STORIA
DELLA
CITTÀ DI ROMA
NEL MEDIO EVO
DAL SECOLO V AL XVI
DI
FERDINANDO GREGOROVIUS.
PRIMA TRADUZIONE ITALIANA SULLA SECONDA EDIZIONE TEDESCA
DELL’AVV. RENATO MANZATO.
VOLUME IV.
VENEZIA,
GIUSEPPE ANTONELLI
1873.
PROPRIETÀ LETTERARIA.
STORIA
DELLA CITTÀ DI ROMA
NEL MEDIO EVO.
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Il secolo undecimo fu una delle età che ebbero massimo rilievo nella storia del Papato; in nessun altro luogo fece mai mostra di sè un contrapposto così vivo di decadenza profonda e di repentino risorgimento di una stessa podestà. Spenti gli Ottoni, si rinnovellarono in Roma condizioni di cose pari a quelle che s’erano composte dopo la caduta dell’Impero de’ Carolingi; la potenza pontificia decadde nell’ordine morale e in quello politico, e la Città si adoperò con gran lena affine di levarsela di dosso per sempre. Non arrivò essa peraltro a questo intento, poichè il Papato non cedè pur di un passo, ma durò principio indestruttibile ed ostile allo svolgimento degli elementi cittadini; soltanto di qualche [4] tratto passeggiero se ne potè reprimere la forza, ma a rimuoverlo non si giunse mai, avvegnachè il Papato col soccorso di potenze straniere tornasse sempre a sollevarsi gagliardo. In Roma non v’aveva una cittadinanza che prestasse solide fondamenta ad una costituzione civica; solo v’erano ancor sempre le possenti famiglie di nobili, i capitani ossiano i grandi vassalli feudali della Chiesa, sedenti nella Città e nella provincia, i quali strappavano ai Pontefici il potere, e per ragione di questo combattevano gli uni contro gli altri. Nella prima metà del secolo undecimo imperarono costoro da patrizî su Roma, elessero papi del grembo di loro famiglie, ridussero la santa Sede a loro retaggio famigliare, ed il Pontificato precipitò in una barbarie tanto orribile da far sembrare che fossero tornati i tempi dei più infamati Imperatori dell’antichità. Tuttavolta, a questo stato di cose succedette tosto quella reazione memoranda, che con meravigliosa prestezza rialzò la Chiesa romana dal suo decadimento, e fece di essa una potenza dominante nel mondo.
Le attenenze civiche cooperarono a ciò assai efficacemente, giacchè la Città medesima ministrava le più prossime cause a’ moti della storia universale: le continue relazioni in cui la Città si trovava cogli Imperatori e coi Papi, financo gli avvenimenti che accadevano entro la cerchia ristretta delle sue mura, la contrarietà che opponeva contro la signoria pontificia, la pressura che i Pontefici sofferivano da parte della nobiltà cittadina, il loro bisogno perdurante di ajuti, la incessante distretta che gli angustiava e la vigilanza con cui dovevano spiare i loro nemici; in una parola tutte queste [5] cose unite insieme produssero conseguenze che influirono fino sui luoghi più remoti, e diedero origine ad amplissimi rapporti politici. Ei v’ha ragione di affermare, che se non fosse stata quella costante opposizione che la città di Roma mosse contro il reggimento pontificio, la storia del Papato non sarebbe entrata nelle vie per cui procedette prima e dopo di Gregorio VII.
Posteriormente all’inizio del secolo undecimo il concetto del Patriziato romano conseguì rilevanza nella storia universale: quando i Re tedeschi ebbero tolto questo Patriziato alle mani dell’aristocrazia di Roma e l’ebbero aggiunto alla corona germanica, esso fu che diede, unitamente alla podestà sulla Città, anche il diritto di disporre della cattedra santa; fu giusto perciò che il Patriziato diventò la più prossima causa della pugna la quale si combattè fra la Chiesa che si andava liberando e la podestà dello Stato. Quella ebbe posto appena il piede nel sentiero della riformazione interna, che si sforzò con tutta la sua energia a scuotere il giogo dei Patrizî. Non più dovevanvi essere Papi nobiliari, nè Papi regi; l’elezione pontificia doveva esser libera, e appartenere soltanto al clero. Così avvenne che il Patriziato della Città diede cagione alla celebre legge di Nicolò II sulla elezione pontificia, e alla creazione del Collegio cardinalizio; così, alla fine, avvenne che la lotta dei Papi contro al Patriziato si allargò massimamente in quella universale del diritto d’investitura.
La grande controversia delle investiture domina eziandio la storia della Città nell’ultima metà del secolo undecimo. Roma continua ad essere l’origine di quella disputa, e si serba teatro dove il genio di Ildebrando [6] svolge la sua ammirabile operosità, non soltanto per fondare un nuovo Stato della Chiesa con province vassalle, ma per plasmare il Pontificato, fatto libero dal Patriziato, in una potenza signoreggiante il mondo. Guerre civili lunghe e sorti terribili sofferse Roma sventurata in conseguenza della grande battaglia che si accese fra la Chiesa e l’Impero; e noi vedremo prolungarsene le lotte anche nel secolo duodecimo, fino a che la Città stessa, all’età delle Republiche cittadine d’Italia sorgenti in fiore, esce da così grandi tempeste in forma nuova di republica.
Morto Ottone III, Italia si vide liberata dal suo Re, Roma dal suo Imperatore. Non v’era erede alcuno che potesse pretendere ai titoli del primo Ottone, laonde sarebbe stato questo un momento prospero per gli Italiani a dichiarare estinta nella loro terra la potenza regia e imperiale dei Tedeschi, e a conseguire la loro independenza. L’Italia settentrionale dava tosto la corona dei Lombardi ad un Principe del suo paese, sì come fatto aveva al tempo di Berengario; chè omai il giorno 15 di Febbraio dell’anno 1002, si levava a re Arduino, margravio d’Ivrea, un potente signore che Ottone III aveva messo al bando dell’Impero.
I Romani ponevano il diadema di patrizio in capo al figlio del celebre Crescenzio, e d’allora in poi Giovanni imperò dieci anni da signore della Città[1]. La [7] famiglia di lui, nemica della signoria tedesca, era cara ai Romani, come quella che si era sacrificata a pro della libertà cittadina; perciò il popolo si distolse dai Conti di Tusculo e si diede ai Crescenzî. I parenti del Patrizio, Giovanni e Crescenzio figliuoli di Benedetto e di Teodoranda, dominavano da conti sulla Sabina; e Giovanni benanco si appellava duca e margravio, forse perchè reggeva anche Spoleto e Camerino. Il Patrizio creava un altro Crescenzio a prefetto della Città[2], e la sorella sua Rogata, adesso senatrice dei Romani, aveva egli congiunta in matrimonio con Ottaviano, figlio di Giuseppe, che era un duce longobardo nel Sabinate[3].
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Frattanto, ancor per lo spazio di un anno il vecchio Silvestro lamentava l’abbandono in cui era lasciato nel solitario Laterano, dove può darsi ch’ei cercasse il conforto dell’animo fra le sue dilette pergamene: finalmente la morte, e forse era violenta, lo toglieva di pena, addì 11 di Maggio dell’anno 1003. Il suo terzo succeditore gli eresse un monumento in san Giovanni, ed oggidì ancora puossi ivi leggere l’elogio dell’illustre Pontefice, e rammemorare le leggende molte, di cui il [9] medio evo ha ornato la vita di questo «mago», che sedette sulla cattedra di san Pietro[4].
L’epitaffio ivi posto deplora che, morto lui, la pace sparve dal mondo, e la Chiesa precipitò nella confusione di tutte cose. Però il reggimento di due Papi succeduti a Silvestro, è involto in profonda oscurità; Giovanni XVII dal nome di Sicone, moriva sette mesi dopo la sua esaltazione; indi, nel 25 Dicembre 1003, Giovanni XVIII saliva alla cattedra santa: furono uomini romani ambidue, parenti o per lo meno creature del Patrizio, che li levò in potere[5].
Alcuni documenti soltanto tengono in Roma memoria del reggimento di Giovanni XVIII[6]. Durante [10] il suo pontificato, che durò più di cinque anni, rimase egli suddito al Patrizio, e appena fu se osò di volgere qualche timido sguardo al lontano Re di Germania. Enrico duca di Baviera, che ivi era pervenuto al trono, si struggeva di desiderio di rinnovare l’Impero della nazione tedesca, ma di mezzo alla corona imperiale e lui s’inframmetteva tuttavia il lombardo Arduino, che era re, se non altro, nelle sue Alpi. Nell’anno 1004 Enrico II lo aveva cacciato indietro, ma non lo aveva disfatto per sempre; nella ribelle Pavia, che tosto dopo faceva dare alle fiamme, s’aveva egli bensì preso la corona d’Italia, ma era tornato indietro ad Alemagna, lasciando Roma al reggimento dei Crescenzî. Può darsi che la sconfitta di Arduino, la coronazione di Enrico e l’aspettazione ch’egli movesse contro Roma ispirassero qualche forza al partito tedesco della Città e che allentassero la fede nei Crescenzî. Quella fazione stava allora sotto la capitananza dei Conti di Tusculo, avvegnachè costoro, in odio dei Crescenzî, fingessero di nutrir simpatie verso il regno germanico.
Quindici miglia distanti da Roma, più sopra di Frascati, durano oggidì ancora le meste ruine di Tusculo antico e medioevale. La vecchiezza di questa città aveva superato quella di Roma, perocchè l’origine sua si perda fra i miti di Ulisse, il cui figlio Telegono, nato di Circe, dicevasi esserne stato il fondatore. Terra della gente latina, aveva essa pugnato a luogo contro Roma; il capo suo Mamilio Ottavio aveva dato entro a quelle mura un asilo all’ultimo dei Tarquinî suocero suo, ed era caduto dappoi nella battaglia combattuta presso il lago Regillo, lasciando alla città la tradizione gloriosa [11] e durevole del suo nome. Da Tusculo erano derivate alcune celebri famiglie, i Mamilî, i Fulvî, i Fonteiani, gli Juvenzî e soprattutti i Porcî, avvegnaddio quel tetro castello fosse stato culla dei severi Catoni[7]. A chi visita le rovine di Tusculo sembra che da esse si rizzino le ombre di parecchi uomini celebrati al florido tempo della sapienza romana, e il pellegrino ricerca il luogo ove si elevavano l’accademia di Cicerone e la sua villa, dove furono scritte le «Disputazioni tusculane». Marco Bruto, Ortensio, Lucullo, Crasso, Metello, Cesare, alcuni Imperatori de’ tempi più tardi, ebbero posseduto colà loro ville, poichè la fiorente pendice di quel monte era, a’ tempi de’ Romani, coperta di magnifiche case di campagna, similmente come oggidì ancora i grandi di Roma possedono loro ville bellissime a Frascati, vaga terra edificata nel medio evo, ancor prima che Tusculo cadesse[8]. Nel secolo decimo Tusculo durava in vita ed aveva fama di città quasi inespugnabile, piena di ruine della magnificenza antica. Chi ne possedeva il castello dominava i monti Latini ed una parte della Campagna; e la positura dava a Tusculo importanza maggiore di [12] quella che potesse aver mai qualunque altra rocca del territorio romano.
La famiglia di Conti che ivi dominava (de Tusculana) discendeva da Marozia e da Teodora, ed il nome famigliare di Teofilatto che in essa si manteneva dimostra che il «Senatore dei Romani» era stato uno degli antenati di quella casa. Può darsi che Alberico figlio di Marozia avesse posseduto Tusculo per eredità venutagli dalla madre, però nessun documento ne discorre. Noi potremmo con qualche arditezza far derivare i Tusculani da Teofilatto, ma disdegniamo di darci ai balocchi di alberi genealogici, i quali ci farebbero risalire nientemeno che a Mamilio Ottavio[9]. Decorato del titolo de Tusculana, ai tempi di Ottone III per la prima volta nella storia, fa sua comparsa Gregorio, senatore de’ Romani, favorito di quell’imperatore, e senza dubbio conte di Tusculo[10]. La Biografia di santo Nilo lo descrive [13] per un despoto dovizioso, astuto, destro in opere di violenza, e ne narra che allorquando il Santo venne a Roma nell’anno 1002, Gregorio gli donò un pezzo di terra sopra cui fu edificato il convento basiliano appellato di Grotta Ferrata[11].
Gregorio, figlio o nipote che fosse di Alberico, aveva sposato Maria, ed era padre di tre figli, Alberico, Romano e Teofilatto. Questi feroci baroni tenevano loro residenza sull’erta di Tusculo, e di là, come falchi predatori, intendevano lo sguardo in giù su Roma, dove adesso Giovanni Crescenzio dominava da patrizio, e dove il loro avo Alberico, cinquant’anni prima, aveva signoreggiato da re. Pertanto essi volgevano l’animo a impadronirsi di Roma, come se s’avesse trattato di un possedimento di loro famiglia: nè l’occasione propizia si fece molto aspettare; probabilmente, allorquando Giovanni [14] XVIII venne a morire nel Giugno 1009, riuscì ai Tusculani di condurre a buon fine un’elezione pontificia secondo che meglio loro giovava[12]. Succeditore di quel Pontefice fu Sergio IV, vescovo di Albano, forse tusculano egli medesimo, durante il cui reggimento i Crescenzî sempre più perdettero terreno di sotto al piede[13]. Tuttavolta Giovanni Crescenzio continuò a tenere il governo, e gli atti di quel tempo ci fanno conoscere che l’epoca di lui, senatore dei Romani e patrizio, continuava ancor nell’anno 1011 ad essere registrata con nota officiale[14]. I documenti cel mostrano con veste di magistrato supremo di Roma e del territorio della Città, quando raccoglie «placiti» [15] nel suo palazzo (parimenti come in antico aveva fatto Alberico), circondato dei suoi giudici che si appellavano senatori, e con accosto Crescenzio, prefetto della Città[15].
Però la ricordanza delle sorti che avevano colpito lo sventurato padre suo era il tormento di Giovanni, e sul capo di lui pendeva minacciosa la spedizione che Enrico II meditava su di Roma. Il Papa faceva voti che a Roma venisse; cercava il Patrizio di tenernelo lontano, ed i suoi messaggeri trattavano con Arduino ed anche con Boleslao di Polonia, affichè di là delle Alpi dessero faccenda al Re[16]. In quello che Crescenzio dominava in Roma colla violenza, che derubava il san Pietro, che incamerava beni ecclesiastici, adulava egli re Enrico come a signor suo, e se lo ingraziava per via di lettere e di donativi; però in ogni maniera cercava di impedire che scendesse a torsi la corona. Il suo reggimento, che poteva mantenere soltanto finchè un Imperatore non v’era, riempiè [16] l’intervallo di tempo che trascorse fino alla prossima coronazione imperiale: però Crescenzio morì nella primavera dell’anno 1012, innanzi che Enrico movesse in Italia, e la sua morte ridonò al Papato qualche libertà, in quello che spianò al Re tedesco la via di Roma[17]. Ella è colpa unicamente dei Cronisti manchevoli di notizie se possiamo dir così poco di un Patrizio, il quale per dieci anni possedette la signoria della Città, tenne lontani i Papi dal poter temporale e restituì a Roma per tempo sì lungo la sua libertà civile. Il figlio dell’illustre Crescenzio deve essere stato uomo di spiriti gagliardi, ma nulla sappiamo delle istituzioni che desse alla Città. La morte di lui (tosto dopo avvenne quella di papa Sergio) gettò nel precipizio i Crescenzî[18]. Questa famiglia, che nel ferreo medio evo si adorna di splendore, similmente ad una stirpe di Gracchi o di Bruti imbarbariti, ed ebbe ognor dato uomini che furono campioni di libertà e guerrieri animosi contro a Papi e [17] ad Imperatori, durò ancora gran tempo nel Sabinate; ma in Roma, dove tuttavia per un buon secolo s’incontra spesso il nome Crescenzio, più non tenne alto luogo[19]. Questa famiglia lasciò padroni del campo i Conti di Tusculo, i quali tosto adesso si levano a tiranneggiare lungamente su Roma, ed a tramutare la cattedra di san Pietro in loro possedimento ereditario.
Il partito dei Crescenzî elevava bensì un Gregorio romano alla cattedra pontificia, ma il candidato che i Tusculani vi opponevano contro, ne lo sbalzava abbasso. Teofilatto, figlio di Gregorio di Tusculo, penetrava coi suoi fratelli nella Città; le due fazioni venivano a combattimento, [18] disputandosi il possedimento della tiara e della podestà cittadina, e finalmente Teofilatto discacciava il suo emulo, s’impadroniva colla violenza del Laterano, e per mano di un laico si faceva consecrare papa, con nome di Benedetto VIII. Tutto questo avveniva nel Maggio dell’anno 1012.
Da dopo che non v’era più Imperatore alcuno la nobiltà romana si aveva ripigliato il diritto di elezione; ma l’espulso Gregorio s’affrettava di andarne al Re in Alemagna, per chiedere giustizia del suo diritto, a lui come a giudice supremo di Roma. Enrico si prendeva le sue insegne pontificie, e lo confortava accertandolo che sarebbe andato a Roma, e colà avrebbe ordinato che in forma canonica si sottoponesse ad esame la controversia[20].
Messaggi di Benedetto VIII erano omai giunti alla corte del Re, poichè quel Pontefice tusculano non chiudeva [19] in petto sentimento alcuno della libertà di Roma o d’Italia; più gli stava a cuore di rendersi securamente padrone della cattedra di san Pietro, offerendo di bel nuovo la sua patria al giogo degli stranieri. A ricompensa della confermazione sua prometteva ad Enrico il Patriziato e la continuazione dell’Imperium nella nazione tedesca. Non è forse dissennatezza di ingiuriare i Re germanici perchè si prendevano quello che gli Italiani stessi loro andavano sempre nuovamente offerendo?
Enrico II abbandonò al suo destino Gregorio, che forse era stato eletto giusta il rito dei canoni, e consentì che un Conte tusculano continuasse ad esser papa[21]. Egli stesso assunse allora nome di «Re dei Romani», e con questo novello titolo, onde si fregiarono, di quel tempo in poi, tutti i Re di Germania, pronunciò spettarsi alla corona tedesca l’Impero e la signoria suprema su di Roma[22]. Benedetto VIII si [20] afforzò per conseguenza di ciò nel pontificato, discacciò i Crescenzî; il Prefetto urbano di questo nome fu deposto, e il suo officio dato ad un altro romano Giovanni; gli officî più rilevanti cascarono in mano della fazione tusculana[23]. Soltanto la dignità di patrizio niuno osava più di arrogarsi, poichè essa competeva al Re alemanno; però il Pontefice poneva i suoi fratelli a capo delle cose di amministrazione e di giustizia. «L’eminentissimo console e duce» Alberico, che di già sotto di Ottone III era stato maestro del «palazzo» imperiale, dimorava nelle case del suo antenato in vicinanza dei santi Apostoli, e colà teneva tornate giudiziarie, come prima aveva fatto il patrizio Giovanni[24].
Frattanto Enrico ponevasi in cammino alla volta di Roma, celebrava a Pavia le feste natalizie dell’anno 1013, [21] e costringeva Arduino a ritirarsi nella sua marca d’Ivrea. Mentre in Roma colla morte del Patrizio il partito nazionale soccombeva l’animoso Piemontese s’ornava tuttavia della porpora di re d’Italia. Questo illustre titolo aveva corrisposto al suo concetto, soltanto allora che la bella contrada era stata veramente unita sotto allo scettro dei Goti, ma tutti i Re che dappoi se ne decorarono s’appellarono così da uno Stato che intero non possedevano. Tuttavolta il fiero Arduino, il quale non d’altro poteva dirsi padrone che di un paio di città e di poche montagne, può pretendere alla gloria di essere stato l’ultimo re nazionale che Italia abbia avuto fino a Vittorio Emanuele II di Sardegna. Fece egli il tentativo glorioso di chiudere Italia in faccia agli stranieri, ma questa terra lacerata di divisioni, era allora (e lo fu fino alla ricostituzione violenta che s’ebbe ai giorni nostri) incapace di ispirarsi a pensiero di nazione. Arduino vide il Re tedesco muovere a Roma, e impedirnelo non potè.
A Ravenna Enrico s’incontrò col Papa e deliberò con lui di restaurare l’Impero germanico; indi s’incamminò a Roma, dove l’altro lo precedette. Qui la fazione dei Crescenzî era tuttavia numerosa e aveva per capitani Giovanni e Crescenzio, nipoti del Patrizio. Per verità, gli agenti di Arduino eccitavano il popolo affinchè si opponesse alla rinnovazione dell’Impero che pur da soli quindici anni avevasi bandito da Roma, ma la vista delle corazze d’Enrico reprimeva gli sforzi del partito nazionale romano, e le voci dell’odio erano coperte dai cantici di lode officiale, con cui il Re tedesco alla sua venuta era salutato, secondo la costumanza [22] antica[25]. Presso alla porta della città Leonina le Scuole erano andate ad accogliere lui e la sua consorte Cunigonda; li toglievano in mezzo a sè dodici Senatori, sei dei quali portavano lunga barba, gli altri avevano raso il volto, e tutti incedevano «misticamente», recando in mano bastoni[26]. Addì 14 di Febbraio dell’anno 1014, si celebrò nel san Pietro la coronazione di Enrico e della sua sposa colle forme solite. Il novello Imperatore consecrò al Principe degli Apostoli la corona regale di cui fino allora s’era cinto il capo, e dedicò al convento di Cluny un donativo che aveva ricevuto dal Pontefice a simbolo della sua podestà d’impero. Era un pomo imperiale composto in oro, sormontato di croce e ornato di diamanti; secondo il mistico intendimento di quell’età, il globo significava il mondo, le pietre preziose collocate ai quattro lati esprimevano le virtù cardinali, la croce denotava i doveri che l’Imperatore avea assunto verso Cristo ed eziandio verso il Papa che, come vicario suo, si attribuiva la podestà di promuovere i Re a [23] imperatori[27]. Un convito tenuto nel Laterano poneva fine alla festività, e da entrambe le parti potevano andarne contenti; Enrico aveva restaurato nella sua nazione l’Imperium, Benedetto ne aspettava la restaurazione dello Stato ecclesiastico.
Durante la torbida età di Ottone III, le terre di san Pietro, quante di esse ancora possedeva la Chiesa, erano state abbandonate a nuovi saccheggi, e la dominazione del patrizio Giovanni aveva anche da ultimo strappato ai Pontefici ogni briciola di potenza politica. Da un lato e dall’altro del Tevere erano sorti dei Conti, con possedimenti ereditarî[28]. I Tusculani dominavano nei monti Latini; nella Campagna signoreggiavano i [24] Conti di Ceccano o di Segni, appellati, a preferenza di altro nome, conti della Campagna; nella Sabina imperavano i Crescenzî; la casa dei Conti di Galeria espandeva la sua potenza nella Tuscia; dalle terre Marsie fino a Subiaco s’andava omai dilatando la famiglia franca di Trasimondo, di Berardo e di Oderisio[29]. Il sistema feudale metteva in pezzi lo Stato antico della Chiesa; i Vescovi avevano conseguito diritti di conti, e del dominio che un tempo i Carolingi avevano fondato a pro di loro, i Pontefici possedevano poco più che le ingiallite carte di donazione, conservate nei loro archivî. Benedetto VIII accrebbe quelle pergamene con una scrittura di confermazione, data dall’imperatore Enrico, che nella serie dei Privilegî va conosciuta sotto il nome di diploma di Enrico I. Questo documento somiglia per [25] tutto a quello di Ottone, se si faccia eccezione di alcune addizioni concernenti Fulda e Bamberga; la scritta originale peraltro non può esibirsi a mostra, e la copia, che desta non pochi dubbî, manca di data; per molte ragioni poi si rende verosimile che il Diploma non appartenga all’anno 1014[30].
Più rilevante sarebbe per noi se avessimo notizia della costituzione onde allora si reggeva la città di Roma, della quale Benedetto VIII riprendeva il possedimento temporale. Ma un buio fitto ricopre anche in questa epoca l’organamento di Roma. Poichè in documenti romani compare il nome di «Senatori», preso in modo collettivo sebbene nol sia in singolare; poichè dodici uomini fregiati di quel titolo ebbero parte a salutare solennemente Enrico, ciò solo può dimostrare che la ricordanza del Senato antico erasi fatta, da dopo di Ottone III, sempre più viva, fino a che condusse alla sua effettiva ripristinazione. I nobili di Roma che continuavano a ornarsi di un titolo illustre, formavano tuttavia fin d’allora un ceto senatorio da cui gli altri erano esclusi, e possedevano le cariche della magistratura e gli officî giudiziari della Città.
La nobiltà pretendeva al diritto di elezione dell’Imperatore parimente di quella pontificia, e, fuor di dubbio, prima che avenisse la coronazione di Enrico II, [26] s’avevano guadagnati e uditi i voti dei Senatori. Nessuna novella abbiamo dei comizî che tenessero, o dello stato politico onde si reggessero questi rozzi nobiluomini, che sull’incominciamento del secolo undecimo andavano con titolo senatorio aggirandosi in mezzo alle ruine di Roma. Di qua e di colà nei documenti giunsero fino a noi gli elenchi dei loro nomi, ed in essi incontriamo alcune note famiglie del tempo degli Ottoni; ma d’altra parte non ci occorre di trovare pur un solo Romano che si sottoscriva «Senatore». Infatti, la dignità speciale di «Senatore dei Romani» durava anche adesso, e dimostra che gli istituti di questa età erano rimasti eguali a quelli del secolo decimo. Fossero i Papi o no signori del Dominium, Roma temporale era pur sempre una republica nobiliare sotto la presidenza di un capo, che, a seconda delle circostanze, i Romani stessi si eleggevano, o che era imposto loro dal Pontefice.
Benedetto VIII pose il fratel suo Romano alla testa di questa Republica, e lo creò senatore di tutti i Romani; o forse fu l’Imperatore che volle lusingare il Tusculano impartendogli quella dignità, egli che era patrizio di Roma, sebbene con questo nome non si appellasse[31]. Il Senatore dei Romani era principe della nobiltà che congregava in assemblea, i voti della quale indirizzava o forzava quando avveniva di eleggere il Papa; era altresì condottiero delle milizie e, soprattutto, capo della giustizia civile. Vedemmo Alberico essere [27] stato nell’anno 1013 console e duce, e lo vedemmo tenere giudizî da presidente di tribunale civile; però, due anni dopo il fratello suo compare investito della magistratura civica con dignità «di senatore di tutti i Romani», ed Alberico invece ci si fa innanzi semplicemente da console; soltanto più tardi ripiglia a far mostra di sè con qualità di conte palatino[32]. Infatti qualche tempo ancora durarono in Roma e nel territorio romano i titoli antichi di console e di duce.
Del rimanente, l’Imperatore poneva il suo proprio tribunale nella Città, sì come fatto avevano i suoi predecessori. Innanzi a quello Ugo di Farfa denunciò il conte Crescenzio, che tuttavia sempre importunava l’Abazia, come era stato suo costume di fare al tempo di Ottone III. Durante la signoria del Patrizio aveva egli rapito nuovamente al monastero alcune castella, e Giovanni fratel suo s’irrideva del Pontefice dalla sua rocca di Palestrina, che le milizie di Benedetto VIII vanamente cingevano d’assedio. Sedette dunque l’Imperatore a giudizio, e secondo la consuetudine del tempo aggiudicò all’Abate querelante le castella, dandogli un bastone in simbolo del suo diritto; indi richiese il Papa affinchè [28] riunisse la milizia romana alle sue soldatesche, e movessero assieme nella Sabina. Però una sollevazione che avveniva in Roma faceva scampare dall’aula del tribunale le parti litiganti[33]. L’odio dei Romani, i quali probabilmente se l’erano intesa con Arduino e coi Margravî di Este, scoppiava violentemente l’ottavo giorno dacchè erasi celebrata la coronazione: speravano essi di trucidare i Tedeschi o di cacciarli cogliendoli con assalimento improvviso, e il ponte di Adriano diventava il campo di una feroce carneficina, colla quale tutto, come al solito, finì. Da dopo il tempo di Ottone I questi tumulti si ripeterono quasi ad ogni coronazione, per modo che avrebbero potuto considerarsi come l’ultima scenata della festività. Le quante volte gli Imperatori designati entravano in Roma, erano salutati cogli inni officiali, ma non appena si allontanavano dal san Pietro o dalla mensa del Laterano, che il popolo romano si levava furibondo per discacciare dalla Città gli stranieri; e gli Imperatori di Roma soventi volte ne partivano a precipizio come gente fuggitiva, dopo di aver trascinato la loro recente porpora in mezzo a torrenti di sangue[34].
Enrico fece condurre in catene al di là delle Alpi i caporioni del tumulto, ed egli stesso fece ritorno in [29] Alemagna carico delle maledizioni e dei tesori delle città italiche, o dei beni tolti a’ suoi nemici. Molti Conti dell’Italia media e settentrionale sostenne in ostaggio, e molti di loro aveva posto sotto custodia in Roma dove erano stati invitati ad assistere alla coronazione: però, non sì tosto egli fu partito, che si apersero le loro prigioni, e quei vassalli sitibondi di vendetta sguainarono nuovamente la spada per combattere, uniti ad Arduino, contro l’Imperatore straniero. Sennonchè a nulla approdarono gli sforzi di quel partito degli Italiani che intendeva a rovesciare la podestà imperiale tedesca, dappoichè l’Italia settentrionale, frastagliata in piccoli e in grandi margraviati, in contee ed in vescovati forniti di immunità, non possedeva adesso più la forza che aveva avuto a’ tempi di Berengario. L’ultimo Re nazionale d’Italia si vide ristretto ad un angusto dominio in Piemonte, sostenne la guerra di Conti e di Vescovi parteggianti per Alemagna, e finalmente, abbandonato dai suoi vassalli, sprezzato dall’Imperatore, gettò la spada e vestì la cocolla di san Benedetto per isparire dietro la soglia del convento Fructuaria (1015)[35].
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Anche in Roma Benedetto VIII conseguiva forza e sicurezza dal suo partito che ivi adesso dominava. Mentre divideva colla famiglia sua la podestà civica, gli riusciva di assoggettarsi gli ottimati romani ed i capitani, ossiano i vassalli feudali della Campagna. Romano, per lungo tempo capo del governo cittadino, ajutò il fratello a conservarsi il possedimento della cattedra apostolica[36]. I Crescenzî nella Sabina si sottomisero al Pontefice, il quale in persona condusse contro a loro le sue milizie, ed a lui obbedirono come a principe del territorio. Benedetto era uomo massimamente fornito [31] d’intelletto e di gagliardia; viveva in lui l’indole guerriera della sua casa, e, al paro di Giovanni VIII e di Giovanni X, possedeva egli altresì abbastanza mente politica per sollevare novellamente al grado di potenza italica il Pontificato, che i suoi predecessori avevano ristretto ad una cerchia angustissima di operosità.
In questo tempo i Saraceni erano di bel nuovo divenuti formidabili; nell’Italia inferiore tenevano in pressura Salerno, e nel mare Tusco flagellavano il continente e le isole; sbarcavano in Toscana e vi incendiavano Pisa; indi s’impadronivano di Luni. Nell’anno 1016 Benedetto VIII si dava cura di raccogliere un naviglio di collegati, ed egli stesso in persona guidava un esercito contro gli Infedeli. Si conseguì una grande vittoria e si raccolse un ricco bottino; tuttavia poichè il condottiero dei Musulmani (Istorie arabe lo appellano Abu Hosein Mogêhid, Istorie cristiane gli danno nome di Musetto) s’era, dopo della battaglia di Luni, ricoverato in Sardegna, il Papa si fe’ mediatore di una lega colle città marittime di Pisa e di Genova: Mogêhid fu cacciato dall’isola, e questa tosto dopo diventò colonia pisana[37].
Tempo innanzi, allorquando minacciava pericolo da parte dei Saraceni, i Papi avevano stretto alleanza colle Republiche meridionali di Amalfi, di Napoli e di Gaeta; ora col secolo undecimo emergono tutt’a un tratto Pisa [32] e Genova, uscendo fiorenti da una lunga tenebra di loro infanzia; e se ancor non sono pienamente libere, nondimeno iniziano ormai l’età splendida delle Republiche cittadine dell’Italia settentrionale[38].
In pari tempo, nell’Italia meridionale si andavano preparando avvenimenti che dovevano esercitare una influenza gravissima sul Papato e su Roma. La dominazione antichissima di Bisanzio, retaggio di Belisario e di Giustiniano, doveva ivi finalmente spegnersi; e doveva altresì sgomberarsi il terreno dalle rovine che il vecchio ducato dei Longobardi aveva seminato a Benevento, a Capua ed a Salerno: occorreva che questi ruderi cedessero il luogo ad uno Stato costituito da alcuni avventurieri predoni, chiamati a congiungere per la prima volta in unità politica quelle belle provincie. Dopo la sconfitta di Ottone II i Greci s’erano nuovamente impadroniti delle Calabrie e delle Puglie, e vittoriosi s’erano avanzati nella Campania. Il loro governatore, chiamato «katapan», risiedeva in Bari, ed era un vampiro che dissanguava quelle terre sventurate, languenti nella disastrosa miseria cui le avevano ridotte le eterne scorrerie dei Musulmani e le eterne battaglie combattute fra questi, i Greci, i Longobardi e le città marittime.
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Però la gente longobarda, che viveva nell’Italia meridionale, faceva uno sforzo repentino, inteso a scuotere il giogo dei Greci. Melo, un longobardo illustre di Bari, si sollevò unitamente a Datto, genero suo, nell’anno 1010[39]. Andò cercando guerrieri e alleati contro a Bisanzio; presso al monte Gargano trovò dei pellegrini di Normandia, fe’ lor vedere in che stato fosse ridotta la terra, e gli invitò a prendere stipendio coi loro prodi compatriotti sotto il suo stendardo ribelle: pari voto espressero i cittadini di Salerno, che quaranta pellegrini ed eroi normanni avevano liberata dall’assedio mossovi contro dai Saraceni. Così accadde che Melo nell’anno 1017 potè condurre in campo contro a’ Greci una schiera di Normanni di fresco assoldata. Questi avventurieri erano venuti sotto la capitananza di Gisalberto, un cavaliere che aveva emigrato dal suo paese a cagione di un assassinio commesso; Benedetto VIII avevali accolti assai orrevolmente in Roma, e gli aveva confermati nel proposito di servire sotto di Melo, contro a’ Greci. Così per un evento casuale dava egli omai principio a quella associazione di Roma e dei Normanni, che più tardi doveva essere feconda di tante conseguenze.
Quanto a Melo, neppur egli presagiva che in quei valorosi da lui arrolati aveva chiamato altrettanti conquistatori nella sua patria; e la sua ribellione fervidamente favorita dal Pontefice cadde a vuoto, ad onta [34] della più eroica prodezza. Sull’incominciamento dell’Ottobre 1019 fu egli disfatto completamente da Bugiano «katapan», in vicinanza dell’antico Canne, lasciò Italia, corse in fretta dall’Imperatore a Bamberga chiedendogli ajuto, e morì colà «duca d’Italia», nell’Aprile dell’anno 1020[40].
I progressi dei Greci, al cui fianco s’era adesso schierato anche Pandolfo IV, principe longobardo di Capua, sbigottirono il Papa, il quale temeva la restaurazione della potenza bizantina, pericolosa alla independenza del Papato e ai disegni che questo volgeva sull’Italia inferiore. Anch’egli andò a Bamberga nella Pasqua dell’anno 1020, ed esortò Enrico a discendere in Italia, a respingere i Greci dalle frontiere di Roma ed a ristabilire la podestà dell’Impero nella Longobardia meridionale. Compiute le splendide festività che si tennero per la consecrazione del suo duomo favorito, Enrico congedò il Pontefice promettendogli che sarebbe fra breve venuto, e dandogli un diploma in cui confermava alla Chiesa i suoi possedimenti.
Frattanto Benedetto invocava la venuta dell’Imperatore con insistenza sempre maggiore. Di già il «katapan» [35] minacciava di entrare nella Campagna e di castigare il Pontefice, che aveva con tanto ardore secondato la ribellione di Melo. Assistito da Atenulfo abate di Monte Cassino, fratello di Pandolfo di Capua, assalì egli all’improvviso, nel Giugno dell’anno 1021, la torre prossima al Garigliano, nella quale il Papa aveva collocato a presidio gli avanzi della legione normanna, sotto gli ordini di Datto; e questo capitano fu condotto prigioniero a Bari, e, chiuso in un sacco, fu gettato in mare[41]. Pareva che i Greci avessero affermato la loro signoria nelle Puglie: i Principi longobardi professavano di essere vassalli di Bisanzio; in vicinanza di Benevento i Greci perfino edificavano una città munita, cui davano il nome immortale di Troja, e Benevento istesso, dove aveva signoria Landolfo V, minacciava di cadere in loro balìa. Con un movimento ardito i Bizantini sarebbero giunti nientemeno che a Roma, se la loro mente fosse stata capace di accogliere un pensiero di genio; per lo contrario, il generale greco sostò presso al Garigliano, e nell’autunno Enrico comparve in Italia.
La spedizione contro il mezzogiorno, cui l’Imperatore diè opera al principio del successivo anno 1022, fu presta e vittoriosa. Entrò egli in persona dalle Marche col nerbo maggiore dell’esercito; altre schiere condotte [36] dai vescovi Pilgrimo di Colonia e Poppone di Aquileja vennero dalla via di Roma e dal territorio Marsio nella Campania; le città e le fortezze dei Greci e dei Longobardi, ed eziandio Troja, cui l’Imperatore in persona cinse di assedio, si arresero. Pandolfo di Capua fu mandato in esilio in Alemagna, in vece di lui fu messo Pandolfo di Teano, e l’abazia di Monte Cassino fu data a Teobaldo abate che era aderente di Germania, dopo che Atenulfo ebbe trovato morte fuggendo per mare. Anche la piccola schiera dei Normanni sopravvissuti, che stavano sotto il comando di Torstaino, ricevette ricompensa con beni posti nella Campania, in quello che i nipoti del duca Melo erano nominati conti e vassalli dell’Impero. Dopo di avere così restaurata la podestà imperiale in una parte delle Puglie, e dopo di avere impreso un pellegrinaggio sul Gargano e fattevi preghiere, Enrico ritornò in quel medesimo estate in Germania passando da Roma; però lo seguivano soltanto scarsi avanzi del suo esercito, avvegnachè le febbri e la pestilenza lo avessero quasi tutto distrutto[42].
[37]
Benedetto VIII fe’ vedere di essere un papa fornito di fortezza d’animo non comune. Contraddicendo alle tradizioni della sua casa, aveva egli ristabilito una stretta lega del Papato coll’Impero, affine di raffermare sè medesimo nel possedimento di Roma, e di vincere le potenze che gli erano ostili in Italia. Per opera di quest’uomo il Pontificato riconquistò le sue attenenze col mondo, e si studiò di recuperare la influenza perduta sulle Chiese provinciali. La Storia ecclesiastica può eziandio celebrare Benedetto VIII come uno dei primi riformatori che operarono secondo le idee di Leone IX e di Nicolò II; fu egli infatti che incominciò ad opporsi con decreti sinodali contro al concubinato dei cherici e contro alla simonia, ossia commercio delle dignità ecclesiastiche[43]. Tuttavolta, il vigore che egli ispirò alla Chiesa romana fu dovuto soltanto alla fortezza personale sua; e non appena trapassò di vita, che Roma ed il Papato precipitarono in istato di gravissima barbarie.
[38]
Come morte lo ebbe rapito nella primavera dell’anno 1024, il possedimento della cattedra pontificia non uscì di mano della sua famiglia. Romano fratello di lui, che fino a questo tempo era stato «senatore di tutti i Romani», si spogliò delle vestimenta laicali, e indossò gli abiti pontificî, dopo che ebbe comperato o imposto per violenza i voti della sua elezione: così quel Conte tusculano fu ordinato nella primavera dell’anno 1024, con nome di Giovanni XIX[44]. Ei sembra che anche da papa abbia conservato la dignità di senatore sì come prima l’aveva tenuta; ed infatti non v’ha documento alcuno da cui si paia che ne venisse investito il fratel suo Alberico, quantunque a questo avrebbe dovuto essere trasmessa: Alberico continuò come dianzi ad appellarsi soltanto conte palatino e console[45].
[39]
Pareva che il novello Pontefice non avesse in mente alcun concetto dei doveri che il ministero suo gli imponeva. Era uomo di animo tanto semplice od altrimenti sì avaro che, avendogli l’Imperatore di Bisanzio spediti a Roma dei ricchi donativi, intendeva di accordare al Patriarca greco il titolo di vescovo ecumenico. Ma i Vescovi d’Italia e la Congregazione di Cluny si sollevarono vivamente contro siffatto proposito, e si fu allora soltanto che il Papa riuscì a comprendere la gravità di ciò che era stato in procinto di fare: nella sua beata ignoranza il Senatore di tutti i Romani non aveva conosciuto più in là che di nome l’esistenza delle Decretali pseudo-Isidoriane, ed aveva avuto assai poca opportunità di studiare le decisioni conciliari dei suoi predecessori[46].
Tosto dopo la sua esaltazione moriva Enrico II ai 13 Luglio nell’anno 1024. Non si sapeva a chi sarebbe toccata la corona tedesca, e questa incertezza per brevi istanti rialzò le speranze d’Italia. Però gli ottimati non osavano più di eleggere dal loro seno un re nazionale; e, senza risultamento alcuno, offerivano la corona ad Ugo, figlio di Roberto re di Francia, e financo a Guglielmo duca di Aquitania. Infatti, il matrimonio che questo Principe possente aveva contratto con Agnese, nipote di Adalberto antico re d’Italia, dava a lui una sembianza di diritto legittimo. Italia era frastagliata [40] in tante signorie e in tante fazioni, che non poteva più indirizzarsi all’intento di un’utilità generale della nazione. La parte tedesca durava gagliarda anche in Lombardia, dove trovava aderenti nei Vescovi, creature o favoriti degli Imperatori; d’altro canto gli ottimati che gli Imperatori avevano reso deboli per la cresciuta potenza vescovile, erano fra sè disuniti, al paro delle città che allora venivano in bel fiore, che odiavano bensì l’Impero tedesco, ma non peranco potevano liberarsene unendosi in lega fra loro.
Pertanto, Corrado II il Salico, eletto re dei Tedeschi agli 8 di Settembre, si ebbe subito gli omaggi dei Vescovi lombardi, e, sopra tutti, quelli del potente Eriberto di Milano: Corrado teneva alta in mente sua l’idea fondamentale che ciascun Re tedesco fosse altresì signore d’Italia e designato imperatore dei Romani; ed in siffatta idea i Vescovi lo confermavano. Anche Giovanni XIX lo chiamò a Roma, e gli mandò il Vescovo di Porto e Berizone, nobile romano della Marmorata, col vessillo di san Pietro, perchè lo inalberasse nella guerra che combatteva in Ungheria; e le lettere del Pontefice lo facevano certo del possedimento pacifico della corona imperiale, che lo stava attendendo[47]. Italia dunque mentre non aveva potenza di opporre contrarietà alcuna alle pretese di Re stranieri, si condannava da sè medesima ad essere provincia soggetta ad Alemagna.
[41]
Nella primavera dell’anno 1026 Corrado II ricevette in Milano la corona di ferro dalle mani di Eriberto. Per vendicarsi, secondo la durezza barbarica di quel tempo, dell’animosa Pavia che aveva distrutto il «palazzo» di Enrico II e chiuse a lui in faccia le porte, ne poneva a guasto il territorio: andato indi a Ravenna, ivi il popolo si sollevava con gran furore per trucidare gli odiati stranieri, ma quello scoppio di odio era soffocato in mezzo a fiumi di sangue. Nel nostro secolo neppure i Tedeschi possono considerare con ischietta gioia lo spettacolo delle spedizioni colle quali i loro avi movevano su di Roma; essi devono dar compianto a Italia che di quelle imprese ebbe sì la colpa, ma ne sofferse il danno per più di trecento anni. Allorquando i Re alemanni scendevano dalle Alpi coi loro eserciti e colle loro splendide comitive le città erano condannate a nutrire e ad alloggiare quelle moltitudini, e a far le spese della corte imperiale; financo la giurisdizione dei tribunali ordinarî cessava tosto che compariva il giudice supremo. Dentro ai vuoti forzieri dell’Imperatore colavano, a titolo di donativi o per violenza di estorsioni, i tesori delle città, il sudore dei coloni angariati dai vassalli ecclesiastici e laicali, e le sostanze incamerate di centinaia di ribelli. La soldatesca imperiale composta di rozzi uomini d’arme, raccolti da’ paesi settentrionali e financo dalle terre slave, era il terrore dei sobrî Italiani, che la natura meridionale dotava di più finezza, e che in ogni età superarono tutti i popoli per pulitura di costume. Non deve far meraviglia se mirando le orgie di quei soldati che tenevano Italia in conto di provincia schiava del loro Re, gli Italiani [42] chiedevano a sè medesimi con ira amara perchè mai la loro contrada dovesse essere condannata a eterna servitù sotto gli stranieri; nè fa stupore se con odio feroce si sollevavano ad ogni momento nelle città per cui passava l’esercito che s’incamminava su Roma. Però la maestà brutale di un Imperatore del medio evo a mala pena degnava di volgere uno sguardo di compassione alle città fumanti d’incendio, ai poveri campi devastati, alle vie coperte di cadaveri, alle carceri riboccanti di rei di tradimento. Reputava piuttosto essere necessità inseparabile dalle imprese di Roma vedere i cittadini più ragguardevoli di una città prostrarsi innanzi al suo trono, tremanti, a piè scalzi, con appesa una spada nuda al collo, di quello che il riflesso delle fiamme onde ancora ardeva la loro città, ne illuminava i pallidi volti.
Innanzi alle armi del valoroso Corrado si piegavano finalmente le città nemiche e Pavia stessa; i Margravî di Este, di Susa e di Toscana aveva egli ridotti a obbedienza, e senza trovare impedimento alcuno entrò in Roma. Addì 26 di Marzo dell’anno 1027 Giovanni XIX celebrò nel san Pietro la coronazione di lui e della sposa sua con grandissima pompa e alla presenza di due Re, che furono Rodolfo III di Borgogna e Canuto d’Inghilterra e di Danimarca[48]. Tuttavia la solennità fu conturbata dall’ambizione puerile degli Arcivescovi di Milano e di Ravenna, ciascuno dei quali pretendeva di avere [43] la preminenza; la dissensione di quegli altieri prelati si appiccò alle loro comitive, e Roma fu messa a terrore da una mischia che fu combattuta per le vie fra Ravennati e Milanesi, senza che ancora vi avesse preceduto l’ultima scenata onde per solito si poneva termine alle feste dell’incoronazione. Nè mancò pur essa: una rissa accidentale, che s’accendeva per una miserabile pelle di bue fra un Romano ed un Tedesco, bastò a mettere in furia il popolo. Però, dopo un massacro orribile di «innumerevoli» Romani, i più eletti uomini della Città tornarono innanzi al trono dell’Imperatore, che dimorava nel palazzo prossimo al san Pietro, e tremanti, a piè scalzi, tenendo una nuda spada al collo, pregarono ai piedi di lui misericordia[49].
Può darsi che la vista di cotali orrori mettesse sbigottimento nel cuore pio del grande re Canuto, non già perchè la cultura di lui si levasse al di sopra di quel suo tempo, ma perchè ne andava distrutto un bel sogno che egli aveva accolto in mente. Indotto da lungo desiderio e da un voto pio, era venuto alla Città santa pellegrinandovi con bisaccia e bordone, ed in vece di un asilo di amore e di pace, come Roma avrebbe dovuto essere a seconda del suo concetto ideale, trovava soltanto una sede selvaggia di tumulti aperti a tutte le fazioni ed a tutte le furie: la città di Roma, occorre pur dirlo, non fu durante il medio evo che la orribile sconciatura di una idea sublime. Nella sua lettera indiritta di colà [44] al popolo inglese, Canuto lasciò un ingenuo ricordo del soggiorno che tenne in Roma. Vi annunciava con molta letizia di averne venerato tutti i santuarî, e di essere stato tanto più avventurato, dacchè i savî (ossiano i preti) lo avevano ammaestrato qualmente Pietro avesse ricevuto dal Signore la podestà di legare e di sciogliere; perlochè molto profittava all’uomo di avere il guardiano delle chiavi celesti a suo avvocato appo Dio. Con gioia infantile narrava le onorevoli accoglienze ricevute da tutti i Principi che dal Gargano al mar Tusco erano convenuti attorno al Pontefice ed all’Imperatore; e diceva che gli era stata concessa immunità di pedaggio per tutti gli Inglesi e i Danesi, pellegrini e mercanti, che fossero andati a Roma. L’intelligente Principe affrancava altresì gli Arcivescovi dei suoi Stati dalle gravi contribuzioni che ne erano dovute per ragione del Pallium; egli poi prometteva da parte sua che sarebbe stato puntualmente pagato a Roma il denaro di san Pietro[50]. Neppure gli orrori di cui era stato co’ suoi proprî occhi testimonio riuscirono a diminuire la venerazione di un barbaro Re per la santa Città. Nel religioso fervore dell’animo [45] suo protestava ai suoi sudditi, che in Roma aveva fatto voto di governare i suoi popoli con giustizia, e di espiare i falli della giovinezza coll’intelletto de’ suoi anni maturi. Lettera eccellente e dimostrazione memoranda della immensa potenza morale, che il concetto di Roma esercitava in quell’età. Se una pari influenza benefica si fosse appresa all’animo di tutti i despoti che peregrinavano alla eterna Città, questa avrebbe conseguito, nella credenza de’ popoli riconoscenti, diritti ancor maggiori alla venerazione della gente umana.
Nel breve soggiorno tenuto in Roma Corrado non si ristrinse a dare soltanto dei soliti privilegî, quali leggiamo di lui, a favore di monasteri[51]. Probabilmente a questo stesso tempo appartiene un rescritto imperiale, [46] nel quale, a cagione della continua lotta che durava fra’ giudici longobardi e quelli romani, l’Imperatore statuiva che d’allora in poi, così in Roma che nello Stato romano, dovessero giudicarsi secondo il codice di Giustiniano tutte le controversie alle quali fin là s’era applicato il diritto longobardico. Così cessò di avere esistenza la Costituzione imperiale data da Lotario nell’anno 827, e il giure romano si elevò quindi a vera legge territoriale: fu una vittoria completa che la nazione romana riportò sopra gli elementi germanici che si erano infiltrati entro di essa; massimamente in quest’età, cominciarono siffatti elementi a disciogliersi dappertutto in Italia, in quello che le forme romane dell’antichissimo municipio risorgevano sotto a consoli eletti annualmente, e cacciavano in bando le istituzioni franche e longobarde[52].
Corrado lasciò Roma sul principio del mese di Aprile, per andarne nell’Italia inferiore, dove rassodò la reverenza all’Impero che ivi ricominciava a vacillare. Indi fece ritorno, passando per Roma, e di già ai 24 di Maggio fu a Verona. Il suo braccio potente in guerra, la [47] sua severità imperatoria, la sua giustizia costringevano Italia ad avere temenza ed estimazione del dominatore, la cui rapida impresa era stata pari al trionfo di un Cesare. Lo stesso popolo suo lo accolse coll’orgoglioso sentimento che la turbolenta Italia era diventata provincia suddita all’Impero[53].
Da allora in poi Giovanni XIX signoreggiò tranquillamente in Roma. Il Papato e la Città furono dominio della famiglia di lui, la quale, anche dopo la morte di Giovanni, occupò la cattedra santa con uno dei suoi: però la Cristianità dovette essere indotta a spavento, mirando un fanciullo che l’arbitrio del padre fasciava nelle vestimenta pontificie, che era coronato solennemente dai Cardinali vescovi e adagiato sul seggio dell’Apostolo, da vicario di Cristo. L’infame Giovanni XII era diventato papa a dieciotto anni; Benedetto IX della sua stessa famiglia lo fu appena a dodici. Che mondo doveva essere allora quello, se i popoli tolleravano in buona pace un ragazzo per reggitore della Chiesa, se i Re lo riverivano per tale, e i Vescovi non avevano rossore di riceverne la consecrazione, e le insegne della loro dignità, e le bolle! Pareva che si smarrisse il concetto ecclesiastico del Papato, e che la cattedra vescovile di san Pietro si tramutasse nello scanno di un conte: per lo meno, nulla v’era più che la distinguesse da quella vergognosa costituzione che reggeva i Vescovati di questo tempo in tutti i paesi, sulle cui cattedre le grandi famiglie di principi e di nobiluomini ponevano [48] uomini di loro stirpe o loro creati, e talvolta perfino dei giovanetti, veri bambini. Una fitta tenebra morale scendeva a coprire la Chiesa. Se in addietro erano stati tempi nei quali Cristo aveva dormito nel suo tempio, sembrava adesso che egli fosse fuggito a volo dal suo santuario profanato, e lo avesse lasciato in balìa dell’audace Simon Mago.
Teofilatto era nipote dei suoi due predecessori, e figlio di Alberico conte palatino e console[54]. Il padre suo, tosto che fu morto Giovanni XIX, si affrettò ad assicurare alla sua casa le due somme podestà: armi e denaro facilmente lo ajutarono a venirne a capo in Roma, dove tutto era venale, dove il clero, per dirla colle parole di papa Vittore III, viveva immerso in una barbarie senza limite. Il fanciullo Benedetto IX tolse, senza alcun impedimento, possesso del Laterano sul principio dell’anno 1033[55]. Aveva tre fratelli, Gregorio, Pietro e Ottaviano; il primo dei tre doveva essere più attempato di lui, perciocchè tosto si prendesse la podestà di patrizio. [49] Potrebbesi far le meraviglie perchè papa non diventasse Gregorio, ma forse può darsi che i Romani sofferissero più facilmente di riverire un ragazzo per loro Vescovo, anzichè per capo del loro reggimento civile. Gli stessi Conti di Tusculo facevano sì poco conto dell’officio pontificale, che credevano potesse reggerlo un bimbo ancora ineducato; però questa audacia fu il precipizio della potenza di loro casa, che un Papa fanciullo non potè tener sollevata a convenevole altezza. Gregorio fratel suo fu pertanto posto alla testa del reggimento civico; ad ogni modo, per temenza dell’Imperatore, non prese egli nome di Patricius, ma si appellò soltanto Consul, e probabilmente eziandio «senatore di tutti i Romani»[56].
Tosto che il giovane Papa sentì ribollire nel sangue quelle forze e quegli istinti che andavano svegliandosi in lui seduto sulla cattedra di san Pietro, diè principio a una vita svergognata. Uno dei suoi successori nel pontificato, Vittore III, narra che Benedetto IX empiè Roma di ruberie e di assassinî, e confessa di raccapricciare a dover dire quanto scellerata e laida fosse stata la sua vita. Un altro contemporaneo, Rodolfo Glaber, monaco di Cluny, dipinse l’esosa figura di questo mostro nel fondo del quadro che ei colorì della sua età, in cui peste e fame andarono devastando Europa intiera. [50] Il mondo era infermo di un’epidemia morale del paro che fisica; per farsene un’idea occorre leggere i Cronisti di quell’età. Fra quegli orrori peraltro, appunto allora ebbe origine la umana legge della pace di Dio, la Treuga Dei, che fu primamente promulgata dai Vescovi della Francia meridionale. Questo trovato benefico, conforto massimo degli uomini di quell’età, torna a bellissima gloria della Chiesa, la quale diè prova così, che anche in mezzo a condizioni tanto terribili di cose non s’era spento sul suo altare il fuoco sacro della carità e dell’amore. Però l’abbondanza dei ricolti che succedevano dopo l’anno 1033 fece sì che i popoli dimenticassero abbastanza presto i flagelli sofferti; e il buon frate deplora la fralezza dell’umana natura che, appena uscita delle prove onde con giustizia l’aveva punita il Signore, ritornava alle crapule e agli assassinî, agl’incesti e ai delitti, nei quali i Principi e il Papa erano i più operosi fra tutti[57].
Con Benedetto IX il Papato toccò nel costume quell’apice estremo di decadimento che, secondo le leggi della morale natura, genera il ritorno a condizioni migliori. La barbarie in cui Roma era involta a questo tempo probabilmente mitigherebbe il giudizio che cade sull’età di Giovanni XII, o supererebbe d’infamia quella più tarda dei Borgia, se l’una epoca colle altre esattamente si paragonasse. Però, soltanto un incerto chiarore scende [51] a dar luce su questo tempo disastroso, in cui un Papa, fanciullo del taglio di Caligola, e vizioso come Eliogabalo, faceva da vicario di Cristo. Vediamo in confuso i capitani di Roma congiurare di uccidere il giovane scellerato nella festa dell’Apostolo presso all’altare, ma nel momento stabilito oscurarsi il sole, ed il terrore che se ne spandeva impedire forse che il fatto si compiesse: Benedetto così aveva tempo di scamparne dandosi alla fuga[58]. Può essere che in questo tumulto la fazione dei Crescenzî s’avesse adoperato più di tutte le altre[59]; ma l’intendimento falliva, ed il Pontefice sfuggitone doveva vivere ancora lunghi anni a danno di Roma e a vitupero della Chiesa. Quindi nell’anno 1037 correva egli presso l’Imperatore a Cremona per assicurarsi della protezione sua.
Corrado era infatti disceso in Italia nell’inverno dell’anno 1036, dappoichè qui lo richiamava un gravissimo moto che ribolliva in Lombardia. Il sistema feudale subiva un rivolgimento interiore. I piccoli vassalli, ossiano valvassori, che avevano avuto i loro beni in feudo dai maggiori signori, Duchi, Conti, Vescovi e [52] Abati, si ribellavano contro l’arbitrio e la tirannide di costoro, chiedendo uno stabile ordinamento della proprietà. Ad essi si associavano i piccoli signori, che senza vincolo feudale liberamente sedevano sopra beni di loro retaggio ma la cui libertà era continuamente minacciata dai Vescovi, entro le cui giurisdizioni immuni dimoravano. Il lombardo Eriberto, arcivescovo di Milano, era il principe più potente dell’Italia settentrionale, e signore feudale di città e di vassalli molti: uomo superbo e d’indole ferma, era cagione che scoppiasse questa rivoluzione sociale, la quale si propagava bentosto fra tutti i ceti, e traeva nella lotta l’Impero tedesco. Gli uomini liberi e i cavalieri feudali si sollevavano contro all’Arcivescovo e conchiudevano una lega lombarda; Eriberto alla fine faceva appello all’Imperatore. Può darsi che Corrado da lunghissimo tempo vagheggiasse di trovare un’opportunità per umiliare il gran Vescovo, il quale possedeva in Lombardia una potenza tanto grande, che all’Impero poteva diventare più perniciosa di quello che fosse stata la potenza del re nazionale Arduino. Nella Dieta di Pavia Eriberto si rifiutò di obbedire alla sentenza di Corrado, e l’Imperatore, preso d’imprudente collera, fece incarcerare lui e tre altri Vescovi, senza sottoporli nemmanco a inquisizione. Il repentino imprigionamento del maggiore prelato d’Italia destò un chiasso incredibile, e inasprì profondamente gli animi contro l’Imperatore, la cui opera adesso parve agli Italiani esser efferatezza di tiranno. Il prigioniero potè fuggire a Milano, e l’odio che questa e altre città nutrivano contro alla podestà dell’Impero tedesco lui prese tosto a rappresentante della idea di nazione. Di tal guisa [53] ebbe origine la prima guerra vittoriosa che con intento nazionale la città di Milano e le sue collegate mossero contro ai Re tedeschi.
Fu durante questo moto dell’Italia settentrionale, e dopo che Corrado ebbe promulgata la legge feudale che ai vassalli concedeva la trasmissione ereditaria dei loro beni, fu allora che Benedetto IX venne a lui a Cremona[60]. Il primo monarca dell’Occidente dovette scender tanto basso da prestare onore ad un ragazzaccio scapestrato, poichè era papa, e poichè egli di un Papa abbisognava. Benedetto, ossiano i suoi consiglieri, esortarono l’Imperatore a venire a Roma e a rimetterlo sulla sedia pontificia: in ricambio di questa domanda, ben poteva Benedetto pronunciare la scomunica contro il proscritto Arcivescovo milanese, sì come Corrado richiedeva. Non erano soltanto le cose di Roma che inducevano l’Imperatore all’impresa, ma altresì il malo ordine che dominava nelle Puglie, dove Pandolfo IV di Capua, che era stato restituito nel principato, soggiogava da ogni parte città, metteva a sacco il convento imperiale di Monte Cassino, e minacciava la Campagna di Roma.
Corrado pertanto mosse nell’inverno dell’anno 1037 più verso mezzogiorno; di Parma, che s’era ribellata e ch’ei lasciava dietro ai suoi passi cumulo di ruine fumanti, andava a Perugia, e celebrava la Pasqua dell’anno 1038 a Spello in compagnia del Papa. È incerta [54] cosa se Benedetto IX, dopo di essere partito di Cremona, tornasse a Roma, oppure se, giusto allora scacciato, andasse in cerca dell’Imperatore, oppure se già fuggitivo lo aspettasse. Ci basta sapere che Corrado lo riconduceva, ovvero lo rimandava a Roma[61]. Se l’Imperatore avesse avuto orecchio da comprendere il peso delle querimonie che i Romani levavano contro di Benedetto IX, avrebbe dovuto rifiutarsi di prestare il suo braccio a questo giovane malvagio, ma egli era ben lungi dal pensiero di liberare la Chiesa romana da condizioni di cose tanto desolate: era tutto assorto negl’intendimenti politici; massimamente gli tornava a buon conto che il partito dei Tusculani favorevole a Germania mantenesse il suo potere su Roma, e assai più gli premeva di giovarsi a’ suoi scopi della marionetta papale. Benedetto, come lo induceva riconoscenza, scagliò un anatema sul capo dell’orgoglioso Eriberto, il quale, tenendosi a riparo delle trecento torri di Milano, si rise di quello scherzo puerile: Corrado poi, il quale forse lasciava un presidio a protezione del miserabile Papa, procedette innanzi fino a Monte Cassino. Addì 13 di Maggio fu a Capua, donde Pandolfo era fuggito; diede questo ducato a Guaimaro principe di Salerno, e infeudò al normanno Rainolfo la contea di Aversa. Questa città, fondata nell’anno 1030 da quel condottiero di bande venute agli stipendî di [55] Sergio duca di Napoli, diventò l’embrione dello Stato normanno, che venne sorgendo nell’Italia inferiore. La peste scoppiò nell’esercito di Corrado, e fece sì che nell’estate istesso l’Imperatore movesse a ritorno: egli medesimo portò con sè in Alemagna il germe della morte, ed ivi passò di vita ai 4 di Giugno dell’anno 1039.
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Parecchi anni trascorsero prima che il novello Re tedesco venisse in Italia: questo Re era Enrico III succeduto al padre, giovane, energico, pio, principe magnifico; a lui, come a Carlo magno e ad Ottone il grande, si spettava la missione di restaurare Roma a dignità, di purgarla dalla barbarie e di introdurre riforma nella Chiesa che era lì lì per sommergere. Infatti Benedetto IX continuava pur sempre ad essere il disonore del Papato; pareva che un demonio d’inferno, sotto la maschera del prete, sedesse sulla cattedra di san Pietro, e colle sue arti oscene profanasse i misteri santi della religione.
Benedetto IX, riposto sulla sedia pontificia nell’anno 1038, protetto da Gregorio fratello suo, che, da senatore dei Romani, reggeva ossia malmenava la città, conduceva senza impedimento in Laterano la vita [58] di un sultano turchesco; egli e la famiglia sua empievano Roma di ruberie e di assassinî; ogni ordine giuridico cessato aveva[62]. Finalmente, ai 7 Gennaio 1044, il popolo si levò a furibonda rivoluzione; il Papa fuggì, ma i suoi vassalli si sostennero nella città Leonina contro gli assalimenti dei Romani. Al Pontefice aderivano le genti del Trastevere, ed egli chiamava suoi amici e partigiani dalla Campagna; Gerardo conte di Galeria veniva con molti cavalieri alla porta dei Sassoni, e respingeva i Romani battendoli, in quello che un terremoto si univa ad accrescere la desolazione della ribellata Città. La Cronica antica che narra di questi fatti non dice se dopo tre giorni di battaglia il Trastevere fosse preso di assalto; essa offre soltanto notizia che i Romani concordemente dichiararono di non volerne saper più di Benedetto, ed a loro papa elessero Giovanni vescovo della Sabina, che prese nome di Silvestro III[63].
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Anche questi dovette la sua esaltazione alla forza dell’oro con cui seppe corrompere i sediziosi e il loro capitano Girardo de Saxo. Questo potente Romano con grande astuzia aveva dapprima promessa in moglie a Benedetto IX la sua figliuola, indi gliela aveva negata[64], avvegnaddio il Papa non avesse provato ritegno di qualunque cosa per grave che fosse, pur di conseguire la mano di quella Romana cui era congiunto di parentela. Il padre di lei lo sedusse colla speranza di farla sua, e poichè gli ebbe chiesto che primamente deponesse la tiara, Benedetto, il quale bruciava di desiderio della donzella, non si oppose, e durante la rivolta di Roma fecelo. Lo agitava il demonio della lussuria, e fra il popolo superstizioso si andava vociando che nel cupo delle foreste avesse commercio coi diavoli, e con arti magiche inducesse le donne a fare il piacer suo; si voleva che in Laterano si fossero trovati i libri d’incantesimi coi quali egli scongiurava i demonî[65]. Frattanto la cacciata di lui faceva inviperire l’orgogliosa famiglia sua, e l’odio del Papa vieppiù bramava [60] di vendicarsi del giuoco onde l’aveva falsamente raggirato Girardo; la sua fazione numerosa teneva ancor fermo nel castel Sant’Angelo, e il suo magico oro ammaliava Roma; dopo quarantanove giorni Silvestro III era gettato giù della cattedra apostolica, e vi risaliva il Tusculano anelante vendetta: questo accadeva ai 10 di Aprile dell’anno 1044[66].
Dappoi Benedetto IX dominò ancora per il periodo di un anno e ventun giorno, mentre Silvestro III trovava riparo in una rocca nel Sabinate, se pure non si ricoverava entro qualche ben munito monumento di Roma, e continuava ad appellarsi papa. Una tenebra per noi benefica ci tien celati gli orrori che s’ebbero visti in quest’anno. Odiato dai Romani, malsicuro del trono, angustiato continuamente dalla paura che la rivoluzione nuovamente scoppiasse, Benedetto si trovò costretto ad abdicare. Bartolomeo abate di Grotta Ferrata lo esortò a farlo, ma egli, senza sentirne scrupolo o vergogna, vendette il Papato a denaro, tal quale fosse stato una balla di mercanzia. Stipulò un contratto formale, in cui per il prezzo di un cospicuo reddito, e precisamente del denaro di san Pietro proveniente dall’Inghilterra, cedette, addì 1 Maggio 1045, la sua dignità di pontefice a Giovanni Graziano, che era il ricco arciprete della chiesa di san Giovanni, [61] posta presso a porta Latina[67]. Poteva mai la profanazione dell’officio santissimo della Cristianità andar più in là di quello cui fosse tratta con questa vendita? eppure il commercio delle dignità ecclesiastiche era divenuto di uso così universale in Roma e nel mondo tutto, che non potè reputarsi troppo grave enormezza se alla fin fine anche un Papa vendeva la cattedra di san Pietro.
Giovanni Graziano, ossia Gregorio VI, si gettò dietro le spalle i canoni, e fecelo con arditezza di animo tale, che forse fu compresa da pochissimi dei suoi contemporanei; uomo degno di ricordanza, comperò il Papato per torlo da mani inique, eppure in quel suo orribile tempo fu tenuto per idiota, laddove forse ebbe mente capace di serî intendimenti e magnanimi. Tuttavolta è difficile cosa che Pier Damiani, il quale fu in quell’età il monaco più di tutti fervente del bene, avesse contezza di quel [62] mercato allorquando, dopo l’esaltamento di Gregorio VI, scrivevagli giubilando, che finalmente fosse tornata all’arca santa la colomba recante il ramo d’ulivo[68]. Può darsi che il Santo pio lo conoscesse di persona e avesse in lui notato qualche virtù; financo le aride Croniche del tempo, le quali certamente a torto lo dipingono per rozzo e inesperto, tanto che dovette torsi un vicario, non hanno saputo attribuirgli a colpa vizio alcuno. I Cluniacensi di Francia e le congregazioni d’Italia salutarono tutti il suo avvenimento al pontificato come principio di giorni migliori; e in quella bujissima epoca di Roma tutt’a un tratto si colloca a’ fianchi di questo Papa simoniaco un frate giovine e ardito che, dopo eroici sforzi di un’intiera età d’uomo, rialza il Papato caduto in tanto stremo ad una grandezza che non s’avrebbe potuto presagir mai. Per la prima volta esce adesso fuori della sua oscurità Ildebrando, che vediamo a lato di Gregorio VI diventarne cappellano; e questo solo dimostra che Gregorio non era un idiota. Non sappiamo fino a che punto fin d’allora si estendesse l’operosità di Ildebrando, e s’egli abbia avuto parte alla illegale esaltazione di Gregorio; però nel «vicario», di cui parlano i Cronisti, può darsi facilmente che si celasse quel giovane [63] frate pieno di genio e di ambiziosi disegni che fu consigliero di Gregorio VI, e che più tardi, in grata memoria di lui, si appellò Gregorio VII. Del resto un fatto così straordinario come fu l’innalzamento di Gregorio VI al soglio pontificio non era troppo repugnante all’indole di Ildebrando.
Mentre adesso Benedetto IX continuava in Tusculo, oppure in Roma, a menare la sua scapigliata vita di piaceri, Gregorio VI fu papa per quasi due anni colla buona volontà di salvare la Chiesa, che chiedeva una riformazione fondamentale e che tosto dopo la ebbe. Il Papato, che fino adesso era stato un feudo ereditario dei Conti tusculani era andato tutto a soqquadro; il Dominium Temporale, dono fatale dei Carolingi che in mano dei Pontefici diventò un vero vaso di Pandora, donde si rovesciarono mille e mille malanni a ruina di Roma, questo Dominium era scomparso, poichè appena era se la Chiesa imperava ancora sulle più prossime castella, poste nel territorio della Città[69]. Cento piccoli signori, capitani ossiano vassalli della Chiesa appartenenti all’alta nobiltà, stavano pronti a dare l’assalto a Roma; tutte le vie erano infestate di masnadieri, tutti i pellegrini erano spogliati d’ogni loro roba; dentro la Città le chiese erano in ruina, in quello che i preti tripudiavano in loro baccanali. Non v’era giorno che non avvenissero assassinî a rendere mal sicure le strade; [64] nobili romani si scagliavano financo dentro il san Pietro colla spada in pugno per rubarne i donativi che mani pietose andavano forse ancora deponendo su quell’altare. Il Cronista che descrive questo stato di cose celebra a gloria di Gregorio che egli vi pose un argine. I capitani feroci cinsero bensì di assedio la Città, ma egli ragunò animosamente la milizia, vi ristabilì qualche ordine, e perfino conquistò molte castella nel territorio della Città: ed è verosimile che Silvestro avesse osato di tentare un’impresa contro Roma, ma soccombesse di contro all’energia spiegata da Gregorio. Tumultuario e orribile fu il breve e oscuro periodo del pontificato di quest’uomo, e ben presto, a cagione della severità da lui usata contro la ladronaja, venne in odio degli ottimati ed eziandio dei Cardinali, che non meno di quegli altri erano avidi di predare[70].
Per quanto pur Gregorio VI facesse sotto l’influenza di monaci francesi e italiani affine di torre la Chiesa da così barbarico abbrutimento, non v’era tuttavia che la dittatura germanica la quale potesse salvarla, sì come era avvenuto a’ tempi di Ottone magno. Poco andò che gli sforzi del Papa non ebbero più alcun risultamento; esaurite erano le sue forze, e i suoi avversarî poco a poco presero il sopravvento. Tanto insanabile anarchia durava in [65] Roma, che si narra qualmente tutti e tre i Pontefici vi risiedessero ad un tempo, l’uno in san Pietro, l’altro nel Laterano, il terzo in santa Maria Maggiore. Alla fine gli sguardi dei migliori uomini romani si volsero al Re di Alemagna; l’arcidiacono Pietro, senza pur consultare Gregorio, congregò un Sinodo in Roma, ed in esso fu risoluto di muovere fervente istanza ad Enrico perchè venisse a prendere la corona imperiale, e a resuscitare la Chiesa dalla sua ruina[71].
Enrico III venne nell’autunno dell’anno 1046 alla testa di un grande esercito, con fervida volontà di diventar signore di Roma e di farsi riformatore della Chiesa romana. Il decadimento di essa, che omai trascendeva ogni limite, era cagione che crescesse anche in tutti gli altri paesi la corruttela del clero; la sua restaurazione doveva essere pertanto un beneficio per l’universale. Nessuno fuvvi che si levasse da nemico contro il Re; Vescovi e Duchi (fra i quali Bonifacio, potente margravio di Toscana) gli prestarono omaggio; Gregorio VI, anch’egli, [66] mossegli incontro fino a Piacenza, nella speranza di guadagnarlo alla sua causa: però il Re lo congedò, protestando che il destino di lui e degli Antipapi sarebbe deciso da un’assemblea della Chiesa, che avrebbe giudicato a tenore dei canoni.
Poco tempo prima del Natale dell’anno 1046 congregò egli infatti a Sutri, in mezzo alle buone lance del suo esercito, un concilio solenne di Vescovi: ivi Silvestro III fu deposto dal pontificato e condannato a far penitenza in un chiostro, ma quanto a Gregorio VI il Concilio stette dubbioso se avesse autorità di giudicarlo. Gregorio, che era uomo sincero od altrimenti s’affidava alla coscienza de’ suoi buoni intendimenti, accondiscese a narrare in publico la storia del suo esaltamento, e pertanto fu tratto a giudicarsi di sua propria bocca colpevole di simonia ed indegno del papato[72]. Egli allora depose le insegne di quella dignità, e siffatta abnegazione di sè tornò a grande onore suo. Allora Enrico, insieme coi Vescovi e con Bonifacio margravio, mosse alla Città, la quale non gli chiuse in faccia le porte, perciocchè Benedetto IX si fosse nascosto a Tusculo, e i suoi fratelli non osassero di opporre resistenza. Roma, stanca degli orrori dei Tusculani, accolse giubilando il Re tedesco come suo liberatore. Mai più da quel tempo in poi Re alcuno di Germania fu ricevuto dal popolo romano con sì liete acclamazioni; non mai altro Re operò cose parimente [67] grandi di quelle ch’ei fece, nè fu apportatore di eguali mutazioni di cose. Colla spedizione di Enrico III su Roma incomincia un’epoca nuova nella storia della Città e massimamente in quella della Chiesa; sembra che le acque del diluvio si ritraggano, e che, approdata l’arca al monte di san Pietro, uomini ne scendano che ad un nuovo mondo diano genti nuove e nuove leggi. Che significato poi abbia nelle cose umane la legge, potenza terribile e severa che uccide, lega e raccoglie ad unità, ben poche età ne fecero esperienza al paro di quelle che adesso si verranno succedendo.
Un Sinodo tosto adunato dichiarò ancora una volta destituiti tutti e tre i Papi[73]; pertanto era necessario eleggere un Pontefice canonicamente.
Come già aveva fatto Ottone III prima della sua coronazione, così anche Enrico conduceva con sè l’uomo che doveva conseguire la tiara, e che a lui doveva porgere la corona. Avrebbe bastato un cenno di comando per far crear papa il Vescovo di Bamberga, ma Enrico non volle offendere nessuna delle forme legali. Come re di Germania non possedeva egli alcun diritto sulla Città, nè sulla elezione pontificia; perciò primamente dovette farsi attribuire questo diritto, e la cosa senza dubbio avvenne per via di un trattato, che fin da Sutri aveva conchiuso coi Romani. «Signori romani», disse l’accorto Enrico con accento di sprezzo nel parlamento che convocò in san Pietro addì 24 di Dicembre, «Signori romani, per quanto insensati sieno sempre [68] stati finora i vostri comportamenti, io vi lascio tuttavia libertà di eleggere il Pontefice secondo il costume antico; fra i qui congregati prendetevi quel Papa che più vi grada». Ed i Romani sommessamente risposero: «Quando è presente la maestà del Re non ci compete decidere dell’elezione; quando essa non è presente, fatevi Voi rappresentare dal Vostro Patrizio. Questi infatti non del Papa, ma dell’Imperatore è patrizio nelle cose della republica. Noi confessiamo di essere stati abbastanza malaccorti da aver creato papi degli uomini idioti. La regia autorità vostra è quella cui si spetta di dare alla Republica romana il beneficio delle leggi e l’ornamento dei costumi, e di prestare alla Chiesa braccio di difensore[74].»
I Senatori dell’anno 1046, che con tanta umiliazione cedevano al Re tedesco il preziosissimo dei diritti, serrarono gli occhi per non vedere le ombre di Alberico e dei tre Crescenzî, avvegnachè questi loro Patrizî gli avrebbero accusati di tradimento verso di Roma. I Romani di quei giorni, miserabili e indegni, malvagi e divisi, masnada piuttosto che popolo, meritavano più che mai di essere gli schiavi di una volontà straniera: d’altronde erano parati ad ogni sacrificio, pur di liberarsi dalla tirannide dei Tusculani. Nulla dimostra l’estremo esaurimento di loro forze e le gravissime loro sofferenze, [69] più di questa facile rinunzia di un diritto, che altra volta aveva costato tanta fatica a Ottone magno, quando lo aveva voluto torre alla Città. Roma faceva vergognosa confessione di non avere fra’ suoi alcun ecclesiastico il quale fosse degno o capace del Papato, perocchè il clero cittadino fosse rozzo e tutto impeciato di simonia. Oltracciò tutte le altre circostanze di cose esigevano che si eleggesse a papa un uomo che non fosse romano e neppure italiano. I Romani richiesero Enrico che loro desse un buon Papa, ed egli presentò alla consenziente adunanza Snidgero vescovo di Bamberga, e lo condusse alla sedia apostolica, quantunque quegli accettar non volesse. Clemente II, consecrato nel giorno di Natale dell’anno 1046, pose tosto la corona imperiale in capo di Enrico e della moglie sua. V’erano ancora a sufficienza Romani che coi loro proprî occhi avevano anticamente visto, ai giorni di Ottone III e di Gregorio V, succedersi immediatamente il simigliante avvenimento di un’elezione pontificia e di una coronazione imperiale: adesso che il secondo Papa di nazione tedesca saliva alla cattedra di san Pietro può darsi che in cupo odio ricordassero, come il primo avesse vissuto pochi e tristi anni in Roma, e sventurato fosse morto[75].
La coronazione di Enrico III si compiè fra condizioni di cose tanto rilevanti e con calma sì perfetta, che qui ne si offre la più acconcia opportunità di descrivere [70] in brevi tratti la solennità che in generale occorreva per le coronazioni imperiali. Da dopo di Carlo magno queste ripetute ceremonie formarono il più splendido spettacolo che in Roma si celebrasse, accosto alle coronazioni o processioni lateranensi dei Papi che avvenivano con maggiore frequenza, e delle quali più tardi daremo un’idea[76].
Quando l’Imperatore eletto moveva colla moglie sua e colla sua comitiva alla coronazione, era accolto dal clero e dalle corporazioni della Città presso a santa Maria Traspontina, in vicinanza di un monumento denominato Terebinthus di Nerone[77]. Ivi, prossimamente al castel Sant’Angelo, era la Porta Castelli, dove il Re romano soleva giurare ai Romani di voler mantenere in vigore le leggi e le consuetudini della Città: questo stesso giuramento [71] ei prestava fin da quando giungeva ad un piccolo ponte che era nei prati di Nerone[78]. Dalla porta il corteo procedeva fino alla scalea del duomo; alcuni Senatori camminavano a’ fianchi del Re; lo precedeva il Prefetto della Città recando la spada nuda, e i suoi valletti andavano gettando denaro. Giunto alla gradinata, scendeva di cavallo, e saliva col suo seguito sulla piattaforma, dove sedeva il Papa circondato dell’alto clero, aspettandolo: il Re gli baciava il piede e faceva sacramento che sarebbe retto difensore della Chiesa; riceveva dal Papa l’osculo di pace ed era da lui adottato per figliuolo della Chiesa. In mezzo a cantici solenni entravano ambidue nella chiesa di santa Maria in Turri, che era presso alla scalea del san Pietro, ed ivi il Re era formalmente ordinato canonico della basilica[79]. Indi, condotto [72] dal Conte palatino del Laterano e dal Primicerio dei giudici, veniva fino alla porta d’argento del duomo, vi faceva preghiera, e il Vescovo di Albano pronunciava su di lui la prima orazione. Anche dentro del san Pietro un numero infinito di mistiche ceremonie era preparato al Re. Colà, non lungi dall’ingresso, si trovava la Rota Porphyretica, ossia una pietra di porfido di forma circolare, infissa nel pavimento; lì presso sedevano il Re ed il Papa, ed il candidato imperiale vi pronunciava la sua professione di fede; dipoi il Cardinale vescovo di Porto si collocava nel mezzo della Rota, e diceva la seconda orazione. Fatto ciò, il Re veniva coperto di nuovi abiti, e dentro della sacristia era creato cherico dal Papa e vestito della tunica e della dalmatica, del piviale, della mitra e dei sandali; indi era condotto all’altare di san Maurizio dove lo seguiva la sua consorte, che aveva anch’ella compiuto ceremonie simiglianti ma meno faticose. Colà il Vescovo di Ostia ungeva del crisma l’Imperatore sul braccio destro e sulla nuca, e diceva la terza orazione solenne[80].
Se il Principe che s’incoronava era compreso veramente della eccellenza della sua missione, certo è che la solennità della funzione, la pompa mistica e pesante, la grandiosa monotonia delle preci e dei cantici che risonavano sotto il soffitto dell’antichissimo duomo santificato di sublimi ricordanze, dovevano scuoterlo nel più profondo dell’anima. La meta sublime [73] di tutte le ambizioni umane, la corona di Carlo magno posava sull’altare del Principe degli Apostoli e mandava raggi di luce all’occhio ansioso di lui. Ma prima il Papa metteva in dito del Re consecrato l’anello d’oro, a simbolo della fede, della costanza e della potenza del suo reggimento cattolico; con simile significato lo cingeva della spada, e allora finalmente gli poneva in capo la corona. «Ricevi», diceva, «il segno della gloria, il diadema del regno, la corona dell’impero, nel nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo; sgombra l’animo dal nemico capitale e da ogni sorte di peccata; sii giusto e pietoso; vivi in amore pio, così che un giorno tu possa ricevere la corona eterna dalla mano del Signor nostro Gesù Cristo, in unione dei beati.» La chiesa allora risonava del «Gloria» e della laude: «Vita e vittoria sia all’Imperatore e agli eserciti di Roma e di Germania»; e rimbombava delle grida giubilanti e senza fine dei fieri uomini d’arme che salutavano imperatore il loro Re nelle barbariche favelle tedesche, slave e romanesche[81].
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L’avventurato Imperatore deponeva indi le insegne dell’impero, e serviva in officio di suddiacono la messa che il Papa celebrava: finita questa, il Conte palatino gli traeva di piede i sandali e gli calzava i rossi stivali usati dagl’Imperatori, cogli sproni di san Maurizio: allora tutto il corteo usciva col Pontefice dalla chiesa e moveva al Laterano lungo la via appellata Trionfale, per Roma tutta addobbata a festa, in mezzo allo scampanio di tutte le chiese[82]. Presso certe stazioni eranvi preti che cantavano laudi, e le Scuole ossiano corporazioni ivi stavano disposte a salutare l’Imperatore che passava. Innanzi e dietro di lui andavano i valletti spargendo a larghe mani il denaro, e parimente tutte le Scuole e tutti gli officiali del palazzo ricevevano il Presbyterium, ossia consueto donativo di denaro. Si chiudeva la solennità con un banchetto servito nel palazzo pontificio. Se le circostanze lo consentivano, il dì seguente l’Imperatore andava processionalmente a udir la [75] messa in Laterano; nel terzo giorno veniva coronato al san Paolo; nel quarto giorno a santa Croce in Gerusalemme.
Questi che abbiam dato non sono che i tocchi più scarsi di una coronazione imperiale di quell’età; le ceremonie derivate dalle pompe bizantine s’erano stabilite da dopo di Carlo magno, e nell’essenziale rimasero sempre eguali, sebbene col procedere del tempo molto vi si mutasse e di nuovo si aggiungesse. Non v’ha alcuna pompa dell’età nostra che giunga più allo splendore ed alla grandezza di quegli spettacoli. La moltitudine di duchi e di conti, di vescovi e di abati, di cavalieri e di signori che vi assistevano colle loro comitive, la ricchezza dei loro abiti, la stranezza de’ loro volti e delle loro lingue, le schiere marziali degli uomini di guerra, la mistica magnificenza del Papato romano con tutti i suoi ordinamenti di forma pittoresca, le fogge dei Romani laici, dei giudici, dei senatori, dei consoli, dei duci, delle milizie raccolte sotto i loro gonfaloni, le vestimenta mirabili, variopinte, fantastiche, finalmente, teatro sublime del dramma, Roma severa, tetra, piena di ruine, traverso cui il corteo della coronazione incedeva solennemente; tutto questo doveva presentare un quadro sì poderoso e seducente nei suoi colori attinti alla storia mondiale, che perfino un Romano avvezzo alle magnificenze dei tempi di Trajano, lo avrebbe mirato con occhio attonito. Le coronazioni tornavano a dare a Roma il carattere di città universale. Allorchè i Romani di quel tempo ne erano spettatori, potevano ben dire a sè medesimi che Roma aveva ancora Imperatori eletti o acclamati da essa, e coronati da’ suoi Vescovi, affinchè in nome di Roma, [76] almeno nel dominio dell’idea, signoreggiassero il mondo. Le migliaia di stranieri che accorrevano alla Città vi lasciavano oro in gran copia, e il popolo affamato poteva satollarsi qualche settimana col guadagno fatto nella coronazione. Ma se patriotti degli spiriti di Alberico e di Crescenzio pensavano che questi Imperatori, i quali entravano con tanta pompa, non erano romani, nè italiani, ma tedeschi, che neppure intendevano motto di loro lingua, che a proprio arbitrio creavano i loro Papi, che, mentre venivano con loro eserciti a Roma, lasciavano dietro di sè in ceneri le città d’Italia, furibondi cacciavano tutt’a un tratto le spade celate di sotto ai fiori, e la plebaglia inferocita si scagliava sul Vaticano per trucidarvi l’Imperatore poc’anzi coronato: così il quadro bellissimo e imponente della storia universale in pochi istanti si tramutava nel tumulto della battaglia che si appiccava per le vie, e che alla fine era soffocata in mezzo a fiumi di sangue.
Però Enrico III, in mezzo a condizioni di cose tanto fauste per lui, non doveva temere questo consueto scoppio di odio nazionale. Ben anzi, subito dopo della coronazione, i Romani lo investirono eziandio di quella podestà di patrizio che tenuta avevano Carlo ed Ottone: financo, dovevano andarne per sempre forniti i suoi succeditori nell’Impero. Nobili, cittadini e clero con romorosa acclamazione confermarono questo importante decreto, mercè cui la Città e la Sedia apostolica andavano assoggettate onninamente alla corona germanica. Senza muovere contrarietà di sorte, i Romani si spogliarono dell’esercizio della volontà loro propria, e tutt’al più provarono il vano contentamento che una sì alta podestà [77] fosse attribuita all’Imperatore, per mandato del popolo romano. Con solenne ceremonia Enrico fu coronato patrizio nel san Pietro; una clamide di color verde, un anello e un aereo diadema furono le insegne della sua podestà cittadina[83]. Il potente Imperatore accondiscese a fregiarsi dei segni di una magistratura che ottimati romani avevano prima di lui tenuto, e benanco si espose alla censura di essere disceso a livello dei Conti di Tusculo[84]. Tutta volta potè egli acconciamente paragonarsi ad Augusto, il quale s’aveva fatto attribuire la podestà tribunizia ed altre cariche della Città; d’altronde ben sapeva egli eziandio che agli occhi di Roma il Patrizio rappresentava le prerogative sovrane del Senato e del popolo. Per tal guisa, quella dignità acquistò rilevanza maggiore di quanta ne avesse avuto ai tempi di Ottone III; ed è massimamente degno di nota considerare come nel medio evo un titolo romano antico ottenesse [78] forza sì grande, da diventare finalmente una delle maggiori cagioni delle guerre lunghe e terribili che furono combattute nell’Impero fra la podestà civile e quella ecclesiastica. Lo stesso Cronista, che mirava di mal genio il Patriziato di Enrico, avvertiva che questo titolo vano non si trovava nei fasti di Roma pagana, e neppure in quelli di Roma cristiana, ma derivava dal bizantino Narsete; e aggiungeva che i capitani di Roma si erano di esso serviti per arrogarsi il diritto della elezione pontificia. Da dopo del secolo decimo vi si era più efficacemente associata l’idea che racchiudesse in sè la podestà di eleggere Papi; sennonchè questa podestà si faceva discendere non già dagli Esarchi, ma da Carlo magno, cui, anticamente, Adriano insieme col Patriziato avrebbe ceduto la elezione e la investitura de’ Pontefici e de’ Vescovi. Perciò nelle rivoluzioni di Roma, i capi temporali della Città si nomavano tosto anche patrizî, e, come tali, eleggevano eziandio Pontefici[85]. Ora il forte Enrico, il quale oltracciò comprendeva che avrebbe potuto condurre a salvamento la Chiesa soltanto allora che avesse sottoposto del tutto al voler suo la Sedia pontificia e la Città, non disdegnava di riunire all’Impero quella podestà con legittimo vincolo. Nè arrossir doveva [79] di un titolo, onde lo stesso Carlo magno aveva fatto uso in alcuni diplomi, avvegnaddio anzi così ragguardevole paresse al tempo suo quel titolo di patrizio dei Romani, che Enrico III in documenti romani si denota effettivamente con esso[86].
Il popolo romano aveva ceduto al Re tedesco il solo diritto che possedeva. Forse che non avrà avuto sua parte anche il clero per indurlo a far ciò? Infatti, tanto grande reputavasi il vero servigio che Enrico aveva prestato alla Chiesa con distruggere la tirannide nobiliare e con far cessare lo scisma, che a quel tempo non pareva di averlo comperato troppo caro al prezzo estremo della libertà di elezione del Pontefice. I pochi uomini generosi che si trovavano in mezzo al clero dicevano senza reticenze, avere Enrico conseguito quella podestà in compenso dei meriti suoi, parimenti come Davide, in premio di aver vinto Golia, aveva ottenuto la mano della figlia del re[87].
Tornava la Chiesa a respirare: in questo momento di liberazione sembrava che essa si rallegrasse [80] soltanto dei dì presenti, nè pareva che scorgesse i danni venturi di quell’altra tirannide che essa medesima aveva evocato. Pochi soltanto erano quelli che nel dubbio e nella costernazione prevedevano un fosco avvenire. La podestà imperatoria s’era restaurata in Roma senza limiti, sì come al tempo di Ottone I; il diritto di elezione e d’investitura era per sempre trasferito all’Impero tedesco, e il capo di questo riceveva giuramento di sudditanza dai Romani di tutti i ceti. Tuttavolta, grandi rivoluzioni e lotte che dovevano agitare in tutte le viscere il mondo, furono le conseguenze di questo patriziato attribuito alla corona germanica. Può darsi che il presentimento di esse si facesse strada nell’animo di Ildebrando, oscuro cappellano del deposto papa Gregorio VI, allorquando vide coronarsi la fronte di Enrico III col serto di patrizio; però è difficile cosa che egli a questo tempo presagisse qualmente, trentun anno più tardi, il figliuolo del potente Imperatore, deposta la corona nella polvere, piegherebbe le ginocchia innanzi a lui, divenuto Gregorio VII.
Non appena che un Vescovo tedesco fu salito alla cattedra di san Pietro, uno spirito di riformazione incominciò ad alitare nella Chiesa; infatti dai Pontefici [81] germanici ebbe principio il grande riorganamento di cui a quest’epoca Gregorio VII fu l’eroe. Quel medesimo Enrico III, il quale assoggettava all’arbitrio suo la elezione pontificia, e poneva un dopo dell’altro quattro Pontefici tedeschi sulla cattedra apostolica, apriva con zelo fervente le vie a questa riforma. Alemagna e Italia dovevano adesso andar purgate della piaga onde le travagliava il commercio degli officî ecclesiastici.
Colla cooperazione di Enrico Clemente II tenne, di già nel Gennaio dell’anno 1047, il suo primo Concilio contro gli abusi della simonia; indi, sul finire di quel mese stesso, accompagnò nell’Italia meridionale l’imperatore. Mosse questi per la via Latina nella Campania, dove, nel suo cammino, ridusse a obbedienza alcuni capitani, senza che però si assoggettasse i Tusculani[88]. Noi seguiremo nella sua andata a monte Cassino, a Benevento e a Capua; ivi dappertutto il gran Principe colla sola sua presenza ristabilì l’autorità dell’Impero. Omai sul principio della primavera fece ritorno per Roma, e qui tolse con sè Gregorio VI, cui Ildebrando seguì nel suo esilio in Alemagna. Non fu senza buona ragione che il Papa deposto venne allontanato di Roma, perocchè la sua dimora colà avrebbe potuto diventar fomite di divisioni nuove. Anche Clemente andò col seguito dell’Imperatore, il quale volle condurre seco in Germania il suo servigevole [82] Vescovo perchè vi operasse la riforma ecclesiastica. Se il Papa tedesco sfuggì alla sorte di Gregorio V, lo dovette alla sua lontananza; avvegnaddio i Romani, quantunque per necessità si fossero sottomessi all’autorità imperiale, continuassero a odiarla come si odia la pressura di un giogo; neppure il più potente fra gli Imperatori giunse a domare una città in cui non teneva residenza, in cui non lasciava presidio, che gli si ribellava non appena che l’aveva perduta di vista.
Nel frattempo Benedetto IX teneva sua dimora a Tusculo, di dove mirava con rabbia la mutazione di cose avvenuta in Roma. I suoi agenti in gran segreto andavano preparandogli il terreno fra il popolo venale. Odio e invidia lo spingevano ad aspirare novellamente al manto pontificio, e, «mago alleato del diavolo», faceva mescere a Clemente II un veleno: così almeno narrano i Cronisti, e il dubitarne sarebbe follia. Il Papa tedesco morì repentinamente a Pesaro nel giorno 9 di Ottobre 1047, forse mentre tornava di Germania a Roma[89]. Allora Benedetto IX corse tosto nella Città, e con ghigno di scherno si assise nuovamente sulla cattedra apostolica.
Bonifacio di Toscana aveva sotto mano ajutato la [83] sua restaurazione. Questo despota ambizioso, il più potente dei signori che allora fossero in Italia, aveva a furia di ruberie raccolto insieme un dominio di terre che lui, creatura di Germania, doveva render nemico degli intenti tedeschi. L’opera cavalleresca di Azzo, castellano di Canossa e avo suo, che ivi aveva accolta e protetta la fuggente regina Adelaide, aveva dato origine alla prosperità della sua famiglia longobarda, che s’adoperò a sollevarsi in alto luogo, ma fiorì breve tempo. Il figlio di Azzo, che fu Tedaldo margravio, era diventato padrone di Mantova, di Ferrara, di Brescia, di Reggio e di Modena, e godeva il favore di Enrico II, come quegli che era stato suo vassallo fedelissimo in Italia duranti le lotte combattute con Arduino re nazionale[90]. Così Tedaldo potè lasciare ricchi possedimenti in retaggio al suo figliuolo Bonifacio, il quale sulle prime si tenne aderente a Germania non meno strettamente del padre. Posto dall’imperatore Corrado nel luogo del ribelle Rainerio margravio di Toscana, Bonifacio d’allora in poi dominò anche su questa Marca, e così aggiunse province a province, e ammassò dovizie immense. Mortagli poi la moglie Richilda senza avergli lasciato figliuoli, sposò egli Beatrice figlia di Federico, duca dell’alta Lotaringia, [84] e celebrò in Italia le sue nozze con pompa più che regia.
Beatrice partorì al marito, che già invecchiava, Federico e Beatrice, e, nell’anno 1046, Matilde, quella che più tardi diventò sua erede, e celebre contessa di Toscana, e proteggitrice della gerarchia romana.
Enrico mirava con sospetto la grande potenza del Margravio; infatti essa gli era minacciosa di pericolo più che non fosse la potenza di Milano, la quale, morto Eriberto, aveva fatto sommessione ed accolto l’arcivescovo Guido, creatura regia. Nel suo ritorno l’Imperatore fe’ tentativo di impadronirsi del Margravio, ma questi gli si sottrasse fuggendo. Odiava egli il regime tedesco, tendeva a ottenere durevole influenza su Roma, vagheggiava il Patriziato, e sapevagli male che Enrico si fosse preso anche questa podestà. Tuttavolta, in Roma aveva egli incensato la potenza regia, largheggiando di omaggi, e può darsi che l’Imperatore, per guadagnarlo alla sua causa e per porre sotto la protezione di lui il papa suo Clemente se lo avesse effettivamente nominato vicario nelle cose di Roma. In antico i Duchi di Spoleto erano stati i Missi dei Carolingi per Roma, ed Enrico, dopo la sua coronazione, deve aver concesso al margravio Bonifacio la medesima autorità, quantunque non v’abbia documento alcuno il quale provi che lo fregiasse del titolo di patrizio dei Romani.
Bonifazio dunque favorì il rivolgimento di Roma affine di ferire al cuore la influenza tedesca, e tollerò che per la terza volta Benedetto IX togliesse possedimento del Papato. Però alcuni ambasciatori romani forniti di pieni poteri erano di già andati celeremente all’Imperatore, [85] per richiedergli quali fossero le sue volontà nella novella elezione, e gli facevano proposta di Alinardo arcivescovo di Lione, che in Roma era amato e possedeva una rara cognizione della lingua italiana. Tuttavolta, trovandosi addì 25 Dicembre 1047 in Pölthe, Enrico fece eleggere a papa il vescovo Poppone di Bressanone, e lo mandò a Bonifacio, ordinando a questo Missus suo di condurre a Roma il designato Pontefice. Il Margravio rifiutossi di farlo, Poppone dovette ritornarsene all’Imperatore, e non ci volle altro che la minaccia risoluta di Enrico per indurre il vecchio Bonifacio all’obbedienza. Le sue soldatesche cacciarono allora Benedetto IX fuor di Roma, ed egli stesso guidò il Papa tedesco in Laterano, dove Damaso salì, ai 17 di Luglio dell’anno 1048, sulla cattedra santa[91].
Dopo di essere stato papa un’ultima volta, occupando la sedia apostolica per il periodo di otto mesi e nove giorni, Benedetto IX si ritrasse nel suo castello di Tusculo. Ignoto è il modo in cui finisse. Vien detto che sazio fino alla nausea della vita, ei si chiudesse nel convento di Grotta Ferrata, e quivi, di quel gran pagano che era, si convertisse a santo costume: chiunque conosca l’indole di quei tempi non terrà la cosa per impossibile; però altri racconti meno benevoli dichiarano che egli continuasse a vivere «da bestia» fino a’ suoi ultimi [86] giorni[92]. Con lui ebbe termine la tirannide dei Conti di Tusculo, ma questa famiglia, che ebbe dato a Roma cinque e forse più Papi, Giovanni XI, Giovanni XII, Benedetto VIII, Giovanni XIX, Benedetto IX, conservò ancora, fin giù nel secolo duodecimo, influenza sulla storia della Città, a cagione della ricchezza onde la sua casa era potente.
Il novello Papa tedesco abbandonò la Città, non appena che s’ebbe fatto vedere ai Romani. Sia che lo affannasse il calore estivo o che lo travagliasse angustia dell’animo, il povero Damaso sentì bisogno di uscirne, dacchè più felice s’era trovato vivendo da vescovo in una cittaduzza del Tirolo, vero luogo d’idillio, di quello che esser potesse felice papa in Roma imbarbarita. Si ricoverò dunque a Palestrina, ossia Preneste. Questa città era tuttavia [87] un feudo della Chiesa, posseduto dai successori di Benedetto e di Stefania senatrice; morto era il margravio Giovanni, ma il feudo era adesso tenuto da Emilia sorella di lui[93]. Sopite erano le controversie colla curia romana, i posseditori di Palestrina erano dei Crescenzî, cioè nemici dei Tusculani; laonde Damaso II poteva abitarvi con gran sicurezza. Sennonchè morte repentina lo toglieva del mondo, addì 8 Agosto del 1048, ventitre soli giorni dopo la sua ordinazione[94].
Può darsi che morisse di febbre, ma la rapidità della sua fine, come di quella del suo predecessore, destò dei sospetti giustamente concepibili[95]. Forse che il terribile [88] Benedetto IX gli aveva propinato un veleno? o i Romani avevano assassinato il Papa tedesco? Quando i loro legati andarono nel Natale a Frisinga, per chiedere al Patrizio di Roma il suo terzo Pontefice, i Tedeschi li mirarono con occhio di avversione, e non fuvvi alcun Vescovo che agognasse alla mortifera tiara. Finalmente il Vescovo di Toul trasse Enrico di difficoltà, perocchè quell’uomo illustre sentisse non tanto un desiderio ambizioso, quanto uno zelo pio di cimentare la sua vita per la riformazione della Chiesa. Egli accettò la dignità che gli veniva offerta, ma a patto che la sua elezione dovesse compiersi in Roma, affinchè non gli si potesse dar rimprovero di intrusione.
Brunone, figlio di Eberardo conte, nativo dell’Alsazia e prossimo congiunto di Corrado imperatore, viveva nel suo vescovato una vita quale veramente a sacerdote si addiceva, e per rare virtù apostoliche e per cultura si era acquistato rinomanza. Questo quarto Pontefice di nazione tedesca fu uno dei più splendidi ornamenti della cattedra santa, e sgombrò la via ad un periodo nuovo della storia di Roma. Avvenne infatti una riformazione che foggiò a novello stato la Chiesa e le sue attenenze colla podestà civile; e il tempo che adesso succedette, grande e memorando per mutazioni politiche e sociali d’Italia, rialzò il Papato dal suo deplorevole decadimento, e con rapidità quasi vertiginosa lo ridusse a potenza universale del mondo nell’ordine spirituale.
[89]
Allorchè, nel Febbrajo dell’anno 1049, i Romani videro il loro novello Papa entrare nella Città con poca accompagnatura, a piè scalzi ed in preghiera, dovettero meravigliare di una così insolita vista. Pareva che nella imbarbarita Roma entrasse un Apostolo. Non armate schiere di Tedeschi o di Toscani, non ottimati potenti conducevano questo Vescovo, che in aspetto di pellegrino bussava alla porta della Città, per chiedere ai Romani se in nome di Cristo lui volessero accettare per papa. Però lo accompagnava un uomo che più pregio aveva della possanza di un Re, un genio ancora ignoto al mondo, che si celava sotto la tonaca modesta di frate cluniacense. Questi era Ildebrando, quel desso che era stato cappellano dell’esiliato Gregorio VI. Il novello Papa lo aveva tolto in Francia con sè, e vien detto che per sollecitazione sua Brunone di Toul avesse indossato abito di pellegrino e protestato di non salire alla cattedra santa, se prima non l’avessero eletto in Roma colle forme volute dai canoni. Ildebrando, che silenzioso e senza pompa entrava in Roma al fianco del Papa designato, era veramente il genio di un’età novella che adduceva [90] dentro della Città eterna il Papato, guidandolo per vie affatto nuove.
I Romani andarono con processioni a levare presso porta Leonina lo straniero pellegrino. Questi, venuto in san Pietro, disse loro che l’Imperatore lo aveva scelto a papa, ma ch’egli farebbe ritorno al suo vescovato, se la elezione concorde del popolo non gliene conferisse la dignità[96]. Siffatta elezione non poteva essere che cosa di mera apparenza; però il principio che egli professava publicamente guadagnò alla sua causa il popolo e gli guarentì anni tranquilli in Roma. Poichè chiedeva l’assentimento dei Romani, pareva che anch’egli condannasse la dittatura imperiale, e d’ora in poi doveva essere continuo intendimento della Chiesa riconquistarsi la libertà della elezione pontificia.
Appena che Leone IX, uomo pio ma tenace di propositi, si fu seduto (da dopo il giorno 12 di Febbraio) sulla cattedra di san Pietro, tutta la Chiesa sentì spirare un vento acuto e settentrionale, apportatore di stagione nuova e di riformazione severa. Gli annali della storia ecclesiastica descrivono l’operosità quasi febbrile con cui Leone attese a purgar la Chiesa per via di Concilî che flagellavano la simonia e il concubinato dei preti, per via di pratici ordinamenti di amministrazione, per mezzo finalmente dell’Episcopato che rialzava in dignità[97]: ma la storia della Città non può volgere più che una occhiata passeggiera a quegli sforzi del Papa ed [91] alla celebre controversia della eucarestia, combattuta a lungo coll’intelligente eretico Berengario. Se, vinta la repugnanza, un moralista volesse scendere nella lordura di quell’età, ei troverebbe bastante argomento per dipingere i delitti del clero di Roma; e a tal’uopo potrebbe prendere in mano il libro intitolato Gomorrhianus, in cui un Santo di quell’istesso tempo, Pier Damiani, descrisse con generosa ira, ma con nauseabonda schiettezza, i quattro peccati contro natura onde s’imbrattavano i preti: ed era a Leone IX medesimo che il Santo dedicava il suo scritto[98]. Tutti i contemporanei rappresentano coi più oscuri colori la immoralità del clero; nè più corrotto poteva essere nella voluttuosa Milano, di quello che fosse in Roma imbarbarita. Tuttavolta il Baal di Sodoma e di Gomorra era forse alla Chiesa meno pernicioso che Simon Mago, avvegnachè quest’ultimo incatenasse il clero alla balìa dei potenti laici, dai quali esso comperava a contanti le sue dignità.
[92]
In questo tempo s’erano vendute quasi tutte le cariche ecclesiastiche che recavano lucro. Ne avevano tolto possesso le famiglie di nobili, e a forza di denaro ne avevano investito i loro figliuoli o i loro congiunti, tutta rozza gente. All’età dei Patrizî o dei «Senatori di tutti i Romani», gli officî ecclesiastici, a cominciare da quello di lettore e salendo fino alla dignità di cardinal vescovo, erano stati posti in commercio al migliore offerente, e alla perfine lo stesso Papato era stato barattato al prezzo di una rendita annuale. Allorchè dunque, nell’Aprile dell’anno 1049, Leone IX tenne il suo primo Concilio, ebbe egli di che spaventarsi quando gli venne in chiaro che le chiese di Roma sarebbero rimaste vuote di preti, se avesse voluto procedere con rigore. Ed i preti si rivoltarono violentemente contro le deliberazioni del Concilio, e costrinsero il Papa ad usare indulgenza e mitezza; ma parecchi Vescovi e cherici furono puniti colla destituzione dal loro officio. Dietro di Leone IX s’alzava a sorreggerlo, quasi che fosse il genio della riforma, Ildebrando, il monaco e priore di Cluny, quegli che lo aveva accompagnato nel suo pellegrinaggio a Roma, e adesso era diventato suddiacono suo e abate di san Paolo: da questo tempo in poi, durante il reggimento di sei Papi, fu egli in Roma onnipossente ministro, ossia, se ci corra la dicitura moderna, segretario di Stato.
Le lotte che gli toccava sostenere per cagione della riforma, e il suo continuo andare e venire d’Italia e Germania, impedirono sulle prime che Leone IX desse opera alle cose politiche dello Stato ecclesiastico. Diventato papa, trovava ridotti al verde gli scrigni; e, se pur ancora erano affluiti alla camera pontificia proventi dei [93] patrimonî o redditi di altra maniera, Benedetto IX se gli aveva mangiati fino all’ultimo quattrinello. Leone IX pertanto sofferse grande penuria di finanze, a tale da non sapere in che modo cibare la sua piccola corte, da dover financo pensare a vendere le sue vesti: e se non fosse stato un inaspettato donativo di denaro che gli capitava da Benevento, quelli del suo seguito se ne sarebbero fuggiti in Alemagna[99]. Grande era la miseria di Roma; il popolo infingardo non aveva industria; i poveri numerosissimi erano avvezzi a ricevere elemosina dalla Chiesa o ad andar questuando dai pellegrini stranieri, sì come anche ai dì nostri accade. I Cronisti notano che nell’anno 1050 veniva a Roma in pellegrinaggio Macbeth re di Scozia, e vi dispensava generose elemosine. Così dunque anche in questo tempo Re carichi di delitti continuavano a venir peregrinando in Roma, dove alleggerivano il fardello della loro coscienza ossia dei loro sacchetti di denaro; e l’avida Città accoglieva tutti questi stranieri con onori e con mani sporte. Nell’accorrenza di quei tiranni pellegrini, chi pensa alla venuta di Macbeth a Roma vi trova non poca attrattiva[100].
[94]
La Città rimase cheta, poichè Leone fe’ sussistere le forme del reggimento civico. Il buon accordo che regnava fra lui e l’Imperatore teneva i Romani in timore, e la verace religione del Papa li costringeva a venerarlo. Benedetto IX aveva fatto del Laterano un ridotto di disonestà; Leone IX lo tramutò in ospitale. Però di buon grado ei lasciava spesso Roma solitaria, e solo ad intervalli di tempo vi si soffermava; viaggiava instancabile per l’Italia, per le Gallie, per l’Alemagna, raccogliendo Concilî, sempre intento al grande scopo di risollevare la Chiesa al buon costume e di raffermare la potenza della santa Sede. Tuttavia, una volta che aveva indossato la porpora, neppure quest’uomo così dedito alle cose sacerdotali, poteva tenersi remoto dalle bisogne temporali. Andato in pellegrinaggio a monte Gargano, di quell’altezza aveva tosto gettato l’occhio suo, con intendimenti di statista, sull’Italia del mezzodì; ed un giorno doveva venire in cui lo avrebbe colpito la censura di alcuni Santi, perciocchè anch’egli, come Giovanni VIII, sarebbe entrato in quel paese alla testa di un esercito: in sì strane contraddizioni la miscela della podestà spirituale e di quella temporale trascinò quelli stessi che furono i più religiosi fra i Pontefici. Sennonchè sarebbe follia di vituperarli per ciò, o di riprovare la Chiesa perchè possedeva lo stato temporale, se quello era un tempo in cui una signoria cotale possedeva ogni Vescovato, in cui la Chiesa aveva bisogno di un corpo politico per serbarsi in vita.
Da dopo di Carlo magno la Curia romana aveva agognato al possedimento della Campania e delle Puglie. Le pretese degli antichi dominî che il Vescovo di Roma [95] aveva ivi perduto durante la controversia delle imagini, il Vescovo aveva ampliato in veri diritti sulle province; ed a siffatta estensione gli avevano servito di fondamento la così appellata donazione di Costantino ed altri diplomi falsificati. I Papi, gli Imperatori d’Oriente, quelli di Occidente pretendevano tutti alla signoria sull’Italia inferiore; però, mentre gli Imperatori ivi pugnavano colla spada alla mano, i Papi non potevano far altro che guizzarvi dentro di soppiatto, industriandosi a loro pro in mezzo ai leoni combattenti. In pari tempo i Principi longobardi continuavano ad esser signori nel paese, e continuavano le città marittime a godere di libertà quasi assoluta, in quello che i Normanni alla loro volta servivano tutte le parti, per tradirle tutte. Al tempo di Leone IX in Salerno dominava Guaimaro IV principe magnifico; in Capua imperavano Pandolfo IV e Pandolfo V padre e figliuolo; signoreggiavano in Benevento Pandolfo III e Landolfo figlio suo. Da loro canto, dopo eroiche lotte contro a’ Greci, sostenute sotto la capitananza di Guglielmo braccio di ferro, figlio di Tancredi di Hauteville, i Normanni avevano, fino dal 1043, fondato una republica militare nelle Puglie, con Melfi a città capitale, e, prima ancora, altri di loro, sotto il comando di Rainolfo, s’erano stabiliti in Aversa. Le due bande dapprincipio avevano riverito il Principe di Salerno per loro signore feudale; ed Enrico III, per vendicarsi di Benevento che un tempo gli si era ribellata, aveva dato ai Normanni eziandio alcune parti di quel Ducato. Però, giusto al possesso di Benevento aspiravano da lunga pezza i Papi. Leone IX vi andava in persona omai nell’anno 1050, vi negoziava con quei cittadini, e poteva [96] accertarsi co’ suoi proprî occhi dei guasti barbarici che i Normanni davano a quel territorio. I Beneventani, ristucchi dei loro Principi longobardi, temevano di cadere in balìa di quelle bande che avrebbero distrutto il loro municipio; invece pareva ad essi che di tutti i signori il Papa sarebbe stato per loro il più sopportabile, a cagione di sua lontananza. Cacciarono pertanto i loro Principi, che allora si gettarono in braccio ai Normanni, e addì 25 di Giugno dell’anno 1051 si elessero a signore territoriale il Pontefice.
Nell’anno seguente l’Imperatore lo confermò nel governo di quella città, perciocchè Enrico gliene cedesse il reggimento in cambio del vescovato di Bamberga, che in tempo passato Enrico II aveva donato alla Chiesa romana. Di tal guisa i Papi colla loro accortezza si conquistarono la città antica e celebre di residenza dei signori Longobardi, e se la conservarono fino al tempo nostro[101].
Di già nell’estate dell’anno 1051 Leone IX aveva tentato di tenere i Normanni lontani da quel gioiello prezioso di paese; perciò aveva affidato la tutela di Benevento al principe Guaimaro ed eziandio a Drogone, che era successo a Guglielmo nella contea delle Puglie: [97] sperava così di renderlo devoto a’ suoi servigi. Ma Drogone e Guaimaro caddero poco tempo dopo sotto pugnali assassini, e i Normanni avidi di preda continuarono ad assediare Benevento e a devastare il territorio circostante. I Vescovi e le città scongiuravano il Papa affinchè li liberasse da omicidî stranieri, che di soldati s’erano tramutati in despoti veri dell’Italia meridionale. Il pio Leone accoglieva fiducia di giungervi a capo, e a quest’uopo ne andava all’Imperatore, nell’estate dell’anno 1052.
Tuttavolta non altro gli fu dato che di assoldare qualche centinaio di Tedeschi e di raccozzare una torma di avventurieri d’ogni maniera: li condusse con sè di qua delle Alpi nel Febbraio del 1053, quando tornò accompagnato da Goffredo di Lotaringia e dal fratel suo Federico, che era cancelliere della Chiesa. Ragunò altresì l’eribanno di alcune province d’Italia, andò indi a Roma e mosse nella Campania, dove parecchi Dinasti longobardi e Conti delle Puglie condussero sotto alle sue bandiere i loro vassalli[102]. Gli Italiani del suo [98] esercito stavano sotto gli ordini dei figliuoli di Burello conte, di Trasimondo e di Azzo, che erano i due conti del territorio de’ Marsi; però tutta la soldatesca, che giungeva a un numero di uomini non dispregevole, era posta sotto la capitananza di due cavalieri tedeschi, dello svevo Guarniero e di Rodolfo. Sa di strano vedere il pio Leone IX cambiarsi in duce d’eserciti; tuttavolta nella sua giovinezza, quand’era ancor diacono, egli aveva condotto in Italia, nel nome di Corrado II, i vassalli del Vescovo di Toul; d’altronde scendeva egli di una stirpe di Conti guerrieri, e, massimamente, or che si trattava di difendere o di ampliare il suo dominio temporale, neppur questo Papa poteva rinnegare il duplice carattere di prete e di principe, che i Vescovi di quel tempo riunivano in sè. Le imprese guerriere dei Pontefici delle epoche feudali non possono pertanto essere giudicate che alla misura datane dall’indole del loro tempo.
Leone se l’era intesa anche coi Greci, il cui «katapan» era a quel tempo Argiro, figliuolo di Melo, entrato adesso ai servigî di Bisanzio, e adorno dei titoli pomposi di duca d’Italia, delle Calabrie, di Sicilia e di Paflagonia[103]. Leone aveva sperato di giungere all’intento che altra volta Giovanni X aveva conseguito, di [99] riunire cioè una lega dei due Imperatori, degli Italiani e dei Longobardi, e di esterminare così i temuti Normanni. Fallì nulladimeno il suo proposito, giacchè Argiro non gli fe’ giungere mai un soldato. Ad ogni modo la forza della spedizione impensierì i Normanni, e gli angustiò la presenza personale del Pontefice, che loro aveva scagliato l’anatema. Mandarono perciò messaggeri, e richiesero che in buona pace si dessero loro in feudo le terre che aveva già loro concesso l’Imperatore; in cambio promisero che presterebbero omaggio e tributo alla Chiesa romana. Conquistatori arditi, avrebbero potuto pretendere al possedimento delle città che si avevano guadagnato mercè la lama delle loro spade, con ben maggiore diritto di quello che i Papi derivavano da’ Diplomi, o che gli Imperatori tedeschi traevano dal titolo astratto della signoria dello Stato. Ma il Papa acciecato fidava nel numero dei suoi soldati, e prestava troppo inclinevole orecchio alle grida dei prodi Svevi, i quali irridevano alle minute corporature dei Normanni e contavano di sperdere tutti quei masnadieri senza lasciar pur traccia di un solo di loro. I Normanni si ritirarono costernati della ripulsa subita, e si prepararono a combattere il Padre santo, come si conveniva con un capitano nemico.
La battaglia che fu combattuta a Civita nella Capitanata il 18 di Giugno dell’anno 1053, è forse la più memoranda che registrino gli annali del Papato temporale. Oggidì ancora, e sono scorsi ottocento sette anni da quel giorno[104], la sua ricordanza vive scolpita nella mente degli uomini, e va paragonata alla disfatta [100] di Castel Fidardo avvenuta ai 18 Settembre 1860, quando gli scomunicati Piemontesi (arditi conquistatori dei patrimoni di san Pietro, sì come furonlo i Normanni colpiti di anatema al tempo di Leone IX) hanno schiacciato, nel nome dell’unità d’Italia, le deboli legioni straniere raccolte da Pio IX sotto gli ordini del Lamoricière. Così è: lo Stato della Chiesa ha durato fino ai giorni nostri; fino ai giorni nostri è rimasto sempre eguale a sè stesso negli assalimenti che gli hanno mosso i Principi, e nella difesa che i Papi hanno opposto con mercenarî stranieri e con bolle di scomunica; fino ai giorni nostri il medio evo ordì sempre a nuovo le istesse fila dei suoi casi.
Le schiere dei Normanni si ordinarono sotto il comando di tre valenti eroi, che furono Riccardo conte di Aversa, e i figliuoli di Tancredi di Hauteville, Umfredo conte delle Puglie e Roberto Guiscardo, l’Ulisse di quell’età eroica. La loro forza di guerra non contava che tremila cavalli e qualche poco di fanteria, ma quei piccoli e destri cavalieri erano veri demonî in sella, fulmini alla carica e presti alla ritirata. Quando il Papa, dai merli di Civita, benedisse il suo esercito, il suo animo non trepidava, ma aveva fede di certa vittoria. I Tedeschi, imbracciando forte lo scudo colla sinistra e brandendo la spada di battaglia colla dritta, ributtarono trionfalmente l’assalto dei Normanni condotti da Umfredo, che si scagliarono su di loro saettandoli colle frecce e impugnando le aste[105]; per lo contrario gli [101] Italiani, smarritisi al primo assalimento di Riccardo, si gittarono in fuga scompigliata, e Guiscardo prese allora di fianco i pochi Tedeschi. Questi valorosi Svevi si serrarono in battaglia quadrata, pugnarono e caddero fino all’ultimo uomo[106]. Allora i vincitori cinsero il castello di Civita, dove il Papa e i Cardinali in grande angustia si tenevano chiusi. Il sobborgo era in fiamme, di fuori i Normanni venivano furibondi all’assalto, di dentro i terrazzani saccheggiavano le salmerie pontificie, minacciavano di dare il Papa in mano ai nemici, e finalmente lui e i Cardinali cacciavano fuori della città. In tanta difficoltà Leone mandò a negoziare coi Normanni, e questi vennero reverenti a invitare il santo prigioniero che accettasse la loro protezione. Di buon diritto avrebbero essi potuto trascinare in una delle loro castella quella preziosa preda di guerra, ma il dolente Leone era difeso dall’usbergo di Pietro santo. Cambiò quindi le parti di cattivo capitano in quelle del buon pastore, e i feroci guerrieri piegarono le ginocchia innanzi al loro prigioniero, e umilmente gli baciarono i piedi apostolici[107]. Indi, con garbo cavalleresco lo presero in [102] mezzo di loro, e gli promisero di condurlo liberamente a Benevento.
Il Pontefice avvilito stette in orazione due giorni pregando pei morti in battaglia, e li fe’ seppellire con solennità. Sebbene il suo Biografo ci assicuri che si confortasse poichè trovava i cadaveri dei suoi guerrieri illesi da insulto di animali rapaci, laddove i corvi avevano divorato gli occhi dei morti Normanni, tuttavolta la vista del campo di battaglia dovrà avergli predicato in cuore, non essere il Papa chiamato a versare, per intendimenti politici, il sangue dei credenti; non essere missione sua di cambiare la palma dei Santi colla spada dei capitani. La furba superstizione di quella età bandì che dal suo letto di morte Leone IX scorgesse i caduti di Civita, vestiti di abiti d’oro, fargli cenno colle palme che tenevano in mano; ma in verità questi «martiri», fra cui del resto si trovava buon numero di assassini e di ladroni, erano accusatori della sua coscienza apostolica, e trassero in breve alla tomba l’uomo generoso afflitto di rimorso[108]. O si dovrebbe credere che i Papi, per ciò che erano eziandio principi temporali, avessero due nature e due coscienze?
[103]
La novella della accaduta battaglia corse rapida come il vento per tutte le terre. Un Papa santo e venerato, dicevasi, aveva sguainato la spada non contro a’ Saraceni, ma contro a credenti cristiani, ed era caduto in potere dei nemici. Se in quella guerra egli avesse esterminati i Normanni, tutto il mondo lo avrebbe celebrato liberatore d’Italia da quelle bande brigantesche; poichè invece aveva soccombuto diventò oggetto di acerbo biasimo. Alcune voci s’alzarono altamente a dichiarare che la sua sorte era stata castigo di Dio, «avvegnachè al sacerdote convenga combattere soltanto colle armi dello spirito, e non sguainare una spada di ferro per cose mondane: non ebbe il Salvatore comandato ai successori suoi di assalire i popoli alla paro di Principi secolari, ma di far guerra alle loro peccata mercè di ammonimenti pii[109]». Se poi i difensori di Leone IX avessero voluto disarmare queste giuste accuse, obiettando che erano stati i Normanni a muover assalimento contro il territorio della Chiesa, uomini pii avrebbero imposto [104] loro silenzio con queste parole di san Girolamo: «Se la colomba vede un altro augello che toglie nutrimento dal suo nido, non gli strappa essa le piume, o il becco, o le zampe, e neppure ne mormora. Parimenti la Chiesa di Dio, colomba vera, non chiede la restituzione di ciò che le fu rapito, ma simile ad agnella, offre essa il suo vello a chi la tosa: così la Chiesa non deve ritogliere al ladro la roba sua, ma pazientemente lasciargliela. Per fermo di quanto essa perde in beni terreni, d’altrettanto si arricchisce in quelli del cielo[110]».
Non sappiamo se quel gran Padre ecclesiastico avrebbe pronunciato cotale sentenza, ove uno Stato della Chiesa ai suoi giorni fosse esistito. Una massima di pietà spinta a questo estremo è troppo angelica per uomini di qualunque fatta, così che diventa malpratica nella vita, e casca nel ridicolo. Tuttavolta, il concetto formatosi ai tempi di Leone IX sul rapporto in cui la Chiesa stava col dominio temporale era ancora assai remoto dal punto di veduta sotto cui oggidì si considera quella grave questione. Il santo Damiani biasimò con franchezza e acerbamente l’opera del Pontefice, che pure era amico suo. Come prima di lui aveva fatto sant’Agostino, come dappoi fece Dante, anch’egli stabilì un confine tra lo Stato e la Chiesa, tra il pastorale e la spada. «Se nella causa della fede», sclamava, «per la quale la Chiesa universale vive, non è lecito ad alcun uomo [105] privato di brandire la spada, in che modo è mai permesso che pei possedimenti temporali e transitori della Chiesa una soldatesca coperta di corazza infellonisca, impugnando le spade? Com’è lecito che per la perdita di vilissimi beni il Cristiano uccida il Cristiano? Si lesse mai che Gregorio intraprendesse o comandasse cosa alcuna di simigliante, egli che pur sofferse tante violenze e depredazioni dai Longobardi feroci? Un Papa santo si è mai levato in arme? Le controversie della Chiesa ben possono essere decise colla legge del foro o con editto dei Concilî, ma quel che appartiene a tribunale giudiziario od a sentenze pontificie non può, ad obbrobrio della Chiesa, venir deciso con violenza di armi[111].» Ben si vede che il Damiani non aveva peranco [106] alcuna idea di quel che si fosse lo Stato della Chiesa o il regno temporale del Papa; la sua mente non si faceva altro concetto che di possedimenti mondani e caduchi, di vilissimi beni, in paragone di quegli eterni pei quali il Papa veramente era papa.
Colla loro vittoria i Normanni si ebbero conseguito la consistenza giuridica delle loro conquiste. Leone gli assolse della scomunica, ed è probabile che promettesse di riconoscere i possedimenti che erano venuti in loro padronanza; la sua sconfitta pose il primo fondamento di posteriori investiture feudali, donde i Papi (così meravigliose erano le loro fortune) ottennero la signoria feudale del reame di Napoli.
Con cavalleresca cortesia e con accortezza pratica i vincitori condussero i loro prigionieri a Benevento, dove il Papa giunse cinque giorni dopo della battaglia, infermo di corpo e affranto di dolore. Lo splendido accoglimento ch’ei s’ebbe in quella città non potè confortarlo; ma ei rimase colà tutto l’inverno, mentre i Normanni forse lo sollecitavano all’adempimento di patti che ci sono ignoti[112]. Del resto l’idea di conchiudere [107] con loro un trattato durevole entrava sì poco nel pensiero di Leone IX, che piuttosto ei pensava di raccogliere una nuova lega contro di loro. Da Benevento spedì egli a Bisanzio i cardinali Federico di Lotaringia e Umberto con una sua lettera, nella quale, in modo velato e con dissimulazione dei fatti avvenuti, narrava al greco Imperatore la sua sventura, lo eccitava a combattere i Normanni procedendo di conserva coll’imperatore Enrico, e in pari tempo gli richiedeva che restituisse alla Chiesa romana i suoi antichi dominî nell’Italia meridionale, od anzi che le desse tutto ciò che donato le avevano Costantino e i successori di lui[113]. Per tal guisa, anche questo Papa invocava a suo pro una donazione favoleggiata, che alla santa Sede avrebbe dato in possedimento Roma, Italia e l’Occidente.
Umfredo conte gli fu scorta nel dì 12 Marzo del 1054 a Capua, di dove, ai 3 dell’Aprile successivo, Leone fe’ ritorno a Roma, non trionfante come in antico Giovanni X era tornato dal Garigliano, ma da uomo avvilito che non ebbe più un’ora lieta di vita. Tosto infermò gravemente, e comprendendo che s’appressava la sua fine, si fece trasportare, addì 13 di Aprile, nel san [108] Pietro: appena n’ebbero i Romani contezza, che corsero al Laterano per volervi dare saccheggio, ma i meriti di Leone, dice un credulo Cronista, tanto grandi erano, che quei ribaldi uomini, giunti innanzi al palazzo, non poterono più muover passo, come se i loro piedi avessero profondata radice nel suolo. Leone IX morì ai 19 di Aprile, quando aveva raggiunto soltanto il suo cinquantesimo anno di età. Il dominio temporale della Chiesa fu causa della sua morte immatura, come fullo di molti Pontefici. La sventura di Civita oscura lo splendore della sua persona che fu ornamento della cattedra santa; essa per verità non cancella l’aureola di santità onde la Chiesa riconoscente ha retribuito i grandi meriti di quel pio riformatore, ma, come avviene di tutte le virtù umane, molto vi mesce di natura terrena[114].
[109]
Il grande moto in cui si travaglia a questa età la Chiesa, mette nell’ombra anche la storia della città di Roma, o per lo meno vi predomina. Da lungo tempo la Città era stata teatro e centro delle battaglie combattute fra la Chiesa e lo Stato, laonde soltanto con gravissima difficoltà poteva essa costituire le sue proprie forme di municipio, e cadeva in servitù or del Pontefice or dell’Imperatore, dividendosi in fazioni che seguivano l’uno o l’altro dei due.
Trascorsa l’età degli Ottoni, la nobiltà romana s’aveva reso suddito il Papato, e non senza tumulti aveva tenuto un tratto il Patriziato; ma la sua potenza cittadina, che non aveva ottenuto ordinamento durevole, [110] decadde le quante volte l’Impero oppure il Papato presero ad operare con impulso vigoroso. Enrico III, che abbattè la tirannide dei Tusculani, trasferì a Germania insieme col Patriziato anche la elezione pontificia, e coi suoi Papi tedeschi ispirò una novella forza vitale alla Chiesa; ma non appena, coll’ajuto di Alemagna, s’ebbe essa affermato nuovamente a gagliardìa, ridomandò al suo salvatore il diritto di elezione e finalmente pienezza di libertà. Ildebrando fu allora non soltanto l’uomo di maggior intelletto che vivesse in Roma, ma fu eziandio uno dei più grandi ingegni politici che abbiano fiorito fra tutti i popoli ed in tutti i tempi. Con questo statista in cocolla, Cesare benanco e Ottaviano alla loro età sarebbero stati costretti a entrar in lizza, per disputargli il massimo luogo. Guidatore del moto di riformazione, ridusse ben presto tutti gli altri uomini a non essere dappiù che stromenti in mano sua: tali furono i santi e i frati di cui egli infiammava il fervore fanatico, i Papi cui dava indirizzo, i Paterini di Lombardia che con intento democratico spingeva a combattere l’aristocrazia e l’Episcopato arrogante, le fantastiche e potenti Contesse di Toscana di cui s’acquistava l’amicizia, i predatori Normanni, nei quali si guadagnava altrettanti vassalli e difensori della Chiesa romana. Sulla bandiera che quel prete audace inalberava, stavano scritte dapprincipio due sentenze attinte al canone di disciplina, la condanna del concubinato e quella della simonia: entrambe mettevano al nudo due vere piaghe di quell’età, ma alla fine con grande accortezza tramutavansi in armi, che spalancavano una breccia dalla quale il Papato penetrava entro ai campi [111] dell’autorità dello Stato, e ritoglieva alla corona tedesca il Patriziato, e si conquistava la dominazione morale del mondo.
Nei suoi disegni, Ildebrando non poneva allora peranco in primo luogo quella libertà di elezione pontificia, che da tempo antico la podestà civile aveva saputo restringere ad angusti limiti. Infatti la temenza in cui s’era di un Imperatore potente, e le condizioni mal secure di Roma, dove la nobiltà si sarebbe nuovamente impadronita dell’elezione, costringevano la parte sacerdotale a chinare il capo pazientemente sotto al diritto imperiale. Così eziandio era pensiero lontano dalla mente di tutti di romperla con Alemagna.
Se Ildebrando, cui Leone IX morendo aveva raccomandato di provvedere al bene della Chiesa, avesse ambito la tiara, l’avrebbe egli ben conseguita, perocchè tutti gli occhi fossero omai volti a questo solo frate, e lui gli zelatori ad alta voce richiedessero pontefice. Per lo contrario, egli andava alla corte dell’Imperatore, affine, se eragli possibile, di trarre di Germania un nuovo Papa, che ajutato dall’Imperatore, sincero e fervido promotore della riforma, fosse utile a’ suoi piani. Gli ottimati della corte d’Enrico guardavano con gran meraviglia quel monaco che veniva, deputato del clero romano, ad immischiarsi nella elezione pontificia; ma non tutti coloro potevano fin d’allora imaginare che quell’uomo sarebbe divenuto capo di una lega sacerdotale ampiamente diffusa, potente e ostile a Germania. Dopo che alla corte del Patrizio furono giunti anche i legati romani del partito nobiliare aderente ad Alemagna, Enrico, indottovi dalle urgenti istanze di Ildebrando, [112] elevò il Vescovo di Eichstädt al papato[115]. Gebardo che apparteneva alla famiglia dei conti di Calw, congiunta di parentela coll’Imperatore, era uomo esperto nelle cose di Stato, quantunque ancor giovine fosse, e consigliere fidato di Enrico; perciò a quest’ultimo costava grave sacrificio il partirselo del fianco, ma sperava che l’accorgimento d’un amico fedele gli tornerebbe di buon profitto in Italia, dove adesso aveva conseguito stato potente un uomo ribelle all’Impero.
Bonifacio di Toscana era caduto, addì 6 di Maggio dell’anno 1052, per mano di un assassino; e due anni dopo, Beatrice vedova di lui aveva sposato Goffredo duca di Lotaringia. Nemico dell’Impero era questi, e, venuto esulando in Italia, ora s’impadroniva, a dispetto dell’Imperatore, delle grandi province prima soggette a Bonifacio, e le governava in nome dei tre figliuoli che il morto aveva lasciato ancora in età minore. Così diventava il principe più forte che fosse in tutta Italia. Questa terra teneva porta sempre aperta alle fortune degli stranieri: stranieri erano i suoi Imperatori e i suoi Duchi, stranieri i suoi Papi e molti de’ maggiori Vescovi suoi, stranieri erano i Normanni che giusto adesso raccozzavano a forza di ruberie il loro Stato nell’Italia meridionale. Se un uomo prode e astuto come era Goffredo, si fosse unito con loro, se fosse giunto a riunire sotto il suo scettro tutta l’Italia di mezzo, non avrebbe egli forse potuto conquistarsi la corona d’Italia [113] e di Roma, ed elevare al Papato chi più gli fosse talentato?
Fu per questa ragione che Enrico scese in Italia; condusse a Verona il Papa designato, e di là lo mandò a Roma, dove Gebardo di Eichstädt salì con nome di Vittore II alla cattedra apostolica: da un anno essa vacava, poichè erasi omai giunti al dì 13 Aprile del 1055. L’Imperatore non venne a Roma; ordinò colla solita energia le cose dell’Impero nell’Italia superiore, ed ivi prestamente i maggiorenti gli si sottomisero a obbedienza. Anche Beatrice comparve innanzi a lui per patrocinare la causa del matrimonio che aveva contratto con uno, il quale anticamente s’era ribellato contro la tirannica legge di Stato. L’Imperatore irritato la sostenne prigioniera insieme con Matilde figlia di lei; ma il suo sposo fuggendo si sottrasse alla collera del Principe che raggiungerlo non potè, ed anzi costrinse l’Imperatore a far subito ritorno, poichè riprese le armi in Lotaringia. Enrico andò tuttavia insieme col Pontefice al Sinodo congregato a Firenze, indi riprese la via di Germania, dopo di aver conferito a Vittore II pienezza di poteri, come a suo vicario nelle cose d’Italia; qui il Papa doveva tenere in riga Goffredo duca. Federico, fratello di questo, s’era posto al servigio della Chiesa ancora a’ tempi di Leone IX, affine di sgomberarvisi la via ad alto stato, e quel Papa lo aveva sollevato alle dignità di cardinale diacono e di cancelliere, e da ultimo lo aveva mandato da legato suo a Bisanzio, dove Federico si era acquistato rinomanza per suo ingegno diplomatico e per grande fortezza di animo. Ritornato adesso con dovizie molte, l’Imperatore aveva [114] comandato al Papa che lo ritenesse in custodia, ma Federico posto sull’avviso scampava alla disgrazia, ricoverando a Monte Cassino dove vestiva cocolla, ed ivi, oppure nell’isola di Tremiti, si celava al corruccio del lontano Imperatore.
Vittore II visse un anno in Roma, tutto consecrandolo alla riforma della Chiesa. Anch’egli come i predecessori suoi provava gran disagio a rimanere colà, e si struggeva di desiderio della sua Germania[116]. A questo paese andò nell’estate dell’anno 1056, chiamatovi dalle cose della Chiesa e della sua patria; ma presto, presso al cadavere dell’Imperatore suo amico, ebbe il dolore di vedere innanzi a’ suoi occhi spente gloria, vigoria di forze, potenza di dominio, fortuna. Il grande Enrico III morì addì 5 Ottobre del 1056, quando aveva soltanto trentanove anni, e con lui finì la serie dei potenti Imperatori di stirpe franca che avevano elevato Germania all’apice della sua potenza universale. La morte immatura di questo Principe scosse, trasformò il mondo, e fu massima sventura eziandio per Alemagna. Vicino alla sua tomba rimanevano un bambino re e una donna tutrice sua; le terre tedesche e Italia piombavano nel disordine dell’anarchia, ma la Chiesa, che intendeva ad elevare sè stessa, si vedeva tutt’a un tratto libera dalla dittatura imperiale. Mentre Vittore II piangeva presso la bara del suo amico, sì [115] come un tempo Silvestro II aveva pianto accanto al letto di morte di Ottone III, il monaco Ildebrando aveva di che predire a sè stesso i trionfi che riporterebbe sul derelitto erede dell’Imperatore di Alemagna e d’Italia.
L’imperatrice Agnese, figlia di quel grande duca Guglielmo di Aquitania cui in passato i Lombardi avevano offerto la loro corona, tenne la reggenza a pro del figliuol suo Enrico IV, che toccava appena i sedici anni; però fecelo con maggiori difficoltà e con minor ingegno di quello che anticamente avesse avuto Teofania. Consigliere suo doveva anzi tutti essere papa Vittorio, perciocchè a lui l’Imperatore morendo avesse raccomandato lo Stato e il suo erede: pieno di buona volontà diè egli opera a ordinare le cose di Germania, e raffermò la successione del giovinetto Principe, ma ben presto dovette tornarsene a Roma, dove fu mandato da vicario imperiale d’Italia. Quivi in nome dell’Imperatore il Papa governò (strano caso!) tutti i territorî appartenenti alla corona, e fin tanto che visse resse eziandio Spoleto e Camerino con pienezza di autorità ducale[117]: non v’era adesso altro che la potenza [116] di Goffredo, che tenesse in bilico una podestà di cui a mala pena s’era mai visto la maggiore. Vittore dovette pertanto non frammettere indugio a guadagnarlo a sè, chè anzi, omai nella dieta tenuta a Colonia nel Dicembre dell’anno 1056, lo ebbe riconciliato coll’Imperatrice.
Goffredo potè ricondurre in Italia la moglie sua e la figliastra Matilde, riconosciuto dall’Impero per posseditore di tutti i feudi di Bonifacio margravio. La sua potenza pari a quella di un Re, gli concesse d’allora in poi un’influenza grande sulle cose della Chiesa, maggiore di quella che in antico avessero avuto i Duchi di Spoleto. Egli teneva sè medesimo in conto di patrizio di Roma, cui spettava di indirizzare la elezione pontificia o di addurvi i Papi; e senza dubbio l’imperatrice Agnese a Colonia gli aveva veramente conferito se non titolo di patrizio, almeno autorità durevole di Missus per Roma e la tutela del Papato: tempo prima il duca Bonifacio aveva esercitato pari officio[118].
Allorquando Vittore II, nella primavera dell’anno 1057, venne una seconda volta a Firenze tentò di rendere a sè affezionata questa famiglia lotaringia. Federico fratello di Goffredo era già stato da lui confermato ad abate di Monte Cassino, e adesso, al 14 di Giugno, da Firenze lo creava eziandio cardinale prete di san Crisogono nel Transtevere. Ildebrando aveva [117] disposto che il Lotaringio sarebbe futuro papa; frammezzo a Roma ed a Germania poneva egli questa famiglia potente, che soltanto d’apparenza s’era conciliata coll’Impero tedesco, e col soccorso di essa sperava di conquistare la independenza della Chiesa.
Con grande pompa venne il novello Cardinale a Roma, dove ricevette orrevoli accoglienze, come al fratello del primo Principe d’Italia si conveniva: tolse possedimento della sua chiesa titolare, e pose dimora sul ruinoso Palatino, nella chiesa ossia nel monastero di santa Maria in Pallara, dove fin d’allora avevano loro residenza Benedettini di Monte Cassino[119]. Appena era arrivato, che capitava novella della morte di Vittore II: cadeva così il solo appoggio che l’Impero avesse in Italia, e la casa lotaringia tutt’a un tratto si vedeva presso all’apogeo di sua potenza. Adesso, morto l’ultimo Papa imperiale mentre durava la reggenza di una debole donna, potevasi osare di mettere a prova la libertà dell’elezione pontificia; e, com’è ben naturale, questa non poteva cadere che sul Cardinale lotaringio, poichè egli solo era l’uomo potente che fosse da tanto di sfidare la corona germanica.
[118]
Federico, nato al principato, aveva animo prudente, severo, vigoroso; lui tutt’a un tratto e ad una sol voce Roma chiedeva per papa, quantunque Ildebrando, che l’altro, per serbare convenevoli apparenze, aveva proposto a candidato, non fosse ancor giunto. Nobili, clero, popolo corsero impazienti nel giorno 2 di Agosto al Palatino; ne condussero il potente uomo a san Pietro in Vincula, dove con massima prestezza lo si elesse e proclamò papa con nome di Stefano IX; quindi fu tratto trionfalmente a prender possesso del Laterano, e, omai ai 3 di Agosto, ordinato in san Pietro. Così i voti di molti Romani si raccolsero di buon grado sopra un uomo di spiriti principeschi, perseguitato dall’Imperatore tedesco; con lui poterono compiere di bel nuovo liberamente un atto di elezione pontificia, il primo dopo tanto tempo dacchè fu loro dato poterlo fare[120].
L’esaltamento di Stefano sciolse anche dell’ultima pastoia l’influenza dei Lotaringi in Italia. Il Margravio di Toscana si prendeva adesso anche Spoleto e Camerino, e riuniva pertanto sotto il suo dominio quasi tutte le terre che si stendono da Mantova e da Ferrara fin giù basso al territorio romano. Che cos’è più naturale del pensiero che il novello Papa avesse destinato di dare al fratel suo la corona imperiale, e che soltanto con questo scopo Goffredo lo avesse levato alla dignità pontificia?
[119]
Con dolore la corte tedesca udì della morte di Vittore, con ira udì della libera elezione di Stefano; ma troppo debole era dessa per rivendicare colla forza i perduti diritti del Patriziato, che ad ogni modo il popolo romano non soltanto ad Enrico III, ma eziandio ai suoi succeditori aveva trasferito. Qualche tempo dopo, Stefano IX mandò a Germania, da nunzio suo, Ildebrando, dove questo valente diplomatico doveva giustificarlo e ottenerne pacificazione. Il Papa lo aveva eletto ad arcidiacono (già era abate di san Paolo presso di Roma), e gli aveva così impartito il primo officio della curia; poichè poi vedeva pendere imminente la discordia fra la corte alemanna e la santa Sede non frapponeva tempo a radunare intorno a sè campioni animosissimi. Ildebrando fu il vero capitano del partito che voleva la riforma, e Pier Damiani, che Stefano trasse a Roma facendolo cardinal vescovo di Ostia, fu suo profeta zelantissimo. L’indole di questo monaco, il suo indirizzo e le sue opere ben si meritano qualche attenzione, perocchè rappresentino un grande elemento di vita, da cui non può tenersi separata nemmanco la storia della Città, quale fu a questo tempo.
Le quante volte si corruppe la disciplina ecclesiastica, sempre abbiamo veduto sorgere uomini santi, e porre un argine alla ruina della Chiesa. Di tal fatta persone [120] vedemmo quando parlammo di Odone di Cluny, di Romualdo e di santo Nilo, e la serie di lor gente continuò nel secolo undecimo. Per necessità naturale delle cose Benedetto IX trovò l’antitesi di sè in santi della sua medesima età, e la storia del monacato a quel tempo è ricca di meravigliosi rilievi. Mentre Vescovi dimentichi di Dio celebravano loro orgie pagane, monaci convulsamente assorti in devozioni pie dimoravano entro a celle romite in montagne inaccessibili, e anacoreti ferventi, nell’abnegazione di sè stessi, intraprendevano a espiare le colpe degli uomini peccatori con penitenze di sè incolpevoli. In quelle celle ossiano caverne del pietismo viveva la famiglia ignota al mondo dei minori profeti, del cui zelo di vita, condotta nelle campagne e nelle foreste, erano soli testimoni gli abitatori dei monti e de’ campi. Però queste migliaia di eremiti non formano che i bassi gradini di una piramide; a quelli superiori s’elevano uomini di più eletta indole, che in cerchia sociale più ampia si acquistarono potenza, e dirizzarono l’animo e i patrimonî degli uomini alle fonti, donde scendevano i rivi che andavano poi nutrendo la Chiesa di Roma. La stessa età vide fiorire Domenico di Sora, Brunone di Segni, Gualberto di Vallombrosa, Guido di Pomposa e Pier Damiani; quest’ultimo, intelletto eccellente nel monacato, non ingegno creatore e pratico secondo il genio antico, ma fornito di grandi forze di mistica fantasia: e di queste accortamente seppe giovarsi Ildebrando per accendere di estasi il mondo, in quello che egli con freddo raziocinio e con prudenti calcoli poneva le fondamenta del suo sistema gerarchico.
[121]
Lo spirito di Romualdo sembra aver continuato a vivere in petto di Pier Damiani. Al pari del primo, nato anch’egli a Ravenna (nell’anno 1007), ebbe sventurata fanciullezza, e dovette attendere a guardia dei majali, fino a che alcuni parenti suoi lo tolsero a educare. Datosi agli studî della grammatica diventò uomo erudito, e financo insegnò a Ravenna, ma il suo animo inclinevole alla mestizia lo trasse ai silenzî della vita solitaria. Si fece monaco e finalmente eremita a Fonte Avellana, che era un convento di solitarî istituito da Romualdo, nelle vicinanze di Gubbio. In tempi andati l’ordine di Benedetto, republica monastica socievole e dedicata al lavoro, aveva esercitato influenza benefica sulla barbarie; più tardi s’era abbandonata l’idea cardinale che quello s’aveva preso a legge, e da dopo di Romualdo erano venuti sorgendo i romitaggi. Intorno alla metà del secolo undecimo per tutta Italia si trovavano sparsi anacoreti, ma ordinati erano in congregazioni, come in quella di Romualdo a Camaldoli e nell’altra ancor più severa di Gualberto a Vallombrosa. Quei solitarî, alleati nello stesso principio di mistica penitenza rivolta a combattere la corruttela della Chiesa, rappresentavano un esercito sparpagliato, eppur combattente di conserva, che si trincerava in campo non per la riformazione della società, ma per quella della Chiesa e per la signoria di Roma. L’influenza che gli eremiti esercitarono su tutte cose, financo sulle condizioni politiche di quell’età, tocca quasi il mistero, e forse non può paragonarsi altrimenti che colle scuole dei Profeti dell’antico Testamento.
Al pari di Romualdo, anche san Pier Damiani fondò [122] romitaggi, raccolse discepoli che da apostoli della vita solitaria mandò nelle province; e la rinomanza del priore di Fonte Avellana si sparse per tutta Italia. Bentosto diventò egli uno dei più operosi campioni che facevano guerra ai vizî ecclesiastici della sua età, alla vita immodesta del clero e alla simonia. Se qualche scrittore di satire avesse voluto dipingere un quadro della Chiesa, ne avrebbe allora trovato tema più abbondante di quello che avuto aveva san Girolamo; e lo stesso Pier Damiani in alcune scritture, sì come prima di lui fece Raterio, descrisse la lussuria dei Cardinali e dei Vescovi, degna di altrettanti satrapi[121]. Anzi tutto cominciò egli a correggere il costume del monacato, ma la sua riforma ebbe natura diversa dalla regola di Benedetto che s’inspirò a principî liberali e pratici. Sua intima sostanza si era la penitenza; essa dava pertanto origine ad un sistema di mortificazione, che oggidì parer deve puerile e mette repugnanza.
Il monaco pio, che si flagellava a furia di disciplina, riusciva a mitigare il dolore delle percosse, poichè nel suo vaneggiamento credeva che gli angeli plaudissero dal cielo ad ognuno de’ suoi colpi; ma le sue battiture certo non contribuivano alla felicità sociale, sì come invece avrebbe fatto un lavoro fornito con opera intelligente. Lo spirito umano s’era nuovamente abbuiato così [123] tanto, fino ad illudersi che l’uomo si avvicinasse massimamente all’imagine di Dio in quella forma di dolorosa imbecillità. Il Damiani stesso ci ha abbozzato il ritratto di siffatto genere di penitenti. «In una delle nostre celle», così narra egli, «abbiamo un selvaggio idiota, che balbetta cinquanta salmi, e li ripete sette volte al giorno. Sono quindici anni che egli non esce della sua cella; i capelli gli sono cresciuti fino alla caviglia, la sua barba è tutta irta che mette paura. Per tre giorni alla settimana non accosta alla bocca cibo di sorte, per tre altri prende qualche po’ di pane e di acqua. Alla domenica ei si cuoce una vivanda che dovrebbe essere una specie di ghiottoneria; il gustarla o soltanto l’annasarla teniamo essere una buona prova di penitenza. La sua cella ammorba di puzzo, l’acqua che ei beve somiglia a feccia, e d’abito non muta mai. Sollazzo dei suoi giorni e delle sue notti sono due serpi, i quali, mentre canta i suoi salmi, accarezzandolo gli cingono il capo[122]». Noi che viviamo a questi nostri giorni guardiamo al povero idiota Martino Storace con un senso di penosa compassione qual’è quella che desta la vista di un pazzo; anche il Damiani dichiara non essere buona questa specie di mortificazione; la sua coltura e lo spirito della musa poetica che gli scaldava il petto gliene mettevano repugnanza, ma non gli impedivano di raccomandare la disciplina come strumento essenziale di santificazione; laonde diventò quasi maestro e padre dei flagellatori.
Fin da’ tempi antichi una delle armi più potenti [124] che la Chiesa abbia tenuto in mano sua si furono le penitenze che essa imponeva al peccatore. Una generazione ineducata di uomini non vergognava di sottomettersi alla pena dei proprî trascorsi, sostenendola nella forma puerile di castighi corporali; benanco un Imperatore, qual si fu Enrico III, soventi volte adoperò sulle sue carni il flagello, e per il corso di alcuni secoli, genti di tutti i ceti e di tutte le famiglie, financo nobili donne, offerivano il dorso nudato ai colpi di disciplina che loro somministrava qualche monaco o qualche diacono dalla fronte fanatica o dal labbro sorridente. Nel secolo undecimo s’era introdotto un formale computo aritmetico in riferimento al numero ed al valore dei colpi di flagello. Ad ogni peccato corrispondeva un periodo di tempo di penitenza, ma le colpe, delle quali la natura umana si caricava, assai più erano che le epoche di penitenza onde potevasi disporre; laonde parecchi peccatori avevano notato a taccuino tanto grave numero di debiti, che avrebbero dovuto vivere dei secoli per mondarsi e diventar giusti secondo il canone di penitenza. Or dunque la Chiesa veniva loro in ajuto, concedendo alla gente ricca di commutare il numero degli anni di penitenza in somme di denaro destinate a pii scopi ed ai poveri, accordando di sostituirvi corrispondenti colpi di disciplina, digiuni e canto dei salmi. Un patrimonio veramente immenso di denaro, di possedimenti e di terre, che offerto era per il riscatto dell’anima (pro redemptione animae), affluiva di tal maniera negli scrigni della Chiesa, fino a che il rimborso a moneta contante, che contro all’insegnamento cristiano si faceva della colpa morale, diè occasione alla riforma di Lutero. Nel medio [125] evo l’anima dell’uomo era serva assoluta del sacerdozio e dipendenza della Chiesa (ecclesiae adscripta), la quale sopra questo rapporto di colpa e di espiazione fondò quel suo potere, che pare quasi meraviglioso.
Giusta il canone, un anno di penitenza era pari a solidi ventisei, ossiano talleri trenta pei ricchi, e a solidi tre pei poveri; però un giorno di penitenza corrispondeva eziandio a venti colpi somministrati sulla palma della mano, oppure a cinquanta salmi; un anno di penitenza si parificava con conto tondo a tremila colpi di frusta, purchè vi si accompagnasse per soprappiù il canto de’ salmi. Pertanto il peccatore poteva fornire in termine corto, mercè di determinati esercizî, alcuni secoli di penitenza. La bravura tutto propria del Damiani era superata dalla maestria del corazzato Domenico, il quale con furibonda prestezza sapeva mediante la frusta purgarsi di secoli. Costui indossava costantemente sulla nuda persona una corazza di scaglie di ferro, armatura che lo muniva nella lotta contro gli impuri spiriti della lussuria; nè la svestiva se non quando prendeva in ciascuna mano un flagello, e cantando salmi si batteva quel tanto che corrispondeva ad un secolo e più di penitenza. Dapprincipio il Damiani compieva in un anno l’opera di un secolo, ma il corazzato lo accertava che poteva giungerne a capo in sei brevi giorni. Infatti tremila colpi fanno un anno; nel canto di dieci salmi (così ne aveva fatto esperto conto) si occupa uno spazio di tempo durante il quale con gran comodità un uomo può somministrarsi mille colpi; il salterio ha cencinquanta salmi e quindi inchiude cinque anni di penitenza; questi cinque moltiplicati [126] per venti fanno cento; dunque chi recita venti volte il salterio accompagnandosi con colpi di disciplina, compie un secolo di penitenza[123]. Il Damiani propose a modello l’energia del suo amico, e difese fervidamente il valore della disciplina contro un altro monaco Pietro, il quale ebbe il coraggio e l’intelletto di condannare lo spaventoso istituto della flagellazione[124].
Se si guardi al ributtante spettacolo che presentano siffatti martiri di un delirio, senza tener conto dell’oscuro tempo in cui eglino vivevano, non si può che metterli in derisione come vere figure da baia; ma se si pongono in relazione colla loro età diventano anch’essi vere persone di tragica natura, al pari di tutte quelle altre vittime che, sebbene in forma differente, [127] la gente umana in ogni epoca deve sagrificare per conseguire la sua libertà morale.
Però se il Damiani non avesse avuto altri meriti, fuor di un cotal zelo per la sferza, nessuna celebrità avrebbe acquistata a sè stesso. Per lo contrario ei fu dappiù che un semplice asceta. Romualdo era stato uomo ignorante; il Damiani fu erudito, tenne relazioni con tutti i personaggi più cospicui del suo tempo, e sui grandi e sui piccoli esercitò influenza con sue lettere. La corruttela del clero lo accorava sinceramente e nel profondo dell’anima: Ildebrando era la testa politica della Chiesa, ma il Damiani era il cuore che con sentimento d’amore batteva in petto ad essa. Aveva intelletto debole, ma grande semplicità monastica, natura lirica, fantasia che si pasceva di imagini mistiche: appunto per tutto questo esercitò influenza sulla moltitudine del popolo. Ingegno cotale, in cui esuberava l’entusiasmo della fede, non era fatto per rimanersi sepolto nella solitudine, e Stefano IX lo costrinse a venire a Roma. L’eremita si dibattè contro alla vita che era costretto a condurre in mezzo ai Cardinali ed a’ maggiorenti; chè, per quanto allora nell’universale l’alto clero mancasse di cultura, tuttavia, da dopo di Leone IX, contava esso in Roma alcuni uomini illustri per dottrina e per intelligenza. Le attenenze di Roma col mondo, parimenti come il grande còmpito ecclesiastico che loro si spettava, davano fin d’allora a questi Cardinali una maestà quasi principesca. «Allorchè mi trovo», così deplorava il Damiani, «in mezzo a quei Vescovi, mi si sopraffà di facezie e di sali attici, di urbane parole e di mille questioni che [128] fanno di noi preti altrettanti retori o buffoni. E se a tutto questo oppongo un viso ingenuo o vergognoso, mi si dà dell’inumano, dello zelante, della tigre ircana, dell’uomo di sasso»[125]. Il frate severo aveva sufficienti ragioni di tenere il broncio ai Cardinali che col falcone in pugno correvano a caccia per la campagna, o come altrettanti lanzichenecchi sedevano giocando ai bossoli; ed eglino alla loro volta avevano di che celiare della sua ruvidità anacoretica, quando vietava loro benanco l’innocente giuoco degli scacchi[126]. Il Damiani obbedì al comando che lo chiamava ad Ostia e a Roma, e dappoi fu adoperato in servigio della Chiesa da nunzio, da paciero, da mediatore di partiti, da apostolo del celibato e da oratore popolare.
Oltre a lui vivevano allora altri ingegni forniti di maggior senso pratico e di più grande energia, che Stefano IX chiamò intorno a sè, oppure trovò di già in Roma. Umberto borgognone, cardinale vescovo di Silva Candida, Stefano cardinale di san Crisogono e monaco di Cluny, Anselmo di Badagio vescovo di Lucca, Desiderio abate di Monte Cassino e cardinale di santa Cecilia, finalmente Ildebrando, erano a quel tempo gli uomini che [129] alla Chiesa imprimevano più o meno forti impulsi di vita nuova. Da tempo lungo Roma non aveva raccolto entro di sè tanti illustri Cardinali, e questo collegio di consiglieri del Pontefice andava pertanto procedendo verso un nuovo e splendido avvenire. Roma civile rimaneva qual era, ma Roma ecclesiastica in brevissimo tempo s’era tanto mutata da non potersi più riconoscere. Uomini di gran levatura attorniavano un Papa di gran levatura; al pari di questo erano anch’essi stranieri ed educati nell’ordine di Cluny e nella regola di san Benedetto. Forse che la Chiesa poteva sommergere sì come sarebbe avvenuto di uno Stato temporale, essa che all’esausto suolo di Roma non era ristretta con angusto legame, ma assorbiva forze fresche e rigogliose da tutti i paesi della terra per ringiovanirsi sempre novellamente?
Mentre Stefano IX con tutte le sue forze dava opera alla riforma, andava egli in pari tempo ravvolgendo in mente disegni arditi di ordine temporale. Voleva cacciare d’Italia la dominazione tedesca, fondare un impero italico sotto di Goffredo, ampliare lo Stato della Chiesa. La mente principesca di Stefano si mostra chiara nella leggenda Felix Roma, che è incisa sopra una delle sue bolle di piombo: così, dopo lungo periodo [130] di tempo, un Papa tornava ad ornare la canuta Roma di quel titolo onde per l’ultima volta la aveva decorata il goto Teodorico[127]. Stefano odiava i Normanni, perciocchè fosse stato compagno di Leone IX a Civita e ne avesse divisa la sventura; sperava egli di poterne torre vendetta colle armi del fratel suo, e di conseguire indi il compimento delle pretese che la Chiesa moveva sull’Italia meridionale. Sennonchè egli difettava di nerbo di denaro, e perciò chiedeva che gli fossero restituiti i donativi che aveva ricevuti dall’imperatore Costantino e, portati con sè da Bisanzio, lasciati in deposito a Monte Cassino; benanco gli stava a cuore di impadronirsi del tesoro dell’Abazia e lo domandava. I monaci piagnucolando portarono a Roma il loro argento e il loro oro; tuttavia il Pontefice non toccò queste ricchezze del monastero e le restituì. Il concitamento dell’animo suo, che si travagliava in giganteschi progetti, limò la sua vita; volle andare dal fratel suo a Firenze, e, prima di partire, si fe’ promettere dai Romani che, in caso di sua morte, non imprenderebbero ad eleggere chicchessia se prima Ildebrando non fosse tornato di Germania. E appena fu giunto a Firenze, vi passò di vita ai 22 di Marzo dell’anno 1058[128]. Se Stefano IX, uomo d’indole eletta, [131] avesse retto più a lungo il pontificato, facilmente sarebbe egli giunto a capo, in unione col fratel suo, di dare un assetto differente all’Italia. Con lui si chiuse la serie di cinque Papi tedeschi che, da dopo di Clemente II, furono ascesi alla cattedra di san Pietro[129].
Questa morte diè tosto opportunità ad una reazione della nobiltà nella Città e nel suo territorio. La fazione tusculana afferrò l’occasione propizia per trarre a sè novellamente il patriziato e la elezione pontificia; financo i Crescenzî si allearono con quella; tutti i partiti, cui la severità riformatrice dei Papi stranieri aveva chiamato in vita, tutti gl’instizziti nemici d’Ildebrando, schierandosi sotto gli ordini del clero donnaiuolo e simoniaco, si sollevarono in pari tratto. A capo della famiglia tusculana era allora tuttavia Gregorio, figlio di Alberico e fratello di Benedetto IX; a lui si aggiunsero Gerardo conte di Galeria e figlio di Rainero, i figliuoli di Crescenzio conte di Monticelli (presso a Tivoli), e illustri Romani in gran numero. Costoro penetrarono nottetempo nella Città, e sollevarono con grande violenza Giovanni Mincio, cardinale vescovo di Velletri, alla sedia pontificia con nome di Benedetto X[130]. I Cardinali [132] volsero in fuga con Pier Damiani alla loro testa, nè potendo altro fare, scagliarono il loro anatema contro agli invasori; Roma risonò di tumulto in mezzo a quell’assalimento armato e il popolo, letificato coll’oro ed eziandio col sacco dato allo scrigno di san Pietro, prestò nuovamente omaggio al Papa della nobiltà tusculana[131].
Per tal guisa l’opera laboriosa di tanti Concilî cadeva tutt’a un tratto distrutta; nuovamente i capitani della Campagna erano tornati in possesso della podestà patrizia, Benedetto X sedeva sulla cattedra santa tutto l’anno 1058 senza che alcuno lo combattesse, ed era riverito papa in Laterano. Goffredo di Toscana non gli opponeva impedimento di sorta, ma nell’Aprile l’imperatrice [133] Agnese mandava Ildebrando a Firenze da suo legato, fornito di pieni poteri; e questi in un Sinodo tenuto a Siena ai 18 Dicembre, conveniva con Goffredo e con Beatrice nella scelta di Gerardo vescovo di Firenze. La necessità di quel tempo costringeva il partito clericale a implorare la confermazione della Reggenza tedesca; e financo la nobiltà romana che apparteneva alla fazione ostile dei Tusculani aveva mandato ambasciatori a Germania, e protestato di volere in ogni circostanza serbar ligia fede al giuramento prestato in antico ad Enrico III[132]. L’Imperatrice allora incaricava Goffredo di condurre l’eletto a Roma; il Margravio armava a tal uopo un esercito, ma, come era avvenuto al tempo di Enrico III, dovevasi primamente tenere un Concilio in Sutri.
Guiberto, cancelliere dell’Impero e, dopo la morte di Vittore II, vicario imperiale in Italia, accompagnò il Duca a Sutri, dove, sulla fine dell’anno, fu pronunciata la deposizione di Benedetto, e per papa fu riconosciuto con tutte le valide forme Gerardo. Tosto dopo si mosse contro a Roma, dove i capitani erano risoluti a difendere prodemente il loro Pontefice. Però Ildebrando riusciva a [134] corrompere una parte dei Romani e benanco alcuni dei Conti ribelli, laonde ancor prima che l’esercito si avvicinasse alla Città, le fazioni erano colà venute a lotta fra loro con rabbia feroce. I Transteverini, ossia il loro capo Leone de Benedicto Christiano, uomo di origine ebrea, apersero la porta, per modo che le soldatesche di Goffredo occuparono la città Leonina e l’isola[133]. Ildebrando di sua propria autorità espulse dall’officio Pietro, che fin adesso era stato prefetto, e ne affidò la carica ad un nobile di Transtevere, appellato Giovanni Tinioso, in quello che le milizie del Margravio cingevano di assedio il Laterano[134]. Allora Benedetto X se ne fuggì al castello di Passarano, possedimento di Regetello, figlio di Crescenzio prefetto; e poco tempo dopo, partendo di colà, si ricoverò presso il Conte di Galeria[135].
[135]
Fu conseguenza di tutto ciò, che Gerardo di Firenze, oriundo borgognone salì alla cattedra santa nel Gennaio dell’anno 1059 con nome di Nicolò II, senza che chicchessia gli movesse contrarietà: nel tempo istesso Ildebrando andava affrettatamente nella Campania, conchiudeva una lega temporanea coi Normanni, e conduceva indi con sè a Roma trecento dei loro cavalieri. Si congiunsero questi coi soldati pontificî, e assalirono l’Antipapa in Galeria, ma dovettero levar l’assedio per tornarsene più tardi con rinforzi[136].
Il rovescio repentino che il suo sistema aveva subìto per opera della nobiltà cittadina fece sì che il partito [136] riformatore raddoppiasse di energia sotto la capitananza di Ildebrando, che adesso era ministro onnipossente in Roma. Or dunque volevasi affermare la libertà della elezione pontificia, in modo da sottrarla a qualsiasi influenza della nobiltà romana, e (se si poteva giungerne a capo) anche a quella della corona germanica. Pertanto Nicolò II congregò, nell’Aprile del 1059, centotredici Vescovi al suo primo Concilio solenne: in esso il Papa dei nobili, Benedetto X, fu condannato; si rinnovò il divieto del concubinato dei preti e della simonia; finalmente una novella legge si promulgò sulla elezione pontificia.
Questo decreto celebre, che fu creazione della mano e della mente di Ildebrando, elevò il collegio dei Cardinali romani a vero senato ecclesiastico, dal cui seno solamente, col procedere del tempo, dovevano uscire i Papi. Nel decreto si statuiva che la vera e propria elezione avrebbe spettato ad essi, i quali, a seconda de’ loro gradi, erano vescovi del territorio della Città, e preti e diaconi delle chiese titolari di Roma; ordinavasi che alla loro scelta, d’allora in poi, clero e popolo non avrebbero potuto far altro che assentire[137].
[137]
Mentre dunque la nobiltà cittadina pretendeva di esser essa pur sempre il Senato romano, il Papa contrapponeva a quei Consoli e a quei Senatori il Collegio cardinalizio, e omai, dopo di quel decreto sull’elezione, il Damiani paragonava i sette Cardinali vescovi del Laterano al Senato di Roma antica[138]. Uno spirito di monarchia s’apprendeva alla Chiesa, la quale, più e più sempre, assunse forma esclusiva di corporazione politica. Per verità il decreto non bandiva tutto affatto dal diritto di elezione i tre antichi ordini elettivi (Clerus, Ordo, Populus), ma il loro assentimento tenuto per accessorio altro non fu quindi in poi, che una forma tradizionale. Il popolo fu escluso dall’elezione; l’antichissimo fondamento democratico ne andò demolito, e la nomina del Vescovo massimo diventò privilegio di una minoranza aristocratica di preti residenti in Roma. Finalmente, all’uopo di sottrarre la elezione pontificia alla violenza di rivoluzioni cittadine, fu statuito non esservi più obligo che avvenir dovesse entro le mura della Città, ma fu consentito che eziandio un piccolo numero di Cardinali potesse eleggere con rito canonico il Papa in qualche luogo diverso: si dichiarava che il Papa potrebbe benanco appartenere a qualche chiesa fuori di Roma.
Non si osò dar di frego al diritto patriziale della [138] corona tedesca, poichè Guiberto cancelliere nol volle lasciar attenuare; però con accortezza se ne restrinse il limite, fino a ridurlo soltanto un diritto onorifico personale. Con parole ambigue fu detto, che l’elezione avverrebbe per opera dei Cardinali, «salvo il debito onore e la reverenza già assicurata al nostro diletto figlio Enrico, attuale Re, e, così Dio conceda, futuro Imperatore, ed ai successori di lui che avranno conseguito personalmente questo diritto dalla Sede apostolica[139]».
Dopo che col proceder del tempo la cerchia degli eligenti s’era andata ognor più restringendo, l’elezione del maggior Vescovo della Cristianità venne posta di tal maniera in mano di pochi Vescovi e preti elettori, di uomini cioè che allora non peranco indossavano la porpora, ma col correr del tempo dovevano dividere la signoria temporale del Papa in qualità di pari suoi, e, più orgogliosi dei Senatori antichi, pretendere alla dignità di nati principi. Fra tutte le metamorfosi che la Chiesa subì, la costituzione di questo Collegio fu forse ciò che massimamente ne fece deviare l’organamento dalla [139] sua origine evangelica. Quantunque un principio naturale suffraghi l’idea che il diritto elettivo debba essere esteso all’universale, tuttavolta il pratico adempimento di siffatta regola presuppone condizioni di popolo primitive od altrimenti intelligenza diffusa anch’essa all’universale; effettivamente però quelli che veramente eleggono ed anche imperano saranno in tutti i tempi i pochi potenti o i pochi savî. Un buon Patrizio, ossia un buon Imperatore come era Enrico III, avrebbe potuto eleggere dei Papi buoni; un’intelligente aristocrazia elettrice avrebbe potuto fare lo stesso: in breve, il decreto sull’elezione promulgato da Nicolò II, non potè premunire la Chiesa d’avere Papi cattivi, ma fu d’immensa rilevanza per la libertà del Papato. Esso tolse per sempre il più considerevole fattore della storia cittadina di Roma dalle mani del popolo romano, e presto assai anche da quelle della podestà imperiale. Finchè visse Enrico III nessun Papa avrebbe saputo arrischiarne il grave passo, ma i Cardinali, con maggiore accortezza dei Patrizî e dei Senatori di tutti i Romani, seppero profittare di ogni periodo di assopimento dell’Impero tedesco; e il sistema ammirabile della gerarchia somigliò ben presto ad una fortezza gigantesca munita di cento muri concentrici, che a vicenda si coprivano l’un l’altro.
L’arditezza del disegno avrebbe reso più trepidi Nicolò e Ildebrando, se omai non si avessero assicurato soccorso di alleati. In questo tempo la Chiesa romana capiva di dover combattere una battaglia di vita e di morte col reame tedesco, e trovavasi in condizioni pari a quelle cui erano venute le cose durante la controversia [140] con Bisanzio per ragione del culto delle imagini. Affine di resistere ai Longobardi ed agli Esarchi, la Chiesa un dì aveva confermato sul loro trono Pipino e Carlo, uomini nuovi e usurpatori, gli aveva chiamati in Italia e costituiti avvocati della santa Sede. Adesso che sono minacciati in pari tempo dai Patrizî tedeschi e dalla nobiltà romana, i Papi ripongono le loro speranze precisamente in quei Normanni che ancora sono legati nell’anatema della Chiesa. L’occhio perspicace di Ildebrando vedeva infatti bene addentro che questa stirpe, la quale mirava ad alzarsi in potenza, avrebbe formato in Italia una dinastia, e che da essa, se la si avesse riconosciuta sotto certe condizioni, si avrebbe tratto di due maniere guadagno; se ne avrebbe avuto uno Stato vassallo della Chiesa ed un ajuto potente contro la città di Roma e contro l’Impero tedesco.
Dopo la loro vittoria riportata su di Leone IX i Normanni avevano fatto rapide conquiste, e già ad essi prestavano obbedienza quasi tutte le Puglie e le Calabrie. Il progetto di Stefano IX, che mirava a cacciarli d’Italia, fallì colla sua morte; l’anarchia che travagliava il Papato favorì le imprese dell’ardito Roberto Guiscardo; e costui, sorto dai bassi inizî di predare lungo le strade, reggeva da dopo il 1056 la republica militare normanna in qualità di conte, essendovi succeduto ad Umfredo fratel suo, i cui figli aveva soppiantato contrariamente ad ogni fede. La impotenza di Bisanzio, la debolezza in cui Germania era caduta sotto la reggenza, le necessità del Papato, quelle proprie dei Normanni, tutto s’accordava per farne costituire uno Stato. Nell’anno 1058 Riccardo di Aversa toglieva la celebre [141] città di Capua a quell’ultimo Principe longobardo, che fu Landolfo V[140]. Poco dipoi Roberto Guiscardo s’impadroniva della forte Troja su di cui il Papa levava sue pretese; e Nicolò II lo colpiva d’anatema come spogliatore di beni della Chiesa. I Pontefici, che rade volte avevano potenza di difendere con milizie i loro possedimenti, dopo il secolo nono cominciarono a metter mano alla inesauribile armeria lateranense delle scomuniche; e le pene spirituali che colpir dovevano soltanto le colpe morali, conversero arditamente in armi della loro politica mondana. Sebbene una scomunica non sempre fosse pari ad un cherubino che colla spada fiammeggiante si ponesse a guardia del patrimonio minacciato, tuttavolta essa metteva spavento all’assalitore, perocchè fra le genti di questo tempo la sua mistica efficacia recasse angustia d’animo per lo meno eguale a quella che destava un’eclisse di sole[141]. Sennonchè un eroe [142] guerriero, avido di dominare, meno forse temeva per la salute dell’anima sua, che per la sicurezza delle province rapite e riluttanti al suo giogo, le quali il Papa avrebbe potuto facilmente commovergli contro, se avesse da parte di Dio posto fuor del diritto il rapitore. Oltracciò, le conquiste di Roberto erano grandi abbastanza perchè se ne costituisse uno Stato, cui, secondo la fede di quell’età, il riconoscimento pontificio imprimeva carattere di validità e di giure divino. Entrambi le parti pertanto andarono in cerca l’una dell’altra, e si raccostarono. I vincitori di Civita, Riccardo di Aversa e Roberto Guiscardo, si presentarono a Nicolò in Melfi, dove questo Papa nell’anno 1059 raccolse un Concilio; entrambi uomini audacissimi, senza fede e coscienza, capitani di ladronaie, tutto coperti di sangue, predoni grandi, sani e salvi a dispetto di molti anatemi ecclesiastici, eroi invincibili. Colà eglino ricevettero in feudo dalla santa Sede le terre conquistate, eccezion fatta di Benevento. Si tennero così in non cale i diritti dei principi spodestati, parimenti come non si diè bada alla così detta sovranità suprema dell’Impero tedesco; fu vista così un’autorità legittima d’impero sparire e un’altra sorgere da una ladreria. In tutti i tempi la legittimità ha dovuto chinare il capo e cedere all’interesse personale, e lo stesso Stato della Chiesa è sorto soltanto per ciò che i Pipini calpestarono i diritti dei Merovingi ed i Papi soppiantarono quelli dei Bizantini: unicamente ciò che può parere strano si è la fidanza di un Papa, il quale a stranieri dispensò province straniere come se fossero roba sua, e financo confermò preventivamente in loro possedimento terre che erano ancora da [143] conquistare[142]. Riccardo fu riconosciuto per principe di Capua; il Guiscardo con titolo di conte e di duca fu infeudato delle Puglie e delle Calabrie, e gli fu eziandio promessa la Sicilia, una volta ch’egli avesse tolta l’isola di mano degli Arabi e dei Greci. I Normanni prestarono al Papa giuramento di vassallaggio coll’obligo di un annuo tributo; giurarono di soccorrere la Chiesa affinchè conservasse i suoi possedimenti, e di ajutare nelle cose del pontificato i Papi eletti giusta i canoni dai migliori Cardinali[143]. Per tal guisa il decreto di Nicolò II circa la elezione venne posto sotto la tutela armata dei Normanni, e fu riconosciuto da questi nuovi principi primamente che da altri.
Fu in conseguenza del trattato di Melfi, che Nicolò e Ildebrando condussero con sè a Roma un esercito di Normanni. I Conti di Tusculo, di Preneste e della Sabina [144] furono tosto ridotti a obbedienza, e l’Antipapa fu per la seconda volta assediato in Galeria[144]. Questo castello, discosto quindici miglia da Roma, stava presso al fiume Arrone nella diocesi di Silva Candida, e dal secolo undecimo in poi era possedimento di Conti, i quali se ne avevano fatto un dominio ereditario[145]. Gerardo conte, che ivi dava ricetto a Benedetto X, era uno dei più potenti tirannelli della Tuscia romana; capo del partito avverso a Ildebrando, era stato scomunicato da parecchi Papi, e per ultimo anche da Nicolò colle maledizioni più tremende. Ei si difese prodemente nella sua rocca, e soltanto dopo parecchi assalti fu costretto a consegnare l’Antipapa. Benedetto X venne a’ negoziati dall’alto delle mura; trenta nobili romani gli giurarono che sarebbe rispettata la sicurezza della sua persona, ed egli venne nella Città e vi pose dimora nelle case della madre sua, che erano in vicinanza alla santa Maria Maggiore. Un Concilio, sopra del quale Ildebrando esercitò le sue arti d’intrigo volte a precipitare Benedetto, depose ancora una volta quest’ultimo, lo [145] espulse dall’ordine sacerdotale, e lo confinò per tutta la vita nel monastero di sant’Agnese presso a Roma[146].
Lo scisma era superato e vinta la contrarietà dell’aristocrazia. D’ora in poi, in istrettissima vicinanza, la spada normanna s’avrebbe librato minacciosa su di Roma, laonde, non appena s’ebbero di ciò accorto i Romani, che diventarono partigiani risoluti della corte germanica. S’aveva questa offeso del decreto sull’elezione e della infeudazione che il Papa s’era arrogato di dare ai Normanni; pareva che i diritti dello scettro tedesco e i diritti della città di Roma fossero stati parimente e d’un istesso tratto lesi. Gli interessi dell’una e dell’altra parte convenivano ad associarsi in una [146] lotta comune contro il novello Papato, e da ora avanti, per tre secoli, Roma si scisse in fazione imperiale e pontificia. Ildebrando raccolse intorno al suo vessillo tutti gli aderenti della riforma, ma il partito avverso era più numeroso. A questo appartenevano i Conti di Tusculo, di Galeria, di Segni e di Ceccano, i discendenti dei Crescenzî, antichi nemici di Tusculo, e quasi tutti i capitani d’origine germanica che erano nella Tuscia e nel Lazio: nel tempo medesimo la nobiltà cittadina era guidata dal feroce Cencio figlio di Stefano prefetto, e fra il clero stesso si accoglieva una fazione nemica, la quale aveva per duce Ugo Candido, cardinale di san Clemente, alsaziano di nascita. La unione con Alemagna e la grande scissura che tosto scoppiava nella Chiesa davano alla nobiltà romana una forza momentanea; molti di quei signori scendevano di origine germanica, e perciò tenevano le parti dell’Impero tedesco; altri, sebbene di razza latina, combattevano con eguale fervore la signoria del Papa sulla città di Roma. Tanto minor potenza finalmente avevano i Pontefici di vincerla su quei Baroni, perocchè da tempo lungo i primi non uscissero più delle grandi famiglie di Roma, e perciò in queste più non trovassero alcun sicuro appoggio: per tenersi soggetta Roma erano costretti di servirsi del braccio di odiati stranieri, dei Normanni[147].
[147]
Come Nicolò II fu morto a Firenze nel giorno 27 Luglio del 1061, le cose volsero alla catastrofe. Tutti i nemici della riforma si strinsero insieme; volevasi adesso tor vendetta della spedizione dei Normanni che molte nobili castella avevano distrutto, volevasi abolire il decreto sull’elezione, rinnovare il Patriziato. I Conti della Campagna, i nobili della Città, Cencio co’ suoi fratelli, i figli di Baruncio, Cencio e Romano, Berizone ed altri, Ugo cardinale con alcuni Vescovi si raccolsero [148] a parlamento in Roma, e si accordarono di conferire formalmente al giovine re Enrico il Patriziato e i diritti consueti dell’elezione pontificia[148]. Pertanto i congiurati contro il nuovo Papato avevano intendimenti conservativi, e nutrivano sentimenti contrarî all’idea nazionale. Al Re mandavano i simboli del Patriziato, la clamide di color verde, la mitra, l’anello e il diadema, e, riferendosi in pari tempo al decreto di Nicolò II sull’elezione, giusta il quale non potevasi eleggere alcun papa senza la cooperazione di Enrico, lo richiesero che desse a Roma un pontefice[149]. Ad istigazione di Guiberto cancelliere s’aggiunsero ai Romani molti Vescovi di Lombardia e ambasciatori di Milano, i quali sollecitarono l’Imperatrice affinchè non permettesse che al figliuol suo si rapissero i diritti della corona, e chiesero per Papa un uomo delle terre lombarde, del paradiso d’Italia, come essi le appellavano, ed un tale che fosse aperto avversario del celibato.
[149]
Il profondo commovimento destato dalla riforma, non fu in nessun luogo maggiore di quello che agitava Milano. Questa città ricca di traffichi superava allora per isplendore tutte le altre, e la sua importanza politica per qualche tratto di tempo gettò nell’ombra eziandio Roma. Non peranco infatti Roma s’era elevata all’altezza di vere lotte sociali, così come era avvenuto di Milano, dove esisteva una cittadinanza media potente, e dove s’era ordinata una costituzione republicana[150]. Già in secoli anteriori quegli Arcivescovi avevano combattuto gagliardamente la podestà assoluta del Papato: il diritto cui pretendevano di coronare i Re d’Italia li rendeva omai emuli dei Pontefici, i quali coronavano questi Re a imperatori. Il clero milanese era immensamente ricco, e «innumerevole come le arene del mare»[151]. Pertanto giusto là i decreti di riforma avevano cagionata la più acerba irritazione, poichè ivi gli officî ecclesiastici andavano a compera dei figli della nobiltà, e nel maggior numero i preti vivevano accasati con donne. Ma la dissolutezza del clero nobile per contrapposto educava il più ardente fervore della riforma nella parte democratica del popolo, e la controversia ecclesiastica vieppiù veemente diventava, perocchè in pari tempo sortisse indole politica e sociale.
[150]
Guido di Velate, da dopo il 1045 succeditore di Eriberto nell’arcivescovato e creatura dell’Impero, tornò perciò in odio dei riformatori: intorno a lui si schierarono tutti gli aderenti del sistema antico, mentre dall’altro canto, il partito della riforma, che appellavasi dei Paterini, trovò suoi capi anche in alcuni nobiluomini[152]. Due fratelli della nobile famiglia dei Cotta, Landolfo e Erlembaldo, diventarono un dopo dell’altro capitani del popolo, e, presso a loro, il fanatico diacono Arialdo conseguì rinomanza con sue prediche[153]. Questi uomini avevano stretto relazioni vivissime con Ildebrando, per guisa che Milano, parimente come Roma, venne a dividersi in due fazioni, l’una delle quali teneva per l’Imperatore, l’altra per il Pontefice; l’una voleva mantenere [151] gli abusi nella Chiesa, l’altra intendeva a introdurre la riformazione senza badare a checchessia. Per verità Guido arcivescovo era stato costretto da decisioni conciliari a far sommessione, allorchè Nicolò II nell’anno 1059 avea mandato da suoi legati in quella città il Damiani e Anselmo di Badagio, vescovo di Lucca e milanese di nascita. Però la conciliazione non fu di lunga durata; la scissura dei partiti eruppe di bel nuovo, e la morte di Nicolò II precipitò Milano e Roma in eguali guai di disordine.
Gli Imperiali di Lombardia si collegarono pertanto coi Romani affine di levare a papa un uomo che non fosse della parte di Ildebrando. I riformatori romani da canto proprio mandarono il cardinale Stefano alla corte tedesca; ma quando questo legato, che ivi non ottenne accoglienze, si fu tornato a Roma senza risultamento alcuno, Ildebrando si fe’ cuore di farla del tutto finita colla corte di Germania. Congregò egli i Cardinali addì 1 Ottobre del 1061, e, conformemente a quel che disponeva la legge nuova sull’elezione, fece eleggere a pontefice il Vescovo di Lucca. Sebbene questo zelante prelato fosse uno dei patroni dei Paterini, tuttavia stava egli da lungo tempo in rapporti di buona amicizia colla corte germanica, perlochè Ildebrando poteva ancora sperare di giungere per mezzo suo ad un equo accomodamento. La elezione di Anselmo non avrebbe violato il decreto di Nicolò II, se dal Re si avesse per lo meno ricavato la confermazione; ma questo non avvenne, e così Ildebrando aizzò apertamente la podestà regia. Uno scisma lungo e guerre civili sanguinose dovevano essere le conseguenze di questo fatto audace.
[152]
Anselmo di Lucca, nominato Alessandro II, fu posto sulla sedia pontificia colla forza delle armi di Riccardo di Capua: infatti, Desiderio abate aveva guadagnato questo Principe affinchè conducesse il novello Papa a Roma, dove alcuni nobili, Leone de Benedicto, Cencio Frangipane e Giovanni Brazuto stavano a’ fianchi di Ildebrando[154]. Però, soltanto dopo una violenta battaglia cogli Imperiali Anselmo potè di notte tempo e per rigiri di vie meno frequentate mettersi dentro al Laterano.
Mentre adesso Riccardo, da vero Normanno, s’era fatto di casa a Roma, e vi mozzava parecchie teste di Conti o di Consoli suoi nemici, giungeva alla Città la novella che in Alemagna s’era eletto un Papa. I Vescovi tedeschi e alcuni di Lombardia, sotto la presidenza dello zelante Guiberto, s’erano congregati a Basilea; ivi gli ambasciatori dei Romani, con Gerardo di Galeria e con Cencio alla loro testa, avevano formalmente coronato a patrizio il decenne re Enrico. Il Concilio poi aveva cassato i decreti di Nicolò II e la elezione di Alessandro II come illegali, ed in unione coi deputati [153] romani, addì 28 di Ottobre, aveva eletto a pontefice il veronese Cadalo, vescovo di Parma[155]. Sciaguratissimo errore fu l’esaltamento di questo prelato; un uomo che avesse avuto genio, energia e rigido costume avrebbe potuto mandare facilmente a vuoto i disegni di Ildebrando; invece l’animo fiacco di Cadalo non seppe giungerne a capo.
Ancora una volta stavansi di fronte due Papi, l’uno in Roma, l’altro di là dalle Alpi, donde si apprestava a scendere in armi per discacciare il suo avversario dal Laterano. Rare fiate il mondo aveva atteso con pari ansietà ad una lotta simigliante, avvegnaddio le parti, che si schieravano dietro ai due Papi, non più fossero semplicemente di uomini faziosi, ma fossero le due podestà mondiali, la Chiesa romana e l’Impero romano.
[155]
Prima che Cadalo movesse contro Roma, Ildebrando attese con instancabile operosità ad acquistarsi aderenti, ed a negoziare con Goffredo di Toscana, cogli ottimati di Lombardia e coi Normanni. Alessandro II, animo fiacco cui mancava independenza di volontà, si rincantucciava dietro la persona del suo Arcidiacono, in cui riponeva tutta la fiducia, e ch’egli tosto elevava alla dignità di cancelliere. Accanto di Ildebrando stava il Damiani, della cui penna enfatica quegli si giovava a combattere con opuscoli acconci, in pro della causa di Roma. Cadalo non diè bada alla focosa filippica con cui l’eremita lo scongiurava a desistere dalla sua usurpazione, e gli vaticinava (fu però falso profeta) che sarebbe morto [156] nel termine di un anno. Il Vescovo di Parma, dapprima cancelliere dell’Impero sotto di Enrico III, era uomo di corte di qualche ingegno, nè raccapezzava motivo alcuno per credersi un usurpatore, chè anzi trovava egli a sufficienza motivi di chiamar così l’avversario suo. Le doti personali di lui troppo scarse erano perchè mettessero in temenza il partito d’Ildebrando, ma le sue dovizie erano di principe, laonde sperava di schiudere con chiavi d’oro il san Pietro, facilmente sì come le porte di Roma venale. Armava soldatesche, e nella primavera dell’anno 1062 scendeva in Italia, dove il partito imperiale con grandi onori lo conduceva di città in città, mentre Beatrice di Toscana indarno gli frapponeva ostacoli nel suo cammino. Fece sosta a Parma per afforzare il suo esercito coi vassalli del suo Vescovato, per congiungersi coi Romani ribelli e per muovere indi contro la Città.
Benzone, vescovo di Alba in Piemonte, gli era stato posto a’ fianchi perchè andasse ambasciatore della Imperatrice a’ Romani. Questo furibondo nemico di Ildebrando e de’ suoi Papi, contro i quali aveva armeggiato con satire abbastanza efficaci di punta, non si faceva scrupolo di calunnia o di menzogna; l’audacia con cui assaliva le persone de’ suoi avversari, la sua arguzia e il suo ingegno potevano fare impressione sugli Italiani, se per soprassello ei loro avesse promesso monti d’oro in compenso della parte che prendessero a pro di Cadalo[156]. Cominciò egli dunque con fargli degli aderenti in [157] Toscana, indi andò fra i Romani per indurli ad abbandonare la causa di un Papa eletto contrariamente alla legge. I partigiani della corte germanica andarono a levare presso alla porta di san Pancrazio il vivace ambasciatore, e festanti lo addussero in Campidoglio, dove fu albergato nel palazzo di Ottaviano[157]. Al Vescovo compiacentesi della magnificenza pomposa sembrò d’essere eguale al legato di un qualche Imperatore antico; i rozzi Consoli di Roma e gli officiali del palazzo con loro alte e bianche mitre in capo gli parvero altrettanti Patres conscripti, e allorchè si fece a parlare dai ruderi del Campidoglio può darsi che paragonasse sè stesso per lo manco a Cicerone[158]. La nobiltà si radunò a parlamento fra gli avanzi di un circo, ossia ippodromo. Il Circo massimo (se ne torna ad incontrare qualche volta menzione [158] ne’ documenti) aveva perso la figura antica, chè la ruina era andata rodendolo per cinquecento anni, dacchè un Re dei Goti ivi dentro aveva dato gli ultimi giuochi di carri. I suoi due obelischi giacevano a terra franti, i suoi archi di trionfo erano fatti a pezzi, e nel mezzo dell’arena cresceva l’erba, sì come avviene anche oggidì: però i suoi ordini di gradini potevano pur sempre servire da sedili ad un’assemblea. Questo antichissimo teatro dei più splendidi sollazzi di Roma si rianimò di nuova vita nell’anno 1062, quando vi entrarono a frotte i barbarici nepoti, ispidi d’armi; e là dove un tempo le fazioni dei Verdi e degli Azzurri s’erano accapigliate per i loro guidatori di cocchi, altre fazioni venivano adesso ad azzuffarsi con pari fanatismo pei loro Papi[159]. Ei può parere cosa degna di nota per la Roma di quel tempo, che un parlamento si congregasse in luogo profano; e questo giova ad apprenderci che gli elementi cittadini erano sorti vieppiù gagliardi, dopo che la costituzione di un Senato ecclesiastico e i disegni monarchici del Papato gli avevano massimamente allettati a resistenza più fiera. Benzone destramente diede all’adunanza il carattere di comizio del popolo romano; papa Alessandro si vide costretto a presentarsi ivi in persona, e questo fu un trionfo per il partito laicale. Allorquando il Pontefice [159] entrò a cavallo entro l’arena, circondato di Cardinali e di suoi partigiani armati, fu accolto con tumulto, e Benzone ebbe la bella ventura di potergli scagliar contro un’orazione tonante. Lo chiamò traditore spergiuro della corte tedesca cui andava debitore del Vescovato di Lucca, lo appellò intruso che aveva assalito Roma con armi normanne, e finalmente in nome del Re gli comandò di scendere dalla cattedra di san Pietro e di chiedere perdonanza a’ piedi di Enrico. Applausi romorosi accolsero il suo discorso; invece grida feroci fecero seguito alla risposta di Alessandro, il quale protestò che per fedeltà al Re aveva accettato la elezione, e che a lui avrebbe mandato un’ambasceria. Tosto dopo il Papa cavalcò fuori del circo colla sua fazione, e Benzone fu ricondotto da’ suoi al palazzo di Ottaviano.
Al dì vegnente Benzone convocò un’altra volta il partito imperiale: di questa «tornata del Senato» egli ci ha dipinto un pomposo quadro parlamentare, e ci ha registrato alcuni discorsi dei Padri congregati, i quali presero posto a seconda che alla loro dignità si spettava; primo Nicolò, maestro del «sacro palazzo», illustre e dovizioso Romano, discendente (così almeno a creder suo) dei Trebazî antichi; indi Sassone de Helpiza presidente de’ giudici, Giovanni figlio di Berardo, Pietro de Via, Bulgamino e il fratel suo, Berardo de Ciza, Gennario, Cencio Francolini, Bonifilio, e ottimati altri di ordine senatorio[160]. Nicolò, maestro del «palazzo», [160] analizzò con quali mezzi Ildebrando avesse elevato Anselmo al papato[161]; indi con un’ambasceria spiccata «dal Campidoglio» si fe’ invito a Cadalo affinchè venisse prestamente a tor possedimento del pontificato; e Benzone, che stava aspettandolo, si diè vigile cura di tener raccolti i Romani sotto la sua bandiera, perocchè gli avesse trovati più mutabili di «Proteo».
Cadalo, ossia Onorio II, accompagnato da Guiberto cancelliere, compatriota suo, che come capo del partito imperiale era stato propriamente quello che lo aveva creato papa, partì di Parma; per Bologna s’avviò a Sutri, dove giunse addì 25 Marzo e dove trovavansi a salutarlo Benzone, molti nobili romani ed i Conti di Galeria[162]. Mossero indi tutti verso Roma, e posero campo presso a Monte Mario. Dopo che si ebbe senza alcun profitto negoziato con Leone de Benedicto, che aveva pieni poteri da Alessandro, gli aderenti di Ildebrando [161] uscirono ad assalto; la battaglia fu fiera e sanguinosa, ma Cadalo entrò da vincitore nella città Leonina addì 14 di Aprile. I prati di Nerone furono coperti di centinaja di morti, molti Romani annegarono nel fiume, la Città risonò di lai dolenti, in quello che i vincitori strombazzavano lietamente che, da Evandro in poi, Roma non aveva subìto una sconfitta eguale. Anche il Damiani, che tosto dopo indirisse a Cadalo una lettera tutta acre di collera, fu tratto a invocare le reminiscenze delle guerre civili combattute fra Cesare e Pompeo, e rammentò eziandio la mitezza di Totila che, presa Roma, aveva risparmiato i cittadini: così la memoria di un Re goto trovò ancora onoranza in un’età, nella quale delle sue geste obliate leggevasi novella soltanto nel Libro Pontificale.
Però Cadalo non potè entrare in Roma per il ponte di Adriano o dal Transtevere; e neppure ardì di soffermarsi nella città Leonina, ma riprese quartiere nei prati di Nerone. Cinque giorni rimase egli colà, poi, udendo che Goffredo era in cammino, levò atterrito le tende, e, traghettato il Tevere presso al castello Flajano[163], ricevette un sussidio di mille uomini che gli vennero [162] condotti dai figliuoli del conte Burello della Campania; indi si congiunse ai Conti di Tusculo e pose campo presso a quella rocca, di cui era allora a capo uno dei figli o dei nipoti di Alberico, appellati Gregorio, Ottaviano o Pietro e Tolomeo. Questi signori continuavano ad attribuirsi diritti legittimi su di Roma, e perciò s’appellavano sempre consoli o senatori dei Romani[164].
Colà venivano anche legati dell’Imperatore greco a rianimare le speranze di Onorio II: il Bizantino lo riveriva, e avidamente coglieva l’occasione dello scisma romano perchè intendeva a cacciare dalle Puglie i Normanni, alleati di Alessandro, coll’ajuto dell’antagonista suo. Ancor prima, Costantino Ducas aveva negoziato, per mezzo di Pantaleone prefetto di Amalfi, coi Romani ossia con Benzone, e gli aveva richiesti che inducessero la Reggenza tedesca ad associarsi in una comune impresa contro ai Normanni. E adesso rinnovava quelle sue proposte, ma indarno, poichè la venuta di Goffredo recava una subita mutazione di cose.
Se lo sposo di Beatrice fosse stato uomo di genio, egli si sarebbe giovato di quelle opportunità propizie per [163] impadronirsi del Patriziato e per fondare un regno italico; ei si restrinse invece a far le parti di mediatore autorevole, perocchè a lui, così dichiarava, si competesse di condurre a Roma i Papi. Venuto presso a ponte Milvio, impose ai partiti di dar tregua alle armi, indi da Tusculo dettò un accomodamento, giusta il quale i due Papi dovevano tornarsene ai loro Vescovati, finchè egli fosse andato in persona alla corte tedesca per farvi pronunziare sentenza di loro controversia. Cadalo si rallegrò di aver potuto comperare a prezzo di una grande moneta questa intromissione e l’agio di ritirarsi a Parma; Alessandro anch’egli docilmente se ne andò a Lucca[165].
Il Duca pose presidio in Roma, ma la fazione di Cadalo teneva in poter suo la fortezza di san Paolo e la città Leonina, dove Cencio figlio di Stefano era padrone del castel Sant’Angelo. D’ambo le parti si cercò adesso di guadagnar in proprio favore la corte di Germania; colà andò Goffredo, e il cardinale Damiani mandò una scrittura apologetica. Ristucco della vita che menava in Roma, questo santo aveva rinunciato al Vescovato di Ostia e s’era ritirato a Fonte Avellana; però non cessava di servire alla Chiesa, che parecchie volte usonne da suo legato[166]: e quando Goffredo era entrato [164] in negoziati collo scomunicato Cadalo, il Damiani gli aveva scritto una lettera donde schizzava lo sdegno; adesso poi difendeva la causa della Chiesa romana con una scrittura dettata in forma di dialogo[167].
Frattanto i casi che di repente avvenivano in Germania, e nei quali non era estranea l’arte politica di Ildebrando, favorivano la causa di Alessandro II. Annone arcivescovo di Colonia, d’intesa col duca Goffredo, giusto in quello cacciata l’Imperatrice dal governo, aveva con violenza trascinato seco il giovine Enrico nel suo Vescovato, e usurpato la reggenza. Quel prelato, anima avara e falsa, era nato a far la disgrazia di Alemagna e dell’Impero; sperdette i diritti della corona facendo accettare il decreto promulgato da Nicolò [165] II sull’elezione, e ottenne facilmente che un Concilio, raccolto ad Augusta nel dì 28 di Ottobre del 1062, riprovasse la elezione di Cadalo, e dichiarasse Alessandro II essere pontefice legittimo. Completa fu la vittoria del partito di Ildebrando, il quale potè trionfare soltanto per opera di Annone, chè anche Guiberto, il più intelligente uomo che la parte imperiale contasse fra i suoi e di cui era l’anima, fu cacciato, e l’officio di cancelliere d’Italia affidato a Gregorio vescovo di Vercelli. In pari tempo il doca Goffredo fu nominato Missus per Roma, dove egli fu incaricato di ricondurre Alessandro II, che andò a levare da Lucca. In conseguenza di ciò la parte d’Ildebrando ricevette con molta allegrezza il Papa suo nel Gennaio del 1063; le soldatesche di Goffredo si congiunsero coi Normanni e tennero occupate Roma, la Sabina e la Campagna, dove assediarono o devastarono le castella dei Conti, ma non furono capaci di sgombrare la Giovannipoli e la città Leonina dai Romani che parteggiavano per l’Impero: Alessandro II venne in possedimento soltanto della Città propriamente detta, e con animo trepidante pose dimora nel Laterano.
I Tedeschi avevano rinunciato a Cadalo, ma i Romani si mantenevano costantemente fedeli alla sua bandiera, e indirizzavano fervide istanze all’imperatrice [166] Agnese, chiedendo che il loro papa Onorio tornasse. Questo sventurato pretendente che s’aveva visto tradire dalla stessa corte di Germania, dava fondo in Parma ai suoi tesori per assoldare milizie con cui voleva tentare una nuova impresa contro Roma. Molti Vescovi lombardi gli davano appoggio, ed una reazione che succedeva alla corte tedesca gli dava benanco promessa di presto vincere. Il traditore Annone perdeva il favore del giovine Re, presso al quale lo soppiantava il magnifico e ambizioso vescovo Alberto di Brema, e il partito dell’Imperatrice s’impadroniva di bel nuovo del reggimento. Allora Alberto cercava di minare anche in Roma l’opera di Annone, esortava i Romani a perseverare con coraggio, incorava Cadalo a porsi in possesso della cattedra pontificia, e dava incarico a Benzone di ricondurlo a Roma.
Lo scisma scoppiava una seconda volta; il mondo cristiano mirava con gran malcontento queste ripetute lotte che si combattevano fra due Papi per cagione della tiara, lotte che insozzavano Roma di sangue, ma che erano sostenute con sì povere forze d’armi da destare più meraviglia che sollecitudine. Riccardo di Capua e Roberto Guiscardo avevano continua faccenda nell’Italia inferiore; non potevano mandare a Roma forti soldatesche, nè soprattutto lo volevano fare, perciocchè dall’anarchia di Roma quei Principi astuti avessero tutto da guadagnare, e già intendessero cupidi sguardi alla Campagna romana. Goffredo di Toscana seguiva un pari indirizzo politico, nel tempo istesso che d’altra parte la confusione delle cose di Germania e la giovinezza del Re impedivano che s’imprendesse una spedizione [167] su Roma. Pertanto Cadalo poteva contare soltanto sui suoi vassalli e sulle genti da lui stipendiate, che egli riuniva co’ suoi aderenti romani.
La guerra civile si riappiccò nell’anno 1063, allorchè Cadalo comparve innanzi a Roma. Di nottetempo s’impadronì egli del san Pietro, e pose sede nel castel sant’Angelo sotto la protezione di Cencio[168]; indi le sue soldatesche tentarono di aprirsi la via al Laterano, e si pugnò con furore. La salvezza di Alessandro II, «idolo dei Normanni», era riposta nelle spade di quei cavalieri, dei quali Ildebrando animava il coraggio, ma eglino, dopo una violenta mischia combattuta per le vie, venivano ricacciati sul Celio. Sperò adesso Cadalo di insignorirsi veramente del Laterano, ma l’esaurimento di forze fece sì che le armi posassero per un lungo mese, in capo al quale i Conti della Campagna osarono finalmente di muovere all’assalto contro il palazzo pontificio. Però l’impresa fallì, quantunque i Normanni subissero gravi perdite a cagione di una imboscata in cui davano dentro dappresso all’opus Praxitelis, nelle terme di Costantino, là dove erano i due colossi di marmo. L’Antipapa con grato animo presentò i Conti di pellicce preziose e di abiti di seta, regalò le milizie splendidamente, e i Romani giubilando intrecciarono danze intorno a Cadalo, che per loro faceva da vitello d’oro. Or disponevasi che le città circostanti dovessero a vicenda fornire Roma di [168] un presidio di armigeri[169], ma dall’altra parte rinforzi di Normanni ed eziandio di Toscani venivano a dar nerbo alla fazione di Ildebrando. La battaglia ardeva senza fine e acerbamente per le strade. Nessun altro luogo al mondo più di Roma offeriva così grande opportunità per le guerre cittadine; ivi i monumenti degli antichi erano altrettante fortezze formate tali per loro natura o tali ridotte coll’arte. Infatti, da più di un secolo maggiorenti e abati avevano edificato torri, od a munimento di torri avevano elevato edificî romani: se potessimo dare un’occhiata a ciò che Roma era in quel tempo vedremmo un labirinto di oscuri palazzi saldamente fortificati e una foresta di torri alzate ad ogni ponte, e in piazze e in vie molte.
Più di un anno Roma sofferse di questa orrenda guerra civile, in quello che i due Papi, a cui beneficio era combattuta, sedevano l’uno nel Laterano, l’altro nel castel Sant’Angelo, ambidue tremanti, e intenti a cantar messe, a promulgar bolle e decreti, ed a scagliarsi l’uno contro l’altro anatemi. I Conti della Campagna che derivavano da origine tedesca (fra loro era Rapizo di Todi), avevano promesso a Cadalo di sostenere a vicenda per ogni mese l’officio di capitano in Roma, ma egli rabbrividiva al solo pensare che l’incostanza dei Romani potesse tradirlo; perciò senza posa dispensava [169] oro a piene mani, e acconciamente il Damiani poteva paragonare lui a Giove, Roma a Danae, nel cui grembo scendeva in figura di pioggia d’oro. Cadalo, «tribolo della Chiesa, ruina della disciplina apostolica, nemico del genere umano, radice di peccato, araldo del diavolo, apostolo dell’Anticristo, freccia dell’arco di Satana, verga di Assur, naufragio della castità, uomo di fango, fango del secolo, pasto ammannito per l’inferno», Cadalo in una parola, «verme orribile e ravvolto nelle sue spire», s’appiattava nel sepolcro di Adriano, e a proprio beneficio poneva il mondo a soqquadro, in quello che Alessandro, o, come Benzone lo appellava, Asinandro, accoglieva nel Laterano i Paterini, continuava a compilare decreti contro il concubinato dei preti, e seminava il mondo di «ortiche e di vepri». Con questo garbo grottesco i partiti avversi si pungevano a furia di opuscoli[170].
Frattanto una fresca milizia di Normanni assediava porta Appia e il san Paolo. Perciò Benzone in nome dei Romani scriveva a re Enrico e ad Alberto lettere piene di querimonie, nelle quali rammentava loro le gloriose imprese compiute dagli Ottoni, da Corrado e da Enrico, [170] quando questi Principi erano venuti a Roma[171]. «Gli apostoli Pietro e Paolo», diceva lo stravagante Vescovo, «hanno conquistato Roma, rocca del romano Impero, strappandola ai pagani, l’uno armato di croce, l’altro di spada; l’hanno data ai Greci, ai Galli ed ai Longobardi, ma da ultimo e per sempre l’hanno posta in mano ad Alemagna. E voi, consiglieri dell’impero tedesco, voi tradite ora questo possedimento che non volete conservare all’Impero; invece di mantenervi padroni d’Italia come hanno fatto i padri vostri, la lasciate alla balìa dei Normanni, e voi, Tedeschi, biascicate questa strana orazione:
Ab omni bono libera nos Domine,
Ab arce imperii libera nos Domine,
Ab Apulia et Calabria libera nos Domine,
A Benevento et Capua libera nos Domine,
A Salerno et Malfia libera nos Domine,
A Neapoli et Gerentia libera nos Domine,
A felice Sicilia libera nos Domine,
A Corsica et Sicilia libera nos Domine[172]».
Il messaggiero apportatore di queste lettere tornò colla inane parola che si imprenderebbe una spedizione contro a Roma. Fu un andirivieni continuo di negoziatori e di ambascerie. Anche Costantino Ducas promise [171] un naviglio e un esercito; deputati dei Greci e dei Longobardi di Bari, furono condotti da Pantaleone di Amalfi dentro del castel sant’Angelo, e a Cadalo parvero messaggieri del cielo. Tosto dopo egli mandò a Quedlinburg Benzone, che parlava il tedesco, affinchè scongiurasse il giovine Re di venire a Roma. Benzone andò, tornò con mari e monti di promesse, e con magniloquenza ampollosa ne fece annunzio ai Romani nel san Pietro: ma che giovava che gli adulasse con accertarli che degnissimi erano dei loro avi, che Scipione e Catone e Fabio e Cicerone erano risorti in mezzo a loro, che il Re eleggerebbe senatori d’infra i loro militi, e principi d’infra i loro Senatori[173]? Continuavano le condizioni disperate di Onorio II; la parte d’Ildebrando ripigliava il sopravvento anche in Alemagna, Annone discacciava Alberto, e i Romani, che inutilmente erano stati aspettando la venuta di Enrico, si staccavano finalmente da un Papa di cui erano sazi fino alla noia. Per più di un anno Cadalo s’ebbe soffermato dentro il sepolcro di Adriano a riempierlo di suoi sospiri, ma dovette finalmente partirne in fuga con miserabile accompagnatura, dopo che in ultima era stato per giunta svaligiato dal suo protettore Cencio[174].
Annone riportò vittoria completa sui suoi avversarî. [172] In un Concilio tenuto in Germania aveva chiesto che si ponesse fine allo scisma, e adesso domandava ad Alessandro II che per formalità comparisse innanzi ad un Sinodo raccolto a Mantova, dove era citato anche Onorio II. Questi dapprima non si presentò, e più tardi fallì un assalto da lui mosso contro Mantova, laonde (addì 31 Maggio 1064) fa deposto, ed Alessandro II conseguì reverenza di pontefice legittimo. Onorio II visse ancora alcuni anni da vescovo di Parma. Fu così posto fine alla divisione della Chiesa; Alessandro II sotto la protezione di Goffredo venne a Roma, e il partito avverso chinò il capo sotto il reggimento d’Ildebrando[175].
Ildebrando aveva raggiunto lo scopo che s’era prefisso in mente: or che si prestava reverenza ad Alessandro, ne andavano delusi i deboli tentativi che la Reggenza tedesca aveva fatto per conservare il Patriziato; adesso con più energia di prima potevansi combattere le pretensioni che la corona di Germania moveva sull’elezione pontificia. Il mirabile frate fu dai suoi contemporanei paragonato a Mario, a Scipione od a Cesare; [173] stupivano essi che quell’uomo sorto di basso stato, avesse animo sì potente, e lo celasse in una personcina minuta[176]. Pier Damiani, spirito fiacco e privo di intelletto politico, innamorato di un concetto di Chiesa che non era l’idea di Ildebrando, sollevava a lui «suo santo Satana» lo sguardo pieno di rispettoso timore; diceva di essere più obbediente a quest’uomo che non a Dio e a san Pietro, anzi lui appellava signore e dio del Papa istesso, che gli andava debitore della tiara[177]: e la [174] Chiesa pendeva dal cenno di quell’uomo misterioso il quale spirava in essa una vita nuova.
Frattanto il divieto del matrimonio de’ preti precipitava tutta Cristianità in una rivoluzione sociale. Troncavansi i legami del sodalizio civile, per istrapparne al suo corpo umano la moltitudine del clero, e per foggiarla in esercito monastico ai servigî del Papa. Il Pontefice scagliava anatemi sopra anatemi contro ai Vescovi ed ai preti ribelli, i quali un po’ alla volta andavano sottomettendosi, parimenti di quello che faceva eziandio l’incostante cardinale Ugo Candido, il quale, come gli suggeriva l’interesse suo proprio, tornava in seno alla Chiesa. Mai più s’aveva visto nel Laterano un’operosità eguale a questa; il palazzo pontificio riboccava di legati di tutto il mondo cristiano, di Vescovi, di Principi, di uomini della più alta rinomanza e dei primi gradi, che vi accorrevano per assistere ai Concilî. Dopo che Roma, all’età dei Crescenzî e dei Tusculani, aveva cessato di essere centro della Cristianità, tutt’a un tratto la vigoria di Ildebrando le restituiva il valor suo di città capitale del mondo.
La nobiltà romana per adesso non osava più maneggiarsi affine di riprendere la podestà temporale; schiacciati erano i Crescenzî e i Tusculani; ogni tentativo di rivolta era imbrigliato dalla temenza dei Normanni e di Goffredo. Questo Principe, ossia la moglie sua, proteggeva Roma dalla parte di settentrione; al mezzodì dovevano servirle di baluardo i vassalli normanni. Grandi servigî avevano essi ormai prestato alla Chiesa; per opera di loro s’era condotta a termine la prima elezione pontificia tornata a libertà, nè senza le buone lame [175] delle loro spade, Alessandro II avrebbe potuto resistere a Cadalo. Pertanto i Pontefici avevano grandi oblighi di riconoscenza verso queste genti vassalle, e l’obligo era maggiore del sentimento che per loro ne provavano. Forse la ricompensa data a Riccardo di Capua non era stata pari alle fattegli promesse, forse si ponevano impedimenti alle sue mire; certo è che del tempo dello scisma egli aveva saputo accortamente profittare a sue ruberie, e i prosperi risultamenti ottenuti in breve tempo lo rendevano più audace. Tutto a un tratto (nell’anno 1066) ruppe egli il suo giuramento di vassallaggio, e di protettore si mutò in nemico della Chiesa. Può darsi che lo avessero secretamente chiamato i Conti della Campagna ed i Romani, i quali, colla caduta di Onorio II, avevano perduta la speranza di una intervenzione tedesca. Rapidamente passava egli il Liri, prendeva Ceperano, traversava e devastava il Lazio, poneva campo in vicinanza di Roma, e chiedeva per sè la dignità di patrizio: senza dubbio questa podestà gli era stata promessa dagli avversarî di Ildebrando[178]. Tanto oltre erano venuti i Normanni nei soli tredici anni trascorsi dalla battaglia di Civita!
Le conquiste di Riccardo nella Campania, dove nell’anno 1063 aveva diggià assalito all’improvviso Gaeta, mettevano del resto grande spavento alla corte di Germania, cui erano tornati inutili gli ammonimenti onde finora l’avevano esortata Cadalo e Benzone. Il giovine [176] Enrico s’era messo in cammino alla volta d’Italia, ancor prima che udisse della spedizione di Riccardo contro a Roma; ma, giunto in Augusta, tornavasi indietro, perciocchè Goffredo non si fosse ivi congiunto con lui, sì come era stato stabilito[179]. Però il Margravio di Toscana, che teneva sè stesso in conto di patrizio di Roma, scese in gran fretta chiamato da Ildebrando; e con lui andò la giovine contessa Matilde figliastra sua, che forse per la prima volta entrava nelle mura di Roma, e prestava così il primo suo servigio alla Chiesa[180]. All’avvicinarsi di Goffredo, i Normanni diedero di volta; Riccardo si gettò dentro di Capua, e Giordano figliuol suo si accampò nella pianura di Aquino per tagliare la strada ai nemici. Allorquando Goffredo, accompagnato dal Papa e dai Cardinali, mosse nel Maggio 1067 con grande oste contro di Aquino, sembrò che certa fosse la disfatta dei Normanni, ma Giordano con gran valore tenne fermo dieciotto giorni presso a quella città[181]: la fame e la febbre menarono grande strage nell’esercito di Goffredo, e finalmente l’oro operò quello che stava nei [177] voti degli accorti Normanni. L’avaro Margravio tradì di buona voglia le speranze della Curia romana; negoziò con Giordano presso al ponte di sant’Angelo di Todici, in vicinanza di Aquino, e, con grande doglianza del Papa, voltate le fronti dell’esercito tornò indietro. Certo che egli aveva restituito alla Chiesa la Campagna e costretto i Normanni a conchiudere un nuovo patto feudale, ma Roma non otteneva guarentigie che la premunissero da un nuovo assalimento di questi pessimi vicini suoi[182].
Come fu abbonacciata questa tempesta, Ildebrando potè nuovamente ripigliare il corso dei suoi disegni, senza che cosa alcuna ne lo disturbasse. In questo istesso anno 1067 ebbe financo il contento di veder venire a Roma l’imperatrice Agnese in aspetto umile di penitente. La madre di Enrico, quella donna che aveva messo sossopra il mondo cristiano con uno scisma, era stata tocca nel fondo della coscienza dagli ammonimenti di monaci cluniacensi. La lotta onde s’erano combattuti i partiti per ragione della Reggenza la aveva spossata; aveva perduto ogni influenza sul suo figliuolo datosi al libertinaggio, e la vita le era venuta a nausea. La caduta Imperatrice giunse a Roma, coperta di vesti di tela, tenendo in mano un libro di preghiere e cavalcando [178] un triste ronzino. Volle cambiare il diadema col velo monastico, si prostrò con pianti presso alla tomba dell’Apostolo, e si confessò a frate Damiani, il quale con gran letizia sclamò che la regina Saba era andata a Gerusalemme per apprendervi da Salomone la sapienza, ma che l’imperatrice Agnese veniva a Roma per impararvi la semplicità del pescatore. Il pio Cardinale confortò con avvertimenti la illustre donna, usando lo stile di san Girolamo; parecchie lettere le scrisse che noi possediamo ancora; le citò ad esempio le tragiche sorti di Imperatori romani, il breve regno o la fine spaventosa de’ quali ci insegna qual sia la labilità di tutte le cose umane, e le additò lo stesso sposo di lei, che nel bel fiore delle sue forze era precipitato dal trono nella sepoltura[183]. La penitenza e la venuta dell’Imperatrice a Roma furono però qualche cosa di più che un argomento di trionfo e di pia edificazione per gli uomini fanatici; chè Ildebrando potè servirsi dell’antica Reggente, facendosene uno strumento politico influente su di Enrico e di Germania.
A questo tempo le battaglie della riforma divamparono con nuova veemenza a Milano. Due uomini ardimentosi tenevano colà le parti di Roma; però, mentre il diacono Arialdo zelava unicamente per il compimento della riformazione, il fratello di Landolfo coltivava eziandio intendimenti politici. Erlembaldo Cotta, animo saldamente [179] temprato, uno degli uomini di maggior rilevanza che siano stati a questa età, era acceso di furibondo odio contro i preti licenziosi che avevano oltraggiato il suo letto nuziale: tornato di un pellegrinaggio a Gerusalemme, avrebbe voluto vestire la tonaca, ma Arialdo lo induceva a servire la Chiesa colle armi in pugno, sì come aveva fatto Giuda Maccabeo[184]. Erlembaldo entrò pertanto nel luogo del suo defunto fratello Landolfo; dopo che i nobili ebbero fatto cadere Lanzo de Curte, il popolo milanese (che sembra si avesse allora dato una costituzione democratica) lo elesse a capitano: ed egli si levò a signore della città, e in mezzo ad eroiche lotte coll’arcivescovo Guido, colla nobiltà e col clero maggiore, la dominò per alcuni anni con mano robusta.
Stretti in amicizia con Alessandro II, anch’esso milanese, Erlembaldo e Arialdo andavano spesso a Roma e ne tornavano per concertarsi nei comuni disegni. Il Papa diede appoggio alla tirannide dell’ambizioso Capitano, il cui pietismo monastico non gli impediva di sfoggiare una pompa magnifica, come se fosse stato un potente duca. Ove Erlembaldo avesse potuto, con pari fortuna de’ Normanni, farsi signore dell’Italia settentrionale, il Pontefice avrebbelo tollerato, purchè soltanto da vassallo suo gli avesse tratto a soggezione il clero e i nobili lombardi. Nell’anno 1066, Alessandro II accolse [180] quei due uomini a Roma in pieno concistoro, quivi creò Erlembaldo a cavaliere della Chiesa, e gli affidò un bianco vessillo adorno di croce rossa[185].
L’età nostra, in cui sempre più rari si vanno facendo i bollori delle indomite indoli primitive e la ragione individuale scolpita di maschia fortezza dell’animo dura fatica a formarsi il concetto di siffatte nature fiere, e potentemente infiammate agli odî e agli amori. In quelle indoli risiede uno dei caratteri che rende attrattivo il medio evo; e nella grande lotta che ora incomincia fra la Chiesa e l’Impero emergono molte e strane persone di questa maniera. A capo di tutte vengono Erlembaldo e Arialdo, eroe che ha del monastico il primo, diacono fanatico l’altro. Entrambi giunsero a capo che il Pontefice scomunicasse l’arcivescovo Guido, e, appena che furono tornati a Milano, succedette un’acerrima lotta, nella quale cadde vittima Arialdo. Questo entusiasta pio fu colto dalla parte avversa mentre fuggiva, e con crudelissime barbarità martirizzato; presto però Erlembaldo riprese il sopravvento, tanto che discacciò l’Arcivescovo, e benanco pose un altro in sua vece. Tali [181] erano le condizioni di Milano a questo tempo; ne abbiamo parlato, perchè molte cose che avvennero in Roma sarebbero incomprensibili se delle prime non si avesse contezza.
Le lotte per cagione della riforma commossero tutto intiero il reggimento di Alessandro II con travaglio febbrile; massimamente da dopo la controversia delle imagini il Papato non era passato per età alcuna più torbida di questa. Il Pontefice volgeva continuamente la sua operosità fuor di Roma, principalmente in Toscana e nel suo vescovato di Lucca, cui, neppur dopo di esser diventato papa, aveva rinunciato, per non perderne i redditi. Quantunque s’avesse messo il bavaglio alle fazioni aristocratiche di Roma, tuttavolta lo stato della commossa Città era mal sicuro, e Alessandro di buon grado ne partiva le quante volte poteva farlo. La sua podestà temporale era ristretta a minimi termini, ed il Papato mancava di forze per lottare contro i Conti della Campagna. Laddove, al tempo dei Carolingi, i Papi avevano mandato i loro Rettori, i loro Consoli e Duci da giudici, da generali, da officiali delle [182] finanze nelle più remote castella, fino nella Pentapoli e nella Romagna, a questa età invece appena era se una siffatta autorità di comando possedessero nelle vicinanze di Roma[186]. Lo Stato della Chiesa, nell’ampiezza che aveva avuto sotto a’ Carolingi, s’era sfasciato; Conti che in antico erano stati officiali o fittavoli della Chiesa erano diventati signori ereditarî delle città, nelle quali ponevano loro Vicecomites; nei Vescovati e nelle Abazie forniti di esenzione, i prelati possedevano financo banno di conti, ed eleggevano loro proprî officiali nelle cose dell’amministrazione e loro giudici[187]. Tutto quello che s’aveva potuto allora conservare dello Stato ecclesiastico, il Lazio, la Marittima, una parte della Sabina e della Tuscia romana, era dominio della Chiesa soltanto nel campo dell’idea; in realtà queste province s’erano frastagliate in cento piccole baronie e in cento dinastie.
Anche in Roma le grandi famiglie irridevano alla signoria territoriale del Pontefice. La nobiltà, ossia Senato, esercitava nelle forme tradizionali l’amministrazione [183] delle faccende cittadine e teneva gli officî degli ordini giudiziarî, sebbene per certo adesso come per lo passato, ancor si vedesse il Papa occupare la presidenza nei giudizi civili, o mandarvi chi lo rappresentasse. Il Prefetto urbano a questa età non soltanto aveva una gran parte nelle cose della giustizia civile, ma possedeva la giurisdizione punitiva in Roma e nel territorio della Città, come presidente dei giudizî criminali[188]. L’officio suo era più rilevante che mai; gli ottimati facevano cupidamente ressa per ottenerlo, e Roma di consueto s’empieva di tumulto allorquando trattavasi di surrogare taluno in quella dignità. I Romani, nobili e plebei, ai quali da dopo di Nicolò II era stata tolta la elezione del Pontefice, conservarono ostinatamente il diritto di elezione alla massima delle loro magistrature cittadine; eleggevano essi in un loro parlamento il Prefetto; ma l’Imperatore, quante volte poteva far valere la sua autorità di patrizio, all’eletto dava l’investitura, o consentiva che gliela concedesse il Papa in vece sua. Naturalmente che i Pontefici facevano ogni sforzo per ridurre la Prefettura urbana di officio imperiale in officio papale; [184] per lo meno riuscì loro a questo tempo di porre spesse volte in carica alcuni Prefetti senza prendersi riguardo alcuno della investitura imperiale.
Negli ultimi anni del reggimento di Alessandro II l’elezione di questo magistrato diede occasione ad una scissura gravissima. Il romano Cencio, ch’era figlio di un Prefetto, aveva continuato, anche dopo la caduta di Cadalo, a provocare con sue braverie il Papa: quell’uomo doveva essere uno della famiglia dei Crescenzî, in cui possedimento era pervenuto il castel Sant’Angelo (detto torre dei Crescenzî); però non teneva egli più in mano sua questa fortezza importante, avvegnachè dopo la sconfitta di Cadalo gliela avessero tolta. S’agitava Cencio con grandi maneggiamenti per conseguire la podestà civica, ma non aveva ereditato la forza, nè le buone fortune, tuttochè passeggiere, dei suoi antenati. Il padre di lui, Stefano, era stato prefetto della Città; nè il partito d’Ildebrando lo aveva espulso dell’officio, chè anzi, giunto a morte, aveva desiderato che in quello gli succedesse il figliuolo: sennonchè la fazione della riforma elevava alla prefettura un religiosissimo uomo, Cencio ovvero Cinzio, figlio di quel Giovanni Tinioso che Ildebrando aveva creato prefetto nell’anno 1058[189]. Le [185] narrazioni contemporanee dipingono in Cencio, figliuolo di Stefano, nè più nè meno che un mostro morale, un empio, assassino e ladro e adultero, un Catilina redivivo; ed è probabile che esse non aggravino di tinte fosche più del vero le malvagità di questo capo della fazione di Cadalo. Poichè dunque colui non riesce a ottenere la prefettura, che fa? sbarra dalla parte della Città il ponte di Adriano per via di una torre che vi edifica, e vi colloca guardiani i quali levano pedaggio da tutti i passanti[190]. Se un ottimate romano, seguendo il costume de’ Conti malandrini, poteva taglieggiare lungo la via, proprio alle porte del san Pietro, ei si può di leggieri giudicare quanto poca forza possedessero i Pontefici nella Città. Se eglino avessero potuto rendere presta ai loro servigî la milizia, avrebbero spazzato la Città da quei nobili briganteschi; per lo contrario non sempre della milizia erano eglino padroni, ma queste soldatesche cittadine spesso trovavansi in condizione di independenza assoluta, e servivano agli intendimenti [186] delle loro fazioni, ovverossia ai maggiorenti che ne rappresentavano le idee. Il Pontefice non teneva in mano sua le briglie di un reggimento disciplinato ed energico, chè anzi Roma, precisamente come Milano, trovavasi divisa in due grandi campi, e scissa in parti di illustri famiglie, attorniate da’ loro vassalli. I Papi non avevano altri aderenti fuor di quelli che con buone persuasioni o a forza d’oro attiravano dalla loro, o fuor dei vassalli cui davano in feudo i beni ecclesiastici: e poichè i patrimonî di san Pietro, a questa età erano andati pressochè tutti mangiati, così anche il numero dei loro Milites parati a combattere non poteva esser che minimo.
È probabile che Ildebrando avesse posto in opera ogni mezzo, affine di metter la Prefettura della Città in mano di un amico della riforma. Cinzio, figliuolo di Giovanni, era destinato a fare in Roma le parti di cavaliere della croce, quello che Erlembaldo faceva a Milano; miles della Chiesa doveva tenere in riga la nobiltà e il popolo, e sgombrare la via alla riformazione. Laddove Cencio avversario di lui vien dipinto come un vero demonio, i contemporanei del suo partito lo hanno invece azzimato delle virtù di un santo[191]. Il pio Prefetto era stretto di intima amicizia con Ildebrando, con Alessandro e coi due campioni milanesi della riforma: al paro di questi ferveva di zelo, ma non ne aveva l’oscuro fanatismo, avvegnachè Roma fosse, per i martiri, un suolo infecondo. I Romani miravano con occhio stupito il loro Prefetto [187] urbano, che nel san Pietro publicamente predicava penitenza al popolo; fino il Damiani era costretto a meravigliare che un officiale laico della Republica predicasse e restituisse in onore la dottrina dei primi cristiani, i quali avevano reputato che ogni cristiano fosse anche sacerdote; massima che difficilmente si conciliava col sistema di Ildebrando[192]. Di quello strano predicatore diceva il Damiani che era un duplice operaio nella vigna del Signore, Mosè ed Aronne ad un tempo istesso; ma aggiungeva che il popolo voleva un Prefetto che gli desse sentenze, non un giudice che attendesse a edificarlo nelle cose di religione; e il generoso frate era costretto ad ammonire l’amico che, per salute dell’anima sua, non negligesse il bene temporale del popolo, poichè, sclamava, il rendere giustizia non è altro che fare orazione[193]. Nulla dipinge meglio i contrapposti che s’accoglievano in Roma a quell’età, più del contrasto in cui vediamo posti due uomini romani; Cencio da una torre vicina al ponte di Sant’Angelo ruba e assassina, Cinzio predica in san Pietro e dimentica di render giustizia.
[188]
L’ultimo tempo di Alessandro II fu illustrato da altri notevoli avvenimenti. Due celebri uomini, Goffredo di Toscana e Pier Damiani precedettero quel Papa nella tomba. Il Margravio morì in Lotaringia nell’anno 1069. Erede dei suoi dominî lorenesi fu il suo figliuolo, natogli di un primo matrimonio, Goffredo il Gobbo; però questi sposò Matilde, figlia unica di Beatrice, per guisa che perdurarono in mano della stessa famiglia la Lotaringia e il retaggio italico del margravio Bonifacio[194]. Così grande era la debolezza del Re tedesco che non fe’ valere il diritto che gli competeva di riprendersi il margraviato di Toscana; tacitamente dunque fu consentito il principio che la eredità si trasfondesse anche nella linea femminina; alla vedova rimasero i titoli e i feudi imperiali del suo primo marito, e più tardi li trasmise alla sua figliuola: quanto alla Chiesa romana, cui sarebbe riuscito assai pernicioso un Margravio di Toscana, di Spoleto e di Camerino che fosse stato aderente di Alemagna, continuò essa accortamente a godere della protezione delle due eminenti donne Beatrice e Matilde.
In quest’età così grandemente commossa a’ sensi religiosi emersero in Italia alcune illustri femmine. [189] Un secolo addietro abbiamo notato le persone di una Teodora e di una Marozia, di una Berta e di una Irmengarda, le quali, alla testa di fazioni, contribuirono a decidere delle sorti d’Italia e di Roma. Sulla metà del secolo undecimo torniamo a vedere alcune donne che esercitano una grande influenza sul loro tempo, ma la cui rilevanza differisce nel fondo da quella delle femmine che le precedettero. Oltre a Beatrice e alla figlia sua, e omai da tempo più lungo, la marchesana Adelaide di Susa splende in Piemonte, per ingegno, per ricchezza e per potenza[195]. Parimenti come Beatrice, aveva anch’ella preso due volte marito, e tutte le due volte era rimasta vedova, primamente di Erminio duca di Svevia, indi di Odone margravio; nell’anno 1065 aveva sposato sua figlia col giovane Enrico. Sazio di lei, voleva questi più tardi ripudiarla, ma la Chiesa romana impedì che la separazione avvenisse; Pier Damiani andò nell’anno 1069 da legato suo a Worms, ed il Re, per la prima volta, chinò il capo al comando pontificio.
Fu questa l’ultima ambasceria che il Damiani sostenne fuori d’Italia in servigio di Roma. Morì a Faenza, addì 22 di Febbrajo dell’anno 1072, a sessantasei [190] anni di età, lasciando fama di essere stato il più religioso uomo della Chiesa a questa età sua, ed uno dei più fervidi campioni della riforma, cui dedicò tutto sè stesso colle più pure intenzioni[196]. Poco tempo innanzi di morire aveva assistito alla più splendida festività ecclesiastica che finora fosse stata celebrata in Italia: infatti al 1 di Ottobre dell’anno 1071 si era consecrata la basilica di Monte Cassino, cui Desiderio aveva dato l’ultimo compimento.
Quell’Abazia era allora la magnifica d’Italia. Vivevano in essa raccolti duecento monaci, molti dei quali coltivavano assiduamente gli studî di scienze profane non meno che di sacre discipline; e il convento aveva dato degli uomini celebri. Ivi Stefano IX era stato abate nell’anno 1057, ma Desiderio successore suo splendette più chiaramente di lui per il suo ingegno letterario, ovvero per la dottrina di quegli eruditi che egli congregava nella sua accademia monastica. Mentre gli Stati longobardi andavano decadendo, Monte Cassino ricettava tuttavia nel suo seno l’ultimo fiore degli intelletti di quella nazione germanica. Desiderio stesso, altrimenti detto Dauferio, discendeva della casa longobarda di Benevento. [191] La più parte dei monasteri d’Italia impoveriva, laddove smisuratamente grandi erano le dovizie di Monte Cassino, e il dominio territoriale di questa republica monacale che sedeva come in trono sopra uno sterile monte di suolo calcareo, era un vero Stato fiorente nel mezzo dei giovani Stati dei Normanni e di quelli morenti degli ultimi Longobardi. Sebbene e Longobardi e Normanni di quando in quando mettessero a sacco i patrimonî dell’Abazia, eglino erano tuttavia costretti di restituirli, e gli audaci conquistatori meno forse temevano le censure del Laterano di quello che tremassero della scomunica dell’Abate che la brandiva in mano, simile ad un piccolo Giove, dall’alto del suo monte Cassino o Cairo, per iscagliarla tratto tratto sulle loro teste «indegne a nomarsi». Monte Cassino era la Mecca così dei Longobardi meridionali che dei fieri Normanni; eglino derubavano san Benedetto, ma lo veneravano nel profondo del cuore, e cantando salmi peregrinavano alla sua tomba. Colà accorrevano per purgarsi di tutte le loro colpe d’ordine morale e politico, e cambiavano in oro e in argento i secoli di penitenza, il cui cumulo pesava sulla loro coscienza: per tal guisa il convento accortamente ammassava nelle camere arcuate in cui custodiva il suo scrigno le costose peccata di loro e di altri Principi, insieme coi donativi degli Imperatori greci[197]. I Pontefici e i Cardinali non potevano che [192] guardare con occhio invidioso i forzieri da cui rigurgitavano i bizantini d’oro, o che ammirare le pietre preziose ed i tappeti damaschini i quali erano ivi conservati: e con gran dolore dovevano paragonare l’impoverimento del Laterano con questa ricchezza favolosa, per via della quale Desiderio in cinque anni aveva tirato su la nuova basilica, meraviglia dell’Italia meridionale di quella età.
Principi, signori e prelati convennero d’ogni parte alla festa della consecrazione. Vi andò il Papa con Ildebrando, col Damiani e con molti altri Cardinali; e vi furono presenti dieci Arcivescovi dell’Italia meridionale e quarantaquattro Vescovi. V’intervennero anche i Conti normanni e gli ultimi Principi longobardi; vi furono Riccardo di Capua col figliuol suo Giordano, e Rainolfo suo fratello, poco prima nemici di Roma, adesso vassalli riconciliati con essa; Gisulfo di Salerno, Landolfo, che era pur sempre signore di Benevento, Sergio duca di Napoli, Sergio di Sorrento, i Conti de’ Marsi, innumerevoli cavalieri e nobiluomini: non vi mancarono che Rogero e Roberto Guiscardo, perocchè giusto in quei giorni fossero occupati ad assediare Palermo. La splendida assemblea somigliò ad un grande parlamento di Roma e dell’Italia meridionale, quale rade volte si fu raccolto in tanta moltitudine di personaggi così illustri. Lo sguardo di tutti poteva qui saziarsi ad ammirare gli eroi della lotta ecclesiastica, i cui decreti tenevano ancora [193] il mondo in fiamme; e l’uno poteva di leggieri susurrare all’orecchio dell’altro, che fra non molto all’infermo Alessandro sarebbe succeduto nel pontificato il grande Ildebrando: tuttavolta difficilmente avrebbe alcuno mai potuto presagire che eziandio all’abate Desiderio sarebbe toccata la tiara.
La festività durò otto giorni; Italia non aveva mai veduto cosa alcuna di simile, ed oggidì ancora lo studioso non può scansarsi da un senso di pietà, allorchè a Monte Cassino, dove non dura più in piedi la basilica celebre di Desiderio, prende in mano la grande pergamena, sulla quale, nel giorno della dedicazione, Alessandro II, Pier Damiani, Ildebrando, Desiderio, Riccardo di Capua, Giordano, Rainulfo, Landolfo di Benevento, Gisulfo di Salerno apposero i loro nomi, in parte scrivendoli di loro mano[198].
La solennità di Monte Cassino fu una festa di politica alleanza conchiusa fra Roma e i Normanni, e in pari tempo una festa della Chiesa nazionale italica: in qualunque modo fu un segno di grave significazione [194] contro l’Impero tedesco. In essa gl’intendimenti d’Ildebrando celebrarono, come in un simbolo, i primi trionfi dell’età nuova che aveva posto i suoi inizî nella storia della Chiesa romana[199].
[195]
Alessandro II passò di vita nel giorno 21 di Aprile dell’anno 1073; a lui succedette il celebre Ildebrando. In quest’uomo, che ebbe genio vero e forte di monarca, rivissero gli spiriti serii, arditi, grandiosi, stoici dei Romani antichi, ed egli s’asside in luogo, dove s’alza la pietra di confine di due epoche sociali, l’una che tramonta, l’altra che sorge. Nel fondo, l’animo suo non ha indole ecclesiastica ma politica; a mala pena pare che il vestimento sacerdotale si attagli al suo dosso, e la rilevanza di lui sta in questo, che con una delle maggiori rivoluzioni, di cui la storia conosca, foggiò a nuovo le attenenze che fin adesso s’erano composte fra la Chiesa, il mondo e la podestà civile. Fu il Cesare di Roma pontificia; sua meta politica fu la onnipotenza del Papato.
[196]
Ildebrando però non fu romano nè latino di nascimento. Vuolsi che Bonizone, padre di lui, sia stato un povero falegname di Saona, paese tosco, laonde il massimo Papa di Roma uscì di quella stirpe longobardica, onde Toscana era fittamente popolata[200]. Fanciullo, venne a Roma sotto le cure di un suo zio, che era abate del convento di santa Maria sull’Aventino; e qui può darsi che vestisse l’abito dei Benedettini, poichè diventò monaco, e più tardi entrò nell’ordine di Cluny, alle cui idee gerarchiche il suo genio diede vita di dominio. Tuttavia la sua indole fervida non si seppellì nel misticismo ascetico di quell’età; la sua anima ne emerse ribollente di una forza fanatica, ma sana e robusta; imparò a sprezzare il mondo, ma gliene rimase l’ambizione di dominarlo.
L’idea gretta di una santità claustrale non alitava [197] nello spirito d’Ildebrando, ch’era nato a stringere rapporti operosi col mondo nell’ordine politico. La vista di una società profondamente corrotta aveva messo schifo nell’animo lirico del Damiani e l’aveva spinto alla vita eremitica; più gran dolore provò l’anima di fuoco di Ildebrando, scorgendo il decadimento gerarchico della Chiesa di Roma. Occorre pensare che durante la sua giovinezza, in quell’età quando più l’uomo è smanioso di farsi strada, aveva veduto un mostro morale assiso sulla cattedra di san Pietro; occorre pensare che la Chiesa romana era allora discesa al basso grado di un vescovato provinciale, ed una feroce famiglia di Conti la teneva in conto di investitura de’ suoi figliuoli cadetti. Uno spirito riflessivo, invasato del compito che si spettava al Papato nella storia universale, doveva ben presto farsi ragione delle cause della sua ruina, e cercare i modi della sua restaurazione. Cause ne erano la preponderanza della podestà civile sopra il clero diventato corporazione feudale, e la dissoluzione della disciplina ecclesiastica; per ripararvi faceva mestieri riformare quella disciplina, unificar tutta la Chiesa sotto l’autorità suprema di Roma, svincolare il Papato primieramente dalla supremazia della nobiltà cittadina, indi dal Patriziato regio, affrancare finalmente il clero dalla investitura laicale.
Nei tempi in cui più s’aggravava la loro pressura per ragioni di scismi e di fazioni cittadine i Pontefici erano soliti di chiamare a Roma i Re tedeschi, e di coronarli a imperatori; ed ogni volta ne pagavano il servigio passeggiero, rinnovando il proprio vassallaggio sotto la podestà dell’Impero. Il giovane Ildebrando era stato [198] spettatore del Sinodo di Sutri, in conseguenza del quale Enrico III aveva avvilito il Papato riducendolo a un vescovado, ed investendone i suoi favoriti Tedeschi, istessamente come usava fare per le diocesi di Bamberga o di Magonza. Quell’Imperatore dietro sè aveva tratto prigione Gregorio VI; e Ildebrando, intanto che seguiva in esilio a Colonia quel suo Pontefice, aveva avuto agio di meditare quanto dura fosse la servitù in cui il Papato era stato travolto dall’Imperatore liberator suo. Occorreva dunque trasportare la battaglia fuor del recinto della Città, combatterla sopra un campo universale, farne teatro tutto quanto l’Impero. Volevasi liberare il Papato dalla podestà imperiale, e questo poteva conseguirsi soltanto allora che la Chiesa si fosse svincolata dalla legge dello Stato. Da secoli il feudalismo aveva in modo strettissimo intrecciato fra loro i due ordinamenti; volevasi dunque proibire che le investiture fossero concedute dalla mano dei laici, e liberare così la Chiesa dalle pastoje feudali dell’Impero; il celibato doveva separare tutto il clero dalla società laicale, dai suoi doveri, da’ suoi interessi; oblighi il clero non doveva averne verso altri che il Papa, e allora soltanto questi, sollevato sopra tutti i Metropoliti e sopra tutte le Chiese provinciali in qualità di loro capo imperante, avrebbe potuto tentar di fiaccare eziandio la podestà regia e di renderla sua vassalla.
Questi grandi disegni andarono poco a poco assumendo forma e figura nell’intelletto d’Ildebrando. Abbiamo veduto l’infaticabile operosità che egli mise in moto dopo l’esaltamento di Leone IX; divenuto cardinale e cancelliere dopo il decreto sull’elezione, [199] lo abbiamo veduto conquistare passo passo libertà e potenza al Pontificato. Le anime grandi nascono e si educano in mezzo a rivoluzioni violente, e Ildebrando, prima di diventar papa, formò sè stesso nel lavorio della riformazione, durante il reggimento di sei Papi. Lungo e difficile fu il tirocinio della sua dominazione; però mai nessun monarca prese come lui le redini dell’autorità con tanto profonda cognizione delle cose del mondo, degli uomini e delle sue proprie forze, nè ebbe mai una sì chiara coscienza della meta cui doveva raggiungere.
Il partito della riforma aveva bello e stabilito il piano della nuova elezione pontificia, nè in esso era rimasta estranea Beatrice di Toscana. In foga tempestosa, qualmente Iddio ispirasse il popolo, dovevasi elevare l’arcidiacono al pontificato. Non ancora, ai 22 di Aprile, il morto Alessandro era stato calato nel suo sepolcro in Laterano, che voci entusiastiche gridarono papa Ildebrando; i Cardinali lo tolsero in mezzo a sè con gran giubilo, e lo condussero fra grida popolari di gioia in san Pietro in Vincoli, dove fu eletto ossia acclamato papa. I Cardinali lessero il decreto elettivo già in precedenza compilato, e il popolo ivi raccolto in fitta calca, potè giustamente plaudire alle lodi, che, senza ombra di adulazione, celebravano le virtù dell’eletto[201].
[200]
Il primo Gregorio, allorchè era stato creato papa, aveva tentato di scansare colla foga la missione che gli era affidata; a Gregorio VII, all’abile ministro di Stato di cinque Papi, non s’avrebbe acconciato un’umiltà restìa. Egli non brogliò per la elezione; della sua riuscita viveva sicuro, e senza temenza poteva rispondere all’appello, al paro di un capitano vincitore di venti battaglie, che le legioni salutano imperatore. Eppure quest’uomo dalle grandi fortune s’arretrò per un istante, spaventato di quel culmine di potenza che, spesse volte, anime volgari avevano salito con gioconda fretta, inette com’erano di misurarne la fatale altezza[202].
Gli avversarî di Ildebrando, ai quali molto stava a cuore di poter mostrare che l’elezione di un tal Papa era macchiata di simonia, sorsero a dire che era stata il parto del raggiro e della corruzione. Il detto era menzogna: la gran moltitudine dei Romani aveva votato per lui, perciocchè fosse l’uomo voluto dal tempo; la sua vita irreprensibile metteva rispetto, ammirazione il suo genio. E nella sua previdente accortezza Ildebrando [201] s’avrebbe forse preso la tiara, se un’elezione contraria ai canoni lo avesse immantinente esposto alle frecciate de’ suoi innumerevoli nemici?
Il nuovo decreto sull’elezione aveva espressamente serbato a Enrico il diritto di confermazione; nè Gregorio poteva farne senza. Egli die’ pertanto l’annuncio della sua elezione anche al Re; non ne ricercò il consentimento, ma con prudenza differì la sua consecrazione finchè di quello si fosse assicurato o avesse potuto farne senza. La severità con cui un tal uomo doveva senza riguardi umani condurre a compimento i decreti della riforma poneva in angustie i Vescovi simoniaci delle Gallie e di Alemagna, laonde si consigliò ad Enrico che non confermasse l’elezione. Se, invece di un giovine Principe traviato dalle passioni, un uomo energico fosse seduto sul trono tedesco, non avrebbe ei tollerato l’esaltamento di Gregorio, ma, prima che acquistasse potenza, avrebbe rovesciato uno che inevitabilmente gli sarebbe stato avversario. Però questo Papa, al pari di molti grandi reggitori, ebbe la felice ventura di salire a potenza in un’età, nella quale i forti uomini erano morti, e i nemici viventi erano gente debole. Le sue grandiose vittorie, che oggidì ancora formano la meraviglia dei posteri, poterono avverarsi soltanto perchè il reame tedesco era sbalestrato nel disordine; e così durò la cosa, fino a tanto che un giovine scapestrato occupò il trono di Alemagna.
La sedizione dei popoli di Sassonia opponeva ogni maniera di ostacoli alla podestà regia di un Principe immaturo al governo, nè Enrico osava di peggiorare le sue condizioni mal secure, provocando contro di sè il [202] più terribile di tutti i nemici. Mandò pertanto il conte Eberardo a Roma, perchè tutelasse il diritto della corona e disaminasse il procedimento tenuto nella elezione; ma questa fu una formalità di convenienza, nulla più. Gregorio VII fu consecrato papa addì 29 di Giugno, che era il giorno del principe degli Apostoli: intervennero alla ceremonia il cancelliere imperiale d’Italia, la marchesana Beatrice e l’imperatrice Agnese[203].
La Storia ecclesiastica narra diffusamente delle lotte che Gregorio VII sostenne per procacciare onnipotenza al Papato; la Storia nostra deve restringersi a più sobrî limiti. Quantunque non possa fare a meno di gettare uno sguardo all’indirizzo generale di quest’età ed alle sue attenenze prese in grandi proporzioni, essa deve tuttavia attenersi soltanto alle cose di ordine politico, e mostrare quali sorti subisse la città di Roma in mezzo [203] alla contesa che divampò fra la corona e la tiara; quale fu la sua parte in questa controversia che agitò l’universo mondo: avvegnaddio anche l’opera della Città non vi restasse estranea; le relazioni che tenne a ciascun tempo cogli Imperatori e coi Papi fecero di essa una potenza vitale nella storia del mondo.
Prima di congregare il suo primo Concilio Gregorio andò nelle Puglie per definire nuovamente i doveri che i Normanni avevano verso il Papato; capitano prudente, voleva innanzi d’ogni altra cosa assicurarsi un buon terreno di battaglia. Poichè riuscì loro impossibile di scacciare i Normanni, i Papi cercarono se non altro di distogliere quei pericolosi vicini dagli obblighi feudali che gli avvincevano all’Impero, di adoperarli in servigio della Chiesa, e in pari tempo, usando l’arte politica di Roma antica, d’indebolire quei vassalli colla scissura e colle gelosie. Nell’Agosto dell’anno 1073 Gregorio ricevette giuramento di sudditanza dal longobardo Landolfo VI di Benevento, e nel Settembre ottenne l’omaggio del Principe di Capua. Riccardo si fece tributario, promise di non prestare giuramento di vassallaggio all’Impero, se non ne avesse il beneplacito del Papa, e si obligò di difendere lo Stato della Chiesa e la validità della legge sull’elezione[204]. Il Guiscardo non [204] volle seguire l’esempio di un rivale; il vincitore di Sicilia si scansò eziandio di ricevere in feudo dal Papa quelle terre che egli già possedeva per propria conquista; capiva quali ne fossero gl’intendimenti monarchici; pretendeva patti migliori e maggior guadagno di territorî. Non giurò dunque vassallaggio, e allora Gregorio con astuta arte tenne diviso lui da Riccardo[205]: nè destava più meraviglia l’affaccendarsi con cui il Papa tentava di far dell’Italia meridionale una provincia vassalla di Roma; però meravigliosa era la schiettezza con cui prestamente manifestava altre e maggiori pretensioni della santa Sede.
Se oggidì un Pontefice promulgasse che Principi stranieri gli devono vassallaggio, tutto il mondo lo guarderebbe collo stesso stupore onde si guarda un pazzo; eppure fu un tempo in cui i Papi con gran serietà affermarono di essere eziandio signori supremi politici di mezzo il mondo; e popoli udirono queste pretese senza impensierirsene, e Re li temettero, oppure bassarono la testa innanzi a loro. La donazione di Costantino fu il suolo da cui in origine germogliarono idee così audaci; più tardi i feudi normanni servirono di titolo ulteriore a richieste più ample. Appena fu divenuto papa, che Gregorio mise a terrore i Re, esprimendo l’intendimento suo di fondare una seconda dominazione universale [205] romana. Le terre dell’Occidente dovevano diventare Stati vassalli di Roma ecclesiastica; i loro Principi, uomini feudali di san Pietro. I predecessori di Gregorio avevano esaurito le loro forze per riconquistare i patrimonî perduti, ma quest’uomo potente mirò assai più in là che ai brandelli dello Stato ecclesiastico, mirò alla signoria del mondo; laonde è ancora con istupore che leggiamo le sue lettere, scritte in buona parte subito dopo il suo esaltamento al pontificato, nelle quali chetamente dichiara a’ Principi stranieri che i loro regni sono proprietà della santa Sede.
Queste idee tanto esagerate derivavano eziandio dal concetto che Cristo fosse signore del mondo, e che il Papa, da vicario suo, partecipasse al suo privilegio: però i Pontefici non avrebbero osato di esprimere quelle pretese, se non ve li avessero incoraggiati il concetto mistico in cui si teneva la natura del Papato e la confusione immane che sconvolgeva i rapporti politici degli Stati. Conquistatori accorrevano a Roma per imprimere alle loro ruberie un titolo giuridico, per chiedere al Vicario di Cristo che a prezzo del giuramento di vassallagio loro concedesse la «grazia di Dio»; pretendenti offerivano al Papa in feudo i loro regni, perchè così mettevano al sicuro la loro corona. Furberia e sentimento religioso spingevano i Principi a porsi sotto la protezione morale della Chiesa; Re coperti di delitti o animati di spiriti pii le offerivano annue contribuzioni, spremendole dalle tasche dei loro popoli che nulla sapevano del negozio, e il Laterano di Roma tramutava i donativi pii in tributi obbligatorî. La Chiesa era avvezza che proprietarî angariati da maggiori potenti le donavano i [206] loro beni allodiali, e da essa li riavevano in feudo ecclesiastico; parimenti dunque la Chiesa cercava di estendere gli stessi rapporti giuridici, dalle piccole proprietà ampliandoli ai reami, e intendeva a rendersi tributarî tutti questi. I suoi titoli erano innumerevoli, e spesse volte dei più stravaganti: Gregorio VII pretese alla signoria feudale sulla Boemia, perciocchè Alessandro II avesse accordato al duca Wratislao l’uso di una mitra; sulla Russia, perchè il principe di Nowogorod, venuto fuggitivo a Roma, aveva visitato la tomba di san Pietro e gli aveva offerto in feudo il suo paese; sull’Ungheria, perchè Enrico III aveva appeso in san Pietro qual dono votivo la lancia regia e la corona di quella contrada conquistata. Appena fu eletto papa, Gregorio mandò in Ispagna il cardinale Ugo acciocchè vegliasse a guardia della signoria suprema della Chiesa, dacchè su quel regno il Pontefice vantava diritto fino da tempo antico[206]. Eguali esigenze professò sulla Corsica e sulla Sardegna, sulla Dalmazia e sulla Croazia, sulla Polonia, sulla Scandinavia, sull’Inghilterra, e colla più grande serietà tenne tutte queste terre in conto di proprietà di Pietro santo[207].
[207]
L’audacia prettamente romana di siffatte pretensioni ci parrebbe oggidì cosa incredibile, se essa precisamente non avesse posato sopra di un criterio religioso onde allora si concepivano le cose del tempo e del mondo; essa pertanto vuol essere considerata secondo lo spirito che dominava nel medio evo. La calma convinzione con cui Gregorio VII esprimeva quei vanti, adorna perfino di una certa grandiosità il mistico pensiero ch’ei si foggiava in mente, sul rapporto che intercedeva fra le cose passeggiere e caduche della terra e il principio eterno della religione. Per lui il mondo non era che la forma dell’idea cristiana, forma transitoria e accidentale nella sua figura politica, eterna invece nella Chiesa che reputava essere l’ordinamento mondiale, ossia il regno di Dio, il quale raccoglieva in sè tutti gli altri instituti, da stromenti destinati a servirlo.
Tuttavolta il regno della realità non corrispondeva a quello ch’ei s’era figurato secondo le idee che primamente cercò di mandare a compimento nell’Italia meridionale. Travagliava egli l’intelletto in serî disegni di guerra contro a’ Normanni; temeva la crescente grandezza di Roberto Guiscardo, il quale, ardito e accorto, [208] procedeva verso il bello intento di riunire in un reame l’Italia meridionale. Gregorio VII non poteva tollerare che un conquistatore di tanto genio gli stesse dappresso come nemico; bisognava o annientarlo o ridurselo vassallo. Dapprima sperò di esser più fortunato di Leone IX, e di poter condurre a buon termine una lega meridionale, ma il suo animo, soverchiamente esaltato dal possedimento della tiara, fu trascinato ben presto fuor degli scopi veri dell’impresa. Se uno di più prossimo raggiunse, questo non fu che parte di un intiero sistema grandioso. Aveva infatti composto disegno di porsi a capo di un esercito europeo, e di cacciare in prima d’Italia Normanni, Greci e Saraceni, indi di salvare Bisanzio dalla mezzaluna, di assoggettarla alla Chiesa romana, e finalmente di piantare la croce a Gerusalemme. Così scrisse lettere a’ Principi d’Italia, a Guglielmo di Borgogna, e (ancor nel Dicembre dell’anno 1074) ad Enrico, cui diceva che voleva prendere la capitananza della crociata, e lasciare a lui la difesa della Chiesa romana[208]. Progetto fantastico, e in che tempi! Ciò che avrebbe [209] dovuto avvenire alla fine del suo pontificato egli pose arditamente a suo incominciamento come se, presagendo le formidabili lotte che lo aspettavano in Italia, avesse pensato di evitarle, trascinando dietro di sè in Oriente il mondo infervorato. Sperava forse con una spedizione violenta, favorita dagli entusiasmi della Cristianità, di compiere i suoi progetti gerarchici in Europa con minori impedimenti? o con quel piano voleva egli celare il suo vero intendimento di rendersi soggetta l’Italia meridionale? chè ei doveva pur comprendere di non potersi cacciare a capo fitto nella guerra religiosa d’Oriente, se prima la Chiesa non avesse conseguito independenza nell’Occidente. In tal caso Gregorio VII s’avrebbe posto a capo della crociata, e forse avrebbe rapito la sua nominanza immortale a Goffredo di Buglione, che a questo tempo era ancor giovinetto. Però, nella storia universale restò vuota una pagina, che avrebbe descritto il maggiore di tutti i Papi movere alla testa di miriadi d’uomini fanatici, simile ad un entusiastico Alessandro o Trajano coronato di tiara.
Fallì l’idea della crociata; il piano colossale sfumò cambiandosi in una meschina parodia. Per verità si raccolsero cinquantamila uomini di soldatesche italiane ed eziandio ultramontane, e il Papa (il quale nel Sinodo tenuto in Marzo dell’anno 1074 aveva scomunicato Roberto) li passò in rassegna, insieme con Gisulfo di Salerno, in vicinanza di monte Cimino, presso a Viterbo: tuttavia poco stette che le Contesse di Toscana rimasero sole nel loro fervore. Può darsi che Roberto Guiscardo, a cui danno Gregorio aveva aizzato Riccardo di Capua e Gisulfo di Salerno, mandasse a vuoto con sue arti siffatta [210] alleanza: così andò a monte anche la spedizione contro ai Normanni[209].
In tal guisa Gregorio non ebbe ancora la bella ventura di assicurarsi completamente il vassallaggio dell’Italia meridionale; ma per compenso trovò in Toscana devozione senza limite. Potè egli tenere questa terra in conto di una ben munita trincera, che dalla parte di settentrione lo copriva dagli assalimenti di Alemagna; ivi volse dunque i suoi sguardi con miglior senno pratico; il sogno di dominazione universale svanì in aria; ma Gregorio del retaggio di Matilde compose ai Papi uno Stato ecclesiastico. La Contessa, allevata alla scuola di sua madre, donna pia e coraggiosa, diventò amica sua, e fu l’anima proteggitrice della gerarchia pontificia. La celebre Principessa aveva comune con Gregorio la nazione, imperocchè anch’ella fosse discesa da’ padri di origine longobarda[210]: aveva allora ventotto anni. Era [211] come se non fosse maritata, causa la continua assenza del suo sposo, Goffredo il Gobbo, il quale, uomo valoroso e prudente, non divideva i fanatismi religiosi, nè le idee politiche della moglie: sempre si tenne egli stretto alla bandiera di Enrico, in quello che Gregorio s’avvantaggiava dell’antipatia di Matilde per il marito, affine di incatenarla corpo e anima ai suoi disegni. Le dava a consigliero spirituale il pio vescovo di Lucca, Anselmo cluniacense, e rade volte mai un confessore ha raccolto i voti confidenti di un’anima sì timorosa di Dio, e nel tempo stesso così energica, com’era quella di Matilde. Il rapporto di amicizia personale che si contrasse fra Gregorio e lei esercitò grave efficacia nella storia universale, ed è in essa eziandio esempio unico, avvegnachè nessun’altra volta si abbia visto un Papa stringere vincoli così rilevanti con una donna giovane e di forte volontà. Invano l’odio e la sospettosa malignità ebbero cercato di contaminare i legami di quelle due anime: chi giudica con calmo intelletto rifiuterà sempre di strappare un Gregorio VII fuor della cerchia sublime del suo animo che comprendeva il mondo, per immergerlo nei piaceri di un amorazzo; peraltro facilmente può darsi che nella sua amicizia ammiratrice la Contessa mettesse tutto il sentimento onde il suo cuore di donna era capace. Matilde, dotata di spiriti gagliardi, orgogliosa, superiore per cultura al suo tempo, ebbe animo compiutamente regio, ma, ammaliata dal genio di Gregorio, servì a’ disegni di lui, dedicandovi mente virile, cuore di donna, e fede sincera nell’ideale che di lui s’era formata. Non aveva figli, e questo basta a spiegar tutto. Se ella non fosse stata altro che una monachella [212] fanatica, una Marcella o una Scolastica del suo secolo, tutt’al più la avrebbe posta in rilevanza l’amicizia di un Gregorio: ma invece, questa Debora guerriera del Papato avrebbe, per pratiche virtù di governo, pareggiato in ogni tempo le poche regine che per grandezza furono illustri[211].
Matilde volle consecrare la sua operosità a pro delle idee di Gregorio intervenendo al primo Concilio, in cui il Papa (nella prima settimana di quaresima dell’anno 1074) congregò molti Vescovi e Principi. Ivi con grande energia egli promulgò nuovamente i decreti di riformazione banditi dai suoi predecessori, e destituì senza remissione i preti ammogliati e simoniaci. Con sue lettere comandò ai Vescovi di tutto Occidente di adempiere, ogni eccezione rimossa, a quelle deliberazioni, e omai l’Episcopato s’era avvezzato ai dettami dittatorî del Papato romano. Parimente come Leone l’Isaurico aveva voluto con un solo editto mondare la Chiesa dai simulacri idolatri, così Gregorio voleva finalmente mondarla dai sacerdoti ribelli ai canoni; così adesso come [213] allora, tutta Cristianità ne andò commossa profondamente. Nel secolo ottavo un despota bizantino aveva inalberato il vessillo della sana ragione, e un Papa, per nome Gregorio, si era frapposto in mezzo a lui ed alle imagini de’ santi; adesso, nel secolo undecimo, un Papa sorgeva in nome della legge morale e della disciplina ecclesiastica, e un Imperatore tedesco si frapponeva in mezzo a lui ed alle passioni umane: però sventuratamente dietro al suo scudo regio si ricoveravano troppi abusi e troppi vizî. Ogni qual volta la Chiesa venne a lotta contro l’Impero, vi si mescolarono sempre scopi di politica mondana; ma nel secolo undecimo non era più il debole avanzo del despotismo romano contro cui la Chiesa, avida di sorgere a potenza, conquistasse l’autonomia dogmatica e il dominio temporale; erano invece due sistemi omai divenuti grandi e antichi, i quali combattevano l’un contro all’altro; seguivano entrambi un errato indirizzo, in quanto ciascuno di essi voleva conseguire la supremazia, tuttavolta uno di ragionevole entrambi ne avevano, in quanto miravano a delimitare i confini che loro naturalmente competevano. La feudalità aveva intrecciato quasi inestricabilmente i limiti della podestà ecclesiastica e della podestà civile; era uno stato di cose reso omai intollerabile; l’ordinamento ecclesiastico cercava con una rivoluzione violenta di svincolarsi da quello politico, ma questo non poteva nè voleva prosciogliere l’altro dall’obbligo feudale. Una guerra più lunga e più terribile di quella dei trent’anni, una guerra che ne durò cinquanta, fu la conseguenza di questa rivoluzione, e Roma, sede dei Papi, fu parecchie volte sventurato teatro di questa lotta di varia fortuna, [214] continuò sempre ad esser l’origine donde essa scaturì, e si mantenne santuario in cui si conservavano i due simboli della pugna combattuta, la corona imperiale e la tiara.
Anche in Roma era grande la contrarietà che si opponeva a Gregorio. Colà centinaja di preti, in onta alle decisioni dei Sinodi, vivevano in concubinato; i loro figliuoli o i loro nepoti erano avvezzi ad arricchire coi beni della Chiesa, e ad ereditare le prebende dei padri o degli zii. Un Cronista, in quello che dà una sguardata alla basilica di san Pietro, ci descrive le condizioni di tutta la Chiesa romana. V’erano in quella basilica sessanta mansionarî, laici conjugati, guardiani del tempio; di giorno solevano ingannare i forestieri celebrando la messa travestiti da cardinali e beccandosi le offerte dei gonzi; di nottetempo poi gavazzavano nella chiesa in orgie sfrenate, e i gradini degli altari erano profanati di turpezze, di ruberie e di assassinî. Gregorio durò fatica a cacciarne quell’immondo sciame[212].
[215]
Tutti i preti deposti, i loro clienti e la loro parentela lo odiavano a morte, e perciò si alleavano colla nobiltà cittadina che gli era avversa. Anche l’Arcivescovo di Ravenna se la intendeva in secreto coi malcontenti. Era insignito allora di quella dignità Guiberto, antico cancelliere e vicario d’Italia, ch’era stato anima dello scisma di Cadalo, oppositore dichiarato d’Ildebrando e de’ suoi progetti, uomo giovine, pieno di ambizione, accorto e coraggioso. Sulla fine del pontificato di Alessandro II era giunto con finissimi artificî a ottenere la cattedra arcivescovile di Ravenna; aveva assistito personalmente al Sinodo dell’anno 1074, e, fatta in apparenza sottomessione, aveva acconsentito a riceverne il seggio, che a lui di già competeva, per concessione giuridica del nuovo Papa da lui odiato. Però ei si rifiutava di armare i suoi vassalli alla guerra progettata contro a’ Normanni, nè volle fornirli per punire il Conte di Bagnorea che s’era ribellato; teneva misteriosi convegni con Cencio, e probabilmente la corte tedesca gli aveva dato incarico di informarla su quali e quanti partigiani potesse fare assegnamento in Roma[213].
Era a prevedersi una rottura col Papa. Finchè trionfò la ribellione dei Sassoni il giovine Enrico fece l’umile, [216] e promise a Gregorio di sottomettersi ai decreti di riforma, ma la compassionevole lettera che in questi sensi scriveva era dettata soltanto dalla necessità onde in quel momento era angustiato[214]. Da altra parte, svelatamente e senza riguardo alcuno, continuava a vendere gli officî ecclesiastici; la Chiesa di Germania, come quelle di tutti gli altri paesi, era bruttata di simonia, e nella massima parte i preti vivevano accasati con donne. Perciò ella doveva sembrare veramente opera temeraria l’impresa di ridurre ad obbedienza sotto i decreti di Roma tanti prelati che avevano potenza di principi, tante migliaia di sacerdoti che erano sparsi nell’Impero. Allorchè dunque, dopo il suo primo Concilio, Gregorio mandò suoi legati in Germania in compagnia dell’Imperatrice madre, i suoi decreti sollevarono colà una tempesta indescrivibile. L’opinione publica era costretta a condannare il commercio degli officî ecclesiastici; i Vescovi non raccapezzavano ragione alcuna per iscusare la simonia, ma a sufficienza ne trovavano per combattere il divieto monastico del matrimonio, dicendo che era contrario alla dottrina cristiana[215]. In questa tragica lotta, nella quale l’istituto del matrimonio diventò argomento che travagliò la storia universale, la ragione [217] di natura soccombette, e vinse l’oscuro spirito del monachismo: a favor suo combattevano le mistiche idee del secolo, ed il decreto del celibato fu molto abilmente associato col salutifero divieto della simonia.
I legati pontificî (giova considerare che l’uso dei legati dall’età di Gregorio assunse un carattere affatto nuovo, poichè adesso, pari a’ proconsoli di Roma antica, questi nunzî andavano per le province della Chiesa universale), i legati pontificî chiesero ad Enrico che dimettesse i consiglieri già scomunicati da Alessandro II, ai quali massimamente si dava colpa del commercio di officî spirituali, e gli intimarono comando che fosse data esecuzione in Alemagna alle decisioni sinodali. Tuttavolta l’animoso Liemaro, arcivescovo di Brema, fu quegli che salvò l’onore della Chiesa germanica, rifiutando, insieme con altri Vescovi, di riconoscere per autorevole un Sinodo che doveva celebrarsi in Germania davanti a legati romani.
Alemagna, Francia e Italia erano tutte in fiamme, pro e contro del Papa. La immane lotta che vedeva dichiararsegli contro riempì Gregorio stesso di inquietudini[216]. I nemici che aveva in Roma, i Vescovi di Lombardia, i Normanni gli davano gravi pensieri; cercò [218] alleanze, e nelle difficoltà disperate in cui si trovava involto indirizzò i suoi voti financo alla Danimarca, ed esortò quel re Sueno di venire in ajuto alla Chiesa, promettendogli in ricambio il possedimento di una provincia nell’Italia meridionale. Similmente come gli Imperatori bizantini toglievano a’ loro stipendi genti del settentrione, Sarmati e Unni, per adoperarli nelle loro guerre d’Italia, così Gregorio avrebbe voluto trascinare i campioni del Jutland e del Seeland contro i Normanni, loro affini di stirpe, e contro altri nemici, e, senza scrupoleggiare di amore per l’Italia patria sua, avrebbe loro dato in feudo le costiere da questi ultimi occupate[217].
Nel suo secondo Concilio (tenuto sulla fine di Febbraio dell’anno 1075) proibì che il clero ricevesse investitura dai laici; d’ora in poi nessun Vescovo o Abate avrebbe potuto più essere insignito da Re o da Imperatori, da Duchi o da Conti, di anello e di pastorale: così gettava arditamente il guanto di sfida a tutte le podestà civili. Quando i Papi riformatori avevano divietato il traffico degli officî ecclesiastici, avevano colpito un condannevole abuso, ma adesso Gregorio dava [219] di cozzo contro un privilegio antichissimo dei Re, i quali decoravano i Vescovi, prima ancora che fossero consecrati, dell’anello e del pastorale, a distintivo dei beni che ricevevano in feudo dallo Stato. Quel rapporto feudale fra laici e preti, che era divenuto istituzione di diritto publico, doveva adesso tutt’a un tratto disciorsi; il clero doveva uscire del sistema feudale. Fu questo celebre decreto la favilla che accese una guerra di cinquant’anni; e in tal modo la Cristianità pagò la pena di quelle religiose debolezze per cui s’aveva donato alle Chiese beni e città, e di quella insania per cui i Re avevano dotato i preti di potenza principesca. Per verità il possedimento di beni regî inoculò orribili mali nella Chiesa; chè senza riguardo a intelligenza dell’eletto, perfino senza preventiva elezione, la podestà civile vendeva o donava officî ecclesiastici alle più sozze creature del favore di corte. Spesse volte il Re nominava Vescovi e Abati seguendo il capriccio che gli frullava in un breve istante pel capo, e lo faceva mettendo loro in mano un bastone; diventavano allora vassalli della corona, servivano da capitani nelle guerre e in persona combattevano nelle battaglie: appena era se il vestimento sacerdotale li distingueva da’ Duchi o da’ Conti, coi quali avevano nello Stato comunanza di diritti e di doveri, di bisogni e di ogni sorte di vizî. Occorreva mondare il clero da condizioni secolaresche tanto contrarie alla missione apostolica; così esigevano religione e umanità. Gregorio VII volle svincolare la Chiesa da quella dipendenza in cui lo Stato la teneva, eppure volle conservarne gli immensurati possedimenti; nè avrebbe compreso verità di ragione, se qualche pensatore di buone [220] intenzioni gli avesse detto che la più diritta via per liberare il clero dalla soggezione all’autorità politica, sarebbe stata quella di ridurlo nuovamente povero e religioso, sì come erano stati gli Apostoli[218]. Il suo pensiero audace questo era: guarentire alle Chiese di tutti i paesi il loro dovizioso dominio temporale, affrancarle dovunque del loro obligo feudale verso la corona, assoggettarle soltanto al Pontefice, tramutare così mezza Europa in uno Stato ecclesiastico romano.
Pareva che fosse giunto il tempo propizio per togliere ai Re il diritto di investitura, chè infatti Enrico trovavasi in male strette, premuto com’era dai Sassoni. Però la vittoria ch’ei ne riportava nel Giugno 1075 presso la Unstrut gli lasciava libere le mani, e adesso cominciava a sentirsi re. Milano, Ravenna, Roma, i Normanni gli offerivano un’alleanza naturale; e un buon indirizzo che s’avesse dato alle cose, meglio di quello che sapessero fare Cencio, Guiberto e Ugo cardinale (il quale aveva nuovamente disertato la causa della Chiesa), avrebbe riunito una lega formidabile a danno di Gregorio. La podestà regia s’era restaurata a Milano. Dopo che per lunghi anni questa città era stata dilaniata dalla guerra dei Paterini, nobili e popolo s’erano sollevati [221] contro alla tirannide insopportabile di Erlembaldo. Questo capitano era caduto combattendo per le vie di Milano, col gonfalone di san Pietro in pugno; i Milanesi avevano chiesto ed ottenuto da Enrico un arcivescovo, e Gregorio, alla cui corte erasi ricoverato il discacciato arcivescovo Attone, non potè impedire che Tedaldo ne ricevesse l’investitura[219]. Lo destituì dell’officio, ma non pertanto, insieme colla caduta di Erlembaldo, ruinò l’influenza di lui a Milano.
Il suo nemico più operoso era Cencio, capo di tutti i malcontenti di Roma. Il Prefetto della Città ebbe il coraggio di sottoporre questo prepotente uomo a inquisizione, ma non si osò di eseguire la sentenza di morte pronunciata su di lui; Matilde stessa perorò a suo favore. Cencio diede ostaggi; la sua torre fu smantellata, ed egli rimase un tratto di tempo tranquillo[220]: era la calma di chi medita vendetta. Allorchè la rottura con Enrico fu resa inevitabile, Cencio combinò il suo piano per rovesciare Gregorio; richiese il Re in nome dei Romani, che assumesse la podestà cittadina, e gli promise di dargli in suo potere il Papa prigioniero[221]. Un attentato contro la vita o contro la podestà del Pontefice, [222] similmente che al tempo della prima controversia delle imagini, doveva (così almeno si sperava) metter un termine alla lotta. È incerto se Enrico prendesse parte in ciò; ad ogni modo, la cospirazione non ebbe effettivo ajuto dai Lombardi, nè dai Normanni, nè dal Re, e si ridusse solamente ad un atto di violenza di un bandito, la cui odiosità s’accrebbe per circostanze di luogo e di tempo.
Ciò che avvenne nel Natale dell’anno 1075 è uno dei più lucenti episodî che emergano fuor della storia di Roma nel medio evo. Nella vigilia di quel giorno santo il Papa celebrava, come di solito, la messa presso all’altare del presepio in santa Maria Maggiore: tutto ad un tratto s’alza tumulto di grida e d’armi, e Cencio si scaglia entro la chiesa colla spada in pugno seguito dalla nobiltà congiurata. Va all’altare, afferra il Papa per le chiome, lo trascina seco sanguinoso di percosse, lo gitta sul suo cavallo, e via lo porta per Roma in mezzo alla tenebra notturna, e lo serra nel suo palazzo ch’era posto nella regione detta Parione[222]. La Città [223] si commuove, le campane suonano a stormo, il popolo brandisce le armi, i preti con gemiti velano gli altari, le milizie sbarrano le porte, si corrono le vie portando fiaccole: nessuno ha visto il Papa. Al mattino successivo il popolo si raccoglie sull’antico Campidoglio per consultare che sia a farsi; paiono tornati i giorni della congiura di Catilina. Finalmente si ha avviso che il Papa è prigioniero nella torre di Cencio. Ivi infatti Gregorio si trovava ferito e solo. Lo si aveva sottoposto a gravi maltrattamenti; il malandrino, che non aveva potuto condurlo fuori della Città, aveva chiesto d’essere infeudato dei migliori beni della Chiesa; i suoi vassalli avevano coperto il Papa di scherni, le sue feroci sorelle simili a furie lo avevano subissato di un torrente d’invettive, nelle quali probabilmente non era risparmiato il nome di Matilde: però Gregorio in mezzo a tutto questo non aveva ismarrita la sua dignità[223]. Se anche la fazione di Cencio avrà tentato di suscitare Roma a libertà, la sua voce non fu intesa; la sua breve resistenza fu prestamente domata, e il popolo diede furibondo assalto al palazzo per liberare Gregorio.
Come Cencio si vide perduto, supplicò grazia, od a spada tratta la impose; gli perdonò il Papa, e promise che gli avrebbe concesso assoluzione, se dopo di aver [224] peregrinato a Gerusalemme, fosse tornato pentito a’ suoi piedi[224]. Forse mai in nessun’altra occasione più chiaramente che in quella notte e dopo il suo salvamento, Gregorio rivelò il suo coraggio e la generosa indole sua; mantenne fede financo al suo assassino che protesse dal furore popolare. Lo si ricondusse in trionfo a santa Maria, dove l’uomo meraviglioso, più avventurato di Leone III, ripigliò a dire la messa interrotta. Il popolo distrusse le case di Cencio e della sua fazione, e frattanto il feroce capitano co’ suoi parenti pigliava il largo[225], ma era appena giunto alla prima pietra miliare, che gli sbolliva l’idea di peregrinare a Gerusalemme, e preferiva di gettarsi ghignando in uno de’ suoi castelli nella Campagna; vi raccoglieva vassalli e uomini malcontenti, e devastava impunemente i dominî della Chiesa[226].
Questo destino irto di contrasti subì il maggiore di tutti i Papi; innanzi a lui tremava il mondo, a’ suoi piedi si prostravano Re, ma i ribelli Romani ponevano [225] le mani su di lui e lo trascinavano pei capelli. Egli seppe umiliare i suoi nemici coronati, ma non giunse a punire i più disprezzabili de’ suoi avversari, onde nel silenzio del cuor suo dovette ripensare alle considerazioni di Salomone, quando meditava sulla vanità di tutte le umane grandezze.
Gregorio uscì del bujo di quella notte collo splendore di uomo invitto e di martire. Anche il popolo aveva splendidamente dato prova che lo amava e che venerava il genio suo; e questa era per lui cosa di grave rilievo e lo innalzava molto. Può darsi che i suoi nemici accusassero Enrico di complicità nel delitto; certo è che solo frutto del forsennato attentato si fu di mandare a vuoto anche l’ultima speranza di una conciliazione. Gregorio, concitato a ira, gettò adesso lungi da sè anche l’ultimo rispetto di timore umano, se qualche cosa pur v’era che ancor lo rattenesse, e volle mover tosto in campo contro il massimo de’ suoi nemici fra’ Principi. Trattavasi adesso di far curvar la podestà civile dell’Impero romano sotto ai decreti della Chiesa; e la lotta che si combattè fra Enrico IV e Gregorio VII, rappresentanti della Chiesa e dello Stato, è forse il più gran dramma cui la storia politica abbia mai dato vita.
[226]
Poichè Enrico, giovine e imbaldanzito della vittoria riportata sui Sassoni, non adempieva più ad alcuna delle sue promesse, e adesso come per lo innanzi andava vendendo officî ecclesiastici, e teneva alla sua corte i consiglieri scomunicati, l’animo impetuoso di Gregorio ne traeva ragione di operare in modo, che spingeva il Re agli eccessi estremi. L’ultima lettera che il Papa indirizzava ad Enrico, era la provocazione di un avversario accorto e prudente, che nella quiete e nel silenzio s’era armato in guerra: chiedevagli che facesse una penitente confessione delle sue peccata, esigeva financo la malleveria di qualche Vescovo che attestasse essere sincero il pentimento del Re, ed arditamente faceva capire ad Enrico che avrebbe potuto toccargli la fine di Saule[227]. Legati romani erano anche partiti per Goslar ad ammonire il Re di far ammenda delle sue colpe e de’ suoi [227] vizî, e gli annunciavano l’anatema della Chiesa se si fosse rifiutato di obbedire.
Con giusta ira il figlio di Enrico III, che era il primo principe della Cristianità, raccolse quella intimazione; sennonchè, in vece di opporre al Pontefice un’ironia temperata, il suo bollore giovanile scoppiò in furie, e diè di contra al suo avversario con veemenza e con grosse armi. Rimandò vergognosamente i legati, e con gran collera convocò a Worms un Concilio: in esso, ai 24 di Gennaio, i Vescovi tedeschi, senza molto pensarci su, dichiararono esser il Papa deposto. Ogni statista di soda mente avrebbe dovuto condannare il giovine Re, che con questo comportamento malaccorto manifestava una così grande mancanza d’intelletto politico. Credeva egli che il Papa fosse debole, perciocchè coi suoi decreti avesse concitato contro di sè tutti i maggiorenti laici ed ecclesiastici dell’Impero; ma s’ingannava della forza che credeva di avere pronta a’ suoi servigi, e i nemici di Gregorio lo ingannavano, dandogli a credere che il Papa si trovasse in condizioni disastrose a Roma, per ciò solo che il cardinale Ugo, scomunicato e irrequieto, erane il più acerbo accusatore innanzi al Sinodo di Worms, cui si dava l’aria di assistere con autorità di ambasciatore dei Romani[228]. Può darsi che delle lunghe e puerili [228] litanie di delitti che si apponevano a carico di Gregorio dubitassero gli stessi più fieri nemici del Papa; nondimeno il sentimento di libertà commoveva la Chiesa nazionale tedesca contro a un Papa avido d’impero, che privava l’Episcopato dell’ultimo avanzo di sua independenza, destituiva Vescovi senza inquisizioni sinodali, eccitava le comunità stesse a ricusar loro obbedienza ecclesiastica; a un Papa che fuor della sua persona pareva non iscorgere nel mondo altro che sudditi. Prima d’ogni altra cosa dunque Enrico chiamò in armi contro il Pontefice la Chiesa nazionale minacciata ed i Vescovi.
Oggidì il Papato non è che la ruina di quello che fu: la sua podestà teocratica sopra i Re ci sembra una leggenda meravigliosa; eppure oggidì ancora, quando leggiamo gli atti di quel tempo, noi, freddi e calmi spettatori dei fatti delle età trascorse, respiriamo qualche poco dei suoi bollori, delle sue passioni. Il Re scriveva così al Papa:
«Enrico, re non per usurpazione ma per volontà santa di Dio, a Ildebrando non papa, ma infinto frate.
»Questo saluto ti meriti, seminatore di zizzania, tu che maledici ogni gente della Chiesa, invece di benedirla. Ti dirò brevi parole: gli Arcivescovi, i Vescovi e i preti calpestasti sotto a’ tuoi piedi, come schiavi privi di volontà. Li tratti tutti da ignoranti, te solo tieni per sapiente. Ogni cosa tollerammo per reverenza della cattedra apostolica; ma tu scambiasti reverenza per tema, e ti ribellasti perfino contro la podestà regia che Dio ci concesse, e minacciasti torcela, quasi che la signoria e l’impero stessero non nelle mani di Dio, ma nelle tue. Cristo chiamò noi all’Impero, non te al Papato. Te lo [229] guadagnasti con cabale e con falsità; disprezzasti la tua tonaca monastica, e con denaro ti procacciasti favore, con favore armi, con armi la cattedra di pace, e la pace ne bandisti, poichè armasti i sudditi contro ai signori, predicasti lo sprezzo contro ai Vescovi ordinati da Dio, e desti facoltà perfino agli uomini secolari di deporli e di condannarli. E tu vuoi deporre me, re incolpevole cui Dio solo giudica, se i Vescovi dichiararono che a Dio solo si spettava di pronunciare sentenza sopra un Giuliano apostata? Non è Pietro, pontefice vero, che dice: Temete Iddio, riverite il Re? Ma tu non temi Dio, e perciò non riverisci me che sono ordinato da lui. Te colpisce l’anatema di san Paolo, te condanna il giudizio di tutti i nostri Vescovi, e ti dice: Scendi della sedia apostolica che usurpasti, acciocchè altri la occupi che non faccia violenza alla religione, ma insegni la pura dottrina di Pietro. Io, Enrico, re per grazia di Dio, ti grido con tutti i nostri Vescovi: scendi, scendi»[229]!
Così diceva Enrico a Gregorio in quella lettera che è prezioso documento di quest’età. La deposizione del Pontefice decretata da un Sinodo tedesco, illegale perocchè pronunciata da una sola parte senza che l’altra si ascoltasse, fu un fatto inaudito negli annali della Chiesa; tutto l’Occidente ne fu commosso. Frattanto i legati regî [230] valicavano le Alpi; gli ottimati e i Vescovi lombardi gli accoglievano con giubilo grande, si congregavano a Piacenza, aderivano alle deliberazioni di Worms, e anche da parte loro deponevano il Papa.
Rolando, ch’era un prete del basso clero di Parma, fu incaricato di recare a Roma i decreti di Worms e di Piacenza: quanto ai Romani, eziandio ad essi Enrico aveva indiritto un bando, in cui, da loro patrizio, gli ammoniva a disertar la fede di Gregorio e ad eleggere un novello papa[230]. E giova considerare che, sebbene Enrico non fosse imperatore, la dignità del Patriziato romano gli offeriva un apparente fondamento giuridico a procedere contro il Papa, perocchè, anche nella deposizione che faceva promulgare contro di Gregorio egli facesse appello a quella sua podestà. Il messaggiero arrivò il giorno innanzi alla riunione (addì 22 Febbraio) di un Concilio, che s’aveva ordinato raccogliersi in Laterano. Aperta la sua prima tornata col solito canto di un inno, si presentò Rolando, e impavidamente disse al Papa: «Il signor mio, il Re, e tutti i Vescovi di là dai monti, ti comandano di scendere incontanente dalla cattedra usurpata, avvegnaddio senza la volontà di loro e dell’Imperatore nessuno possa pervenire a siffatta dignità. Voi tutti, o fratelli», e qui l’oratore si rivolse al clero, «cito a comparire per le future Pentecoste al cospetto del Re, e ivi dalla sua mano riceverete un Pontefice, [231] poichè questi qui presente non è papa, ma lupo vorace.» Cotali parole furono accolte da grida d’indignazione; i congregati s’alzarono furibondi dai loro scanni; il Cardinale di Porto gridò che si pigliasse il mariuolo; e il Prefetto della Città si scagliò colla spada nuda su Rolando. Forse un fanatico colpo di spada avrebbe mandato a rotoli l’audace edificio di Gregorio, ma il Papa si frappose prestamente, e impedì l’uccisione dell’ambasciatore.
Tornata la calma, il Sinodo si mise all’opera con energia. I Vescovi lombardi e tedeschi, che avevano sottoscritto i decreti onde dicemmo, furono scomunicati, e Gregorio, fin da quando incominciò il Concilio, ebbe il contento di accogliere alcuni di quei prelati tedeschi, che pieni di temenza erano corsi di qua delle Alpi a gettarglisi ai piedi. Quanto al Re, il Sinodo chiese che si punisse colla massima pena della scomunica ecclesiastica; e frattanto l’imperatrice Agnese assisteva nella basilica alle sessioni di un Concilio, di cui ogni parola che v’era pronunciata, parve scendere grave grave a trafiggerle il cuore. La vedova del forte Enrico, allontanatasi dal suo figliuolo, s’era data in balìa dei preti romani; però il fumo degl’incensi che ella respirava in Roma, non poteva averle intieramente assopito i suoi sentimenti di madre[231].
[232]
L’anatema di Gregorio corse il mondo come un fulmine vero, e come fulmine colpì la testa del primo monarca della Cristianità. Giammai la folgore di una scomunica operò effetto pari. Tutte le censure de’ Papi sono state inerte cosa rimpetto a questa di Gregorio ch’ebbe tanta efficacia nella storia universale, da metter in fuoco l’Occidente: spettacolo orribilmente sublime di quel tetro medio evo, e diverrà sempre più meraviglioso quanto più la gente umana, progredendo nel suo cammino, si discosterà da quell’età.
La fede universale poneva in grembo al capo della Chiesa la podestà di benedire e di maledire, e nessuna potenza mondana gli contestava il diritto delle censure ecclesiastiche. I Re, come tutti gli altri laici, erano soggetti alla disciplina della Chiesa, e il superbo Gregorio poteva sclamare: «Quando Cristo disse a Pietro, pasci le mie pecorelle, ne ha forse eccettuato i Re?» Anatemi erano le armi dei Pontefici reputate legittime; or doveva un Gregorio tenere a schivo di adoperarle contro un Principe che con abusi metteva a soqquadro la Chiesa, e aveva deposto il Papa? Tuttavolta l’audacia inaudita di questo anatema commosse il mondo. Infatti non s’era ancora sollevata tanto alto l’idea dell’autorità del Papa che non mettesse spavento l’opera sua onde aveva scomunicato il Re dei Romani; e più meraviglia metteva l’arroganza, finora senza esempio, per cui il Vescovo romano promulgava essere il capo dell’Impero decaduto [233] delle sue corone, e ne scioglieva i sudditi del loro giuramento, e seminava così per le terre odio e ribellione[232]. Potranno i secoli venturi farsi un’idea adeguata che furonvi tempi in cui il Papa derivò da un pacifico e poveretto Apostolo una potenza così simile a quella di Dio? L’età nostra, che in qualche modo non si discosta ancor molto dal medio evo, omai stupisce gravemente allorchè pensa che usurpazione tanto enorme della maestà divina s’arrogò un meschino mortale, figlio fugace di un’ora brevissima, un uomo che benedicendo o condannando vuole imperare all’eternità, lui, l’uomo che il soffio di un minuto incerto può schiacciare, senza che pur traccia ne resti. La è pur mostruosa la grandezza di quel sacerdozio dei tempi di mezzo, che si elevò così temerariamente sopra i limiti del finito!
La novella che il Re romano era deposto destò per tutto Occidente una sensazione grande, da non potersi credere. Tutto l’Impero romano (dice un Cronista di quell’età) ne tremò; il giudizio degli uomini andò stravolto da un’azione così inaudita, in quello che i preti rovistavano gli annali del Papato per trovarne di che giustificare Gregorio con somiglianti avvenimenti dei tempi trascorsi, e speravano di acchetare il malcontento [234] e le meraviglie con qualche esempio di autorità vescovile, che per verità a questo caso mal si acconciava[233].
Enrico e Gregorio, adesso nemici a vita e a morte, erano entrambi entrati nella stessa lizza per assalirsi; entrambi s’erano l’un l’altro deposti; entrambi avevano abbandonato il terreno del diritto, e s’erano arrogata un’autorità che non avevano. Però non combattevano ad armi eguali. Un Re di quel tempo, se anche impugnava una spada di eroe, era un inerme contro un Papa che impugnava il dardo della scomunica. Un Re che combatteva contro un Papa, era un uomo di forze ordinarie alle prese con un mago. Enrico s’era cacciato in questa mischia con impeto cieco; Gregorio invece aveva combinato con savia arte il suo piano di guerra; e il Papa, che apparentemente non aveva alleati, poteva alla fine schierarne in campo più, e più forti che il suo regale nemico.
Entrambi avevano indole despotica; ma l’arbitrio del Re si frangeva di contro all’opposizione costituzionale [235] che gli movevano gli Stati dell’Impero, laddove la possanza gerarchica che il Papa esercitava su’ Vescovi e su’ Concilî, non avea più limiti. L’animo leggiero di un Principe vizioso attenua la sollecitudine che sentiremmo delle sue sorti; ed i veri abusi onde la Chiesa verminava e ch’egli proteggeva rendevano desiderato il trionfo del Pontefice, fino a tanto che ei prendeva quelli di mira. Tuttavolta l’intemperante disegno dell’infallibilità e dell’onnipotenza pontificia che Gregorio scriveva sul suo vessillo, è cosa che spaventa la mente di chi deve giudicarne, e affievolisce la nostra sollecitudine per quella salutare riforma, anche se sia duopo riconoscere che era necessità di liberare la Chiesa dalla servitù politica. Sebbene v’abbiano dei dubbî sul vero tenore dei ventisette Articoli che furono inseriti nei Regesti di Gregorio, ad ogni modo ci giova fermarci sui più notevoli, avvegnachè corrispondano in tutto e per tutto allo scopo che Gregorio VII si propose, e a ciò che egli stesso professò apertamente nelle sue lettere.
«Dio solo fondò la Chiesa romana. Non altri che il Papa ha diritto di promulgare nuove leggi, di fondare nuove comunità, di deporre Vescovi senza bisogno di decisioni sinodali. Egli solo ha diritto di servirsi delle insegne imperiali. Ei solo porge il piede al bacio di tutti i Principi. Soltanto il suo nome è invocato in tutte le Chiese. Il suo nome, papa, è uno al mondo. Ha diritto di deporre Imperatori. Ei può sciogliere i sudditi dalla loro fede verso reggitori ingiusti. Senza della sua autorità nessun capitolo, nessun libro è canonico. Le sue sentenze non ammettono sindacato. A nessuno è lecito di giudicarlo. La Chiesa romana non errò mai, nè [236] fallirà mai in tutta la eternità, come attesta la sacra Scrittura. Tosto che il Papa è consecrato secondo i canoni, diventa santo pei meriti di san Pietro. Quegli soltanto è cattolico che crede colla Chiesa romana»[234].
Enrico ricambiò l’anatema coll’anatema, ma presto conobbe quale e quanta fosse la potenza del suo avversario romano, che destramente gli seminava nella stessa sua terra la ribellione, offeriva ai maggiorenti la prospettiva attraente del trono, armava fanatismo e superstizione, quei due alleati formidabili della podestà sacerdotale, seduceva clero, nobili e popolo di Alemagna a disertare la bandiera di un despota scomunicato, ed a [237] scegliersi un altro Re, cui egli, papa, tostochè l’avesse trovato uomo degno, voleva impartire la consecrazione apostolica. Se Enrico avesse posseduto forza vera di monarca avrebbe sopportato senza gran danno l’anatema; per lo contrario la sua podestà d’impero non riposava che sopra il fondamento mal securo della feudalità, ed era soltanto a questo organamento che i Papi andavano debitori della buona riuscita dei loro disegni[235].
La storia dell’Impero tedesco descrive qualmente Principi, Vescovi e non tutto ma molto popolo abbandonassero un Re ch’era temuto e odiato se non pure sprezzato; a noi basta osservare che fu precisamente il partito tedesco a lui avverso, che gittò nell’obbrobrio umiliante di Canossa questo Re fornito di alti pregi e valoroso in guerra, ma roso da passioni scapigliate. Alemagna, ribellantesi per motivi politici, gli era per due buoni terzi ostile, e parteggiava per Roma; i suoi nemici potenti, Guelfo di Baviera, Rodolfo di Svevia e Bertoldo di Carinzia disprezzavano l’invito con cui gli aveva chiamati a Worms, ed anzi eglino stessi convenivano a Treviri coi legati pontificî. I Principi s’impaurivano dei suoi intendimenti monarchici, e questa temenza e la sciagurata loro smania di parteggiare gli alleavano a Roma. A nulla valevano le istanze del Re, che gli scongiurava affinchè nella sua persona non insultassero alla dignità della patria e dell’Impero. L’assemblea di Treviri tradì la patria, poichè riconobbe come di buon diritto le audacie del Pontefice che aveva scomunicato il Re, [238] e conseguentemente riverì in lui la podestà di farsi giudice e arbitro dell’Impero. Essa protestò che Enrico sarebbe destituito se per il giorno 2 Febbraio 1077 non fosse prosciolto dalla scomunica; in quel dì un parlamento raccolto in Augusta sotto la presidenza del Papa avrebbe pronunciato giudizio di lui: fino a quel tempo doveva egli vivere a Spira in condizione di uomo privato. Il Principe scoraggito subì un vitupero quale appena un Carlo il Calvo avrebbe tollerato; ritrattò i decreti pronunciati contro il Papa, e si ritirò a Spira.
Gregorio, che i Tedeschi avevano invitato ad andare ad Augusta, annunciò loro che si sarebbe ivi recato. Ma mentre quegli attraversava le terre della sua amica, Enrico veniva a cerca dell’assoluzione, e con poca accompagnatura, arrampicandosi per sentieri battuti dai banditi, valicò i ghiacciai del Moncenisio, orrenda via in quella stagione invernale. Il Re era uomo cui mancava fermezza di propositi, laonde si buttava d’uno in altro eccesso: trovatosi abbandonato, gettò lungi da sè le armi, e dal culmine della superbia regia si lanciò nel vortice della più profonda vergogna, nè più nè meno di un suicida, e si prostrò alle ginocchia del nemico suo, che, stupefatto egli stesso di quel che avveniva, gli impose il piede sul collo. Udendo che Gregorio era in procinto di venire in Germania, il suo intelletto gli suggerì di impedirnelo: un uomo di cuore avrebbe raccolto un esercito e si sarebbe gettato fra il Pontefice e l’Alemagna, ma Enrico avea dell’astuzia, non genio. La prima spedizione che imprendeva in Italia il figliuolo di quell’Enrico III, le cui soldatesche coperte di ferro avevano fatto tremar tutto il paese, offre il gramo spettacolo [239] di un esule scomunicato, di un peccatore mendico che viene in pellegrinaggio penitente; è il trionfo della superstizione che la vince sull’intelletto e sul sentimento di onore, però è eziandio una grande vittoria che la forza morale, rappresentata dalla Chiesa, consegue sopra despoti rozzi. Quel po’ di bello che si mesce in tanto brutto a mitigare il vitupero della venuta di Enrico si è la commovente tenerezza della sua sposa, la ripudiata di un tempo, che adesso con grande amore divide seco lui le traversie e i pericoli.
Come Enrico comparve in Italia, Lombardia lo salutò con gran giubilo. Gli Italiani del settentrione avevano veduto Re tedeschi scender dalle Alpi soltanto per muovere a Roma da prepotenti a intronizzarvi o a deporvi Papi, ed a prendersi l’Impero; laonde eglino credettero ch’ei fosse venuto per rovesciare dalla sua cattedra Gregorio «nemico dell’uman genere». Da molte città dell’una sponda e dell’altra del Po numerosi vassalli accorsero a lui, e Gregorio, facendo sosta a Mantova, si ricoverò a Canossa, che era un castello di Matilde, e vi si rinchiuse. Frattanto il Re ascoltava i discorsi dei Conti e dei Vescovi, e il suo cuore trambasciato ondeggiava fra l’orgoglio e la paura che in pari tempo se lo disputavano. Però, indicibile cecità era la sua; e, simile ad uomo accalappiato dagli incantesimi di un mago, il giovine ributtò i Lombardi, e si gettò in braccio ad una vera morte morale. Lo spaventava la Dieta di Augusta che era prossima a radunarsi; la vergogna gli inceppava il piede, ma l’angustia lo spronava a correre a Canossa, le cui torri fatali finalmente gli apparivano in vista. Colà, dietro una triplice cinta [240] di mura, stavansi un prete che lo aveva maledetto, e una femmina che copriva quel prete sotto lo scudo della sua protezione, nel tempo stesso che ogni giorno Vescovi di Germania, affranti dai rimorsi, arrivavano al castello per implorare la assoluzione. Enrico entrò in negoziati per ottenerla; e alcune donne, la contessa Matilde e la contessa Adelaide suocera di lui, si frapposero paciere da sorelle pietose.
Nella storia del Papato vivranno eternamente splendidi due episodî, monumento della grandezza spirituale dei Pontefici; Leone innanzi cui indietreggia Attila terribile conquistatore, e Gregorio avanti cui s’inginocchia Enrico IV in abito di penitente. Però chi consideri questi due avvenimenti celebri nel mondo, ne proverà sentimento diverso; il primo lo indurrà a venerazione di una grandezza morale purissima, il secondo non gli desterà altro senso che di meraviglia di un animo quasi sovrumano. Tuttavolta la vittoria del monaco inerme ha più diritti all’ammirazione del mondo che tutte le vittorie di Alessandro, di Cesare o di Napoleone. Le battaglie che i Papi del medio evo combatterono non furono guadagnate con ferro e con piombo, ma con potenza morale; ed è appunto l’uso o l’efficacia di mezzi così sottili e morali che talvolta rendono il medio evo più grande dell’età nostra. Rincontro a Gregorio Napoleone non è che un barbaro.
Tre giorni stette lo sventurato Re aspettando fuor della porta più riposta della rocca, a piè nudi nella neve, coll’abito di penitente gettato sulle sue vestimenta, supplicando di essere accolto, e amaramente piangendo. Gregorio traeva in lungo, non fidandosi di un Principe [241] incostante; ed era cosa naturale: tuttavolta l’umiliazione che subiva, rendeva il Re oggetto di commiserazione, e la durezza del Papa dovette sembrare crudele financo a Matilde[236]. Finalmente il Pontefice assolse l’avvilito Re (questo avvenne a’ 18 di Gennaio), ma in quell’istesso punto ne fece a brani la dignità regia: comandò che deponesse nelle sue mani la corona, vivesse da uomo privato fino a tanto che un Concilio lo giudicasse, promettesse con giuramento che, ove fosse riposto in trono, sempre avrebbe obbedito al volere del Papa[237]. Gregorio comprendeva che il Papato per mezzo suo celebrava in quell’istante un fasto imperituro nella storia del mondo; tuttavia gli è in cosiffatti momenti di trionfo che un animo ben fatto rammenta la inanità di ogni grandezza, onde lo incoglie un sentimento mesto di pietà e di perdono. Un dì Ottone I aveva versato lagrime vedendo un Papa dappoco, che supplichevole gli tendeva le braccia; ed anche Gregorio pianse di commozione vedendo il Re dei Tedeschi, il capo supremo dell’Occidente, gettarsi lacrimoso ai suoi piedi sul nudo terreno. Però nell’animo di bronzo del frate [242] romano le tenerezze non durarono che un volger di ciglia, e la calma maestosa in cui si ravvolse compiendo il suo giudizio su di Enrico, lo circonda di sublimità tremenda.
«Se io», diceva mentre spezzava l’ostia, «se io son colpevole di quel che mi si accusa, mi uccida in questo istante quest’ostia»; e la consumò fra le grida di giubilo del popolo commosso a fanatismo; e freddo e calmo offerse l’altra metà al Re perchè si assoggettasse a pari giudizio di Dio. Dinanzi questa orribile prova che sostenne senza dignità, Enrico si accasciò in un deplorevole nulla. Buon per lui che non diventò spergiuro come Lotario; e forse tuttavia la vergogna di questo istante risvegliò nel fondo del suo cuore spiriti virili, e moralmente lo ritemprò.
Tutte le cose umane hanno un limite di altezza e di decadenza, donde poi scendono e si rialzano. Quello stesso momento vide Gregorio all’apogeo della sua fortuna, Enrico nella profondità della sua miseria; quegli lentamente andò declinando a proporzioni ordinarie, questi lentamente andò risorgendo. Come uomo che si risveglia da un sogno spaventoso, il Re uscì di quel castello in cui aveva spogliato la dignità dell’Impero e la grandezza de’ suoi padri, ed un silenzio glaciale come di tomba, fu tutto quel che trovò in Lombardia. I prodi Lombardi che erano ancora in armi, si distolsero da lui con isprezzo; i Conti, i Vescovi gli voltarono le spalle o lo accolsero freddamente; le città in cui germogliavano vigorosi gli spiriti republicani, si rifiutarono di dargli albergo, ovvero con lentezze sprezzanti gli sporsero provvigioni fuor delle loro mura. Un sentimento di mal [243] animo serpeggiava per l’Italia settentrionale; Enrico aveva esposto la corona a un obbrobrio incancellabile; essi erano stati pronti a combattere il nemico comune uniti con lui, ed egli aveva traditorescamente fatto la sua pace vergognosa: volevasi dunque porre il piccolo Corrado nel luogo del suo imbelle padre, con quello volevasi muovere a Roma, coronarvelo imperatore, discacciare Gregorio, eleggere un altro Papa[238].
Enrico aveva appena lasciato Canossa, che diventò lo zimbello di un nuovo conflitto. Se egli, come protestò ai Lombardi, abbia cercato l’assoluzione non per altro che per riacquistar libertà e vendicarsi del Papa, non v’ha alcuno che non deva condannarne la falsità e scusare la severità del Pontefice. Soltanto che un profondo conoscitore del cuore umano qual si era Gregorio, doveva predire a sè medesimo che egli avrebbe potuto bensì infliggere la massima onta ad un Principe fervido di passioni, ma non costringerlo a tollerarla per tutta la vita: la intemperanza della vittoria si ritorse naturalmente a danno di Gregorio. Colla sua buona ragione rifiutò al Re ciò che questi gli chiedeva, di torre in Monza la corona d’Italia; Enrico tenne ancora un tratto i Lombardi lontani da sè, indi cercò di riconciliarsi con loro, ed a Piacenza ricevette i suoi partigiani che con maschia dignità avevano respinto l’assoluzione che il Papa loro aveva offerto da Canossa. Guiberto di Ravenna gli si avvicinò, e così anche Cencio. [244] Questo Romano doveva meravigliare d’un Re che s’era gittato nella polvere innanzi a quello stesso Papa, che egli poco tempo prima aveva trascinato per i capelli fuor di una chiesa; e adesso ei veniva a Pavia per ritentare la sua buona fortuna contro Gregorio, ma Enrico, così almeno pare, si faceva scrupolo di accoglierlo. Il Romano sitibondo di vendetta si poneva a sentinella fuor delle porte di Canossa, ed era infaticabile a combinar piani e a ordire congiure, quando di repente moriva a Pavia. I Gregoriani fecero grandi allegrezze che l’inferno s’avesse inghiottito Catilina, ma i banditi dal Papa, coll’arcivescovo Guiberto alla testa, accompagnarono con ostentazione di pompe il loro amico alla sepoltura[239].
Se l’inferno avrà fatto un boccone dell’empio Cencio, il paradiso avrà dischiuso le sue porte al pio Cinzio. Il Prefetto della Città, cui Gregorio durante la sua assenza aveva confidato il governo di Roma, morì sul finire dell’estate di questo stesso anno 1077, trucidato in un agguato che Stefano, fratello di Cencio, gli aveva teso nella Campagna. I Romani del suo partito lamentarono la morte del loro Prefetto e la vendicarono; presero d’assalto la rocca di Stefano, s’impadronirono di lui, piantarono innanzi al san Paolo la sua mozza [245] testa, e i socî che lo avevano ajutato a commettere l’assassinio, punirono di morte o di bando[240]. Così Cinzio divise la sorte di Arialdo e di Erlembaldo, amici suoi. Anche alla tomba di lui accorsero in gran folla i credenti, e il Prefetto, che vivente gli aveva talvolta edificati con prediche, operò adesso in morte miracoli, come a un martire si conveniva. I suoi avanzi mortali, deposti in un sarcofago di marmo nel «paradiso» del san Pietro, furono colà venerati per tempo lungo[241].
Addì 14 Dicembre, lo seguì nella fossa la sventurata madre di Enrico. Ella morì in Laterano, angosciata del figliuolo ch’era caduto in tanto profonde miserie. Il suo cadavere fu sepolto presso al san Pietro, nella cappella di Petronilla; ella ed Ottone II furono i soli Re di nazione tedesca che abbiano avuto tomba in Roma[242].
[246]
Il maschio pensiero di restaurare nuovamente la dignità del regno si afforzò nell’animo di Enrico, dai cui occhi cadde adesso il magico velo. Ei comprese chiaramente qual fosse la missione sua, e la intraprese con coraggio di eroe, laonde vediamo questo Principe nella seconda metà della sua vita lottare da guerriero valoroso contro la podestà del Pontefice romano, sì come dopo di lui la combatterono gli Hohenstaufen, alla cui celebre famiglia fu egli che concesse la duchea di Svevia.
I ribelli tedeschi avevano invitato il Pontefice ad andarne a Forcheim, dove, nel mese di Marzo, volevasi pronunciare giudizio sul Re. Lui pertanto Gregorio ammoniva che si presentasse, e che gli desse salvocondotto a Germania, conformemente al patto conchiuso a Canossa. Ma Enrico, rispondendo in termini ambigui, cercò di impedire quell’andata, e il Pontefice spedì allora legati suoi proprî ad Alemagna. Intenzione di lui doveva essere non già di schiacciare il Re umiliato, bensì di farne un vassallo della santa Sede, di costringerlo a rinunciare al [247] diritto di investitura ed a riverire tutti gli altri comandamenti di Roma. Però la repentina elezione di un Antirè sconvolgeva tutti i suoi piani; chè, ai 13 di Marzo dell’anno 1077, Rodolfo di Svevia era eletto re di Germania alla presenza dei legati pontificî, e promulgavasi essere Enrico destituito. L’esaltazione dell’Antirè, alla quale Gregorio più tardi con giuramento solenne protestò di non aver avuto parte alcuna, addusse un’imprevista mutazione di tutte cose, e restituì un novello impulso di corrente agli avvenimenti che fin qua s’erano arrestati ristagnando. Quell’elezione mandò a monte il trattato di Canossa, e fece che gli avversarî di Enrico in Germania si tramutassero in gente ribellata a quel Re, che il Papa aveva pur dianzi assolto[243]. Prudenza imponeva per certo a Gregorio di tenersi qualche tratto indeciso, affine di trar profitto di quella condizione privilegiata di arbitro fra due Re, nessuno dei quali egli riconosceva per tali: così infatti un cambiamento quasi meraviglioso di potenza, aveva tratto l’Impero tedesco in quelle stesse condizioni nelle quali s’era trovato il Papato a’ tempi di Enrico III. Enrico fu costretto a correre in Alemagna, a combattervi per difendere la sua corona; pose Tebaldo arcivescovo di Milano e Dionisio di Piacenza da suoi vicarî in Italia, e nell’Aprile valicò le Alpi per tornarsene al suo paese. Questa patria che aveva lasciata con sì poca dignità regia, rivide adesso da re, ed è mirabile cosa contemplare quest’uomo scapestrato rialzarsi dell’umiliazione [248] sofferta in Italia, rifatto forte guerriero. La sua persona bella e maestosa, i suoi modi regî, la sua energia e il suo ardimento si rivelano adesso per la prima volta, uscendo dell’oscurità in cui s’erano occultati, e provano che nelle sue vene scorreva il sangue dei più gloriosi Principi dell’Impero tedesco.
Frattanto dalle castella di Matilde, Gregorio udiva le grida di battaglia e di sfida che gettavano i Lombardi, coi quali Enrico s’era del tutto pacificato. Privilegî dati da lui rafforzavano le giovani libertà delle città, e Italia temeva l’ambizione di regno di un grande Pontefice, più che la supremazia d’impero di un Re indebolito. I Lombardi di ogni città e tutta Romagna inalberarono la bandiera di Enrico[244], interchiusero a Gregorio i passi delle Alpi, imprigionarono i suoi legati, e ormai nel Maggio poco mancò che in una dieta di Roncaglia rinnovassero i decreti pronunciati a Piacenza, e deponessero il Papa. Soltanto le soldatesche di Matilde impedirono che colle armi lo assalissero.
Gregorio rimase ancora qualche mese nell’Italia settentrionale, indi conobbe che gli era impossibile di toccare il suolo di Germania. Tornato nel Settembre a Roma, dovette capire d’aver posto il piede in un avvillupato labirinto, e che soltanto adesso sarebbe cominciata quella lotta colla monarchia germanica, che egli aveva sperato in sì breve tempo di condurre a termine. [249] Per verità trovava la Città tranquilla, ma quello che lo angustiava era il progredire de’ Normanni. Enrico faceva a tutt’uomo di ridurlo a mal punto con questi formidabili nemici, ma l’astuto Roberto Guiscardo con grande abilità non si dichiarava per lui, nè per il Papa. Non imprese del Re su di Roma, non spedizioni guerresche del Papa turbavano più i suoi disegni, laonde imprendeva a sottomettere la Campania, dove Amalfi gli dava opportunità di volgere le sue armi contro Gisulfo di Salerno suo cognato, ch’era un despota crudele e amico fervidissimo di Gregorio[245]. Indarno cercò il Papa di impedirne la caduta, chè Roberto strinse alleanza con Riccardo di Capua, fin adesso rivale suo, indi nel Maggio 1077 assediò Salerno, conquistò la città, e costrinse eziandio Gisulfo, ch’era chiuso nella cittadella, ad arrendersi. L’ultimo Principe longobardo, figlio di quel Guaimaro che in antico era stato un sì magnifico signore, ne trasse salve la miserabile vita e la libertà; il Papa con gran dolore lo ospitò in Roma; quivi lo adoperò a’ suoi servigi, e, come vien detto, lo pose da rettore della Campagna romana[246].
[250]
In siffatto modo scomparvero gli Stati longobardi dell’Italia meridionale, dove per trecento anni avevano tenuto testa agli Imperatori d’Oriente e d’Occidente, ai Papi ed ai Saraceni. Meravigliosa fu la tenacia con cui si mantenne la razza del popolo longobardico; quantunque la sua lingua antica si perdesse nell’idioma romano, il suo sangue si conservò tuttavia in alcune famiglie, che con grande orgoglio derivarono la loro origine dai conquistatori discesi con Alboino. Ancor giù nel secolo duodecimo, i documenti dell’Italia meridionale sono pieni di questi nomi longobardi antichi, Machenolfo, Landolfo, Pandolfo, Adenolfo, Gisulfo, ovvero di questi altri, Maraldo, Castelmanno, Romualdo, Audoaldo, Musando, Ademaro, Litto, Arechi, Radelgrimo, Adelberto, Adelfaro, Radelchi, Guiselgardo, Roderico[247]. È bella gloria del popolo longobardo di aver avuto una nobile ed efficace parte a comporre la nazione italiana. La sua razza s’ebbe ostinatamente conservata da dominatrice, [251] e per un cinquecento anni fu la veramente libera d’Italia, protetta dal giure longobardico, che Re savî in mezzo alla barbarie, diedero un tempo all’Italia a vece del codice di Giustiniano: quella legislazione non cessò che dopo la prima metà del secolo duodecimo. Nei libri di questa Storia abbiamo spesse volte notato che in un periodo lungo di tempo furono pur sempre uomini longobardi i quali stettero a capo degli avvenimenti e della cultura d’Italia; e la cosa durò fino alla contessa Matilde, a Gregorio VII ed a Vittore III, illustri ornamenti del popolo longobardico in questa sì tarda età[248].
Roberto volle adesso far suo anche il pontificio Benevento, in quello che Riccardo, conformemente a’ patti, cingeva Napoli di assedio. Gliene dava pretesto l’asilo che Gisulfo aveva trovato a Roma; e la morte di Landolfo VI, ultimo principe che non lasciava discendenza e che avevane tenuto il trono solo perchè era stato vassallo feudale del Papa, lo allettava a conquistare la città. Sulla fine dell’anno 1077 pose campo innanzi a Benevento, e mandò sue milizie di scorridori nella Campagna [252] romana, nella Marca di Ancona, sulle coste di Tuscia, nel territorio de’ Marsi, nella Marca di Spoleto. Però la resistenza gagliarda di Benevento gli fu d’intoppo; lui non iscosse la scomunica di Gregorio, sibbene l’arte politica del Papa rese vacillanti i Principi di Capua[249]. Riccardo morì davanti a Napoli nell’Aprile 1078, riconciliato colla Chiesa; il figliuol suo Giordano capì ciò che il Papa gli fece rappresentare, che alla fine i buoni successi di Roberto lui pure avrebbero precipitato in ruina; quindi fu che egli levò l’assedio di Napoli, giurò in Roma vassallaggio al Papa, si alleò coi Beneventani, pose il guasto al campo di Roberto, chiamò a rivolta i Baroni delle Puglie e delle Calabrie, e costrinse così il Guiscardo a venir col Papa a’ patti. Gregorio, da [253] quell’uomo prudente ch’era, si fe’ vedere condiscendente, chè gli bisognava adesso la protezione de’ Normanni contro ad Enrico, avvegnachè proprio adesso fosse apertamente venuto con lui a una seconda rottura, ed il Re già s’apparecchiasse a muovere contro di Roma. Non è che una favola che egli adescasse il temuto Normanno colla prospettiva della corona imperiale; ad ogni modo gli conferiva abbastanza vantaggi. Andò in persona a Ceperano sul Liri, ed ivi ricevette, addì 29 Giugno 1080, il giuramento feudale di Roberto Guiscardo. Il Duca si staccò di Benevento, che adesso diventò per sempre possedimento pontificio, ma Gregorio non insistette per la restaurazione di Gisulfo, ed anzi lasciò provvisoriamente in mano del conquistatore le città di Salerno e di Amalfi, ed anche alcune parti della Marca di Fermo, tutti possedimenti di san Pietro; poi lo infeudò delle Puglie, delle Calabrie e di Sicilia. In cambio, Roberto si obbligò di pagare un tributo annuo, e di difendere la Chiesa, sì come aveva giurato tempo prima a Nicolò II[250].
Di tal guisa, Gregorio in mezzo alle sue condizioni [254] difficili, s’era fatto di un inimico un amico e un avvocato della Chiesa. L’orgoglio del Normanno cedette alla ragione politica ed ai suoi grandi disegni indiritti alla conquista di Grecia; egli si sottopose alla investitura pontificia che gli fu concessa «per grazia di Dio e di san Pietro»; e da quell’ora, per più di seicent’anni, i Re delle due Sicilie dovettero confessarsi vassalli della santa Sede. Gregorio chiese una simile professione di vassallaggio anche a Guglielmo il Conquistatore, re d’Inghilterra, il quale, nel tempo medesimo in cui le genti di sua istessa stirpe s’impadronivano dell’Italia meridionale, aveva fatto sua la Britannia. Speravano i Papi di guadagnare in Inghilterra la partita, parimenti come in Italia la avevano vinta, perocchè volessero che anche ivi i predatori normanni conquistassero la terra, per riceverla indi da Roma in feudo. Guglielmo aveva assalito Inghilterra col beneplacito pontificio, inalberando il vessillo di san Pietro; di qui la Curia romana faceva derivare i suoi diritti di alta signoria su quel paese, ma il Re si rideva delle pretensioni di Gregorio, e in una lettera laconica le mandava come stracci all’aria[251].
Nel frattempo il Papa era stato costretto a prendere [255] una risoluzione rispetto ad Enrico, che Bernardo cardinale, legato in Germania, aveva novellamente scomunicato nel Novembre 1077. I Sassoni inveleniti avevano assediato d’istanze il Papa affinchè riconoscesse una buona volta Rodolfo per re, e ripudiasse finalmente Enrico. Così dunque ei fece nel Sinodo tenuto a Roma nel Marzo 1080; bandì che Enrico era decaduto dell’Impero di Germania e d’Italia, maledisse le sue armi come avrebbe fatto un incantatore, riconobbe solennemente Rodolfo come re, e invocò gli apostoli Pietro e Paolo affinchè mostrassero al mondo che possedevano la potenza non soltanto di legare e di sciogliere in cielo, ma eziandio di dare e di torre anche in terra, imperi, principati, contee e d’ogni maniera possedimenti. L’intemperanza della passione disfigura omai le fattezze di Gregorio[252].
Sennonchè l’efficacia di questo secondo anatema non fu eguale a quella del primo, chè Enrico adesso, da principe ferrato in guerra, raccolse lo strale della scomunica sul suo scudo, mentre tutta l’Italia settentrionale si sollevava in favor suo. Raccolse i diecinove Vescovi del suo partito, a Magonza, nel dì 13 di Maggio, ed ivi eglino dichiararono per la seconda volta destituito [256] Pontefice[253]. Così da una parte e dall’altra si ripetevano gli stessi fatti d’altra volta; soltanto che Enrico con buona ragione andava adesso più oltre, ed ai 25 di Giugno 1080, faceva che molti Vescovi d’Italia, congregati a Bressanone, eleggessero Guiberto di Ravenna a pontefice. La sua lotta contro di Gregorio assumeva eziandio indole di controversia ecclesiastica; nell’istesso modo che il Papa lo insidiava in Alemagna con un Antirè, parimenti da parte sua traeva in campo a combatterlo un Antipapa. Oltracciò Ravenna era paese tale che grande reverenza poteva trarne un Antipapa. Da dopo del secolo decimo, quei Patriarchi, nemici antichi de’ Papi, avevano conseguito potenza degna di principi; l’Esarcato, provincia ricca e vecchissima dello Stato ecclesiastico, qual era composto all’età dei Carolingi, s’aveva nel corso del tempo svincolato completamente da Roma; era diventato possedimento degli Arcivescovi ravennati, e questi nelle singole città ponevano Conti loro proprî, e presto infeudavano terre a vassalli ereditarî, mentre eglino stessi tenevano in feudo l’antico possedimento dei Papi, non per investitura di questi, sibbene degli Imperatori.
Un avversario così antico di Gregorio, qual era Guiberto di Ravenna, iniziato profondamente in tutti i rapporti allora esistenti fra la Chiesa e lo Stato, doveva necessariamente scendere in lizza da antipapa, ed era più pericoloso di quello che un tempo avesse potuto esser Cadalo. Nascita illustre, dottrina, intelletto politico [257] lo rendevano chiaro; da lungo tempo la sua ambizione aveva inteso alla tiara e pensato di torla a Gregorio; e adesso aveva titolo di papa e doveva conquistarsi dal lontano san Pietro consecrazione e potenza[254]. Di Bressanone andò diffilato in Lombardia; e il Re, che pel venturo anno aveva deliberato di imprendere la sua spedizione su Roma, si volse dapprima contro ai Sassoni. Nell’Ottobre perdette la sanguinosa battaglia combattuta sull’Elster, ma fu in pari tempo liberato dal suo avversario. Rodolfo cadde morto; l’inverno passò, e la primavera dell’anno 1081 vide Enrico calare dalle Alpi con un esercito, per venire a Roma a castigarvi il suo nemico[255].
Qui accade una grande mutazione di sorti nella storia fortunosa di Enrico e di Gregorio. Imperocchè al flusso del destino che finora aveva sollevato al sommo dell’onda l’audace Pontefice, succedano adesso un tragico [258] reflusso, la lunga e grave pressura che Gregorio sofferse in Roma, la sua caduta, la sua morte in esilio. Però il genio meraviglioso di quest’uomo eroico, se non ha più la potenza di prima, rifulge forse di luce più viva nel periodo della decadenza, fino a che la sua stella scompare dall’orizzonte della storia per tuffarsi solitaria e grande nel mare del tempo.
[259]
La città di Roma diventò il teatro della guerra lunghi anni combattuta fra i due acerbi nemici, Imperatore e Papa; in quei frangenti essa quasi sommerse, e piombò in siffatta ruina, che se ne segna un’epoca nuova nella storia del suo decadimento. Questa battaglia memoranda, di cui Roma fu l’oggetto, non isplende per gesta eroiche come le anteriori di egual fatta, chè le forze e gli eserciti messi in moto non erano grandi; tutta volta la importanza della pugna, i casi del Principe che vi dava assedio e la grandezza morale dell’uomo che era assediato, le danno un’insolita attrattiva. Enrico IV, Gregorio VII, Roberto Guiscardo, la grande Contessa sono gli eroi di questa tragedia medioevale.
[260]
Fino dall’estate dell’anno 1080 Guiberto fu a Ravenna dove raccolse milizie, in quello che Gregorio faceva a tutt’uomo per riunire prestamente una crociata contro di lui. Ma i Normanni lo lasciarono in asso. Quantunque Guiscardo rifiutasse di unirsi in lega con Enrico, non pure per questo dava bada agli ammonimenti del Papa, anzi andava armandosi ad una spedizione contro di Grecia, dove voleva condurre un impostore bizantino sotto la maschera del detronato Michele Ducas; ed il Papa per necessità era costretto ad approvare siffatto proposito, sebbene proprio adesso lo privasse dell’ajuto dei Normanni. Giordano di Capua si metteva dalla parte di Enrico, laonde Gregorio non poteva contare che sul solo soccorso di Matilde.
Però, all’avvicinarsi del suo nemico, il Pontefice stette aspettandolo con cuore intrepido degno di un Belisario, e dietro le vecchie mura di Roma volle imitare l’esempio di quell’antico. Caduto l’Antirè si aveva sollecitato Gregorio a conciliarsi con Enrico; gli si diceva che di Germania nulla poteva sperare, e che i vassalli della Contessa reputavano follia la resistenza di lei; tuttavia egli non cedette, esortò i Tedeschi ad eleggersi un novello Re, ma ricordò loro che questo esser doveva vassallo obbediente della Chiesa.
Enrico discese nella primavera dell’anno 1081, dietro a sè lasciando la patria non ancora messa a dovere; ad ogni modo il suo partito era colà abbastanza forte per tener testa alla fazione romana. Tre anni di battaglie combattute con armi di guerriero e di politico, avevano temprato a virtù d’uomo questo Principe fornito di grandi pregî; e adesso ei veniva a lavar l’onta [261] di Canossa, a torsi la corona imperiale, a rendere il Papato nuovamente prono a’ servigi dell’Impero. Facevano mestieri tre altri anni di acre lavoro, perchè egli giungesse ai suoi intenti; soltanto l’ultimo di essi non potè condurre a compimento, avvegnadio il Papato, che il genio di Gregorio aveva affrancato dalla podestà imperiale, non ricadesse mai più sotto il giogo di quella.
Aveva il Re un esercito scarso; sperava di afforzarlo a Ravenna e di guadagnare alla sua causa il Guiscardo, ma gliene fallì la speranza, giacchè l’astuto Duca, sordo eziandio alle instanze di Gregorio, fece vela, dopo la Pasqua dell’anno 1081, per Durazzo. Tuttavolta Enrico cinse la corona d’Italia, ottenne che in un Concilio radunato a Pavia i Lombardi riverissero Guiberto per papa Clemente III, e finalmente mosse su Roma, senza che la Contessa potesse impedirnelo.
Quando ai 22 di Maggio ei pose campo nei prati di Nerone Gregorio potè benedire alla saviezza dei suoi predecessori che avevano munito la città Leonina[256]. Normanni, Toscani, milizie cittadine stavano a guardia dei suoi baluardi; d’altronde il partito regio era in Roma debole, o mancava di condottiero. Dopo di Totila Roma non aveva sofferto più ostinato assedio di quello onde Enrico veniva adesso a cingerla; però le esigue forze di lui non erano degne d’imperatore, e la sua prima impresa cadde vuota di [262] buon risultamento. Nel suo campo raccolse i Romani dell’antica fazione di Cadalo, ed insieme con loro Benzone; a lui vennero alcuni Conti del territorio romano, massime i Tusculani, ed egli compose un senato o curia che rivaleggiasse con quello di Roma; dispensò officî palatini, ed elesse nuovi giudici ed un Prefetto nuovo. Questo faceva col suo bravo scopo, poichè in siffatta maniera metteva saldo fondamento al suo partito; nondimeno la Città restava fedele a Gregorio e respingeva le sue profferte[257]. I Pontificî avevano di che far grosse risate, mirando le processioni con cui Enrico celebrava le feste della Pentecoste nel suo campo, guidandole egli stesso col diadema in capo; tanto egli che il Papa suo figgevano senza speranza i loro sguardi al san Pietro, entro cui stavano rinchiuse le due corone che a vicenda bramavano di porgersi. Quaranta giorni dopo Enrico levò le tende e s’avviò a Toscana. Mancava di forze, laonde aveva per adesso mostrato al suo avversario il lampo della sua spada, nulla più.
Le floride città di Pisa, di Lucca e di Siena non indugiarono a scuotere il giogo della Marchesana, e convalidarono le loro libertà civiche con autorità di diplomi imperiali; sola Firenze respinse gli assalti di Enrico. In Ravenna, dove svernò, il Re ricevette messaggi di Alessio imperatore che, premuto dal Guiscardo, sperava [263] indurlo con grandi donativi di denaro a recargli pronto soccorso[258]. Con lui Enrico conchiuse un trattato di alleanza, e i sussidî bizantini gli furono i benvenuti, poichè Roma pareva più espugnabile coll’oro che non col ferro. Ma neanche nella primavera dell’anno 1082 la sorte sorrise al Re innanzi a Roma. I Pontificî tenevano fermo nella città Leonina; non si cavò profitto di una breccia aperta; un incendio, che uomini traditori avevano appiccato al san Pietro, fu in pochi momenti spento. Enrico dovette ritirarsi nella Campagna, voltò dietro monte Soratte, traghettò ivi con molta difficoltà il Tevere, e addì 17 di Marzo posò a Farfa.
Quest’Abazia, che stava in dipendenza immediata dell’Impero, era bensì decaduta dall’antico stato, ma serviva al Re di eccellente punto d’appoggio nella Sabina. I frati erano sempre in cozzo coi Crescenzî della famiglia di Ottaviano, dal cui figliuolo Crescenzio (natogli del suo matrimonio con Rogata) discendevano Giovanni, Guido, Cencio e Rustico: e i frati vivevano in nimicizia co’ Papi, perocchè questi intendessero a ferire le libertà, che al monastero competevano per forza di documenti. Berardo abate rimase fedele ad Enrico, celebrò l’arrivo del suo Principe supremo con festività e con cuore sincero, e lo soccorse di provvisioni e di denaro[259].
[264]
La mossa con cui Enrico entrò nella Sabina doveva coprirlo da quella parte contro gli attacchi della Marchesana e condurlo più vicino al Lazio, dove i Tusculani gli guardavano la via Latina. Egli occupò Tivoli, poichè ivi l’Antipapa doveva porre sua residenza per bloccare Roma e nel tempo medesimo per fomentare la sollevazione che s’era desta nelle prossime terre normanne. I nemici di Roberto profittavano della sua assenza per isbocconcellarsi i suoi dominî italici; colà i Longobardi si dolevano sotto il pugno dei loro aguzzini normanni, e vivevano in uno stato parimente misero di quello che gli Anglosassoni sofferivano sotto la tirannide di Guglielmo il Conquistatore; speravano in Enrico, ed egli si prendeva l’oro greco, ma ciò non ostante non andava più oltre di Tivoli. L’Imperatore bizantino non vedeva di meglio che d’indurre il Re suo alleato ad un’impresa nelle Puglie la quale gli togliesse di dosso Roberto, però, da canto del Re, questi nulla vedeva di meglio che il Duca stesse lontano, e si trattenesse in Grecia. Ciascuno dei due alleati cercava che l’altro gli servisse di parafulmine, laonde Enrico da parte sua nulla operava. Frattanto la ribellione che scoppiava nelle Puglie, attizzata caldamente da Giordano di Capua, assumeva grandi proporzioni; il Guiscardo erane costretto a ritornare, e pertanto, lasciato all’eroico figliuol suo Boemondo l’incarico [265] della guerra greca, veniva nelle Puglie, e riusciva, sebbene a forza di lunghe fatiche, a padroneggiare la rivolta.
Trascorsa la Pasqua, Enrico andò in Lombardia. Per quanto fu lunga la sua vita, volle il destino che fosse costretto a combattere contro un prete ed un’amazzone. Infatti, nell’Italia superiore era sempre di nuovo Matilde che lo costringeva a sostenere una guerra minuta e difficile negli Apennini e sul Po, dove ella possedeva molte fortezze. Ed ivi pure non si venne a cosa alcuna di decisivo; le città furono devastate, arse le chiese, il fanatismo scoppiò colle furie di una guerra di religione. Un Cronista di quell’età potè paragonare il palazzo della grande Contessa ad un porto entro cui si ricoverava tutto il mondo cattolico; chè in esso correvano a rifugio preti, monaci, esuli di ogni ceto che scampavano alla spada del Re; e il patrimonio di lei, cui mezza Italia pretendeva, era sempre abbastanza grande per torre anche Gregorio VII dalle sue angustie[260].
[266]
Stanca seguire le mosse che di qua e di colà andò facendo Enrico: sulla fine dell’anno 1082 lo troviamo innanzi a Roma per la terza volta, incaponito a volerla prendere, sì come il suo angustiato avversario era ostinato a resistergli.
Ei trovava le cose allo stato di prima, giacchè durante l’estate Clemente III, suo papa ed eziandio suo generale, aveva bensì da Tivoli tribolato Roma con assalimenti e devastato la Campagna, ma senza conseguirne effetto alcuno. Nuovamente il Re s’accampava nei prati di Nerone, e la sua pazienza era ancor posta a prova per sette lunghi mesi[261]. Nulla forse dimostra la influenza che il genio di Gregorio esercitava sugli uomini, più splendidamente che non lo provi la devozione mantenutagli dai Romani in quei tre anni di assedio, sebbene egli pur fosse loro papa e loro principe.
Fastidito di più aspettare, il suo nemico investiva [267] adesso con gran vigore il Vaticano e la fortezza del san Paolo, ma i suoi assalti fallivano. Però nel frattempo le necessità durate da lunga pezza diventavano insopportabili tanto, che Gregorio impediva la defezione di Roma soltanto a furia dell’oro che il Guiscardo gli aveva mandato, in vece di soccorso di uomini d’arme[262]. Alla fine, approfittando che le scolte cadevano di stanchezza, il Re potè prendere la città Leonina; alcuni Milanesi vassalli di Tedaldo, e Sassoni condotti da Wigberto di Turingia, scalarono le mura, uccisero le sentinelle addormentate, e s’impadronirono di una torre[263]. Gettando grida di gioia, le milizie di Enrico calarono dal muro smantellato nella città Leonina, e vien detto che Goffredo di Buglione fosse il primo ad entrarvi (addì 2 di Giugno 1083). Allora si combattè con furore per conquistare il san Pietro; ivi fuggivano i Gregoriani, ivi contro facevano impeto i Tedeschi, e il sacro tempio diventava il teatro di un massacro sanguinosissimo. I Romani premuti tennero ancor fermo trincerandosi nel portico, e al dì vegnente i vincitori diedero l’assalto anche a questo. Irritati e anelando vendetta cercavano di Gregorio, avvegnaddio farlo prigioniero sarebbe stato il gran trionfo di quella giornata, il termine di tutta la [268] guerra; ma il Papa sotto la protezione di Pierleone si era ricoverato nel castel Sant’Angelo[264].
Così, dopo tanto lunghi sforzi, Enrico entrò nel san Pietro, sapendo che vicinissimo a lui il suo formidabile nemico stava serrato nel castello, dalle cui feritoie ei forse guardava il penitente di Canossa, allorchè circondato di cavalieri, di vescovi e di nobili romani, con a fianco l’Antipapa, moveva trionfalmente alla basilica, passando in mezzo a ruine ancor fumanti. I canti del «Te Deum» ricrearono l’anima di Enrico; dolce era quel suono alla sua vendetta, ma non lo contentava che a [269] metà. Il Papa suo (una marionetta che ad ogni istante ei poteva rovesciare con un buffetto) non era stato peranco consecrato, nè s’era egli peranco posto in capo la corona imperiale. Bene avrebbe potuto prendersela in san Pietro, ma prudenza glielo divietava, chè per farlo gli occorreva il voto favorevole della città di Roma, con cui stava negoziando; oltracciò sperava adesso di costringere Gregorio stesso a coronarlo, ed a conchiudere una pace vantaggiosa al regno.
Colla Leonina il Re teneva in mano la chiave della Città, dove la sua vittoria aveva fatto impressione profonda. L’assedio senza fine, la fame che incominciava a far sentire i suoi guai, la collera minacciosa di Enrico, erano altrettanti terrori per il popolo; ogni adito era guardato; niuno osava entrare nè uscire. I patti che Enrico offeriva sembravano accettabili; da quell’astuto che era, pensando alienare gli animi dei Romani dalla fede del Papa, diceva loro di voler ricevere la corona soltanto dalle mani di Gregorio, con lui voler riconciliarsi, dovere eglino ajutarlo a questo buon intento, un Sinodo poter metter buon fine alla lotta che pendeva per aria. Con ferventissime rimostranze i Romani e financo i suoi più fidi partigiani del clero scongiurarono a ginocchi Gregorio, affinchè in quelle condizioni disperate di cose volesse entrare in trattative col Re, e salvare la patria; ma Gregorio si chiudeva muto nella sua calma impassibile. La sua anima pareva di bronzo; non timore umano, non capriccio di fortuna lo piegava; uomo ammirabile, con cuore di eroe sfidava il destino nel sepolcro di Adriano, sì come lo aveva sfidato altra volta nella torre di Cencio. Non voleva riconoscere Enrico [270] per re nè per imperatore; lasciarsi vincere non voleva; insistette pertanto affinchè quegli si sottomettesse ai comandamenti che gli darebbe, giusta il patto conchiuso a Canossa; dichiarò finalmente di voler congregare a Novembre un Sinodo ecumenico.
I Romani nella Città, Enrico nella Leonina, Gregorio nel castel Sant’Angelo formavano in Roma tre campi separati; ivi le armi avevano tregua e si negoziava con gran calore. Venivano anche ambasciatori di Alessio ad esortare Enrico che movesse alla promessa spedizione nelle Puglie; e propizio abbastanza pareva esserne il momento[265]. Giordano di Capua, che non cessava di combattere coraggiosamente e con buona fortuna contro il reduce Guiscardo, sperava adesso di scacciare il suo rivale e d’impadronirsi del trono ducale delle Puglie; laonde, dappoichè la caduta di Roma pareva certa, volle senza indugio prestar reverenza al Re, e chiese con insistenza all’abate di Monte Cassino che con lui si accompagnasse a frapporsi paciero in mezzo al Re ed al Papa. Anche Enrico desiderava che ciò avvenisse, e Desiderio, quantunque non ne avesse punto voglia, dovette cedere a’ suoi ripetuti inviti. Con animo disperante partiva l’abate assieme col Principe di Capua, e dopo lunga titubanza si presentava in Albano al Re scomunicato. Ivi Giordano fece atto di omaggio, pagò una grande moneta di tributo, e ricevette Capua in feudo imperiale; ma l’intrepido abate protestò che ne avrebbe potuto ricevere l’investitura da Enrico, sol quando questi fosse [271] stato coronato imperatore. Il Re però accondiscese alle istanze di Giordano, e quanto a Desiderio, gli confermò benevolmente con una bolla d’oro i possedimenti del suo magnifico monastero. Quantunque fosse riconoscente di tal favore, il cocciuto abate non vedeva l’ora di uscire della tana di quegli eretici; tuttavolta dovette per lunghi dì trattenersi in corrispondenza con loro, e perfino disputare coll’anticristo Guiberto intorno alle ardenti questioni del giorno. Gregorio, che avrebbe dovuto scomunicare l’amico suo, come quello che s’era infetto del contatto di scomunicati, fu costretto a chiuder un occhio su ciò che dai canoni sarebbe stato imposto[266].
I deputati dei Romani, del Papa e di Enrico si riunirono a negoziati nella chiesa di santa Maria in Pallara sul Palatino. Si giurò un patto, giusta cui il Papa nel mese di Novembre avrebbe congregato un Sinodo che decidesse della causa del Re, e questi prometteva con sacramento di non impedire a qualsiasi Vescovo di assistervi[267]. Però fuvvi un convegno secreto, nel quale i Romani s’impegnarono di ajutare Enrico, affinchè entro un tempo determinato venisse coronato, sia che Gregorio fosse fuggito, sia che fosse morto. In quest’ultimo caso [272] lo avrebbe coronato un Papa che sarebbesi eletto nuovamente, ed il popolo romano gli avrebbe giurato fedeltà[268].
Lieto di tenere i Romani nel laccio Enrico si prese loro statichi e andò in Toscana; una parte delle mura leonine aveva fatto atterrare, e lasciava non più di quattrocento cavalleggieri sotto gli ordini di Ulrico di Godesheim, chiusi entro una trincera eretta sul monte Palaciolo, nella città Leonina[269]. In Toscana la Marchesana brandiva pur sempre le armi per la causa di Gregorio. La angustiavano i consigli degli stessi Vescovi de’ suoi dominî, le rimostranze della contessa Adelaide, e le grida di dolore delle sue città devastate; tutto le diceva di cedere, poichè inevitabile era la caduta del Papa. Ella stette dubbiosa un istante, poi respinse ogni accomodamento. La coraggiosa donna non volle aver di che arrossire dinanzi al suo grande amico, che, circondato di nemici e di traditori, mirava dal castel Sant’Angelo con occhio impavido il suo destino. Matilde provò un gran dolore di non poter liberare Gregorio; a fatica potè difendersi dagli attacchi di Enrico, e fu contenta che il Re, dopo di aver corso le sue terre, per [273] punizione mettendole a guasto, tornasse nei paesi romagnuoli: infatti s’avvicinava il tempo per cui era bandito il Sinodo.
Gregorio aveva invitato ad intervenirvi tutti i Vescovi che non erano stati colpiti di scomunica; nella sua lettera circolare aveva dichiarato che voleva smascherare i veri autori della malaugurata controversia e distruggere le mossegli accuse, che sperava di comporre pace coll’Impero. Aveva invocato Dio a testimonio che Rodolfo era stato eletto re contro sua volontà; finalmente la colpa d’ogni male aveva rovesciato su Enrico, perciocchè costui avesse rotto i patti di Canossa[270]. Non poteva il Papa invitare al Concilio altri Vescovi fuor di quelli che erano mondi di anatema; non poteva d’altra parte Enrico acconciarsi alla sentenza che dessero questi tali, necessariamente partigiani di Gregorio, senza dar vinta la sua causa prima ancora che si giudicasse. Comprese quale fosse l’intenzione del Papa, e infranse il trattato; impedì ai Vescovi di andare a Roma, massime ai più zelanti seguaci di Gregorio, come erano Ugo di Lione, Anselmo di Lucca e Reginaldo di Como; fe’ metter sotto custodia anche i legati dell’Antirè tedesco, e imprigionò Ottone cardinale di Ostia, che a quello era spacciato come messaggiero di Gregorio.
Pochissimi vennero al Concilio di Novembre, il [274] quale pertanto non conseguì lo scopo desiderato; e Gregorio ne fu siffattamente irritato che poco mancò non iscomunicasse un’altra volta Enrico; però scagliò l’anatema contro tutti coloro che mettevano inciampo all’andata dei Vescovi.
Verso il Natale dell’anno 1083 Enrico si avvicinò nuovamente a Roma, dove la sua causa sembrava volgere a male. Le febbri avevano fatto strage del presidio lasciato a Palaciolo, e n’era morto anche il prode Ulrico di Godesheim; da canto loro poi i Romani avevano minato la trincera, chè Gregorio se li aveva riguadagnati con oro normanno. S’avvicinava il termine entro cui avevano promesso la corona al Re, e questi possedeva i loro ostaggi: pertanto eglino si videro costretti di manifestare al Papa il patto secreto. Si scusarono con una bugia, asserendo che al Re avevano promesso, non già che Gregorio lo consecrerebbe solennemente, ma che gli porgerebbe soltanto la corona. Però un uomo di serio intelletto avrebbe mai accondisceso alla puerile commedia di cui i Romani facevano la bella trovata? Enrico respinse la loro proposta, giusta cui pretendevano che egli si prendesse la corona con una solennità in cui avrebbe fatto comparsa di servitore devoto del Papa, od altrimenti che se la lasciasse porgere dai merli del castel Sant’Angelo, appesa ad una pertica[271]. Così ogni trattativa si sciolse in aria, fallirono i negoziati pacifici, e il [275] Re potè protestare ai Romani che non egli, il quale era stato inchinevole a pace, ma l’ostinazione del Papa e il tradimento della nobiltà erano cagione che la guerra proseguisse.
Se Enrico avesse potuto spargere maggior copia d’oro, egli s’avrebbe prestamente guadagnato la Città, giacchè tutto stava che traesse nuovamente il popolo dalla sua. Mentre gli agenti di lui erano a Roma in gran moto, dispensandovi oro bizantino, il Re moveva in persona nella Campagna (era la primavera dell’anno 1084) e la devastava, indi imprendeva sul serio una spedizione nelle Puglie. Ma aveva appena oltrepassato la frontiera normanna, che gli capitavano da Roma messaggi, e lo invitavano a torre possedimento della Città, la quale, volte le spalle a Gregorio, desiderava ardentemente di vederlo coronare e di levare Clemente III al pontificato. Questa repentina mutazione delle cose non tanto veniva dai nobili, quanto dal popolo che desiderava por fine alle sue tribolazioni, e già cominciava con maggiore independenza [276] a mostrar la faccia al ceto de’ capitani[272]. Da lungo tempo i Romani s’avevano battuto prodemente per il Papa, ma adesso, che nessuna speranza di pace loro sorrideva, erano stufi di sacrificarsi per gli intendimenti proprî di lui, i quali non facevano il vantaggio di loro. Il maggior dolore di Gregorio fu veder che lo abbandonavano; la sua caduta era adesso irreparabile, ma la forte anima del Papa durò inconcussa in mezzo alle ruine della sua fortuna. Tempo prima già udimmo che il concorde giudizio degli uomini infliggeva a Roma il marchio di città venale; fin dall’antichità tutto il mondo gettava il suo oro nella voragine di questa Città insaziata sempre, nella quale tutto a peso d’oro si comperava. È a meravigliarsene? Roma era povera e mancava di autonomia; tutto l’Occidente del continuo correva alle sue mura, non più ad offrirle tributi, ma a recarle [277] donativi, coi quali la corrompeva per ottenere mille intenti grandi e piccini. Un frate normanno di questa età, il quale non volle aver occhi per vedere le orrendità che poco tempo dopo commise in Roma il Guiscardo, s’arrogò il diritto di colmare di contumelie questi avidi Romani, vittime del Papa e dell’Imperatore: però non per questo li calunniava, sì come non li aveva calunniati Giugurta in antico. «Roma», esclamava Gaufrido, «tu marcisci nella tua dispregevole perfidia: niuno ti teme, e tu presenti il dorso ad ogni frusta che s’alza su di te. Spuntate sono le tue armi, le tue leggi falsate. Sei tutta piena di menzogna, di crapule e di avarizia. Non fede, non modestia hai, nulla che simonia pestifera non sia. In te tutto è venale. Invece d’uno, hai bisogno di due Papi; finchè uno dà, tu cacci l’altro; quando quegli smette di dare, e tu richiami questo. Coll’uno minacci l’altro, e così empi le tasche. Origine un giorno di tutte le virtù, oggi sei baratro di tutti i vituperî. Non hai più nobili costumi, ma con fronte che non sa arrossire corri dietro a spregevoli artificî di guadagno[273].»
[278]
Enrico a grandi giornate tornò a Roma; addì 21 di Marzo dell’anno 1084 entrò, come Totila, da porta san Giovanni, e adesso coll’Antipapa pose residenza nel Laterano; aveva seco la sposa e molti Vescovi e signori tedeschi e italiani. Quanto poco avesse sperato di ottenere un sì prospero risultamento cel dimostra la lettera che dopo la sua coronazione scriveva a Dietrich vescovo di Verdun: «Nel giorno di san Benedetto entrammo in Roma, è vero; ma pur mi pare un sogno: potrei dire che con dieci uomini di noi Dio ha operato ciò che i nostri antenati non avrebbero fatto con diecimila. Disperando di prendere Roma io era in procinto di tornarmene in Alemagna, quando i messaggieri romani ci appellarono nella Città, la quale ci accolse festante[274].»
L’addolorato Gregorio avrebbe voluto morire piuttosto che piegarsi innanzi al Re; ma fino a tanto che sedeva nel castel Sant’Angelo, difeso dagli scudi e dalle lance di un manipolo d’uomini risoluti e fedeli, tutto non era peranco perduto. Ancora una gran parte della nobiltà stava per lui, i luoghi più muniti di Roma duravano tuttavia in suo potere; Rustico, nipote suo, teneva il Celio ed il Palatino, la famiglia dei Corsi era padrona del Campidoglio, i Pierleoni s’accampavano nell’isola [279] Tiberina, tutti i ponti massimamente erano occupati dai Gregoriani[275]. Però adesso Enrico, senza por tempo in mezzo, intese a schiacciare in Roma medesima il suo nemico per via di un atto politico: raccolto un parlamento dei Romani, degli ottimati e dei Vescovi del suo campo, questa assemblea diffidò Gregorio a comparire a sè innanzi, e, poichè non si presentò, lo dichiarò deposto e riconobbe con tutte le forme Guiberto per papa. Nella domenica delle Palme Clemente III fu messo dentro in Laterano, e consecrato da alcuni Vescovi lombardi; indi, nel giorno di Pasqua, che cadde ai 31 di Marzo, dopo una fiacca resistenza del partito di Gregorio, egli coronò Enrico e Berta sua moglie nella chiesa di san Pietro: in pari tempo i Romani conferirono al loro Imperatore anche la podestà di patrizio[276]. Imperatore e Papa diedero indi tosto assestamento all’amministrazione delle cose ecclesiastiche e temporali; fu costituito un ministero lateranense ed un tribunale di giudici, e fu nominato il Prefetto; Clemente III si circondò di un senato di anticardinali, ed elesse a nuovo i sette Vescovi del Laterano. Quasi dappertutto Roma e il suo territorio [280] obbedirono al comando di lui, ed atti giudiziarî furono segnati colla data del suo pontificato[277].
Allora Enrico strinse prestamente di assedio le fortezze di Roma; cadere dovevano, e il castel Sant’Angelo abbandonare la preziosissima preda: forse che anche Ottone III non aveva conquistato il castello? Il nipote di Gregorio si difese disperatamente nel Septizonium, monumento dell’imperatore Settimio Severo, situato all’estremità del Palatino dalla parte di mezzogiorno, che i frati del convento di san Gregorio sul Clivo Scauro avevano tramutato in fortezza saldissima[278]. Enrico lo assediò con tutte le regole di guerra, come se fosse stato una rocca; ed infatti tanto grandioso era tutto quello che i Romani antichi avevano edificato, che perfino le loro opere di arti belle superavano in solidità le castella della gente nuova. Gli ordini di colonne magnifiche sovrapposte le une alle altre caddero in frantumi sotto l’urto delle macchine belliche, ed uno dei più bei monumenti di Roma ne andò mezzo distrutto; finalmente Rustico si arrese[279]. Fu preso d’assalto anche [281] il Campidoglio, dove entro a torri si appiattavano i Corsi, una famiglia partigiana di Gregorio, la quale forse derivava dalla colonia di gente corsa, ch’era stata fondata ai tempi di Leone IV[280]. Ne furono smantellate e bruciate le case, ed Enrico con un senso di orgoglio potè per breve tempo prendere albergo sul Campidoglio venerando di antichità[281].
Ora al castel Sant’Angelo, dove si nascondeva il Papa! I Romani stessi lo assediarono e lo cinsero di muro per isolarlo e per affamarlo; ma frattanto i messaggeri di Gregorio correvano a perdifiato traverso la Campania, per andarsi a gettare a’ piedi di Roberto Guiscardo, ed esortarlo che s’affrettasse a portargli [282] liberazione[282]. Nello stesso castello, dove novant’anni prima un Romano aveva difeso la libertà della Città contro un Imperatore, adesso un Imperatore stringeva d’assedio un Papa, che combatteva per riscattare la Chiesa dalla podestà civile. Può darsi che innanzi all’animo dolente di Gregorio trasvolassero come fantasime le ricordanze della tragica storia di questo sepolcro di Adriano, e che gli sovvenisse dei tempi di Belisario e di Totila, di quelli di Alberico e di Marozia, di Crescenzio e dei Papi che ivi dentro erano stati uccisi: forse cotali lugubri imagini gli passavano per la mente in quello che stavasi rimpiattato nelle oscure stanze arcuate del castello, e dal di fuori risonavano le grida furibonde dei Romani e dei Tedeschi. Che sorte lo aspettava se fosse caduto fra le mani di Enrico? Come un tempo il padre di questo aveva fatto di Gregorio VI, così il vendicatore di Canossa lo avrebbe trascinato dietro a sè di là delle Alpi, e il massimo di tutti i Papi avrebbe finito prigione in qualche torre della Selva Nera, o sulle rive del Reno. Dall’alto dei merli di quel sepolcro Gregorio mirava le rovine della città Leonina e Roma venale; indi affisava lo sguardo per la pianura toscana, e non vedeva indizî che giungessero soldatesche della sua amica; allora si volgeva con petto ansante dalla parte della Campagna latina, e guardava, guardava se apparissero gli squadroni del Duca normanno: finalmente un giorno vide luccicare le loro lancie di là di Palestrina. [283] Come il Guiscardo ebbe udito della pressura del Papa, deliberò di muovere incontanente a liberarlo; chè, caduto Gregorio, Enrico contro di lui avrebbe rivolto le armi, e ne sarebbe conseguita una terribile colleganza di tutti i nemici suoi. Sul principio di Maggio si pose dunque in cammino con seimila cavalli e trentamila fanti, fra’ quali si trovavano genti calabresi avide di saccheggio, e Saraceni di Sicilia ancor più feroci delle prime[283]. Dell’avvicinarsi di lui Desiderio diè annuncio al Papa, ma ne informò altresì l’Imperatore; comportamento ambiguo che lo espose a severa censura, perocchè fosse giudicato che l’abate accortamente facesse da servitore a due padroni nemici fra loro. La fortuna non aveva per Enrico che ironici sorrisi; questo Tantalo del medio evo non conseguì mai completo trionfo. Non poteva scagliarsi contro all’oste che veniva, composta dei più formidabili guerrieri di quel tempo, giacchè egli aveva esercito esiguo; non poteva tenersi fermo in Roma, dappoichè i Romani erano gente mutabile e i Gregoriani tenevano tuttavia in mano alcune fortezze della Città. Poichè dunque era costretto a cederla prima ancora di esservi assediato, fe’ smantellare le torri del Campidoglio e le mura della Leonina; raccolse un parlamento dei Romani, sì come aveva fatto Vitige all’appressarsi di Belisario; dichiarò ad essi che le cose dell’Impero [284] lo richiamavano in Lombardia, esortò quegli uomini costernati a resistere, fe’ loro sperare che sarebbe presto ritornato, e gli abbandonò alla loro sorte. Addì 22 Maggio si mise in via con Clemente III per la strada Flaminia, e andò a Civita Castellana, per muovere indi ancor più verso settentrione[284].
Intanto che Enrico se ne andava i cavalieri del Guiscardo picchiavano omai alla porta lateranense. Il Normanno era venuto a passo forzato dalla via che un tempo aveva preso Belisario, passando per la valle del Sacco; ed ai 24 di Maggio giungeva innanzi Roma, tre dì dopo che l’Imperatore ne era partito. Ei pose primamente il suo campo presso all’Aqua Martia, dove prudentemente sostò tre giorni, avvegnaddio non fosse certo se Enrico, ritirandosi, avesse fatto che una finta, [285] per piombargli d’un tratto alle spalle[285]. I Romani tenevano la città barricata, e la loro virile resistenza opposta contro Roberto Guiscardo empie splendidamente un breve capitolo della loro storia medioevale. Forse la loro incostanza attenua la pietà onde potrebbero avere diritto; però le loro angustievoli necessità erano pur degne di vero compianto; l’Imperatore, cui avevano reso la Città, gli aveva lasciati in balìa del loro destino, e Roma sventurata, dopo i tormenti di un assedio di tre anni, si vedeva esposta all’avidità depredatrice di genti normanne e saracene chiamate dal Papa. Roberto trattò coi traditori e coi Gregoriani che erano nella Città, ed a capo de’ quali stava il console Cencio Frangipane. Sull’alba del 28 Maggio i suoi cavalieri salirono da porta san Lorenzo; entrati corsero a porta Flaminia, la abbatterono, e per di là penetrò in Roma l’esercito che stava in sull’avviso. Allorchè i Romani udirono risonare dentro delle mura il terribile grido di battaglia: Guiscardo! Guiscardo! si gettarono con grande impeto contro i Normanni; ma il Duca, venendo dal Campo di Marte in preda alle fiamme, passò di gran corsa il ponte del Tevere, liberò il Papa fuor del castel Sant’Angelo, e fra le acclamazioni de’ suoi soldati lo condusse in Laterano[286].
[286]
La liberazione del Papa e la presa di Roma, gloria della quale sol pochi eroi si adornarono, risplendono chiari nella storia del celebre Principe guerriero, cui più di Cesare e di Pompeo fu fida la fortuna. In Albania aveva distrutto gli eserciti dell’Imperatore d’Oriente, ed aveva pur testè fugato l’Imperatore d’Occidente e riposto sul trono della Cristianità il massimo di tutti i Pontefici. Meraviglioso spettacolo, di quei tali onde pochissimi la storia mostra di eguali, è vedere Gregorio VII accanto al Guiscardo salvatore suo. Allorchè il Papa riconoscente strinse fra le sue braccia l’eroe di Palermo e di Durazzo può darsi che egli scorgesse farglisi innanzi lo spirito pacificato di Leone IX: e il Guiscardo da parte sua poteva riflettere con mente attonita alla instabilità delle sorti umane, ricordando il campo di battaglia di Civita dove s’era genuflesso innanzi a un Papa che aveva fatto prigioniero, mentre adesso s’inginocchiava innanzi ad un altro Papa che aveva salvo dalle mani dei suoi acerbi nemici.
Ma Roma infelice, abbandonata al saccheggio degli [287] uomini d’arme normanni, fu teatro di orrori che non si possono descrivere, e tali da superare tutte le efferatezze de’ Vandali. Al terzo giorno i Romani si sollevarono, e con rabbia furibonda si scagliarono sui barbari vincitori; il partito imperiale si tornò a raccozzare e tentò liberarsi con un assalto impetuoso, sennonchè il giovane Ruggero corse dal campo con mille cavalieri e venne in soccorso del padre che era ridotto a male strette. La Città combattè con gran furia, ma non a lungo, e soccombette; il tentativo disperato dei Romani fu soffocato nel sangue e domato col fuoco, chè Roberto per salvarsi fe’ incendiare una parte della Città. Chetate le fiamme e la strage, Roma apparve agli occhi di Gregorio cumulo di macerie fumanti; dalle chiese bruciate, dalle rovine che s’ammonticchiavano per le vie, dai cadaveri de’ Romani, mille voci si alzavano ad accusarlo; e Gregorio avrà dovuto torcer la faccia per non vedere i Musulmani trarre al campo i Romani, cacciandoseli dinanzi a stormi, legati con funi. Donne vituperate, uomini che si ornavano del nome di senatori, fanciulli, giovani, erano publicamente venduti in ischiavitù come si fa del bestiame; altri, fra’ quali il Prefetto imperiale, conducevansi nelle Calabrie prigionieri di Stato[287].
Tuttavolta, Goti e Vandali erano stati più avventurati dei Normanni del Guiscardo, poichè quelli avevano [288] trovato Roma ancor piena di tesori immensi, laddove il bottino che facevano i Maomettani venuti agli stipendî del Duca non pareggiava più pur quel tanto che, dugento trent’anni prima, i loro antenati avevano raccolto nel san Pietro e nel san Paolo. Roma era caduta adesso in gravissima povertà, e perfino le chiese erano vuote di ornamenti. Statue mutilate e senza pregio erano abbandonate per le vie ingombre di rottami, o giacevano atterrate nella polvere in mezzo a ruderi giganteschi di terme e di templi, entro cui appena era se il nemico poneva il piede, avvegnachè ne lo respingesse un senso di orrore, o la temenza d’esservi ucciso a tradimento. Tratto tratto, entro a chiese, le quali andavano anch’esse ruinando, si rinvenivano bruttissimi simulacri di Santi, e il Saraceno ne strappava sghignazzando l’oro dei doni votivi, che forse v’erano ancora appesi.
I conquistatori sbramarono per alcuni giorni la loro libidine bestiale di ruba e di sangue, finchè i Romani, con una corda ed una spada nuda al collo, si gettarono a’ piedi del Duca: e il corrucciato vincitore sentì pietà di essi, ma non potè più in alcun modo riparare alle loro perdite[288]. La devastazione di Roma deturpa [289] di più oscura macchia la storia di Gregorio, che quella del Guiscardo; era Nemesi che aveva costretto questo Papa, se anche abbrividendo o di malincuore, a fissare lo sguardo sulla fiamma onde Roma ardeva. Forse che Gregorio VII in mezzo all’incendio di Roma (ed era per cagion sua che bruciava) non pare uomo fatale e terribile, pari a Napoleone che tranquillo cavalca lungo i campi di battaglia bagnati di sangue? Che contrasto fra lui e la bella immagine di Leon magno che salva dal ferro di Attila la santa Città, e ne addolcisce le sorti contro alla collera di Genserico! Non uno dei suoi contemporanei nota che Gregorio abbia tentato di salvare Roma dal saccheggio, o che abbia sparso una lacrima pietosa sulla caduta della Città[289]. Tuttavolta può darsi che chi lo avvicinava abbia raccolto i sospiri che egli versasse in quei terribili giorni; ma d’altronde per quest’uomo del destino, che cos’era la distruzione di mezza Roma in paragone all’idea per cui aveva sacrificato la pace del mondo?
[290]
Lacrime versò, alcuni anni dopo, un Vescovo straniero, Ildeberto di Tours. Ecco il commovente carme di lai, che egli dedicò alle ruine di Roma deserta:
«Par tibi, Roma, nihil, cum sis prope tota ruina,
Quam magna fueris integra, fracta doces.
Longa tuos fastus aetas destruxit, et arces
Caesaris, et superum templa palude jacent.
Ille labor, labor ille ruit, quo dirus Araxes
Et stantem tremuit, et diruisse dolet.
Quem gladii Regum, quem provida jura Senatus,
Quem superi rerum constituere caput,
Quem magis optavit cum scelere solus habere
Caesar, quam socius, et pius esse socer.
Qui crescens studiis tribus, hostes, crimen, amicos
Vi domuit, secuit legibus, emit ope.
In quem dum fieret vigilavit cura priorum,
Juvit opus pietas, hospitis unda locum.
Expendere duces thesauros, fata favorem,
Artifices studium, totus et orbis opes.
Proh dolor! urbs cecidit, cujus dum specto ruinas,
Penso statum, solitus dicere: Roma fuit.
Non tamen armorum series, non flamma, nec ensis
Ad plenum potuit hoc abolere decus.
Tantum restat adhuc, tantum ruit, ut neque pars stans
Aequari possit, diruta nec refici.
Confer opes, ebur et marmor, superumque
Artificum vigilent in nova facta manus.
Non tamen aut fieri par stanti fabrica muro,
Aut restaurari sola ruina potest.
Cura hominum potuit tantam componere Romam,
Quantam non potuit solvere cura deum.
[291]
Hic superum formas superi mirantur et ipsi,
Et cupiunt fictis vultibus esse pares:
Non potuit natura deos hoc ore creare
Quo miranda deum signa creavit homo.
Vultus adest his numinibus, potiusque coluntur
Artificum studio, quam deitate sua.
Urbs felix, si vel dominis urbs illa careret,
Vel dominis esset turpe carere fide»[290].
Ildeberto di Tours fu a Roma sull’incominciamento del secolo duodecimo, vide la devastazione della Città, le sue ruine antiche e nuove, e trovò ancor fresche le tracce dell’inimico. Il buon cantore si sgomentò delle idee pagane che Roma gli faceva rampollar per la mente, laonde le cancellò con una seconda elegia, nella quale mette in bocca alla mesta Roma parole di conforto. «Quand’io», così fa dire alla sventurata Sibilla, «quand’io mi allegrava degl’idoli, mio orgoglio erano i miei eserciti, il mio popolo, la magnificenza dei miei marmi. Crollarono gli idoli, crollarono i palazzi, popolo e cavalieri caddero in servitù, ed appena è che Roma ancor si ricordi di Roma; però adesso io ho cambiato l’aquila colla croce, Cesare con Pietro, la terra col cielo»[291].
[292]
Tutte belle idee, ma non potevano confortare i Romani della rovina della loro Città, traverso cui si trascinavano tapini, accattoni. Roma s’era stremata di parecchie migliaia di abitatori, causa la guerra, le fughe, le morti e le schiavitù. Da secoli essa non aveva sofferto un guasto così orrido come a’ tempi di Gregorio VII. I ruderi onde s’era sparsa per vent’anni di guerre combattute fra le fazioni, per assalti sofferti di dentro e di fuori, per incendî, crescevano adesso in questa devastazione nemica, la prima che veramente subisse da dopo che Totila aveva atterrato le sue mura. Possiamo noverare una serie di monumenti che allora caddero distrutti.
Gli assalti dati da Enrico al san Paolo fecero probabilmente in pezzi il portico antico che adduceva dalla porta alla basilica; quanto al portico vaticano, esso ruinò allorchè fu preso il borgo. Il fuoco aveva devastato la città Leonina, e il san Pietro stesso ebbe a risentirne danno. Nella Città andarono in guasto il Palatino e il Campidoglio; altri monumenti muniti dovettero aver diviso la sorte del Septizonium, che allora era parte bellissima dei palazzi imperiali[292]. Tuttavolta il danno recato da Cadalo e da Enrico fu di poco rilievo, se si paragoni con quello dell’incendio appiccato dai Normanni[293]. Infatti il Guiscardo gettò due [293] volte il fuoco nella Città, primamente quando entrò da porta Flaminia, indi quando i Romani lo assalirono. L’incendio devastò il Campo di Marte forse fino al ponte di Adriano; perirono gli avanzi dei portici di questo quartiere e molti altri monumenti; soltanto il mausoleo di Augusto andò illeso, grazie alla sua struttura, e la colonna di Marco Aurelio fu salva per via del luogo isolato in cui era collocata, sopra una piazza d’ogni lato aperta[294]. Le fiamme distrussero tutto il quartiere ancora inabitato, che si stendeva dal Laterano al Colosseo, e la stessa porta Lateranense d’ora in poi ebbe nome di porta «bruciata.» La chiesa antica dei «Quattro Coronati» cadde in cenere; il Laterano e molte chiese forse ne soffersero gravemente; difficilmente ne saranno rimasti immuni il Colosseo, gli archi trionfali, gli avanzi del Circo Massimo[295]. [294] Quanti sono Cronisti, che con narrazione fugace e con noncurante apatia descrivono questa orribile catastrofe, tutti ad una voce affermano che una gran parte della Città ne andò distrutta; ed uno Storico del secolo decimoquinto a ragione pronunciò giudizio che, massimamente fra tutto, l’ira normanna ebbe gettato Roma nello stato deplorevole in cui al tempo suo era ridotta[296]. Il Celio (la regione del Colosseo), altra volta fittamente popolato, continuò bensì ad essere abitato, ma ognor meno, finchè diventò deserto; egual sorte subì l’Aventino, che ancora al tempo di Ottone III era abbellito di tanta splendidezza. Chi oggidì, visitando Roma, trascorre per questi due colli sepolti nei loro silenzî profondi, e non vi vede sparse che chiese antichissime e ruine romane dall’aspetto malinconico, può ben dire a sè stesso che il deserto deriva dai guasti normanni. Poco a poco quei luoghi di Roma furono abbandonati, e il popolo gradatamente andò addensandosi nel Campo di Marte, là dove sorse Roma nuova.
La ruina della Città cresceva del resto a questa età [295] rapidamente, anche per cause interiori. Se più in antico vi aveva contribuito massimamente l’edificazione di chiese, or vi recava gravissima ragione il costume che s’era preso di tramutare monumenti antichi in rocche e in torri. Per giunta, anche città forestiere mandavano a Roma, come ad una miniera, per raccoglierne marmi e colonne. Il bel duomo di Pisa edificato nel secolo undecimo, e la celebre cattedrale di Lucca consecrata da Alessandro II, furono senza dubbio adorni di colonne che s’avevano avuto da Roma in dono o a vendita. Quando Desiderio costruì la sua basilica, comperò in Roma colonne e marmi che fece trasportare per mare dalla via di Porto, e ben può darsi che fra il bottino da Roberto tratto con sè a Salerno, si trovassero, se non statue pagane, certamente ornati preziosi e colonne che il Duca adoperava nell’edificazione del duomo di san Matteo in quella città[297]. Tuttavia anch’egli, sì come Genserico aveva fatto, avrebbe potuto condur seco dei veri capolavori d’arte, chè alcune considerazioni di Ildeberto nella sua prima elegia fanno conchiudere qualmente in [296] Roma restassero statue di marmo o di bronzo, anche dopo del guasto datole dai Normanni.
Gli orrori commessi dai suoi liberatori condannarono Gregorio VII a perpetuo esilio, e questa, se guardar si voglia ai destini umani da un punto di vista elevato, ne fu sorte meritata: la sua vita politica finì fra i ruderi di Roma. Quantunque i Romani gli avessero promesso soggezione, ei si doveva però imaginare che sarebbe caduto vittima della loro ira, tosto che i Normanni fossero partiti[298]. Roberto prese ostaggi, pose un presidio nel castel Sant’Angelo, e nel mese di Giugno partì col Papa per la Campagna, dove assalì inutilmente Tivoli, ma distrusse altre castella[299]. Con gran dolore Gregorio avrà gettato da qualche altura per l’ultima volta lo sguardo su Roma, e avrà preso commiato dal teatro [297] delle sue lotte, dalla Città che abbandonava in ruine. Egli poteva ben dire a sè stesso che, da eroe, non aveva soccombuto, ma altresì che vinto non aveva; e tristissimi pensieri dovevano essere i suoi allorchè correva colla mente ad Enrico, che dal Po faceva ritorno trionfalmente in patria, dopo di aver conquistato la Città, preso la corona imperiale, elevato al soglio il suo Antipapa, costretto Gregorio a caricarsi della maledizione di Roma, ed a fuggire in esilio. Mentre l’uno dei due avversarî moveva a settentrione, l’altro era costretto a volgere verso il mezzogiorno, condannato alla riconoscenza verso un vassallo, che seco lo conduceva in terra straniera, seguito da turbe di Romani prigionieri e di carri carichi di bottino. La partenza di questo gran Papa da Roma devastata, la comitiva che gli fanno le torme di Normanni e Saraceni, contro i cui correligionari altra volta egli aveva predicato la croce, la sua triste andata a Monte Cassino ed a Salerno, il pane dell’esilio che ivi gli porge l’amico suo Desiderio, tutto questo pone un tragico termine al dramma della sua vita: e qui, come nella fine di Napoleone, che muore solitario a sant’Elena, la giustizia eterna celebra uno de’ suoi magnifici trionfi.
Mentre a Salerno volgeva in mente il progetto di tornare a Roma alla testa di un esercito, Gregorio vi passò di vita, addì 25 Maggio dell’anno 1085, senza che neppur morte curvasse la sua tempra indomita. Nell’agonia sclamava: «Amai la giustizia e odiai la colpa, perciò muoio in esilio»[300]: parole rivelatrici di [298] questa mestissima verità, che gli uomini veramente grandi non trovano che martirio e solitudine; e in bocca di Gregorio mettevano in rilievo le più riposte fibre dell’indole sua grande e fiera. Ma quella forza di potentissimi spiriti, quell’animo vasto che quasi non ha pari, non tiene suo luogo nella bella schiera dei savî e dei riformatori, cui tutti i popoli senza distinzione onorano come benefattori del mondo. La ricordanza di lui sveglia ammirazione, ma non accende il fuoco dell’entusiasmo, quale è quello che desta un ideale creatore, nè conforta, colla dolce simpatia che s’accompagna agli uomini i quali composero a pace il mondo. A lui compete un posto fra i potenti della terra che hanno commosso il mondo con opera violenta ma salutare; solo l’elemento religioso lo sublima ad una sfera assai più elevata di quella che è propria dei monarchi secolari. Accosto a lui Napoleone cade in una grande povertà d’idee.
Anche Gregorio VII fu l’erede di antichi intendimenti del Papato. Però tutto suo è l’incomparabile genio di dominatore e di statista, e nessun uomo di Roma antica o del tempo moderno ebbe le sue audacie rivoluzionarie[301]. Questo mirabile frate non tremò al pensiero di scardinare l’ordinamento che fino alla sua età aveva retto Europa, e di elevare su quei ruderi il trono del Papa. Però la sua vera grandezza fu prima [299] che giungesse al pontificato; da papa travalicò, perocchè nel fugace momento della sua potenza abbia voluto raccogliere insieme l’opera cui sarebbero occorsi dei secoli. Chi vuol giungere l’impossibile, non può parere che un visionario, e tale fu il suo tentativo di signoreggiare il mondo politico.
Stupenda è la potenza di genio con cui Gregorio VII conquistò la libertà della Chiesa, e fondò la dominazione della gerarchia. Il regno de’ preti, che non brandivano altre armi fuor di una croce e di un vangelo, di una benedizione e di un anatema, merita più ammirazione che tutti i regni insieme uniti de’ conquistatori romani od asiatici. Questo impero spirituale potrà condannarsi, potrà odiarsi, ma, finchè duri la terra, sarà sempre un fenomeno di potenza morale che non ha riscontro d’esempî. Gregorio VII fu eroe soltanto in siffatto regno sacerdotale. La sua mente per verità non concepì il genere umano che sotto la forma della Chiesa, e la Chiesa solamente in forma di monarchia pontificia. Strana e spaventosa, e tale che desterà le meraviglie anche delle generazioni venture, fu l’idea di porre avanti gli occhi del mondo peccaminoso un uomo mortale che fosse infallibile e simile a Dio, di mettergli in mano le chiavi del cielo e dell’inferno, di assoggettare il mondo al dominio assoluto di questo sol uomo, apostolo di umiltà, ma in pari tempo vicario di Dio[302]. Quell’idea fu il sogno mistico di un’età [300] di schiavitù, d’ignoranza, e di necessità violente, in cui il genere umano, non peranco tratto dalla scienza in discordia con sè stesso e col mondo, ma puerilmente credulo, voleva, a conforto suo, vedere e toccare l’eterno principio del bene incarnato in una persona. Forse il più sorprendente fatto che la storia conosca è questo, che ad un uomo fu conferita la podestà di legare e di sciogliere nell’ordine morale; ma la cosa si spiega quando si sappia che per tempo lungo la Chiesa fu passione suprema, podestà santissima, idea universale della gente umana. Solo dalla sua cornucopia scaturiva tutto ciò che di profondo v’aveva nelle cose di fede e di scienza; da essa avevano origine l’armonia, la bellezza, tutte le felicità dell’anima nelle cose celesti e terrene. Fu per la prima volta, dopo le lotte che ebbero principio con Gregorio VII, che anche le classi secolaresche, fino allora rozze, materiali, abbrutite, incominciarono a fiorire nella coltura dello spirito.
Nessuna meraviglia dunque che la forza e la grandezza della Chiesa militante assumessero siffatta natura audace in Gregorio. Ma la storia non ha confermato l’idea che ei s’era foggiata contrariamente alla dottrina cristiana, perciocchè essa andasse a ritroso del concetto più grande cui il genere umano s’inspira. Gli insegnamenti degli Apostoli durano; per lo contrario il tempo, da un pezzo, ha roso i principî [301] gerarchici di Gregorio, od altrimenti la coltura fatta universale li mette in derisione come sogni antiquati di gente retrograda e fanatica. A Gregorio può farsi rimprovero che egli ebbe diviso la Chiesa in due campi; la Chiesa profana, dei laici privati del loro diritto di elettori, e la Chiesa sacra, casta dei preti elettori di sè stessi: e invero il grande concetto della republica cristiana fu falsato dai principî di Gregorio, avvegnaddio la gerarchia usurpasse il luogo della Chiesa[303]. Gli avanzi della forma antichissima che avevano avuto le comunità cristiane andarono distrutti per opera di Gregorio VII; nell’istituto gerarchico della Chiesa egli introdusse uno spirito di burocrazia, nel Papato infuse uno spirito cesareo. Quantunque questo sistema in sè perfetto riunisse nella sua costituzione tutte le forme politiche, democrazia, aristocrazia, monarchia, nondimeno il suo meccanismo posto in moto dalla volontà di un uomo solo, e l’accentramento di tutte le forze dogmatiche in una casta, educarono i mali tutti dell’arbitrio religioso e della tirannide: quindi è facile comprendere che l’opera di Gregorio VII doveva trarre dietro a sè la riforma tedesca. Poichè Ildebrando per primo separò veramente la Chiesa dal popolo, fu egli che distrusse il concetto evangelico; più tardi dal suo principio derivò, come conseguenza necessaria, anche la sua separazione dalla civiltà, e contro di questa la Chiesa, che è soltanto gerarchia, [302] oggidì combatte con repugnanza ostile, sempre intesa al difettoso passato del medio evo, sempre incapace di accogliere entro di sè lo spirito di libertà, che è spirito di giovinezza novella.
Il meglio che Gregorio abbia fatto (ed egli non lo presagì) fu di aver rotto nel mondo il sonno delle menti, mercè una lotta che per la prima volta ricercò tutte le intime fibre della vita morale. Da quest’unico uomo sparse in ogni cerchia della Chiesa e dello Stato un impulso immenso. La lotta gigantesca di queste due forme che rappresentano l’universo sociale, la miscela barbaramente feudale in cui dapprima si confusero, la loro separazione progressiva, il loro antagonismo durevole, composero la grandiosa vita morale del medio evo. E oggidì ancora si fatica a volere ordinare la Chiesa e lo Stato completamente liberi l’uno dall’altro, a guarire la Chiesa dall’ultima sua rigidezza gerarchica, a guidarla ai principî universali della libertà e dell’amore, a renderla socievole, a comporre una volta finalmente il regno universale della cultura e della pace. Nell’età della barbarie, quando valeva il diritto del più forte, gli uomini non furono capaci di comprendere il concetto sublime del Cristianesimo. Forse che la Chiesa di Gregorio VII e del medio evo attuò gli insegnamenti del Cristianesimo? forse che le chiare idee di questo, espressione della natura eterna dell’uomo e della società, sono attuate oggidì? Finì lo Stato feudale franco, sparve la potenza della Chiesa gregoriana, ma dopo la loro caduta non ha che incominciato ad albeggiare l’aurora di una stagione novella nella vita degli uomini. I nostri occhi vedono i ruderi ancor giganteschi del medio evo, un dopo [303] l’altro smuoversi e cadere nel gran fiume dell’armonia sociale, che dopo innumerevoli impedimenti scorre attraverso questo duro e pigro mondo, e ci avvia verso una felicità, il cui solo presagio fa beate le anime generose[304].
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Caduto Gregorio, Roma somiglia ad un palco scenico vuoto, che soltanto a rilento va nuovamente popolandosi di personaggi minori. Le opere ed eziandio la caduta di un uomo grande esercitano influenza anche dopo che egli è scomparso dal mondo, e lasciano segno nel mare del tempo in mille cerchi di onde che vanno facendosi sempre più chete, e finalmente si perdono nella vastità. Attorno al feretro di Gregorio stavano ritti gli uomini della gerarchia, che avevano incanutito nelle lotte per essa combattute; così forse in antico i generali di Alessandro magno avevano fatto cerchio al suo cadavere. Chi doveva raccogliere l’eredità dell’impero religioso? le piccole passioni della gelosia e dell’ambizione dovevano [306] adesso mandarlo in ruina? Questo sarebbe accaduto di uno Stato secolare, ma nel regno de’ preti, i quali non avevano dinastie famigliari da fondare, era ad ogni tempo erede l’eguale spirito gerarchico, che si conservava principio indestruttibile.
Gregorio, morendo, aveva designato quattro candidati all’elezione pontificia, ed erano Desiderio di Monte Cassino, cardinale di santa Cecilia in Transtevere, Anselmo di Lucca, Ottone di Ostia, Ugo di Lione. I voti dei Cardinali si raccolsero su Desiderio. La ricchezza dell’abate, la reverenza in cui lo tenevano i Principi di quell’età, le sue attenenze coi Normanni, financo i suoi rapporti coll’imperatore Enrico, rendevano desideratissima la elezione di lui. Giusto adesso la morte di Roberto Guiscardo privava il papato di un appoggio potente; quell’uomo straordinario, sorto come Gregorio dalla polve, come lui ornamento e splendore eroico della storia d’Italia, moriva a Cefalonia poco tempo dopo del Papa, addì 17 di Luglio[305]. Credevasi dunque non esservi adesso altri che Desiderio, il quale potesse scongiurare le calamità minaccianti nel caso in cui gli eredi del Duca fossero venuti a dissidio e avessero mancato di fede. Ma l’ambizione dell’abate avrebbe dovuto essere immane, se in questo tempo gli fosse parsa [307] gradevole la tiara. La pace onde godeva a Monte Cassino lo ammoniva che v’avrebbe potuto finire i suoi giorni tranquillo e felice, rallegrato dalle dolcezze delle muse, sfogliando manoscritti adorni di miniature porporine, o disputando lietamente con uomini dotti; capiva che sarebbe stata follia voler mutare il bello e ricco monastero con Roma selvaggia, gettarsi in lotte senza fine col mondo, mettersi in balìa delle cabale di Cardinali tutti invidia e ambizione, stuzzicare, in una parola, il destino a farlo segno de’ suoi colpi mortali. I due anni che succedettero tosto dopo la morte di Gregorio offrono lo spettacolo di una vera contesa che si combattè per ragione della corona papale, non per farne conquista, ma per iscansarla. Si può dire che questo fatto mirabile sia il migliore elogio funebre della grandezza di Gregorio; pareva che il morto Papa stendesse la mano fuor della sua sepoltura, e vi tenesse inchiovata la tiara. Desiderio, uomo di sangue principesco (scendeva della casa longobarda di Benevento), ripetutamente sospinto verso il trono pontificio da Cardinali e da Principi, ne indietreggiava, ne tremava, come se in quello avesse veduto qualche cosa di orribile. Bello era il sentimento umano della sua repugnanza, se anche fosse indizio di debolezza; però la natura dell’uomo è sempre e dappertutto eguale a sè stessa, e anche qui non manca un prelato, il quale pieno di invidiosa avidità, dietro alla spalla di Desiderio, fa l’occhiolino alla corona dei Papi.
L’anno 1085 trascorse senza che potessero mettersi d’accordo: l’abate dichiarò il suo rifiuto a Giordano principe di Capua, alla contessa Matilde, ai Cardinali, e protestò volere influire affinchè un Concilio si raccogliesse [308] in Roma a nominare un pontefice degno del grande officio. Tuttavolta ei venne a Roma col principe Gisulfo soltanto alla Pasqua dell’anno dopo. La deserta Città era pur sempre divisa in due campi armati, gli Imperiali uniti fra loro, i Gregoriani angustiati e in aspettative, condotti dal console Cencio Frangipane, capo della Republica[306]. Sperava Desiderio che s’avessero tutti acchetati al suo rifiuto; per lo contrario i Cardinali e gli ottimati, congregatisi in santa Lucia presso il Septizonio, gli si gettarono a’ piedi, pregandolo di esser papa. Egli si consultò con Cencio, propose il Vescovo di Ostia, offerse, fino a tanto che la Chiesa riavesse pace, di mantenere del proprio il Papa, chiunque ei fosse. Ma il popolo proruppe in grida furiose acclamando al suo nome, i Cardinali irritati proclamarono lui pontefice (ai 24 maggio), e disperato vide gettarglisi sulle spalle la porpora, con nome di Vittore III; soltanto non fu possibile d’indurlo a indossare il bianco vestimento, detto alba[307].
Non pertanto l’elezione di Vittore III non avvenne senza contrasto; un tumulto che s’appiccava nella Città gli era lezione di ciò che a lui, papa, si aspettava. Il partito di Enrico, che possedeva pur sempre fortezze parecchie in Roma, aveva da qualche tempo trovato il suo capitano nel Prefetto imperiale. Costui era stato condotto prigione da Roberto Guiscardo, ma [309] ne lo aveva liberato Ruggero, succeduto nella duchea, poichè era venuto in gran collera contro al collegio de’ Cardinali che aveva rifiutato di confermare l’Arcivescovo di Salerno. Tostochè il suo proprio vantaggio glielo suggerì, il vassallo della santa Sede cessò di darle assistenza; il Prefetto di Enrico venne, raccolse armi in Campidoglio, ed impedì che Vittore fosse consecrato in Vaticano. Il neo-eletto Papa, quattro soli giorni dopo, scivolò di mano ai nemici e agli amici con una partenza che seppe di fuga; e poichè i Conti della Campagna parteggiavano per l’Imperatore, dovette tor la via di mare da Ardea, arrivò a Terracina, vi spogliò le insegne del papato, e corse di botto a chiudersi nel suo diletto convento[308].
Qui rimase un intiero anno, sordo alle instanze dei Vescovi e de’ Principi e alla voce di san Pietro che lo ammoniva di prendere il governo della sua nave senza nocchiero, sbattuta dalle procelle dei tempi. Cardinali, nobili romani col loro capo Cencio, e Vescovi dell’Italia meridionale, vennero a Capua nella quaresima dell’anno 1087 per provvedere all’elezione pontificia, e si raccolsero intorno al principe Giordano, che era stato creato avvocato della Chiesa. V’erano presenti anche Ruggero, duca delle Puglie, e il detronato principe Gisulfo. Parvero ambigui la condotta ed i sentimenti dell’abate, e il partito gregoriano, a lui fortemente nemico, con Ugo [310] di Lione e Ottone di Ostia alla testa, cercò di impedirne la rielezione. Bastò questo perchè Desiderio (addì 21 di Marzo) riprendesse volontariamente le insegne pontificie. Se v’aveva ambizione umana che potesse scuoterlo gli era il pensiero insopportabile di vedere la tiara posarsi in capo di uno dei suoi avversarî, massime di Ugo di Lione[309].
Passata Pasqua, Vittore III si mise in cammino per Roma colla accompagnatura di Giordano e di Gisulfo. Il piccolo esercito venne per mare, da Ostia risalì il Tevere, e s’accampò fuor della città Leonina, giacchè il san Pietro, entro cui dovevasi consecrare il Papa, era in potere dell’inimico. Infatti, fuggito Vittore, il Prefetto imperiale s’era impadronito di Roma, e in gran fretta aveva richiamato Clemente III. Però la continua anarchia non consentiva a questo di sperare gran fatto bene; universale era la spossatezza, Enrico lontano, Roma indisciplinata, straziata, piena di ruina, e le soldatesche di Matilde stavano ancora in armi. Che aspetto presentasse allora la Città, e quali fossero le sue condizioni, si può più presto imaginare che dire. Clemente III venne, raccolse i suoi partigiani, e pose residenza in Vaticano. È meraviglioso il pensare che la basilica di san Pietro d’allora in poi servì di propugnacolo vero [311] alle fazioni; la basilica santissima della Cristianità fu nei secoli undecimo e duodecimo assediata e difesa alla paro del Septizonium o del castel Sant’Angelo; sotto a’ suoi portici il soldato combattè ferocemente come dai merli di qualunque rocca. I Normanni presero d’assalto la basilica; Clemente fuggì e riparò nella Città, dove si trincerò in un’altra chiesa fortissima, nel Panteon antico, e Vittore III fu consecrato addì 9 Marzo in san Pietro dal cardinale vescovo di Ostia. Chi avrebbe potuto biasimare Desiderio, quando sbigottito rifiutava di ascendere al papato?
Solo otto giorni dopo, ei lasciò Roma, tratto da ardente desiderio di rivedere il suo convento, ma era colà appena arrivato, che messaggieri della contessa Matilde vi capitavano a richiamarlo, perocchè ella fosse venuta coll’intento di rendere forte la signoria del Papa in Roma. Sospirando, Vittore assecondò al loro invito, e le milizie della Contessa gli sgombrarono financo l’entrata in una parte della Città, dove egli pose dimora insieme con Matilde nell’isola Tiberina: però non possedeva che il Transtevere, il castel Sant’Angelo, il san Pietro, Ostia e Porto. Il maggior numero dei Romani teneva dalla parte di Clemente e ferveva di odio contro il papato gregoriano, come quello che aveva dovuto gettarsi in braccio de’ Normanni, e traeva sempre novellamente questi demoni devastatori nella sventurata Città. Oltracciò la venuta di un legato imperiale infondeva novello coraggio ai partigiani di Guiberto; in mezzo ad orribili battaglie or si perdeva, or si riconquistava il san Pietro, e Vittore III, caduto infermo, partiva di Roma nel Luglio per la terza volta. Ancora nell’Agosto [312] raccoglieva a Benevento un Concilio nel quale confermava i decreti di Gregorio e scomunicava di bel nuovo Clemente III; indi, sentendosi presso a morire, si faceva trasportare al suo monastero. Colà nominò Oderisio ad abate, chè anche da papa aveva continuato a tenere il governo del convento; raccomandò che si eleggesse a suo successore nella sedia apostolica Ottone cardinal vescovo di Ostia, e addì 16 di Settembre passò di vita, vittima tragica del papato, al cui pondo invano aveva tentato di scampare. Desiderio abate fu uomo grande e di nominanza imperitura; papa Vittore III non fu che un’ombra ingloriosa. Come egli aveva desiderato, i frati diedero sepoltura al restauratore della loro abazia nell’abside della sala del «Capitolo», e colà sulla pietra sepolcrale gli scrissero un bello e toccante epigramma[310].
Di tutti i più celebri campioni della riforma, che un tempo si avevano raccolto intorno al vessillo di Gregorio, Desiderio è l’ultimo che sparisce del mondo: infatti un anno prima di lui era morto Anselmo di Lucca. Sorgono adesso una novella generazione di uomini [313] e tendenze nuove, in mezzo alle quali Matilde, Enrico e Clemente, superstiti di una grande età passata, incominciano a trovarsi soli e a disagio.
Ottone di Ostia era stato dapprima rivale di Vittore III, indi s’era con esso lealmente pacificato. La voce del morente aveva eletto lui a papa, e d’altronde era stato uno dei quattro candidati designati da Gregorio VII. Ugo di Lione, sebbene anch’egli di quei quattro, non poteva più gareggiare con Ottone, avvegnachè Vittore III lo avesse scomunicato, come nemico della Chiesa. Però l’elezione di Ottone s’andò procrastinando; Roma si trovava in potere dell’Antipapa, i Cardinali venivano fra loro a disputa, ed erano dispersi chi da una banda, chi dall’altra. Messaggi dei Tedeschi seguaci della parte gregoriana, e messaggi di Matilde li richiedevano ripetutamente che dessero un capo alla Chiesa abbandonata nell’anarchia: alla fine parecchi di loro, che s’erano raccolti intorno a Oderisio abate, bandirono un Concilio per l’elezione.
Addì 8 Marzo 1088 quaranta fra Vescovi, Cardinali ed Abati si congregarono a Terracina; Giovanni di Porto rappresentava il clero romano, Benedetto prefetto pontificio ne rappresentava il popolo, e vi intervenivano legati di Germania e della contessa Matilde[311]. [314] Ai 12 di Marzo Ottone fu gridato papa con nome di Urbano II. Fu il primo pontefice, che, conformemente al decreto di Nicolò II, ricevesse l’ordinazione fuori di Roma, in una città di provincia.
Urbano II, francese, era nato a Chatillon, in vicinanza di Reims, ed era stato monaco di Cluny: lo zelo della riforma e la soda coltura teologica apparati in quel convento gli avevano procacciato la cattedra di Ostia. Enrico IV lo aveva sostenuto qualche tratto di tempo prigioniero, ma pare che il Re non trovasse in lui un’opposizione troppo acerba. Era stato in Germania, da legato, nel tempo in cui Gregorio VII aveva potuto uscir libero di Roma, e in quel suo officio s’era iniziato profondamente in tutti i rapporti delle cose ecclesiastiche e politiche: possedeva intelletto più potente di Desiderio, abilità grande di oratore e finezza diplomatica molta; in lui il partito cattolico vedeva l’uomo che avrebbe battuto le vie di Gregorio VII, e con accortezza trovato nuovi modi di combattimento, or che esauriti s’erano gli antichi. Così annunciò tosto egli [315] stesso alla Cristianità che voleva reggere il Papato secondo le idee di Gregorio[312]: però trovavasi in condizioni difficili; in Germania, dove dopo il ritorno di Enrico la guerra civile non aveva mai posato, era morto testè (nell’anno 1088) Erminio secondo antirè, dopo di aver fatto sottomessione all’Imperatore; i Sassoni, ed eziandio quasi tutti i Vescovi di parte pontificia, s’andavano sempre più accostando a quest’ultimo. Dal 1087 il giovine re Corrado, figlio di Enrico, trovavasi in Lombardia; finalmente l’Imperatore minacciava di tornare in persona, di schiacciare Matilde e di affermare il potere di Clemente III durevolmente in Roma.
Clemente teneva in suo possesso la Città, venale a tutti i partiti; durante questo tempo di governo di antipapi e di antiprefetti vi dominava la più spaventosa anarchia; non v’era giorno che per le vie di Roma non si combattesse; la Città era quasi una montagna di ruine, entro cui non si scorgeva che tirannide di ottimati feroci, e miseria di popolo mendico.
Pareva che Gregorio VII avesse lasciato sorti di esilio in retaggio ad una lunga serie di successori suoi, chè dopo di lui molti di essi troviamo quasi sempre fuggenti ed esuli da Roma: strano caso di cui finora non s’era mai visto l’eguale nella storia de’ Papi. Urbano II dovette trattenersi quasi tutto intiero l’anno 1088 nell’Italia meridionale, dove i fratelli Ruggero e Boemondo erano venuti a un’acerba guerra di successione, fino a che riusciva fatto al loro zio Ruggero [316] di Sicilia ed al Papa di comporli a pace. Il papato trascinava la vita sotto la dubbia protezione di Principi normanni; ed era altresì un esercito normanno che nel Novembre 1088 conduceva Urbano II a Roma. Così la Città tornava ad essere il campo di battaglia di due Papi che per le vie combattevano l’un contro l’altro, scambievolmente si maledicevano, e con voce alterna si discacciavano.
Urbano pose dimora nell’isola Tiberina, difeso da Pierleone: impotente era e povero tanto che le matrone di Roma gli mandavano elemosine; però con sottili accorgimenti e senza posa tesseva trame d’inganni, entro cui faceva cadere i suoi nemici. Clemente, per lo contrario, dominava la massima parte della Città, ma doveva deplorare il suo destino sventurato che lo condannava a sostenere un titolo a prezzo di sforzi sovrumani[313]; e forse in cuor suo faceva voti sinceri di poter finire i giorni che gli rimanevano di vita nella modesta cerchia del suo arcivescovato. Urbano II, Enrico IV, Matilde, il mondo desideravano pace, pace; ma la forza della fatalità che pesava sul capo di tutti i partiti, e che senza tregua aveva messo sossopra un’intiera generazione, li spingeva ciecamente avanti nel loro sentiero, e cumulava astuzie sopra astuzie, colpe su colpe. Enrico stesso [317] sarebbe stato omai inchinevole a pacificarsi colla Chiesa, e soltanto i Vescovi scomunicati, i quali non potevano che sostenersi in piedi o cadere con Clemente III, gliene mettevano impedimenti: frattanto casi di gran rilevanza lo costringevano perfino a scendere nuovamente a guerra in Italia.
Come Urbano II conobbe che il partito di Matilde, fatto debole, diventava più propenso a patteggiare con Enrico, e come ebbe ragion di temere che l’Imperatore fosse per tornare e per vincere, mise in moto tutte le sue astuzie, e giunse destramente a dare alla Contessa un novello marito, alla Chiesa un campione ispirato a intendimenti egoisti. Guelfo IV, figlio di Azzone II margravio di Este e di Conigonda sorella dell’ultimo Duca svevo della famiglia de’ Guelfi, era diventato nell’anno 1055 l’erede di quella casa, e aveva cambiato la sua patria Italia con Alemagna, mentre colà Fulco fratel suo continuava la linea d’Este. Guelfo aveva sposato la figlia di Ottone duca di Baviera, e nell’anno 1071 aveva ricevuto in feudo da Enrico questa duchea, tolta al suocero suo che s’era ribellato. Però aveva più tardi disertato le bandiere dell’Imperatore, ed era divenuto uno dei più fervidi seguaci di Gregorio: fino negli ultimi tempi era stato il caporione e l’anima del partito romano in Germania, e agli 11 Agosto 1086, a Bleichfeld, non lungi da Würzburg, aveva battuto Enrico. Tuttavia anche quel valoroso guerriero, affranto della lotta, sarebbe venuto ad un accomodamento coll’Imperatore, se tutt’a un tratto non s’avesse dato esca alla sua ambizione, che mirava a ingrandire la potenza della sua famiglia in Italia. Il suo giovine figliuolo Guelfo V fu [318] scelto ad essere vittima dell’arte politica di un padre, avido di possedimenti, e di un furbo Papa, chè entrambi lo destinarono sposo della contessa Matilde. Non erano i vezzi della Principessa, giunta ai quarantadue anni, ma i suoi beni che destavano desiderio, e benanco Roberto, erede di Guglielmo d’Inghilterra, vagheggiava la mano della donna: ella la porse al giovine Guelfo. Lo sponsalizio si celebrò nell’anno 1089; Guelfo infuse tosto novelle forze nel partito cattolico d’Italia, ed Enrico fu costretto a discendere ancora una volta in questa contrada[314].
Quando quest’uomo dalle cento battaglie, accompagnato dai due Hohenstaufen, Federico e Corrado, calò dalle Alpi nella primavera del 1090, ei trovò contro a sè quella stessa contessa Matilde, cui aveva combattuta da sì lunghi anni. La grande Principessa, la cui bandiera teneva adesso in mano un giovinetto diciottenne sposo suo, era, come l’Imperatore, condannata a una vita irrequieta, sempre in guerra; e se ci desta meraviglia vedere l’operosità istancabile di un Principe che pugnava per il suo Impero, ci riesce quasi un mistero la tenacia fanatica di una donna che non aveva figli. Non andremo descrivendo le guerre energiche che Enrico sostenne in Lombardia, nè la resistenza ostinata di Matilde, la quale, quantunque i suoi vassalli mormorando [319] la sollecitassero a far pace, con caparbietà femminile sdegnolla: l’attenzione nostra è rivolta alla città di Roma, sebbene le sue condizioni non escano della solita monotonia. Clemente III era stato discacciato dai Romani incostanti; ma Urbano non poteva tuttavia diventar signore della Città, ed anzi era costretto ad andar girovago nell’Italia meridionale, dove cercava conservarsi l’amicizia dei Normanni[315]. Anche Giordano di Capua profittava del disordine per farsi padrone di terre romane, e quando morte il colpiva a Piperno, nel paese de’ Volsci, s’era impossessato di quasi tutta la Campagna[316]. Frattanto, mentre Urbano raccoglieva Sinodi a Melfi, a Troja e a Benevento, eziandio i Romani si staccavano da lui: infatti, fallito un tentativo di pace cui aveva inteso il vecchio Guelfo, Enrico veniva avanzandosi, e i Romani, subendo la sua influenza, si voltavano alla sua parte. Nell’anno 1091 s’impadronivano con assalimento repentino del castel Sant’Angelo, ne cacciavano il presidio pontificio, e soltanto a gran fatica s’impediva che radessero al suolo la rocca: indi nella Città chiamavano nuovamente Clemente III, che si trovava al campo di Enrico[317].
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Le quante volte era in Roma, l’antipapa aveva agio di congregare alcuni Cardinali scismatici e i Vescovi suburbani da lui eletti, per celebrarne Sinodi che nondimeno restavano privi di efficacia. Antivescovi desolavano il territorio di Roma, e quasi tutti i Conti della Campagna riverivano Clemente III, perciocchè quei signori profittassero dello scisma per rubacchiare a man salva la Chiesa[318]. Nel frattempo l’amministrazione delle cose ecclesiastiche e secolari per la massima parte trovavasi in mano di Guiberto: per verità anche Urbano aveva i suoi ministri, i suoi giudici, i suoi prefetti, ma loro difettava potenza, e di dentro e di fuori della Città, atti giudiziarî venivano pur sempre segnati coll’epoca di Clemente III. Urbano dovevasi star contento a scomunicare il suo avversario da Benevento, dove nel Marzo dell’anno 1091 riuniva un Concilio, ma nella Città non poteva entrare, e in questo anno e nel successivo era costretto a celebrare fuori delle sue mura le feste Natalizie, laddove Clemente pontificava in san Pietro.
La caduta di Mantova (avvenne in Aprile dell’anno 1091) e di altre città, lo scoraggiamento del partito di Matilde, la defezione di Roma, misero sbigottimento [321] nell’animo dei Cattolici, laonde lambiccarono il cervello a sollevare contro l’Imperatore un nemico nuovo e formidabile. Le astuzie dei preti, l’odio di una femmina degenerato adesso in vero fanatismo, e l’avarizia del vecchio Guelfo, combinarono il più malvagio di tutti i disegni. Da parecchi anni il giovine Corrado, maggiore dei figli di Enrico, era suo vicario in Italia: dissimile per indole dal padre, ne aveva ereditato soltanto la tempra incostante, non la foga appassionata. Tutti i contemporanei lo dipingono bello della persona, d’animo mite, propenso alle arti di pace. Può darsi che da lungo tempo i preti avessero avviluppato nei loro lacciuoli il cuore del giovine, che, atterrito di quella lotta smisurata, sentiva repugnanza dei rozzi uomini onde Enrico si circondava, e crucciavasi dell’anatema della Chiesa. Probabile è che il figliuolo non approvasse i principî del padre, e le dissolutezze, cui questi si dava in braccio, distruggevano il rispetto figliale che l’altro gli avrebbe dovuto. Corrado si lasciò sedurre a ribellione; il padre ebbe sentore del suo proponimento, e lo fece imprigionare, ma il giovine scappò, e si rifuggì presso Matilde, che l’accolse con gran gioia. La ribellione cui ella lo sospinse spogliò la illustre donna di tutto lo splendore che fino a questo momento ne aveva abbellito la vita. Spenti s’erano i sentimenti geniali, inspiratori della sua giovinezza: a Canossa, a fianco del suo amico Gregorio, quando intercede a pro dell’avvilito re Enrico, Matilde è un profilo di donna che induce a reverenza; sedici anni più tardi, a fianco del suo sposo, che non è dappiù di un ragazzo, mentre ricovera sotto le sue «grandi ali» il figlio ribelle di [322] quello stesso re Matilde non è che una femmina fanatica[319]. Ella mandò Corrado al Papa, e questi assolse il giovine traditore del padre. Nel tempo stesso Guelfo non oziò, ma intese a raccogliere una lega lombarda contro di Enrico; la defezione di Corrado trasse con sè quella di molte città; Milano, sede un dì del partito imperiale, Lodi, Piacenza, Cremona si dichiararono a favore di lui, e conchiusero una lega di vent’anni col giovine duca Guelfo e colla contessa Matilde: indi, nell’anno 1093, Corrado fu coronato a Milano re d’Italia[320].
Allorchè sull’animo dello sciagurato re scese il cumulo di tanti dolori, la fuga, la deserzione e la coronazione del suo figliuolo, colto di mestizia si chiuse in un solitario castello, e disperato brandì un ferro, e fu per uccidersi[321]. Qualunque siano stati i falli che commise (i suoi fieri nemici molto senza dubbio inventarono ed esagerarono), qualunque colpa abbia avuto della defezione del figliuolo, la sua sorte fu delle più crudeli. [323] Anche la sua seconda moglie, Prassede o Adelaide di Russia, fuggì di Verona, corse a Matilde, e adescata dai preti, da quella povera barbara ch’ella era, in due adunanze ecclesiastiche svelò innanzi all’universo mondo, senza vergogna, ma non senza colpa, i misteri del suo letto nuziale[322].
L’avvenuta mutazione delle cose concedeva agio ad Urbano II di venire adesso a Roma, sulla fine di Novembre del 1093. Il suo antagonista non si trovava più nella Città, ma s’era ricoverato nel campo di Enrico; tuttavia le genti di Guiberto tenevano in loro mano il Laterano, il castel Sant’Angelo ed altri luoghi muniti; perciò Urbano era costretto a rinchiudersi nelle case dei Frangipani. Questa famiglia aderiva costantemente ai Pontefici legittimi; essa aveva fortificato di munimenti il suo palazzo in prossimità di santa Maria Nova, sulle ruine della «Casa aurea» di Nerone, e vi aveva eretta una torre, che si appellava Turris Cartularia: l’arco di Tito era compreso dentro di quella fortezza baronale, ed apriva ovvero chiudeva il suo ingresso dalla via Sacra[323]. [324] Ivi dunque pose dimora Urbano sotto la protezione di Giovanni console, figlio di Cencio e nipote di quel Leone Frangipane, che intorno al mille aveva dato origine alla celebre famiglia. In deplorevoli condizioni stavasi il Papa, poichè era crivellato di debiti; l’abate Goffredo di Vendôme, venuto in questo tempo nella Città per faccende del suo convento, fu commosso a pietà delle sorti di lui, vendette tutto ciò che possedeva, lo trasse di difficoltà e gli diede copia di denaro con cui potè corrompere Ferrucio, che Clemente III aveva posto da comandante del Laterano. In sulla Pasqua dell’anno 1094 Urbano entrò nella residenza dei Pontefici, e per la prima volta sedette sul trono lateranense, che, secondo la sentenza dell’Abate, da tempo lungo era stato vedovo di Papi cattolici[324].
Una tetra imagine del decadimento di Roma offre Urbano II, afflitto vecchio, che compera la residenza pontificia col denaro di un Abate straniero, e siede nel deserto Laterano, circondato da partigiani rozzi e da Vescovi, che per barbarie non sono da meno di quelli: di là guarda al cumulo di ruine cui, monumento di Gregorio VII, son ridotte chiese e vie, e contempla Roma desolata e squallida, abitata da un popolo immerso nelle miserie e agitato da passioni fiere. Nella storia v’hanno forse molti esempî di sventure quali son quelle che pesano sul [325] capo di Enrico IV a questo medesimo tempo? divorando l’affanno del figliuolo ribelle, e coltivando in mente pensieri suicidi, ei vive obliato in un castello lombardo, mentre tutto all’intorno le province sono devastate dal ferro e dal fuoco, sì come all’età delle guerre gotiche: e tutto questo è conseguenza della controversia delle investiture, e monumento del settimo Gregorio.
La lunga guerra che s’era combattuta fra la corona e la tiara aveva precipitato tutto l’Impero in miserie così grandi che non si possono descrivere; il furore dei partiti aveva riempiuto tutti i ceti sociali di odii contro natura, di divisioni, di colpe. La ribellione di Corrado contro al padre non era che il simbolo chiarissimo in cui la gente umana di quell’età scorgeva riflettersi lo stato suo proprio, chè nel mondo vedevansi padri combattere contro figliuoli, fratelli contro fratelli, Principe contro Principe, Vescovo contro Vescovo, Papa contro Papa. Una divisione così acerba della vita sociale, quale dapprima non s’era vista mai nella storia, sembrava dilaniare lo stesso Cristianesimo, e distruggere la veneranda maestà dei suoi misteri. La tenebra di una maledizione mortifera aveva velato la faccia del mondo; [326] dov’era il Salvatore, tutto benedizione e carità? Se in quel tempo Cristo fosse tornato in terra, avrebbe visto con gran meraviglia che la religione d’amore fondata da lui s’era sviata dalle fonti purissime della sua origine fino a non riconoscersi più; e Pietro con istupore avrebbe trovato che i suoi successori nell’officio apostolico erano affaccendati ad erigersi un trono di Cesari sulle ruine di Roma, sul sepolcro di lui, e appellavansi «pontefici massimi,» come s’erano in antico chiamati gli Imperatori di Roma.
Sul finire di questo secolo il mondo europeo somigliava ad un campo di battaglia su cui era calata l’ombra della notte; gli eserciti, spossati di forze, ma non satolli di odio; desideranti in cuore la pace, ma condannati da colpe ancora inespiate a continuare la guerra fratricida, aspettavano il novello mattino per iscagliarsi ferocemente l’uno contro all’altro. Però, all’albeggiare del giorno, credevano di vedere un cherubino librarsi nel cielo, accennar loro di seguirlo verso Oriente, e comandare che conchiudessero la pace di Dio e muovessero in armi alla santa Gerusalemme, dove si conveniva che presso al sepolcro del Redentore facessero penitenza delle peccata loro e del mondo.
Ei si vede chiaro che il fenomeno meraviglioso delle Crociate riceve spiegazione dall’indole di questo tempo. Se anche molte altre cause v’abbiano avuto loro parte, la controversia delle investiture fu certo una delle leve di questo moto smisurato. Tutti i risultamenti della storia sono conseguenza dell’occulto lavorìo degli impulsi e delle necessità degli uomini; colpe, follie, errori, istessamente che virtù, intelletto e genio, sono le ragioni [327] che rimestano la storia e la spingono innanzi nel suo cammino. Dopo la corruzione profonda del secolo decimoquinto, di cui caddero martiri Giovanni Huss, Geronimo e il Savonarola, gli uomini arsero del desiderio di farne espiazione, e dalle sacre Scritture la Riforma resuscitò Cristo di cui si aveva perduto la memoria. Nel secolo undecimo, la gente umana era di quattro interi secoli più fanciulla e più rozza, ed essa andò a cercare il Salvatore nella sua tomba materiale. Laonde le Crociate rappresentarono il ritorno degli uomini alle fonti della salute, in una spedizione vera che s’avviò all’Oriente, culla della religione cristiana.
Non era Cristo quasi obliato nel mondo? Il culto della Vergine, degli Apostoli, e di una legione di Santi non l’aveva cacciato in bando? Roma non aveva vestito il simulacro di un principe degli Apostoli col manto di patrizio secolaresco? di lui, nel secolo ottavo, un Papa non aveva potuto dire che tutto Occidente lo venerava come Dio in terra? Pietro era simbolo della gerarchia romana, dell’unità della Chiesa universale, ma non della salute che ogni anima cristiana invocava. Non era forse meglio di andare a cerca del figliuolo di Dio, anzichè di volgersi al portinaio del cielo? Dalle porte di Roma (così s’aveva insegnato al mondo di credere) passava la via che conduceva diritta al paradiso, ma di quelle porte era pure uscita e s’era rovesciata per le terre la maledizione di Gregorio VII, e le aveva riempiuto di flagelli. I vizî del clero, molti Papi di vita riprovevole, gli orrori di guerre partigiane eterne, avevano diminuito la venerazione di Roma, e nell’età di Enrico IV appena era se pellegrini giungevano ancora [328] alla Città, e appena se entravano nel profanato san Pietro, ch’s’era tramutato in fortezza delle genti di Guiberto. Mentre da tempo omai lungo schiere sempre più rade di pellegrini venivano al sepolcro del principe degli Apostoli, sempre più numerose erano quelle che movevano alla tomba di Cristo; e Roma aveva trovato un’emula di santità in una città israelitica situata nella remota Asia[325].
Se ci avranno pensato un po’ sopra, può darsi che i Romani abbiano maledetto le Crociate che traevano i pellegrini pii e fiumi di denaro ad un indirizzo diverso da quello della loro Città; però se questa dovette far amara esperienza che quelle fonti di guadagno s’erano inaridite, la Chiesa romana attinse invece forze nuove dal nuovo entusiasmo. In un tempo nel quale le loro sorti erano ancor dubbie nella lotta che tuttavia durava con Enrico IV i Pontefici si misero, senza frapporre indugio, alla testa di un immane movimento, e progredirono colle idee del tempo; dalle divisioni a minuzzoli e dagli interessi meschini, cui era discesa la controversia della riforma, si levarono ad un’idea cristiana universale, ad un subbietto sublime di religiosa fantasia; si tolsero di dosso nemici remoti e prossimi, e argomenti di eresia e di scisma, e li cacciarono in Siria; congiunsero nuovamente la Chiesa ad unità in una grande passione che scaldava tutta Europa, e così si crearono una novella altezza nella storia universale.
La nostra generazione contempla con meraviglia un [329] secolo nel quale un eremita in luride vesti, a cavalcione di un asino, correva il mondo, ed era accolto come messaggiero di Dio; un’età in cui la descrizione dei mali ond’erano oppressi i Cristiani nella remota Gerusalemme infiammava mezzi i popoli a furore religioso, e dalla loro patria li traeva nella tomba spalancata che gli aspettava in Asia. L’oppressione dei Cristiani di Siria non era dura oltre misura, nè gli Storici di quella età hanno potuto riferire di massacri di venticinquemila persone, quale fu quello che avvenne a Damasco nell’anno di civiltà 1860. Se avesse avuto un simil fatto a predicare, Pietro di Amiens avrebbe probabilmente spinto mezza Europa contro Asia; oggidì invece lo si avrebbe per un cervel malato e sarebbe accolto con beffa. La gente umana per buona ventura non è più capace d’imprendere guerre omicide per idee religiose, ma forse ha anche perduto il sentimento bollente e giovanile per ciò che v’ha di grande e di sublime nell’umanità. Dopo otto secoli sarebbe insania affermare che le Crociate sieno state conseguenza di una follia religiosa; furono una manifestazione dell’idealità di quei tempi, un parto della intiera indole del medio evo, una grande epoca nella vita stessa degli uomini. Chi pensa all’efficacia elettrica di quell’impulso, ed alla forza operosa che dentro di esso riuniva popoli di schiatte diverse, i quali prima non s’erano mai congiunti in uno scopo comune, vi ravvisa lo spettacolo di una grandezza che umilia le divisioni e le ingenerose debolezze della moderna arte politica[326].
[330]
Urbano II ornò di gloria il suo pontificato colla prima Crociata che egli stesso predicò. Invitato dalla contessa Matilde ad andare in Toscana, indisse un Concilio a Piacenza. Le allegrezze con cui lo accolse Lombardia, la moltitudine di chierici e di laici che si riunirono colà (in sul principio di Marzo del 1093), gli diedero a divedere che la causa di Enrico era perduta, che egli aveva vinto la sua. Non vi fu chiesa abbastanza grande per capire la moltitudine accorsa a quel parlamento; fu duopo congregarsi a cielo aperto. Una commozione profonda agitava il mondo, che Gregorio VII aveva scosso in tutte le fibre; un nuovo spirito lo animava. Innanzi al Concilio si presentò la prima ambasceria di Bisanzio che venisse a chieder soccorso, e fu confortata con promessa di assistenza: però una seconda assemblea universale fu bandita a Clermont per il mese di Novembre, dove un Papa francese avrebbe fatto appello ai Franchi cavallereschi di muovere a sostegno della guerra di Oriente. Prima che Urbano andasse colà, ricevette a Cremona l’omaggio del giovine Corrado, e, a patto che rinunciasse al diritto d’investitura, gli fe’ balenare la prospettiva che otterrebbe l’Impero. Il ribelle acciecato andò indi a Pisa ad incontrare la sua ricca fidanzata ch’era figliuola di Rogero di Sicilia; quanto al Papa, egli partì per Francia, ov’era aspettato al Concilio.
[331]
Nella pianura di Clermont lo salutarono tredici Arcivescovi e dugento cinque Vescovi commossi a fervore, gli prestarono omaggio molti maggiorenti delle terre francesi, e lo applaudirono le grida febbrili delle migliaia di uomini accorsi che accampavano intorno alla città, simili a una nube gravida di forze elettriche, la quale attendeva la scintilla della sua parola per divampare in fuoco e in fiamme. Tutti gli oratori di Grecia e di Roma avrebbero portato invidia ad Urbano non soltanto per la grandiosissima delle missioni, ma eziandio per la simpatia che trovava negli uditori convenuti a questo parlamento celebre nella storia universale: appena v’ha altro luogo da questo in fuori, in cui la parola abbia sortito pari potenza di affascinare le moltitudini. Ancora in tempo sì tardo la lingua di Cicerone prestava all’oratore la sua magnifica e sonante maestà per infiammare turbe, nella cui bocca da lunghissima età s’era corrotto il latino antico. Altrove, quando parlatori vollero infervorare i loro uditorî in una grande idea, adoperarono l’adulazione, lodandone le più belle virtù, di cui per lo meno facevano supposto che fossero forniti i loro ascoltatori; l’oratore sacerdote vedeva invece quei mille e mille composti per massima parte di ladri e di assassini, e questi predicati ben lungi che attenuarne l’entusiasmo, gliene davano una foga più vigorosa. Strano contrasto! una meta sublime è additata al sentimento del mondo; e ladri e assassini, appunto perchè tali, sono chiamati a salirne le cime eccelse. Urbano non tenne un discorso, ma una predica, e la più potente spinta s’ebbe quella moltitudine udendo parlare della penitenza dei peccati, della Crociata considerata come opera di disciplina, [332] e volta a ottener di quelli l’assoluzione. Il Papa dipinse in brevi parole la cattività della remota città del Re dei Re, dov’egli aveva operato, sofferto la passione ed era morto: per dar poi maggior peso a’ suoi ammonimenti, Urbano trasse in suo soccorso lacrime, gemiti e sentenze dei Profeti, ed esortò la Cristianità a cingere tutta concorde la spada, e a liberare Cristo dalle catene turchesche. «Levatevi, volgete le vostre armi, intrise di sangue fraterno, contro i nemici della fede cristiana. Voi oppressori di orfani e di vedove, voi uccisori e profanatori di chiese, voi predoni degli altrui beni, voi che ricevete denaro per isparger sangue cristiano, voi che simili ad avoltoi correte dietro al lezzo dei campi di battaglia, affrettatevi: se amate l’anima vostra, movete con Cristo duce alla difesa di Gerusalemme. Voi tutti che foste rei di tai delitti che vi dividono dal regno di Dio, riscattatevi a questo prezzo; così vuol Dio...»
Spesse volte la più focosa eloquenza non giunse a capo di indurre una moltitudine al partito conforme a’ suoi più prossimi vantaggi: invece Urbano trasse a entusiasmo il parlamento di Clermont per lontani confratelli di fede, e per una lontana città, che terre e mari e mille anni di età separavano d’Europa. Il suo uditorio, stretto in fitta calca (poca gente onesta poteva contarsi in esso) interruppe spesse volte il Papa col grido fanatico: Deus lo volt, Deus lo volt[327]. Principi, cavalieri, [333] vescovi, servi attaccarono con mani tremanti di fretta una rossa croce all’abito; ambizione, genio di avventure, delitti di ogni maniera potevano ricoverarsi sotto di quel segno; tutti gli uomini di stato servile, genti oppresse, delinquenti, banditi potevano raccogliersi intorno alla bandiera dell’impresa, coll’animo fidente di guadagnarne assoluzione delle peccata in vita, paradiso in morte, e, prima, d’impadronirsi in Siria di monti d’oro. L’esito fu ancor più completo di quello che Urbano avesse potuto aspettarsi. Sebbene alcuni Vescovi lo spronassero a mettersi lui stesso alla testa della spedizione, egli se ne scansò, ma nominò Ademaro vescovo di Puy a suo vicario.
Lo Storico della città di Roma guarda intorno a sè per cercare quai Romani sieno accorsi a schierarsi sotto il vessillo del Redentore, e a portare un contingente romano nel campo storico delle Crociate, chè sarebbe suo còmpito di descrivere i Gesta Dei per Romanos: però neppur uno ei ne discerne. Probabilmente il Senato e il popolo avrebbero fatto le grasse risate, se Urbano avesse loro chiesto di animarsi a santo furore, di abbandonare le rovine di Roma, di muovere alla liberazione della città di Gerusalemme, che in antico Imperatori romani avevano distrutta: era pur della sua caduta che l’arco di Tito serbava ancora ricordanza, e il Laterano celebrava a sua gloria di custodirne l’arca dell’alleanza, e i tardi nepoti di quel popolo israelita fin dai tempi di Pompeo abitavano presso il ponte del Tevere, disprezzata scuola di stranieri. Rade volte i Romani s’accesero di entusiasmo per idee grandi, e al sentimento romantico della cavalleria stettero tutti muti. Ovunque alitò lo spirito dei [334] Germani e dei Normanni, la cavalleria spiegò la sua potenza d’eroismo coi suoi arbitrii, coi suoi sollazzi, colle sue violenze, colla sua operosità che la traeva errante per terre e per mari; al contrario, in questo periodo di tempo la massima parte d’Italia non ebbe indole che la ponesse a paro di quelle altre genti. Le città operose trassero dalle Crociate una fonte di guadagni con traffichi e con navi da trasporto; Roma n’ebbe ragione di decadenza più grande. Nè in questa Città la cavalleria poteva acquistar forma e figura; la Chiesa, che tarpava lo svolgimento d’ogni floridezza secolaresca (e molto per essa contribuiscono le donne), non concesse che quella mettesse radice; e del resto le tradizioni dell’antichità facevano dei nobili romani altrettanti senatori e consoli, ma cavaliere nessuno. Ad un torneo che s’avesse dato in Roma nell’arena del Circo antico tutta sparsa d’erba, avrebbero fatto contorno, vicinanza piena di contrasti acerbi, chiese e chiostri e rovine della vecchia Roma; e sui gradini del Colosseo s’avrebbero dovuto congregare a mirarne lo spettacolo, più monache piagnolose che donne sorridenti, più frati e preti che nobiluomini e cittadini. Per verità il feudalismo era penetrato dentro delle terre romane, ma il sistema del vassallaggio, composto di parecchi elementi che posavano sull’ordinamento della cavalleria, poteva aver vita soltanto in una corte secolare, non in una corte di ecclesiastici. I nobili romani di questa età erano genti rozze, dimoravano fra monumenti antichi, divisi in fazioni, combattenti in lotte continue fra di sè, coi Papi e cogl’Imperatori, tutti avidi d’oro, poveri tutti. Da altra parte nella Campagna albergavano Conti, predoni grandi e piccoli, [335] annidati in castella, sopra greppi montani, la cui vista era orrida allora come è oggidì, avvegnachè nessuna opera di coltivazione, in nessun tempo, abbia avvivato le terre, antiche residenze di Conti, quai sono Segni, Ceccano, Monterotondo, Palestrina, Civita Castellana, Galeria. Non trovatori vaganti visitavano i manieri di quei signori feroci; nè in essi, nè in Roma si radunava mai una corte di dame leggiadre a coronare di fiori un cavaliere vincitore della lizza. La vaga poesia del medio evo non raccolse mai il volo sulle meste ruine di Roma, dove, sopra le riverse colonne di granito, pareva che sedessero le ombre severe di Senatori antichi, ploranti la caduta della loro Città.
La cosa andò diversamente alla corte dei Principi normanni dell’Italia meridionale. Nati cavalieri, avevano conquistato arditamente le loro belle contrade dov’erano venuti da avventurieri; colle loro robuste lance avevano discacciato di Sicilia i Musulmani, e incusso spavento all’Imperatore greco: perciò allo squillo della tromba santa saltavano in piedi lietamente, correvano all’armi per compiere nuove imprese, per conquistar paesi nuovi; e l’Italia normanna decorava la prima Crociata colle geste di Tancredi e di Boemondo, eroi immortali. Tancredi, fiore della cavalleria, seguì le bandiere di Boemondo congiunto suo, poichè questo figliuolo del Guiscardo, maggiore di età, ma posposto al suo più giovane fratello Rogero, rovesciava la tenda che spiegava innanzi ad Amalfi assediata, e moveva anche egli nell’anno 1096 a Gerusalemme. Sotto quei due capitani si raccolsero genti italiane, forse anche delle province romane, ma il Cronista che, poeta precursore [336] del Tasso, ne passa in rassegna l’esercito, non fa menzione di uomini di Roma, che fossero in mezzo a loro[328].
Il passaggio di un esercito crociato diede impulso ai Normanni di prendervi parte. I Francesi settentrionali, i Normanni francesi ed inglesi venivano sotto la capitananza di Ugo di Vermandois fratello del re di Francia, di Roberto di Fiandra, di Roberto di Normandia figlio di Guglielmo il Conquistatore, e di Stefano di Chartres e Blois: passavano di Toscana, e per Roma andavano nelle Puglie, poichè ivi dovevano imbarcarsi a Bari[329]. Quei Principi s’incontrarono a Lucca col Papa, il quale tornava a Roma; colà egli li benedì, affidò ad Ugo il gonfalone di san Pietro, e potè indi servirsi di loro, facendosene conquistar Roma e cacciare le genti di Guiberto fuor del san Pietro. Colle fresche memorie del [337] sacco che avevano sofferto per opera di Guiscardo, può darsi che i Romani stessero in gran trepidanza vedendo avvicinarsi i Normanni di Francia e d’Inghilterra; e fortunati potevano reputarsi che quell’esercito magnificamente armato fosse composto di soldatesche disciplinate, cui comandavano i più splendidi Principi dell’Occidente. Se i Cronisti ci avessero detto qualche cosa di più sul soggiorno che quei Crociati fecero a Roma, noi forse li vedremmo dar l’assalto ad alcuni monumenti dove si appiattavano a riparo i Guibertisti. Le soldatesche di Francia e d’Inghilterra meravigliarono di dovere, nel loro cammino a Gerusalemme, sguainare le spade in mezzo di Roma santa contro i fieri nemici del Papa, e intriderle nel sangue di scismatici che neppur giungevano a domare: e dovettero sentire un brivido di spavento omai in Roma trovando i Turchi, e vedendo Cristiani omicidi minacciar loro, i sacri pellegrini, perfino dentro del santuario di san Pietro, mentre oravano presso alla «confessione» dell’Apostolo. «Quando fummo entrati nella basilica», così narra un testimonio oculare che fu fra quei Crociati, «vi trovammo le genti dell’imbecille papa Guiberto colla spada in pugno; ed eglino si ciuffavano le offerte votive che noi deponevamo sugli altari; si arrampicavano sulle travi della chiesa e di là ci scagliavano addosso pietre, in quello che noi ce ne stavamo ginocchioni in orazione, perocchè volessero trucidare chiunque loro sembrava che parteggiasse per Urbano.» Fulchero confessa che i Crociati mirarono con orrore lo stato spaventoso della città capitale della Cristianità, ma lasciarono a Dio di farne le vendette; chè molti di essi di Roma se ne tornarono vilmente alle [338] loro case, e gli altri continuarono il loro cammino alla volta di Bari, passando da Monte Cassino[330].
Queste furono le attenenze che la città di Roma s’ebbe colle Crociate: l’energica dipintura che dà Fulchero risparmia allo Storico di dire una sola parola di più. Del rimanente, Urbano trovò il suo profitto nel passaggio che fecero i Crociati. Eglino obligarono Guiberto ad abbandonare la Città; probabilmente conquistarono qualche torre e fortezza; e il Papa, che entrò in Roma in coda ad essi, potè almeno celebrarvi tranquillamente le feste natalizie. Adesso egli era padrone di quasi tutta la Città, chè soltanto il castel Sant’Angelo (ad assediare il quale i Crociati non avevano voluto far sosta) restava ancora in potere dei Guibertisti[331].
[339]
La prima Crociata fe’ palese la debolezza dell’Impero, il quale restò al di sotto della missione che era propria di esso. Non si spettava forse a còmpito dell’Imperatore, come capo secolare della Cristianità, di porsi alla testa di questo grande commovimento, di spiegarne lo stendardo, e di guidare Principi e popoli alla guerra santa? Per colpa delle circostanze e di Enrico IV, l’Impero lasciò trascorrere e perdette un momento di tanta rilevanza, che l’eguale non fece più ritorno. In tutta la storia del medio evo non v’è altro tempo pari a questo del cominciamento delle Crociate, donde possa vedersi, meraviglioso fatto, il fenomeno di una corrente spirituale che invade e trascina tutta la gente umana; in nessun’altra occasione mai si sente tanto grande ammirazione della potenza degl’impulsi religiosi, e delle fortune o del genio dei Papi. Mentre il Pontificato toglieva in mano sua la missione che incombeva all’Impero, esso balzava quest’ultimo dalle cime della storia universale, e vi si assideva esso. Gregorio VII aveva chiaramente compreso la rilevanza della pugna che si doveva accendere fra Europa ed Asia, e aveva [340] inteso a farsene duce; questo pensiero ei lasciava ai suoi succeditori in eredità, e il sottile Urbano la raccoglieva. Non importava che il Papa in persona si prendesse o no la capitananza della spedizione, chè il mondo è dominio delle idee, e di queste i Papi erano guidatori. Poichè le Crociate erano creazione della Chiesa, la Chiesa mostrava al mondo sè esser quella che riuniva i popoli ad unità. Enrico IV oscuramente s’accovacciava in un castello dell’Italia superiore, in quel mentre che, senza di lui, i parlamenti di Piacenza e di Clermont iniziavano nella storia universale un’epoca nuova: Enrico IV, che se ne fa spettatore inoperoso, ci pare quasi caduto più in basso di quello che fosse allorchè correva penitente a Canossa; l’anatema del Papa lo ebbe, per così dire, scomunicato fuor del grembo della storia.
Abbiamo veduto Enrico accasciarsi in Italia sotto il peso della rivolta del suo figliuolo; colà la sua causa pareva perduta, e altresì in Germania volgeva a grave pericolo. Ma il capriccio del destino che lo palleggiava, lo rialzò tutt’a un tratto dalla sua caduta. Una discordia famigliare forma uno strano episodio della gran guerra fra la Chiesa e lo Stato, che proprio adesso pareva andarsene smarrita in mezzo al maggiore movimento delle Crociate. Le idee spingono il mondo verso un avvenire remoto, laddove sono gli interessi che guidano i più prossimi fatti degli uomini; e la «sacra fame dell’oro,» la quale nelle cose umane ha la sua brava parte come i più idealistici impulsi di religione, ci farà mai sempre ricordevoli che metà della storia è dominata dalla materia. Il matrimonio di Matilde con Guelfo era forse stato un legame puramente platonico, e ciò era avvenuto [341] per volontà della donna e per arte politica di Roma; la Contessa non aveva voluto un marito, ma un uomo che impugnasse la sua bandiera nella lotta contro Enrico; non un erede dei suoi dominî, ma un servitore dei suoi intenti. I meriti conseguiti e la più matura età davano però al giovine Guelfo il coraggio di uscire della sommessione in cui s’era fino adesso tenuto verso la moglie sua, laonde le faceva capire di voler egli governare e possederete sue terre: sennonchè Matilde gli rispondeva trattandolo da ragazzo arrogante. Probabilmente questo dissenso fe’ venire in aperto ciò che ai due Guelfi s’era tenuto celato, ossia che il retaggio di Matilde era omai donato alla Chiesa, avvegnadio la Contessa in un istromento avesse promesso tutte le sue terre al suo amico Gregorio[332]. Quantunque le più prossime ragioni della rottura fra i due sposi ci restino buie, ei si può tuttavia accogliere per vero, che quella donazione v’avesse grande influenza. Dopo il Concilio di Piacenza il giovane Guelfo si divise apertamente da Matilde, ed è difficile che ciò avvenisse senza la cooperazione di Urbano; il furbo Papa discioglieva un matrimonio che di tale non aveva che l’apparenza, dopochè da quel legame s’era avvantaggiato a servigio suo; anzi gli tornava il conto che ciò accadesse, perchè così s’allontanava uno che pretendeva ai beni di Matilde. Il mondo aveva testè [342] udito le rivelazioni di una Regina che accusava il marito delle più abbominevoli colpe conjugali, ed ora ascoltava le confessioni di un Principe, il quale o avrà accusato la sua illustre moglie per ciò che non adempieva al debito conjugale, o avrà messo in piazza un cotale platonismo, qualunque di esso fossero le ragioni, per velare i veri motivi della separazione[333].
Il vecchio Guelfo venne a fretta e a furia in Italia: come vide che del suo figliuolo non s’era fatto che un fantoccio di marito, e che lo si aveva giuntato del retaggio di Matilde, lo prese seco, e andò, smaniante d’indignazione, al campo di Enrico. L’avarizia dei Guelfi si gettò d’un tratto dietro alle spalle qualunque rispetto religioso e politico; lo scomunicato nemico diventò ad un volger d’occhi l’amico più caro. Allora Enrico uscì della solitudine per tornar a combattere contro Matilde, e i Guelfi corsero a Germania dove, con meraviglia di tutti, rafforzarono con gran fervore il partito dell’Imperatore.
Tuttavia Italia andò perduta per Enrico. La grande Contessa ebbe la gloria durevole di aver resistito dodici anni contro le armi dell’Imperatore, e di avere efficacemente difeso sotto il suo scudo il Papato. L’Imperatore dovette lasciarla padrona del campo, poichè, nell’anno 1097 tornò in Alemagna, e questa volta per sempre; per vero dire il papa suo Clemente III continuò ad opporre una debole resistenza dalle sue castella, ma rimase uomo impotente nel suo arcivescovato di Ravenna, mentre [343] Urbano II finalmente veniva in possesso di tutta Roma. Pierleone protettor suo s’impadroniva, ai 24 di Agosto 1098, del castel Sant’Angelo, che prendeva a tradimento; e allora il Papa potè dirsi padrone vero di Roma[334]. Urbano fu più astuto e più fortunato di Gregorio VII; se questi può paragonarsi a Cesare, Urbano rispetto a lui fu Augusto: dopo tempeste cotanto violente, dopo una vita trascorsa in esilio ossia in peregrinazioni occupate in grandissima operosità, questo Papa potè finalmente godere di un breve periodo di quiete e di trionfo. Nell’Italia meridionale egli avvalorò la sua alleanza coi Normanni, coi quali era in rapporti di intima amicizia, e benanco (da Salerno ai 5 Luglio del 1098) nominò il conte Rogero di Sicilia e i suoi successori a legati apostolici nell’isola[335]. Dopo la Pasqua dell’anno 1099 congregò a Roma un grande Concilio, ed in questo rinnovò tutti i decreti suoi e dei suoi predecessori[336].
[344]
Dopo di aver riferito delle tragiche battaglie che Enrico IV combattè contro i Papi, allo Storico non resta quasi altro a dire, fuorchè informare della morte degli uomini maggiori. Urbano passò di vita addì 29 di Luglio del 1099. Se sia giunta al suo orecchio la novella che Gerusalemme era caduta, ai 15 del Luglio, in mano dei Crociati, ben potè egli chiudere con letizia gli occhi all’ultimo sonno. Non morì in Laterano, chè il palazzo pontificio era allora in ruina, e la Città era pur sempre piena di scismatici ardenti di fanatismo e di nemici omicidi[337]. Il Papa avventurato, che ebbe dato principio alle Crociate, fu costretto a dimorare nelle tetre case di uno dei suoi difensori; morì nel munito palazzo di Pierleone in vicinanza della chiesa di san Nicola in Carcere, e financo il suo cadavere dovette trasportarsi al san Pietro per rigiri di vie solitarie del Transtevere[338].
Anche Clemente III doveva in breve, e prima di Enrico, essere sciolto dalle cure della vita, laddove la grande [345] Contessa sopravvisse a tutti i suoi illustri contemporanei: quanto al giovine Corrado morì disprezzato e in abbandono a Firenze, omai nell’anno 1101. La Storia della Città non può seguitare più oltre in Alemagna i passi del suo infelice padre; non le è consentito descrivere le sue nuove lotte, nè la scellerata sedizione di Enrico suo secondo figliuolo, nè finalmente la sua tragica fine; maledetto dalla Chiesa, deposto dai Principi tedeschi, maltrattato dallo snaturatissimo figliuolo, morì a Liegi, addì 7 Agosto dell’anno 1106, fra le braccia di alcuni amici che gli rimasero a tutta prova fedeli[339]. Non faremo altro che volgere un mesto sguardo al sarcofago di Enrico, la cui salma, dissotterrata da preti fanatici nella chiesa di Liegi dov’era stata deposta, fu tramutata in un’isola deserta della Mosa, dove vediamo un solitario frate, pellegrino di Gerusalemme, sedervi accanto e recitargli le preci dei morti. L’uomo deposto in quella tomba era stato un peccatore geniale, ma altresì un prode guerriero; e chi giudica spassionatamente deplora che la prima metà della sua vita sia stata quella di uno scapestrato e di un despoto, ma la ragione de’ suoi falli in parte spiega da sventuratissimi casi in cui fu travolta la sua giovinezza orbata della guida di un padre, e che lo fecero subbietto di contrasto delle fazioni e delle loro abiette avidità. La lotta che sostenne contro il più violento dei Papi manifesta tutte le contraddizioni di un [346] animo tentennante; se cadde a Canossa non bisogna accusarlo troppo feramente, perciocchè occorra riflettere all’indole di quell’età di superstizione, paurosa degli anatemi ecclesiastici, reverente degli esercizî esterni di penitenza; età di avvilimento della dignità umana che si curvava sotto alla sferza dei preti. Mancò di fermezza contro alla calma energia di Gregorio, e questo è insegnamento a’ Re ed anche a’ cittadini che l’uomo somiglia ad una nave sbattuta qua e là da’ venti, se non si afforzi proponendosi nell’intima coscienza una legge del diritto e del dovere, e se uno scopo determinato non indirizzi l’uomo alla conseguenza delle sue proprie opere. Senza dire di tutte le altre armi che gli mettevano in pugno l’indole dell’animo, il suo genio, la forza della Chiesa, ciò che diede a Gregorio VII una grande superiorità, si fu lo scopo fermo e tradizionale cui mirò; tardi soltanto a re Enrico diventò pienamente chiaro lo scopo cui doveva mirar egli; e anche allora gli restò sempre oscurato da condizioni tali di cose, in cui la potenza della fede religiosa gli opponeva ostile contrarietà. Tuttavolta grande e gloriosa fu la sua lotta instancabile contro il despotismo romano, e gli fruttò eterna gratitudine del suo paese natìo, chè, senza il suo eroico coraggio, Alemagna sarebbe caduta vassalla della tirannide ecclesiastica. Enrico IV fu precursore degli Hohenstaufen; grande e tragico atleta, vivrà immortale nei fasti della nazione tedesca[340].
[347]
Porremo termine alla storia della Città nel secolo undecimo, dando un’occhiata allo stato in cui vi si trovava a quel tempo la coltura dello spirito: però poco in verità ne avremo a dire.
Nel secolo decimo non riuscimmo a scoprire in Roma un sol uomo fornito d’ingegno letterario; neanche in tutto il secolo undecimo uno solo ne troviamo che si elevi fra quei cittadini. Un sì lungo deserto nelle cose scientifiche ha qualche cosa di spaventoso, seppur vogliasene trovare spiegazione nei casi di un’età tanto bruttata di sangue. Quantunque, dopo la prima metà del secolo undecimo, nel resto d’Italia si svolgano i germi della coltura nuova, Roma sola continua ad avvolgersi in un solitario silenzio. Le città incominciano a fiorire di libertà, e queste spronano i cittadini all’opera intellettuale; le scuole di scienze profane fanno le loro prime armi per svincolarsi dalla Chiesa; si attende allo studio delle discipline giuridiche; i commerci creano e diffondono cognizioni, i grandi avvenimenti [348] fanno sentir bisogno di chi ne dia narrazione. Non v’ha che Roma su cui non iscendano cosiffatte influenze a fecondarla; qui tutte le forze sono assorbite nella grande lotta della riformazione; i Papi che ne sono alla testa, educati in Alemagna o nelle Gallie, si affaticano a mondare chiese e conventi dalla corruttela dei costumi, ma non hanno tempo di allevare un clero colto. La serie dei Papi, in parte degni di riprovazione, che si succedono fino al Sinodo di Sutri (benanco i Romani ebbero ad appellarli «idioti»), può denotare il periodo della barbarie più profonda, insino a che Roma si rianima a vita nuova per l’influenza della coltura germanica e gallica, istessamente di quel che avvenne al tempo di Silvestro II e di Gregorio V. I Papi riformatori sono stranieri, e straniero è il meglio dei Cardinali che li circondano.
Nulla sappiamo delle condizioni in cui fossero le scuole romane a questo tempo. Negli altri paesi documenti ci fanno conoscere che v’erano dottori di leggi, scolasti e maestri; non così a Roma. Guipone richiedeva ad Enrico III che s’imitasse l’esempio degl’Italiani, e che s’ordinasse ai nobili tedeschi di mandare i loro figliuoli alle scuole; però è difficile che un tal costume lodevole egli avesse appreso in Roma[341]. [349] Qui la nobiltà e il ceto de’ cittadini mediocri erano meno istruiti che quelli di Bologna e di Pisa, di Pavia e di Milano, quantunque in Roma dovessero pur sempre esservi scuole di grammatica, nelle quali si apparava la dottrina degli scrittori antichi: infatti lo studio della grammatica era allora in Italia diffuso assai, e molto si pregiava uno stile artificiato e composto con colori rettorici[342].
Nelle belle lettere e nelle scienze profane Roma restava addietro della restante Italia; duravano le condizioni stesse che abbiam visto nel secolo decimo. Le Croniche rimate di frate Donizone da Canossa, che descrisse in versi (quantunque per certo sieno barbara cosa) la vita della grande contessa Matilde, le altre di Guglielmo pugliese, in cui le geste eroiche di Roberto Guiscardo trovarono, se non un Virgilio, almeno un narratore intelligente, non invaghirono alcun frate romano a farsene imitatore: e neppur giovò l’esempio delle poesie liriche del Damiani e di Alfano di Salerno; a questa età perfino non v’hanno che poche epigrafi od epigrammi. Però il canto ecclesiastico avrebbe potuto venire in nuovo fiore, dopo che Guido di Arezzo, benedettino nel convento della Pomposa presso a Ravenna, ebbe trovato le note della musica, e dischiuso così la serie di quelle invenzioni di genio, che dalla fronte della [350] gente umana cancellarono la barbarie. L’invidia de’ suoi confratelli tonsurati cacciò Guido fuor del chiostro, laonde quest’uomo, da cui deriva la prima scoperta che si celebri nella storia della civiltà umana, ne fu anche il martire, e potè paragonare sè medesimo a quell’artefice che Tiberio mandò a morte perchè aveva trovato un vetro che nessun urto riusciva a infrangere. Tedaldo, vescovo di Arezzo, gli diè ricetto presso di sè, e presto Giovanni XIX, quantunque ignorante fosse, lo chiamò a Roma. Il Papa si fe’ dare la spiegazione dell’Antifonario di Guido, imparò in breve tempo a cantare una strofa, e comandò che quel metodo meraviglioso s’introducesse nella scuola di canto ch’era in Laterano. Ancor leggiamo la lettera in cui Guido narra beatamente del suo trionfo; e il monaco partì di Roma, ma promise ritornarvi, per dare insegnamento della sua invenzione[343]. Forse Roma non si diè cura di trattenere l’illustre uomo, od altrimenti fu egli (come per verità confessa) che fuggì di quel deserto desolato di febbri. Fra le cause dell’ignoranza de’ preti romani un Cardinale del tempo di Gregorio VII reputava che, oltre alla povertà la quale impediva loro di andare a studio in iscuole straniere, v’entrasse eziandio l’insalubrità di Roma che ne teneva lontani i maestri forestieri: infatti la ruina in cui erano caduti molti quartieri della Città doveva averla ridotta una catacomba [351] vera[344]. Oltre a questo, era povera, piena di fazioni, e la corte pontificia non si curava allora di scienze. Nè Lanfranco di Pavia, precettore di Alessandro II, nè Anselmo di Aosta, discepolo di Lanfranco, più celebre del maestro e padre della teologia scolastica, furono tratti ad andare a Roma. Dal convento di Bec in Normandia quegli astri massimi del secolo decimo, lombardi amendue, gettarono, un dopo l’altro, il loro lume in Francia e nell’Occidente, e si succedettero nell’Arcivescovato di Canterbury, dove morirono.
Neppur dei Papi riformatori si tiene nota, che promulgassero decreti, i quali espressamente togliessero cura delle scuole; soltanto Gregorio VII nell’anno 1078 rinnovò il comandamento che presso ad ogni chiesa si fondassero scuole per il clero[345].
Le biblioteche di Roma a quest’età sono per noi un ignoto; tuttavia può darsi che si desse provvedimento alla loro conservazione, avvegnachè neppur nel secolo undecimo s’interrompa la serie dei bibliotecarî, laddove neppur uno di questi ci venga citato per nome [352] nel secolo successivo e in quello decimoterzo[346]. La decadenza degli studî scientifici tarpava il fervore a ciò che si desse compimento alla biblioteca Lateranense, e in conventi romani appena v’erano monaci, i quali s’intendessero di scrivere codici. Il Damiani deplora perfino la mancanza di copisti, e dichiara pochi essere stati quelli che sapessero leggere correntemente le scritture ch’ei metteva in carta[347]. Roma del continuo aveva ragione di coprirsi il volto per vergogna, se poneva sè stessa a raffronto con monasteri italiani che di qua e di colà attendevano a discipline scientifiche. Di quell’età pervenne a noi un catalogo dei libri che si conservavano nella biblioteca della Pomposa, e il compilatore si fa tutto tronfio, considerando che essa era più ricca di quella di Roma. Guido e Geronimo abati vi avevano, a forza di grave dispendio, raccolto libri da ogni parte del mondo, e il numero di essi per quel tempo era grande assai. A vero dire erano poche le opere di soggetto profano; ed Eutropio e la Historia Miscella, Plinio, Solino e Giustino, Seneca, Donato e Livio (omai mutilato) sono posti a mazzo cogli scrittori di teologia[348].
[353]
Ancor più pregevole fu l’operosità dei frati di Monte Cassino ad ammassare ed a trascrivere codici. L’età d’oro di questa abazia si associa al nome di Desiderio; molti codici ei fece raccogliere e compilare, e fra questi si potevano colà rinvenire più autori profani che in tutti gli altri luoghi: oggidì ancora lo studioso sfoglia con reverenza religiosa parecchi bei codici in pergamena a caratteri longobardi, che l’abate fece copiare. Monte Cassino si adorna di elettissima gloria nella storia letteraria dei secoli undecimo e duodecimo; delle poesie di Alberico, di Alfano, di Desiderio, di Oderisio e di Amato potremmo senza alcun pregiudizio far senza, ma, per lo contrario, sono grandi e imperituri i meriti che si acquistò Amato (intorno al 1080) colla sua storia dei Normanni, e quelli che si ebbe conseguito Leone Marsicano (più tardi cardinale di Ostia, sotto a Pasquale II) colla sua Cronica di Monte Cassino[349]. Benanco la medicina, che per influenza degli Arabi fioriva nella prossima Salerno, era studiata nel convento, e come uno dei suoi più caldi cultori vi splendeva l’africano [354] Costantino, che tradusse in latino scritti arabici e greci, vero portento di sapienza caldaica, che aveva appreso viaggiando in Oriente.
Mentre Monte Cassino si procacciava benemerenze tante, per nessuno di siffatti pregi splendevano i Benedettini di Farfa e di Subiaco, che dimoravano in vicinanza di Roma. Monte Cassino tenne con fervore grande le parti di Roma, ed anzi due Pontefici riformatori uscirono del suo convento; Farfa invece difese costantemente i diritti della podestà imperiale. L’operosità letteraria dei frati farfensi ebbe soltanto indole locale e monastica. Notammo già a’ tempi di Ottone III lo zelante operare di Ugo abate, del quale possediamo alcune scritture che descrivono il decadimento del suo chiostro[350]: difendere le libertà di questo fu l’intendimento continuo e massimo dei suoi successori. In corrispondenza a questa necessità ebbe pertanto origine, sulla fine del secolo undecimo, il celebre Registrum dei documenti giuridici che Farfa possedeva. Frate Gregorio di Catino, nobile sabinate, fu richiesto dall’abate Berardo II di raccogliere in una collezione tutti gl’istromenti concernenti Farfa, ed egli fornì questa laboriosa opera fra l’anno 1092 e il 1099; il suo discepolo Todino men bene la proseguì fino al 1125, nel quale anno ebbero anche fine i documenti, e l’abazia cadde in podestà del Papa. Quella pregiata raccolta di Regesti è una fonte delle maggiori per la storia del medio evo [355] romano; ed ivi essa attinge notizie fin per le cose del secolo antecedente, e ne ha attinto anche questa nostra Storia della Città[351]. Degna di ammirazione è la cura onde i monaci riunirono insieme e trascrissero in pergamena i diplomi di Principi, di Imperatori e di Papi, i registri dei loro possedimenti, gl’istromenti di enfiteusi, gli atti di liti, carte tutte che s’erano andate ammassando da più di tre secoli. Quello stesso Gregorio archivista raccolse in un codice separato i contratti di affittanze, e oltracciò accumulò ancora diplomi, istromenti e date istoriche nella informe, anzi mostruosa «Cronica di Farfa»[352]. Non alle considerazioni dello storico si appartengono tutti questi lavori, ma a quelle degli studiosi d’archivî e dei giureconsulti, perocchè Gregorio non abbia voluto comporne un’opera storica, ma piuttosto documentarne i diritti di Farfa: e con buona ragione a lui si attribuì eziandio un componimento intitolato: «Difesa dei diritti imperiali,» che si riferì alla questione delle investiture, ed è uno degli [356] scritti polemici che furono compilati all’età della controversia sulla riformazione[353].
Anche Subiaco compose nel secolo undecimo un Registrum eguale, ma senza convertirlo in una cronica[354]. Questo monastero antichissimo non salì in rilevanza, quantunque arricchisse e poco a poco assoggettasse al suo dominio le terre circostanti. Al tempo di Leone IX l’abate Umberto, francese, abbellì il convento con edificî, ne costruì il cortile, e ne incominciò la mirabile cripta detta il «Santo Speco»[355]. Però l’abazia si spossò di forze, causa divisioni continue, e sostenne eterne lotte col vescovato di Tivoli, coi Conti delle terre de’ Marsi, coi Crescenzî della Sabina, e con altri tirannelli che erano nel suo vicinato.
Se quei conventi raccoglievano con cure tanto assidue i loro Regesti, maggior ragione di fare il somigliante, avrebbe dovuto avere la chiesa in Roma. Gli archivî dei conventi delle città erano zeppi di documenti, eppure niuno li trascrisse in collezione. Duranti [357] i torbidi del secolo decimo e dell’undecimo, senza dubbio una parte dell’archivio Lateranense periva, ma anche quello che ne avanzava avrebbe ricompensato ad usura le fatiche di un raccoglitore. Effettivamente sulla fine del secolo undecimo a un cotal lavoro si diede incominciamento, avvegnachè si volesse avvalorare con documenti i diritti di libertà della Chiesa romana contro alla podestà imperatoria. Deusdedit, cardinale di parte gregoriana, nativo di Todi e in origine monaco, riunì nella sua Collezione di Canoni, i diplomi degl’Imperatori, le scritture di donazioni, le carte d’investiture feudali, financo vecchi contratti di locazioni ancor dei tempi dei primi Gregorî e cataloghi di Papi[356]. Tuttavia questi Regesti romani ricevettero forme più perfette soltanto dopo la fine del secolo duodecimo, allorquando i cardinali Albino e Cencio v’ebbero rivolto cure diligenti.
Poichè il Papato rifioriva, sembra che avrebbe dovuto rianimarsi anche la lena di chi ne dettasse la storia; per lo contrario, anche in questo secolo la continuazione fatta a Roma delle Storie de’ pontefici, consiste soltanto in cataloghi officiali e barbarici, oppure in notizie informi a modo di croniche[357]. Nulla v’ha che [358] tanto sveli la barbarie crassa del clero romano, quanto il fatto che esso non fu capace di tramandare ai posteri la narrazione dei grandi eventi di quell’età. Roma dovette lasciare ai paesi forestieri la cura di tessere le biografie dei maggiori Papi riformatori; un Arcidiacono di Toul scrisse la Vita di Leone IX, e per desiderio di Gregorio VII la scrisse eziandio san Brunone di Segni, il quale tuttavia non potè farne che una meschina cosa: un Tedesco, canonico a Regensburg, Paolo di Bernried, compilò la Biografia di Gregorio VII, quantunque anch’egli non ne abbia fatto che un’opera difettosa e goffa[358].
In un’età nella quale la Storiografia italiana dava vita alle opere dei milanesi Arnolfo e Landolfo, alle Storie di Amato, alle Croniche di Gaufrido Malaterra, di Guglielmo di Puglia e di Leone Marsicano, in questa età sarebbe rimasta buja una delle più rilevanti epoche [359] della storia pontificia, se non si fossero per buona ventura conservate le numerose lettere di Gregorio VII. Questa celebre collezione, appellata Registrum di Gregorio VII, che fa riscontro all’epistolario di Gregorio I, fu a diritta ragione considerata come vera opera della letteratura romana del secolo undecimo. Chi scrive di storia letteraria può cavarne un giudizio dello stile latino che in questo tempo era usato dalla cancelleria romana; lo storico delle cose politiche ne trae materia inapprezzabile, e il biografo vede riflettersi in quello specchio fedele l’intelletto grande, inflessibile, freddo di un monarca, la cui anima non iscaldò, nè abbellì mai spiro alcuno di poesia[359].
Il contrapposto di Gregorio fu Pier Damiani, ma quest’uomo che ebbe talento vivace, sebbene sia degli ingegni di secondo ordine, non appartenne a Roma che di tratto passeggiero. Di quel che operò abbiam detto, e de’ suoi scritti ci siam giovati parecchie volte; in essi si trovano associati il sentimento mistico e un generoso spirito cristiano. Il Damiani raccolse in sè gran parte della cultura del secolo decimo; le sue scritture, omelie, trattati teologici ed esegetici, biografie di Santi, apologie [360] del monachismo, lettere ai contemporanei, poesie, rivelano un uomo che aveva ricevuto una soda istruzione grammaticale e teologica, un amabile sognatore, ma non mai un pensatore filosofo[360].
Appena è se nella angusta cerchia della storia letteraria di Roma possiamo comprendere un altro scrittore che abbia avuto nominanza all’età di Gregorio: questi è Bonizone, che intorno al 1075 fu vescovo di Sutri. Partigiano di Gregorio dei più zelanti, sofferse persecuzione da Enrico, e, dopo casi che ci sono ignoti, vuolsi che fosse ucciso dagli Imperiali. Egli fu benemerito della storia pontificia a lui contemporanea. Nella sua maggiore opera intitolata: «Della persecuzione della Chiesa», egli ne abbozzò alla breve e con nessuna scienza gli eventi fino ad Enrico II, indi ne descrisse diffusamente i fatti fino alla morte di Gregorio VII. La sua dicitura è abbastanza chiara; ombra non ha di fanatismo; ad onta di errori non pochi e di fatti travisati, l’opera sua è inestimabile; nei suoi libri abbiamo il primo tentativo che s’abbia fatto di scrivere la storia del Papato, se pur sia come lavoro di tendenze partigiane. Le notizie di Bonizone trapassarono in molte altre raccolte di Biografie pontificie e di Croniche[361].
[361]
Eziandio l’erudito Anselmo, vescovo di Lucca, direttore spirituale di Matilde, non appartenne a Roma, della cui causa fu tanto zelante e operoso. La grande controversia della riforma infuse massimamente un impulso gagliardo e di lunga durata nella letteratura di Alemagna e d’Italia: anche ai dì nostri in cui, dopo quasi otto secoli, la rivoluzione italiana del 1859 trascinò il Papato in una lotta mortale contro il sentimento di nazione, vedemmo sorgere una letteratura di opuscoli (brochures) di egual fatta, la quale per parecchi rispetti ci fa sovvenire del tempo in cui s’agitò la controversia delle investiture. Ma, anche oggidì, la città di Roma fu quella che meno d’ogni altro paese contribuì a quel torrente di libricciatoli e di scritture, prò e contro all’unità d’Italia, prò e contro al dominio temporale, prò e contro alla sovranità mondana dei Papi, ossia al diritto di possedere Roma città capitale, che Italia, riunita adesso a nazione per la prima volta dopo la caduta dell’Impero romano, ebbe conseguito opportunità di rivendicare a sè medesima[362].
[363]
[365]
Successore di Urbano II fu Rainero, nativo di Bleda in Tuscia, monaco cluniacense, che Gregorio VII aveva fatto cardinale di san Clemente: in questa chiesa lo si elesse, e lo si consecrò, addì 14 di Agosto dell’anno 1099, con nome di Pasquale II[363]. Avvenimenti rilevanti fuor dell’ordinario, dovevano illustrare il suo reggimento tempestoso. Lo scisma durava tuttavia, nè a Clemente III, il quale era sopravvissuto a tre celebri Papi suoi avversarî, mancò il cuore di combattere anche contro questo quarto. Clemente pose dimora in Albano sotto la protezione [366] dei Conti della Campagna, ma ben presto Pasquale, coll’ajuto di soldatesche normanne, potè discacciarnelo[364], e l’Antipapa fuggì a Civita Castellana, dove morì nell’autunno dell’anno 1100. I suoi stessi nemici dovettero confessare ch’ebbe doti pregevoli, e serbò fermezza d’animo in mezzo alla sventura; quanto agli amici, lo piansero altamente come un santo, e si divulgò che sulla sua tomba avvenissero miracoli (quantunque scismatici fossero), istessamente che miracoli cattolici s’erano compiuti sul sepolcro di Gregorio VII o su quello di Leone IX[365].
[367]
Frattanto la fazione imperiale continuava ancora a levare degli Antipapi, e ciò avveniva anche dentro di Roma, dove quella teneva in mano sua il san Pietro; ma cotali idoli di un quarto d’ora, primamente Teodoro di santa Rufina, indi Alberto vescovo sabinate, ruzzolarono in breve tempo giù del trono usurpato[366]. Di così rapidi risultamenti Pasquale andò debitore alle spade de’ Normanni e alla potenza irresistibile dell’oro; però l’eterna guerra minuta che contro di lui movevano i piccoli ribelli fece a minuzzoli le sue forze. I Papi d’allora, alla paro di tutti gli altri Vescovi, erano costretti a difendere il loro dominio temporale da mille avidi nemici, e allorquando Pasquale, ch’era un frate di mite animo, pensava alla parte che doveva sostenere il santo capo della Chiesa in quelle continue lotte combattute per ragioni di beni mondani, gli conveniva deplorare che se ne fossero iti i tempi apostolici, in cui i Vescovi non avevano posseduto sulla terra che le cose del cielo.
Non andremo citando per nome tutte le castella, nè [368] tutti i baroni contro ai quali il Papa guerreggiò; bensì diremo che con Pietro Colonna, nell’anno 1101, fa sua prima comparsa nella storia la famiglia di nobili che in Roma medioevale fu celeberrima di tutte[367]. Il nome dei Colonna non deriva, come si voleva far credere, dalla famosa colonna di Trajano, ma proviene da un castello che ancora oggidì si eleva nei monti Latini, di sopra della via Labicanense[368]. Il castello Colonna era distante cinque sole miglia da Tusculo; può darsi che fino dal tempo antico avesse appartenuto ai Conti di quelle terre, e fu esso che diede ad un ramo di loro famiglia il nome de Columpna, ossia de Colonna. Pietro che nominammo di sopra, fu probabilmente un figliuolo di Gregorio di Tusculo, fratello di [369] Benedetto IX[369]; e quell’antenato di Martino V si faceva notare come un barone del Lazio che saccheggiava Papi e Vescovi, e predava lungo le vie. I fondatori delle case patrizie medioevali non s’acquistarono gloria o potenza sui campi di battaglia o nelle curie giudiziarie, ma come falchi vivevano annidati in loro torri, e come quegli uccelli rapaci assassinavano e rubavano; indi, a forza di orazioni biascicate in compagnia di monaci regalati riccamente, pregavano e ripregavano, che non fossero loro serrate in faccia le porte del paradiso. Pietro de Colonna possedeva eziandio Monte Porzio e Zagarolo, e cercava di ampliare i suoi possedimenti in quelle belle terre del Lazio: così può darsi che la parentela ond’era congiunto cogli ultimi signori di Palestrina, della famiglia di Stefania senatrice, gli desse di che pretendere a quella città; ma più antichi erano i diritti del Papa, e questi seppe farli valere colle armi[370].
[370]
In tal maniera Pasquale s’affaticò per anni ed anni a domare la nobiltà feroce. In Roma gli erano di martello i Corsi, amici un tempo, avversarî adesso della Chiesa, e la loro famiglia si rimpiattava ancora fra le ruine che stavano presso al Campidoglio. Allorchè Pasquale ne fece demolire le torri, Stefano Corso s’impadronì della fortezza del san Paolo, e di là, non dissimile da un Saraceno, imprese scorrerie brigantesche contro di Roma: cacciatone finalmente, si afforzò nella Marittima superiore, dove s’impadronì di città pontificie. Nel medio evo, un Sallustio avrebbe giorno per giorno scovato fuori il suo Catilina, dappoichè Roma null’altro era che un’oscura catacomba in rovina, entro cui nobili e popolani cospiravano a far cadere uno Stato, di cui il più povero tribuno militare dell’antichità avrebbe forse ripudiato la signoria.
La sedizione dei Corsi si associava coll’esaltamento di un terzo Antipapa, che era eletto dagli ostinati Guibertisti. [371] La famiglia dei Normanni (ond’era a capo un altro Stefano), i Baruncî, i Romani, i Sant’Eustachio, i Berizoni di Santa Maria in Aquiro, trassero nel loro complotto il margravio Guarnerio, che in quel tempo era signore di Spoleto e di Ancona. Un Conte svevo, che altra volta era stato da capitano di Leone IX a Civita, si aveva avventurosamente conquistato una bella signoria sul mare Adriatico, e financo poteva lasciare in eredità ai suoi discendenti la Pentapoli, ora dal nome suo appellata Marca di Guarnerio. Enrico IV aveva favorito le sue buone fortune, e infatti, come gli avi di quel Principe avevano fondato la potenza di Tedaldo, parimenti egli sollevava ben alto la famiglia di Guarnerio, acciocchè gli fornisse appoggio nella lotta contro Matilde: ed al figliuolo del primo Margravio di Ancona dava in investitura anche i feudi imperiali di Spoleto e di Camerino, che in vecchio aveva posseduto la casa della grande Contessa[371].
[372]
Nel Novembre dell’anno 1105 Guarnerio venne con milizie tedesche a Roma, chiamatovi da’ cospiratori, che dentro del Panteon avevano eletto a papa un arciprete Maginolfo; ed allora Pasquale si ricoverò nell’isola Tiberina[372]. Silvestro IV, idolo tremante di paura, fu condotto a mano armata nel Laterano; colà lo assediarono i Pontificî condotti da Pietro prefetto, e lo difesero gli Imperiali guidati da Bertone capitano di milizia, e soccorsi da Guarnerio. Si combattè sul Celio, presso al Septizonio e financo dentro del Circo Massimo[373]. Però Maginolfo stava male a quattrini, laonde pochi giorni dopo si vide abbandonato e solo; fuggì a Tivoli dove Guarnerio era accampato, e il Margravio, [373] che tornò a casa sua senza aver conseguito risultamenti di sorta, se lo prese seco e lo condusse a Osimo.
Pasquale, molestato ma non discacciato da antipapi di questa fatta, potè di già sulla fine di Novembre dell’anno 1105, ripigliar dimora nel Laterano. Una parte della nobiltà era ritornata a soggezione, nondimeno il Papa trovavasi ridotto a condizioni insopportabili di cose. Se mai v’abbia avuto al mondo un trono fatale al Principe che lo possedette, tal fu la cattedra di marmo del san Pietro su cui sedevano i Papi tenenti in mano quel segno di croce che non avrebbe dovuto mutarsi mai in iscettro: colà fra ruine decrepite di vecchiezza, fra chiese divenute antiche come le ruine, volevano reggere un popolo incorreggibile, che era ancor più superbo e più feroce di quello che fossero stati i suoi antenati a’ tempi di Silla e di Mario. La storia civile de’ Pontefici venuti dopo di Gregorio VII, è una scena meravigliosa di stile altamente tragico, sulla quale eternamente si ripetono gli stessi fatti, gli stessi conturbamenti; scoppi d’ira popolare, fughe ed esilî di Papi, loro ritorni trionfali, loro cadute nuove e più tristi, loro nuovi ritorni. Pasquale si partì di quella tremenda Roma, e andò a congregare un Concilio sotto la protezione della contessa Matilde. Avvenimenti occorsi in Alemagna facevano giusto in adesso creder probabile la fine dello scisma, chè l’Imperatore era stato rovesciato del trono per la ribellione del suo secondo figliuolo, e questi, Enrico V, fingeva ipocritamente di piegare il capo al divieto pontificio delle investiture: perciò i legati romani avevano dato appoggio alla sua sedizione; il Papa stesso lo proscioglieva [374] del giuramento che prima aveva prestato in Aquisgrana di esser fedele al padre e di non voler aspirare mai, come aveva fatto Corrado, alla corona di quello[374]. Nel Gennaio del 1106 la Dieta di Magonza aveva invitato Pasquale ad andare a Germania, dove s’avrebbe posto termine alla divisione della Chiesa; e già la morte dello sventurato Enrico IV sembrava sgomberare le vie alla conciliazione. Sennonchè nel Concilio di Guastalla (tenuto nell’Ottobre del 1106), Pasquale poteva rilevare dal fermo contegno di ambasciatori tedeschi intervenutivi, che il novello re non si avrebbe lasciato mai strappare la rinuncia al diritto d’investitura. Infatti, tosto che Enrico V s’ebbe rafforzato sul suo trono, egli trasse in campo risolutamente i diritti della corona, e il Pontefice, che non aveva voluto assolvere l’infelice imperatore, si vide presto ripagato, con ricompensa meritata, dell’egual trattamento che Enrico IV aveva ricevuto dal suo scellerato figliuolo.
A Guastalla si promulgarono decreti che confermarono il divieto delle investiture; tuttavia si fece benigna accoglienza ai Vescovi eletti contrariamente ai canoni, ai Guibertisti, purchè lealmente si riconciliassero colla Chiesa: e questa fu arrendevolezza che i Gregoriani severi non seppero perdonare a Pasquale[375]. Enrico V [375] mostrò indi desiderio che si raccogliesse nel Natale un Sinodo ad Augusta, e che in quello si definisse la controversia tuttora accanita delle investiture; ma il Papa, che avrebbe voluto recarsi colà, temette di un tradimento, e andò in Francia per chiedere che quel re Filippo e Lodovico suo figliuolo si facessero mediatori. Si negoziò cogli ambasciatori di Enrico che s’abboccarono nell’anno seguente a Chalons col Papa, ma non si venne a capo di cosa alcuna; insisteva il Re a voler conservare il diritto d’investitura, e Pasquale, raccolto nel Maggio un Concilio a Troyes, vi rinnovava la proibizione che chierici ricevessero feudi di mano de’ laici. Alla fine, malcontento dei risultamenti del suo viaggio, il Papa deliberò di tornarsene in Italia, e ormai nel Settembre dell’anno 1107 fu a Fiesole vicin Firenze.
Durante la sua assenza Pietro prefetto, i Pierleoni, i Frangipani, uniti a Gualfredo nipote del Papa, avevano con gran fatica tenuto alta in Roma un’ombra di autorità. La nobiltà romana non aveva che una passione sola, crescere la sua potenza famigliare a spese della Chiesa; laonde ad ogni Papa che tornava a Roma s’aspettava sempre l’istesso compito meschino, condurre vassalli e milizie assoldate a combattere i predoni dei beni ecclesiastici. Appena reduce, Pasquale fu costretto [376] a guerreggiare contro Stefano Corso nella Marittima tusca, dove, a Montalto, questo Romano s’era fortificato[376]; ma il Papa a nulla riusciva, e, per confessione del suo Biografo, Roma durò ad essere covo di sedizioni, che si ripetevano ad ogni nuovo dì che scendeva in terra.
Ei sarebbe un tema desolato se volessimo tener dietro a Pasquale per gli avvolgimenti delle ribellioni continue che miseramente dovette sopportare. Andato nell’anno 1108 a Benevento, affidò il reggimento della Città ai consoli Pierleone e Leone Frangipani; diede a Gualfredo la capitananza suprema delle soldatesche, e lasciò Tolomeo di Tusculo a guardia della Campagna. Di questa maniera la necessità dei tempi poneva la podestà politica in mano delle nobili famiglie romane, che adesso formavano la oligarchia dominatrice. Poichè il Papa era lontano, nelle Puglie, i nobiluomini ne trassero tosto vantaggio per insorgere; la Sabina ed il Lazio disertarono dall’autorità del Papa, e Tolomeo, rompendo fede e collegandosi con Beraldo abate di Farfa e con Pietro Colonna, piantò la bandiera della rivolta financo a Tusculo. Pasquale capitò allora accompagnato da lance normanne che gli veniva prestando Riccardo di Aquila, duca allora di Gaeta; entrò in Roma, conquistò castella ribelli, e Tivoli stessa, sede antica dei Guibertisti, gli si arrese dopo una resistenza ostinata, mentre paura e oro facevan cadere le armi di [377] mano a Roma venale. Pasquale si recò in persona al Campidoglio dove il Senato della nobiltà soleva congregarsi, e chiese a questo parlamento che proscrivesse Stefano Corso; finalmente le milizie romane costrinsero i Corsi nella diroccata Montalto a sottomettersi. Così i Papi di quel tempo erano costretti a conquistar con gran fatica piccole rocche annidate su dirupi, e spesso a muover qua e là da capitani, alla testa di genti assoldate. Nell’Agosto dell’anno 1109 Pasquale assediò Ponzia e Affile, antichissime colonie romane nella diocesi di Subiaco, e le infeudò a questa abazia[377]; e, intorno a questo istesso tempo, può darsi ch’egli abbia preso d’assalto Ninfa, in vicinanza di Velletri. Le servitù, di cui queste terre avevano debito verso la Chiesa, consistevano in prestazioni dipendenti da accordi stabiliti, e in ispecie si nota l’obligazione di fornire armigeri le quante volte il Papa lo comandasse; chè anche i Pontefici, come tutti gli altri Vescovi, ricavavano le loro genti d’arme soltanto da’ luoghi che per ispecial patto erano soggetti all’eribanno[378].
[378]
Breve era il respiro di pace che Pasquale s’aveva conquistato con tanta fatica; durò fino a tanto che venne il Re tedesco. Questi fu preceduto dall’apparizione di una cometa, fenomeno apportatore di spaventi, nuncio agli uomini pii e superstiziosi, di guerra, di peste [379] e di ruina. L’Impero già profondamente avvilito, risorgeva adesso col figliuolo di Enrico IV a vendicare l’onta della sua sconfitta, e a soggiogare il Papato gregoriano. Dopo lunghi negoziati Enrico V, nell’anno 1109, aveva ottenuto che l’angustiato Papa gli concederebbe la corona imperiale senza imporgli altre condizioni, fuor di questa, che usasse pietà religiosa alla Chiesa. Pasquale non potè impedire la spedizione cui per decreto di una Dieta tedesca s’era ordinato movere su di Roma, ma in un Concilio lateranense, celebrato ai 7 Marzo 1110, rinnovò il divieto del diritto d’investitura: gli era soltanto sopra questa base che dovevasi comporre la pace. Indi il Papa andò a Monte Cassino, e scongiurò i Principi normanni, affinchè, se ne avesse bisogno, accorressero ad ajutarlo contro di Enrico V; poi, tornato a Roma, radunò quegli ottimati e li fe’ giurare che in tanto pericolo gli presterebbero soccorso.
L’impresa di Enrico V su di Roma mise in mostra il magnifico apparato di forze onde Alemagna, ad onta di lunghe guerre civili, poteva disporre: per l’Italia e pel Papato fu cosa di grave umiliazione. In quel formidabile esercito contavansi trentamila uomini a cavallo, vassalli di cento province di favelle tedesche, slave e romanesche, ed erano condotti da Vescovi e da Principi, che di mal animo oppur volonterosi s’erano raccolti intorno al Re: a lui si accompagnavano financo giurisperiti e letterati, i primi per commentarne i diritti, gli altri per eternare colla loro penna la memoria delle sue geste. Le città dell’Italia settentrionale, che duranti le guerre delle investiture s’avevano dato costituzione di republica, mirarono con isguardi d’odio quelle soldatesche [380] straniere che discesero dalle Alpi nell’autunno dell’anno 1110, ed alle quali loro toccava dare fodero e albergo, e far donativi. Novara ridotta in cenere espiò la sua disobbedienza, e altre castella furono schiacciate con egual ferocia. Se ne spaventarono i Lombardi, e i loro Consoli corsero al Re, offerendogli tributi; soltanto Milano non mandò doni, non soprattutto ambasciatori: se l’odio di parte non le avesse nimicate le une contro le altre, le città più deboli avrebbero trovato in quella fiorente l’appoggio di lor comune libertà[379]. Dei vassalli italici dell’Impero non uno fuvvi che ad Enrico non prestasse omaggio, allorchè egli per tre settimane s’attendò nei campi di Roncaglia, dove tenne la solita Dieta, e, pari a un Serse, vi passò in rassegna il suo splendido esercito, ostentando disprezzo per le città. Fin la contessa Matilde si curvò innanzi alla potenza di lui; molti Principi dell’accompagnatura di Enrico visitarono la illustre donna, gloria del suo tempo, e ne partirono compresi tutti di reverenza. Ma la Principessa non andò in persona dal figliuolo del suo nemico; trattò soltanto cogli ambasciatori di Enrico in uno dei castelli che ella possedeva vicino Canossa; gli giurò vassallaggio in quanto s’avesse trattato di combattere i nemici dell’Impero, ad eccezione del Papa; nè il Re osò di chiedere che la proteggitrice de’ Pontefici unisse i suoi vassalli all’esercito di lui per muovere a Roma.
Che cosa poteva aspettarsi il Papa da un giovine [381] Principe che aveva ereditato l’astuzia del padre, ed aveva saputo ingannare questo padre istesso coll’astuzia sua? da un Principe che con molto maggiore energia aveva risoluto di continuare la lotta a pro dei diritti della corona, poichè la sorte di Enrico IV gli poneva in chiaro che dessa era condizione indispensabile dell’esistenza dell’Impero? Come i suoi messaggieri ne avevano fatto minaccia a Chalons, Enrico V veniva per affermare colla spada il diritto d’investitura, e per ischiantare l’audace edificio d’Ildebrando. Le condizioni di Pasquale II erano più difficili che non fossero state quelle di Gregorio; ed invero, indebolimento interiore e paura mettevano inciampo ai Normanni di dargli ajuto; Matilde era invecchiata e restava neutrale; le passioni religiose, un tempo alleate vigorose della gerarchia, erano sbollite, e la Cristianità chiedeva che a qualunque costo si ponesse fine alle discordie.
Da Arezzo scrisse Enrico ai Romani, dicendo, essere stato fino allora impedito di prestare onoranza alla città capitale del suo Impero; venire adesso; mandassero eglino ambasciatori ad incontrarlo[380]. Suoi messaggi andarono a Roma per trattar della coronazione, e colà s’abboccarono in santa Maria in Turri, presso al san Pietro, con Pier Leone, cui il Papa aveva fornito di facoltà piene. La coronazione doveva essere l’ultimo atto che suggellerebbe un accomodamento; però gran difficoltà trovavasi a conchiudere questo primo di tutti i Concordati. [382] Enrico doveva insistere in quel diritto d’investitura che tutti i suoi predecessori avevano esercitato; doveva il Papa insistere nei decreti degli antecessori suoi che avevano proibito le investiture di mano dei laici, e de’ quali aveva egli stesso solennemente confermato le decisioni. Poteva il Re concedere che il Papa solo desse l’investitura ai Vescovi, dappoichè questi ricevevano principati in feudo dall’Impero? Se i potenti Vescovi ed Abati si fossero compiutamente svincolati dallo Stato, se fossero diventati vassalli della Chiesa romana, forniti da essa dell’investitura, non sarebbe cresciuto il loro potere all’infinito? Non avrebbe dappoi questo potere inghiottito lo Stato, sì come Gregorio VII s’era proposto? Le conseguenze della investitura di diritto regio erano d’altra parte ruina della Chiesa che continuava ad essere la vassalla della corona, ma questo male innegabile avrebbe potuto guarirsi una volta che i Vescovi avessero rinunciato alla potenza temporale, e massimamente ad ogni grado politico[381].
La questione delle investiture era cinta a quel tempo di altrettante difficoltà, quante a’ nostri giorni, in mezzo all’Italia unita, resero avviluppata la questione del dominio temporale dei Papi, ultimo avanzo del corpo che la Chiesa vestì nel medio evo. Infatti entrambe le controversie si rassomigliarono nell’indole loro; in entrambe dominò l’eguale concatenazione di elementi morali e politici; entrambe furono pertanto nodi gordiani [383] che si sciolsero soltanto colla spada. Degno di ricordanza eterna sarà ad ogni modo questo fatto, che un Papa del secolo duodecimo con grandioso ardimento bandì un principio, la cui attuazione avrebbe infuso alla Chiesa più elette forze morali: sennonchè quell’idea aveva troppo dell’etereo in una età che era dominata dall’arbitrio del potente. Pasquale II conobbe che il diritto della corona era chiaro come la luce del sole; e confessò che, senza il privilegio d’investitura, l’Impero non avrebbe potuto sussistere, dappoichè esso aveva prodigato alle Chiese il dono di redditi così immensi. Mentre il giovine e sleale figliuolo di Enrico IV procedeva nel cammino verso Roma, lasciando dietro i suoi passi città smantellate, può darsi che al Papa tremante ei facesse l’istesso effetto di un animale di rapina, la cui ferocia dovesse ammansarsi a furia di pasto. In quelle estreme necessità ei gli gettò dunque fra le ugne i beni della Chiesa per salvar di questa la vita e la libertà, e fece proposta così: i Vescovi restituirebbero all’Impero tutti i loro beni provenienti dalla corona, e vivrebbero di decime; rinunciasse l’Imperatore per sempre al diritto d’investitura, e desse di tal modo alla Chiesa in ricambio (beneficio superiore ad ogni pregio) libertà dallo Stato[382]. Se Pasquale II avesse condotto a [384] compimento questa idea pura ed apostolica, ben sarebbe egli stato più grande di Gregorio VII, e riformatore vero fra tutti i Pontefici. L’intelletto di un monaco virtuoso, assiso sul trono dei Papi e aborrente dalle cose mondane, avrebbe dovuto comprendere che la corruttela del clero e la schiavitù della Chiesa erano soltanto conseguenze della sua secolarizzazione contraria alle dottrine apostoliche; ma Pasquale diè a divedere di non essere pur egli stato uomo di animo così grande, che il suo disegno si possa attribuire ad una idea riformatrice improntata di genio: esso piuttosto era dettato dalla disperazione[383]. Il secolo duodecimo non poteva possedere maturità per cotale idea anticipata della libertà della Chiesa; questo istituto santo, che avrebbe dovuto solamente essere regno incorporeo di luce, di amore, di virtù, continuava, a pari di un sole offuscato da vapori e velato da nubi terrene; e forse i suoi raggi, se avessero dardeggiato in tutta la loro purezza, sarebbero discesi senza frutto, od anche con danno, sul suolo selvaggio di secoli mezzo barbarici. L’associazione feudale della potenza secolare e di quella ecclesiastica gravò ancora per secoli le spalle alla società, e soltanto nel decimosesto risorse poderosa e con coscienza matura quell’idea che in Pasquale II non era forse stata altro che l’espressione dell’ingenua semplicità del suo animo.
[385]
La proposta di lui dovè parere condanna di privazione enorme pel clero che era avvezzo al potere ed alle splendidezze; i prelati avrebbero dovuto dimettere dominî immensi, città, diritti di gabella, di mercati, di zecca, podestà giudiziaria, autorità di margravî. Certo che non per questo sarebbero diventati sì poveri come erano stati gli Apostoli, avvegnachè ogni vescovato possedesse ancora patrimonî privati, e financo avrebbero bastato le decime e le offerte a formar doviziose fonti di uno stato assai agiato[384]. Ma colla perdita della potenza principesca, i Vescovi cadevano senza riparo in balìa della podestà politica e perdevano rilevanza nel mondo, dove si rispetta solamente il potere, come quello che può dare e può torre, e in mezzo alle magnificenze diffonde timore. Ogni Vescovo si sarebbe rifiutato di scendere del grado ragguardevole che aveva nel parlamento dell’Impero per cambiarsi in servo di Dio, libero e virtuoso sì, ma modesto; e tutti loro avrebbero potuto rimproverare a Pasquale che egli facesse da uomo disinteressato a spese altrui, poichè, papa, non pensava a deporre lo scettro del suo Stato ecclesiastico, ed anzi espressamente prefiggeva condizione ad Enrico che lo restaurasse nell’ampiezza delle donazioni antiche[385]. Se la signoria secolaresca non si acconciava [386] a’ Vescovi, era forse più convenevole al Papa? Se ad un Abate non si confaceva muovere alla testa de’ suoi vassalli, tutto chiuso nella corazza e montato sopra un cavallo di battaglia, non era ancor più contrario alla dottrina cristiana vedere il Padre santo sui campi di guerra? I possedimenti dei loro feudi imperiali traevano i Vescovi in continui commercî col mondo, ma che non era da secoli la storia dello Stato ecclesiastico romano? Tuttavolta, la esistenza di uno Stato tale, benanco in così misero assetto, era a quel tempo condizione essenziale della independenza spirituale del Papa. L’ironia fatale che s’avviticchiava senza posa al principio suo rendeva il dominio temporale in pari tempo scudo e tallone di Achille del Papa, e lui faceva in pari tempo re e martire, possessore di uno Stato ed esule. Era piccola ma sempre ribelle la zolla di Roma, e invischiando il piede del sommo sacerdote della Cristianità aveva bastante peso per impedirgli di sollevarsi a regioni troppo sublimi, dove, fatto quasi divino, si sarebbe sottratto alle idee del suo tempo, oppure, tiranno del mondo morale, inaccessibile alle cose mondane, si sarebbe sottratto alle esigenze di quello. Pasquale a mala pena indirizzava a sè medesimo la domanda, se in lui fosse salutare la mescolanza di prete e di re; e se un qualche Vescovo malignando avesse mosso dubbio del principio su cui si fondava lo Stato di san Pietro, egli gli avrebbe a miglior ragione risposto ciò che Pio IX oggidì risponde agli usurpatori teorici e pratici dei dominio temporale, e v’avrebbe aggiunto che le province di san Pietro non erano feudi dell’Impero. Da dopo l’anno 1862, dacchè una delle più [387] meravigliose rivoluzioni andò distruggendo il vecchio e fragile Stato della Chiesa, è cosa attrattiva pensare, che l’assentimento a quella rinuncia, di cui Pasquale con sì grande ingenuità faceva richiesta ai Vescovi, avrebbe avuto per conseguenza eziandio la fine dello Stato pontificio: e ben si può stupire che, ancor settecent’anni dopo di Pasquale, tutta Europa si sia affaticata a discutere di cotali questioni antichissime con fervore pari a quello del loro tempo remoto[386].
Se Enrico V avesse accettato la proposta del Papa, ne avrebbe potuto raddoppiare tutto d’un tratto la dovizia della corona; un monarca avaro avrebbe, senza pur pensarci su, steso il braccio a prendersela, ma un Principe prudente doveva prima riflettervi sopra per bene. Rinunciando all’investitura, la monarchia perdeva massimamente tutta la sua influenza sulla Chiesa, grandissima delle podestà che allora vi avessero nel mondo. I beni restituiti dalla Chiesa, sarebbe pure stato necessario [388] di nuovamente concedere in feudo ad altri; alla fin fine sarebbero colati ad accrescere la potenza famigliare di maggiorenti ereditarî; le città, che erano tenute dai vescovati soltanto in un lasso legame, avrebbero ottenuto pienezza di libertà. Ma soprattutto poteva Enrico credere che Vescovi e Principi avrebbero consentito alla proposta del Papa? che specialmente sarebbe stato possibile, senza una immane rivoluzione dei rapporti della proprietà, di riprender possesso di tanti beni, che mille vassalli alla lor volta tenevano in feudo dalle Chiese?
Enrico desiderava veracemente di far pace colla Chiesa; accettò dunque il patto, senza però confidare che fosse possibile di condurlo ad effettuazione.
Furono compilati due trattati; l’uno della rinuncia del Re al diritto d’investitura; l’altro della rinuncia che per decreto pontificio il clero avrebbe fatto dei beni della corona: dopo lo scambio delle pergamene, il Re sarebbe stato coronato. Le gelose cautele che vi furono introdotte fan parere il Re ed il Papa simili a due nemici che negoziassero, di cui l’uno temeva tradimento e assassinio dall’altro. Non si dee dirittamente chiamar barbara un’età, in cui il capo secolare dell’Occidente doveva giurare per patto che non s’impadronirebbe a tradimento del sommo sacerdote della Cristianità, che non lo mutilerebbe nel corpo, nè lo ucciderebbe[387]? [389] Ambasciatori s’affrettarono di andare a Sutri, fin dove era giunto il Re; approvò questi i due istromenti, ma sotto condizione che tutti i Vescovi e i Principi dell’Impero aderirebbero a quella rinuncia, la qual cosa (così nota il Cronista che ne dà il racconto) si reputava essere impossibile[388]. Addì 9 di Febbraio Enrico e i suoi ottimati, i Duchi e i Conti di Baviera, di Sassonia e di Carinzia, Alberto cancellier suo, Federico di Svevia suo nipote e il Vescovo di Spira giurarono sicurtà al Papa e adempimento del trattato, purchè il Papa da canto suo vi desse esecuzione entro il prossimo giorno di domenica: indi l’esercito si avviò alla volta di Roma, e il sabato 11 di Febbraio pose campo in vicinanza di Monte Mario.
Enrico V trovavasi a fronte della città Leonina e del castel Sant’Angelo, dove, ventisette anni prima, il padre suo aveva assediato l’autore della formidabile controversia. L’ombra melanconica di Enrico IV doveva turbare l’animo di un tal figliuolo, e comandargli vendetta: il cadavere di quell’Imperatore stava ancora insepolto, chiuso com’era da sett’anni in una cappella non consecrata del duomo di Spira, poichè Pasquale con durezza romana avea respinto la preghiera che gli si concedesse tumulo cristiano. Possiamo imaginare [390] che sentimenti provassero i cavalieri orgogliosi di Germania in vista di Roma, o di che cuore stessero i Romani sulle cui teste pendeva quella nube gravida di tempesta, o a che meditasse il Papa il quale sapeva di esser preso nei lacciuoli di un nemico spergiuro, nel tempo istesso che messaggieri suoi, come in passato quelli di Gregorio VII, correvano la Campania in cerca di un novello Guiscardo. Il domani avrebbe potuto esser giorno di una grande opera di pace o di orrenda ruina.
Ambasciatori de’ Romani andarono al campo di Enrico, e vi chiesero ch’egli giurasse le leggi di Roma: il Re romano fecelo, ma sprezzantemente pronunciò la promessa in lingua tedesca, di che offesi, molti de’ maggiorenti se ne tornarono alla Città. Vennero i legati del Pontefice, si scambiarono ostaggi, ed Enrico nuovamente giurò al Papa sicurtà e conservazione dello Stato della Chiesa.
Il dì dopo, ai 12 di Febbraio, dovevasi compiere la ceremonia della coronazione. Le corporazioni di Roma, i collegî di giudici, le scuole della corte pontificia, le milizie coi loro segnacoli di draghi, di lupi, di leoni, e di aquile inalberati sull’asta delle lance, il popolo con fiori e con palme, andarono a levare il Re presso a Monte Mario. Il figliuolo di Enrico IV entrò a cavallo nella città Leonina colla sua magnifica comitiva, fra le acclamazioni, sincere o adulatorie che fossero, onde lo salutavano mille e mille voci, gridando: «Pietro santo elesse Enrico a re.» Secondo l’uso di tradizione, prima presso ad un piccolo ponte, indi vicino alla porta, Enrico giurò che obbedirebbe alle leggi di Roma; sorrise con [391] disprezzo agli inni degli Ebrei, e accolse con ciera di ostentata degnazione gli applausi della scuola de’ Greci. Nella città Leonina lo ricevettero cori di frati e di monache con cerei accesi in mano, e letanie di preti, i quali anch’essi gridavano: Heinricum Regem Sanctus Petrus elegit. Così lo splendido corteo procedette a lenti passi fino alla scalea del san Pietro. Non s’aveva mai aspettato con dubbiezze tanto grandi un Imperatore designato, come avveniva adesso del figliuolo di Enrico IV; la pompa solenne delle accoglienze, degli omaggi e dell’adozione da parte del Papa non potevano che lievemente palliare le gravi diffidenze in cui si stava, ed Enrico prudentemente non volle entrare nel san Pietro, se le sue soldatesche non l’ebbero prima occupato[389].
Il Re ed il Papa avevano preso posto sulla Rota di porfido nella basilica parata a festa; colà doveva compiersi la grande opera di pace, dovevansi giurare i trattati e scambiarsi le pergamene. Fu letto il Pactum del Re e l’altro del Papa, ma i Vescovi e i Principi accolsero con mormorii la lettura del documento pontificio, il quale diceva: essere contrario ai canoni il grado politico del clero; illecito essere che i preti prestassero servigio negli eserciti, perchè la era cosa inseparabile dalle uccisioni e dalle rapine; non poter i servi dell’altare fare altresì da servitori della corte; voler necessità che eglino diventassero cortigiani fino a tanto che ricevessero beni in feudo dalla corona: così esser nato che [392] Vescovi eletti conseguissero la consecrazione soltanto dopo di avere ottenuto la investitura regia, e questo averlo proibito i decreti di molti Concilî; egli, Pasquale, comandare sotto pena di scomunica che i Vescovi restituissero per sempre all’imperatore Enrico i feudi della corona, quanti di essi erano pervenuti alle Chiese da Carlo magno in poi[390].
Il malcontento scoppiò colla violenza di un turbine. Dovevano i Vescovi assoggettarsi ad un semplice decreto del Papa, e riconoscer questo per signore assoluto e padrone della Chiesa? Contro il professato principio evangelico si ribellava l’orgoglio mondano di preti, i quali, di nuncî del Vangelo ai popoli, s’erano tramutati in loro baroni; e se Cristo fosse apparso all’assemblea per sorreggere l’autorità del suo vicario con quel suo detto: «Date a Cesare ciò ch’è di Cesare», la voce di lui sarebbe stata soffocata da grida furibonde. Convien mai credere che Pasquale confidasse che Principi e Vescovi avrebbero accettato il suo decreto? Non è possibile: egli poteva soltanto sperare di venire ad un aggiustamento momentaneo coll’Imperatore; il resto sarebbe stato argomento da trattarsi con negoziati e nei Sinodi. Re e Papa, sedenti sulla Rota di porfido e tenenti in mano ciascuno la scrittura sua, senza che alcun di loro credesse alla possibilità di recarne in essere il patto, rassomigliano a due attori di un gran dramma, dei quali l’uno fa la sua parte tutta astuzie e violenze, l’altro recita [393] la sua di soggezione disperata. Sennonchè, accosto a Pasquale v’era una riforma prematura al suo tempo, laddove non si può disconoscere che Enrico coltivava l’idea di un colpo di Stato: e infatti tosto ei lo compieva in modo che rimarrà esempio di uno dei più arditi e violenti onde tenga ricordanza la storia.
Il Papa faceva una concessione tanto grande e tanto ampia, che Enrico v’intravvide soltanto un laccio con cui quegli intendesse d’impadronirsi della sua rinuncia, per lasciarlo poi in balìa delle contrarietà dei Vescovi e dei Principi. Nel san Pietro ancora una volta protestò che da lui non derivava il progetto di torre alle Chiese i loro beni; così ne lasciò al Papa solo la responsabilità, e già in Sutri egli aveva posto a condizione del suo trattato, che tutti i Principi dell’Impero vi dessero il loro assentimento. Chiestagli dal Papa la rinuncia al diritto d’investitura, il Re si ritirò per consultarsi coi Vescovi; ed i suoi ottimati, sclamando a voci alte, che l’idea del Papa era eresia e spogliazione delle chiese, recisamente si rifiutarono di dar accoglienza al trattato[391]. Così discutendo si venne a sera; Pasquale domandò che si ponesse fine al lungo consigliare, ma i Vescovi strillarono [394] che il trattato non si poteva mandare ad esecuzione; il Re allora chiese che lo si coronasse, ma il Papa rispose negando. Un cavaliere infiammato di collera, si fe’ avanti, e: «A che occorrono», proruppe, «tante ciarle? alle corte, il signor mio vuol esser coronato, come Lodovico e come Carlo!» Alcuni Cardinali impauriti proposero che si coronasse il Re, e che si differisse alla dimane la conchiusione del Concordato, ma i prelati non vollero più saperne di trattati. Alcuni Vescovi, segnatamente Burcardo di Münster e Alberto cancelliere, soffiarono nelle ire fiammeggianti del giovine Re, e lo indussero a rompere il suo giuramento e ad impadronirsi della persona del Papa. Armigeri si postarono intorno al Papa e all’altar maggiore, e aveva quegli finito appena di celebrar la messa, che i cavalieri, i quali lo tenevano d’occhio, minacciandolo colla punta delle loro spade, lo costrinsero a collocarsi nella tribuna. Ne nacque un gran tumulto; Norberto cappellano di Enrico si gittò piangendo a’ piedi del Papa, e Corrado di Salisburgo gridò forte al Re, che l’azione sua era un empio delitto. Soldati colle spade nude si gettarono sull’ardito Vescovo; querele e grida di preti e di signori, strepito d’armi, grida d’ajuto, preti atterriti che fuggivano od erano presi a picchiate, misero a fierissimo scompiglio la basilica già ottenebrata: intanto il Papa e i Cardinali, insieme raccolti, tremavano sotto le alabarde dei soldati; turbe di genti ansiose di vendetta s’accalcavano nel san Pietro, e di là del Tevere tutta la Città andava omai commovendosi a furore.
Scese la notte, e Pasquale e la sua corte furono tradotti in un edificio prossimo al san Pietro, e confidati [395] alla guardia di Udalrico patriarca di Aquileja. La prigionia del Papa sciolse qualunque freno di disciplina; preti e laici senza distinzione furono spogliati e atterrati a colpi di spada; si rapirono i vasi sacri e i paramenti della chiesa: chiunque poteva fuggire correva alla Città gettando grida di spavento.
Due Cardinali vescovi, Giovanni di Tusculo e Leone di Ostia (l’istoriografo di Monte Cassino) erano fuggiti di là del ponte Sant’Angelo, travestiti. Raccolgono il popolo; da ogni torre si suona a stormo; il più fiero fermento agita Roma da un capo all’altro; quanti Tedeschi senza alcun sospetto sono venuti nella Città cadono uccisi: quest’è la scena di terrore in cui si tramuta ancora una volta la festa di una coronazione imperiale. Dacchè un governatore bizantino aveva tratto in esilio papa Martino il Pontificato non aveva subìto violenze così gravi come questa da parte della suprema podestà dello Stato. I Romani si sentirono punti di quel vitupero, dimenticarono le loro nimistà contro ai Papi, si sovvennero del giuramento che avevano prestato a Pasquale, e, uniti nel sentimento comune dell’odio contro la podestà imperiale straniera, allo spuntar del sole entrarono nella città Leonina per liberare il Papa. Un orgoglioso [396] disprezzo aveva fatto sì che il Re non s’avesse tenuto in guardia, perlochè poco mancò che l’assalimento non gli costasse vita e trono. Spoglio di vestimenta e scalzo, saltò a cavallo nell’atrio della basilica, e, gettatosi di un lancio giù dei gradini di marmo della scalea, si scagliò ove più ferveva la zuffa: cinque Romani caddero sotto i colpi della sua asta, ma anch’egli ferito precipitò di sella. Ottone viceconte di Milano gli prestò il suo cavallo sacrificandogli la vita, chè quel suo magnanimo salvatore fu preso, trascinato nella Città e fatto a pezzi. Grande era il furore de’ Romani; il loro assalto si tramutò in vera battaglia, e le milizie di Enrico, battute e cacciate fuori del portico, stavano per soccombere[392]. Il valore de’ Romani, di cui non avevano dato mai così splendida prova, avrebbe meritato in ricompensa che eglino potessero liberarsi dall’Impero, ma l’avidità di saccheggiare tolse loro di mano la vittoria, più presto che non avrebbero fatto gli sforzi de’ Tedeschi; alla fine, in mezzo a orrendo massacro, furono ricacciati di là del ponte, ossia furon volti in fuga; soltanto poterono proteggerli alcune sortite che fecero le genti del castel Sant’Angelo.
Considerevoli perdite subirono gli Imperiali; si capì che una città sollevata diventava formidabile anche contro ad eserciti ordinati, laonde Enrico di nottetempo [397] partì della Leonina. Due giorni rimase egli nel campo sotto alle armi, in quello che i Romani, spossati ma pur ansiosi di vendetta, si raccoglievano insieme di nuovo. Il Cardinale di Tusculo, che faceva adesso da vicario del Papa, gli scongiurò di tornare alle armi. «Romani», diss’egli, «si tratta di combattere per la vostra libertà, per le vostre vite, per la gloria vostra, per la difesa della Chiesa. Il santo Padre, i Cardinali, i vostri fratelli, i figli vostri languiscono nei ceppi dello sleale nemico; mille generosi cittadini giacciono distesi morti sotto il portico; la basilica dell’Apostolo, il duomo venerando della Cristianità, ammorba del lezzo di cadaveri e di sangue; la Chiesa profanata vi sta appiedi lacrimosa, e a mani giunte chiede pietà e soccorso al popolo romano, il quale solo può salvarla.» Tutta Roma giurò di combattere a vita e a morte[393], ma nella notte dai 15 ai 16 di Febbraio Enrico levò le tende e mosse nel Sabinate. Mentre egli conduceva con sè prigionieri il Papa e sedici Cardinali, i suoi soldati traevano avvinti in ceppi Consoli romani e preti, e da cavallo, picchiandoli colle aste delle loro lance, se li cacciavano innanzi per le vie fangose in cui si sprofondavano a mezza gamba: era uno spettacolo che faceva ricordare del tempo dei Vandali[394]. A Fiano l’esercito guadò il [398] Tevere, e finalmente s’accampò in vicinanza di ponte Lucano, sotto di Tivoli. Enrico aveva intendimento di unirsi coi Conti tusculani, e di tagliar fuori, se mai venissero, le milizie normanne, che Giovanni cardinale con ferventi istanze aveva chiamato in ajuto: lasciava il Papa con alcuni Cardinali nel castello di Trevi, e gli altri prigionieri confinava a Corcodilum, tenendo tutti in custodia strettissima[395].
In tal guisa, il figliuolo di Enrico IV infliggeva a quella Chiesa stessa che un tempo lo aveva confermato nella sua empia ribellione, un’onta quale essa non aveva sofferto mai neppur dal quarto Enrico. In qualunque modo si voglia considerare l’audace colpo di Stato da lui commesso, esso fu giustizia di Nemesi che se ne fece esecutrice; le intemperanze di Canossa trovarono adesso in Roma il loro riscontro. Il massimo degli anatemi avrebbe dovuto colpire il Re che caricava di catene il Vicario di Cristo, od anzi, simile a Salmanassar, traeva in cattività la Chiesa romana; invece Pasquale non fe’ che piangere e tacque. Sappiamo del commovimento che agitò il mondo ecclesiastico, ma non di quello che possa avere scosso il mondo politico quando udì della prigionia del Papa; certo che esso si die’ tanto poca briga di liberarlo, quanto [399] poco se ne curò settecent’anni più tardi, allorchè Napoleone ebbe imitato l’esempio di Enrico V. La contessa Matilde dovè sentire dolore dell’avvenuto, come della più grave sconfitta che ella avesse tocca; eppure non si mosse. Messaggi sopra messaggi erano corsi nelle Puglie; eppur nessun Guiscardo comparve. Soltanto Roberto di Capua mandò trecento cavalieri nelle terre romane, tanto per darsi apparenza di soddisfare al suo dovere di vassallaggio, ma a Ferentino quelle genti diedero di volta, perciocchè trovassero il Lazio disposto a favore dell’Impero, e fra loro e Roma si frapponesse l’esercito di Enrico. La morte repentina di Rogero duca delle Puglie e di Boemondo fratel suo, aveva messo a scompiglio gli Stati normanni; temevasi che i Longobardi si sollevassero e che Enrico vi imprendesse qualche spedizione, per lo che i Principi di quelle terre erano costretti a spacciar in gran fretta ambasciatori al Re, e per mezzo di loro gli prestavano omaggio[396].
Sessantaun giorno Enrico sostenne Cardinali e Papa in durissima prigionia, primamente nelle castella di cui dicemmo, indi nel suo campo. Contemporaneamente minacciava egli ogni giorno di assalto la Città; con fame, con devastazione di terre, con crudel trattamento [400] de’ carcerati, volle piegar tutti al voler suo. Però stavolta i Romani resistettero financo all’oro, e dichiararono che non accondiscenderebbero ad aprir le porte se prima non fossero stati riposti in libertà i prigionieri. Sennonchè, per far questo, Enrico esigeva che il Papa lo coronasse, e senza condizioni di sorta riconoscesse che le investiture erano dritto della corona: e poichè quegli rispose con un rifiuto, spazientito minacciò che farebbe passare a fil di spada tutti i prigionieri, se Pasquale non avesse ceduto. I maggiorenti del Re, i prigionieri, i Romani dalla Città, gli afflitti Cardinali si gettarono a’ piedi del Pontefice, e lo scongiurarono che acconsentisse, per riguardo della sventura universale, per amore della oppressa Città e della Chiesa deserta, per impedire lo scisma che romoreggiava per aria. È bello a imaginare che, invece di Pasquale II, prigioniero fosse stato Gregorio VII, e chiedersi se quest’uomo eroico, che nel castel Sant’Angelo aveva risposto un calmo no a coloro che lo supplicavano ginocchioni di più mite consiglio, neppur in questi frangenti avesse ceduto. «Ebbene», sclamò lo sventurato Pasquale con gran sospiri, «per la liberazione della Chiesa sono costretto ad accordare ciò che altrimenti non mi si avrebbe strappato neanche a prezzo della mia vita»[397]. Nuovi trattati si compilarono, ma il conte Alberto di Blandrate non volle saperne che l’adempimento del giuramento da [401] parte del Papa si vincolasse ad alcuna condizione scritta; e Pasquale, volgendosi al Re con dolcezza piena di rimprovero e con un sorriso amaro, gli disse: «Io presto questo giuramento affinchè voi adempiate al vostro.» Il campo tedesco trovavasi di là dell’Anio, nella «pianura dei sette fratelli», mentre di qua di ponte Mammolo stavano i Romani[398]. Ivi sedici Cardinali con sacramento dichiararono in nome del Papa che si concedeva amnistia di quanto era avvenuto, promisero che re Enrico non sarebbe mai scomunicato, che sarebbe coronato imperatore, che gli si presterebbe soccorso nelle cose dell’Impero e del Patriziato, che finalmente non si recherebbe mai molestia al suo diritto d’investitura. Quattordici maggiorenti del Re giurarono per conto di lui che, entro un tempo determinato, il Papa, tutti i prigionieri e gli ostaggi sarebbero condotti liberi in Transtevere, che non si torcerebbe pur un capello ai partigiani pontificî, che si darebbe sicurtà alla città di Roma, al Transtevere ed all’isola Tiberina, che si restituirebbero alla Chiesa i suoi beni[399].
[402]
Il Re insistette affinchè il privilegio della investitura si confermasse prima di entrare nella Città; perciò la scrittura ne fu compilata da un notajo che in gran fretta si fe’ venire di Roma. Il dì dopo l’esercito si pose in via, e, poichè allora ponte Milvio era in ruina, si traghettò il Tevere non lungi dallo sbocco dell’Anio, e si pose campo presso la via Flaminia. Qui il memorabile documento fu messo in ordine, e il Papa sventurato con grevi sospiri vi appose la sua sottoscrizione.
«Così volle Iddio che il Tuo Impero sia in ispecial modo associato colla Chiesa, laonde i predecessori Tuoi ottennero colla potenza e colla saviezza la corona della città di Roma e il regno imperiale. A questa dignità di diadema e d’impero la Maestà di Dio per l’officio Nostro sacerdotale elevò benanco la Tua persona, o amatissimo figlio Enrico. Perlochè i privilegi dell’Impero, che i predecessori nostri accordarono ai Tuoi antecessori, imperatori cattolici, Noi accordiamo anche alla Dilezion Tua, e li confermiamo con questo Privilegio, siccome segue: Tu impartirai l’investitura coll’anello e col pastorale ai Vescovi ed agli Abati del Tuo Impero che saranno eletti, mondi di violenza e di simonia; e dopo la loro installazione canonica eglino riceveranno la consecrazione dal Vescovo, cui si compete [403] di darla. Chi sarà eletto dal clero e dal popolo senza l’assenso Tuo non potrà esser da chicchessia consecrato, se da Te in prima non abbia ricevuto l’investitura; ai Vescovi ed agli Arcivescovi sarà concesso di consecrar canonicamente Vescovi e Abati investiti da Te. Siccome poi i Tuoi antecessori hanno dotato le Chiese dell’Impero con tanti beneficî dei loro diritti regî, così è necessario che si contribuisca alla solidità dell’Impero stesso, massimamente coll’assistenza dei Vescovi e degli Abati, e che si sopiscano per opera della Maestà regia i dissensi che potessero intromettersi nel popolo a causa delle elezioni. Pertanto la Tua prudenza e la Tua podestà devono provvedere affinchè col soccorso Divino s’abbiano a conservare per via di feudi e di grazie regie la grandezza della Chiesa romana e la floridezza di tutte le altre. E se podestà o persona alcuna ecclesiastica o secolare oserà disprezzare questo Privilegio nostro o contraddirvi, cada su quella l’anatema, e sia privata de’ suoi onori. Chi poi lo rispetterà, benedetto sia dalla pietà Divina, la quale voglia concedere alla Maestà Tua un Impero felice»[400].
Allorchè Enrico tenne in mano questa Bolla, che faceva in pezzi tutti i divieti pronunciati da Gregorio VII e dai suoi successori contro il diritto d’investitura, a stento potè egli stesso credere alla vittoria conseguita, [404] e lasciò tosto andarsene il Papa che gli impartì la benedizione: così fu che un arguto Cronista tedesco potè paragonare il poderoso Principe al patriarca Giacobbe, il quale non levò le mani dall’angelo con cui lottava, finchè questi non l’ebbe benedetto[401]. Addì 13 di Aprile Enrico rifece il suo ingresso nella città Leonina, ma la coronazione avvenne in fretta e in furia, e non fu salutata da alcun accento di gioia. Tutte le porte di Roma rimasero sbarrate, così che la moltitudine dei Romani non prese parte alla ceremonia; vi assistettero soltanto i loro deputati, ed Enrico V, anch’egli come l’avo suo, fu vestito delle insegne del Patriziato[402]. Il Re costrinse il Papa a riprendere in mano la scritta del Privilegio acciocchè indi alla vista di tutti gliela porgesse nuovamente, in prova che quell’atto non gli era stato imposto, ma che lo aveva dettato di sua libera volontà. Lo scherno ferì sul vivo il clero, tuttavia il Papa volle lealmente mantener pace; spezzò l’ostia per [405] sè e per Enrico, e mentre entrambi la consumavano, disse con accento d’intimo convincimento: «Sia separato dal regno d’Iddio chi vuol frangere questo patto.»
Enrico V fu primo di tutti gli Imperatori romani che ricevesse in Roma la corona, senza aver posto piede nella Città propriamente detta. Di là delle mura di questa i Romani accompagnavano la coronazione sua con maledizioni e con voti di vendetta; e ben potevano essi paragonarlo a un ladro che erasi cacciato dentro al san Pietro e, appuntato il coltello al petto del Papa, era fuggito in gran furia, portandone via il diadema rubato. Appena coronato, Enrico, sempre diffidente, si prese statichi, andò al suo campo, levò le tende, trionfalmente mosse verso Tuscia per la stessa via che un tempo avevano battuto suo padre e l’avo suo, lasciò dietro di sè Roma che non aveva conquistato, ma che pur aveva domato al voler suo, e lasciò il clero vituperato e sbigottito, con sè recando il bottino della sua rapina, la pergamena pontificia che confermava il diritto di investitura. L’audacia di questo colpo di Stato spicca con luce chiara dal fondo tetro e oscuro della storia del quarto Enrico, ma non monda il suo figliuolo dalla macchia di spergiuro. Invertì egli le parti di Enrico IV e di Gregorio VII; il figlio di colui che meschinamente s’era prostrato nella polvere innanzi a un prete, avvinghiava il Papa con mano armata, lo sforzava a curvare il collo sotto la maestà regia, e in un breve istante otteneva ciò cui Enrico IV non aveva potuto giungere in sessanta battaglie. Per quanto la sua opera di violenza paia essere stata un fatto meramente casuale, essa fu invece conseguenza logica di ragioni istoriche; tuttavolta [406] risultamenti in così rapido modo conseguiti non potevano essere di lunga durata, e l’avvilimento che Pasquale sofferse, non ebbe, come quello di Enrico IV, indole morale.
Allorchè il misero Papa, ancora sbalordito di quanto era avvenuto, rientrò nella Città, il popolo lo salutò con gioia fanatica, perocchè la testa di lui fosse cinta dell’aureola di martirio sofferto per la causa nazionale: così similmente, settecento anni più tardi, i Romani salutarono il loro Papa, allorquando tornò libero dalla prigionia in cui lo aveva tenuto un conquistatore straniero. Tanto fitta moltitudine di gente ingombrava le vie, che Pasquale giunse appena verso sera al Laterano[403]. Lo sventurato poteva confortarsi di quell’apparenza ingannatrice che faceva credere a un rappacificamento di Roma col governo pontificio[404]; ma quando fu rinsensato dal suo stordimento, nelle facce meste o imbroncite di coloro che lo circondavano lesse scritto l’avviso della lotta formidabile che adesso lo aspettava nel grembo istesso della Chiesa.
[407]
Un turbine d’indignazione si sollevò nel partito gregoriano. Vedeva esso crollata, per debolezza di un Papa, la grande opera che Gregorio VII aveva tirato su a forza di tante fatiche; i Cardinali, che non avevano diviso la prigionia di Pasquale, lo disprezzavano perciocchè non avesse preferito morire da martire anzichè sottomettersi al comando dell’Imperatore; addirittura chiamavano eresia ciò che il Pontefice aveva fatto, quantunque egli pur non fosse uscito della cerchia della disciplina ecclesiastica; chiedevano finalmente che si rompesse il trattato. Pasquale vide sorgere tutt’intorno a sè una discordia funesta; gli uomini zelanti lo minacciavano col dito teso, come se fosse stato un traditore di Dio, laonde l’infelice andava a nascondere il suo disperato dolore nelle solitudini di Terracina e dell’isola di Ponza.
La Chiesa trovavasi rispetto a Pasquale nelle eguali condizioni in cui sarebbe uno Stato moderno di contro a un Principe che rompesse fede alla costituzione del regno; però nessun popolo ha mai combattuto le infrazioni commesse dal suo Re contro lo Statuto della nazione con pari energia e con forme rigidamente costituzionali e concesse dalla legge, sì come allora fecero la [408] Chiesa e i suoi parlamenti. Giovanni di Tusculo e Leone di Ostia congregarono a Roma un Sinodo, nel quale si rinnovarono i decreti di Urbano e di Gregorio, e si protestò che il Privilegio dato ad Enrico V era nullo: a questo giudizio si associò con grande veemenza Brunone vescovo di Segni, che allora era in pari tempo abate di Monte Cassino[405]. Si chiese a Pasquale che ritrattasse il Privilegio e che scomunicasse il Re; Vescovi forestieri alzarono incolleriti le loro voci; Giovanni di Lione bandì un Concilio della Chiesa gallica; i Legati pontificî congregarono Sinodi, e l’irritazione giunse a tanto veleno, che già si teneva discorso di destituire il Papa. Minacciava uno scisma, giacchè Pasquale non soltanto aveva per difensori tutti que’ Cardinali che avevano avuto parte ai suoi casi ed all’opera sua, ma tutti gli aderenti dell’Imperatore e finalmente quelli dei Vescovi, che pur essendo ortodossi, avevano animo temperato a moderazione: alla loro testa stava il celebre Ivone di Chartres[406]. Pasquale, debole, impaurito, mal [409] securo di sè stesso, scriveva lettere ai Vescovi fiammeggianti di zelo, procurando di ridurli alla calma; biasimava gli attacchi che Cardinali fanatici volgevano contro il capo supremo della Chiesa, e protestava penitente che stava studiando il modo di poter cancellare tutto quello che era avvenuto.
Addì 18 Marzo del 1112 radunò in Laterano un Concilio; descrisse ciò che sofferto aveva, disse come fosse stato astretto ad accettar quella transazione; confessò che il Privilegio era stato cosa contraria al giusto, ma protestò che ei doveva lasciare al Concilio le cure di porvi riparo, avvegnaddio egli non iscomunicherebbe mai l’Imperatore, nè a cagion delle investiture gli darebbe molestia. Nell’ultima tornata ei si purgò eziandio della taccia che gli veniva data di eresia, facendo una solenne professione di fede e riconoscendo per giusti i decreti dei suoi antecessori: allora il Sinodo ad una sol voce, lui silente, protestò che il Privilegio era contrario ai canoni, e lo dichiarò annullato[407].
La storia di Enrico V e di Pasquale II offre un notevolissimo esempio della facilità con cui nelle cose politiche si conchiudono e si infrangono i patti, quand’anche sieno muniti di tutti i suggelli della religione. [410] Non v’ha che la preponderanza di forza, la quale possa mantener fermo un trattato che sia dannoso all’una od all’altra delle parti contraenti, laonde, perchè abbia saldo cemento, si converrà sempre ch’esso possa ad entrambe recar profitto. Chi giudica con severa sentenza si chiederà quale fosse azione più biasimevole del Papa, se la prima in cui per paura o per compassione si lasciò strappare un trattato contrario ai canoni, oppure la seconda in cui paura e contrizione lo obligarono a infrangerlo. Se prima di far quest’ultima cosa Pasquale fosse disceso del trono, ei sarebbe stato pontefice men grande, ma più grand’uomo: rimasto papa, seguì la via più decorosa, ma che era cinta di pericoli gravissimi; diede al Concilio l’arbitrio di deliberare, e all’autorità di quello sottomise il Papato. Più non possiamo legger dentro al cuore di Pasquale per vedere qual miscela vi si contenesse di umiltà cristiana, di vergogna, di contrizioni, di debolezze umane, di collere; tuttavolta questo sappiamo, che egli resistette lunga pezza alle seduzioni del fanatismo, per il quale nessun giuramento è sacro. Il comportamento scevro di odio che adoperò verso lo spergiuro Enrico, durante la sua prigionia e dopo, gli dà diritto al titolo, ed è così raro! di sacerdote vero; laonde noi osiamo credere che quel suo comportamento derivasse altresì da sentimento cristiano, non soltanto da paura[408]. I decreti del Concilio furono trasmessi all’Imperatore [411] coll’invito che prestasse rinuncia alle investiture; Enrico V si rifiutò di darla, e nondimeno Pasquale si tenne lungo tempo in corrispondenza epistolare con lui[409].
Ciò che Pasquale ricusò di fare, fecero i suoi nunzî. I legati a latere, che i Pontefici mandavano da loro alter ego in tutte le province della Chiesa, conseguirono, da dopo di Nicolò II e di Gregorio VII, una potenza inaudita. Temuti da tutti, da’ Principi del paro che dai Vescovi e dalle comunità, superbi e avari, furono (secondo l’aperta confessione che ne fa san Bernardo) il flagello de’ paesi, dai quali smungevano denaro, istessamente di quello che avevano fatto i Proconsoli di Roma antica; ma ajutarono i Papi ad assoggettarsi le corti dei Re e i Concilii delle Chiese nazionali. Il loro officio diventò scuola della finissima arte politica di Roma, ed eglino furono i veri e propri uomini di Stato di quella età. Conone di Preneste, appena che a Gerusalemme ricevette nuova dei casi di Roma, ebbe, nella sua dignità di legato pontificio, la temerità di scomunicare l’Imperatore. Guido, arcivescovo di Vienne e vassallo di Enrico, [412] congregò nell’Ottobre 1112 un Concilio, dichiarò che la concessione delle investiture per mano de’ laici era cosa ereticale, condannò il privilegio, scagliò l’anatema contro Enrico V come contro un novello Giuda, e chiese a Pasquale che confermasse siffatte decisioni, se no minacciando rifiutargli obbedienza[410]. L’irritazione del clero contro di Enrico, alla quale prendevano parte anche molti Romani, incoraggì in questo tempo l’Imperatore greco a tentare di trar nuovamente in campo le pretese antiche di Bisanzio. Alessio Comneno, monarca avventurato e prudente, vedeva consolidato adesso il suo Impero per opera delle Crociate, le quali, colla fondazione del Regno di Gerusalemme e di altri Stati di Siria, gli avevano eretto un baluardo di difesa contro a’ Turchi: mandò dunque suoi ambasciatori a Roma, si dolse della disgrazia del Papa, felicitò i Romani della loro resistenza contro un ladro usurpatore, ed espresse il desiderio che gli fosse conferita la corona secondo il diritto antico. I Romani vollero dare un segno di protesta politica contro ad Enrico, mandando effettivamente a Bisanzio con magnificenze grandi un’ambasceria, affine di trattarvi della coronazione: però il Papa non prese parte a questo atto, e fu soltanto la nobiltà romana, ancora independente e dominatrice, la quale colse questa opportunità per far mostra pomposa di sè[411]. .
[413]
Pasquale II del resto potè godere in Roma di qualche anno di tranquillità; solamente andò parecchie volte nelle Puglie, per vigilare colà a guardia dei diritti della Chiesa. Addì 15 Ottobre 1114 tenne un Concilio a Ceperano, e in questo luogo, dove Gregorio VII aveva un tempo investito di possedimenti Roberto Guiscardo, egli diede le Puglie, le Calabrie e la Sicilia in feudo a Guglielmo duca, ch’era succeduto a Rogero di Puglia[412]. Di questa guisa la Chiesa, nelle sue condizioni ognor più malagevoli, cercava di conservarsi l’appoggio dell’Italia normanna, di cui continuava ad essere sovrana territoriale, e frattanto la morte che avveniva della grande Contessa le sgombrava la prospettiva di tor possedimento di altre terre che già le erano state lasciate in legato.
Nel giorno 24 Luglio dell’anno 1115 Matilde morì a’ suoi sessant’anni nel castello di Bondeno dei Roncori, vicin Canossa, avendo fatto erede de’ suoi beni il Pontefice. [414] La celebre donazione di Matilde, uno dei più fatali doni di cui la storia registri ricordanza, fu a’ suoi tempi il pomo della discordia che una femmina gittò fra i Papi e gli Imperatori. Da dopo di Pipino nessun’altra donazione ha avuto importanza eguale di questa; e sull’una e sull’altra si avvolge un egual buio. Mai non si giunse a capo di definire i suoi veri confini geografici o politici, e a buona ragione induce a meraviglia il fatto che il documento in cui s’ebbe compilato la donazione di Matilde non contenga pur una sola determinazione di luoghi, laddove negl’istromenti di donazione di quel tempo i territorî sieno descritti con esattezza scrupolosa[413]. Una prima donazione Matilde aveva fatto a Gregorio VII, ma la seconda scrittura nota che quella [415] antica carta era andata smarrita, e perciò Matilde, ai 17 Novembre dell’anno 1102, in Canossa, consegnava in mano di Bernardo, cardinale legato, una nuova pergamena, nella quale lasciava alla Chiesa romana tutti i beni che ella possedeva di qua e di là dei monti, a suffragio dell’anima sua e di quelle de’ suoi parenti[414]. La critica assennata ha da lunghissimo tempo ripudiato la opinione che Matilde abbia potuto tenere in non cale tutti i concetti giuridici che dominavano al tempo suo, e ch’ella donasse al Papa anche i grandi feudi imperiali che i suoi antenati avevano posseduto, quali erano i Margraviati di Tuscia, di Spoleto e di Camerino, [416] e Mantova, Modena, Reggio, Brescia, Parma[415]. Ma se la donazione si sia pur soltanto ristretta ai soli beni allodiali di lei, che si stendevano dal Po fin giù basso al Liri, non era a quel tempo sempre possibile di definire i limiti che distinguevano allodio da feudo; laonde la Chiesa potè ben giovarsi di siffatte incertezze per dar maggiore ampiezza ai suoi titoli.
L’accortezza di Gregorio VII aveva destinato ai Papi il retaggio di Matilde; nè soltanto doveva con esso restaurarsi il decaduto Stato della Chiesa, ma dovevasi, per via di quello, porre una larga base alla sua signoria sull’Italia. Se i Papi, che avevano fatto dell’Italia meridionale un feudo di san Pietro, avessero potuto porsi eziandio in possesso dei beni di Matilde, e far trasmettere a sè anche i suoi feudi imperiali, pressochè tutta Italia sarebbe diventata loro vassalla, e il dono di Costantino si sarebbe quasi tramutato di favola in realtà. La donazione di Matilde, qualunque abbia potuto esserne il tenore, sarà sempre un capolavoro dell’arte politica de’ Papi; sennonchè lunghi anni trascorsero prima che eglino potessero impadronirsi soltanto della più piccola parte di quella eredità. Tre pretendenti ne disputarono ad essi la successione. Anzi tutti furono le città che avventuratamente conseguirono la loro autonomia; quelle di Tuscia, Pisa, Lucca, Siena, Firenze, [417] Arezzo (che ancor durante il reggimento di Matilde erano giunte a darsi costituzione di republica) diventarono più tardi pienamente libere; nè Papa alcuno mosse pretensioni su di esse, nè vantò diritti sopra Modena, Reggio, Mantova, Parma, laddove Ferrara continuò ad essere feudo vero della Chiesa, dacchè questa ne aveva investito Tedaldo avo di Matilde. Gli altri pretendenti furono Guelfo V di Baviera, come marito di Matilde, ed Enrico V, come imperatore e parente della casa di Lotaringia. Appena Enrico ebbe l’annunzio che la Contessa era morta, egli si apprestò a scendere in Italia per prendersi i beni di lei: quanto a Pasquale, non potè egli impadronirsi mai di una sol zolla delle terre di Matilde, e l’eredità della celebre Contessa per lunga pezza continuò ad essere fra i successori di quel Papa e gli Imperatori il subbietto pratico della lotta, nella quale la grande controversia combattuta fra la podestà spirituale e la podestà civile, trovò indefessamente esca novella[416].
[419]
La pace fu rotta in Roma di già nell’anno 1116: Enrico V calò in Lombardia, e Pasquale, premuto dalla contrarietà di tutti quanti i Vescovi, nel Concilio tenuto in Laterano addì 6 di Marzo, condannò con solenne anatema il Privilegio delle investiture, protestando che gli era stato sorretto colla violenza[417]. Fallì la conciliazione [420] cui l’Imperatore aveva cercato di giungere colla mediazione di Ponzio abate di Cluny: per vero dire il Papa ricusò di far sì che il Concilio scomunicasse Enrico, ma non si oppose che i suoi legati gli scagliassero contro l’anatema, e tollerò che Giovanni arcivescovo di Milano annunciasse nel duomo di questa città che l’Imperatore era scomunicato: per parte sua non fe’ che dichiarare come soltanto un Concilio potrebbe cancellare quelle censure dei Vescovi[418].
Mentre adesso gli ambasciatori di Enrico negoziavano col Papa, eglino in gran secreto se la intendevano coi Romani, i quali (tanta era l’incostanza di questo popolo!) facevano voti che l’Imperatore venisse. I Romani erano presi da accessi momentanei di collera contro l’Impero, laddove eterno era il loro maltalento contro la podestà pontificia; e la morte del Prefetto urbano offeriva loro, giusto in adesso, opportunità di venire ad aperta ribellione. I maggiorenti romani a questa età intendevano con avido occhio alla Prefettura, sì come i loro antenati avevano ambito il Consolato, avvegnaddio il giudice criminale di Roma fosse persona fornita di influenza massima. Gli occhi di tutti si figgevano sul Prefetto della Città, allorquando nelle processioni solenni, circondato da’ suoi giudici, moveva a’ fianchi del Papa, vestito con abiti di foggia fantastica, dalmatica di seta rossa ad ampie maniche, mantello magnifico trapunto [421] in oro, mitra di velluto porporino in capo, brache che da una gamba erano di panni d’oro, dall’altra di panni rossi[419]. Per solito l’elezione di quel magistrato, come quella del Papa, dava occasione a furibonde lotte di partiti. Dopo che l’eletto s’era fatto vedere dall’alto di una cattedra al popolo plaudente, ed aveva giurato le leggi di Roma, era costume di condurlo processionalmente al Papa, il quale lo confermava; finalmente un legato dell’Imperatore, fornito di pieni poteri, gli concedeva l’investitura, dandogli per insegne l’aquila imperiale e la spada nuda. L’imperatore lo teneva in conto di vicario suo nella Città, ma eziandio i Papi avevano il diritto di confermarlo; desideravano essi fervidamente di togliere all’Imperatore l’investitura del più importante officio cittadino, e ogni qual volta i tempi ne diedero loro agio, nominarono il Prefetto di loro propria autorità[420].
[422]
Quando, sulla fine di Marzo dell’anno 1116, venne a morte Pietro prefetto della Città, Pasquale volle dare quella dignità a un figliuolo di Pier Leone, ma la fazione imperiale e il popolo, il quale odiava questo ricco ottimate, levò a prefetto il figliuolo di Pietro, ch’era in pari tempo nipote di Tolomeo di Tusculo[421]. Il Papa si prese le insegne della Prefettura e volle mettere in carica il suo candidato; ma nel giovedì santo, mentre Pasquale pontificava in Laterano, il partito popolare si cacciò dentro della chiesa, gli presentò Pietro suo giovine candidato, e con alte grida chiese che lo confermasse. La audace invasione sturbò la santa funzione, e una fiera disputa si appiccò tutt’all’intorno di un ragazzo arrogante vestito a gramaglia, il quale domandava di diventar prefetto di Roma. Il Papa congedò i tumultuanti rimettendoli a un altro dì; eglino uscirono del Laterano con rumori e con minacce, e Roma si divise in due fazioni, per le quali presero parte financo i Conti della Campagna[422]. La sollevazione crebbe duranti le feste, [423] e si tramutò in guerra civile. Allorquando il Papa nella domenica di Pasqua stava movendo al san Pietro, incontrò presso al ponte di Sant’Angelo i Romani, che con grandi clamori gli presentarono nuovamente il figliuolo del Prefetto e ripeterono la domanda che gli desse l’investitura. Accesi di furore, minacciarono di scagliarsi sulla comitiva del Pontefice, e la processione, tornando al Laterano, donde era partita, fu dal Campidoglio perseguitata a sassate. Il giovine candidato vestì i distintivi della Prefettura[423]; s’attaccò zuffa per le vie; torri e case furono distrutte, chiese saccheggiate; eccessi d’ogni fatta furono commessi[424].
Il popolo pose assedio alla rocca di Pier Leone, ma essa era una delle più salde della Città. Il grande teatro di Marcello, nella cui strettissima vicinanza stavano le torri dei Pierleoni, s’acconciava mirabilmente ad uso di castello, e la prossimità del Tevere, e i ruderi di grandi portici, precisamente di quello chiamato Octavia, rendevano [424] ancor più munito quel luogo, ch’era situato fra il fiume e il Campidoglio[425]. È cosa degna di nota che i Pierleoni, uomini nuovi di origine ebraica, avessero conservato od altrimenti avessero posto le loro residenze nel Transtevere, presso l’antico ghetto, accanto del ponte che univa la Città all’isola ed era appellato Pons Judaeorum dagli Israeliti i quali allora abitavano vicino di quello. Nocciolo di mezzo della loro rocca era il teatro, ma le loro case edificate a foggia di torri, si stendevano lungo il fiume fino a san Nicola in Carcere, diaconia antica, che era stata costruita sopra ruine di un bellissimo tempio[426]. Questa chiesa dura ancora oggidì, ma i palazzi dei Pierleoni sparvero; le loro torri si tramutarono [425] in case di abitazione, e nelle parti che tuttavia ne avanzano trovansi oggidì collocati il macello di bufali e i fondachi di ferravecchi che vi tengono gli Ebrei del prossimo ghetto. Così le dimore di una famiglia di superbi Senatori e di Consoli dei Romani tornarono (mirabile ironia della sorte!) all’uso cui quel luogo aveva in origine servito; e là, dove sotto la protezione di signori potenti, ebrei di origine, morì il celebre Papa che predicò le Crociate, là dove dalla casa stessa dei Pierleoni uscì un Pontefice, oggidì gli Israeliti tornano ad ammonticchiare la loro mercanzia di ciarpami, parimenti di quello che ebbero fatto gli antenati di Pietro Leone e di Anacleto II: così ei sembra che oggidì ancora quelle genti tolgano vendetta dell’antica famiglia la quale ebbe rinnegato la fede del loro popolo[427].
Pier Leone con grandi instanze invocò il Pontefice che tornasse, affine di aiutarlo: infatti dopo una seria sconfitta toccata al suo partito, Pasquale era fuggito ad Albano, e in quelle sue difficoltà aveva profuso beni ecclesiastici, [426] regalandone i Baroni, e specialmente dando Aricia in feudo a Tolomeo[428]. Le milizie del Papa pertanto entrarono adesso in Roma; la fazione avversa fu battuta, si fece prigioniero il giovine Prefetto, e già lo si aveva tratto a Castel Fumone, quando l’infido Tolomeo repentinamente prendeva d’assalto sull’Algido i Pontificî, riponeva in libertà il nipote, e faceva prigioniere le genti stesse del Papa. Le defezione di Tolomeo diè il segno della insurrezione alla Campagna; i Romani con nuovo accanimento posero assedio alla rocca di Pier Leone, e papa Pasquale cercò sicurezza nelle torri di Sezza, sui monti Volsci. Gli ottimati ribelli invitarono allora Enrico a venirsene a Roma, ed egli mandò loro lettere e regali, sperando che, in tanta angustia, il Pontefice si sarebbe fatto più pieghevole verso di lui. La sollevazione di Roma fu veramente così impetuosa, che si dee meravigliare come allora non venisse fatto ai Romani di darsi una costituzione di libertà; per lo contrario la guerra delle fazioni cessò col finire dell’estate, e Pasquale, che era venuto di Benevento con soldatesche, potè, se non altro, entrare nel Transtevere[429]. È incerto se conchiudesse [427] un accordo coi Romani, poichè riconobbe Pietro per prefetto; certo si è che la città di Roma, ossia la nobiltà che vi teneva dominio, s’era allora in sostanza resa independente dal Papato.
Però adesso veniva l’Imperatore, e l’afflitto Papa, simile ad una fiera che senza posa è perseguitata in caccia, dovette prendere nuovamente la fuga. Enrico V, irritato per ciò che gli sforzi dei suoi ambasciatori erano caduti a vuoto, voleva ancora una volta costringere il Pontefice a prestargli obbedienza, avvegnaddio Pasquale avesse chiesto che l’Imperatore si assoggettasse alla sentenza di un Concilio, e il figliuolo di Enrico IV fosse ammaestrato abbastanza per bene di quel che valessero cotali artificî. Sulla Pasqua dell’anno 1117 capitò egli, ma non coll’aspetto di nemico della Chiesa, sibbene di uno che con grande umiltà cercava di porre termine in buona amicizia alla controversia dell’investitura; tuttavolta il Papa sbigottito se la diè a gambe, ricoverandosi a Monte Cassino e a Benevento. Beraldo abate di Farfa, Giovanni Frangipane e Tolomeo si posero subito dalla parte di Enrico; egli conquistò alcune città pontificie, e i Romani, festanti o impauriti che fossero, spalancarono le porte al loro nemico d’altro tempo. I suoi aderenti gli avevano preparato un vero ingresso trionfale; e l’Imperatore a cavallo traversò colla moglie sua le vie di Roma messe a feste, plaudito dal popolo, accolto da processioni scismatiche: però non un Cardinale, non un Vescovo solo furono a salutarlo[430].
[428]
Fece egli ogni sua possa per guadagnare a sè il clero: alcuni Cardinali e Bardino arcivescovo di Braga, legato di Pasquale, vennero con lui a negoziati, ma ogni conciliazione fallì, poichè egli si rifiutò di dar rinuncia al diritto di investitura. Nel giorno di Pasqua l’Imperatore si recò al san Pietro, ma non passò dal ponte di Adriano, di cui il castello era tenuto dai Pontificî, sibbene traghettò il fiume per barca. Congregò un parlamento, cui intervennero eziandio alcuni Cardinali; si dolse dell’assenza del Papa, e manifestò i voti che egli faceva, acciocchè si ricomponesse pace fra la Chiesa e lo Stato. Con un discorso magniloquente celebrò i beneficî che recherebbe la concordia fra i due Principi della Cristianità; la gloria dell’uno, diceva, sarebbe gloria dell’altro; l’unione delle loro forze incuterebbe terrore a tutti; a loro volgerebbero lietamente lo sguardo il Senato, i Consoli, la nobiltà, tutti i buoni abitatori della Città e del mondo; «i Goti, i Galli, gli Spagnuoli, gli Africani, i Greci, i Latini, i Parti, gli Indi, gli Arabi, o ci temerebbero o ci amerebbero. Ma ahimè! d’altra fatta sono le azioni nostre, e d’altra specie frutto ne raccogliamo»[431]. Risposero i Cardinali con un coraggioso discorso, nel quale contrapposero come veramente stessero le cose, e tratteggiarono il quadro delle violenze da lui commesse. Detto ciò, ricusarono di [429] coronarlo per la festività, avvegnachè giovi sapere che le quante volte gli Imperatori erano a Roma nei giorni delle maggiori feste religiose solevano farsi mettere in capo dal Papa il diadema, per andare indi in processione attraverso la Città. Sennonchè Burdino, come l’ambizione lo sospingeva, compiè, da legato pontificio, una tale ceremonia, ed Enrico potè festeggiare la Pasqua con grandissima pompa. Quasi tutta Roma ei si guadagnò a forza d’oro, confermò nell’officio il giovine Prefetto[432], e financo avvinse a sè con vincoli di parentela la più potente famiglia del ceto de’ Capitani. Tolomeo tenne ad alto onor suo, che l’Imperatore gli desse in moglie la sua illegittima figliuola Berta. Quel Conte, figlio di Tolomeo I di Tusculo, mirava con orgoglio ai duecento anni di gloria della sua famiglia, la quale, come attestava Pietro nipote di lui, diacono a Monte Cassino, discendeva per diritta linea dalla gente Giulia e dagli Ottavî[433]. Enrico confermò al Conte, mercè una pergamena [430] imperiale, il possedimento di tutti i beni che egli aveva avuto in eredità dal suo avo Gregorio; lo pose quasi sotto la dipendenza diretta dell’Impero, e di tal maniera collocò minaccioso alle porte del Papato il Tusculano avversario antico di questo. Grande era la potenza di Tolomeo rispetto allo Stato della Chiesa, chè il suo dominio si stendeva dalla Sabina al mare, per modo che il «Dittatore di Tusculo», duca e console di tutti i Romani, ha apparenza di principe vero del Lazio. E i Tusculani guerreggiarono per loro proprio conto contro i cittadini di Gaeta, e da principi independenti conchiusero indi con essi de’ trattati, giusta i quali concessero a quella Repubblica sicurezza di traffici nel loro territorio[434].
Frattanto Pasquale teneva a Benevento un Concilio, [431] in cui scomunicava Burdino. A sue instanze, il Principe di Capua mandò milizie nelle terre romane; ma quantunque, omai intorno alle Pentecoste, l’Imperatore fosse partito per la Toscana, bastarono i vassalli di Tusculo ed alcuni Tedeschi a far voltar loro le calcagna[435]. Soltanto nell’autunno Pasquale potè muovere di Benevento con un esercito maggiore, e avanzarsi fino ad Anagni. Il Papa, vecchio e infermo, celebrò le feste di Natale a Palestrina, sotto la protezione di Pietro Colonna, cui può darsi che, costrettovi da necessità, avesse confermato il possesso di quella città. Il suo partito andò rafforzandosi, e alcuni Baroni ch’egli si amicava lo ricondussero a Roma, dove le fazioni ferocemente combattevano le une contro alle altre[436]. Al giungere di lui, che entrò in Transtevere con milizie fresche, n’ebbero spavento l’Abate di Farfa e Tolomeo; i Romani stesero le braccia a Pasquale, e già si aveano volte le macchine di guerra contro il san Pietro, nel quale il Prefetto stavasi trincerato con molti Consoli, allorquando il Papa sentì mancarsi le forze, e venne in fin di vita[437].
[432]
E morendo, esortò i Cardinali alla concordia, alla prudenza, ed a resistere contro le «oltracotanze dei Tedeschi»; indi, nella notte del 21 Gennaio 1118, otto dì dopo il suo ritorno, esalò l’ultimo fiato: morì in un edificio prossimo alla porta di bronzo del castel Sant’Angelo[438], e poichè i nemici s’accampavano nel san Pietro come in una trincea, il morto dovette esser sepolto in Laterano. Il pontificato di Pasquale II fu pieno di miserie, e sconvolto di tumulti tali, onde furono funestati pochi reggimenti prima del suo: non soltanto egli venne tratto in lotta contro l’Imperatore, ma sofferse costantemente di ribellioni, e vide financo sollevata contro di sè tutta la Chiesa. Nessun mausoleo serba più ricordanza dello sventuratissimo Papa, il quale fu angustiato fin nella tomba dal figliuolo di quell’Imperatore, che Gregorio VII aveva cacciato entro la fossa colla sua maledizione in fronte. A monumento di lui esiste oggidì ancora in Roma qualche chiesa che egli restaurò: san Bartolomeo nell’isola Tiberina e santo Adriano nel Foro (pur sempre chiamato anche a questo tempo in tribus Fatis). Vi si aggiunge santa Maria in Monticelli, e probabilmente eziandio san Clemente, di cui Pasquale [433] era stato cardinale. La sua opera migliore fu la rinnovata chiesa dei Quattro Coronati sul Celio, che l’incendio normanno aveva distrutta; ed egli la consecrò ai 20 di Gennaio, poco tempo prima che fuggisse davanti a Enrico V: tuttavia, la forma che essa ha odiernamente deriva da tempo più tardo.
Di tal guisa Pasquale, ad onta di tante difficoltà che lo premettero, fu il primo Pontefice che, dopo un periodo lungo di inoperosità, intraprendesse a edificare in Roma in un tempo nel quale non andava giorno che la guerra delle fazioni non devastasse monumenti antichi e chiese[439].
Il Cardinale di santa Maria in Cosmedin fu in gran fretta chiamato di Monte Cassino a Roma, per esservi fatto papa. Giovanni di Gaeta, nato di illustre famiglia, monaco sotto il governo di Oderisio abate, si era ornato di sì eletta dottrina in quella scuola di Benedettini, e [434] vi aveva conseguito tanta fama di eloquenza e di bello stile, che Urbano II l’aveva fatto venire a Roma e tolto per suo cancelliere: al tempo di Pasquale II era stato nominato arcidiacono. Colla sua temperanza d’animo aveva difeso questo Papa dai zelatori, e forse fu egli il quale impedì che scoppiasse lo scisma, e che si venisse ad un’aperta rottura coll’Imperatore; tuttavolta dalla fortezza di un uomo che s’era educato all’insegnamento dei grandi tempi di Gregorio VII e di Urbano, il partito cattolico poteva confidare che nella controversia delle investiture avrebbe sostenuto a spada tratta il principio della libertà di elezione[440]. Il Conclave si raccolse in santa Maria in Pallara, sul Palatino: questo convento, che era a tiro della rocca dei Frangipani, apparteneva alla Curia, la quale lo aveva concesso a Monte Cassino; ed in esso dimorava Giovanni di Gaeta, sì come prima di lui vi aveva abitato Federico di Lotaringia, innanzi che fosse assunto a papa[441]. L’elezione avvenne in gran secreto; volevasi mandare a esecuzione ciò che aveva prescritto il decreto di Nicolò II; l’elezione doveva avvenire per opera dei Cardinali, [435] nè si doveva aver riguardo a diritti imperiali qualsiansi.
Ai 24 Gennaio dell’anno 1118 Giovanni fu acclamato papa, unanimi tutti, e ricevette nome di Gelasio II. Invano il vecchio infermiccio fe’ tutto quanto stava in lui per iscansare la tiara, chè essa era cosa poco ambita in un tempo nel quale non vi aveva quasi un sol Papa che non diventasse persona di tragedia: però egli non potè venir subito consecrato, poichè, essendo diacono, dovevano prima ordinarlo prete, e, per far questo era mestieri che trascorressero le tempora di Marzo. Il neoeletto aveva appena rivolto la mente a meditare tristamente sulle sciagure cui andava incontro, che già le porte del Conclave cadono abbattute; Romani furibondi si cacciano dentro di quelle stanze colle spade nude in mano; un novello Cencio afferra il vecchio per la gola, lo atterra, lo calpesta colle calcagna armate di sproni, e fra oscene bestemmie lo trascina fuor della chiesa, intanto che i suoi vassalli accalappiano con funi Cardinali fuggenti, oppure li gettano abbasso dei loro muletti. Il Conclave s’era raccolto proprio dentro il covo della belva; forse meglio gli elettori avrebbero fatto a porsi sotto la protezione di Pier Leone, ma essi non si fidavano più di questo potente Console, poichè può darsi che fin d’allora egli vagheggiasse di por la tiara in capo del figliuol suo. Nessuna famiglia di nobili si manteneva lunga pezza fedele ad una stessa bandiera; nemici acerbi del Papa, si tramutavano in vassalli suoi fervidissimi, e in breve tempo, con altrettanta prestezza, già dimenticavano di esserlo mai stati. Forse i Cardinali avevano promesso ai Frangipani, aderenti dell’Impero, [436] che eleggerebbero un candidato della loro fazione; e conseguenza di vedersene ingannata era l’opera brutale che una famiglia di Consoli romani compieva, ad imitazione del colpo di Stato di Enrico V[442].
Gelasio fu gettato in una torre di Cencio Frangipane, carico di catene, tutto sanguinoso, più morto che vivo: e forse l’afflitto vecchio avrà invocato veramente la morte. Ma il popolo si sollevò, le milizie delle dodici Regioni, le genti del Transtevere e dell’isola corsero all’armi: il prefetto Pietro, che or s’era riconciliato con Pier Leone, questi colla sua numerosa famiglia, Stefano dei Normanni, ed altri nobiluomini parteggianti pel Papa, si congregarono in Campidoglio, seguiti da’ loro clienti[443]. Chiesero che Giovanni fosse loro reso, ed allora il [437] malandrino sciolse i ceppi del suo prigioniero, gli si gettò a’ piedi e ne ottenne l’assoluzione. Si ripetè così quasi a pennello la scena selvaggia della vita di Gregorio VII, e rapidamente come allora era avvenuto, la tragedia si cambiò in giorno di esultanza. Roma si parò a festa; fecero montare sopra un bianco muletto il Papa liberato, e fra grida di giubilo lo condussero in Laterano, dove ricevette gli omaggi dei Romani. Ne avrà egli pianto di commozione, o ne avrà sorriso con amarezza[444]? la storia ha essa mai registrato di qualsiansi altri Principi un accoppiamento eguale di debolezza e di onnipotenza, com’è questo che si incontra nei Papi del medio evo?
Dopo di un cominciamento così orribile del suo pontificato, Gelasio II godette appena di un mese di pace in Roma. I Frangipani non posero tempo in mezzo, fecero noto all’Imperatore che, senza il consentimento suo, era stato assunto un Papa, e gli chiesero che venisse a Roma. Enrico V, cui per tutte le ragioni premeva di affermare precisamente adesso la efficacia del suo diritto regio nell’elezione pontificia, cui stava molto a cuore di porre sulla cattedra apostolica uno che avesse riconosciuto per valido il Privilegio di Pasquale, partì in fretta e in furia del suo campo del Po con poca soldatesca, e [438] nella notte dei 2 di Marzo Gelasio si destò in sussulto all’annunzio che il formidato Imperatore era smontato nel portico del Vaticano[445]. Un panico terrore s’impadronì della Curia, e il Papa che in passato aveva diviso anch’egli con Pasquale la prigionia, ora si vedeva minacciato di pari sorte. Lo si adagiò a cavallo, ed egli fuggì del Laterano, e corse a nascondersi nella torre del romano Bulgamino, posta a santa Maria, nella Regione di Sant’Angelo[446]. Messaggieri di Enrico lo andarono a cercare, ma egli, non fidandosi di loro inviti, decise di ricoverarsi a Gaeta sua patria, e la sua corte, i Cardinali, i Vescovi lo accompagnarono[447], imbarcandosi in due navi sul vicin Tevere. Però contro dei fuggenti si sollevava anche la furia degli elementi; un uragano impediva che le barche potessero entrare in mare [439] presso a Porto, e dalle sponde i Tedeschi, che davano loro la caccia, bersagliavano di dardi le galere sbattute dall’onde, e, in mezzo allo scoppio dei tuoni ed al chiarore de’ lampi, con bestemmie gridavano che le incendierebbero con palle di bitume, se non s’avesse dato loro in mano il Papa[448]. Tutta volta le tenebre della notte e l’imperversare del turbine salvarono i fuggenti, e impedirono che Enrico V facesse la presa di un secondo Papa. Sbarcarono non visti; il Cardinale Ugo di Alatri, tornato in quel mentre dal Capo Circeo, dov’era stato da prevosto di Pasquale, si prese, nuovo Enea, sulle robuste spalle il debole Gelasio, e in mezzo al diluviare e al vento impetuoso lo portò di peso al castello di San Paolo, vicino Ardea[449]. Quando al mattino appresso i Tedeschi frugarono le barche e non vi trovarono entro il Papa, se ne tornarono a Roma, ma la notte stessa le galee accolsero di bel nuovo i fuggitivi, e per Terracina condussero a Gaeta quella afflitta turba di Cardinali [440] affranti dal mal di mare: colà alla fine Gelasio potè trovar riposo. E allora le sorti subito mutarono; chè tostamente i Vescovi e i maggiorenti dell’Italia meridionale, Guglielmo di Puglia, Roberto di Capua, Riccardo di Gaeta, e cavalieri e Conti molti accorsero ivi pieni di reverenza, e appena che Gelasio fu (addì 10 di Marzo) ordinato Papa, gli prestarono omaggio di vassalli[450].
La fuga di lui aveva deluso l’intenzione di Enrico, e n’era stata così troncata la via dei trattati; perciò l’Imperatore levava un Antipapa. Gelasio aveva rifiutato l’invito di venire a un accordo con Enrico e di farsi consecrare in presenza sua nel san Pietro; e al rifiuto aveva aggiunto dichiarazione che, per definire la controversia tuttavia pendente, sarebbesi raccolto in Settembre un Concilio a Milano oppure a Cremona. Or queste città erano nemiche dell’Imperatore; e se questi adesso protestava che la elezione di Gelasio era stata nulla, ed eleggere faceva un Papa nuovo, egli non varcava per nulla le facoltà che su di ciò a quel tempo gli davano i diritti della corona imperiale. Congregati pertanto in san Pietro i Romani, fe’ loro conoscere la risposta data dal fuggitivo, ed allora s’alzò fra quelli un grido d’indignazione, vera che fosse o infinta, dicendosi che Gelasio voleva trasferire a Milano la sede del Papato: si finì reclamando un’elezione nuova. Giurisperiti che Enrico aveva con sè condotti (fra essi era il celebre Irnerio di Bologna) spiegarono dalla cattedra l’ordine di costituzione onde si reggeva la elezione pontificia: dopo di ciò Maurizio Burdino, [441] arcivescovo di Braga in Portogallo, fu acclamato papa, e condotto in processione al Laterano. Nel dì seguente, ch’era il 10 di Marzo, preti scismatici lo consacrarono con nome di Gregorio VIII[451].
Così, nel luogo istesso che era stato teatro della loro accanita battaglia contro Enrico V, i Romani ricevevano adesso dalle mani di lui un Antipapa, straniero di nazione. La storia di Roma nel medio evo mette brivido colla ferocia de’ suoi avvenimenti, ma più ancora induce a meraviglia per l’incostanza senza esempio del suo popolo. Perciò è che in mezzo al fluttuare sempre vario e sempre agitato delle fazioni, il Papato offre uno spettacolo unico al mondo, e tale che non avrà mai più ripetizione di eguali casi, avvegnaddio la roccia di san Pietro, l’immobile saxum, vi sia rimasta per mezzo sempre salda e incrollabile. Tuttavia ingiustizia sarebbe se si volesse biasimare i Romani per loro mancanza di fermi propositi, senza che la ragione se ne spiegasse: e infatti soltanto l’autonomia politica inspira vita e dignità ad un popolo, laddove la Republica di Roma, [442] vera chimera, non faceva che ondeggiare ad altalena fra il Papato e l’Impero. Un solo sentimento costantemente durava nella Città, ed era la repugnanza contro la podestà civile del Pontefice.
Burdino era uomo ambizioso, ma probo e di bella mente; il partito cattolico aveva bel dire che egli era soltanto un creato dell’Imperatore, e Gelasio l’eletto di tutti i Cardinali; l’Antipapa si appoggiava al diritto imperatorio, e presto era riverito da molte province d’Italia e di Alemagna e perfino di Inghilterra. Gelasio confortava sè medesimo perciocchè appena fosse se due o tre preti cattolici avevano abbracciato la parte di Burdino, ma egli vedeva Roma piena di Guibertisti, e la Chiesa ricaduta nelle miserie antiche, come a’ tempi di Clemente III[452]. Continuava a durare il principio politico della orribile divisione, e i modi di combattimento erano pur sempre eguali a quelli di un tempo. Gelasio, il quale sette anni prima aveva sottoscritto al Privilegio dato ad Enrico, lo scomunicava adesso da Capua, nella domenica delle Palme; scongiurava i Principi normanni acciocchè lo riconducessero a Roma e discacciassero i «Barbari», che avevano con sè pochissima forza di soldatesche. Enrico s’era omai avanzato fin verso a Ceperano, e assediava il castello di Torrice, vicin Frosinone, allorchè gli giunse novella che i Normanni si avvicinavano[453]; allora battè in ritirata, [443] lasciò a Roma Burdino, e andò in Lombardia. Peraltro i Principi normanni, che avevano fatto scorta al Papa fino a Monte Cassino, qui lo abbandonarono a sè solo, forse perchè egli non accontentavali in tutte le loro richieste[454]. Gelasio, per poter passare dalla Campagna, dovette comperarsene la licenza da que’ Conti, e in sul principio del Luglio attraversò le sue proprie terre non dissimile da un povero pellegrino: entrato in Roma, dovette picchiare alle porte di alcuni Consoli che gli erano amici, implorando la loro protezione. Egli dimorò in vicinanza di santa Maria in Secundicerio, fra le torri di Stefano Normanno, di Pandolfo fratello di questo, e di Pietro Latro che era della famiglia de’ Corsi[455]. Roma pertanto [444] stava in attesa che si ripetesse lo spettacolo di due Pontefici che a vicenda si maledicessero, e l’un contro all’altro pugnassero, scambievolmente chiamandosi, secondo il rude linguaggio di quell’età, plasma, statua fabbricata con mani lorde di sangue, idolo di argilla, bestia dell’Apocalisse[456].
Burdino teneva in possesso suo la maggior parte della Città; più che mezza Roma lo riconosceva per pontefice, ed egli senza impedimento occupava la chiesa di san Pietro, propugnacolo de’ Papi scismatici: da parte sua Gelasio poteva tutt’al più farsi franco di andare al san Paolo, dove i suoi partigiani stavano in armi. Ma su di questo Papa il martello della sventura senza posa avventava colpi sopra colpi. Invitato dal Cardinale del titolo di santa Prassede ad assistere alla festa di quella patrona, la cui solennità cadeva ai 21 di Luglio, egli vi andava, sebbene la chiesa fosse situata in prossimità delle torri dei Frangipani: Stefano de’ Normanni, e Crescenzio Gaetano nipote del Papa, uomini di gran valore, ve lo accompagnavano con una mano di armigeri[457]. La messa non era ancor pervenuta al suo termine, allorchè i feroci [445] Frangipani si cacciarono nella chiesa con impeto, empiendola di una gragnuola di sassi e di saette; la quiete del tempio si tramutò tutt’a un tratto in tumulto di battaglia; il Papa non visto fuggì, intanto che i suoi fieramente continuavano ad azzuffarsi cogli Imperiali. «Che fate o Frangipani?», proruppe alla fine Stefano, «dove correte? Il Papa che voi cercate fuggì. Volete anche la ruina nostra? non siamo al paro di voi Romani, e vostri congiunti di sangue? Indietro! indietro! che anche noi, lassi, ce ne possiamo tornare alle nostre case!» Il truce Cencio, e Leone Frangipani, entrambi figliuoli di donna Bona ch’era sorella di Stefano, cedettero alla voce dello zio; ringuainarono con repressa rabbia le spade, e le due parti si separarono[458]. Allora si andò frugando per tutta Roma, e fuor delle porte, in cerca del Papa. Alcune donne lo avevano visto montare a cavallo, mezzo spoglio delle sue vesti pontificie, e fuggire seguito soltanto dal suo crocifero. In sulla sera lo si rinvenne. Lo sventurato vecchio, diserto come Edipo, stava seduto nel prato del san Paolo, circondato da pietose femmine: chi se lo imagina in quello stato, vede disegnarsi uno dei quadri più commoventi cui la storia del Papato metta in rilievo[459].
[446]
«Fratelli e figli miei», disse Gelasio nel dì seguente, «noi dobbiamo andarcene di Roma, poichè qui è impossibile viver più a lungo. Fuggiamo di questa Sodoma, di questo Egitto, di questa Babilonia, città di sangue. Lo dico innanzi a Dio che vede il dolor mio: meglio vale un Imperatore che tanti di costoro; ed invero un cattivo distruggerà i peggiori, fino a che anche lui coglierà colla sua punizione l’Imperatore di tutti gli Imperatori»[460]. Nominò Pietro di Porto a suo vicario, Ugo cardinale a legato per Benevento, confermò Pietro nell’officio di prefetto, e fece Stefano dei Normanni gonfaloniere della Chiesa in Roma[461]. Con sè prese sei Cardinali, fra’ quali quel figliuolo di Pier Leone che presto doveva diventar celebre, ed alcuni Consoli, fra cui furono Pietro Latro e Giovanni Bello fratello del Prefetto[462]: indi, addì 2 di Settembre, s’imbarcò per andarne a Francia, dove in passato Pasquale e Urbano avevano tratto a sicuro porto la navicella di san [447] Pietro. Con gran solennità lo accolse Pisa, la città ricca di traffichi, ed egli elevò quel Vescovato a Chiesa metropolitana cui rese soggetta la Corsica, ne consecrò il magnifico duomo, e vi predicò con eloquenza degna di «un Origene»: per fermo la sua sventura gli doveva essere ispiratrice di sagge considerazioni. Nell’Ottobre fece vela per Genova, e alla fine toccò terra non lungi dalle foci del Rodano, presso al convento di santo Egidio nell’Occitania.
I Vescovi, i Principi di Francia, e ambasciatori di re Luigi vennero a salutare con loro solenni omaggi il venerando esule, a Maguelone, a Monpellieri, ad Avignone e in altre città: nella Francia meridionale, calda ancora dell’entusiasmo delle Crociate, fuvvi ressa di gente che a gran torme accorreva sul suo sentiero per vedervi il Vicario di Cristo, cui non i Saraceni ma i Romani avevano discacciato dalla tomba di san Pietro: e offerte spontanee e oboli di san Pietro piovvero a soccorrerne la povertà[463]. I Pontefici di quel tempo dovevano partire di Roma e muovere ne’ paesi forestieri, se volevano acquistare la consapevolezza che ancora si prestava loro reverenza vera di vicarî di Cristo. Re detronati, in qualunque luogo cercassero asilo, perdevano insieme colla corona anche l’onoranza che a quella va congiunta; per lo contrario la persona di un Papa [448] era cinta di splendore tanto meraviglioso, che la fuga e l’inopia mendica non facevano altro che porlo in maggiore rilievo ed esaltarlo ognor più. Le emozioni che or provava in Francia si aggiunsero alle angustie sofferte in Roma, per accorciare la vita del vecchio. Gelasio II morì, addì 29 Gennaio dell’anno 1119, nel convento di Cluny, circondato da monaci, da Cardinali e da Vescovi, vestito di una povera tonaca, disteso sul nudo terreno. Non più di un anno e quattro giorni aveva durato il suo pontificato, e in questo breve tratto di tempo si erano accumulati sopra di lui i dolori d’una lunga e intiera vita d’uomo. Allorquando vien detto che, sulle eccelse cime della grandezza umana, i Papi non sono che martiri, la vita di Gelasio, più di quella di ogni altro, può far fede di cosiffatta parola. Per lo meno non vi è uomo di animo pietoso, il quale, volgendo il pensiero a quel vecchio sventurato, ultima vittima della controversia delle investiture, non si senta tratto a gravi e serie meditazioni.
Voto di Gelasio era stato che gli succedesse nel pontificato il Cardinale di Palestrina, ma Conone proponeva che si facesse papa l’Arcivescovo di Vienne. In così grande difficoltà di tempi non v’era uomo alcuno che ne fosse [449] adatto più di questo prelato, principe vero. Guido, figlio del conte Guglielmo Testardita, discendente della casa di Borgogna, congiunto in parentela col Re francese e altresì coll’Imperatore, era il più magnifico Vescovo di Francia; orgoglioso, accorto, d’animo fermo, celebre dappertutto per l’arditezza dimostrata nella questione delle investiture. Era cosa naturale che in Francia, asilo dell’esule Pontefice, si eleggesse un Francese, ed era manifesto che questi troverebbe protezione da Luigi VI. Per conseguenza avvenne un caso strano; i sei Cardinali che avevano accompagnato Gelasio, e con loro i pochi altri Romani, da terra straniera elessero a papa uno straniero. Questo atto si compiè nel celebre convento di Cluny sull’incominciamento del Febbraio; peraltro Guido ricusò di vestire la porpora, se prima i Cardinali non avessero dato in Roma conferma all’elezione. Al Cardinale vicario, Pietro di Porto, fu dunque mandata di Francia la scrittura dell’elezione; egli congregò i Romani nella chiesa di san Giovanni nell’isola Tiberina, indi nel Campidoglio; ed i Cardinali, i maggiorenti di parte cattolica (segnatamente Pier Leone, il cui figliuolo era stato uno degli elettori dell’arcivescovo Guido), il Prefetto, il clero ed il popolo approvarono tutti concordi. I grandi vantaggi che prometteva il pontificato di Guido temperarono nei Romani il sentimento dell’orgoglio offeso; tuttavia nella lettera di risposta aggiunsero nota, che l’elezione avrebbe dovuto essere fatta nella Città, ovvero nel suo territorio, e per opera dei Cardinali romani[464].
[450]
Guido, riconosciuto per papa quasi in ogni luogo, fu consecrato in Vienne, sulla fine di Marzo dell’anno 1119, con nome di Calisto II[465]. Tosto in Francia manifestò egli una grande energia; scopo suo si era di por fine allo scisma e al lungo piatire sulle investiture. Con Papi deboli o mal destri Enrico V aveva avuto buon giuoco, ma la cosa correva differente con Calisto II che stava all’altezza sua: infatti questi era l’ardito legato che da Vienne aveva scomunicato lui e minacciato papa Pasquale che gli disdirebbe obbedienza; era uomo infine di spiriti principeschi in tutta l’estensione della parola. Disordine travagliava le terre di Alemagna, e la sedizione de’ principi e del clero (alla testa dei quali erano l’Arcivescovo di Magonza, l’ingrato Alberto, Federico di Colonia e Corrado di Salisburgo) sembrava prendere proporzioni tanto ampie, quanto ai tempi di Enrico IV. Minacciava una seconda dieta di Treviri; un’assemblea di principi colà raccoltasi riveriva Calisto per papa, e abili negoziatori s’impadronivano dell’indirizzo della controversia, la cui pacificazione era desiderio di tutto il mondo: Enrico V pertanto, vista la mala [451] parata, fece capire che era disposto a conchiudere un accordo sopra basi pratiche. Tuttavolta, sempre pieno di astuzie, l’Imperatore trasse la cosa in lungo, nè intervenne al grande concilio che in Ottobre si celebrò a Reims, e nel quale, secondo l’intesa, ogni dissensione doveva esser sopita: quel nemico raggiratore stavasi nelle vicinanze di Reims, tendendo agguati, perocchè ei volgesse in mente una nuova caccia di Papi. Così fallirono anche questa volta i negoziati, ed allora, ai 29 di Ottobre, Calisto II confermò il divieto delle investiture, innanzi a quattrocentoventiquattro vescovi della Cristianità, congregati a Reims: il dì dopo si bandì la scomunica ancora una volta contro di Enrico V e del Papa suo, e, pronunciandola, i quattrocentoventiquattro prelati rovesciarono a terra i cerei ardenti che tenevano in mano, quali con ira fiera, quali a malincuore, quali ghignando. Fu questa l’ultima fiamma che divampò dalla celeberrima controversia che fra non molto doveva spegnersi[466].
Nella primavera successiva Calisto potè imprendere il suo viaggio a Roma. Di Provenza e dalle Alpi scese in Lombardia, e passò per Tuscia, salutato con festività grandi lungo tutta la via. Anche in Roma il partito cattolico gli aveva apparecchiato un grande ingresso trionfale. Ivi con istento Gregorio VIII aveva tenuto testa contro il vessillifero della Chiesa, suo solo sostegno essendo Brunone di Treviri, che l’Imperatore gli aveva posto [452] a fianco con una schiera di Tedeschi. E quell’Arcivescovo insieme coi Frangipani aveva difeso virilmente Roma contro i Normanni di Roberto di Capua, ma poichè l’oro colava a centellini troppo minuti nelle mani sporte dei Romani, il partito imperiale, dopo alcuni assalti, era costretto a ritirarsi nel Transtevere: nè altro suolo che questo più rimaneva a Gregorio VIII[467]. Finalmente, all’avvicinarsi di Calisto, egli partì di Roma traditrice per irne a chiudersi nella ben munita Sutri; prima di andarsene scongiurò i suoi partigiani di tener fermo nel castel Sant’Angelo e nel san Pietro, ma Pier Leone con una chiave d’oro riuscì ad aprirne le porte[468].
Addì 3 Giugno 1120 Calisto II tenne la sua entrata solenne in Roma, ed è strana cosa, subito dopo del debole Gelasio, imagine della sventura, vedere ergersi la persona maestosa di un Re vero, che incede per Roma, vestito degli abiti pontificî: di cosiffatti contrasti non potevano darsi che a Roma, dentro della Chiesa. Le milizie gli andarono incontro a tre giornate di distanza dalla Città; fuor di questa lo salutarono i fanciulli romani recanti fiori e palme; alle porte lo aspettavano i nobili, il popolo ed il clero. Il Papa, montato sopra un bianco palafreno, [453] mosse coronato al Laterano, per le vie che erano addobbate di palii di seta, di corone e di arredi preziosi[469]. Queste feste straordinarie ben s’acconciavano a fare accoglimento all’avventurato successore di due Papi umili e senza fasto, perciocchè in lui l’origine principesca e la ricchezza sublimassero ancor più lo splendore della ecclesiastica dignità. Ben potè Calisto andar contento di Roma; la fazione di Burdino fu guadagnata facilmente colla corruzione, e la nobiltà accorse desiderosa a porgere i suoi omaggi[470].
Frattanto il Papa andò subito nel mezzogiorno; chè da tempo omai lungo erasi fatta consuetudine che i neo-eletti Papi visitassero le Puglie, per affermarsi nel [454] possesso del loro prezioso Benevento, per far rinnovare il giuramento di vassallaggio ai Normanni, e, le quante volte erane bisogno, per tornarne con un esercito. Due mesi rimase Calisto a Monte Cassino; addì 8 di Agosto ricevette professione di vassallaggio da Benevento, e tosto dopo il giuramento feudale dei principi delle Puglie[471]. Raccolse soldatesche, e, prima della Pasqua dell’anno 1121, tornò a Roma, dove ne celebrò le feste con magnificenze splendide oltre all’usato; indi mandò Giovanni di Crema, cardinale, a stringere d’assedio Sutri, e poco stante mosse egli stesso a raggiungerlo. Burdino, caduto d’ogni speranza, dopo di aver sostenuto una guerra minuta nella Campagna e assediato le vie che mettevano a Roma, non potè difendersi che per soli otto giorni. L’idolo imperiale fu lasciato in abbandono più presto ancora di quello che in tempi anteriori fosse avvenuto di Cadalo; e dopo i primi assalti, omai ai 22 di Aprile, i cittadini di Sutri diedero Burdino in mano a’ suoi nemici. I mercenarî di Giovanni di Crema maltrattarono il prigioniero con feroce brutalità, ed il Papa abusò di una vittoria ingloriosa, facendo che l’Arcivescovo di Braga con buffonesco ingresso precedesse la entrata sua in Roma. Gregorio VIII, avviluppato in una villosa pelle di becco, e posto a rovescio sopra il cammello che trasportava gli arnesi di cucina del Papa, fu tratto come bestia feroce per le strade di Roma, in mezzo alla [455] plebaglia, sotto una tempesta di frustate e di sassate: chiuso in carcere nel Septizonio, fu dappoi condannato a eterno esilio, e, da una all’altra torre della Campagna, fu trascinato a Passerano, alla rocca di Gianula presso a San Germano ed al convento della Cava, finchè ivi o a Fumone, trovò la fine dei suoi giorni. Erano queste le brutali pompe di trionfo che il Papato del medio evo celebrava in Roma[472].
La caduta dell’Antipapa recò con sè la conseguenza che molti capitani facessero soggezione. I conti potenti di Ceccano e di Segni (discendevano di origine germanica), Lando, Goffredo e Rainaldo si sottomisero; e dopo che Calisto ebbe anche in Roma fatto abbattere le torri di Cencio Frangipane, un Papa, dopo tempo sì lungo, potè nuovamente chiamarsi padrone della Città e dimorarvi in pace[473]. Questi rapidi risultamenti esercitarono influenza anche in Germania; il trionfo riportato [456] sopra il Pontefice imperiale fu un greve colpo eziandio per l’Imperatore e per le pretensioni sue di eleggere o di confermare i Papi. La mostruosa caduta di Gregorio VIII fu additata agli occhi del mondo, come se caduto fosse Simon Mago, e fu essa che affrettò la fine della controversia delle investiture.
Enrico V, che serbava ricordanza della sorte del padre, volle finalmente comporre a pace l’Impero fremente di malcontento, e deliberò di cedere: Calisto II dall’altra parte era uomo di vedute più larghe dei suoi predecessori grettamente ligi a idee fratesche; come il suo avversario, faceva anch’egli tesoro degli ammaestramenti dei casi andati, e come lui era inclinevole a conciliazione. Le basi di una pace fra l’Impero e la Chiesa vennero poste in parecchie conferenze tenute in Germania fra i Principi e i Cardinali legati, i quali furono Lamberto di Ostia, Gregorio e Sasso. Come già a’ tempi di Pasquale, si compilarono anche adesso due trattati: l’Imperatore rinunciò a dare l’investitura coll’anello e col pastorale, assentì alla libertà di elezione e di ordinazione del clero, e promise la ristorazione di tutti i beni ecclesiastici: per parte sua il Papa aderì acciò che nell’Impero tedesco l’elezione dei Vescovi avvenisse alla presenza dei messi dell’Imperatore; che in Germania l’eletto ricevesse l’investitura dei beni della corona col simbolo dello scettro; che, fuori di Germania, dovesse prima avvenirne la consecrazione, indi, entro i sei mesi successivi, fosse a darsi la investitura collo scettro[474]. [457] La Chiesa riportò una vittoria più decisiva di quello che ne ritraesse vantaggio lo Stato, il quale per forza aveva dovuto lasciarsi imporre la gran legge della libera elezione del clero. Soltanto la Chiesa non si immischiò più nel rapporto secolaresco di sudditanza dei vescovi; la Chiesa gli installava nell’officio ecclesiastico, e il Sovrano li poneva in possesso del principato, ossia della signoria di ordine feudale[475].
Allorchè, ai 23 Settembre 1122, i due documenti compilati con intendimento leale, furono letti presso a Worms sul Reno, innanzi a immensa moltitudine di popolo, e allorchè Lamberto cardinale riaccolse solennemente nel grembo della Chiesa il figliuolo dello sventurato Enrico, grandissima gioja si diffuse da questo avvenimento; rimarginavansi le ferite di una guerra mortifera, il mondo desolato recuperava pace. Se bello e toccante era stato lo spettacolo delle migliaja d’uomini [458] di razza romana, che accesi d’entusiasmo avevano preso vicino a Clermont la croce, non è meno commovente contemplare quelle migliaja di Tedeschi, che presso a Worms accolsero festanti la pacificazione della disputa sulle investiture. La loro fantasia eccitata avrebbe potuto scorgere le ombre de’ caduti in quella guerra perturbatrice del mondo, cercarsi l’una l’altra nel campo di Worms, e avvicinarsi a riconciliazione; e avrebbe potuto veder vagare lì in mezzo quei celebri defunti, che erano Enrico IV, Gregorio VII coi suoi sventurati successori, Guiberto cogli sventurati suoi, Matilde, Guelfo, Rodolfo di Svevia, Corrado e tutta la tragica gente che s’era schierata intorno a que’ capitani. Mezzo secolo durò la controversia delle investiture; ferocemente del paro che la guerra dei trent’anni, desolò Germania e Italia, e sacrificò il fiore del popolo di quell’età. Potrà forse qualche ingegno mordace levar alto colla mano due bollate pergamene e mostrarle al mondo come unico risultamento di cinquant’anni di una guerra di distruzione? Potrà egli forse dar la berta alla gente umana, che aveva davanti a’ suoi occhi una soluzione (in apparenza tanto facile) dei suoi ardui problemi, ma che nel suo furor cieco non ebbe saputo vederla, e vi incappò dentro soltanto dopo un orrendo delirare di mezzo secolo, durante cui si smarrì per vie tortuose e lunghe? Che sì che bisognava sparger tanto sangue per cambiare l’anello e il pastorale collo scettro? o per discoprire questa semplice verità, che le ingerenze dello Stato toccar dovevano soltanto le cose dello Stato, quelle della Chiesa soltanto gli affari di Chiesa? Tristissima verità è questa, che il mondo, l’animale politico di Aristotele, debba [459] conquistarsi il suo lento progresso per via di scosse violente di guerra, e che quello che si guadagna a forza di secoli, altro non paia nel cosmo umano che un frammento dappoco: tuttavolta le pergamene sottoscritte a Worms non furono i soli risultamenti della controversia delle investiture. Nelle grandi lotte che agitano il mondo l’oggetto primitivo della disputa scompare di vista, ed uno più morale e più eletto subentra a quel primo con tutta la vigoria della giovanezza. Come lotta dei due principî che componevano l’anima della umanità, quella grandissima controversia del medio evo fu uno dei commovimenti più salutari che Europa abbia provato mai. Colla potenza de’ contrasti e col fervore appassionato che costringeva ogni ordine di gente a prendervi parte essa ebbe veramente liberato da’ ceppi lo spirito degli uomini, bandì la rigida grettezza e l’apatia dell’età barbarica, pose benanco fine a questa età, e, associata alle Crociate, aperse le vie di una civiltà nuova. Ei fu durante questa lotta che si destò il pensiero indagatore in filosofia, protestante ed eretico in religione; per essa la scienza del diritto romano risorse coll’amore all’antichità, venne in fiore la libertà republicana dei comuni, e la società civile assunse una forma nuova, autonoma e umanamente più mansueta. Così è che Enrico IV e Gregorio VII, eroi di tragiche sorti, ed Enrico V e Calisto II, avventurati fondatori di pace in questa lotta onde vivrà eternamente memoria, ebbero ottenuto splendidissimo luogo negli annali della storia.
Calisto II, al Marzo dell’anno 1123, fece annunciare e confermare la conchiusione della pace nel primo Concilio ecumenico lateranense: Roma da secoli non [460] aveva visto una così grande assemblea conciliare, e questa pose suggello alla vittoria della Chiesa ed alla attuazione della riforma gregoriana. Il Papato s’aveva conquistata la sua independenza giuridica dall’Impero, e adesso, sopra questo sodo fondamento dei suoi diritti accettati da Europa, ben poteva essa svolgere la sua podestà ecclesiastica, e farne una potenza del mondo. La pace di Worms (allora alcun uomo non lo presagì) fu soltanto un armistizio fra i due principî dello Stato e della Chiesa, che la prima volta allora si riconobbero vicendevolmente per le due podestà cardinali su cui il mondo posava.
Nè da secoli sulla cattedra di san Pietro era seduto Papa alcuno, che fosse e sentisse di essere così avventurato come Calisto: e merito ne aveva la sua prudenza del paro che la sua energia. La Città obbedì reverente all’autore della pace; s’acchetarono le lotte dei partiti, e, finchè ei visse, per le ruinose vie di Roma non sonarono più grida di battaglia[476]. In questo bel periodo di pace il Pontefice potè perfino pensare al bene della Città, chè dopo tempo tanto lungo torniamo a udire di restaurazione di acquedotti e di mura, e di edificazione e di ornamento di alcune chiese[477]. Deplorevole [461] era la condizione di Roma dopo la lotta delle investiture; la Città era mezzo in ruina; i templi di pace e di amore s’erano con massima profanazione tramutati in castella belliche, e di veri arnesi di guerra avevano provato le sorti. Calisto in un Concilio dovette espressamente proibire che chiese si munissero come altrettante rocche; vietò ai laici di spiccare le offerte votive dagli altari, e bandì anatema a chi maltrattasse le genti che venivano a Roma peregrinando[478]. Forse con una solenne festività avrà purificato il duomo del principe degli Apostoli dal suo orrendo passato; lo abbellì di novelli doni votivi, ne fece il pavimento, restaurò l’altar maggiore, e dotò di possedimenti di terre la basilica.
In pari decadenza, fino dal tempo di Roberto Guiscardo, era andato il Laterano. Da dopo di Leone IV non vi era stato più Papa alcuno che avesse atteso a edificare in quel palazzo; soltanto Calisto II incominciò a recarvi riparazioni, e vi costruì una nuova cappella dedicata a san Nicolò di Bari, nella cui tribuna fece dipingere a colori le imagini dei celebri suoi predecessori, che da Alessandro II in poi erano stati i campioni della gran pugna. Quell’oratorio poteva servire di monumento di tutti i Papi che avevano combattuto contro all’Impero, ma Calisto rappresentò il trionfo della Chiesa eziandio in una nuova sala delle case lateranensi destinata [462] alle udienze, nella quale si vedevano dipinti lui, Gelasio, Pasquale, Urbano, Vittore III, Gregorio VII e Alessandro II, con sotto gli Antipapi che facevano da sgabello ai loro piedi. Alcuni distici di cattivo stile illustravano le pitture, nel tempo stesso che sulla parete si leggeva scritto il tenore degli articoli del Concordato Wormacense. Da secoli l’arte non aveva tolto a trattare soggetto sì grandioso com’era questo della guerra dei cinquanta anni e della sua pacificazione; tuttavia era ancor troppo presto perchè all’altezza dell’argomento riuscisse pari la potenza della pittura di storia, la quale prima di Giotto pose appena i germi primi: quel quadro pomposo poteva soltanto denotare la barbarie di un’età, nella quale i Papi si tenevano contenti di vedere rappresentate le grandissime geste della Chiesa medianti figure di dimensioni pigmee e in dipinti di fattura bruttamente rozza[479].
Fortunato anche in questo, Calisto II morì poco tempo dopo della sua vittoria; la febbre romana lo portò via ai 13 di Dicembre dell’anno 1124 nella sua dimora in Laterano. Acconciamente fu sepolto presso a Pasquale II, l’autore della pace presso alla vittima della guerra: e [463] cinque mesi dopo di lui ebbe tomba in luogo acconcio anche Enrico V, allorchè lo si seppellì nel duomo di Spira a fianco del padre, trattato sì crudelmente da lui che era anch’egli ridotto adesso sterile polvere. E questi due Imperatori, entrambi travolti e sopraffatti dal turbine delle passioni che ebbero agitato quell’età fiera e grande, appartengono massimamente agli uomini più memorabili del medio evo.
Tutto a un tratto la novella elezione fu a un pelo di porre Roma a divisione, avvegnaddio i Frangipani cercassero adesso di far salire al papato un Cardinale amico dell’Imperatore: e dopo il Concordato di Worms la cosa non soltanto era possibile, ma naturale. Così si rileva che quegli audaci capitani non avevano rimesso un punto delle loro antiche arti di violenza, e che il castigo inflitto loro da Calisto non aveva per nulla diminuito la loro influenza. I Papi non possedevano tanta potenza da cacciare quei maggiorenti in bando; tratto tratto facevano loro guerra, tratto tratto ne smantellavano le torri, ma di bel nuovo venivano dipoi sempre conchiudendo con essi pace e trattati. D’altronde l’odio che un Pontefice nutriva contro nemici i quali lo avevano maltrattato non poteva nell’impero papale, ch’era elettivo, trasmettersi in eredità ai successori di quello. [464] Il rapido mutarsi de’ Papi, ciascuno de’ quali seguiva un suo proprio indirizzo politico ed era costretto di guadagnare a favor suo le famiglie nobili, dà sufficiente spiegazione di cotale stato di cose.
Per la prima volta in documenti dell’anno 1014 incontrammo, nel suo antenato Leone, la famiglia dei Frangipani, fin d’allora potente. Il nome strano di essa, che suona «rompere il pane», vollesi illustrare mercè una leggenda, la quale narrava che in tempi antichi uno degli avi di quelle genti aveva dispensato pane ai poverelli, in momenti di grandissima carestia: e lo stemma della famiglia rappresenta due leoni rampanti in campo rosso, che tengono un pane nell’artiglio e sono volti l’uno verso l’altro[480]. Cencio, figlio di Leone, fu un potente Console a’ tempi di Gregorio VII, e Giovanni, figliuolo di Cencio, sposò donna Bona, sorella di Stefano Normanno, e fu padre di quell’altro Cencio che vedemmo assalire papa Gelasio. Anche de’ suoi fratelli Leone e Roberto abbiamo fatto menzione[481], e [465] notammo altresì che le loro torri e i loro palazzi erano situati presso all’arco di Tito, vicino al Palatino e al Colosseo[482].
[466]
I Frangipani e i Pierleoni erano dunque le due case che si disputavano l’una all’altra il Patriziato, e, caporioni delle parti imperiale e pontificia, tenevano in loro potere il Collegio de’ Cardinali. Si aveva stabilito d’accordo che procederebbesi all’elezione, tre giorni dopo la morte di Calisto, senza proporsi prima in mente candidato alcuno. Tuttavolta i Frangipani avevano designato Lamberto di Ostia per papa, laddove il popolo desiderava che assunto fosse il cardinale Sasso di Anagni: entrambi quei prelati erano gli uomini del Concordato di Worms. Però, a forza di astuzie, essendo riuscito a Leone Frangipane di far sì che tutti i Cardinali intervenissero all’elezione, e nell’assemblea congregata avendo una voce buttato fuori che Teobaldo Boccadipecora fosse fatto papa con nome di Celestino, quelli dei congregati che erano di parte neutrale, accondiscesero. Ma Roberto Frangipane furiosamente gridò il nome di Lamberto di Ostia, e la sua fazione lo proclamò pontefice e lo mise dentro in Laterano. Inutilmente si opposero gli altri; Teobaldo, sia che ve lo consigliasse paura o generosità d’animo, svestì la porpora, e Lamberto fu riconosciuto per papa Onorio II. Però, comprendendo egli che la sua esaltazione non era avvenuta validamente secondo il rito canonico, depose le insegne del pontificato, nell’intento di farsi con voti unanimi confermare; ed infatti i Cardinali avversarî, come prudenza loro suggeriva, desistettero dalla loro contrarietà. Or vedasi qualmente i decreti di Nicolò II e dei suoi successori non avessero punto affrancato l’elezione pontificia dall’influenza della nobiltà cittadina; i Re romani avevano bensì rinunciato al loro diritto [467] antico, ma i Consoli romani continuavano ad elevar papi a furia di astuzie o di violenze[483].
Lamberto vescovo di Ostia, fatto cardinale al tempo di Pasquale, aveva accompagnato Gelasio nel suo esilio, e, abilissimo ministro di Calisto II, aveva conchiuso la pace di Worms: questo eletto merito gli dava buon diritto di diventar papa, ed ai 21 di Dicembre 1124 fu consecrato tale, con nome di Onorio II. Soltanto la bassa origine, da cui aveva avuto nascimento nella piccola terra di Fagnano presso Imola, era una macchia agli occhi di coloro che in Calisto avevano pregiato la stirpe principesca. «Io non so», diceva l’abate di Monte Cassino ai messaggieri del novello Papa, «non so di chi Sua Santità sia figlio; questo solo so che è nutrito di belle lettere dal capo alle piante»[484].
Nondimeno Onorio, da uomo accorto, seppe acquistarsi tostamente rispetto. Nessuna insurrezione turbò in Roma il suo pontificato, che durò cinque anni, giacchè la sua stretta alleanza coi Frangipani gli procacciava buona sicurezza. Il Papato prese nuove forze dalla morte di Enrico V, che partì del mondo senza lasciar figliuoli; ed infatti, spenta adesso la forte casa Salica, non si levò al trono alcuno degli Hohenstaufen eredi suoi, ma per influenza romana si fece re il sassone Lotario, che, addì 13 di Settembre, fu anche coronato. Per verità, Corrado [468] e Federico, come figli di Agnese che era sorella del morto Enrico, impugnarono le armi, ma non giunsero a capo di far trionfare le loro pretese. Anche Onorio non fu lento a riconoscere Lotario II per re romano, e di tanto s’erano andate intieramente rimutando le opinioni nel corso dei tempi, che il Papa, la cui elezione dapprima era stata soggetta al beneplacito della monarchia, adesso poteva torsi il diritto di dar conferma al Re romano ossia tedesco: così si converrà massimamente notare come e quanto, per opera di Gregorio VII, il Papato fosse salito in concetto di sublime giudice morale, eziandio nelle cose del mondo politico.
Onorio II scomunicò gli Hohenstaufen, chè già egli presentiva come quei principi avrebbero raccolto eziandio l’eredità della controversia sulle investiture: e una seconda volta pronunciò l’anatema nell’anno 1128, perocchè allora Corrado fosse venuto a Milano da pretendente della corona. Molte città lombarde prestarono omaggio a questo Principe, e ai 29 di Giugno fu benanco coronato a Monza dall’arcivescovo Anselmo; però il regno di lui non ebbe consistenza, e non fece che sconvolgere per brevi istanti le cose dell’Italia settentrionale: quanto ai Romani, di cui egli aveva cercato acquistarsi il favore, non ne vollero sapere, e, insieme con Onorio, invitarono Lotario affinchè venisse a coronarsi in Roma[485].
[469]
Più rilevanti casi avvennero nell’Italia meridionale, dove vi erano precedute gravi mutazioni di cose. Guglielmo, figlio di Rogero e duca delle Puglie, era morto a Salerno nel Luglio dell’anno 1127, fra il rammarichìo di tutto il popolo; e anch’egli, come Enrico V, non lasciava figli. Rogero conte di Sicilia, congiunto di lui, poteva tener sè stesso in conto di naturale erede suo, ed infatti affermava che Guglielmo lo aveva riconosciuto per tale. Quel principe giovane e ardito, che, fanciullo ancora, era fino dal 1101 succeduto a Rogero I padre suo, colse l’occasione per raccogliere ad unità tutta l’Italia del mezzodì, avvegnaddio di tutti gli Stati di un tempo avessero ivi conservato autonomia soltanto Capua sotto di Giordano II, e Napoli governata da Sergio duca[486]. Come dunque il conte Rogero s’affrettò a venire nelle Puglie, e s’insignorì di Salerno e di Amalfi, e ricevette l’omaggio di molte città, il Papa deliberò di impedire la fondazione di una monarchia dell’Italia meridionale: e alle pretese di Rogero oppose la sovranità feudale che ne aveva il Pontefice, protestando che le terre di Guglielmo tornate erano nel pieno dominio della santa Sede. In questo intento andò Onorio sollecitamente a Benevento, e Rogero, da lui scomunicato, [470] essendosi acceso di grande ira che gli si negasse d’investirlo delle Puglie, fosse pure come vassallo della Chiesa, mise a guasto il territorio beneventano. Allora il Papa, nel Dicembre dell’anno 1127, congregò in Capua i Vescovi e i Baroni a parlamento; investì di quel principato Roberto II, figlio di Giordano che giusto in questo tempo era morto, e chiese a quei congregati che movessero guerra contro l’usurpatore siciliano.
Nondimeno questo Principe, ch’era uomo di genio, potè prendersi in giuoco la crociata che Onorio predicò contro di lui, e attese chetamente finchè l’esercito dei Baroni s’ebbe sbandato[487]. Si ripeterono i casi di Leone IX; Rogero inseguì alle calcagna il Papa abbandonato che si ritirò a Benevento, gli offerse pace, costrinse il Padre santo a uscir delle mura della città, e venuto insieme con lui sul ponte del fiume Calore (correva allora l’Agosto dell’anno 1128), ne ricevette in feudo il Ducato delle Puglie e delle Calabrie[488].
Così fu che la Chiesa non potè impedire la fondazione della monarchia napoletana; fu questo un avvenimento importante, il quale, come in seguito vedremo, mutò l’indirizzo politico d’Italia e dei Papi; tuttavia [471] Onorio raccolse dalla sua pace con Rogero il profitto, per quanto momentaneo fosse, di conservarsi la signoria feudale sull’Italia meridionale.
Queste furono le bisogne che tennero il Papa in faccenda continua, ed egli non fece che andare e venire di Roma nelle Puglie, e s’ingolfò in negozî mondani e in affari politici, per modo che si deve chiamarlo piuttosto uomo di Stato che prete. I Frangipani provvedevano in Roma alla sua sicurezza, e gli davano modo di tenere in rispetto i capitani della Campagna, massime i Conti di Segni e di Ceccano[489]. Anche Onorio II, non meno di Pasquale, seppe per prova di che pondo gravassero le spalle del Papa i possedimenti temporali; e noi dovremmo dipingere un quadro stucchevole e repugnante, se volessimo descrivere le minute guerre che ripetutamente ei mosse contro i castellani e i Conti di campagna nel Lazio. Venuto in fin di vita, lo si trasportò al convento di san Gregorio, fortemente munito, ch’era posto sul Clivus Scauri: i Papi di quei tempi morivano rimpiattati entro torri, fra le spade dei loro partigiani. Da una finestra, presso cui lo si aveva adagiato, il morente sporse il suo pallido volto, e con gran dolore guardò ancora una volta il popolo che di sotto tumultuava e lo credeva di già morto; e vide i [472] partiti azzuffarsi per la sua corona pontificia prima ancora che gli fosse caduta di capo: così, gravemente angustiato, trapassò ai 14 Febbraio dell’anno 1130. Quando moriva un Papa non avrebbe potuto eleggersi il suo successore prima che quegli fosse sepolto; però spesse volte le sommosse che avvenivano nel regno pontificio elettivo ponevano impedimento che siffatta consuetudine si osservasse. Il cadavere di Onorio era ancor tiepido, che a fretta e a furia lo si gettò in una fossa, la quale trovavasi apparecchiata nel convento, tanto perchè la fazione quivi raccolta potesse procedere all’elezione; indi a precipizio si trasportò quella salma al san Giovanni, e il Papa morto e il Papa nuovamente eletto entrarono in pari tempo nel Laterano[490].
[473]
Uno scisma di origine e d’indole puramente civiche doveva far conoscere al mondo che delle divisioni ecclesiastiche non sempre avevano colpa i Re tedeschi. La ricchezza e la potenza dei Pierleoni, e più ancora i meriti grandi che avevano conseguito verso la Chiesa, davano ad essi buona speranza di levare al papato uno della loro famiglia. Scendeva questa, or divenuta illustre tanto, di origine ebraica, e cotal fatto strano ci porge opportunità di dare un’occhiata alla sinagoga di Roma.
La comunità degli Israeliti aveva, fino da’ tempi di Pompeo, posto sue dimore nel Transtevere e intorno ai ponti dell’isola; in mezzo a tutti gli uragani della storia essa aveva durato in Roma, dove una piccola [474] congregazione di Ebrei si tollerava quasi a simbolo monumentale delle radici che il Cristianesimo teneva nel vecchio Testamento. Quelle genti non s’erano mescolate con Romani o con Barbari, e, maritandosi fra loro, avevano trasmesso il puro sangue della loro razza ai loro figli e ai figli dei figli: intorno a sè avevano visto disfarsi in polvere l’antica Republica romana, e la monarchia romana dei Cesari, e la immensa città marmorea di Roma, e un secondo Impero franco; ma eglino, più incrollabili delle statue di bronzo, erano sopravvissuti alla Nemesi formidabile dei secoli; ed oggidì ancora, nei vicoli vicini al Tevere, innalzano le loro orazioni a Gehova, al dio di Abramo e di Mosè. Il numero di essi (che dal tempo delle persecuzioni spagnuole avvenute sotto di Filippo II fino ad oggidì è salito in Roma a cinquemila anime) giungeva nel secolo duodecimo a soli duecento di sesso maschile; chè tanti ne contò il rabbino Beniamino di Tudela, allorquando visitò Roma all’età di Alessandro III: però egli accerta che fra’ suoi socî di religione aveva trovato uomini di influenza grande benanco alla corte pontificia, e rabbini sapientissimi, quali erano Daniele, Geiele, Joab, Natano, Menahem, ed altri Ebrei di Transtevere[491]. Fuor del bujo [475] che involge questa scuola di Israeliti, noi la vedemmo uscire soltanto all’occasione di cantare i suoi inni di laude nelle festività di omaggio; e una sol volta ci si narra che gli Ebrei sofferissero in Roma persecuzione[492]. Quella razza ridotta in servitù seppe difendersi contro i suoi tribolatori mercè di astuzia, d’ingegno e della potenza dell’oro ammassato in segreto: i migliori medici, i più ricchi banchieri erano ebrei; e nelle loro meschine case prestavano denaro a usura, e fra i loro debitori scrivevano nei loro libracci i nomi degli illustrissimi Consoli dei Romani e financo dei Papi angustiati a pecunia.
Or da quella disprezzata sinagoga ebraica uscì una famiglia senatoria, che alle laute usure andava debitrice della sua fortuna e della sua potenza. L’avo di quel Petrus Leonis, che durante la controversia delle investiture sostenne in Roma una parte tanto ragguardevole, aveva fatto negozî di banchiere colla corte pontificia, ne aveva spesse volte soccorso le strettezze finanziarie, e da ultimo s’era fatto battezzare, prendendo nome di Benedictus Christianus. Ben presto il figliuol suo Leone, [476] che aveva tolto il nome di battesimo da quello di papa Leone IX, potè aprirsi una splendidissima via, come si conveniva a uomo ricchissimo, fornito d’ingegno, audace, ambizioso. Egli s’imparentò con ottimati romani che ambivano di dare le aurate figlie d’Israello in mogli ai loro figliuoli, o che sposavano le lor proprie figlie coi battezzati figliuoli d’Ebrei[493]. L’usurajo Leone si strinse [477] a Ildebrando ed ai Papi riformatori col fervore che gli davano il suo fanatismo di rinnegato e l’accortezza politica; e il vigoroso figlio suo, Petrus Leonis ossia Pierleone, diventò dappoi in Roma uomo di altissima influenza politica, tanto che di lui non si poteva far senza[494]. Oltre alla sua rocca posta presso al teatro di Marcello (indubbiamente la aveva di già eretta il padre suo Leone), egli dominava eziandio la prossima isola Tiberina: Urbano II gli aveva confidato financo la guardia del castel Sant’Angelo, e quel Papa moriva nelle case del creditore e protettor suo, ed i successori di Urbano si sbracciavano per ottenere il patrocinio del potente Pierleone. Ma il popolo lo aborriva perchè era un usurajo, la nobiltà lo odiava perchè uomo nuovo, e noi vedemmo che questo forte amico di Pasquale non potè ottenere la Prefettura per il suo figliuolo. L’amicizia de’ Pontefici, lo splendore delle parentele, le dovizie e la potenza cancellarono tanto presto la macchia dell’origine ebrea di questi signori potenti, che in brevissimo tempo i Pierleoni furono celebrati come il più illustre dei casati principeschi di Roma; omai da dopo di Leone si fregiarono [478] del titolo di «Console dei Romani», e lo sostennero con orgoglio e con maestrevole dignità, quasi che fossero dei patrizî antichissimi[495]. Vennero quindi in cozzo coi Frangipani, perocchè questi fossero adesso ghibellini ossia di parte imperiale, eglino guelfi ossia di parte pontificia; ed è cosa mirabile vedere in Roma l’una presso dell’altra queste due famiglie, entrambe le quali avevano per istipite uno di nome Leone, ed erano sorte in fiore intorno allo stesso tempo. Poichè poi anche i Frangipani s’imparentarono coi Pierleoni, si favoleggiò più tardi che entrambe le famiglie traessero origine dalla gente Anicia: nel secolo decimoquinto si narrò che due fratelli di un Pierleone Massimo, così detti Conti dell’Aventino, fossero emigrati in Germania, e colà avessero fondato la casa di Absburgo; e benanco gli Imperatori d’Austria tennero ad onor loro di esser congiunti dei Pierleoni, infino a che scoversero che, in caso tale, eglino avrebbero dovuto andar cercando i loro avi nel ghetto di Roma[496].
[479]
Pietro Leone morì addì 2 di Giugno dell’anno 1128, coperto di onoranze che più non avrebbe potuto capirne un Console di Roma antica. Perirono i sepolcri de’ Papi di quel tempo, ma il caso tenne saldo in piedi il mausoleo di questo Crasso israelita, con pari cure di quelle che il destino prodigò a conservare il sarcofago di Cecilia Metella. Nel chiostro del san Paolo dura una grande arca di marmo del pessimo tempo romano, ed è adorna di figure che rappresentano Apollo, Marsia e le Muse: fu questa la tomba di Pier Leone, e l’epigrafe, di gusto veramente ebreo, lo pregia come «uomo senza pari, immenso di ricchezze e di figliuolanza»[497]. Molta discendenza [480] ei lasciò, e così meravigliose, e come di favola, furono le fortune di questi rampolli del ghetto, che uno dei suoi figliuoli diventò papa, un altro fu fatto patrizio dei Romani, ed una figlia, vien detto, andò sposa di Rogero di Sicilia.
Il figlio suo Pietro aveva quel potente signore destinato ad un officio di Chiesa. Forse che a lui si poteva negare la cappa violetta di cardinale? forse che il rosso paludamento pontificio era desiderio troppo temerario per il ricco figliuolo di Pier Leone? Il giovine Pietro fu mandato a Parigi perchè compiesse di erudirsi, e ivi senza dubbio fu degli uditori di Abelardo; finiti gli studi, vestì a Cluny la tonaca monastica, che pur sempre era il più commendevole abito per i candidati pontefici. Accondiscendendo al desiderio del padre suo, Pasquale [481] se lo chiamò a Roma, e lo fece cardinale dei santi Cosma e Damiano. Insieme col fratello Pietro accompagnò dappoi Gelasio in Francia, tornò con Calisto e divenne cardinale prete di santa Maria, in quello stesso Transtevere dal quale la sua famiglia aveva tratto l’origine: indi sostenne l’incarico di legato in Francia dove congregò Concilî, e in Inghilterra dove, accolto solennemente da re Enrico, entrò con magnificenza da principe. Al figliuolo del potente Pier Leone non difettarono dignità, cultura, ingegno, e se, come gli rimproverarono gli avversarî suoi, da nunzio s’abbia grancito immensi tesori, egli non avrà fatto che seguire l’esempio di quasi tutti gli altri suoi colleghi Cardinali legati. I fieri nemici di lui lo colmarono più tardi di contumelie, ma nulla v’ha che giustifichi la mala dipintura che eglino fecero dell’indole sua[498].
La famiglia di lui sperava di vedergli posare in capo la corona pontificia; dei voti di numerosi clienti egli era omai certo in grazia delle sue dovizie; financo il cardinale Pietro di Porto capitanava nel sacro Collegio il partito che a lui era favorevole, laddove gli avversarî [482] suoi, condotti da Aimerico cancelliere e da Giovanni di Crema, scrivevano sulle schede dell’elezione il nome di Gregorio di Sant’Angelo. Dapprincipio s’aveva deliberato di rimettere l’elezione all’arbitrato di otto Cardinali, e fra questi era anche Pietro, che da tempo lungo intendeva al papato. Sennonchè, era spirato appena Onorio, che cinque degli elettori si unirono con gran secretezza in san Gregorio sul Clivus Scauri, ed ivi, ai 15 di Febbraio, convennero di far papa il cardinale Gregorio con nome di Innocenzo II: subito dopo il suo partito, ch’era in tutto e per tutto composto soltanto dei sedici Cardinali più giovani, di alcuni cittadini, dei Frangipani e dei Corsi, lui acclamò pontefice[499]. Gli avversarî a buona ragione istizziti, corsero di lì a poche ore nel san Marco; il maggior numero de’ Cardinali, la parte più grande de’ cittadini e quasi tutta la nobiltà, i Tebaldi, gli Stefani, i Berizoni, i Sant’Eustachio, i giudici «del palazzo», presieduti dal decano de’ Cardinali, [483] elessero il figlio di Pier Leone con nome di Anacleto II[500].
I due pretendenti stavano uno di contra all’altro, come Giacobbe ed Esaù disputanti pel diritto di primogenitura. Il cardinale Gregorio aveva strappato alla fazione sua la benedizione del primogenito, ma quasi tutta Roma e le terre prestavano omaggio ad Anacleto II[501]. Non sapeva di novità lo spettacolo di due Papi fra sè nemici, che un dopo l’altro si siedevano sulla cattedra santa, non appena che l’uno oppur l’altro aveva dovuto scenderne a precipizio: si venne dunque con grande ira alle armi. Innocenzo II, che per verità in gran fretta era stato messo dentro nel Laterano, si ricoverò, il giorno stesso della sua elezione, nel Palladio, ossia nella chiesa di santa Maria in Pallara, che era difesa [484] dalla fortezza dei Frangipani presso al Palatino[502]. Anacleto II, assistito da’ suoi fratelli Leone, Giordano, Rogero, Uguccione, e da numerosi clienti, mosse al san Pietro, ne schiuse con violenza le porte, si fece consecrare papa da Pietro di Porto, prese d’assalto il Laterano, si sedette sulle cattedre papali che erano in quella chiesa, andò a santa Maria Maggiore e sequestrò i tesori della Chiesa. Tutta Roma risonò dello strepito della guerra civile in quello che migliaia di mani si facevano avidamente sporte per raccogliere nel loro cavo stille di quel ben di Dio che faceva piovere Anacleto, vera meteora d’oro. E nelle tumultuose processioni ch’ei celebrò da papa il nostro occhio può discernere la Sinagoga degli Ebrei, postata vicino al favoloso palazzo di Cromazio, avendo a capo il suo rabbino col gran volume velato del Pentateuco; e ci possiamo imaginare se i figliuoli d’Israello avranno mai come allora salutato il Papa con inni tanto sinceri di voti maligni, ovverossia con tante maledizioni borbottate a bassa voce[503].
[485]
Anacleto si aveva guadagnato Roma, ed anzi l’adesione che a lui facevano tanti e così illustri Cardinali e ottimati gli dava pieno diritto di essere papa. Per fermo fallì l’assalto dato al Palladio, ma Innocenzo vide l’oro del suo nemico penetrare dai pertugi di quelle muraglie: perlochè nell’Aprile o nel Maggio fuggì in Transtevere, dove si nascose nelle torri della sua famiglia, mentre Anacleto tranquillamente celebrava nel san Pietro le feste di Pasqua, scomunicava il suo antagonista, deponeva i Cardinali che gli erano avversi, ed altri in loro vece ne creava. L’aperta defezione dei Frangipani lasciò Innocenzo allo scoperto e senza difesa; nessun’altra via a scegliere gli restava fuor della fuga. Egli s’imbarcò pertanto con gran mistero sul Tevere, e per Pisa e per Genova fuggì a Francia, come aveva fatto Gelasio[504].
Ei si trattava adesso vedere quale dei due pretendenti sarebbe riconosciuto per pontefice. Innocenzo (transteverino di origine come il nemico suo, ma discendente dell’antica casa de’ Papareschi, cardinale legato a’ tempi di Urbano II e mediatore della pace di Worms) si raccomandava per bella nominanza di uomo erudito e culto, e per religione sincera[505]. L’anteriorità della sua [486] elezione lo avvantaggiava sopra di Anacleto; la sua fuga nell’asilo de’ Papi cattolici dava apparenza a lui di uomo discacciato, all’altro di usurpatore: senza lunghe titubanze, Alemagna, Inghilterra, Francia, una gran parte d’Italia, tutti gli ordini monastici riverirono Innocenzo II. Tutt’a un tratto il mondo si risovvenne con isprezzo della semenza dei Pierleoni, e dimenticò i meriti che costoro s’avevano acquistato verso la Chiesa romana: eppure le fattezze ebraiche del viso non avrebbero dovuto tornare a disdoro di un Papa, per poco che si avesse pensato che Pietro e Paolo avevano avuto faccia di ebreo più di Anacleto. Del resto, può darsi financo che il favore della città di Roma, cui egli aveva senza dubbio offerto grandi franchigie, tornasse piuttosto a sua condanna che a commendazione. Leggiamo [487] ancora le lettere che in ogni verso del mondo egli mandò affine che lo si accettasse per pontefice[506]; di già nel primo giorno di Maggio scrisse a Lotario[507], ma il Re non rispose; sperò guadagnarselo pronunciando la scomunica contro a Corrado antirè, ma anche questo fallì; il Re non rispose[508], nè alcuna bada diede agli accalorati scritti dei Cardinali e dei Romani.
[488]
E i Romani con molta urbanità pregarono acciocchè si desse la confermazione al loro Papa, ma biasimarono il Re che a quello non avesse porto risposta, e protestarono che gli negherebbero la corona imperiale se più a lungo avesse tentennato a riconoscere Anacleto per pontefice. «Se tu», così gli scrivevano, «se tu voglia ricevere i gloriosi fasci del romano impero devi acconciarti alle leggi di Roma, non già turbare la concordia de’ cittadini tuoi. E per fermo non è ancor sì grande la nostra affezione per te da far che si attribuisca tanta rilevanza alla coronazione tua: solamente perciocchè abbiamo conosciuto la benevolenza del Papa per la tua persona, anche noi ti vogliam bene, e desideriamo di decorare la tua porpora con degne onoranze»[509]. I Romani avevano la coscienza di parlare da uomini liberi a un Re tedesco, che non per eredità era succeduto alla casa Salica, e cui un antirè tuttora combatteva: a vero dire lo riconoscevano per «Re dei Romani», chè questo omai era divenuto titolo tradizionale, mercè cui i monarchi germanici [489] giungevano ad acquistare la corona imperiale, ma affermavano con risolutezza che soltanto la elezione del popolo romano conferiva quella corona. Di già il loro linguaggio orgoglioso s’inspirava al genio republicano, che andava diventando sempre più poderoso nelle città lombarde, e cominciava ad alitare anche in Roma.
Allorchè il silenzio freddo del mondo ebbe fatto accorto Anacleto che aveva di quello le repulse, ei guardò tutt’intorno a sè per cercarsi qualche confederato potente. Dopo del Concordato di Worms i partiti antichi subirono un mutamento strano: il re di Germania e i suoi antichi aderenti d’Italia si schierarono intorno al vessillo cattolico e francese; i Normanni, che un tempo ne erano stati sostenitori, lo disertarono, essendo eglino nemici naturali dell’impero. Però Anacleto seguitò il vecchio indirizzo dei Papi, facendo lega col duca delle Puglie. Alla monarchia di Rogero non mancava altro fuorchè si desse sanzione a quel titolo di reame, che già le avevano attribuito i suoi parlamenti: or dunque Anacleto, a patto che lo riconoscesse per pontefice, offerse al duca la consecrazione pontificia; e Rogero accettò di gran cuore l’offerta, perocchè le idee di quel tempo facessero credere necessaria una confermazione tale. Nel Settembre Anacleto conchiuse con lui a Benevento e ad Avellino un’alleanza difensiva ed offensiva; indi un cardinal legato andò tosto a Palermo, e nel giorno di Natale dell’anno 1130 consecrò Rogero I a re di Sicilia, della quale Roberto di Capua gli porse la corona. Così, cooperante un Papa scismatico, fu composto il regno di Sicilia: quel bel principato durò settecento trent’anni in mezzo alle più meravigliose mutazioni [490] di fortuna, finchè ai dì nostri cadde in quella stessa guisa avventurosa con cui in antico eroi normanni lo avevano fondato[510].
Nel frattempo Innocenzo II stavasene in Francia, dove quasi dappertutto lo si riveriva come pontefice; ed ivi aveva a protettore un santo di nominanza chiara nel mondo, Bernardo abate di Chiaravalle. A buona ragione la Chiesa può ire superba della gagliardia delle forze che essa seppe spiegare le une dopo le altre per [491] condurre a compimento il laborioso edificio della sua gerarchia; e massimamente Bernardo, il genio che a quel tempo ne fu l’anima, appartiene a’ suoi uomini maggiori. Trascorso il periodo di Cluny, il monacato trovò in lui un novello riformatore, e ciò avvenne in una età nella quale, per via degli ordini cavallereschi di Palestina, il monachismo diventò eziandio una potenza politica. Bernardo nacque nell’anno 1091 a Fontaine, presso Digione; nel 1113 vestì cocolla nel prossimo convento dei Benedettini di Citeaux ossia Cistercium, che era stato fondato intorno all’anno 1098. L’austerità ascetica dei Cisterciesi si confaceva all’animo del giovane, ed egli contribuì ad erigere il chiostro di Chiaravalle presso a Chalons sulla Marna; nel 1115 ne diventò abate, e d’allora in poi, venerato come taumaturgo, diventò l’oracolo e l’apostolo del monacato più rigido. In progresso di tempo andò istituendo centosessanta monasteri della sua regola in tutte le terre di Europa; ma il suo ingegno vivace non potè seppellirsi in solitudine selvaggia, laonde con operosità pratica esercitò influenza su tutti i negozî del mondo politico ed ecclesiastico dell’età sua[511].
[492]
Fu Bernardo che guadagnò il favore di Luigi di Francia alla causa di Innocenzo; ed eziandio il Re tedesco, che questo Papa andò a trovare a Liegi nel Marzo dell’anno 1131, gli concesse dopo qualche incertezza l’adesione sua. Un Principe che fosse stato fornito di ambizione e di genio avrebbe dovuto andare a rilento prima di riconoscere Innocenzo per papa, chè egli si sarebbe assiso arbitro fra due Pontefici e avrebbe ridotto la santa Sede in quelle stesse condizioni, che in addietro Gregorio VII aveva apparecchiato alla monarchia: uno statista sottile avrebbe profittato di questa opportunità per impadronirsi di bel nuovo delle investiture che Lotario s’era lasciato menomare dai Vescovi tedeschi, fin oltre a quello che stabilivano gli articoli di Worms. Ma il Re non fece suo pro delle tradizioni della casa di Franconia a lui ostile; non volle cimentarsi a lotta contro la gerarchia, promise anzi al Papa di condurlo a Roma, e, in ricambio, Innocenzo lo fe’ sicuro dei titoli della podestà imperatoria[512]. Nel Concilio tenuto in Ottobre a Reims Innocenzo ebbe omaggio dall’Inghilterra e dalla Spagna, ed Anacleto vi fu solennemente scomunicato. Non senza corrucciarsene le chiese di Francia apprestarono i modi di far ritorno a lui che era affatto al verde di moneta, dopo di che, nella primavera dell’anno 1132, egli partì per Lombardia. Quasi tutti i vescovi e i signori di questa terra lo riconobbero per pontefice nel [493] Concilio celebrato a Piacenza il giorno 10 di Aprile; non così Milano. Tuttavia l’avvicinarsi di Lotario, che scese in Italia nel Settembre del 1132, costrinse l’antirè Corrado a partirsi di Lombardia, dove prestamente ei si vide lasciato in abbandono. Allora Innocenzo andò a Pisa, la riconciliò con Genova, e indusse entrambe quelle republiche a prestargli i loro navigli per sottomettere Roma. Nella primavera successiva Lotario e il Papa mossero da Viterbo, per Orta e per Farfa, contro di Roma, mentre i Pisani e i Genovesi conquistavano Civitavecchia, e sottomettevano la Marittima tutta quanta[513].
Ambasciatori di Anacleto erano andati a trovare il Re a Viterbo, e gli avevano chiesto che un Sinodo con consiglio imparziale dovesse giudicare qual dei due Papi fosse stato eletto in buona regola. I Principi tedeschi s’erano ben capacitati della giustizia di questa domanda, e avevano compreso i vantaggi ch’essa offriva, affidandone al Re l’arbitrato. Nè Lotario poteva esser dimentico che i suoi predecessori di casa Salica avevano primamente citato i Papi contendenti a comparire davanti un Concilio raccolto a Sutri, e dopo che da questo [494] era stato pronunciato giudizio, aveano condotto a Roma quello dei Pontefici che ne aveva ottenuto omaggio: sennonchè san Norberto, arcivescovo di Magdeburgo, e insieme con lui i Cardinali, dissiparono le dubbiezze del Re, appellandosi alle deliberazioni già prese a Reims ed a Piacenza; così l’impacciato Lotario cedette alle loro rimostranze, e si lasciò fuggir di mano un’occasione che poteva dargli una formidabile potenza contro alla Chiesa[514]. Anacleto trovavasi minacciato di pericolo gravissimo, perocchè quegli che era suo solo alleato non gli potesse prestare assistenza di sorta, avendo egli una matassa arruffata a sbrogliare per conto suo proprio nelle Puglie: ed invero qui era avvenuta un’insurrezione in cui ne avevano avuto la meglio i sediziosi; e Roberto di Capua, Rainolfo di Alife e altri baroni molti stavano in arme e afforzavano adesso la parte di Innocenzo. In condizioni tali di cose Anacleto pareva perduto; tuttavia ne andò salvo, poichè teneva in mano sua quasi tutte le fortezze di Roma, propizio luogo a chi si difendeva, e poichè scarse erano le forze dell’esercito nemico: infatti Lotario era venuto in Italia con sì poche soldatesche, che le città si beffarono di lui, ed a Roma giungeva seguito solamente da duemila cavalieri[515].
Sulla fine di Aprile egli pose campo presso a santa Agnese, fuor di porta Nomentana; e tosto si presentarono a fargli omaggio alcuni ottimati romani, aderenti [495] antichi di Innocenzo o traditori nuovi di Anacleto, i Frangipani, Teobaldo prefetto, Pietro Latro della famiglia de’ Corsi[516]. Lotario entrò nella Città addì 30 di Aprile 1133 senza trovare opposizione alcuna; condusse Innocenzo nel Laterano, pose dimora sull’Aventino (che da dopo di Ottone III non aveva più albergato un Imperatore), e fece che le sue milizie piantassero le tende presso al san Paolo, intanto che le navi pisane risalivano il Tevere. Nondimeno Innocenzo fu deluso nella sua speranza di superare prestamente lo scisma in buona pace oppure colla forza delle armi, avvegnaddio Anacleto, che si vedeva già condannato prima d’essere giudicato, rifiutasse con maschio coraggio di far dedizione delle sue rocche: allora fu che la Curia di Lotario lo pose al bando come nemico dell’Impero. Ad onta di ciò, munito sicuramente dietro il Tevere, Anacleto potè dal castel Sant’Angelo ridersi dei fiacchi assalimenti dei suoi nemici, ed ebbe ragione di motteggiarne, dacchè il Re tedesco fu costretto, contrariamente a quello che disponeva il rito, a torre la corona nella basilica Lateranense. La processione [496] festiva dovette stavolta incamminarsi soltanto per la via che s’apriva fra l’Aventino e il Laterano; le accoglienze solenni avvennero sulla scalea lateranese, e il solito giuramento non potè essere prestato che fuor delle porte di questa basilica. Innocenzo II coronò Lotario e Richenza moglie di lui, addì 4 Giugno 1133, con pompe modeste, alla presenza di vescovi e maggiorenti molti d’Italia[517]. Il novello Imperatore fece qualche debole tentativo di riacquistare il diritto d’investitura, ma, se non altro, un trattato concernente gli allodî della contessa Matilde afforzò la pace colla Chiesa, chè Innocenzo diede a vita quelle terre in feudo a Lotario e al genero suo Enrico di Baviera della casa dei Guelfi[518].
Fu questo il povero frutto che s’ebbe a risultamento la impresa di Lotario contro Roma. Invano vennero a [497] lui Roberto di Capua e Rainolfo di Alife, chiedendo che loro prestasse soccorso contro a Rogero, cui soltanto adesso eglino avevano ricacciato in Sicilia. L’Imperatore soffriva penuria di denaro e di altre cose, per cui dovette tornarsene al settentrione; partiti i Tedeschi, Innocenzo e Anacleto capirono che le loro condizioni non s’erano in essenza mutate da quelle che erano state nell’anno 1130.
Anacleto però riprese bentosto vigore, perciocchè Rogero sbarcasse nelle Puglie e la vittoria tornasse a lui; laonde, omai nell’Agosto, Innocenzo fuggì di Roma, e fu accolto una seconda volta ospitevolmente da Pisa, poichè questa città florida di commerci mirava con occhio di gelosia la crescente potenza marittima di Sicilia, e, al paro di Genova, durava nemica della monarchia normanna[519]. Il tempo passava, e non si veniva a un fine di cosa alcuna: Roma, che in mezzo a circostanze così favorevoli era governata dai nobili con independenza assoluta, aderiva in gran parte ad Anacleto, ma il Concilio tenuto a Pisa nel Maggio dell’anno 1134 assodava la podestà d’Innocenzo, e financo Milano disertava la causa del suo avversario. La conquista pacifica di questa città era opera di Bernardo, e splendidissimo de’ suoi trionfi. Le accoglienze che a lui si apprestarono colà, è uno degli spettacoli più insigni di questa [498] età, e dà prova della immane influenza che esercitavano allora sul mondo le idee religiose. Tutto il popolo di Milano andò ad incontrare il santo diplomatico a qualche miglio fuor della città; gli baciarono i piedi, fecero ressa per portarsi via brandelli della sua tonaca; poco mancò che a furia di carezze non lo soffocassero[520]. Tutta Italia fino al Tevere prestava adesso reverenza a Innocenzo II; soltanto Roma, la Campagna e le terre del mezzodì stavano dalla parte di Anacleto, laonde, se prima non s’infrangeva la potenza di Rogero, neppure si poteva sperare di spazzare fuor della via l’antipapa, che sempre vittorioso resisteva in Roma contro ai Frangipani. Il fondatore della monarchia sicula aveva represso con ferocia da barbaro e con mano poderosa la sollevazione delle Puglie; Roberto di Capua, discacciatone, si ricoverava a Pisa, e induceva questa Republica ad armare una flotta contro di Rogero. Si combattè poco e senza risultati decisivi. Per verità i Pisani nell’anno 1136 fecero la conquista di Amalfi, loro antica rivale, e distrussero una volta per sempre l’ultimo fiore di questa celebre città mercantile; ma Roberto fu costretto tornarsene ad Innocenzo, senza d’altro aver fatto guadagno, che del bottino ond’erano cariche le navi. Allora Anacleto nominò re Rogero ad avvocato della Chiesa ed a patrizio [499] dei Romani, e in quelle sue strettezze gli fece larghe concessioni di diritti, che nocquero alla independenza del Papato[521].
Per lo contrario, Innocenzo II da altro non aspettava salute fuorchè da una nuova spedizione dell’Imperatore contro di Roma; e Lotario fu tanto dabben uomo da servire a intenti che a’ suoi interessi tornavano estranei. Ai legati pontificî che andarono in Germania si accompagnò anche l’ultimo Duca di Capua, e tutti domandarono all’Imperatore che movesse contro il nemico comune, il quale adesso assediava anche Napoli con molta gagliardia. Le instanze del Papa e dei Principi pugliesi furono avvalorate da quelle di san Bernardo, il quale gli diè a credere che fosse dover suo di torre l’Italia meridionale ad un usurpatore, e di riunirla all’Impero[522]: in tal modo, ogni volta che le tornava il conto, la Chiesa riconosceva per giuste le pretensioni dell’Impero sulle Puglie e sulle Calabrie; le negava quando le tornava il conto di negarle. Fu stabilito di intraprendere una guerra di distruzione contro la monarchia [500] di Sicilia; nè Rogero aveva potenza di resistere a questa formidabile lega dell’Imperatore e del Papa, dei Pisani, dei Genovesi e dei Principi delle Puglie. Lotario, riconciliato adesso cogli Hohenstaufen, potè condurre di qua delle Alpi un grande esercito. Alcune città lombarde seppero ora di che filo fosse aguzzata la lama della sua spada; altre impaurite si chinarono a prestargli omaggio, ed egli, nella primavera dell’anno 1137, passando dalle Marche e costeggiando il mare, venne nelle Puglie, in quello che Enrico suo genero con un’oste minore giungeva a Viterbo, passando per Firenze. Quei due eserciti, assediando o schiacciando città, devastando terre, sgomberandosi il sentiero col ferro e col fuoco, rassomigliarono (come sempre fu delle imprese che mossero contro di Roma), a torrenti di lava che scorressero crepitando attraverso Italia, per indi prestamente fermarsi e affreddare. Enrico il superbo, che aveva adesso titolo di duca di Toscana, condusse Innocenzo, per Sutri, nel Lazio, in mezzo a continua desolazione dei luoghi che parteggiavano per Anacleto[523]. Ma l’Antipapa, dai merli del castel Sant’Angelo, vide con gran meraviglia quelle soldatesche minacciose passar oltre senza far sosta a Roma; il suo antagonista, che or tornava dopo quattro anni di esilio, non poteva perder [501] tempo nelle pastoje che gli avrebbe opposto la Città; non fece che mandar Bernardo abate, perchè colla sua religiosa eloquenza gli conquistasse Roma; quanto a sè, procedette innanzi col duca Enrico per Albano e per la Campagna, che gli si sottomise, e capitò a San Germano e a Benevento, dove pose il piede ai 23 di Maggio[524]. Dopo breve resistenza questa città gli si diede a soggezione; Capua riaperse le porte al suo legittimo signore, ed Enrico, Innocenzo, Lotario poterono lietamente stringersi la mano dentro a Bari inondata di sangue.
Indarno Rogero offerse pace a buoni patti; fu respinta in allora che egli non poteva più impedire la caduta di quasi tutte le città delle Puglie, avvegnaddio i vascelli di Pisa e di Genova dessero man forte agli eserciti di terra. Rogero fuggì a Sicilia, e i trionfi momentanei di Lotario estesero la podestà imperiale per la prima volta veramente su tutta l’Italia del mezzodì. In Capua si restaurò il principato di Roberto; il prode Rainolfo fu fatto duca delle Puglie, e Sergio trasse nuovamente [502] respiro di libertà in Napoli. Tutta volta i più trionfali successi di Imperatori tedeschi non potevano essere in Italia che cosa di durata passeggiera, perocchè queglino facessero presto ritorno alle terre loro, nè lasciassero presidî di milizie: il profitto de’ loro sforzi lo raccoglieva tutt’al più l’accortezza de’ Papi, posto che gli Imperatori con sì poco raziocinio facevano da avvocati d’arme in pro di essi. I valorosi soldati tedeschi capirono l’abuso che di loro si faceva; chiesero impetuosamente di ritornare alle proprie case, e ad alta voce e con parole aperte imprecarono il malanno addosso del Papa, le cui sole utilità avevano dato occasione a questa guerra omicida e infruttuosa. Abbastanza Lotario aveva fatto per Innocenzo, e di già nelle Puglie e a Salerno (su cui il Papa pretendeva ad esclusiva signoria feudale), aveva capito che nessun titolo di riconoscenza si avrebbe potuto appresso di quello accaparrare, poichè il Pontefice voleva servirsi di lui non altrimenti che di un capitano devoto a’ suoi interessi[525]. Fu soltanto per temenza di Rogero se non ne venne a rottura; ad ogni modo, omai nel mese di Settembre l’Imperatore mosse a Farfa, passando da Monte Cassino, da Ceperano, da Palestrina e da Tivoli. In Roma non pose piede; però la fazione imperiale era andata a San Germano, recandogli le insegne del Patriziato, e Tolomeo di Tusculo, [503] potentissimo dei signori del Lazio, aveva fatto omaggio a lui ed al Papa, ed in ricambio ne era stato riconosciuto per principe dell’Impero, ottenendo la confermazione dei suoi possedimenti. Quanto al Papa, l’Imperatore lo raccomandò alla Provvidenza, e proseguì il cammino suo verso il settentrione[526].
Aveva Lotario voltato appena le fronti, che re Rogero tornò di Sicilia col sangue bollente di vendetta, e i suoi armigeri saraceni si gettarono sulle Puglie e sulle Calabrie con devastazioni orribili: in quel primo sbigottimento gli si arresero Capua, Benevento, Salerno, Napoli e molte castella; Roberto di Capua fuggì; Sergio di Napoli giurò fede di vassallo; l’eroico Rainolfo pugnò ancora qualche tempo con coraggio e con buona fortuna, ma, ad onta della splendida vittoria che riportava ai 30 di Ottobre presso di Ragnano, ei non potè mantenersi padrone che di alcune città forti del suo Ducato. La gloriosa impresa dell’Imperatore fu simile ad un uragano che passa e non dura; le vittorie, comperate a sì caro prezzo, furono opera perduta appena che fatta, e solamente ornarono la generosa vecchiezza di Lotario con verdi ma infecondi allori. Questo Imperatore, [504] di cui amici e nemici laudarono la mansuetudine, la saviezza e il valore, portò con sè d’Italia il germe della morte, parimente di quello che avvenne di parecchi altri Tedeschi predecessori e succeditori suoi, e passò da questa vita in una capanna delle Alpi tirolesi, addì 3 Dicembre dell’anno 1137.
Innocenzo trovò Roma veramente ben disposta a favor suo per influenza di san Bernardo; bensì Anacleto possedeva sempre il san Pietro e il castel Sant’Angelo, ma il suo partito si scemava e si sperdeva. Non v’era che Rogero il quale non volesse riconoscere Innocenzo II per papa. L’accorto Principe si prendeva la parte che Lotario aveva rifiutato; e, per trarre a profitto suo lo scisma che egli solo teneva ancor desto, si assideva giudice dei due Pontefici. Ascoltava a Salerno con esemplare pazienza le esortazioni di san Bernardo, faceva che per una serie di giorni i Cardinali delle due fazioni alla presenza sua disputassero accaloratamente; quanto a sè teneva le sue deliberazioni in serbo. Però adesso la morte di Anacleto liberava Innocenzo dalle sue difficoltà: [505] il figliuolo di Pier Leone trapassò ai 25 Gennaio del 1138, dopo di aver coraggiosamente occupato per quasi otto anni la cattedra di san Pietro, e dopo di aver benanco resistito a due imprese mosse dal settentrione contro a Roma, l’ultima delle quali era stata uno dei più splendidi trionfi degli Imperatori alemanni. I seguaci di san Bernardo fecero allegrezze grandi della sua morte; tuttavia non udiamo pur una voce d’uomo imparziale, la quale rimproveri ad Anacleto le peccata che disonorarono molti Papi legittimi: e il pontificato di lui, legale nella sua origine, sebbene stato non lo sia secondo il rigore dei canoni, era trascorso in mezzo ai terrori ed alle angustie[527].
La fazione di Anacleto non tardò a chiedere che Rogero le desse un novello Antipapa; e col suo consenso levò a tale, nel Marzo, il cardinale Gregorio, con nome [506] di Vittore IV: però lo scisma non posava più su solide basi. L’esaltamento di un Antipapa servì ai Romani solamente di ragione per cui ottenere potessero condizioni di pace più favorevoli; poco andò che santo Bernardo potè condurre quel Cardinale da peccatore penitente ai piedi del protetto suo; e, omai a Pentecoste, i fratelli di Anacleto, istessamente di tutti gli altri Romani, presi all’esca di molto denaro, fecero omaggio a Innocenzo II come a loro papa e signore[528]. Colla famiglia de’ Pierleoni fu conchiusa una pace durevole; conservò essa il suo ragguardevole grado e la sua potenza alla corte pontificia, e Innocenzo medesimo la illustrò con onoranze e con officî[529]. Bernardo potè adesso partir di Roma in trionfo; era per massima parte merito suo se si aveva vinto lo scisma dei Pierleoni, domato la rabies leonina, [507] restaurato la unità della Chiesa; laonde i suoi devoti lo appellarono, come Cicerone, padre della patria. A monumento di questo celebre Santo può in Roma vedersi, dietro al san Paolo, il convento detto ad Aquas Salvias, chè Innocenzo II lo edificò a nuovo, e vi pose entro Cisterciensi di Chiaravalle, sotto il governo di Bernardo abate, discepolo del grande mistico[530]. Poco tempo dopo i Cisterciensi misero loro sede anche nella Campagna di Roma, dove tolsero possedimento del convento di Casamari, in vicinanza del Liri[531].
Nella prima settimana di quaresima dell’anno 1139, [508] un Concilio ecumenico lateranese annunciò solennemente che finito era lo scisma; si annullarono gli atti di Anacleto; Rogero di Sicilia fu novellamente scomunicato, e condannate furono le dottrine di Arnaldo da Brescia, che presto doveva far sua comparsa sulla scena di Roma[532]. Tuttavia la pace della Chiesa non poteva essere completa fino a tanto che non vi dava suggello il poderoso Re di Sicilia. Nessun altro nemico dava molestia ad Innocenzo fuor di questo accorto Principe, la cui ostinatezza mandava a vuoto d’ogni specie trattative. Egli librava la sua spada su di Roma affine di strappare al Papa la parola che desse accoglienza alla sua monarchia; falliva la speranza che un ultimo moto di reazione potesse fare a pezzi la potenza sicula, perocchè Rainaldo duca, uno dei più chiari uomini di quella età, solo avversario che potesse per ragione di natali competere col Re, moriva repentinamente in Troja ai 30 di Aprile 1139. Tosto Rogero si gettò sulle città di Rainolfo; queste tutte, fino a Troja ed a Bari, fecero a lui dedizione, ed Innocenzo allora deliberò di [509] romper guerra. Raccolto un esercito, e accompagnato dal profugo Roberto di Capua mosse il Papa a San Germano, più sconsigliato di Leone IX e di Onorio II, cimentandosi ad una lotta disuguale. E sorti pari di quei suoi antecessori ebbe Innocenzo; sentenza stupenda che la mano di Nemesi scrisse nella storia dei Pontefici, le cui imprese mondane così ebbero giustissima punizione[533]. Da San Germano trattò il Papa con Rogero, ma questi ricusò di ristorare i Principi di Capua nei loro dominî, e finalmente si propose di por termine alle lunghe discussioni mercè un colpo maestro, alla foggia di quello che Enrico V aveva fatto. Mentre i Pontificî cingevano Galuzzo d’assedio, egli comandò a suo figlio Rogero di tendere un agguato a Innocenzo con un mille de’ suoi cavalieri, e l’evoluzione riuscì presto e bene. Dopo una scena fiera di saccheggio, di fuga e di cattura, il Papa fu condotto con Eimerico cancellier suo e con molti nobili romani e Cardinali, nella tenda di Rogero; solo Roberto di Capua si potè salvare grazie alla velocità del suo buon cavallo[534]. Il Re e i suoi figli con umiltà tutto normanna [510] si gettarono a’ piedi del loro prigioniero, e, componendo a sorriso la faccia, impetrarono pietà e pace; laonde, dopo una breve lotta che s’appiccò fra la vergogna restia e la paura maestra di persuasione, il Papa confermò nel regno «l’illustre e chiarissimo Re di Sicilia» ed i suoi eredi, e, fatta eccezione di Benevento, confermò il possedimento di tutte le terre da lui conquistate: questo avvenne addì 27 Luglio del 1139[535]. In tal guisa il Papa di bocca propria bandì insania essere stati i valorosi sforzi di Lotario, che avevano pur inteso alla distruzione dell’usurpato reame di Sicilia; e pertanto il solo atto di Anacleto, che Innocenzo riconobbe per valido, fu la fondazione di quella nuova monarchia. Indarno vi oppose proteste l’ultimo e legittimo Duca di Capua; il suo bel principato toccò ad Anfuso figlio di Rogero; le Puglie furono date in feudo a Rogero erede del trono; e, dopochè anche l’antichissimo Ducato bizantino di Napoli s’ebbe arreso, un Principe savio e fortunato imperò sulle magnifiche di tutte le province d’Italia, che per lui, la prima volta dopo del tempo de’ Goti, furono ridotte ad unità di regno[536]. La costituzione di questa monarchia [511] fece grande impressione nel mondo; poichè con tanta astuzia e con tanta energia s’avevano distrutto interamente degli Stati vissuti un tempo con loro propria autonomia, se ne dedusse la conseguenza che l’usurpatore aguzzasse l’ingegno a disegni ancor maggiori. Nei paesi di fuori si salutò l’audace conquistatore col voto che eziandio all’«infelice Toscana» potesse toccar la bella sorte di unirsi al dominio di quel Re[537]; tuttavia nel resto d’Italia non una voce s’udì che motivasse il desiderio di annettersi alla monarchia di Sicilia. Se l’esistenza dello Stato ecclesiastico romano abbia mai potuto essere un beneficio per Italia, lo fu in quell’età, perciocchè opponesse un baluardo al genio di conquista de’ Re normanni. Italia presentava uno spettacolo strano di acerbe contraddizioni politiche: spente le antiche Republiche marittime di Amalfi, di Gaeta, di Napoli, di [512] Salerno e di Sorrento, il mezzogiorno cadeva per sempre negli ugnoli di una monarchia feudale, e diventava vittima della tirannide, nel tempo istesso che al settentrione, rilassatosi felicemente il legame che avvinceva quelle terre all’Impero, le Republiche cittadine venivano in fiore rigoglioso, e davano a Italia una seconda civiltà e una seconda vita di ricordanza imperitura.
Al suo ritorno Innocenzo fu accolto in Roma, come un tempo Leone IX, con onoranze sì, ma eziandio con censure. Non mancarono istanze affinchè si dichiarasse esser nullo il trattato che Rogero gli aveva strappato; sennonchè il Papa umilmente s’acchetò al pensiero, che a Dio era piaciuto di comperare questa pace a prezzo della vergogna di lui Pontefice[538]: nè il suo avvilimento era affatto scevro di frutto, avvegnaddio il reame di Sicilia sè stesso riconoscesse d’ora in poi per feudo non dell’Imperatore, ma del Papa.
Innocenzo II, riverito adesso in santa pace come capo della Chiesa, protetto da Rogero I financo in Roma, potè per la prima volta attendere a cura della Città. Egli diè opera a restaurare i rapporti della proprietà che erano andati tutti scombussolati, a ristabilire l’ordine nell’amministrazione della giustizia, a raffermare la pace di Dio; in breve, fu il benefico Principe di Roma, dove, durante lo scisma, si aveva disimparato dal credere [513] all’autorità temporale del Papa[539]. Tuttavolta quella unica voce che s’ode lodare le felici condizioni di Roma, o disse una parola di adulazione, o abbastanza presto fu messa a silenzio dall’insorgere di avvenimenti, che, tutto al rovescio, con rapidità meravigliosa addussero un’epoca nuova nella storia della Città[540]. Una guerra cittadina ve ne diede occasione.
La piccola Tivoli animata a spiriti di libertà, e dotata di fermo coraggio, faceva sbassare a Roma per rossore la faccia: da lunghissimo tempo il Vescovo di Tivoli aveva conseguito esenzione dal banno del Conte, e soltanto, a tutela dei diritti signorili del Papa, in quell’antico Comitato vegliava un Rettore eletto da lui, istessamente come usavasi per Benevento. I Tivolesi possedevano omai una costituzione civica abbastanza independente; sostenevano financo guerre coi loro vicini, segnatamente coll’Abate di Subiaco, ed è difficile che ciò sempre avvenisse sotto l’autorità del loro Vescovo[541]. Durante la controversia delle investiture vedemmo [514] questa città schierarsi dalla parte degli Antipapi; Pasquale II non la aveva assoggettata che a fatica; Innocenzo II la aveva tolta ad Anacleto probabilmente colle armi di Lotario, e nondimeno essa ben presto di nuovo si sollevava. Allorchè i figliuoli di Rogero, nell’anno 1140, mossero negli Abruzzi, e sottomisero le città del confine sul Liri, i Tivolesi afforzarono il loro territorio di munimenti per difendersi da un assalto[542]. Tuttavia Innocenzo [515] n’ebbe rassicurazioni pacifiche da Rogero, e i figliuoli di lui non oltrepassarono la frontiera; ma nell’anno 1141 troviamo Tivoli in piena rivolta contro del Papa e in furibonda guerra con Roma.[543]. Ignote ne sono le cause; forse il Papa aveva desiderato di collocare in Tivoli un presidio romano, e certamente egli a ciò pretendeva, affine di infrenare gli impulsi di libertà republicane, che andavano facendosi vivi in Roma, del paro che in tutte le città dello Stato ecclesiastico.
Le guerre di città, che in Lombardia e in Toscana riarsero con furia incessante, trovarono adesso loro imitazione anche nelle terre romane; sennonchè la fu poco onorevol cosa per la città capitale del mondo vedersi tratta in lotta con piccole terre latine, siccome era avvenuto nella sua infanzia, al tempo di Coriolano e di Decio; e fu per essa una grave onta d’essere perfino battuta dai Tivolesi. Gli assediati erano protetti dalla saldezza della loro città, posta sopra la gran gola formata dall’Anio; e una coraggiosa sortita fatta contro il campo de’ Romani, dove forse trovavasi Innocenzo in persona, mise in vilissima fuga gl’illustri Consoli che scrivevano di sì orgogliose lettere agli Imperatori. Colla perdita di moltissima preda che lasciava dietro a sè, la milizia romana fu inseguita dai cittadini di Tivoli fin sotto le mura di [516] Roma[544]. Furiosi del vitupero subito, e frementi d’ira, tornarono i Romani all’attacco nell’anno seguente, e lo stesso Innocenzo II rinfocolò i loro sforzi contro il castello ribelle[545]. Cinti d’ogni parte e sotto la pressura degli assalti, i Tivolesi finalmente si arresero, ma non ai Romani, bensì al Papa, parimenti di ciò che un tempo avevano fatto con Silvestro II; però anche adesso si ripeterono i fatti accaduti all’età di Ottone III. Ci si conserva ancora l’istromento di pace, nel quale i cittadini di Tivoli giurarono di mantenere fede a san Pietro ed ai Papi canonici; di non contribuire col consiglio nè colle opere a che il Papa perdesse vita, membra, libertà; di svelare le male congiure che contro di lui si ordissero; di custodire il secreto dei suoi messaggi; di volergli prestare ajuto per la conservazione del Papato in Roma, della città di Tivoli e degli aggiuntivi dominî, della fortezza prossima a Ponte Lucano, delle castella di Vicovaro, di San Polo, di Boverano, di Cantalupo, di [517] Burdello, di Ciciliano e di altre regalie di san Pietro; di dare finalmente il Comitato e il Rettorato di Tivoli in podestà dei Papi[546].
Come i Romani ebbero contezza di questo trattato, si accesero a impetuosissima collera; il Papa toglieva loro di mano una città da essi conquistata, a imperar sulla quale aveva diritto il popolo romano: che più? egli si arrogava colà il potere di conte. Volevano essi far pagar cara la loro sconfitta anteriore, mettendo Tivoli a distruzione; chiedevano pertanto che Innocenzo lasciasse far la loro volontà, ma quegli coraggiosamente negava. Allorchè, centoquarantatre anni prima, Silvestro II aveva rejetto la eguale domanda dei Romani, ne era stata conseguenza una ferocissima ribellione di cui erano cadute vittime la podestà imperiale e quella pontificia: conseguenza del rifiuto di Innocenzo era adesso un’insurrezione ancor più fiera di Roma, nella quale andava a rotoli la signoria temporale dei Papi. In nessun luogo di questa Storia deploriamo noi che si sieno inaridite [518] tutte le fonti di notizie, più che noi facciamo a questo punto, in cui si tratta di una mutazione tanto memoranda di cose. Nessun Annalista romano vi ha gittato sopra un sol filo di luce; la Storia di Monte Cassino s’interrompe coll’anno 1138; la Cronica del notaio Falcone termina coll’anno 1140; Romualdo di Salerno, il Cronista di Fossa Nova non fanno pur motto di questi avvenimenti di Roma; e soltanto alcuni Storici narrano con cenno fuggevole, che i Romani in gran furia corsero al Campidoglio per restaurarvi il Senato, il quale da lungo tempo aveva cessato di esistere, e tosto dopo ripigliarono la guerra contro Tivoli. E raccontano che il Papa, pauroso di perdere per sempre la podestà temporale tramandatagli da dopo il tempo di Costantino, adoperasse minacce, preghiere e oro per acchetare l’insurrezione, e che morte lo togliesse di pena in mezzo al tumulto della indomabile sollevazione popolare[547].
Innocenzo II, dopo di aver passato mezzo il suo pontificato nell’esilio, oppure da capitano in imprese di [519] guerra, vide ruinare la signoria terrena di san Pietro: lo scettro di Roma cadde della sua mano irrigidita dalla morte, ed egli trapassò ai 24 Settembre dell’anno 1143, causa la concitazione dell’animo o il dolore, in quello che il vecchio Campidoglio risonava delle grida festanti dei Republicani. Con questo Papa ebbe fine il periodo della storia cittadina di Roma, che puossi chiamare epoca di Gregorio: una di nuova e di insigne se ne apre adesso; descriverne i caratteri sarà còmpito del Capitolo che succede[548].
[521]
L’instaurazione del Senato era conseguenza della libertà omai fiorente di città lombarde, parimenti che delle condizioni proprie di Roma. Fino dal secolo undecimo, a poco a poco si avevano quelle acquistato la loro autonomia, all’ombra della Chiesa che da principio le aveva tenute in sua tutela. Di già gli Ottoni, e più ancora gli Imperatori di casa Salica, erano andati via via trasfondendo nei Vescovi la podestà di Conti, ed in pari tempo avevano donato privilegî parecchi alle città; dappoi queste tolsero ai Vescovi la giurisdizione di Conti, e diventarono Comuni con loro proprî magistrati. Gli abitatori di città agiate e saldamente munite fecero loro pro della lotta combattuta fra la Chiesa e lo Stato, che indebolì i Vescovati e allentò eziandio il vincolo all’Impero: [522] così in mezzo alle due podestà scrollate sorsero essi, terza potenza dotata di robustezza giovanile. In sull’incominciamento del secolo duodecimo la più parte delle città in Lombardia, in Tuscia, nelle Romagne, nelle Marche, si reggeva sotto il governo di due Consoli eletti ad ogni anno, ed ai quali adesso era venuto in mano l’antico banno dei Conti, colla massima parte delle publiche entrate[549].
I Romani s’invaghirono dell’esemplare di Republiche libere e potenti. Roma trovavasi ancora soggetta al diritto di signoria di un Vescovo, quando già tante altre città ne avevano scosso il giogo: trattavasi dunque che lo scotesse anch’essa del pari. Senonchè questo vescovo era il Papa; la sua signoria territoriale non era sorta, come quella vescovile in altre città, da privilegî di esenzione, nè come quella era cosa di fresca data; essa per lo manco faceva derivare sè medesima dalle costituzioni franche. Guerre di fazioni, scismi, esilî lunghi l’avevano indebolita al paro della podestà imperiale; eppure, ad onta di ripetute perdite subìte nelle cose temporali, il Vescovo di Roma poteva sempre nuovamente schierare in campo difensori potenti del suo dominio politico: tali erano la santità del suo pontificato, le imprese degli Imperatori contro di Roma, i Normanni, [523] il denaro della Cristianità. Per tal ragione, città lombarde diventarono libere e Roma no, quantunque prima di quelle abbia essa combattuto, sotto di Alberico e dei Crescenzî, per le sue libertà.
Abbiamo notato eziandio gl’impedimenti interiori che si opponevano a ciò che la Città conseguisse la sua autonomia. Milano, Pisa, Firenze, Genova, attingevano libertà e ricchezza da una nobiltà amatrice della patria, e dalla forza di un grande ceto di cittadini minori, i quali costringevano i nobili a cercare il loro posto d’onore, assidendosi con essi loro negli ordini consultivi. In Roma i laici erano distinti in due moltitudini, nobiltà e popolo; quella partecipava insieme col clero agli onori e alla potenza; questo, colpa la natura non industre della Città, era condannato ad una vita estranea alle cose politiche. Nel secolo duodecimo non esisteva alcuna associazione difensiva di liberi cittadini romani, come si dava in altre città. Vediamo da documenti esservi stati maggiorenti che caricavano bastimenti e conchiudevano contratti di commercio, ma un ceto di mercanti non compare ancora; soltanto che di trafficanti e di banchieri si fa cenno nelle carte di tutti i tempi, e si denotano col predicato triviale di Magnificus[550]. Per verità continuavano ad esistere le scuole di artigiani [524] colle antiche forme, ma esse stavano pur sempre sotto la clientela dei maggiorenti[551].
La sola associazione politica defensiva che unisse i cittadini di Roma era la milizia coi suoi sodalizî di armigeri raccolti a mo’ di maestranze, e co’ suoi vessilliferi[552]. La cittadinanza atta alle armi, fornita di proprietà libere e della naturalità secondo la pienezza del diritto romano, era ripartita per Regioni: dodici della Città, ed una decimaterza, e un’altra decimaquarta evidentemente [525] dell’isola e del Transtevere, esclusa essendone la città Leonina, ch’era pontificia[553]. Noi possiamo tenere per fermo che soltanto questi gonfaloni avessero diritto di dare voto nelle faccende publiche; prendevano parte all’elezione del Prefetto, acclamavano all’elezione del Papa, e tratto tratto la nobiltà dominante ed anche il Pontefice li congregavano nel Campidoglio ad assemblea, affinchè in qualità di Populus Romanus aderissero col loro suffragio alle deliberazioni. In una città povera il cittadino non poteva ottenere preponderanza per ricchezza di patrimonio, ma soltanto colle armi; ed in un’età così travagliata di guerre com’era questa, anche la milizia romana era una vera potenza. Da questi sodalizî raccolti sotto una bandiera, il ceto de’ cittadini mediocri (bandus) trasse diritti politici e forza di resistere contro il reggimento feudale della nobiltà. Oltracciò, fin d’adesso emergevano dalla moltitudine dei liberi cittadini alcune [526] famiglie che per antica origine e per agiatezza rivaleggiavano colla nobiltà: formarono una più eletta classe di cittadini, e poco a poco vennero frammettendosi all’aristocrazia, ossia diventando famiglie senatorie nuove. Poichè la nobiltà romana non fu mai, come quella di Venezia, racchiusa entro un grembo che serrava le sue file agli altri uomini, così è massimamente impossibile di distinguer sempre illustri case popolane dalle famiglie patrizie. E infatti famiglie antiche cadevano; di nuove venivan su, e d’un tratto, come avvenne dei Pierleoni, prendevano posto nell’ordine dei Capitani e dei Principes. Così ancora oggidì va la cosa in Roma; qui era ed è il feudo che creava uno, e tuttavia adesso lo crea, duca e barone.
In Roma v’aveva dunque un’aristocrazia vecchia ed una più recente di case molte, le quali coi loro clienti e coi loro famigliari formavano ciascuna una gente strettamente congiunta. Non era più che quei Patrizî mostrassero ai loro ospiti i simulacri in cera di illustri antenati; nondimeno pretendevano sempre di derivare le loro origini dagli Anicî e dai Massimi, da Giulio Cesare e da Ottaviano: ma forse può darsi che pochi di essi fossero ruderi trasposti di antiche famiglie romane, simili alle moli marmoree di ruinati palagi del vecchio tempo, dai quali erano state rappezzate le tetre torri di questi barbari Consoli. Le famiglie patrizie che avevano maggior nominanza nel secolo duodecimo erano queste: i Tusculani e i Colonna, i Crescenzî, i Frangipani, i Pierleoni, i Normanni, i Sassi, i Latroni e i Corsi, i Massimi; le famiglie dei Sant’Eustachio, fra cui i Franchi e i Saraceni; gli Astaldi, i Senebaldi, i Duranti, gli Scotti, gli Ursini; [527] le case lentamente sorte dal ceto della media cittadinanza, i Buccapecora, i Curtabraca, i Bulgamini, i Boboni, i Berardi, i Bonfilioli, i Boneschi, i Berizoni; nel Transtevere i Papa, i Papazurri e i Muti, i Barunzî e i Romani, i Tebaldi e gli Stefani, i Tiniosi, i Franculini, i Brazuti ed altri[554]. I nomi rivelano che molte famiglie avessero tratto origine da’ Longobardi, da’ Franchi e dai Sassoni, discesi cogli Imperatori: poco a poco il tempo e il diritto comune avevano cancellato le differenze di stirpi; tuttavia può essere che il partito, il quale fra’ Romani aderiva all’Impero, posasse in principio il suo fondamento su quella nobiltà che era di razza germanica e venuta immigrando, laddove la parte devota a sentimento di nazione (e che più tardi fu la republicana), capitanata un tempo da’ Crescenzî, aveva conservato la coscienza del suo sangue romano. Non più era usato il titolo antico [528] di Dux; però sempre gli ottimati si appellavano «Consoli», e precisamente nel secolo duodecimo questo antico titolo romano era tenuto con gran lustro. Adesso essenzialmente significava la magistratura giudiziaria e dominatrice, ma nemmeno remotamente era tolto ad imitazione de’ Consoli lombardi, perocchè di esso, aggiuntovi il nome Romanorum, personaggi si fregiassero ad ogni tempo in Roma, ancor prima che in altre città italiche si adoperasse: con quel titolo la nobiltà chiamava i potentissimi suoi, i capi della Republica aristocratica[555]. Eziandio del predicato di Capitaneus, che era consueto nell’Italia settentrionale, trovansi in Roma ornati i maggiorenti che avevano feudi del Papa. I Capitani erano la grande aristocrazia della provincia, i Comites e i Vicecomites della Campagna, cui il giuramento di vassallaggio obbligava all’eribanno del Papa[556]. Però anche [529] la nobiltà cittadina entrava nell’ordine dei Capitani, una volta che il Papa la infeudava di castella; più si noti che essa aveva escluso dalle cose civiche la nobiltà di provincia, la quale altra volta era stata di tanto potente: i Conti di Nepi e di Galeria, i Crescenzî nella Sabina, i Conti della famiglia di Amato nella Campagna, financo i patrizî Tusculani erano adesso decaduti, o se ne rimanevano rincantucciati in bando nella loro città di provincia, laddove più recenti famiglie consolari, come i Frangipani e i Pierleoni, venute su in guerre di fazioni, s’erano impadronite della potenza politica.
Presso a’ capitani v’era finalmente il ceto dei feudatarî minori (milites), vassalli dei maggiorenti o delle chiese. In Roma, e massime nelle città della Campagna dove la maggior parte dei beni allodiali era venuta in mano delle chiese, formavano quelli una nobiltà di cavalieri, che può paragonarsi a ciò che in Lombardia e in Romagna erano i Valvassori[557].
Pertanto la nobiltà, che aveva fondato famiglie al paro dei Patrizî di Roma antica, teneva in poter suo (omai fino dal secolo undecimo e specialmente dopo la controversia delle investiture) il reggimento della Città. Cornelî e Claudî avrebbero con intenta meraviglia guardato questi uomini che dimoravano entro ad archi di trionfo ed a portici muniti di torri, e appellavansi Consoli de’ Romani, [530] e in forma di Senato si radunavano ad assemblea in mezzo delle ruine del Campidoglio. Qui infatti si congregava la nobiltà ancor prima che si componesse il nuovo Senato del popolo; e, uscendo del grembo di quella nobiltà, i Consules Romanorum erano i presidî di un’oligarchia, la quale, senza ordine di costituzione ma con moti di tumulto, reggeva ossia angariava Roma[558]. Alla fine il popolo sbalzava d’arcione la onnipotenza di questi ottimati, e in ciò sta la importanza della rivoluzione avvenuta nell’anno 1143. Laddove in Lombardia i Consoli erano sorti insieme coi Comuni, il Comune, che soltanto adesso si veniva formando in Roma, distruggeva il reggimento consolare della nobiltà, e nel luogo di questa metteva il consiglio comunale, e gli imponeva il nome romano di Senato (Sacer Senatus).
Alla rivoluzione del resto avevano dato impulso i nobili allorchè erano venuti, per cagione di Tivoli, a dissenso col Papa; e fu soltanto durante quell’insurrezione che la cittadinanza mediocre alzò il capo. Per quanto repentina possa parerne la sollevazione, era questa da lunga mano preparata, giacchè le bandiere della milizia, acquistatasi forza duranti le lotte del secolo undecimo, [531] formavano omai proprie corporazioni politiche, agognavano di prendersi la loro parte nel reggimento, e meditavano costituire una Republica democratica. La tirannide delle fazioni aveva reso intollerabile al popolo la signoria feudale, che il Papato per sua fiacchezza era andato favorendo. E fra gli aristocratici v’era un partito papale che ostilmente avversava quello imperiale, e teneva il Pontefice in conto di signore territoriale, anzi di principe vero di Roma, cui si spettava di concedere ai Re l’Impero. La nobiltà ispirata a questi sentimenti era la vera aristocrazia feudale dei Papi, loro sostegno politico in Roma, splendore laicale della loro corte: a questi vassalli devoti e cortigiani i Pontefici dispensavano beni dello Stato e gabelle, e conferivano cariche di prevosti, dignità della Curia, officî giudiziarî ossiano Consolati nella Città e nella provincia; peraltro destramente ne compartivano i vantaggi, vale a dire, tenevano quelle genti fra sè divise colla gelosia; e preferivano le infedeltà dei «Consoli», piuttosto che essere costretti a cercare un appoggio in mezzo alla cittadinanza, nella quale i Papi temevano che si destasse vaghezza delle istituzioni comunali. Ed in vero, ove ciò fosse avvenuto, la sorte dei Pontefici sarebbe stata pari a quella di tutti gli altri Vescovi, che col sorgere dei Comuni avevano perduto la loro podestà civile.
Poca scintilla bastò alla fine per accendere la grande fiamma di quel rivolgimento civico, che forse per secrete fila, a noi ignote, aveva stretto relazioni coll’Italia settentrionale. Nell’anno 1143 Roma fece tentativo di accomunare le varie classi, ciò che Milano, Pisa, Genova ed altre città avevano omai tratto ad effettuazione. [532] La nobiltà minore, per l’invidia che nutriva contro a’ «Consoli», si associò coi cittadini; il novello Comune s’impadronì del Campidoglio, si costituì da Senato vero, e combattè, ossia discacciò tutti quei maggiorenti che non vollero entrare nel Comune. Allora fu che i Capitani, quelli eziandio di parte imperiale, si schierarono sotto il vessillo del Papa, e Roma si partì in due campi politici combattenti uno avverso l’altro; l’antico consolare dell’aristocrazia, il senatorio nuovo del Comune popolare, raccolto in Campidoglio.
La fondazione di una cittadinanza libera ben meritò di denotare da sè un’êra novella di Roma: lo studioso, che con tranquilla mente svolge le pagine della storia, contempla con occhio meravigliato le ruine del Campidoglio, divenuto cosa leggendaria, dove tumultuosamente si asside un popolo fiero e ignorante, e chiama i suoi capi con nome di Senatori: uomini questi che nulla ne sanno più delle orazioni di Cicerone e di Ortensio, di Catone e di Cesare, ma, come i plebei antichi, combattono anche essi una razza orgogliosa di Patrizî discesi di origini o di mescolanze barbariche; e strappano la corona temporale dal capo del sommo sacerdote di Roma, domandano che l’Imperatore di nazione tedesca confessi sè esser tale perciocchè la maestà del popolo romano lo abbia investito della sua autorità, e dai ruderi di vetusti templi romani bandiscono che l’aurea Roma è regina dell’orbe.
[533]
È cosa per noi attrattiva di volgere uno sguardo al tragico mondo di ruine che si raccoglieva nel Campidoglio, e di scorrere la storia che s’ebbe nei secoli bui questa residenza veneranda del vecchio Impero romano. Però in un periodo di più che cinquecento anni una tenebra spaventosa ravvolge nella sua cupa oscurità il sublime di tutti i luoghi che abbiano avuto una storia; e questo è il più mesto fatto onde ci offra esempio il decadimento non soltanto di Roma, ma di ogni terrena grandezza. Dopo l’ultimo Senatore di Roma antica, Cassiodoro, nessuno storico ha fatto più menzione del Campidoglio. Solamente l’Anonimo di Einsiedeln ne ha registrato nota fuggevole; solamente tradizioni e leggende discorrono in confuso di questa meraviglia del mondo, e nel secolo nono, in mezzo ai ruderi di templi senza nome, vi si erige, strano contrapposto! il monastero della Vergine Maria in Capitolio. Le ruine di tanti templi e di tanti portici non furono mai adoperate a formare una rocca della Città; nè s’ode che l’Arce antica colle sue rupi tarpee si usasse da arnese di maggior fortezza, com’era del Septizonio e del castel Sant’Angelo. Il Campidoglio non dominava più alcuna delle grandi vie animate un tempo di tanta vita operosa, chè quel quartiere, soprattutto il Foro antico, s’era [534] fatto deserto, e la popolazione sempre più fittamente si andava addensando nel Campo di Marte, giù verso il Tevere, che diventava importante anche dal punto di vista strategico. Fu solamente la incancellata tradizione della significanza che un tempo aveva avuto il Campidoglio venerando, la quale nuovamente lo suscitò dal suo silenzio sepolcrale, e ancora una volta lo pose a capo politico della Città, non appena che s’ebbe ridestato il sentimento della libertà municipale: così è che omai nel secolo undecimo il Campidoglio compare esser la sede, entro cui si compongono tutti i negozî d’indole puramente civica. Al tempo di Ottone III e dei Patrizî nobili, era risorta la ricordanza del luogo santo ove s’avevano tenute le assemblee del romano Impero; i ruderi del Campidoglio si rianimarono a vita colle adunanze dei nobili e del popolo, e presero allora le veci dei Tria Fata. Ai tempi di Benzone, a quelli di Gregorio VII, poi al tempo di Gelasio II, nei tumulti per l’elezione del Prefetto, all’assentimento dell’elezione di Calisto II, fu daccapo il Campidoglio, dove si chiamarono a parlamento o alle armi i Romani. Probabilmente sul Campidoglio dimorava eziandio il Prefetto urbano, chè risiedeva colà il Prefetto di Enrico IV, per opera del quale Vittore III fu discacciato di Roma; e forse un palazzo che ivi era serviva di luogo in cui raccoglievansi i tribunali, dappoichè i loro atti erano segnati con questa formula: actum civitate Romana apud Capitolium[559].
[535]
Per quanto ardente imaginativa uomo posseda, ei non potrà mai riuscire a pingersi in mente la melanconica grandezza di quelle rovine, intorno cui l’edera s’attortigliava. Sulle crollate colonne del tempio di Giove, o sotto le volte dell’Archivio publico, in mezzo a frammenti di statue o di pietre epigrafiche, ben poteva assidersi qualche monaco del convento capitolino, o qualche Console rapace, o talun Senatore ignorante, e far le meraviglie di quei ruderi, e meditare ai capricci mutevoli della fortuna. E la vista di quei luoghi di rovina avrebbe potuto richiamargli alla memoria quel verso di Virgilio, in cui dice del Campidoglio:
Aurea nunc, olim silvestribus horrida dumis;
ma adesso, che il Campidoglio era ricaduto nello stato desolato delle origini primitive, ben avrebbe potuto inverterne l’idea, sclamando: Aurea quondam, nunc squallida spinetis vepribusque referta[560]. Tuttavolta il numero maggiore dei Romani di allora non conosceva Virgilio per altri che per un mago, il quale in antico era fuggito di Roma a Napoli, ed aveva avvolto le due città nelle sue arti di stupenda magia. I Senatori, che adesso movevano attraverso quelle rovine, coperti il capo di alte mitre e vestiti di mantelli di broccato, sapevano soltanto in confuso che ivi un tempo gli uomini di Stato avevano composto le leggi, e gli oratori tonato [536] colle loro arringhe, che ivi s’erano celebrati i trionfi conseguiti su’ popoli, che di là decise s’erano le sorti del mondo. Ironia non v’ha di tutte le cose sublimi più acerba di questa, che in Roma v’ebbe un tempo, nel quale il suo Campidoglio fu donato in proprietà a monaci, i quali sopra i suoi ruderi piantavano cavoli, pregavano, cantavano salmi, e si flagellavano le schiene a suon di frusta. Anacleto II confermava il possedimento del colle capitolino all’abate di santa Maria in Araceli; e la Bolla di lui gitta uno scarso filo di luce in questo labirinto di grotte e di celle, di cortili e di giardini, di case ossia di capanne, di ruine di muraglie, di marmi e di colonne[561].
Ancora ad esso si saliva per l’antico Clivus, chè durante il medio evo, quanto fu lungo, il Campidoglio tenne la fronte volta verso il Foro; fu soltanto dopo il 1536, quando Michelangelo edificò il suo ingresso da settentrione (apposta per l’entrata fattavi da Carlo V), che il Campidoglio volse il suo prospetto dalla banda del Campo di Marte, ov’era la città nuova di Roma. [537] Le sue ruine, cresciute negli assalti dati da Enrico IV, dal Guiscardo e da Pasquale II, giacevano nel più selvaggio abbandono; del paro che sul Palatino, vi si coltivavano orti, e di già mandre di capre si andavano inerpicando erranti fra quei ruderi di marmo: ragione per cui una parte del Campidoglio ha ricevuto il nome triviale di «Monte Caprino», alla stessa guisa che il nome del Foro si mutò in quello di «Campo Vaccino». Ancor tuttavia nella piazza del Campidoglio esistevano botteghe di rivenditori, e da lungo tempo il popolo romano vi teneva il suo mercato[562]. Ma fuor dei frati di santa Maria, dei preti de’ santi Sergio e Bacco, o degli abitatori delle torri de’ Corsi, scarsissima era la popolazione che colà aveva residenza: per lo contrario, strade antiche rigiravano attorno del monte; così era del Clivus Argentarius (salita di Marforio), e benanco del Vicus Jugarius; più in là poi stavano la Cannapara e il Forum Olitorium (l’odierna piazza Montanara), laddove chiese e cappelle, edificate sopra le ruine, coronavano a tondo tutta quella montagna di frammenti di marmo[563].
I ruderi de’ templi e de’ portici che coprivano le [538] cime del Campidoglio, oggi sono scomparsi; sopra del clivo esistono ancora soltanto gli ultimi avanzi dei templi di Saturno e di Vespasiano, le fondamenta di quello della Concordia, le volte indestruttibili dell’Archivio, le camere della Schola Xantha, il resto della tribuna degli oratori e della colonna miliare, finalmente l’arco di Settimio Severo, che nella sua tranquilla robustezza trionfò di tutte le tempeste delle età. Ma nel secolo duodecimo tutti quei monumenti ed altri ancora mostravano tuttavia il magnifico aspetto di un’acropoli deserta, e dai suoi cumuli di rottami maestosamente s’ergeva sopra Roma una foresta di colonne schiantate. La fugace descrizione che ne danno i Mirabilia tocca di questi ruderi soltanto con lume indistinto, pari al chiarore dei rosati crepuscoli della sera; nè di quel tempo abbiamo altre notizie. Egli è dunque prezzo dell’opera udire ciò che essi ne dicono:
«Del Campidoglio di Roma.»
«Capitolium ha nome perciocchè fosse il capo (caput) di tutto il mondo, e vi dimorassero i Consoli ed i Senatori a governare la Città e il mondo. La sua faccia era coperta di mura alte e forti, rivestite di vetro e d’oro, e di opere mirabilmente intarsiate. Entro alla rocca era un palagio, il più fatto di oro, e adorno di gemme, che solo avrebbe bastato a comprare la terza parte del mondo; e ivi erano statue tante, quante sono del mondo le province, e ciascuna aveva un campanello appeso al collo. Arte magica aveva disposto la cosa in maniera, che se una qualche regione nell’Impero [539] romano si ribellava, tosto il simulacro suo mutava di fronte; allora sonava il campanello che la statua teneva al collo, e allora gli spettori del Campidoglio, che ivi facevano da guardiani, ne riferivano al Senato... Colà erano eziandio parecchi templi; ed invero nell’alto della rocca, sopra del Porticus Crinorum, s’ergeva il tempio di Giove e della Moneta, e dalla parte del Foro, il tempio di Vesta e di Cesare: e colà conservavasi la cattedra dei pontefici pagani, su cui i Senatori facevan vedere assiso Giulio Cesare, il sesto giorno del mese di Marzo. Dall’altra parte del Campidoglio, sopra della Cannapara, era il tempio di Giunone, e in vicinanza il Foro publico di Ercole: nel Tarpejo v’aveva il tempio dell’Asilo, in cui Giulio Cesare fu trucidato da’ Senatori. Dov’è adesso santa Maria esistevano due templi uniti ad un palazzo; erano dedicati a Febo ed a Carmente, e colà era apparsa ad Ottaviano imperatore la visione del cielo: presso la Camelaria sta il tempio di Giano, che era il guardiano del Campidoglio. Aureo Campidoglio appellavasi, perciocchè sopra tutti gli altri Imperi del mondo per sapienza e per bellezza splendesse[564]».
La Bolla di Anacleto, documento singolare e curioso, alletta la nostra fantasia più di quello che soddisfaccia alla nostra brama di sapere[565]. Ancora oggidì [540] lo studio degli antiquarî è messo a disperazione da un problema pienissimo di attrattiva e oscurissimo della topografia di Roma, ed è di investigare in qual luogo fosse posto il tempio di Giove Capitolino: ma così difettiva è la nostra scienza, che quel celeberrimo monumento rimane un enigma per gli eruditi, ad onta delle indagini più pazienti. Dopochè i Vandali ebbero saccheggiato questo santuario e derubatone il tetto, esso s’avvolge in un silenzio tale, che non s’ode più storico alcuno nominarlo. Una maledizione del cielo sembra essere discesa sul Campidoglio; perfino il Cristianesimo, che nel corso delle età era penetrato entro a tanti delubri pagani, ebbe raccapriccio di tor possesso del tempio di Giove Capitolino, e di edificare una chiesa nelle sue ruine. Solamente i Mirabilia tornano a rammentare questo tempio, dopo che omai la leggenda ha reso sacro il Campidoglio con una delle più vaghe e meste poesie; però rimarrà sempre cosa meravigliosa che il tempio [541] maggiore di Roma, residenza da centinaia di anni del culto de’ numi pagani, non fosse di buon’ora, e ancor prima del Panteon, tramutato in una grande basilica del Dio cristiano; mirabile fatto, quando pure lo si voglia spiegare dalle contrarietà patriottiche degli ultimi Senatori, dall’abbominio in cui i Cristiani tenevano il sito in cui il Paganesimo romano s’era raccolto come nella sua sede maggiore, e dal diritto di proprietà che di quel luogo avevano gl’Imperatori bizantini. Il culto che meglio di ogni altro avrebbe cacciato in bando la divozione del Giove antico, sarebbe stato il culto del Salvatore; e la chiesa madre Urbis et Orbis che in origine era stata a lui consecrata, la Lateranense, avrebbe avuto il suo posto più acconcio nel Campidoglio.
Allorchè la Graphia dice: «Nella cima della rocca, sopra del Porticus Crinorum, esisteva il tempio di Giove e della Moneta, dove la statua d’oro di Giove stavasene assisa sur un trono d’oro», noi non possiamo più determinare i luoghi ond’essa intende parlare. Nomi medioevali suffragano, fievolmente a dir vero, l’opinione che il tempio di Giove s’ergesse sull’altura che emerge dalla parte di ovest (Caffarelli); e un pajo di chiese sembra esser indice che probabilmente la postura della rupe Tarpea e financo la località del tempio fossero dalla banda di ovest: così credevasi di già nel secolo decimoquinto[566]. Poichè la ricordanza del Saxum [542] Tarpeum si raccomandò alla chiesa di santa Caterina sub Tarpeio, andossi cercando il tempio di Jupiter Maximus nella chiesa di san Salvatore in Maximis, oppure nelle sue vicinanze[567]. Ad ogni modo altri sostenne che nel luogo di quello sia sorta la chiesa di santa Maria in Ara Coeli, e giacchè questa è la sola chiesa che siasi edificata sul Campidoglio, e vi sorge in una posizione che tutto lo domina, cotale opinione non manca certo di assai attrattiva. La nominazione sua antichissima che ci sia nota, quella di Monasterium S. Mariae Dei [543] Genitricis Virginis in Capitolio, rimonta soltanto all’anno 882, ma ciò non ne torrebbe di credere che omai prima d’allora esistesse[568]. Tuttavolta, se anche potessimo ammettere una tale origine anteriore, rimarrebbe pur sempre strano che non se ne facesse cenno nel diligente catalogo delle chiese e dei conventi del tempo di Leone III (compilato intorno all’850); laonde se ne rileva che, sotto il pontificato di quel Papa, o la chiesa non esistesse, o fosse un oratorio dappoco.
Il predicato aggiuntovi, che significa «nell’altare del cielo», non s’ode accennare prima del secolo decimoquarto, ma è associato ad una leggenda antica, d’origine greca, che è registrata nei Mirabilia e nella Graphia di Roma. Allorquando i Senatori, compresi di ammirazione della bellezza eletta di Ottaviano, ebbero visto il suo avventurato dominio spandersi in tutto il mondo, dissero a lui: «Adorarti vogliamo, poichè in [544] te alberga un Dio». Costernato, l’Imperatore domanda che attendano, fa venire a sè da Tivoli la Sibilla, e le rende noto il divisamento del Senato. Ella chiede tre giorni a rispondere, e dopo di averli passati in digiuni, così vaticina ad Ottaviano: «V’hanno segni che giustizia sarà fatta; presto di sudore si bagnerà la terra, e dal cielo scenderà il Re dei secoli». E mentre Ottaviano sta con orecchio intento ad ascoltar la Sibilla, ecco che di repente si spalanca il cielo, e balenano raggi che lo abbarbagliano, ed egli scorge la Vergine nel cielo, vestita di luce, posare sopra un altare con Cristo bambino fra le braccia. E una voce del cielo esclama: «Quest’è la Vergine, che accorrà in grembo il Salvatore del mondo!» Ed un’altra: «Quest’è l’altare del figliuolo di Dio!» Allora Ottaviano si prostra al suolo in preghiera; narra indi ai Senatori della visione; e quando un altro dì il popolo lo chiama «sire», ei gli impone silenzio col cenno della mano e colla voce. Infatti, egli non volle mai esser appellato così da’ suoi figli, perocchè dicesse: «Uomo mortale son io; e perciò non mi si addice il nome di Signore»[569].
[545]
L’arguta leggenda continua a narrare che Ottaviano erigesse sul Campidoglio un altare al «primogenito figlio di Dio»; laonde nel secolo duodecimo la chiesa di santa Maria fu denotata con aggiungervi questa dizione: ubi est ara filii Dei, donde più tardi sembra esser derivato il nome «Araceli»[570]. Tuttavolta ella [546] è cosa assai sorprendente che la vecchia leggenda non abbia in alcuna guisa posto l’altare in relazione col tempio di Giove, ma soltanto narri che Ottaviano erigesse quell’altare sul Campidoglio, ossia sopra un’altura che ivi era. Pertanto noi restiamo sempre nello stesso buio per riguardo al sito, e dobbiamo far le meraviglie che, pur parlandosi della chiesa di Araceli (se veramente sia subentrata nel luogo del tempio antico), non si faccia mai cenno nella leggenda, nè nella storia vera del tempio Capitolino[571].
[547]
Così è che nel medio evo non rompono il silenzio sepolcrale del Campidoglio altre voci che lo squillo della campana di un convento e l’eco di una leggenda poetica. Sul vôto palco scenico delle geste e dei trionfi, degli Scipioni e dei Gracchi, di Mario e di Silla, di Pompeo e di Cesare, or non prendono posto altri che le persone fantastiche della Vergine Maria con Gesù bambino, di Ottaviano orante, e di quella canuta Sibilla cui un tempo il Campidoglio aveva custodito i libri misteriosi!
Omai nel secolo undecimo la leggenda onde dicemmo si associava a quel luogo: ne toglie qualsiasi dubbiezza ciò che si narra, che Benzone ponesse dimora nel «palazzo di Ottaviano», e questo devesi cercare non in altro sito che sul Campidoglio. Sarebbe pregevolissima cosa se si potesse determinare con precisione dove e cosa fosse questo tale «palazzo», il quale ad ogni modo devesi reputare che esistesse in vicinanza del convento di Araceli. Nella breve analisi che fanno dei palazzi i Mirabilia non ne annoverano pur un solo nel Campidoglio[572], ma più innanzi tengono discorso indeterminato di un palazzo del Campidoglio che «aveva esistito» dentro della rocca, preziosamente ornato di oro e di gemme, e dove erano le statue sonanti, simulacri [548] delle province. Espressamente poi vi si parla di un Palatium, «dove Ottaviano ebbe la visione del cielo», e viene dai Mirabilia messo in riferimento colla chiesa di santa Maria, per modo da far conchiudere che formasse una parte dell’edificio del convento. Finalmente nel Summarium dei colli di Roma si trova fatta speciale menzione del «palazzo dei Senatori posto sopra il Campidoglio o Tarpeo»; e precisamente il compilatore dice che esisteva al tempo in cui egli scriveva[573]. È cosa difficile che discorrendo di questi tre palazzi si volesse denotarne uno solo ed unico, avvegnachè molte ruine coprissero il Campidoglio, e nel medio evo si desse nome di Palatium alle più differenti specie di ruderi. Se ancora nel secolo duodecimo si conservavano gli avanzi del tempio di Giove Capitolino, può darsi che allora si denotassero col nome di Palatium; ma che la cosa veramente fosse così non ci è più dato di poter giudicare. Pertanto dei tre palazzi onde parlano i Mirabilia, il Palatium del Campidoglio era già perito e diventato argomento di mito; il Palatium di Ottaviano, abitazione di Benzone, era una parte del convento di Araceli, costruito su ruderi antichi; finalmente il Palatium dei Senatori esisteva veramente, ed è il solo che noi possiamo [549] determinare, essere stato il palazzo senatorio del medio evo. Delle ruine di monumenti antichi, su cui l’occhio si posava nel Campidoglio, non v’erano le più poderose degli avanzi (oggidì ancora sì mirabili) dell’antico archivio di Stato ossia del così detto Tabularium del tempo republicano, colle loro gigantesche muraglie costruite in peperino, coi loro magnifici portici e colle camere fatte a vôlta. L’erudito, che nel secolo duodecimo descrisse la Città, e nella breve enumerazione de’ suoi colli tenne nota, per rispetto al Campidoglio, soltanto del Palatium dei Senatori, non potè intendere di specificare con questo nome altra cosa fuor di quel grande edificio. Alla vista di un’opera tanto meravigliosa, la fantasia del popolo poteva farsi l’idea che ivi avessero abitato i Consoli od i Senatori antichi; e la nobiltà del secolo duodecimo, oltre alla chiesa di Araceli, non trovava luogo più opportuno di quello alle sue tornate, nè uno più acconcio trovonne il popolo allorquando restituì in vita il Senato. Laonde noi pensiamo che fin d’allora il così detto Tabularium (che diventò più tardi il vero palazzo senatorio) fosse composto, come chiedeva il bisogno, a quell’uopo: ivi fu dove nell’anno 1143 risorse l’ombra della Republica romana, librandosi a volo con fantastiche forme sopra que’ ruderi; ed essa medesima non altro era che leggenda o visione dell’antichità, la cui ricordanza scaldava i petti dei fiacchi nepoti[574].
[550]
La restaurazione del Senato non fu assolutamente un fantasima, fu un fatto di verità, e pei Romani del medio evo glorioso tanto, quanto pei loro antenati era stata la secessione sul monte Sacro. Un celebre riformatore vissuto a questo tempo, Arnaldo da Brescia, è a torto considerato come eroe maggiore di una rivoluzione, la quale doveva necessariamente avvenire, causa [551] gli impulsi che agitavano nell’universale quella età, causa poi le condizioni particolari di Roma. Far cadere il despotismo de’ nobili, torre al clero i suoi possedimenti di terre, strappare al Papa il principato, trasferire nel Comune popolare i diritti sovrani di quello: tali erano gli intendimenti storici del tempo, chiari tanto da non abbisognare che uomo alcuno gli insegnasse con precetti di dottrina. Da dopo la controversia delle investiture la cittadinanza media aveva combattuto contro il sistema feudale laico e ecclesiastico; l’amore appassionato di libertà che ferveva nelle Republiche italiche aveva divorato il feudalismo dell’antico Impero franco, e il soffio della ragione critica degli eretici commoveva la morta gora della scienza monacale. Però insania massima sarebbe, voler affermare che il secolo duodecimo coltivasse l’intento (assumendolo ad altezza di principio) di distruggere la feudalità, o pretendere che demagogo alcuno di quell’età sognasse formare di Europa una republica federale[575].
[552]
Taluno, ignaro dell’indole del medio evo, attribuì siffatte idee ad Arnaldo da Brescia, il quale per fermo ha esercitato una grande influenza in qualche cerchia della vita politica di allora. Arnaldo, Abelardo, san Bernardo sono contemporanei insigni, e attori di un grande dramma che s’agitò nella storia della civiltà. Tosto che sorsero le giovani democrazie, ancor dubbiose e mal secure di sè, ancora avvolte nell’ombra della Chiesa e dell’Impero, era destino che pur sorgesse precisamente in Lombardia un uomo tale quale Arnaldo fu, amatore sviscerato delle pratiche libertà cittadine, demagogo e tribuno di popolo: e tuttavia egli vestì la tonaca di frate, perciocchè il suo spirito severo vagheggiasse l’idealità di mondare la Chiesa dalle cose secolaresche che la traviavano fuor del suo sentiero, e di rinnovare l’insegnamento antico del Cristianesimo. Abelardo eretico in filosofia, Arnaldo eretico in politica, si trovavano d’accordo colla cittadinanza che veniva conquistando le sue libertà. Dopo le tetre persone degli eroi che ebbero combattuto per la onnipotenza dogmatica, dopo Papi come Gregorio, dopo Imperatori come Enrico, ricrea l’animo veder sorgere martiri di libertà che sollevano nelle loro mani il vessillo di più generose idee umane, e brandiscono l’arma incruenta, ma potentissima, del libero esame e del libero volere.
Assai buia è la vita di Arnaldo: nato a Brescia in sul principio del secolo decimosecondo, emigrò giovinetto [553] e cherico in Francia, vi studiò dialettica e teologia avendo Abelardo a maestro, e per alcuni anni gli fu compagno. Tornato a Brescia egli si fece canonico regolare, e poi prese parte con gran fervore alla lotta che i cittadini combattevano contro il loro vescovo Manfredo. I consoli Rebaldo e Persico erano guidatori del popolo, e l’animo ardente di Arnaldo, tutto ispirato alle dottrine dei Paterini, lo seppe infiammare con discorsi nei quali flagellava la vita secolaresca onde il Papa ed i Vescovi contraddicevano alla dottrina apostolica. Poneva per canone, essere non cristiana cosa che il clero possedesse terre; diceva ogni podestà civile competere a’ Principi ed alle Republiche; il clero doversi ridur nuovamente a vivere di decime. Si ripeterono gli avvenimenti di Milano, e l’accalorato orator popolare faceva ricordare la persona di Arialdo, sebbene di questo egli non seguisse l’indirizzo. Invero anche adesso il clero era corrotto tanto, da parere che infruttuosamente Gregorio VII fosse venuto al mondo. La lunga controversia delle investiture, e scismi e fazioni nei quali Vescovi avevano combattuto contro Vescovi, or parteggiando per Roma, or per Germania, avevano educato i prelati a tal costume fiero, che mancano parole atte a descriverlo. Chi cercasse argomento di satira, udendo le querimonie dei santi di quell’età, potrebbe chiedere motteggiando in che avessero consistito le riforme per le quali un secolo intiero s’era andato travagliando, se san Bernardo o sant’Anselmo, ancor nell’anno 1140, erano costretti a torre a prestito dal Damiani i più vivi colori per dipingere i vizî dei preti. «Potessi almeno», sclamava l’Abate di Chiaravalle, «potessi prima di morire, veder la Chiesa qual [554] fu ai tempi antichi, allora che gli Apostoli gettavano le loro reti, non per pigliar oro o argento, ma per far presa di anime!»[576]
Da lunghissimo tempo gli uomini di chiaro intelletto avevano capito in che stesse la radice di cosiffatti mali; non Concilî, nè istituzioni di ordini monastici potevano esserne medicina che li guarisse; ogni rimedio di salute si compendiava in poche parole: dimettessero i Vescovi i loro possedimenti temporali. La scoperta di questo grande principio fu uno dei risultamenti delle lotte avvenute per ragion delle investiture, e benanco un Papa, messo alle strette da massime necessità, lo aveva tradotto in un suo decreto. Arnaldo da Brescia fece sua la idea di Pasquale II, e arditamente andò predicandola per le strade di libere città con discorsi attinti all’indole del suo tempo e del popolo. In ciò stette il progresso che in pratica aveva fatto quella disputa antica, perocchè dalle aule regie fosse essa trapassata nelle curie civiche e discesa nelle piazze.
[555]
Grandi assai erano i passi che la società umana aveva fatto nel suo cammino, grazie massimamente alle lotte dello Stato contro la gerarchia della Chiesa gregoriana; il commovimento politico e sociale de’ popoli; l’impulso che svegliava a vita le industrie, i traffici, la scienza; l’amore che tornava a fervere per l’antichità classica, trascinarono tutt’a un tratto il mondo in un antagonismo acerbo colla Chiesa romana; e i Romani, che nel secolo duodecimo combatterono il dominio temporale dei Papi, ne giudicarono chiaramente e con eguale fermezza di quello che ai dì nostri fecero i loro nepoti.
L’eco delle dottrine di Arnaldo risonò possente in Lombardia e a Roma, avvegnaddio ciò ch’ei predicava, la secolarizzazione degli Stati ecclesiastici, fosse un bisogno sentito da quell’età[577]. Ma il popolo di Brescia non sempre con buona fortuna combattè le forze associate del clero e dei capitani; Manfredo denunciava innanzi al concilio lateranense i principî sovversivi di Arnaldo, e Innocenzo II, comprendendo di che danno potessero esserne le conseguenze per Roma (dove la parte republicana non aspettava che l’opportunità propizia per prorompere), condannò Arnaldo come eretico, e gli impose silenzio: ciò avvenne nell’anno 1139[578]. [556] Cacciato di Brescia, il frate andò ad Abelardo, il quale nella primavera dell’anno 1140 si proponeva di vincere il mistico Bernardo in una disputazione scolastica che dovevasi sostenere a Sens. Quivi Arnaldo difese in publico il suo maestro, onde si vide poi involto anch’egli nella inquisizione che contro di quello si instituì. La condanna del Concilio romano lo aveva messo in rinomanza, la sua amicizia con Abelardo lo rendeva ancor più odiato al clero, e Bernardo adesso si armava delle armi della disciplina per ischiacciarlo. Eppure v’erano alcuni punti nei quali anche il Santo si trovava d’accordo col suo abborrito nemico; chè, con veemenza non minore di quella del demagogo bresciano, Bernardo flagellava i vizî mondani dei Vescovi, e, nel suo libro «De Consideratione», chiariva ad un Papa discepolo suo, di essere anch’egli fermamente avverso allo stato politico del clero. Egli poneva a fondamento delle sue dottrine evangeliche quel motto dell’Apostolo che dice: Chi serve il Signore non può impacciarsi di brighe secolaresche. E rammentava al Pontefice che la sua dignità era un officio religioso non un principato; che gli faceva mestieri maneggiare il sarchio del coltivatore, non impugnare lo scettro di re; che il dominio suo forse era di diritto mondano, ma non di diritto apostolico, perocchè agli Apostoli fosse stata interdetta qualsiasi dominazione. E ispirato ai sentimenti del Cristianesimo antico, lamentava che Vescovi e Papi con mondano orgoglio [557] pompeggiassero vestiti di seta e di porpora e d’oro, tutte cose che Pietro santo non aveva saputo di che colore fossero fatte; e finalmente diceva al Papa che, con quell’abito secolaresco in dosso, non di Pietro era successore ma di Costantino[579]. Se il Santo perseguitò un riformatore di costume illibatissimo, di cui non poteva condannare ma approvare doveva le idee sulla signoria temporale del clero, ciò avvenne perchè Arnaldo non quella soltanto combatteva, ma altresì l’autorità della cattedra romana e la gerarchia gregoriana; perciò Bernardo lo teneva in conto di eretico degno di abbominazione. Il grande Abate deplorava che la Chiesa, giglio purissimo in mezzo alle spine, fosse tutta attorniata da settarî, e che pur mo strappata alle zanne del leone (Pierleone), fosse incappata negli ugnoli del dragone (Abelardo). Scrisse dunque Bernardo al Papa, dicendogli che Arnaldo era l’armigero di Abelardo, novello Golia, ed entrambi accusò di eresia[580]. Il Papa [558] comandò che si chiudessero in un convento; l’amico di Eloisa, infiacchito e stanco della vita, trovò un asilo cui ricoverarsi in pace, si riconciliò colla Chiesa, e due anni dopo morì tranquillamente a Cluny[581]; laddove Arnaldo, dotato di più viril tempra, ardito e d’indole battagliera e pronta ad operare, rimase in Parigi da professore di teologia, continuandovi a combattere la correzione del clero. Ma le instanze di san Bernardo tanto commossero il re di Francia, che, dietro un suo comando, l’eretico dovette lasciare Parigi[582]. Arnaldo fuggì traendo pel mondo una vita randagia. L’ostello che lo raccolse fu la piccola Zurigo, la quale perciò, quattrocent’anni prima dell’età di Zuinglio, ne conseguì un bel titolo alla riconoscenza degli uomini amanti del libero pensiero. L’Abate di Chiaravalle chiese al metropolita di Costanza che prendesse l’eretico, e lo tenesse prigione; però nella sua lettera piena di unzione dovette confessare che Arnaldo conduceva vita costumata e severa, ed era «uomo», per dirla colle sue parole, «che non mangia, nè beve, ma in compagnia del demonio patisce fame, nè d’altro ha sete che del sangue delle anime»[583].
[559]
Il tribolato trovò protezione ancor più potente presso il cardinale Guido, che era allora legato in Alemagna, avvegnachè questo culto prelato fosse stato un tempo suo condiscepolo a Parigi. Lo ricoverò egli a Costanza od anche in Zurigo stesso, fino a che l’infaticabile uomo, che dalla rupe di san Pietro spiava i passi degli eretici, scrisse incollerito anche a Guido: «Arnaldo da Brescia», diceva, «la cui parola è mele, ma la dottrina è veleno, che ha di colomba il capo ma di scorpione il pungiglione, l’uomo cui Brescia vomitò, Roma abborrì, Francia cacciò, Germania maledisse e Italia si rifiuta d’accorre, quell’uomo (così si narra) trovasi appo te: bada che questo non nuoca alla dignità del tuo officio; farsi benevolo a lui è lo stesso che contraddire al comando del Papa e di Dio»[584]. Non sappiamo che effetto producesse questa esortazione; ignoriamo se Arnaldo andasse nuovamente errando, forse nelle silenziose vallate delle Alpi, nido di mistici Catari, oppure se a lungo continuasse a guadagnarsi il pane da maestro di scolastica a Zurigo, ovvero se si celasse in Alemagna: fatto è che per alcuni anni egli sparisce di vista, finchè tutt’a un tratto ricompare in mezzo ai Republicani di Roma[585].
[560]
Frattanto alla cattedra di san Pietro saliva Guido di Castello, cardinale, probabilmente altr’uomo dal Guido legato, che fu patrono di Arnaldo: era quegli fornito di non comune cultura, e lo dimostra l’onorifico titolo di Magister che Guido aveva conseguito in Francia[586]. Addì 26 Settembre 1143, ascendeva egli dunque alla santa Sede con nome di Celestino II, ma il suo pontificato durava cinque soli mesi; e poichè si nota che morì nel Palladio, è facil cosa che neppur egli stesse coi Romani in buona concordia, ed anzi che fosse costretto, duranti violente battaglie, a porsi sotto la protezione dei Frangipani[587].
Addì 12 di Marzo, con nome di Lucio II, gli succedette Gerardo Caccianemici di Bologna, che era stato [561] un tempo cancelliere di Innocenzo. Breve e sventurato fu il reggimento di lui, che cadde vittima della rivoluzione. Mentre il nuovo Comune andava nel Campidoglio costituendosi in mezzo a lotte sanguinose, il mal consigliato Pontefice si gettò fra le braccia dei suoi grandi feudatarî, e cercò benanco l’ajuto dei Re di Sicilia, di cui nei tempi andati era stato amico. Rogero I, che omai con Celestino II aveva appiccato controversia pei diritti d’investitura concessigli da Innocenzo II, volle con Lucio aggiustarsi; s’abboccarono insieme a Ceperano, ma invece d’intendersi vennero a dissenso: allora il Re comandò a suo figlio di entrare nel Lazio, ed il Papa fu costretto a conchiudere un trattato, nel quale Rogero da canto suo s’impegnò di dargli soccorso contro a’ Romani[588]. Coll’ajuto del Re e dei nobili sperò Lucio di abbattere il Comune di Roma, chè quasi tutti i Consoli si posero dalla sua banda, avvegnaddio comprendessero che, caduto lo Stato ecclesiastico, il Comune s’avrebbe preso anche i loro feudi. Da allora in poi le nobili famiglie patrizie formarono una parte Guelfa contro al popolo; financo i Frangipani, capi antichi della fazione tedesca, fecero lega col Papa; e un documento dimostra in qual modo Lucio II abbia tentato di guadagnare alla sua causa questa famiglia. Con frasi adulatrici lodandone la fedeltà, egli raccomandò alla guardia di essa il Circo Massimo; i Frangipani raccolsero [562] quel monumento entro la cerchia della rocca che possedevano sul Palatino, e così, oltre al Circo, tennero in loro mano il Colosseo, il Septizonio, gli archi di Tito e di Costantino, omai muniti da torrioni elevati, il Janus Quadrifrons, e altre torri della Città[589].
Premuto di angustie, il Comune cercò frattanto di dare maggior nerbo a sè stesso, ed a capo della Republica innalzò un Patrizio. Conseguì tale dignità Giordano Pierleone, uno de’ fratelli di Anacleto antipapa, solo della sua famiglia che per ambizione o per diversi motivi avesse sposato la causa del popolo. Perciò il Comune di Roma non andò imitando altre città; non si diede dei Consoli, perciocchè questo titolo fosse essenzialmente aristocratico, e i maggiorenti avversarî suoi continuassero a fregiarsene. Da altro canto, poichè allora non v’era Imperatore alcuno, neppure il Patrizio poteva aver sembianza di vicario di questo, e la parte popolare, come prudenza politica richiedeva, accettava l’alta signoria del Re romano. La prima costituzione della Città fu raffermata sotto di Giordano Pierleone nell’anno 1144, e da [563] quella si cominciò a contare l’êra senatoria[590]. Fu allora che il Comune decretò, essere il Pontefice decaduto dalle cose temporali, poichè gli fe’ richiesta che dimettesse tutti i suoi diritti di principato nelle mani del Patrizio, e vivesse di decime ovvero di una pensione che gli avrebbe pagato lo Stato[591]. La Città rinnovò il tentativo di detronizzare il Papa, sì come era avvenuto a’ tempi di Alberico, e un siffatto tentativo da allora in poi essa andò ripetendo spessissime volte, fino al trionfo che se n’ebbe riportato ai dì nostri. Non è egli vero che Roma può dirittamente chiamarsi città eterna, dappoichè le sue sorti rimasero così immutabilmente le stesse?
Nelle sue distrette Lucio II si rivolse per ajuto a [564] Corrado III re romano, con cui la grande famiglia degli Hohenstaufen era salita al trono di Alemagna, nel giorno 22 Febbrajo del 1138. Anche i Romani mossero instanze a Corrado affinchè accettasse la loro Republica; ma egli neanche rispose loro, forse perchè teneva ancora il broncio alle città d’Italia che lo avevano così obbrobriosamente abbandonato, allorchè da antirè era venuto combattendo contro di Lotario. Quanto ai legati del Papa, i quali gli chiesero che confermasse alla Chiesa il suo Stato, gli accolse con molte finezze, ma lasciò che l’Italia e Roma provvedessero come potevano a sè medesime.
Lucio II volle fare uno sforzo disperato di riconquistarsi la sua podestà civile: e allora si vide un Papa, da pari di Brenno o di Vitellio, assediare il Campidoglio e darvi assalto; ma i Senatori del medio evo, alla cui fantasia accesa avrà forse paruto di vedere le ombre degli antichi sorgere dalle ruine del Tarpeo, lo difesero con eguale valore de’ loro antenati. Un fiero colpo di sasso stese a terra ferito il Vicario di Cristo, ond’è che la storia associa a Manlio ed a Gracco eziandio un Pontefice che cadde bagnato nel suo sangue sul clivo capitolino.
Pochi dì dopo, ai 15 Febbrajo 1145, Lucio II morì nel convento di san Gregorio sul Celio, dove lo si aveva trasportato[592].
[565]
I Cardinali si raccolsero paurosamente nella chiesa di san Cesario, e, con voto concorde, a papa elessero Bernardo, abate di santo Anastasio ad Aquas Salvias: così le idee del Santo di Chiaravalle vennero con quel discepolo suo a prender possedimento della cattedra pontificia. Bernardo di Pisa non era uomo di genio; lo stesso maestro di lui in sulle prime sentì rossore e dispetto che in tempi tanto fortunosi si avesse posto un frate semplicetto sul trono della Cristianità. Però può darsi che gli elettori avessero scoperto in lui sufficiente intelligenza ed energia di volere; la grazia soccorritrice [566] di Dio (così dissero gli amici suoi) infuse al semplice fortezza di spirito, dolcezza, eloquenza; e il maestro santo intitolò al suo timido discepolo, cui adesso con vera abnegazione baciava i piedi apostolici, l’aureo libricciuolo De Consideratione, che oggidì ancora è il più utile catechismo de’ Papi, se vogliano reggere il loro officio con umiltà e con prudenza[593].
I Senatori impedirono al neo-eletto Papa la via del san Pietro, dove avrebbe dovuto essere consecrato, e gli domandarono che rinunciasse alla podestà civile ed accettasse la Republica. Roma tumultuava in armi; al terzo giorno dopo della sua elezione il Papa fuggì, e si ricoverò nel castello di Monticelli nel Sabinate, dove lo seguirono i Cardinali: mossero indi tutti a Farfa, ed Eugenio III vi fu consecrato nel Febbrajo dell’anno 1145.
Egli pose sua residenza a Viterbo, dove rimase otto mesi, mentre Roma era turbata da fierissime zuffe. Si saccheggiavano e si ruinavano palazzi e torri dei maggiorenti e dei Cardinali, la plebaglia s’abbandonava ad eccessi di ferocia, perfino s’aggredivano pellegrini, e il san Pietro era nuovamente munito con macchine di [567] guerra[594]. Adesso il reggimento popolare abolì eziandio la Prefettura urbana; e poichè quest’officio rappresentava in Roma la podestà imperiale, l’abolizione sua non poteva esser d’altro indizio fuor di questo, che i Romani, irritati dello sprezzo di Corrado, minacciavano di sciorsi dai vincoli dell’Impero. Soltanto il Patrizio doveva rappresentare la maestà del popolo romano, laonde si cacciarono tutti i nobili che a lui rifiutarono reverenza[595].
Giusto adesso venne a Roma Arnaldo, uscendo del suo oscuro esilio. Se si voglia prestar fede a quel che asserisce l’Autore della Historia Pontificalis, egli sarebbe tornato in Italia dopo la morte di Innocenzo II, e avrebbe fatto sottomissione alla Chiesa e a papa Eugenio in Viterbo, giurandogli solennemente obbedienza, e dappoi sarebbe andato a Roma, per visitarvi i luoghi sacri, in atto di penitenza. Nulla di tutto questo dice Ottone di Frisinga, il quale però afferma, esser venuto Arnaldo a Roma nei primordî del pontificato di Eugenio III. Ve lo attraeva certamente l’avvenuta mutazione [568] di cose; amici suoi lo esortavano affinchè dedicasse la sua opera alla causa del popolo, ed egli accorreva tutto fervore per mandare ad effetto la sua idea sociale, mercè la distruzione del dominio temporale. Cosa non v’era che più potesse allettarlo della fondazione del Comune romano; se a questo riusciva fatto di torre al Pontefice la podestà civile, la sarebbe stata finita anche per tutti gli altri principati ecclesiastici, e l’umana società si sarebbe riaccostata alle condizioni democratiche della Chiesa primitiva, ch’era stata estranea alle cose politiche. Ei doveva pertanto essere còmpito massimo di Arnaldo erigere in Roma una Republica sopra fondamenta di costituzione municipale; sennonchè, sventuratamente una fitta tenebra ravvolge quello ch’egli abbia operato. Forse la avvedutezza pratica del Lombardo si smarrì in mezzo ai ruderi di Roma, e si immerse troppo profondamente in tradizioni antiche. Lo studio rinascente della legislazione giustinianea si associava con monumenti e con reminiscenze tali, che tenevano serrati i Romani entro un circolo magico, donde non era loro fattibile di uscire. E laddove le altre democrazie ottenevano uno svolgimento conforme all’ordine naturale delle cose, i Romani si davano gran faccenda di restaurare ruine, e si perdevano in sogni di dominazione universale. Arnaldo stesso dava loro consiglio di riedificare il Campidoglio, di rinnovare l’antico ordine senatorio e financo la classe de’ cavalieri: tuttavolta nella fondazione di un cotale ordine equestre non puossi ravvisare cosa alcuna che avesse del fantastico; anche altre città creavano allora cavalieri, e intendimento di Arnaldo si era di raccozzare una nobiltà minore, amica del popolo, per contrapporla [569] come forza d’armi all’aristocrazia de’ Consoli e de’ Capitani[596].
Eugenio III frattanto raccoglieva a Viterbo i vassalli della Chiesa, chè la maggior parte dei Conti della Campagna erano ostili alla Città, cui nessun vincolo li congiungeva. In alcune città risiedevano ancora, fino dal tempo antico, de’ Comites; altre erano governate da delegati del Papa, che si fregiavano del titolo romano di Presidi e di Rettori; e Roma intendeva a soggiogare Conti e città di provincia, in pari guisa che Milano ed altre Republiche sottomettevano al loro dominio le terre di loro vicinato. A propria volta le città pontificie pretendevano conquistarsi anch’esse libertà, ma pochissime di loro avevano forza bastante per imitare l’esempio di Roma; ebbela Corneto, dove nell’anno 1144 trovasi eretto un Comune con suoi Consoli[597]. Eziandio i nobili [570] della provincia cercavano di ottenere independenza, in quello che il Senato romano faceva tutti gli sforzi per costringerli a ricevere l’investitura feudale in Campidoglio anzi che in Laterano, ad abitare nella Città ossequienti alle leggi della Republica, o, se non altro, a riverire quest’ultima. Eugenio III potè prestamente raccogliere molti vassalli che a Narni gli avevano prestato omaggio, potè unirli insieme cogli acerbi nemici di Roma, i Tivolesi, e farli muovere contro la Città, dove in pari tempo il partito pontificio combatteva contro al Senato[598]. Può darsi che esercitasse influenza altresì la scomunica da lui scagliata contro Giordano patrizio; fatto è che, finalmente stancatosi, il popolo chiese che tornasse il Papa, cui prestar voleva omaggio[599]. Aderì Eugenio accortamente ad un aggiustamento, poichè forse ei diceva a sè stesso, meglio essere per lui di ridurre la Republica romana sotto l’autorità della santa Sede, anzichè l’Imperatore la raccogliesse sotto la sua. Fu in conseguenza di ciò che i Romani disfecero il Patrizio, [571] riposero in officio il Prefetto, e rinnovarono la reverenza alla signoria suprema del Papa, mentre questi accondiscendeva che il Comune continuasse ad esistere sotto la investitura sua. Così, innanzi al giorno di Natale dell’anno 1145, Eugenio III potè fare la sua entrata in Laterano[600].
Il Comune civico aveva strappato al Papa la sua approvazione, e questi per propria parte aveva conservato il principio della sua signoria, perocchè dal Pontefice il Senato ricevesse la investitura[601]. Nondimeno quel simulacro meraviglioso de’ vecchi tempi non era romano che di nome; l’indole sua era nuova. L’antichissimo documento che conserviamo degli Acta Senatus del medio evo su venticinque Senatori ci dà quasi tutti nomi di cittadini mediocri, che nei tempi passati appena notammo in questa nostra Istoria; fra essi v’ha perfino uno di professione pittore[602]. Il ceto medio, che adesso per [572] la prima volta otteneva preponderanza, dava al Senato un’impronta plebea, quantunque fin da allora molti nobili fossero entrati a far parte del Comune. Ad ogni anno, nel mese di Settembre o in quello di Novembre, rieleggevasi il Senato; e probabilmente quest’elezione si faceva alla presenza di legati pontificî forniti di pieni poteri. Ignoto è il numero di membri che in origine lo componessero, ed anche più tardi fu variabile; tuttavia, siccome tosto dopo l’anno 1144 fu assunto per norma il numero di cinquantasei Senatori, se ne chiarisce che Roma fosse, come ne’ tempi antichi, divisa in quattordici circondarî, per ciascuno de’ quali si eleggevano quattro Senatori, laonde il Senato era tratto dai quattordici gonfaloni ossiano Regioni[603]. Il Senato completo formava il maggior Consiglio o Consistorium, e una giunta di Consiliatores, ossiano procuratori della Republica, era [573] posta alla sua testa. Consiliatori troviamo a Genova e a Pisa in qualità di consiglio aggiunto a’ Consoli, ma in Roma, mentre il Senato teneva il potere legislativo, eglino avevano la podestà esecutiva da Consiglio supremo di governo; erano eletti d’infra i Senatori, e si mutavano di carica parecchie volte all’anno[604]. I Consiliatores e il Consistorium formavano dunque il Consiglio minore e quello maggiore, e tutti i cittadini liberi ed elettori del Senato costituivano il comizio popolare, che si congregava in Campidoglio per approvare le deliberazioni, e per udire la relazione che rendevano i magistrati uscenti d’officio. Difficil cosa è poter dire quali redditi possedesse il Senato e quali regalie esso si prendesse. Fin da allora ei convien dire che avesse tolto al Papa il diritto di zecca, laonde, dopo un’interruzione di lunghi secoli, per le mani de’ Romani tornavano a correre denari d’argento, sui quali era inscritta la leggenda [574] antica Senatus Populusque Romanus; però adesso vi si vedeva impressa l’effigie di un Apostolo colle parole: «Principe de’ Romani»[605].
Al Senato spettava la giustizia nelle cose civili; ma la corte giudiziaria Capitolina (Curia Senatus), composta di Senatori e di uomini periti nel diritto, si riuniva spesso in comune coi tribunali ordinarî pontificî, perciocchè, in qualità di «assessori», raccogliesse nel suo grembo i giudici Palatini e i Dativi, e in parecchi Placita si trovino accoppiati insieme gli ordini giudiziarî del Senato e del Papa. E il Senato tentò di trarre alla competenza del suo tribunale, al Forum Senatorium, anche i negozî [575] civili di natura ecclesiastica, nei quali cioè, attori o convenuti fossero preti, ma contro a questo intendimento i Pontefici si opposero con gran gagliardia[606]. Infatti, oltre al Senato, continuava ad esistere la Curia papale, e in litigî di chiese trovansi pur sempre i Placita che essa pronunciava, tolta qualsiasi dependenza dagli ordini giudiziarî del Senato: e delle sentenze di questo i partiti spesse volte appellavano al Papa, come per altro verso delle sentenze pontificie ricorrevano al Senato[607]. Sono questi i punti cardinali della costituzione che allora i Romani si diedero: ed essa torna ad onore della loro energica operosità cittadina, perocchè, sebbene in via di principio riverissero la signoria suprema del Papa, tuttavolta eglino affermarono la loro autonomia politica; Roma quindi in poi diventò di diritto una Republica che si governava a forme democratiche, e imprendeva guerre, e stipulava paci senza darsi mente d’interpellare la volontà del Papa.
Tuttavolta, il trattato conchiuso con Eugenio III non acchetò il profondo commovimento che ribolliva nella Città e nel territorio suo. Nobili e clero miravano astiosamente il Senato che cercava di estendere la sua autorità sopra tutta la Campagna. Tivoli dava occasione di tumulti nuovi; i Romani domandavano che [576] quella città si smantellasse, e il Papa messo fra l’uscio e il muro tollerava che si abbattessero i suoi bastioni, ma neppur questo bastava ai Romani. Eugenio III si sottrasse ai suoi tribolatori, ricoverandosi nel Transtevere, ossia nel castel Sant’Angelo, che i Pierleoni tenevano del continuo in loro mano. Nauseato della vita, anch’egli come Gelasio, lamentava le angustie che gli conveniva sopportare, e colle parole di san Bernardo deplorava che in Roma il pastore fosse destinato a pascere non già le agnelle di san Pietro, ma lupi, draghi e scorpioni. Nella primavera dell’anno 1146 se la battè a Viterbo, indi a Pisa; e per Lombardia, nel Marzo del 1147, se ne andò a Francia, dove re Luigi stava armandosi per la seconda Crociata[608].
Eugenio III fuggì di sua volontà, non fu cacciato con violenza d’armi; e invero i Romani, anche durante l’assenza di lui, che durò due anni, continuarono ad osservare i patti con lui stipulati, e considerarono il Senato come investito del suo officio dal Pontefice[609]. Sennonchè eglino si sentivano adesso libere affatto le [577] mani; diedero tosto assalto a Tivoli, e la punirono col supplizio di molti cittadini[610]. Roma, per via del suo Senato, pareva tornata ai suoi vetusti tempi, ed eziandio sembravalo per le guerre che adesso come allora moveva contro a terre latine e tusche, le quali di bel nuovo facevano fra sè lega contro la Città: e adesso anche la grande nobiltà dava l’assalto a parecchi patrimonî della Chiesa, tanto per uscirne pari di danni; ognuno rubacchiava tutto quanto gli capitava sotto mano[611]. Lo Stato ecclesiastico si frastagliava in piccole baronie, che, ostili in egual tempo al Papa e al Senato, indebolivano l’autonomia di Roma, o ne le mettevano impedimento. Quei tirannetti della nobiltà facevano alto e basso massimamente nel Lazio, sventurato paese dove non erano ricchi Comuni, come nella Tuscia e nell’Umbria, che loro opponessero un contrappeso. Così la forza del popolo romano si estenuava nella lotta contro [578] città e contro Capitani, in quello che Roma stessa era dilaniata da guerra interiore. Qui Giordano Pierleone, da gonfaloniere, teneva in mano sua la podestà cittadina, e Arnaldo da Brescia metteva la sua facondia a servigio della Republica, perciocchè paja che egli approfittasse massimamente dell’assenza di Eugenio per predicare ai Romani le sue nobili dottrine. Un uomo vestito di tonaca monastica, pallido e scarno da’ digiuni, posava come un fantasima sui ruderi del Campidoglio, e arringava i Patres Conscripti in quel luogo medesimo, di dove un tempo avevano tenuto discorso Senatori crapuloni, padroni di cento ville e di cento palazzi: e il suo fervido parlare, la cui sostanza era un miscuglio attinto dai Padri ecclesiastici e da Virgilio, dai Codici di Giustiniano e dalla Bibbia, risonava in un corrotto latino, lingua rustica o contadinesca. Se l’avessero udito, quell’eloquio avrebbe messo raccapriccio a Cicerone e a Varrone, eppure, un secolo più tardi, Virgilio doveva con ammirazione ascoltarlo nel linguaggio della «Divina Commedia». Arnaldo inveiva coraggiosamente contro i vizî dei Cardinali, che il tempio del Signore avevano tramutato in una bottega da cambî, in una spelonca di ladri, mentre lo stesso Papa (diceva) si era fatto uomo rapace e sanguinario, tiranno delle chiese, oppressore dell’innocenza: e protestava non dover più i Romani tollerare fra di sè una gente, la quale non mirava ad altro, che a porre in servitù la città di Roma, sede dell’Impero e sorgente della libertà[612].
Parimente come la nobiltà minore era entrata nel [579] Comune, sì anche il clero inferiore s’inspirava alle idee democratiche dell’eguaglianza dei preti, sì come Arnaldo gli andava predicando. Da ogni banda e in tutti i modi possibili si assaliva la gerarchia Gregoriana, e vi si contrapponeva l’esemplare del Cristianesimo primitivo, da lunga pezza traboccato in ruina. Il chericato delle chiese minori si ribellava contro l’aristocrazia de’ Cardinali, i quali (al paro della grande nobiltà, delle cui famiglie spesse volte uscivano) possedevano nella Città palagi turriti, ed erano avvezzi a tener vita con splendidezze da principi. Eugenio fu spaventato delle conseguenze di questo inaudito commovimento, e perciò indirizzò una lettera al clero di Roma[613].
Mentre Arnaldo, i cui aderenti si chiamavano la setta dei Lombardi, infiammava popolo e minor clero per la democrazia, Bernardo, il suo vecchio avversario, era tutto in faccenda per ismorzare quell’incendio. Il Santo avrebbe dovuto andarne grato ai Romani che mettevano in pratica le sue dottrine, ond’egli, togliendo a modello l’insegnamento antico del Cristianesimo, aveva protestato male acconciarsi ai Vescovi la signoria politica; sennonchè il Santo, per quanto pur gli [580] tornassero indifferenti le forme del governo, difficilmente poteva formarsi della città di Roma idea diversa da ciò che ella fosse possedimento legittimo del Papa. Dopo la seconda fuga di Eugenio, scrisse Bernardo a’ Romani; chiese indulgenza all’«illustre e preclaro» popolo, se egli, ometto dappoco, osava indirizzargli lettere, ma protestò (parimenti come oggidì non v’ha Vescovo alcuno che non protesti egualmente), che la violenza fatta al Pontefice offendeva tutto il mondo cattolico. «I padri vostri», diceva, «hanno sottomesso alla Città il mondo, ma voi volete farne la favola del mondo. Avete espulso il Papato fuori della Città; ma non vedete che Roma ne diverrà un tronco senza testa, una faccia orbata degli occhi? Pecorelle smarrite, tornate al vostro pastore, al vostro Vescovo! Illustre città di eroi, torna a riconciliarti con Pietro e con Paolo, tuoi principi veri»[614]. Così con acerbezza, ma con diplomatico [581] rispetto del nome di Roma, parlava a quest’occasione il Santo; peraltro, dentro dell’animo, disprezzava i Romani; e infatti, altrove sbozzandone il ritratto, quell’«illustre» popolo appellava superbo, avaro, vano, sedizioso, inumano, falso. «Hanno gran parolone, ma ad opere son piccini. Promettono tutto, e mantengono nulla. Ti adulano con discorsi melati, ma sono calunniatori pungenti; in una parola, traditori indegni»[615].
Eugenio III non doveva andar riconoscente al Santo, maestro suo, di ciò che in altri tempi gli aveva dovuto gratitudine Innocenzo II; e neppur in Corrado trovò il Papa un Lotario. Da ambe le parti si chiedeva al Re che venisse a Roma; entrambe adoperavano lo stesso motto: venisse Cesare a torsi quello che era di Cesare; però diversi ne erano i significati e l’intenzione[616]. Corrado III era trattenuto lungi d’Italia dalla malaugurata [582] Crociata, cui indotto lo avevano le instanze e le false profezie del santo Abate, ma allorchè, sul principio dell’anno 1149, ebbe, per la via di Aquileja, fatto ritorno in patria, decise di muovere a Roma. Ve lo chiamava urgentemente l’alleanza di Rogero col ribelle Guelfo duca di Baviera, in quello che d’altro canto Rogero, memore delle vittorie di Lotario, metteva ogni molla in moto per tenerlo lontano[617]. Corrado aveva stretto lega con Emanuele imperatore greco, e i Pisani anche stavolta dovevano prestare il loro naviglio: per lo contrario il Papa aveva da Sicilia bisogno di ajuto contro ai Romani, e temeva che Corrado accettasse il trattato che questi ripetute volte erano andati offerendogli.
Reduce di Francia nel Giugno del 1148, Eugenio, verso la fine di quest’anno, si recò primamente a Viterbo, contro cui i Romani avevano di già intrapreso delle spedizioni guerresche; indi, sull’incominciamento del 1149, venne nelle vicinanze di Roma. Tolomeo conte lo ricettò a Tusculo, dove il Pontefice ricevette i saluti di Luigi di Francia, allorquando questo Re vi passò, tornando dalla Crociata. Colà il Papa raccolse i vassalli della Chiesa; vi mandò soldatesche anche Rogero, e Roma adesso venne in durissime angustie[618].
[583]
Il Senato a questo tempo mandava lettere sopra lettere a re Corrado, invitandolo a che venisse a Roma per torvi autorità di comando sull’Impero e sulla Città. Sisto, Nicolò e Guido, che erano allora consiliatori della Republica, gli significarono di aver cacciato i Frangipani ed i Pierleoni, e lo esortarono affinchè concedesse la sua protezione al Comune di Roma[619]. Non vedendone risposta e crescendo le difficoltà, il Senato gli scrisse nell’anno 1149 una nuova lettera. Degno di nota ne è il tenore, e dimostra che l’abisso il quale separava i Romani del secolo duodecimo dal Papato temporale, s’era omai fatto profondo, e palesavasi con chiara consapevolezza delle cose: nè maggiormente lo fu ai nostri giorni, quando i nepoti venuti tanti anni dopo, adesso disarmati e silenziosi, [584] andavano pur sempre congregandosi in mezzo gli stessi ruderi antichissimi del Foro e del Campidoglio, e, pur sempre protestando contro la podestà civile del Pontefice, di nottetempo appiccavano pei canti delle vie manifesti che finivano col grido: «Viva il Pontefice non Re!»[620]
Seicentosettantre anni erano passati dacchè i Senatori, postergata la lor dignità, s’erano presentati a Bisanzio davanti a Zenone, e vi avevano dichiarato che Roma non bisognava più di un Imperatore d’Occidente, ma era contenta che Odoacre comandasse sull’Italia, in qualità di patrizio bizantino: seicentoquattordici ne erano trascorsi dacchè il Senato aveva indirizzato la sua ultima lettera a Giustiniano, supplicandolo di non torre la sua grazia a Roma e al goto re Teodato: e adesso innanzi al trono di un Re tedesco comparivano Romani non più togati, cui l’ignoranza, il vestimento, il linguaggio davano un’impronta barbarica; e venendo dalle deserte ruine del Campidoglio, e dandosi ancor nome di Senatori, significavano di avere restaurato il vetusto Senato romano, e invitavano il Re d’Alemagna a voler essere il successore di Costantino e di Giustiniano.
[585]
«Al preclaro Signore della Città e del mondo, a Corrado, per grazia di Dio, Re dei Romani sempre Augusto, il Senato e il popolo di Roma, salute, e felice e gloriosa dominazione dell’Impero romano! Alla Eccellenza Vostra noi abbiamo con parecchie lettere significato ciò che facemmo; protestammo volervi restare fedeli, e desiderio d’ogni giorno nostro essere il lustro ognor più fulgido della Vostra corona. Però ci fa meraviglia che Voi non abbiate degnato di darne mai risposta. Intendimento concorde di tutti noi questo è: restituire l’Impero de’ Romani, che Dio confidò al Vostro governo, alla potenza che esso possedette sotto di Costantino e di Giustiniano, i quali, per mandato del Senato e del popolo romano, ebbero signoreggiato il mondo. A tal uopo abbiamo, coll’ajuto del Signore, restaurato il Senato, e abbattuto molti dei nemici Vostri, affinchè di Voi sia quel che a Cesare s’appartiene. Noi abbiamo gettato solide fondamenta. Noi malleviamo giustizia e pace a tutti quelli che ne hanno buona volontà. Le rocche dei nobili, i quali insieme con Sicilia e con papa Eugenio speravano di resistere a Voi, abbiamo conquistato, ed a ragion Vostra teniamo, oppur demolimmo. Per le quali cose, d’ogni parte ci premono il Papa, i Frangipani, i figli di Pierleone (Giordano eccettuato, che è il nostro gonfaloniere), ed eziandio Tolomeo, ed altri parecchi. Essi vogliono impedirci di coronar Voi a imperatore; e frattanto soffriamo molte avversità per amor Vostro, perocchè nulla sia grave cosa a chi ama; e Voi darete ricompensa degna di padre a noi, pena meritata ai nemici dell’Impero. Chiudete l’orecchio Vostro ai calunniatori del Senato; costoro gioiscono di mettere dissensione fra [586] Voi e noi, perchè intendono alla ruina Vostra e nostra. Memore siate di quanti mali la corte Pontificia e quei nostri concittadini di un tempo abbiano fatto agli antecessori Vostri, e rammentate come adesso con ajuti di Sicilia coloro tentassero di nuocere ancor più alla Città. Nondimeno, coll’assistenza di Cristo, noi perduriamo virilmente nella fede Vostra, e di già abbiamo cacciati della Città i nemici pessimi dell’Impero. Affrettatevi di venire a noi colla Vostra Imperiale potenza; la Città è agli ordini Vostri; Voi potrete poderosamente dimorare in Roma capo del mondo, e di qua imperare, con maggior balìa di quasi tutti i predecessori Vostri, sulle terre tutte d’Italia e d’Alemagna, dappoichè ogni impedimento di pretume sia sgombrato. Noi Vi preghiamo di non tardare; degnatevi con lettere e con messaggieri di rassicurare della salute Vostra, noi che siamo Vostri servitori di buona volontà. Siamo intenti adesso con grande alacrità a restaurare il ponte Milvio, che da tempo lungo giacque distrutto a danno degli Imperatori, e abbiamo speranza di compiere prestamente il lavoro con opere di salda muratura. Così potrà passare di là il Vostro esercito, e scansare il castel Sant’Angelo, dove i Pierleoni, d’accordo con Sicilia e col Papa, meditano a nocumento Vostro.
Rex valeat, quidquid cupit obtineat super hostes,
Imperium teneat, Romae sedeat, regat orbem,
Princeps terrarum, ceu fecit Justinianus.
Caesaris accipiat Caesar quae sunt, sua Praesul,
Ut Christus jussit, Petro solvente tributum.
Poniamo fine chiedendovi di far buone accoglienze ai nostri ambasciatori, e di prestare ad essi fede, chè tutto [587] scriver non possiamo. Sono eglino nobiluomini; Guido senatore, Giacomo figliuolo di Sisto procuratore, e Nicolò loro compagno»[621].
Gli è pur un fenomeno raro del medio evo questa magica influenza che esercitava la tradizione dell’antico Impero de’ Romani! Una grande reminiscenza bastava da sola a diventare potenza politica; gli Imperatori romani dal trono di Alemagna, i Papi romani dalla cattedra di san Pietro, i Senatori romani dai ruderi del Campidoglio, sognavano tutti di aver legittimi diritti alla dominazione del mondo! Corrado III or vedeva combattersi fra loro due parti che pretendevano aver ciascuna diritto di dispensare la corona imperiale; però senza titubare egli preferiva riceverla dalle mani del Pontefice romano, anzi che da quelle di un Senatore romano[622]. Ma se anche abbia riso dei sogni de’ romani, egli dovette pur capire che, da dopo di Enrico III, non s’era offerta ad alcun Re occasione più propizia di questa per restaurare in Roma la podestà imperiale, e per torre al Papato ogni [588] frutto delle vittorie di Gregorio VII, distruggendone il dominio temporale. Anche uomini privati Romani gli scrissero ammonendolo, che accortezza gli comandava di farsi mediatore fra il Papa e Roma, e di porre la novella Republica sotto il patronato dell’Impero: se così avesse fatto, gli dicevano, nell’avvenire egli avrebbe tenuto in mano sua la elezione pontificia[623].
Sennonchè Corrado, trattenuto dalle cose di Germania, nè avendo un chiaro concetto delle condizioni di Roma, non diè bada ai desiderî del Senato romano. L’influenza che parecchi amici della libertà romana esercitavano alla sua corte era vinta da quella del celebre Guibaldo, abate di Stablo e di Corveia; chè Eugenio III aveva guadagnato alla sua causa questo onnipotente Cancelliere dell’Impero, il quale guidava le idee del Re. Così avvenne che, sulla fine dell’anno 1149, i Romani furono costretti a riaccogliere il Papa nella Città[624]. Essi però stavano saldi nelle promesse fatte ad Arnaldo, giacchè il generoso propugnatore della libertà di Roma rimase libero ed illeso nella Città, ivi protetto dal Senato e dal popolo romano. Si conchiuse dunque pace col Papa, ma non poteva avere che corta durata, e difatti, omai nel Giugno dell’anno 1150, Eugenio III tornò nel Lazio, dove pose dimora or nella munita Segni ed ora a Ferentino. Tre anni la corte pontificia andò girovagando per la Campagna, in vicinanza di Roma, ma [589] pur sempre in esilio[625]. Temeva adesso Eugenio che Corrado accettasse la democrazia romana, e che la lega del Re col Comune, con Pisa e con Bisanzio abbattesse il trono temporale dei Papi; però Guibaldo lo confortò rassicurandolo, che nulla egli aveva a temere[626].
Rinnovarono i Romani le loro proposte anteriori, e offersero a Corrado la podestà imperiale. Dall’Impero non sapevano liberare la mente; necessità imponeva ai Republicani di riverire il diritto storico de’ Re tedeschi su Roma[627]. Ed or che la disfatta di Guelfo, avvenuta [590] nell’anno 1150, gli lasciava le mani sciolte, il Re volle infatti muovere veramente a Roma. Le pressanti rimostranze di Guibaldo dissiparono le sue primitive titubanze; la spedizione di Roma fu deliberata nel Settembre 1151 in due Diete dell’Impero, ed allora fu che Corrado degnossi rispondere ai Romani: ad arte tacque del Senato, ma la sua lettera indiritta al Prefetto della Città, ai Consoli, ai Capitani ed al popolo romano, significava loro con parole cortesi che accettava il loro invito, e ch’egli sarebbe venuto per ricomporre a pace le città d’Italia, per dar ricompensa ai fedeli e punizione ai ribelli[628]. Mandò ambasciatori così ai Romani, che al Papa, il quale, nel Gennaio dell’anno 1152, gli accolse a Segni. Furono subito d’accordo; Eugenio III abbandonò la causa di Rogero, ed ora financo esortò i Principi d’Alemagna, affinchè con tutte le loro forze assistessero il Re nella sua impresa di Roma[629].
Però la sorte risparmiò una pagina oscura alla storia del primo degli Hohenstaufen, nella quale egli avrebbe [591] fatto comparsa di nemico inglorioso della Republica romana, e di uomo ligio ai servigi del Papa. Quel forte Principe morì nel dì 15 Febbrajo dell’anno 1152, mentre stava allestendosi alla spedizione: da dopo di Ottone I fu il solo Re tedesco che non abbia portato la corona imperiale; nè questo scemò per nulla la potenza sua. Le migliaia di morti che la nazione tedesca solè sempre sacrificare ad ogni coronazione d’imperatori a Roma furono invece questa fiata immolate nei deserti di Siria. E in tal guisa gli Italiani amanti della patria potranno, almeno una volta, celebrare a gloria di un Re tedesco che, ad onta delle pressanti instanze d’Italia (d’ordinario si dimenticano siffatti inviti), non sia disceso dalle Alpi, Attila devastatore: ed eglino potrebbero congratularsi colla loro terra, che in quindici anni nei quali nessun esercito tedesco la attraversò, avesse goduto di felice stato, se sventuratamente non dovessero essi stessi confessare, che mai Italia non fu così disunita e travagliata da feroce guerra civile, quanto in questi quindici anni di storia prettamente italiana[630].
Morto Corrado, al trono tedesco salì, nel giorno 5 di Marzo, il nipote suo Federico, quell’immortale eroe Barbarossa, che diventar doveva gloria di Alemagna, spavento d’Italia. Così Eugenio che i Romani furono pronti a sollecitare l’amicizia del nuovo Principe, ma la Republica tosto vide con occhio geloso che al solo [592] Pontefice erano mandati ambasciatori regî. Una lettera espresse il malumore dei Romani e le idee che essi si facevano delle attenenze giuridiche esistenti fra l’Imperatore e Roma. «Io mi rallegro», così scriveva a Federico un aderente di Arnaldo, «che Voi siate stato eletto dal Vostro popolo a re, ma lamento che seguiate i consigli di preti e di frati, le cui dottrine hanno sconvolto ogni divina e umana cosa, e che della elezione Vostra non interroghiate, come pur dovreste fare, la mente della Città santa, signora del mondo, fattrice di tutti gl’Imperatori». Chi scriveva, deplorava che Federico volesse ricevere, come avevano fatto i suoi antecessori, la corona imperiale dalle mani di fratacci infinti, eretici, apostati, cui chiamava seguaci di Giuliano; e colle sentenze di san Pietro e di san Girolamo alla mano, gli dimostrava che il clero non s’aveva ad impacciare di diritti secolari; sbertava la donazione di Costantino, stupida fiaba, di cui ridevano fin le vecchie comari; dichiarava che l’Impero e ogni officio di magistrati erano emanazione della maestà del popolo romano, cui solo pertanto si spettava di creare Imperatori; gli chiedeva finalmente che mandasse a Roma suoi ambasciatori insieme a dei giureconsulti, per comporvi l’Impero sulla base del diritto, conformemente alla legge di Giustiniano, e per impedire che vi avvenisse una rivoluzione[631]. Gran passi per buona ventura aveva pur fatto l’intelletto umano nelle vie del progresso!
[593]
I Romani de’ nostri giorni, combattendo la signoria temporale del Papa, ricavarono le loro ragioni dalla maestà della nazione italiana, di cui Roma doveva essere la città capitale, e innanzi al cui diritto naturale doveva cedere quello puramente storico de’ Pontefici: queste ragioni anch’eglino, come i loro antenati, suffragarono argomentando, che il Papato doveva essere soltanto un officio spirituale, e ciò affermarono coll’autorità della Bibbia e dei Padri ecclesiastici. Ma i loro avi dell’età di Arnaldo non ci capivano verbo del principio di unità della nazione; eglino si assidevano sul piedistallo dell’antichità. Per loro la maestà del popolo romano era la fonte di ogni specie di podestà; l’Impero romano, un’idea indestruttibile; l’Imperatore, il magistrato della Republica, eletto dal popolo, e da questo messo in officio. Rigettato come una fandonia, che Costantino avesse trasferito nei Papi la podestà imperatoria, misero in derisione quel che si diceva, che i Pontefici misticamente derivassero [594] da Cristo o da san Pietro il loro diritto d’investitura; e, seguendo l’ampio progredimento delle idee democratiche, pronunciarono questa verità di ragione: non darsi reame alcuno per la grazia di Dio; la podestà della corona essere soltanto officio che emana dal popolo. Tuttavolta, i Romani del secolo duodecimo composero l’Impero sul fondamento tradizionale, e per loro legittimo, del giure romano: e accarezzarono i gusti di un monarca spasimante di dominazione, allorchè gli vennero dicendo che, conforme al diritto Giustinianeo, l’Imperatore era la massima podestà legislatrice del mondo; però chiesero che questa podestà ei tenesse di averla per mandato del Senato e del popolo. In tal guisa crearono una mescolanza del despotismo cesareo di Giustiniano e dei diritti fondamentali della democrazia.
Federico I doveva pertanto scegliere quale dei due, Papa o Comune romano, ei volesse avere per iscaturigini del suo Impero: approvò egli tutte le ragioni che avevano i Romani contro il sommo diritto d’investitura che il Pontefice attribuiva a sè stesso; si beffò dell’arroganza del Senato che gli parve assurda cosa, e, come tutti i suoi predecessori, deliberò anch’esso di farsi, «per la grazia di Dio», coronare dal Papa. Negli inizî del suo regno si attenne a prudenza e ad un indirizzo conservativo; senza darsi per inteso della nuova Republica di Roma, proseguì nei negoziati cominciati da Corrado, e, di già nella primavera dell’anno 1153, un trattato fu conchiuso a Costanza col Papa: Federico in quello si obligò di non far senza di lui pace con Roma, nè colla Sicilia, ma di voler dar opera che la Città tornasse suddita alla santa Sede, quel tanto che eralo stata [595] cent’anni addietro. Promise che conserverebbe al Pontefice il dominio temporale, ed in cambio Eugenio lo fe’ certo che lo coronerebbe imperatore, e che presterebbe ogni specie di aiuti al trono di lui[632].
Questi trattati destarono un commovimento veemente a Roma. Il partito de’ moderati soccombette; i democratici non vollero saperne più di autorità del Papa, nè di quella dell’Imperatore, ma chiesero che si abolisse la costituzione convenuta con Eugenio, e che si componesse un Senato di cento membri, con due Consoli da eleggersi ad ogni anno. Eugenio mise Federico a parte di questi fatti, e vi diè colore che fossero tumulti della plebe, la quale da sè volesse eleggersi adesso un Imperatore. E per fermo i Romani minacciavano di respingere l’Impero tedesco come un’usurpazione, e di darsi un Imperatore loro proprio e nazionale; sennonchè evvi soltanto una lettera di Eugenio che sopra questi notevoli avvenimenti getta una fievole luce[633].
[596]
Tuttavolta, omai nell’autunno del 1152, il Papa potè muovere di Segni a Roma, e sulla fine di quell’anno entrare nella Città, dove gli eccessi dei democratici avevano reso tutti i moderati inclinevoli ad un aggiustamento con lui. Senato e popolo lo accolsero con dimostrazioni d’onoranza, dopochè egli, così vuolsi supporre, ebbe accettato il Comune[634]. E può darsi che si concedesse anche ai nobili discacciati di fare ritorno; però questi maggiorenti continuarono ad avversare il Senato, dacchè erano consoli dei Romani e cortigiani del Papa[635]. Eugenio III potè finire in pace i suoi giorni a Roma, e coll’ajuto del popolo financo soggiogare alcuni Baroni ribelli nella [597] provincia[636]. La mitezza accorta giunse a ottenere ciò che colle armi non avrebbesi potuto conseguire. «Con beneficî e con donativi Eugenio s’affezionò tutto il popolo, in modo tale che egli governò la Città quasi a suo volere assoluto; e se morte non l’avesse rapito, coll’ajuto del popolo avrebbe tolto ai Senatori di nuovo impianto la dignità da loro usurpata»[637].
Eugenio III morì a Tivoli il dì 8 di Luglio 1153, e con magnifiche festività fu sepolto nel san Pietro. Questo discepolo non fastoso, ma prudente, di san Bernardo (anche il Santo morì poco dopo di lui, addì 20 di Agosto) non cessò mai di vestire sotto alla porpora il cilicio di Chiaravalle: le stoiche virtù del monacato gli furono compagne nella sua vita tempestosa, e gli infusero quella forza di resistenza passiva, che sempre fu l’arma più efficace de’ Papi[638].
[599]
Corrado, cardinale della Sabina, romano della Suburra, salì alla cattedra pontificia nel giorno 12 Luglio dell’anno 1153, con nome di Anastasio IV: concordi furono tutti nella sua elezione, nè il Senato la turbò con inciampi. Sebbene i Senatori assistessero colla loro presenza agli atti elettivi, non per questo si ingerirono nelle cose di ordine ecclesiastico; però i Papi, che s’avevano tolto dai piedi la confermazione imperiale, videro contro a sè estollersi una potenza nuova, la quale rifiutava di riconoscer loro per pontefici, se eglino non riconoscevano quella per autorevole. Pare che il vecchio Anastasio non si prendesse licenza di attaccar briga colla costituzione di Roma: egli visse tranquillo nella Città, e in essa morì, ai 3 Dicembre 1154[639].
[600]
Papa diventò allora un uomo di rara energia, Nicolò Breakspear, anglosassone, nativo di Sant’Albano in Inghilterra. Nato di un povero prete, fame, vergogna della sua miseria, desiderio d’istruirsi lo avevano costretto ad andarne in Francia, e colà finalmente, dopo casi molti, era diventato priore di san Rufo, vicino ad Arles[640]. La sua coltura, i suoi talenti oratorî, la bella persona avevano attirato su di lui gli occhi di Eugenio III, allorchè per negozî del suo convento Nicolò era venuto a Roma; il Papa lo aveva fatto cardinale di Albano, e lo aveva mandato da suo legato in Norvegia. Nicolò ordinava con molta fermezza gli affari ecclesiastici di quel paese, e, tornato proprio adesso dalla sua missione, era eletto pontefice con voti unanimi, per guisa che ai 5 Dicembre 1154 saliva alla santa Sede con nome di Adriano IV. Una sol volta gli Inglesi tennero la cattedra di san Pietro con uno di lor gente, e questo unico loro Papa fu uomo che da fanciullo aveva peregrinato in terra straniera, per torsi all’onta di andare [601] elemosinando nella sua patria. Anni trascorsero, e l’accattone di Sant’Albano salì tanto alto da scrivere al Re d’Inghilterra, che Irlanda ed altre isole a buon diritto erano proprietà di sè, pontefice.
Adriano IV s’inalberò tosto con aria di padrone contro al Comune romano; il Senato negò a lui reverenza, egli negolla al Senato. Volle il Papa rovesciare la costituzione del Campidoglio e sperò giungerne a capo colle armi di Federico, che omai nell’Ottobre era sceso in Italia. Chiese che Arnaldo fosse bandito, sì come i suoi antecessori avevano domandato, senza che mai fosse loro riuscito di ottenere. Il più pericoloso di tutti gli eretici aveva potuto per una serie di anni predicare le sue dottrine per le chiese e per le vie di Roma, in faccia dei Papi, perocchè il Senato lo proteggesse ed il popolo lo idolatrasse. Confidava Adriano IV che, colla caduta di quel solo demagogo, sarebbene ita spacciata e sepolta la Republica; e i Romani, che poco potevano aspettarsi da Federico, si volgevano in secreto a Guglielmo I, il quale nel Febbraio dell’anno 1154 era succeduto al suo celebre padre Rogero sul trono di Sicilia, ed era tosto venuto a controversia col Papa: può darsi che lo si invitasse ad occupare colle armi lo Stato della Chiesa prima che a Roma venisse il Re tedesco[641].
Non peranco Adriano aveva potuto prender possesso [602] del Laterano, ma dimorava nel san Pietro munito di castello. Ciò che ai dì nostri si propose al Papa, che stesse contento della città Leonina, e come un grande abate vi abitasse in libertà monastica, i Romani a quel tempo avevano effettuato; ed invero Adriano IV era ristretto al possedimento della Leonina sola. Cresceva l’odio contro ai preti, e le necessità civili dei Romani venivano a dar di cozzo nella contrarietà che quelli opponevano loro: le cose precipitarono ad una catastrofe; un Cardinale era preso nella via Sacra a pugnalate e ferito a morte, e Adriano, tenendo questo fatto in conto di un delitto perpetrato contro la maestà della Chiesa, scagliava su Roma l’interdetto. Quantunque altri Papi fossero stati insidiati da’ Romani nella persona, tutta volta non uno d’essi, prima di Adriano, aveva osato di adoperare contro la Città quella ch’era la più formidabile di tutte le spaventose armi usate a quell’età[642]. Non se ne arretrò il risoluto Inglese, e gettò la sua maledizione su di Roma, affine di strappare alle angustie superstiziose del popolo la cacciata di Arnaldo. L’interdetto era, per così dire, un modo di affamare moralmente il popolo, e convien pensare agli [603] effetti che esso produceva sugli animi credenti d’allora, per darsi un’idea della sua influenza. L’interdetto faceva cessare tutte le ceremonie del culto; non più s’udiva squilla di campana; non più messe, non sacramenti, se si eccettuino il battesimo e la comunione data ai moribondi, e anche questi cinti di forme terribili. I morti non si seppellivano più in terra consecrata, e la benedizione nuziale s’impartiva nei cimiteri. Mai la scaltrezza umana non ha saputo inventare un’arma sì incruenta e pur sì terribile di potenza come questa fu; nè in età di superstizione v’ebbe alcun altro modo più di questo efficace a domare financo Principi poderosi, poichè una parola pronunciata dalla bocca di un prete possedeva la forza di commuovere a sommossa i popoli messi a disperazione. Prima del secolo duodecimo, si aveva posto in opera l’interdetto soltanto rarissime volte; dappoi i Pontefici lo pronunciarono sovente contro a città ed a paesi intieri: sennonchè il crudele partito di punire pochi rei col tormento d’innumerevoli innocenti, si ritorse a danno della Chiesa stessa, giacchè diminuì l’amore per essa e ne ebbero fomite le eresie; alla fine l’efficacia scemò collo spesso uso e colla cultura crescente[643].
Poco tempo i Romani affrontarono l’interdetto con braveria sprezzante; la gente pia e debole, le donne ed i preti misero fine alla resistenza, massime dacchè [604] correva il quarto giorno della settimana santa senza che si celebrasse la messa. Al mercoledì, il popolo si sollevò con grida tempestose; i Senatori messi alle strette da quel tumulto, si gettarono ai piedi del Papa invocandone mercè[644], ed egli consentì a levare l’anatema, purchè Arnaldo fosse subito discacciato. Lo sventurato riformatore subì la sorte di tutti i profeti; il popolo ch’egli aveva ammaliato per sì lungo tempo, lo rinnegò all’istante; ed egli fuggì di Roma dopo di avervi per nove anni dedicato tutto il suo ingegno a pro della libertà cittadina. Ramingando dal ricovero di uno a quello di un altro aderente, di castello in castello, sperava il proscritto di giungere a rifuggirsi presso una delle Republiche dell’Italia di mezzo, dove giungerlo non potesse il braccio del Papa. Nel mercoledì santo, che fu il giorno 23 di Marzo, Adriano tolse l’interdetto; si rimosse da Roma la tenebra morale, e con processioni festanti fu condotto il Papa per la prima volta in Laterano.
Frattanto Guglielmo I premeva di guerra la Chiesa; il suo esercito assediava primamente Benevento, indi passava il Liri, incendiava Ceperano, Babuco, Pofi ed altre castella del Lazio, ma tosto dopo con orribili devastamenti tornava indietro da Frosinone ad Aquino, poichè il Re tedesco veniva avvicinandosi, e Roma se ne stava cheta. Già Federico I era in Toscana, ed esortava [605] Pisa ad allestire la sua flotta per la guerra che egli pensava di rompere adesso contro a’ Normanni, mettendosi in lega col Papa, coi fuorusciti Pugliesi e coll’imperatore Emanuele. Precedeva i passi di Federico lo spavento delle geste di guerra che egli aveva compiuto in Lombardia; veniva, più formidabile di Enrico V, dalla via Tusca, nè il Papa sapeva se in lui gli sarebbe per capitare un amico o un nemico. La sorte di Pasquale aveva fatto un’impressione incancellabile sulla Curia, e nessun trattato bastava ad attenuare le diffidenze che duravano fra la podestà civile e quella ecclesiastica. Allorchè i Re tedeschi si avanzavano contro di Roma, ne tremavano i Papi inermi, come innanzi a nemici che venissero per trucidarli; quanto ai Re, li turbava il pensiero se forse non era loro serbata la sorte di perire a Roma di coltello o di veleno: e sotto ai palii di seta ed ai fiori si celavano omai le spade affilate, che i Romani senza fallo avrebbero brandito per dare addosso al nemico di lor nazione. Quando poi la coronazione si celebrava, i Papi erano altrettanti Danielli nella fossa dei leoni; sennonchè eglino sapevano destramente cingere di un incantesimo morale i corrucciati Re romani, e lieti finalmente respiravano, una volta che quei terribili avvocati della Chiesa, ottenuta la corona, lasciate pergamene, combattuta la solita pugna che nella città Leonina succedeva alla coronazione, si partivano di Roma.
Sui primi di Giugno andò Adriano a Viterbo, accompagnandolo Pietro prefetto, Odone Frangipane e altri maggiorenti della sua corte. Lo poneva in angustia la venuta di Federico che s’avanzava a passi rapidi oltre l’usato; laonde mandava ad incontrarlo tre Cardinali [606] che s’avvennero col Re presso a San Quirico in Toscana. Volle il Papa tastarne l’animo, e perciò chiese che gli si desse in mano l’eretico Arnaldo. Questo sventurato, poco tempo prima, a Bricole in Val d’Orcia, era caduto in potere di Odone cardinale, ma i Visconti di Campagnatico lo avevano liberato, e, condottolo in buona sicurezza ad un castello, quivi lo onoravano «come profeta»[645]. Desiderava Federico di rimuovere qualsiasi ostacolo alla sua coronazione, e pertanto non esitò di dar prova del suo buon volere; mandò soldatesche contro quella rocca, fece imprigionare uno dei Visconti, e, costrettolo a dargli in balìa Arnaldo, l’amico di Abelardo fu consegnato ai legati del Papa, per esser giudicato a Roma come ne fosse venuto tempo.
Con trepide cautele si negoziò della coronazione: [607] Adriano, diffidando, s’era ritirato a Civita Castellana, ma tranquillavalo Federico, facendogli nuovamente giurare che adempirebbe al patto di Costanza. L’esercito tedesco s’era attendato a Campo Grasso vicin Sutri, e là il Papa doveva scendere da Nepi, e scambiare i saluti coll’Imperatore. Allorchè Adriano, nel giorno 9 di Luglio, cavalcò verso il padiglione del Re avvenne uno stranissimo caso al cospetto di tutto l’esercito. Il Monarca, giovine e orgoglioso, non mosse un sol passo incontro al Papa, volendo iscansare l’umiliazione di tenergli la staffa, perciocchè da lungo tempo i Pontefici pretendessero a siffatto omaggio, e parecchi Principi prestato lo avessero. Per verità, a ricordanza della umiltà di Cristo, i Papi s’appellavano «servi dei servi di Dio», ma in pari tempo esigevano che gl’Imperatori servissero loro da staffieri. La è cosa comica vedere il terror panico che l’inosservanza di una siffatta ceremonia spargeva fra i Cardinali; voltate le briglie dei loro cavalli, essi se la batterono a Civita Castellana, piantando il loro Papa solo in quell’imbroglio. Sbigottito, discese questi di sella per porsi a sedere sopra una scranna; soltanto allora gli venne innanzi il giovine eroe, e gli si prostrò a’ piedi, ma il Pontefice, punto dell’offesa, negò di dargli il bacio della pace. Una miserabile staffa diventò l’argomento di lunghe e serie discussioni fra i due sommi capi della Cristianità, fino a che alcuni Principi, i quali nei tempi andati avevano accompagnato Lotario a Roma, indussero il Re a cedere in quella disputa puerile. Il dì dopo, il poderosissimo Imperatore si mutò nello scudiere del Vicario di Cristo, poichè per uno spazio di via quanto misura un trar di pietra, camminò presso al [608] palafreno dell’antico mendicante di Sant’Albano, e gli resse fortemente la staffa[646].
Non ancora Federico aveva adito la voce della città e del popolo dei Romani, seconda podestà che aveva diritto legittimo di prender parte all’elezione dell’Imperatore. Ancor stavasi in dubbio da una banda e dall’altra del comportamento che dovessero tenere, ed incerto era se Roma avesse ad aprire le porte oppur a chiuderle: soprattutto nessun Re era peranco stato coronato imperatore, dacchè in Campidoglio s’era costituito il Senato, nè Imperatore alcuno aveva finora dato al Senato la conferma. Di qua di Sutri ambasciatori della Republica si presentarono a Federico. Le loro richieste, il loro discorso, la risposta che vi diede l’Hohenstaufen, sono preziosi documenti di quell’età.
«Noi, ambasciatori della Città», così dissero superbamente quei Romani del Campidoglio, «uomini di Roma non minimi, siamo spacciati dal Senato e dal popolo alla eccellenza tua, o Re ottimo. Ascolta benevolo quel che ti offre l’illustre signora del mondo, di cui tu, coll’ajuto divino, presto sarai imperatore. Se vieni recando pace, ne godo. Tu chiedi l’impero dell’orbe, ed [609] io mi levo lieta, e ti corro incontro a portartene la corona. Perchè infatti non dovresti venire con pace e con grazie al popolo tuo, che, inteso a scuotere l’indegno giogo dei preti, ha avuto così lunga e ansiosa aspettazione della tua venuta? Torni lo splendore dei tempi vetusti, torni libertade alla Città illustre; riprenda Roma sotto un tanto Imperatore le briglie della dominazione universale sul mondo ribelle; accoppii il suo reggitore insieme col nome anche la gloria di Augusto! Tu sai come la città di Roma colla saviezza del suo Senato e col valore dei suoi cavalieri ebbe steso il braccio poderoso dall’uno all’altro mare, fino agli ultimi confini delle terre, che dico? fino alle isole oltre l’orbe. Non le onde dell’Oceano, non le Alpi inaccessibili poterono proteggere i popoli; la prodezza romana tutti loro conquise. Ma ahimè! (così la colpa punisce sè stessa), la gloriosa nobiltà principesca del nostro vecchio tempo (dico del Senato) sparve d’infra noi, sonnecchiò in pigrizia non più valida alle armi, e insieme colla cadente saviezza perì anche la forza. Allora assursi io; per rinnovare la gloria tua e quella della divina Republica restaurai il Senato e l’ordine equestre, affinchè, col consiglio di quello e colle armi di questo, al romano Impero e a te ritornasse la maestà antica. Non dovrà sentirne letizia l’eccellenza tua? un’opera tanto gloriosa e profittevole alla tua dignità, non ti parrà degna di ricompensa? Odi dunque, o Principe, con benigna pazienza quel poco che devo dirti dei tuoi e dei miei doveri; ma prima de’ tuoi che de’ miei: Ab Jove principium! Mio ospite eri, ed ora cittadino mio ti ho fatto. Ciò che mio era di diritto, a te diedi. Perciò obligo hai [610] primieramente di mantenere le mie buone consuetudini, e di giurare le vecchie leggi sancite con istromenti scritti da’ tuoi predecessori, affinchè furore barbarico ad esse non nuoca. Ai miei officiali, cui si spetta gridarti imperatore dal Campidoglio, pagherai cinquemila libbre; a prezzo del tuo sangue impedirai che sia tesa insidia alla Republica: tutto ciò convaliderai con giuramento e con scritture»[647]. A questo punto Federico fieramente sdegnato troncò la parola in bocca agli oratori, i quali con magniloquenza italiana proseguivano ad arringare. Sbigottiti tacquero, e, mentre tutto ciò avveniva, l’uomo il quale aveva acceso nel loro animo gli spiriti arditi espressi nel discorso, stava incatenato dentro di una tenda, aspettando la decisione del suo destino, che un’orazione di questa specie doveva render più presta.
Infiammato di collera, il giovine Principe si rizzò davanti ai Senatori; udendo l’ampolloso discorso di quegli uomini di una città decaduta e oppressa da’ preti, che si arrogavano un linguaggio quale l’antico Senato [611] non aveva mai osato di adoperare innanzi ai Cesari, forse ei credette vedersi innanzi dei forsennati o degli spettri sorti dai sepolcri di Roma. Non v’era contrapposto più vivo di quello in cui un Imperatore di nazione tedesca, massime Federico I, si trovava coi Romani; nè l’Hohenstaufen, tronfio della coscienza della sua forza, capiva che cosa fosse il sentimento nuovo che inspiravano le città d’Italia: tuttavolta, il nome di Roma imponeva ancora così tanta reverenza, che egli degnossi di rispondere[648].
«Molto», diss’egli con accento di sprezzo, «molto udii celebrare il valore dei Romani, ma più assai la loro saggezza. Perciò mi reca meraviglia che il vostro discorso sia tanto rigonfio di sciocca arroganza e tanto scipito di buon senso. Tu mi poni davanti agli occhi la nobiltà della tua vecchia Città, ed esalti fino alle stelle il passato della tua Republica. Lo so, lo so, e col tuo Storico dico anch’io: un dì v’ebbe virtù in questa Republica. Ma Roma conobbe quanto mutino le sorti delle cose sotto la luna; forse che questa sola Città poteva scampare al destino che regge tutte le cose [612] umane? Noto è al mondo che primamente il fiore della tua nobiltà, di questa Città nostra, fu trasportato a Bisanzio, ed è noto quanto a lungo il Greco degenere abbia succhiato le tue midolle preziose. Più tardi su di essa piombò il Franco, per geste preclaro come lo dice il nome; ed egli ti tolse fin l’ultima reliquia che ti avanzava di nobile ed eletta natura. Vuoi tu sapere dove si ricoverarono la gloria antica della tua Roma, la dignità severa del Senato, la valorosa disciplina dei cavalieri, l’arte della guerra, l’invitto coraggio nelle battaglie? Appo noi Tedeschi adesso tutto questo si trova; a noi venne tutto questo insieme coll’Impero. Da noi sono i tuoi Consoli, da noi il tuo Senato, nostre sono le tue legioni. Alla saviezza dei Franchi ed alla spada dei suoi cavalieri devi andar grata se vivi. Dica la storia se i nostri defunti illustri, Carlo ed Ottone, ricevessero la Città per grazia di uomo qualsiasi, oppure se mercè la loro spada la togliessero col resto d’Italia di mano ai Greci ed ai Longobardi, e indi la annettessero all’Impero de’ Franchi. Lo seppero i tuoi tiranni Desiderio e Berengario; vecchi morirono in prigionia de’ Franchi, e la nostra terra ne serba ancora le ceneri. Ma tu dirai: i novelli Imperatori furono da me chiamati. Furono; e che perciò? te opprimevano nemici, e nemmanco dei molli Greci potevi col solo tuo braccio liberarti. Allora chiedesti l’ajuto dei Franchi; e supplichevole invocazione fu, non richiesta: misera, invocasti chi era felice; debole, invocasti il forte; angustiata, supplicasti il potente securo di sè. Così chiamato venni anch’io. Il tuo signore diventò mio vassallo, e tu fino ad oggi fosti mia suddita. Legittimo possessore sono. [613] Or chi oserà strappare all’Ercole la sua clava? Forse il Siciliano in cui tu speri? Siagli maestro il passato, perciocchè il braccio dei Tedeschi non si sia fatto debole. Tu mi chiedi di tre specie giuramento; ma odi: o la tua domanda è giusta, o no: se non è, nè tu chieder puoi, nè io accordare; se è, io non farei che confessare un obligo assunto di mia spontanea volontà; dunque superfluo sarebbe legarlo ad un giuramento[649]. Com’è che io potrei ledere il giusto, io che mallevarlo voglio ai più meschini uomini? Com’è che non dovrei difendere la sede del mio Impero, io che ho risoluto di restaurarne l’ampiezza? Lo prova la Danimarca testè soggiogata, e ancor più terre ne farebbero fede, se quest’impresa di Roma non me ne avesse distolto. Tu chiedi per ultimo promessa di moneta. Ma Roma non si vergogna di tirar mercato col suo Imperatore come si suol fare con un sensale? Dunque ei deve essere pagatore del primo che capita, piuttosto che dispensatore di grazie? Alla gente minore si chiede l’adempimento di un obligo; i maggiori non fanno che largire beneficî. Perchè dovrei io non mantenere ai tuoi cittadini l’usanza tramandata dai miei padri illustri? No! la mia entrata dev’essere festa di gioia per la Città, ma a coloro che ingiustamente chiedono ingiuste cose, io per giustizia tutto ricuserò»[650].
[614]
La risposta di Federico (nella forma che le dà lo storico Ottone di Frisinga, zio di lui) era tale da schiacciare i Romani sotto il suo peso; era l’espressione dell’orgoglio nazionale tedesco giunto all’apogeo di splendore dei suoi trecento anni di dominazione del mondo: però eccessiva cosa sarebbe stato, se il Re lo avesse indiritto soltanto ai deboli Senatori di Roma; piuttosto era il manifesto in cui l’Hohenstaufen prima della coronazione bandiva le sue idee di regno. L’Ercole, colla clava della sua podestà despotica, sfracellava le pretensioni di tutti gli altri; atterrava a un tratto anche il Papa, che affermava sè essere solo e vero facitore di Imperatori. Ed invero non s’aveva forse osato dipingere in Laterano il condiscendente Lotario che ginocchioni riceveva la corona dalle mani del Papa? e intorno al quadro s’era posta questa audace scritta:
Rex stetit ante fores jurans prius urbis honores,
Post homo fit Papae, sumit quo dante coronam[651].
L’imprudenza dei Senatori di provocare con tanta millanteria un potente s’addiceva tutta al concetto fanatico che di Roma eglino si avevano foggiato. Ma se allora, dentro alla tenda imperiale, si fosse trovato un uomo maggiore per intelletto delle idee di quell’età sua, [615] avrebbe dovuto far le risate che eziandio Federico coltivasse in mente, con pari esaltazione dei Senatori, il fantastico concetto che l’Imperatore romano tenesse podestà legittima sul mondo[652].
Gli ambasciatori romani montarono a cavallo e tornarono stizziti a Roma; nè Federico altro adesso poteva aspettarsi fuorchè la Republica gli chiuderebbe in faccia le porte della Città, e si difenderebbe. Il Papa lo consigliò che alla chetichella facesse occupare il san Pietro e la città Leonina da milizie scelte, le quali vi sarebbero state accolte dalle genti pontificie. E consigliò che a quella schiera si aggiungesse il cardinale Ottaviano favorevole alla parte tedesca, e ambizioso rivale suo: in tal modo egli lo allontanava dalla tenda dell’Imperatore. Furono così pertanto mandati innanzi mille uomini a cavallo, i quali, senza contrarietà, sull’alba del giorno 18 di Giugno, presero possedimento della città Leonina[653].
[616]
In quel dì stesso Federico mosse in ordinanza di battaglia, e, senza che i Romani venissero a salutarlo, da Monte Mario entrò nella città Leonina, dove lo attendeva il Papa che ve lo aveva preceduto. La coronazione si celebrò subito nel san Pietro che era occupato dalle milizie. Le grida di giubilo dei Tedeschi risonarono come scrosci di tuono per l’alto duomo, allorchè il Barbarossa, eroe favorito del popolo alemanno, ricevette la spada, lo scettro e la corona dell’Impero[654]. Ma Roma non lo riconosceva per suo imperatore; la città teneva sbarrate le porte, e il popolo romano stava raccolto in armi sul Campidoglio. L’Impero del medio evo era una ombra vana anche in Roma, e nulla lo dimostra meglio di queste coronazioni che in fretta e in furia si compievano nel sobborgo pontificio, mentre con grande ansietà si aspettava che i Romani (dai quali gl’Imperatori traevano il loro titolo) piombassero con ispade sguainate di qua del Tevere. Un abisso profondo nelle opinioni, nei bisogni, nell’origine di stirpe, separava gl’Imperatori di nazione germanica dai Romani. Benchè questi odiassero lo straniero Adriano IV come loro principe [617] territoriale, tuttavia lo potevano ancora come papa rispettare, laddove per Federico, giusto in questo tempo, non potevano avere che acerba antipatia. Le leggi della Città, che tutti gl’Imperatori solevano promettere di riverire, egli non aveva giurato; i voti dei Romani non aveva ascoltato, nemmeno udito le consuete loro acclamazioni, nè con donativi le aveva pagate: a buona ragione eglino si sentivano lesi nei loro diritti[655]. Giusta era la domanda che egli confermasse la loro costituzione; non avervi accondisceso era stato malcauto, e tempo venne in cui l’Imperatore se ne pentì, e a quei disprezzati cittadini prestò giuramento. Dopochè i Papi avevano cessato di essere candidati del voto elettivo del popolo romano il popolo si era visto rapire anche la parte che gli spettava nell’elezione del suo Imperatore; e in questa età, in cui le idee dell’antichità romana erano venute innestandosi in tutti i concetti giuridici delle cose civili e politiche, i Romani non si potevano indurre a confessare che Roma non fosse più altro che il luogo in cui l’Imperatore ed il Papa celebrassero la ceremonia [618] della loro inaugurazione. Mentre altre città splendevano per ricchezza e per potenza, unico orgoglio della povera Roma questo era: essere Roma. Durava come tradizione il concetto universale ch’essa fosse la città capitale del mondo; in Roma Gregorio VII aveva assegnato al Papato il còmpito di rappresentare l’unità del mondo, e adesso i Romani fantasticavano di fare lo stesso per via della maestà del popolo e della magistratura imperiale dal popolo istituita.
La pretensione continua de’ Romani di possedere ancora l’importanza antica di Senato e di popolo, le loro contese contro ai Papi, i quali intendevano a cancellare il concetto politico e civile di Roma, tutto questo impresse per secoli lunghi nella storia della Città un’orma profonda di stile tragico, che il pari non si diede in tutta la vita della gente umana. In questa lotta (continuò fino ai dì nostri, e sotto le sue impressioni stemmo scrivendo questa Storia) in questa lotta contro un destino sempre eguale, soli alleati dei Romani furono le mura Aureliane, il Tevere, la mal’aria, le ombre e i monumenti degli avi. Solamente al nostro tempo, poichè Roma non altro desiderò che discendere alle condizioni ordinarie di metropoli di un paese, d’Italia, la Città ebbe trovato la sua confederata nella nazione italiana.
L’imperatore Federico, tenendo in capo il diadema di Carlo, si recò con poca accompagnatura al suo campo posto nei prati di Nerone, mentre il Papa rimase in Vaticano. Ma poco andò che, subito dopo il meriggio, i Romani fieramente si scagliarono contro la città Leonina, valicando il ponte del Tevere. Quanti nemici alla spicciolata trovarono, tanti uccisero; assaltarono il Vaticano, e [619] piombarono sul campo di Federico, dove forse speravano riporre il loro profeta in libertà. L’Imperatore e l’esercito sorsero dalle mense, cui assisi festeggiavano la coronazione: corse il grido che Papa e Cardinali fossero caduti in mano del popolo[656]; Enrico il Leone passò per la breccia che un tempo Enrico V aveva aperto nelle mura, entrò nella Leonina, e si gettò in men che non dico alle spalle dei Romani. Tuttavia a quel valorosissimo esercito costò non poca fatica di mettere a dovere i cittadini romani; la loro prodezza dimostrò che la costituzione del nuovo ordine dei cavalieri non era stata cosa puramente fantastica. Vicino al ponte Sant’Angelo, e coi Transteverini presso all’antica Piscina, si combattè fino a notte con varia fortuna; finalmente gli sventurati Romani soccombettero schiacciati dalla forza maggiore. «Bisognava», scrive lo Storico tedesco, «bisognava vedere i nostri con che eroismo, con che ardimento picchiavano addosso ai Romani, quasi volessero dire: Qua su, pigliati, o Roma, ferro tedesco in cambio di oro arabico; di tal moneta Alemagna si compra l’Impero!» Pressochè mille Romani furono uccisi od annegarono nel fiume; più furono i feriti; da dugento caddero prigionieri; gli altri in rapida fuga si salvarono dentro al castel Sant’Angelo ed alla Città[657].
[620]
Notizie di origine romana dichiarano che il Papa intercedesse a pro dei prigionieri, i quali erano dati in custodia di Pietro prefetto, rabido nemico della Republica. Tacciono quelle del supplizio di Arnaldo; pure puossi metter pegno che si compiesse subito dopo della battaglia combattuta nella città Leonina, mentre l’Imperatore era ancor bollente dell’ira. La fine del celebre Republicano è più oscura che quella di Crescenzio, perciocchè i contemporanei vi passino oltre lesti lesti, come se gli stimoli vergogna ovvero paura. Dopo che Arnaldo era stato consegnato in mano del Papa, questi lo aveva affidato alla guardia del Prefetto urbano, il quale colla sua potente famiglia di Capitani, ricca posseditrice di beni nella contea di Viterbo, aveva a lungo sostenuto guerra contro il Comune romano, e, gravi danni avendone sofferto, odiava fieramente Arnaldo[658]. [621] Come ribelle, il Prefetto lo condannò, dopo che forse un tribunale ecclesiastico aveva su di lui pronunciato sentenza di eresia; e lo sventurato morì sul rogo, dove prima fu appiccato ad un palo, poi arso. Le sue ceneri si sparsero nel Tevere, poichè non si volle che i Romani se ne facessero reliquie e le venerassero; e questo dimostra fino a che segno il popolo lo adorava. Non v’è alcuno che dica del luogo ove il supplizio si eseguisse; tuttavolta devesi supporre che, piuttosto di altri siti, avvenisse nei prati di Nerone presso al Tevere, dove era stato ucciso anche Crescenzio[659].
[622]
Il fumo che s’alzò dal rogo di Arnaldo bruttò la maestà dell’Imperatore, giovine ancora ma omai macchiato di sangue: il Lombardo cadde vittima delle necessità momentanee e dell’errato indirizzo politico di lui; ma di quell’uomo vivevano i vendicatori, i cittadini delle città lombarde, i quali avrebbero un dì costretto l’Imperatore a curvare il capo dinanzi alla gloriosa opera della libertà, cui lo spirito di Arnaldo aveva infuso così gagliardo impulso. Spesso la mano del potente, senza pur che la sua mente lo preveda, spezza le molle di grandi commovimenti, che lui stesso più tardi travolgono e signoreggiano. Però agli occhi di Federico Arnaldo da Brescia non si mostrava in quel rilievo ond’egli compare [623] oggidì avanti noi, e può darsi che poco di lui avesse udito parlare. Che poteva calergli della vita di un eretico? E, se anche sarà stato ben informato dei fatti suoi, entrato una volta in lotta colle città dell’Italia settentrionale ed eziandio con Roma, poteva Federico dar favore a questo Lombardo, novatore politico e republicano? Comunque sia, Federico distrusse una forza rigogliosa che più tardi gli avrebbe potuto prestare di grandi servigi. Poca previdenza mostrò a Roma l’Imperatore: invece di comporre con serio benvolere la democrazia romana ad una giusta misura (e ciò gli sarebbe stato agevol cosa di fare), invece di ritorla poi all’influenza del Papa e di ridurla sotto l’autorità dell’Impero, egli la respinse da sè con disprezzo cieco, e si inimicò molte altre città; però all’ultima fine vide disfarsi e crollare tutti i suoi stravaganti disegni.
Con Arnaldo da Brescia s’apre la schiera di quei martiri illustri della libertà che morirono sui roghi, ma i cui spiriti arditi sempre resuscitarono come la fenice dalle fiamme, per vivere di continua vita attraverso i secoli. Ben potè egli chiamarsi profeta, tanto chiaramente discernè l’indole del suo tempo, tanto lungi seppe prevedere una meta che Roma e Italia poterono raggiungere soltanto settecento anni dopo di lui. La sua età che aveva conseguito coscienza omai matura de’ suoi bisogni e delle sue forze, s’incarnò in lui, persona geniale di riformatore; così fu che il primo eretico politico del medio evo sbucciò dalla semenza che aveva posto la controversia delle investiture. La lotta delle due podestà e la forma nuova onde si costituirono le città, furono [624] i grandi fenomeni pratici che a lui servirono di piedistallo storico[660]. Un impulso intimo della sua coscienza doveva attrarlo là dove s’accoglieva la radice di tutti i mali; se Arnaldo da Brescia non fosse stato a Roma, se a Roma non avesse finito la vita, ei sarebbe stato soltanto una persona incompiuta del suo tempo. Ma Roma non aveva un patrimonio di operosità popolare, continua e grande; ell’era sopraffatta dalla grandezza antica e in pari tempo premuta dalla soma delle due massime podestà del mondo, nè poteva a lungo mantenere la sua libertà civica. Tuttavia, ancora gran tempo dopo di Arnaldo, durò in Roma la costituzione cui può darsi che anch’egli abbia preso molta parte come legislatore; nè colà si spense mai la scuola degli Arnaldisti ossia de’ politici. Le quante volte in tesi filosofica o in ordine pratico s’ebbe combattuto lo stato secolaresco del clero, sempre fu Arnaldo che vi prestò un esempio di idealità storica; e questo a più forte ragione avvenne, dacchè il forte volere di lui non si lordò mai di bassi intenti[661]: [625] invero gli stessi nemici suoi confessarono che quel che egli operò fece soltanto perchè convinzioni entusiastiche lo ispiravano. Per la grandezza del suo tempo, come per la potenza sociale delle idee, Arnaldo eccelse sopra tutti coloro che sorsero dopo di lui nel medio evo a combattere per la libertà di Roma. Fu paragonato al Savonarola; ma ogni animo temprato a sensi virili sente repugnanza dell’indole monastica del domenicano e delle tendenze sue alle visioni ed al meraviglioso, laddove non oracoli, non portenti si narrino dell’amico di Abelardo; chè anzi egli pare d’intelletto sano e gagliardo, e di mente lucidissima, sia perchè egli veramente fu tale, sia perchè molto di lui ha taciuto la storia. Le sue dottrine erano rigogliose di tanta vita, che ancora si sarebbero attagliate all’indole di questi nostri giorni; ancora oggidì Arnaldo da Brescia sarebbe il più popolare uomo d’Italia. Avvegnaddio le barriere alzate dal medio evo abbiano durato così ostinatamente a tener cinte Roma e Italia, che appena adesso potè trovar pace l’irato spirito di un eretico del secolo duodecimo, laddove l’ombra di Gregorio VII nulla possa più con ragione legittima chiedere al mondo[662].
[626]
Il supplizio dell’uomo che era stato loro profeta, uomo di Stato, e legislatore, dovette accrescere smisuratamente l’odio dei Romani contro i due stranieri Adriano IV e Federico I. Però così incompleta fu la vittoria sanguinosa di Federico, che anche questo grande Imperatore, il quale sè medesimo teneva in conto di padrone legittimo dell’Occidente e dell’Oriente, dovette partirsi senza pur aver posto piede in Roma. I Romani a questo tempo si mostrarono veramente degni della loro libertà; con animo virile resistettero all’Imperatore, rifiutarono di vendergli viveri e volevano continuare la lotta; perciò Federico levò il campo omai nel giorno 19 di Giugno. Presi con sè Papa e Cardinali fuggiaschi, mosse a monte Soratte, tragittò il Tevere presso a Magliano, e, come Enrico V aveva fatto, passando da Farfa, giunse al ponte Lucano. Quivi con gran pompa celebrarono nelle tende la festività dei santi Pietro e Paolo, e il Papa vi assolse le soldatesche alemanne di ogni peccato del sangue sparso in Roma. Le città della [627] Campagna furono pronte a prestare all’Imperatore il gravissimo tributo del foderum; altre gli fecero omaggio per ottenerne la protezione, e Tivoli (la quale per l’astio che nutriva contro a’ Romani s’era posta dalla parte del Papa) sperò adesso di potersi affrancare eziandio della podestà pontificia. Il Comune (alla cui testa adesso erano per certo dei Consoli) mandò infatti un’ambasceria che prestò omaggio all’Imperatore e gli consegnò le chiavi della città, come a suo principe: e Federico, per vendicarsi di Roma, coltivava in mente di render forte una terra che era fieramente avversa al Senato romano; ma Adriano reclamò invocando i diritti della Chiesa, e l’Imperatore, prosciolti i Tivolesi dal giuramento di sudditanza che testè prestato gli avevano, restituì la città al Papa[663]. La reddizione di Tivoli fu meschino ristoro dato al Pontefice, verso cui Federico non adempieva la prestatagli promessa di farlo signore di Roma.
L’Imperatore, procedendo più in là, giunse a Tusculo, e fino alla metà del Luglio soggiornò ancora insieme con Adriano nei monti di Albano[664]. Di là ei davasi aria di voler combattere contro a Roma, ma [628] la sua impresa tentennava senza uno scopo prefisso: non poteva acconsentire alle instanze che gli si facevano di muovere nelle Puglie contro di Guglielmo I, perocchè a ragione i suoi grandi vassalli si rifiutassero di secondarlo in quella guerra; nè alla stagione che correva poteva egli imprendere cosa alcuna contro di Roma. Le febbri estive scoppiarono nel suo campo; i soldati mormoravano di malcontento; laonde Federico abbandonò il Papa al suo destino, gli diè in mano i prigionieri, si congedò da lui a Tivoli, e per la via di Farfa tornò addietro. Nel suo cammino al settentrione ridusse in cenere con atrocissima ferocia Spoleto, la città longobarda di vetusta rinomanza: come l’antichità aveva chiamato Demetrio, così anche questo grande Hohenstaufen potè a ragione essere appellato lo «sterminatore di città»[665].
[629]
La partenza dell’Imperatore deluse il Papa in tutte le sue speranze. Non gli si aveva conquistato Roma, sì come stabilito s’era nel patto di Costanza; andava esule, e financo era fallita l’impresa di Sicilia. Presa dunque una forte risoluzione, Adriano raccolse vassalli e genti mercenarie, e nell’autunno andò a Capua e a Benevento. Di già aveva egli scomunicato Guglielmo I e sciolti del loro giuramento i popoli delle Puglie, e adesso veniva in persona ad afforzare la loro ribellione, e univasi ai Baroni sediziosi ed ai fuorusciti che capitavano a Benevento per prestargli omaggio[666]. La sollevazione di tutte le province, i moti vigorosi dei Greci, la fortuna che in breve tempo favoriva i Baroni, l’attività di un Papa avido di conquiste, che era l’anima della ribellione e ne raccoglieva i frutti, tutto questo indusse il fiacco figliuolo di Rogero a fare offerte favorevolissime al Papa; fra le altre v’era questa ch’ei si obligava di [630] ridargli Roma a soggezione[667]. Però la pace non si conchiuse, avvegnachè vi ponesse impedimento la contrarietà di quelli fra i Cardinali che avevano sposato le parti dell’Impero; e allora, datosi tutt’a un tratto animo di sforzi vigorosi, riusciva a Guglielmo di portar via quasi di foga le Calabrie e le Puglie ai Greci ed ai Baroni; indi il Re moveva a Benevento, dove i profughi s’erano ricoverati presso al Papa. Fu la terza volta che la fortuna arrise ai Normanni cogli stessi prosperi risultamenti; Adriano in quelle angustie dovè abbandonare i suoi alleati e implorare pace. Dettolla il vincitore (era il Giugno dell’anno 1156) nei dintorni di Benevento, e quivi egli ottenne la triplice investitura di Sicilia, delle Puglie e di Capua; la ottenne bensì nuovamente come in feudo pontificio, ma molti diritti si riservò, per patto espresso, verso la Chiesa[668]. La pace fu conchiusa senza l’intervento dell’Imperatore che v’era interessato, ed il Papa infeudò un nemico dell’Impero con terre di cui Federico protestava esser sovrano: se ne irritò questi, e [631] presto sorvennero altre ragioni ad aumentare la ruggine che già fra lui e il Pontefice s’era intromessa[669].
Nell’estate Adriano tornò nello Stato della Chiesa, ma non risicò di andare a Roma. Egli accrebbe la potenza pontificia concludendo trattati con grandi vassalli e financo con città; così nell’Ottobre ei prese formalmente possesso di Orvieto[670]. Indi andò a Viterbo, dove d’allora in poi i Papi tennero frequente e gradita dimora, e nel Novembre entrò in Laterano[671]. La sua pacificazione con Roma era conseguenza del trattato stabilito con Sicilia; a forza di oro e di minacce re Guglielmo indusse i Romani ad arrendevolezza, ed eglino, sì come li sospingeva il loro odio contro Federico, vennero ad un aggiustamento. Anche questa pace fu atto arbitrario del Papa, e dovette mettere la stizza in corpo all’Imperatore: era appunto quello che gli astuti Romani bramavano. Ignoto è il tenore del patto conchiuso [632] con Roma, ma certamente esso aveva le stesse fondamenta che erano state poste nell’anteriore convegno con Eugenio III[672].
Poco stante, il cozzo cui vennero fra loro le pretensioni che accampavano (ciascuno per parte propria) il Papato, l’Impero e il Senato, fu ragione di una scissura profonda fra l’Imperatore e Adriano. Da dopo di Ottone magno nessuna mano più vigorosa di quella di Federico I aveva brandito la spada dell’Impero. Conscio della forza di Germania, per via soltanto della quale protestava che sua era la corona di Costantino, egli fiaccò le corna alla tracotanza del Papa, il quale gli opponeva le idee esagerate di Gregorio VII. Il principio della monarchia despotica s’inalberò rudemente di contra a quello della Chiesa despotica. Il contrasto di due anime energiche, quali erano quelle di Federico e di Adriano, minacciava pericolo che si rinnovellasse la lotta antica, perciocchè ad un Imperatore grande ed eroico stesse di fronte la superbia eccessiva di un prete, nella cui persona s’incarnava l’idea smoderata del Papato. A ciò contribuivano d’ogni specie cause, il retaggio della contessa Matilde, i rapporti delle investiture, la pace conchiusa dal Papa con Sicilia, le condizioni di Roma e dello Stato ecclesiastico. Nei tempi andati non s’era mai scambiato fra i Papi e gl’Imperatori un linguaggio così violento come adesso; e con discorso aperto e chiaro, e senza ambagi entrambe le parti posavano la questione in quegli stessi termini che una lotta mondiale [633] aveva definito nettamente. Avveniva per un caso che alcuni cavalieri borgognoni svaligiassero un Vescovo svedese; l’Imperatore non li puniva, e questo fatto dava opportunità ad Adriano IV di ammonire Federico che soltanto alla buona grazia del Papa egli andava debitore del suo diadema. E poichè usava della parola beneficium che aveva duplice significato (in linguaggio giuridico voleva dir feudo), se ne accendevano a collera l’Imperatore e la sua corte. Poco mancò che a Besanzone i Cardinali legati, latori delle lettere pontificie, non fossero ammazzati dai cavalieri tedeschi; cacciatine vituperevolmente, tornarono queglino a Roma[673]. Federico fece appello al suo Impero, dichiarò che la superba idea onde i preti spiegavano le attenenze dell’Impero e del Papato era arroganza e mendacio, protestò aver ricevuto la podestà imperiale soltanto da Dio per la elezione fattane dai Principi, disse voler morire piuttosto [634] che invilir la sua dignità sotto ai preti[674]. Non erano più i tempi di Enrico IV; per tutto l’Impero tedesco sonarono con eco di giubilo le parole dell’Imperatore; i Principi e i Vescovi, infervorati di amor di nazione, si dichiararono concordi contro al Papa; e Adriano, cui toccava lottare contro un partito tedesco financo nel Collegio dei Cardinali, dovette prestamente chetare la collera dell’Hohenstaufen: una novella ambasceria con modestia addicevole recò una lettera di scusa, nella quale Adriano con sottigliezze degne di un grammatico pedante, asseriva, il concetto di beneficium non avere adoperato nella significazione di feudo.
Quei nunzî trovarono Federico di già arrivato in Augusta, donde, nel Giugno dell’anno 1158, egli era in procinto di tornare con grandi forze in Italia per ischiacciarvi le città reluttanti al suo dominio, e per ridurre tutta la contrada sotto la sua spada imperiale. L’eroica Milano prestò soggezione nel mese di Settembre, ed allora l’Impero celebrò nella Dieta di Roncaglia il più decisivo dei suoi trionfi; ma fu anche l’ultimo. Financo i celeberrimi giureconsulti di Bologna, adulatori e schiavi della loro idolatria per l’antico giure imperiale [635] romano, accrebbero l’orgoglio del potente, perciocchè la monarchia degli Hohenstaufen eglino vestissero di tutto il manto despotico di Giustiniano, e protestassero in esso risiedere per diritto legittimo la signoria universale del mondo. In questa età, nella quale le cose civili e politiche, rimutandosi in un ordinamento nuovo, andavano cercando un solido fondamento giuridico, così le città che l’Imperatore facevano ricorso alle leggi romane, e pertanto venivano fra sè a veementissimo cozzo. Ma il mondo è commosso da forze vive e cammina; e perciò le città, ad eccezione di Roma sola, si svincolarono con poderoso sforzo dalle tradizioni dell’antichità, laddove l’Imperatore si appigliava con ambo le mani al passato, or prendendo ad esemplare il despotismo romano ed or l’Impero teocratico di Carlo; nella sua cecità reputava di poter impedire le tendenze democratiche del secolo, stringendone i polsi colle manette della tirannide onnipotente di Giustiniano. Nell’acre lotta che si dichiarava fra la cittadinanza e l’autorità imperiale non si poteva lungamente dubitare, che colla prima avrebbe fatto sua alleanza il Papato. La questione delle investiture (quest’è il concetto politico che domina una intiera epoca storica) fu l’idea mediatrice fra entrambi; vale a dire, la controversia antica, dopo che il Concordato di Worms la ebbe pacificata dentro della Chiesa, riarse con nuova foga nella cerchia delle cose civili. Anche per le città or si trattava di torre all’Imperatore i diritti regali, l’amministrazione della giustizia, la elezione de’ magistrati: così avvenne che la celebre lotta di Federico I contro le città lombarde fu la seconda controversia delle investiture, ma di ordine civile; e da [636] essa alla fine le Republiche uscirono vincitrici, sì come era stato della Chiesa, e conseguirono la loro independenza giuridica nelle cose di Stato.
Omai Adriano IV in gran segreto andava annodando negoziati colle città, nel tempo medesimo in cui zelava a stringersi meglio nell’amicizia della monarchia feudale di Sicilia: del principio di libertà la Chiesa non si impacciava[675]. Dopo tanti trionfi, anche Federico, come Carlo Magno, intendeva a comandare su di Roma e dei Vescovi dell’Impero, tenendoli in conto di altrettanti vassalli; laonde egli mandava suoi legati per le terre di Italia, affinchè, con asprezza scevra d’ogni riguardo, levassero il tributo del foderum e di altri diritti fiscali, anche nelle province ond’era composto il retaggio della contessa Matilde, e nello Stato della Chiesa[676]. In una lettera accalorata il Papa si dolse che Federico esigesse oneri feudali da’ Vescovi, e che impedisse l’adito nelle province ai Cardinali legati. Rispose l’Imperatore con tono sprezzevole, la Chiesa non aver posseduto diritti principeschi prima di Costantino; ogni possedimento della santa Sede esser dono dei Re; nondimeno, i Vescovi (che soltanto dovrebbero essere eredi delle cose di Dio) possedere eccelsi officî temporali dello Stato: dirittamente aver eglino pertanto oblighi feudali verso [637] l’Imperatore, perciocchè anche Cristo avesse per sè e per Pietro pagato tributo all’Imperatore[677]. E proseguiva Federico dicendo che pertanto, o i Vescovi si spogliassero dei loro beni temporali, o dessero all’Imperatore ciò che dell’Imperatore era; che se ai Cardinali s’avevano serrate in viso le porte delle chiese, lo si aveva fatto per proteggere le comunità dalla loro avidità depredatrice; che il Papa faceva oltraggio alla umiltà cristiana una volta che al cospetto del mondo discuteva di vantaggi terreni, i quali nulla avevano a fare colle cose di religione. Protestava avergli dovuto dichiarare tutto questo, perciocchè ei vedesse che la abbominanda bestia della superbia s’era accovacciata fin sulla cattedra di san Pietro[678].
In tal guisa Federico faceva risorgere la controversia delle investiture dal lato delle cose temporali: adesso parlava colle parole dei Romani, e pareva essersi tramutato in quell’Arnaldo da Brescia, che pochi anni prima egli aveva fatto morire. Almeno per un momento la podestà imperiale era entrata in un periodo di restaurazione; [638] quella pontificia s’era invece infiacchita. Punto sul vivo, Adriano IV mandò a Federico suoi legati per vedere ciò che potesse aspettarsi di guadagnare con negoziati. Le sue richieste intemperanti significarono che il Papato si ergeva contro l’Impero colle stesse idee che le città coltivavano: domandava che gli si desse emancipazione completa dall’Impero nelle bisogne temporali, ovverossia che a lui si cedessero i diritti regali. Chiedeva che i Vescovi d’Italia dovessero prestare all’Imperatore soltanto in generale il giuramento di fedeltà, ma non essergli tenuti di oblighi feudali: non potesse l’Imperatore esigere il foderum nello Stato della Chiesa, eccettuato il caso di coronazione; alla santa Sede si attribuissero i redditi del retaggio di Matilde e di tutte le terre che si estendono da Aquapendente a Roma, i redditi di Spoleto, della Sardegna e della Corsica, di Ferrara e di Massa; nessun messaggio potesse l’Imperatore mandare a Roma senza il beneplacito del Papa, avvegnadio colà appartenessero alla santa Sede la magistratura e le regalie di ogni specie. Ma se di questo modo Adriano domandava di serrare lo Stato ecclesiastico in faccia alla podestà imperiale, e di essere riconosciuto per sovrano assoluto, rispondevagli di rimando l’Imperatore: «Poichè per volontà Divina imperatore romano sono e mi appello, non terrei che un titolo vano, se mi lasciassi fuggir di mani la signoria della città di Roma»[679].
[639]
Ambasciatori del Senato romano furono presenti a questi negoziati, chè i Romani, allorchè ebbero visto l’Imperatore torcere fermamente contro al Papa le dottrine di Arnaldo, a lui si ravvicinarono. Lo riconobbero adesso per imperatore, gli mandarono, nella primavera dell’anno 1159, dei messaggi di riconciliazione; e poichè a questi Federico ebbe fatto in publico orrevoli accoglienze, il Senato gli spedì una legazione di uomini ragguardevoli, i quali vennero al campo che l’Imperatore aveva posto innanzi a Crema. I Romani, fatti più moderati, gli chiesero la sua buona grazia imperiale, domandarono che concedesse indulto, promisero di restaurare la podestà dell’Impero in Roma; e Federico trattò col Comune, e dichiarò di voler accettarne il Senato, ma con certe norme che egli stesso prefiggerebbe, e che sarebbero state pari alle condizioni imposte a Milano assoggettatasi. Congedò così gli ambasciatori con ricchi donativi, e in loro compagnia mandò a Roma Ottone di Wittelsbach conte palatino, Guido conte di Blandrate e il prevosto Eriberto di Aqui: colà costoro avrebbero dovuto intendersela sull’ordinamento del Senato e sulla investitura del Prefetto, e in pari tempo (se la cosa avesse potuto condursi a buon fine) conchiudere un Concordato col Papa. I messaggieri furono ricevuti in Roma con molti onori, ma le superbe esigenze del Senato, che adesso assunse un atteggiamento baldanzoso, resero impossibile che si conchiudesse cosa alcuna: frattanto insorgeva un altro ostacolo; era la morte del Papa[680].
[640]
Adriano IV passò da questa vita nel dì 1.º Settembre dell’anno 1159, ad Anagni, in piena discordia coll’Imperatore, e mentre gli tenzonava in mente il pensiero di scomunicarlo. Questo prete, sorto di basso stato, ebbe animo maschio e forte, e stette avverso al potentissimo dei Monarchi con tanto orgoglio, come se non soltanto gli fosse stato pari, ma superiore. Pregevolissima energia di volontà, grandezza conseguita per meriti suoi proprî, scienza esperta della vita, accrebbero in lui le doti naturali dell’animo, cui in mezzo all’orgoglio non fe’ difetto, a tempo debito, l’accorta moderatezza: Adriano fu uomo prudente, di pratiche idee e di tempra indomita, come sogliono essere gli Anglosassoni. Pari a Gregorio VII, volle condurre a effettuazione l’idea della signoria universale pontificia[681]; però in mezzo ai suoi sogni arditi non neglesse di coltivare quegli intenti meno remoti, che gli capitarono sotto la mano. Fortificò eziandio a nuovo con munimenti alcune città, come fece di Orta e di Radicofani; altre ne acquistò, e gli Atti del Dominium Temporale fanno fede delle cure attente ch’ei diede a conservare patrimonî alla santa Sede o a fondarne, a indebolire i signori della Campagna, a renderli pronti a’ suoi servigî. La nobiltà della provincia era allora caduta in [641] basso, causa le guerre cogl’Imperatori e col Comune civico; i Baroni, in conseguenza della rivoluzione democratica, avevano perduto il loro potere, erano impoveriti e carichi di debiti; laonde molti cedettero del tutto o per una metà le loro castella ad Adriano, che le restituì loro quali feudi della Chiesa: per tal guisa, nobiluomini diventarono tributarî (homines) del Pontefice. Precisamente in questo grandissima fu l’operosità di Adriano IV[682]. Soltanto la Republica di Roma egli non aveva potuto abbattere: durava in Campidoglio il Senato, e Federico, invece di essere per Adriano un imperatore benevolo, erane divenuto nemico violento, che mandava rotoloni tutti i suoi piani. «Ah! non avess’io», così un uomo del suo paese udì Adriano dolersi, «non avessi io mai abbandonato l’Inghilterra patria mia, od il convento di san Rufo! In qual luogo del mondo evvi uomo sventurato come il Papa? Sulla cattedra santa ho [642] trovato tante angustie, che tutte le amaritudini della mia vita passata mi paiono dolcezze al paragone. Sia pur l’eletto pontefice ricco come Creso; domani ei sarà povero e indebitato a innumerevoli creditori. Rettamente il Papa si chiama servo de’ servi, perocchè l’avarizia cupida lo renda schiavo delle servili anime romane, e, s’egli non le attalenta, gli è pur mestieri che lasci trono e Roma, e se ne vada fuggiasco»[683]. Così Adriano IV descriveva le condizioni del Papato, tal quale era allora; ed è la confessione di un savio esperto del mondo, che morì in esilio.
Di quel valoroso uomo straniero Roma non conserva altro monumento che la sua urna custodita nelle grotte del Vaticano; un’arca antica cui la solidità indestruttibile tramandò fino a noi. E acconciamente quel grossolano sarcofago di rosso granito, spoglio di fregi, racchiude le ceneri del solo Pontefice che sia stato di nazione inglese, ed ebbe indole vigorosa e soda come granito.
[643]
Alla morte di Adriano tenne subito dietro uno scisma. Da lungo tempo il Collegio de’ Cardinali era diviso in due fazioni, aderente l’una alla gerarchia, l’altra all’Impero; ma ancora in Anagni le due parti avevano fra sè pattuito di eleggere uno che raccogliesse i loro voti concordi. Sennonchè il partito di Adriano, capitanato da Bosone nipote del Papa, aveva in secreto fatto occupare il munito palazzo che era presso al san Pietro, ed ivi congregava sue adunanze[684]: nel tempo medesimo la minor fazione tedesca s’era messa con gran calore in accordi cogli ambasciatori imperiali che tuttavia trovavansi a Roma, e a forza di denaro si aveva guadagnato aderenti in Senato.
Nel san Pietro si riunirono per l’elezione i Cardinali, gli ambasciatori dell’Imperatore, il clero, i nobili, il popolo [644] e i Senatori, i quali ultimi s’erano tolto l’incarico della guardia del duomo, e ne tenevano chiuse le porte. In tre giorni non giunsero a intendersi, e alla fine, nel dì 7 Settembre, il partito più forte acclamò papa il cancelliere Rolando Bandinelli, sanese. Stavano per porre il manto rosso sulle spalle di lui, che se ne schermiva restìo, quando il cardinale Ottaviano, capo della parte tedesca, gli strappa di dosso la porpora; un Senatore indignato gliela toglie di mano, ma il cappellano del Cardinale accorre con un altro manto; Ottaviano se lo gitta sugli omeri, e nella esaltazione che lui tremante tutto invade, lo indossa a rovescio[685]. Però l’assemblea non aveva pur tempo di ridere della goffa figura del Cardinale il quale con tanta ansietà s’era ammantellato, chè il tumulto si fece grande. Colla spada in pugno entrarono nel san Pietro genti d’arme che già stavano preste; la parte di Ottaviano lui salutò papa; il clero minore (massime il Capitolo del san Pietro), il popolo, il numero maggiore de’ Senatori, molti Capitani gli diedero con voci di plauso il loro beneplacito; s’intonò il Te Deum, e l’acclamato, assunto nome di Vittore IV, fu subito condotto processionalmente al Laterano[686].
[645]
Frattanto Rolando e i suoi s’erano ricoverati nel Vaticano abbertescato. Quivi entro stettero serrati nove giorni dal Senato, che l’altra parte si aveva con corruzione guadagnato; indi furono tradotti in più stretta prigionia nel Transtevere, di dove, tre dì dopo, li liberò Odone Frangipani, il quale da lungo tempo era il più illustre vassallo della Chiesa e acerbissimo nemico della Republica. Subentrò un moto di reazione; Rolando fu condotto per Roma in mezzo a un grande scampanìo e colle bandiere delle chiese spiegate al vento; ma poi, seguìto da tutto il clero a lui devoto, da molti del popolo e della nobiltà in armi, dal collegio dei giudici, e dalla scuola dei cantori, immantinente si partì per la Campagna. Secessioni mirabili di quei Romani; strani spettacoli che dava di sè l’elezione pontificia a quell’età!
A’ piedi de’ monti Volsci, presso al margine delle paludi Pontine, è posta Ninfa, allora mediocre città, oggi incantevole Pompei del Cristianesimo, colle sue annerite mura che stanno ancor ritte, colle sue vie, colle sue leggendarie chiese cadute, cui l’edera tutte ricopre, e par che quasi soffochi nelle sue braccia. In quella terra, ai 20 di Settembre, uno dei più valorosi Pontefici che sieno stati, il grande avversario dell’imperatore Barbarossa, fu consecrato con nome di Alessandro III; poi egli si recò a Terracina, in prossimità dello Stato siculo, il cui Re più presto che in fretta gli prestò reverenza[687].
[646]
Per un momento, Ottaviano fu padrone di una gran parte della Città. Quel Cardinale apparteneva alla nobiltà romana; era de’ Conti di Monticelli e discendeva dai Crescenzî: bello di persona e liberale di mano, poteva contare su numerosa aderenza in Roma. Pietro prefetto della Città, il nipote di lui, i Tebaldi e gli Stefani, alcuni dei Gaetani, i Pierleoni ed altri ottimati potenti stavano dalla sua parte[688]. Anche ai vantaggi [647] del Senato pareva che fosse desiderabile un Pontefice devoto a’ Tedeschi; quanto al popolo romano, non credeva egli mai qual fosse il Papa legittimo, ma soltanto qual era che prodigasse di più denaro[689]. Lo avevano, come lo bramavano, romano; e il basso clero, che da dopo di Arnaldo astiava i Cardinali seguaci delle dottrine antiche, quasi tutto si dichiarò per lui. Del clero maggiore però Ottaviano contava fra i suoi fautori soltanto il Vescovo di Ferentino, Imaro vescovo di Tusculo che aveva rinnegato Rolando, l’Abate di Subiaco, e quattro Cardinali, dei quali Guido di Crema e Giovanni erano stati quelli che lui veramente avevano sollevato al trono[690]; oltre a loro, Ottone conte palatino e Guido di [648] Blandrate erano stati gli operosi a farlo eleggere. Sotto la protezione di questi ultimi, anche Ottaviano si partì di Roma che tempestava in tumulto; ai 4 di Ottobre fu consecrato a Farfa dal Vescovo di Tusculo, assumendo nome di Vittore IV[691], e di lì se ne andò a Segni nei monti Volsci. Per tal guisa entrambi i Papi avevano stanza nella Campagna, l’uno in faccia dell’altro, perciocchè da Segni ad occhio nudo si scerna chiaramente, giù basso nella valle, Anagni dove adesso aveva residenza Alessandro III.
Non era pur dubbio di quale fra i due pretendenti avrebbe l’Imperatore accettato; se Rolando, l’orgoglioso Cardinale legato che, un tempo, Ottone conte palatino era stato là là per uccidere, oppure Ottaviano, l’antico rivale di Adriano IV. Entrambi gli emuli fecero appello al mondo cristiano, e Federico colse questa buona occasione per assidersi arbitro da avvocato della Chiesa. In una lettera scritta dal suo campo innanzi a Crema, l’Imperatore comandò al «cardinale Rolando» di presentarsi in persona davanti a un Concilio, che egli aveva bandito raccogliersi a Pavia, e che su di lui pronuncierebbe [649] sentenza: l’esempio d’Imperatori antichi e moderni gli conferiva il diritto di congregarlo. Ma Alessandro III, che aveva omai scomunicato Ottaviano, teneva sè stesso in conto di papa legittimo, e però respinse l’ammonimento, siccome quello che era contrario ai canoni. Il Concilio si riunì nel Febbrajo dell’anno 1160, breve tempo dopo che Federico aveva schiacciato l’eroica Crema. Comparve Ottaviano, baldo e sicuro della vittoria; molti testimoni, sopra tutti il Capitolo del duomo di san Pietro, anzi la parte maggiore di Roma ecclesiastica e laicale, si chiarirono in favore di lui; il Sinodo, che soggiaceva all’influenza imperiale, dichiarò agli 11 di Febbrajo, che Vittore IV era papa legittimo, e tosto l’Imperatore lo venerò per tale, facendogliene publico omaggio. Rolando fu scomunicato come cospiratore contro l’Impero e come scismatico; a quest’ora avevasi potuto mettere facilmente in chiaro la stretta lega che il suo partito aveva conchiuso con Sicilia, con Milano, con Brescia e con Piacenza[692].
Coraggioso al pari di Gregorio VII, Alessandro III entrò in guerra con un formidabile avversario: e la lotta equivaleva a quella dell’independenza della Chiesa, che Federico voleva far curvare sotto ai Concilî dei suoi Vescovi, e sotto al giogo imperiale. La partita del giuoco era grave, poichè aveva per posta tutto quanto s’era guadagnato all’età di Gregorio e di Calisto. E in questa seconda grande controversia del Papato coll’Impero, [650] si ripeterono molti de’ casi antichi, anche per quello che concerne la città di Roma, sebbene ella avesse assunta una forma così nuova: però, laddove Gregorio VII aveva avuto per alleati il fanatismo religioso, la ribellione dei Paterini, la potenza famigliare di una femmina pinzochera, l’arte politica di un usurpatore, adesso invece il Papato doveva avere per confederata la libertà, a cui conquistare alcune città strenuamente combattevano. Nel giovedì santo, ai 2 di Marzo, Alessandro dal duomo di Anagni scagliò l’anatema contro il grande Imperatore; oramai la scomunica non significava altro che dichiarazione di guerra. E mandò legati ai Re della Cristianità, sperando che alcuni, tementi la grandezza di Federico, lui riconoscerebbero per papa; nè s’ingannò: esortò i Lombardi a tener forte resistenza, ma il suo comportamento politico verso le Republiche tenne sempre in limiti di accortezza e di circospezione. Fu sua buona ventura che all’Imperatore desse molto a fare la guerra veemente con Milano; e mentre Vittore IV se ne andava in compagnia della corte imperiale, Alessandro III, ajutato dai Siciliani, riusciva a soggiogare il Lazio: financo nella incostante Roma cresceva il partito per lui, avvegnaddio l’Antipapa non venisse nella Città[693]. A favore di Alessandro [651] difatti dichiararonsi i Senatori di nuova elezione; e i Frangipani disposero le cose in modo che di già nel Giugno dell’anno 1161 ei potè entrare in Roma; quivi consecrò la chiesa di santa Maria Nova attigua alle rocche di quella famiglia, che erano poste vicino all’arco di Tito; sennonchè, forse un quattordici giorni dopo, egli abbandonò la mal secura Città, per tornare a cercarsi ricovero a Preneste e a Ferentino[694].
La potenza di Federico mandò così a rovescio le speranze di Alessandro; e Vittore IV potè celebrare ai 19 di Giugno un numeroso Concilio a Lodi, cui assistettero eziandio cinque Senatori romani[695]: ad Alessandro, che si vide abbandonato da quasi tutto lo Stato della Chiesa, non rimase altro a scegliere che l’esilio[696]. [652] Intorno al Natale egli s’imbarcò a Capo Circeo su galee siciliane, toccò Genova ai 21 del Gennaio 1162, e, come i suoi antecessori, andò ad invocare l’ospitalità di Francia.
Mentre egli riceveva in questa terra l’omaggio dei maggiorenti, Federico tripudiava nei suoi spaventosi trionfi di Lombardia. Ai 26 di Marzo egli fece la sua entrata nella vinta Milano che ordinò si smantellasse; ed al cenno suo i terrieri di altre città italiche si gettarono con insana rabbia di vendetta su quella vittima magnanima, la cui caduta scosse di un tremito tutta quanta Italia. Anche a Roma egli incusse terrore; la Città riverì il Papa imperiale, ma Federico (che nel Giugno s’era avanzato fino a Bologna) ad Agosto partì per la Borgogna, passando da Torino, e dietro a sè lasciando un paese devastato, che adesso non aveva che un santo dovere da compiere: riscattarsi da un despota straniero. Conformemente ad un patto convenuto con Luigi VII, voleva egli raccogliere a Besanzone un Concilio, innanzi cui avrebbero dovuto comparire i due Papi e udire la loro sentenza; però l’arte di Alessandro ed altri ostacoli mandavano a monte la cosa. Senza aver raggiunto il suo intento l’Imperatore dovette tornarsene in Germania, e poichè quivi Vittore IV non trovava simpatie, egli lo rimandò tosto in Italia ponendogli ai fianchi, come da vicario, Rainaldo, eletto arcivescovo di Colonia. Quest’uomo di forte animo, che dall’anno 1156 era cancelliere dell’Impero, s’ispirava ad un indirizzo differente da quello che un dì aveva seguito Guibaldo: più imperiale dell’Imperatore, era entusiasta della monarchia di nazione germanica, cui voleva nuovamente rendere suddito il Papato. L’intelletto [653] sagace e l’ardita energia di questo Arcivescovo, che vestiva corazza ed era ministro dell’Impero, s’accordavano pienamente coll’eroica grandezza del Barbarossa[697].
Mentre adesso Alessandro, sicuro che Francia e Inghilterra lo riconoscevano per pontefice, dimorava il più del tempo a Sens, il Senato governava Roma in pace. Gli Atti di quella università, «costituita in Campidoglio dal venerando e magnifico popolo dei Romani», non fanno più menzione del Pontefice, e in carte giudiziarie di allora viene posta nelle date l’êra di Vittore IV[698]. Frattanto questo Papa moriva a Lucca ai 20 Aprile dell’anno 1164, e Rainaldo, senza pur interpellarne la mente dell’Imperatore, faceva che i Cardinali scismatici eleggessero Guido di Crema con nome di Pasquale III. Federico, il quale trovavasi a Pavia, approvò tosto l’opera che il suo Cancelliere aveva compiuto di suo arbitrio[699]; tuttavolta neanche Pasquale giunse a insignorirsi di Roma: qui il magnifico Ottaviano, [654] da quel nobile romano ch’egli era, ben aveva avuto moltissimi aderenti, ma Guido non si guadagnava alcun partito. Piuttosto avveniva una mutazione di cose favorevole ad Alessandro, poichè i Romani sentivano di che danno fosse per loro la perdita dei vantaggi che ad essi concedeva la presenza della Curia pontificia, e poichè il reggimento tentennante mutava di andazzo politico col cambiare di magistrati. Per verità nella primavera dell’anno 1165 sembrò che la fortuna sorridesse a Pasquale, ma non fu che un’apparenza menzognera. Egli aveva posto residenza a Viterbo. Questa città, secondo i disegni dell’Imperatore, doveva essere la base di tutte le imprese contro di Roma; e, dopo le deliberazioni da lui decretate a Würzburg nella Pentecoste dell’anno 1165, non si dovevano prendere più mezze misure; volevasi procedere dirittamente all’intento di sottomettere il Papato all’autorità dell’Imperatore, nè più nè meno di ciò che s’era fatto a’ tempi di Ottone I. Cristiano di Magonza e Gotelino conte avevano la capitananza degl’Imperiali; eglino si misero bene addentro nel Lazio, e angustiarono con tanta gravezza i Romani, che questi comperarono una tregua d’armi e protestarono esser pronti a riconoscere Pasquale per papa se Alessandro (che avevano invitato a tornare) tornato non fosse. Le soldatesche di Cristiano devastarono Anagni, ma rifecero indi la via di Tuscia, ed allora milizie sicule e romane occuparono per qualche momento il Lazio[700].
[655]
Frattanto Giovanni cardinale, nuovo vicario di Alessandro in Roma, aveva con grande accortezza lavorato a pro del Papa suo; ed era riuscito a guadagnargli con denaro i Romani, irritati delle esterminazioni cui Federico metteva le città e stizziti dei devastamenti che le imprese di Cristiano avevano menato per le loro terre: e Giovanni aveva benanco potuto ficcar lo zampino della sua influenza nella novella elezione dei Senatori, s’era impadronito del san Pietro, e aveva restituito la Sabina al suo obligo di soggezione verso il Papa[701]. Quasi tutta Roma si dichiarò a favore di Alessandro, nelle mani del suo vicario prestandogli giuramento di fedeltà; ambasciatori erano corsi a Francia, lo avevano invitato in nome di Roma a farvi ritorno, e Alessandro s’imbarcava nell’Agosto dell’anno 1165 a Maguelonne. La galea su cui egli navigava sfuggì felicemente alle insidie dei pirati e dei Pisani, e lo condusse in terra amica, a Messina, di dove re Guglielmo lo fece per Salerno condurre a Roma. Il giorno in cui ricorreva la festa di santa Cecilia egli arrivò alla foce del Tevere, e accompagnato dal Senato, che ve l’era andato a levare, tenne la sua solenne entrata in Laterano addì 23 Novembre del 1165. In tal maniera i Papi ebbero a Roma, fino ai dì nostri, sorti tanto irte [656] di contraddizioni, fatti essendo segno or di odii feroci, or di saluti festanti[702].
Tuttavolta erano ben tristi le condizioni del Papa, gravato com’ei si trovava di debiti: elemosine e imprestiti tolti in Francia (massime dall’Arcivescovo di Reims) non gli davano che da vivere in Roma a stecchetto; ed aveva intorno a sè un popolo avido, il quale, per dirla colle sue parole, anche in tempo di pace non guardava ad altro che alle mani del Pontefice[703]. La morte di Guglielmo I il Malvagio (avveniva nel Maggio dell’anno 1166), e l’esaltamento al trono di Guglielmo II figliuol suo, che ancor era in età minore, rendevano ad Alessandro assai dubbio l’ajuto di Sicilia, eccetto in ciò che ei di là traeva denaro[704]. Pericoloso [657] da altro canto tornavagli un novello alleato che or gli si offeriva: era questi Emanuele di Bisanzio, che venuto in nimicizia con Federico, proponeva al Papa una lega. Come tanti altri Imperatori greci, anche Emanuele sperava ricavar vantaggio dallo scisma per restaurare la sua signoria in Italia, dove aveva già posto piè forte in Ancona. Fe’ dunque egli balenare agli occhi del Papa la prospettiva di ricomporre ad unione le due Chiese, gli profferse ricchi sussidî, promise di ridurgli in sudditanza Roma e Italia, e in cambio chiese la corona romana. Bisanzio ad ogni momento ricordava le sue pretensioni su Roma, e infatti non v’ha gente che abbia buona memoria più dei legittimisti. Alessandro ricevette con molte onorifiche accoglienze l’ambasciatore greco, che fu il sebasto Giordano, figlio dello sventurato Roberto di Capua; però, se fece le viste di aderire ai voti bizantini e se mandò suoi legati a Bisanzio, fecelo soltanto per incutere timore all’Imperator tedesco, e per tenersi in qualunque ventura sgombrata la via ad un’alleanza greca.
Di già nel mese di Novembre 1166 Federico tornava in Italia; la Lombardia ribolliva di odio contro lo straniero e ferveva di amore della libertà, ed omai le città (che l’Imperatore così incautamente aveva ridotto in servitù) si collegavano fra loro per combattere a vita e a morte: in esse fu che il Papa trovò i suoi veri alleati. Non prevedeva l’Imperatore che formidabile destino gli si preparasse in Lombardia; suo progetto era discacciare d’Ancona i Greci, di Roma il Papa, installare Pasquale III nel san Pietro, farla finita a Roma con qualche colpo maestro, incatenare tutta Italia. Intanto [658] che egli, sul principio di Gennaio dell’anno 1167, moveva di Lodi, per conquistar prima di tutto Ancona (locchè reputava agevol cosa) e per incamminarsi poi a Roma, Rainaldo di Colonia con un’oste minore doveva venire dalla parte di Tuscia, e sgombrare la via a Pasquale III. Rainaldo s’avanzò vittorioso fino in vicinanza di Roma, e quasi tutte le castella disertarono la parte di Alessandro, il quale profondeva ammonimenti e tesori per tenere il popolo stretto alla sua bandiera: il popolo granciva allegramente oro da ambe le parti[705]. Tuttavia il numero maggiore dei Romani stava per Alessandro; uno dei motivi ne era l’odio quasi puerile che nutrivano per alcune cittaduzze loro vicine, come erano Albano, Tivoli, Tusculo, le quali non volevano riverire l’autorità del Senato, e si collegavano cogli Imperiali. Tutto questo doveva partorire una catastrofe.
[659]
Signore di Tusculo era allora Raino, uno dei figliuoli di quel Tolomeo II ch’era morto nell’anno 1153[706]. La casa dei Tusculani omai s’avvicinava alla sua caduta; divisioni del patrimonio famigliare, debiti, guerre, la costituzione del Comune romano avevano sbassato la potenza antica di questa famiglia. Neppur Tusculo era più in mano di un sol padrone: ai tempi di Eugenio III Odone Colonna aveva dato in pegno a Odone Fragipane la parte che gliene spettava, fino a che quel Papa ne aveva fatto compera e l’aveva affrancata dell’ipoteca; in tal guisa i Pontefici erano giunti ad [660] acquistar dei diritti su di un castello il quale aveva per sì lungo tempo tiranneggiato la santa Sede. Adriano IV aveva concesso in feudo a Gionata, figlio maggiore di Tolomeo II, la parte ch’era dei Pontefici, e lo aveva ridotto così vassallo suo[707]. Ma il Senato romano aveva visto di mal animo che la Chiesa facesse da patrona di quel castello che rifiutava obbedienza e tributo alla Città, e Alessandro III aveva predicato al deserto, quando aveva dissuaso il Senato da che assalisse Tusculo. Raino, premuto da’ Romani, chiamò in ajuto gl’Imperiali; venne il pro’ Rainaldo, che giusto ai 18 Maggio col soccorso dei Pisani aveva conquistato Civitavecchia, ed entrò colle genti Coloniensi dentro di Tusculo, dove i Romani inferociti lo assediarono[708]. Così il grosso della guerra si addensò tutto su Roma.
[661]
I Romani armarono un’oste numerosa; si fece una levata delle milizie civiche e di tutti i vassalli della Tuscia e del Lazio ch’erano fedeli al Senato od al Papa; e fu questa la prima volta che cittadini e Capitani s’unirono insieme. Allora Rainaldo e Raino mandarono a chiedere soccorsi al campo di Ancona, e Cristiano di Magonza, raccolti milletrecento uomini d’arme di gente tedesca e di feroci mercenarî brabanzesi, corse in assistenza dei suoi amici[709]. Cristiano conte di Buch (che l’Imperatore nell’anno 1165 aveva fatto arcivescovo di Magonza mettendolo in luogo di Corrado di Wittelsbach) era uno dei migliori generali di Federico. Con provvido accorgimento egli pose campo presso Monte Porzio in vicinanza di Tusculo, e, per concedere ai suoi guerrieri un giorno di riposo, mandò messaggi ai Romani; risposero questi con disprezzo, e, usciti della Città con tutte le loro soldatesche, diedero addosso al nemico nel lunedì della Pentecoste, essendo, così vien detto, in numero di quarantamila uomini. Nessun Cronista nota chi fosse il duce del [662] massimo esercito che da secoli i Romani schierassero in campo; forse ei fu Odone Frangipani, il più ragguardevole ottimate di Roma a quell’età. Quantunque i Romani stessero contro a’ Tedeschi nella proporzione di venti contr’uno, questi valorosi guerrieri non disperarono; l’inno tedesco di battaglia rinvigorì gli spiriti della loro piccola schiera; Cristiano spiegò la bandiera imperiale, e la disuguale battaglia incominciò. I Brabanzesi furono tosto ricacciati indietro dalla forza maggiore nemica, ma la cavalleria dei Coloniensi, poca sì ma robustamente serrata nelle sue ordinanze, sortì a tempo opportuno da Tusculo con una carica veemente, ed uno squadrone di cavalli che Cristiano teneva in pronto, colse le milizie nemiche di fianco: un urto ferrato e irresistibile squarciò nel centro la fronte di battaglia dei Romani; la gente a cavallo diè volta, la fanteria si sciolse in fuga scompigliata, e i Brabanzesi si gettarono sul campo romano. Inseguiti colle spade alle reni, i fuggenti furono uccisi o si arrendettero; appena una terza parte di tutto l’esercito giunse nella sgomentata Città, e soltanto le salde mura di Aureliano e la notte che cadeva obligarono i persecutori a far sosta. I campi e le strade erano sparsi di cadaveri e di armi; a migliaia erano stati i massacrati; altre migliaia venivano condotte prigioniere a Viterbo, e fra questi trovossi anche un figlio di Odone Frangipane, per il quale il padre inutilmente offerse un ricco riscatto. Fu il giorno 29 Maggio dell’anno 1167, che si combattè questa memoranda battaglia fra Monte Porzio e Tusculo[710].
[663]
Coloro che in faccia del Papa avevano ottenuto questa gloriosa vittoria sopra una forza tanto preponderante, erano, meraviglioso caso! due Arcivescovi tedeschi, nobilissimi uomini per natali, per doti dell’animo, per coraggio. La loro piccola oste era formata dei più valorosi soldati del mondo, gente che aveva appreso il mestier della guerra in Lombardia: quanto ai Romani, che erano avvezzi a combattere dietro a’ monumenti e sotto il riparo delle mura, o solevano da quelle far loro sortite, perdettero il primo combattimento, che, a prova delle armi del loro governo di fresca data, avessero appiccato in campo aperto contro le soldatesche imperiali: e doveva pur esser gravissima la loro vergogna, [664] al memore pensiero dei loro gran padri, di cui vaneggiavano aver rinnovata in Campidoglio la Republica[711]! La tradizione andò divulgando leggende di quella sconfitta, ma in Roma non v’ha più pietra che indiscretamente narri di cotale orrenda giornata, che potè dirsi la Canne del medio evo[712].
Infatti il terrore, i pianti, le angustie furono nella Città grandi, come dopo della vittoria di Annibale. Per le vie, vecchi e matrone alzavano lunghe voci di gemito, [665] o con strida lamentose ricevevano i convogli dei morti, cui alla fine il nemico concesse che si seppellissero. Il Papa ne pianse di dolore; e, vivendo in sospetto, si ricoverò sotto la protezione de’ Frangipani presso al Colosseo, con attenta cura provvedendo che si vigilasse alle mura e che venissero in Città milizie, avvegnaddio i Tedeschi già avessero posto campo innanzi a Roma, afforzati di genti levate nelle città della Campagna. Chi avesse dato libero volo alla fantasia avrebbe potuto credere di esser tornato a’ tempi di Manlio Torquato o di Coriolano, allorquando s’erano alleati contro Roma Ernici ed Equi, Latini e Volsci, ed avevano rizzato le loro tende sulle falde dell’Algido. Erano pur sempre quelle stesse antiche città, Tivoli, Alba, Tusculo, Viterbo ed altre, che nuovamente assediavano Roma, tornata per gran vecchiezza fanciulla. Quelle piccole terre speravano adesso di dare addosso all’avvilita Città, parimente come Cremona e Pavia avevano assalito Milano. E adesso Cristiano esortava l’Imperatore a venire, per dar l’ultimo crollo alla cadente Roma: s’affrettava Federico, dopo aver conchiusa una capitolazione con Ancona, e poteva, ai 22 di Luglio, piantare le sue aquile imperiali in prossimità di Monte Mario[713].
Alessandro III si vide ridotto alle dure condizioni di Gregorio VII, e senza neanche speranza di ajuti [666] normanni; chè un esercito siciliano, cui la Reggente aveva mandato contro di Federico, era stato ributtato. I Romani difendevano Alessandro come avevano difeso Gregorio, o, per dir meglio, il Papa stava sotto la protezione di loro, fino a tanto che la necessità o il loro profitto non li costringesse a trattare con Federico. Un assalto mosso contro porta Viridaria sgombrò all’Imperatore l’ingresso della città Leonina, dove Romani non trovavansi, ma soltanto genti pontificie che prodemente tennero ancor fermo nel san Pietro. Il duomo era cinto tutt’all’intorno di trincee; il suo atrio e il campanile di santa Maria in Turri, sopra la scalea maggiore, erano muniti come fortezze; sul tetto s’avevano piantate macchine fromboliere; l’interno, fino la tomba in cui il santo Apostolo dormiva il suo sonno senza che ne lo destasse lo strepito di questi orrendi tumulti, era tutto irto di arnesi bellici e di serragli, nè più nè meno che se fosse stato una rocca. E poichè il castel Sant’Angelo, causa le sue mura laterali, era staccato dalla Leonina, e serviva di testa di ponte alla città di Roma, a questo tempo non più il castello, ma il san Pietro era della Leonina cittadella vera.
Otto giorni la Mecca della Cristianità resistette agli assalti di Tedeschi arnaldisti e di soldatesche viterbesi. Muraglie, torri, il portico restaurato da Innocenzo II caddero infranti; tutto il borgo traboccò al suolo, cumulo di rovine. Soltanto il duomo teneva ancor fermo, però a un tratto era gettato fuoco nel suo atrio; santa Maria in Turri ne arse, e un testimonio oculare potè deplorare la distruzione di un magnifico musaico che sopra dell’atrio decorava il muro di quella chiesa: nè [667] perdevano tempo i Viterbesi, ma ne strappavano via le porte di bronzo, per recarle, secondo il costume di quell’età, in patria, da spoglie opime della vittoria[714]. Il san Pietro minacciava di andar tutto in fiamme, allorchè il presidio abbassò le armi. Fu Federico di Rotenburg, figlio dell’imperatore Corrado, il più bel cavaliere dell’esercito, che durante il fiero assalto fe’ abbattere a colpi di ascia le porte del duomo. Il sangue degli uccisi insozzava gli altari polluti e la stessa tomba dell’Apostolo; sul pavimento di marmi finamente lavorati del tempio, come sopra un campo di battaglia, giacevano distesi i cadaveri degli estinti, chiusi nelle loro armature[715]. Poteronsi chiamare empi i Musulmani del secolo nono, se, tre secoli dopo di loro, battagliarono alla conquista [668] di quella medesima basilica l’Imperatore della Cristianità e i suoi Vescovi coperti di corazze d’acciaio? Il duomo fu preso il sabato 29 di Luglio; e lo si ebbe appena nettato del sangue, che sotto ai suoi portici s’intonò a Dio il canto del Tedeum, orazione no, ma canzone di scherno. Al dì seguente l’Imperatore mise dentro al san Pietro il Papa suo ch’era venuto di Viterbo, istessamente come aveva fatto Enrico IV dopo la presa della città Leonina. Anche Federico in quella festività cinse il serto d’oro di patrizio in segno di protesta così contro ai Romani che al Papa; indi, addì 1 di Agosto, che era il giorno in cui si celebrava la festa delle catene di san Pietro, ei fece che Pasquale III coronasse a imperatrice la moglie sua Beatrice: egli assistette alla ceremonia col diadema in capo[716].
Quelli dei Romani che parteggiavano per l’Impero gli si fecero attorno, ma ogni successo suo rimase ristretto alla Leonina. Il popolo romano, ancora istizzito della sua disfatta, teneva testa nella Città, e ivi esso era più formidabile che sul campo di Tusculo. Nel frattempo Alessandro III, crucciandosi nei suoi pensieri, [669] dimorava nelle torri dei Frangipani presso l’arco di Tito; due galee siciliane vennero fino al san Paolo per torlo seco, se avesse voluto fuggire; ma il Papa, preso il denaro che i Siciliani gli portavano, lo distribuì ai Frangipani, ai Pierleoni ed alle guardie che vigilavano alle porte, e rimandò indietro le navi. Ancora i Romani resistettero virilmente, tuttavia nè essi nè il Papa potevano schivare di venire a trattative. A Roma trovavasi Corrado conte palatino e parente di Federico; era egli stato arcivescovo di Magonza, ma avendo abbracciato le parti di Alessandro III, della sua dignità l’Imperatore aveva investito Cristiano: Corrado dunque fu spacciato al campo di Federico. Imitando l’esempio di Enrico IV, anche questi tentò di tirare i Romani dalla sua, protestando che solo ostacolo alla pace era il Papa. Propose lor dunque così: abdicassero entrambi i Papi; un terzo si eleggesse colle forme canoniche; non volere indi egli pretendere più all’elezione pontificia, voler dar la pace alla Chiesa, ristorare i Romani delle loro perdite. Com’è naturale, Alessandro e i suoi Cardinali respinsero proposte cotali, ma i Romani le accettarono: per salvare le sue pecorelle, sclamavano, il Papa è tenuto a far maggiori sacrificî che non sia quello di deporre la tiara. Il popolo tumultuò, si chiese che il Papa rinunciasse alla sua dignità, ed allora egli sparve della Città. Tre dì dopo lo si vide in abito di pellegrino sedere presso al Capo Circeo, e co’ suoi compagni dividere il mesto pane del fuggiasco accosto a una fonte, che più tardi ne fu chiamata fontana del Papa. A Terracina vestì di bel nuovo la porpora, e mosse poi a Benevento, dove entrò nel mese di Agosto.
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La sua fuga tolse all’Imperatore la speranza di un aggiustamento colla Chiesa, ma agevolò la pace colla Città, e in ciò diede una vittoria decisiva all’Imperatore, poichè quei medesimi Romani, i quali avevano sì lungamente difeso Alessandro III, adesso discacciato lo avevano di Roma[717]. Intorno a questo tempo i Pisani avevano con otto galee risalito il corso del Tevere; distruggevano le ville poste sulle due sponde, ed uno dei loro bastimenti giungeva fino alla Ripa Romea[718]. I Romani caddero d’animo, e Federico, il quale nella stagione che correva, poco poteva operare, nè aveva speranza di conquistare le torri dei nobili, quando pure Roma gli avesse aperte le porte, era inchinevole ad equi patti. I suoi ambasciatori, fra’ quali fu il notaro e storico Acerbo Morena di Lodi, conchiusero la pace con Roma: Senato e popolo giurarono all’Imperatore di essergli fedeli e di difendere i diritti della corona romana dentro della Città e fuori; l’Imperatore confermò il Senato nell’autorità che allora aveva, ma come se investito ne fosse da lui; confermò con una Bolla d’oro la validità de’ testamenti e di tutti i contratti d’affittanze de’ Romani; finalmente concesse franchigia da ogni specie di imposte e di gabelle[719]. Così dopo guerre sanguinose si [671] giunse a quello che Federico avrebbe dovuto fare al momento della sua coronazione; la Republica romana fu posta sotto la dipendenza immediata dell’Impero. I suoi messi forniti di pieni poteri ricevettero da Roma giuramento di vassallaggio; però egli non pose mai piede nella Città, avvegnaddio quivi i grandi Capitani non avessero preso parte al trattato, ma stessero minacciosamente in armi nelle loro torri. Federico adesso ripristinò la Prefettura come officio imperiale, e ne investì Giovanni, figlio dell’antico prefetto Pietro; indi fe’ eleggere il novello consiglio comunale, e tolse quattrocento statichi de’ Romani[720].
In questi giorni era egli pervenuto al culmine della sua potenza; aveva restaurato in Roma i diritti dell’Impero, messo in san Pietro il suo Papa, abbattuta la gerarchia gregoriana, e adesso, coll’assoggettamento completo d’Italia, poteva di bel nuovo costituire l’Impero universale romano. Sennonchè in mezzo a tutti questi fausti successi, d’un tratto apparvero gli angeli sterminatori, armati del flagello delle febbri: a creder dei Santi, vennero per salvare il Pontefice, ma a creder nostro fu Nemesi che sorse a fermare il braccio dell’oltrepotente [672] monarca, per dar tempo e forza alle città di spezzare le loro catene. La mano del destino colse Federico parimenti come ebbe colto Serse e Napoleone; spettacolo triste e sublime, che par simile a un turbine orrendo, incalzante, che si spande attraverso la natura, e la devasta. Roma di repente si tramutò in Gerusalemme, e l’imperatore Federico fu annientato come Sennacheribbo. Negre nubi calarono ai 2 di Agosto su di Roma, e si sciolsero in diluvii di pioggia; indi succedette un’ardente caldura, e la mal’aria, che a Roma nell’Agosto è mortifera, produsse febbri pestilenziali. Morte ingloriosa mietè il fiore dell’esercito invitto; cavalieri, fanti, scudieri caddero oscuramente, spesso morivano di repente, cavalcando o camminando per le vie: poco andò che non si potè più dar sepoltura ai morti. In sette giorni Federico vide un dopo l’altro morire i suoi migliori eroi, Rainaldo di Colonia, Goffredo di Spira, Eberardo di Regensburg, i Conti di Nassau e di Lippa, Federico di Rotenburg; Vescovi e signori molti; innumerevoli nobiluomini e soldati volgari furono rapiti dalla moria. L’angelo di Gregorio magno non fu visto ricomparire sul castel Sant’Angelo, e ringuainare la spada; sembrava anzi che ei si librasse a volo sopra il duomo profanato dell’Apostolo, agitando irato il suo dardo fiammeggiante. Anche Roma fu desolata orribilmente dal morbo; gli uomini morivano a migliaia, e ai loro cadaveri si dava tomba nel fiume. Da secoli la Città non aveva sofferto più spaventose sorti della battaglia di Monte Porzio, e subito dopo, della peste[721]. I Tedeschi [673] ne ebbero terrore, come se la mano di Dio li castigasse di aver tormentato la Città santa, incendiato le chiese, polluti di sangue i templi della Cristianità.
Ai sei di Agosto l’Imperatore levò le tende, e sbigottito partì col resto dell’oste, che aveva l’aspetto di un esercito di ombre. Lasciò a Viterbo Pasquale III e gli ostaggi romani, e andò avanti a Pisa; ma per via gli caddero ancora più di duemila uomini, ed altri, esangui e sparuti come altrettante larve, portarono con sè in Germania la morte, oppure passarono di vita in Italia: così avvenne di Acerbo Morena e del giovine duca Guelfo, ultimo della casa di Este che avesse ereditato i possedimenti di Spoleto, di Toscana e di Sardegna, del patrimonio della contessa Matilde[722].
[674]
Questa orribile fine sortì la guerra di Federico intorno alla fatale Roma, presso le cui mura, dai Goti in poi, intieri popoli di Alemagna piombarono nelle loro tombe senza nome. E allorquando l’uomo tedesco cammina lungo quelle alte mura di Aureliano, gli è con grave dolore che egli rimembra le sventure orrende di Roma e tutto il sangue sparsovi dai suoi padri, di cui s’imbevve ogni zolla di quel terreno[723].
[675]
Tanti colpi fatali non piegarono l’animo eroico dell’Imperatore, ma ne fransero la potenza. Degno di ammirazione è il coraggio indomito con cui Federico I, subito dopo la sventura toccata in Roma, proseguì la sua guerra contro le città: però deplorevole fu il suo acciecamento, e di lì a non molto avvenne che l’eroe con parole dolenti invidiasse la sorte di Alessandro magno, cui reputava beato perchè non avea mai visto Italia, e si rammaricasse di non aver piuttosto combattuto per la remota Asia[724]. Omai nella primavera dell’anno 1168 [676] gli conveniva partirsi di Lombardia come un fuggiasco, e mentre esauriva le forze dell’Impero lottando contro gli impulsi del suo tempo, che di lui erano più forti, con quelli il Papa si alleava. Uno strano accordo di circostanze poneva la libertà delle Republiche sotto il patrocinio della Chiesa, sì come la libertà di questa adduceva sotto la protezione delle Republiche. Sarebbe eletta gloria della Chiesa se ella, di sua spontanea opera e per principio religioso, avesse promosso le libertà civili: ma i Papi combattevano a Roma la democrazia, perchè là questa cercava soccorsi dall’Imperatore contro il Papato, ed in pari tempo la favorivano in Lombardia, avvegnaddio quivi essa trovasse nel Pontefice un appoggio contro all’Imperatore. La potenza morale della Chiesa afforzò l’energia delle città, e la vittoria gloriosa della democrazia salvò il Papato, nemico di tutte le libertà, dallo scisma e dalla dittatura imperiale[725].
La lotta della lega Lombarda contro di Federico è uno dei più magnifici episodî della storia; per lunghi secoli essa ebbe ornato Italia di uno splendore vivissimo, che ha qualche cosa del nobile genio ellenico. Dopo età così buie trascorse, il fiore rigoglioso della libertà civile è bello e confortevolissimo fenomeno del medio evo. Soltanto la città di Roma rimase condannata a voltolare il sasso di Sisifo, e a pugnare dolorosamente contro un destino che era di lei più possente. Se si paragonano ai Lombardi intenti all’eroica loro lotta, è cosa che fa pena [677] vedere i Romani combattere del continuo contro le cittaduzze del loro vicinato, sulle quali volevano tor vendetta della sofferta sconfitta, il cui obbrobrio era una spina al loro cuore. Nell’Aprile 1168 distruggevano Albano, e ve li ajutavano Cristiano di Magonza e il Prefetto imperiale[726], perocchè entrambi questi uomini, ad onta delle disgrazie sofferte in Agosto, capitanassero ancora il partito tedesco in Roma, dove l’Antipapa, lasciato Viterbo, aveva fatto ritorno. Pasquale III potè dimorare per qualche tempo nel Vaticano; i Senatori gli avevano prestato reverenza, tanto per ottenere la liberazione degli ostaggi romani, ma ponendogli divieto di entrare nella Città: ed egli era costretto a cercar ricovero in Transtevere, nelle torri di Stefano Tebaldi, poichè stava in grande paura della rinnovazione del Senato, le cui nuove elezioni dovevano avvenire al primo giorno del Novembre 1168[727]. Però nel frattempo moriva egli in Vaticano ai 20 di Settembre, e Giovanni abate di Struma subentrava in vece di lui, con nome di Calisto III.
I Romani s’irridevano di un Papa e dell’altro; pure, quantunque vedessero volontieri Alessandro III [678] in esilio, tolleravano che il Cardinale vicario di lui abitasse nella Città. Questi si dava faccenda a guadagnargli la benevolenza dei Romani, in pari tempo che Corrado di Wittelsbach, generale di Alessandro, minacciava da Benevento il Lazio[728], e prendeva Tusculo per meta della sua impresa. Al solo udir pronunciare il nome di quel paese i Romani montavano in furore, e pertanto vollero distruggerne il castello, come avevano fatto di Albano. Corrado, respinto dai Conti di Ceccano, non potè giungere a gettarvisi dentro, ed allora Raino, ultimo dei signori di Tusculo, consegnò la angustiata città in mano di Giovanni prefetto, e la permutò con altre terre senza darsi un pensiero al mondo dei diritti del Papa. Giovanni ne prese possesso, ma i Romani assaltarono fieramente il castello. Fuggì il Prefetto e volle tornarvi Raino; però i cittadini di Tusculo, non ve lo accolsero più, e preferirono far dedizione di sè al Papa, che, speravano, gli avrebbe protetti contro ai Romani: in pari tempo anche Raino con una publica scrittura cedette tutti i suoi diritti alla Chiesa. Per tal guisa, agli 8 di Agosto 1170, il celebre Tusculo venne in proprietà del Pontefice[729].
[679]
Alessandro III risiedeva allora a Veroli nella Campagna, e per cagione di Tomaso arcivescovo di Canterbury era entrato in veemente controversia col Re d’Inghilterra; infruttuosamente questi aveva corrotto a forza di denaro i maggiorenti romani affinchè gli acquistassero il favore del Papa, e non meno vane erano state le profferte che aveva fatto a lui dei suoi tesori e di ajuti valevoli ad assoggettargli Roma[730]. A Veroli riceveva Alessandro messaggieri dell’Imperatore che bramava la pace, e delle città Lombarde di cui il Papa aveva invocato il soccorso. Anche legati greci vennero rinnovandogli proposte di alleanza, ed Emanuele Comneno spingeva tant’oltre la degnazione fino a dare una sua nipote in moglie al maggior vassallo del Papa, a Odone Frangipane. Le feste nuziali si celebrarono a Veroli con sontuosa magnificenza, tuttavolta Alessandro III non aderì alle offerte dei Greci[731]. A nulla approdarono [680] neanche i suoi negoziati con Federico, ma il Papa sperò adesso di ottenere accoglienza a Roma. Ai 17 di Ottobre dell’anno 1170 entrò con genti d’arme in Tusculo; però il grande Pontefice dovette restar più di due anni rimpiattato in quella meschina rocca montana, proprio dirimpetto a Roma, perciocchè i Romani nol lasciassero entrare nella Città[732]. Ivi, a Tusculo, gli capitò la novella (e penosissima impressione fece al suo animo) che l’arcivescovo Tomaso Becket era stato assassinato a Canterbury: presto quel fatto di sangue doveva diventare potentissima leva della sua podestà pontificia; nondimeno in quello stesso tempo, in cui a Tusculo riceveva i messaggi del clero inglese e di re Enrico, e si occupava di questioni assai rilevanti della Chiesa e della gerarchia, Alessandro trovavasi confinato in quel castello latino, involto egli stesso in difficoltà gravissime, che formavano un acerbo contrasto colla sua dignità e coi negozî che aveva per mano[733]. Lo angustiava Cristiano di Magonza, di cui i Tusculani comperavano la ritirata a [681] peso di denaro; lo angustiavano i Romani, irritati che il Papa tenesse Tusculo sotto il suo patrocinio. Alla fine costoro maliziosamente gli proposero un aggiustamento; accondiscendesse a ciò che si smantellasse una parte delle mura di quella rocca, e allora sarebbe a Roma il bene accolto. Ottocento Romani giurarono il patto, ma, contro il suo chiaro tenore, il furente popolo romano distrusse affatto tutti i munimenti dell’odiato castello. Il Papa ingannato non volle tornare a Roma; rimase a Tusculo ch’era così ridotto una terra aperta, indi, sul principio dell’anno 1173, ne partì, e senza speranza alcuna che lo confortasse, andò a continuare il suo esilio a Segni[734].
Così trascorsero ancora alcuni anni, ma finalmente una grande vittoria dei Lombardi fe’ mutar faccia a tutte le cose. Nel Settembre del 1174 Federico era tornato a guerra contro le città, e stavolta doveva questa esser la lotta decisiva: l’eroica difesa di Ancona e quella della nuova Alessandria infiammarono gli arditi cittadini all’entusiasmo, infino a che una battaglia di ricordanza imperitura assicurò ad essi la libertà. La giornata di Legnano (combattuta ai 29 Maggio dell’anno 1176) nella quale le milizie cittadine alleate sconfissero il poderoso Imperatore, fu la Maratona delle [682] Republiche lombarde; le giovani città celebrarono uno dei più splendidi trionfi che registri la storia; sè liberarono e la patria. Primo frutto di quella vittoria fu certo la convenzione secreta che fra loro conchiusero l’Imperatore ed il Papa, cui Federico mandava messaggi di pace ad Anagni, sperando staccarlo dalla causa delle città. Ad ottener ciò il Barbarossa rinunciò ai più vitali diritti dell’Impero su di Roma, ossia concesse tutto quello che ei s’era rifiutato di cedere in tempo andato ad Adriano IV. Così avvenne che alla podestà imperatoria su Roma (l’autorità ne era già andata decadendo da dopo di Lotario) fu rinunciato da quel grande Imperatore medesimo che s’era preteso di voler restaurare i confini dell’antico Impero romano. Non fu pigro Alessandro di trarre tutti i possibili vantaggi da una vittoria cui per nulla aveva contribuito, laonde le città sospettarono un tradimento. Dopo di essere andato a Venezia sopra navi siciliane, il Papa le acchetò in una Dieta raccolta a Ferrara, e vi die’ promessa solenne che non conchiuderebbe senza di loro la pace definitiva. I Consoli lombardi avrebbero potuto cantargli a chiare note che egli aveva combattuto il potente nemico a parolone ed a Bolle, laddove eglino lo avevano vinto per virtù di geste insigni; tuttavia fu necessità che per adesso si accontentassero di aver tratto un mezzano vantaggio dai loro eroici conati.
Allora fu conchiuso il primo dei Congressi che sopra tutti sia di nota degnissimo e confortevole a chi lo ricorda; nè peranco diplomatici, assisi intorno a una tavola coperta del solito panno verde, vi arbitrarono le sorti dei popoli, ma per la prima volta, ambasciatori di [683] libere città, da uomini independenti, trattarono alla paro coll’Imperatore e col Papa. Nel famoso Congresso di Venezia, addì 1 Agosto 1177, fu conchiusa la pace fra Alessandro III, Federico I, le città, l’Imperatore greco e Guglielmo di Sicilia[735]. Calisto III fu deposto, Alessandro III riverito per papa, assicurato a lui il possedimento dello Stato ecclesiastico. Rinunciò l’Imperatore alla Prefettura, e così ammise che d’allora in poi il Pontefice sarebbe stato principe independente di Roma e del Patrimonium; e questo, nella estensione che allora aveva lo Stato della Chiesa, da Aquapendente a Ceperano, l’Imperatore restituì al Papa: quanto a Spoleto, alla marca di Ancona, ed alla Romagna, il Pontefice da parte sua dichiarò che erano terre indubbiamente pertinenti all’Impero[736]. Alle collegate città lombarde fu acconsentita una tregua di sei anni, che precedette la conferma del loro stato di diritto publico. La pace di Venezia segnò una grande epoca nella storia d’Italia, dove la cittadinanza venne in fiore rigoglioso; decise anche della sorte di Roma, ma precisamente le condizioni di [684] questa Città posero le attenenze del Papa e dell’Imperatore in un assetto di cose meno favorevoli di quello che sortissero in Lombardia. Federico, posto in non cale qualsiasi riguardo, sacrificò la Republica che aveva dianzi accettata, e il suo generale Cristiano di Magonza senza ombra di pudore prestò adesso le sue armi alla Chiesa per assoggettarle, conformemente ai patti, la Città e il Patrimonium. Abbandonati a sè soli in un tempo in cui tutta Italia invocava pace, i Romani non ebbero coraggio di combattere più a lungo contro il Papa, cui l’Imperatore riconosceva adesso per padrone di Roma. Alessandro III, coperto di gloria, era tornato intorno alla metà di Dicembre ad Anagni; omai egli sapeva che il suo esilio sarebbe finito. Sette nobili romani gli recarono lettere del clero, del Senato e del popolo per invitarlo a far ritorno. Diffidando, e memore dei torti patiti, il Papa procrastinò, e spedì a Roma Cardinali e uomini del medio ceto affinchè conchiudessero trattati col popolo. Dopo negoziati lunghi si venne ad accordi: i Senatori da eleggersi ogni anno al dì primo di Settembre presterebbero giuramento di fedeltà al Pontefice; sarebbersi restituiti alla Chiesa il san Pietro e i redditi d’ogni maniera; sarebbe mallevata sicurezza a tutti i vegnenti a Roma. Raffermate queste condizioni, ambasciatori romani andarono ad Anagni, si prostrarono ai piedi del Papa, e giurarono il patto[737].
[685]
Dopo un esilio lungo di dieci anni, che aveva trascorsi ramingando nella Campagna, Alessandro III finalmente andò per la via di Tusculo a Roma. Vi giunse addì 12 Marzo del 1178, che era la festa di san Gregorio: con grandissima pompa uscirono ad incontrarlo le processioni del clero, il Senato e i magistrati, i cavalieri e le milizie, a suono di tromba, fra i saluti del popolo, che recava in mano rami d’olivo e cantava inni a onore di lui. Il suo bianco palafreno non potè muovere che a lento passo in mezzo alla gente che gli si serrava addosso per baciare le piante al Vicario di Cristo; soltanto sull’imbrunire Alessandro toccò porta Lateranense, indi fra gli applausi del popolo entrò nella residenza antichissima dei Papi, di dove diede ai Romani la benedizione. Così le feste pasquali si chiusero con uno dei più splendidi trionfi che Pontefice alcuno abbia mai celebrato[738].
In nessun altro luogo del mondo si videro spettacoli pari a questi, che abbiano avuto così tragiche attenenze colla natura umana, colle sue debolezze, coi suoi bisogni, colla sua instabilità, colla sua perseveranza. Le fughe dei Papi in mezzo allo strepito d’armi di fazioni [686] feroci, si alternavano colle accoglienze che ricevevano fra cori di giubilo; e la ripetizione continua di questo andare e venire dei Pontefici veste la storia della Città di un’indole severa, componendone una grande epopea: e qual potrebbe esserne maggiore? Pareva adesso che Roma tornasse a cambiarsi in Gerusalemme, e che il Papa, il quale vi entrava, fosse simile al Salvatore di cui si appellava vicario: però la mescolanza di umiltà sacerdotale e di magnificenze mondane non poteva cancellare di mente l’idea che quel Vicario di Cristo rinnovasse i trionfi pagani degl’Imperatori antichi[739]. Nel giorno 12 Marzo 1178 Trajano o Severo, se fossero tornati in vita, avrebbero stupito vedendo l’aspetto così cambiato del Senato romano e del popolo, plaudenti ad un trionfatore che veniva cavalcando un bianco muletto, un trionfatore che non era dappiù di un prete vestito in lunghi abiti di seta a foggia donnesca, e che al fianco non portava spada. Eppure quel prete, come un generale d’eserciti, tornava da guerre lunghe; i potenti del mondo s’erano prostrati alle sue ginocchia più umilmente che Principi non avessero fatto genuflessi davanti agli Imperatori antichi. Un Re di terre remote aveva per suo comando chinato le spalle ai colpi di frusta che frati gli avevano assestato sulla tomba di un Vescovo assassinato; e fin l’Imperatore romano, un eroe della taglia de’ vecchi [687] Cesari, toccando colla fronte il suolo, aveva baciato i piedi di Alessandro, confessando che quel prete lo aveva vinto.
Di tutto i Papi potevano fidarsi, eccetto che delle allegrezze di questa città di Roma: oggi i Romani spargevano fiori sul loro sentiero, e stendevano tappeti sotto le zampe del loro cavallo; domani si rimpiattavano nuovamente con un cachinno schernitore nelle tetre rovine dell’antichità, o correvano fieramente alle armi. Popolo e Senato avevano riconosciuto Alessandro III per papa, giacchè ve li spronavano cupidigia di denaro e necessità; ma insieme colla costituzione municipale durava il contrasto fra i diritti della Republica e quelli del suo Principe sacerdote. Si odiava la podestà pontificia senza temerla; correva tutt’intorno un mormorio, e già ogni uomo era pronto ad una nuova rivoluzione, non soltanto nella Città ma in tutta quanta la provincia. Ciascuna terra romana ferveva di desiderio di imitare i Lombardi; ciascuna aveva un municipio suo proprio, con Consoli o con altri magistrati alla testa del Consiglio comunale[740]. Molti Baroni scismatici della Tuscia [688] e della Sabina, quasi abituati a independenza, s’atteggiavano con aria di sfida; non volevano riverire il Senato romano, nel quale dopo della pace entravano ognor più nobiluomini a farne parte, nè volevano assoggettarsi al Papa: pertanto essi continuavano per conto proprio lo scisma. L’Antipapa, primo di tutti, ricusò obbedire ai decreti pronunziati a Venezia; Viterbo, focolare adesso della scissura ecclesiastica, come un tempo era stato Sutri o Tivoli, gli serviva di residenza; e difesa aveva dalla famiglia dei Prefetti di Vico, cui apparteneva Giovanni prefetto urbano[741]. Questi, che aveva ricchi possedimenti in quei dintorni ed era nemico di Alessandro III, non voleva cambiarsi di magistrato imperiale in officiale pontificio, sebbene nei trattati di Anagni fosse stata ceduta al Papa la investitura del Prefetto della Città. Ma il partito popolare di Viterbo alla fine [689] si stancò di servire all’ambizione dei nobili, e dichiarò di accettare la pace di Venezia. Come dunque Cristiano di Magonza, fornito di pieni poteri dall’Imperatore, ebbe ricevuto in nome di Alessandro il giuramento di sudditanza dei Viterbesi, gli si fe’ contro la nobiltà aizzata dal Prefetto; ed essa negoziò con Corrado, figlio del Margravio di Monferrato, cui voleva dar la podestà di Viterbo, e alzò le armi contro il popolo e l’Arcivescovo di Magonza. Messi a mal punto, que’ Baroni di provincia (così li consigliava il Prefetto) invocarono il soccorso della Republica romana, che già parecchie volte aveva guerreggiato contro di Viterbo; e i Romani, ridendosi del trattato conchiuso col Papa, mossero contro la terra, che al Papa giusto in adesso aveva reso omaggio.
Allora Alessandro comandò all’Arcivescovo di Magonza e ai Viterbesi di schivare ogni battaglia, e conseguenza ne fu che i Romani, dopo aver devastato le campagne, se ne tornarono a casa loro, nè altro rimase al prefetto Giovanni di fare, fuorchè di prestare reverenza al Papa, e di prendersi da lui l’investitura[742]. Allora anche al protetto suo Calisto III cadde il coraggio; per verità ei tenne fermo ancora un tratto di tempo a castel Monte Albano vicino Nomentum, ma le soldatesche di [690] Cristiano lo costrinsero a far sommessione. A Tusculo (dove Alessandro s’era nuovamente ritirato) l’Antipapa si gittò a piedi del suo nemico: si mostrò questi più grande di lui; gli perdonò, com’era stato pattuito nella pace di Venezia, e più tardi gli diede il Rettorato di Benevento per ristorarlo di ogni danno[743].
Eppure, omai nel mese di Settembre, i Conti della provincia levarono un novello Antipapa, Lando di Sezza, che nasceva di una delle famiglie germaniche dei tanti tirannelli della Campagna; ed egli si appellò Innocenzo III. A Palombara presso Tivoli trovò dapprima riparo, indi finì tradito, perocchè i signori del castello, congiunti prossimi dell’antico antipapa Ottaviano, ossia Vittore IV, lo vendettero per una somma di denaro, ed ei fu confinato nel convento della Cava[744]. Già nel mese [691] di Marzo 1179, Alessandro aveva congregato trecento Vescovi della Cristianità in un Concilio ecumenico in Laterano, per rimarginare le piaghe onde il lunghissimo scisma aveva esulcerato la Chiesa; ed ivi s’era decretato che da allora in poi la maggioranza di due terzi dei Cardinali avrebbe bastato a decidere dell’elezione pontificia. Ancora una volta si pronunciò come legge della Chiesa, che la elezione del Papa dovesse essere indipendente da qualsiasi podestà temporale, e avvenir dovesse per opera del solo collegio cardinalizio: questa indipendenza Alessandro aveva di nuovo conquistato effettivamente combattendo contro lo scisma e l’Imperatore.
Così, dopo lotte lunghe, Alessandro III era riconosciuto per solo capo della Chiesa; soltanto che a Roma e nello Stato ecclesiastico ei continuava ad essere impotente come prima. Più e più sempre lo premevano i capitani; questi baldanzosi vassalli combattevano la santa Sede, con cui conchiudevano patti feudali, e parimenti osteggiavano la Republica romana, che non aveva forza bastevole da costringerli a farsi cittadini romani ed a vivere sotto le leggi municipali di Roma. Da altra parte il Senato non riceveva che di solo nome l’investitura dal Papa; veramente erane indipendente, e lo proteggevano le armi della sua milizia, la quale costantemente combatteva contro Cristiano di Magonza, che sempre accampava in Tuscia o a Camerino, e, per ragione di Viterbo, guerreggiava contro Corrado di Monferrato, di cui era anzi tenuto lungo tempo prigioniero. Un Papa come Alessandro III, cui la fortuna aveva concesso così meravigliose vittorie, rimase in Roma perpetuamente attendato come in terra nemica. Omai nell’estate [692] dell’anno 1179 egli aveva lasciato la Città, e quindi era vissuto nelle terre del Lazio, oppure a Tusculo in nuovo esilio. Di là, nel Giugno 1181, andava a Viterbo per trovarvisi col suo protettore Cristiano di Magonza, e poco tempo dipoi, ai 30 di Agosto, moriva a Civita Castellana. La plebaglia romana, che al trionfatore vivente aveva sparso fiori lungo la sua via, gittò adesso sulla bara di lui morto maledizioni, pietre e fango; soltanto a fatica i Cardinali poterono conquistare una tomba in Laterano a quello che fu uno dei maggiori Pontefici[745].
Da dopo di Adriano I nessun Papa ebbe seduto sulla cattedra santa più lungo tempo di Alessandro III; ma dei suoi ventidue anni di reggimento egli ne passò diciotto in mezzo allo scisma della Chiesa, e più della metà in esilio[746]. La sua lunga lotta con Federico lo ornò di eletta gloria; rese egli secure ed ampliò le conquiste di Gregorio VII e di Calisto II, fiaccò ancor più l’Impero [693] la cui stella impallidì, e se lo vide genuflesso a’ piedi nella persona di un eroe implorante pace. Dopo del Congresso di Venezia e delle penitenze cui si assoggettò Enrico d’Inghilterra la reverenza del mondo crebbe pel Papa oltre la misura fin qui usata; e ciò a più forte ragione poichè Alessandro III fu uomo che possedette dignità vera. La persona di questo Pontefice fu irradiata eziandio bellamente dalla luce mattutina delle libertà civiche d’Italia: tutto fortuna di lui, non merito! Le necessità del tempo combinarono la non naturale associazione della libertà e del sacerdozio; comunque sia, rallegra che la Chiesa (quasi sempre alleata del despotismo) possa almeno una volta essere vista a capo dell’uman genere, lungo le vie della libertà morale e della coltura: così avrebbe dovuto sempre essere, se la Chiesa avesse adempiuto al suo officio! E solo quante volte lo fu, splendette essa di una luce celeste e sublime, laddove, quando per iscopi di ambizioni e di avidità pretesche combattè i generosi impulsi dei popoli, essa raccolse l’odio in vece dell’amore del mondo. Alessandro III ebbe animo più temperato e più tranquillo di Gregorio VII: se non fosse stato il suo dissidio colla Republica romana, lo si avrebbe potuto chiamare felicissimo di tutti i Papi[747].
[694]
Il fatto che tre succeditori di Alessandro dovettero passar la vita in esilio significa di che fatta relazioni continuassero ad esistere fra i Papi e la Città. Perciò la persona del grande avversario di Federico si solleva con taglia poderosa di eroe sopra le meschine figure di questi tre Papi, i quali, atterrati dal soffio della sventura, piombarono prestamente nella tomba. Al flusso succede il reflusso; quest’è legge ricorrente nella storia del Papato.
Lucio III, Ubaldo Allucingoli di Lucca, finora cardinale vescovo di Ostia e di Velletri, non fu eletto in Roma, ma levato alla santa Sede dal Collegio cardinalizio raccolto a Velletri; e fu ordinato addì 6 Settembre 1181. Però, dopo un convegno conchiuso co’ Romani, egli venne in Novembre nella Città, dove gli fu concesso dimorare alcuni mesi[748]. Alitava in Roma sempre lo spirito di Arnaldo da Brescia; colà ogni Pontefice o doveva conquistarsi una condizione tollerabile di cose, od altrimenti partirne in bando. Sembra che i Romani tosto [695] si inimicassero con Lucio, avvegnaddio egli non volesse dar loro ciò che Papi suoi antecessori avevano accordato[749]. Continuo pomo della discordia era Tusculo, poichè i Romani perseguitavano quel castello con un astio tale che toccava la manìa; così forse i Fiorentini avevano odiato Fiesole prima che nell’anno 1125 distruggessero questa città loro vicina. Indarno i Tusculani avevano cercato ripararsi sotto al vessillo del Papa; a furia di sforzi riedificarono eglino le loro mura, e si difesero disperatamente contro gli assalti ripetuti dei loro nemici. Ai 28 di Giugno 1183 i Romani cinsero nuovamente Tusculo con forza molta di soldatesche; Lucio III, che si teneva chiuso in Segni, chiamonne di Tuscia Cristiano di Magonza per ajuto, e questi venne, e bastò la ricordanza della battaglia di Monte Porzio perchè i Romani dessero addietro due volte[750]. L’Arcivescovo guerriero s’avanzò fin sotto le mura della Città, ma la febbre dell’Agosto che aveva ucciso il suo celebre socio Rainaldo, lui pure colpì. Quell’uomo valoroso, un tempo veementissimo nemico della santa Sede, poi suo difensore, recò seco nella tomba la benedizione del Papa; e morì [696] nel luogo delle sue geste, a Tusculo, dove ebbe anche sepoltura[751]. Cristiano di Magonza, uno de’ Principi maggiori del suo tempo, era la satira vivente di tutti quei religiosi sforzi onde s’aveva inteso a spogliare i Vescovi del repugnante carattere di uomini secolari: infatti egli, arcivescovo di Magonza (e per tale era stato riconosciuto dopo la pace di Venezia), tenne fino al termine de’ suoi giorni gioconda vita di cavaliere; aveva un aremme di belle donne, montava cavalli di gran valore, vestiva una corruscante armatura, e col robusto braccio roteava nelle zuffe la sua mazza, sfracellando elmi e cranî ai nemici.
La morte di lui fu un fiero colpo pel Papa, che adesso invocò a suo soccorso i Principi, ma non ne conseguì che buone parole e qualche denaro[752]; e i Romani con cresciuta audacia si volsero adesso contro tutte le terre della Campagna, che ancora erano aderenti del [697] Papa. In Aprile del 1184 devastarono nuovamente il territorio di Tusculo, e fecero una punta nel Lazio, devastandolo[753]. Fiero e barbaro era il loro odio contro il clero; colto un dì uno stuolo di preti nella Campagna, strapparono gli occhi a tutti, fuor d’uno; li misero a bisdosso di tanti asini, e poste loro in capo delle mitre di carta con suvvi scritti nomi di Cardinali, comandarono a quello che avevano risparmiato di condurre al Papa quel triste corteo[754]. Lucio III, non trovando più sicurezza in alcuna terra romana, fuggì chiedendo protezione all’Imperatore, il quale trovavasi a Verona, dopo di aver conchiuso a Costanza, nel dì 30 Aprile 1183, la pace definitiva colle città. Venuti lui ed il Papa ad abboccamento, in questo si sollevò più d’una controversia per ragione dell’investitura e dell’eredità di Matilde; d’altronde Lucio ricusò di dar la corona imperiale a re Enrico, figliuolo di Federico, con che s’avrebbe rinnovellata una costumanza dei Carolingi. Della richiesta dell’Imperatore si discusse con calore a Verona, e finalmente Federico si partì dal Papa con gran collera: ad ogni modo, tempo già prima, quegli aveva eletto il [698] conte Bertoldo di Künsberg da comandante nella Campania, sostituendolo nell’officio di Cristiano; e Bertoldo era anche andato in quel paese per difendere Tusculo contro a’ Romani[755]. Lucio scomunicò questi ultimi nel Concilio di Verona, perocchè i ribelli contro il dominio temporale, come Arnaldisti, fossero messi tutti a un fascio colle sette di eretici che a quel tempo si facevano ognor più poderose, co’ Valdesi, co’ Catari, cogli Umiliati, coi Poveri di Lione e con altri; come tutti costoro, furono eglino colpiti di solenne anatema[756]. Poco tempo dopo, ai 25 Novembre 1185, moriva a Verona Lucio III. I mesti e arguti distici che si scrissero sul suo sepolcro, [699] dipingono mirabilmente le sorti di lui e dei Papi d’allora:
Lucius, Luca tibi dedit ortum, Pontificatum
Ostia, Papatum Roma, Verona mori.
Immo Verona dedit verum tibi vivere, Roma
Exilium, curas Ostia, Luca mori.
Il suo succeditore, persona di meste sembianze come quelle di Lucio, rimase a Verona esule; fu egli Umberto Crivelli arcivescovo di Milano, nemico dichiarato di Federico; fu consecrato il giorno primo del Dicembre 1185, con nome di Urbano III. Il mal’animo coll’Imperatore si mutò in aperta nimicizia[757]; e massima delle ragioni funne il rifiuto che oppose Federico di restituire i beni contesi dell’eredità di Matilde. Oltracciò la Curia romana era sgomentata dello splendido successo che l’arte politica dei Tedeschi aveva ottenuto in Sicilia. Quivi, dopo breve ma rigoglioso fiore, la dinastia di Rogero era prossima a spegnersi; Guglielmo II non aveva figliuoli, e perciò acconsentiva che Costanza erede e zia sua, figlia di re Rogero, si sposasse con Enrico VI figliuolo di Federico. Senza che si togliessero pensiero del Papa, signore feudale di Sicilia, e ad onta delle sue proteste, il matrimonio fatale fu conchiuso a Milano, addì 27 Gennaio 1186; e colà Federico formalmente creò Cesare il figlio suo. Negò il Papa di dare ad [700] Enrico la corona imperiale, e siccome continuava ad essere arcivescovo di Milano, rifiutò di porgergli eziandio il diadema dei Lombardi; Federico fece allora che quella ceremonia si celebrasse per mano del Patriarca di Aquileja. Sicilia, quel feudo così ansiosamente vigilato della santa Sede, cui tanto spesso aveva servito di ajuto contro ai Re tedeschi, doveva pertanto, alla morte di Guglielmo, capitare precisamente in balìa di questo Impero alemanno. Il gravissimo avvenimento era la maggiore sconfitta che potesse toccare la politica romana, e per allora fu splendidissima vittoria della corte tedesca, avvegnaddio Germania avesse or conseguito con trattati diplomatici ciò che fin là tanti Imperatori inutilmente s’erano sforzati di ottenere colle armi. L’acquisto di Sicilia era destinato a ristorare la perdita di Lombardia fatta libera, ed ivi e nelle terre di Matilde avevasi a fondare la potenza famigliare degli Hohenstaufen. Però questi grandi guadagni dovevano fra breve esser la maledizione d’Italia ed eziandio di Alemagna, condannata ad espiare così amaramente la politica non nazionale degli Hohenstaufen.
Enrico adesso, per comandamento del padre suo, entrò da nemico nello Stato della Chiesa, dove i Romani di buon grado si congiunsero a lui: le terre del Lazio che tuttavia erano fedeli alla santa Sede furono messe a guasto, e tolta venne al Papa ogni speranza di far ritorno[758]. In questo, Urbano III moriva a Ferrara, il giorno [701] 20 Ottobre 1187: onorevole fu la causa della sua fine; ai 2 di Ottobre Gerusalemme era caduta in potere di Saladino, e siffatta novella fulminava con ambascia da morirne il cuore di un Pontefice, che portava il nome di quel suo avventurato predecessore, sotto il cui reggimento la santa città aveva conseguito liberazione. La caduta di Gerusalemme scosse Europa con tali un’angustia e un dolore, che la nostra generazione data più al sodo può a mala pena farsene un’idea. Quel solo avvenimento impose silenzio ad ogni più grave negozio che si discuteva nell’Occidente, e indirizzò ancora una volta verso Oriente l’attività del Papa e dell’Imperatore, di Re e di Vescovi.
Subito ai 25 Ottobre dell’anno 1187 Alberto di Mora, beneventano, cancelliere della Chiesa, fu consecrato pontefice a Ferrara, con nome di Gregorio VIII: questo vecchio non altro desiderava che far la pace coll’Impero e mandare una crociata a Gerusalemme. Dopo le guerre combattute sotto Alessandro III spossato era il Papato, salito in forze l’Impero; la pace di Venezia e quella di Costanza avevano posto fine alla guerra delle città; l’alleanza con Sicilia aveva d’un tratto accresciuto la potenza imperiale. In tutta Italia nessun nemico s’erigeva contro a Federico, laddove i Papi banditi di Roma si crucciavano in esilio amaro. Perciò neppur Urbano III aveva osato di scagliar l’anatema contro l’Imperatore, e il mite Gregorio [702] VIII non metteva tempo in mezzo a patteggiare con re Enrico. Gli promise che non porrebbe inciampi alle sue pretensioni sulla Sicilia, e massimamente che rispetterebbe di buon animo tutti i diritti imperiali in Italia: Enrico VI sospese pertanto le ostilità, e mandò Anselmo conte e Leone De Monumento console dei Romani a negoziare col Papa. Costoro lo accompagnarono a Pisa, dove Gregorio andò per riconciliare quella Republica con Genova e per infervorarla alla Crociata; ma ivi egli morì ai 17 Dicembre 1187[759].
[703]
Allora, cooperante Leone console, i Cardinali elessero a papa il Vescovo di Palestrina; e questi, Paolino Scolari, romano della regione detta della Pigna, fu consecrato nel duomo di Pisa, ai 20 Dicembre 1187, con nome di Clemente III. A lui, romano di nascita, riuscì fatto di conchiuder pace col Campidoglio, che Gregorio VIII aveva omai scomunicato. Dopo trattative coronate di prospero risultamento Clemente III, accompagnato da Leone console, venne a Roma nel Febbrajo dell’anno 1188, e vi fu accolto con ogni specie di onori. Da quarantaquattr’anni dacchè esisteva il Senato romano i Pontefici erano stati quasi incessantemente vittime di questa rivoluzione civica; vedemmo Innocenzo II e Celestino II finir tristemente la vita; Lucio II morir di una sassata, Eugenio, Alessandro, Lucio, Urbano III, Gregorio VIII passar la vita raminghi, esuli. Adesso finalmente Clemente III riconduceva felicemente il Papato a Roma, ma pur conchiudeva una pace in tutte le regole colla Città, come con una potenza autonoma che egli per tale riconosceva. Quest’era il frutto delle vittorie lombarde ed eziandio dell’energica resistenza opposta da’ Romani contro l’Imperatore e contro il Papa. La confermazione della democrazia romana è un avvenimento rilevante di questa età; ed infatti, quantunque mancassero delle buone fortune e dei solidi ordinamenti che conseguito avevano città di Lombardia o di Toscana, [704] tuttavia i Romani d’allora diedero prova di dignità, di fortitudine e di circospetta accortezza.
Nel complesso, Roma si pose col Papa in quelle medesime attenenze che le città lombarde avevano stabilito fra sè e l’Imperatore, ossia si tornò ai trattati conchiusi nel tempo di Eugenio III e di Alessandro III. L’istromento che compilò e giurò il Senato nell’anno quadragesimo quarto dalla sua istituzione, l’ultimo giorno di Maggio del 1188, ci fu per buona ventura conservato[760]. Negli articoli di quella pace decretata con robusto linguaggio per autorità del sacro Senato, il Papa fu riconosciuto per principe supremo; ed egli investì nel Campidoglio della dignità sua il Senato, che dovette prestargli giuramento di fedeltà. Si riprese il Pontefice il diritto di coniar moneta, ma la terza parte di essa fu assegnata al Senato[761]: tornarono al Papa tutti i redditi che in antico erano stati proprietà pontificia; solamente il Senato si tenne il ponte Lucano, [705] di cui abbisognava alle sue guerre con Tivoli. Per la restituzione di tutto ciò che competeva giuridicamente alla santa Sede fu stabilito che si stipulerebbero altri istromenti. Inoltre c’era quest’altro: il Papa ristorava i Romani dei danni sofferti nella guerra[762]; assumeva obligo di fare i soliti donativi di denaro ai Senatori, agli officiali del Senato, a’ giudici ed a’ notai[763]; prometteva pagare cento libbre all’anno per la restaurazione delle mura della Città[764]; si statuiva che la milizia romana [706] avrebbe potuto adoperarsi dal Papa alla difesa dei suoi patrimonî, purchè egli le facesse le spese. Non v’era alcun articolo che definisse se la Republica avesse il diritto di far guerra o pace co’ suoi nemici, senza intervento del Papa; ma questo s’intendeva di per sè, chè Roma era libera e il santo Padre nella sua città trovavasi in condizioni eguali a quelle di altri Vescovi nelle città libere, sebbene con gran reverenza gli fossero tributati titoli e onori di podestà temporale. Una formale convenzione fu conchiusa anche per rapporto alle città di Tusculo e di Tivoli, che adesso erano divenute di ragione pontificia; infatti l’astio de’ Romani contro di quelle era il motivo essenziale del loro patto col Papa. Al prezzo del suo ritorno pacifico a Roma Clemente III sacrificò inonestamente Tusculo che s’era ricoverata sotto le ali della Chiesa. Non soltanto die’ libertà ai Romani di muover guerra contro quel castello, ma promise loro di ajutarli co’ suoi vassalli; anzi si obligò di scomunicare i Tusculani se entro il giorno primo di Gennaio non si fossero arresi ai Romani loro carnefici. La sventurata città doveva smantellarsi; i suoi beni e il suo popolo li conserverebbe il Papa[765].
Uno speciale trattato co’ Capitani stabilì le loro relazioni col Comune romano. Del tenore de’ suoi articoli [707] non abbiamo precisa notizia, ma senza dubbio le grandi famiglie della nobiltà furono costrette a riverire il Senato, a far parte del Comune in qualità di Cives, ed a contribuire così a formare in grande l’istituto municipale[766].
Il Papa scelse dieci uomini per ogni «contrada» di ciascuna Regione di Roma, e cinque di quelli su dieci giurarono la pace; tutto il Senato giurò l’osservanza de’ patti raccolti nell’istromento[767]. Se ne rileva che il Senato era composto di cinquantasei membri, alcuni de’ quali componevano la giunta reggitrice dei Consiliarii[768].
[708]
In tal guisa la costituzione dell’anno 1188 segnò un rilevante progresso del Comune romano; fu così spazzata via la podestà imperatoria dell’età de’ Carolingi, parimenti della podestà patriziale del tempo dei Franchi. A’ diritti imperiali non si dava più bada. Sciolto era ogni vincolo di Roma coll’Impero, dacchè i Papi avevano conseguito libertà di elezione. Federico I nell’elezione sua propria aveva disprezzato i voti dei Romani, ma finalmente nel trattato di Anagni, con rinunciare alla Prefettura, aveva eziandio rinunciato alla podestà imperatoria. La Città era uscita dalla cerchia delle attenenze antiche; in essa il Papa non aveva più potere di governo nè di legislazione; il suo stato temporale era ristretto al possedimento di regalie e di beni ecclesiastici, ed a’ rapporti feudali. Potente era il Pontefice, perchè continuava ad essere il maggior possidente di terre, perchè dispensava i maggiori feudi, perchè poteva chiamare in armi numerosi vassalli. Ma la sua autorità di principe territoriale consisteva soltanto nella investitura ch’egli impartiva ai magistrati della Republica, [709] liberamente eletti dal Comune, e nella associazione dei suoi ordini giudiziarî con quelli civici, nelle controversie di natura mista. Pertanto la cessazione della podestà pontificia, che avvenne mercè la sola forza del Comune romano, è uno dei fatti più gloriosi nella storia di Roma a’ tempi di mezzo; soltanto adesso la Città potè nuovamente pretendere all’estimazione del mondo civile.
Clemente III volse tutta la sua attività alle cose della grande Crociata, cui diede opera dapprima il solo vecchio imperatore Federico, indi presero parte il re Filippo Augusto di Francia e Riccardo re d’Inghilterra. Anche nobiluomini romani questa volta erano andati in Oriente, un Pierleone ed eziandio Teobaldo prefetto, i quali ambidue combatterono con Corrado di Monferrato ad Acri contro di Saladino[769]. Non uno degli eserciti crociati passò per Roma; il solo Riccardo Cuor di Leone, sul principio dell’Agosto 1190, imbarcatosi a Marsiglia, toccò terra ad Ostia, ma colà congedò con [710] un rifiuto il Cardinale che era andato officiosamente a invitarlo in nome del Papa, affinchè onorasse con una sua visita la città capitale della Cristianità. Secoli prima nessun Re avrebbe ricusato di obbedire a quella esortazione; ciascuno s’avrebbe estimato beato di entrare in abito dimesso di pellegrino per le porte della santa Città e di muovere alle tombe degli Apostoli; ma i tempi s’erano, e quanto! mutati, e il fiero Riccardo, successore di religiosissimi Re anglossassoni, che in antico avevano toccato il colmo della felicità vestendovi la cocolla, protestò sprezzevolmente al Cardinale, che non francava la spesa di andare alla corte pontificia, dove null’altro si trovava che avarizia e corruttela[770]. Per la via di terra il suo esercito passò davanti a Roma, e procedette fino a Terracina luogo la costiera coperta di boschi e di paludi[771]; indi veleggiò a Messina, dove [711] s’impacciò in fieri negozî coi Siciliani. Infatti, ai 16 Novembre 1189 era morto Guglielmo II, marito di Giovanna ch’era sorella di Riccardo, ed allora quel partito siciliano, che s’inspirava a sentimento di nazione, aveva dato la corona al conte Tancredi, figlio naturale di quel Rogero di Puglia, che era stato primogenito di Rogero re. Enrico VI marito di Costanza si era armato per discacciare quell’«usurpatore», cui del resto il Pontefice aveva dato l’infeudazione: però alcuni torbidi che avvenivano in Alemagna e l’annunzio della morte del padre suo ne l’avevano impedito di dar seguito all’impresa. Il vecchio Federico, il quale un tempo s’era augurato che il destino lo avesse tratto, come Alessandro magno, in Asia anzichè in Italia, moriva colà in un fiume di Siria, ai 10 di Giugno dell’anno 1190.
La memoria dell’eroe Barbarossa, vero colosso degli Imperatori del medio evo, dura splendidissima nella storia di Germania, che la tiene ad orgoglio di sua nazione, nè mai perirà: le leggende popolari degli Alemanni lo celebrano come principe che simboleggia la maestà dell’Impero tedesco da ripristinarsi nell’avvenire; ma in Italia le sue imprese devastatrici e le ruine di generose città sono altrettanti titoli di odio contro di lui, quand’anche l’astio potesse diminuirsi, se si pensasse all’indole di quel suo tempo ed alla sua eroica persona. L’ostinata lotta dell’Impero contro le città, ossia la controversia [712] delle investiture civiche, non fu meno rilevante, nè meno benefica della controversia delle investiture ecclesiastiche che combatterono gli Enrichi. Se non fossero stati gli intenti despotici e le guerre di Federico la libertà delle città non s’avrebbe svolto mai così rapidamente; nè sì presto la si avrebbe accettata negli ordinamenti di diritto publico. Se non fu altro, il Barbarossa, contro intenzion sua, prestò un siffatto servigio ad Italia, che lo combattè così prodemente. Al lungo e fatale legame che avvinse Germania e Italia per via dell’«Impero» imprecherà soltanto chi considera la storia mondiale colle grette vedute di una specie di felicità casalinga e patriarcale; ma fuor di quell’angusto orizzonte ogni lamento è senza valore ed insano. Questo solo può dirsi, che, dopo la pace di Venezia, Italia e Alemagna erano omai giunte ad abbastanza maturità perchè potessero disgiungersi l’una dall’altra; però sventuratamente Federico col matrimonio della Siciliana riannodò un vincolo che in ordine di principî s’era sciolto: così l’unità e la fortezza di Germania furono sacrificate senza pro alla politica dinastica degl’Imperatori, e condannate a sostener lunghe lotte di quà dalle Alpi.
Il giovine Enrico VI si struggeva del desiderio di ottenere la corona imperiale; e perciò i suoi ambasciatori corsero al Papa ed eziandio al Senato, di cui or nuovamente dovevasi attendere al voto, e cui il Re prometteva di riconoscere giuridicamente[772]. Clemente III, [713] sgomentato dalle minacce di Enrico, il quale se l’era legata al dito che avesse concesso Sicilia in feudo a Tancredi, stabiliva che la coronazione dovesse avvenire nelle prossime feste di Pasqua, ma egli moriva sulla fine del Marzo 1191.
Tosto i Cardinali elessero a papa il vecchio cardinale Giacinto, figlio di Pietro Bobone, romano della famiglia degli Orsini: e l’eletto assunse nome di Celestino III[773]. Già s’avvicinava Enrico con grande oste, già era prossima la Pasqua, e il novello Pontefice procrastinava la sua ordinazione per menare in lungo la coronazione, intorno cui ancor si negoziò. Potevala eziandio impedire l’atteggiamento ostile del Senato, laonde Enrico VI ne faceva ricerca con grande pressura, perchè gli tardava muovere prestamente contro Sicilia. Di queste circostanze accidentali s’approfittarono i Romani per ridurre finalmente Tusculo in loro balìa. La tribolata città s’era per tre anni difesa contro gli assalimenti del Papa e del Senato uniti; nella sua estrema angustia ella si era rivolta ad Enrico che venivasi avvicinando, gli aveva chiesto soccorso, e ottenutone un presidio tedesco che il Re di gran cuore le concedeva. Ma gli ambasciatori romani protestarono a Enrico che si opporrebbero alla sua coronazione se loro non desse in mano Tusculo; che, per lo contrario, se così avesse fatto, avrebbero eglino costretto da parte loro il Papa a [714] coronarlo immantinente. Enrico accondiscese all’obbrobriosissimo mercato, ma scaricò ogni colpa sul Pontefice, il quale si lasciava vincolare da patti inonesti: subito dopo della coronazione Enrico avrebbe consegnato Tusculo al Papa, e questi l’avrebbe data ai Romani[774].
Soltanto allora che Enrico VI s’ebbe avvicinato con grande oste a Roma Celestino III si fece ordinar papa ai 14 di Aprile nel san Pietro, per potere all’indomane, sebbene di contraggenio, compiere la ceremonia della coronazione[775]. Dai prati di Nerone mosse il Re alla città Leonina; ai 15 di Aprile, nel san Pietro, Celestino pose il diadema in capo di Enrico e di Costanza moglie sua[776], e il dì dopo i Tedeschi piantarono il loro campo [715] sulle pendici di Tusculo. La sventurata città ebbe presto una tragica fine; restituita al Papa, fu da questo abbandonata ai carnefici suoi, e i Romani con furore da demoni si scagliarono sulla vittima inerme; a Tusculo non rimase pietra su pietra; senza coscienza nè fede si scannarono i cittadini o si cacciarono in miserando stato. Fu questa una sconcia e scellerata imitazione delle celebri distruzioni di Lodi, di Milano e di Crema; tratto che denota l’indole di quel tempo di liberazione di città e di loro sterminî. Causa il duplice tradimento dell’Imperatore e del Papa perì per sempre una delle città antichissime del Lazio: il fatto avvenne ai 17 Aprile dell’anno 1191[777]. Nell’età antica Tusculo aveva donato a [716] Roma (tanto più giovine di essa) quegl’illustri cittadini che furono i Catoni; nel medio evo le aveva dato a tiranni i Conti tuscolani, quei suoi fieri consoli e patrizî e papi; tutti uomini che per la più parte erano stati malvagi, ed alcuni d’intelletto e di fortezza grandi. Il nome di Tusculo si associa strettamente coll’epoca più oscura di Roma medioevale; nè su quella sua altura sempre benedetta di sole si possono mirarne le meste ruine senza che la mente sia ricondotta alle memorie di Marozia, degli Alberici e dei Teofilatti[778]. Sparve la potente famiglia dei Conti de Tusculana, ossia, più esattamente, si propagò nella Campagna e a Roma in rami di famiglie, fra le quali fu celeberrima la casa dei Colonna. Questi signori vennero in possesso dell’antichissimo palazzo che la famiglia stipite dei Tusculani aveva posseduto in Roma, prossimamente ai santi Apostoli, e dove quei Conti, da consoli de’ Romani, avevano un tempo, tanto spesso tenuto il loro tribunale[779].
[717]
I beni della distrutta città andarono, secondo il patto, al Pontefice[780], le reliquie degli abitanti si dispersero ad ingrossare Frascati, oppure ad accrescere le popolazioni dei luoghi circonvicini[781].
Il novello Imperatore, senza far sosta, andò di Roma nelle Puglie per sbalzarvi re Tancredi dal trono; e il debole Celestino non oppose che impotenti preghiere a quel suo proponimento. Lo affannava la unione di Sicilia coll’Impero, che mandava a rovescio tutta la politica tradizionale dei Papi, ma impedir la cosa non poteva. Dopo rapide vittorie, conseguite peraltro a prezzo di perdite gravi nelle Puglie, Enrico VI fu costretto a tornarsene nel Settembre dell’anno 1191 ad Alemagna, e il Papa, che ne ebbe gran contentezza, osò ancora meno di [718] ledere il trattato conchiuso coi Romani[782]: dopo tanti anni Celestino III fu pertanto il solo Pontefice che passasse in Roma l’intiero tempo del suo pontificato. E in Roma tutte le attenenze esteriori favorivano la durata della Republica, ma le condizioni interne impedivano che si rafforzasse con robusto svolgimento. Roma cristiana non fu capace che di ribollimenti passeggieri in ogni cosa che fosse libertà e grandezza; alle vere e forti virtù civiche fu essa ad ogni tempo inetta. Città dominata dai Papi, non produsse mai più un sol cittadino che avesse la taglia degli antichi. A quel popolo sfortunato ed ozioso, che in un anno contava più feste di chiesa che giornate di lavoro, mancava coll’attività la proprietà; coll’una e coll’altra difettavano la forza e la dignità conscia di sè. Manifeste sono le ragioni dello stato deplorevole dei Romani, e nessun popolo del mondo sarebbe stato tanto forte da potere alla lunga resistere a quelle influenze funeste. Il ceto de’ cittadini mediocri di Roma, povero e debole troppo, non aveva associazioni di maestranze che gli desse fortezza, o, se ne aveva, erano soltanto cosa di pochissima rilevanza: pertanto non potè mettere briglia ai Patrizî ed ai Capitani, che, uniti al Papa o soli, presto indebolirono la Republica, e presto la fecero a pezzi[783]. Se la nobiltà avesse avuto l’animo di [719] quella di Genova o di Venezia, allora sì che di contra ai Pontefici s’avrebbe potuto comporre un durevole governo aristocratico; ma gl’innumerevoli nobiluomini romani, che non accudivano a negozî di commerci, nè si occupavano di agricoltura nella selvatica Campagna, erano per la massima parte illustri accattoni, ossiano uomini feudali del Papa, dei Vescovi e dei luoghi pii di Roma. Poco a poco la Chiesa aveva ridotto quegli ottimati a suoi vassalli, e, per quanto poteva fare, essa impediva che accumulassero o rendessero stabili le proprietà famigliari[784]. Perlochè i patrimonî dei maggiorenti erano sempre di durata incerta, passavano da mani a mani; e quando si leggono le carte di quell’età convien meravigliare, vedendo quanto spesso feudi e castella cambiassero padrone per ragione di permute. Soltanto a un pajo di famiglie, ai Colonna ed agli Orsini, riuscì fatto di fondare nella Campagna dei veri patrimonî liberi di loro case.
Allorchè le paci di Venezia, di Costanza e di Roma [720] ebbero fatto accorta la nobiltà che il Comune romano otteneva consistenza, mutò essa il sistema che fino allora aveva adottato. I Consoli entrarono allora nel Comune per cambiarlo in aristocratico; la nobiltà empiè de’ suoi il Senato, e le fu agevole cosa farveli eleggere. Da dopo l’anno 1143 in poi la preponderanza nel Senato era stata dei plebei; indi, poco a poco, v’erano entrati i maggiorenti; dal tempo di Clemente III e di Celestino III vi si trovarono più patrizî di antiche stirpi, che cittadini o cavalieri[785]. La pressa di entrare in Senato diventò tanta, che presto quel corpo superò il numero di cinquantasei membri che era stato il normale, ossia stabilito per patto[786].
Ell’era conseguenza di queste attenenze nuove, se [721] omai nell’anno 1191 avveniva una mutazione di cose; il popolo si sollevava contro l’aristocrazia, rovesciava la costituzione, e, come ne’ primi tempi, poneva un sol uomo a capo del governo. Può darsi che ciò si facesse ad imitazione di altre città, le quali verso la fine di questo secolo, a vece dei Consoli che finora erano stati loro governatori, avevano affidato il potere in mano di un solo reggitore. Non più i Romani diedero nome di Patricius al capo della loro Republica, e nemmanco quello di «Podestà» usato nelle città italiane, ma chiamaronlo Senator o Summus Senator; e di questa dignità investirono Benedetto Carissimus o Carushomo, uomo di stirpe ignota e certo cittadinesca, il quale durante una sommossa s’impadroniva del potere. Il governo poliarchico s’era mostrato debole; il reggimento d’un solo diè subito saggio di fortezza, perocchè il senatore Benedetto togliesse al Pontefice tutti i redditi nella Città e fuori, e ponesse suoi giudici (Justitiarii) anche nelle terre di provincia[787]. Da principio il Papa nol volle riconoscere, indi cedette, e accondiscese al mutamento della costituzione. Tuttavia neppur col governo di un solo Senatore l’ordinamento republicano ebbe cessato, e il Senato e il parlamento del popolo continuarono ad esistere come prima.
[722]
Forse a quel Senatore Roma andò debitrice del suo primo statuto municipale che da lui emanò e l’intiero popolo confermò[788]; sennonchè dell’attività di Benedetto non pervennero a noi che poche notizie, e mozze anche queste, laddove egli, chi il sa? fu uomo valente e ben meritevole forse, che la sua memoria si conservasse anche oggidì a Roma in una iscrizione monumentale. Il suo officio durò all’incirca due anni; indi ei cadde, precipitato da una sollevazione, e lungo tempo fu sostenuto prigioniero in Campidoglio[789], solo Senatore facendosi allora Giovanni Capoccio[790]. Questo Romano era di una famiglia di nobili minori che possedevano le loro torri presso ai [723] santi Martino e Silvestro, dove una oggidì ancora ne avanza ritta in piedi. Anch’egli tenne man forte di governo[791]. Uscito di carica, gli succedette Giovanni di Pierleone[792], ma, intorno all’anno 1197, una nuova mutazione restituì l’antico ordinamento di cinquantasei Senatori colla giunta esecutrice dei Consiliatori: e, poichè in quel tempo il Senato era essenzialmente composto di Capitani, l’innovazione non potè venire da altri che dalla nobiltà feudale[793].
La lotta delle fazioni combattentisi nel Comune e la [724] smania di novità (vizio comune di tutte le democrazie) erano la sola speranza del Papa, il quale accortamente lasciò che i Romani si sbizzarrissero a lor talento. Giusto in questo tempo il Papato era seriamente minacciato, chè, morto re Tancredi, Enrico VI nell’anno 1194, aveva soggiogato la Sicilia. La perfidia con cui questo Principe avaro e senza coscienza sterminò gli ultimi discendenti della dinastia de’ Normanni e la nobiltà normanna irritò il sentimento nazionale degli Italiani[794]. I Lombardi, minacciati di un nuovo despotismo imperiale, andavano a pericolo di veder crollare la loro libertà, conquistata a forza di eroismi. Enrico VI, come già aveva fatto suo padre, investiva Tedeschi dei publici officî; suo fratello Filippo veniva chiamato duca di Toscana ed otteneva in feudo i beni della contessa Matilde; ancor prima Corrado Lützelhard aveva avuto Spoleto, e al generale Markwaldo erano state date in [725] feudo la Romagna e le Marche. La potenza di Enrico cingeva tutto lo Stato della Chiesa come dentro a un cerchio di ferro; ed egli occupava il patrimonio della Chiesa quasi fino alle porte di Roma[795]. Il figlio del Barbarossa concepiva l’idea dell’Impero con baldanza giovanile; sognava già restaurare la dominazione imperiale sul mondo, sottomettere Italia al suo comando, distruggere il Papato gregoriano. In Roma voleva ripristinare i diritti imperiali cui il padre suo aveva rinunciato; e senza dubbio colla sua potenza d’animo grande ed energica Enrico VI sarebbe riuscito in questo intento, se più a lungo avesse vivuto. Il Prefetto urbano continuamente resisteva al Pontefice, di cui non acconsentiva ad essere l’officiale; l’investitura imperiale fino adesso gli aveva dato uno stato libero, illustre e temuto troppo, perchè egli ne potesse tollerare facilmente la perdita; laond’è che, giusto adesso, vediamo tanto spesso i Prefetti mettersi al codazzo di Enrico, cui eglino con gran fervore aderivano. Anche i Frangipani Enrico VI traeva dalla sua. Quei vassalli della Chiesa, allora potentissimi, bravavano del continuo i Papi che erano costretti a lasciar loro il possedimento della marittima città di [726] Terracina, dove la facevano da despoti, e con cui tratto tratto si rappacificavano mercè di trattati conchiusi con quel Comune, che ripetutamente si ribellava contro di loro[796].
Nel Novembre dell’anno 1196 l’Imperatore mosse alla sua ultima impresa in Sicilia: seguito da Pietro prefetto, da Markwaldo e da Corrado di Spoleto passò per le terre romane, e venne a Tivoli, a Palestrina e a Ferentino[797]. Roma non toccò, ma da Tivoli trattò col [727] Papa, cui chiese che coronasse il bambino Federico suo figlio[798]. Contro la sua abbominevole tirannia si sollevarono in Sicilia la nazione maltrattata e la stessa moglie di lui che passò dalla parte dei sediziosi. L’Imperatore soffocò la ribellione con una ferocia e con un’inumanità, di cui non si possono trovare esempî che nella storia de’ Sultani asiatici; però egli stesso, dopo che ebbe ridotto la ridente Sicilia a un deserto, fu rapito da fatal morte. Enrico VI, nella cui indole si accoppiavano grandi qualità di statista e di principe con disonestà senza fede nè coscienza, con avarizia e con crudezza, morì a soli trentadue anni di età, ai 28 Settembre 1197, in Messina. Addì 8 di Gennaio dell’anno 1198, anche Celestino III lo seguì nella tomba. Erede della formidabile potenza dell’Imperatore fu un fanciullo abbandonato alla tutela di una bigotta femmina siciliana; ma erede del debole Papa fu uno dei maggiori uomini che la Chiesa abbia avuto.
Le buone fortune del Papato non avevano limite[799].
[729]
Anche durante tutto il secolo duodecimo la vita intellettuale di Roma continuò ad essere mezzo barbarica, come a’ tempi prima era stata: le perpetue lotte della Chiesa cogl’Imperatori o col popolo romano, e l’esilio quasi costante dei Papi, in quello che veementissime rivoluzioni agitavano la Città, danno sufficiente spiegazione di un tal fatto.
Nel secolo decimosecondo sedettero sulla cattedra di san Pietro alcuni uomini illustri; ma di sedici Papi (che tanti ne contò questo periodo di anni) quattro soli, e non i maggiori, furono romani di nascita. Parecchi di essi avevano ricevuto educazione in paesi forestieri, e precisamente in Francia, dove Parigi, al tempo di Abelardo, era divenuta la reputatissima delle scuole di dialettica e di teologia. Fin dall’età di Urbano II, francese, [730] abbiamo notato lo stretto vincolo che associava Roma con Francia: se tempi innanzi erane stato anello di congiunzione l’ordine di Cluny, il grande riorganamento del monacato che avveniva per opera di Bernardo di Chiaravalle, lo rendeva nel secolo duodecimo ancor più sodo e durevole. Relazioni politiche ed ecclesiastiche univano di stretti nodi il Papato con una terra che del continuo prestava a quello un asilo ospitale; tutta Italia, ostilmente avversa ad Alemagna, era in commercio intellettuale con Francia, e per quest’epoca è cosa assai significativa che il massimo fra gli Italiani, Pietro Lombardo, teologo scolastico, non soltanto studiasse e poi insegnasse a Parigi, ma colà ne morisse vescovo (1160).
In Roma abbiamo veduto l’influenza che esercitarono le tendenze fra sè ostili di due Francesi di questa età: un discepolo di san Bernardo saliva alla cattedra santa, ed uno scolare di Abelardo prestava ai Republicani della Città i suoi lumi e il suo entusiasmo di nuove idee politiche. Se tempo addietro un Cardinale lamentava che la povertà impedisse ai Romani di andare a studio in paesi stranieri, e che perciò fossero privi di coltura, la cosa si era fatta ben diversa nella prima metà del secolo duodecimo: infatti molti Romani, chierici e laici e giovani della nobiltà, andavano a Parigi per erudirsi a quelle scuole[800]. Ma di tal fatta influenze in Roma erano cosa d’indole accidentale. Non la presenza dell’erudito Bernardo, [731] non la fondazione del suo monastero ad Aquas Salvias, non la coltura francese di parecchi Pontefici seppero infondervi uno spirito di vita scientifica. Gli Atti de’ Concilî e tutte le notizie di altra specie, in tutto intiero questo secolo nulla significano che espressamente si facesse per dare impulso alla dottrina delle lettere; ed ha caratteri troppo generali un commendevole Decreto che Alessandro III promulgava nel concilio Lateranense dell’anno 1179, dove ordinava che in ogni chiesa cattedrale si fondassero scuole gratuite pei preti e pei discepoli poveri[801].
Da un Pontefice culto e di animo principesco, qual si fu Calisto II, potevasi aspettare che provvedesse ad istituti letterarî, ma nulla questo udiamo neanche di lui; e si può imaginar di leggieri che egli trovasse Roma immersa in una barbarie tale, da doverlo mettere a disperazione. Altri Papi eruditi, come lo furono quasi tutti insino alla fine del secolo, ebbero impedimento o dalla brevità del loro pontificato o dall’esilio o dalle condizioni di Roma, di volgere cure un po’ durevoli a discipline di istruzione. Fin dal tempo de’ Papi riformatori la santa Sede si era circondata delle forze migliori della Chiesa; il Collegio cardinalizio contò sempre nel suo seno uomini che per scienza teologica furono nella loro età facilmente principi, ma pochissimi di quei Cardinali furono romani. Nessun chiaro ingegno, in nessuna classe di cultura, la Città educò nel corso del secolo decimosecondo, nè vi fiorì scuola alcuna di rinomanza.
[732]
Quest’epoca diventò insigne, perchè in essa rivisse la scienza del giure romano. Certo è una novella che i Pisani conquistassero ad Amalfi nell’anno 1135 quell’unico codice delle Pandette che in Italia si conservasse, e che una siffatta scoperta desse opportunità a far restaurare lo studio del diritto romano. In Italia non s’erano mai smarriti nè la contezza delle leggi di Giustiniano, nè l’uso del giure romano; tuttavia, fino dal secolo undecimo e compiutamente durante il decimosecondo, la novella costituzione delle città destò un grande fervore per gli studî di giurisprudenza. Abbiamo veduto Imperatori e Republiche far appello alle leggi di Giustiniano per suffragarne i loro diritti; ed eziandio l’ordinamento dei municipî italiani (che però soltanto nell’apparenza toglievano ad imitare l’antichità) rinnegava la sua origine istorica, per andar cercando la sua fonte nel diritto romano. Converrebbe credere che Roma avesse dovuto essere, secondo l’ordine naturale delle cose, il suolo dove lo studio di questa scienza mettesse più forte radice; eppure fu altrimenti. Giusto nella Città la invasione germanica non aveva mai dato di frego al diritto romano; la Costituzione di Lotario dell’anno 824 aveva raccolto entro di quello la cittadinanza romana; sotto gli Ottoni le leggi nazionali straniere avevano perduto nella Città ognor più di vigore, finchè, al tempo di Corrado imperatore, il diritto romano era divenuto il solo che prevalesse. Il Judex Romanus riceveva il suo nome appunto dal diritto romano; forza era dunque che del continuo questo si insegnasse nelle scuole, ma il suo studio si faceva sopra alcuni scarsi compendî compilati fino da tempi antichi: ed è meraviglioso il pensare, che Roma, scaturigine della [733] giurisprudenza, venisse a condizioni siffatte, che nelle sue biblioteche non si conservasse un solo codice delle Pandette, o neppur si sapesse della sua esistenza. Se altre città italiche davano opera fervidissima allo studio delle leggi di Giustiniano, non avrebbe dovuto offrirne maggiore opportunità il Senato che s’era restaurato in Campidoglio? Forse che all’età di Arnaldo da Brescia non avrebbe dovuto questa scienza prender voga proprio in Roma? I Senatori che scrivevano all’imperatore Corrado mostravano di essere bene addentro negli antichi concetti giuridici; senza dubbio la giurisprudenza si coltivava adesso in Roma con maggiore zelo; e par quasi impossibile che ivi allora non fossero degli eruditi glossatori eziandio delle Pandette, se omai sul principio del secolo duodecimo in quelle dottrine rifulgeva Irnerio di Bologna. Però di tal fatta erano le condizioni di Roma, che ivi non si venne formando nemmanco una grande scuola di giuristi. La città dei Romani ne lasciò la gloria a Bologna, dove omai nel secolo duodecimo si fondò un’università cui diede protezione Federico I: v’insegnarono gl’insigni dottori Bulgaro, Martino, Jacopo ed Ugo, e attrassero scolari da tutti i paesi, e diedero vita ad una scienza nuova.
La recisa divisione di Roma in due corpi giuridici, civile l’uno, canonico l’altro, potrebbe far credere che il grande predominio degli elementi ecclesiastici e il cozzo cui quelli venivano colla cittadinanza, tenessero in luogo angusto la scuola del diritto romano; sennonchè, ad onta eziandio della protezione de’ Papi, Roma non educò nemmanco una scuola di diritto canonico. Anche questo si insegnava a preferenza a Bologna, dove frate Graziano, [734] toscano, aveva composto intorno al 1140 la più completa compilazione dei Canones, ossiano leggi ecclesiastiche. Ai dì nostri, che la ragione critica ne ha da lungo tempo smascherato le favole e le menzogne, quel Codice celebre del medio evo pare essere il colosso giuridico della barbarie e delle tenebre, in mezzo alle quali l’uman genere andò per lunghi secoli errando tentoni. Fu quel libro di leggi che gli gravò le spalle di pondo opprimente; esso falsò i concetti giuridici della Chiesa e dello Stato, e annebbiò il giudizio di tutte le età, sol per l’intento di assicurare al sacerdozio, e soprattutto al Papato, la signoria del mondo[802].
Altre collezioni di natura diversa tornano a grande importanza per farci conoscere le condizioni della signoria temporale della Chiesa. Giusto allora si provava vivamente il bisogno di determinar con certezza tutto quello che apparteneva alle regalie della santa Sede, che da tante parti le si contrastavano. I Papi fecero raccogliere insieme tutti i documenti che si riferivano al loro Dominium Temporale, incominciando dalla sua fondazione sotto di Pipino. Gli Archivî del Laterano, e collezioni [735] antiche e moderne lasciavano per certo fra quei documenti delle grandi lacune, perocchè molte carte fossero scomparse, altre falsate. Degli antichissimi registri dell’amministrazione de’ dominî ecclesiastici, a’ tempi prima di Pipino, nulla s’era conservato: notammo la prima collezione di quella specie che ebbe compilato il cardinale Deusdedit; e poichè adesso (causa la controversia per il retaggio di Matilde e le pretensioni della città di Roma sulle regalie di san Pietro) il Papato vedeva messo in pericolo il suo possedimento, si riunirono in maggiori proporzioni i documenti su cui fondavansi i diritti della cattedra pontificia: ad opera siffatta diè mano primamente un chierico nominato Albino, all’età di Lucio III[803].
Il suo ampio lavoro fu ripigliato nell’anno 1192 da Cencio, romano della famiglia dei Savelli, che fu camerario della Chiesa sotto di Clemente III e di Celestino III, e diventò più tardi papa Onorio III. La sua compilazione è un’arida raccolta, la quale poco a poco si accrebbe, e tratta di materie di varia natura. Primieramente egli compose il registro delle rendite della Chiesa, dove sono notate tutte le entrate che la «Camera» lateranense ricavava da tutte le province: istessamente l’antico Liber Censuum di Albino incominciava col Provinciale, ossia col catalogo geografico delle province e [736] delle città del vecchio Impero romano, per guisa che l’Orbis Romanus della Notitia si tramutava nell’Orbis Ecclesiasticus, e il Laterano pontificio veniva continuando i registri geografici dell’antica Roma imperiale[804].
Dal «Libro delle entrate» si rileva qualmente i canoni fossero meravigliosamente tenui; però il numero stragrande di quelli che erano obligati a pagare il tributo, rendeva ragguardevole la somma. Il Papa ricavava la massima parte delle sue rendite dirette dalle chiese e dai monasteri di tutto il mondo che erano tenuti sotto lo speciale patronato e diritto di lui, e perciò ne pagavano una pensio annua; rendite poi traeva da Vescovi, da Principi, da signori, che per differenti titoli erano tenuti a soddisfargli canoni. Pertanto il grande registro di siffatte imposte dirette è in massimo grado instruttivo[805].
[737]
Oltracciò il Liber Censuum trascrive contratti di fitti a cominciare dal secolo ottavo, raccoglie la serie delle donazioni e dei privilegi dai Carolingi in poi[806], i giuramenti feudali dei Normanni, patti stabiliti con Principi, con signori, con città, trattati de’ Papi cogli Imperatori e colla città di Roma, formule parecchie di giuramenti de’ Vescovi, di officiali, di giudici, di senatori, di prevosti di castella; contiene l’Ordo Romanus, ossia il Libro rituale di tutte le ceremonie e di tutte le statuizioni che hanno riferimento a feste di chiesa, all’elezione ed alla consecrazione de’ Papi e de’ Vescovi, alla coronazione degli Imperatori e dei Re[807]; riporta passi [738] dei Regesti de’ Papi; vi aggiunge una Cronica de’ Pontefici: finalmente Benedetto, Albino e Cencio danno posto, nelle loro raccolte, ai Mirabilia ossiano descrizioni della città di Roma.
Pertanto in cotali lavori di archivisti si contiene una gran dovizia di materie; spesse volte queste sono malamente copiate, mancano di un criterio di trattazione ordinata, e vanno accumulate insieme in un ammasso informe. Ma per la storia di Roma cosiffatte compilazioni sono di valore inestimabile: dacchè andarono perduti i Regesti dei Papi di que’ secoli, e dacchè anche questi (come ne fanno dimostrazione le lettere di Gregorio VII) non si occupavano che di argomenti di chiesa, ne viene che, senza la collezione onde parliamo, i rapporti del Papato collo Stato ecclesiastico sarebbero rimasti per la massima parte al buio. Soltanto per via di quella ci è posto in aperto come fosse ordinata l’economia del palazzo pontificio, quali fossero gli organamenti dell’amministrazione e gli ordini feudali; per via di essa molte altre cose di soggetto pratico e storico ci sono chiarite. Laonde le collezioni di Albino e di Cencio prestano le fondamenta più rilevanti al codice diplomatico del Dominium Temporale dei Papi, e perciò sono di massimo pregio, tale che non verrà mai meno[808].
[739]
Anche in questo secolo a Roma non si discorre di proprî storiografi suoi; tutto si restringe alla continuazione officiale dei noti Cataloghi dei Papi. Tuttavia, quantunque grettamente vi sieno descritte le vite dei Pontefici del secolo duodecimo, quei lavori sono preziosa cosa in grazia della loro compilazione officiale, cui tratto tratto diedero opera testimonî oculari, oppure uomini della Curia ch’ebbero parte agli avvenimenti onde raccontano. Talvolta i grandi casi inspirano la mente di questi storiografi pontificî, per modo che eglino abbandonano il metodo tradizionale dei cataloghi, e danno maggiore ampiezza alle loro scritture. Le vite dei Papi da Vittore III ad Onorio II, furono narrate da Pietro e da Pandolfo di Pisa, loro contemporanei, i quali di gran lunga stan sopra a tutti i loro predecessori che posero mano al Liber Pontificalis: segnatamente le Biografie di Pasquale II e di Gelasio II, se anche non s’elevano a vero spirito storico, sono pur illustrate da un gran numero di date, e talvolta nella loro semplice concisione hanno tratti veramente drammatici e assai [740] attrattivi, avvegnaddio gli autori si commovano alla memoria dei fatti di cui discorrono[809].
Lo scisma di Anacleto II pose un termine ai lavori di que’ due istoriografi, perciocchè eglino abbracciassero la causa dell’Antipapa[810]. Laonde con Innocenzo II, anche la continuazione del Liber Pontificalis riprende il suo antico carattere di catalogo; e solamente la vita di Adriano IV e il reggimento tanto notevole del successor suo Alessandro III (soltanto però fino alla pace di Venezia) sono descritti con maggior diffusione da un loro contemporaneo ben noto[811].
La storiografia romana in tutto il secolo duodecimo [741] non produsse dunque altro che questi frammenti di un’età agitata di tanti e sì fieri casi. Nè i conventi di Roma, nè quelli del territorio romano (fatta eccezione del monastero di Fossa Nuova nel paese dei Volsci e di quello di Subiaco) composero allora cronica alcuna; e Goffredo di Viterbo, che in un suo poema cantò delle geste di Federico e scrisse una Cronica universale con titolo di Pantheon, come nato tedesco si schiera fra i letterati di Alemagna. Ei deve perciò gravemente deplorarsi che un periodo di tempo così fecondo di avvenimenti, e massime la rivoluzione avvenuta nella Città, non abbiano trovato pur un Romano che ne dettasse gli annali[812]. E vieppiù oscurata di barbarie Roma si pare in questa età, dacchè il rimanente d’Italia produsse importanti opere di storia, lavori in parte di culti uomini di Stato, che vissero nelle città allora sorgenti in fiore. Intorno al 1140 il giudice Falcone scriveva la Cronica di Benevento; il console Caffaro per incarico della sua Republica compilava i celebri Annali di Genova; Bernardo Marangone componeva la Cronica antichissima di Pisa; due giudici di Lodi, Ottone ed Acerbo Morena, e il milanese Sir Raul raccontavano le geste di Federico; Ugo Falcando si faceva autore di un prezioso frammento [742] della storia normanna di Sicilia (dal 1154 al 1169). A Roma nessun laico emulò quegli uomini, nè la gloria di Ottone di Frisinga e di Romualdo di Salerno allettò ecclesiastico alcuno a scrivere la storia di questo tempo.
Preti composero invece delle scritture storiche, o a meglio dire, raccolsero documenti intorno ad alcune chiese di Roma. Le antichissime basiliche della Città nel corso del tempo ebbero trovato loro storiografi, nè più nè meno che reami ne ebbero; e quali di esse dovevano offrir attrattiva ad uno scrittore più del san Pietro e del Laterano? Pietro Mallio, canonico del san Pietro, dettò una descrizione di questa basilica, e la intitolò ad Alessandro III. Un esatto lavoro che ci desse ragguaglio di questo tempio, quale esso era nel secolo duodecimo, sarebbe preziosissima cosa, ma il componimento del Mallio non è che una arida collezione di notizie. Egli rimonta alla storia della fondazione del san Pietro sotto di Costantino, e con gran predilezione si ferma a dire di Carlo magno e della sua donazione dello Stato ecclesiastico. L’intento maggiore del Mallio si fu suffragare per via di documenti i diritti del suo duomo e quelli del paro dell’enumerazione di edificî e di doni votivi ch’egli trasse dalla Cronica e dai Regesti dei Papi. La sua scrittura di piccola mole raccoglie insieme memorie storiche e statistiche, rituali, descrizioni, specificazione dei sepolcri dei Papi (di cui egli ci ha conservato le epigrafi); ed anche nella sua imperfezione è degna di nota e instruttiva, come quella che è la prima monografia che tratti del san Pietro e stia da sè[813].
[743]
Ad essa fa riscontro l’antichissima descrizione della basilica Lateranense, dettata da Giovanni, canonico di quella chiesa: anch’egli la compose per comandamento di Alessandro III, ed ha gran pregio per la storia del Laterano, segnatamente dopo la riedificazione cui attese Sergio III[814].
[744]
Queste monografie del resto hanno fondamento in un duplice genere di componimenti letterarî di quell’età, negli Ordines Romani, ossiano Libri rituali della Chiesa e nei Mirabilia. Il Mallio attinse dagli uni e dagli altri, e sulle loro tracce descrive il borgo Vaticano e il sepolcro di Adriano. «Nella Naumachia», dic’egli, «presso a santa Maria in Transpontina, evvi la tomba di Romolo che si appella Meta; era tutta rivestita di marmi magnifici, coi quali fu costruita la scalea del san Pietro. Tutt’all’intorno, per una misura di venti piedi, aveva essa un pavimento di pietra travertina, con una cloaca e col suo giardino. In vicinanza il Terebinthus di Nerone si alzava tant’alto, quant’è il castello di Adriano imperatore, ed era incrostato di finissimi marmi. L’edificio aveva figura rotonda a due cerchi, come il castello; i suoi orli erano coperti di lamine di pietra che facevano officio di gocciolatoi del tetto. Vicino a questo edificio fu crocifisso l’apostolo Pietro.»
«Ivi si trova eziandio il castello che fu la Memoria di Adriano imperatore, come può leggersi nell’omelia che il santo pontefice Leone compose per la festività di san Pietro, dove dice: la Memoria dell’imperatore Adriano. È un tempio di meravigliosa grandezza, tutto rivestito di pietre, e ornato di parecchie istorie; all’intorno lo circondano sbarre di metallo, con grandi pavoni e con un toro di bronzo; due di quei pavoni oggi si trovano nel pozzo del «Paradiso»[815]. Ai quattro [745] angoli del tempio eran posti quattro cavalli di bronzo dorato; ad ogni facciata v’aveano porte di bronzo; in mezzo al cerchio stava la tomba di porfido che oggidì è custodita in Laterano, e nella quale fu deposta la salma di papa Innocenzo II. Il suo coperchio è nel «Paradiso del san Pietro, sopra il sepolcro del Prefetto» (ossia di Cinzio, l’amico di Gregorio VII).
Quasi alla lettera il Mallio trascrisse questa descrizione dai Mirabilia.
Il secolo duodecimo favorì i primi studî di archeologia romana. I Senatori, che deliravano di avere restaurato in Campidoglio la Republica antica, si risovvennero eziandio della magnificenza monumentale della vecchia Roma, e nella loro fantasia si ricomposero la città di meraviglie dei loro antenati. Ad onta di tutto il rovinio violento recatovi dall’opera devastatrice di secoli, Roma era la terra più vetusta del mondo, e, sebbene anch’esso ruinoso, alitava in petto ai Romani uno spirito antico, che in mezzo al popolo veniva acquistando una viva coscienza di sè, e rompeva veementissima guerra contro la Chiesa. Al tempo in cui si rinnovellò il Senato la Graphia e i Mirabilia assunsero la forma sotto cui pervennero fino a noi; d’allora in poi si diffusero essi ognor più per via di copie che se ne ricavarono, quantunque ignoranti scrivani li deturpassero coi più assurdi farfalloni. E l’una e gli altri in sostanza sono la stessa cosa, ma ebbero compilatori diversi; e se anche non facciano a [746] bella posta di escludere da sè le cose di Roma ecclesiastica, certo è che trattano a preferenza con fervido amore della Città pagana. E questo carattere di antichità repugnava tanto poco in Roma cristiana, che precisamente gli Archivisti pontificî, come furono Benedetto, Albino e Cencio, innestarono i Mirabilia nelle loro collezioni officiali. La menzione che vi si fa della tomba d’Innocenzo II e di quella di Anastasio IV, delle torri dei Frangipani e dei Pierleoni, finalmente del palazzo dei Senatori in Campidoglio, dimostra che questa Descrizione della Città ebbe compimento nella seconda metà del secolo duodecimo. Per riguardo poi alla Graphia, sebbene vi siano aggiunte delle parti più antiche, e cioè il Libro ceremoniale degli imperatori all’età degli Ottoni, nondimeno anche la sua composizione appartiene a quello istesso tempo; nè abbiamo codice alcuno dei Mirabilia che risalga più in là del secolo decimosecondo[816].
Pertanto una lacuna di secoli s’inframmette tra il Curiosum Urbis (od almeno l’Anonimo di Einsiedeln) e i Mirabilia; nè ci si conservò alcun anello intermedio, prima che quel Curiosum, onde non si perdette mai contezza in Roma, si trasmutasse nei Mirabilia. Certamente che questa ampliata Descrizione della Città gittò le sue fondamenta poco a poco; alcune delle sue parti erano note al Cronista di Soratte, e può darsi che finalmente nel secolo duodecimo tutte si congiungessero insieme [747] ad unità. Negar non si può per lo meno che i Mirabilia venissero su raffazzonati a forza di frammenti; ma tuttavolta ci manca la loro scrittura originale; nè prima del secolo duodecimo si trovano autori romani e italiani (il canonico Benedetto, Albino, Cencio, Goffredo di Viterbo, Pietro Mallio, Romualdo di Salerno e più tardi Martino Polono), che abbiano attinto dai Mirabilia, o li abbiano intieramente raccolti nelle loro compilazioni[817].
In quel componimento, che un ignoto scolastico dettava intorno alle «cose meravigliose della città di Roma», l’archeologia romana, la quale ai dì nostri ebbe raggiunta un’ampiezza che può dirsi spaventosa, fa sbocciare il suo primo fiore da germi già svolti in tempi addietro; e lo fa usando di forme barbariche e rozze, e di un latino ruinoso sì come il soggetto che descrive. Il buon senso e le assurdità, la retta scienza e i perdonabili errori che colà dentro si mescolano insieme, non hanno di che arrossire soverchiamente innanzi alla pretensiosa erudizione di Archeologi venuti più tardi (ed anche di quelli dei nostri giorni), i quali, se si raccolgano tutte insieme le loro opinioni, fanno di Roma un vero labirinto che mette nausea a chi la contempla con occhio di storico. [748] Ella è cosa sommamente attrattiva pensarsi qual dovesse esser l’aspetto di Roma nel secolo duodecimo, quando le sue ruine maestose non erano peranco ridotte a scheletri illustrati dalla scienza, ripulite artisticamente, dissotterrate e incorniciate, ma erano tramutate in torri gravide d’armi di consoli feroci, e in case dalle forme pittoresche, oppure si celavano alle indagini dello studioso, abbandonate allo stato selvaggio di natura, misteriose, leggendarie, e vagamente coperte di edera. Molte rovine, che oggidì sparvero o che hanno perduto l’ornato dei loro marmi, nel secolo duodecimo stavano ritte in piedi nel mezzo delle vie, e il popolo le appellava con nomi or tratti dalla leggenda ed ora storicamente esatti. Chi legge il libro dei Mirabilia, deve stupire che tanto grande fosse il loro numero anche dopo l’incendio appiccato dai Normanni; chè, quantunque la descrizione della città parli ancora di luoghi e di monumenti che nel secolo duodecimo avevano cambiato di forma od erano periti, pure assai spesso ne dipinge e ne denomina di quelli che veramente tuttavia esistevano.
Della esattezza dei Mirabilia possiamo a più luoghi aver prova col raffronto dei Libri rituali contemporanei; infatti anche questi danno precisamente gli stessi nomi popolari ai monumenti. I Rituali ci descrivono una volta il cammino che solevano seguire i Papi quando percorrevano Roma in processione, e lo denotano chiaramente dagli edificî presso cui passavano e dalle strade che battevano. A quel tempo, allorchè ricorrevano certe feste, i Papi movevano per la città, non trascinati in cocchi d’oro, ma umilmente pedestri e scalzi; e quei vecchi [749] deboli solevano riposare la persona stanca a certe stazioni fisse, dove era loro apparecchiato, alla vista di tutti, un lettucio (lectus)[818]; oppure, circondati dalle pompe della loro corte, procedevano coronati del Regnum, a cavallo di un bianco muletto (albus palafredus), che aveva il freno d’argento ed era coperto di gualdrappe di porpora.
L’Ordo di Benedetto canonico, scritto nell’anno 1143, e nel cui codice si trovano aggiunti i Mirabilia, fa conoscere così la via che la processione seguiva: «Il Papa esce per il campo (Lateranense) vicin san Gregorio in Martio, passa sotto l’arco dell’acquedotto (l’Aqua Martia, da cui il san Gregorio riceveva nome), prende per la via grande, costeggia a man destra il san Clemente, e piega a sinistra verso il Coliseum. Traversa l’Arcus Aureae (un arco che metteva al Forum di Nerva), trascorre innanzi al Foro di Trajano (ossia quello di Nerva), e giunge fino a san Basilio (oggidì delle Annunziatine); indi sale il monte presso alle Militiae di Tiberio (Torre delle Milizie), viene giù per santo Abbaciro, passa davanti ai santi Apostoli, piglia a mancina per la via Lata, gira per la via Quirinale, muove a santa Maria in Aquiro fino all’arco della Pietà, capita al campo di Marte, tocca san Trifone presso le Posterulae e arriva al ponte di Adriano. Traghetta il ponte, esce per la porta Collina lasciandosi addietro il tempio e il castello di Adriano, passa avanti dell’obelisco (vuol dire a questo [750] luogo del Terebinthus) di Nerone, attraversa il Porticus presso al sepolcro di Romolo, indi sale al Vaticano e alla basilica dell’apostolo Pietro.
»Finita la messa, il Papa cinge fuor della basilica la corona, monta a cavallo, e, coronato, fa ritorno in processione per questa «sacra via»: traversato il Porticus, valicato il ponte detto di sopra, e superato l’arco trionfale degl’imperatori Teodosio, Valentiniano e Graziano, viene rasente il palazzo di Cromazio dove gli Ebrei cantano le laudi; poi percorre il Parione fra il Circo di Alessandro (oggidì piazza Navona) e il teatro di Pompeo, scende per il Porticus di Agrippina (vicino al Panteon), risale per la Pinea (Regione o piazza della Pigna) vicino alla Palatina (il luogo antico detto ad Pallacenas presso il san Marco), passa dal san Marco; indi per l’arco della «mano di carne» (Manus Carneae) e per il Clivus Argentarius fra «l’isola» di quello stesso nome (Basilica Argentaria) ed il Campidoglio, tira giù innanzi alla carcere Mamertina (privata Mamertini); viene per l’arco trionfale (di Severo) in mezzo al Templum Fatale (l’arco di Giano) e il tempio della Concordia, procede oltre tra il Foro di Trajano (di Nerva) e il Foro di Cesare; passa sotto l’arco della «Nervia,» in mezzo al tempio di quella Dea e il tempio di Giano[819]: rimonta innanzi all’«Asilo» [751] per la via lastricata dove cadde Simon Mago (l’antica via Sacra), vicino al tempio di Romolo (basilica di Costantino); poi trascorre dall’arco trionfale di Tito e di Vespasiano, che ivi è chiamato VII Lucernarum; discende fino alla Meta Sudans innanzi all’arco trionfale di Costantino, piega a manca davanti all’anfiteatro, e per la via santa (Sancta Via) vicino al Colosseo torna al Laterano[820].»
Di questa maniera s’era formata anche una novella «via sacra» dei pomposi cortei cristiani che movevano per Roma; e la sua ultima parte, dal Colosseo al Laterano, era appellata Sancta Via: così è che le processioni pontificie con ispeciale accorgimento movevano attraverso gli antichi archi di trionfo del Paganesimo. Lungo la «via santa» pontificia, monumenti cristiani si alternavano con ruine pagane; ma anche i Libri rituali allora tenevano nota con decisa predilezione di queste ultime. Non una v’ha di esse che il libro dei Mirabilia non registri, nè vi manca avvertimento del palazzo del prefetto Cromazio nella Regione detta Parione, dove si postavano gli Israeliti. Descrive quell’edificio romano, che allora durava tuttavia [752] in istato ruinoso presso a santo Stefano in Piscina, e lo appella Templum Olovitreum, ossia «tutto composto di musaico, tutto fatto di cristalli e di oro con magica arte, e ornato di un’astronomia coi segni del cielo»; e sa che Sebastiano, unito a Tiburzio figlio del prefetto Cromazio, aveva distrutto quelle case meravigliose[821].
L’Ordo Romanus mette pertanto in rilievo la esattezza topografica dei Mirabilia; e, anche senza di ciò, questa Descrizione della Città, ad onta del suo stile barbarico, dimostra nella massima parte una giustezza di vedute che l’odierna archeologia è costretta a confermare. Il suo compilatore, oltre che dalle tradizioni locali, attinse da fonti parecchie. Le antichissime informazioni gli ebbero porto il Curiosum e la Notitia; egli non toglie a seguirne la ripartizione regionale, come quella che ai suoi tempi non poteva adoperarsi più, ma egli passa ancora in rassegna le mura, le porte, i colli ed i ponti di Roma, in ciò seguendo le tracce di quelle vecchie indicazioni[822]. Soltanto [753] nelle rubriche, pur sempre importanti, dei palazzi, delle terme, degli archi trionfali e dei teatri, lo scrittore non registra dati numerici, e tratta l’argomento con molto amore, ma con gran confusione[823]. Indi, forse soltanto per giovare e per compiacere ai pii desiderî dei pellegrini, vi compone il catalogo dei cimiteri e dei luoghi di Roma che sono celebri per istorie di martiri, ricavandone le notizie dai Libri delle «Stazioni», dal Pontificale e dai Martirologî: ed uno degli ingenui copisti del libro dei Mirabilia, approfonditosi nello studio dei Calendarî dei Santi, scambiava financo i Fasti di Ovidio per un martirologio di Ovidio[824]. Seguono dappoi alcune [754] appendici, e, secondo i varî esemplari, sono in diverso ordine disposte: parlano «della pigna che era in Roma», «del Campidoglio di Roma», «del tempio di Marte in Roma», «dei cavalli marmorei in Roma», «dei giudici imperiali in Roma»[825], «della colonna di Antonino in Roma». Finalmente in quella congerie aridamente raccolta insieme e azzeppata di ripetizioni parecchie, viene data la descrizione del Vaticano e del castel Sant’Angelo, del sepolcro di Augusto, del Campidoglio, dei Fora, del Palatino e di altri colli; e vi si aggiungono le storie del cavallo di bronzo ch’era innanzi al Laterano, dell’edificazione del Panteon e della visione di Agrippa.
Per dare un’idea della forma che in generale usano i Mirabilia nelle loro descrizioni basteranno questi brani che ne togliamo: «Qui (di fianco al Forum) è il tempio di Vesta, entro cui vuolsi che dorma il drago, sì come leggiamo nella Biografia di san Silvestro; e colà stanno il tempio di Pallade e il Forum di Cesare e il tempio di Giano, il quale dal principio e dalla fine è indovino dell’anno, siccome dice Ovidio nei Fasti; ma adesso si appella torre di Cencio Frangipane.» Delle [755] ruine del Palatino, che chiamavasi eziandio Palatinus mons, viene detto brevemente: «Dentro del Palatium è il tempio di Giulio; nella fronte del Palatium, il tempio del Sole; sovra dello stesso Palatium, il tempio di Giove, che ha nome di Casa major»[826]. Del Circo Massimo: «Il Circus di Prisco Tarquinio era di bellezza meravigliosa, e così veniva giù degradando che nessun Romano impediva all’altro la veduta: sulla cima posavano archi che erano rivestiti di vetro e di giallo oro; in alto erano le case del Palatium, dove a tondo sedevano le donne per mirare il giuoco ai 14 di Maggio, quando si celebrava; nel mezzo stavano due guglie (obelischi); la minore aveva ottantasette piedi; la più grande, centoventidue. Sul vertice dell’arco di trionfo, che è vicino alla porta d’ingresso, era collocato un cavallo di bronzo dorato, che pareva slanciarsi alla corsa, quasi volesse trascinare con sè un guerriero; sull’arco che si erige all’estremità vi aveva un secondo cavallo di bronzo dorato. Nell’alto del Palatium, donde si miravano i giuochi, erano gli scanni dell’Imperatore e della Regina.» — «Innanzi al tempio di Trajano, là dove oggidì ancora ne durano le porte, era il tempio di Giove.» — «Vicino alla Schola Graeca era il tempio di Lentulo; dall’altro lato, ove s’alza adesso la torre di Centius de [756] Origo, trovavasi il tempio di Bacco[827]. Nell’Elephantus erano il tempio della Sibilla, e il tempio di Cicerone in Tulliano, e il tempio di Giove dov’era il pergolato d’oro, e il Templum Severianum»[828]. — Nel campo di Marte era il tempio di Marte, dove alle calende di Luglio eleggevansi i Consoli che duravano fino alle calende di Gennaio; se l’eletto Console era mondo di delitti, lo si confermava nel consolato[829]. In questo tempio i vincitori romani deponevano i rostri delle navi, de’ quali componevansi opere a spettacolo di tutti i popoli. — «Sulla cima del frontone del Panteon posavano due tori di bronzo dorato. Davanti al palazzo di Alessandro erano due templi di Flora e di Febo. Dietro al palazzo, dove adesso è la «conca», esisteva il tempio di Bellona, e v’era scritto:
Roma vetusta fui: sed nunc nova Roma vocabor;
Eruta ruderibus culmen ad alta fero»[830].
[757]
Spesso i Mirabilia denotano opportunamente gli edificî antichi dalle chiese che erano state costruite nei ruderi di quelli, ma ei si scorge che quasi esclusivamente si occupano dei vecchi monumenti, per modo che il libro racchiude addirittura quanta scienza in fatto di archeologia Roma possedeva a questa età, nella quale Italia pose mano all’ardita impresa di affrancarsi tutt’ad una volta dalla barbarie del medio evo, dalla signoria dei preti e dalla dominazione straniera. Pertanto con una stretta e bella coincidenza il libro dei Mirabilia pare essere la ricostruzione archeologica della vecchia Roma, giusto nel tempo in cui si restaura a libertà il municipio; e possiamo credere che quello scritto fosse allora la lettura favorita dei Senatori. Il suo compilatore non potè essere altr’uomo che romano. Egli infatti esprimeva con chiara consapevolezza lo scopo essenzialmente archeologico del suo lavoro, così dicendo: «Questi ed altri molti templi e palagi degli Imperatori, de’ Consoli, de’ Senatori e dei Prefetti, esistettero al tempo dei Pagani, siccome negli annali antichi leggemmo, e cogli occhi nostri abbiam visto, e da’ vecchi udimmo: e di quanta bellezza d’oro e d’argento, di bronzo e di avorio e di preziose pietre fossero ornati, curammo manifestare con questa scrittura, il meglio che potemmo, a memoria dei posteri»[831].
[758]
Laonde è che ancora oggidì lo studioso dell’antichità deve serbar gratitudine a quell’ingenuo scolastico. Da quel libro di barbarico stile egli può ritrarre profitto vero, purchè non si sgomenti di andar laboriosamente cercando la verità, mondandola dalla scorza dell’errore e dalle scipitaggini che la involgono. Quello stranissimo di tutti i libri somiglia ad una caverna entro cui sta sepolto un tesoro, e dove conviene entrare con in mano la lampada della critica per trarne tuttavia molte cognizioni. Ed anche l’Autore dei Mirabilia, precursore di Flavio Biondo, fu uno studioso che, ispiratone di mesta vaghezza, fece il primo e audace tentativo di andar a cerca di Roma in mezzo ai cumuli delle sue ruine e di mettere in mostra i suoi monumenti storici. Però (e, confessiamolo pure, così è anche in tutti gli altri libri di archeologia), la maestosa realtà dell’antica città dei Romani si trova nei Mirabilia quasi velata tetramente da un pallido raggio di luna. Quel libro c’insegna quanto sia grande la tragica potenza del tempo, che nell’animo umano abbuia tutte le grandezze della storia, e agguaglia a un racconto di leggende, e copre di grossi strati di polvere tutti gli splendori delle età passate. Più tardi la gente umana, che ne conserva una vaga ricordanza, scava e scava tutt’intorno; e a forza di fatiche immani, plaudendo arrogantemente alle sue scoperte, non giunge a conoscer la metà di quello che [759] ogni bambolo ai tempi andati e sulla faccia del luogo sapeva a menadito[832].
[760]
Il libro archeologico di Roma medioevale porge opportunità eziandio di altre considerazioni. Fa stupore che ad un’età di leggende romantiche e di poesie predomini nei Mirabilia il carattere archeologico; difatti in essi la leggenda poetica è tenuta in poco conto. La Chiesa di Roma coltivava massimamente le storie dei martiri, ma non si curava delle leggende profane; soprattutto poi occorre notare che l’ingegno dei popoli italici non è inchinevole ai racconti favolosi, perocchè il loro suolo sia stracarico di storia, e la luce chiara del loro cielo non blandisca quella vita di sogni che è propria della leggenda. I Mirabilia contengono tanto poche leggende che par quasi strano; a poche vi si accenna di volo; poche altre sono sbozzate a metà; alcune sono storie di Chiesa; quasi tutte (e questo notevole carattere è prettamente romano) si riferiscono a statue.
In un tempo nel quale l’arte statuaria s’era spenta erano propriamente le sue nobili reliquie che commuovere dovevano ad ammirazione gli uomini: segnatamente i pellegrini stranieri, se possedevano la coltura d’Ildeberto di Tours vescovo poeta, ne erano tratti ad un entusiasmo quasi pagano; se poi erano gente grossa le statue dovevano ai loro occhi parere opere di magica [761] arte, cui un demone arcano aveva infuso la vita. Più strettamente e più vivamente di tutti gli altri avanzi dell’antichità erano soltanto le statue che davano un’idea del mondo classico al popolo, il quale aveva obliato l’antica poesia e non l’intendeva più. Non v’era in alcuna terra del mondo un artista che avesse saputo plasmare una figura di marmo pari a quelle che, cittadine di un mondo diverso e geniale, erano rimaste in mezzo a’ ruderi di terme e di templi. Con occhi misteriosi le divinità di Grecia dalle loro statue solitarie parevano guardare e ammaliare quegli uomini barbari del medio evo, che s’erano infervorati delle Crociate e dell’Oriente, e che al tempo in cui risorgevano il diritto romano e la republica romana tornavano a ricordarsi con timidi desiderî delle bellezze del paganesimo. Di questa tendenza dà un’idea assai espressiva quella leggiadra novella della Venere di marmo, cui un giovinetto scherzando poneva in dito un anello, ed ella sel riteneva, e lo serrava forte come fosse anello suo nuziale. Favola preziosa, che tutt’a un tratto manifesta quella consapevolezza, che s’accoglieva dormiente nei petti umani, del nesso indestruttibile che associava l’età nuova alla cultura antica; vaticinio di un tempo lontano in cui s’avrebbe fatto fervido ritorno alla scienza ed alle vaghe forme dell’arte pagana[833]. Però le leggende che correvano sulle statue di Roma altro allora veramente non significavano se non che quelle figlie [762] smarrite del genio greco non trovavano fra gli uomini imbarbariti chi le comprendesse più. Vedersene allora non si poteva che a Roma, perocchè in nessun altro luogo, prima che si cominciasse a fare escavi, non vi fossero tante statue di marmo e di bronzo, quante là erano. Le favole delle statue romane possono essere state invenzioni così dei Romani che di stranieri, e in parecchi casi fu certo la fantasia fervente e più poetica dei pellegrini nordici che ne compose le novelle. Per fermo era un pellegrino che sognava di tesori magici nascosti sotto il suolo di Roma, quegli che inventava la storia portentosa della statua di bronzo nel Campo di Marte: col dito accennava essa a terra; sul capo teneva scritte queste parole: hic percute!, e il celebre papa Gerberto ne scioglieva l’enigma[834]. In verità questa leggenda addita con senso arguto e bello ai misteri onde nelle profondità del suolo di Roma si celava il mondo caduto dell’antichità; e oggidì ancora chi s’aggira per Roma potrebbe spesso fermarsi sopra i ruderi del Foro, o nel Campo di Marte, o nelle terme deserte, e sclamare: hic percute! Giacchè anche adesso dormono ivi sotto innumerevoli statue dell’antichità, e aspettano la magica parola che le risvegli dal loro sonno, oppure il caso che sollevi il pesante coperchio della loro sepoltura.
I Mirabilia notano una fiata che Romolo collocasse nel suo palazzo una statua d’oro in cui egli era effigiato, [763] con questo motto: «Non cadrà fino a tanto che una vergine non partorirà»; e dicono che il simulacro traboccò al suolo allorchè la Vergine ebbe partorito[835]. E fanno menzione dell’arguta e bellissima leggenda di un’altra statua che parlò all’apostata imperatore Giuliano, e tanto seppe ammaliarlo ch’egli ritornò al Paganesimo[836]. Anche le loro maggiori leggende profane si riferiscono a statue; e il leggitore di questa storia conosce omai i portentosi racconti della statua equestre di Marc’Aurelio, dei due colossi di marmo e delle statue equestri del Campidoglio.
L’antica favola delle statue del Campidoglio fu più tardi associata col ciclo leggendario del «mago Virgilio», e ci fa stupore che l’Autore dei Mirabilia abbia sdegnato di raccogliere nelle sue scritture le leggende che di Virgilio narravansi. Non più si recitavano fra i ruderi del Foro di Trajano i versi del massimo poeta di Roma, che (lungo tempo ancora dopo la caduta [764] dell’Impero romano) retori erano andati declamando in publico: L’uso della lingua italiana di già rendeva difficile l’intelligenza di quei versi; la musa latina, fin l’epigramma, nel secolo duodecimo era quasi morta in Roma, laddove nei paesi di fuori metteva fiori olezzanti, come nei carmi degli scolastici vaganti. Noi dovremmo fare grande fatica a scaturir fuori la scuola celata di qualche grammatico che spiegasse ai suoi discepoli l’Eneide o le Egloghe; tuttavia non abbiamo punto dubbio che sempre in Roma si conservasse la conoscenza di Virgilio, ed eziandio di Ovidio che era peranco noto all’Autore dei Mirabilia; laddove Orazio, troppo elegante e vissuto nella società del bel mondo, s’era fatto meno intelligibile a quella rozza gente[837]. Scoperte degli antiquarî si decifravano a Roma con Virgilio alla mano; lo dimostra ciò che racconta Guglielmo di Malmesbury, che intorno al 1045 s’era rinvenuto a Roma il sepolcro di Pallante, figliuolo di Evandro. Il corpo del gigante, così dic’egli, fu trovato ancora incorrotto, con una ferita larga quattro piedi che gli aveva aperta in petto re Turno. E nella tomba ardeva tuttora una torcia, nè spegnerla si era potuto che facendo una fessura sotto la fiamma. Sarebbe stato impossibile che si desse in cotal forma notizia all’Annalista inglese di questa scoperta, se non fossero stati gli stessi antiquarî [765] romani che avessero proposto una siffatta spiegazione alla tomba rinvenuta[838].
Ai nostri giorni si tenne dietro con grande amore alla memoria che durò di Virgilio nel medio evo; se ne studiarono le ragioni, e s’interpretarono. Convien sapere che dopo il tempo di Costantino alcuni passi delle poesie di Virgilio, massime dell’Egloga quarta, si ebbero in conto di vaticinî cristiani. A questo poeta vissuto sul limitare di due epoche mondiali la musa aveva dettato alcuni versi geniali, che per uno strano caso ebbero apparenza di essere la predizione ispirata della nascita di Gesù Cristo[839]; nè mai come in Virgilio la fina adulazione di un [766] poeta, o la sua speranza ideale di una futura età dell’oro, conseguirono più splendida ricompensa. Quel pagano fu levato al grado di profeta del Messia, diventò il poeta favorito della Chiesa e del credulo medio evo; e per secoli lunghi si andò aprendo a sorte i suoi libri per cercarvi gli oracoli di un veggente sibillino, nello istesso modo che suolsi oggidì sfogliare le carte della Bibbia in cerca pur di oracoli. La trasfigurazione poetica della musa virgiliana è uno dei più singolari fatti della storia dello spirito umano, ed è dimostrazione notevole della stupenda concatenazione mercè cui la potenza della poesia intreccia fra loro le epoche intellettuali. Vi fa accompagnatura la più leggiadra di tutte le leggende, che uniscono l’una coll’altra le due età; quella visione, dico, del patrono di Virgilio, di Ottaviano imperatore, cui la Sibilla, sul punto di prendere commiato dagli uomini, mostra la Vergine che tiene in braccio Gesù bambino[840].
Mentre la Chiesa onorava Virgilio come una specie di Jesaia cristiano, il popolo invece (e questo già era [767] avvenuto in tempo mirabilmente antico) lo mutava in filosofo, in matematico ossia in un mago di prima forza. In forma siffatta ei doveva esser noto anche ai Romani del tempo dei Mirabilia; però la leggenda del mago Virgilio non sbucciò dal suolo di Roma; quivi fu solamente trapiantata. È cosa sorprendente che i Mirabilia non facciano parola di Virgilio, là dove narrano della visione di Ottaviano; e neppur la leggenda delle statue sonanti, di cui toccano soltanto di volo, non è in verun modo associata con lui. La Salvatio Romae in Campidoglio, dove le statue collo squillo di loro campanelli manifestavano la ribellione di ogni provincia, non compare assolutamente in Roma con quelle forme che ebbe assunto più tardi. Infatti il romanzo francese Virgilius narra che l’incantatore, a salvamento di Roma fabbricasse una torre con istatue di quella specie: e un’altra leggenda descrive l’edificio per modo, che durante il giorno fosse tutto scintillante d’oro, e di nottetempo una lampada luminosa lo segnalasse alla vista dei naviganti; e inoltre aggiunge che uno specchio posto ivi dentro svelasse tutto ciò che avveniva nel mondo ed ogni moto ostile a Roma. Questa favola dello specchio magico che si trova nelle epopee cavalleresche, com’è nel «Percivallo,» non ha origine romana, ma può darsi che a Roma fosse nota nell’età dei Mirabilia. E antiquarî affermano, che gli avanzi della torre dei Frangipani posta sull’arco di Tito, dopochè Gregorio IX l’ebbe fatta demolire nel secolo decimoterzo, erano dal popolo chiamati «torre di Virgilio»[841].
[768]
Ai portenti di Virgilio in Roma apparteneva eziandio la così detta «Bocca della verità», ma non furono i Romani che posero Virgilio in relazione con questa leggenda, che aveva il suo luogo a santa Maria in Cosmedin; può anzi essere che nel secolo duodecimo i Romani neppure avessero contezza d’intreccio siffatto. Nell’atrio di quella basilica esiste ancora oggidì una grande maschera di cloaca, e il popolo diceva nel medio evo, che i Romani antichi, allorchè pronunciavano un giuramento, dovevano ficcar la mano nella sua bocca aperta, la quale avrebbe azzannato lo spergiuro: tanto sarebbe durata la cosa, finchè lo scaltrimento di un’adultera femmina distruggeva la potenza portentosa di quell’effigie[842].
[769]
Di tutte queste opere portentose di Virgilio tacciono i Mirabilia, e una sola volta fanno parola di lui a questo modo: «Sul Viminale è la chiesa di sant’Agata, donde Virgilio imprigionato dai Romani prese forme invisibili, uscì e andò a Napoli; da ciò derivò il detto: vado ad Napulum»[843]. Ei sembra che ciò si riferisca a quella favola la quale raccontava come l’Imperatore incarcerasse Virgilio a causa della bizzarra vendetta che ei si toglieva di una sdegnosa Romana, e come il poeta, montando su un aerostato, se la battesse nelle Puglie: la notizia che ne danno i soli Mirabilia mette in aperto che i Romani dei secoli duodecimo e decimoterzo sapevano non soltanto di questa ma eziandio di altre leggende virgiliane.
Tuttavia la patria vera del «mago Virgilio» fu Napoli, sua città prediletta e suo mitico sepolcro; e noi seguiteremmo colà con grande onoranza il negromante sul suo pallone, se non temessimo di allontanarci soverchiamente dal suolo storico di Roma. Il serio amico di Asinio Pollione, il poeta che ebbe natura sì timida da sbassare gli occhi davanti ogni sguardo curioso o scrutatore, [770] sarebbe rimasto di stucco se avesse potuto presagire di che novelle, in gran parte puerili, la fantasia degli imbarbariti Napoletani avrebbe circondato la sua memoria. Ed è infatti meravigliosa cosa vedere con che fede ingenua gli stessi uomini più gravi, sulla fine del secolo duodecimo, ricantavano cotai favole. L’inglese Gervasio di Tillbury, maresciallo del regno di Arles, nella sua opera intitolata: Otia Imperialia dedicata a Ottone IV imperatore, registra con ispeciale predilezione fra i molti mirabilia del mondo eziandio i portenti che fece Virgilio a Napoli. Chi sa che il poeta dell’epopea nazionale romana avesse potuto in qualche modo compiacersi che lo si onorasse come mago per la sua edificazione della Salvatio Romae (quello che era l’officio generale di polizia dell’Impero), ma a Napoli certamente non avrebbe tenuto per cosa lusinghiera il vedersi attribuite le arti di un Cagliostro o propriamente di un ciarlatano: ei vi inventa una mosca di bronzo fatta con bell’arte che pone in fuga tutte le mosche vive; serra dentro di porta Capuana tutti i serpenti; con un cavallo di bronzo divezza i cavalli che sbassino le terga; con un pezzo di carne apprestato con magiche virtù tiene costantemente ventilato e fresco il mercato delle carni; sul monte delle Vergini riduce un giardino di erbe mediche, dove la pianta di Lucia ridona la vista alle pecore cieche; con una statua di bronzo di un trombettiere o di un arciero piglia in rete il vento di mezzodì, oppure accheta il Vesuvio. Cose più degne di lui forse potevano essere queste: aver costruito sopra una base di uova il castel dell’Uovo, traforato la grotta di Posilippo, scoperto i bagni curativi di Puteoli, l’uso dei [771] quali gli invidiosi medici di Salerno mandarono a male, cancellando le epigrafi che ne denotavano il sito[844].
Però alle mura di Napoli non giovò l’artificiosissimo palladio che Virgilio aveva con magica virtù chiuso entro ad un’ampollina di vetro; chè Enrico VI, senza averne alcun impedimento, le fe’ smantellare nell’anno 1196. Corrado, cancelliere suo ed eletto vescovo di Hildesheim, che accompagnò l’Imperatore come legato del reame di Sicilia, afferma con credula serietà che, ad onta di quel palladio, le mura di Napoli furono atterrate dai prodi Tedeschi, ma protesta pieno di reverenza pel grande negromante, che una fessura aveva nociuto alla magica fiala; e confessa che gli Alemanni non osarono di abbattere la così detta «porta di ferro», per paura che ne uscissero i serpenti cui Virgilio con suoi sortilegi aveva chiuso lì entro[845]. E quell’uomo [772] posto in luogo insigne accertava con profonda convinzione (onde certo partecipava anche l’imperatore Enrico) di aver posto a prova i portenti di Virgilio, e di aver visto coi suoi proprî occhi che quando si esponevano all’aria le ossa del poeta oscuravasi di repente il cielo e il mare si agitava in burrasca. La sua romanzesca lettera indiritta ad Erbordo di Hildesheim (e incastonata come una gemma preziosa nella «Cronica degli Slavi» scritta da Arnoldo) schiude la serie immensa di quelle relazioni che fino ai dì nostri vennero componendo i Tedeschi dei loro viaggi in Italia. È cosa assai amena vedere quante cose apprendeva nell’Italia meridionale la fantasia del Cancelliere, scaldata allo spettacolo di un mondo nuovo e bello, e nutrita di studî classici. Colà egli scopriva financo il Parnasso e l’Olimpo, si rallegrava che il fonte ispiratore d’Ipprocrene venisse allora a scorrer dentro dei confini dell’Impero tedesco, navigava con mitologico ribrezzo fra Scilla e Cariddi, passava con gran letizia davanti a qualche luogo appellato Sciro, dove Teti aveva tenuto nascosto l’eroico figliuolo suo Achille, con sommo diletto vedeva nel teatro di Tauromenio lo spaventoso labirinto del Minotauro, e in Sicilia faceva la conoscenza dei Saraceni, i quali possedevano l’invidiabile potenza, ereditata dall’apostolo Paolo, di ammazzare col solo sputo i serpi velenosi[846].
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Lasciamo queste sollazzevoli leggende, che avvivano di un colorito tanto vivace l’età credula di portenti, nella quale venne in fiore appo i Tedeschi la poesia cavalleresca, e conchiudiamo questi mirabilia registrando le notizie di un altro viaggiatore, che prima dell’anno 1173 vide e brevemente descrisse quella Roma, dove Corrado non ebbe posto il piede. Ai mirabilia di Roma aggiunse qualche cosa Beniamino di Tudela, ebreo spagnuolo, il quale, precursore di Giovanni di Mandeville, scrisse, in lingua ebraica e secondo il genio del suo secolo, una relazione favolosa del viaggio che egli fece fin giù nelle Indie e in China[847].
L’erudito Rabbino vide Roma soltanto con occhio d’ebreo, giacchè naturalmente quel che più lo allettava si erano le attenenze della città mondiale con Israello e colla caduta di Gerusalemme avvenuta sotto di Tito e di Vespasiano. Diamo accoglienza qui alla sua meravigliosa descrizione, avvegnaddio essa sia la sola narrazione di un viaggio a Roma, che noi possediamo dell’epoca medioevale fino ad ora percorsa.
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«Roma», dice Beniamino, «consta di due parti che il fiume Tevere traversa per modo, che l’una, stando dall’altra, si vede. Nella prima è il massimo tempio, che romanamente si appella il san Pietro; e colà havvi eziandio il palazzo del grande Giulio Cesare, con molti edificî ed opere che assai diversi sono da quelli del rimanente mondo[848]. La Città qua ruinosa, là abitata, ha un circuito di ventiquattro miglia. Contiene ottanta palazzi degli ottanta re, che tutti appellansi imperatori, dall’impero di Tarquinio all’impero di Pipino padre di Carlo, che per il primo tolse le Spagne agli Ismaeliti e le assoggettò al suo giogo. Ivi, fuor di Roma, è il palazzo di Tito, cui i trecento senatori non vollero fare accoglienze perchè disobbedì al loro comando; infatti, invece che in due anni di tempo, solamente dopo il terzo egli conquistò Gerusalemme. Oltracciò mirasi il palazzo di re Vespasiano, edificio poderoso e saldo che pare un tempio[849]. Di più evvi il palazzo di re Galbino con trecentosessanta portici; tanti sono quanti ha giorni un anno, e misurano tre miglia di circuito. E un tempo in cui vennero fra loro a guerra, più di centomila Edomei furono uccisi in quel palazzo, e le loro ossa ancora oggidì si vedono colà appese. E il re fece da ogni parte [775] ritrarre in iscultura tutta quella guerra; battaglie e battaglie, uomini con armi e con cavalli, tutto vi fu inciso in marmo: così egli volle che anche dopo lunghi secoli quella guerra antica stesse raffigurata innanzi agli occhi dei posteri[850]. Là evvi la grotta sotterranea dove siedono il re e la regina in trono, e all’incirca cento principi dell’Impero, tutti scolpiti in simulacri; e vengono giù fino ad oggi. Nella chiesa di santo Stefano, vicino la sua statua dentro del santuario, sono due colonne di bronzo, opera di re Salomone, che dorme in pace. Su ciascuna colonna sta scritto: Salomone figlio di Davide; e mi raccontavano gli Ebrei che ivi sono, qualmente ogni anno, ai 9 di Luglio, ne trasuda un umore che par acqua. Havvi colà la spelonca dove Tito figlio di Vespasiano depose i sacri vasi del tempio, che egli trasportò con sè di Gerusalemme. Nel monte, vicino al Tevere, v’è ancora un’altra grotta, dove riposano i dieci giusti (benedetta ne sia la memoria!) che furono uccisi sotto il regno dei tiranni. Arrogi che innanzi al tempio dell’imagine Lateranense è rappresentato Sansone, il quale tiene in mano il globo di marmo; e v’è Assalonne figlio di Davide, e Costantino che edificò Costantina, da lui Costantinopoli appellata. La sua statua e quella del cavallo sono di bronzo, ma in antico erano coperte d’oro»[851].
[776]
Anche in Beniamino si rivela lo spirito dei Mirabilia, ed è cosa amena imaginare il Rabbino, che, vestito della lunga veste talare ed accompagnato dai suoi correligionari di Transtevere timidi ma servizievoli, va girando per la solitaria città, e se ne fa narrare le meraviglie leggendarie. Anche il ghetto di Roma aveva i suoi archeologi e la sua archeologia, la quale raccontava di attenenze favoleggiate od anche isteriche, che la Città aveva avuto col popolo di Davide. Simiglianti leggende erano abbastanza antiche: di già nel sesto secolo Zaccaria vescovo armeno pretendeva sapere che Vespasiano avesse rizzato in Roma venticinque statue in bronzo dei re ebrei; e la Graphia narra che in Laterano si custodiva l’Arca santa dell’alleanza, il candelabro dalle sette braccia, e reliquie di Mosè e di Aronne. Però Beniamino passa tutto questo in silenzio, e gli archeologi ebrei gli mostravano soltanto una mitica grotta, nella quale sarebbero stati deposti gli arredi del tempio. Del resto, anche pei Romani erano divenute cosa di alta rilevanza le relazioni con Gerusalemme, segnatamente dopo le Crociate; e i Mirabilia [777] affermano che, vicino san Basilio (nella muraglia del Foro di Augusto), fosse infitta una gran tavola di bronzo, sulla quale a caratteri greci e latini era scritto il patto d’amicizia che in antico i Romani avevano conchiuso con Giuda Maccabeo[852]. Beniamino non si sofferma neanche su di questa tradizione locale; e noi deploriamo massimamente che egli s’abbia trattenuto a Roma soltanto breve tempo, e che ancor più brevemente egli abbia narrato di ciò che vi vide. Se egli ci avesse lasciato della Roma di quel tempo tante notizie, quante di Palermo ne tramandò Ibn-Djobeïr contemporaneo suo, forse sarebbero state di gran pregio. Ma la grandezza della Città e delle sue rovine intorbidava la vista financo a’ cristiani educati negli studî classici; e assai acconciamente il Rabbino di Tudela poneva fine ai suoi abbozzi con queste parole: «In Roma vi sono ancora altri edificî ed opere, che nessun uomo è capace di numerare».
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Allorchè abbiamo parlato degli sventurati avvenimenti del secolo undecimo abbiamo anche fatto la storia delle rovine della Città: ed eziandio nel duodecimo Roma fu così piena di guerre, ch’ei si può di leggieri imaginare quanti vetusti monumenti ne andassero distrutti. Le battaglie avvenute al tempo di Enrico IV e l’incendio devastatore appiccato da Roberto Guiscardo annientarono una gran parte dei monumenti dell’antichità. Allorchè poi Roma risorse da quelle ceneri gli avanzi di edificî provvidero materiali per la sua restaurazione. Nessun magistrato vegliava più per la conservazione delle vecchie fabbriche, donde si strappavano pietre sopra pietre, in quello che allora, come in passato, marmi squisiti e perfino statue si gettavano nelle fosse da calce. Roma continuava a far da miniera di preziosi materiali; chi ne voleva ne pigliava, anche la gente forestiera; e, come un tempo Desiderio aveva portato a Monte Cassino colonne tolte a Roma, lo stesso anche adesso per certo facevano Principi e Vescovi stranieri. Venivano nella Città, miravano con occhi desiderosi magnifici ornati dell’antichità, e l’abbandono in cui erano lasciati gli allettava a servirsi di essi. Il celebre Sugero, abate di san Dionigi e contemporaneo [779] di san Bernardo, confessa di aver visto nei bagni di Diocleziano e nelle altre terme di Roma delle colonne meravigliose, e di avere avuto bramosia di portarle per nave in Francia, dove, giusto allora, egli era affaccendato a riedificare la sua Abazia: e se la difficoltà del trasporto ed altre circostanze a lui impedivano di farlo, ei si può facilmente argomentare che altri Vescovi e città non trovassero di cosiffatti ostacoli[853].
Tuttavolta gli edificî pubblici appartenevano di diritto allo Stato; e trovansi documenti di questo tempo, in cui Pontefici concedono a uomini privati od a chiese il possedimento di monumenti. Nella massima parte le rovine antiche erano trapassate in possesso cotale; così poterono salvarsi dalla distruzione completa che le avrebbe colpite se fossero state senza padrone; e lo stesso uso che ne facevano i loro proprietarî le danneggiava sì ma non le annientava. Un esempio del modo come andava la cosa ce lo porge l’arco trionfale di Settimio Severo. Nell’anno 1199 Innocenzo III conferma alla chiesa dei santi Sergio e Bacco il possesso di una parte di esso. «Confermiamo», così dice la sua Bolla, «in possesso vostro la metà dell’arco trionfale, che consta [780] di tre archi, dei quali uno fra’ minori sta presso alla vostra chiesa (sopra v’è edificata una torre), e la metà di tutto l’arco di mezzo, colle camere vicine all’arco minore;» e vi si soggiunge che l’altra metà del monumento appartiene agli eredi di un tal Cimino. Perciò l’arco trionfale spettava a due proprietarî; sopra e tutt’all’intorno v’avevano fabbriche; era fortemente munito, e sulla sua piattaforma posava una torre[854].
I Pontefici continuavano pertanto a tenere antichi edificî in conto di beni dello Stato; si ricorderà che Lucio II dava ai Frangipani il Circo Massimo, e che la Chiesa pretendeva eziandio alla proprietà del castel Sant’Angelo e del Panteon. Ma come i Romani ebbero conseguito la loro libertà, anche la Città pretese essere proprietaria dei monumenti publici, quanti di essi famiglie romane non avevano omai tramutato in loro turriti palagi. Il Senato si tolse cura di mantenere in assetto le mura della Città, ed anzi il Papa fu costretto a contribuirvi con una moneta annuale. Perciò è che sulle venerande mura di Aureliano, presso ai nomi di Imperatori e di Consoli antichi, leggonsi quelli di Senatori del medio evo, proprio del tempo del Barbarossa. Nell’anno 1157 il Senato restaurò una parte delle mura che era prossima alla Porta Metronis; ed oggidì ancora sulla torre «della Marana» vedesi una lapide commemorativa, che discorre di quel restauro, e registra i nomi [781] dei Senatori allora in reggimento, senza pur fare menzione del Pontefice[855].
Nessuna iscrizione annuncia che Senatori ovvero Papi restaurassero un solo acquedotto; un profondo silenzio ricopre queste grandi e preziose opere di Roma antica. Ma il nome di un Senatore del medio evo fa tuttavia bella mostra di sè sopra uno dei ponti dell’isola. Sul ponte Cestio leggesi questa scritta: «Benedetto senatore eccelso dell’illustre Città restaurò questo ponte quasi ruinato;» senza dubbio fu Benedetto Carushomo che compiè quel lavoro[856]. Anche ponte Milvio, che i Romani avevano distrutto al tempo di Enrico V, fu riparato dal Comune; lo si rammenterà pensando alla lettera che il Senato indirisse a Corrado.
Ancor più glorioso è un documento dell’alacrità onde si curava questa specie d’imprese. Ai 27 Marzo 1162, un giorno dopo l’entrata che il Barbarossa fece nella sventurata Milano, e, vedi caso! precisamente il dì stesso in cui cominciò la barbara distruzione di quella città, il Senato romano decretò provvedimenti per la conservazione della colonna di Trajano, «affinchè [782] non vada distrutta nè mutilata, ma, finchè duri il mondo, si mantenga intera e senza danno, nella figura che adesso si trova avere, ad onore di tutto il popolo romano. Chi tenterà recarvi guasto sarà punito di morte, e i suoi beni saranno confiscati»[857]. Quello splendido monumento delle grandi geste belliche di Trajano apparteneva allora (veh! ironia delle cose umane) alle vergini monache di san Ciriaco; e il Senato romano, neppur pensando alla sconvenevolezza di cosiffatta cosa, confermò precisamente a quel monastero il possedimento della colonna e della piccola chiesa di san Nicolò posta ai suoi piedi. Anche la colonna di Marco Aurelio spettava pur sempre ai frati di san Silvestro in Capite. Un’iscrizione posta nell’atrio di questo convento dice così: «Poichè la Columna Antonini, pertinente al monastero di san Silvestro, e la sua attigua chiesa di sant’Andrea passarono da lungo tempo per ragione di affittanze in altrui mani, insieme colle oblazioni onde i pellegrini presentano l’altare superiore e quello inferiore; affinchè questo fatto non s’abbia mai più a ripetere, per autorità di Pietro principe degli Apostoli e dei santi Stefano, Dionisio e Silvestro, [783] malediciamo e con vincolo di anatema leghiamo l’Abate e i monaci, le quante volte si arrogassero di dare la colonna e la chiesa in affittanza o in beneficio. Se poi taluno con violenza fosse per togliere la colonna al nostro monastero maledetto sia in eterno come predone di templi; anatema eterno lo avvinca. Così sia. Questo fu decretato per podestà dei Vescovi, dei Cardinali e di molti preti e laici intervenuti. Pietro per la grazia di Dio, umile abate di questo cenobio, coi fratelli suoi, fece e confermò nell’anno del Signore 1119, indizione XII»[858].
Insieme colla libertà crebbero l’amore per l’antichità, la venerazione dei suoi monumenti e il sentimento dello splendore imperituro, che Roma conseguiva dalle opere d’arte degli avi. Omai anche i maggiorenti provavano il bisogno di acquistarsi decoro con edificazioni e di accrescere l’ornamento della Città. A cotale intento fu fabbricata la torre vicina al ponte dei Senatori (ponte Rotto), alla quale più tardi nel medio evo si diè nome di Monzone, e che il popolo, da quel novellatore ch’egli è, ancora oggidì appella «casa di Pilato», oppure «di Cola di Rienzo». Questo mirabile edificio, testa di ponte, donde si esigeva tributo di pedaggio (e presso ai ponti di Roma, quasi tutti, erano erette torri), ebbe a quell’età la [784] pretesa di palazzo sontuoso. Le sue rovine di solida muratura a mattoni sono ancora oggidì il più notevole monumento della bizzarra architettura delle fabbriche private di Roma medioevale. Era tutto disposto a cornici ed a piccoli loggiati, e vi si entrava dalla via per una porta fatta a volta. Nell’interno aveva stanze fatte con solide volte a crociera, e dal pianterreno si saliva ad un appartamento superiore per una scala di pietra. L’esterno era ornato di frammenti antichi; mezze colonne di rozzo ammattonato sostenevano un fregio rappezzato di varî ornati, dove fanno comparsa qua rosette di marmo, là arabeschi e piccoli rilievi di figure mitologiche. Il busto del suo costruttore (tornavasi dunque in Roma a scolpire ritratti in marmo) era in origine collocato in una nicchia, presso la porta; sparve esso, ma rimase il distico pomposo che vi si accompagnava[859]. Un’altra iscrizione lunga e di stile barbarico in versi leonini dice il nome dell’edificatore e della sua famiglia. La sua tronfiezza prettamente romana fa risovvenire dei discorsi ampollosi dei Romani a Corrado e a Federico, ma la cristiana mestizia che in stile d’epigrafe deplora il nulla di ogni grandezza terrena non manca certo di poetica leggiadria. Vi è detto: «Nicolò, padrone di questa casa, seppe bene che inane è la gloria del mondo. A edificarla, non tanto [785] lo indusse ambizione vana, quanto il desiderio di rinnovare la magnificenza antica di Roma. Dentro di una bella magione non ti scordare del sepolcro; rammenta che non vi devi dimorar lungo tempo. La morte ha le ali. Nessun uomo eternamente vive; il nostro soggiorno in terra è breve, e la nostra corsa rapida come leggera è piuma. Guardati pur dal soffio dell’aria, serra pur la tua porta a cento giri di chiavi, falla guardare da mille scolte; tanto e tanto la morte siede al tuo capezzale. Se anche tu ti chiudessi in un castello che toccasse il cielo, la morte non farebbe che più ratto coglier te, preda sua. Sublime s’eleva alle stelle questa casa. Dalle fondamenta alle cime la eresse il primo fra i primi, Nicolò magno, per rinnovellare le glorie de’ suoi avi. Il padre suo ebbe nome Crescente; Teodora, la madre. Questa casa famosa edificò per il suo diletto figliuolo; a David lasciolla egli, padre»[860].
[786]
Senza fondamento di sorta, nell’edificatore si volle ravvisare uno dei Crescenzî, anzi il celebre Crescenzio dell’età di Ottone III, laddove, a nostra saputa, in quella famiglia non v’ebbe alcuno di nome Nicolò. L’arte romana, che creò un edificio sì strambo di forme, era a tanta distanza da quella che costruì la torre fiorentina di Giotto, quanto la Cronica di Benedetto da Soratte si discosta da quella di Dino Compagni. Della fabbricazione è incerto il tempo; però, senza dire dei rapporti storici, lo stile dell’inscrizione palesa il secolo undecimo oppure il duodecimo[861]. Il gusto di quel palazzo baronale pare cosa tanto più barbarica, quanto che vicinissimo esistono due piccoli templi romani ben conservati e di semplice bellezza. Se a questi avesse paragonato il suo lavoro, l’architetto del medio evo avrebbe dovuto sentirsi vergognato; eppure può darsi che l’opera sua quando fu compiuta, fosse reputata la magnifica di tutta Roma, e che non mancasse di un’apparenza di pompa grandiosa: quest’è certo, che un tal quale effetto pittoresco doveva avere. Del sontuoso edificio, che il Console romano provvide [787] di un’iscrizione, la quale si avrebbe acconciato ad un’opera di Rampsinito, non esiste oggidì che un piccolissimo avanzo, la rovina della torre; e alla vanità dell’edificatore fa insulto una stalla ed un fenile, che ora sono collocati nella sublime magione del «primo fra i primi.»
Se oggidì durassero in Roma i palazzi dei Pierleoni e dei Frangipani avremmo davanti a’ nostri occhi fabbriche fantastiche di eguale specie. Giusto in questa età sorgevano a Roma d’ogni parte torri, o edificate a nuovo dalle fondamenta, oppur costruite a muratura di mattoni sopra monumenti antichi. Non v’era più un arco di trionfo, che non fosse reso turrito. I soli Frangipani avevano adoperato a loro fortezze gli archi di Tito e di Costantino, e parecchi archi di Giano. Vicin l’arco di Tito era la maggior torre della loro rocca palatina, la Turris Cartularia, della quale i Mirabilia dicono che fosse stata edificata sul tempio di Esculapio[862]. Anche il Circo Massimo sarà stato irto delle lor torri, ed un arco colà esistente, che eglino in simil modo guarnivano, diede a un ramo di loro famiglia il nome De Arco.
In tutte le città d’Italia dominava allora il fervore (facilmente se ne comprende la ragione) di edificare di queste torri. Pisa ne possedeva tante, che Beniamino di Tudela poteva esagerarne il numero fino a diecimila. Monumenti di quel tempo di libertà e di guerre di città, durano ancora l’alto campanile di san Marco a Venezia; [788] la celebre torre degli Asinelli e quella inclinata che è detta la Garisenda a Bologna; la magnifica torre pendente della cattedrale di Pisa. Gli architetti Buonanno e Guglielmo il Tedesco riempierono Italia della loro nominanza e delle loro opere; a Roma invece non si parla di alcun architetto rinomato. Le torri che qui si fabbricavano avevano or qua, or là degli ornati eccellenti o di forma pretensiosa, come è di quella di Nicolò; ma generalmente erano costruzioni di rozzi mattoni, tirate su in fretta, facili a distruggersi, e facili con altrettanta prestezza a restaurarsi. In parecchi quartieri della Città si vedono torri medioevali ancora abbastanza conservate; sono tutte composte di pietra cotta, quadrangolari, non rastremate in cima, senza compartimenti; ora erano isolate, or s’alzavano da palazzi che dirsi potevano vere castella. Se sia vero che le mura della Città, giusta il conto dei Mirabilia, avessero più di trecentosessanta torri; se si aggiungano gl’innumerevoli campanili delle chiese, e le torri dei palazzi famigliari, e i pinnacoli delle ruine antiche, ei si può imaginare che mirabile veduta dovesse produrre di sè questa città di Roma, che anche oggidì par tanto bella e maestosa all’occhio di chi la contempla, nell’ammasso di tutte le sue cupole grandiose. Quella foresta di oscure torri, che levavano il loro capo con un aspetto minaccioso, le dava allora un carattere selvaggio, melanconico, guerriero, che doveva commuovere di grave impressione anche l’animo dei potentissimi Imperatori.
Però nel secolo duodecimo la città di Roma mostrava uno spettacolo confuso di ruina, di disordine e di stato barbarico, cui la più vivace fantasia non ha forza sufficiente [789] di ideare. Dopo l’incendio dei Normanni, i colli diventavano ognor più deserti; presto la rigogliosa vegetazione del mezzodì li ricopriva di piante e di erbe; antichi quartieri della Città diventavano terreni campestri. La popolazione si andò addensando dalla parte del Tevere e del Campo di Marte, appiedi del Campidoglio mesto nell’aspetto, ma or nuovamente fatto libero: e colà, in labirinti di regioni e di chiassuoli, ne’ quali i cumuli di ruine, e templi, e monumenti crollati interrompevano ad ogni tratto il passaggio, sedeva il fiero popolo dei Romani, scarso di numero, ma pur forte abbastanza per discacciare i Papi e per ributtare gli Imperatori dalle vetuste mora di Aureliano.
Come fu posto fine alla controversia delle investiture, Roma ebbe un periodo di calma, nel quale la Città potè lentamente sollevarsi dalla sua ruina. Ma troppo breve fu quel tempo di quiete, e grande troppo l’inopia di Roma perchè i Pontefici riuscissero a restaurare la Città, quand’anche posseduto ne avessero il buon genio e il fervore di Calisto II. Quando si dice di opera che i Papi diedero a restaurazioni, non si può intendere d’altro che della edificazione di chiese; vi si provvedeva con denaro publico, e per necessità que’ lavori s’imprendevano, dappoichè il culto esigeva che si riparassero le basiliche [790] danneggiate dai guasti di così orribili guerre. L’esempio di magnifiche opere di architettura che altre città andavano erigendo allettava ad emulazione, e col secolo duodecimo l’arte si risvegliava in Italia a nuova vita. Però un’attività siffatta in Roma fu lenta lenta, e andò tanto alla cheta che appena la si avvertì. Laddove nella più parte delle republiche italiane si costruivano chiese sontuose di uno stile ch’era nuovo in parte, l’architettura romana per qualche secolo si restrinse a rinnovare e a rendere adorne quelle che già esistevano.
La chiesa di santa Maria in Cosmedin porge testimonianza che omai sul principio del secolo duodecimo s’era fatto vivo un più fervido sentimento del bello. Quel vago tesoretto dell’arte medioevale fu restaurato sotto di Calisto II, e con pio amore Alfano camerario di questo Papa lo rese abbellito. La chiesa conserva ancora molti ornati di quell’età, sculture di stile semplice che egregiamente denotano un’epoca nella quale, in mezzo a una ferrea barbarie, la musa comincia a far capolino con leggiadro viso infantile e con timidi vezzi. Chi visita la chiesa sente spirarsi pel volto un alito di quel secolo allorchè vi mira il grazioso e variopinto musaico del pavimento, gli eleganti amboni di marmo, i pilastri della porta, la cattedra vescovile a musaico che è nell’abside, e parecchie altre opere del tempo di Alfano[863].
[791]
Già più addietro notammo che Calisto II edificò nel san Pietro e nel Laterano, dove fece rappresentare con povere pitture le vittorie della Chiesa. Salvo qualche interruzione, anche i suoi succeditori ripresero l’alacre opera di lui; segnatamente vi si illustrò Innocenzo II. Il vero monumento del pontificato di questo Papa è la santa Maria in Transtevere. L’antichissima basilica, che oggidì ancora è una di quelle che destano più attrattiva in Roma, fu da lui riedificata a nuovo dopo la morte di Anacleto. Il Papa era transteverino di nascita, e le torri della sua famiglia si erigevano nel circondario di quella parrocchia. Però egli non giunse a compiere la chiesa; fecelo soltanto Innocenzo III, ma, ad onta di parecchi mutamenti introdottivi nel corso dei tempi, essenzialmente essa è pur sempre monumento di lui. Colle sue ventiquattro colonne di granito bruno, i cui capitelli contengono ancora tanto classicismo pagano, coll’antica travatura che posa su di esse, col vecchio suo pavimento, col tabernacolo sostenuto da colonne di porfido, co’ suoi musaici, questa chiesa è tuttavia ripiena del vetusto spirito cristiano che proprio era del medio evo di Roma[864]. Molti dei musaici dell’abside e dell’arco, quantunque [792] restaurati, appartengono a quel tempo. Non hanno gusto tutt’affatto barbarico, e mentre pure s’attengono alle vecchie tradizioni palesano un fare più sciolto. Massimamente le figure del Cristo e della Vergine, sedenti sopra un trono dorato, sono imagini degne della maestà di un tempio, nè hanno stile soverchiamente pesante. Gli altri quadri collocati di sotto sono di età più moderna, ma il notevole musaico della nicchia vicino alla fronte della basilica (rappresenta la Madonna con dieci vergini donne) risale alla metà del secolo duodecimo, e dimostra che l’arte del musaico tornava a fiorire. Forse, gli artisti che vi lavorarono vennero di Monte Cassino[865].
Allorchè Desiderio edificò la bella chiesa del suo convento, ei se ne procacciò materiali in Roma, ma non ne tolse alcun maestro, perciocchè ivi si fosse infiacchita ogni attività di arte. La Cronica di Monte Cassino espressamente dice, che egli andò a cercare musaicisti a Bisanzio, e indi fondò una scuola di quell’arte nel suo monastero, acciocchè essa non perisse in Italia, dove da cinquecent’anni non la si coltivava più[866]. Sennonchè la durata dell’arte de’ musaici in Italia confuta quel detto, che è un’esagerazione del Cronista; questo solo è verosimile che la scuola di Monte Cassino esercitasse molta influenza in Roma; e all’età nella quale [793] si composero le strette relazioni coi Re di Sicilia, edificatori di duomi magnifici, può darsi che venissero artisti da Palermo e che lavorassero per conto dei Papi. Però nè la pittura a fresco, nè il musaico cessarono mai di aver cultori a Roma. Nella chiesa dei «Quattro Coronati», rifabbricata da Pasquale II, trovansi mirabili affreschi che adornano le pareti della cappella di san Silvestro in Porticu, che Innocenzo II fe’ erigere. Anche nella basilica di san Clemente (può darsi che la restaurasse Pasquale II, il quale eravi prima stato da cardinale), essendosi fatti nell’anno 1862 escavi nella chiesa sotterranea, vi si rinvennero pitture che devono appartenere al secolo undecimo od al duodecimo[867].
Pertanto la pittura era al servizio delle chiese, e pare che omai i suoi artisti ne traessero uno stato di agiatezza e di estimazione dal momento che nell’anno 1148 fra i Senatori trovasi un Bentivenga pittore. E sulla metà del secolo duodecimo si tiene nota dei Cosmati, famiglia romana di artisti, i quali con molte opere in [794] marmo, che fornirono per Roma e pel suo territorio, s’ebbero acquistato grande rinomanza. A vero dire, la scultura di quel tempo si restringeva soltanto a comporre sepolcri, cattedre ossiano amboni, giganteschi candelabri di marmo destinati ai cerei pasquali, e tabernacoli, dei quali Roma può mostrarne alcuni di quel vecchio stile nel san Clemente, nella santa Maria in Cosmedin e nel san Lorenzo fuori delle mura[868]. Già da lungo tempo sulla piazza lateranense trovavasi collocata la statua equestre di Marco Aurelio, chè ve la vide anche Beniamino di Tudela; innanzi ad essa Clemente III faceva costruire una fontana, dal che ebbe origine quell’errore onde fu detto, facesse egli fondere una statua equestre di bronzo e la collocasse nel Laterano. Come mai l’arte a questa età avrebbe saputo produrre in Roma cotali opere in metallo[869]?
[795]
In mezzo ai tumulti guerreschi della Città artisti sedevano dunque nelle loro solitarie officine, proprio in quei primi albori dell’arte, e orgogliosamente appellavansi «maestri romani» (doctissimi magistri Romani), e con fervore pio prestavano la loro opera per le chiese che ad essi allogavano commissioni. Dai padri l’arte si tramandava ai figli e ai nepoti, e veniva così formando delle scuole. Dalla metà del secolo duodecimo in poi quei maestri romani avevano ognor più a lavorare, perocchè or più quasi non vi avesse un solo Papa, che non restaurasse chiese o che non le abbellisse.
Lucio II costruì a nuovo quella della santa Croce; Eugenio III restaurò la basilica di santa Maria Maggiore, e la provvide di portico. Papi e Cardinali incominciarono a innalzare palazzi: uno ne erigeva Anastasio IV vicino al Panteon, ed Eugenio III fabbricava a Segni una casa di residenza pontificia. Ampliò egli eziandio il Vaticano, e probabilmente rizzò un edificio nuovo, di cui Celestino III continuò la costruzione. Infatti i detti due Pontefici sono reputati per quelli che posero le fondamenta del palazzo vaticano[870].
Clemente III e Celestino III edificarono anche presso al palazzo lateranense. Dal primo ha origine eziandio il chiostro del san Lorenzo, la più antica opera di quella specie che v’abbia in Roma; ed esso ormai accenna allo stile del secolo seguente, nel quale si seppe comporre [796] chiostri graziosi con piccoli portici rivestiti di mosaici[871].
Sulla fine del secolo duodecimo pertanto anche in Roma si scorge un’alacrità operosa per l’arte, che si accorda coll’impulso universale che ne commuove tutta Italia. Però a Roma l’arte non conseguì mai uno splendore nazionale. Piuttosto essa andò in cerca del suolo vergine di quelle città, nelle quali non era angustiata dalle leggi tiranniche della tradizione: e nell’anno 1200 nasceva quel Nicola Pisano, genio meraviglioso di una nuova epoca di coltura, che venne in fiore nel secolo decimoterzo.
FINE DEL VOLUME QUARTO.
[797]
| LIBRO SETTIMO. | |
| STORIA DELLA CITTÀ DI ROMA NEL SECOLO UNDECIMO. | |
| Capitolo primo. — § 1. Stato che la città di Roma tiene nella gloria universale durante il secolo undecimo. — Influenza che gli elementi civici esercitano sopra il Papato. — I Lombardi eleggono Arduino a loro re; i Romani eleggono Giovanni Crescenzio a patrizio. — Silvestro II muore nel 1003. — Giovanni XVII e Giovanni XVIII. — Tusculo e i suoi Conti. — Sergio IV. — Fine di Giovanni Crescenzio, nel 1012 | Facc. 3 |
| § 2. Gregorio eletto papa, è cacciato da Teofilatto ossia Benedetto VIII. — Enrico si dichiara in favore del Papa tusculano. — Enrico II viene a Roma ed è coronato imperatore (1014). — Condizioni di Roma e del suo territorio, in cui sono sorti Conti ereditarî. — La nobiltà romana in qualità di Senato. — Romano, senatore di tutti i Romani. — Tribunale imperiale. — È repressa una sollevazione dei Romani. — Enrico II ritorna. — Fine di Arduino re nazionale | 17 |
| [798] § 3. Benedetto VIII domina robustamente in Roma. — Sua impresa contro i Saraceni. — Pisa e Genova vengono in fiore. — Italia meridionale. — Ribellione di Melo contro a Bisanzio. — Prime bande di Normanni (1017). — Fine sventurata di Melo. — Benedetto VIII esorta l’Imperatore ad una guerra nell’Italia inferiore. — Spedizione di Enrico II nelle Puglie (1022) | 30 |
| § 4. Principî della riforma sotto di Benedetto VIII. — Muore (1024). — Suo fratello Romano si prende la tiara con nome di Giovanni XIX. — Enrico II passa di vita nel 1024. — Stato d’Italia dopo la morte di lui. — Giovanni XIX chiama Corrado II di Germania a Roma. — Spettacolo che presentano le spedizioni di Roma a questa età. — Coronazione imperiale (1027). — I Romani si sollevano con gran furore. — Re Canuto a Roma | 37 |
| § 5. Rescritto di Corrado II sull’uso del diritto romano nel territorio pontificio. — Sua impresa gloriosa nell’Italia meridionale: suo ritorno. — Muore Giovanni, e si eleva al pontificato Benedetto IX, fanciullo della famiglia tusculana. — Vita scellerata di quest’uomo. — Condizioni orribili del mondo tutto. — La Treuga Dei. — Benedetto IX fugge presso l’Imperatore a Cremona. — Notevole rivolgimento sociale che avviene in Lombardia. — Eriberto di Milano. — L’Imperatore riconduce a Roma Benedetto IX. — Muove nell’Italia inferiore, e passa di vita nell’anno 1039 | 45 |
| Capitolo secondo. — § 1. I Romani cacciano via Benedetto IX, e fanno papa Silvestro III. — Benedetto a sua volta lo discaccia. — Egli vende la cattedra santa a Gregorio VI. — Roma ha tre Papi. — Un Sinodo romano delibera di chiamare Enrico III, perchè ne liberi Roma | 57 |
| § 2. Enrico III scende in Italia. — Raccoglie a Sutri un Concilio (1046). — Gregorio VI abdica. — Enrico III eleva al papato Suidgero di Bamberga con [799] nome di Clemente II: questi lo corona imperatore. — Descrizione della coronazione imperiale. — Traslazione del Patriziato a Enrico III ed a’ suoi succeditori | 65 |
| § 3. Incomincia la riforma della Chiesa. — Enrico III muove nell’Italia inferiore, indi per Roma torna in Alemagna. — Clemente II muore (1047). — Benedetto IX s’impadronisce della santa Sede. — Bonifacio di Toscana. — Enrico innalza Damaso II al pontificato. — Fine di Benedetto IX. — Morte di Damaso. — Brunone di Toul è nominato papa | 80 |
| § 4. Leone IX sale alla cattedra apostolica (1049). — Sua operosità riformatrice. — Corruttela della Chiesa. — Libro del Damiani intitolato Gomorrhianus. — Simonia. — Ildebrando. — Il Papa difetta di redditi. — Macbeth viene a Roma. — L’Italia meridionale. — Leone IX s’impadronisce di Benevento. — Combatte contro i Normanni. — È sconfitto presso a Civita; muore (1054) | 89 |
| Capitolo terzo. — § 1. Genio politico di Ildebrando. — Piano di lui. — L’Imperatore elegge Gebardo di Eichstädt a pontefice. — Goffredo di Lotaringia sposa Beatrice di Toscana. — Enrico III viene in Italia. — Vittore II, papa. — Muore l’imperatore (1056). — Reggenza dell’imperatrice Agnese. — Vittore II, vicario dell’Impero in Italia. — Potenza di Goffredo. — Il cardinale Federico, fratello suo. — Muore Vittore II. — Stefano VI, papa | 109 |
| § 2. Gli eremiti e san Pier Damiani. — Disciplina di penitenza. — Stefano IX raccoglie intorno a sè uomini illustri, eleggendoli a cardinali | 119 |
| § 3. Progetti di Stefano IX e sua morte. — Benedetto X è elevato dai nobili al pontificato. — Gerardo di Firenze, con nome di Nicolò II. — Ildebrando trae soccorso dai Normanni. — Nuovo decreto sulla elezione. — Progressi dei Normanni. — Eglino prestano al Papa giuramento di vassallaggio. — Caduta di Benedetto X | 129 |
| [800] § 4. Irritazione che desta in Roma il decreto sull’elezione. — I nemici del sistema d’Ildebrando cospirano. — Nicolò II muore nel 1061. — I Romani ed i Lombardi domandano a re Enrico che elegga un papa. — Condizioni di Milano. — I Paterini. — I Cotta e Arialdo. — In Roma la fazione di Ildebrando elegge Anselmo di Lucca a pontefice. — La corte germanica solleva al papato Cadalo di Parma | 145 |
| Capitolo quarto. — § 1. Alessandro II. — Cadalo scende in Italia. — Benzone viene a Roma con un’ambasciata della Reggente. — Parlamenti tenuti nel Circo e sul Campidoglio. — Cadalo, ossia Onorio II, conquista la città Leonina. — Muove a Tusculo. — Goffredo di Toscana impone un armistizio. — Repentino mutamento delle cose in Alemagna. — Per opera di Annone di Colonia, Alessandro II è riverito per papa (1062). — Entra in Roma | 155 |
| § 2. Annone è rovesciato in Germania. — Cadalo ritorna a Roma. — Scoppia nella Città una seconda guerra a cagione del Papato. — Cadalo cade. — Alla fine si riconosce Alessandro II per papa | 165 |
| § 3. Cresce la potenza d’Ildebrando. — Sforzi di riforma. — I Normanni. — Defezione di Riccardo che muove contro Roma. — Goffredo e il Papa conducono un esercito contro di lui. — Nuovo trattato. — L’imperatrice Agnese prende il velo in Roma. — Lotte a Milano. — Erlembaldo Cotta, milite di san Pietro. — Arialdo muore | 172 |
| § 4. Debolezza del Papa in Roma. — Dissoluzione dello Stato della Chiesa. — La Prefettura urbana. — Cencio, caporione de’ malcontenti in Roma. — Cinzio, riformatore fervente, diventa prefetto della Città. — Goffredo di Toscana muore; Beatrice conserva il possesso dei feudi imperiali. — Muore Pier Damiani. — L’Abazia di Monte Cassino. — Festività magnifica della dedicazione della sua basilica, nuovamente edificata da Desiderio (1071) | 181 |
| Capitolo quinto. — § 1. Alessandro II muore. — Ildebrando [801] sale alla cattedra pontificia. — Sua vita, sua meta. — È ordinato papa, addì 29 Giugno 1073 | 195 |
| § 2. Gregorio VII riceve giuramento di vassallaggio dai Principi di Benevento e di Capua. — Roberto Guiscardo rifiutasi di prestarlo. — Disegni di Gregorio rivolti a rendere i Principi e i loro regni vassalli della Chiesa romana. — Bandisce una crociata universale. — Matilde di Toscana e Gregorio VII. — Suo primo Concilio in Roma; suoi decreti di riforma | 202 |
| § 3. Condizioni di Roma. — Gli avversarî di Gregorio. — Guiberto di Ravenna. — Enrico IV. — Contrarietà che si oppone in Alemagna contro a’ decreti di Gregorio. — Suo decreto che proibisce ai laici di dare le investiture. — Il romano Cencio attenta contro la vita di Gregorio | 214 |
| § 4. Gregorio VII la rompe con Enrico IV. — Il Re fa deporre il Papa in un Concilio raccolto a Worms. — Lettere di lui a Gregorio. — Enrico IV è scomunicato e deposto in un Concilio raccolto a Roma. — Agitazione che se ne sparge nel mondo. — Rapporti fra i due antagonisti. — I ventisette Articoli attribuiti a Gregorio VII | 226 |
| § 5. Gli Stati dell’Impero in Germania si staccano da Enrico IV. — Egli si sveste della podestà regia. — Valica le Alpi per mendicare l’assoluzione dalla scomunica. — Suo suicidio morale a Canossa (1077). — Grandezza morale di Gregorio VII. — I Lombardi disertano il Re. — Questi si riaccosta ad essi. — Muore Cencio. — Muore Cinzio. — Muore in Roma l’imperatrice Agnese | 236 |
| § 6. Enrico IV prende animo a restaurare la dignità del regno. — Rodolfo di Svevia, antirè. — Enrico torna ad Alemagna, Gregorio a Roma. — Entrambi cercano l’amicizia di Roberto Guiscardo. — Cadono gli ultimi Dinasti longobardi nell’Italia meridionale. — Uno sguardo al passato del popolo longobardo. — Roberto presta in Ceperano [802] giuramento di vassallaggio a Gregorio VII. — Guglielmo il Conquistatore e Gregorio VII. — Il Papa riconosce Rodolfo per re, e scomunica una seconda volta Enrico IV. — Guiberto di Ravenna, antipapa. — Mutazione di fortuna | 246 |
| Capitolo sesto. — § 1. Gregorio VII s’arma contro a’ suoi nemici che s’avvicinano. — Enrico IV per Ravenna muove su Roma (1081). — Assedia per la prima volta la Città. — Dopo quaranta giorni ne leva le tende. — Assedia Roma per la seconda volta nella primavera del 1082. — Si ritira a Farfa. — Va a Tivoli, dove Clemente III pone residenza. — Devasta le terre della grande Contessa | 259 |
| § 2. Enrico IV assedia Roma per la terza volta (1082-1083). — Prende la città Leonina. — Gregorio VII fugge in castel Sant’Angelo. — Enrico IV tratta coi Romani. — Fermezza del Papa. — Giordano di Capua presta omaggio al Re. — Desiderio si fa mediatore di pace. — Trattato segreto fra Enrico e i Romani. — Il Re va in Toscana. — Malo esito del Sinodo di Novembre raccolto da Gregorio. — I Romani rompono il giuramento fatto al Re | 266 |
| § 3. Enrico muove nella Campania. — I Romani disertano Gregorio, e fanno la dedizione della Città (1084). — Gregorio si chiude nel castel Sant’Angelo. — Un parlamento romano lo depone, ed eleva Clemente III al papato. — L’Antipapa corona Enrico IV. — L’Imperatore prende d’assalto il Septizonium e il Campidoglio. — I Romani assediano il Papa nel castel Sant’Angelo. — Pressura di Gregorio. — Il Duca dei Normanni viene a liberarlo. — Enrico si ritira. — Roberto Guiscardo prende Roma. — Ruina orribile della Città | 275 |
| § 4. Ildeberto lamenta la caduta di Roma. — Ruina della Città al tempo di Gregorio VII | 290 |
| § 5. Gregorio VII lascia Roma, e va esulando. — Sua caduta. — Muore a Salerno. — Rilievo della sua persona nella storia universale | 296 |
| [803] Capitolo settimo. — § 1. Desiderio, eletto papa, rifiuta la tiara. — È per forza elevato in Roma al pontificato, con nome di Vittore III. — Fugge a Monte Cassino. — Riprende a Capua la dignità pontificia (1067). — È consecrato in Roma. — Condizioni della Città. — Vittore III fugge a Monte Cassino, e vi muore (1087). — Ottone di Ostia è eletto e ordinato a Terracina con nome di Urbano II (1088) | 305 |
| § 2. Urbano II. — Incominciamento della sua vita, suo stato. — Clemente III è in possesso di Roma. — Urbano II si gitta in braccio ai Normanni che lo conducono a Roma. — Sue condizioni infelici nella Città. — Matilde sposa Guelfo V. — Enrico IV torna in Italia (1090). — Sue nuove lotte. — I Romani chiamano di nuovo Clemente III nella Città. — Ribellione del giovine Corrado. — Condizioni infelici dell’Imperatore. — Urbano II s’impadronisce di Roma. — Uno sguardo a ciò che erano il Papa e l’Imperatore in questa età | 314 |
| § 3. Condizioni cui è ridotto il mondo, causa la controversia fra la Chiesa e lo Stato. — Le Crociate. — Il loro commovimento universale infonde fortezza al Papato. — Urbano II predica la crociata a Piacenza e a Clermont (1095). — Attenenze della città di Roma colle Crociate e colla cavalleria. — I Normanni d’Italia prendono la croce. — L’esercito crociato, condotto da Ugo di Vermandois, passa per Roma, donde è cacciato Clemente III. — Urbano II ritorna nella Città | 325 |
| § 4. Attenenze di Enrico IV colla prima Crociata. — Il Papa si pone a capo del movimento universale. — Guelfo V si separa da Matilde. — I Guelfi passano dalla parte di Enrico; nonpertanto la causa di questo è perduta in Italia. — Enrico IV ritorna in Alemagna (1097). — Conchiusione delle sue tragiche lotte. — Muore Urbano II (1099). — Muore re Corrado (1101). — Enrico IV muore miseramente [804] (1106). — La persona di lui innanzi al giudizio dei posteri | 339 |
| § 5. Coltura di Roma nel secolo undecimo. — Il clero romano è inoperoso. — Guido di Arezzo inventa le note musicali. — Condizioni delle biblioteche in Roma e fuori. — La Pomposa. — Monte Cassino e gli Istoriografi che vi fioriscono. — Farfa. — Il Registrum di Gregorio di Catino. — Subiaco. — Principiano le collezioni di Regesti romani. — Deusdedit. — Continuazione difettosa delle Storie de’ Pontefici. — I Regesti di Gregorio VII. — Pier Damiani. — Bonizone. — Anselmo di Lucca. — Scritture polemiche sulla questione delle investiture | 347 |
| LIBRO OTTAVO. | |
| STORIA DELLA CITTÀ DI ROMA NEL SECOLO DUODECIMO. | |
| Capitolo primo. — § 1. Pasquale II. — Guiberto muore. — Antipapi nuovi. — Nobiltà sediziosa. — Origine della famiglia Colonna. — Ribellione dei Corsi. — Maginolfo antipapa. — Guarnerio, conte di Ancona, muove contro Roma. — Pasquale II negozia con Enrico V. — Concilio di Guastalla. — Il Papa va in Francia. — Nuova sollevazione nello Stato della Chiesa | 365 |
| § 2. Enrico viene a Roma. — Condizioni misere di Pasquale II. — Difficoltà di risolvere la questione delle investiture. — Il Papa prende la risoluzione disperata di obligare i Vescovi a restituire i possedimenti avuti dall’Impero; in cambio l’Imperatore deve rinunciare al diritto d’investitura. — Si negozia e si conchiudono trattati. — Enrico V entra nella città Leonina; suo audace colpo di Stato | 378 |
| § 3. I Romani insorgono per liberar Pasquale. — Si dà l’assalto alla città Leonina e si appicca battaglia. — Enrico [805] V si ritira col suo prigioniero. — Pone campo presso a Tivoli. — Costringe il Papa ad accordargli il privilegio dell’investitura. — Coronazione Imperiale. — Enrico V parte di Roma. — Svegliarsi orribile di Pasquale II nel Laterano | 895 |
| § 4. I Vescovi si rivoltano contro Pasquale II e contro il Privilegio. — Un Concilio raccolto in Laterano annulla quest’ultimo. — I legati scomunicano l’Imperatore. — Alessio Comneno e i Romani. — Infeudazione data a Guglielmo duca normanno. — Muore la contessa Matilde. — Donazione di Matilde | 407 |
| Capitolo secondo. — § 1. Pasquale II condanna il Privilegio. — I Romani si sollevano, causa l’elezione del Prefetto urbano. — Pier Leone. — Sua rocca presso al teatro di Marcello. — La diaconìa di san Nicola in Carcere. — Defezione della Campagna. — Enrico V viene a Roma. — Pasquale fugge. — Burdino di Braga. — Tolomeo di Tusculo. — Pasquale II ritorna e muore. — Monumenti di lui nella Città | 419 |
| § 2. Elezione di Gelasio II. — I Frangipani prendono di assalto il Conclave. — Prigionia e salvamento del Papa. — Enrico V viene a Roma. — Gelasio fugge. — L’Imperatore eleva al pontificato Burdino, con nome di Gregorio VIII. — Fa ritorno al settentrione. — Gelasio II viene a Roma per chiedervi protezione. — I Frangipani lo assalgono una seconda volta. — Egli fugge in Francia. — L’infelice vecchio muore a Cluny | 433 |
| § 3. Calisto II. — Negoziati con Enrico V. — Concilio di Reims. — Calisto viene in Italia. — Entra in Roma. — L’Antipapa cade a Sutri. — Mostruose pompe trionfali del medio evo. — Il Concordato di Worms. — Influenza salutare che la controversia delle investiture esercitò sul mondo. — Calisto II regna pacificamente in Roma. — Monumenti in Laterano eternano la definizione della grande controversia. — Calisto II muore | 448 |
| [806] § 4. Discordia per ragion dell’elezione. — La famiglia dei Frangipani. — Onorio II è fatto papa. — Enrico V muore. — Il Papa riconosce Lotario per re di Germania. — Gli Hohenstaufen prendono le armi. — Rogero di Sicilia s’impadronisce delle Puglie. — Costringe Onorio a concedergli l’infeudazione. — Onorio II muore | 463 |
| Capitolo terzo. — § 1. I Pierleoni. — Loro origine ebraica. — Sinagoga degli Israeliti in Roma nel secolo duodecimo. — Pietro Leone e il figliuol suo Pietro cardinale. — Scisma fra Innocenzo II e Anacleto II. — Innocenzo fugge in Francia. — Lettera dei Romani a Lotario. — Anacleto II concede a Rogero I il titolo di re di Sicilia | 473 |
| § 2. Bernardo di Chiaravalle s’adopera in Francia affinchè Innocenzo II sia riconosciuto per papa. — Lotario promette di condurlo a Roma. — Il Papa e Lotario muovono a Roma. — Coraggio di Anacleto II. — Lotario è coronato imperatore. — Torna in patria. — Innocenzo è cacciato una seconda volta. — Concilio di Pisa. — Rogero I mette a dovere le Puglie. — Seconda impresa di Lotario in Italia. — Controversie fra il Papa e l’Imperatore. — Lotario torna in patria e muore | 490 |
| § 3. Innocenzo II torna a Roma. — Anacleto II muore. — Vittore IV antipapa. — Roma si sottomette ad Innocenzo II. — Il convento del Cisterciensi ad Aquas Salvias, monumento di san Bernardo a Roma. — Concilio Lateranense dell’anno 1139. — Innocenzo II guerreggia contro Rogero I. — Fatto prigioniero, approva la monarchia sicula. — Operosità del Pontefice a Roma dopo la pace. — I Romani guerreggiano contro Tivoli. — Innocenzo raccoglie Tivoli sotto la protezione della Chiesa. — I Romani si sollevano, restaurano in Campidoglio il Senato, e Innocenzo II muore | 504 |
| Capitolo quarto. — § 1. Condizioni interiori della città di Roma. — Ceto dei cittadini. — I gonfaloni [807] della milizia. — Nobiltà popolana. — Nobiltà patrizia. — Nobiltà della provincia. — Decadimento dei Conti della provincia romana. — Oligarchia dei Consules Romanorum. — Il ceto dei cittadini sale in potenza. — Fondazione del Comune civico. — La grande nobiltà feudale tiene le parti del Papa | 521 |
| § 2. Il Campidoglio nei secoli bui. — Suo graduale risorgimento politico. — Uno sguardo alle sue ruine. — Dov’era posto il tempio di Giove. — Santa Maria in Araceli. — Leggenda della visione di Ottaviano. — Il Palatium Octaviani. — Il primo palazzo senatorio del medio evo in Campidoglio | 533 |
| § 3. Arnaldo da Brescia. — Sua vita prima; sue relazioni con Abelardo. — Dottrina di lui sulla secolarizzazione degli Stati ecclesiastici. — Il Papa lo condanna. — Fugge e scompare. — Celestino II. — Lucio II. — Il Papa e i Consoli combattono contro il Senato. — Giordano Pierleone, patrizio. — L’êra senatoria. — Lucio II e Corrado III. — Fine sventurata di Lucio II | 550 |
| § 4. Eugenio III. — Fugge la prima volta da Roma. — Si abolisce l’officio della Prefettura. — Arnaldo da Brescia. — È costituito l’ordine de’ cavalieri. — Influenza che gli avvenimenti di Roma esercitano sulle città di provincia. — Eugenio III accetta la Republica. — Indole della costituzione civica romana. — Seconda fuga di Eugenio. — Il popolo combatte contro la nobiltà. — Il clero inferiore si ribella contro ai maggiorenti ecclesiastici. — San Bernardo scrive lettere a’ Romani. — Attenenze di Corrado III con Roma. — Eugenio III a Tusculo | 565 |
| § 5. Lettere del Senato a Corrado III. — Idee politiche de’ Romani. — Ritorna Eugenio III. — Suo nuovo esilio. — Proposte dei Romani a Corrado. — Questi si appresta a muovere a Roma, e muore. — Federico I sale al trono di Germania. — Lettera che un Romano scrive a questo Re. — Roma, il diritto romano e l’Impero. — Patti di Costanza. — Irritazione [808] dei democratici in Roma. — Eugenio torna nella Città. — Muore | 583 |
| Capitolo quinto. — § 1. Anastasio IV. — Adriano IV. — Questi scaglia su Roma l’interdetto. — Arnaldo da Brescia è discacciato. — Federico I viene a Roma per torsi la corona. — Prigionia di Arnaldo. — Controversia della staffa. — Discorso dei Senatori al Re, e risposta di questo. — Il Re muove a Roma | 599 |
| § 2. Coronazione di Federico I. — Il popolo romano si solleva. — Battaglia nella città Leonina. — Supplizio di Arnaldo da Brescia. — Indole e influenza di lui. — Federico si ritira nella Campagna. — Ritorna in Germania | 616 |
| § 3. Adriano IV guerreggia contro re Guglielmo. — È costretto ad accordargli l’infeudazione. — Orvieto diventa città pontificia. — Adriano fa la pace con Roma. — Disaccordo fra il Papa e l’Imperatore. — Le città lombarde. — Adriano negozia con esse, e si disgusta con Federico. — I Romani si raccostano all’Imperatore. — Adriano IV muore. — Sua operosità. — Lamenta la sventura di esser papa | 629 |
| § 4. Scisma fra Vittore IV e Alessandro III. — Il Concilio di Pavia riconosce Vittore IV per papa. — Resistenza animosa di Alessandro III. — Egli s’imbarca per Francia. — Distruzione di Milano. — Vittore IV muore nel 1164. — Pasquale III. — Cristiano di Magonza. — Alessandro III torna a Roma. — Guglielmo I muore. — L’Imperatore greco. — Federico viene di nuovo in Italia. — Lega delle città lombarde. — Rainaldo di Colonia s’avanza in prossimità di Roma | 643 |
| § 5. Tusculo. — Decadenza dei Conti di quella famiglia. — Rainaldo di Colonia entra in Tusculo. — I Romani lo assediano. — Cristiano di Magonza muove a liberarlo. — Battaglia presso Monte Porzio. — Gravissima sconfitta de’ Romani. — Federico [809] assedia la Leonina e la prende di assalto. — Assalimento del san Pietro. — Negoziati coi Romani. — Alessandro III fugge a Benevento. — Pace fra l’Imperatore e la Republica di Roma. — La peste miete l’esercito di Federico. — Questi parte di Roma | 659 |
| Capitolo sesto. — § 1. Guerra delle città lombarde contro di Federico. — Pasquale III in Roma. — Calisto III. — Tusculo s’arrende alla Chiesa. — I Romani non lasciano entrare Alessandro III nella Città. — I Lombardi vincono a Legnano. — Negoziati di Federico col Papa. — Congresso e pace di Venezia. — Alessandro III conchiude pace con Roma. — Sua entrata trionfale in Laterano | 675 |
| § 2. Continua lo scisma per conto dei Baroni della provincia. — Giovanni prefetto della Città tiene le parti di Calisto III. — Guerra dei Romani contro Viterbo. — Calisto III fa soggezione. — Lando di Sezza, antipapa. — Concilio in Roma. — Alessandro III muore (1181) | 687 |
| § 3. Lucio III. — Guerra dei Romani contro Tusculo. — Cristiano di Magonza muore. — Lucio III viene a dissidio coll’Imperatore, e muore a Verona. — Urbano III. — Matrimonio di Costanza di Sicilia. — Enrico VI si avanza nella Campagna. — Gregorio VIII. — Clemente III. — Pace colla Republica romana (1188) | 694 |
| § 4. La Crociata. — Riccardo Cuor di Leone passa davanti a Roma. — Federico I muore. — Celestino III. — Enrico VI chiede la corona imperiale. — È coronato. — I Romani distruggono Tusculo. — Caduta dei Conti tusculani. — Attenenze della nobiltà colla Republica di Roma. — Mutamento di costituzione. — Benedetto Carushomo, senatore. — Giovanni Capoccio, senatore. — Giovanni Pierleone, senatore. — Enrico VI distrugge la dinastia normanna di Sicilia. — Sua morte immatura. — Muore Celestino III | 709 |
| [810] Capitolo settimo. — § 1. Roma nel secolo duodecimo difetta di cultura. — Diritto giustinianeo. — Diritto canonico. — Collezione di Albino. — Il Liber censuum di Cencio. — Continuazione del Liber Pontificalis. — Non v’hanno storiografi romani. — Descrizione del san Pietro compilata da Pietro Mallio; descrizione del Laterano, di Giovanni Diacono | 729 |
| § 2. I Mirabilia Urbis Romae | 745 |
| § 3. Leggende delle statue romane. — Virgilio nel medio evo. — Virgilio profeta e negromante. — Il mago Virgilio a Roma e a Napoli. — Racconti che se ne foggiarono sulla fine del secolo duodecimo. — Descrizione di Roma nel secolo duodecimo data dal rabbino Beniamino di Tudela | 760 |
| § 4. I monumenti e i loro proprietarii nel secolo duodecimo. — Il Senato romano incomincia a provvedere per la loro conservazione. — La colonna di Trajano. — La colonna di Marco Aurelio. — Architettura degli edificî privati nel secolo duodecimo. — La torre di Nicolò. — Le torri di Roma | 778 |
| § 5. Architettura ecclesiastica. — Suo risorgimento nel secolo duodecimo. — Santa Maria in Cosmedin. — Santa Maria in Trastevere. — La pittura in Roma. — Incominciamenti della scultura. — I primi Cosmati. — Eugenio III e Celestino III danno principio all’edificazione del palazzo vaticano | 789 |
1. Mortuo vero ipso Imp. Johannes Crescentius fil. ordinatus est patricius, qui Johannem et Crescentium filios praedicti comitis (Benedicti) ut dilectos consanguineos amare coepit: Chron. Farf., p. 541. Egli compare da Patricius Urbis Romae nell’anno 1003 (Reg. Farf., n. 649). Quasi tutti i moderni credono, che Ottone III eleggesse questo Crescenzio a prefetto, per amore della madre di lui; nulla v’ha però che dia conferma a tal cosa.
2. Ancor nell’anno 1002 Stefano era prefetto (Docum. da santo Cosma, Mscr. Vatican. 7931, p. 30). Crescenzio prefetto emerge in documenti da dopo il 1003. Contelorius, de Praefect. Urb., lo chiama erroneamente col predicato de Turre; così si appella invece il fratello di lui: Marinus qui vocor de Turre... Crescentio olim prefecto germano meo: a. 1036, 15 Nov., Reg. Farf., n. 620. Crescenzio prefetto non era fratello di Giovanni patrizio, chè altrimenti Marino avrebbe celebrato a suo onore di essere fratello del Patrizio anzichè del Prefetto.
3. Ve n’ha due notevoli documenti nei Reg. Farf., n. 504 (Ottobre 1007) e n. 523 (Ottobre 1013). Il primo incomincia: In nom. D. D. Salv. N. Jesu Chr. Temporib. Dni Johis Summi Pontif. et XVIII PP. et Dni Johis Patricii Romanor. et Ven. Rainerii Epi, et Dni Oddonis et Crescentii inclitorum Comitum Territor. Sabine. In Mense Octbr. Ind. V. Constat nos dom. Octavianum Vir. magnif. filium cujusd. Joseph, seu et Domna Rogatam illustrem jugalem filiam cujusd. Crescentii bone mem. — pro anima Dni. Crescentii genitoris mei, et Domne Theodore genitricis mee supte Rogate, et pro anima Johannis Patricii Romanor. germani mei et Senioris nostri... Nel n. 523 Ottaviano nomina Dominam Rogatam Senatricem conjugem meam. Intorno al 1024 Oddo e Crescenzio, figli di Ottaviano, erano conti della Sabina, e questa contea durò nella loro famiglia fino al principio del secolo duodecimo. Noto che l’albero genealogico di questa casa, composto dallo Sperandio (Sabina Sacra, p. 131) è affatto contrario alla esattezza storica; da’ documenti risulta piuttosto essere il seguente:
| Crescentius Dux † 998 — Theodora | ||||
| Rogata — Octavianus figlio di Joseph Dux nella Sabina | ||||
| Oddo Comes marito a Doda (1022) | ||||
| Johannes . Crescentius (a. 1049) | ||||
| Octavianus . Oddo (a. 1093) | ||||
| Crescentius marito a Theodora vedova nel 1060 | ||||
| Johannes . Cencius . Guido | ||||
| Marozia moglie a Gregorius figlio di Amatus Comes Campaniae | ||||
| Joh. Crescentius Patricius † 1012 | ||||
4.
Iste locus mundi Silvestri membra sepulti
Venturo Domino conferet ad sonitum...
Vedi i miei Sepolcri dei Pontefici romani. — Vorrebbesi che Stefania o Teodora, avvelenatrice di Ottone III, lui eziandio avesse avvelenato; e di già Sigberto (m. 1113) credeva che il diavolo s’avesse portato a casa sua il negromante. Orderico Vitale, Guglielmo di Malmesbury, Martino Polono, Gualtiero Map, de nugis curialium, Dist. IV, c. 11, ecc. hanno narrato di Silvestro le più preziose leggende.
5. Cod. Vatican. 3764: Johs qui vocatur Sicco nat. Rom. de regione biberatica sed. m. V d. XX V. — Johs qui voc. Fasanus de regione secus porta metrovi sed. a. I, locchè il Cod. Vatican. 1437 corregge in V. La Regio Biberatica devesi cercare nella Regio Montium.
6. La sua epoca prima è data in un istromento da santo Cosma in Mica Aurea (Mscr. Vat. 7931, p. 33): Anno Pontif. Dn. Johis octabidecimi pape in sede anno primo mense madius Ind. II; dunque nell’anno 1004. Della sua epoca ultima fa menzione il Reg. Sublacense, fol. 88: anno VI Johis XVIII Ind. VII mense Januar. die XI; dunque nell’anno 1009.
7. Tuttavolta, il nome medioevale del prossimo Monte Porzio deriva da’ majali. Montem Porculi, documento dell’anno 1151, Cod. Albini Vatican. 3057, fol. 1151. Così anche nell’anno 1074 (Nibby, Analisi, II, 357).
8. Da dopo il 269 compajono i Vescovi di Tusculo, che indi fecero parte de’ Cardinali vescovi del Laterano: Ughelli, Italia S., I, 225. La storia di Tusculo e di Frascati fu scritta dal Mattei, Memorie Istoriche dell’antico Tusculo oggi Frascati, Roma 1711: questo autore vi diede accoglimento a tutte le favole narrate dallo Zazzera, dal Kircher, da Arnoldo Vion, ecc.
9. Nel Reg. Petri Diaconi (n. 257 di Monte Cassino), sul principio del secolo duodecimo un Conte di Tusculo scrive, forse per celia, al nipote suo: Ptolemaeus Julia stirpe progenitus romanorq. consul excellentiss. Petro nepoti. Se fin dai suoi dì Alberico abbia preteso a questo albero genealogico, a buon diritto potè egli dar nome di Ottaviano al figliuol suo Giovanni XII. Il più antico istromento che io mi conosca concernere Tusculo contiene il contratto di un mulino dato in affitto da Alberico conte palatino (a. 1028): pergamena da santa Maria Nova (Mscr. Vat. 8043). Vengono dopo alcuni documenti della metà del secolo undecimo nel Reg. Petr. Diac.; del secolo duodecimo sonvene in Albinus ed in Cencius.
10. Primamente menzionato con nome di Dom. Gregorius Romanor. Senator. a. 986 (Mscr. Vat. 8042); indi nell’a. 999: Gregorio excell. viro, qui de tusculano, atque praefecto navali (Reg. Farf., n. 470). Il Galletti confessa non sapere di chi Gregorio fosse figliuolo. Il Coppi (Mem. Colonn.) lo dichiara figlio del celebre Alberico; altri gli dà a padre Deodato. Non è dappiù che una finzione il testamento di un Patricius Romanor. Albericus, raccolto dallo Sperandio nella Sabina S., p. 327.
11. Mscr. Vatican. 8042. Da un’inscrizione il Galletti trasse l’idea di studiare la storia dei Conti di Tusculo; i documenti ne esistono nella Vaticana.
Aurea progenies iacet hic vocitata Johs...
(Vol. III, a pag. 399 di questa Storia). Il fanciullo morto nell’anno 1030, vien chiamato nepos ossia discendente del gran principe Alberico, ma il padre suo Gregorio era nipote di Gregorio di Tusculo (secondo documenti morto prima del 1012). Suo zio fu Giovanni XIX.
12. Catalog. Eccardi: Phasianus Cardinalis s. Petri, qui et Johannes de patre Urso Presbytero, matre Stephania, post annos V et dimidium in S. Paulo monachus discessit. Forse che dalla cattedra santa sia stato cacciato e rinchiuso nella cella di un convento?
13. Il Jaffé dimostra che egli fu consecrato fra il 20 di Giugno e il 24 di Agosto. Il suo nome famigliare era Bucca Porci. — Catalog. Eccard.: ex patre Petro, matre Stephania, cognomento Bucca porca. Il Bucca si trova assai spesso nel composto di nomi romani del secolo undecimo e di quello duodecimo: Bucca di pecora, Buccalupo, Buccafusco, Buccacane, Buccamazza, Buccapiscis, Buccazonca, Buccamola, Buccabella. — Thietmar., Chron. VI, c. 61: Sergius, qui vocabatur buccaporci, atque Benedictus, ambo preclari et consolidatores nostri, ossia della parte tedesca.
14. Reg. Farf., n. 651: Temporib. Sergii IV Pp. et Johannis patricii Romanor., et Crescentii et Ottonis insimul comitum rectorumq. territor. Sabin. m. Aug. per Ind. IX, e Reg. Sublac., fol. 115: Temporib. Domni. Johis Senat. Rom. patricii.
15. Reg. Farf., n. 649, 689, 690. Nel n. 649 il Patrizio comanda al Prefetto di citare le parti litiganti. Un memoratorium viene ordinato per patricialem preceptionem; tutto questo dum resideret infra domum suam predictus dom. patricius una cum... domino prefecto, simulque cum eis optimates et judices Romanorum. Primo si sottoscrive Johannes Dni gra. Romanor. patricius, indi Crescentius Dni gra. Urbis rome prefectus. I Judices sono gli ordinarii, inoltre havvene dei dativi, poi sonovi Conti e nobili in qualità di assidenti. Nel n. 689: In presentia domni patricii et judicum atque nobilium Senatorum.
16. Vedi gli Annali dell’Impero tedesco sotto di Enrico II, di Sigfredo Hirsch, Vol. II, reso completo da Erm. Pabst, Berlino 1864, p. 383.
17. Thietmar, VII, c. 51, narra che egli mandò al Re (seniori suo) dell’olio miracoloso. Lo appella apost. sedis destructor... qui cum non longe post obiret... papae securitas, regi nostro amplior potestas asseritur. Al 1 di Giugno 1011 (Reg. Farf., 649) e agli 11 Dicembre 1011 (Reg. Farf., 689) si fa per l’ultima volta menzione di Giovanni patrizio. Ai 27 Marzo 1012 (Reg. Farf., 690) di lui non si parla più, ben compare invece il prefetto Marino, fratello suo.
18. L’epitaffio di Sergio IV, senza indicazione di data, leggesi ancora nel Laterano. Un documento di lui (investitura del Castrum Scuriae), dat. III Kal. Aprilis A. MX (nel Theiner, Cod. Diplom. Domini Temp. S. Sedis, I, n. VI), dimostra che anche sotto il reggimento del Patrizio, i Papi continuavano ad amministrare i beni ecclesiastici.
19. V’hanno parecchie iscrizioni sepolcrali di Crescenzî di quest’età; così havvene una dai santi Cosma e Damiano dei 6 di Aprile 1000 (Galletti, Inscr. III, 271); un’altra da Araceli: Hic jacet in parvo magnus Crescentius antro etc., che al morto figliuolo poneva, nell’anno 1028, Mizina moglie di Orazio console (Nerini, p. 326; Casimiri, p. 272). Il magnus è giuoco di antitesi rispetto al parvus; nè occorre che perciò si pensi trattarsi del Prefetto della città. Di un Orazio Crescenzio non si fa mai nome in altro luogo. La iscrizione di Mizina, tolta da santo Alessio, è nel Nerini, p. 325.
20. Thietmar, VI, c. 61. È già noto l’equivoco che si prende dal Baronio e dal Muratori, scambiando Benedetto col fuggente Gregorio: anche la cronologia ne fu corretta dal Pagi e dal Mansi. L’opinione del Jaffé, che Benedetto VIII fosse consecrato addì 22 di Giugno, non è sostenibile, sebbene un diploma di Sergio IV sia dato ancora ai 16 Giugno del 1012 (nel Baron.). In alcuni atti di Subiaco Benedetto VIII fa sua comparsa da pontefice di già nel Maggio 1012: Bened. VIII A. 1 m. Madio d. V; e nel 1016: A. V Bened. VIII Ind. XIV m. madio d. XXI (Cod. Sessor., CCXVII, p. 263). Nel Reg. Farf., n. 670, il suo anno secondo è omai fissato ai 23 Maggio del 1013: Bened. VIII Pape in S. Sede II Ind. XI mense Maji d. XXIII. — Il Chron. Farf., p. 542, dice: Patricio... mortuo, ordinatus est dom. Benedictus papa, qui contrarius extitit filiis Benedicti comitis.
21. I Cataloghi dei Papi denotano Benedetto VIII per frater Alberici majoris, oppure natione tusculanus ex patre Gregorio. — Benno, vita Hildebr., 83: Bened. VIII, laicus frater Albrici Tusculanensis, patruus Theophylacti (ossia Benedetto IX). Tuttavia il Catal. Eccard. dà anche a Benedetto VIII il nome di Teofilatto: Theophilactus qui et Benedictus ex patre nobili Gregorio tusculano, matre Maria. Un documento dei 2 Agosto 1014 (Reg. Farf., n. 525) è sottoscritto così: T h f p f k l b c t k c qui Benedictus papa vocor interfui et subscripsi; ed il Muratori a buona ragione legge in quelle lettere il nome Theophylactus.
22. Henricus divina favente clementia Rex Romanorum: dat. 17 Kal. Jan. Ind. XI, nel Curtius, de Senatu, p. 207: le sue considerazioni sono assai giudiziose.
23. Ai 4 Dicembre 1015, accanto ad Alberico console, compare un Joh. dni gr. Urbis Romae praefectus (Reg. Farf., n. 535); ma nel 1017, ai 20 di Agosto, torna un Crescenzio in qualità di prefetto (Reg. Farf., n. 537). Io non posso reputarlo fratello di Marino. Addì 9 Giugno 1019 si sottoscrive: Marinus german. Crescentii olim urbis rome prefecti (Reg. Farf., n. 557), laddove un documento dei 23 Novembre 1019 dice: Crescentius dni gr. urbis rome praefectus (Mittarelli, I, n. CIV). Ai 17 Giugno 1036 compare nuovamente un Crescenzio da prefetto della Città (Reg. Sublac., fol. 73), mentre anche ai 15 Novembre 1036, Marino dice precisamente come nell’anno 1019: Crescentio olim prefecto germano meo (Reg. Farf. n. 620). V’aveva, proprio a quest’età, una moltitudine innumerevole di Crescenzî.
24. Reg. Farf. n. 670; lite sostenuta da Farfa, ai 23 Maggio 1013, intra domum Alberici eminentissimi Consulis et Ducis juxta Ss. Apostolos (dove esiste oggidì il palazzo Colonna).
25. Ivit obviam tota civitas; licet dissono voto, tamen, ut par erat, suo domino dant laudum praeconia, extollentes ad sidera: Annal. Quedlinb., a. 1014 (Mon. Germ., V).
26. A Senatoribus duodecim vallatus, quorum sex rasi barba, alii prolixa mistice incedebant cum baculis: Thietmar, VII, c. 1. Io reputo che gli sbarbati fossero dignitarî cherici del «palazzo», poichè allora i preti andavano rasi; i barbuti appartenevano all’aristocrazia laicale. Benzo, ad Henr. IV, 1, c. 9 (Mon. Germ., XIII, 602) nota in mezzo alla gente della processione imperiale quinque viri, diversa clamide et patricialibus circulis redimiti.
27. Rodolphus, Historiar., I, c. 5 (Duchesne, Tom. IV). Il pomo imperiale vedesi di già inciso sui suggelli degli Ottoni; era da lunghissimo tempo in uso a Bisanzio, ed anche presso ai Longobardi. Nel Registro di Farfa io vidi un Sigillum Haistolfi Regis, nel quale questo Re porta scettro e pomo imperiale (senza croce sovrapposta).
28. Quasi ogni terra considerevole ha adesso il suo conte. Qua e colà il Conte s’appellava ancora Consul et Dux; così nella Campania: Roffredo Consul et Dux Campanie — habitatori de Civitate Berulana (Veroli), a. 1012 (Reg. Petri Diaconi, n. 273). Nel 1013 Ubertus Consul et Dux, e Amatus Comes Campanie. Nel 1015 Ubberto Comes (ibid. n. 331, n. 268). In Leone di Ostia, II, c. 32 (a. 1015): Landuino et Raterio consulibus Campanie. Il titolo di Consul durava ancora a Gaeta oltre a quello di Dux; così anche in Fundi. Istromenti dati dal Lazio, da Ceccano, da Veroli, da Ferentino, da Pofi, da Ceperano (conservati a Monte Cassino) fanno conoscere che nel secolo undecimo pur sempre esistevano molti Longobardi nel Lazio: tali erano Umberto, Rofredo, Lando, Landolfo, Grimone, ecc.
29. La Cronica di Farfa nomina spesso, da dopo il secolo undecimo, i Conti dei Marsi. Erano franchi, e favoleggiando si facevano derivare da Berardo o Bernardo primo re d’Italia, nipote di Carlo magno. Portavano per loro stemma sei verdi monti in campo d’oro. Vedi Mutius Phoebonius, Historiae Marsorum, Napoli 1678; Corsignani, Reggia Marsicana, Napoli 1737 (lib. II, 262); e Antinori, Memorie Storiche degli Abruzzi, Napoli 1781. La terra de’ Marsi antichi, detta in prima Valeria, indi Abruzzo, apparteneva al ducato di Spoleto. — I Comites Campaniae datano già dal tempo di Alberico; intorno al 1010 Amato era Comes Campaniae (Reg. Farf., n. 649). La sua famiglia s’imparentò con quella dei Crescenzî, chè suo figlio Gregorio sposò Maroza, figlia di Ottaviano e di Rogata (testamento di Maroza del Novembre 1056, dov’ella lega a Farfa i suoi beni positas in comitatu campaniae: Reg. Farf., n. 960). — V’erano Conti di Tuscana, di Civitavecchia, di Civita Castellana, di Galeria, dove, nel 1027, Comes era Johannes Tocco (Marini, n. 45).
30. Il diploma Ego Henricus (in Deusdedit, in Albino, in Cencio e da ultimo nel Theiner, Cod. Diplom. Dominii Temp., I, n. VII) fu giustamente riferito dal Cenni all’anno 1020. Vedi anche Mon. Germ. Leges, II, 173. Bonizone (nell’Oefele, p. 800) dice: Romanae Eccl. privilegia multa concessit et dona amplissima dedit.
31. Thietmar, VI, sulla fine: m. Februario in Urbe Romulea cum ineffabili honore suscipitur, et advocatus S. Petri meruit fieri: senza dubbio corrisponde a Patricius.
32. Alberico compare da conte palatino nell’anno 1027 (Marini, n. XLV) e nel 1028 (Istrom. da santa Maria Nova, Mscr. Vat. 8043, senza numerazione di pagine). La Graphia dice non senza buon fondamento: comes autem Cesariani palatii dictator Tusculanensis est. I Tusculani si arrogarono questo officio da dopo il tempo di Ottone III. Ai 4 Dicembre dell’anno 1015, nella lite fra Ugo abate et Dom. Romanum Cons. et Ducem, et omn. Rom. Senatorem atque germanum Dom. Pontificis, intervengono nel tribunale Albericus Consul e Johannes dni gr. Urbis Rome Praefectus.
33. Così narra Ugo abate nel Chron. Farf., p. 519.
34. Thietmar, VI, 61. Tre fratelli lombardi che erano nell’esercito imperiale, Ugo, Azzo, Ezzelino, furono i promotori del tumulto. Può darsi, come cerca di stabilire il Provana che eglino fossero i figliuoli (di egual nome) di Uberto II di Este: così ebbe reputato anche il Leibnitz, Rer. Brunsvicar., III, 26. Il Muratori, Antich. Esten., I, c. 13, 14, non li pone in siffatto rapporto.
35. Sarebbe cosa di grande attrattiva se in Arduino si potesse scorgere un antenato di Vittorio Emanuele II, il quale, 860 anni dopo di quell’antico, fu eletto dagli Italiani a loro re nazionale: ma la genealogia della famiglia, certo franca, di Arduino, risale soltanto fino al padre suo Dado, che fu un piccolo Conte nelle terre di Piemonte. Vedi il Provana, Studî critici sovra la storia d’Italia a’ tempi del re Ardoino (Torino, 1844) e il Pabst, Sulla famiglia di Arduino, negli Ann. dell’Imp. tedesco, II, 458.
36. Il Mabillon, Annal., IV, riferisce una lettera di Alinardo abate di Digione: Domno illo s. palatii vestarario primo senatori nec non unico Romanorum Duci Equivoco: presso a poco la lettera appartiene all’anno 1030. Il Curtius crede perciò che un Equivocus fosse succeditore di Romanus senatore, e il Galletti, del Vestar., p. 54, registra arditamente un Equivocus vestararius. Entrambi non compresero il senso dello scrittore, il quale volle esprimere così il nome Romanus (aequivocum de’ Romani). La lettera è indiritta a Romanus, fratello del Papa, vestarario di palazzo e capo della Republica nobiliare di Roma.
37. Amari, Storia dei Musulmani in Sicilia, Vol. III, 2 e segg. Secondo le fonti arabe Mogêhid (rinnegato cristiano) fu cacciato di Sardegna nel Giugno del 1016. Dopo d’allora, così dichiara l’Amari, i Saraceni non hanno più occupato questa isola.
38. Ha grande esattezza Thietmar, VII, c. 31. La Cronica antichissima di Pisa (Bernardi Marangonis vetus Chron. Pisan., Archiv. stor., VI, p. 1) dice: A. 1016 fecerunt Pisani et Januenses bellum cum Mugieto in Sardiniam, et gr. Dei vicerunt illum. Del Papa nemmanco parola. Si paragoni il Tronci, Annali Pisani, la Cronaca Pisana del Sardo, e il Roncioni edito dal Bonaini (Archiv. stor., VI, 1, 2).
39. Intorno a questa notevole rivoluzione vedasi la diligente scrittura del napoletano De Blasiis, intitolata: La insurrezione Pugliese e la conquista Normanna nel sec. XI, Napoli, 1864, Vol. I, 45 segg.
40. Annal. Barens.; Lupus Protospata, ad a 1019. Sulla venuta dei Normanni vedasi Rodolfo Glaber (III, c. 1) e sopra tutti l’Aimé, l’Ystoire de li Normant, c. 17 e segg.: Giselberto venne con quattro fratelli Raynolfe, Aséligime, Osmude et Lofulde; eglino aderirono all’invito del Principe di Salerno... et passèrent la cité Rome, et vindrent à Capua etc. Secondo il documento n. 279 (nel Vol. IV Monum. Regii Neapolit. Archivii) v’avevano però fino dal 1008 dei Normanni residenti nella Campania: Sansguala dominus planisi qui sum ex genere normannorum.
41. Leone di Ostia, II, c. 37, 38, che trasse giovamento da Amato. La Turris de Gariliano era stata edificata da Pandolfo di Capua dopo la disfatta dei Saraceni. Così diceva la iscrizione ivi posta: Princeps hanc turrim, Pandulfus condidit heros etc. — Heros, in significato di signore, è spesso adoperato in Croniche dell’Italia meridionale.
42. Herm. Contr., a. 1022: Leone di Ostia, II, 39. Atenulfo abate sommerse presso Hydruntum. Degli eroi normanni ne sopravvissero ancora ventiquattro, sotto ai loro capitani Gosman (Guzman), Stigand, Torstain, Balbo, Gualtiero di Canosa e Ugo Fallucca: Amatus, I, c. 28.
43. Così nel Concilio di Pavia, dell’anno 1018 o del 1022. Mansi, XIX, 343. Mon. Germ. Leges, II, 561. Di già il Sinodo di Nicea aveva condannato il concubinato dei preti.
44. Quasi tutti i Cataloghi denotano Giovanni XIX per fil. Gregorii patricii, oppure per frater Alberici majoris. Bonizo, ad Amic., p. 801: uno eodemque die praefectus fuit et Papa. Il praefectus è un errore. — Uno eod. die et laicus fuit et Pontifex: Romual. Salernit., p. 167. — Glaber, IV, c. 1: Largitione pecuniae repente ex laicali ordine neophytus constitutus praesul. Il Jaffé pone la sua consecrazione fra il 24 di Giugno ed il 25 di Luglio, ed eziandio il Pagi s’appiglia al Giugno. Io so di un documento che omai conta il suo nono anno al dì primo di Maggio del 1032: anno Joh. XIX in sede IX Imp. Chuonrado a. VI Ind. XV mense madio die I (Monte Cassino, Ex dipl. Princ., Caps. 12, n. 24).
45. Nell’anno 1027, Bolla di Giovanni XIX per Silva Candida: Fratre nro Dno Alberico Comite Palatii: Marini, n. XLV; Mansi, XIX, 487. Nel notato istromento del giorno 8 Gennaio 1028: Albericus ill. et clar. comes s. Lateran. Palatii. Non pertanto i Cataloghi dei Papi lo appellano impropriamente Patricius, parimenti che Gregorio padre di lui.
46. Su di ciò, all’anno 1024, dice Rodolfo Glaber, IV, c. 1: At licet pro tempore Philargyria mundi regina queat appellari, in Romanis tamen inexplebile cubile locavit. Ivi trovasi eziandio la lettera di Guglielmo, abate di san Benigno di Digione, indiritta a Giovanni XIX.
47. Bonizo, p. 801: Belinzo nobilissimus Romanus de Marmorata; ne’ documenti il nome suona Berizo oppure Belizo.
48. Vita Meinwerci Ep., p. 153. Mon. Germ., XIII. Wipo, Vita Chuonradi, n. 16. Arnulfo, Gesta Archiep. Mediol., II c. 3, e nota 70. Mon. Germ., X, 12. La basilica apostolorum qui non può esser altro che il san Pietro, il quale era altresì consecrato ai due Apostoli.
49. Wipo, Vita Chuonr., n. 16. Berengario, figlio di Liutboldo conte, cadde in battaglia. L’Imperatore lo fece seppellire accanto a Ottone II.
50. Et denarii, quos Romam ad s. Petrum debetis: lettera di Cnuto Rex in Wilh. Malmsbur., de gest. Reg. Anglor., II, c. XI. L’odierna penuria delle finanze di Roma ha richiamato in vita l’imposta e il nome del «denaro di san Pietro» in forma di un pio contributo di moneta. La commissione che in Roma è destinata a raccoglierlo fu nel Novembre dell’anno 1860 elevata da Pio IX a dignità di Archiconfraternitas, e Roma ha insaccato a quest’ora (1860) tre milioni di scudi raccolti dai paesi di tutto il mondo come obolo di san Pietro. Lo Storico ha ragione di meravigliare vedendo con quanta ostinatezza si conservino le tradizioni ecclesiastiche.
51. Nel Cod. Amiatinus, p. 646 (Sessoriana di Roma) il Privilegio concesso a Monte Amiata è dato ann. D. Incarn. MXXVII Regni vero Dom. Chuonradi secundi regnantis III Imperii ejus primo Ind. X Acta in civitate Leonina Non. April. Egli dunque dimorava nel palazzo prossimo al san Pietro.
52. Mon. Germ. Leges, II, 40: Chuonradus Aug. Romanis judicibus: Audita controversia quae hactenus inter vos et Langobardos judices versabatur, nulloque termino quiescebat, sancimus, ut quaecumque admodum negotia mota fuerint, tam inter Romanae urbis menia, quam etiam de foris in Romanis pertinentiis, actore Langobardo vel reo, a vobis dumtaxat Romanis legibus terminentur, nulloq. tempore reviviscant. Vedasi anche da ciò come l’Imperatore avesse piena podestà di dominio supremo sopra lo Stato della Chiesa. Nonostante, i giudici longobardi non cessarono di esistere, e di qua e di là nella provincia alcuni Conti conservarono il giure franco.
53. Herm. Contractus dice concisamente e bene: Subactaque Italia tota reversus: ad a. 1027.
54. Cod. Amiatin., p. 652, a. 1036: Tempore S. Papae Benedicti nati de Tusculana ex patre Alberico. La Cronica Romanor. Pontif. in Cencio, i Cataloghi dei Papi e Bonizone determinano parimenti la origine di lui. Rodolfo Glaber, IV, c. 5, lo chiama una fiata perfino puer fere decennis, e aggiunge tutti i governanti essere stati allora fanciulli. Senza dubbio un ragazzo era stato fatto arcivescovo di Reims.
55. Victor III, Dialog., lib. III. dice: non parva a patre in populum profligata pecunia, summum sibi sacerdotium vendicavit. — Incerto è il giorno in cui fu consecrato. Che Benedetto IX fosse papa di già nel Marzo dell’anno 1033 lo prova un documento dato da Fabriano (anno deo propiciu pontificatu Domno Tufelatu: Mittarelli, II, app. XXII, 48).
56. Cum successisset ei (sc. Johanni XII) Theophylactus Gregorius frater ejus nomen sibi vendicabat Patriciatus. Bonizo, ad Am., p. 801. È difficile che egli si fregiasse di questo titolo; documenti lo chiamano soltanto Consul Romanor., ed altresì lateranensis et tusculanensis comes: Coppi, Memor. Colonn., p. 18 e segg.
57. Glaber, Histor., IV, c. 5. La Treuga Dei fu, nell’anno 1041, fissata dal tramonto del mercoledì al levar del sole del lunedì; in quell’intervallo di tempo niuno poteva sguainare la spada sotto pena di scomunica. — Pagi, Critica, ad a. 1034.
58. R. Glaber, IV, c. 9, lo narra come avvenuto ai 29 di Giugno. — Le date sono tutte confuse. La Vita Benedicti ex Amal. Auger., Mur. III, 2, 340, accoglie perfino il racconto di una cacciata post suam promotionem.
59. Noto omai, qualmente in documenti posteriori al 1017 si rilevi che i Crescenzî sorgono in potenza. Ai 17 di Giugno del 1036 Crescenzio ed altri nobili di sua parentela cedono il Castrum Apolloni (Empulum presso Tivoli) al monastero di Subiaco. Per figliuoli di Crescenzio sono nominati Regetellus e Raino o Rainuccius (Reg. Sublac., 73).
60. Herm. Contr., a. 1037, e Wipo, Vita Conradi, il quale dice: Papa Cremonae occurrebat Imperatori, et honorifice receptus et dimissus, Romam reversus est.
61. R. Glaber sembra rappresentare così la cosa, là dove parla della cospirazione dei Romani...: a sede tamen propria expulerunt. Sed — tam pro hac re, quam aliis insolenter patratis, Imperator illuc proficiscens propria sedi restituit. È incerto se l’Imperatore andasse in persona a Roma; la moglie di lui Gisela aveva peregrinato alla Città (Wipo, c. 37).
62. In un documento romano dei 22 Agosto 1043 si sottoscrive Gregorius Consul, frater supradicti Dni Pape, interfui: Nerini, p. 387.
63. Cod. Vat. 1984, fol. 201: Cum ejecissent pontificem — orta est inter Romanos et Transtiberinos grandis seditio — VII die m. Jan. Romani in fugam versi sunt propter comites qui veniebant per montanam sc. Girardo rainerii et ceteri cum multis equitibus, qui erant fideles dicti pontificis. Le notizie barbaramente scritte in quell’importante Codice furono edite dal Pertz (Mon. Germ., VII, 468-480) con titolo di Annales Romani. Io cito dal Codice. Gli avvenimenti sono narrati eziandio da Herm. Contr., a. 1044, da Victor, III, Dialog. III, da Bonizo, ad Amic., p. 801, il quale vuole che la esaltazione di Silvestro III derivasse dalla elezione di Girardo de Saxo e di altri Capitani. — Leone di Ostia, II, c. 79.
64. Gerardus Rainerii era conte di Galeria; persona diversa era Girardo de Saxo. A’ tempi di Silvestro II un Rainero era vescovo ed un Gerardo conte della Sabina (Fatteschi, Serie, p. 253): nel 1003 Rainerius e Crescentius erano conti e rettori della Sabina (ibid., p. 254); di quello sarà stato figliuolo Gerardo. Era una famiglia franca dimorante nella Sabina.
65. Benno, Vita Hildebrandi, p. 82. Gli dà per maestro nelle arti magiche l’arcivescovo Lorenzo di Amalfi, che sarebbe stato discepolo di Silvestro II. Da loro anche Gregorio VII avrebbe imparato la magia.
66. Murat., III, 2, 341. Il Cod. Vat. 1984 dice di Silvestro III: Obtinuit pontificatum diebus XLVIII, quo ejecto benedictum pont. reduxerunt in sede sua. Bonizo, p. 801: Gregorius Patricius et Petrus germani Theophylactum spe conjugis deceptum ad Pontificalia iterum sublevant fastigia.
67. Un documento dell’anno 1013 lo chiama Dn. Johannes Archicanonicus s. Johannis intra portam Latinam (Nerini, app. n. V, 388). Cod. Vat. 1984: per cartulam refutavit Johanni archipbr. s. Johis ad portam latinam suo patrino in die kal. Majas, cui posuerunt nomen Gregorius, qui etiam pontificatum tenuit ann. I et m. VIII minus d. XI. Bennone, Vita Hildebr., p. 83, determina il prezzo di vendita in libbre 1500; il Cod. Vat. 1840 lo stabilisce in libbre 2000. Anche Vittore III dice: non parva ab eo accepta pecunia. Il Pagi si riferì, di contro al Baronio, all’Epitome di Bonizone, senza conoscerne il Liber ad Amicum. Nefando ambitu seductus (dice qui Bonizone) per turpissimam venalitatem omnemq. Rom. popul. ingentibus pecuniis datis sibi jurare coegit (p. 801). Bonizone fu contemporaneo, sebbene più giovine; fu vescovo di Sutri nel 1075. Contemporanee sono eziandio le notizie del Cod. Vat. 1984.
68. Nunc aureum Apostolorum saeculum, et praesidente vestra prudentia, ecclesiastica reflorent disciplina: Damiani, Ep. I a Gregorio VI (sonvene due delle lettere), Oper. Tom. I Ep., lib. I. Nel lib. VIII sono raccolte anche due lettere senza importanza (la quarta e la quinta), indiritte Dom. Alberico Senatoriae dignitatis viro e D. Petro Senator, dign. viro. Il frate trovavasi dunque in corrispondenza eziandio coi Tusculani. La moglie di Alberico nomavasi Ermilina.
69. S. R. Ecclesia — terrenas opes majori ex parte amisit: così lamentava Gregorio VI. Per restaurare le chiese di san Pietro e di san Paolo si raccoglieva denaro in Aquitania. Vedi la lettera di Gregorio nel Mansi, XIX, 611.
70. Gugl. Malmesbur., II, c. 13, che lo chiama uomo magnae religionis et severitatis. — Catalog. Eccardi: Fuit factus homo armorum. Le narrazioni confondono insieme storia e leggende. Rod. Glaber, V, c. 5: Cujus bona fama, quidquid prior foedaverat, in melius reformavit. Gli Annali del Baronio per quest’epoca oscura sono incompleti, e mancano di ragione critica.
71. Ottone di Frisinga (Chron., VI, 32) si fe’ in Roma narrare che tutti e tre i Papi avessero risieduto dentro della Città. Tuttavolta v’ha in ciò poca somiglianza di vero.
72. Bonizo, p. 801. Addirittura lo appella idiota et mirae simplicitatis vir. Victor III, Dial., III. Benzo ad Heinr. IV, VII, 671. Herm. Contr. a. 1046. Chron. S. Benigni Divion. (D’Achery, VI, 446). Cod. Vat. 1984.
73. Annal. Corbeiens., a. 1046 (Mon. Germ., V); nella terza e nella quarta feria innanzi al Natale.
74. Benzo VII, p. 670: Seniores (ossiano signori) Romani, licet hactenus sive salsum sive insulsum degistis — Ecce solito more sit in vestra electione etc. Il passo intiero spiega qual fosse il concetto del Patriziato a’ tempi di Enrico III e di Enrico IV, e chiarisce, per via del Liber Pontificalis, il diritto regale della elezione pontificia.
75. Vedi la lettera di congedo che il novello Papa rivolge a Bamberga: è nel Pagi (a. 1046), il quale ritorce contro il Baronio il passo explosis tribus illis quibus idem nomen papatus rapina dederat.
76. La più completa descrizione è data dal noto Ordo Coronationis in Cencius, che il Cenni (Mon., II, 261) riferisce a Enrico III, e il Pertz (Mon. Germ., IV, 187) riferisce ad Enrico VI. Tuttavia esso contiene delle parti assai più antiche di quello che sia il tempo di Enrico VI. Mi giovo eziandio dell’Ordo del secolo decimoquarto, che è nel Mabillon, Mus. It., II, 397. Del tempo franco e di quello degli Staufen v’hanno parecchi Ordines. Vedi Muratori, Ant. It., I, 99; Hittorp, nella Biblioth. max. Patr., XIII; Martene, Raynald, Cenni e Pertz. Vedi altresì nel Chron. Altinate juxta Cod. Dresd., Archiv. storico, App. V, e Benzo, ad Heinr. IV, 1, 9.
77. Il Terebinthus Neronis dei Mirabilia, di Pietro Mallio, degli Ordines, sepolcro assai grande e antico, era situato presso la Meta Romuli, che era una piramide come quella di C. Cestio. Usque in Meta, quae vocatur Memoria Romuli (Bullar. Vat., I, 27, Bolla di Leone IX, a. 1053). Reputavasi che la piramide di Cestio fosse la tomba di Remo.
78. Ego N. futurus Imperator juro, me servaturum Romanis bonas consuetudines, et firmo chartas tercii generis, et libelli sine fraude et malo ingenio (Ordo nel Cenni). Il Cod. Vat. 1984 narra della coronazione di Enrico V: Duo juramenta ex more fecit, unum juxta ponticulum, alterum ante porticus portam; nè questa può essere altra che la porta Castelli, di cui gli Ordines del medio evo, secondo la consuetudine del linguaggio popolare, hanno fatto una Porta Collina. Cum Rex in Imp. electus pervenerit ad portam Collinam, quae est juxta castellum Crescentii: così l’Ordo Coronationis dell’anno 1311, nel Raynald, n. X. Forse, il ponte prossimo a Monte Mario segnava il confine della Città.
79. La piazza di san Pietro era detta platea, quae vocatur Cortina (Bullar. Vat., p. 31, a. 1053). La santa Maria in Turri, che sorgeva accosta alla gradinata del san Pietro, apparteneva al convento di santo Stefano presso il san Pietro. Sembra però che non prima di Federico I fosse consuetudine di compiervi la detta ceremonia.
80. Le orazioni che si pronunciavano sul Re e sulla Regina sono piene di grandiosa dignità, ed hanno veramente elevatezza di stile.
81. Talvolta negli Ordines havvi divario nella successione delle funzioni: così eziandio per gli altari, poichè sembra che la coronazione non sempre avvenisse innanzi all’altare di san Pietro, ma talora davanti quello di san Maurizio, nella navata a sinistra. Assai commoventi dovevano essere le formule usate: Accipe anulum, signaculum s. Fidei, soliditatem Regni, augmentum potentiae, per quam scias triumphali potentia hostes depellere, haereses destruere, subditos coadunare, et catholicae Fidei perseverabilitati connettere. — Accipe hunc gladium cum Dei benedictione tibi collatum, in quo per virtutem Spiritus Sancti resistere, et ejicere omnes inimicos tuos valeas, et cunctos s. Ecclesiae Dei adversarios, Regnumque tibi commissum tutari, ac protegere castra Dei per auxilium invictissimi triumphatoris D. N. J. Christi, qui cum Patre in unitate Spiritus Sancti vivit, et regnat in saecula saeculorum. Amen. — Accipe signum gloriae etc. Le parecchie formule variano secondo l’epoca.
82. Non sempre avveniva la processione lateranense. Più tardi, allorchè i Papi non risiedettero più nel Laterano, il corteo, compiuta la coronazione, andava soltanto fino alla piazza di santa Maria Traspontina, dove l’Imperatore si separava dal Papa. Però l’Ordo raccolto nel Cenni (e il Cenni stesso non ne fece attenzione) fa che il corteo muova ancora fino al Laterano, poichè ivi soltanto devonsi cercare il Palatium majus (la Casa major di papa Zaccaria) e la Camera Juliae Imperatricis.
83. Indutus igitur rex viridissima clamide, desponsatur patriciali anulo, coronatur ejusd. prelaturae aureo circulo. Benzo, l. c.:... decretum est (da tutte le classi dei Romani) ut rex H. cum universis in monarchia imperii sibi succedentibus fieret patricius, sicuti de Karolo factum legimus. Damiani, Disceptatio synodalis (Op., t. III, 23, ed. Paris, 1663): H. Imp. factus est patricius Romanorum, a quibus etiam accepit in electione semper ordinandi pontificis principatum. Leone di Ostia, II, c. 77. Tutto ciò dovette essersi convenuto in Sutri.
84. Bonizo, p. 802: Rumoribus populi illectus — tyrannidem Patriciatus arripuit, quasi aliqua esset in laicali ordine dignitas constituta, quae privilegii possideret plus imperatoria majestate. Egli tuttavia conosce per bene le ragioni cui s’inspirava Enrico: Credidit per Patriciatus ordinem se Romanum posse ordinare Pontificem.
85. Così il Cod. Vat. 1984 denota la podestà di patrizio tenuta da Enrico: Ordinationem pontificum ei concessit et eorum episcoporum regalia abentium: ut a nemine consecretur nisi prius a rege investiatur, almus pontifex una cum romanis et religiosis patribus sicut s. Adrianus papa et alii pontifices confirmaverunt per privilegij detestationem in potestate regis H., qui in praesentia habetur et futurorum regum patriciatum et cetera, ut supra dictum est, sancivit et firmavit et posuit.
86. Benanco alcuni Tedeschi lo appellano Romanorum patricius: Vita Annonis, Mon. Germ. XIII, 469. Ancor nell’anno 1049, durante la vacanza della sede, un documento romano nota: Ann. dei prop. domno Henrigo rex francorum et patritio Romanorum Ind. II m. Jan. d. XV: Reg. Sublac., fol. 81.
87. Il Damiani con ingenuità antipolitica lo loda nel Lib. Gratissimus, c. 36 (Op., I, ed. Cajetani): Hoc sibi non ingrata divina dispensatio contulit — ut videlicet ad ejus nutum S. R. E. nunc ordinetur, ac praeter ejus autoritatem Ap. Sedi nemo prorsus eligat sacerdotem. E più indietro: Post Deum scilicet ipse nos eo insatiabilis ore draconis eripuit.
88. Herm. Contr.: Imp. vero Romae egressus nonnulla castella sibi rebellantia cepit. Uno dei suoi diplomi a favore della Casa aurea è dato: Kal. Januarii actum ad Columna Civitatem, che è l’odierna Colonna nei monti Latini. Böhmer, 1552. Dubito dell’esattezza della data, perciocchè l’Imperatore rescriva nuovamente da Roma ai 3 di Gennaio.
89. Romualdo e Lupo tutti e due d’una sol voce: Benedictus per poculum veneni occidit P. Clementem. Herm. Contr.: In Romanis partibus nono mense promotionis suae diem obiens, ad episcopatum suum Babenberg reportatus tumulatur. — È il solo de’ Papi che sia sepolto in Alemagna. Il Muratori, Annal., ad a. 1047, significa che morisse in vicinanza di Pesaro, e il Jaffé accoglie per data il dì 9 di Ottobre.
90. Il Codice di Donizone (esiste in Vaticano) contiene imagini miniate di persone di tutta la famiglia; le riproduce in bella incisione a colori l’edizione fattane dal Bethmann, nei Mon. Germ. Non vi si può cercare esattezza di ritratti, ma giovano assai per conoscere le fogge. Azzo e Ildegarde moglie sua sono sepolti a Canossa, dove Tedaldo tenne quasi sempre residenza.
91. Esatta notizia ne dà il Cod. Vat. 1984, che per questa età è una fonte di grande importanza. Il Papa fu ordinato ai 17 di Luglio, Ind. I, e sedette in cattedra ventitre giorni. Sull’ambasceria dei Romani, vedasi Bonizone, p. 803. Esso dice eziandio che Bonifacio condusse il Papa a Roma, ma soltanto il Cod. Vat. sa dei raggiri del Margravio.
92. Un viandante vide il morto Papa correre i monti Latini in figura di mostro: Amal. Auger. — Il Placentini (de Sepulcro Bened. IX, Romae 1747) vuol dimostrare che appartenga a quel Papa un sepolcro trovato a Grotta Ferrata. Io ne vidi colà la tavola sepolcrale, che è una curiosità senza pregio. — Terzo succeditore di santo Nilo nella dignità di abate fu il discepolo suo (vedine la Vita nel Martene, Vet. Script., VI, 933). Nel convento v’hanno ancora parecchie cose antiche che ricordano di quel tempo. Sopra la porta sta scritta quest’antica sentenza:
Οῖκου Θεοῦ μέλλοντες. εἰσβαίνειν πύλην
ἴξω γένοισθε τῆς μέθης τῶν φροντίδων
ἰν’ εὐμενῶς εὖροιτε τὸν κριθτὴν ἔσω.
In quel chiostro continuarono a vivere lingua e uomini greci; così nell’anno 1153 l’Abate sottoscrive un documento romano: † εγο νηκολαως ηγουμενος Κρηπτα Φερρατ ἠπεγραφψα: Galletti, Del Prim., app. n. 59, dall’archivio di santa Prassede.
93. Istromento dell’anno 1053, Reg. Subl., fol. 78, nel Petrini, p. 400. Anno Leonis IX in sede IV m. Decbr. Ind. VII. Quoniam certum est me domina Imilia nobil. Comitissa que olim Dni Donadei conjunx fuit habitatrice in Palestrina: ella dona dei beni a Subiaco pro redemptione animae meae, et quond. Johannis qui vocabatur de Benedicto, et Donadei, et Domina Itta (giusta documenti moglie del marchio Johannes) et de Joanne filio, et — pro heredibus nostris etc. Il Petrini (p. 111) ha notato i rapporti in cui stavano fra loro i membri della famiglia.
94. Leone di Ostia, II, c. 81. — Il Pontefice fu sepolto in san Lorenzo fuori le mura, in un sarcofago degli antichi tempi cristiani, che ivi ancor si vede.
95. Sulla febbre romana, che oggidì ancora è crudelmente mortifera, il Damiani compose questo tetrastico:
Roma vorax hominum, domat ardua colla virorum,
Roma ferax febrium, necis est uberrima frugum.
Romanae febres stabili sunt jure fideles;
Quem semel invadunt, vix a vivente recedunt.
Opuscul., XIX, cap. 5.
96. Vedi il Watterich, I, 102.
97. A quo omnia ecclesiastica studia renovata ac restaurata, novaque lux visa est exoriri: così dice papa Vittore III di lui (Dial., III, lib. 3).
98. Liber Gomorrhianus, de diversitate peccantium contra naturam etc. Op., t. I, colla dedicazione a Leone IX e colla lettera in cui questi ne lo ringrazia: è un componimento nauseante della letteratura di quella età. Alessandro II condannò il libro, e ciò fece assai stizzire l’autore. I vizî del clero dovevano essere laidi per benino, una volta che si reputava necessario di interrogare ogni Vescovo, prima della consecrazione, se era mondo di quattro delitti: Id est arsenochita q. e. masculo; pro ancilla Dei sacrata, quae a Francis Nonnata dicitur; pro quatuor pedes; et pro muliere viro alio conjuncta; aut si conjugem habuit ex alio viro, quod Graecis dicitur deuterogamia. Et dum nulli horum ipse vir conscius fuerit, evangeliis ad medium deductis jurat ipse electus Archidiacono: Ordo Roman., VIII; Mabillon, Mus. Ital., T. II, 86.
99. Wibert, II, c. 3. Da Benedetto VIII (m. 984) fino a Leone IX non ci fu conservata alcuna moneta pontificia: non è che un puro caso, giacchè dovettero pure essersene battute. Infatti leggo in un istromento dell’anno 1021 (Reg. Sublac., fol. 127): Denarios bonos novos Romane monete. Di Leone IX abbiamo un solo denaro: † Henricvs imp. Romanorv; dal rovescio: † scs Petrvs Leo P. Più sorprendente ancora si è, che nessuna moneta di Gregorio VII sia pervenuta fino a noi.
100. Marian. Scotus, ad a. 1050: Rex Scotiae Macbeth ad Romae argentum pauperibus seminando distribuit. Il nome di questo Re suona in diversa maniera: Rex Maccabaeus, Macbothus, Macbetka, Mabbetha.
101. Salto a piè pari un periodo di ottocento dieci anni, e noto la relazione in cui il dì odierno si trova coll’anno 1051. Addì 25 Ottobre 1860 un Prodittatore del Garibaldi per Napoli, decreta: «L’antico ducato di Benevento è dichiarato provincia del Regno Italiano. Napoli 25 Ottobre 1860.» — I Papi non possedettero mai tutto intiero il ducato di Benevento. Soltanto nel 1077 andarono eglino al possesso della città e del suo territorio. — Sulla permuta fatta coll’Imperatore vedansi Leone di Ostia, II, c. 84 ed Herm. Contr., ad a. 1053.
102. Herm. Contr., ad a. 1053, specifica come fosse composto l’esercito di Leone IX: Plurimi Theutonicorum, partim jussu dominorum, partim spe quaestus adducti, nonnulli etiam scelerati et protervi, diversasque ob noxias patria pulsi. Guill. Apulus, lib. II, conta settecento valorosi Svevi, inoltre Romani, Sanniti, Capuani, Spoletini, Sabinati, Fermani, e il vigliacco popolo della Marca (gens Marchana probis digne reprobata latinis... his erat innatus pavor et fuga luxuriesque). Leone di Ostia numera cinquecento, e Amatus soltanto CCC Todesque. Da lui si pare (III, c. 25) che ancor prima Leone conducesse contro ai Normanni un piccolo esercito, e che questo si sbandasse nella Campania.
103. Leggiamo tuttora una sua lettera indiritta al convento di Farfa, nel quale si fece accogliere da confrater verso un donativo di tremila bizantini. Argiros pronia theu Magistros Bestis, Kae Dux Italias, Calabrias, Sichelias, Kae Paphlagonias, Kae Cabeon, Kedulon, Ematon ti Despini Kae agia Theotoco Maria ti en ti agemoni tis Farfa etc. (così allora pronunciavasi il greco): Chron. Farf., p. 620.
104. L’Autore scriveva questa pagina sulla fine dell’anno 1860. (N. del T.)
105. Et li Thodeschi se metent l’escu en bras et crollent l’espée; et li Normant hardi coment lyon prenent la haste... Amatus, III, c. 37.
106. Facto tamen de se quasi muro in modum corone (in quadrato), mortem expectantes... Vita Leonis IX, nel Borgia, Mem. di Benev., II, 318. Al pari di Romualdo, la Vita chiama la città con nome di Civitas. La Chronique de Robert Viscard scrive Civite; Goffredo Malaterra scrive Civitata. In vicinanza era situata Dragonara.
107. Denotement o grandissime plor et larmes: Chronique de Robert Viscard, c. XI. Cum magna devotione ejus provolvuntur pedibus, veniam et benedictionem ejus postulantes: Malaterra, I, c. 14.
108. La Vita nel Borgia descrive il campo di battaglia e le esequie; la Vita negli Acta Sctor., Aprile, II, 666, dice che i morti apparvero in aspetto di martiri. Ottocento sette anni dopo quell’età fu visto un simile campo di battaglia, su cui, fuggiti con pari rapidità gli Italiani, la legione straniera di Tedeschi e di Belgi si immolò per il dominio temporale: ed oggidì ancora i caduti di Castel Fidardo son detti «martiri» (Civiltà Cattolica dei 20 Ottobre 1860). In fatto è che le condizioni di Roma sono eternamente le stesse.
109. Così giudicò il pio Herm. Contractus, essere morti i Tedeschi occulto Dei judicio — sive quia tantum sacerdotem spiritalis potius quam pro caducis rebus carnalis pugna decebat, oppure perchè tanta gente infame s’era raccolta sotto allo stendardo pontificio. Similmente dice Romualdo, e quasi colle istesse parole la Cron. di Amalfi (Murat., Ant. It., I, 212): Non enim dominus discipulis suis et successoribus suis praeceperat ut seculares veluti principes secuti materiales gradus, in populum corruerent, sed verbo et dicto monerent pie etc. Anche il contemporaneo Brunone di Segni biasima il Papa: Super Normannos praeliaturus vadit, zelum quidem Dei habens sed non fortasse scientiam; e deplora che in persona movesse alla guerra.
110. Quanto terrenis ecclesia minuitur, tanto spiritualibus augetur. È tal motto che parrebbe uscito della bocca del Cavour. Wido Ferrariensis compendia il passo di san Girolamo insieme con altre sentenze dei Padri ecclesiastici che indirizza contro Gregorio VII: Mon. Germ., XIV, 169.
111. Al dì d’oggi è cosa assai istruttiva di por mente al giudizio datone dal Damiani (Ep. IX, lib. IV, indiritta ad Ulrico di Fermo): Si ergo pro fide... nusquam ferrea corripere arma conceditur: quomodo pro terrenis et transitoriis Ecclesiae facultatibus loricatae acies in gladiis debacchantur? — Quomodo ergo pro rerum vilium detrimento fidelis fidelem gladio petat. Di riscontro a questa sentenza del Cardinale piacemi porre il giudizio che oggi si fa in Roma di siffatte cose. La Civiltà Cattolica, organo dei Gesuiti, dice (Disp. dei 20 Ottobre 1860; I morti per la Chiesa a Dragonara il 1053 e nel Piceno il 1860): «All’età di Leone IX poteva per avventura esser degna di scusa l’opinione che il dominio temporale della Chiesa fosse soltanto di ordine mondano, ma oggi sarebbe stolidezza arbitrare che la sua causa sia altro che causa della religione e di Cristo. Forse nemmeno a’ tempi delle Crociate non si è venuto alle armi da militi cristiani per causa più supremamente divina di quella in cui pro caddero i soldati del Lamoricière.» — Precursore della Civiltà Cattolica è stato di già il Baronio, che in questo argomento marchia il Santo di tal censura come farebbe di un grande eretico. — È pur cosa assai meravigliosa di vedere adesso rinnovarsi dopo ottocento anni le antichissime controversie per ragione del piccolo Stato della Chiesa; in questo periodo di tempo tutto il mondo si trasformò, all’infuori di Roma.
112. Stando alla Cronique de Robert Viscard, Leone diede al conte Unfroi et à li subcessor toute Puille et Calabre de la fin de Granière jusque à lo Faro. Il Conte tornò a Melfi, raccolse i Normanni e Longobardi, et fist dui de ses frères console. Vedasi anche il De Meo, Annali di Napoli, ad a. 1054, che ancor non conobbe i libri di Amato. — Gli Annales Lamberti dicono, ad a. 1053: Leo IX cunctos dies, quibus supervixit tantae calamitati, in luctu et moerore egit.
113. Leo Ep. serv. Servor. Dei glorioso et religioso Imp. novae Romae Constantino Monomacho dilecto filio salutem. Egli allega la donazione di Costantino in termini di convinzione recisa. Tu ergo magnus successor Magni Constantini sanguine, nomine, et Imperio factus, ut fias etiam imitator devotionis ejus erga Ap. sedem, exhortamur: et quae ille mirabilis vir post Christum eidem sedi contulit, confirmavit, atque defendit; tu juxta tui nominis etymologiam constanter adjuva recuperare, retinere, et difendere: Baron., ad a. 1054.
114. Historia Mortis Leonis IX Acta Sctor., April., II, 666. Il popolo sempre tenero del meraviglioso, accorse ben presto a venerare la tomba di Leone: Herm. Contr. ad a. 1054. Leone IX fu di bella persona e di nobile aspetto. Cestui Lion estoit moult bel et estoit rouz, et estoit de stature seignoriable, et estoit de letre bon maistre: Aimé, III, c. 15. Sulla sua tomba leggevasi questo buon distico:
Victrix Roma dolet nono viduata Leone,
Ex multis talem vix habitura patrem.
115. Lo Stenzel ha omai confutato la notizia data da Bonizone, che Enrico per ammonimento di Ildebrando rinunciasse al patriziato.
116. I Romani gli amareggiarono la vita. Radulphi vita S. Lietberti (Bouquet, Reg., XI, 481): Victore, qui pro causis papatus per Romanos male tractatus apud ipsum (Imper.) conquesturus venerat (Jul. 1056). Nel Jaffé.
117. Damiani, Ep. I ad Vict., dov’egli fa che Cristo dica: Sublato rege de medio, totius Romani Imperii vacantis tibi jura permisi (citato dal Giesebrecht, II, 597). — Documenti assai errati per quel che riguarda la cronologia trovansi riferiti nel Muratori, Annal., a. 1056; nel Fatteschi, p. 112 segg., e nell’Ughelli, I, 352 segg. Uno dato da Fabriano: Ab Incarn. D. N. J. Christi sunt anni Mille quinquaginta octo, et regnante domnu Enrigo Imp. et Papa Victore Dux Marchio etc. Da dopo il 1057 Goffredo era Dux e Marchio di Spoleto e di Camerino.
118. Il Gfrörer, Gregorio VII, I, p. 10, afferma affatto di sua testa che Goffredo avesse ricevuto a Colonia, nel 1056, il patriziato per opera di Annone. Non v’ha un solo istromento che certifichi la cosa.
119. A vece di Pallara dicevasi eziandio Palladio. Corrisponde oggidì al san Sebastiano sul Palatino (Vedi il Vol. III di questa Istoria, a pag. 652). Abbacia scor. martirum Sebastiani et Zosimi, quae vulgariter Pallara solet nuncupari; così un Privilegium dato da Alessandro II (Reg. Petri Diaconi a M. Cassino, fol. XX). Questo Pontefice cedette il convento a Monte Cassino, ricevendone in cambio santa Croce in Gerusalemme, la cui abazia Leone IX aveva concessa all’Abate di M. Cassino (Leone di Ostia, II, c. 81).
120. Leone di Ostia, II, c. 92. Annales Lamberti ad a. 1057: Uno animo pari voluntate in electione consenserunt Friederici. — Nec quisquam sane multis retro annis laetioribus suffragii majori omnium expectatione ad regnum processerat R. E.
121. Sua epistola indiritta ai Cardinali vescovi (Baron., a. 1061, n. L). La dissolutezza non era dammeno in Germania; perfino nel pellegrinaggio che Sigfredo di Magonza ed altri Vescovi fecero nell’anno 1056 a Gerusalemme, questi signori si trassero dietro un lusso, di cui l’eguale è appena credibile. Wilken, Storia delle Crociate, I, 39.
122. Petr. Dam., De vita eremitica, opusc. LI, c. 5.
123. Ibid., c. 8. Domenico entrò una volta nella cella del Damiani orrendamente stravolto in viso, tamquam si pila fuerit ptisanarum more contusus, e sclamò con aria di trionfo, che in quella serata era giunto alla fine nientemeno che di otto salterî. Però il Damiani confessa che il corazzato recitava i salterî soltanto mentalmente. Il santo gli eresse un monumento in una breve biografia che ne scrisse (tom. II, 483). Davasi nome di disciplina eziandio alla flagellazione; i colpi sulla mano dicevansi palmatae, i flagelli scopae.
124. Ep. 27, lib. VI. Petro cerebroso monacho Petrus peccator et monachus. Con fanciullesca fantasia paragonava la pelle umana ad un timpano sul quale deesi picchiare ad onore di Dio, secondo che dice il salmo 150: «lodate il Signore al suon del timpano». Quia tympanum est pellis arida, ille juxta Prophetam, in tympano Dominum veraciter laudat, qui confectum jejunio corpus per disciplinam verberat. Vedasi altresì l’Opuscul. XLIII, de laude flagellorum, indiritto ai Benedettini di Monte Cassino.
125. Ecce sales, ecce facetiae, lepores, urbanitates, dicacitates, volumina questionum... Lettera del Damiani ad Alessandro e a Ildebrando, nel Baron. ad a. 1061, n. XI.
126. Alearum insuper furiae, vel scachorum, quae nimirum de toto quidem sacerdote exhibent mimum: Ibid. Egli stesso narra, che avendo un vescovo giocato a scacchi (ludo praefuerat schacorum), e difendendosi con dire che questo giuoco era diverso da quello dei dadi, gli impose la disciplina di tre salterî e l’obligo di lavare i piedi a dodici poverelli.
127. Muratori, Ant. It., V, 975; Bolla di piombo di Stefano IV: v’è incisa la figura di una porta di città; sopra è scritto Felix Roma.
128. Il Cod. Vat. 1984 favoleggia che i Romani gli mandassero dietro dei sicarî: Direxerunt post eum Braczutum Transtiberinum Johannem, qui in dicto itinere, ut fertur, venenum dedisse.
129. Amato, III, c. 50, dice sdegnosamente dei Pontefici che vennero dopo: Or non parlons plus de la fama et de la subcession de li pontefice de Rome, quar l’onor défailli à Rome puiz que faillirent li Thodesque, quar se je voill dire la costume et lo élection lor, ou me covient mentir, et se je di la vérité, aurai-je l’yre de li Romain.
130. Cod. Vat. 1984, fol. 201 b: Comites — Gerardo Raynerii filio comes galeriae, et Albericus comes tusculanense et filii Crescentii de monticelly. Leone di Ostia e Bonizone nominano i medesimi Conti. Lamberto: Adjutus factione popularium, quos pecunia corruperat. — Cod. Vat. 3764: Natione Romanus ex Patre Guidone; Cod. Vat. 1984: De regione S. Maria Majoris. Parmi che Benedetto sia stato romano della Città; la madre sua si nota per dimorante in vicinanza della santa Maria Maggiore.
131. Autentica notizia ne è data dal Damiani, Ep. IV, 90 (dal Cajetani erroneamente riferita a Cadulo). Forse con linguaggio esagerato egli chiama Benedetto X homo stolidus, deses ac nullius ingenii. Leone IX aveva eletto Mincio nell’anno 1050 a cardinale, siccome pone in rilievo il Borgia. È cosa degna di considerazione che Benedetto X nel secolo decimoterzo fu reputato papa legittimo. Il Theiner (Cod. Dipl. Domin. Temporalis, I, Prefaz., p. V, e n. VIII e IX) registra due delle sue infeudazioni, alle quali Onorio III si riporta così: In autentico b. m. Benedicti Pape predecessoris nostri perspeximus contineri etc., e segue il documento di Benedetto X. Per un anno fu papa senza che trovasse opposizione, e i suoi acta di ordine temporale furono tenuti per validi. Il suo ritratto (fatto a invenzione) è posto fra i medaglioni dei Papi collocati nel san Paolo.
132. Lamberto, ad a. 1059. Benzo ad Heinr. IV, lib. VII, 671, dice che Ildebrando, senza che i Romani ne sapessero cosa alcuna, imprese la elezione del Papa, d’intesa con Beatrice: Erexit alterum idolum — legavit illum miserrimum, quod nil ageret, nisi per ejus jussionis verbum. Tutte esagerazioni fuor di misura. — Alcuni documenti contenuti nel Reg. Farf. (n. 904, 906) hanno la data di Benedetto X all’anno 1058. Nel Luglio 1059 vien detto soltanto: ab Incarnatione etc. (n. 905).
133. Nella edizione degli Annales Romani, fattane nei Mon. Germ., che li trassero dal Cod. Vat. 1984, è scritto erroneamente a comite de Benedicto Christiano; il codice dice a Leoni. Lo scrittore era bene informato; lo dimostra un documento dell’anno 1060, dove si sottoscrive Leo de Benedicto Christiano (Reg. Farf., n. 935). Quel codice descrive con esattezza gli avvenimenti. Anche qui l’isola Tiberina è tuttavia chiamata insula Lycaonia.
134. Addì 28 Aprile 1060 Giovanni era ancora prefetto; nel Reg. Farf., n. 935 si sottoscrive: Johanne dom. gr. Romanorum praefectus.
135. Ad castellum Passarani apud regem qui fuit fil. Crescentii praefecti: Cod. Vat. 1984. Il Gfrörer (Gregorio VII, I, c. 21) se ne crea «un luogotenente del Re nominato dall’Imperatrice». Sennonchè, giusta documenti, a quest’epoca il figlio di un Crescenzio prefetto si chiamava Regetellus, il qual nome alcuni istromenti accorciano in Rege. Così il Reg. Subl., fol. 71 Rege et Rainuciu germanis filii de domno Crescentio... Seniores, i quali nel 1038 tenevano Sant’Angelo presso Monticelli in affitto dal convento di Subiaco. Anche a fogli 73, nell’anno 1036, i figli di Crescenzio prefetto sono appellati Regetellu e Raino. Vedasi con che facilità possa falsarsi la storia. Cosa somigliante accadde al Gfrörer col nome romano Petrus de Imperatore o Imperiola, di cui egli si foggiò un Imperatore cittadino. — Passarano, non molto distante da Palestrina, apparteneva, del paro che Monticelli, al monastero di san Paolo, da cui i Crescenzî l’ebbero in feudo. In un catalogo dei beni che il san Paolo possedeva al tempo di Gregorius de Tusculana, vien detto: Castellum Passarani cum rocha sua (Archiv. S. Pauli de Urbe, Vol. 241, fol. 4; copia ne contiene il Mscr. Vatic. 7930, p. 203-207).
136. Cod. Vat. 1984. Ildebrando andò tosto nelle Puglie ad Riczardum agarenorum comitem et ordinavit eum principem et pepigit cum illo foedus — Tunc dictus princeps misit tres comites suos cum nominato archidiacono rome cum 300 militibus agarenorum in auxilium Nykol. pont. — Come talvolta fa Benzone, così lo scrittore di questi Annali, partigiano dell’Impero, chiama per bile i Normanni con nome di Agareni. La loro prima spedizione puossi col Jaffè fissare giustamente al Febbrajo.
137. I sette Cardinali vescovi (Episcopi collaterales) di Ostia, di Porto, di santa Rufina o Silva Candida, di Albano, della Sabina, di Tusculo e di Preneste celebravano funzione nel Laterano; sette Cardinali preti erano ripartiti nelle basiliche di san Pietro, di san Paolo, di santa Maria Maggiore e di san Lorenzo. Gli Abati di san Paolo e di san Lorenzo erano altresì cardinali. Oltracciò, su dieciotto Diaconie v’avevano allora dodici Cardinali diaconi e sei Diaconi palatini. Vedi il Registro rituale nel Baronio, Annal., ad a. 1057, n. XIX, e il frammento nel Mabillon, che di qualche poco se ne discosta (Mus. It., II, 574).
138. Ep. ad Card. Episcopos, nel Baron., ad a. 1061, n. L: ita nunc ap. sedis aeditui, qui spirituales sunt universalis Eccl. Senatores, huic soli studio debent solenter insistere, ut humanum genus veri Imperatoris Christi valeant legibus subjugare. Nell’Ep. XX, lib. I, indiritta a Cadulo egli pone i sette Cardinali vescovi al di sopra di tutti i Patriarchi della Chiesa.
139. Salvo debito honore et reverentia dilecti filii nostri Henrici, qui in presentiarum rex habetur, et futurus imp. Deo concedente speratur, et sicut jam mediante ejus nuntio Longobardie Cancellario Wiberto concessimus, et successoribus illius, qui ab Ap. Sede personaliter hoc jus impetraverint. Il decreto è riportato completamente nel Chron. Hugonis, II, 408, indi con qualche divario nel Chron. Farf., p. 645. Mansi, XIX, 903; Mon. Germ. Leges, II, 177, app. Può darsi che il decreto fosse publicato soltanto dopo avvenuta l’infeudazione normanna. Contrariamente affatto alla verità storica, nel privilegio onorifico del Re tedesco il Gfrörer, p. 581, ravvisa il diritto esclusivo di proporre i candidati all’elezione.
140. Riccardo ottenne il completo dominio della città soltanto ai 26 Maggio del 1062 (De Meo, Annali di Napoli). Vittore III vide i figli dell’ultimo Principe longobardo di Capua andar mendicando per la campagna. — Giannone, lib. IX, sulla fine. Landolfo (m. 842) aveva tolto a Salerno l’antico castaldato di Capua: suo figlio Lando nell’anno 856 edificò Nuova Capua presso al Pons Casilinus. Sotto a Pandolfo «testa di ferro» Capua era diventata principato.
141. Il Giannone (lib. X, 190) si meraviglia della grande efficacia che avevano le scomuniche a quell’età, e chi scrive questa Storia della città di Roma le vide usate anche oggidì ai medesimi intendimenti. Vedi la Bolla di Pio IX contra invasores et usurpatores aliquot provinciarum pontificiae ditionis. Datum Romae apud S. Petrum d. 26 Martii A. 1860.
142. I Pontefici derivarono il loro diritto dalle donazioni degli Imperatori, da Costantino ad Enrico II, e il Muratori pensa che precisamente in quest’età s’introducessero nei Diplomi di Lodovico, di Ottone e di Enrico le addizioni riguardanti Benevento, le Calabrie e la Sicilia.
143. Deusdedit, Albino e Cencio riferiscono, senza data, il giuramento di Roberto. Un secondo giuramento, più lungo, registrato da Albino, incomincia: Ego Robertus Dei gr. et sci. Petri Dux Apulie et Calabrie et utroque subveniente futurus Sicilie ab hac hora et deinceps ero fidelis S. R. Eccl. et Tibi Domino meo Nicol. Ppe. etc. etc. — Era allora in uso la formula: Fidelis ero S. R. E. et Dno. meo N. N. Ppe. suisque successoribus qui meliorum cardinalium electione intraverint. Così giurava ogni uomo feudale, ogni rettore di un Patrimonium. Albinus, Vatican. fol. 136 a, e Cencius, Riccardian., fol. CXX: Juramentum Rectoris patrimonii.
144. Nam non solum Tusculanorum, et Praenestinor. et Numentanor. superbiam calcaverunt, sed et Romam transeuntes Galeriam et omnia castra Comitis Gerardi usque Sutrium vastaverunt, quae res Romanam urbem a Capitaneorum liberavit dominatu: Bonizo, p. 806.
145. Il conte Gerardo morì prima del 1068. Il suo figliuolo, mi cred’io, fu Comes della Marittima, come allora s’appellava il tratto della costiera tusco-romana. Ego Girardus inclitus comes filius bon. mem. Gyrardi incliti comitis, habitator in Territorio Maritimano (Reg. Farf., n. 995, a. 1068). Ei vi dona a Farfa la chiesa, il castello e mezzo il porto di santa Severa.
146. Cod. Vat. 1984, il cui barbarico compilatore è meglio informato di quello che siano Leone di Ostia e Bonizone. È pertanto da accogliersi per vero che la sottomissione assoluta di Benedetto X avvenisse nell’autunno dell’anno 1059. I Cataloghi dei Papi gli attribuiscono nove mesi e venti o ventidue giorni di reggimento, e ne pongono la fine al Gennaio 1059, quando Nicolò lo cacciò di Roma. Il Jaffé conta la sua assoluta cessazione (a mio credere è errore) di già nell’Aprile: così fa eziandio il Giesebrecht.
147. È prezzo dell’opera di conoscere quali fossero i Romani più ragguardevoli di questa età. Un placito di Nicolò II per Farfa, dei 28 Aprile 1060, gli specifica in qualità di giudici o boni homines. Alcuni di loro erano signori di campagna; pochissimi abitatori di città. Si sottoscrivono dopo del Papa, dopo dei Cardinali e dei Vescovi, e dopo di Giovanni prefetto della Città e dei giudici palatini. Eccoli: † Cencius de Pf. (Praefecto). † Leo de Benedicto Christiano, † Albertus de Otto Curso, † Johannes Braciuto. † Conte de Johanne Guidone. † Bertramo frater ejus, † Benedictus de episcopo. † Cencius Frajampane subscripsi, † Petrus de Beno de Maroza. † Berardus de Rainerio de Curte, † Johannes de Balduino subscripsi. † Leo de Azo. † Petrus de Alberico. † Octavianus filius Alberici. † Gregorius filius Gregorii (questi tre sono tusculani). † Bernardus de Torena. † Johannes de Tusculano. † Ratterius Adulterinus. † Genzo de Siginulfo. † Monticellus. † Piro de Hermerardo. † Johannes de Faida. † Durantus de Johannis de Atria. † Petrus de Anastasio. † Johannes de Petro Vitioso. † Berardus filius Johannis de Berardo. † Johannes de Stefano Rifice (forse Orefice). † Baroncellus gener de Maiza. † Petrus Obledanus. † Guittimanus. † Conte Tigrinus de Tuscana. † Guido neptus ejus. † Sarracenus de Sancto Eustatio. † Ego Defranco de Sancto Eustatio. † Bonofilius Lanista. Ego Alexius scrinarius S. R. E. complevi et absolvi (Reg. Farfa, 935, edito dal Galletti, Gabio, p. 154). Il maggior numero di questi nobiluomini è di parte decisamente pontificia, quantunque nell’istromento compajano Cencius de Praefecto e alcuni Tusculani. Non si dimentichi che la carta rimonta all’anno 1061, quando Roma era in istato tranquillo.
148. Il Cod. Vat. 1984 nomina questi Romani partigiani dell’Impero; alla loro testa trovasi Cencius, il quale, tempo prima, aveva sottoscritto l’istromento più sopra detto: Cencius Stephani praefecti cum suis germanis, nec non et Cencio et Romano germani, Barunci filii, hac Belizzon Titonis de Caro, et Cencio Crescentii Denilla erant cum dicto Cadulo, eo quod erant fideles imperatoris. Da quest’epoca il nome Cencius diventa così usato, come per lo innanzi era stato quello di Crescentius, di cui il primo è l’abbreviazione.
149. Mittunt ei clamidem, mitram, anulum, et patricialem circulum per episcopos, per cardinales, atque per senatores, et per eos qui in populo videbantur praestantiores: Benzo, ad Heinr. IV, lib. VII, 672. Cod. Vat. 1984; Bertholdi Annal., ad a. 1061; Bernoldi, Chron.
150. Gli incominciamenti republicani di Milano possono prender partenza dall’anno 1056, quando avvenne la morte di Enrico III; e il Giulini, Memorie di Milano (lib. XXIII), dice: «non comparisce mai più dopo quest’anno l’epoca reale o imperiale nelle carte milanesi.»
151. Multitudo clericorum quae in ead. Eccl. innumerabilis ut harena maris: Bonizo, p. 805.
152. Eisque paupertatem improperantes Paterinos i. e. pannosos vocabant: Bonizo, pr. 805. Il nome significa, presso a poco, canaglia di straccioni, ma Bonizone gli appella gloriosum genus Paterinorum. Il concetto ricompare nei Gueux dei Paesi Bassi. Sugli incominciamenti dei Paterini vedasi il Giesebrecht, Storia dell’Impero germanico, III, c. 2.
153. Il Puricelli (de SS. Martyr. Arialdo et Herlembaldo) ha dedicato un capitolo alla famiglia dei Cotta (p. 168 e segg.). Adesso per la prima volta campeggia essa in Milano, dove, secondo la tradizione, avrebbe immigrato con santo Ambrogio, venendo di Roma. Quando i Re d’Italia si coronavano a Milano, era consuetudine che due dei Cotta di Porta Nuova induti cottis albis debent imperatorem ponere super cathedram marmoream, quae est post altare S. Ambrosii. In che tempo i Cotta siano migrati in Germania, m’è ignoto. Questo nome antico, romano e milanese, adorna il frontespizio di questa «Storia della città di Roma» (a).
(a) Il suo testo originale escì in Germania coi tipi di J. G. Cotta, rinomato editore e libraio di Stuttgardt. (N. del T.)
154. Benzone, VII, 672, dice che Riccardo di Capua ricevesse un migliaio di libbre, e al lib. II, c. 3, cita per nome i Romani che aderivano alla parte di Ildebrando: Cum Leone procedenti de judaica congregatione, simulque cum Cencio Frajapane atque Brachiuto Johanne (Braciuto, Braczutus, uomo di Transtevere: Reg. Farf., n. 935 e Cod. Vat. 1984). Qui per la prima volta emerge la famiglia Frajapane. Nei documenti principia a trovarsi nel 1014 con Leo qui vocatur Frajapane: sottoscrizione apposta ad un istromento riportato nel Mittarelli, n. XCIII, e nel Muratori, Ant. It., IV, 797.
155. Bernoldi Chron., ad a. 1061: Chadelo Parmensis Ep. 7 Kal. Nov. Papa eligitur et Honorius appellatur, papatum nunquam possessurus. Sed vicesima septima die ante ejus promotionem Lucensis Ep.... ordinatus. La Discept. Syn., (Dam. Op.., III, 28) dichiara essere stato presente all’elezione di Onorio anche l’Abate di santo Andrea Clivi Scauri. Paolo Bernried, Vita Gregor. VII, c. 46, nomina Cencio, Nicolò, e Bertramo quali ambasciatori dei Romani. — Sulle condizioni in cui trovavasi a quel tempo Parma vedasi Ireneo Affò, Storia della città di Parma (Parma, 1792, II, 76).
156. Benzone era un adulatore della corte tedesca, come prima di lui vedemmo essere stato Liudprando, la cui Legatio forse gli stava fitta in mente a modello. È un ampolloso e triviale spaccone, ma il suo latino, barbaramente misto di prosa e di versi, riesce sì comico e spesso anche inventore di nuove forme di lingua, da far ricordare il Rabelais. Forse che sarebbero sue alcune delle poesie raccolte fra i Carmina Burana? Benzonis Episcopi Albensis ad Heinricum Imp. libri VII, Mon. Germ. XIII, 591-681. Vedi su di ciò le ricerche del Linderer, nel Vol. VI degli Studî di storia tedesca.
157. Ad palacium Octaviani (Benzo, II, c. 1). Lo Stenzel colloca inesattamente il palazzo sull’Aventino, e nello stesso errore cade anche il Watterich, I, 271. Era posto sul Campidoglio, vicino a santa Maria in ara Coeli, dove aveva suo luogo la leggenda di Ottaviano e della Sibilla.
158. Anche officiali laici, benanco Conti e Duchi portavano allora in capo mitre alte simili a quelle dei Vescovi. La loro forma può vedersi nelle miniature del Codice di Donizone, dove Tedaldus Marchio, rappresentato in atto di sedere, tiene una mitra rotonda in testa: la contessa Matilde ne porta una alta che ha la forma di un pan di zucchero.
159. Ad quoddam hypodromium, quia ibi regiae mandatelae videbantur esse competens auditorium. Non ho cosa alcuna da opporre se qui, a vece del Circo Massimo, voglia credermi che fosse quello Flaminio, poichè era situato sotto al Campidoglio. Intorno a questo stesso tempo l’antico teatro dei Milanesi era il luogo dove si raccoglievano i loro parlamenti cittadini: Giulini, II, XXI, 314.
160. Benzo, lib. II, c. 3: Nicolaus magister s. Palatii, oriundus de genere antiquo Trebatii. Sebbene il Trebatius possa essere una trovata per accontentare la rima, è tuttavia meravigliosa la smania crescente dei Romani di voler discendere da famiglie antiche. Alcuni di questi nomi, come quelli Saxo, Bulgaminus (Benzone scrive erroneamente Bulgamenes), Berardus, Bonfilius s’incontrano in documenti; e questi guarentiscono l’esattezza del racconto di Benzone, il quale di cose romane è bene informato.
161. Dove s’udì mai, dic’egli, che l’elezione pontificia sia riposta in mano di frati accattoni? heri venerunt mendicantes — eorum panniculi erant sine utraque manica, in dextro latere pendebat cucurbita, in sinistro mantica, barbata vero genitalia nesciebant sarabara (brache): et hodie coram elevato simulacro resonantibus tubis perstrepunt taratantara (II, 4)? È veramente un Rabelais in diminutivo.
162. L’editore di Benzone, nei Mon. Germ., dichiara in nota erroneamente, che questa Galeria etrusca, presso all’Arrone, sia lo stesso che ponte Galera fra Ostia e Roma.
163. Transivimus Tyberim ad portum Flaiani, dice Benzone. Il Giesebrecht (Annales Altahens., p. 217, not. 1) corregge malamente in portam Flaminii. È il guado del Tevere presso a Castrum Flajanum (il Flavianum antico), ventisei miglia distante da Roma. Chron. Farf., p. 618: S. Mariae quae est ad pontem de Flajano in territorio Collinesi infra Castellum, quod dicitur Flajanum (p. 559, 574). Il Territorium Collinense era posto suptus montem Soractem (Reg. Farf., n. 702 e fol. 1197). Da Flajanum derivò l’odierno Fiano in vicinanza del Tevere.
164. Così sono registrati i loro titoli nel Reg. Petri Diaconi, che appartenne alla famiglia medesima. Gregorio, figlio di Alberico III e fratello di Benedetto IX, si appella nel 1063 consul romanor. In un documento del 26 Dicembre 1066 (nel Coppi, Memor. Colonn., p. 24, tolto dal Gattula, Hist. abbat. Casin., I, 235), il fratello suo si chiama Dom. Petrus excellentiss. vir Consul et Dux atque omnium Romanor. Senator. Non si può conchiudere col Curtius che egli effettivamente avesse podestà nella Città: quel titolo era ereditario nei Tusculani.
165. Il Fiorentini, Memorie di Matilde, I, 72, non descrive del tutto esattamente questi avvenimenti, perocchè taccia dei negoziati corsi fra Goffredo e Cadalo, che pur sono fatti manifesti dalla lettera di Pier Damiani indiritta al Duca.
166. Secondo gli Annal. Camald., II, XVII, 236, il Damiani tornò alla vita eremitica nell’Ottobre 1060. Nella sua Apologetica ad Ildebrando e ad Alessandro egli dipinge con amara arguzia, ma con grandissima verità l’animo dispotico del primo: blandus ille tyrannus, qui mihi Neroniana semper pietate condoluit, qui me colaphizando demulsit — hanc querulus erumpet in vocem: Ecce latibulum petit, et sub colore poenitentiae Romae subterfugere quaerit etc. Il bizzarro frate fabbricava cucchiai di legno, che mandava in dono al Papa con questi versi:
Dent alii fulvum trutina librante metallum;
Sed mundus vivit, quia ligno vita pependit;
Sic modicum magno lignum pretiosius auro...
(IV, p. 49).
167. Dom. Godefredo excell. Duci et Marchioni Petrus peccator monachus, zeli ferventis obsequium; dal Baronio erroneamente registrata all’anno 1064. La sua scrittura apologetica sulla elezione di Alessandro è intitolata: Disceptatio synodalis inter Regis advocatum et S. E. Defensorem. Qui sofisticando rinnega l’opinione anteriormente professata sul diritto regio di Enrico III.
168. Bonizo, ad Am., p. 807: Adjuvantibus Capitaneis et quibusd. pestiferis Romanis noctu civitatem Leoninam intravit et Ecc. b. Petri invadit — consilio Cencii cujusd. pestiferi Romani castrum s. Angeli intravit, ibiq. se tutatus est.
169. Decretum est post hec ex consulto senatus, ut per vices custodirent urbem ex contiguis civitatibus sufficiens comitatus: Benzo, II, c. 18. Ogni podestà in Roma era tenuta allora dai capitani, ossia dall’alta nobiltà de’ feudatari pontificî che erano nella provincia e nella Città: doveva essersi costituita una republica formale con parlamenti della nobiltà.
170. Il Damiani ad Annone, Ep. VI, lib. III; e al giovine Re, Ep. III, lib. VII: Serpens lubricus, coluber tortuosus, stercus hominum, latrina criminum, sentina vitiorum, abominatio coeli, naufragium castitatis etc. I Santi sapevano muover a forbice la lingua, e imitavano per bene il Pulcinella Benzone, il quale (V, 648) diceva:
Sed Prandelli Asinander, asinus haereticus,
Congregavit Patarinos ex viis et sepibus,
Et replevit totam terram urticis et vepribus.
171. Ep. III, c. 1. E dice argutamente: Romani perdiderunt unum ex Apostolis. Normanni enim — castrum s. Pauli, altera pars imperii, aspirant sibi subjicere — et cito perventuri in Capitolium, quod erit Suevis in alterum obprobium.
172. Se egli vivesse oggidì, in quest’anno 1862, nel quale sta per iscomparire l’ultima reliquia dell’Impero tedesco in Italia, Benzone udrebbe risonare in Germania anche questa invocazione: a Lombardia et Venetia libera nos Domine.
173. Dignus est ergo, ut de militibus Romanis faciat dominus noster rex senatores, de senatoribus exaltet ad principum honores (III, 24). A meno che queste parole non siano altro che pure frasi, potrebbero esse dimostrare che l’Imperatore continuava ad eleggere Romani a dignità cittadine.
174. Bonizo, ad Am., p. 807: Unoque clientulo contentus, unius jumenti adjumento inter oratores Bercetum aegre pervenit. Questo avveniva nell’anno 1066.
175. Cotali avvenimenti sono descritti negli Annales Altahens., p. 105, 183 segg. (ed. Giesebrecht). Cadalo viveva ancora addì 5 Aprile 1071. Vedi i documenti n. 29 e 30 nel Vol. II della Storia di Parma dell’Affò.
176. Homuncionem exilis staturae, despiciabilis parentelae: Gugl. di Malmsb., III, de gest. Anglor., nel Baronio Annal., ad a. 1061, n. 31. Residens in palatio, militiam Romanam quasi imperator regebat, dice Landolfo, Hist. Med., III, c. 15. Alfano, arcivescovo di Salerno, cantò di lui in un’ode, nella quale esclama:
Roma quid Scipionibus
Caeterisque Quiritibus
Debuit mage quam tibi?
Cuius est studiis suae
Nacta via potentiae.
A questo può paragonarsi il carme panegirico di Benzone su Enrico IV (IV, lib. 6), che non è meno azzeppato di reminiscenze romane:
Tantus es, o Caesar, quantus et orbis;
Cis mare vel citra tu leo fortis,
Presso namque tua calce dracone,
Victor habes palmam cum Scipione.
177. Ad Hildebrandum.
Papam rite colo, sed te prostratus adoro:
Tu facis hunc dominum, te facis ipse deum.
Vivere vis Romae, clara depromito voce:
Plus domino Papae, quam domno pareo Papae.
(Carmina, nel tom. IV.)
178. Lupus Protospata, ad a. 1066. Leone di Ostia, III, c. 23: cum — subjugata Campania, ad Romae jam se viciniam porrexisset, ipsiusque jam urbis patriciatum omnibus modis ambiret.
179. Leone di Ostia, III, c. 25.
180. Et hoc primum servitium excellentissima Bonifacii filia b. Apostolor. Principi obtulit: Bonizo, ad Am., p. 809.
181. Aquino, terra nativa di Giuvenale, appartenne fin dal secolo decimo a Conti longobardi della famiglia di Landolfo. Nell’anno 1045 Gaeta scelse per duce quel conte Adenolfo. Riccardo era signore supremo di Aquino; però vi rimanevano i Conti, dalla cui discendenza sortì i natali Tomaso di Aquino. Il Cod. Diplom. Aquinas, che si conserva a Monte Cassino, va dal 950 al 1548. La storia di quella città fu scritta da D. Pasquale Cairo (Storia sacra e profana d’Aquino, Napoli 1808).
182. Bonizo, ad Am., p. 809. Amatus, III, c. 10. Leone di Ostia, III, c. 25. La Cronica di Amalfi (Murat., Antiq. It., I, 213) dice perfino: Riccardus fugavit Gotfridum. Gli Annales Beneventani: A. 1066 Dux Cottefrydus venit in Campania, ma gli Annal. Cavenses registrano esattamente all’anno 1067: Gotfridus dux cum valido exercitu in Campaniam venit usque Aquinum.
183. Lettera prima del Damiani a lei indiritta: Opuscul. 50, tom. III, 854. Agnese andò a Roma soltanto nell’anno 1067. Vedi la nota 31 al Chron. di Sigberto, a. 1062, nei Mon. Germ., VIII, 361. Nell’anno 1072 tornò ella a Germania per breve tempo.
184. Landulf. Senior., III, c. 14, ne dipinge la persona: Herlembaldus — ex magna prosapia capitaneorum oriundus, miles ut natura dabat strenuissimus, barbam ut usus antiquus exigebat, quasi purpuream gerens, tenui vultu, oculis aquilinis, pectore leonino, anima admirabili.
185. Acta Sctor. 27 Jun., p. 291: Alexander in pubblico Consistorio vexillum s. quod nominavit vexillum s. Petri, Herlembaldo dedit; eumque Romanae et universalis Ecclesiae vexilliferum fecit. Il milanese Arnolfo a questo soggetto nota malignamente, che san Pietro non aveva mai inalberato una bandiera assassina di quella fatta, ma per sua impresa aveva tolto questo motto: Qui vult post me venire abneget se ipsum. Gli Acta Sctor., p. 279, tengono memoria di un quadro antico esistente in san Babila a Milano, dove accanto a santo Ambrogio era raffigurato Erlembaldo da miles armatus, col vessillo in pugno.
186. Parecchie volte il Papa delegava tuttavia de’ giudici per luoghi lontani, affinchè vegliassero ai diritti della Camera pontificia. Così nel Damiani (De vita s. Rudolphi, II, 497) compare un romano Stefano da judex s. Palatii in Osimo: la cosa certo rimonta al tempo di Vittore II, quando questi governava Spoleto, Fermo e la marca di Ancona in nome dell’Imperatore.
187. Così in Ostia, il banno di Conte spettava al Vescovo. Il Damiani, che aveva in animo di rinunciare al suo Vescovato, ringrazia Alessandro II di averlo già sbarazzato del comitato: Vos Ostiensem comitatum mihi subtraxisse et alii tradidisse ecc. (Ep. XV, 30).
188. Il Reg. Farf., n. 935 (28 Aprile 1060) dimostra che il procedimento dei giudizî era pari affatto a quello del secolo decimo. Ivi Nicolò II restituisce a Farfa i beni rapiti dai Crescenzî, dopo di avere incaricato il prefetto Giovanni di esaminare i titoli giuridici. Un istromento degli 8 Ottobre 1072 (Reg. Farf., n. 1010) ci fa conoscere che il tribunale era composto di Ildebrando in qualità di Viceregens del Pontefice, assidentibus episcopis et presbyteris, cardinalibus nec non praefecto, judicibus ac Romanor. majoribus. La sentenza è pronunciata secondo il giure giustinianeo; de’ giudici longobardi di Farfa non si discorre più.
189. Se si stia a Bonizone, p. 811, Stefano fu prefetto al tempo di Alessandro II; del figliuol suo Cencio dice poi che voleva diventare prefetto, defuncto patre temporibus Papae Alexandri (non Nicolai, come crede lo Stenzel, p. 203). Nel Reg. Farf., n. 935, Cencio si sottoscrive coll’addiettivo de Praefecto. Lamberto (Annal., ad a. 1076) lo chiama generis claritate et opum gloria eminens, però erroneamente lo appella prefetto. Bertoldo una volta lo denota non inesattamente col nome Crescentius, e Bennone (Vita Gregorii VII, 78) lo nomina Cencius judicum primicerius, locchè può essere giusto. Il candidato avverso a lui è da Bonizone espressamente appellato suo aequivocus, Cencium cujusd. Johannis Praefecti filius. Lamberto e Bertoldo scrivono Quintius; Paolo Bernried, Cencius; il Damiani, Cinthius, come io vo’ denominarlo, soltanto per distinguerlo da quell’altro.
190. Nam in s. Petri ponte turrim mirae magnitudinis aedificans omnes transeuntes reddidit tributarios: Bonizo, ib. — Paolo Bernried, c. 46: Ut in ipsa turri, quam mirae magnitudinis supra pontem s. Petri construxerat viros sicarios poneret. Non già per questo deesi credere che la torre fosse rizzata proprio sopra del ponte.
191. Bonizone paragona Cinzio, prefetto della Città, ad Erlembaldo.
192. Constat ergo quemlibet christianum esse per gratiam Christi sacerdotem: così il Damiani osava ancora di dire. V’hanno due lettere di lui indiritte a Cinthio Urbis praefecto, e dice: Dum concinaremur ad populum, ita locutus es, non ut praefectum reipublicae, sed potius ut sacerdotem decebat ecclesiae.
193. Multas siquid. advers. te fieri querelas audio ab his, qui negotiorum causas habent; quia videlicet legalis judicii sanctionem a te obtinere non praevalent. — Justitiam ergo facere, quid est aliud quam orare: Ep. II.
194. Sembra che Beatrice, la quale non ebbe figli da Goffredo, sia vissuta in casta continenza. A lei scriveva il Damiani: De mysterio mutuae continentiae, quam inter vos, Deo teste, servatis etc.; e Goffredo, presso alla tomba dell’Apostolo, gli avrebbe fatto conoscere esser suo desiderio pudicitiae perpetuo conservandae (Ep. 14, lib. 7). La storia arcana delle due donne rivelerebbe di molti intrighi. Se si stia al Fiorentini, p. 103, il matrimonio di Matilde non sarebbe avvenuto prima del 1069 o del 1070.
195. Anche a lei scriveva il Damiani: Adelaidi excellent. Duci, Opusc. XVIII, 412, e la paragona a Debora. Dice che Dio ama soltanto tre specie di donna, virgines cum Maria, viduas cum Anna, conjuges cum Susanna. — Benzone, V, 11, le scrive financo: Domnae Adelegidae Romani Senatus Patriciae, di che fa omai le meraviglie il Curtius, de Senatu, p. 217. Questo titolo, che dopo di Marozia era divenuto inusato, è forse un trovato dell’adulazione di Benzone? oppure i Romani accoglievano nella loro aristocrazia nobili donne?
196. Fu egli stesso che compose il suo epitaffio (Opera, T. IV, p. 51):
Quod nunc es, fuimus; es, quod sumus, ipse futurus.
His sit nulla fides, quae peritura vides.
Frivola sinceris praecurrunt somnia veris,
Succedunt brevibus secula temporibus.
Vive memor mortis, quo semper vivere possis;
Quidquid adest transit, quod manet, ecce venit...
197. Le porte in bronzo della chiesa (appartengono al tempo di Desiderio) sono coperte dei nomi delle terre che allora possedeva l’Abazia. Fra gli altri io vi lessi questi: S. Angelus de Algido, S. Agata de Toscolana, in Roma S. Maria de Palava cum pertinentiis illorum. Per tutto il resto basta scorrere nella Cronica il catalogo dei donativi d’oro e d’argento che vi affluirono di mano del Guiscardo e della eroica sua moglie Sigelgaita, la quale si fece ivi seppellire. Anche l’imperatrice Agnese visse colà un sei mesi, esercitandosi in opere di penitenza.
198. Ho veduto coi miei occhi la pergamena originale (stampata nel Tosti, I, p. 408). Alessandro II dichiara in essa che gli fu mostrato il corpo di san Benedetto, trovato durante la riedificazione della chiesa, illeso da qualsiasi danno. Per tal modo i frati contestarono la credenza che i Franchi lo avessero rubato. Gregorio scriveva con caratteri netti e belli: Ego Yldibrandus qualiscumque Romanae Ecclesie Archidiaconus ss.; egualmente vidi anche in una bolla di Vittore II, la quale ei segna tuttavia in qualità di cardinale suddiacono: Heldibrandus cardinalis subd. sce. romane eccle. dando consensit et subscripsit. Pertanto scriveva egli il suo nome in forma varia.
199. Leone di Ostia descrive minutamente la edificazione e la consecrazione della novella basilica (III, c. 28). Alfano, amico di Desiderio, intervenuto anch’egli alla festa, magnificò l’avvenimento in un poema (edito dall’Ozanam, Documents inédits etc., p. 261, segg.); altri poeti non furono meno affaccendati a cantarne (Cod. Mont. Casin., 47, fol. 22).
200. I Cataloghi dicono: nat. Tuscus; il Cod. Vat. 1437 aggiunge: Patria suanensis opido Ronato; le Biografie pontificie scrivono; Patria Suanensis oppido Rovaco (vedansi il Watterich, I, 293 e 308, e il Giesebrecht, III, 1049): soltanto Ugo Flavign., Chron., II, 122, lo appella erroneamente romano di Roma. Il nome Ildebrando trovasi spesso usato fra i Longobardi; Bonizone è un abbreviato di Bonifacio ossia Boniperto. Sono speciali d’Italia, nel secolo undecimo, i diminutivi di nomi longobardi, colla terminazione izo a vece di quella bert: così troviamo Rapizo, Roizo, Berizo, Albizo, Gepizo, Guinizo, Gunizo, Ingizo, Herizo (Heribert). Le famiglie longobardiche di Gregorio VII e di Napoleone (Bonipert) appartengono allo stesso paese, istessamente come si somiglia la specie dell’indole loro. La leggenda bandì che Ildebrando facesse portenti fin da fanciullo; dalla sua testa divampò fuoco, e, bambino, avrebbe composto con fuscelli di legno queste parole: Dominabitur a mari usque ad mare.
201. Wido di Ferrara, nemico di Gregorio, descrive vivacemente la scenata dell’elezione, che s’aveva prima di lunga mano combinato: Concursus factus est populi, Ildebrandus capitur, Ild. discerpitur, Ild. distraitur, Ild. eligitur. Il decreto di elezione trovasi al principio dei Regesti di Gregorio. Gli aderenti di Enrico, quali sono Wido, Benzo ecc., attribuiscono la sua elezione a broglio, e Landolfo Seniore, Hist. Mediol., III, c. 31, dice che fu opera di Matilde: Pacto secretissimo cum Oldeprando — nec non qui plurimis Romanis ossibus Albini et Rufini sparsis etc. (espressione bernesca usata a quel tempo per significare l’argento e l’oro).
202. Terribilis, terribilis iste locus, disse Bernardo a Eugenio III, quando questi salì alla santa sede. — Nimis expavit, et quasi extra se raptus cucurrit ad pulpitum, cupiens populum ipsum frequentem sedare, et a sua intentione retrahere: Card. Aragon, p. 304.
203. È quasi fuor di dubbio che Gregorio non ricercò l’assentimento di Enrico. Che questi l’abbia dato lo afferma soltanto Bonizone; altri lo negano. Vedi Floto, Storia di Enrico IV, Vol. II, nel principio. Di un formale assentimento non puossi pur pensare.
204. Constitutio inter D. Gregorium Pp. VII et Landulphum Beneventanum Princip. dei 12 Agosto: Reg. Greg. I, ep. 18 a, ed. Jaffé nella Bibl. rer. German., II, Monumenta Gregoriana. Landolfo professa di essere assolutamente vassallo, e protesta che, se non manterrà obbedienza al Papa, amittat suum honorem. — L’altro trattato di Capua ai 18 Kal. Octbr., è contenuto nel Reg. Greg. I, ep. 21 a, ibid. p. 36.
205. Reg. I, ep. 25, ad Erlembaldo: Normanni, qui ad confusionem et periculum reipublicae et S. E. unum fieri meditabantur, in perturbatione in qua eos invenimus nimis obstinate perseverant, nullo modo, nisi nobis volentibus, pacem habituri.
206. G. in Rom. Pontif. electus omnib. Principib. in terram Hispaniae proficisci volentibus... non latere vos credimus, regnum Hyspaniae ab antiquo proprii juris S. Petri fuisse: Reg. I, ep. 7.
207. Per la Boemia, Reg. I, 38; II, 7. Per la Sardegna, Reg. I, 29, 41. — Così ammonisce egli Salomone re di Ungheria: Sceptrum regni quod tenes, correcto errore tuo, apostolicae non regiae majestatis beneficium recognoscas. Chi legge crede appena a’ proprii occhi. Reg. II, 13. — A Geisa, Reg. II, 63, 70. — A Demetrio (rex Ruscorum), quod regnum illud dono s. Petri per manus nostras vellet obtinere eidem Petro ap. principi debita fidelitate exhibita, devotis precibus postulavit; locchè sarebbe anche avvenuto: Reg. II, 74. — Demetrio re di Croazia e di Dalmazia prestò alla Chiesa giuramento di vassallaggio, e diede un annuo tributo di duecento bizantini de mihi concesso regno. Il giuramento, dell’Ottobre 1076, Ind. XIV, è registrato nel Cod. Albin., fol. 133, donde Cencio lo trasse.
208. A Guglielmo di Borgogna, dei 2 Febbrajo 1074: Reg. I, 46. — Alla Cristianità, del dì 1 Marzo 1074: Reg. I, 49. — Agli Ultramontani, dei 26 Dicembre 1074: Reg. II, 37. — Ad Enrico, dei 7 Dicembre 1074; Reg. II, 31: Si illuc, favente deo, ivero, post Deum tibi Rom. Eccl. relinquo, ut eam et sicut sanctam matrem custodias, et ad ejus honorem defendas: così il testo registrato nel Jaffè, ut supra, pag. 145. La lettera è zeppa di proteste d’amore. Ricordevole del biasimo inflitto a Leone IX, Gregorio diceva di non volere spargere il sangue de’ cristiani, ma di voler con terrore indurre i Normanni a pace.
209. Bonizo, p. 812. Il Reg. I. 84, è dato: in expeditione ad montem Cimini, 2 Id. Junii, Ind XII. — Il Reg. I, 85 all’Imperatrice: data in expeditione ad s. Flavianum 17 Kal. Julii Ind. XII. — Amatus, IV, c. 13: Et un lieu qui se clame mont Cymino fu assemblé lo pape, et Gisolfe prince de Salerne... Intorno a queste cose dell’Italia meridionale vedasi fra altro la Dissertazione di G. Weinreich, De conditione Italiae inferioris Gregorio VII Pont., Königsberg, 1864, n. II.
210. Che i padri di Matilde fossero longobardi, lo si apprende da documenti (nel Bacchini e nel Fiorentini). Da parte del padre professava ella diritto longobardico; da parte di suo marito Goffredo professava legge salica: Ego qui supra Matilda Marchionissa professa sum ex natione mea legem vivere videor Lantgobardorum, sed nunc modo pro parte suprascripti Gottifredi qui fuit viro meo legem vivere videor Saligam (docum. dell’a. 1079, nel Fiorentini, app. VII).
211. Sua madre morì ai 18 Aprile del 1076 in Pisa: in quel Camposanto se ne vede il sarcofago, con suvvi un rilievo che rappresenta Ippolito e Fedra, e con questa iscrizione:
Quamvis peccatrix sum domna vocata Beatrix;
In tumulo missa iaceo quae comitissa.
Alfredo Reumont, Tavole cronologiche e sincrone della Storia Fiorentina, all’anno 1076. In questo stesso anno Goffredo fu in orribil guisa assassinato, e Matilde d’allora in poi governò da sola i suoi dominî. Spesso presiedette in persona a’ tribunali, parimente come aveva fatto Teofania. I suoi suggelli hanno questa scritta: Mathilda dei gratia si quid est.
212. Bonizo, p. 811. Anche i Cardinali sapevano rubare per benino. L’officiatura settimanale del san Pietro era ripartita fra i Cardinali di s. Maria, di s. Crisogono, di s. Cecilia, di s. Anastasia, di s. Lorenzo, di s. Marco e dei ss. Martino e Silvestro. Bolle pontificie avevano regolato la distribuzione delle offerte che pervenivano all’altare di san Pietro. Le oblazioni che ivi si deponevano, non fosse altro quelle che si raccoglievano in tempo di Pasqua, erano tanto grandi, che alcuni Re avrebbero potuto invidiarne ai preti il reddito. Bolle di Vittore II e di Leone IX, nel Bullarium Vaticanum, I.
213. Bonizo, p. 811, e il Cardinal Aragon., che copia dal primo. Dei Conti di Galeria adesso non si fa più nota.
214. Reg. I, 29 a.
215. Melius est nubere, quam uri dicevano i Vescovi tedeschi coll’Apostolo, e affermavano: Violenta exactione homines vivere cogeret ritu angelorum, et dum consuetum cursum naturae negaret; fornicationi frena laxaret. Chiamavano il Papa hominem plane haereticum et vesani dogmatis. Lambert, Annal., a. 1074. In Francia e in Ispagna divampava la stessa lotta violenta contro il celibato.
216. Ancor leggiamo le sue lettere concitate, scritte a quel tempo: una a Ugo di Cluny, da Roma, ai 22 Gennaio, Reg. II, 49, dove esamina lo stato sconfortante del mondo: Si non sperarem ad meliorem vitam, et utilitatem S. E. venire, nullo modo Romae, quam coactus, Deo teste, jam a viginti annis inhabitavi, remanerem. Crederebbesi di udire le lamentazioni di Gregorio I. Così anche la lettera indiritta a Beatrice ed a Matilde, 18 Kal Nov Ind. XIII (Reg. II, 9).
217. Reg. II, 51: Est etiam non longe a nobis provincia quaedam opulentissima juxta mare, quam viles et ignavi tenent haeretici, in qua unum de filiis tuis, si eum sicut quidam episcopus terrae tuae in animo tibi fore nuntiavit, apostolicae aulae militandum dares, cum aliquanta multitudine eorum qui sibi fidi milites essent, ducem ac principem et defensorem christianitatis fieri optamus. Dat. Romae 8 Kal. Feb. Ind. XIII (intendeva dire della Sicilia, di Napoli o della Sardegna?)
218. Gli Atti di questo notevole Sinodo (dai 24 ai 28 Febbraio) andarono perduti; il breve sommario di essi (Mansi, XX, 443) non fa cenno della questione delle investiture; però di già il Pagi ha indicato il decreto che vi è concernente (ad a. 1075), traendolo dal Reg. III, 10: così giusta quanto dicono Ugo Flavin., Chron Verdunense, ad a. 1074, ed Arnulfo, Hist. Med., IV, c. 3: palam interdicit Regi jus deinde habere in dandis Episcopatibus; omnesque laicas ab Investituris ecclesiarum summovet personas.
219. Nel Luglio o nell’Agosto dell’anno 1075. Giulini, XXVI, 525.
220. Io ripongo questi fatti all’anno 1074, al tempo del primo Sinodo. Bonizone, p. 814, dice che Cencio ebbe grazia per istanza di Matilde, e questa fu presente al primo Concilio. P. Bernried, c. 45 e segg., è il più diffuso a parlare di Cencio. Bennone favoleggia che il Romano imprigionato fosse sottoposto a orrendi tormenti.
221. Promittens eundem Patrem regio conspectui repraesentandum: P. Bernried, c. 48.
222. Berthold, Annal., ad a. 1076: ab altari rapuit, vulneratum cepit, et in turrim suam tanquam latronem sacrilegum cum maximo ludibrio tractum, et miserabiliter coartatum incarceravit. Così anche Bonizone, p. 814; Lamberto; Arnolfo, Gest. Med., V, c. 6. Se si stia a Pandolfo Pisan. (Muratori, III, 1, 305), la casa di Cencio era situata in loco qui vocatur Parrioni; e infatti ancora ne’ tempi posteriori ci sarà dato incontrarvi la «Torre di Cencio». P. Bernried, c. 49, narra nientemeno che si avesse voluto mozzare la testa al Papa: quorum unus educto gladio caput ejus abscindere voluit — percussum tamen in fronte (a).
(a) L’illustre Autore ci fornì una breve aggiunta a questa nota. (N. del T.)
223. Bertoldo descrive Cencio nè più nè meno che un brigante di qualche romanzo: gladio super collum illius furialiter stricto, torvus, minax, et omnifariam terrificus(!) Thesaurum et firmissima s. Petri castella in beneficia sibi extorquere non cessavit ab eo; sed omnino non potuit. Buona assai è la descrizione delle due furiose sorelle, e sicuramente conforme a verità. P. Bernried, c. 51.
224. P. Bernried colora enfaticamente la predica del Papa. Però tutta la cosa sarà andata più per le brevi e con meno commozioni.
225. P. Bernried, c. 52. Bertoldo: Noctu urbe fuga lapsus evasit.
226. Bertoldo: Castellum — ibi contiguum occupavit, ubi — rapinis et sanguine victitabat. Dacchè Gregorio incaricava il Vescovo di Preneste di scomunicare Cencio, il castello era forse quello di Preneste stesso. Se si creda a Lamberto ed a P. Bernried i Romani devastarono i beni di Cencio, e giustiziarono i suoi partigiani: nove di loro appiccarono per la gola davanti al san Pietro. Bennone perciò ingiuria il Pontefice chiamandolo spergiuro; ma ciò sa di ridicolo.
227. In mente habeas, quid Sauli post adeptam victoriam — de suo triumpho glorianti, et ejusd. prophetae monita non exequenti acciderit, et qualiter a Domino reprobatus sit: Reg. III, 10 (di Roma, agli 8 Gennaio 1076, o più esattamente agli 8 Dicembre 1075). Gli Ebrei insultano sempre al despotismo gerarchico della Chiesa romana, eppure del continuo essa altro non fece che torre a prestanza i simboli dal loro sacerdozio.
228. Secondo P. Bernried, c. 67, egli vi andò con lettere false sub omnium cardinalium, senatusque, ac populi nomine titulatis — ubi etiam continebantur postulatio novi pontificis, et abjectio legitimi pastoris. Lamberto, Annal., a. 1076: Deferens secum de vita et institutione papae scenicis figmentis consimilem tragediam (ossia una solenne pasquinata). Sul Concilio di Worms vedasi Hugo Flavin., II, 431.
229. H. non usurpatione, sed pia Dei ordinatione Rex Hildebrando jam non apostolico, sed falso Monaco. — La lettera, che io compendio, leggesi nel Cod. Udal. (Eccard, II, n. CLXIII), in Brunone, De bello Saxon., n. 66 e segg., e fu spesso stampata anche altrove.
230. Diceva che soltanto potevano risparmiare la vita di Gregorio: Exsurgite igitur in eum, fidelissimi, et sit primus in fide primus in ejus damnaptione: Bruno, n. 66. Enrico fe’ nota ai Romani la lettera da lui indiritta al Papa, ma compilata diversamente, come in compendio.
231. His omnibus Agnes Imp. mater regis intererat, cujus animam ipsius gladius damnationis non parum sauciaverat: Bertoldo, a. 1076. Ella stessa annunciò la scomunica del suo figliuolo, scrivendone ad Altmann di Passavia, con brevi parole e senza rivelare qual fosse il suo sentimento (Hugo Flav., Chron., II, 435). Ella vi narrava che i legati di Enrico erano stati imprigionati dai Romani; ed Enrico scriveva ad Annone di Colonia del barbaro trattamento che ne avevano ricevuto (Urstisius, I, 393).
232. Depositio Regis H., in P. Bernried, c. 76. Mansi, XX, n. 467. Il Papa dice a san Pietro: Mihi tua gratia est potestas a Deo data ligandi atque solvendi in coelo et in terra — per tuam potestatem et auctoritatem, H. regi filio H. Imp., qui contra tuam Ecc. inaudita superbia insurrexit, totius regni Teutonicor. et Italiae gubernacula contradico, et omnes Christianos a vinculo juramenti, quod sibi fecere vel facient, absolvo, et nullus ei sicut regi serviat interdico...
233. Hugo Flav., Chron., II, 437: Prae admiratione se ipsos non capiebant, impossibile hoc esse proclamabant. Bonizo, p. 815: Postquam de banno regis ad aures personuit vulgi, universus noster Romanus orbis tremuit. Il celebre vescovo Ottone di Frisinga, Chron., VI, c. 35, dice: Lego et relego Romanor. Regum et Imperatorum gesta, et nusquam invenio quemquam eorum ante hunc a Romano Pontifice excommunicatum, vel regno privatum. Gregorio medesimo, scrivendo ai Tedeschi, analizzò il suo diritto di scomunicare il Re (Bernried, c. 78). Lettera di lui a tutti i fedeli, nel Reg. III, 6. Vedi anche il Reg. VIII, 21.
234. Dictatus papae (oggi direbbesi Syllabus) nel Baronio, ad a. 1076, e altrove stampato spesse volte; Reg. II, 55 a. Vi si confronti quello che il Voigt (Ildebrando ecc., p. 172) ha raccolto dalle lettere del Papa. Noto di buon grado che la descrizione dell’epoca di Gregorio VII, data dal Plank (Costituzione della società cristiano-ecclesiastica, IV, 1), mi sembra essere quanto di più eccellente possediamo intorno a quest’argomento. Dopo di lui, il Giesebrecht (nel Vol. III della sua Storia dell’Impero germanico) ha con ottima critica illustrato nuovamente questa stessa epoca, con quella dovizia di documenti e di scienza ond’egli poteva disporre.
235. Il Floto ha analizzato egregiamente queste condizioni di Enrico IV.
236. P. Bernreid, c. 81, descrive l’irritazione che nell’universale si aveva contro Gregorio, il quale giungeva a dire: Ut pro eo precibus intercedentes, omnes quidem insolitam nostrae mentis duritiam mirarentur, nonnulli vero in nobis non apostolicae severitatis gravitatem, sed quasi tyrannicae feritatis crudelitatem esse clamarent: Reg. IV, 12, lettera ai Tedeschi, cui dice in aria di trionfo: Rex humiliatus ad poenitentiam.
237. Subditus Romano Pontifici semper, dictoque obtemperans foret: Lamberto, il quale, da frate qual è, non isvela pur un briciolo di indignazione patriottica.
238. Lamberto descrive vivacemente lo stato degli animi in Lombardia. Malauguratamente questa egregia fonte storica cessa coll’anno 1077.
239. Cencio è una di quelle persone caratteristiche di cospiratori, che sempre ricompajono nella storia d’Italia. Della sua fine dice Bertoldo, ad a. 1077: Rege non viso et insalutato, in puncto celerrimus descendit ad inferna. Però Bonizone narra che il Re lo ricevette di nottetempo: Cencius amara morte mortuus est, cujus funus Guibertus cum aliis excommunicatis mirabili pompa celebravit.
240. Bonizo, p. 817: Per insidiam Stephani fratris Cencii — occisus est, e precisamente pochi dì prima che Gregorio tornasse a Roma (nel Settembre). P. Bernried, c. 92: Occisus est ab apparitoribus Henricianae persecutionis; e Bertoldo diffusamente narra della sua morte, delle sue virtù, delle esequie che ebbe, e de’ miracoli che fece.
241. Bertoldo: In medio ipsius paradysi — devotissime est tumbae marmoreae impositus. Quest’è il Sepulcrum Prefecti di cui parlano i Mirabilia, e che erroneamente fu tolto per il sepolcro di Ottone II. La Graphia: Cujus coopertorium (cioè il coperchio di porfido della tomba di Adriano) in paradiso b. Petri super sepulcrum prefecti: così scrive eziandio Pietro Mallio.
242. La iscrizione che, stando a Maffeo Vegio, avrebbe appartenuto al sepolcro dell’Imperatrice (non lo si trova più), leggesi nel Baronio, ad a. 1077, ma non può aver appartenuto a quel tempo.
243. Vedi il Floto, II, 137 e 138: legati pontificî furono presenti all’elezione dell’Antirè, e si maneggiarono eziandio affinchè fosse riconosciuto per tale nell’Impero.
244. Quotquot enim Latini (laici) sunt, omnes causam Heinrici, praeter admodum paucos laudant ac defendunt: così Gregorio medesimo ai Tedeschi, a. 1078, Reg. VII, 3; e nell’anno 1081: cui ferme omnes Italici favent: Reg. IX, 3.
245. Amato descrive Gisulfo come se fosse stato un secondo Nerone. Et lo pape qui amoit Gisolfe sur touz les autres seignors, pourceque Gisolfe amoit tant lo pape et lui estoit tant obédient (VIII, c. 7).
246. Leone di Ostia, III, 45. Romualdo, a. 1075 (è un errore, sì come è errata la cronologia degli Annal. Benev.). Ancora nel Maggio dell’anno 1077, alcuni documenti sono denotati coll’epoca di Gisulfo (Maria de Blasio, Serie Principum — Salerni, app., n. VIII). Il principato di Salerno incominciò con Siconolfo nell’anno 840, e finì con Gisulfo ai 16 Dicembre 1077. Amato descrive il modo onde il fuggitivo fu ricevuto dal Papa: Lo rechut come amor de père et monstra à li Romain et toute manière de gent coment lui vouloit bien, et lo fist prince de toutes les choses dell’Eglise, et lui comist tout son secret et tout son conseill, et disponist les toutes de l’Eglise les choses à soe libéralité et volonté (VIII, c. 30). Il De Blasio dubita tuttavia del rettorato di Gisulfo, poichè nell’anno 1088 si torna a trovare questo Principe da duce di Amalfi (p. 117).
247. Vedansi i molti documenti raccolti nel De Blasio, nei Monum. Regii Archiv. Neap., ed a Monte Cassino. I nomi longobardi nella Sabina, nelle Umbrie e nella Tuscia, tal quali li conserva il Reg. Farfense del secolo undecimo e del duodecimo, tornano a contenere qualche particolarità loro propria.
248. Il Bacchini, Istoria di S. Ben. di Polirone, p. 5, chiama la razza de’ Longobardi «il sangue più nobile dell’Italia, il seminario delle case più illustri quindi originate». Le maggiori famiglie d’Italia derivano da’ Longobardi e da’ Tedeschi immigrati più tardi. Sulla durata di famiglie longobardiche nel reame di Napoli, vedasi il Giannone, X, c. 3. È cosa notevole che oggidì ancora perdurino in Sicilia quattro delle colonie longobarde ivi trapiantate da Roberto e da Rogero; sono Piazza, Nicosia, san Fratello e Aidone, e nel dialetto, che è ancora tutto ad esse speciale, dicono: Parduoma à dumbard (lombardo). Vedasi Lionardo Vigo, Canti popolari siciliani, Catania, 1857, p. 47.
249. Sinodo di Marzo del 1078: Excommunicamus omnes Northmannos, qui invadere terram s. Petri laborant, videlicet Marciam Firmanam, Ducatum Spoletanum, et eos qui Beneventum obsident, et qui invadere et depraedari nituntur Campaniam, et Maritima, atque Sabinos, nec non et qui tentant Urbem Romanam confundere. Similmente nel Sinodo di Marzo del 1080, dove vi si aggiunge eziandio il comitatus tiburtinus (Pandolfo Pisano, p. 310). Il lungo registro degli scomunicati da Gregorio è repugnante a leggersi. Del continuo malediva uomini nel corpo e nell’anima: Et non solum in spiritu, verum etiam in corpore, et omni prosperitate hujus vitae apostolica potestate innodamus; così sonava la formola. Tutto il mondo coperse egli di maledizione, chè uno scomunicato doveva scansarsi come un appestato. Perciò dovette promulgare statuizioni più miti; si eccettuarono donne, fanciulli, schiavi, servitori; ed ai pellegrini fu concesso di comperare viveri nelle terre di scomunicati. Quel tempo ha per noi, uomini di oggidì, qualche cosa di strano, come se leggessimo di cose egiziane.
250. Ai 29 di Giugno è dato il giuramento (in Albino, in Cencio, nel Mansi, XX. 313): Ego Robertus, Dei gr. et s. Petri, Apuliae et Calabriae, et Siciliae Dux, ab hac hora et deinceps ero fidelis S. R. E. et Ap. Sedi... actum Ciprani III Kal. Julii. E la investitura: Ego G. Papa investio te, Roberte Dux, de terra quam tibi concesserunt antecessores mei sanct. mem. Nicolaus et Alexander. De illa autem terra, quam injuste tenes, sicut est Salernus, et Amalphia, et pars marchiae Firmanae, nunc te patienter sustineo... Actum ut supra. Roberto promise un censo di dodici denari per ogni paio di buoi del suo dominio.
251. Fin l’indirizzo della lettera fa capire qual fosse lo spirito del Re: Excellentissimo S. E. Pastori Gregorio, gratia Dei Anglorum Rex et Dux Northmannorum Willelmus salutem cum amicitia. Sulla fine: Fidelitatem facere nolui, nec volo: quia nec ego promisi nec antecessores meos antecessoribus tuis id fecisse comperio. Leggasi nel Thierry (Histoire de la conquête de l’Angleterre par les Normands, II, 279 segg., 4 ed.) delle cabale di Roma, e in qual modo l’interesse personale de’ Papi si comportò colla legittimità dei Re anglo-sassoni.
252. Vedasi lo Stenzel, I, 431, e la esposizione moderata e chiara ch’ei ne dà nel Capitolo successivo; e vedasi in ispecialità il Giesebrecht., III, 480 e segg. Il secondo anatema pronunciato contro di Enrico, è riferito da P. Bernried, c. 107, e da Hugo Flavin., Chron., II, 451. — Manzi, XX, 534. La scritta posta all’ingiro della corona mandata a Rodolfo (Petra dedit Petro, Petrus diadema Rodulpho) è cognita a Sigberto, ad a. 1077.
253. La lettera di sfida che l’assemblea di Magonza indirisse al Papa, è registrata nel Cod. Udalrici, n. 162.
254. Dell’elezione di Guiberto parla la Vita Anselmi Ep. Lucensis, c. 19 (Mon. Germ., XIV), cavata quasi parola per parola da Bonizone, p. 817. Wido Ferrar. lo loda, dicendolo virum nobilem non moribus minus quam genere. Anche Donizone lo chiama doctus, sapiens et nobilis ortus. Il decreto di deposizione pronunciato a Bressanone (Cod. Udal. I, 164) ripete contro a Gregorio le puerili accuse che fosse un mago e che avesse assassinato i suoi predecessori. Dopo l’elezione, Enrico adorò Guiberto, e il cardinale Baronio ne dice malignamente: Adoratur bestia.
255. Rodolfo morendo sollevò il moncherino del suo braccio, e sclamò: ecce haec est manus, qua domino meo Henrico fidem sacramento firmavi (Ekkehardi Chron., a. 1080). Io stetti presso al monumento dello sventurato Antirè nel duomo di Merseburg, e colà ne vidi l’ossea mano, orrenda, nera.
256. Bonizo, ad Am., p. 818: In vigilia Pentecostes in prato Neronis castra metatus est. Enrico indirizzò ai Romani un manifesto, che fu stampato dal Giesebrecht, III, n. 14, in appendice.
257. Fecit novam Romam ex tentoriis, dice Benzone, che torna a venire a galla (lib. VI) ... creavit novos centuriones, tribunos ac senatores, praefectum et nomenclatorem, aliasq. dignitates, secundum antiquum morem. Nessun documento fa cenno di centurioni e di tribuni; non sono che concettini di Benzone.
258. Anna Comnena, figlia di Alessio e di Irene (Alexiad., III, 93) narra di questi negoziati, e registra la lettera scritta da suo padre ad Enrico.
259. Gli istromenti raccolti nel Reg. Farf., da dopo il 1080, non sono segnati nella data coll’epoca di Gregorio VII; talvolta vi è detto: Regnante henrico rege. — Chr. Farf., p. 616. Più tardi Enrico promulgò, a favore di Farfa, un Diploma assai completo, datum A. MLXXXIV; Chron. Farf., p. 605. — Le ceremonie pel ricevimento di un Imperatore sono specialmente determinate nell’Ordo Farf. (Cod. Vat. 6808).
260. Donizo, Vita Math., II, v. 268 sq. e v. 300:
Mittere cui gratis crebro solet in Lateranis
Xenia multa nimis; quam papa pie benedicit
Bis centum libras domus argenti canusina
Tunc misit papae: quam debet papa beare.
261. Henricus rex — Romam tendens, castra posuit ubi et prius, ad occidentalem partem castelli s. Petri: Ekkehardi, Chron., ad a. 1083.
262. Dux hoc anticipans, direxit plus quam 30,000 solidorum Romanis, quatenus sibi eos papaeque reconciliaret, quod et factum est: Lupus Protospata; e, stando a lui, tutto questo avveniva prima che si prendesse la città Leonina.
263. Landulfo, Hist. Mediol., IV, 2; e dice che Enrico aveva preso ad abitare in palatio Caesariano, ossia in vicinanza al san Pietro.
264. Nel modo più deciso lo afferma Ekkehardo, Chron., ad a. 1083: Captaque est urbi 4 non. Junii, feria 6 ante octavam pentecostes. Gli Annal. Benevent.: Cepit porticum s. Petri 3 die m. Junii. Gli Annal. Cavenses: Porticum s. P. per vim cepit, et ex magna parte destruxit; e così la Cronica di M. Cassino. Benzone (VI, 6) si stropiccia le mani, parlando della fuga di Gregorio, che nel suo gergo triviale chiama coi nomi di Stercutius e di Stercorentius:
Devolavit moriturus ad Crescentis jugulum,
Quod indigne appellant Adriani tumulum.
Benzone fa l’arlecchino, e dà maggior rilevanza alla grandezza di Gregorio. — Dalla caduta della città Leonina Enrico segnò la data di una carta indiritta a Liemaro di Brema: X Kal. Julii ann. D. Incarn. MLXXXIII Ind. V ann. autem ordinat. D. Heinrici IV Regis XXIX regni XXVII actum Romae post urbem captam, feliciter. Amen (nel Lindenbrog, Scriptor. Rer. Germ., I, 144). L’espressione urbem captam non è certamente acconcia. Un documento per Farfa: XVII Kal. Jun. A. D. Inc. MLXXXIII Ind. V A. aut. ordin. D. H. IV regis XXVIIII Regni XXVII actum rome feliciter (nel Cod. Farf., n. 1099).
265. Anna Comnena, V, 130. I Greci appellavano pur sempre l’Italia meridionale con nome di Λογγεβαρδία.
266. Però egli minacciò di scomunica tutti quelli che farebbero causa loro la causa del Re. Così interpreto io quello che dice il Chron. Casin., III, 49: Hoc ubi Gregorio Papae nuntiatum est (cioè le trattative fra’ Normanni e Desiderio), Imperatorem cum suis fautoribus ab Ecclesiae communione separavit.
267. Questo trattato è registrato in Bernoldo, e in Ekkehardo, ad a. 1083. Del luogo e dei mediatori pontificî è detto nella nota al Chron. Hugonis, Mon. Germ., X, 460.
268. Tibi dicimus, rex Henrice, quia nos infra terminum illum, quem tecum ponemus ad 15 dies postquam Romam veneris faciemus te coronare papam Gregorium si vivus est, vel si forte de Roma non fugerit... Hugo, Chron., ibid.
269. Bernoldo: Juxta s. Petrum quemdam monticulum nomine Palaceolum incastellavit. Anche Lupo sa di quel castello. Del Palaciolo fa parola la Bolla di Leone IX dei 20 Marzo 1053, appresso ai Burgura Frisonorum et Saxonorum: Bullar. Vatican., I, 25.
270. Greg. Ep. Serv. Servor. Dei clericis et laicis qui non tenentur excommunicatione... Reg. IX, 28; VIII, 51 nel Jaffé, dal Baronio riferita erroneamente all’anno 1082. Bernoldo, ad a. 1083, dice: Papa omnes religiosos Episcopos et Abbates ad synodum literis suis vocavit.
271. Bernoldo: Unde Romani mandaverunt Heinrico, ut veniret ad accipiendam coronam cum justitia, si vellet; sin autem, de castello S. Angeli per virgam sibi dimissam a papa reciperet.
272. Bernoldo, ad a. 1084, narra che causa della defezione di Roma fu l’oro bizantino: H. acceptam pecuniam non in procinctum supra Roubertum, quod juramento promisit, sed ad conciliandum sibi vulgus Romanum expendit, cujus adjutoria Lateranense palatium feria V ante palmas cum suo Ravennate Guiberto intravit. Soltanto pochi degli ottimati avrebbero disertato la fede del Papa; tutti gli altri gli avrebbero dato quaranta ostaggi. Anche la Vita Anselmi Lucensis Ep., c. 22, dice: permanserunt quoque nec corrupti nec decepti aut devicti nobiliores quidam Romani. Gli Annales Parchenses (M. Germ., XVI): R. Urbis Senatus et populus cum tota fere R. aecclesia Imperatori ejusq. pontifici manus tradunt; locchè è esagerato come questo detto di Ekkehardo: Papam unanimiter abdicarunt. Se si stia ad Ekkehardo, ad a. 1084, i messaggieri romani andarono ad Enrico veramente nelle Puglie, e Anna Comnena, V, p. 132, dice: ἤδη τὴν Λογγεβαρδίκν ἠπείγετο.
273. Gaufrid. Malaterra, Hist. sicula, III, c. 38. Reprehensio Romanorum:
Roma quondam bellipotens toto orbe florida — —
In te cuncta prava vigent, luxus, avaritia,
Fides nulla, nullus ordo, pestis simoniaca
Gravat omnes fines suos, cuncta sunt venalia —
Non sufficit Papa unus, binis gaudes infulis;
Cum dat ipse, pulsas illum, hoc cessante revocas.
Illo istum minitaris, sic imples marsupias etc.
274. La lettera manca di data (Gesta Treveror., M. Germ., X, 815): Romam in die S. Benedicti intravimus. È scritta omai dopo la ritirata da Roma, ma Enrico tace dell’entrata dei Normani. Erroneamente lo Stenzel (I, 486) la riferisce all’anno 1083. Il Sudendorf (Registr., Vol. I, 55, n. XVII) riporta un carme che si compose sulla presa di Roma, ma è privo affatto di valore.
275. Papa autem in castellum S. Angeli se recepit, omnesq. Tiberinos pontes et firmiores Romanor. munitiones in sua obtinuit potestate: Bernold., a. 1084. — Il Pagi, il Muratori ed altri interpretano erroneamente questo passo, quasi che Enrico, e non il Papa, avesse in suo potere queste fortezze.
276. Enrico al Vescovo di Verdun: Nosque a papa Clemente ordinatum et consensu omnium Romanor. consecratum in die s. paschae in imp. totius populi Romani exultatione. — Chron. Siegberti: H. rex patricius Romanor. constituitur; e parimenti gli Annal. Parchenses.
277. Così subito ai 29 Aprile 1084, Reg. Farfa, n. 1098: più tardi un documento da santa Maria in Campo Marzo, dei 7 Giugno 1086: A. II Clementis III Ind. IX (Mscr. Vat. 7931, pag. 99). Clemente elesse Ugo Candido a cardinale vescovo di Preneste.
278. Una Bolla di Eugenio III, dei 18 Marzo 1145, si esprime così: Locamus trullum unum in integr. quod dicitur Septisolia. Il disegno del monumento, quale era poco prima che Sisto V lo facesse demolire, si contiene nel Gamucci, Antichità di Roma, fol. 81.
279. Septisolia in quibus Rusticus nepos praedicti Pontificis considebat, obsidere cum multis machinamentis obtentavit, de quibus quam plurimas columnas subvertit: Pand. Pisan., p. 313.
280. Rex Capitolium ascendit, domos omnes Corsorum subvertit: Pand. Pisan. Alcune famiglie romane portavano nome di nazioni; tali erano i Sassi, i Franchi, i Saraceni, che leggonsi in carte dei secoli decimo ed undecimo. Oggidì ancora sonvi in Roma popolani chiamati Corsi.
281. Notevole è la carta data dal Campidoglio ai 29 Aprile 1084, in cui il conte Sasso di Civitavecchia cede a Farfa la metà di questa città. Ann. D. prop. Pontif. D. Clementis summi Pont. et univers. Pp. I. Et imperante D. Heinrico a D. coronato summo Imp. ann. I Imperii ejus m. April. d. XXIX Ind. VII. Vi si sottoscrivono Conti palatini imperiali: Ego Guillielmus judex s. Palatii. Ego Johannes judex. Seniorictus jud. dom. Imps. Ego Britto jud. Caro Urbanae causidicus prefecturae quia interfui subscripsi. Ego Cencius urbis causidicus hoc transactionis instrumentum confirmo. Di uomini della nobiltà: Sign. manus Sarramcini a s. Eustatio testis. Sign. m. Carbonis de Gregorio Latro. Astaldi filius Astaldi. Gregorii. Adulterini. Horrigeni a s. Eustathio. Actum Civitate Romana apud Capitolium (Reg. Farfa, n. 1098).
282. Il Card. Arag., p. 313, dice perfino: Ad obsidionem Castri Crescentii universos Romanos conduxit, locchè è ricavato parola per parola da Bonizone.
283. Landolfo, Hist. Med., III, c. 33: Gente coadunata immensa et Saracenis omnibus, quos habere potuit. Guill. Apulus (IV, 271) novera 6000 cavalieri e 30,000 pedoni. Wido (c. 20): 30 millia bellatorum.
284. Card. Arag., p. 313: Domo Capitolina, et Leoniana civitate destructa, vale faciens Romanis, cum eodem Guiberto non sine multo rubore aufugit; e così narrano Amalr., Auger., Ptolom. Lucensis e il Dandolo, venuti più tardi, che attinsero tutti da Bonizone — P. Bernried nulla dice della lotta sostenuta da Enrico per impadronirsi di Roma, nulla di Matilde, che nomina una sola volta, nulla del Guiscardo: se non fosse poi stato il Biografo di Gregorio! — Pietro Diacono, III, c. 53, racconta che Enrico andò a Civita Castellana. La Chronique de Robert Viscart, II, c. 6: Et puiz que li empéreor de Rome sot sanz doute que venoit lo duc, pour la fausseté de li Romain, qui jamoiz non sont ferme à lor signor — ot grant paor et se parti de Rome. — La data della partenza è notata dagli Annal. Cavenses e dal Chron. Fossae Novae, che si copiano a vicenda: H. rex a Romanis intromissus Romam 12 Kal. Aprilis, et stetit usque 12 Kal. Junii. Et venit Robertus dux. — Ai 23 di Maggio è data una carta pel duomo di Pisa, da Sutri: Böhmer, n 1908.
285. Malaterra, III, c. 37: Ante portam qua via Tusculana porrigitur, juxta aquaeductum castra metatur, ubi triduo commoratur. — Wido Ferrar., c. 20: castra metatus foris muros urbis prope Lateranense palatium in loco qui dicitur ad Arcus.
286. Wido denota la P. Pintiana; Pand. Pisano nomina, e Gaufrido intende quella Flaminia, poichè egli fa che l’esercito attenda vicino a un ponte (P. Molle). — Il Montfaucon, Diar. It., p. 336, riferisce la glossa di un Codice di Grotta Ferrata: Ann. Christi 1084 Ind. VII m. Maji 29 Feria III hora III ingressus Dux Romam, ipsam depopulavit. Per lo contrario una glossa marginale apposta alla Cronica pontificia di Cencio (Cod. Riccardian., fol. LVII) dice: Normanni intraverunt Romam m. Madii d. XXVIII, locchè meglio s’accorda con Gaufrido. La Cronique de R. Viscart, c. 27, ha questo solo: et quant li Thodesque s’en furent fouy, li duc rompi le mur par force et entra en Rome, et contre la volonté de li Romain o grant hardiesse traisi lo pape Gregoire de la tor de Crescience.
287. Multa millia Romanor. vendidit ut Judaeos, quosdam vero captivos duxit usq. Calabriam, dice Bonizone, contemporaneo e partigiano di Gregorio (p. 818). — Mulieres conjugatas et simplices, vinctis post tergum manibus, violenter prius oppressas ad tabernacula adduci praecepit: Wido, c. 20. Pand. Pisan.: vendens plurimos etc.
288. Wido dice che si era pentito quod tantis urbem affecisset injuriis, primum simulans emendationem: anche il normanno Gaufrido, che tace di quegli orrori, si commove della ignominia di Roma (III, c. 38):
Ni cessassent bonae artis in te prima studia
Nulli regi de te cessisset victoria,
Miles quidem est Normannus, qui te victam superat.
289. Fu solo Orderico Vitale, nel secolo duodecimo, a raccontare che il Guiscardo voleva distruggere da capo a fondo Roma venale, ma che il Papa, gettandosi a’ suoi piedi, lo rimoveva da quel proposito: Hist. Eccl., lib. VII, 643.
290. Ildeberto fu a Roma intorno all’anno 1106. La elegia è riportata nel Beaugendre, Op. Hildeb., col. 1334. Gugl. Malmsb. la riferisce (De gestis Anglor., III, 134), e vi aggiunge questa considerazione: Roma, quae quondam domina orbis terrarum, nunc ad comparationem antiquitatis videtur oppidum exiguum. Indi fa susseguire un compendio dei Mirabilia della Città.
291.
Vix scio, quae fuerim, vix Romae Roma recordor;
Vix sinit occasus vel meminisse mei.
Idee da poeta vero; ma nel suo terzo carme esclama:
Roma nocens, manifesta docens exempla nocendi,
Scylla rapax, puteusque capax, avidusque tenendi.
292. Quasi tutti i monumenti considerevoli erano ridotti allora a luoghi muniti. Nel decreto di destituzione, dato da Bressanone, si parla degli archi di trionfo, mettendoli a mazzo colle torri: portas Romanae urbis et pontes, turres, ac triumphales arcus, armatorum cuneis munivit (Cod. Udalrici, 164).
293. Ancora a’ tempi di Leone IX e di Alessandro II Roma era stata desolata da incendî; ne danno notizia i Cataloghi che trovansi in Cencio. Sotto di Leone IX, magna pars urbis cremata est in festo s. Eustachii. Al tempo di Alessandro II fuit incendium a parione usque ad s. Felicem in pincis.
294. Pand. Pisan., p. 313: totam regionem illam, in qua eccles. S. Silvestri et S. Laurentii in Lucina sitae sunt, penitus destruxit et fere ad nichilum redegit.
295. Stando a Pandolfo Pisan., p. 313, andarono incendiate le regioni circa Lateranum et Coliseum; secondo Romualdo, bruciò dal Laterano fino al castel Sant’Angelo: se si creda a Bonizone divampò l’incendio in quasi tutte le regioni: quanto a Gotfriedo (Panteon) ei dice che arse una parte di Roma: hinc Lateranensis porta perusta sonat. Guglielmo Apulo parla soltanto di alcuni edificî; Lupo tace. — Gaufrido: Dux ignem exclamans, urbe accensa... urbs maxima ex parte incendio, vento admixto accrescente, consumitur. — L’Anon. Hist. Sicul. (Murat., VIII, 772): civitate in magna sua parte collisa. — Petr. diacon., III, c. 53: Ex consilio Cencii Romanor. consulis ignem in Urbem imisit; e questo sarebbe avvenuto in vicinanza dei Quattro Coronati. — La Chron. de Rob. Viscart, c. 7: une grant part de la cité fu arse, et puiz mandèrent pour paiz à lo duc. — Landolfo, Hist. Med., III, c. 33, dice tre parti della Città essersi bruciate. Bernoldo e Wido: maximam urbis partem incendit.
296. Flav. Blondus, Hist. Decad. II, lib. III, 204: Ea nos et alia Henrici temporibus gesta considerantes, conjicimus urbem Romam — tunc primum ad hanc quae nostris inest temporibus rerum exiguitatem esse perductam.
297. Dice Alfano, nel suo poema sull’edificazione di Monte Cassino:
Hic tamen haud facile
Ducta labore vel arte rudi
Omnis ab urbe columna fuit.
La urbs è Roma, poichè Leone di Ostia (III, 28) dice espressamente che Desiderio comperò in Roma columnas, bases ac lilia (ossiano capitelli), nec non et diversorum colorum marmora. Questi materiali furono trasportati per barca sul Tevere.
298. Assai chiaramente lo dice Hugo, Chron., II, 462: At quia Normannorum insatiabilitas urbe capta et praedae data multa mala perpetraverat, nobilium Romanor. filias stuprando — nullumq. modum — in rapina, crudelitate, direptione habentes: perciò il Papa impaurito andava a Salerno.
299. Secondo Wido, Roberto assaltò Tivoli, maxime ob injuriam Clementis apostolici, qui tunc temporis morabatur in illa: di questo si deve per certo dubitare, quantunque Romualdo accetti il fatto. Più esattamente dice Bernoldo, a. 1084, senza far menzione di Tivoli: Ipse ad recuperandam terram s. Petri cum papa Gregorio de Roma exercitum promovit, iterum Romam in festivitate s. Petri reversurus etc.
300. Dilexi justitiam, et odivi iniquitatem, propterea morior in exilio.
301. Il suo terribile grido di battaglia contro la tirannide secolare (in luogo di cui egli avrebbe posto la tirannide sacerdotale) diceva: maledictus homo, qui prohibet gladium suum a sanguine, e rivela la sua indole inflessibile. In una cerchia minore fu questo il grido dei Giacobini e di Robespierre.
302. Vicario di Dio, potrebbesi dire «Vicedio», come veramente appellaronsi i Papi. Così in una solitaria chiesa, che è presso a Guadagnolo e chiamasi Mentorella, less’io, sotto di un quadro che rappresenta il battesimo di Costantino imperatore, questi versi:
con l’acque battesimal il Vicedio
lava l’imperator el rende pio.
303. Il faut le dire, le vice radical des relations de l’Eglise avec les peuples, c’est la séparation des gouvernants et des gouvernés, la non-influence des gouvernés sur leur gouvernement, l’indépendence du clergé chrétien à l’égard des fidèles: Guizot, Civilisation en Europe, VI leçon, p. 52.
304. Anche il cadavere di Gregorio VII rimase in esilio a Salerno. Roma non ha di lui monumento alcuno; egli nulla edificò. Quando fu rettore del san Paolo ne restaurò la basilica, e Pantaleone di Amalfi la ornò di porte che furono fuse a Bisanzio. L’incendio dell’anno 1823 distrusse questo monumento del tempo di Gregorio, il cui disegno si trova nell’Agincourt. Del resto io vidi gli avanzi di queste porte raccolti in due casse di legno nel chiostro del san Paolo; le figure ivi incise e le iscrizioni si mantengono illese, ma manca il niello in metallo, non già a cagione dell’incendio, ma dell’avidità depredatrice dei Romani, venuti dopo il tempo normanno. Ogni iscrizione che ancora ci si conservi dell’età di Gregorio VII è oggidì preziosa. Una dopo l’altra ho frugato per tutte le chiese di Roma, ma, che parli di Gregorio VII, trovai una sola pietra in santa Pudenziana, murata nella parete di una cappella. Vi è detto:
Tempore Gregorii Septeni Praesulis Almi
Presbiter Eximius Praeclarus Vir Benedictus
Moribus Ecclesiam Renovavit Funditus Istam...
305. Roberto fu sepolto a Venosa, dove si scrissero questi superbi distici sul suo sepolcro:
Hic terror mundi Guiscardus. Hic expulit urbe
Quem Ligures, Regem, Roma, Alemannus habent.
Partus, Arabs, Macedumque phalanx non texit, Alexim,
At fuga; sed Venetum nec fuga, nec pelagus.
306. Questo console Cencio, cui le Croniche non hanno aggiunto il nome famigliare, era, senza alcun dubbio, Cencio Frangipane.
307. Cappam quidem rubeam induit, alba vero induere eum numquam potuerunt. La descrizione che ne dà Pietro Diacono, III, c. 66, è vivace e drammatica.
308. Petr. Diacon., III, c. 66, 67. Del Prefetto dice: Die noctuque cum aliquantis aere iniquo conductis in Capitolium contra eumdem electum conveniens, persecutiones ei maximas intulit.
309. Hugo Flav. (II, 466) descrive Desiderio per un raggiratore; dice che si facesse eleggere colla violenza, che censurasse le opere di Gregorio, e si gloriasse di aver procurato ad Enrico la coronazione. Vedasi la veemente lettera che Ugo di Lione scriveva a Matilde (Hugo, Chron., II, 466). Egli e l’Abate di Marsiglia furono scomunicati da Desiderio: deplorevoli discordie sorte dopo morto Gregorio.
310. Secondo la Cronica di M. Cassino, ei morì ai XVI Kal. Octobr. Il suo epigramma dice:
Quis fuerim, vel quid, qualis, quantusque doceri
Si quis forte velit, aurea scripta docent.
Stirps mihi magnatum, Beneventus patria, nomen
Est Desiderius, tuque Casine decus...
Vedansi i miei Sepolcri dei Pontefici romani. Della vita e dell’operosità di Desiderio tratta diffusamente F. Hirsch, Desiderio di M. Cassino da papa Vittore III (Vol. VII degli Studî di storia tedesca, 1867).
311. Ex urbe vero Rom. — — Benedictus praefectus universor. laicor. fidelium consensum unanimem attulerunt: Petr. Diacon., IV, c. 2. Vi avevano antiprefetti, al paro di antipapi. Nell’anno 1080 trovasi ancora Pietro prefetto imperiale (Reg. Farfa, n. 1134). Il Contelorio, le cui inesattezze spesse volte ho potuto correggere, si crea nell’anno 1099 il prefetto Petrus de Vico, oppure trae in iscena questa famiglia omai nell’anno 1080.
312. I Regesti di Urbano II andarono perduti, ad eccezione di poche lettere; e questa è grave perdita.
313. I Tedeschi composero un arguto epigramma su questi due Papi (Cod. Udalrici, n. 2):
Nomen habes Clemens, sed clemens non potes esse,
Tradita solvendi cum sit tibi nulla potestas.
Diceris Urbanus, cum sis projectus ab Urbe,
Vel muta nomen, vel regrediaris ad Urbem.
314. Bernoldo, ad. a. 1089: In Italia nobil. Mathildis — Welfoni duci filio Welfonis ducis conjugio copulatur — non tam pro incontinentia, quam pro Rom. Pontificis obedientia, videl. ut tanto virilius S. R. E. contra excommunicatos posset subvenire. Guelfo IV fu lo stipite della casa di Brunswig.
315. Guibertus — a Romanis turpiter expellitur, et ne amplius ap. sedem invadere praesumat, juramento promittere compellitur: Bertoldo, ad a. 1089.
316. Petr. Diaconus, IV, c. 10: cum universam fere Campaniam a jure sedis Ap. subductam in deditionem accepisset, apud Pipernum vita decedit.
317. Il Catalogo in Cencio: Tpe. Urbani PP. et Henrici Imps. terremotus fuit Rome in festo sce. agnetis et castrum sci. Angeli a Romanis captum est. Bernoldo, a. 1091: Romani quoque turrem Crescentii, quae eatenus d. papae obediebat, dolo captam diruere temptaverunt. — Romani quoque Guibertum haeresiarcham, quem jamdudum expulerunt iterum Romae intrare permiserunt.
318. Un Conte di Sutri fu nipote di Guiberto: Odo — Comes Sutriae nepos ejus erat, et ecclesiasticae pacis fautores pluribus pressuris coercebat (Ordericus, VIII, nel Pagi, Critica, a. 1086). Ancor nell’anno 1093, Ugo Candido, da vescovo di Preneste, consecrò un altare con questa iscrizione: Romano Pontifice III Clemente ab Hugone Praenestino Ep. dedicatum (Cecconi, Storia di Palestrina, p. 141).
319. Donizone, con freddo cinismo celebrò questo fatto di Matilde (II, v. 848):
Se dominae largis Mathildis subdidit alis;
Quae veluti dignum valde carumque propinquum
Mox suscepit eum, laudans ut rex vocitetur.
Illus tractat patrem sic, Hister ut Aman;
Abstulit uxorem sibi primitus, et modo prolem.
320. Conradus — patri suo rebellans, venit ad P. Urbanum, et solutus ab excommunicatione, in Longorbardia regnavit contra Patrem. Dodechin., a. 1093 (nel Pistorio, I).
321. Nimioq. dolore effectus, se ipsum, ut ajunt, morti tradere voluit, sed a suis praeventus ad effectum pervenire non potuit: Bernoldo, Chron., a. 1093.
322. Il Floto reputa che i vizî attribuiti ad Enrico IV sieno menzogne inventate da preti fanatici e da ribelli; certo che non aveva fondamento tutto quello che si andò divulgando. Il Giesebrecht crede che l’imperatore sospettasse di un adultero amore fra la sua donna e il figliuolo.
323. Bernoldo, a. 1094: D. Papa Romae prope S. Mariam novam in quadam firmissima munitione morabatur; e più esattamente la lettera dell’Abate di Vendôme (VIII, lib. I; Sirmond, Op., III, 641): Audivi — dom. P. Urbanum in domo Joannis Fricapanem latitare, et contra Guitbertistam haeresim viriliter laborare. Da santa Maria Nova sono date alcune Bolle di Urbano: Jaffé, p. 459.
324. Il celebre Abate ne scrive: Eum pene omnibus temporalibus bonis nudatum, et alieno aere nimis oppressum inveni; e si paragona a Nicodemo che in secreto visitò il Signore. In ricompensa ebbe il cappello cardinalizio del titolo di santa Prisca, e per tre secoli gli Abati di Vendôme si appellarono cardinali. Vedansi anche le Ep. IX e XIV.
325. Fra i pellegrini che visitarono in questo tempo Roma, si tien nota, nell’anno 1092, di Erico re di Danimarca. Ma egli non venne per impulso religioso, bensì per una sua lite contro l’arcivescovo di Amburgo: Baron., ad. a. 1092.
326. È cosa sollazzevole, oggidì, attendere alla serietà e alle elaborate ragioni con cui il Gibbon afferma la inanità delle Crociate. Assai bene dice il Milmam in una nota che egli appone a quel passo: the crusades are monuments of human folly! but to which of the more regular wars of civilised Europe — will our calmer reason appeal as monuments either of human justice or human wisdom...
327. I brevi e disadorni discorsi di Urbano sono raccolti nel Mansi, XX, 821. Per l’importanza del loro argomento, onde andò commossa la storia universale, superano le orazioni di Demostene e di Cicerone.
328. Quest’è il poema Histor. Gestorum Viae Hierosol. (Duchesne, IV, 892). Molti dei popoli italiani ivi citati non sono che figure poetiche, e la rassegna dell’esercito vi è imitata sul modello di Virgilio. Quantunque anche genti lombarde abbiano seguito il vessillo di Raimondo, nessuno di nazione italiana ottenne nominanza nella Crociata, e il Tasso inventò di pianta il Rinaldo per adulare Alfonso di Este. Lupo annovera sotto la bandiera di Boemondo alcuni Conti e più di cinquecento cavalieri, e in una dubbia lettera di Urbano ad Alessio, vien detto che Boemondo fosse partito cum septem millibus delectae juventutis italicae (Mansi, XX, 660).
329. Petr. Diacon., IV, c. 11, descrive il cammino di questa terza spedizione. Fulchero, nel Duchesne, IV, 820. Tudebodus, Histor. de Hierosol. Itinere, ibid. p. 778, e Belli Sacri Historia, c. 5.
330. Fulcheri Carnotensis Histor. Hierosolymitana, I, 820: satis proinde doluimus, cum tantam nequitiam ibi fieri vidimus. Sed nil aliud facere potuimus, nisi quod a Domino vindictam inde fieri optavimus. Il Wilken è assai inesatto quando narra di questa spedizione.
331. Bernoldo, ad a. 1097: D. Papa — nativitatem Dom. Romae cum suis cardinalibus gloriosissime celebravit, quippe tota urbe Rom. pene sibi subjugata, praeter turrim Crescentii, in qua adhuc latitabant Wibertini. Vedasi eziandio l’Anon. Zwetlensis, nel Petz, Thesaurus, I, p. III, 386.
332. Ne fa oscuro cenno Donizone; e Pietro Diacono, IV, c. 49, ne ebbe conoscenza: Math. comitissa, H. Imperatoris exercitum timens, Liguriam et Tusciam provincias Gregorio papae et S. R. E. devotissime obtulit. Unde in primis cauta seminandi inter pontificem et imp. odii initium fuit.
333. Bernoldo. a. 1095. La leggenda che raccoglie il Villani (lib. IV, c. 21) intorno a Guelfo ed a Matilde, ha assai dell’ameno, ma anch’egli direbbe essere stata Matilde a ripudiar Guelfo.
334. Bernoldo, a. 1099 (egli comincia l’anno dal Natale): D. Papa nativitat. Dom. cum magna pace celebravit; nam et castellum s. Angeli cum aliis munitionib. in sua potestate detinuit, omnesq. emulos suos in civitate — satis viriliter aut placavit aut vi perdomuit. Il Catalogo di Cencio dice: castrum sci. Angeli a Romanis captum est in festo s. Laurentii; castrum ipsum traditum est Petro Leonis in vigilia s. Bartholomaei: dunque ai 24 di Agosto.
335. La Bolla è data: Salerni 3 Non. Junii, Ind. VII (piuttosto dev’essere VI) Pont. D. Urbani II, XI (Mansi, XX, 659). Da essa deriva la così detta monarchia di Sicilia, che, com’è noto, fu soggetto di controversia fra i Papi ed i Re di Napoli e di Spagna.
336. Florentii Wigorniensis Histor. (M. Germ., VII, 565): Urbanus P. 3 hebdomada paschae magnum concilium tenuit Romae — Eos quoque anathematis vinculo colligavit, qui pro ecclesiasticis honorib. laicor. hominum homines fierent. Egli divietò dunque qualsiasi rapporto feudale ai cherici. I canoni del Sinodo sono raccolti nel Mansi (XX, 962).
337. Nonnullos cives urbis, quorum ingens multitudo propter fidelitatem Imperatoris ipsi Papae erat infesta: così dice (Baronio, ad a. 1098) Eadmero, compagno di Anselmo di Canterbury, il quale fu a Roma negli ultimi tempi di Urbano, e alla cui vita i Romani attentarono in odio al Papa.
338. Pand. Pisan., p. 352; Urbanus — apud eccl. s. Nicolai in carcere in domo Petri Leonis IV Kal. Aug. animam deo reddidit, atque per Transtyberim propter insidias inimicorum in eccl. B. Petri — corpus ejus delatum est.
339. Liemaro di Brema, Dietrich di Verdun, Rapotone conte palatino di Baviera, il boemo Wratislao, Bennone di Osnabrück sono questi amici, i cui nomi la storia registra con menzione gloriosa. Vedi lo Stenzel, I, 609.
340. La fedeltà tedesca dedicò alle sue tristi sorti un toccante lamento nella ben nota Vita Heinrici IV (ed. Wattenbach, Mon. Germ., XIV).
341. Nel Tetralogus Wiponis (M. Germ., XIII, 251; Wattenbach, Fonti storiche di Germania, p. 223):
Tunc fac edictum per terram Teutonicorum,
Quilibet ut dives sibi natos instruat omnes
Litterulis, Legemque suam persuadeat illis —
Hoc servant Itali post prima crepundia cuncti,
Et sudare scholis mandatur tota juventus.
342. Damiani, Ep. 8, lib. VIII, ad Bonumhominem legis peritum Caenatensem: non ignoro quia cum mea epistola grammaticorum saecularium manibus traditur... rhetoricae venustatis color inquiritur, et capitosos syllogismorum atque enthymematum circulos mens curiosa rimatur. Ben potrebbe questo solo dimostrare, che la rettorica e la dialettica non erano studî ignoti agli Italiani di quell’età.
343. Ep. beatissimo fratri Michaeli Guido per anfractus multos dejectus et anctus, nel Mabill., Annal. Bened. IV, 324, e nel Mittarelli, Annal. Camald., II, p. 4, App. — Tedaldo vescovo, che die’ ricetto a Guido, era fratello di Bonifacio margravio.
344. Guido dice: Roma morari non poteram vel modicum, aestivo fervore in locis maritimis ac palustribus nobis minante excidium. E un Cardinale scriveva: scio — quod duae causae sunt ignorantiae vestrae, una quod aegritudo loci extraneos, qui vos doceant, hic habitare non sinit, alia quod paupertas vos ad extranea loca ad discendum non permittat abire (Atto Card., prooem. Capitularis ad canonicos eccl. s. Marci, nel Mai, Scriptor. vet. nov. Collect., VI, 60, II, e nel Giesebrecht, de Litter. stud., p. 17).
345. Concil. Harduin., T. VI, p. I, 1580: ut omnes episcopi artes litterarum in suis ecclesiis doceri faciant. Tiraboschi, III, 248.
346. Tiraboschi, III, 255: egli lo dimostra fondandosi sull’Assemanno, Praefat. ad vol. I Catal. Bibl. Vatican. LVI. Nel secolo undecimo trovasi il primo Tedesco che sia stato bibliotecario della Chiesa romana: fu Pilgrimo arcivescovo di Colonia, nel 1026.
347. Deest antiquarius (con questo nome di già Cassiodoro appellava i copisti) qui transcribat. Sed cur — queror incuriam, cum non modo quispiam quae scribo transferre, sed nec celeri quidem vacet lectione percurrere... Baron., ad a. 1061, n 47.
348. Ep. Henrici Clerici ad Stephanum: nel Montfaucon, Diar. Ital., p. 81.
349. Amato, che fiorì sotto Desiderio, scrisse la Storia dei Normanni, conservatasi soltanto in una traduzione di francese antico, ed edita dal Champollion-Figèac, a Parigi, nel 1835, con questo titolo: L’ystoire de li Normant et la Chronique de Robert Viscard par Aimé moine de Mont-Cassin. Di tale opera si giovò Leone, che, nato della casa dei Conti de’ Marsi, fu frate sotto di Desiderio, e morì da cardinale vescovo di Ostia, dopo il 1115. Per suggerimento di Oderisio abate, egli scrisse la Cronica di Monte Cassino, dagli incominciamenti fino al 1075. La publicò per primo Angelo della Noce (a. 1665); indi fu edita dal Muratori, finalmente con grande accuratezza dal Wattenbach, Mon. Germ., IX.
350. Destructio Farfensis; De diminutione Monasterii; Quaerimonium ad Imperatorem: furono scampate dal Bethmann nelle Historiae Farfenses, Mon. Germ., XIII.
351. Quest’è il celebre Codice (Vatican. 8487), che, caduto Napoleone, tornò felicemente di Parigi. Per valore istorico non v’ha che lo pareggi se non se il Registrum di Pietro Diacono che si conserva a Monte Cassino; diffusamente tratta di esso il Bethmann (l. c.). La Sessoriana di Roma ne possiede copie imperfette di mano del Fatteschi. Questo abate, che insieme col Galletti fu assai benemerito della storia di Roma nel medio evo, vi attinse in parte la sua opera eccellente sui Duchi di Spoleto.
352. La Chronica Farfensis (il cui originale esiste a Farfa parimenti del Liber Emphiteuseos seu Largitorium) trovasi nel Muratori, II, 2. Gregorio la condusse fino all’anno 1105.
353. Orthodoxa defensio imperialis, de investitura, scripta nomine congregationis Farfensis sub Heinr. Imp. (Bethmann l. c., p. 558. Egli ne vide la scrittura soltanto in un Cod. Saec. XV).
354. Il Registrum Sublacense conservasi in quell’abazia: La Sessoriana di Roma ne possiede un apografo del Fatteschi. I frati di Subiaco non sono gente amica delle scienze, e da dopo la rivoluzione del 1859 il loro archivio è tornato del tutto inaccessibile, perocchè essi abbiano rimpiattato tutti i loro documenti.
355. Fecit in specu ecclesiam pulcherrimam et firmam cooperta cripta: Chron. Sublacense, p. 932; Murat., Scriptor., XXIV.
356. Cod. Vatican. 3833 (unicum) dell’incominciamento del secolo duodecimo. In otto pagine comprende la prefazione già stampata dal Ballerini: beatissimo atque aplico viro Pont. D. Papae Victori III. Deusdedit exiguus prbr. titulus apostolorum in eudoxia. Questo Codice fu testè edito da monsignor Pio Martinucci, secondo prefetto della Vaticana: Deusdedit presbyteris cardlis Tit. apostolor. in Eudoxia Collectio canonum e cod. Vat. edita, Venet., 1869.
357. Cataloghi in mscr. parecchi; e di essi per la maggior parte ho già fatto nota nel Vol. III. Il Cod. Vatican. 1984 torna di maggior giovamento per il principio del secolo duodecimo. Su di esso vedasi il Pertz, Archiv., V, 80 e diffusamente il Bethmann, Archiv., XI, 841. Le sue varie parti derivano da compilatori partigiani dell’Impero de’ tempi di Enrico III, di Enrico IV e di Enrico V, che difesero i diritti della corona. — Di gran pregio è il lavoro del Watterich, il quale ha nuovamente edito le Vitae Pontificum Romanor., dalla fine del secolo nono al termine del secolo decimoterzo (Lipsia, 1862).
358. Vita Gregorii PP. VII, con note del Mabillon (ed. Muratori, III, p. I, 314-351). L’Autore, discacciato di Regensburg da Enrico IV, visse in Roma, ma scrisse soltanto intorno al 1128; il suo componimento è cosa assai mediocre. La scrittura dello scismatico cardinale Bennone, intitolata Vita et Gesta Hildebrandi (del principio del secolo duodecimo), non è che un opuscolo (pamphlet).
359. L’originale dei Regesti di Gregorio è conservato nell’archivio Vaticano. Stampati da dopo l’anno 1591, ricevettero soltanto al tempo nostro emendamenti critici per opera del Giesebrecht; indi furono corretti su quel fondamento colla egregia edizione che ne fece il Jaffè, nel Vol. II della sua Bibliotheca. I Regesti di Gregorio VII non sono che il piccolo avanzo delle sue lettere, e ne comprendono quattrocento. — Dei Regesti dei Papi fino ad Innocenzo III si conservarono soltanto quelli di Leone I, di Gregorio I, di Giovanni VIII e di Gregorio VII.
360. Il Damiani medesimo condannò, come Gregorio I, le regole di Donato, e ammonì i monaci che non istudiassero la grammatica. Vedi gli Opuscula, XIII, c. II; Ep. VIII, lib. VIII, dove dice: mea grammatica Christus est; e sì ch’egli era un grammatico addottrinato.
361. Bonizonis ad Amicum sive de persecutione ecclesiae libri 9, edito dall’Oefele, Rer. Boicar. Scriptor., II, 794, indi dal Jaffè, nel Vol. II della sua Bibliotheca rer. Germanicar. Bonizone raccolse anche le Decretali in dieci libri, cui prepose come introduzione uno schizzo della storia pontificia, che lo Zaccagni (Mscr. Vatic. 7143) erroneamente intitolò Chronica de Rom. Pontif. Gestis, donde il Mai ne fece publicazione. Su di Bonizone hanno scritto diffusamente lo Stenzel e il Giesebrecht.
362. La lettura di opuscoli (brochures) del tempo nostro (da dopo il 1859) servirà di documento a’ nostri nepoti, sì come per l’epoca della controversia delle investiture noi usiamo delle scritture intorno a quella compilate. Dopo l’opuscolo Le Pape et Le Congrès videro la luce di tali libricciatoli a centinaja, la più gran parte in Francia. Nessuno di quegli scritti potè dir cosa alcuna che sapesse di novità.
363. Ingiustamente il partito avverso tacciò Pasquale di simonia. Le accuse ne sono contenute nell’Excerptum Epistolae directae Heinrico Imp. a Guarnerio principe Anconitano (nella Cronica di Sigberto, a. 1105).
364. Vita di Pasquale scritta da Pietro Pisano (Papebroch, Propyl. Maji, VI, c. 6, p. 203): expulit eum ab Alba; defectio Albae exterruit eum ab urbe. Intendasi Albano, non già Alba nel Piceno, ed anche Pietro Pisano manifestamente vuol dire di Albano, e non di Alba. Nel duomo di Albano si conserva il frammento di un’iscrizione, in cui è detto che Pasquale die’ premio alla città per la sua fedeltà: è stampato nel Ricci, Memorie di Albano (Roma, 1787, p. 198) e nel Giorni, Storia di Albano (Roma, 1844, p. 232). Parimenti Urbano II ricompensò Velletri confermando la giurisdizione della Città sul suo territorio (Bolla segnata: Rom. VIII Id. Julii Ind. XII, A. 1089; trovasi nel Borgia, Velletri, p. 204).
365. Documenti raccolti nel Reg. Farf. segnano l’era di Clemente III ancor nel mese di Gennaio 1100; nell’Ottobre non più. In Orderico Vitale (Duchesne, Histor. Normannorum Scriptores, p. 762) sono riferiti questi versi che Pietro Leone, cardinale, componeva contro di Guiberto:
Nec tibi Roma locum, nec dat Wiberte, Ravenna;
In neutra positus, nunc ab utraque vacas.
Qui Sutriae vivens male dictus Papa fuisti,
In Castellana mortuus urbe jaces.
Sed quia nomen eras sine re, pro nomine vano
Cerberus inferni jam tibi claustra parat.
Il Cardinale non pronosticava allora che sarebbe anch’esso divenuto antipapa (Anacleto II). Amadesi, Chronotax., II, 193. — La scrittura De miraculis Wiberti Papae qui et Clemens trovasi nel Cod. Udalrici, in Ekkardo, n. 173. Più tardi Pasquale II fece dissotterrare le ossa di Guiberto e gettarle nel Tevere, per farla finita co’ suoi miracoli: Dodechini, Appendix, nel Pistorio, I.
366. Cod. Vat. 1984. Alberto fu dapprima difeso dal romano Johannes Ocdoline filius e dal cardinal Romano, in un palazzo presso a san Marcello; indi fu tradito. Questi fatti avvennero durante la prima metà dell’anno 1101. Uno de’ due Antipapi fu tradotto in bando alla Cava, l’altro a san Lorenzo presso Aversa.
367. Petrus de Columna Cavas oppidum de jure b. Petri invaserat (Petrus Pisanus, c. 8, p. 203).
368. Di questo castello è fatta menzione primamente in un Diploma di Enrico III, a. 1047. In una carta di donazione data da Pietro di Tusculo, ai 26 Dicembre 1066, v’è questa sottoscrizione: Amato vir magnus judex de Castello de la Colonia (Gattula, Hist. Casin., I, 235). — Nel 1074, ai 13 di Marzo, Gregorio VII cedette al convento di san Paolo medietatem Castelli quod vocatur Columpna (Bullar. Casin., T. II, 108). Il Nibby reputa che l’odierno Colonna sia l’antico Labicum, ma il signor Pietro Rosa di Roma, che è il più profondo conoscitore della topografia del Lazio, onde egli sta componendo una carta eccellente, m’assicura che Labicum deva essere l’odierna Rocca Compatri. — L’Ughelli (T. X, 119) registra i Vescovi di Labicum dall’anno 619 fino all’anno 1111 soltanto, ma il Giorgi, De Cathedra Episcopali Setina (p. 18) afferma, che il Vescovato di Labicum fu unito a quello di Tusculo soltanto nel 1231.
369. Il Coppi lo spiega acconciamente (Mem. Colonn., p. 28) valendosi di un documento dei 24 Settembre 1078 (Gattula, I, 236), in cui Petrus fil. Dom. Gregorii nobiliss. Romanor. Consulis piae memoriae dona a M. Cassino una chiesa prossima a Monte Porzio; ed egli dimostra che Colonna e M. Porzio appartenevano ad un solo signore. È manifestamente questo Pietro, cui Pasquale tolse Colonna.
370. Dom. Papa Cavas recepit: Columna et Zagarolum oppida juris illius (cioè Petri) sapienter expugnata, prudenter sunt capta: Petr. Pisan., c. 8. — Il Petrini (p. 111) si vale di un documento dell’anno 1053 (Reg. Subl., fol. 78), in cui la contessa Imilia, habitatrix in Palestrina, dona dei beni a Subiaco per la salute spirituale dei suoi eredi, del suo defunto sposo Donadeo, del quondam Joannis qui vocabatur de Benedicto, e della domina Hitta (già moglie di quel margravio Giovanni). Il detto scrittore crede, senza alcun fondamento, che Imilia fosse sorella di Giovanni, e la fa madre di Pietro Colonna, che le sarebbe nato di un secondo marito: di ciò il Coppi dubita. Stando a documenti conservati a Subiaco, Donadeo era della famiglia di Crescenzio prefetto (a. 1036). Con Giovanni margravio, nipote di Stefania (morto prima del 1053) si sciolse il Pactum conchiuso nel 970 (Vol. III, pag. 454). Certamente Pietro Colonna, qual parente di Emilia, vantò pretese su di Palestrina, di cui più tardi s’impadronì. — In tempi posteriori si favoleggiò che i Colonna venissero di Germania a Roma: in un manoscritto che si conserva nella biblioteca Chigi (n. II, 31, p. 154) il favoloso capostipite della famiglia riceve nome di Stefano, e il compilatore dice: «la contessa Emilia donna de Palestrina sello piglio per marito.»
371. Nicolò II aveva scomunicato gli Anconetani, che nel 1060 erano già iti in decadenza, e il Damiani implorò che si assolvessero (Ep. I, VI). Sulla signoria di Guarnerio vedasi il Peruzzi, Storia di Ancona, I, 267, 275. Il Fatteschi fa vedere che Guarnerio nell’anno 1095 era duce di Spoleto e margravio di Camerino. — Reg. Farf., fol. 1177: anno IV Heinrico IV imperante et Guarnerio Marchione mense Jun. Ind. IV (deve dire VII, A. 1114). Al fol. 1179, l’abate Beraldo ricorre al Dux et Marchio Guarnerius contro rapitori di beni del monastero. Viene poi un editto di Guarnerio; il suo suggello lo rappresenta a cavallo, armato di spada e col berretto frigio. I suggelli degli antichi Duces longobardi di Spoleto li rappresentano per la più parte che impugnano la bandiera.
372. La Cronica di Fossa Nova (nel Lazio) dice (ad an. 1105, Ind. XIII): Marchion venit Romam consentientibus quibusd. Romanis, et elegit Adanulphum in Papam Silvestrum ad S. M. Rotundam infra Octavam S. Martini, sed sine effectu reversus est. Ekkehardo, ad a. 1106, cade in errore, e di poco s’accorda Sigberto (a. 1105), il quale però offre buone notizie particolareggiate, riportando il frammento di una lettera di Guarnerio. Esattissimo è il Cod. Vat. 1984, il quale sa anche dell’elezione di «Maginulfo», avvenuta nel Panteon. Giusta la lettera di Pasquale indiritta ai Francesi, in data dei 26 Settembre, dal Laterano (Cod. Udalr., n. 239), il Jaffè dimostra che Maginulfo fu eletto ai 18 di Novembre, e fuggì ai 20.
373. Berto caput et rector Romanae miliciae, dice Sigberto, ed è quegli stesso che il Cod. Vat. 1984 chiama Berizone. Ad occasione di questa pugna, si tien nota del templum romuly ante domum judicis Mathilde (che probabilmente è la basilica di Costantino), dell’arcum aure (secondo l’Ordo Romanus è un arco di entrata nel foro di Nerva), dell’arcum triumfale (di Costantino), della sedem solis — circlo majore.
374. Callidus Papa, Henricum adolescentem filium Henrici Imp. adversus patrem concitat, et ut Ecclesiae Dei auxilietur admonet: Herimanus in narratione restaurationis Abbatiae S. Martini Tornacensis (D’Achery, Spicileg., XII, n. 83; Pagi, Critica, a. 1106, n. 1).
375. Si sottomise anche Parma donde erano sorti due Antipapi. Affine di indebolire l’arcivescovo di Ravenna, furono tolti alla sua giurisdizione i cinque Vescovati dell’Emilia, di Piacenza, di Parma, di Reggio, di Modena e di Bologna. La potenza di Ravenna cadde con Guiberto, quantunque Gelasio II nell’anno 1119 abrogasse il decreto di Guastalla (Rubeus, Hist. Rav., V, 321). Nel Fantuzzi (IV, 247) trovasi un notevole documento del 1130, in cui l’Arcivescovo di Ravenna ricompare nella pienezza della sua autorità sopra del Vescovo di Bologna.
376. Pietro Pisano, c. 11. Quelle città erano Ponte Celle e Montalto (vicin Corneto nella Maritima superior). Fu grave errore andar cercando quest’ultima sul mare Adriatico, invece che sul mare di Tuscia.
377. Il Chron. Sublacense (Murat., XXIV, 939) scrive Effidis a vece di Affile. Intorno ad Affile (in Plinio e in Frontino) vedasi l’Analisi del Nibby. Nel Cod. Albini, fol. 138, e in Cencio, fol. 115, vi si riferisce un compendio dei perduti Regesti di Pasquale: contratto di cessione di pontie et effides, dato ai 7 Id. Sept.; testimonî: Raynaldus Senebaldi. Octavianus. Oddo fil. Johis de Oddone (entrambi Crescenzî discendenti di Ottaviano e di Rogata). Petrus de Rofrido. Rofridus de Ceperano. Romanus de Scotto. Huguizon fil. Petrus de Leone. Cincius Johis de Crescentio.
378. Dai Regesti di Pasquale, Cencio trasse il pactum cum Ninfesinis, senza data. Ne tengo nota a causa de’ rapporti feudali dei quali vi si parla: Hec sunt que facient Nimphesini. Fidelitatem scil. B. Petro et Dno PP. Paschali ejusq. Successoribus. — Hostem et parlamentum, cum Curia preceperit. Servitium quod assueti fuerunt facere, et placitum et bannum faciant B. Petro et PP. Pagano la Quarta a misura del Modius romano; a san Martino son soggetti al Glandaticum (servitù di pascolo pei majali); alla festa di san Tomaso contribuiscono bonos bradones (pagnotte di sugne e di grasso). De carico uniuscuiusque Sandali solvant denarios VI. Fidantiam (tributo) in unoquoque anno in mense Madji libr. XXX de papia bonas. Vengono dopo statuizioni sul plateaticum o tributo di mercato, che gli stranieri devono pagare alla Curia (del ministero pontificio); indi sul Foderum ecc. Devono demolire le mura, nè possono costruirne di nuove senza permesso della Curia. Testimoni: Petrus Leonis. Petrus de Franco. Leo de dno petro Leonis. Ubicio. Seniorictus. Benincasa piscatore. Constantinus dapifer. Zoffo de caiaze. Gisalfo. Romanus de Calvo. Vgizzonius de Johane Tinioso. Paganus. — A torto questo documento non fu registrato nel Cod. Diplom. del Theiner.
379.
Nobilis urbs sola Mediolanum populosa
Non servivit ei; nummum neque contulit aeris
(Donizo II, 18).
380. Heinricus Dei gr. Romanorum Rex Consulibus et Senatui, Populo Romano, majoribus et minoribus gratiam suam cum bona voluntate: Cod. Udalr., n. 257.
381. La lettera di Federico arcivescovo di Colonia, indiritta a Ottone di Bamberga, analizza assai bene le conseguenze delle investiture: Cod. Udalr., n. 277.
382. Il trattato dato ai II Non. Febr. in atrio B. Petri in eccl. b. Mariae quae dicitur in Turri (Cod. Vat. 1984) denota così le regalie: civitates, ducatus, marchias, comitatus, monetam, teloneum, mercatum, advocatias regni, jura centurionum et curtes que manifeste regni erant cum pertinentiis suis, militia et castra regni. Similmente il Cod. Udalr., n. 262, 263, e il Chron. Ekkehardi, a. 1111. Il Cod. Vat. 1984 trasse le Cartulae Conventionis dal Registro di Pasquale, e quasi testualmente le riferì Pietro Diacono. Parimenti Albino, Cencio e il Card. Aragon. compendiarono tutti questi istromenti.
383. Per suggerimento dell’Autore, abbiamo ommesso, nella traduzione di questa pagina, una nota che trovasi qui posta nell’originale. (N. del T.)
384. Dimittat ecclesias liberas cum oblationibus et possessionibus, quae ad regnum manifeste non pertinebant. Il Papa chiedeva dunque a quel tempo «libera Chiesa» accanto allo Stato; oggidì vien detto: «libera Chiesa in libero Stato.» Il secondo Pactum è registrato nel Cod. Vat. 1984, e nel Cod. Udalr., 263.
385. Patrimonia et possessiones b. Petri restituet et concedet sicuti a Carolo, Lodovico, Heinrico et aliis imperatoribus factum est, et tenere adjuvabit secundum suum posse: ibid.
386. Senza saperlo, il conte Cavour ha indiritto contro a Pio IX le ragioni di Pasquale II: «Se la Chiesa potrà una buona volta liberarsi da tutte le pastoie delle cose secolari, e separarsi mediante certi confini dallo Stato, non solo la sua indipendenza diverrà meglio assicurata, ma la sua autorità più efficace, poichè non sarà più vincolata dai molteplici Concordati, da tutti quei patti che erano e sono una necessità finchè il Pontefice riunisce nelle sue mani, oltre alla podestà spirituale, l’autorità temporale. Il principio della reciproca indipendenza della Chiesa e dello Stato deve essere inscritto in modo formale nel nostro Statuto, deve far parte integrante del patto fondamentale del nuovo regno di Italia.» Discorso del Cavour, detto ai 25 Marzo 1861, ad occasione di un’interpellanza sulla questione romana.
387. Non erit in facto aut consilio, ut dom. Papa perdat papatum romanum vel vitam, vel membra, vel capiatur mala captione, aut per se aut per submissam personam: formula d’uso, a quel tempo, nei trattati con Principi, con città, con vassalli, come lo dimostrano le formule giuratorie raccolte in Cencio. Mallevadori del Papa furono Gualfredo, nipote suo, e i Pierleoni.
388. Praebuit rex assensum, sed eo pacto, quatinus haec transmutatio firma et autentica ratione, consilioque vel concordia totius ecclesiae ac regni principum assensu stabiliretur; quod etiam vix autem nullo modo fieri posse credebatur: Ekkehardo. — Quod tamen nullo modo posse fieri sciebat, dice Enrico del Papa in una lettera raccolta nel Cod. Udalr., n. 261 (Dodechini, Append., p. 668).
389. Deliberata est itaque ei ecclesia, et omnes munitiones circumquaque sitae: Petr. Pisan., c. 14. — Il san Pietro era munito di trincee; il castel Sant’Angelo era sempre in mano dei Pontificî.
390. Sigberto, a. 1111; Dodechini Append. p. 668. Cod. Udalr., n. 263: Privilegium Pascalis Papae. Et divinae legis etc.
391. Lectis publice privilegiis, tumultuantibus in infinitum princibus pre aecclesiarum spoliatione ac pre hac beneficiorum suorum ablatione: Ekkehardo. E vedasi la vivace descrizione che ne dà la Cronica di Reichersberg, p. 239 (nel Ludewig, T. II). Così essa, quanto Sigberto, Ottone di Frisinga (Cron., VII, 14), la Ep. Heinrici (Cod. Udalr., 262) e Dodechino non fanno menzione che de’ soli Vescovi: Universis in faciem ejus resistentibus, et decreto suo palam haeresim inclamantibus, scil. episcopis, abbatibus, tam suis quam nostris et omnibus ecclesiae filiis.
392. Habent enim aliquid simile cum nivibus suis; nam statim ut tacti calore fuerint, in sudorem conversi deficiunt, et quasi a sole solvuntur, dice a questo proposito Pietro Diacono (IV, c. 39) dell’indole germanica, con giudizio strano e contrario al vero. Per lo contrario i Tedeschi si pregiano di tempra virile e ferma nei propositi.
393. Petrus Diacon., c. 39. Mansi, XXI, 59. Lettera di Giovanni cardinale (agens vice Domini Pascalis Papae vincti Jesu Christi) a Riccardo vescovo di Albano: post haec omnes unanimes contra eum juraverunt, uno animo, una voluntate pugnare.
394. Così ne lo descrive con vivi colori la Cronica di Reichersberg: Clerici tenere educati funibus trahebantur ab equitibus, quos illi, ut poterant, sequebantur per plateas, luto profundo ac tenaci vix emergentes. È senza dubbio un’esagerazione quel che dice Pietro Diacono, che il Papa fosse tratto in catene.
395. Petr. Diacon. e il Cod. Vat. 1984, che lo ricavano dal Registro di Pasquale: aput castellum Trebicum; aput Corcodilum, che certo è Corcollo o Corcurulum, l’antica Querquetula, Corcotula, nel Lazio. Vedi il Nibby, Analisi.
396. Petr. Diac. — Non è che una favola la narrazione di Orderico Vitale (X, 762) che duemila Normanni venissero in aiuto di Roma, e battendo Enrico lo cacciassero. In questo tempo principi de’ Normanni erano Roberto di Capua (1106-1120) succeduto a Riccardo II fratel suo, e Guglielmo di Puglia figlio di Rogero, che era morto a Salerno in Febbraio dell’anno 1111. In Sicilia era morto nel 1101 il gran conte Rogero, fratello del Guiscardo, e gli era successo Rogero II.
397. En cogor — pro Ecclesiae pace ac liberatione id perpeti, quod ne paterer, vitam quoque cum sanguine profundere paratus eram. In condizioni pari Pio IX s’avrebbe anch’egli doluto cogli stessi lamenti? o avrebbe continuato a ricantare il suo non possumus?
398. In agro juxta pontem Mammeum: Cod. Vat. 1984. Di già nell’anno 1030, questo ponte aveva nome di pons Mammi (Nibby, Analisi, II, 579); ed è incerto se si chiamasse così da Mammea, madre di Alessandro Severo. Ivi è il confine fra il Lazio e la Sabina. Il campo Septem Fratrum deve corrispondere all’odierno Castell’Arcione, nove miglia distante da Roma, dove un tempo esisteva la chiesa di santa Sinforosa, madre di sette figliuoli ch’ebbero martirio al tempo dell’imperatore Adriano. Eschinardi, Agro romano, p. 236; Viola, Storia di Tivoli, II, 125.
399. Actum 3 Idus Aprilis 3 feria post Octava Paschae Ind. IV. Entrambe le formule giuratorie, tratte dal Registro di Pasquale, sono riferite nel Cod. Vat. 1984, in Cencio, nel Card. Arag., nel Cod. Udalr. n. 264, nei Mon. Germ. Leges, II, 71. Fra i mallevadori del Re si trova eziandio Guarnerius comes. Et regnum et Imperium officii sui auxilio tenere bona fide adjuvabit. Pietro Diacono, c. 40. vi aggiunge benanco patriciatum.
400. Regnum vestrum sanctae Ecclesiae singulariter cohaerere, dispositio divina constituit. — Cod. Udalr., n. 265; Mon. Germ. Leges, II, 72; Mansi, XXI, 65. Ottone di Frisinga dichiara addiritura che il Privilegio fu extortum per vim.
401. In exemplum patriarchae Jacob dicentis ad angelum: Non dimittam te nisi benedixeris mihi: Ekkehardo. Sembra che la comparazione fosse tolta dalla perduta Istoria di David Scoto, come si rileva da Guglielmo Malmesbury (De Gestis Reg. Anglor. V, 166); infatti egli usò delle notizie date da David, dicendo però che questi non fu dappiù di un semplice panegirista. A tale proposito il Baronio grettamente sbriglia la sua stizza contro il vivace Cronista. — Enrico adesso volle ed ottenne che fosse data sepoltura cristiana al padre suo: Ekkehardi Chron.
402. Romani patricii occurrerunt cum aureo circulo, quem imposuerunt imperatori in capite et per eum dederunt sibi summum patriciatum Romanae urbis, communi consensu omnium. W. Malmsb. v. 167.
403. Ne abbiamo notizia da questo documento: Actum Idibus Aprilis 5 feria post octavas Paschae, Ind. IV. Haec sicut passi sumus, et oculis nostris vidimus, et auribus nostris audivimus, mera veritate conscripsimus. Così dal Registro di Pasquale nel Cod. Vat. 1984, donde lo ricavò il Card. Aragon., 363.
404. Pietro Pisano esagera: discedente — Henrico Romam pax rediit — viguit autem pax annis plus minus novem, posteris vix credenda, quam profecto vidi tantam, quantam et timidus bubulcus exoptat, et audax perhorrescit latro, ut quisque locum depositum tueretur. Questi furono anni di tranquillità per Italia, ma non per Roma che presto tornò in fiamme.
405. Lettera violenta di Brunone a Pasquale, in Pietro Diacono, c. 42, e nel Baronio, ad a. 1111, n. 30. Ivi è registrata anche la sua lettera al Vescovo di Porto. Pasquale lo costrinse a deporre la sua dignità di abate. Brunone morì a Segni nel 1123, ed è sepolto in quel duomo.
406. Il mansueto Ivone respinse l’opinione che l’investitura fosse eresia, poichè non era error in fide. Difese il Papa contro di Giovanni di Lione, ricordando argutamente di Noè: Potius pudenda patris nostri nudabitis, quae publicanda non essent in Gath, nec in compitis Assalonis, deridenda exponetis, quam post dorsum ea velando benedictionem paternam nobis acquiratis — — Sic Petrus trinam negationem trina confessione purgavit, et Apostolus mansit: Cod. Udalr., n. 281: Mansi, XXI, 78.
407. Gerardo di Angoulême, che compilò la sentenza definitiva, protestò il Privilegium essere un pravilegium. Gli atti ne sono registrati nel Mansi, XXI, 50. Florentii Vigorn. Hist. (Mon. Germ., VII, 566). Notizie staccate v’hanno nel Pagi, a. 1112, n. II. — Falcone dice senza sutterfugi: Papa Paschalis faciens Romae synodum fregit pactum, quod fecerat cum Henrico Rege. Soltanto il Concilio non osò di pronunciare la scomunica.
408. Pasquale pensava più nobilmente del Baronio, il quale non gli sa perdonare che non ispergiurasse subito: Apostolicae constantiae succisis nervis — nimis tenax custos praestiti, immo per vim et metum extorti, juramenti — magnam ipse sibi notam inussit.
409. Addì 3 Maggio, lamenta che Civita Castellana, Corcollo, Montalto, Montacuto, Narni rifiutassero obbedienza, e spera che gli sieno ristorati Perusia, Gubbio, Tuder, Orvieto, Castellum Felicitatis, il Ducato di Spoleto e la Marca di Fermo (Cod. Udalr., n. 266). Ai 26 Ottobre 1111 si duole de’ suoi persecutori: Cervicem adversus nos erexerunt, et intestinis bellis viscera nostra collacerant, et multo faciem nostram rubore profundunt: biasima le violenze di Enrico contro alle Chiese, e il modo tirannico onde si trattavano gli ostaggi. Questa lettera dà una chiara idea delle lotte che si combattevano nell’animo del Papa: Cod. Udalr., n. 271.
410. Il Concilio di Vienne senza tanti riguardi dà del sempliciotto al Papa: Scriptum illud, quod rex a vestra simplicitate extorsit, damnavimus. La epistola sinodale mette in aperto tutta la collera infiammata de’ Vescovi: Baron., ad a. 1112
411. È una fiaba che i Romani mandassero seicento ambasciatori a Bisanzio; il tempo fu nel Maggio dell’anno 1112: Pietr. Diacon., IV, 46. Della legazione fa cenno anche la lettera dell’Abate di Farfa, in cui questi avvisa Enrico delle astuzie del Papa: Cod. Udalr., n. 256.
412. Primamente andò nell’inverno del 1112 a Benevento, dove elesse Landolfo de Graeca a contestabile. Qui è la prima volta che nelle terre pontificie s’oda menzionare il titolo di Comestabulus. Falcone dà a questo officio anche nome di Rectoraticum, aut aliquam Baliam publicam (p. 84). — Riguardo alla infeudazione normanna vedansi il Chron. Fossae Novae, a. 1114, e Romualdo, ad a. 1115: apud Ciperanum in eccl. S. Paterni Guilielmus Dux devenit ligius homo Papae Paschalis. Se si stia a Falcone, l’infeudazione si estese al Ducatus Apuliae, Calabriae et Siciliae: Pietro Diacono, c. 49, non parla più di Sicilia, ma probabilmente il Duca delle Puglie teneva ancora quest’isola in conto di feudo suo.
413. Le terre di Matilde erano state per la massima parte già comprese nella donazione di Pipino. Da dopo di Carlo la Chiesa pretese a Spoleto, ed al tempo de’ Carolingi possedette la Tuscia romana, ma questa nel secolo decimo fu per la maggior parte congiunta al Margraviato di Toscana. Corneto e Tuscana appartenevano omai all’Impero, dacchè i Margravî e Matilde, o loro Missi, tennero dei Placita in quelle terre. Reg. Farf., n. 579 e n. 799: in castello et turre de Corgnito in finibus maritimanis territorii et comitatus Tuscanensis. Anche Civitavecchia fu soggetta al governo di Goffredo di Toscana (Annovazzi, Storia di Civitavecchia, Roma, 1853, cap. II, 224). Soltanto nel secolo decimoquarto si usò il nome Patrimonium per denotare la Tuscia romana, ma in prima, col nome di Patrimonium S. Rom. Eccl. era appellato tutto il territorio da Radicofani a Ceperano (Cenni, Monum., II, 210). Erroneamente si fecero derivare dall’eredità di Matilde quelle terre, che più tardi furono chiamate Patrimonium. Chi soprattutto sa dire che cosa fosse siffatta eredità?
414. Fuor di Donizone, in alcuni versi di concetto indeterminato, e di Pietro Diacono (III, c. 49), in una fugace considerazione, nessun contemporaneo fece nota di questa donazione, della quale d’altronde non si può muover dubbio. Petr. Diacon., ann. 1077 — Mathilda comitissa — Henrici imp. exercitum timens Liguriam (così puranco chiamavasi la Lombardia) et Tusciam provincias Gregorio papae et R. E. devotissime obtulit. Unde inprimis causa seminandi inter pontificem et imp. odii initium fuit. — Il documento della donazione fu stampato in prima dal Leibnitz, Rer. Brunsw., I, 687, indi diligentissimamente dal Cenni (Mon., II, 238), che lo trasse da Albino e da Cencio, e lo illustrò con una dissertazione di aridissima erudizione. L’originale non esiste, ma nelle cripte del Vaticano si conserva il suo frammento marmoreo, chè la donazione fu incisa in una lapide, e questa collocata nel san Pietro. L’importante frammento fu ricomposto egregiamente dal Sarti e dal Settele (App. a Dionisio, Sacrar. Vat. Basilicae Criptar. Monum., Tab. VII). Il Sarti crede che la inscrizione in marmo abbia servito di originale non soltanto al codice di Albino (è nella biblioteca Ottoboni), ma a tutti gli altri esemplari di scritto.
415. La Bolla di Innocenzo II, degli 8 Giugno 1133, che investì Lotario II, sua vita durante, dei beni componenti la eredità di Matilde, parla soltanto dell’allodium bon. mem. Comitisse Mathildae, quod utique ab ea b. Petro constat esse collatum. E soltanto agli allodî (chiamati Terra, Domus, Podere, Comitatus) deesi riferire la donazione.
416. Solamente più tardi i Papi osarono di muover pretesa sui feudi imperiali. Ancor prima Spoleto e Camerino erano stati dall’Imperatore dati in feudo a Guarnerio II. Rabodone per primo ottenne il Margraviato di Toscana; indi, nel 1119, lo ricevette Corrado di Svevia (Cianelli, Memorie e documenti del Principato lucchese, I, 159). Nel 1136 ebbelo in feudo Enrico il Superbo della casa de’ Guelfi; coll’assentimento del Papa, egli ricevette anche gli allodî di Matilde.
417. Feci autem ut homo, quia sum pulvis et cinis! sclamò lo sventurato Papa nel Concilio. Ma Brunone di Segni si sdegnò perciocchè egli svelasse la nudità del Papato, e incollerito gli diè dell’eretico. Allora Giovanni di Gaeta, che più tardi diventò Gelasio II, proruppe con grande ira: Tunc hic et in concilio, nobis audientibus, Romanum Pontificem appellas hereticum? — Ad hoc patientia domini Papae, horrendo heresis nomine pulsata, expergefacta est. — In Ekkehardo.
418. Gli atti del Concilio sono registrati in Ekkehardo. Il Papa fu trattato prettamente da simplex. Il tragico stato di lui ch’era avvinto da un giuramento e le cabale o le collere dei Cardinali che lo attorniavano, ne formano uno dei più commoventi episodî della storia del Papato.
419. Praefectus — indutus manto precioso, et calceatus zanca una aurea, i. e. una caliga, altera rubea — juxta dom. Papam collateraliter nullo medio equitante incedit: Ordo Roman. di Cencio, nel Mabillon, p. 170. Qui si usa dei nomi di zanca e di caliga, in pari senso di calzatura e di panni di gamba, nella foggia che spesso si vede usata in quadri fiorentini antichi. Riguardo al vestimento del Prefetto vedasi il Contelorius, de Praefecto urbis, p. 3. La figura che è disegnata sulla tomba di Petrus de Vico, a Viterbo, porta in capo una mitra che somiglia ad una pina.
420. Dell’importanza della Prefettura a questo tempo discorre Geroh di Reichersberg: Grandiora urbis et orbis negotia — spectant ad Rom. Pontificem sive illius vicarios — itemque ad Rom. Imperatorem sive illius vicarium urbis Praefectum, qui de sua dignitate respicit utrumque, videlicet Dominum Papam, cui facit hominum et Dom. Imperatorem, a quo accipit suae potestatis insigne, scilicet exertum gladium (Balluzius, Miscell., V, 64. Geroh scriveva intorno al 1150).
421. Stando a Falcone ed a Pietro Pisano, il Prefetto morì nel Marzo; soltanto una glossa marginale di antica data, apposta al Cod. Vat. 1984, dice: A. XVII Pontif. Paschalis secundi PP. Ind. VIII (piuttosto IX) mense aprilis die II obiit Petrus prefectus.
422. Pietro Pisano, c. 18, narra vivacemente di cotali fatti, come quegli che vi prese parte. E Falcone, p. 90: Praefectus urbis Romae mense quidem Martio obiit, post cujus mortem civile bellum terribiliter exortum est, eo quod Romani audierant, quod Petrus filius Leonis Apostolici consilio filium suum Praefectum ordinare vellet. Orderico Vitale (XII, 861) dice che il vecchio Pierleone era odiatissimo (quem iniquissimum foenatorem noverunt, cioè i Franchi nel Sinodo di Reims).
423. At ille non contentus termino, ea die Praefecturalia, a quibus potuit, in se compleri fecit: ossia si fece installare in officio da’ Magistrati (Petr. Pisan., c. 19); e così si parla di laudes praefectoriae e di applausus comitiorum.
424. Scene eguali di quelle che Dino Compagni descriveva avvenire a Firenze, Cod. Vat. 1984: unde orte fuerunt pugne multe et omicidia et pestilentiae magne, turres a fundamentis dirute; hac plures domora dissipate, et ecclesiae depredate, ac clerici capti. Petr. Diacon., IV, c. 60, e Falcone di Benevento.
425. Del teatro di Marcello ho fatto nota anche in documenti del secolo decimo (Vol. III, pag. 461): durava ancora il Forum Olitorium, e financo ivi esisteva tuttavia l’elefante di bronzo o di marmo.
426. In queste ruine si cerca il tempio della Pietà, che Roma republicana ebbe edificato ad onore di una donna romana, la quale nutrì col suo petto il padre condannato. Plinio, VII, c. 36: Et locus ille eidem consecratus Deae C. Quinctio, M. Acilio Coss. Templo Pietatis exstructo in illius carceris sede ubi nunc Marcelli theatrum est. Becker, Manuale ecc., p. 603. — Il Nardini, il Venuti, il Nibby, il Canina, il Bunsen hanno fatto studio della antichità di quel luogo, fra loro disputando. — La diaconia era appellata in Carcere dalla prigione di Stato del decemviro Appio Claudio. Diggià sul principio del secolo duodecimo si disse in carcere Tulliano, e ciò erroneamente, avvegnachè la prigione edificata da Servio Tullio fosse in vicinanza del Campidoglio. La Storia di questa diaconia compilata dal Crescimbeni (è in manoscritto che si conserva dal Cardinale di quel titolo) mi ha prestato di poco ajuto.
427. La Graphia: In elephanto templum Sibille, et templum Ciceronis, ubi nunc est domus filiorum Petri Leonis. Ibi est carcer Tullianus, ubi est Eccl. s. Nicholai. Ivi nelle vicinanze evvi il ponte dell’isola (pons judaeorum); al di là esisteva il ghetto antico. In questo vecchio quartiere dei Pierleoni s’entra per un arco d’ingresso che è di fronte al palazzo Savelli; la strada «Porta Leone» è forse così appellata dal nome dei Pierleoni. La fornace che trovasi in quel sito (sta scritto sopra alla sua porta: n. VIII, Prioratus del sole) era in origine una torre, ed ha ancora una finestra medioevale. Nelle case si rilevano tracce di torri antiche; così in quelle ai numeri 122, 137, 130, dove oggidì gli Ebrei macellano bufali.
428. Ptolemaeo donavit Ariciam, caeteris aurum et argentum: Petr. Pisan., c. 19. Il Jaffè (n. 3489 a) dice che Alessandro II infeudasse Aricia ai Malabranca, ma quest’è un errore. Fu Alessandro III che, nel dì 9 Giugno 1178, a Conrado Gregorio et Petro fidelibus nostris filiis bone memorie Malebrance, confermò l’investitura di Aricia, già posseduta dal padre loro: Theiner, Cod. diplomat. dominii Temporal., I, n. XXXI.
429. Sicque Apostolicus ipse tranquillitate inventa Romam securus habitavit, dice Falcone di Benevento: su di che possono vedersi le considerazioni del Giesebrecht, III, p. 1164.
430. È degnissimo di nota ciò che narra Pietro Pisano (c. 21): Plebs, populusque Rom. triumphum tibi instituit. Coronata urbe Rex et Regina transivit per medium: magnus apparatus, parva gloria. Huic nullus Patrum, nullus Episcoporum, nullus catholicus sacerdos occurrit; fit ei processio, empta potius, quam indicta.
431. Pietro Pisano (c. 22), che toglie frasi a prestito da Sallustio e da Livio. — Egual concetto dell’Impero ebbe il Barbarossa.
432. Et praefecturam per aquilam confirmavit dudum nominato praefecto: Cod. Vat. 1984. Il giovine Prefetto, come il padre suo, aveva nome Pietro, e durò in carica fino al tempo di Onorio II (Papa Honorio et Petro tunc temporis urbis prefecto: documento dell’anno 1148, n. 57, nel Galletti, del Primic.). È assai strano caso che tanti Prefetti si chiamassero tutti con nome Pietro.
433. Petr. Diacon., IV, c. 61: Ptolemaeo illustr. Octavia stirpe progenito, Ptolemei magnific. consulis Romanor. filio, Bertam filiam suas in conjugio tradidit. Nessun Cronista del resto narra di questo maritaggio, quantunque Pietro non possa averselo inventato di suo capo. Tuttavolta, nell’anno 1141, Leone figliuolo di Petrus Leonis compare da suocero di Tolomeo (Nerini, n. 8, App.: Dns Tholomeus Curie se representavit cum Dno Leone Petri Leonis socero ejus...): dunque Berta doveva a quel tempo essere omai morta. Più tardi vedremo un Imperatore bizantino dar la sua figliuola in isposa a un Frangipane.
434. Documento di Tolomeo I, dato per Gaeta, dei 9 Febbraio 1105 (Federici, p. 463). A Monte Cassino ne vidi l’originale che è notevole per la duplice scrittura che contiene. Tolomeo II accordò anche al monastero, libertà di traffici nei suoi possedimenti. In nom. Dom. anno ab Incarn. ejus 1130 mens. Jun. Ind. VIII. Ego Ptolemaeus dei gr. Romanorum consul filius quondam bone mem. Ptolemaei — concedo — ut cassinenses fratres et res eorum et homines pro utilitate monasterii secure atque quiete eant atque redeant per terram et per mare hiis locis, in quibus dominium habeam, et in portibus nostris ut secure ibi applicare possint — — (Reg. Petri Diaconi, n. 604 nell’archivio di M. Cassino). Uno dei porti di Tolomeo era Astura, che egli aveva tolta al convento di san Bonifazio in Roma (Nerini, p. 190, 394).
435. Trecento cavalieri normanni occuparono Pylium (Piglio), furono respinti nel Castrum Acutum (Monte Acuto presso Anagni) e tornarono a casa malconci: Pietr. Diac., VI, c. 61; Pietr. Pisan., c. 24.
436. Cod. Vat. 1984: Postea vero fideles dicti pontificis insimul cum comites scil. Petro Columpnae ac Raynaldo Sinebaldi clam revocaverunt illum, sed non fuit ausus manere in civitate. Il partito avverso era padrone del Campidoglio, di dove era dato assalto alla Ripa (case dei Pierleoni presso al Tevere), e teneva in poter suo il san Pietro, donde si moveva all’assalto del castel Sant’Angelo.
437. Cod. Vat. 1984: cum festinatione perrexit per transtiberim aput castellum S. Angeli et cepit pugnare contra basil. S. Petri, quia praefectus cum consules illam retinebat cum balistis...: Petr. Pisan., c. 25.
438. Petr. Pisan., c. 25: ut caverent dolos in execratione Guibertinorum ac enormitatis Teutonicae. — Cod. Vat. 1984: octavo die sue reversionis — obiit apud cast. S. Angeli in domum juxta eream portam et sepultus est in basilica constantiniana, quia consules non permiserunt eum in bas. b. Petri sepeliri — Obiit in vigilia b. Vicentii et Anastasii nocti temporis, ossia ai 21 di Gennaio.
439. Pietro Pisano enumera alcuni edificî di Pasquale, fra cui S. Maria in regione Areolae (Arenolae, riva di sabbia, donde ebbe origine il nome Regola), che si mutò nell’odierno in Monticelli. I musaici del san Clemente e della santa Maria in Monticelli sono ancora del tempo di Pasquale.
440. Vita Gelasii II scritta da Pandolfo Pisano, nel Muratori, III, 1, colle aride postille di Costantino Cajetani; edita indi più correttamente dal Papebroch, Propyl. Maji, VI. Se si stia al Cajetani, padre di Gelasio fu Crescenzio duce di Fundi; egli fa risalire la famiglia fino a Docibile di Gaeta, e avventuratamente ancor più in su, fino agli inevitabili Anicî ed ai Giulii.
441. Credentes locum tutissimum, veluti qui Curiae cedit, in monasterio quodam, quod Palladium dicitur, infra domos Leonis et Cencii Frangipanis — convenerunt: Vita, c. 5.
442. Pandolfo fu testimone di questo fatto, e lo descrisse vivacemente. Cencio, sbuffante come un drago, more draconis immanissimi sibilans — accinctus tetro gladio — valvas ac fores confregit, ecclesiam furibundus introiit: inde custode remoto Papam per gulam accepit, distraxit, pugnis calcibusque percussit, et tamquam brutum animal intra limen ecclesiae acriter calcaribus cruentavit; et latro tantum dominum per capellos et brachia, Jesu bono interim dormiente, detraxit, ad domum usque deduxit, inibi catenavit et clausit (c. 6). Probabilmente nella turris cartularia, presso l’arco di Tito.
443. Eccone il passo degno di nota: Petrus Praefectus Urbis, Petrus Leonis cum suis, Stephanus Normannus cum suis, Stephanus de Petro cum suis, Stephanus de Theobaldo cum suis, Stephanus de Berizone cum suis, Stephanus Quatrale cum suis, Bucca Pecorini cum suis, Bonesci cum suis, Berizasi cum suis, Regiones XII Romanae civitatis, Transtiberini et Insulani arma arripiunt cum ingenti strepitu Capitolium ascendunt (Vita, c. 6).
444. S. Papa levatur, niveum ascendit equum, coronatur, et tota Civitas coronatur: per viam sacram (la odierna via Lateranense che sale dal Colosseo) gradiens, Lateranum ascendit... (c. 7). Cencio se la levò liscia, pedes ejus amplexans, clamat irremissius: Domine miserere. Et sic peccatis nimiis exigentibus, ut iterum ecclesiam elatis cornibus ventilaret, evasit.
445. Falco, a. 1118. — Cod. Vat. 1984: cum festinatione Romam petit cum paucis militibus, die veneris ante quadragesima misit nuntios ad consules ut exirent obviam ei. Sabbatum vero ante quadragesima ingressus est porticum S. Petri. L’iscrizione posta sulla tomba di Gelasio dice assai giustamente dell’Imperatore:
Sed quia rege fuit non praecipiente levatus
Horrendum fremuit princeps...
(Murat., III, I, 416).
446. L’antica famiglia dei Bulgamini deve per conseguenza aver dimorato in uno dei portici che erano in quel luogo. Epitaffî di persone De VVLGAMINEIS trovansi ancora in S. Barbara Librariorum, dell’anno 1496, e nel Panteon, dell’anno 1530 (Galletti, Inscript. Class., XVI, 8, 48).
447. Ed anche nobiluomini romani, fra’ quali Pietro Diacono (IV, c. 64) nomina financo il Prefetto della Città: di questo io dubito.
448. Pregevolissima è a questo punto la descrizione che dà Pandolfo, il quale da Ostiarius accompagnò il Papa; nell’angustia del suo animo, ei credette che i Tedeschi avessero avvelenato il ferro delle frecce. Ad portum usque descendimus. Coelum et terra et mare ubique — adversum nos conjuraverunt — mare ac Tiberis — Petri vicario rebellabant — Alamanorum barbaries tela contra nos mixto toxico jaciebant: minitabantur etiam, nos intra aquas natantes pinnaci (piceo?) igne cremare, nisi Papam et nos in eorum manibus redderemus.
449. Cepit Dom. Hugo Cardinalis — Papam nostrum in collo, et ad castrum S. Pauli Ardeam de nocte sic portavit. L’antica Ardea di re Turno apparteneva adesso per una metà all’Abazia di san Paolo: nel 1130 Anacleto II la cedette a questo convento per intiero.
450. Settecentoventinove anni dopo tale fuga a Gaeta si ripetè anche da Pio IX.
451. Stando a Landulph. Junior, Hist. Mediol., c. 32, Burdino fu eletto addì 9 Marzo. Gelasio, nella sua lettera ai Vescovi delle Gallie (Mansi, XXI, 166), dice che fullo quarantaquattro giorni dopo l’elezione di sè scrivente, locchè corrisponderebbe ai 10 di Marzo. Questo giorno (VI Id. Martii) è fissato eziandio dal Chron. Fossanovae. — Cod. Vat. 1984: consecrarunt eum romanum antistitem in die veneris de quatuor tempora quae sunt de mense martio. — Burdino era probabilmente nativo di Limoges in Aquitania. Vedi la Vita di lui scritta dal Balluzio (Miscell., III, 471), pregevole apologia di un Antipapa: Gugl. Malmsb. (V, 169) loda le doti del suo animo.
452. Pandolfo gli pone in bocca questo lamento: ecce de recidivo vulnere recidimus in typum antiquum. Leggasi la lettera che Gelasio scriveva a Conone di Preneste. dat. Capuae Id. April, Cod. Udalr., 293; Mansi, XXI, 173.
453. Pietro Diacono e Pandolfo scrivono Turricula (così indubbiamente trovasi nel Cod. Vat. 3762, fol. 165): io reputo che sia Torrice presso a Frosinone, e non già Torricella nella Sabina o vicino al Trasimeno, siccome suppone il Wattenbach in nota alla Cronica di Monte Cassino (Mon. Germ., IX, 792). Anche il Platina lesse in alcune antiche Croniche che l’Imperatore pose a guasto la Campagna latina, ed in questo luogo egli trapiantò Turriculum. La mossa di Enrico non potè toccare che il Lazio, dove andava per incutere temenza ai Normanni.
454. Io credo che in ciò avesse parte la questione riguardante la rocca Circea. Gelasio aveva comandato ad Ugo cardinale di restituirla a quelli di Terracina. Ma Landolfo a questo proposito dice: Tunc Papa vellet multum, quam reddi nimis inconsulto praecepit, Circaeam arcem habere. Igitur dux et principes cum baronibus rediere. Probabilmente il Duca di Gaeta aveva voluto impossessarsi della rocca.
455. Latuit dom. Papa melius quam hospitatus est in ecclesiola quadam, quae S. Maria in Secundocerio dicitur, intra domos illustr. viror. Stephani Normanni, Pandulphi fratris ejus, et Petri Latronis Corsorum (c. 12). Quella chiesa era situata nella Regione detta Ponte; però il Galletti (del Prim., p. 89) la pone nei pressi di santa Maria in Gradellis, non lungi dal Palatino, dappoichè così sembri denotarlo un documento che è nel Nerini, n. 27.
456. Predicati di Papi scismatici erano questi: statua in Ecclesia; monstrum in cathedra Petri; testaceum idolum in cruentis manibus plasmatum; bestia de apocalypsi...
457. Il padre di questo Crescenzio era (se si stia a Costantino Cajetani, p. 370) Marino duce e console di Fundi, fratello di Gelasio. Il Jaffé inesattamente determina l’Agosto o il Settembre per il tempo in cui avvenne l’assalimento. La festa di santa Prassede cade precisamente ai 21 di Luglio.
458. Pandolfo fa che le fazioni combattano intorno al povero Papa, come i Greci e i Trojani attorno al cadavere di Patroclo: Papam cupit iste tenere, iste tuetur eum: miles utrumque cadit. Turbae ruunt, pedites saliunt muros... (c. 13).
459. Le donne avevano visto il Papa solum, tamquam scurram, per campos — quantus equus poterat, fugientem. — Demum intra campos S. Pauli Ecclesiae adiacentes fessus tristis, et ejulans inventus est et reductus.
460. Nota il Baronio a questo proposito, che i Papi, trovandosi in angustie, furono sempre soliti a fuggire in Francia: adeo ut si quis dicat, portum Rom. Ecclesiae fluctuantis naviculae Petri Galliam esse, non mentietur.
461. Princeps et clypeus omnium pariter Curialium, Stephanus Normannus, collaudantibus omnibus Protector et Vexillifer — nimis efficaciter ordinatur, et ad urbis custodiam cum jam dictis aptatur (c. 15). Vedasi come d’un tratto l’acerbo nemico di Pasquale si fosse mutato da quello di un tempo; nè per fermo tal cosa accadde senza che lo si satollasse con molti beni della Chiesa.
462. Questo stesso Bello torno a trovare nella notevole Charta plenariae securitatis inter Cajetanos et Bellum Romanum, a. 1124: ma di ciò più tardi.
463. Falcone di Benevento dice essere stata immensa la copia d’oro e d’argento che in Francia gli fu donata. — Anche oggidì non passa giorno, che, sotto nome di denaro di san Pietro, non affluisca oro ed argento nei forzieri di Pio IX; e molto di quello contribuisce la Francia meridionale, che è di parte legittimista.
464. Le lettere del clero romano sono registrate nel Cod. Udalr., 294-299, e nel Martene, Veter. Scriptor. Collectio, I. 644 segg., massimamente al 647. Gli avvenimenti sono narrati nella Vita Calixti di Pandolfo (Papebroch, c. 1) e da Falcone, p. 92: Illico cardinales cum eo (ossia con Pietro vicario) manentes, pluresque Romanorum fidelium convocans, Capitolium ascendit, ibique literas missas ostendit, et legi praecepit. Mandarono la loro adesione anche Ugo cardinale, legato a Benevento, e quell’arcivescovo Landolfo.
465. Il Pagi e il Jaffé credono che la consecrazione avvenisse di già ai 9 di Febbraio, come per fermo dicono i Cronisti: ma può essersi mai data una tal cosa, se prima si aspettarono i messaggi da Roma?
466. La relazione del Concilio, compilata da Hessone Scolastico, fu da ultimo edita nei Mon. Germ., XIV, 422. Il Papa sciolse financo i sudditi dal loro giuramento.
467. Lettera di Brunone all’Imperatore (nel Bower, Annal. Trevir., II, lib. XIII, 14): Jam vero cum urbe relicta ad oppida Romani territorii tu arma transtulisti, et Robertus Capuae princeps pro Gelasio armatus Romam iniisset, ego cum Domino meo Maximo (Burdino) noctes et dies excubans, in tuo servitio, sub armarum pondere steti... Roberto non può essere entrato in Roma che dopo fuggito Gelasio.
468. Cod. Vat. 1984: Accepta pecunia tradiderunt eam (basilicam S. Petri) Petro Leonis, qui fidelis erat Calixti pape, cum omnibus ejus munitionibus. Ne è incerta la data.
469. Così ne è descritta l’entrata da Egino abate di santo Ulrico in Augusta, che accompagnò il Papa da Rosella a Roma (Canisius, Antiquae Lection., II, 240). Jam enim quis illius terrae concursus? Quantus omnis sexus et aetatis apparatus — Caesar, si superesset indignans miraretur, Tullius forsitan attraheretur — Coronatus — per medium deducitur civitatis, plateis auro, gemmis pretiosissimis undique adornatis. La data è dei III Nonas Junii, come nella lettera di Calisto, indiritta a Stefano suo legato a Treviri (Brower, II, 16), nella quale il Papa in brevi tratti descrive il ricevimento che ebbe. Anche Falcone parla del giubilo di Roma, e Anselmo, Contin. Sigeberti, dice: Ab omni Senatu et populari turba gloriose excipitur.
470. Nella lettera detta di sopra Calisto nomina fra coloro che prestarono omaggio a lui e alla Chiesa (clientelaribus sacramentis), queste persone: Petrus Leonis in magno hominum omnis ordinis coetu, il Prefetto e i suoi fratelli, Leone Frangipani, Stefano Normanno. Neque ab horum sese studiis impigra parendi voluntate, Petrus Columna, caeterique nobiles Romanorum secrevere.
471. Falcone vide e descrisse l’entrata del Papa a Benevento. I ricchi Amalfitani avevano ornato tutte le vie di tappeti e di cose preziose: infra ornamenta vero thuribula aurea et argentea cum odoribus et cinnamomo posuerunt. E facevasi gazzarra con tympana, cymbala, lyras sonantes.
472. Cod. Vat. 1984. Falcone, a. 1121, pone per data i IX Kal. Majas. La lettera con cui Calisto annuncia ai Vescovi di Gallia la caduta di Burdino, è data da Sutri, ai 27 di Aprile. Sugerii, Vita Ludovici Regis (Duchesne, IV, 310). Anon. Cassinensis, Chron., a. 1121. La Vita Calixti ex Card. Arag. dice esplicitamente che Burdino, montato sul cammello, precedette il Papa; però Ekkehardo celebra a gloria di questo, che salvasse la vita del prigioniero. Da Janula, Onorio II, nell’anno 1124, lo fe’ tradurre a Fumone: Pietro Diacono, IV, 86. Non è probabile che Gregorio VIII tuttavia promulgasse Bolle dalla sua prigione; è poi affatto dubbia la cronologia di quelle che sono riferite dal Liverani, Opere, vol. 4, 467.
473. Hic pro servanda pace turres Centii, domus tyrannidis et iniquitatis, diruit et ibidem non reparari praecepit; Vita di Calisto scritta da Pandolfo, c. 4. Dei Conti di Ceccano egli parla al c. 5.
474. I due celebri documenti: Ego Henricus — dimitto; Ego Callistus — concedo, sono registrati nel Cod. Udalrici, 305, 306, nella Cronica di Ekkehardo, a. 1122, nel Baronio (con qualche variante; però egli trasse la carta imperiale dall’autografo vaticano, sul quale da ultimo la stampò il Theiner, Cod. Diplom. Temp., I, n. XII), ed in molti altri luoghi.
475. Potrebbesi chiedere quale delle due parti fosse la vincente, ma ben deesi rispondere coll’Hallam: It is manifest from the events that followed the settlement of this great controversy about investitures, that the see of Rome had conquered (Europe during the middle ages, I, c. 7). La storia della questione delle investiture fu per la prima volta scritta dal celebre ex gesuita Maimbourg, nella sua Histoire de la decadence de l’Empire après Charles Magne et des differends des Empereurs avec le Papes au sujet des Investitures (Paris 1679): e a confutarlo in seguito di tempo il Noris, che fu più tardi cardinale, compilò la sua Istoria delle Investiture (Mantova 1741).
476. Comperivi tale, tantumque pacis firmamentum infra Romanam urbem temporibus praedicti Apostolici advenisse, quod nemo civium, vel alienigena arma sicut consueverat, ferre ausus est: Falco, p. 99. Così similmente Romualdo, a. 1121, e Guglielmo di Malmesbury, lib. V, 169.
477. Hic etiam derivavit aquam de antiquis Formis, et ad portam Lateranensem conduxit, ibique lacum pro adaquandis equis fieri fecit: Vita ex Card. Aragon. Quanto meschine fossero in Roma a questo tempo le opere di lavori publici si pare da ciò, che vien qui celebrato come impresa grande l’aver costruito fuor di porta Lateranense una vasca da abbeverar cavalli. Il solo Platina dice: moenia urbis instaurat.
478. Concil. Lateran. I, Canon. XIV (Ecclesias a laicis incastellari). Canon. XVI (Si quis Romipetas): Mansi, XXI, 285.
479. Non erano che figure isolate, senza che avessero fra loro un’azione composta. Il Panvinio (de 7 Ecclesiis Urbis, pag. 173) chiama addirittura foedissima pictura i dipinti della cappella: così parimenti nella sua inedita Descrizione del Laterano, Mscr. Vatican. 6110. Tutte le notizie relative a questa cappella furono raccolte insieme dal Gattula, Hist. Cassin., I, 362. I versi posti sotto di Burdino, dicevano così:
Ecce Calixtus honor patriae, decus imperiale,
Burdinum nequam damnat, pacemque reformat.
480. Così le favole raccolte nel Mscr. Vatican. Ottobon. n. 2570 (del sec. XVI), che contiene un opuscolo di Castallo Metallino, De nobilibus Romanis. Quell’autore si giovò del mscr. del Panvinio, De Gente Fregepana lib. IV (di cui esiste un esemplare nella bibl. Angelica). Anche il Panvinio gitta via il suo tempo a voler dimostrare che i Frangipani scendevano dalla gente Anicia; e Alberto Cassio, uomo d’altra parte pregevole per assai meriti, ha con ridevole audacia compilato l’albero genealogico degli Anicî, dai primissimi inizî fino giù a Mario, ultimo dei Frangipani (1654). Vedansi le sue Memorie di S. Silvia, cap. VI.
481. Scrivevasi Fregapane, Frayapanus, Frajapanis, Frajampane, Phrigepanius, Frangipane, Frangenspanem. Nella donazione di Matilde vien detto: in praesentia Centii Frajapanis, che è il figliuolo di Leone. In santa Cecilia nel Transtevere esiste un’antica lapida mortuaria coll’iscrizione: S. IOHIS FRAIAPANIS (marito di donna Bona e padre di Cencio secondo). Un’altra lapida, che è in quella stessa chiesa (vi sono rappresentati l’imagine del morto e lo stemma con quattro leoni rampanti, disposti in quattro quarti, ma senza il pane), dice: HIC IACET GVIDVTIVS FRAYAPANVS CVIVS AIA REQVIESCAT IN PACE. Da Cencio il Panvinio fa derivare il ramo della famiglia De Gradellis; nel Nerini (n. XXVIII) compare, nell’anno 1243, un Oddo Frejapanis de Gradelle, e vien detto: in porticu Gallatorum ante Eccl. S. Mariae de Gradellis. Nei Mirabilia si nota: Ad Gradellas fuit Templum solis; ed è possibile che ivi s’intenda parlare del Septizonium. Il Porticus Gallatorum del medio evo ben è il Porticus Gallae, di cui parla Pietro Pisano (Vita Paschalis II, c. 16): incerto è poi se lo si debba far derivare dalla chiesa di santa Galla.
482. Nel secolo duodecimo i Frangipani signoreggiarono la Regione del Colosseo. In un documento dei 10 Marzo 1177 (che esiste nell’archivio lateranese) si sottoscrivono: Bernardus Gregorii de Gregorio, Petrus Roberti, Joannes Mancinus, Andreas Scriniarius, Sasso Oddonis de Saxo, Joannes Cincii, Joannes Judex, Romanus de Bonella, Joannes Adulterinus, Gregorius Lovaci, Jordanus Albertucius, Nicolaus della Scotta, Nicolaus Sarracenus, Cencius Vetulus, Stephanus Pelliparius, Laurentius Caput Vacae, Joannes Capocius, Nicolaus Octaviani, Bovacianus Romani de Ranucio, Petrus Romani, Nicolaus Joannis Micini, Bovo Todorelli, Joannes Tinessus Gaudens. Dicono: nos omnes suprascripti homines pro nobis et aliis hominibus regionis Colossei — auctoritate dominor. de Frangenspanibus quicquid juris — habemus in coena domini in oblationibus altaris majoris Eccl. Lateran., e precisamente ne fanno cessione ad alcuni canonici di quella basilica (Mscr. Panvinii, p. 254).
483. Di questi fatti narra Pandolfo, da testimonio oculare, nella Vita Honorii, c. 2. Vedi eziandio il Card. Aragon. e Pietro Diacon., IV, c. 83.
484. Pietr. Diacon., IV, 83. Sull’origine e sulla patria di Onorio II vedasi il Liverani, Lamberto da Fagnano (Macerata, 1859), pregevolissima monografia.
485. Lothario ill. et glor. Romanor. regi, consules romani et alii principes salutem et prosperitatem. Nos in servitio et fidelitate b. Petri et domini P. Honorii persistimus, et quod placet ei amamus (è l’ultima volta che i Romani parlano così)... Nos interim diligenti studio operam dabimus, quatenus — pop. Rom. ad te sicut decet honorifice suscipiendum sit paratus (senza data); Cod. Udalr., n. 351. Indarno tentò Corrado di avvicinarsi a Roma: vedine il Jaffé, Storia dell’Imp. tedesco sotto di Lotario, Berlino, 1843, p. 71.
486. Giannone, II, X, c. 10. Della morte di Guglielmo (VIII. Kal. Aug. 1127) parla Falcone, p. 101, il quale con ingenuità e con vivezza descrive eziandio l’arrivo di Rogero e gli avvenimenti che vennero dopo. Vedi anche Alexandri Abbatis Telesini, Historia de rebus gestis Rogerii Siciliae Regis, lib. I, c. 4 (Muratori, V).
487. Così fin d’ora i Papi protestarono, lor guerre politiche esser guerre sante, e perciò di autorità divina ne impartirono indulgenze. Ex auctoritate et B. M. virginis, et Sanctor. Apostolor. meritis, talem eis impendit retributionem, eorum videlicet, qui delictorum suorum poenitentiam sumpserint, si in expeditione illa morientur, peccata remisit, illorum autem, qui ibi mortui non fuerint, et confessi sunt, medietatem remisit: Falco, p. 104.
488. Romuald. Salernit., p. 264 (Murat., VII).
489. La preziosa Cronica di Fossanova sparge luce su queste piccole guerre combattute nella Campagna. Essa nomina terre che ancor durano in quel paese de’ Volsci, Supino, Magentia (Maenza presso Piperno), Aqueputia (Torre Acquapuzza), Roccasecca, Julianum, S. Stephanum, Prosseum (Prossedi), Tertium (Pisterzo), S. Laurentum. Onorio conquistò questi luoghi, ed eziandio Trevi e Segni (Card. Aragon.).
490. Così ne dà notizia la lettera degli Anacletani a Didaco di Compostella (Florez, España Sagrada, XX, 513), ed è facile che sia cosa vera: per laicorum manus mortuus miserabiliter defertur sicut vilissima bestia in claustrum trahitur, et in vilissimum sepulcrum immergitur. Di Onorio non v’ha in Roma monumento alcuno. San Crisogono nel Transtevere, edificato a nuovo nel 1128, è monumento di Giovanni di Crema, cardinale, che fu il vincitore di Burdino, ed ebbe da quella chiesa il suo titolo. Severano, Memorie, p. 314.
491. Beniamino di Tudela, Itinerarium (Lugduni, 1633, p. 10): Hic ducenti ferme Judaei viri honorati, nemini tributum pendentes, inter quos suos habet magistros Papa Alexander. Egli appella il rabbino Geiele (trans Tiberim habitans) Papae minister, juvenis formosus, prudens ac sapiens — in aula Papae — ipsius facultatum administrator: e dice che Natano, zio di lui, aveva scritto un libro «Aruch». Vedi da ciò che gli Israeliti in Roma si occupavano anche di lettere. — Beniamino trovò a Marsiglia 300 Ebrei di sesso maschile, a Capua 300, a Napoli 500, a Salerno 600, ad Amalfi 20, a Benevento 200, a Melfi 200, a Taranto 300, ad Otranto 500, a Messina 200, a Palermo 1500, e 2000 nel sobborgo di Pera a Bisanzio.
492. Nell’anno 1020, a causa di un terremoto. Il Papa fece impiccare alcuni Ebrei: Ademaro, Hist., III, c. 52. — L’Ordo Romanus di Cencio (saec. XII) nomina la loro Schola per ultima fra le diciassette, che nei dì festivi ricevevano un donativo di denaro: Judaeis viginti solidos provesinorum. Nelle processioni pontificie eglino si postavano juxta palacium Cromacii, ubi Judaei faciunt laudem, non lungi da Monte Giordano (Mabillon, Mus. It., II, 143).
493. La invettiva di Arnolfo (Mon. Germ., XII, 711) contro di Anacleto II, indiritta a Girardo legato del Papa nelle Gallie, dice: Cujus avus cum inaestimabilem pecuniam multiplici corrogasset usura — circumcisionem baptismatis unda dampnavit. — Factus dignitate Romanus — dum genus et formam regina pecunia donat, alternis matrimoniis omnes sibi nobiles civitatis ascivit. Anche Benzone (II, c. 4), che di persona conobbe a Roma Leone, scrive: Leone, originaliter procedente de Judaica congregatione. San Bernardo, Ep. 139: Judaicam sobolem sedem Petri occupasse. E così la lettera di Gualtiero arcivescovo di Ravenna (Mansi, XXI, 434) chiama lo scisma di Anacleto: Judaicae perfidiae heresis. — Il Baronio (a. 1111, n. 3) trasse da un Codice di Monte Cassino (che contiene i poemi di Alfano) un epitaffio che questo Arcivescovo compose pel nobile romano Leone, fondatore della casa Pierleona:
Hic jacet in tumulo Leo vir per cuncta fidelis
Sedis Apostolicae tempore quo viguit.
Romae natus, opum dives, probus et satis alto
Sanguine materno nobilitatus erat.
Prudens et sapiens, et coelo pene sub omni
Agnitus et celebris semper in Urbe manens.
Virgo ter senis fuerat cum sole diebus
Quando suum vitae finierat spatium.
Forse questo Leone fu sepolto in santo Alessio, ed è sua la iscrizione (nel Galletti, VII, n. 4): HIC REQVIESCIT CORPVS DOPNI LEONIS CONSVL’ ROMANORUM. Il Rotschild del medio evo, creato barone romano dal Papa indebitato!
494. Il Chron. Maurin. (Duchesne, IV, 376): Leo a Judaismo pascha facient ad Christum, a Leone baptizari et ejus nomine meruit intignati. Hic vir — in Curia Romana magnificus, genuit filium Petrum, magnae famae, magnaeque potentiae post futurum. — Orderico Vitale (p. 861) motteggia sulle fattezze ebraiche di un nipote di Leone, che nell’anno 1119 intervenne al Sinodo di Reims: nigrum et pallidum adolescentem, magis Judaeo vel Agareno, quam Christiano similem: era fratello di Anacleto, il quale pure, se si creda ad Arnoldo, aveva faccia di ebreo.
495. Soltanto allora che il figliuolo di Pier Leone diventò papa i Cronisti cominciarono a parlare di sua origine israelitica. Le Vitae dei Papi non ne fanno parola, e Beniamino di Tudela, cui senza dubbio avranno parlato in Roma di Anacleto, ne tace per ragioni facili a comprendersi — Anselmo, continuatore di Sigberto, appella Pietro: altitudine sanguinis glorians. I Gesta Treveror. (Mon. Germ., X, 200): facione nobilium Romanorum, quorum ipse propinquitate pollebat. Eadmero, Hist. Novor., VI, 137: erat enim filius Petri praeclarissimi Principis Romanor. Romualdo lo chiama: filium Petri Leonis nobilem civem Romanum.
496. I favoleggiati Comites Montis Aventini (tradotto ii nome in tedesco) diventarono i conti di Absburgo. Sono ghiribizzi dei tempi del Sansovino, del Volaterrano, del Crescenzi, dello Zazzera, di Arnoldo Wion, del Panvinio, del Kircher ecc. I Pierleoni credettero con fermo convincimento alla loro parentela con casa d’Austria. Nella chiesa di santa Maria della Consolazione v’è una iscrizione dell’anno 1582, che dice: Lucretia de Pierleonibus Luce de Pierleonibus J. V. D. Filia nobilissima Romanorum et Austriae gentis sola relicta etc. In questo modo l’ultima erede del casato strombettava tuttavia le glorie de’ suoi avi. Ella pose in san Paolo una pomposa epigrafe anche al fondatore della sua famiglia, e vi è detto: Sepulcrum Petri Leonis Montis Aventini Comitis ex Anicia mox Pierleonia stirpe etc.
497.
Te Petrus et Paulus servent Petre Leonis,
Dent animam coelo quos tam devotus amasti,
Et quibus est idem tumulus sit gloria tecum.
L’Ugonio lesse tuttavia a’ suoi dì un’altra iscrizione assai caratteristica di quel tempo; io non la rinvenni più:
Praeterit ut fumus princeps seu rex opulentus,
Et nos ut fumus pulvis et ossa sumus.
In tantisque bonis pollens Petrus ecce Leonis,
Respice quam modico nunc tegitur tumulo.
Vir fuit immensus quem proles, gloria, census
Sustulit in vita, non sit ut alter ita.
Legum servator, patrie decus, urbis amator,
Extruxit celsis turribus astra poli.
Omnia praeclara mors obtenebravit amara,
Nominis ergo Dei gratia pareat ei.
Junius in mundo fulgebat sole secundo,
Separat hunc nobis cum polus hicque lapis.
La iscrizione di Lucrezia Pierleonia (Nerini, p. 395) fissa l’anno della morte di lui al 1128: erroneamente il Baronio al 1144, chè omai, in una lettera del 1130, Anacleto chiama il padre suo bone memorie. Più tardi i sepolcri della famiglia furono collocati in parte nella chiesa di san Nicola in Carcere, e in parte nel sant’Angelo in Pescaria, dove, prima che questa chiesa fosse demolita, io vidi fuor della sua porta un sasso, con sopra in musaico lo stemma della famiglia, che rappresentava un leone rampante, a scacchi e con tre fasce.
498. Vedi Eadmero, VI, 137 e Ernaldo abate (Vita S. Bernardi, Opera, II, c. 1, 1107, ed. Mabillon): la invettiva di Arnolfo lo taccia perfino d’incesto colla sorella Tropea. Vedansi altresì le pari accuse nella lettera di Manfredo vescovo di Mantova a Lotario (nel Watterich, II, 275, che la trasse dal Neugart, Cod. Dipl. Alem., II, 63). Da altra parte, san Bernardo indirisse ad Anacleto, quand’era tuttavia cardinale, una lettera in cui loda le sue virtù di ecclesiastico: trovasi nel Jaffè, Stor. dell’Imp. ted. sotto di Lotario, p. 89.
499. Cod. Udalr., 346. La lettera degli Anacletani a Didaco afferma che dapprima si avesse convenuto di far l’elezione dentro della chiesa di santo Adriano; ciò essendo stato impedito dai raggiri di certi vescovi, s’avrebbe deliberato di unirsi per l’elezione nel san Marco, ma poi in secreto quella si compieva nel san Gregorio. Il Sugerio (Vita Lodovici Grossi, p. 317) dice solamente, che s’avesse deciso di congregarsi insieme nel san Marco. Qui locus quasi umbilicus Romae est, nota l’annuncio che gli Anacletani ne diedero a Lotario (Baron., a. 1130, n. 17). Troppo prossime al san Marco erano le torri dei Pierleoni; il partito avverso ne stava in temenza, e Pietro manifestamente metteva in giuoco tutti i mezzi, massime il suo denaro, per essere eletto. Da ambe le parti si agì disonestamente.
500. Pietro di Porto gridò agli avversarî: Siccine didicistis Papam eligere? in angulo, in abscondito, in tenebris, in umbra mortis — contempto canone — me inconsulto Priore vestro, laddove gli Anacletani avrebbero fatto la elezione in luce, in manifesto (lettera ai quattro vescovi suburbicarî che avevano votato per Innocenzo: Baron., n. IX). In termini opposti parlano il Cod. Udalr., n. 346, l’annuncio dell’elezione che gli Innocenziani spedirono a Lotario (n. 352) e il manifesto d’Innocenzo stesso (n. 353: Mansi, XXI, 428), nel quale Anacleto è dipinto come un tiranno sitibondo di sangue.
501. Anselmo, Contin. di Sigberto: Gregorius privilegium electionis ab Honorio papa adhuc vivente consensu quorundam cardinalium sibi usurpat; Petrus altitudine sanguinis glorians, domum Crescentii invadit, caedibus, hominum rapinis, incendiis grassatur. Il Chron. Maurin. dice del partito di Innocenzo: Nimis festinanter, ut a quibusdam dicitur, pontificalibus induunt insignibus, precisamente perchè Pietro manifestamente aspirava al papato (p. 376).
502. Palladium (Pallara), e i Cardinali appongono questa data: Apud Palladium XII Kal. Mart. (18 Febbraio) — post haec palladium, in quo Dom. noster, P. Innocentius — resiedebat, aggreditur (Cod. Udalr., 352). Fu consecrato papa in santa Maria Nuova, ai 23 di Febbrajo (Pagi, a. 1130, n. V, e Jaffè); e in quello stesso giorno fullo Anacleto in san Pietro.
503. I nemici di Anacleto dissero che egli saccheggiasse le chiese, e Judaeos ajunt esse quaesitos, qui sacra vasa, et imagines deo dicatas audacter comminuerent (Vita S. Bern., II, c. 1). Le lettere della parte contraria sono registrate nel Cod. Udalr., 345, 352, 353 e nel Card. Aragon. I biografi posteriori de’ Papi dicono che si corrompesse il popolo mercè di quella rapina. Certo che di siffatti eccessi furono commessi, sebbene Pietro di Porto neghi: depraedationem illam et crudelitatem, quam pretenditis, non videmus (lettera ai quattro Cardinali vescovi).
504. Prima annunciò al Re tedesco il suo esaltamento, e gli chiese che venisse a Roma: Trans Tyberim V Id. Maji (Cod. Udalr., 353).
505. Le Biografie pontificie appellano il padre suo con nome di Giovanni di Transtevere; il suo epitaffio posteriore dice: de domo Paparescorum. Una famiglia De Papa o Paparoni trovasi omai nel secolo decimo; nell’anno 975 un Johes de Papa de septem viis; nel 1079 un Oddo de Papa. E al tempo di Benedetto VIII: Joh. qui Paparone vocor (Galletti, Mscr. Vatic. 8042, ove discorre di questa famiglia). Pertanto io dubito delle considerazioni del Panvinio (Storia della famiglia Mattei, mscr. nell’archivio della famiglia dei principi di santa Croce), il quale soltanto da Innocenzo II fa derivare il nome della famiglia De Papa: e precisamente egli dice che fondatore di essa sia stato Guido, il cui figlio Giovanni fu padre di Innocenzo II. Quella famiglia s’avrebbe chiamato anche col nome Romani, e da dopo il 1300 ne sarebbero stato un ramo i Mattei. — Le tombe dei Papareschi erano in S. Jacobus de Septimiano. — Cortigiano di Innocenzo II fu Romanus de Papa (documento dei 4 di Aprile 1139, Mansi, XXI, n. 542), figlio di cui fu Cencius Romani de Papa, con molta discendenza (Murat., Ant. It., II, 809). Le torri dei Papareschi erano, tuttavia nel secolo decimoquinto, in vicinanza di santa Maria in Transtevere, la quale Innocenzo II con molta magnificenza aveva restaurato. A. 1442: contrata quae dicitur li Papareschi in parochia S. Calisti (Mscr. Vat. 8051, 125).
506. Le trentotto lettere di Anacleto sono contenute nel bel Codice a pergamena che si conserva a M. Cassino (n. 159 del saec. XIV). Da un altro Codice le pubblicò Cristiano Lupo (T. VII, Oper., Venet. 1724). Ad eccezione delle prime, questi frammenti di lettere (la più parte senza data) non hanno valore storico.
507. Dat. Romae apud S. Petr. Kal. Maji, come sta scritto nel Codice di Monte Cassino. Invoca la ricordanza dell’antica amicizia del Re, massime fra questo et b. m. patrem meum. — Sane clerus omnis Rom. individua nobis charitate cohaeret; Praefectus urbis, Leo Fraiapanis cum filio et Cencio Fraiapane et nobiles omnes ac plebs omnis Romana consuetam nobis fidelitatem fecerunt. Nella lettera dei Romani, data ai 18 Maggio, e nella seconda di Anacleto il Prefetto è appellato Ugo: al tempo di Onorio prefetto era ancora Pietro (Galletti, del Prim., n. 57). Può darsi che Ugo fosse il fratello di Anacleto, oppure un Frangipane, ma ciò non si può rettamente chiarire. Siccome dal documento che trassi dal Contelorius, il Prefetto che era in officio nel primo anno di Anacleto II è chiamato Uguccio, io preferisco credere che fosse Uguccione fratello di Anacleto.
508. La seconda lettera, apud S. Petrum Idib. Maji, dice che egli possiede tutta Roma in beata pace, e che nel giovedì santo ha pronunciato la scomunica contro di Corrado. Fa seguito una lettera indiritta alla Regina, zeppa di nauseante unzione, nel tempo stesso che vi si caricano di villanie i cardinali Almerico e Giovanni di Crema. Pari contumelie contiene la lettera de’ Cardinali.
509. Domino Lothario glorioso ac triumphatori Romanorum regi, Hugo prefectus urbis, et fratres ejus (così e non già frater è scritto nel Cod. M. Casin. ed in Lupo), Leo Frejapane, et Cencius frater ejus, Stephanus de Tebaldo, Albertus Johannis de Stephano, Stephanus de Berizo, Berizo frater ejus, Henricus fil. Henrici de sco Eustachio, Octavianus frater ejus, et reliqui Rom. urbis potentes, sacri quoque palacii judices et nostri consules et plebs omnis Romana salutem et gloriam et de hostibus universis victoriam... Acta Romae feliciter XV Kal. Junii. Reputo perciò che Hugo prefectus urbis et fratres ejus qui significhino i Pierleoni, i quali altrimenti sarebbero stati ommessi in questa enumerazione.
510. Falco, a. 1130; Petr. Diacon. IV, c. 99. Il Diploma di investitura è dato: Benevent., per man. Saxonis S. R. E. presbyteri Cardinalis, V Kal. Octobr. Ind. IX, anno Dom. Incarn. 1130, Pont. Dom. Anacleti II Papae anno I (Baronio, n. LII). Vi si sottoscrivono fratelli e parenti di Anacleto: signum man. Petr. Leonis Romanor. Consulis... Rogerii fratris ejus... Peter Uguiccionis filii... et Petri Leonis de Fundis. Uguccione era fratello di Anacleto. Se si creda a Orderico Vitale, XIII, p. 898, re Rogero avrebbe benanco sposato una sorella di Anacleto: filiam Petri Leonis, sororem Anacleti Pontificis uxorem duxit. Però può darsi che ciò non sia vero; Rogero ebbe mogli parecchie. Anacleto addirittura lo investì anche di Capua e di Napoli.
511. L’età di Gregorio VII e delle Crociate fu feconda di ordini monastici. Fo cenno della fondazione dei Certosini, avvenuta per opera di Brunone di Colonia, canonico di Reims (la Chartreuse vicino Grenoble, 1084): chiamato da Urbano II in Italia, Brunone si ritirò in una solitudine delle Calabrie, dove morì nel 1101: la sua istituzione fu favorita dal grande conte Rogero. — Norberto fondò i Premonstratesi (Premontré presso a Laon) intorno al 1120; Bertoldo, calabrese, in sul 1156, costituì i Carmelitani sul monte Carmelo. — Ordini cavallereschi: i Gioanniti fondati da mercanti amalfitani e confermati da Pasquale II nel 1113; i Templarî fondati intorno al 1118 e confermati da Onorio II; i cavalieri teutonici fondati nel 1190.
512. Plenitudinem imperii in eadem Romana civitate, sicut decebat, offerens: Dodechino, nel Pistorio, a. 1131.
513. Pisani et Januenses — cum navali exercitu Romam venientes, Civitatem veterem, Turrim de Pulverejo, et totam Marmoratam eidem Pont. subjugarunt: Card. Aragon., p. 435. Il tota si confà tanto poco al piccolo luogo della Marmorata (sì come effettivamente sta scritto nell’originale Cod. Vat. 1437), che io correggo in Maritimam. Che Pulverejo o Pulverea sia forse un corrotto di San Severo, oppure che sia Palo? — Civitas vetus ed anche vetula (Reg. Farf., n. 1098, a. 1084), ed ormai nell’anno 1072: civitas Veccla (Reg. Farfa, n. 1097).
514. Vita S. Norberti (Mon. Germ., XII, 701), e la Enciclica di Lotario (Mansi, XXI, 483; Mon. Germ., IV, 81; Pagi ad a. 1133. n. VII).
515. Falco, a. 1133. — In manu non magna — tantillum exercitum, dice san Bernardo, Ep. 139.
516. Apud Eccl. S. Agnetis castrametati sunt. Occurrentibus autem ei Theobaldo Urbis praefecto, ac Petro Latronis cum aliis nobilibus: Card. Aragon., p. 435. Ugo dunque era morto o uscito d’officio. La Vita di san Norberto dice: Castra primum in monte Latronum — collocavit; e dev’essere stato un colle fuor di porta Nomentana, forse dove oggidì si va a cerca del Mons sacer. D’altronde io non mi so che d’una sola Fossa Latronis vicino al san Paolo, dove, non dapprima ma più tardi, accampò l’esercito. Oltracciò: in monte Aventino castrametati fuimus, dice Lotario stesso nella sua Enciclica, la quale fa conoscere dei negoziati prolungati che si tennero con Anacleto.
517. Il Nonas Junii, secondo il Card. Aragon. Si tenne convito sull’Aventino, precisamente nel palazzo di Ottone, presso a san Bonifazio. La Cronica di Reichersperg perciò erroneamente dice di Lotario e di Richenza: ordinati sunt ab Innocentio P. in eccl. S. Bonifacii. Di lì mosse la processione. Il giuramento che fu prestato, assistenti Cencio Frangipane, Ottone nipote suo ed altri, è registrato nel Baronio (a. 1133, n. II) e nel Theiner (Cod. Dipl., I, n. XIV) che lo trassero da Cencio. In segno di gratitudine, Innocenzo fece più tardi dipingere nel Laterano il quadro della coronazione, e arditamente vi scrisse sotto questi versi:
Rex stetit ante fores jurans prius urbis honores,
Post homo fit Papae, sumit quo dante coronam.
518. Il Pactum (tratto da Cencio) trovasi nel Mansi (XXI, 392) e nel Theiner, Cod. Diplom. (I, n. XIII): dat. Laterani VI Id. Junii. Il Papa si stipulò il reddito annuo di cento libre d’argento.
519. Solevasi allora dire de’ Papi: pulsus ab Urbe, ab Orbe excipitur. San Bernardo scrisse ai Pisani congratulandosene con loro: Assumitur Pisa in locum Romae, et de cunctis nobilibus terrae ad Apostolicae sedis culmen eligitur — Tyranni siculi malitiae Pisana constantia non cedit (Ep. 130). Vedasi anche il Tronci, Annali di Pisa, a questo anno.
520. Vita S. Bernardi, lib. II, c. 2. Non v’era miracolo, per quanto fosse difficile, che desse imbarazzo a un santo di questa fatta: e una volta, annojato da uno sciame di mosche che non volevano sbrattare una chiesa, le scomunicò, ond’esse caddero morte tutte: Muscas dedicatione ecclesiae (Fusniacum) molestas excommunicavit, et omnes extinctae sunt (l. c. XI).
521. Inventa sunt privilegia (nel campo di Rogero), in quibus Petrus Leonis ipsam Romam et ab inde usque Siciliam totam ei terram concesserat, et advocatum Rom., Ecc., et Patricium Romanorum et Regem illum statuerat: Cod. Udalr., n. 380. — Nel Jaffé, n. 5972, che la trasse dal Florez, España Sagrada, XX, 550, trovasi la lettera di Anacleto, data ai 22 Aprile 1134 dal Laterano, nella quale scrive che Innocenzo, dopo ritiratosi Lotario, era fuggito nottetempo a Pisa, e ch’egli coll’ajuto di Rogero si apprestava a esterminare illos perjuros nostros, Leo Fraiapanem ecc.
522. Est Caesaris propriam vendicare coronam ab usurpatore Siculo: S. Bern., Ep. 139.
523. Perciò si venne a disputa fra Enrico e il Papa, come, ad esempio, per conto di Viterbo, di cui una metà aderiva ad Innocenzo, l’altra metà ad Anacleto. Sutri, come residenza antica di Guiberto e di Burdino, teneva le parti di Anacleto. Vedasi l’Annal. Saxo, p 773, il quale dà alla Tuscia romana il nome di Romania, e la distingue dalla Campania.
524. Ottone di Frisinga. Chr. VII, 19: apud Albam suburbia civitatis sibi resistere nitentis, ante expugnaverat (intendesi Henricus dux). — Romam quidem ingredi noluit ne in Romanor. negotiis impediretur: Falco, p. 120. Degna di esser letta è la narrazione di questo Cronista, che tornò allora a Benevento dopo tre anni di esilio. Neanche in Benevento entrò Innocenzo, poichè egli stavasi in tema. — Probabilmente avvenne in questo tempo la impresa dei conti di Ceccano. Il conte Giovanni prestò al Papa il giuramento feudale (fecit et ligium hominium), e ne fu investito col simbolo di un calice (cum cuppa argentea deaurata). Questo atto degno di nota è registrato nella Storia de’ Frangipani del Panvinio, p 217: manca nel Cod. Diplom. del Theiner.
525. Trenta giorni stettero fra loro disputando l’Imperatore ed il Papa per l’investitura delle Puglie; alla fine quegli tolse in mano la bandiera dall’asta questi dalla lancia, e la porsero a Rainolfo: scenata indecorosa per l’Imperatore. Falco, a. 1137, p. 122; Romualdo, p. 189; Ottone di Frisinga, Chr., VII, 20.
526. Ipse in civitate (S. Germani) coronam circuli patricialis accepturus remansit: Petr. Diacon., IV, c. 119. — Rex Lotharius — ab ingressu abstinuit urbis Romae, quia duorum de sede Apost. contendentium prelia et seditiones nequivit compescere: Sigeb., Contin. Gembl., ad a. 1137. — Ai 3 di Ottobre Innocenzo fu a Tivoli, indi accompagnò Lotario a Farfa: post hec data et accepta honorifice ab imperatore et principibus licentia, papa remeavit in sua (Annal. Saxo, a. 1137, p. 775).
527. San Bernardo, Ep. 147. — Cadaver ejus in latebris sepelitur, et usque hodie fovea illa a catholicis ignoratur: Vita S. Bern., II, 7. — Occulte sepultus: Card. Aragon., p. 436. — Di lui tiene tuttavia ricordanza in Roma un’iscrizione che esiste in san Lorenzo in Lucina: Anno Dni M.CXXX anno vero Dompni Anacleti Sedi Pape Primo Indict. VIII Mense Madio D. XX quinta dedicata est haec Ecla... Più tardi riferirò di una Bolla di Anacleto concernente il Campidoglio; faccio qui nota di un’altra, finora non conosciuta, riflettente la basilica dei XII Apostoli, cui egli concede la chiesa di santo Abbaciro: datum Romae apud S. Petrum per manum Saxonis S. R. E. Praesbr. Card. et Cancellar. VIII Kal. Maji in die octava. Anno dnicae Incarn. M.CXXX Pontificatus autem Anacleti Papae II anno primo. Questa Bolla, sottoscritta da diciassette Cardinali, trovasi nel Mscr. Vatican. 5560 (Storia della basilica dei XII Apostoli, del Volaterano).
528. In octavis Pentecostes ipsa die complevit Deus desiderium nostrum: Ecclesiae unitatem, et urbi dando pacem. Nam illa die filii Petri Leonis omnes simul humiliaverunt se ad pedes D. Papae, et facti homines ejus ligii etc.: S. Bern., Ep. 320. — Vita S. Bern., II, c. 7. — Falco, p. 125: fratres Anacleti — cum D. Innoc. Papa pacis firmamentum composuerunt. — Card. Aragon., p. 436. — Innocentius autem immensa in filios Petri Leonis et in his qui eis adhaerebant pecunia profligata illos ad suam partem attraxit: Petr. Diacon., IV, ultimo capitolo.
529. Nel 1142, Leone Pierleone e Pietro figliuol suo furono i delegati del Papa in Sutri: Ego Caccialupus Sutrine civitatis dei gr. judex auctoritate et precepto domni Leonis Petri Leonis et Petri filii ejus civitatis Sutrine presidis, a domno Innocentio II Papa delegatorum, in quorum presentia populus Sutrinus causa justitiam faciendi congregatus erat... (Mittarelli, III, n. 257). Qui viene a galla l’officio dei Delegati: ma allora erano nobiluomini romani, non monsignori.
530. Vita S. Bern., II, c. 7, e Manrique, Annales Cistercienses, a. 1140, c. VIII. Una inscrizione più moderna posta nel portico della chiesa del convento chiama Innocenzo II ex Familia Anicia Papia et Paparesca nunc Mathaeia. — Agli Anicî in Roma non si rinuncia; sono la idea fissa di alcune famiglie romane. — Vorrebbesi che di già Carlo Magno avesse donato all’Abazia dodici città della maremma Tusca; e di esse leggonsi i nomi sotto le loro imagini, cadute dal tempo, presso la porta d’entrata. Il monastero appartiene ancora oggidì ai Cisterciensi. L’Ughelli, che fu un tempo colà da abate, ed è l’autore dell’opera intitolata Italia Sacra, è sepolto in quel vaghissimo eremo.
531. Questo monastero, celebrato più tardi per la sua bella chiesa di stile romano-gotico, fu fondato intorno al 1036 dai Verulani, e vuole la tradizione che si edificasse sopra terre appartenute a C. Mario (perciò appellato Casa Marii). Forse a’ tempi di Eugenio III ebbe monaci Cisterciensi di Chiaravalle. Rondinini, Brevis Historia Monasterii S. Mariae et Sanctor. Johis et Pauli de Casaemario, 1707. — L’anno 1861 posero quartiere nel convento le bande del Chiavone; lo presero d’assalto i Piemontesi, ma per felice ventura la chiesa ne uscì salva.
532. Ottone di Frisinga, Chr., VII, c. 23. È appena credibile che i Vescovi raccoltivi giungessero a mille. Fra i Decreti del Concilio (Mansi, XXI, 523) comprendesi la proibizione data ai preti leges temporales, et medicinam gracia lucri temporalis addiscere; il principio dell’inviolabilità del clero dalla mano de’ laici; il divieto dei tornei di cui allora incominciava l’andazzo: detestabiles autem illas nundinas vel ferias, in quibus milites e condicto convenire solent, et ad ostentationem virium suarum et audaciae temerariae congrediuntur, unde mortes hominum... (n. XIV). Ai morti in torneo si negava sepoltura cristiana (Concilio di Reims, a. 1157, Canon. IV).
533. Dirittamente dice a questo proposito il Muratori: «A cui (Innocenzo) e agli altri suoi successori volle Dio dare un nuovo ricordo di quel versetto del Salmo: Hi in curribus et hi in equis: nos autem in nomine Dei nostri invocavimus».
534. La Cronica di Fossa Nova parla anche del Prefetto; tunc Papa et praefectus, et Dux Robertus cum multis venientes apud S. Germanum — et facta est redemptio tacenda. Ai 4 Aprile 1139 Teobaldo si nomina ancora come prefetto, in un documento nel quale l’Abate di san Gregorio cita Odone de Polo a presentarsi davanti il Concilio (Mansi, XXI, 542). Ivi pure si parla del figlio del Prefetto che fu noto a’ tempi di Pasquale; infatti vi è detto: Oddo misit ad dom. Papam Petrum de Antegia, et Petrum Petri praefecti filium.
535. Questi fatti sono narrati esattamente da Falcone: se si stia a lui, avrebbesi condotto il Papa prigioniero X die stante mensis Julii; dunque, a conto suo, nel dì 22 Luglio. La Bolla dell’investitura: Quos dispensatio, è data ai VI Kal. Aug. (Mansi, XXI, 396).
536. I documenti raccolti nei Monum. Regii Neapol. Archivii registrano, ancora fino alle ultime, l’êra imperiale bizantina. L’ultimo Duca di Napoli era morto, vassallo di Rogero, omai nell’anno 1137, in vicinanza di Ragnano. Nell’Agosto 1139 vennero a Benevento gli ambasciatori di Napoli a far soggezione a Rogero: Falcone, a. 1139; Giannone, XI, c. 3. — Rogero fece misurare la periferia di Napoli; allora il suo circuito contava 2363 passi (Falcone, p. 132). — Gaeta, da dopo il 1062, dipendeva da Capua, sebbene avesse Duchi suoi proprî fino a Riccardo Bartolomei in sul 1135, quando duca di Capua diventò Anfuso, figlio di Rogero.
537. Utinam, inquam, miserabilis atque infelicis Tusciae partes felici vestro imperio cum adjacentibus provinciis adjungerentur, et res perditissimae pacifico regni vestri corpori unirentur: pari discorso di quello che fu tenuto ai dì nostri; e re Vittorio Emanuele può con qualche compiacimento specchiarsi nella storia di Rogero. Le parole riferite, scriveva a Rogero l’abate Piero di Cluny (Baron., a. 1139, n. 20), irritato perciocchè, tornando in patria nel 1134 dal Concilio di Pisa, fosse stato svaligiato da ladri in vicinanza di Luni. — Rogero, da quell’astuto che era, si guadagnò le buone grazie degli Ordini religiosi francesi, financo di san Bernardo, poichè fece venire in Sicilia monaci Cisterciensi.
538. Questo, com’è naturale, andavano sfringuellando i Cardinali, sebbene Falcone in generale lo dica del popolo romano. — Si avrà notato che da lungo tempo Benevento era amministrato da Cardinali; così sorse l’officio dei Cardinali legati in qualità di governatori.
539. Egli stabilì un formale onorario per giudici e per notai (di cento libbre all’anno): Card. Aragon., p. 436. — La procedura delle liti serba la forma antica. Nell’anno 1139, Innocenzo in persona tiene la presidenza del tribunale in un giudizio promosso contro Odone de Polo, un che rubava beni di monasteri: giudici e assessori sono Vescovi, Cardinali, Teobaldo prefetto della Città, Cencio e Odone Frajapane, Leo Petri Leonis coi suoi fratelli, e altri nobiluomini (Mansi, XXI, 542).
540. Il felice stato di Roma è lodato nella Vita S. Bern., II, c. 7: Post multifarias egestates in brevi civitas opulenta refloret...
541. Ancora Tivoli aveva nome di comitato; la Contea s’era unita insieme col Vescovato, ma il Papa vi teneva un Rettore. In un’iscrizione dell’anno 1140 si parla di adunanze di popolo per regioni (publica contio regionum), e si discorre del Populus Tiburtinus: Consoli non compaiono. Le condizioni di maggiore independenza che possedevano le città della provincia romana, sono poste in aperto da un trattato di commercio conchiuso fra Gaeta e Marino di Circeum nell’anno 1132, dove quest’ultimo si obliga così: Cum Terracinensibus pacem et treguam non faciemus sine vestra licentia, et si aliquando vos Gaetani guerram vel pugnam cum Terracinensibus habueritis, adjuvabimus vos — cum armis, equis et personis nostris. Qui il popolo di Terracina apparisce independente al paro di quello di Gaeta: del Papa neanche si piglian pensiero. È un documento registrato nel Giorgi, Dissert. Historica de Cathedra Episcopali Setiae Civitatis, Roma, 1727, App. V.
542. Chron. Fossae Novae: Ind. III venit rex Siciliae, et filii ejus mense Julio ceperunt Soram, Arcem et usque Ceperanum. — Vi hanno riferimento due iscrizioni, sol di poco difettose, originarie di Sant’Angelo in Valle Arcese, che oggidì sono nell’atrio di santa Maria in Cosmedin, infisse nel muro. La prima: Regis itaque Siculi Rogeri potestas immoderate crescens — — — Tiburtinus deprendens PP. (populus) valde timuit. Et munire infirmiora loca civitatis etc. etc. La seconda in cui compare Tebaldus Rector, ha la data: Anno Dni MCXL Anno XI Papatus Dni Innocentii Sedi PP. M. Aug. D. IIII. Le iscrizioni sono riferite nel Crescimbeni, Storia di S. M. in Cosmedin, p. 48 e 54, e nel Viola, Storia di Tivoli, II, 160. La seconda è registrata anche nel Galletti, Inscript., Ap. ad Class. I, n. 9.
543. La guerra con Tivoli incominciò omai nel 1140; lo si rileva dal Placitum concernente Odone de Polo (Mansi, XXI, 542), dove sulla conchiusione è detto: Sed quia inter dominum Papam ac Tiburtinos controversia emerserit...
544. È una leggenda cittadina (ed il Viola per carità di patria la adorna di fiori), che a quest’occasione il corso dell’Anio deviato, si rovesciasse addosso del campo romano. Le Croniche italiane fanno diffalta allo Storico, e di sì memorandi avvenimenti, Roma per erudirsi deve mendicar notizie da un Vescovo tedesco. Ottone di Frisinga, Chron., VII, c. 27: Dum cum pontifice suo in obsidione praefatae civitatis morarentur, civibus egressis, et cum ipsis manibus conserentibus, multis amissis spoliis, turpiter in fugam conversi sunt.
545. Una Bolla di Innocenzo II è data ai 19 di Maggio in monte Tiburtino (Jaffè, n. 5853), probabilmente durante il secondo assedio. La Cronica di Sicardo (Murat., VII, 598) dice giustamente: A. dom. 1142 Innocentius — Tiburtum obsedit.
546. Il Juramentum Tiburtinorum, sventuratamente senza data e senza sottoscrizioni, è nel Muratori (Antiq. It., VI, 251), che lo trasse da Cencio (nel Theiner manca): Ego ille ab hac hora in antea fidelis ero b. Petro et dno meo Pp. Innocentio ejusque successoribus canonice intrantibus. Non ero in facto neque in consilio aut in consensu ut vitam perdant aut membrum vel capiantur mala captione... Papatum romanum, civitatem Tiburtinam, Donnicaturas (dominî) et regalia que romani pontifices etc. Le terre nominate nel testo erano tributarie alla Curia. — Comitatum quoque et rectoriam ejusdem civitatis tiburtine in potestate dni pp Innocentii, et successorum ejus libere dimittam. Non ci si conservò il patto di sicurtà che era dato da parte del Papa.
547. Ottone di Frisinga, VII, c. 27: Dum — tam inhumanae petitioni annuere nollet, seditionem iidem Romani movent — in Capitolio convenientes, antiquam Urbis dignitatem renovare cupientes, ordinem senatorum, qui jam per multa curricula temporum deperierat, constituunt, et rursus cum Tiburtinis bellum innovant. Le stesse cose su quelle orme dicono con altre parole il Gottfried, Pantheon (Murat., VII, 460) e gli Hermanni Altahensis Annales (Mon. Germ., XVII, 381). — Card. Aragon.: Circa finem vero sui pontificatus Pop. Rom. novitatis amator sub velamento utilitatis Respublicae contra ipsius voluntatem in Capitolium Senatum erexit. Non una parola di più.
548. Fu sepolto nel Laterano in conca porphyretica, quae fuit Adriani Imperatoris sepultura (Joh. Diacon; Mabillon, Mus., II, 568). Più tardi, essendo crollata una parte della basilica, ruinò il monumento; e perciò le ceneri di Innocenzo furono trasferite a santa Maria in Transtevere. La iscrizione che ivi si trova, dice: Hic Requiescunt Venerabilia Ossa Sanctissimae Memoriae Domini Innocentii Papae Secundi De Domo Paparescorum Qui Praesentem Ecclesiam Ad Honorem Dei Genitricis Mariae Sicut Est A Fundamentis Sumptibus Propriis Renovavit: Galletti, Inscript., Class, n. 46, n. 47. Al n. 43 è un’iscrizione tratta da san Tomaso in Parione, la qual chiesa il Papa ebbe consecrato ai 21 Dicembre 1139.
549. Per ciò che riguarda le democrazie italiche il lettore può consultare le opere, spesso citate del Leo, dell’Hegel, del Troya, del Bethmann-Hollweg, del Savigny. Ma nè questi autori, nè gli Storici che scrissero del Senato romano, hanno posto mente allo svolgimento della costituzione civica di Roma. Io ne raccolgo qui il primo tentativo, ricavato dalle fonti della storia.
550. Tenni già nota dei trattati di commercio conchiusi da Tolomeo di Tusculo, ed eziandio di quello fra Bello ed i Consoli di Gaeta, i quali diedero sicurtà ai bastimenti di lui. Confirmare facimus tibi Bello Romano — et tuis rebus, vestrisque navidiis, cum omnibus bonis vestris, que in ipsis navidiis habebitis, vel que a Romanis super vos ad usuras accipietis... (Georgii Dissertatio — Setiae Civit., App. V).
551. Bonofilium jure matrificum aurificem, a. 1035 (il Galletti, del Prim., p. 274, lo spiega per «orefice matricolato»). Bovo prior Oleariorum, a. 1029 (Mscr. Vatic. del Galletti, n. 7931, p. 42). Rainerius patronus scole sandalariorum (navicellai) pro Petro de Rosa priore dicte scole, et pro omnibus scolensibus: questa corporazione dà a Farfa la conferma del porto di Correse (Reg. Farfa, fol. 1180). Un documento notevole, di stile assai barbarico, derivante da santa Maria in via Lata, a. 1031, contiene il patto (stipulum obligationis) conchiuso tra una corporazione di ortolani (ortulani) ed il suo priore: Vobis Amatum magnificum virum vite tue diebus eligimus tibi ad priorem nostrum. Id est spondimus — tibi ut vite tue diebus sicut bonum priorem tibi tenemus et non disrumpimus scolam, quod tecum facta habemus. Lo fanno giudice degli scolenses nei piati fra loro; seconda istanza è la assemblea riunita dei Priori delle altre corporazioni di ortolani. — Et per singulos annos singulus unus ex nobis tibi dare spondimus hopera una manuale (Mscr. Vatican. del Galletti, 8048, p. 97).
552. L’antica formula numerus militum seu bandus è usata sempre, parimente delle denominazioni dei presidî. Nell’anno 1145 una Scola Militum dà in affitto al convento di santo Alessio un pezzo di terra vicino alla piramide (Meta) di C. Cestio: Tholomaeus qd. fil. Pauli Johannis de Guiniczo, Prior scole Militum — cum Tedelgario — ejusd. scole secundo, et Aminadab Tertio ejusd. scole (Nerini, App. IX).
553. Si rammenti come le dodici Regioni della Città, l’isola e il Transtevere accorressero al Campidoglio per salvare Gelasio. In un documento proveniente da santa Maria in Transtevere, a. 1037, è detto: Regione quartadecima Transtiberini (Mscr. Vatic. 8051, del Galletti, p. 6). Forse che questa indicazione sia stata soltanto di tradizione, e non la officiale? Poichè la Città propriamente detta aveva dodici Regioni, la decimaterza e la decimaquarta dovevano riferirsi all’isola ed al Transtevere: e il numero di cinquantasei Senatori (di ciò a più tardi) corrisponde ai quattordici rioni elettivi. Invece è difficile che la città Leonina, disprezzata dai Romani, e abitata da stranieri e dalle genti pontificie, avesse allora diritto di mandar suoi deputati al Senato. Al tempo di Rienzo vi furono tredici sole Regioni officiali, e nel 1586 per la prima volta vi si aggiunse la Leonina (Borgo), come decimaquarta.
554. I Massimi compaiono la prima volta nel 1012 con Leo de Maximus (Nerini, p. 320); così nel Chron. Farf. p. 560: Leo Dativus jud. de Maximo. — I Sant’Eustachio, del quartiere prossimo a quella chiesa, compaiono primamente nell’anno 987 con Leo Sancti Stati (Nerini, p. 383). In documenti del secolo undecimo i Saraceni e i De Franco appellavansi de Eustatio: assai di spesso incontrasi Henricus de S. Eustachio. — Coi Papa erano congiunti per via di maritaggi gli Scotti e i Romani. Anche i Brazuti (da Giovanni Bracziutus del tempo di Gregorio VII) erano parenti degli Scotti. Le loro torri s’ergevano in vicinanza di ponte Sisto. A parte Transtiberim ad pontem Antonini non multum longe a Turre heredum Johannis Brazuti (a. 1073, Mscr. Vat. 8051, p. 13). A. 1227 Johannes Braczuti de Scotto et Comitisse filie ejus (ibid., p. 40). — Da parte loro i Tebaldi e gli Stefani formavano un parentado; spesso trovasi Stefanus de Tebaldo — Stefanus Stefani de Tebaldo.
555. La Ep. IX di Anacleto parla in prima di nobiluomini nominatamente, indi dice: reliqui Rom. Urb. potentes, sacri quoque Palatii judices, et nostri consules, et plebs. Il documento dell’anno 1139 (Mansi, XXI, 542) specifica così i maggiorenti: Praefecto, consulibus, et majoribus civitatis. Nella lettera a Lotario (Cod. Udalr., 351): Consules Romani, et alii principes salutem. Ei si vede che qui, dappertutto, «Console» significa il più eletto grado officiale. A torto C. Hegel reputa che questo titolo prettamente romano fosse preso ad imitazione dei Consoli lombardi. Roma fu fino al 1143 una Repubblica (consolare) di nobili; soltanto che ignota ce n’è la forma.
556. La Ep. XVI di Anacleto distingue così: Nobiles omnes et plebs omnis Romana, Capitanei et Comites qui extra sunt. Anche nella pace conchiusa a Venezia nel 1177, è detto espressamente: Plures etiam de nobilibus Romanis (nobiltà cittadina), et Capitaneis Campaniae (nobiltà provinciale) hanc pacem firmabunt. — La Ep. Petri Portuensis (nel Baron., a. 1130, n. IX) dice: Principes, Capitanei, Barones.
557. Parecchi documenti della metà del secolo duodecimo parlano di questi milites, ad esempio: Civitatis Alatrinae, milites Frosinonis, milites civitatis Verule etc. Gli uomini liberi nella Campagna erano scesi tanto in basso da essere diventati, per la massima parte, fittavoli a tempo delle chiese o dei capitani.
558. Di già intorno all’anno 1130 trovansi sessanta senatori e una deputazione di sei nobiluomini, che concedono a Monte Cassino franchigia di dazî nel porto di Roma. Nos Leo Romanor. Consul, et Leo Frangipane, et Cincio Frangip., Petrus Frangipane, Filippus de Alberico, Henricus de S. Eustachio una cum sexaginta Senatoribus, et cuncto populo romanae urbis concedimus in perpetuum — ut monachi cum navibus secure pergant — Tempore Honorii ppe. II. Militantibus dignitates, hobedientibus pacem, rebellibus anatema. Il frammento è raccolto nel Registro di Piet. Diacon., n. 605.
559. Documento dei 29 Aprile 1084 (Reg. Farf., n. 1098). Vedasi a carte 281 di questo Volume, nota 2. La dizione apud Capitolium significa, cred’io, il convento di Araceli.
560. Aurea nunc etc. Ut quidem is versus merito possit converti: Aurea quondam etc. Così nell’anno 1431 dai ruderi del Campidoglio sclamava Poggio (Historiae de Varietate Fortunae, I, 6).
561. Il Privilegium dato per santa Maria in Capitolio, senza data, è aggiunto ad una Bolla di Innocenzo IV, e stampato nel Wadding (Annal. Minor., II, 255), fu illustrato dal Casimiro, p. 431, sull’esempio del Valesio (T. XX della Collezione del Calogera, p. 103): e trovasi anche nel Fea, sulle Rovine, p. 358, e nel Preller, Philologus, 1846. Della sua autenticità non dubito; fin la frase hortos quos haeredes Johannis di Guinizo tenuerunt, fa fede di quel tempo (vedemmo di uno degli eredi di questo Romano, più sopra a pag. 524, nota 2). Confirmamus totum Montem Capitolii in integrum eum casis, cryptis, cellis, curtibus, hortis, arboribus — cum parietibus, petris et columpnis.
562. Cum terra ante Monasterium, qui locum Nundinarum vocatur (Bolla di Anacleto); e più sotto: argasteria in Mercato. Il mercato si estendeva tuttavia da piazza Araceli fin giù basso a san Venanzio, detto primamente san Giovanni in Mercato. Soltanto nell’anno 1477 il mercato fu trasferito in piazza Navona.
563. Oggidì ancora sotto del Campidoglio vedonsi molti avanzi di antico. In via della Bufala, al n. 35, un portico ruinato forma il fondo di una botteguccia, e, appoggiato col dorso alle colonne, vi lavora entro un solitario ciabattino.
564. Liber de mirabilibus Romae. Similmente la Graphia, che aggiunge: In Capitolio fuerunt imagines fusiles omnium regum trojanorum et imperatorum: e dice che fosse stato coperto di vetro e d’oro, ut esset speculum omnibus gentibus. Anche per questi libri di leggende tutto è omai antichità e indovinello.
565. La Bolla non ne descrive che i confini. Nomina dessa il Porticus Camellariae (non Cancellariae, come scrivono il Fea ed il Bunsen; infatti trovasi usato l’egual nome anche per altri luoghi in cui esistevano spaziose Camerae); il Clivus Argentarii, qui nunc descensus Leonis Prothi appellatur (vedi il Vol. III, p. 424); il Templum majus quod respicit super Alephantum (l’Elephantus herbarius). Ancora si tien nota financo dei gradus centum: exinde discendit per hortum S. Sergii usque in hortum, qui est sub Camellaria, veniens per gradus centum usque ad primum affinem. Quest’era ancora l’antica scalea dei cento gradini, di cui fa cenno Tacito ad occasione dell’assalto dei Vitelliani (qua Tarpeja rupe centum gradibus aditur): della sua positura contrastano fra loro gli archeologi. Si accenna eziandio ad una cavea in qua est petra versificata. Per l’intiero documento vedasi l’Ordo Rom., XI (Mabillon, Mus. It., II, 143).
566. Soltanto dopo del Nardini gli Italiani lo collocarono sull’altura di Araceli (da nord-est), e i topografi tedeschi (Becker, I, 387, con assai asseveranza) sulla cima di Caffarelli. — Pare che la controversia voglia ancora durare un buon pezzo, ma una volta o l’altra giova sperare che andrà decisa. Può mai darsi che omai nel secolo duodecimo s’avesse dimenticato la positura del Saxum Tarpeum? Anche oggidì v’è la «Via di rupe Tarpea» presso a «Tor de’ Specchi», e colà esisteva la chiesa di santa Caterina sub Tarpeio (Martinelli, p. 352). Fauno, III, c. 6; Mauro, c. 5, p. 40; Gamucci, p. 64. Nella Vita Paschalis sta scritto: Qua Capitolii rupes aedibus Petri Leonis imminet; e queste case erano prossime al teatro di Marcello.
567. Anon. Magliab. (del tempo di Giovanni XXIII): Fuit templum Jov. Opt. Maximi i. e. supra cortem domna mitima quod adhuc satis de eo apparet: et introitus vocatur Salvator in Maximis. Lo stesso affermano il Blondo, il Marliani, il Martinelli. Quella chiesa durò fino al 1587, sopra Monte Caprino, dalla parte della Montanara. — È argomento di dubbio che cosa fosse il templum majus, quod respicit super Alephantum: può ben darsi che fosse il teatro di Marcello. Il templum Jovis dell’Anon. di Einsiedeln (Inscrizioni, n. 72: Usque ad S. Angelum et templum Jovis) non era, siccome opina il Preller, il tempio Capitolino, ma la basilica Jovis nel Porticus di Ottavia (detto nel medio evo templum Severianum), dove si trova la chiesa di sant’Angelo. Gli è perciò che nel secolo duodecimo questa chiesa veniva appellata S. Angeli juxta templum Jovis (lettere dei Cardinali partigiani di Anacleto a Lotario).
568. Vedi il Vol. III, p. 658, nota 1: Teuzo abb. ven. Monas. S. Mariae Dei Gen. Virg. in Capitolio... a. 882. Più tardi questa chiesa dei Benedettini fu detta addirittura Monaster. S. Mariae in Capitolio, oppure Monasterium Capitolii. Nell’anno 1015 un abate si sottoscrive perfino così: Ego Dominicus Abbas Capitolii (nel Casimiro, p. 7). Il significato di Capitolium da lunghissimo tempo si attagliava massimamente a tutto quanto il colle; nè dalla dizione in Capitolio può argomentarsi che se ne denoti il tempio di Giove: in pari guisa dicevasi eziandio S. Maria in Palladio (Palatino), e in Aventino. I più recenti escavi fatti vicino al palazzo Caffarelli (nel 1865) non hanno dato alcun resultato che convalidi l’opinione ivi essere stato posto il tempio di Giove, e questo fatto negativo torna oggi calzante a pro dell’altra opinione, che fosse situato sull’altura di Araceli.
569. La Graphia raccolse questa leggenda; essa non associa la visione con Virgilio, ma a quel tempo era omai ben noto il nesso in cui vi si trovava la Egloga IV. Così vi si ebbe riferito Innocenzo III (Sermo II, Op., 88, nel Piper, Virgilio, teologo e profeta, 1862). La leggenda è assai antica e viene di Grecia; la si trova in Suidas, dove, al nome Augustus, vien narrato che questi interpellasse la Pitia, per sapere chi regnerebbe dopo di lui; cui illa respondit:
Puer Hebraeus jubet me, diis beatis imperans,
Hanc aedem relinquere, et in orcum redire.
Jam abito tacitus ab aris nostris.
E Augusto avrebbe allora tosto edificato sul Campidoglio un altare colla iscrizione: Haec ara est Primogeniti Dei. La leggenda più tardi fu registrata da Niceforo (Hist. Eccl., I, 17); e la riferisce eziandio un’antica Cronica latina, edita dal Mai col titolo di Chronicon Palatinum (Spicileg. Roman., IX, 118): l’editore la fa risalire, per ragione de’ caratteri della sua scrittura, almeno al secolo ottavo, se non più in là, come reputa il Bethmann, che la attribuisce al settimo secolo (Bullettino Arch., 1852, p. 38). Goffredo di Viterbo, che scrisse intorno al 1180, conosce la leggenda (Pantheon, XV): il Muratori la trasse da un Codice modenese (Antiq., III, 879). Una grossolana scultura, posta sul vecchio altare della cappella di sant’Elena in Araceli, rappresenta la visione, con questa epigrafe:
Luminis hanc almam matris qui scandis ad aulam,
Cunctarum prima quae fuit orbe sita;
Noscas quod Caesar tunc struxit Octavianus
Hanc. Ara Coeli sacra proles cum patet ei.
570. Il Catalogo delle Abazie romane, compilato da Pietro Mallio e da Giovanni Diacono (sulla fine del sec. XII), dice: S. M. in Capitolio, ubi est ara Filii Dei. Più tardi scrive Martino Polono: Haec visio fuit in Camera Octaviani Imp., ubi nunc est Eccl. B. M. in Capitolio. Ideo dicta est Eccl. S. M. Arae Coeli. Il Niebuhr e il Becker credono, contrariamente affatto alla leggenda, che l’appellazione in Araceli sia derivata da quella in Arce. Piuttosto il nome può esser venuto da Aurocoelo (coelo Aureo), sì come ne furono chiamate altre chiese, di cui una a Pavia. — È strano che fino il tempio di Giunone Moneta avesse ricevuto il suo nome addiettivo da una voce divina che ivi s’era intesa risonare: Cicero, De divin., I, 45, nel Becker, I, 409. Se questo tempio abbia esistito sull’altura di Araceli, acconciamente sarebbevi andata Maria, regina del cielo, a cacciarne Giunone. — Gli archeologi italiani pongono sulla cima di Araceli anche il tempio di Giove Feretrio, e l’Anon. Magliab. dice: Palatium Octaviani fuit, ubi nunc est S. M. araceli; et vocatus est locus ferferum, quia ibi fuit templum jovis Feretrii.
571. La leggenda dei Mirabilia dice che la visione occorresse nel Palatium di Ottaviano, non già nel tempio di Giove. Ed anche il Chronicon Palatinum del Mai, narra soltanto che Oct. abiit in Capitolium, quod est in medio urbis, dove la Pythonia gli avrebbe annunciato, quod infans hebraeus jubente Deo e coelo beator. descendens, in hoc domicilium statim veniet — quare exiens inde Aug. Caesar a divinatione, aedificavit in Capitolio aram magnam in sublimiori loco, in qua et scripsit latinis literis dicens: Haec ara filii Dei est. Ubi factum est, post tot annos, domicilium atque basilica b. et s. virginis Mariae usque in praesentem diem sicut et Timotheus chronographus commemorat (Timoteo, riferito dal Malalas, p. 98, dice solamente della ara che Augusto edificò). Vedasi dunque che assoluto silenzio si tenga del tempio di Giove, onde s’era smarrita ogni traccia al tempo dei Mirabilia; e questi non fanno menzione della leggenda che in modo fuggevole: In loco ubi nunc est S. Maria fuerunt duo templa simul juncta cum palatio, Phebi et Carmentis, ubi Octavianus imp. vidit visionem in celo.
572. Il Palatium Octaviani ad S. Laurentium in Lucina, di cui essi parlano, è l’avanzo dell’Orologium di Augusto: ma nel testo mostrano saperne del palatium Octaviani sul Campidoglio.
573. 1) Infra arcem fuit palatium, quod erat pro magna parte aureum — ubi tot statue erant etc. — 2) Ubi nunc est S. Maria fuerunt duo templa simul juncta cum Palatio, Phoebi et Carmentis, ubi Octavian Imp. vidit visionem in coelo. — 3) Capitolium vel Tarpeus, ubi est palatium Senatorum. Il concetto di Arx, che è indeterminato anche per l’antichità, non può accertarsi che cosa significasse all’epoca dei Mirabilia: lo stesso dicasi del Tarpeus e del Capitolium.
574. Le investigazioni sul Campidoglio daranno sempre argomento di novelle ipotesi. Arnaldo da Brescia esortò i Romani a restaurare il Campidoglio: che cosa voleva dir ciò, se non che la massima ruina, il Tabularium, si riparasse per porvi le residenze del Senato, e forse anche che si rinnovasse la Arx? Che nel medio evo si desse al Tabellarium nome di Camellaria? Un Breve di Innocenzo III (Ep. II, 101, a. 1199) dice che sulla pendice del Campidoglio la Camellaria avesse un appartamento alto ed un basso, e ne fossero comproprietarî il convento di santa Maria e quello di santo Sergio. Inferioris vero camellariae parochiam et ejusd. camell. proprietatem; ita quod nulla injuria inferatur habitatoribus, ipsius camellariae ab abitatortbus superioris camellarie. I Mirabilia pongono la Camellariae presso al templum Jani, (il Cod. Pragensis dell’Höfler dice financo subtus capitolium), ed hanno ottima conoscenza dell’aerarium publicum, quod erat templum Saturni. Per tutte le quali ragioni io respingo l’opinione del Bunsen e di altri, che la Camellaria fosse l’archivio di Stato ossia Tabularium; e reputo piuttosto che essa fosse la basilica Argentaria od un edificio prossimo, fornito di portico.
575. Cade in siffatto anacronismo il Franke nel libro: Arnaldo da Brescia e il suo tempo, Zurigo, 1825, scrittura amena a leggersi, ma che troppo spesso devia dalla verità storica. Per scrivere a fondo la storia di Arnaldo mancano le fonti. Ne fece tentativo nell’anno 1861 il dotto Federico Odorici nel suo Arnaldo da Brescia (Brescia 1861), e più tardi vi si accinse un Francese del mezzodì, Georges Guibal (Arnould de Brescia et les Hohenstaufen, ou la question du pouvoir temporel de la Papauté au moyen age, Paris 1868). — Però, nello stesso anno 1868 si stampò per la prima volta la Historia pontificalis (Monum. Germaniae, Vol. XX, p. 517-545); e questa Cronica, scritta da un contemporaneo di Arnaldo (nel quale a buona ragione si ravvisa il celebre Giovanni da Salisbury), getta una nuova luce su alcuni punti della storia del famoso riformatore da Brescia, che pur troppo rimane sempre oscura. Vedi Arnaldo da Brescia, Discorso accademico del Giesebrecht, Monaco 1873.
576. Quis mihi det, antequam moriar, videre Ecclesiam Dei, sicut in diebus antiquis, quando apostoli laxabant retia in capturam, non in capturam auri vel argenti, sed — animarum? Ep. 238, ad Eugenio III — Cent’anni più tardi il Meister Freigedank (a) diceva: «Le reti romane chiappano argento, oro e terre: e san Pietro lo sapeva» (lo cita il Raumer).
(a) È una raccolta di proverbî popolari, di motti, di sentenze su cose politiche, sociali ed ecclesiastiche, compilata in Germania nell’anno 1229, e per la sua eccellenza chiamata «bibbia delle cose profane.» Vedasi il Vilmar, Storia della letteratura tedesca (Vol. I, p. 961, Marburg, 1857), che giudica quel libro essere la gemma insuperata delle lettere alemanne antiche e moderne. (N. del T.)
577. Ottone di Frisinga, De gestis Fried., lib. II, c. 21. La sua narrazione fu raccolta nei noti versi del poema del Guntero, intitolato Ligurinus.
578. San Bernardo, Vol I, Ep. 195: Accusatus apud D. Papam schismate pessimo. Ott. di Frisinga, II, c. 21. Di vera eresia non fu tacciato, sebbene intorno all’eucaristia ed al battesimo non la pensasse cattolicamente: lo prova la sua adesione alle idee di Berengario, di Abelardo, dei Pietrobrusiani ecc. Vedansi i diciannove articoli dello Scito te ipsum e della Theologia Christiana di Abelardo, nel Tractatus de erroribus Abaelardi di san Bernardo.
579. Le sentenze di san Bernardo contro il dominio temporale (e ai giorni nostri se ne richiamò la ricordanza) non ammettono disputa. Alcune ne traggo dal suo libro De Consideratione: Nemo militans Deo implicat se negotiis saecularibus. — Quid fines alienos invaditis? — Disce, sarculo tibi opus esse, non sceptro, ut opus facias Prophetae. — Esto ut alia quacunque ratione, haec tibi vendices, sed non Apostolico jure. — Planum est: Apostolis interdicitur dominatus. — Forma apostolica haec est: dominatio interdicitur: indicitur ministratio. — In his successistis non Petro, sed Constantino. — Queste dottrine di san Bernardo sono agli antipodi de’ principî gerarchici di Gregorio VII.
580. Procedit Golias procero corpore nobili illo suo bellico apparatu circummunitus: antecedente quoque ejus armigero Arnaldo de Brixia: Ep. 189. Vedasi anche la Ep. 330.
581. Con molta verità dice il Tosti (Storia di Abelardo, Napoli, 1851): «egli era di quegli uomini che hanno il coraggio del pensiero, non quello dell’azione.»
582. Vedi la Historia pontificalis.
583. Ep. 195: Arnaldum loquor de Brixia, qui utinam tam sanae esset doctrinae, quam districtae est vitae — Homo est neque manducans, neque bibens, solo cum diabolo esuriens et sitiens sanguinem animarum — videbitis hominem aperte insurgere in clerum, fretum tyrannide militari, insurgere in ipsos episcopos, et in omnem passim ecclesiasticum ordinem desaevire: è un formale atto d’accusa scritto da un Santo. Egli appella altresì Abelardo intus Herodes, foris Johannes: Ep. 193.
584. Ep. 196. Financo Ottone di Frisinga dà a Bernardo del credenzone e dello zelotypus (De Gestis, I, c. 47).
585. Che insegnasse a Zurigo, lo dice Ottone di Frisinga (II, c. 21): In oppido Alemanniae Turego officium doctoris assumens, perniciosum dogma aliquot diebus seminavit. È certamente esagerato ciò che il Franke (sulle orme di Giovanni Müller, che attinse a Croniche di tempo posteriore), afferma dell’influenza esercitata da Arnaldo sulle Republiche svizzere. Fa poi meraviglia che pochi contemporanei suoi parlino di Arnaldo; nè di lui tiene alcun ricordo neppure la Cronica di Brescia del Malvezzi. Anche san Bernardo più tardi ne tace del tutto.
586. Chron. Mauriniac., p. 387: Celestinus qui alio nomine Magister de Castellis nominatus est (era il Castrum Felicitatis nello Stato della Chiesa). Tre cose l’avevano messo in rinomanza: nobilitas generis, mentis industria in omni statu aequalis, literarum scientia multiformis. Della sua elezione pacifica e concorde fa fede la lettera del venerabile Pietro di Cluny (Baron., ad ann. 1143, n. XII), e la Ep. I Coelestini ad Cluniacenses (Mansi, XXI, 592).
587. Con Celestino II hanno incominciamento le note profezie di Malachia, arcivescovo di Armagh in Irlanda (morto nel 1148), libri sibillini del Papato, che forse furono una goffa invenzione dell’anno 1590: vedi il Novaes, a quel Papa. A Pio IX del resto si attaglia perfettamente il Crux de Cruce (croce dalla croce di Savoja).
588. Questi oscuri avvenimenti narra Romualdo, p. 192. Anon. Casin., ad a. 1144. Treugam cum eo (sc. rege) composuimus, dice il Papa nella sua lettera a Pietro di Cluny, dat. Laterani X Kal. Oct. (22 Settembre 1144). Mansi, XXI, 608.
589. Documento dei 31 Gennaio 1145: Lucius dilectis Filiis, nobilibus viris Oddoni et Cencio Frajapanibus fratribus — fidelitatem vestram erga B. Petrum et nos ipsos attendentes, custodiam Circi vobis committimus — dat. Romae II Kal. Febr. (nel Nerini, App., p. 407, che lo trasse da Cencio). — Ai 18 Marzo 1145 l’abate di sant’Andrea dà in affitto a Cencio Frangipane turrim quae vocatur de Arco — Rome in Caput Circli Maximi — e Trullum unum in integrum quod vocatur Septem Solia. Questo documento è sottoscritto: Cencius de Arco. Era un arco di trionfo ridotto a torre, vicino al Circo (Mittarelli, III, n. 271).
590. Non multo autem post (dopo il ritorno del Papa dalla Campania) Popul. Rom., contra voluntatem ejusd. Papae Jordanum filium Petri Leonis in Patricium promovit, et Senatores de novo in Urbe creavit: Romualdo. La nuova êra si conta dall’anno 1144. Lo dimostrano documenti del Senato: il primo che ci è conservato, è dato ai 23 Dicembre 1148, renovationis autem sacri Senatus an. V. Addì 23 Gennaio 1160, si conta an. XVI; ai 27 Marzo 1162, an. XVIII; ai 30 Marzo 1188, an. XLIV; ai 28 Maggio 1191, an. XLVII. Da tutto ciò parrebbe che il primo anno cadesse nel Maggio 1145, e che la costituzione del Patriziato avvenisse nell’autunno dell’anno 1144.
591. Ottone di Frisinga, Chron., VII, c. 31: omnia regalia ejus — ad jus Patricii reposcunt; eumque more antiquorum sacerdotum de decimis tantum et oblationibus sustentari oportere dicentes. E più sopra: Senatoribus — Patricium adjiciunt — Jordanum Petri Leonis filium eligentes omnes ei tamquam principi subjiciuntur. — Anon. Casin.: Jordanus fil. Petri Leonis cum Senatoribus et parte totius populi minoris contra papam rebellat. Qui la parola parte devesi prendere nel significato che essa esprime in italiano.
592. Goffredo di Viterbo, che scrisse intorno al 1180 (Murat., XII, 461): intendens Senatum extinguere cum ingenti militia Capitolium Romae conscendit — Senatus autem Populusq. Roman. — Papam — in momento repellunt. Ubi Papa (sicut audivimus) lapidibus magnis percussus, usque ad obitus sui diem, qui proxime secutus est, non sedit in sede. Sicardo (Murat., VII, 598): armata manu ascendit Capitolium; sed Romani inde ejecerunt eum. Sigberto, Cont. Praemonstr.: sed inde (dal Campidoglio) per Jordanum — perturbatus, infirmitate correptus, infra annum — moritur. Il giorno della morte è determinato dal Card. Aragon., p. 437, il quale dice soltanto: repentina morte praeventus; ed erra affermando che egli costringesse i Romani a rinnegare il Senato. Ottone di Frisinga, VII, c. 31, narra solamente: quotidianis cruciatibus ac taedio vitae affectus, infra anni spatium pontificatus sui diem obiit.
593. Hunc cum antea simplex fuerit, Deus mirabili gratia, et eloquentia perfudit (Bernard. Guidonis, nel Murat., III, 1, 437). Delle perplessità di san Bernardo sull’elezione del suo discepolo danno dimostrazione l’Ep. 237 agli elettori, e l’Ep. 238 all’eletto. Dabit tibi dominus intellectum, dice a lui il Santo; e a’ Cardinali: quid fecistis? Sepultura hominem revocastis ad homines. E lo chiama rusticanum — pannosum homuncionem. I cinque libri De Consideratione, di cui Pio V si faceva ogni giorno leggere dei passi, intanto che sedeva a mensa, furono scritti da Bernardo, in parecchi anni, ne’ suoi momenti d’ozio.
594. Ottone di Frisinga, Chron., VII, c. 31: Eccl. b. Petri — profanissime incastellare non metuunt. — Geroh di Reichersberg (liber de currupto Eccles. statu, nel Baluzio, Miscell., V, 114) lamentava: quod adhuc in domo b. Petri — desolationis abominationem stare videmus, positis etiam propugnaculis et aliis bellorum instrumentis in altitudine sanctuarii supra corpus b. Petri. Fin da allora i Cardinali possedevano in Roma bei palazzi: ut Cardinalium diruerentur — splendida palatia (Ottone di Frisinga, De Gestis Frid., II, c. 21).
595. Praefecturae dignitatem abolentes, omnes principes ac nobiles ex civibus ad subjectionem Patricii compellunt: Ottone di Frisinga, VII. c. 31.
596. Circa principia Pontificatus Eugenii pestifer Arnaldus Romam ingressus — proponens antiquorum Romanor. exempla — reaedificandum Capitolium, renovandam dignitatem Senatoriam, reformandum equestrem ordinem docuit: Ottone di Fris., de Gestis, II, c. 21. E sulle dottrine di Arnaldo, riguardo alle attenenze del Papa colla Città: nihil in dispositione Urbis ad Romanum spectare Pontificem, sufficere sibi ecclesiasticum judicium: ibid.
597. Documento dato da Corneto, ai 20 Nov. 1144 (Cencius, fol. CXIII): Nos quidem — Gottofredus de Pinzon et Vezo Franconis consules una cum Egidio vicecomite et Ranutio de Guittone ex mandato et voluntate alior. Consulum et Populi Cornetanae civitatis. Dunque, fin da allora, il Papa accettava nelle città di provincia la costituzione di municipio. Nel 1157 trovansi Consoli a Orvieto; e, giusta una iscrizione riferita dal Muratori (Antiq. It., II, 331), v’erano Consoli a Nepi, financo nell’anno 1131; nell’anno 1198 (e naturalmente anche prima) v’erano dodici Consoli e un Consilium a Narni, dove tutto il Comitato apparteneva al Comune: Narnienses Consules universales Civitatis et Comitatus Narniae (Murat., Antiq., IV, p. 60).
598. Una notizia antica di quel tempo (Martinelli, Roma ex Ethn., p. 171), dice: Post haec vero, ipso. D. Papa mandante, contra Senatum et Pop. Rom. quibus modis poterant comites pugnare coeperunt. Del Senato narra il Card. Arag., p. 439: civitatis et castra. B. Petri assiduis rapinis et gravibus guerris persequi non cessabant.
599. Quos — Pontifex — adjuncta Tiburtinis Romanor. antiquis hostibus militia coercuit, tandemque pacem petere coegit: Ott. di Fris., VII, c. 31; Card. Arag., p. 439.
600. Patriciatus dignitatum exfestucarent, et praefectum in pristinam dignitatem reciperent. Senatores vero ex ejus auctoritate tenerent: Ott. di Fris., VII, c. 34. — Nel 1139, prefetto era Teobaldo, e di già nel 1145 era Jacobus praefectus urbis (Bonincontr., ap. Lamium, VI, 144). L’ingresso trionfale del Papa è descritto dal Card. Aragon., p. 439.
601. Laonde il documento dei 23 dicembre 1148 dice: Nos Senatores — a domino nostro Papa Eugenio totaque veneranda apostolica curia et reverendo populo Romano pro regimine urbis annuatim in Capitolio constituti: e similmente il trattato fra Pisa e Roma, nella Cronica pisana del Marangone, a. 1151.
602. Vi si sottoscrivono: Et nos Senatores: Joh. Berardi. Petrus plangens spatulam. Uguicio gentis. Petrus Enrici. Romanus petri milluli. Astaldus David. Jordanus brutii. Gregorius gaudentis. Nicolaus philippi. Petrus romani sperantis in deo. Sebastianus gualtrade. Stephanus falconis. Grisoctus Cencii. Grecus. Nicolaus berizonis. Dompnicus. Parentius. Petrus baffolini. Falco carozie. Rusticus nicolai rustici. Petrus rabie. Stephanus cizaronis. Bonum tibi veniat h. e. bentivenga pictor. Johannes bonifilioli. Petrus demetrii pro nobis et omnibus aliis consenatoribus nostris quorum nomina non sunt hic descripta (Galletti, del Prim., p. 306; lite che fu sostenuta per alcuni beni della chiesa di santa Maria in via Lata). I Berardi, gli Astaldi, i Berizoni, i Rustici, i Bonifilioli erano nobiles. Può darsi che Grisoctus Cencii appartenesse alla famiglia de’ Baruncî; perlomeno nell’anno 1131 troviamo Grisottus de Stefano Centii de Baruntio (Mittarelli, III, n. 224).
603. Nel trattato di pace fra Pisa e Roma, dell’anno 1151, viene per verità detto: nos quidem Senatores numero L, ma forse per un caso si smarrì la cifra VI. Dimostrerò più tardi che il numero di cinquantasei era quello normale.
604. I tre Scrittori romani che trattarono del Senato, il Vendettini, il Vitale, l’Olivieri, e l’accurato tedesco Curtius non avvertirono in alcun modo queste mutazioni. Nell’Aprile del 1191 un documento è sottoscritto da Consiliatores diversi da quelli che erano stati nel Maggio dello stesso anno. Di essi troviamo or nove, or undici o dodici, ed or financo quattordici. Sempre si sottoscrivono prima de’ Senatori. Il patto conchiuso col Papa nel 1188, è sottoscritto: jussu Senatorum Consiliatorum (seguono dodici nomi) et Senatorum (succedono i nomi). Io li reputo procuratores della Republica, corrispondenti ai Consoli governanti nelle altre città, nè penso col Papencordt e coll’Hegel che fossero soltanto consiglieri assistenti. Nel 1164, a Pisa, sono eletti ventiquattro Consiliatores colla condizione espressa qui nec consules nec senatores hoc anno fuerint (Bonaini, Statuti di Pisa, I, 25); ma in Roma eglino erano veramente il Consiglio rettore del Senato.
605. Per noi i denari pontificî cessano con Benedetto VII (morto nel 984). In tutto il secolo undecimo non v’ha che un solo denaro di Leone IX, ed un altro attribuito a Pasquale II. Per la qual cosa nella lacuna delle monete pontificie fino a Benedetto XI (morto nel 1304) subentrano (secondo il Floravante, Antiqui Romanor. Pontificum Denarii) le monete del Senato. Tuttavolta in documenti posteriori alla costituzione del Senato io trovo solidi papae distinti da denari Senatus (Mittarelli, IV, n. 53, n. 98); ed io credo che anche i Papi in sulle prime battessero moneta. I denari del Senato erano allora chiamati solidi bonorum provisinorum Senatus (il nome non deesi far derivare da provisiones o redditus, bensì dalla città di Provins in Sciampagna), ossia si contava a librae bonorum, o parvorum, parvensium Senatus. Ritiene il Floravante che i denari del Senato antichissimi sieno quelli colla leggenda ROMAN. PRINCIPE (che faceva contorno all’effigie di san Pietro), e dall’altra faccia colla scritta SENAT. POPUL. Q. R., attorno all’effigie di san Paolo. Altre monete di quell’età erano dette affortiati (d’oro forte, ossia puro), Scyphati, Marabotini (maravedis), Malechini (nome arabo che deriva da Malech), Romanati (nome bizantino) ecc. Vedasene il Ducange.
606. Vedi l’Ep. 239 di Innoc. III, lib. II; lettera assai importante a chiarire i rapporti giuridici di quel tempo.
607. Che esistessero l’una accanto dell’altra le due Curie lo provano molte carte: e di già il primo documento del Senato (dell’anno 1148) chiama gli antichi giudici Palatini con nome di Consiglieri aggiunti. Vedi anche l’Atto senatorio del 1160 (Galletti, Del Prim., p. 314).
608. Giustamente il Curtius ha interpretato questo passo dell’Anon. Casin.: facem cum Romanis reformans, muros Tiburtinae civitatis destrui praecepit. — Ott. di Fris., VII, c. 34: a pop. Rom. pro excidio Tiburtinorum in tantum de die in diem sollicitatur, ut improbitatem eorum non sustinens ad transtyberinam regionem migrans, animam suam vitae suae taedere confideretur. Il Bonincontrius (nel Lamius, Delic., V, 144) dice financo, che fosse stato discacciato della Città. Forse egli disciolse il Senato, sì come oggidì i Re disciolgono le Camere, e ordinò nuove elezioni.
609. Lo dimostra il documento dei 28 Dicembre 1148 (già citato) quando Eugenio non si trovava nella Città.
610. Chron. Fossae Novae, ad a. 1146: Romani venerunt super Tiburim, et multos ex eis decollaverunt. A qualche anno prima appartiene la notizia del Chron. Sublacense (Murat., Antiq., IV, 797): cum Romani tempore Thebaldi Prefecti supra Tiburtinos venerint.
611. Bonincontrius, p. 148: Guido Colonna s’insignorì di Norba e di Frosinone; Jacobus, prefetto urbano, investito dell’officio dal Papa, si pigliò Civitavecchia e Viterbo; Nicolò di Anguillara fece sue Tolfa e Santa Severa; Pietro Frangipane, Terracina e Sezza. Celestino II aveva donato ai Frangipani soltanto i redditi di Terracina, ma eglino vi si eressero a tiranni. Vedi nel Contatore, Historia di Terracina, I, c. 6, le notizie attinte dall’archivio di quella città. I Frangipani soffocarono il Comune di Terracina, perlochè ivi trovansi Consoli soltanto al principio del secolo decimoterzo, quando Innocenzo III soggiogò i Baroni.
612. Histor. pontifical., l. c., p. 538.
613. Fallax et invidus humani generis inimicus per Arnaldum schismaticum — hoc effecit, ut quidam capellani unitatem Ecclesiae — dividentes, ipsius Arnaldi sequantur errorem: et Cardinalibus atque Archipresbyteris suis obedientiam — exhibere debitam contradicant — dat. Brixiae Idib. — Julii. Il commovimento del clero inferiore durò tuttavia sotto di Adriano IV e di Alessandro III (vedi i Brevi di questi due Papi nel Mansi, XXI, 628, 803). Dalla lettera di Alessandro III emerge tuttavia l’esistenza di ventotto titoli cardinalizî per quell’età.
614. Ep. 243: Nobilib. et optimatib. et universo pop. Romano, frater Bern. Claraevallis vocatus Abbas, declinare a malo, et facere quod bonum est. — Ad omnem itaque spectat Christianum injuria Apostolorum — apostolicam Sedem divinis regalibusque privilegiis sublimatam auso sacrilego incessere, suoque minuere honore contenditis — Patres vestri Urbi Orbem subjugaverunt, vos Urbem properatis orbi facere fabulam — Quid ergo nunc Roma nisi sine capite truncum corpus, sine oculis frons effossa, facies tenebrosa? Così anche oggidì dicono i Vescovi di Francia e di tutto il mondo; e la lettera di san Bernardo fu citata dai difensori di Pio IX, tanto spesso quanto gli avversarî suoi hanno per parte loro accampato le opinioni, che in generale quello stesso Santo espresse per conto delle condizioni politiche del clero. Nè alcun Vescovo ai nostri giorni seppe sostenere che il Papa dovesse conservare Roma con tanta enfasi quale fu quella onde usò il vecchio Abate.
615. Quid de populo loquar? Populus Romanus est. Quid tam notum saeculis, quam protervia et fastus Romanorum? Gens insueta pacis, tumultui assueta; gens immitis et intractabilis usque adhuc subdi nescia, nisi cum non valeat resistere. Hi impii in Deum, temerarii in sancta, seditiosi in inxicem, aemuli in vicinos, inhumani in extraneos. Docuerunt linguam suam grandia loqui, cum opererentur exigua. E della proverbiale avarizia dei Romani dice: quem dabis mihi, vel de tota maxima Urbe, qui te in Papam receperis, precio, seu spe precii non interveniente? De Consideratione, IV, c. II. Il quarto e il quinto libro di questo celebre trattato destinato ad Eugenio III furono da san Bernardo scritti negli anni 1152, 1153. Più tardi il Petrarca difese Roma contro questa invettiva di san Bernardo nella sua scrittura: Contra Galli calumnias, Op., ed Basil., p. 1075.
616. Ep. 244, ad Conradum; e la lettera dell’amico (Martene, T. II, 299, Ep. 212).
617. Di questo dà notizia il notaio Giovanni: Ep. 239, fra le lettere di Guibaldo (nel Martene, Ampl. Collectio, II). Erroneamente il Martene pone la lettera all’anno 1151; fu scritta prima della battaglia di Flochberg, dove, agli 8 di Febbraio 1150, Guelfo fu vinto.
618. Le Bolle raccolte nel Jaffé stabiliscono che il suo soggiorno a Tusculo avvenne fra gli 8 di Aprile e i 7 di Novembre del 1149. Anon. Casin., Chron., a. 1148: Eugenius P. Tusculanum ingressus, fultus auxilio Rogerii Regis, Romanos sibi rebelles expugnat. Similmente Romualdo, p. 193. Roberto de Monte: P. Eugenius in Italiam regressus, cum Romanis vario eventu confligit.
619. Ep. 212 (fra quelle di Guibaldo): Eccellent. et Magnif. Dom. Urbis et Orbis Conrado etc. Sixtus, Nicolaus et Guido consiliatores Curiae sacri Senatus et communis salutis reipublicae procuratores — ut jam per plures litteras regiae significatam est majestati etc. etc.
620. Un manifesto dei Romani, nel carnovale dell’anno 1862, diceva quasi alla parola così: «Romani! chi ama la dignità di sè stesso, chi sente la grandezza dei destini che la Provvidenza ha serbato a Italia e alla sua città capitale, trova bastevole di tutti i diletti la vista del Foro antico di Roma e di tutti gli altri luoghi che rammentano le glorie antiche. Là il vero cittadino di Roma, ricordando la grandezza degli avi, mira il fondamento del nostro prossimo rinascimento dopo tanti secoli di obbrobrio. Viva il Pontefice non Re! Roma, ai 20 Febbraio 1862.»
621. Excell. atque praeclaro Urbis et Orbis totius Domino, Conrado Dei grat. Romanor. Regi, semper Augusto, S. P. Q. R. salutem et Rom. Imp. felicem et inclytam gubernationem (Ottone di Frisinga, De gestis, I, c. 28). Questa lettera non ripongo io col Martene e col Mansi all’anno 1150, ma al 1149, allorchè Eugenio, da Tusculo, angustiava Roma. Gli ambasciatori sono appellati nobiles viri della vera nobiltà. Gli esametri di barbaro stile esprimono bene l’intendimento politico de’ Romani. La lettera è povera troppo d’ingegno perchè io possa attribuirla ad Arnaldo.
622. Christianissimus princeps hujusmodi verbis sive naeniis praebere aures abnuit, dice conciso Ottone di Frisinga, in occasione della lettera dei Romani.
623. Ep. 213 (nelle lettere di Guibaldo) di un fidelis Senatus servorum regis fidelissimus.
624. Eugenius P. pacem cum Romanis reformans Romam reversus est: Anon. Casin., Chron. — Romualdo, p. 193. — Una Bolla di Eugenio è data: Laterani 28 Nov. 1149 (Jaffé).
625. La vita errabonda del Papa può seguirsi sulla scorta del Jaffé. L’anno 1151 egli dimorò a Segni sotto la protezione dei Conti di Ceccano. Ai 27 Ottobre egli consecrò la chiesa di Casamari presso a Veroli (Chron. Fossae Novae, ad a. 1152).
626. Ep. 214 Guidonis Card. et Cancellarii ad Wibaldum Abatem. Nell’Ep. 218, Guibaldo tranquilla Eugenio: è scritta dopo la disfatta di Guelfo VI. — La Ep. 225 di Guibaldo al cardinale Guidone.
627. Promissa Romanor. (Mon. Germ., IV, 88): restituzione di tutti i diritti della corona e di tutti gli scrigni delle chiese, eccettuata la moneta che aveva costato la guerra di Viterbo; resa di tutte le castella fuor della Città. Munitiones S. Gregorii et turrem de Sclaceis dabunt. In un documento dell’anno 1393 la Turris de Schiaciis è detta esistere extra portam Appiam et portam Laterani, ed appartenere al Casale Statuarium (nel Coppi, T. XV delle Dissertaz. dell’Accad. pontif. di Archeologia, p. 132). San Gregorio era un castello presso a Tivoli; ma qui può darsi che s’intendesse dire della fortezza sul Celio, che in una Bolla di Onorio III (del 1217) è appellata clausura in castro S. Gregorii (Bull. Vat., I, 100). Stabilivasi che soltanto a Recano e a Magliano sulla via Flaminia non potesse edificarsi castello alcuno. I Romani vollero giurare vassallaggio cum beneficio quingentarum librarum secundum quod consueverunt Romani jurare pontificibus Romanis. Inter predictos jurabunt Nicolaus, Syxtus, et Guido recuperata gratia vestra, precibus Senatorum. Costoro dunque erano stati accolti dal Re con mal garbo.
628. Conradus dei gr. Rex et semper Augustus praefecto urbis, consulibus, capitaneis et omni populo Romano tam minoribus, quam majoribus gratiam suam et bonam voluntatem (se ne togli il Prefetto, la è la formula eguale che s’usava con altre città: così per Pisa, Ep. 324). Post reditum nostrum a Jerosolimitana expeditione litteras universitatis vestrae frequenter accepimus (Ep. 322).
629. Ep. 327: dat. Signiae V Id. Januar. — Ep. 339 ai Tedeschi. L’Ep. 323 del Re al Papa.
630. «Non mai gli Italiani furono tanto discordevoli e fieramente avversi fra loro quanto in quei quindici anni, nei quali avrebbero potuto rompere la catena tedesca, e rivendicarsi in indipendenza; ma lo spirito nazionale non era ancor nato»: La Farina, Storia d’Italia, III, 392.
631. Carissimo Dei gr. F. Wetzel ad summa animae et corporis laeta undique proficere: Ep. 384 (nel Martene, II). Wetzel era forse svizzero, e venuto a Roma con Arnaldo. Se nella lettera si parla di gens vestra, non è questo buon motivo per argomentare che egli fosse romano. Ceterum quod consilio clericorum et monachorum, quorum doctrina divina et humana confusa sunt: è in tutto e per tutto il linguaggio che udimmo ai dì nostri. Financo le parole, citate nella lettera, che san Pietro disse nella ordinazione di san Clemente, e le sentenze di san Girolamo, furono anche al nostro tempo allegate nuovamente allo stesso scopo. Però la breve lettera di Wetzel è più penetrativa che tutta la pedantesca dissertazione (Pro causa italica, Firenze, 1860) di un ex gesuita, il quale ha scritto tre volumi in folio sul dogma della Immacolata Concezione. Ciò che Wetzel dice della donazione di Costantino (mendacium illud et fabula haeretica — ita detecta est, ut mercenarii et mulierculae quoslibet etiam doctissimos super hoc concludant) dimostra che a quel tempo si disputava del dominio temporale anche in piazza del mercato.
632. Il Pactum di Costanza (in Guibaldo, n. 385, in Albino e in Cencio) è dato: Constantiae X Kl. April. Ind. XV A. D. Incarn. MCLII Regnante Dno Frederico Romanor. Rege glorioso A. vero regni ejus I. Deve riporsi alla primavera del 1153 (Pertz, Leges, II, 92). Et pro viribus regni laborabit Romanos subjugare domino Papae et Rom. Eccl., sicut melius unquam a centum annis et retro.
633. A Guibaldo, Ep. 383, dat. Signiae XII Kal. Oct.: notificamus quae faciente Arnaldo haeretico rusticana quaedam turba absque nobilium et majorum scientia nuper est in Urbe molita. Circiter enim duo millia — sunt secretius conjurati, et in proximis Kalendis Novembris centum senatores — et duos consules — unum autem, quem volunt Imperatorem dicere creare disponunt.
634. Sul tempo del ritorno vedasi il Jaffé. L’espressione cum Romanis pace facta (oppure paciscens) dimostra che il Papa accettò la costituzione. Sigeb., Cont. Praemonstr. — Romualdo. — Anon. casin., Chron., dove l’anno devesi correggere in quello 1152.
635. Documento del 29 Maggio 1153, dove il Papa sottoscrive un trattato relativo a Radicofani. Testimonî sono i suoi servitori, sapracoquus, dapifer, marescalcus equorum alborum. Prima vengono: Cencius Frajapanis egregius Romanor. Consul; Johes Petri Leonis egreg. Rom. con.; Odo Frajapanis stren. Rom. Con.; Gratianus fil. Ovitionis Petri de Leone Rom. Con.; Johes Frajapanis fil. Dom. Centii Rom. Con.; Petrus Leonis de Leone. Rom. Con.; Obitio Leonis Petri de Leone Rom. Con.; Stephanus de Tebaldo etc. (Muratori, Ant., IV, 793). Simili sottoscrizioni sono apposte ad un documento dei 29 Agosto 1153 (Galletti, Del Prim., n. 59). Se ne rileva che la nobiltà discacciata aveva fatto ritorno. Il Vendettini, che si riferisce al primo dei detti documenti, reputa erroneamente che quei cortigiani del Papa fossero consiliatori del Senato.
636. Bonincontr., p. 148 e 150. Omai ai 26 Novembre 1150 il Papa aveva conquistato Terracina, certo coll’ajuto di Rogero (Chron. Fossae Novae). Ne restaurò la rocca, ponendovi l’iscrizione registrata dal Baronio: Quia mira animi virtute et honesti studio praeditus regalia multa lungo tempore amissa b. Petro restituit. Cencio serba memoria di parecchi trattati di Eugenio III, i quali dimostrano, con quanta prudenza ei tenesse raccolti i beni ecclesiastici e acquistasse castella.
637. Romualdo, p. 193. E parimenti dice Ugo di Ostia nella sua lettera bella e accalorata, con cui annuncia al Capitolo dei Cisterciensi la morte di Eugenio: jam fere Senatum annihilaverat (S. Bernardi Op., I, ep. 440).
638. Di Eugenio III non v’hanno monumenti in Roma. — Poco tempo prima del Papa, ai 25 Febbraio, moriva Tolomeo di Tusculo: obiit Ptolemaeus Tusculanus 5 Kal. Martii (Chron. Fossae Novae).
639. Anastasio IV si fece seppellire nel sarcofago di porfido di sant’Elena, che, tolto al mausoleo dell’Imperatrice (posto presso la via Labicana), si aveva fatto allestire nel Laterano: Innocenzo II aveva destinato a sua arca il sarcofago di porfido dell’imperatore Adriano: Joh. Diacon., De Eccles. Lateran. (Mabillon, Mus. Ital., 569). — Pio VI ebbe collocato l’urna di santa Elena nel Vaticano, dove adesso la si mira come opera d’arte, dopochè ebbe primamente servito di tomba ad un’Imperatrice e ad un Papa.
640. Andava egli questuando presso al convento di sant’Albano, e suo padre vergognandosene lo ributtò: Ille vero sibi relictus, et forti necessitate aliquid audere coactus, Gallicanas adiit regiones, ingenue erubescens in Anglia vel fodere vel mendicare. Così dice il suo compatriotto e contemporaneo Guilielm. Neubrigensis, De rebus Anglicis, II, 6.
641. L’aspro esordire di Adriano è notato dagli Annali di Würzburg: Adrianus qui dum post aliquot menses a cepto apostolatu insolenter in Romanos ageret, grave odium incurrit.
642. Girardum Card. tit. P. Pudentiane ad praesentiam ipsius Pontificis euntem, quidam ex ipsis haereticis — in via sacra — ad interitum vulneraverunt: Card. Arag. Le due parti si guardavano in cagnesco con tanta acerbità come ai dì nostri si fa tra liberali e legittimisti, combattentisi ad ogni opportunità con «dimostrazioni». Propter vulnerationem unius Cardinalis totam Urbem usque ad condignam satisfactionem supposuit ecclesiastico interdicto, dice, biasimando, Ptolem. Lucensis, XX, c. 20.
643. L’Hurter (Storia di Innocenzo III, Tom. I) ha descritto minutamente cos’erano l’interdetto e le sue conseguenze. Rettamente ei dice: quidquid delirant reges plectuntur Achivi; però, accanto dell’Agamennone, egli obblia di porre il furibondo Calcante del medio evo.
644. Tunc vero praedicti Senatores compulsi a clero et popolo romano — juraverunt quod saepe dictum haereticum et reliquos ipsius sectatores de tota urbe Roma et ejus finibus sine mora expellerent: Card. Aragon.
645. Redderet eisdem Cardinalibus Arnaldum Haereticum, quem vicecomites de Campania abstulerant Magistro O. Diacono S. Nicolai apud Briculas, ubi eum ceperat: quem tamquam Prophetam in terra sua cum honore habebant. Rex vero — continuo, missis apparitoribus, cepit unum de comitibus illis, qui valde perterritus eundem haereticum in manibus cardinalium statim restituit: Card. Aragon., p. 442. — In alcuni codici dell’op. citata, invece di Briculas si legge Otriculas. Quel sito però non è Otricoli, ma sì Bricole in Val d’Orcia, dove esisteva un ospizio di Camaldolesi. Ne erano padroni i Visconti di Campagnatico, ossiano quegli stessi vicecomites, che il testo sovrastato nomina De Campania. E qui fa d’uopo accogliere una lezione più accurata, che si trova in un miglior cod. mscr. (il Ricc. 228), il quale dice Vicecomites de Campanian. Questa rettificazione del testo, in quanto ai nomi di Bricole e di Campagnatico, dobbiamo al Troya, come ci vien dimostrato dall’Oderici nelle Storie Bresciane, IV, 281.
646. Il ministro Kaunitz strinse a Pio VI la mano che il Papa gli tendeva perchè la baciasse. — La controversia della staffa, episodio comico di una grande epopea, è registrato autenticamente in Cencio (nel Muratori, Antiq. Ital., I, 117). Il luogo ove avvenne fu il piccolo lago di Janula, vicin Nepi. Rex Fridericus descendit de equo, et occurrent ei quantum jactus est lapidis, in conspectu exercitus officium stratoris cum jucunditate implevit, et streugam fortiter tenuit. Il fortiter scolpisce tutta una scena: Adriano smorto in viso, e l’Imperatore sorridente, ironico, che tira forte la staffa.
647. Il discorso è dettatura dello Storico tedesco, ma corrisponde all’indole del tempo. Orbis imperium affectas, coronam praebitura gratanter assurgo, jocanter occurro — Cur enim suum visitaturus popolum non pacifice adveniret — qui indebitum clericorum excussurus jugum, ipsius magna ac diutina expectatione praestolatus est adventum? — Orbis Urbs sub hoc principe recipiat gubernacula, refraenetur hoc imperatore, ac ad Urbis reducatur monarchiam orbis insolentia. Di simile v’ha in Elmoldo contemporaneo (Chron. Slavor., I, c. 79) con esagerazioni fantastiche. Vedasi eziandio Sigeb., Auctar. Affigemense, a. 1155, e la lettera scritta da Federico stesso a Ottone di Frisinga, prima che questi compilasse la sua Storia.
648. A questo tratto, Ottone di Frisinga descrive con rilievo scultorio l’Imperatore: rex, tam superlo quam inusitato orationis tenore justa indignatione inflammatus, cursum verborum illorum — more italico longa continuatione periodorumque circuitibus (così usano anche oggidì) sermonem producturum interrupit, et cum corporis modestia, orisque venustate regalem servans animum ex improviso non improvise respondit. Il Barbarossa parlava per interprete, come più tardi fece nella pace di Venezia. Siccome la maggior parte dei Senatori di Roma non sapeva più parlare latino, così anche l’Imperatore poteva confortarsi della sua colla loro ignoranza.
649. Dice l’Imperatore stesso nella sua lettera, scritta prima della Storia di Ottone di Frisinga: Imperium emere noluimus, et sacramenta vulgo praestare non debuimus.
650. Il discorso, cui Ottone di Frisinga veste del suo stile, spira un’aura di classicismo, come quello de’ Romani medesimi. — Penes nos sunt consules tui: penes nos est senatus tuus; penes nos est miles tuus — Legitimus possessor sum. Eripiat quis, si potest, clavam de manu Herculis. Questo superbo motto alla Virgiliana in bocca del despoto significa: non v’ha ragione più legittima della clava di Ercole.
651. Ho già citato questi versi. Venuto Federico a Roma, si offese di essi e del quadro: Adriano promise tutto cancellare, ma sembra che non ne facesse nulla. Radevico, I, c. 10; e al c. 16 i Vescovi vi si riferiscono ancora nella loro lettera al Papa, a. 1156.
652. Quomodo Imperii mei sedem, usque ad periculum capitis non defenderem, qui et ipsius terminos — quantum est in me, restaurare cogitaverim. Più tardi, il Barbarossa scriveva a Saladino: «Non sai che le due Etiopie, la Mauritania, la Persia, la Siria, il paese de’ Parti dove il nostro dittatore Crasso soccombette al destino, la Giudea, la Samaritana, l’Arabia, ed altre terre innumerevoli sono soggette alla signoria Nostra?» La lettera, dell’anno 1188 (registrata da Rogero Hoveden, Annal., p. 650) potrà essere apocrifa o falsata, ma vero e genuino è lo spirito che la informa.
653. Praemittantur — qui eccl. B. Petri, Leoninumque occupent castrum (Ott. di Frisinga e la lettera di Federico). Questo castrum non è già il castel Sant’Angelo, ma la città Leonina stessa. Più in là è detto: Summoque diluculo Leoninam intrantes urbem, eccl. B. Petri, vestibulum et gradus occupaturi, observant.
654. Statim tam vehemens et fortis Teutonicorum vox conclamantium — concrepuit, ut orribile tonitrum crederetur de coelis cecidisse: Card. Aragon.
655. Ott. di Frisinga, II, c. 23: Dura haec agerentur, romanus populus cum Senatoribus suis in Capitolio convenerat. Audientes autem imperatorem sine sua adstipulatione coronam Imperii accepisse, in furorem versi... E Goffredo di Viterbo (Carmen de Gestis Frider., p. 24, ed. Ficker, 1853):
Romanus populus antiquos expedit usus,
Rex despexit eum primatum, milite tutus.
Nil petit imo jubet, Roma furore tumet.
Spe mala frustatus discedit abinde senatus,
Acriter iratus Romanus ad arma paratur — —
Roma dolens plorat, rumor in Urbe sonat.
656. Ottone di Frisinga e la lettera di Federico: Romani de ponte Tyberino prosiluerunt — Cardinalibus spoliatis, Papam capere intendebant.
657. Accipe nunc, Roma, pro auro arabico teutonicum ferrum. — Sic emitur a Francis imperium. È difficile che Federico avesse dapprima occupato il ponte del Tevere; soltanto che contro il castello aveva spiccato un grosso stuolo di milizie. I Romani passarono anche di là di quel ponte (de ponte Tyberino prosiluerunt); altri vennero dall’isola per il Transtevere (Ottone Morena, nel Muratori, VI, 987). Il Card. Aragon.: Populus, qui clausis portis apud Castrum Crescentii resiedebat armatus — e dappoi, alla fine del combattimento: infra portas ipsius castri se ipsum recepit. Forse nel castel Sant’Angelo risiedevano tuttavia i Pierleoni. Ottone di Frisinga: Pugna conseritur — juxta castrum Crescentii cum Romanis, juxta piscinam cum Transtyberinis (dov’è oggidì san Benedetto in Piscinula). Sigeb., Auctar. Aquicinct., ad a. 1155, ed Elmoldo, Chron. Slavor., c. 80, il quale attribuisce il merito maggiore ad Enrico il Leone, perlochè il Papa lo avrebbe poi premiato con donativi. Così anche gli Annal. Palidenses (Mon. Germ., XVI) ed una completa narrazione che è negli Annal. di Vincenzo da Praga (Mon. Germ., XVII, 655).
658. Geroh di Reichersberg, De Investig. Antichr., I (Gretser, Prolegom. ad scriptor. adv. Waldenses, c. 4), accagiona espressamente il Prefetto urbano della morte di Arnaldo: A praefecto Urbis Romae de sub eorum custodia — ereptus ac pro speciali causa occisus ab ejus servis est. Maximam siquidem cladem ex occasione ejusdem doctrinae idem Praef. a Romanis civibus perpessus fuerat. Io interpreto questo passo (di cui vo debitore al Papencordt) mercè un documento dei 17 Luglio 1158: il Prefetto (Pietro) e Giovanni e Ottaviano fratelli suoi, da Viterbo, fanno quitanza al Papa di averne ricevuto 1000 marchi, e dicono averne conseguito in pegno i redditi di Civita Castellana ecc., a compenso de damno castrorum, domorum — occasione guerrae quam habuimus cum Pop. Romano pro Roman. Ecclesia (ne è informato anche Vincenzo di Praga): il Papa promette eziandio di far restaurare le loro case nella Città. Il Praefectus, Johannes Praefecti et Octavianus germani fratres, Petrus, Johannis, Johannes Caparrone (tutti proprietarî di beni a Viterbo) e Petrus de Atteja (a Nepi) compongono la famiglia dei Prefetti di Vico e di Viterbo (Murat., Antiq., IV, 31; Theiner, I, XXV).
659. Ottone di Frisinga: in Tusciae finibus captus, principis examini reservatus est, et ad ultimum a praefecto Urbis ligno adactus, ac rogo in pulverem funere redacto, ne a stolida plebe corpus ejus venerationi haberetur, in Tyberim sparsus.
Così i contemporanei, Gottfried (Pantheon, nel Muratori, VII, 464): Strangulat hunc laqueus, ignis et unda vehunt, e Geroh: suspendio neci traditus, quin et post mortem incendio crematus atque in Tyberim projectus est, ne videlicet Rom. popul. quem sua doctrina illexerat, sibi eum martyrem dedicaret. — Gli Atti romani nel Card. Arag. ne tacciono. — Annal. Einsiedel. (Mon. Germ., V), a. 1155: hereticus suspensus est. — Annal. Palidenses (Mon. Germ., XVI) prefecto traditur et suspendio adjudicatur, qui per mala quae moriens pertulit, erroris debita solvit. Il Sismondi, il Leo ed il Raumer, del paro che il poeta Niccolini, imaginano che il luogo del supplizio fosse la piazza del Popolo, di dove Arnaldo avrebbe potuto misurare col suo occhio le tre strade di Roma: ma esse a quel tempo non esistevano, come non esisteva la piazza (allora ivi erano orti); e d’altronde l’esecuzione non potè avvenire dentro di Roma che teneva sbarrate le porte. Non è dato di fare che tre ipotesi: o Arnaldo fu giustiziato prima che Federico entrasse, o subito dopo la sua coronazione e la battaglia, o dopo che l’Imperatore si ritirò a Soratte. Senza esitare, io mi appiglio all’opinione che dichiaro nel testo.
660. Questo dico a confutazione del Raumer che si esprime così: «Egli non seppe porre i suoi disegni in armonia con alcuno dei grandi principî di quell’età, ma s’atteggiò ostilmente del pari contro lo Stato e contro la Chiesa di quel tempo, mentre s’accese di entusiasmi per cosa che era allora tutto morta, e a cui resuscitare invano s’affaticò.»
661. Mi rallegra che un Tedesco abbia biasimato il barbaro supplizio di Arnaldo: fu Geroh, priore di Reichersberg (morto nel 1169), il quale consentiva nelle opinioni di Arnaldo, che i preti non si dovessero intromettere nelle podestà temporali. Quem ego vellem pro tali doctrina (le sue massime politiche) tua quamvis prava, vel exilio, vel carcere, aut alia poena, praeter mortem, punitum esse, vel saltem taliter occisum, ut Rom. Eccl. seu curia, ejus necis quaestione careret — quare non saltem ab occisi crematione et submersione ejus occisores metuerent, quatenus a domo sacerdotali sanguinis quaestio remota esset, sed de his ipsi viderint. E dice che l’operosità di Arnaldo fu nobile e generosa. — Zelo forte bono, sed minori scientia...: il suo supplizio nex perperam acta.
662. Due mesi dopo che io aveva scritto (nella prima edizione) questa pagina, lessi in una relazione da Loreto, dei 18 Febbraio 1862: «Ai 13 di Febbraio pei canti della città si appiccarono dei manifesti ne’ quali era detto: «Viva il Papa non Re! Viva Arnaldo da Brescia! Viva il clero liberale!» Due scritte «Viva Arnaldo da Brescia», a gran caratteri, si affissero financo sulla facciata del duomo.» Questo era avvenuto in conseguenza della risposta data dal cardinale Antonelli a certi dispacci francesi; e in parecchie città d’Italia n’erano stati provocati segni di protesta contro il dominio temporale. — Intorno alla Pasqua del 1862 leggeva poi che a Firenze si aveva fatto proposta di erigere un monumento ad Arnaldo (a). — Forse il solo dramma nazionale che possiedano gli Italiani è l’Arnaldo da Brescia del fiorentino Giovanni Battista Niccolini.
(a) Ed uno gliene fu innalzato nell’anno 1868 a Desio, nella villa Antona-Traversa. (N. del T.)
663. Sicard., Chron., p. 599: in quorum (sc. Romanorum) acrimoniam et Imperialem ultionem Tiburtinum censuit municipium restaurari. — L’atto della restituzione di Tivoli al Papa, salvo tamen per omnia jure imperiali, è registrato in Cencio e nel Card. Arag.; nel Theiner, I, n. XXI. Sventuratamente manca di data.
664. In data dei 9 Luglio 1155 Gionata figlio di Tolomeo riceve in feudo dalla Chiesa la metà di Tusculo: Cencio, fol. 112; Theiner, I, n. 20.
665. Sulla ritirata di Federico vedasi Ottone di Frisinga, II, c. 24, dov’è bene descritta la mal’aria di Roma: e vicinis stagnis, cavernosisque, ac ruinosis circa Urbem locis tristibus erumpentibus et exhalantibus nebulis, totus vicinus crassatur aër, ad hauriendum mortalibus lethifer, ac pestilens. Urgebatur hoc incommodo in Urbe civis, hoc tempore ad montana consuetus fugere: proprio come oggidì. — Per quel che concerne Spoleto, vedasi la dotta annotazione nel Papencordt, p. 267. In quel palazzo del Comune io copiai questa epigrafe che vi si conserva incisa in pietra:
Hoc est Spoletum censu populoque repletum
Quod debellavit Fridericus et igne cremavit.
Si queris quando post partum Virginis anno
MCLV. Tres novies soles Julius tunc mensis habebat.
666. L’esercito di Adriano era composto di vassalli della Chiesa: comitum et aliorum nobilium tam de Urbe, quam de Campania: Card. Aragon. — Romualdo: Terram Laboris ingressus, eam violenter obtinuit.
667. Romam praeterea, quae tunc adversabatur Pontifici, dominio ipsius armis vel pecunia subjugavit: Card. Aragon.
668. Odone Frangipane disdisse il giuramento prestato al Re (Card. Aragon.). Ligius homo papae devenit; è l’espressione usata a quel tempo. Vedasi il linguaggio orgoglioso di Guglielmo nell’istromento di pace (Baron., ad a. 1156, n. IV); l’investitura del Papa al n. VII: e si consulti eziandio il Watterich, II, 352. Soltanto adesso i Re di Sicilia furono infeudati di Salerno, di Amalfi, di Napoli e degli Abruzzi (Marsia). Il Concordato costituiva quasi independente da Roma la Chiesa sicula. Leggansi il Giannone, lib. XII, e il contemporaneo Romualdo, p. 197.
669.
Hostibus imperii presul Romanus adhesit,
Federa dat Siculis, pariter dat federa Grecis,
Fit modo materies mortis et hora necis.
(Gotfried, de Gestis Frid., ed. Ficker, p. 28).
670. La Conventio inter Adrianum IV et Urbevetanos (nel Muratori, Antiq. It., IV, 36) è data: A. 1157 Ind. VI Mense Febr. Il Papa è rappresentato da sette Cardinali; la città da un Abate, da due Consoli e da due nobiluomini: fecerunt siquidem praefati consules ligium dominium domino Pp. Sulle edificazioni di Adriano in Orvieto vedasi Monaldo Monaldeschi, Commentarii Historici, Venet., 1584, 35.
671. Ad amoenum et populosum Viterbii castrum descendit, et exinde ad Urbem et Lateranense Consistorium cum gloria et honore debito remeavit: Card. Aragon., p. 445. Il Jaffé mostra Adriano reduce in Laterano ai 12 Novembre 1156.
672. Precisamente dell’anno 1157 v’ha un’iscrizione del Senato, posta sulle mura della Città: di ciò più tardi.
673. La nota frase: si majora beneficia excellentia tua de manu nostra suscepisset... Radevich, I, c. 8. — Ottone di san Blasio, c. 8. — Uno dei legati, Rolando cardinale, che ebbe più tardi rinnomanza come papa Alessandro III, disse conciso e ardito: A quo ergo habet, si a dom. Papa non habet imperium? Ottone, conte palatino, si scagliò colla spada ignuda sopra i preti, ma l’Imperatore impedì che si uccidessero: così ebbe suo riscontro quel che era avvenuto nel celebre Sinodo di Gregorio VII (Radevich, I, c. 10). — Vi fanno seguito la lettera di lamentanza che il Papa scrive al Vescovi tedeschi (I, c. 15), e la loro vivace risposta (I, c. 16), in cui si chiariscono aderenti alle idee dell’Imperatore: liberam Imperii nostri coronam divino tantum beneficio adscribimus. In capite orbis Deus per Imperium exaltavit Ecclesiam, in capite orbis Ecclesia (non per Deum ut credimus) nunc demolitur Imperium.
674. Cumque per electionem principum, a solo Deo Regnum et Imperium nostrum sit — quicunque nos Imperialem Coronam pro beneficio a D. Papa suscepisse dixerit, divinae istitutioni, et doctrinae Petri contrarius est, et mendacii reus erit: Radev., I, c. 10. — I Papi dicevano che gli Imperatori erano tali per grazia del Papa; gli Imperatori dicevano sè esserlo per grazia di Dio (gratia Dei oppure divino beneficio) mercè l’elezione del parlamento. Nel medio evo la «grazia di Dio» non aveva alcun mistico significato; per gli Imperatori aveva pari significazione che pei Prefetti della Città.
675. Sic et apud Ligures pacta nociva movet (Gotfried, p. 29).
676. Di questo fondavasi titolo nelle statuizioni di Roncaglia, per le quali, come regalie di diritto, si aveva attribuito all’Imperatore: Ducatus, Marchiae, Comitatus, Consulatus, Telonia, Foderum, Vectigalia, Portus, Pedatica, Molendina, Piscariae. Radev., II, c. 5, c. 10. Che cosa restava al popolo dissanguato?
677. Si rammenti questo essere precisamente il discorso onde avevano usato i Romani nella loro lettera a Corrado.
678. Le due lettere sono in Sigeberto, Cont. Aquicinctin., ad a. 1157 (Mon. Germ., VIII, 408). Però quella del Papa è data ai 24 Giugno 1159, da Preneste. Fin nell’indirizzo la lettera di Federico doveva offendere l’orgoglioso Papa: Fridericus Dei Gr. Rom. Imp. Semper Aug. Adriano Eccles. Catholicae Summo Pontifici omnibus adhaerere, quae cepit Jesus facere et docere. Adriano si dolse benanco che l’Imperatore nelle lettere ponesse il nome suo innanzi a quello del Papa: in quo insolentiae, ne dicam arrogantiae, notam incurris.
679. Nam cum divina ordinatione ego Rom. Imp. et dicar et sim, speciem tantum dominantis effingo — si Urbis Romae de manu nostra fuerit excussa. — Papa e Vescovi dicevano: Quid mihi et regi? e l’Imperatore chiedeva al Papa e ai Vescovi: Quid tibi et possessioni? Radev., II, c. 30. In tutto e per tutto la cosa andava come fu ai dì nostri.
680. La narrazione esatta ne è data in Radev., II, c. 41. Federico incarica i suoi ambasciatori ut ea, quae cum Pop. Rom. seu de stabiliendo Senatu, seu de recipiendo Praefecto agenda forent terminarent etc. etc.
681. L’antico fanciullo mendicante d’Inghilterra scriveva a re Enrico II con ingenua concisione: sane Hiberniam, et omnes insulas, quibus sol Justitiae Christus illuxit — ad jus b. Petri et S. R. E. — non est dubium pertinere: Mansi, XXI, 788.
682. Ne tengono nota gli Atti di Bosone suo camerario, nel Card. Aragon., p. 445. Maggiori notizie trassero da quelli Albino e Cencio. — Odone De Poli, parente dei conti de’ Marsi, cedette al Papa tutte le sue castella, che erano beni rubati alla Chiesa, e li riebbe in feudo da essa, diventandone vassallo. Erano queste terre: Poli, Faustiniano, Anticuli, Rocca de Nibli, Monte Manno, Gadabiolo (Guadagnolo), Sarracinisco, Rocca de Muri, Castellus Novus; vedasi qual cumulo di beni fino da allora mettessero insieme i Baroni (Doc. in Cencio, fol. 107, dei 7 Gennaio 1157; nel Murat., Antiq., I, 676; nel Theiner, I, n. XXII). — Simili contratti di natura feudale concernono Tusculo ed il Castrum Mons Sci Johis in territorio Campanino (Monte san Giovanni sul Liri), che ancora era posseduto da Longobardi della casa di Aquino: di più, Raiano, Sculgola, Corclanum, Orvieto. Di pochi Pontefici come di questo Cencio conservò tanti documenti.
683. Così diceva Adriano, rammaricandosi, al suo celebre conterraneo Giovanni di Salisbury (De Nugis Curialium, VIII, c. 23). In incudine, inquit, et malleo semper dilatavit me Dominus: motto arguto e bello. — In tutti i secoli il mondo ad una sol voce sferzò l’avarizia de’ Romani. Romae Deus non est trinus, sed quattrinus, dicevasi nel medio evo.
684. Così rappresenta la cosa la Epistola Canonicorum b. Petri pro parte Victoris (Radev., II, c. 66). Ancor vivente Adriano, Bosone camerario s’era impadronito della munitio S. Petri (ossia del Vaticano fortificato). Rolando stesso dice munitio Ecclesiae (lettere indiritte a Genova, nel Caffaro, Annal. Gen., I, 274, ed a Bologna, in Radev., II, c. 51).
685. Probabilmente il cappellano di ogni Cardinale recava il manto preparato pel suo signore. L’immantare era il primo simbolo del conseguito Papato, e si die’ peso a ciò che la immantatio di Ottaviano avvenne prima di quella di Rolando (Radev., II, 71). Più tardi la plebaglia gridò ad Ottaviano: Fili maledicte dismanta! non eris Papa. Così nel manifesto dell’elezione di Rolando (Radev., II, c. 51), che è trascritto dal Card. Aragon.
686. E si gridava in italiano: «Papa Victore santo Pietro l’elegge» (Relazione del Capitolo di san Pietro).
687. Egli passò per Cisterna, dove vuole la leggenda che Nerone si sia nascosto. Perciò i Canonici di san Pietro dicono: Pervenerunt ad cisternam Neronis, in qua latuit Nero fugiens Romanos insequentes. Juste Cisternam adierunt, quia dereliquerunt fontem aquae vivae, et foderunt sibi cisternas. I Vittoriani (in Radev. II, c. 52): In castro — Cisterna, intra Aritiam et Terracinam, Rolandum Cancellarium immantaverunt. Romualdo, p. 200: Nimphas venit, et ibi ab Ubaldo Ostiensi Ep. — solemniter consecratus, et postea Terracinam venit. Rolando stesso narra che a Ninfa fu consecrato (Radev., I, c. 51).
688. Nel Concilio di Pavia produssero testimonianza per lui: Petrus Urbis Praef., Stephanus de Tebaldo, Steph. Nortmannus, et Johs de S. Stephano, et Johs Cajetanus, et Wolferaminus de Gidocica, et Gimundus de domo Petrileonis (Actio Concilii, Radev., II, 67). Alcuni moderni affermano che Ottaviano fosse de’ Tusculani; ma il Catalogo dei Papi nel Chron. Riccardi Clun. (Mur., Ant. It. IV, 1112) dice esattamente: Octavianus, natione Sabinensis. — Che egli fosse di Monticelli nella Sabina lo nota l’Anon. Casin., ad a. 1159: Octavianus de Monticelio: il Baronio ed il Cardella erroneamente intesero che vi si parlasse della Regione Montecelio di Roma. — Conte di Monticelli era allora Ottone. Questa famiglia discendeva dai Crescenzî, ed era congiunta di parentela colla casa Palombara, dalla quale Sigeberto (Auctar. Acquicinct., ann. 1158) sembra far derivare Ottaviano: ed era pure imparentata coi Prefetti di Vico e di Viterbo. Da un Diploma conservato nell’Archivio di Terni, l’Angeloni (Historia di Terni, Roma, 1646) vuole argomentare che Federico I, nel 1162, desse Terni in feudo ad Ottaviano, e dice che in quella carta sieno nominati Ottone, Goffredo e Solimano, fratelli di Ottaviano. Poichè però quell’Autore non ne diede il documento alle stampe, non posso prender per buona moneta le sue dubbie notizie.
689.
Roma nec explorat, cui jura favent pociora,
Sed quis majora dona det absque mora.
(Gotfried, De Gestis Frid., p. 30).
690. Lettera di questi Vittoriani, in Radev. II, 52. — Rolando ebbe il maggior numero di voti: il suo partito voleva contare quattordici Cardinali, e attribuirne agli avversarî due soli, Guido e Giovanni: due altri dei Vittoriani erano assenti. Però i Vittoriani affermarono di aver avuto nove voti. In tutto devono esser stati in Roma da venti a ventidue Cardinali. Vedi le lettere nel Mansi, XXI, nel Pertz, Leges, II, nel Baronio ecc. Inoltre un’importante scrittura de’ Rolandisti trovasi nel Theiner, Disquisit. Criticae, p. 212, n. XXIII. Quasi tutte le chiese e i conventi di Roma riconobbero Ottaviano per papa: vedi le sottoscrizioni agli Atti del Concilio di Pavia (Mansi, XXI, 1113); fra le altre: Magister fratrum templi Hierosolymitani in monte Aventino cum suis fratribus obedivit. Dunque fino da allora quest’ordine possedeva la sua casa sul monte Aventino.
691. A questo tempo appartiene il Decretum Ottonis Comitis Palatini pro congruis alimentis praestandis a Rustico abbate Farfensi etc., dato nell’anno 1159 a Farfa (sulla fine della Cronica): vi si sottoscrivono Petrus Praefectus Urbis, Jonathas Comes Tusculanus, Otto Comes Monticellensis, Octavianus Comes Palumbariae, Rainerius Comes Tyburtinus, Stephanus Tebaldi, Raynerius et Gentilis illustres. Se ne ricava notizia quai fossero i Conti della provincia romana aderenti dell’Impero. È difficile che l’antico Conte di Tivoli conservasse ancora la sua podestà.
692. Di già Adriano IV da Anagni aveva conchiuso la lega coi Lombardi: Sir Raul, De Rebus gestis Friderici, p. 1183, C. — Vedi la Epistola Concilii (Papiensis) alla Cristianità, nel Watterich, II, 483.
693. Chron. Fossae Novae; ad a. 1160: Hic venit Anagniam, et acquisivit totam Campaniam, et misit in suo jure. Nella scrittura dei Rolandisti (nel Theiner) è detto che Ottaviano corruppe i primi Senatori colla moneta di dugento libbre, ma che i nuovi eletti li costrinsero a depositare quel denaro in Campidoglio: in Capitolium deportata, et qualiter de communi voce populi muri urbis exinde repariantur.
694. Venne nella Città ai 6 di Giugno, e ai 27 era tornato a Preneste. Mansi, XXI, 1036: lettera di Alessandro ad Enrico di Grado: Nos — VIII Id. Junii Urbem tenuisse et a clero et pop. Rom. apud eccl. de S. M. Novae cum psalmis, hymnis — fuisse receptos. Alla domenica successiva egli avrebbe celebrato pacificamente la messa in Laterano: Data Romae apud S. M. Novam XVIII Kal. Junii. — Card. Aragon., p. 451: Quia vero diutius ibidem propter magnam schismaticor. seditionem quiete non potuit remanere, precibus P. Romani seductus, ad partes Campanie remeavit.
695. Gli Annali di Erfurt (Mon. Germ., XVI): de Urbe quinque Senatores missi a Romanis erant.
696. Cum omne patrimonium S. Petri — ab Aquapendente usque ad Ceperanum (confini che allora aveva lo Stato della Chiesa) per Imp. et schismaticos occupatum vidisset: Card. Arag., p. 451; Bern. Guidonis, p. 446. — E Federico stesso dice: Rollandus — propter fideles nostros circa Romam non habet — ubi caput suum reclinet; perlochè egli sarebbe fuggito: ed eziandio dice che era indebitato fino agli occhi. Goldast, Constit Imp., I, 279.
697. Vedi J. Ficker, Rainaldo di Dassel, cancelliere dell’Impero e arciv. di Colonia (1156-1167), giusta le fonti storiche, Colonia, 1850.
698. A. 1162: Nos Senatores pro justitia cuique tribuenda a reverendo atque magnifico populo Romano in Capitolio constituti — (Galletti, Del Prim., n. LXI). — Ai 14 di Ottobre 1163 v’è questa data: Anno. Pontif. Dompni Victoris IV pape (Galletti, n. LXII).
699. Noto che Federico agli 8 Novembre 1163 diede una lettera di franchigia per Gubbio: Dat. VI yd. Nov. A. D. J. MCLXIII Ind. XII — Act. Laud. in d. n. fel. Am. — Ego Rainald etc. L’originale non esiste più nell’Archivio di Gubbio.
700. Roma fu da Cristiano messa a gravi strette; vedi la lettera 33 di Giovanni di Salisbury a san Tomaso (ediz. di Lupo, Oper., T. X, 81). Questi avvenimenti sono dell’anno 1165. Sotto la data di Indict. XIV, ne narra la Cronica di Fossa Nova. — Sigeb., Cont. Aquicinct., li registra all’anno 1165, e il Card. Arag., scombuiato in fatto di cronologia, li pone dopo il ritorno del Papa.
701. Card. Aragon., p. 456: Pecunia non modica mediante — et Senatum juxta voluntatem et arbitrium ejus innovando constituit.
702. Acta sunt haec A. D. Inc. MCLXV Ind. XIII IX Kal. Dec. Pontif. vero ipsius Papae an. VI: così dicono gli Atti nel Card. Arag., p. 457. Vi concorda Romualdo, p. 205; e la stessa data pone Alessandro nella lettera ad Enrico di Reims, Lateran. VIII Kal. Dec. (24 Novemb.): Mansi, XXI, 1042.
703. Cum illo populo habitamus, qui tempore omnimodae pacis, nedum turbationis, ad Romanor. pontif. consuevit manus respicere: lettera all’Arcivescovo di Reims, Laterani XV Kal. Febr. (Ep. 96, nel Martene, II, 721). Qua e altrove egli si duole dei suoi debiti e degli usurai: tanta namque sunt onera debitorum et creditorum instantia, ut nisi ecclesiae dei a tua fuerit modo liberalitate subventum, vix aut numquam nobis statum urbis in ea pace, in qua nunc est, poterimus conservare. Soltanto in grazia del denaro Roma aderiva ai Papi. Vedi eziandio l’Ep. 109 del Papa allo stesso Arcivescovo.
704. L’Ep. 140 di Giovanni di Salisbury dice che Guglielmo morendo mandò 40,000 lire sterline al Papa: altrettante il figlio di lui (Lupus, Op., T. X, 150).
705. Et quia Roma, si inveniret emptorem, se venalem praeberet — nihil cum eo (populo) potuit efficere, qui se utrique parti simulabat placere, et cum nulla fideliter ambulabat: Card. Aragon., p. 457.
706. Alcuni documenti fanno apparire che, prima Gionata, indi Raino fossero signori di Tusculo. In Cencio trovasi nel 1155 Gionata che conchiude un patto concernente Tusculo, ed ancora nel 1150 ei sottoscrive a Farfa il decreto di Ottone conte palatino; nel 1163 l’Abate di santo Alessio gli dà in feudo Astura (Nerini, n. XIII). Nel 1167 si nomina il solo Raino come conte di Tusculo; nel 1171 è Raino che cede Tusculo al Papa: pertanto Gionata morì prima del 1167. Io non credo col Curtius che Gionata e Raino formassero una persona sola; i documenti non confondono i nomi.
707. I trattati concernenti Tusculo sono nel Muratori (Ant. It., III, 777), che li trasse da Cencio: quello conchiuso con Odone de Columpna è dato ai 10 Dicembre 1151. Addì 28 Dicembre 1152 Odone Frangipane fa quitanza di trenta libbre ricevute dal Papa per la liberazione del pegno. Ai 9 Luglio 1155 Jonathas fil. quond. Ptolomei de Tusculana giura fedeltà al Papa excepto contra Imperatorem — hanc fidelitatem facio quia dedisti mihi in feudum totam partem vestram supradicte civitatis Tusculanae. Ed a cauzione del Papa gli consegna Montisfortini e Faiola, usque in terminum duor. annor. incipiendor., postquam vera pax fuerit facta inter vos et Romanos (Cencius, fol. CXII).
708. La Cronica del Marangone narra questo fatto sotto la data dell’Ind. XV. A Civitavecchia erano Pietro Latro e quaranta Romani: furon fatti prigionieri. Ottimo chiarimento di questi casi dà la lettera di Rainaldo al Coloniensi e al duca Enrico di Limburg: Nos cum sola et domini cancellarii Philippi militia Tusculanum ingressi sumus, ne civitas illa, imperio summe necessaria, perderetur (Sudendorf, Regist., n. LXII). Romualdo (p. 208) nomina oltre a Rainaldo anche l’esiliato Andrea de Rupe Canina. Vedi anche Ottone de S. Blasio, c. 20. Che fosse Raino a chiamar gli Imperiali lo dice soltanto il Card. Aragon.
709. Ottone de S. Blasio conta 500 milites et 800 Caesarianos, e trecento uomini a Tusculo. Acerbo Morena udì da’ combattenti che tutta l’oste tedesca non giungeva a mille cavalieri. Con Cristiano, dic’egli, erano eziandio Roberto di Bassavilla (esiliato dalle Puglie), il Conte dei Marsi, et Braibenzones, qui erant fortissimi (p. 1143, sq.). Se si stia a Sigb., Auctar. Aquicinct., vi si trovava presente anche Alessandro vescovo di Liegi. Gli Annal. Coloniens. Maximi (Mon. Germ. XVII, 766) non danno a Cristiano che cinquecento uomini.
710. Della battaglia di Monte Porzio: Sicardo (Chron., p. 599, nota 18): Theotonici — apud Montem Portum invadunt; Gottfried (De Gestis Frider., p. 41): in monte de Porcu; Chron. Urspergens., p. 224: apud Montem Porcum. Anche Giov. Villani scrive: Monte del Porco. Del giorno, 4 Kal. Junii, dies lunae Pentecostis oppur Feria 2, danno conferma la lettera di Rainaldo, la Cronica del Marangone, le postille marginali del Cod. Farf. Vatican. 6808, gli Acta Pontif. in Cencio, gli Annali di Erfurt, di Magdeburgo ecc. I Romani uscirono la domenica di Pentecoste a porsi in ordine di battaglia. Gli Annal. di Magdeburgo dicono che fu fatto prigioniero filium cujusd. Ottonis Frangepanis quem multis pecuniis redimere volentibus non reddiderunt. Rainaldo scrive: Romani miserabiles a Tusculano usque Romam per omnes vias, per omnes agros, sicut pecora, tanta strage jugulati sunt, ut occisorum numerus supra IX aestimetur millia. Egli e l’Arcivescovo di Magonza avrebbero fatto soltanto cinquemila prigionieri; e i Romani medesimi avrebbero detto: de XXX millibus vix duo millia in urbem rediisse. Gli Imperialisti (come Ottone de S. Blasio e Sigeb., Auct. Aquicinct.) esagerano il numero de’ morti fino a quindicimila. Sono più esatti gli Italiani, i quali variano dai sei ai duemila.
711. Acerbo Morena dice sprezzevolmente: vilissimi sunt — non sicut sui majores fecere faciunt. Il Card. Aragon.: in primo congressus Popul. Rom. irrecuperabiliter corruit, et per campestria, atque convallium devia ita impie contritus, atque delapsus est, quod de tanto agmine tertia vix pars evasit. Il contemporaneo Gottfried, de Gest. Frid.:
Roma cadit fugiens, cecedit pars magna Senatus —
Hii duo presbiteri, quos pretulit ordine Cesar,
Tam male cantabant requiem super agmina cesa,
Cesa per arva necant et tumulanda vetant.
Milia bis bina per prata jacent resupina,
Pluraque captiva retinent in carcere viva.
712. Ab eo tempore, quo Annibal Romanos apud Cannas devicit, tantam Romanorum stragem nullus recolit extitisse: Card. Aragon. — Il Villani, lib. V, c. I, registra la leggenda che la battaglia andasse perduta per il tradimento dei Colonnesi, i quali perciò sarebbero stati cacciati di Roma. Il Mattei, Memorie di Tusculo, s’inventa di suo capo i nomi dei duci romani: che i morti si seppellissero a san Lorenzo e a san Sebastiano, è cosa probabile; però nessuna iscrizione funeraria ne giunse fino a noi. Solamente Sicardo, p. 599, dice: quorum multi apud S. Stephanum sepulti sunt, et habent hoc epitaphium: Mille decem decies et sex decies quoque seni.
713. Il Card. Arag. nota al 19 di Luglio l’arrivo di Federico; il Morena, testimonio oculare, più determinatamente: in die lunae, quae fuit IX die ante Calendas Aug. de Ind. XV in Monte Gaudio — castrametatus est. Il monte è dai Cronisti chiamato Gaudius oppure Malus. Il Marangone ha questa data: XI Kal. Aug.
714. Sopra queste porte, a lettere d’argento, era fatto nota della donazione di Costantino. Il Mallio, nella Descrizione del san Pietro, n. 160 (intorno al 1180), dice: Argenteis literis (sicut nos vidimus, et cum fratribus saepissime legimus) adnotata fuere, videlicet Perusium, Fesulae, Clusium, Bulsinum, Assisium etc. Nell’anno 1200 i Viterbesi furono costretti a restituire le porte. — Acerbus Morena, p. 1149: exarsa est — mirabilis imago — in muro ipsius Ecclesiae versus eccl. S. Petri super atrium ipsius Eccl. S. Petri, ex auro purissimo atque splendidissimo decorata, cujus similis in Italia nunquam fuit amplius visa: rappresentava Cristo e san Pietro. Il Morena chiama la S. Maria in Turri anche col nome de Laborario. Molti altri Cronisti parlano dell’incendio, e il Chron. Magni Presbiteri (Mon. Germ., XVIII, 489) ne rovescia la colpa sulla plebaglia che era nell’esercito dell’imperatore (per viles personas).
715. Infesta signa usque ad altare ferentes, occisione multorum polluerunt (Otto de S. Blasio, c. 20). — Et replevit aedem interfectis: Elmold, Chron. Slavor., II, c. 10.
716. Se si stia ad Acerbo Morena, il duomo fu preso di sabato, poichè egli pone in martedì il giorno 1 Agosto. Del 30 Luglio, ch’era domenica, è il Diploma dato da Federico (apud S. Petrum) a ricompensa della gloriosa vittoria riportata sui Romani da Rainaldo e dai vassalli del Vescovo di Colonia; gli fa dono dei redditi di Andernach, specialiter quia deo auctore, Romanis in conflictu publico per invictam ejus et illustris Coloniensis ecclesie militie virtutem gloriosissime superatis, sacratissimum nostrum imperium inexplicabiliter est exaltatum (Bohmer, n. 2526). Pochi dì dopo Rainaldo moriva.
717. Vedi il Reuter, Storia di Aless. III, Lipsia 1860, II, 262.
718. Una galea — usque ad romeam ripam prope pontem cum vexillis multis erectis applicuit: Marangone. La riparmea ossia ripa romana sarebbe quella che più tardi ebbe nome di «ripa grande».
719. ... quod Senatum non nisi per eum vel per nuntium suum ordinabunt. — D. Imp. confirmabit Senatum perpetuo in eo vigore, in quo nunc est, et augebit cum tali tenore, ut Senatus — ei subjectus fiat, et faciet inde privilegium cum sigillo auri, in quo contineantur haec, videl. confirmatio Senatus, et quod faciet salva omnia justa testamenta populi Romani: Godefridi Monachi Annal., a. 1167; Goldast, I, 283; Annal. Colon. Maximi (Mon. Germ., XVII, 781).
720. Di queste particolarità narra soltanto la vecchia Cronica del Marangone: CCCC obsides, quos Imp. antea habere non poterat, ei dederunt, et L Senatores ex praecepto Augusti constituerunt. Tuttavia dovettero pur essere cinquantasei Senatori.
721. Goffredo, testimonio oculare (De Gestis Frid.), ne la descrive (sic ubi Roma tacet, gloria nostra jacet), e parimenti fa il Morena. La Cronica Piacentina (ediz. dell’Huillard, Parigi 1856): descendit pluvia, quae appellatur Basobo mense augusti. La mal’aria (intemperie aëris) parve allo Scrittore degli Ann. Cameracens. (Mon. Germ., XVI) esser simile ad un’immane nube nera, che di repente coperse la vallata vicina a Monte Mario: in quella valle sarebbero morti Rainaldo (passò di vita al 14 di Agosto, e gli Annales Egmundani, a. 1167, gli dedicano un eccellente elogio) e settemila Tedeschi; in Roma ne sarebbero morti ventimila. Anche gli Annal. Palidenses dicono: Innumeram moltitudinem praecipue Romanor. stravit, quippe muris inclusi. Alla siccità dell’estate susseguì un inverno tanto crudo, che ne gelò il lago Fucino (Chron. Fossae Novae).
722. Fra gli altri morirono Daniele vescovo di Praga, Eberardo di Regensburg, Goffredo di Spira, Alessandro di Liegi, Erminio di Verdun, Enrico conte di Nassau, Burcardo conte di Alremont, Enrico conte di Lippa, il duca Federico di Rothenburg, Guelfo duca, Berengario di Sulzbach, Rainaldo di Colonia, i maggiori capitani e consiglieri dell’Imperatore. Vedi il Reuter, II, 267.
723. «E ’l Signore mandò un Angelo, il quale distrusse ogni valente uomo ed ogni capo e capitano ch’era nel campo del Re degli Assiri: laonde egli se ne ritornò svergognato al suo paese» (2, Chroniche, XXXII, 21). A questo passo della Bibbia s’inspirava Tomaso di Canterbury allorquando si congratulava con Alessandro III che Sennacheribbo se ne fosse andato, e Dio ne avesse distrutto l’esercito: consumpsit eos morte famosissima (Ep. XXII, lib. II in Lupo). Quasi tutti i Cronisti, massimamente quando sono preti, la prendono per una punizione divina. Card. Arag.: Tunc idem Fridericus divina se manu percussum fore intelligens, cum Romanis utcumque composuit, et VIII Id. Aug., non sine manifesta confusione, recessit. Sto in dubbio della data, 6 di Agosto. A quel giorno l’Imperatore ancor detta una scrittura juxta Romam in Monte Gaudii (Stumpf, II, 364). Ai 4 di Settembre era a Pontremoli. Giovanni di Salisbury (Ep. 159, in Lupo): Imperator — quasi torris raptus de incendio, confusus ab Urbe recessit.
724. «Beato Alessandro, che non vide Italia: felice me, se in Asia fossi trapassato»: Ricobaldo di Ferrara, p. 372, citato dal Raumer.
725. La lega Lombarda si conchiuse nell’anno 1167. Vedi i recentissimi studî e i documenti della sua storia, in Cesare Vignati, Storia diplom. della Lega Lombarda, Milano 1866.
726. Cod. Farfensis Vatican. 6808: an. dni MCLXVIII V Idus Aprilis Albanensis civitas destructa est a Romanis. Il Catalogo in Cencio: Albanum a Romanis concrematum est VI Idus Aprilis. Più esattamente nel Chron. Foss. Nov., ad an. 1168, e nel Card. Aragon., p. 460.
727. Clausus est in turre Stephani Theobaldi, nec audet egredi, timetque usq. ad mortem innovationem Senatorum, qui in Cal. Novembr. Urbis regimen accepturi sunt: Ep. 108, Lib. II, di Giovanni di Salisbury, nel Tom. X di Lupo. Vedasi anche la Ep. 66.
728. Chron. Fossae Novae, ad an. 1168. È meraviglioso veder combattere l’un contro l’altro nel Lazio due arcivescovi di Magonza, Cristiano e Corrado.
729. Card. Aragon., p. 462, e Romualdo, p. 210, il quale erroneamente scrive Gionata a vece di Raino. Raino aveva prima ricevuto in permuta Monte Fiascone e san Flaviano da Giovanni prefetto, cui tempo innanzi gli aveva dati in pegno il Papa: ma in quelle terre Raino non fu accolto. Il documento degli 8 Agosto 1170 (in Cencio, fol. 261) dice: Ego Rayno fil. quond. Tholomei de Tusculana — dimitto vobis dno meo Alex. Pp. — et S. R. E. — civitatem Tusculanam cum arce ejusdem civitatis — Et ab hac hora in antea potestatem habeatis in ea intrandi, tenendi, possidendi, disponendi, laborandi, fruendi, placitandi, infeudandi. Vedi anche il Watterich, II, 415. — Nell’anno 1174 lo stesso Raino diede il Castrum Algidi in ipoteca al Papa che gli aveva dato duecento libbre a prestito (Cencio, fol. 115). Si noti quanto prestamente cadde in rovina la casa dei Tusculani.
730. Domno vero Papae obtulit, quia data pecunia liberaret eum ab exactionibus omnium Romanorum — repulsam passus est: Ep. 80, lib. II, in Lupo, Tom. X, e più addietro nell’Ep. 79.
731. Hoc autem ano misit Imp. Constantinopolitanus nepotem suam cum Episcopis Grecis et cum comitibus, et cum multis militibus — ut daret eam in conjugio Odoni Frajapanis de Roma, qui (Alexand.) apud Verulas eum conjugavit, et tunc ipse Odon cum ea reversus est Romam: Chron. Foss. Nov., ad an. 1170. Alessandro venne a Veroli ai 18 Marzo. Delle altre trattattive vedasi il Card. Arag., p. 461.
732. Cod. Cencii, fol. 262: Celebrata nativitate b. Mariae cum fratribus suis de Verulis exiens — in Vigilia Sct. Lucie (s. Luce, vedi il Jaffé, p. 735) cum gloria et honore civitatem ipsam (Tuscul.) intravit, et in palatio ipsius arcis tamquam dominus per XVI (leggi col Jaffé XXVI) menses resedit.
733. Sull’impressione che Alessandro risentì dall’assassinio del Becket, e sulle ambascerie inglesi venute a Tusculo, vedi il Reuter, III, 116
734. Cencio e Romualdo ad an. 1171. Cronologicamente più esatto è senza dubbio il Chron. Foss. Nov. ad an. 1172: Ind. V Alexand. P. fecit finem cum Romanis, qui destruxerunt muros civitatis Tusculanae mense Nov. Vedi la Vita Alexand. nel Watterich, II, 417. Il Jaffé fa conoscere che sulla fine del Gennaio 1173 Alessandro andò da Tusculo a Segni. Quivi, addì 4 Febbraio, canonizzò Tomaso di Canterbury.
735. La pace di Venezia, conchiusa il giorno 1 di Agosto fu confermata solennemente in san Marco ai 15 di quel mese (gli Atti ne sono registrati nel Murat., Antiq. Ital., IV, 285 e nel Pertz, Leges, II). Il trattato colle città fu raffermato soltanto nella pace di Costanza, ai 25 Giugno 1183.
736. Su di ciò vedasi la profonda analisi che ne fa il Ficker, nei suoi Studî sulla storia dell’Impero e della Chiesa, Inspruck, 1869, II, p. 307, ecc., p. 469. Nel Pactum Anagninum (Pertz, Leges, II, 147) gli ambasciatori promettono al Papa che l’Imperatore praefecturam Urbis et terram comitisse Mathildae restituet, ossia ciò che si comprendeva nel concetto di Patrimonium.
737. Totius populi Romani consilio et deliberatione statutum est, ut Senatores qui fieri solent, fidelitatem et hominium D. Papae facerent, et B. Petri Ecclesiam, atque regalia, quae ab eis fuerunt occupata, libere in manibus et potestate sua restituerunt: Card. Aragon., p. 475.
738. Exierunt obviam sibi in longum Clerus Romanus cum vexillis et crucibus, quod nulli Romanorum Pontifici recolitur factum, Senatores et Magistratus, Populi cum concrepantibus tubis, nobiles cum militia in apparatu decoro, et pedestris populositas cum ramis olivarum, laudes Pontificis consuetas vociferans: Card. Arag., p. 475. — Andrea Dandolo (Chron., pars 36) dice che i Romani gli andarono incontro cum tubis argenteis, et octo vexillis diversorum colorum; e questi il Doge avrebbe mandato al Papa, in memoria del suo trionfo.
739. San Bernardo avrebbe detto al trionfante Alessandro ciò che scrisse a papa Eugenio III: In his successisti, non Petro sed Constantino. — Petrus sic est, qui nescitur procesisse aliquando, vel gemmis ornatus, vel sericis, non tectus auro, non vectus equo albo; nec stipatus milite, nec circumstrepentibus septus ministris: De Consideratione, lib. IV, cap. 3.
740. Così era anche delle città vescovili del Lazio, dove i Papi tenevano corte. Nell’anno 1164 il Vescovo di Anagni si duole che quel Comune aggravi d’imposta le genti vescovili al paro dei cittadini; risponde il Papa che lo proibirà: vestra petitio continebat, quod potestas, concilium, populus civitatis Anagninae familiares et servientes vestros ad solvendum, contribuendum cum aliis civibus Anagn. in datiis, collectis, angariis et parangariis, expensis, et aliis oneribus supradictae civitatis propria temeritate compellunt in vestrum prejudicium — — dat. Anagn. Id. Junii pont. nostri an. V (Labbé, Concil., XII, col. 252). In Anagni vediamo dunque esistere le tre podestà civiche, ed è assai notevole che ivi nell’anno 1164 compaia il Podestà. — Fino una terra piccola e decaduta com’era la vescovile Ostia aveva il suo municipio. In un documento dell’anno 1159 il populus Ostiensis si obliga di dare al Papa annualmente due platratae di legno; vi interviene il Procurator del Comune coi boni viri cives Ostienses (Murat., Ant., I, 675).
741. Vedi più addietro a carte 620, nota 1, dove è detto di questa famiglia.
742. Romualdo, ad a. 1178 (p. 241); il tempo fu prima dell’Agosto. Ad pedes Alessandri Papae accedens, confirmata sibi Praefectura, ejus homo devenit. Il Reuter (III, 763) nota a questo argomento che, conformemente ai patti di Anagni e di Venezia, l’Imperatore restituisse al Papa la Praefectura solamente salvo omni jure imperii, e dichiara non potersi credere che cessasse ogni rapporto di obligo del Prefetto verso l’Imperatore.
743. Calisto si sottomise a Tusculo nel dì 29 Agosto: Anon. Casinens., ad a. 1178; Chron. Foss. Nov.; Romualdo sulla fine della Cronica.
744. 3 Kal. Oct. quidam de secta schismatica — Landum Pitinum elegerunt in Pap. Innocentium: Chr. Foss. Nov., ad an. 1178. — Sigeb., Auctar. Aquicinct., reputa erroneamente che Lando fosse un Frangipani: da documenti si rileva che i Landi erano baroni del Lazio. — Anon. Casin., a. 1180: apud Palumbariam cum sociis captus. Lo stesso Continuatore di Sigeberto non fa parola di Palombara, ma dice che protettore di Lando, in un castello prossimo a Roma, sia stato un fratello di Ottaviano antipapa. Signori di Palombara erano Filippo e Odone, figli di quell’Ottaviano comes Palumbariae, che è nominato in una carta Farfense dell’anno 1159. Intorno a Palombara ed a quei Baroni, vedi l’Analisi del Nibby. Lando fu consegnato al Papa sull’incominciamento del 1180, in quello che un’inondazione del Tevere devastò Roma e vi scoppiò una pestilenza (Chr. Foss. Nov., ad an. 1180).
745. Cujus obitu quidam insipientes Romani audito, ei non, ut debuerant, obviam cum ad urbem deferretur venerunt; et ei maledicentes, luto etiam et lapidibus lecticam, in qua portabatur lapidantes, vix eum in patriarchio Lateranensi sepeliri permiserunt: Sigb., Cont. Aquicinct., ad an. 1181. Perì il suo mausoleo.
746. Tres tantum praecesserunt eum in numero annorum, quo Roman. Eccl. praefuerunt, b. Petrus sed. 25 annis, Silvester I 23, Adrianus totidem: Robertus de Monte, ad an. 1181. — Dopo di Alessandro III solamente Pio VII toccò i ventitrè anni di reggimento. È noto che nessun Papa aveva raggiunto i venticinque anni (cui si favoleggiò aver durato il pontificato di san Pietro), ma Pio IX li superò, essendo pervenuto oggidì ai suoi ventisette anni di regno in mezzo ai grandissimi avvenimenti ch’ei vide compiersi.
747. La storia migliore e più profonda del pontificato di Alessandro III è data nell’Opera più volte citata del Reuter (Lipsia, 1864, in 3 vol.). Vedasi segnatamente nell’ultimo volume il capitolo che tratta delle idee gerarchiche e delle conquiste di questo Pontefice.
748. Mostra il Jaffè che ai 2 Novembre 1181 egli era in Laterano, e che vi rimase fino al Marzo 1182. Ai 13 Marzo era di nuovo a Velletri.
749. Ortum est grave dissidium inter Romanos et P. Lucium super consuetudinibus quibusdam, quas praedecessores sui facere solebant, quos supradictus Papa juravit, se nunquam facturum: Rogero Hoveden, Annales, pars poster., p. 621 (citato dal Curtius, p. 271).
750. Chron. Foss. Nov., ad an. 1183. Esso pone a Kal. Julii l’assedio di Tusculo fatto da’ Romani. Più esattamente una postilla marginale nel Cod. Vat. 1984 dice: in vigilia b. Petri apostolici ano 2 Lucii III papae Ind. I. Lo stesso Codice: interea Roma a XXV senatoribus administrabatur; ma non si può guarentire che questo numero sia giusto.
751. Rogero Hoveden, p. 62, dice che i Romani avessero ucciso Cristiano avvelenando una fontana. — Papa Lucio invitò mediante un Breve, il clero tedesco a fare orazioni pel defunto (Schannat, Vindem. liter., II, 118, nel Mansi, XXII, 480). Il Papa lo chiama vir valde providus et magnificus. Della morte di Cristiano parla anche il Chron. Mogunt. Conradi Ep., p. 573 (nell’Urstisius). Il suo elogio fanno gli Annales Stadenses (Mon. Germ., XVI, a. 1173): disertus extitit et facundus, vir largus et illustris. Parlava parecchie lingue. Nulla civitas, nulla urbs ei resistere audebat. Nel suo esercito i somieri erano pasciuti meglio che le genti di servizio dell’Imperatore.
752. Rogero Hoveden (p. 622) dice erroneamente che il Papa, mercè di questo denaro, ottenesse di far pace coi Romani.
753. Chr. Foss. Nov., a. 1184: 13 Kal. Maji incenderunt Palianum, et Serronem, Penestrum, et sic Romam reversi sunt.
754. Lo narra Sigeb., Auct. Aquicinct., ad an. 1184: Romani Lucium papam parvipendentes — in contumeliam cardinalium excogitant inauditum flagitium. E parimenti gli Annales Stadenses, a. 1183, i quali dicono che i Romani fecero crudele trattamento di ventisei Tusculani ridotti prigionieri: cose che ricordano gli orrori delle venture guerre contro gli Albigesi.
755. Chron. Foss. Nov: postea dom. Papa ivit in Lombardiam, et misit Comitem Bertoldum legatum Imperatoris Fried. pro defensione Tusculanae, et ad recolligendam Roccam de Papa, quam ipse callide et dolose expugnavit; prima volta che si menzioni Rocca di Papa, fondazione pontificia. — Affine di completare i Regesti di Federico faccio nota del suo Privilegium per Fuligno cui egli dona Bevania e Cocoratium. Fra i testimonî sono Gottfrid. patriar. Aquil. Conradus Archiep. Mogunt. Otto eps. Babenberg. Gerardus com. de. hon. Heinr. comes de Altendorf. Olricus de Lucelinhardt... Dat Tervisii A. D. J. MCLXXXIIII Ind. III. VIII. Kal. Dec. fel. Amen. Originale senza suggelli nell’Archivio comunale di Fuligno, credenza IV, n. 3.
756. Il La Farina (Storia d’Italia, IV, 138) dice egregiamente che questo Concilio di Verona piantò le fondamenta della mostruosa Inquisizione. Il Decreto di Lucio III (Ad abolendam diversarum haeresum pravitatem, quae in plerisq. mundi partibus, modernis coepit temporibus pullulare) è più feroce degli editti di Alessandro III: ordina che si denunci e si stermini per opera del braccio secolare tutte le eresie, sotto minaccia delle più gravi censure ecclesiastiche: Mansi, XXII, 476.
757. Delle ragioni di questo mal animo fra Federico e i papi Lucio ed Urbano parla chiaro il Chronicon Slavorum di Arnoldo, III, c. 10, c. 16, sqq. Vedasi inoltre la monografia dello Scheffer-Boichorst: Ultima controversia dell’imperatore Federico I colla Curia, Berlino, 1866.
758. Rex H. subjugavit sibi totam Campaniam praeter Fummonem, et castrum Ferentinum obsedit per novem dies, et ivit super Guarcinum: Chron. Foss. Nov., ad an. 1186. Anche coi Frangipani Enrico se l’era intesa, chè in uno dei suoi Diplomi (A. 1186 Ind. IV die Dominico, qui fuit Sestus intrante mense Julii) si sottoscrive Otto Frangenspanem in qualità di praefectus Romae. Murat., Ant. It., IV, 471 — actum sub temporio Regis H. feliciter, quando erat in obsidione Urbis Veteris.
759. Il Cod. Vat., fol. 200 b, porge notizie di Urbano III e di Gregorio VIII. — Mox dictus pontifex cum tota curia praecedentibus Leone Monumenti et Anselmo ad Pisanam civitatem pervenit. Leone di quel cognome s’incontra già prima dell’anno 1177; chè il Chron. Altinate (Arch. Stor., VIII, 183) annovera nel catalogo dei presenti alla pace di Venezia: Leo de Monumento, Romanus Princeps, cum hominibus XVIII. I Gesta Innocenti III, c. 23, lo chiamano parente di Ottaviano vescovo di Ostia, che (secondo l’Ughelli, I, 67) era della famiglia Poli e congiunto di Innocenzo III. Indi ne parla, nell’anno 1207, il testamento del cardinale Gregorio de Crescentio (Galletti, Prim., p. 335). Un casale dava il cognome alla famiglia de Monumento, ma l’origine ce n’è ignota. Nel 1226 trovasi il Comes Octavianus de Monumento nella Bolla data da Onorio III pel Vescovato di Ostia, dat. Lateran. Nov. April. A. X (Mscr. Vat. 6223). Lo stesso Onorio concede nell’anno 1217 al convento di san Tomaso sul Celio, Turrim quae dicitur Monumentum, ubi dicitur Statuarium (ch’era vicin Sette Bassi, presso la via Appia): Bullar. Vat., I, 100 sgg. Il Töche, l’imperatore Enrico VI, Lipsia 1867, p. 61, conchiude da un Diploma di Enrico VI, dato a favore di Leone de Anguillara, che questi formi una sola persona con Leone de Monumento; ma è un’asserzione non comprovata: i documenti non confondono mai i nomi. I De Monumento erano una famiglia a sè. Così nell’anno 1221 vien detto: Petrus Frajapanis Romanor. Consul Almae Urbis, et Maria de Monumento quond. Enrici Frajapanis uxor (Borgia, Velletri, p. 263). Ancora nel 1279 io trovo Angelus de Monumento (Archiv. Flor. Rocc. di Fiesole).
760. Sanctiss. Patri et Dom. Clementi dei gr. summo Pontif. et univers. Ppe. S. P. Q. R. salutem et fidele cum subjectione servitium — — Sulla fine è detto, che nessuno osasse di rompere quella pace, alioquin iram amplissimi Senatus et metuendi populi Romani gravissimi incurrat et odium. Actum XLIIII ano Senatus Ind. VI mense Madii die ultimo, jussu Senatorum: seguono le sottoscrizioni. Questo atto fu stampato la prima volta dal Baronio che lo trasse da Cencio; indi, più correttamente, dal Muratori, Ant. It., III, 785: trovasi anche nel Curtius, nel Vitale, nel Vendettini ecc.
761. Ad praesens reddimus vobis Senatum, et Urbem, et Monetam. — — I Pontefici riacquistarono il diritto di batter moneta; tuttavia di quell’età non possediamo un solo denaro che mostri aver eglino esercitato un tale diritto.
762. Il Vendettini, p. 175 (traendola dall’Archivio del castel Sant’Angelo), registra una quietanza dei 27 Ottobre 1188, riferibile a risarcimento di danni dato ad alcuni Senatori: così il Vitale, che erroneamente pone il documento all’anno 1187. Quello che ne dice l’Olivieri non è che parole e parole.
763. Dabitis Senatoribus — beneficia et presbyteria (donativi in occasione di grandi festività) consueta. Stando all’Ord. Roman., XII, n. II, il Prefetto riceveva 40 Solidos den.; ogni Senatore, giudice, avvocato, unum melequinum e qualche solidi. Un malachino valeva 8 grossi, il grossus corrispondeva a 6 denarii; così dice una valuta del tempo di Innocenzo VI, che è registrata sur una delle prime pagine del Cod. Cencii (nella Riccardiana, n. 228). Invece che dare presbyterium usavasi anche dire: dare manum, donde è venuta la parola «mancia». La spesa ne era assai rilevante, perocchè tutti i preti e molte scholae ricevevano il presbyterium (Ordo Roman., XII, n. 16). Nelle grandi solennità la metà dei Senatori desinava dal Papa (ibid., p. 170). Però egli era solamente obligato a far donativi ai cinquantasei Senatori; se erano in numero maggiore, quello ch’ei faceva di più era mera liberalitas. Lo dicono gli stessi Senatori in un istromento dei 28 Maggio 1191 (Murat., Ant. It., IV, 36).
764. Pro restauratione murorum hujus excellentissimae urbis centum libras bonorum provenientium.
765. Quodst hinc usque ad Kal. Jan. dictum Tusculanum ad manus nostras non venerit, tunc excommunicabitis Tusculanum. Non si può concepire abuso delle censure ecclesiastiche che fosse più obbrobrioso di questo per il Papa. Delle condizioni di Tusculo dà ampia notizia Rogero Hoveden, p. 689: ci è d’uopo attingere le nostre notizie da un Cronista inglese, poichè tacciono le fonti romane.
766. De Capitaneis sit salvum urbi et populo Romano, quicquid ab eis conventum est, et promissum Romae per scriptum et juramenta, ac plenaria et stajarias, ac presones: vocaboli inesplicabili; plenariae (meglio così che plejariae) significano forse «mandato di piena facoltà.»
767. Di simiglianti patti giurati da moltitudine di popolo trovasi un esempio notevole nella convenzione conchiusa fra Pisa e Genova l’anno 1188, ai 13 di Febbrajo (Flaminio Dal Borgo, Diplomi Pisani, 114).
768. Tengo fermo il numero di cinquantasei, sebbene dai testi ne emergano cinquantasette o cinquantotto: mancando le interpunzioni, poterono facilmente farsi, di uno, due nomi. Vi è detto primamente: Jussu Senatorum Consiliariorum: Angeli Ser Romani de Pinea; Bobonis Stephani de Octaviano; Petri Stephani de Transtisberim; Romani Senebaldi; Rainerii Rinaldi de Ranucio; Johannis de Schinando; Cafari Bartholomei; Petri Nicolai Fusconis de Berta; Bobonis Donnae Scottae, et Ilperini Donnici. Di questi, i Boboni, gli Stefani, i Tebaldi, i Romani, i Rainerii appartenevano a famiglie antiche. Seguono i Senatori, fra’ quali non evvi uno solo de’ Pierleoni, de’ Frangipani, dei Colonna, ma un Petrus Leonis. Ei si può così poco comporre la storia de’ fasti del Senato medioevale, come di quelli dell’antico. Se ne fece un tentativo di già nel secolo decimosettimo: Giacinto Gigli (caporione di Campitelli intorno al 1655) scrisse una Cronologia dei Consoli, Priori e Magistrati di Roma (mscr. nella Bibliot. di Santa Croce in Gerusalemme); ma il suo lavoro privo di luce critica è quasi senza valore: tuttavia ancora il Vitale ebbe accettato le sue notizie. Un’altra Series Senatorum (1220-1712) raccolse il Crescimbeni da una Storia del Senato di Carlo Cartari (mscr.) e da un Catalogo dei Senatori negli Statuti dei Mercatanti di panni (del sec. XVI, nella Bibl. Chigi), il quale comincia coll’anno 1296 (Basilica di santa Maria in Cosmedin nel 1719, c. IV).
769. Vedi la lettera Domno Papae Theobaldus praefectus et Petrus Leonis (in Radulfo de Diceto, p. 648), dove descrivono la battaglia di Acri, combattuta ai 4 Ottobre 1189.
770. Rogeri de Wendower, Chronica, ed. Coxe, III, 26.
771. Il viaggio di Riccardo è descritto con nomi storpiati da Rogero Hoveden, p. 667. Da Pisa a Talemude (capo Telamone), a Porte Kere (Cere), avanti a Cornet Civitatem (Corneto) a Senes la veile (significa Civitavecchia, quantunque sia mal chiamata con quel nome, onde il Villani appella Siena), a Le far de Rume (faro di Roma), poi nel Tevere. Alla sua foce il Cronista tiene nota di una bella torre solitaria e di grandi ruine di mura antiche (di Ostia e del porto di Trajano). — Ai 26 di Agosto, per terra, lungo un bosco quod dictur Selve dene (di Ardea); lo attraversa per ventiquattro miglia, una via marmorea ad modum pavimenti facta (la via Severiana, che a quel tempo era ancora conservata in buono stato): indi il viaggio prosegue per Castel Lettun (Nettuno e Anzio) dov’è un porto che in antico fu coperto di rame: poi vicin Cap de Cercel (Circello) sulla cui cima è una rocca di pirati; finalmente a Terracene ed a Garilla (Castel Garigliano) ed al Castel Le Cap del Espurun (forse Sperlonga). Hic est divisio terrae Romanorum, et terrae regis Siciliae in illa parte, quae dicitur principatus Capuae. Pertanto a quel tempo lo Stato della Chiesa si spingeva dentro nel Napoletano più di ciò che fosse negli ultimi tempi.
772. Rogero Hoveden, p. 680: H. — misit nuntios suos ad Clementem Papam, et ad Cardinales, et Senatores urbis: petens Romanum imperium, et promittens, se in omnibus leges et dignitates Romanorum servaturum illaesas.
773. I Filii Ursi, quondam Coelestini Papae Nepotes, s’incontrano nella Vita Innoc. III (Murat., Antiq. It., III, 784). Anche il Grimaldi (Cod. Vat. 6437, fol. 175) fa conoscere la parentela che passava fra i Boboni e gli Ursini.
774. Romani supplicarunt D. Coelestino, ut antequam Regem in Imp. ungeret, obtineret ab ipso, ut civit. Tusculanensium sibi redderet — Ad ipsum enim se converterant — ex quo Clemens exposuit — illos Romanis: Rogero Hoveden, p. 690. Espressamente dice Godefrid. Monach. (nel Freher, I, 259): Consecratio procedere non potuit, donec Imp. castrum Tusculanum in potestatem Papae et Romanorum contradidit. Sigeb., Cont. Aquicinct., ad an. 1191. — Arnoldo di Lubecca, Cron. Slavor., IV, c. 4, narra che il Papa avrebbe voluto trarre in lungo la coronazione, ma che i Romani mandassero dire al Re: Fac nobis justitiam de castellis tuis, quae sunt in Tusculano, — et erimus pro te ad D. Papam, ut coronam Imperii super caput tuum ponat; e così sarebbe avvenuta la cosa.
775. Ai 2 Aprile 1191, H. VI juxta locum Anguillariae ratificò il giuramento di sicurtà prestato in sua presenza dai Principi dell’Impero al Papa ed ai Cardinali: Rouleaux de Cluny, nei Notices et extraits des Manuscrits de la Bibl. Imp., t. XXI, p. 326 (riferito dall’Huillard-Bréholles).
776. Il Muratori ha sbertato la fiaba onde Rogero Hoveden narra che il Papa, tenuta prima la corona fra’ piedi, la gettasse poi col calcio giù di capo dell’Imperatore. Rogero dice: Romani vero clauserunt portas urbis, et custodierunt eas in manu forti et armata, non permittentes eos intrare. La descrizione del rito ceremoniale della coronazione è nei Mon. Germ. Leges, II, 187, e nel Vatterich, II, 711, che la trassero da Cencio. Ivi, e nel Töche, p. 187, è significato che l’Imperatore e il Papa mossero al Laterano, attraversando tutta Roma.
777. Se si stia a Rogero Hoveden, l’Imperatore la cedette al Papa il dì dopo della coronazione, e il Papa ai Romani il terzo giorno da quella: atque a Romanis destructum ita quod lapis supra lapidem non remansit. Il Böhmer, n. 2761, dimostra che Enrico, ai 17 di Aprile, era in campestribus inter Urbem et Tusculanum; ai 19, in silva Libertina (vicino Ferentino); ai 29, in Ceperano. — Töche, App. I. — Radulfo de Diceto, Ymagines Histor., p. 659: Paschali feria IV Romani civit. Tuscul. funditus diruerunt. — Sicardo, p. 615: Tusculanos alios excaecantes, et alios deformiter mutilantes. Similmente l’Abbas Ursperg., p. 232: Pro qua re imperatori improperatum est a multis. Godfried, Annal., p. 259: Quod illi statim expulsis et caesis habitatoribus destruxerunt. — Anon. Casin. Chron. — Il Mattei, Memorie di Tusculo, p. 194, favoleggia che i Romani colle pietre di Tusculo restaurassero il Campidoglio: di pietre ne avevano a Roma il bisogno. Più probabile è quello che narrano il Platina, il Blondus (Hist. Decad. II, lib. VI, 264) e il Sigonio, che i Romani trasportassero alcuni ruderi di Tusculo, e li collocassero come trofei in Campidoglio. Le chiavi di Tusculo avrebbero appeso all’arco di Gallieno. Queste e simiglianti cose narrano gli Storici di Tivoli, che peccano d’inesattezza (Viola, II, 173).
778. Quasi tutte quelle ruine appartengono all’antichità romana. Della rocca e delle chiese medioevali non rimase traccia.
779. Agli 11 Ottobre 1179 Raino cedette Lariano al Pontefice, e n’ebbe in cambio Norma e Vicolo (Muratori, Antiq. It., I, 141). I Tusculani perdettero anche Astura, chè già intorno al 1193 ne erano signori i Frangipani (Cencio, fol. 121). Il Gigli vuol avere, nell’anno 1197, scoperto il figliuolo di Raino, in Ottolinus Domini Rainonis Tusculani de S. Eustachio Senator: non è credibile che ciò sia una trovata di suo capo, ma non me ne fido, giacchè non vidi documenti che parlino di Ottolino. Un ramo dei Tusculani aveva residenza a Gavignano, nella terra dei Volsci, e discendeva da Giordano, figliuolo di Tolomeo di Tusculo (docum. dell’a. 1181, nel Borgia, Histor. di Velletri, p. 247).
780. Lo dichiara in un documento il Senato ai 19 Aprile 1191. Actum XLVII ano Senatus Ind. IX mense Aprili die XIX (Murat., Antiq. It., III, 788). Vi si sottoscrivono Senatores Consiliarii e ventotto Senatori.
781. Il Borgia (St. di Velletri, p. 253) reputa che in allora si popolassero La Molara, Rocca di Papa, Rocca Pergiura (oggidì Priora) e Castel di san Cesario. È omai confutata quella bubbola che Frascati sorgesse dalle capanne coperte di frasche, sotto cui riparassero i Tusculani privi di tetto. Frascati esisteva di già nel secolo ottavo.
782. A complemento del Böhmer, noto il Diploma in cui Enrico assolve Gubbio: Acta sunt haec A. D. MCXCI Ind. IX Reg. D. Henrico Sex. invict. A. Reg. ejus XXII Imp. primo Dat. ante Neapolim per man. magni Henrici prothonot. Nonas Junii. L’originale con bolla d’oro è nell’Archivio di Gubbio.
783. Le maestranze non si costituirono da corpi politici che soltanto più tardi; prima degli altri forse i mercatanti. Nos Pallo judex mercatorum Urbis et Thomas de Oderiscis ejus consilarius... (Mscr. Vat. del Galletti, n. 8051, p. 35). Il Galletti pone quell’istromento senza data, alla fine del secolo duodecimo. Qui Judex corrisponde a quello che in altre città era il Consul mercatorum.
784. Se in alcune castella v’erano ancora dei signori ereditarî, i debiti e altre necessità presto li riducevano a vassallaggio della Chiesa: si ricordi Tusculo. Altro esempio ne dà Falbateria, vicino al confine meridionale del Lazio. Agli 11 Gennaio 1178 quei signori, Adinolfo e Landolfo, cedono tutti i loro diritti al Papa, che loro accorda per ventinove anni quel castello in feudo, al prezzo di trecento libbre. Così di signori diventavano fittavoli a tempo. Cencio, fol. 113.
785. Gli Atti fanno conoscere che a quell’età la più parte de’ Senatori erano di famiglie antiche: Sassoni, Astaldi, Astolfi, Anibaldi, Oddi, Tebaldi, Senebaldi, Franconi, Rainerii, Gulferani, Farulfi, Berardi, Roffredi, Gerardi, Bulgamini (tutti questi sono di origine germanica); Mancini, Sarraceni, Romani, Rustici, Sergii (forse di derivazione bizantina); Boboni, Ursini, Scotti, Cafarelli, Curtebraca, Muti, Tosti, Ottaviani, Parenzii, Buonfiglioli, Capoccia, Manetti, Papazurri, Pierleoni, Frangipani, Stefani, Malebranca, Latroni, Paparoni, Crescencî, Cencî. Soltanto non v’è cenno nei documenti che facessero parte del Senato a quell’età i Corsi, i Massimi, i Normanni ed i Conti; ma noi reputiamo che ciò sia un puro caso. Fino dal 1188 i Frangipani riverirono il Senato; del 1191 trovasi fra’ Consilatori Petrus Johannis Frajapane.
786. Senatoribus, qui sunt supra numerum quinquaginta sex Senatorum. Qui numerus in fine praedecessorum ejusd. Coelestini summi Pont. diffinitus continetur: istrom. dei 28 Maggio 1191 (Murat., Ant. It., IV, 36).
787. Et status Rom. Eccl. pessimus erat pro eo, quod a tempore Benedicti Cariscum (sic!) Senatum Urbis perdiderat, et idem Benedictus, se ipsum faciens Senatorem, subtraxerat illi Maritimam et Sabiniam, suos Justiciarios in illis constituens: Gesta Innoc. III, nel Balluzio, I, c. 8. Oltracciò l’Ep. Innoc., lib. II, n. 239: saepefatus enim B. cum seipsum intruserit in senatoriam dignitatem, nec apost. sedis favorem habuerit, ad quam institutio pertinet Senatorum, — tamen ab ea fuit tempore procedente receptus.
788. Questo emerge, come considera il Vendettini, dalle parole della lettera di Innocenzo citata più sopra: Dictus autem B. Carosomi, quoniam statutum quoddam emiserat, a populo Rom. approbatum... e segue il tenore dello Statuto, concernente un caso giuridico: senza dubbio v’era di quelli una serie. Genova possiede Statuti dal 1143; quelli di Pistoja sono forse ancora più antichi. Vedi i Mon. Historica ad provincias Parmensem et Placentinam pertinentia, Parma, 1855, I, Prefaz., o la Prefazione del Raggi agli Statuti di Genova, nei Mon. Histor. Patriae, Leggi Municipali, p. 236. I primi Statuti dei Consoli di Pisa datano dal 1162: Bonaini, Statuti inediti della città di Pisa dal XII al XIV secolo, Fir. 1859, Tom. I e III; non fu ancor publicato il II.
789. Dum se magnificentius ageret, invidiam contra se excitat Romanorum — in Capitolio obsidetur et capitur, captusque diu in custodia tenetur (Racc. XVIII, ex Chronologia Rob. Altissiodorensis ad S. Maxian. Canonic., p. 260).
790. Ei fa da testimonio ai 28 Ottobre 1196 in Monte Fiascone ad un Diploma di Enrico VI, ove c’entra Petrus alme urbis Praefectus. È sottoscritto: Joannes Capuaheus (leggi Capoccius) Senator Romanus. Vedi le Memorie civili di Città di Castello del Muzzi, I, 19.
791. Rog. Hov., p. 746: Benedictus Carushomo, qui regnavit super eos duobus annis, et deinde habuerunt alium Senatorem, qui vocatus est Johannes Capuche, qui similiter regnavit super eos aliis duobus annis, in quorum temporib. melius regebatur Roma, quam nunc temporib. 56 Senatorum. — Il Mscr. Vat. 7934 contiene la storia dei Capocci, scritta da Giovanni Vincenzo Capoccio nel 1623; per i primi tempi poco giova. In Roma non compare prima del 1073 quella famiglia, che l’Autore dice oriunda di Firenze.
792. Che a Capoccio sia succeduto Pierleone si può argomentare dall’Ep. 239 Innocentii III, dove si parla in siffatta stretta connessione dei tempora Johannis Petri Leonis Senatoris Urbis. Secondo la istessa lettera, a Pierleone succedettero parecchi Senatori: ejus jurisdictio erat in proximo desitura, supplicatum fuit ob eandem causam successoribus ejus Senatoribus jam electis.
793. Inesattamente Rogero Hoveden pone all’anno 1194 la restaurazione de’ cinquantasei Senatori: Eodem ano cives Romani elegerunt 56 Senatores, et constituerunt eos supra se. Indi avvenne ben presto una nuova mutazione, e fu posto un solo Senatore; infatti i Gesta Innoc., c. VII, dimostrano che allorquando fu ordinato Innocenzo III v’era un solo Senatore: Comitantibus praefecto et Senatore cum magnatibus et nobilibus urbis.
794. Si può ammirare la grandezza dei disegni e l’energia di Enrico VI, senza per questo modificare il giudizio morale sul giovine Imperatore. Infatti, anche scrittori amanti della patria, come il Tüche, furono costretti a giudicarlo così. Nè il Tüche stesso può purgare Enrico VI dalla correità nell’assassinio del vescovo Alberto, e deve notare di infamia l’orribile modo ond’ei trattò Salerno (a. 1194) e i Siciliani (ne fu spinta a sedizione la stessa moglie dell’Imperatore), e l’immane comportamento che contro lealtà cavalleresca tenne con re Riccardo. Enrico VI operava soltanto secondo quella dottrina, onde il fine giustifica i mezzi. Del turpe trattamento usato a Riccardo, fra gli altri discorse diffusamente e con molta discrezione Carlo Lohmeyer, De Richardo Angliae Rege cum in Sicilia commorante, tum in Germania detento, Konigsberg, 1857.
795. Gesta Innoc. III, c. 8: Henricus — occupaverat totum regnum Siciliae, totumq. patrimonium Eccl. usque ad portas Urbis, praeter solam Campaniam, in qua tamen plus timebatur ipse quam Papa. — Rogero Hov., p. 773, sa di una guerra fra i Romani e Markwaldo nella Marchia Guarnerii (all’anno 1197). — Già fin dal 1185 trovasi in documenti Conradus Dux Spoleti et Comes Assisii (vedi il Fatteschi, Mem. di Spoleto, p. 124). Così lo chiama un’iscrizione nel duomo di Terni dell’anno 1187, e parla di Consules Terannenses (Angeloni, Historia di Terni, p. 85).
796. Vedi la pace conchiusa fra loro e Terracina ai 28 Giugno 1185 (docum. dell’Archivio di Terracina nel Contatore, II, c. 1): per verità vi è detto salva fidelitate et mandato Domini Papae et Romanae Curiae videlicet Cardinalium; ma erano parole senza gran significato. I Terracinesi: nos Terracinenses juramus vobis Domino Leoni, et D. Roberto, et D. Henrico, et D. Manueli et vestris haeredibus quod ab hoc die in antea erimus vestri recti fideles. — — Il Contatore, I, c. 6, dimostra che Enrico VI conservò i Frangipani nella signoria di Terracina. Pare che quei Consoli dei Romani fossero allora Conti palatini ereditarî del Laterano; così eglino si sottoscrivono in alcuni documenti.
797. Ai 16 di Novembre egli era a Tivoli; ai 27, a Palestrina; ai 4 Dicembre, a Ferentino: Töche, App. I. Nel 1191 prefetto era Pietro (Miraeus., Op. diplom., I, c. 68, dove Petrus Urbis Romae Praef. si sottoscrive a un Diploma di Enrico VI dato ante Neapolim XV Kal. Julii). Se si stia a Godefrid. Monach., nel 1192 prefetto era Ottone, poichè quegli dice che Costanza per Ottonem illust. Romanor. praefectum Imperatori redditur. Di già nel 1186 si nota che prefetto era Ottone Frangipane. Nella Crociata del 1189 trovammo il prefetto Teobaldo; lui dell’officio aveva investito il Papa nel 1188, e Ottone rimaneva da antiprefetto nel campo di Enrico. Nel 1195 torna ad essere prefetto Pietro (Murat., Ant. It., II, 809), il quale compare nel Diploma di Enrico VI, del 1 Novembre 1196, apud Fulgineum: Petrus praef. urbis et Tebaldus frater ejus, et Marquardus dapifer Marchio Anconae (Memorie Lucchesi, III, 134). — A fianco di Tancredi guerreggiò Giordano Petri Leonis da capitano contro Bertoldo conte (Chron. Foss. Nov., a. 1190): forse era quello stesso Petrus Leonis che combattè vicino ad Acri. Nobili romani incominciavano a militare agli stipendî di paesi forestieri.
798. Töche, p. 436.
799. Colla morte di Celestino III tocca fine l’opera gigantesca degli Annali del Baronio, dal quale prendo commiato. — Comincierò il Volume quinto con Innocenzo III. Poichè potei scrivere tutte le pagine di quest’Opera nei profondi silenzî di Roma, io mi estimo beato di averlo fatto precisamente in questo tempo memorabile, che diè un indirizzo nuovo alle sorti della illustre Città.
800. Roma tibi tuos docendos trasmittebat alumnos, ei quae olim omnium artium scientiam solebat infundere, sapientiorem te esse sapiente etc.: così scrive Fulco ad Abelardo (nel Tiraboschi, III, 275). E lo stesso è anche pei tempi successivi.
801. Concil. Lateran., a. 1179, Capit. XVIII (Tiraboschi, III, 248).
802. Graziano compilò la Concordia discordantium Canonum nel convento di san Felice a Bologna; e vi raccolse le vecchie e turpi menzogne della donazione di Costantino e le Decretali pseudo-Isidoriane, insieme con altre favole di tempi posteriori e dell’età sua. Predecessori di lui erano stati Regino, Burcardo di Worms, Ivone di Chartres e i gregoriani Deusdedit e Anselmo di Lucca. Vedi il Sarti, De Claris Archigymnas. Bononiensis professoribus, I, 247. Bernardo di Pavia, al tempo di Alessandro III, vi aggiunse i Decretalia Pontificum; finalmente alla Collezione diede compimento Gregorio IX.
803. Gesta pauperis Scholaris Albini (Cod. Ottobonianus 3057, bella scrittura in pergamena). Egli aveva raccolto nove libri di Canones a completamento di Graziano, quando, venuto a Roma, Lucio III lo fece diacono, com’egli stesso dice sul principio della sua Opera. Su di lui vedasi il Cenni, Monumenta, t. I, praefat., n. 25, e tom. II.
804. Il Codice di Cencio principia: Incipit liber censuum Rom. Eccl. a Centio Camerario compositus, secundum antiquorum patrum Regesta et memorialia diversa. Anno incarn. dni MCXCII Pont. Celestini Pp. III ano II. — Il Liber Censuum di Albino (De redditibus omnium Provinciarum et Ecclesiar., qui debentur Rom. Eccl.) insieme col Provinciale fu edito dal Cenni nel tom. II dei Monumenta; il Liber Censuum di Cencio fu stampato dal Muratori, Antiq. It., V, 852-908. Non si die’ opera mai ad un’edizione completa di Cencio.
805. La sola Inghilterra pagava ad ogni anno trecento marchi de denario b. Petri. — Svezia e Norvegia: Singuli lares, monetam ejusdem terre. — Rex Sicilie debet pro Apulia, Calabria et Marcia 1000 scifatos. — Genova pagava per Corsica una libbra d’oro all’anno. — Il regno di Aragona, cinquecento mancusi d’oro. — I redditi che paga Roma sono assai tenui; non si tien nota che del censo pagato da cinque chiese, e di un Marabotinus che deve la torre vicina al Pons Judaeorum. — Nella Campagna (Campania Terra Domini Papae) i Vescovi di Anagni, di Ferentino, di Alatri e di Veroli soddisfanno ad ogni coronazione del Papa, sessanta braccia di panno e dugento scodelle (Scutellas): anche oggidì la sola industria che v’abbia colà è quella dei panni e delle stoviglie d’argilla. — Ostia fornisce due carichi di legname. — I terrieri di Anticoli hanno obbligo di cinquanta prosciutti, di venti solidi e di cinquanta focacce a Natale (L Scapulae porcinas, et solidos XX, et L placentas in festo Nativitatis). Molte chiese d’Italia pagano (in natura) cera, pepe, panno, legno, focacce, incenso, olio: erano le calendae pontificie in grande. Non si tiene qui nota delle rendite provenienti dai feuda dei Baroni: anch’esse erano poca cosa.
806. Vi si pone incominciamento col noto: Hadrianus papa optinuit a Karolo rege Francorum et patricio Romanor. — La donazione di Costantino viene per ultima: nè manca la donazione di Matilde.
807. Parecchi di questi Libri rituali furono editi dal Mabillon nel Museum Italicum, e sono di altissimo pregio per la storia del rito ecclesiastico: sopra tutti sta massimamente l’Ordo di Benedetto, che fu un canonico di san Pietro ai tempi di Innocenzo II. Vengono soltanto dopo gli Ordines di Albino e di Cencio.
808. La Collezione di Albino non oltrepassa il tempo di Adriano IV; quella di Cencio continua fino al secolo decimoquarto; fu il Cardinale di Aragona (morto nel 1362) che ne ripigliò il lavoro. — Il Codice originale di Cencio non si trova più; l’antichissimo e migliore è il Riccardiano n. 228, a Firenze, del secolo decimoterzo, con addizioni del secolo decimoquarto; ivi se ne conserva un secondo, che data dal 1388. — Roma possiede tre Codici di Cencio. — Il Cod. Diplom. Dominii Temporalis S. Sedis del Theiner (incominciato nel 1861, in tre volumi) fu fatto per simili necessità di tempi, e principia dalla donazione di Pipino. Quantunque incompleto, esso offre l’inestimabile vantaggio che per la prima volta ordina cronologicamente una gran serie di documenti; infatti un simile lavoro intrapreso dal Platina all’età di Sisto IV rimase inedito.
809. Vedi il Giorn. mens. univ. di scienza e letterat. (Aprile 1852), nel quale il Giesebrecht in un eccellente articolo ha trattato di queste fonti della storia de’ Papi.
810. Papebroch, l. c., p. 207. Pietro di Pisa fu uno dei tre cardinali che difesero Anacleto innanzi a re Rogero. Più tardi Bernardo lo riconciliò con Innocenzo: Manrique, Annal. cisterciens., ad a. 1137, 1138, c. 1.
811. Per la prima volta il Baronio stampò queste Vitae nei suoi Annali, con titolo di Acta Vaticana (Cod. Vatican. 1437); ed è quell’istesso libro pontificale che il Muratori ebbe edito sotto il nome del Cardinale di Aragona: è un lavoro che sta da sè, in continuazione della Storia dei Papi, da Stefano V fino ad Alessandro III. Una parte di esso fu trascritta da Cencio con titolo di Chronica Romanor. Pontificum. Il Giesebrecht ha dimostrato esserne autore l’inglese Bosone, nipote di Adriano IV, che scrisse la biografia di quel Papa e di Alessandro III: nell’anno 1159, Bosone fu cardinale dei santi Cosma e Damiano e Magister Camerarius (Murat., Antiq., I, 675). Il Cardinale Aragonense (siccome dimostra la Vita Adriani) ne continuò l’opera ma incompletamente. Dopo di Alessandro III il Liber Pontificalis torna ad interrompersi.
812. Gli Annal. Romani, che il Pertz publicò nei Mon. Germ., VII, traendoli dal Cod. Vat. 1984, sono opera di scrittori in parte aderenti all’Impero, e meritano a mala pena che vi si dia nome di Annali. Non toccano pur della rivoluzione di Roma, massime dopo il tempo di Calisto II, all’infuori di un frammento che concerne il Barbarossa. Intorno a questo Codice vedasi il Bethmann, Archiv. della società di stor. tedesca, XI, 841.
813. Per primo il De Angelis pubblicò la scrittura del Mallio col titolo di Descriptio Basil. Veteris Vaticanae, Roma, 1646; indi più correttamente il Janning col titolo di Historia Basil. Antiquae S. Petri Apost. in Vat. (T. VII, mens. Jun. Acta. Sctor., p. 37-56). Soltanto nel secolo decimoquinto la descrizione del san Pietro fu continuata da Maffeo Vegio, De Rebus antiquis memorabil. Basilicae S. Petri Romae. D’allora in poi le scritture composte intorno a quel duomo son tante, che potrebbero riempiere gli scaffali di una piccola biblioteca.
814. Johannis Diaconi, Liber de ecclesia Lateranensi (Mabillon, Mus. Ital., II, 560). Vi furono aggiunte alcune appendici fino al secolo decimoterzo, e vi si inserì anche una Descrizione della santa Maria Maggiore: probabilmente Alessandro III avrà fatto compilare di questi libri per tutte e cinque le basiliche. In molte cose concorda col Mallio; così è nell’enumerazione dei Cardinali preti, delle Diaconie e delle Abazie. Secondo il Mallio v’erano allora queste diciotto Diaconie: S. Adrian.; Agatha in equo Marmoreo; S. Angelus; Cosma et Damianus; Eustachius; Georgius; Lucia in Circo juxta Septa solis; Lucia in capite Suburae (ovvero juxta Orphea); Maria Nova, in Dominica, in Scola Greca, in Porticu, in Aquiro, in Via Lata; Nicolaus in Carcere; Quiricus, Sergius et Bacchus; Theodorus. Delle Abazie ve n’erano venti: Alexius; Agatha in Subura; Anastasius; Basilius juxta Palatium Trajani Imp.; Blasius, in Cantu secuta; Caesarius in Palatio; Cosma et Damianus in Vico Aureo (Trastevere); Gregorius in Clivo Scauri; Laurentius in Panisperna; S. Maria in Aventino, in Monasterio ad S. Petr. ad Vinc., in Capitolio, in Pallara, in Castro Aureo; Pancratius in Via Aurelii; Saba; Silvester inter duos hortos; Thomas juxta Formam Claudiam; Trinitatis Scottorum; Valentinus in Via Flaminia. Oltracciò v’erano conventi minori, che trovansi specificati nell’Ordo Rom. XII, perlochè, sulla fine del secolo duodecimo, in tutto v’erano a Roma da trecento circa fra chiese e monasteri.
815. La pigna di bronzo e due dei pavoni vedonsi ancora oggidì nel giardino degli aranci in Vaticano.
816. Il testo originale dei Mirabilia non esiste più: tutti i codici che di essi possediamo sono copie, e spesso assai scorrette; scorretti sono anche i Mirabilia raccolti in Benedetto, in Albino e in Romualdo.
817. Sembra che Gugl. di Malmesbury (De gestis reg. Anglor., III, c. 2) non abbia avuto conoscenza dei Mirabilia. Egli riferisce soltanto di un vecchio Catalogo dei sepolcri de’ Martiri, sotto la rubrica delle quattordici porte e delle vie; e già questi luoghi si erano tutti rimutati nella prima metà del secolo duodecimo, quand’egli scriveva. — Il concetto Mirabilia reputo che sia assolutamente peculiare del secolo duodecimo; è cosa popolare, laddove il concetto Graphia è cosa di eruditi e affatto scolastico.
818. Uno di questi lettucci era anche presso il ponte sant’Angelo. In certe chiese s’apprestava un bagno, perchè il Papa rinfrescasse le piante. Vedasi l’Ordo Romanus.
819. Subintrat arcum Nerviae inter templum ejusdem Deae et templum Jani. Vuolsi dire del tempio di Minerva nel Forum di Nerva, cui aveva dato incominciamento Domiziano. La grande rovina di quel tempio fu smantellata soltanto ai giorni di Paolo V. Ivi era un arco di Giano edificato da Domiziano, e il popolo lo chiamava «Arca di Noè.» Il Bunsen, Descr. della Città, III, ha dimostrato che l’Ordo Rom., pel Forum di Trajano intende dire di quello di Nerva: ed è certo così.
820. Ordo Rom. XI, auctore Benedicto (Mabillon, Mus. It., II, 143). Questo passo è una delle più preziose notizie dell’archeologia medioevale. La processione doveva muoversi a zigzag pei Fora, e questo dimostra che alcuni tratti non potevano percorrersi a cagione dei cumuli di ruine. Il tempio di Romolo, che il Becker, I, 377, spiega per aedes Penatium, e il Bunsen con più verosimiglianza pel tempio di Venere e di Roma, può significare qui la Basilica nova di Costantino.
821. Ad S. Stephanum in Piscina palatium Chromatii praefecti. Templum quod dicebatur olovitreum, totum factum ex crystallo et auro per artem mathematicam, ubi erat astronomia cum omnibus signis coeli... Questo i Mirabilia (Cod. Vat. 3973) trassero dagli Acta S. Tiburtii Martir. ac Chromatii: vedi gli Acta Sanctor., 11 di Agosto, t. II, 622, e 23 Febbrajo, p. 372, dove Cromazio dice: Habeo cubiculum holovitreum, in quo omnis disciplina stellarum ac mathesis est mechanica arte constructa, in cujus fabrica pater meus Tarquinius amplius quam ducenta pondo auri dignoscitur expendisse. Quando si demolì la chiesa di san Sebastiano nella via Santa Lucia, si scopersero avanzi di questo antico palazzo: Descriz. della città di Roma, III, 3, 84.
822. Murus civitatis Rome habet turres 361, castella 49, propugnacula 6900, portas XII sine Transtiberim. Posterule V (Albino, e Cod. Vat. 3973): circuito, ventidue miglia; locchè è errore. I numeri variano da quelli dell’Anon. di Einsiedeln e di Bened. di Soratte, ma concordano quasi in tutto colla Graphia. L’esemplare di Praga, di tempo posteriore (edito dall’Höfler, nel Papencordt, Storia della città di Roma nel medio evo), inserisce il catalogo dei Campi, delle Basilicae, delle Viae e delle statue, con varianti dalla Notitia e con appendici. I compilatori dei Mirabilia erano a conoscenza dei breviarî antichi.
823. Il numero dei palazzi romani cresce di assai nelle Continuazioni dei Mirabilia, compilate al secolo decimoquinto. I Mirabilia non tengono conto di tutti gli Arcus triumphales.
824. Sicut reperitur in marthirologio Ovidii de fastis. Il copista di Albino dice: marthirologio ovidii de faustis; e quell’altro in Romualdo storpia così: marthiplogio ovidii de faustis. Ei si vede che anche di là di questi migliori esemplari deve esistere un originale più corretto. La goffaggine spesse volte induce al riso, massime nelle spiegazioni che vi son date dei nomi. I Mirabilia illustrano così la Porta septimiana: ubi septem laudes fuerunt factae Octaviano. La Graphia: septem Naydes juncte Jano (parimenti i Mirab. di Albino). La Graphia dà questa etimologia del nome Laterano: In palatio Neronis, quod ex latere et rana dicis Lateranum; e una copia aggiunge alla rana: quam latenter peperit Nero. Del nome Quirinale: quia ibi stabant Quirites. Di Nerva si foggiava una dea Nervia.
825. De judicibus Imperatorum in Roma: non è che il frammento di un maggior capitolo della Graphia. I Mirabilia non hanno raccolto, come cosa antiquata, l’ultima parte della Graphia, che è un rituale imperiale del tempo degli Ottoni.
826. Palatium majus in Pallanteo monte; e la Graphia: Palatium magnum monarchie orbis: in quo sedes et caput totius mundi est, et palatium Caesarianum in Palanteo. Di tutti i colli di Roma il Palatino è quello che meno sofferse dal medio evo; e colà hannovi ancor molte scoperte a fare, come ci lascia sperare la sollecitudine di Pietro Rosa, intendente di questi escavi sul Palatino.
827. Forse era quello che oggidì si noma tempio di Vesta ovvero della Fortuna Virilis. Il templum Lentuli (la Graphia dice Lentis) era l’arco di Publio Lentulo Scipione, fra il Tevere e l’Aventino; così tuttavia Poggio ve ne lesse sopra l’iscrizione.
828. Il templum Jovis e il Severianum facevano parte del Porticus di Ottavia. In altro luogo ho già tenuto nota delle rovine vicine al san Nicola in Carcere Tulliano.
829. Si purus erat a crimine ille qui electus erat Consul, confirmabatur ei Consulatus. Il mscr. di Praga aggiunge, ed è notevolissima cosa: propter quod factum multi adhuc consules romanorum vocantur.
830. Parimenti anche la Graphia. Un grande bacino antico, ossia Conca, esisteva allora, come in altre piazze, ad ornamento di quella di santo Eustachio. È noto eziandio della Conca Parionis presso il teatro di Pompeo.
831. Questo periodo, che manca nella Graphia ed in altri esemplari, leggesi nel Cod. Vat. 3973: haec et alia multa templa et palatia imperatorum, consulum, senatorum, praefectorumque tempore paganorum in hac romana urbe, sicut in priscis annalibus legimus et oculis nostris vidimus, et ab antiquis audivimus: quantae etiam essent pulchritudinis auri et argenti, heris et eboris pretiosorum lapidum, scriptis ad posterum memoriam quanto melius potuimus reducere curavimus. I Mirabilia del Montfaucon nol contengono.
832. Io comparai e in parte copiai i migliori Codici dei Mirabilia, ma mi astengo da investigazioni archeologiche. Il signor De Rossi, profondamente versato in cotali studî, promette di fare un lavoro critico dei Mirabilia in un Codex Topographicus Urbis: è opera che manca affatto e sarà di gran merito. — Le edizioni di quell’antica descrizione della Città incominciarono con quella fattane a Roma sulla fine del secolo decimoquinto; indi essa fu stampata innumerevoli volte e in parecchie lingue. L’edizione, tanto consultata, del Montfaucon è dell’anno 1702; indi v’ebbe quella delle Effemeridi literarie di Roma, I, e le altre del Graesse e dell’Höfler. L’ultima romana fu publicata nel 1864. Più tardi Gustavo Parthey, dell’Accademia delle scienze di Berlino, ne diede la recentissima delle edizioni: Mirabilia Romae e codicib. vaticanis emendata, Berlino 1869. Poichè il signor Parthey volle farmi l’onore di intitolarla a me, tengo a dover mio di esprimere qui la riconoscenza che sento per quel benemerito e infaticabile erudito, e mi congratulo che la sua edizione abbia ridotto il testo dei Mirabilia alla ottima delle lezioni che possediamo. — Il migliore esemplare dei Mirabilia contengono i Codices romani di Benedetto canonico (Liber Politicus nella Vallicellana), il Cod. Vatican. n. 3973 (Cronica di Romualdo), il Cod. Ottobon., n. 3057 (Albino, donde Cencio attinse). Secondo l’opinione del De Rossi, fra quelli dovrebbe esistere il primo esemplare del libro, ma io sono costretto di affermare che eziandio i detti Codices accennano ad una migliore scrittura originale che non troviamo più. — Ve ne hanno eziandio molti altri Codici, anche fuori d’Italia, massime di tempo posteriore al secolo decimoterzo. L’Anonimus Magliabecchianus del secolo decimoquinto, edito da L. Merklin, Dorpat 1852, è una compilazione tratta dal Regionarium, dai Mirabilia e da altre notizie topografiche.
833. La narra con molta grazia Guglielmo di Malmesbury, De Gestis reg. Anglor., II, c. 13. La favola diede argomento al melodramma Zampa, ossia la «Fidanzata di marmo.»
834. Gugl. di Malmesbury, c. 10. Gerberto scavò nel luogo dove si disegnava sul suolo l’ombra del dito, e discese in un incantato palagio sotterraneo. La leggenda ha un’audacia pagana, poichè spoglia i Papi della loro aureola, e li veste dell’abito di negromanti.
835. Palatium Romuli inter S. Mariam Novam et S. Cosmatem, ubi sunt due edes Pietatis et Concordie, ubi posuit Romulus statuam suam auream dicens: Non cadet, donec virgo pariet. Statim ut peperit virgo, statua illa corruit (Mirabilia, ed. Parthey, p. 5). Nei Mirabilia, sotto nome di palazzo di Romolo or s’intende la Basilica Nova (così è manifestamente nel passo citato, conforme alla positura accennatavi), ed or il duplice tempio di Venere e di Roma, che nel medio evo propriamente chiamavasi aedes pietatis et concordiae.
836. Ad S. Mariam in fontana (sull’Esquilino) fuit templum Fauni, quod simulacrum locutum est Juliano et decepit eum. Non so che di questa leggenda si parli altrove. I Mirabilia del Cod. Vat. 4265 (assai scorretti) contengono la leggenda che il simulacro della Veronica parlasse a Carlo Magno.
837. Fuor di Roma, nel secolo decimoterzo ed anche prima, si componevano dei florilegi raccogliendo passi di Virgilio, di Ovidio e di Orazio, e si appellavano flosculi. Vedine nel tom. IV della Bibl. Mundi o nello Speculum Historiale, lib. VI, c. 63, di Vincentius Burgundus (in sul 1240).
838. Gugl. di Malmesb., II, c. 13: Tunc corpus Pallantis filii Evandri, de quo Virgilius narrat, Romae repertum est illibatum ingenti stupore omnium — Hiatus vulneris quod in medio pectore Turnus fecerat, quatuor pedibus et semis mensuratum est. Se ne rinvenne fin l’epitaffio:
Filius Evandri Pallans, quem lancea Turni
Militis occidit, more suo jacet hic.
Però l’Annalista pensava che l’inscrizione non appartenesse all’età di Pallante, ma a quella di Ennio o di qualche altro poeta. Si imagini quanta fosse la moltitudine delle antichità allora scoperte in Roma, e come si maltrattassero. Soltanto i metalli o i marmi preziosi non si gettavano via. In un contratto di affittanza di santa Maria in Transtevere, a. 1175, si poneva ai fittavoli questo patto: et si aliquod metallum sive de majoribus lapidibus plus valens XII denarios pp. ibi inveniens, devano darne medietatem dicte nostre ecclesiae etc.
839. Sono quei celebri versi dell’Egloga IV:
Ultima Cumaei venit jam carminis aetas;
Magnus ab integro saeclorum nascitur ordo.
Jam redit et Virgo: redeunt Saturnia regna,
Jam nova progenies coelo demittitur alto...
Dicendo della virgo, Virgilio intendeva parlare di Astrea ossia della giustizia, e il puer era il figliuolo di Asinio Pollione suo protettore, che il poeta adula con tanto sfarzo. Di già Dante disse: Virgo namque vocabatur Justitia, quam et Astraeam vocabant (De Monarchia, I, c. 10). Anche Cola di Rienzo riprovò l’interpretazione che quei versi alludessero al Messia: quanquam hoc carmen nonnulli magistrones erronei Apostolicas prophetias deserentes, pro virgine matre Dei a Hieronymo in proemio super Genesi redarguti, duxerunt fore dictum (Nicolai Tribuni Romani ad Guidon. Bonon. Card. Oratio, nel Petrarca, Op., p. 1126).
840. Ei sa di strano che nessuno dei grandi pittori abbia impreso a dipingere questa visione. Che soggetto sarebbe stato per Raffaello!
841. Marangoni, Memorie dell’Anfiteatro Romano, p. 51. La Salvatio Romae è conosciuta per opera dei «Sette savî maestri», oppure del «mago Virgilio». I Mirabilia nulla dicono assolutamente di Virgilio, ma registrano soltanto la vecchia leggenda dell’Anon. di Salerno (vedi nel Vol. III, pag. 631, nota 1, di questa Storia). Anche Elinando, nello Speculum Historiale, T. IV, s’attiene quasi parola per parola all’Anonimo, e non fa pur cenno del Campidoglio. Intorno alla leggenda vedasi il Genthe, Vita e memoria durevole di Virgilio poeta e mago, Lipsia, 1857, pag. 72. Il Rufini (Dizionario delle strade di Roma) erroneamente associa la «Via di Tor dei Specchi» vicina al Campidoglio, colla torre dello specchio di Virgilio. Io son persuaso che quella strada tragga il nome dalla famiglia De Speculo o De’ Specchi, la quale forse colà aveva le sue torri. Le sue case antiche esistono ancora oggidì in un’altra «Via Specchi», non lungi dal palazzo Santa Croce.
842. Nel romanzo francese Virgilius l’effigie è un serpente di bronzo; però nei Dialoghi ameni, Francoforte, 1503, la cosa si narra come viene detto nella posteriore leggenda romana: «Virgilio ha composto in Roma un’imagine, e vi si mettono a prova coloro che prestano giuramento. E colà l’uomo deve porre la mano dentro della bocca. Se uno ha giurato il falso la faccia gli tronca col morso la mano» (Genthe, p. 75).
843. Viminalis ubi est ecclesia S. Agathes, ubi Virgilius captus a Romanis, invisibiliter exiit, ivitque Neapolim; unde dicitur: vado ad Napulum (nel Breviario de montibus; può darsi che sia una glossa: si trova soltanto nell’esemplare del Montfaucon). Ho già dato spiegazione del nome della via Magnanapoli (vedi il vol. III, a carte 658). Vorrebbesi che in quel luogo avesse dimorato Virgilio, e colà si andò in cerca dei giardini di Mecenate.
844. Gervasius, Otia Imperialia (Leibn., Rer. Brunsvicar., I, 963, nel Capitolo: mirabilia unius cujusque provinciae, donde si vede la universalità che allora aveva assunto il concetto mirabilia). Egli scrisse intorno al 1211, e narra di aver veduto questi portenti a Napoli nell’anno 1191. Il Leibnitz, sdegnato di lui, dice senza alcun intelletto delle leggende popolari: Vixit eo seculo, quod ego cum proximo omnium seculorum post Christum natum ineptissimum esse comperi.
845. Vidimus etiam operosum opus Virgilii Neapolin, de qua nobis mirabiliter Parcarum pensio dispensaverunt, ut muros civitatis ejusd., quos tantus fundavit et erexit philosophus, imperialis jussionis mandato destruere deberemus. Non profuit civibus illis civitatis ejusd. imago, in ampulla vitrea magica arte ab eodem Virgilio inclusa — quam ampullam sicut et civitatem in nostra habemus potestate — sed quia ampulla modicum fissa est, civitati nocuit. Oggidì il palladio di Napoli è l’ampolla col sangue di san Gennaro. — Dei serpenti: quam solam (sc. portam ferream) — destruere timebamus, ne serpentes inclusi de carcere egredientes, terram et indigenas molestarent: lettera di Corrado al Prevosto di Hildesheim (in Arnoldo, Chron. Slavor., IV, c. XIX).
846. Vidimus ibidem saracenos, qui solo sputo venenosa interficiunt animalia. Vi si rivela l’età della Cronica di Turpino, dei viaggi del duca Ernesto, del cavaliere Tundalo, di Apollonio di Tyrland, della Cronica imperiale ecc. Omai v’ha gran copia di scritture intorno al Virgilio del medio evo. Se ne consulti F. Piper, Virgilio teologo e profeta, Berlino 1862. Lo Zappert, Vita di Virgilio nel medio evo (Accademia delle scienze, vol. II, Vienna 1851), induce confusione a causa delle strabocchevoli citazioni; ed il lettore potrà bastevolmente erudirsi nel Genthe, in L. Roth, Virgilio mago, Vienna 1859, e massimamente nella dotta e più recente opera di Domenico Comparetti, Virgilio nel medio evo, Livorno 1872, in due volumi.
847. Benjamini de Tudela Itinerarium, Lugduni 1633, Elzevir; in ebraico colla versione latina.
848. Precisamente come nei Mirabilia: palatium Julii Caesaris. Vi s’intende l’obelisco vaticano, con intorno i ruderi del Circo ed altri avanzi.
849. Ibi extra Romam est palatium Titi, ossia il Circo di Massenzio, che anche in un esemplare dei Mirabilia appellasi palatium Titi et Vespasiani foris Romam ad catacumbas. Il Palatium di Vespasiano è il Colosseo. È un tratto notevole che l’Ebreo nulla dica dell’arco di trionfo di Tito.
850. Palatium Galbini (
nel testo).
851. Stando alla Graphia, erano veramente in Laterano gli avanzi del colosso dell’anfiteatro, cujus caput et manus nunc sunt ante Lateranum: e i Mirabilia stampati nel 1511 dicono, che Silvestro avesse fatto distruggere il colosso di Febo: caput vero et manus praedicti idoli cum pomo ad palatium in Laterano fecit poni — quae palma et caput Sampsonis falsae vocantur a vulgo. Oggidì quella mano colossale si vede nel cortile del palazzo del Conservatori. — Beniamino non tien nota della leggenda secondo la quale Noè venne a Roma, ma sa della guerra ch’ei ruppe contro a Romolo, ed è a giorno di altre leggende che trovansi nel falso Gioseffo (Goriodines, un ebreo di Gallia del tempo forse dei Carolingi): a credere di questo, Romolo per temenza della venuta di Davide, fe’ cinger Roma di mura: Josephus Hebraicus etc., Lipsiae 1710, I, c. 4.
852. In muro S. Basilii fuit magna tabula erta infixa, ubi fuit scripta amicitia in loco bono et notabili, que fuit inter Romanos et Judeos, tempore Jude Macchabaei (Mirab., Cod. Vat., n. 3973). S’interpreta col Lib. I de’ Maccabei, c. VIII, 22: «E fecero (i Romani) incidere il rescritto su tavole di bronzo, e lo mandarono a Gerusalemme, affinchè ivi fosse monumento della conchiusa pace» Per certo gli esemplari romani del documento erano custoditi nell’archivio di Stato.
853. Hoc solum mente laborantibus et animo supererat, ut ab urbe (Romae enim in Palatio Diocletiani, et aliis termis saepe mirabiles conspeximus) ut per mare mediterraneum tuta classe — conductu haberemus: Sugerius, De Consecratione Eccl. S. Dionysii (Duchesne, IV, 352), in Giacomo Burckhardt, La cultura del rinascimento in Italia, Basilea 1860. — Le magnifiche colonne di granito, che l’Abate per buona ventura non portò via, adornano oggidì la santa Maria degli Angeli nelle terme di Diocleziano.
854. Medietatem arcus triumphalis, qui totus in tribus arcubus constat, de quo unus de minoribus arcubus propinquior est vestrae ecelesiae, supra quem una ex turribus aedificata esse videtur — Ep. Innoc. III, lib. II, n. 101, dat. VI Non. Julii A. 1199.
855. R . . . S. AG. (sigle cassate) † ANO MCLVII INCARNS DNI NRI IHV XRI SPQR HEC MENIA VETVSTATE DILAPSA RESTAURAVIT SENATORES SASSO JOHS DE ALBERICO ROIERI BVCCA CANE PINZO FILIPPO JOHS DE PARENZO PETRVS DS TESALVI CENCIO DE ANSOINO RAINALDO ROMANO NICOLA MANETTO. È iscrizione unica di questo genere in Roma.
856.
BENEDICTVS ALME
VRBIS SVMM’ SENATO
R RESTAVRAVIT HVN
C. PONTEM FERE DIRV
TVM.
857. Restituimus salvo jure parochiali ecclesie SS. Apostolorum Phil. et Jacobi et salvo honore publico urbis eidem colomne, ne unquam per aliquam personam obtentu investimenti hujus restitutionis diruatur aut minuatur, sed ut est ad honorem ipsius ecclesie et totius populi Romani integra et incorrupta permaneat dum mundus durat, sic ejus stante figura. Qui vero eam minuere temptaverit persona ejus ultimum patiatur supplicium et bona ejus omnia fisco applicentur... Actum a dom. incarn. MCLXII, Ind. X etc. (docum. da santa Maria in via Lata, nel Galletti, Primic., n. LXI).
858. QM. COLVPNA ANTONINI JVRIS MÕN SCI SILVRI ET ECCLA S ANDREE Q: CIRCA EA SITA E CV OBLATIONIBVS.... MALEDICIMVS ET VINCVLO LIGAMVS ANATHEMATIS ABBATE ET MONACHOS QCVQ. COLVPNA ET ECCLAM LOCARE VL BENEFICIO DARE PSVPSERIT.... PETRVS DĨ GRA HVMILIS ABBAS HVIVS SCI CENOBII CV FRIB. SVIS FECIT ET CONFIRMAVIT ANN. DNĨ MĨL CXVIIII INDĨC XII.
859.
Adsum Romani grandis honor populis.
Indicat effigies qui me perfecerit auctor.
Teodoro Ameiden, De Rom. Famil., § 100 (Mscr. nella Bibl. Casanatens., n. 283), notò un altro distico:
Vos qui transitis secus optima tecta Quirites,
Hac pensate domo, quis Nicolaus homo.
860.
Non fuit ignarus cujus domus haec Nicolaus
Quod nil momenti sibi mundi gloria sentit.
Verum quod fecit hanc non tam vana coegit
Gloria quam Rome veterem renovare decorem.
Sulla fine:
Surgit in astra domus sublimis — Culmina cujus
Primus de primis magnus Nicolaus ab imis
Erexit Patrum decus ob renovare suorum.
Stat patris Crescens matrisque Theodorae nomen.
Hoc culmen clarum caro pro pignere gessit.
Davidi tribuit qui pater exhibuit.
All’intorno dell’iscrizione sono stranamente poste molte sigle enigmatiche, che si vollero spiegare in modo ridicolo. L’intiera iscrizione è registrata nel Nerini, p. 318, e in altri luoghi.
861. Per amore di brevità non m’accingo a confutare quelli che danno a quest’edificazione un tempo or troppo antico, or troppo moderno. Coloro che s’appigliano alla prima opinione potrebbero appellarsi al costume ancor più antico, secondo cui i padri dedicavano edificî ai loro figliuoli. Giovanni duce di Gaeta, nel secolo nono edificò una torre, e vi scrisse sopra: Hanc venerabilem inclitam domum etiamdiu turre dilecto filio meo Docibili Ypata donavi (Federici, Duchi di Gaeta, p. 154). Il Giesebrecht ha fatto alcune ipotesi assai giuste sul Monzone (Schmidt, Gazz. univers. di Storia, VII, 137). Io non ispreco tempo in queste cose, che tornano qui soltanto accessorie.
862. Ideo dicitur Chartularium, quia fuit ibi bibliotheca publica, de quibus XXVI fuere in Urbe. Gli avanzi di questa torre durarono fino all’anno 1829. Ancora ne sono visibili le antiche fondamenta.
863. La chiesa ha gran dovizia di iscrizioni medioevali. Nell’atrio, sulla tomba di Alfano (opera di quella età), è scritto:
Vir probus Alphanus cernens quia cuncta perirent,
Hoc sibi sarcofagum statuit ne totus obiret.
Fabrica delectat pollet quia penitus extra
Sed monet interius quia post hec tristia restant.
Sul parapetto dell’altar maggiore (una vasca di rosso granito): ano D. MCXXIII Ind. I. dedicatum fuit hoc Altare per manus DD. Calixti Papae Secundi V sui Pontif. Ano M. Maio die VI Alfano Camerarius plurima dona largiente.
864. Da dopo l’anno 1868 santa Maria in Transtevere ebbe a ricevere un restauro fondamentale. Sparve il pavimento antico, ne furono rimossi sepolcri e monumenti; e pitture a gran colori, condotte sulle pareti della navata di mezzo, hanno per sempre distrutto la mesta severità di questa basilica antica.
865. Il soggetto del musaico della nicchia s’interpreta col passo di san Matteo, c. 25, 1-23. Sventuratamente ebbe a subire un pesante restauro. Anche lo Schnaase, Storia delle arti del disegno, IV, 2, loda i musaici, specialmente quelli dell’abside.
866. Chron. Casin., c. 29; passo ben noto.
867. Sotto un affresco che rappresenta parecchi santi è posta quest’iscrizione: EGO BENO DE RAPIZA CV MARIA VXORE MEA PRO AMORE DEI ET BEATI CLEMENTIS PGRFC. Il priore Mullooly, che diresse gli escavi della chiesa sotterranea, vuole che il quadro appartenga all’epoca delle catacombe; ma l’iscrizione contraddice a quell’opinione. Il nome longobardo Rapizo (Radpert) trovasi assai di sovente ai secoli undecimo e duodecimo nel Registro di Farfa; al tempo di Gregorio VII, un Rapizo era comes di Todi. — Di questi importanti escavi e degli affreschi numerosi che ne vennero alla luce vedasi J. Mullooly, Notice of the ancient paintings — of S. Clement in Rome, Roma 1866.
868. Un Nicolaus de Angelo e Pietro Fassa di Tito fecero pel san Paolo il grande candelabro di pesantezza barbarica. — Sul tabernacolo che è nel san Lorenzo (dell’anno 1148) è scritto a bei caratteri: Johs Petrus Angelus et Sasso Filii Pauli marmorarii hujus operis magistri fuerunt. Di tale fatta sono gli inizî della nuova scultura, che poco a poco venne sorgendo dalle opere di chiesa. — L’antichissima menzione che sia fatta dei Cosmati è dell’anno 1180: Jacobus Laurentii fecit has XIX columnas cum capitellis suis (Descriz. della città di Roma, III, 3, 572). — Sopra un ambone in Araceli: Laurentius cum Jacobo filio suo hujus operis magister fuit. La genealogia dei Cosmati è data dal Gaye (Giorn. di arti, 1839, n. 61, sgg.). Rivista delle «Notizie epigrafiche degli artefici marmorarii romani dal X al XV secolo, di Carlo Promis» (Torino 1836).
869. Questa erronea notizia dà Ricobaldo, Histor. Pontif. Rom., p. 178 (Muratori, IX).
870. Il Card. Aragon., p. 439, dice di Eugenio III: Hic fecit unum palatium apud S. Petrum, et Signiae alterum. — Platina, Vita Celestini III.
871. Platina, Vita Clement. III: claustrum S. Laurentii extra muros aedificavit, et Laterani aedes non mediocri impensa restituit: templumque vermiculato opere ac musivo exornavit. — Celestino III consecrò il san Giovanni a Porta Latina, il santo Eustachio (1196) e il san Lorenzo in Lucina, come qui ancora ne dice l’inscrizione antica. Del tempo di Adriano IV è il portico dei santi Giovanni e Paolo sul Celio. Meravigliosa cosa è, che del lungo reggimento di Alessandro III non si menzioni alcun edificio.
872. L’illustre Autore si compiacque di rivedere la versione di questo Volume, e in alcuni luoghi ritoccò il testo originale, in altri introdusse importantissime aggiunte. Ne facciamo nota come di cosa che torna a gran pregio della nostra edizione italiana. (N. del T.)
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.
Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.