere così l’una come l’altra delle predizioni, risoggiunse il Varney. Non vidi mai uomo lanciatosi nella carriera ch’ei corre, conservare con tanta forza i ridicoli suoi pregiudizi. Ma non ho già scrupolo nell’ingannarlo, poichè si tratta de’ suoi vantaggi medesimi. Parliamo ora de’ vostri altari, saggio interprete delle stelle, perchè io posso dirvi la vostra sorte meglio che tutti i pronostici possibili. Sappiate dunque che vi è d’uopo il partire di qui sull’istante.» «Non voglio saperne altro, disse impazientendosi Alasco. Troppe agitazioni d’ogni genere ho provate da poco in qua. Dopo essere stato per giorni e notti chiuso entro il breve ricinto di una torricella, voglio godere finalmente della mia libertà, e proseguire ne’ miei studii, ben più importanti, che nol sono i destini di cinquanta uomini di Stato, o di cinquanta cortigiani, ch’io paragono volentieri a bolle d’aria, le quali si sollevano, e scoppiano tosto nell’atmosfera di una Corte.» «Voi farete come crederete meglio (rispose il Varney, con quel riso sardonico che una lunga consuetudine avea fatto famigliare ai lineamenti del costui volto, e che è preso per distintivo dai pittori allorchè vogliono dipingere il Diavolo). Godete pure della vostra libertà, e continuate ne’ vostri studii fintantochè i pugnali degli uomini stipendiati dal Sussex attraversando il vostro mantello, non vi vengano a salutare le coste.» Impallidì il vecchio a tai detti, ne’ quali così il Varney continuò. «Credete voi ch’egli non abbia offerto una ricompensa a chi arresterà il malvagio ciarlatano e venditor di veleni Demetrio, che fornì certe preziose droghe alla cucina di sua Signoria? E che? Impallidite, vecchio amico? Sarebbe forse perchè il vostro Alì vede qualche disgrazia nella _casa di vita_? Ascoltami: noi ti manderemo in un’antica abitazione di campagna che m’appartiene; tu menerai ivi la tua vita in compagnia d’un buon rusticano, e gli trarrai ducati col soccorso della tua alchimia, ch’è quanto di buono, cred’io, ella sappia fare.» «Tu te ne menti, derisore temerario quanto scortese (disse Alasco che un impotente sdegno fece tutto fremente). Non v’è nel mondo chi ignori essermi avvicinato alla perfezione più di quanti chimici sono sopra la terra; nè fra questi se ne trovano sei che mi pareggino nel possedere un’approssimazione esatta al _Grande Arcano_.» «Via, via, disse interrompendolo Varney, a che, in nome del Cielo! far meco queste commedie? Forse che non ci conosciamo l’un l’altro? Io ti credo sì ben innoltrato, sì perfetto ne’ misteri della furfanteria, che dopo avere ingannato tutto il genere umano, sei giunto persino ad ingannar te medesimo; tal che senza cessare dal far tuo zimbello i tuoi simili, sei divenuto in tal qual modo il tuo proprio zimbello. Non fare il vergognoso, che non ne hai il motivo. Tu sei erudito. Ecco ch’io ti presento un conforto classico: «Ne quisquam Aiacem possit superare nisi Aiax.» Tu solo potevi ingannar te medesimo dopo che riuscisti ad ingannare tutta la confraternita dei _Rosa-Croce_. Niuno giunse più di te ad alta meta nel _Gran Mistero_; ma fa che questi miei detti entrino bene nel tuo orecchio: Se il veleno posto per opera tua nel brodo di Sussex avesse avuto effetto più sicuro, stimerei un po’ più questa tua chimica che tanto porti alle stelle.» «Tu sei uno scellerato indurito nella colpa, o Varney, rispose Alasco; molte persone ardiscono commettere azioni di tal natura, ma non hanno poi l’impudenza di parlarne.» «E molte ne parlano, che non ardirebbero di commetterle. Ma non andar in collera. Io non voglio attaccar briga con te. Povero me se il facessi! Mi crederei costretto a vivere per un mese di sole uova, onde cavarmi con sicurezza la fame. Dimmi dunque tostamente, come ti sia fallita la tua arte in un’occasione di tanta importanza.» «L’oroscopo del conte di Sussex, rispose l’Astrologo, annunzia _che il segno dell’ascendente essendo in combustione_...» «Finiscila una volta con queste tue scipitezze. Credi forse aver che fare con un compare?» «Perdonatemi, disse il vecchio, vi giuro non conoscere io fuorchè un solo rimedio che fosse stato capace di salvare la vita al Conte; ma non v’è uomo in Inghilterra, che sappia tale antidoto eccetto me, e per altra parte gl’ingredienti necessari a comporlo, e principalmente un d’essi, sono sì rari, che è quasi impossibile il procurarseli. Laonde mi è forza credere, ch’ei debba solamente la propria salvezza ad una costruzione di polmoni e di parti vitali più robusta che in uom vivente siasi trovata giammai.» «Ho inteso parlare di un ciarlatano che lo ha curato (disse il Varney dopo avere pensato un istante); siete voi ben sicuro, che nessun altro possegga nell’Inghilterra questo prezioso segreto?» «Eravi un uomo, disse il dottore, una volta mio servo, e che avrebbe potuto rubarmi tale tesoro della mia arte, siccome me ne rubò due o tre altri; ma la mia politica, come v’immaginerete bene, non comporta che alcuna persona intrusa si frammetta nelle cose del mio mestiere. L’uomo di cui vi parlo, non ha più voglia credetelo, di correr dietro ai segreti; e tengo per fermo, che fu sollevato al Cielo sulle ali di un dragone di fuoco.... lasciamolo in pace nel luogo che è. Ma passando al ritiro ove vorreste confinarmi, avrò io un’officina ai miei comandi?» «Un intero laboratorio, rispose Varney; perchè un reverendo padre abate, obbligato a dar luogo al re Enrico ed ai suoi partigiani, saranno vent’anni, aveva un compiuto apparecchio di cose chimiche, che fu costretto lasciare ai suoi successori. Là tu potrai sciogliere, soffiare, accendere, e moltiplicare, sintantochè _il dragone verde divenga un’oca d’oro_ o come meglio piacerà esprimersi alla spettabile confraternita.» «Avete ben ragione signor Varney, disse l’alchimista digrignando i denti, avete ragione anche quando vi fate beffe delle cose le più giuste e le più ragionevoli; perchè di fatto quanto or dite per solo dileggio potrebbe accadere innanzichè c’incontrassimo di bel nuovo. Se i dotti i più venerabili degli antichi tempi hanno detta la verità; se i più saggi de’ nostri giorni l’hanno ricevuta qual si dovea; se venni accolto per ogni ove, e nella Polonia, e nell’Olanda, e sin negli estremi confini della Tartaria siccome un uomo, cui la natura fe’ parte de’ più impenetrabili fra suoi misteri; se ho acquistati i più segreti segni della cabala Giudaica a tal grado di perfezione, che le barbe più venerabili della sinagoga si terrebbero onorate scopando i gradini del tempio per farli degni di essere calcati da’ miei piedi; se omai non v’è più d’un passo che disgiunga i miei lunghi e profondi studii da quella immensa massa di luce, per cui giugnerò a scoprire la natura che veglia sulla cuna di quante ricchissime e gloriosissime produzioni vengono dalla sua mano; se brevissimo intervallo soltanto separa lo stato mio di subordinazione, ed il potere supremo, la mia povertà, ed un tesoro cotanto immenso, che senza questo nobil segreto, non basterebbero a pareggiarlo le miniere dell’antico e del nuovo Mondo... ditemi, ve ne prego, non ho io ragione di consacrare la mia vita futura a questa ricerca, convinto, che dopo un breve tempo, dato pazientemente allo studio, m’innalzerò al di sopra d’ogni soggezione verso i favoriti, e le loro creature che oggidì mi tengono schiavo?» «Bravo, bravo, mio buon padre (disse il Varney coll’espressione a lui ordinaria di causticità e di riso sardonico); ma tutta questa approssimazione alla pietra filosofale non trae un solo scudo dalla borsa di milord Leicester, e molto meno da quella di Riccardo Varney. Ci abbisognano servigi terrestri e visibili; e poco a noi rileva il sapere chi sieno quelli che tu inganni altrove colle tue filosofiche ciarlatanerie.» «Figlio mio, Varney, disse l’alchimista, l’incredulità che ti sta intorno, simile a folta nebbia, oscurò l’acuta tua vista, e ti fece incapace di conoscere quelle cose che sono una pietra di paragone per l’uomo dotto, e che nondimeno agli occhi di chi cerca umilmente la verità presentano una dottrina sì chiara, che si può leggerla speditamente. Credete voi che l’arte non possegga gl’ingegni, onde compiere quelle concozioni, che la natura lasciò imperfette nel formare i metalli preziosi? Nel modo medesimo, col soccorso dell’arte noi terminiamo gli altri lavori d’incubazione, di cristallizzazione, di fermentazione, e tutti quelli, onde vediamo da un uovo inanimato sorgere di per se stessa la vita, da una lega fangosa scaturire una bevanda pura e salutare, e ricevere moto la sostanza inerte d’un liquido stagnante.» «Ho già inteso parlare di tutto ciò, disse Varney, e mi son fatto franco contro la tentazione di questi vostri bei discorsi fin quando pagai (sia maledetto, allorchè vi penso, io era ben novizio in quei giorni) sin quando pagai venti buone monete d’oro per impratichirmi nel grande _magisterium_, che la dio mercè andò in fumo col mio denaro. D’allora in poi che ho pagato sì bene il diritto d’essere libero nella mia opinione, sfido la chimica, l’astrologia, e tutte quante le scienze recondite, lo fossero pur anche al par dell’inferno, a slegare i cordoni della mia borsa. Non dico perciò di sfidare la manna di san Nicolò, il cui ministerio mi è necessario. Ti sia adunque prima cura il prepararmene una certa quantità, appena giunto al mio piccolo eremo, ove è d’uopo tu vada a confinarti. Dopo di che ti do licenza di far quant’oro vorrai.» »Non voglio più comporre nè poco nè molto di una tale pozione,» disse in tuono risoluto l’alchimista. «Allora, rispose il grande Scudiere, ti farò impiccare per quella che già ne hai fatto; e tu vedi che ciò accadendo, il tuo segreto è perduto per l’Universo. Non cagionare tal danno irreparabile all’umanità, mio buon padre; credimi, fa di mestieri che tu soggiaccia al tuo destino, componendo un’oncia o due di questa droga. Essa in fine non può portar pregiudizio che ad un individuo o due tutto al più, e così prolunghi la tua vita quanto basta per discoprire il rimedio universale, che ne dee poi liberare da ogni genere di malattia. Ma non isgomentire, o tu il più grave, il più dotto, il più irrequieto di tutti i matti di questa terra. Non mi dicesti tu, che la tua droga somministrata in picciola dose non può produrre se non se miti effetti, e in nessun modo pregiudizievoli al corpo umano? Che ne derivano soltanto una stanchezza per tutte le membra, nausee, avversione fortissima a cambiar luogo, finalmente un tale stato dell’animo, simile a quello che impedirebbe ad un augelletto di volar via, quando anche ne fosse aperta la gabbia?» «L’ho detto, e nulla avvi di più vero, rispose l’alchimista, tale è l’effetto ch’essa produce; laonde un uccello che ne prendesse nella indicata proporzione resterebbe una intera state appollaiato nel suo tronco d’albero senza pensare nè al cielo azzurro, nè alla verdura della foresta per lui sì gradevole, nè lo distorrebbero da questa languida immobilità o i raggi del sol nascente che colorano la volta del firmamento, o il concerto mattutino onde fanno risonar le selve i suoi pennuti compagni.» «E tutto ciò senza pericolo di vita?» soggiunse allora ansiosamente il Varney. «Sì, purchè non si oltrepassi la voluta dose, e semprechè qualcuno istrutto della natura di una tal manna sia presto a scandagliare i sintomi ch’essa produce, ed a somministrare, quando faccia d’uopo, l’antidoto.» «Tu stesso regolerai ogni cosa, disse il Varney, e te ne verrà splendida ricompensa, se adoprerai tali cautele, ond’_ella_ non corra pericolo di vita. Altrimenti aspettati severissimo castigo.» «Ch’_ella_ non corra pericolo di vita! ripetè Alasco. Gli è dunque sopra una donna che si vuol far prova della mia abilità.» «No, pazzo che tu sei! rispose lo Scudiere, non ti dissi già che si trattava di un augelletto, d’una tortorella domestica, i cui gemiti potrebbero impietosire il falco presto a piombare sovr’essa? Vedo già agli occhi il tuo ingalluzzarti, e so bene che non hai la barba tanto bianca quanto la fanno apparire gli artifizi che adoperasti. Ecco almeno una cosa che tu giugnesti a mutare in argento. Ma bada bene: questo augelletto non è pane per li tuoi denti. La tortorella in gabbia appartiene a tal personaggio, che non soffrirebbe rivali, e molto meno rivali della tua specie; tu devi sopr’ogni altra cosa aver cura della sua vita. Ella può da un dì all’altro ricevere il comando di recarsi alle feste di Kenilworth; pure egli è convenientissimo, importantissimo, anzi d’ultima necessità ch’ella non vi comparisca. Bisogna ch’ella ignori tutti questi ordini, e contr’ordini, e le cagioni che li muovono; egli è quindi opportuno si creda che il proprio desiderio di lei risparmia l’uopo di spiegarle que’ buoni motivi che si hanno onde ritenerla in Cumnor.» «Tutto ciò è assai naturale,» disse l’alchimista, componendo il volto ad un sorriso non ordinario in lui, e più fatto a svelare la vera indole della persona, anzichè conforme a quella indifferente distrazione, che avrebbe dovuto scorgersi nella fisonomia di un uomo, il quale veracemente fosse stato più inteso alle idee d’un mondo astratto e lontano, che alle cose presenti attorno di lui. «Gli è vero, rispose Varney; tu conosci assai bene le donne, comunque sia possibile che da lungo tempo non conversi con esse. Di fatto non è cosa espediente il contraddirle: nondimeno non torna sempre il permetter loro tutto quello che vorrebbero fare. Intendimi bene; un lieve incomodo, bastante a toglierle ogni desiderio di cambiar luogo, e ad autorizzare i membri della tua dotta confraternita (i quali potrebbero essere chiamati in suo soccorso) a prescriverle di non uscire per qualche giorno di casa; ecco tutto il servigio che si domanda da te, servigio, che sarà altamente valutato, e ricompensato del pari.» «Non si vuol dunque ch’io intacchi la _casa di vita_?» disse l’alchimista. «Guardati bene dal farlo; saresti impiccato per ogni menomo danno che tu le cagionassi,» replicò il Varney. «E avrò io tutto l’agio per preparare i miei lavori, ed inoltre venendo scoperto, tutto il destro per fuggire o nascondermi?» «Tutto quanto vorrai, uomo sempre incredulo, fuorchè per le impossibilità della tua alchimia. E che? vecchio stregone! per chi m’hai tu preso?» Si alzò il vecchio ed afferrando un candeliere s’avviò a quella estremità dell’appartamento, ov’era una porta, che guidava alla cameretta assegnatagli per quella notte. Giunto vicino alla porta medesima si volse, e prima di rispondere all’ultima interrogazione fattagli da Varney, la replicò in questa guisa: «Per chi ti prendo, o Riccardo Varney! Per Dio! ti riguardo siccome un malvagio, maggiore ch’io stesso non lo sia stato giammai. Però adesso mi trovo fra le tue reti, e buon grado o malgrado mi è forza servirti finchè sia spirato il mio tempo.» «Va bene così, disse impazientito il Varney; trovati in piedi allo spuntare del giorno. Chi sa se nemmeno ci farà d’uopo della tua medicina? In somma non far nulla prima che io arrivi. Michele Lambourne ti condurrà al tuo destino.» Allorchè il Varney si fu accorto che l’alchimista, dopo avere tirata a sè la porta, l’avea prudentemente chiusa di dentro con due catenacci, si avvicinò, usando le eguali cautele dalla parte esterna; poi tolse la chiave della serratura articolando fra i suoi denti tali parole: «Io più briccone di te, maladetto ciarlatano, stregone, avvelenatore! Di te, che avresti volentieri sottoscritto un contratto col diavolo, s’egli si degnasse di servitori della tua sfera! Io sono un mortale, e cerco per tutte le vie umane di soddisfare le mie passioni, e innalzare la mia fortuna. Ma tu! tu sei a dirittura un suddito dell’Inferno. — Presto Lambourne,» andò a gridare da un’altra porta. Comparve Michele col volto infiammato e barcollando nell’andatura. «Tu sei ubbriaco, o birbante,» gli disse il Varney. «Certamente, nobil signore, rispose senza intimidire Michele: noi abbiamo bevuto tutta la sera alla gioia di questo bel giorno, ed in onore del nobile lord Leicester, e del suo grande Scudiere. Io imbriaco! che caschi morto se non dico il vero! Chi potesse rifiutare in tal occasione di bere per fare almeno una dozzina di brindisi, non sarebbe che un miscredente ed un vile, e gli farei inghiottire sei pollici del mio pugnale.» «Ascoltami, furfante, disse Varney. Ripiglia la tua ragione immediatamente; te lo comando. So che puoi a tuo talento spogliarti del delirio dell’ubbriachezza, com’altri cambiano di vestito. Se ciò non fosse, ti capiterebbe male.» Il Lambourne chinò la testa e lasciò la stanza, ove ricomparve nel termine di due o tre minuti, colla fisonomia in istato naturale, aggiustato ne’ capelli e nel vestimento, diverso in somma da quel che mostrossi istanti prima, come se fosse accaduta in esso una trasformazione. «Sei padrone della tua mente ora, e puoi intendermi?» con severità gli disse il Varney. Michele chinò il capo in atto di affermare. «Tu devi partir sull’istante alla volta dell’abbazia di Cumnor in compagnia del rispettabile Dottore che dorme nella camera contigua. Eccoti la chiave, onde entrare e svegliarlo quando ne sarà il tempo. Conduci teco uno de’ tuoi compagni, di cui tu possa fidarti. Usate ogni spezie di riguardo al Dottore; ma però tenetegli addosso gli occhi; se volesse battere la ritirata, bruciategli le cervella, e starò mallevadore per voi. Ti darò lettere da portare al Foster. Il Dottore verrà alloggiato al pian terreno dell’ala posta a levante; gli sarà libero il valersi del vecchio laboratorio, e di quanto si contiene in esso. Non gli si permetteranno colla signora del castello altre comunicazioni, se non se quelle che approverò e indicherò io medesimo, a meno che ella stessa non trovasse qualche diletto a vedere le ciarlatanerie filosofiche di costui. Tu aspetterai ulteriori miei ordini a Cumnor, il che ti raccomando sotto pena di vita. Guardati dalle osterie, e dai fiaschi d’acquavite. Nulla di quanto accade nel castello dee trapelare al di fuori, nemmeno l’aria stessa che vi si respira.» «Basta così, nobil Signore, volli dire mio onorevol padrone, e ben tosto dirò, come spero, mio onorevol cavaliere e padrone; voi mi forniste d’istruzioni e di libertà; compirò puntualmente le une, e non abuserò dell’altra. Il sole quando nasce mi troverà a cavallo.» «Fa il tuo dovere, e sappi meritarti la mia protezione. Aspetta. Prima d’andartene, vôtami una tazza di vino.» Il Lambourne si apparecchiava a versarne dal fiasco che l’alchimista aveva lasciato pieno a metà: «No, viva Dio, sclamò Varney, vammene a cercare un altro.» Il Lambourne ubbidì, e il Varney, dopo essersi risciacquata la bocca col vino, ne bevve una tazza colma, indi nel prendere una lucerna per recarsi al suo appartamento pronunziò tai detti: «È cosa straordinaria! niuno meno di me si lascia aggirare dalla propria immaginazione; pure non posso parlare un istante con questo Alasco che la mia bocca e i miei polmoni non sembrino assaliti dai vapori dell’arsenico calcinato... Eh! a parte queste malinconie;» dette le quali cose si ritirò. Il Lambourne, com’è da credersi, rimase per assaggiare il vino che aveva portato. «È vino di St. Johnsberg (diss’egli contemplando il liquore che facea cader nella tazza, e già odorandone la fragranza): ha il vero odore della violetta: ma conviene per ora fare un poco d’astinenza, per poterne un dì assaporare a tutta mia volontà.» Dopo averne per allora bevuto con discretezza, trangugiò un bicchiere colmo d’acqua per mitigare il calore solito ad eccitarsi da questo vino del Reno, poi ritrattosi lentamente verso la porta, fece una pausa, nè sentendosi capace di vincere la tentazione, tornò addietro con vivacità ed appressatosi il fiasco alle labbra, si soddisfece finchè fosse vôto, dispensandosi allora dal ceremoniale del bicchiere. «Se non fosse questo maledetto vizio, dicea egli intanto, potrei salire alto quanto lo stesso Varney. Ma chi è che sia capace di salire, quando la stanza vi gira attorno come una trottola? Bisognerebbe che la mia mano e la mia bocca fossero più distanti l’una dall’altra, che per arrivare alla bocca si stentasse un po’ più. Ma domani non voglio bere che acqua. Oh sì, acqua pura!» CAPITOLO II. _Pistol._ Porto messaggi di gioia e di felicità, notizie d’alto valore. _Falstaff_. Va bene. Ma ti prego raccontarle, come si dee a persone di questo mondo. _Pistol._ Al diavolo il vostro mondo, e gl’imbecilli che ne fanno parte! Io parlo dell’Affrica e de’ suoi tesori. _Enrico IV. Parte II._ La sala pubblica della famosa osteria dell’_Orso nero_ posta in Cumnor, ove ora ci riconduce la nostra storia, potea vantarsi nella sera di cui parliamo, di accogliere una brigata più che per solito meritevole di riguardo. Eravi stata una fiera nelle vicinanze: il merciaio, che vedemmo essere lo zerbino d’Abingdon, e molti altri di que’ ragguardevoli personaggi che già presentammo ai nostri leggitori siccome amici ed avventori dell’osteria di Giles Gosling, aveano formato attorno al fuoco l’usato lor crocchio, e stavano parlando delle notizie del giorno. Un uomo vivace e lepido assai, che il suo fardello e il bastone di quercia guernito di punte d’ottone additavano per un di coloro, i quali professavano il mestiere d’Autolico[1], si conciliò assai l’attenzione degli uditori, nè contribuì per poco all’intertenimento di quella serata. Giova qui il rammentare che i merciaiuoli di que’ tempi erano tutt’altra cosa de’ merciaiuoli degenerati de’ nostri giorni. Da questi trafficanti peripatetici il commercio delle campagne si provvedea pressochè interamente dei tessuti fini che servivano all’uso delle donne. Chè se un mercante di tal natura fosse stato abbastanza ricco per viaggiare a cavallo, diveniva uom d’alto affare, e potea starsi in brigata coi più agiati fittaiuoli in cui scontravasi nelle sue peregrinazioni. Il mercante foraneo adunque, di cui parliamo, prendea liberamente parte siccome attore ne’ passatempi che faceano eccheggiare le soffitte dell’_Orso nero_ di Cumnor. Or trovava motivi di sorridere coll’avvenente Cecily, or di sghignazzare senza ritegno col nostro ostiere, e spesso di prendersi giuoco del leggiadro sig. Goldthred, che senza averne l’intenzione era lo scopo generale dei motteggi di quell’assemblea. Questi e il merciaiuolo si trovavano già innoltrati in una discussione intorno la preferenza da darsi alle maglie di Spagna sopra quelle di Guascogna; e il nostro Gosling facea un cenno d’occhio agli ospiti, quasi volesse dir loro: amici, fra poco avrem di che ridere; ma allora appunto si fece udir nella corte grande strepito di cavalli misto a quello di varie bestemmie delle più usitate in quei tempi, e profferite dalla persona che chiamava lo stalliere con sì bel garbo. Tostamente uscirono, gettandosi gli uni addosso degli altri, Will palafreniere, Giovanni garzone, e tutta la milizia dell’_Orso nero_, che prima avea disertato dai suoi posti per ascoltare le facezie di questo e di quello. Anche il nostro ostiere scese nella corte, sollecito di rendere agli ospiti nuovamente giunti l’accoglienza che avrebbero meritato; ma ritornò quasi subitamente, introducendo il suo degnissimo nipote, Michele Lambourne, a sufficienza ubbriaco, il quale scortava l’astrologo. Alasco, comunque serbasse le forme d’un vecchio, coll’aver cambiato la sua posata veste in abito da cavaliere ed essendosi rasa la barba e le sopracciglia, mostrava men di vent’anni al disotto della età che in lui compariva; lo avresti preso per uno di quegli uomini tuttavia robusti che s’avvicinano ai sessant’anni. Egli sembrava grandemente inquieto, e molte istanze aveva fatto al Lambourne, onde non fermarsi nell’osteria, e trasportarsi in dirittura al luogo ov’era inviato. Ma col Lambourne non si poteva toccar questo cantino. «Per il Cancro e per il Capricorno, sclamò egli, e per tutte le celestiali milizie, senza calcolare le stelle che ho vedute nel cielo del Mezzogiorno, rimpetto alle quali i vostri pallidi astri del Settentrione appariscono altrettante candele, il capriccio di chicchesia non mi farà mai essere cattivo parente. Voglio fermarmi per abbracciare il mio degno zio, l’ostiere dell’_Orso nero_. Buon Gesù! sarà egli possibile che gli amici si scordino delle lor buone massime? Un _gallone_ del miglior vostro vino, carissimo zio, e noi lo berremo alla salute del nobile conte di Leicester. E che? Non trincheremo noi insieme per riscaldare la nostra vecchia amicizia? Non trincheremo noi insieme, io domando?» «Con tutto il cuore, parente mio (disse il nostro ostiere che cercava alla presta sbarazzarsi di cotal ospite). Ma ti prendi tu l’assunto di pagare tutto il vino che si beverà?» Una tale quistione trasse a sgomentire più d’uno di que’ compagni, ma non cambiò punto le deliberazioni del Lambourne. «Dubitate forse de’ modi ch’io ho di pagare, mio caro zio? (diss’egli mostrando una mano piena di monete d’oro e d’argento). Siete voi incredulo alle ricchezze del Messico e del Perù? Non sapete quanto valga lo scacchiere della Regina? Dio protegga sua Maestà, che è la buona padrona del signore che mi stipendia!» «Ebbene, caro parente, disse l’albergatore, il mio mestiere è vender vino a coloro che lo possono pagare. Dunque _Giovanni, fa l’ufizio tuo_, questo è il proverbio. Ma io vorrei bene, o Michele, guadagnar denaro con tanta facilità, come vedo che lo fai tu.» «Mio zio, te ne insegno tosto il segreto. Vedi tu questo vecchiarello, secco e aggrinzato più che le toppe di cui si serve il diavolo per fare scaldar la sua pentola? Costui, caro zio, sia detto fra voi e me, ha il Potosì nella testa. Corpo del demonio! Fa ducati con più prestezza che io giuramenti.» «Io non voglio monete sue nella mia borsa, o Michele, disse l’ostiere; so qual fine si possono aspettare quelli che contraffanno la moneta della Regina.» «Tu sei un asino, carissimo zio, a dispetto degli anni che porti sulle spalle. Non tirarmi per le vesti, o dottore, perchè sei un asino anche tu. Per conseguenza asini tutti due.... Parlo così in via di metafora.» «Siete pazzo, disse il vecchio sotto voce al Lambourne, ovvero avete il diavolo in corpo? Non volete dunque che andiamo via di qui prima d’aver concitati su di noi gli occhi di tutto il mondo?» «Tu t’inganni, rispose senza curarsi di parlar sommesso il Lambourne, nessuno ti vedrà se io non gliene do la licenza. Giuro per tutte le potenze del Cielo, o signori, che se qualcuno di voi ha la temerità di volger gli occhi addosso a questo vecchio galantuomo, glieli strappo fuor della testa col mio pugnale. Dunque, vecchio compagno mio, sediti e non pensare a malinconie. Tutte quelle persone là, sono di mia antica conoscenza, ed incapaci di tradir nessuno.» «Ditemi: non fareste meglio, o Michele, a ritirarvi in uno stanzino a parte? soggiunse Giles Gosling. Voi parlate di cose alquanto stravaganti, e vi sono per ogni dove orecchie che ascoltano.» «Non me ne importa niente affatto, disse magnanimamente il Lambourne. Io servo il nobile conte di Leicester. Ecco il vino, vôtate in giro, maestro cantiniere; una tazza alla salute del fiore dell’Inghilterra, del nobile conte di Leicester. Sì, del nobile conte di Leicester! Chi ricusa di farmi ragione è un porco di Sussex, e lo sforzerò ad inginocchiarsi mentre faremo il brindisi, dovessi tagliargli le cosce, e farne altrettanti presciutti affumicati.» Nessuno ricusò di prestarsi ad un brindisi proposto di sì buona grazia, e Michele Lambourne, cui questa nuova libagione non diminuì ubbriachezza, continuò nelle stesse stravaganze, rinnovando lega con quelli della brigata ch’ei conosceva, e ricevendo da tutti accoglienze mosse da buona volontà unita a timore; perchè l’ultimo servo del conte di Leicester, e soprattutto un uomo tal quale il Lambourne, era fatto per eccitare così l’uno come l’altro di tai sentimenti. In questo mezzo, Alasco, che vedeva in tale stato di mente il suo condottiero, pensò bene non fargli più rimostranze, e sedutosi nel più recondito angolo di quella sala domandò una piccola misura di vino delle Canarie, sopra di cui parve s’addormentasse, sollecito di commettersi il men che poteva agli sguardi dell’assemblea, e di non fare nessuna cosa, che potesse rammentare nè meno la sua esistenza al Lambourne, il quale si pose in conversazione, a quanto sembrò, la più animata col suo collega antico Goldthred di Abingdon. «Non mi credere più mai nessuna cosa, o mio caro Michele, disse il merciaio, se non mi dà gusto il vederti quanto me ne darebbe il denaro d’un mio avventore. So che tu puoi procurare ad un amico buon posto per godere di una festa, o di una mascherata; inoltre tu puoi mettere una buona parola presso il tuo nobile padrone, quando _sua Grazia_ verrà a visitare questi paesi, ed avrà, per esempio, bisogno d’un collare spagnuolo, o di qualche altra bagattella di tal natura. Gli dirai allora: tien qui bottega uno de’ miei antichi amici, Lorenzo Goldthred, che ha un bellissimo fondaco di tele rense finissime, di veli, di tele batiste, e che soprappiù è onestissimo giovane fra quanti vivono nella contea di Berk. Egli è tanto affezionato a vostra Signoria che si batterebbe per lei con qualunque altro uomo della propria classe. Puoi aggiugnere ancora....» «Posso aggiugnere ancora mille altre bugie; non è vero, merciaio? rispose il Lambourne. Ebbene! non si dee stare per tema di dire una parola di più dal far servigio ad un amico.» «Alla tua salute, Michele, che ti fo questo augurio di tutto cuore, risoggiunse il merciaio. Tu puoi ancora istruirlo delle cose che sono oggidì più alla moda. Era qui poco fa una bestia di merciaiuolo, il quale voleva dar preferenza alla maglia di Spagna, andata or giù d’usanza, sopra la maglia di Guascogna. E tu vedi bene quanto una calza francese faccia spiccar meglio la gamba e il ginocchio, principalmente se i legacci sono di bella fettuccia, screziati e ben guerniti.» «Ottimamente, rispose il Lambourne. Di fatto le magre polpe delle tue gambe, con tutti quegli apparati di frange e di nastri impiastrati con gomma, hanno la vaghezza di un fuso villereccio, cui manchi la metà della sua lana.» «Ma dove è andato questo maledetto merciaiuolo? (prese a dire ad alta voce il nostro mercante di maggiore considerazione, al quale i fumi del vino montavano al cervello) dov’è andato? Non era qui un momento fa un merciaiuolo? ostiere, dove diavolo si è rintanato costui?» «Egli si trova dove dee trovarsi un uomo di giudizio, maestro Goldthred, rispose Giles Gosling. Rintanato, come dite voi, nella sua stanza, fa il conto delle cose vendute oggi, e si prepara alle vendite di domani.» «Venga il malanno a questo tanghero! disse il merciaio; sarebbe, cred’io, opera buona l’alleggerirlo delle sue mercanzie. Questi malvagi vagabondi girano i paesi con grave danno dei mercanti patentati. Anche nella contea di Berk si trovano uomini allegri. Il vostro merciaiuolo, ostiere mio, lungo il cammino potrebbe scontrarsi in alcuno di questi...» «Oh! sì, rispose ridendo Gosling, e se una di queste persone allegre s’abbatterà in lui, troverà con chi barattare facezie; perchè il nostro merciaiuolo è uomo di buona complessione.» «Veramente?» disse il Goldthred. «Veramente, soggiunse l’ostiere, e posso giurarlo. Egli può dirsi in persona il medesimo merciaiuolo, che diede a Robin-Hood quella buona lezione, onde fu fatta la canzonetta «Baldo, dalla guaina »Trasse Robin l’acciaro. »Ma il merciaiuol del paro »Snudò la sua squarcina, »E botte sì autorevoli »Al misero applicò, »Che dal trovar suo spasso »Nel farla da Gradasso »Tosto Robin cessò.» «Ebbene dunque! ch’egli se ne vada, disse il Goldthred, non v’è nulla da guadagnare con un uomo di questa tempera. Or dimmi, Michele, mio caro Michele, la tela d’Olanda che mi guadagnasti ti ha profittato bene?» «Ottimamente, come puoi accorgertene, rispose Michele. Ti voglio far dare una tazza di vino per provarti la mia gratitudine. Empi il fiasco, maestro cantiniere.» «Ti do avviso, Michele carissimo, che sopra simili scommesse non mi guadagni più tela d’Olanda, disse il merciaio. Il brutale guardiano Tony Foster si sfoga contro di te in invettive, e giura che non metterai più il piede nella sua abitazione, perchè le sole tue bestemmie bastano a far saltare in aria la casa d’un cristiano.» «Parla in sì fatta maniera di me questo ipocrita vigliacco, questo miserabile avaro? sclamò il Lambourne. Or bene! Io voglio che in questa sera medesima si trasferisca qui, in casa di mio zio, a ricevere i miei ordini, e gli farò tale ammonizione che continuerà per un mese a credersi tirato per le vesti dal diavolo, tutte le volte che udirà la mia voce.» «Si vede bene adesso che il vino ha fatto il suo effetto, disse Goldthred. Tony Foster ubbidire ad una tua chiamata! povero Michele! va a metterti a letto. Fa a modo mio, va a dormire.» «Ascoltami, imbecille, disse con forza il Lambourne. Scommetto cinquanta scudi contro i cinque primi scaffali della tua bottega, e contro tutto quello che vi sta sopra, ch’io obbligo Tony Foster a venire in questa osteria prima che ne abbiamo fatto tre volte il giro.» «Io non voglio poi fare scommesse di tale importanza (disse il merciaio, alquanto sgomentito da una proposta che annunziava una cognizione un po’ troppo esatta di tutti i cantoni del suo fondaco per parte di chi la facea). Ma se ti piace, scommetterò teco cinque scudi, che Tony Foster non lascia la sua casa per venire dopo l’ora della preghiera a far conversazione in un’osteria, nè con te, nè con qualsivoglia altra persona.» «T’ho preso in parola, disse il Lambourne; venite qui, caro zio, tenete le poste, e ordinate subito a qualcuno dei vostri ragazzi, dei vostri novizii d’osteria, che si trasporti sull’istante a Cumnor, che dia questa lettera a maestro Foster, e gli dica che il suo collega Michele Lambourne l’aspetta nel castello del proprio zio, qui presente, per parlare seco lui d’affari di altissima importanza. Corri presto, ragazzo, è omai notte, il tanghero va a dormire col sole per risparmiare la candela.» Il breve intervallo trascorso fra l’andata e il ritorno del messaggero fu speso tra ridere e sbevazzare. Il famiglio adunque portò per risposta che il Foster veniva subitamente. «Ho vinto, ho vinto,» gridò il Lambourne, mettendo la mano sopra i denari. «Non ancora, disse il merciaio impedendolo, fa di bisogno aspettare che sia arrivato.» «Che diavolo! egli è già sulla soglia, soggiunse Michele. Che ti ha egli commesso rispondermi, o giovinetto?» «Con buona licenza di _vostro Onore_, soggiunse quel messo, egli ha posto la testa fuori della finestra, tenendo un moschettone fra le mani, e dopo avergli io partecipato il vostro messaggio, cosa che ho fatto tremando, mi ha risposto, piuttosto bruscamente che la Signoria vostra poteva andarsene alle regioni infernali.» «Avrà anzi detto senza complimenti all’inferno, soggiunse il Lambourne, perchè egli manda colà tutti quelli che non sono della sua congregazione.» «Sì, signore: ha propriamente usato di queste parole, riprese a dire il messo; ma mi è sembrata più poetica l’altra frase.» «Vedete un garzone di spirito! disse Michele. Tu beverai una tazza di vino per rinfrancare la tua piva poetica. E che altro soggiunse il Foster?» «Mi ha richiamato, incaricandomi dirvi, che essendo voi il quale avevate bisogno di parlargli, potevate bene andare a casa sua.» «E poi?» «E poi ha letta la lettera, che parve lo mettesse in grande imbarazzo; indi mi ha domandato se _vostro Onore_ era... così... allegro. Gli ho risposto che parlavate a metà spagnuolo, come quelli che hanno viaggiato alle Canarie.» «Che dici mariuolo? tu non vali una tazza a metà piena; ma tiriamo innanzi.» «In ultimo ha borbottato fra i denti, che _vostro Onore_ col non andare da lui avrebbe fatto fuggire quanto era d’uopo tenere racchiuso. Così dicendo ha preso il suo vecchio berrettone, e si è messo addosso il suo giustacuore turchino tutto spelato, e come vi dissi lo vedrete fra poco.» «Ed è che costui dice vero, replicò il Lambourne parlando con se medesimo; il mio sciocco cervello mi ha fatto uno dei suoi soliti giuochi. Ma coraggio! ch’egli venga. Non ho corso sì lungo tempo il mondo per non mi sapere liberare dagl’imbarazzi in qualunque stato io mi trovi, o imbriaco o digiuno. Portami un fiasco d’acqua fresca, ond’io possa battezzare il mio vino.» Tantochè il Lambourne, tratto, a quanto parve, dal vicino arrivo del Foster in più mature considerazioni sul proprio stato presente, si accigneva a riceverlo, Giles Gosling, cheto cheto, si trasferì nella stanza del merciaiuolo. E lo trovò fortemente esagitato, e che facea grandi passi innanzi e indietro per la camera. «Voi vi siete ritirato assai presto,» disse l’ostiere all’ospite. «E n’era ben tempo, rispose il merciaiuolo, poichè il diavolo è venuto a stare in mezzo a voi altri.» «Non trovo cosa molto urbana per parte vostra, che qualifichiate di tal titolo un mio nipote; anzi come buon parente, non dovrei nemmeno rispondervi, benchè pur troppo sia vero che Michele possa in qualche modo riguardarsi come un confratello di Satanasso.» «Ah! non parlo dell’imbriaco, replicò il merciaiuolo, ma dell’altro, perchè posso parlarne... in somma, quand’è che partono? Qual è il fine di questo lor viaggio?» «Veramente, disse l’ostiere, son tali interrogazioni, a cui non saprei che rispondere. Ma ascoltatemi, signore. Voi mi portate un contrassegno della memoria che il degnissimo sig. Tressiliano conserva di me. È un bel diamante.» Prese l’anello; tornò a contemplarlo con aggradimento; poi aggiunse, rimettendolo nella sua borsa, essere tal ricompensa al di sopra di quanto mai potea fare per mostrarsi grato a sì rispettabile donatore. Egli, Gosling, facea il mestiere d’albergatore, e meno che a chiunque gli conveniva frammettersi negli affari altrui. Quel poco che aveva potuto sapere intorno alla signora di Cumnor, lo aveva già detto; ella continuava sempre a dimorarvi nella più compiuta solitudine; que’ pochissimi che per caso ben raro l’avevano veduta, si accordavano nel dipingere l’aria sua di tristezza, e il contraggenio che ella mostrava a rimanersi così confinata. «Ma, continuò a dire l’ostiere, se voi voleste far cosa gratissima al vostro padrone, ne avete cred’io il più bel destro di quanti mai se ne sieno a voi presentati. Tony Foster sta per venire in questo luogo. Noi non abbiamo bisogno che di fare annasare al Lambourne un altro fiasco di vino, per essere sicuri che gli ordini stessi della Regina non basterebbero a smoverlo dal banco ov’è seduto. Voi avete adunque un’ora o due per poter fare con sicurezza le cose. Se volete prendere con voi il vostro fardello, il miglior fra i pretesti a mio avviso che possiate trovare è trasferirvi alla casa del Foster; non vi sarà forse difficile l’indurre la vecchia fantesca, sicura che il suo padrone è lontano, ad introdurvi dinanzi alla Signora per venderle alcune delle vostre galanterie. Con questo espediente voi potete conoscere il suo stato, meglio che non ve lo potessimo spiegare io o qual si voglia altra persona.» «Ottimo, eccellente stratagemma! (sclamò Wayland, il quale, come ognun facilmente immagina, era il merciaiuolo). Stratagemma però non immune da pericoli; perchè... supponete un poco che tornasse a casa il Foster!» «Supposizione facilissima a verificarsi!» aggiunse l’ostiere. «Ovvero, continuò Wayland, che la signora non mi fosse molto obbligata delle mie premure.» «Il che parimente è fra le cose possibili, riprese a dire Giles Gosling. Io mi maraviglio come il sig. Tressiliano si affaccendi tanto per una persona che lo cura sì poco.» «Sia in un modo o nell’altro, ho ricevuto una trista commissione, disse Wayland, e considerando bene tutte le cose, tale disegno non mi quadra gran fatto.» «In verità, sig. servitore, disse il nostro ostiere, questo è affare del vostro padrone e non mio. Voi dunque dovete sapere meglio di me quali sono i rischi da temersi, o fin dove siate risoluto di cimentarli. Ma non potete sperar certamente che nessun altro si esponga per voi, là donde vi tirate addietro voi stesso.» «Aspettate, soggiunse allora Wayland, ditemi solamente una cosa; il vecchio, giunto questa sera, va egli pure a pernottare al castello di Cumnor?» «Sicuramente, rispose l’oste. Il servo, che condussero seco, ha detto aver ordine di trasportar colà il loro fardello; ma la birra ha tanto potere sopra costui, quanto ne ha il vino delle Isole sopra Michele.» «Basta così (disse Wayland, prendendo un’aria risoluta), io confonderò i divisamenti di questo vecchio scellerato. Il ribrezzo inspiratomi dalla sua orrenda presenza comincia a far luogo all’odio che sento contro di lui. Aiutatemi a caricarmi del mio fardello, o buon ostiere: e tu, vecchio Albumazar, trema; vi è nel tuo oroscopo un’influenza maligna, e viene questa dalla costellazione della grand’Orsa.» Nel dir ciò Wayland si pose sulle spalle la sua bottega portatile, e guidato dall’albergatore, uscì per una porta di dietro, prendendo il cammino men frequentato che conduceva a Cumnor. CAPITOLO III. V’ha di tai merciaiuoli che valgono meglio di quanto v’immaginate, sorella mia. _Novella del verno. Atto IV._ Nel tempo che Tony Foster pensava ad eseguire appuntino le raccomandazioni per più riprese fattegli dal Conte, era parimente sollecito di conciliarle colle proprie massime insociabili, e colla propria avarizia. Onde nell’assestare all’uopo che richiedevasi la sua casa, pose maggior arte ad evitare di farsi scorgere, che ad assicurarsi da una molesta altrui curiosità. Perciò in vece di procacciarsi molti servi che vegghiassero alla sicurezza del deposito affidatogli, e alla difesa dell’abitazione, aveva cercato anzi col tener poca gente al suo servigio di sconcertare i calcoli dei curiosi. Quindi, eccetto il caso che si trovasse a Cumnor qualcuno del seguito di Varney o del Conte, un vecchio servo, e due altre vecchie fantesche, le quali si prestavano agli ufizi più abbietti degli appartamenti della Contessa, erano le sole persone impiegate nella famiglia. Fu una di queste due vecchie, che aperse la porta, allorchè Wayland picchiò; ed essa corrispose con sole ingiurie alla domanda fattale dall’altro di potere in persona offerire le sue mercanzie alle signore che ivi abitavano. Ma il merciaiuolo trovò un espediente onde pacificarla col lasciarle scorrere fra le mani una moneta d’argento, e col prometterle in dono un pezzo di drappo da farsi un vestito, semprechè la padrona di casa comperasse da lui qualche cosa. «Dio ti benedica, perchè la vesta che ho è tutta in minuzzoli. Fa d’introdurti disinvoltamente col tuo fardello dentro al giardino, poichè la signora vi sta ora a diporto.» Lo guidò ella stessa, ed additandogli una vecchia conserva da piante esotiche abbandonata: «Vedila là, figlio mio. Ella farà buone compere quandochè le convengano le tue mercanzie.» «Ella mi lascia solo (cominciò a far queste meditazioni Wayland, allorchè udì che la vecchia partitasi da lui chiudeva la porta del giardino). Mi toccherà uscirne alla meglio che potrò. — Vado io a procacciarmi un presente di bastonate? — Uccidermi! non oseranno uccidermi per sì poco ed in una sera tanto chiara. — In somma non è più tempo di tornare addietro. Andiamo. Un buon generale non dee pensare alla ritirata, che quando si vede vinto. — Scorgo due donne dalla parte di quel vecchio edifizio. In qual modo mi farò a parlar loro? Proviamo. William Shakespeare, sii tu il mio soccorritore in tal congiuntura. Canterò un pezzo dell’_Autolico_.» Allora con voce forte e sicura intuonò questa cotanto nota strofetta. »Bella, bella mussolina, »Bianca al par di neve alpina! »Veli neri come l’ali »D’uccellacci sepolcrali! »Guanti degni della mano »Delle spose del Sultano! »Mascherine mezze, e intere, »Buone ai furti del piacere! «Che cosa è questa novità? Il caso ne manda cose straordinarie, o Giannina. Comprendi tu nulla?» disse la Contessa. «Signora, rispose Giannina, egli è uno di quei mercanti di vanità mondane, detti merciaiuoli, che spacciano le loro inutilità con canzoni ancora più inutili. Ben mi maraviglio, che la vecchia Dorca l’abbia lasciato passare.» «Anzi è una fortuna, ragazza mia, disse la Contessa; noi meniamo qui una vita tanto noiosa, avremo forse di che distrarci per qualche momento.» «Dite bene, mia graziosa signora; mio padre però!...» «Ma non è padre di me, o Giannina, e non è neanco mio padrone. Dunque fa avanzare quest’uomo. Mi abbisognano appunto molte bagattelle.» «Se è per questo bisogno, riprese a dire Giannina, basta lo facciate sapere, colla prima lettera che gli scrivete, al vostro sposo, e purchè le cose di cui mancate si possano trovare in Inghilterra, non tarderete certamente ad averle. Diversamente, ci accadrà qualche disastro. Ve ne supplico ancora, mia buona padrona, permettete che ordini a quest’uomo d’andarsene.» «E voglio anzi che tu gli dica di presentarsi a me. — Ma no: fermati, mia buona fanciulla; andrò verso lui io medesima per evitarti rimproveri.» «O mia cara signora, piacesse a Dio che non vi fosse da temere null’altro!» disse mestamente Giannina, intantochè la Contessa dicea ad alta voce a Wayland: «Accostati buon uomo, e disfà il tuo fardello. Se ne porti mercanzie di buona qualità, benediremo entrambe la fortuna che qui ti condusse.» «Di qual cosa abbisogna la Signoria vostra?» disse Wayland intanto che apriva la sua bottega portatile, e faceva la dimostrazione delle cose contenutevi, con tanta maestria che l’avresti detto merciaiuolo di condizione fin dalla prima sua giovinezza; benchè per vero dire nelle diverse trasformazioni della vagabonda sua vita avesse professato anche questo mestiere. Nè si stette dal far l’encomio delle proprie merci colla scioltezza ordinaria alla gente di tal condizione, nè si mostrò ignaro della grand’arte di assegnarne il prezzo. Tornò in ultimo a ripetere: «Di che abbisogna la Signoria vostra?» «Di che abbisogno? disse la Contessa. In verità, considerando che da sei lunghi mesi in qua, non ho comprato per mio uso un’_auna_ di tela rensa o batista, nè la menoma bagattella, credo stare meglio a me l’interrogarti: _che cosa hai da vendere?_ Metti da parte questo collare e queste maniche di tela batista, queste frange d’oro a doppio giro guernite di tocca... e questa mantellina di colore scarlatto non ti piace, Giannina?» «Se mi permettete dirvi il mio parere, rispose Giannina, direi che la ricchezza pregiudica alla grazia del lavoro.» «Non te ne intendi, figlia mia, disse la Contessa. Per tua penitenza, porterai tu stessa questa mantellina, e i bottoni d’oro massiccio consoleranno tuo padre, e lo faranno più indulgente sul colore scarlatto del drappo. Osserva però ch’egli non li levi per mandarli a far compagnia agli _angeli_ d’oro che tien prigionieri entro il suo scrigno.» «Ardirei io pregare la Signoria vostra a far risparmio del mio povero padre?» «Oh pei risparmi, lasciamoli fare a lui, che è tenerissimo de’ risparmi,[2] replicò la Contessa. Ma torniamo alle nostre spese; io prendo questa guarnizione da testa, e questo spillone d’argento fornito di perle. Giannina, metti a parte quanto basta del drappo men fino che vedi lì, onde Dorca e la sua compagna Alison si facciano due vesti. Povere vecchie! nel venturo verno si ripareranno meglio dal freddo. Or dimmi un poco (voltasi di nuovo al merciaiuolo) non hai essenze, o sacchetti profumati, o boccettine da odore di nuova foggia?» «Se fossi un vero merciaiuolo, avrei trovato la mia fortuna,» pensò Wayland fra se stesso mentre rispondeva alle inchieste che la Contessa volgevagli con vivacità, una addosso all’altra, coll’ardore di giovane persona priva da lungo tempo d’intertenimento cotanto gradevole. Egli avrebbe voluto condurre i discorsi a più importanti considerazioni. Ma come farlo? Mostrandole allora tutto il fornimento che avea d’essenze e profumi, per conciliarsi maggior attenzione da lei, trasse il proprio dire alla seguente osservazione: che tali merci aveano pressochè raddoppiato di prezzo dopo i magnifici apparecchi, cui stavasi intento il conte di Leicester per ricevere nel maestoso suo palagio di Kenilworth la Regina e la Corte. «Ah! disse con forza la Contessa, questa voce è dunque fondata, o Giannina?» «Certamente, o signora, rispose Wayland; e mi fa maraviglia che ciò non sia giunto alle orecchie di vostra Signoria. La Regina d’Inghilterra passerà una settimana di questa estiva stagione fra le feste e i piaceri che sta allestendole il Conte. Quanti dicono che sono vicini, il nostro paese ad avere un Re, ed Elisabetta d’Inghilterra, Dio la benedica sempre! uno sposo prima che finisca la state.» «Chi parla così mente con impudenza,» sclamò la Contessa, impazientitasi oltre ogni dire. «Per amor del Cielo, mia Signora, acchetatevi, soggiunse Giannina, fattasi tutta tremante. E chi fa attenzione alle notizie date da un merciaiuolo?» «Sì, Giannina, sclamò la Contessa, tu hai ragione di rimproverarmi. Tali ciance, intese ad oscurare la fama del più chiaro, del più nobile fra i Pari dell’Inghilterra non possono trovare credito e spaccio che presso persone abbiette ed infami.» «Voglio morire, o Signora (disse Wayland che vedea la collera della Contessa tutta scaricarsi sopra di lui), voglio morire se ho fatto nulla che possa meritarmi questi rimproveri. Ho detto solamente ciò che pensano alcune persone.» In questo mezzo, la Contessa erasi composta a tranquillità, e fatta cauta dai suggerimenti di Giannina, cercava sbandire da sè ogni apparenza di mal umore. Onde voltasi a Wayland, sì gli disse: «Mi spiacerebbe, buon uomo, se la nostra Regina abbiurasse il titolo di vergine sì caro a tutti i suoi sudditi: accertati che non accadrà nulla di quanto ti fecero credere». Poi studiosa di cambiare discorso: «Che cosa è la mistura ch’io vedo custodita con tanto riguardo nel fondo di questa scatoletta di argento?» soggiunse ella esaminando l’interno d’un cofanetto, entro cui si trovavano, ordinati in cassettini disgiunti, vari profumi e droghe. «È un rimedio, o signora, contro un’infermità, di cui come spero non avrete mai a lagnarvi. Una dose di questa pomata, non più grossa d’un pisello, inghiottita nel durare d’una settimana, fortifica il cuore contro i vapori neri prodotti dalla solitudine, contro la tristezza, contro una passione infelice, o una speranza delusa....» «Impazzite ora? si fece a dire vivacemente la Contessa; ovvero credete che per aver io avuto la bontà di comperare a prezzo esorbitante le vostre cattive mercanzie, potrete d’ora in avanti farmi credere quanto vi verrà nella mente? Ove si è mai detto che le affezioni del cuore potessero essere vinte da rimedi amministrati alla parte fisica del nostro corpo?» »Salvo l’onorevole vostro beneplacito, vi dirò, nobile Signora, ch’io sono un galantuomo, e che vi ho venduto a moderato prezzo le mie mercanzie. In quanto spetta a questo prezioso rimedio, nel vantarvene la virtù, non vi ho già consigliato a comperarlo. Nè tampoco vi guarentisco che valga a risanare da una malattia di spirito fortemente radicata; cosa che possono operare Dio solamente ed il tempo. Pure vi sostengo, che il mio balsamo dilegua i vapori neri che nascono nel corpo, come parimente la tristezza che opprime l’animo. Con questo rimedio guarii diversi, e cittadini e cortigiani, e fra gli altri ultimamente il nobile sig. Edmondo Tressiliano, gentiluomo di Cornovaglia, che i cattivi trattamenti, mi fu detto, di una giovane da lui teneramente amata, aveano ridotto a tale estremo di tristezza, onde si temesse per la sua vita.» Qui si fermò; e la Contessa si tenne per qualche tempo in silenzio, poi con tuono di voce, che invano ella tentava di rendere intrepido e qual di persona indifferente, gli chiese: «E questo infermo da voi curato, presentemente ha riacquistata la salute del tutto?» «Sta assai meglio, rispose Wayland; almeno non soffre più mali fisici.» «Voglio provare questo rimedio, o Giannina, disse la Contessa; anch’io soggiaccio ad assalti di questa nera malinconia che offusca la mente.» «No del certo, fu presta a dire Giannina; qual certezza avete voi che le droghe di questo mercante non sieno pericolose?» «Sarò io medesimo mallevadore della mia buona fede,» disse Wayland, ed inghiottì alla loro presenza una parte di quel rimedio. La contessa ne comperò il rimanente; poichè le osservazioni fatte da Giannina per dissuaderla da ciò, non valsero che a confermarla nel suo disegno. Anzi in quell’istante medesimo ne assaggiò la prima dose, assicurando sentirsi già il cuor sollevato, e risorta in sè la naturale gaiezza, effetti che giusta ogni apparenza non erano che nell’accesa sua immaginazione. Raccolte allora tutte le cose acquistate, consegnò la sua borsa a Giannina, raccomandandole di pagare il merciaiuolo, intanto ch’ella, quasi parendole d’essersi anche di soverchio allettata in quell’intertenimento, augurò la buona sera al venditore, e ritornò con aria indifferente al castello, sicchè non rimase speranza a Wayland di parlarle oltre in privato. Ei tentò nondimeno di procurarsi qualche schiarimento maggiore da Giannina. «Mia giovinetta, diss’egli, la tua fisonomia indica, che tu debba amar molto la tua padrona. Ella di fatto ha grande bisogno del tuo fedele servigio!» «E ben ella lo merita. Ma a qual proposito dici questo?» «Figlia mia, io non sono propriamente quel tale che comparisco essere,» disse, abbassando la voce, Wayland. «Doppia ragione per non crederti un onest’uomo!» rispose Giannina. «Anzi doppia ragione, soggiunse Wayland, per credermi tale, giacchè non son io un merciaiuolo!» «Vattene tosto di qua, disse Giannina, o corro a chiamar gente in soccorso. Mio padre dovrebb’essere già di ritorno.» «Non fare questa pazzia, rispose Wayland, perchè te ne pentiresti. Io sono fra gli amici della tua padrona. Ella ha bisogno di acquistarne altri ancora, e non di perdere per tua colpa quelli, su i quali già può far conto.» «Qual prova vorresti darmi di ciò?» fu pronta a chieder Giannina. «Guardami in volto, e dimmi se non leggi in questi lineamenti l’aspetto d’un onest’uomo.» Di fatto, benchè il nostro artefice fosse lontano dall’esser bello, pure scorgeasi nella sua fisonomia l’acutezza d’un ingegno inventivo, che unita ad occhi vivaci e pieni di brio, ad una bocca ben fatta, ad un modo gentil di sorridere, dava sovente grazia e vezzo a lineamenti irregolari di lor natura. Giannina lo contemplò qualche tempo con quello sguardo scaltrito, che è proprio del suo sesso, poi gli rispose: «O amico mio, ad onta della buona fede di cui ti vanti, e benchè io non abbia la sapienza di leggere libri della natura di quelli che ora mi vorresti presentare, credo vedere in te qualche cosa, che sta fra il merciaiuolo, ed il vagabondo.» «Eh! un pochettino forse anche di questo! disse Wayland sorridendo; ma ascoltami; questa sera o domani mattina arriverà qui un vecchio, in compagnia di tuo padre. Egli ha il passo leggiero del gatto, l’occhio fino e maligno del sorcio, i modi carezzevoli del can di Spagna, e la ferocia del mastino. Guardati da lui, e per il tuo bene, e per quello della tua padrona. Guardati da lui, bella Giannina; egli nasconde il veleno dell’aspide sotto la pretesa innocenza della colomba. Non saprei dirti al giusto qual delitto egli mediti, ma la malattia e la morte gli tengono dietro. Non dir nulla di tutto ciò alla tua padrona. La mia esperienza m’insegna che nel suo stato il timore di un male può esserle dannoso quanto il male medesimo. Abbi cura ch’ella faccia uso del mio specifico. Sappi (continuò egli abbassando la voce e con tuono solenne) che è un antidoto contro il veleno. Stiamo ad ascoltare; Essi entrano nel giardino.» Di fatto si udiva un bisbiglio, in mezzo a cui distinguevansi voci di smodata allegria ed altre più serie e robuste. Wayland, a questo primo sentore s’appiattò in fondo d’una folta macchia, e Giannina si nascose nel vecchio edifizio delle piante esotiche per non esser veduta, e affine di nascondere per allora le compere che avea fatte dal preteso merciaiuolo; del rimanente ella non aveva alcun motivo d’inquietarsi per se medesima. Il padre di lei, il vecchio servo del lord Leicester, entrarono nel giardino tumultuando, e posti nel più grande imbarazzo dal Lambourne, al quale il vino aveva affatto volta la testa. Cercavano di acchetarlo, ma invano; perchè costui aveva inoltre la bella sorte, che quando il vino lo prendeva, non si lasciava infine vincere dal sonno, come è solito degli altri imbriachi. Ma egli era uno di quelli che si reggevano lungo tempo sotto l’influenza del liquore di Bacco, sintantochè a furia di libagioni cadono in una indomabile frenesia. Diverso inoltre il Lambourne dalla maggior parte degl’imbriachi, che perdono la libertà de’ moti e delle parole, egli al contrario nello stato d’ebbrezza parlava con più enfasi e più scioltamente che mai nol facesse, oltrechè raccontava tutte quelle cose, che a mente sana avrebbe voluto non lasciar traspirare all’aria medesima. «E che? gridava Michele con tutta la forza de’ suoi polmoni, non farete voi altri una festa al mio arrivo, non farete gozzoviglie in onore di me che conduco nel vostro canile la fortuna in sembianza d’un cugino del diavolo? d’un cugino del diavolo, che ha virtù di cambiare i pezzi d’ardesia in buone piastre di Spagna? Accostati, Tony _Brucia-Cataste_, papista, puritano, ipocrita, avaro, libertino, demonio impastato di tutti i peccati mortali, accostati e prostrati dinanzi a chi ti condusse il _Mammone_ che adori.» «In nome di Dio! parla sommesso, disse il Foster; entra in casa, avrai vino, avrai quello che saprai domandare.» «No, vecchio tanghero; voglio averlo qui, gridava a tutta voce lo spadaccino, qui _al fresco_, come dicono gl’Italiani. Se sarò matto a bere fra due muraglie, avendomi vicino questo diavolo d’avvelenatore, che mi farebbe soffocare fra i vapori dell’arsenico o dell’argento vivo! Varney m’ha insegnato a non fidarmene.» «In nome di tutti i diavoli! dategli vino,» disse l’alchimista. «Ah! ah! che tu ci metteresti poi il condimento! non è vero, vecchio ghermitore? Sicuramente! ci troverei il verde rame, l’elleboro, il vitriolo, l’acqua forte, e vent’altri ingredienti diabolici, che fermenterebbero nella mia povera testa, come il filtro che le vecchie streghe fanno bollire nelle loro caldaie per chiamare a sè il diavolo. Dammi il fiasco tu stesso, vecchio Tony _Brucia-Cataste_, e guarda che sia vino fresco, e che non fosse mai riscaldato a quel focolare, dove furono arrostiti i vescovi in questo paese. Ovvero aspetta che Leicester sia Re se vuol esserlo! Bene! e Varney, lo scellerato Varney! gran Visir. Ottimamente per mia fede! E che cosa poi sarò io? Imperatore. Sì signori, l’imperatore Lambourne. Vedrò questa divinità che costoro hanno imprigionata qui pei loro segreti piaceri. Voglio che ella venga questa sera a vôtarmi da bere, e a mettermi la mia berretta da notte. Che cosa può farsi un uomo di due mogli, fosse egli venti volte Conte? Rispondi a questo, Tony, figlio mio, vecchio cane, ipocrita, reprobo, che Dio cancellò dal libro della sua grazia, vecchio fanatico, bestemmiatore, intenditore di vescovi, rispondi a tutto questo.» «Or ora gl’immergo fino al manico il mio coltello nel ventre,» disse Foster a voce bassa e fremendo di collera. «Per l’amor di Dio! non commettiamo violenze, disse l’Astrologo, ce le farebbero pagar care. Su via, Lambourne, mio buon amico, vuoi tu trincare con me alla salute del nobile conte di Leicester e di Riccardo Varney?» «Certo! mio vecchio Albumazar, certo! mio bravo venditor di veleni. Io ti abbraccerei, onestissimo violatore della legge Giulia (come dicono a Leida) se tu non avessi addosso un esecrabile odore di solfo e d’altre infernali droghe di tal natura. Andiamo dunque, son pronto. Alla salute di Varney e di Leicester, delle due menti più nobilmente ambiziose di tutta l’Inghilterra, dei due increduli più profondi e più simulatori, più sublimi e più maligni, più... basta. Non dirò altro; ma chiunque ricuserà darmi ragione!... Giur’al Cielo gli pianto il mio stilo nel cuore. Andiamo, miei buoni amici.» Così parlando il Lambourne terminò di trangugiar la bevanda versatagli dall’Astrologo, la quale non era già vino, ma liquor distillato che costui ebbe in pronto da sostituire. Onde il nostro Michele incominciava un giuramento, allorchè gli cadde di mano la tazza vôta. Mise la mano all’impugnatura della sciabola, ma non ebbe forza per tirarla fuori; barcollò e cadde privo di moto e di sensi fra le braccia dei famigli, che portatolo nella sua stanza, lo adagiarono sul letto. In quel generale bisbiglio, Giannina, senza che alcuno la vedesse, raggiunse la camera della padrona. Tremava ella siccome foglia, risoluta nullameno nel suo animo di celare alla Contessa i terribili sospetti che le parole del Lambourne le avevano inspirato: tanto più che tali timori, comunque non le apparissero ancora perfettamente schiariti, troppo s’accordavano coi suggerimenti del merciaiuolo. Onde confermò la Contessa nel disegno di prevalersi dello specifico datole dal medesimo; consiglio, che ella forse non avrebbe mai insinuato senza gli avvenimenti di recente accaduti! Nè i propositi del Lambourne sfuggirono certamente a Wayland, appiattato, come dicemmo, dietro la macchia, ed il quale era in istato, meglio assai che Giannina, di assegnar loro il giusto valore. Si sentì commosso da forte compassione in osservando che una donna vezzosa quanto lo era la giovane Contessa, e già da lui conosciuta in seno alla domestica felicità, fosse così abbandonata alle trame di una banda di scellerati. Aggiugnevasi che l’abborrita voce di quell’antico padrone, da lui temuto ed odiato del pari, gli risvegliava nell’animo commozioni conformi a questi due sentimenti. Fidato grandemente nella propria destrezza, e nei modi ancora che possedea per adoperarla, concepì adunque il disegno di scoprire in quella sera medesima tutte le fila dell’orrendo arcano, e di salvare l’infelice prigioniera, se ne era anche in tempo, fattosi pronto ad affrontare qualunque rischio che andava unito al compimento d’un’idea sì generosa. Alcune fra le parole fuggite al Lambourne nel forte del costui delirio, lo trassero la prima volta a mettere in dubbio, se il Varney operasse unicamente per proprio conto nel corteggiare la giovine bellezza, e nel cercare di cattivarsene l’affezione. Diversi romori intendevano a far credere, che questo zelante servo fosse stato soccorrevole in altre amorose tresche al padrone; per lo che venne il pensiero a Wayland, che il medesimo conte di Leicester potesse anche essere il protagonista dell’orrido dramma. Comunque non avesse alcun motivo di supporre che la figlia del cavaliere Robsart fosse già maritata col Conte, ben vedea come una tresca ancorchè passaggiera con una donzella posta nel grado di Amy, diveniva un segreto d’altissima importanza, la cui rivelazione avrebbe portato fatali conseguenze a questo favorito di Elisabetta. «Quand’anche il Leicester, dicea Wayland fra se stesso, titubasse a valersi di modi violenti per estinguere sì fatte voci, ha al fianco tai malandrini, che gli presterebbero il reo servigio senza aspettarne l’assenso. S’io voglio adunque frammettermi in questa bisogna, mi è d’uopo prender l’esempio del mio antico maestro, allorchè componeva la sua diabolica manna, cioè mettermi una maschera al volto. Domani adunque abbandonerò Giles Gosling, e cambierò dimora così spesso come una volpe inseguita. Vorrei ben rivedere ancora questa giovinetta puritana: ella è sì avvenente, e se non m’inganno sì fornita d’ingegno, che non direbbesi mai primogenitura di quello schifoso, scellerato uomo di Tony _Brucia-Cataste_.» Si recò pertanto a prender congedo da Giles Gosling, che non fu per vero dire scontento di vederlo partire. L’onesto pubblicano scorgeva cosa sì pericolosa il contrariare i voleri d’un favorito del Conte di Leicester, che bastava appena la sua virtù per sostenerlo in sì fatta prova. Non risparmiò ciò nonostante proteste di buona volontà, e della sua premura di prestare, occorrendone il bisogno, a Tressiliano o al di lui messo que’ soccorsi tutti, che fossero stati compatibili collo stato suo di pubblicano. CAPITOLO IV. »Ambizion se frettolosa troppo »La vetta aggiunga, dall’opposta banda »Del pendio discosceso alfin dirupa. _Shakespeare._ Le splendide feste che stavano per celebrarsi a Kenilworth erano già divenute l’argomento de’ discorsi che faceansi da ognuno nell’Inghilterra. Tutta dovizia di cose atte a render più deliziosi alla regina Elisabetta que’ giorni che le sarebbe piaciuto dimorare nel castello del suo favorito, venne adunata, e d’ogn’intorno dell’isola, e dal Continente. Intanto il Leicester progrediva ogni dì maggiormente nelle buone grazie della Regina. Sempre a fianco di lei ne’ consigli, ben ascoltato nell’ore consacrate ai passatempi della Corte, accolto in qualsivoglia istante coi contrassegni della massima intrinsichezza, era il Leicester la speranza di tutti coloro, che avevano grazie da chiedere alla Sovrana: ricercato da tutti i ministri delle corti straniere, che in nome de’ loro monarchi gli largheggiavano delle più lusinghiere dimostrazioni d’affetto, egli era, giusta il dire cortigianesco l’_alter ego_ dell’orgogliosa Elisabetta, impaziente a quanto credevasi dell’istante favorevole per collegarselo al poter supremo con fargli dono della sua mano. Nel mezzo di tante prosperità, questo favorito della Regina e della fortuna era forse l’uomo il più infelice che si vivesse in quel regno di cui sembrava l’arbitro ed il dominatore. Egli aveva certamente al di sopra delle sue creature la sovranità data da ingegno, e vedea cose, che ad esse fuggivano. Niuno al pari di lui conoscea l’indole della Sovrana; siccome quegli che aveva fatto un unico studio di indagarne ad un tempo le singolarità e le virtù, studio che unito ai poderosi espedienti di quella sua mente abilissima, e al lustro che gli crescevano le esterne sue prerogative, valse a sollevarlo in tanto favore. Ma questo medesimo conoscimento ch’egli aveva dell’indole di Elisabetta gli facea temere, ad ogni piè sospinto, qualche disgrazia rovinosa e non aspettata. Il Leicester somigliava a nocchiere, che avendo innanzi agli occhi la carta su di cui stanno delineati tutti i punti della via da trascorrersi, scorge nel medesimo tempo gran numero di secche, di scogli coperti, e di scogli a fior d’acqua; onde tutto il vantaggio ritratto da sì inquietante schiarimento è la certezza, che in un prodigio soltanto sta la speranza di uno scampo. Di fatto, la regina Elisabetta aveva un’indole stranamente impastata di maschia fortezza d’animo, e di tutte quelle debolezze, che sono di consueto il retaggio del sesso, cui perteneva. Gran profitto traevano i sudditi dalle virtù che in questa Regina superavano di gran lunga i difetti; ma quanto ai cortigiani, ed alle persone che le stavano intorno, trovavansi di sovente esposte ai capricci e alle violenze d’uno spirito per sua natura geloso e dispotico. Tenera madre verso i suoi popoli, ella era ad un tempo verace figlia di Enrico VIII; e benchè i patimenti da lei sofferti in giovinezza, e le cure di un’ottima educazione avessero compresse e modificate in essa le inclinazioni che si portava seco col sangue, queste non si potevano dire sradicate. «Lo spirito di una tal donna (così esprimevasi sir John Harrington, che l’aveva avuta in matrina al fonte battesimale, e ch’ebbe a vicenda occasioni di provarne l’affabilità e i mali umori), lo spirito di una tal donna era il più delle volte siccome un vento leggiero, che in una mattina estiva sen venga dall’occidente; dolce e soave a tutti quelli che la circondavano; i discorsi di lei guadagnavano ogni cuore; ma giugnevano istanti, in cui credendo ella scorgere qualche disobbedienza o mancanza di rispetto, prendea quel tuono che palesava compiutamente di chi fosse figlia. Il sorriso di lei era come dolce calor di sole, di cui ciascuno si contende l’influenza gradevole; ma tantosto sorgeva la burrasca preceduta da oscure nubi, e il fulmine cadeva indistintamente sopra d’ognuno[3].» Tale mobilità di carattere, nè lo ignorava il Leicester, era sopra tutto formidabile per coloro che le avevano inspirato qualche sentimento di affetto; perchè il credito, frutto di tal sentimento medesimo, non lo era così di servigi indispensabili, che que’ favoriti prestar potessero alla corona. Perciò la grazia conceduta al Burleigh, o al Walsingham, benchè al di sotto, quanto allo sfarzo, di quella onde godeva il Leicester, era fondata manifestamente sul senno e non sul capriccio di Elisabetta: laonde questi cortigiani non temevano le fasi dell’incostanza da cui erano ad ogni istante minacciati coloro, pei quali i primi meriti ai favori della Regina si stavano in prerogative esterne, e nelle inclinazioni d’un cuore femminile. Que’ grandi e saggi ministri non venivano giudicati se non se in proporzione degli espedienti di stato che suggerivano, e delle massime onde affortificavano i partiti per essi posti nelle adunanze del consiglio. Al contrario il buon successo dei disegni formati dal Leicester dipendeva da tutti que’ venti leggieri ed incostanti di capriccio o di umore, che contrariano o favoriscono i progressi di un amante nel cuore della sua donna; ed era Elisabetta tal donna, che offeriva ai propri adoratori altro scoglio, cioè il timore continuo che era in lei di dimenticare la propria dignità, e di compromettere il poter di Regina coll’ascoltare di troppo le inclinazioni connaturali al suo sesso. Le spine che circondavano il possedimento del favore d’una tale amante ben comprese erano dal Leicester; ed allorchè spiava egli intorno di sè quai modi avesse per conservarsi in uno stato sì precario, ovvero, (che a ciò pur meditava) di scenderne senza pericolo, poca speranza egli vedea di buon esito, così ad un partito come all’altro appigliandosi. Ora gli erano altissimo argomento di considerazione il segreto suo maritaggio e le conseguenze che ne sarebbero derivate. E preso da amarezza contro di se medesimo (ch’ei certamente non potea concepirne contro la sfortunata Contessa), si rampognava d’essersi gettato nell’impossibilità di fondare sopra salde basi il proprio potere collo stringere un nodo inconsiderato, ed attribuiva a questa, così chiamata da lui, sconsigliata passione il pericolo di una vicina caduta. «Ognuno dice, così ragionava egli in questi momenti di perplessità e di pentimento, ch’io potrei sposare Elisabetta, e divenire re d’Inghilterra. Ogni contrassegno sembra annunziarlo. Non si fa menzione nelle ballate fuorchè di queste nozze desiderate ansiosamente dal Pubblico. Se ne favella ne’ ginnasi; i predicatori le raccomandano dai pulpiti; esse son quanto l’un dice all’orecchio dell’altro fin nelle stanze d’udienza della Regina. Si prega che tal maritaggio si verifichi nelle chiese dei calvinisti del Continente; fino i nostri uomini di Stato ne han fatto parola nel Consiglio. Niuna ammonizione è venuta a frenare sì arditi propositi, intorno ai quali la regina Elisabetta ha dismessa la consueta sua protesta di voler morir vergine. Ella conosce l’esistenza di tali romori, nè mai si mostrarono ver me più affabili i suoi detti, più graziosi gli atti, più soavi gli sguardi. Niuna cosa sembra mancare a che io divenga re d’Inghilterra, ed a che trattomi finalmente al sicuro dall’incostanza delle corti, io m’impadronisca di questa corona regale, gloria dell’universo. E sarà dunque, allor quando io potrei stendere più ardimentosa la mano per impadronirmene che questa mano medesima si vedrà incatenata da un nodo segreto ed indissolubile. Ecco, diceva egli impazientemente, ecco le lettere di Amy che mi persegue colle sue incessanti inchieste, ond’io pubblicamente la riconosca, e renda giustizia a lei, a me, e non so a chi! Quanto a me ho ben fatto finora tutt’altro che rendermi giustizia. Ed Amy mi parla come se Elisabetta fosse presta ad ascoltare la notizia di tal mio maritaggio colla contentezza di una madre alle nozze d’un figlio prediletto! Elisabetta quella figlia di Enrico VIII, la cui collera non risparmiò giammai uomini o donne che la contrariassero ne’ suoi disegni! Che direbbe ella all’atto di scorgere maritato quell’uomo che con una simulata passione la trasse in tanto inganno da confessare ella stessa il proprio amore verso di un suddito? Quell’uomo che si fosse fatto giuoco di lei, come potrebbe un cortigiano prendersi trastullo d’una povera contadina! Oh! ben vedremmo allora quanto una femmina furibonda sappia operare!» Fermandosi in sì fatte meditazioni chiamava Varney, e lo chiedeva di consigli, assai più di quanto il facesse in addietro, poichè spesse volte da tal consigliere lo aveva allontanato il ricordarsi gli avvisi che contro tal segreto nodo avea posti in campo. La conclusione di questi intertenimenti era sempre il deliberare sul modo di far comparire a Kenilworth la Contessa. Risolvettero, finchè poterono, far ritardare la partenza della Regina, ma alla perfine una conclusione divenne necessaria. «Elisabetta non sarà certamente paga a men di vederla. Non so s’ell’abbia concepiti alcuni sospetti, come mel fanno presagire i miei timori, o se il Sussex o alcun altro de’ miei segreti nemici s’adoprino a ricordarle sovente la supplica di Tressiliano; ma certamente in mezzo alle espressioni di bontà con cui ella è solita ad onorarmi, la storia di Amy Robsart si frammette frequentemente. Io credo che Amy sia la schiava postami dalla cattiva sorte dietro il mio carro per umiliare i miei trionfi nel momento il più glorioso per me. Suggeriscimi qualche espediente, o Varney, per sottrarmi da passo cotanto arduo. Ho fatto per differire queste maledette feste tutte le obbiezioni, che con qualche apparenza di convenevolezza, potevano essere messe innanzi; ma l’abboccamento ch’ebbi oggi colla Sovrana non mi permette omai di commettermi fuorchè alla sorte. Ella mi ha detto con tuono di dolcezza sì, ma ad un tempo risoluto. — Noi non vogliamo più, sig. Conte, lasciarvi tempo a fare apparecchi per timore che andiate del tutto in rovina. Sabbato, giorno nove del mese di luglio, saremo in casa vostra a Kenilworth. Vi preghiamo non dimenticare alcuno degli ospiti, pei quali mostrammo desiderio: ci sta a cuore soprattutto conoscere la donna, che ha potuto preferire al poeta Tressiliano il vostro servo Riccardo Varney. — Dunque, Varney abbi ricorso alla tua fantasia che mi è stata utile le tante volte; perchè come è vero ch’io mi chiamo Dudley, le disgrazie predette nel mio oroscopo incominciano finalmente a minacciarmi.» «Nè vi sarebbe qualche modo di persuadere a Milady l’esser contenta di sostenere per alcuni istanti la parte oscura cui circostanze del momento l’astringono?» disse il Varney dopo aver esitato per qualche tempo. «Che osi dire, o scellerato? La mia Contessa passar per tua moglie! Ciò non può accordarsi nè col mio, nè col suo onore.» «Oimè! Milord, rispose il Varney, pur non è conosciuta sott’altro nome dalla Regina. Col toglier questa d’errore si andrebbe a rischio di scoprir tutto.» «Pensa qualch’altro espediente, disse agitato oltre ogni credere il Conte; cotesto che tu proponi non può giammai essere all’uopo. Ammetti ancora ch’io condiscendessi, non vi sarebbe mai l’assenso della Contessa; perchè debbo farti sapere, o Varney, che Elisabetta sul proprio trono non ha tanto orgoglio quanto ne ha questa figlia d’un gentiluomo oscuro della contea di Devon. Dolce, pieghevole nelle circostanze ordinarie, in tutte quelle, ov’ella creda scorgere il suo onore compromesso, l’indole ne è accensibile e violenta al par della folgore.» «Ne abbiam fatto prova, o signore, e se tale non fosse la sua indole, non ci troveremmo ora in questo impiccio. Non so ora a qual altro stratagemma ci resti ricorrere. Mi sembra poi che la persona dalla quale scaturisce il pericolo, dovesse mostrarsi, quand’è in suo potere, sollecita di allontanarlo.» «Ti ripeto che è impossibile (risoggiunse il Conte facendo tal gesto, che proibiva al Varney fino il pensare a tale divisamento). Non conosco forza, d’autorità o di lusinghe, che inducesse mia moglie a portare il tuo nome nemmeno un istante.» «La cosa per altro è alquanto scabrosa,» disse il Varney con tuono tronco, e senza fermarsi su di tale argomento. Poi soggiunse: «Se si trovasse qualch’altra persona da sostituirle! Tai giuochi di mano sono andati a buon termine sotto gli occhi d’altri monarchi antiveggenti quanto lo è la Regina Elisabetta.» «Tu perdi il cervello, o Varney, rispose il Conte: la falsa Amy dovrebbe sostenere il confronto di Tressiliano, e ne diverrebbe inevitabile lo scoprimento.» «Si potrebbe allontanare Tressiliano dalla Corte,» disse allora senza esitare il Varney. «E con quai modi?». «Con quai modi? Un personaggio posto nella vostra condizione ne ha infiniti per allontanare dalla scena un uomo, che incessante nello spiare i vostri segreti, vi è divenuto un pericolosissimo oppositore.» «Non voglio udirmi parlare di tal genere di espedienti politici, o Varney, disse il Conte. Poi nel caso in cui siamo non gioverebbero a nulla. Possono esservi alla Corte molte altre persone che abbiano veduta Amy, e mancando Tressiliano, non si starebbero dal far venire il padre di lei o alcuni de’ suoi amici. Cerca ancora qualch’altro stratagemma nella tua immaginazione.» «Signore, io non so più qual cosa proporre, ma so bene che se mi trovassi in una perplessità qual si è quella dell’animo vostro, correrei volando a Cumnor, e costringerei mia moglie ad acconsentire a quegli espedienti, che la sua e la mia sicurezza chiedessero.» «Non posso, allora soggiunse il Conte, costringerla a cosa, che ripugnerebbe alla nobiltà della sua indole. Troppo, così operando, mi mostrerei ingrato all’amore ch’ella ha per me!» «Ebbene, o signore, rispose Varney, voi siete un uomo nel quale onore e saggezza vanno del pari. Non vi dirò dunque che questi scrupoli delicati son da romanzo, e non possono aver corso fuorchè in Arcadia, come lo ha scritto il nipote vostro Sydney. Ma permettete un’altra osservazione ad un vostro umilissimo servo, il quale ebbe finor la fortuna di vedere non disdegnata nemmeno dalla Signoria vostra la poca cognizione ch’egli si acquistò vivendo nel mondo. Vorrei sapere se in questo felice nodo che unisce a voi la figliuola di sir Robsart, l’obbligazione maggiore sia dal canto vostro, o da quello della Signora, e qual dei due abbia maggiori motivi di usar compiacenza, e prendere in esame i desiderii, la convenienza, la sicurezza dell’altro.» «Ti ripeto, Varney, disse il Conte, che quanto fu in mio poter di concederle, non fu merito mio, ma pagato al di là dalla sua virtù non minore in lei della bellezza. Ah! no: fra le persone pervenute ad alto stato, non fuvvi giammai altra creatura più capace di ornarlo e di abbellirlo.» «È una gran fortuna, o signore (riprese a dire Varney con quel suo sorriso sardonico, che ad onta de’ riguardi di rispetto non era sempre in suo potere il frenare), è una gran fortuna che ciò tanto vi appaghi! Voi avrete tutto il tempo di bearvi con sì deliziosa compagna, però spirato il termine di una prigionia, forse proporzionata al delitto di aver delusi gli affetti di Elisabetta Tudor. Voi non isperate, cred’io, di scontarlo a più lieve costo!» «Spirito infernale! Osi tu schernirmi sulla sventura in cui m’avvolgo? rispose il Leicester. Aggiusta le cose, come ti parrà meglio.» «Se dite davvero, o signore, convien sull’istante portarsi a briglia sciolta a Cumnor,» replicò il Varney. «Vacci tu stesso, o Varney. Il demonio ti ha compartito quel genere d’eloquenza, che fa più impressione allorchè si tratta una cattiva causa. La mia fronte tradirebbe la bassezza della mia anima se ardissi proporre sì fatta frode. Vattene, dico, hai d’uopo ancora ch’io t’aggiunga sproni per compiere il mio disonore?» «Per servirvi non ho d’uopo di sprone, o Milord. Ma se volete seriamente affidarmi l’incarico di far gradire a Milady un espediente divenuto unico ed indispensabile, fa di mestieri mi diate uno scritto, che presso la nobile mia padrona mi faccia vece di credenziale. Assicuratevi poi, che io sosterrò questo partito con quanto è in me d’eloquenza. Porto sì ferma opinione dell’amore che la Contessa nudre per la Signoria vostra, e della inclinazione ch’è in essa a far tutto quanto possa tornare a vantaggio del suo sposo, per non dubitar punto ch’ella non acconsenta a portare per alcuni giorni un nome umile come il mio, tanto più che per antichità non cede in nessuna parte a quello della famiglia Robsart.» Il Leicester prese tutto quanto occorrevagli per iscrivere, ed incominciò per la Contessa due o tre lettere, che stracciò senza terminarle. Finalmente scrisse alcune righe slegate e disordinate, colle quali supplicava, per cagioni che riguardavano il proprio onore e la propria vita, la sua Amy a voler portare il nome di Varney per quel solo tempo che duravano le feste di Kenilworth. Aggiugnea che lo stesso Varney le avrebbe comunicati questi motivi onde si rendea tanto necessario sì fatto inganno. Dopo avere sottoscritta e suggellata la lettera, la gettò sopra la tavola, facendo tal gesto che intimava al Varney di partir sull’istante, e che questo consigliere intese a prima vista. Leicester rimase siccome uomo impietrito fintantochè udì lo scalpitar de’ cavalli; perchè il Varney senza nemmeno indugiare quant’era d’uopo per cambiar di vestito, salì in sella, e seguito da un solo servo s’avviò a tutta briglia verso la contea di Berk. Udito questo rumore, il Conte si alzò precipitosamente, e s’affacciò alla finestra, venuto sull’istante in idea di rivocare l’indegno messaggio di cui aveva incaricato l’uomo, che a confessione stessa del Leicester, non possedeva alcuna sorte di virtù, eccetto l’affezione per chi lo proteggea. Ma il Varney era già lontano tanto da non poter neanco udirne la voce, e l’aspetto del firmamento seminato di stelle, riguardato in quel secolo siccome il libro del destino, stolse il Conte da una risoluzione che sarebbe stata più degna di lui. «Eccoli che seguono il taciturno lor corso (dicea il Conte trattosi alla contemplazione del Cielo), eccoli questi astri, il cui possente influsso è sentito da tutti gli abitatori del nostro Pianeta. Se gli astrologi non mentiscono, ecco la crisi de’ miei destini! S’avvicina l’ora, l’ora per me di sperare e di temere ad un tempo, come mi fu predetto. Re si fu la parola. — Ma in qual modo? — La corona di Elisabetta! Da questo lato ogni mia speranza si dileguò. — Ebbene! io la rinunzio. Le ricche province dei Paesi Bassi mi domandano per loro capo, e se Elisabetta non si opponesse mi offrirebbero la corona di que’ Paesi. — E non ho io forse diritti al diadema?... anche entro il regno? Se Elisabetta venisse a morire, non appartengo io alla famiglia degli Huntingdon?... Ma asteniamoci dall’addentrarci maggiormente in sì rilevanti misteri. È d’uopo che per qualche tempo ancora, io continui a guisa di fiume sotterraneo il mio corso nell’oscurità e nel silenzio. Verrà giorno che mi mostrerò con tutto l’apparato della mia forza, e trascinerò meco tutto quanto si opporrà al mio passaggio.» Intantochè il Leicester cercava ingannare la sua coscienza medesima col presentare a se stesso l’aspetto di una pretesa politica necessità, e s’avvolgea per tal modo fra i lusinghevoli sogni dell’ambizione, il perfido suo ministro aveva abbandonato la Corte e la città per trasferirsi in tutta fretta al suo destino. Nè meno del Conte il Varney si era sollevato ad altissime speranze. Costui di fatto avea condotto al punto cui voleva il padrone, che discoprivagli, come ben vedesi, i lati più reconditi del proprio cuore, e si prevalea dell’opera di quest’uom detestabile, persino nel mantenere le più intrinseche corrispondenze colla sposa. Divisò dunque il Varney, che per l’avvenire il suo protettore non potesse più, nè far senza di lui, nè ricusar di secondarne le inchieste, comunque si fossero sragionevoli; onde se la _disdegnosa signora_, tal era il predicato con cui solea, fra se stesso e con Foster, qualificar la Contessa, se la _disdegnosa signora_ condiscendea finalmente alla domanda dello sposo, egli, Varney divenutone il marito supposto, divorava colla mente la futura condizione a se favorevole in modo cotanto straordinario, da non vedere omai limite alcuno alla propria autorità.... nè ravvisava perfin difficile l’ottenere un trionfo, cui agognava, primeggiando fra’ sentimenti infernali che lo stimolavano quello di vendicare i sofferti disprezzi. Ma in mezzo a tali speranze non trascurava il ribaldo di meditare all’altra possibilità di trovare Amy affatto renitente ad accettar la parte che le si voleva assegnare nel dramma di Kenilworth. «Alasco, diceva egli, farà se ciò accade il suo ufizio; ed una infermità sarà il colore onde scusare presso Elisabetta la negligenza posta dalla signora Varney nel venire a tributarle omaggio in persona. Oh sì! e sarà, cred’io, una lunga e pericolosa malattia, se la Regina continua a riguardare milord Leicester con occhio sì favorevole. Non rinunzierò già di leggieri a divenire il favorito di un Monarca. Trotta, mio buon palafreno. L’ambizione, la sete di piacere e di vendetta conficcano i loro stimoli nel mio cuore, come io nel polveroso tuo fianco gli sproni. Trotta, trotta, mio buon palafreno, e il diavolo raddoppi la nostra velocità.» CAPITOLO V. «Perchè colei, che un giorno »Fu vita tua, disdegni? »Del padre mio al soggiorno »Chè non lasciarmi allor? »Ah! invano, invan di lagrime »Quest’occhi miei van pregni; »Nè mai tanto durevole »Tua lontananza amara, »Ch’io più non son, rischiara, »Barbaro, nel tuo cor! (_Il castello di Cumnor_ di W. Giulio Mickle). Le più leggiadre signore de’ nostri giorni avrebbero certamente trovato nella contessa di Leicester, oltre all’avvenenza ed alla giovinezza, due qualità che a buon diritto le meritavano un grado fra le persone distinte. Noi la vedemmo nel suo intertenimento col merciaiuolo manifestare una grande propensione alla compera di cose inutili, ed avidità verso tutte quelle graziose inezie, che appena possedute perdono tutto il vezzo. In oltre le piaceva assai lo spendere molto tempo nell’adornarsi, comunque la ricca varietà del suo aggiustamento, nel luogo ov’era, non le giovasse che a procacciarsi o lodi per metà satiriche dalla scrupolosa Giannina, ovvero solamente l’approvazione di que’ due occhi brillanti, che vedeano riflettuto dallo specchio il proprio splendore. La contessa Amy per vero dire potea sulla leggerezza de’ propri gusti allegare in iscusa l’educazione solita in que’ giorni a darsi alle fanciulle, la quale non era fatta per inspirare la volontà dell’applicazione a giovani menti per natura leggiere e nemiche dello studio. Se questo eccessivo diletto per l’adornarsi non fosse stato in Amy, avrebbe potuto anche nella casa paterna fare tappezzerie o ricami, e decorare de’ lavori delle proprie mani le pareti e le suppellettili del castello di Lidcote, ovvero distrarsi da tai cure col preparare un grosso podingo a sir Ugo quando tornava da caccia. Ma Amy non avea preso genio di sorte alcuna nè al telaio, nè all’ago, nè alla lettura. Ella avea perduta in sua fanciullezza la madre: il padre non osava contraddirle cosa veruna; Tressiliano, unico che sarebbe stato capace di coltivarne lo spirito, molto si danneggiò appunto nell’animo di lei accettando con troppa sollecitudine il ministerio d’esserle precettore. Perchè accadde che questa giovinetta, la cui vivacità e la cui indolenza non trovavano mai opposizione, si avvezzò a riguardarlo con una specie di timore, e con un rispetto, mal concorde con que’ soavi sentimenti, che Tressiliano avrebbe voluto inspirarle. Così preparato il cuore d’Amy, ognun vede quanto fosse esposto a cedere al primo assalto, e quanto dovesse cattivarsi l’immaginazione della fanciulla il Leicester e per nobiltà di esterno portamento, e per grazia di modi, e per accorte lusinghe, prima ancora ch’ella avesse in lui conosciuto il favorito della ricchezza e del potere. Le frequenti visite che il Conte fece a Cumnor ne’ primi momenti delle nozze contratte con Amy, le rendeano sopportabili la solitudine ed il ritiro, cui si vedea condannata. Ma dacchè queste visite si diradarono, e fecero luogo a lettere di scusa, le quali, oltre al non contener sempre espressioni di tenero affetto, erano generalmente laconiche, il mal umore e i sospetti cominciarono ad introdursi in questi splendidi appartamenti, che l’amore aveva preparati alla bellezza: ed ella il dava troppo a divedere nelle risposte che faceva al Leicester, colle quali, adoperando più di franchezza che d’accorgimento, lo pregava finalmente a liberarla da quell’oscura prigionia col pubblicarne solennemente il maritaggio; ed ordinando i suoi argomenti con quella sola destrezza che in lei trovavasi, credeva renderli più efficaci col calor delle suppliche. Talvolta pure li mescolava di rimproveri, di cui il Leicester pensava aver qualche motivo di lamentarsi. «Non l’ho io fatta Contessa? diceva questi a Varney: ben mi sembra ch’ella potrebbe aspettare per prenderne il titolo e lo stemma quell’istante, in cui ciò mi fosse gradevole.» Ma la contessa Amy contemplava sotto tutt’altro aspetto le cose. «Che mi giova, ella dicea, d’avere di fatto il grado e gli onori di Contessa, se nessuno lo sa, se mi vedo costretta a vivere oscura, prigioniera, lontana da ogni consorzio, ed esposta a vedere ogni giorno ingiuriata la mia fama? Poco mi cale di queste perle, che tu, o Giannina, frapponi ogni dì alle mie trecce. Ti dico bene, che nel castello di Lidcote io non avea che a mettere una rosa novella ne’ capelli, ed il padre mio mi chiamava presso di lui per contemplarla più da vicino, il vecchio curato sorridea, il buon Mumblazen vi trovava qualche allusione _blasonica_. Ora eccomi ornata d’oro e di pietre preziose, che sembro un reliquiario, nè vi sei che tu, o Giannina, per ammirare tutto questo mio aggiustamento. A Lidcote vi si trovava anche il povero Tressiliano... ma gli è inutile oggi il parlarne.» «Di fatto, mia signora, tutto ciò è inutile in giornata, rispose la grave Giannina, e per vero dire mi fate talvolta desiderare di non ve ne udire parlar sì sovente, e, perdonatemi, con qualche inconsideratezza.» «Le tue rimostranze mi sembrano fuor di stagione, o Giannina; io sono libera, benchè in questo momento si voglia tenermi incatenata, sicchè mi si direbbe piuttosto una schiava straniera che la sposa d’un Pari dell’Inghilterra. Te lo ripeto, Giannina: amo il mio sposo; l’amerò fino all’ultima mia ora, nè potrei cessar dall’amarlo, quand’anche il volessi, e perfino s’egli giugnesse a dimenticarmi... Dio solo vede s’io sia pur serbata a quest’ultima disavventura. Ma ciò nonostante, lo dico con franchezza, sarei stata più felice col rimanermi a Lidcote; avessi anche dovuto divenire la sposa del povero Tressiliano, e sostenere lo sguardo malinconico, e la farragine delle dottrine di cui egli avea piena la testa, e delle quali m’importava sì poco. Egli soleva però dirmi, che se mi fossi data a leggere i libri suoi prediletti, siccom’egli me lo consigliava, sarebbe venuto tempo, in cui trovarmi molto contenta di avere abbracciati i suoi suggerimenti.... Oh! credo, Giannina, che questo tempo sia giunto.» «Mia signora, soggiunse allora l’ancella, ho comperato per voi alcuni libri da uno zoppo, che li vendeva sulla piazza del mercato, e che mi guardò in un modo bene ardimentoso, ve ne assicuro.» «Vediamoli, Giannina, disse la Contessa, ma soprattutto ch’essi non siano di que’ tuoi libri puritani!... E di che trattano questi qui, mia devota compagna? _Smoccolatoio per un candeliere d’oro! Fascetto di mirra e d’isopo per purgare un’anima inferma! Tazza d’acqua della valle di Bacca! Le volpi e le fiaccole!_ Che nome dai tu a questo guazzabuglio, o mia cara?» «Oh Dio! signora, era mio debito prima di tutto il mettervi innanzi agli occhi la _Grazia_, ma se poi la rifiutate, non so che dirvi: eccovi componimenti teatrali, e poesie, a quanto penso.» La Contessa cominciò con aria di trascuratezza il suo esame aprendo parecchi volumi, divenuti omai sì rari, che uniti insieme, sarebbero oggidì un tesoro per qualche dilettante d’ogni antichità bibliografica. Eranvi il _libro di cucina stampato da Riccardo Lant, i passatempi del popolo, il castello della Scienza_ ec.... ma tal genere di letteratura, non maggiormente che il primo si confaceva al gusto di Amy. D’improvviso un calpestio di cavalli si fece udir nella Corte. La Contessa, levatasi con gioia, abbandonò il noioso intertenimento di scartabellare in questa preziosa raccolta, e lasciando cadere molti libri sul pavimento corse alla finestra, sclamando: «Egli è Leicester! il mio nobile Conte, il mio Dudley! Ogni calpestio del suo cavallo rimbomba a guisa di suono armonioso.» Videsi qualche bisbiglio nella casa, e il Foster, con quell’accigliamento ch’eragli solito, entrò nella stanza della Contessa per dirle, che Riccardo Varney dopo aver corso tutta la notte giugneva portando ordini del suo signore, e chiedendo di essere sull’istante presentato a Milady. «Varney vuol parlar meco! Ebbene! avrà da arrecarmi notizie del Conte. Introducetelo tosto.» Varney entrò nell’appartamento, ove stavasi seduta Amy, adorna di tutta la sua naturale avvenenza, e di tutti i novelli fregi aggiunti dalla ricchezza, dalla eleganza del semplice suo abito, e dalle cure datesi da Giannina nel farli meglio spiccare. Ma il migliore adornamento di Amy era la bella capigliatura, che ondeggiava in leggiadrissime anella attorno ad un collo bianco siccome quello di un cigno, e sopra un seno che la concetta speranza di rivedere lo sposo aveva agitato, colorando di un animato vermiglio tutti que’ vezzosi lineamenti. Il Varney se le presentò in quell’abbigliamento medesimo con cui aveva in tal giorno accompagnato il suo padrone alla Corte, sicchè lo spicco dell’abito facea strano chiaroscuro col disordine d’aggiustamento prodotto da un viaggio sì precipitoso, intrapreso di notte e per cattivi sentieri. Leggeansi sulla costui fronte l’inquietezza dell’animo e l’imbarazzo proprio di chi debbe annunziar cose che non crede dover essere ben accolte, ed è nondimeno costretto dalla necessità ad eseguire con tutta sollecitudine l’assuntosi ministerio. A tale aspetto spaventata subito la Contessa, sclamò: «Voi mi arrecate notizie di Milord, o Varney! Gran Dio! Sarebb’egli infermo?» «No, Milady, per grazia del Cielo, soggiunse il Varney. Calmatevi adunque, e permettetemi di riprender fiato prima ch’io adempia il mio messaggio.» «Non voglio indugi, o signore, rispose la Contessa. Conosco i vostri artifizi; e poichè il fiato vi ha sostenuto a condurvi fin qui, vi potrà sostenere ancora nel raccontarmi quello che avete da dirmi, o almeno per darmene succintamente una idea.» «Signora, rispose il Varney, non siamo qui soli, ed il messaggio di Milord non riguarda che voi.» «Lasciatene, Giannina, e voi pure signor Foster, diss’ella, ma rimanete nella stanza contigua in modo di udir la mia voce.» Il Foster pertanto e Giannina obbedirono agli ordini di milady Leicester, ritirandosi nel prossimo vestibolo. Allora la porta della stanza fu chiusa accuratamente a chiave ed a catenaccio. Il padre e la figlia rimasero al di fuori, il primo con feroce e sospettosa attenzione, l’altra coll’animo diviso fra il desiderio di conoscere la sorte della sua padrona, e la cura di pregare il Cielo per la salvezza della medesima. Si sarebbe detto che lo stesso Tony Foster avesse qualche sentore delle idee in cui stavasi immersa la mente di sua figlia, perchè attraversò l’appartamento, e prendendone la mano le disse: «Tu hai ragione, prega, Giannina, prega il Cielo: tutti abbiamo gran bisogno di pregarlo, e qualcuno di noi più degli altri. Orerei io medesimo, se non volessi porgere orecchio a quanto succede là entro: qualche disastro si prepara, o mia cara figlia. Sì veramente: qualche disastro è vicino. Dio ci perdoni i nostri peccati, ma questo arrivo subitaneo del Varney non mi presagisce nulla di favorevole.» Era questa la prima volta, in cui Giannina intendesse dal padre simili detti, che doveano in vero renderla diffidente, e sollecitarne l’attenzione a tutto quanto avveniva in quel soggiorno del mistero. La paterna voce sonava all’orecchio di lei siccome quella funesta di un gufo, che pronostica lutto e sventure. Fisò ella gli occhi alla porta con tale ansietà d’animo, come se da un istante all’altro avesse aspettati accenti d’orrore, o spettacoli di spavento. Nondimeno le cose erano tuttavia affatto tranquille, e le persone che parlavano nella contigua stanza il faceano con voce tanto sommessa, che non se ne poteano distinguere le parole. Se non che, tutto all’improvviso, si udirono alcuni detti pronunziati affrettatamente, indi la voce della Contessa, che col tuono della più veemente indignazione esclamò: «Apritemi la porta, o signore, ve lo comando: apritemi la porta. Non è tempo di repliche, (continuò ella coprendo colle sue grida la voce soffocata di Varney, che però per più riprese si fece ascoltare). Temerario! Uscite, vi dico. Giannina, chiamate gente in soccorso. Foster, atterrate la porta. Uno scellerato mi trattiene a forza. Adoperate leve ed accette, sig. Foster: vi starò per mallevadore io medesima.» «Non farà mestieri di ciò, o signora, (disse finalmente Varney in modo da essere inteso); e quando vogliate palesi a tutto il mondo gl’importanti segreti di Milord ed i vostri, io non pretendo impedirvelo.» Vennero tolti i catenacci e aperta la porta; onde Giannina ed il padre di essa si lanciarono nella stanza ansiosi di sapere i motivi che produssero queste reiterate esclamazioni. Entrati appena, trovarono il Varney in piedi innanzi alla porta, che digrignava e presentava nella fisonomia i sentimenti, fra loro opposti, della rabbia, della vergogna e del timore ad un tempo. La Contessa stavasi nel mezzo dell’appartamento, siccome giovane pitonessa invasata da fuoco profetico. Le vene turchine della sua bella fronte si erano enfiate per la violenza che fatto avea nel gridare. Rossi al par di scarlatto il collo e le guance, gli occhi sfavillanti d’ira, lanciavano sguardi simili a quelli che un’aquila prigioniera manda sopra coloro cui non può avventarsi dalla sua gabbia. Se fosse ragionevole l’immaginare una delle tre Grazie agitata dalle Furie, nulla esprimeva meglio tal fantasia siccome il volto d’Amy, in cui si univano nel medesimo punto e quanti vezzi, e quanti sentimenti di sdegno, di disprezzo, di alterezza, di rabbia sia possibile l’ideare. I gesti e l’atteggiamento d’Amy corrispondevano alla sua voce, al suo sguardo, e mostravano un aspetto maestoso e seducente ad un tempo; tanto la forza della passione aveva accoppiato naturale avvenenza a sublimità. All’atto istesso dello schiudersi la porta, Giannina era corsa inver la padrona, e Foster, benchè a passi più lenti che non la figlia, pur sollecitandosi più che d’ordinario, si avvicinò a Varney. «In nome della verità! che accadde alla Signoria vostra?» chiese Giannina alla Contessa. «In nome di Satanasso, che le avete voi fatto?» disse Foster al suo amico. «Chi? io? (rispose Varney colla testa bassa e di mal umore). Ho dovuto comunicarle gli ordini del suo sposo, e se a questi non si vuole uniformare Milady, sa meglio di me che le convenga rispondere.» «Giannina, ne chiamo in testimonio il Cielo! disse la Contessa, il traditore ha orrendamente mentito; egli non può che mentire, poichè dice cose che oltraggiano l’onore del mio nobile sposo; mentisce doppiamente, perchè le parole di costui non sono intese che a favorire un disegno esecrabile quanto impossibile ad effettuarsi.» «Voi mi avete inteso male, o signora (disse il Varney ricorrendo ad una specie di sommessione). Ma lasciamo tale argomento, finchè sia calmata la vostra collera. Allora vi soddisferò su tutti i punti.» «Non te ne verrà mai l’uopo, disse ella a Varney. Mira quest’uomo, o Giannina. Egli è ben abbigliato, l’esterno suo è d’un gentiluomo; ed è venuto qui per farmi credere essere intenzione, anzi comando assoluto del mio legittimo sposo, ch’io parta seco lui per Kenilworth, e che là alla presenza della Regina, de’ nobili della Corte, del mio consorte medesimo io riconosca lui, lui che spazzola i vestiti, che pulisce gli stivali, lui dico, lo staffiere di Milord, ch’io lo riconosca per mio signore, per mio marito! Gran Dio! Dovrei io stessa fornire armi contro di me, quando vado ad implorare i miei diritti, il mio grado? rinunziare alla fama di onesta persona, rinunziare a prendere la mia sede fra le rispettabili matrone della nobiltà Inglese?» «Voi la udite, Foster! e voi Giannina la udite! (disse Varney profittando di quell’istante di silenzio); voi la udite nel momento medesimo della sua collera. Non mi rimprovera ella fuorchè un divisamento suggerito dal nostro buon padrone nella lettera che sta ora fra le sue mani, un divisamento comandato dalla necessità di custodire un certo segreto.» Allora il Foster tentò di porsi in mezzo con quell’aria autorevole ch’ei giudicava conforme al grado affidatogli in quella casa. «Sì, o signora, debbo confessare che vi lasciaste condurre da troppo impeto in tal circostanza. Simile frode non è tutte le volte riprovevole, e semprechè venga adoperata a buon fine. Non altrimenti il patriarca Abramo finse che Sara gli fosse sorella, allorchè andarono insieme in Egitto.» «Non vi nego questo, disse la Contessa, ma Dio per riprovare sì fatta impostura commessa dal padre del suo popolo, si valse fin della voce del pagano Faraone. Vergognatevi di non leggere la Scrittura se non se per citare, a guisa d’esempi, quelle cose che vi sono proposte, in vece, siccome avvertimenti.» «Ma con vostra buona licenza, risoggiunse il Foster, Sara non si oppose alla volontà del suo sposo; e fece anzi quanto le venne ingiunto da Abramo col nominarsene la sorella, così per l’interesse del marito come per quello della propria anima, che la troppa avvenenza delle forme poneva in pericolo.» «Oh! il Cielo mi perdoni ora un inutile sdegno! replicò la Contessa, ma tu sei un ipocrita ardimentoso quanto colui è un mentitore impudente. Potrò io creder giammai che il nobile Dudley abbia approvato il disegno di disonorarmi! Egli è in cotal modo che calpesto co’ piedi questa lettera infame... S’egli ne è veramente l’autore, io ne cancello per sempre la rimembranza.» E in ciò dire lacerò di fatto la lettera di Leicester, calpestandola co’ piedi nell’eccesso del suo disdegno, quasi volesse annichilarne fino i più piccioli rimasugli. «Siatemi testimoni, disse il Varney, ripigliando il suo tuono di sicurezza, siatemi testimoni, ch’ella ha lacerata la lettera di Milord, immaginandosi di far ricadere sopra di me un disegno che partì dal volere del suo medesimo sposo. Ella vorrebbe che fossi io solo il colpevole, quando in tutto questo non ho verun personale interesse.» «Tu menti ognor più, o abbominevole ribaldo (disse la Contessa ad onta degli sforzi, che per costringerla al silenzio facea Giannina, sfortunatamente presaga che tanto impeto non le gioverebbe se non se a fornir armi contro di se medesima). Tu menti. Non m’impedir ch’io parli, o Giannina. Dovesse questo essere l’ultimo mio detto, egli mente! Egli si prefiggea, sappiatelo, uno scopo infame, e vi sarebbe corso più apertamente, se il mio sdegno mi permettea di conservare più a lungo il silenzio che lo aveva incoraggiato da prima a discoprire le scellerate sue mire.» «Signora, disse il Varney (preso da grave confusione, che la sua medesima sfrontatezza non gli valse a nascondere) vi prego a credere che prendeste abbaglio.» «Crederò piuttosto che sia notte in pieno meriggio. Ho io forse dimenticato ogni cosa? Non rammento io certi tuoi artifizi, che, se Milord gli avesse saputi, ti avrebbero meritato una morte degna di chi ti somiglia anzichè la sua intrinsichezza? O perchè non sono io un uomo per soli cinque minuti? Questo tempo mi basterebbe per costrignere un vile tuo pari alla confessione della propria scelleratezza. Ma vattene. Esci di qui. E dì al tuo padrone, che quand’anche mi sentissi capace di tenermi all’obbrobriosa via, in cui mi porrebbe necessariamente l’impostura, che osi dire da lui suggerita, cercherei dargli un rivale meno immeritevole di questo titolo. Oh! puoi accertarlo che nol soppianterebbe almeno un vil salariato, le cui glorie si stanno nel far la caccia agli abiti di Milord prima che sieno del tutto usati, nè atto a sedurre che una qualche giovane di contado coll’eleganza di un nastro nuovo, aggiunto opportunamente ad un paio di scarpe vecchie del suo padrone. Vattene, dissi, esci di qui. Io ti disprezzo, quanto mi vergogno di sdegnarmi contro un ente obbrobrioso quale ti sei.» Varney abbandonò quella stanza dando a divedere ne’ moti della fisonomia la cupa rabbia che gli premea l’animo. Lo seguì il Foster, che comunque non avesse una coscienza facile ad atterrire, si trovò soprappreso da questo torrente d’indignazione impetuosa, uscito dalle labbra d’una giovane, che si era mostrata insino allora di tempra dolcissima, e assai indolente per altra parte onde si potesse crederla capace di nudrire un pensiero di sdegno, o di pronunziarne un accento. Il Foster si fece come ad inseguire di appartamento in appartamento il Varney, addossando interrogazioni ad interrogazioni, alle quali non rispose l’altro sintantochè non furono alla vecchia biblioteca, di cui già il lettore ha fatto pratica. Colà giunto il favorito di Leicester, si volse al vecchio Puritano, e gli parlò con una certa sicurezza, perchè pochi istanti bastavano a costui, avvezzo a comandare ai movimenti del proprio animo, per ricuperarne la fermezza e ricomporsi. «Tony, diss’egli, usando dell’ironia a costui famigliare, non vo’ negartelo, la donna e il diavolo, i quali, come te lo potrà confermare il tuo oracolo, Holdforth, ingannarono l’uomo sin dalla creazione del mondo, hanno quest’oggi trionfato della mia saggezza. Questa piccola Furia aveva modi cotanto seducenti, ebbe l’arte di contenersi con tanta naturalezza tutto il tempo da me impiegato a comunicarle il messaggio di Milord, che finalmente (odilo in pace), ho creduto potere lasciare andar qualche parola anche per me. Costei crede ora aver la mia testa sotto la sua cintura, ma l’ha sbagliata d’assai. Dov’è il dottore Alasco?» «Nel suo laboratorio, disse il Foster: è questa l’ora in cui non se gli può parlare. È d’uopo lasciar trascorrere il mezzogiorno, se non vogliamo distruggere l’effetto de’ rilevanti suoi studii, o a meglio dire, divini.» «Sì, egli studia la divinità del diavolo, disse Varney, ma semprechè io voglia vederlo, tutte le ore sono a proposito. Conducimi dunque al suo _Pandemonio_.» «Sì,» disse il Varney, e con quel passo trepidante di chi sta per precipitare l’esecuzione d’orribil disegno, seguì Foster, che lo guidò per traverso a corritoi, dei quali la maggior parte stava per cadere in rovina, sino all’appartamento sotterraneo occupato in allora dal chimico Alasco. Fu in questo luogo medesimo, che qualche tempo prima un abate di Abingdon delirante per le scienze occulte, avea con grande scandalo del suo convento messo un laboratorio, ove pari ad altri insensati di questo secolo perdè e gli anni e molte somme di denaro nella ricerca di un grande segreto. Tony Foster fermatosi dinanzi alla porta, che era con diligenza chiusa al di dentro, mostrò di nuovo grande titubazione. Ma Varney che non dividea coll’altro gli scrupoli, a furia di grida e di ripetuti colpi all’uscio, trasse il saggio da’ suoi lavori. Alasco aperse dunque lentamente, e a ritroso. Gli occhi di costui si vedeano accesi, ed offuscati soltanto dal calore e dai vapori usciti del lambicco, su di cui prima stavasi meditando. L’interno di quella cella offeriva alla vista di chi vi entrava un confuso miscuglio di sostanze fra loro eterogenee, e di arnesi misteriosi. Il vecchio allora borbottò impazientemente tai detti: «È dunque deciso, che ad ogni momento io debba essere distolto dagli affari del Cielo per que’ della Terra?» «Per que’ dell’Inferno, soggiunse il Varney, perchè quello è l’elemento che ti si conviene. Foster, abbiamo d’uopo che tu assista alla nostra confabulazione.» Il Foster entrò a passi lenti in quell’antro seguito dal Varney, che chiuse la porta dietro di sè. Ma lasciamo questi tre scellerati che stanno deliberando, per venire alla contessa Amy, che col disdegno e il timore dipinti su quel bel viso andava innanzi e indietro pel suo appartamento. «Scellerato, traditore, vile artefice d’iniquità! Ma io l’ho smascherato, Giannina! Aspettai che il serpente svolgesse dinanzi a me tutte le spire entro cui raggruppavasi, e mi comparve strisciando in tutta la sua laidezza. Ho repressi i moti della mia collera in modo, che mi sentiva scoppiarne io medesima per lo sforzo, ma gli ho repressi fintantochè m’abbia egli scoperto il fondo del suo cuore più nero degli abissi. E tu, o Leicester, avresti potuto per un solo istante rinnegare i diritti legittimi che ho sopra di te, o cederli tu stesso ad un altro? Ma egli è impossibile. Tutto fu menzogna quanto venne da quell’uomo infame. Giannina, io non voglio rimanermi più lungo tempo in questo luogo. Temo Varney, temo tuo padre. Sì, Giannina, lo dico con ispavento, temo tuo padre, ma soprattutto questo abominevol Varney. Voglio fuggire da Cumnor.» «Oh Dio! Signora, e dove vorreste voi fuggire? Quai modi sono in voi per sottrarvi da queste mura?» «Nol so nemmen io, Giannina (disse la sventurata Amy, sollevando gli occhi al cielo e giugnendo le mani) nol so nemmen io ove mi fuggirò, nè quai modi mi avrò per fuggire. Ma sono ben certa, che quel Dio, al quale prestai sempre omaggio, non mi abbandonerà in una crisi cotanto tremenda, poichè al presente mi trovo fra le mani degli empi.» «Non pensate questo così in generale, mia cara Signora, disse Giannina. Mio padre è bensì di un’indole severa, compie scrupolosamente i comandi che gli vengono trasmessi, però....» Nell’istante medesimo Tony Foster entrò nell’appartamento tenendo fra le mani una tazza di vetro, ed un’ampollina. I costui modi aveano questa fiata qualche cosa di straordinario, perchè comunque nell’avvicinarsi altre volte alla Contessa non si fosse mai comportato se non se col rispetto dovuto al grado della medesima, pure lasciava sempre scorgere quella salvatichezza naturale che parea non si potesse scompagnare da lui. In tal circostanza soltanto, nè dalla sua fisonomia, nè da’ suoi detti traspirò quel tuono d’autorità, che costui d’ordinario occultava sotto una maschera grossolana d’urbanità e cortesia, come i malandrini nascondono le pistole o il bastone sotto un ferraiuolo mal messo. Ciò nondimeno il sorriso di questo ipocrita parea mosso da tema anzichè da benevolenza. Quella sua venuta era intesa ad offerire alla Contessa un cordiale, prezioso al dir del malvagio, e tale che avrebbe ridonata la calma allo spirito di essa, agitato tuttavia dallo spavento dianzi sofferto. Pur quel suo sguardo e la mano e la voce tremebonda, e tutto il suo portamento lo dinunziavano complice di qualche sinistro disegno, e posero in sospetto fino Giannina, la quale dopo essersi fermata qualche minuto secondo a contemplarlo con maraviglia, parve si preparasse d’improvviso ad un atto ardito: onde alzato il capo, prese aria ed andamento, risoluti ed autorevoli, e lenta frapponendosi alla padrona ed al padre, volle togliere di mano a questo la tazza, aggiugnendo con voce sommessa ma ferma queste parole: «Padre mio, verserò il cordiale alla mia nobil Signora quando a lei sarà in grado.» «No, cara figlia (disse il Foster con tuono vivace ed inquieto ad un tempo) no: non s’appartiene a te il renderle tale servigio.» «E perchè, disse Giannina, perchè non a me, se trattasi di cosa che dee ristorarla?» «Perchè, perchè! (disse il ribaldo, alle prime esitante, poi mettendosi in collera, il che gli era ottimo espediente per sottrarsi alla necessità di dar ragioni migliori) Perchè voglio così, figlia mia. Andate all’ufizio della sera.» «Altre volte potrò assistere all’ufizio, rispose Giannina, ma per questa, ve lo protesto, non uscirò di qui sin ch’io non mi veda meglio rassicurata sulla sorte della mia signora. Datemi, o padre mio, quest’ampolla,» e a malgrado di lui la tolse dalle sue mani, che pareva avesse aperte il rimorso. «Quanto può giovare alla mia signora non può essere a me nocevole. Padre mio, alla vostra salute.» Il Foster senza rispondere parola, si lanciò sulla figlia e le strappò di mano l’ampolla. Indi confuso di quanto avea fatto, irresoluto su quello che dovea operare in allora, rimase immobile in quell’atteggiamento, com’uom fatto di pietra, coll’ampolla in mano, colle gambe allontanate l’una dall’altra, e tramandando dagli occhi, che fermi avea sulla figlia, tutta quella schifosa orridezza che nasce dal collegamento della rabbia, del timore e della perfidia. «La cosa è stravagante, o padre mio (disse Giannina, e nel tempo stesso lanciò sul padre una di quelle occhiate, onde, a quanto dicesi, i custodi delle persone prese da nero delirio le fan soggette al proprio volere). Voi non vorrete adunque nè ch’io serva alla mia padrona, nè ch’io beva alla sua salute?» Il coraggio della Contessa si resse nel durare di sì terribile scena, e conservò quella rassegnazione che le era connaturale; e benchè impallidita fin dal primo istante dell’apparsole tradimento, l’occhio di lei appalesava tranquillità, e quasi disprezzo verso i suoi assassini. «Questo prezioso cordiale, volete assaggiarlo voi, signor Foster? Poichè non permettete che Giannina ne gusti, non mi negherete almeno di soddisfarmi nel secondo modo che vi propongo. Bevete adunque, ve ne prego.» «Non voglio,» disse il Foster. «E a chi era dunque serbata questa peregrina bevanda?» disse allor la Contessa. «Al diavolo che l’ha composta,» sclamò il Foster, e detto ciò affrettatamente partissi. Giannina mirava la Contessa con occhio, in cui esprimevansi la vergogna, la compassione, il cordoglio. «Non piangete per me, o Giannina,» disse dolcemente a questa giovane la Contessa. «No, mia Signora (rispose l’altra con voce che interrompeano i singulti). Non è già per voi ch’io pianga, ma per me medesima, per quello sciagurato, che oso appena... Coloro che si disonorarono innanzi agli uomini, e che Dio condannò, coloro debbono piangere, e non già chi si conosce innocente. Vi lascio, o mia buona padrona,» diss’ella, prendendo in tutta fretta la mantellina ch’era solita usare, allorchè usciva di casa. «Mi abbandonate forse, o Giannina, mi abbandonate voi, mentre mi trovo in una condizione tanto crudele?» «Abbandonarvi, o signora, (sclamò questa buona compagna correndo tosto verso di lei, e coprendole di baci le mani). Abbandonarvi! Possa abbandonarmi, se di ciò fossi capace, fin la speranza della mia eterna salute. No, signora: voi ben diceste che il Dio, cui prestate omaggio, vi aprirebbe una strada di scampo: io l’ho pregato notte e giorno perchè m’illuminasse; io mi stava irresoluta fra i doveri dell’obbedienza verso quel miserabile, che or volse di qui i suoi passi, e di quella obbedienza cui avete diritto. Non debbo chiudere quella porta di salvezza che Dio stessa vi apre. Non mi domandate altro intorno a ciò. Fra poco mi rivedrete.» Così parlando si avvolse nella sua mantellina, e passò nell’altro appartamento, ove scontrandosi nella vecchia fantesca, le diede a credere di trasferirsi, come di solito, all’uficio della sera, indi uscì fuor di casa. Intanto il padre di Giannina era tornato nel laboratorio, ove trovò i complici del delitto ch’egli non aveva ardito mandar a fine. «L’uccelletto ha bevuto?[4]» disse il Varney con un dimezzato sorriso; ed eguale interrogazione faceano gli occhi dell’Astrologo che non parlò. «No, disse il Foster, nè sarò io quel tale che le presenti il veleno. Vorreste adunque ch’io commettessi un assassinio alla presenza di mia figlia?» «Oh uomo vile senza essere perciò migliore! E non ti fu detto, rispose con rabbia il Varney, che qui non trattavasi di assassinio, come piace a te, o stolido, il chiamarlo con quella tua voce tremante, e con quel tuo sguardo smarrito? Non ti venne assicurato che si volea soltanto procurarle una infermità leggiera e di niuna conseguenza, della natura di quelle che le donne fingono continuamente, onde potersi a lor agio sdraiare sopra un canapè anzichè curare i loro affari domestici? Ecco un uom ragguardevole che giurerà per la _chiave del castello della Saggezza_.» «Lo giuro, disse Alasco, l’elissire contenuto nell’ampolla che tieni ancor fra le mani, non è mortale. Lo giuro per l’eterna invariabile quintessenza d’oro racchiusa in tutte le sostanze della natura, e la cui segreta esistenza non può essere scoperta se non se da colui, al quale Trimegisto cederà la chiave della scienza cabalistica.» «Ecco un giuramento d’alto peso, disse il Varney: Foster, tu saresti peggio assai che un pagano, se ti rimanessi nella tua incredulità. Per altra parte, puoi prestar fede a me, che giuro unicamente sulla mia parola: se tu continui a ricalcitrare, rinunzia alla speranza di convertire in atto di proprietà il tuo contratto enfiteutico. Nè Alasco cambierà in oro il tuo stagno, e per quanto spetta a me, virtuoso Tony, tu non sarai in eterno altra cosa che il mio fittaiuolo.» «Io non comprendo, signori miei, disse il Foster, qual sia l’ultimo fine di tutti questi vostri divisamenti: ma ben avvi una cosa, a cui mi son risoluto; ed è che qualunque incidente stia per accadere, voglio siavi alcuno che preghi il Cielo per me, e questo alcuno, sarà mia figlia. La mia vita fin qui non è stata buona, ed ho pensato troppo agli affari mondani; ma Giannina è innocente siccome allor quando scherzava in grembo a sua madre. Mia figlia almeno non andrà priva della sua sede in quella beata città, che ha muraglie di oro puro, e le fondamenta di pietre preziose.» «Che sarebbe veramente un paradiso conforme al tuo cuore, disse Varney. Discutete con lui su quest’argomento, dottore Alasco; io tornerò fra brev’ora.» Nel dire tali cose, il Varney si alzò da sedere, e presa l’ampolla che stava sopra la tavola si partì da quel luogo. «Figlio mio, (disse Alasco al Foster, appena uscito il Varney) io ti protesto che qualunque cosa ardisca dire questo impudente e profano schernitore della scienza sovrana, in cui per la grazia del Cielo ho fatti tanti progressi, non v’è alcuno fra gli artefici viventi ch’io volessi riconoscere per mio maestro. Lascio pure che questo riprovato inveisca in bestemmie contro cose troppo sante per essere comprese da uomini incapaci di concepir pensamenti, fuorchè carnali e colpevoli; ma te lo giuro io, la città veduta da san Giovanni nella luminosa visione dell’Apocalisse, questa nuova Gerusalemme, a cui sperano giugnere tutti i credenti, annunzia in figura la scoperta del gran segreto[5]; di questo gran segreto, per cui le cose le più preziose e perfette che la natura abbia create, si ricaveranno da produzioni abbiette e vilissime della medesima, siccome la farfalla dall’ali leggiere e dorate, vezzosissimo tra i figli del venticel della state, sfugge dal carcere d’informe crisalide.» «Il maestro Holdforth non ha parlato di questa versione, disse il Foster con aria di perplessità; per altra parte, dottore Alasco, la santa scrittura ne insegna, che l’oro e le pietre preziose della città santa non sono fatte in verun modo per chi fabbrica menzogne, o si lorda d’abbominazioni.» «Ebbene, disse il Dottore, che concludete voi da tutto ciò, figlio mio?» «Concludo che chi distilla veleni, o chi li somministra segretamente, non può aver parte a queste ricchezze ineffabili.» «Conviene distinguere, figlio mio, riprese a dire l’alchimista, fra le cose necessariamente cattive e nei modi e nei fini, e fra quelle che comunque ingiuste possono produrre un bene. Se la morte di un individuo può avvicinare a noi quel tempo, in cui basterà il desiderio per vedere compiuto quanto è di bene, per vedere tolto dalla superficie della terra ogni male; per arrivare a quel tempo in cui le infermità, i patimenti, gli affanni, ubbidiranno alla scienza umana siccome schiavi; a quel tempo che il menomo cenno del sapiente sarà assai per farli fuggire; a quel tempo in cui quanto avvi oggidì di più prezioso e di più raro sarà posto all’arbitrio di chiunque ascolterà le voci della saggezza; a quel tempo in cui l’arte medica cederà affatto luogo al rimedio universale; e i saggi divenendo i monarchi della terra, la stessa morte rifuggirà alla lor voce; se vi ripeto questo felice avvenire può essere affrettato da un accidente di sì lieve conto, qual è la perdita d’un fragile corpo fatto di polve, e che soggetto necessariamente alla comun legge, vada a finir nel sepolcro qualche istante prima dell’ora assegnatagli dalle leggi della natura; che è egli mai un tal sagrifizio per accelerare il Santo _Millenio_?[6]» «Se non m’inganno, _Millenio_ vuol dire il regno de’ Santi,» disse crescendo sempre nelle sue dubbiezze il Foster. «Dì, ch’è il regno de’ saggi, o mio figlio, o piuttosto il regno della stessa Saggezza,» rispose Alasco. «Si è toccato questo articolo col maestro Holdforth nell’ultima congregazione; ed egli sostiene che una dottrina simile alla vostra è eterodossa, e la spiegazione che voi date, falsa e diabolica.» «Egli è avvinto fra i ceppi dell’ignoranza, o mio figlio, rispose Alasco: il suo grado non si estende oltre al _cuocer mattoni in Egitto_, o al più ad _errare nell’arido deserto del Sinai_. Facesti male in parlando di sì fatte cose ad un simile uomo: nondimeno ti darò ben tosto tal prova, che sfiderò questo teologo di mal umore a confutare, quand’anche volesse lottar meco, come i Magi lottarono contro Mosè alla presenza del re Faraone. Assisterai tu medesimo, figlio mio, quando _getterò la mia polvere di proiezione_, e ti convincerò co’ tuoi stessi occhi della verità.» «Prosegui, prosegui, dotto filosofo (disse il Varney che entrava in quel medesimo istante), egli può bene ricusare le testimonianze che vengono dal tuo labbro; ma come negherà quelle che i suoi occhi stessi gli procacceranno?» «Varney, disse l’alchimista, Varney di ritorno? Hai già?...» nè proseguì oltre. «Hai già eseguita la tua impresa? tu volevi dire, rispose il Varney. Sì; e tu (soggiunse, mostrandosi più che d’ordinario irrequieto) sei ben sicuro di non aver versato più o meno della misura esatta?» «Lo sono, rispose Alasco; sicuro almeno quanto si può esserlo nel far proporzioni tanto delicate, e che dipendono anche molto dalla differenza delle costituzioni.» «Se ciò è, disse il Varney, mi converrà starmi tranquillo. E sono poi anche certo che tu non vorresti fare verso l’inferno un passo al di là di quanto ti obbliga il tuo salario. Fosti pagato per procurare una malattia, e del certo avresti per insensata prodigalità il commettere un assassinio allo stesso prezzo. Andiamo; ciascuno si ritiri ne’ suoi appartamenti e domani vedremo l’esito.» «Qual modo adoprasti tu per costrignerla ad ubbidirti?» disse il Foster fremendo. «Nulla, rispose il Varney. La fisai soltanto con una di quelle occhiate che mettono a dovere i pazzi, le donne e i fanciulli. Mi fu detto nell’ospital di S. Luca[7] aver io uno sguardo quale appunto fa di mestieri per sottomettere un infermo ricalcitrante. Tale fu il complimento che ricevei dal custode de’ matti; onde vedi che non mi manca una via di guadagnar pane quando cadrò di favore alla Corte.» «Nè temi, soggiunse il Foster, di qualche sproporzione nella dose?» «Se ciò fosse, disse il Varney, dormirebbe un sonno più profondo; nè questo timore è tale da intorbidare il mio. Addio amici.» Tony Foster mandò un profondo sospiro alzando gli occhi e le mani al Cielo. L’alchimista annunziò la risoluzione in cui era di continuare in quella notte un’esperienza di grande importanza, e il Foster e il Varney si separarono per andare al riposo. CAPITOLO VI. Ora m’assista Iddio in questo terribile pellegrinaggio! Ho già scacciato lungi da me ogni speranza di terreno soccorso. Chi fra i viventi si augurerebbe mai d’appartenere al mio sesso? Misere donne, compassionevoli e fedeli, sì spesso derelitte, e sì capaci di provare il dolore, soggette a’ più duri trattamenti per parte di coloro sul cui affetto avete più forti diritti, e contraccambiate d’ogni vostra bontà con altrettanto d’ingratitudine! _Il Pellegrinaggio d’amore._ Stava per finire il giorno, e Giannina temendo col prolungare il suo allontanamento di eccitare ricerche in una casa piena di sospetti, quanto lo era necessariamente il castello di Cumnor, affrettò il suo ritorno e risalì all’appartamento ove lasciata avea la Contessa. Questa se ne stava allora col capo appoggiato alle braccia incrocicchiate sulla tavola innanzi cui era seduta; e neanco alzò gli occhi, o fece un moto benchè menomo al giugnere di Giannina. Questa fedele seguace corse verso la sua padrona colla rapidità del lampo, e lievemente toccandola per toglierla da quel letargo, la supplicò d’uno sguardo e di narrarle qual nuovo avvenimento l’avesse posta in quello stato. L’infelice Amy alzando il capo a quella preghiera, e fisando gli occhi che pareano spenti sulla compagna: «Giannina, disse, bevei il fatale liquore.» «Sia lodato Dio! disse Giannina con vivacità. Intendo sia lodato, perchè le cautele prese non furono inutili, nè potete paventare alcun danno da quella bevanda. Alzatevi, e fatevi forza per iscuotere quel letargo che vi assidera le membra. Bandite soprattutto dalla vostr’anima la disperazione.» «Non mi togliere da questa positura, o Giannina, ripetè la Contessa, lasciami in tale riposo; lascia che io finisca tranquillamente i miei giorni. Sono avvelenata.» «Voi non lo siete, mia buona signora, voi non lo siete, disse con grande commozion d’animo la giovinetta, e grazie a previdenze che certamente furono additate dal Cielo, non può nuocervi quanto beveste. Venni qui in tutta fretta ad avvertirvi, che i modi di fuggire sono in vostro potere.» «Di fuggire! (sclamò l’infelice Contessa, levandosi dalla sedia ov’era, intanto che a poco a poco gli occhi di lei ripigliavano l’usata vivacità, ed il loro colore le guance). Ma oimè! Giannina, egli è troppo tardi.» «No, cara padrona. Alzatevi ed appoggiatevi al mio braccio per fare un giro all’intorno della stanza. Non vogliate che la immaginazione produca in voi l’effetto del veleno. Non vi accorgete or forse che ricuperaste l’uso perfetto delle vostre membra?» «Di fatto sembra diminuire il sopore in cui stavami (disse la Contessa facendo passi lungo l’appartamento, sempre appoggiata al braccio di Giannina). Ma sarebb’egli adunque vero, ch’io non sono altrimenti avvelenata? Il Varney qui si trasse allorchè eri lontana, e lanciandomi sguardi, ne’ quali io leggea il mio destino, mi comandò bere questa orribil pozione. Oh Giannina! essa debb’esser mortale. Fuvvi mai bevanda innocente presentata da un tal coppiere?» «Nè egli credeva, a quanto temo, che sarebbe stata inefficace a mal’opera; ma Dio confonde i disegni degli uomini malvagi. Credetemi, e lo giuro sul santo Vangelo, in cui stassi ogni nostra speranza, la vostra vita è in sicuro dal veleno somministratovi da Varney. Ma come non cercaste resistergli?» «Regnava il silenzio attorno di me. Tu non eri in mia compagnia. Sola io a fronte di costui!... di costui capace d’ogni delitto! Venni a patti con esso onde mi liberasse dall’odioso suo aspetto, e a tal fine bevvi quanto mi porse. Ma tu parlavi di fuga o Giannina? Sarei forse io tanto felice?....» «Siete voi forte quanto basta per reggere al contento di un annunzio di fuga, e per intraprenderla?» «Forte quanto basta! rispose la Contessa. Oh! domanda alla giovane capriola, se è forte assai per superare i dirupi quando i denti dei veltri stanno per afferrarla. Oh! sì. È in me tutto il coraggio che vuolsi per fuggire da questo luogo.» «Dunque ascoltatemi, disse Giannina. Un uomo ch’io credo fermamente essere nel novero de’ vostri fedeli amici, mi si mostrò sotto diversi abbigliamenti, e cercò venir meco a confabulazioni. Ma non essendo per anche schiariti i dubbi che teneano perplesso il mio animo, ricusai sempre tale colloquio. Colui che il chiedeva era e il merciaiuolo dal quale comperaste diverse bagattelle e il venditore dei libri che poc’anzi vi diedi. Ogni volta ch’io usciva del castello era sicura di vederlo. L’accidente di questa sera mi ha indotta finalmente a parlargli. Egli vi aspetta alla porta segreta del parco, ed ha seco quanto è d’uopo ad agevolare la vostra fuga. Ma ripeto, vi sentite in voi forza e coraggio a tentarla?» «Chi fugge dalla morte trova sempre forza bastante, nè il coraggio manca giammai a chi vuol sottrarsi all’infamia. L’idea di aver vicino lo scellerato da cui sono minacciati i miei giorni, ad un tempo, e l’onore, mi darebbe vigore per sorgere dal letto della morte.» «Allora dunque, in nome di Dio! soggiunse Giannina. Io debbo dividermi da voi e confidarvi alla sua santa custodia.» «Non vuoi tu dunque seguirmi, o Giannina? disse sorpresa da novello turbamento la Contessa. Io ti perderò adunque? ed è questa la tua fedeltà?» «Mia cara padrona, io fuggirei in vostra compagnia con quel contento che ha un uccelletto nell’abbandonar la sua gabbia; ma sarebbe la stessa cosa che scoprire il tutto sull’istante, e dar luogo ai vostri persecutori d’impedirvi ogni via di salvezza. È d’uopo ch’io rimanga e mi adoperi a celare la verità. Il Cielo perdona una menzogna che imperiosa necessità suggerisce.» «E dovrò io dunque viaggiar sola con uno straniero? disse Amy. Pensaci bene, o Giannina. Non potrebbe questa essere una cabala più nera e meglio tessuta dell’altre per disgiugnermi sino da te, diletta mia amica?» «No, mia signora: non la crediate tale, rispose vivacemente Giannina. Questo giovane è sincero; egli è amico del signor Tressiliano; nè venne fra noi che guidato dalle istruzioni medesime di chi desidera il vostro scampo.» «S’egli è l’amico di Tressiliano, soggiunse allor la Contessa, io mi abbandonerò dunque a tale soccorso, come a quello d’un angelo inviatomi dal Cielo, perchè uomo non fuvvi giammai al pari di Tressiliano immune da rimproveri di viltà, o di personale interesse. Ha sempre dimenticato se stesso quando ha potuto giovare agli altri. Oh Dio! qual compenso n’ebb’egli!» Le due donne raccolsero in grande fretta tutto quanto dovea portar seco quella di lor che fuggiva. Nè dalla sollecitudine andò disgiunta la destrezza di Giannina nel preparare il fardello, e collocarvi le minute cose preziose, che più prontamente le si offerivano alla mano, e soprattutto uno scrignetto di diamanti, che giudiziosamente pensò poterle venire all’uopo ne’ più urgenti bisogni. Indi la contessa di Leicester cambiò i suoi panni con quelli che Giannina era solita a vestire dovendo imprendere gite di breve tempo; perchè nel consiglio ch’elleno fecero, si trovò cosa necessaria il mettere in disparte qualunque distintivo, che avesse potuto eccitare particolarmente l’altrui sguardo su quella d’esse che dovea rimanere sconosciuta. Tali apparecchi erano terminati nell’ora che già essendo alta la luna sull’orizzonte, tutti quegli abitanti aveano ceduto al sonno, o almeno stavano ritirati nelle proprie stanze; laonde per uscire della casa e del giardino non potevano esse temere altri ostacoli fuorchè quello di trovarsi sopravvegghiate. Ma in tal momento diveniva questo un ostacolo di nessun conto, perchè Foster si era accostumato a riguardare la propria figlia con quell’occhio, onde un peccatore tormentato da’ rimorsi riguarderebbe un angelo custode incessante in proteggerlo ad onta di continuate malvagità; quindi metteva un’illimitata confidenza sovr’essa, e Giannina, padrona delle proprie azioni in tutto il durare del giorno, possedeva in oltre una chiave della porta di dietro del parco, per cui poteva trasferirsi al villaggio ogni qual volta glie ne veniva talento, sia per gli affari interni della casa ad essa affidati, sia per prestarsi ai pietosi doveri della setta cui pertenea. Ben è vero che alla figlia del Foster non era stata conceduta una sì ampia libertà, fuorchè a patto di non valersene mai a proteggere una fuga della Contessa; divisamento che si sospettò covare in questa fin d’allor quando si mostrò impazientita dei confini che s’imponeano al suo libero arbitrio. E di fatto le orribili certezze apportate dalla precedente scena, bastarono appena a trar Giannina nella risoluzione di violare la promessa data, e d’ingannare la fiducia in lei riposta dal padre. Ma le vedute cose non solamente la giustificavano, ma le comandavano imperiosamente di provvedere alla sicurezza della padrona, e di mettere da banda tutt’altro riguardo. La Contessa fuggitiva, e la sua seguace attraversavano con affrettato passo un sentiero, talor fatto più oscuro dai folti rami degli alberi che s’incrocicchiavano al di sopra de’ loro capi, talora schiarito dal lume tremolante ed incerto de’ raggi della luna, che penetravano fra le tacche fatte dalla mannaia fra mezzo alle frasche. La strada era di frequente sbarrata da alberi atterrati, o da grossi tronchi, che si lasciavano sparsi qua e là finchè si avesse il tempo di affastellarli per l’uso giornaliero de’ cammini. La fatica e le moleste sensazioni del timore che si mesceva colla speranza, sfinirono sì fattamente le forze della Contessa, che Giannina fu costretta a proporle di fermarsi alcuni minuti per riprendere fiato. Si assisero entrambe sotto di un’antica quercia, e com’era ben naturale, volsero il guardo verso il castello che lasciato avevano dietro di sè. Se ne discernea l’ampia fronte a malgrado della oscurità e della distanza, e i cammini, e le torri, e l’orologio, che sormontavano i tetti, parean disegnati sul campo azzurro del cielo. Una sola face rischiarava quelle tenebre, ed era posta sì bassa, che sembrava ne venisse il chiarore dal terrazzo posto innanzi al castello, anzichè da una di quelle finestre. Nel contemplarla fu presa da subitaneo timor la Contessa. «Essi ne inseguono,» diss’ella indicando a Giannina quello splendore che le metteva spavento. Meno agitata della padrona la figlia del Foster, s’accorse che quella luce era immobile, e spiegò alla Contessa come venisse dalla celletta ove l’alchimista era solito fare le sue segrete sperienze. «Egli è, soggiunse, nel novero di coloro, che si alzano e vegghiano di notte tempo per commettere le iniquità. Fu ben trista la combinazione che trasse fra noi sì fatto uomo; il quale in ogni suo discorso mescolando la speranza dei tesori della Terra alle idee di una scienza soprannaturale, unisce tutte le qualità pur troppo atte a sedurre il mio povero padre. L’ottimo sig. Holdforth aveva pur ragione allorchè dicea, e penso ben che il dicesse con animo di somministrare un’utile lezione ad alcune persone di nostra casa: avvi tali uni, ripetea di frequente, i quali anzichè ascoltare i detti che parlò il Signore per bocca de’ suoi veri profeti, vogliono, siccome Acabbo, prestare orecchio ai sogni del falso profeta Zedechia. E molto fermavasi su queste parole; indi aggiugnea: Oimè! fratelli carissimi, molti Zedechia si trovano in mezzo a voi, molti uomini che vi promettono i lumi della loro scienza carnale, purchè abbandoniate la ragione, dono venutovi dal Cielo. Costoro vagliono forse meglio del tiranno Naas, che volea l’occhio destro di tutti coloro che gli erano sottomessi?...» Chi sa fin dove la memoria avrebbe soccorso l’avvenente Puritana nel recapitolare il discorso del sig. Holdforth? Ma la interruppe la Contessa per assicurarla di essersi riavuta in forze quanto bastava per giugnere, senza fermarsi novellamente, sino alla porta del parco. Elleno pertanto si ridiedero a fuggire con maggior sicurezza; e Giannina per la prima volta osò chiedere alla padrona verso qual parte ella divisasse condursi. E non ottenendo sull’istante una risposta, poichè forse in quella confusione d’idee tal rilevante argomento di deliberazione non s’era ancor presentato al suo animo, Giannina aggiunse: «Forse vorrete portarvi alla casa del padre vostro, ove siete certa di ritrovare sicurezza e protezione?» «No, Giannina, rispose mestamente la Contessa: lasciai il castello di Lidcote con un cuor felice e con un nome onorevole. Non vi ritornerò fintantochè la permissione del mio sposo, e la pubblicazione delle nostre nozze, non mi restituiscano alla mia famiglia, ed ai luoghi ove nacqui con tutti gli onori e le distinzioni, di cui questo sposo medesimo mi colmò.» «E dove andrete dunque, o signora?» disse Giannina. «A Kenilworth, figlia mia, rispose senza esitar la Contessa; mi porterò a veder queste feste, queste reali magnificenze, delle quali i soli apparecchi eccitarono tanto rumore. Ben m’è avviso, che mentre la Regina d’Inghilterra viene onorata di feste nel palagio di mio marito, la contessa di Leicester non debba esservi un ospite importuno.» «Prego Dio, che vi siate bene accolta!» rispose Giannina. «Voi abusate dello stato in cui mi trovo, e dimenticate quello in cui siete,» rispose la Contessa, presa da un moto di collera. «Oh Dio! rispose mestamente la giovane seguace, vi sfuggirono dalla memoria i severi ordini dati dal nobile Conte per tener nascoste queste nozze, e che in tali ordini non ebbe egli altro fine che di conservarsi il favore di cui gode presso la Corte? E vi date a credere dopo ciò che egli possa gradire un subitaneo apparir vostro nel suo castello in tali circostanze ed al cospetto di tai testimoni?» «Ho inteso: voi giudicate che non gli farei onore; lasciate andare il mio braccio: so camminare senza l’uopo del vostro soccorso, come so operare se anche risparmiate i vostri consigli.» «Non vi sdegnate contro di me, le rispose dolcemente Giannina, e permettete ch’io continui a porgervi il braccio: la strada è cattiva, e voi non siete avvezza a camminar fra le tenebre.» «Al dir vostro (continuò la Contessa sempre dominata dal risentimento) il conte di Leicester sarebbe dunque capace di favorire, e fors’anche d’aver voluti gli orribili attentati che si commisero dal padre vostro e da Varney! Oh! saprà dal mio labbro medesimo tutte le colpe di costoro.» «Per amor di Dio, mia buona padrona, risparmiate il padre mio nel racconto che divisate fare al vostro sposo. Possano i servigi, comunque deboli che vi ho prestato, giovare all’espiazion dei suoi falli!» «Commetterei troppo grave ingiustizia se non riconoscessi questi tuoi servigi, o Giannina (disse allor la Contessa, che riprese ben tosto la dolcezza sua naturale, e il tuono di confidenza che fu sempre usa mostrare a quella fida compagna). Non temerne Giannina: io non dirò mai una sola parola, che possa nuocere a tuo padre; ma tu comprendi da te medesima, mia cara fanciulla, ch’io non posso concepire altro desiderio, tranne quello di abbandonarmi alla protezion del mio sposo. La perfidia di chi mi circondava m’ha costretta a fuggir dal soggiorno che m’avea scelto egli stesso; ma sarà questa la sola cosa in cui mi avrà inobbediente. A lui solo voglio appellarmi. Da lui unicamente bramo esser soccorsa. Io non feci mai noti a nessuno, nè li farò independentemente dal suo volere, i segreti nodi che uniscono i nostri cuori e i nostri destini. Voglio vederlo, e ricevere dalla sua propria bocca le istruzioni che regoleranno la mia condotta avvenire. Non ti studiare a combattere tale divisamento, o Giannina; tu non faresti che confermarlo nell’animo mio. Quando tu il voglia sapere, ho risoluto di portarmi senz’altri indugi ad ascoltare dalle labbra medesime del mio sposo la sorte mia. Queste sole me la debbono annunziare. Voglio cercarlo a Kenilworth; unico espediente che m’assicuri di non vedere un tal disegno infruttuoso.» Giannina dopo aver calcolato nel suo spirito le difficoltà e le incertezze inseparabili dalla condizione della sua sfortunata padrona, cominciò ad inclinare ad opinione affatto contraria a quella che aveva manifestata da prima; e perfino a persuadersi, che costretta ad abbandonare il soggiorno assegnatole dallo sposo, la Contessa non avesse più importante dovere del portarsi a lui onde spiegargli i motivi di sua condotta. Non ignorava ella quanta fosse in Milord la cura di tenere nascoste sì fatte nozze, nè tampoco si dissimulava, che il fare senza permissione di lui un’inchiesta da cui ne fosse derivata la loro pubblicità, poteva essere cagione di eccitarlo a sdegno. Ma per altra parte, s’ella facea ritorno alla casa paterna senza che il suo grado fosse chiarito solennemente, si mettea in uno stato sommamente pregiudizievole alla sua fama; e il pubblicarlo a malgrado del Leicester potea occasionare una compiuta rottura fra i due sposi. Aggiugneasi alle considerazioni soccorse a Giannina, che la Contessa, giunta a Kenilworth, avrebbe potuto trattare da se medesima la sua causa, e comunque la figlia del Foster non dividesse colla sua padrona quella intera sicurezza sulle intenzioni del Leicester, ella era però ben lungi dal crederlo capace di partecipare alle colpevoli trame delle sue creature. È vero, pensava ancor fra se stessa, che fuggendo Amy dalle costoro mani, non avrebbero risparmiati espedienti per soffocarne le giuste querele. Ma supponendo pure il peggio, e che il Conte le avesse negato protezione e giustizia, e ch’ella fosse stata costretta a far pubblico il sofferto aggravio, non le sarebbero mancati in Kenilworth un avvocato nella persona di Tressiliano, un giusto giudice nella Sovrana; cose tutte che Giannina aveva potuto raccogliere in sua mente nel breve colloquio avuto con Wayland. Per tutte queste ragioni bilanciate fra loro, Giannina trovò finalmente ben fatto che la sua padrona si portasse a Kenilworth, e solamente le raccomandò la massima prudenza nel far sapere questo arrivo al suo sposo. «E tu hai avuto per parte tua le necessarie cautele? le disse la Contessa. Questo condottiero, cui sto per mettermi fra le mani, ignora egli il segreto del presente mio stato?» «Nulla egli seppe del certo dal mio labbro, rispose Giannina, nè forse egli crede più o meno di quanto si giudica dal Pubblico intorno a voi.» «E che si giudica dunque dal Pubblico?» Si fece tosto a chiedere Amy. «Che abbandonaste la casa del padre vostro. Ma voi vi sdegnerete un’altra volta contro di me, se continuo,» così interruppe il suo dire Giannina. «No, prosegui, disse la Contessa; gli è ben d’uopo ch’io m’avvezzi a sopportare le sinistre voci, cui diede origine la mia imprudenza. Si penserà, m’immagino, che io abbia abbandonata la casa di mio padre per unirmi ad un amante con illegittimi nodi. Questo errore finirà ben tosto, perchè son risoluta o a vivere con una riputazione immune da macchia, o a non vivere più lungo tempo. Io vengo dunque riguardata siccome la favorita di Leicester?» «La maggior parte, o signora, vi crede anzi la favorita di Varney, rispose Giannina. Avvi però chi pensa non essere questo secondo che il mantello entro cui s’avvolge il Conte nel soddisfare le proprie brame. Si è saputo qualche cosa dell’esorbitanti spese fatte nel fornire a tutto punto questo castello, profusione, che passa di gran lungo le sostanze del Varney. Ma sì fatta opinione non è generale: tanto più che quando si viene a parlare d’un personaggio sublime, qual’è il vostro sposo, le persone osano appena pronunziare i concepiti sospetti, per tema di essere puniti dalla _Camera Stellata_ siccome calunniatori della Nobiltà.» «E fanno bene a parlar sotto voce, disse subito la Contessa, coloro che osano credere l’illustre Dudley complice di uno sciagurato quale è Varney!.... Eccoci arrivate alla porta del parco. Oimè! mia cara Giannina, è d’uopo ch’io mi congedi da te. Non piangere, mia buona figliuola (e nel dir questo cercava nasconder sotto apparenza d’ilarità il suo contraggenio a dipartirsi da una sì fedele compagna), e allor quando ci rivedremo, o Giannina, fa che in luogo di questo tuo collare troppo semplice, io te ne veda uno di pizzo ricamato, ond’abbia maggiore spicco quel collo avvenente. Cambia questo corsaletto di bigello, sol convenevole ad una fantesca, in un altro di bel velluto messo ad oro. Troverai nella mia stanza molta quantità di vesti: accetta questo dono che ti fo sin d’ora di tutto cuore. È d’uopo che ti adorni, o Giannina; perchè comunque tu sia stata fin qui la seguace di una donna infelice ed errante, priva di nome, e persino di buona fama, all’atto di rivederci, dovrai portar vestimenti confacevoli a persona che terrà il primo grado nell’amicizia e nella casa della più ragguardevole fra le Contesse della Inghilterra.» «Possa Dio esaudirvi, mia cara padrona, e permettere, non già ch’io porti vesti più ricche, ma che l’una e l’altra portiamo i nostri corsaletti sopra cuori più contenti ch’ora nol sono!» Mentre quest’ultime cose dicevansi, la serratura della porta segreta dopo vigorosa resistenza avea ceduto alla chiave di Giannina, e la Contessa, non senza un segreto fremito, si trovò al di là delle mura, che lo sposo le aveva indicate siccome limite de’ suoi diporti. Wayland, nascosto a qualche distanza dietro una siepe che stava sul confin della strada rimanea con grande impazienza aspettandole. «Avete preparato ogni cosa»? gli disse, appena furono vicini, Giannina grandemente commossa. «Ogni cosa, rispos’egli: solamente non ho potuto trovare un cavallo per la signora. Giles Gosling che non sa scordarsi d’essere pubblicano, me ne ha ricusato uno benchè glie n’abbia io offerto qualunque prezzo; e ciò per timore, dicea, di entrare in disgrazie. Ma non importa. Ella monterà sul mio cavallo; io l’accompagnerò a piedi sintantochè possa provvedermene un altro. Non saremo inseguiti, semprechè voi non dimentichiate la vostra lezione, leggiadra Giannina.» «Nel tenerla a memoria imiterò la saggia vedova di Tekoa, che non obbliò le parole postele in bocca da Gioabbo. Domani dirò che la mia padrona non si può alzare dal letto.» «Sì, e aggiugnerai che soffre grandemente, che prova grave peso al capo, palpitazioni al cuore, che non vuole essere disturbata. Non temer di nulla; crederanno d’intenderti ad una mezza parola, nè ti faranno molte interrogazioni, perchè conoscono l’effetto della malattia che si lusingano averle procacciata.» «Ma, soggiunse la Contessa, eglino scopriranno ben presto la mia lontananza, e per vendicarsi uccideranno Giannina. Amo meglio tornare addietro che esporla ad un tale pericolo.» «Non vi affannate per la mia vita, o diletta padrona. Piacesse a Dio, che voi foste certa di essere ben accolta da coloro a’ quali dovete volgervi, com’io lo sono che mio padre, qualunque sdegno abbia egli concepito contro di me, non soffrirà che mi si faccia il menomo aggravio!» Wayland pose la Contessa sul suo cavallo, avendo piegato il proprio mantello attorno alla sella in guisa che le divenisse un comodo cuscino. «Io vi saluto e possa la benedizione del Cielo accompagnarvi!» disse Giannina baciando per l’ultima volta la mano alla Contessa, che con un muto accarezzamento le contraccambiò il fattole augurio. Finalmente si separarono, e Giannina volta verso Wayland, esclamò: «Possa il Cielo, allorchè lo implorerete ne’ vostri bisogni, usar con voi in quella proporzione onde voi vi mostrerete o fedele o traditore a questa Signora tanto ingiustamente perseguitata, e tanto sfornita di terreni soccorsi!» «Così sia, bella Giannina! disse Wayland. Credetemi, giustificherò la confidenza avutami in modo da meritare che i vostri begli occhi, in mezzo a tutta la lor divozione, sieno men disdegnosi meco quando ci rivedremo.» Le ultime parole di questo congedo furono pronunziate con qualche ricercatezza; ma Giannina non fece ad esse una risposta; ben la fecero i suoi sguardi, mossi senza dubbio dal desiderio che era in lei di accrescere forza ad ogni motivo che potesse maggiormente assicurare lo scampo alla sua padrona, ma non però di natura da distruggere le speranze, che co’ suoi discorsi mostrava aver concepute Wayland. Ella rientrò per la porta segreta chiudendola dietro a sè. Wayland afferrò tosto la briglia del cavallo, ed egli e la Contessa incominciarono silenziosamente l’incerta loro peregrinazione. Benchè Wayland facesse trottare, quanto poteva, il suo corridore, pur questo modo di camminare era sì lento, che quando il giorno cominciò a diradare i vapori dell’Oriente, i due viaggiatori non si trovarono più di dieci miglia distanti da Cumnor. «Maledetti tutti questi ostieri larghi di belle parole! (sclamò il maniscalco incapace di nascondere più lungamente il dispetto e l’inquietezza che lo premea). Se quel cane di Giles Gosling m’avesse detto con franchezza, due giorni sono, di non far conti sopra di lui, mi sarei provveduto da altra parte: ma costoro hanno talmente il vizio di promettere qualunque cosa lor si richiede, che solamente quando v’attignete a ferrare un cavallo, vi dicono che non hanno ferri. Se avessi potuto preveder questo, avrei potuto accomodarmi in venti altre maniere. Poi, in un affare sì importante e per una causa sì buona, avrei ben io avuto scrupolo di rubare un cavallo nel vicino villaggio! Tutto sarebbe finito col rimandarlo al commissario del cantone. Possano il moccio e la rogna impadronirsi in sempiterno delle scuderie dell’_Orso nero_!» La Contessa andava confortando il suo condottiero col fargli osservare come il giorno che già spuntava gli avrebbe permesso di camminar più veloce. «Va benissimo, mia Signora, ma il giorno farà ancora che altre persone ci vedranno; cosa che potrebbe essere di non poco incomodo sul bel principio del nostro viaggio. Ciò mi sarebbe stato indifferente affatto, se avessimo potuto essere ora più lontani da Cumnor; ma la contea di Berk, dacchè conosco questo paese, è piena di diavoli maliziosi, che vanno a letto tardi, e si levano di buon’ora col solo disegno di spiare i fatti degli altri. Oh! questa genia mi ha dato faccende altre volte. Però non vi spaventate, mia bella Signora; poichè quando si ha spirito, ogni poco che le occasioni lo favoriscano, si trova rimedio a qualunque incidente.» I timori mossi da Wayland fecero più impressione nell’animo della Contessa di quel che la consolassero i conforti, con cui cercò medicare i primi detti. Ella riguardava attorno di sè inquietamente, e a mano a mano che l’orizzonte brillando di un più vivo splendore annunciava vicino il nascer del sole, ella s’immaginava ad ogni passo, che la nuova luce l’abbandonerebbe alla vendetta de’ suoi persecutori, o che qualche ostacolo insuperabile interrompesse il lor viaggio. Wayland si accorgeva dell’agitazione in cui venuta era la Contessa, e scontento di averle dato alimento egli stesso, cominciò ad ostentare gaiezza camminando dinanzi a lei. Laonde or parlava al cavallo com’uomo bene addottrinato nel dialetto delle scuderie, or canticchiava a mezza voce squarci di ballate: spesso, assicurava la Signora non esservi alcun pericolo, e nell’istesso tempo guardava bene all’intorno se mai vi fosse qualche cosa che dismentisse le sue parole nell’atto stesso del pronunziarle. Continuarono in tal guisa il viaggio, finchè un accidente non preveduto offerse loro i modi di proseguirlo più comodamente e più presto. CAPITOLO VII. _Riccardo._ Un cavallo! un cavallo! il regno mio Cedo per un cavallo. _Catesby._ Ecco un cavallo _Riccardo III._ I nostri viaggiatori passavano vicino ad una macchia posta sul confin della strada, allorchè si offerse ai loro occhi la prima creatura vivente che avessero incontrato dopo la loro partenza da Cumnor, ed era un picciolo rustico stupido di fisonomia, e che parea il famiglio d’un qualche podere. Col capo scoperto, vestito d’abito grigio, colle calze che gli cadeano sulle calcagna, e tenendo i piedi in un paio di grosse scarpe, stava alla custodia di quella cosa che i nostri venturieri potessero maggiormente desiderare, intendo dire di un cavallo, fornito inoltre di una sella da donna, e di tutte l’altre cose necessarie ad una viaggiatrice. E per migliore combinazione il contadino, accostatosi a Wayland, gli disse in sua maniera queste poche parole: «_Signore, siete voi quella certa coppia?_» «Certamente che lo siamo, mio garbato giovane,» gli rispose senza esitare Wayland. E sia giustizia alla verità, anche qualche coscienza educata ad una scuola di morale più severa che non forse quella cui studiò il maniscalco, avrebbe ceduto ad un’occasione tanto seducente. Il darsi tal risposta da Wayland, prender la briglia dalle mani del contadino, far discendere la Contessa dal suo cavallo, e metterla su quello che il caso aveva fornito, furono l’opera di pochi istanti. E la cosa andò con tanta naturalezza, che la Contessa, come si è saputo dappoi, credè fermamente che quel cavallo fosse stato ivi apparecchiato per cura del suo condottiero o di qualche amico del medesimo. Ciò nondimeno il giovine merlotto, che si vide con tanta sollecitudine liberato dal suo deposito, cominciò a girar gli occhi e a grattarsi in capo, come covando qualche rimorso di avere abbandonato il cavallo contentandosi d’una spiegazione così succinta. «Non v’ha dubbio, borbottava fra i denti, che questa non sia la _coppia_, ma tu al vedermi avresti dovuto dir _fava_. Lo sai bene!» «Sì, sì, è vero, rispose a caso Wayland, e tu _presciutto_.» «No, no; aspettate; io doveva dire _cece_.» «Bene, sia _cece_ se vuoi così; ma _presciutto_ era una _parola di passo_ migliore.» In questo, trovandosi già sul suo cavallo, tolse dalle mani dello stupido villano quel resto di briglia che l’altro esitava ad abbandonare, e gettandogli una moneta d’argento, senza altre cerimonie cercò di riguadagnare a gran galoppo il tempo perduto. Il baggeo rimase a’ piedi della collina, mentre la salivano i nostri viaggiatori, e Wayland volgendosi, lo vide colle dita nei capelli, immobile come un palo, e col capo sempre volto alla dirittura da essi presa nell’abbandonarlo. Finalmente essi avevano di già raggiunto la sommità della collina, allorchè lo videro abbassarsi per raccogliere la moneta d’argento. «In fede mia! disse Wayland, questo può dirsi vero dono della Provvidenza. Una buona bestia che cammina bene, e che vi porterà fino al luogo ove se ne possa trovare un’altra d’egual gagliardia! Allora potremo rimandar questa per far tacere qualsisia rimostranza.» Ma non erano tanto lisci questi suoi calcoli, e il destino, che sulle prime parve sì propizio ai due viaggiatori lor diede a temere bentosto, che l’incidente per cui menava tanto vanto Wayland, non divenisse cagione della compiuta loro rovina. Non avevano essi per anche fatto un miglio dopo lasciato il villanello, allorchè intesero una voce d’uomo che gridava a tutta possa alle loro spalle: _Al ladro, al ladro, ferma mariuolo_ ed altre espressioni di simil natura. La coscienza di Wayland lo trasse naturalmente a credere essere ciò una legittima conseguenza dell’avventura che poc’anzi aveva mandato a termine. «In verità, sarebbe stato meglio per me andare a piedi per tutta la mia vita. Siamo spietatamente inseguiti, ed eccomi uomo perduto. Ah Wayland, Wayland! tuo padre te lo predisse più d’una volta che i cavalli t’avrebbero condotto alla forca! Se un qualche giorno mi trovo mai sano e salvo fra i sensali da cavalli di Smithfield o di Sumball-Street, darò loro licenza di appiccarmi all’altezza del campanile di San Paolo se mi trovano mai più a frammettermi negli affari o de’ gran signori, o de’ cavalieri e delle loro donne.» In mezzo a queste malinconiche considerazioni, volse la testa per sapere chi lo inseguiva, ed ebbe qualche conforto in accorgersi di non aver dietro a sè che un uomo solo a cavallo, ben montato per vero dire, e che si avvicinava ad essi con una rapidità da non permettere idea di fuga, quand’anche la Contessa fosse stata abbastanza forte per poter galoppare a pari della gagliardia del suo cavallo. «In fine poi, pensava Wayland, il cimento è eguale fra noi; non siamo che un uomo per banda; e a quanto parmi il mio futuro competitore nello stare a cavallo ha più garbo di simia che di cavaliere. Se mai si venisse agli espedienti estremi, non dovrebbe essermi difficile il gettarlo di sella. Ma zitto! Il suo cavallo medesimo, per quanto spero, mi risparmierà questo incomodo: esso ha il morso ai denti. Diavolo! Qual uopo ho io d’inquietarmi (gli sembrò di ravvisare sull’istante il cavaliere), non è che quella caricatura del merciaio d’Abingdon.» L’occhio avvezzo di Wayland avea scorto giusto a malgrado della lontananza. Il cavallo del valente merciaio, pieno d’ardore, ed inoltre eccitato dal vedere due cavalli, che alla distanza di alcune centinaia di tese pareva corressero colla massima velocità, si diede a tanto furiosa scappata, che ruppe affatto l’equilibrio del cavaliere. Costui, a grado del cavallo, non solamente raggiunse, ma oltrepassò di gran galoppo le persone inseguite, comunque non cessasse dal tirarlo per la briglia e dal gridar a tutta possa: _Ferma, ferma_, esclamazione allor indiritta, come ognun vede, al cavallo, anzichè alle persone lasciatesi addietro. Di questo passo ei fece più di mezzo miglio senza potere arrestare il corridore: riuscitovi finalmente, tornò all’incontro de’ nostri viaggiatori, riparando alla meglio il disordine de’ suoi vestiti, e cercando coprire con un’apparenza di audacia e di collera la confusione e il dispetto, dipintisi sul suo volto durante l’involontaria sua corsa. Intanto Wayland ebbe tempo di avvertire la Contessa sulle prerogative del personaggio, ond’ella cessasse dallo spaventarsi: «Credetemi, non è che uno sciocco, e m’accingo a trattarlo siccome tale.» Allorchè il merciaio ebbe riacquistato quanto fiato e coraggio bastavangli a ricomparire dinanzi alla Contessa, ordinò in aria minaccevole a Wayland di restituirgli il suo cavallo. «Che ascolto? (disse Wayland con enfasi ed in tragico tuono) ne si comanda arrestarci, e consegnare le cose nostre sulla regale strada maestra! A te, mia Escalibar, esci del fodero e fa sentire a questo prode cavaliere, che la forza dell’armi dee sola decidere la tenzone.» E l’altro: «Correte, correte quante siete, oneste persone. Si pretende involarmi ciò che mi appartiene legittimamente.» «Indarno tu invochi i tuoi Numi, o scellerato pagano! M’è d’uopo compiere il mio divisamento, vi dovessi anche perire. Sappi, intanto, infedel trafficante, esser io il merciaiuolo che ti vantasti volere spogliare della sua mercanzia sullo spianato di Maiden Castle. Onde preparati a sostener la disfida.» «Ma io dissi questo per modo di scherzo, soggiunse fattosi tutto mite Goldthred; sono un onesto cittadino, un merciaio, e arrossirei di assalire chicchessia.» «Quand’è così, formidabilissimo merciaio, mi duole in fede mia del voto che feci, e fu questo, di portarti via il cavallo la prima volta che t’incontrassi, e farne dono a questa mia sovrana se tu non ti sentivi di difenderlo coll’armi. Ma ora che il giuramento è pronunziato, la sola cosa che io possa fare in tuo favore, si è lasciare il cavallo a Donnington nella prima osteria.» «Ma v’assicuro, disse il merciaio, che su questo cavallo medesimo io doveva condurre oggi alla chiesa parrocchiale, poco distante di qui, Giovanna Hackam di Shottesbroock per cambiare ivi il suo nome di famiglia in quello di signora Goldthred. Per venire a raggiugnermi, ella si è fatta strada saltando giù da un finestrino del granaio del vecchio Gaffer Hackam, ed eccola già colla sua mantellina di ciambellotto, e la sua frusta fornita di manico d’avorio, al luogo, ove credea trovare il cavallo, soprappresa sì che sembra la moglie di Loth. Io ve ne prego colla maggior possibile civiltà: rendetemi il mio cavallo.» «Ne sono afflitto così per l’avvenente donzella, come per te, merciaio mio nobilissimo, soggiunse Wayland, ma fa d’uopo che si compiano i voti. Tu troverai il tuo cavallo a Donnington, all’osteria dell’_Angelo_: gli è tutto ciò che posso fare in buona coscienza.» «Al diavolo tu e la tua coscienza! disse dando nelle disperazioni il merciaio. Pretenderesti forse che una giovane promessa sposa si conducesse a piedi alla chiesa?» «Mettila in groppa dietro a te, sir Goldthred, rispose Wayland. È tal cosa che gioverà parimente a calmare l’impeto del tuo corridore.» «Sì, e se poi vi dimenticate di lasciare all’_Angelo_, come lo promettete ora, il mio cavallo?» chiese titubando il Goldthred, in cui era venuto meno ogni coraggio. «Il mio fardello resterà in pegno pel tuo cavallo. Esso è presentemente in casa di Giles Gosling, nella stanza parata di cuoio damaschinato, ed è pieno, stivato di velluti a uno, a due, a tre peli, di felpe, di zendadi, damaschi, rasi, e di ogn’altra sorte di tessuto di seta.» «Aspetta, aspetta, gridò il merciaio, io veramente sto a patto d’essere appiccato, se nel tuo fardello si trova la metà di quanto tu dici. Ma se il mio povero Baiardo cade nelle mani di qualche mascalzone...» «Può anche darsi, mio buon Goldthred, ma intanto io vi auguro il buon giorno. Felice viaggio!» soggiunse indi continuando il cammino colla Contessa; intantochè il merciaio scompigliato se ne tornava assai più lentamente che non fosse venuto, meditando quali scuse avrebbe addotte alla sua diletta donna, che stava mestamente aspettando il novello sposo in mezzo alla strada. «Mi sembrò, disse la Signora, che la caricatura da cui siamo disgiunti mi desse occhiate come di chi si ricordasse avermi veduta; io però le nascosi quanto mi fu possibile il volto.» «Se potessi creder questo, soggiunse Wayland, tornerei addietro per fracassare il cranio a costui, nè avrei paura di danneggiargli il cervello, perchè tutto quello che ha non basterebbe, cred’io, a darne una boccata ad un papero nato di fresco. Nondimeno è miglior consiglio proseguire il nostro viaggio. Lasceremo a Donnington il cavallo di questo sciocco, anche per togliergli ogni talento di tenerci dietro, poi cambieremo i nostri abiti, onde ingannare le sue indagini se volesse pur continuarle.» I viaggiatori giunsero senza altri spiacevoli incontri a Donnington, ove fu necessario che la Contessa si procacciasse il ristoro d’alcune ore di riposo. In questo intervallo Wayland prese, con prontezza e sollecitudine eguali, tutte le cautele necessarie ad assicurare il buon successo del rimanente del viaggio. Dopo avere cambiato il suo mantello di merciaiuolo in una zimarra, condusse il cavallo di Goldthred all’osteria dell’_Angelo_, situata ad una estremità del villaggio opposta a quella ove i nostri viaggiatori avevano preso stanza. Nella mattina, Wayland mentre attendeva ad altre cose sue vide il cavallo ricondotto dallo stesso merciaio, il quale avendo raccolta una numerosa banda d’uomini per gir contro chi gli aveva involata la sua cavalcatura veniva a riconquistarla colla forza dell’armi. Gli fu questa rimessa senza dover pagare altro riscatto, fuorchè il prezzo dell’_ala_ bevuta in copia dalle sue truppe ausiliari, che il cammino aveva assetate, e intorno al cui prezzo maestro Goldthred sostenne una disputa veementissima col commissario del quartiere, chiamato in soccorso dallo stesso Goldthred per far marciare la gente della Contea. Dopo eseguita una tale restituzione, che la giustizia e la prudenza egualmente volevano, Wayland procurò per sè e per la Contessa due vestiti compiuti, che li faceano sembrare agiati campagnuoli. In oltre fu deciso per togliere alla curiosità tutti i pretesti, che la donna, durante il cammino, si spaccierebbe per sorella del suo condottiero. Un buon cavallo, non brioso, e fatto per andar di pari passo con quello di Wayland, compiè i preparativi del viaggio, cose tutte che il maniscalco pagò col denaro somministratogli a tal fine da Tressiliano. Era quindi vicino il mezzogiorno, allorchè la Contessa trovò riparate assai le sue forze da un profondo riposo di alcune ore; onde continuarono il loro cammino, deliberati di condursi il più presto possibile e tenendo la strada di Coventry e di Warwick, al castello di Kenilworth; ma il loro destino non volea che procedessero molto innanzi senza scontrarsi in nuovi avvenimenti che li tribolassero. Fa qui di mestieri avvertire il leggitore, che l’ostiere di Donnington avea fatto noto ai nostri pellegrini, come una lieta brigata si era un’ora o due prima d’essi, partita da Donnington per trasferirsi a Kenilworth; e che questa, a quanto sembrava, accigneasi a rappresentare una di quelle mascherate o commedie solite ad entrare fra i divertimenti offerti alla Regina allorchè portavasi in viaggio; dal quale avviso nacque in Wayland il consiglio di unirsi, se il potea, a questa banda, tosto che l’avesse raggiunta in cammino, sembrandogli che per tal modo diverrebbe più difficile il riconoscimento così della Contessa come di lui che non se avessero camminato soli. Comunicò pertanto sì fatta idea alla compagna, la quale in sostanza, non desiosa che di giugnere senza interrompimenti a Kenilworth, lasciò al giudizio di Wayland la scelta d’ogni espediente più adatto all’uopo medesimo. Quindi fecero trottare i lor cavalli, sinchè videro la picciola carovana con parte di gente a piedi e a cavallo, che saliva un monticello da essi distante non più d’un mezzo miglio. In quel medesimo tempo Wayland che non guardava solamente dinanzi a sè, si vide dietro alle spalle un personaggio a cavallo, che correa con istraordinaria velocità. Seguialo un servo galoppando, perchè gli sforzi del galoppare bastavano appena a pareggiare in celerità il cavallo del suo padrone, comunque unicamente trottasse. Wayland osservò con inquietezza d’animo queste due persone, mostrò turbarsi, osservò di bel nuovo, indi fattosi pallido, disse alla Contessa. «Quello è il famoso corridore di Riccardo Varney. Saprei riconoscerlo in mezzo a mille cavalli. Questo è ben un incontro più serio, che non lo fu quello del mercante merciaiuolo.» «Sguainate la vostra spada, gli disse Amy, e trafiggetemi il cuore, anzichè lasciarmi cadere nelle mani di costui.» «Preferirei mille volte passargliela a traverso del corpo, o ferirmene io stesso. Ma per vero dire, l’arte dello schermitore non è fra quelle ch’io conosca meglio, benchè ad un estremo evento io abbia il coraggio di valermi del ferro freddo al pari d’un altro. E accade in oltre che la mia spada (trottate, ve ne prego!) è una trista draghinassa, mentre son certo che egli è armato d’una delle migliori sciabole di Toledo. Aggiugnete esser con lui un servo, ch’io giurerei quell’infame del Lambourne, perchè sta sopra il medesimo cavallo, di cui si valse, dicono (vi prego, correte!) quando svaligiò un ricco mercante di bestiami verso la parte occidentale della Contea. Non è già ch’io tema nè Varney, nè Lambourne, tanto più ch’io difendo una buona causa (il vostro cavallo, se lo spronate, può trottare di più!) ma nondimeno (vi supplico! non gli lasciate poi prendere il galoppo; potrebbero accorgersi che li temiamo e inseguirci; basta che lo manteniate nel gran trotto) benchè, dico, io non tema costoro, avrei molto caro di spacciarmene piuttosto per le vie dell’accorgimento che per quelle della violenza. Sol che potessimo raggiugnere i commedianti ed unirci, passeremmo con essi senza essere osservati, purchè per altro Varney non sia venuto a posta per inseguirci.» Dicendo tai cose, ora stimolava, ora frenava il cavallo, agitato ad un tempo e dalla tema di far sospettar che fuggiva, e dalla cura di non essere giunto dal Varney. Salirono finalmente la collina dianzi accennata, ed arrivatine alla vetta, si confortarono in veggendo la picciola carovana fermatasi in fondo alla valle in vicinanza di tenue ruscello, a’ cui margini erano due o tre capanne; onde allora Wayland non dubitò più di non essere in tempo a raggiugnerla. Cresceva inquietezza a Wayland l’osservare la sua compagna che senza profferire accenti di timore o querelarsi, andava vie più impallidendo, onde aspettavasi ad ogn’istante vederla cader da cavallo. Pure a malgrado di tai sintomi di debolezza, spinse ella tanto vigorosamente il destriero, che si trovarono presso i commedianti in fondo della valle prima che Varney fosse arrivato alla sommità della collina d’ond’erano scesi. Videro essi nel massimo disordinamento la compagnia colla quale divisavano di collegarsi. Le donne, tutte scapigliate e come affaccendate in cosa d’alta importanza, entravano continuamente nelle capanne e ne uscivano. Gli uomini stavano qua e là tenendo per le briglie i loro cavalli, e mostrando quella sbadata fisonomia che è solita in essi nel durar d’affari pe’ quali non si ha bisogno di loro. I due viaggiatori s’intertennero, come mossi da curiosità; poi a grado a grado, senza interrogare nè essere interrogati, si frammisero alla carovana, come se ne avessero fatto parte da lungo tempo. Non erano scorsi più di cinque minuti dopo il fermarsi lor nella valle, ov’ebbero grande cura di tenersi quanto poteano sui labbri della strada, onde mettere gl’individui della carovana fra sè, e fra Varney e Lambourne, i quali discesero rapidamente dalla collina. I fianchi dei costoro cavalli, e le spronette, col molto sangue di cui erano lorde, contrassegnavano assai con quanta velocità il padrone ed il servo fossero corsi. L’esterno de’ commedianti, che sotto sopravveste di traliccio nascondevano i lor vestiti da maschera, la picciola carretta per trasportarvi le loro decorazioni, e i diversi arnesi bizzarri e fantastici ch’essi aveano fra le mani, bastarono onde i due cavalieri scorgessero lo scopo cui quella brigata intendea. «Voi siete commedianti, disse il Varney, e vi trasferite senza dubbio a Kenilworth?» «Sì, o nobil signore,» rispose un attore. «Ma come diavolo indugiate qui, soggiunse allora il Varney, se non avete un istante da perdere sol per giugnere a tempo al castello di Kenilworth? La Regina desina domani a Warwick, e voi canaglia, state qui a darvi bel tempo?» Si fece allora a rispondere un ragazzo nano in zimarra che aveva una maschera al volto, e un paio di corna d’un bel rosso di fuoco, e sotto la zimarra un abito di rascia nero stretto con cordicelle alla persona, calze rosse, e scarpe fatte all’uopo d’imitare i forcuti piedi del diavolo. «In verità, o signore, la indovinaste. Ma sappiate che mio padre, il diavolo, sorpreso dai dolori del parto, ci ha ritardati nel cammino per accrescere la nostra brigata d’un diavolino di più.» «Come! il diavolo!» disse Varney, la gaiezza del quale non avea indizi più forti d’un caustico sorriso. «Il ragazzo ha detto la verità, soggiunse la persona in maschera che avea parlato da prima; il nostro diavolo in capo, poichè questi non è che diavolo secondario, sta ora entro di quel _tugurium_ ad invocare Lucina.» «Per san Giorgio! o piuttosto per il drago che è forse il compare del futuro diavolo infante! questo è un caso comico; se ve ne furono, disse Varney. Che ne pensi, Lambourne? Vuoi tu essere per questa volta il patrino? Certamente, se il diavolo dovesse sceglierne uno, non vedo persona che ti pareggi nel meritar tanto onore.» «Eccetto che alla presenza de’ miei superiori,» disse il Lambourne con quella impudenza per metà rispettosa di un servo, che nel giudicare indispensabile la propria opera fonda la sicurezza di avanzar qualche scherzo. «Qual è il nome di questo diavolo, o per meglio dire di questa diavolessa che colse sì male il suo tempo? disse Varney. A Kenilworth noi non possiamo far senza d’alcuno dei nostri attori.» «_Gaudet nomine Sibyllae_, disse il primo interlocutore, e si chiama Sibilla Laneham, moglie di maestro Riccardo Laneham.» «Il donzello della camera del consiglio! disse Varney. Che mi dite? Ella non merita scusa; doveva avere bastante esperienza per ordinare meglio le cose sue. E chi erano quell’uomo e quella donna, che un momento fa ascesero la collina con tanta fretta?» Wayland stava per avventurare qualche risposta, allorchè il piccolo diavoletto si fece avanti di bel nuovo. «Con vostra buona licenza, (diss’egli accostandosi a Varney, e parlando in modo che gli altri compagni non lo intendessero) l’uomo sarà il nostro primo diavolo, perito quanto basta nelle astuzie per far le veci ai cento diavoli della natura di Sibilla Laneham. E la donna, sempre con vostra buona licenza, è quella savia persona, i cui soccorsi in tale momento sono della massima necessità alla nostra parturiente.» «E che? Voi avete la commare in questi dintorni? disse Varney. Di fatto la fretta del suo correre dava a divedere come si portasse in tal luogo, ove era grandemente desiderata. Voi avete dunque in riserbo un altro suddito di Belzebù da sostituire a Mistress Laneham.» «Senza dubbio, Signore, disse il picciol mariuolo, i sudditi di Belzebù non sono tanto rari in questo mondo, come vostra Eminenza potrebbe supporli. Questo maestro demonio che voi vedete, saprà, se vi è in grado, lanciare alcune migliaia di scintille, e vomitare nubi di fumo dinanzi a voi, sì che crediate aver egli nell’addomine tutto l’Etna.» «Non ho il tempo di fermarmi a contemplare tal maraviglia, o chiarissimo figlio dell’inferno, ma ecco di che farvi bere per una buon’ora, e come dice il proverbio, Dio prosperi le vostre fatiche.» Così licenziandosi diede due botte di sprone al cavallo, e continuò la sua strada. Il Lambourne rimase un istante addietro del padrone per cercar nella borsa, d’onde tratta una moneta d’argento ne presentò il compagnevole diavoletto «a fine, disse costui, d’incoraggiar la tua carriera verso il fuoco delle regioni infernali. Già si discerne qualche scintilla di questo fuoco, che ti scappa fuori dagli occhi». Dopo avere ricevuti i ringraziamenti del fanciullo, spronò egli pure il cavallo, e colla rapidità del vento raggiunse il padrone. «Ora (disse l’astuto diavoletto, accostandosi al cavallo di Wayland, e facendo uno scambietto per aria, che legittimava le sue pretensioni al parentado col principe di questo elemento), io raccontai loro chi siete. Ditemi a vostra volta chi mi son io?» «Flibbertigibbet, ovvero sicuramente un figliuolo del demonio,» rispose Wayland. «Tu lo dicesti, replicò Dick Sludge. Vedi qui il tuo Flibbertigibbet. Mi sono sciolto dai legami, in cui mi teneva il dotto mio precettore, come ti diedi parola di farlo, volesse egli o non lo volesse. Or narrami chi è la donna che conduci teco. Io ti vidi nell’imbarazzo sin dal momento della prima interrogazione, e venni in tuo soccorso. Ma mi fa di mestieri sapere tutto quello ch’ell’è, caro Wayland.» «Tu saprai cinquanta altre cose ancora più belle, o mio diletto compagno, disse Wayland, ma per un momento metti da una parte le tue interrogazioni; e poichè andate tutti a Kenilworth, io vi ci accompagnerò, e ciò per amore, vedi! della tua amabile figura e della spiritosa tua compagnia.» «Tu avresti dovuto dire, _spiritosa figura,_ ed _amabile compagnia_, rispose Dick. Ma come viaggerai tu con noi? Intendo che parte sosterrai?» «Certamente quella che mi scegliesti tu stesso: la parte di giocolatore. Tu sai che questo mestiere, lo conosco,» disse Wayland. «Va benissimo: ma e quella milady! soggiunse Flibbertigibbet, perchè debbo dirti aver io già indovinato che ella è una milady, e comprendere pure dalla impazienza che mostri l’imbarazzo in cui ti ritrovi per lei.» «Ella... (rispose Wayland) ella... sì, ella è una povera mia sorella. Canta e sona il liuto con tanta dolcezza che farebbe uscire i pesci fuori dell’acqua.» «Procurami tosto un saggio di tale sua abilità. Amo assai il liuto. Nulla avvi che mi dia maggior diletto, benchè non abbia mai udito suono di liuto.» «Oh bella! come puoi dunque amarlo?» «Ti dirò, come negli antichi romanzi i cavalieri amano le loro donne, per fama.» «Quand’è così amala _per fama_ qualche tempo di più, finchè mia sorella siasi riavuta dalle fatiche del viaggio (disse Wayland, che poi soggiunse fra i denti:) Maledetta la curiosità di questo nano! Ma non mi torna disgustarmelo. Troppo mal partito ne avremmo.» Dopo tale intertenimento, Wayland corse al maestro Holyday per fargli offerta de’ suoi talenti personali, e di quelli della sorella, qual donna perita di musica. Furono prima chieste alcune prove dell’abilità di lui, e senza farsi pregare, ne diede di sì convincenti, che gli attori giubilanti di acquistare un uomo fornito di tanta capacità, ebbero per buone le scuse da lui fatte per sua sorella, che dianzi voleano parimente sperimentare. I nuovi compagni vennero invitati a partecipare de’ reficiamenti di cui ben provvista andava quella banda, e nel tempo di tal colezione, non però senza difficoltà, Wayland trovò un momento per parlare segretamente alla supposta sorella e per pregarla a dimenticar qualche istante così le proprie sventure come il proprio grado acconsentendo a starsi in brigata con coloro, che dovevano esserle compagni di viaggio, espediente il più sicuro onde non venire scoperti. Tutto questo impero di circostanze fu sentito dalla Contessa; laonde quando si rimisero in cammino, cercò ella di porre in opera i suggerimenti datile dal suo condottiero, e volgendosi ad un’attrice che le era vicina, introdusse il discorso esternando compassione per quella povera donna che era stato forza l’abbandonare. «Oh! ella ha buona assistenza, mia cara! rispose l’attrice, che pel suo allegro umore avrebbe potuto dirsi il perfetto emblema della moglie di Bath[8]. La mia commare Laneham non si prende fastidio di ciò, come di nessun’altra cosa; di qui a nove giorni, se tanto duran le feste, sarà con noi a Kenilworth, fosse anche costretta a portarsi il suo bamboccio sugli omeri.» In questo modo di discorso regnava un non so che di _libero_[9], che tolse alla Contessa di Leicester ogni voglia di continuare la conversazione; ma ella avea rotto il diaccio parlando per la prima alla compagna, onde questa che negl’intermezzi dovea far la parte di Gillian di Croydon, si diede tutta la cura che il troppo silenzio non rendesse malinconica quella peregrinazione. Narrò dunque alla Contessa, fattasi muta, un migliaio d’aneddoti di feste reali, cui s’era trovata incominciando dai tempi del re Enrico fino a quei dì, e le accoglienze che avea ricevute dai gran signori, e i nomi degli attori più cospicui; e faceasi ritornello d’ogni racconto il soggiugnere: «Tutto ciò sarà nulla in confronto delle feste che avremo a Kenilworth». «E quand’è che vi giugneremo?» disse la Contessa con tale agitazione che invano studiavasi di palliare. «Noi che siamo a cavallo, noi possiamo trovarci questa sera a Warwick, d’onde Kenilworth non arriva forse ad essere distante cinque miglia. Ma ivi ne converrà aspettare i nostri compagni pedoni, se però il mio buon signore di Leicester, come è probabile, non manderà incontro ad essi cavalli o calessi, a fine di liberarli dalla molestia di andare a piedi, che è un assai tristo apparecchio per danzare innanzi a personaggi di corte. Nondimeno ho veduto un tempo, in cui, coll’aiuto di Dio, avrei fatto cinque leghe colle mie gambe il mattino, e ballato sulla punta de’ piedi tutta la sera, siccome un piattello di peltro, che un giocolatore fa girare attorno sulla punta d’un ago. Il crescer degli anni ha raffreddato un poco questo mio ardore; ma quando mi si affanno la musica e il mio danzatore, posso ballare una giga così bene e così lungo tempo, come qualunque altra donna di Warwick, obbligata, quando vuole scrivere i suoi anni, a valersi dell’ingrata cifra _quattro_, posta innanzi ad un _zero_.» Se la Contessa per parte sua si trovava incomodata dalla loquacità di tal donna, non era minore la pena che sofferiva Wayland per ispacciarsi dai frequenti assalti dell’insaziabile curiosità del suo conoscente antico Riccardo Sludge. Il malizioso nano aveva un’indole naturalmente proclive ad osservare e voler conoscere a fondo tutte le cose; il che collegavasi maravigliosamente col genere suo di spirito malignoso anzi che no. Avido di spiar tutto, non v’era forza che lo avesse impedito d’intromettersi negli affari, gli fossero pur estranei quanto si volea, bastava che ne avesse sorpreso il segreto. Egli passò tutto quel giorno a guatare per di sotto alla propria maschera la Contessa, e le poche cose che potè scorgere non contribuirono poco a crescergli curiosità. «Questa tua sorella, o Wayland, ei diceva, ha un collo ben bianco per essere nata in una fucina, e le mani ben liscie e delicate per donna avvezza a maneggiare il fuso. In fede mia! crederò che siate fratello e sorella, quando vedrò dalle uova di corvo nascere i cigni.» «_In fede mia_, disse Wayland, tu sei un piccolo ciarliero, che meriteresti un cavallo in pena di tua sfrontatezza.» «Ottimamente, disse allontanandosi quel furfantello; quanto posso dirvi è che voi mi nascondete un segreto, e che se non vi rendo fava per piselli, non sono più Dick Sludge.» Sì fatta minaccia, e la distanza in cui gli si tenne nel resto di quella giornata il diavoletto Hobgoblin, mise in molta agitazione Wayland. D’onde fu ch’ei persuase alla finta sorella il fermarsi, prendendone pretesto dalla stanchezza, tre o quattro miglia al di qua della buona città di Warwick, e promise agli altri di quella banda, che gli avrebbero raggiunti sul mattino della domane. Un picciolo albergo di villaggio loro offerse asilo per riposare, e s’allegrò entro il suo cuore Wayland in veggendo allontanarsi e Dick Sludge, e il resto della brigata, da cui con affettuosi congedi si separò. «Domani, o Signora, diss’egli alla compagna di viaggio, se così vi piace, di buon’ora ci rimetteremo in cammino, onde giugnere a Kenilworth prima che si faccia folla alle porte del castello.» La Contessa approvò le idee del suo fedel condottiero, ma fu per questo una grande sorpresa ch’ella non gli soggiugnesse altra cosa a tale proposito. Questo silenzio lasciava ignorare a Wayland se Amy avesse immaginato qualche divisamento intorno al modo di condursi in appresso. Comunque gli fossero note solo imperfettamente le particolarità che la risguardavano, pur vedea la necessità di continuare a movere con circospezione ogni passo. Dal tacersi della Contessa egli indusse, che forse ella avea nel castello alcun amico alla cui protezione poter fidarsi, e che l’incarico di lui sarebbe finito non appena l’avesse guidata colà, come ripetutamente ne mostrava quella il desio. CAPITOLO VIII. «Udite! Il suono de’ bronzi e lo squillo degli oricalchi or chiamano le persone convitate; ma la più avvenente non risponde all’invito. Le sale ringorgano di cavalieri e matrone; ma la donna più amabile è costretta a celarsi. Come potesti, o principe orgoglioso, lasciarti abbagliar dal fulgore di quelle brillanti meteore, e perdere quel giudizioso senso che ne trae a preferire lo splendor degli astri a quello di una lucciola, e il rossore del modesto merito all’arroganza delle corti?» _La pantoffola di cristallo._ L’infelice contessa di Leicester, fin dalla prima sua fanciullezza era stata accostumata ad una indulgenza così illimitata come mal provvida, che le usavano tutte le persone cui spettava l’incarico di educarla. Certamente la dolcezza della sua indole l’avea difesa dal prender modi o disdegnosi o superbi. Ma il capriccio che le aveva fatto preferire il bello e seducente Leicester a Tressiliano, del quale ella stessa apprezzava cotanto l’onore e l’animo affettuoso non mai verso lei dismentitosi, questo solo capriccio che distrusse la felicità di sua vita, era frutto di quella mal concetta tenerezza, che risparmiò alla sua infanzia le lezioni, moleste sì ma indispensabili, della sommessione e del riguardo. Tal debolezza medesima degli educatori l’aveva usata a non aver uopo che di concepir desiderii ed esprimerli lasciando agli altri la cura di soddisfarli. Queste si furono le cagioni, per cui nel punto più fatale della sua vita si trovò sfornita affatto di quella prontezza di mente, che le sarebbe stata necessaria a divisar norme di una condotta prudente, ragionevole e adatta alle circostanze cui ella era venuta. Le difficoltà si moltiplicarono incessantemente per la misera Amy allo spuntare di questo giorno che stava per decidere del suo destino. Abbandonando ogni idea che vi si frapponeva, ella non avea desiderato altra cosa, che trovarsi a Kenilworth alla presenza di suo marito, ed ora che ne era tanto vicina, il dubbio e l’incertezza si fecero a spaventare il suo animo, presentandole il timore di mille pericoli, quali reali, quali immaginari, ma tutti gravi, ed ingranditi dal suo stato e dalla mancanza di chi la consigliasse. La veglia di quella notte l’avea talmente spossata, che non seppe qual cosa rispondere a Wayland quando venne la mattina ad avvertirla essere l’ora della partenza. Questa guida fedele incominciò a sentire vive inquietudini, e ad agitarsi ancora per la propria persona. Era Wayland in procinto di partir solo per Kenilworth, nella speranza di trovarvi Tressiliano e di potergli annunziare che Amy era poco distante. Ma s’avvicinavano le ore nove del mattino allorchè Amy fece chiedere del suo condottiere. Egli la trovò pronta bensì a continuare il viaggio, ma il pallor delle guance lo pose in gran tema sulla salute della medesima. Gli disse ella di allestir tosto i cavalli, resistendo impazientemente alle istanze che l’altro facevale onde persuaderla a munirsi di qualche ristoro innanzi di mettersi in cammino. «Mi hanno dato, diss’ella, una tazza d’acqua. Lo sciagurato che viene tratto al supplizio non abbisogna d’altro cordiale. Debbo contentarmene al pari di lui. Fate quel ch’io vi dico.» Titubava tuttora Wayland. «Che volete voi ancora, allora soggiunse, non mi avete forse inteso?» «Vi chiedo, perdono, ripigliò a dire Wayland; ma permettetemi domandarvi quai disegni avete. Non vi fo tale interrogazione che per meglio uniformarmi ai vostri desideri. Tutte le persone del paese corrono a Kenilworth. Sarebbe difficile il penetrar nel castello anche muniti dei necessari passaporti. Sconosciuti e privi di amici, può accaderne qualche disgrazia. La Signoria vostra mi perdonerà se le offro un umile avvertimento. Non faremmo noi meglio col ricercare la nostra comica banda, e unirci ad essa di nuovo?» La Contessa crollò il capo. «Venite, continuò la guida, non vedo che un unico rimedio.» «Spiega dunque le tue idee, disse Amy, soddisfatta forse di vedersi offerire consigli ch’ella avea rossore di chiedere. Ti credo fedele. Ebbene! Qual cosa sai tu suggerirmi?» «Dovete permettermi ch’io renda consapevole il sig. Tressiliano del vostro arrivo costì. Son ben certo ch’ei salirà a cavallo insieme ad alcuni uficiali della casa di Sussex, ardente di vegghiare alla vostra sicurezza.» «Che ascolto? Ed è a me che osate proporre di mettermi sotto alla protezione del Sussex, di quell’indegno rivale del nobile Leicester?» disse la Contessa. Indi accorgendosi della sorpresa che tai detti aveano portata in Wayland, e pavida di aver lasciato apparir troppo l’affetto suo per Leicester, soggiunse: «E quanto a Tressiliano, questa cosa è impossibile. Guardatevi dal pronunziare il mio nome dinanzi a lui. Ve lo comando. Non fareste che accrescere le mie disgrazie e procacciare a Tressiliano tali sventure, cui egli non saprebbe come sottrarsi.» Ma osservando ella che Wayland continuava a contemplarla con aria incerta ed inquieta, e tale che il mostrava perfino dubbioso se la Contessa fosse assolutamente padrona della sua ragione, prese ella modi più tranquilli, così dicendogli. «Guidami solamente al castello di Kenilworth, e sarà compiuto il tuo incarico. Colà penserò a quanto mi convenga eseguire in appresso. Tu mi hai servito fedelmente sin qui. Eccoti una bagattella che ti potrà compensare.» Gli offerì ella un anello che conteneva un diamante di molto prezzo. Postosi a considerarlo Wayland, titubò un istante, indi lo restituì alla Contessa. «Non è, diss’egli, ch’io mi creda al di sopra de’ vostri favori, o Signora, perchè io non sono nulla meglio d’un povero sfortunato, costretto alle volte, e Dio lo sa, a ricorrere a’ più umilianti espedienti, nè certamente io novero fra gli umilianti la generosità di una Signora vostra pari. Ma, com’era solito dire a’ suoi avventori il mio antico maestro maniscalco: _non guarigione, non salario_, io vi farò osservare, che non siamo ancora giunti al castello di Kenilworth, e voi avrete tutto il tempo di pagare la vostra guida quando il mio viaggio sarà interamente compiuto. Spero con tutto il cuore che tanta sarà nella Signoria vostra la sicurezza di essere accolta in modo qual si conviene al vostro arrivo, quanta la fiducia ch’io non ometterò sforzi, per condurvi là sana e salva. Vado a cercare i cavalli. Permettetemi di pregarvi una seconda volta e come vostro condottiero, ed un poco ancora come vostro medico, a prendere qualche nudrimento.» «Sì, ne prenderò, diss’ella con vivacità; andate, allestite subitamente tutte le cose.» Appena uscito della stanza Wayland, ella sclamò fra se stessa: «Ah! pur troppo lo veggio: gli è invano ch’io voglio mostrar sicurezza. E quel povero servo ben s’accorge che i miei timori tradiscono il mio improntato coraggio; ei legge, sì, ei legge nel fondo di quest’animo quanta ne sia la debolezza.» Allora sperimentò prendere qualche cibo per conformarsi ai consigli che la sua guida le diede, ma nol potè; chè gli sforzi fatti per inghiottire qualunque minima parte di nudrimento le davano una nausea, onde credea rimaner soffocata. Poco dopo i cavalli comparvero innanzi alla grata della finestra. Amy salì sopra il suo, sembrandole rinvenire all’aria aperta e dal cambiamento di sito il sollievo solito derivarne in sì fatte circostanze. Ben tornò ai divisamenti della Contessa il genere di vita irregolare e vagabonda, condotto un dì da Wayland. Costretto per tal cagione a scorrere in lungo e in largo il suolo dell’Inghilterra, si era fatto pratico così dei traversi e de’ sentieri spartati, come delle strade maestre della ricca città di Warwick: la quale cosa in allora mirabilmente giovava, perchè la folla, che trasferiva a Kenilworth per vedere entrare la Regina in questa magnifica residenza del primo suo favorito, era tanta, che ingombrava e omai toglieva l’accesso a tutte le principali strade; onde i viaggiatori per portarsi innanzi erano costretti a lunghi giri. Gl’intendenti della Regina avevano trascorso la contrada levando dai poderi e dai villaggi tutte le vittuarie che i proprietari dovevano fornire quando viaggiava la Corte, aspettandone tardo rimborso dal regio erario. Coll’intenzione medesima gli uficiali della casa di Leicester erano stati per tutti i dintorni; e molti amici e parenti del Conte procurarono questa fiata di guadagnarsi favore, mandando derrate d’ogni specie, e cumuli di salvaggiume e botti di squisiti liquori. Ogni strada maestra era coperta di mandrie di bovi, di castrati, di vitelli, e di maiali, ed ingombra di carri, i cui assi gemevano sotto il peso degli smisurati lor carichi. Succedevano continue pause per l’imbarazzarsi degli uni cogli altri, ed i rustici condottieri bestemmiando, e ingiuriandosi sintantochè la loro collera fosse all’estremo grado, terminavano discutendo i propri diritti colle fruste e co’ loro grossi bastoni. Tali dispute venivano di ordinario sedate da qualche intendente, o sindaco, o altra persona autorevole del villaggio, che fracassava la testa ad entrambi i competitori. Eranvi inoltre canterini, istrioni, bagattellieri d’ogni specie, che in gioiose bande tenevano le strade d’onde pervenivasi al palagio _delle reali delizie_, nome dato dai giullari girovaghi a Kenilworth nelle poesie che precorsero le feste da celebrarsi. In mezzo a tai confuse scene, diversi mendici mettendo in mostra i loro mali o finti o veri, presentavano uno stravagante chiaroscuro, non però insolito a vedersi tra le vanità e le angosce della umana vita. Si trovava parimente su quelle strade un’immensa popolazione condotta ivi dalla sola curiosità. Qui un operaio, che tale lo annunziava il suo grembiule di cuoio, dispensava gomitate a qualche signora posta in tutta eleganza, alla quale avrebbe fatto di cappello in città; altrove i villani colle loro scarpe ferrate andavano sopra gli scarpini di agiati borghesi, o di rispettabili gentiluomini. E Giovanna la venditrice di latte, col suo pesante andamento, e con due braccia arsicce e vigorose, si apriva strada fra mezzo a gruppi d’avvenenti donzelle, i cui padri erano cavalieri o scudieri. Tutta questa moltitudine ciò non ostante presentava l’indole della gaiezza; tutti venivano colà per prendere la loro parte di diletto; tutti rideano di piccoli inconvenienti, che in altre occasioni gli avrebbero adirati, o messi almeno di mal umore. Eccetto le risse accidentali, che, come dicemmo, insorgevano per mezzo alla razza irritabile de’ carrettieri, i confusi accenti che udivansi fra quella calma, annunziavan contento e folleggiamenti di gioia. I sonatori accordavano i loro strumenti, i canterini canticchiavano le loro ariette, i buffoni di professione brandendo i loro panconcelli, mandavano grida che sapean di gioia e di delirio ad un tempo; i danzatori faceano sonare le loro campanelle, i contadini gridavano e fischiavano; spettacolo che facea scoppiar dalle risa gli uomini, mentre le giovinette con acute esclamazioni esternavano le loro maraviglie. Chi da un canto mandava ad alta voce scherzi ad un altro che li rimandava a guisa di volante cui le due opposte racchette si rispingono scambievolmente. Nulla avvi forse di più crudele per un’anima assorta nella tristezza quanto la necessità di assistere a scene di gioia, che son ben lungi dal trovarsi in armonia co’ sentimenti dell’animo. Questa volta ciò nonostante il tumulto e la confusione di tale spettacolo, diedero qualche divagamento alla contessa di Leicester, arrecandole se non altro il misero alleviamento di toglierla alla considerazione delle sue sciagure e allo sconforto di crearsi anticipatamente idee terribili sulla sorte che l’aspettava. Ella camminava siccome persona dominata da un sogno, abbandonandosi interamente alla condotta di Wayland, che mostrò allor più che mai quanto per disinvoltura ei potesse. Or si apriva un cammino per mezzo alla folla, or si fermava per aspettare occasion favorevole d’avanzarsi; spesse fiate abbandonando la strada maestra, battea sentieri tortuosi che vel riconducevano dopo avergli somministrato il vantaggio di aver trascorsa una parte di cammino con rapidità ed agiatezza. Fu quest’ultimo espediente che gli fece evitare Warwick, ove Elisabetta aveva passata la notte in quel castello. Era il castello di Warwick un fastoso monumento dello splendore de’ secoli della cavalleria, e che la falce del tempo ha rispettato sino ai dì nostri. Ivi ella doveva rimanersene sino al mezzogiorno, ora a quei tempi in cui pranzavasi in Inghilterra, poi dopo la mensa trasferirsi a Kenilworth. Lungo il cammino ciascun gruppo delle persone fra cui ella trascorreva, trovava qualche osservazione da dire in lode della Regina, non senza framettervi però quella tinta di satira, usa a condire i giudizi che portiamo sul nostro prossimo, massimamente se è prossimo al di sopra di noi. «Avete udito, dicea taluno, con quale grazia ella parlò al giudice, al cancelliere, e al buon ministro sig. Griffin allorchè stavano inginocchiati alla portiera della sua carrozza?....» «Sì: poi come disse in appresso al picciolo Aglionby: Maestro cancelliere, mi volevano far credere che avevate paura di me; ma per verità m’avete sì bene sfilata la enumerazione delle virtù necessarie ad un Sovrano, che vedo omai esser io che dovrò avere grande paura di voi. — Vedeste dopo con quanta grazia prese la bella borsa ov’erano le venti sovrane d’oro. Parea non la volesse toccare; ma nondimeno la prese.» «Sì, sì, disse un altro; m’ha sembrato che le sue dita si fermassero assai volentieri su quella borsa, e ho creduto fin d’osservare che la pesò un momento colla sua mano quasi volesse dire: Spero che le sovrane saranno di peso.» «Oh! non aveva a temere nulla di questo, soggiunse un terzo. Gli è solamente allorquando la municipalità paga conti d’un gramo operaio come son io. Allora sì, lo rimanda con monete tosate. Fortunatamente vi è un Dio al di sopra di tutti. Intanto poichè fa d’uopo che le cose vadan così, il nostro piccolo cancelliere sta per divenire più grande di quello che lo sia mai stato.» «Su via, caro vicino, disse quegli che fu primo a parlare; non vi mettete fra le lingue malediche. Elisabetta è una buona Regina, e generosa... Ha donato la borsa al conte di Leicester.» «Io lingua maledica! Il diavolo ti porti via per questa parola che hai detto, replicò l’operaio. Ma io credo bene, che un dì o l’altro donerà tutto al conte di Leicester.» «Mi sembra che soffriate assai,» disse alla contessa Wayland, e le propose di abbandonare la strada maestra, e di fermarsi fintantochè si fosse alquanto riavuta. Ma Amy si rendè padrona della commozion d’animo in lei destata da tali parole, e da altre della stessa natura, che le ferirono l’orecchio nel durar di quel viaggio; ed insistette affinchè il suo condottiero la guidasse a Kenilworth con tutta quella celerità, cui permettevano i numerosi ostacoli che incontrarono nel cammino. L’inquietezza di Wayland per questi quasi reiterati deliquii che la prendevano, e per vederne assai dissestata la mente, si aumentava ad ogni istante; onde egli pure cominciò a desiderar grandemente quanto ella con ripetute istanze chiedeva, di vederla cioè arrivata al castello, ov’egli non dubitava che la Contessa non fosse sicura d’essere ben accolta, comunque sembrasse non voler confessare su di che si fondasse tal sua speranza. «Se mi libero una volta da questo rischio, pensava fra se medesimo, e se qualcuno mi vede più mai scudiere d’una donzella errante, gli do licenza di rompermi la testa col mio martello di fabbro ferraio.» Apparve finalmente il magnifico castello di Kenilworth, in cui per abbellirlo e migliorarne i dominii che vi appartenevano, il conte di Leicester aveva speso, dicesi, 63,000 sterlini[10]. Le mura esterne di questo grandioso e gigantesco edifizio racchiudevano sette acri di terreno, del quale una parte era occupata da vaste scuderie e da un delizioso giardino ricco di vaghi boschetti e di fioritissime aiuole. Il rimanente presentava il primo cortile. La fabbrica che s’innalzava nel mezzo di sì sfarzoso ricinto, era composta di molti spartimenti magnifici d’abitazione, i quali sembravano essere stati costrutti in diversi tempi, e cignevano un cortile interno. I nomi e gli stemmi presentati da ciascun d’essi spartimenti, richiamavano la rimembranza d’alti personaggi morti da lungo tempo, e la storia dei quali, se l’ambizione fosse stata capace d’intenderli, avrebbe data utile scuola all’orgoglioso favorito che aveva acquistati e dilatati i loro dominii. La vasta torre, che di fatto era la rocca del castello, contava un’antichità rimotissima, benchè nulla di sicuro potesse additarsi intorno al tempo in cui fu costrutta. Essa portava il nome di _Torre di Cesare_, forse per la simiglianza che avea con quella dell’istesso nome che vedeasi nella torre di Londra. Alcuni antiquari pretesero l’avesse fatta innalzare Kenelph, re Sassone, da cui il castello di Kenilworth trasse la sua denominazione; altri la voleano stata costrutta poco prima della conquista de’ Normanni. Dalla parte esterna di quelle mura vedeasi il terribile scudo dei Clinton, che sotto il regno di Enrico I. furono i fondatori dello stesso castello, e l’altro anche più formidabile di Simone di Mont-fort, che nelle guerre de’ Baroni difese lunga stagione Kenilworth contro l’armi d’Enrico II. Mortimero conte della Marca, famoso così pel suo innalzamento che per la sua caduta, celebrò ivi feste, e liete giostre v’aperse, intantochè il suo sovrano balzato dal trono, Eduardo II, languiva nel confine d’un carcere. Molti ingrandimenti avea ricevuti il castello da Giovanni di Gaunt, che fece fabbricare quell’ala nominata tuttavia _edificio di Lancastre_; ma il Leicester avea superati tutti i suoi predecessori comunque fossero e ricchi e possenti, edificando altra immensa facciata, che poi scomparve sotto le proprie rovine, quasi monumento dell’ambizione di chi la fondò. Il castello riceveva ornamento e difesa da un lago, su di cui il Conte avea fatto costruire magnifico ponte, onde procacciare ad Elisabetta allorchè entrasse in quella dimora una strada preparata a solo suo onore. L’ingresso ordinario era dalla parte di tramontana, ove proteggeva il castello altissima torre, che si vede anche oggidì, ed alla quale per estensione e stile d’architettura pochi castelli di signori si agguagliano. Dall’altra parte del lago, era un immenso bosco popolato di daini, caprioli, cervi, e di tutta sorte di salvaggiume. Verdeggiavano ivi grandissimi alberi, dal cui mezzo si faceano scorgere in maestosa foggia la fronte e le massicce torri di quell’abitato. Nè possiamo tacere a tale proposito, che questo sì nobil palagio, già teatro a feste di cui tanti principi vennero presentati, e pur campo illustre a parecchi guerrieri, ora di veraci e sanguinosi assalti, ora di giostre cavalleresche ove la beltà distribuiva i premii che il valor meritavasi, questo palagio non offre se non se un deserto oggi giorno; il suo bel lago non presenta omai che una limacciosa palude, e le vaste rovine attestandone solamente l’antico splendore, non giovano che a meglio imprimere nell’anima meditabonda dello straniero, mosso per visitarle, così la vanità delle umane ricchezze, come la felicità di coloro, cui meglio allettano i contenti in mediocre stato offerti dalla virtù. Con sentimenti diversi assai l’infelice Contessa di Leicester contemplò queste torri maestose ed abbrunite dal tempo, allorchè le vide per la prima volta innalzarsi al di sopra di folti boschi cui pareva signoreggiassero. La sposa legittima del favorito di Elisabetta, il quale era ad un tempo l’idolo dell’Inghilterra, s’appressava al palagio, ove il suo marito stava per aver ospite la propria Sovrana, e vi s’appressava in compagnia d’un misero giocolatore da cui avea per ventura l’essere scortata, o a meglio dire protetta; e comunque signora di quest’orgoglioso castello, le cui porte pesanti ad un menomo cenno di lei avrebbero dovuto di per se stesse aggirarsi sui propri cardini, non potea dissimularsi in proprio cuore gli ostacoli che le si opponevano ad essere accolta entro il ricinto di queste mura, che ciò nonostante le pertenevano. Di fatto le difficoltà sembravano crescere ad ogni minuto: nè andò guari che i nostri viaggiatori ebbero da temere non fosse loro conteso l’innoltrarsi oltre un grande cancello d’onde procedeasi a delizioso viale che guidava per mezzo alla foresta di cui favellammo. Cotesto viale che disvelava le più belle prospettive del palagio e del lago, si terminava al ponte novellamente costrutto, e postogli in dirittura; ed era per quel cammino che la Regina dovea trasferirsi al castello in questa sì memorabil giornata. La Contessa e Wayland trovarono questo cancello, che mettea sulla strada di Warwick, custodito da una compagnia di _Yeomen_ a cavallo della guardia della Regina, coperti di corazze riccamente cesellate e dorate, e che portavano elmi invece di berrettoni, tenendo i calci delle lor carabine appoggiati alla coscia. Tali guardie, solite a prestar servigio ovunque in persona si trasferiva la Regina, andavano comandate da un araldo d’armi, che i colori e gli stemmi della divisa annunziavano appartenere alla casa del conte di Leicester. Era loro istruzione il non concedere l’ingresso che alle persone invitate alle feste, o a coloro che aveano parti ed ufizi negli spettacoli, e ne’ giuochi. La calca premeasi attorno al ridetto cancello, ognun presentando qualche diverso motivo per venire ammesso; ma le guardie si mostravano inesorabili alle preghiere, adducendo a scusa il rigore degli ordini avuti, rigore soprattutto fondato sulla specie di ribrezzo che notoriamente avea la Regina a vedersi stretta troppo da vicino dall’affollamento della plebaglia. Coloro, che le ragioni non appagavano, venivano rispinti senza cerimonie dai soldati, i quali o movean contr’essi i loro cavalli bardamentati di ferro, o gli allontanavano coi calci delle carabine; fazioni che produceano sì fatto ondeggiamento in mezzo a quella piena di popolo, onde più d’una volta temette Wayland vedersi disgiunto d’improvviso dalla compagna; nè tampoco egli sapeva con qual pretesto conciliarsi la permissione di andare avanti, e stava con grande perplessità discutendo in sua mente sì fatta quistione, allorchè l’araldo d’armi del Conte, avendo a caso volti gli occhi sopra di lui, esclamò a grande maraviglia dello stesso Wayland: «Soldati, fate luogo a quest’uomo del mantello giallo. Avanzate, maestro buffone, e spacciatevi. Qual diavolo vi ha trattenuto sin ora? Su via, avanzatevi con quella vostra carabattola di donna.» Mentre l’araldo sollecitava Wayland con tale invito non soverchiamente cortese, li _Yeomen_ aprivano ad esso il passaggio. Fattosi questi sollecito di avvertir la compagna onde ascondesse il volto quanto il potea, entrò conducendo per la briglia il cavallo proprio e quello della Contessa; ma tanto umiliato si mostrava nella fisonomia, e sì dipinte vi erano e l’agitazione e la tema, che la folla già indispettita dal vedergli usata simile preferenza, lo accompagnò con urla, e risa insultatrici. In tal foggia, tutt’altro che lusinghevole, ammessi nell’interno della foresta, Wayland e la Contessa incominciarono a meditar sugli ostacoli che loro rimanevano tuttavia da superare attraversando quel grande viale, d’entrambi i lati difeso da lunga fila d’uomini armati di sciabole e daghe, riccamente vestiti delle livree, e fregiati degli stemmi del conte di Leicester. Questi soldati erano situati alla distanza di tre passi l’uno dall’altro, talchè quella strada ne andava guernita incominciando dal cancello e portandosi fino al ponte. Non appena la Contessa vide più da vicino l’aspetto maestoso di quel superbo castello, e le bandiere che sulle torri e sulle mura sventolavano, e immenso ondeggiare di splendidi pennacchi su tutti i merli e tutti i terrazzi, non mai usa per lo innanzi a sì fatte magnificenze, ne provò tale interna confusione, che chiese per un istante a se medesima qual cosa avess’ella donato a Leicester onde meritarsi di dividere seco lui questa pompa veramente regale. Ma un connaturale suo orgoglio, ed un generoso entusiasmo ne discacciarono dall’animo simile invilimento che a disperazione l’avrebbe ridotta. «Che gli ho donato? soggiugneva fra se stessa. Gli ho donato quanto femmina possa donare; e nome, e fama, e questa mano e questo mio cuore. Ecco quanto io diedi a piè degli altari al signore di questo magnifico ostello, nè di più la regina Inglese poteva offerirgli. Egli è mio sposo; io la sua sposa legittima. L’uomo non varrà mai a separare coloro che Dio stesso annodò. Io ridomanderò i miei diritti, e mi presterà maggior sicurezza il venirmene improvvisa e sfornita di tutto soccorso. Troppo m’è noto il mio nobile Dudley. S’impazientirà un istante della mia inobbedienza; ma Amy verserà qualche lagrima, e Dudley le concederà il suo perdono.» Tali meditazioni vennero interrotte da un grido di sorpresa, cui mandò il suo condottiero Wayland nel sentirsi d’improvviso stretto con molta forza da due lunghe braccia, nere e magrissime, spettanti ad un individuo che dai rami d’una quercia gli si lanciò in groppa al cavallo, fra molto ridere delle circostanti sentinelle. «Certamente o il diavolo, o Flibbertigibbet (sclamò Wayland dopo avere tentati vani sforzi onde spacciarsi e scavalcare il nano, che strettamente a lui si tenea). Le quercie di Kenilworth portano adunque tal natura di ghiande!» «Sicuro che le portano, maestro Wayland! rispose questo non aspettato compagno, e ghiande troppo dure, perchè voi con tutta l’esperienza che vi danno gli anni siate capace di romperle se non ve ne addita i modi io medesimo. Credete voi che avreste superato neanco il primo cancello, s’io non mi fossi dato cura d’avvertire l’araldo d’armi, che avevamo lasciato dietro noi il nostro capo buffone? Io mi son posto ad aspettarvi sopra d’un albero ove aggiunsi spiccando un salto dalla mia carretta, ed immagino la rabbia ch’avranno i miei compagni nel vedermi mancare in questo momento.» «Non v’è che dire, m’accorgo ora che sei il figliuolo del diavolo veramente, replicò Wayland. Riconosco la tua superiorità, nano proteggitore; nè mi resta fuorchè a supplicarti che tu ne mostri tanta bontà quanto hai potere.» Favellando in questa guisa giunsero ad una forte torre situata all’estremità meridionale del ponte da noi descritto, e che difendeva l’ingresso esterno del castello di Kenilworth. In circostanze sì malaugurose per essa, e con un corteggio cotanto straordinario, la contessa di Leicester fece il suo primo ingresso nella magnifica residenza di uno sposo, che andava quasi a pari co’ principi. CAPITOLO IX. _Snug._ Avete voi scritta la parte del Leone? Datemela, ve ne prego; poichè mi occorrerà molto tempo innanzi impararla. _Quince._ Oh! voi potrete anche improvvisarla. Non fa d’uopo che ruggire. Allorchè la contessa di Leicester fu giunta sul limitar della torre al cui piede stava la porta maggiore del castello di Kenilworth, la trovò difesa da uomini d’aspetto straordinario. I merli andavano guerniti di sentinelle la cui statura vedeasi gigantesca, e portavano, chi scuri, chi clave ferrate, chi altre armi antiche: con che s’intendeva rappresentassero i soldati del re Arturo, que’ Bretoni de’ vecchi tempi, i quali giusta la tradizione, primi occuparono il castello, benchè la storia non ne faccia ascendere l’antichità che all’epoca dell’_ettarchia_. Alcuni di tali strani custodi erano veri uomini che portavano coturni e visiere; ma la maggior parte di essi stavasi in uomini di legno, che faceano compiuta illusione a chi dal basso all’alto li riguardava. Un portinaio, vero colosso, posto alla soglia, ne difendeva l’ingresso. Tanta era la larghezza delle costui spalle, e tanta l’altezza della statura, che avrebbe potuto far la parte di Colbrando Ascapart, o di qualunque altro gigante degli antichi romanzi senza l’uopo d’ingrandirsi artificialmente d’un pollice. Ignude le braccia e le spalle, calzava zoccoli adattati al piede con liste di cuoio rosso, e guerniti di fibbiagli di bronzo. Una stretta casacca di velluto ornata di trine d’oro, e due brache dello stesso drappo, gli coprivano le gambe ed una parte del corpo, tenendo luogo a lui di mantello una pelle d’orso che gli pendea dalle spalle. Scoperto mostrava il capo, e folti capelli e nerissimi ne ombravan la fronte. Ogni suo lineamento presentava quell’aspetto grossolano e feroce, onde salvo poche eccezioni, si attribuiscono ai giganti indole burbera e tardo ingegno. L’arme ch’ei brandiva corrispondeva al rimanente di tale arredo, ed era un’enorme mazza guernita di molte punte di ferro, che valea per se sola una compiuta armadura. La fisonomia di questo moderno Titano, nell’atto che Wayland si pose a considerarlo mostrava impazienza ed inquietezza: or s’adagiava sopra enorme sedile di pietra posto innanzi alla porta, ora si alzava crollando l’immenso capo, poi fatti alcuni passi innanzi, tornava al suo luogo. Mentre il terribile portinaio in simil guisa agitato trovavasi sulla soglia, Wayland come continuando indifferente per la sua strada, fece per entrar nel castello. _Fermo là!_ gli gridò il gigante con una voce di tuono, e sollevata la sua grande mazza come per accrescere forza al dato comando, lasciolla cadere per terra, quasi sotto le narici del cavallo di Wayland. Sorsero scintille di fuoco da quell’urto col pavimento, e le volte della porta ne rimbombarono. Allora Wayland, così consigliato da Flibbertigibbet, cercò chiarirgli com’ei fosse un individuo della compagnia comica, rimasto per accidente in addietro, ed essere necessaria la sua presenza entro il castello. Ma inesorabile il portinaio, incominciò a borbottare alcune frasi che Wayland imperfettamente intendea, tranne quelle con cui gli negò per più riprese l’ingresso. Ecco quanto il maniscalco potè raccapezzare dei detti affastellati da costui. (Prima parlando da sè) «_Che bordello!_ no... _inferno_!» (Indi a Wayland) «Voi siete un infingardo. State fuori» (Un’altra volta a se stesso) «_Che inferno!_... nemmeno... vedo che non ci riesco» (A Wayland) «Su via vattene, o ti rompo la testa.» (A se stesso) _Che! Che!_... Ah! non saprò mai dir altro, più della parola _Che_.» «Aspettate un momento, soggiunse Flibbertigibbet a Wayland, ho capito dove la scarpa gli fa male. Lasciate a me il pensier d’ammansarlo.» Detto ciò, scese da cavallo, e avvicinatosi al portinaio, lo tirò per la coda della sua pelle d’orso, onde abbassasse quella grossissima testa, poi gli disse alcune parole all’orecchio. Non fuvvi mai talismano che operasse maraviglie con maggior prestezza; perchè comparvero tosto la modestia e la sommessione sulla fronte del Titano, che lasciando cadere la mazza da una mano, sollevò da terra il nano portandolo a livello del suo orecchio, altezza da cui certamente Flibbertigibbet non avrebbe voluto cadere. «Sì, così, appunto così, sclamò il portinaio con quella enorme sua voce, va benissimo, mio bravo ragazzo. Chi diavolo te l’ha insegnata?» «Non pensate a questo, rispose il diavoletto. Ma statemi dunque attento.» Indi continuò a susurrargli altre cose all’orecchio, mandando nello stesso tempo a Wayland ed alla signora occhiate che li rassicuravano. Terminato il misterioso parlamento, il portinaio rimise a terra il fanciullo con quel riguardo onde una prudente massaia colloca sul cammino un vaso screpolato di porcellana. Indi chiamati Wayland e la sua compagna: «Entrate, entrate, ed abbiate un altra volta attenzione di annunziarvi meglio quand’io sono di guardia.» «Or via, andate innanzi, aggiunse Flibbertigibbet. Io debbo rimanermi un istante col mio Golia. Vi raggiugnerò ben tosto, e scoprirò i vostri segreti, fossero profondi quanto la torre di questo castello.» «Può darsi, rispose Wayland, ma spero in Dio che questi stessi segreti finiranno d’essere sotto la mia custodia, ed in allora, li sappia tu, o chiunque altro, poco m’importa.» Superato questo ultimo passo, la Contessa ed il suo condottiero, attraversarono tal prima torre, chiamata la _torre della Galleria_. Il ponte, che dall’ingresso di essa estendeasi fino ad altra torre situata sulla riva opposta del lago e detta la _torre di Mortimero_, era ivi costrutto in modo di formare ampio steccato, di circa cento trenta canne di lunghezza, e largo dieci, coperto di sabbia, e riparato e difeso d’ogni banda da alte e forti impalizzate. Stava questo luogo preparato per le matrone che dovevano assistere alle giostre. I nostri viaggiatori lo trascorsero sintantochè fossero all’altra estremità ov’era la torre _di Mortimero_, per cui entravasi nella parte interna del castello. Questa torre presentava sulla sua fronte lo stemma del conte della Marca, la cui audace ambizione dopo avere rovesciato il trono d’Eduardo II, aspirò a dividere l’autorità suprema colla _Lupa di Francia_ sposa di questo sventurato monarca. La porta, su di cui vedeasi tale scudo malauguroso, veniva custodita da molte sentinelle vestite di ricche livree. Me esse lasciarono passare la Contessa e la sua guida, poichè ammesse una volta le persone dal portinaio della _Galleria_, non vi era un motivo d’impedir loro il procedere innanzi. Silenziosi pertanto si avanzarono nella gran corte, d’onde poterono liberamente osservare questo vasto ed antico castello e le maestose sue torri. Tutte le porte erano state aperte in segno di ospitalità, e folti scorgeansi gli appartamenti di signori d’altissimo grado, seguiti da un numero considerabile di vassalli, di servi, e di tutto il corteggio, ond’erano usi farsi scortare a tali feste di gioia. Wayland fermò qui il suo cavallo, fisando gli occhi sulla Contessa, e in atto di chiederle comandi su di quanto dovea farsi ora ch’erano giunti al luogo cui intendevano. In silenzio tenevasi la Contessa. Finalmente Wayland, dopo avere taciuto un minuto o due, si fece coraggioso a chiederle i suoi comandi. Amy si pose la mano alla fronte, qual chi vuole raccogliere le proprie idee e decidersi ad un partito, poi con voce quasi spenta, e siccome persona che parla standosi assorta in un sonno doglioso: «I miei comandi! Sì, non v’ha dubbio che in questo luogo ho diritto di darne. Ma chi è che vorrà ubbidirmi?» Dopo di che, sollevò con una certa dignità il capo, e risoluta s’indirisse ad un servo assai ben vestito, che attraversava la corte in aria d’aver molte faccende. «Andate a dire al conte di Leicester che bramo parlargli.» «Al conte di Leicester?» rispose il servo, che stupì a tale inchiesta. Poi volgendo gli occhi al misero arnese di colei che prendea sì fatto tuono d’autorità, aggiunse con arroganza: «Molto bene! Chi è dunque costei, fuggita certamente da Bedlam, che domanda di vedere il mio padrone in un giorno siccome è questo?» «Risparmiatemi il disturbo d’udire le vostre insolenze, rispose la Contessa, e fate quanto vi dico. Gli affari per cui vo’ vedere il Conte sono della massima importanza.» «Bella Signora, risoggiunse il servo con ironia, volgetevi a tutt’altri, fuori che a me per adempire le vostre commissioni. Fossero queste anche dieci volte più importanti di quello che dite, non me ne incaricherei certamente. Andare ad incomodare il padrone, che sta ora colla Regina! e ciò per farvi cosa grata, non è vero? M’insegnereste bene. Sarebbe per me ottimo espediente onde guadagnarmi, non so quanti buoni colpi di frusta. Mi maraviglio però che il nostro vecchio portinaio lasci entrare certa sorte di persone. Ma! il pover’uomo ha perduta la testa dopo che vogliono costringerlo ad imparare un complimento a memoria.» Il tuono schernevole che questo servo tenea, fece accostarne due altri, onde Wayland, che incominciava a temere per se medesimo e per la Contessa, s’indirisse a quel d’essi, in cui gli parve scorgere più urbani modi, e fattagli passare fra le mani una moneta, lo pregò, volesse procacciare un ricovero alla signora, ch’ei conduceva seco. La persona a ciò pregata, che giusta quanto appariva, godea di qualche autorità nel castello, rampognò a quel servo sfacciato la sua villania, intimandogli prender cura de’ cavalli di que’ due stranieri, dai quali si fece seguire. Amy rimase assai presente a se stessa onde comprendere, come per quell’istante le fosse d’uopo abbandonare l’idea di vedere il suo Leicester; e sprezzando gl’insulti di que’ servi arroganti, e i bassi motteggi di cui le avventuriere leggiadre divennero tema, seguì taciturna insieme a Wayland la nuova sua guida. Entrarono essi nella corte interna per un’ampia porta collocata fra la torre principale chiamata, il dicemmo, _torre di Cesare_, e un grande corpo di edifizio, conosciuto sotto nome di _alloggiamento del re Enrico_. Per lo che si trovarono nel centro di questa grande fabbrica, le cui diverse fronti offerivano superbi modelli d’ogni genere d’architettura, introdottasi nell’Inghilterra dai primi giorni della conquista dei Normanni fino al regno d’Elisabetta. Attraversata la corte, il duce loro li condusse ad una torricella situata a greco del castello, e contigua ad un salone, che essa disgiugneva dal vasto edifizio ov’erano le cucine. Abitavano la parte bassa di sì fatta torre que’ servi della casa di Leicester, che i doveri del loro uficio teneano in tale angolo di quell’ostello. Nel piano superiore, cui salivasi per una scala foggiata in curva spirale, era una stanza che atteso il bisogno di alloggiar tanta gente, fu essa pure posta all’uso di ricoverare qualche straniero. Fu questa per lungo tempo lasciata in abbandono; e correa voce esservi stato racchiuso, poi trucidato, un prigioniero di nome Merwyn da cui quella torre avea preso il nome. Costruttone in volto ogni piano, erano quelle mura di una prodigiosa grossezza, mentre la stanza più ampia che vi fosse non oltrepassava in estensione i quindici piedi quadrati. Angusta parimente la finestra che le dava luce, si apriva essa sul _luogo di delizia_, nome imposto ad un ricinto fregiato d’archi trionfali, e di trofei, e di fontane e di statue, e d’altri ornati architettonici, il qual luogo divenuto era tragetto a chi si portava al giardino del castello. Venne pertanto introdotta la Contessa in tale stanza, ove non si trovavano fuorchè le suppellettili indispensabili; cosa per altro cui non pos’ella grande attenzione, chè gli sguardi suoi unicamente si volsero a fin di vedere se vi fosse il bisognevole per iscrivere, e scorse di fatto quanto bramava su di un tavolino; nè fu poco a que’ giorni, in cui ben di rado tali attrezzi si collocavano in una stanza da letto. Le venne tosto nell’animo di scrivere al conte di Leicester e di starsene ivi rinchiusa sintantochè ne avesse ricevuto risposta. L’ufiziale che lor fu di guida domandò cortesemente a Wayland, la cui generosità aveva già esperimentata, se di null’altro abbisognassero; e poichè Wayland ebbe fatto comprendere, che qualche reficiamento non gli sarebbe stato discaro, l’altro il condusse alla credenza, ove lautamente si dispensavano commestibili di ogni specie a chiunque ne richiedea. Scelse Wayland que’ più leggieri alimenti che credè confacevoli al gusto delicato della Contessa, ma quanto a sè non trascurò sì fatta occasione onde procacciarsi una mensa più sostanziosa; e così se ne tornò alla stanza della Contessa, che terminata appunto avea la sua lettera; nè tenendo ivi suggello o filo di seta, la chiuse con un riccio de’ propri capelli. «Fedele amico, diss’ella a Wayland, tu che il Cielo inviommi soccorritore nei più incalzanti infortuni della mia vita, ti prego anche di tal favore, e sarà l’ultima molestia che ti assumerai per una sventurata. Piacciati arrecare la lettera che vedi al nobile conte di Leicester. Ogni modo è opportuno purchè gli pervenga. (Pronunciò ella tai detti dimostrando una agitazione mescolata di speranza e di tema). Vanne, fedele amico, omai non ti sarà d’uopo l’angustiarti per mia cagione. Ora concepisco più dolci speranze. Oh! tornino i giorni del mio antico splendore; nè verun servigio prestato avrà avuto miglior guiderdone quanto quelli che mi rendesti! Consegna, ti dico, questa lettera a Leicester, ma in proprie sue mani, ed osserva soprattutto qual ne diverrà il contegno nel leggerla.» Wayland non esitò nell’accettare tal commissione, e solamente mise molto calore nel pregar la Contessa a prendere qualche cibo; al che ella consentì per mostrarsi compiacente a sì buon compagno, ed affinchè egli si trasferisse con più sollecitudine presso il Conte. Wayland partissi, raccomandandole di chiudere per di dentro la stanza, e di non uscirne. Indi andò a cercare un’occasione di adempiere il messaggio fidatogli, e ad un tempo di mettere in opera un disegno, che le circostanze gli aveano suggerito; perchè la condotta serbata da Amy nel durare del viaggio, un silenzio mantenuto sì a lungo, la titubazione e l’incertezza che scorgevasi in tutte le risoluzioni di essa, l’assoluta impotenza sua di pensare e d’operar da se stessa, tutte le ridette cose aveano fatte conchiudere a Wayland, nè al certo senza molta verisimiglianza, che gli scogli dello stato cui era pervenuta le avessero fino ad un certo segno alterata la mente. All’atto della sua fuga da Cumnor, il partito più ragionevole per lei, non v’ha dubbio, sarebbe stato di ripararsi fra le mura paterne, o in tutt’altro luogo lontano dalla prevalenza di coloro che l’aveano perseguitata. Allorchè in vece ella mostrò desio di recarsi a Kenilworth, Wayland non potè spiegare a se medesimo lo scopo di una tale risoluzione, che supponendo Amy deliberata o di mettersi sotto la custodia di Tressiliano, o d’implorare la protezione della Regina. Ma ora, anzichè attenersi ad un partito sì naturale, consegnava ella alla sua guida una lettera pel conte di Leicester, pel protettore del Varney, di quel Varney che avea giurisdizione sopra i luoghi ove le si fecero sofferire tutti i mali, ai quali fin allora soggiacque, salvo sempre il dubbio se da immediato ordine del Varney le fossero derivati. Tal condotta parve a Wayland imprudente e suggerita soltanto dal delirio e dalla disperazione. Laonde temendo questi di compromettere la sicurezza propria non men che quella di Amy, coll’eseguirne troppo tosto la commissione, risolvè non movere alcun passo sino a che non si fosse accertato all’uopo d’un sostenitore; al qual fine divisò di cercar Tressiliano prima di consegnare la lettera, e partecipandogli l’arrivo della figlia di sir Robsart a Kenilworth, addossare al suo committente e padrone tutte le conseguenze degli atti avvenire. «Egli comprenderà meglio di me, diceva a se stesso Wayland, se ben torni il soddisfare la brama nata in lei di portare appellazione a milord di Leicester. Per me lo credo un atto di demenza. Ma sia che vuolsi! Quando avrò rimesse le cose nelle mani del sig. Tressiliano, quando avrò confidata a lui questa lettera, quando avrò ricevuto quel compenso che vorrà darmisi, volgo, che non mi parrà vero, le calcagna a Kenilworth. Dopo tutto quanto mi è accaduto, prevedo che sarebbe un soggiorno poco delizioso per me. Partiamo, partiamo. Vorrei piuttosto ferrare per tutta la vita le rozze del più tristo villaggio dell’Inghilterra, che partecipare alle feste e ai banchetti cogli abitanti di questo castello, comunque bellissimo.» CAPITOLO X. »In sin dai giorni ch’io m’andava a scuola, »Più d’un portento ho visto, e cose rare. »Ho visto il figlio di Robin compare »Passar pel buco d’una gattaiuola. Fra ’l tumulto in cui stavansi allora il castello di Kenilworth e i suoi dintorni, non era sì agevole cosa il trovare una persona di cui s’andasse in traccia, e meno agevole per Wayland, che, comunque gli rilevasse grandemente lo scoprir Tressiliano, conosceva tutti i pericoli che andavano uniti al volgere sopra di sè l’altrui attenzione, nè osava quindi movere le sue inchieste a nessuno che appartenesse alla casa del Conte. Ciò nonostante col far molte interrogazioni indirette, giunse a sapere che Tressiliano dovea trovarsi fra que’ gentiluomini del seguito del conte di Sussex, arrivati in quella mattina medesima a Kenilworth, ove il Leicester gli aveva accolti con ogni genere di riguardi. Qualcuno aggiunse che i due Conti unitamente al loro corteggio, e molt’altri nobili Signori erano montati a cavallo, e partiti alla volta di Warwick per iscortare di là sino a Kenilworth la Regina. L’arrivo di questa Sovrana, come accade d’ogni altro rilevante avvenimento, aspettavasi d’ora in ora. Finalmente un corriere venne di tutta carriera annunciando che sua Maestà, trattenuta dal desiderio di ricevere l’omaggio de’ suoi vassalli assembratisi a tal fine a Warwick, non sarebbe stata al Castello prima del far della sera; la qual notizia concedette un momento di respiro a tutti coloro che immaginandone istantaneo l’arrivo, non aveano posa per tenersi pronti a compier gli ufizi a ciascuno assegnati nel cerimoniale di sì fatto ricevimento. Accortosi Wayland che molti cavalieri si volgeano intanto verso il castello, entrò nella speranza che Tressiliano fosse di tal comitiva. A fine di assicurarsene ei corse a mettersi nella gran corte presso la torre di _Mortimero_, situazione tale che niuno poteva o entrare od uscire senza ch’ei lo vedesse. Guatava pertanto con ansietà le vesti e l’andamento di ciascun cavaliere che vedea spuntare dalla torre della _Galleria_ ed attraversar caracollando lo steccato coperto per venir nella corte. Mentre Wayland stava così di sentinella per iscoprire Tressiliano, che non gli riusciva mai di vedere, lo tirò per la manica un tal altro cui avrebbe in vece voluto tenersi nascosto. Era questi Dick Sludge, che simile allo spirito folletto di cui portava il nome ed in allor l’uniforme, pareva essere per mestiere all’orecchio di chi a lui meno pensava. Benchè molesto oltre modo ne fosse l’incontro al nostro maniscalco, pure giudicò prudente cosa dissimulare ogni mal umore, e fingendo anzi d’aver ciò a caro, così disse al nano: «Ah! sei tu, mio diavoletto protettore, mio piccolo sorcio.» «Sì: veramente il sorcio, rispose Dick, che rode ad una ad una le maglie della rete allorchè il lione che vi si lasciò accalappiare si va trasformando in giumento.» «Mio piccolo saltamartino, in questo dopo pranzo tu sei agro al par dell’aceto. Or dimmi come la passasti col gigante quando ti lasciai solo con lui; io temeva non ti spogliasse, e fatto di te un boccone, non t’inghiottisse come una castagna.» «Oh! replicò il nano, se così avesse operato, gli starebbe ora nel ventre più cervello di quanto ne fu mai nel suo capo. Ma il gigante è persona cortesissima, e conosce la gratitudine al di là _di molt’altri_, che ho soccorsi in momenti cattivi per loro, _sig. Wayland_.» «Diavolo! Flibbertigibbet, rispose Wayland, tu tagli più acuto che non farebbe una lama di Sheffield. Nondimeno sarei curioso assai di sapere di quale incanto ti valesti per mettere la musoliera a quel vecchio orso.» «Molto bene! replicò Dick. Vedo il vostro stile. Volermi trappolare con belle parole. Sappiate dunque che il buon portinaio, allorchè giugnemmo in questo luogo, avea scompigliata la testa per non potere imparare una poesia composta, è vero, per lui, ma che a quanto pare è al di sopra della sua intelligenza, inferiore assai al suo corpo. Ora essendo questo eloquente componimento, siccome molt’altri, opera del mio dotto maestro sig. Erasmo Holyday, l’ho inteso ripetere tante volte che me lo ricordo sino all’ultima parola. Appena accortomi pertanto, che la memoria del mio Golia lo serviva male nel tenere il filo delle idee, gli ho suggerito quella parola che lo mettea di mal animo. Fu allora che presomi fra le sue braccia, mi sollevò, fattosi tutto gaudioso, al livello del proprio orecchio. Sappiate ancora che per allettarlo a concedervi l’ingresso, gli promisi nascondermi entro il suo mantello d’orso, e starmegli in aiuto della memoria quando sarà l’istante di recitare il complimento. Or che mi son ristorato prendendo un po’ di cibo, torno a trovarlo.» «Ottimamente! ottimamente! mio caro Dick, risoggiunse Wayland. Spicciati per amor del Cielo, poichè quel povero gigante sarà in grave angustia per la lontananza del suo piccolo suggeritore. Addio. Conservati, mio caro Dick.» «Oh sì! _Conservati, mio caro Dick_, rispose quel folletto. È forse in tal guisa che si ringraziano le persone dopo avere ottenuto da esse quanto volevasi? Tu non sei dunque nell’intenzione di contarmi la storia di quella signora ch’è tua sorella quanto il son io?» «Che ti gioverebbe quand’anche la sapessi, maligno diavoletto?» gli disse Wayland. «Potevi risparmiare questa interrogazione. Ma così sia! E dunque non cercherò più i fatti tuoi. Però! tienti a memoria, che incapace io di tradire un segreto affidatomi, m’adopero con tutta l’anima a sventare i divisamenti di cui si pretende farmi un mistero. Ti auguro la buona sera.» «Non correre via sì tosto, (soggiunse prestamente Wayland, che conosceva a prova per paventarla l’operosa solerzia di Flibbertigibbet). Non correre via sì tosto, mio caro Dick. È egli ben fatto separarsi così acerbamente dai suoi vecchi amici? Saprai un giorno tutto quello che so presentemente io di questa signora.» «Oh! e questo _un giorno_ verrà forse presto, replicò Dick. Sta bene, Wayland; torno dal mio gigante, che se non ha mente acuta al par di tanti altri, conosce meglio, come ti dissi, il valore de’ servigi che gli si prestano. Nuovamente; ti auguro la buona sera.» Detto il che, fece uno scambietto e usando della sua solita agilità in un istante scomparve. «Dio volesse ch’io fossi a quest’ora fuor del castello! meditò fra se stesso Wayland. Se questo malizioso nano mette le mani nella pietanza, diverrà degna di Satanasso medesimo. Quanto mi cruccia il non vedere il sig. Tressiliano!» Ma Tressiliano, che Wayland bramava con tale ansietà, era entrato nel castello per parte opposta a quella in cui l’altro si ritrovava. Uscitone la stessa mattina per accompagnare i due Conti, che è quanto per appunto si era immaginato Wayland, egli sperò saper ivi qualche notizia del suo messo. Deluso poi in tale speranza, e sembrandogli che Varney, il quale era nel corteggio di Leicester, volesse accostarsi a lui per parlargli, giudicò cosa prudente l’evitare sì fatto colloquio, ed uscì della sala di ricevimento in quel tempo che il seriffo della Contea arringava sua Maestà. Risalito indi a cavallo, e tenendo la strada men frequentata, entrò nel castello per una porta segreta, che facilmente gli venne aperta quando lui riconobbero per un ufiziale pertenente al corteggio del conte di Sussex. Tal fu il motivo, onde Wayland lo cercò inutilmente fra i cavalieri che tacito andava passando in rassegna. Dopo avere affidato al servo il proprio cavallo, Tressiliano si diportò qualche tempo nel _luogo di delizia_ e ne’ giardini, men tratto da desio di ammirare le bellezze della natura, e i capolavori dell’arte raccolti quivi dal Leicester, che voglioso di abbandonarsi senza incontrare divagamenti alla mestizia delle sue idee. La massima parte delle persone di maggior riguardo abbandonò quel palagio per accompagnare i due Conti; tutta la gente rimasta avea preso luogo, qual su i merli, qual su le mura esterne e le torri per vedere il grandioso spettacolo dell’ingresso della Regina. Perciò intantochè ogn’altro luogo del castello eccheggiava di romori festevoli, nel sol giardino regnavano allora la quiete e il silenzio; nè tal silenzio interrompevano che il susurro delle foglie, il canto degli augelli e il mormorio delle fontane. L’immaginazione malinconica di Tressiliano copriva d’un tetro velo tutti gli obbietti che lo circondavano. Laonde volgendo l’occhio ai disordinamenti della natura che arte maestosa avea parimente imitato in que’ giardini, li paragonava ai folti boschi e alle deserte paludi che circondano Lidcote-Hall. L’immagine di Amy Robsart, somigliante a fantasma gli compariva in tutti i dintorni di quel paese che la sua fantasia a mano a mano gli dipingea. Nulla avvi di più funesto alla felicità di coloro cui piacciono la solitudine e la meditazione, quanto l’aver nudrito di buona ora una passione sfortunata, che getta ne’ loro cuori sì profonde radici, onde questa diviene per essi il sogno di tutte le notti, il pensier continuo di tutti i giorni. Quella molestia cui sente l’animo, quelle ricordanze dalle quali veniam tratti a seguir l’ombra di quanto già perdè tutto lo spicco de’ suoi colori, quel continuo ritorno verso un sogno crudelmente interrotto, tal è il complesso di sentimenti in cui si sta la fralezza d’un cuor nobile e generoso. Era questa la fralezza cui soggiacea Tressiliano. Provò finalmente egli stesso la necessità di divagarsi; e uscì quindi del _luogo di delizia_ per unirsi alla folla giuliva che coronava le mura, e per veder con essa gli apparecchi della cerimonia. Ma appena il suo orecchio udì quello strepito, quei suoni, quelle grida di gioia che rintronavano d’ogni lato, sentì violentissima ripugnanza a collegarsi con persone i cui sentimenti sì mal s’accordavano con quelli del suo interno. Per lo che deliberò ritrarsi nella propria stanza, e rimaner ivi sintantochè la campana maggior del castello annunziasse l’arrivo d’Elisabetta. Attraversato pertanto il luogo che disgiugnea le cucine del salone, ascese al terzo piano della torre di _Merwyn_. Spignendo allora la porta del piccolo appartamento assegnatogli, fu sorpreso sulle prime di trovarla chiusa. Ma poscia si ricordò che il Ciamberlano nel somministrargliene la chiave, lo aveva avvertito come in quella generale confusione fosse d’uopo il tener ben custoditi gli appartamenti. Laonde pose la chiave nella serratura ed aperta la porta, qual ne fu la maraviglia in veggendo una donna, che gli presentava le sembianze di Amy Robsart! Sua prima idea divenne esser quello un seducente fantasma che l’esagitata immaginazione gli dipignea; ma rimase ben tosto convinto di vedere Amy, la stessa Amy, nella donna che gli stava innanzi, più pallida certamente che non si mostrò in que’ lieti giorni, allorchè univa all’avvenenza e alla freschezza d’una ninfa dei boschi la vivacità d’un _Silfo_[11]; ma ell’era sempre Amy, nè gli occhi di Tressiliano videro mai altra donna che potesse pareggiarla in bellezza. Non minore di quella provata da Tressiliano fu la maraviglia nella Contessa, ma non però sì durevole, perchè Wayland l’aveva avvertita come il Cornovagliese dovesse trovarsi nel castello. Si alzò ella da sedere appena il vide, e il pallore delle sue guance diede luogo ad un vivace rossore. «Tressiliano! diss’ella, che cercate voi qui?» «E voi stessa, Amy, qual motivo vi ci condusse? Venite forse in traccia d’un soccorso che non vi sarà negato giammai?» Si mantenne ella un istante in silenzio, poi rispose con voce che esprimeva duolo anzichè sdegno: «Tressiliano! io non imploro i soccorsi d’alcuno. Quelli che la vostra bontà potesse offerirmi mi sarebbero più pregiudizievoli che vantaggiosi: credetemi: è poco lontana di qui tal persona, che le leggi e l’amore costringono ad essermi proteggitrice.» «Questo sciagurato adunque si prestò a quella sola espiazione che rimaneva in sua facoltà il tributarvi, soggiunse Tressiliano, e or vedo alla mia presenza la sposa di Varney!» «La sposa di Varney! (rispos’ella con tutta l’enfasi del disprezzo). Con qual infame titolo osate dunque disonorar la...» e pronunziò più volte balbutendo l’articolo _la_. Poi chinò gli occhi mesti e confusi pensando alle conseguenze cui poteva commettersi col pronunciar le parole _contessa di Leicester_. Ella si sarebbe creduta di tradire un segreto da cui la fortuna dello sposo suo dipendea, e giudicò che svelarlo a Tressiliano diveniva la stessa cosa siccome svelarlo a Sussex, alla Regina, a tutta la Corte. «Non romperò mai, disse tra se medesima, il silenzio giurato a Dudley, dovessi anche per esso espormi ai sospetti i più disonorevoli.» Gli occhi suoi si gonfiarono di lagrime, e rimase muta alla presenza di Tressiliano, che dopo aver volto sovr’essa uno sguardo di dolore e di pietà, sclamò: «Oimè! Amy, i vostri occhi dismentiscono il vostro labbro. Voi parlate d’un protettore, che vuole, che può difendervi; ma queste lagrime mi annunziano assai che foste delusa, abbandonata dall’uomo abbietto cui concedeste gli affetti vostri.» Amy lanciò su di lui tali sguardi, dai quali trapelava in mezzo al pianto lo sdegno, e si contentò di ripetere con accento sprezzante di compassione sull’errore in cui stavasi Tressiliano: _L’uomo abbietto!_ «Sì, l’uomo abbietto! ripetè questi, nè dissi abbastanza. Ma ond’è dunque che vi trovate sola nel mio appartamento? Perchè tutte le cose non vennero preparate per accogliervi onorevolmente?» «Nel vostro appartamento! sclamò Amy. Dunque, vi libero tosto dalla mia presenza.» E in ciò dire cors’ella verso la porta; ma ricordando lo stato derelitto cui si vedea abbandonata, s’arrestò sulla soglia un istante, e aggiunse con tuono doglioso e commovente oltre modo: «Oh Dio! mi era dimenticata che non so a qual parte volgermi.» «Lo vedo, sì, lo vedo (soggiunse Tressiliano, sollecito di correre a lei e di avvicinarla ad un sedile, ove si lasciò ella cadere) voi abbisognate di soccorso; sì: abbisognate di un protettore comunque il confessarmelo vi spaventi; ma no: non rimarrete senza difesa, e vi affiderete al mio braccio. Io, io rappresenterò il vostro degno e sfortunato genitore, e ci trasporteremo uniti alla soglia di questo castello. Voi vi presenterete ad Elisabetta, e il primo atto di questa Sovrana in Kenilworth sarà un atto di giustizia in verso il proprio sesso e in verso i suoi sudditi. Affortificato dalla bontà della mia causa e dalla giustizia della Regina, non mi ratterrà la possanza del suo favorito. Vado in traccia di Sussex sull’istante.» «Arrestatevi in nome del Cielo! (sclamò spaventata la Contessa, per cui il guadagnar tempo era necessità). Tressiliano, voi siete generoso. Concedetemi una grazia... Credete a me, se gli è vero che vogliate salvarmi dal massimo de’ mali e dalla disperazione, soltanto, concedendomi ciò che vi chiedo, mi gioverete più di quanto saprebbe giovarmi tutto il potere d’Elisabetta.» «Fatemi qualunque inchiesta di cui possiate spiegare il motivo, disse Tressiliano, ma non pretendete da me...» «Ah! per pietà! ristatevi dal metter patti, mio caro Edmondo, sclamò la Contessa. Vi piacque altra volta udirvi chiamar con tal nome. Non v’è che stranezza nello stato in cui mi vedete, ed ora la sola stranezza può somministrare util consiglio.» «Favellando in tal guisa (soggiunse Tressiliano, cui lo stupore facea dimenticare l’affanno e la risoluzione in che erasi tratto) voi mi date a credere di essere incapace di pensare e di operare da voi medesima.» «Oh no! (diss’ella, piegando un ginocchio dinanzi a lui), no; non sono io già un’insensata, ma bensì la più misera fra le donne, che si è veduta trascinar nel precipizio da un collegamento straordinario di circostanze e fin dal braccio di chi pensa sottrarmene... sì, dal vostro braccio medesimo, o Tressiliano... da voi ch’io onorava, ch’io stimava, e ch’io amava ancora, posso dirlo, benchè non dell’amore che avreste desiderato.» Erano in quella voce, in que’ gesti una tale asseveranza, un’appellazione sì commovente alla generosità di Tressiliano, ch’ei ne fu scosso nel più profondo dell’animo. Dopo averla rialzata, volle con voce interrotta confortarla a rassicurarsi. «Non posso, ella rispose, non mi terrò mai sicura se non mi concedete la grazia che vi chiedo. Ascoltatemi. Io vi parlerò con quella chiarezza che or mi è lecito adoperare. Aspetto qui gli ordini di tale ch’è in diritto di darmene... La mediazione d’uno straniero... e di voi soprattutto, o Tressiliano, mi perderebbe... e mi perderebbe senza speranza di scampo. Aspettate soltanto ventiquattr’ore, e forse la sfortunata Amy avrà modo di provarvi, ch’ella apprezza, che forse può ricompensare il vostro disinteresse, la vostra amicizia; ch’ella stessa è felice, ed in istato di rendere tale voi pure, premiando questa sofferenza che vi chiedo per sì breve tempo.» Tressiliano sull’istante non rispose veruna cosa, e si diede a ricapitolare per congettura nella sua mente le diverse contingenze, che potessero far divenire la sua mediazione pregiudizievole, anzichè utile alla fama ed alla fortuna d’Amy. Considerò indi esser ella entro le mura di Kenilworth, non potere ragionevolmente paventare alcuna sorte d’insulto in un ricinto onorato dalla presenza della Sovrana, ed abitato allora da tante persone ragguardevoli, e da tante guardie difeso, poter convertirsi in mal uficio il volere a malgrado della stessa Amy implorare per lei l’assistenza di Elisabetta. Dopo aver fatto queste considerazioni acconsentì a quanto ella gli chiese con una restrizione, mossa dal dubbio che l’unica speranza di Amy si stesse in un cieco affetto per Varney, supposto da Tressiliano il seduttore. «Amy (le disse fisando in essa gli sguardi con quella tristezza che annunziava ad un tempo la perplessità del suo animo); ho spesse volte osservato che dai capricci anche i più fantastici della vostra fanciullezza, non si disgiugnevano buon cuore e retto sentire. Mosso da questa sola considerazione vi lascio padrona del vostro destino per ventiquattro ore, e vi fo promessa in tale durata di non frammettermi, nè con atti nè con parole, nelle cose che vi riguardano.» «Voi me lo promettete, o Tressiliano? la Contessa soggiunse. E crederò io che abbiate assai fiducia in me per tenermi tale promessa? Ah! porgetemene la vostra fede di gentiluomo e d’uomo d’onore. Promettetemi fermamente di non prender parte negli affari che si riferiscono a me, qualunque cosa voi possiate vedere od udire, o comunque le apparenze vi traessero a credere me abbisognante dell’opera vostra. Vi fiderete in Amy fino a tal segno?» «Ve lo prometto sull’onor mio, rispose Tressiliano, ma trascorso questo indugio...» «Trascorso questo indugio, sì lo interruppe, sarete libero di operare quanto giudicherete più all’uopo.» «Avvi altra cosa, o Amy, ch’io possa fare per voi?» «Null’altro che lasciarmi, ed anche... arrossisco di vedermi ridotta a tal seconda inchiesta, ed anche cedermi per ventiquattr’ore l’uso del vostro appartamento.» «Non so riavermi dallo stupore. Quale speranza, quale vantaggiosa prospettiva potete scorgere in un castello, ove neanco è arbitrio in voi d’una stanza?» «Oh! vi chiedo tal grazia, lasciatemi.» E quando ella vide che Tressiliano si allontanava lentamente e a ritroso, soggiunse: «Generoso Edmondo! verrà giorno che Amy ti proverà com’ella non fosse immeritevole del nobile affetto che in lei collocasti.» CAPITOLO XI. »A qual pro tema cotanta? »Non mi far l’anima santa; »Nè ti prenda già paura, »Ch’io denunzi tal freddura. »Il mio stil questo non è; »E ’l mestier che Dio mercè »Abbracciai di vagabondo »Quel vorrei di tutto il mondo. _Pandemonio._ Tressiliano, il cui animo era in preda a violentissima agitazione, non avea appena fatti i due o tre primi gradini della scala di quella torre, allorchè con grande sua maraviglia si scontrò in Michele Lambourne. Costui, servo degno veramente di Varney, portava scolpita sul fronte tale impudenza, che rendea Tressiliano proclive quanto mai a fargli misurar la scala d’un salto, ma gli si presentarono alla mente i danni che il menomo atto di violenza, usato in tal momento e in tal luogo, avrebbe potuto partorire ad Amy, meta unica delle sue sollecitudini. Pago quindi d’aver lanciato alla sfuggita sopra costui una di quelle occhiate che s’addicono ad enti indegni d’ogni considerazione, continuava a discendere come se non lo avesse ravvisato. Ma il Lambourne che in cotal giorno di profusione non si stette dall’inaffiarsi con copiosa dose di vino dell’Isole, benchè la sua ragione non fosse ancora affatto alterata, avea tutt’altra vaghezza che d’abbassar gli occhi dinanzi a nessuno. Laonde fermò senza cerimonie in mezzo alla scala il gentiluomo di Cornovaglia, e indirigendosi a lui con modi convenevoli a coloro che vivono nella più intrinseca famigliarità: «Ebbene! diss’egli, Tressiliano, spero non vi sia più alcun rancore fra noi. Di fatto io son uomo più proclive a dimenticare le querele recenti che non gli antichi servigi. Oh! ti potrò convincere che le mie intenzioni per riguardo vostro erano buone ed oneste.» «Non mi garba molto la vostra intrinsichezza, Tressiliano gli rispose, serbatela ai vostri simili.» «Ma guardate come va subito in collera! risoggiunse Lambourne. Questi signori che si stimano creati d’un’argilla più nobile, guardano dall’alto al basso il povero Michele Lambourne. Chi non direbbe essere il sig. Tressiliano uno fra i più timidi, fra i più modesti degli spasimanti che amoreggiarono ne’ primi tempi della cavalleria? Perchè volere fare il santo dinanzi a noi, sig. Tressiliano? O dimenticate ora, che a grande scandalo del castello di sua Signoria avete rinchiuso nella vostra stanza quanto può compensarvi? Ah! Ah! ho colpito, cred’io nel segno, sig. Tressiliano!» «Non vi comprendo (rispose l’altro, il quale da tai detti concluse, che il ribaldo s’era accorto della presenza d’Amy): se però, soggiunse, voi siete incaricato del servigio delle stanze, e fosse la vostra mancia che ora desiderate, tenete, a condizione però di non mettere piede nel mio appartamento.» Il Lambourne considerò la moneta d’oro, e ponendola nella scarsella disse: «Ora non so più nulla. Ma avreste fatto meglio i vostri affari usando meco dolci parole, che non con questa moneta. Nonostante è sempre un pagar bene il pagare in oro. Michele Lambourne non fu mai un disturbatore, nè un guastafeste: gli è giusto che ognuno viva; tal è la mia massima. Solamente mal comporto queste persone, che mi passano da vicino con quel disdegno come s’eglino fossero d’oro ed io di piombo. Se custodisco il vostro segreto, sig. Tressiliano, voi mi tratterete d’ora in poi più umanamente, non è vero? E se mai avessi d’uopo io pure di scusa per sì fatte fralezze, mi fondo sulla vostra indulgenza. Voi vedete che vi cadono gli uomini ancora i più saggi! Del rimanente, che quella camera sia il caso vostro, e della picciola capinera che vi collocaste, non son questi i pensieri di Michele Lambourne.» «Fatevi in là, ch’io passi (disse Tressiliano, omai divenuto incapace di raffrenare la collera), già vi diedi la mancia.» «Corbezzoli! (disse ritraendosi il Lambourne, benchè a ritroso e borbottando fra i denti le parole pronunziate da Tressiliano: _Fatevi in là! vi diedi la mancia_)! Non importa. Se non mi fo un guastafeste, come vi dissi, non sono nemmeno un cane alla mangiatoia. Intendete?» Costui cresceva il tuono della voce a mano a mano che l’altro, il quale pur lo tenea in un certo rispetto, continuando a discendere, veniva meno in grado di udirne i detti. «Non sono un cane alla mangiatoia, e neanco uno che somministra i carboni. Intendete, sig. Tressiliano?» Tressiliano era già fuor del caso di udirlo quando il furfante così continuava: «Conviene però che veda anch’io alla sfuggita questa giovinetta, che voi leggiadramente vi procacciaste nella vostra stanza. Ah! forse temete gli spiriti, ed è per questo che non volete dormir solo! Vedete un poco! S’io mi fossi dato un tal passatempo si sarebbe sclamato: Scacciate subito questo ribaldo, strigliatelo con un buon nerbo di bue, fatelo balzar dalla scala a guisa di trottola. Oh! questi virtuosi gentiluomini si arrogano di grandi privilegi sopra di noi miserabili, schiavi de’ nostri sensi. Ottimamente! Ma almeno una sì felice scoperta mi dà in potere il sig. Tressiliano. Oh! sì, è ben cosa certa, come n’è un’altra ch’io voglio procurare di dare un’occhiata a questa nuova beltà.» CAPITOLO XII. »Io perigliai per te; cotal profitto »Di servigio fedel mi rendi? Addio. »_Tu ver Gerusalemme, io ver l’Egitto_. _Imitazione d’alcuni versi del Falconer._ Tressiliano camminando avanti e indietro per la corte del castello meditava sullo strano avvenimento di questa comparsa di Amy e del colloquio avuto seco lei; dubbioso ad un tempo se l’obbligare la propria promessa, e lasciare tutto un giorno in balia di se medesima quella giovinetta fosse stato buon consiglio per parte d’uomo rivestito, com’egli era, della paterna autorità. Ma in qual modo ricusar tale inchiesta ad Amy, ch’ei poteva anche credere legittimamente sottomessa all’autorità di Varney? «Se Varney, diceva egli, l’avesse riconosciuta per moglie, qual diritto sarebbe in me di toglierla al suo potere? Converrebbe neanco, ponendo la discordia fra entrambi, distruggere le sole speranze di domestica felicità, che possono rimanere a questa sventurata?» Tale riguardo si fu quello che fece risolvere Tressiliano a mantenere scrupolosamente la promessa fatta ad Amy. Che anzi, poichè a tal si era giunti, allegravasi di vedersi in circostanze più propizie onde soccorrere una donna infelice a lui sempre cara. Amy non era più rinchiusa in un ritiro solitario e lontano, sotto la guardia di persone sospette. Ella trovavasi nel castello di Kenilworth, in mezzo alla corte della Regina, difesa contra ogni sorte di violenza, e sempre in grado di mostrarsi ad Elisabetta; le quali cose tutte sembravano collegarsi a favore della figlia di sir Robsart. Intantochè Tressiliano stavasi così esitando, or fra i pericoli da temersi, or fra i vantaggi da sperarsi per la giovane, giunta in sì strano modo a Kenilworth, gli si accostò Wayland, che esclamò in veggendolo: «Lode al Cielo! pur trovo la Signoria vostra,» e gli disse all’orecchio, che la giovane era fuggita da Cumnor. «Ed è ora in questo castello, soggiunse Tressiliano: lo so, l’ho veduta. Fu per proprio volere di lei che venne condotta nel mio appartamento?» «No, rispose Wayland, ma abbracciai il primo espediente che mi s’offerse per metterla al sicuro e si fa per me un nuovo contento il sapere che alloggiate voi in quella stanza. Piacevole situazione per vero dire! Da un canto il refettorio e dall’altro la cucina!» «Taci, che questo non è momento di scherzi,» risoggiunse mestamente Tressiliano. «Non lo so che troppo, prese a dire il maniscalco; ho passati tre giorni che non mi sarebbero stati più amari col capestro al collo. Questa povera Signora non ha la mente a segno sicuramente; nè è, credetelo, per accettare le nostre offerte. Mi ha proibito parlarle di voi, ed è risoluta a commettersi fra le mani di Leicester. Del certo, se nel punto che entrò nella vostra stanza l’avesse ella conosciuta per tale, mi sarebbe stato impossibile indurla a profittarne.» «Qual è dunque il suo divisamento? ripigliò Tressiliano. Pensa ella forse, che il conte di Leicester per favorirla, vorrà far uso del proprio potere sopra un infame vassallo?» «È ciò che non saprei accertarvi. Quanto v’ha di sicuro è, che accordandosi ella con Leicester o con Varney, il lato per noi più sicuro di Kenilworth sarà quello, d’onde potremo più facilmente metterci al largo. Se debbo dirvela, io non fo conto di fermarmivi un istante, tostochè avrò consegnata al Leicester la lettera della Signora. Prima di portargliela, io non aspettava che i vostri ordini. Ecco, vedetela... ma no. Oh! venga il malanno a questa lettera! L’avrò dimenticata in quel fenile, o per dir meglio canile, che è divenuto la mia stanza da letto.» «Per la morte! gridò Tressiliano perdendo in un subito la pazienza. Piaccia a Dio che tu non abbia smarrita quella lettera da cui dipende un avvenimento più importante che non mille vite pari alla tua!» «Smarrita! rispose prontamente Wayland. Vostra Signoria scherza; l’ho rinchiusa con tutta diligenza entro il sacchetto delle mie robe da notte. L’avrete a momenti.» «Corri tosto, e con fedeltà recala a me. N’avrai ricompensa. Ma se si avverasse quanto ho temuto, se più non fosse in tua mano, guai, guai a te! ti farei portar invidia ad un cane ammazzato.» Wayland partì colla gioia e la sicurezza sul fronte, ma tremante in fondo dell’animo suo. La lettera era smarrita, e nulla eravi di più sicuro, ad onta della scusa che il maniscalco allegò per calmare la furibonda inquietezza di Tressiliano. La lettera era smarrita, ed era tal lettera che se cadeva in cattive mani, facea noto tutto un maneggio, di cui Wayland era complice. Nè comunque andasser le cose, vedeva egli alcuna speranza, che tal maneggio non si scoprisse. Or lo traevano ancora a molesti pensieri gli atti d’impazienza di Tressiliano. «Ecco la bella moneta onde vengo pagato per prestar servigi, in cui va la mia testa di mezzo. Gli è ora che pensi a me stesso. Io qui non fo altro, se non m’inganno, che rendermi colpevole verso il signore di questo magnifico castello, verso uno che può togliermi la vita con tanta facilità quanta ve n’è a spegnere una candela da sei denari. E tutto ciò mi guadagno a servire una donna impazzita, ed un malinconico amante, altro matto, che per aver io perduto un cencio di carta piegata in quarto, mette mano alla spada e minaccia d’ammazzar tutto il mondo! Soprappiù, qui si trovano Varney e il dottore. La vita vale anche più dei denari. Ho risoluto. Vada al diavolo ogni compenso, e fo di gamba in quest’istante medesimo.» Egli è naturale che sì fatte considerazioni si presentassero all’animo di Wayland, ingolfatosi più avanti ch’ei nol credesse da prima in una sequela di maneggi misteriosi, inesplicabili, e tali che perfino i primari attori parea non sapessero qual fosse la loro parte. Nondimeno fa d’uopo rendergli giustizia. Queste personali considerazioni erano, fino ad un certo grado, contrabbilanciate nell’animo suo dalla passione, che l’idea di abbandonare quella infelice giovane gl’inspirava. «Non penso a Tressiliano più di quello che pensi ad una moneta di sei denari. Con lui non ho debiti. Condussi la sua errante donzella in questo castello. Studii egli a farle la sentinella. Ben mi rattiene la pietà dovuta ad un’infelice. Chi sa a quai disgrazie andrà soggetta in mezzo a questo chiasso, a questo tumulto. Sì: è necessario ch’io mi rechi nella sua stanza, ch’io le confessi d’aver perduto la lettera. Così almeno potrà allestirne un’altra, nè ella mancherà, spero, di messi, in una casa ove non è penuria di servi, che possono ben portare una lettera al loro padrone. Indi le dirò che vado via, raccomandandola alla bontà del Cielo, alla sua propria saviezza, alle cure e alle previdenze del sig. Tressiliano. Forse le verrà in mente l’anello che mi aveva offerto. Affè, che me lo sarei guadagnato! Infine! ella è un’amabile creatura. Dunque all’inferno l’anello! Non voglio avvilirmi per sì poca cosa. Se anche fossi vittima del mio buon cuore in questo mondo, sarò più felice nell’altro. Due parole alla Signora, indi gambe mie fate il resto.» Col piè leggiero e coll’occhio attento d’un gatto che guati la sua preda, Wayland s’avviò alla stanza della Contessa, trapassando e corti, e corritoi, studioso ad un tempo e d’osservar coloro che gli passavano da vicino, e di sottrarsi quanto il poteva agli altrui sguardi. Con tal tenor d’andamento si trovò al grande atrio situato fra la cucina e il salone, indi alla scaletta della torre _di Merwyn_. Già il nostro buon maniscalco si compiacea d’avere scansati tutti i pericoli, e preparavasi a salire, facendo due gradini per volta, quando s’accorse dell’ombra d’un uomo che dipigneasi sopra una porta socchiusa. Allora scese tosto sulla punta dei piedi tornandosene alla corte interna del castello, che trascorse in lungo ed in largo per un quarto d’ora all’incirca, sembratogli quattro volte più lungo dell’ordinario; poi rivenne alla torre colla speranza che finalmente quest’uomo a lui ignoto ne fosse partito. L’ombra di fatto era scomparsa, onde ascese qualche gradino di più, e mentre stava deliberando se fosse miglior partito il salire ancora o tornarsene addietro, s’aprì d’improvviso la porta, offerendo a’ suoi occhi rimasti attoniti Michele Lambourne che tantosto sclamò: «Chi diavolo sei tu? Che cosa vieni a cercare in quest’angolo del castello?» «Non son già io un cane, che ubbidisca al primo uomo che fischia, lo sapete voi?» rispose Wayland ostentando una sicurezza troppo smentita dal tuono tremebondo della sua voce. «Tu cerchi credo me, Lorenzo Staples.» Sì disse il Lambourne ad un omaccio mal costrutto, cogli occhi loschi e alto più di sei piedi, che comparve alla porta. Indi rivolto a Wayland, continuò: «Poichè ti piace tanto, amico mio, questa torre, posso dartene a conoscere le parti le più profonde, poste dodici grossi piedi sotto il letto del lago. Le troverai abitate da serpenti, rospi, lucertole e da altri leggiadri animali di simili famiglie, che ti faranno buona compagnia. Presto! rispondimi, chi sei? che vuoi tu in questo luogo?» «Se una volta si chiude sopra di me la porta d’una prigione, sono spedito,» ragionava in suo cuore Wayland. Laonde rispose con modi i più sommessi esser egli il povero bagattelliere che _suo Onore_ aveva incontrato il dì innanzi a Weatherly. «E qual giuoco di mano pretendi tu di fare in questa torre? La tua brigata, disse il Lambourne, è nell’edificio di Clinton.» «Vado a trovare una mia sorella, disse Wayland, che abita là in alto nella camera del sig. Tressiliano.» «Ah! ah! Ho capito adesso (sclamò sorridendo il Lambourne). Affè che questo sig. Tressiliano per essere un forestiere non si prende fastidi o riguardi, come se fosse in casa sua; e con molta leggiadria mette nelle proprie stanze le suppellettili che gli accomodano meglio. Ottimamente! Sarà un fattarello di più da ingrossare la vita del santo sig. Tressiliano; scommetto vi saranno persone alle quali ne andrà a sangue il racconto più che non a me una borsa d’oro. Ascoltami, furfante, sì disse volgendosi a Wayland, e intendimi bene. Non vogliamo che tu faccia stanare il lepre, perchè è nostra mente prenderlo al covo. Vattene di qui con quel tuo ceffo da imbroglione o ch’io ti fo saltare dalla finestra; e in verità sarei tentato a sperimentare se con qualcuna delle tue astuzie sei capace di preservar le tue ossa dagli effetti d’un capitombolo.» «La signoria vostra, come spero, non avrà un’anima sì crudele, ne sono certo, ripigliò Wayland. Conviene lasciar vivere la povera gente; anzi spero dalla bontà di vostra Signoria la permissione di parlare con mia sorella.» «Tua sorella, sì, dal lato d’Adamo, non è vero? Che s’ella lo fosse altrimenti, non ne saresti che più colpevole; ma sorella o non sorella, ti sventro come una volpe se tu ritorni a questa torre. Anzi or che ci penso, dalla parte di tutti i diavoli! sloggia subito dal castello. L’affare è più importante che nol sono tutte le tue gherminelle da barattiere.» «Sempre col rispetto dovuto alla Signoria vostra, rispose Wayland, è d’uopo ch’io faccia la parte d’Arione nello spettacolo da rappresentarsi questa sera sul lago.» «Per san Cristoforo! la farò io, disse il Lambourne. _Orione!_ È così che tu lo chiami? Sì: io rappresenterò _Orione_ col suo cinto, e le sue sette stelle, chè è più. Su via esci, mala semenza. Seguimi. E poi!.... a te, Lorenzo, metti fuori questo mascalzone!» Lorenzo prese per il collo il tremebondo bagattelliere, e Lambourne correndo affrettatamente dinanzi ad entrambi, si indirisse verso una segreta porta forata pel muro di ponente a poca distanza dalla torre, e fu quella medesima, per cui Tressiliano dianzi era entrato. Intantochè attraversavano lo spazio che disgiugne la ridetta porta di soccorso dalla torre _di Merwyn_, Wayland si lambiccava invano il cervello per iscoprire una via di giovare alla infelice giovane di Lidcote ch’ei continuava a compiangere ad onta dell’incalzante pericolo in cui si trovava egli stesso, ma appena posto fuor del castello, e udito ch’ebbe Lambourne, il quale con tremendo giuramento gli chiarì come una pronta morte e il ritorno in quel luogo sarebbero stati una stessa cosa per lui, alzò gli occhi e le mani al Cielo, quasi prendendolo in testimonio, che sino all’ultimo istante avea difesa la donna oppressa; volte indi le spalle alle superbe mura di Kenilworth, andò in traccia d’un ricovero più umile, ma più sicuro. Lorenzo e Lambourne, dopo averlo seguito cogli occhi per qualche tempo, rientrarono nel castello, e in tanto che camminavano, il primo disse al secondo. «Il Cielo mi benedica se indovino qual motivo aveste per discacciare questo povero disgraziato che dovea sostenere una parte nella festa già vicina ad incominciare, e tutto questo per una donna!» «Ah! Lorenzo, rispose Lambourne, tu pensi a Black Ioan Suggs di Plingdon, nè hai svestite ancora le umane fragilità! Ma fa coraggio, mio nobilissimo duca della Torre, investito dell’alto dominio di tutte le prigioni: per giudicare di questi affari non sei illuminato da maggior luce di quella che rischiara i tuoi feudi. Sappi adunque, mio molto reverendo signore dei _paesi bassi_ di Kenilworth, che il rispettabilissimo nostro padrone Riccardo Varney, sol per trovare un buco nel mantello di questo Tressiliano, ci regalerebbe quante piastre bastano per farci bere cinquanta notti di seguito, e ne darebbe ampio concedimento di licenziare l’intendente della casa, se ci venisse a sconcertare prima d’avere votato l’ultimo fiasco.» «Oh! quand’è così, non so darvi torto, soggiunse il gran carceriere di Kenilworth. Ma come farete voi, sig. Lambourne, a custodire il deposito, se vi allontanate di qui; perchè giusta quanto mi sembra, all’arrivo della Regina, voi dovete starvene presso al vostro padrone.» «Ah! ho fatto i miei conti sull’opera tua, mio vicerè. Sei tu che farai la guardia in mia assenza. Lascia entrar Tressiliano, s’ei lo desidera, ma non permettere a nessuno l’uscita. Se la giovane tentasse fuggire, cosa parimente fra le possibili, avrai cura di spaventarla colla tua grossa voce..... In fine poi, non è che la sorella d’un misero saltimbanco.» «Farò meglio, ripigliò Lorenzo. Chiuderò il catenaccio di ferro che sta alla seconda porta; in tal guisa o per amore o per forza non durerò molta fatica a guarentire questa donna.» «Allora poi Tressiliano non potrà più andarla a trovare (e qui Lambourne si fermò a pensare un momento). Ma non importa. È assai se nella stanza di lui verrà sorpresa la donna. Tu però confessami, vecchio barbagianni delle prigioni, che temi di passare svegliato la notte in questa torre _di Merwyn_.» «Io! perchè volete che ciò sia, signor Lambourne? Tal cosa non mi dà maggior fastidio del dar di volta a una chiave. Gli è vero che in questa torre si sono intese ed anche vedute strane maraviglie. E benchè non siate che da poco tempo in Kenilworth, è difficile non v’abbia parlato qualcuno delle visite che la nostra torre va ricevendo dallo spirito d’Arturo di Merwyn, di quel capo di Barbari, il quale caduto nelle mani del valente lord Mortimero, che comandava l’esercito sulle frontiere del paese di Galles, qui venne, a quanto dicesi, assassinato.» «Sì, ho inteso raccontare tal favola più d’una volta, e che il fantasma non istrepita mai tanto forte come allor quando si fanno bollire porri, o si fa frigger formaggio nella cucina. _Santo Diavolo_; non ti lasciar udire, Lorenzo!» «Tu però ti lasci udire, soggiunse quel guardiano, con tutta la saggezza che ti piacerebbe ostentare. Gli è un caso, credilo, da far fremere i più intrepidi, l’assassinio d’un prigioniere! Si consegni una stilettata ad un uomo sorpreso nell’angolo d’una strada, non è gran cosa per te: si meni un gran colpo di chiavi sulla testa d’un prigioniere ricalcitrante, dicendogli nel tempo stesso: _Sta buono_, io chiamo ciò mantenere il buon ordine delle prigioni. Ma sguainar a sangue freddo una sciabola, e piantarla, come fu fatto, nel corpo di quel trucidato signore di Galles, è tale eccesso da suscitare fantasmi capaci di rendere inabitevole per più secoli una prigione. E vedi fin dove io spingo la mia affezione verso i prigionieri! Povere creature! Quando ho avuto in consegna e scudieri e persone di riguardo, che s’erano spassati a far camminate proficue nelle strade maestre, o a dir male di sua Signoria il sig. conte di Leicester, ho preferito l’alloggiarli cinquanta piedi sotto terra al chiuderli in quell’alta camera ove fu commesso il misfatto. Sì, per s. Pietro _in Vinculis_ ch’io maraviglio come il mio nobile Signore, o il sig. Varney, acconsentano ad assegnar tale stanza agli ospiti del castello. E se il sig. Tressiliano ha potuto indurre qualcuno, e massimamente una bella giovinetta, a tenergli compagnia, dico che ha fatto assai bene.» «Ed io ti dico, rispose il Lambourne, andando su e giù per la stanza di Lorenzo, che sei un asino e nulla meglio. Va a mettere il catenaccio all’uscio della scala, e tralascia di pensar agli spiriti, o piuttosto portami vino. Mi sono alquanto riscaldato nel mettere quel cialtrone fuor della porta.» Mentre Michele andava ammorzando la sete col tracannare per più riprese, e senza ricorrere al bicchiere, un fiasco di Bordò, il nostro guardiano della torre, persuaso veramente dell’esistenza de’ fantasmi, cercava destramente di ricondurre il discorso sul fantasma d’Arturo di Merwyn, per giustificare la propria credulità. «Scorsero poche ore soltanto dacchè sei nel castello, e queste ancora impiegasti sì bene nell’avvinazzarti, che non ti fu possibile nè parlare, nè vedere, nè udire. Chè certo, faresti meno il gradasso, se avessi passata con noi una notte di plenilunio, tempo in cui il fantasma smania più forte, massimamente allorchè soffiando con violenza il vento di maestro, cominciano a cadere gocciole di pioggia, e s’odono a quando a quando colpi di tuono! Oh Gesù! Che fracasso, che tintinnio, quali urla, quai gemiti si odono allora nella torre di Merwyn. Quando siamo a questi spaventi, t’assicuro, che due boccali d’acquavite bastano appena, pei miei figli e per me.» «Ah! tu non sei che una bestia (rispose il Lambourne, cui le ultime beviture, aggiunte a tutte le precedenti, cominciavano ad alterare il cervello), non sai tu stesso quel che ti dica. Nessuno ha veduto questi spiriti, e chi ne parla meno dice minori sciocchezze. Chi crede una cosa, chi ne crede un’altra. Visioni tutte! fanfaluche! Io ho conosciuto persone d’ogni fatta, io vedi! mio caro Lorenzo, ed anche uomini di molto merito... ve n’è uno soprattutto... un gran signore, che non voglio qui nominare. Egli crede agli oracoli, alla luna, ai pianeti, e al loro corso. S’immagina perfino che questi non isfavillino se non se per lui. Ma quant’è sicura la parola d’un uom digiuno, o vera quella d’un imbriaco, io credo che le stelle risplendano unicamente per salvare dalle cadute ne’ fossi le buone creature della mia razza. Nondimeno questo tal signore dia pure buon pascolo alle sue fantasie, chè è ricco per poterne avere. Conosco un altro, uomo dottissimo, te ne fa fede Lambourne, che parla il greco, l’ebraico, come io il latino: Ebbene! Egli ha la debolezza delle simpatie e delle antipatie, e di voler cambiare il piombo in oro. Lasciamolo fare, e lasciamlo pagare di tale moneta i gonzi che di tal moneta sono contenti. Tu ancora ti metti nel novero di queste persone, tu altro grand’uomo, benchè nè nobile nè sapiente; ma sei alto sei piedi, e cieco quanto una talpa. Credi pure agli spiriti. Per altro abbiamo qui un altro grand’uomo, un grande piccol uomo, o piccolo grand’uomo, che tu lo voglia chiamare, mio caro Lorenzo; il suo nome incomincia per un V.» «E che cosa crede costui?» «Niente, mio caro Lorenzo, niente, assolutamente niente. Non adora nè Dio, nè il diavolo. Per me ho fede nel demonio, perchè credo debba esservene uno che possa portarsi sulle sue corna la mia anima »Quando stanca del mio frale »Gli darà l’estremo vale, versi di una famosa canzonetta; perchè non v’è antecedente che non abbia il suo conseguente, solea dire il dottor Brucham. Ma questo è greco per te, mio caro Lorenzo, e in fin de’ conti son cose affatto inutili da sapersi. Dammi dunque un altro fiasco.» «Corpo di bacco! Se voi continuate a bere così, Michele carissimo, vi troverete mal in ordine per far la parte d’_Orione_ o per accompagnare il padron vostro in una notte tanto solenne. A tutti i momenti, io m’immagino udire la grande campana della torre di _Mortimero_, nunzia dell’arrivo d’Elisabetta.» Intanto che Lorenzo faceva tali osservazioni, proseguiva in suo bere il Lambourne, che finalmente rimettendo sulla tavola il fiasco pressochè vôto, e mandando un lungo sospiro, disse con voce a metà spenta, e che sollevavasi a grado a grado mentr’ei parlava: «Non ti prendere fastidio di questo, o Lorenzo. Se m’imbriaco, Varney saprà richiamarmi alla ragione. E perciò non ti prendere fastidio. L’ubbriachezza farà a modo mio. Poi se devo andare sull’acqua come _Orione_, bisogna mi premunisca contro l’umidità. Tu t’immagini che non sarò capace di far da _Orione_! Io sfido anzi il più intrepido gracchiatore fra quanti si sono mai sfiatati per dodici soldi a farmi la critica. Avvi forse un sol uomo che non s’imbriachi in tal notte? rispondimi. È una prova di fedeltà l’imbriacarsi, e ti giuro che se mi scontro in chi dopo aver bevuto non sia allegro, rischia in mia fede di non essere mai più allegro nemmeno a digiuno. Non nomino persone, ma... gran virtù che ha una foglietta di vino per mandare al diavolo i mali umori, e per eccitare allegria. _Vivat_ per la regina Elisabetta, pel nobile Leicester, pel degnissimo sig. Varney e per Michele Lambourne, che potrebbe farseli girar tutt’e tre attorno a un dito.» Dopo dette quest’ultime parole, scese la scala, ed attraversò il cortile interno. Quel guardiano continuò per qualche tempo ad osservarlo, poi chiudendo lo sportello della torre, dicea fra se stesso: «Che bella cosa l’essere un favorito! Poco mancò un giorno ch’io non perdessi l’impiego sol perchè il sig. Varney sognò ch’io sapessi d’acquavite, e quel furfante non teme d’essere cacciato via su due piedi col presentarsegli innanzi gonfio di vino siccome un otre. Bisogna però fargli giustizia: egli è un furfante pieno d’abilità. Io non intendo mai la metà di quello che dice.» CAPITOLO XIII. »Ella s’appressa a noi: l’annunzi il suono »Delle festanti squille; e tu soldato, »Corri, t’affretta ai merli: or non ministro »Di morte, il foco al cavo bronzo appresta; »E l’aura ripercossa e rotta a lei »Gl’impazienti nostri voti adduca. _La Regina Vergine._ Tragicom. Dopo che Wayland abbandonò Tressiliano, come dianzi il dicemmo, il secondo stavasi incerto su quanto si dovesse operare, allor quando vide venire a se Raleigh e Blount che si tenevan per braccio, e ad un tempo disputavano fortemente fra loro, giusta il costume. In quello stato d’animo in cui si trovava il giovane di Cornovaglia, egli sentivasi per vero dir poco vezzo della lor compagnia, ma oltrechè non vedea un modo convenevole ad evitarli, comprendea che obbligato qual erasi con promessa ad Amy di non vederla e di non avventurare per lei alcun tentativo, il miglior partito per esso lui diveniva quello di mettersi tra la folla, nè lasciar comparire, che il men possibile nella sua fronte le angosce e le incertezze, fra cui internamente agitavasi. Fatta dunque di necessità virtù, salutò i compagni: «Ebbene, come passaste il tempo, o signori? D’onde venite?» «Da Warwick, disse Blount. Siamo tornati per cambiar d’abito, come usano gli attori di certe compagnie comiche povere per moltiplicare sulla scena i lor personaggi. E voi, Tressiliano, perchè non faceste altrettanto?» «Blount ha ragione, soggiunse Raleigh. La Regina è tenerissima dell’etichetta, e reputa una violazione del rispetto dovutole il comparire innanzi a lei con un abito ove si veda la più piccola orma di polve o di fango. Ma guarda! mio caro Tressiliano, guarda, e fa se puoi di non ridere, il nostro Blount. Osserva come quel suo cane di sartore gli ha messo addosso un catafascio di turchino, di grigio, di rosso, di nastri color di carne, e compiscono l’opera quelle rosette gialle sulle sue scarpe!» «Che cosa pretenderesti di meglio? rispose Blount. Certamente non mi stetti dal raccomandare a quel mariuolo di fare una bella cosa, e di non guardare a spese; e credo poi anche che questo da te chiamato catafascio, non manchi di fare spicco. Per lo meno il mio abito è migliore del tuo, e ne fo giudice Tressiliano.» «E lo sia, disse Walter Raleigh. Per bacco! ne ho tutto il piacere. A te, Tressiliano, profferisci sentenza.» Tressiliano, instituito arbitro, cominciò ad esaminare le cose che divenivano materia di procedura, e indovinò d’un guardo, che il povero Blount prese sulla parola del sartore quell’abito carico di nastri, in mezzo ai quali sentivasi imbarazzato più d’un contadino quando mette il suo abito della domenica. Il vestito di Raleigh invece, elegante e ricco ad un tempo, gli si affacea sì vantaggiosamente, che chiamava ogni sguardo sopra di lui. Laonde Tressiliano pronunziò, più ricco essere il vestito di Blount, di miglior gusto l’altro di Raleigh. Blount si tenne contento di una tal decisione. «Lo sapea ben io che quel furfante di Doublettich non avrebbe avuta la poca accortezza di presentarmi una giubba liscia come quella di Raleigh. Gli avrei spaccato il cranio col suo stesso ferro da distendere. Poichè se dobbiamo essere pazzi, siamo almeno pazzi di prima sfera.» «Ma, e tu, Tressiliano, allora disse Raleigh, che aspetti tu per andarti a vestire?» «Un equivoco m’ha fatto rimanere fuori della mia stanza, rispose il gentiluomo di Cornovaglia, e mi priva qualche tempo del mio arredo. Anzi stava io per pregarti a darmi un poco di luogo nel tuo appartamento.» «E con tutto il piacere, soggiunse tosto Raleigh. La mia stanza è assai vasta, nè può negarsi, sua Signoria di Leicester ci tratta con ogni riguardo, e ne volle alloggiati da principi. Certamente, se anche è a ritroso tal sua compitezza, ei la porta sì lunge, che la ritrosia non si scorge. Laonde nell’atto stesso di farti padrone della mia stanza, ti consiglierei volgerti al ciamberlano del Conte; egli ti farà subito avere soddisfazione per l’altra stanza che t’hanno levata.» «Oh! la cosa non merita l’incomodo di pensarvi sopra, massimamente poichè condiscendi tu ad alloggiarmi. È egli poi ben sicuro che non darò disturbo a nessuno. A proposito! Avevate compagnia nel venir da Warwick?» «Grande, rispose Blount. Varney, e un’intera tribù di _Leicesteriani_, poi anche una ventina circa di fedeli amici del conte di Sussex. Noi dobbiamo, a quanto sembra, ricevere la Regina nella torre, che costoro chiamano della _Galleria_, e assistere a tutte le buffonerie che si preparano per farle festa; indi saremo noi gl’incaricati di farle corteggio nel trasferirsi al Salone, affinchè tutti quelli che l’avranno accompagnata sino al castello, abbiano il tempo di cambiare in più ricche vesti gli abiti loro da viaggio. Sto da re, se la Sovrana mi volge qualche parola. Dio mi castighi s’io so che risponderle.» «Qual cagione vi ha trattenuti sì lungo tempo a Warwick?» continuò ad interrogar Tressiliano, studioso di allontanare il discorso dalle cose che lo riguardavano. «Ci ha trattenuti... una infinità di stravaganze, rispose Blount, ma stravaganze tali, che non se ne vedono di sì fatte alla fiera di S. Bartolommeo: discorsi imparati a memoria, commedie, cani, orsi, uomini vestiti da simie, donne trasformate in fantocci, che so io? In verità maraviglio come la Regina abbia potuto reggere a tante goffaggini. Eh sì! coloro che ne erano i personaggi ricavavano a quando a quando clementi occhiate dalla Sovrana, e lessero nel volto di lei più d’un segno d’aggradimento. Convien dirlo: la vanità fa talvolta impazzire i più saggi; ma andiamo tutti alla torre _della Galleria_. Vieni, Tressiliano... non capisco per altro come ti trarrai d’imbarazzo con quell’abito pieno di polvere, e con que’ tuoi stivaloni.» «Starò sempre dietro a te, caro Blount. Così la nobiltà della tua presenza, e l’eleganza delle tue vesti copriranno quanto è di sconcio nel mio aggiustamento,» rispose Tressiliano, che s’accorse come tutte le idee del nostro Blount si fossero concentrate allora in una sola, intendo la pompa insolita de’ panni che aveva indosso. «E pensi che ciò accadrà veramente? rispose Blount. Ebbene! rassegniamci. Non puoi credere quanta sia la mia soddisfazione, perchè trovasti di buon gusto il mio abito. O non fare una pazzia, ma tratti a farla, si faccia almen grandemente!» Nel dir tai cose il Blount, ora s’aggiustava il cappello, or mettea studio a ben portare la gamba, pago di se stesso come se avesse preceduta la sua brigata di lancieri, talvolta mandava occhiate contente alle cremesine sue calze, e alle larghe rosette gialle che si spiegavano sulle sue scarpe. Mesto e pensieroso il seguia Tressiliano, senza por mente a Raleigh, il quale spassandosi sulla goffa vanità di Blount ne facea il testo di mille graziosi motteggi che susurrava all’orecchio dell’altro compagno. Di tal maniera attraversarono il ponte coperto, andati indi a porsi con altri gentiluomini innanzi alla porta esterna della _Galleria_, o torre d’ingresso. Il loro numero era di quaranta persone all’incirca, scelte fra i cavalieri di primo ordine, e schierati in doppia fila da ciascun lato della porta come una guardia d’onore. Armati soltanto delle loro spade questi gentiluomini, portavano abiti ricchi sin quanto l’immaginazione può concepirli; e poichè l’usanza d’allora volea grande sfoggio di magnificenza, non vedeansi che velluti, ricami d’oro e d’argento, nastri, perle, e preziose catenelle. I gravi pensieri che occupavano l’animo di Tressiliano non gl’impedirono d’avvedersi, come con quel suo abito da viaggio benchè elegante, facesse meschina comparsa in mezzo a cotanta pompa, e più il trassero in tale considerazione le maraviglie fatte da’ suoi amici, e gli sguardi schernitori de’ partigiani del Leicester. Non potevamo omettere simile circostanza, quand’anche taluno la riguardasse men consentanea al carattere grave che attribuimmo a Tressiliano. Ma però questa maggior cura che si dà all’esterno aggiustamento è una specie d’amor proprio, di cui neanche l’uomo il più saggio va immune, ed è sì connaturale alla specie umana, che non solamente la serba il soldato fin quando si cimenta ai rischi d’una morte quasi sicura, ma lo stesso colpevole che cammina al supplizio si studia di mostrarsi nel modo men disdicevole. Però si evitino le digressioni. Terminava il crepuscolo vespertino della giornata estiva de’ 9 luglio 1575, che tutti aspettavano ancora con grande ansietà l’arrivo della Regina. Ogni istante ingrossava la folla già da molte ore adunatasi. Un’abbondante distribuzione di reficiamenti e di bue arrostito, e le botti d’_ala_ congegnate con pertiche in diversi punti della strada, mantenevano nel popolo la gaiezza, e la sua affezione in ver la Regina e il favorito della Regina, affezione che sarebbesi del certo affievolita, se la molestia del digiuno si fosse aggiunta all’impazienza di un lungo aspettare. Così a quella turba non parve lungo un tempo trascorso fra popolari trastulli, e schiamazzi, e risa, e triviali scherzi, che gli uni agli altri mutuamente si indirigevano. Di tal genere era l’agitazion che vedeasi nello spianato vicino al castello, e principalmente presso la porta del parco, ove il popolo più numeroso assembrossi; allor quando vistosi d’improvviso brillar un razzo nell’atmosfera, si fece ad un tempo udire per tutta l’estensione della pianura il suono della campana maggiore del castello. Cessarono in quest’istante le grida, cui succedè il sordo mormorio dell’aspettazione, onde non altra cosa ascoltavasi, che un confuso ronzio di migliaia d’uomini che parlavano sotto voce, e per valermi d’una frase bizzarra, il bisbigliar lieve d’una moltitudine immensa. «Giungono adesso, non v’è dubbio, disse Raleigh. Tressiliano, questo suono ha un non so che di maestoso. Noi di qui l’ascoltiamo, siccome naviganti, che dopo un lungo viaggio, odono in lontananza il flutto che si rompe urtando in qualche incognita spiaggia.» «Secondo me, rispose il Blount, questo rumore ha molta simiglianza col muggito che fan le mie vacche nel ricinto di Wittens-Westlowe.» «Adesso, per Dio! sta pascolando, disse Raleigh a Tressiliano, e non gli passano per la mente che buoi e praterie. Di fatto ei non val meglio de’ suoi armenti cornuti, nè diventa uomo che quando gli si parla di sangue o di morte.» «Bada, soggiunse Tressiliano, ch’egli sull’istante non te ne dia prova, se non la finisci colle tue spiritose bizzarrie.» «Eh! non ci penso neanche, rispose Raleigh. Ma tu pure, mio Tressiliano, sei divenuto un barbagianni, lo sai! Tu non voli più che di notte tempo. Tu cambiasti i tuoi canti in lugubri lamentazioni, e la buona compagnia in un buco di muro.» «E tu! che specie d’animale sei tu, o Raleigh, che corri tanto nel giudicare i tuoi simili?» disse allor Tressiliano. «Io! io sono un’aquila che non mi abbasserò mai fino a terra, sintantochè vi sia un cielo verso cui indirigere il volo, finchè vi sarà un sole ove fisare il mio sguardo.» «Bella millanteria! per san Barnaba! entrò in campo il Blount. Ma, caro il mio signor _dall’aquila_, guardatevi dalla gabbia, e dall’uccellatore. Ho visto altri uccelli volar alto quanto il vorreste voi; poi gli ho visti dopo, molto leggiadramente impagliati far da spavento agli altri uccelli loro compagni. Ma zitti. Da che deriva questo improvviso silenzio?» «È il corteggio, disse Raleigh, che si ferma alla porta del parco, ove una sibilla, una di queste _fatidicae_, parla colla Regina e ne trae l’oroscopo. Ne ho veduti i versi che non hanno gran vezzo. Poi sua Maestà è stanca di poesie. Ella stessa in tempo che il cancelliere di Ford-Mell l’arringava, mi disse all’orecchio, che era _pertaesa barbarae loquelae_.» «La Regina parlargli all’orecchio! meditò subito il Blount. Come finirà mai questa faccenda?» Ma tali sue considerazioni vennero interrotte dai romorosi applausi della moltitudine, che da ogni eco venivano rimandati due miglia all’intorno. I gruppi situati a mano a mano ne’ luoghi d’onde passava Sua Maestà, mettevano plaudenti grida, che da un gruppo all’altro si comunicavano fino al castello, onde finalmente quelli ch’eran di dentro n’ebber gli annunzi, e quando la Regina aveva oltrepassato la porta del parco, e quando fu entrata in Kenilworth. Allora si fece udire la musica del castello, e il romor del cannone si mescolò a quel delle scariche degli archibusi. Pur questo fracasso di tamburi, di trombe e di spari di cannone discernevasi appena, tanto forti erano le acclamazioni ognor crescenti di tutta quella popolazione. Allorchè lo strepito cominciò a sminuire, si fece vedere alla porta del castello un vivacissimo splendore, che si distendeva ed ingrandiva col suo avvicinarsi. Tale splendore avanzavasi, tenendo il sentiero del viale che guidava alla torre della _Galleria_, e venendo per mezzo alle file della gente del Conte. Tantosto da entrambi i lati di quelle file medesime s’alzò un grido: la Regina! la Regina! silenzio! Di fatto giugnea Elisabetta, preceduta da dugento suoi cavalieri, che portavano torcie di legno resinoso, il cui chiarore, pari a quello del giorno, splendea su tutto il corteggio, in mezzo al quale stavasi la Regina vestita nella massima pompa, e raggiante tutta di gemme. Saliva ella un bianco destriero, unendo dignità e grazie in condurlo, talchè in quel portamento nobile e maestoso ben ravvisavasi l’augusta discendente di cento monarchi. Le dame d’onore che seguivano sua Maestà non trascurarono certamente nel loro ornarsi nessuna cosa di quante si voleano a sostenere il lustro di un sì brillante corteggio. Tutte queste costellazioni secondarie erano degne del glorioso astro che circondavano. La pompa, onde cresceano spicco all’avvenenza di loro forme, stavasi bensì ne’ limiti d’un ritegno che le facea riguardose di non parer gareggianti col maggior astro, ma tale sempre si mantenea, onde si scorgesse essere elleno il fiore d’un regno tanto rinomato pe’ suoi fasti e per la leggiadria delle sue abitatrici. La magnificenza dei cortigiani, non frenata da prudenziali considerazioni andava oltre ogni limite. Il Leicester, tutto splendente d’oro e di preziosi ricami, veniva a cavallo alla diritta della Regina, onore che gli si addicea e come ospite di lei, e come grande scudiere. Era il destriero uno de’ più famosi corridori di tutta l’Europa, ed un’insigne somma avea spesa il Conte per procacciarselo, e farsene merito in tale circostanza. Questo nobile animale mostrandosi impaziente del lento marciare di quel corteggio, ritondava con grazia il maestoso collo, e rodea in leggiadra guisa l’argenteo morso che lo frenava. Ne uscia dalla bocca la spuma, e cadea come fiocchi di neve in su le belle sue membra. Degno il cavaliere del proprio grado, e di salire sì nobil corsiero, non eravi alcuno in Inghilterra, nè forse in Europa, che gli potesse contender la palma o nell’arte di guidare un cavallo, o in tutt’altr’arte cavalleresca. Col capo scoperto, siccome ognuno di quel corteggio, il lume delle torce rischiarava e le prolungate anella della sua nera capigliatura, e quel dignitoso volto, ove il censore anche il più severo non avrebbe potuto notare altro difetto, che un’altezza di fronte, soverchia anzichè no. In questa sera tanto memorabile, dipigneasi nei suoi lineamenti la tenera sollecitudine di un suddito compreso d’alta gratitudine per l’onore compartitogli dal Monarca, ma che ad un tempo va orgoglioso d’esserne meritevole. Ciò nondimeno, comunque gli raggiasse la gioia sul viso, alcuni del suo seguito credettero accorgersi d’una pallidezza più che ordinaria in quel volto, e gli uni agli altri si manifestarono la tema, che le molte cure e fatiche cagionate a lui da un tal giorno non ne pregiudicassero la salute. Varney seguiva da vicino, siccome primo scudiere, il padrone portando un berrettone di velluto nero ornato d’un fibbiaglio di diamanti, e sormontato da bianco pennacchio. Egli tenea gli occhi costantemente fisi sul Conte, siccome colui che per motivi non ignoti al certo ai nostri leggitori, dovea fra tutti i numerosi servi del Leicester augurargli più ardentemente e forza e risoluzione nel sostenere i travagli di un giorno per lui sì penoso. Comunque il Varney appartenesse a quel picciolo numero di scellerati, che giunti a spegnere i rimorsi passano dall’ateismo a tale indifferenza, onde i loro animi si chiudono ad ogni nobile affetto, e si fanno simili ad agonizzanti assonnati dall’oppio, egli sapea nondimeno vivere fortissima nel cuore del suo padrone questa fiamma inestinguibile del sentimento morale, e che in mezzo anche a tante pompe e magnificenze lo martoriava il rimorso, verme roditore che mai non muore. Nondimeno l’astuto scudiere si confortava in pensando, che il Leicester era giunto a persuadersi di quanto gli avea egli detto sulla leggiera infermità cui soggiacea la Contessa, scusa validissima a dispensarla dal comparire innanzi alla Regina, e s’immaginò quindi che in tal momento ogn’altro affetto avrebbe ceduto all’ambizione, potentissima nello spirito del Conte, e che per ciò non si sarebbe egli mai tradito col lasciar trapelare sensi di debolezza. I cavalieri del corteggio della Regina erano quelli fra gli ospiti del viril sesso che maggiormente attraessero a sè gli sguardi d’ognuno. Appartenevano tai gentiluomini alla nobiltà la più illustre di que’ tempi, e lo sfarzo onde pompeggiavano toglieva ai circostanti ogni vaghezza d’osservar quelli che venivano dopo di loro. Era giunto il momento che quella insigne schiera facesse mostra di sè al gigante custode della porta. Ma questo grande baggeo stavasi in tanta agitazione, ed in oltre una brocca d’_ala_ ch’ei trangugiò credendo rinfrancar la memoria, produsse effetto sì contrario in quel povero suo cervello ch’ei poteva appena respirare standosi adagiato, nel suo sedile di pietra. La Regina, cred’io, sarebbe passata senza che ei si movesse da quella positura, se il suggeritore Flibbertigibbet, che stavasi dietro lui in vedetta, non gli avesse conficcata la punta d’uno spillone nelle sue larghe spalle. Costui mandò un grido, per vero dire fuor di concerto in quella parte che ei dovea sostenere, poi alzatosi incominciò a girare a destra e sinistra la sua mazza ferrata, e simile ad un cavallo che dopo avere ricevuto un colpo di frusta, precipita in sua carriera e aggiugne in un sol tratto la meta, così egli recitò d’un fiato la sua tirata coll’aiuto sempre del suggeritore. Ella era la seguente; e il leggitore comprenderà, senza fatica, che i primi versi di essa s’indirigevano alla folla, il rimanente ad Elisabetta, al cui avvicinarsi il gigante, quasi colpito da un’apparizione, abbandonava ogni insegna della propria carica, cedendo il luogo alla Dea della notte, e al corteggio della medesima. Che bordello! è qui l’inferno? O un guardian son’io di paglia? Che si vuol? Fuori, o canaglia, O le membra vi squinterno. Però adagio! il guardo mio Chi abbarbaglia oltre il costume? È una donna, o fora un nume? Addio, mazza, chiavi addio. Gran Reina, cui d’appresso Va il contento, io t’offro omaggio. Al mirarti chi ha coraggio Di contenderti l’ingresso? Elisabetta accolse con molta grazia l’omaggio di questo Ercole moderno, e avendogli fatto col capo tal cenno, che grata ne l’indicava, attraversò la torre datagli prima in guardia, da’ cui merli udivasi una musica guerresca. Tal musica ripetuta da altri sonatori collocati su diversi punti di que’ baloardi, e prolungata dai vari ripercotimenti dell’eco, dilatò cotanto quell’armonia che parea omai venisse da tutte le bande. Al suono di tal musica deliziosa la regina Elisabetta attraversò il ponte che tenea tutto lo spazio compreso fra la torre della _Galleria_, e l’altra di _Mortimero_. Innumerabili torcie poste alle impalizzate, spargevano un chiarore vivace siccome quello del giorno. La maggior parte di quei gentiluomini, scesi a terra, mandarono i loro cavalli al villaggio di Kenilworth, per seguire a piedi la Regina; come il faceano gli altri ch’erano stati scelti per riceverla nella galleria. In quel tempo Raleigh volse alcune parole a Tressiliano, come per più riprese avea fatto in fino allora, nè poco stupore destarono in lui le risposte vaghe ed insignificanti che ne ricevea. E tal circostanza, e quelle dell’appartamento abbandonato, e simile comparsa in abito da viaggio che non potea far di meno di non ferire gli occhi della Regina, e molt’altri sintomi osservati in Tressiliano, trassero Raleigh a dubitare che non fosse accaduto qualche istantaneo sconcerto nella mente di questo Cornovagliese. Giunta appena la Regina sul ponte, altro nuovo spettacolo le si offerse alla vista. Fin d’allora che i suoni musicali annunziarono per ogni dove la sua presenza, si vide movere una grande zattera, che rassembrava ad isola galleggiante illuminata da molte torcie, e cinta di macchine intese a rappresentare i cavalli marini, su de’ quali si posavano i Tritoni, le Nereidi, e le altre divinità de’ fiumi e del mare. Tale isola si avanzò lentamente fino alla vicinanza del ponte. Scorgevasi sovr’essa un’avvenente donna, vestita d’un mantello di seta azzurra, annodato alla persona da un cinto, che presentava misteriose cifre improntate, come il Filottero degl’Israeliti. Nuda le mani e i piedi, smaniglie d’oro ne ornavano le braccia e l’estremità della gamba. In mezzo a lunghe trecce di neri capelli stavale una corona di vischio finto, e portava in mano un bastone d’avorio guernito d’argento. La seguivano due ninfe vestite al pari di lei d’un abito antico e simbolico. Il tempo venne calcolato sì al giusto, che la signora dell’isola galleggiante era con entrambe le sue seguaci alla torre, quando vi giugnea Elisabetta. Allora questa abitatrice dell’acque con elegante parlamento si annunziò per la famosa donna del Lago, rinomata nelle storie del re Arturo, e celebre per avere protetta la giovinezza del formidabile Lancilotto, e per avere coi pregi di sua beltà trionfato della saggezza e degl’incanti del poderoso Merlino. Da quel tempo non avea giammai abbandonato i cristalli cui dominava, comunque illustri personaggi avessero a mano a mano tenuto il castello di Kenilworth. Nè i Sassoni, nè i Danesi, nè i Normanni, nè i Samolowi, non i Clinton, non i Monfort, non i Mortimeri, non i Plantageneti, benchè grandi ne fossero la magnificenza e la gloria, aveano potuto indurla ad uscir fuor dell’alghe del suo palagio. Ma appena un nome più di questi famoso risonò al suo orecchio, divenne ansiosa d’offerire omaggio d’obbedienza all’Inglese eroina, e d’invitarla a quelle feste, di cui sarebbero stati teatro il castello e i dintorni, il lago e le rive. La Regina che accolse gratamente tale salutazione, le rispose sorridendo: «Noi avevamo creduto fin qui che il lago facesse parte de’ nostri dominii, ma poichè una donna tanto celebre a sè lo richiama, ci sarà gradevole a miglior tempo di metterci in corrispondenza secolei onde regolare i comuni nostri interessi». Ottenuta ch’ebbe sì cortese risposta, la donna del Lago scomparve; e Arione che entrava fra le marine divinità si fece vedere sul suo delfino. Ma il Lambourne, che si era assunta questa parte dopo avere discacciato Wayland, intirizzito dal freddo in un elemento tutt’altro a lui che aggradevole, nè sapendo a memoria la propria parte, nè avendo, come il guardiano della torre della _Galleria_ un Flibbertigibbet che gliela suggerisse, si volse all’unico soccorso che l’impudenza fornivagli; e gettata da sè la maschera si diede a giurare ch’egli non era nè _Arione_, nè _Orione_ quale che dei due nomi si fosse il vero, ma bensì l’onesto Michele Lambourne, che dalla mattina alla sera non avea fatto che bere ad onore di sua Maestà, e condotto erasi a Kenilworth unicamente per aggiugnere le sue congratulazioni a quelle degli altri sopra un arrivo sì desiato. Tale buffoneria improvvisata ebbe più favorevole effetto d’un preparato discorso. La Regina ne rise di tutto cuore, e col suo usato giuramento affermò essere questa la migliore fra le arringhe da lei ascoltate in quel giorno. Il Lambourne accortosi che l’espediente cui si tenne avea incontrato fortuna, saltò subito a terra, dando un calcio alla sua marina cavalcatura e facendo voto di non intricarsi mai più co’ pesci, se ciò non era attorno d’una tavola ben imbandita. Intantochè la Regina entrava nel castello, fu tratto quel memorabile fuoco d’artifizio, nella cui descrizione si adoperò sì fortemente l’eloquenza del maestro Laneham, personaggio che dianzi demmo a conoscere ai leggitori. _Tali erano_, son questi i termini propri del donzello della camera del Consiglio, _il chiarore de’ razzi, lo spicco delle stelle splendenti, i lampi de’ fuochi artifiziali, lo strepito del cannone, che ne rimbombò il Cielo, commosse ne furono l’acque, e crollò la terra, e quanto a me comunque io sia uomo coraggioso, non mi presi mai tanta paura in mia vita_[12]. _Fine del terzo volume._ NOTE: [1] Personaggio di merciaio in una commedia del Shakespeare. [2] La Contessa fa qui un giuoco di parole, che necessariamente nella traduzione non può avere egual grazia come nell’origliale Inglese ove dipende dalla voce _to pare_, che corrisponde egualmente ad _avere riguardi_ e ad _usare sudicia economia_. [3] _Nugæ antiquæ_, Vol. I, pag. 355. [4] L’obbligo di fedel traduttore m’impedisce di dare e a questa parte di romanzo, e ad alcun’altre dello stesso genere che vengono dopo, quelle tinte che pur a mio avviso, non sarebbero state inopportune per indicare quel senso di molestia, da cui esser dee compreso gentil narratore, e da cui sarà stato, anche non assai fortemente esprimendolo, compreso l’autore di _Kenilworth_, comunque tratto dalla necessità della sua orditura, ed in parte da storica verità, a raccontare delitti or meditati, or eseguiti col riso sul labbro. [5] È superfluo l’avvertire, che tai cose sono poste sul labbro d’un ipocrita scellerato; è noto per altra parte che l’autore del romanzo è protestante. [6] Ci riportiamo sempre alla nota precedente. [7] Ospitale dei pazzi a Londra. [8] Eroina d’un racconto del Chaucer, rimodernato da Pope. [9] Giova qui il far presente, che in Inghilterra il pudor delle frasi fra le persone educate, principalmente se appartengono al gentil sesso, è spinto sì oltre, che sovente nelle buone società conviene adoperar molto studio per trovarne di adatte a far intendere cose che sol di lontano risveglino le idee di quanto le leggi della modestia vogliono espresso velatamente. [10] Vedi notizie istoriche di Kenilworth, Tom. I. Pag. 7. [11] Nome che i Cabalisti danno ai pretesi genii elementari dell’aria. [12] Vedi il racconto lasciatone dal Laneham sul soggiorno ch’Elisabetta d’Inghilterra ebbe a Kenilworth nell’anno 1575, storia dilettevole scritta dal più stolido fra tutti gli autori. Rarissimo ne è l’originale, quantunque se ne sieno fatte due edizioni. Nota del Trascrittore Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. *** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK 79031 ***