The Project Gutenberg eBook of L'antica madre, by Antonio Beltramelli This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included with this eBook or online at www.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you will have to check the laws of the country where you are located before using this eBook. Title: L'antica madre Author: Antonio Beltramelli Release Date: June 7, 2023 [eBook #70932] Language: Italian Credits: Barbara Magni and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was produced from images made available by the HathiTrust Digital Library) *** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK L'ANTICA MADRE *** ANTONIO BELTRAMELLI L’ANTICA MADRE ROCCA S. CASCIANO LICINIO CAPPELLI, EDITORE Proprietà Letteraria Rocca San Casciano 1900, Stab. Tipografico Cappelli. _A Sem Benelli_ _Una goccia cade dal cielo nel mare e si disperde in silenzio, eppure ella rispecchiò le immagini delle cose vicine e lontane._ _Ora, questa goccia, va verso l’ultimo mare; altre dopo lei ne andranno così, finchè fatalmente tutta la mia forza non precipiti alla morte._ _Io so forse che tutto ciò sarà superiore al mio volere, ma non importa: l’approvazione tua ed il tuo affetto sono con me._ _Vi fu un tramonto in cui tu, con calmo sapere, indicasti una gran via di lavoro, da quell’ora ci votammo all’idea; sia pure con noi tutto il male, nulla ci distorrà dal compirla._ _Pongo il tuo nome qui; io sono come un fanciullo che teme la tenebra e ricerca la mano del fratello. Cos’è, Sem, a volte il nostro orgoglio? Vogliamoci bene, così serenamente guarderemo perdersi quest’atomo verso l’ultimo mare della morte._ LA MADRE (PREFAZIONE) Nella terra ove io vissi, che mi nutrì fanciullo e che dette agli antenati miei il frutto delle glebe ch’essi con le loro forti mani smossero e resero atte alla fecondazione, ha la mente mia trovato, per osservazione continua, l’avvio a quell’arte alla quale ogni mia facoltà fu votata con amore inesausto. Quella terra sempre, all’occhio dell’insaziabile amante, si presentò nuova e maravigliosa, ricca di vergini bellezze, strana e paurosa, raccolta e soave; ella ebbe la molteplice vita che porta lo spirito alla gran sintesi delle cose; ella ingenuamente mi mostrò, come per dar nuova esca al mio essere insaziabile, le sue miserie e le sue ricchezze, fu mia in tutte le ore e volle farmi sapiente. Per questo l’amai e la benedico ora. Qui alla buona Terra degli antenati miei mi prostro come un semplice devoto delle grandi cose. Io vissi fanciullo, quasi incosciente della vita, non che nella mia anima ignara fosse un silenzio perenne e la mia mente non avesse vivacità d’intelletto, ma fin d’allora io era come schiavo di un’anima la quale si dipartiva dalle cose per avvincermi in istrane sensazioni che ancora confusamente ricordo. Vissi nello stupore come un pellegrino giunto ad una terra promessa che trova, ne’ suoi incantamenti, superiore ad ogni immagine, per quanto vividamente creata da un fanatismo religioso; la buona madre non voleva sciogliermi da sè, ella vedeva il suo fanciullo prostrarsi religiosamente a’ suoi aspetti e lo avvinceva sempre più. La prima memoria chiara ch’io mi abbia della vita è l’aspetto di un tramonto. Ricordo il viso pallido del nonno, un viso di tristezza e di pensiero, egli mi accompagnava. Non so dove, nè quando questo avvenne, il tempo non lo saprei precisare, certo l’anima mia era bambina. Andavamo da lung’ora, spesse volte il buon vecchio si dimenticava di me, io lo seguiva con fatica, correndo quasi, attaccato con le piccole mani al lembo del suo pastrano. Così, ricordo ancora, egli aveva le mani incrociate dietro le reni, il capo basso e a tratti alzava il viso esclamando qualche parola; cosa che non mi rassicurava punto, perchè mi avevano detto che i pazzi parlavan forte quand’eran soli. A me rimaneva per consolarmi il lembo del pastrano suo che era ogni mia speranza, ed ogni mio salvamento. Ad un tratto il nonno si fermò e si sedette, io rimasi vicino a lui senza parlare; raccolsi da terra qualche ciottolo; raccolsi de’ fiori sui margini dei fossi, poi mi rivolsi e improvvisamente vidi il suo volto rosso acceso e intorno le piante e le siepi animarsi dello stesso colore. I miei occhi ricercarono la sorgente della luce. Fui avvinto; come una forza afferrò il mio spirito e lo tenne. Era il più tragico tramonto ch’io m’avessi visto mai. Non so se la sensazione dipenda anche dall’improvvisa rivelazione per l’anima mia, certo un simile terrore non l’ebbi più nella vita. Guardai ancora il nonno. Egli aveva gli occhi celati da una mano appoggiata alla fronte, forse aveva fatto ad arte per non guardare, sentii il mio capo rivolgersi ancora e tutto mi apparve il cielo. Io ricordo, non so forse precisare, ricordo un infinito invaso da una fiamma di croco; l’impressione mia fu di terrore, sentiva i miei piccoli polsi tremare, sentivo freddo nel viso e per il corpo mi serpeggiava un brivido continuo. Il sole non c’era più, ma la luce era viva, la luce scaturiva da mille sorgenti invisibili e potenti, l’incendio era di una straordinaria verità, le cose vi si perdevano. Vidi perdivisi i profili degli alberi, i paesi. E non aveva voce e non aveva un grido, nè un atto mi era possibile. Immerso in un’estasi terrificante, guardavo con la paura di vedermi in preda, da un istante all’altro, di qualche terribile ruina. La sentivo avvicinarsi, mi opprimeva lentamente con l’inesorabile condanna di un’acqua che cresca fino alla gola, fin sopra agli occhi, e non udivo nulla e nulla mi riusciva chiaro all’intorno, solo il cielo animato da una potenza vulcanica enorme e vibrante di bagliori acciecanti. Forse fu un attimo, ad un tratto sentii scendere dall’alto un urlo raccapricciante, prolungato, asprissimo, che passò, ritornò, si ripercosse, aumentò di vigore senza interrompersi. D’improvviso sentii il mio cuore pulsare con veemenza, chinai gli occhi e piansi disperatamente. Ricordo la voce del nonno: — Cos’hai, cos’hai bambino mio? Non so cosa risposi, so che poco dopo mi spiegai l’origine dell’urlo; sopra noi era un campanile e le campane ondavano a stormo chè scendeva la sera. Questa memoria tenne il mio spirito, vario tempo, sotto un giogo d’incosciente stupore ed apri poi il cielo delle mie osservazioni e de’ miei ragionamenti. Dal senso di stupore passai gradatamente ad un sentimento di ammirazione; pensai che l’universa madre aveva per noi parole che incitavano all’umiltà non già vile, ma cosciente e illuminata. Vidi l’immensa ironia delle grandezze umane e allorchè passata l’adolescenza, la mia anima d’uomo volle più profondamente considerare, vidi infrangersi una barriera che al mio intelletto avevano creato principi inculcatimi col sangue; e lanciato così nel campo dell’ignoto conobbi il dubbio. Allora cadde come per incanto il grande edificio dell’umanità, mi trovai a brancolare nel buio, a fissar incessantemente termini perchè la mia ragione umana non si perdesse nell’orrore della pazzia. Risi, dileggiai, ogni cosa mi apparve meschina, ogni azione dell’uomo, inutile. Volli dimostrare il continuo inganno, persuadere l’umanità a starsene queta aspettando la morte, unica cosa meritevole come fine della più terribile ironia dell’universo. Quando parlai qualcuno mi guardò spaventato, altri rise, altri non intese. Solo un uomo, il nonno, mi disse: — Non è forse in ciò che tu vai predicando, un infinito egoismo, un infinita superbia? Tentai una dimostrazione del contrario, il mio spirito turbolento non si sarebbe così facilmente piegato a ragioni avverse, pure considerai il pensiero trovandovi una vera sorgente di bene. Ma ancora non potevo fissare chiaramente un limite, ondeggiavo fra mille ragioni e il dubbio scendeva sempre a sconvolgere i miei piani. Fu una notte, avevo vegliato nello studio; nei libri non trovavo ragioni sufficienti al mio ardente desiderio di pace; avevo in me il male, il male dell’ironia. Il mio pensiero avanzava, con quest’arme, tutto distruggendo e lasciando lo spirito invano proteso al sapere per trovarvi la calma. Perciocchè tutto cadeva: amore, lavoro, sapienza, bontà, grandezza; tutto era trascinato in questo vortice. L’uomo era un’ombra, una forma, l’inganno più perfetto di un artefice mostruoso. Lo stato di pena dell’anima mia era intollerabile, così non avrei potuto in alcun modo continuare, necessitava una risoluzione, una fine, era imperioso il bisogno, la tensione dei nervi troppo prolungata, avrebbe finito per spezzare la mia fibra. Ero risoluto di trovare una spiegazione: o il mio spirito sarebbe rimasto soddisfatto ed io avrei trovato una nuova via di ragione, oppure tutto sarebbe finito con un unico atto, vile. In quella notte mi accadde di temere la morte perchè il mio essere insoddisfatto, che pure aveva in sè energie da esplicare, vi si ribellava con violenza. La ragione e il sentimento lottavano senza tregua, ebbi allucinazioni, che mi parve a volte d’aver raggiunto l’ultima verità e a volte d’essere il più meschino fra gli uomini, un senso chiaro bensì mi avvertiva ch’io mi accostavo al limite oltre al quale la ragione più non ha campo. In una risoluzione improvvisa mi dissi: Se altri con scienza vive concordemente a natura, indaghiamone il mistero. Così comparvi nello studio del nonno. Egli mi accolse con bontà, senza meravigliarsi della mia presenza a quell’ora, pareva mi aspettasse da molto tempo con pazienza e che quella venuta per lui fosse certa. Alzò gli occhi dal libro che ponderava e nel viso ebbe un sorriso calmo, buono, soddisfatto. Vidi il completo equilibrio delle sue facoltà, la perfetta quiete del suo spirito e a un tratto gli chiesi con veemenza, come per entrare subitamente nell’anima sua e coglierla in quello stato di letizia: — Ditemi, d’onde traete la vostra serenità, nonno; io ho l’inferno nel core. Egli mi prese una mano; disse: — Lo sapevo. Poi si rizzò, mi condusse alla finestra che aperse ed esclamò a voce bassa, come innanzi ad un tempio: — Guarda. Era un plenilunio d’aprile, vidi l’insieme in un attimo: un gran mondo assopito sotto l’incantamento della bianca luna. Il mio pensiero, la mia anima, tacquero; io ritrovava l’antico stupore che mi tenne fanciullo. I miei occhi non distinsero particolari, da quella finestra aperta improvvisamente sulle quete campagne sentii giungere un largo respiro di cose addormentate. Una dolcezza nova mi velò gli occhi, ebbi volontà di pianto; il piano era «_solingo più che strade per deserti_.» Solo a capo di una lunga strada che si perdeva sotto alla luna, fra gli olmi ultimi, neri nella massa uniforme, udii andare un carro nel cigolio lento che giunse e una voce cantò, la voce di un bovaro che andava aspettando l’alba: — _Si è levata la stella del bovaro_, _fra poco sarà chiaro il giorno_, _e noi ricominceremo a tracciare i solchi_. _O terra lavorata! terra dell’amor mio_, _o terra forte!_ — E il canto s’interrompeva per incitare i buoi in lunghe grida. Il nonno parlò. Udii la sua voce che non cresceva tono, passare come la voce di uno spirito, sentivo in me dissolversi come un gelo e una mano dolce scorrermi sul viso. Ecco: la buona madre era ancora innanzi a me nel suo aspetto benefico e sorridendomi mi invitava al suo amore. Da quella notte si compì la trasformazione del mio spirito ed io ebbi man mano più certa la via da percorrere. Trovai l’umiltà, mi sentii figlio. Ciò non avvenne rinunziando a qualsiasi vittoria di pensiero, cadendo nell’apatia. Bisogna essere soprattutto concordi con quelli che stanno intorno a noi per muover guerra ai vicini. Strinsi un patto con la madre, mi fortificai nella sua bontà ed attinsi forze nuove e straordinarie, come non mi sarei aspettato. Il nonno mi aveva aperta la sua scienza, sì che mi fu manifesto ciò che prima mi appariva oscuramente. Così le umili cose si strinsero in laccio con l’anima mia. _Sull’argine_ Bosso soleva sul tramonto prendere le viottole della pineta e compire un suo giro di guardia fino a notte inoltrata; sorvegliando se di lontano qualche colpo di accetta, lo avvertisse di un brutto tiro che un astuto volesse fargli: non già ch’egli fosse oltremodo severo coi condannati dalla fame, egli sapeva le sofferenze fino alle cime dell’abbrutimento, ma non voleva che altri si prendesse gioco di lui. Quando un uomo gli disse: — Compare, nella capanna non rimane un filo di paglia; nella madia non vi è farina. Il mio piccino muore! Egli non scrollò le spalle, ma nel suo giro usuale, sul tramonto, quando udì i colpi dell’accetta come singhiozzi rudi, cambiò sentiero. Disse anche alcuna volta a suo figlio: — Daniele, noi abbiamo per tre questa sera, la cena è abbondante, vuoi tu portare a Giovanna parte del pane? E siccome l’altro assentiva, dette del suo. Ora, così silenzioso e forte e buono oltremodo, egli era un santo per i poveri del luogo, un amore timoroso e strano gli portavano. Disse di lui un poeta semplice, una sera a veglia nella stalla, fra i buoi: — Il bosso ha fiorito viole! E fu da allora che lo chiamaron Bosso. Egli aveva un suo singolar modo di esprimersi a frasi brevi ed incisive; la vita, i luoghi eran riflessi ne’ suoi pensieri. La pineta ha gridi e dolcezze, la palude immensità e silenzio: figlio di questi elementi, ne aveva tratto l’essenza della vita. Ed era mite perchè aveva osservato molte albe e molti tramonti ove nessun limite ha l’orizzonte, perchè ancora la morte aveva imperato dal bianco al sanguigno. Eran venuti a turbe i lavoratori, li aveva visti nell’alba passare sull’argine, neri sul bianco come incisi da un forte bulino. Li aveva uditi cantare poche note sempre basse, in cadenza, su parole d’amore. Turbe di lavoratori eran passati sull’alba, nel canto e a sera nel singhiozzo. Così ebbe nella mente l’idea di un destino, di una forza fuori di natura; essa spingeva gli uomini alla morte. E come non si era mai ribellato nella vita a nessuno, così nell’idea di una forza malvagia che regolava l’esistenza, aveva sentito il bisogno di essere buono. Inoltre non è primavera nella pineta; forse un verde più chiaro appare nel maggio, le serpi si stendono al sole, è una dolcezza stanca di cosa che ha vissuto molto e non può rinnovarsi in un repentino irrompere di gioia. Sboccia qualche flore nell’ombra, pallido molto, un giglio selvatico; una rosa canina; pochi petali che un soffio disperde; sopra loro sta la severità dei pini. Così egli aveva letto in un libro sacro, in una semplice bibbia, una tristezza ed un vecchio sorriso perenne; così egli si era sentito compenetrare da una potenza divina, da un verbo d’amore: — Ama gli uomini essi sono sotto i cieli, come i gigli selvatici nella pineta. — Ma un senso oscuro era anche nell’anima sua, s’egli nell’uomo scorgeva la malvagità. Come schiacciava il rettile che attentava ai nidi, avrebbe ucciso senza rimorso il malvagio. Ora, egli compiva il suo giro di guardia, il fucile a traverso una spalla. Passava tra l’ombre e le luci in vicenda continua, andando sempre più verso il folto. A un tratto sostò e si volse, aveva udito un grido, un grido lontano: girò lentamente il capo scrutando con l’occhio socchiuso fin dove glielo permetteva la radura, prestò orecchio a tutti i rumori e stette alquanto in attesa; ma i corvi, i corvi soli passavano in larghe spire volteggiando sui pini, nel gridio feroce e insaziabile, verso il convegno ove eran molti di loro e più alte salivano le grida. Continuamente, sorda minaccia per la prossima tenebra, saliva ingrandendo il grido dei corvi, unito, aspro e selvaggio nella lontananza; come nelle turbe ribelli quando più preme la passione, nell’ansia suprema, le voci quasi immedesimandosi del pensiero, acquistano asprezze metalliche e salgono ad una altezza tragica di delirio, eran le grida dei corvi. Quali orribili cose dicevano essi nella continuità di una narrazione lugubre? Quali morti avevan essi trovato per festeggiarli in sì largo turbinio di grida? Bosso notò le voci dei corvi che pure gli eran abituali, ma nella cura d’intendere se udisse ancora e impedendoglielo queste, n’ebbe un impeto d’ira. Sentì come un brivido e si portò la mano al core. Corrugò le ciglia e nella sua strana superstizione si disse: — Forse è passata la morte. Poi curvò il capo, incrociò le mani dietro le reni e passò dall’ombra in una luce sanguigna per ritornar nell’ombra. Eran fasci di capelli gli ultimi raggi che fra i tronchi dei pini penetrando si frastagliavano sciogliendosi nei cespugli bui; pareva di sentirne la morbidezza e il profumo selvaggio: i pini odoravan così. Qualche viso, fra le alte vette, sorrise nello spazio di due rame e le rame si allontanarono tremando in quel novo sorriso di bocca fiammante. Dicon gli uomini della pineta che quando al tramonto le serpi fischiano lungamente, vi son delle femmine che desiderano i loro allacciamenti: le femmine del tramonto procaci e sensuali. Bosso andava a capo chino, ma non vide distesa sul sentiero una serpe e la calpestò. Ella si ritorse, riandò un sibilo saettando rapidamente lo biforcuta lingua e strisciò fra i cespugli. Egli n’ebbe un brivido, ciò non gli era accaduto mai. Poi fra il gracchiare dei corvi udì un colpo di fucile e ancora un grido umano, ma più vicino, più affannoso. Non forse s’implorava il suo nome? — Bosso Bosso! Egli aveva ben udito nel grido umano queste sillabe. E però non ebbe la forza di gridare al vento: — Chi implora? Ma preso il fucile dette un colpo d’avviso. Un altro gli rispose più vicino e vide poi un’ombra muoversi tra i cespugli rapidamente. La riconobbe, ma nel terrore di un avvenimento inconscio, non si mosse, nè parlò. — Bosso Bosso? Egli aveva il capo eretto e i muscoli del collo gonfi in una contrazione; l’occhio in una larga fissità stava senza scrutare. L’ombra allargò gli ultimi cespugli curvandosi ed uscì sul sentiero. La voce che da lungi aveva gridato ora risonò vicina, più bassa, più cupa: — Bosso? Non intendi adunque? Corri alla tua capanna, c’è bisogno di te. Egli tese repentinamente una mano agguantando la spalla dell’uomo e gli uscì una parola dalla strozza. — Cosa? L’altro si curvò verso lui e a voce bassa quasi che la selva ne inorridisse, parlò: — T’hanno ammazzato il figlio! Vi fu un silenzio in cui più alto salì il grido dei corvi, poi uno schianto aspro di rame significò la fuga precipitosa, come un inseguimento. * * * Egli solo lo vestì dell’abito nero, e gli cinse al collo (le sue mani rudi ebbero delicatezze muliebri) la ciarpa rossa a nastro, come egli soleva per le feste delle Sagre. Il rosso avea le vibrazioni delle campane, le vibrazioni accese delle stridule campane; ora dava sangue. Quando risonò lento, da una chiesa perduta nella pineta, un tocco a lunghi intervalli egli chinò il capo poichè l’opera era compita: la terra invocava il figlio. Fu allora che un’ombra d’uomo rimasto in un canto della stanza si fece innanzi: — Bosso, andate. Lo spinse leggermente verso la porta. Egli vi si lasciò condurre. Rimase nello spazio breve, fra i pini, una radura che lasciava passare la luce appena. Egli stette ritto nella radura, fra la corona dei pini; sfinge strana che aveva in sè coi caratteri dell’ignoto qualcosa di biblico. E ancora il suono lento di una campana lo avvolse nel rintocco come un urlo. Chi gridava dalla terra, dalle profondità della terra: — Io voglio! Io voglio! — Nel cielo era l’ombra. Egli udì il martello sul legno; passò a volo uno stormo di corvi; passò a volo un grido e un’ombra. Poi il martello tacque e nel silenzio i pini si curvarono a guardare. Quando riprese pareva che mille uomini picchiassero sulle poche tavole di abete — Bosso udì un singhiozzo. Fra gli ultimi cespugli, presso la radura, una donna giovane, curvata baciava la terra. I capelli eran sul nero un oro. Ella s’immedesimava nel cespuglio, come se le rame curvandosi l’avesser raffigurata. Intese Bosso mormorare il nome del figlio; in alto fra una radura luccicò una stella. Egli non chiese: — Perchè piangi? Chi sei tu che piangi? — La stella era velata da sangue. E i pini sulle cime ardevano, fiaccole accese dal tramonto, tutta l’anima della pineta ardeva. Ancora la campana implorò, poi ad una si unirono molte altre a significare la morte del giorno, sì che parve il saluto leggendario delle turbe. E scesero dall’alto diluviando voci e singhiozzi. Sotto quell’ave tutte le forme rimasero assorte e immobili: solo la donna si levò dal cespuglio e, ritta nell’ombra, alzò le braccia e il viso al cielo e rimase a guardare in una sua contemplazione. Ell’era nell’oscurità, ma il sole scendendo trovò un varco fra le rame e scivolò fino a lei, fu un rettile fluido che strisciò via silenzioso, ella si trovò così ritta come un’erma in un aureola di fuoco. Bosso vide e non intese. Allora che il martello ebbe compita l’opera, apparve sul limitare l’uomo: — Bosso. È finito. Aspettate. Egli non rispose, ma quando non udì più stridere i passi sull’erba, entrò nella capanna. Chi lo vide uscire? Chi vide il fardello che lo faceva curvare sul sentiero? I corvi disegnavano l’ombra roteando vertiginosi; egli andò sotto alla croce. Scelse i sentieri più oscuri, quasi commettesse un furto. E corteo al triste funerale furono i pini, essi bensì si animarono tremando. La donna bionda seguì da lontano. Per un sorriso spento palpitaron due anime; due cuori s’infransero. E si turbò un mattino. II. Egli seppe che uno dei Lari aveva ucciso suo figlio. Daniele tornava dalla festa della Sagra; in un punto ove la strada era deserta, Gianni Lari sbucò da una siepe, assalì con veemenza Daniele e come questi indietreggiava per prendere alcuna difesa, ebbe un urlo e si lanciò. Per ben tre volte il coltello luccicò e disparve, poi Daniele cadde riverso. Gianni gettata l’arme, si aprì un varco nella siepe, fuggendo nei campi. Uno che sopraggiunse di corsa, disse che il sangue uscì dalle ferite a fontana e udì pure il morente singhiozzare: — Maddalena! Maddalena! E null’altro; trama di pochi fili, nenia di poche note. I corvi a torme quando passano al meriggio, oscurano il sole un attimo, il batter d’un ciglio, pure nell’ombra fuggevolissima qualche palpito si arresta. Così il dramma della sua vecchiaia si svolse. Egli vide un enorme martello precipitare su di un’incudine rugginosa, dalle altezze di un tramonto e l’incudine era il mare; sotto il colpo rude la massa si scompose; più della forza del tempo quella dell’attimo aveva agito in modo terribile. Così un mazzapicchio atterrò in un colpo il pino più antico, sì ch’egli, solo nella radura, non ebbe a sostegno nella caduta le rame protese degli ultimi pini. Bosso passò i primi giorni dopo la rovina, senza avere alcuna percezione di vita; nessun cibo prese, non ritornò alla capanna. La pineta fu il suo eremitaggio: per tre giorni errò nei luoghi più oscuri, solo, senza nulla dire, con un pensiero fisso: la morte. Ed egli ebbe nel senso la percezione della fine. Si sentì man mano estenuare, come una luce che fugge, sentì sè stesso allontanarsi dalla sua materia: lo spirito corse veloce e vide l’alba, e il corpo errò sempre più lento in una stanchezza dolce e continua. Una pioggia autunnale interra così in una carrezza le ultime foglie. Ma egli non ebbe il desiderio di morire, non fu un volere il suo; come un fanciullo, prese una strada di cui non sapeva la fine e andò senza guardare innanzi a sè. Di un edificio costruito in lungo tempo non eran rimasti che i ruderi, i primi elementi: tutto era scomparso: pensiero, volere, azione; non eran viventi se non due cose: una inconsapevolezza strana e un martirio sottile; così dalla prima si sentiva spinto a seguire il cammino, e il martirio era l’alba. Lo spirito traversava spazi e spazi, per raggiungere la chimera. L’anima di un bimbo segue così a volo qualche ombra, nel cielo riflesso dalle sue pupille. E degli uomini non ebbe ricordo e lo stesso delitto scomparve dalla sua mente man mano. — Daniele era vissuto? o non era esso la luce del cielo? — Di lassù giungeva sempre una voce, una invocazione, egli l’udiva, egli solo. Qualche cirro che si cullò mise un’ombra nel sole: — Daniele? Daniele? Alcune volte egli tese le braccia. Ebbe così in sè stesso una dimenticanza completa; gli parve di non avere vissuto o di essere stato sempre nella vita. Ora faceva il suo primo sogno: una luce; e doveva seguirla. Errò tre giorni come un estatico senza prender cibo; nella notte del secondo si assise e la mattina penò a rialzarsi, non aveva dormito; sulla fine del terzo incespicò e cadde. Quando tentò rialzarsi puntando una mano, una spina gli penetrò nelle carni. Vide il sangue e una specie di ubbriachezza lo avvolse. Il sangue velò il sogno. Il suo viso si contrasse in una espressione di dolore, gli occhi si fissarono su di un cespuglio, larghi orribilmente, vi passò tutta la tenebra dello spazio, e vide ancora un corvo precipitarsi su di un serpentello e rapirlo a volo nell’aria. In una convulsione repentina dello spirito, egli vide sangue fluire, udì campane ondare a stormo, ebbe la realità perfetta della vita. La voce che gli narrava il delitto, disse: — Io vidi il sangue lanciarsi dalle ferite a fontana. Nel singhiozzo che irruppe in un grido, si formulò il pensiero della vendetta. E tentò rialzarsi, ma le forze ormai stremate non glielo permisero: allora carponi seguì la via del ritorno, lentamente. Così l’uomo tornò piangendo dal sogno alla vita, per una goccia di sangue. * * * Come tutte le cose, prese la vendetta nella sua mente, un aspetto sacro. I Lari si eran macchiati di una colpa, non uno d’essi, ma tutta la famiglia, il sangue versato sarebbe su loro ricaduto stilla a stilla, fiamma e castigo. E ciò non doveva l’uomo, ma Iddio. Iddio, per lui, era lo spazio e la forza. Si agitava nello spazio qualcosa di grande ch’egli non concepiva se non come un mistero sotto al quale conveniva curvare il capo in umiltà. Egli aveva nei ricordi un Dio quasi imposto da una comune credenza; ora la sua vita, l’osservazione, il pensare, ne avevan creato un altro vastissimo, informe e di straordinaria potenza. Forse era il sole, forse la tempesta e la tenebra, o tutto ciò sintetizzato in semplice fede. Aveva osservato la nascita e la morte, gl’inverni e le primavere e il sole continuamente baciare per due volte l’orizzonte: così dal seminato verzicava il grano e cresceva biondeggiando e mani abbronzate recidevano spiche; così uomini curvi incitavan buoi tracciando le porche, mentre ridevano ancora nell’aia moggia di grano bene auguranti al sole. Tutto ciò in vicenda continua; come ugualmente scendea la nevicata, o la tempesta gridava negli abissi dei cieli. Egli non comprese l’Iddio fra i ceri, ma si curvò adorando l’Iddio che lo ammoniva nello schianto del fulmine; e nella certezza del suo amore, della reverenza per questa forza, ne aspettava (e qui le ataviche tendenze riprendevan vigore) una ricompensa. Questo Iddio gli avrebbe dato l’occasione della vendetta completa, egli solo, non altri. E attese con sicurezza l’avvenimento. Pertanto la sua vita riprese apparentemente il solito andare. Disimpegnò le occupazioni usuali, ebbe cura dell’argine del fiume e guardò la pineta. Visse per un pensiero non tormentoso, ma placido e severo; se il rettile ingoiava la rana, il corvo spezzava il rettile; vi era un punto di partenza innocente e un fine di vendetta forse inconscia, ma compensatrice. La sua morale sorgente dall’osservazione dei fatti naturali e da un substrato antico al quale ubbidiva come automa, per inconsapevole azione derivata dai padri, era, come il suo carattere, di una maravigliosa semplicità. Egli aveva sentito nulla la sua individualità, ubbidire era stato il suo verbo, sempre, ora sentiva di dover ubbidire a un comando, a un dovere. Messa all’opera la sua forza materiale sola, avrebbe fallito: attendere l’accenno e l’aiuto dal suo Dio era doveroso e necessario. Così senza ardore, attese l’ora. E nella pineta, più si confaceva il chiuso al suo pensiero, ebbe quasi fissa dimora. L’alba lo trovava fra i pini, il tramonto gli dava l’addio; allora volto verso l’occidente, e a capo chino e scoperto, stava fino a che il sole fosse scomparso, e ciò per invocare. V’era un luogo chiamato ==_La volta_== per la strana disposizione delle rame in intrecciamenti singolari. Stava presso il limitare della pineta una radura, i pini intorno eran disposti quasi a cerchio, dietro vi era il folto e avanti come un largo intercolunnio, e la palude e il cielo. Ma le rame, in alto, si aggrovigliavano siffattamente da dare sembianza di volta. Una architettura non mai immaginata, severa e paurosa, si disignava a maraviglia. Come se un pazzo adunando molte cose disparate, le avesse poi per subitanea idea geniale, in mirabile armonia riunite. Così, si aggrovigliava un rettile a due mani protese; così steli penduli, chiome selvaggie e corolle oscure, figuravan corone. In quella radura Bosso chinava il capo scoperto al sole morituro per invocare. Una volta, era fredda l’aria per la fine d’autunno, aveva dato molta pioggia il cielo continuamente, Bosso tornava sulla sera verso la capanna, gli accadde di veder scivolare qualcosa attraverso un cespuglio, una piccola cosa, come un po’ di biondo. Ebbe il pensiero di un ladroncello che tentasse sfuggire e disse: — Fermati. Ma vide ancora muovere i cespugli più oltre e udì uno scalpiccio di piccoli piedi paurosi. Non tanto per punire, quanto per riconoscere il fanciullo, affrettò il passo e lo raggiunse. Allora vide innanzi a sè, una bimba; ella aveva sotto al braccio un piccolo fascio di sterpi e stava in atto umile, come per piangere, presso il gigante della pineta. Egli la guardò, un po’ bruna dal sole e molto bionda. — La veste breve, lacera e scolorita, umiliava la personcina snella e le scarpe assai grandi avevan il ricordo di troppo cammino per il piccolo piede; ma i capelli biondi e arruffati le stavan sulle guancie, ma i capelli pareva glieli avesse dati il sole. Era il tramonto, e Bosso credette che l’alba l’avesse dimenticata là. Quando alzò gli occhi (parevan di smalto e pure vi parlava un infinito timore) Bosso sentì il bisogno di chinare i suoi. La interrogò: — Perchè non mi hai chiesto di venire a far legna? Forse trillò la capinera; ella disse: — Io ho molta paura di voi. — Ma così tu hai rubato. Ella parve rinfrancarsi: — Son quattro stecchi; ve li rendo Bosso e fece l’atto di posarli. — No, no tienli. Allungando una mano per assentimento, accadde che la palma sfiorasse la guancia della bambina; ne ebbe un contatto come di bacio e sentì un intenerimento. Così, in una lontana primavera egli aveva accarezzato una guancia simile. Quando essa fece atto di partire, egli le chiese: — Come ti chiami? La bimba alzò ancora i suoi occhi su di lui, ma ora sorridevano: — Viola. Tutta la pineta ascoltava, nel cielo eran pallidezze estenuanti: — Tornerai ancora a far legna? — No, se voi non lo volete. — Vieni, ma prima cerca di me ed io ti condurrò in un luogo ove è molta legna. Ella sorrise, guardò quel grand’uomo che prima temeva mentre ora gli sembrava più buono del pane e disse: — Addio Bosso. — Addio. Egli vide ondulare due frasche, riudì il rumore dei passi e fra un cespuglio apparve la piccola ombra; attraversò più lontana il sentiero e si perse nel folto. Ascoltò fino all’ultimo lo stropiccio delle vecchie scarpe sull’erba secca; qualcosa che gli aveva sorriso si allontanava ancora. * * * Quando socchiuse l’uscio della capanna, quella sera, fu colpito dallo stridore lento e continuo dei cardini rugginosi, era quello il saluto della vecchia casa, l’unica voce di vita nel tugurio. Parve che la breve capanna palpitasse in quel saluto serale. Dacchè il desco era deserto dall’ombra cara, egli non vi s’era assiso mai più. Due coperti stavan sempre sul desco; una notte di Natale apparecchiò così, sperando che l’ombra tornasse e un gran ceppo arse nel focolare, mettendo molti bagliori nella stanza e molte ombre. Attese, senza sonno, fino al mattino, finchè l’ultima fiamma crepitò violetta, presso l’alare. Ora sperò ancora nel ritorno. Sentì fluire nell’anima come una corrente di fiori, da una tenebra subitamente aperta, da uno spazio infinitamente oscuro, tenuissima trama di corolle. Rivide ondulare due frasche e una lieve voce sussurrò: — Viola. Non ebbe stupore di questa sua improvvisa tenerezza, perchè sentiva nell’anima tutto un desiderio veemente di amare; perchè quella sua solitudine troppo aspra l’avrebbe forse ucciso prima dell’avvenimento supremo. Poi quegli occhi di bambina semplici e interrogativi eran nella sua memoria, come se in altri tempi, lo avesser fissato allo stesso modo. Stette ad ascoltare il forte ritmo della sua vita e socchiuse gli occhi nella visione di Viola. Ella mise le mani sulle palpebre pese, come se dalla corrente di fiori si fosser levate due corolle a dargli nel sonno una piccola ombra buona. Seguì qualche giorno in cui non la rivide, poi un mattino udì una voce chiamare: — Bosso? Bosso? Viola veniva correndo dal sentiero. — Vengo con voi Bosso; volete? Egli le tese la mano ch’ella prese con semplicità e andaron così. — Sei venuta a far legna? — No, debbo cercare i funghi; voi sapete dove sono? — Sì. Andarono a lungo. Ella parlava a scatti, rideva molto, si sentiva felice d’esser protetta da quel gigante. Egli ascoltò tutte le musicalità di quella voce, tutta la semplicità di quelle parole inconscie che piovevano nell’anima sua, come su di un orto antico un pesco unico semina in una primavera l’ultima sua bellezza. Il mattino era chiaro, il mattino palpitava di luce, Bosso sentì che la piccola mano diaccia si riscaldava nella sua ed ebbe coscienza di una virtù. Disse: — Viola tornerai? Per la prima volta la chiamava per nome, ella aveva già vissuto molto nell’anima sua. — Sì, tornerò sempre. — Ora non hai più paura di me, vero? Ella abbassò il capo in un subito pudore infantile. — No... voi siete buono. Quella mattina l’aiutò alla ricerca dei funghi, tanto che il piccolo grembiale ne fu pieno. La sera Viola ritornò a far legna e stettero insieme, poi il giorno dopo ancora e così in seguito finchè non fu giorno in cui ella non andasse a lui. Una volta le regalò le scarpette, ella ne gioì come di una reggia favoleggiata, poi ancora una breve veste. Passaron così mesi, s’ella una volta mancò, Bosso ne ebbe un rincrescimento vago. Ella si era insinuata lievemente, come un fil di sole fra due steli, ma l’anima ne vibrava, l’anima ne sentiva ora la necessità imperiosa. S’egli pensò ancora alla bontà della vita fu per il fascino di quei grand’occhi di smalto, che scrutavan nelle sue memorie, ridestando un’ombra simile, ma lontana, ma incerta, come prima della vita. S’egli sentì la dolcezza di qualche istante fu per quei suoi capelli biondi, strani, arruffati, serpentelli nati dal sole per una magia. Bosso amò Viola per un ricordo ed una gentilezza, Viola amò Bosso per un suo abbandono soave, come fa il capel venere coll’antica muraglia. La pineta stupì, alcune volte, nella severità antica; Viola trillò, corse, rise, tutta la sua giovinezza esuberante si librò nell’aria a volo verso il più alto cielo che i pini tentavan nascondere. E al tramonto quando Bosso tenendola per mano la condusse a traverso la pineta per il ritorno, in quel silenzioso andare parve materiata tutta la umana bontà. Qualche corvo che passò non mise ombra alcuna su quei volti, ma schivò saettando, in volo rapido senza un grido. Le grandi cose hanno così il potere di vincer natura. III. E la notte scese improvvisa mentre l’acqua cresceva ancora di minuto in minuto, d’attimo in attimo. Già da quando corse nelle basse campagne il grido: — La piena! La piena! Si vide in quel piano un’animazione improvvisa. Le case basse avevan palpitato, molti visi eran comparsi sulle porte, alle finestre, scrutando il cielo; visi di vecchi che avevan molto passato nella mente. I ragazzi andaron come a festa verso l’argine delineantesi lontano. E da allora cominciò un andare e venire, uno scambiarsi opinioni, avvisi, avvertimenti. Un vecchio ritornò dall’argine scuotendo la testa canuta, molti lo avvicinarono, lo richiesero, egli continuò il lento andare. — Ho ottantacinque anni. Fu nel trentaquattro una piena simile, ma a quest’ora non piovve più. Ora, vedete? acqua ne promette il monte, ancora. Malo augurio, figliuoli; malo augurio! Tornò una donna, nè giovane, nè vecchia, indefinibilmente triste. Ella reggeva un piccolo bimbo col braccio sinistro, un bimbo pallido più della sua guancia. Un altro più grandicello la seguiva correndo a brevi tratti, sotto un grande ombrello di tela verde e la tela metteva sul volto suo riflessi lividi. Fino a che rimase un po’ di luce, si vide il peregrinare continuo, poi la notte scese improvvisa e la tenebra imperò. Sull’argine ondularono le lanterne dei guardiani vigilanti il pericolo; in ogni casa fu una finestra illuminata. I corni d’avviso vibraron nello spazio, intrecciandosi, richiamandosi; lontani, vicini, come ombre che riempissero lo spazio. Poi corse una voce in tutte le case, un avviso sinistro si comunicò più rapido del fulmine: — L’argine pericola, l’acqua dilagherà fra poco; annegheremo! annegheremo! I corni moltiplicarono le grida, le fiaccole si mossero rapide in lontananza e il rombo continuo della fiumana giunse come dal cielo, come dal cielo di ferro. Ma la disperazione, il terrore, miser nei piccoli uomini, nelle miserabili ombre, nulle di fronte agli elementi in ruina, grida che vinser natura. Si udiron voci maschie imprecare, rudi, stridenti, come andare di seghe su metallo. — Aggioga i buoi al carro. Il grano, il grano, salva il grano per la vita. I buoi emisero alto il loro muggito. Poi furon pianti di donne ed urli di bambino, bestemmie e preghiere e il pellegrinaggio cominciò. Andaron verso l’argine unico luogo di salvamento, gli uomini recando o sui carri o sulle spalle, le poche cose della vita; le donne coi bimbi fra le braccia cercando di soffocarne il pianto e la paura sul loro seno; e i vecchi si assisero sui carri fra le masserizie. Anche essi eran vecchie cose, come pendole esauste che desser gli ultimi tocchi, segnando un’ora di martirio e di rovina. Nel piano le case tornaron nel buio. E l’acqua scese lenta e continua, non fu nel cielo la minima traccia di luce. Alcuna volta parve squarciarsi lo spazio in un biancore improvviso e violento, le nubi vi presero figurazioni strane. Le donne vider la croce, videro un Cristo, un grande Cristo silenzioso e terribile sulla croce di ferro; esse gridarono, esse teser le braccia. — Perdono perdono. — Cercando la maggiore umiliazione le donne esauste chieser la vita pei figli. Esse videro, videro: una mano enorme si protese su loro dall’abisso in atto di condanna. Passò un grido: — È il castigo di Dio! e scorse un fremito di orrore più doloroso della morte. E il castigo di Dio scendeva dalle nubi, in una notte di tempesta, per le turbe incoscienti. Molti uomini induriti dal lavoro, chinaron il capo paurosamente sotto l’ombra, pensando una fine universale. * * * Ma Bosso non vide nel cielo figurazioni spettrali, non pensò malefizi, nè ire, nè punizioni e non si sgomentò, come altri, dei peccati di tutte le genti. In una sua sintesi selvaggia, credette egli solo compendiare tutti gli uomini, egli avere in sè l’anima di tutte le cose; se quella rovina avveniva, non il caso l’aveva condotta, nè la volontà di qualche essere incrudelito dalla malvagità degli uomini, ma il suo Dio. E come questi era sì gran parte dell’anima sua quasi da confondersi con un secondo sè stesso idealizzato, pensò procedere l’avvenimento da un suo volere assiduo. Aveva sentito formarsi nel cuore, come una veste di marmo, impenetrabile, inflessibile. Ma quando passò vicino a bambini, chiamò sommessamente: — Viola? Viola? L’orecchio si tese invano ad ascoltare; l’accenno della voce infantile ben nota non giunse. Vide capelli arruffati, udì singhiozzi di bimbi, ma l’invocazione della piccola voce d’oro non udì, ella forse era lontana tanto che tutto lo spazio la soffocava. La povera piccola voce aveva qualcosa de’ suoi capelli, qualcosa de’ suoi occhi, due dolcezze in una, se tremava come una frasca nell’alito dell’alba, se si addolciva assottigliandosi nell’affanno di una preghiera. Solo per lei Bosso sentì il dolore. Scorse più volte il tratto d’argine che gli era dato in guardia, la lanterna pendula da una mano gli ondeggiava ai piedi proiettando un’ombra che sempre più si allargava, quasi a comprendere il cielo. Non vide Viola, ma volle pensarla in salvo. Pure la tempesta ebbe la tempesta; sentì la rudezza della rupe. Chi voleva quel diluvio? Chi aveva detto alle nubi, come non mai: — Date acqua finchè il fume ne trabocchi; finchè gli argini più non la rattengano; finchè dilaghi nel piano? Chi aveva gridato dalle nubi una parola di vendetta? Ricordò una radura nella pineta. Per molti anni si era prostrato là, al sole morituro per invocare, e aveva visto il sole macchiarsi di sangue; ora, essendo la tenebra, l’acqua avrebbe lavato ogni macchia. Andava fra due abissi: la terra ed il cielo e pareva sconfinare in quest’ultimo. Ascoltò tutte le voci, prestò orecchio a tutti i suoni, nel suo cammino lento. Per chi cercò interrogarlo non ebbe risposta, lo vider passare, ombra silente e grave, molti credettero ch’egli avesse il potere del salvamento. Una donna gli si gettò ai piedi alzando le braccia. — Bosso, Bosso, salvate il mio bambino. Egli la schivò senza curvarsi e seguì la sua strada. Passò presso gruppi di persone illuminate dalla lanterna, ma il suo volto non si vide, il suo volto non ebbe lume. Quando fu vicino al fine del suo tratto d’argine, l’acqua gli arrivava ai piedi. Alcuni squilli di corno gli detter l’avviso di un pericolo imminente; vide un’ombra correre verso di lui agitando le braccia: — Bosso, aspettate.... — la voce s’interrompeva nell’affanno della corsa. — ... conviene arare l’argine.... è l’ultima speranza! Egli incrociò le braccia e non rispose. Stette così nella tenebra, immobilmente. Se improvvisa si fosse aperta una voragine vi sarebbe precipitato come una torre, come un granito. Poi vide rifulgere un po’ di bianco, i buoi venivano ondulando il capo, in un moto forte e ritmico, l’aratro dietro loro rialzava la terra, ponendo un ultimo riparo. Udì il respiro della fatica, vide alla luce della lanterna un largo alitare, nell’aria fredda, dalle narici nerastre. Poi che furon più presso, l’uomo che guidava i buoi gettò un grido prolungato ed eguale per la sosta. Bosso li vide immobili, muggirono tendendo il capo verso l’alto e si dettero dopo una larga aspirazione, a ruminare in atto d’attesa paziente. L’uomo gridò: — Bosso sta a voi. Egli sentiva nell’animo un turbinare violento di passioni. — Non sarà questa l’ora, troppo hai sperato! Il dubbio tendeva le sue dita di scheletro, il dubbio gli dilaniava le viscere: — Non potrai! Non potrai! Sentiva rimpicciolirsi, gli pareva diminuire, quasi che trovandosi su di un terreno melmoso affondasse senza grida, gli occhi sbarrati dal terrore invincibile. Adunque tutto era vano? Anche Iddio, anche l’anima erano vani? — Bosso spicciatevi. Egli lo guardò fissamente. — Non udite? L’acqua non aspetta voi. Intese e avanzò. Prima di curvarsi sull’aratro, si tolse il fucile dalla spalla: — Maso prendete, voi verrete con me a guida de’ buoi. L’altro tendendo la mano ubbidì. Quando Bosso fu per curvarsi, un baleno di tutto il cielo illuminò la scena. Si videro allora le acque giallastre precipitare verso un abisso turbinosamente e si vider passare ombre di pagliai e fasci di legna. Forse qualche vittima umana gettò un grido uscendo da un vortice, un attimo, lo spazio di un grido. L’argine si scolpì linea nera e diritta; su di esso, come intagliati in un metallo ardente, furono i buoi, l’aratro, l’ombra di Bosso. Poi Bosso gridò: — Avanti. Maso punzecchiò i buoi. Questi scossero la coda come in atto d’intesa e ripreser l’andare. Curvo sul timone dell’aratro, Bosso camminò nel solco profondo. La terra si alzava invano. — Maso è fatica inutile. L’altro per tutta risposta incitò i buoi che presero un andare più sollecito. Ma poi una scossa violenta fece tremare l’argine, il fragore delle acque moltiplicò. I buoi si arrestarono ad un tratto rizzando le orecchie e di lontano un corno vibrò, disperato avviso, lungamente nell’aria. Maso si volse, stette come perplesso un istante, poi, ripetendo il corno l’avviso tetro, posò il fucile e si lanciò di corsa nella tenebra. — È la rovina! È la rovina! Bosso intese un rumore sordo e lontano e vide l’acqua diminuire come a maraviglia. Il dubbio ricomparve in lui, tendendo le scarne mani. Sentì una improvvisa volontà di precipitarsi nella voragine. Se aveva sperato per lunghi anni, se aveva atteso con rassegnazione e convincimento e protratta la sua vita, era stato per l’unico scopo che ora si dileguava. Adunque quella sua giustizia ferrea, meditata, era sogno? Anch’egli era giuoco di un destino sconosciuto? Fu un attimo intenso di dissolvimento. Sentì l’umiliazione di tutto, l’essere suo parve disperdersi in un’ironia; egli si sentì vittima, si vide distruggere dalla stessa forza che aveva adorato. Uno strano stupore l’assalì e una tristezza paurosa. Colpito nella sua fede, il gigante sentiva il fulcro del suo pensiero dissolversi. Era un atomo in una valanga, una pagliuzza in un turbine; se una mano si levava a colpire, egli, atomo impotente, doveva averne tutta la sofferenza, tutto il martirio, e nessuna volontà era possibile. Per una via da compire il dolore a compagno, questa era una legge. Una voce derisoria gli parlò, mille tentacoli lo presero, lo avvolsero dilaniando. Ma la parola di un morto egli udì, una parola lontana come da un mattino perduto. — Babbo? Babbo? La fiumana precipitava vorticosamente, gli parve che seguendo quella via avrebbe raggiunto Daniele. Fece un passo verso le acque e nel frattempo udì un grido, una voce nota si elevò dal piano, poi un affannoso ritmo di parole e il capo di un uomo curvo sotto un peso, apparve. Sentì uno schianto, i suoi muscoli tremarono improvvisamente di un gran tremito, tanto che per un attimo credette di piombare disteso in una morte terribile. Ma poi da ignote scaturigini sorsero una forza e un volere portentosi. Riprese il fucile e corse al limite dell’argine. A quell’apparizione che ebbe del maraviglioso, l’uomo che saliva si arrestò. La voce di Bosso vinse ogni voce: — Indietro, assassini! Daniele grida vendetta. E puntò il fucile. L’acqua poco lungi rumoreggiava dai campi, l’acqua precipitava avvolgendo, schiantando i pochi alberi. Si udiron urla, poi in un silenzio improvviso parve meditarsi una ribellione. Una voce chioccia si levò dalla terra, una voce gridò: — Viola? Viola? Bosso sentì come tutta la volta del cielo precipitare. Chi aveva gridato amore? Chi aveva strappato da remoti mattini la più dolce memoria? Vide apparire un capo in una luce nuova, vide due riccioli biondi agitati dal vento; poi due piccole braccia si aprirono tremando verso lui in una invocazione soavissima. Si sentì rinnovare come se un’aurora lo avvolgesse tutto. Ma ancora dalla terra la voce chioccia gridò: — Bosso, è tuo sangue, salvala! Ella era apparsa completamente e ora andava verso lui col capo chino. Un singhiozzo tenue le agitava il petto. Era più pallida dei gigli e i grand’occhi di smalto piangevano. Bosso udì quel singhiozzo, gli parve che la terra tremasse; per un piccolo singhiozzo, tutta la terra. Una voce benedì dallo spazio, una voce bianca di morto disse il perdono. Nella gola egli ebbe un impeto. — Viola! Viola! Viola! Gridò quel nome per benedire e una blandezza di sorriso scese all’anima fino ad esaurirla. Curvandosi prese fra le braccia la bambina, la sollevò fino al suo volto; ella gli si avviticchiò al collo baciandolo. Poi si rivolse, prese le guide de’ buoi e a passo lento si avviò, essi lo seguirono ruminando. E come il cammino fu lungo assai, il capo della bambina si abbandonò sulla spalla larga di Bosso, in un sonno di pace. Egli sorrise andando verso gli ultimi cieli, verso un paese di salvazione e parve quell’atto grande dell’anima rude, commovere natura. Chi lo vide andare, fantasticò un Dio bianco e solenne da una luce improvvisa; poi che l’alba saliva nei cieli. _Il limite_ Da poco si erano adunati nella stalla; fuori sibilò il vento di tramontana, passò il freddo ed il brivido delle rame. Fu notte di convegni fra lampade, notte di veglie fra buoi. Aspettavano. Mea, un poco curvata, le palme strette fra i ginocchi, fissò continuamente e senza attenzione una festuca; ella era sotto la lampada appesa con una cordicella al soffitto; pispigliaron le fanciulle accoccolate sul fieno e la nonna torse con lento lavoro il lino, pazientemente; pareva ch’ella filasse i capelli di una rigida fata o di un idoletto sacro. Il nipote del core le stette accanto sogguardandola. — Nonna, vi asciugherete la bocca prima di aver filato tutto il lino. Ella si rivolse ridendo, ma rideva sempre nelle sue rughe, rispose: — Si asciugheran prima le paludi, anzichè la bocca di chi fila per farvi vesti. Il piccino allargò gli occhi. — Sì! Le paludi! C’è dell’acqua per annegare me e voi! La nonna lo accarezzò sul capo e lo baciò sulle guancie. E dove era ammucchiato il fieno saliron risa soffocate, singulti di riso, quasi di gioia repressa. Le tre fanciulle eran col capo vicino, fra i capelli avevan qualche stelo d’erba secca. Si narravano le avventure dei balli e dei campi, gioendo nella memoria, i loro corpi erano come corde tese. Un piccino si divertì a far treccie nella coda di un bue, questo lo guardava accovacciato, col capo reclino e gli occhi luminosi come di un sorriso. E le sorelle di Mea, erano ancora vergini acerbe, fecer gabbiuzze di steli per i grilli, dissero, per i grilli che cantavano al tempo delle primavere. Poi si udirono voci vicine, l’uscio si aprì per una spinta e la stalla fu piena di rumori e di risa. Disse la nonna: — Presto, presto, entrate, che il freddo entra prima di voi. I giovani entrarono con padronanza, quasi trionfatori, apersero le ampie mantelle, e le tolsero dalle spalle, ripiegandole sui gioghi in un angolo. Mea aveva rialzato il capo e sogguardava senza sorridere: le disse Mirello degli Amadori passandole accanto: — Questa sera vi debbo parlare. Mea non rispose nè alterò la fisonomia che si mantenne nel suo stato d’indifferente stanchezza. Le fanciulle si alzarono dal mucchio di fieno, erano come coronate da molti steli fra i capelli, e sotto la lampada si disposero le sedie in semicerchio, un circolo di voci. Il capoccia sonnecchiò appoggiato ad una greppia. Dissero, dissero, dissero, come fiumi, come torrentelli balzanti; chi più volle più trovò. Tutta la piccola corte si unì nel piacere della parola. Giuseppe de’ Piani parlò con Mea, ella rise e lo guardò, si compiacque del suo parlare, rise come un tinnire di moneta su marmi. Poi tre colpi si susseguirono sulla porta. Gridarono i giovani: — Eccolo, eccolo... e una acclamazione accolse una lunga figura d’uomo, saldo nella virilità come acciaio della più forte tempra. Era questi colui che meglio conosceva le istorie e le sapeva narrare. Per questa sua facile vena e per l’interesse che destava negli ascoltatori, o modificando il racconto o aggiungendovi del suo, lo dicevano: il narratore. Si chiamava Giovanni dei Bissi. In sua vita aveva letto due unici libri: — Il Guerrin Meschino — ed i — Reali di Francia — per quest’ultimo era la sua passione marcata. Le avventure di Fiorello, di Fioravante, di Buovo d’Antona, avevan per la sua mente qualcosa di straordinario, di superiore, ed egli le narrava con religione, come traesse l’intimo senso da un mito. E forse parte di quella sua strana serietà cavalleresca, l’aveva tratta dalla lettura continua delle avventure romantiche del ciclo di Carlomagno, giacchè egli aveva un carattere ferrigno ma dolce. Se diceva di madonna Drusiana era con un senso di reverenza e di grandiosità. Aveva spogliato la storia dalle avventure troppo prosaiche che avrebbero tolto fascino a’ suoi eroi, egli li transumanava nel suo intelletto, con semplicità ma con vigore, portando varie volte l’inverosimile all’esagerazione, ma anche, per un suo senso pratico acquistato dalla sua speciale vita, arricchendoli di sentimenti umani, vivaci e semplici nella loro effusione. Nel contado lo ritenevano come un saggio, i giovani in ispecial modo. Per i fanciulli era un uomo che si guarda con reverenza e timore. Egli entrò e si assise contraccambiando il saluto concorde. E poichè molte voci lo invitavano a dire (stavano i fanciulli presso alle sue ginocchia, accoccolati sulla terra aspettando quasi con istupore) egli si passò una mano sulla fronte come per ridestare vivo il suo eterno sogno di maraviglie e aggrottando le ciglia nel compiacimento della limpida visione che ancora una volta nella sua mente si apriva, accennò a cominciare. Il pispiglio si tacque; intorno a lui la corona de’ giovani si tacque, prima vi fu qualche sussulto, alcune mani si sfiorarono ancora, poi le menti vergini d’artifizi narrativi si compiacquero nel silenzio dell’ascoltazione. Un istante solo si udì il lento ruminare de’ buoi, il fruscio del fuso che addipanava per le scarne mani della nonna il lino ritorto, poi la voce di Giovanni si alzò chiara e sicura senza dubitanze. Disse egli dell’amore di Buovo per Drusiana, ma non narrò il vivo desiderio della vergine, nè le timide paure di Buovo. Quest’ultimo, come si era manifestato forte e gagliardo nell’aver domato Rondello, rimase egualmente nell’amore. Giovanni non si attardò in minuzie, in sottigliezze di particolari inutili; delineato il sentimento con poche frasi incisive, fattane manifesta la forza che avrebbe superato i culmini più arditi, passò alle circostanze, agli avvenimenti contrari i quali facevan risultare chiara una verità e cioè: che l’uomo quando ama, può ciò che vuole. E la piccola corte d’amore stette ad ascoltare ad occhi aperti e fissi, immaginando più in là del narratore; forse in molti cuori di vergini palpitaron tremando gli stessi sentimenti di Drusiana. E così rivivevano nell’umile luogo, che gli antichi reali avrebber sdegnato guardare dal pinnacolo di una torre, le gioie e i dolori della loro vita, intesi come forse non mai, compenetrati e vissuti con entusiasmo ed amore. Così nelle cose ritenute maggiormente vili si cela la gemma più rilucente. Giovanni continuava la narrazione, ma il capoccia, che era giunto al termine del suo sonno, si levò dall’ombra, venne verso la compagnia e siccome era bonaccione e poco si curava di ciò ch’egli chiamava storiella, l’interruppe: — Date retta Giovanni cosa raccontate? — I Reali di Francia, state ad udire. — Odo più volontieri muggire i miei manzi; cosa volete m’importi di Reali? Io son contadino e non ho corona, se non quella per dire il rosario, anzi non è neppur mia che l’ha la moglie appesa alla colonna del letto. Dissero i giovani: — State zitto, noi vogliamo udire. — Eh! nemmeno fosse la sacra dottrina! Poi il capoccia si rivolse a Mea: — Guarda, che il bambino dorme, portalo a letto. Mea ubbidì. Quando fu per ritornare, sulla porta della stalla era Mirello ad aspettarla. Ella lo guardò in viso, fiera, con isfida. — Cosa volete? Lasciatemi passare. — Tu devi udirmi prima. — Cosa volete? — Voglio, voglio, tu lo sai cosa voglio. Come te lo debbo dire? Vuoi ch’io mi spezzi la testa sui muri? Vuoi ch’io mi uccida? Ch’io sfidi la galera? Dimmelo. Sono come un morto, non vedi? Non posso quasi respirare. Mea, per l’amore del tuo Dio, per la gloria di tutte le anime che ami, dimmi di sì. Ella rispose tagliente come un ferro: — Perchè mi seccate? — Ah! ti secco! Anche quando mi umilio, quando sono più timido delle tue pecore? Vuoi spingermi all’ultima disperazione? — Chi vi teme? — Bada, io ti ucciderò piuttosto che vederti sua! Ella gli piantò gli occhi negli occhi e si accostò col viso, che una fiamma di sangue aveva acceso. — Mirello, io sono forte abbastanza per difendermi. Ricordati. — Adunque tu vuoi... Ella lo scostò con una mano. — Fammi passare. — Mea... Mea. Ma già era entrata nella stalla e si era seduta al posto vacante, al suo posto, fra le voci di gioia intorno al narratore che continuava tranquillo la fantastica storia, di madonna Drusiana presa d’amore per Buovo d’Antona. Mirello degli Amadori in silenzio scomparve. E Giovanni, fra la sua corte, continuava con lenta voce, come fosse bandito dal re Erminione un torneamento per maritare Drusiana e come Buovo, coronato da una ghirlanda d’erba, vi prendesse parte e vincesse e come ancora Drusiana si ponesse sui capelli la ghirlanda che Buovo aveva portato sull’elmo durante il torneamento. * * * Sì, disse Mirello degli Amadori: — S’io posseggo ed ho di mio dei beni, e non sono un mostro, perchè non vuole? Mea era un po’ come la siepe: — S’io non voglio, tu non verrai nel mio podere. Io darò la mia persona a chi più amo. E Mirello quando pensò di averla, ritenne la cosa come un fatto compiuto. La sua volontà era come il vento che domina. Si disse: io saprò far piegare la rupe alla volontà mia, nessuna cosa potrà impedire ch’io infranga ciò che resiste. L’interesse gli aveva suggerito di unire il suo bene a quello di Mea, calcolo fatto, risoluzione presa. Egli non sentì amore ma s’infinse, pregò, implorò, tenne umile aspetto, volle mostrare d’essere vinto, volle ch’ella lo amasse per la sua debolezza, per la pietà, per la tema ch’egli ne morisse. La celebrò in tutti gli stornelli per la sua bocca, in tutte le canzoni ed anche prese cantori che dicessero le lodi della bella persona. E chi non fu persuaso di quella passione, non manifestò il dubbio, forse furon pochi, forse nessuno; chiunque fra gli amici e fra le fanciulle fece gran calcolo delle apparenze. Taluna per un suo sospiro sarebbe stata come il fuoco; Mea era la rupe che non s’incendia. Aveva pensato: — Altra volta egli non fece calcolo di me più di un ciottolo, quando viveva ancora l’Emma e nutriva speranze su lei. Ora io sono il podere e la vigna; il fertile orto ed il ricco granaio, egli viene per possedere i miei beni e non me; canta le lodi delle mie ricchezze e non della bellezza mia. Ebbene, egli si vanta di tutto potere quando la sua volontà voglia, ora sarà una sfida per la sua forza. Mea non aveva lavorato mai nei campi e si era serbata bianca ed era bella come messi novelle. Ne’ chiusi silenzi della sua casa, si formò l’anima sua forte e flessibile come fusto di canna. I suoi occhi avrebbero fatto piegare un torello in furore. A tutte le cose ch’egli le disse, rispose: — Lo sapete ho già l’amante! E non l’aveva, ma se lo scelse e fu Giuseppe de’ Piani. Un giovane che non avrebbe pensato mai di averla, un povero ed un onesto, ella stessa lo indusse. Innamorato lo era, stava a guardarla come in incantamento; ella una volta gli sorrise e lo invitò a parlare. Giuseppe nulla disse d’amore, anzi stette come l’uomo che ha sopra il sentimento una retta coscienza ed ella si meravigliò, n’ebbe grande stupore e per quella sua onestà fu piena d’ammirazione. Fu aperta una via così; ciò ch’ella aveva fatto per dispetto le riuscì piacevole, poi fu necessario; lo amò. E quando ella lo elesse nel suo pensiero, fu come se avesse elevato un altare; lo avrebbe difeso col fanatismo dell’idolatria. Lo disse a suo padre e questi si mostrò incerto, ma una sua preghiera valse più di un calcolo. Ed ora il maggior turbine o la più fiera minaccia avrebbero incontrato uno spirito forte e cosciente. Se anche Mirello fosse venuto a lacerarsi le carni con le unghie, con coltelli, con punte d’acciaio, ella lo avrebbe guardato come l’impassibile luce bianca della luna, come l’erma dei boschi. Diritta e fiera ella era nell’amore la torre che vede il primo mattino. Non fu vinto perciò l’ardore della volontà nell’animo di Mirello. Chi più diritto ha ad una preda se non quegli che è più forte? E come poteva il coniglio ribellarsi quando già gli artigli erano nelle sue carni e l’obbligavano alla morte? Egli trovò ancora in sè stesso la certezza dell’opera sua; vide bensì che doveva temprare fortemente la sua arme per la lotta; trovò il nemico vicino ed ardito a fronte alta aspettando. Non minacciò, conveniva ch’egli andasse come il serpe fra ombra ed ombra, quando poi fosse atto il momento, egli sarebbe scattato coll’elasticità della tigre, al pieno sole. La donna era fra le sue mani come un vetro, egli lo avrebbe infranto con un piede a sua volontà. La stima era per lui, le genti avevano ritenuto il rifiuto di Mea una inconcepibile bizzarria e per il rifiuto, la simpatia si accrebbe per Mirello. Ormai, dall’ultimo colloquio avuto con Mea, aveva deciso, e ciò che era nel suo pensiero doveva fatalmente avvenire. * * * L’ebrietà della festa fra grida, era in ciascuna anima, come il roteare d’un razzo in folle corsa; le giovanette accese, risero per la via fra nuvoli di polvere, strette fra loro o al braccio dell’amante, trasfigurate. Ognuna fu come il campo riarso che, ombreggiato da una nube, si anima di un poderoso desiderio. Era il trionfo della materia più vibrante del sole, chè il gruppo umano dimenticò nell’orgia l’anima sua; ciascuno arse negli occhi e nel viso; ciascuno ebbe sulle labbra l’invito del fiore carnoso e le parole furon, fra singulti di riso, come nervi strappati, come canne curvate da fuochi. Gli spari, la musica vertiginosa delle fisarmoniche, le grida, il vino, la polvere, il sole caldo e avviluppante, vinsero ogni senso che non fosse d’ebbrezza; furon tutti costretti in un’unica via, anzi vi si gettarono assetati di gioia, sospingendosi uniti più che mai e fratelli fra il vino ed il sudore. — Bevete! Ogni labbro di femmina, ogni bocca di vergine fu costretta al bicchiere, al bicchiere della fratellanza; e, poichè era vuoto, ancora si empiva ancora finchè le guancie non si fossero accese dello stesso colore del vino, finchè non fosse negli occhi, nelle labbra, in tutta la persona l’ebbrezza del vino. E tutte le bocche vi si posarono, chè non vi fu labbro ammalato che ne desistesse. Passavano poi al ballo sotto al sole, ma che importava ai lavoratori dei campi nei pieni meriggi d’agosto? Ogni voce fu d’incitamento al suonatore: — Presto presto presto! — Il mantice della fisarmonica si gonfiò sbuffando e lanciò nell’aria una ridda di note inseguentisi, intrecciantesi, costrette nel ciclo della folle armonia. Odoravan di basilico i seni, ed i capelli di sudore, un odore acre e penetrante costringeva come a curvarsi e a lambire, con l’incosciente brutalità della bestia. Su tutto, dal campanile, ondulò il suono della preghiera, il suono che ricordava Gesù, la mite figura del mistico, alle turbe disfatte dagli eccitamenti voluttuosi. Allora verso la chiesa si vide soletta andare una fanciulla, vestita di scarlatto. Mea così iva ad invocare per l’anima sua la grazia del Divino. Anche Beppe, l’amante ch’ella aveva eletto al cuore, era andato per la sua strada: avea amiche e l’avean lasciata, conoscenti ed avevan sussurrato di lei; l’amante... ed era onesto, aveva creduto alle parole dei falsi. I vecchi ancora, i vecchi che le avevan dato la vita, erano ignari e guardavan con istupore perchè intorno a lei si era fatto il silenzio e la solitudine. Ella era allegra un tempo in crocchi ed in comitive di giovani; ed ora andava sola e non rideva più, come se si fosse impietrata, come se avesse sognato uno spaventoso sogno della sua morte. Mirello aveva ottenuto il trionfo, ma ella non si piegava a lui, ed egli seppe che ella sarebbe morta anzichè darglisi. Disse ridendo: — È mia, è stata mia, ora vuole far la superba ed era prima come la colomba che fa il nido! Tutti risero, nessuno dubitò, chè il male trova aperti mille cuori ad accoglierlo. Egli le fece il supremo oltraggio, le sparse la soglia di capelli, come alla donna che merca la sua persona; lo scrisse sui muri, lo sussurrò in mille orecchi, ne fece sapiente il contado. Mea si trovò sola, abbandonata ma egualmente non cadde. Con Beppe solo, implorò, giurò e pianse a’ suoi piedi; ma siccome questi non desisteva dal sospetto, lo spinse fuori di casa con furia senza più lacrimare. Ed ormai aveva deciso, rovina per rovina, ella sarebbe stata trionfatrice nella morte. Colpirlo nella persona, no; ma bene altrimenti, fino al cuore, senza farlo morire. Egli aveva ottenuto lo scopo, l’anima di rettile vile! Aveva colpito là, ove ella era più salda nella coscienza delle genti! Egli, ricco e stimato, contro una donna sola che non poteva stroncarlo come un vimine. Ebbene, Mea avrebbe vendicato l’onor suo, come la vipera che si attorce al leone e lo avvelena. Lontana no, volle andare ove tutti erano, lo scherno sarebbe stato la forza della decisione, l’ultimo colpo che configge il chiodo nel legno siffattamente ch’egli si troncherà per levarnelo. Ma volle pregare, l’anima misericorde di Cristo sapea che ella non aveva peccato. Si vestì di scarlatto, non volle il lutto: giacchè la dicevano la meretrice, sarebbe stata così sfacciatamente di fronte a tutti, salda nella sua coscienza. E si inginocchiò e piegò gli occhi; nella preghiera e nel ricordo pianse. — Cristo, Cristo Signore, vi raccomando i miei vecchi, date a loro la gioia, e i piccoli fratelli miei sian la loro consolazione, il sorriso ch’io non ho potuto dare. Perdonate le lacrime di quegli occhi e accogliete l’anima mia che vi benedirà prona al vostro trono di gloria. E quando uscì erano sul piazzale i giovani ebbri, in largo gruppo ad attenderla. Mirello per primo, folle nell’ebbrezza del licore, le si fece incontro. Ella impallidì e rimase ritta guardandolo con terrore. — Bambina mia, io son venuto per stare con te, bambina mia, per dormire con te. E tese le braccia, le venne vicino e volle stringerla, Mea lo spinse con tanta furia, ch’egli, già ebbro, barcollò e cadde. Dietro, la turba degli avvinazzati, rideva compiacendosi. Mea riprese la via, ma Mirello aiutato si rialzò e sconciamente ingiuriandola, con gli altri che gli tenner voce, la seguì per tutta la festa, sicchè ognuno si rivolse a guardarla con disprezzo. La ragazza ebbe la forza di non volgersi, passò come una regina, pallida nell’estremo dolore, sotto le ali della morte. * * * Poi che la notte discese, era in ottobre e una notte di nebbia, Mea uscì dal nascondiglio che l’aveva fino allora celata e si dette a correre verso la pineta. Era come una tenebra universa, quasi che la terra avesse smarrito il sole. Mea già vide nella pupilla i bagliori della sua vendetta e corse senza affanno, leggera e sicura del cammino. Traversò i fossi, forzò le siepi, senza un grido se qualche acuta spina le strappò le carni. Sorgeva nel suo petto un impeto violento che l’avrebbe fatta correr così fino alla morte, senza una contrazione, rigida e insensibile. Certo la debole femmina aveva trovato allora tutte le forze selvaggie dell’istinto, moltiplicate dalla ragione e dal desiderio, dalla convulsa necessità della vendetta. Era un martirio, un’ossessione, una fiamma nel cervello, in tutte le vene; tutte le forze attive del suo essere si erano concentrate acquistando una straordinaria veemenza; ell’era un pensiero che voleva l’azione, una forza lanciata ad una meta che avrebbe raggiunto con la cieca furia del toro che si schianta il cranio contro le palizzate. La donna umile e mite si scatenava improvvisa, come sotto uno specchio di limpide acque si apre ad un tratto una bocca di fuoco. Ella trovò in sè stessa tanta forza e tanta volontà da abbattere montagne; ora precipitava verso il suo punto di trazione, come un granito da una roccia. E giunse alla pineta d’Isola. Guatò intorno la tenebra, strinse le pupille ad avvivare lo sguardo, ma vide le ombre alte dei pini. Accese la torcia, questa, composta di sostanze resinose, crepitò d’improvviso fumigando rossastra. Mea la tenne all’altezza del volto e la guardò fissa con le larghe pupille del terrore. Tutta la luce battè diritta su lei e la irradiò, il suo capo parve un fuoco nell’ombra, una viva fiamma scarlatta che avesse assunto forme terrificanti. I capelli rossi le si dilatarono intorno al viso, si contorsero, si aggrupparono, ella aveva assiepata negli occhi tutta la sua vitalità vendicatrice. Poi ebbe un grido breve, le labbra piccole tremarono, scosse il capo violentemente e piegandosi serpentina, si lanciò nel folto. La face, per le sue piccole mani che si agitarono in tutti i lati comunicando il fuoco, tracciò grandi archi che racchiusero in attimi la sua persona. L’immane frutto della sua vendetta cominciò. Piccole fiammelle crepitarono basse, saltellarono di cespuglio in cespuglio, chiare e limpide; poi che le piccole rame che crescevano al piede de’ fusti non potevano aver sole bastante per vegetare. Ella vide attivarsi ogni fiammella con una gioia aspra, come se tutte quelle forze convergessero nel suo essere ad aumentarlo, come se ad ogni resina ardente ella sentisse più ampia la sua anima trionfatrice. E più che la face scorse scintillando, suddividendosi in molteplici fiamme attorcigliantesi, quasi chiome scarmigliate, al nero fusto, crebbe l’animazione del fuoco, sì che i silenzi furon rotti da crepitii e da strida. Accresciuta la forza, la fiamma rapidamente involse i tronchi, chè la corteccia secca e disunita dei pini, imbevuta di resine, rendea come torcie. La pineta d’Isola, data alla vertigine del fuoco, si contorse sempre più in ispasimi e grida, orribilmente. Stormi di corvi e falchi, alla gran luce accorsero e vi trovaron la morte. Mea, non ancora esausta per la sua opra straordinaria, sfidava il fuoco, la morte, le forze di distruzione; ella anzi le spargeva con le sue mani come una furia, con furore e con grida. Arsero i rami e le cime, la fiamma salì oltre i domi e si spiegò guizzando a grandi altezze; poi per un impeto di vento che giunse di tramontana, le fiamme corsero a raggiungersi ed a congiungersi spinte ad un punto, sottilmente, con brontolii rochi. Scorsero rettili sibilando, di foco in foco snodandosi come vimini in fornaci; nulla fu illeso, nè i piccoli sterpi, nè le grandi rame; i tronchi bensì rimasero rigidi e oscuri nel turbine. In poco la pineta d’Isola fu come un’improvviso cratere. Una pioggia di tizzoni cominciò, caddero rame arse; le braccia de’ vecchi pini tese ad eterno invito, ad una ad una precipitarono con fragore, e per le resine, fu nell’aria un profumo di tempio. Parve che fra il fuoco in corona ampia di martirio avanzasse una turba accesa e scomposta. Mille e più, innumerevoli, uscivan gli esseri dalle forze del fuoco onnipotenti ed avanzavan forti come l’amianto, vittoriosi dell’elemento purificatore. Tutti i solitari della pineta, tutte le anime fortificate dal silenzio, i puri, i semplici, i dimenticati dagli uomini e dal tempo, ma non dalla natura, venivano come in processione per vedere la morte di ciò che fu la loro esistenza. Rudi come corteccie di pini, puri per sentimento d’amore e semplici per considerate grandezze, passarono e scomparvero, poi che ad uno ad uno riarsi caddero i più vecchi tronchi di pino. Fu un volteggiare sempre più vasto nell’aria, da tutti gli orizzonti giunsero i migratori alla morte, non vi fu in quella notte ombra che attraversasse il cielo, che non si offrisse quasi ad olocausto. Le rame più forti che si allacciavano salde, nella crescente combustione, poi che il calore salì alla più alta potenza, si inarcarono d’improvviso a trionfale passaggio e parve infatti che in una fiamma sibilante, passasse l’anima viva della pineta esulando. E nel fitto assieparsi dei tronchi, scompigliata da vari venti, viva, moltiplicantesi per eterne energie, la furia delle fiamme si scatenava più terribile di un uragano, ovunque fosse una vita era una scaturigine di fuoco, tutto si snaturò e si scompose nel rogo. La morte delle cose regnò ritta nell’ombra, sorridendo, grande quanto i cieli, e l’arco della sua falce superò gli orizzonti. E Mea corse, corse, ella sentiva ardere le sue vesti, ella sentiva che sarebbe scomparsa con la sua vendetta. I capelli ebbe mezzo riarsi e sul viso bianco, e sulle spalle, e sul seno, piaghe nerastre. Ella si sentiva sformata, su di sè era il fuoco, nelle sue piccole mani, nella bocca, nei capelli, ovunque ella aveva un nido di bellezza, ovunque ella aveva una perfezione, il fuoco sformò e quasi disfece. Non sentì dolore, non gridò per dolore; era tutta la sua attività vitale condensata nel fulcro eccelso del suo pensiero che correva ad un termine. Ottenuto lo scopo, sarebbe caduta esausta e moribonda, ma vincitrice. Ell’era l’assillo e il tormento, l’energia e la vittoria, un’estrema forza spinta ad un’estrema rovina, fatalmente. E corse verso la casa di Mirello. Poi che la vide rossastra, illuminarsi nell’incendio e vide sull’aia ritto, immobile nell’orribile visione, Mirello, e attorno a lui i piccoli fratelli tenersi allacciati in ispavento, gridò e fu l’asprezza di un fulmine: — Ah! vieni! sposami, sposami, sposami! E poi che l’altro convulsivamente, quasi atterrito dalla visione si precipitava, corse nel fuoco e dal fuoco l’ultima volta, con risa aspre, tese le piccole mani piagate in invito d’amore. Poi un impeto improvviso di fiamme l’avvolse ed ella scomparve in una luce viva ed altissima, dall’odio alla morte, senza un grido di spasimo. _Miseria_ Ogni anima nasce sotto un destino che l’accompagnerà nel percorso della vita. È comune fra la sapienza del popolo questo detto: Riluce una stella per ogni anima, ma nelle tenebre. Volendo significare la speranza, l’insapienza completa e la fatalità. Ciò disse il volgo semplicemente, ignaro di qualsiasi dogma religioso, per una sua forte ragione, onde dall’osservazione dei fatti, scaturì il vero innegabile, superiore all’agitarsi dell’umane forme, imponendosi alle coscienze semplici atte a riceverlo e ad esagerarlo, per povertà di spirito, fino alla superstizione. Fra le turbe non sarà essere credente ad una libertà del suo agire; non già che per completo sistema l’opposta credenza sia chiara nel suo pensiero, ma per alcuni principï inculcati sì fortemente nella mente sua, da farne parte necessaria, come il sangue per le vene. E da questa oscurità che lega la sua esistenza ad un destino, passa facilmente, aiutandosi con la fede, a spiegare i fenomeni naturali che più lo colpiscono. Avvengono e si succedono questi per sola volontà di un Dio; onde, se una tempesta distrugge le nuove messi, sarà il suo castigo; mentre sarà la sua grazia una pioggia all’epoca delle arsure. Adunque ciascuno nasce con la sua croce, ciascuno con la sua gioia. Miseria questo sapeva ed aveva considerato. Si disse: S’io debbo aver la mia croce ne riderò; se verrà la gioia l’accoglierò con festa. Si prefisse così una norma di vita. Era nato non sapeva da chi, nè dove. Pensò: — Ecco, la natura mi è stata benigna risparmiandomi il pianto di due perdite. Chi mi ha creato? Nessuno. Io son nato dalla terra come i grani. Non si era addolorato mai di non aver conosciuta la madre: Mi avrebbe fatto più tenero, mi avrebbe guastato con le sue lacrime. Così io ho visto piangere solo i cieli e mi hanno dato allegrezza, chè quando piove la terra non apre crepacci. Da piccolo mendicò. Ricordava appena un vecchio che lo tenne con sè fino a dieci anni; a quell’età gli aprì la porta e lo mandò per la sua strada. Egli non si volse a guardarlo, anzi, poichè era un mattino primaverile, corse ridendo sotto il sole senza sapere ove andasse. E gli parve di essere ricco, chè il vecchio gli toglieva tutto. La notte dormì in un fienile con un cane; la mattina tornò a correre, a correre e mangiò le bacche delle siepi. Non si era mai sentito felice così. Se qualcuno gli chiese: — Chi sei? Rispose: — Miseria. Quel nome se l’era sentito dire dal vecchio, gli piacque e l’adottò: — Cosa fai? — Nulla. — Come vivi? — Non lo so. Poi stanco fuggiva, ridendo sempre. Aveva dei denti come latte ed era bello. La pineta fu tutta sua, la conosceva a meraviglia; non vi era cima che non avesse esplorata. Leggero e snello saliva fino alle rame più sottili e più alte e di lassù vedeva la palude e talvolta i monti lontanissimi. C’era sempre il sole lassù, gli parea d’aver volato, e cantava, cantava con una grande ebbrezza mattutina. Chiaro come acque sorgive, giocondo come aurore. Fece commercio di nidi. Visse tutta la primavera e parte dell’estate così; quando non ci furon più nidi era l’epoca delle frutta. A volte morse anche un pane che gli venne regalato, ma preferiva le frutta e l’acqua. Non ebbe amici, amò se stesso, la natura e la libertà. Dove avrebbe dormito la notte? Non sapeva, ma la terra era grande e vi era spazio anche per lui. Preferì i fienili, vi saliva silenzioso quando i contadini dormivano e partiva all’alba, prima ch’essi scendessero a munger le vacche. Lo conoscevan tutti e nessuno se ne curava. Miseria era come un passero che abbia il nido vicino ai pagliai. Passava attraverso i solchi e i contadini aravano: — Addio Miseria. — Addio. E via come un serpentello, guizzando. Non rubò una volta; questa la ragione per cui fu invitato talora a dividere un pasto sotto ad un olmo. Egli mangiò appena, rise e fuggì. Era bello e qualche occhio sorridente lo accarezzò, ma egli non se ne accorse. La tenerezza per lui l’avevano i pini l’avevan le siepi che gli porgevan le bacche rosse e saporose. L’autunno e l’inverno furono le epoche più stentate, veniva il freddo e le frutta non c’erano, le pine sì, ma quelle non erano sufficienti. Imparò a intrecciare i giunchi, così ebbe il vitto e la veste. Risolto il problema, gioì della vita. E crebbe e divenne uomo; l’anima sua si completò di un senso più maturo. Una sera vide passare una coppia d’amanti e ne sentì invidia; il perchè non seppe, era così per un desiderio di carezze. Cominciò a pensare, a pensare, a pensare e qualche volta s’accorse di non poter ridere come prima. Sentì a volte un non so chè, come se fosse stato stregato; egli non ci credeva alle streghe, però una sera incise una croce sulla scorza di un pino. E sempre più, sempre più cresceva l’incantesimo di quell’ignoto desiderio. Sul tramonto, sospiravan canzoni, passavan fanciulle ridendo, fiorenti ne’ primi inviti d’amore, ma egli le schivò per un senso di selvatichezza. Un giorno nella pineta incontrò Francesca. Veniva ella fra sole e sole, illuminandosi come di carezze fra i chiari tronchi, era scalza ed aveva nel grembo un fascio d’erbe aromatiche. Un’esile figura silvestre pura e serena come l’arco dell’alba, con due occhi chiari, azzurri e buoni di una bontà di sogno. Miseria sentì tutte le vene pulsare veementi. Erano soli, le chiese: — Dove vai? Ella lo guardò nel viso e sorrise. — A vendere quest’erbe. Vi fu un silenzio breve. — Vai lontano di qui? — No. — Come ti chiami? — Francesca. Ancora si tacque, sentiva la sua voce tremare. Poi disse semplicemente, come una preghiera: — Sei bella! E non seppe proseguire. Ella arrossì, quando fu per andarsene le sussurrò: — Tornerai? Francesca lo guardò negli occhi e rispose: — Sì. Quel giorno Miseria empì la pineta della sua gioia. E Francesca ritornò e nei silenzi della pineta si amarono. Poi la fece sua. Vissero spensieratamente fino al giorno in cui ella gli disse piangendo un segreto. Da allora egli si animò di tutta la sua forza, di tutto l’ingegno suo; unendosi ad altri cominciò un assiduo lavoro. E siccome aveva salda intelligenza e forte volere, i frutti non tardarono. Potè comprare una piccola casa ai limiti della pineta e vi trovò la pace. Gli nacque una bimba che chiamò Mariella ed era come i sereni occhi della madre, quasi nata da quelli. . . . . . . . Ma un turbine piombò e divelse con veemenza sinistra. A breve distanza Francesca e Mariella morirono; le vide morire una dopo l’altra, quietamente, senza sapere. La trama del suo destino gli riapparve allora alta ed oscura. * * * Tornò la sera, dopo di averla sepolta: Mariella, la creatura del suo sangue. Era rimasta sola nella casa, da quando Francesca stanca di soffrire, aveva detto addio, ed era morta, non pensando che metteva così un gran turbamento nelle cose. E Mariella aveva fatto come i gigli del freddo che nascon dalla terra senza stelo e scompaiono in questa non si sa come. Si era chiusa in sè stessa, aveva impallidito, dicendo della mamma quasi la vedesse ancora intorno a sè. Miseria la condusse seco; ella aveva i piedi troppo delicati per camminare sugli sterpi, così ch’egli la portò sulle braccia ed ogni giorno gli parve che divenisse più leggera. Poi nella pineta la posò sull’erba ed ella rimaneva silenziosa, intrecciando fra le esili dita qualche stelo. Una sera gli disse di aver freddo, sicchè la copri e quando fu al contatto del suo corpo la sentì tremare e più oltre sentì che abbandonava completamente il capo sulla spalla sua. A casa, quando la posò sul letticciuolo e fu per chiamarla perchè assistesse alla sua cena, ella tacque e per sempre. Ora tornava dall’averla ridata alla terra; e mentre alcun pensiero fisso nella mente sua fu, con una persistenza quasi di follia imperante, sentì rinchiudersi su di sè la vita, come uno sterminato velario che tolga il sole ovunque. Finita una gioia che l’avea condotto su di una facile via ad operare, rimase al limite di una voragine, mutamente fisso, fra lo spavento e la tentazione. E vide un arboscello stendersi sull’abisso in un raggio di sole placido e fremere nel tremito delle foglie e piegarsi a seconda che il vento voleva. Esile ed incosciente, proteso alla morte come la mano di un bimbo malato. Poi un macigno si smosse, ondulò dapprima, precipitando di poi venne di balzo in balzo e lo travolse; e sebbene il ramoscello non più ondulasse nell’aria il sole rise egualmente negli aperti crepacci, ma di un ghigno, nella indifferenza delle forze procreatrici che sanno di poter dare oltre ed oltre. Trascorse vibrando il sibilo di una vipera, venne dai cespugli, passò, rapido come un guizzare di fiamma e si perse. Nei domi oscuri un corvo gracchiò lento evocando nel suo linguaggio, fatto di singulti voraci, la tenebra; poi un picchio dette le sue tre note e martellò sui tronchi come vi si configgesse, sicchè parve che un pino fra gli altri favellasse di leggende floreali. E Miseria udì i pini parlare sommessi: — Va! Nella tua casa si è accesa la lampada, brilla dalla socchiusa finestra come un occhio vigile. Francesca ti prepara la cena e Mariella prega. Era la strada ch’egli faceva tutte le sere e tutte le sere i pini parlavan così. E gli parve in vero ch’egli tornasse verso la gioia serale, chè tutto era simile ed egli andava ugualmente ed ugualmente intorno stavan le cose a sogguardare. Poichè la pineta ebbe fascini tali da penetrare nell’anima sua e sconvolgerla egli non seppe se avesse sognato e se andasse ora veramente verso la pace. Passò il canale che scorreva senza sussurri a mare. Era sotto le ombre dei rami protesi e pareva una vena tacita ed oscura ove il sangue della pineta fluisse da immemorabili ore. L’acqua era macchiata, come il dorso di una salamandra, da oscuri dischi. Poi s’internò di nuovo e vide dopo non lungo cammino, sorgere la casa nerastra per le acque. Ma la finestra era chiusa, ma la porta non si aprì con dolce cigolio alla sua venuta. Dormiva come un sepolcro. Tutta la verità lo avvolse allora come una piovra dalle innumerevoli braccia; egli sentì in sè stesso risorgere la gagliarda ribellione della sua prima vita; l’anima sua, che il dolore voleva soggiogare, sentì la rude volontà di divincolarsi e fuggire, di essere libera e piena e padrona di sè nella vita finchè ciò dovesse continuare. Fu il ribelle de’ primi anni che sorse come improvvisa polla sorgiva, zampillando verso i cieli. Chi poteva essere fra le sue mani perchè egli materialmente lo colpisse? A chi doveva far subire lo schianto dell’asprezza sua? Chi stava oltre le nubi era come il verbo che non si afferra e per qual male egli faceva cadere tanto dolore sull’anima sua? Come nei giorni di tempesta giunse l’ululato del mare. La piccola casa era siccome una medusa, chè sopra a lei si stendevano avviticchiandosi, ritorte ed aspre rame, irrigidite quasi nel terrore di una prossima rovina, e stava per accoglierlo, per racchiuderlo e lo invitava con ricordi perchè vi soffrisse. Vi entrò, ma vide un’ombra nella stanza, ma l’oppresse il silenzio e il focolare non aveva fiamma. Esse eran molto lontane, ivi non rimaneva se non la tristezza della loro dipartita. Ogni oggetto ebbe una voce: Tu non le rivedrai, elle son morte! E la parola prese un significato ampio di tenebra e le cose stavan protese su lui come a farlo morire in una soffocazione lenta di memorie. Una voce del suo istinto salì dai precordi e lo tentò: — Nel sole, nei liberi campi, potrai amarle, qui le piangeresti per la loro vita!... Miseria guardò intorno. La casa gli parve un sepolcro e n’ebbe una repulsione, sicchè ritornò all’aperto e fuggì, traversando la pineta, verso la palude. Là col sorgere del sole avrebbe visto il novo essere di due anime nella serenità immensa. E la norma di vita che si era prefissa avanti che l’anima sua si compiacesse d’amare, riprese. Visse giorno per giorno del suo lavoro vagabondo e fece rider gli uomini, ridendo di loro. Fu ben veduto nelle compagnie dei giovani, chè la sua gran satira non fu intesa da alcuno. Si divertirono essi superficialmente delle sue parole e più degli atti. E così senza mendicare, superbo nella sua povertà burlandosi di tutto l’essere delle cose, Miseria aspettò la morte. * * * Miseria si fermò nel gruppo: ballavano. Seduto su di una panca, in alto, un cieco traeva l’arco in cadenza e dal suo violino uscivan suoni che parevano invero le voci della palude. Teneva la faccia contro il cielo e rideva; per ogni guizzo della pelle era un suono, un suono, null’altro, chè lo spento lume delle pupille non era ad avvivare il volto del sorriso sapiente delle cose. Egli era in alto, ed il crepuscolo che dal padule saliva, lo irraggiò di un rosso vivo, come la testa di un fauno dagli occhi spenti. Aveva intorno al mento una barba nera o aggrovigliata e i capelli intorno al viso eran così. Sorrise continuando il suono lento e malinconico; per ogni arcata ebbe un tremito: certo egli narrava così le voci udite e non intese, come il fremito delle acque dei paduli, lo zampillio di un fonte, il canto di una giovane bocca. Egli narrava, vecchio rapsodo delle solitudini, un suo mondo interiore, fatto come di ombre crepuscolari, e l’incerta visione nel rude suono rendeva a maraviglia. I giovani ebbri di vita, accoppiati a due a due, seguivan quel suono danzando. Miseria sogguardò nel gruppo. Dapprima nessuno pose mente a lui, poi qualcuno si rivolse e lo guardò ed ebbe un riso di allegrezza. — Oh! Miseria, d’onde vieni? — Dalla reggia. Disse ciò inarcando le soppraciglia e gettando il capo all’indietro. Rise, risero; molti intorno gli fecer corona. Riprese Miseria: — Guardate. Tolse il sacco che aveva sulle spalle e lo vuotò. Ne uscirono alcuni ciottoli rossi e verdi, egli li raccolse: — Questi sono rubini e zaffiri, ne’ miei possedimenti ve ne sono a moggia. Li porto in dono a Don Marco. — Don Marco ti farà dare venti legnate dal suo servo. — Cosa dite mai, poveri di mente. Il re del gran regno della fame: Miseria; ha il passo ovunque e nessuno si attenta di toccarlo, che se morde è come la vipera: avvelena. — Ci andrai per davvero da don Marco? — Vedrete. — Non ti darà neppure un rosicchiolo secco. — Mi darà pane caldo e carne, poichè gli porto le gemme. Uno gli si avvicinò: — Suona Miseria. — Cosa mi darai tu s’io suono? — Altre gemme come quelle che hai. — Resta inteso. Prese il violino e poi che tutti lo attorniarono giocondamente, era su molti visi la stessa aspettazione gioconda, cominciò a cantare fra una serie di lazzi accompagnandosi sul violino, una canzoncina popolare: «_Finestra chiusa fra due gelsomini_ _palme d’argento per il suo bel viso_.» Cantò d’amore. Dapprima nelle inflessioni della voce e negli atti del corpo, fu l’intento di divertire l’uditorio, ma disse il ritornello chinando il viso e addolcendo la voce. «_Miseria ha fame e non ti chiede amore_ _gettagli un soldo per la carità_...» Subitamente una antica amarezza l’avvolse sì ch’egli abbandonate le braccia si tacque. Ma ciò che non era finzione, l’uditorio la ritenne tale, anzi la novità di quell’abbandono piacque in tal modo che un alto riso l’accolse. Miseria torse le labbra e guardò gli astanti, disse: — Il lupo scannerà quante pecore saran sulla sua via. Rispose un giovane: — Il lupo mangierà anche te, benchè tu sia una pecora magra. Gli altri si compiacquero di questa uscita, tanto che la commentarono seguendo il riso. — L’ingrasserà prima. E un altro: — Certo con le gemme ch’egli ha raccolto. — No, lo serberà come l’uccello de’ fiumi e l’attaccherà al soffitto perchè indichi il tempo. — Cosa ne dici Nanni? Nanni era ritenuto il giovane che avesse più spirito fra tutti. Disse: — Un giorno pioveva e Miseria volle fare dell’acqua montagne per serbarla per quando fosse tempo secco. Lo vidi io ammassare, ammassare ma l’acqua gli bagnava i piedi. Un’altra volta andò a pescar ranocchi nel padule; non avendo l’esca, mise un dito nell’acqua e pescò una mignatta che gli succhiò mezzo il sangue, ora per riacquistare ciò che aveva perduto, la mangiò tale e quale. E ancora: Avendo udito una volta che a San Mattia era festa grande, pensò di andarvi vestito a nuovo. Era il tempo in cui le cicale cambiano pelle, andò nei campi e raccolse centinaia di vestiti smessi dalle cicale, poi li riunì con fili d’erba e spini di marruche e si fece la veste più bella che si fosse vista mai. Dunque prendendo in calcolo i suoi meriti, il lupo lo farà maggiordomo. Miseria inarcò le spalle a disprezzo, ma non volle che una sua debolezza fosse di riso per gli altri; riprese l’apparente indole sua e canterellando segnò il passo di un trescone. Molti batterono insieme le palme a tempo, curvando il capo, seguendo a volte con le contrazioni del viso l’andare dei piedi in ritmo. Alcuni lo eccitarono: — Via, via, più forte.... Egli tentò d’animarsi, ma impallidì, girò su se stesso, cadde. E gli ignari non intesero, ma ebbero più grande gioia dal nuovo avvenimento. — Non hai più le gambe d’acciaio. — Davvero ha imparato dalle lumache a ballare così agilmente. Miseria non alzò gli occhi, nè rise. La sua finzione si esaurì. Giunto a quel limite in cui la ragione non ha campo sulla natura, fu per maledire. Nel suo essere presero forma tutte le malvagità per le quali aveva sofferto e che altri inconsciamente, a solo scopo di gioia, gli aveva procurato; si vide solo, oggetto di riso fra mille indifferenti. La sua esistenza, in vista tremula e balzante come un riso, doveva per conseguenza spegnersi in un cachinno. Egli in un giorno in cui sentì molte energie incomposte fremere nel suo essere, pensò di burlarsi della vita e si fece una ragione: — Se avrò fame, mi riderò della fame; se verrà la morte, riderò della morte. Miseria sarà come il prato che ha sempre erba, come il fiume che non gela mai. E così cominciò ad intessere la gran satira al destino. Ma giunto al termine dell’esaurimento, la forza del cerebro non resistette a quella di sensazioni più miti che irruppe dal cuore come una improvvisa volontà di pianto. Si sentì sfinire; il cachinno non era sulle sue labbra, ma dentro sè stesso, come fiamma che tutto avvolga distruggendo. Pertanto si sollevò lentamente, mentre gli altri, compiacendosi ancora de’ suoi atti stanchi, ne ridevano. Con improvvisa irruenza, si volse e li guardò in viso: — Ci sarebbe alcuno fra voi, che avesse il core di darmi un pane, s’io fossi per morire affamato? Nanni si sporse tenendo fra le mani un ciottolo e glielo tese. — Ecco, tu hai denti buoni e un appetito insaziabile. Miseria lo accettò: — Guarda, lo metto con gli altri, sarà la cena di questa sera. Alcuni vider gli occhi di Miseria bagnarsi come di pianto e supposero che un’irruenza di riso li avesse fatti lagrimare così. Poi come egli accennava a partire, la corona si aprì per fargli spazio. — Addio, buon viaggio; buona cena. — Quando ritorni porta un vezzo di coralli per la mia donna. Disse Nanni: — Vedrete domattina come tornerà grasso e contento; Don Marco gli darà da mangiare tanto da gonfiarlo come una vescica. Miseria non si rivolse, andò lentamente con fatica, vicino al margine della via. Sentiva sul suo capo un cachinno. La morte. * * * La palude era nel silenzio sinistra e rossa; il sole prima di discendervi, sull’acque morte come in un singolar specchio di tristezza, fulgeva. Man mano che Miseria avanzò, non ebbe percezioni di suono, sentì di non dover percorrere tutta la via lunga e diretta verso gli orizzonti, ma pertanto andò curvo come una canna dispoglia delle sonanti lame, andò come un fil d’erba in un ruscello, soffermandosi a seconda che la forza voleva. La palude azzurra in certi mattini e piena di gridi e di frulli e odorante di strani fiori molli e viscidi come la sua melma, gli ebbe talvolta regalati i suoi frutti, libera ed ampia seppe dirgli la forza del suo essere, la verità della vita, la grandezza della libertà. Uno spirito nomade, che avvolge e determina l’agire di una esistenza, era in lei come nei cieli, aveva insegnamenti biblici: — Io t’ho creato perchè tu mi ami sii come me incolta e malefica a chi voglia togliermi l’aspetto mio. Specchio dei cieli, povera di frutti, ma ampia e padrona come i venti del nord, come il più alto dei soli. E però ell’era in quello spegnersi crepuscolare, silente e rossastra, quasi dolente per la morte di una sua creatura. Non gracidò una rana, non gridi d’anatre emigranti, dall’alto, nè cenni di vita da lontananze: non fu un tinnire che piangesse il crepuscolo; ell’era chiusa come da insuperabili barriere, sicchè sola nel mondo pareva e tutto il mondo in lei. Sull’acque aperte a tratti i bagliori non si stendevan diritti e dilaganti, ma erano a interruzioni di ombre violacee; gruppi di steli o qualche stelo solitario si levava diritto aprendo una corolla. Eran mollezze verginali, della stanca verginità delle acque e negli spazi liberi ove più viva si effondeva la luce, sicchè come per fosforescenze proprie la palude abbagliava, il tuffarsi di una rana, il cadere di un chicco di sementa, apriva sulle immote superfici, un allargarsi di cerchi oscuri succedentisi in ritmo fino alle ultime vibrazioni, appena violette nel rosso acceso. Qualche argine sottile si allungò sotto il crepuscolo perdendosi; la melmosa superfice celata da esili canne, stava insidiosa agli inesperti. E veramente rifulse sotto l’ombra delle canne, fra i giunchi, fra le alghe ove l’acque eran verdastre per l’ombra, come antichi bronzi dissepolti, qualche livido profilo di donna, dalle larghe pupille aperte, chiare e verdi, di un singolare stupore. Le alghe attorcigliandosi, come rettili lenti, alle carni, ai capelli; le alghe dei fondi oscuri nate dalla putredine, per loro lento vibrare, davano all’irreale figura apparenza di cosa viva, sicchè essa si animò nel silenzioso stupore e dai larghi occhi immobili, sinistramente, come dolorando vibrò insidie, tetra medusa delle solitudini. Più discosto un fauno rise di un ampio riso acceso di libidine, nel dissolversi delle cose, sotto le acque immobili. E sorgevan corolle e steli esili, e foglie acute come lame, ma non v’era alito che le smovesse; lo spengersi del sole dava al solitario paese come un senso di tristezza e di paura. Miseria andò curvo nella strada interminata. Un uomo che riedeva dal lavoro (passò con la giacca sulla spalla ed alta la falce sul capo) gli augurò: — Buona sera e buona pesca. Miseria tacque, l’altro si rivolse a guardarlo stupito, ma poi proseguì silenzioso e forte, sdegnando. Miseria molto andò, finchè l’ombre furon vicine. Il silenzio era nel suo essere e nelle cose. Poi una vena gli tremò presso il core. Sollevò il capo, gli parve d’esser chiamato. Un piviere trascorse nell’aria ridendo, era un riso lo stridulo grido, un riso inumano. Si attenuò, si perse e ancora il silenzio. Si guardò attorno: solo! Vicino a lui era una pietra miliare e vi si assise. Una ninfea presso ai suoi piedi fermò il suo sguardo, il bianco de’ petali condusse il suo pensiero ad altre cose. Vide una piccola bocca di bambina morta: Mariella! Una bocca bianca, ove a bacio a bacio s’era esaurito il sangue fino alla morte. E le labbra stavano ancora socchiuse, ancora inesauste come la corolla di ninfea: Mariella! Il sorriso di un mattino: la sua bocca trovò quel nome quasi cantasse. Udì salmodiare, luccicaron molteplici fiaccole, caddero fiori: una vena presso il core, batteva, batteva, batteva. Scivolò lentamente dalla pietra sulla terra, le gambe si stesero tanto che i piedi sfiorarono l’acqua. Ancora un grido, ancora un riso lungo interminato scivolò negli azzurri. E le voci furono nel suo orecchio: — Miseria canta, balla. Il trescone! Il trescone! Lo tiravano, lo spingevano, lo punzecchiavano. — Miseria, Miseria, Miseria... Balbettò: — Lasciatemi morire. Poi chiuse gli occhi, ebbe una voluttà di sonno, una voluttà di pace. Passavan tutte le cose buone: la sua donna, la sua bambina. Erano vestite di bianco, Francesca conduceva Mariella per mano. In qual paese? Non sapeva: — Dove andate? — Gli accennavano: Vieni vieni vieni. Gli pareva che ci fossero dei gigli, che ci fosser de’ pioppi alti e del sole. E si allontanavano ed egli non poteva seguirle. Rivolgendosi ad ogni passo lo chiamavan ancora, sempre, con la mano; ma egli non poteva andare, non poteva. Presso il core la vena accellerò sempre più il pulsare come martellasse. Esse erano partite ambedue per lo stesso destino. Tornavano ora, tornavano più vive che mai. Ma poi sentì che soffocava, tentò di rizzarsi. Da lontano giungevano altre grida, altri cachinni, ma ora innumerevoli e selvaggi. La mente sua immaginava l’ultimo tormento. Una turba l’attorniò (tutti giovani accesi, avvinazzati) e danzò attorno a lui gettandogli ciottoli. — Prendine, prendine. — Lasciatemi, sono vecchio, stanco. Ma la turba cresceva, sempre, vivace e gagliarda. Lo insultava calpestandolo perchè voleva il riso, il riso ancora, la gioia fino ad esaurirsi. — Via, su, il trescone, il trescone! Eran mille suoni, una ridda ed uno schianto. Lo prendevano, lo colpivano atroci e veementi per la crudeltà del riso. — Miseria ancora il trescone, ancora. Gli si appesantiva il capo. — Troppo forte, ah! troppo forte. Poi d’improvviso un giovane gli si accostò, lo prese alla vita e lo strinse forte tanto da soffocarlo, finchè egli stese le braccia e gridò: — Mi schianti il core. E dagli abissi furon sopra il suo capo le urla. Ricadde. Repentinamente la vena vicino al core cessò di pulsare, vide egli in un attimo ancora la bianca visione di pace; Francesca e Mariella con la mano accennarono: — Vieni! Vieni! Posò il capo vicino alle acque e sorrise nell’alito della morte. Uno storno d’uccelli migratori si allontanava gridando acutamente nei larghi spazi, in turbinio veloce. _Un pellegrinaggio_ (IMPRESSIONI) Forse qualche frate misericorde avea eretto la croce sul culmine del monte. Dicevan gli avi dai bianchi capelli ch’essa era stata sempre lassù, diritta sul monte, sicchè la sua origine ignota per memoria di popolo si perdeva nelle tenebre. Nessuno pensava di dirne alcuna cosa, essa era come il monte di granito; l’uomo vi passa e si umilia, chè il pensiero dei semplici si chiude come il corso del sole fra due limiti insuperabili: ciò che è, è per forza di Dio, ed è stato in eterno. E sulle albe, sui tramonti, quando le campane annunziavano dai culmini o dalle valli, l’evolversi della vita fra due confini, chiunque fosse sul monte al lavoro, chè molti prima della luce aravan già la terra sotto il propiziare di qualche stella; chiunque fosse nelle valli, nell’ombre umide del profondo e vedesse nel cielo erigersi la croce, curvava il capo scoperto, benedicendo. Così i giovani, forti del loro sangue novo, forti della prima vita tutta di vincoli d’amore, sì per la donna, come per l’ultimo stelo dei campi; così i vecchi curvi e tremanti, più lontani dai cieli del pensiero, e più prossimi alla pace che la terra, aprendosi benevolmente, avrebbe data loro. Era quello il monte più prossimo al cielo, brullo, grigio per mille macigni ammonticchiati; una strada che saliva serpeggiando rompeva sola con una nota bianca e stridente l’uniformità grigia del granito. Ma tutt’intorno eran altri monti verdi per ricche vegetazioni, coperti di selve di castagni e di quercioli sulle cime, più bassi erano ulivi e vigneti. La valle che si apriva al sol di levante, accoglieva la maggior parte delle case, le altre eran sparse sulle chine, o nascoste da macchie d’alberi, o bianche serenamente fra il verde. Viveva là una tribù, una specie di tribù primitiva, semplice e rude. Lontanamente nei secoli, qualche orda raminga, sedotta dalla fertilità del luogo, sostò ivi e presavi di poi dimora con largo intendimento gettò il primo seme. E siccome la terra dette grande messe e dai solchi appena smossi, verzicando rigoglioso il grano empì la valle, con l’amore della terra, crebbe l’amore fra gli uomini e il numero esiguo lentamente si moltiplicò nel trascorrere del tempo. E la valle e i monti intorno sorrisero per nuovi abituri, per nuovi figli laboriosi, sicchè i campi si accrebbero e dove attorcigliata a fusti cresceva selvatica la vite e gli uomini appena notavano i suoi frutti, ora per cura paziente si stendeva in un molle abbandono e dava al sole le bacche o dorate o sanguigne. Così nelle menti ignare dal principio de’ secoli non altra cura o pensiero visse, se non quello della terra. E la gran madre seppe ammaestrarli. Essi vider gl’inverni, vider le cose addormentarsi e tacere, udirono il gran silenzio de’ campi, il raccoglimento straordinario dei terreni bianchi per nevi recenti e pensarono: — La terra dorme è tempo di riposo — e si raccolsero nelle case. Mandaron così i primi camini il loro fumo d’argento in alto, verso i bianchi cieli. Così sulle albe qualcuno che guardò di lontano le molteplici trame di fumo unirsi in alto in una sola nube leggerissima, come di metallo inconsistente, vide (forse era in lui il primo germe del poeta) vide una bianca figura benedire in atto d’incomparabile amore. E mentre gl’inverni tacquero, nelle solitarie case sorrisero i primi raccoglimenti famigliari. Quando fischiò la bufera imperversando l’uomo sentì inconsciamente la dolcezza del raccoglimento, la fortezza che ne proveniva nell’essere uniti, nel vivere l’uno per l’altro in vincoli di fratellanza. E ancora: i vecchi sapienti per lunga vita, insegnarono ai fanciulli, tremava qualche fiamma nel rude focolare, come il seme si sparga, come si prepari il terreno, ed anche impartiron loro i primi elementi di una semplice morale. Essi vider le primavere, vider dai rami protesi piare soavemente le gemme, la valle non apparve più una distesa di terreno triste, ma si raccolse per una sequela di frondi, per una fiorita di messi, ed anche sul monte furon macchie di color vivo, i melograni: i mandorli narravan così l’annuncio del risorgere. La terra sorrise ed essi si dissero: — È tempo di vita. — E come l’anima si univa per inconsapevoli legami a tutto l’operare dell’ignote forze di natura, sicchè un desiderio di espandersi premeva forte all’intelletto, qualcuno, forse nel ricordare la donna, nel guardare un’alba sui monti o il trascorrere d’acque fra steli, parlò alto e la sua voce tremando si modulò nei primi rudimenti di un canto. Era tempo di vita e il lavoro non era pena. I campi s’impressero delle loro orme, ma ove sorgesse uno stelo, non vi fu zolla calpesta. Impararono l’amore, l’amore pei cieli e per il chicco di sementa; la donna anche che nella pace del riposo s’ingentiliva, ebbe dal compagno un pensiero che non fu di desiderio. I monti furon salda barriera, il vento non lasciò cadere nei solchi aperti un seme di zizzania. E così la terra nell’evolversi delle altre stagioni, per ogni periodo ebbe ammaestramenti savi e gli uomini rudi impararono ed ebbero sempre più maggior reverenza per la gran madre. Trascorsero secoli e secoli. Furon dimenticati gli antenati, ogni generazione ebbe il ricordo della precedente nè altra memoria; d’altra parte non visse intelletto di potenza superiore alla comune. La vita loro si chiuse, si delineò e trascorse uguale e soddisfatta; passaron gli uomini sulla terra come il succedersi delle stagioni, sempre ugualmente nei secoli. Solo un avvenimento lasciò traccia di sè ed assunse la grandiosità del mito. Fu un raggio d’improvvisa luce che trasse le anime concordi alla fede dei cieli. Si narrò di un’apparizione. Improvvisamente, in un’alba, dal monte squillò una campana e una voce più sonora del turbo chiamò a raccolta il popolo, e tutti, tutti come per forza nova andarono. Anche i vecchi cadenti saliron la ripida china, anche i malati e i fanciulli, e chi lavorava ne’ campi gettò la marra e si avviò al monte. E il popolo udì l’avvento di un Dio disceso in terra e morto per l’intera umanità sulla croce. Così per la prima volta agli ignari un ignoto apostolo, parlò di Rabbi Gesù e l’anime semplici si empirono di fede. Il popolo seppe che Iddio era disceso per redimere gli umili, per umiliare i potenti; ma l’uomo che loro tali cose disse non fu ricordato se non come una figura estremamente lontana. Poi che la nuova fede si espanse, chi aveva visto la morte come un silenzio, si prostrò, la faccia sulla terra ed adorò piangendo, Cristo, il Signore! Gli uomini rudi e diritti furon come ferro nel fuoco, le donne stanche e le vergini, alzaron le braccia invocando e tutta la valle e tutto il monte intorno fu convertito alla fede di Cristo Gesù. Il popolo ricordava il grandioso avvenimento, come si ricorda un sogno incerto. Non così della croce; ell’era tragica ed oscura stava sugli abissi, nei luoghi altissimi, simbolo di morte e di redenzione. Epperò ell’aveva il fascino dell’ignoto, era la sfinge dei semplici che dalla pura fede passano al fanatismo idolatra del simbolo. Gesù non era in lei, l’uomo rude non seppe elevarsi; la croce dei culmini fu come le cose incomprensibili e mute. L’uomo la temette e l’adorò. * * * Ogni anno, sulla fine di febbraio, agli inizi della nuova stagione, il popolo adunatosi, saliva in processione verso la croce, sul monte. Era quello il pellegrinaggio della disperazione, poichè ognuno in quel giorno, presi tutti i suoi dolori, gli antichi e i recenti, sotto la pena, andava come al Calvario, per implorare la grazia. Chè sotto al sole son due cose impellenti, la vita e il dolore; ovunque la vita germini, il dolore penetra, contorce, disforma. Se un uomo dirà ad un suo simile: — Io son con te difendiamoci! Avrà segnato un patto di fratellanza, ma non si sarà difeso da chi veglia su lui nelle tenebre e cerca il varco per infiggergli nell’anima l’assillo del tormento. Così che anche nella fruttifica valle, anche sui monti ubertosi, ove per apparenze dolci e solitarie, ove per straordinarie paci, parea regnasse la gioia, la gioia della semplice vita che si contenta di sè stessa ed aspetta la morte come un frutto, era disceso il sinistro fato della tenebra, ed aveva lasciato cadere a larghe mani sulle case remote, sulle case che si stringevano dappresso, come in allacciamenti, il suo veleno. E come nei secoli era avvenuto, anche in quel giorno, mentre il sole accennava a disparire, il popolo s’adunò. Era luogo di ritrovo uno spiano, nella valle. Ivi convenivano da tutti i dintorni i fedeli, non uno che si potesse trascinare s’indugiava nelle case; anche i malati, se pur qualcuno non era presso ad esalare lo spirito, venivan portati a braccia faticosamente. Man mano che il sole scendeva, il gruppo nero sempre più si allargò quasi tumultuante ed alla massa ogni tanto qualche atomo si aggiunse, qualche atomo che fu come una vibrazione nel punto in cui si aggiunse. E non era una voce isolata, era bensì un murmure, chè ai gemiti si univan digià le preci. I malati avevan negli occhi il sole. Tutto era sommesso, tutto palpitava all’approssimarsi di un avvenimento straordinario, le anime si univano in vincoli di timore, dall’alto pesava su loro la croce granitica, il mistero dei cieli. Le acque han così nell’apparente pace, il turbamento interiore, presso alla voragine. La folla cresceva di minuto in minuto e per ogni dolore aggiunto alla massa si aggravò il murmure, crebbe l’aspettazione ed il tormento. La terra si copriva di ombre. Tutt’intorno scendevan velari, qualche albero si lanciò diritto ad accogliere il sole sulla cima. Chi sentì presso la sua, la spalla del compagno, tremò per due martirii; chi vide un vecchio implorare, pensò un sepolcro senza sole; nessuno drizzò il capo al cielo, tutti stettero chini, scoperto il capo, aspettando la pace. Ma vi fu chi gridò alto: — Signore! Signore! Sicchè molti capi si rivolsero guardando. Una pazza giungeva vestita di scarlatto, co’ capelli disciolti, lunghi scarmigliati intorno al volto acceso, ella aveva una veste vibrante, scomposta come l’anima sua. — Signore, Signore! E poi che fu presso la folla sostò, girò attorno il largo occhio strano, e si gettò sulla terra gridando. Fra il murmure della turba si scolpì una parola: — Misericordia! Poi anche la pazza si compose con gli altri e tacque. L’aspettazione imperò come una paura, mille orecchi avevano ronzii. Doveva udirsi una voce prima che la turba prendesse l’andare e la voce era lontana e vicina; incalzante e fatale. La terra scendeva nell’ombra sempre più, nell’alto tutto era raggiante. Poi un cuore, mille cuori, pulsarono veementi e tutta la folla cadde in ginocchio. Dall’invisibile (non era quella l’usata campana delle albe) discese un suono acuto ondulando. Una serpe passava nell’aria, attorcigliandosi vibrando come mille bronzi su torri, e sotto il suono fu il silenzio della concentrazione mistica. Lontanamente si udì salmodiare: _Occurrunt turbae cum floribus et palmis_... Dietro gli alberi, fra le siepi lontane, saliva il salmo come da tutti i germi della terra. Poi si vide il bianco delle stole, si udiron molte voci di bimbi e di fanciulle. Il Signore veniva nel sacramento fra i cantici. Ancora nella folla si mantenne il silenzio. Frattanto la campana pulsava affannosamente nel respiro reiterato del grido, ma le voci unite, più vibranti salivano, vincendo il suo strazio. «_Cum Angelis et pueris fideles inveniamur_.....» ...... _triumphatori mortis, clamantes_..... Sorridevan lontanissime le nubi bianche nel sole. «_Hosanna in excelsis_....» La turba ebbe un fremito, si approssimavano le voci, il sacramento; la campana gridava stordendo, nell’alto, negli abissi. Un turbamento, una passione, un martirio sottilmente s’infiltrava, scuotendo tutte le fibre. Non furon più mille anime, fu un’anima sola, grande, implorante e addolorata. Ella si accasciò, si torse, ebbe un’impeto convulso, sicchè nel murmure che lentamente si accrebbe, quasi acqua in rovina, improvviso, gagliardo, irruente sorse un grido, più alto di un fragorio di acciaio infranto. «_Hosanna in excelsis..... Hosanna!_» I cantori si avvicinarono; precedette un giovanetto. Era egli biondo e gentile, aveva in sè qualcosa di soave, come le nubi di fumo che lanciò dal turribolo, orando; e dopo lui, molti passarono in bianche stole, finchè il vecchio parroco ricurvo, alte le mani reggenti il simbolo di Dio, si fermò presso la folla.. Egli si rivolse, fece l’atto del benedire e mormorò: — _Procedamus in pace._ — Risposero i cori: — _In nomine Christi Amen._ — Poi proseguì. Andarono dietro lui i giovanetti e le vergini salmodiando, e tutto il popolo lentamente si dispose a partire. Il sole ancora irradiava la valle a ponente, sicchè per tutta la china di quel versante eran luci vive, dall’altro lato si addensavano umide ombre. Poco lungi dallo spiano, si apriva la strada del monte, il biondo fanciullo già vi si inoltrò e salì per la bianca via sull’infranto macigno, che gli ultimi della folla ancora si ordinavano per la salita. Tremarono i ceri sorretti dai fanciulli e dalle vergini, i bianchi ceri propizianti e per l’alito delle voci le fiammelle si ripiegarono. Il salmodiare allontanandosi si innalzò, venne dalle altitudini. La folla andò compatta come un sol corpo, si stese sulla via, scomparve dietro un macigno, ricomparve sull’argine del precipizio, nera, uniforme, fatale. Il pispigliare fu come di mille abeti in notte autunnale, gli abeti delle sommità che gemono al vento dei mari, venne a tratti senza suono di parole decise, ma si fuse coi cori in discontinue cadenze. Chi ebbe affanno nel salire, trovò il braccio che lo sorresse e lo sospinse, chi si esaurì nel portare un malato ebbe l’aiuto del vicino, del fratello; non mai come allora, in nome della fede, la folla si sentì solidale ed una. Era l’idea. — Essi andavano come al confine dei cieli, ai confini della morte; tutti aveano sulle spalle la croce e sulla fronte i rovi. Un Cristo novello era nell’anima di ciascuno. L’invidia e l’odio si tacquero; chi girò gli occhi attorno vide su mille volti il suo dolore istesso. Di fronte ai misteri anche l’anima degli ignari rimane nuda inconsciamente. Ciò che la vita e le abitudini possono avere lasciato in lei, scompare; i tratti che la diversificano dalle altre, si annientano; la forza prima rimane ed impera, questo fa sì che molte anime si fondano in una come un’unica fiamma. La campana si tacque, la valle ebbe il silenzio, e un’ombra violacea, mentre la turba si era allontanata e le cime cominciavano a tingersi di fuoco. In alto, nelle ultime ritorte della via, ormai confuse col grigio del macigno, era un agitarsi di cose informi e silenziose; nel tramonto passò qualcosa di solenne. — _Cum ramis palmarum, Hosanna clamabant in excelsis_.... — Il biondo giovanetto entrò nella vasta spianata ove s’erigeva la croce sulla cima del monte. Egli entrò salmodiando, chinò il capo e lanciò dal turribolo larghe spire di fumo, poi procedette verso la croce e s’inginocchiò. Dietro lui seguirono i cori, seguì il vecchio prete e la turba. Il monte granitico si elevava sugli altri tanto da dominare lo spazio all’intorno. La luce vi batteva direttamente così chè man mano che le figure salivano, s’illuminavano ad un tratto nel grande folgorio del sole. E sempre, e sempre dall’ultima ripida ascesa, comparivan uomini, vecchi, fanciulli ed ogni volto poichè fu contro al sole s’accese e folgorò. Il tramonto era rosso, privo di nubi e sotto al tramonto si stendeva un piano, fra nebbie rossastro, interminato. La croce granitica stava alta e rigida nel tumultuare di mille corpi; radiosa e cupa, pareva sanguinasse. Poi che tutti furon radunati sulla sommità, il prete alzò le mani e un silenzio imponente tutto intorno regnò. Egli disse le laudi; il biondo giovanetto rispondeva con la voce sottile e carezzevole. Ciò ebbe la durata di alcuni minuti. Poi il sacerdote si rivolse alla folla ammucchiata. — _Ecce lignum Crucis in quo salus mundi pependit._ — Ad un tratto, vibrando, le squillanti voci dei cori risposero. — _Venite adoremus._ — E fu l’invito. Mille braccia si protesero, mille grida salirono turbinando nell’aria; uno spirito convulsivo travolse la turba, sicchè per la foga del dire, le molteplici implorazioni si fusero in un grido unico e selvaggio. Sulla larga spianata del culmine, sotto il sole moribondo, di un rosso acceso, come invasa da un folle senso di martirio, la turba si contorse in un febbrile fanatismo cieco. Nell’ansia di prostrarsi alla croce, di baciare il macigno, si sospinsero, con furore gridando; chi fu calpesto e si rialzò col volto sanguinante, si lanciò più accanitamente verso la croce. I bambini, le donne, i vecchi, le più deboli creature, trovarono la forza di aprirsi un varco, di giungere al macigno. — Gesù, Cristo Gesù, fate la grazia, fate la grazia. Una donna pallida e macilenta (le si erano sciolti i capelli nella ressa, pochi capelli lisci e sottili) alzò fra le braccia un bambino, una povera creaturina deforme, che penzolò nell’aria come un cencio e socchiuse gli occhi mugolando contro il sole. Ella ebbe una voce metallica ed aspra, parve che gridando così si schiantasse. — Signore, Signore, guarite il bambino mio, Signore, vi darò la mia vita. E più disse e più si affannò, finchè esausta fu travolta da sopravvenienti. Quando fu al largo si asciugò la bocca con la mano e sulla palma vide una traccia di sangue. Il sole l’avvolgeva come nella porpora; diritta sull’abisso ella guardò il mare di nebbie fluttuare, il suo occhio contro la luce si allargò addolcendosi: — Signore, Signore il mio povero bambino, fate ch’io lo conduca fino alla vita. S’interruppe, sentì nella gola sgorgare uno zampillo, sentì sconvolgersele il petto, tossì e lo spasimo la costrinse ad abbattersi sulla terra, poi dalla bocca contratta rigettò larghi flutti di sangue. Nessuno si rivolse a lei, nessuno le tese una mano. Ella guardò il rosseggiare oscuro del sangue, si strinse il petto che le ardeva in ispasimi atroci, ebbe l’idea di un’orribile morte e curvato il capo sul seno del figlio stette muta; non maledì, pianse. Poi vi fu un urlo che superò il tumulto; la pazza si rizzò sulle spalle dei vicini, sì che metà della sua persona apparve contro al sole diritta e fiera. La testa gettata all’indietro, turgidi i muscoli del collo, tutta la faccia contratta, alcune vene le si erano gonfiate come corde. Ella scuoteva il capo sì che i capelli disciolti turbinavano nell’aria; sul viso ebbe tutto il sole moribondo. — Cristo, Cristo... Il tumulto si tacque. Facendosi il silenzio attorno a lei, aumentò il suo strazio. Una convulsione scosse tutti i suoi muscoli orribilmente, ad ogni pulsazione del cuore torceva il collo gridando, il petto le si agitava rapido, convulso, pareva si fosse schiantata in lei qualche vena e la vita si accellerasse al suo termine. Ad un tratto s’irrigidì, la bocca socchiusa, gli occhi aperti sull’abisso. Alta nel sole, dominante la turba avvilita, rimase come una statua spaventosa. Vi fu il silenzio che precede le cose solenni. Ella si curvò lentissima guardando lo spazio e nell’estrema tensione dei nervi scattò in un urlo e cadde morente sul granito. Il prete la benedisse. Di poi come un lento divampare ricominciò il tumulto. Ciascuno narrò la sua pena ad alta voce, non altri poteva udire se non Gesù. Già le ombre scendevano, era nell’aria maggior limpidezza, all’occaso pareva si stendesse una catena di monti infinita e lontanissima, di un inarrivabile paese; vi fu una dolcezza di anime esauste, nel languore del vespero primaverile. Così sulle anime in pena aleggiò lo spirito di Dio e si sparse intorno la dolcezza di una prossima notte serena. La terra richiamava i figli lontani. Le grida diminuirono, fu l’esaurimento delle ultime onde sulla spiaggia. Si udirono preci sommesse, tremiti di voce, molti s’inginocchiarono in disparte, la croce si addolcì in una luce estrema. E salì di molto lontano il suono di una campana, salì dalla valle salì dall’ombra. Pulsava in essa come in intreccio di vene, un flusso di sangue, il ritorno alla vita, alla norma semplice della vita, sì che ognuno sentì lenta in suo cuore trascorrere una beatitudine. Ogni gemma aveva messo in quel suono un suo invito, ogni albero uno stormire sommesso e trepido come la voce di un bimbo. Era una chiamata solitaria e continua dal fondo delle valli, dall’ombra. Si ristabilì l’ordine tenuto nell’ascesa: Aprì la via il biondo giovanetto, seguirono uomini in bianche stole, poi il vecchio prete e i cori e la turba. Le vergini e i fanciulli non più avevano i bianchi ceri tremolanti, stavano ora con le mani intrecciate. Passarono a due a due di contro al cielo, come angeli. Le vergini avevano bianche vesti e portavano fiori sui capelli disciolti, alcuna fra esse era veramente pallida ed esile, passavano a due a due contro al cielo, quasi bianco, silenziose e tristi, pareva si dovessero perdere col crepuscolo. Seguì la turba compatta e mise nel cielo una traccia nera. Solo le teste a quando a quando si scolpivano nei contorni. Fu il lento trascorrere di una visione sulle sommità. Tutta quella folla d’anime scendeva nell’ombra, rassegnata, riportando ciascuna la sua croce. Parea che la risposta dei cieli a tutto quel pregare, fosse come la biblica condanna: — .... _tu mangerai del frutto della terra con affanno, in tutti i giorni della tua vita._ — _L’agguato_ Innocenzo tirò le redini ad un tratto, il cavallo fece qualche sobbalzo, s’inarcò e puntate le gambe di poi rimase immobile e ritto, fiutando. D’innanzi a lui, sulla polvere, una donna era stesa senza moto. Il vecchio discese e la raccolse. L’adagiò sui cuscini del bagherino e spruzzandole acqua sulle tempia cercò di farle aprire gli occhi. Poco tempo trascorse ch’egli vi riuscì. Quand’ella girò attorno l’occhio acquoso, sorrise. Innocenzo le appressò alle labbra una sua fiala che aveva seco sempre, ed ella bevve sorseggiando appena e le gote ebber qualche rosseggiare nuovo di vigoria. Poi si rialzò e si assise. Il vecchio risalì sul bagherino, riprese le redini e dette l’avvio. Tutto ciò avvenne senza atto di sorpresa nè parola nessuna; egli dette il suo appoggio, l’altra accettò in riconoscente silenzio. Fra gli uomini rudi la bontà si esercita come un dovere religioso. Poichè il cavallo riprese il trotto, la donna si scosse e parlò. — Andavo a San Zaccaria. Il vecchio si rivolse: — Vi ci accompagno. — Grazie. Mentre egli la guardò ebbe un aggrottare lieve del ciglio, il suo pensiero si raccolse, ancora la sua voce forte vibrò: — Voi siete Malusa? Rispose la donna. — Sì. E chinò il capo. Poi gli toccò un braccio e timidamente disse: — Se volete, vado a piedi, mi sento bene. Innocenzo alzò le spalle: — No, vi accompagno. Malusa si rintuzzò, si raccolse, cercò ogni modo per occupare il minor spazio possibile e non alzò il capo mai, nè gli occhi, assecondando con tutto il corpo le scosse del bagherino. Ancora le sue vesti erano bianche di polvere, sotto il labbro aveva una ferita sulla quale il sangue raggrumato e la polvere avevan lasciato un solco nerastro; tutti i capelli aveva in disordine, il volto immobile, nelle linee quasi di pietra, parea un’antica maschera di dolore. Innocenzo non si maravigliò di trovarla sul suo cammino, molte volte nella pineta l’aveva incontrata; ella raccoglieva le erbe e componeva filtri speciali per incanti e magie. A questo suo mestiere era stata costretta, altro non le sarebbe rimasto per vivere, la superstizione cieca e il destino ve l’avevano costretta. Ella non sarebbe potuta entrare in nessuna casa, i giovani bensì andavano a lei per averne qualche aiuto nell’amore. Dava le polveri che avrebbero avvinta qualsiasi volontà contraria al desiderio dell’amatore. Diceva con la voce fessa: — Ella verrà da voi, questa essenza ha la magia della luna di luglio. — Poi tendeva la mano per avere il frutto del suo inganno. Era temuta e fuggita, le donne toglievan la polvere dalle orme sue per farne sul focolare gli scongiuri. Passava di rado fra la gente, quando vi era costretta lo faceva a capo chino e in silenzio, d’altra parte tutti le facevan largo con timore. Ora ella era perplessa e stupita dalla bontà d’Innocenzo, nella vita sua, per la prima volta le accadeva d’essere trattata con rispetto e alla pari di qualsiasi altra creatura umana. Quasi morente fra la polvere egli l’aveva raccolta e curata; ora, sotto al sole d’agosto, la conduceva via tenendosela accanto senza alcun sospetto di male. Lo guardò di sottecchi come una timida bestia che tema e si umilï per il perdono. Egli aveva l’occhio chiaro e vivo e conduceva il cavallo veloce, come un giovanotto gagliardo. Malusa rise di compiacimento, pensò: Innocenzo vincerà anche il demonio. Avrebbe voluto parlargli per dirgli la sua riconoscenza e fargli palese il suo cuore. Sentiva dentro di sè un bisogno intenso di dire, che le faceva tremare la gola come per singhiozzi. Ella non era poi l’orrida fornace ove un fuoco malefico avesse arso tutto lasciando solo cenere nuda, senza traccia di scintilla viva; ella non era il male ed il terrore, non la tenebra oscura e lo spavento, c’era nella sua anima buia tanta potenza di bene da empirne il mondo. Ma chi era salito mai alla fonte per appressarvi le labbra? Chi mai aveva detto: — Malusa, tu sei buona ed io lo so, aiutami nel mio dolore? — Ella allora se avesse trovata improvvisamente vicino a sè, un’anima che l’implorasse, avrebbe lacerate anche le sue vesti per coprirne le piaghe, s’egli fosse stato un ferito; avrebbe dato anche la vita per quel sole che una volta almeno scendeva nell’anima sua a ricercarne la bontà. Dover sopprimere per condizione d’altri ciò che si ha di buono in sè stessi; dover passare con la maschera eterna della finzione; esser costretti senza limiti su di una via fatale fino alla morte; aver bisogno di sole, sentir la larga voluttà del sole ed esser forzati alla tenebra; aver volontà di canto e dover tacere in silenzio; soffrire soffrire soffrire infine isolati, nel silenzio della paura, era certo la condanna di un demonio. Ella credeva nella sua mente squilibrata di aver stretto un patto con le tenebre. Pertanto disse timidamente e cercò quasi un sorriso nella parola: — Cosa debbo darvi io, poi? Innocenzo ne ebbe maraviglia. — Ma per cosa? — Per ciò che mi avete fatto. Il vecchio alzò una spalla. — Nulla Malusa, volevate che vi avessi lasciato morire? Ella si tacque (nella sua semplicità, non seppe trovar altro) mormorò fra le labbra una preghiera per raccomandare a Dio, a costo della sua vita, quell’anima d’uomo che le aveva fatto del bene. Il bagherino passava velocemente sotto al sole, i pochi uomini che si trovaron sulla via, si volsero a riguardare con istupore. Qualcuno pensò: — Forse Innocenzo l’avrà colta mentre rubava e la porterà in prigione. E qualche altro: — Innocenzo è vicino alla morte. — Tant’era ritenuta malefica la vicinanza di Malusa. Presso un gruppo di case il cavallo s’impennò per l’ombra di una veste scarlatta stesa al sole e siccome la via era selciata in quel punto, gli zoccoli ferrati scalpitarono sordamente. Molte donne accorsero sugli usci. Improvvisamente dalla siepe sbucò un piccolo fanciullo e corse in mezzo alla via. La bestia cieca dall’ira gli fu sopra. Un aspro grido di orrore si levò, ma le salde braccia del vecchio attorte alle redini, vigorosamente in un urto violento atterrarono il cavallo. Il bambino era salvo. Fu allora che le donne si avvicinarono irate. — Strega strega! — Ti farà morire, è la strega, non la conosci? La madre del bambino, una piccola donna gialla e biliosa, si accostò con gli occhi luminosi e le labbra livide che mostravano i denti. Gridò tendendo le mani: — Ammazzala! Innocenzo scese e poi ch’ebbe fatto rialzare il cavallo, si volse alla donna e: — Che vi ha fatto di male? Urlarono le più prossime: — È la strega, voleva uccidere il bambino. Innocenzo salì, riprese le redini. Disse poi: — Siete pazze; ella non ne ha nessuna colpa. — Dette l’avvio e ripartì. Le voci tacquero e la calma strana del pomeriggio d’agosto stette come un peso su tutte le cose. Malusa non si era smossa dalla sua primitiva positura, rannicchiata in un angolo del bagherino aveva ascoltato tutti i vituperi con rassegnazione. Anche se avesse visto un mazzapicchio alto sul suo capo, non avrebbe fatto atto alcuno di salvamento, avrebbe bensì stretti gli occhi aspettando la morte. Innocenzo aveva visto tutta la sua miseria. Ella si doleva in sè stessa nella convinzione d’aver procurato quel male. Un crescente dolore era nel suo essere; ella anche gli era di male augurio, rendeva male per bene e senza che lo volesse. Ma però in qualche modo Innocenzo doveva intendere, chè se avesse taciuto, certo la coscienza dell’uomo non poteva essere se non mal disposta, e le premeva ch’egli la sapesse almeno incosciente, disgraziata, vittima del destino. — Innocenzo fatemi scendere. — E perchè? — Non voglio portarvi male. Egli si rivolse e sorrise, mostrò un sorriso come una gioia, un fanciullo ed un santo. — Via, state quieta, fra poco saremo giunti! E si tacque nè più la guardò. Ella non potè contenersi e disse: — Il Signore vi benedica. Poi chinò il capo ed abbassò gli occhi come s’egli dovesse dolersi di ciò e qualunque sua parola fosse un veleno per lui. Ma in fondo a quella umiliazione era una gioia serena e grande e luminosa come per mille astri; sentiva nascere e crescere in sè stessa un germe che le dava una grande felicità come non mai; avrebbe singhiozzato sulla rupe, sotto la neve, nel fuoco; avrebbe voluto nel suo corpo tutti i martirï, tutte le sofferenze per poter gridare: — Innocenzo, Innocenzo io vi dò il mio dolore per la vostra bontà; io vi dò l’anima mia, non posso compensarvi in altro modo se non soffrendo! — e torcersi fra gli spasimi, ed esser donna nel suo ultimo sorriso di sacrificio. Un essere fra i maggiori, un uomo ch’ella non avrebbe osato guardare, grande ed eletto fra mille, si era curvato fino a lei, l’aveva protetta, sollevata, difesa con la sua mano, dalla morte, dagli uomini, da tutte le persecuzioni; le aveva parlato con dolcezza come ad una creatura giovane e semplice; l’aveva tenuta accanto a sè senza temere i malefici che erano con lei sempre; l’aveva salvata infine da due martiri e senza superbia alcuna, come se avesse posato un bacio sulle guancie di un figlio suo. Adunque egli era un Dio? Era il Signore? Malusa avrebbe compiuto l’atto più umile con entusiasmo pur di potergli rendere qualcosa, di entrare nella sua grazia per qualche atto suo. Era tormentata, i suoi pensieri si succedevano a scatti, come una luce che simultaneamente risplenda e scompaia. Non vi era nervo nella sua persona che non tremasse, avrebbe voluto gridare, non piangere. Una esasperazione sempre maggiore s’impossessava di lei, chè a momenti le pareva di entrare in una vita nova, a momenti d’esser presso alla morte. Aveva visto scendere fino a lei il Signore, nella sua cantina, nel buio e tutto si era acceso per la sua presenza: ora bisognava ch’ella compisse la volontà del Signore. Le sue mani si agitavano convulse, non sapeva ove andasse, a volte la mente le si smarriva senza connettere nessuna cosa, a volte tornava in un pensiero luminoso per darle gioia. Ella poteva benedire finalmente qualche cosa nella vita; la forza muta del suo essere che ogni giorno più s’innaspriva nell’inerzia e nel disprezzo, poteva scaturire ora violenta nella riconoscenza, ricoprire tutto il mondo, vincerlo, farlo sottostare alla sua volontà. Poteva dire del bene per qualche anima, prostrarsi per qualche essere. Aveva trovato un legame per riaccostarsi a Dio. Una mano si era tesa per farla salire su di una scalea di marmo verso la porta di un tempio, e le cortine oscure si aprivano ad un tratto, si squarciavano innanzi a lei ed ella vedeva sull’altare, ampio sotto le arcate enormi, in una luce bianca, come di mille argenti, Innocenzo, chiamarla, come un santo, verso la pace, verso il Signore, verso Dio nel più alto de’ cieli. Si gettava sulla terra ginocchioni, singhiozzando. Innocenzo la guardò e le disse: — Che avete? Ella alzò gli occhi lucidi e rispose: — Nulla. Poi il cavallo si fermò. — Siamo giunti. Malusa discese macchinalmente, senza saper cosa dire, ma quando udì lo schioccare della frusta e vide allontanarsi l’uomo fra la polvere, si gittò sulla via e alzate le mani al cielo gridò come pazza: — Grazie, grazie, grazie. II. Dalla sua prima gioventù, da quando ebbe sulle labbra gli stornelli d’amore, Innocenzo abitò nella pineta a guardia dei cavalli selvatici, liberi in essa. Una vita strana e forte, libera e quasi selvaggia riaccostantesi alla vita primitiva per tutte le singolarità e le libere azioni. Egli ebbe volontà ribelli da soggiogare, forze giovani ed aspre da sottoporre alla sua; fu una specie di trionfo continuo della sua cosciente intelligenza sulla bruta ribellione delle bestie: ciò aveva dato al suo occhio la lucentezza viva ed imperiosa del comando; a’ suoi muscoli l’elasticità del giunco e la resistenza dell’acciaio; alla sua voce toni forti e vibranti, improvvisi, a scatti, come scoppi brevi e secchi. Qualsiasi sua apparenza o manifestazione era rigida e imperiosa, breve e incisiva, costringente infine. Da giovanetto, quand’era ancora nuovo de’ luoghi e della vita, il vecchio cavallaro prima di cedergli il posto, volle per sua compiacenza, compartirgli i primi insegnamenti delle cose essenziali per quella vita solitaria ed attiva. Gli disse in prima: — Sai tu cavalcare? E siccome Innocenzo rise quasi volendo punire una supposta ingenuità del vecchio, questi lo guardò e disse: — Ebbene, vieni, ti proverò. Andarono per la pineta. Quando il vecchio mandò un sibilo dalle labbra, uno scalpitio sordo sull’erba si udì e una veloce giumenta saltò un cespuglio e ansando tese le froge. Il vecchio allungò una mano, ella vieppiù si appressò finchè egli l’acciuffò per la criniera e la tenne. Stette la bestia tremando, quasi paurosa e abbassate le orecchie ed il capo scalpitò, pronta alla ribellione più selvaggia. Il vecchio si volse: — Ebbene? Che fai? Provala. Innocenzo si avvicinò prese lo scatto e le saltò sulla groppa di colpo. Il vecchio si ritrasse. La giumenta stette un poco come incerta e perplessa dalla risolutezza del giovane, poi all’avvio ch’egli le dette, ridestatasi come, s’impennò, ricadde, impresse di poi con le reni un formidabile urto al giovane, il quale, per quanto si tenesse saldamente avvinto sulla groppa, dall’improvviso scatto fu gettato sull’erba come corpo inerte. Il vecchio si rivolse: egli non ebbe riso sulle vecchie labbra, ma le parole che disse furon d’ammaestramento. Innnocenzo ne fece tesoro, poi, siccome quegli partì, rimase solo e padrone nella solitudine del bosco. E dai venti anni fino a questa sua tarda età, non ancora una volta aveva desistito dalle abituali cure giornaliere. Di grido in grido quasi balzando, forte, tenace e gagliardo, dall’aurora al tramonto, lungo la vita fino al silenzio della morte, stette e sarebbe stato. Egli era la vertigine della corsa e la soave sicurezza della potenza, più forte di qualsiasi ribellione, vincitore cosciente e sereno. L’avevan visto in isfrenata caccia, i vecchi pini passare su puledri veloci, impetuosa bufera, fra schianti e scricchiolii, come un elemento di rovina; i capelli al vento, curvo sulla groppa, stringendo fra le mani il laccio sibilante, pronto a lanciarlo nell’aria, come lo snodarsi repentino di un serpe, nel grido dell’ira. Solo: egli aveva nell’anima tutte le tempeste e tutti i sereni; sarebbe stato sotto al fulmine a capo scoperto, senza tema, trovando nel rombo convulso della forza straordinaria, la vita, il potere. E se la morte l’avesse avvolto in quella luce, egli sarebbe superbamente caduto, senza viltà, piombando al suolo in uno strepito grande, come un granito. Nella sua anima non erano oscurità. Considerava la vita un dono e l’amava come un dono. Benediva senza avere ferma coscienza di fede, la mano ignota che aveva fatto sì ch’egli aprisse gli occhi alla luce. La luce era il suo eterno idillio e il suo eterno amore. Non temendo la morte, aveva un attaccamento vivo per la sua esistenza bella. Non era nel suo essere alcun senso di viltà al pensiero della fine, non lo spaventava il silenzio delle tombe. La compenetrazione della vita nella sua intima essenza e nella sua parvenza più bella: la luce, aveva fatto sì ch’egli avesse mille fedi ed una: la fede per il seme e per la pianta; per l’insetto e per il bue; per qualsiasi essere sotto la luce e il calore, che sintetizzavano per lui, l’onnipotente volontà alla quale pensava con un sorriso per sentirsene eletto figlio. Sul suo labbro non fu mai maledizione; se soffrì non per questo cessò di amare. Egli era l’esuberanza dell’amore: qualsiasi creatura che a lui si fosse avvicinata ne avrebbe avuto un’irradiazione, chè egli amava tutti e tutti soccorreva con gioia e bontà senza pretesa alcuna, seguendo come una legge di natura. Nulla era suo particolarmente, se non la libertà e la forza. Prediligeva le bestie che avendo queste due qualità cercavan di difenderle. Gli piacevano i ribelli, ma anche mostrava loro lo specchio della vita sua. Se la ribellione poi si spingeva insensata e bestiale, non sapeva che riderne con disprezzo. Diceva: — Converrebbe aver le mani d’acciaio ed esser tutti d’acciaio per ribellarsi alla vita. Se alcuno ribattè: — Ma vi è chi gode. Rispose: — E tu cerca con la tua volontà e la tua forza un godimento adatto alla tua natura e lavora pei figli che potranno anche più di te godere e reprimi i desideri che non potresti soddisfare. — Voi dite così perchè state bene. — Io sono come un cane da preda, ricco per quel che afferro. Ma la differenza fra me e te è questa: ch’io prendo questa mia vita così e la godo e tu ti tormenti nel pensiero di una migliore. — È forse un male? — Forse! Io ebbi un pensiero che mi piacque e lo ricordai. Guarda il vilucchio, un’ape non vi si può posare che lo stelo si spezzerebbe, ma i pini stanno saldi sotto al turbine. Io con una mano, se volessi, potrei farti inginocchiare, tu con tutte due non mi smuoveresti di un passo. Ho pensato a ciò perchè il dottore una volta mi parlò molto a lungo delle cose del mondo. Mi disse: — Perchè mi contento io? Per la mia forza? no. Per la mia vita? Può essere. Ma più di tutto, ascolta bene, più di tutto per l’anima mia. Il dire d’Innocenzo però non persuase nessuno; egli partiva da un concetto troppo avvinto all’essere suo originale, per poter trovare elemento di persuasione per gli altri. Odii se ne creò, benchè non li supponesse; andò tranquillo per la sua via cercando la gioia del riso, ovunque. Nell’anima sua era una tranquillità mite, come acque che non si turbino mai. Rude asprezza di odio o di vendetta, non poteva allignare in lui; un’ombra fuggevole senza conseguenza era l’ira nel suo cuore; frenato lo scatto ritornava la serenità tranquilla. Gli accadde sovente di dar prova della sua bontà. Parecchie volte avevan tentato di rubare qualche cavallo dalla sua mandria, egli sempre era giunto in tempo per impedirlo. Avrebbe potuto anche consegnare il ladro, farlo punire, ma non lo fece mai; si limitò a parlargli severamente, a minacciarlo. Alcuni gli erano riconoscenti, altri per il colpo fallito e per l’umiliazione, gli serbarono odio. Accanito e forte nel proposito era, fra questi ultimi, Giovanni degli Olmi; un uomo selvaggio come il ferro arrugginito, muto e forte come una quercia, astuto e vendicativo. Egli era tutto il male, lo chiamavano — Scure. — Non avendo opera fissa per suo sostentamento, cercava ovunque un lavoro che gli procurasse il pane per la giornata. Molti, per timore, lo prendevano a lavorare nei campi. Si presentava sulla mattina in qualche casa di contadino, chiamava il cappoccia: — Dammi da lavorare. L’altro se non aveva necessità di braccia stava dubitoso. — Ma... non ne avrei bisogno. Scure lo guardava fisso. — Ebbene, dammi da mangiare. E il cappoccia era costretto ad accettarlo. — Prendi la vanga e vieni. Andavano pe’ campi, egli stava senza nulla dire il giorno intero, verso sera gettava la vanga e partiva. Lo temevano perchè era forte, audace e pronto. Il suo viso era ossuto ed arcigno, gli occhi piccoli e crudeli senza nessuna luce di bontà, stavan fortemente addentro sotto l’osso frontale, i capelli scomposti gli scendevano a teghe sul viso; se rideva era per odio o per un pensiero malvagio, la sua larga bocca si apriva allora smisuratamente e tutto il viso si raggrinziva in una smorfia orribile come di tormento e di crudeltà. Egli era come il messaggio della morte. Costantemente parea gli aleggiasse intorno qualcosa di sinistro, come l’ombra della morte; se le sue mani stringevano la falce, tutta la sua persona si animava nel terrore del simbolo. Una volta falciò in un campo di lupinelle; era solo. Innanzi a sè stava la palude; il tramonto era vivo, animato da nubi violacee, come immense chiome scarmigliate attorcigliantesi. Dall’occaso giungeva un’alito caldo quasi di fornace, invero parea che la terra ardesse, che ai confini del cielo si fossero aperte voragini di distruzione. Una vertigine di luce. Scure era contro il cielo, la sua persona era come inconsistente, aveva atti larghi e lenti nel falciare le tenere erbe sotto a’ suoi piedi. La falce si alzava con bagliori e si abbassava con tenue stridore di denti. Mugolando qualcosa in gola, forse qualche bestemmia per il forzato lavoro, continuava l’opera sotto l’ombra del fuoco, insensibile e tetro. Udì poi un breve grido e rivolgendosi vide un bimbo fuggire, lo rincorse, la debole creatura si abbattè a’ suoi piedi in un pianto a larghi singhiozzi, come in convulsioni. Scure disse: — Dove vai? Per il largo affanno l’altro non seppe rispondere, ma tremava nascondendo il capo, nella ingenua persuasione di trovar in ciò una difesa. — Hai paura? Il bambino scrollò la testa in segno di assentimento e continuò a singhiozzare. — Di me? di me hai paura? L’altro ancora assentì. Fu allora che la vile bestia alzò reiteratamente la mano, colpendo, con gioia satanica il corpicciuolo esile, il fuscello che avrebbe potuto spezzare con la punta del piede; e non ristette finchè non vide sulla guancia scorrere un rigo di sangue. Il fanciullo era caduto senza più gridare, inorridito. Scure lo rialzò, lo sospinse col piede. — Ed ora vattene, chè non te ne debbano toccare ancora. Il bimbo stette perplesso e quando lo vide allontanarsi, si diede a corsa pazza fra le alte erbe, verso un limite abitato che non si scorgeva. E l’uomo riprese il lavoro come soddisfatto, contraendo il volto nella smorfia orribile del riso. Il giorno dopo seppe che il fanciullo era morto di paura. Ora la Scure se lo giurò: — O tu mi leghi e mi condanni, od io ti vinco e t’uccido. — Innocenzo che lo trovò nella pineta più volte in agguato, fu con lui come con gli altri, di una severità mite e compiacente limitantesi a parole. Scure avrebbe preferito la lotta, gli fu insoffribile quell’umiliazione ch’egli ritenne fanciullesca, e inoltre il non essere mai riuscito gli dette il dolore di una ferita continua; chè s’egli avesse avuto innanzi a sè una tigre avrebbe lottato corpo a corpo, con gioia ed ardore, ma si sentiva vile d’innanzi a Dio. Fin dove la sua forza materiale giungeva, fin ch’egli poteva dire: — Piegati; forzando con le ossute mani la materia, rimaneva nel suo campo di vittoria, nel suo impero. Ma se un uomo forte al par di lui, ed anche più, invece di gridare lanciandosi su lui col coltello, lo tratteneva con dolcezza, egli era come un gufo alla luce, disorientato, avvilito. Nella sua piccola mente le parole d’Innocenzo risuonavano come uno scherno, come un’ingiuria, tanto che il suo pensiero fu di rendergli l’insulto. Ma egli avrebbe fatto più, la parola non era il suo trionfo. E tanto meditò, che ebbe il piano concepito e tutto fu pronto all’attuazione della idea che stava fitta nel suo cervello come una seduzione di cosa vergine ed aspra ed avviluppante. E si decise guardando alla morte come ad un’amante, con un sorriso tetro di libidine sulle labbra violacee e bestiali. III. Andò scegliendo fra cespi ove spuntavano presso l’ombra la sanguinaria e la quattrinella, se le compose in grembo. I fiorelli si ammucchiavano, ella ne percepì il profumo appena sensibile. Stette la notte sulle cose, Malusa non temeva il silenzio e la tenebra. Per fruscii che strisciarono fra i cespugli; per foglie che si smossero tremando; per colpi, quasi passi vicini o allontanantesi in invisibili sentieri, non alzò il capo, nè figurò alcuna tema, andò aguzzando l’occhio, sempre curva per ben vedere, movendo passo a passo con lentezza. Erano anni ch’ella così usava. Aveva raccolto tant’erba e fiori da farne montagne. La sanguinaria unita alla quattrinella avrebbe prodotto un utile filtro per le malie. Andò borbottando qualcosa, parole sconnesse: fu come il mormorare dei pini al vento, come il passare di qualche corrente nascosta nell’ombra più cupa. Disse: — Innocenzo — e cantò piccole note intorno al nome ch’ella amava coprir di ghirlande. Intese l’anima sua, e qualche Dio che vide nell’oscurità. Parlò così, rivolta a terra, bestia che fiuta e raccoglie e par tutta compresa nell’opera della scelta. Man mano si avanzò verso il folto, epperò sempre più diminuì la luce, chè in alto le rame si fecer più spesse e più s’intralciarono. Talvolta parve che fosse trattenuta da qualche mano: i rovi le si aggrovigliavano alle vesti; li staccò paziente, senza fretta alcuna. Usò con dolce mano su qualsiasi stelo. Il fruscìo che produsse fu come d’erba su erba; i suoi passi non si marcarono per stroppicii; parve invero una cosa vegetale, andò strisciando; i piedi scalzi non lasciarono orma. Seppe evitare i cespugli di ginepro, l’arbusto che arde più che resina e grida e piange sempre, sì in vita, come in morte, nella sua piccola forma selvaggia; si chinò più spesso al piede degli alti fusti, ove la sanguinaria cresceva. Il suo canto era strano, breve e quasi inudibile; parve il lamentarsi di alcune fronde, lo stridore di qualche rovo a una minima brezza. Ella aveva perduta la dolce voce, la soavità dell’accento, la grazia della parola; tutto si era in lei rinchiuso, cosicchè ciò che non poteva esprimere, o male rivelava, era nel suo pensiero in visioni eccelse e singolari. Seguì, ombra triste di miseria costretta all’orrore, una sua traccia invisibile a traverso i pini. Usava rimaner la notte intera nel pineto: quando, alzando gli occhi, scorgeva qualche biancore come lane diffuse e trasparenti, riprendeva il sentiero verso la capanna sua. Su’ suoi capelli s’infissero cadendo i piccoli aghi appassiti dei pini, parve nell’ombra che qualcosa d’oro, scintillasse sul suo capo. Eran trent’anni, forse più, che andava immancabilmente tutte le notti nella pineta. Una lunga sequela di notti ininterrotte, un abitudine contratta, e quasi un imperioso dovere; le pareva che il tempo fosse lontano e indeterminato, ch’ella avesse visto altre generazioni, e fosse discesa da altri costumi. Tanto proseguì finchè udì il mormorio del Serchio, un impercettibile suono, chè l’acque scorrevano lente e placide. Era il suo limite; si avviò per il ritorno, ma non prese il cammino risolutamente, bensì continuando il lavoro, rifece la via. Una volta alzò il capo: lontano sì, ma inusitato, le giunse un suono come di parole; non erano scalpiccii di cavalli, in quel lato della pineta di solito non ve n’erano, non era crocidar di corvo; aguzzò l’udito ponendo la mano stesa presso all’orecchio, e ristette vicino ad un cespuglio di ginepro. Ma il suono fu breve, nè altra eco le giunse. Malusa aggrottò le ciglia e si ricurvò a cercare. Non più borbottò fra i denti la sua canzone singolare, composta di note aspre, ora si tacque e pensò. Qualcuno doveva esservi nella pineta, Innocenzo no, certo; a quell’ora dormiva, il buon vecchio. Chi adunque? Di sanguinaria e di quattrinella ne aveva a sufficienza, sicchè lasciò di raccorne e lentamente si diresse alla sorgente del suono. L’orecchio suo non era atto ad ingannarsi, sapeva tutte le voci della pineta, come la prima preghiera dell’infanzia. Qualcosa d’inusitato avveniva. Gli occhi le scintillarono e si acuirono, ma oltre pochi metri non era possibile vedere; qualche volta le parve scorgere lontanissimamente un bagliore rossastro di una piccola face, curvò il capo e la persona si protese: era forse un’illusione? Fra qualche interstizio, come al di là della pineta, scintillò ancora. Qualcuno andò verso lei, chè la luce si fece più chiara e vicina. Ristette un poco e riudì un rumore sordo di parole. Poi si curvò ad un tratto: l’inganno delle tenebre, le aveva fatto sembrar molto più lontano il fioco lume. Ora vedeva due uomini avanzare. Per la breve luce gli parvero giganti. S’illuminò un cespuglio, la parte di un tronco. La luce era simile a macchie diffuse di color fosco. Malusa si era chinata fra i rovi; aveva visto un istante la fisonomia di uno degli uomini e tutto le si era fatto palese. Portò una mano alla bocca per tema che il suo respiro agitando qualche ramoscello la rivelasse. Ah! era l’attimo della sua gioia, forse la fine della sua vita, ma poco le caleva di questo. Udì, intese. Nella tenebra allungò la mano ad avvinghiare qualcosa, l’immobilità l’avrebbe oppressa con dolore, facendole nascere il dubbio di morire prima di avere agito. Scure portava la lanterna; l’altro era Malocchio: un assassino. Disse Scure: — Questa volta non ci piglia e non ci scappa. — Quando lo vedi, sii pronto, tiragli il laccio, io sparo. Tu sai che foro un soldo per l’aria. Malocchio tacque un poco, disse poi dubitativamente: — Ma se la caccia sarà infruttuosa? — No bestia; non hai inteso ancora? Noi andremo... Malusa non udì altro, le giunse una parola che accrebbe il suo timore: «ci aspettano...» Però, quando si furono allontanati un poco, si mosse risoluta, nel maggior silenzio possibile, strisciando curvata. Bisognava ch’essa sapesse dove si dirigevano, quali eran le loro intenzioni. Vide, si orizzontò con somma facilità per l’estrema pratica dei luoghi. Andavano dalla parte della pineta, ove erano i cavalli in maggior copia. Da quel luogo la casa d’Innocenzo distava poco, essa vi poteva giungere con una breve corsa. Poi, verso il mare, vide chiaramente accendersi e spegnersi una fiamma, come un segnale, epperò udì Malocchio sussurrare: — Ci sono. Ella ebbe un brivido, incautamente spezzò un ramo, il colpo secco e breve fu come nel suo cuore; tremò accosciandosi d’improvviso. Scure si volse, diresse i fasci di luce verso il luogo ov’ella era nascosta. — Hai udito? — No. — Qualcuno ci segue. Malocchio scrollò le spalle. — Ma chi vuoi che sia! Sei pazzo? a quest’ora! Scure tacque un poco e riprese: — Vogliam guardare? Malusa stette come una bestia che aspetta il colpo ed ha raggiunta l’incoscienza dell’estremo terrore. Malocchio prese il compagno per un braccio. — Via, via, non c’è tempo da perdere, che sciocchezze hai per il capo questa notte. Proseguirono; la vecchia si segnò in croce dalla fronte al petto. Avendo intuito il loro piano, poteva andarsene ma non seppe decidersi; era avida di tutto sapere. Più cauta, fra i cespugli, scostando le rame, strisciò via con l’occhio aperto e lucente, con l’acuto orecchio in ascolto, in una tensione massima di nervi. Ma i cespugli andavan diradandosi, siccome la pineta giungeva al suo termine verso il mare; fu costretta ad attraversare brevi tratti senza alcun riparo: se Scure in quegli attimi avesse rivolto il capo l’avrebbe vista. Passò come l’ombra di un albero piegato dal vento, sotto alla luna. Aveva le idee confuse, a momenti si sarebbe fermata non sapendo perchè, ma dentro di sè era una forza che la spingeva senza ch’ella per ragione se ne sapesse render conto. Udì un riso, udì una voce in accenti crudi. — Lo appenderemo ad un albero. Malocchio era più fine nella crudeltà, la sua mente non conosceva confini nel crear martirii. — Tu sei troppo spicciativo. Gli caveremo gli occhi e lo legheremo sul dorso di un cavallo non domo. Vedrai, ciò sarà più lungo e più bello. Malusa era uscita da una macchia, si arrestò ad un tratto, vedendo di non poter proseguire nascosta. Volle indietreggiare, ma produsse un subito fruscio. Scure e Malocchio si volsero di scatto, questa volta avevano udito entrambi. Ella rimase ritta nel fascio di luce che d’improvviso l’avvolse, non tentò fuggire, s’irrigidì con l’occhio dei pazzi o degli spettri. Scure mandò un grido selvaggio indietreggiando. — La strega la strega. L’altro che non ebbe impeti di superstizione, curvò il capo sul fucile e prese la mira. Diradato il fumo, Malocchio spinse il compagno. — Va a vedere. Scure si volse pieno di spavento, e lo guardò senza intendere. — Va dunque, sogni? — No no. Malocchio si lanciò, aprì i cespugli cercando ovunque, poi si rivolse all’altro che lo guardava muto ed alzò le spalle. La strega era scomparsa. IV. Quand’ella si sentì ferita riacquistò tutta la sua lucidità mentale e l’energia prima che la spinse all’azione; approfittando dell’istante in cui Scure aveva lasciato cader la lanterna, s’internò curva e rapida come un lepre fra la macchia. Sentì che la ferita era mortale, presso al cuore; vi strinse con le mani rattrappite il grembiale perchè il sangue non uscisse. Un affanno, un gorgoglio dentro la gola, la soffermarono qualche volta. Le sue labbra mormorarono: — Innocenzo! — Le pareva ch’egli la dovesse udire, ch’egli la vedesse avvicinarsi ferita, morente per riconoscenza, senza rimpianto alcuno. Sentì indebolirsi, ma la casa era vicina, la vedeva. Il grembiale era inzuppato, ed il sangue le scese lungo le vesti; fece qualche passo, poi in un impeto gridò: — Muoio muoio — e cadde. Guardò: ancora poco cammino e sarebbe giunta. Aiutandosi con la mano libera, andò lentamente, carponi. Un passo, due, già ell’era vicina. La sua bocca si apriva negli ultimi spasimi, la mente non perdè la sua lucidezza; si trascinò, fece un ultimo sforzo, giunse alla porta. Raspò con la mano, poi cadde e battè col capo. Innocenzo comparve. — Malusa, cos’è avvenuto? Malusa? E si curvò ad udire. Ella disse: — Scure... i cavalli... nella pineta. E la mano cessò di comprimere il cuore, sicchè uno zampillo alto di sangue sorse, ed ella piegato il capo dolcemente, si tacque. Innocenzo intese, rientrò, uscì col cavallo e, saltatovi sul dorso nudo, con aspra voce d’avvio, lo mise alla carriera. Per l’impeto della corsa, si curvò sulla groppa; ancora le sue gambe d’acciaio resistevano a qualsiasi violenza. Nel buio, con disperata ira subitanea, l’uomo ed il cavallo furono una sol cosa. La caccia dell’uomo all’uomo, sotto lo stupore degli alti pini, avvenne furiosa e fatale, pazza e terribile. Fra lo schiantarsi di rame, l’anelito ampio, il reiterato colpo degli zoccoli, e le grida di qualche bestia presa di spavento, l’ombra passò rapida nella vertigine della velocità. Nessun timore trattenne Innocenzo, egli non calcolò il numero de’ suoi assalitori; lo sfregio alla sua bontà ed alla sua lunga mansuetudine lo inaspriva. Il suo cavallo andò fra l’intrico dei tronchi, come in aperto piano, il collo teso, le narici largamente aperte, alta la criniera scompigliantesi in attorcimenti ad ogni balzo. Innocenzo quanto più potè si tenne aderente alla groppa, ma non tanto che qualche rama a volte non lo sferzasse, con sibilo di staffile, sul viso. Venne percosso con ira, come da forze selvaggie ed improvvise. Ma nulla arrestò il vertiginoso inseguimento nell’ombra. Le due forze: la cieca e la volente andarono concordi a precipizio. Alla violenza di quell’impeto, non avrebbe resistito la più forte volontà. Egli aveva i bianchi capelli irti dal vento, la bocca semiaperta mostrò i denti serrati, l’occhio grigio s’illuminò di fiamme nell’intenso scrutare dell’ombra. Tremarono i giovani pini dall’esile tronco e le rame soggiacquero alla forza d’attrazione, concorrendo a ripiegarsi verso l’ombra fuggitiva. D’improvviso Innocenzo scorse una luce, ma breve, ma repentina, un guizzo non più; gli bastò l’accenno. Intese d’averli già sotto il suo giogo, sicchè con aspra voce eccitò il cavallo a più veloce andare. Poichè l’occhio per fissità continua, aveva già, dilatando l’iride, acquistando la percezione della poca luce diffusa, vide Innocenzo gli alti fusti fuggire precipitosi, piegarsi verso l’opposta via. La pineta andava diradandosi, comparivano lembi di cielo, foschi e lontani, con poche stelle. Come un bubbolio di lontana tempesta, il mare si annunziava da un abisso incommensurabile al di là dell’ombra. Passò un branco di giumente nitrendo. Innocenzo frenò un poco la corsa; aveva le mani al laccio e stava chino sogguardando. Vide un’ombra rizzarsi dietro un cespuglio; vide come un serpe lanciarsi sibilando e il suo cavallo stramazzò. Un colpo di fucile nello stesso tempo l’avvertì che li aveva di fronte. Per la caduta non ebbe offesa, sicchè di scatto si rizzò e vide l’ombra muovergli contro. Mandò un grido di gioia, indietreggiò con repentino scatto e con lestezza la destra mano lanciò il laccio e lo riprese, sicchè per l’urto l’ombra con un grido roco si abbattè al suolo. Ma ancora un altro colpo partì dal cespuglio e Innocenzo scorse un uomo riprender la mira. Siccome per la formidabile stretta, Scure fu incapace a movimento, Innocenzo si lanciò col fucile. Il ladro vinto già dal timore di fronte all’invincibile vecchio, prese la fuga. Innocenzo ritornò. Scure preso alla vita, con le braccia avvinte, faceva inauditi sforzi per disciogliersi. — Statti quieto bestia! E col piede lo percosse nel petto, l’altro mandò un grugnito, ma come la belva doma ubbidì. Poi che fu in piedi, Innocenzo con altra corda più sicuramente lo avvinse e con un urto se lo mandò innanzi. E attraverso la pineta, lo spinse per la via più breve verso la sua casa. Scure a capo chino andava, mordendosi il labbro; d’improvviso si volse, sicchè Innocenzo si arrestò, e contraendo il viso, ruggì: — Ammazzami! Il vecchio lo urtò col pugno e rispose: — Va innanzi, bestia. Scure sentiva l’avvilimento di tutte le umiliazioni; il suo essere malvagio lo dilaniava; si sarebbe ucciso serenamente, con gioia, pur di sfuggire al suo nemico; non voleva implorare la morte, l’avrebbe pretesa come un diritto. Ancora, poichè vide la casa a pochi passi, si arrestò e questa volta gridò con forza: — Innocenzo, per l’anima tua, ammazzami! L’altro l’attanagliò al collo con la mano e lo spinse verso la porta. Stava ivi, ripiegato dolcemente il capo, Malusa, serena ancora nella morte. Presso lei eran fiori di nepitella e sulla sua veste, macchie di sangue. Sorrideva. Disse Innocenzo. — Vedi? L’altro poi che la riconobbe tentò indietreggiare, con orrore. — La strega! Gridò Innocenzo e la sua mano sempre più lo strinse al collo: — Vigliacco! Scure con inauditi sforzi tentò ribellarsi, ma la forza del vecchio lo costrinse a curvarsi presso il cadavere di Malusa. Egli volse il capo mugolando. — Poi ebbe un singulto atroce e si abbattè mordendo la terra, nella convulsa impotenza della sua miseria. _La selva._ Dalla chiesa del monte s’inseguirono per l’aria (la stridula campana battè rapidamente) una serie di rintocchi incomposti a tre, a due, come la mano frettolosa voleva. Michele, ch’era presso al forno annerito, si scostò, e, alzati gli occhi, vide che il sole era a mezzo il corso, sicchè borbottò fra i denti riabbassando gli occhi: — Tempo che passa, miseria che avanza — e si riaccostò al vecchio forno diruto, composto di massi gettati alla buona di Dio, senza calce, tanto per formarne un piccolo foro, ove il calore di qualche sterpo arso non s’affievolisse sì tosto. La piccola casa coperta di lavagna era presso, nera e miserrima nella sua forma raccolta e tozza; quattro mura che formavano una stanza, non più; una piccola finestra per dar luce e una porta nella quale poche tavole d’abete sconnesse e quasi cineree, facevan scarsamente l’ufficio di uscio. Poi, più discosto, il piccolo ovile. La casa sorgeva a mezza costa del monte, sopra dilagava in intrichìo vasto di rame la selva di castagni, e sotto, fino a valle, il querceto. Il sole vi giungeva a mezzodì, poichè il versante era occidentale, onde un’ombra grave e quasi perenne era in que’ luoghi che non sapevan spazio d’orizzonti, nè avevan visto il sole mai nascere o tramontare. Quando ricadeva l’ombra, il sole non era morto, il monte dirimpetto ne toglieva anzi tempo la luce. Michele attese che il pane cuocesse. Seduto su di una pietra, presso il forno, stava, le ginocchia abbracciate ed il capo fra esse; un atto di abbandono grave. A spica, a spica aveva colto in riarsi campi qualche manciatella di grano, ora ce n’era forse per qualche settimana; cinque bocche gli chiedevano il pane, egli ben vedeva il pallore di digiuni sugli scarni visi de’ figli. Chi poteva combattere con la forza del fulmine o con la corrente dilagante de’ fiumi? Nessuno pregava per lui forse. Miseria, su miseria, non ci fu mai bene nella sua casa dacchè Rosa partorì il secondo nato. Crebbero i figli e in proporzione il bisogno, e le poche risorse sue andarono diminuendo. Ogni boccuccia nuova trovò il petto della madre più esausto, sicchè, l’ultimo nato: Alfonso; era cresciuto esile come un giunco, come un alberello senza acqua in terreni sassosi. Cinque bocche, aveva udito in certe notti sommessamente lamentarsi: gli esseri suoi non trovavan sonno; c’era sul letto di quercia il ramo d’ulivo benedetto, ma non era passata mai su quella casa una Pasqua di pace. La porta cigolò sui cardini e la vecchia Rosa si presentò ridendo; chiese: — Il pane? Michele non fe’ atto d’intesa. Rosa avanzò e richiese: — Il pane? E tentò di levare le assi che coprivano l’apertura del forno. Michele alzò il capo. — Andate, andate che ci penso io. L’altra rise ancora senza guardarlo, poi gironzolò per l’aia raccattando qualche stecco che si pose in grembo. Il suo scarno viso ossuto aveva l’eterna contrazione del riso, parea ch’ella si fosse inebetita in una gioia perenne, o ch’ella per non consumarsi in lagrime continue, si fosse data così al riso. L’ombra, gli alimenti, la vita, l’avevan condotta pian piano a quella incoscienza stanca d’intelletto esaurito nel dolore e nella ruina; la fatica e la miseria avevan lasciato l’orma loro, ell’era la creatura vinta interamente dalla fame, l’immagine e l’ultimo limite del dolore. E rideva sempre, anche se esaurita dai digiuni, sentisse l’imperioso desiderio del pane; anche se i crampi le attanagliassero lo stomaco, o le tempia le battessero rapide per febbre. Non parlava quasi più, l’antica giovanetta data al canto: Rosa dalla squillante voce. Un tempo fu in cui ella iva aggigliata in qualche mattina, allora la chiamavano Rosella, e cantava gareggiando con le altre fanciulle. Ma si esaurisce il terreno che dà maggior ricchezza di messi e su di esso non si rinnova la dolce stagione; ella si era fermata nel riso di allora come in un punto solo in cui tutto l’intelletto si compenetri. Scarpicciò ancora per l’aia e raccolse stecchi, fili d’erba, foglie, tutto che le si presentò agli occhi, capace di attivare una fiamma, poi riaperse l’uscio e scomparve. E giunsero dal monte i figli, Luigi e Masino vennero primi, Alfonso seguì più lungi; nessuno fece parola, sedettero per l’aia, togliendo il sacco dalle spalle, Michele non alzò il capo, li udì e si tacque. Alfonso sedette su di un ceppo e da questo staccò le barbicelle più esili. I quattro uomini rimasero guardando la terra con fissità strana, quasi ne volessero far scaturire una larga messe, un tesoro. Essi stavano sotto al sole, la terra era bianca ed arida. C’era un silenzio meridiano opprimente, pareva di udire qualche forza rodere la terra internamente, un’antica forza che minasse il monte nelle sue viscere, sordamente nel tempo. Essi ascoltavano muti. E ancora Rosa comparve sulla porta e chiese: — Il pane? I figli alzarono il capo e lo riabbassarono senza dir parola, ella sorrise a tutti e rimase così, con una rocca fra le mani, e ne agitava il pennecchio. Sotto quel sole parea ci fosse un singulto. Rosa guardava i figli come consentendo a un suo pensiero, le sue mani ossute scompigliavano il lino e parea ch’ella volesse parlare per pianto. I figli si piegavano a quella miseria oscurandosi sempre più; accettavano tutto, fosse pure un rosicchiolo rancido, purchè i denti avessero da frantumare qualcosa e lo stomaco non gridasse nella sua insaziabile fame. La loro gioventù non era vissuta mai. Eran passati giorni in cui il maggiore aveva masticato erba, per non togliere a’ più giovani il poco pane sufficiente appena a non morire. Erba amara come il veleno. Presenti al continuo martirio dell’essere, al tormento continuo della carne, s’eran lentamente ammutoliti e chiusi, ciascuno conservava in sè un suo odio incosciente, una cieca sua brama di animarsi in lotta contro qualche nemico che non sapeva. Non poteva essere nell’anima loro serenità, la preoccupazione dell’esistenza li teneva come verghe ad un fuoco inestinguibile. Ardevano; eran gli occhi loro continuamente accesi di febbre. Alfonso aveva sognato una notte una magra figura di donna, vestita in gramaglie che annaspava verso un fuoco; spaventato dall’incubo, ai fratelli narrò il triste sogno, essi dissero ad una voce: — La morte! Così ogni loro pensiero giungeva ad un unico termine di vita. Se alcuno d’essi tentò una nota di canto, ben presto sentì soffocarsi la voce, chè ogni bel riso nella mente loro tornava in dolore. Nessuno li fe’ sapienti di giustizia o d’altro; essi non seppero se non il calvario di Gesù e la pace degli umili ne’ cieli, ma ciò non bastava a vivificare i loro spiriti; la remota ricompensa de’ cieli non era sì alta e soggiogante da convincere ogni loro pensiero, ed essi ancora non sentivan tanta forza di misticismo da piegarsi volenterosi a qualsiasi sofferenza pur di avere la gloria di un incomprensibile paradiso. Era la carne loro, era il palpito del loro sangue vibrante come la più alta armonia, che li rendeva cupi per insoddisfatte energie; era la vita che sfuggiva ai loro occhi ch’essi avrebbero voluto. Lo spirito, più che la materia, si esauriva, non poteva aver forza di concezione superiore; essi avrebbero benedetto l’alba del Signore in forma di un pane quotidiano e sicuro; si sarebbero prostrati, come veri figli della terra, al sole, se le attività del loro essere si fossero sviluppate, se qualche gioia li avesse accolti come tre figli dispersi che una buona ventura riconduce. Ribelli no, credevano dovesse esser così per loro continua condanna e questo li rendeva muti ed irati; supponevano un destino più forte di qualsiasi umano volere, che li perseguitasse di continuo, senza tregua, per qualche incognito male. Non mai avevano bestemmiato il Signore; però questo loro Dio era nella chiesa e non si staccava di là, lo pregavano là dentro, come si andrebbe da un ricco ad implorare un aiuto, ma non ne sentivano affatto l’onnipotenza. Michele poichè vide che il pane era cotto, disse: — Rosa portami l’asse. Ella fu sollecita nell’obbedirlo. Corse coll’asse che pose di traverso su due pietre. Michele vi depose lentamente in simmetria la fornatella di pane. Mandò questo un odor sano e caldo che fece dilatar le narici, Rosa mosse gli occhi dal pane ai figli, simultaneamente ad invito; poi tese la mano. — Aspetta che si freddi — disse Michele. Un campanellino suonò pel monte e si vider frasche piegarsi. Gridò Michele: — Maria? Maria? Dall’alto scese una giovane voce incantevole: — Babbo vengo. Il campanellino tinnì più in fretta, ancora la voce si alzò in brevi incitamenti, poi, correndo, di un balzo le poche pecore furono nell’aia e Maria dietro sorridendo, rossa un poco per la breve corsa. Ella condusse direttamente le pecore all’ovile (vi entrarono ad una ad una accalcandosi) chiuse la porticina e ritornò ove gli altri stavano a guardarla. Stavano a guardarla con un senso di dolce ammirazione, la creatura bella fatta di amore e di grazia. Ell’era un po’ gracile, ma viva di sentimento, come gigli, come palme chiare sull’alba. Due grand’occhi brillantini che parea cantassero in sè, per loro intima vita esuberante, compendiavano il sorriso di tutte le cose, la vita di tutte le vite; ell’era l’immagine chiara della virtù dell’amore. Figlia della selva, creatura di una forza serena; come una fonte fra alberi chini allo specchio dell’acque, l’anima sua rifletteva le forme e gli aspetti delle cose. Un tralcio d’abelmosco fra i capelli, il fiore di cui i serpentelli odoravano e i ricci e le macchie aspre di pruni; un non so che di bestino che dava l’ebbrezza di un sottile licore e il ricordo della gaia vita in libertà e le malie strane della selva, come d’invisibili esseri allettanti fra qualche macchia per pungere nella seduzione di un riso. Ell’aveva i capelli quasi capreoli selvaggi intorno a tutto il capo, in rapide volute, non lunghi ma folti, come un cespo di capreoli; una corona a un viso perfetto. Era sua eleganza e bellezza quell’insieme d’incolto e di selvatico che la riaccostava alla semplice natura di cui era diretta figlia; senza artifizi, per la mancanza di ogni cura, era manifesto in lei il gran tesoro della semplicità che la faceva ricca di mille grazie. Ell’era la prediletta, come fra i biodi si eleva una ninfea. A lei toccava il miglior boccone; una povera mano ama spesso di coltivare un rosso geranio sulla finestra disadorna, Maria come l’umile pianticella, metteva un sorriso ove fosse, onde altri viveva della sua vita, altri di lei necessitava come d’aria, degli elementi sostanziali alla salute e alla virtù, altri trovava il suo Dio in lei. Chi avrebbe avuto il turbine di una passione veemente, s’ella guardava con que’ suoi occhi esprimenti: — Io posso addormentarti nel riso — come mani scorrenti fra i capelli in carezza di pace. Vicino al mare, ne’ calmi mattini, l’anima si piega così alla volontà del gran sereno, e il fascino di una immensità può racchiudersi nel breve spazio di un viso per la calma immensità di uno spirito. Alcuno che tema la morte può chiamarla con desiderio; alcuno che maledica la vita può dire: — Benedetta sia dal primo dì della luce. — Natura si compiace di esaltare le sue maraviglie in aspetti molteplici; natura, dagli stessi spiriti, plasma differenti forme, e vi diffonde e vi aduna con prodigiosa potenza, da un esigua cosa ad una eternità di spazio, dando gli stessi principi di forza a due aspetti e racchiudendo in un seme le meraviglie di un mondo. L’amore nella sua virtuale espressione, è pur sempre il principio di tutte le attività umane ed universe. Maria era un’umile creatura, il frutto del ramo più esiguo, che aveva meno copia di linfa per nutrirlo, ma che pur tuttavia, dava con amore tutto ciò con virtuosa abnegazione d’altri germi; così egli cresceva umile e piacente per benevolenza d’altrui. Ora stava Maria aspettando; era sul suo viso un viola pallido diffuso, taceva sorridendo. Rosa la guardava come volesse adornarla di qualche ricchezza, pareva che la madre uscisse dal suo idiotismo per la figlia più esile e più bella. Ella forse nella sua fanciullesca semplicità, la pensava una nuova principessa di fiaba, sicchè le disse: — Lo vuoi il nostro pane? E Maria alzò gli occhi sereni: — Ma sì, chè ho tanta fame. Rosa le posò una mano sui capelli folti; poi Michele si levò per divedere il pane fra i figli. Ebbe la prima parte Maria, le disse: — Basta? Rispose la fanciulla: — Sì. Alfonso, Masino e Luigi vennero poi tendendo la mano e tutti si assisero nell’ombra presso a Maria. Mangiarono in silenzio; poi che ciascuno ebbe finito, riprese il suo sentiero di fatica, chi al monte, chi alla valle, senza augurio nessuno. Il giogo ancora li premeva costringendoli al silenzio. Maria alzò la voce quando trasse le pecore dall’ovile, ella sola gridò: — Addio — e si avviò cantando un rispettuccio garbato. II. Dette suoni di crotali e sistri, l’antica selva mossa dal vento; molte quercie scamozzate stettero come fauni e satiri dai piedi forcuti, dalle dure faccie aspre e desiderose di carezze sapienti, irrigiditi in qualche suprema libidine. Questi, con le braccia monche, eran nella selva, come le erme di qualche antico giardino d’amore; ancora in atto d’invito stavano, ritorti in un delirio di folli grida, in uno spasimo di tutte le membra sotto l’oppressione di una corsa, di un violento possesso. Gli occhi bislunghi ebbri di tutta la bestialità umana, le sottili bocche piegate ad arco in un ghigno di selvaggio potere. Così, immobilizzati nel tempo sulla dimora di una vincitrice driade, a scherno della loro insaziabile concupiscenza. L’edera ancora fra le brevi corna strisciava, lasciando ricadere le sue foglie a ghirlandetta sul viso nerastro, folto di peli crespi. La selva ebbe molteplici suoni, fino alla sommità del monte si estesero, intrecciandosi in confusa euritmia. Il suono di un campanaccio scese da’ pascoli lontani, da un masso pullulò una fontanella limpida gorgogliando. Maria condusse le pecore a brucare l’erba nuova; si aprivano bocci ad ogni suono, ogni zolla fioriva in una chiazza di sole. Maria andò fino alla costa verso l’opposta valle, il giorno era forse un po’ caldo, un po’ stanco; passarono fremiti nelle ondate del vento. Ella sentì di godere in una carezza, un’avviluppante carezza di tutte le cose vibranti quasi con violenza. Le voci umane avrebber tremato in quell’ora, o abbassandosi fioche si sarebbero spente in silenzi pieni di promesse. Ella si guardò una piccola vena nel polso tremare come di brividi di cui l’anima era incosciente. Ben diceva il rispetto: — _Li ho visti dei limoni acerbi stare_ _e maturarsi per amor di sole._ — poteva esservi intorno cosa che non dovesse esser violata nella sua acerbità? I pruni davan le bacche selvagge e l’aspra verginità de’ frutti era violentemente maturata dal sole nella possessione universa. Qualsiasi cosa si addolciva; prendevan colore così i frutti sulle alte rame; un desiderio di darsi a quell’ampio abbraccio, di essere compreso in quella corsa gioiosa verso la maternità, verso il confine della vita per il tramite del piacere, era in qualsiasi materia viva de’ due regni. Il sole segnava mirabilmente nel suo alto cammino l’evolversi delle cose. In lui, per lui tutte le vite in atti molteplici e conformi si spegnevano per risorgere; egli era ne’ cieli l’immagine di un ineluttabile ciclo di azioni. Stette dritta e spoglia un’acacia; dal tronco e dai rami aridi, numerosi si dipartivano gli aculei a cono, rossastri come per sangue aggrumato e per ruggine, rigidi, gettati nella materia più solida e infrangibile. Sotto al sole la pianta magra e forte dava un’ombra senza intrichi. Ell’era morta, la linfa, dalle radici profonde non più saliva pei tessuti in flussi rapidi e costanti; era morta e diritta nella sua minaccia. Priva di verde il suo aspetto arcigno le dava una apparenza quasi di nuova vita, attorno a lei non eran fiori; ma bensì, siccome il sole tutta l’avvolgeva, su di un ramo si era placidamente avvolto un serpentello. Stava col capo e la coda penduli, immobile nel torpore di tutto il suo essere soddisfatto. L’immagine fu piena di vita sotto il sole fecondatore. Maria passò e non temette; gli innocui serpentelli sibilavano fuggendo spaventati all’appressarsi delle sue pecore. Sentì sotto i piedi umidi la terra calda: un contatto come di mano rude e callosa a volte, a volte aveva la morbidezza delle mani più candide. Vide un reattino posato su di un ramicello; per il suo appressarsi non fuggì, cantava sotto voce, un filo esilissimo di note tramate intorno ad un pensiero calmo; fra pause continuava il suo canto gonfiando la gola, tutto raccolto, socchiudendo gli occhi di berilli. Incontrò una vecchia che tornava con una bracciatella di stipa, aveva sulla fronte come delle stimate antiche, e però ella veniva muta guardando la terra, nè disse augurio a Maria. E sull’alto dei rami stridevan le cicale dalla voce legnosa, tremula, inesauribile. Qualcuna ebbe come singulti chè cadde preda di qualche passero vorace. Invero era come un invito d’amatori sotto la caldura. Fra i più spessi cespugli stava il colore stanco dell’erbe morte. Passavan scendendo dall’alto sibilii come di corse veloci fra i rami, inseguimenti di satiri, sibilar di freccie da qualche bianca mano di purissima Diana. Maria andò sorridendo fra le piccole labbra, con un visuccio che pareva un maggio. I piccoli seni fiorivano sotto alla veste, premevano desiosi delle prime carezze; due frutti dell’orto nuovo, eran come due frutti rosei della rama d’amore dei cantamaggi. Ell’era bensì trascurata nella veste, ma questa fioriva per la grazia della sua bellezza. Le brune mani stringevano un’esile verghetta con la quale dirigeva il cammino delle pecore. Ell’era lenta e pensosa di qualche cantata udita dalla bocca di un compagno, fra valle e valle. — _In quel lettuccio dove dormi sola_, _senza piacere e senza pensamento_. — E però il suo volto stava fra un dubbio e un sorriso sogguardando dagli occhi larghi verso le cime. Ben soleva nel meriggio udirsi una voce lontana forte e chiara nello strano canto a gorgheggi di gola aiutati con la mano appoggiata sulla laringe. Un canto ove la voce parea sdoppiarsi in gruppetti ed in appoggiature rapidissime, che davan la sensazione non già di una voce umana, ma del suono di qualche silvestre istrumento adoperato con grazia. Un modo di canto non udibile se non fra i monti. I pastorelli lo chiaman =_lulù_.= Maria aspettava le prime note per riprendere nella rifiorita il motivo atto alla risposta sagace. Pertanto arrestò le pecore e si sedette a riposo all’ombra. Pensò le dovizie dei mari; pensò le meraviglie di quel lontano incantesimo, giacchè dai monti eretti, non si scorgeva il mare se non come oro ed argento scintillanti, liquidi e vivi per potenza di sole. Vicino a lei riluceva una piccola gora, un laghetto in una radura, un occhio eternamente vigile e limpido ma pieno di stupore. Ella vide le alborelle chinarsi con pieghevolezza, con amore verso qualche allettamento; tremavano que’ brevi fusti, snelli come dorsi di giovani giumente; qualcuna da un breve ramo troncato gemette goccia a goccia un liquido chiaro. Maria appoggiò il capo al tronco della quercia, la sua gola rimase scoperta, vi passò il vento tepido come una carezza lasciva. Socchiuse gli occhi, tutto fu più chiaro e più limpido, come più lontano però: vide le particolarità più minute, la più piccola piega di un ramo; il celeste biancastro del cielo non era più così grave, le parve di essere entrata in una grotta e di provarne quasi la sensazione della frescura. Vide un inseguimento: due passeri cinguettarono rincorrendosi, si persero fra i rami, passò come un pispiglio di piacere. Sentiva la vita, la rapida e intensa vita delle ore calde e non ebbe altro desiderio se non quello di rimanere così in quella specie di gioia e non far atto che la destasse. Le bianche palpebre scesero a velare gli occhi, questi luccicarono, per piccolo spazio, nerissimi e lucidi in un’ombra viola del viso, ebbero essi stessi un’ombra viva e forte nel breve volto ovale ove non era una bogia. «_Vattene bella, vattene a dormire:_ _il letto ti sia fatto di vïole:_ _al capezzale ti possa venire_ _dodici stelle e tre raggi di sole_...» Nella mente le fiorì la dolce serenata. E ancora: «_In quel lettuccio dove dormi sola_ _senza piacere e senza pensamento_...» Udì nella mente la voce sola dell’amatore e le riprese del coro in intrecciamenti di terza e l’armonia soave l’avviluppò come in un abbraccio. Sorrise e guardò intorno con gli occhi intensamente animati di vita. Quando, un lieve sibilo le giunse, poi una chiara voce, come d’argento, cantò due versi cogniti alla sua memoria: «... _Anzi per chi ti vede e chi ti sente_ _la primavera non finisce mai_...» Sorse in piedi d’improvviso e guardò fra le rame scrutando. Poi alzò le braccia per sentir quasi più attivo il suo essere e rispose con un gorgheggio di gola. Gridò la voce prossima: — Maria, Mariella. Ella ancora gettò all’aria le poche note biricchine nè si mosse. Il giovane venne di corsa. — T’ho trovata, t’ho trovata! — Mi hai cercato molto tempo? — Nella valle, fino al Buco d’Inferno; ai piedi di monte Colombo. Sentivo qualche campanella sul monte e gridavo; molti si son presi giuoco di me, lo sanno anche gli alberi che ti cercavo. — Hai caldo? — Così. — Siedi. Egli la guardò con grazia: — Non sono stanco, no, tu mi dai lena. Si appoggiò ad un tronco con le mani incrociate dietro alle reni e stette a guardarla con fissità, ella si avvicinava tracciando archi sull’erba con la verghetta esile ed elastica. — Sai, disse lui, Giovanni è partito. — Per dove? — Non so. Ha detto che passa il mare, e va in un paese lontano. — Non tornerà più? — Forse tornerà, vuol far quattrini. Disse ancora dopo una sosta: — Voleva che anch’io andassi. — Tu? — Sicuro, e mi sarebbe piaciuto. Ella arrossì e chiese con breve voce: — Perchè non sei andato? Egli le si fece accosto, accosto: — Per te. E ancora. — Ti voglio bene, sai! S’incrociarono le due parole come due raggi di luce, ella ne sentì il piacere e nello stesso tempo il suo cuore tremò per la soverchia dolcezza. Non trovò una vibrazione di voce che potesse mormorare una frase di assentimento, ma egli ben vedeva che anche nel silenzio tutta la sua persona, tutta sè stessa con veemenza assentiva, godeva, aspettava quella dolce parola. Stettero con un po’ d’imbarazzo, poi siccome ella si sentì un po’ stanca (le parve di aver camminato per i sentieri più ripidi, verso le vette bianche, le sommità votate alla pura neve) disse: — Sediamo? Egli acconsentì. Sedettero accanto. Ancora egli novellò del mare, il fratello di Giovanni l’aveva traversato due volte. Così la sentiva vicina, pulsare come una giovane canna presso acque, nella sua mente s’infiltrò il turbamento invadente dell’ebbrezza. Aveva come volontà di sorriso, eran ne’ suoi muscoli contrazioni spasmodiche involontarie, in fondo agli occhi suoi era un sogno ardito, una volontà quasi incosciente, forte per tutta la materia viva, per il rapido sangue fluente per le vene con ardore di febbre. — Ci sei mai stato al mare? — Sì. — È bello? — Sì; non ha fine mai. Ella rimase con istupore; dopo una pausa sussurrò: — Mi piacerebbe andarvi. Il sole le passò fra i capelli. Egli le si gettò ai piedi. Maria sorrise ancora e siccome gli occhi di lui si socchiudevano disse, ma la voce non era chiara. — Hai sonno? Sogni? Il giovanetto rispose: — Sì. Poi le tese una mano: — Vieni dormiamo. E rise dando la faccia al sole. Ella si chinò verso lui e si baciarono. Dall’altra costa del monte si udì la campanella di una greggia e una voce cantare: «_Bella che state in una stanza d’ambre,_ _in d’una piccol sala di moneta,_ _le vostre carni son di latte e sangue,_ _le vostre vesti, filaticcio e seta_...» Disse il giovane ridendo con le braccia tese: — Rispondi rispondi rispondi! Ella si tacque e si appoggiò tutta su di lui chinando il capo. Il cielo parve abbassarsi, bianco, come tutto un drappeggio di veli, passò la voce stridula e continua delle cicale. L’estate, l’estate piena, vibrante, possente, fu su di loro estrema forza di fecondazione. La volontà della madre natura s’impose. E gli adolescenti si chinarono alla vita palpitando di sorrisi, ma pallidi quasi per morire. III. Passò un autunno senza pampini, un autunno senza grida di vendemmiatrici, senza ronzare spesso di pecchie a torno al dolce mele dei chicchi rubelli. Cominciò la triste malattia dell’inverno e tutto lentamente declinò, tutto s’impresse delle stimate dell’agonia, se non qualche cipresso, oscuro come le tenebre più spesse, che vegliò quasi a guardia della morte. V’eran de’ sentieri che avean l’ombra, de’ sentieri nascosti e custoditi da una dovizia di messi inusitata: ora scricchiolavano per il palpito di uno spesso tappeto vegetale. La terra si denudava mostrando lo scheletro triste, antico e convulso per vulcaniche eruzioni, come smosso da titaniche braccia con pazzo furore. Poi che i succhi vitali si esaurirono, fu un lento discolorire, un passaggio al silenzio, di ombre esauste. Il verde, diffuso come da mani di alba, scomparve; qualsiasi apparenza che potesse significare un conforto della terra, scomparve; le case si videro pei monti, fra ghirlande di nude rame, giacersi chiuse senza apparente vita come vani abituri di fantasmi. Una nota grigia dominò dal granito alle case, alle nude rame, ai campicelli nudi su qualche breve costa. I botri erano grigi per riflesso di cielo, nel Buco d’Inferno gridava, il fiume inabissantesi, come per continuo delirio di spavento. La sensibile animazione umana della primavera, dell’estate, ora si taceva; i luoghi s’irrigidivano alti ed oscuri, tetri come nell’effigie di un terribile destino invincibile ed universo. Parea che tutta quella scomposta sovrapposizione di massi granitici, nella titanica mole, costringesse l’uomo all’umiltà, alla schiavitù della forza, brutalmente. Cominciò un pellegrinaggio triste, di miseria, verso i piani che dalle sommità si scorgevano, come mari tetri e densi di acque oscure, quasi spaventosi. Le greggi partivano non avendo pascolo alcuno e gli uomini pure; all’ombra delle case, con qualche sostentamento per l’inverno, rimanevano le donne, sole per la lunga stagione. Michele come gli altri doveva partire la veniente sera, coi figli. Forse qualcuno di essi sarebbe rimasto se Rosa fosse stata sola, ma c’era Maria ed ella avrebbe avuto cura della vecchia ebete. Quell’abbandono temporaneo era abituale, avveniva tutti gli anni, lo stesso giorno, all’ora stessa, nelle identiche condizioni; quasi le parole, gli atti si ripetevano con la stessa grave sobrietà, tutto si racchiudeva in un periodo breve di azioni ripetute senza un sensibile disturbo di cuore, come con indifferenza brutale, ma l’apparente calma celava un tragico sconvolgimento. L’uomo si affeziona ai luoghi ove ha sofferto, forse con maggiore intensità d’affetto che non abbia pei luoghi di gioia; avviene infatti che si sperperi qualche parte di sè stessi nel piacere, mentre nel tormento pare che l’anima, racchiudendosi, si amplifichi e si raffini ed abbia maggior coscienza di sè, così che noi ci troviamo più chiari e più sensibili nei luoghi che hanno perpetuata una disperazione della nostra esistenza, anzichè in soggiorni di delizie, ove le maggiori volte l’anima nostra fu assente. Quella casa era come la sintesi di tutti i triboli, in lei, ora per ora era segnata una continua persecuzione, metodica, quasi organizzata con finezze crudeli; la fame, la miseria, il tormento dell’avvenire, tutte le paure della morte, tutte le disperazioni dell’amore paterno e filiale, tutti gli affanni di precoci intelligenze, tutte le imprecazioni di una forza paterna insufficiente alla vita delle sue creature; l’istupidimento per il male, la follia per la miseria, ma pure l’anima vi era avvinta, l’anima vi era costretta da dolorose sensazioni sicchè ne scaturiva uno scoramento triste per l’abbandono, un muto dolore, una recondita vena di pianto nei silenzi del pensiero che parola non avrebbe manifestato mai. L’antica lampada d’ottone arse appoggiata su di un boccale rovesciato in mezzo alla tavola, il lucignolo crepitò ed i visi scarni dei parenti si oscurarono e s’illuminarono a vicenda. Il riso della vecchia Rosa era perenne e sotto quella luce opaca, parea scoprisse il teschio della magra creatura; ella stava con gli occhi socchiusi e il capo sulle braccia posate sul tavolo, sotto le palpebre luccicava un non so che di acquoso ed incerto; le mandibole per una lenta paralisi si muovevano come se continuamente frantumassero cibo e la pelle strisciava sulle ossa e stirandosi disegnava quasi la cavità orale. Maria aveva appoggiato il capo al muro, stava così in abbandono in un ardito scorcio perfetto. Il corsetto slacciato lasciava, oltre il collo, scorgere la linea bianca e pura del primo seno. Gli uomini finirono il loro pasto; poi Michele si alzò e disse: — Figli, è l’ora; la strada è lunga, fate presto. Rispose ciascuno d’essi: — Vengo — e si alzò lentamente. Stettero in mezzo alla stanza per rammentare gli oggetti da prendere, ciascuno si caricò di un piccolo fardello e furono pronti. Michele si rivolse alle donne, Rosa si era alzata, Maria no, parve non avesse inteso. Michele le disse: — Maria abbi cura di Rosa, non la lasciare mai, essa è come figlia tua, fai tu da madre. Stette un poco pensoso, poi più sommessamente riprese: — Non accostare uomo e tieni all’onor tuo che è la sola dote che tu possa avere. La ragazza aveva alzato il capo e lo guardava dai grand’occhi aperti, come sbalordita. Egli fece un passo verso la porta poi si rivolse e con lentezza strascicò la parola d’augurio e di saluto. — Addio. Rosa scosse il capo ridendo. — Addio addio addio... — agitava le mani scarne brancolanti per l’aria scompostamente. I figli ripeterono la stessa eco, poi nascosero il volto nella mantella ed uscirono senza rivolgersi. La porta si rinchiuse, si udì qualche scalpiccio, ma non più ritmo di voci. Rosa girò per la stanza, scosse le vesti, si passò le mani sui capelli e sulla bocca, girò il capo intorno lentamente come cercando un pensiero in uno scompigliato mare di tenebre, poi si accostò al focolare, ne smosse la cenere con le mani e su qualche tizzone che apparve soffiò gridando: — La cena la cena la cena. Maria si scosse, strinse gli occhi, si raddrizzò e chiese improvvisamente con un impeto nella voce tremante: — Mamma, dov’è il babbo? Rosa si volse, tacque e un attimo il riso scomparve dalle sue labbra scarne e le mandibole cessarono di masticare, ma come permanenza tenue della follia, sussurrò una volta ancora: — La cena. Maria più forte, con maggior eccitazione, accostandosele chiese: — Il babbo, il babbo, dov’è il babbo? Rosa la guardò rizzandosi presso lei, stette un poco in silenzio, poi tese un braccio verso la porta e scosse il capo. Fu un attimo nella sua mente, chè dopo gli atti incomposti la ripresero, ma nell’attimo, per le sue guancia scesero lagrime coscienti. Maria intese, corse verso la porta, l’aprì, si sporse nel buio e gittò al vento il suo grido, reiteratamente, con energia inesausta: — Babbo babbo babbo? Rispose qualche eco, qualche lontananza ripercosse il suono, la fanciulla capi l’inutilità della chiamata, sicchè ritornò e con ispasimo incrociò la mani sulla fronte, le mani fra i capelli, si piegò quasi costretta da tormenti, il viso tutto si contrasse nell’imminenza di un attacco di pianto; salì un grido sordo, profondo, salì a piccoli scatti aumentando potenza, finchè nello schianto del completo singhiozzo irrompente si abbattè sulla tavola come folle, gridando per ogni voce rotta: — Babbo babbo mio, babbo... Rosa la guardava presso il focolare, con le mani pendule ai fianchi; senza tremiti. Ad un tratto come un automa le venne vicino, l’avvolse in un abbraccio e borbottò fra il riso e i singhiozzi, con accenti tragici: — _Ninna, nanna,_ _la bambina è della mamma,_ _ninna nanna,_ _ninna nanna._ — IV. Le due donne sole si trovarono così nei silenzi d’interminate notti, senza veder viso umano se non a lunghi intervalli. Maddalena del Bosco, andò a volte, chè aveva la casa più prossima, ma invero non trovò allettamento di pettegolezzi e invano si sforzò di trascinare Maria a dir male di qualcuno, che la ragazza l’ascoltò appena e rispose a monosillabi e molte volte anche non seguì i ragionamenti suoi, sicchè non assentì alle sue conclusioni. Anzi Maddalena suppose che Maria avesse qualche male, chè la vide pallida ogni giorno più e trovò sotto ai suoi occhi, a volte, certi cerchi neri, come se si fosse consumata in pianto per notti e notti, senza tregua mai. Gliene fece parola una volta e Maria la guardò con interessamento di sorpresa: — Davvero? Sto male? — Ma sì, bambina mia, vi trovo così pallida, così addolorata, siete magra anche. Pare che piangiate sempre. — Eh! sì, piango qualche volta. Maddalena la scrutò con gli occhi grigi: — E perchè? Cosa vi addolora? Maria chinò il capo, strinse le mani fra le ginocchia e non rispose. La donna suppose ch’ella dovesse seguire la via di sua madre. E andò più di rado in quella casa, ma qualche volta vi comparve ancora, non fosse che per pochi minuti, pur di vedere, come s’era fissa in mente, se le due donne in realtà fossero pazze entrambe; ma ella trovò sempre Maria seduta presso il focolare semi spento, intenta ad agucchiare, come una madonnina del silenzio e del dolore, votata a qualche martirio continuo ed inconsolabile. Sempre pallida, con gli occhi neri e vivi di lacrime recenti. Rosa stava a’ suoi piedi con le mani fra la cenere, o costruendone monticelli o soffiandovi sopra tanto da farsela entrare negli occhi. E ciò finiva per annoiare ben presto Maddalena, sicchè, pur mantenendo le buone relazioni, si fece viva più di rado. Ma andò per le case dicendo con aria di sospettoso dolore e per tema ricco di congetture, che Maria era presso a impazzire, giacchè non parlava più e sempre piangeva ed aveva la parola morta e si era ridotta un filo. La voce fu creduta, vi fu chi l’esagerò anche. Pertanto Maria nel suo silenzio agucchiò attorno a qualche panniccello più fine che nascose sotto alla sedia o nel grembo, se udì qualche voce vicina. Ella apprestava un corredino minuscolo per una creaturina che sarebbe venuta, per il frutto dell’amor suo e della sua debolezza; qualche camiciuola, qualche fascia; lavorava la notte o i giorni di bufera, quand’era certa che nessuno avrebbe potuto improvvisamente sorprenderla. Così capo per capo, con lentezza e con sofferenza, compì il corredino del nascituro, per ogni punto che dava era una lacrima, come la fiaba della buona Marta che si consumò così. E degli aghi se ne spezzarono assai e delle goccie di sangue stettero su quei brevi lini, spesse, spesse; le piccole mani lasciaron la traccia del loro cammino, le mani che divenivano tanto bianche ed esili coma se andassero consunte per la fatica di quel lieve lavoro. Ella cuciva, cuciva con lena, ma ad un tratto le mani le cadevano penzolando e il lavoro scivolava dal grembo e gli occhi le si gonfiavano di pianto. Così molto spesso con turbamenti repentini. Una speranza ce l’aveva ancora, Nando non era partito con gli altri, ma di sposare non ne aveva fatto ragionamento serio. L’ultima volta ell’era discesa fino alla strada più prossima, essendo domenica, egli doveva passare di là per salire alla chiesa. La giornata era tempestosa, un vento freddo spingeva la neve in vortici, in larghe spire turbinanti, con velocità vertiginosa; sulla strada poche orme si segnavano. Le siepi eran quasi sepolte, qualche rovo spuntava dalla neve stecchito ed aspro, come lo scherno della vita. Ella non vedeva alcuno e tremava pertanto sotto la sferza del vento crudo, le piccole mani nude costringevan la pezzuola sul capo, ed ella stava così tutta raccolta, col viso basso, sentendo per le vene infiltrarsi un gran freddo. Ma poi ch’egli venne sentì per il suo appressarsi una sensazione di calore, come se rinascesse l’estate. Egli la riconobbe e quasi si dispiacque di trovarla là. Timidamente, senza muoversi, lo chiamò: — Nando? — Oh Maria, come mai sei qui? — Ho bisogno di parlarti. Nando rise con un certo cinismo. — Affari serï vero? Ella gli alzò in volto i suoi grand’occhi pietosi per significargli la crudeltà delle parole sue, ma gli si accostò. — Perchè non ti ho visto più? Il giovane si strinse nelle spalle. — Non ho avuto tempo, poi come sarei salito fin lassù con questa neve? — Oh! la strada non è difficile, sono discesa io per vederti. Ella ebbe una dolce voce, invero pareva che carezzasse. Poi si tacque. Nando non trovò parola, quel silenzio però finì per seccarlo, vi sentiva il principio di un male, onde d’improvviso alzò la voce: — Senti Maria, debbo andarmene. — Perchè? — Debbo trovar Mattia, ho bisogno di parlargli. Ella allora gli passò le mani attorno al collo, gli chinò il capo sulla spalla e disse, volle dire senza singhiozzi: — Nando non verrai più da me? — Sì, verrò. La parola detta per torsi d’impaccio, ebbe per Maria un significato ampio e completo, ella vi lesse tutte le speranze e tutte le promesse, vi rivide la gioventù e la gioia, onde fu subitaneo il riso e il suo volto si animò tutto e gli occhi suoi si apersero all’anima sua più bella. — Verrai? Verrai? Ti aspetto presto. Questa sera verrai? Sì? Se tu sapessi come son lunghe le notti lassù; ci si muore soli. Soli, perchè mia madre non può dir parola... io lavoro... faccio un corredino. S’interruppe arrossendo e guardò Nando negli occhi, egli pure sentì l’imbarazzo, distorse il capo, ed ebbe volontà d’andarsene per non cadere nel sentimento in cui ella ingenuamente tentava avvolgerlo, sicchè pur serbando le miti apparenze, capiva che in altro modo gli sarebbe stato impossibile l’andarsene, si chinò e le disse: — Addio. Ella ebbe una lieve contrazione di spasimo. — Te ne vai? — Ma sì, ti ho detto il perchè. Maria lasciò che le braccia ricadessero inerti, il suo viso riebbe il pallore delle cose morte e sussurrò la parola ch’egli aveva detto, con lentezza, come se ogni suono le costasse parte della vita sua. — Addio. Nando le sorrise, ora con più sincerità, chè si sentiva libero e la sua voce sonora ancora augurò: — Sta sana. Ella lo guardava. — Verrai? Un cenno del capo le dette speranza, poi lo vide partire. Sulla veste sua si era posata la neve e sui capelli che uscivan dalla pezzuola; ella diveniva bianca come la fredda sorella; così immobile sotto i grigi cieli, ebbe della figlia delle nubi la bianca apparenza e l’eterno stupore. E l’aspettò. Eran passate notti in cui ogni palpito di vento le era parso lo stroppiccio di scarpe sulla neve, le mani avevan spezzato l’ago molto più sovente e la tela si era macchiata di sangue con maggior frequenza. A volte aveva tenerezze di pianto improvvise. E Rosa la guardava per ore ed ore, seduta tra la cenere, con le mani fra i capelli, masticando e ridendo, come un’ombra, come una vecchia ombra del fuoco spento. Se le si accostava, le scompigliava il lavoro, così che Maria era costretta a sgridarla come una bambina e la vecchia tremando tutta si rincantucciava fra la cenere, nell’angolo oscuro del focolare, fra la cenere delle fiamme morte. E Maria sentiva in sè, quella sua spensieratezza bella di un tempo, essersi cambiata in un gran bisogno di amare, in una necessità di dare la sua bontà, le sue cure, la sua vita a qualche essere che la proteggesse; ell’aveva anche l’alba di un altro amore ben delimitata nel pensiero e questo fioriva come un sacrificio. Pertanto si affievolì, divenne debole e stanca, fece come la bianca neve. Un sentimento che non può aver vita, è come un male che rode. Ell’era l’essere debole che è nato con la sola bontà, l’essere incompleto per la vita e che la vita stessa condanna e distrugge. E la bontà sua non potè vedere il male, nè biasimarlo. Non credette che Nando non sarebbe ritornato, e se pur qualche volta lo pensò, non trovò sulle sue labbra maledizione; ella soffrì come una martire, condannandosi a tutto il dolore del suo peccato. E progrediva nella sua vita di silenzio, consumandosi fra le lacrime. La donna in lei non si manifestò altrimenti se non con una più secura coscienza della propria debolezza. E ciò fece sì che tutte le sue energie fossero date all’amore, che tutto l’essere suo si rifugiasse in questo sentimento con timore, con dolcezza e con frenesia quasi. Null’altro per lei ebbe attrazioni simili; era come la terra per il seme, come l’aria per la vita. Ella già vedeva il suo corpicciuolo sformarsi e ciò le dette sensazioni di gioia; la sua debolezza si manifestava così sotto una forma nuova. Vide fuggire dalle sue guancie il colore delle frutta mature e ne godette per suo intimo sentimento. Era un gran senso di martirio in quella piccola anima incolta. Avrebbe voluto che Nando avesse visto il disfarsi della sua persona; forse non gli sarebbe piaciuta e ciò le dava dolore ma egli l’aveva fatta diventar così, per pochi giorni di gioia. Aspettò: passaron notti e giorni uguali, ore ed ore terribilmente simili, pensieri e pensieri gravi, insistenti; e l’inverno e il freddo, erano al di fuori, il vento e la neve, il buio ed il silenzio. Un mondo triste, un mondo addormentato in un grande incantamento. Passò qualche urlo di lupo; sulle vette andavano ancora i lupi affamati, dagli occhi di fuoco, sulla neve se ne vedevano le orme; passavano vicino alle case. Una notte ella ne vide l’ombra dalla finestra. Era come un grande cane, fiutò, drizzò le orecchie, gironzolò annusando la terra e con mugolii cupi fuggì. Ella ne vide gli occhi sanguigni, accesi, ne sentì la violenza ed il terrore ed ebbe un’ora di spavento. A volte passavano altissimi, stormi di uccelli, ciò avveniva specialmente sul far della sera; passava un’ombra fra le due immensità bianche, un’ombra alta che vedeva altre terre e migrava verso il sole. E in tutti i crepuscoli si udivan le campane della chiesa, quella dell’alba era dolce ed esile e batteva pochi tocchi sensibili nella gran calma; la sera eran tre campane che ondavano a stormo e si intrecciavano in ritmo uguale e grave; l’alba, una breve voce di bimbo: la sera, il grido della stanca umanità. E nulla più manifestamente animava quel mondo, ella ne conosceva così tutti gli aspetti, sapeva da quanti echi era ripercossa la campanella dell’alba ed anche quanti tocchi battevano quelle della sera; tutto le era palese e nulla poteva giungerle nuovo per distrarla dal continuo pensiero suo, dalla sua tribolazione continua. Poche ore di sonno le davan pace. Ascoltò il pulsare di un altro piccolo essere dentro le viscere sue e tutta l’anima le s’intenerì nella dolcezza di quel senso materno. Trascorse tanto tempo ch’ella non seppe, non potè uscir di casa mai chè non si sentiva bene e le gambe non l’avrebber portata fino a valle; Nando non era venuto, ma il tempo era stato pessimo sempre e questo forse aveva impedito ch’egli salisse da lei. Ancora l’anima buona non era disillusa. E un giorno capitò, dopo un mese forse, Maddalena del Bosco; essa entrò con un’aria un po’ stanca e pietosa e si appressò a Maria guardandola come se la volesse proteggere e salvare. Teneva il capo inclinato sulla spalla lievemente e la voce sua fu strascicata e sommessa quasi parlasse ad ud moribondo. — Mariuccia, come state Mariuccia mia? Le passò una mano fra i capelli sicchè la ragazza alzò gli occhi un momento, la guardò e rispose riabbassando il capo: — Non c’è male Maddalena. Questa le si sedette vicino. — E Rosa? — Sempre così. — Poveretta! Trasse un sospiro e si asciugò con le palme il viso, abbassò indi le braccia sulle ginocchia e su queste appoggiò il torso e così alzando il capo per vedere il volto della ragazza che stava chino sul lavoro, le chiese con lo stesso tono di voce strascicato: — Sempre sola è vero? — E chi volete che venga Maddalena. Vedete? sono qui come una povera abbandonata tutto il giorno per mesi e mesi e a volte credo di morire. — Perchè non andate voi a trovare qualcuno? — E volete che lasci sola la mamma? Non sarebbe prudenza. Poi con questo tempo, chi si muove? Voi stessa non venite più. — Oh! io sono vecchia, è un’altra cosa, ma voi siete giovane e la gioventù ama sempre la gioventù. Maria non rispose, ma non intese la malizia. Riprese la vecchia: — E non avete visto più nessuno dacchè siete rimasta sola? Disse la fanciulla con la voce bassa: — Nessuno. — Solo questa povera vecchia eh? Oh! lo credo che vi annoierete, è tanto triste essere così abbandonati! Vi fu una breve pausa in cui si udì il rumore dell’ago, poi riparlò Maddalena: — E voi come state? Ve lo chiedo perchè siete sempre così pallida, e mi pare anzi che lo diveniate sempre più. Maria abbandonò il lavoro, ed alzò il capo traendo un sospiro: — Sono stanca, sono anche un po’ ammalata, non dormo e non mangio, è un brutto vivere il mio, Maddalena. Datemi un rimedio voi. — Non saprei, bambina mia... ma ci penserò. Voi siete apprensiva è vero? — No. — Proprio no? — Oh Dio! Un poco, naturalmente, ma non tanto. Perchè me lo chiedete? — Per nulla, così, perchè pensavo alla causa del vostro male. Ristette un poco e fissò gli occhi grigi ed acuti in faccia a Maria. — Perchè il vostro male deve avere una causa. Maria arrossì tutta e non ebbe ardire di pronunciar parola, la vecchia vide propizio il momento e trovò maniera d’insinuarsi. — Ditelo a me, povera bambina, io sono vecchia e vi posso consigliare; voi siete innamorata, vero? La sua mano ripassò sui capelli della ragazza. — Voi siete innamorata un pochino... anzi molto, ciò vi fa star male, ciò vi fa impallidire e non vi fa prender sonno. Maria taceva sempre e sentiva un turbamento intenso non osava alzar gli occhi per tema ch’ella vi leggesse il nome di lui; ella lo aveva tanto in sè, da credere ch’egli potesse essere manifesto ad altri per un semplice suo atto. — Eh! son cose da ragazzi, Mariuccia; e chi alla vostra età non ha avuto il damo e non ne ha sofferto? È forse lontano? Non vi ha scritto ancora? Sono dolorucci che passeranno, non ve la prendete a core, egli penserà a voi come alla Madonna santa. La voce di Rosa la interruppe, ella gridava: — Il fuoco! il fuoco! Chè aveva trovato sotto alla cenere un tizzone e lo attizzava ora col fiato per farlo rivivere. Maddalena riprese, i suoi grigi occhi aspettavano l’attimo che la parola avesse destato. — E avete bisogno di rivederlo, è vero? Maria scosse il capo per assentimento, ella si abbandonava tutta a quella rete d’insidie, credeva veramente che la vecchia parlasse per bene e un sentimento di gratitudine fioriva spontaneo e repentino dal suo cuore e un abbandono dolce, tutta l’avvolgeva come nella più soave carezza. — Mariuccia mia, state guardinga però... l’amore fa dei brutti scherzi. La ragazza alzò gli occhi interrogativi e questa volta Maddalena fu costretta ad abbassare i suoi. — Perchè? — Eh! intendo dire intendo dire... voi capirete bene. — No, Maddalena. La voce di Maria fiorì semplice, mite e sincera, tanto che la vecchia si chiese: Ch’ella sia veramente ammalata? — Allora fate come s’io non avessi detto. E un altra pausa vi fu in cui i pensieri di Maria si riordinarono ed ella trovò il senso vero delle parole di Maddalena. Avrebbe voluto confidarsi ora per avere un aiuto, ma non arrischiava di affrontare, prima, l’argomento assai difficile, sicchè stava perplessa, guardando le mani bianche e magre, immobili sul grembo come anzitempo morte. Maddalena cambiò voce, assunse un tono indifferente e chiese: — Avete udito ier sera, da valle, i canti dei partenti? — No. — Eppure durarono per un pezzo, si sgolarono. Ma non vennero qui a far l’addio? — No, e perchè? — Perchè, forse... c’era qualcuno che vi conosceva. — Non so, ma non ho udito, nè veduto niente. — Viaggeranno ancora, adesso. — Si? Vanno lontano dunque. — Oh! se vanno lontano! Di là dal mare, in America. — Mio Dio! E quanto staranno per viaggio? — Chi mi ha detto un mese, chi più, io poi non me ne intendo; sono partiti in dieci, c’erano anche Rosella e Martina con loro. — Han lasciato la famiglia? — No, tutta la famiglia, anche le vecchie. Aveste visto come piangeva la Zoppa! Andava trascinando la sua gamba come un cane bastonato ed abbracciava tutti, anche chi non ne aveva voglia; si dice che Innocenzo l’avesse ubbriacata perchè non gridasse e per tirarsela via meglio. — Poveretta! Ma avete detto che eran dieci, mi pare che fossero molti di più. — Dieci erano i giovanotti. C’era il Guercio, lo Zampino; questo sì che aveva la cera smorta. Annunziata gli si attaccava alle braccia, aveva tutti i capelli giù per le spalle e gridava che non voleva, che non voleva, ch’egli non sarebbe partito senza di lei. Ed egli a calmarla che pareva un Sacerdote. C’era Tommaso della Vite, Micheluccio, Santo degli Olmi, lo Scorpione; oh! lo Scorpione parea si volesse mangiar tutti, aveva il cappello di traverso, si dice che portasse tre coltelli e una pistola, io vidi un coltello, lo vidi io, aveva un manico nero lungo così. Del resto sapete che pelle è lo Scorpione, non ha paura neppure dei carabinieri. C’era Liuccio della Bionda. Oh! quello! esile come una palma e mingherlino, povero ragazzo, ballava dentro a’ suoi panni, ma era allegro, suonava la zampogna.... Si arrestò estrasse il fazzoletto e se lo passò sul naso ripetutamente, poi con la voce soffocata ancora, disse: — C’era Nando... Maria ebbe uno scatto improvviso, prese la vecchia per un braccio e le gridò: — Chi? Maddalena, chi avete detto? Ella tremava, pallida, si era rizzata a mezzo il corpo, i suoi occhi immobili e larghi aspettavano trepidando una risposta, tutto il suo essere era sul limite dell’abisso, presso a scompigliarsi per frementi mani di furie; la sua vita fu sospesa durante alcuni secondi, tutte le sue attività si arrestarono, ella fu la fiamma che si stacca dal legno e pare spengersi un attimo. Ripetè la vecchia: — Nando di Casanova. Ella non ebbe più voce, si rizzò, strinse Maddalena per le spalle, la respinse, l’occhio mostrò tutto il bianco nel travolgersi, le sue mani s’incresparono fra i capelli, li disciolsero, se li serrarono al collo, poi annaspò con le braccia tese, fece un giro su se stessa e piombò distesa, come morta. Rosa gridò fra la cenere, gettandosela sul capo: — Il fuoco il fuoco!... V. Il Maggio finì di fiorire, si chiusero le sue mani d’oro, le sue verdi mani, esso andò verso ai crepuscoli per ritornare nei crepuscoli di una nuova stagione. Poi ch’ebbe dato il suo bacio a tutte le gemme, a tutti i germi, si avviluppò nei vapori di un tramonto e calò col sole dietro ai mari. La terra ne ebbe l’ultima bellezza, poi si assopì per ridestarsi nel sole, così come avviene che una fanciulla conosca uomo. Fu l’epoca delle frutta; caddero le corolle dai melograni, il terreno si sparse come di goccio di sangue per ogni frutto che il ramo sostenne e nutrì. La terra aprì le sue viscere a tutte le radici che vi cercarono gli umori di vita e dette tutte le sostanze la buona nutrice, l’inesausta Cibele feconda. Fu tempo di ritorni e le pazienti attese ebbero la gioia dell’incontro. Ogni sera qualche nuovo canto echeggiò per le montagne e qualche voce di donna pianse di gioia, e chi non vide tornare l’uomo alla sua casa, ogni tramonto guardò verso il fondo della valle ove la strada si perdeva, ed ascoltò tutte le voci che ebbero una vibrazione passionale e desiderosa. Molti tornavan con buone novelle per i venienti, sicchè ciascuno si rallegrava in cuor suo aspettando con impazienza manifesta. Maria seppe da Maddalena del Bosco che suo padre e i fratelli erano già in viaggio e pochi giorni mancavano al loro ritorno; ricevette la notizia senza scomporsi e guardò Maddalena con un sorriso triste. Il suo dolore, senza un grido, si era raccolto in lei, vi si era annidato costante e terribile, senza tregua, paragonabile ai maggiori martirî. Da un lato, l’assillo velenoso la sospingeva, indebolendole la ragione, ad un limite ultimo di pena; dall’altro, la sua creatura, la sua debole creatura, le tendeva le piccole braccia, premeva i suoi seni, aveva necessità assoluta della sua vita. E se per sottrarsi al presente e all’avvenire, ella avrebbe cercato con risolutezza la morte, a ciò non sapeva decidersi guardando l’innocente, il suo piccolo peccato. Nella maternità rifulgeva un po’ di bene, in questo sentimento il vigore della sua gioventù era ancora limpido e forte, ella si era chiusa come un cielo sopra quella piccola anima sua, come un cielo senza limiti ma impenetrabile, così che anche il dolore innanzi a quell’alba era costretto a tacere. Il dolore stesso, tutta la turba dei pensieri oscuri e delle disperazioni mute, dei triboli e dei patimenti acuiti; tutto il male, tutte le bassezze e le viltà, dovevan fuggire e umiliarsi, sotto l’impero di quella muta luce collegata alla terra e all’universo e somma quanto Dio. Nell’amore di madre ell’era più forte del ferro, più rigida del monte. Qualsiasi passione umana, qualsiasi sentimento morale che avesse potuto condannare il suo passato, il pensiero del padre e dei fratelli, l’ira e la condanna di quelle voci ch’ella pure aveva temuto e nelle quali, alcuna volta eran state per lei intonazioni sacre, sparivano, si ammutolivano, diventavano una cosa miserrima e meschina, di fronte al suo sentimento prepotente e solenne. Ella aveva dato tutta l’esuberanza del suo affetto al figlio, lo aveva racchiuso come in cerchi d’oro in un incantamento dal quale non si sarebbe destato per grida o per minaccie. Ma s’ella pensava a sè stessa, s’ella guardava l’anima sua, per un intimo orrore rabbrividiva: la debolezza istintiva della sua carne, del suo essere scaturivano, allora, nell’accasciamento del male, abbattendosi stanca senza lacrimare, senza singhiozzo, costretta ad un martirio inesauribile. Le dormiva sul seno il piccolo figlio e Rosa accoccolata a’ suoi piedi lo guardava, toccandolo con le punta delle dita e rideva mormorando cose incoerenti; in quelle soste avveniva l’abbandono al dolore. A ciò che sarebbe avvenuto non poteva pensare, la sua mente non essendo in grado di concepire disperazione maggiore di quella che continuamente la straziava; tutte le essenziali virtù intellettive del suo cervello si tacevano, ella non aveva che poche visioni, poche parole racchiudentesi intorno al ciclo unico del suo peccato. E quando il suo pensiero ricorse a Nando e lo pensò nella vita del suo breve amore, si sentì donna ancora, e non seppe, per la dolcezza del ricordo, per la soave memoria, maledire a quella sua potenza spirituale che l’animava come per l’incanto di una religione. Ella era debole sopratutto, era l’edera che staccata dal tronco, nelle sue ritorte ne serba l’impronta. A lei si poteva chiedere qualsiasi sacrificio per l’affetto, ma non l’affermazione forte della propria individualità, ella sarebbe morta sorridendo pur di farsi amare, ma non avrebbe saputo staccarsi dal suo bene con volontà ferrea, schiantando qualsiasi cosa s’interponesse. Maddalena del Bosco poi ch’ebbe inteso qual mite creatura ella fosse, la coprì d’insidie. Un giorno le portò un po’ di cacciagione: — Ecco, oggi mangerai meglio, io stessa te la cucinerò. Vedi, Vincenzo mio, si occupa di te, gli fai pena... e ti vuol bene. Egli t’offre questo po’ di roba. Maria ringraziò con qualche parola. Poi, con Maddalena, una volta, venne anche il figlio. — È venuto a salutarti, disse Maddalena. Vincenzo entrò con fare sfacciato e noncurante, le si sedette vicino e le parlò con qualche libertà. Maria intese, chè una volta egli era appassionato della sua bellezza, e non rispose oppure lo fece con dispetto, sicchè egli se ne andò poco dopo, con sgarbo, salutando appena. E Maddalena ebbe un rimprovero: — Perchè sei stata così aspra con lui? Maria alzò gli occhi: — Cosa volevate che facessi? — Ma!? Potevi essere più cortese, egli ti ha usato delle gentilezze. — Io non gliele ho chieste. Poi, avete udito come parlava? — Eh! Vorresti fare forse gli orecchi pudichi, ora? Santo Dio, chi non le sente certe cose, e tu, proprio tu vuoi essere la privilegiata e far la boccuccia, adesso? — Maddalena!... — Via, via bambina, fatti una ragione, tienti chi ti vuol bene e non badarci tanto per il sottile. — Cosa dite Maddalena? — M’intenderai a suo tempo, se non vorrai assolutamente perderti. Frattanto pensa che fra due giorni arriva tuo padre. — Chi ve lo ha detto? — Innocenzo, che è arrivato questa notte. Maria si prese il capo fra le mani e si tacque immota, come pietrificata dall’annunzio. Riprese la vecchia: — Come farai? Maria non rispose. — Non intendi? Cosa farai, dove andrai? Tuo padre non ti vorrà in casa, certo. E siccome la ragazza non accennava a rispondere, Maddalena continuò: — Senti, in casa mia c’è sempre un posticino anche per te, avrai in me una madre e in Vincenzo un uomo che ti difenderà. Ora sei sola, fuori di qui dove vuoi andare? Hai un bambino, bisogna che tu pensi anche a lui. Noi non siamo ricchi, ma c’è tanto da vivere anche in tre e in quattro. Vincenzo lavora, poi ha risparmiato molto, io pure; quando tu vorrai, la mia porta è sempre aperta. Ringrazia il Signore, bambina, ringrazia il Signore d’aver trovato qualcuno che ti vuol bene, perchè, vedi, io son vecchia e ne ho viste tante nella vita, ne ho viste tante che i miei occhi quasi son diventati ciechi. C’era pure Margherita del Monte, ne avrai sentito parlare forse, essa fece come te, peccò ed ebbe un figlio e suo padre non ne volle più sapere di lei. L’amante se n’era andato; fuori di casa, ridotta alla disperazione, morì di fame con suo figlio, nella selva. Chi vuoi che l’aiutasse? Ella poi era anche superba e non si degnava di guardare nessuno. E come Margherita del Monte, mille altre. La gente ti sbatterà l’uscio sul muso, la gente ti dirà: Donnaccia, carogna, schifosa e qualche altra parola ancora e ti aizzerà i cani, e tu? Tu andrai piangendo disperata; il tuo latte se n’andrà perchè non avrai da mangiare; vedrai il tuo bambino succhiar sangue, poi lo vedrai morire fra le tue braccia; lo sentirai morto fra le tue braccia e tu camperai ancora qualche giorno trascinandotelo per la selva, finchè morrai di fame anche tu, di fame capisci? ciò che vuol dire dei dolori più acuti e della morte più lenta. Si arrestò, guardò Maria, questa non dava segno di vita, stava come morta, col capo fra le mani. Maddalena la toccò sulla spalla: — Ebbene hai inteso? Maria assentì lentamente il capo. — E cosa pensi? La ragazza ebbe un sussulto sicchè il corpo le si ripiegò violentemente ad arco, il collo si stese sulla spalliera nello spasimo e senza un grido, tutta s’agitò in una terribile convulsione ansimando. I denti scricchiolarono come frantumassero ossa, gli occhi nell’orbita si rivolsero mostrando le sclerotiche iniettate di sangue, il volto le si scompose in orribili contrazioni e le labbra dettero spuma sanguigna, mentre il seno si gonfiava a scatti come a spezzarsi. Maddalena guardò indifferente il sinistro spettacolo e trattenne Rosa che voleva lanciarsi e si mordeva le braccia. Poi quando la ragazza accennò a calmarsi, socchiuse l’uscio e senza strepito partì. Passò tanto tempo ancora che Maria non seppe misurare, ella rimase ascoltando i battiti del cuore, ora più che mai, dopo una sosta, aveva necessità di rinchiudersi nel suo mondo. Come in un campo sanguigno, in una immensità oscura, ella aveva visto improvvisamente tutta una verità angosciosa; una voce aveva parlato nel turbine ed ella si era sentita travolgere e morire. Ma nel nome Santo di Dio, chi doveva ucciderla così lentamente? Perchè, s’ella aveva amato, tutto il mondo doveva rivolgersele in guerra? La sua anima, umile nel dolore, si fortificò nell’affetto materno, e tacque. Poi, una sera, ella fu ridestata d’improvviso; passò una bimba che saliva al monte, si fermò nell’uscio e gridò: — Maria, Maria, vengono; sono nella valle; se presti orecchio li sentirai cantare. Ella ebbe un brivido di freddo e impallidì, la bimba scomparve dopo un breve saluto. Maria si strinse al seno un piccolo scialle, s’incrociò così le mani al seno. Il bambino dormiva in una breve zana. Ella si fece sulla porta. C’era ancora un po’ di sole, un sole quasi rosso, che sui cipressi pareva metallo incandescente, il cielo era tutto a scalelli, come se vi pascolassero mandre infinite, presso al monte, ove il sole moriva, una grande chioma d’alberi stava immobile e rigida. Maria ascoltò e intese realmente il canto di coloro che riedevano. Un canto sereno e forte; giunse dalla profondità della valle, ella calcolò ancora la strada che avevano da percorrere; le ore, i minuti, in questi estremi, diventavano per l’anima in pena, attimi; tutto si affrettava al termine con vertiginosa rapidità; ella si vedeva ad un tratto giunta al limite e le parea di uscire da un sogno e di vivere ora solamente nella realtà di tutta la sua vita. Per una strana follia di percezione le idee le si scomponevano nel cervello perdendo la linea di continuità e di collegazione. Vedea il padre e i fratelli seduti ad aspettarla, poi ella tornava col bambino fra le braccia mandandosi innanzi le pecore, era una luce meridiana, il padre gridava alzando le braccia: — Eccola, eccola! e prendeva il bambino accarezzandolo con amore e tutti i fratelli gli si affollavano intorno, con sorrisi, con parole buone, sicchè la piccola creatura agitava le manine con gioia aprendo la boccuccia dalle gengive rosee, l’umida boccuccia dei bimbi. E ancora: Nando veniva con uno dei fratelli parlando di lei e le pareva di essere sposa e di dover partire dalla sua vecchia casa. Rosa gridava qualche parola incomprensibile, poi seguiva un silenzio sinistro nel quale si udivano solo i gemiti del suo bambino. E tutti se ne andavano ed ella rimaneva sola col piccino, nella notte; una tenebra intensa scendeva solcata da lampi, ella aveva i piedi scalzi e doveva camminare su siepi di marruche e le pareva che alcuno la rincorresse senza strepito, ma con insistenza ed era per raggiungerla, ella ne udiva il respiro prossimo, sentiva già il tocco della mano, si sentiva agguantare, stringere, finchè cadeva oppressa coprendo la sua creatura. Per l’incubo la sua mente scossa ritornò alla verità dell’ora presente. — _E vedo, e vedo e non vedo chi voglio._ _Vedo le foglie di lontan tremare_... — Una voce giovane più vicina cantò; era certo Alfonso, il minore fra i fratelli, quello che le voleva più bene. La voce saliva limpida come un mattino di primavera. Ella udiva: — ... _vedo le foglie di lontan tremare_... — L’ingenuo desiderio dell’affetto che si figurava l’attesa impaziente. Altre volte ella avrebbe risposto correndo, ora doveva essere come la Maddalena Santa e farne il pianto. Sempre più strinse lo scialle al seno, s’intirizziva come passasse sul suo corpo una veste di neve, era bianca assai e i denti le battevano insieme involontariamente per contrazioni spasmodiche. Si appoggiò allo stipite della porta, il sole non voleva morire, almeno l’ombra fosse discesa, l’ombra protettrice. Persisteva una luce quasi affannosa che dava agli alberi un aspetto tragico e solenne. Rosa veniva andava, dalla zana a Maria e toccava tutto con curiosità, una volta uscì sull’aia e udito il canto ritornò di corsa in casa e si chinò presso il bambino e lo cullò biascicando: — Michele, Michelino, il bambino di Michele... Maria udì e si rintuzzò nell’angolo della porta come se qualcuno la minacciasse in quella voce. Cos’era nel pensiero di Rosa per poter avere quelle parole? Larghi stormi di rondini passarono gridando, altissime nel cielo come quando annunciano una tempesta. Poi Maddalena dalla strada le gridò: — Coraggio, sai cosa ti resta a fare. Maria non ebbe core per risponderle; ancora altri attimi trascorsero. Vide un branco di pecore; vide un uomo chino sotto un tronco reciso; vide e udì un bimbo passare suonando un suo flauto silvestre fatto dalla viva scorza del gattice; ma furon come riflessi, come ombre, cose inconsistenti, fiamme in un infinito. Poi il tremore convulso, l’agitazione e la tensione dei nervi si moltiplicarono, si accrebbero d’improvviso per un suono che udì. Il fischiò d’intesa, il fischio col quale Michele usava avvertire il ritorno dai campi o dalla selva. Essi erano poco distanti, un cinque o sei minuti di cammino ancora; sentì l’oppressione del loro avanzare, lo schianto dell’ira loro, come un fulmine che incenerisce. Ebbe un’oppressione che non le dava il respiro; le braccia, le mani, le gambe avevan tremiti e stiramenti come dovessero staccarsi dal corpo; sulle tempie un dolore acuto, e la mente si scompigliava sempre più, orribilmente, lasciando solo certe terribili visioni che l’accasciavano, come improvvisi scrosci di diluvi su campi. Ma non poteva serbare l’immobilità, era costretta a muoversi, una forza interna ve la costringeva, nel moto cercando qualche po’ di calma. Corse in mezzo all’aia, ritornò, entrò in casa poi uscì, senza fermarsi mai, senza concetto di direzione e senza chiara nozione del perchè. Ad un tratto si fermò alzando il capo e sbarrando gli occhi, tutta la sua persona fu come un fusto d’acciaio: aveva udito prossimamente: — Maria? Maria? Maria? L’occhio suo stette fiso, immobile, spaventoso, scrutando fra le fronde; c’era nel suo viso come una rivolta straordinaria, ella aveva assunto un’espressione tragica di risolutezza, un viso di delitto e di paura. Ma quando sul sentiero si apriron le rame e una figura comparve, ella ebbe un acutissimo grido e fuggì con le mani fra i capelli. Fuggì in casa, si appressò alla zana, poi tornò alla porta e di nuovo si pentì, finchè spezzata la rigidezza della sua fibra cadde al suolo, prostrata. Rosa che aveva guardato fino allora, prese il bambino e presentatasi sulla porta lo tenne ritto fra le braccia e lo mostrò ai venienti gridando ripetutamente fra brevi risa: — Michele, Michelino... il bambino è di Michele... VI. Quel giorno ancora Maria bussò ad un nuovo uscio, tentò una nuova capanna. Mariangela aveva ricevuto da lei molti benefici quando si era ritrovata in tristezze, ora ella avrebbe reso bene per bene, perchè non era atta a scordare, anzi aveva mostrato d’essere riconoscente assai. Era di mattina, sentiva una necessità grande di nutrirsi con qualche po’ di cibo, il bambino fra le sue braccia non voleva calmarsi e porgergli il seno era ormai cosa inutile. Quando l’uscio si aperse, Mariangiola guardò di traverso, poi chiese con voce rude, mostrando di non riconoscerla: — Cosa vuoi? — Me lo dai un pane Mariangela? — Non ce n’ho. E accennava di chiuder l’uscio. — Per carità... Mariangela grugnì un poco, poi disse: — La carità si fa ai cristiani. — Io lo sono... — Tu sei una scomunicata dopo ciò che hai fatto. Non c’è niente per te. E rinchiuse l’uscio con forza. Maria chinò il capo e riprese il suo pellegrinaggio; di casa in casa, di umiliazione in umiliazione, di rifiuto in rifiuto. Non v’era chi la guardasse con bontà, non uno che si movesse a compassione di tutte le sue miserie, di tutte le sue tribolazioni; tutti erano collegati nel disprezzo, chi più poteva la calpestava quasi con voluttà; la sua miserrima condizione anzichè dare sensazioni di tristezza parea acuisse il desiderio di vederla soffrire più ancora, fino alla morte. La bestialità umana nel confronto si compiacque e trionfò. Perchè (le anime giuste si volean fare una ragione secondo le dottrine religiose che il parroco impartiva loro) ella era stata scacciata dal padre; suo padre l’aveva ripudiata, diveniva per le genti come il cane malato d’idrofobia; ognuno si sentiva non che il diritto, il dovere di perseguitarlo, di finirlo; ognuno saziava su lui gl’istinti malvagi che in ogni anima si annidano e sorgono ad occasione propizia. Ella aveva perduto qualsiasi diritto nella legge morale delle genti, era diseredata, una creatura fuori dal comune, imparagonabile, un essere che non ha se non una speranza: la morte. Le donne specialmente, le donne, più aspre nell’esecuzione della condanna, non le avrebbero perdonato mai; esse iniziavano, compivano il male; esse si compiacevano di allungarlo e di incrudelirlo con malvagità animale. Esse, che potevano prevedere e misurare l’estensione della colpa, più e più nella condanna erano rigide ed aspre. Se qualcuna, veramente buona nel cuore, sentì l’orridezza della cosa, fu costretta a tacersi e a seguire la maggioranza per non porsi fra i piedi un invincibile inciampo. Le donne, se una legge fosse stata che dichiarasse la morte a giudizio di popolo per certe deboli creature che possono cadere, le donne avrebbero fatto il giudizio, imponendosi selvaggie e brutali come in tutte le occasioni in cui si tratta di soffocare il sentimento e di agire dietro ragioni sbagliate, di legge o di superstizione. Avrebbero gridato: — Sia morta! sia morta! Con l’impassibile freddezza del bruto che non sa di uccidere e non conosce il valore del sangue sparso, ma se ne pasce con insensibilità cieca, condannato così dalla natura. Maria sentiva morirsi. Se trovò qualche aiuto, fu un vecchio che glielo dette. Simone. Un uomo retto, che aveva vissuto sempre solo e non sapeva amore di nessuno. Egli non temeva alcun biasimo, era presso alla terra, come si esprimeva egli stesso, un giorno o l’altro avrebbe chiesto alla buona madre che gli facesse da guanciale per il suo sonno ultimo. Simone le aveva dato del pane due volte e, se fosse ritornata, il vecchio non le avrebbe negato nulla finchè nella madia ci fosse stato qualcosa. Maria non voleva abusare di quella bontà, benchè fosse tanta grazia nel suo porgere, ed egli mostrasse di non far l’elemosina, ma di spartire, fra due che avevan fame, un po’ di cibo che la provvidenza aveva mandato. Egli non sapeva biasimarla, solo aveva detto: — Se fosse stato mio figlio, vedi l’avrei ucciso con queste mani mie, piuttosto che vederlo partire. Ma poi si era taciuto e non aveva detto altro su questo argomento. Parlava poco, era un vecchio curvo e bianco e silenzioso; solo, figlio della terra, ne amava i silenzi e come la terra era buono. Era tre giorni che Maria errava fra i monti e per le valli e in questo poco tempo aveva avuto campo ad esperimentare la vita nelle sue molteplici insidie, nelle sue bassezze e viltà. Maddalena del Bosco continuò a perseguitarla, tanto che una volta le aveva fatto schifo e si era rivolta gridandole: — Anche se dovessi morire dalla fame, anche se fossi boccheggiante e vedessi già il mio bambino morto, da te strega, da te non accetterei nulla, neppure l’olio Santo! L’altra se ne era andata ridendo: — Oh! verrai, verrai cagnolina, verrai che ti costringerà la miseria. E sarai tu a pregare Vincenzo allora... Essa si sentiva rivoltare, tutto ciò le dava maggior dolore che se l’avessero schiaffeggiata e calpestata. Doveva seguire quella via adunque, vendersi per un po’ di pane, per il suo bambino? Mio Dio! quand’egli avesse saputo ciò, quando gli avessero detto: — Tua madre per camparti ha venduto il suo corpo; certo avrebbe avuto una maledizione, per lei, un’ingiuria. — Perchè hai messo al mondo un bastardo? E il disprezzo che avevan per lei sarebbe ricaduto sul figlio moltiplicandosi. Ella sentiva desiderio di finirla e non voleva morire, eran due forze che si combattevano in lei stessa, due tendenze in continua lotta che le tormentavano il cervello esausto di già per le precedenti scosse continuate. Tre giorni, dal momento in cui il padre la trascinò pei capelli fuori dalla porta, tre giorni in cui tutte le sofferenze eran passate ad una, ad una, come goccie di fuoco sull’anima sua. Un calvario tristissimo e infinito, una via di rovi e di fiamme, un patimento lento ed atroce, un avvio verso una tenebra senza confini. Si sentiva rabbrividire e stringeva il suo bambino al seno e lo cullava baciandolo perchè non piangesse, perchè nel sonno trovasse alfine un po’ di calma. Una volta aveva incontrato una frotta di monelli che si eran fermati con curiosità a vederla passare; poi s’era imbattuta in Vanna, la sua migliore amica, che non la guardò neppure. Un uomo solo, verso il meriggio, osò fermarla e le fece proposte d’amore. E andava, sempre, senza una meta, cercando, aspettando in una incoscienza completa dell’avvenire, con una speranza vaga in fondo al cuore. A volte si addormentava stanca ad un’ombra, le sue belle guancie si erano disfatte, infossate, erano pallide, livide; le labbra, un tempo sottili e graziose, eran secche ed esangui, gli occhi solo eran vivi ancora sotto la fronte bianca, una pallida fronte di martire. In pochi mesi s’era invecchiata di anni, ma i suoi capelli stavano ancora come un cespo di capreoli selvaggi. — S’egli mi vedesse, pensava, s’egli tornasse ad amarmi! Ora sono brutta e non mi vorrebbe più. Poi si rivolgeva al bimbo. — Tu sì, tu mi vorrai, amor mio, mio bene! e lo baciava piangendo. Poi che Mariangela le ebbe rifiutato il pane era il mattino del terzo giorno e non aveva mangiato da ventiquattro ore, proseguì la via, tentò altri luoghi. C’era la Santa, suo figlio, era in America e le mandava denari, ella poteva farla l’elemosina. Andò alla sua casa, quando chiese: — Santa... mi dai un pane? L’altra la guardò: — Ma chi sei tu? La donna era un po’ cieca. — Io? Voi mi conoscete, sono Maria... — Ah! ho capito. Ed hai il coraggio di venire in casa mia, svergognata? — Santa Santa, ho tanta fame. — Ebbene muori... ma vai lontano di qui. Maria tremò tutta e l’altra rinchiuse l’uscio con impeto. Riprese la via trascinando i passi, sentendo un languore impossessarsi di tutta la sua persona, avvolgerla come con legami. Percorse tanto cammino e già il sole era alto e il caldo opprimeva. Pellegrinò fra ingiurie, rifiuti e si decise finalmente a bussare da Simone. La sua casetta stava presso la selva, sul monte; ella vi salì lentamente, con fatica, ma quando vi giunse bussò invano, nessuno rispose, Simone era assente. Allora s’internò nella selva e cadde ad un’ombra in un sonno grave che la prese e la tenne. Quando si ridestò, il sole era presso a morire, il suo primo sguardo fu per il piccino: questi stava senza più gridare sul suo grembo, sollevando solo a tratti le piccole mani e boccheggiando insistentemente con un piccolo moto convulso. Ella ne ebbe una pietà infinita e sorse nel suo pensiero un’assoluta volontà di aiutarlo, di farlo rivivere. Pertanto abitualmente le sue mani apersero il corsetto e porsero le mammelle alle avide labbra che si protesero. Il bambino premette un poco, ma poi scostò le labbra respingendo con la lingua una bava sanguigna che gli colava lungo gli angoli della bocca. Ella vide e rabbrividì. Ecco, d’improvviso le parole di Maddalena le tornavano in mente: — Il tuo bambino succhierà il sangue dal tuo seno e tu morrai di fame... — Bisognava trovare un rimedio, un rimedio qualsiasi pur di vivere, pur di vivere per la sua creatura. Cercava, cercava pensieri, ma la sua mente rimaneva in una oscurità terribile, la fame la spingeva all’inerzia completa; ella non sarebbe stata capace di concepire il piano più semplice e cercava pensieri, senza muoversi, tremando per la vuotezza terribile della sua mente. Si appressava la notte, e una tempesta, per il vento freddo e sibilante che si era levato ad un tratto con impeto e veemenza, si annunziava. Un bubbolio cupo, uno scrosciare, un ripercuotersi di suoni brevi e moltiplicantesi andava per l’aria; per il sole morente gli orli delle nubi si illuminavano di sanguigno; volavan per l’aria ramicelli e foglie. Come uno spavento per l’imminente bufera era nelle creature vegetali, parea che gli steli più piccoli si rintuzzassero cercando di sparire per esser salvi. E il giorno scendeva rapidamente, finchè quasi ad un tratto fu scuro e il cielo tutto coperto. Maria stava ancora seduta presso al tronco ove il sonno l’aveva presa e guardava la sua creaturina portarsi le manine alla bocca con insistenza e il pensiero consolatore non era ancora nato, anzi si svegliava a volte di soprassalto da un buio intenso che le si avvicinava sempre più come ad inghiottire il suo essere. Ma poi le balenò un pensiero rapido come un lampo, non le restava altro; o la morte, o vendersi; tanto era sulla via e tutti la disprezzavano più di una meretrice. Maddalena glie l’aveva detto: — Tu verrai... — Ora bisognava curvare il capo alla fame, al destino che ve la spingeva senza tregua. E per il bambino, per salvar lui. Oh! se avesse potuto parlare a suo padre, se avesse potuto dirglielo: — Campami il bambino, ch’io morirò se tu vorrai o non mi farò più vedere. — Ma Michele era inflessibile ed ella non avrebbe arrischiato una parola con lui perchè si sentiva, di fronte al suo vecchio, la più colpevole fra le donne. Ora la condotta da tenersi, una volta varcato il limite, era indifferente per lei. Si levò con fatica e prese la via che doveva condurla alla sua ultima fermata. Per giungervi la strada era lunga e faticosa e conveniva passare innanzi alla casa sua. E perciò fece core e nell’oscurità si avviò fra il vento e la tempesta. VII. I tre fratelli e il padre stavano muti dal giorno primo del loro ritorno. Nessuno aveva rivolto la parola all’altro, come se un peso incombesse sulla loro coscienza e avessero paura di leggerselo in viso, non si guardarono mai, anzi evitarono con cura che i loro sguardi s’incontrassero. Il nome della sorella e della figlia non venne pronunziato neppure di sfuggita, ma ciascuno insistentemente vi pensò. Solo Rosa continuò ad agitare la zana vuota e a dire certi suoi ritornelli senza significato. Le opere consuete furono riprese ma con lentezza e svogliatezza, ciascuno andò per suo conto senza guardare ove l’altro si dirigesse. Eran tornati con allegrezza perchè era riuscito loro di accumulare qualche po’ di denaro; i fratelli avevan trovato una nota allegra e il padre amava conversare, mentre prima difficilmente levava la voce per dire le cose più necessarie. Eran venuti con l’anima aperta e pieni di speranze come non mai e ad un tratto, in gruppo, eran stati spinti nell’abisso, vi si eran trovati inaspettatamente e nel modo più brutale. Ciascuno pensò! ciò ch’era stato fatto era necessario, ma ora non necessitava incrudelire; quella povera figlia, sola, sarebbe morta e così pure il suo bambino che non ne aveva una colpa al mondo. Ciascuno pensava ciò ma non lo confessava all’altro per tema d’incontrare una volontà contraria, ciò che avrebbe inasprito le relazioni fra loro. Il padre non avrebbe mai parlato ai figli di ciò e i figli, allo stesso modo, non avrebbero iniziato un discorso per difendere Maria; ma ciascuno, nell’anima sua, la compiangeva, ciascuno la desiderava, ciascuno voleva dirle, il perdono poichè ella era debole e sola, sola come nessun altro e bella. Ora ella era stata punita, aveva sofferto abbastanza, sapevan bene che nelle sue condizioni aiuti ne avrebbe trovati pochi, anzi nessuno. E se il suo bambino fosse morto? E s’ella fosse morta? Chi avrebbe avuto sulla coscienza il delitto? Così chè ciascuno s’inaspriva e s’adirava con sè stesso e avrebbe voluto schiantar qualcosa pur di manifestare in qualche modo il suo stato d’animo, pur di dar sfogo all’ira enorme che l’accasciava. Passaron così i tre giorni, già alla fine dell’ultimo, quando rincasarono, nella mente di tutti era il pensiero di romperla e, s’era necessario, d’imporre agli altri la propria volontà. Si raccolsero a mensa senza parlare e nessuno assaggiò cibo senza preoccuparsi dell’altro. La lampada arse fumigando. Fuori la tempesta si rivolgeva schiantando e distruggendo con orribile frastuono di tuoni e lampeggii acciecanti di fulmini. Fu l’atto di un vecchio poichè ululò più aspra la bufera e un fulmine presso alla casa cadde. Michele rizzò il capo ed alzò gli occhi interrogando. Negli occhi dei figli era la stessa domanda e la stessa preghiera. Egli allora si gettò la mantella sulle spalle, prese la lanterna e si avviò per uscire. I figli lo seguirono. Ma poi che aperse l’uscio e una folata di vento spense il lucignolo, egli vide accoccolata sulla soglia un’ombra, si avvicinò e chiese: — Chi sei? La voce sua, tremava. Rispose un suono fioco di parole: — Sono io e ti aspettavo... Il vecchio cadde ginocchioni. Tutto il firmamento si riaccese d’improvviso in un lampo, sicchè la pazza ebbe, per il terrore, un’espressione di vita nel grido che suonò come uno strano ululare: — Il fuoco il fuoco!.... _Come gemma dal ramo_... Visse in un suo podere e vi morì, il ciclo della sua vita fu come il limite delle sue terre, circoscritto così. Ma il suo pensiero fu come gli olmi che tendono i rami oltre le siepi sulla via. Raggiunse per la semplice vita sua un’età veneranda. Ebbe un figlio; la moglie gli morì giovane, ed egli ne serbò una memoria grata d’affetto. E solo poi nella casa sola amò il silenzio e la concentrazione del pensiero. Non scese nel mondo ad agire, osservò nella sua solitudine e scrisse. D’altra parte, specialmente ne’ suoi ultimi anni, non s’infinse sulla vita, vide forse con qualche pessimismo e se ne addolorò. Mi disse: — Vedi? Io che ho data tutta la mia sementa dovevo cogliere questo triste germoglio prima di morire. Ma le sue ultime parole furono ancora di fede. — Il frutteto darà le sue poma a meno che il vento impetuoso non le atterri prima che il sole le maturi. E mi consigliò per la vita. Io vidi chiudersi gli occhi suoi come quelli di un santo, con serenità. Egli aveva saputo tante sorgenti di bene e tanto ne aveva sparso nella vita che moriva come un sole d’autunno placidamente, nel cielo che per lui si animava. Lo amai senza timore per la sua sapienza, bensì con venerazione per la sua bontà. Era un gran vecchio mite e venerando, una figura biblica. Amava con la semplicità del fanciullo, con la fermezza della vecchiaia. Non erano in lui turbamenti improvvisi o dubbi, conosceva l’uomo per lunga osservazione, aveva visto tutto il male e non si era disilluso, anzi nella sua mente le sue dottrine si erano riassodate perchè sentiva l’assoluta necessità di un indirizzo al bene. Non temette se non sulla fine. Soleva dire: — Solo con la ferma fede, con l’entusiasmo della fede si prepara la via. E meditò nel suo silenzio ed amò tutti con pari bontà, anche chi contraccambiò il suo amore con asprezza d’odio. — Nulla si cambia se per la propria idea non si soffre. L’uomo ammirando il tuo sacrificio, trova nel tuo entusiasmo la bontà dell’idea. Morì con la certezza di aver portato la sua pietruzza alla formazione di una coscienza ed alla perfezione della virtù nel senso di una sua relazione naturale. Sostenne con fermezza, ed egli conobbe da vicino il popolo, essere nel mondo una maggioranza di buoni, una maggioranza assoluta e completa; ma vide che più valevan le arti dei malvagi e che questi con loro mezzi architettati ad arte, nocevano di continuo, in tutti i campi, moralmente e materialmente, agli altri; eran come i parassiti di tutte le sacre sostanze de’ primi; gli iniettatori di veleni, i propagandisti più accaniti per le loro male arti, che, sotto larvate apparenze, facevano trionfare. Una esigua minoranza in confronto alla gran massa, diceva, ma una minoranza astuta, attiva, ingegnosa, che non ha tregua mai nel pensiero del male, che s’impone continuamente con l’arroganza, facendo trionfare apparenti diritti, falsificando, estorcendo. Ora viva nei trivi e nelle subburre, ora possente ne’ più alti gradi della vita. Una tabe che mina l’organamento sociale, che perpetua la miseria anche predicandone l’ingiustizia. Ora la maggioranza era sotto l’impero dei pochi, di questi pochi astuti sparsi in tutte le classi sociali. Egli sosteneva: — Nessun cambiamento può essere realmente attivo e vitale se prima non si adatta il terreno a fecondarlo. Si era posto il problema: — È possibile la distruzione di questa minoranza? Non risorgerà essa? È frutto delle condizioni sociali o di natura? Modificato l’ambiente, sarà tolta la possibile formazione di questi individui? Come si potrà giungere a ciò? Per rivoluzione no, perchè, di questa, essi individui ne approfitterebbero: per evoluzione adunque. In un dato periodo in cui, collegatasi la maggioranza, eserciterebbe un’azione energica ed anche violenta, continua e illuminata. Nello stesso tempo, diceva, si formerebbe sempre più lo spirito delle masse, la loro educazione verrebbe compita e il loro senso morale ampliato. La società si torrebbe dal seno la zizzannia, preparandosi ad una costituzione salda d’amore reciproco, di reciproco aiuto, di universale fratellanza. Egli così giungeva alle più belle conclusioni, nelle quali lo spirito suo, che già vedeva tutto l’organamento di una probabile formazione sociale, funzionare con chiarezza, si compiaceva di gioia. S’era formato un piano, l’opera che gli aveva costato la maggior parte della vita. — Se potessero i miei fratelli giungere a l’attuazione di questa idea che ho derivato da tante dottrine e da lunga osservazione, troverebbero il bene e, l’agatoarchia si stabilirebbe per spontanea conseguenza, dando i maggiori frutti all’umanità ricercante. Egli d’altra parte aveva la gran semplicità d’un fanciullo e vedeva palesi e chiare, le conseguenze de’ suoi pensieri. All’opera sua principale aveva speso la miglior parte di sè, eppure nel terribile momento di dubbio, prima di morire, la distrusse. Era un mio vecchio parente, un adorato fra i miei cari. Ricordo quella fine d’ottobre. L’annuncio del sonno invernale era nella luce, nelle cose; il freddo irrigidiva le ultime foglie, v’eran dei rami protesi con qualche sembianza di vita ancora; nei mattini freddi passavan grandi colonie di uccelli migratori. Borea persisteva dalle lontane paludi, dai mari lontani. Il mio vecchio stava assai muto, come presentisse in sè qualche disfacimento, da qualche giorno non sorrideva, con gli occhi bassi pareva concentrato in un gran dolore. Una volta sola l’udii dire: — Perchè mi tormenti? Poi sentii singhiozzare, ma non ebbi il cuore di socchiuder l’uscio e chiedergli la cagione del suo pianto. Forse gli avrei dato maggior dolore obbligandolo ad una confessione; in certi giorni amava d’esser solo e non viveva se non del suo spirito. L’udii singhiozzare, volgeva un crepuscolo serale, i miei vetri s’erano accesi, sul mio tavolo i libri pareva si animassero in quella luce. Supposi ch’egli non potesse aver lagrime perchè era rude il singhiozzo ed aspro. Aspettai, volli tacere, me lo imposi, egli si sarebbe calmato. Ma quel lamento di singhiozzo pareva desse flutti di sangue ed io vidi il nonno, in quel crepuscolo triste, morire. La visione si presentò animata di quel fuoco del cielo e l’oppressione mi vinse sicchè gridai: — Nonno, nonno, perchè piangi? Ancora udii qualche singhiozzo poi si tacque. Sotto la sua volontà aveva soggiogato il suo dolore. Passò il crepuscolo, si morì tra le ultime rame degli alberi, vidi il cielo frastagliarsi come per braccia tese, poi la luce si estinse, si chiusero i limiti degli orizzonti e la notte illune stette nel brillare di lontanissimi soli innumerevoli: ebbi un senso d’isolamento, mi parve che il nostro pianeta precipitasse, nell’oscura eternità, verso una morte improvvisa. Accesi la lampada, ella raccolse il mio pensiero, ma non seppi studiare. La vecchia pendola degli antenati, stridendo rugginosa e grave segnò fatalmente le ore. Udii il suono di brevi metalli, un suono metodico ed eguale, indifferente e cinico, ogni ora ebbe la sua parola, mi parve di soffocare. Nella stanza, cosa pensava, cosa faceva il nonno? Ad un tratto udii un rumore indistinto, un suono di parole che ben non compresi, poi una nuova pausa, un silenzio, finchè mi parve che qualcosa cadesse al suolo pesantemente. Mi precipitai nella stanza. Vidi il nonno giacere disteso presso al camino ove ardeva ancora, torcendosi fra le fiamme, un gran fascio di carte. Lo sollevai, lo distesi sul letto, non prese vita se non molte ore dopo. Quando riaperse gli occhi sorrideva. — Muoio — mi disse. E alla mattina egli era disteso come un santo con le mani incrociate sul petto. Ora io voglio per la riconoscenza mia, raccogliere alcuno fra i suoi pensieri; li porgo come un frutto sano, maturato in solitudine, nel ramo più isolato fra i mille. _Disse il sapiente de’ campi:_ — Pota le viti a tempo e tu avrai, nell’autunno, ricco di grappoli il filare. Chè chi non ebbe il pennato atto a sacrificare e non legò fascine di sarmenti, vide ampia messe di foglie e non raccolse frutti. Così nel grano. L’occhio tuo potrebbe essere allettato da qualche fiore di viva fiamma; estirpalo ch’egli è nocivo. Tu vedrai intorno a lui le spiche chinarsi malate. Meglio è eriger alte le biche e saziarsi l’inverno, anzichè per effimera e caduca bellezza sacrificar parte di tua sostanza. Sia il tuo cuore come la fontana che tutti rispecchia cristallina. Vanno ad essa le mandre, i buoi, i passeri e gli uomini. Fa che nel tuo cuore tutto si rispecchi così semplicemente ed ama. Anche il passero può insegnarti alcuna cosa. Egli vola ove è passato l’aratro, becca il chicco di sementa scoperto e vi trova nutrimento pel suo giorno. Non isdegnare le piccole ed umili cose, chè nel più piccol seme è il germe di una vita. Sii come la vecchia che va nel prato incolto che altri disprezza. Ella ben sa fra l’intrico d’erbe salvatiche trovare quell’unica che può darle un’essenza di bene. Se il vicino ti dirà che la volpe distrugge il pollaio, tendi il laccio alla volpe e bada al vicino. Meglio è guardarsi dal male, anzichè incautamente trovarselo al fianco e costringere l’anima a vendetta. Chè se un frutto cade dall’albero, altri ne trascina seco. Per il bene della vita conviene a volte non udire e non vedere. Insegna al tuo fanciullo come vadan le nubi nei cieli a seconda dei venti, e mostragli le salde montagne. Io conobbi un vecchio uomo che s’era creata una strana fede. Diceva: — Io sono stato ai monti e non si va oltre; io sono stato al mare e non si va oltre; io conosco il mondo. Invero egli visse felice. Hai visto la siepe bianca, a volte, par la tela che la massaia vi ha steso ad asciugare? Ella non ha temuto i rovi, anzi i rovi stessi glie l’hanno sostenuta senza bucarla. Fai che nel tuo cammino ti preceda l’amore e non temere. Hai udito il canto della vendemmiatrice come un intreccio di pampini? Rallegrati ogni giorno, in tuo cuore, di tua gioventù ed apri l’anima a tutte le forze, a tutte l’energie d’amore per potere, quando tu sia vecchio, andar per i campi sorridendo. Magnifica sempre la terra, che così facendo, magnifichi tua madre e l’universo. Sia lo sdegno nel tuo cuore, come l’orma sul greto di un fiume. Finchè l’anima tua s’empirà di meraviglia al sorgere di un’aurora, vivrai una nuova esistenza ad ogni giorno. Sii pe’ tuoi fratelli, come l’acqua per la terra riarsa; se è in te alcuna vena sorgiva, non ne far calcolo d’avarizia. Ciò che di tuo avrai dato, lo riavrai sotto altre forme, in gaudio. Sia la famiglia per te, come il ramo per il frutto, la ragione del tuo affaccendarti sotto al sole. Chè la terra che il sole ha riarsa, apre crepacci e dà ricetto alle serpi. Guarda l’esile pianta del cocomero, rasenta la terra e pure dà un frutto saporoso. Il pioppo si scaglia ne’ cieli ed è schiantato dal fulmine. Quando batterai l’albero per coglierne i frutti, non essere di soverchia ingordigia. Con lo schiantar le rame, ti priverai d’altri beni venturi. Non tendere il laccio al passero che verrà a’ tuoi pagliai. Egli si contenta del chicco di grano che tu hai disperso. Invero che l’uomo è a volte come il fanciullo il quale con una canna tenta di uccidere il vipistrello di cui teme. Che la tua esistenza non sia come il riflesso di un albero su acque. La cascata d’acqua è come il cuore. Dice la prima agli scogli: Io rodo; e il cuore: Tu devi morire. Ogni cosa ha il suo valore; ogni minima voce la sua importanza: sappia il tuo spirito il vero senso di natura prima di lanciarsi nelle ipotesi. L’uccellatore tende le reti fra le robinie, ne’ luoghi di silenzio. Guarda gli alberi come si tendon fra loro le braccia e come si avviticchian gli steli. Se non saprai amare la terra, sarai come l’inesperto che va co’ piedi nudi sui campi falciati. Non guardare con concupiscenza l’altrui bene, che, a volte, non dovessi essere come l’aratro abbandonato fra gli sterpi. Se una spina ti buca la mano, non ti rivolger con isdegno alla siepe. Semina e raccogli, perdona ogni dolore, ama l’ombra ed il sole; così farai opera semplice senza vano allettamento di grandezza. Non usare nello sfrondar l’olmo, nè pelle, nè cencio, metti direttamente le mani tue a contatto dei rami. Guarda il bovaro come canta all’alba quando esce co’ buoi, e come canta sulla sera al ritorno. Invero se tornerai bestemmiando avrai aperta in tuo cuore una voragine. Una rana che gracida su di una foglia nell’acqua e guarda un tramonto, anima di sè stessa la palude, ed è pure piccolissima cosa. Tu stesso intreccia i vimini per comporre la zana al tuo nascituro. Non altra mano compia l’opera, chè a volte per inesperienza potrebbe tramezzarvi un rovo. Quando la campana griderà per il turbine, non ti distendere prono sulla terra, ma drizza la fronte ai cieli. L’aratro passando scopre le tane dei grilli; essi avevan cantato fra le lupinelle, alla luna, le loro ampie città indistruttibili. Quando parlerai a’ tuoi fratelli e vi sarà fra voi seme di discordia, rammenta come saggiamente insegna natura col frutto del melograno. Non pensare monotona la via. L’acqua scorre sempre fra le stesse rive a mare. Appoggia con forza la mano sul timone. L’aratro non sopporta placido avvìo. Non discacciare il vecchio che viene alla tua porta a chiedere una parte del tuo pane. La terra non ti disse: Io creo questo per te solo. Quando il tuo cuore sarà pieno di letizia, non chiederne il perchè alla ragione. Stima la moglie e tienla alla tua altezza, chè a volte ella per essere in basso, non t’avesse a intricare i piedi nel cammino. Non gettare incautamente una palma a mare. Sappi legger nei cieli il propiziare per la raccolta e per la semina. Sian le tue forze come molti rami ad un tronco. Nell’estate la strada si empie di orme che vanno, vanno sempre oltre, tanto oltre che tu non ne potresti trovare il confine; non guardare al piede nudo, al piede calzato, la polvere li unisce e li affratella e vanno insieme agli ultimi confini. Se verrà l’amico lontano, mescigli il vino migliore degli otri; così se uno straniero ti chiederà dalla finestra l’asilo. Sii come il fiore che accoglie le rugiade, come l’ape che distilla il miele e ne fa tesoro. Guarda alla donna tua come alla croce che tu hai eretta in mezzo al campo seminato. Un filare d’olmi fino al tramonto. Ne sapresti misurare l’estensione? Invero che il tuo campo è assai vasto perchè tu lo possa empire d’orme. Hai visto nel pozzo l’immagine tua? Così è ciò che ti sarà promesso. La chiocciola va in silenzio, ma non si sa nascondere. Che a volte il riso non sia come al tuo palato la ruta. Un rivolo d’acqua fra canneti, è più soave, a volte, di un mare. Borea giunge dalle paludi, dalle pianure senza alberi. Guardati dal cane che verrà ad annusarti le gambe. Le anitre selvatiche cadono sotto ai colpi dei cacciatori, per aver seguito ciò che esse credevano una compagna. Chi cammina a piedi nudi sul rovaio e lascia sangue sulla via, ha lo sguardo nell’alto. Chi ha le mani sì poco amorose da strappare i fiori del pesco per venderli? Così anche: chi spoglia gli ulivi per avere la pace? Meglio è morire sulle radici di un olmo e rendersi alla terra, anzichè nella protezione di quelli che verranno a venderti Iddio per l’ultima ora. Bacia la terra ove sarà impressa l’orma del figlio tuo, ch’ivi è caduta veramente la tua benedizione. Se sarai presso a morire ed avrai desiderio di un Dio, fa che tuo figlio te ne parli con la sua voce d’oro. Due secchie alla stessa catena, in un eterno riso, in un eterno pianto. Tu sai, le secchie si affannano per dar vita all’orto, all’orto fra siepi sul limite dell’aia. E così pure: un’aia con moggia di grano, un olmo ove una florida vite s’allaccia. E se non avrai viva acqua di fonte in te stesso, sarai come un campo con istoppie. La canapa diritta ed esile si attorce per sue tenui vene. Ciò che prima tu potevi spezzar con un dito, vince poi tutta l’energia tua che volontà costringe. Come uno stelo che dia vita a due fiori, come un tronco che si biforchi in due rame, un’anima fra due infiniti. Non fissare la tenebra, chè tu non dovessi tremare di spasimo e di paura. Che per l’umano rispetto tu non debba essere come finestra chiusa al pieno sole. Stringi due patti: uno con la terra e il secondo con l’anima tua. Avrai così le vie piane. Esamina il ragno e la mosca, la formica e il corvo, il rettile e il bue; avrai così splendidi termini di paragone. Tu vedrai sull’entrata di qualche aia un cipresso, e così qualche ornello in cimiteri. Ascolta la voce dei campi qualche volta in un giorno festivo, quando ti giungerà rumore d’orgia dalle ville. Che il tuo dire non sia come un improvviso abbaiare da pagliai. Io vidi un giorno riflettersi il cielo sulla terra. Era una viottola fra alti pioppi, v’eran grida di fanciulli e si udiva l’andare di un telaio. Sorrisi e fui contento della vita. Ecco, alcuno crederà d’esser grande, parlando di sue cose imparate, a chi non sa; io dico invero che più grande è il semplice che ascolta nella sua meraviglia. E chi vuol dir molto, fuor di misura, è come la finestra delle stalle, da cui si getta il concime. Io so di uno che circondò un suo podere di una siepe di canne e dormì fiducioso. Invero il camino della tua casa è l’indice della tua gioia. Non ti lasciar sedurre dal profumo di certi fiori o dal sorriso di una bella femmina, guarda sempre diritto per le tue vie. Tu vedi la giovenca come s’ingagliardisce quando sente necessità di creare; la natura impone le sue leggi, tu puoi ridurle però a fin di bene. Il torello che corre impazzando pei campi, sente pe’ suoi grand’occhi, forse, l’anima della natura. Considera ciò: Tu non hai compassione di scorticare il tuo asinello che ti rende i servigi più umili. Come alcune donne che vanno in un giorno grigio cantando il miserere, sarà l’anima tua nel dubitare. Potresti impedire a una nube di dare acqua? La nube carica di gragnuola, verrà sotto luci bianche. Io ti insegno ad amare, ciò che tu per insapienza calpesti e spesso dimentichi. Come cavallo che s’imbizzarrisce e s’impenna e s’insanguina la bocca per il morso, e cerca il suo male, sarà colui che si vorrà ribellare con violenza. Ecco, io vidi due castelli su due monti di contro, due rovine di castelli. E vidi anche sul ciglione, sotto i ruderi, due uomini smuover la terra con loro vanghe, in silenzio. Hai visto il fiume come si ritorce fra i monti? Ed hai pensato mai come ne possa uscire? Un ulivo solo sulla costa e il canto di una calandra dall’ulivo e una siepe di canne verso il cielo. Io vidi da culmini una città lontanissima e pensai: — È forse la sua voce quella dei mormorii dell’erba secca che il vento sbatte? E intorno ad una torre già caduta in rovina, io vidi piegarsi una lunga fila di cipressi. Anche la più aspra montagna ha un sentiero ritorto che la vince. Le poche note del canto di un gallo: il rompere dell’alba e lo spengersi di una lampada. Io udii sotto me mormorare il ruscello. Pensai: Da dove viene quest’acqua, da quali sommità, da quali vette azzurre, da quali bianchissimi mattini? E i pioppi scesero col rio, con l’acque, alla valle; come titani alla canzone di un grillo. Chi fece sul monte la piccola pozza, il piccolo serbatoio d’acque chiare? Io vidi, poi ch’era l’inverno, le vene di un albero irrigidite come in sofferenza ma era la pace del sonno. L’albero che mise il primo verde, fu per la preghiera di un nido. Io ho visto nevi e tempeste e ottanta primavere, e sento di rifiorire ad ogni ora per aver amato la terra. Lasciami andare per il mio cammino tu che non intendi; la mia voce per te, sarà come il ronzio di una mosca che t’infastidisce. Ho semplicemente rivolto le mie pupille dove camminavo ed ho trovato tesori. Io ho tratto dell’acqua dalle fonti, della neve dai culmini, dei ramicelli dagli ulivi e per mia sapienza ho visto che nulla era in disaccordo sulla terra. Anzi tu sentirai in te stesso armonie, se guarderai a te vicino. Nulla vi ha di più egoistico del troppo amore per sè e nulla così vi ha di più egoistico del soverchio amore per gli altri; cerca l’equilibrio nella tua coscienza e nella tua essenza d’uomo. Non credere mai ad amor di donna troppo leggermente; liberati dal senso più che puoi, sii sacerdote cauto nel tempio che ti erigerai. Il serpe si nasconde fra le siepi, eppure si tradisce per l’acuto odore della sua pelle. Il sentimento può essere a’ tuoi occhi come un’ebbrezza di vino, come un senso di piacere. Accogli nell’anima tua il bene ed il male se vuoi fortificarti nelle vie del sapere e della virtù. Un albero che volle rigidamente opporsi al vento s’infranse come un fuscello. Anzi farai cosa buona condiscendendo, per più ottenere, nel tuo cammino di saviezza. Due cose dettero pace agli uomini: la saggia sapienza e l’incoscienza. Accetta la base di ragione elevata nei secoli e non demolire sotto a’ tuoi piedi il suolo che innumerevoli genti con fatica assodarono. Il perchè della vita sta nella comprensione di questa e nella serenità della morte. Se tutto è a’ tuoi occhi come vaga forma o appariscenza fantastica, tu sarai fra le più miserrime creature, incapace della stessa affermazione del tuo — Io. Più che considerarti grande, sii come la pietruzza lucente che cerca di riflettere in sè un po’ d’infinito. I piccoli fiumi al mare si arrestano a volte per mucchi di sabbie che ne otturano la foce, ma ben verrà il gran mare nel suo flusso possente a raccogliere le dolci acque che attendono. Raccogli dalla vita tutte le cose più belle, tutta la vita delle altre anime che han saputo darti una luce; amplifica il tuo essere, rendilo cosciente e intelligente delle maggiori finezze ed abbi a base continua di qualsiasi ragione il senso chiaro di natura. Così saprai conoscere uno scopo alla vita tua e una entità al tuo pensiero. Perchè guardi con leggerezza la donna e non scruti s’ella possa avere qualche altro sentimento che non sia d’astuzia sensuale? Può darsi che tu rinvenga come un campo fecondo in solitudini. Tu sei che obblighi la debole canna e la plasmi a tua voglia. La donna deve essere per il tuo senso assai di rado tu ricerchi l’anima sua. Perchè credi che getteresti sementa a mare dando te stesso alla donna tua? Ella ti guarderà come il possessore della sua carne e il suo spirito si avvilirà nella brutalità che le imponi. E potresti tu rivolgerti a fiamme se tu le alimenti e potresti tu gridare al fuoco se tu hai messo mano all’incendio? Cerca di essere cosciente del tuo spirito, alimenta la tua potenza intellettiva; cerca di essere umano prima di avvilire la donna. Quale è l’orgoglio che si racchiude in sè ed in sè trova tutti gli elementi necessari alla sua manifestazione? E perchè disprezzi tutto ciò che dall’esterno converge in te per dar vita ai pensieri tuoi? Tendi la mano all’umile che può benedirti, all’incosciente che può aver luce dal tuo spirito. Semplicità, semplicità, potenza delle maggiori espressioni di bellezza, quanto poco ti si valuta nelle vane apparenze del mondo! Come un anello non forma catena, così il tuo Io non può concepire la conseguenza delle cose se non in relazione ai fratelli. Io vidi un torello abbattersi sotto la furia dell’uragano in campi aridi e sterminati. Anch’io ebbi sussulti per un riso ed ebbi desideri e mi parve di essere l’unico senza amore e senza gioia; ma poi vidi che la luce è per gli occhi del solitario e per colui che ha serbata la semplicità di core. Più ti dorrà di aver soverchiamente riso e più ti saprà aspro il tempo di gioia vana, quando sentirai nel tuo capo fecondarsi l’idea. Riguarda il cardo, egli può ben dare dal suo arido cespo spinoso il suo gran fiore azzurro. Guarda sempre in viso al prossimo tuo quando gli parlerai di te stesso, chè nulla è più piacevole e seccante che dire del proprio ed ascoltare dell’altrui — Io. Forse nel pianto di una musica sentirai più vivamente palpitare l’anima dolorosa della madre. Riguarda con occhio sapiente le tamerici smorte sbattute dal mare; esseri di eterna maraviglia e di tristezza innanzi all’immensità. Se un bimbo macilento verrà a stenderti la mano, dagliela la piccola moneta, ch’egli è come il sogno che non ha trovato confini. E se hai vena di fede, l’essere che non ritrova pace ricordalo a Dio. Sai tu dirmi la via delle rondini? Sai tu indicarmi la vera gioia? Tu vedi l’acqua fra i monti scendere in brevi rivoli e andare finchè ritrovi la vastità dei mari; seguendo così le vie di natura potrai avere la pace dell’immenso. Io vidi un vecchio raccogliere il concio per la via e vidi le sue mani alzarsi a benedire il figlio che passò presso lui cantando. V’han terreni senza l’ombra di un ramo, senza l’orma di un piede; la tua mente non li consideri maledetti. Vi son capanne scoperchiate dal vento e cuori inariditi dal dolore. Porta un fastello di paglia per ricostruire il tetto e buone parole per ridar la speranza. Io vidi passare una piccola bara in un crepuscolo cinereo, qualche fanciullo gettava rose senza lacrimare, molte vecchie bensì piangevano ma le loro mani eran spoglie di rose. Sai tu guardare gli occhi di un pazzo, senza spavento? Saprai comporti un limite di vita ed esser sereno? La canna palustre freme ad ogni palpito di vento ed è vana nella sua meschinità. Cerca di sapere le armonie del tutto, la tua anima ogni giorno più avrà abbondanza di messi. La scienza di natura t’insegna ad indagare con serenità, non già a scompigliare come pazzo. Potresti tu con l’unghia intaccare il diamante? Potresti lasciar l’orma tua su rupi? Il vecchio che segnò con l’orme sue la sua parte di mondo raccoglie questo po’ di sapienza e te la porge perchè tu la consideri. FINE. INDICE. A Sem Benelli Pag. 3 La Madre — (Prefazione) » 5 Sull’argine » 13 Il limite » 36 Miseria » 51 Un pellegrinaggio » 66 L’agguato » 80 La selva » 103 Come gemma dal ramo » 152 Nota del Trascrittore Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. *** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK L'ANTICA MADRE *** Updated editions will replace the previous one--the old editions will be renamed. Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright law means that no one owns a United States copyright in these works, so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the United States without permission and without paying copyright royalties. Special rules, set forth in the General Terms of Use part of this license, apply to copying and distributing Project Gutenberg™ electronic works to protect the PROJECT GUTENBERG™ concept and trademark. 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START: FULL LICENSE THE FULL PROJECT GUTENBERG LICENSE PLEASE READ THIS BEFORE YOU DISTRIBUTE OR USE THIS WORK To protect the Project Gutenberg™ mission of promoting the free distribution of electronic works, by using or distributing this work (or any other work associated in any way with the phrase “Project Gutenberg”), you agree to comply with all the terms of the Full Project Gutenberg™ License available with this file or online at www.gutenberg.org/license. Section 1. General Terms of Use and Redistributing Project Gutenberg™ electronic works 1.A. By reading or using any part of this Project Gutenberg™ electronic work, you indicate that you have read, understand, agree to and accept all the terms of this license and intellectual property (trademark/copyright) agreement. If you do not agree to abide by all the terms of this agreement, you must cease using and return or destroy all copies of Project Gutenberg™ electronic works in your possession. 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