ROMA
nella cultura moderna
Discorso tenuto in Campidoglio da
GUGLIELMO FERRERO
il 21 aprile 1910, commemorando il Municipio il Natale di Roma.
MILANO
Fratelli Treves, Editori
1910.
Proprietà letteraria.
I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l’Olanda.
Copyright by Fratelli Treves, 1910.
Milano. — Tip. Treves.
[1]
Salendo oggi, per il cortese invito del primo Magistrato della Città, questo sacro colle, a parlare di Roma nella coltura moderna, io mi sento come chi ritorna, festosamente accolto da una folla amica, da un lungo viaggio e lontano, al luogo donde molti anni innanzi prese le mosse, solo o quasi. Quante memorie risalgono con volo leggero, in questo momento, dagli anni ormai già lontani, in cui mi risolvei definitivamente [2] a rischiare le fortune tutte della mia esistenza nell’impresa di scrivere una nuova storia di Roma! ma nessuna forse più dolce che la memoria delle ansie, delle incertezze, dei dubbi, che al momento di partire si affollarono sulla strada per trattenermi. “Perchè scrivere una nuova storia di Roma? Era da presumere che queste moderne età, le quali si precipitano nel futuro con tanta furia, troverebbero il tempo di volgere il capo, anche per un momento, a mezzo della corsa sfrenata, per rimirare un passato così lontano? e poi, era giunto davvero il tempo di scriverla, questa nuova storia di Roma? Non era forse la storia entrata nella [3] sua fase scientifica; e non era quindi tenuta a preparare le nuove sintesi con lunga e minuta analisi?„
Io vi confesso che, quando presi le mosse, non ero in grado di risolvere con precisione e sicurezza questi dubbi; il che sarebbe grave, se davvero la storia fosse una pura scienza, come alcuni pretendono, con metodi rigorosamente controllabili e obbligatori. Per fortuna la storia è, o almeno può essere, qualche cosa di più che una scienza: un’arte capace di agire in modi diversi sugli spiriti degli uomini, sulle loro tendenze e disposizioni; una forma di azione, quindi; e l’azione, quando abbia in sè una ragione, ne acquista [4] sempre coscienza, effettuandosi. Solo operando l’uomo spesso intende a pieno la ragione del proprio operare. Così accadde a me di trovare la risposta a quelle tormentose domande lungo le strade del mondo; e nessun modo migliore potrebbe esserci, almeno per me, di festeggiare questa specie di simbolico ritorno a Roma dal viaggio intrapreso per celebrare la gloria di Roma, che di portare a voi dal mondo in tanti sensi percorso questa risposta, la quale involge in sè uno dei più disputati problemi della coltura moderna. No: la storia di Roma è inesauribile; e non sarà mai abbastanza riscritta, specialmente dai popoli che di Roma [5] sono figli e dall’Italia che ne è la figlia primogenita, perchè è una storia privilegiata, e perchè noi siamo tutti interessati a non lasciarne prescrivere il privilegio; ed è storia privilegiata perchè è completa e sintetica; perchè chi con uno sguardo abbraccia i secoli che vanno dal principio delle guerre puniche sino al definitivo distacco dell’Oriente e dell’Occidente, può osservare, come disteso sopra l’immenso panorama di due grandiose dissoluzioni sociali e di una grandiosa ricomposizione, che si intermette tra quelle, quasi direi la trama della storia universale.
Come infatti incomincia la grande storia di Roma? Non dal caos, come [6] la biblica storia del mondo, ma dall’ordine: nella pace interna, cioè, nella disciplina politica, nell’equilibrato assetto delle fortune pur nell’universale povertà campagnuola, mantenuti in Italia, tra le plebi rurali, le classi medie, gli avanzi delle nobiltà locali e nelle singole città ancor memori delle origini proprie, con le leggi, con la religione, con la munificenza, con il prestigio semi divino delle vittorie e la reputazione di sapienza, dalla piccola aristocrazia ereditaria ma non esclusiva di Roma, che ormai domina la penisola: aristocrazia puritana e devota, avara e rude, sollecita solo di avere nelle mani gli strumenti più solidi della [7] dominazione: la proprietà fondiaria, il diritto, la diplomazia, la religione, lo stato e la milizia; indifferente o diffidente di ogni altra cosa, della filosofia come dell’arte, della cultura greca come dei culti asiatici, del lusso come del piacere; resoluta a chiudersi, con tutte le genti italiche ancor grossamente latinizzate che la venerano come un Olimpo di Semidei, nella religione antica, nelle tradizioni avite, entro i confini dell’Italia conquistata con così aspra tenzone; e in quelli a disperatamente resistere al destino che la sforza, riluttante, all’impero del mondo. Ma invano: poichè a cominciare dalla seconda guerra punica l’equilibrato [8] assetto dell’antica società si altera, sotto l’azione di due tra le più formidabili forze rivoluzionarie che in ogni tempo mutarono la faccia del mondo: i nuovi bisogni e le nuove idee. Ampliato l’impero di là dal mare, cresciute le ricchezze, moltiplicati i contatti con la raffinata civiltà dell’Oriente ellenizzato, le nuove generazioni crescono in tutti gli ordini sociali avide di facili lucri, invogliate di un più largo e piacevole vivere, desiderose di maggior cultura, più indocili. Molte antiche fortune spariscono nella corrente della nuova prodigalità e molte nuove fortune ne emergono; l’aristocrazia o impoverisce o si deprava, o si isola nel [9] disgustato rimpianto del buon tempo antico o si getta all’esotismo; e infrangendosi la sua concordia, la sua unità, la sua forza, le fondamenta stesse dello Stato si screpolano.... L’antica disciplina vien meno, nella religione, nella famiglia, nella repubblica; l’ordine dei cavalieri, rafforzato di recenti fortune, le classi medie, agitate da nuove ambizioni e inasprite dalla povertà, si rivoltano contro la nobiltà, da tanti secoli venerata; gli interessi, non più contenuti dalla forza di una classe sicuramente dominatrice, si azzuffano ferocemente entro lo Stato, guastandolo ancora di più; a poco a poco l’oro corrompe tutto, e quello che [10] l’oro non vale a corrompere, lo guasta, più funesto che l’oro, il sospetto, il tetro pessimismo che avvelena gli animi, cosicchè ogni cosa è, o sembra, incurabilmente bacata; all’antica concordia civile succede il furioso strazio di fazioni e di cricche atrocemente nemiche, di cui ciascuna rimprovera alle altre i suoi stessi vizi; la cultura greca entra e si diffonde facilmente in questa società, già tanto scompaginata dai debiti, dalle discordie, dalla diffidenza, dall’indisciplina, ma nel tempo stesso in cui raffina o rafforza gli spiriti ne accresce il disordine; ventate di furor rivoluzionario passano ogni tanto su Roma e l’Italia, sinchè, il male prendendo [11] forza con il tempo e dal suo stesso infierire, la pia repubblica di Camillo e di Fabrizio sembra, nel primo ventennio dell’ultimo secolo avanti Cristo, sfasciarsi nel fallimento, nell’anarchia, nelle disfatte, nel folle furore delle discordie e infine nella guerra civile. Quante volte, in quel fatale ventennio, anche gli animi più intrepidi dovettero temere che su questo sacro colle, nella valle del Foro dove noi oggi cerchiamo con pietà filiale gli avanzi di quelle età, passerebbe tra poco e per sempre, come sui luoghi dove era stata Cartagine, l’aratro del colono, cancellando per sempre dalla faccia della terra le ultime vestigia della scellerata e insanguinata [12] città! Ma un terribile uomo, Silla, salva l’impero, rifacendo un esercito a furia di denaro e di legittimati saccheggi, e con quell’esercito restaurando, a furia di terrore, una grossolana disciplina civile: e, lui sparito, a poco a poco, a mano a mano che i tesori di Mitridate, conquistati da Lucullo, sono trasportati in Italia, si riaccendono in Italia più intense la febbre dei subiti guadagni, la smania del lusso, l’ambizione delle grandi conquiste e sembrano infondere un nuovo vigore nel decrepito Stato. Pompeo emula Lucullo, conquistando la Siria; tutta la oligarchia signora di Roma vuol arricchire nelle provincie e presso i potentati stranieri; [13] coloro che non sono da tanto da conquistare un impero, ricattano gli stati e gli staterelli che tremano innanzi all’ombra di Roma; le corti dei reattoli dell’Oriente, come la grande corte dei Tolomei ad Alessandria, sono invase da cavalieri e senatori famelici, che estorcono denaro lusingando e minacciando, e ritornano a spenderlo in Italia; dove il lusso fa rapidi progressi, e con il lusso i debiti, e con i debiti la coltura ellenica e orientale; mentre tra la torbida e incessante agitazione dei tempi sorge e fa la sua strada l’uomo fatale, Cesare, sino al momento in cui valica le Alpi e si getta nella Gallia, irta di foreste e di armi, [14] cercando gloria e tesori. Lo stato cade in potere di consorterie predatrici, ardite, energiche, senza scrupoli, ma mobili come gli interessi a cui servono e di cui si servono; e queste consorterie, con i continui volteggi e il dimenarsi irrequieto, erodono nel vecchio stato quella poca disciplina messaci a fatica da Silla: dopo poco più che trenta anni di una cotal pace interna alla meglio tollerabile e laboriosamente mantenuta, ricomincia una guerra civile, anzi uno spaventoso uragano, che spazza via prima gli avanzi della costituzione di Silla, poi la dittatura di Cesare, poi il Senato e gli ultimi resti dell’aristocrazia romana, poi il [15] triumvirato rivoluzionario, diversi stati grandi e piccoli ai confini dell’impero, il regno dei Tolomei.... Che cosa resta ancora in piè? Da ogni parte le rovine fanno montagna; gli uomini non capiscono se Roma è la più grande o la più miserabile delle nazioni; ad uno dei più luminosi spiriti di Roma, maturato tra queste vicissitudini, par di vedere in tutte le cose, da ogni parte un precipitoso rovinare del male nel peggio:
Aetas parentum peior avis tulit
Nos nequiores, mox daturos
Progeniem vitiosiorem.
Ed è invece l’ultimo passo verso l’apogeo. Dopo questa prova suprema la cultura greco-orientale, [16] che aveva disfatta l’antica società italica, si converte in una forza di ricomposizione sociale; e rifà a poco a poco un equilibrio nuovo di interessi, di idee, di aspirazioni, nella situazione nuova creata nel Mediterraneo dalla conquista romana. Nella pace l’Occidente barbaro impara da Roma a coltivar le terre, a tagliare i boschi, a scavar le miniere, a navigare i fiumi, a parlare e a scrivere sia pur malamente il latino; si incivilisce e compera i manufatti delle antiche città dell’Oriente: a mano a mano che i nuovi mercati dell’Occidente si schiudono, l’Oriente riapre le innumeri botteghe dei suoi industri artigiani e i fondaci operosi dei suoi [17] mercanti, incamminando di nuovo sulle vie del mondo ampliato dalla spada di Roma i suoi antichi commerci. Ringiovaniscono così le vecchie civiltà dell’Oriente (l’Egitto, la Siria, l’Asia Minore) di fronte e al contatto delle giovani barbarie dell’Occidente; nel mezzo sta l’Italia, ben situata per dominare questo impero circummediterraneo in cui il nuovo Occidente fa equilibrio all’Oriente carico di storia, e la nuova Gallia mirabilmente sviluppata nel secolo seguente alla conquista fa contrappeso al vecchio Egitto riflorido; per la prima, e pur troppo per l’unica volta nella storia, il Mediterraneo si apre come una tranquilla [18] piazza, vigilata dalla forza di Roma, su cui guardano, si incontrano, commerciano, senza più turbolenze, l’Europa, l’Africa e l’Asia. Sorgono da questa grassa e facile pace, in tutte le parti dell’impero, in Gallia come nell’Asia Minore, in Spagna come nell’Africa settentrionale, nuove prosperose classi medie e nuove aristocrazie provinciali, — famiglie arricchite di fresco che, alla stregua dei tempi, non hanno spirito militare e politico alcuno e sono avide sopratutto di godersi una raffinata civiltà cittadina; mentre in Roma gli ultimi avanzi della aristocrazia romana — politicante e bellicosa per tradizione — si estinguono. Si [19] spegne così in tutto l’impero, sparendo la classe che sola ancora lo possedeva, lo spirito politico e militare; e una famiglia, riluttante, nolente, quasi impaurita dalla sua stessa fortuna, è costretta ad assumere tutti i privilegi e tutte le responsabilità del potere supremo, per tanti secoli divise tra tante famiglie. Non capirà mai la storia di Roma, chi non intenda che la famiglia Giulio-Claudia fu costretta, nolente, ad assumere ed esercitare un potere, che a poco a poco divenne monarchico; così come la nobiltà romana era stata costretta a fondare l’impero, di cui aveva paura. Anzi in questa contradizione si concentra tutta quella che [20] si potrebbe chiamare l’essenza filosofica della storia di Roma: poichè Roma, vincendo, perisce e nell’impero da lei fondato si annienta. A mano a mano che rifiorisce l’Oriente e l’Occidente si sviluppa, e dappertutto crescono la prosperità, il numero, il potere delle classi medie e delle aristocrazie provinciali, l’immenso impero prende forma, non già di un potente organo di dominazione politica e militare, quale la antica repubblica romana, ma di uno di quegli stati, organi di una raffinata civiltà urbana, che l’ellenismo aveva fondati in Oriente; l’impero, creato da una dura e puritana aristocrazia, strettamente nazionale, [21] di diplomatici e di guerrieri, cade in potere di una aristocrazia e di una burocrazia cosmopolite, pacifiste, letterate e filosofanti — amalgamate per tutto l’impero non più da una vera o supposta comunanza di origine, di tradizioni e di storia, ma da una brillante sebben superficiale cultura letteraria e filosofica, e dalla religione politica dell’impero e dell’imperatore; la forza di coesione che lega internamente la massa enorme dell’impero non sono solo le armi e le leggi, ma anche e più la civiltà urbana, derivata con varie miscele estranee dall’Oriente ellenizzato. Come l’imperatore in Roma, così in tutte le provincie, imitando l’esempio [22] suo, le ricche famiglie spendono una parte degli averi per abbellire le città ed accrescere al popolo minuto i guadagni, i comodi e i piaceri: edificano palazzi, ville, teatri, templi, terme, acquedotti; elargiscono grano, olii, sollazzi, denari; dotano pubblici servizi o fanno delle pie fondazioni. L’impero si copre di città grandi e piccole, rivaleggianti tra loro di splendore e di bellezza, e in queste città si inurba la povera plebe rustica, gli artigiani, i campagnuoli arricchiti, e in molte di quelle si aprono delle scuole, in cui i giovani della media condizione si preparano, imparando l’eloquenza, la letteratura, la filosofia e il diritto, alle funzioni burocratiche, [23] che di generazione in generazione crescono, ramificandosi. È questa burocrazia letterata e filosofeggiante che immette nel diritto romano, originariamente empirico, lo spirito filosofico e sistematico; nella amministrazione, originariamente autoritaria, lo spirito giuridico. E così nel secondo secolo l’impero distende al sole della pax romana che illumina il mondo, le sue innumeri città, fulgenti di marmi! Ma ahimè per poco, chè una nuova dissoluzione incomincia. La civiltà urbana e cosmopolita, che aveva legate insieme le diverse parti del disparatissimo impero, ricomincia ad agire, nel terzo secolo, come forza dissolvente, che riprecipita [24] nel caos quel mondo brillante che per essa ne era emerso. A poco a poco le spese della civiltà urbana, con il crescere spontaneo delle città e del loro lusso, superano la fecondità delle campagne, e da quel momento queste incominciano ad essere spopolate e isterilite dalle città, che ne assorbono la popolazione e le ricchezze. Quale forza umana scaccierà mai dalle città le plebi inurbate, dopo che ci hanno gustati i comodi, i piaceri ed i vizi delle civiltà raffinate? L’impero è ormai divorato vivo dalle città che pullulano sul suo corpo immane: per nutrire le plebi addensatesi nelle città, per divertirle e vestirle, le campagne saranno [25] desolate da un terribile fiscalismo, l’agricoltura isterilita, le arti essenziali distrutte, le finanze rovinate, l’amministrazione sfasciata: e il giorno arriverà in cui nell’impero, mostruosamente invertita la ragione naturale delle cose, pulluleranno innumeri gli artigiani del piacere e del lusso, e mancheranno i contadini che lavorino le terre, i fornai che preparino il pane, i marinai che solchino i mari, i soldati che difendano i confini. Incomincia una terrifica dissoluzione sociale, la cui storia non è stata ancora scritta, e in mezzo a quella infierisce uno dei più tremendi smarrimenti intellettuali, a cui la mente umana abbia sinora soggiaciuto: [26] chè il misticismo, il cosmopolitismo, l’antimilitarismo, il conflitto delle vecchie classi intellettuali e dell’antica coltura greco-romana con le razze barbare che irrompono dal basso e dal di fuori, con le mostruose aberrazioni religiose che pullulano da ogni parte; il cristianesimo infine, che unisce in un sol fascio tutte le forze nemiche dell’impero, distruggono il midollo vitale della civiltà antica. L’impero si difende con disperato furore, ma invano: l’Oriente e l’Occidente si scindono, e abbandonato a sè stesso l’Occidente precipita; la più grande tra le opere di Roma, l’impero da essa fondato in Europa, copre ormai, rovina immane, [27] l’immenso territorio che confina al Reno e al Danubio: rovina di monumenti distrutti, di genti rimbarbarite, di arti perite, di lingue obliate, di leggi lacerate o disperse, di vie, di villaggi, di città scancellate dalla faccia della terra, ringhiottite dalla selva primigenia, che lenta e tenace ripullula, in quel cimitero di una civiltà, sulle ossa gigantesche di Roma.
[28]
Tale è l’albero che crebbe dal piccolo seme gettato su questa terra — così vuole la tradizione — in questo giorno, duemila seicento sessantatrè anni sono. L’albero è da molti secoli precipitato: ma per quale ragione gli uomini ritornano ancora, da ogni parte del mondo civile, a frugare con così ardente curiosità, là dove furono le sue radici? Perchè in nessuno degli Stati che a volta a volta predominarono sulla età loro, [29] tutte le forze di dissoluzione e di ricomposizione, che fanno e disfanno di continuo le civiltà, poterono mai agire per tanti secoli così liberamente come in Roma, senza essere nè frenate nè accelerate dai pericoli e dagli urti esterni, che tanto possono di solito sulle vicende di tutti gli Stati. In questo e per questo Roma è veramente un fenomeno unico nella storia del mondo. Dalla distruzione di Cartagine sin molto innanzi nei tempi più calamitosi della ultima decadenza, Roma ebbe alcuni grossi ma passeggeri spaventi; non conobbe invece nè l’oppressione nè lo stimolo dei pericoli esterni gravi e continui; potè quindi abbandonarsi interamente [30] alle forze interne che di secolo in secolo la venivano alterando; e perciò la sua storia è, come dicevo, storia completa, in cui si ritrovano tutti i fili che fanno e disfanno continuamente la infinita tela di Penelope della storia e che, se si intrecciano tra loro in svariatissimi modi, non sono però senza numero e sono sempre gli stessi, in tutti i tempi. Si vede, per esempio, in quella storia, come un impero si formi e come si dissolva; come un’aristocrazia storica si sfasci e una democrazia possa morire per esaurimento; per quali interni processi una repubblica si converta in monarchia, uno stato militare e nazionale si snaturi in uno stato di alta [31] cultura, allentandosi, allargandosi e a poco a poco sfaldandosi interamente nell’individualismo, nell’intellettualismo, nell’esotismo, nell’umanitarismo, nel cosmopolitismo; si vede in quella storia un regime autoritario che a poco a poco si incatena da sè in un complicato sistema giuridico; si osservano parecchie grandi rivoluzioni e reazioni, innumerevoli ripercussioni della politica interna sull’estera e viceversa; si può studiar mirabilmente quello che è forse il più arcano e inquietante tra i fenomeni della storia, la violenta repulsione morale che, sopratutto ai loro inizi, suscitano le civiltà che poi, maturate od estinte, sono ammirate come i capolavori dei [32] popoli cui si attribuisce la lode di grandi; ci si vede infine una religione politica distrutta dall’alta cultura letteraria e filosofica, una nuova religione mistica che si forma dai detriti di quella stessa coltura, e innumerevoli contatti, mescolanze, attrazioni, urti e conflitti tra popoli vecchi e nuovi, tra civiltà antiche e i barbari, tra stati, religioni, diritti diversi. Non finirei così presto se dovessi enumerare tutti gli elementi della storia universale che si trovano raccolti, come in una sintesi, nella storia di Roma, e per maggior comodo intorno ad un centro, Roma stessa, che difetta nella sparpagliatissima storia greca e da cui l’immenso panorama [33] può essere osservato ad agio; onde la storia di Roma è completa e sintetica; e in quella ogni età può ritrovare un po’ di sè stessa, rimirandocisi come in uno specchio.
È cosa nota infatti che, specialmente negli ultimi tre secoli, dopochè nuovi e forti stati incominciarono a rifarsi nella polverizzazione politica del medio evo, Roma, la sua storia, la sua letteratura, il suo diritto furono come un modello, uno schema, se si vuole un miraggio storico, proiettato dal passato innanzi alle generazioni che cercavano la via dell’avvenire, e movendo verso il quale quelle generazioni trovarono davvero la via per tanto tempo cercata invano. [34] Roma è, nel secolo XVII e XVIII, il modello a cui guardano le grandi monarchie che si fondano in Europa; Roma, nel secolo XVIII e XIX, fomenta con la storia della repubblica, con il culto fervoroso di Bruto e il romanzo scandaloso dei Giulio-Claudii, tramandatoci da Svetonio e da Tacito, l’opposizione alla monarchia assoluta; Roma ancora, dopo la Rivoluzione francese, presta alla monarchia come argomento e mezzo di persuasione, le apologie Cesariane del Drumann, del Duruy e del Mommsen, e le lodi dell’amministrazione imperiale. Si può anzi dire che parecchie tra le più celebri storie di Roma del secolo XIX sono state scritte in considerazione [35] del conflitto tra la repubblica e la monarchia. Senonchè questa è appunto la ragione per cui, affievolitasi nell’ultimo quarto del secolo XIX la guerra tra i due principî politici, non solo quelle storie di Roma così concepite invecchiarono, ma molti sono venuti nell’opinione che l’antico interesse per gli studi romani debba spegnersi. “Viviamo — si dice — nel secolo dell’elettrico e del vapore: còmpito dei nostri tempi è appagare le classi medie e popolari che non guerre o rivoluzioni vogliono, ma una vita più sicura e più comoda; lavorare infaticatamente per creare le prodigiose ricchezze necessarie a soddisfare i [36] nuovi desideri di moltitudini così numerose. Una antica storia, tutta piena di guerre e di imprese politiche, deve divenire straniera ad un secolo che abbisogna di macchine più che di leggi, di chimici e di fisici più che di guerrieri e di letterati„. Si aggiunge poi che il latino, il quale sino ad un secolo fa era una lingua semiviva, si è spento interamente nel secolo XIX, stretto e soffocato entro il rigoglioso sviluppo delle lingue e delle culture nazionali, sepolto sotto le rovine della potenza politica della Chiesa, che nell’idioma come in tante cose aveva continuato l’impero di Roma; e morta la sua lingua, una nuova, ultima e [37] definitiva decadenza doveva incominciare per Roma.
E difatti, allorchè fu praticamente provato che era cosa facile risvegliare anche nel secolo del vapore e dell’elettrico l’antico interesse per la storia di Roma, tutti si diedero ragione del singolare fenomeno, attribuendolo al rammodernamento alquanto violento — lodevole, secondo gli uni, riprovevolissimo, a giudizio di altri — che io ne avrei fatto. Ma è questa una curiosa illusione che non ha potuto divulgarsi, anche tra gli storici, se non perchè rarissime sono ormai le persone che leggono a fondo gli antichi scrittori. Quanti conoscono la letteratura latina sanno che io non [38] ho per nulla rammodernata la storia romana; anzi sono ritornato all’antico, ripigliando il punto di vista da cui Tito Livio aveva prese le mosse e che non gli appartiene in proprio, perchè è comune a tanti altri antichi scrittori; ripigliandolo e depurandolo dalle preoccupazioni morali e politiche contemporanee e sforzandomi di corroborarlo con l’esperienza più matura di una civiltà più vecchia di venti secoli. Quella mia storia di Roma, che fu giudicata così rivoluzionaria, è già tutta in seme nella breve prefazione che Tito Livio premise alla sua grande opera, per lamentare la semplicità e purezza degli antichi costumi guasti dalla corruzione [39] che a poco a poco invase Roma. A chi studi a fondo quella dottrina della “corruzione„ che occupò — e inquietò — per così lungo tempo lo spirito Romano, è facile riconoscere nei tre vizi suoi capitali, l’avaritia, l’ambitio, la luxuria, quel crescere dei bisogni e delle ambizioni, universale e progressivo di generazione in generazione, che obbliga noi tutti al principio del ventesimo secolo a lavorar così affannosamente. L’avaritia è la smania del guadagno continuo, peccato universale, oggi, di tutti gli uomini in tutti gli ordini sociali; l’ambitio è ciò che noi chiamiamo l’arrivismo, la irrefrenabile spinta di tutti a salire in luogo più [40] alto di quello in cui ciascuno è nato; la luxuria, quel desiderio di accrescere comodi lussi e piaceri, di cui l’Europa e l’America sono oggi addirittura frenetiche. Ma intesa così la dottrina della corruzione, tutta la storia di Roma, anche i suoi secoli più pieni di rivoluzioni, di guerre, di conquiste, quella immensa storia che da tanti secoli sta innanzi alla civiltà nostra come un prodigio, si riconduce facilmente, come ad una delle sue più profonde e possenti forze motrici, ad un fenomeno che ciascuno di noi può intendere facilmente, perchè tutti ci viviamo in mezzo, in questo stesso momento: onde non solo poteva il secolo dell’elettricità [41] e del vapore, ponendo l’occhio alla specola preparata venti secoli addietro e non per osservatori così moderni, da Sallustio e da Livio, ficcar lo sguardo attraverso questa confusa e terribile storia vedendone il fondo; ma anche specchiarsi in quella e ritrovarcisi. Ritrovò il nostro secolo in quella storia, qua e là, sparsi a caso, dei piccoli frammenti di sè: come alcune delle lotte in cui contendono oggi i partiti della Francia; come certi oroscopi che in Inghilterra si vanno traendo sull’avvenire dell’impero o sulle sorti della infiacchita aristocrazia; come il conflitto tra la tradizione puritana e la torbida civiltà del denaro che ferve in America; [42] come pure perfino certi personaggi, almeno se non abbia troppo abusato del suo sottile ingegno quell’anonimo scrittore che, traducendo in spagnolo tanti brani della storia di Augusto e mettendo il nome del generale Roca nel luogo di quello del primo princeps dell’impero, compose a guisa di mosaico romano un curioso ritratto dell’antico presidente argentino. Ma ritrovò anche e sopratutto il nostro secolo in quella antica storia, la legge suprema del destino che gli sta sopra, quella implacabile e misteriosa ironia della vita che annulla nel loro supremo trionfo tutti i grandi moti dell’umanità; la tragica delusione di tutte le generazioni che hanno la fortuna [43] o la disgrazia di avvicinarsi al culmine di una storia, nel momento in cui presentono che meglio lo sforzo riesce e più inutile diventa. Come Roma si annientò nella conquista, perdendo le sue virtù militari e politiche e quasi l’essenza di sè medesima, così la civiltà nostra, fatta potente a produrre prodigiose ricchezze da una secolare ed elaborata cultura, distrugge ora a poco a poco questa cultura, seppellendone le parti più nobili — arte, letteratura, filosofia, religione e politica — sotto l’alluvione delle nuove ricchezze frettolosamente prodotte, altrettanto copiose quanto scadenti e caduche; deliberatamente sciupando o minando sordamente in [44] tutte le cose a vantaggio della quantità, conoscibile con la grossolana ragione del numero, la qualità, che è sempre misura di eccellenza indefinibile, eternamente disputabile e perciò eterna cagione di guerra nel tempo stesso che sola fonte di vera grandezza. Ritrovò infine il secolo nostro, in quella antica storia, il sottile tormento, che questa contradizione fondamentale mette in tutti i periodi storici che ascendono rapidi verso il culmine. Come Roma soffrì di snaturarsi nella vittoria e si credè rovinata alla vigilia dell’apogeo, impotente e disfatta nei tempi della maggiore potenza, così noi ci sentiamo in bisogno a mano a mano che le [45] ricchezze crescono intorno a noi; e a furia di voler farci comoda, facile ed agiata la vita, la graviamo di intollerabili complicazioni, responsabilità e doveri; a furia di voler risparmiare tempo e lavoro, ci riduciamo, tra le infinite faccende che ci ingombrano la mente, a non aver più il tempo di ricordarci di noi medesimi e di essere uomini....
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Sottile tormento, dunque, con cui l’uomo espia forse il peccato d’orgoglio, comune a tutte le civiltà, di credere che egli possa, ad ogni generazione o quasi, essere a sè medesimo artefice di un destino nuovo, unico, più grande e più bello; e che l’uomo moderno, costretto a subirlo nel presente, ritrova idealizzato dalla lontananza del tempo nell’antica storia di Roma. Facile cosa è dunque capire in che consista quel privilegio [47] della storia di Roma a cui allusi in principio, aggiungendo essere comune interesse di tutti i figli di Roma non lasciarlo prescrivere. Degli studi classici, e quindi anche degli studi romani, si è fatto a poco a poco l’opposto di quello spirito pratico e positivo, che sarebbe una delle più eccelse virtù dei nostri felicissimi tempi: ma con che fondamento di ragione, lo intende subito chi si ponga una sola domanda, questa: se sia possibile immaginare che i progressi delle arti meccaniche e delle scienze chimiche avranno un giorno la virtù di render superflui nel mondo gli statisti, i pubblici amministratori, i diplomatici, i giuristi, gli uomini di [48] guerra, gli educatori, gli artisti, i letterati, i filosofi, i ministri di credenze religiose. La risposta è implicata nella domanda; poichè è evidente che agli uomini, in qualunque civiltà, non basta dominar la natura, occorre anche saper agire sugli spiriti dei propri simili: ma rispondendo a questa domanda il disputato problema degli studi classici è, almeno nel suo fondo, già risoluto. Non le scienze fisiche e naturali, ma solo la letteratura, la storia e la filosofia possono essere scuola, preparazione, disciplina di quella parte di ogni consorzio civile, il cui ufficio è di agire, non sulla materia del mondo fisico, ma sugli spiriti dei propri simili; non di [49] sfruttare le forze della natura, ma di regolare i rapporti degli uomini tra di loro. Non è quindi possibile imaginare la civiltà nostra orbata della sua cultura letteraria, storica e filosofica, come non è possibile imaginare un essere con un organo vitale amputato: poichè infine è indubitato — mi pare — che chi indaghi a fondo non troverà altra sostanziale differenza tra lo stato di civiltà e la barbarie, tra l’impero di Traiano e il regno dei Longobardi, tra le nazioni dell’Europa contemporanea e quei rozzi potentati che dominavano ancora tanta parte dell’Africa prima della conquista europea, se non questa: che in civiltà gli uomini i quali [50] governano, amministrano e giudicano, regolano cioè i rapporti degli uomini tra di loro, sono provvisti di una alta cultura filosofica e letteraria; in paesi e in tempi barbari compiono invece l’ufficio loro conformandosi a antiche tradizioni, seguendo semplici dettami di religioni ancora rozze, e per il resto supplendo o con il rude ingegno naturale o con il furore delle passioni. Ma se si ammettono queste cose — e non vedo come si potrebbe ricusare di ammetterle — si riconosce anche che Roma sarà parte essenziale, in avvenire come in passato, di questa alta cultura, se proprio noi, figli suoi, non ci ostineremo a [51] voler radere al suolo gli ultimi avanzi della sua grande storia, per un malinteso spirito di falsa modernità o, peggio ancora, per gli irosi dispetti di un malsano esotismo. Completa e sintetica, la storia di Roma è come una nitida miniatura o un lucido schema della storia universale, facilmente rammodernabile in tutte le età, comoda a studiarsi, vasta, ma non così che ecceda le forze comprensive dello spirito umano: e perciò nella cultura dei popoli moderni essa può servire come coronamento necessario e universale della educazione, naturalmente incominciata in ogni nazione con la letteratura e la storia patria, se noi non ci lasceremo [52] scoraggiare dalla transitoria decadenza di questa tradizione intellettuale; se anzi trarremo forza a rinnovarla da quei fenomeni stessi, che sembrano a molti recidere i rami alla speranza del futuro. Appunto perchè il secolo nostro è profondamente materialista; appunto perchè, pur avendo una civiltà comune, si va dividendo e suddividendo in tanti popoli e lingue e culture diverse, esso avrà più che gli altri secoli bisogno di una cultura comune, nella quale almeno le parti superiori della società, in ogni nazione, possano effettuar tra di loro una più intima trasfusione spirituale che nella passeggera promiscuità dei grandi alberghi [53] sontuosi, nei frettolosi incontri dei Congressi o nella furia comune di volare sulle strade del mondo in automobile. Il principio nazionale è troppo profondamente radicato nella civiltà nostra, perchè il mondo moderno possa mutarsi, almeno in un avvenire prossimo, nella sognata Cosmopoli; ma non può e non deve nemmeno diventare una torre di Babele, in cui le lingue si confondano; e perciò ha bisogno, quasi direi, di una comune lingua ideale, di elementi universali di cultura, che siano come nessi e congiunture tra le diverse nazioni dell’Europa e dell’America. Dove li troveremo noi, questi elementi universali, [54] ora che la religione ha perduta tanta parte della sua antica potenza sulla cultura? Roma antica può ancora prestarne parecchi; come lo prova il fatto che la storia di Roma è, con la storia della Francia nel secolo XVIII e della Rivoluzione francese, la sola storia veramente universale, che tutti leggono oggi.
È d’uopo allora spendere molte parole per dimostrare che tutti i figli di Roma, che noi italiani sopra tutti abbiamo interesse a non lasciar prescrivere questo privilegio? Sinchè la storia, la letteratura, il diritto di Roma saranno parte necessaria dell’alta cultura dell’Europa e dell’America, noi figli di Roma godremo come [55] di un maggiorasco intellettuale nel mondo: noi potremo mantener tutti i popoli dei due continenti tributari in qualche parte alla nostra cultura; noi protrarremo per secoli ancora, idealmente, l’impero di Roma, caduto sulla terra. Non ignoro che il secolo nostro vagheggia di solito imperi più solidi che questi dominii dell’invisibile, i quali non si possono nè misurare nè spartire, nè permutare; ma se nella civiltà moderna l’alta Cultura non è destinata a diventar l’umile ancella della Finanza e dell’Industria, anche questo invisibile e intangibile impero non potrà mai essere abbandonato dal popolo che lo ereditò dai suoi padri, senza [56] danno e senza vergogna; tanto più — ed è considerazione che i pratici tempi moderni dovrebbero intendere — tanto più che a conservarlo non occorre vigore di armi o di denaro, non combinati sforzi di moltitudini, di istituzioni, di partiti, non audacie che balzino a piè giunti nell’ignoto. Basterebbe rivivesse, così nello stato come nelle classi intellettuali, profondo, sincero, disinteressato il senso della grande tradizione intellettuale latina, in luogo di quell’irrequieto, capriccioso e discorde esotismo che da mezzo secolo domina. La storia di Roma può compiere un ufficio unico nella cultura europeo-americana perchè è una completa unità: [57] ma se questa unità è sciolta nelle parti e particelle che la compongono, in che cosa queste parti e particelle differiranno e come si potranno distinguere da quelle che compongono tante altre storie di altri popoli, più frammentarie ed unilaterali che la storia di Roma? In sè e per sè, una iscrizione latina val quanto una greca o fenicia, un rudere romano quanto un avanzo micenéo: anzi forse valgono meno, perchè di resti romani c’è abbondanza e il ritrovarli è facile cosa, relativamente. Unico invece, nella storia di Roma, è il disegno in cui questi frammenti si possono ricomporre. C’è dunque un criterio sicuro [58] per giudicare gli studi dell’antichità romana e le loro tendenze; ed è questo: l’analisi, quando non è immediata preparazione della sintesi, non è solo, nella storia romana, come in ogni altra storia, un metodo indebitamente trasportato dalle scienze naturali a fenomeni che non lo comportano, ma nella storia romana è anche un vandalismo e un sacrilegio; è la distruzione di Roma continuata sugli ultimi avanzi spirituali del suo vasto impero. Chi difatti ricerchi la cagione intellettuale ed intima — astrazion fatta, quindi, dalle cause esteriori e sociali che pur sono molte e gravi — della rovina onde sono oggi afflitti gli studi classici e che [59] tanto ha nuociuto nella metà del secolo XIX al prestigio di Roma nel mondo, la troverà nell’abuso dell’analisi, diventata fine a sè stessa, così negli studi letterari come in quelli storici. Per ragioni che sarebbe troppo lungo qui d’indagare, i nuovi studi dell’antichità che nacquero — e fortunatamente non in Italia — tra il settecento e l’ottocento dalla dissoluzione del vecchio umanesimo, sempre più si sciolsero dall’arte e dalla filosofia, nella cui famiglia pure la storia aveva sempre vissuto in tutti i secoli più splendidi della nostra civiltà; e alla fine si gettarono del tutto in grembo alla scienza o piuttosto credettero di gettarsi, perchè in verità [60] non strinsero che un’ombra. Gli effetti di questo errore sono ormai palesi. Nelle scuole, l’analisi ad oltranza ha assestato il colpo di grazia al latino, semivivo ancora sino ad un secolo fa, mettendo in luogo dell’antico insegnamento umanistico, una arida analisi filologica, che ha fatto gettar con disgusto i più bei libri di Roma alle nuove generazioni. Nella storia, scomponendo i fenomeni arbitrariamente, ha confusi in modo singolare così i criterii per impostare, come quelli per risolvere i problemi storici; ha creato dei problemi chimerici e non ha veduti i veri; e per voler sapere troppo e con troppa precisione, non di rado ha oscurato anche ciò [61] che era chiaro, se pur lacunoso; infine obbligando la storia a ripudiar l’arte, l’ha appartata dal consorzio delle classi colte, essa che era stata in tutti i tempi gloriosi della civiltà nostra, da Tucidide a Polibio, a Tito Livio, a Francesco Guicciardini, uno dei più potenti stimoli intellettuali di tutte le aristocrazie veramente degne di governare.
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Per questa ragione, commemorando tre mesi sono in Torino Cesare Lombroso, io dicevo di riconoscerlo come il primo tra i miei maestri, perchè egli solo, tra i viventi, mi aveva insegnato con l’esempio a ricomporre una unità viva da morti e dispersi frammenti. Per questa ragione pure penso che ogni uomo di alta cultura, cui sta a cuore il prestigio intellettuale dell’Italia nel mondo, dovrebbe sforzarsi di trarre fuori gli [63] studi romani dai chiostri silenziosi della erudizione e di riportarli in mezzo alla vita, alle passioni, agli interessi e ai conflitti del mondo. No: Roma antica non deve viver soltanto nelle piccole congreghe degli eruditi e degli archeologi: deve viver nell’anima delle nuove generazioni, irradiare la sua luce immortale sui mondi che sorgono dalle profondità dei tempi moderni; perchè il dì in cui la storia di Roma e i suoi monumenti non fossero più che un morto materiale di erudizione da riporre e catalogar nei musei, accanto ai mattoni del palazzo di Korsabad, alle statue dei re Assiri o agli avanzi micenei, l’impero romano, che oggi [64] non è ancora interamente morto, raggiungerebbe negli Elisi della storia le ombre dell’impero babilonese, egiziano o carolingio, e la civiltà latina soggiacerebbe nel mondo ad una nuova catastrofe. Non mostriamoci indegni della singolare fortuna storica, che abbiamo ereditata dai nostri antenati; intendiamo a fondo quello che c’è di singolare, anzi unico in questa sopravvivenza ideale di un impero caduto da tanti secoli, che sparito dal giuoco degli interessi mondani, resta ancora nel sistema delle forze spirituali che animano il mondo moderno: non ascoltiamo chi afferma che ormai i sacri avanzi di Roma antica non possono [65] servire più che come appoggio o pedana per gli aereoplani, maestosamente volanti sui silenzi della campagna romana; sopratutto studiamoci, noi che da quarant’anni trasportiamo entro la vetusta cerchia delle mura aureliane gli strumenti e le idee e gli interessi di una civiltà recentissima, di non meritare dalla Chiesa il rimprovero di aver distrutto — barbari nuovi — quel che restava dell’impero di Roma, da essa rinnovato e continuato con così varia fortuna dopo la tremenda catastrofe dell’impero d’Occidente. La tradizione romana potrà ancora fiorire, ramo vivo non ostante la antichità, sul tronco della nostra civiltà, [66] purchè non ci ostiniamo proprio noi a reciderlo; purchè ci sforziamo di mantenere agli studi romani quel valore universale, che solo può farne alcunchè di essenziale nella cultura moderna. Le altre storie possono invecchiare: occorre invece, appunto perchè essa serve ad educare le nuove generazioni, rinnovare continuamente la storia romana, non solo incorporandoci i fatti nuovi scoperti dalla erudizione e dalla archeologia, non solo infondendoci un più largo spirito filosofico, e trasportandovi la maturata esperienza del mondo, che impara non solo studiando, ma anche vivendo; ma sopratutto sforzandoci di mantenerle e di accrescerle [67] quella che è la qualità più preziosa di una storia destinata ad essere letta e studiata da tutti: la umana chiarezza. E se questo è il dovere di quanti figli devoti Roma ha ancora nel mondo, io credo di non poter terminare questo discorso tenuto nel giorno che ricorda la fondazione di Roma, meglio che compiendo un atto, il quale sarà come una simbolica espiazione ai Mani, crudelmente offesi nel secolo XIX, di un uomo cui l’Urbe deve pure qualche gratitudine, poichè gli deve l’aver esistito: risuscitando Romolo. In una mistica penombra — tutti lo sanno — sta ravvolto il natale di Roma. Come ebbe principio la favolosa grandezza [68] di questa fortunata città? In tutti i secoli gli uomini avrebbero voluto squarciare quella mistica penombra; e sapere. Ma per secoli e secoli gli uomini erano stati paghi di ripetere una poetica, sebbene alquanto farraginosa leggenda, in cui miracoli e prodigi attorniavano la culla dell’Urbe. Generazioni e generazioni avevano imprecato allo scellerato Amulio, compianti l’infelice Numitore e la sventurata Rea Silvia; avevano amato il buon Faustolo, fantasticato sull’ombra del Fico Ruminale, accarezzata in pensiero la buona lupa materna e salutato l’amabile picchio, disceso a nutrire e ricoprir delle ali i fatali gemelli.... Che questo racconto [69] fosse uno spesso tessuto di favole, l’avevano capito anche gli antichi; ma pur non l’avevano tôcco, per una specie di religioso rispetto dell’antico, e per non saper raccontare nulla che fosse più chiaro e preciso. Tante volte l’uomo deve rassegnarsi a ignorare! Ma ecco arriva il terribile secolo XIX, che, lui, vuol tutto sapere e crede di tutto poter conoscere; e prende quel tessuto di favole con le sue dure mani di macchinista, lo lacera, lo sfilaccia, credendo di ritrovare nei fili che lo compongono il vero; e tanto rompe e scompone, che non si ritrova più tra le mani che una matassa di morta stoppa. La antica favola sfumò con tutti i [70] suoi personaggi; non solo il picchio rivolò in cielo e la lupa si rinselvò, ma anche Romolo, il venerato e divinizzato fondatore della città, non fu più che un nome; e in luogo della leggenda rimase un tenebroso vuoto, invano tormentato da ingegnosi storici con le lunghe pertiche delle ipotesi, per trovare in quello qualche brandello di verità! Eppure se Roma ha esistito, deve pure aver avuto un principio narrabile con umana chiarezza.... Non c’è proprio, nell’antica leggenda, neppure un barlume di questo intelligibil chiarore? Spremendo fuori dalle favole antiche, che si raccontarono sulla fondazione della città, il poetico che le ravvolge [71] e le infiltra, una notizia mi pare che resti, solida e sicura abbastanza per quanto minuscola, e che, presa per vera, illumina la antichissima storia della città: e cioè che, come dice Dionigi, Roma fu una colonia di Alba, in cui sfollò dal monte al piano una parte della popolazione della vecchia città. Roma dunque non fu una città cresciuta a poco a poco, per favore di circostanze, da un piccolo villaggio; Roma fu una città fondata di getto, per un atto di volontà personale, secondo un disegno studiato, in un luogo scelto appositamente; dotata quindi sin dal principio di istituzioni religiose, militari e politiche già mature, perchè in parte [72] provate da lunga esperienza in una città più antica e in parte forse anche modificate ad arte per adattarle ai nuovi bisogni. Fu insomma una città che nacque adulta, come certe città — permettetemi il paragone forse troppo moderno — che ora si fondano in America: fu, alle sue origini, una città nuova apparsa in un mondo tutto più antico di lei: il che ci spiega e la meravigliosa sua posizione nel Lazio, tra il mare, il monte e il fiume; e la numerazione ufficiale degli anni suoi dalla fondazione, che gli antichi ne fecero; e quel suo subitaneo risoluto entrar nella storia; e il rapido crescere.... Ma se la città fu fondata in questa guisa, è necessità [73] che abbia avuto uno o più fondatori; i quali scelsero il luogo, studiarono gli ordinamenti e tutto acconciamente disposero; anzi la felicissima scelta del luogo come i savi ordinamenti ci inducono a pensare che questo capo fosse uomo grande davvero.... E poichè a fondare Roma un fondatore era necessario, che ragione abbiamo noi di negare che fosse quel Romo o quel Romolo di cui parlano le antiche tradizioni? Già di molti e gravi delitti reo in cospetto della critica moderna, io mi confesso anche colpevole di credere che quel poco di preciso e di vero che noi sappiamo sull’origine di Roma è contenuto ancora, tutto o quasi, nell’antica [74] tradizione: e che — anno più, anno meno — verso la metà dell’ottavo secolo avanti Cristo un principe della famiglia regnante in Alba, per ragioni che a mala pena si intravedono nella leggenda, venne tra queste colline, fondò sul Palatino una piccola città, e la lanciò nell’eternità.
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La lanciò nell’eternità, perchè a Roma si può ancora attribuire la gloria di eterna, senza cadere nelle pompose iperboli di una retorica di decadenza, quando si intenda che ciò che ha fatta completa la storia di Roma è lo sforzo sintetico, il diuturno travaglio per equilibrare tutte le parti, che compongono una civiltà, in una unità armoniosa e proporzionata: onde la sua letteratura, il suo [76] diritto, la sua storia saranno un eterno modello vagheggiato dai popoli che tendono a creare una civiltà sintetica, piena di semplicità, di chiarezza, di ordine e di bellezza. Documento massimo, nei tempi moderni, la nazione che ha creata la storia indubitatamente più grande e ricca degli ultimi due secoli: la Francia che, imbevuta profondamente di spirito classico, riuscì, sola tra le nazioni di Europa, sebbene come Roma antica a prezzo di formidabili crisi, a creare una storia e una civiltà complete, in cui, come nella storia di Roma, si ritrova tutto, sebbene in un circolo più ristretto di tempo: l’industria e l’agricoltura, la finanza e la guerra, l’aristocrazia [77] e la democrazia, la monarchia e la repubblica, la letteratura e la guerra, l’arte e il diritto, la filosofia e la religione, la rivoluzione e la tradizione, i raffinamenti dell’alta cultura e gli organi rudi dell’azione, tutti gli interessi mondani e tutte le aspirazioni ideali dello spirito; e non solo si ritrovano tutti gli elementi che compongono una civiltà, ma ognuno fa nella misura del possibile, equilibrio all’opposto, e tutti agiscono l’uno sull’altro, cosicchè ognuno si ritrova negli altri: la letteratura nel movimento politico e il movimento politico nella letteratura, l’ideologia negli interessi mondani e questi nell’ideologia; il raffinamento dell’alta cultura [78] nella religione e nella politica, come la politica e la religione in tutte le manifestazioni dell’alta cultura: e via dicendo. Senonchè intesa in questo senso l’eternità di Roma è una conquista sul tempo che deve essere di continuo ricominciata; perchè se ogni civiltà, nel suo massimo fiore, è una sintesi di forze opposte, queste sintesi sono preparate da lunghi periodi di interne sproporzioni e dissociazioni, in cui si perde il senso dell’unità della vita e non si capiscono e non ammirano più che i singoli fenomeni della storia. Ora noi indubitatamente viviamo in tempi in cui il mondo si va sempre più disquilibrando nella sua massa troppo [79] cresciuta. Noi viviamo in mezzo all’estrema demolizione della società creata tra le rovine del mondo antico dal Cristianesimo: sul finire di quella demolizione cui l’Umanesimo e la Riforma diedero principio, che la Scienza e la Filosofia del diciassettesimo e diciottesimo secolo continuarono, che la Rivoluzione francese accelerò di tutto il suo formidabile impeto e che nel secolo nostro vanno compiendo con una furia frenetica la nuova industria e il nuovo commercio, l’universale smania di far quattrini e i progressi dall’America. Ma da questo immenso rivolgimento della storia in mezzo a cui viviamo, da questa estrema dissoluzione di [80] un ordine di cose così antico e venerabile pullulano in ogni parte del mondo mostruose creature: stati per metà barbari e per metà corrosi dai vizi delle civiltà più decrepite; città enormi ed informi; eserciti che crescono smisuratamente in mezzo alla più rapida decadenza dello spirito militare che forse mai si sia vista; ricchezze favolose che si accumulano senz’altro scopo che di crescere; industrie gigantesche, ma che non hanno più intorno a loro il natural sostegno dell’agricoltura; immense agricolture, cui manca il compimento naturale dell’industria; filosofie avulse dalla pratica e morenti di asfissia in un’aria troppo rarefatta di pure preoccupazioni [81] intellettuali; scienze che si tuffano così dentro nella pratica da restarne soffocate; arti e letterature che vogliono esser principio a sè medesime, venir al mondo senza genitori e antenati.
Non è quindi da meravigliarsi se, in questo mondo così squilibrato, le nazioni che hanno potuto fare una sintesi romana delle diverse parti di sè medesime, debbano sempre più faticare per mantenerla; e se tutto il mondo latino — l’Italia compresa, anzi purtroppo sopratutto l’Italia — vada perdendo fiducia nella sua grande tradizione intellettuale, e inclinando troppo a [82] veder nel disordine la forza, nella oscurità farraginosa la profondità, nella stravaganza inconcludente l’originalità, nella massa delle ricchezze materiali la prova della eccellenza civile. Non è forse da far meraviglie; ma è certo da rammaricare profondamente: perchè se il mondo, smisuratamente crescendo e complicandosi da un secolo, sembra sfuggire alla forza sintetica del genio latino, prorompendo in un orgiastico delirio di energie enormi, tanto più noi, figli di Roma, dovremmo voler riuscire nella mirabile e davvero titanica impresa di sottoporre al genio armonico della nostra stirpe questo caos grandioso ed orrendo. Se ogni civiltà [83] è una sintesi di forze opposte, anche la scomposta civiltà moderna dovrà equilibrarsi un giorno in una più bella e più savia armonia; onde sarebbe colpa che l’avvenire non perdonerebbe alla nostra generazione e a quelle che nasceranno dalla nostra, lasciar perire, per un malsano esotismo, una secolare tradizione civile e intellettuale, proprio oggi che, rinnovata secondo lo spirito dei tempi, più necessaria al mondo potrebbe diventarne la virtù equilibrante: quella tradizione che si riassume nelle due sillabe di “Roma„ tanto ripetute da ventisette secoli e con così diversi sentimenti, ma al cui suono io ho ancor potuto al principio del secolo [84] ventesimo — e sarà questo il grande orgoglio e la grande gioia della mia vita — sentir fremere di ammirazione e di riconoscenza due continenti....
| Opere di Guglielmo Ferrero: | |
| Grandezza e Decadenza di Roma. | |
| Vol. I: La Conquista dell’Impero | L. 5 — |
| Vol. II: Giulio Cesare | 5 — |
| Vol. III: Da Cesare ad Augusto | 5 — |
| Vol. IV: La repubblica di Augusto | 3 50 |
| Vol. V: Augusto e il Grande Impero | 3 50 |
| In memoria di Cesare Lombroso (1910). Con ritratto. | 2 — |
| Conferenza, con due ignorati scritti giovanili di Lombroso. | |
| Guglielmo Ferrero e Scipio Sighele: | |
| Cronache criminali italiane | 4 — |
| I briganti: Ultime gesta della banda Maurina. Autobiografia di Giovanni Botindari. Il brigantaggio in Sardegna. — I delinquenti politici: Una società segreta nel 1904. Alle porte del domicilio coatto. — I delinquenti comuni: I funerali di un “guappo„. Il delitto di un mistico. Averardo Bracciotti. L’assassinio di Giuseppe Bandi. Gennaro Volpe. — Appendice: Il mistero di Vico Equense (processo Nayve). | |
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.
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