The Project Gutenberg EBook of Orlando innamorato, by Matteo Maria Boiardo

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Title: Orlando innamorato

Author: Matteo Maria Boiardo

Release Date: August 28, 2018 [EBook #57787]

Language: Italian

Character set encoding: ISO-8859-1

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Orlando innamorato

Libro primo

Canto primo

Signori e cavallier che ve adunati
Per odir cose dilettose e nove,
Stati attenti e queti, ed ascoltati
La bella istoria che 'l mio canto muove;
E vedereti i gesti smisurati,
L'alta fatica e le mirabil prove
Che fece il franco Orlando per amore
Nel tempo del re Carlo imperatore.

Non vi par gi, signor, meraviglioso
Odir cantar de Orlando inamorato,
Ch qualunche nel mondo  pi orgoglioso,
 da Amor vinto, al tutto subiugato;
N forte braccio, n ardire animoso,
N scudo o maglia, n brando affilato,
N altra possanza pu mai far diffesa,
Che al fin non sia da Amor battuta e presa.

Questa novella  nota a poca gente,
Perch Turpino istesso la nascose,
Credendo forse a quel conte valente
Esser le sue scritture dispettose,
Poi che contra ad Amor pur fu perdente
Colui che vinse tutte l'altre cose:
Dico di Orlando, il cavalliero adatto.
Non pi parole ormai, veniamo al fatto.

La vera istoria di Turpin ragiona
Che regnava in la terra de orente,
Di l da l'India, un gran re di corona,
Di stato e de ricchezze s potente
E s gagliardo de la sua persona,
Che tutto il mondo stimava nente:
Gradasso nome avea quello amirante,
Che ha cor di drago e membra di gigante.

E s come egli avviene a' gran signori,
Che pur quel voglion che non ponno avere,
E quanto son difficult maggiori
La desata cosa ad ottenere,
Pongono il regno spesso in grandi errori,
N posson quel che voglion possedere;
Cos bramava quel pagan gagliardo
Sol Durindana e 'l bon destrier Baiardo.

Unde per tutto il suo gran tenitoro
Fece la gente ne l'arme asembrare,
Ch ben sapeva lui che per tesoro
N il brando, n il corsier puote acquistare;
Duo mercadanti erano coloro
Che vendean le sue merce troppo care:
Per destina di passare in Franza
Ed acquistarle con sua gran possanza.

Cento cinquanta millia cavallieri
Elesse di sua gente tutta quanta;
N questi adoperar facea pensieri,
Perch lui solo a combatter se avanta
Contra al re Carlo ed a tutti guerreri
Che son credenti in nostra fede santa;
E lui soletto vincere e disfare
Quanto il sol vede e quanto cinge il mare.

Lassiam costor che a vella se ne vano,
Che sentirete poi ben la sua gionta;
E ritornamo in Francia a Carlo Mano,
Che e soi magni baron provede e conta;
Imper che ogni principe cristiano,
Ogni duca e signore a lui se afronta
Per una giostra che aveva ordinata
Allor di maggio, alla pasqua rosata.

Erano in corte tutti i paladini
Per onorar quella festa gradita,
E da ogni parte, da tutti i confini
Era in Parigi una gente infinita.
Eranvi ancora molti Saracini,
Perch corte reale era bandita,
Ed era ciascaduno assigurato,
Che non sia traditore o rinegato.

Per questo era di Spagna molta gente
Venuta quivi con soi baron magni:
Il re Grandonio, faccia di serpente,
E Feraguto da gli occhi griffagni;
Re Balugante, di Carlo parente,
Isolier, Serpentin, che fr compagni.
Altri vi frno assai di grande afare,
Come alla giostra poi ve avr a contare.

Parigi risuonava de instromenti,
Di trombe, di tamburi e di campane;
Vedeansi i gran destrier con paramenti,
Con foggie disusate, altiere e strane;
E d'oro e zoie tanti adornamenti
Che nol potrian contar le voci umane;
Per che per gradir lo imperatore
Ciascuno oltra al poter si fece onore.

Gi se apressava quel giorno nel quale
Si dovea la gran giostra incominciare,
Quando il re Carlo in abito reale
Alla sua mensa fece convitare
Ciascun signore e baron naturale,
Che venner la sua festa ad onorare;
E frno in quel convito li assettati
Vintiduo millia e trenta annumerati.

Re Carlo Magno con faccia ioconda
Sopra una sedia d'r tra' paladini
Se fu posato alla mensa ritonda:
Alla sua fronte frno e Saracini,
Che non volsero usar banco n sponda,
Anzi sterno a giacer come mastini
Sopra a tapeti, come  lor usanza,
Sprezando seco il costume di Franza.

A destra ed a sinistra poi ordinate
Frno le mense, come il libro pone:
Alla prima le teste coronate,
Uno Anglese, un Lombardo ed un Bertone,
Molto nomati in la Cristianitate,
Otone e Desiderio e Salamone;
E li altri presso a lor di mano in mano,
Secondo il pregio d'ogni re cristiano.

Alla seconda fr duci e marchesi,
E ne la terza conti e cavallieri.
Molto frno onorati e Magancesi,
E sopra a tutti Gaino di Pontieri.
Rainaldo avea di foco gli occhi accesi,
Perch quei traditori, in atto altieri,
L'avean tra lor ridendo assai beffato,
Perch non era come essi adobato.

Pur nascose nel petto i pensier caldi,
Mostrando nella vista allegra fazza;
Ma fra se stesso diceva: "Ribaldi,
S'io vi ritrovo doman su la piazza,
Vedr come stareti in sella saldi,
Gente asinina, maledetta razza,
Che tutti quanti, se 'l mio cor non erra,
Spero gettarvi alla giostra per terra."

Re Balugante, che in viso il guardava,
E divinava quasi il suo pensieri,
Per un suo trucimano il domandava,
Se nella corte di questo imperieri
Per robba, o per virtute se onorava:
Acci che lui, che quivi  forestieri,
E de' costumi de' Cristian digiuno,
Sapia l'onor suo render a ciascuno.

Rise Rainaldo, e con benigno aspetto
Al messagier diceva: - Raportate
A Balugante, poi che egli ha diletto
De aver le gente cristiane onorate,
Ch'e giotti a mensa e le puttane in letto
Sono tra noi pi volte acarezate;
Ma dove poi conviene usar valore,
Dasse a ciascun il suo debito onore. -

Mentre che stanno in tal parlar costoro,
Sonarno li instrumenti da ogni banda;
Ed ecco piatti grandissimi d'oro,
Coperti de finissima vivanda;
Coppe di smalto, con sotil lavoro,
Lo imperatore a ciascun baron manda.
Chi de una cosa e chi d'altra onorava,
Mostrando che di lor si racordava.

Quivi si stava con molta allegrezza,
Con parlar basso e bei ragionamenti:
Re Carlo, che si vidde in tanta altezza,
Tanti re, duci e cavallier valenti,
Tutta la gente pagana disprezza,
Come arena del mar denanti a i venti;
Ma nova cosa che ebbe ad apparire,
Fe' lui con gli altri insieme sbigotire.

Per che in capo della sala bella
Quattro giganti grandissimi e fieri
Intrarno, e lor nel mezo una donzella,
Che era seguta da un sol cavallieri.
Essa sembrava matutina stella
E giglio d'orto e rosa de verzieri:
In somma, a dir di lei la veritate,
Non fu veduta mai tanta beltate.

Era qui nella sala Galerana,
Ed eravi Alda, la moglie de Orlando,
Clarice ed Ermelina tanto umana,
Ed altre assai, che nel mio dir non spando,
Bella ciascuna e di virt fontana.
Dico, bella parea ciascuna, quando
Non era giunto in sala ancor quel fiore,
Che a l'altre di belt tolse l'onore.

Ogni barone e principe cristiano
In quella parte ha rivoltato il viso,
N rimase a giacere alcun pagano;
Ma ciascun d'essi, de stupor conquiso,
Si fece a la donzella prossimano;
La qual, con vista allegra e con un riso
Da far inamorare un cor di sasso,
Incominci cos, parlando basso:

- Magnanimo segnor, le tue virtute
E le prodezze de' toi paladini,
Che sono in terra tanto cognosciute,
Quanto distende il mare e soi confini,
Mi dan speranza che non sian perdute
Le gran fatiche de duo peregrini,
Che son venuti dalla fin del mondo
Per onorare il tuo stato giocondo.

Ed acci ch'io ti faccia manifesta,
Con breve ragionar, quella cagione
Che ce ha condotti alla tua real festa,
Dico che questo  Uberto dal Leone,
Di gentil stirpe nato e d'alta gesta,
Cacciato del suo regno oltra ragione:
Io, che con lui insieme fui cacciata,
Son sua sorella, Angelica nomata.

Sopra alla Tana ducento giornate,
Dove reggemo il nostro tenitoro,
Ce fr di te le novelle aportate,
E della giostra e del gran concistoro
Di queste nobil gente qui adunate;
E come n citt, gemme o tesoro
Son premio de virtute, ma si dona
Al vincitor di rose una corona.

Per tanto ha il mio fratel deliberato,
Per sua virtute quivi dimostrare,
Dove il fior de' baroni  radunato,
Ad uno ad un per giostra contrastare:
O voglia esser pagano o battizato,
Fuor de la terra lo venga a trovare,
Nel verde prato alla Fonte del Pino,
Dove se dice al Petron di Merlino.

Ma fia questo con tal condizone
(Colui l'ascolti che si vl provare):
Ciascun che sia abattuto de lo arcione,
Non possa in altra forma repugnare,
E senza pi contesa sia pregione;
Ma chi potesse Uberto scavalcare,
Colui guadagni la persona mia:
Esso andar con suoi giganti via. -

Al fin delle parole ingenocchiata
Davanti a Carlo attendia risposta.
Ogni om per meraviglia l'ha mirata,
Ma sopra tutti Orlando a lei s'accosta
Col cor tremante e con vista cangiata,
Bench la volunt tena nascosta;
E talor gli occhi alla terra bassava,
Ch di se stesso assai si vergognava.

"Ahi paccio Orlando!" nel suo cor dicia
"Come te lasci a voglia trasportare!
Non vedi tu lo error che te desvia,
E tanto contra a Dio te fa fallare?
Dove mi mena la fortuna mia?
Vedome preso e non mi posso aitare;
Io, che stimavo tutto il mondo nulla,
Senza arme vinto son da una fanciulla.

Io non mi posso dal cor dipartire
La dolce vista del viso sereno,
Perch'io mi sento senza lei morire,
E il spirto a poco a poco venir meno.
Or non mi val la forza, n lo ardire
Contra d'Amor, che m'ha gi posto il freno;
N mi giova saper, n altrui consiglio,
Ch'io vedo il meglio ed al peggior m'appiglio."

Cos tacitamente il baron franco
Si lamentava del novello amore.
Ma il duca Naimo, ch' canuto e bianco,
Non avea gi de lui men pena al core,
Anci tremava sbigotito e stanco,
Avendo perso in volto ogni colore.
Ma a che dir pi parole? Ogni barone
Di lei si accese, ed anco il re Carlone.

Stava ciascuno immoto e sbigottito,
Mirando quella con sommo diletto;
Ma Feraguto, il giovenetto ardito,
Sembrava vampa viva nello aspetto,
E ben tre volte prese per partito
Di torla a quei giganti al suo dispetto,
E tre volte afren quel mal pensieri
Per non far tal vergogna allo imperieri.

Or su l'un piede, or su l'altro se muta,
Grattasi 'l capo e non ritrova loco;
Rainaldo, che ancor lui l'ebbe veduta,
Divenne in faccia rosso come un foco;
E Malagise, che l'ha cognosciuta,
Dicea pian piano: "Io ti far tal gioco,
Ribalda incantatrice, che giamai
De esser qui stata non te vantarai."

Re Carlo Magno con lungo parlare
Fe' la risposta a quella damigella,
Per poter seco molto dimorare.
Mira parlando e mirando favella,
N cosa alcuna le puote negare,
Ma ciascuna domanda li suggella
Giurando de servarle in su le carte:
Lei coi giganti e col fratel si parte.

Non era ancor della citade uscita,
Che Malagise prese il suo quaderno:
Per saper questa cosa ben compita
Quattro demonii trasse dello inferno.
Oh quanto fu sua mente sbigotita!
Quanto turbosse, Iddio del celo eterno!
Poi che cognobbe quasi alla scoperta
Re Carlo morto e sua corte deserta.

Per che quella che ha tanta beltade,
Era figliola del re Galifrone,
Piena de inganni e de ogni falsitade,
E sapea tutte le incantazone.
Era venuta alle nostre contrade,
Ch mandata l'avea quel mal vecchione
Col figliol suo, ch'avea nome Argalia,
E non Uberto, come ella dicia.

Al giovenetto avea dato un destrieri
Negro quanto un carbon quando egli  spento,
Tanto nel corso veloce e leggieri,
Che gi pi volte avea passato il vento;
Scudo, corazza ed elmo col cimieri,
E spada fatta per incantamento;
Ma sopra a tutto una lancia dorata,
D'alta ricchezza e pregio fabricata.

Or con queste arme il suo patre il mand,
Stimando che per quelle il sia invincibile,
Ed oltra a questo uno anel li don
Di una virt grandissima, incredibile,
Avengach costui non lo adopr;
Ma sua virt facea l'omo invisibile,
Se al manco lato in bocca se portava:
Portato in dito, ogni incanto guastava.

Ma sopra a tutto Angelica polita
Volse che seco in compagnia ne andasse,
Perch quel viso, che ad amare invita,
Tutti i baroni alla giostra tirasse,
E poi che per incanto alla finita
Ogni preso barone a lui portasse:
Tutti legati li vl nelle mane
Re Galifrone, il maledetto cane.

Cos a Malagise il dimon dicia,
E tutto il fatto gli avea rivelato.
Lasciamo lui: torniamo a l'Argalia,
Che al Petron di Merlino era arivato.
Un pavaglion sul prato distendia,
Troppo mirabilmente lavorato;
E sotto a quello se pose a dormire,
Ch di posarse avea molto desire.

Angelica, non troppo a lui lontana,
La bionda testa in su l'erba posava,
Sotto il gran pino, a lato alla fontana:
Quattro giganti sempre la guardava.
Dormendo, non parea gi cosa umana,
Ma ad angelo del cel rasomigliava.
Lo annel del suo germano aveva in dito,
Della virt che sopra aveti odito.

Or Malagise, dal demon portato,
Tacitamente per l'aria veniva;
Ed ecco la fanciulla ebbe mirato
Giacer distesa alla fiorita riva;
E quei quattro giganti, ogniuno armato,
Guardano intorno e gi nun dormiva.
Malagise dicea: "Brutta canaglia,
Tutti vi pigliar senza battaglia.

Non vi valeran mazze, n catene,
N vostri dardi, n le spade torte;
Tutti dormendo sentirete pene,
Come castron balordi avreti morte."
Cos dicendo, pi non si ritiene:
Piglia il libretto e getta le sue sorte,
N ancor aveva il primo foglio vlto,
Che gi ciascun nel sonno era sepolto.

Esso dapoi se accosta alla donzella
E pianamente tira for la spada,
E veggendola in viso tanto bella
Di ferirla nel collo indugia e bada.
L'animo volta in questa parte e in quella,
E poi disse: "Cos convien che vada:
Io la far per incanto dormire,
E pigliar con seco il mio desire."

Pose tra l'erba gi la spada nuda,
Ed ha pigliato il suo libretto in mano;
Tutto lo legge, prima che lo chiuda.
Ma che li vale? Ogni suo incanto  vano,
Per la potenzia dello annel s cruda.
Malagise ben crede per certano
Che non si possa senza lui svegliare,
E cominciolla stretta ad abbracciare.

La damisella un gran crido mettia:
- Tapina me, ch'io sono abandonata! -
Ben Malagise alquanto sbigotia,
Veggendo che non era adormentata.
Essa, chiamando il fratello Argalia,
Lo tena stretto in braccio tutta fiata;
Argalia sonacchioso se sveglione,
E disarmato usc del pavaglione.

Subitamente che egli ebbe veduto
Con la sorella quel cristian gradito,
Per novit gli fu il cor s caduto,
Che non fu de appressarse a loro ardito.
Ma poi che alquanto in s fu rivenuto,
Con un troncon di pin l'ebbe assalito,
Gridando: - Tu sei morto, traditore,
Che a mia sorella fai tal disonore. -

Essa gridava: - Legalo, germano,
Prima ch'io il lasci, che egli  nigromante;
Ch, se non fosse l'annel che aggio in mano,
Non son tue forze a pigliarlo bastante. -
Per questo il giovenetto a mano a mano
Corse dove dormiva un gran gigante,
Per volerlo svegliar; ma non potea,
Tanto lo incanto sconfitto il tenea.

Di qua, di l, quanto pi pu il dimena;
Ma poi che vede che indarno procaccia,
Dal suo bastone ispicca una catena,
E de tornare indrieto presto spaccia;
E con molta fatica e con gran pena
A Malagise lega ambe le braccia,
E poi le gambe e poi le spalle e il collo:
Da capo a piede tutto incatenollo.

Come lo vide ben esser legato,
Quella fanciulla li cercava in seno;
Presto ritrova il libro consecrato,
Di cerchi e de demonii tutto pieno.
Incontinenti l'ebbe diserrato;
E nello aprir, n in pi tempo, n in meno,
Fu pien de spirti e celo e terra e mare,
Tutti gridando: - Che vi comandare? -

Ella rispose: - Io voglio che portate
Tra l'India e Tartaria questo prigione,
Dentro al Cataio, in quella gran citate,
Ove regna il mio padre Galafrone;
Dalla mia parte ce lo presentate,
Ch di sua presa io son stata cagione,
Dicendo a lui che, poi che questo  preso,
Tutti gli altri baron non curo un ceso. -

Al fin delle parole, o in quello instante,
Fu Malagise per l'aere portato,
E, presentato a Galafrone avante,
Sotto il mar dentro a un scoglio impregionato.
Angelica col libro a ogni gigante
Discaccia il sonno ed ha ciascun svegliato.
Ogn'om strenge la bocca ed alcia il ciglio,
Forte ammirando il passato periglio.

Mentre che qua fr fatte queste cose,
Dentro a Parigi fu molta tenzone,
Per che Orlando al tutto se dispose
Essere in giostra il primo campone;
Ma Carlo imperatore a lui rispose
Che non voleva e non era ragione;
E gli altri ancora, perch ogni om se estima,
A quella giostra volean gire in prima.

Orlando grandemente avea temuto
Che altrui non abbia la donna acquistata,
Perch, come il fratello era abattuto,
Doveva al vincitore esser donata.
Lui de vittoria sta sicuro e tuto,
E gi li pare averla guadagnata;
Ma troppo gli rencresce lo aspettare,
Ch ad uno amante una ora uno anno pare.

Fu questa cosa nella real corte
Tra il general consiglio essaminata;
Ed avendo ciascun sue ragion prte,
Fu statuita al fine e terminata,
Che la vicenda se ponesse a sorte;
Ed a cui la ventura sia mandata
D'essere il primo ad acquistar l'onore,
Quel possa uscire alla giostra di fore.

Onde fu il nome de ogni paladino
Subitamente scritto e separato;
Ciascun segnor, cristiano e saracino,
Ne l'orna d'oro il suo nome ha gettato;
E poi ferno venire un fanciullino
Che i breve ad uno ad uno abbia levato.
Senza pensare il fanciullo uno afferra;
La lettra dice: Astolfo de Anghilterra.

Dopo costui fu tratto Feraguto,
Rainaldo il terzo, e il quarto fu Dudone;
E poi Grandonio, quel gigante arguto,
L'un presso all'altro, e Belengiere e Otone;
Re Carlo dopo questi  for venuto;
Ma per non tenir pi lunga tenzone,
Prima che Orlando ne fr tratti trenta:
Non vi vo' dir se lui se ne tormenta.

Il giorno se calava in ver la sera,
Quando di trar le sorte fu compito.
Il duca Astolfo con la mente altiera
Dimanda l'arme, e non fu sbigottito,
Bench la notte viene e il cel se anera.
Esso parlava, s come omo ardito,
Che in poco d'ora finir la guerra,
Gettando Oberto al primo colpo in terra.

Segnor, sappiate ch'Astolfo lo Inglese
Non ebbe di bellezze il simigliante;
Molto fu ricco, ma pi fu cortese,
Leggiadro e nel vestire e nel sembiante.
La forza sua non vedo assai palese,
Ch molte fiate cadde del ferrante.
Lui suolea dir che gli era per sciagura,
E tornava a cader senza paura.

Or torniamo a la istoria. Egli era armato,
Ben valeano quelle arme un gran tesoro;
Di grosse perle il scudo  circondato,
La maglia che se vede  tutta d'oro;
Ma l'elmo  di valore ismesurato
Per una zoia posta in quel lavoro,
Che, se non mente il libro de Turpino,
Era quanto una noce, e fu un rubino.

Il suo destriero  copertato a pardi,
Che sopraposti son tutti d'r fino.
Soletto ne usc fuor senza riguardi,
Nulla temendo se pose in camino.
Era gi poco giorno e molto tardi,
Quando egli gionse al Petron di Merlino;
E ne la gionta pose a bocca il corno,
Forte suonando, il cavalliero adorno.

Odendo il corno, l'Argalia levosse,
Ch giacea al fonte la persona franca,
E de tutte arme subito adobosse
Da capo a piedi, che nulla gli manca;
E contra Astolfo con ardir se mosse,
Coperto egli e il destrier in vesta bianca,
Col scudo in braccio e quella lancia in mano
Che ha molti cavallier gi messi al piano.

Ciascun se salut cortesemente,
E fr tra loro e patti rinovati,
E la donzella l venne presente.
E poi si frno entrambi dilungati,
L'un contra l'altro torna parimente,
Coperti sotto a i scudi e ben serrati;
Ma come Astolfo fu tocco primero,
Volt le gambe al loco del cimero.

Disteso era quel duca in sul sabbione,
E crucioso dicea: - Fortuna fella,
Tu me e' nemica contra a ogni ragione:
Questo fu pur diffetto della sella.
Negar nol pi; ch s'io stavo in arcione,
Io guadagnavo questa dama bella.
Tu m'hai fatto cadere, egli  certano,
Per far onore a un cavallier pagano. -

Quei gran giganti Astolfo ebber pigliato,
E lo menarno dentro al pavaglione;
Ma quando fu de l'arme dispogliato,
La damisella nel viso il guardone,
Nel quale era s vago e delicato,
Che quasi ne pigli compassone;
Unde per questo lo fece onorare,
Per quanto onore a pregion si pu fare.

Stava disciolto, senza guardia alcuna,
Ed intorno alla fonte solacciava;
Angelica nel lume della luna,
Quanto potea nascoso, lo amirava;
Ma poi che fu la notte oscura e bruna,
Nel letto incortinato lo posava.
Essa col suo fratello e coi giganti
Facea la guardia al pavaglion davanti.

Poco lume mostrava ancor il giorno,
Che Feraguto armato fu apparito,
E con tanta tempesta suona il corno,
Che par che tutto il mondo sia finito;
Ogni animal che quivi era d'intorno
Fuggia da quel rumore isbigotito:
Solo Argalia de ci non ha paura,
Ma salta in piede e veste l'armatura.

L'elmo affatato il giovanetto franco
Presto se allaccia, e monta in sul corsieri;
La spada ha cinto dal sinistro fianco,
E scudo e lancia e ci che fa mistieri.
Rabicano, il destrier, non mostra stanco,
Anzi va tanto sospeso e leggieri,
Che ne l'arena, dove pone il piede,
Signo di pianta ponto non si vede.

Con gran voglia lo aspetta Feraguto,
Ch ad ogni amante incresce lo indugiare;
E per, come prima l'ha veduto,
Non fece gi con lui lungo parlare;
Mosso con furia e senza altro saluto,
Con l'asta a resta lo venne a scontrare;
Crede lui certo, e faria sacramento,
Aver la bella dama a suo talento.

Ma come prima la lancia il tocc,
Nel core e nella faccia isbigot;
Ogni sua forza in quel punto manc,
E lo animoso ardir da lui part;
Tal che con pena a terra trabucc,
N sa in quel punto se gli  notte o d.
Ma come prima a l'erba fu disteso,
Torn il vigore a quello animo acceso.

Amore, o giovenezza, o la natura
Fan spesso altrui ne l'ira esser leggiero.
Ma Feraguto amava oltra misura;
Giovanetto era e de animo s fiero,
Che a praticarlo egli era una paura;
Piccola cosa gli facea mestiero
A volerlo condur con l'arme in mano,
Tanto  crucioso e di cor subitano.

Ira e vergogna lo levr di terra,
Come caduto fu, subitamente.
Ben se apparecchia a vendicar tal guerra,
N si ricorda del patto nente;
Trasse la spada, ed a pi se disserra
Ver lo Argalia, battendo dente a dente.
Ma lui diceva: - Tu sei mio pregione,
E me contrasti contro alla ragione. -

Feraguto il parlar non ha ascoltato,
Anci ver lui ne andava in abandono.
Ora i giganti, che stavano al prato,
Tutti levati con l'arme se sono,
E s terribil grido han fuor mandato,
Che non se od giamai s forte trono
(Turpino il dice: a me par meraviglia),
E trem il prato intorno a lor due miglia.

A questi se voltava Feraguto,
E non credeti che sia spaventato.
Colui che vien davanti  il pi membruto,
E fu chiamato Argesto smisurato;
L'altro nomosse Lampordo il veluto,
Perch piloso  tutto in ogni lato;
Urgano il terzo per nome si spande,
Turlone il quarto, e trenta piedi  grande.

Lampordo nella gionta lanci un dardo,
Che se non fosse, come era, fatato,
Al primo colpo il cavallier gagliardo
Morto cadea, da quel dardo passato.
Mai non fu visto can levrer, n pardo,
N alcun groppo di vento in mar turbato,
Cos veloci, n dal cel saetta,
Qual Feraguto a far la sua vendetta.

Giunse al gigante in lo destro gallone,
Che tutto lo tagli, come una pasta,
E rene e ventre, insino al petignone;
N de aver fatto il gran colpo li basta,
Ma mena intorno il brando per ragione,
Perch ciascun de' tre forte il contrasta.
L'Argalia solo a lui non d travaglia,
Ma sta da parte e guarda la battaglia.

Fie' Feraguto un salto smisurato:
Ben vinti piedi  verso il cel salito;
Sopra de Urgano un tal colpo ha donato,
Che 'l capo insino a i denti gli ha partito.
Ma mentre che era con questo impacciato,
Argesto nella coppa l'ha ferito
D'una mazza ferrata, e tanto il tocca,
Che il sangue gli fa uscir per naso e bocca.

Esso per questo pi divenne fiero,
Come colui che fu senza paura,
E messe a terra quel gigante altiero,
Partito dalle spalle alla cintura.
Alor fu gran periglio al cavalliero,
Perch Turlon, che ha forza oltra misura,
Stretto di drieto il prende entro alle braccia,
E di portarlo presto se procaccia.

Ma fosse caso, o forza del barone,
Io no 'l so dir, da lui fu dispiccato.
Il gran gigante ha di ferro un bastone,
E Feraguto il suo brando afilato.
Di novo si comincia la tenzone:
Ciascuno a un tratto il suo colpo ha menato,
Con maggior forza assai ch'io non vi dico;
Ogni om ben crede aver clto il nemico.

Non fu di quelle botte alcuna cassa,
Ch quel gigante con forza rubesta
Giunselo in capo e l'elmo gli fraccassa,
E tutta quanta disarm la testa;
Ma Feraguto con la spada bassa
Mena un traverso con molta tempesta
Sopra alle gambe coperte di maglia,
Ed ambedue a quel colpo le taglia.

L'un mezo morto, e l'altro tramortito
Quasi ad un tratto cascarno sul prato.
Smonta l'Argalia e con animo ardito
Ha quel barone alla fonte portato,
E con fresca acqua l'animo stordito
A poco a poco gli ebbe ritornato;
E poi volea menarlo al pavaglione,
Ma Feraguto niega esser pregione.

- Che aggio a fare io, se Carlo imperatore
Con Angelica il patto ebbe a firmare?
Son forsi il suo vasallo o servitore,
Che in suo decreto me possa obligare?
Teco venni a combatter per amore,
E per la tua sorella conquistare:
Aver la voglio, o ver morire al tutto. -
Queste parole dicea Feragutto.

A quel rumore Astolfo se  levato,
Che sino alora ancor forte dormia,
N il crido de' giganti l'ha svegliato
Che tutta fe' tremar la prataria.
Veggendo i duo baroni a cotal piato,
Tra lor con parlar dolce se mettia,
Cercando de volerli concordare:
Ma Feraguto non vle ascoltare.

Dicea l'Argalia: - Ora non vedi,
Franco baron, che tu sei disarmato?
Forse che de aver l'elmo in capo credi?
Quello  rimaso in sul campo spezzato.
Or fra te stesso iudica, e provedi
Se vi morire, o vi esser pigliato:
Che stu combatti avendo nulla in testa,
Tu in pochi colpi finira' la festa. -

Rispose Feraguto: - E' mi d il core,
Senza elmo, senza maglia e senza scudo,
Aver con teco di guerra l'onore;
Cos mi vanto di combatter nudo
Per acquistare il desiato amore. -
Cotal parole usava il baron drudo,
Per ch'Amor l'avea posto in tal loco,
Che per colei s'ara gettato in foco.

L'Argalia forte in mente si turbava,
Vedendo che costui s poco il stima
Che nudo alla battaglia lo sfidava,
N alla seconda guerra n alla prima,
Preso due volte, lo orgoglio abassava,
Ma de superbia pi montava in cima;
E disse: - Cavallier, tu cerchi rogna:
Io te la grattar, ch 'l ti bisogna.

Monta a cavallo ed usa tua bontade,
Ch, come digno sei, te avr trattato;
N aver speranza ch'io te usi pietade,
Perch'io ti vegga il capo disarmato.
Tu cerchi lo mal giorno in veritade,
Facciote certo che l'avrai trovato;
Diffendite se pi, mostra tuo ardire,
Ch incontinente ti convien morire. -

Ridea Feraguto a quel parlare,
Come di cosa che il stimi nente.
Salta a cavallo e senza dimorare
Diceva: - Ascolta, cavallier valente:
Se la sorella tua mi vi donare,
Io non te offender veracemente;
Se ci non fai, io non ti mi nascondo,
Presto serai di quei de l'altro mondo. -

Tanto fu vinto de ira l'Argalia,
Odendo quel parlar che  s arrogante,
Che furoso in sul destrier salia,
E con voce superba e minacciante
Ci che dicesse nulla se intendia.
Trasse la spada e sprona lo aferante,
N se ricorda de l'asta pregiata,
Che al tronco del gran pin stava apoggiata.

Cos cruciati con le spade in mano
Ambi co 'l petto de' corsieri urtaro.
Non  nel mondo baron s soprano,
Che non possan costor star seco al paro.
Se fosse Orlando e il sir de Montealbano,
Non vi sera vantaggio n divaro;
Per un bel fatto potreti sentire,
Se l'altro canto tornareti a odire.

Canto secondo

Io vi cantai, segnor, come a battaglia
Eran condotti con molta arroganza
Argalia, il forte cavallier di vaglia,
E Feraguto, cima di possanza.
L'uno ha incantata ogni sua piastra e maglia,
L'altro  fatato, fuor che nella panza;
Ma quella parte d'acciarro  coperta
Con vinte piastre, quest' cosa certa.

Chi vedesse nel bosco duo leoni
Turbati, ed a battaglia insieme appresi,
O chi odisse ne l'aria duo gran troni
Di tempeste, rumore e fiamma accesi,
Nulla sarebbe a mirar quei baroni,
Che tanto crudelmente se hanno offesi;
Par che il celo arda e il mondo a terra vada,
Quando se incontra l'una e l'altra spada.

E' si feriano insieme a gran furore,
Guardandosi l'un l'altro in vista cruda;
E credendo ciascuno esser megliore
Trema per ira, e per affanno suda.
Or lo Argalia con tutto suo valore
Fer il nemico in su la testa nuda,
E ben si crede senza dubitanza
Aver finita a quel colpo la danza.

Ma poi che vidde il suo brando polito
Senza alcun sangue ritornar al celo,
Per meraviglia fu tanto smarito
Che in capo e in dosso se li aricci il pelo.
In questo Feraguto l'ha assalito;
Ben crede fender l'arme come un gelo,
E crida: - Ora a Macon ti raccomando,
Ch a questo colpo a star con lui ti mando. -

Cos dicendo, quel barone aitante
Ferisce ad ambe man con forza molta;
Se stato fosse un monte de diamante,
Tutto l'avria tagliato in quella volta.
L'elmo affatato a quel brando troncante
Ogni possanza di tagliare ha tolta.
Se Ferag turbosse, io non lo scrivo;
Per gran stupor non sa se  morto o vivo.

Ma poi che ciascadun fu dimorato
Tacito alquanto, senza colpezare
(Ch l'un de l'altro  s meravigliato,
Che non ardiva a pena di parlare),
L'Argalia prima a Ferrag dricciato
Disse: - Barone, io ti vo' palesare,
Che tutte le arme che ho, da capo e piedi,
Sono incantate, quante tu ne vedi.

Per con meco lascia la battaglia,
Ch altro aver non ne puoi, che danno e scorno. -
Ferag disse: - Se Macon mi vaglia,
Quante arme vedi a me sopra ed intorno,
E questo scudo e piastre, e questa maglia,
Tutte le porto per essere adorno,
Non per bisogno; ch'io son affatato
In ogni parte, fuor che in un sol lato.

S che, a donarti un ottimo consiglio,
Bench nol chiedi, io ti so confortare
Che non te metti de morte a periglio;
Senza contesa vogli a me lasciare
La tua sorella, quel fiorito giglio,
Ed altramente tu non puoi campare.
Ma se mi fai con pace questo dono,
Eternamente a te tenuto sono. -

Rispose lo Argalia: - Barone audace,
Ben aggio inteso quanto hai ragionato,
E son contento aver con teco pace,
E tu sia mio fratello e mio cognato:
Ma vo' saper se ad Angelica piace,
Ch senza lei non si faria il mercato. -
E Ferag gli dice esser contento,
Che con essa ben parli a suo talento.

A bench Ferag sia giovanetto,
Bruno era molto e de orgogliosa voce,
Terribile a guardarlo nello aspetto;
Gli occhi avea rossi, con batter veloce.
Mai di lavarse non ebbe diletto,
Ma polveroso ha la faccia feroce:
Il capo acuto aveva quel barone,
Tutto ricciuto e ner come un carbone.

E per questo ad Angelica non piacque,
Ch lei voleva ad ogni modo un biondo;
E disse allo Argalia, come lui tacque:
- Caro fratello, io non mi ti nascondo:
Prima me affogarei dentro a quest'acque,
E mendicando cercarebbi 'l mondo,
Che mai togliessi costui per mio sposo.
Meglio  morir che star con furoso.

Per ti prego per lo dio Macone,
Che te contenti de la voglia mia.
Ritorna a la battaglia col barone,
Ed io fra tanto per necromanzia
Far portarme in nostra regone.
Volta le spalle, e vieni anco tu via
(Destrier non  che 'l tuo segua di lena:
Io fermarommi alla selva de Ardena)

Acci ch'insieme facciamo ritorno
Dal vecchio patre, al regno de oltra mare.
Ma se quivi non giongi il terzo giorno,
Soletta al vento me far passare,
Poi che aggio il libro di quel can musorno,
Che me credette al prato vergognare.
Tu poi adaggio per terra venrai;
La strata hai caminata, e ben la sai. -

Cos tornarno e baroni al ferire,
Dapoi che questo a quello ha referito
Che la sorella non vle assentire;
Ma Ferag perci non  partito,
Anci destina o vincere o morire.
Ecco la dama dal viso florito
Subito sparve a i cavallier davante:
Presto sen corse il suspettoso amante.

Per che spesso la guardava in volto,
Parendogli la forza radoppiare;
Ma poi che gli  davanti cos tolto,
Non sa pi che si dir, n che si fare.
In questo tempo lo Argalia rivolto,
Con quel destrier che al mondo non ha pare
Fugge del prato e quanto pu sperona,
E Feraguto e la guerra abandona.

Lo inamorato giovanetto guarda,
Come gabato si trova quel giorno.
Esce del prato correndo e non tarda,
E cerca il bosco, che  folto, d'intorno.
Ben par che nella faccia avampa ed arda,
Tra s pensando il recevuto scorno,
E non se arresta correre e cercare;
Ma quel che cerca non pu lui trovare.

Tornamo ora ad Astolfo, che soletto,
Come sapete, rimase alla Fonte.
Mirata avea la pugna con diletto,
E de ciascun guerrer le forze pronte;
Or resta in libert senza suspetto,
Ringrazando Iddio con le man gionte;
E per non dare indugia a sua ventura
Monta a destrier con tutta l'armatura.

E non aveva lancia il paladino,
Ch la sua nel cadere era spezzata.
Guardasi intorno, ed al troncon del pino
Quella de lo Argalia vidde appoggiata.
Bella era molto, e con lame d'r fino,
Tutta di smalto intorno lavorata;
Prendela Astolfo quasi per disaggio,
Senza pensare in essa alcun vantaggio.

Cos tornando a dietro allegro e baldo,
Come colui che  sciolto di pregione,
Fuor del boschetto ritrov Ranaldo,
E tutto il fatto appunto gli contone.
Era il figlio de Amon d'amor s caldo,
Che posar non puotea di passone:
Per fuor della terra era venuto,
Per saper che aggia fatto Feraguto.

E come od che fuggian verso Ardena,
Nulla rispose a quel duca dal pardo.
Volta il destriero e le calcagne mena,
E di pigricia accusa il suo Baiardo.
De l'amor del patron quel porta pena;
E chiamato  rozone, asino tardo,
Quel bon destrier che va con tanta fretta,
Ch'a pena l'avria gionto una saetta.

Lasciamo andar Ranaldo inamorato.
Astolfo ritorn nella citade;
Orlando incontinente l'ha trovato,
E dalla lunga, con sagacitade,
Dimanda come il fatto sia passato
Della battaglia, e de sua qualitade.
Ma nulla gli ragiona del suo amore,
Perch vano il cognosce e zanzatore.

Ma come intese ch'egli era fuggito
L'Argalia al bosco e seco la donzella,
E che Rainaldo lo aveva seguito,
Partisse in vista nequitosa e fella;
E sopra al letto suo cadde invilito,
Tanto  il dolor che dentro lo martella.
Quel valoroso, fior d'ogni campione,
Piangea nel letto come un vil garzone.

"Lasso, - diceva - ch'io non ho diffesa
Contra al nemico che mi sta nel core!
Or ch non aggio Durindana presa
A far battaglia contra a questo amore,
Qual m'ha di tanto foco l'alma accesa,
Che ogni altra doglia nel mondo  minore?
Qual pena  in terra simile alla mia,
Che ardo d'amore e giazo in zelosia?

N so se quella angelica figura
Se dignar de amar la mia persona;
Ch ben ser figliol della ventura,
E de felice portar corona,
Se alcun fia amato da tal creatura.
Ma se speranza de ci me abandona,
Ch'io sia sprezato da quel viso umano,
Morte me donar con la mia mano.

Ahi sventurato! Se forse Rainaldo
Trova nel bosco la vergine bella,
Ch ben cognosco io come l' ribaldo,
Giamai di man non gli uscir polcella.
Forse gli  mo ben presso il viso saldo!
Ed io, come dolente feminella,
Tengo la guancia posata alla mano,
E sol me aiuto lacrimando in vano.

Forse ch'io credo tacendo coprire
La fiamma che me rode il core intorno?
Ma per vergogna non voglio morire.
Sappialo Dio ch'allo oscurir del giorno
Sol di Parigio mi voglio partire,
Ed andar cercando il viso adorno,
Sin che lo trovo, e per state e per verno,
E in terra e in mare, e in cielo e nello inferno."

Cos dicendo dal letto si leva,
Dove giaciuto avea sempre piangendo;
La sera aspetta, e lo aspettar lo agreva,
E su e gi si va tutto rodendo.
Uno atimo cento anni li rileva,
Or questo avviso or quello in s facendo.
Ma come gionta fu la notte scura,
Nascosamente veste l'armatura.

Gi non port la insegna del quartero,
Ma de un vermiglio scuro era vestito.
Cavalca Brigliadoro il cavalliero,
E soletto alla porta se ne  gito.
Non sa de lui famiglio, n scudero;
Tacitamente  della terra uscito.
Ben sospirando ne andava il meschino,
E verso Ardena prese il suo cammino.

Or son tre gran campioni alla ventura:
Lasciali andar, che bei fati farano,
Rainaldo e Orlando, ch' di tanta altura,
E Feraguto, fior d'ogni pagano.
Tornamo a Carlo Magno, che procura
Ordir la giostra, e chiama il conte Gano,
Il duca Namo e lo re Salamone,
E del consiglio ciascadun barone.

E disse lor: - Segnori, il mio parere
 che il giostrante ch'al rengo ne viene,
Contrasti ciascaduno al suo potere,
Sin che fortuna o forza lo sostiene;
E 'l vincitor dipoi, come  dovere,
Dello abbattuto la sorte mantiene,
S che rimanga la corona a lui,
O sia abbattuto, e dia loco ad altrui. -

Ciascuno afferma il ditto de Carlone,
S come de segnore alto e prudente:
Lodano tutti quella invenzone.
L'ordine dasse: nel giorno seguente
Chi vl giostrar se trovi su l'arcione.
E fu ordinato che primieramente
Tenesse 'l rengo Serpentino ardito
A real giostra dal ferro polito.

Venne il giorno sereno e l'alba gaglia:
Il pi bel sol giamai non fu levato.
Prima il re Carlo entr ne la travaglia,
Fuor che de gambe tutto disarmato,
Sopra de un gran corsier coperto a maglia,
Ed ha in mano un bastone e il brando a lato.
Intorno a' pedi aveva per serventi
Conti, baroni e cavallier possenti.

Eccoti Serpentin che al campo viene,
Armato e da veder meraviglioso:
Il gran corsier su la briglia sostiene;
Quello alcia i piedi, de andare animoso.
Or qua, or l la piaza tutta tiene,
Gli occhi ha abragiati, e il fren forte  schiumoso;
Ringe il feroce e non ritrova loco,
Borfa le nari e par che getti foco.

Ben lo somiglia il cavalliero ardito,
Che sopra li vena col viso acerbo;
Di splendide arme tutto era guarnito,
Nello arcion fermo e ne l'atto superbo.
Fanciulli e donne, ogni om lo segna a dito;
Di tal valor si mostra e di tal nerbo,
Che ciascadun ben iudica a la vista,
Che altri che lui quel pregio non acquista.

Per insegna portava il cavalliero
Nel scudo azuro una gran stella d'oro;
E similmente il suo ricco cimiero,
E sopravesta fatta a quel lavoro,
La cotta d'arme e il forte elmo e leggiero
Eran stimati infinito tesoro;
E tutte quante l'arme luminose
Frixate a perle e pietre precose.

Cos prese l'arengo quel campione,
E poi che l'ebbe intorno passeggiato,
Fermosse al campo, come un torrone.
Ma gi suonan le trombe da ogni lato;
Entrono giostratori a ogni cantone,
L'un pi che l'altro riccamente armato,
Con tante perle e oro e zoie intorno,
Che il paradiso ne sarebbe adorno.

Colui che vien davanti,  paladino;
Porta nel blavo la luna de argento,
Sir di Bordella, nomato Angelino,
Maestro di guerra e giostra e torniamento.
Subitamente mosse Serpentino,
Con tal velocit che parve un vento.
Da l'altra parte, menando tempesta,
Viene Angelino, e pone l'asta a resta.

L dove l'elmo al scudo se confina,
Fer Angelino a Serpentino avante;
Ma non se piega adietro, anze se china
Adosso al colpo il cavalliero aitante,
E lui la vista incontra in tal ruina,
Che il fe' mostrare al cielo ambe le piante.
Levasi il grido in piaza, ogni om favella
Che 'l pregio al tutto  di quel dalla Stella.

Ora se mosse il possente Ricardo,
Che signoreggia tutta Normandia.
Un leon d'oro ha quel baron gagliardo
Nel campo rosso, e ben ratto vena.
Ma Serpentino a mover non fu tardo,
E rescontrollo a mezo della via,
Dandogli un colpo de cotanta pena,
Che il capo gli fe' batter su l'arena.

O quanto Balugante se conforta,
Veggendo al figliol s franca persona!
Or vien colui che i scacchi al scudo porta,
E d'oro ha sopra l'elmo la corona:
Re Salamone, quella anima acorta.
Stretto a la giostra tutto se abandona;
Ma Serpentino a mezo il scudo il fiere,
E lui getta per terra e il suo destriere.

Astolfo alla sua lancia di de piglio,
Quella che l'Argalia lasci su il prato.
Tre pardi d'oro ha nel campo vermiglio,
Ben ne vena su l'arcione assettato.
Ma egli incontr grandissimo periglio,
Ch il destrier sotto li fu trabuccato.
Tramort Astolfo, e lume e ciel non vede,
E dislocosse ancora il destro piede.

Spiacque a ciascuno del caso malvaggio,
E forse pi che a gli altri a Serpentino,
Perch sperava gettarlo al rivaggio;
Ma certamente era falso indovino.
Il duca fu portato al suo palaggio,
E ritorngli il spirto pelegrino;
E similmente il piede dislocato
Gli fu raconcio e stretto e ben legato.

E bench Serpentin tanto abbia fatto,
Danese Ogier di lui non ha spavento.
Mosse il destrier s furoso e ratto,
Quale  nel mar di tramontana il vento.
Era la insegna del guerrero adatto
Il scudo azzurro e un gran scaglion d'argento;
Un basalisco porta per cimero
Di sopra a l'elmo lo ardito guerrero.

Suonr le trombe: ogni om sua lancia aresta
E vengonsi a ferir quei duo campioni.
Non fu quel giorno botta s rubesta,
Ch parve nel colpir scontro de troni.
Danese Ogieri con molta tempesta
Ruppe di Serpentin ambi li arcioni:
E per la groppa del destrieri il mena,
S che disteso il pose in su l'arena.

Cos rimase vincitore al campo
Il forte Ogieri, e la renga difende.
Re Balugante par che meni vampo,
S la caduta del figliol lo offende.
Anco egli ariva pur a quello inciampo,
Perch il Danese per terra il distende.
Ora si move il giovine Isolieri:
Bene  possente e destro cavallieri.

Era costui di Ferag germano;
Tre lune d'oro avea nel verde scudo.
Mosse 'l destriero, e la lancia avea in mano:
Nel corso l'arest quel baron drudo.
Il pro' Danese lo mand su 'l piano
De un colpo tanto dispietato e crudo,
Che non se avede se gli  morto o vivo,
E ben sette ore stie' del spirto privo.

Gualtiero da Monleon dopo colui
Fu dal Danese per terra gettato.
Un drago era la insegna di costui,
Tutto vermiglio nel campo dorato.
- Deh non facciamo la guerra tra nui, -
Diceva Ogieri - o popol battizato!
Ch'io vedo caleffarci a' Saracini,
Perch facciamo l'un l'altro tapini. -

Spinella da Altamonte fu un pagano,
Ch'era venuto a provar sua persona
A questa corte del re Carlo Mano:
Nel scudo azuro ha d'oro una corona.
Questo fu messo dal Danese al piano.
Or Matalista al tutto se abandona:
Fratello  questo a Fiordespina bella,
Ardito, forte e destro su la sella.

Costui portava il scudo divisato
Di bruno e d'oro, e un drago per cimiero;
E cadde sopra al campo riversato.
A vota sella ne and il suo destriero.
Mosse Grandonio, il cane arabato:
Aiuti Ogieri Iddio, ch gli  mistiero!
Ch in tutto il mondo, per ogni confino,
Non  di lui pi forte Saracino.

Avea quel re statura de gigante,
E venne armato sopra a un gran ronzone;
Il scudo negro portava davante,
E d'r scolpito ha quel dentro un Macone.
Non vi fu Cristan tanto arrogante
Che non temesse di quel can felone:
Gan da Pontier, come lo vide in faza,
Nascosamente usc fuor della piaza.

Il simil fe' Macario de Lusana,
E Pinabello e il conte de Altafoglia,
N gi Falcon da gli altri se alontana:
Parli mille anni che de qui se toglia.
Sol della gesta perfida e villana
Grifon rimase fermo in su la soglia,
O virtute o vergogna che il rimorse,
O che al partir degli altri non se accorse.

Ora torniamo a quel pagano orribile,
Che per il campo tal tempesta mena.
La sua possanza par cosa incredibile;
Porta per lancia un gran fusto de antena.
N di lui manco  il suo corsier terribile,
Che nella piazza profonda l'arena,
Rompe le pietre, fa tremar la terra,
Quando nel corso tutto se disserra.

Con questa furia and verso il Danese,
E proprio a mezo il scudo l'ha colpito:
Tutto lo spezza, e per terra il distese
Col suo destriero insieme e sbalordito.
Il duca Naimo sotto il braccio il prese,
E con lui fuor del campo si ne  gito;
E fgli medicare e braccio e petto,
Che pi che un mese poi stette nel letto.

Grande fu il crido per tutta la piaza,
E pi de gli altri i Saracin se odirno.
Grandonio al rengo superbo minaza,
Ma non per questo gli altri isbigotirno.
Turpin di Rana adosso a lui si caza,
E nel mezo del corso se colpirno;
Ma il prete usc de arcion con tal martre,
Che ben fu presso al ponto del morire.

Astolfo ne la piaza era tornato
Sopra a un portante e bianco palafreno;
Non avea arme, fuor che 'l brando a lato,
E tra le dame, con viso sereno,
Piacevolmente s'era solacciato,
Come quel che de motti  tutto pieno.
Ma mentre che lui ciancia, ecco Grifone
Fu da Grandonio messo in sul sabbione.

Era costui di casa di Maganza,
Che porta in scudo azuro un falcon bianco.
Crida Grandonio con molta arroganza:
- O Cristani,  gi ciascadun stanco?
Non gli  chi faccia pi colpo de lanza? -
Allor se mosse Guido, il baron franco,
Quel de Borgogna, che porta il leone
Negro ne l'oro; e cadde dello arcione.

Cadde per terra il possente Angelieri,
Che porta il drago a capo de donzella.
Avino, Avolio, Otone e Berlenzeri,
L'un dopo l'altro fur tolti di sella.
L'acquila nera portan per cimeri,
La insegna a tutti quattro era pur quella;
Ma il scudo a scacchi d'oro e de azuro era,
Come oggi ancora  l'arma di Bavera.

Ad Ugo di Marsilia di la morte
Questo Grandonio, che  tanto gagliardo.
Quanto pi giostra, pi se mostra forte;
Abbatte Ricciardetto e il franco Alardo,
Svilaneggiando Carlo e la sua corte,
Chiamando ogni cristian vile e codardo.
Ben sta turbato in faccia lo imperieri;
Eccoti gionto il marchese Olivieri.

Parve che il ciel se aserenasse intorno,
Alla sua gionta ogni omo alci la testa.
Vena il marchese in atto molto adorno;
Carlo li uscitte incontra con gran festa.
Non vi sta queta n tromba, n corno,
Piccoli e grandi de cridar non resta:
- Viva Olivier, marchese di Vena! -
Ride Grandonio e prende la sua antena.

Or se ne va ciascun de animo acceso,
Con tanta furia quanta si pu dire;
Ma chiunche guarda, attonito e suspeso,
Aspetta il colpo di quel gran ferire;
N solo una parola avresti inteso,
Tanto par che ciascuno attento mire.
Ma nello scontro Olivier di possanza
Nel scudo ad alto li attacc la lanza.

Nove piastre de acciaro avea quel scudo:
Tutte le passa Olivier de Vena.
Ruppe lo usbergo, e dentro al petto nudo
Ben mezo il ferro gl'inchiav con pena.
Ma quel gigante dispietato e crudo
Fer in fronte Olivier con quella antena;
E con tanto furor di sella il caccia,
Che and longe al destrier ben sette braccia.

Ogni om crede di certo che 'l sia morto,
Perch l'elmo per mezo era partito,
E ciascadun che l'ha nel viso scorto,
Giura che il spirto al tutto se n' gito.
Oh quanto Carlo Magno ha disconforto!
E piangendo dicea: - Baron fiorito,
Onor della mia corte, figliol mio,
Come comporta tanto male Iddio? -

Se quel pagano in prima era superbo,
Or non se pu se stesso supportare,
Cridando a ciascadun con atto acerbo:
- O paladini, o gente da trincare,
Via alla taverna, gente senza nerbo!
Io de altro che di coppa so giuocare.
Gagliarda  questa Tavola Ritonda,
Quando minaccia e non vi  chi risponda! -

Quando il re Carlo intende tanto oltraggio,
E di sua corte cos fatto scorno,
Turbato nella vista e nel coraggio,
Con gli occhi accesi se guardava intorno.
- Ove son quei che me din fare omaggio,
Che m'hanno abandonato in questo giorno?
Ov' Gan da Pontieri? Ove  Rainaldo?
Ove ene Orlando, traditor bastardo?

Figliol de una puttana, rinegato!
Che, stu ritorni a me, poss'io morire,
Se con le proprie man non t'ho impiccato! -
Questo e molt'altro il re Carlo ebbe a dire.
Astolfo, che di dietro l'ha ascoltato,
Occultamente se ebbe a dispartire,
E torna a casa, e s presto si spaccia,
Che in un momento gionse armato in piaccia.

N gi se crede quel franco barone
Aver vittoria contra del pagano,
Ma sol con pura e bona intenzone
Di far il suo dover per Carlo Mano.
Stava molto atto sopra dello arcione,
E somigliava a cavallier soprano;
Ma color tutti che l'han cognosciuto,
Diceano: - Oh Dio! deh mandaci altro aiuto! -

Chinando il capo in atto grazoso
Davante a Carlo, disse: - Segnor mio,
Io vado a tuor d'arcion quello orgoglioso,
Poi ch'io comprendo che tu n'hai desio. -
Il re, turbato d'altro e disdegnoso,
Disse: - Va pur, ed aiuteti Iddio! -
E poi, tra' soi rivolto, con rampogna
Disse: - E' ci manca questa altra vergogna. -

Astolfo quel pagano ha minacciato
Menarlo preso e porlo in mar al remo,
Onde il gigante s forte  turbato,
Che cruccio non fu mai cotanto estremo.
Nell'altro canto ve aver contato,
Se sia concesso dal Segnor supremo,
Gran meraviglia e pi strana ventura
Ch'odisti mai per voce, o per scrittura.

Canto terzo

Segnor, nell'altro canto io ve lasciai
S come Astolfo al Saracin per scherno
Dicea: - Briccone, non te vantarai,
Se forse non te vanti ne l'inferno,
Di tanti alti baron che abattuto hai.
Sappi, come io te piglio, io ti governo
Nella galea. Poi che sei gigante,
Farotte onore, e serai baiavante. -

Il re Grandonio, che sempre era usato
Dire onta ad altri, e mai non l'ascoltare,
Per la grande ira tanto fu gonfiato,
Quanto non gonfia il tempestoso mare
Alor che pi dal vento  travagliato
E fa il parone ardito paventare.
Tanto Grandonio se turba e tempesta,
Battendo e denti e crollando la testa,

Soffia di sticcia che pare un serpente,
Ed ebbe Astolfo da s combiatato;
E rivoltato nequitosamente,
Arresta quel gran fusto e smisurato;
E ben se crebbe lui certanamente
Passarlo tutto, insin da l'altro lato,
O de gettarlo morto in sul sabbione,
O trarlo in duo cavezzi de l'arcione.

Or ne viene il pagano furoso.
Astolfo contra lui  rivoltato,
Pallido alquanto e nel cor pauroso,
Bench'al morir pi che a vergogna  dato.
Cos con corso pieno e runoso
Se  un barone e l'altro riscontrato.
Cadde Grandonio; ed or pensar vi lasso
Alla caduta qual fu quel fraccasso.

Levosse un grido tanto smisurato,
Che par che 'l mondo avampi e il cel ruini.
Ciascun ch' sopra a' palchi,  in pi levato,
E cridan tutti, grandi e piccolini.
Ogni om quanto pi pu s' l pressato.
Stanno smariti molto i Saracini;
L'imperator, che in terra il pagan vede,
Vedendol steso a gli occhi soi non crede.

Nella caduta che fece il gigante,
Perch egli usc d'arcion dal lato manco,
Quella ferita ch'egli ebbe davante,
Quando scontrosse col marchese franco,
Tanto s'aperse, che questo africante
Rimase in terra tramortito e bianco,
Sprizzando il sangue fuor con tanta vena,
Che una fontana pi d'acqua non mena.

Chi dice che la botta valorosa
De Astolfo il fece, ed a lui dnno il lodo.
Altri pur dice il ver, come  la cosa.
Chi s, chi no, ciascun parla a suo modo.
Fu via portato in pena dolorosa
Il re Grandonio; il qual, s com'io odo,
Occise Astolfo al fin per tal ferita,
Bench ancor lui quel d lasci la vita.

Stavasi Astolfo nel rengo vincente,
Ed a se stesso non lo credea quasi.
Eraci ancor della pagana gente
Duo cavallier solamente rimasi,
Di re figlioli, e ciascadun valente,
Giasarte il bruno e 'l biondo Pilasi.
Il padre de Giasarte avea acquistata
Tutta l'Arabia per forza de spata.

Ma quel de Pilasi la Rossa
Tutta avea presa, e sotto Tramontana
Tenea gran parte de la Tartaria,
E confinava al fiume della Tana.
Or, per non far pi longa diceria,
Sol questi duo della fede pagana
Giostrorno con Astolfo, e in breve dire
L'un dopo l'altro per terra fe' gire.

In questo un messo venne al conte Gano,
Dicendo che Grandonio era abbattuto.
Lui creder non pu mai che quel pagano
Sia per Astolfo alla terra caduto;
Anci pur stima e rendesi certano,
Che qualche caso strano intervenuto
A quel gigante, fuor d'ogni pensata,
Sia stato la cagion di tal cascata.

Onde se pensa lui mo d'acquistare
Di quella giostra il tronfale onore;
E per voler pi bella mostra fare,
Con pompa grande e con molto valore,
Undeci conti seco fece armare,
Ch di sua casa n'avea tratto il fiore.
Va nanti a Carlo, e con parlar gagliardo
Fa molta scusa del suo gionger tardo.

O s o no che Carlo l'accettasse,
Io nol so dir; pur gli fe' bona ciera.
Parme che Gano ad Astolfo mandasse;
Poi che non gli  pagano alla frontera,
Che la giostra tra lor se terminasse;
Perch, essendo valente come egli era,
Dovea agradir quante pi gente vano
A riscontrarlo, per gettarli al piano.

Astolfo, che  parlante di natura,
Diceva al messo: - Va, rispondi a Gano:
Tra un Saracino e lui non pongo cura,
Ch sempre il stimai peggio che pagano,
De Dio nimico e d'ogni creatura,
Traditor, falso, eretico e villano.
Venga a sua posta, ch'io il stimo assai meno
Che un sacconaccio di letame pieno. -

Il conte Gano che ode quella ingiuria,
Nulla risponde; ma tutto fellone
Verso de Astolfo se ne va con furia;
E fra se stesso diceva: "Giottone!
Io te far di zanze aver penuria."
Ben se crede gettarlo dello arcione,
Perch ci far non gli era cosa nova,
Ed altre volte avea fatto la prova.

Or non and come si crede il fatto:
Gano le spalle alla terra mettia.
Macario dopo lui si mosse ratto,
E fe', cadendo, a Gano compagnia.
- Potrebbe fare Iddio, che questo matto -
Diceva Pinabello - a cotal via
Vergogna tutta casa di Magancia? -
Cos dicendo arresta la sua lancia.

Questo ancor cadde con molta tempesta.
Non dimandar se Astolfo si dimena,
Forte gridando: - Maledetta gesta,
Tutti alla fila vi getto a l'arena. -
Conte Smiriglio una grossa asta arresta,
Ma Astolfo il trabucc con tanta pena,
Che fo portato per piede e per mano.
Oh quanto se lamenta il conte Gano!

Questo surgendo, diceva Falcone:
- Ha la fortuna in s tanta nequizia?
Pu farlo il celo che questo buffone
Oggi ce abbatta tutti con tristizia? -
Nascosamente sopra dello arcione
Legar si fece con molta malizia,
E poi ne viene Astolfo a ritrovare:
Legato  in sella, e gi non pu cascare.

Proprio alla vista il duca l'incontrava,
Ed hallo in tal maniera sbarattato,
Che ora da un canto, or da l'altro pigava,
S come al tutto de vita passato.
Ogni omo attende se per terra andava.
Alcun se avidde che gli era legato,
Unde levosse subito il rumore:
- Dgli, ch gli  legato il traditore. -

Fu via menato con molta vergogna
De tutti e suoi, e con suo gran tormento.
Non vi vo' dir se 'l conte Gano agogna.
Astolfo crida con molto ardimento:
- Venga chi vl ch'io gli gratti la rogna,
E legase pur ben, ch'io son contento;
Perch legato, senza alcuna briga,
Meglio che sciolto, il paccio si castiga. -

Anselmo della Ripa, il falso conte,
Nella sua mente avea fatto pensieri
Di vendicarse a inganno di tante onte:
Che, come Astolfo colpisce primeri,
Esso improviso riscontrarlo a fronte.
A lui davanti va il conte Raineri,
Quel di Altafoglia; Anselmo, gli  di spalle:
Credese ben mandare Astolfo a valle.

Astolfo con Raineri  riscontrato.
A gambe aperte il trasse dello arcione;
E non essendo ancor ben rassettato
Pel colpo fatto, s come  ragione,
Anselmo de improviso l'ha trovato,
Con falso inganno e molta tradigione,
Avvengach s fece quel malvaso,
Che non apparve volunt, ma caso.

Nulla di manco Astolfo and pur gioso;
Sopra la sabbia distese la schena.
Pensati voi se ne fo doloroso:
Ch, come in piedi fu dricciato apena,
Trasse la spada irato e disdegnoso,
E quella intorno fulminando mena
Contra di Gano e di tutta sua gesta.
Gionse a Grifone, e dgli in su la testa.

Da morte il camp l'elmo acciarino.
Or se comincia una gran ciuffa in piaccia,
Perch Gaino, Macario ed Ugolino
Adosso a Astolfo con l'arme se caccia.
Ma il duca Naimo, Ricardo e Turpino
Di darli aiuto ciascun se procaccia;
Di qua, di l se ingrossa pi la gente.
Gionse il re Carlo a questo inconveniente,

Dando gran bastonate a questo e quello,
Che a pi di trenta ne ruppe la testa.
- Chi fu quel traditor, chi fu il ribello,
Che avuto ha ardir a sturbar la mia festa? -
Volta il corsiero in mezzo a quel trapello,
N di menar per questo il baron resta.
Ciascun fa largo a l'alto imperatore,
O li fugge davanti, o fagli onore.

Dicea lui a Gano: - Ahim! che cosa  questa? -
Dicea ad Astolfo: - Or diessi cos fare? -
Ma quel Grifon che avea rotta la testa,
Se and davanti a Carlo a ingenocchiare,
E con voce angosciosa, alta e molesta,
- Iustizia! - forte comincia a cridare
- Iustizia, segnor mio, magno e preziato,
Ch'io sono in tua presenzia assassinato.

Sappi, segnor, da tutta questa gente,
Ch'io te ne prego, come il fatto  andato;
E, stu ritrovi che primeramente
Fosse lo Anglese da mi molestato,
Chiamomi il torto, e stommi pacente:
Su questa piazza voglio esser squartato.
Ma se il contrario sua ragione agreva,
Fa che ritorni il male onde se leva. -

Astolfo era per ira in tanto errore,
Che non stima de Carlo la presenza;
Anci diceva: - Falso traditore,
Che sei ben nato da quella semenza!
Io te trar del petto fora il core,
In prima che de qui facciam partenza. -
Dicea Grifone a lui: - Temote poco,
Quando seremo fuor di questo loco.

Ma qui me sottometto alla ragione,
Per non far disonore al segnor mio. -
Segue il duca dicendo: - Can felone,
Ladro, ribaldo, maledetto e rio. -
Turbosse ne la faccia il re Carlone,
Dicendo: - Astolfo, per lo vero Iddio,
Se non te adusi a parlar pi cortese,
Farotte costumato alle tue spese. -

Astolfo al re non attende de niente,
Sempre parlando con pi vilania,
Come colui che offeso  veramente,
Avvengach altri ci non intendia.
Eccoti Anselmo, il conte fraudolente,
Per mala sorte inanti gli vena.
Pi non se puote Astolfo contenire,
Ma con la spada quel corse a ferire.

E certamente ben l'arebbe morto,
Se non l'avesse il re Carlo diffeso.
Or d ciascuno ad Astolfo gran torto,
E volse lo imperier ch'el fusse preso,
E subito al castello a furia scorto.
Nella pregion portato fu di peso,
Dove di sua pacca buon frutto tolse,
Perch vi stette assai pi che non volse.

Or lasciamo star lui, poi che sta bene
A rispetto de' tre altri inamorati,
Che senton per Angelica tal pene,
N giorno o notte son mai riposati.
Ciascun di lor diverso camin tiene,
E gi son tutti in Ardena arivati.
Prima vi giunse il principe gagliardo,
Merc de' sproni del destrier Bagliardo.

Dentro alla selva il barone amoroso
Guardando intorno se mette a cercare:
Vede un boschetto d'arboselli ombroso,
Che in cerchio ha un fiumicel con onde chiare.
Preso alla vista del loco zoioso,
In quel subitamente ebbe ad intrare,
Dove nel mezo vide una fontana,
Non fabricata mai per arte umana.

Questa fontana tutta  lavorata
De un alabastro candido e polito,
E d'r s riccamente era adornata,
Che rendea lume nel prato fiorito.
Merlin fu quel che l'ebbe edificata,
Perch Tristano, il cavalliero ardito,
Bevendo a quella lasci la regina,
Che fu cagione al fin di sua ruina.

Tristano isventurato, per sciagura
A quella fonte mai non  arivato,
Bench pi volte andasse alla ventura,
E quel paese tutto abbia cercato.
Questa fontana avea cotal natura,
Che ciascun cavalliero inamorato,
Bevendo a quella, amor da s cacciava,
Avendo in odio quella che egli amava.

Era il sole alto e il giorno molto caldo,
Quando fu giunto alla fiorita riva
Pien di sudore il principe Ranaldo;
Ed invitato da quell'acqua viva
Del suo Baiardo dismonta di saldo,
E de sete e de amor tutto se priva;
Perch, bevendo quel freddo liquore,
Cangiosse tutto l'amoroso core.

E seco stesso pensa la viltade
Che sia a seguire una cosa s vana;
N aprezia tanto pi quella beltade,
Ch'egli estimava prima pi che umana,
Anci del tutto del pensier li cade;
Tanto  la forza de quella acqua strana!
E tanto nel voler se tramutava,
Che gi del tutto Angelica odava.

Fuor della selva con la mente altiera
Ritorna quel guerrer senza paura.
Cos pensoso, gionse a una riviera
De un'acqua viva, cristallina e pura.
Tutti li fior che mostra primavera,
Avea quivi depinto la natura;
E faceano ombra sopra a quella riva
Un faggio, un pino ed una verde oliva.

Questa era la rivera dello amore.
Gi non avea Merlin questa incantata;
Ma per la sua natura quel liquore
Torna la mente incesa e inamorata.
Pi cavallieri antiqui per errore
Quella unda maledetta avean gustata;
Non la gust Ranaldo, come odete,
Per che al fonte se ha tratto la sete.

Mosso dal loco, il cavalier gagliardo
Destina quivi alquanto riposare;
E tratto il freno al suo destrier Bagliardo,
Pascendo intorno al prato il lascia andare.
Esso alla ripa senz'altro riguardo
Nella fresca ombra s'ebbe adormentare.
Dorme il barone, e nulla se sentiva;
Ecco ventura che sopra gli ariva.

Angelica, dapoi che fu partita
Dalla battaglia orribile ed acerba,
Gionse a quel fiume, e la sete la invita
Di bere alquanto, e dismonta ne l'erba.
Or nova cosa che averite odita!
Ch Amor vl castigar questa superba.
Veggendo quel baron nei fior disteso,
Fu il cor di lei subitamente acceso.

Nel pino atacca il bianco palafreno,
E verso di Ranaldo se avicina.
Guardando il cavallier tutta vien meno,
N sa pigliar partito la meschina.
Era dintorno al prato tutto pieno
Di bianchi gigli e di rose di spina;
Queste disfoglia, ed empie ambo le mano,
E danne in viso al sir de Montealbano.

Pur presto si  Ranaldo disvegliato,
E la donzella ha sopra a s veduta,
Che salutando l'ha molto onorato.
Lui ne la faccia subito se muta,
E prestamente nello arcion montato
Il parlar dolce di colei rifiuta.
Fugge nel bosco per gli arbori spesso:
Lei monta il palafreno e segue apresso.

E seguitando drieto li ragiona:
- Ahi franco cavalier, non me fuggire!
Ch t'amo assai pi che la mia persona,
E tu per guidardon me fai morire!
Gi non sono io Ginamo di Baiona,
Che nella selva ti venne assalire,
Non son Macario, o Gaino il traditore;
Anci odio tutti questi per tuo amore.

Io te amo pi che la mia vita assai,
E tu me fuggi tanto disdignoso?
Vltati almanco, e guarda quel che fai,
Se 'l viso mio ti die' far pauroso,
Che con tanta ruina te ne vai
Per questo loco oscuro e periglioso.
Deh tempra il strabuccato tuo fuggire!
Contenta son pi tarda a te seguire.

Che se per mia cagion qualche sciagura
Te intravenisse, o pur al tuo destriero,
Sera mia vita sempre acerba e dura,
Se sempre viver mi fosse mistiero.
Deh volta un poco indrieto, e poni cura
Da cui tu fuggi, o franco cavalliero!
Non merta la mia etade esser fuggita,
Anci, quando io fuggessi, esser seguta. -

Queste e molte altre pi dolci parole
La damigella va gettando invano.
Bagliardo fuor del bosco par che vole,
Ed escegli de vista per quel piano.
Or chi sapr mai dir come si dole
La meschinella e batte mano a mano?
Dirottamente piange, e con mal fiele
Chiama le stelle, il sole e il cel crudele.

Ma chiama pi Ranaldo crudel molto,
Parlando in voce colma di pietate.
"Chi avria creduto mai che quel bel volto -
Dicea lei - fosse senza umanitate?
Gi non me ha il cor amor fatto s stolto
Ch'io non cognosca che mia qualitate
Non se convene a Ranaldo pregiato;
Pur non die' sdegnar lui de essere amato.

Or non doveva almanco comportare
Ch'io il potessi vedere in viso un poco,
Ch forse alquanto potea mitigare,
A lui mirando, lo amoroso foco?
Ben vedo che a ragion nol debbo amare;
Ma dove  amor, ragion non trova loco,
Per che crudel, villano e duro il chiamo;
Ma sia quel che si vle, io cos l'amo."

E cos lamentando ebbe voltata
Verso il faggio la vista lacrimosa:
- Beati fior, - dicendo - erba beata,
Che toccasti la faccia grazosa,
Quanta invidia vi porto a questa fiata!
Oh quanto  vostra sorte aventurosa
Pi della mia! Che mo torria a morire,
Se sopra lui me dovesse venire. -

Con tal parole il bianco palafreno
Dismonta al prato la donzella vaga,
E dove giacque Ranaldo sereno,
Bacia quelle erbe e di pianger se appaga,
Cos stimando il gran foco far meno;
Ma pi se accende l'amorosa piaga.
A lei pur par che manco doglia senta
Stando in quel loco, ed ivi se adormenta.

Segnori, io so che vi meravigliati
Che 'l re Gradasso non sia gionto ancora
In tanto tempo; ma vo' che sappiati
Che pi tre giorni non faran dimora.
Gi sono in Spagna i navigli arrivati.
Ma non vo' ragionar de esso per ora,
Ch prima vo' contar ci che  avvenuto
De' nostri erranti, e pria de Feraguto.

Il giovanetto per quel bosco andava,
Acceso nella mente a dismisura;
Amore ed ira il petto gli infiammava.
Lui pi sua vita una paglia non cura,
Se quella bella donna non trovava,
O l'Argalia dalla forte armatura;
Ch assai sua pena gli era men dispetta,
Quando con lui potesse far vendetta.

E cavalcando con questo pensiero,
Guardandose de intorno tuttavia,
Vede dormire a l'ombra un cavalliero,
E ben cognosce ch'egli  l'Argalia.
Ad un faggio  legato il suo destriero.
Ferag prestamente il dissolvia,
Indi con fronde lo batte e minaccia,
E per la selva in abandono il caccia.

E poi fu presto in terra dismontato,
E sotto un verde lauro ben se assetta,
Al quale aveva il suo destrier legato,
E che Argalia se svegli, attento aspetta;
Avvengach quello animo infiammato
Male indugiava a far la sua vendetta;
Ma pur tra s la collera roda,
Parendoli il svegliarlo vilania.

Ma in poco d'ora quel guerrer fu desto,
E vede che fuggito  il suo destriero.
Ora pensati quanto gli  molesto,
Poi che de andare a pi gli era mestiero.
Ma Feraguto a levarse fu presto,
E disse: - Non pensare, o cavalliero,
Ch qui convien morire o tu, o io:
Di quei che campa ser il destrier mio.

Lo tuo disciolsi per tuorti speranza
Di potere altra volta via fuggire;
S che col petto mostra tua possanza,
Ch nelle spalle non dimora ardire.
Tu me fuggesti e facesti mancanza,
Ma ben mi spero fartene pentire.
Esser gagliardo e diffenderti bene,
Se non, lassar la vita te conviene. -

Diceva l'Argalia: - Scusa non faccio,
Che 'l mio fuggir non fosse mancamento;
Ma questa man ti giuro, e questo braccio,
E questo cor che nel petto mi sento,
Ch'io non fuggiti per battaglia saccio,
N doglia, n stracchezza, n spavento,
Ma sol me ne fuggiti oltra al dovere
Per far a mia sorella quel piacere.

S che prendila pur come ti piace,
Che a te sono io bastante in ogni lato.
Sia a tuo piacere la guerra e la pace,
Che sai ben che altra volta io te ho anasato. -
Cos parlava il giovanetto audace;
Ma Feraguto non  dimorato,
Forte cridando con voce de ardire:
- Da me ti guarda! - e vennelo a ferire.

L'un contra l'altro de' baron se mosse,
Con forza grande e molta maistria.
Il menar delle spade e le percosse
Presso che un miglio nel bosco se oda.
Or l'Argalia nel salto se riscosse,
Con la spada alta quanto pi potia,
Fra s dicendo: "Io nol posso ferire,
Ma tramortito a terra il far gire."

Menando il colpo l'Argalia minaccia,
Che certamente l'averia stordito;
Ma Feraguto adosso a lui se caccia,
E l'un con l'altro presto fu gremito.
Pi forte  lo Argalia molto di braccia,
Pi destro  Feraguto e pi espedito.
Or alla fin, non pur cos di botto,
Ferag l'Argalia messe di sotto.

Ma come quel che avea possanza molta,
Tenendo Ferag forte abracciato
Cos per terra di sopra se volta,
Battelo in fronte col guanto ferrato.
Ma Ferag la daga avea in man tolta,
E sotto al loco dove non  armato,
Per l'anguinaglia li pass al gallone.
Ah, Dio del cel, che gran compassone!

Ch se quel giovanetto aveva vita,
Non sera stata persona pi franca,
N di tal forza, n cotanto ardita:
Altro che nostra Fede a quel non manca.
Or vede lui che sua vita ne  gita;
E con voce angosciosa e molto stanca
Rivolto a Ferag disse: - Un sol dono
Voglio da te, dapoi che morto sono.

Ci te dimando per cavalleria:
Baron cortese, non me lo negare!
Che me con tutta l'armatura mia
Dentro d'un fiume tu debbi gettare,
Perch io son certo che poi si diria,
Quando altro avesse queste arme a provare:
Vil cavallier fu questo e senza ardire,
Che cos armato se lasci morire. -

Piangea con tal pietate Feraguto,
Che parea un giaccio posto al caldo sole,
E disse a l'Argalia: - Baron compiuto,
Sappialo Iddio di te quanto mi dole.
Il caso doloroso  intravenuto:
Sia quel che 'l celo e la fortuna vle.
Io feci questa guerra sol per gloria:
Non tua morte cercai, ma mia vittoria.

Ma ben di questo te faccio contento:
A te prometto sopra la mia Fede,
Che andar il tuo volere a compimento,
E se altro posso far, comanda e chiede.
Ma perch'io sono in mezo al tenimento
De' Cristani, come ciascun vede,
E sto in periglio, s'io son cognosciuto,
Baron, ti prego, dammi questo aiuto.

Per quattro giorni l'elmo tuo mi presta,
Che poi lo gettar senza mentire. -
Lo Argalia gi morendo alcia la testa,
E parve alla dimanda consentire.
Qui stette Ferrag ne la foresta
Sin che quello ebbe sua vita a finire;
E poi che vide che al tutto era morto,
In braccio il prende quel barone acorto.

Subito il capo gli ebbe disarmato,
Tuttor piangendo, l'ardito guerrero:
E lui quello elmo in testa se ha allacciato,
Troncando prima via tutto il cimero.
E poi che sopra al caval fu montato,
Col morto in braccio va per un sentiero
Che dritto alla fiumana il conducia;
A quella giunto, getta l'Argalia.

E stato un poco quivi a rimirare,
Pensoso per la ripa se  aviato.
Or vogliovi de Orlando racontare,
Che quel deserto tutto avea cercato,
E non poteva Angelica trovare;
Ma crucioso oltra modo e disperato,
E biastemando la fortuna fella,
Apunto giunse dove  la donzella.

La qual dormiva in atto tanto adorno,
Che pensar non si pu, non che io lo scriva.
Parea che l'erba a lei fiorisse intorno,
E de amor ragionasse quella riva.
Quante sono ora belle, e quante frno
Nel tempo che bellezza pi fioriva,
Tal sarebbon con lei, qual esser suole
L'altre stelle a Dana, o lei col sole.

Il conte stava s attento a mirarla,
Che sembrava omo de vita diviso,
E non attenta ponto di svegliarla;
Ma fiso riguardando nel bel viso
In bassa voce con se stesso parla:
"Sono ora quivi, o sono in paradiso?
Io pur la vedo, e non  ver nente,
Per ch'io sogno e dormo veramente."

Cos mirando quella se diletta
Il franco conte, ragionando in vano.
Oh quanto s a battaglia meglio assetta
Che d'amar donne quel baron soprano!
Perch qualunche ha tempo, e tempo aspetta,
Spesso se trova vota aver la mano:
Come al presente a lui venne a incontrare,
Che perse un gran piacer per aspettare.

Per che Feraguto caminando
Dietro alla riva in sul prato giongia,
E quando quivi vede il conte Orlando,
Avvengach per lui nol cognoscia,
Assai fra s si vien meravigliando.
Poi vede la donzella che dormia:
Ben prestamente l'ebbe cognosciuta;
Tutto nel viso e nel pensier se muta.

Certo se crede lui, senza mancanza,
Che 'l cavallier se stia l per guardarla;
Unde con voce di molta arroganza,
A lui rivolto, subito gli parla:
- Questa prima fu mia che la tua manza,
Per delibra al tutto de lasciarla.
Lasciar la dama o la vita con pene,
O a mi tuorla al tutto ti conviene. -

Orlando che nel petto se roda
Vedendo sua ventura disturbare,
Dicea: - Deh! cavallier, va alla tua via,
E non voler del mal giorno cercare,
Perch io te giuro per la fede mia,
Che mai alcun non volsi ingiurare,
Ma il tuo star qui me offende tanto forte,
Che forza mi ser darti la morte. -

- O tu, o io si converr partire,
Per quel ch'io odo, adunque, d'esto loco;
Ma io te acerto ch'io non me vuo' gire,
E tu non li potrai star pi s poco,
Che te far s forte sbigotire,
Che se dinanzi ti trovasti un foco,
Dentro da quel serai da me fuggito. -
Cos parlava Feraguto ardito.

Il conte se  turbato oltra misura,
E nel viso di sangue se  avampato.
- Io sono Orlando, e non aggio paura
Se 'l mondo fosse tutto quanto armato;
E di te tengo cos poca cura
Come de un fanciullino adesso nato,
Vil ribaldello, figlio de puttana! -
Cos dicendo trasse Durindana.

Or se incomincia la maggior battaglia
Che mai pi fosse tra duo cavallieri.
L'arme de' duo baroni a maglia a maglia
Cadean troncate da quei brandi fieri.
Ciascun presto spacciarse si travaglia,
Perch vedean che li facea mistieri;
Ch, come la fanciulla se svegliava,
Sua forza in vano poi se adoperava.

Ma in questo tempo se fu risentita
La damigella da il viso sereno;
E grandemente se fu sbigotita,
Veggendo il prato de arme tutto pieno,
E la battaglia orribile e infinita.
Subitamente piglia il palafreno,
E via fuggendo va per la foresta.
Alora Orlando de ferir se arresta.

E dice: - Cavallier, per cortesia
Indugia la battaglia nel presente,
E lasciami seguir la dama mia,
Ch'io ti ser tenuto al mio vivente;
E certo io stimo che sia gran fola
Far cotal guerra insieme per nente.
Colei ne  gita, che ci fa ferire:
Lascia, per Dio! ch'io la possa seguire. -

- Non, non, - rispose crollando la testa
Lo ardito Ferrag - non gli pensare.
Stu vi che la battaglia tra nui resta,
Convienti quella dama abandonare.
Io te fo certo che in questa foresta
Un sol de noi la converr cercare;
E s'io te vinco, ser mio mestiero:
Se tu me occidi, a te lascio il pensiero. -

- Poco vantaggio avrai de questa ciuffa, -
Rispose Orlando - per lo Dio beato! -
Ora se fece la crudel baruffa,
Come ne l'altro canto avr contato:
Vedrete come l'un l'altro ribuffa.
Pi che mai fosse, Orlando era turbato;
Di Feraguto non dico nente,
Che mai non fu senza ira al suo vivente.

Canto quarto

L'altro cantar vi cont la travaglia
Che fu tra' duo baroni incominciata;
E forse un altro par di tanta vaglia
Non vede il sol che ha la terra cercata.
Orlando con alcun mai fe' battaglia
Che al terzo giorno gli avesse durata,
Se non sol duo, per quanto abbia saputo:
L'un fu don Chiaro, e l'altro Feraguto.

Or se tornano insieme ad afrontare,
Con vista orrenda e minacciante sguardo.
Ogniun di lor pi se ha a meravigliare
De aver trovato un baron s gagliardo.
Prima credea ciascun non aver pare;
Ma quando l'uno a l'altro fa riguardo,
Iudica ben e vede per certanza
Che non v' gran vantaggio di possanza.

E cominciarno il dispietato gioco,
Ferendose tra lor con crudeltate.
Le spade ad ogni colpo gettan foco,
Rotti hanno i scudi e l'arme dispezzate;
E ciascadun di loro a poco a poco
Ambe le braccie se avean disarmate.
Non pn tagliarle per la fatasone,
Ma di color l'han fatte di carbone.

Cos le cose tra quei duo ne vano,
N v' speranza de vittoria certa.
Eccoti una donzella per il piano,
Che de samito negro era coperta.
La faccia bella se battia con mano;
Dicea piangendo: - Misera! diserta!
Qual omo, qual Iddio me dar aiuto,
Che in questa selva io truovi Feraguto? -

E come vide li duo cavallieri,
Col palafreno in mezo fu venuta.
Ciascun di lor contiene il suo destrieri;
Essa con riverenzia li saluta,
E disse a Orlando: - Cortese guerrieri,
A bench tu non m'abbi cognosciuta,
N io te cognosco, per merc te prego
Che alla dimanda mia non facci nego.

Quel ch'io te chiedo si  che la battaglia
Sia mo compiuta, c'hai con Feraguto,
Perch'io mi trovo in una gran travaglia,
N me  mestier d'altrui sperare aiuto.
Se la fortuna mai vor ch'io vaglia,
Forse che un tempo ancor ser venuto
Che di tal cosa te render merto.
Giamai nol scordar: questo tien certo. -

Il conte a lei rispose: - Io son contento,
(Come colui che  pien di cortesia),
E se de oprarme te viene in talento,
Io te offerisco la persona mia;
N me manca per questo valimento.
Abench Ferag forse non sia,
Nulla di manco per questo mistiero
Far quel che alcun altro cavalliero. -

La damisella ad Orlando se inchina,
E volta a Ferag disse: - Barone,
Non me cognosci ch'io son Fiordespina?
Tu fai battaglia con questo campione,
E la tua patria va tutta in ruina;
N sai, preso  tuo patre e Falsirone;
Arsa  Valenza e disfatta Aragona,
Ed  lo assedio intorno a Barcellona.

Uno alto re, che  nomato Gradasso;
Qual signoreggia tutta Sericana,
Con infinita gente ha fatto il passo
Contra al re Carlo e la gente pagana.
Cristiani e Saracin mena a fracasso,
N tregua o pace vl con gente umana.
Discese a Zebeltaro, arse Sibilia;
Tutta la Spagna del suo foco impiglia.

Il re Marsilio a te solo  rivolto,
E te piangendo solamente noma;
Io vidi il vecchio re battersi il volto,
E trar del capo la canuta chioma.
Vien; scodi il caro patre che ti  tolto,
E il superbo Gradasso vinci e doma.
Mai non avesti e non avrai vittoria
Che pi de ora te acquisti fama e gloria. -

Molto fu stupefatto il Saracino,
Come colui che ascolta cosa nova;
E volto a Orlando disse: - Paladino,
Un'altra volta farem nostra prova.
Ma ben te giuro per Macon divino
Che alcun simile a te non se ritrova;
E se io te vinco, io non te mi nascondo,
Ardisco a dir ch'io sono il fior del mondo. -

Or se parton d'ensieme i cavallieri;
Orlando se dricci verso Levante,
Ch tutto il suo disire e il suo pensieri
 di seguir de Angelica le piante;
Ma gran fatica li far mestieri,
Perch, come se tolse a lor davante
La damigella, per necromanzia
Portata fu, che alcun non la vedia.

Va Feraguto con molto ardimento
Per quella selva menando fracasso,
Ch ciascuna ora li parea ben cento
Di ritrovarse a fronte con Gradasso;
Per ne andava ratto come un vento.
Ma il ragionar di lui ora vi lasso,
E tornar voglio a Carlo imperatore,
Che della Spagna sente quel rumore.

Il suo consiglio fece radunare:
Fuvi Ranaldo ed ogni paladino;
E disse loro: - Io odo ragionare,
Che, quando egli arde il muro a noi vicino,
De nostra casa debbiam dubitare.
Dico che, se Marsilio  saracino,
Ci non attendo; egli  nostro cognato,
Ed ha vicino a Francia gionto il stato.

Ed  nostro parere e nostra intenza
Che si li dona aiuto ad ogni modo,
Contra alla estrema ed orribil potenza
Del re Gradasso, il qual, s come io odo,
Minaccia ancor di Francia a la eccellenza,
N della Spagna sta contento al sodo.
Ben potemo saper che per nente
Non fa per noi vicin tanto potente.

Vogliamo adunque per nostra salute
Mandar cinquanta millia cavallieri;
E cognoscendo l'inclita virtute
Del pro' Ranaldo, e come  buon guerrieri,
Nostro parer non vogliam che si mute,
Ch a megliorarlo non faria mestieri:
In questa impresa nostro capitano
Sia generale il sir di Montealbano.

Vogliam che abbia Bordella e Rosiglione,
Linguadoca e Guascogna a governare,
Mentre che durar questa tenzone;
E quei segnor con lui debbiano andare. -
Cos dicendo, gli porge il bastone.
Ranaldo si ebbe in terra a ingenocchiare,
Dicendo: - Forzaromme, alto segnore,
Di farme degno di cotanto onore. -

Egli avea pien di lacrime la faccia
Per allegrezza, e pi non pu parlare;
Lo imperator strettamente lo abbraccia,
E dice: - Figlio, io ti vo' racordare
Ch'io pono il regno mio nelle tue braccia,
Il quale  in tutto per pericolare.
Via se ne  gito, e non so dove, Orlando:
Il stato mio a te lo racomando. -

Questo li disse ne l'orecchia piano.
Ciascun se va con Ranaldo allegrare:
Ivone ed Angelin, che con lui vano,
E gli altri ancor, che seco hanno a passare.
Ranaldo a tutti con parlare umano
Proferir si sapeva e ringraziare.
Subitamente se pose in vaggio,
E fu ordinato in Spagna il suo passaggio.

Ciascun bon cavallier, ch' di guerra uso,
Segue Ranaldo e la Francia abandona.
Montano l'alpe, sempre andando in suso,
E gi vedon fumar tutta Aragona.
Essi vargarno al passo del Pertuso,
In poco tempo gionsero a Sirona.
Il re Marsilio quivi era fermato;
Grandonio in Barcelona avea mandato,

Per riparare al tenebroso assedio,
Bench si creda non poter giovare,
N lui sa imaginare alcun remedio,
Che non convenga il regno abandonare;
E per malanconia e molto atedio
Sol se ne sta, n si lascia parlare.
Ora ad un tempo li viene lo aiuto
Di Carlo Magno, e gionse Feraguto.

Era con lui gi prima Serpentino,
Isoliere e Spinella e il re Morgante,
E Matalista, il franco Saracino,
Lo Argalifa di Spagna e lo Amirante.
Ogni altro baron grande e piccolino,
Che al re Marsilio obediva davante,
Coi fratel Balugante e Falsirone,
Tutti son morti, o son nella pregione.

Imperoch Gradasso smisurato,
Da poi che se part de Sericana,
Tutto il mar de India avea conquistato,
E quella isola grande Taprobana,
La Persia con la Arabia l da lato,
Terra de' negri, che  tanto lontana;
E mezo il mondo ha circuito in mare,
Pria che 'l stretto di Spagna abbia intrare.

E tanta gente avea seco adunata,
E tanti re, che adesso non vi naro,
Che pi non ne fu insieme alcuna fiata.
Discese in terra, e prese Zibeltaro,
Arse e disfece il regno di Granata;
Sibilia n Toledo fier' riparo.
Venne dapoi a Valenzia meschina;
Con Aragona la pose in ruina.

S come io dissi, aveva in sua pregione
Ogni baron che a Marsilio obedia,
Tratti coloro de cui fei ragione,
Che dentro da Sirona seco avia,
E de Grandonio, che in opinone
De esser ben presto preso se vedia:
Ch Barcellona da sera a matina
 combattuta, e mai non se rafina.

Ora tornamo al re Marsilone,
Che riceve Ranaldo a grande onore,
E molto ne ringrazia il re Carlone.
Ma Feraguto bacia con amore,
Dicendo: - Figlio, io tengo opinone
Che la tua forza e l'alto tuo valore
Abbatter Gradasso, quel malegno,
A noi servando il nostro antiquo regno. -

Ordine dasse, che il giorno seguente
Se debba verso Barcellona andare,
Perch Grandonio continuamente
Con foco aiuto aveva a dimandare.
Cos frno ordinate incontinente
Le schiere, e chi le avesse a governare.
La prima che se parte al matutino,
Guida Spinella e il franco Serpentino.

Vinti millia guerreri  questa schiera.
Segue Ranaldo, il franco combattente:
Cinquanta millia sotto sua bandiera.
Matalista vien drieto e il re Morgante,
Con trenta millia di sua gente fiera;
Ed Isolier da poi con lo Amirante,
Con vinti millia; e a lor drieto in aiuto
Trenta milliara mena Feraguto.

Il re Marsilio l'ultima guidava,
Cinquanta millia de bella brigata.
Ciascuna schiera in ordine ne andava,
L'una da l'altra alquanto separata.
Era il sol chiaro e a l'ra sventillava
Ogni bandiera, che  ad alto spiegata;
S che al calar del monte fr vedute
Dal re Gradasso, e da' soi cognosciute.

Quattro re chiama, e lor cos ragiona:
- Cardon, Francardo, Urnasso e Stracciaberra,
Combattete alle mura Barcellona,
E questo giorno ponitele a terra.
Non vi rimanga viva una persona;
E quel Grandonio che fa tanta guerra,
Io voglio averlo vivo nelle mane
Per farlo far battaglia col mio cane. -

Questi son de India sopra nominati.
Di negra gente seco ne avean tanti,
Quanti mai non seriano annumerati:
Ed oltra a questo duo millia elefanti,
Di torre e di castella tutti armati.
Ora Gradasso fa venirse avanti
Un gran gigante, re di Taprobana,
Che ha una giraffa sotto per alfana.

Pi brutta cosa non se vide mai
Che 'l viso di quel re, che ha nome Alfrera.
A lui disse Gradasso: - Ne anderai,
Fa che me arrechi la prima bandiera;
Tutta la gente mena, quanta n'hai. -
E poi, rivolto con la faccia altiera
Al re de Arabia, che gli  l da lato,
(Faraldo  quel robusto nominato),

A questo re comanda a mano a mano
Che gli meni Ranaldo per presone,
E la bandiera del re Carlo Mano:
- Ma guarda che non scampi il suo ronzone
Ch'io te faria impiccar come un villano;
Ch quel cavallo  stato la cagione
Che me ha fatto partir de Sericana,
Per aver quello e insieme Durindana. -

Al re di Persia fa comandamento
Che prenda Matalista e il re Morgante:
Framarte  questo, il re di valimento.
Ecco il re di Macrobia, ch' gigante,
Che tutto negro  come un carbon spento:
Pigliar debbe Isoliere e lo Amirante.
Destrier non ha, ma sempre va pedone
Questo gigante, ed ha nome Orone.

Re de Etopia fu un gigante arguto,
Che quasi un palmo avea la bocca grossa.
Davanti al re Gradasso fu venuto
(Balorza ha nome quel c'ha tanta possa);
Comandagli che prenda Feraguto.
Ultimamente pone alla riscossa
Li Sericani ed ogni suo barone:
Ma lui non se arma e sta nel paviglione.

Diciamo de Marsilio e di sua gente,
Che sopra al campo vengono arivare,
Vedendo il piano de sotto patente,
Che  pien de omini armati insino al mare.
E' non credeano gi primeramente
Che tanta gente potesse adunare
Il mondo tutto, quanto  quivi unita;
N la posson stimar, perch  infinita.

L'un campo a l'altro pi se fa vicino,
Ch le bandiere a l'incontro se vano.
Ciascun dalle due parte  saracino,
Fuor che la gente del re Carlo Mano.
Spinella de Altamonte e Serpentino
Con la lor schiera son gionti nel piano;
Levasi il crido de una e d'altra gente,
Che par che il cel profondi veramente.

Risuona il monte e tutta la rivera
Di trombe, di tamburi e d'altre voce.
Serpentin sta davanti alla frontera,
Sopra a corsier terribile e veloce.
Ora si move il gran gigante Alfrera:
Cosa non fu giamai tanto feroce,
Quanto  colui, che trenta piedi  altano
Su la zirafa, ed ha un bastone in mano.

Di ferro  tutto quanto quel bastone:
Tre palmi volge intorno per misura.
Serpentin contra lui va di rondone
Con l'asta a resta, e gi non ha paura.
Fer il gigante e ruppe il suo troncone;
Ma quella contrafatta creatura
Ha con tal forcia Serpentin ferito,
Che lo distese in terra tramortito.

Nulla ne cura e lascialo disteso;
Con la zirafa passa entro la schiera.
Trova Spinella, e nel braccio l'ha preso;
Via nel port, come cosa leggiera.
Tutta la gente, di furore acceso,
Col baston batte, e branca la bandiera,
E quella al re Gradasso via mandone,
Insieme con Spinella, chi  prigione.

Ranaldo la sua schiera avea lasciata
In man de Ivone e del fratello Alardo,
E la battaglia avea tutta guardata,
E quanto il grande Alfrera era gagliardo.
Veggendo quella gente sbarattata,
Tempo non parve a lui de esser pi tardo:
Manda a dire ad Alardo che si mova;
Lui con la lancia il gran gigante trova.

Or che li potr far, che quel portava
Un coi' di serpa sopra la coraccia?
Ma pur con tanta furia lo inscontrava,
Che la ziraffa e lui per terra caccia.
Poi tra la schiera Bagliardo voltava,
E ben de intorno con Fusberta spaccia.
Tutti i Cristiani intanto ve arivaro;
Non vi fu a' Saracini alcun riparo.

Vanno per la campagna in abandono;
Rotta, stracciata fu la sua bandiera,
Bench dugento millia armati sono.
Or di terra si leva il forte Alfrera,
Pi terribile assai ch'io non ragiono;
Ma poi che vide in volta la sua schera,
Con la ziraffa se messe a seguire,
Non so se per voltarli o per fuggire.

Ranaldo  con lor sempre mescolato,
Ed a destra e sinistra il brando mena;
Chi mezzo il capo, chi ha un braccio tagliato,
Le teste in l'elmi cadeno a l'arena.
Come un branco di capre disturbato,
Cotal Ranaldo avanti s li mena:
Ora convien che 'l faccia maggior prove,
Ch il re Faraldo la sua schiera move.

Era quel re de Arabia incoronato,
E non aveva fin la sua possanza.
Or non pu suo valore aver mostrato,
Perch Ranaldo de un contro di lanza
L'ha per il petto alle spalle passato.
Tocca Bagliardo, e con molta arroganza
D tra gli Arabi, ch nulla li preza:
Con l'urto atterra e con la spada speza.

Era per Ranaldo accompagnato,
Per le pi volte, de assai buon guerreri;
Guizardo e Ricciardetto li era a lato,
E lo re Ivone, Alardo ed Anzolieri;
Ed ora Serpentino era arivato,
Chi  risentito e tornato a destrieri.
Ma de lor tutti  pur Ranaldo il fiore;
De ogni bel colpo lui solo ha l'onore.

Tutta la gente de li Arabi  in piega,
Gambili e dromendarii a terra vano;
Ranaldo li cacci pi de una lega.
Or vien Framarte, il gran re persano,
La sua bandiera d'oro al vento spiega,
Ben lo adocchia il segnor di Montealbano.
Adosso a lui con la lancia se caccia;
Dopo le spalle il passa ben tre braccia.

Quel gran re cade morto alla pianura,
Fuggeno i suoi per la campagna aperta.
Ranaldo mena colpi a dismisura:
Non dimandar se 'l frappa con Fusberta.
Ecco Orone, la sozza figura;
Mai non fu visto cosa pi deserta:
Negro fra tutti, e nulla porta indosso,
Ma la sua pelle  dura pi che un osso.

Venne il gigante nudo alla battaglia,
Uno arbor avea in mano il maledetto;
Tutta la schiera de' Cristian sbaraglia,
Non ve ha diffesa scudo o bacinetto.
Avea d'intorno a s tanta canaglia,
Che per forza Ranaldo fu costretto
Ritrarsi alquanto e suonare a ricolta,
Per ritornar pi stretto l'altra volta.

Ma mentre con li altri se consiglia,
Ed halli il suo partito dimostrato,
E gi la lancia su la cossa piglia,
Giunse l'Alfrera, quello ismisurato,
Con tanta gente, che  una meraviglia.
Ed eccoti arivar da l'altro lato
L'alto Balorza; e tanta gente viene,
Che in ogni verso sette miglia tiene.

Venian cridando con tanto rumore,
Che la terra tremava e il celo e il mare.
Ivone e Serpentino e ogni segnore
Dicean che aiuto si vl domandare.
Dicea Ranaldo: - E' non serebbe onore.
Voi vi potete adietro retirare:
Ed io soletto, come io son, mi vanto
Metter quel campo in rotta tutto quanto. -

N pi parole disse il cavalliero,
Ma strenge i denti e tra color se caccia;
Rompe la lancia lo ardito guerriero,
Poi con Fusberta se fa far tal piaccia,
Che aiuto de altri non li fa mestiero;
E con voce arrogante li minaccia:
- Via! populaccio vil, senza governo!
Che tutti anci vi metto nello inferno. -

Il re Marsilio da il monte ha veduto
Movere a un tratto cotanta canaglia;
Per un suo messo dice a Ferraguto
Che ogni sua schiera meni alla battaglia.
Ranaldo gi de vista era perduto:
Lui tra la gente saracina taglia,
Tutta la sua persona  sanguinosa;
Mai non se vide pi terribil cosa.

Or si comincia la battaglia grossa.
A tutti Feraguto vien davante:
Giamai non fu pagan di tanta possa.
Isolier, Matalista e il re Morgante,
Ciascuno  ben gagliardo e dura ha l'ossa.
L'Argalifa vien drieto e lo Amirante;
Prima entrato era Alardo e Serpentino,
Ivone e Ricciardetto ed Angelino.

Il re Balorza, con la faccia scura,
Ne porta sotto il braccio Ricciardetto;
Combatte tutta fiata, e non ha cura
De aver nel braccio manco il giovanetto.
Ogniun ben de aiutarlo se procura,
Ma il gigante il porta al lor dispetto.
Alardo, Ivone ed Angelin li  intorno:
Esso de tutti fa gran beffe e scorno.

Il terribile Alfrera avea levato,
Al suo dispetto, Isolier dello arcione.
Feraguto li  sempre nel costato,
N vl che 'l porta senza questone.
Vero  che 'l suo destriero  spaventato,
N pu accostarse con nulla ragione:
Per la ziraffa, lo animal diverso,
Fugge il cavallo indrieto ed a traverso.

Il crudel Orone alcun non piglia,
Ma con l'arbore occide molta gente,
E petto e faccia ha di sangue vermiglia;
Lancie, n spade non cura nente,
Ch la sua pelle a uno osso se assomiglia.
Ora tornamo a Ranaldo valente,
Che forte se conturba nello aspetto,
Perch Balorza porta Ricciardetto.

Se or non mostra Ranaldo il suo valore,
Giamai nol mostrar il barone accorto;
Ch a Ricciardetto porta tanto amore,
Che per camparlo quasi sera morto.
Dente con dente batte a gran furore,
L'uno e l'altro occhio nella fronte ha torto.
Ma al presente io lascio sua battaglia,
Per ricontarvi un'altra gran travaglia.

Io ve contai pur mo che in Barcellona
Stava Grandonio, e facea gran diffesa;
Come a quei de India e soi re de corona
Fo comandato che l'avesser presa.
Turpin di questa cosa assai ragiona,
Perch non fu giamai pi cruda impresa.
Forte  la terra, intorno ben murata;
Or se  la gran battaglia incominciata.

Da mezod, dove la batte il mare,
Era ordinato un naviglio infinito;
Da terra gli elefanti hanno a menare,
Di torre e di beltresche ogniom guarnito.
Fanno quei Negri s gran saettare,
Che ciascun nella terra  sbigottito;
Ogni om s'asconde e fugge per paura,
Grandonio solo appar sopra alle mura.

Comincia il crido orribile e diverso,
Ed alle mura s'accosta la gente.
Non  Grandonio gi per questo perso,
Ma se diffende nequitosamente;
Tira gran travi dritto ed a traverso;
Pezzi di torre e merli veramente,
Colonne integre lancia quel gigante;
Ad ogni colpo atterra uno elefante.

E va d'intorno facendo gran passo,
Salta per tutto quasi in un momento;
Di ci che gli  davanti, fa fraccasso,
Getta gran foco con molto spavento;
Perch la gente, che era gioso al basso,
Che e soi fatti vedea e suo ardimento,
Solfo gli dnno con pegola accesa;
Lui tra' la vampa fuora alla distesa.

Lasciam costoro, e torniamo a Ranaldo,
Che nella mente tutto se rodia;
Tanto  di scoter Ricciardetto caldo,
Che se dispera e non trova la via.
Quel gran gigante sta l fermo e saldo,
E un gran baston di ferro in man tena;
Armato  tutto da capo alle piante,
E per destriero ha sotto uno elefante.

Or non gli vale il furoso assalto,
Non vale a quel barone esser gagliardo,
Per che non puotea gionger tanto alto.
Subitamente smonta di Baiardo,
E nella croppa se gitta d'un salto
A quel gigante, che non gli ha riguardo;
L'elmo gli spezza e d'acciaro una scoffia,
N pone indugia che 'l colpo ridoppia.

Par che si batta un ferro alla fucina;
Quella gran testa in due parte disserra.
Cadde 'l gigante con tanta roina,
Che a s d'intorno fie' tremar le terra.
Or ne fugge la gente saracina,
Che  dinanzi a Ranaldo in quella guerra,
Come la lepre fugge avanti al pardo:
Stretti gli caccia quel baron gagliardo.

Aveva Feraguto tuttavia
Pi de quattro ore cacciato l'Alfrera;
Ardea ne gli occhi pien de bizaria,
Perch non trova modo, n maniera
Per la quale Isolier riscosso sia.
Quella ziraffa, contraffatta fera,
Via ne lo porta, correndo il trapasso;
E giunse al pavaglion, nanti a Gradasso.

Ferrag segue dentro al paviglione.
L'Alfrera, che se vide al ponto stretto,
Getta Isoliero e mena del bastone,
Ed ebbel gionto sopra al bacinetto,
E sbalordito il fe' cader de arcione:
Quel gran gigante li fu presto al petto.
Cos fu preso l'ardito guerreri.
Torna l'Alfrera, e prese anco Isolieri.

Dicea l'Alfrera: - Io ti so dir, segnore,
Che nostra gente  rotta ad ogni modo,
Ch quel Ranaldo  di troppo valore.
Mal volentiera un tuo nemico lodo;
Ma, senza dir d'altrui, lui si fa onore,
E poco d'ora fa, s come io odo,
Part la testa al gigante Balorza;
Or pi pensar, segnor, se egli ha gran forza.

A chi te piace de' tuoi ne dimanda,
Bench anch'io sappia della sua possanza,
Ch 'l re Faraldo d'una ad altra banda
Vidi io passato d'un scontro de lanza.
Il re di Persia a Macon racomanda,
Che fu pur gionto a simigliante danza.
Debb'io tacer di me, che andai per terra,
Che mai non mi intervenne in altra guerra? -

Dicea Gradasso: - Pu questo Iddio fare,
Che quel Ranaldo sia tanto potente?
Chi me volesse del cel coronare
(Perch la terra io non stimo nente),
Non me potrebbe al tutto contentare,
S'io non facessi prova de presente,
Se quel barone  cotanto gagliardo
Che mi diffenda il suo destrier Baiardo. -

Cos dicendo chiede l'armatura,
Quella che prima gi port Sansone.
Non ebbe il mondo mai la pi sicura;
Da capo a piedi se arma il campone.
Ecco la gente fugge con paura,
Dietro gli caccia quel figlio d'Amone.
Non p Gradasso star s poco saldo,
Che dentro al pavaglion ser Ranaldo.

Pi non aspetta, e salta su l'alfana.
Questa era una cavalla smisurata:
Mai non fu bestia al mondo pi soprana;
Come Baiardo proprio era intagliata.
Ecco Ranaldo, che gionge alla piana,
In mezo della gente sbaratata.
Oh quanto ben d'intorno il camin spaza,
Troncando busti e spalle e teste e braza!

Ora se move il forte re Gradasso
Sopra l'alfana, con tanta baldanza,
Che tutto il mondo non stimava un asso.
Verso Ranaldo bassava la lanza,
E nel venir menava tal fraccasso,
Che Baiardo il destrier n'ebbe temanza.
Sedeci piedi sal suso ad alto;
Non fo mai visto il pi mirabil salto.

Il re Gradasso assai si meraviglia,
Ma mostra non curare, e passa avante;
Tutta la gente sparpaglia e scombiglia,
Per terra abbatte Ivone e il re Morgante.
L'Alfrera, che gli  dietro, questi piglia,
Ch sempre lo seguiva quel gigante.
Trova Spinella, Guizardo e Angelino:
Tutti gli abbatte il forte Saracino.

Ranaldo se ebbe indietro a rivoltare,
E vide quel pagan tanto gagliardo.
Una grossa asta in man se fece dare,
E poi dicea: - O destrier mio Baiardo,
A questa volta, per Dio! non fallare,
Ch qui conviensi avere un gran riguardo.
Non gi, per Dio! ch'io mi senta paura;
Ma quest' un omo forte oltra misura. -

Cos dicendo serra la visiera,
E contra al re ne vien con ardimento.
Videl Gradasso, la persona altiera:
Mai, da che nacque, fo tanto contento;
Ch a lui par cosa facile e leggiera
Trar de l'arcion quel sir de valimento.
Ma nella prova l'effetto si vede:
Pi fatica li avr ch'el non si crede.

Fo questo scontro il pi dismisurato
Che un'altra volta forse abbiate udito.
Baiardo le sue croppe misse al prato,
Che non fu pi giamai a tal partito,
Bench se fo de subito levato.
Ma Ranaldo rimase tramortito;
L'alfana trabucc con gran fracasso:
Nulla ne cura il potente Gradasso.

Spronando forte la facea levare,
Tra l'altra gente d senza paura.
Dice a l'Alfrera che debba pigliare
Ranaldo, e che 'l destrier mena con cura.
Ma certo e' gli lasci troppo che fare,
Perch Baiardo per quella pianura
Via ne portava il cavalliero ardito;
In poco de ora se fo risentito.

Credendosi ancora esser l dove era
Il re Gradasso, prende il brando in mano;
Con la zirafa lo seguia l'Alfrera,
Che quasi ancora l'ha seguto in vano.
Sopra Baiardo, la bestia leggiera,
Ranaldo va correndo per il piano;
Per tutto va cercando, e piano e monte,
Sol per trovarse con Gradasso a fronte.

Ed eccoti davanti, ed ha abbattuto
Fuor de l'arcione il suo fratello Alardo.
Esso non ha Ranaldo ancor veduto,
Ch in quella parte non facea riguardo.
Ma de improviso li  sopra venuto,
E punto nel ferir non fu gi tardo.
A due man mena con tanta flagella,
Che sel crede partir fin su la sella.

Non fu il gran colpo a quel re cosa nova,
Ch di valor portava la ghirlanda;
N crediati per questo che si mova,
N arma si spezzi, n sangue si spanda.
Disse a Ranaldo: - Or vederem la prova,
E dir potrai, se alcun te ne dimanda,
Qual sia di noi pi franco feritore.
Se ora mi campi, io te dono l'onore. -

Cos ragiona il forte saracino,
E mena della spada tutta fiata;
Cade Ranaldo tramortito e chino,
Ch mai tal botta non ha lui provata.
Lo elmo affatato, che fu de Mambrino,
Gli ha questa volta la vita campata.
Presto Baiardo adietro si  voltato,
Stavi Ranaldo in sul collo abbracciato.

Gradasso quasi un miglio l'ha seguto,
Ch ad ogni modo lo volea pigliare;
Ma poi che for di vista gli fu uscito,
 delibrato adrieto ritornare.
Ora Ranaldo se fu risentito,
E ben destina de se vendicare.
Non  Gradasso rivoltato apena,
Ranaldo un colpo ad ambe man li mena

Sopra de l'elmo con tanto furore,
Che ben li fece batter dente a dente.
Tra s ridendo, quel re di valore
Dicea: "Questo  un demonio veramente.
Quando egli ha il peggio e quando egli ha il megliore,
Ognior cerca la briga parimente.
Ma sempre mai non li andar ben clta:
Se non adesso, il giongo un'altra volta."

Cos parlando quel Gradasso altiero
Li viene adosso con gli occhi infiammati.
Ranaldo tena l'occhio al tavoliero:
Se 'l bisogna, segnor, non dimandati.
Un colpo mena quel gigante fiero
Ad ambe mani, ed ha i denti serrati.
Il baron nostro sta su la vedetta:
Trista sua vita se quel colpo aspetta!

Ma certamente e' n'ebbe poca voglia;
Con un gran salto via se fu levato.
Radoppia il colpo il gigante con doglia;
Baiardo se gitt da l'altro lato.
- Pu fare Iddio ch'una volta non coglia? -
Diceva il re Gradasso disperato;
E mena 'l terzo; ma nulla li vale:
Sempre Baiardo par che metta l'ale.

Poi che assai se ebbe indarno affaticato,
Delibra altrove sua forza mostrare,
E nella schiera de' nemici entrato
Cavagli e cavallier fa trabuccare.
Ma cento passi non  dislongato,
Che Ranaldo lo vene a travagliare;
E bench molto stretto non lo offenda,
Forza li  pur che ad altro non attenda.

Tornati sono alla cruda tenzone:
Bisogna che Ranaldo giochi netto.
Ecco venire il gigante Orone,
Che se ne porta preso Ricciardetto.
Per li piedi il tena quel can fellone:
Forte cridava aiuto il giovanetto.
Quando Ranaldo a tal partito il vede,
Della compasson morir si crede.

Cos nel viso li abondava il pianto,
Che veder non poteva alcuna cosa;
Mai fu turbato alla sua vita tanto.
Or li monta la colora orgogliosa.
Ed io vi narrar ne l'altro canto
Il fin della battaglia dubitosa,
Che, come io dissi, cominci a l'aurora,
E dur tutto il giorno, e dura ancora.

Canto quinto

Voi vi doveti, segnor, racordare
Come Ranaldo forte era turbato
Veggendo Ricciardetto via portare.
Gradasso incontinente ebbe lasciato,
E il gran gigante viene ad afrontare.
Era quello Orone ignudo nato;
Negra ha la pelle, e tanto grossa e dura,
Che de coperta de arme nulla cura.

Ranaldo dismont subito a piede,
Perch forte temeva di Baiardo
Per il gran tronco che al gigante vede;
Esser non li bisogna pigro o tardo.
Apena che Orone estima o crede
Che si ritrova in terra un s gagliardo
Che ardisca far con lui battaglia stretta:
Per si sta ridendo, e quello aspetta.

Ma non aveva Fusberta assaggiata,
N le feroce braccia di Ranaldo,
Ch l'armatura se avrebbe augurata.
A due man mena il principe di saldo,
E nella cossa fa grande tagliata.
Quando Orone sente il sangue caldo,
Tra' contra terra forte Ricciardetto,
Mugiando come un toro, il maledetto.

Stava disteso Ricciardetto in terra,
Senza alcun spirto, sbigotito e smorto;
E quel gigante il grande arboro afferra:
Ranaldo in su l'aviso stava accorto.
Quando Orone il gran colpo disserra,
Non che lui solo, un monte ne avria morto;
Ranaldo indietro si retira un passo.
Ecco a la zuffa ariv il re Gradasso.

Non sa Ranaldo gi pi che si fare,
E certamente gli tocca paura.
Lui, che di core al mondo non ha pare,
Mena un gran colpo fuor d'ogni misura:
Fusberta se sentiva zuffellare.
Gionse Orone al loco de cintura;
A meza spada nel fianco lo afferra:
Cadde il gigante in dui cavezzi in terra.

Nulla dimora fa il franco barone,
N pur guarda il gigante che  cascato,
Subitamente salta su l'arcione,
E contra di Gradasso se n' andato.
Ma non se pu levar de opinone
Quel re il colpo che ha visto ismisurato;
Con la man disarmata ebbe a cignare
Verso Ranaldo, che li vl parlare.

E ragionando poi con lui dicia:
- E' sarebbe, barone, un gran peccato
Che lo ardir tuo e il fior de gagliardia,
Quanto ne hai oggi nel campo mostrato,
Perisse con s brutta villania;
Ch tu sei da mia gente intornato.
Come tu vedi, non te pi partire:
Convienti esser pregione, o ver morire.

Ma Dio non voglia che cotal diffetto
Per me si faccia a un baron s gagliardo;
Unde per mio onore io aggio eletto,
Da poi che 'l giorno de oggi  tanto tardo,
Che noi veniamo dimane allo effetto,
Io senza alfana, e tu senza Baiardo;
Ch la virtute de ogni cavalliero
Si disaguaglia assai per il destriero.

Ma con tal patto la battaglia sia,
Che stu me occidi o prendime pregione,
Ciascun chi  preso di tua compagnia,
O sia vasallo al re Marsilone,
Seran lasciati su la fede mia;
Ma s'io te vinco, io voglio il tuo ronzone.
O vinca, o perda, poi me abbia a partire,
N pi in ponente mai debba venire. -

Ranaldo gi non stette altro a pensare,
Ma subito rispose: - Alto segnore,
Questa battaglia che debbiamo fare,
Essere a me non pu se non de onore.
E di prodecia sei s singulare,
Che, essendo vinto da tanto valore,
Non mi ser vergogna cotal sorte,
Anci una gloria aver da te la morte.

Quanto alla prima parte, te rispondo
Che ben te voglio e debbo ringraziare,
Ma non che gi mi trovi tanto al fondo,
Che da te debba la vita chiamare;
Perch, se armato fosse tutto 'l mondo,
Non potrebbe al partir mio divetare,
Non che voi tutti; e se forse hai talento
Farne la prova, io son molto contento. -

Incontinente se ebbeno accordare
Della battaglia tutto il conveniente:
Il loco sia nel litto apresso il mare,
Lontan sei miglia a l'una e l'altra gente.
Ciascuno al suo talento se pu armare
De arme a diffensa e di spada tagliente;
Lancia n mazza o dardo non si porta,
E denno andar soletti e senza scorta.

Ciascuno  molto bene apparecchiato
Per domatina alla zuffa venire;
Ogni vantaggio a mente hanno tornato,
Le usate offese e l'arte del scrimire.
Ma prima che alcun de essi venga armato,
De Angelica vi voglio alquanto dire;
La qual per arte, come ebbe a contare,
Dentro al Cataio se fece portare.

Bench lontana sia la giovanetta,
Non pu Ranaldo levarse del core.
Come cerva ferita di saetta,
Che al lungo tempo accresce il suo dolore,
E quanto il corso pi veloce affretta,
Pi sangue perde ed ha pena maggiore:
Cos ognor cresce alla donzella il caldo,
Anci il foco nel cor, che ha per Ranaldo.

E non poteva la notte dormire,
Tanto la strenge il pensiero amoroso;
E se pur, vinta dal longo martre,
Pigliava al far del giorno alcun riposo,
Sempre sognando stava in quel desire.
Ranaldo gli parea sempre crucioso
Fuggir, s come fece in quella fiata
Che fu da lui nel bosco abandonata.

Essa tenea la faccia in ver ponente,
E sospirando e piangendo talora
Diceva: "In quella parte, in quella gente
Quel crudel tanto bello ora dimora.
Ahi lassa! Lui di me cura nente!
E questo  sol la doglia che me accora:
Colui, che di durezza un sasso pare,
Contra a mia voglia a me il conviene amare.

Io aggio fatto ormai l'ultima prova
Di ci che pn gli incanti e le parole,
E l'erbe strane ho clto a luna nova,
E le radice quando  oscuro il sole;
N trovo che dal petto me rimova
Questa pena crudel, che al cor mi dole,
Erba n incanto o pietra precosa:
Nulla mi val, ch amor vince ogni cosa.

Perch non venne lui sopra a quel prato,
L dove io presi il suo saggio cugino?
Che certamente io non avria cridato.
Ora  pregione adesso quel meschino.
Ma incontinente ser liberato,
Acci che quello ingrato peregrino
Cognosca in tutto la bontate mia,
Che d tal merto a sua discortesia."

E detto questo se ne and nel mare,
L dove Malagise era pregione;
Con l'arte sua l gi si fe' portare,
Ch andarvi ad altra via non c' ragione.
Malagise ode l'uscio disserrare,
E ben si crede in ferma opinone,
Che sia il demonio, per farlo morire,
Perch a quel fondo altrui non suol mai gire.

Gionta che fu l dentro la donzella,
Di farlo portar sopra ben si spaccia;
E poi che l'ebbe entro una sala bella,
La catena li sciolse dalle braccia;
E nulla per ancora gli favella,
Ma ceppi e ferri dai pi li dislaccia.
Come fu sciolto, li disse: - Barone,
Tu sei mo franco, ed ora eri prigione.

S che, volendo una cortesia fare
A me, che fuor te trassi di quel fondo,
Da morte a vita mi pi ritornare,
Se qua mi meni il tuo cugin iocondo:
Dico Ranaldo, che mi fa penare.
A te la mia gran doglia non nascondo:
Penar fa me de amore in s gran foco,
Che giorni e notte mai non trovo loco.

Se me prometti nel tuo sacramento
Far qua Ranaldo inanti a me venire,
Io te far de una cosa contento,
Che forse de altra non hai pi desire:
Darotti il libro tuo, se n'hai talento.
Ma guarda, stu prometti, non mentire;
Perch te aviso che uno annello ho in mano,
Che far sempre ogni tuo incanto vano. -

Malagise non fa troppo parole,
Ma come a quella piace, cos giura;
N sa come Ranaldo non ne vle,
Anci crede menarlo alla sicura.
Gi se chinava allo occidente il sole;
Ma, come gionta fu la notte scura,
Malagise un demonio ha tolto sotto,
E via per l'aria se ne va di botto.

Quel demonio li parla tutta fiata
(E va volando per la notte bruna)
Della gente che in Spagna era arivata,
E come Ricciardetto ebbe fortuna,
E la battaglia come era ordinata.
Di ci che  fatto, non gli  cosa alcuna
Che quel demonio non la sappia dire;
Anci pi dice, perch sa mentire.

E gi son gionti presso a Barcellona
(Forse restava un'ora a farse giorno),
E Malagise il demonio abandona.
E per quei paviglion guardando intorno,
Dove sia de Ranaldo la persona,
E' dormir vede il cavallier adorno;
Nella trabacca sua stava colcato.
Malagise entra, ed ebbelo svegliato.

Quando Ranaldo vide la sua faccia,
Non fu nella sua vita s contento;
Del trapontin se leva e quello abbraccia,
E delle volte lo baci da cento.
Disse a lui Malagise: - Ora te spaccia,
Ch'io son venuto sotto a sacramento.
Piacendo a te, me pi deliberare:
Non te piacendo, in pregion vo' tornare.

Non aver nella mente alcun sospetto
Ch'io voglia che tu facci un gran periglio;
Con una fanciulletta andrai nel letto,
Netta come ambro, e bianca come un giglio.
Me trai di noia, e te poni in diletto.
Quella fanciulla dal viso vermiglio
 tal, che tu nol pensaresti mai:
Angelica  colei di cui parlai. -

Quando Ranaldo ha nominare inteso
Colei che tanto odiava nel suo core,
Dentro dal petto  di alta doglia acceso,
E tutto in viso li cangi il colore.
Ora un partito, ora un altro n'ha preso
Di far risposta, e non la sa dir fuore;
Or la vl fare, ora la vl differire;
Ma nello effetto e' non sa che si dire.

Al fin, come persona valorosa
Che in zanze false non se sa coprire,
Disse: - Odi, Malagise: ogni altra cosa
(E non ne trago il mio dover morire),
Ogni fortuna dura e spaventosa,
Ogni doglia, ogni affanno vo' soffrire,
Ogni periglio, per te liberare:
Dove Angelica sia, non voglio andare. -

E Malagise tal risposta oda,
Qual gi non aspettava in veritate.
Prega Ranaldo quanto pi sapa,
Non per merito alcun, ma per pietate,
Che nol ritorna in quella pregionia.
Or gli ricorda la sanguinitate,
Or le proferte fatte alcuna volta;
Nulla gli val, Ranaldo non l'ascolta.

Ma poi che un pezzo indarno ha predicato,
Disse: - Vedi, Ranaldo, e' si suol dire,
Ch'altro piacer non s'ha de l'omo ingrato
Se non buttarli in occhio il ben servire.
Quasi per te ne l'inferno m'ho dato:
Tu me vi far nella pregion morire.
Gurti da me; ch'io ti far uno inganno,
Che ti far vergogna, e forse danno. -

E, cos detto, avante a lui se tolse.
Subitamente se fo dispartito;
E come fo nel loco dove volse
(Gi caminando avea preso il partito),
Il suo libretto subito disciolse.
Chiama i demonii il negromante ardito;
Draginazo e Falsetta tra' da banda:
Agli altri il dipartir presto comanda.

Falsetta fa adobar com'uno araldo,
Il qual serviva al re Marsilone.
L'insegna avea di Spagna quel ribaldo,
La cotta d'arme, e in mano il suo bastone.
Va messagiero a nome de Ranaldo,
E gionse di Gradasso al paviglione,
E dice a lui che a l'ora de la nona
Avr Ranaldo in campo sua persona.

Gradasso lieto accetta quello invito,
E d'una coppa d'r l'ebbe donato.
Subito quel demonio  dipartito,
E tutto da quel che era,  tramutato;
Le annelle ha ne l'orecchie, e non in dito,
E molto drappo al capo ha inviluppato,
La veste lunga e d'r tutta vergata;
E di Gradasso porta l'ambasciata.

Proprio parea di Persia uno almansore,
Con la spada di legno e col gran corno;
E qui, davanti a ciascadun segnore,
Giura che all'ora primera del giorno,
Senza nuna scusa e senza errore,
Ser nel campo il suo segnore adorno,
Solo ed armato, come fo promesso;
E ci dice a Ranaldo per espresso.

In molta fretta se  Ranaldo armato;
E suoi gli sono intorno d'ogni banda.
Da parte Ricciardetto ebbe chiamato,
Il suo Baiardo assai gli racomanda.
- O s, o no, - dicea - che sia tornato,
Io spero in Dio, che la vittoria manda;
Ma se altro piace a quel Segnor soprano,
Tu la sua gente torna a Carlo Mano.

Fin che sei vivo debbilo obedire,
N guardar che facesse in altro modo.
Or ira, or sdegno m'han fatto fallire;
Ma chi d calci contra a mur s sodo,
Non fa le pietre, ma il suo pi stordire.
A quel segnor, dignissimo di lodo,
Che non ebbe al fallir mio mai riguardo,
S'io son occiso, lascio il mio Baiardo. -

Molte altre cose ancora gli dicia;
Forte piangendo, in bocca l'ha baciato.
Soletto alla marina poi s'invia;
A piedi sopra il litto fo arivato.
Quivi d'intorno alcun non apparia.
Era un naviglio alla riva attaccato,
Sopra di quel persona non appare:
Stassi Ranaldo Gradasso a aspettare.

Or ecco Draginazo che s'appara;
Proprio  Gradasso, ed ha la sopravesta
Tutta d'azurro e d'r dentro la sbara,
E la corona d'r sopra la testa,
L'armi forbite e la gran simitara,
E 'l bianco corno, che giamai non resta,
E per cimero una bandiera bianca;
In summa di quel re nulla gli manca.

Questo demonio ne vene sul campo:
Il passeggiare ha proprio di Gradasso;
Ben dadovero par ch'el butti vampo.
La simitara trasse con fraccasso.
Ranaldo, che non vle avere inciampo,
Sta su l'aviso e tiene il brando basso;
Ma Draginazo con molta tempesta
Li calla un colpo al dritto della testa.

Ranaldo ebbe quel colpo a riparare:
D'un gran riverso gli tira alla cossa.
Or cominciano e colpi a radoppiare;
A l'un e l'altro l'animo s'ingrossa.
Mo comincia Ranaldo a soffare,
E vl mostrare a un punto la sua possa:
Il scudo che avea in braccio getta a terra,
La sua Fusberta ad ambe mane afferra.

Cos crucioso, con la mente altiera,
Sopra del colpo tutto se abandona.
Per terra va la candida bandiera;
Calla Fusberta sopra alla corona,
E la barbuta getta tutta intiera.
Nel scudo d'osso il gran colpo risuona,
E dalla cima al fondo lo disserra;
Mette Fusberta un palmo sotto terra.

Ben prese il tempo il demonio scaltrito:
Volta le spalle, e comincia a fuggire.
Crede Ranaldo averlo sbigotito,
E de allegrezza s non pu soffrire.
Quel maledetto al mar se n' fuggito;
Dietro Ranaldo se 'l mette a seguire,
Dicendo: - Aspetta un poco, re gagliardo:
Chi fugge, non cavalca il mio Baiardo.

Or debbe far un re s fatta prova?
Non te vergogni le spalle voltare?
Torna nel campo e Baiardo ritrova:
La meglior bestia non puoi cavalcare.
Ben  guarnito ed ha la sella nova,
E pur ier sira lo feci ferrare.
Vien, te lo piglia: a che mi tieni a bada?
Eccolo quivi, in ponta a questa spada. -

Ma quel demonio nente l'aspetta,
Anci pariva dal vento portato.
Passa ne l'acqua, e pare una saetta,
E sopra quel naviglio fo montato.
Ranaldo incontinente in mar se getta,
E poi che sopra al legno fo arivato,
Vede il nemico, e un gran colpo gli mena:
Quel per la poppa salta alla carena.

Ranaldo ognior pi drieto se gl'incora,
E con Fusberta gi pur l'ha seguto.
Quel sempre fugge, e n'esce per la prora.
Era 'l naviglio da terra partito,
N pur Ranaldo se n'avede ancora,
Tanto  dietro al nemico invellenito;
Ed  dentro nel mar gi sette miglia,
Quando disparve quella meraviglia.

Quello and in fumo. Or non me domandate
Se meraviglia Ranaldo se dona.
Tutte le parte del legno ha cercate:
Sopra al naviglio pi non  persona.
La vella  piena, e le sarte tirate;
Camina ad alto e la terra abandona.
Ranaldo sta soletto sopra al legno:
Oh quanto se lamenta il baron degno!

"Ah Dio del cel, - dicea - per qual peccato
M'hai tu mandato cotanta sciagura?
Ben mi confesso che molto ho fallato,
Ma questa penitenzia  troppo dura.
Io son sempre in eterno vergognato,
Ch certo la mia mente  ben sicura
Che, racontando quel che me  accaduto,
Io dir il vero, e non ser creduto.

La sua gente mi dette il mio segnore,
E quasi il stato suo mi pose in mano:
Io, vil, codardo, falso, traditore,
Gli lascio in terra e nel mar me allontano;
Ed or mi par d'odir l'alto romore
Della gran gente del popol pagano;
Parmi de' miei compagni odir le strida,
Veder parmi l'Alfrera che gli occida.

Ahi Ricciardetto mio, dove ti lasso
S giovanetto, tra cotanta gente?
E voi, che pregion seti di Gradasso,
Guicciardo, Ivone, Alardo mio valente?
Or foss'io stato della vita casso,
Quando in Spagna passai primeramente!
Gagliardo fui tenuto e d'arme esperto:
Questa vergogna ha l'onor mio coperto.

Io me ne vado; or chi far mia scusa,
Quando ser de codardia appellato?
Chi non sta al paragon, se stesso accusa:
Pi non son cavallier, ma riprovato.
Or foss'io adesso il figliol de Lanfusa,
E per lui nel suo loco impregionato!
Per lui dovessi in tormento morire!
Ch'io non ne sentirei mit martre.

Che se dir di me nella gran corte,
Quando ser sentito il fatto in Franza?
Quanto Mongrana se doler forte
Che il sangue suo commetta tal mancanza!
Come trionfaranno in su le porte
Gaino con tutta casa di Maganza!
Ahim! Gi puote dirli traditore:
Parlar non posso pi; son senza onore."

Cos diceva quel baron pregiato,
Ed altro ancora nel suo lamentare;
E ben tre volte fu deliberato
Con la sua spada se stesso passare;
E ben tre volte, come disperato,
Come era armato, gettarse nel mare:
Sempre il timor de l'anima e lo inferno
Li vet far di s quel mal governo.

La nave tutta fiata via camina,
E fuor del stretto  gi trecento miglia.
Non va il delfino per l'onda marina,
Quanto va questo legno a meraviglia.
A man sinistra la prora se inchina,
Volto ha la poppa al vento di Sibiglia;
N cos stette volta, e in uno istante
Tutta se  volta incontra di levante.

Fornita era la nave da ogni banda,
Eccetto che persona non li appare,
Di pane e vino ed ottima vivanda.
Ranaldo ha poca voglia di mangiare:
In genocchione a Dio si racomanda;
E cos stando, se vede arivare
Ad un giardin, dove  un palagio adorno;
Il mare ha quel giardin d'intorno intorno.

Or qui lasciar lo voglio nel giardino,
Che sentirete poi mirabil cosa,
E tornar voglio a Orlando paladino,
Qual, come io dissi, con mente amorosa
Verso levante ha preso il suo camino;
Giorno n notte mai non se riposa,
Sol per cercare Angelica la bella,
N trova chi di lei sappia novella.

Il fiume della Tana avea passato,
Ed  soletto il franco cavalliero.
In tutto il giorno alcun non ha trovato:
Presso alla sera riscontra un palmiero.
Vecchio era assai e molto adolorato,
Cridando: - Oh caso dispietato e fiero!
Chi m'ha tolto il mio bene e 'l mio desio?
Figliol mio dolce, te acomando a Dio! -

- Se Dio te aiute, dimme, peregrino,
Quella cagion che te fa lamentare. -
Cos diceva Orlando; e quel meschino
Comincia il pianto forte a radoppiare,
Dicendo: - Lasso! misero! tapino!
Mala ventura ebbi oggi ad incontrare. -
Orlando di pregarlo non vien meno
Che il fatto gli raconti tutto a pieno.

- Dirotti la cagion perch'io me doglio, -
Rispose lui, - da poi che il vi sapere.
Qui drieto a due miglia  uno alto scoglio,
Che a la tua vista p chiaro apparere;
Non a me, che non vedo come io soglio,
Per pianger molto e per molti anni avere.
La ripa di quel scoglio  d'erba priva,
E di colore assembra a fiamma viva.

Alla sua cima una voce risuona,
Non se ode al mondo la pi spaventosa;
Ma gi non te so dir ci che ragiona.
Corre di sotto una acqua furosa,
Che cinge il scoglio a guisa di corona.
Un ponte vi  di pietra tenebrosa,
Con una porta che assembra a diamante;
E stavvi sopra armato un gran gigante.

Un giovanetto mio figliuolo ed io
Quivi dapresso passavam pur ora;
E quel gigante maledetto e rio,
Quasi dir posso ch'io nol vidi ancora,
S de nascoso prese il figliol mio;
Hassel portato, e credo che il divora.
La cagion de che io piango, or saverai;
Per mio consiglio indietro tornarai. -

Pensossi un poco, e poi rispose Orlando:
- Io voglio ad ogni modo avanti andare. -
Disse il palmiero: - A Dio ti racomando,
Tu non debbi aver voglia di campare.
Ma credi a me, che il ver te dico: quando
Avrai quel fier gigante a remirare,
Che tanto  lungo e s membruto e grosso,
Pel non avrai che non ti tremi adosso. -

Risene Orlando, e preselo a pregare
Che per Dio l'abbia un poco ivi aspettato,
E se nol vede presto ritornare,
Via se ne vada senza altro combiato.
Il termine de un'ora li ebbe a dare,
Poi verso il scoglio rosso se n' andato.
Disse il gigante, veggendol venire:
- Cavallier franco, non voler morire.

Quivi m'ha posto il re di Circasia,
Perch'io non lasci alcuno oltra passare;
Ch sopra al scoglio sta una fera ria,
Anci un gran mostro se debbe appellare,
Che a ciascadun che passa in questa via,
Ci che dimanda, suole indivinare;
Ma poi bisogna che anco egli indivina
Quel che la dice, o che qua gi il roina. -

Orlando del fanciullo adimandone:
Rispose averlo e volerlo tenire;
Onde per questo fu la questone,
E cominciorno l'un l'altro a ferire.
Questo ha la spada, e quell'altro il bastone:
Ad un ad un non voglio i colpi dire.
Al fine Orlando tanto l'ha percosso,
Che quel si rese e disse: - Pi non posso. -

Cos riscosse Orlando il giovanetto,
E ritornollo al padre lacrimoso.
Trasse il palmiero un drappo bianco e netto,
Che nella tasca tena nascoso.
Di questo fuor sviluppa un bel libretto,
Coperto ad oro e smalto luminoso;
Poi volto a Orlando disse: - Sir compiuto,
Sempre in mia vita ti ser tenuto.

E s'io volessi te remeritare,
Non bastarebbe mia possanza umana.
Questo libretto voglilo accettare,
Che  de virt mirabile e soprana,
Perch ogni dubbioso ragionare
Su queste carte si dichiara e spiana. -
E, donatogli il libro, disse: - Addio! -
E molto allegro da lui se partio.

Orlando s'arest col libro in mano,
E fra se stesso comincia a pensare;
Mirando al scoglio che  cotanto altano,
Ad ogni modo in cima vl montare,
E vl veder quel mostro tanto istrano,
Che ogni dimanda sapea indivinare.
E sol per questo volea far la prova,
Per saper dove Angelica si trova.

Passa nel ponte con vista sicura,
Ch gi non lo divieta quel gigante.
Egli ha provata Durindana dura,
Dgli la strata: Orlando passa avante.
Per una tomba tenebrosa e oscura
Monta alla cima quel baron aitante,
Dove, entro a un sasso rotto per traverso,
Stava quel mostro orribile e diverso.

Avea crin d'oro e la faccia ridente
Come donzella, e petto di lione,
Ma in bocca avea di lupo ogni suo dente,
Le braccie d'orso e branche di grifone,
E busto e corpo e coda di serpente;
L'ale depinte avea come pavone.
Sempre battendo la coda lavora,
Con essa e sassi e il forte monte fora.

Quando quel mostro vede il cavalliero,
Distese l'ale e la coda coperse:
Altro che il viso non mostrava intiero.
La pietra sotto lui tutta se aperse.
Orlando disse a lui con viso fiero:
- Tra le provenze e le lingue diverse,
Dal freddo al caldo e da sira a l'aurora,
Dimmi ove adesso Angelica dimora. -

Dolce parlando, la maligna fiera
Cos risponde a quel che Orlando chiede:
- Quella per cui tua mente se dispera,
Presso al Cataio in Albraca si vede.
Ma tu respondi ancora a mia manera:
Qual animal passeggia senza piede?
E poi qual altro al mondo se ritrova,
Che con quattro, dui, tre de andar se prova? -

Pensa Orlando alla dimanda strana,
N sa di quella punto sviluppare:
Senza dire altro trasse Durindana.
Quella comincia intorno a lui volare;
Or lo ferisce tutta subitana,
Or lo minaccia e fallo intorno andare,
Or di coda lo batte, or dello ungione:
Ben li  mistiero aver sua fatasone.

Che se non fosse lui stato afatato,
Come era tutto, il cavalliero eletto,
Ben cento volte l'arebbe passato,
D'avanti a dietro, e dalle spalle al petto.
Quando fu Orlando assai ben regirato,
L'ira li monta e crescegli il dispetto;
Adocchia il tempo e, quando quella cala,
Piglia un gran salto, e gionsela ne l'ala.

Cridando il crudel mostro cade a terra;
Longe d'intorno fu quel crido odito.
Le gambe a Orlando con la coda afferra,
E con le branche il scudo li ha gremito.
Ma presto fu finita questa guerra,
Perch nel ventre Orlando l'ha ferito;
Poi che de intorno a s l'ebbe spiccato,
Gi di quel scoglio lo trabucca al prato.

Smonta la ripa e prende il suo destriero,
Forte camina, come inamorato;
E cavalcando li venne in pensiero
De ci che il mostro l'avea dimandato.
Tornagli a mente il libro del palmiero,
E fra s disse: "Io fui ben smemorato!
Senza battaglia potea satisfare.
Ma cos piacque a Dio che avesse andare."

E guardando nel libro, pone cura
Quel che disse la fera indivinare;
Vede il vecchio marino e sua natura,
Che con l'ale che nota, ha a passeggiare;
Poi vede che l'umana creatura
In quattro piedi comincia ad andare,
E poi con duo, quando non va carpone;
Tre n'ha poi vecchio, contando il bastone.

Leggendo il libro gionse a una rivera
De una acqua negra, orribile e profonda.
Passar non puote per nulla maniera,
Ch derupata  l'una e l'altra sponda.
Lui de trovare il varco pur se spera,
E, cavalcando il fiume alla seconda,
Vede un gran ponte e un gigante che guarda:
Vassene Orlando a lui, ch gi non tarda.

Come 'l gigante il vide, prese a dire:
- Misero cavallier! Malvagia sorte
Fu quella che ti fece qui venire.
Sappi che questo  il Ponte della Morte;
N pi di qui ti potresti partire,
Perch son strate inviluppate e torte,
Che pur al fiume te menan d'ogniora:
Convien che un di noi doi sul ponte mora. -

Questo gigante che guardava il ponte,
Fu nominato Zambardo il robusto:
Pi de duo piedi avea larga la fronte,
Ed a proporzon poi l'altro busto.
Armato proprio rasembrava un monte,
E tenea in man di ferro un grosso fusto;
Dal fusto uscivan poi cinque catene,
Ciascuna una pallotta in cima tiene:

Ogni pallotta vinte libbre pesa.
Da capo a piede  di un serpente armato,
Di piastre e maglia, a fare ogni diffesa;
La simitara avea dal manco lato.
Ma, quel che  peggio, una rete ha distesa,
Perch, quando alcun l'abbia contrastato,
Ed abbia ardire e forza a meraviglia,
Con la rete di ferro al fine il piglia.

E questa rete non si pu vedere,
Perch coperta  tutta ne l'arena;
Lui col piede la scocca a suo piacere,
E il cavallier con quella al fiume mena.
Rimedio non si pote a questo avere;
Qualunche  preso,  morto con gran pena.
Non sa di questa cosa il franco conte:
Smonta il destriero e vien dritto in sul ponte.

Il scudo ha in braccio e Durindana in mano,
Guarda il nemico grande ed aiutante;
Tanto ne cura il senator romano,
Quanto quel fusse un piccoletto infante.
Dura battaglia fu sopra quel piano.
Ma in questo canto pi non dico avante,
Ch quello assalto  tanto faticoso,
Che, avendo a dirlo, anch'io chiedo riposo.

Canto sesto

Stati ad odir, segnor, la gran battaglia,
Che un'altra non fu mai cotanto oscura.
Di sopra odisti la forza e la taglia
De Zambardo, diversa creatura.
Ora odireti con quanta travaglia
Fu combattuto, e la disaventura
Che intravenne ad Orlando senatore,
Qual forse non fu mai, n fia maggiore.

Lo ardito cavallier monta su il ponte;
Zambardo la sua mazza in mano afferra.
A mezza cossa non li aggiunge il conte,
Ma con gran salti si leva da terra,
S che ben spesso li tien fronte a fronte.
Ecco il gigante che il baston disserra:
Orlando vede il colpo che vien d'alto,
Da l'altro canto se gitt de un salto.

Forte se turba quel saracin fello;
Ma ben lo fece Orlando pi turbare,
Perch nel braccio il gionse a tal flagello,
Che il baston fece per terra cascare.
Subitamente poi parve uno uccello,
Che l'altro colpo avesse a radoppiare;
Ma tanto  duro il cor' di quel serpente,
Che sempre poco ne tocca, o nente.

La simitara avea tratto Zambardo,
Da poi ch'in terra gli cadde il bastone.
Ben vide quel barone esser gagliardo,
E de adoprar la rete fa rasone;
Ma quello aiuto vl che sia il pi tardo.
Or mena della spada un riversone;
A meza guancia fu il colpo diverso:
Ben vinti passi Orlando and in traverso.

Per questo  il conte forte riscaldato,
Il viso gli comincia a lampeggiare;
L'un e l'altro occhio aveva stralunato.
Questo gigante ormai non pu campare:
Il colpo mena tanto infulminato,
Che Durindana facea vinculare,
Ed era grossa, come Turpin conta,
Ben quattro dita da l'elcio alla ponta.

Orlando lo colpisce nel gallone,
Spezza le scaglie e il dosso del serpente.
Avea cinto di ferro un corrigione:
Tutto lo parte quel brando tagliente.
Sotto lo usbergo stava il pancirone,
Ma Durindana ci non cura niente;
E certamente per mezo il tagliava,
Se per lui stesso a terra non cascava.

A terra cadde, o per voglia, o per caso,
Io nol so dir; ma tutto se distese.
Color nel volto non gli era rimaso,
Quando vidde il gran colpo s palese;
Il cor gli batte, e freddo ha il mento e 'l naso.
Il suo baston, ch' in terra, ancor riprese;
Cos a traverso verso Orlando mena,
E gionsel proprio a mezo alla catena.

Il conte di quel colpo and per terra,
E l'un vicino a l'altro era caduto.
Cos distesi, ancora se fan guerra;
Pi presto in piedi Orlando  rivenuto.
Nella barbuta ad ambe man lo afferra;
Lui anco  preso dal gigante arguto,
E stretto se lo abbraccia sopra al petto;
Via ne 'l porta nel fiume il maledetto.

Orlando ad ambe man gli batte il volto,
Ch Durindana in terra avea lasciata;
S forte il batte, che 'l cervel gli ha tolto:
Cadde il gigante in terra un'altra fiata.
Incontinente il conte si  rivolto
Dietro alle spalle, e la testa ha abbracciata.
Balordito  il gigante, e non gli vede,
Ma al dispetto de Orlando salta in piede.

Or si rinova il dispietato assalto:
Questo ha il bastone, e quello ha Durindana.
Gi nol puotea ferire Orlando ad alto,
Standose fermo in su la terra piana,
Ma sempre nel colpire alciava un salto:
Battaglia non fu mai tanto villana.
Vero  che Orlando del scrimire ha l'arte;
Gi ferito  il gigante in quattro parte.

Mostra Zambardo un colpo radoppiare,
Ma nel ferire a mezo se rafrena;
E, come vede Orlando indietro andare,
Passagli adosso, e forte a due man mena.
Non vale a Orlando il suo presto saltare;
Sibilla il cielo e suona ogni catena.
Non se smarisce quel conte animoso,
Col brando incontra 'l colpo ronoso:

Ed ha rotto il bastone e fraccassato.
E non crediati poi ch'el stia a dormire;
Ma d'un riverso al fianco gli ha menato,
L dove l'altra volta ebbe a colpire.
Quivi il cor' del serpente era tagliato:
Or che potr Zambardo ben guarnire?
Ch Durindana vien con tal furore,
Che la saetta de 'l tron non l'ha maggiore.

Quasi il parte da l'uno a l'altro fianco
(Da un lato se tenea poco, o nente).
Venne il gigante in faccia tutto bianco,
E vede ben che  morto veramente.
Forte la terra batte col pi stanco,
E la rete si scocca incontinente,
E con tanto furor agrappa Orlando,
Che nel pigliar de man li trasse 'l brando.

Le braccia al busto li strenge con pena,
Che gi non si poteva dimenare;
Tanto ha grossa la rete ogni catena,
Che ad ambe man non si puotria pigliare.
- O Dio del celo, o Vergine serena, -
Diceva il conte - debbiame aiutare! -
Alor che quella rete Orlando afferra,
Cadde Zambardo morto in su la terra.

Solitario  quel loco e s diserto,
Che rare volte gli vena persona.
Legato  il conte sotto il celo aperto;
Ogni speranza al tutto l'abandona.
Perduto  de l'ardire ogni suo merto:
Non gli val forza, n armatura buona.
Senza mangiare un d stette in quel loco,
E quella notte dorm molto poco.

Cos quel giorno e la notte passava;
Cresce la fame, e la speranza manca.
A ci che sente d'intorno, guardava:
Ed ecco un frate con la barba bianca.
Come lo vidde, il conte lo chiamava,
Quanto levar puotea la voce stanca:
- Patre, amico de Dio, donami aiuto!
Ch'io sono al fin della vita venuto. -

Forte si meraviglia il vecchio frate,
E tutte le catene va mirando;
Ma non sa come averle dischiavate.
Diceva il conte: - Pigliate il mio brando,
E sopra a me questa rete tagliate. -
Rispose il frate: - A Dio te racomando,
S'io te occidessi, io sera irregulare;
Questa malvagit non voglio fare. -

- Stati securo in su la fede mia, -
Diceva Orlando - ch'io son tanto armato,
Che quella spada non mi tagliaria. -
Cos dicendo tanto l'ha pregato,
Che il monaco quel brando pur prendia:
Apena che di terra l'ha levato.
Quanto pu l'alcia sopra alla catena:
Non che la rompa, ma la segna apena.

Poi che se vidde indarno affaticare,
Getta la spada, e con parlare umano
Comincia 'l cavalliero a confortare:
- Vogli morir - dicea - come cristiano,
N ti voler per questo disperare.
Abbi speranza nel Segnor soprano,
Ch, avendo in pacenzia questa morte,
Te far cavallier della sua corte. -

Molte altre cose assai gli sapea dire,
E tutto il martilogio gli ha contato,
La pena che ogni Santo ebbe a soffrire:
Chi crucifisso, e chi fo scorticato.
Dicea: - Figliolo, il te convien morire:
Abbine Dio del celo ringraziato. -
Rispose Orlando, con parlar modesto:
- Ringraziato sia lui, ma non di questo;

Perch'io vorrebbi aiuto, e non conforto.
Mal aggia l'asinel che t'ha portato!
Se un giovane vena, non sera morto:
Non potea giunger qui pi sciagurato. -
Rispose il frate: - Ahim! barone accorto,
Io vedo ben che tu sei disperato.
Poi che ti  forza la vita lasciare,
L'anima pensa, e non l'abbandonare.

Tu sei barone di tanta presenza,
E lascite alla morte spaventare?
Sappi che la divina Provvidenza
Non abandona chi in lei vl sperare:
Troppo  dismisurata sua potenza!
Io di me stesso ti voglio contare,
Che sempre ho, la mia vita, in Dio sperato:
Odi da qual fortuna io son campato.

Tre frati ed io di Ermenia se partimo,
Per andar al perdono in Zorzania;
E smarrimo la strata, come io stimo,
Ed arivamo quivi in Circasia.
Un fraticel de' nostri andava primo,
Perch diceva lui saper la via.
Ed ecco indietro correndo  rivolto,
Cridando aiuto, e pallido nel volto.

Tutti guardamo; ed ecco gi del monte
Venne un gigante troppo smisurato.
Un occhio solo aveva in mezo al fronte;
Io non ti sapria dir de che era armato:
Pareano ungie di draco insieme agionte.
Tre dardi aveva e un gran baston ferrato;
Ma ci non bisognava a nostra presa,
Che tutti ce leg senza contesa.

A una spelonca dentro ce fe' entrare,
Dove molti altri avea nella pregione;
L con questi occhi miei viddi io sbranare
Un nostro fraticel, che era garzone;
E cos crudo lo viddi mangiare,
Che mai non fo maggior compassone.
Poi volto a me dicea: "Questo letame
Non se potr mangiar, se non con fame";

E con un pi mi trabucc del sasso.
Era quel scoglio orribile ed arguto:
Trecento braccia  dalla cima al basso.
In Dio speravo, e Lui mi dette aiuto;
Perch ruinando io gi tutto in un fasso,
Me fo un ramo de pruno in man venuto,
Che uscia del scoglio con branchi spinosi;
A quel me appresi, e sotto a quel me ascosi.

Io stavo queto e pur non soffiava,
Fin che venuto fu la notte oscura. -
Mentre che 'l frate cos ragionava
Guardosse indietro, e con molta paura
Fuggia nel bosco. - Ahim tristo! - cridava
- Ecco la maladetta creatura,
Quel che io t'ho detto ch' cotanto rio.
Franco barone, io te acomando a Dio. -

Cos li disse, e pi non aspettava,
Ch presto nella selva se nascose.
Quel gigante crudel quivi arivava:
La barba e le mascielle ha sanguinose;
Con quel grande occhio d'intorno guardava.
Vedendo Orlando, a riguardar se il pose;
Sul col lo abbranca e forte lo dimena,
Ma nol pu sviluppar della catena.

- Io non vo' gi lasciar questo grandone, -
Diceva lui - dapoi ch'io l'ho trovato;
Debbe esser sodo come un bon montone:
Integro a cena me lo avr mangiato,
Sol de una spalla vo' fare un boccone. -
Cos dicendo, ha il grande occhio voltato,
E vede Durindana su la terra:
Presto se china e quella in mano afferra.

E soi tre dardi e il suo baston ferrato
Ad una quercia avea posati apena,
Che Durindana, quel brando afilato,
Con ambe mano adosso a Orlando mena;
Lui non occise, perch era fatato,
Ma ben gli taglia adosso ogni catena;
E s gran bastonata sente il conte,
Che tutto suda dai piedi alla fronte.

Ma tanto  l'allegrezza de esser sciolto,
Che nulla cura quella passone.
Dalle man del gigante  presto tolto;
Corre alla quercia, e piglia il gran bastone.
Quel dispietato se turb nel volto,
Ch se 'l credea portar come un castrone:
Poi che altramente vede il fatto andare,
Per forza se il destina conquistare.

Come sapiti, essi hanno arme cambiate.
Orlando teme assai della sua spada,
Per non se avicina molte fiate;
Da largo quel gigante tiene a bada.
Ma lui menava botte disperate:
Il conte non ne vl di quella biada;
Or l, or qua giamai fermo non tarda,
E da sua Durindana ben se guarda.

Batte spesso il gigante del bastone,
Ma tanto viene a dir come nente,
Ch quello  armato d'ungie de grifone:
Pi dura cosa non  veramente.
Per lunga stracca pensa quel barone
Che nei tre giorni pur sar vincente;
E mentre che 'l combatte in tal riguardo,
Muta pensiero, e prende in mano un dardo.

Un di quei dardi che lasci il gigante;
Orlando prestamente in man l'ha tolto.
Non fall il colpo quel segnor d'Anglante,
Ch proprio a mezo l'occhio l'ebbe clto.
Un sol n'avea, come odisti davante,
E quel sopra del naso in cima al volto:
Per quello occhio and il dardo entro al cervello;
Cade il gigante in terra con flagello.

Non fa pi colpo a sua morte mistiero:
Orlando ingenocchion Dio ne ringraccia.
Ora ritorna il frate in sul sentiero,
Ma come vede quel gigante in faccia,
Ben che sia morto, li parve s fiero,
Che ancor fuggendo nel bosco si caccia.
Ridendo Orlando il chiama ed assicura:
E quel ritorna, ed ha pur gran paura.

E poi diceva: - O cavallier de Dio,
Ch ben cos ti debbo nominare,
Opera de un baron devoto e pio
Ser de morte l'anime campare
Che avea nella pregion quel mostro rio:
Alla spelonca te sapr guidare.
Ma se un gigante fosse rivenuto,
Da me non aspettare alcuno aiuto. -

Cos dicendo alla spelonca il guida,
Ma de entrar dentro il frate dubitava.
Orlando in su la bocca forte crida:
Una gran pietra quel buco serrava.
L gi se odino voce in pianto e strida,
Ch quella gente forte lamentava.
La pietra era de un pezzo, quadra e dura;
Dece piedi  ogni quadro per misura.

Aveva un piede e mezo di grossezza,
Con due catene quella si sbarava.
In questo loco infinita fortezza
Volse mostrare il gran conte di Brava;
Con Durindana le catene spezza,
Poi su le braccia la pietra levava;
E tutti quei prigion subito sciolse,
Ed and ciascadun l dove volse.

De qui se parte il conte, e lascia il frate;
Va per la selva dietro ad un sentiero,
E gionse proprio dove quattro strate
Faceano croce; e stava in gran pensiero
Qual de esse meni alle terre abitate.
Vede per l'una venire un correro;
Con molta fretta quel correro andava:
Il conte de novelle il dimandava.

Dicea colui: - Di Media son venuto,
E voglio andare al re di Circasia;
Per tutto il mondo vo' cercando aiuto
Per una dama, che  regina mia.
Ora ascoltati il caso intravenuto:
Il grande imperator di Tartaria
De la regina  inamorato forte,
Ma quella dama a lui vl mal di morte.

Il patre della dama, Galifrone,
 omo antiquo ed amator di pace;
N col Tartaro vl la questone,
Ch quello  un segnor forte e troppo audace.
Vl che la figlia, contra a ogni ragione,
Prenda colui che tanto li dispiace:
La damigella prima vl morire
Che alla voglia del patre consentire.

Ella ne  dentro ad Albraca fuggita,
Che longe  dal Cataio una giornata;
Ed  una rocca forte e ben guarnita,
Da fare a lungo assedio gran durata.
L dentro adesso  la dama polita,
Angelica nel mondo nominata;
Ch qualunche  nel cel pi chiara stella,
Ha manco luce ed  di lei men bella. -

Poi che partito fo quel messagiero,
Orlando via cavalca alla spiccata;
E ben pare a se stesso nel pensiero
Aver la bella dama guadagnata.
Cos pensando, il franco cavalliero
Vede una torre con lunga murata,
La qual chiudeva de uno ad altro monte;
Di sotto ha una rivera con un ponte.

Sopra a quel ponte stava una donzella,
Con una coppa di cristallo in mano.
Veggendo il conte, con dolce favella
Fassigli incontra, e con un viso umano
Dice: - Baron, che seti su la sella,
Se avanti andati, vo' andareti in vano.
Per forza o ingegno non si pu passare:
La nostra usanza vi convien servare.

Ed  l'usanza che in questo cristallo
Bever conviensi di questa rivera. -
Non pensa il conte inganno o altro fallo:
Prende la coppa piena, e beve intera.
Come ha bevuto, non fa lungo stallo
Che tutto  tramutato a quel che egli era;
N sa per che qui venne, o come, o quando,
N se egli  un altro, o se egli  pur Orlando.

Angelica la bella gli  fuggita
Fuor della mente, e lo infinito amore
Che tanto ha travagliata la sua vita;
Non se ricorda Carlo imperatore.
Ogni altra cosa ha del petto bandita,
Sol la nova donzella gli  nel core;
Non che di lei se speri aver piacere,
Ma sta suggetto ad ogni suo volere.

Entra la porta sopra a Brigliadoro,
Fuor di se stesso, quel conte di Brava.
Smonta a un palagio de s bel lavoro,
Che per gran meraviglia il riguardava;
Sopra a colonne de ambro e base d'oro
Una ampla e ricca logia se posava;
Di marmi bianchi e verdi ha il suol distinto,
Il cel de azurro ed r tutto  depinto.

Davanti della logia un giardin era,
Di verdi cedri e di palme adombrato,
E de arbori gentil de ogni maniera.
Di sotto a questi verdeggiava un prato,
Nel qual sempre fioriva primavera:
Di marmoro era tutto circondato;
E da ciascuna pianta e ciascun fiore
Usciva un fiato di suave odore.

Posesi il conte la logia a mirare,
Che avea tre facce, ciascuna depinta.
S seppe quel maestro lavorare,
Che la natura vi serebbe vinta.
Mentre che il conte stava a riguardare,
Vide una istoria nobile e distinta.
Donzelle e cavallieri eran coloro:
Il nome de ciascuno  scritto d'oro.

Era una giovanetta in ripa al mare,
S vivamente in viso colorita,
Che, chi la vede, par che oda parlare.
Questa ciascuno alla sua ripa invita,
Poi li fa tutti in bestie tramutare.
La forma umana si vedia rapita;
Chi lupo, chi leone e chi cingiale,
Chi diventa orso, e chi grifon con l'ale.

Vedevasi arivar quivi una nave,
E un cavalliero uscir di quella fuore,
Che con bel viso e con parlar suave
Quella donzella accende del suo amore.
Essa pareva donarli la chiave,
Sotto la qual si guarda quel liquore,
Col qual pi fiate quella dama altera
Tanti baron avea mutati in fera.

Poi si vedea lei tanto accecata
Del grande amor che portava al barone,
Che dalla sua stessa arte era ingannata,
Bevendo al napo della incantasone;
Ed era in bianca cerva tramutata,
E da poi presa in una cacciasone
(Circella era chiamata quella dama):
Dolesi quel baron che lei tanto ama.

Tutta la istoria sua ve era compita,
Come lui fugge, e lei dama tornava.
La depintura  s ricca e polita,
Che d'r tutto il giardino aluminava.
Il conte, che ha la mente sbigotita,
Fuor de ogni altro pensier quella mirava.
Mentre che de se stesso  tutto fore,
Sente far nel giardino un gran romore.

Ma poi vi contar di passo in passo
Di quel romore, e chi ne fu cagione.
Ora voglio tornare al re Gradasso,
Che tutto armato, come campone,
Alla marina gi discese al basso.
Tutto quel giorno aspetta il fio de Amone:
Or pensati se il debbe aspettare,
Ch quel dua millia leghe  longe in mare.

Ma poi che vede il cel tutto stellato,
E che Ranaldo pur non  apparito,
Credendo certamente esser gabato
Ritorna al campo tutto invelenito.
Diciam de Ricciardetto adolorato,
Che, poi che vede il giorno esserne gito,
E che non  tornato il suo germano,
O morto, o preso lo crede certano.

De l'animo che egli , voi lo pensati;
Ma non lo abatte gi tanto il dolore,
Che non abbia i Cristian tutti adunati,
E del suo dipartir conta il tenore;
E quella notte se ne sono andati.
Non ebbeno i Pagani alcun sentore;
Ch ben tre leghe il sir di Montealbano
Dal re Marsilio aloggiava lontano.

Via caminando van senza riposo,
Fin che son gionti di Francia al confino.
Or tornamo a Gradasso furoso:
Tutta sua gente fa armare al matino.
Marsilio da altra parte  pauroso,
Ch preso  Ferraguto e Serpentino,
N vi ha baron che ardisca di star saldo:
Fugirno i Cristan, perso  Ranaldo.

Viene lui stesso, con basso visaggio,
Avante al re Gradasso ingenocchione;
De' Cristani raconta lo oltraggio,
Che fuggito  Ranaldo, quel giottone.
Esso promette voler fare omaggio,
Tenir il regno come suo barone;
Ed in poche parole ssi acordato;
L'un campo e l'altro insieme  mescolato.

Usc Grandonio fuor de Barcellona;
E fece poi Marsilio il giuramento
Di seguir de Gradasso la corona
Contra di Carlo e del suo tenimento.
Esso in secreto e palese ragiona
Che disfar Parigi al fondamento,
Se non gli  dato il suo Baiardo in mano;
E tutta Francia vl gettare al piano.

Gi Ricciardetto con tutta la gente
 gionto dal re Carlo imperatore;
Ma di Ranaldo non sa dir nente.
Di questo  nato in corte un gran romore.
Quei di Magancia assai vilanamente
Dicono che Ranaldo  un traditore.
Ben vi  chi il niega, ed ha questi a mentire,
E vl battaglia con chi lo vl dire.

Ma il re Gradasso ha gi passati i monti,
Ed a Parise se ne vien disteso.
Raduna Carlo soi principi e conti,
E bastagli lo ardir de esser diffeso.
Nella cit guarnisce torre e ponti,
Ogni partito della guerra  preso.
Stanno ordinati; ed ecco una matina
Vedon venir la gente saracina.

Lo imperatore ha le schiere ordinate
Gi molti giorni avanti nella terra.
Or le bandiere tutte son spiegate,
E suonan gl'instrumenti de la guerra.
Tutte le gente sono in piaza armate,
La porta di San Celso se disserra;
Pedoni avanti, e dietro i cavallieri:
Il primo assalto fa il danese Ogieri.

Il re Gradasso ha sua gente partita
In cinque parte, ognuna  gran battaglia.
La prima  de India una gente infinita:
Tutti son negri la brutta canaglia.
Sotto a duo re sta questa gente unita:
Cardone  l'uno, e come cane abaglia;
Il suo compagno  il dispietato Urnasso,
Che ha in man la cetta e de sei dardi un fasso.

A Stracciaberra la seconda tocca.
Mai non fu la pi brutta creatura:
Dui denti ha de cingial fuor della bocca,
Sol nella vista a ogni om mette paura.
Con lui Francardo, che con l'arco scocca
Dardi ben lunghi e grossi oltra misura.
Di Taprobana  poi la terza schiera;
Conducela il suo re, e quello  l'Alfrera.

La quarta  tutta la gente di Spagna,
Il re Marsilio ed ogni suo barone.
La quinta, che empie il monte e la campagna,
 proprio di Gradasso il suo penone;
Tanta  la gente smisurata e magna,
Che non se ne pu far descrizone.
Ma parlamo ora del forte Danese,
Che con Cardone  gi gionto alle prese.

Dodeci millia di bella brigata
Mena il danese Ogieri alla battaglia,
E tutta insieme stretta e ben serrata;
La schiera de quei negri apre e sbaraglia.
Contra a Cardone ha la lancia arestata:
Quel brutto viso come un cane abaglia;
Sopra un gambilo armato  il maledetto.
Danese lo colpisce a mezo il petto.

E non li vale scudo o pancirone,
Ch gi di quel gambilo  ruinato;
Or tra' di calci al vento sul sabbione,
Perch da banda in banda era passato.
Movese Urnasso, l'altro compagnone:
Verso il Danese ha de un dardo lanciato.
Passa ogni maglia, e la corazza, e il scudo,
Ed and il ferro insino al petto nudo.

Ogier turbato li sperona adosso;
Quel lanci l'altro con tanto furore,
Che li pass la spalla insino a l'osso,
E ben sente il Danese un gran dolore,
Fra s dicendo: "Se accostar mi posso,
Io te castigar, can traditore!"
Ma quello Urnasso e dardi in terra getta,
E prende ad ambe mani una gran cetta.

Segnor, sappiate che il caval de Urnasso
Fu bon destriero e pien de molto ardire:
Un corno aveva in fronte lungo un passo,
Con quel suoleva altrui spesso ferire.
Ma per adesso di cantar vi lasso,
Ch, quando  troppo, incresce ogni bel dire:
E la battaglia, ch'ora  cominciata,
Ser crudele e lunga e smisurata.

Canto settimo

Dura battaglia e crudele e diversa
 cominciata, come ho sopra detto;
Ora il Danese Urnasso gi riversa:
Partito l'ha Curtana insino al petto.
Questa schiera pagana era ben persa;
Ma quel destrier de Urnasso maledetto
Fer il Danese col corno alla coscia:
Lo arnese e quella passa con angoscia.

Era il Danese in tre parte ferito,
E torn indrieto a farse medicare.
Lo imperator, che 'l tutto avea sentito,
Fa Salamone alla battaglia entrare,
E dopo lui Turpino, il prete ardito;
Il ponte a San Dionigi fa callare,
E mette Gaino fuor con la sua scorta:
Ricardo fece uscir de un'altra porta.

De un'altra uscitte il possente Angelieri,
Dudon quel forte, che a bont non mente:
E da Porta Real vien Olivieri,
E di Bergogna quel Guido possente;
Il duca Naimo e il figlio Berlengieri,
Avolio, Otone, Avino, ogniom valente,
Chi da una porta e chi da l'altra vene,
Per dare a' Saracin sconfitta e pene.

Lo imperator, de gli altri pi feroce,
Uscitte armato, e guida la sua schiera,
Racomandando a Dio con umil voce
La cit di Parigi, che non piera.
Monaci e preti con reliquie e croce
Vanno de intorno, e fan molte preghera
A Dio e a' Santi, che diffenda e guardi
Re Carlo Mano e' soi baron gagliardi.

Ora suona a martello ogni campana,
Trombe, tamburi, e cridi ismisurati;
E da ogni parte la gente pagana
Davanti, in mezzo e dietro eno assaltati.
Battaglia non fu mai cotanto strana,
Ch tutti insieme son ramescolati.
Olivier tra la gente saracina
Un fiume par che fenda la marina.

Cavalli e cavallier vanno a traverso,
E questo occide, e quel getta per terra;
Mena Altachiera a dritto ed a roverso,
Pi che mille altri ai Saracin fa guerra:
Non creder che un sol colpo egli abbia perso.
Ecco scontrato fu con Stracciaberra,
Quel negro de India, re di Lucinorco,
C'ha for di bocca il dente come porco.

Tra lor dur la battaglia nente,
Ch il marchese Olivier mosse Altachiera,
Tra occhio e occhio e l'uno e l'altro dente,
Partendo in mezo quella faccia nera;
Poi d tra li altri col brando tagliente,
Mete in ruina tutta quella schiera;
E mentre che 'l combatte con furore,
Ariva quivi Carlo imperatore.

Avea quel re la spada insanguinata,
Montato era quel giorno in su Baiardo;
La gente saracina ha sbarattata,
Mai non fu visto un re tanto gagliardo.
Ripone il brando e una lancia ha pigliata,
Per che ebbe adocchiato il re Francardo:
Francardo, re d'Elissa, l'Indano,
Che combattendo va con lo arco in mano.

Sagittando va sempre quel diverso:
Tutto era negro, e il suo gambilo  bianco.
Lo imperatore il gionse su il traverso,
E tutto lo pass da fianco a fianco;
De l'anima pensati, il corpo  perso.
Ma gi non parve allor Baiardo stanco;
Col morto era il gambilo in sul sentiero,
Sopra de un salto li pass il destriero.

- Chi mi potr giamai chiuder il passo,
Ch'io non ritrovi a mio diletto scampo? -
Dicea il re Carlo; e con molto fracasso
Parea fra' Saracin di foco un vampo.
Cornuto, quel destrier che fu de Urnasso,
Andava a vota sella per il campo.
Col corno in fronte va verso Baiardo:
Non si spaventa quel destrier gagliardo.

Senza che Carlo lo governi o guide,
Volta le groppe e un par de calci sferra;
Dove la spalla a ponto se divide,
Gionse a Cornuto, e gettalo per terra.
Oh quanto Carlo forte se ne ride!
Mo se incomincia ad ingrossar la guerra,
Perch de' Saracin gionge ogni schiera;
Davanti a tutti gli altri vien l'Alfrera.

Su la zirafa viene il smisurato,
Menando forte al basso del bastone:
Turpin de Rana al campo ebbe trovato,
Sotto la cinta se il pose al gallone;
Tal cura n'ha se non l'avesse a lato.
Dopo lui branca Berlengiere e Otone:
De tutti tre dopo ne fece un fasso,
Legati insieme li porta a Gradasso.

E ritorn ben presto alla campagna,
Ch tutti gli altri ancora vl pigliare.
Gionse Marsilio e sua gente di Spagna;
Or si comincia le man a menare.
La vita o il corpo qua non si sparagna,
Ciascun tanto pi fa, quanto pu fare.
Gi tutti i paladini ed Olivieri
Sono redutti intorno allo imperieri.

Egli era in su Baiardo, copertato
A zigli d'r da le cme al tallone;
Oliviero il marchese a lato a lato,
Alle sue spalle il possente Dudone,
Angelieri e Ricardo apregato,
Il duca Naimo e il conte Ganelone.
Ben stretti insieme vanno con ruina
Contra a Marsilio e gente saracina.

Ferraguto scontr con Olivieri:
Ebbe vantaggio alquanto quel pagano,
Ma non che lo piegasse de il destrieri;
Poi cominciorno con le spade in mano.
E scontrorno Spinella ed Angelieri;
E il re Morgante se scontr con Gano,
E lo Argalifa e il duca di Bavera,
E tutta insieme poi schiera con schiera.

Cos le schiere sono insieme urtate.
Grandonio era afrontato con Dudone;
Questi si davan diverse mazate,
Per che l'uno e l'altro avea il bastone.
Par che le gente siano acoppate;
Re Carlo Mano  con Marsilone:
E ben l'arebbe nel tutto abattuto,
Se non gli fosse gionto Ferraguto,

Che lasci la battaglia de Oliviero,
Tanto gl'increbbe di quel suo cano.
Ma quel marchese, ardito cavalliero,
Venne allo aiuto lui de Carlo Mano.
Or ciascun di lor quattro  bon guerrero,
Di core ardito e ben presto di mano;
Re Carlo era quel giorno pi gagliardo
Che fosse mai, perch era su Baiardo.

Ciascuno  gran barone, o re possente,
E per onore e gloria se procaccia;
Non se adoprano i scudi per nente,
Ogni om mena del brando ad ambe braccia.
Ma in questo tempo la cristiana gente
La schiera saracina in rotta caccia;
Del re Marsilio  in terra la bandiera.
Ecco alla zuffa  tornato l'Alfrera.

Quella gente de Spagna se ne andava
A tutta briglia fuggendo nel piano.
Marsilio, n Grandonio li voltava,
Anci con gli altri in frotta se ne vano.
E lo Argalifa le gambe menava,
E il re Morgante, quel falso pagano;
Spinella si fuggiva alla distesa:
Sol Ferraguto  quel che fa diffesa.

Lui ritornava a guisa di leone,
N mai le spalle al tutto rivoltava.
Adosso a lui sempre  il franco Dudone,
Olivieri e il re Carlo martellava.
Lui or de ponta, or mena riversone,
Or questo, or quel di tre spesso cacciava;
Ma, come egli era punto dai soi mosso,
A furia tutti tre gli eran adosso.

E certamente l'avrian morto, o preso,
Ma, come  detto, ritorn l'Alfrera.
Mena il bastone di cotanto peso,
Al primo colpo divide una schiera.
Gi Guido di Bergogna a lui si  reso,
Con esso il vecchio duca di Bavera;
Ma Oliver, Dudone e Carlo Mano
Tutti tre insieme adosso a lui ne vano.

Chi di qua, chi di l li viene a dare,
Ciascun li  intorno con fronte sicura;
Lui la zirafa non pu rivoltare,
Ch' bestia pigra molto per natura.
Colpi diversi ben potea menare:
Re Carlo e gli altri de schiffarli han cura;
Ma, poi che pi non pu, nanti a Gradasso
Con la ziraffa fugge di trapasso.

Il re Gradasso lo vede venire,
Che l'avea prima in bona opinone.
Verso di lui se afronta, e prese a dire:
- Ahi brutto manigoldo! vil briccone!
Non te vergogni a tal modo fuggire?
Tanto sei grande e sei tanto poltrone?
Va nel mio paviglion, vituperato!
Fa che pi mai io non ti veda armato. -

E cos detto, tocca la sua alfana;
Al primo scontro rivers Dudone.
Mostra Gradasso forza pi che umana:
Ricardo abatte e lo re Salamone.
Movesi la sua gente sericana,
A tutti fa il suo core di dracone;
Di ferro intorno  cinta la sua lanza:
Mai non fu al mondo s fatta possanza.

E' se fu riscontrato al conte Gano:
Gionse nel scudo, a petto del falcone;
A gambe aperte lo gitt sul piano.
Da longe ebbe veduto il re Carlone:
Spronagli adosso, con la lancia in mano,
Al primo colpo il getta de l'arcione;
La briglia de Baiardo in mano ha tolta:
Presto le groppe quel destrier rivolta.

Forte cridando, un par de calci mena,
Di sotto dal genocchio il colse un poco;
La schinera  incantata e grossa e piena,
Pur dentro se pieg gettando foco.
Mai non sent Gradasso cotal pena:
Tanto ha la doglia, che non trova loco.
Lascia Baiardo e la briglia abandona:
Dentro a Parigi va la bestia bona.

Gradasso si ritorna al pavaglione;
Non dimandati se l'ha gran dolore.
S' radotto nel campo ier un vecchione,
Che della medicina avea l'onore.
Leg il genocchio con molta ragione;
Poi de radice e d'erbe avea un liquore,
Che, come il re Gradasso l'ha bevuto,
Par che quel colpo mai non abbia avuto.

Or torna alla battaglia assai pi fiero:
Non  rimedio alla sua gran possanza.
Venegli addosso il marchese Oliviero,
Ma lui lo atterra de un colpo de lanza.
Avolio, Avino e Guido ed Angeliero
Van tutti quattro insieme ad una danza:
A dire in summa, e' non vi fu barone
Che non l'avesse quel giorno pregione.

Il popol cristano in fuga  volto.
N contra a' Saracin pi fan diffesa.
Ogni franco baron di mezzo  tolto,
L'altra gentaglia fugge alla distesa.
Non vi  chi mostri a quei pagani il volto;
Tutta la bona gente  morta, o presa;
Gli altri tutti ne vanno in abandono.
Sempre alle spalle e Saracin li sono.

Or dentro da Parigi  ben palese
La gran sconfitta, e che Carlo  in pregione.
Salta del letto subito il Danese,
Forte piangendo, quel franco barone.
Fascia la coscia, vestise l'arnese,
Ed a la porta ne viene pedone;
Ch, per non indugiare, il sir pregiato
Comanda che il destrier li sia menato.

Come qui gionge, la porta  serrata,
Di fuor da quella se odeno gran stride;
Morta  tutta la gente battizata.
Non vle aprir quel portiero omicide;
Perch la Pagania non vi sia entrata,
Comporta che i Pagan sua gente occide.
Il Danese lo prega e lo conforta
Che sotto a sua diffesa apra la porta.

Quel portier crudo con turbata faccia
Dice al Danese che non vle aprire,
E con parole superbe il minaccia,
Se dalla guardia sua non se ha a partire.
Il Danese turbato prende una accia;
Ma, come quello il vede a s venire,
Lascia la porta e fugge per la terra:
Presto il Danese quella apre e disserra.

Il ponte cala lo ardito guerrero;
Sopra vi monta lui con l'accia in mano.
Ora di aver boni occhi li  mestiero,
Ch dentro fugge a furia ogni Cristiano,
E ciascadun vle essere il primero.
Meschiato  tra lor seco alcun pagano;
Ben lo cognosce il Danese possente,
E con quella accia fa ciascun dolente.

Gionge la furia de' pagani in questa:
Avanti a tutti gli altri  Serpentino.
Sopra del ponte salta con tempesta,
L'accia mena il Danese paladino,
E gionge a Serpentino in su la testa.
Tutto se avampa a foco l'elmo fino,
Perch di fatasone era sicura
Del franco Serpentin quella armatura.

Sente il Danese la folta arivare:
Gionge Gradasso e Ferrag possente.
Ben vede lui che non pu riparare,
Tanto gli ingrossa d'intorno la gente;
Il ponte alle sue spalle fa tagliare.
Giamai non fu un baron tanto valente;
Contra tanti pagan tutto soletto
Diffese un pezo il ponte al lor dispetto.

Intorno li  Gradasso tutta fiata,
E ben comanda che altri non se impaccia.
Sente il Danese la porta serrata:
Ormai pi non si cura, e mena l'accia.
Gradasso con la man l'ebbe spezzata;
Dismonta a piedi e ben stretto lo abbraccia.
Grande  il Danese e forte campone,
Ma pur Gradasso lo porta prigione.

Dentro alla terra non  pi barone,
Ed  venuto gi la notte scura.
Il popol tutto fa processone,
Con veste bianche e con la mente pura:
Le chiesie sono aperte e le pregione.
Il giorno aspetta con molta paura;
N altro ne resta che, alla porta aperta,
Veder se stesso e sua cit deserta.

Astolfo con quelli altri fo lasciato,
N se amentava alcun che 'l fosse vivo;
Perch, come fu prima impregionato,
Fu detto a pieno che de vita  privo.
Era lui sempre di parlar usato,
E vantatore assai pi che non scrivo;
Per, come od 'l fatto, disse: - Ahi lasso!
Ben seppe come io stava il re Gradasso.

Se io me trovavo della pregion fuora,
Non era giamai preso il re Carlone:
Ma ben li poner rimedio ancora.
Il re Gradasso vo' pigliar pregione;
E domatina, al tempo de l'aurora,
Armato e solo io montar in arcione;
Stati voi sopra a' merli alla vedetta.
Tristo  il pagan che nel campo me aspetta! -

Di for se allegra quella gente fiera,
E stanno al re Gradasso tutti intorno.
Lui sta nel mezzo con superba ciera,
Per prender la citade al novo giorno;
Per allegrezza perdon a l'Alfrera.
Or condutti e pregion davanti frno:
Come Gradasso vide Carlo Mano,
Seco lo assetta e prendelo per mano.

Ed a lui disse: - Savio imperatore,
Ciascun segnor gentil e valoroso
La gloria cerca e pascese de onore.
Chi attende a far ricchezze, o aver riposo,
Senza mostrare in prima il suo valore,
Merta del regno al tutto esser deposo.
Io, che in Levante mi potea possare,
Sono in Ponente per fama acquistare.

Non certamente per acquistar Franza,
N Spagna, n Alamagna, n Ungaria:
Lo effetto ne far testimonianza.
A me basta mia antiqua segnoria;
Equale a me non voglio di possanza.
Adunque ascolta la sentenzia mia:
Un giorno integro tu con toi baroni
Voglio che in campo me siati prigioni;

Poi ne potrai a tua cit tornare,
Ch io non voglio in tuo stato por la mano,
Ma con tal patto: che me abbi a mandare
Il destrier del segnor di Montealbano;
Ch de ragione io l'ebbi ad acquistare,
Abench me gabasse quel villano.
E simil voglio, come torni Orlando,
Che in Sericana mi mandi il suo brando. -

Re Carlo dice de darli Baiardo,
E che del brando far suo potere;
Ma il re Gradasso il prega senza tardo
Che mandi a tuorlo, ch lo vuol vedere.
Cos ne viene a Parigi Ricardo;
Ma come Astolfo questo ebbe a sapere
(Lui del governo ha pigliato il bastone),
Prende Ricardo e mettelo in pregione.

Di fuor del campo manda uno araldo
A disfidar Gradasso e la sua gente;
E se lui dice aver preso Ranaldo,
O ver cacciato, o morto, che il ne mente,
E disdir lo far come ribaldo;
Che Carlo ha a fare in quel destrier nente.
Ma se lo vle, esso il venga acquistare;
Doman su il campo ge l'avr a menare.

Gradasso domandava a re Carlone
Chi fosse questo Astolfo e di che sorte.
Carlo gli dice sua condizone,
Ed  turbato ne l'animo forte.
Gano dicea: - Segnor, egli  un buffone,
Che d diletto a tutta nostra corte;
Non guardare a suo dir, n star per esso
Che non ci attendi quel che ci hai promesso. -

Dicea Gradasso a lui: - Tu dici bene,
Ma non creder per per quel ben dire
Di andarne tu, se Baiardo non viene.
Sia chi si vle, egli  de molto ardire.
Voi seti qui tutti presi con pene,
E lui vl meco a battaglia venire.
Or se ne venga, e sia pur bon guerrero,
Ch'io son contento; ma mena il destriero.

Ma s'io guadagno per forza il ronzone,
Io pur far posso de voi il mio volere,
N son tenuto alla condizone,
Se non m'aveti il patto ad ottenere. -
O quanto era turbato il re Carlone!
Ch, dove il crede libertade avere,
E stato, e robba, ed ogni suo barone,
Perde ogni cosa; e un paccio ne  cagione.

Astolfo, come prima apparve il giorno,
Baiardo ha tutto a pardi copertato;
Di grosse perle ha l'elmo al cerchio adorno
Guarnito, e d'r la spada al manco lato.
E tante ricche petre aveva intorno,
Che a un re de tutto il mondo avria bastato:
Il scudo  d'oro; e su la coscia avia
La lancia d'r, che fu de l'Argalia.

Il sole a punto alora si levava,
Quando lui giunse in su la prataria.
A gran furore il suo corno sonava,
E ad alta voce dopo il suon dicia:
- O re Gradasso, se forse te grava
Provarti solo alla persona mia,
Mena con teco il gran gigante Alfrera,
E, se te piace, mille in una schiera.

Mena Marsilio e il falso Balugante,
Insieme Serpentino e Falsirone;
Mena Grandonio, che  s gran gigante,
Che un'altra volta il tratai da castrone,
E Ferraguto, che  tanto arrogante:
Ogni tuo paladino, ogni barone
Mena con teco, e tutta la tua gente;
Ch te con tutti non temo nente. -

Con tal parole Astolfo avea cridato:
Oh quanto il re Gradasso ne ridia!
Pur se arma tutto e vassene sul prato,
Ch de pigliar Baiardo voglia avia.
Cortesemente Astolfo ha salutato,
Poi dice: - Io non so gi che tu ti sia;
Io domandai de tua condizone:
Gano me dice che tu sei buffone.

Altri m'ha detto poi che sei segnore
Leggiadro, largo, nobile e cortese,
E che sei de ardir pieno e di valore:
Quel che tu sia, io non faccio contese,
Anci sempre ti voglio fare onore;
Ma questo ti so ben dirti palese,
Ch'io vo' pigliarte, e sii, se vi, gagliardo:
Altro del tuo non voglio, che Baiardo. -

- Ma tu fai senza l'osto la ragione, -
Diceva Astolfo - e convienla riffare;
Al primo scontro te levo de arcione,
E, poi che te odo cortese parlare,
Del tuo non voglio il valor d'un bottone,
Ma vo' che ogni pregion m'abbi a donare;
E te lasciar andare in Pagania
Salvo, con tutta la tua compagnia. -

- Io son contento, per lo Dio Macone, -
Disse Gradasso - e cos te lo giuro. -
Poi volta indrieto, e guarda il suo troncone,
Cinto di ferro e tanto grosso e duro,
Che non di trre Astolfo del ronzone,
Ma credia di atterrare un grosso muro.
Da l'altra parte Astolfo ben se afranca;
Forza non ha, ma l'animo non manca.

Gi su la alfana se move Gradasso,
N Astolfo d'altra parte sta a guardare;
L'un pi che l'altro viene a gran fraccasso,
A mezo 'l corso si ebbeno a scontrare.
Astolfo tocc primo il scudo abasso,
Che per nente non vola fallare:
S come io dissi, al scudo basso il tocca,
E fuor de sella netto lo trabocca.

Quando Gradasso vede ch'egli  in terra,
Apena che a s crede che il sia vero:
Ben vede mo che  finita la guerra,
E perduto  Baiardo, il bon destriero.
Levasi in piede, e la sua alfana afferra,
Vlto ad Astolfo, e disse: - Cavalliero,
Con meco hai tu vinta la tenzone:
A tuo piacer vien, piglia ogni pregione. -

Cos ne vanno insieme a mano a mano;
Gradasso molto li faceva onore.
Carlo n i paladini ancor non sano
Di quella giostra che  fatta, il tenore;
Ed Astolfo a Gradasso dice piano,
Che nulla dica a Carlo imperatore,
Ed a lui sol de dir lassi l'impaccio,
Ch alquanto ne vl prender di solaccio.

E gionto avanti a lui, con viso acerbo
Disse: - E peccati te han cerchiato in tondo.
Tanto eri altiero e tanto eri superbo,
Che non stimavi tutto quanto il mondo.
Ranaldo e Orlando, che fr di tal nerbo,
Sempre cercasti di metterli al fondo;
Ecco: usurpato te avevi Baiardo,
Or l'ha acquistato questo re gagliardo.

A torto me ponesti in la pregione,
Per far careze a casa di Magancia:
Or dimanda al tuo conte Ganelone
Che ti conservi nel regno di Francia.
Or non v' Orlando, fior de ogni barone,
Non v' Ranaldo, quella franca lancia;
Che se sapesti tal gente tenire,
Non sentiresti mo questo martre.

Io ho donato a Gradasso il ronzone,
E gi mi son con lui bene accordato;
Stommi con seco, e servo da buffone,
Merc di Gano, che me gli ha lodato:
So che li piace mia condizone.
Ogni om di voi li avr racomandato:
Lui Carlo Mano vl per ripostieri,
Danese scalco, e per coquo Olivieri.

Io li ho lodato Gano di Maganza
Per omo forte e digno de alto afare,
S che stimata sia la sua possanza:
Le legne e l'acqua converr portare.
Tutti voi altri poi, gente da zanza,
A questi soi baron vi vl donare;
E se a lor ser grata l'arte mia,
Far che avreti bona compagnia. -

Gi non rideva Astolfo de nente,
E proprio par che 'l dica da davera.
Non dimandar se il re Carlo  dolente,
E ciascadun che  preso in quella schiera.
Dice Turpino a lui: - Ahi miscredente!
Hai tu lasciata nostra fede intiera? -
A lui rispose Astolfo: - S, pritone,
Lasciato ho Cristo, ed adoro Macone. -

Ciascuno  smorto e sbigotito e bianco:
Chi piange, e chi lamenta, e chi sospira.
Ma poi che Astolfo di beffare  stanco,
Avanti a Carlo ingenocchion se tira,
E disse: - Segnor mio, voi seti franco;
E se il mio fallir mai vi trasse ad ira,
Per pietate e per Dio chiedo perdono,
Ch, sia quel ch'io mi voglia, vostro sono.

Ma ben ve dico che mai per nente
Non voglio in vostra corte pi venire.
Stia con voi Gano ed ogni suo parente,
Che sanno il bianco in nero convertire.
Il stato mio vi lascio obidente;
Io domatina mi voglio partire,
N mai me posar per freddo o caldo,
In sin che Orlando non trovi e Ranaldo. -

Non sanno ancor se 'l beffa, o dice il vero:
Tutti l'un l'altro se guardano in volto;
Sin che Gradasso, quel segnor altiero,
Comanda che ciascun via se sia tolto.
Gano fu il primo a montare a destriero:
Astolfo, che lo vede, il tempo ha clto,
E disse a lui: - Non andate, barone:
Gli altri son franchi, e voi seti pregione. -

- Di cui sono io pregion? - diceva Gano;
Rispose a lui: - De Astolfo de Inghilterra. -
Alor Gradasso fa palese e piano
Come sia stata tra lor duo la guerra.
Astolfo il conte Gano prende a mano,
Con lui davanti di Carlo se atterra,
E ingenocchiato disse: - Alto segnore,
Costui voglio francar per vostro amore.

Ma con tal patti e tal condizone,
Che in vostra mano e' converr giurare,
Per quattro giorni de entrare in pregione,
E dove, e quando io lo vor mandare.
Ma, sopra a questo, vuo' promissone,
Perch egli  usato la fede mancare,
Da' paladini e da vostra corona,
Darmi legata e presa sua persona. -

Rispose Carlo: - Io voglio che lo faccia! -
E fecelo giurare incontinente.
Or de andare a Parigi ogni om si spaccia.
Altro che Astolfo non se ode nente:
E chi lo bacia in viso, e chi lo abbraccia,
Ed a lui solo va tutta la gente:
Campato ha Astolfo, ed  suo quest'onore,
La f de Cristo e Carlo imperatore.

Carlo si forza assai de il ritenire:
Irlanda tutta li volea donare.
Ma lui se  destinato di partire,
Ch vl Ranaldo e Orlando ritrovare.
Qua pi non ne dir, lasciatel gire,
Che assai di lui avr poi a contare:
Or quella notte, inanti al matutino,
Part Gradasso ed ogni Saracino.

Andarno in Spagna, e l rest Marsiglio,
Con la sua gente ed ogni suo barone.
Gradasso ivi mont sopra al naviglio,
Che era una quantit fuor di ragione.
Or di narrarvi fatica non piglio
Il suo vaggio e quelle regone
Di negra gente sotto il cel s caldo;
Ma trovar voglio ove lasciai Ranaldo.

E conterovi de una alta ventura
Che li intravenne, e ben meravigliosa,
E di letizia piena e di sciagura,
Che forse sua persona valorosa
Mai non fu a sorte s spietata e dura.
Ma pigliar voglio adesso alcuna posa,
E poi vi contar ne l'altro canto
Cose mirabil di allegrezza e pianto.

Canto ottavo

Gionse Ranaldo a Palazo Zoioso
(Cos se avea quella isola a chiamare),
Ove la nave fie' il primo riposo,
La nave che ha il nocchier che non appare.
Era quello un giardin de arbori ombroso,
Da ciascun lato in cerco batte il mare;
Piano era tutto, coperto a verdura;
Quindeci miglia  intorno per misura.

Di ver ponente, aponto sopra al lito,
Un bel palagio ricco se mostrava,
Fatto de un marmo s terso e polito,
Che il giardin tutto in esso se specchiava.
Ranaldo in terra presto fu salito,
Ch star sopra alla nave dubitava;
Apena sopra il litto era smontato,
Ecco una dama, che l'ha salutato.

La dama li dicea: - Franco barone,
Qua ve ha portato la vostra ventura;
E non pensati che senza cagione
Siati condotto, con tanta paura,
Tanto di longe, in strana regone;
Ma vostra sorte, che al principio  dura,
Avr fin dolce, allegro e dilettoso,
Se avete il cor, come io credo, amoroso. -

Cos dicendo per la mano il piglia,
E dentro al bel palagio l'ha menato:
Era la porta candida e vermiglia,
E di ner marmo, e verde, e di meschiato.
Il spazo che coi piedi se scapiglia,
Pur di quel marmo  tutto varato;
Di qua, di l son logie in bel lavoro,
Con relevi e compassi azuro e de oro.

Giardini occulti di fresca verdura
Son sopra a' tetti e per terra nascosi;
Di gemme e d'oro a vaga depintura
Son tutti e lochi nobili e zoiosi;
Chiare fontane e fresche a dismisura
Son circondate d'arboscelli ombrosi;
Sopra ogni cosa, quel loco ha uno odore
Da tornar lieto ogni affannato core.

La dama entra una logia col barone,
Adorna molto, ricca e delicata,
Per ogni faccia e per ogni cantone
Di smalto in lama d'oro istorata;
Verdi arboscelli e di bella fazione
Dal loco aperto la teneano ombrata;
E le colonne di quel bel lavoro
Han di cristallo il fusto e il capo d'oro.

In questa logia il cavalliero intrava.
Di belle dame ivi era una adunanza;
Tre cantavano insieme, e una suonava
Uno instrumento fuor de nostra usanza,
Ma dolce molto il cantare acordava;
L'altre poi tutte menano una danza.
Come intr dentro il cavalliero adorno,
Cos danzando lo acerchiarno intorno.

Una di quelle con sembianza umana
Disse: - Segnor, le tavole son pose,
E l'ora della cena  prossimana. -
Cos per l'erbe fresche ed odorose
Seco il menarno a lato alla fontana
Sotto un coperto di vermiglie rose:
Quivi  apparato, che nulla vi manca,
Di drappo d'oro e di tovaglia bianca.

Quattro donzelle se frno assettate,
E tolsen dentro a lor Ranaldo in megio.
Ranaldo sta smarito in veritate;
Di grosse perle adorno era il suo segio.
Quivi venner vivande delicate,
Coppe con zoie di mirabil pregio,
Vin di bon gusto e di suave odore:
Servon tre dame a lui con molto onore.

Poi che la cena comincia a finire,
E fr scoperte le tavole d'oro,
Arpe e leuti se poterno udire.
A Ranaldo se acosta una di loro,
Basso alla orecchia li comincia a dire:
- Questa casa real, questo tesoro
E l'altre cose che non pi vedere,
Che pi son molto, sono a tuo piacere.

Per tua cagione  tutto edificato,
E per te solo il fece la regina;
Ben ti dei reputare aventurato,
Che te ami quella dama pellegrina.
Essa  pi bianca che ziglio nel prato,
Vermiglia pi che rosa in su la spina;
La giovenetta Angelica se chiama,
Che tua persona pi che il suo core ama. -

Quando Ranaldo, fra tanta allegrezza,
Ode nomar colei che odiava tanto,
Non ebbe alla sua vita tal tristezza,
E cambiosse nel viso tutto quanto;
La lieta casa ormai nulla non prezza,
Anci li assembra un loco pien di pianto.
Ma quella dama li dice: - Barone,
Anci non pi disdir, ch sei pregione.

Qua non te val Fusberta adoperare,
N te vara, se avesti il tuo Baiardo:
Intorno ad ogni parte cinge il mare;
Qui non te vale ardir n esser gagliardo.
Quel cor tanto aspro ti convien mutare:
Lei altro non disia fuor che il tuo sguardo.
Se de mirarla il cor non ti conforta,
Come vedrai alcun che odio ti porta? -

Cos dicea la bella giovanetta,
Ma nulla ne ascoltava il cavalliero,
N quivi alcuna de le dame aspetta,
Anci soletto va per il verziero.
Non trova cosa quivi che 'l diletta;
Ma con cor crudo, dispietato e fiero
Partir de quivi al tutto se destina,
E da ponente torna alla marina.

Trova il naviglio che l'avea portato,
E sopra a quel soletto torna ancora,
Perch nel mar si serebbe gettato
Pi presto che al giardin far pi dimora.
Non se parte il naviglio, anzi  acostato,
E questo  la gran doglia che lo acora;
E fa pensier, se non se p partire,
Gettarse in mare ed al tutto morire.

Ora il naviglio nel mar se alontana,
E con ponente in poppa via camina;
Non lo potria contar la voce umana
Come la nave va con gran ruina.
Ne l'altro giorno una gran selva e strana
Vede, ed a quella il legno se avicina.
Ranaldo al litto di quella dismonta:
Subito un vecchio bianco a lui se afronta.

Forte piangendo quel vecchio dicia:
- Deh non me abandonar, franco barone,
Se onor te move di cavalleria,
Che  la diffesa di iusta ragione!
Una donzella, che  figliola mia,
Emme rapita da un falso latrone,
E pur adesso presa se la mena:
Ducento passi non  longe apena. -

Mosse pietate quel baron gagliardo:
Bench sia a piedi, armato con la spada
A seguire il ladron gi non fu tardo;
Coperto d'arme corre quella strada.
Come lo vide quel ladron ribaldo,
Lascia la dama, e gi non stette a bada;
Pose alla bocca un grandissimo corno:
Par che risuoni l'aria e il cel d'intorno.

Venne Ranaldo la vista ad alciare:
A s davanti vede un monticello,
Che facea un capo piccoletto in mare.
Alla cima di quello era un castello,
Che al suon del corno il ponte ebbe a calare;
Fuor ne venne un gigante iniquo e fello:
Sedeci piedi  da la terra altano,
Una catena e un dardo tiene in mano.

Quella catena ha da capo un uncino:
Or chi potr questa opra indovinare?
Come fu gionto il gigante mastino,
Il dardo con gran forza ebbe a lanciare.
Gionge nel scudo, che  ben forte e fino,
Ma tutto quanto pur l'ebbe a passare;
Usbergo e maglia tutto ebbe passato:
Fer il barone alquanto nel costato.

Dicea Ranaldo a lui: - Te tien a mente
Chi meglio de noi duo di spada fiera! -
E vlli addosso iniquitosamente.
Come il gigante il vide nella ciera,
Volta le spalle e non tarda nente;
Forte correndo fugge a una riviera.
Questa riviera un ponte sopra avia:
Una sol pietra quel ponte faca.

Nel capo di quel ponte era uno annello;
Dentro li attacca il gigante l'oncino.
E gi Ranaldo  sopra 'l ponticello,
Ch, correndo, al pagano era vicino.
Tir lo ingegno con gran forza il fello:
La pietra se profonda. - O Dio divino -
Dicea Ranaldo - aiuta! O Matre eterna! -
Cos dicendo va nella caverna.

Era la tana oscura e tenebrosa,
E sopra ad essa la fiumana andava;
Una catena dentro vi era ascosa,
Che il caduto baron presto legava.
E quel gigante gi non se riposa;
Cos legato in spalla sel portava,
A lui dicendo: - E perch davi impaccio
Al mio compagno? Ed io te ho gionto al laccio. -

Non respondia Ranaldo alcuna cosa,
Ma nella mente tristo ne dicia:
"Or ti par che fortuna runosa
Una disgrazia dietro a l'altra invia!
Qual sorte al mondo  la pi dolorosa
Non se paragia alla sventura mia,
Ch'in tal miseria mi vedo arivare,
N con qual modo lo sapria contare."

Cos dicendo, gi sono su il ponte
Che del crudel castello era l'intrata:
Teste de occisi nella prima fronte,
E gente morta vi pende apiccata;
Ma, quel che era pi scuro, eran disionte
Le membra ancora vive alcuna fiata.
Vermiglio  lo castello, e da lontano
Sembrava foco, ed era sangue umano.

Ranaldo sol pregando Idio se aiuta:
Ben vi confesso che ora ebbe paura.
Gi davanti una vecchia era venuta,
Tutta coperta de una veste oscura,
Macra nel volto, orribile e canuta,
E di sembianza dispietata e dura.
Lei fa Ranaldo alla terra gettare
Cos legato, e comincia parlare.

- Forse per fama avrai sentito dire, -
Dicea la vecchia - la crudele usanza
Che questa rocca ha preso a mantenire.
Ora nel tempo che a viver te avanza,
Poi che a diman s'indugia il tuo morire,
(Ch gi de vita non aver speranza),
In questo tempo ti voglio contare
Qual cagion fece la usanza ordinare.

Un cavallier di possanza infinita
Di questa rocca un tempo fu segnore.
Vita tenea magnifica e fiorita,
Ad ogni forastier faceva onore;
Ciascun che passa per la strada invita,
Cavallier, dame e gente di valore.
Avea costui per moglie una donzella,
Che altra al mondo mai fu tanto bella.

Quel cavalliero avea nome Grifone;
Questa rocca Altaripa era chiamata,
E la sua dama Stella, per ragione,
Ch ben parea del celo esser levata.
Era di maggio alla bella stagione;
Andava il cavalliero alcuna fiata
A quella selva che  in su la marina,
Dove giungesti tu in questa mattina.

E passar per lo bosco ebbe sentito
Un altro cavallier, che a caccia andava.
S come a tutti, fie' il cortese invito,
Ed alla rocca qua suso il menava.
Fu quest'altro ch'io dico, mio marito:
Marchino, il sir de Aronda, se chiamava.
Lui fu menato dentro a questa stanza,
Ed onorato assai, come era usanza.

Or, come volse la disaventura,
Gli occhi alla bella Stella ebbe voltato,
E fo preso de amore oltra misura,
E seco pens il viso delicato
Di quella mansueta creatura;
In summa,  dentro il cor tanto infiammato,
Ch'altro nol stringe, n d'altro ha pensiero,
Se non di tuor la donna al cavalliero.

Da questa rocca si parte fellone;
Torna cambiato in viso a meraviglia:
Altro che lui non sapea la cagione.
Parte da Aronda con la sua famiglia;
Porta le insegne seco di Grifone,
E di persona alquanto il rasomiglia.
E soi compagni nel bosco nascose,
Le insegne e l'arme pur con essi pose.

Lui, come a caccia, tutto disarmato
Va per la selva, e forte suona un corno;
Il cortese Grifon l'ebbe ascoltato,
Ch'era nel bosco ancora lui quel giorno.
In quella parte presto ne fu andato:
Marchino il falso si guardava intorno,
E, come non avesse alcun veduto,
Forte diceva: "Io l'aver perduto."

Poi ver Grifon se ne vene a voltare.
Come il vedesse allor primeramente,
Diceva: "Io vengo un mio cane a cercare,
Ma in questo loco non so andar nente."
Or vanno insieme, e vengon a rivare
Ove Marchino ha nascoso la gente;
E, per venir pi presto al compimento,
Occiserlo costoro a tradimento.

Con la sua insegna la rocca pigliaro,
N dentro vi lascir persona viva;
Fanciulli e vecchi, senza alcun riparo,
Ed ogni dama fu de vita priva.
La bella Stella qua dentro trovaro,
Che la sventura sua forte piangiva.
Molte carezze li facea Marchino:
Mai non se piega quel cor pellegrino.

Ella pensava lo oltraggio spietato
Che li avea fatto il falso traditore,
E Grifon, che da lei fu tanto amato,
Sempre li stava notte e d nel core;
N altro desia che averlo vendicato,
N trova qual partito sia il megliore.
Infin li offerse il suo voler crudele
Quello animal che al mondo  di pi fele.

Lo animal che  pi crudo e spaventevole,
Ed  pi ardente che foco che sia,
 la moglie che un tempo fu amorevole,
Che, disprezata, cade in zelosia:
Non  il leon ferito pi spiacevole,
N la serpe calcata  tanto ria,
Quanto  la moglie fiera in quella fiata
Che per altrui s vede abandonata.

Ed io ben lo so dir, che lo provai,
Quando avvisata fui di questa cosa.
Io non sentetti maggior doglia mai,
E quasi venni in tutto rabbosa:
Ben lo mostr la crudelt che usai,
Che forse ti parr meravigliosa;
Ma dove zelosia strenge lo amore,
Quel mal che io feci in duo,  ancor peggiore.

Duo fanciulletti avevo di Marchino;
Il primo lo scanai con la mia mano.
Stava a guardarme l'altro piccolino,
E dicea: "Matre, deh per Dio! fa piano."
Io presi per li piedi quel meschino,
E detti il capo a un sasso prossimano.
Te par ch'io vendicassi il mio dispetto?
Ma questo fu un principio, e non lo effetto.

Quasi vivendo ancora lo squartai;
De il petto a l'uno e a l'altro trassi il core.
Le piccolette membra minuzzai:
Pensa se, ci facendo, avia dolore!
Ma ancor mi giova ch'io mi vendicai.
Servai le teste, non gi per amore,
Ch in me non era amor, n anco pietade:
Servalle per usar pi crudeltade.

Quelle portai qua suso de nascoso;
La carne che feci io, poi posi al foco:
Tanto pot lo oltraggio dispettoso!
Io stessa fui beccaro, io stessa coco.
A mensa li ebbe il patre doloroso,
E quelle se mangi con festa e gioco.
Ahi crudel sole, ahi giorno scelerato,
Che comport veder tanto peccato!

Io mi parti' dapoi nascosamente,
Le mani e il petto di sangue macchiata.
Al re de Orgagna andai subitamente,
Che gi lunga stagion m'aveva amata
(Era costui della Stella parente),
E racontai l'istoria dispietata.
Quel re condussi io armato in su l'arcione
A far vendetta del morto Grifone.

Ma non fo questa cosa cos presta,
Che, come io fui partita dal castello,
La cruda Stella, menando gran festa,
A Marchin va davanti in viso fello,
E li appresenta l'una e l'altra testa
De' figli, ch'io servai dentro a un piatello.
Bench per morte ciascuna era trista,
Pur li cognobbe 'l patre in prima vista.

La damisella aveva il crin disciolto,
La faccia altiera e la mente sicura,
Ed a lui disse: "L'uno e l'altro volto
Son de' toi figli: dgli sepoltura.
Il resto hai tu nel tuo ventre sepolto:
Tu il divorasti: non aver pi cura."
Ora ha gran pena il falso traditore,
Ch crudelt combatte con amore.

Lo oltraggio ismisurato ben lo invita
A far di quella dama crudo strazio;
Da l'altra parte la faccia fiorita
E lo afocato amor gli dava impazio.
Delibra vendicarse alla finita:
Ma qual vendetta lo potria far sazio?
Ch, pensando al suo oltraggio, in veritade
Non v'era pena di tal crudeltade.

Il corpo di Grifon fece portare,
Che, cos occiso, ancor giacea nel piano;
Fece la dama a quel corpo legare,
Viso con viso stretto, e mano a mano:
Cos con lei poi se ebbe a dilettare.
Or fu piacer giamai tant'inumano?
Gran puza mena il corpo tutta fiata;
La damisella a quel stava legata.

In questo tempo venne il re de Orgagna,
Ed io con esso, con molta brigata;
Ma come fumo visti alla campagna,
Marchin la bella Stella ebbe scanata.
N ancor per questo dapoi la sparagna,
Ma usava con lei morta tutta fiata.
Credo io che il fece sol per darse vanto
Che altro om non fusse scelerato tanto.

Noi qui vennemo, e con cruda battaglia
La forte rocca alfin pur fo pigliata;
E Marchin preso, di ardente tenaglia
Fu sua persona tutta lacerata:
Chi rompe le sue membra, e chi le taglia.
La bella dama poi fu sotterrata
Intra un sepolcro adorno; per ragione
Posto fu seco il suo caro Grifone.

Il re de Orgagna poi se ne fu andato,
Ed io rimasi in questa rocca oscura.
Era lo octavo mese gi passato,
Quando sentimo in quella sepoltura
Un grido tanto orribile e spietato,
Ch'io non vo' dir che gli altri abbian paura;
Ma tre giganti ne fr spaventati,
Che il re de Orgagna meco avea lasciati.

Un de essi, alquanto pi di core ardito,
Volse la sepoltura un poco aprire,
Ma ben ne fo poi presto repentito;
Per che un mostro, che non puote uscire,
Pur for gett una branca, ed ha 'l gremito:
In poco d'ora lo fece morire.
Stracciollo in pezzi e trassel dentro, possa
La carne devor con tutte l'ossa.

Non se trov pi om tanto sicuro,
Che dentro a quella chiesia voglia entrare;
Cinger poi la feci io d'un forte muro,
Quello sepolcro a ingegno disserrare.
Uscinne un mostro contrafatto e oscuro,
Tanto che alcun non li ardisce a guardare:
La orribil forma sua non te descrivo,
Perch sarai da lui di vita privo.

Noi poi servamo cos fatta usanza,
Che ciascun giorno qualcuno  pigliato,
E lo gettamo dentro a quella stanza,
Perch la bestia l'abbia devorato.
Ma tanto ne pigliamo, che ne avanza;
Alcun se scanna, alcun vien impiccato;
Squartansi vivi ancora alcuna fiata,
Come veder potesti in su la entrata. -

Poi che la usanza cruda, ismisurata,
Fu per Ranaldo pienamente intesa,
E l'orribil cagione e scelerata
Che fie' la bestia, a chi non val diffesa,
Rivolto a quella vechia dispietata,
Disse: - Deh! matre, non mi far contesa.
Concedime, per Dio, che dentro vada,
Armato come io sono, e con la spada. -

Rise la vecchia e disse: - Or pur ti vaglia!
Quante arme vi, ti lasciar portare;
Ch il mostro con suo dente il ferro taglia,
N contra alle ungie sue se pote armare.
A te convien morir, non far battaglia,
Ch la sua pelle non se pu tagliare;
Ma, per fare il tuo peggio, io son contenta,
Perch la bestia pi lo armato stenta. -

S come apparve il giorno il sol lucente,
Ranaldo dentro al muro  gi calato,
E fu una porta alciata: incontinente
Esce 'l mostro diverso e sfigurato.
S forte batte l'uno a l'altro dente,
Che ciascun sopra al muro  spaventato,
N di star tanto ad alto se assicura:
Altri se asconde e fugge per paura.

Solo  Ranaldo lui senza spavento:
Armato  tutto, ed in mano ha Fusberta.
Ma credo io che a voi tutti sia in talento
Di quel mostro saper la forma aperta.
Acci che abbiati il suo cominciamento,
Fillo il demonio, questa  cosa certa,
Del seme de Marchin, che 'n corpo porta
Quella donzella che da lui fu morta.

Egli era pi che un bove di grandezza:
Il muso aveva proprio di serpente;
Sei palme avea la bocca di longhezza,
Ben mezo palmo  lungo ciascun dente.
La fronte ha de cingiale, in tal fierezza
Che non si pu guardarla per nente;
E di ciascuna tempia usciva un corno,
Che move a suo piacere e volge intorno.

Ciascuno corno taglia come spata;
Mugia con voce piena di terrore,
La pelle ha verde e gialla e varata
Di negro e bianco e di rosso colore;
Avea la barba sempre insanguinata,
Occhi di foco e guardo traditore;
La mano ha d'omo ed armata de ungione
Maggior che quel de l'orso o del leone.

Ne l'ungie e dente avea cotanta possa,
Che piastra o maglia non li pu durare;
E la pelle s dura e tanto grossa,
Che nulla cosa la potria tagliare.
Questa bestia feroce ora se  mossa,
E va con furia Ranaldo a trovare
Su duo pi ritta, con la bocca aperta.
Mena Ranaldo un colpo con Fusberta,

E proprio a mezo il muso l'ebbe clta.
Or par di foco la bestia adirata,
E con pi furia a Ranaldo rivolta
Con la mano alta tira una ciampata.
Troppo non gionse avanti quella volta,
Ma quanta maglia prese, ebbe stracciata,
Tanto avea duro il dispietato ungione!
Sino alla carne disarm il barone.

Ora per questo Ranaldo non resta:
Bench abbia il peggio, pur non si spaventa;
Tira a due mani al dritto della testa.
Quella bestia crudel par che non senta,
Anci a ogni colpo mena pi tempesta;
Salta de intorno, n giamai se allenta:
Or de una zampa, ora de l'altra mena
Con tal prestezza che si vede apena.

In quattro parte  gi il baron ferito,
Ma non ha il mondo cos fatto core;
Vedesi morto, e non  sbigotito:
Perde il suo sangue, e cresce il suo furore.
Lui certamente avea preso il partito
Che al disperato caso era megliore;
Per che, se nol fa il mostro perire,
Pur l di fame li convien morire.

Gi se faceva il giorno alquanto scuro,
E dura la battaglia tutta fiata.
Ranaldo se  accostato a l'alto muro:
Il sangue ha perso, e la lena  mancata,
E ben  del morir certo e sicuro,
Ma mena pur gran colpi della spata;
Vero  che sangue al mostro non ha mosso,
Ma fraccassato li ha la carne e l'osso.

Or se 'l destina in tutto di stordire:
Mena un gran colpo quel baron soprano.
La mala bestia il brando ebbe a gremire:
Or che dee far il sir di Montealbano?
Diffender non si pu, n pu fuggire,
Perch Fusberta li  tolta di mano.
Ma poi vi dir come and il fatto:
In questo canto pi di lui non tratto.

Canto nono

Odito aveti la sozza figura
Che avea la fiera orribile e deserta,
Qual con Ranaldo alla battaglia dura,
E come li ha di man tolto Fusberta.
E lui lasciamo in quella gran paura,
Ch bisogna che altrove io mi converta:
Or de una dama lo amoroso caldo
Contar conviensi, e poi torno a Ranaldo.

Voi vi doveti, segnor, racordare
Di Angelica, la bella giovanetta,
E come Malagise ebbe a lasciare;
E giorno e notte stava alla vedetta.
Or quanto gli rencresce lo aspettare,
Sappialo dir colui che il tempo aspetta:
Dico che aspetta promessa d'amore,
Perch ogni altro aspettare  rose e fiore.

Ella guardava verso la marina,
Verso la terra, per monte e per piano;
Se alcuna nave vede, la meschina,
O scorge vela molto di lontano,
Lei, compiacendo a se stessa, indivina
Che dentro vi  il segnor di Montealbano;
Se vede in terra bestia o ver carretta,
Sopra di quella il suo Ranaldo aspetta.

Ed ecco Malagise a lei ritorna
(E gi non ha Ranaldo in compagnia),
Pallido, afflitto e con barba musorna:
Gli occhi battuti alla terra tena;
Non ha di drappo la persona adorna,
Ma par che n'esca alor di pregionia.
La dama, che in tal forma l'ebbe scorto,
- Ahim, - cridava - il mio Ranaldo  morto! -

- Anci non  gi morto per ancora, -
Rispose Malagise alla donzella
- Ma non puotr gi far lunga dimora,
Che non sia occisa la persona fella.
Che maledetto sia quel giorno e l'ora
Che fece una alma s de amor ribella! -
Poi conta tutto a lei, di ponto in ponto,
Come alla rocca crudel l'avea gionto;

E come ad ogni modo vl che 'l mora,
E che quel mostro l'abbia divorato.
Non domandati se la dama acora,
Che quasi il spirto al tutto li  mancato.
Ella parea di vita al tutto fora,
Con gli occhi vlti e col viso agiacciato;
Ma, poi che fu tornata in suo vigore,
A Malagise disse: - Ahi traditore!

Traditor, crudo, perfido, ribaldo,
Che ancora ardisci a dimorarmi a canto,
Ed hai condotto il tuo cugin Ranaldo
Vicino a morte, con periglio tanto!
Ma se l'aiuto non gli di di saldo,
Non ti varan demonii, n tuo incanto;
Ch incontinente ti far bruciare,
E la tua polver gettar nel mare.

Non pigliar scusa, falso truffatore,
De aver ci fatto per la mia querella.
Ora non era partito megliore
Che, avendo uno a morire, io fossi quella?
Lui di beltate e di prodezza  il fiore,
Io vile e sciagurata feminella.
Ma, oltra a questo, non debbi pensare
Che senza lui io non puotria campare? -

Diceva Malagise: - Ancor soccorso,
Volendo tu, se li potr donare;
Ma te bisogna prender questo corso,
E tu sia quella che il vada a campare;
Ch, bench sia crudel pi che alcuno orso,
A suo dispetto converratti amare;
S che spazzati pure e sii ben presta,
Ch nostra indugia forse lo molesta. -

Cos dicendo li porge una corda,
Di lacci ad ogni palmo ragroppata,
E una gran lima, che segava sorda,
E uno alto pan di cera impegolata:
Come le debbia adoprar li racorda.
Angelica dal vento  via portata,
Sopra a un demonio, che ha la faccia nera;
A Crudel Rocca gionse quella sera.

Ora voglio a Ranaldo ritornare,
Che era condutto a caso tanto scuro,
Che della morte non potea campare:
Perduto ha il brando che 'l facea sicuro.
Fuggendo intorno, ogni cosa ha a guardare;
Ed ecco avanza, quasi a mezo 'l muro,
Un travo fitto dece piedi ad alto.
Prese Ranaldo un smisurato salto,

E gionse al travo, e con la man l'ha preso,
Poi con gran forza sopra li montava;
Cos tra celo e terra era sospeso.
Or quel mostro crudel ben furava;
Avenga che sia grosso e di tal peso,
Spesso vicino a Ranaldo saltava,
E quasi alcuna volta un poco il tocca:
Pare a Ranaldo sempre esserli in bocca.

Era venuta gi la notte bruna.
Stassi Ranaldo a quel legno abracciato,
N sa veder qual senno o qual fortuna
Lo possa di quel loco aver campato.
Ed ecco, sotto il lume de la luna,
Per che era sereno e il cel stellato,
Sente per l'aria non sa che volare:
Quasi una dama ne l'ombra li pare.

Angelica era quella, che vena
Per dar soccorso al franco cavalliero;
Poi che in faccia Ranaldo la vedia,
Gettarsi a terra prese nel pensiero,
Perch tanto odio a quella dama avia,
Che pi non li dispiace il mostro fiero:
Ello esser morto stima minor pene
Che veder quella che a campare il viene.

Ella si stava ne l'aria sospesa,
E ingenocchiata diceva: - Barone,
Sopra d'ogni altra doglia il cor mi pesa
Che tu sia gionto qui per mia cagione.
Ben ti confesso ch'io son tanto accesa,
Ch'io potrebbi uscir fuor d'ogni ragione;
Ma che nocer potessi a tua persona,
Questo pensiero al tutto lo abandona.

Fu la mia stima che con tuo diletto,
Con apiacere e riposo e con zoglia
Fussi condotto avanti al mio cospetto;
Ora te vedo de cotanta noglia
E da periglio estremo s costretto,
Che quasi mi ne uccido di gran doglia;
Ma sia ogni timor pur da te rimosso,
Ch'io il seppi ad ora che campar ti posso.

Non te rincresca de venirmi in braccio,
Che via per l'aria te possa portare.
Vedrai di terra uno infinito spaccio
Sotto a' tuoi piedi in un punto passare;
Te potrai far de un alto disio saccio,
Se mai ti venne voglia di volare.
Vien, monta sopra a me, baron gagliardo:
Forse non son peggior del tuo Baiardo. -

Era Ranaldo tanto addolorato,
Che con gran pena la puoteva odire.
Pur li rispose: - Per lo Dio beato,
Pi son contento di dover morire,
Che per tuo mezo vederme campato;
E quando non ti vogli pur partire,
Di questo loco me voglio gettare:
Or statte e vanne, e fa come ti pare. -

Non crediati che sia maggior iniuria
Che alla donna che chiede, esser sprezzata.
Tutte hanno in odio che la sua lussuria
Gli possa essere in viso improperata;
Ma questa dispettosa e trista furia
Angelica non mosse in questa fiata:
Tanto portava a quel barone amore,
Che ogni sua ingiuria a lei parea minore.

Ella rispose: - Io far il tuo volere,
E se altro far volessi, io non potrei:
S'io pensassi morendo a te piacere,
Adesso con mia man me occiderei.
Ma tu m'hai bene in odio oltra al dovere!
A ci me en testimonii omini e dei;
Sol il sprezarmi  'l mal che mi pi fare,
Ma che io non te ami, non me pi vetare. -

Cos dicendo nel campo discende,
Ove rugiava lo animal spietato,
E la corda alaciata gi distende,
Poi quel pan della cera ebbe gettato.
Quel crudel mostro in bocca presto il prende:
L'un dente e l'altro insieme  impegolato;
Mugia saltando e cerca uscir de impaccio:
Al primo salto fu gionto nel laccio.

Cos legato il lasci la donzella,
E lei si dipart subitamente.
Era levato gi la chiara stella
Che vien davanti al sole in orente:
Vede Ranaldo quella bestia fella,
Che ha la bocca di pece piena e il dente;
E poi legata per cotal maniera,
Che mover non si pu dal loco ove era.

Subitamente salta gioso al piano,
Dove  la fiera fera di natura,
Che facea un crido tant'orrendo e strano,
Che al mur de intorno potea far paura.
Ranaldo prende sua Fusberta in mano,
E de assalire 'l mostro si assicura;
Ma quella bestia si scote s forte,
Che par che debbia romper le ritorte.

Ranaldo non li lascia prender fiato,
Or la ferisce in capo, or nella panza,
Or da il sinestro, ora da il destro lato;
Il ferir de quel mostro era una cianza.
Egli avrebbe una pietra, un fer tagliato,
Ma quella pelle ogni durezza avanza.
Per ci non  Ranaldo sbigotito,
Ma subito pigli questo partito:

A quella bestia salta sopra al dosso,
La gola ad ambe man gli ebbe a pigliare,
E le genocchie strenge a pi non posso:
Mai non se vide il pi fier cavalcare.
Era il barone in faccia tutto rosso:
Quivi ogni suo valor convien mostrare;
E quivi pi che altrove l'ha mostrato,
Ch con le mani il mostro ha strangolato.

Poi che la bestia al tutto  suffocata,
Pensa Ranaldo della sua partita;
Ma quella piazza intorno era serrata
De un grosso muro e de altezza infinita.
Sol di verso il castello era una grata,
Che de travi accialin tutta era ordita;
Ben la assagi Ranaldo con la spata,
Ma troppo  sua grossezza smisurata.

Ora Ranaldo se vide pregione,
Che gi di questo non pensava in prima,
E del suo scampo manca ogni ragione,
Ch di morir di fame lui se estima.
Guarda d'intorno per ogni cantone,
Ed ha veduta in terra la gran lima,
La lima che la dama avea portata;
Stima il baron che Dio l'abbia mandata.

Con quella lima la pregione apriva,
E poco manca che non possa uscire.
Ciascuna stella nel cel se copriva,
E cominciava il giorno ad apparire;
Ed eccoti un gigante quivi ariva,
Ma de venire a lui non ebbe ardire;
Anci, come il barone ebbe veduto,
Fugge, forte cridando: - Aiuto! aiuto! -

In questo avea Ranaldo sbarattato
Tutto il serraglio, e quella grata aperta;
Ma per il crido di quel smisurato
Gionge la gente crudele e diserta.
E gi Ranaldo fuora era saltato;
Or li conviene adoperar Fusberta,
Ch intorno a lui de gente cresca il ballo:
Gi son pi che seicento senza fallo.

Nulla ne cura quel franco barone,
Se ben sei tanto fosse il populaccio.
Davanti a gli altri stava un gigantone,
Quel proprio che Ranaldo prese al laccio.
Mai non fu visto il pi falso poltrone;
Ma ben presto Ranaldo gli di il spaccio:
Sotto il genocchio un colpo li disserra,
E senza gambe il fie' cadere in terra.

Quivi lo lascia, e tra gli altri se caccia,
E sua Fusberta mena con ruina;
Presto a lui sol rimase quella piaccia,
Via ne fuggia la gente saracina.
Chi senza capo va, chi senza braccia,
Piena  di sangue la piaza meschina.
La vecchia nel palazo era serrata,
E dentro ha con lei molta brigata.

L'altro gigante ancora  dentro chiuso;
Gionge Ranaldo, e gi non sta a guardare:
Rompe la porta e favi entro un gran buso,
Poi con la man la prende a dimenare.
Il gran gigante se vede confuso,
Tema e vergogna il fanno dubitare.
Da capo a piedi egli era tutto armato:
Apre la porta, e fuora fu saltato.

E nella gionta mostra molto ardire;
Sopra a Ranaldo un gran colpo ha donato.
Ridendo quel baron li prese a dire:
- Io son contento di averti onorato.
Il sir de Montealban te fa morire:
Gi nello inferno tu serai lodato;
Ch ben l trovarai gran compagnia,
Che io li ho mandato con Fusberta mia. -

Cos dicendo quel baron valente
Mena un gran colpo fuor de ogni misura,
Fende al gigante il capo insino al dente;
Or fuggon gli altri tutti con paura.
Intra Ranaldo, e occide l'altra gente;
Ma quella vecchia dispietata e scura
Stava assettata sopra de un balcone;
Gi si gett, come vide il barone.

Ben cento pedi quel balcone era alto:
Se la vecchia se occise, io nol domando.
Quando Ranaldo vide quel gran salto,
- Va - disse - al diavol, ch'io te racomando. -
Fatta  la sala gi di sangue un smalto:
Sempre mena Ranaldo intorno il brando.
Acci che tutto il fatto a un ponto scriva,
Non rimase al castello anima viva.

Da poi se parte, e torna alla marina:
Non ha pi voglia nel naviglio entrare,
Ma cos a piedi nel litto camina;
Ed una dama venne a riscontrare,
Che dicea: - Lassa! misera! tapina!
La vita voglio al tutto abandonare. -
Ma parlar pi di ci lascia Turpino,
E torna a dir de Astolfo paladino.

Era partito Astolfo gi di Franza:
Baiardo il buon destrier menato avia;
L'arme ha dorate, e dorata ha la lanza,
E va soletto e senza compagnia.
Gi passato ha il paese di Maganza,
E gi la Magna grande e la Ongaria;
Passa il Danubio nella Transilvana,
La Rossia bianca, ed  gionto alla Tana.

Alla man destra volta giuso al basso,
E ne la Circasia fece la intrata.
Or quella regone era in conquasso,
Tutta la gente se vedeva armata;
Per che Sacripante, il re circasso,
Una gran guerra aveva incominciata
Contra Agricane, re di Tartaria;
L'uno e l'altro segnor gran possa avia.

La cagione era di questo rumore
Non odio antiquo o zelosia di stato,
N lo confin di regno o disonore,
N lo esser per vittoria reputato;
Ma l'arme li avea posto in mano Amore,
Perch Agricane al tutto  destinato
Angelica per moglie di ottenire:
Essa ha proposto pi presto morire.

Ed ha mandato in ogni regone,
Presso e lontano, e per ogni paese;
O sia re grande, o sia picciol barone,
Invita ciascaduno a sue diffese;
E gi molte migliaia di persone,
Per aiutar la dama, han le armi prese;
Ma prima assai de gli altri Sacripante,
Che lungamente li era stato amante.

Egli era innamorato oltra a misura
Della donzella, e lei lui poco amava;
Ma questa  pi d'amor la gran sciagura,
Che il non essere amato non disgrava.
Or, per non far pi lunga la scrittura,
Re Sacripante sua gente adunava,
E gi se stava nel campo attendato,
Quando li venne Astolfo apresentato.

Perch aveva quel re fatto ordinare
Per ogni passo e per ogni sentiero
Dove persone potea capitare,
Che ciascun, paesano o forastiero,
Avanti a lui se debba appresentare;
E se de lui li faceva mestiero,
Con bono accordio seco il retenia;
Non se accordando, andava alla sua via.

Venne Astolfo da lui sopra Baiardo,
E fu da Sacripante assai mirato;
E ben lo stim fior de ogni gagliardo,
Tanto lo vede gentilmente armato.
Gi non aveva la insegna da il pardo,
Ma sopravesta e scudo avea dorato;
E perci sempre per quel tenitoro
Nomossi il cavallier da il scudo d'oro.

Disseli Sacripante: - Sir valente,
Che soldo chiedi per la tua persona? -
Rispose Astolfo: - Tutta la tua gente,
Quanta ne  in campo sotto tua corona.
Altro partito non voglio nente:
Cos mi piglia, o cos me abandona;
In altro modo non sapria servire,
Perch io so comandar, non obedire.

Ma acci che pensi se me la dei dare
(Perch forse me stimi per un paccio),
Voglio una prova nel presente fare:
Che me leghi di dietro il manco braccio;
Questo esercito poi voglio pigliare,
Da tua persona a l'ultimo ragaccio;
E perch meraviglia non te mova,
Adesso adesso ne far la prova. -

Il re, rivolto a' soi baron, dicia
Che li incresciva di quel cavalliero,
Che a tal partito il senno perso avia;
E che potrebbe anco esser de legiero
Che lo intelletto li ritornaria,
Quando di lui se pigliasse pensiero.
Altri diceva: - Deh! lasciamlo andare!
Poco de un paccio se pu guadagnare. -

E cos Astolfo fu licenziato,
E via cavalca senza altro pensiero.
Quel re di Circasia molto ha guardato
L'arme dorate e Baiardo il destriero;
E ne l'animo suo si ha destinato
De andar soletto dietro al cavalliero:
Poca fatica a quello alto re pare
L'arme ad Astolfo e quel caval levare.

De sopra a l'elmo trasse la corona,
Ch gi non voleva esser cognosciuto;
Lo usato scudo e le insegne abandona.
Era questo re grande e ben membruto,
E forte a meraviglia di persona,
Molto avisato in guerra e proveduto:
Ma poi racontaremo sue prodece
Nella gran guerra che a Albraca se fece.

Lui segue Astolfo, come  sopra detto,
Che era davanti bene una giornata,
E cavalcava via tutto soletto.
Ed ecco scontra a mezo della strata
Un Saracin, che un altro s perfetto
Non ha la terra, che  dal mar voltata;
Sua gran virt conviene che se scopra
A quella guerra ch'io dissi di sopra.

Quel saracino ha nome Brandimarte,
Ed era conte di Rocca Silvana;
In tutta Pagania per ogni parte
Era sua fama nobile e soprana.
Di torniamenti e giostra sapea l'arte;
Ma, sopra tutto, la persona umana
Era cortese, il suo leggiadro core
Fu sempre acceso di gentile amore.

Costui menava seco una donzella,
Alor che con Astolfo se scontrava,
Che tanto cara gli  quanto era bella,
E di bellezza le belle avanzava.
Or come Astolfo il vide in su la sella,
Subitamente a giostra lo invitava:
- Prendi del campo, - Astolfo li dicia
- O ver lascia la dama, e va a tua via. -

Diceva Brandimarte: - Per Macone,
Prima vi voglio la vita lasciare;
Ma io te aviso, franco campone,
Poi che donzella non hai a menare,
Che, se io te abato, te tor il ronzone,
E converratti a pedi caminare;
E gi non stimo farti villania:
Tu non hai dama, e vi tormi la mia. -

Aveva quel barone un gran destriero,
Che fu ben certo delli avantaggiati.
Or volta l'uno e l'altro cavalliero,
Da poi che insieme frno desfidati,
E ritrovrsi al mezo del sentiero,
E de gran colpi se frno atrovati.
Ma Brandimarte cadde con tempesta,
E scontrarno e destrier testa per testa.

Mor quel del barone incontinente:
Baiardo non cur di quella urtata.
Ci non estima il cavallier valente;
Ma di perder la dama delicata
Al tutto se dispera nella mente,
Ch pi che 'l proprio cor l'aveva amata.
Poi che ha perso ogni bene, ogni diletto,
Trasse la spada per darse nel petto.

Astolfo, che a quello atto ben comprese
Che il cavallier moriva disperato,
Subitamente di Baiardo scese,
E con parole assai l'ha confortato.
- Credi, - diceva - ch'io sia s scortese,
Ch'io te toglia quel ben che hai tanto amato?
Teco giostrai per vittoria e per fama:
Mio sia l'onore, e tua sia questa dama. -

Il cavallier che a piedi l'ascoltava,
E prima di dolor volea morire,
Or di tanta allegrezza lacrimava,
Che non poteva una parola dire,
Ma e piedi al duca e le gambe baciava,
E forte singiottendo disse: - Sire,
Or se radoppia la vergogna mia,
Poi ch'io son vinto ancor di cortesia.

Ed io ben son contento tutta fiata
Di avere ogni vergogna per tuo onore;
Tu m'hai la vita al presente campata:
Sempre perder la voglio per tuo amore.
Io non posso mostrarti mente grata,
Ch di servirti non aggio valore;
E tu sei de ogni cosa s compiuto,
Che a l'altri servi, e tu non chiedi aiuto. -

Mentre che stanno in questo ragionare,
Re Sacripante ariva alla foresta;
E quando la fanciulla ebbe a mirare,
Destina di lasciar la prima inchiesta,
Ch quella dama vola conquistare,
Fra s dicendo: "Oh che ventura  questa!
Io feci aviso avere arme e destriero;
Or far meglior guadagno  di mestiero."

Con alta voce crida il Saracino:
- Di qualunche di voi la dama sia,
A me la lascia, e vada al suo cammino,
O che si prova alla persona mia. -
- Tu non sei cavallier, ma s assassino, -
Il franco Brandimarte li dicia
- Ch tu sei su il destriero, io sono a piedi,
Ed a robarme a battaglia mi chiedi. -

E poi ad Astolfo se ebbe ingenocchiare,
E li dimanda con ogni preghiere
Che il suo destrier li piaccia di prestare.
Ridendo Astolfo con piacevol ciere
Disse: - Il mio per nente non vo' dare,
Ma il suo ti doner ben voluntiere;
E guadagnar lo voglio per tuo amore:
Tuo fia il cavallo, e mio ser l'onore. -

A Sacripante poi disse: - Barone,
Prima che acquisti questa damigella,
Convienti fare un'altra questone;
E se io ti getto fora de la sella,
Io te far partir senza ronzone;
Se tu me abbatti, ser pure a quella,
E tu te pigliarai questo destriero;
Poi della dama a te lascio il pensiero. -

- O Dio Macon, - diceva Sacripante
- Quanto aiutarme tua mente procura!
Per l'arme venni e per quello afferante,
E trovai questa bella creatura!
Ed ora mi guadagno in uno instante
La dama col destriero e l'armatura! -
Cos dicendo da Astolfo si scosta,
E, vlto, disse a lui: - Vieni a tua posta. -

Ora son mossi con molto furore;
Nel corso ciascadun sua lancia aresta:
L'un se crede de l'altro esser megliore,
E vannose a ferir con gran tempesta.
Ma Sacripante cadde con dolore,
Sopra del prato percosse la testa.
Astolfo quivi in terra lo abandona:
Il suo destriero a Brandimarte dona.

- Odisti mai pi piacevol novella, -
Diceva Astolfo - di questo barone,
Che se credette levarmi di sella,
Ed esso ne convien andar pedone? -
Cos ne va parlando; e la donzella
Gli dice: - Il fiume della oblivone
 qui davanti; sicch, cavallieri,
Pigliti al nostro aiuto bon pensieri.

Se ogni om de noi non  cauto e prudente,
Noi siam tutti perduti questa sera;
Lo ardir, n l'arma non varr nente,
Ch qui presso a tre miglia  una rivera,
Che tra' l'omo a se stesso de la mente:
Non se pu racordar pi quel che egli era.
Onde io mi penso che assai meglio sia
Tornare a dietro e lasciar questa via;

Ch la rivera non si pu passare,
Perch ciascuna ripa ha uno alto monte;
Da l'uno a l'altro una muraglia appare,
Che le due rocche tiene insieme agionte.
Stavi una dama nel mezo a mirare,
Sotto una torre, ch' in guardia del ponte;
Con una coppa lucida e pulita
Ciascun che ariva a ber del fiume invita.

Come ha bevuto, perde ogni memoria,
Tanto che il proprio nome ha smenticato;
Ma se alcun pi superbo, per sua boria,
Volesse a forza il ponte esser passato,
Sera impossibil lui acquistar vittoria,
Ch sempre alcun barone appregato
Tien quella dama fuora d'intelletto,
Per far vendetta d'ogni suo dispetto. -

Con tal parole la dama procura
Che il suo vaggio si debba mutare.
Ciascun de' cavallier non ha paura,
Ed ha diletto tal cosa trovare;
E per veder quella strana ventura,
De esser l gionti mille anni li pare;
E cavalcando, vicino alla sera
Gionsero al ponte sopra alla rivera.

La damisella ch'era guardana,
A loro incontra sopra al ponte  gita,
E con gentil sembiante, in voce umana,
A ber del fiume ciascadun invita.
- Ahi! - disse Astolfo - Via, falsa, puttana!
Ch l'arte tua malvaggia  pur finita:
Morir convienti, tientene ben certa,
Ch la tua fraude al tutto  discoperta. -

La damisella che il parlare intese,
Lascia cader il cristal che avea in mano.
Un s gran foco nel ponte se accese,
Che il volervi passar serebbe vano.
L'altra donzella ben quello atto intese,
Ed ambi i cavallier prese per mano:
L'altra dama, dico io, di Brandimarte,
Che sa di questa ogni malizia ed arte.

Lei prese a mano ciascun cavalliero,
E quanto ne p gir, tanto ne andava,
Drieto alla ripa, per stretto sentiero.
L'acqua incantata quivi si vargava
Sopra de un ponte che passa al verziero.
Per altrui quella porta non se usava,
Ma la nova donzella, che  ben scorta
Di questo incanto, sapea quella porta.

Brandimarte gett la porta in terra,
E gi se vede quel falso giardino,
Che tanti cavallier dentro a s serra.
Quivi era chiuso Orlando paladino,
E il re Ballano, quel mastro di guerra,
E Chiarone, il franco saracino;
Era l dentro Oberto dal Leone,
Con Aquilante e il suo fratel Grifone.

Eravi ancora il forte re Adrano,
Ed eravi Antifor de Albarosia;
Non cognoscon l'un l'altro, e insieme vano,
N sapria dire alcun quel che lui sia,
N se egli  saracino, o cristano:
Tutti son persi per negromanzia.
Tutti li ha persi quella falsa dama,
Che Dragontina per nome se chiama.

Or se incomincia una gran questone,
Ch Astolfo e Brandimarte sono entrati.
Il re Ballano e il forte Chiarone
Per Dragontina stan quel giorno armati.
Adrano e Antifor e ogni barone
Son tutti insieme, li altri smemorati;
Tutti en nel prato, il conte Orlando eccetto,
Che la logia mirava per diletto.

Era ancor tutto armato il cavalliero,
Perch gionto era pur quella matina;
E Brigliadoro, il suo franco destriero,
Legato  tra le rose ad una spina.
Lui de altra cosa non avea pensiero;
Ed eccoti qui gionge Dragontina,
Dicendo: - Cavallier, per lo mio amore
Non anderai dove odi quel rumore? -

Altro non pensa il cavallier soprano,
Salta in arcione e la visera serra:
Alla zuffa ne va col brando in mano.
Gi Brandimarte ha Chiaron per terra,
Ed Astolfo ha abbattuto il re Ballano,
Ed a cavallo e a pedi se fan guerra.
Ma, come prima gionse il conte Orlando,
Cognobbe Astolfo Durindana el brando;

E crida forte: - O cavallier pregiato,
Fiore e corona de ogni paladino!
Oh sempre Dio del cel ne sia lodato!
Non me cognosci ch'io son tuo cugino,
Che tanto per il mondo te ho cercato?
Chi te condusse per questo giardino? -
Il conte de nente non lo ascolta,
N se ricorda vederlo altra volta;

Ma con gran furia e senza alcun riguardo
Un grandissimo colpo a due man mena;
E se non fosse che il destrier Baiardo
 di tal senno e di cotanta lena,
Serebbe ucciso quel duca gagliardo,
Ch morto l'avria Orlando con gran pena:
Ben che il mur del giardin fosse molto alto,
Baiardo a un tratto lo pass de un salto.

Orlando fuor del ponte se ne uscia,
Ch quel nemico al tutto vl pigliare;
E bench Brigliador forte corria,
Gi con Baiardo non puotea durare,
Ma pur lo segue quanto pi puotia.
Or non pi adesso per questo cantare;
Ne l'altro avreti, se tornati a odire,
Del duca Astolfo un smisurato ardire.

Canto decimo

Orlando segue Astolfo a tutta briglia,
Forte spronando, ma nulla gli vale;
Corre Baiardo pi che a meraviglia:
Giurato avria ciascun che l'avesse ale.
Il duca in ver levante il camin piglia,
Bench di Brandimarte gli par male,
Che gli era stato un pezo compagnone;
Or lo lasciava peggio che pregione.

Ma lui tanto temeva Durindana,
Che avria lasciato un suo carnal germano.
Or poi che Orlando per la selva strana
Vede averlo seguto un pezo invano,
E che da lui pi sempre se alontana
(Gi quasi pi nol vede sopra al piano),
Nella campagna lui non fe' dimora:
Verso il giardin correndo torna ancora.

La battaglia l dentro ancor durava,
Per che Brandimarte stava in sella,
Ed or Ballano, or Chiarone urtava,
E ciascadun di loro a lui martella.
Ma la sua dama piangendo il pregava
Ch'el lascia la battaglia iniqua e fella,
E coi duo cavallier faccia la pace,
Facendo quel che a Dragontina piace;

Perch altramente non puotr campare,
Quando non beva de l'acqua incantata;
N se curi al presente smemorare,
Ma cos aspetti la sua ritornata,
Che certamente lo verr aiutare.
N pi nente se fu dimorata,
Ma volta il palafreno alla pianura,
E via camina per la selva oscura.

Or la battaglia subito se parte,
E son finite le crudel contese;
E Dragontina piglia Brandimarte,
E dgli il beveraggio l palese
Della fiumana che  fatto per arte.
Pi oltra il cavallier mai non intese,
N se ricorda come qui sia gionto:
Tutto divenne un altro in su quel ponto.

Dolce bevanda e felice liquore,
Che puote alcun della sua mente trare!
Or sciolto  Brandimarte dello amore
Che in tanta doglia lo facea penare.
Non ha speranza pi, non ha timore
Di perder lodo, o vergogna acquistare;
Sol Dragontina ha nel pensier presente,
E de altra cosa non cura nente.

Orlando  ritornato nel giardino,
Avanti a Dragontina  ingenocchiato,
E fa sua scusa con parlar tapino,
Se quell'altro baron non ha pigliato.
Tanto li sta sumesso il paladino,
Che ad un piccol fantin sera bastato.
Ora tornamo de Astolfo a contare,
Che de aver drieto Orlando ancor li pare;

Unde camina continuamente,
E notte e giorno, il cavallier soprano.
Il primo giorno non trov nente
Per quel diserto inospite e silvano,
Ma nel secondo vede una gran gente,
Che era attendata sopra di quel piano:
Ad uno araldo Astolfo dimandava
Che gente  questa che quivi accampava.

Lo araldo gli mostrava una bandera,
Che quasi il mezo de il campo tena,
E dice: - Quivi aloggia con sua schera
Il re de' re, segnor de Tartaria. -
(Era quella bandera tutta nera,
Un caval bianco dentro a quella avia,
D'intorno ornato a perle, a zoglie e ad oro:
Non avea il mondo pi ricco lavoro.)

- Quell'altra c'ha il sol d'oro in campo bianco,
 del re de Mongalia, Saritrone,
Che non ha il mondo un baron tanto franco.
Vedi la verde da il bianco leone?
Quella  del smisurato Radamanto,
Che vinti piedi  lungo il campone,
E signoreggia sotto tramontana
Mosca la grande e la terra Comana.

Quella vermiglia, che ha le lune d'oro
 del gran Polifermo, re de Orgagna,
Che di stato  possente e di tesoro,
Ed  gagliardo sopra a la campagna.
Io te vo' racontar tutti costoro,
N vo' che alcun stendardo vi remagna,
Che nol cognoschi e nol possi contare,
Se in altre parte forse hai arrivare.

Vedi l il forte re della Gota,
Che Pandragon per nome era chiamato.
Vedi lo imperator de la Rossia,
Che ha nome Argante, ed  s smisurato.
Vedi Lurcone ed il fier Santaria;
Il primo  di Norvega incoronato,
Il secondo de Sueza; e prossimana
Ha la bandera del re de Normana.

Quel re per nome  chiamato Brontino,
Che porta nel stendardo verde un core.
Il re di Danna li aloggia vicino,
Che ha nome Uldano, ed ha molto valore.
Costoro a l'India prendono il camino,
Perch Agricane  de tutti il segnore,
E tutti sottoposti a s li mena,
Per dare a Galifrone amara pena.

Quel Galifrone in India signoreggia
Una gran terra, che ha nome il Cataio,
Ed ha una figlia, a cui non se pareggia
Rosa pi fresca de il mese de maio.
Ora Agricane per costei vaneggia,
N tiene altro pensiero intro il coraio
Che de acquistar quella bella fanciulla;
Di regno o stato non si cura nulla.

Vero  ch'iersera il vecchio Galifrone
Mand nel campo una sua ambasciaria,
Facendo molto d'escusazone,
Se non li dava la figlia in bala;
Per che quella, contro ogni ragione,
La rocca de Albrac tolto li avia,
E che, radotta in quella terra forte,
Dicea volervi star fino alla morte.

Or potrebbe esser che tutta la gente
Andasse a Albraca per porvi l'assedio;
Ch il patre non ha colpa de nente,
Se la sua figlia ha il re Agricane a tedio.
Ma io m'estimo bene e certamente
Che la fanciulla non vi avr remedio
A far con questo gi lunga contesa:
Meglio  per lei che subito sia resa. -

Dapoi che Astolfo la cagione intende
Perch era quivi la gente adunata,
Subitamente il suo vaggio prende;
Forte cavalca ciascuna giornata,
Fin che alla rocca di Albraca discende,
Dove stava la dama delicata;
La qual, s come Astolfo vide in faccia,
Subito lo cognobbe, e quello abbraccia.

- Per mille volte tu sia il benvenuto, -
Dicea la dama - franco paladino,
Che sei giunto al bisogno dello aiuto!
Teco fosse Ranaldo, il tuo cugino!
Questo castello avessi io poi perduto,
E tutto il regno (io non daria un lupino),
Pur che qua fosse quel baron iocondo,
Che pi val sol che tutto l'altro mondo. -

Diceva Astolfo: - Io non ti vo' negare,
Che un franco cavallier non sia Ranaldo;
Ma questo ben ti voglio racordare,
Che a la battaglia son di lui pi saldo.
Alcuna fiata avemmo insieme a fare,
Ed io gli ho posto intorno tanto caldo,
Che io l'ho fatto sudare insino a l'osso,
E dire: "Io te mi rendo, e pi non posso."

E il simil ti vo' dire ancor de Orlando,
Che della gagliardia se tien stendardo;
Ma se mancasse Durindana il brando,
Come a quell'altro  mancato Baiardo,
Non se andarebbe pel mondo vantando,
N se terrebbe cotanto gagliardo;
Non con meco per, ch in ogni guerra
Che ebbi con seco, lo gettai per terra. -

La dama non sta gi seco a contendere,
Perch sapea come era solaccevole;
N di Ranaldo lo volse reprendere,
Bench odirlo biasmar li  dispiacevole;
E ben ne sapea lei la ragion rendere,
Perch era di quel tempo racordevole
Quando vide a Parigi ogni barone,
E di lor tutti la condizone.

La dama fa ad Astolfo un grande onore,
E dentro dalla rocca lo aloggiava.
Ed eccoti levare un gran romore,
Per un messagio che quivi arivava;
Di polvere era pieno e di sudore:
- A l'arme! a l'arme! - per tutto cridava.
Dentro alla terra se arma ogni persona,
Perch a martello ogni campana suona.

Eran qui dentro cavallier tre millia,
Dentro alla rocca avea mille pedoni.
La dama con Astolfo se consiglia,
E con li principal de' soi baroni;
Ed alla fine il partito se piglia
De diffender le mure e' torroni.
La terra  di fortezza s mirabile,
Che per battaglia al tutto  inespugnabile.

Delibrr che la terra se guardasse,
Che per ben quindeci anni era fornita.
Diceva a loro Astolfo: - Se io pensasse
Perdere un giorno qui della mia vita,
Che quei re ad uno ad un non assaggiasse,
Voria che l'alma mia fosse finita;
Ed allo inferno me voglio donare,
Se questo giorno non li faccio armare. -

E cos detto le sue arme prende,
Sopra Baiardo al campo se abandona;
Dice cose mirabile e stupende,
Da far meravigliare ogni persona.
- Forsi ch'io vi far sficar le tende,
Soletto come io son! - cos ragiona.
- Nun non campar, questo  certano:
Tutti vi voglio occider di mia mano. -

Vintidue centenara di migliara
De cavallier avia quel re nel campo;
Turpino  quel che questa cosa nara.
Astolfo non li estima, e getta vampo.
Dice il proverbio: "Guastando se impara":
Cadde quel giorno Astolfo a tale inciampo,
Che alquanto se mut de opinone,
Governandosi poi con pi ragione.

Ma nel presente tutti li disfida,
Chiamando Radamanto e Saritrone;
Polifermo ed Argante forte iscrida,
E Brontino dispreza e Pandragone;
Ma pi Agricane, che de li altri  guida,
E il forte Uldano, e il perfido Lurcone;
Con quisti il re di Sueza, Santaria:
A tutti dice oltraggio e vilania.

Or se arma tutto il campo a gran furore.
Non fo mai vista cosa tanto oscura
Quanto  quel populaccio, pien de errore,
Che de un sol cavallier se mette in cura.
Tanto alto  il crido e s grande il romore,
Che ne risuona il monte e la pianura,
E spiegan le bandiere tutte quante;
Dece re insieme a quelle vanno avante.

E quando Astolfo viderno soletto,
Pur vergognando andrli tutti adosso;
Argante imperator, senza rispetto,
Fuor della schiera subito se  mosso.
Largo sei palmi  tra le spalle il petto:
Mai non fo visto un capo tanto grosso;
Schizzato il naso e l'occhio piccolino,
E il mento acuto, quel brutto mastino.

E sopra un gran destrier, che  di pel sro,
Con la testa alta Astolfo riscontrava.
Il franco duca con la lancia d'oro
For della sella netto il trabuccava:
Ben fe' meravigliar tutti coloro.
Il forte Uldano sua lancia abassava,
Che fu segnor gagliardo e ben cortese:
Cugin carnale  questo de il Danese.

Astolfo con la lancia l'ha scontrato;
Disconzamente in terra il trabuccava.
Ciascun dei re ben se  meravigliato,
E pi l'un l'altro gi non aspettava.
Movesi un crido grande e smisurato:
- Adosso! adosso! - ciascadun cridava;
E tutti insieme quella gran canaglia
Contra de Astolfo viene alla battaglia.

Lui d'altra parte sta fermo e securo,
E tutta quella gente solo aspetta,
Come una rocca cinta de alto muro;
Sopra Baiardo a gran fatti se assetta.
Per la polvere il celo  fatto scuro,
Che move quella gente maledetta;
Quattro vengono avanti: Saritrone,
Radamanto, Agricane e Pandragone.

Or Saritrone fu il primo incontrato,
E verso il cel rivolse ambe le piante;
Ma Radamanto da il dritto costato
Percosse il duca; e quasi in quello instante
Agricane il fer da l'altro lato;
E nella fronte de l'elmo davante
Pur in quel tempo il gionse Pandragone:
Questi tre colpi lo levr d'arcione.

E tramortito in terra se distese,
Per tre gran colpi che avea ricevuti.
Radamanto  smontato, e lui lo prese,
Bench sian l'altri quivi ancor venuti.
Vero  che Astolfo non fece diffese,
Ch era stordito, e non vi  chi lo aiuti.
Ebbe Agricane assai meglior riguardo,
Ch lasci Astolfo, e guadagn Baiardo.

Io non so dir, segnor, se quel destriero,
Per aver perso il suo primo patrone,
Non era tra' Pagan pi tanto fiero;
O che lo essere in strana regone
Gli tolse del fuggire ogni pensiero;
Ma prender se lasci come un castrone:
Senza contesa il potente Agricane
Ebbe il caval fatato in le sue mane.

Or preso  Astolfo e perduto Baiardo
E il ricco arnese e la lancia dorata;
In Albraca non  baron gagliardo
Che ardisca uscir di quella alcuna fiata.
Sopra le mura stan con gran riguardo,
Col ponte alciato e la porta serrata;
E mentre che cos stanno a guardare,
Vedeno un giorno gran gente arivare.

Se volete saper che gente sia
Questa che gionge con tanto romore,
Questo  quel gran segnor di Circasia,
Re Sacripante, lo animoso core;
Ed ha seco infinita compagnia:
Sette re sono, ed uno imperatore,
Che vengon la donzella ad aiutare;
Il nome de ciascun vi vo' contare.

Il primo che  davanti,  cristano,
Bench macchiato  forte de eresia:
Re de Ermenia, ed ha nome Varano,
Che  de ardir pieno e d'alta vigoria.
Sotto sua insegna trenta millia vano,
Che tutti al saettare han maestria:
E l'altro, che ha la schiera sua seconda,
 l'alto imperator de Tribisonda,

Ed  per nome Brunaldo chiamato:
Vintisei millia ha di fiorita gente.
Il terzo  di Roase incoronato,
Che ha nome Ungiano, ed  molto possente:
Cinquanta millia  il suo popul armato.
Poi son duo re, ciascuno  pi valente:
Ogniom di loro ha molta signoria,
L'un tien la Media, e l'altro la Turchia.

Quel de la Media ha nome Savarone:
Torindo il Turco per nome si spande.
Questo ha quaranta millia di persone,
E il primo trentasei dalle sue bande.
Odito hai nominar la regone
Di Babilonia, e Baldaca la grande:
Di quella gente  venuto il segnore,
Re Trufaldino, il falso traditore.

E le sue gente mena tutte quante,
Che son ben cento millia, in una schiera.
Re di Damasco, schiatta di gigante,
Ne ha vinti millia sotto sua bandiera.
Bordacco ha nome; e segue Sacripante,
Re de' Cercassi, quella anima fiera,
Di corpo forte, de animo prudente;
Ottanta millia  tutta la sua gente.

Giunsero ad Albrac quella matina
Che la presa di Astolfo era seguta;
Ed assalirno il campo con roina,
Bench Agricane ha una gente infinita.
Era nella prima ora matutina,
E l'alba pur allora era apparita,
Quando se incominci la gran battaglia,
Che a l'una e l'altra gente di travaglia.

Or chi potr la quinta parte dire
Della battaglia cruda e perigliosa?
E l'aspro scontro, e il diverso colpire,
E il crido della gente dolorosa,
Che d'una e da altra parte hanno a morire?
Chi mostrar la terra sanguinosa,
L'arme suonante e bandiere stracciate,
E il campo pien di lancie fraccassate?

La prima zuffa fu del re Varano,
Che senza alcun romor sua schiera guida.
Comandamento fa di mano in mano
Che pregion non si pigli, e ogni om se occida.
Fu lo assalto improviso e subitano,
Il campo tutto - A l'arme! a l'arme! - crida;
Chi si diffende, e chi prende armatura,
Chi se nasconde e fugge per paura.

Ma non bisogna gi star troppo a bada,
Ch li inimici entro alle tende sono;
Vanno e Tartari al taglio de la spada,
N trovan delli Ermeni alcun perdono;
Per boschi e per campagna, e fuor di strada
Fugge tutta la gente in abandono.
Ecco la furia adosso pi li abonda:
Gionto  lo imperator de Trebisonda.

Con la sua gente e Tartari sbaraglia.
Ora ecco Ungiano, il forte campone,
Ch' gionto con quest'altri alla battaglia;
E gi Torindo e il franco Savarone
La gente tartaresca abatte e taglia;
Alla riscossa sta sotto il penone
Re Sacripante, e Bordaco  rimaso
Con Trufaldino, il traditor malvaso.

La battaglia era tutta inviluppata:
Chi qua, chi l per lo campo fuggia.
La polvere tanto alto era levata,
Che l'un da l'altro non se cognoscia;
Ed  la cosa s disordinata,
Che non giova possanza o vigoria
Del re Agricane, che  cotanto forte;
Ma a lui davanti son sue gente morte.

Quel re di gran dolor la morte brama;
Soletto fuor de schiera se tra' avante,
Ciascun de' soi baron per nome chiama:
Uldano, e Saritrone, e il fiero Argante,
E Pandragone, degno di gran fama,
Lurcone, e Radamanto, che  gigante,
Polifermo e Brontino e Santaria
Ad alta voce chiama tutta via.

Montato era Agrican sopra Baiardo;
Davanti a tutti vien con l'asta in mano.
Apre ogni schiere quel destrier gagliardo,
Con tanta furia vien sopra del piano;
Abatte ciascadun senza riguardo:
Ed ecco riscontrato ha il re Varano.
Avanti lo colpisce entro la testa,
Gettalo a terra con molta tempesta.

Brunaldo fu cacciato dello arcione
Da Polifermo; ed ecco il forte Argante
Che con la lancia atterra Savarone;
E Radamanto, quel crudo gigante,
Abatte Ungiano sopra del sabbione.
Or vede bene il franco Sacripante
Tutta sua gente morta e sbigotita,
Se sua persona non li porge aita.

Lascia sua schiera il re pien di valore
Sopra il destriero, ed abassa la lanza,
E Polifermo atterra con furore;
Brontino e Pandragon poco li avanza,
E questo Argante, che era imperatore,
Ch tutti in terra vanno ad una danza;
E poi ch'egli ha la spada in sua man tolta,
La gente tartaresca fugge in volta.

In altra parte combatte Agricane,
E meraviglia fa di sua persona;
Vede sua gente per coste e per piane
Fuggire in rotta, e che il campo abandona.
Per la grande ira morde ambe le mane,
E in quella parte crucoso sprona;
Urta ed occide chi li viene avante,
O sia de' suoi, o sia de Sacripante.

Come di verno, nel tempo guazoso,
Gi de un gran monte viene un fiume in volta,
Che va sopra a la ripa ruinoso,
Grosso di pioggia e di neve disciolta:
Cotal veniva quel re furoso,
Con ira grande e con tempesta molta.
Una gran prova poi, che egli ebbe a fare,
Vi vo' ne l'altro canto racontare.

Canto decimoprimo

Di sopra odisti il corso e la roina
Del re Agricane, quella anima fiera.
Come un gran fiume fende la marina,
S come una bombarda apre una schiera,
Cos quel re col brando non afina,
Ogni stendardo atterra, ogni bandiera;
Taglia e nimici e spezza la sua gente,
N l'un n l'altro non cura nente.

N Tartaro o Circasso lui riguarda,
N de amici o nemici fa pensiero;
A quel vl mal, che il camino gli intarda.
Ora  pur gionto quel segnor altiero
Dove discerne la prova gagliarda
Che fa il re Sacripante in sul destriero:
Vede fuggire e soi con alte stride,
E il re circasso vede, che li occide.

- Fuggitevi de qui, vituperati! -
Disse Agricane - popol da nente;
N miei vasalli pi vi nominati,
Ch'io non voglio esser re de cotal gente.
Via nel mal ponto! e me quivi lasciati;
Ch io molto meglio restar vincente
Sol, come io sono, de questa battaglia,
Che in compagnia de voi, brutta canaglia. -

Cos dicendo, si fa largo fare,
E Sacripante alla battaglia invita.
Or non doveti, segnor, dubitare
Se ben l'accetta quella anima ardita;
E incontinente un messo ebbe a mandare
Dentro alla terra, alla dama fiorita;
Pregando lei che su la rocca saglia,
Per radoppiarli il core alla battaglia.

Venne la damisella sopra al muro,
E mand un brando al re di Circasia,
Ad ogni prova tagliente e sicuro.
Il re Agricane gran doglia ne avia,
Pur diceva ghignando: - Io non mi curo,
Ch quella spada al fin ser la mia,
E Sacripante insieme, e quel castello,
Con quella ria putana de bordello.

Non se vergogna, brutta incantatrice,
Ad altro pi che a me portare amore,
Ch se puotea chiamar tanto felice
E aver del mondo la parte maggiore.
Certo il ver de le femine si dice,
Che sempre mai se apprendeno al peggiore:
Il re de' re puotea aver per marito,
E un vil circasso tol per appetito. -

Cos dicendo, turbato se volta,
Ed al nemico assai se  dilungato:
La grossa lancia su la coscia ha tolta.
E gi da l'altra parte  rivoltato
Re Sacripante, e vien con furia molta;
E l'uno e l'altro insieme  riscontrato
Con tal romore e con tanta roina
Che par che il cel profondi e il mondo afina.

L'un l'altro in fronte a l'elmo se  percosso,
Con quelle lancie grosse e smisurate,
N alcun per questo se  de l'arcion mosso;
L'aste fino alla resta han fraccassate,
Bench tre palmi ciascun tronco  grosso.
Gi fan rivolta, ed hanno in man le spate,
E furosi tornansi a ferire.
Ch ciascun vle o vincere o morire.

Chi mai vide due tori alla verdura
Per una vacca accesi di furore,
Che a fronte a fronte fan battaglia dura
Con voce orrenda e piena di terrore;
Veggia qui duo guerrer senza paura,
Che non stiman la vita per amore,
Anci hanno e scudi per terra gettati,
E la lor guerra fan da disperati.

Or Sacripante al tutto se abandona,
A due man mena un colpo dispietato.
Gionselo in testa, e taglia la corona:
Lo elmo non pu tagliar, ch era incantato.
Ma Agrican il colpisce alla persona,
E sopra a un fianco l'ha forte piagato.
Ciascun di vendicarse ben procaccia,
E rendonsi pan fresco per fogaccia.

N s spesso la pioggia, o la tempesta,
N la neve s folta da il cel cade,
Quanto in quella battaglia aspra e molesta
Se odino spesso e colpi delle spade.
E' da l'arcion son sangue insin la testa:
Mai non se vide tanta crudeltade.
Ciascun de vinte piaghe  sanguinoso,
E cresce ognor lo assalto furoso.

Vero  che Sacripante sta pur peggio,
Perch versa pi sangue il fianco fore;
Ma lui della sua vita fa dispreggio,
E riguardando Angelica, il bel fiore,
Fra s diceva: "O re del celo, io cheggio
Che quel ch'io faccio per soperchio amore
Angelica lo veda, e siagli grato;
Poi son contento di morir nel prato.

Io son contento al tutto de morire,
Pur ch'io compiaccia a quella creatura.
Oh se lei nel presente avesse a dire:
'Certo io son ben spietata e troppo dura,
Facendo un cavallier de amor perire,
Che per piacermi sua vita non cura!'
Se ci dicesse, ed io fossi acertato,
E morto e vivo poi sera beato."

E sopra a tal pensier tanto se infiama,
Che non fu cor giamai cos perverso;
Ad ogni colpo Angelica pur chiama,
E mena il brando a dritto ed a roverso.
Altro non ha nel cor che quella dama:
Piaga non cura, o sangue che abbia perso;
Ma pur il spirto a poco a poco manca,
Bench nol sente, ed ha la faccia bianca.

Li altri re intorno stavano a guardare
La gran battaglia piena di spavento.
A ciascaduno un gran dalmaggio pare
Veder morir quel re pien de ardimento.
Ma sopra a tutti nol pu comportare
Torindo il Turco, ed ha molto tormento
Di veder Sacripante in tal travaglia,
N sa come sturbar quella battaglia.

E tra li cavallier comincia a dire
Come egli  certamente un gran peccato
Veder quel franco re cos morire.
E seguia poi: - Ahi populaccio ingrato!
Potrai tu forse con gli occhi soffrire
Di veder morto quel che t'ha campato?
Noi fuggivamo in rotta ed in sconfita:
Esso ce ha reso e l'onore e la vita.

Deh non abbiate di color spavento,
Bench sia innumerabil quantitate.
Diamo pur dentro a lor con ardimento,
Che poco l faren noi con le spate.
N vi crediati di far tradimento,
Perch questa battaglia disturbate,
Ch tradimento non si pu appellare
Quel che si fa per suo segnor campare.

Sia mia la colpa, se colpa ne viene,
E vostre sian le lode tutte quante. -
Cos dicendo pi non se ritiene,
Ma con ruina sprona il suo aferrante.
La grossa lancia alla resta sostiene;
Primo e secundo che li viene avante,
E il terzo e il quarto abatte con furore:
Or se comincia altissimo romore.

Ch ciascun turco e ciascadun circasso,
Ciascun di Tribisonda e di Soria,
E gli altri tutti che al presente lasso,
Perch dietro a Torindo ognun seguia,
Ne' Tartari ferirno con fraccasso,
Contra a quei de Mongalia e di Rossia.
Ecco di sopra si lieva il polvino,
Ch da quel canto gionge Trufaldino,

Quel di Baldache, ch' tanto potente.
Or comincia la zuffa smisurata,
Ch cento millia  tutta la sua gente,
Che in una schiera vien stretta e serrata.
Agricane a tal cose pone mente,
E vede la sua gente sbarattata;
E, vlto a Sacripante, disse: - Sire,
Le vostre gente han fatto un gran fallire.

A te ben ne dar bon guidardone:
Tu prova contra a' mei quel che pi fare. -
L'un va di qua, di l l'altro barone,
E comincia le schiere a sbarattare,
Menando i brandi con distruzone.
Mai tanta gente se ebbe a consumare,
Ch trenta falcie pi non fan nel prato,
Quanti ciascun di loro oggi ha tagliato.

Agricane inscontr con Trufaldino.
Vede quel falso che non pu campare;
Fassegli inanzi sopra del camino,
Dicendo: - Ben di me ti pi vantare,
Se tu me abatti sopra de un roncino,
E il tuo destriero al mondo non ha pare!
Lascia il vantaggio, come il dover chiede,
Che alla battaglia te desfido a piede. -

Era Agricane assai di fama caldo:
Subito smonta alla verde campagna;
A un conte d il destrier del bon Ranaldo,
Ch gi non vl che altrui quel se guadagna.
Ben colse il tempo Trufaldin ribaldo:
Volta la briglia, e mena le calcagna;
E prima che Agrican sia rimontato,
Lui tra sua gente  gi remescolato.

Or si riversa tutta la battaglia
Verso la terra, e fuggono e Circassi.
Quei di Baldache, la brutta canaglia,
Fuggono e Soran dolenti e lassi,
Gettan per terra lancie e scudi e maglia,
E gettan le saette con turcassi.
Non vi  chi contra a' Tartari risponde:
Fuggono i Turchi e quei di Trebisonde.

E gi son gionti ove il fosso confina
Sotto alla terra, che  cotanto forte.
L gioso ogni om se getta con roina,
Ch il ponte  alciato, e chiuse son le porte.
Che debbe fare Angelica meschina,
Che vede le sue gente tutte morte?
Apre la porta e il ponte fa callare,
Ch gi soletta lei non vl campare.

Come la porta in quel ponte se apria,
Sia maledetto chi a drieto rimane.
La gente tartaresca che seguia,
 mescolata con loro alle mane.
Or la porta gataia gi cadia,
E rest dentro il forte re Agricane;
Trecento cavallier de sue masnate
Fr con lui chiusi dentro alla citate.

Egli era in su Baiardo copertato:
Mai non fu visto un baron tanto fiero.
Bordaco il Damaschino era tornato
Dentro alla terra, e vede il cavalliero,
E con molta arroganza li ha parlato:
- Or tua possanza ti far mestiero:
Non te varr Baiardo a questo ponto.
Ve' che una volta pur vi fosti gionto!

In ogni modo te convien morire,
N pi mostrar valor n far deffesa. -
Il re Agrican ridendo prese a dire:
- Non facciam di parole pi contesa,
Ma tu comincia, se hai ponto de ardire:
Della mia morte pigliane l'impresa,
Ch tu serai il primo a caminare
L gi, dove molti altri aggio a mandare. -

Portava il re Bordaco una catena,
Che avea da capo una palla impiombata;
Con quella ad Agricane a due man mena,
Ma lui riscontra al colpo con la spata,
N parve pur che lo toccasse apena,
Ch quella cadde alla terra tagliata.
Dicea il Tartaro a lui: - Sapra' mi dire
Qual sappia de noi duo meglio ferire. -

Cos dicendo, quel baron possente
A due man mena sopra al bacinetto,
E quel fraccassa, e mette il brando al dente
E parte il mento e il collo insino al petto.
Veggendo quel gran colpo, l'altra gente
Tutti fuggian, turbati nello aspetto,
E tutti in fuga se pongono in caccia;
Il re Agrican li segue e li minaccia.

Egli  di core ardente e tanto fiero,
Che sempre voluntate lo trasporta;
Per che, se egli aveva nel pensiero
Tornare adrieto, ed aprir quella porta,
Prender la terra assai gli era leggiero,
Ed Angelica avere, o presa o morta.
Ma la ira, che ciascun di senno priva,
Dietro il pose alla gente che fuggiva.

Battaglia  ancora di fuor tutta fiata,
Molto crudele, orribile e diversa;
Qui l'una e l'altra gente  radunata:
Chi more, e chi del ponte se sumersa.
Tanto  quivi de' morti la tagliata,
Che il sangue che de' corpi fuor riversa,
Sparge per tutto e corre tanto grosso,
Che insino a l'orlo ha gi cresciuto il fosso.

Ma dentro dalla terra altro terrore
E pi crudel partito se apresenta.
Quel re sopra Baiardo con furore,
Terribile a vedere, ogniun spaventa.
Non fu battaglia al mondo mai maggiore,
N dove tanta gente fosse spenta;
Tanti ne occise quel pagan gagliardo,
Che a pena e corpi passa con Baiardo.

Prima che fosse in Albraca serrato,
Come intendesti, il re de Tartaria,
Gi se era prima dentro recovrato
Re Sacripante, pien di gagliardia.
Medicar se faceva disarmato,
E tanto sangue gi perduto avia,
Che di star dritto non avea potere,
Ma sopra al letto stavasi a giacere.

Ora torniamo al potente Agricane,
Che assembra una fortuna di marina.
Il brando sanguinoso ha con due mane:
Mai non fo vista cotanta roina.
Oditi e gran lamenti e voce strane,
Ch tutta  occisa la gente tapina,
Re Sacripante, e in letto, con dolore,
Dimanda la cagion di quel romore.

Piangendo un suo scudier li prese a dire:
- Intrato  re Agricane, il maledetto,
Che la citade pone a gran martre. -
Ci odendo Sacripante esce del letto.
Ciascun de' suoi ben lo volea tenire,
Ma lui salt di fuora al lor dispetto;
N altre arme porta che il sol brando e il scudo,
Vestito di camisa, e il resto nudo.

E riscontra le schiere spaventate:
Nun per tema sa quel che se faccia.
Lui li cridava: - Ah gente svergognate!
Poi che un sol cavallier tutti vi caccia,
Come nel fango non vi sotterrate?
Come osati ad alcun mostrar la faccia?
Gettati l'arme, e andati alla poltrogna,
Poi non sapeti quel che sia vergogna.

Vedeti come io vado disarmato
E quasi nudo, per avere onore. -
Il popol che fuggiva se  firmato,
Di meraviglia pieno e di stupore:
Ciascuno alle sue spalle  rivoltato,
Perch la fama del suo gran valore
Era tanto alta, e i fatti a non mentire,
Che a questi spaventati dava ardire.

Ecco Agricane in mezo della strata,
Che mena in rotta quella gente persa,
Ed ha quest'altra schiera riscontrata
Con Sacripante, che il passo attraversa.
Nova battaglia qui se  cominciata,
Pi de l'altra feroce, e pi diversa,
Bench e Tartari sono poca gente;
Ma d a lor core il suo segnor valente.

Da l'altra parte tanto eran spronati
Quei della terra da quel re circasso,
Che se stimano al tutto svergognati,
Se son cacciati adesso di quel passo.
Quivi de frezze e de dardi lanciati,
Di mazze e spade ve era tal fraccasso,
Qual pi giamai stimar se puote in guerra;
Altri che morti non se vede in terra.

Sopra a tutti l'ardito Sacripante
Di sua persona fa prova sicura.
Senz'arme indosso agli altri sta davante,
Che meraviglia  pur che ancora dura.
Ma tanto  destro, e di gambe aiutante,
Che alcuna cosa non gli fa paura;
N con il scudo copre sol se stesso,
Ma li altri colpi ancor ripara spesso.

Ora un gran sasso mena, or getta un dardo
Ora combatte con la lancia in mano,
Or coperto del scudo, con riguardo,
Col brando sta a' nemici prossimano;
E tanto fa, che Agricane il gagliardo
Ogni sua forza adoperava in vano:
N vi vale il vigor, n lo ardimento;
Gi morti sono e soi pi de trecento.

N lui se pu da tanti riparare,
Dardi e saette adosso li piovia;
Re Sacripante sol gli d che fare,
E li altri lo tempestan tutta via.
Rotto  il cimer, ch penne non appare,
E il scudo fraccassato in braccio avia;
L'elmo di sasso al capo li risuona,
De arme lanciate ha piena la persona.

Qual, stretto dalla gente e dal romore,
Turbato esce il leon della foresta,
Che se vergogna di mostrar timore,
E va di passo torcendo la testa;
Batte la coda, mugia con terrore,
Ad ogni crido se volge ed arresta:
Tale  Agricane, che convien fuggire,
Ma ancor fuggendo mostra molto ardire.

Ad ogni trenta passi indietro volta,
Sempre minaccia con voce orgogliosa;
Ma la gente che il segue  troppo molta,
Ch gi per la cit se sa la cosa,
E da ogni parte  qui la gente colta.
Ecco una schiera che se era nascosa,
Esce improviso, come cosa nova,
Ed alle spalle a quel re se ritrova.

Ma ci non puote quel re spaventare,
Che con furia e roina se  addricciato.
Pedoni e cavallier fa a terra andare;
Prende il brando a due mane il disperato.
Or quivi alquanto lo voglio lasciare,
Ed a Ranaldo voglio esser tornato,
Che da Rocca Crudele  gi partito,
E sopra al mar camina a pi sul lito.

Ci me sentisti ben di sopra dire,
E come riscontrato ha quella dama,
Che par che di dolor voglia morire.
Cortesemente quel baron la chiama,
E prega lei per ogni suo desire,
Per quella cosa che pi nel mondo ama,
E per lo Iddio del celo, e per Macone,
Che del suo dl li dica la cagione.

Piangendo respondia la sconsolata:
- Io far tutto il tuo voler compiuto.
Oh Dio! che al mondo mai non fossi nata,
Dapoi che ogni mio bene ho io perduto!
Tutta la terra cerco, ed ho cercata,
N ancor cercando spero alcuno aiuto;
Per che ritrovarme  di mestieri
Un che combatta a nove cavallieri. -

Dicea Ranaldo: - Io non mi vo' dar vanto,
Gi de duo cavallier, non che di nove;
Ma il tuo dolce parlare e il tuo bel pianto
Tanta pietate nel petto mi move,
Che, se io non son bastante a un fatto tanto,
L'ardir mi basta a voler far le prove;
Sich del caso tuo prendi conforto,
Ch certo o vinceraggio, o ser morto. -

Disse la dama: - A Dio ti racomando!
Della proferta ti ringrazio assai;
Ma tu non sei colui ch'io vo cercando,
Ch'io credo ben che nol trovar mai.
Sappi che tra quei nove  il conte Orlando.
Forse per fama cognosciuto l'hai;
E gli altri ancor son gente de valore:
Di questa impresa non avresti onore. -

Quando Ranaldo ascolta la donzella,
Ed ode il conte Orlando nominare,
Piacevolmente ancora a s l'appella,
Prega che Orlando li voglia insegnare.
Cos da lei intese la novella
De il fiume che non lascia ricordare;
E il tutto li cont de ponto in ponto,
Come Orlando con gli altri l fo gionto.

Intende che la dama che parlava,
 quella che part da Brandimarte.
Ranaldo strettamente la pregava
Che lo voglia condure in quella parte;
E prometteva in sua fede, e giurava
Che faria tanto, o per forza o per arte,
O combattendo o simulando amore,
Che traria quei baron tutti di errore.

Vedea la dama quel barone adatto,
E di persona s bene intagliato,
Che aconcio li pareva a ogni gran fatto,
Ed era ancora non vilmente armato.
Ma questo canto pi breve vi tratto,
Per che l'altro vi fia prolongato
Nel racontar d'una lunga novella
Che a narrar prese questa damigella.

Canto duodecimo

Io ve ho contato la battaglia oscura,
Che ancor mi trona in capo quel romore
De Sacripante, che  senza paura,
E de Agricane, il franco e alto segnore;
Pi quella cruda voce non me dura,
E dolcemente contar de amore:
Teneti voi, segnor, nel pensier saldo
Dove io lasciai parlarvi de Ranaldo.

La damisella subito dismonta,
E il palafreno a lui donar vola.
Dicea Ranaldo a lei: - Tu mi fai onta
Ad invitarme a tanta vilania. -
Lei rispondeva con parole pronta,
Che seco a piedi mai nol menaria:
Al fin, per far questa novella corta,
Lui mont in sella e quella in groppa porta.

La dama andava alquanto spaventata,
Per la temenza che avea del suo onore;
Ma poi che tutto il giorno ha cavalcata,
N mai Ranaldo ragion de amore,
Alquanto nel parlar rasicurata,
Disse a lui: - Cavallier pien di valore,
Or entrar nella selva si conviene,
Che cento leghe di traverso tiene.

Acci che men te incresca il caminare
Per questa selva orribile e deserta,
Una novella te voglio contare,
Che intravenne, ed  ben cosa certa.
In Babilonia potrai arivare,
Dove la istoria manifesta  aperta;
Per (quel ch'io ti narro  veritade)
Fu fatto dentro de quella citade.

Un cavallier, che Iroldo era chiamato,
Ebbe una dama nomata Tisbina;
Ed era lui da questa tanto amato,
Quanto Tristan da Isotta la regina.
Esso era ancor di lei inamorato,
Che sempre, dalla sera alla mattina,
E dal nascente giorno a notte oscura,
Sol di lei pensa, e de altro non ha cura.

Vicino ad essi un barone abitava,
Di Babilonia stimato il maggiore;
E certamente ci ben meritava,
Ch  di cortesia pieno e di valore.
Molta ricchezza, de che egli abondava,
Dispendea tutta quanta in farsi onore;
Piacevol nelle feste, in l'arme fiero,
Leggiadro amante e franco cavalliero.

Prasildo nominato era il barone.
Quello invitato  un giorno ad un giardino,
Dove Tisbina con altre persone
Faceva un gioco, in atto peregrino.
Era quel gioco di cotal ragione,
Che alcun li tenea in grembo il capo chino;
Quella alle spalle una palma voltava:
Chi quella batte a caso indivinava.

Stava Prasildo a riguardare il gioco:
Tisbina alle percosse l'ha invitato;
Ed in concluson prese quel loco,
Perch fo prestamente indivinato.
Standoli in grembo, sente s gran foco
Nel cor, che non l'avrebbe mai pensato;
Per non indivinar mette ogni cura,
Ch di levarse quindi avea paura.

Dapoi che il gioco  partito e la festa,
Non parte gi la fiamma dal suo core,
Ma tutto 'l giorno integro lo molesta,
La notte lo assalisce in pi furore.
Or quella cagion trova, ed ora questa
Che al volto li  fuggito ogni colore,
Che la quete del dormir gli  tolta,
N trova loco, e ben spesso si volta;

Ora li par la piuma assai pi dura
Che non suole apparere un sasso vivo.
Cresce nel petto la vivace cura,
Che d'ogni altro pensiero il cor l'ha privo.
Sospira giorno e notte a dismisura,
Con quella affezon ch'io non descrivo,
Perch descriver non se pu lo amore
A chi nol sente e a cui non l'ha nel core.

E correnti cavalli, e cani arditi,
De che molto piacer prender suolia,
Li sono al tutto del pensier fuggiti.
Or se diletta in dolce compagnia,
Spesso festeggia e fa molti conviti,
Versi compone e canta in melodia,
Giostra sovente, ed entra in torniamenti
Con gran destrieri e ricchi paramenti.

E bench pria cortese fosse assai,
Ora  cento per un multiplicato,
Ch la virtude cresce sempre mai,
Che se ritrova in l'omo inamorato:
E nella vita mia gi non trovai
Un ben che per amor sia rio tornato;
Ma Prasildo, che  tanto d'amor preso,
Sopra a quel che se stima, fo corteso.

Egli ha trovato una sua messagiera,
Che avea molta amicizia con Tisbina,
Che la combatte e il mattino e la sera,
N per una repulsa se rafina.
Ma poco viene a dir, ch quella altiera
A preghi n a pietade mai se inchina;
Perch sempre interviene in veritate
Che la alterezza  gionta con beltate.

Quante volte li disse: "O bella dama,
Cognosci l'ora della tua ventura,
Dapoi che un tal baron pi che s te ama,
Ch non ha il cel pi vaga creatura.
Forse anco avrai di questo tempo brama,
Ch il felice destin sempre non dura;
Prendi diletto, mentre sei su il verde,
Ch lo avuto piacer mai non se perde.

Questa et giovenil che  s zoiosa,
Tutta in diletto consumar si deve,
Perch quasi in un ponto ce  nascosa.
Come dissolve il sol la bianca neve,
Come in un giorno la vermiglia rosa
Perde il vago colore in tempo breve,
Cos fugge la et come un baleno,
E non se pu tenir, ch non ha freno."

Spesso con queste e con altre parole
Era Tisbina combattuta in vano.
Ma, quale in prato le fresche vole
Nel tempo freddo pallide se fano,
Come il splendido giaccio al vivo sole,
Cotal se disfacea il baron soprano,
E condotto era a s malvagia sorte,
Che altro ristor non spera che la morte.

Pi non festeggia, s come era usato:
In odio ha ogni diletto, e ancor se stesso.
Palido molto e macro  diventato,
N quel che esser suolea, pareva adesso.
Altro diporto non ha ritrovato,
Se non che della terra usciva spesso,
E suolea solo in un boschetto andare
Del suo crudele amore a lamentare.

Tra l'altre volte avenne una matina
Che Iroldo in quel boschetto a caccia andava,
Ed avea seco la bella Tisbina;
E cos andando, ciascuno ascoltava
Pianto dirotto con voce meschina.
Prasildo s soave lamentava,
E s dolce parole al dir gli cade,
Che avria spezzato un sasso di pietade.

"Odeti, fiori, e voi, selve, - dicia -
Poi che quella crudel pi non me ascolta,
Dati odenza alla sventura mia.
Tu, sol, che hai mo del cel la notte tolta,
Voi, chiare stelle, e luna che vai via,
Oditi il mio dolor solo una volta:
Ch in queste voce estreme aggio a finire
Con cruda morte il lungo mio martre.

Cos far contenta quella altiera,
A cui la vita mia tanto dispiace,
Poi che ha voluto il celo un'alma fiera
Coprire in viso de pietose face.
Essa ha diletto che un suo servo pra,
Ed io me occider, poi che li piace;
N de altre cose aggio io maggior diletto,
Che di poter piacer nel suo cospetto.

Ma sia la morte mia, per Dio, nascosa
Tra queste selve, e non se sappia mai
Che la mia sorte  tanto dolorosa,
(N mai palese non me lamentai),
Ch quella dama in vista grazosa
Potria de crudelt colparsi assai;
Ed io cos crudel l'amo a gran torto,
Ed amarolla ancor poi che io sia morto."

Con pi parole assai se lamentava
Quel baron franco, con voce tapina,
E dal fianco la spada denudava,
Palido assai per la morte vicina;
E il suo caro diletto ognior chiamava.
Morir volea nel nome di Tisbina;
Ch, nomandola spesso, gli era aviso
Andar con quel bel nome in paradiso.

Ma essa col suo amante ha bene inteso
Di quel barone il suo pianto focoso.
Iroldo di pietate  tanto acceso,
Che ne avea il viso tutto lacrimoso;
E con la dama ha gi partito preso
Di riparare al caso doloroso.
Essendo Iroldo nascoso rimaso,
Mostra Tisbina agionger quivi a caso.

N mostra avere inteso quei richiami,
N che tanto crudel l'abbia nomata;
Ma, vedendol giacer tra i verdi rami,
Quasi smarita alquanto se  firmata.
Poi disse a lui: "Prasildo, se tu me ami,
Come gi dimostrasti averme amata,
A tal bisogni non me abandonare,
Perch altramente io non posso campare.

E se io non fossi a l'ultimo partito
Insieme della vita e dello onore,
Io non farebbi a te cotale invito,
Ch non  al mondo vergogna maggiore
Che a richieder colui che hai deservito.
Tu m'hai portato gi cotanto amore,
Ed io fui sempre a te tanto spietata;
Ma ancor col tempo te ser ben grata.

Ci ti prometto su la fede mia,
E gi de l'amor mio te fo sicuro,
Pur quel ch'io cheggio da te fatto sia.
Or odi, e non ti para il fatto duro:
Oltra alla selva della Barbaria
 un bel giardino, ed ha di ferro il muro;
In esso intrar si pu per quattro porte,
L'una la Vita tien, l'altra la Morte,

Un'altra Povert, l'altra Ricchezza:
Convien chi ve entra, alla opposita uscire.
In mezo  un tronco a smisurata altezza,
Quanto pu una saetta in su salire;
Mirabilmente quello arbor se apprezza,
Ch sempre perle getta nel fiorire,
Ed  chiamato il Tronco del Tesoro,
Che ha pomi de smeraldi e rami d'oro.

Di questo un ramo mi conviene avere,
Altramente son stretta a casi gravi;
Ora palese ben potr vedere
Se tanto me ami quanto demostravi.
Ma se impetro da te questo apiacere,
Pi te amar che tu me non amavi;
E mia persona ti dar per merto
Di tal servigio: tientine ben certo."

Quando Prasildo intende la speranza
Esserli data di cotanto amore,
De ardire e di desio se stesso avanza,
Promette il tutto senza alcun timore.
Cos promesso avria, senza mancanza,
Tutte le stelle, il celo e il suo splendore;
E l'aria tutta, con la terra e il mare,
Avria promesso senza dubitare.

Senza altro indugio si pone a camino,
Lasciando ivi colei che cotanto ama;
In abito va lui de peregrino.
Or sappiati che Iroldo e la sua dama
Mandavano Prasildo a quel giardino,
Che l'Orto di Medusa ancor se chiama,
Acci che il molto tempo, al longo andare,
Li aggia Tisbina de l'animo a trare.

Oltra di ci, quando pur gionto sia,
Era quella Medusa una donzella
Che al Tronco del Tesor stava a l'ombria.
Chi prima vede la sua faccia bella,
Scordasi la cagion de la sua via;
Ma chiunche la saluta, o li favella,
E chi la tocca, e chi li sede a lato,
Al tutto scorda del tempo passato.

Quello animoso amante via cavalca
Soletto, o ver da Amore acompagnato.
Il braccio de il mar Rosso in nave varca,
E gi tutto lo Egitto avea passato,
Ed era gionto nei monti di Barca,
Dove un palmier canuto ebbe trovato;
E ragionando assai con quel vecchione,
Della sua andata dice la cagione.

Diceva il vecchio a lui: "Molta ventura
Or t'ha condotto meco a ragionare;
Ma la tua mente pavida assicura,
Ch'io te vo' far il ramo guadagnare.
Tu sol de entrare a l'orto poni cura;
Ma quivi dentro assai  pi che fare:
Di Vita e Morte la porta non se usa,
E sol per Povert viense a Medusa.

Di questa dama tu non sai la istoria,
Ch ragionato non me n'hai nente;
Ma questa  la donzella che se gloria
Di avere in guardia quel Tronco lucente.
Chiunche la vede, perde la memoria,
E resta sbigotito nella mente;
Ma se lei stessa vede la sua faccia,
Scorda il tesoro e de il giardin se caccia.

A te bisogna un specchio aver per scudo,
Dove la dama veda sua beltade.
Senza arme andrai, e de ogni membro nudo,
Perch convien entrar per Povertade.
Di quella porta  lo aspetto pi crudo
Che altra cosa del mondo in veritade;
Ch tutto il mal se trova da quel lato,
E, quel che  peggio, ogni om vien caleffato.

Ma a l'opposita porta, ove hai a uscire,
Ritrovarai sedersi la Ricchezza,
Odiata assai, ma non se gli osa a dire;
Lei ci non cura, e ciascadun disprezza.
Parte del ramo qui convienci offrire,
N si passa altramente quella altezza,
Perch Avarizia apresso lei l siede;
Bench abbia molto, sempre pi richiede."

Prasildo ha inteso il fatto tutto aperto
Di quel giardino, e ringrazi il palmiero.
Indi se parte e, passato il deserto,
In trenta giorni gionse al bel verziero;
Ed essendo del fatto bene esperto,
Intra per Povertate de leggiero.
Mai ad alcun se chiude quella porta,
Anci vi  sempre chi de entrar conforta.

Sembrava quel giardino un paradiso
Alli arboscelli, ai fiori, alla verdura.
De un specchio avea il baron coperto il viso,
Per non veder Medusa e sua figura;
E prese nello andar s fatto aviso,
Che all'arbor d'oro agionse per ventura.
La dama, che apoggiata al tronco stava,
Alciando il capo nel specchio mirava.

Come se vide, fu gran meraviglia,
Ch esser credette quel che gi non era;
E la sua faccia candida e vermiglia
Parve di serpe terribile e fera.
Lei paurosa a fuggir se consiglia,
E via per l'aria se ne va leggiera;
Il baron franco, che partir la sente,
Gli occhi disciolse a s subitamente.

Quinci and al tronco, poi che era fuggita
Quella Medusa, falsa incantatrice,
Che, de la sua figura sbigotita,
Avea lasciata la ricca radice.
Prasildo un'alta rama ebbe rapita,
E smont in fretta, e ben si tien felice;
Venne alla porta che guarda Ricchezza,
Che non cura virtute o gentilezza.

Tutta de calamita era la entrata,
N senza gran romor se puote aprire.
Il pi del tempo si vede serrata:
Fraude e Fatica a quella fa venire.
Pur se ritrova aperta alcuna fiata,
Ma con molta ventura convien gire.
Prasildo la trov quel giorno aperta,
Perch de mezo il ramo fece offerta.

De qui partito torna a caminare;
Or pensa, cavallier, se egli  contento,
Che mai non vede l'ora de arrivare
In Babilonia, e parli un giorno cento.
Passa per Nubia, per tempo avanzare,
E varc il mar de Arabia con bon vento;
S giorno e notte con fretta camina,
Che a Babilonia gionse una matina.

A quella dama fece poi assapere
Come a sua volontade ha bon fin messa;
E, quando voglia il bel ramo vedere,
Elegia il loco e il tempo per se stessa.
Ben gli ricorda ancor come  dovere
Che li sia attesa l'alta sua promessa;
E quando quella volesse disdire,
Sappiasi certo di farlo morire.

Molto cordoglio e pena smisurata
Prese di questo la bella Tisbina;
Gettasi al letto quella sconsolata,
E giorno e notte di pianger non fina.
"Ahi lassa me! - dicea - perch fui nata?
Ch non moritti in cuna, piccolina?
A ciascadun dolor rimedio  morte,
Se non al mio, che  fuor d'ogni altra sorte.

Ch se io me uccido e manca la mia fede,
Non se copre per questo il mio fallire.
Deh quanta  paccia quella alma che crede
Che Amor non possa ogni cosa compire!
E celo e terra tien sotto il suo piede,
Lui tutto il senno dona, e lui lo ardire.
Prasildo da Medusa  rivenuto:
Or chi l'avrebbe mai prima creduto?

Iroldo sventurato, or che farai,
Dapoi che avrai la tua Tisbina persa?
Bench tu la cagion data te ne hai:
Tu nel mar di sventura m'hai sumersa.
Ahi me dolente! perch mai parlai?
Perch non fu mia lingua alor riversa
Tutta in se stessa e perse le parole,
Quando impromessi quel che ora mi dole?"

Aveva Iroldo il lamento ascoltato
Che facea la fanciulla sopra al letto,
Per che egli improviso era arivato,
Ed avea inteso ci ch'ella avea detto.
Senza parlare a lei si fo accostato,
Tiensela in braccio e strenge petto a petto;
N solo una parola potean dire,
Ma cos stretti se credean morire.

E sembravan duo giacci posti al sole,
Tanto pianto ne li occhi gli abondava;
La voce vena meno a le parole,
Ma pur Iroldo alfin cos parlava:
"Sopra a ogni altro dolore al cor mi dole
Che del mio dispiacer tanto ti grava,
Perch aver non potrebi alcun dispetto
Che a me gravasse, essendo a te diletto.

Ma tu cognosci bene, anima mia,
Che hai tanto senno e tal discrezone,
Che, come amor se gionge a zelosia,
Non  nel mondo maggior passone.
Or cos parve alla sventura ria
Ch'io stesso del mio mal fossi cagione;
Io sol te indussi la promessa a fare,
Lascia me solo adunque lamentare.

Soletto portar debbo questa pena,
Ch ti feci fallire al tuo mal grato;
Ma pregoti, per tua faccia serena
E per lo amor che un tempo m'hai portato,
Che la promessa attendi integra e piena,
E sia Prasildo ben remeritato
Della fatica e del periglio grande
A che se pose per le tue dimande.

Ma piacciati indugiar sin ch'io sia morto,
Che ser solamente questo giorno.
Facciami quanto vl Fortuna torto,
Ch'io non avr mai, vivo, questo scorno,
E nello inferno andr con tal conforto
De aver goduto solo il viso adorno;
Ma quando ancor sapr che me sei tolta,
Morr, se morir pssi, un'altra volta."

Pi lungo avria ancor fatto il suo lamento,
Ma la voce manc per gran dolore;
Stava smarito e senza sentimento,
Come de il petto avesse tratto il core.
N avea di lui Tisbina men tormento,
Ed avea perso in volto ogni colore;
Ma, avendo esso la faccia a lei voltata,
Cos rispose con voce affannata:

"Adunque credi, ingrato a tante prove,
Ch'io mai potessi senza te campare?
Dove  l'amor che me portavi, e dove
 quel che spesso solevi iurare,
Che, se tu avesti un celo, o tutti nove,
Non vi potresti senza me abitare?
Ora te pensi de andar nello inferno
E me lasciare in terra in pianto eterno?

Io fui e son tua ancor, mentre son viva,
E sempre ser tua, poi che sia morta,
Se quel morir de amor l'alma non priva,
Se non  in tutto di memoria tolta.
Non vo' che mai se dica, o mai se scriva:
'Tisbina senza Iroldo se conforta.'
Vero  che de tua morte non mi doglio,
Perch ancora io pi in vita star non voglio.

Tanto quella convengo differire
Ch'io solva di Prasildo la promessa,
Quella promessa che mi fa morire;
Poi me dar la morte per me stessa.
Con te ne l'altro mondo io vo' venire,
E teco in un sepolcro ser messa.
Cos ti prego ancora, e strengo forte,
Che morir meco vogli de una morte.

E questo fia de un piacevol veneno,
Il qual sia con tale arte temperato,
Che il spirto nostro a un ponto venga meno,
E sia cinque ore il tempo terminato;
Ch in altro tanto fia compiuto e pieno
Quel che a Prasildo fo per me giurato.
Poi con morte queta estinto sia
Il mal che fatto n'ha nostra paca."

Cos della sua morte ordine dnno
Quei duo leali amanti e sventurati,
E col viso apoggiato insieme stanno,
Or pi che prima nel pianto afocati,
N l'un da l'altro dipartir se sanno,
Ma cos stretti insieme ed abbracciati.
Per il venen mand prima Tisbina
Ad un vecchio dottor di medicina.

Il qual diede la coppa temperata,
Senz'altro dimandare alla richiesta.
Iroldo, poi che assai l'ebbe mirata,
Disse: "Or su, ch altra via non c' che questa
A dar ristoro a l'alma adolorata.
Non mi ser Fortuna pi molesta,
Ch morte sua possanza al tutto serba:
Cos se doma sol quella superba."

E poi che per mitade ebbe sorbito
Sicuramente il succo venenoso,
A Tisbina lo porse sbigotito.
Lui non  di sua morte pauroso
Ma non ardisce a lei far quello invito;
Per, volgendo il viso lacrimoso,
Mirando a terra, la coppa gli porse,
E de morire alora stette in forse,

Non del tossico gi, ma per dolore,
Che il venen terminato esser dovia.
Ora Tisbina con frigido core,
Con man tremante la coppa prendia,
E biastemando la Fortuna e Amore,
Che a fin tanto crudel li conducia,
Bevette il succo che ivi era rimaso,
Insino al fondo del lucente vaso.

Iroldo se coperse il capo e il volto,
E gi con gli occhi non vola vedere
Che il suo caro desio li fosse tolto.
Or se comincia Tisbina a dolere,
Ch non  il suo cordoglio ancor dissolto;
Nulla la morte li facea al parere
Il convenirgli da Prasildo gire:
Questa gran doglia avanza ogni martre.

Nulla di manco, per servar sua fede,
A casa del barone essa ne  andata,
E di parlare a lui secreto chiede:
Era di giorno, e lei accompagnata.
Apena che Prasildo questo crede,
E fattosegli incontro in su la entrata,
Quanto pi puote, la prese a onorare,
N di vergogna sa quel che si fare.

Ma poi che solo in un loco secreto
Se fo con lei ridotto ultimamente,
Con un dolce parlare e modo queto,
E quanto pi sapea piacevolmente,
Se forza de tornarli il viso lieto,
Che lacrimoso a s vede presente.
Lui per vergogna ci crede avenire,
N il breve tempo sa del suo morire.

Essa da lui al fin fu scongiurata,
Per quella cosa che pi al mondo amava,
Che li dicesse perch era turbata
E di tal noglia piena si mostrava,
Ad essa proferendo tutta fiata
Voler morir per lei, se il bisognava;
Ed a risposta tanto la stringia,
Che odete quel che odir gi non volia.

Perch Tisbina li disse: "Lo amore
Che con tanta fatica hai guadagnato,
 in tua possanza, e ser ancor quattr'ore.
Per mantenirte quel che te ho giurato,
Perdo la vita, ed ho perso l'onore;
Ma, quel ch' pi, colui che tanto ho amato
Perdo con seco, e lascio questo mondo;
E a te, cui tanto piacqui, me nascondo.

S'io fossi stata in alcun tempo mia,
Avendomi tu amata, s come hai,
Avrei commessa gran discortesia
A non averte amato pur assai;
Ma io non puotevo, e non se convenia:
Duo non se ponno amare, e tu lo sai;
Amor non ti portai giammai, barone,
Ma sempre ebbi di te compassone.

E quello aver piet della tua sorte
M'ha di questa miseria centa intorno;
Ch il tuo lamento mi strense s forte,
Allora che te odiva al bosco adorno,
Che provar mi convien che cosa  morte,
Prima che a sera gionga questo giorno."
Con pi parole poi raconta a pieno
S come Iroldo e lei preso ha il veleno.

Prasildo ha di tal doglia il cor ferito,
Odendo questo che la dama dice,
Che sta senza parlargli sbigotito;
E dove se credeva esser felice,
Vedese gionto a l'ultimo partito.
Quella che del suo core  la radice,
Colei che la sua vita in viso porta,
Vedesi avanti agli occhi quasi morta.

"Non  piaciuto a Dio, n a te, Tisbina,
Della mia cortesia farne la prova, -
Dice il barone - accioch una roina
De amor crudele il nostro tempo trova.
Gionger duo amanti di morte tapina
Non era al mondo prima cosa nova;
Ora tre insieme, s come io discerno,
Seran sta sera gionti nello inferno.

Di poca fede, or perch dubitasti
Di richiedermi in don la tua promessa?
Tu dici che nel bosco me ascoltasti
Con gran pietade. Ahi fiera! il ver confessa,
Ch gi nol credo; e questa prova basti,
Che, per farme morir, morta hai te stessa.
Or che me sol almanco avessi spento,
Ch'io non sentissi ancor di te tormento!

Tanto ti spiacque ch'io te volsi amare,
Crudel, che per fuggirme hai morte presa?
Sasselo Idio ch'io non puote' lasciare,
Bench io provassi, di amarte l'impresa.
Me nel bosco dovevi abandonare,
Se de amarme cotanto al cor ti pesa;
Chi te sforzava de quel proferire
Che poi con meco al fin te fa morire?

Io non volevo alcun tuo dispiacere,
N lo volsi giamai, n il voglio adesso;
Che tu me amassi cercai di ottenere,
N altro da te mai chiesi per espresso.
E se altrimenti ti desti a vedere,
Di scoprirne la prova sei apresso,
Perch'io te asolvo da ogni giuramento,
E stare e andar ne puoi a tuo talento."

Tisbina, che il baron cortese oda,
Di lui fatta pietosa, prese a dire:
"Da te son vinta in tanta cortesia,
Che per te solo io non voria morire.
Volse Fortuna che altrimenti sia,
N posso farti un lungo proferire,
Per che il viver mio debbe esser poco;
Ma in questo tempo andria per te nel foco."

Prasildo di gran doglia s se accese,
Avendo gi sua morte destinata,
Che le dolci parole non intese,
E con mente stordita e adolorata
Un bacio solamente da lei prese,
Poi l'ebbe a suo piacer licenzata.
E lui se lev ancor dal suo cospetto:
Piangendo forte se pose su il letto.

Poi che Tisbina ad Iroldo fo gionta,
Ritrovandol col capo ancora involto,
La cortesia di quel baron li conta,
E come solo ha un bacio da lei tolto.
Iroldo dal suo letto a terra smonta,
E con man gionte al celo adriccia il volto;
Ingenocchiato, con molta umiltate
Prega Dio per mercede e per pietate,

Che Lui renda a Prasildo guiderdone
Di quella cortesia dismisurata.
Ma, mentre che lui fa la orazone,
Cade Tisbina, e pare adormentata;
E fece il succo la operazone
Pi presto ne la dama delicata;
Ch un debil cor pi presto sente morte
Ed ogni passon, che un duro e forte.

Iroldo nel suo viso viene un gelo,
Come vede la dama a terra andare,
Che avea davanti a gli occhi fatto un velo:
Dormir soave, e non gi morte appare.
Crudel chiama lui Dio, crudel il celo,
Che tanto l'hanno preso ad oltraggiare;
Chiama dura Fortuna, e duro Amore,
Che non lo occida, ed ha tanto dolore.

Lascin dolersi questo disperato:
Stimar puoi, cavallier, come egli stava.
Prasildo nella ciambra se  serrato,
E cos lacrimando ragionava:
"Fu mai in terra un altro inamorato
Percosso da fortuna tanto prava?
Ch, se io voglio la dama mia seguire,
In piccol tempo mi convien morire.

Cos quel dispietato avria solaccio,
Che  tant'amaro e noi chiamiamo Amore.
Prndeti oggi piacer del mio gran straccio,
Vien, sziati, crudel, del mio dolore!
Ma al tuo mal grato io ne uscir d'impaccio
Ch aver non posso un partito peggiore,
E minor pene assai son nello inferno
Che nel tuo falso regno e mal governo."

Mentre che se lamenta quel barone,
Eccoti quivi un medico arivare.
Dimanda di Prasildo quel vecchione,
Ma non ardisce alcuno ad esso entrare.
Diceva il vecchio: "Io, stretto da cagione,
Ad ogni modo li voglio parlare;
Ed altramente, io vi ragiono scorto,
Il segnor vostro questa sera  morto."

Il camarier, che intese il caso grave,
Di entrar dentro alla zambra prese ardire,
(Questo teneva sempre un'altra chiave,
Ed a sua posta puotea entrare e uscire);
E da Prasildo con parlar soave
Impetra che quel vecchio voglia odire.
Bench ne fece molta resistenza,
Pur lo condusse nella sua presenza.

Disse il medico a lui: "Caro segnore,
Sempremai te aggio amato e reverito;
Ora ho molto sospetto, anzi timore
Che tu non sia crudelmente tradito;
Per che zelosia, sdegno ed amore,
E de una dama il mobile appetito,
Ch  raro a tutte il senno naturale,
Possono indurre ad ogni estremo male.

E ci te dico, perch stamatina
Me fo veneno occulto dimandato
Per una cameriera de Tisbina.
Or poco avanti me fu racontato
Che qua ne venne a te la mala spina.
Io tutto il fatto ho bene indivinato;
Per te lo tolse, e tu da lei ti guarda:
Lasciale tutte, che il mal fuoco l'arda.

Ma non sospicar gi per questa volta,
Ch in veritade io non gli di veneno:
E se quella bevanda forse hai tolta,
Dormirai da cinque ore, o poco meno.
Cos quella malvaggia sia sepolta,
Con tutte l'altre de che il mondo  pieno!
Dico le triste, ch in questa citate
Una vi  bona, e cento scelerate."

Quando Prasildo intende le parole,
Par che se avivi il tramortito cuore.
Come dopo la pioggia le vole
Se abatteno, e la rosa e il bianco fiore;
Poi, quando al cel sereno appare il sole,
Apron le foglie, e torna il bel colore:
Cos Prasildo alla lieta novella
Dentro se allegra e nel viso se abella.

Poi che ebbe assai quel vecchio ringraziato,
A casa de Tisbina se ne andava;
E, ritrovando Iroldo disperato,
S come stava il fatto li contava.
Ora pensati se costui fu grato!
Colei che pi che la sua vita amava,
Vuol che nel tutto de Prasildo sia,
Per render merto a sua gran cortesia.

Prasildo ne fie' molta resistenza,
Ma mal se pu disdir quel che se vle;
E bench ciascun stesse in continenza,
Come tra duo cortesi usar se suole,
Pur stette fermo Iroldo alla sua intenza
Sino alla fine, ed in poche parole
Lascia a Prasildo la dama piacente;
Lui de quindi se parte incontinente.

Di Babilonia se volse partire,
Per non tornarvi mai nella sua vita.
Da poi Tisbina se ebbe a resentire,
La cosa seppe, s come era gita;
E bench ne sentisse gran martre,
E fosse alcuna volta tramortita,
Pur cognoscendo che quello era gito
N vi  remedio, prese altro partito.

Ciascuna dama  molle e tenerina
Cos del corpo come della mente,
E simigliante della fresca brina,
Che non aspetta il caldo al sol lucente.
Tutte sin fatte come fu Tisbina,
Che non volse battaglia per nente,
Ma al primo assalto subito se rese,
E per marito il bel Prasildo prese. -

Parlava la donzella tutta fiata,
Quando davanti a lor nel bosco folto
Odirno una alta voce e smisurata.
La damigella sbigotita  in volto,
Bench Ranaldo l'abbia confortata.
Or questo canto  stato lungo molto;
Ma a cui dispiace la sua quantitate,
Lasci una parte, e legga la mitate.

Canto decimoterzo

Io vi dissi di sopra come odito
Fu quel gran crido di spavento pieno.
Di nulla se  Ranaldo sbigotito;
Smonta alla terra, e lascia il palafreno
A quella dama dal viso fiorito,
Che per gran tema tutta vena meno;
Ranaldo imbraccia il scudo, e trasse avante.
La cagion di quella era un gran gigante,

Che stava fermo sopra ad un sentiero,
Dietro a una tomba cavernosa e oscura,
Orribil di persona e viso fiero,
Per spaventare ogni anima sicura.
Ma non smarrite gi quel cavalliero,
Che mai non ebbe in sua vita paura,
Anci contra gli va col brando in mano;
Nulla si move quel gigante altano.

Di ferro aveva in pugno un gran bastone,
De fina maglia  tutto quanto armato;
Da ciascun lato li stava un grifone,
Alla bocca del sasso incatenato.
Or, se volete saper la cagione
Che tenea quivi quel dismisurato,
Dico che quel gigante in guardia avia
Quel bon destrier che fu de l'Argalia.

Fu il caval fatto per incantamento,
Perch di foco e di favilla pura
Fu finta una cavalla a compimento,
Bench sia cosa fuora de natura.
Questa dapoi se fie' pregna di vento:
Nacque il destrier veloce a dismisura,
Che erba di prato n biada rodea,
Ma solamente de aria se pascea.

Dentro a quella spelonca era tornato,
S come lo disciolse Ferraguto:
Per che in quella prima fu creato,
E chiuso in essa sempre era cresciuto.
Dapoi, per forza de libro incantato,
L'Argalia un tempo l'avea posseduto
Fin che fu vivo; e quello ultimo giorno
Fece il cavallo al suo loco ritorno.

E quel gigante in sua guardia si stava,
Con fronte altiera, crudo e pertinace;
E seco due grifoni incatenava,
Ciascun pi ongiuto, orribile e rapace.
Quella catena a modo se ordinava,
Che solver li pu ben quando a lui piace;
Ogni grifon di quelli  tanto fiero,
Che via per l'aria porta un cavalliero.

Ranaldo alla battaglia se appresenta
Con grande aviso e con molto riguardo;
N crediati per che il se spaventa,
Perch vada sospeso, a passo tardo.
L'alto gigante nel core argumenta
Che questo sia un baron molto gagliardo;
Lui scorga ben ciascun, se  vile o forte,
Ch a pi de mille avea data la morte;

E tutto il campo intorno biancheggiava
De ossi de morti dal gigante occisi.
Or la battaglia dura incominciava:
Preso  il vantaggio e li apensati avisi.
Ma colpi ronosi se menava:
Non avea alcun di lor festa n risi;
Anci cognoscon ben, senza fallire,
Che l'uno o l'altro qui convien morire.

Il primo feritor fo il bon Ranaldo,
E gionse a quel gigante in su la testa.
Ma egli avea uno elmo tanto forte e saldo,
Che nulla quel gran colpo lo molesta.
Ora esso di superbia e de ira caldo
Mena il bastone in furia con tempesta;
Ranaldo al colpo ripar col scuto:
Tutto il fraccassa quel gigante arguto.

Ma non li fece per questo altro male;
Ranaldo colp lui con gran valore
De una ferita ben cruda e mortale,
Che fo nel fianco, assai vicina al core.
Subitamente par che metti l'ale,
Rimena l'altra con pi gran furore,
Rompe di ponta quella forte maglia,
Sino alle rene passa la anguinaglia.

Per questo fo il gigante sbigotito,
E vede ben che li convien morire;
De le due piaghe ha un dolore infinito,
N quasi in piedi se pu sostenire;
Onde turbato prese il mal partito
Di far con seco Ranaldo perire:
Corre alla tana, e con molto fraccasso
Dislega i duo grifon dal forte sasso.

Il primo tolse quel gigante in piede,
E via per l'aria con esso ne andava;
Tanto  salito, che pi non se vede.
L'altro verso Ranaldo se aventava,
Ch di portarsi il baron forse crede;
Con le penne aruffate zuffellava,
L'ale ha distese ed ogni branca aperta;
Ranaldo mena un colpo di Fusberta.

E gi non prese in quel ferire errore:
Ambe le branche ad un tratto tagliava.
Sent quello uccellaccio un gran dolore;
Via va cridando, e mai pi non tornava.
Ecco di verso il celo un gran romore:
L'altro grifone il gigante lasciava.
Non so se campar di quel gran salto:
Pi de tre mila braccia era ito ad alto.

Ronando vena con gran tempesta:
Ranaldo il vede gi del cel cadere;
Pargli che al dritto venghi di sua testa,
E quasi in capo gi sel crede avere.
Lui vede la sua morte manifesta,
N sa come a quel caso provedere;
Per tutto ove egli fugge, o sta a guardare,
Sembra il gigante in quella parte andare.

E gi vicino a terra  gionto al basso:
Poco  Ranaldo da lui dilungato,
Che li cade vicino a men d'un passo.
Percosse al capo quel dismisurato,
E mena nel cader s gran fraccasso,
Che tremar fece intorno tutto il prato.
Tal periglio a Ranaldo  stato un sogno;
Ora aiutilo Dio, ch egli  bisogno.

Per che quel grifone in gi vena
Ad ale chiuse, con tanto romore,
Che il celo e tutta l'aria ne fremia,
Ed oscurava il sole il suo splendore,
Cos grande ombra quel campo copria:
Mai non fo vista una bestia maggiore.
Turpin lo scrive lui per cosa certa,
Che ogni ala  dece braccia, essendo aperta.

Ranaldo fermo il grande uccello aspetta,
Ma poco tempo bisogna aspettare,
Perch, quale  di foco una saetta,
Cotal vide il grifon sopra arivare.
Lui si stava ben scorto alla vedetta;
Nella sua gionta un colpo ebbe a menare:
Sotto la gorga, a ponto al canaletto
Gionse un traverso, e fese assai nel petto.

Non fu quel colpo troppo aspro e mortale,
Per che al suo voler non l'ebbe clto;
Quel torna al cel battendo le grande ale,
E furoso ancor gi se  rivolto.
Gionse ne l'elmo quel fiero animale,
E il cerchio con lo ungion tutto ha disciolto,
N 'l rompe, n lo intacca, tanto  fino!
Lo elmo  fatato, e gi fo di Mambrino.

Su vola spesso, e gi torna a ferire;
Ranaldo non la puote indovinare,
Che una sol volta lo possa colpire.
Stava la donna la pugna a guardare,
E di paura se credea morire,
Non gi di s, che non gli avia a pensare,
N de esser quivi lei se ricordava:
Del baron teme, e sol per lui pregava.

Per la notte vicina il giorno oscura,
E la battaglia ancora pur durava.
Di questo sol Ranaldo avea paura,
De non veder la bestia che volava;
Onde per trarne fin pone ogni cura,
Ogni partito in l'animo pensava;
Al fin non trova quel che debba fare,
Poi che per l'aria lui non puote andare.

Alfin su il prato tutto se distende
Gi riversato, come fusse morto;
Quello uccellaccio subito discende,
Ch non si fu di tale inganno accorto,
Ed a traverso con le branche il prende.
Stava Ranaldo in su lo aviso scorto;
Non fu s presto da l'uccel gremito,
Che men il brando il cavalliero ardito.

Proprio sopra alla spalla il colpo serra,
E nervi e l'osso Fusberta fraccassa;
Di netto una ala li mand per terra,
Ma per questo la fiera gi nol lassa.
Con ambedue le grife il petto afferra,
E sbergo e maglia e piastra tutte passa
E l'uno e l'altro ungion strenge s forte,
Che pare a quel baron sentir la morte.

Ma non per tanto lascia de ferire;
Or nella pancia il passa or nel gallone,
Di tante ponte, che il fece morire;
Poi si levava in piede quel barone.
Gran periglio ha portato, a non mentire;
Lui Dio ringrazia con devozone;
E gi la dama al palafren lo invita,
Parendo a lei la cosa esser finita.

Ma Ranaldo quel loco avia veduto,
Dove stava il destrier meraviglioso;
Se non avesse il fatto a pien saputo,
Sera stato in sua vita doloroso.
Era quel sasso orribile ed arguto:
Dentro vi passa il principe animoso;
Da cento passi vicino alla intrata
Era di marmo una porta intagliata.

Di smalto era adornata quella porta,
Di perle e di smiraldi, in tal lavoro
Che non fu mai da uno occhio d'omo scorta
Cosa de un pregio di tanto tesoro.
Stava nel mezo una donzella morta,
Ed avea scritto sopra in lettre d'oro:
'Chi passa quivi, ar di morte stretta,
Se non giura di far la mia vendetta;

Ma se giura lo oltraggio vendicare,
Che mi fu fatto con gran tradimento,
Avr quel bon destriero a cavalcare,
Che di veloce corso passa il vento.'
Or non stette Ranaldo pi a pensare,
Ma a Dio promette, e fanne giuramento,
Che quanta vita e forza l'avr scorto,
Vendicher la dama occisa a torto.

Poi passa dentro, e vede quel destriero,
Che de catena d'oro era legato,
Guarnito aponto a ci che fa mestiero,
Di bianca seta tutto copertato.
Egli come un carbone  tutto nero,
Sopra la coda ha pel bianco meschiato;
Cos la fronte ha partita de bianco,
La ungia di dietro ancora al pede manco.

Destrier del mondo con questo si vanta
Correre al paro, e non ne tro Baiardo,
Del qual per tutto il mondo oggi si canta.
Quello  pi forte, destro e pi gagliardo;
Ma questo aveva leggierezza tanta,
Che dietro a s lasciava un sasso, un dardo,
Uno uccel che volasse, una saetta,
O se altra cosa va con maggior fretta.

Ranaldo fuor di modo se allegrava
Di aver trovato tanto alta ventura;
Ma la catena a un libro se chiavava,
Che avea di sangue tutta la scrittura.
Quel libro, a chi lo legge, dichiarava
Tutta la istoria e la novella oscura
Di quella dama occisa su la porta,
Ed in che forma, e chi l'avesse morta.

Narrava il libro come Trufaldino,
Re di Baldaco, falso e maledetto,
Aveva un conte al suo regno vicino,
Ardito e franco, e de virt perfetto;
Ed era tanto de ogni lodo fino,
Che il re malvaggio n'avea gran dispetto.
Fo quel baron nominato Orrisello;
Montefalcone ha nome il suo castello.

Avea il conte Orrisello una sorella,
Che de tutt'altre dame era l'onore,
Perch  di viso e di persona bella;
Di leggiadria, di grazia e di valore
Se alcuna fo compita, lei fu quella.
Essa portava a un cavalliero amore,
Nobil di schiatta e famoso de ardire,
Leggiadro e bello a pi non poter dire.

Il sol, che tutto 'l mondo volta intorno,
Non vedea un altro par de amanti in terra
S de beltade e de ogni lode adorno.
Una voglia, uno amor questi duo serra,
E cresce ogniora pi di giorno in giorno.
Or Trufaldino a possanza di guerra
Mai non puotria pigliar Montefalcone,
Ch sua fortezza  fuor de ogni ragione.

Sopra de un sasso terribile e duro,
Un miglio ad alto, per stretto sentiero,
Se perveniva al smisurato muro;
N a questo s'apressava di leggiero,
Perch un profondo fosso e largo e scuro
Volge il castello intorno tutto intiero;
Ciascuna porta ove dentro si vane,
Ha di tre torre fuora un barbacane.

Con incredibil cura si guardava
Questa fortezza de il franco Orrisello;
Lui temea Trufaldin che lo odava,
E fatto ha gi pi assalti a quel castello,
E con vergogna sempre ritornava.
Or sapeva quel re de ogni altro fello
Che la sorella del conte, Albarosa,
Polindo amava sopra ogni altra cosa.

Polindo il cavallier  nominato,
Albarosa la dama delicata,
Quella de che aggio sopra ragionato
Che amava tanto, ed era tanto amata.
Ora quel cavalliero inamorato
Andava alla ventura alcuna fiata,
Cercando e regni per ogni confino:
In corte si trov di Trufaldino.

Era quel re malvaggio e traditore,
Ciascuna cosa sapea simulare:
A Polindo faceva molto onore,
Con gran proferte e cortese parlare;
E prometteli aiuto e gran favore,
Quando Albarosa voglia conquistare.
Diversa cosa  lo amor veramente!
Teme ciascuno, e crede ad ogni gente.

Chi altri mai che Polindo avria creduto
A quel malvaggio mancator di fede,
Che cos da ciascuno era tenuto?
Il cavallier nol stima e ci non crede;
Anci di avere il proferito aiuto
Sempre procaccia, e mai l'ora non vede
Che Albarosa la bella tenga in braccio;
E de altra cosa non se dona impaccio.

Poi che la dama fu tentata in vano
Che dentro dalla rocca toglia gente,
A Polindo promette e giura in mano
Una notte partirse quietamente,
Al pi del sasso scender gioso al piano,
Ed esserli in sua vita obedente,
Andar con lui, e far tutte sue voglie:
Esso promette a lei tuorla per moglie.

L'ordine dato se pone ad effetto.
Avea gi Trufaldin prima donata
A Polindo una rocca da diletto,
Longe a Montefalcone una giornata.
Qui dentro intrarno senza altro rispetto
Quel cavalliero e la giovene amata.
Cenando insieme con gran festa e riso,
Eccoti Trufaldin quivi improviso.

Vaga fortuna, mobile ed incerta,
Che alcun diletto non lascia durare!
Sotto la terra  una strata coperta,
Per quella nella rocca se pu andare.
Avea il malvaggio questa cosa esperta,
Perci li volse la rocca donare.
Cos cenando, e doi de amore accesi
Fuor de improvviso crudelmente presi.

Polindo di parlar gi non ardiva,
Per non far seco la dama perire;
Ma di grande ira e rabbia se moriva,
Ch non pu a Trufaldin sua voglia dire.
Quel re comanda alla dama che scriva
Al suo german che a lei debba venire,
Fingendo che Polindo l'ha menata
Dentro a una selva grande e smisurata;

E quivi a forza rinchiusa la tene,
Sotto la guarda di tre suoi famigli;
Ma se lui quivi secreto ne viene,
Vl che Polindo e quelli insieme pigli;
Che le cagion diragli intiere e piene
Di sua partita, e non se meravigli;
Che poi lo chiarir che il suo camino
Campato ha lui di man di Trufaldino.

La dama dice de voler morire
Pi presto che tradire il suo germano;
N per minaccie o per piacevol dire
Pu far che prenda pur la penna in mano.
Il re fa incontinente qui venire
Un tormento aspro, crudo ed inumano,
Che con ferro affocato e membri straccia:
Quella fanciulla prende nella faccia.

Nella faccia pigli col ferro ardente:
Non se lamenta lei, n getta voce;
Alla richiesta risponde nente.
Quel focoso tormento assai pi coce
Polindo, che vi stava di presente;
E bench fosse de animo feroce,
E de uno alto ardir pieno in veritate,
Pur cade in terra per molta pietate.

Narrava il libro tutte queste cose,
Ma pi destinto, e con altre parole;
Ch vi erano atti con voci pietose,
E quel dolce parlar che usar se suole
Tra l'anime congionte ed amorose.
Eravi che Polindo assai se dole
Pi de Albarosa che del proprio male;
E lei fa del suo amante un altro tale.

Legge Ranaldo quella istoria dura,
E molto pianto da gli occhi li cade;
Nel viso se conturba sua figura
Per quell'estremo caso de pietade.
Una altra fiata sopra al libro giura
Di vendicar quella aspra crudeltade;
E torna fuora il cavallier soprano
Con quel destrier che ha nome Rabicano.

Sopra di quello  il cavallier salito,
E via cavalca con la damisella,
Ma poco andr, e il giorno fo sparito:
Ciascun di lor dismonta dalla sella.
Sotto ad uno albro  Ranaldo adormito,
Dorme vicino a lui la dama bella;
Lo incanto della Fonte de Merlino
Ha tolto suo costume al paladino.

Ora li dorme la dama vicina:
Non ne piglia il barone alcuna cura.
Gi fo tempo che un fiume e una marina
Non avrian posto al suo desio misura;
A un muro, a un monte avria data roina
Per star congionto a quella creatura;
Or li dorme vicina e non gli cale:
A lei, credo io, ne parve molto male.

Gi l'aria se schiariva tutta intorno
Abench il sole ancor non se mostrava;
Di alcune stelle  il cel sereno adorno,
Ogni uccelletto agli arbori cantava;
Notte non era, e non era ancor giorno.
La damisella Ranaldo guardava,
Per che essa al mattino era svegliata;
Dormia il barone a l'erba tutta fiata.

Egli era bello ed allor giovenetto,
Nerboso e asciutto, e de una vista viva,
Stretto ne' fianchi e membruto nel petto:
Pur mo la barba nel viso scopriva.
La damisella il guarda con diletto,
Quasi, guardando, di piacer moriva;
E di mirarlo tal dolcezza prende,
Che altro non vede ed altro non attende.

Sta quella dama di sua mente tratta,
Guardandosi davanti il cavalliero.
Or dentro quella selva aspra e disfatta
Stava un centauro terribile e fiero;
Forma non fo giamai pi contrafatta,
Per che aveva forma di destriero
Sino alle spalle, e dove il collo uscia
E corpo e braccie e membra d'omo avia.

De altro non vive che di cacciasone,
Per quel deserto che  s grande e strano;
Tre dardi aveva e un scudo e un gran bastone,
Sempre cacciando andava per quel piano;
Alora alora avea preso un leone,
E cos vivo sel portava in mano.
Rugge il leone e fa gran dimenare;
Per questo se ebbe la dama a voltare,

Ed altramenti sopra li gionga
Tutto improviso il diverso animale.
E forse che Ranaldo occiso avria:
Molto comodo avia di farli male.
La damisella un gran crido mettia:
- Donaci aiuto, o Re celestale! -
A quel crido se desta il baron pronto,
E gi il centauro  sopra di lor gionto.

Ranaldo salta in piede e il scudo imbraccia,
Bench il gigante l'avea fraccassato;
E quel centauro di spietata faccia
Getta il leon, che gi l'ha strangolato.
Ranaldo adosso a lui tutto se caccia:
Quel fugge un poco, e poi se  rivoltato,
E con molta roina lancia un dardo;
Stava Ranaldo con molto riguardo,

S che nol puote a quel colpo ferire.
Or lancia l'altro con molta tempesta;
L'elmo scamp Ranaldo dal morire,
Ch proprio il gionse a mezo della testa;
L'altro ancor getta, e nol puote colpire.
Ma gi per questo la pugna non resta,
Perch il centauro ha preso il suo bastone,
E va saltando intorno al campone.

Tanto era destro, veloce e leggiero,
Che Ranaldo se vede a mal partito;
Lo esser gagliardo ben li fa mestiero.
Quello animal il tien tanto assalito,
Che apressar non se puote al suo destriero;
Girato ha tanto, che quasi  stordito.
A un grosso pin se accosta, che non tarda:
Questo col tronco a lui le spalle guarda.

Quello omo contrafatto e tanto strano
Saltando va de intorno tuttavia;
Ma il principe, che avia Fusberta in mano,
Discosto a sua persona lo tena.
Vede il centauro afaticarsi in vano,
Per la diffesa che il baron faca;
Guarda alla dama dal viso sereno,
Che di paura tutta vena meno.

Subitamente Ranaldo abandona,
E leva dello arcion quella donzella;
Fredda nel viso e in tutta la persona
Alor divenne quella meschinella.
Ma questo canto pi non ne ragiona;
Ne l'altro contar la istoria bella
Di questa dama, e quel ch'io dissi avante,
Tornando ad Agricane e Sacripante.

Canto decimoquarto

Aveti inteso la battaglia dura
Che fa Ranaldo, la persona accorta,
E come la diversa creatura
Prese la dama, e in groppa se la porta.
Non domandati se ella avea paura:
Tutta tremava, e in viso parea morta;
Ma pur, quanto la voce li bastava,
Al cavalliero aiuto dimandava.

Via va correndo lo animal legiero
Con quella dama in groppa scapigliata;
A lei sempre ha rivolto il viso fiero,
Ed a s stretta la tiene abracciata.
Or Ranaldo se accosta al suo destriero;
Ben se gura Baiardo in quella fiata,
Ch quel centauro  tanto longe assai,
Che averlo gionto non se crede mai.

Ma poi che ha preso in man la ricca briglia
Di quel destrier che al corso non ha pare,
De esser portato da il vento asimiglia:
A lui par proprio di dover volare.
Mai non fu vista una tal meraviglia;
Tanto con l'occhio non se pu guardare
Per la pianura, per monte e per valle,
Quanto il destrier se il lascia dalle spalle.

E non rompeva l'erba tenerina,
Tanto ne andava la bestia legiera;
E sopra alla rugiada matutina
Veder non puossi se passato vi era.
Cos, correndo con quella roina,
Gionse Ranaldo sopra una rivera,
Ed allo entrar de l'acqua, a ponto a ponto,
Vede il centauro sopra al fiume gionto.

Quel maledetto gi non l'aspettava,
Ma, via fuggendo, nequitosamente
La bella dama nel fiume gettava:
Gi ne la porta il fiumicel corrente.
Che di lei fosse, e dove ella arivava,
Poi lo odirete nel canto presente;
Ora il centauro a quel baron se volta,
Poi che di groppa se ha la dama tolta;

E cominciorno a l'acqua la battaglia,
Con fiero assalto, dispietato e crudo;
Vero  che il bon Ranaldo ha piastra e maglia,
E quel centauro  tutto quanto nudo:
Ma tanto  destro e mastro de scrimaglia,
Che coperto se tien tutto col scudo;
E il destrier del segnor de Montealbano
Corrente  assai, ma mal presto alla mano.

Grosso era il fiume al mezo dello arcione,
De sassi pieno, oscuro e ronoso.
Mena il centauro spesso del bastone,
Ma poco nce al baron valoroso,
Che gioca di Fusberta a tal ragione
Che tutto quello ha fatto sanguinoso;
Tagliato ha il scudo il cavalliero ardito,
E gi da trenta parte l'ha ferito.

Esce del fiume quello insanguinato,
Ranaldo insieme con Fusberta in mano,
N se fu da lui molto dilungato,
Che gionto l'ebbe quel destrier soprano;
Quivi lo occise sopra al verde prato.
Or sta pensoso il sir de Montealbano,
Non sa che far, n in qual parte se vada:
Persa ha la dama, guida de sua strada.

A s d'intorno la selva guardava,
E sua grandezza non puotea stimare;
La speranza de uscirne gli mancava,
E quasi adrieto volea ritornare,
Ma tanto ne la mente desava
Da quello incanto il conte Orlando trare,
Che sua ventura destina finire,
O, questa impresa seguendo, morire.

Ver Tramontana prende la sua via,
Dove il guidava prima la donzella;
Ed ecco ad una fonte li apparia
Un cavalliero armato in su la sella.
Or Turpin lascia questa diceria,
E torna a raccontar l'alta novella
Del re Agricane, quel tartaro forte,
Che  chiuso in Albrac dentro alle porte.

Dentro a quella citade era rinchiuso,
E fa soletto quella ardita guerra:
Il popol tutto quanto ha lui confuso.
Sappiati che Albrac, la forte terra,
Da uno alto sasso calla al fiume giuso,
E da ogni lato un mur la cinge e serra,
Che se dispicca da il castello altano,
Volgendo il sasso insino al monte piano.

Sopra del fiume ariva la murata,
Con grosse torre e belle a riguardare.
Quella fiumana Drada  nominata,
N estate o verno mai se pu vargare.
Una parte del muro  qui cascata:
Quei della terra non hanno a curare,
Ch il fiume  tanto grosso e s corrente,
Che di battaglia non temon nente.

Ora io vi dissi s come Agricane
Fa la battaglia dentro alla citate;
Re Sacripante  con seco alle mane,
Con gente della terra in quantitate.
Prove se fier' dignissime e soprane
Per l'uno e l'altro, e sopra l'ho narrate;
E lasciai proprio che una schiera nova
Dietro alle spalle de Agrican se trova.

Nulla ne cura quel re valoroso,
Ma con molta roina  rivoltato;
Mena a due mane il brando sanguinoso.
Questo novo trapel che ora  arivato,
Era un forte barone ed animoso,
Torindo il Turco, che era ritornato
Con molta di sua gente in compagnia;
Per altre parte gionse a questa via.

Quel tartaro ne' Turchi urta Baiardo,
Getta per terra tutta quella gente;
Ora ecco Sacripante, il re gagliardo,
Che l'ha seguito continamente.
Tanto non  legier cervo ni pardo,
Quanto  quel re circasso veramente;
Non vale ad Agrican sua forza viva,
Tanta  la gente che adosso gli ariva.

Gi son le bocche delle strate prese,
Chiuse con travi, ed ogni altra serraglia;
Le schiere dalle mure son discese,
E corre ciascaduno alla battaglia:
Non vi rimase alcuno alle diffese.
Or quei del campo, quella gran canaglia,
Chi per le mure intr, chi per le porte,
Tutti cridando: - Alla morte! alla morte! -

Onde fu forza a l'aspro Sacripante
Ed a Torindo alla rocca venire;
Angelica gi dentro era davante,
E Trufaldin, che fo il primo a fuggire.
Morte son le sue gente tutte quante;
La grande occison non se pu dire:
Morto  Varano, e prima Savarone,
Re della Media, franco campione.

Morirno questi fora delle porte,
Dove la gran battaglia fo nel piano.
Brunaldo ebbe sua fine in altra sorte:
Radamanto lo occise de sua mano.
Quel Radamanto ancor diede la morte
Dentro alle mura al valoroso Ungiano;
Tutta la gente di sua compagnia
Fo il giorno occisa alla battaglia ria.

E tutta la citate hanno gi presa:
Mai non fu vista tal compassone.
La bella terra da ogni parte  incesa,
E sono occise tutte le persone;
Sol la rocca di sopra se  diffesa
Ne l'alto sasso, dentro dal zirone:
Tutte le case in ciascuno altro loco
Vanno a roina, e son piene di foco.

La damisella non sa che si fare,
Poi che  condotta a cos fatto scorno;
In quella rocca non  che mangiare,
Apena evi vivande per un giorno.
Chi l'avesse veduta lamentare
E battersi con man lo viso adorno,
Uno aspro cor di fiera o di dragone
Seco avria pianto di compassone.

Dentro alla rocca son tre re salvati
Con la donzella, e trenta altre persone,
Per la pi parte a morte vulnerati.
La rocca  forte fora di ragione,
Onde tra lor se son deliberati
Che ciascuno occidesse il suo ronzone,
E far contra de' Tartari contesa,
Sin che Dio li mandasse altra diffesa.

Angelica dapoi prese partito
Di ricercare in questo tempo aiuto;
Lo annel meraviglioso aveva in dito,
Che chi l'ha in bocca, mai non  veduto.
Il sol sotto la terra ne era gito,
E il bel lume del giorno era perduto:
Torindo e Trufaldino e Sacripante
La damisella a s chiama davante.

A lor promette sopra alla sua fede
In vinti giorni dentro ritornare,
E tutti insieme e ciascadun richiede
Che sua fortezza vogliano guardare;
Che forse avr Macon di lor mercede,
Perch essa andava aiuto a ricercare
Ad ogni re del mondo, a ogni possanza,
Ed ottenerlo avia molta speranza.

E cos detto, per la notte bruna
La damisella monta al palafreno,
Via camminando al lume della luna,
Tutta soletta, sotto al cel sereno.
Mai non fo vista da persona alcuna,
Bench di gente fosse intorno pieno;
Ma a questi la fatica e la vittoria
Li avea col sonno tolto ogni memoria.

N bisogno ebbe di adoprar lo annello,
Ch, quando il sol lucente fo levato,
Ben cinque leghe  longe dal castello,
Che era da' suoi nemici intornato.
Lei sospirando riguardava quello,
Che con tanto periglio avea lasciato;
E cos caminando tutta via,
Passata ha Orcagna, e gionse in Circasia.

Gionse alla ripa di quella rivera,
Dove il franco Ranaldo occiso avia
Lo aspro centauro, maledetta fiera.
Come la dama nel prato giongia,
Un vecchio assai dolente nella ciera
Piangendo forte contro a lei vena,
E con man gionte ingenocchion la chiede
Che del suo gran dolore abbia mercede.

Diceva quel vecchione: - Un giovenetto,
Conforto solo a mia vita tapina,
Mio unico figliolo e mio diletto,
Ad una casa che  quindi vicina,
Con febre ardente se iace nel letto,
N per camparlo trovo medicina;
E se da te non prende adesso aiuto,
Ogni speranza e mia vita rifiuto. -

La damigella, che  tanto pietosa,
Comincia il vecchio molto a confortare:
Che lei cognosce l'erbe ed ogni cosa
Qual se apertenga a febre medicare.
Ahi sventurata, trista e dolorosa!
Gran meraviglia la far campare.
La semplicetta volge il palafreno
Dietro a quel vecchio, che  de inganni pieno.

Ora sappiati che il vecchio canuto,
Che in quella selva stava alla campagna,
Per prender qualche dama era venuto,
Come se prende lo uccelletto a ragna;
Per ci che ogni anno dava di tributo
Cento donzelle al forte re de Orgagna.
Tutte le prende con inganno e scherno,
E prese poi le manda a Poliferno.

Per che ivi lontano a cinque miglia
Sopra de un ponte una torre  fondata:
Mai non fo vista tanta meraviglia,
Ch ogni persona che  quivi arivata,
Dentro a quella pregion se stesso piglia.
Quivi n'avea il vecchio gran brigata,
Che tutte l'avea prese con tale arte,
Fuor quella sol che fu di Brandimarte.

Per che quella, come io vi contai,
Fo dal centauro gettata nel fiume.
Essa nel fondo non and giamai,
Per che de natare avea costume.
Quella onda, che  corrente pur assai,
Gi ne la mena, come avesse piume;
Al ponte la port, che mai non tarda,
Dove la torre  de quel vecchio in guarda.

Lui dal fiume la trasse meza morta,
E fecela curar con gran ragione
Da quella gente che avea seco in scorta,
Ch medici l aveva, e pi persone;
Poi la condusse dentro a quella porta,
Dove con l'altre stava alla pregione.
De Angelica diciamo, che vena
Con quel falso vecchione in compagnia.

Come alla torre fo dentro passata,
Quel vecchio fora nel ponte restava.
Incontinente la porta ferrata,
Senza che altri la tocchi, se serrava.
Alor se avide quella sventurata
Del falso inganno, e forte lamentava;
Forte piangia, battendo il viso adorno:
L'altre donzelle a lei son tutte intorno.

Cercano tutte con dolce parole
La dolorosa dama confortare;
E, come in cotal caso far si sle,
Ciascuna ha sua fortuna a racontare;
Ma sopra a l'altre piangendo si dole,
N quasi pu per gran doglia parlare,
De Brandimarte la saggia donzella,
Che Fiordelisa per nome se appella.

Lei sospirando conta la sciagura
Di Brandimarte da lei tanto amato:
Come, andando con essa alla ventura,
Fo con Astolfo al giardino arrivato,
Dove tra fiori, a la fresca verdura,
L'ha Dragontina ad arte smemorato;
E, in compagnia de Orlando paladino,
Sta con molti altri presi nel giardino.

E come essa dapoi, cercando aiuto,
Se gionse con Ranaldo in compagnia;
E tutto quel che gli era intravenuto,
Senza mentire, a ponto lo dicia;
E del gigante, e del grifone ungiuto,
E de Albarosa la gran villania,
E del centauro al fin, bestia diversa,
Che l'avia dentro a quel fiume sumersa.

Piangeva Fiordelisa a cotal dire,
Membrando l'alto amor de che era priva.
Eccoti odirno quella porta aprire,
Che un'altra dama sopra al ponte ariva.
Angelica destina di fuggire;
Gi non la pu veder persona viva:
Lo incanto dello annel s la coperse,
Che fuora usc, come il ponte se aperse.

Non fo vista da alcuno in quella fiata,
Tanta  la forza dello incantamento;
E fra se stessa, andando, ssi apensata
E fatto ha nel suo cor proponimento
Di voler gire a quella acqua fatata
Che tira l'omo fuor de sentimento,
L dove Orlando ed ogni altro barone
Tien Dragontina alla dolce prigione.

E caminando senza alcun riposo,
Al bel verzier fo gionta una matina.
In bocca avia lo annel meraviglioso:
Per questo non la vede Dragontina.
Di fora aveva il palafreno ascoso,
Ed essa a piede fra l'erbe camina,
E caminando, a lato ad una fonte,
Vede iacerse armato il franco conte.

Perch la guarda faceva quel giorno,
Stavasi armato a lato alla fontana.
Il scudo a un pino avea sospeso e il corno;
E Brigliadoro, la bestia soprana,
Pascendo l'erbe gli girava intorno.
Sotto una palma, a l'ombra prossimana,
Un altro cavallier stava in arcione:
Questo era il franco Oberto dal Leone.

Non so, segnor, se odisti pi contare
L'alta prodezza de quel forte Oberto;
Ma fu nel vero un baron de alto affare,
Ardito e saggio, e de ogni cosa esperto.
Tutta la terra intorno ebbe a cercare,
Come se vede nel suo libro aperto.
Costui facea la guarda alora quando
Gionse la dama a lato al conte Orlando.

Il re Adrano e lo ardito Grifone
Stan ne la loggia a ragionar de amore;
Aquilante cantava e Chiarone,
L'un dice sopra, e l'altro di tenore;
Brandimarte fa contra alla canzone.
Ma il re Ballano, ch' pien di valore,
Stassi con Antifor de Albarosia:
De arme e di guerra dicon tutta via.

La damisella prende il conte a mano,
Ed a lui pose quello annello in dito,
Lo annel che fa ogni incanto al tutto vano.
Or se  in se stesso il conte risentito,
E scorgendosi presso il viso umano
Che gli ha de amor s forte il cor ferito,
Non sa come esser possa, e apena crede
Angelica esser quivi, e pur la vede.

La damisella tutto il fatto intese:
S come nel giardino era venuto,
E come Dragontina a inganno il prese,
Alor che ogni ricordo avia perduto.
Poi con altre parole se distese,
Con umil prieghi richiedendo aiuto
Contra Agricane, il qual con cruda guerra
Avea spianata ed arsa la sua terra.

Ma Dragontina, che al palagio stava,
Angelica ebbe vista gi nel prato.
Tutti e suoi cavallier presto chiamava,
Ma ciascun se ritrova disarmato.
Il conte Orlando su l'arcion montava,
Ed ebbe Oberto ben stretto pigliato,
Avengach da lui quel non se guarda;
Lo annel li pose in dito, che non tarda.

E gi son accordati i duo guerrieri
Trar tutti gli altri de incantazone.
Or quivi racontar non  mestieri
Come fosse nel prato la tenzone.
Prima fr presi i figli de Olivieri,
L'uno Aquilante, e l'altro fo Grifone;
Il conte avante non li cognoscia:
Non dimandati se allegrezza avia.

Grande allegrezza ferno i duo germani,
Poi che se fo l'un l'altro cognosciuto.
Or Dragontina fa lamenti insani,
Ch vede il suo giardino esser perduto.
Lo annel tutti e suoi incanti facea vani:
Sparve il palagio, e mai non fo veduto;
Lei sparve, e il ponte, e il fiume con tempesta:
Tutti e baron restarno alla foresta.

Ciascun pien di stupor la mente avia,
E l'uno e l'altro in viso si guardava;
Chi s, chi non, di lor se cognoscia.
Primo di tutti il gran conte di Brava
Fece parlare a quella compagnia,
E ciascadun, pregando, confortava
A dare aiuto a quella dama pura,
Che li avea tratti di tanta sciagura.

Raconta de Agricane il grande attedio,
Che avea disfatta sua bella citade,
Ed intorno alla rocca avia lo assedio.
Gi son quei cavallier mossi a pietade,
E giurr tutti di porvi rimedio,
In sin che in man potran tenir le spade,
E di fare Agricane indi partire,
O tutti insieme in Albraca morire.

Gi tutti insieme son posti a camino,
Via cavalcando per le strate scorte.
Ora torniamo al falso Trufaldino,
Che dimorava a quella rocca forte.
Lui fu malvagio ancor da piccolino,
E sempre peggior sino alla morte;
Non avendo i compagni alcun suspetto,
Prese e Cercassi e i Turchi tutti in letto.

Non valse al bon Torindo esser ardito,
N sua franchezza a l'alto Sacripante,
Ch ciascadun de loro era ferito
Per la battaglia de il giorno davante,
E per sangue perduto indebilito;
E fur presi improvisi in quello istante.
Legolli Trufaldino e piedi e braccia,
E de una torre al fondo ambi li caccia.

Poi manda un messagiero ad Agricane,
Dicendo che a sua posta ed a suo nome
Avia la rocca e il forte barbacane,
E che due re tena legati; e come
Volea donarli presi in le sue mane.
Ma il Tartaro a quel dire alci le chiome;
Con gli occhi accesi e con superba faccia,
Cos parlando, a quel messo minaccia:

- Non piaccia a Trivigante, mio segnore,
N per lo mondo mai se possa dire
Che allo esser mio sia mezo un traditore:
Vincer voglio per forza e per ardire,
Ed a fronte scoperta farmi onore.
Ma te con il segnor far pentire,
Come ribaldi, che aviti ardimento
Pur far parole a me di tradimento.

Bene aggio avuto avviso, e certo sollo,
Che non se pu tenir lunga stagione;
A quella rocca impender poi farollo,
Per un de' piedi, fuora de un balcone,
E te col laccio ataccar al suo collo;
E ciascadun li  stato compagnone
A far quel tradimento tanto scuro,
Ser de intorno impeso sopra al muro. -

Il messagier, che lo vedea nel volto
Or bianco tutto, or rosso come un foco,
Ben se serebbe volentier via tolto,
Ch gionto si vedeva a strano gioco;
Ma, sendosi Agricane in l rivolto
Partisse de nascoso di quel loco.
Par che il nabisso via fuggendo il mene;
De altro che rose avea le brache piene.

Dentro alla rocca ritorna tremando,
E fece a Trufaldin quella ambasciata.
Ora torniamo al valoroso Orlando,
Che se ne vien con l'ardita brigata,
E giorno e notte forte cavalcando,
Sopra de un monte ariva una giornata:
Dal monte se vedea, senza altro inciampo,
La terra tutta e de' nimici il campo.

Tanta era quivi la gente infinita,
E tanti pavaglion, tante bandiere,
Che Angelica rimase sbigotita,
Poi che passar convien cotante schiere
Prima che nel castel faccia salita.
Ma quei baron driccir le mente altiere,
E destinarno che la dama vada
Dentro alla rocca per forza di spada.

E nulla sapean lor del tradimento,
Che il falso Trufaldin fatto li avia;
Ma sopra al monte, con molto ardimento,
Dnno ordine in qual modo ed in qual via
La dama se conduca a salvamento
A mal dispetto di quella zinia.
Guarniti de tutte arme e suo' destrieri,
Fan lo consiglio li arditi guerreri.

Ed ordinr la forma e la maniera
Di passar tutta quella gran canaglia.
Il conte Orlando  il primo alla frontera
Con Brandimarte a intrare alla battaglia:
Poi son quattro baroni in una schiera,
Che de intorno alla dama fan serraglia:
Oberto ed Aquilante e Chiarone,
E il re Adrano  il quarto compagnone.

Quelli hanno ad ogni forza e vigoria
Tenir la dama coperta e diffesa.
Poi son tre, gionti insieme in compagnia,
Che della drietoguarda hanno la impresa:
Grifone ed Antifor de Albarosia,
E il re Ballano, quella anima accesa.
Or questa schiera  s de ardire in cima,
Che tutto il resto del mondo non stima.

Calla de il monte la gente sicura,
Con Angelica in mezo di sua scorta,
La qual tutta tremava de paura,
E la sua bella faccia para morta;
E gi son giunti sopra alla pianura,
N si  di loro ancor la gente accorta.
Ma il conte Orlando, cavalliero adorno,
Alcia la vista, e pone a bocca il corno.

A tutti quanti li altri era davante,
E suonava il gran corno con tempesta:
Quello era un dente integro di elefante.
Lo ardito conte de suonar non resta;
Disfida quelle gente tutte quante,
Agrican, Poliferno e ogni sue gesta:
E tutti insieme quei re di corona
Isfida a la battaglia, e forte suona.

Quando fu il corno nel campo sentito,
Che in ciel feriva con tanto rumore,
Non vi fu re, n cavalliero ardito
Che non avesse di quel suon terrore;
Solo Agricane non fu sbigotito,
Che fu corona e pregio di valore;
Ma con gran fretta l'arme sue dimanda,
E fa sue schiere armar per ogni banda.

Fu in gran fretta il re Agricane armato:
Di grosse piastre il sbergo se vestia,
Tranchera la sua spada cense al lato,
E uno elmo fatto per nigromanzia
Al petto ed a le spalle ebbe alacciato.
Cosa pi forte al mondo non avia:
Salomone il fie' far col suo quaderno,
E fu collato al foco dello inferno.

E veramente crede il campone
Che una gran gente mo li viene adosso,
Per ch'inteso avia che Galafrone
Esercito adunava a pi non posso,
Perch era quel castel di sua ragione,
E destinava di averlo riscosso.
Costui stimava scontrare Agricane,
Non con Orlando venire alle mane.

Gi son spiegate tutte le bandiere,
E suonan li instromenti da battaglia;
Il re Agricane ha Baiardo il destriere
Da le ungie al crine coperto di maglia,
E vien davanti a tutte le sue schiere.
Ne l'altro canto dir la travaglia,
E de nove baroni un tale ardire,
Che mai nel mondo pi se odette dire.

Canto decimoquinto

Stati ad odir, segnor, se vi  diletto,
La gran battaglia ch'io vi vo' contare.
Ne l'altro canto di sopra ve ho detto
De nove cavallier, che hanno a scontrare
Due millon de popol maledetto;
E come e corni se odivan suonare,
Trombe, tamburi e voce senza fine,
Che par che il mondo se apra e 'l cel roine.

Quando nel mar tempesta con romore
Da tramontana il vento furoso,
Grandine e pioggia mena e gran terrore,
L'onda se oscura dal cel nubiloso.
Con tal roina e con tanto furore
Levasi il crido nel cel polveroso;
Prima de tutti Orlando l'asta aresta,
Verso Agrican viene a testa per testa.

E se incontrarno insieme e due baroni,
Che avean possanza e forza smisurata,
E nulla se piegarno de li arcioni,
N vi fo alcun vantaggio quella fiata.
Poi se voltarno a guisa de leoni;
Ciascun con furia trasse for la spata,
E comincir tra lor la acerba zuffa.
Or l'altra gente gionge alla baruffa;

S che fu forza a quei duo cavallieri
Lasciar tra lor lo assalto cominciato,
Bench se dipartr mal volontieri,
Ch ciascun se tenea pi avantaggiato.
Il conte se retira ai suoi guerreri,
Brandimarte li  sempre a lato a lato;
Oberto, Chiarone ed Aquilante
Sono alle spalle a quel segnor de Anglante.

Ed  con loro il franco re Adrano,
Segue Antifor e lo ardito Grifone,
Ed in mezo di questi il re Ballano.
Or la gran gente fora di ragione
Per monte e valle, per coste e per piano,
Seguendo ogni bandiera, ogni pennone,
A gran roina ne vien loro adosso,
E con tal crido, che contar nol posso.

Dicean quei cavallier: - Brutta canaglia,
E vostri cridi non varran nente;
Vostro furor ser foco di paglia,
Tutti sereti occisi incontinente. -
Or se incomincia la crudel battaglia
Tra quei nove campioni e quella gente;
Ben se puotea veder il conte Orlando
Spezzar le schiere e disturbar col brando.

Il re Agricane a lui solo attendia,
E certamente assai li d che fare;
Ma Brandimarte e l'altra compagnia
Fan con le spade diverso tagliare,
E tanto uccidon di quella zinia,
Che altro che morti al campo non appare.
Verso la rocca vanno tutta fiata,
E gi presso li sono ad una arcata.

Nel campo de Agricane era un gigante,
Re di Comano, valoroso e franco,
Ed era lungo dal capo alle piante
Ben vinti piedi, e non  un dito manco:
Di lui ve ho racontato ancor davante
Che prese Astolfo, e nome ha Radamanto.
Costui se mosse con la lancia in mano,
E riscontr su il campo il re Ballano.

Fer quel re di drieto nelle spalle
Il malvaggio gigante e traditore,
Che del destrier il fie' cadere a valle,
N valse al re Ballan suo gran valore.
Allo ardito Grifon forte ne calle,
E volta a Radamanto con furore;
E comencir battaglia aspra e crudele,
Con animo adirato e con mal fiele.

Levato  il re Ballan con molto ardire,
E francamente al campo si mantiene;
Ma gi non puote al suo destrier salire,
Tanto  la gente che adosso li viene.
Esso non resta intorno de ferire,
La spada sanguinosa a due man tiene;
Lui nulla teme e i compagni conforta:
Fatto se ha un cerchio della gente morta.

Il re de Sueza, forte campone,
Che per nome  chiamato Santaria,
Con una lancia d'un grosso troncone
Scontr con Antifor di Albarossia;
Gi non lo mosse ponto dello arcione,
Ch il cavalliero ha molta vigoria,
E se diffende con molta possanza;
A prima giunta li tagli la lanza.

Argante di Rossia stava da parte,
Guardando la battaglia tenebrosa;
Ed ecco ebbe adocchiato Brandimarte,
Che facea prova s meravigliosa,
Che contar non lo pu libro n carte.
Tutta la sua persona  sanguinosa;
Mena a due mane quel brando tagliente,
Chi parte al ciglio, e chi perfino al dente.

A lui se driccia il smisurato Argante
Sopra a un destrier terribile e grandissimo,
E fer il scudo a Brandimarte avante.
Ma lui tanto era ardito e potentissimo,
Che nulla cura de l'alto gigante,
Bench sia nominato per fortissimo,
Ma con la spada in mano a lui s'affronta;
Ogni lor colpo ben Turpin raconta.

Ma io lascio de dirli nel presente:
Pensati che ciascun forte se adopra.
Ora tornamo a dir de l'altra gente;
Bench la terra de morti se copra,
Quelle gran schiere non sceman nente.
Par che lo inferno li mandi di sopra,
Da poi che sono occisi, un'altra volta,
Tanto nel campo vien la gente folta.

Fermi non stanno e nove cavallieri,
Ma ver la rocca vanno a pi non posso;
La strata fanno aprir coi brandi fieri,
Ducento millia n'ha ciascuno adosso.
Lasciar Ballano a forza li  mestieri,
Ch fo impossibil de averlo riscosso;
Li altri otto ancora son tornati insieme,
Tutta la gente adosso di lor preme.

E detti re son con loro alle mane,
Ciascun di pregio e gran condizone.
Lurcone e Radamanto ed Agricane
E Santaria e Brontino e Pandragone,
Argante, che fo lungo trenta spane,
Uldano e Poliferno e Saritrone;
Tutti eno insieme, e con gran vigoria
Atterrr Antifor de Albarossia.

La schiera de quei quattro, che io contai
Che copriva la dama, in sua diffesa
Facea prodezze e meraviglie assai,
Ma troppo  disegual la lor contesa.
Agrican di ferir non resta mai,
Ch vl la dama ad ogni modo presa,
E gente ha seco di cotanto affare
Che a lor convien la dama abandonare.

Ed essa, che se vede a tal partito,
Di gran paura non sa che si fare,
Scordase dello annel che aveva in dito,
Col qual potea nascondersi e campare.
Lei tanto ha il spirto freddo e sbigotito,
Che de altra cosa non pu racordare;
Ma solo Orlando per nome dimanda,
A lui piangendo sol se racomanda.

Il conte, che alla dama  longi poco,
Ode la voce che cotanto amava;
Nel core e nella faccia viene un foco,
Fuor de l'elmo la vampa sfavillava;
Batteva e denti e non trovava loco,
E le genocchie s forte serrava,
Che Brigliadoro, quel forte corsiero,
Della gran stretta cade nel sentiero;

A bench incontinente fo levato.
Ora ascoltati fuora di misura
Colpi diversi de Orlando adirato,
Che pure a racontarli  una paura.
Il scudo con roina avia gettato,
Ch tutto il mondo una paglia non cura;
Scrolla la testa quella anima insana,
Ad ambe man tiene alta Durindana;

Spezza la gente per tutte le bande.
Or fuor delli altri ha scorto Radamanto
(Prima lo vide, perch era il pi grande):
Tutto il tagli da l'uno a l'altro fianco,
In duo cavezzi per terra lo spande;
N di quel colpo non parve gi stanco,
Ch sopra a l'elmo gionse a Saritrone,
E tutto il fese insino in su l'arcione.

Non prende alcun riposo il paladino,
Ma fulminando mena Durindana,
E non risguarda grande o piccolino,
Li altri re taglia e la gente mezzana.
Mala ventura l mostr Brontino,
Che dominava la terra Normana:
Dalla spalla del scudo e piastre e maglia
Sino alla coscia destra tutto il taglia.

Ora ecco il re de' Goti, Pandragone,
Che viene a Orlando crucoso avante;
Questo se fida nel suo compagnone,
Perch alle spalle ha il fortissimo Argante.
Orlando verso lor va di rondone,
Che gi bene adocchiato avia il gigante;
Ma perch a Pandragone agionse in prima,
Per il traverso delle spalle il cima.

A traverso del scudo il gionse a ponto,
E l'una e l'altra spalla ebbe troncata.
Argante era con lui tanto congionto,
Che non puot schiffarsi in questa fiata,
Ma proprio di quel colpo, come io conto,
Li fo a traverso la panza tagliata;
Per ch'Argante fu di tanta altura,
Che Pandragon li dava alla cintura.

Quel gran gigante volta il suo ronzone
E per le schiere se pone a fuggire,
Portando le budelle su lo arcione.
Mai non se arest il conte di ferire;
Non ha, come suolea, compassone,
Tutta la gente intorno fa morire;
Piet non vale, o dimandar mercede:
Tanto  turbato, che lume non vede.

Non ebbe il mondo mai cosa pi scura
Che fo a mirare il disperato conte;
Contra sua spada non vale armatura;
Di gente occisa ha gi fatto un gran monte,
Ed ha posto a ciascun tanta paura,
Che non ardiscon di mirarlo in fronte.
Par che ne l'elmo e in faccia un foco gli arda:
Ciascun fugge cridando: - Guarda! guarda! -

Agrican combattea con Aquilante
Alor che Orlando mena tal roina;
Angelica ben presso gli  davante,
Che trema come foglia la meschina.
Eccoti gionto quel conte de Anglante;
Con Durindana mai non se raffina:
Or taglia omini armati, ora destrieri,
Urta pedoni, atterra cavallieri.

Ed ebbe visto il Tartaro da canto,
Che facea de Aquilante un mal governo,
Ed ode della dama il tristo pianto:
Quanta ira allora accolse, io nol discerno.
Su le staffe se riccia, e dassi vanto
Mandar quel re de un colpo nello inferno;
Mena a traverso il brando con tempesta,
E proprio il gionse a mezo della testa.

Fu quel colpo feroce e smisurato,
Quanto alcuno altro dispietato e fiero;
E se non fosse per lo elmo incantato,
Tutto quanto il tagliava de legiero.
Sbalordisce Agricane, e smemorato
Per la campagna il porta il suo destriero;
Lui or da un canto, or dall'altro si piega,
Fuor di se stesso and ben meza lega.

Orlando per lo campo lo seguia
Con Brigliadoro a redina bandita;
In questo il re Lurcone e Santaria
Con gran furor la dama hanno assalita.
Ciascun de' quattro ben la diffendia,
Ma non vi fu rimedio alla finita:
Tanto la gente adosso li abondaro,
Che al mal suo grado Angelica lasciaro.

Re Santaria davante in su l'arcione
Dal manco braccio la dama portava,
E stava a lui davanti il re Lurcone;
Poliferno ed Uldano il seguitava.
Era a vedere una compassone
La damigella come lacrimava;
Iscapigliata crida lamentando,
Ad ogni crido chiama il conte Orlando.

Oberto, Clarone ed Aquilante
Erano entrati nella schiera grossa,
E di persona fan prodezze tante,
Quante puon farsi ad aver la riscossa;
Ma le lor forze non eran bastante,
Tutta  la gente contra de lor mossa.
Ora Agricane in questo se risente:
Tranchera ha in mano, il suo brando tagliente.

Verso de Orlando nequitoso torna
Per vendicare il colpo ricevuto;
Ma il conte vede quella dama adorna,
Che ad alta voce li domanda aiuto.
L se rivolta, che gi non soggiorna,
Ch tutto il mondo non l'avria tenuto;
Pi de una arcata se puotea sentire
L'un dente contra a l'altro screcienire.

Il primo che trov, fo il re Lurcone,
Che avanti a tutti vena per lo piano.
Il conte il gionse in capo di piatone,
Per che 'l brando se rivolse in mano;
Ma pur lo gett morto dello arcione,
Tanto fo il colpo dispietato e strano.
L'elmo and fraccassato in sul terreno,
Tutto di sangue e di cervello pieno.

Or ascoltati cosa istrana e nova,
Che il capo a quel re manca tutto quanto,
N dentro a l'elmo o altrove se ritrova,
Cos l'aveva Durindana infranto.
Ma Santaria, che vede quella prova,
Di gran paura trema tutto quanto,
N riparar se sa da il colpo crudo,
Se non se fa de quella dama scudo.

Per che Orlando gi gli  gionto adosso,
N diffender se pu, n pu fuggire;
Temeva il conte di averlo percosso,
Per non far seco Angelica perire.
Essa cridava forte a pi non posso:
- Se tu me ami, baron, famel sentire!
Occidi me, io te prego, con tue mane;
Non mi lasciar portare a questo cane. -

Era in quel ponto Orlando s confuso,
Che non sapeva apena che se fare.
Ripone il brando il conte di guerra uso,
E sopra a Santaria se lascia andare,
N con altra arma che col pugno chiuso
Se destina la dama conquistare;
Re Santaria, che senza brando il vede,
Di averlo morto o preso ben se crede.

La dama sostenia da il manco lato,
E nella destra mano avea la spada.
Con essa un aspro colpo ebbe menato;
Ma bench il brando sia tagliente e rada,
Gi non se attacca a quel conte affatato.
Esso non stette pi nente a bada:
Sopra a quel re ne l'elmo un pugno serra,
E morto il gett sopra della terra.

Per bocca e naso uscia fuora il cervello,
Ed ha la faccia di sangue vermiglia.
Or se comincia un altro gran zambello,
Per che Orlando quella dama piglia,
E via ne va con Brigliadoro isnello,
Tanto veloce, che  gran meraviglia.
Angelica  sicura di tal scorta,
E del castello  gi gionta alla porta.

Ma Trufaldino alla torre se affaccia,
N gi dimostra di volere aprire;
A tutti e cavallier crida e minaccia
Di farli a doglia ed onta ripartire;
Con dardi e sassi a gi forte li caccia.
La dama di dolor volea morire;
Tutta tremava smorta e sbigotita,
Poi che se vede, misera! tradita.

La grossa schiera de' nemici ariva:
Agricane  davante e il fiero Uldano;
Quella gran gente la terra copriva
Per la costa del monte e tutto il piano.
Chi fia colui che Orlando ben descriva,
Che tien la dama e Durindana in mano?
Soffia per ira e per paura geme;
Nulla di s, ma de la dama teme.

Egli avea della dama gran paura,
Ma di se stesso temeva nente.
Trufaldin li cacciava dalle mura,
Ed alla rocca il stringe l'altra gente.
Cresce d'ogni ora la battaglia dura,
Perch da il campo continamente
Tanta copia di frezze e dardi abonda,
Che par che il sole e il giorno se nasconda.

Adrano, Aquilante e Chiarone
Fanno contra Agrican molta diffesa;
E Brandimarte, che ha cor di leone,
Par tra' nemici una facella accesa.
Il franco Oberto e l'ardito Grifone
Molte prodezze ferno in quella impresa.
Sotto la rocca stava il paladino,
Ed umilmente prega Trufaldino,

Che aggia pietade di quella donzella
Condotta a caso di tanta fortuna;
Ma Trufaldino per dolce favella
Non piega l'alma di piet digiuna,
Ch un'altra non fu mai cotanto fella
N traditrice sotto della luna.
Il conte priega indarno: a poco a poco
L'ira gli cresce, e fa gli occhi di foco.

Sotto la rocca pi se fu appressato,
E tien la dama coperta col scudo;
E verso Trufaldin fu rivoltato
Con volto acceso e con sembiante crudo.
Ben che non fusse a minacciare usato,
Ma pi presto a ferire, il baron drudo
Or lo scridava con tanta bravura,
Che, non ch'a lui, ma al cel mettea paura.

Stringeva e denti e dicea: - Traditore!
Ad ogni modo non puotrai campare,
Ch questo sasso in meno de quattro ore
Voglio col brando de intorno tagliare,
E pigliar la rocca a gran furore,
E gi nel piano la vo' trabuccare;
E strugger quel campo tutto quanto,
E tu serai con loro insieme afranto. -

Cridava il conte in voce s orgogliosa,
Che non sembrava de parlare umano.
Trufaldino avia l'alma timorosa,
Come ogni traditore ha per certano;
E vista avia la forza valorosa,
Che mostrata avea il conte sopra al piano;
Ch sette re mandati avia dispersi,
Rotti e spezzati con colpi diversi.

E gi pareva a quel falso ribaldo
Veder la rocca de intorno tagliata,
E roinar il sasso a gi di saldo
Adosso ad Agricane e sua brigata,
Perch vedeva il conte de ira caldo,
Con gli occhi ardenti e con vista avampata.
Onde a un merlo se affaccia e dice: - Sire,
Piacciati un poco mia ragione odire.

Io non lo niego, e negar non sapria,
Ch'io non abbia ad Angelica fallito;
Ma testimonio il celo e Dio me sia
Che mi fu forza a prender tal partito
Per li duo miei compagni e sua fola,
Bench ciascun da me si tien tradito;
Ch vennerno con meco a questone,
Ed io li presi, e posti li ho in pregione.

E bench meco essi abbiano gran torto,
Da loro io non avria perdon giamai;
E come fosser fuora, io sera morto,
Perch di me son pi potenti assai;
Onde per questo io te ragiono scorto,
Che mai qua dentro tu non intrarai,
Se tua persona non promette e giura
Far con sua forza mia vita sicura.

E simil dico de ogni altro barone,
Che voglia teco nella rocca entrare:
Giurar prima de esser campone
Per mia persona, e la battaglia fare
Contra a ciascuno, e per ogni cagione
Che alcun dimanda o possa dimandare;
Poi tutti insieme giurareti a tondo
Far mia diffesa contra tutto il mondo. -

Orlando tal promessa ben li niega,
Anci il minaccia con viso turbato;
Ma quella dama, che egli ha in braccio, il prega,
E stretto al collo lo tiene abracciato;
Onde quel cor feroce al fin se piega.
Come volse la dama, ebbe giurato;
E similmente ogni altro cavalliero
Giura quel patto a pieno e tutto intiero.

S come dimandar si seppe a bocca,
Fu fatto Trufaldin da lor sicuro.
Lui poi apre la porta e il ponte scocca,
Ed intr ciascun dentro al forte muro.
Or pi vivande non  nella rocca,
Fuor che mezo destrier salato e duro.
Orlando, che di fame vena meno,
Ne mangi un quarto, ed anco non  pieno.

Li altri mangiorno il resto tutto quanto,
S che bisogna de altro procacciare.
Brandimarte e Adran se tran da canto;
Chiarone ed Oberto de alto affare
Col conte Orlando insieme se dan vanto
Gran vittualia alla rocca portare:
Ad Aquilante e il suo fratel Grifone
Rest la guarda de il forte girone.

Perch alcun cavallier non se fidava
Di Trufaldin, malvaggia creatura,
Per la guardia nova se ordinava
E la diffesa intorno a l'alte mura.
E gi l'alba serena se levava,
Poi che passata fo la notte oscura,
N ancora era chiarito in tutto il giorno,
Che Orlando  armato, e forte sona il corno.

Ode il gran suono la gente nel piano,
Che a tutti quanti morte li minaccia.
Ben se spaventa quel popol villano;
Non rimase ad alcun colore in faccia.
Ciascun piangendo batte mano a mano;
Chi fugge, e chi nasconder se procaccia,
Per che il giorno avanti avian provato
Il furor crudo de Orlando adirato.

Per questo il campo, la parte maggiore,
Per macchie e fossi ascosi se apiatava;
Ma il re Agricane e ciascun gran segnore
Minacciando sua gente radunava.
Non fu sentito mai tanto rumore
Per la gran gente che a furor se armava;
Non ha bastone il re Agrican quel crudo,
Ma le sue schiere fa col brando nudo;

E come vede alcun che non  armato,
O che se alonghi alquanto della schiera,
Subitamente il manda morto al prato.
Guarda de intorno la persona altiera,
E vede il grande esercito adunato,
Che tien da il monte insino alla riviera.
Quattro leghe  quel piano in ogni verso:
Tutto lo copre quel popol diverso.

Gran maraviglia ha il re Agricane il fiero
Che quella gente, grande oltra misura,
Sia spaventata da un sol cavalliero;
Perch ciascun tremava di paura,
Ed esso per se solo in sul destriero
Di contrastare a tutti si assecura;
Quei cavallieri e Orlando paladino
Manco li stima che un sol fanciullino.

E sol se avanta il campo mantenire
A quanti ne uscir di quella rocca;
Tutti li sfida e mostra molto ardire,
Forte suonando col corno alla bocca.
Ne l'altro canto potereti odire
Come l'un l'altro col brando se tocca,
Che mai pi non sentisti un tal ferire:
Poi di Ranaldo tornarovi a dire.

Canto decimosesto

Tutte le cose sotto della luna,
L'alta ricchezza, e' regni della terra,
Son sottoposti a voglia di Fortuna:
Lei la porta apre de improviso e serra,
E quando pi par bianca, divien bruna;
Ma pi se mostra a caso della guerra
Instabile, voltante e ronosa,
E pi fallace che alcuna altra cosa;

Come se puote in Agrican vedere,
Quale era imperator de Tartaria,
Che avia nel mondo cotanto potere,
E tanti regni al suo stato obedia.
Per una dama al suo talento avere,
Sconfitta e morta fu sua compagnia;
E sette re che aveva al suo comando
Perse in un giorno sol per man di Orlando.

Onde esso al campo, come disperato
Suonando il corno, pugna dimandava,
Ed avea il conte Orlando disfidato,
Con ogni cavallier che il seguitava;
E lui soletto, s come era, al prato
Tutti quanti aspettarli se vantava.
Ma della rocca gi se calla il ponte,
Ed esce fuora armato il franco conte.

Alle sue spalle  Oberto da il Leone,
E Brandimarte, che  fior di prodezza,
Il re Adrano e il franco Chiarone:
Ciascun quella gran gente pi disprezza.
Angelica se pose ad un balcone,
Perch Orlando vedesse sua bellezza;
E cinque cavallier con l'asta in mano
Gi son dal monte gi callati al piano.

Quel re feroce a traverso li guarda:
Quasi contra a s pochi andar se sdegna;
Par che tutta la faccia a foco li arda,
Tanto ha l'anima altiera de ira pregna.
Voltasi alquanto a sua gente codarda,
In cui bontade n virt non regna,
N a lor se digna de piegar la faccia,
Ma con gran voce comanda e minaccia:

- Non fusse alcun de voi, zentaglia ville,
Che si movesse gi per darmi aiuto!
Se ben venisser mille volte mille
Quanti n'ha 'l mondo, e quanti n'ha gi auto,
Con Ercule e Sanson, Ettor e Achille,
Ciascun fia da me preso ed abattuto;
E come occisi ho quei cinque gagliardi,
Ogni om di voi da me poi ben si guardi.

Ch tutti quanti, gente maledetta,
Prima che il sole a sera gionto sia,
Vi tagliar col brando in pezzi e in fetta,
E spargerove per la prataria;
Perch in eterno mai non se rasetta
A nascer de voi stirpe in Tartaria
Che faccia tal vergogna al suo paese,
Come voi fate nel campo palese. -

Quel populaccio tremando se crola
Come una legier foglia al fresco vento,
N se avrebbe sentito una parola,
Tanto ciascuno avea de il re spavento.
Trasse Agricane sua persona sola
Fuor della schiera, e con molto ardimento
Pone alla bocca il corno e suona forte:
Ribomba il suono e carne e sangue e morte.

Orlando, che ben scorge in ogni banda
Del re Agricane il smisurato ardire,
A Ies Cristo per grazia dimanda
Che lo possa a sua fede convertire.
Fassi la croce e a Dio si racomanda,
E poi che vede il Tartaro venire,
Ver lui se mosse con molto ardimento:
Il corso de il destrier par foco e vento.

Se forse insieme mai scontrr due troni,
Da levante a ponente, al cel diverso,
Cos proprio se urtarno quei baroni;
L'uno e l'altro a le croppe and riverso.
Poi che ebber fraccassato e lor tronconi
Con tal ruina ed impeto perverso,
Che qualunque era d'intorno a vedere,
Pens che il cel dovesse gi cadere.

Del suo Dio se ricorda ogni om di loro,
Ciascuno aiuto al gran bisogno chiede.
Fu per cadere a terra Brigliadoro:
A gran fatica il conte il tiene in piede.
Ma il bon Baiardo corre a tal lavoro,
Che la polver de lui sola se vede;
Nel fin del corso se volt de un salto,
Verso de Orlando, sette piedi ad alto.

Era ancor gi rivolto il franco conte
Contra al nemico, con la mente altiera;
La spada ha in mano che fu del re Almonte.
Cos tratto Agricane avea Tranchera;
E se trovarno due guerreri a fronte,
E di cotali al mondo pochi ne era;
E ben mostrarno il giorno, alla gran prova,
Che raro in terra un par de lor se trova.

Non  chi de essi pieghi o mai se torza,
Ma colpi adoppia sempre, che non resta;
E come lo arboscel se sfronde e scorza
Per la grandine spessa che il tempesta,
Cos quei duo baron con viva forza
L'arme han tagliate, fuor che della testa;
Rotti hanno e scudi e spezzati i lamieri,
N l'un n l'altro ha in capo pi cimieri.

Pens finir la guerra a un colpo Orlando,
Perch ormai gli incresceva il lungo gioco,
Ed a due man su l'elmo men il brando;
Quel torn verso il cel gettando foco.
Il re Agrican fra' denti ragionando,
A lui diceva: "Se me aspetti un poco,
Io ti far la prova manifesta
Chi de noi porta megliore elmo in testa."

Cos dicendo un gran colpo disserra
Ad ambe mano, ed ebbe opinone
Mandare Orlando in due parte per terra,
Ch fender se 'l credea fin su lo arcione.
Ma il brando a quel duro elmo non s'afferra,
Ch anco egli era opra de incantazone.
Fiello Albrizac, il falso negromante,
E diello in dono al figlio de Agolante;

Questo lo perse, quando a quella fonte
Lo occise Orlando in braccio a Carlo Mano.
Or non pi zanze: ritornamo al conte,
Che ricevuto ha quel colpo villano.
Da le piante sudava insin la fronte,
E di far sua vendetta  ben certano;
A poco a poco l'ira pi se ingrossa,
A due man mena con tutta sua possa.

Da lato a l'elmo gionse il brando crudo,
E gi discese della spalla stanca;
Pi de un gran terzo li tagli del scudo,
E l'arme e' panni, insin la carne bianca,
S che mostrar li fece 'l fianco nudo;
Calla gi il colpo, e discese ne l'anca,
E carne e pelle aponto li risparma,
Ma taglia il sbergo, e tutto lo disarma.

Quando quel colpo sente il re Agricane,
Dice a se stesso: "E' mi convien spaciare.
S'io non me affretto di menar le mane,
A questa sera non credo arivare;
Ma sue prodezze tutte seran vane,
Ch'io il voglio adesso allo inferno mandare;
E non  maglia e piastra tanto grossa,
Che a questo colpo contrastar mi possa."

Con tal parole a la sinestra spalla
Mena Tranchera, il suo brando affilato;
La gran percossa al forte scudo calla,
E pi de mezo lo gett su il prato.
Gionse nel fianco il brando che non falla,
E tutto il sbergo ha de il gallon tagliato;
Manda per terra a un tratto piastre e maglia,
Ma carne o pelle a quel ponto non taglia.

Stanno a veder quei quattro cavallieri
Che venner con Orlando in compagnia,
E mirando la zuffa e i colpi fieri,
E tutti insieme e ciascadun dicia
Che il mondo non avia duo tal guerreri
Di cotal forza e tanta vigoria.
Gli altri pagan, che guardan la tenzone,
Dicean: - Non ce  vantaggio, per Macone! -

Ciascun le botte de' baron misura,
Ch ben iudica e colpi a cui non dole;
Ma quei duo cavallier senza paura
Facean de' fatti, e non dicean parole.
E gi durata  la battaglia dura
A l'ora sesta da il levar del sole,
N alcun di loro ancor si mostra stanco,
Ma ciascun di loro  pi che pria franco.

S come alla fucina in Mongibello
Fabrica troni il demonio Vulcano,
Folgore e foco batte col martello,
L'un colpo segue a l'altro a mano a mano;
Cotal se odiva l'infernal flagello
Di quei duo brandi con romore altano,
Che sempre han seco fiamme con tempesta;
L'un ferir suona a l'altro, e ancor non resta.

Orlando gli men d'un gran riverso
Ad ambe man, di sotto alla corona,
E fu il colpo tanto aspro e s diverso,
Che tutto il capo ne l'elmo gli intona.
Avea Agricane ogni suo senso perso;
Sopra il col di Baiardo se abandona,
E sbigotito se attacc allo arcione:
L'elmo il camp, che fece Salamone.

Via ne lo porta il destrier valoroso;
Ma in poco de ora quel re se risente,
E torna verso Orlando, furoso
Per vendicarse a guisa di serpente.
Mena a traverso il brando ronoso,
E gionse il colpo ne l'elmo lucente:
Quanto puote ferire ad ambe braccia,
Proprio il percosse a mezo della faccia.

Il conte riversato adietro inchina,
Ch dileguate son tutte sue posse;
Tanto fo il colpo pien di gran roina,
Che su la groppa la testa percosse;
Non sa se egli  da sera, o da matina,
E bench alora il sole e il giorno fosse,
Pur a lui parve di veder le stelle,
E il mondo lucigar tutto a fiammelle.

Or ben li monta lo estremo furore:
Gli occhi riversa e strenge Durindana.
Ma nel campo se leva un gran romore,
E suona nella rocca la campana.
Il crido  grande, e mai non fo maggiore:
Gente infinita ariva in su la piana
Con bandiere alte e con pennoni adorni,
Suonando trombe e gran tamburi e corni.

Questa  la gente de il re Galafrone,
Che son tre schiere, ciascuna pi grossa.
Per quella rocca, che  di sua ragione,
Vien con gran furia ad averla riscossa;
Ed ha mandato in ogni regone,
E meza la India ha ne l'arme commossa;
E chi vien per tesor, chi per paura,
Perch  potente e ricco oltra a misura.

Dal mar de l'oro, ove l'India confina,
Vengon le gente armate tutte quante.
La prima schiera con molta roina
Mena Archiloro il Negro, che  gigante;
La seconda conduce una regina,
Che non ha cavallier tutto il levante
Che la contrasti sopra della sella,
Tanto  gagliarda, e ancor non  men bella.

Marfisa la donzella  nominata,
Questa ch'io dico; e fo cotanto fiera,
Che ben cinque anni sempre stette armata
Da il sol nascente al tramontar di sera,
Perch al suo dio Macon se era avotata
Con sacramento, la persona altiera,
Mai non spogliarse sbergo, piastre e maglia,
Sin che tre re non prenda per battaglia.

Ed eran questi il re de Sericana,
Dico Gradasso, che ha tanta possanza,
Ed Agricane, il sir de Tramontana,
E Carlo Mano, imperator di Franza.
La istoria nostra poco adietro spiana
Di lei la forza estrema e la arroganza,
S che al presente pi non ne ragiono,
E torno a quei che gionti al campo sono.

Con romor s diverso e tante crida
Passato han Drada, la grossa riviera,
Che par che il cel profondi e se divida.
Dietro alle due vena l'ultima schiera;
Re Galifrone la governa e guida
Sotto alle insegne di real bandiera,
Che tutta  nera, e dentro ha un drago d'oro.
Or lui vi lascio, e dico de Archiloro,

Che fo gigante di molta grandezza,
N alcuna cosa mai volse adorare,
Ma biastema Macone e Dio disprezza,
E a l'uno e l'altro ha sempre a minacciare.
Questo Archiloro con molta fierezza
Primeramente il campo ebbe assaltare;
Come un demonio uscito dello inferno
Fa de' nemici strazio e mal governo.

Portava il Negro un gran martello in mano,
(Ancude non fu mai di tanto peso),
Spesso lo mena, e non percote in vano:
Ad ogni colpo un Tartaro ha disteso.
Contra di lui  mosso il franco Uldano
E Poliferno, di furore acceso,
Con due tal schiere, che il campo ne  pieno;
Ciascuna  cento millia, o poco meno.

E quei duo re, non gi per un camino,
Ch l'un de l'altro alora non se accorse,
Ferirno al Negro nel sbergo acciarino,
E quel si stette di cadere in forse,
E fu per traboccar disteso e chino;
Ma quel ferir contrario lo soccorse,
Ch Poliferno gi l'avea piegato,
Quando il percosse Uldano a l'altro lato.

Sopra alle lancie il Negro se suspese,
Ma gi per questo di colpir non resta;
Per che il gran martello a due man prese,
E fer il Poliferno nella testa,
E tramortito per terra il distese.
Poi volta l'altro colpo con tempesta,
E nel guanciale agionse il forte Uldano,
S che de arcione il fie' cadere al piano.

Quei re distesi rimasero al campo.
Passa Archiloro e mostra gran prodezza;
Come un drago infiammato adduce vampo,
Ed elmi, scudi, maglie e piastre spezza,
N a lui si trova alcun riparo o scampo:
Tutta la gente occide con fierezza;
Fugge ciascuno e non lo pu soffrire.
Vede Agricane sua gente fuggire,

E volto a Orlando con dolce favella
Disse: - Deh! cavalliero, in cortesia,
Se mai nel mondo amasti damisella,
O se alcuna forse ami tuttavia,
Io te scongiuro per sua faccia bella,
(Cos la ponga amore in tua bala!):
Nostra battaglia lascia nel presente,
Perch'io doni soccorso alla mia gente.

E bench te pi oltra non cognosca
Se non per cavallier alto e soprano,
Da or ti dono il gran regno di Mosca,
Sino al mar di Rossia, che  l'Oceano.
Il suo re  nello inferno a l'aria fosca:
Tu ve il mandasti iersira con tua mano;
Radamanto fo quel, di tanta altura,
Che col brando partisti alla cintura.

Liberamente il suo regno ti dono,
N credo meglio poterlo alogare,
Ch non ha il mondo cavallier s bono,
Qual di bontate ti possa avanzare:
Ed io prometto e giuro in abandono
Che un'altra volta me voglio provare
Teco nel campo, per far certo e chiaro
Qual cavalliero al mondo non ha paro.

Pi che omo me stimava alora quando
Provata non avea la tua possanza;
N mi credetti aver diffesa al brando,
N altro contrasto al colpo de mia lanza;
Ed odendo talor parlar de Orlando,
Che sta in Ponente nel regno di Franza,
Ogni sue forze curavo io nente,
Me sopra ogni altro stimando potente.

Questa battaglia e lo assalto s fiero
Che  tra noi stato, e l'aspere percosse
Me hanno cangiato alquanto nel pensiero,
E vedo ch'io sono om di carne e d'osse.
Ma domatina sopra de il sentiero
Farem la ultima prova a nostre posse;
E tu in quel ponto o ver la mia persona
Ser del mondo il fiore e la corona.

Ma or ti prego che per questa fiata
Andar me lascia, cavallier, sicuro;
Se alcuna cosa hai mai nel mondo amata,
Per quella sol te prego e te scongiuro.
Vedi mia gente tutta sbaratata
Da quel gigante smisurato e scuro,
E s'io li dono, per tuo merto, aiuto,
Ser in eterno a te sempre tenuto. -

A bench il conte assai fosse adirato
Pel colpo recevuto a gran martre,
E volentier se avesse vendicato,
Alla dimanda non seppe disdire,
Perch uno omo gentil e inamorato
Non puote a cortesia giamai fallire.
Cos lo lasci Orlando alla bona ora,
Ed aiutarlo se proferse ancora.

Esso, che aiuto non cura nente,
Come colui che avea molta arroganza,
Volta Baiardo ch' tanto potente,
Ed a un suo cavallier tolse una lanza.
Quando tornare il vide la sua gente,
Ciascun riprese core e gran baldanza;
Levasi il crido e risuona la riva:
Tutta la gente torna, che fuggiva.

Il re Agricane alla corona d'oro
Ogni sua schiera di novo rasetta;
Lui davanti se pone a tutti loro
Sopra a Baiardo, che sembra saetta,
E foroso vlto ad Archiloro;
Fermo il gigante in su duo pi lo aspetta
Col scudo in braccio e col martello in mano,
Carco a cervelle e rosso a sangue umano.

Il scudo di quel negro un palmo  grosso,
Tutto di nerbo  di elefante ordito.
Sopra di quello Agrican l'ha percosso,
Ed oltra il passa col ferro polito;
Per questo non  lui de loco mosso.
Per quel gran colpo non se piega un dito,
E mena del martello a l'asta bassa:
Giongela a mezo e tutta la fraccassa.

Quel re gagliardo poco o nulla il stima,
Bench veggia sua forza smisurata,
N fo sua lancia fraccassata in prima,
Che egli ebbe in mano la spada affilata,
E col destrier che di bontade  cima,
Intorno lo combatte tutta fiata;
Or dalle spalle, or fronte, mai non tarda,
Spesso lo assale, e ben de lui se guarda.

Sopra a duo piedi sta fermo il gigante,
Come una torre a cima de castello;
Mai non ha mosso ove pose le piante,
E solo adopra il braccio da il martello.
Or gli  lo re di drieto, ora davante,
Sopra a quel bon destrier, che assembra uccello;
Mena Archiloro ogni suo colpo in fallo,
Tanto  legiero e destro quel cavallo.

Stava a vedere e l'una e l'altra gente,
Dico quei de India e quei di Tartaria,
S come a lor non toccasse nente,
Ma sol fosse da duo la pugna ria.
Cos sta ciascadun queto e pon mente,
Lodando ogniuno il suo di vigoria:
Mentre che ciascun guarda e parla e cianza,
Mena Archiloro un colpo di possanza.

Gettato ha il scudo, e il colpo a due man mena,
Ma non gionse Agrican, ch l'avria morto;
Tutto il martello ascose ne l'arena.
Ora il gigante  ben gionto a mal porto:
Callate non avea le braccie apena,
Che il re, qual stava in su lo aviso scorto,
Con tal roina il brando su vi mise,
Che ambe le mane a quel colpo divise.

Restr le mane al gran martello agionte,
S come prima a quello eran gremite;
Fu po' lui morto di taglio e di ponte,
Ch ben date li fr mille ferite;
E parve a ciascun vendicar sue onte,
Perch egli uccise il d gente infinite.
Agricane il lasci, quel segnor forte,
Non se dignando lui darli la morte.

S che fo occiso da gente villane,
Come io ve ho detto, e ogniom fsseli adosso.
Poi che l'ebbe lasciato, il re Agricane
Urta Baiardo tra quel popol grosso,
E pone in rotta le gente indane,
Con tal ruina che contar nol posso.
Quel re li taglia e sprezali con scherno,
E gi son gionti Uldano e Poliferno.

Questi duo re gran pezzo sterno al prato
S come morti e fuor di sentimento,
Ch ciascuno il martello avea provato,
Come io ve dissi, con grave tormento.
Or era l'uno e l'altro ritornato,
E sopra all'Indan, con ardimento,
De il colpo ricevuto fan vendetta,
E chi pi pu, col brando e Nigri affetta.

Non fanno essi riparo, ad altra guisa
Che se diffenda da il fuoco la paglia;
Agrican lor guardava con gran risa,
Ch non degna seguir quella canaglia.
Or sappiati che la dama Marfisa
Ben da due leghe  longi alla battaglia;
Alla ripa del fiume sopra a l'erba
Dormia ne l'ombra la dama superba.

Tanto il core arrogante ha quell'altiera,
Che non volse adoprar la sua persona
Contra ad alcuno, per nulla mainera,
Se quel non porta in capo la corona;
E per questo ne  gita alla rivera,
E sotto un pin dormendo se abandona;
Ma prima, nel smontar che fie' di sella,
Queste parole disse a una donzella,

(Era questa di lei sua cameriera):
Disse Marfisa: - Intendi il mio sermone:
Quando vedrai fuggir la nostra schiera,
E morto o preso lo re Galafrone,
E che atterrata fia la sua bandiera,
Alor me desta e mename il ronzone;
Nanzi a quel ponto non mi far parola,
Ch a vincer basta mia persona sola. -

Dopo questo parlare il viso bello
Colcasi al prato, e indosso ha l'armatura;
E come fosse dentro ad un castello,
Cos dormiva alla ripa sicura.
Ora torniamo a dire il gran zambello
De li Indani, che di alta paura
Vanno a roina, senza alcun riguardo,
Sino alla schiera de il real stendardo.

Re Galafrone ha la schiuma alla bocca,
Poi che sua gente s vede fuggire;
Ben come disperato il caval tocca,
E vl quel giorno vincere, o perire.
La figlia sua, che stava nella rocca,
Lo vide a quel gran rischio di morire,
E temendo de ci, come  dovuto,
Al conte Orlando manda per aiuto.

Manda a pregarlo che senza tardanza
Gli piaccia aiuto al suo patre donare;
E se mai de lui debbe aver speranza,
Voglia quel giorno sua virt mostrare;
E che debbia tenire in ricordanza
Che dalla rocca lo puotria guardare;
S che se adopri, se de amore ha brama,
Poich al iudicio sta della sua dama.

Lo inamorato conte non si posa,
E trasse Durindana con furore,
E fie' battaglia dura e tenebrosa,
Come io vi conter tutto il tenore.
Ma al presente io lascio qui la cosa,
Per tornare a Ranaldo di valore,
Qual, come io dissi, dentro un bel verziero
Vide giacersi al fonte un cavalliero.

Piangea quel cavallier s duramente,
Che avria fatto un dragon di s pietoso;
N di Ranaldo si accorgea nente,
Perch avea basso il viso lacrimoso.
Stava il principe quieto, e ponea mente
Ci che facesse il baron doloroso;
E ben che intenda che colui se dole,
Scorger non puote sue basse parole.

Unde esso dismontava dello arcione,
E con parlar cortese il salutava;
E poi li adimandava la cagione
Perch cos piangendo lamentava.
Alci la faccia il misero barone:
Tacendo, un pezzo Ranaldo guardava,
Poi disse: - Cavallier, mia trista sorte
Me induce a prender voluntaria morte.

Ma per Dio vero e per mia f ti giuro,
Che non  ci quel che mi fa dolere;
Anzi alla morte ne vado sicuro,
Come io gissi a pigliare un gran piacere;
Ma solo ene al mio cor doglioso e duro
Quel che morendo mi convien vedere;
Per che un cavallier prodo e cortese
Morir meco, e non vi avr diffese. -

Dicea Ranaldo: - Io te prego, per Dio,
Che me raconti il fatto come  andato,
Poi de saperlo m'hai posto in disio,
Veggendo il tuo languir s sterminato. -
Alci la fronte con sembiante pio
Quel cavallier che giacea sopra il prato,
E poi rispose con doglioso pianto,
Come io vi conter ne l'altro canto.

Canto decimosettimo

Io vi promisi contar la risposta,
Ne l'altro canto, di quel cavalliero
Che avea l'alma a sospirar disposta,
Quando Ranaldo lo trov al verziero,
Presso alla fonte di fronde nascosta;
Ora ascoltati il fatto bene intiero.
Quel cavallier in voce lacrimose
Con tal parole a Ranaldo rispose:

- Vinte giornate de quindi vicina
Sta una gran terra de alta nobiltade,
Che gi de l'Orente fo regina;
Babilonia se appella la citade.
Avia una dama nomata Tisbina,
Che in lo universo, in tutte le contrade,
Quanto il sol scalda e quanto cinge il mare,
Cosa pi bella non se pu mirare.

Nel dolce tempo di mia et fiorita
Fu'io di quella dama possessore,
E fu la voglia mia s seco unita,
Che nel suo petto ascoso era il mio core.
Ad altri la concessi alla finita:
Pensa se a questo fare ebbi dolore!
Lasciar tal cosa  dl maggiore assai
Che desarla e non averla mai.

Come una parte de l'anima mia
Da il cor mi fosse per forza divisa,
Fuor di me stesso vivendo moria,
Pensa tu con qual modo ed a qual guisa!
Due volte torn il sole alla sua via
Per vinte e quattro lune, alla recisa,
Ed io, sempre piangendo, andai mischino
Cercando il mondo come peregrino.

Il lungo tempo e le fatiche assai
Ch'io sosteneva al diverso paese,
Pur me alentarno gli amorosi guai
De che ebbi l'osse e le medolle accese;
E poi Prasildo, a cui quella lasciai,
Fo un cavallier s prodo e s cortese,
Che ancor me giova avermi per lui privo,
E sempre giovar, se sempre vivo.

Or, seguendo la istoria, io me ne andava
Cercando il mondo, come disperato,
E, come volse la fortuna prava,
Nel paese de Orgagna io fu' arivato.
Una dama quel regno governava,
Ch il suo re Poliferno era asembrato
Con Agricane insieme, a far tenzone
Per una figlia de il re Galafrone.

La dama che quel regno aveva in mano,
Sapea de inganni e frode ogni mistiero;
Con falsa vista e con parlare umano
Dava recetto ad ogni forastiero.
Poi che era gionto, se adoprava in vano
Indi partirse, e non vi era pensiero
Che mai bastasse di poter fuggire,
Ma crudelmente convenia morire.

Per che la malvaggia Falerina
(Ch cotal nome ha quella incantatrice
Che ora de Orgagna se appella regina)
Avea un giardino nobile e felice;
Fossa nol cinge, n sepe di spina,
Ma un sasso vivo intorno fa pendice,
E s lo chiude de una centa sola,
Che entro passar non puote chi non vola.

Aperto  il sasso verso il sol nascente,
Dove  una porta troppo alta e soprana;
Sopra alla soglia sta sempre un serpente,
Che di sangue se pasce e carne umana.
A questo date son tutte le gente
Che sono prese in quella terra strana:
Quanti ne gionge, prende ciascuna ora,
E l li manda; e il drago li divora.

Or, come io dissi, in quella regone
Fui preso a inganno, e posto a la catena;
Ben quattro mesi stetti in la pregione,
Che era de cavallieri e dame piena.
Io non ti dico la compassone
Che era a vederci tutti in tanta pena;
Duo ne eran dati al drago in ogni giorno,
Come la sorte se voltava intorno.

Il nome de ciascuno era signato
Insieme de una dama e cavalliero;
E cos ne era a divorar mandato
Quel par che alla pregione era primiero.
Or, stando in questa forma impregionato,
N avendo de campare alcun pensiero,
La ria fortuna che me avia battuto,
Per farmi peggio ancor, mi porse aiuto.

Perch Prasildo, quel baron cortese
Per cui dolente abandonai Tisbina
E Babilonia, il mio dolce paese,
Ebbe a sentir de mia sorte meschina.
Io non sapria gi dir come lo intese;
Ma giorno e notte lui sempre camina,
E, con molto tesoro, iscognosciuto
Fu ne' confini de Orgagna venuto.

Ivi se pose quel baron soprano
Per il mio scampo molto a praticare,
E proferse grande oro al guardano,
Se di nascosto me lasciava andare;
Ma poi che egli ebbe ci tentato in vano,
N a prieghi o prezo lo pote piegare,
Ottenne per danari o per bel dire
Che, per camparmi, lui possa morire.

Cos fui tratto della pregion forte,
E lui fo incatenato al loco mio.
Per darmi vita, lui vl prender morte:
Vedi quanto  il baron cortese e pio!
Ed oggi  il giorno della trista sorte,
Che lui ser condotto al loco rio
Dove il serpente e miseri divora;
Ed io quivi lo aspetto ad ora ad ora.

E bench'io sappia e cognosca per certo
Che bastante non sono a darli aiuto,
Voglio mostrare a tutto il mondo aperto
Quanto a quel cor gentile io sia tenuto
A render guidardon di cotal merto;
Per che, come quivi fia venuto,
Con quei che il menan prender battaglia,
Bench sian mille e pi quella canaglia.

E quando io sia da quella gente occiso,
Serami quel morir tanto iocondo
Ch'io ne andar di volo in paradiso,
Per starmi con Prasildo a l'altro mondo.
Ma quando io penso che ser diviso
Lui da quel drago, tutto mi confondo,
Poi ch'io non posso, ancor col mio morire,
Tuorli la pena di tanto martre. -

Cos dicendo, il viso lacrimoso
Quel cavalliero alla terra abassava.
Ranaldo, odendo il fatto s pietoso,
Con lui teneramente lacrimava,
E con parlar cortese ed animoso,
Proferendo se stesso, il confortava,
Dicendo a lui: - Baron, non dubitare,
Che il tuo compagno ancor puotr campare.

Se dua cotanta fosse la sbiraglia
Che qua lo conduranno, io non ne curo;
Manco gli stimo che un fascio di paglia,
E per la f di cavallier te giuro
Ch'io te li scoter con tal travaglia,
Che alcun di lor non si terr securo
De aver fuggita da mia man la morte,
Sin che sia gionto de Orgagna alle porte. -

Guardando il cavalliero e sospirando,
Disse: - Deh vanne a la tua via, barone!
Ch qua non se ritrova il conte Orlando,
N il suo cognato, che  figlio de Amone.
Noi altri facciamo assai alora quando
Tenemo campo ad un sol campone;
Niuno  pi de uno omo, e sia chi il vuole:
Lascia pur dir, ch tutte son parole.

Prtite in cortesia, ch gi non voglio
Che tu per mia cagion sia quivi gionto;
Parte non hai di quel grave cordoglio
Che me induce a morir, come io t'ho conto;
Ed io non posso mo, s come io soglio,
Renderti grazia, a questo estremo ponto,
Del tuo bon core e de la tua proferta:
Dio te la renda, ed a chiunque il merta. -

Disse Ranaldo: - Orlando non son io,
Ma pure io far quel che aggio proferto;
N per gloria lo faccio o per desio
D'aver da te n guidardon n merto;
Ma sol perch io cognosco, al parer mio,
Che un par de amici al mondo tanto certo
N ora se trova, n mai se  trovato:
S'io fossi il terzo, io me terria beato.

Tu concedesti a lui la donna amata,
E sei del tuo diletto al tutto privo;
Egli ha per te sua vita impregionata,
Or tu sei senza lui di viver schivo.
Vostra amistate non fia mai lasciata,
Ma sempre ser vosco, e morto e vivo;
E se pur oggi aveti ambo a morire,
Voglio esser morto per vosco venire. -

Mentre che ragionarno in tal maniera,
Una gran gente viddero apparire,
Che portano davanti una bandiera,
E due persone menano a morire.
Chi senza usbergo, chi senza gambiera,
Chi senza maglia si vedea venire,
Tutti ribaldi e gente da taverna;
E peggio in ponto  quel che li governa.

Era colui chiamato Rubicone,
Che avia ogni gamba pi d'un trave grossa;
Seicento libre pesa quel poltrone,
Superbo, bestale e di gran possa;
Nera la barba avea come un carbone
Ed a traverso al naso una percossa;
Gli occhi avia rossi, e vedea sol con uno:
Mai sol nascente nol trov digiuno.

Costui menava una donzella avante,
Incatenata sopra un palafreno,
E un cavallier cortese nel sembiante,
Legato come lei, n pi n meno.
Guarda Ranaldo al palafreno amblante,
E ben cognobbe quel baron sereno
Che la meschina  quella damisella
Che gli cont de Iroldo la novella;

Poi li fo tolta ne la selva ombrosa
Da quel centauro contrafatto e strano.
Lui pi non guarda, e senza alcuna posa
De un salto si gett su Rabicano.
Diciamo della gente dolorosa,
Che erano pi de mille in su quel piano:
Come Ranaldo viddero apparire,
Per la pi parte se derno al fuggire.

Gi l'altro cavalliero era in arcione,
Ed avia tratta la spada forbita;
Ma il principe se driccia a Rubicone,
Ch tutta l'altra gente era smarita
E lui faceva sol deffensone.
Questa battaglia fo presto finita,
Perch Ranaldo de un colpo diverso
Tutto il tagli per mezo del traverso.

E d tra li altri con molta tempesta,
Bench de occider la gente non cura,
E spesso spesso de ferir se arresta,
Ed ha diletto de la lor paura;
Ma pur a quattro gett via la testa,
Duo ne partite insino alla cintura;
Lui ridendo e da scherzo combattia,
Tagliando gambe e braccie tuttavia.

Cos restarno al campo e due pregioni,
Ciascun legato sopra il suo destriero,
Poi che fuggiti frno quei bricconi,
Che de condurli a morte avian pensiero.
Su il prato, tra bandiere e gonfaloni
E targhe e lancie,  Rubicone altiero,
Feso per mezo e tagliato le braccia:
Ranaldo gli altri tutta fiata caccia.

Ma Iroldo, il cavallier ch'io vi contai
Che stava alla fontana a lamentare,
Poi che anco egli ebbe de lor morti assai,
Corse quei duo pregioni a dislegare.
Pi non fu lieto alla sua vita mai;
Prasildo abraccia, e non puotea parlare,
Ma, come in gran letizia far si suole,
Lacrime dava in cambio di parole.

Il principe era longe da due miglia,
Sempre cacciando il popol spaventato,
Quando quei duo baron con meraviglia
Guardano a Rubicon, che era tagliato
Per il traverso, alla terra vermiglia.
Essi mirando il colpo smisurato,
Dicean che non era omo, anzi era Dio,
Che s gran busto col brando partio.

Callava gi Ranaldo gi del monte,
Avendo fatta gran destruzone;
Ciascun de' due baron con le man gionte
Come idio l'adorarno ingenocchione,
E a lui devotamente, in voce pronte,
Diceano: - O re del celo, o Dio Macone,
Che per pietate in terra sei venuto
In tanta nostra pena a darci aiuto!

Per cagion nostra gi del cel lucente
Or sei disceso a mostrarci la faccia;
Tu sei lo aiuto de l'umana gente
N mai salvarli il tuo volto si saccia;
Fa ciascadun di noi recognoscente,
Dapoi che ce hai donata cotal graccia,
S che per merto al fin se troviam degni
Di star con teco nelli eterni regni. -

Ranaldo se turb nel primo aspetto,
Veggendosi adorare in veritate;
Ma, ascoltandoli poi, prese diletto
Del paccio aviso e gran simplicitate
De questi, che il chiamavan Macometto,
E a lor rispose con umilitate:
- Questa falsa credenza via togliete,
Ch'io son di terra, s come voi sete.

Tutto  di fango il corpo e questa scorza:
L'anima non, che fo da Cristo espressa;
N ve maravigliati di mia forza,
Ch esso per sua piet me l'ha concessa.
Lui la virtute accende, e lui la smorza,
E quella fede, che il mio cor confessa,
Quando si crede drittamente e pura,
De ogni spavento l'animo assicura. -

Con pi parole poi li racontava
S come egli era il sir de Montealbano;
E tutta nostra fede predicava,
E perch Cristo prese corpo umano;
Ed in concluson tanto operava,
Che l'uno e l'altro se fie' cristano,
Dico Iroldo e Prasildo, per suo amore,
Macon lasciando ed ogni falso errore.

Poi tutti tre parlarno alla donzella,
A lei mostrando diverse ragione
Che pigliar debba la fede novella,
La falsit mostrando di Macone.
Essa era saggia s come era bella,
Per, contrita e con devozone,
Coi cavallieri insieme, a la fontana
Fo per Ranaldo fatta cristana.

Esso da poi con bel parlare espose
Che egli intendeva de andare al giardino,
Qual fatto ha tante gente dolorose,
E con lor se consiglia del camino.
Ma la donzella subito rispose:
- Da tal pensier te guarda Dio divino!
Non potresti acquistare altro che morte,
Tanto  lo incanto a meraviglia forte.

Io aggio un libro, dove sta depinto
Tutto il giardino a ponto, con misura;
Ma nel presente solo avr distinto
Della sua entrata la strana ventura;
Per che quello  de ogni parte cinto
De un'alta pietra, tanto forte e dura,
Che mille mastri a botta de picone
Non ne puotrian spezzar quanto un bottone.

Dove il sol nasce, a mezo un torrone
Evi una porta de marmo polito;
Sopra alla soglia sta sempre il dragone,
Qual, da che nacque, mai non ha dormito,
Ma fa la guarda per ogni stagione;
E quando fosse alcun d'entrare ardito,
Convien con esso prima battagliare:
Ma poi che  vinto, assai li  pi che fare;

Ch incontinente la porta se serra,
N mai per quella si pu far ritorno,
E cominciar conviensi un'altra guerra,
Perch una porta se apre a mezo giorno;
Ad essa in guardia n'esce della terra
Un bove ardito, ed ha di ferro un corno,
L'altro di foco: e ciascun tanto acuto,
Che non vi giova sbergo, piastre o scuto.

Quando pur fosse questa fiera morta,
Che sera gran ventura veramente,
Come la prima,  chiusa quella porta,
E l'altra se apre verso lo occidente,
Ed ha diffesa niente a la sua scorta:
Uno asinel, che ha la coda tagliente
Come una spada, e poi l'orecchie piega
Come li piace, e ciascuno omo lega.

E la sua pelle  di piastre coperta,
E sembra d'oro, e non si pu tagliare;
Sin che egli  vivo, sta sua porta aperta:
Come egli  morto, mai pi non appare.
Ma poi la quarta, come il libro acerta,
Subito s'apre, e l conviensi andare;
Questa risponde proprio a tramontana,
Dove non giova ardire o forza umana.

Ch sopra a quella sta un gigante fiero,
Qual la difende con la spada in mano;
E se egli  occiso de alcun cavalliero,
Della sua morte duo ne nasce al piano.
Duo ne nasce alla morte del primiero,
Ma quattro del secondo a mano a mano,
Otto del terzo, e sedici del quarto
Nascono armati del lor sangue sparto.

E cos crescerebbe in infinito
Il numero di lor, senza menzogna;
S che lascia, per Dio! questo partito,
Che  pien d'oltraggio, danno e di vergogna.
Il fatto proprio sta come hai sentito,
S che farli pensier non ti bisogna.
Molti altri cavallier l sono andati:
Tutti son morti, e mai non son tornati.

Se pur hai voglia di mostrare ardire,
E di provare un'altra novitate,
Assai fia meglio con meco venire
A fare una opra di molta pietate,
Come altra fiata io t'ebbi ancora a dire;
E tu mi promettesti in veritate
Venir con meco, ed esser mio campione,
Per trare Orlando e li altri di pregione. -

Stette Ranaldo un gran pezzo pensoso,
E nulla alla donzella respondia,
Perch entrare al giardin meraviglioso
Sopra ogni cosa del mondo desia,
E non  fatto il baron paroso
Del gran periglio che sentito avia;
Ma la difficult quanto  maggiore,
Pi li par grata e pi degna d'onore.

Da l'altra parte, la promessa fede
Alla donzella, che la ricordava,
Forte lo strenge; e quella ora non vede
Ch'el trovi Orlando, che cotanto amava.
Oltra di questo, ben certo si crede
Un'altra volta, come desava,
A quel giardino soletto venire,
Ed entrar dentro, e conquistarlo, e uscire.

S che nel fin pur se pose a camino
Con la donzella e con quei cavallieri.
Sempre ne vanno, da sira al matino,
Per piano e monte e per strani sentieri;
E della selva gi sono al confino,
Dove suolea vedersi il bel verzieri
Di Dragontina, sopra alla fiumana,
Che ora  disfatto, e tutto  terra piana.

Come io vi dissi, il giardin fu disfatto,
E il bel palagio, e il ponte, e la riviera,
Quando fo Orlando con quelli altri tratto;
Ma Fiordelisa a quel tempo non vi era,
E per non sapea di questo fatto,
E trovar Brandimarte ella se spera,
E con lo aiuto del figliuol de Amone
Trarlo con li altri fuor della pregione.

E cavalcando per la selva scura,
Essendo mezo il giorno gi passato,
Viddon venir correndo alla pianura
Sopra un cavallo uno omo tutt'armato,
Che mostrava alla vista gran paura;
Ed era il suo caval molto affannato,
Forte battendo l'uno e l'altro fianco;
Ma l'omo trema, ed  nel viso bianco.

Ciascadun di novelle il dimandava,
Ma lui non respondeva alcuna cosa,
E pure adietro spesso risguardava.
Dopo, alla fine, in voce parosa,
Perch la lingua col cor li tremava,
Disse: - Male aggia la voglia amorosa
Del re Agricane, ch per quello amore
Cotanta gente  morta a gran dolore!

Io fui, segnor, con molti altri attendato
Intorno ad Albrac con Agricane;
Fo Sacripante de il campo cacciato,
Ed avemmo la terra nelle mane;
Solo il girone ad alto fo servato.
Ed ecco ritornare una dimane
La dama, che la rocca diffendia,
Con nove cavallieri in compagnia:

Tra i quali io vi conobbi il re Ballano
E Brandimarte e Oberto da il Leone;
Ma non cognosco un cavallier soprano,
Che non ha di prodezza parangone.
Tutti soletto ce cacci del piano;
Occise Radamanto e Saritrone
Con altri cinque re, che in quella guerra
Tutti in duo pezi fece andar per terra.

Io vidi (e ancor mi par ch'io l'aggia in faccia)
Giongere a Pandragone in sul traverso;
Tagliolli il petto e nette ambe le braccia.
Da poi ch'io vidi quel colpo diverso,
Dugento miglia son fuggito in caccia,
E volentier me avria nel mar sumerso,
Perch averlo alle spalle ognior mi pare.
A Dio sti; io non voglio aspettare,

Ch'io non mi credo mai esser sicuro,
Sin ch'io non sono a Roccabruna ascoso;
Levar il ponte, e star sopra al muro. -
Queste parole disse il paroso,
E fuggendo nel bosco folto e scuro
Usc de vista nel camino umbroso.
La damisella e ciascun cavalliero
Rimase del suo dire in gran pensiero.

E l'un con l'altro insieme ragionando
Compreser che e baroni eran campati,
E che quel cavalliero  il conte Orlando,
Che facea colpi s disterminati;
Ma non sanno stimare o come o quando,
E con qual modo e' siano liberati;
Ma tutti insieme sono de un volere:
Indi partirsi ed andarli a vedere.

Fuor del deserto, per la dritta strada,
Sopra il mar del Bac van tuttavia.
Essendo gionti al gran fiume di Drada,
Videro un cavallier, che in dosso avia
Tutte arme a ponto, ed al fianco la spada:
Una donzella il suo destrier tena;
Per che alor montava in arcone,
Quella teniva il freno al suo ronzone.

Ai compagni se volse Fiordelisa
Dicendo: - S'io non fallo al mio pensiero,
E se io ramento ben questa divisa,
Quel che vedeti, non  un cavalliero,
Anci una dama, nomata Marfisa,
Che in ogni parte, per ogni sentiero,
Quanto la terra pu cercarsi a tondo,
Cosa pi fera non si trova al mondo.

Unde a voi tutti so ben racordare
Che non entrati di giostra al periglio:
Spaccinci pur de adrieto ritornare.
Credeti a me, che bene io vi consiglio:
Se non ci ha visto, potremo campare,
Ma se adosso vi pone il fiero artiglio,
Morir conviensi con dolore amaro,
Ch non si trova a sua possa riparo. -

Ride Ranaldo di quelle parole,
E del consiglio la dama ringraccia,
Ma veder quella prova al tutto vle;
Prende la lancia, il forte scudo imbraccia.
Era salito a mezo il celo il sole,
Quando quei duo fr gionti a faccia a faccia,
Ciascun tanto animoso e s potente
Che non stimava l'un l'altro nente.

Marfisa riguardava il fio de Amone,
Che li sembrava ardito cavalliero;
Gi tien per guadagnato il suo ronzone,
Ma sudar prima li far mestiero.
Fermosse l'uno e l'altro in su lo arcione
Per trovarse assettato al scontro fiero;
E gi ciascuno il suo destrier voltava,
Quando un messaggio in su il fiume arivava.

Era quel messagiero vecchio antico,
E seco avea da vinti omini armati.
Gionto a Marfisa, disse: - Il tuo nemico
Ce ha tutti al campo rotti e dissipati.
Morto  Archiloro, e non vi valse un fico
Il suo martello e i colpi smisurati;
E fo Agricane che occise il gigante:
Tutta la gente a lui fugge davante.

Re Galafrone a te se racomanda,
Ed in te sola ha posta sua speranza,
L'ultimo aiuto a te sola dimanda.
Fa che il tuo ardire e la tua gran possanza
In questo giorno per nome si spanda;
E il re Agricane, che ha tanta arroganza
Che crede contrastare a tutto il mondo,
Sia per te preso, o morto, o messo al fondo. -

Disse Marfisa: - Un poco ivi rimane,
Ch'io vengo al campo senza far dimora;
Ora che questi tre mi sono in mane,
Darotegli prigioni in poco de ora;
Poi prenderaggio presto il re Agricane,
Che bene aggia Macone e chi lo adora!
Vivo lo prender, non dubitare,
Ed alla rocca lo far filare. -

E pi non disse la persona altiera,
Ma verso il cavallier se ebbe a voltare;
E poi con voce minacciante e fiera
Tutti tre insieme li ebbe a disfidare.
Fo la battaglia sopra alla rivera
Terribile e crudele a riguardare,
Ch ciascun oltra modo era possente,
Come odirete nel canto seguente.

Canto decimottavo

Nel canto qua di sopra aveti odito
Quando Marfisa, quella dama acerba,
Tre cavallier in su il prato fiorito
Avea sfidati con voce superba.
Prasildo era omo presto e molto ardito,
Subitamente se mise per l'erba:
Bench Ranaldo fosse il pi onorato,
Lui prima mosse, senza altro combiato.

Quello scontrar che fie' con la donzella
Roppe sua lancia, e lei gi non ha mossa;
Ma lui de netto usc fuor della sella,
E cadde al prato con grave percossa.
Alor parlava quella dama bella:
- Su, presto, a li altri! che partir me possa.
Vedete qua il messaggio che me affretta,
Ch il re Agricane a battaglia me aspetta. -

Iroldo, come vide il compagnone
Al crudo scontro in su la terra andare,
E tra li armati menarlo pregione,
Corse alla giostra senza dimorare;
E cos cadde anco esso dello arcione.
Ora nel terzo pi ser che fare;
Se vi piace, segnor, state ad odire
La fiera mossa e l'aspero colpire.

Una grossa asta portava Marfisa
De osso e de nerbo, troppo smisurata;
Nel scudo azuro aveva per divisa
Una corona in tre parte spezzata;
La cotta d'arme pure a quella guisa,
E la coperta tutta lavorata;
E per cimer ne l'elmo, al sommo loco,
Un drago verde, che gettava foco.

Era il foco ordinato in tal maniera
Che ardeva con romore e con gran vento;
Quando essa entrava alla battaglia fiera,
Pi gran furor menava e pi spavento;
Ogni malia che ha in dosso e ogni lamiera
Tutti eran fatti per incantamento;
Da capo a piedi per questa armatura
Era diffesa la dama e sicura.

Fu il suo ronzone il pi dismisurato
Che giamai producesse la natura:
Era tutto rosigno e saginato,
Con testa e coda ed ogni gamba scura;
Bench non fosse per arte affatato,
Fu di gran possa e fiero oltra a misura.
Sopra di questo la forte regina
Con impeto se mosse e gran roina.

Da l'altra parte il franco fio de Amone
Con una lancia a meraviglia grossa
Vien furoso, quel cor di leone,
E proprio nella vista l'ha percossa;
Ma, come avesse gionto a un torrone,
Non ha piegata Marfisa, n mossa.
A tronchi ne and l'asta con romore,
N rest pezzo de un palmo maggiore.

Gionse Ranaldo la dama diversa
In fronte a l'elmo, con molta tempesta;
Sopra alle groppe adietro lo riversa,
Tutta ne l'elmo gli intona la testa.
Ora ha Marfisa pur sua lancia persa,
Perch se fraccass sino alla resta;
In cento e sei battaglie era lei stata
Con quella lancia, e sempre era durata.

Ora se roppe al scontro furoso:
Ben se ne meraviglia la donzella,
Ma pi la ponge il crucio disdegnoso,
Perch Ranaldo ancora  in su la sella.
Chiama iniquo Macone e doloroso,
Cornuto e becco Trivigante appella:
- Ribaldi, - a lor dicea - per qual cagione
Tenete il cavalliero in su lo arcione?

Venga un di voi, e lasciasi vedere,
E pigli a suo piacer questa diffesa,
Ch'io far sua persona rimanere
Qua gi riversa e nel prato distesa.
Voi non voliti mia forza temere,
Perch l su non posso esser ascesa;
Ma, se io prendo il camino, io ve ne aviso,
Tutti vi occido, ed ardo il paradiso. -

Mentre che la orgogliosa s minaccia,
E vuol disfare il celo e il suo Macone,
Ranaldo ad essa rivolta la faccia,
Che era stato buon pezzo in stordigione,
E de gire a trovarla se procaccia;
Ma lei, che non stimava quel barone,
Quando contra di s tornare il vide,
Altieramente disdignando ride.

- Ora ch non fuggivi, sciagurato,
Mentre che ad altro il mio pensiero attese?
Forse hai diletto indi esser pigliato,
Perch altrimente non trovi le spese?
Ma, per mia fede! sei male incapato,
Ed al presente te dico palese,
Come io te avr tutt'arme dispogliate,
Via cacciarotte a suon di bastonate. -

Cotal parole usava quella altera;
Il pro' Ranaldo risponde nente.
Esso zanzar non vl con quella fera,
Ma fa risposta col brando tagliente;
E, come fu con seco alla frontera,
Non pose indugia al suo ferir nente,
Ma sopra a l'elmo de Fusberta mena:
Marfisa non sent quel colpo apena.

Lei per quel colpo nente se muta,
Ma un tal ne dette al cavalliero ardito,
Che batter li fie' il mento alla barbuta:
Calla nel scudo, e tutto l'ha partito.
Maglia, n piastra, n sbergo lo aiuta,
Ma crudelmente al fianco lo ha ferito.
Quando Ranaldo sente il sangue ch'esce,
L'ira, l'orgoglio e l'animo gli cresce.

Mai non fo gionto a cos fatto caso,
Come or se trova, il sir de Montealbano.
Getta via il scudo che li era rimaso,
E furoso mena ad ambe mano:
Bench il partito vide aspro e malvaso,
Non ha paura quel baron soprano;
Ma con tal furia un colpo a due man serra,
Che tutto il scudo li gett per terra,

E sopra al braccio manco la percosse,
S che li fece abandonar la briglia.
Molto de ci la dama se commosse,
E prese del gran colpo meraviglia;
Sopra alle staffe presto redricciosse
Tutta nel viso per furor vermiglia,
Ed un gran colpo a quel tempo menava,
Quando Ranaldo l'altro radoppiava.

Perch ancora esso gi non stava a bada,
Anci li rispondeva di bon gioco;
Ora se incontra l'una a l'altra spada,
E quelle, gionte, se avamparno a foco.
Tagliente  ben ciascuna, e par che rada,
Ma fie' l'ultima prova questo loco;
Fusberta come un legno l'altra afferra,
Pi de un gran palmo ne gett per terra.

Quando Marfisa vide che troncata
Era la ponta di sua spada fina,
Che prima fu da lei tanto stimata,
Rimena colpi de molta ruina
Sopra Ranaldo, come disperata;
Ma lui, che del scrimire ha la dottrina,
Con l'occhio aperto al suo ferire attende,
E ben se guarda e da lei se diffende.

Men Marfisa un colpo con tempesta,
Credendo averlo clto alla scoperta;
Se lo giongeva la botta rubesta,
Era sua vita nel tutto deserta.
Lui, che ha la vista a meraviglia presta,
Da basso se ricolse con Fusberta,
E gionse il colpo nella destra mano,
S che cader li fece il brando al piano.

Quando essa vide la sua spada in terra,
Non fu ruina al mondo mai cotale;
Il suo destrier con ambi sproni afferra,
Urta Ranaldo a furia di cingiale,
E col viso avampato un pugno serra:
Dal lato manco il gionse nel guanziale,
E lo percosse con tanta possanza,
Che assai minor fu il scontro de la lanza.

Io di tal botta assai me maraviglio,
Ma come io dico, lo scrive Turpino;
Fuor delle orecchie uscia il sangue vermiglio,
Per naso e bocca a quel baron tapino.
Campar lo fece dal mortal periglio
Lo elmo afatato che fo de Mambrino;
Ch se un altro elmo in testa se trovava,
Longe dal busto il capo li gettava.

Perse ogni sentimento il cavalliero,
Bench restasse fermo in su la sella.
Or lo port correndo il suo destriero,
N mai gionger lo puote la donzella,
Ch quel ne andava via tanto legiero,
Che per li fiori e per l'erba novella
Nulla ne rompe il delicato pede;
Non che si senta, ma apena si vede.

Marfisa de stupore alci le ciglia,
Quando vide il destrier s presto gire;
Ritorna adrieto e il suo brando repiglia,
E poi di novo se il pose a seguire;
Ma gi longe  Ranaldo a meraviglia,
E come prima venne a resentire,
Verso Marfisa volta con gran fretta,
Voluntaroso a far la sua vendetta.

E' se sentia di sangue pien la faccia,
Ed a se stesso se lo improperava,
Dicendo: "Ove vorrai che mai se saccia
La tua codarda prova, anima prava?
Ecco una feminella che te caccia!
Or che direbbe il gran conte di Brava,
Se me vedesse qua nel campo stare
Contro una dama e non poter durare?"

Cos dicendo il principe animoso
Stringe Fusberta, il suo tagliente brando,
E vien contra a Marfisa foroso.
Ora voglio tornar al conte Orlando,
Qual, come io dissi, s come amoroso
De Angelica, se mosse al suo comando
Per dare al prodo Galafrone aiuto,
Che alla battaglia avea il campo perduto.

Chi lo vedesse entrare alla baruffa,
Ben lo iudicarebbe quel che egli era;
Lui questo abatte e quell'altro ribuffa,
Atterra ogni pennone, ogni bandiera.
Or se incomincia la terribil zuffa;
Fuggia degl'Indan rotta la schiera,
E va per la campagna in abandono:
Sempre alle spalle i Tartari li sono.

Rotta e sconfitta la brutta canaglia
A tutta briglia fuggendo ne andava;
E Galafrone per quella prataglia
Via pi che li altri e sproni adoperava.
Ora cangiosse tutta la battaglia,
E fugge ciascadun che mo cacciava,
Ch Orlando  gionto, e seco in compagnia
Il re Adrano, fior de vigoria,

E Brandimarte e il forte Chiarone,
Ciascun di guerra pi voluntaroso,
E seco in frotta Oberto da il Leone.
Ferno assalto crudel e furoso,
E de' nemici tanta occisone,
Che torn il verde prato sanguinoso:
Gi prima Poliferno e poscia Uldano
Da Brandimarte fur gettati al piano.

Orlando ed Agricane un'altra fiata
Ripreso insiem avean crudel battaglia;
La pi terribil mai non fo mirata:
L'arme l'un l'altro a pezo a pezo taglia.
Vede Agrican sua gente sbaratata,
N li p dare aiuto che li vaglia,
Per che Orlando tanto stretto il tene,
Che star con seco a fronte li conviene.

Nel suo secreto fie' questo pensiero:
Trar fuor di schiera quel conte gagliardo,
E poi che occiso l'abbia in su il sentiero
Tornar alla battaglia senza tardo;
Per che a lui par facile e legiero
Cacciar soletto quel popol codardo;
Ch tutti insieme, e il suo re Galafrone,
Non li stimava quanto un vil bottone.

Con tal proposto se pone a fuggire,
Forte correndo sopra alla pianura;
Il conte nulla pensa a quel fallire,
Anci crede che il faccia per paura;
Senza altro dubbio se il pone a seguire.
E gi son gionti ad una selva oscura;
Aponto in mezo a quella selva piana
Era un bel prato intorno a una fontana.

Fermosse ivi Agricane a quella fonte,
E smont dello arcion per riposare,
Ma non se tolse l'elmo della fronte,
N piastra o scudo se volse levare;
E poco dimor che gionse il conte,
E come il vide alla fonte aspettare,
Dissegli: - Cavallier, tu sei fuggito,
E s forte mostravi e tanto ardito!

Come tanta vergogna pi soffrire
A dar le spalle ad un sol cavalliero?
Forse credesti la morte fuggire:
Or vedi che fallito hai il pensiero.
Chi morir pu onorato, die' morire;
Ch spesse volte aviene e de legiero
Che, per durare in questa vita trista,
Morte e vergogna ad un tratto s'acquista. -

Agrican prima rimont in arcione,
Poi con voce suave rispondia:
- Tu sei per certo il pi franco barone
Ch'io mai trovassi nella vita mia;
E per del tuo scampo fia cagione
La tua prodezza e quella cortesia
Che oggi s grande al campo usato m'hai,
Quando soccorso a mia gente donai.

Per te voglio la vita lasciare,
Ma non tornasti pi per darmi inciampo!
Questo la fuga mi fe' simulare,
N vi ebbi altro partito a darti scampo.
Se pur te piace meco battagliare,
Morto ne rimarrai su questo campo;
Ma siami testimonio il celo e il sole
Che darti morte me dispiace e duole. -

Il conte li rispose molto umano,
Perch avea preso gi de lui pietate:
- Quanto sei - disse - pi franco e soprano,
Pi di te me rincresce in veritate,
Che serai morto, e non sei cristano,
Ed andarai tra l'anime dannate;
Ma se vi il corpo e l'anima salvare,
Piglia battesmo, e lasciarotte andare. -

Disse Agricane, e riguardollo in viso:
- Se tu sei cristano, Orlando sei.
Chi me facesse re del paradiso,
Con tal ventura non lo cangiarei;
Ma sino or te ricordo e dtti aviso
Che non me parli de' fatti de' Dei,
Perch potresti predicare in vano:
Diffenda il suo ciascun col brando in mano. -

N pi parole: ma trasse Tranchera,
E verso Orlando con ardir se affronta.
Or se comincia la battaglia fiera,
Con aspri colpi di taglio e di ponta;
Ciascuno  di prodezza una lumera,
E sterno insieme, come il libro conta,
Da mezo giorno insino a notte scura,
Sempre pi franchi alla battaglia dura.

Ma poi che il sole avea passato il monte,
E cominciosse a fare il cel stellato,
Prima verso il re parlava il conte:
- Che farem, - disse - che il giorno ne  andato? -
Disse Agricane con parole pronte:
- Ambo se poseremo in questo prato;
E domatina, come il giorno pare,
Ritornaremo insieme a battagliare. -

Cos de acordo il partito se prese.
Lega il destrier ciascun come li piace,
Poi sopra a l'erba verde se distese;
Come fosse tra loro antica pace,
L'uno a l'altro vicino era e palese.
Orlando presso al fonte isteso giace,
Ed Agricane al bosco pi vicino
Stassi colcato, a l'ombra de un gran pino.

E ragionando insieme tuttavia
Di cose degne e condecente a loro,
Guardava il conte il celo e poi dicia:
- Questo che or vediamo,  un bel lavoro,
Che fece la divina monarchia;
E la luna de argento, e stelle d'oro,
E la luce del giorno, e il sol lucente,
Dio tutto ha fatto per la umana gente. -

Disse Agricane: - Io comprendo per certo
Che tu vi de la fede ragionare;
Io de nulla scenzia sono esperto,
N mai, sendo fanciul, volsi imparare,
E roppi il capo al mastro mio per merto;
Poi non si puot un altro ritrovare
Che mi mostrasse libro n scrittura,
Tanto ciascun avea di me paura.

E cos spesi la mia fanciulezza
In caccie, in giochi de arme e in cavalcare;
N mi par che convenga a gentilezza
Star tutto il giorno ne' libri a pensare;
Ma la forza del corpo e la destrezza
Conviense al cavalliero esercitare.
Dottrina al prete ed al dottore sta bene:
Io tanto saccio quanto mi conviene. -

Rispose Orlando: - Io tiro teco a un segno,
Che l'arme son de l'omo il primo onore;
Ma non gi che il saper faccia men degno,
Anci lo adorna come un prato il fiore;
Ed  simile a un bove, a un sasso, a un legno,
Chi non pensa allo eterno Creatore;
N ben se pu pensar senza dottrina
La summa maiestate alta e divina. -

Disse Agricane: - Egli  gran scortesia
A voler contrastar con avantaggio.
Io te ho scoperto la natura mia,
E te cognosco che sei dotto e saggio.
Se pi parlassi, io non risponderia;
Piacendoti dormir, drmite ad aggio,
E se meco parlare hai pur diletto,
De arme, o de amore a ragionar t'aspetto.

Ora te prego che a quel ch'io dimando
Rispondi il vero, a f de omo pregiato:
Se tu sei veramente quello Orlando
Che vien tanto nel mondo nominato;
E perch qua sei gionto, e come, e quando,
E se mai fosti ancora inamorato;
Perch ogni cavallier che  senza amore,
Se in vista  vivo, vivo  senza core. -

Rispose il conte: - Quello Orlando sono
Che occise Almonte e il suo fratel Troiano;
Amor m'ha posto tutto in abandono,
E venir fammi in questo loco strano.
E perch teco pi largo ragiono,
Voglio che sappi che 'l mio core  in mano
De la figliola del re Galafrone
Che ad Albraca dimora nel girone.

Tu fai col patre guerra a gran furore
Per prender suo paese e sua castella,
Ed io qua son condotto per amore
E per piacere a quella damisella.
Molte fiate son stato per onore
E per la fede mia sopra alla sella;
Or sol per acquistar la bella dama
Faccio battaglia, ed altro non ho brama. -

Quando Agricane ha nel parlare accolto
Che questo  Orlando, ed Angelica amava,
Fuor di misura se turb nel volto,
Ma per la notte non lo dimostrava;
Piangeva sospirando come un stolto,
L'anima, il petto e il spirto li avampava;
E tanta zelosia gli batte il core,
Che non  vivo, e di doglia non muore.

Poi disse a Orlando: - Tu debbi pensare
Che, come il giorno ser dimostrato,
Debbiamo insieme la battaglia fare,
E l'uno o l'altro rimarr sul prato.
Or de una cosa te voglio pregare,
Che, prima che veniamo a cotal piato,
Quella donzella che il tuo cor disia,
Tu la abandoni, e lascila per mia.

Io non puotria patire, essendo vivo,
Che altri con meco amasse il viso adorno;
O l'uno o l'altro al tutto ser privo
Del spirto e della dama al novo giorno.
Altri mai non sapr, che questo rivo
E questo bosco che  quivi d'intorno,
Che l'abbi riffiutata in cotal loco
E in cotal tempo, che ser s poco. -

Diceva Orlando al re: - Le mie promesse
Tutte ho servate, quante mai ne fei;
Ma se quel che or me chiedi io promettesse,
E se io il giurassi, io non lo attenderei;
Cos potria spiccar mie membra istesse,
E levarmi di fronte gli occhi miei,
E viver senza spirto e senza core,
Come lasciar de Angelica lo amore. -

Il re Agrican, che ardea oltra misura,
Non puote tal risposta comportare;
Bench sia al mezo della notte scura,
Prese Baiardo, e su vi ebbe a montare;
Ed orgoglioso, con vista sicura,
Iscrida al conte ed ebbelo a sfidare,
Dicendo: - Cavallier, la dama gaglia
Lasciar convienti, o far meco battaglia. -

Era gi il conte in su l'arcion salito,
Perch, come se mosse il re possente,
Temendo dal pagano esser tradito,
Salt sopra al destrier subitamente;
Unde rispose con l'animo ardito:
- Lasciar colei non posso per nente,
E, se io potessi ancora, io non vorria;
Avertila convien per altra via. -

S come il mar tempesta a gran fortuna,
Cominciarno lo assalto i cavallieri;
Nel verde prato, per la notte bruna,
Con sproni urtarno adosso e buon destrieri;
E se scorgiano a lume della luna
Dandosi colpi dispietati e fieri,
Ch'era ciascun di lor forte ed ardito.
Ma pi non dico: il canto  qui finito.

Canto decimonono

Segnori e cavallieri inamorati,
Cortese damiselle e grazose,
Venitene davanti ed ascoltati
L'alte venture e le guerre amorose
Che fer' li antiqui cavallier pregiati,
E frno al mondo degne e glorose;
Ma sopra tutti Orlando ed Agricane
Fier' opre, per amore, alte e soprane.

S come io dissi nel canto di sopra,
Con fiero assalto dispietato e duro
Per una dama ciascadun se adopra;
E bench sia la notte e il celo oscuro,
Gi non vi fa mestier che alcun si scopra,
Ma conviensi guardare e star sicuro,
E ben diffeso di sopra e de intorno,
Come il sol fosse in celo al mezo giorno.

Agrican combattea con pi furore,
Il conte con pi senno si servava;
Gi contrastato avean pi de cinque ore,
E l'alba in orente se schiarava:
Or se incomincia la zuffa maggiore.
Il superbo Agrican se disperava
Che tanto contra esso Orlando dura,
E mena un colpo fiero oltra a misura.

Giunse a traverso il colpo disperato,
E il scudo come un latte al mezzo taglia;
Piagar non puote Orlando, che  affatato,
Ma fraccassa ad un ponto e piastre e maglia.
Non puotea il franco conte avere il fiato,
Bench Tranchera sua carne non taglia;
Fu con tanta ruina la percossa,
Che avea fiaccati i nervi e peste l'ossa.

Ma non fo gi per questo sbigotito,
Anci colpisce con maggior fierezza.
Gionse nel scudo, e tutto l'ha partito,
Ogni piastra del sbergo e maglia spezza,
E nel sinistro fianco l'ha ferito;
E fo quel colpo di cotanta asprezza,
Che il scudo mezo al prato and di netto,
E ben tre coste li tagli nel petto.

Come rugge il leon per la foresta,
Allor che l'ha ferito il cacciatore,
Cos il fiero Agrican con pi tempesta
Rimena un colpo di troppo furore.
Gionse ne l'elmo, al mezo della testa;
Non ebbe il conte mai botta maggiore,
E tanto uscito  fuor di cognoscenza
Che non sa se egli ha il capo, o se egli  senza.

Non vedea lume per gli occhi nente,
E l'una e l'altra orecchia tintinava;
S spaventato  il suo destrier corrente,
Che intorno al prato fuggendo il portava;
E serebbe caduto veramente,
Se in quella stordigion ponto durava;
Ma, sendo nel cader, per tal cagione
Tornolli il spirto, e tennese allo arcione.

E venne di se stesso vergognoso,
Poi che cotanto se vede avanzato.
"Come andarai - diceva doloroso
- Ad Angelica mai vituperato?
Non te ricordi quel viso amoroso,
Che a far questa battaglia t'ha mandato?
Ma chi  richiesto, e indugia il suo servire,
Servendo poi, fa il guidardon perire.

Presso a duo giorni ho gi fatto dimora
Per il conquisto de un sol cavalliero,
E seco a fronte me ritrovo ancora,
N gli ho vantaggio pi che il d primiero.
Ma se pi indugio la battaglia un'ora,
L'arme abandono ed entro al monastero:
Frate mi faccio, e chiamomi dannato,
Se mai pi brando mi fia visto al lato."

Il fin del suo parlar gi non  inteso,
Ch batte e denti e le parole incocca;
Foco rasembra di furore acceso
Il fiato che esce fuor di naso e bocca.
Verso Agricane se ne va disteso,
Con Durindana ad ambe mano il tocca
Sopra alla spalla destra de riverso;
Tutto la taglia quel colpo diverso.

Il crudel brando nel petto dichina,
E rompe il sbergo e taglia il pancirone;
Bench sia grosso e de una maglia fina,
Tutto lo fende in fin sotto il gallone:
Non fo veduta mai tanta roina.
Scende la spada e gionse nello arcione:
De osso era questo ed intorno ferrato,
Ma Durindana lo mand su il prato.

Da il destro lato a l'anguinaglia stanca
Era tagliato il re cotanto forte;
Perse la vista ed ha la faccia bianca,
Come colui ch' gi gionto alla morte;
E bench il spirto e l'anima li manca,
Chiamava Orlando, e con parole scorte
Sospirando diceva in bassa voce:
- Io credo nel tuo Dio, che mor in croce.

Batteggiame, barone, alla fontana
Prima ch'io perda in tutto la favella;
E se mia vita  stata iniqua e strana,
Non sia la morte almen de Dio ribella.
Lui, che venne a salvar la gente umana,
L'anima mia ricoglia tapinella!
Ben me confesso che molto peccai,
Ma sua misericordia  grande assai. -

Piangea quel re, che fo cotanto fiero,
E tena il viso al cel sempre voltato;
Poi ad Orlando disse: - Cavalliero,
In questo giorno de oggi hai guadagnato,
Al mio parere, il pi franco destriero
Che mai fosse nel mondo cavalcato;
Questo fo tolto ad un forte barone,
Che del mio campo dimora pregione.

Io non me posso ormai pi sostenire:
Levame tu de arcion, baron accorto.
Deh non lasciar questa anima perire!
Batteggiami oramai, ch gi son morto.
Se tu me lasci a tal guisa morire,
Ancor n'avrai gran pena e disconforto. -
Questo diceva e molte altre parole:
Oh quanto al conte ne rincresce e dole!

Egli avea pien de lacrime la faccia,
E fo smontato in su la terra piana;
Ricolse il re ferito nelle braccia,
E sopra al marmo il pose alla fontana;
E de pianger con seco non si saccia,
Chiedendoli perdon con voce umana.
Poi battizollo a l'acqua della fonte,
Pregando Dio per lui con le man gionte.

Poco poi stette che l'ebbe trovato
Freddo nel viso e tutta la persona,
Onde se avide che egli era passato.
Sopra al marmo alla fonte lo abandona,
Cos come era tutto quanto armato,
Col brando in mano e con la sua corona;
E poi verso il destrier fece riguardo,
E pargli di veder che sia Baiardo.

Ma creder non pu mai per cosa certa
Che qua sia capitato quel ronzone;
Ed anco nascondeva la coperta,
Che tutto lo guarnia sino al talone.
"Io vo' saper la cosa in tutto aperta, -
Disse a se stesso il figliol di Milone
- Se questo  pur Baiardo, o se il somiglia;
Ma se egli  desso, io n'ho gran meraviglia."

Per saper tutto il fatto il conte  caldo,
E verso del caval se pone a gire;
Ma lui, che Orlando cognobbe di saldo,
Gli viene incontra e comincia a nitrire.
- Deh dimme, bon destriero, ove  Ranaldo?
Ove ene il tuo signor? Non mi mentire! -
Cos diceva Orlando, ma il ronzone
Non puotea dar risposta al suo sermone.

Non avea quel destrier parlare umano,
Bench fosse per arte fabricato.
Sopra vi monta il senator romano,
Che gi l'avea pi fiate cavalcato.
Poi che ebbe preso Brigliadoro a mano,
Subitamente usc fuora del prato,
Ed entr dentro de la selva folta;
Ma cos andando un gran romore ascolta.

Senza dimora atacca Brigliadoro
A un tronco de una quercia ivi vicina.
Ma voglio che sappiate che coloro
Che entro a quel bosco fan tanta roina,
Son tre giganti; ed han molto tesoro,
E sopra de un gambelo una fantina
Tolta per forza a l'Isole Lontane:
Un cavallier con loro era alle mane.

Quel cavalliero  di soperchia lena,
E per scoder la dama se travaglia.
Un de' giganti la donzella mena,
E li altri duo con esso fan battaglia.
Poi vi dir la cosa integra e piena,
Ma di saperla adesso non ve incaglia;
Presto ritornar dove io ve lasso:
Or vo' contar del campo il gran fraccasso.

Del campo, dico, che, come io contai,
Andava a schiere in mille pezzi sparte;
Pi scura cosa non se vidde mai:
Occisa  la gran gente in ogni parte,
Con pi roina ch'io non conto assai.
Il re Adran li segue e Brandimarte;
Risuona il celo e del fiume la foce
Di cridi, de lamenti e de alte voce.

La gente de Agrican, senza governo,
Poi che perduto  il suo forte segnore,
Che mai nol vederanno in sempiterno,
Fugge dal campo rotta con romore.
Tutti son morti e callano allo inferno;
Il vecchio Galafron, pien de furore,
Di quella gente gi non ha pietade,
Anci li pone al taglio delle spade.

Non vl che campi alcun di quella gente;
Tutti li occide il superbo vecchione.
E gi son gionti ove primeramente
Stava il re Agricane; il paviglione
Gettato fo per terra incontinente,
Dove trovarno Astolfo, che  prigione,
E il re Ballano, pien de vigoria;
Con seco  Antifor de Albarossia.

Tutti tre insieme, come eran legati,
Frno condutti ad Angelica avanti;
Ma la donzella li ha molto onorati,
Ch ben li cognosceva tutti quanti.
E poi che fr disciolti e scatenati,
Con bel parlare e con dolci sembianti,
Mostrandoli carezze e bella faccia,
Di ci che han per lei fatto li ringraccia.

Diceva Astolfo: - Star quivi non posso,
Ch'io me vo' vendicar con ardimento
De quella gente, che mi venne addosso
E mi gettarno in terra a tradimento.
Io non sera per tutto il mondo mosso,
E pi de un millon n'avrebbi spento,
Ma fui tradito da il falso Agricane:
Oggi l'occider con le mie mane.

Fa che aggia l'arme e prestami un destriero,
Ch incontinente gi voglio callare;
E ben ti giuro che al colpo primiero
Quindeci pezzi de uno uomo vo' fare.
Prender vivo l'altro cavalliero,
Intorno al capo me il voglio aggirare,
Poi verso il cel tanto alto il lascio gire,
Che penar tre giorni a gi venire. -

Ballano ed Antifor, che eran presenti
Quando in tal modo Astolfo braveggiava,
Nol cognoscendo per fama altrimenti
Ciascun fuor de intelletto il iudicava.
Ambi eran poderosi, ambi valenti,
E perci ciascun l'arme adimandava.
Nel castello era molta guarnigione;
Presto se armorno e montarno in arcione.

Astolfo prima gionse alla pianura,
Sempre suonando con tempesta il corno;
Ben mostra cavallier senza paura,
S zoioso veniva e tanto adorno.
Ora ascoltati che bella ventura
Li mand avanti Dio del cel quel giorno,
Ch proprio nella strata se incontrava
In un che l'arme e sua lancia portava.

Quelle arme che valeano un gran tesoro
Un Tartaro le tiene in sua bala,
E il suo bel scudo, e quella lancia d'oro
Che primamente fu dello Argalia.
Il duca Astolfo, senza altro dimoro,
Per terra a gran furor quello abattia,
Fuor delle spalle sei palmi passato;
Smont alla terra ed ebbel disarmato.

Esso fu armato ed ha sua lancia presa,
E fatta prova grande oltra misura,
Bench e nemici non faccian diffesa,
Ch de aspettarlo alcun non se assicura.
Tutti ne vanno in rotta alla distesa
Quella gente del campo con paura;
Ma presso al fiume  guerra de altra guisa
Tra il pro' Ranaldo e la forte Marfisa.

Gi combattuto avian tutto quel giorno,
N l'un, n l'altro n'ha ponto avanzato.
Non ha Ranaldo pezzo de arme intorno,
Che non sia rotto e in pi parte fiaccato.
Mor di vergogna e pargli aver gran scorno,
E s del tutto tien vituperato,
Poi che una dama lo conduce a danza,
E pi li perde assai che non avanza.

Da l'altra parte  Marfisa turbata
Assai pi de Ranaldo nella vista,
E non vorrebbe al mondo esser mai nata,
Poi che in tant'ore il baron non acquista.
Spezzato ha il scudo e la spata troncata,
Tutta ha dolente la persona e pista,
Bench le membre non abbia tagliate;
Non gettan sangue per l'arme affatate.

Mentre che l'uno e l'altro combattia,
N tra lor se cognosce alcun vantaggio,
La dolorosa gente che fuggia,
Gionge sopra di loro in quel rivaggio.
Re Galafron, che sempre li seguia
Con animo adirato e cor malvaggio,
Fermosse riguardando il crudo fatto:
Marfisa ben cognobbe al primo tratto.

Ma non cognosce il sir de Montealbano,
Che seco combattea con arroganza;
Iudica ben che egli  un omo soprano,
Di summo ardire e di molta possanza.
Guardando iscorse il destrier Rabicano,
Che fu del suo figliolo occiso in Franza;
Feraguto lo occise con gran pena,
Come sapeti, alla selva de Ardena.

Il vecchio patre assai si lamentava,
Come ebbe Rabicano il destrier scorto.
Per nome l'Argalia forte chiamava:
- O stella de virtute, o ziglio de orto,
Che pi che la mia vita assai te amava:
 questo il traditor che ti m'ha morto?
Questo  ben quel malvaggio, a naso il sento,
Che ti tolse la vita a tradimento.

Ma sia squartata e sia pasto di cane
La mia persona, e sia polver di saldo,
Se de tua morte per le terre istrane
Vantando se andar questo ribaldo! -
Cos dicendo col brando a due mane
Va furoso adosso di Ranaldo,
E lo ferisce con tanta ruina,
Che sopra al collo a quel destrier l'inchina.

Quando Marfisa vede quel vecchione
Che sua battaglia viene a disturbare,
Forte se adira, e pargli che a ragione
Se debba de tal onta vendicare;
Vanne turbata verso a Galafrone.
Or Brandimarte quivi ebbe arivare,
E con esso Antifor de Albarossia;
Nun di lor la dama cognoscia.

Stimr che quella fosse un cavalliero
Del campo de Agrican, senza contesa,
E veggendo lo assalto tanto fiero,
Del vecchio re se posero in diffesa,
Ch gi l'avea battuto de il destriero
Quella superba di furore accesa;
E se sua spada se trovava ponta,
Morto era Galafrone a prima gionta.

Morto era Galafron, come io vi naro,
Che gi fuor de lo arcione era caduto;
Ma Brandimarte vi pose riparo
Ed Antifor, che gionse a darli aiuto,
Bench costasse a l'uno e a l'altro caro.
Gionse Antifor in prima, e fo abattuto;
Marfisa d'un tal colpo l'ha ferito,
Che il fece andare a terra tramortito.

Assai fu pi che far con Brandimarte,
Ch non era tra lor gran differenza;
Ben meglio ha il cavallier di guerra l'arte,
Ma questa dama ha grande soa potenza.
Ranaldo alora se trava da parte,
Pensando che la eterna Providenza
Voglia che l'uno e l'altro insieme mora,
Ch son pagani e di sua legge fuora.

E la battaglia fiera riguardava,
E chi meglio de il brando se martella;
E l'uno e l'altro prodo iudicava,
Ma pi forte stimava la donzella.
Ecco Antifor de terra se levava
E saliva ben presto in su la sella,
E seco  Galafron col brando in mano:
Verso Marfisa ratti se ne vano.

Ecco venire Oberto da il Leone
E il forte re Ballan, che alora  gionto,
E il re Adrano e il franco Chiarone,
Che tutti quanti arivano ad un ponto:
Ciascadun segue lo re Galafrone.
Tre re, tre cavallier, come io vi conto,
Ne vanno adosso alla dama pregiata,
Che gi con Brandimarte era attaccata.

Essa, come un cingial tra can mastini,
Che intorno se ragira furoso,
E nel fronte superbo adriccia e crini,
E fa la schiuma al dente sanguinoso;
Sembrano un foco gli occhi piccolini,
Alcia le sete e senza alcun riposo
La fiera testa fulminando mena;
Chi pi se gli avicina, ha magior pena:

Non altramente quella dama altiera
De dritti e de riversi oltra misura
Facea battaglia s crudele e fiera,
Che a pi de un par de lor pose paura.
Gi pi de trenta sono in una schiera,
Lei contra a tutti combattendo dura;
Crescono ogniora e gi son pi de cento:
Contra a questi altri va con ardimento.

Al pro' Ranaldo, che stava a guardare,
Par che la dama riceva gran torto,
Ed a lei disse: - Io te voglio aiutare,
Se ben dovessi teco esserne morto. -
Quando Marfisa lo sente arivare,
Ne prese alta baldanza e gran conforto,
Ed a lui disse: - Cavallier iocondo,
Poi che sei meco, pi non stimo il mondo. -

Cos dicendo la crudel donzella
D tra coloro e tocca il franco Oberto,
E tutto l'elmo in capo li flagella;
Gionse nel scudo, e in tal modo l'ha aperto,
Che da due bande il fe' cader di sella.
Non valse al re Ballano essere esperto:
Marfisa con la man l'elmo gli afferra,
Leval di arcione e tral contra alla terra.

Fie' maggior prova ancora il fio de Amone,
Ma non se ponno in tal modo contare,
Ch con lui se afrontarno altre persone,
Che Turpin non le seppe nominare.
Cinque ne fese insin sopra al gallone,
Ed a sette la testa ebbe a tagliare;
Dodeci colpi fe' fuor di misura,
Onde ciascun di lui prese paura.

Ma cresca ognora pi la gente nova,
E sopra de lor duo sempre abondava,
Ch quei di drieto non sapean la prova
Qual sopra a' primi Ranaldo mostrava.
- Voi non potreti far che indi mi mova! -
Ad alta voce Marfisa cridava
- Il mio tesoro e il mio regno vi lasso,
Se me forzati a ritornare un passo. -

Or vien distesa sopra alla riviera
Una gran gente con molta roina,
Che han la corona rotta alla bandiera,
Com' la insegna di quella regina;
Ed era di Marfisa questa schiera,
Che vien correndo e mai non se raffina,
E voglion sua madama aver diffesa,
Temendo di trovarla o morta o presa.

Qui cominciosse la fiera battaglia,
N stata vi era pi crudel quel giorno.
Intr Marfisa tra questa canaglia,
E furosa se voltava intorno;
Spezza la gente in ogni banda e taglia;
N men Ranaldo, il cavalliero adorno,
Braccie con teste e gambe a terra manda;
Ciascun che 'l vede, a Dio se racomanda.

Iroldo con Prasildo e Fiordelisa
Stavan discosti, con quella donzella
Qual era cameriera de Marfisa,
Longe due miglie alla battaglia fella.
La cameriera alli altri tre divisa
Quanto sua dama  forte in su la sella;
E quanti cavallieri ha messo al fondo
Ed in qual modo, gli raconta a tondo.

Per questo Fiordelisa fu smarita,
Temendo che non tocca a Brandimarte
Provar la forza de Marfisa ardita.
Subitamente da gli altri se parte;
Dove  la gran battaglia se ne  gita;
Vede le schiere dissipate e sparte,
Che ver la rocca in sconfitta ne vano;
Dentro li caccia il sir de Montealbano.

Ma lei sol Brandimarte va cercando,
Ch gi de tutti gli altri non ha cura;
E mentre che va intorno remirando,
Vedel soletto sopra alla pianura.
Tratto se era da parte alora quando
Fu cominciata la battaglia dura;
Ch a lui parria vergogna e cosa fella
Cotanta gente offender la donzella.

Per stava da largo a riguardare,
E di vergogna avea rossa la faccia.
De' compagni se aveva a vergognare,
Non gi di s, che di nulla se impaccia;
Ma come Fiordelisa ebbe a mirare,
Corsegli incontra e ben stretta l'abbraccia;
Gi molto tempo non l'avea veduta:
Credia nel tutto di averla perduta.

Egli ha s grande e subita allegrezza,
Che ogni altra cosa alor dimenticava;
N pi Marfisa, n Ranaldo aprezza.
N di lor guerra pi si racordava.
Il scudo e l'elmo via gett con frezza,
E mille volte la dama baciava;
Stretta l'abbraccia in su quella campagna:
De ci la dama se lamenta e lagna.

Molto era Fiordelisa vergognosa,
Ed esser vista in tal modo gli duole.
Impetra adunque questa grazosa
Da Brandimarte, con dolce parole,
De gir con esso ad una selva ombrosa,
Dove eran l'erbe fresche e le vole:
Staran con zoia insieme e con diletto,
Senza aver tema, o di guerra sospetto.

Prese ben presto il cavallier lo invito,
E, forte caminando, frno agionti
Dentro a un boschetto, a un bel prato fiorito,
Che d'ogni lato  chiuso da duo monti,
De fior diversi pinto e colorito,
Fresco de ombre vicine e de bei fonti.
Lo ardito cavalliero e la donzella
Presto smontarno in su l'erba novella.

E la donzella con dolce sembiante
Comincia il cavalliero a disarmare.
Lui mille volte la baci, davante
Che se potesse un pezzo d'arme trare;
N tratte ancor se gli ebbe tutte quante,
Che quella abraccia, e non puote aspettare;
Ma ancor di maglia e de le gambe armato
Con essa in braccio si colc su il prato.

Stavan s stretti quei duo amanti insieme,
Che l'aria non potrebbe tra lor gire;
E l'uno e l'altro s forte se preme,
Che non vi sera forza a dipartire.
Come ciascun sospira e ciascun geme
De alta dolcezza, non saprebbi io dire;
Lor lo dican per me, poi che a lor tocca,
Che ciascaduno avea due lingue in bocca.

Parve nente a lor il primo gioco,
Tanto per la gran fretta era passato;
E, nel secondo assalto, intrarno al loco
Che al primo ascontro apena fu toccato.
Sospirando de amore, a poco a poco
Se fu ciascun di loro abandonato,
Con la faccia suave insieme stretta,
Tanto il fiato de l'un l'altro diletta.

Sei volte ritornarno a quel danzare,
Prima che il lor desir ben fosse spento;
Poi cominciarno dolce ragionare
De' loro affanni e passato tormento;
Il fresco loco gli invita a posare,
Perch in quel prato sospirava un vento,
Che sibillava tra le verde fronde
Del bel boschetto che li amanti asconde,

E un ruscelletto di fontana viva
Mormorando passava per quel prato.
Brandimarte, che stava in quella riva,
Per molto affanno in quel giorno durato,
Nel bel pensar de amor qui se adormiva;
E Fiordelisa che gli era da lato,
Che di guardarlo uno attimo non perde,
Se dorment con lui su l'erba verde.

Sopra de l'un de' monti ch'io contai
Che al verde praticello eran d'intorno,
Stava un palmier, che Dio gli doni guai!
Che dette a Brandimarte un grave scorno.
Ma questo canto  stato lungo assai,
Ed io vi contar questo altro giorno,
Se tornati ad odir, la bella istoria:
Tutti vi guardi il re de l'alta gloria.

Canto ventesimo

Credo, segnor, che ben vi racordati
Che a l'altro canto io dissi del diletto
Ch'ebbero insieme quegli inamorati,
E come al prato, senza altro sospetto,
Presso alla fonte giacquero abracciati.
Stava a lor sopra un vecchio maledetto,
Ad una tana nel monte nascoso,
Che scopria tutto quel boschetto ombroso.

Era quel vecchio di mala semenza,
Incantatore e di malizia pieno;
Per Macometto facea penitenza,
Credendo gir con lui nel ciel sereno.
Sapea de tutte l'erbe la potenza,
Qual pietra ha pi virtute e qual n'ha meno;
Per arte move un monte de legiero
E ferma un fiume quel falso palmiero.

Standosi questo ad adorar Macone
Vide li amanti solacciar nel piano,
E prese a quel mirar tentazone,
Tal che li cadde il libracciol di mano;
E seco pensa il modo e la ragione
Di tuor la dama al cavallier soprano.
Poi che fatto ha il pensier, questo infelice
Smonta la costa e porta una radice:

Una radice de natura cruda,
Che fa l'omo per forza adormentare;
Ma conviensi toccar la carne nuda,
Quella che al sol scoperta non appare,
Chi vl che la persona gli occhi chiuda:
N si puote altramente adoperare,
Perch toccando il collo, o testa, o mano,
Adoprarebbe sua virtute in vano.

Poi che fu al prato quel vecchio canuto,
E vide Brandimarte nella faccia,
Ch'era un cavallier grande e ben membruto,
Tirossi adietro quel vecchio tre braccia,
E gi se pente de esser gi venuto,
N per gran tema sa quel che si faccia;
Pur prese ardire, e vanne alla donzella,
E pianamente gli alcia la gonella.

N si attentava de spirare il fiato,
Perch non aggia il cavallier sentito.
Parea la dama avorio lavorato
In ogni membro, o bel marmo polito,
Quando scoperta d'intorno e da lato
Fu da quel vecchio, come aveti odito.
Lui se chinava piano a terra, e poscia
Con la radice li tocca una coscia.

Cos legata al sonno per una ora
Fu la donzella da quel rio vecchiaccio;
E, per non fare al suo desio dimora,
Subitamente se la prese in braccio.
Salisce al bosco, e guarda ad ora ad ora
Se il cavallier se leva a darli impaccio;
Con la radice non l'avea tocco esso,
N pur li basta il cor de girli apresso.

Ora il vecchio la dama ne portava,
Ed era entrato in un bosco maggiore.
Tanto and, che la dama se svegliava,
E per gran novit tremava il core.
Poi vi dir la cosa come andava,
E come tratta fu de tanto errore,
Ch'io vo' tornare a Brandimarte ardito,
Che un gran romor dormendo ebbe sentito.

A quel romore  il cavallier svegliato,
E pauroso se ebbe a risentire;
Come la dama non se vide a lato,
Della gran doglia credette morire.
Piglia il destriero e fu subito armato,
E verso quel romor ne prese a gire,
Ch proprio odir la voce gli assembrava
De una donzella che se lamentava.

Come fo gionto, vide tre giganti
Che avean molti gambeli in su la strata:
Duo venian drietro, ed un giva davanti,
Menando una donzella scapigliata;
E parve a Brandimarte ne' sembianti
Che Fiordelisa sia la sciagurata,
Che sopra a quel gambel cridava forte
Chiedendo in grazia a Dio sempre la morte.

Pi Brandimarte sua vita non cura,
Poi che crede la dama aver perduta;
Di scoterla o morire a Macon giura,
Ma certo  morto, se altri non lo aiuta.
Ciascun gigante  grande oltra misura
Ed ha la faccia orribile e barbuta;
Duo di lor se voltarno al cavalliero
Con aspra voce e con parlare altiero.

- Dove ne vai, - dicean - dove, briccone?
Getta la spada, ch sei morto o preso. -
Nulla risponde quel franco barone,
Ma vagli adosso di furore acceso.
Un de' giganti alciava un gran bastone,
Che era ferrato e de incredibil peso;
Mena a due mani adosso a Brandimarte,
Ma lui ben del scrimir sa il tempo e l'arte.

Da canto se gett come uno uccello,
S che gionger nol puote per quel tratto;
L'altro gigante, con maggior flagello,
Crede al suo colpo de averlo disfatto.
Ma il cavallier, che tien l'occhio al pennello,
Fanne al secondo come al primo ha fatto,
Salta da questo e da quell'altro canto:
Se l'ale avesse, non farebbe tanto.

Ma lui fer di spada quel gigante,
Che li avea data la prima percossa,
Che li spezz le piastre tutte quante,
E feceli gran piaga entro una cossa.
Questo superbo avea nome Oridante,
Terribile e crudel e di gran possa;
L'altro compagno avea nome Ranchiera:
Del primo avea pi forza e peggior ciera.

Questo Ranchiera col bastone in mano
Men un traverso a Brandimarte al basso
Con gran ruina, e gionse al campo piano,
Ch il cavallier salt davante un passo.
Oridante il crudel non men in vano,
Anci gionse il destriero, e con fraccasso
Dietro alla sella su le groppe il prese,
S che sfilato in terra lo distese.

Subito  in piede lo ardito guerrero,
N de esser vinto per questo se crede.
A terra morto rimase il destriero,
Lui con la spada se diffende a piede,
Ma ad ogni modo  occiso il cavalliero,
Se Dio de darli aiuto non provede,
Perch i giganti l'hanno in mezo tolto:
 morto al primo colpo che egli  clto.

Ma gionse Orlando al ponto bisognoso,
Come io contai (non so se il ricordati),
Quando tornava dal bosco frondoso,
Dove Agricane e lui se eran sfidati.
Or quivi gionse quel conte animoso,
E vide e duo giganti inanimati
Intorno a Brandimarte a darli morte,
E del suo affanno gli rencrebbe forte;

Ch incontinente l'ebbe cognosciuto
A l'arme ed alla insegna che avea indosso,
Onde destina de donarli aiuto:
Sopra a Baiardo subito fu mosso.
Ranchiera vide Orlando che  venuto,
Venneli incontra quel gigante grosso;
Con Brandimarte Oridante se aresta:
Or cresce la battaglia, e pi tempesta.

La battaglia comincia pi orgogliosa
Che non fu prima, e de un'altra maniera.
Oridante ha la coscia sanguinosa,
E di far la vendetta al tutto spera;
Orlando de altra parte non se posa,
Ma presa ha una gran zuffa con Ranchera;
Par che l'aria se accende e il celo introna,
De s gran colpi quel bosco risuona.

L'altro gigante se ferm da parte,
Ed alla dama attende ed al tesoro,
Che tolto avean per forza e con grand'arte
De le Isole Lontane a un barbasoro.
Ora ascoltati come Brandimarte
Con Oridante fa crudel lavoro:
Pi non li appreza un dinarel minuto,
Poi che de Orlando se vede lo aiuto.

Men un gran colpo quel cavallier franco
E gionse ad Oridante in su il gallone,
E tagli tutto il sbergo al lato manco
E le piastre de acciaro e il pancirone,
E gran ferita gli fece nel fianco.
Il gigante gridando alci il bastone,
E mena ad ambe mani a Brandimarte;
Ma lui di salto se gett da parte.

Cos li va de intorno tutta via,
E sempre la battaglia prolungava;
Ad Oridante, che il sangue perdia,
A poco a poco la lena mancava.
Lui furoso non se ne avedia,
E sempre maggior colpi radoppiava;
Il cavallier, di lui molto pi esperto,
Li andava intorno e tena l'occhio aperto.

Da l'altra parte  la pugna maggiore
Tra il feroce Ranchera e il conte Orlando.
Quel mena del bastone a gran furore,
E questo li risponde ben col brando.
Gi combattuto avean pi de quattro ore,
L'un sempre e l'altro gran colpi menando,
Quando Ranchera gett il scudo in terra
E ad ambe mano il gran bastone afferra.

E men un colpo s dismisurato
Che, se dritto giongeva quel gigante,
Non si sera giamai raffigurato
Per omo vivo quel segnor de Anglante;
Gionse ad uno arbor, che era ivi da lato,
E tutto lo spezz sino alle piante,
Le rame e il tronco, dalla cima al basso;
Odito non fu mai tanto fraccasso.

Vide la forza quel conte gagliardo
Che avea il gigante fuor d'ogni misura;
Subitamente smont di Baiardo,
Ch sol di quel destriero avea paura.
Quando Ranchera li fece riguardo,
Veggendolo pedone alla verdura:
- Ben aggia Trivigante! - prese a dire
- Ch oramai questo non puotr fuggire.

Prima che rimontar possi in arcione,
Te augurerai sei leghe esser lontano.
Or chi t'ha consigliato, vil stirpone,
Smontar a piede e combatter al piano?
E non mi giongi col capo al gallone,
Stroppiato bozzarello e tristo nano!
Che se io te giongo un calcio ne la faccia,
De l del mondo andrai ducento braccia. -

Cos parlava quel superbo al conte:
Lui non rispose a quella bestia vana;
Men del brando, e quante arme ebbe gionte,
Mand tagliate in su la terra piana.
Or se strengono insieme a fronte a fronte:
Questo mena il baston, quel Durindana;
Sta l'uno e l'altro insieme tanto stretto,
Che colpir non se puon pi con effetto.

Tanto  il gigante de Orlando maggiore,
Che non li gionge al petto con la faccia;
Ma il conte avea pi ardire e pi gran core,
Ch gagliardezza non se vende a braccia.
Piglirsi insieme con molto furore,
Ciascun de atterrar l'altro se procaccia;
Stretto ne l'anche Orlando l'ebbe preso,
Leval da terra, e in braccio il tien sospeso.

Sopra del petto il tien sempre levato,
E s forte il stringea dove lo prese,
Che il sbergo in molte parte fu crepato.
Sembravan gli occhi al conte bragie accese;
E poi che intorno assai fu regirato,
Quel gran gigante alla terra distese,
Con pi ruina assai ch'io non descrivo;
Non sa Ranchera se egli  morto o vivo.

Avea il gigante in capo un gran capello,
Ma nol diffese dal colpir del conte,
Che col pomo del brando a gran flagello
Roppe il capello e l'osso de la fronte;
Per naso e bocca uscir fece il cervello.
Due anime a l'inferno andr congionte,
Perch Oridante allor, n pi n meno,
Pel sangue perso cadde nel terreno.

E Brandimarte li tagli la testa,
Lasciando in terra il smisurato busto;
Poi corse al conte e fecegli gran festa
E grande onor, come  dovuto e iusto.
L'altro gigante  mosso con tempesta,
Pi fier de' primi, ed ha nome Marfusto:
Brandimarte dal conte ottenne graccia
Far con costui battaglia a faccia a faccia.

Crida Marfusto: - Se proprio Macone
Te con quello altro volesse campare,
Non vi varrebbe il suo aiuto un bottone;
Quel de mia mano voglio scorticare,
E te squartar a guisa de castrone.
Rendi la spada senza dimorare,
Perch se te diffendi, io te avr preso,
E vivo arrostirotti al foco acceso. -

Brandimarte non fece altra risposta
Alle parole del gigante arguto,
Ma con molto ardimento a lui se accosta
Col brando in mano, e coperto del scuto.
Marfusto un colpo solamente aposta,
E gionsel proprio dove avria voluto;
Col bastone a due man il colse in testa,
E spezz il scudo e l'elmo con tempesta.

Esso tremando alla terra cascava,
Usciva il sangue fuor de l'elmo aperto.
Piangeva il conte forte, ch pensava
Che Brandimarte sia morto di certo.
A quel gigante crudo minacciava:
- Ladron, - diceva - io ti dar, per merto
De l'onta che m'hai fatto in questo loco,
Morte nel mondo e nello inferno il foco. -

Cos cridando salta alla pianura,
Tra' Durindana e il forte scudo imbraccia.
Quando il gigante vide sua figura,
Che parea vampa viva ne la faccia,
Prese a mirarlo con tanta paura,
Che le spalle volt fuggendo in caccia;
Ma in poco spazio lo ebbe giunto Orlando:
Ambe le coscie li tagli col brando.

Poi morite il gigante in poco d'ora,
Il sangue e il spirto a un tratto li  mancato.
Lasciamo lui, che in sul prato adolora:
Diciam del conte, che avia ritrovato
Che il franco Brandimarte  vivo ancora.
Molto fu lieto ed ebbel rilevato;
Dando acqua fresca al viso sbigotito,
Torna il colore e il spirto che  fuggito.

Poi vi dir come quella donzella
Medic Brandimarte, e con qual guisa;
Come lui di dolor la morte appella,
Credendo aver perduta Fiordelisa:
Ma nel presente io torno alla novella
Che davanti lasciai, quando Marfisa
Col pro' Ranaldo insieme e con sua schiera
Mena fraccasso per quella rivera.

Correva grossa e tutta sanguinosa
La rivera de Drada per quel giorno,
E piena  della gente dolorosa,
Cavalli e cavallier, con tanto scorno,
Che fuggian da Marfisa furosa.
Lei con la spada fulminava intorno;
Come il foco la stoppia secca spazza,
Cos col brando se fa far lei piazza.

Da l'altra parte il franco fio de Amone
Avea smariti s quei sciagurati,
Che, come storni a vista de falcone,
Fuggiano, or stretti insieme, or sbaragliati.
Davanti a tutti fuggia Galafrone
E il re Adrano; e tra li spaventati
Antifor ed Oberto se ne vano;
A spron battuti fugge il re Ballano.

Io non vi sapria dir per qual sciagura
Perdesse ogni omo quel giorno lo ardire;
Ch Astolfo, che non suole aver paura,
Fu a questo tratto de' primi a fuggire.
Chiaron scapinava oltra misura,
E molti altri baron che non so dire;
Ciascuno a tutta briglia il destrier tocca,
Sin che son gionti al ponte della rocca.

Intr ciascun barone e gran signore,
Levando il ponte con molto sconforto;
Ma chi non ebbe destrier corridore,
Fu sopra al fosso da Marfisa morto;
La quale era montata in gran furore,
Perch essa aveva chiaramente scorto
Che il falso Galafrone era campato
Dentro alla rocca, e il ponte era levato.

Onde essa andava intorno, minacciando
Con calci quella rocca dissipare,
Ch avea vergogna di adoprarvi il brando.
L'altro bravare io non puotria contare,
Che eran assai maggior di questo; e quando
Pi gente viva intorno non appare,
Ch ogni om per tema fugge dalle mura,
Sdegna de intrarvi, e torna alla pianura.

E gi tornando, a Ranaldo parlava
Dicendo: - Cavalliero, in quel girone
Stavvi una meretrice iniqua e prava,
Piena di frode e de incantazone;
Ma quel che  peggio ed ancor pi m'agrava,
Un re vi sta, che non ha paragone
De tradimenti, inganni e di mal fele:
Trufaldino  nomato quel crudele.

E quella dama Angelica se appella,
Che ha ben contrario il nome a sua natura,
Perch  di fede e di piet ribella.
Onde io destino mettere ogni cura
Che non campi n 'l re n la donzella,
Che pur son chiusi dentro a quelle mura;
Poi che disfatto avr la rocca a tondo,
Vo' pigliar guerra contra a tutto il mondo.

Primo Gradasso voglio disertare,
Che  re del gran paese Siricano;
Poi Agricane vado a ritrovare,
Che tutta Tartaria porta per mano.
Sin in Ponente mi conviene andare,
E disfar la Franza e Carlo Mano;
Nanti a quel tempo levarmi di dosso
Maglia n usbergo n piastra non posso.

Ch fatto ho sacramento a Trivigante
Non dispogliarme mai di questo arnese
Insin che le provincie tutte quante,
E castelle e citade non ho prese;
S che, barone, tuoteme davante,
O prometti esser meco a queste offese,
Ch chiaramente e palese te dico:
Chi non  meco, quello  mio nemico. -

Per tal parole intese il fio de Amone
Che Angelica  la dentro e Trufaldino;
E in vero al mondo non ha due persone
Ch pi presto volesse a suo domno.
Al re ben portava odio per ragione,
Alla dama non gi, per Dio divino!
Perch essa amava lui pi che 'l suo core;
Ma incanto era cagion di tanto errore.

Voi la maniera sapeti e la guisa,
Per qua non la voglio replicare.
Ora rispose il principe a Marfisa:
- Con teco son contento dimorare
E star sotto tua insegna e tua divisa,
Sin che abbi Trufaldino a conquistare;
Ma gi pi oltra il partito non piglio,
Ch il loco e il tempo mi dar consiglio. -

Cos acordati, se accamparno intorno
L'alta Marfisa e tutta la sua gente.
Senza far guerra via pass quel giorno,
Ma come a l'altro uscitte il sol lucente,
Ranaldo armosse e pose a bocca il corno,
Chiamando Trufaldino il fraudolente;
Crida nel suono, e con molto rumore
Renegato lo appella e traditore.

Quando il malvaggio da la rocca intese
Che gi nel campo a battaglia  appellato,
De l'alte mura subito discese
Pallido in viso e tutto tramutato,
Chiamando e' cavallieri in sue diffese,
Racordando a ciascun quel che ha giurato,
Di combatter per lui sino alla morte,
Alor che prima intrarno a quelle porte.

Angelica la dama in questo istante
Era in consiglio col re Galafrone,
Tratando di trar fuora Sacripante
E Torindo il gran Turco di pregione;
Fur le ragione audite tutte quante,
E ciascun disse la sua opinone;
De trarli di pregione a tutti piace,
Purch al re Trufaldin faccian la pace.

E cos fu concluso e statuito:
La dama fu mezana al praticare.
Sacripante de amore era ferito,
Quel che piace ad Angelica vl fare.
Ma il re Torindo non volse il partito,
Pur parve a tutti di lasciarlo andare,
Con questo: che egli uscisse fuor del muro,
Perch ciascun l dentro sia securo;

E che tra lor non nasca pi rumore,
E solo a quei di for guerra si faccia.
Usc Torindo adunque a gran furore,
Ed aspramente a Trufaldin minaccia,
Chiamandolo per nome traditore.
Presto del poggio scender se procaccia;
Ed a Macon giura, mordendo il dito,
Che punir colui che l'ha tradito.

Venne nel campo, e disse la cagione
Che l'avea fatto de l su partire;
E giura a Trivigante ed a Macone
Che ne farebbe Angelica pentire;
Perch a sua posta fu messo in pregione,
Ed era stato al rischio de morire;
Ora tal guidardon glie n'avia reso,
Che tena il traditor l s diffeso.

Queste parole a Marfisa dicia,
Perch al suo pavaglion fu apresentato.
Ranaldo suona il corno tuttavia,
Chiamando Trufaldin can renegato.
Or se apresenta la battaglia ria,
Tal che Ranaldo, il sire aprezato,
Non ebbe in altra mai pi affanno tanto;
Ma questo narrar ne l'altro canto.

Canto ventesimoprimo

Cantando qui di sopra, io vi lasciai
Come Ranaldo  sopra allo afferrante,
E con vergogna e vituperio assai
Disfida Trufaldino a s davante;
E nella fin del canto io vi contai
Come fu spregionato Sacripante,
E fece pace col re Trufaldino;
Ma il re Torindo tenne altro camino.

Ora pone Ranaldo il corno a bocca,
E tal parole al tintinar risuona:
- O campioni, che seti nella rocca
In compagnia della mala persona,
Oditi quel che a tutti quanti tocca,
Sia cavalliero, o sia re de corona:
Chi non punisce oltraggio e tradigione,
Potendo farlo, lui ne  la cagione.

Ciascun che puote e non diveta il male,
In parte del deffetto par che sia;
Ed ogni gentilomo naturale
Viene obligato per cavalleria
Di esser nemico ad ogni disleale
E far vendetta de ogni villania;
Ma ciascuno de voi questo dispreza,
Ch piet non aveti o gentileza.

Anci teneti vosco uno assassino,
Quel falso cane de Dio maledetto,
Dico il re di Baldaca, Trufaldino,
Malvaggio, traditor, pien de diffetto.
Ora me intenda il grande e il piccolino:
Tutti ve isfido e nel campo vi aspetto;
E vo' provarvi, con la spada in mano,
Che ognom de voi  perfido e villano. -

Con tal parole e con altre minaccia
Tutti quei cavallieri il fio de Amone;
Lor se guardavan l'uno e l'altro in faccia,
Ch chiaro aveano inteso quel sermone;
De loro alcun non  che ben non saccia
Che a torto prender la questone;
Ch Trufaldin da tutti era stimato
Iniquo, traditore e scelerato.

Ma la promessa fede e il giuramento
Li fece uscire armati de le porte;
E bench avessen tutti alto ardimento,
E non stimassen, per onor, la morte,
Andarno alla battaglia con spavento;
E non vi fu baron cotanto forte
Che, vedendo Ranaldo a s davante,
Non se stordisse insin sotto le piante.

Sei cavallieri uscr di quel girone,
E calarno de il sasso alla pianura:
Primo Aquilante e il suo fratel Grifone,
Che hanno e destrier fatati e l'armatura,
Oberto e il re Adrano e Chiarone;
In mezo  Trufaldin con gran paura.
Come nel campo fr gionti di saldo,
Grifon cognobbe in vista il bon Ranaldo.

Verso Aquilante disse: - Odi, germano:
Se io vedo drittamente, ora mi pare
Che questo sia il segnor di Montealbano;
E ben serebbe de girlo a trovare,
E con carezze e con parlare umano
Veder se pace se puote trattare;
Per che, a dirti il vero, io me sconforto
Per la battaglia che prendiamo a torto. -

Disse Aquilante: - A me pare ancora esso,
E pi proprio me par quanto pi guardo;
Ma non ardisco a dirlo per espresso,
Ch non ha sotto il suo destrier Baiardo.
Or cavalchiam pur, ch gionti da presso
Ben lo cognosceremo senza tardo:
E parla poi con lui, come te piace,
De accordo o di battaglia, o guerra o pace. -

Cos van verso lui, sempre parlando,
E gi l'un l'altro se recognoscia;
Unde andarno da parte, e ragionando
La sua sorte avenire, ogni om dicia
Perch qua fosse gionto, e come, e quando;
Ma ciascadun de' tre gran pena avia,
Poi che trovar non san ragion che vaglia,
Che tra lor cessi la mortal battaglia.

Di Chiaramonte sono e di Mongrana,
Gentile ischiatte e de un sangue discese;
Or per altrui e per cagione istrana
Vengono insieme alle mortale offese.
Dicea il franco Grifon con voce umana
Verso Ranaldo: - Deh baron cortese!
Mal aggia la fortuna e trista sorte
Che per altrui te adduce a prender morte.

Perch sette baroni hanno giurato
Diffender Trufaldin da tutto il mondo,
Ciascuno d'alto pregio e nominato.
Caro fratello, io non te me nascondo:
Morto ti veggio e disteso nel prato,
Ch dopo il primo venir il secondo,
E il terzo e il quarto senza dimorare:
Contra de tanti non puotrai durare. -

Disse Ranaldo: - A fede di leanza,
Aver guerra con voi molto me pesa;
E ci non dico gi per dubitanza,
Ch tutti andreti in terra alla distesa;
Ed  la vostra s grande arroganza,
Poi contra a tutto il mondo aveti impresa,
Che non doveti gi meravigliare
Se io solo a sette voglio contrastare.

Ma noi facciamo ormai troppo parole,
Ed io non voglio star tutto oggi armato;
Qualunche Trufaldin diffender vle,
Prenda del campo, ch io l'ho desfidato.
Certo non passar quel monte il sole,
Che ad uno ad un vi stender sul prato,
E mostrarovi chiaro il parangone
Che ve moveti contra alla ragione. -

Poi che ebbe cos detto, il cavalliero
Pi non aspetta e volta Rabicano:
E dilungato con sembiante altiero
Fermossi al campo con la lancia in mano.
Or vedon li altri al tutto esser mestiero
De insanguinar le spade in su quel piano,
Perch Ranaldo ha qui fermato il chiodo;
Alla battaglia dnno ordine e modo.

E, vergognando andarli tutti adosso,
Ordinorno che Oberto dal Leone
Fosse contra de lui soletto mosso;
E quando avesse il peggio alla tenzone,
Il re Adrano l'avesse riscosso;
E, bisognando, movesse Grifone,
Al qual donasse aiuto il suo germano;
E Chiarone a lui, de mano in mano.

Aveva Oberto una estrema possanza,
E fu de' digni cavallier del mondo;
Sprona il destriero ed impugna la lanza.
Non fu mai corso tanto foribondo
Quanto hanno e duo baron pien de arroganza
Credendo metter l'uno l'altro al fondo;
Poco vantaggio fu nel gionger saldo,
Me se ge ne fu alcun, fu de Ranaldo.

E ritornarno con brandi taglienti
Alla terribil zuffa, inanimati
Per darsi morte, a guisa de serpenti,
Sempre menando colpi disperati.
Avean tagliati tutti e guarnimenti,
E rotti e scudi e li usberghi spezzati;
Ma Ranaldo con lui de maestria
E ancor di forza vantaggio avia.

Menando le botte aspere e diverse,
Ranaldo, che aspettava, il tempo ha clto;
Per che, come Oberto se scoperse,
Gionse Fusberta, e l'elmo ebbe disciolto.
La barbuta e il guancial tutto li aperse,
E crudelmente lo fer nel volto;
E fu il colpo s fiero e smisurato,
Che come morto lo distese al prato.

Questo veggendo il franco re Adrano,
Che stava apparecchiato alla riscossa,
Mosse a gran furia, correndo nel piano
Con una lanza smisurata e grossa.
Era senza asta il sir de Montealbano,
Ch l'avea rotta alla prima percossa,
Ma correndo ne vien col brando nudo;
Il re Adrano il gionse a mezo il scudo.

La lancia ne and al ciel, rotta a tronconi,
N se mosse Ranaldo pi che un sasso.
Or ben vi sazo dir che e due ronzoni
Non venian di galoppo n di passo,
Anci se urtarno insieme come troni,
Petto per petto, con molto fraccasso;
Ma quel del re Adrano and per terra:
Grifone incontinente il brando afferra.

Non volse lancia il cavallier pregiato,
E quasi ancor de andar se vergognava,
Parendoli Ranaldo affaticato.
Or, come io dissi, la spada pigliava;
L'arme avea tutte e il destriero affatato,
N d'altra cosa lui se dubitava,
Salvo de non potersi indi partire
Che non facesse Ranaldo morire.

E dolcemente lo volea pregare
Che li piacesse de lasciar la impresa.
Disse Ranaldo a lui: - Non predicare;
Fuggi in mal'ora, o prendi tua diffesa. -
Quando Grifone intese quel parlare,
La faccia li vamp di foco accesa,
Ed a lui disse: - Io non soglio fuggire,
Ma tua superbia ti far morire. -

Compto non avea queste parole,
Che il principe il fer con tal roina,
Che veder non sapea se  luna o sole,
N se gli era da sera o da matina.
Ranaldo a lui diceva: - Altro ce vle
Che il destrier bianco e l'armatura fina
A voler esser bon combattitore!
Lena bisogna ed animoso core. -

Quando Grifone intese con oltraggio
Dal sir de Montealbano esser schernito,
Turbato oltra misura nel coraggio
Ferilli ad ambe man l'elmo forbito;
E bench a quel non facesse dannaggio,
Ch era incantato, come avete odito,
Fu il colpo di tal furia e tal tempesta
Che tutta quanta gli stord la testa.

Non pone indugia, che un altro li mena,
Con pi roina assai de quel primiero;
Non sent mai Ranaldo maggior pena,
E tutto fraccassato avea il cimiero.
- Io ti far sentir se ho core e lena,
E se altro vlsi che un bianco destriero,
Vil ribaldo, di strata rio ladrone! -
Queste parole diceva Grifone.

E men il terzo colpo assai maggiore,
Cos come era tutto invelenito,
E tanta fretta mena e tal furore,
Che Ranaldo non pu prender partito.
Ma come piacque a l'alto Creatore,
Sempre ne l'elmo l'aveva ferito,
Ch, se l'avesse gionto in altro loco,
Sera durata la battaglia poco;

Per che avria spezzata ogni armatura:
Ma l'elmo stette alle percosse saldo.
Turbato era Grifone oltra misura,
N mai fu de grande ira tanto caldo;
Ma d'altra parte a voi lascio la cura
Di pensar come stesse il pro' Ranaldo;
Ch Mongibel non arde n Vulcano,
Pi che facesse il sir de Montealbano.

Sembrava gli occhi suoi faville accese,
E parea nel soffiar tempesta e vento;
Cridando ad ambe man Fusberta prese,
E ferisce a Grifon con ardimento.
Sette armature non serian diffese,
Se non vi fosse stato incantamento;
Ma quella fatasone era s forte
Che camp il giovanetto dalla morte.

Abench se stord della percossa,
Ed alle crine del destrier s'inchina;
E non avendo ancor l'alma riscossa,
Ranaldo lo fer con gran ruina.
Ma il giovanetto, che avea tanta possa,
Ed  guarnito di armatura fina,
Come risente, di nulla si cura,
E mena colpi grandi oltra misura.

E s crudel battaglia han cominciata,
Che un'altra non fu mai cotanto dura;
N mai chiesen ripossa alcuna fiata,
N di doglia o de affanno alcun si cura.
La faccia avea ciascun tanto infiammata,
Che solo a riguardarli era paura;
E, chi mirava da lontano un poco,
Parea che fuor de l'elmi uscisse foco.

N si scorga vantaggio di nente,
Bench meglio Grifone fosse armato.
Cresce d'ognor lo assalto pi fervente,
Qual gi presso a cinque ore avea durato.
Dicea Ranaldo: - O Cristo onnipotente,
Se bene in altra cosa aggio peccato,
Non ne volere in questo far amendo,
Ch adesso il dritto e la ragion diffendo!

Tu sai, Segnor, se iusta  la mia impresa,
Ch a te menzogna se direbbe in vano;
Grifon de un Saracino ha la diffesa
Contra di me, che pur son cristano.
Per un can Saracin lui fa contesa,
Crudele, iniquo, perfido e inumano:
Fa, re del ciel, che chiaro ora comprenda
Che la iustizia per te se diffenda. -

Cos parlava; ed ancora Grifone,
Tuttavia combattendo a gran ruina,
Mirava al celo con devozone.
- Vergine, - dicea lui - del cel regina,
Abbi del mio fallir compassone,
N abandonar questa anima tapina!
Che, bench in altre cose aggia peccato,
In questo  pur il dritto dal mio lato.

Sempre parlai con Ranaldo de pace,
E lui me oltraggia con tal villania,
Che adoprar mi convien quel che me spiace
E far battaglia contra a voglia mia.
Suo tanto orgoglio e suo parlar mordace
Me hanno condutto a questa pugna ria;
E il tuo soccorso aspetto, che  dovuto,
Ch sempre a' bisognosi doni aiuto. -

In tal forma pregavan con pietate,
Tuttavia combattendo, quei guerreri;
N mai se vedean ferme le sue spate,
Ma colpi sopra colpi ognor pi fieri;
N se temean l'un l'altro in veritate,
Tanto eran prodi e de virtute altieri,
Che a brando, a lancia, a piedi e su l'arcione,
Potean con ciascun stare al paragone.

Ma nel presente io voglio differire
Il fin di questa pugna s rubesta;
De Orlando e Brandimarte vi vo' dire,
Che son con quella dama alla foresta,
Quale han campata da crudel martre,
E tre giganti occisi con tempesta,
Come doveti aver nella memoria;
Or de quel fatto io vo' seguir la istoria.

Brandimarte giacea sopra a quel prato,
Come io vi dissi, tutto sanguinoso,
Con l'elmo rotto e scudo fraccassato
Pel colpo di Marfusto furoso.
Orlando in braccio se l'avea recato,
E piangea forte quel conte pietoso.
Ma quella damisella a mano a mano
Gi del gambelo discese nel piano,

Ed and prestamente ivi alla fonte,
Ch'era nel mezo del prato fiorito,
E gettando acqua a Brandimarte in fronte
Ritornar fece il spirto sbigotito:
E dolcemente ragionando al conte
Dicea voler pigliare altro partito,
Ch poco longe una erba avea veduta,
Qual racquista la vita ancor perduta.

Dentro alla selva che girava intorno
La damisella se pone a cercare,
N stette molto, che fece ritorno
Con l'erba che a virtute non ha pare.
Ad r simiglia quando  chiaro il giorno,
La notte poi se vede lampeggiare;
Il fior vermiglio ha la pianta felice,
E come argento  bianca sua radice.

Avea il baron la testa dissipata
Per il gran colpo, come aveti odito;
Posevi dentro quella erba fatata
La damisella, e chiusela col dito.
Fu incontinente la piaga saldata,
N pur se vede dove era ferito;
Ma, come il spirto li fu ritornato,
Di Fiordelisa il conte ha dimandato.

- Eccola quivi! - a lui rispose Orlando
- Lei sola ti camp veracemente. -
Cos rispose il conte al suo dimando,
Perch de l'altra non sapea nente.
Brandimarte mir la dama, e quando
Vide che non  quella, un dolor sente
S smisurato e s nocivo al core,
Che quel del trapassar sera minore.

Volgendo al cel le luce lacrimose:
- Chi mi camp, - dicea - da mortal sorte
Per darmi pene tanto dolorose?
Or non me era assai meglio aver la morte?
Spirti dolenti ed anime piatose
Che stati del morir sopra le porte,
Piet vi prenda della pena mia,
Ch'io vo' venir con vosco in compagnia!

Non voglio viver, non, senza colei,
Che sola ene il mio bene e 'l mio conforto;
Vivendo, mille volte io morirei.
Ahi, Fortuna crudel, come a gran torto
Presa hai la guerra contro a' fatti miei!
Or che te giovar poi che sia morto?
Che farai poi, crudel, senza lanza?
Ch morte finir la tua possanza.

Tolto m'hai del paese ove fui nato,
Ch ancor me odiasti essendo fanciullino;
Di mia casa reale io fui robato,
E venduto per schiavo piccolino;
Il nome de mio patre aggio scordato
E il mio paese, misero! tapino!
Ma solo il nome de mia matre ancora
Fermo nella memoria mi dimora.

Fortuna dispietata, iniqua e strana,
Tu me facesti servo ad un barone,
Quale era conte di Rocca Silvana;
E poi, per darmi pi destruzone,
Con falso viso ti mostrasti umana:
E il conte, che mi desti per padrone,
Franco mi fece; e, non avendo erede,
Ogni sua robba e il suo castel mi dede.

E per fingerti a me pi grata e sciolta,
Dama me desti de tanta beltate:
Quella me desti che adesso m'hai tolta,
Per farmi ora morir con crudeltate.
Odi, fallace, e il mio parlare ascolta:
Nocer non posso alla tua vanitate,
Ma sempre biasmarotti ed in eterno
Di te me andr dolendo nello inferno. -

Cos parlando s forte piangia,
Che avria spezzato un sasso di pietate.
Il conte Orlando gran dolor n'avia,
E quella dama con umanitate
Dolcemente parlando gli dicia:
- Molto me incresce di tua aversitate,
E debbo avere assai compassone,
Perch a dolermi teco aggio cagione.

E vo' che intendi se le cose istrane
Son date ad altri ancor dalla Fortuna.
Mio padre  re delle Isole Lontane,
Dove il tesor del mondo se raduna;
E tanto argento ed oro ha in le sue mane,
Che altro tanto non  sotto la luna,
N ricchezza maggior al sol si vede;
Ed io restavo a tanto bene erede.

Ma non se puote indivinar giammai
Quel che sia meglio a desare al mondo.
Di re figliola e bella mi trovai,
Ricca de avere e de stato iocondo;
E ci mi fu cagion de molti guai,
Come te contaraggio il tutto a tondo,
Perch cognosci a quel che mmi incontrato,
Che anzi alla morte alcun non  beato.

Era la fama gi sparta de intorno
Della ricchezza del mio patre antico;
E nominanza del mio viso adorno,
O vera o falsa, pur come io te dico,
Men duo amanti a chiedermi in un giorno,
Ordauro il biondo e il vecchio Folderico;
Bello era il primo dal zuffo alla pianta,
L'altro de li anni avea pi de sessanta.

Ricco ciascuno e de schiatta gentile;
Ma Folderico sagio era tenuto
E de uno antiveder tanto sotile,
Che come a Dio del cel gli era creduto.
Ordauro era di forza pi virile,
E grande di persona e ben membruto;
Io, che a quel tempo non chiedea consiglio,
Il vecchio lascio, e il giovine me piglio.

Non era tutta mia la libertate,
Per che il patre mio vi tenea parte;
Vergogna rafren la voluntate,
Che presto in nave avria tratto le sarte.
Ed anco mi stimava in veritate
Poter mandar mia voglia al fin con arte,
Ed ottenire Ordauro di leggiero;
Ma fallito me and questo pensiero.

Nelli antichi proverbii dir se suole
Che malizia non  che donna avanze;
Salamon disse gi queste parole,
Ma al nostro tempo se ritrovan cianze.
Provato l'ho a mio costo, e ben mi dole,
Ch'aggio perduto l'ultime speranze,
Per confidarme alla malizia mia;
Perso ho quel ch'io volevo e quel ch'io avia.

Perch, fingendo la faccia vermiglia
E gli occhi quanto io pote vergognosi,
Con quel parlar che a pianto se assomiglia,
Nanti al mio patre ingenocchion mi posi,
E dissi a lui: "Segnor, s'io son tua figlia,
Se sempre il tuo volere al mio preposi,
Come fatto ho di certo in abandono,
Non mi negare a l'ultimo un sol dono.

Questo ser che non me dia marito
Che prima meco al corso non contenda;
E sia per legge fermo e stabilito
Che il vincitor per sua moglie mi prenda;
Ma fa che 'l vinto sappia che il partito
Sia di lasciar la vita per amenda,
E sia palese per tutte le bande:
Chi non  corridor, non me domande."

Questa richiesta fu crudele e dura,
Ma non la seppe il mio patre negare,
E fecela per voce e per scrittura
Quasi per l'universo divulgare.
Ora me tenni lieta e ben secura
Poter marito a mia voglia pigliare,
Perch io son tanto nel corso legiera,
Che apena  pi veloce alcuna fiera.

E mi ricordo che nel prato piano
Che  presso alla citt di Damosire,
Presi una cerva, correndo, con mano,
Ed altre cose assai che non vo' dire.
Or, come io dissi, Ordauro, quel soprano,
Con Folderico insieme ebbe a venire.
L'uno  canuto e di molti anni pieno,
L'altro nel viso angelico e sereno.

Pensa tu, cavalliero, a qual s'accosta
Lo amoroso voler de una fanciulla.
Io tutta al giovanetto ero disposta,
E di quel vecchio mi curavo nulla.
Pi non se dette al fatto indugia o sosta;
Venne il vecchiardo sopra ad una mulla,
E de alto carco se mostrava stanco;
Una gran tasca avea dal lato manco.

Il giovanetto viene con gran festa
Sopra un corsier, che de oro era guarnito;
Salta su il campo ed al corso s'apresta.
Ciascun mostrava Folderico al dito,
Dicendo: "Il saggio perder la testa,
Ch qua non giover esser scaltrito;
Di tanta astuzia al mondo era tenuto,
Or per amore egli ha il senno perduto."

Fuor della terra smontamo ad un prato
Per far di nostro corso ultima prova:
Folderico la tasca avea da lato.
E prima che dal segno alcun se mova,
Fu il patto nostro ancora ricontato,
E la condizon qui se rinova;
La turba sta d'intorno alla vedetta,
E sol la mossa al terzo suono aspetta.

Ciascun di noi dal segno fo partito.
Folderico davanti via passava:
Io il comportai, per averlo schernito.
Come lui vide che a passarlo andava,
Un pomo d'oro lucido e polito
Fuor della tasca subito cavava;
Io, che invaghita fui di quel lavoro,
Lasciai la corsa e venni al pomo d'oro.

Ch quel metallo in vista  s iocondo,
Che la pi parte del mondo disvia;
Ed era s volubile e ritondo,
Che de pigliarlo gran fatica avia.
Io presi il primo, e lui gett il secondo,
Fuggendomi davanti tuttavia,
Dove ebbi assai fatica, e ad un ponto
Questo pigliai ed ebbilo ancor gionto.

Io l'ebbi gionto, ed eravamo al fine
Della affannata corsa e faticosa;
E gi le tende bianche eran vicine,
Dove, compto il corso, se riposa.
Fra me dicea: "Convien che io me destine
A dietro non tornar per altra cosa;
Non tornaria per tutto il mondo un dito,
Ch un vecchio non voglio io per mio marito.

Passar me lassaraggio al giovanetto,
E lui davante vo' lasciare andare;
E questo brutto vecchio e maledetto,
Che  s canuto e vlsi maritare,
La forma lasciar del bacinetto;
E gi questa ora mille anni a me pare
Che Ordauro meco nel corso contenda,
Ed io lo baci e per vinta mi renda."

Cos parlava meco nel mio core,
Alegra, gi vicina alla speranza,
Quando il vecchio malvaggio e traditore
Il terzo pomo della tasca lanza;
E tanto me abagli col suo splendore,
Che, bench tempo al corso non me avanza,
Pur venni adietro e quel pomo pigliai,
N Folderico pi gionsi giamai.

Lui forte ansando alle tende arivava;
E soi gli sono intorno con letizia.
Tutta la gente di fuora cridava:
"Adoprata ha il volpone alta malizia."
Or tu pi mo pensar se io biastemava,
Ch'io piansi il sangue vivo per gran stizia;
E nel mio cor dicea: "Se egli  volpone,
Farollo essere un becco, per Macone.

Ch mai non intr a giostra cavalliero,
N a torniamento per farsi vedere,
Che avesse in capo tanto alto il cimiero,
Come io far di corne al mio potere.
Ponga a guardarme tutto il suo pensiero,
Che non gli giovar lo antivedere;
E s'egli avesse uno occhio in ciascun dito,
Ad ogni modo rimarr schernito."

Feci il pensiero e missilo ad effetto.
Ma voi aveti forse altro che fare,
Perch io vedo entrambi nello aspetto
Esser sospesi e de intorno guardare;
S che io verr con voi, e con diletto
La mia novella voglio seguitare,
Qual or vi piace. Prendite la via,
Ch'io ser presta a farvi compagnia. -

Rispose Brandimarte: - Il danno mio
M'ha tratto della mente al tutto fuore,
E de mia dama tanto mi sa rio,
Come perduto avessi proprio il core;
S che a cercarla  tutto il mio desio,
E sento per la indugia tal dolore
E tanta pena e tanta angoscia e guai,
Ch'io non ho inteso ci che detto m'hai. -

E cos tutti tre frno accordati
Di cercar Fiordelisa in quel deserto,
E non posar giamai son destinati,
Sin che di lei non sanno al tutto il certo;
E cavalcando se frno invati
Nel bosco ombroso e di rame coperto.
Ma il lor camino e i fatti e il ragionare
Dirovi a ponto in questo altro cantare.

Canto ventesimosecondo

Erano entrati alla gran selva folta
Quei tre, come di sopra io vi contai:
Ciascun, dintorno remirando, ascolta
Se Fiordelisa sentisse giamai,
Che fo dal rio palmier dormendo tolta;
E di lei ragionando io ve lasciai,
Che essendo in braccio a quel palmier villano
Cridava aiuto adimandando in vano.

Brandimarte il suo drudo allor non vi era,
Che gli potesse soccorso donare;
Anci era travagliato in tal maniera,
Che per se stesso avea troppo che fare;
Perch in quel tempo alla battaglia fera
Con quei giganti prese a contrastare,
Con Ranchera e Marfusto ed Oridante,
Come io ve dissi nel cantar davante.

Senza soccorso, adunque, la meschina
Empa de pianti la selva dintorno,
N mai de aiuto chieder se rafina,
Battendosi con mano il viso adorno.
Via la portava il vecchio a gran ruina
Sempre temendo averne onta e gran scorno,
N mai sua mente al tutto ebbe sicura
Sin che fu gionto ad una tomba scura.

Nel sasso entrava quel falso vecchione,
Cridando la donzella ad alta voce.
Lui ha ben ferma e certa opinone
Di sfocar quel disio che il cor gli coce;
Ma ne la tomba alor stava un leone
Ismisurato, orribile e feroce;
Il quale, odendo il crido e gran rumore,
Usc fremendo con molto furore.

Come lo vide il vecchio fuora uscire,
Non domandati se egli ebbe paura;
Pallido in faccia se pose a fuggire,
Lasciando quella bella creatura,
Che di spavento credette morire;
Ma, come volse sua bona ventura,
Lasciolla quel leone, e via passava,
Seguendo il vecchio che fuggendo andava.

Lui gionse il vecchio, che al bosco fuggiva,
E tutto quanto l'ebbe a dissipare.
La dama non rest morta n viva,
N di paura sa quel che si fare;
Pur cos quatta per la verde riva
Nascosamente prese a caminare,
E gi callato avendo il monte al piano
Ritrov uno omo contrafatto e strano.

Questo era grande e quasi era gigante,
Con lunga barba e gran capigliatura,
Tutto peloso dal capo alle piante:
Non fu mai visto pi sozza figura.
Per scudo una gran scorza avia davante,
E una mazza ponderosa e dura;
Non avea voce de omo n intelletto:
Salvatico era tutto il maladetto.

Come la dama riscontr nel prato,
Presela in braccio; e, caminando forte,
Ad una quercia che era l da lato,
La leg stretta con rame ritorte.
Poi l vicino a l'erba fu colcato,
Mirando lei, che ognior chiedea la morte;
Lei chiedendo morir sempre piangea,
Ma questo omo bestial non la intendea.

Lasciamo il dir di quella sventurata,
Che de l'un male in l'altro era caduta;
Ella di stroppe alla quercia  legata,
E sol piangendo il suo dolore aiuta.
Ora ascoltati de l'altra brigata,
Che per cercarla al bosco era venuta:
Orlando e Brandimarte e la donzella
Per lor campata da fortuna fella.

In croppa la portava il conte Orlando,
E dolcemente la prese a pregare
Che gli contasse, cos caminando,
Quel che promesso avea di ragionare.
Lei, prima leggermente sospirando,
Disse: - D'ognor che senti racontare
De alcun vecchio marito beffa nova,
Tientela certa, e non chieder pi prova.

Perch tante ne son fatte nel mondo,
Strane e diverse, come aggio sentito,
Che per vergogna gi non me nascondo
Se anch'io ne feci un'altra al mio marito;
Anci mi torna l'animo iocondo
D'ognor ch'io mi ramento a qual partito
Fo da me scorto quel vecchio canuto,
Che s scaltrito al mondo era tenuto.

S come alla fontana io te contai,
Quel vecchio di me fece il male acquisto;
Il celo e la fortuna biastemai,
Ma ad esso assai toccava esser pi tristo,
Ch ne dovea sentire eterni guai,
N fu dal suo gran senno assai provvisto
A prender me fanciulla, essendo veglio;
Che tuorla antica o star senza era meglio.

Lui me condusse con solenne cura,
Con pompa e con trionfo gloroso,
Ad una rocca che ha nome Altamura,
Dove il suo gran tesor stava nascoso.
Di quel che gli intravenne ebbe paura,
N ancor vista m'avea, che era zeloso;
Per me pose dentro a quel girone,
Intro una ciambra, peggio che pregione.

L mi stavo io, de ogni diletto priva,
E campi e la marina a riguardare,
Perch la torre  posta in su la riva
D'una spiaggia deserta, a lato al mare:
Non vi puotria salir persona viva
Che non avesse l'ale da volare,
E sol da un lato a quel castello altiero
Salir se puote per stretto sentiero.

Ha sette cinte e sempre nova intrata
Per sette torroni e sette porte,
Ciascuna piccoletta e ben ferrata.
Dentro a questo giron cotanto forte
Fo' io piacevolmente impregionata,
Sempre chiamando, e notte e giorno, morte;
N altro speravo che desse mai fine
Al mio dolore e a mie pene meschine.

Di zoie e de oro e de ogni altro diletto
Ero io fornita troppo a dismisura,
Fuor de il piacer che si prende nel letto,
Del quale avea pi brama e maggior cura;
E il vecchio, che avea ben de ci sospetto,
Sempre tenea le chiave alla cintura,
Ed era s zeloso divenuto,
Che avendol visto non sera creduto.

Perci che sempre che alla torre entrava,
Le pulice scotea del vestimento,
E tutte fuor de l'uscio le cacciava;
N stava per quel d pi mai contento,
Se una mosca con meco ritrovava;
Anzi diceva con molto tormento:
 femina, over maschio questa mosca?
Non la tenire, o fa ch'io la cognosca.

Mentre ch'io stavo da tanto sospetto
Sempre guardata e non sperando aiuto,
Ordauro, quel legiadro giovanetto,
Pi volte a quella rocca era venuto,
E fatto ogni arte e prova; ed in effetto
Altro mai che il castel non ha veduto;
Ma Amor, che mai non  senza speranza,
Con novo antiveder li die' baldanza.

Egli era ricco di molto tesoro,
Ch senza quel non val senno un lupino;
Onde con molto argento e con molto oro
Fe' comprare un palagio in quel confino
Dove me tena chiusa il barbasoro,
E manco de due miglia era vicino.
Non dimandati mo se al mio marito
Crebbe sospetto, e se fu sbigotito.

Esso temea del vento che soffiava,
E del sol che lucea da quella parte,
Dove Ordauro al presente dimorava;
E con gran cura, diligenzia ed arte
Ogni picciol pertugio vi serrava,
N mai d'intorno dal giron se parte;
E se un occello o nebbia nel ciel vede,
Che quel sia Ordauro fermamente crede.

Ogni volta salia con molto affanno
Sopra alla torre, e trovandomi sola
Diceva: "Io temo che me facci inganno,
Ch non so che qua su de intorno vola.
Io ben comprendo la vergogna e il danno,
E non ardisco a dirne una parola:
Ch oggi ciascun che ha riguardo al suo fatto,
Nome ha zeloso, ed  stimato un matto."

Cos diceva; e poi che era partito,
Rodendo andava intorno a quel rivaggio;
E per spiare ancor tal volta  gito
Dove abitava Ordauro al bel palaggio;
E a lui diceva: "Quel riman schernito,
Che pi stima sapere ed esser saggio.
Se una vien clta, non te ne fidare,
Ch l'ultima per tutte pu pagare."

Queste parole e molte altre dicia
Sempre fra denti, con voce orgogliosa.
Ordauro al suo parlar non attendia,
Ma con mente scaltrita ed amorosa
Sotto la terra avea fatto una via,
A ciascuno altro incognita e nascosa.
Per una tomba chiusa intorno e scura
Gionse una notte dentro ad Altamura.

E bench egli arivasse d'improviso,
Ch'io non stimavo quella cosa mai,
Io il ricevetti ben con meglior viso
Ch'io non facevo Folderico assai.
Ancora esser mi par nel paradiso,
Quando ramento come io lo baciai,
E come lui baciomme nella bocca;
Quella dolcezza ancor nel cor mi tocca.

Questo ti giuro e dico per certanza,
Ch'io ero ancora vergine e polzella;
Ch Folderico non avea possanza,
Ed essendo io fanciulla e tenerella,
Me avea gabata con menzogna e zanza,
Dandomi intender con festa novella,
Che sol baciando e sol toccando il petto
De amor si dava l'ultimo diletto.

Alora il suo parlar vidi esser vano,
Con quel piacer che ancor nel cor mi serbo.
Noi cominciammo il gioco a mano a mano;
Ordauro era frezzoso e di gran nerbo,
S che al principio pur mi parve strano,
Come io avessi morduto un pomo acerbo;
Ma nella fin tal dolce ebbi a sentire,
Ch'io me disfeci e credetti morire.

Io credetti morir per gran dolcezza,
N altra cosa da poi stimai nel mondo.
Altri acquisti possanza o ver ricchezza,
Altri esser nominato per il mondo.
Ciascun che  saggio, il suo piacere aprezza
E il viver dilettoso e star iocondo;
Chi vle onore o robba con affanno,
Me non ascolti, ed abbiasene il danno.

Pi fiate poi tornammo a questo gioco,
E ciascun giorno pi crescia il diletto;
Ma pur il star rinchiusa in questo loco
Mi dava estrema noia e gran dispetto;
E il tempo del piacer sempre era poco,
Per che quel zeloso maladetto
Me ritornava s ratto a vedere,
Che spesso me sturb di gran piacere.

Unde facemmo l'ultimo pensiero
Ad ogni modo de quindi fuggire;
Ma ci non puotea farsi de legiero,
Ch avea quel vecchio s spesso a salire
L dove io stava nel castello altiero,
Che non ci dava tempo di partire.
Al fin consiglio ce don lo amore,
Che dona ingegno e sotigliezza al core.

Ordauro Folderico ebbe invitato
Al suo palagio assai piacevolmente,
Mostrandoli che se era maritato,
Per trarli ogni sospeto della mente.
Lui, da poi che ebbe il castel ben serrato,
Ch'io non potessi uscirne per niente,
N sapendo di che, pur sbigotito,
Ne and dove era fatto il gran convito.

Io gi prima de lui ne era venuta
Per quella tomba sotterra nascosa,
E d'altri panni ornata e proveduta
S come io fossi la novella sposa;
Ma come il vecchio m'ebbe qui veduta,
Morir credette in pena dolorosa;
E vlto a Ordauro disse: "Ahim tapino!
Ch ben ci mi stimai, per Dio divino!

Io non occisi gi il tuo patre antico,
N abruciai la tua terra con roina,
Che esser dovessi a me crudel nemico
E far la vita mia tanto meschina.
Ahi tristo e sventurato Folderico,
Che sei gabato al fin da una fantina!
Ora a mio costo vadase a impiccare
Vecchio che ha moglie, e credela guardare."

Mentre che lui dicea queste parole
De ira e de sdegno tutto quanto acceso,
Ordauro assai de ci con lui se dole,
Mostrando in vista non averlo inteso;
E giura per la luna e per il sole,
Che egli  contra ragion da lui ripreso;
E che per il passato e tutta via
Gli ha fatto e falli onore e cortesia.

Cridava il vecchio ognior pi disperato:
"Questa  la cortesia! questo  l'onore!
Tu m'hai mia moglie, mio tesor robbato,
E poi, per darmi tormento maggiore,
M'hai ad inganno in tua casa menato,
Ladro, ribaldo, falso, traditore,
Perch'io veda il mio danno a compimento
E la mia onta, e mora di tormento."

Ordauro se mostrava stupefatto,
Dicendo: "O Dio, che reggi il cel sereno,
Come hai costui de l'intelletto tratto,
Che fu de tal prudenza e senno pieno?
Or de ogni sentimento  s disfatto,
Come occhi non avesse, pi n meno.
Odi (diceva), Folderico, e vedi:
Questa  mia moglie, e che sia tua credi.

Essa  figliola del re Manodante,
Che signoreggia le Isole Lontane;
Forse che in vista te inganna il sembiante,
Perch aggio inteso che fr due germane
Tanto di faccia e membre simigliante,
Che, veggendole 'l patre la dimane
E la sua matre, che fatte le avia,
L'una da l'altra non ricognoscia.

S che ben guarda e iudica con teco,
Prima che a torto cotanto ti doglie,
Perch contra al dover turbato i meco."
Diceva il vecchio: "Non mi vender foglie,
Ch'io vedo pur di certo, e non son ceco,
Che questa  veramente la mia moglie:
Ma pur, per non parer paccio ostinato,
Vado alla torre, e mo ser tornato.

E se non la riveggio in quel girone,
Non te stimar di aver meco mai pace:
In ogni terra, in ogni regone
Te perseguitar, per Dio verace;
Ma se io la ritrovo, per Macone
De averti detto oltraggio mi dispiace;
Ma fa che questa quindi non si mova
Insin ch'io torni e vedane la prova."

Cos dicendo, con molta tempesta,
Trottando forte, alla torre tornava;
Ma io, che era de lui assai pi presta,
Gi dentro dalla rocca lo aspettava;
E sopra il braccio tenendo la testa,
Malanconosa in vista me mostrava.
Come fu dentro ed ebbemi veduta,
Meravigliosse e disse: "Iddio me aiuta!

Chi avria creduto mai tal meraviglia,
N che tanto potesse la natura,
Che una germana s l'altra somiglia
De viso, de fazione e di statura?
Pur nel cor gran sospetto ancor mi piglia,
Ed ho, senza cagione, alta paura,
Per che io credo, e certo giurarei,
Che quella che  l gi, fosse costei."

Poi verso me diceva: "Io te scongiuro,
Se mai speri aver ben che te conforte:
Fosti oggi ancor di for da questo muro?
Chi te condusse, e chi aperse le porte?
Dimmi la verit, ch'io te assicuro
Che danno non avrai, pena, n morte;
Ma stu mentisci, ed io lo sappia mai,
Da me non aspettare altro che guai."

Ora non dimandar come io giurava
Il celo e' soi pianeti tutti quanti:
Quel che si fa per ben, Dio non aggrava,
Anci ride il spergiuro degli amanti.
Cos te dico ch'io non dubitava
Giurare e l'Alcorano e' libri santi,
Che dapoi ch'era intrata in quel girone
Non era uscita per nulla stagione.

Lui, che pi non sapea quel che se dire,
Torna di fora, e le porte serrava.
Io d'altra parte non stavo a dormire,
Ma per la tomba ascosa me ne andava,
E a nova guisa m'ebbi a rivestire.
Quando esso gionse, e quivi mi trovava:
"Il cel - diceva - e Dio non faria mai
Che questa  quella che l su lasciai."

Cos pi volte in diversa maniera
Al modo sopradetto foi mostrata,
E s for di sospetto il zeloso era,
Che spesso me appellava per cognata.
Fo dapoi cosa facile e legiera
Indi partirsi; perch una giornata
Ordauro a Folderico disse in breve
Che quella aria marina  troppo greve;

E che non era stato una ora sano,
Dapoi che venne quivi ad abitare;
S che al giorno sequente e prossimano
Nel suo paese volea ritornare,
Ch'era da tre giornate indi lontano.
Or Folderico non se fie' pregare,
Ma per se stesso se fo proferito
A farce compagnia for de quel sito.

E con noi venne forse da sei miglia,
E poi con fretta adietro ritornava.
Ora io non so s'egli ebbe meraviglia,
Quando alla rocca non me ritrovava.
La lunga barba e le canute ciglia,
Maledicendo il cel, tutte pelava;
E destinato de averme o morire,
Nostro camino se pose a seguire.

E non avendo possa, n ardimento
Di levarme per forza al giovanetto,
Veniaci dietro con gran sentimento,
Del qual troppo era pieno il maledetto.
Ora ciascun di noi era contento,
Io, dico, e Ordauro, quel gentil valletto,
Che senza altro pensier ne andamo via;
Forse da trenta eramo in compagnia.

Scudieri e damiselle eran costoro,
Tutti senza arme caminando adaggio;
Emo la vittualia e argento ed oro
Posto sopra gambeli al carraggio;
Perch tutta la robba e il gran tesoro
Che possedeva quel vecchio malvaggio,
Avevamo noi tolta alla sicura,
L dove io venni per la tomba oscura.

Gi la prima giornata caminando
Aven passata senza impedimento;
Ordauro meco ne vena cantando,
Ed avea indosso tutto il guarnimento
Di piastre e maglia, e cento al fianco il brando;
Ma la sua lancia e il bel scudo d'argento
E l'elmo adorno di ricco cimero
Gli eran portati apresso da un scudero:

Quando davanti, in mezo del camino,
Scontramo un damigello in su l'arcione.
Quel veniva cridando: "Ahim tapino!
Aiuto! aiuto! per lo Dio Macone";
Ed era alle sue spalle uno assassino
(Cos sembrava in vista quel fellone);
Correndo a tutta briglia per il piano
Seguiva il primo con la lancia in mano.

Per il traverso di quel bosco ombroso
Passarno e duo, correndo a gran flagello.
Ordauro de natura era pietoso,
Onde gli increbbe di quel damigello,
E posesi a seguir senza riposo;
Ma ciascun di color parea uno uccello,
Ch'eran senza arme e scarchi e lor destrieri,
Per veloci andavano e legieri.

Ordauro il suo ronzone avea coperto
Di piastra e maglia, onde ebbe molto affanno:
E per esser lui di malizia experto,
Ebbe oltra alla fatica ancor gran danno;
Perch, come io conobbi poi di certo,
Sol Folderico avea fatto ad inganno
Quel giovanetto e quel ladron venire,
Acci che Ordauro gli avesse a seguire.

E come fu da noi s dilungato,
Che di gran lunga pi non si vedia,
Il falso vecchio se fu dimostrato,
Con circa a vinti armati in compagnia.
Ciascun de' nostri se fu spaventato,
Chi qua chi l per lo bosco fuggia,
N fu chi se ponesse alle diffese,
Onde il vecchiardo subito me prese.

Se io ero in quel ponto dolorosa,
Tu lo puoi, cavallier, fra te pensare.
Per una strata de bronchi spinosa,
Dove altri non suolea mai caminare,
Me conducea quel vecchio alla nascosa,
E cento macchie ce fe' traversare,
Perch de Ordauro avea molta paura;
Or noi giongemo ad una valle oscura.

Stata ero io presa duo giorni davanti,
Quando giongemmo a l'ombroso vallone;
Io non avea giamai lasciato e pianti,
Bench me confortasse quel vechione.
Eccote uscir del bosco tre giganti,
Ciascuno armato e con grosso bastone;
Un d'essi venne avanti e crid forte:
"Getti gi l'arme chi non vl la morte." -

Stava la dama in questo ragionare
Col conte Orlando, ed ancora seguia,
Per che li voleva racontare,
Come e giganti l'ebbero in bala,
E come il vecchio la volse aiutare;
E lui fu morto e la sua compagnia,
E sua ventura poi de parte in parte,
Sin che soccorsa fu da Brandimarte;

Ma nova cosa che ebbe ad apparire,
Qual sturb il ragionar della donzella;
Ch un cervo al verde prato vedean gire
Pascendo intorno per l'erba novella.
Come era vago non potrebbi io dire,
Ch fiera non fu mai cotanto bella;
Quel cervo  della Fata del Tesoro,
Ambe le corne ha grande e de fino oro.

Lui come neve  bianco tutto quanto,
Sei volte il giorno di corno se muta;
Ma de pigliarlo alcun non se d vanto,
Se forse quella fata non lo aiuta;
Ed essa  bella ed  ricca cotanto,
Che omo non ama e ciascadun riffiuta;
Ch beltate e ricchezza a ogni maniera
Per s ciascuna fa la donna altiera.

Or questo cervo pascendo ne andava,
Quando fo visto dai duo cavallieri
E dalla dama, che ancor ragionava.
Brandimarte a pigliarlo ebbe in pensieri,
Ma non gi il conte, perch egli estimava
Quelle ricchezze per cose legieri;
E per apena li fece riguardo,
Abench avesse il bon destrier Baiardo.

Ma sopra a Brigliadoro  Brandimarte,
Qual, come il cervo vide, in su quel ponto
Dal conte Orlando subito se parte,
Ch de acquistarlo avea l'animo pronto;
Ma quello era fatato con tal arte,
Che non l'ara volando alcuno agionto
Per il seguiva Brandimarte in vano
Quel giorno tutto quanto per il piano.

Poich venuta fu la notte oscura,
Lui perse il cervo per le fronde ombrose,
E veggendosi al fin de sua ventura,
Poscia che 'l giorno la luce nascose,
Vestito s come era de armatura
Nel verde prato a riposar se pose;
E poi nel tempo fresco, al matutino,
Monta il destriero e torna al suo camino.

Quel che poi fece con l'omo selvaggio
Che la sua Fiordelisa avea legata,
Nel canto che vien drieto conteraggio,
E dir la battaglia cominciata
Tra Ranaldo e Grifon senza vantaggio.
Per Dio, tornate a me, bella brigata,
Ch volentieri ad ascoltar vi aspetto,
Per darvi al mio cantar zoia e diletto.

Canto ventesimoterzo

Seguendo, bei segnori, il nostro dire,
Brandimarte dal conte era partito,
E perse il cervo e posese a dormire;
Ma poi, al novo giorno resentito,
Al suo compagno volea rivenire;
E gi sopra il destrier sendo salito,
Ascoltando li parve voce umana
Che si dolesse, e non molto lontana.

E poi che un pezzo per odir fu stato,
Verso quel loco se pose ad andare;
E come aveva alquanto cavalcato,
Stavasi fermo e quieto ad ascoltare;
E cos andando gionse ad un bel prato,
E colei vide, che oda lamentare,
Legata ad una quercia per le braccia;
Come la vide, la cognobbe in faccia.

Perch quella era la sua Fiordelisa,
Tutto il suo bene e vita del suo core;
S che pensati voi or con qual guisa
Se cangi Brandimarte de colore.
Era l'anima sua tutta divisa:
Parte allegrezza e parte era dolore,
Ch d'averla trovata era zoioso,
Ma del suo mal turbato e doloroso.

Pi non indugia, che salta nel piano,
E lega Brigliadoro ad una rama;
Va con gran fretta il cavallier soprano
Per discioglier colei che cotanto ama;
Ma quello omo bestiale ed inumano
Ch'era nascoso in guardia de la dama,
Come lo vide, usc de quel macchione,
E imbraccia il scudo ed impugna il bastone.

Era quel scudo tutto de una scorza
Ben atto a sostenire ogni percossa,
N dubbio  che se piega o che se torza,
Perch de un gran palmo egli era grossa.
Omo non ave mai cotanta forza,
Cavalliero, o gigante di gran possa,
Quanto ha quello omo rigido e selvaggio:
Ma non cognosce a zuffa alcun vantaggio.

Abita in bosco sempre, alla verdura,
Vive de frutti e beve al fiume pieno;
E dicesi ch'egli ha cotal natura,
Che sempre piange, quando  il cel sereno,
Perch egli ha del mal tempo alor paura,
E che 'l caldo del sol li venga meno;
Ma quando pioggia e vento il cel saetta,
Alor sta lieto, ch 'l bon tempo aspetta.

Vene questo omo adosso a Brandimarte,
Col scudo in braccio e la maza impugnata;
Non ha di guerra lui senno n arte,
Ma legerezza e forza smisurata.
Non era il baron vlto in quella parte,
Ma l dove la dama era legata;
E se lei forse non se ne avedia,
Quello improviso adosso li giongia.

De ci non se era Brandimarte accorto,
Ma quella dama, che 'l vide venire,
Crid: - Gurti, baron, che tu sei morto! -
Non se ebbe il cavalliero a sbigotire;
E pi d'esso la dama ebbe sconforto
Che di se stessa, n del suo morire,
Perch con tutto il cor tanto lo amava
Che, s scordando, sol di lui pensava.

Presto voltosse il barone animoso
E se ricolse ad ottimo governo;
E quando vide quel brutto peloso,
Beffandolo fra s, ne fie' gran scherno;
E stette assai sospeso e dubboso
Se questo era omo o spirto dello inferno;
Ma sia quel che esser voglia, e' non ne cura,
E vallo a ritrovar senza paura.

A prima gionta il salvatico fiero
Men sua mazza, che cotanto pesa,
E gionse sopra il scudo al cavalliero,
Che ben stava coperto in sua diffesa;
E come quel che  scorto a tal mestiero,
Taglia quella col brando alla distesa.
Come lui vide rotta la sua mazza,
Saltagli adosso e per forza l'abbrazza.

E lo tena s stretto e s serrato,
Che non puoteva se stesso aiutare.
Pi volte il cavallier se fo provato
Con ogni forza de sua man campare;
Ma quanto un fanciulletto adesso nato
Potrebbe a petto a uno omo contrastare,
Tanto il selvaggio di estrema possanza
E di gran forza Brandimarte avanza.

Via ne 'l portava e stimavalo tanto
Quanto fa il lupo la vil pecorella.
Ora chi odisse il smisurato pianto
Che facea lamentando la donzella,
A Dio chiamando aiuto, ad ogni Santo
In cui sperava, alla Fede novella:
Chi odisse il pianto e 'l piatoso sermone,
Ciascuno avria di lei compassone.

Tuttavia quel selvaggio omo il portava;
Per le braccia a traverso l'avia preso;
Lui quanto pi puotea si dimenava,
D'ira, de orgoglio e di vergogna acceso;
Ma quel suo dimenar poco giovava,
Perch il selvaggio lo tena sospeso
Alto da terra, perch era maggiore,
Correndo tuttavia con gran furore.

Gionse correndo, col barone in braccio,
Dove era un'alta pietra smisurata;
Correa nella radice un gran rivaccio,
Che l'avea da quel canto dirupata,
S che da cima al fondo avea di spaccio
Seicento braccia la ripa tagliata.
Quivi il selvaggio ne port il barone
Per trabuccarlo giuso a quel vallone.

Come fo gionto a l'orlo del gran sasso,
Via lo lancia da s senza riguardo;
Poco manc che non gionse al fraccasso
Del dirupo alto il cavallier gagliardo,
E ben gli fo vicino a men d'un passo.
Ma presto salt in piede e non fo tardo;
Perch egli aveva ancora in mano il brando,
Verso il selvaggio se ne and cridando.

Quel non aveva scudo n bastone,
L'uno era rotto, l'altro avea lasciato;
Corse ad uno olmo e prese un gran troncone,
E non l'avendo ancor tutto spiccato,
Brandimarte il fer sopra al gallone,
E di gran piaga l'ebbe vulnerato.
Lui, ch' orgoglioso ed ha superbia molta,
Quel troncon lascia ed al baron si volta.

Voltasi quel selvaggio furoso
A Brandimarte per saltargli adosso;
Il cavallier col brando sanguinoso,
Nel voltar che se fie', l'ebbe percosso;
Via tagli un braccio, che  tutto peloso,
E gionse al busto smisurato e grosso;
Gi per le coste insieme alla ventraglia
Tutte col brando ad un colpo gli taglia.

Quel non se puote alor pi sostenire,
Cade cridando in su la terra dura;
E' non sapea parole proferire,
Ma facea voce terribile e oscura.
Quando il barone lo vide morire,
Quivi lo lascia e pi non ne d cura,
Anci correndo a quel prato ne andava,
Dove il destriero e la sua dama stava.

Come fu gionto ove era la donzella,
Di gran letizia non sa che si fare;
Tienla abbracciata e gi non li favella,
Ch de allegrezza non puotea parlare.
Or per non far de ci longa novella,
Quella disciolse ed ebbe a cavalcare,
E posesela in groppa, e a lei rivolto
Parlando andava per quel bosco folto.

E l'uno e l'altro insieme racontava,
Questa come fu tolta dal vecchione
Che per la selva oscura la portava,
E come fu poi morto dal leone;
E cos a lei Brandimarte narrava
De' tre giganti quella questone
Che fatta aveano al prato della fonte,
E de la dama che portava il conte.

E cos l'uno e l'altro ragionando
De lor travaglio e de la lor paura,
Veniano a ritrovare il conte Orlando.
Ma ad esso era incontrata altra ventura,
Qual poi a tempo vi verr contando;
Ora al presente poneti la cura
Ad ascoltar la zuffa e la tenzone
Che ebbe Ranaldo col franco Grifone.

N so se vi ricorda nel presente,
Segnor, come io lasciassi quella cosa
De' due baron, che nequitosamente
Facean cruda battaglia e tenebrosa,
E stimavan la vita per nente,
E quello e questo mai non se riposa,
N sparma colpi alcun, n si nasconde,
Ma l'uno l'altro a bon gioco risponde.

Tutta la gente quivi se adunava,
Pedoni e cavallieri a poco a poco;
S ciascun de veder desiderava,
Che strettamente li bastava il loco.
Marfisa avanti agli altri riguardava,
Tutta nel viso rossa come un foco;
Ma, mentre che mirava, ecco Ranaldo
Mena un gran colpo furoso e saldo;

E sopra l'elmo gionse de Grifone,
Ch'era affatato, come aveti odito;
Se alora avesse gionto un torrone,
Sin gioso al fondo l'arebbe partito;
Ma quello incanto e quella fatasone
Camp da morte il giovanetto ardito,
Bench a tal guisa fu del spirto privo,
Che non moritte e non rimase vivo.

Per che, briglia e staffe abandonando,
Pendea de il suo destriero al destro lato,
E per il prato strasinava il brando,
Perch l'aveva al braccio incatenato.
Quando Aquilante il venne remirando,
Ben lo credette di vita passato,
E sospirando di dolore e d'ira
Verso Ranaldo furoso tira.

Questo era anch'esso figlio de Olivero,
Come Grifone, e di quel ventre nato,
N di lui manco forte n men fiero,
E come l'altro aponto era fatato:
L'arme sue, dico, il brando e il bon destriero,
Bench a contrario fosse divisato,
Ch questo tutto  nero, e quello  bianco,
Ma l'un e l'altro a meraviglia  franco.

S che non fo questo assalto minore,
Ma pi crudele assai ed inumano,
Perch Aquilante avea molto dolore,
Credendo essere occiso il suo germano;
E come disperato a gran furore
Combattea contra il sir de Montealbano,
Ferendo ad ambe man con molta fretta,
Per morir presto o far presto vendetta.

Da l'altra parte a Ranaldo parea
Ricever da costoro a torto ingiuria,
Per pi dello usato combattea
Terribilmente, acceso in maggior furia;
Contra s tutti quanti li vedea,
E lui soletto non ha chi lo alturia
Se non Fusberta e il suo core animoso,
Per combatte irato e furoso.

- Or via, - diceva lui - brutta canaglia!
Mandati ancor de li altri a ricercare,
Che vengano a fornir vostra battaglia;
O venitene insieme, se vi pare,
Che tutti non vi stimo un fil de paglia.
Come poteti gli occhi al celo alciare
De vergogna, o vedere vi lasciati,
Sendo tra gli altri s vituperati? -

Non respondeva Aquilante nente,
Bench egli odisse quel parlar superbo,
Ma, stringendo de orgoglio dente a dente,
Con quanta possa aveva e quanto nerbo
Fer Ranaldo ne l'elmo lucente
De un colpo furoso e tanto acerbo,
Che Ranaldo le braccia al celo aperse
Per la gran pena che al colpo sofferse.

E se il suo brando non fosse legato
Al destro braccio, come lui portava,
Ben li sera caduto al verde prato.
Or Rabicano a gran furia ne andava,
Perch Ranaldo il freno avea lasciato,
N dove fosse alor se ricordava;
Ma di profondo spasmo e di dolore
Ave perduto lo intelletto e il core.

Aquilante, de orgoglio e d'ira pieno,
Per tutto intorno al campo lo segua;
Ed avea preso al cor tanto veleno,
Che cos volontier morto l'avria,
Come fosse un pagan, n pi n meno.
Ma ritorn Ranaldo in sua bala;
Proprio alor che Aquilante l'avea gionto,
In s rivenne vigoroso e pronto.

E, ritrovato il brando che avea perso,
Volt contra Aquilante il corridore,
Acceso di furor troppo diverso;
Con quanta forza mai puote maggiore,
Lo gionse a mezo l'elmo nel traverso.
Non valse ad Aquilante il suo valore,
N l'arme fatte per incantamento,
Ch stramortito perse il sentimento.

Ranaldo gi nente indugiava,
Perch era d'ira pieno a quella fiata,
E l'elmo prestamente li slaciava,
E ben gli avrebbe la testa tagliata:
Ma Chiarone la lancia arrestava,
Cos come era la cosa ordinata;
N de lui se accorgendo il fio d'Amone,
Di traverso il fer sopra il gallone.

Piastra non lo diffese o maglia grossa,
Ma crudelmente al fianco l'ha ferito.
Alor che ebbe Ranaldo la percossa,
Grifone aponto se fo risentito,
Ch'era stato gran pezzo in molta angossa
E fuora de intelletto sbalordito;
Via pass Chiaron, rotta ha la lancia,
Ch tenire il destrier non ha possancia.

Or, come io dissi, Grifon se risente,
Alor che via ne andava Chiarone,
E non sapea de Aquilante nente,
N de questo altro ancor la questone,
Ch mosso non serebbe certamente;
Ma cos come usc de stordigione,
Per vendicarse il colpo che avea clto
Verso a Ranaldo furoso  vlto.

Non era ancora il sir de Montealbano
Aconcio ne l'arcione e rassettato,
Per quello incontro s crudo e villano
Che quasi fuor di sella and nel prato,
Quando gionse Grifon col brando in mano;
Trovandolo improviso e sbarattato,
Gli don un colpo orribile e possente:
Voltosse il fio de Amon come un serpente.

Come un serpente per la coda preso,
Che gonfia il collo e il busto velenoso,
Cotal Ranaldo, de grand'ira acceso,
A Grifon se rivolse nequitoso;
E ben l'avrebbe per terra disteso,
Tanto menava un colpo furoso;
Se non che Chiaron, ch'era voltato,
Giongendo sturb il gioco cominciato.

E sopra il braccio destro lo percosse,
Come ebbe de improviso ad arivare,
E con tanta ruina lo commosse,
Che quasi il fece il brando abandonare.
Pensati se Ranaldo ora adirosse,
Che perder non vo' tempo al racontare;
Forte cridando, giura a Dio divino
Che tutti non gli stima un vil lupino.

E se rivolta contra a Chiarone,
E darli morte al tutto  delibrato;
Ma gi per questo non resta Grifone,
N il lascia prender lena e trare il fiato.
Ecco Aquilante ariva alla tenzone,
Che era de stordigion gi ritornato,
Ma non gi al tutto, perch veramente
Non s'accorgea de gli altri duo nente:

De gli altri duo che, ciascadun pi fiero,
Stanno d'intorno Ranaldo a ferire;
Ci non pensa Aquilante, quello altiero,
Ma sua battaglia destina finire.
Spronando a gran ruina il suo destriero
Lascia sopra a Ranaldo un colpo gire
Tanto feroce, dispietato e crudo,
Che tagli tutto per traverso il scudo.

Sotto il scudo la piastra del bracciale
Sopra un cor' buffalino era guarnita;
La manica de maglie nulla vale,
Ch gli fece nel braccio aspra ferita.
A' circonstanti ci parea gran male;
Sopra a gli altri Marfisa, quella ardita,
Va correndo, ch apena ritenuto
Se era sin ora di donargli aiuto.

Onde se mosse lui con la regina
Che di prodezza al mondo non ha pare.
Qual vento, qual tempesta di marina
Se puote al gran furore equiperare?
Quando Marfisa mosse con ruina,
Parea che e monti avessero a cascare,
E' fiumi andasser nello inferno al basso,
Ardendo l'aria e il celo a gran fraccasso.

A quel furor terribil e diverso
Serebbe tutto il mondo sbigotito;
Per ci non ha Grifon l'animo perso,
N il suo german, che fo cotanto ardito;
Ma ciascun de gli altri ha il cor summerso
Quando vider colei sopra a quel sito,
Qual con tal furia nel giorno davanti
Gli avea cacciati e rotti tutti quanti.

Venner contra Marfisa e duo germani,
Ciascun di lor se stringe, il scudo imbraccia;
E il pro' Ranaldo, solo in su quei piani,
Al re Adrano e a Chiaron minaccia;
E fr Torindo ed Oberto alle mani,
Ben che ferito  Oberto nella faccia.
Trufaldin sta da parte e pone mente,
Come avesse de questo a far nente.

L'una e poi l'altra zuffa voglio dire,
Perch in tre lochi a un tempo se travaglia,
E il rumore  s grande ed il ferire
E il spezzar delle piastre e della maglia,
Che apena se potrebbe il trono odire.
Or, cominciando alla prima battaglia,
Grifone ed Aquilante alla frontera
Tolsero in mezo la regina fiera.

Lei, come una leonza che di pare
Se veggia in mezo a duo cervi arivata,
Che ad ambo ha il core e non sa che si fare,
Ma batte i denti, e quello e questo guata;
Cotal Marfisa se vedea mirare,
Adosso l'uno e l'altro inanimata,
Sol dubitando la regina forte
A cui prima donar debba la morte.

Ma star sospesa non li fa mestiero,
Ch ben gli di Grifone altro pensare;
Ad ambe mani il giovanetto fiero
Un colpo smisurato lasci andare.
Il drago, che ha la dama per cimiero,
Fece in due parte alla terra callare;
Non fo Marfisa per quel colpo mossa,
Bench sentisse al capo gran percossa.

Verso Grifon turbata un colpo mena,
Con quel gran brando che ha tronca la ponta;
Ma non  verso lui voltata apena,
Che nel collo Aquilante l'ebbe gionta.
Pensati or se ella rode la catena,
E se a tal cosa prese sdegno ed onta,
Perch quel colpo orribile e improviso
Batter li fece contra a l'elmo il viso.

E gli usc il sangue da' denti e dal naso,
Che non gli avvenne in battaglia pi mai.
Dricciandosi crid: - Giotton malvaso,
Se tu sapesti quel che tu non sai,
Voresti nel girone esser rimaso:
Or vo' che sappi che tu morirai
Per le mie mane, e non  in celo Iddio
Che te possa campar dal furor mio. -

Mentre che ella braveggia a suo volere,
Non ha il franco Grifone il tempo perso,
Ma con ogni sua forza e suo potere
In fronte la fer de un gran riverso.
Io non sapria cantando far vedere
Di lei lo assalto orribile e diverso,
Ch, non curando pi la sua persona,
Verso Aquilante tutta se abandona.

Fer con tal superbia la adirata,
Con tal ruina e con furor cotanto,
Che, se non fosse la piastra incantata,
Fesso l'avria per mezzo tutto quanto.
Dicea il franco Grifon: - Cagna rabbiata,
Tu non te donarai al mondo il vanto
Che promisso hai, de occider mio germano:
Ma ser tuo zanzar bugiardo e vano. -

Cos dicendo la fer del brando
Con gran tempesta ne l'elmo lucente.
Or, bei segnori, a Dio ve racomando,
Perch finito  il mio dire al presente;
E, se tornati, verrovi contando
Questa battaglia nel canto sequente,
Qual fo tra gente di cotanto ardire,
Che ve fia gran diletto odendol dire.

Canto ventesimoquarto

Se non me inganna, segnor, la memoria,
Seguir convene una zuffa grandissima,
Ch a l'altro canto abandonai la istoria
Della dama terribile e fortissima,
Quale ha tanta arroganza e s gran boria,
Che vergognata se stima e vilissima
E che beffando ogni om dietro gli rida,
Se tutto il mondo a morte non disfida.

Da l'altra parte Aquilante e Grifone
Eran duo cavallier di tanto ardire,
Che lo universo non avea barone
Qual gli potesse entrambi sostenire:
Dico n Orlando, n il figlio de Amone,
O di qual altro pi se possa dire,
Perch ciascun di lor, fronte per fronte,
Tiene battaglia al pro' Ranaldo e al conte.

Onde una zuffa s pericolosa
Non fo nel mondo pi fatta giamai,
Come fu tra Marfisa valorosa
E i duo guerrer, che avean prodezza assai.
Per ordine vi voglio or dir la cosa,
Ch, se ben mi ramento, io ve lasciai
Come la dama ne l'elmo forbito
Era percossa da Grifone ardito.

A lui se volta con tanta ruina,
Che lo credette al tutto dissipare;
Gionse nel scudo la forte regina,
E quel spezzato fa per terra andare;
E se non era l'armatura fina
Che quella fata bianca ebbe a incantare,
Tagliava lui con tutto il suo destriero,
Tanto fu il colpo dispietato e fiero.

Ben gli rispuose il franco giovanetto
Ed a due man ne l'elmo la percosse,
E call il brando ne lo armato petto.
Aquilante a quel tempo ancor se mosse;
Ma la regina con molto dispetto
Contra di lui turbata rivoltosse,
E nel viso il fer con tal tempesta,
Che su le groppe il fie' piegar la testa.

N pone indugia, che a Grifon se volta,
E mena un colpo tanto disperato,
Che al giovanetto avria la vita tolta,
Se quel non fusse per incanto armato.
Mentre a quel colpo  la dama disciolta,
Aquilante ariv da l'altro lato,
E con gran furia ne l'elmo la afferra,
Credendo a forza metterla per terra.

Forte tira Aquilante ad ambe braccia;
Marfisa abranca lui di sopra al scudo,
E via dal petto con la mano il straccia.
Allor Grifone, il giovanetto drudo,
De aiutare Aquilante se procaccia,
E men un colpo dispietato e crudo,
Tal che col brando il scudo gli fracassa;
Lei se rivolta ed Aquilante lassa.

Lascia Aquilante e voltasi al germano,
E lo fer de un colpo furoso;
Or chi pi presto pu, gioca de mano,
N indugia vi si pone, o alcun riposo.
Come in un tempo oscuro e subitano,
Che vien con troni e vento runoso,
Grandine e pioggia batte in ogni sponda,
Che l'erbe strugge e gli arbori disfronda;

Cos son essi, ed era il suo colpire:
Nun de' duo quella dama abandona,
Or l'uno or l'altro l'ha sempre a ferire.
Lei da altra parte  s franca persona,
Che il lor vantaggio poco viene a dire.
Alle spesse percosse il cel risuona;
N vinti fabri a botta di martello
Farian tanto rumore e tal flagello.

Vicino a questi, proprio in su quel piano,
Era un'altra terribil questone,
Per che 'l franco sir de Montealbano
Ha il re Adrano adosso e Chiarone.
Bench ferito  quel baron soprano
Forte nel braccio manco e nel gallone,
Pure  s fiero e s di guerra saggio,
Che a' duo combatte ed ha sempre avantaggio.

Tra il forte Oberto e quel re de Turchia
La zuffa cominciata ancor durava;
Torindo la battaglia mantenia,
Abench Oberto forte lo avanzava.
Pi fier cresce lo assalto tutta via,
In quei tre lochi ogni om se adoperava;
Vero  che con pi ardore ed altra guisa
Se combattea l dove era Marfisa.

Ma poi de tutte tre queste battaglie
Vi contaraggio il fin, ci vi prometto;
Or convengo narrarvi altre travaglie
De il conte Orlando, che giva soletto
Tra l'aspre spine e le sassose scaglie,
Dove il lasciai, in quel folto boschetto;
Sol di trovare il suo compagno ha cura,
Sempre cercando insino a notte scura.

Da poi che 'l giorno al tutto fu passato,
E gi splendia nel cel ciascuna stella,
E non trova colui che egli ha cercato,
N scontra che de quel sappia novella,
Smonta Baiardo e discese nel prato,
Ed avea seco quella damigella
Di cui longo parlare aveti odito,
Qual fie' la beffa al suo vecchio marito.

Lei de essere assalita dubitava,
E forse non gli avria fatto contrasto;
Ma questo dubbio non gli bisognava,
Ch Orlando non era uso a cotal pasto.
Turpino affirma che il conte de Brava
Fo ne la vita sua vergine e casto.
Credete voi quel che vi piace ormai;
Turpin de l'altre cose dice assai.

Colcossi a l'erba verde il conte Orlando,
N mai se mosse insino al d nascente.
Lui dormia forte, sempre sornachiando;
Ma la donzella non dorm nente,
Perch stava sospesa, imaginando
Che questo cavallier tanto valente
Non fosse al tutto s crudo de core,
Che non pigliasse alcun piacer de amore.

Ma poi che la chiara alba era levata,
E vide del baron le triste prove,
In groppa gli mont disconsolata,
E se saputo avesse andare altrove,
Via volentieri ne serebbe andata;
Ma, come io dico, non sapeva il dove.
Malinconiosa e tacita si stava:
Il conte la cagion gli domandava.

Ella rispose: - Il vostro sornacchiare
Non mi lasci questa notte dormire,
Et, oltra a ci, me sentia piziccare. -
Dicendo questo e volendo altro dire,
Avanti a loro una donzella appare,
Che fuor de un bel boschetto ebbe ad uscire,
Sopra de un palafren di seta adorno;
Un libro ha in mano ed alle spalle un corno.

Bianco era il corno e d'un ricco lavoro,
Troppo mirabilmente fabricato;
Di smalto colorito e splendido oro
Da ciascun capo e in mezo era legato;
E ben valeva infinito tesoro,
De tante ricche pietre era adornato:
E, come io dissi, il porta una donzella
Sopra de l'altre grazosa e bella.

Come fu giunta, ad Orlando se inchina,
E con parlar cortese e voce pura
Gli disse: - Cavallier, questa matina
Trovato aveti la maggior ventura
Che abbia la terra e tutta la marina;
Ma a ci bisogna un cor senza paura,
Quale aver debbe un cavallier perfetto,
S come voi mostrati nello aspetto.

Questo libro la insegna ad acquistare,
Ma il modo e la maniera convien dire.
Prima il bel corno vi convien suonare,
Poi de improviso questo libro aprire,
E leggeriti quel che avriti a fare
Di quella cosa che abbia ad apparire;
Perch, suonando il corno, a prima voce
Verr qualcosa orribile e feroce.

Ma il libro chiarir, quale io ve ho detto,
Come vi abbiate in quella a governare;
E non crediati gi di aver diletto,
Ma converravi il brando adoperare.
Come sereti fuor di quel sospetto,
Non vi bisogna ponto indugare,
Ch vostra libert vi sera tolta;
Ma il corno suonareti un'altra volta.

Ed a quel suono ancor qualche altra cosa
Vedreti uscire e qualche gran periglio;
E voi, come persona valorosa,
Aprite il libro e prendite consiglio;
Ma se teneti l'alma paurosa,
A tal ventura non dati de piglio;
Perch ardito principio e mala fine
Fatto ha pi volte assai gente tapine.

E ci ve dico per questa ragione:
Il corno per incanto  fabricato,
E se alcun cavalliero  s fellone,
Che dopo il primo suon sia spaventato,
Sempre seranne in sua vita pregione,
Ch a la Isola del Lago fia menato;
N a cui spiace il finir, die' cominciare:
Tre volte il corno se convien sonare.

Alle due prime incontra gran travaglia,
Pena e fatica troppo smisurata,
Ed a ciascuna convien far battaglia;
Ma, suonando da poi la terza fiata,
Non bisogna adoprar brando n maglia,
Che uscir cosa tanto aventurata,
Qual, se campasti ancor de li anni cento
In vostra vita, vi far contento. -

Da poi che il conte dalla dama intese
L'alta ventura e la gran meraviglia,
De trarla al fine entro al suo cor se accese,
N fra s pensa o con altrui consiglia,
Ma con gran volunt la man distese,
E prestamente il libro e il corno piglia;
E per meglio acconciarse a quella guerra,
La dama che avea in groppa pose a terra.

Poi messe a bocca il corno in abandono,
Come colui che ci ben far sapiva.
Sembrava quasi quella voce un trono,
E ben da longe de intorno se odiva;
Ed ecco nella fin del primo suono
Una gran pietra in due parte se apriva;
La pietra a cento braccia era vicina:
Tutta se aperse con molta ruina.

Rotta che fo la pietra per traverso,
Duo tori uscirno con molto rumore,
Ciascun pi fiero orribile e diverso,
Con vista cruda e piena di terrore.
Le corne avian di ferro, e il pel riverso
Tutto alla testa, e di strano colore,
Per che or verde, or negro se mostrava,
Or giallo, or rosso, e sempre lustrigiava.

Aperse Orlando il libro incontinente;
Cos diceva a ponto la scrittura:
'Cavallier, sappi che serai perdente,
Se ad occider quei duo tu poni cura,
Ch con la spada faresti nente;
Ma se vi trare a fin questa ventura,
Pigliarli te convien con molta pena
E legarli ambi insieme a una catena.

Poi che sian gionti, ti conviene andare
L dove vedi la pietra intagliata,
E il campo ivi de intorno tutto arare;
E questo  quanto alla prima sonata.
Nella seconda torna a riguardare,
Perch il modo e la via te fia mostrata
De aver de questa impresa onore o morte.
Via! via! barone; e fa che te conforte.'

Non fece Orlando al libro pi riguardo,
Ma se rivolse al fraccassato sasso;
N certo bisognava esser pi tardo,
Per che e tori uscirno a gran fracasso.
Esso era gi smontato di Baiardo,
E lor contra ne andava a fermo passo.
Or gionse il primo ed abassa la testa
E fer in fianco il conte a gran tempesta.

Pi de otto braccia ad alto l'ha gettato,
E cade in terra con grave percossa.
Gionse il secondo, e col corno ferrato
Ruppe le piastre, usbergo e maglia grossa,
E un'altra fiata al cel lo ebbe levato,
E ben gli fe' doler le polpe e l'ossa;
Vero  che alcun di lor non l'ha ferito,
Perch  fatato il cavalliero ardito.

Or se lui se turb, non dimandate,
Ch contar non puotria la voce umana;
Come ebbe in terra le piante fermate,
Ben dimostrava sua forza soprana,
Botte menando tanto desperate
Che sibillar faceva Durindana;
E per le corne e pel dosso peloso
Mena a traverso il conte furoso.

Ma, come il brando suo fosse de un fusto,
Non li puotea tagliar la pelle adosso;
Cos fatato avean quei tori il busto,
Che tutti e brandi un pel no' gli avrian mosso;
E bench 'l conte fosse aspro e robusto,
L'avean di qua, di l tanto percosso,
Con le corne di ferro s pistato,
Che a gran fatica puotea trar il fiato.

Pur, come quel che  fiero oltra a misura,
Facea del suo dolore aspra vendetta;
Sempre combatte con vista secura,
E de ferire a l'uno e a l'altro afretta;
E bench abbian la pelle e grossa e dura,
Muggiavan molte fiate per gran stretta,
Ch lui feriva con tanta roina,
Che spesso a terra or questo or quello inchina.

E cominciavan gi de rinculare,
A testa bassa facendo diffesa;
Ma, come il conte gli andava a trovare,
Era di novo sua superbia accesa.
Cos tre volte se ebbero a fermare,
E tre volte tornarno alla contesa:
Al fine Orlando, per finir la guerra,
Un d'essi in fronte per un corno afferra.

Con la sinistra man nel corno il piglia,
E quel, forte mugiando, furava
Facendo salti grandi a meraviglia,
E gi per questo Orlando nol lasciava.
Esso avea tratto a Baiardo la briglia
E sotto la cintura la portava.
Questa era aredinata di catena:
Prendela il conte e il toro intorno mena.

E mentre che cos questo ragira,
Tenendol tuttavia preso nel corno,
Quell'altro toro, acceso de molta ira,
Sempre ferendo a lui giva d'intorno.
Il conte con gran forza il primo tira
Dove  un pilastro de marmore adorno,
Che fu del re Bavardo sepultura,
Come mostrava intorno la scrittura.

Con questa briglia il primo ebbe legato,
E similmente ancor prese il secondo;
E poi che l'ebbe a quel sasso menato,
Tanto gli batte al colpo furibondo,
Che a l'uno e l'altro  l'orgoglio mancato.
Non se indugia il guerrer, che  fior del mondo,
Ma s fra e tori attacca la sua spada,
Che 'l stocco avanti e l'elzo adrieto vada.

Poi se fece d'un tronco una gran mazza,
E come biolco se pone ad arare;
Quei duo feroci tori avanti cazza
E dritto il solco li fa caminare.
Sempre col tronco li batte e minazza:
Mai non fu visto il pi bel lavorare.
Per terra  Durindana e par che rada,
Radice e pietre taglia quella spada.

Poi che fu il campo nelle sue confine
Arato tutto, Orlando fie' gran festa,
Dio ringraziando e sue virt divine,
Che gli avea dato onor de tanta inchiesta.
Poi lasci e tori, e non se vidde il fine
De lor, che se ne andarno con tempesta;
Muggiando forte via passarno un monte,
E uscr de vista alle donzelle e al conte.

Bench sofferto avesse molto affanno
Il franco conte alla battaglia dura,
A lui pareva ciascuna ora uno anno
De poter trare a fin tanta ventura;
N stima che per forza o per inganno
Possa esser vinta sua mente sicura.
Senza altramente adunque riposare,
Prende il bel corno e comincia a suonare.

Era smontata gi del palafreno
Quella donzella che portava il corno,
E nel bel prato de fioretti pieno
Se avea d'una ghirlanda il capo adorno;
Ma, come il suon del conte venne meno,
Trem quella campagna tutta intorno,
E un piccol monticel ch'era in quel loco,
Se aperse in cima e fuor gett gran foco.

Stavasi queto il figlio di Melone,
Per veder ci che al fine avesse a uscire.
Ecco fuor di quel monte esce un dragone,
Terribil tanto, ch'io nol posso dire.
La dama, che sapea la fatasone,
Tenne quell'altra, che volea fuggire,
Dicendo: - Sopra me stati sicura,
Ch solo al cavallier tocca paura.

Questa facenda a noi non apartiene,
Ma quel barone al tutto fia deserto. -
Rispose l'altra: - Ben se gli conviene,
Ch un pi malvaggio al mondo non  certo. -
Adunque ciascadun m'intenda bene,
Perch il caso de Orlando mostra aperto
Che ogni servigio di dama si perde
Chi non adacqua il suo fioretto verde.

Or torno a ragionar di quel serpente
Che un altro non fu mai visto maggiore.
Di scaglie verde e d'oro era lucente,
L'ale ha depinte in diverso colore.
Tre lingue avea ed acuto ogni dente,
Battea la coda con molto rumore,
Sempre gettava foco e fiamma viva,
Che da l'orecchie e di bocca li usciva.

Come il serpente in tutto si scoperse,
Il conte, che teniva il libro in mano,
Gli vide scritto ove prima lo aperse:
' Nel mondo tutto, per monte e per piano,
Tanta fatica mai altrui sofferse
Come tu soffrirai, baron soprano;
Ma forse ancora potresti campare,
Se quel ch'io dico, te amenti di fare.

Questa battaglia conviene esser presta,
Perch il serpente  di tossico pieno,
E getta fumo e fiamma s molesta,
Che ti farebbe tosto venir meno;
Ma stu potesti tagliarli la testa,
Non dubitar di foco o di veleno,
E piglia pur quel capo arditamente:
Rompilo s, che ne traggi ogni dente.

E questi denti tu seminerai
In questa terra per te lavorata,
E poi mirabil cosa vederai:
Di tal semente nascer gente armata,
Forte ed ardita, e tu lo provarai.
Or va, che se tu campi a questa fiata
E se tu porti di tal guerra onore,
Di tutto il mondo pi chiamarti il fiore.'

Non par che in quel libro altro pi se scriva:
Il conte prestamente lo serrava,
Perch il serpente gi sopra gli ariva
Con l'ale aperte, e gran furia menava,
Gettando sempre foco e fiama viva.
Con alto ardire Orlando l'aspettava;
La bocca aperse il diverso dragone,
Credendosi ingiottirlo in un boccone.

Ma, come piacque a Dio, nel scudo il prese,
E tutto quanto l'ebbe dissipato.
Era di legno, e s forte se accese,
Che presto e incontinente fu bruciato;
E cos il sbergo e l'elmo e ogni altro arnese
Venne quasi rovente ed affocato:
Arsa  la sopravesta, e il bel cimiero
Ardea tuttora in capo al cavalliero.

Non ebbe il conte mai cotal battaglia,
Poi che a quel foco contrastar conviene;
Forza non giova o arte di scrimaglia,
Perch gran fumo, che con fiamma viene,
Gli entra ne l'elmo e la vista li abaglia,
N apena vede il brando che in man tiene;
Ma, ben che abbia il veder quasi gi perso,
Pur mena il brando a dritto ed a roverso.

Cos di qua di l sempre menando
In quella zuffa oscura e tenebrosa,
Nel collo il gionse pure al fin col brando,
E via tagli la testa sanguinosa;
Quella poi prese il conte e, remirando,
Ben gli parve quel capo orribil cosa,
Ch'era vermiglio, d'oro, verde e bruno;
Fuor di quel trasse e denti ad uno ad uno.

L'elmo se trasse poi quel conte ardito
E dentro i denti di quel drago pose;
Dapoi nel campo arato se ne  gito,
S come il libro nel suo canto espose.
Dove Bavardo il re fu sepellito,
Semin lui le seme venenose;
Turpin, che mai non mente in alcun loco,
Dice che penne uscirno a poco a poco.

Penne depinte, dico, de cimieri
Uscirno a poco a poco de la terra,
E dapoi gli elmi e' petti de' guerreri
E tutto il busto integro si disserra.
Prima pedoni, e poscia cavallieri
Uscr, tutti cridando: - Guerra, guerra! -
Con trombe e con bandiere, a gran tempesta:
Ciascun la lancia verso Orlando arresta.

Veggendo il conte la cosa s strana,
Disse fra s: "Questa semenza ria
Mieter mi converr con Durindana,
Ma s'io n'ho mal, la colpa  tutta mia,
Perch diletto ha pur la gente umana
Lamentarsi d'altrui per sua follia:
Ma colui pianger debbe a doppie doglie
Che per mal seminar peggio raccoglie."

Cos dicendo il conte non fu tardo,
Perch a guarnirsi tempo non gli avanza;
L'elmo se alaccia il cavallier gagliardo,
E non aveva pi scudo n lanza.
Di piana terra salta su Baiardo
E quel percote con molta arroganza
Contra alla gente che gli ariva intorno,
Che, pur mo nata, die' morir quel giorno.

Or che bisogna ch'io vada contando
E colpi ad un ad uno e il lor ferire,
Dapoi che contra a Durindana il brando
Non val coperta, n arme, n scrimire?
Per concludo in fin che il conte Orlando
Tutti li fece in quel giorno morire;
Come nel campo fur morti e dispersi,
L'arme e i cavalli e i corpi fr somersi.

Da poi che il conte per tutto ivi intorno
Vide la gente morta e dissipata,
Che in vita fatto avea poco soggiorno,
E dove nacque se era sotterrata,
Lui non indugia e pone a bocca il corno,
Per donar fine alla terza suonata,
E darsi a tal ventura ultimo vanto,
Come io vi contar ne l'altro canto.

Canto ventesimoquinto

Il conte Orlando il corno a bocca pose,
S come a l'altro canto io vi lasciai,
Ch trare al fine in tutto se dispose
L'alte aventure, e non posarsi mai
Sin che quelle opre s meravigliose
Che apparevano al suon, come contai,
Non fussero apparite tutte quante;
Per suonava quel segnor de Anglante.

Tanto suonava, che al suonar si stanca
Quel vago corno il cavallier ardito.
Nulla d'intorno appare e il giorno manca,
E gi temeva lui d'esser schernito,
Quando una cucciarella tutta bianca
Gionse latrando nel prato fiorito;
Il conte alla cuccietta pone cura,
Dicendo: "Dio me doni alta ventura!

Tanta fatica adunque e tanto stento
Aver durato me incresce per certo;
Ma tardo ormai ed indarno mi pento,
Ch'indarno un tanto affanno aggio sofferto.
 questo ci che me die' far contento?
 questo il guidardone?  questo il merto,
Qual promise la dama in abandono,
Che doveva apparire al terzo suono?"

Cos dicendo ratto si voltava
Per girne altrove, tutto disdegnoso;
Il conte il corno per terra gettava
E via fugiva a corso ronoso.
Ma la donzella a gran voce il chiamava:
- Aspetta, aspetta, baron valoroso!
Ch non  al mondo re n imperatore,
Che abbia ventura di questa maggiore.

Ascolta adunque il mio parlar, che spiana
Di questa cucciarella il bel lavoro.
Una isoletta non molto lontana
Ha il nome ed ha lo effetto del tesoro;
Ivi  una fata, nomata Morgana,
Che alle gente diverse dona l'oro;
Quanto per tutto il mondo or se ne spande,
Convien che ad essa prima se dimande.

Lei sotto terra il manda a l'alti monti,
Dove se cava poi con gran fatica;
E ne' fiumi l'asconde e dentro a' fonti,
E in India, dove il coglie la formica.
Abada e guarda ben che sian disgionti,
Ch ciascaduno un pesce ne nutrica;
E vo' che sappi il nome per ragione:
Timavo  l'uno, e l'altro  il carpone.

Questi due pesci viveno d'r fino.
Ora, per seguitar la mia novella,
Dico che ogni metallo ha in suo domno
De oro e de argento Morgana la bella;
Ed  venuto per questo confino
Da lei mandata quella cucciarella
Per farte sempre in tua vita beato,
Poich tre volte il suo corno hai suonato.

Ch non fo al mondo mai pi cavalliero,
Qual lo suonasse la seconda volta,
Bench molti provarno tal mestiero,
Ma sempre a tutti fu la vita tolta.
Or lascia adunque ogni tristo pensiero,
Franco barone, e il mio parlare ascolta,
Accioch sappi la cosa compiuta,
Perch la cuccia al corno sia venuta.

Morgana, della quale io t'ho parlato,
Quale  regina delle cose adorne,
Ha per il mondo un suo cervo mandato,
Che ha bianco il pelo e d'oro ambe le corne.
Quel per incanto a modo  fabricato,
Che in alcun loco mai non si soggiorne,
Ma sempre, via fuggendo a meraviglia,
Cerca la terra e non trova chi 'l piglia.

N se potrebbe per forza pigliare,
Senza l'aiuto di quella cuccietta;
Lei primamente lo sa ritrovare,
Poi lo caccia cridando con gran fretta.
Conviensi quella voce seguitare,
Perch lor van legier come saetta;
La cuccia il caccia in pista con tempesta
Sei giorni integri, e al settimo s'arresta.

Perch quel giorno, giongendo alla fonte
Dove se tuffa il cervo pauroso,
Quivi si prende senza oltraggio ed onte,
E fa il suo cacciatore aventuroso,
Per che muta e corni dalla fronte
Sei volte il giorno, e ciascuno  ramoso
Di trenta bronchi; e la rama distesa
Con bronchi insieme cento libre pesa.

S che tanto tesoro adunarai,
Come abbi preso quel cervo afatato,
Che ne serai contento sempre mai,
Se la ricchezza fa l'omo beato.
Forse che ancor l'amore acquisterai
Di quella fata che t'aggio contato:
Dico Morgana da quel viso adorno,
Pi bella assai che 'l sole in mezo il giorno. -

Orlando sorridendo l'ascoltava
Ed a gran pena la lasci finire,
Perch esso le ricchezze non curava,
Qual gli ebbe la donzella a proferire,
S che rispose: - Dama, non mi grava
Avermi posto a rischio de morire,
Per che di periglio e di fatica
L'onor de cavallier sol se nutrica.

Ma l'acquisto de l'oro e de l'argento
Non m'avria fatto mai il brando cavare;
Per chi pone ad acquistar talento,
Lui se vl senza fine affaticare;
E come acquista pi, manco  contento,
N si pu lo appetito sazare;
Ch qualunche n'ha pi, pi ne desia:
Adunque senza capo  questa via.

Senza capo  la strata ed infinita,
De onore e de diletto al tutto priva.
Chi va per essa, a caminar s'aita,
Ma dove gionger vl, mai non ariva;
S che la voglio al tutto aver smarita,
N gli vo' caminar per sin ch'io viva;
E accioch meglio intendi il mio parlare,
Dico che 'l cervo non voglio cacciare.

Prendi il tuo corno, ch'io lascio ad altrui
Questa ventura di tanta ricchezza,
Perch'io ora non sono e mai non fui
Da cortesia partito e gentilezza;
E vile e discortese  ben colui
Qual la sua dama pi che 'l cor non prezza;
Ed io so che m'aspetta or la mia dama,
E parmi odir la voce che mi chiama.

(Ben me ricorda come io la lasciai
Con guerra nella rocca assedata:
Ora che indovinar me sapria mai
Come sia quella zuffa aterminata?
Il campo e la battaglia abandonai
Per seguire Agrican quella giornata;
E combatteva l'una e l'altra gente,
S che non so di lor chi sia perdente.) -

Cos con seco istesso ragionava
Il conte, assai pensoso ne la ciera,
E la donzella alla croppa invitava,
La qual pur vi sal mal volentiera.
Lasci quell'altra, e gi via caminava;
Ecco ad un ponte, sopra una rivera,
Passava un cavalliero in vista arguta:
Cortesemente Orlando lo saluta.

Ma il cavallier, che vide la donzella,
Ben presto la cognobbe nel sembiante,
Che questa  Leodilla, quella bella,
Quale  figliola del re Manodante;
Onde ad Orlando subito favella
Con minaccevol voce ed arrogante:
- Questa  mia dama, che robbata m'hai!
Presto la lascia, o presto morirai. -

- Se l' tua, - disse il conte - e tua si sia,
Ch gi per lei non voglio prender brica;
Totila, per Macone! e vanne via,
Che me pare alle spalle aver l'ortica;
E te ringrazio di tal cortesia,
Poi che me assolvi di tanta fatica.
Con essa ove te piace ne puoi gire,
Pur che con meco non voglia venire. -

Il cavalliero, odendo il ragionare
Che facea Orlando, di tanta viltade,
Qual ne la vista s feroce appare,
Gran meraviglia ne ebbe in veritade.
Prese la dama, e senza altro parlare
Via caminarno per diverse strade;
L'uno a levante ad Albraca ne gia,
L'altro a ponente verso Circasia.

Ordauro era nomato il cavalliero,
Questo che al conte la donzella tolse,
N tolta gi l'avria per esser fiero,
Ma perch Orlando contrastar non volse,
Quale avea ad Angelica il pensiero;
Per dalla battaglia se disciolse,
E parli pi d'uno anno ciascuna ora,
Che arivi dove Angelica dimora.

Lasciamo lui che ben forte camina,
Ch'io vo' seguir la zuffa dolorosa,
Qual pi sempre s'accende a gran ruina,
N mai se vide pi terribil cosa.
Vedevasi Marfisa la regina
Di qua di l voltar s furosa,
Perch Aquilante e 'l suo fratel pregiato
La combatteano atorno in ciascun lato.

E vedeasi il feroce fio de Amone,
Ferito crudelmente e sanguinoso,
Cacciare il re Adrano e Chiarone;
Vedevasi Torindo valoroso
Combatter contra Oberto dal Leone:
Stavasi Trufaldin solo in riposo.
Questo ne l'altro canto io vi contai:
Ora voglio finir quel ch'io lasciai.

Come andasse la cosa in su quel piano
De le tre zuffe, vi voglio contare.
S come io dissi, Trufaldin villano
Stava da parte la guerra a guardare;
E quando Chiarone ed Adrano
Comincir per Ranaldo a rinculare,
Come colui che avea molta paura
Ne la rocca fugg dentro alle mura.

Ranaldo non lo vide in su quel ponto,
Ch certamente non sera campato,
Ben presto Rabican l'avrebbe gionto;
Ma tanto era alla zuffa riscaldato,
Che nol vide partir, come io vi conto;
Ma solo il vide alla porta arivato,
E, vlto ai duo baron, con gran furore
Disse: - Fuggito  pur quel traditore.

S che ascoltati quel che vi vo' dire,
E procurati metterlo ad effetto,
Se non voleti al presente morire,
Ch ben ve occider senza rispetto;
Ma se me prometteti far venire
Con voi doman nel campo il maledetto,
Voglio che questa guerra cominciata
Or sia fornita per questa giornata.

E tutti voi, che aveti la difesa
Del vostro gloroso Trufaldino,
Come ser del sol la luce accesa,
Verriti gi nel campo al bel matino
E quivi finir nostra contesa,
E morir quel perfido assassino;
O veramente ch'io vi ser morto,
Se Dio dal dritto non riguarda il torto. -

Queste parole diceva Ranaldo,
Ed altro ch'io non curo arricontare;
Onde l'accordo fo fatto di saldo,
A bench con Marfisa fo da fare,
Perch essa aveva il core acceso e caldo,
N la battaglia mai volse lasciare,
Sin che Aquilante non giura e Grifone
Tornar per l'altro giorno alla tenzone,

E mantener battaglia per un giorno,
Sin che ser nel mare il sole ascoso.
Cos dentro alla rocca fier' ritorno
Ciascun barone afflitto e doloroso,
E non avevan pezzo d'arme intorno
Che non fosse percosso e sanguinoso;
N stavan quei di fuori ad altra guisa,
Ranaldo e il Turco e la forte Marfisa.

Ciascuno attese con solenne cura
A sua persona ed a sua guarnisone.
Quei della rocca tutti avean paura,
Fuor che Aquilante e l'ardito Grifone;
E ragionavan della guerra dura,
Come era stato ciascun compagnone.
Diceva Astolfo: - Orlando  stravestito;
In tal forma ha ogniom de voi schernito. -

- Non, - rispose Aquilante, - tu non sai
Che 'l cavalliero  il sir de Montealbano.
Noi lo pregammo con parole assai
Che non venisse con noi alle mano;
Ma lui non se lasci parlar giamai,
Tanto  feroce e di cor subitano;
E cos domattina a l'altra guerra
O noi, on esso andr morto alla terra. -

Rispose Astolfo: - E' t' male incontrato,
Ch ad ogni modo rimarrai perdente,
Perch io me trovar da l'altro lato,
E vado da Ranaldo incontinente.
Quando nel campo me vedriti armato,
So ben che non voriti per nente,
N ser alcun di voi tanto sicuro,
Che esca tre passi fuor longe dal muro. -

Rise Aquilante che lo cognoscia,
Ed al duca rispose: - Alla bon'ora,
Dapoi che esser convene, e cos sia! -
Astolfo non fie' gi lunga dimora,
Ch della rocca fuora se ne uscia;
N oscurato era in tutto il giorno ancora,
Quando e cugini insieme se trovaro,
E con gran festa insieme se abracciaro.

Lasciamo questi insieme al pavaglione,
Che se posarno insino alla matina,
E ritornamo al fo di Melone,
Qual con gran volunt sempre camina,
Tanto che ad Albrac gionse al girone;
E gi il sole alla sera se dichina,
Quando quel cavallier cotanto forte
Gionse alla rocca dentro dalle porte.

E gi non par che venga dalla danza;
L'arme ha spezzato ed  senza cimiero,
Arsa  la sopravesta, e non ha lanza
E non ha scudo l'ardito guerrero;
Ma pur mostrava ancor grande arroganza,
Tanto superbo avea lo aspetto fiero,
E qualunche il mirasse in su Baiardo
Direbbe: Questo  il fior d'ogni gagliardo.

Come fo gionto dentro a l'alta rocca,
Angelica la bella l'incontrava.
Lui salta de l'arcion, che nulla tocca;
La dama di sua mano il disarmava,
E nel trargli de l'elmo il bacia in bocca:
Non dimandati come Orlando stava;
Ch, quando presso si sent quel viso,
Credette esser di certo in paradiso.

Avea la dama un bagno apparecchiato,
Troppo gentile e di suave odore,
E di sua mano il conte ebbe spogliato,
Baciandol spesse fiate con amore.
Poi l'ungiva d'uno olio delicato,
Che caccia de la carne ogni livore;
E quando la persona  afflitta e stanca,
Per quel ritorna vigorosa e franca.

Stavasi 'l conte quieto e vergognoso,
Mentre la dama intorno il maneggiava;
E bench fosse di questo gioioso,
Crescere in alcun loco non mostrava.
Intra nel fine in quel bagno odoroso,
E s dal collo in gi tutto lavava,
E poi che asciutto fu, con gran diletto
Per poco spazio se colca nel letto.

E dopo questo la donzella il mena
Intro una ricca zambra ed apparata,
Dove posarno con piacere a cena,
Ch vi era ogni vivanda delicata.
Nel fin la dama con faccia serena,
Standosi al collo a quel conte abracciata,
Lo prega e lo scongiura con bel dire
Che d'una cosa la voglia servire.

- D'una sol cosa, il mio conte, - dicia
- Fammi promessa, e non me la negare,
Se vi che pi sia tua ch'io non son mia,
Ch a tal servigio me puoi comparare;
N creder che aggia tanta scortesia,
Che da te voglia quel che non puoi fare;
Ma sol cheggio da te che per mio amore
Mostri ad un giorno tutto il tuo valore.

E che non abbi al mondo alcun riguardo,
Ma ch'io veda di te l'ultima prova,
Perch'io star a veder se sei gagliardo,
N creder che d'adosso occhio te mova,
Sin che a terra non vada ogni stendardo
De la gente che in campo se ritrova;
E ben so che farai ci, se tu vi,
Perch io conosco quel che vali e pi.

Una dama feroce, arabata,
Qual venne col mio patre in mia diffesa,
Senza cagione alcuna  ribellata,
Di mal talento e di furore accesa;
Come vedi, m'ha quivi assedata,
E, se tu non me aiuti, io ser presa
Da la crudel, che tanto odio mi porta
Che con tormento e strazio ser morta. -

Cos disse la dama, e lacrimando
Il viso al cavallier tutto bagnava.
Apena se ritenne il conte Orlando
Che alor alora tutto se armava;
E rispondea nente, e fulminando
Gli occhi abragiati d'intorno voltava.
Poi che la furia fu passata un poco
Il volto a lei rivolse, e parea foco:

N gi puote la dama sofferire
Di riguardare alla terribil faccia.
Dissegli il conte: - Dama, a te servire
Mi reputo dal cel a tanta graccia;
E quella dama che me avesti a dire,
Fia da me morta, o presa, o messa a caccia;
E quando fosse il mondo tutto quanto
Con seco armato, ancor de ci me vanto. -

Rimase assai contenta la donzella
Veggendo il proferir di quel barone,
Ch ben sapea quel che lui vale in sella.
Frutti e confetti di molta ragione
Furno portati a quella zambra bella;
Gionsero in questa Aquilante e Grifone,
E ciascun con Orlando fo abracciato;
Angelica di poi tolse combiato.

Ella se parte zoiosa e festante
Per la promessa di quel cavalliero,
Tanto superba di cotale amante,
Che di Marfisa pi non ha pensiero.
Come partita fu, disse Aquilante
Al conte Orlando: - Il ti far mestiero
Domane esser gagliardo sopra il piano,
Perch avrai contra il sir de Montealbano.

Egli  venuto e non so la cagione,
Ma fuor de l'intelletto al tutto pare,
Ch tutti quanti qua dentro al girone
Ci ha preso con vergogna a disfidare.
Io lo pregai, ed ancora Grifone,
Ma lui non si lasci giamai parlare,
N dir se li pu mai ragion che vaglia,
Onde c' forza far seco battaglia. -

- Sai certo che 'l sia desso, - disse Orlando
- E che per lui non abbi altro avisato? -
Disse Aquilante: - A Dio mi racomando,
Stato son seco a fronte e gli ho parlato,
E combattei con lui brando per brando;
E tu me stimi tanto smemorato,
E s fuor d'intelletto e di ragione,
Ch'io non cognosca Ranaldo d'Amone? -

Grifone quel medesimo dicia,
Che senza dubio alcun l'ha cognosciuto;
E quando il conte tal cosa intendia,
Tutto cambiosse nel sembiante arguto,
E prese nel pensier gran zelosia,
Che qua non fusse Ranaldo venuto
Sol per amor de Angelica la bella;
Onde gran doglia dentro il cor martella.

Presto dette combiato ai duo germani,
E ne la zambra se chiuse soletto,
E giva intorno stringendo le mani,
Ardendo di gran sdegno e di dispetto;
E con lamenti e con sospiri insani
Senza spogliarse se gett sul letto,
Ove con pianti e dolente parole
In cotal forma si lamenta e dole:

"Ahi vita umana, trista e dolorosa,
Nella qual mai diletto alcun non dura!
S come a la giornata luminosa
Vien drieto incontinente notte oscura;
Cos non fu giamai cosa gioiosa,
Che non fusse meschiata di sventura;
Ma ogni diletto  breve e via trapassa,
La doglia sempre dura e mai non lassa.

E questo si pu dir per me, tapino,
Qual con tanto piacere e tanto onore
Accolto fui da quel viso divino,
Ch'io non credetti aver pi mai dolore;
Ma poi fu ci per farme pi meschino,
E che la pena mia fusse maggiore;
Ch perder l'acquistato  maggior doglia,
Che il non acquistar quel de che s'ha voglia.

Io son venuto nella fin del mondo
Per l'amor d'una dama conquistare,
Ed ebbi iersira un giorno s iocondo,
Quanto m'avria saputo imaginare:
Non vl Fortuna ch'io gionga al secondo,
Perch Ranaldo me viene a sturbare.
E ben cognosce Iddio, ch'egli ha gran torto:
Ma certo l'un de noi rimarr morto.

Sempre a mia possa l'aggio favorito
Nella gran corte de lo imperatore;
E mille volte che  stato bandito,
L'ho ritornato in grazia al mio segnore.
Lui amato non m'ha n reverito;
Pur, a sua onta, io son di lui maggiore,
Ch egli  di piccol terra castellano,
Ed io son conte e senator romano.

Lui non mi porta amore o riverenza,
Bench'io m'abbia de ci poco a curare,
E sempre io volsi che la mia prudenza
La sua paca dovesse temperare;
Or romper mi convien la pacenza,
Ch a tal taglier non puon duo giotti stare,
S che finirla io son deliberato,
Ch compagnia non vle amor n stato.

Se lui campasse, egli ha tanta malizia,
Ch'io resterebbi di mia vita privo;
Lui sa del lusingare ogni tristizia,
E pi che alcun demonio egli  cattivo;
E se io volessi alciare una pelizia
Di donna, io non sera morto n vivo:
Se lei non m'insegnasse o desse ardire,
Cominciar non saprebbi io n finire.

Ch! dico io, adunque fia abattuta
La lunga parentezza ed amistade,
Che fu da' nostri antiqui mantenuta?
Mal faccio, e lo cognosco in veritade;
Ma da dritta ragione amor mi muta,
E fia partita al tutto con le spade
Nostra amistade antiqua e parentella,
E l'amor nostro di questa donzella."

Cos col cor di doglia tutto ardente
Il conte seco stesso ragionava,
E quella notte non dorm nente,
Ma spesso a ciascun lato si voltava.
Il tempo via trapassa e lui non sente,
Ma la luna e le stelle biasimava,
Che al suo occidente non faccian ritorno
Per donar loco al luminoso giorno.

Pi de tre ore avanti al matutino
Il conte a gran ruina fu levato;
Una tempesta sembra il paladino,
Passeggiando d'intorno tutto armato.
L'elmo ha d'Almonte, che fu tanto fino,
E Durindana il suo buon brando a lato;
Gi nella stalla va il conte gagliardo,
E ben guarnisce il bon destrier Baiardo.

E su ritorna nella rocca ancora,
Guardando se il giorno esce a l'orente,
E non pu comportar nulla dimora,
Ma rodendo si va l'ongie col dente.
Ora andati, segnori, alla bona ora,
Perch io riservo nel canto sequente
Un smisurato assalto ed inumano,
Qual fu tra il conte e il sir de Montealbano.

Canto ventesimosesto

Sin qui battaglie e colpi smisurati,
Che fr tra l'uno e l'altro cavalliero,
E terribili assalti aggio contati;
Or salir sopra 'l cel mi fa mestiero,
Ch duo baroni a fronte sono armati,
Che me fanno tremar tutto il pensiero.
Se vi piace, segnori, oditi un poco
De' duo guerreri uno animo di foco.

Di sopra vi contai s come Orlando
Solo aspettando il giorno si dispera;
Di qua di l va sempre fulminando,
E batte e denti quella anima fiera;
Trasse con ira Durindana il brando,
Come davante a lui fosse la ciera
Del re Agolante e del figliol Troiano,
S furoso mena ad ambe mano.

Dice la istoria che a lui era davante
Un gran Macon di pietra marmorina:
Era intagliato a guisa d'un gigante.
In questo gionse il conte a gran ruina,
S che dal capo insin sotto le piante
Tutto il fraccassa Durindana fina;
Tanti colpi li d dritto e a roverso,
Che a terra in pezzi lo mand disperso.

Con questa furia il senator romano
Stava aspettando il giorno luminoso;
Ma gi nel campo il sir de Montealbano
Non prende gi di lui maggior riposo,
Ch  tutto armato ed ha Fusberta in mano,
E tempestando va quel furoso:
Arbori e piante con la spada taglia,
Tanto desire avea di far battaglia.

Era ancora la notte molto oscura,
N in alcun lato si mostrava il giorno,
Quando Ranaldo, ch' senza paura,
Monta a destriero e pone a bocca il corno.
Ben par che 'l monte tremi e la pianura,
S forte suona quel barone adorno;
E 'l conte Orlando cognobbe di saldo
A quel suonare il corno di Ranaldo.

E tanta fiamma li soggionse al core,
Che pi non pose a l'ira indugio o sosta,
E prese il corno; e con molto romore
Gli fece minacciando aspra risposta,
Dicendo nel suonar: - Can traditore,
Come te piace ormai vieni a tua posta,
Ch'io smonto al piano, e ben te sazio dire
Che di tua gionta ti far pentire. -

Gi l'aria se rischiara a poco a poco,
E vien l'alba vermiglia al bel sereno;
Le stelle al sol nascente donan loco,
De le quali era il ciel prima ripieno.
Alora il conte, come avesse il foco
Veduto intorno a s, n pi n meno,
Battendo e denti e crollando la testa
L'elmo s'allaccia con molta tempesta.

Prese Baiardo alla sella ferrata,
Sopra gli salta con molta arroganza;
E tanta fretta avea quella giornata,
Che seco non port scudo n lanza.
Venne alla porta, e quella era serrata,
Perch la rocca avea cotale usanza,
Che ponte non callava o porta apriva,
Sin che il sol chiaro il giorno non usciva.

Avrebbe il conte quel ponte reciso
E spezzata la porta e misso al piano,
Se non che la sua dama n'ebbe aviso,
E venne ad esso con sembiante umano.
Quando lui vide l'angelico viso,
Quasi li cadde il bon brando di mano,
E poi che fu saltato della sella
Ingenocchiosse avanti alla donzella.

Lei abbracciava quel franco guerriero,
Dicendoli: - Baron, dove ne vai?
Tu m'hai promesso, e sei mio cavalliero;
Questo giorno per me combattarai,
E per l'amor di me questo cimiero
E questo ricco scudo portarai.
Abbi sempre il pensiero a cui te 'l dona,
Ed opra ben per lei la tua persona. -

Cos dicendo gli donava un scudo,
Che 'l campo  d'oro e l'armelino  bianco,
E un bel cimier, che  un fanciulletto nudo
Con l'arco e l'ale, e le saette al fianco.
Quel conte, che pur mo fu tanto crudo,
Mirando la donzella vena manco,
E tanta zoia sent e tal disire,
Che d'allegrezza si sente morire.

In questo ragionar gionse Grifone
Per gire alla battaglia, tutto armato;
Ed Aquilante  seco e Chiarone,
Il re Adrano a l'elmo incoronato.
Venir non puote Oberto dal Leone,
Perch la piaga il viso avea gonfiato,
E per non la curare e farne stima
Pi noia n'ebbe ne la fin che prima.

Or lui restava. E venne Trufaldino,
Per cui far si dicea la gran battaglia.
Smarito era nel volto il malandrino,
Ma non sa ritrovar scusa che vaglia,
Ch pur gli convien fare il mal camino
L gi nel piano, alla aperta prataglia;
E pensando di s l'oltraggio e il torto,
Parea nel volto sfigurato e morto.

Lascin costor, che del forte girone
Aprian la porta, e il ponte fan callare;
E ritornamo a Ranaldo de Amone,
Qual cognosciuto ha Orlando a quel suonare;
E, bench egli abbia il dritto e la ragione,
Gi non voria con lui battaglia fare,
Perch lo amava di coraggio fino,
Come germano e suo carnal cugino.

E nel suo cor pensoso era turbato
Come dovesse terminar la impresa,
Ch occider Trufaldino avea giurato,
E il conte l'avea tolto in sua diffesa.
Mentre lui pensa, ecco Astolfo arivato
E la regina di valore accesa;
Seco Prasildo ed Iroldo vena,
Con lor Torindo, re della Turchia.

Come fr giunti dove era Ranaldo,
- Su, - disse Astolfo - non prendiam dimora!
Batter si vle il ferro, mentre  caldo. -
Disse il principe: - Pian ben se lavora.
Stati, cugin mio bello, un poco saldo,
Che voi non seti ove credeti ancora;
Perch'io ve aviso che a noi qui davante
Vedreti armato il fier conte de Anglante. -

Marfisa a quel parlare alci la fronte,
Quasi ridendo, con vista sicura,
E disse al fio d'Amon: - Chi  questo conte,
Qual non  gionto e gi ti fa paura?
Se proprio fosse quel che occise Almonte
Con tutti e paladin, non ne do cura;
Ma quel conte d'Angante che detto hai,
Io non lo oditi nominar pi mai. -

Non rispose Ranaldo al suo parlare,
Che ad altra cosa avea maggior pensiero,
Perch vedea del monte gi callare
Que' sei baroni: Orlando era il primero,
Che terribil parea solo a guardare,
Aspro ne gli atti e ne l'aspetto fiero.
Quando Marfisa a lui fece riguardo,
Disse: - Quel primo ha vista di gagliardo. -

Rispose Astolfo a lei: - Non fare estima,
Che ogni zuffa che hai fatta,  stata un scherzo.
Bench i d'ardire e di prodezza in cima,
Io ti saggio acertar ch'egli  un mal guerzo.
Tu, se te piace, andrai contra a lui prima,
Questo ser il secondo, io ser il terzo.
So che seriti a terra riversati,
Ma ben vi scoder, non dubitati. -

Disse Marfisa: - Certo assai mi pesa
Ch'io non possa provarme a quel valetto,
Perch mi convien fare altra contesa.
Ma sopra la mia fede io ti prometto,
Se io non son da quei duo morta ni presa,
Ch'io veder de lui l'ultimo effetto. -
Cos stan questi ragionando in vano,
Ma il conte Orlando  gi gionto nel piano.

Come fu gionto alla ripa del prato,
Sua lancia arresta, che  grosso troncone.
Stava Aquilante da lui al destro lato,
Ed al sinistro veniva Grifone.
Trufaldin che color avea mutato
Per la paura, e possa Chiarone,
Tutti di para insieme, e il re Adrano
Vengon spronando con le lance in mano.

Da l'altra parte Marfisa se mosse:
Seco Ranaldo, ed un gran fuste arresta;
Prasildo e Iroldo, che hanno estreme posse,
Torindo e il duca Astolfo con tempesta.
Tutti han le lancie smisurate e grosse:
La giostra se incomincia, aspra e robesta.
Ad uno ad uno e scontri vi vo' dire,
E tutto il fatto, come ebbe a seguire.

Marfisa se scontr con Aquilante,
Ciascun parve di pietra una colona;
N a drieto se riversa o piega avante,
Tanto avevan quei duo franca persona:
Le lancie fraccassarno tutte quante.
Il duca Astolfo ratto se abandona,
E quella lancia che  tutta d'r fino,
Spronando abassa contra a Trufaldino.

Ma lui, che d'ogni inganno sapea l'arte,
Come l'un l'altro al scontro se avicina,
Malvagiamente se pieg da parte;
Poi da traverso, quella mala spina
(Come scrive Turpino alle sue carte)
Feritte Astolfo con tanta roina,
Che suo ardir non gli valse n sua possa,
Ma cadde al prato con grave percossa.

Lasciamo Astolfo, che  rimaso in terra,
Ch'io voglio adesso agli altri seguitare,
Poi che contar convien tutta la guerra.
Prasildo al re Adran s'ebbe a incontrare;
Contra de Iroldo Chiaron si serra,
N bon iudicio si potrebbe dare
Se tra lor quattro fu vantaggio alcuno,
Ma ben sua lancia ruppe ciascaduno.

Torindo fo colpito da Grifone,
E netto se n'and fuor della sella;
Il franco Orlando e il forte fio d'Amone
Se vanno addosso con tanta flagella,
Che profondar l'un l'altro ha opinone.
Ora ascoltate che strana novella:
Il bon Baiardo cognobbe di saldo,
Come fu gionto, il suo patron Ranaldo.

Orlando il guadagn, come io ve ho detto,
Allor che il re Agrican fece morire;
E quel destrier, come avesse intelletto,
Contra Ranaldo non volse venire;
Ma voltasi a traverso a mal dispetto
De Orlando, proprio al contro del ferire.
Sua lancia cadde al conte in su l'arcione,
Ranaldo lo colp sopra al gallone;

E fu per roversarlo a l'altro lato.
Or chi saprebbe a ponto ricontare
L'alto furor di quel conte adirato?
Ch, quando a pi tempesta mugia il mare,
E quando a maggior foco  divampato,
E quando se ode la terra tremare,
Nulla serebbe a l'ira smisurata
Che in s raccolse Orlando in quella fiata.

Non vedea lume per li occhi nente,
Bench gli avesse come fiamma viva;
E s forte battea dente con dente,
Che di lontan il gran romor se odiva.
Del naso gli uscia fiato s rovente,
Che proprio il riguardar foco appariva.
Or pi di ci contar non  mestiero:
Con ambi sproni afferra il bon destriero.

Ed a quel tempo ben ricolse il freno,
Credendolo a tal guisa rivoltare;
Non si muove Baiardo pi ni meno,
Come fosse nel prato a pascolare.
Poi che Ranaldo vidde il fatto a pieno,
Comincia al conte in tal modo a parlare:
- Gentil cugin, tu sai che a Dio verace
Ogni iniustizia e mal fatto dispiace.

Ove hai lasciata quella mente pura
E l'animo gentil che avevi in Franza,
Diffensor di bontade e di drittura,
E di fraude nemico e dislanza?
Caro mio conte, io ho molta paura
Che cambiato non sii per mala usanza,
E che questa malvaggia meretrice
T'aggia stirpato il cor de la radice.

Voresti mai che si sapesse in corte
Che hai la diffesa per un traditore?
Or non te sera meglio aver la morte,
Che avere in fronte tanto disonore?
Deh lascia Trufaldino, o baron forte,
E di quella ribalda il falso amore!
Che in veritate, a non dirti menzogna,
Non so de qual acquisti pi vergogna. -

Orlando gli dicea: - Ecco un ladrone,
Che  divenuto bon predicatore.
Or pu ben star sicuro ogni montone,
Da poi che il lupo si  fatto pastore.
Tu mi conforti con bella ragione
Abandonar de Angelica lo amore;
Ma guardar die' ciascun d'esser ben netto,
Prima che altrui riprenda de diffetto.

Io non venni gi qui per dir parole,
A ben ch'io non mi possa adoperare,
E sopra ogni sventura ci mi dole;
Ma fami al peggio ormai che tu pi fare,
Ch non ser nascoso il giorno il sole,
Che molta pena ti far portare
Di quel villan parlare e discortese,
Qual de mia dama avesti ora palese. -

Cos parlando ogniun sta dal suo lato.
Non era il conte a dismontare ardito:
Ch, prima a terra fosse dismontato,
Via ne serebbe Baiardo fuggito.
Sendo bon pezzo ciascun dimorato,
Che l'uno a l'altro non avea ferito,
Ranaldo, riguardando in quel confino,
Ebbe veduto il falso Trufaldino,

Che aveva Astolfo abattuto nel piano.
Esso a destriero d'intorno il feriva:
Quel se deffende con la spada in mano;
Ecco Ranaldo che sopra gli ariva.
Quando venire il vidde quel villano,
Che avea d'ogni virt l'anima priva,
Come fugge il colombo dal falcone
Cos prese a fuggir dal fio d'Amone.

Esso fuggendo a gran voce cridava:
- Aiuto! aiuto! o franchi cavallieri -
E la promessa fede adimandava;
E ben soccorso gli facea mestieri,
Ch gi quasi Ranaldo lo arivava.
Ma tutti quanti quelli altri guerreri
Abandonarno sua prima tenzone,
Tirando tutti adosso al fio d'Amone.

Orlando nol seguia, come io vi conto,
Perch Baiardo non puotea guidare;
Ma ben gionse Grifone a ponto a ponto
Che apena Trufaldin dovea campare.
Come Ranaldo lo vidde esser gionto,
Subitamente se ebbe a rivoltare,
E ferisce a Grifon s gran riverso,
Che quello ha il spirto e l'intelletto perso.

Qua non se indugia, e segue Trufaldino,
Che tuttavia fuggiva per quel piano;
Ma fece in quel fuggir poco camino,
Ch ebbe a le spalle il destrier Rabicano,
E venuto era di morte al confino:
Ma soccorso gli dava il re Adrano.
Ranaldo lo fer con tanta possa,
Che a terra lo fe' andar quella percossa.

Trufaldin se ne andava tuttavia
Ben mezo miglio a Ranaldo davante;
Ma Rabicano a tal modo seguia,
Come avesse ale in loco delle piante.
Ranaldo gionto il traditore avia,
Ma di traverso ancor gionse Aquilante,
E l'un ferisce l'altro con tempesta.
Ranaldo colse lui sopra la testa,

S che alle croppe lo mand roverso,
Fuor di se stesso e pien di stordigione;
N ancora ha Trufaldin di vista perso,
Quando alla zuffa  gionto Chiarone.
Men Ranaldo un colpo s diverso,
Che gett quel ferito de l'arcione;
E segue Trufaldin con tanta fretta,
Che apena  pi veloce una saetta.

Mentre che cos caccia quel ribaldo,
Il conte con Marfisa s'azuffava,
Per che, mentre che non vi  Ranaldo,
A suo piacer Baiardo governava.
Ciascuno alle percosse era pi saldo,
N alcun vantaggio vi se iudicava;
Vero  che 'l conte avea suspizone,
Non se fidando al tutto del ronzone.

E per combattea pensoso e tardo,
Usando a suo vantaggio ciascuna arte:
E bench se sentisse ancor gagliardo,
Chiese riposo e trassese da parte.
Mentre che intorno faceva riguardo,
Vidde nel campo gionto Brandimarte,
E ben se rallegr nel suo pensiero,
Ch Brigliadoro ha questo, il suo destriero.

Subitamente a lui se ne fu andato;
Ciascun raconta la sua disventura,
E fu tra loro alfin deliberato
(Ch Brandimarte ha rotto l'armatura)
Che nella rocca lui sia ritornato,
E l meni Baiardo a bona cura.
Su Brigliadoro il conte valoroso
 gi montato, e non vl pi riposo.

Non vl riposo pi quel sir d'Anglante,
Anci si mosse con molta roina;
E con parlar superbo e minacciante
Isfida a morte la forte regina.
L'un mosse verso l'altro lo afferrante,
Ciascun morire o vincer se destina:
Questa zuffa dir poi tutta aponto,
Ma torno a Trufaldin, ch'era gi gionto.

Ranaldo il gionse a la rocca vicino,
E non crediati che 'l voglia pregione,
Bench vivo pigli quel malandrino,
E legl stretto con bona ragione;
Indi con le gambe alto e il capo chino
Alla coda lo attacca del ronzone;
Poi per il campo corre a gran furore
Cridando: - Or chi diffende il traditore? -

Era il franco Grifon gi risentito,
E Chiaron montato e il re Adrano,
Quando Ranaldo fu da loro odito,
E posensi a seguirlo per quel piano.
Ma s presto ne andava ed espedito,
Ch'era seguto da costoro in vano;
Cos ne andava Rabicano isteso,
Come alla coda non avesse il peso.

Sempre Ranaldo a gran voce cridava:
- Ove son quei che avean cotanto ardire,
Che de un sol cavallier non li bastava,
Ma volean tutto il mondo sostenire?
Or vedon Trufaldino, e non li grava
Che in sua presenzia lo faccio morire?
Se alcun v' ancora a cui piaccia l'impresa,
Venga a staccarlo e prenda sua diffesa. -

Cos diceva il barone animoso,
Via strasinando Trufaldino al basso,
Che era gi mezo morto il doloroso,
Percotendo la testa ad ogni sasso;
Ed era tutto il campo sanguinoso,
Dove correa Ranaldo a gran fraccasso;
Ed ogni pietra acuta e ciascun spino
Un pezzo ritenia de Trufaldino.

Moritte quel malvaggio a cotal guisa,
E ben lo meritava in veritate,
Come la istoria sopra vi divisa,
Ch'era d'inganni pieno e falsitate.
Or torno al conte Orlando ed a Marfisa,
Che nel secondo assalto a nude spate
Fan s crudel battaglia e s diversa,
Che par che 'l celo e il mondo se sumersa.

A disusato modo e troppo orribile
Tra loro era inasprita la battaglia;
Ed al contar sera cosa incredibile
Quelle arme che Marfisa al conte taglia.
Lui d'altra parte ognior vien pi terribile,
Bench romper non pu piastra, n maglia;
Pur mena colpi di tanta roina,
Che a forza fa piegar quella regina.

Cresce ogni ora lo assalto pi diverso,
E' crudel colpi fuor d'ogni misura.
Ecco passar Ranaldo in sul traverso,
Proprio davanti alla battaglia scura;
E Trufaldino avea tutto disperso
La testa e il busto insino alla cintura;
Ch per le spine e' sassi in quel distretto
Rimase eran le braccia, il capo e il petto.

A gran furor Ranaldo trapassava,
Cridando s che intorno  bene inteso;
E dicea: - Cavallieri, or non vi grava
Che non abbiati questo re diffeso,
Qual di bontate vi rasomigliava?
Ove  lo ardire e quello animo acceso
Che dimostraste ne l'estremo vanto,
Quando sfidasti il mondo tutto quanto? -

Orlando intese quel parlare altiero,
Che lo spronava in tanta villania,
Onde a Marfisa disse: - Cavalliero
(Perch altramente non la cognoscia),
Io me sfidai con quello altro primiero,
Compir voglio con lui l'impresa mia;
Come io lo occido, se 'l mio Dio mi vaglia,
Con teco fornir l'altra battaglia. -

Disse Marfisa a lui: - Tu sei errato,
Se presto credi occider quel barone,
Perch io, che l'uno e l'altro aggio provato,
Di te nol tengo in manco opinone.
Tu de la vita altrui hai bon mercato,
E senza l'oste fai questa ragione;
Ma tu pi ben vantarti ed aver caro
Se questa sera vi trovati al paro.

Or vanne, ch'io mi fermo a riguardare
Qual abbia di voi duo maggior possanza;
Ma se i compagni tuoi per aiutare
Vengano a te, come  la lor usanza,
Quell'alta rocca vi far trovare,
N so se avreti ben tempo a bastanza:
Se tu combatti come il dritto chiede,
Offeso non serai su la mia fede. -

Non so se Orlando il tutto puote odire,
Che gi dietro a Ranaldo  posto in caccia;
Sempre cridando l'aveva a seguire:
- Aspetta, ch chi fugge mal minaccia;
E chi desidra gli altri sbigotire,
Non die' voltar le spalle, ma la faccia;
Ma tu sei ben gagliardo a questo ponto,
Ch hai bon destriero e non credi esser gionto. -

A quel cridar del conte il fio d'Amone
Iratamente se ebbe a rivoltare,
Dicendo: - Io non vo' teco questone,
E tu per ogni modo la vi fare;
Unde te dico che, avendo ragione,
Omo del mondo non voglio schiffare;
Ma siami testimonio Dio verace
Che aver guerra con te m'incresce e spiace. -

- Ben ne son certo, - disse il sir d'Anglante
- Che te rincresce di tal guerra assai,
Ch non avrai a far con mercadante,
N un pover forastier dispogliarai.
Or non usiamo parole cotante:
Mostra pur tuo valor, se ponto n'hai;
Perch io te acerto e sazote ben dire
Che a te bisogna vincere o morire. -

Dicea Ranaldo a lui: - Guerra non aggio,
N voglio aver con teco, il mio cugino;
Perdon ti cheggio, s'io t'ho fatto oltraggio,
Ben ch'io nol feci mai, per Dio divino!
E se onta ti repti o ver dannaggio
Ch'io abbia preso e morto Trufaldino,
A ciascun tuo piacer far palese
Che non te ritrovasti in sue diffese. -

Rispose il conte ad esso: - Animo vile,
Che ben de chi sei nato hai dimostranza,
Mai non fusti figliol d'Amon gentile,
Ma del falso Genamo di Maganza.
Pur mo te dimostravi s virile
E ragionavi con tanta arroganza:
Or che condutto al paragon ti vedi,
Merc piangendo e perdonanza chiedi. -

Perse la pazenza a quel parlare
Il fio de Amone, e con terribil guardo
Verso de Orlando gli occhi ebbe a voltare,
Ed a lui disse: - Tanto sei gagliardo,
Che ogni om ti teme e convienti onorare;
Ma se tu non mi rendi il mio Baiardo,
Presto potrai veder, come io ti dico,
Ch'io non ti temo e non te stimo un fico.

Come l'abbi robbato io non ho cura:
Rendime il mio destriero, e sate onore.
Tu ne l'hai via mandato per paura,
Ch di tenerlo non ti dava il core;
Ma, se egli avesse de intorno le mura
Tutte de acciaro, lo trar di fore;
Ed odi come io parlo chiaro e sodo:
Io lo voglio per forza ad ogni modo. -

- La prova vederemo incontinente -
Rispose Orlando, sorridendo un poco:
E non avea gi faccia de ridente,
Ma battea labre e gli occhi come foco.
Or, bei Segnori, io vi lascio al presente,
E se voi tornareti in questo loco,
Dir questa battaglia dove io lasso,
Che un'altra non fu mai di tal fraccasso.

Canto ventesimosettimo

Chi mi dar la voce e le parole,
E un proferir magnanimo e profondo?
Ch mai cosa pi fiera sotto il sole
Non fu mirata a lo universo mondo.
L'altre battaglie fr rose e vole:
A ricontar di questa io mi confondo,
Perch il valor e il pregio della terra
A fronte son condutti in questa guerra.

Era ciascun di lor tanto adirato,
Che facean sbigotir chi gli guardava;
E molti se partr senza comiato,
E poca gente se gli avicinava;
Uscia rovente fuor de gli elmi il fiato,
E nel suo ragionar l'aria tremava;
E chiunque stava di lontano un poco,
Giurava che lor volti eran di foco.

E si facean l'un l'altro orribil guardi,
Parlando con voce aspra e minacciante;
E bench al cominciar paresser tardi,
Come io ve dimostrai nel dir davante,
Ci fu che di persona s gagliardi
E di cor fu ciascun tanto arrogante,
Che ragionando si stavano adaggio,
Mostrando non curar alcun vantaggio.

Ma poi che Orlando trasse Durindana
Forte cridando: - Or se vedr la prova,
Se a tua prodezza, che  tanto soprana,
Un altro pare in terra se ritrova! -
La cosa pi non va suave e piana;
Ponto  Ranaldo: convien che si mova.
Per prende Fusberta ad ambe mano,
E verso il conte sprona Rabicano.

E men un colpo terribile e fiero,
Come colui che ha forza oltra misura;
Il dio d'amor, che ha il conte per cimiero,
Vol con l'ale rotte alla pianura.
L'elmo d'Almonte ben gli fie' mestiero,
Ch qua la affatason non lo assicura,
Poi che Ranaldo a tanta furia il tocca,
Che gli avria posto le cervelle in bocca.

Ma il conte, che d'orgoglio  troppo caldo,
Quella percossa non cura un lupino;
E, stretto come un scoglio a l'onde saldo,
Che non se crolla dal vento marino,
Lui con gran forza percosse Ranaldo
Sopra de l'elmo, che fu de Mambrino;
Ma lui, che  tanto fiero e s possente,
Per quel gran colpo se mosse nente.

E risposene un altro con roina,
Dov' il scudo e la lancia discoperta,
E piastra non vi valse, o maglia fina,
Ch via la tagli tutta con Fusberta;
Seco la giuppa alla terra dechina,
S che fece mostrar la carne aperta.
Per questo d'ira il conte pi s'accese,
Ed a Ranaldo un gran colpo distese.

Gionse a traverso del manco gallone,
E misse a terra gran parte del scudo,
E usbergo e piastra e grosso pancirone
Fraccassa con roina il brando crudo;
Port seco la giuppa e il camisone,
S che mostrar li fece il fianco nudo.
Ciascun de ira se accende e di mal fele,
E la battaglia ognior vien pi crudele.

Ranaldo prese un cruccio s diverso,
Che alla sua vita mai n'ebbe cotanto;
E men ad ambe mano un gran roverso,
Tal che, se l'elmo non fosse de incanto,
Tutto l'avrebbe spezzato e disperso;
E per quel colpo orribile e tamanto
Orlando se stord per tal maniera,
Che non sapea quel loco dove egli era.

Il suo destrier correndo andava intorno,
Portandol stramortito in su la sella.
Dicea Ranaldo: - Io so che al terzo giorno
Non durar fra noi questa novella. -
E per darli di morte ultimo scorno
Un altro colpo adosso li martella;
Io non saprebbi ben dir la cagione,
Ma il conte alora usc de stordigione.

E risentito, cognobbe Ranaldo,
Qual gli era sopra per farlo morire.
Turbato lo scrid: - Giotton ribaldo,
Mala ventura te ha fatto venire,
Per che morto sei se tu stai saldo,
E vergognato se prendi a fuggire.
Or te diffendi, s'hai cotanto orgoglio,
Ch averti alcun riguardo pi non voglio. -

Cos dicendo il conte a due man prese,
Forte turbato, Durindana dura,
E percosse ne l'elmo, e quel se accese
A foco e fiamma con molta paura.
Ranaldo su le croppe se distese
Per quel gran colpo fuor d'ogni misura:
Pendon le braccia ed ha aperta ogni mano;
Via ne l'arcione il porta Rabicano.

Ma non fu giamai drago ni serpente,
Che racogliesse in s tanto veleno,
Quanto Ranaldo alor che si risente:
Il cor avea di foco e il viso pieno.
Verso de Orlando iniquitosamente
Prende a due mano il brando e lascia il freno;
E similmente il senator romano
Contra lui vene, e mena ad ambe mano.

Ferr l'un l'altro con alto romore,
Ciascun pi furoso e disperato;
E sempre cresce la zuffa maggiore,
E l'arme a pezzi a pezzi vanno al prato;
N scorger ben se pu chi aggia il megliore,
Ch in poco tempo cangiasi il mercato;
Or se veggion ferir de animo accesi,
Or su le croppe andar morti e distesi.

E si feriano con tanta nequizia
Che a vendetta crudel sera bastante,
E con aspro parlar l'un l'altro astizia.
Diceva al fio d'Amone il sir d'Anglante:
- Oggi hai trovato il brando di iustizia!
Confessa le tue amende tutte quante;
Che sei per fama publico ladrone,
Io vo' che tu 'l confessi, e far ragione. -

- Tu te credi tuttora essere in Franza, -
Disse Ranaldo - e gli altri minacciare.
Chi cambia terra, die' cambiare usanza;
Re Carlo quivi non pu comandare.
Tu me di' villania con arroganza,
E credi ch'io te 'l voglia comportare?
Ed a farne la prova in ogni loco,
Io son meglior di te molto, e non poco.

Di che hai superbia, dimme, bastardone?
Perch occidesti Almonte alla fontana,
Che era legato in braccio al re Carlone,
Ora te vanti, e porti Durindana
Come acquistata per dritta ragione.
Ben sei proprio figliol d'una puttana,
Qual, perso che ha l'onor, pi non lo stima
E pi sfacciata  dopo il fal che in prima.

Datte forse arroganza il re Troiano?
N ti vergogni di quella novella,
Che, ancor ferito a morte e senza mano,
Te trasse a tuo dispetto de la sella?
Tu insieme lo occidesti in su quel piano:
Va, ti nascondi, va, vil feminella!
Tra gli omini apparere hai ardimento,
E sei condutto a tanto tradimento? -

Diceva Orlando a lui: - Non fa mestiero
De la nostra bontade disputare;
Ch tu sei ladro, ed io son cavalliero,
E tutto il mondo lo sa iudicare;
E bene aggio ragion s'io sono altiero
De Almonte e de Troian, che hai a contare,
Che fur di tanto pregio e di tal raccia,
Che non gli avresti tu guardati in faccia.

Fovi meco Rugiero e quel don Chiaro
Che era corona d'ogni paladino,
Quai stati non serian con un tuo paro,
Ch alcun di lor non era malandrino.
Or tu te vanti, e pi bene aver caro,
De avere occiso il forte re Mambrino;
Ma non sa dir alcun come and il fatto,
Perch tu pur fuggisti al primo tratto.

Quella battaglia fu molto nascosa
L dopo il monte, e senza testimonio;
Chi giurar come andasse la cosa,
E se il tuo Malagise col demonio
Te dette la vittoria s pomposa?
Ed odito aggio ancora, o ch'io me insonio,
Che il fratel Constantin pur fu ferito
Dopo le spalle, e fu da te tradito. -

Cos l'un l'altro con grave rampogna
Se oltraggiavano insieme e cavallieri;
Ora altro che parole ivi bisogna,
Perch dal ragionare a i colpi fieri
Eran venuti, e l'ira e la vergogna
Gli avea spronati e fatti tropp'altieri;
E se ferian con tanta crudeltade,
Che ad ogni colpo fan foco le spade.

Fer con ira Orlando ad ambe mano,
Sopra Ranaldo gran colpo martella;
Poco manc che non andasse al piano
E stramortito uscisse de la sella.
Come rivenne il sir de Montealbano,
Non se accese mai lampa n facella,
Che non sembrasse del suo lume priva,
Tant'ha di foco lui la faccia viva.

Ad Orlando fer con gran furore
Sopra di l'elmo, a forza s diversa,
Che 'l paladin, che avea tanto vigore,
Ha il sentimento e la memoria persa;
E per la passone e gran dolore
Sopra le croppe tutto si riversa;
E for de l'arcion tanto se disserra,
Che ogniom credette che l'andasse a terra.

E non fu pi giamai leon ferito,
N drago acceso tanto velenoso
Come divenne Orlando risentito;
E ben mostrava in viso furoso,
Ch non era a quel colpo sbigotito,
Ma pi fier divenuto ed animoso;
Verso Ranaldo lasci un colpo crudo,
E pi del terzo gli tagli del scudo.

Rotto a traverso il scudo and nel prato,
N in questo resta la tagliente spada,
Ma la maglia gli strazia dal costato,
E convien che ogni piastra a terra vada.
La zuppa e il camison tutto  straziato,
Par che ogni cosa Durindana rada,
S spezza usbergo ed ogni guarnisone;
E feritte nel fianco il fio de Amone.

Ma non se avide alor de la ferita,
Tanto era riscaldato alla battaglia;
Ferisce al conte quella anima ardita,
De cima al fondo il scudo gli sbaraglia.
Ogni piastra de usbergo ebbe partita,
E tutto il panciron fraccassa e smaglia;
E se non fusse che il conte  fatato,
Gran piaga gli avria fatto nel costato.

S'io conto tutti i colpi ad uno ad uno,
Che facean sempre foco e le faville,
Verr la sera e il cel si far bruno,
Perch furon i colpi pi di mille;
S ch'io nol dico, e pu pensar ciascuno
Che non Ettor di Troia e non Achille,
N Ercole il grande, n il forte Sansone
Potrian con questi star al parangone.

E qual misr Tristano e qual Gallasso,
Qual altro cavallier de la ventura
D'un tanto travagliar non sera lasso,
Per l'estrema battaglia orrenda e dura?
Ch sempre combattero a gran fraccasso
Da sol nascente insino a notte oscura,
N mai chiesen riposo a quel furore,
Ch l'un de l'altro crede esser megliore.

Ed era il ciel de stelle tutto pieno
Prima che alcun parlasse del partire,
Per che aveano al cor tanto veleno,
Che se credean l'un l'altro far morire.
Poi che la luce venne al tutto meno,
Restarno, per vergogna, di ferire,
Perch in quel tempo combattere al scuro
Opra non era di baron sicuro.

Diceva Orlando: - Pi ringrazare
Il giorno che  partito, e il vivo sole,
Che alquanto t'ha la morte a indugare,
E certamente me ne incresce e dole. -
Dice Ranaldo: - Ci lasciamo andare:
Io vo' che meco vinci di parole;
Ma gi di fatto vantaggio non hai,
N creder, fin ch'io viva, averlo mai.

E fino ad ora io sono apparecchiato
(Per mostrar ch'io non ho di te paura)
Di trare al fin lo assalto cominciato,
Ch'io non te stimo, o giorno, o notte oscura. -
Rispose il conte: - Ladro, scelerato,
Che pur convien mostrar la tua natura,
Come sei uso, tristo, doloroso,
Far guerra al scuro, nel bosco nascoso.

Io vo' teco azzuffarme al giorno chiaro,
Perch tu vedi il tuo dolor palese,
E che prender non possi alcun riparo,
N fuggirti da me, n far diffese. -
Disse Ranaldo: - Adunque e' m' ben caro
Esser tanto lontano al mio paese,
Per non dar quel dolore al duca Amone,
Poi che morir convengo a ogni rasone.

Io so combatter nel bosco nascoso,
E nel monte alto e all'aperta pianura,
E fo battaglia al giorno luminoso,
Matina e sera e ne la notte scura.
Or tu sei solo al mondo gloroso,
Ed hai de l'onor tuo cotanta cura,
Che non combatti se no' al sole altiero,
Credendo altrui smarir col tuo quartiero. -

Stavan gli altri baroni a lor d'intorno,
Quei de la rocca e quei de la regina,
Che avean lasciata sua battaglia il giorno
Per mirar de costor l'alta ruina.
Tra questi fo ordinato far ritorno
Sopra quel campo ne l'altra matina,
E diffinir la ultima battaglia,
Chi pi de ardire e di possanza vaglia.

Cos tornorno questi nel girone,
Orlando, dico, e la sua compagnia;
E gli altri ciascadun al pavaglione.
Or suonar trombe e gran corni se oda,
Diversi cridi de istrane persone;
Ed alti fuochi al campo se vedia,
E per le mura d'intorno alla rocca
Spesse lumere; e la campana ciocca.

Angelica, di dame accompagnata,
Venne a trovare Orlando paladino
Dentro alla zambra ricca ed apparata:
Quivi ha frutti, confetti e bon vino.
La sopravesta il conte avea stracciata,
E rotto il scudo d'r da l'armelino,
E perduto il cimier del dio d'amore,
Unde di doglia gli crepava il core.

Ed aveva tal doglia nel pensiero,
Che non sa dir se egli  morto n vivo,
Se quella dama chiedesse il cimiero,
O domandasse come ne fo privo.
Ma de ci dubitar non fo mestiero,
Ch lei, ad antiveder troppo cativo,
Ci che vedeva che al conte gradava,
Quel gli chiedeva, e sol di ci parlava.

Ma, cos ragionando con diletto
De la battaglia che era stata al piano,
Non so come, ad Orlando venne detto,
Che l giuso era il sir de Montealbano.
La dama se commosse nello aspetto,
Odendol nominare a mano a mano;
Ma come quella che era saggia e trista,
Coperse il suo pensier con falsa vista.

E disse al conte: - Io ho malenconia,
Ch oggi stetti a le mura tutto 'l giorno,
E mai tra gli altri io non te cognoscia,
Cotanta gente ti stava d'intorno.
Ma se volesse la ventura mia
Che una sol fiata, de tutte arme adorno,
Io te vedessi bene adoperare,
Dio d'altra cosa non voria pregare.

Bench spietata sia Marfisa e dura,
Io certamente pur voglio provare
Se per un giorno mi far sicura,
Tanto ch'io possa una zuffa mirare;
E solo or penso a cui doni la cura
Che vada la salvezza ad impetrare.
Qual ser quel che a lei ne vada avante?
Io mandar lo ardito Sacripante. -

Cos fu dimandato incontinente
Re Sacripante ad Angelica bella.
Questo avea il core e le medolle ardente
D'amor soperchio per quella donzella,
Come odireti nel libro sequente.
Or, seguitando la nostra novella,
La dama, ragionando a lui, divisa
Quel che impetrar desidri da Marfisa.

E lui se parte, ed al campo se accosta,
Bench sia oscuro il cel, come io vi conto;
E fece alla regina la proposta,
Come davante a lei fo prima gionto.
Ebbe subito grata e tal risposta,
Qual seppe dimandare a ponto a ponto;
La littra  suggillata, e con bel dire
Fu ogniom securo al ritornare e al gire.

Ogni stella del celo era partita,
Fuor quella che va sempre al sol davante;
E la rugiada per l'aria fiorita
Se vedea cristallina e lustrigiante;
Il celo, a la bell'alba ora apparita,
D'oro e di rose avea preso sembiante;
E, per dir questo in simplice parole,
La notte  gita e non  gionto il sole,

Quando la dama, mossa di quel caldo
Che agiaccia l'intelletto ed arde il core,
De Angelica dico io, che per Ranaldo
Se consumava nel foco d'amore,
Fuora del letto se lev di saldo;
E non aspetta il giorno o il suo splendore,
Ch ogni altro tempo li par speso invano
Fuor che a vedere il sir de Montealbano.

E poi che seppe, come io ve contai,
Che esso nel campo al basso dimorava,
Tutta la notte non dorm giamai,
N prese possa, e sol di lui pensava.
Sperando in zoia e sospirando in guai
L'alba serena e il bel giorno aspettava,
Per che ogni sua voglia e suo desire
 di veder Ranaldo, e poi morire.

Ma il conte Orlando, senza altro pensiero,
Era dormendo nel letto colcato,
E sempre, in sogno, quello animo fiero
Stava alla zuffa del giorno passato;
N credo che sia al mondo cavalliero
Che non si fosse alquanto spaventato
Mirando il conte in quel sonno dissolto,
Tanto feroce e orribile  nel volto.

La damigella venne a lui soletta,
E ponto non l'ardiva risvegliare;
Ma come fa qualunche il tempo aspetta,
Che l'ora un giorno, e il giorno un mese pare,
Cos la dama, che avea maggior fretta
Che 'l conte Orlando assai de cavalcare,
Or col viso suave, or con la mano,
Svegli, toccando, il cavallier soprano.

- Su, - disse ella - baron! Non pi dormire,
Ch da ogni parte gi se scopre il giorno;
Io me levai, ch me parve de odire
L gi nel campo al basso uno alto corno;
E perch io voglio con teco venire
E, se a Dio piace, far teco ritorno,
Son venuta a svegliarti per me stessa;
E da te voglio un dono in tua promessa. -

Il conte al suo bel viso remirando
Tutto se accese de amoroso foco,
E la dama abracci tutto tremando,
Bench soletti fussero in quel loco.
Dicea la dama: - Io son al tuo comando;
Ma se me ami, barone, aspetta un poco,
Ch quel ch'io dico per farti sicuro,
Su la mia fede ti prometto e giuro.

Io ti prometto che a ogni tuo volere
Soletta in questo loco, come io sono,
Ti lasciar di me prender piacere,
Se me prometti ed attendi un sol dono,
Perch'io voglio comprendere e vedere
Stu me ami come mostri in abandono;
E quel ch'io voglio e quel ch'io ti dimando,
 una battaglia sola al mio comando.

Ma se tu forse sei tanto inumano,
Che prenda il tuo piacere al mio dispetto,
Tenuto ne sarai sempre villano,
E tornarate in pianto quel diletto,
Perch'io me occider con la mia mano,
E passaromme in tua presenza il petto;
S ch'in te solo e in tuo arbitrio dimora
Se vi ch'io mora, o vi che viva ancora. -

Al fin delle parole lacrimando
Abass il viso con molta pietate;
Non puot pi soffrire il conte Orlando,
Ma pi di lei piangeva in veritate;
E con somessa voce ragionando,
Sempre chiedea perdon con umiltate,
Dando la colpa del passato errore
Al core ardente ed al superchio amore.

Poi l'un promesse a l'altro in sacramento
Di servar le dimande tutte a pieno.
Il lume della luna era gi spento,
E il sole uscia del mare al ciel sereno,
Quando quel cavallier pien de ardimento,
Che mai di sua bont non venne meno,
Per provvederse alla cruda battaglia
Tutto di piastra si copre e di maglia.

E bench fusse d'animo virile
E non temesse il mondo tutto quanto,
Pur tutte l'arme guarda per sotile,
Ambedue le scarpette e ciascun guanto,
Ch ben cognosce il cavallier gentile
Che 'l suo inimico si donava il vanto
D'alta prodezza in ogni baronaggio;
Per non vl ch'egli abbia alcun vantaggio.

Poi che di piastra fu tutto coperto
Ed ebbe il suo bon brando al fianco cinto,
Angelica la bella gli ebbe offerto
Un cimiero alto e un scudo d'r destinto.
Era il cimiero uno arboscello inserto,
E il scudo a tale insegna ancor dipinto.
L'elmo s'allaccia quel baron soprano,
Monta a destriero e prende l'asta in mano.

Li altri, per fare ad esso compagnia,
Senza arme in dosso gi calarno al piano;
Quivi Aquilante e Grifon se veda,
Brandimarte vien presso e il re Ballano;
Il conte dopo questi ne vena,
Ed Angelica seco a mano a mano
Sopra d'un palafren bianco ed amblante;
Il re Adran vien dietro e Sacripante.

Rimase nella rocca Galafrone,
E seco Chiaron, che era ferito.
Or diciamo de Orlando campone:
Come fo gionto nel prato fiorito,
Sonando il corno sfida il fio d'Amone,
Qual gi nella campagna era apparito
Tutto coperto a piastra e maglia fina;
E seco al par Marfisa la regina.

Lei senza l'elmo el viso non nasconde:
Non fu veduta mai cosa pi bella.
Rivolto al capo avea le chiome bionde,
E gli occhi vivi assai pi ch'una stella;
A sua beltate ogni cosa risponde:
Destra ne gli atti, ed ardita favella,
Brunetta alquanto e grande di persona:
Turpin la vide, e ci di lei ragiona.

Angelica a costei gi non somiglia,
Che era assai pi gentile e delicata:
Candido ha il viso e la bocca vermiglia,
Suave guardatura ed affatata,
Tal che a ciascun mirando il cor gli empiglia:
La chioma bionda al capo rivoltata,
Un parlar tanto dolce e mansueto,
Ch'ogni tristo pensier tornava lieto.

Questa ne andava con Orlando a mano,
Come poco di sopra io ve ho contato;
E quella col segnor de Montealbano,
Che incontra gli vena da l'altro lato,
Con l'arme in dosso sopra Rabicano.
Torindo e il duca Astolfo disarmato,
Prasildo e Iroldo pien di vigoria,
Fanno a Ranaldo onore e compagnia.

Ma poi che frno gionti a i verdi prati,
Ciascun si stette dal suo lato alquanto;
Suonando il corno si frno sfidati
Quei duo che han di prodezza al mondo il vanto.
Pregovi, bei segnor, che ritornati
Ad ascoltarme nel seguente canto,
Perch de l'altre zuffe ch'io contai
Questa  pi fiera ed  maggior assai.

Canto ventesimottavo

Chi provato non ha che cosa  amore,
Biasmar potrebbe e due baron pregiati,
Che insieme a guerra con tanto furore
E con tanta ira se erano afrontati,
Dovendosi portar l'un l'altro onore,
Ch'eran d'un sangue e d'una gesta nati:
Massimamente il figlio di Melone,
Che pi della battaglia era cagione.

Ma chi cognosce amore e sua possanza,
Far la scusa di quel cavalliero;
Ch amore il senno e lo intelletto avanza,
N giova al provedere arte o pensiero.
Giovani e vecchi vanno alla sua danza,
La bassa plebe col segnore altiero;
Non ha remedio amore, e non la morte;
Ciascun prende, ogni gente ed ogni sorte.

E ci se vide alora manifesto,
Ch Orlando, qual di senno era compito,
Di sua natura si cangi s presto,
E venne impazente allo appetito;
Ed a Ranaldo se fece molesto,
Col qual fu de amist gi tanto unito.
Ora nel campo a morte lo desfida,
Suonando il corno ad alta voce crida:

- Non hai vicino il forte Montealbano,
Che possa con sue mure ora camparte;
Non  teco il fratel de Vivano,
Qual ti possa giovar con sua mala arte.
Chi te potr levar dalla mia mano?
Come andarai fuggendo ed in qual parte?
Non  citade al mondo o tenimento,
Ove non abbi fatto un tradimento.

Belisandra robbasti in Barbaria,
Quando gli andasti come mercadante.
Vi tu forse tornar per quella via,
O fuggir per il regno de Levante
Dove sette fratei per tua fola
E per le fraude tue, che son cotante,
A tradimento son condutti a morte?
Forse in Tesaglia andar te riconforte?

Re Pantasilicor da te fo preso,
N usata fu pi mai tanta viltate,
Perch, essendo pregion, da te fu impeso,
S che non passarai per sue contrate.
E gi non posso a pieno aver inteso
Tutte le tue magagne e crudeltate;
Ma so che a Montalbano a notte scura
N al chiaro giorno  la strata sicura.

So che robbasti il tesoro indano,
Che a me toccava per dritta ragione,
Perch il re de India, Durastante, al piano
Fu da me morto, e non da te, ladrone.
Sotto la tregua del re Carlo Mano
Robbasti al re Marsilio il suo Macone.
Ora te penti, e fa che ben m'intenda:
Oggi di tanto mal farai l'amenda. -

Ranaldo fece al conte aspra risposta,
Forte suonando il suo corno bondino,
Dicendo dopo il suon: - Vieni a tua posta,
Ch or sei vasso ed eri paladino,
E poi che la tua mente  pur disposta
Far la vendetta d'ogni Saracino,
Di qualunque sia morto in ogni lato,
Preso o disfatto, o sia da me robbato.

Ma a te ramento che aggio a vendicare
La morte iniqua d'ogni cristano.
Don Chiaro il paladin vo' ricordare,
Che l'occidesti in campo di tua mano;
Perci se ebbe Girardo a disperare,
E per tua colpa divenne pagano.
Ascolta, renegato e maledetto:
Chi d cagione al mal, lui n'ha il diffetto.

Il padre de Olivier, malvaggio cane,
Venne per tua cagion da Carlo occiso;
Ranaldo di Bilanda per tue mane
Avanti al vecchio patre fo diviso.
E tu quando ti levi la dimane,
Credi acquistar zanzando il paradiso
Con croce e patrinostri? Altro ci vle
Che per rei fatti dar bone parole.

Ricordate, crudel, che a Monteforte,
Per prender quel castello a tradimento,
Il franco re Balante ebbe la morte,
E ci fu ben di tuo consentimento,
Ch stavi apresso a Carlo Magno in corte;
N ti bastando il core o l'ardimento
Di scontrarti con lui sopra al sentiero,
Altrui mandasti, e fu morto Rugiero. -

Queste parole ed altre pi diverse
Dicea Ranaldo con voce rubesta.
Ora pi oltra il conte non sofferse,
Ma contra lui se mosse a gran tempesta;
Ciascadun sotto il scudo si coperse,
E con alto furor la lancia arresta,
E vengonsi a ferir con ardimento:
Sembrr quei duo destrier folgor e vento.

Come nel celo o sopra la marina
Duo venti fieri, orribili e diversi
Scontrano insieme con molta roina,
E fan conche e navigli andar roversi;
E come un rivo dal monte declina,
Con sassi rotti ed arbori dispersi;
Cos quei duo baron pien di valore
Se urtarno con altissimo rumore.

Non fu piegato alcun di loro un dito,
A bench delle lancie smisurate
Ciascun troncone insino al celo  gito.
Gi son rivolti ed han tratto le spate;
N intorno fu pagan cotanto ardito
Che non se sbigotisse in veritate,
Quando l'un l'altro rivolt la faccia
Piena de orrore e de ira e de minaccia.

Non vide il mondo mai cosa pi cruda
Che il fiero assalto di questa battaglia,
E ciascun sol mirando trema e suda:
Pensati che fa quel che se travaglia!
In pi parte avean lor la carne nuda,
Ch mandate han per terra piastra e maglia.
Ranaldo sopra al conte se abandona,
Nel forte scudo il gran colpo risuona.

Il scudo aperse e il brando dentro passa:
Sopra la spalla gionse al guarnimento,
La piastra del braccial tutta fraccassa.
Sente a quel colpo il conte un gran tormento;
Adosso de Ranaldo andar se lassa,
E ben sembra al soffiar tempesta e vento;
A man sinestra gionge il brando crudo,
Sino alla spalla rompe e parte il scudo.

A poco a poco pi l'ira s'accende:
Ranaldo sopra l'elmo gionse il conte;
Taglio del brando a questo non offende,
Per che era incantato e fu de Almonte,
Ma il cavallier stordito se distende
Per quel colpo superbo che ebbe in fronte,
E rivenne in se stesso in poco d'ora;
Ira e vergogna al petto lo divora.

Stringendo e denti, il forte paladino
Mena a Ranaldo un colpo nella testa:
Gionse ne l'elmo che fu de Mambrino;
Non fu veduta mai tanta tempesta.
Quel baron tramortito andava e chino,
Via fugge Rabicano, e non s'arresta,
Intorno al campo, e par che metta l'ale;
Al conte Orlando il suo spronar non vale.

Non fu veduto mai tanto peccato,
Quanto era di Ranaldo valoroso,
Ch'era sopra l'arcione abandonato,
E strasinava il brando al prato erboso;
Fuor de l'elmo uscia il sangue da ogni lato,
Per che a quel gran colpo furoso
Tanta angoscia sofferse e tanta pena,
Che 'l sangue gli crep fuor d'ogni vena.

Fuor della bocca usciva e fuor del naso,
Gi ne era l'elmo tutto quanto pieno;
Spirto nel petto non gli era rimaso,
Correndo il suo destriero a voto freno.
E cos stette in quel dolente caso
Quasi una ora compita, o poco meno;
Ma non fu giamai drago ni serpente
Quale  Ranaldo, allor che se risente.

Non fu ruina al mondo mai maggiore,
Ch l'altre tutte quante questa passa;
Strazia dal petto il scudo, e con rumore
Contro alla terra tutto lo fraccassa.
Fusberta, il crudo brando, a gran furore
Stringe a due mane e le redine lassa,
E ferisce cridando al forte conte:
Proprio lo gionse al mezo della fronte.

Non puot il colpo sostenire Orlando,
Ma su le croppe la testa percosse;
Le braze a ciascun lato abandonando,
Gi non mostra d'aver l'usate posse.
Di qua di l se andava dimenando,
Ed ambe l'anche di sella rimosse;
Poco manc che 'l stordito barone
Fuor non uscisse al tutto de l'arzone.

Ma come quel che avea forza soprana,
Ben prestamente usc di quello affanno,
E, riguardando la sua Durindana,
Dicea: "Questo  il mio brando, o ch'io m'inganno;
Questo  pur quel ch'io ebbi alla fontana,
Che ha fatto a' Saracin gi tanto danno.
Io me destino veder per espresso
S'io son mutato o pur se 'l brando  desso."

Cos diceva: ed intorno guardando,
Vidde un petron di marmore in quel loco;
Quasi per mezo lo part col brando
Persino al fondo, e mancvi ben poco.
Poi se volta a Ranaldo fulminando;
Torceva gli occhi, che parean di foco,
D'ira soffiando s come un serpente;
Mena a due mani e batte dente a dente.

O Dio del celo, o Vergine regina,
Diffendete Ranaldo a questo tratto,
Ch 'l colpo  fiero e di tanta ruina,
Che un monte de diamanti avria disfatto.
Taglia ogni cosa Durindana fina,
N seco ha l'armatura tregua o patto;
Ma Dio, che campar volse il fio d'Amone,
Fece che 'l brando colse di piatone.

Se gionto avesse la spada di taglio,
Tutto il fendeva insino in su l'arcione;
Sbergo ni maglia non giovava uno aglio,
Ed era occiso al tutto quel barone.
Ma fu di morte ancora a gran sbaraglio,
Ch il colpo gli don tal stordigione,
Che da l'orecchie uscia il sangue e di bocca;
Con tanta furia sopra l'elmo il tocca.

Tutta la gente che intorno guardava
Lev gran crido a quel colpo diverso;
E Marfisa tacendo lacrimava,
Perch pose Ranaldo al tutto perso.
Il conte ad ambe mano anco menava
Per tagliar quel baron tutto a traverso;
E ben puoteva usar di cotal prove:
Ranaldo  come morto e non se move.

Quel colpo sopra lui gi non discese,
Ch Angelica alla zuffa era presente.
Lei tenne il conte, e per il braccio il prese,
Ed a lui volta con faccia ridente,
Disse: - Barone, egli  chiaro e palese
Che tra gentile e generosa gente
Solo a parole se osserva la fede:
Senza giurare l'uno a l'altro crede.

Questa matina promisi e giurai
Per una volta di farti contento,
E come e quando tu comandarai;
Ma prima tu di trare a compimento
Una impresa per me, come tu sai,
La qual comandar posso a mio talento;
S che io te dico, franco paladino,
Incontinente pneti a camino.

Prendi la strata per questa campagna,
N te curar de indugia n de posa,
Sin che sei gionto nel regno de Orgagna,
L dove trovarai mirabil cosa;
Ch una regina piena di magagna
(Cos Dio ne la faccia dolorosa!)
Ha fabricato un giardin per incanto,
Per cui destrutto  il regno tutto quanto.

Perch alla guarda del falso giardino
Dimora un gran dragone in su la porta,
Qual ha deserto intorno a quel confino
Tutta la gente del paese, e morta;
N passa per quel regno peregino,
N dama o cavalliero alla sua scorta,
Che non sian presi per quelle contrate,
E dati al drago con gran crudeltate.

Onde te prego, se me porti amore,
Come ho veduto per esperenza,
Che questa doglia me levi del core,
De la qual pi non posso aver soffrenza;
E so ben che cotanto  il tuo valore
E 'l grande ardire e l'alta tua potenza,
Che, abench il fatto sia pericoloso,
Pur nella fin serai vittoroso. -

Orlando alla donzella presto inchina,
N se fece pregar pi per nente,
E con tanto furor ratto camina,
Che uscito  gi di vista a quella gente.
Or, menando fraccasso e gran roina,
Il fio d'Amon turbato se risente;
Strenge a due mano il furoso brando
Credendo vendicarse al conte Orlando.

Ma quello  gi lontan pi de una lega:
Ranaldo se 'l destina di seguire,
Ch mai non vl con lui pace n trega,
Sin che l'un l'altro non far morire.
Marfisa, Astolfo e ciascuno altro il prega,
E tanto ogniom di lor seppe ben dire,
Che Ranaldo, che avea la mente accesa,
Pur fu acquetato e lasci quella impresa.

Questo fin ebbe la battaglia fella.
Torn Ranaldo a farse medicare;
Parlar li volse Angelica la bella,
Lui per nente la volse ascoltare,
Ch tanto odio portava a la donzella,
Che apena la puoteva riguardare.
Or lei si parte e vien sopra al girone;
Ranaldo in campo torna al paviglione.

Su nella rocca ritorn la dama,
E de amor si lamenta e di fortuna;
Piange dirottamente e morte chiama,
Dicendo: "Or fo giamai sotto la luna
Per l'universo una donzella grama,
O nello inferno pass anima alcuna,
Che avesse tanta pena e tale ardore,
Quale io sostengo a l'affannato core?

Quel gentil cavallier l'alma m'ha tolta,
N vl ch'io campa, e non mi fa morire,
Ed  tanto crudel, che non m'ascolta.
Che al manco gli potessi io fare odire
Li affanni che sostengo, una sol volta,
E di poi presto mia vita finire!
Ch dopo morte ancor sarei contenta,
Se egli ascoltasse il dl che mi tormenta.

Ma ciascuna alma disdegnosa e dura
Amando e lacrimando al fin se piega,
S che speranza ancor pur mi assicura
Che a un tempo mi dar quel che or mi niega;
E sol di quello  la bona ventura,
Che pacenzia segue e piange e priega;
E, s'io son fuor di tal condizone,
Pur stato non ser per mia cagione.

Io vincer la sua discortesia;
Ancor se placher, se ben fia tardo,
Fargli ancor piet la pena mia,
E 'l fuoco smisurato ove io dentro ardo.
Poi che seguir conviensi questa via,
Io vo' mandarli adesso il suo Baiardo,
Ch, come intendo e per ciascun se nara,
Cosa del mondo a lui non  pi cara.

Orlando pi non tornar giamai,
Ch non giovar forza n sapere,
Allo estremo periglio ove il mandai:
Far posso del destriero il mio parere.
Ahi re del cel! come forte fallai
A far perir colui che ha tal potere!
Ma Dio lo sa ch'io non puote' soffrire
Quel che tanto amo vederlo morire.

Ora fia morto il bon conte di Brava,
Sol per campar la vita al fio d'Amone.
Quel molto pi che sua vita me amava,
Questo non ha di me compassone;
E certo conscenza assai me grava,
E vedo ch'io fo pur contra ragione:
Ma la colpa  d'Amor, che senza legge
E soi subietti a suo modo corregge."

Cos dicendo chiede una donzella,
Che fu con lei creata piccolina,
Di aria gentile e di dolce favella;
Alla sua dama davanti se inchina.
Disse Angelica a lei: - Va, monta in sella
Calla nel campo di quella regina,
Qual per suo orgoglio, contra ogni ragione,
Sta nello assedio di questo girone.

Tu montarai sopra il tuo palafreno:
Baiardo, quel destrier, menalo a mano.
Di tende e paviglioni il campo  pieno:
Cerca tu quel del sir de Montealbano.
A lui del bon destrier d in mano il freno,
E digli, poi ch'egli  tanto inumano
Che comporta ch'io pra in tante brame,
Non vo' che il suo ronzon mora di fame.

Io non potrebbi mai gi comportare,
Che 'l suo destrier patisse alcun disaggio,
A bench lui mi venne assedare,
E femmi oltra al dover cotanto oltraggio.
Sol d'una cosa me pu biasimare:
Ch'io l'amo oltra misura; ed ameraggio
Sin che avr spirto in core e sangue adosso,
O voglio o non, per che altro non posso.

A lui ragionarai in cotal guisa,
Ed a trarne risposta abbi lo ingegno;
Ch tanto  la piet da quel divisa,
Che forse di parlarti avria disdegno.
Partendoti da lui, vanne a Marfisa,
N far de onore o reverenzia un segno;
Senza smontar d'arcione a lei te accosta,
E da mia parte fa questa proposta.

Diragli ch'io credetti che Agricane
Dovesse per suo esempio spaventare
E le genti vicine e le lontane
Dal non dover con me guerra pigliare;
Ma da poi ch'essa ancor non se rimane,
Che gli altri se potranno ammaestrare
Per lo esempio di lei, che tanto  paccia,
Che bisogno ha d'aiuto e pur minaccia. -

La damisella usc di quel girone,
E gi nel campo subito discese;
La sua ambasciata fece al fio d'Amone
Con bassa voce e ragionar cortese:
Sempre parlando stette ingenocchione.
Io non so dir se ben Ranaldo intese,
Ch, come prima od chi la mandava,
Volt le spalle e pi non l'ascoltava.

Era con lui Astolfo al paviglione,
Il qual, veggendo la dama partire,
Che seco ne menava il bon ronzone,
Subitamente la prese a seguire,
Dicendo a lei che per dritta ragione
Questo destrier potrebbe ritenire
Come sua cosa, poi che era palese
Che esso l'avea condutto in quel paese.

A concluder, la dama puotea meno,
E il modo non avea da contrastare,
Onde se lasci tuor di mano il freno:
Adietro l'ebbe Astolfo a remenare.
Or per quel campo d'arme tutto pieno
La messagiera se pone a cercare:
Cerca per tutto, e mai non se rafina,
Sin che fu gionta avanti alla regina.

E non se sbigot di sua presenzia,
Ma fece sua proposta alteramente,
Con ardire mestiato di prudenzia.
Quella regina, che ha l'animo ardente,
La oda parlar con poca pacenzia,
E sol rispose: - Bene  tostamente
Il minacciar d'altrui; ma il fin del gioco
 di cui fa de' fatti e parla poco. -

Lasciamo il ragionar della donzella,
La qual, nel modo che aviti sentito,
Torn davanti ad Angelica bella;
E ragionamo di quel conte ardito,
Che per li fiori e per l'erba novella
Via caminando  de una selva uscito;
Fuor della selva, a ponto in su quel piano,
Armato  un cavallier con l'asta in mano.

Sopra d'una acqua un ponte marmorino
Tena quel cavallier in sua diffesa;
Alla ripa del fiume, ad un bel pino
Stava una dama per le chiome impesa,
La qual facea lamento s tapino,
Che avrebbe di dolor quella acqua accesa;
Sempre soccorso e mercede domanda,
Di pianto empiendo intorno in ogni banda.

Di lei molta piet si venne al conte,
E per ella sligare al pino andava.
Ma il campon, che armato era sul ponte,
- Non andar, cavallier! - forte cridava
- Ch fai a tutto il mondo oltraggio ed onte,
Dando soccorso a quella anima prava;
Perch l'antiqua etade e la novella
Non ebbe mai pi falsa damigella.

Per sua malizia sette cavallieri
Sono perduti e per sua fellonia.
Ma ci contarti non mi fa mestieri,
Che troppo  lungo: vanne alla tua via;
Lasciala stare e prendi altri pensieri. -
Cari segnori e bella baronia,
Stati contenti a quel che aveti odito:
Per questa fiata il canto  qui finito.

Canto ventesimonono

Ne l'altro canto io ve contai che Orlando
Vide il bel pino a lato alla riviera,
Dove la dama impesa lacrimando
Avria mosso a pietate un cor di fiera;
E mentre che lui stava riguardando,
Quello altro campon con voce altiera
Gli disse: - Cavallier, va alla tua via,
N dare aiuto a quella dama ria.

La quale adesso ha ben tutta sua voglia,
Poi che sta impesa con le chiome al vento,
E voltasi leggier come una foglia;
E ben fo questo sempre il suo talento:
Or con vana speranza, or certa doglia
Tenir li amanti in estremo tormento.
Come al vento si volge per se stessa,
Cos sempre rivolse ogni promessa. -

Rispose il franco conte: - In veritate,
Nella mia mente non posso pensare,
Non che aprir gli occhi a tanta crudeltate;
In ogni modo la voglio campare,
N credo che abbi in te tanta viltate,
Che a questa cosa debbi contrastare.
Se offeso sei e di vendetta hai brama,
Ci non conviene oprar sopra a una dama. -

- Questa donzella - disse il cavalliero
- Fo sempre s crudele e dispietata,
E tanto vana e d'animo leggiero,
Che drittamente  quivi condennata.
Ma tu forse, baron, tu forastiero
Non sai la istoria di questa contrata,
Per piet te muove a dar soccorso
A quella che  crudel pi che alcuno orso.

Ascolta, ch'io te prego, in qual mainera
Ben iustamente e per dritta ragione
Fosse nel pino impesa quella fiera.
Lei nacque meco in una regone,
E fo per sua beltade tanto altiera,
Che mai non fo mirato alcun pavone
Che avesse pi superbia nella coda,
Quando la sparge al sole ed ha chi 'l loda.

Origille  il suo nome, e la citade
Dove nascemmo Batria  nominata.
Io l'amai sempre dalla prima etade,
Come piacque a mia sorte isventurata;
Lei or con sdegni, or con finta pietade,
Promettendo e negando alcuna fiata,
Me incese di tal fiamma a poco a poco,
Che tutto ardevo, anzi ero io tutto un foco.

Un altro giovanetto ancor l'amava;
Non pi di me, ch pi non se pu dire,
Ma giorni e notti sempre lacrimava,
Quasi condutto a l'ultimo morire.
Locrino il cavallier si nominava,
Qual soffrea per amor tanto martre,
Che giorno e notte, lacrimando forte,
Chiedea per suo ristor sempre la morte.

Lei l'uno e l'altro con bone parole
E tristi fatti al laccio tena preso,
Mostrandoci nel verno le vole,
E il giaccio nella state al sole acceso;
E bench spesso, come far si suole,
Fosse l'inganno suo da noi compreso,
Non fo l'amor d'alcuno abandonato,
Credendo pi ciascuno essere amato.

Pi volte avante a lei mi presentai,
Formando le parole nel mio petto,
Ma poi redirle non puote' giamai,
Ch, come io fu' condutto al suo cospetto,
Quel che pensato avea, domenticai,
E s perdei la voce e l'intelletto
E tutti e sentimenti per vergogna,
Ch'era il mio ragionar d'un om che sogna.

Pur mi di amore al fin tanta baldanza,
Che un tal parlare a lei da me fu mosso:
"Se voi credesti, dolce mia speranza,
Ch'io potessi soffrir quel che io non posso,
E che la vita mia fosse a bastanza
Del foco che m'ha roso insino a l'osso,
Lasciati tal pensiero in abandono,
Ch se aiuto non ho, morto gi sono.

Ci vi giuro, ed  vero, e non ve inganno;
E pensar ben doveti in vostro core
Che l'uom die' sostener l'estremo danno
Prima che 'l provi il suo amico maggiore;
Perch essendo ingannato, ogni altro affanno,
Anci la morte,  ben pena minore,
Perch alla fine ogni martre avanza
Trovarsi vana l'ultima speranza.

Ben lo sa Dio che in altri non ho spene,
E che voi seti quella che pi amo;
Soffrir non posso ormai cotante pene:
A l'estremo dolor merc vi chiamo.
Camparme al vostro onor ben si conviene,
Ch sol per voi servir la vita bramo,
E, se aiuto non dati al mio gran male,
Io moro, e voi perdeti un cor leale."

Non fuor queste parole simulate,
Anci tratte al mio cor della radice;
Lei, che femina  ben in veritate,
(Che tutte son peggior che non se dice),
Fece risposta con gran falsitate,
Per farme pi dolente ed infelice,
Dicendo: "Uldarno - (ch cos mi chiamo)
- Pi che 'l mio spirto e pi che gli occhi v'amo.

E se io potessi mostrarne la prova,
Come io posso in voce proferire,
Cosa non ho nel cor che s me mova,
Quanto al vostro desio poter servire;
E se alcun modo o forma se ritrova,
Ch'io possa contentar questo disire,
Io sono apparecchiata a tutte l'ore,
Pur che si servi insieme il nostro onore.

Ma certamente io vedo una sol via
(Volendo, come io dico, riservare
Nel vostro onor la nominanza mia)
Che ce possiamo insieme ritrovare.
Come sapete, la fortuna ria
Fece a la morte insieme disfidare
Oringo, il cavallier tanto inumano,
Contra a Corbino, mio franco germano.

E fo quel damigello al campo morto,
Dico Corbino, e contra alla ragione,
Ch ancor non era ben ne l'arme scorto,
E l'altro fo pi volte al parangone.
Ora per vendicar cotanto torto
Mio patre va cercando un campone,
Proferendo a ciascuno estremo merto,
Ed hal trovato, o trovaral di certo.

Voi, che portate adunque l'arme indosso
D'Oringo e la sua insegna e il suo cimero,
Fuor de la terra vi serete mosso,
L dove scontrarete un cavalliero.
Poi che l'un l'altro ve areti percosso,
Pigliar vi lasciareti di legiero,
E questo  solo il modo e la maniera
A far contenta vostra voglia intiera.

Per che quivi sereti menato
Da l'altro cavallier, che ve avr preso;
Sotto mia guarda stareti legato,
E non temeti gi de essere offeso,
Ch a vostra posta vi dar combiato.
E bench 'l patre mio sia d'ira acceso,
Ed abbia molta voluntate e fretta
Di far del suo figliolo aspra vendetta,

Nulla di manco ho gi preso il partito
Di poter vosco alquanto dimorare,
Poi mostrar che via siati fuggito."
Cos la falsa m'ebbe a ragionare,
Ed io ben presto presi questo invito,
N a periglio o fatica ebbi a pensare,
Ch, per trovarme seco ad un sol loco,
Passato avria per mezo un mar di foco.

Addobbato mi fu' subitamente
L'arme de Oringo ed ogni sua divisa;
Ma, come io fu' partito, incontinente
Costei, che del mio mal facea gran risa,
Come quella che  troppo fraudolente
E perfida e crudel for d'ogni guisa,
Partito, come io dico, a lei davante,
Fece chiamare a s quell'altro amante.

Ci fu Locrino, de chi ragionai,
Che a un tempo meco questa falsa amava,
E con promesse e con parole assai,
Come sapea ben far, lo alosingava,
Dicendo, se sperar dovea giamai
Guidardon de l'amor che gli mostrava,
Che per un giorno sia suo campone:
Dagli Oringo morto, o ver pregione.

Il loco li raconta, ove mandato
M'avea lei stessa fuor de la citate,
E tanto fece al fin, che l'ebbe armato
De insegne contrafatte e divisate,
E fuora venne per trovarmi al prato.
Nel scudo verde ha due corne dorate
E nella sopravesta e nel cimiero,
Come portava un altro cavalliero.

Quel cavallier avea nome Arante,
Che per insegna le corne portava,
Tanto animoso e di membre aiutante
Che forse un altro par non attrovava.
Questo era d'Origille anco esso amante,
Ed averla per moglie procacciava;
E gi col patre de essa stabilito
Avea per patto d'esser suo marito.

Ma prima Oringo dovea conquistare,
Ed a lui presentarlo, o morto o preso.
Or, per far breve il nostro ragionare,
Questo ne venne a quel prato, disteso,
L dove io stava armato ad aspettare:
Dopo lieve battaglia io mi fui reso.
Credendo a questa falsa esser menato,
Feci poca diffesa e fui pigliato.

Locrino, in questo tempo, il giovanetto,
Nel vero Oringo a caso fu inscontrato,
N menarno la zuffa da diletto,
Questo d'amore e quel ch'era infiammato.
Fu ferito Locrino a mezo il petto,
Oringo nella testa e nel costato;
E fu l'assalto lor s crudo e forte,
Che ciascun d'essi quasi ebbe la morte;

Abench'al fine Oringo fu pregione,
Ch uno amoroso cor vince ogni cosa.
Ora intervenne che 'l crudo vecchione,
Il quale  patre a questa dolorosa,
Avea di far vendetta il cor fellone,
E notte e giorno mai non stava in posa.
Sempre guardando, cerca con gran pena
Se 'l suo campione Oringo ancor li mena.

Ed ecco avanti lo vide venire,
Con la man disarmata e senza brando,
Come colui ch' preso, a non mentire.
Andogli incontra pallido e tremando,
E apena se ritenne de ferire;
Ma poi, dapresso con lor ragionando,
Cognobbe nella voce e nel sembiante
Che Locrino era quel, non Arante.

Ben sapea il vecchio che quel giovanetto
La sua figliola avea molto ad amare,
E per gli diceva: "Io ti prometto,
Se questo tuo pregion me vi donare,
Contento ti far di quel diletto
Qual pi nel mondo mostri desare.
Se vero  che mia figlia cotanto ami,
Io te contentar di quel che brami."

Locrino paccio fu presto accordato,
Bench darli il pregion non gli era onore;
Tanto gi lui d'amore era spronato,
Che gli avria dato parte del suo core.
Essendo gi tra lor fatto il mercato,
La nostra gionta gli pose in errore,
Perch Arante ed io, che ero pregione,
Giongemmo avanti a quel crudo vecchione.

Quivi la cosa fu tutta palese
E la cagion de l'arme tramutate.
Alora Oringo molto me riprese,
Che in dosso le sue insegne avea portate;
E tra noi quattro fur molte contese,
E quasi ne venemmo a trar le spate,
Perch Arante ancor se lamentava
Pur de Locrin, che sua insegna portava.

Nel regno nostro  legge manifesta
Che chiunque porta scudo o ver cimero
D'un altro campone o d'altra gesta,
 disfamato con gran vitupero,
E se non ha perdon, perde la testa.
Bench 'l statuto sia crudele e fero,
Ch la pena  maggior che la fallanza,
Pur  servata per antiqua usanza.

Avanti al re fu tratta la querella;
Il qual, veggendo tutta la cagione
Essere uscita da questa donzella,
Qual li avea indotto a quella guarnisone,
E con le insegne altrui montare in sella,
Prese consiglio, con molta ragione,
Che, avendo ogniom di noi fatto gran male,
Tutti dian voce a pena capitale:

Oringo, perch morto avea Corbino,
Ch'era garzone, e lui gi di gran fama;
Ed Arante, s come assassino,
Qual per avere il prezo d'una dama
Avea promesso a quel vecchio mastino
La morte di colui che tanto brama.
Cos meco Locrino ad una guisa,
Ch avevamo portata altrui divisa.

S iudicati tutti quattro a morte,
Fummo obligati sotto a sacramento
Non uscir for de Batria delle porte,
Sin che non  il iudicio a compimento;
E fece il re da poi ponere a sorte
Chi menar debba la dama al tormento,
Perch lei, che  cagion di tanto errore,
Non aggia morte, ma pena maggiore.

Come tu vedi, per le chiome impesa
Sopra a quel pino al vento se trastulla,
E per farla campare  bene attesa
D'ogni vivanda, e non gli manca nulla.
La prima sorte a me dette la impresa
De stare in guardia alla falsa fanciulla,
E cos gi tre giorni ho combattuto
Contra a ciascun che gli vuol dare aiuto.

E sette cavallieri ho tratto a fine:
E nomi tutti non te vo' contare;
Mira quei scudi e l'armi peregrine,
Qual ciascadun di lor suolea portare.
Tutti han perduto l'anime tapine
Per voler questa dama liberare;
Il scudo de ciascuno e l'elmo e 'l corno
Sono attaccati a quel troncon d'intorno.

E se caso averr ch'io pur sia morto,
Oringo e poi Locrino ed Arante
Verran l'un dopo l'altro a questo porto,
Ciascun di me pi fiero ed aiutante;
E per, cavalliero, io te conforto
Che non te curi di passare avante,
Perch qualunche al ponte non se attiene,
Aver battaglia meco li conviene. -

Orlando stava attento al cavalliero
Che avea contata lunga diceria;
Ma la donzella da quel pino altiero
Forte piangendo il cavallier mentia,
Dicendo che malvaggio era e s fiero,
Che la tormenta sol per fellonia,
E perch  dama e non pu far diffesa,
La tien per crudeltate al pino appesa.

E che sette baroni a tradimento
Aveva occiso, e non per sua virtute,
E per dar tema agli altri e gran spavento
Tenea quei scudi in mostra e le barbute.
Cos dicea la dama, e con lamento
Parlava al conte per la sua salute,
Per Dio pregando e sempre per pietate,
Che non la lasci in tanta crudeltate.

Non stette Orlando gi molto a pensare,
Perch piet lo mosse incontinente,
Dicendo a Uldarno o che l'abbia a spiccare,
O che prenda battaglia di presente.
Cos l'un l'altro s'ebbe a disfidare;
Ciascadun volta il suo destrier corrente,
E vengonsi a ferir con cruda guerra:
Al primo incontro Orlando il pose in terra.

Poi che fu il cavallier caduto al piano,
Il conte prestamente al pino andava.
Sopra una torre a quel ponte era un nano,
Che incontinente un gran corno suonava;
Dopo quel suono apparve a mano a mano
Un cavalliero armato, che cridava,
E morte al conte e gran pena minaccia,
Se s'avicina al pino a vinte braccia.

Il conte aveva integra ancor sua lanza;
Presto se volta, e quella al fianco arresta,
E ferisce al baron con tal possanza,
Che sopra al prato il fie' batter la testa.
Ma far nova battaglia ancor gli avanza,
Ch 'l nano suona il corno a gran tempesta,
E gionge il terzo cavalliero armato:
S come gli altri and disteso al prato.

Sopra la torre il nano il corno suona:
Il quarto cavallier ne vien palese.
Orlando contra lui forte sperona,
E con fraccasso a terra lo distese.
Poi tutti come morti li abandona,
E passa il ponte senza altre contese,
E gionge al pino e smonta della sella:
Salisce al tronco e spicca la donzella.

Gi per le rame la portava in braccio,
E quella dama lo prese a pregare,
Poich tratta l'avea di tale impaccio,
Che via con seco la voglia portare,
Perch di lei sera fatto gran straccio,
Se quivi se lasciasse ritrovare.
Orlando la assicura e la conforta,
In croppa se la pone, e via la porta.

Era la dama di estrema beltate,
Malicosa e di losinghe piena;
Le lacrime teneva apparecchiate
Sempre a sua posta, com'acqua di vena.
Promessa non fie' mai con veritate,
Mostrando a ciascadun faccia serena;
E se in un giorno avesse mille amanti,
Tutti li beffa con dolci sembianti.

Come io dissi, la porta il conte Orlando;
E gi partito essendo di quel loco,
Lei con dolci parole ragionando
Lo incese del suo amore a poco a poco.
Esso non se ne avide e, rivoltando
Pur spesso il viso a lei, prende pi foco,
E s novo piacer gli entra nel core,
Che non ramenta pi l'antiquo amore.

La dama ben s'accorse incontinente,
Come colei che  scorta oltra misura,
Che quel baron d'amore  tutto ardente,
Onde a infiamarlo pi pone ogni cura;
E con bei motti e con faccia ridente
A ragionar con seco lo assicura;
Per che 'l conte, ch'era mal usato,
D'amor parlava come insonnato.

Mille anni pare a lui che asconda il sole,
Per non avere al scur tanta vergogna;
Perch, bench non sappia dir parole,
Pur spera de far fatti alla bisogna;
Ma sol quel tempo d'aspettar gli dole,
E fra se stesso quel giorno rampogna,
Qual pi de gli altri gli par longo assai,
N a quella sera crede gionger mai.

E cos cavalcando a passo a passo,
Ragionando pi cose intra di loro,
A mezo il prato ritrovarno un sasso,
Che  scritto tutto intorno a littre d'oro,
E trenta gradi, dalla cima al basso,
Avea tagliato con netto lavoro;
Per questi gradi in cima se saliva
A quel petron, che asembra fiamma viva.

Disse la dama al conte: - Or te assicura,
Se hai, come io credo, la virt soprana,
Che in questo sasso  la maggior ventura
Che sia nel mondo tutto, e la pi strana.
Monta quei gradi e sopra quella altura:
La pietra  aperta a guisa di fontana;
Ivi te appoggia, e gi callando il viso
Vedrai l'inferno e tutto il paradiso. -

Il conte non vi fece altro pensiero:
Certo il demonio e Dio veder si crede,
Ed alla dama lascia il suo destriero.
Lei, come gionto sopra il sasso il vede,
Forte ridendo disse: - Cavalliero,
Non so se seti usato a gire a piede,
Ma so ben dir che usar ve gli conviene:
Io vado in qua; Dio ve conduca bene. -

Cos dicendo volta per quel prato,
E via fuggendo va la falsa dama.
Rimase il conte tutto smemorato,
E s fuor d'intelletto e paccio chiama,
Bench sera ciascun stato ingannato,
Ch di legier si crede a quel che s'ama;
Ma lui la colpa d pure a se stesso,
Locchio e balordo nomandosi spesso.

Non sa pi che se fare il paladino,
Poi che perduto  il suo bon Brigliadoro.
Torna a guardare il sasso marmorino,
E va leggendo quelle littre d'oro.
Quivi ritrova che sepolto  Nino,
Qual fu gi re di questo tenitoro,
E fece Niniv, l'alta citate,
Che in ogni verso  lunga tre giornate.

Ma lui, che de guardare ha poca cura,
Poi che ha perduto il suo destrier soprano,
Smonta dolente della sepoltura;
E, caminando a piede per il piano,
La notte gionge e tutto il cel se oscura.
Vede una gente, e non molto lontano;
E cos andando ognior pi s'avicina,
Perch la gente verso lui camina.

Dirovi tutta quanta poi la cosa,
Qual gli incontr, quando fu gionto al gioco,
E ser di piacere e dilettosa;
Ma poi la contaremo in altro loco,
Perch il cantar della storia amorosa
 necessario abandonare un poco,
Per ritornare a Carlo imperatore,
E ricontarvi cosa assai maggiore.

Cosa maggior, n di gloria cotanta
Fu giamai scritta, n di pi diletto,
Ch del novo Rugier quivi si canta,
Qual fu d'ogni virtute il pi perfetto
Di qualunche altro che al mondo si vanta.
S che, segnori, ad ascoltar vi aspetto,
Per farvi di piacer la mente sazia,
Se Dio mi serva al fin la usata grazia.

Libro secondo

Canto primo

Nel grazoso tempo onde natura
Fa pi lucente la stella d'amore,
Quando la terra copre di verdura,
E li arboscelli adorna di bel fiore,
Giovani e dame ed ogni creatura
Fanno allegrezza con zoioso core;
Ma poi che 'l verno viene e il tempo passa,
Fugge il diletto e quel piacer si lassa.

Cos nel tempo che virt fioria
Ne li antiqui segnori e cavallieri,
Con noi stava allegrezza e cortesia,
E poi fuggirno per strani sentieri,
S che un gran tempo smarirno la via,
N del pi ritornar ferno pensieri;
Ora  il mal vento e quel verno compito,
E torna il mondo di virt fiorito.

Ed io cantando torno alla memoria
Delle prodezze de' tempi passati,
E contarovi la pi bella istoria
(Se con quete attenti me ascoltati)
Che fusse mai nel mondo, e di pi gloria,
Dove odireti e degni atti e pregiati
De' cavallier antiqui, e le contese
Che fece Orlando alor che amore il prese.

Voi odireti la inclita prodezza
E le virtuti de un cor pellegrino,
L'infinita possanza e la bellezza
Che ebbe Rugiero, il terzo paladino;
E bench la sua fama e grande altezza
Fu divulgata per ogni confino,
Pur gli fece fortuna estremo torto,
Ch fu ad inganno il giovanetto morto.

Nel libro de Turpino io trovo scritto
Come Alessandro, il re di gran possanza,
Poi che ebbe il mondo tutto quanto afflitto
E visto il mare e il cel per sua arroganza,
Fu d'amor preso nel regno de Egitto
De una donzella, ed ebbela per manza;
E per amor che egli ebbe a sua beltade,
Sopra il mar fece una ricca citade.

E dal suo nome la fece chiamare,
Dico Alessandria, ed ancor si ritrova;
Dapoi lui volse in Babilonia andare,
Dove fu fatta la dolente prova,
Che un suo fidato l'ebbe a velenare,
Onde convien che 'l mondo si commova,
E questo un pezzo e quello un altro piglia;
Il mondo tutto a guerra se ascombiglia.

Stava in Egitto alora la fantina,
Che fu nomata Elidonia la bella,
Gravida de sei mesi la meschina.
Quando sentitte la trista novella,
Veggendo il mondo che  tutto in ruina,
Intr soletta in una navicella,
Che non avea governo di persona,
Ed a fortuna le vele abandona.

Lo vento in poppa via per mar la caccia,
In Africa quel vento la portava.
Sereno  il celo e il mar tutto in bonaccia,
La barca a poco a poco in terra andava.
Quella donzella, levando la faccia,
Visto ebbe un vecchiarel che ivi pescava:
A questo aiuto piangendo dimanda,
E per mercede se gli racomanda.

Quel la ricolse con umanitate,
E poi che 'l terzo mese fu compito,
Ne la capanna di sua povertate
La dama tre figlioli ha parturito.
Quivi fu fatta poi quella citate
Che Tripoli  nomata, in su quel lito,
Per gli tre figli che ebbe quella dama;
Tripoli ancora la cit se chiama.

E come il cel dispone gioso in terra,
Frno quei figli di tanto valore,
Che il re Gorgone vinsero per guerra,
Qual de l'Africa prima era segnore.
L'un d'essi fu nomato Sonniberra,
Che fu il primo che nacque, e fu il maggiore;
Il secondo Attamandro, e il terzo figlio
Nome ebbe Argante, e fu bel come un giglio.

E tre germani preser segnoria
De Africa tutta, come io ho contato,
E la rivera della Barberia
E la terra de' Negri in ogni lato.
Non per prodezza n per vigoria,
Non per gran senno acquistr tutto il stato,
Ma la natura sua, ch' tanto bona,
Tirava ad obedirli ogni persona.

Perch l'un pi che l'altro fu cortese,
E sempre l'acquistato hanno a donare;
Onde ogni terra e ciascadun paese
Di grazia gli veniva a dimandare.
E cos subiugr senza contese
Dallo Egitto al Morocco tutto il mare,
Ed infra terra quanto andar si puote
Verso il deserto, alle gente remote.

Morirno senza eredi e duo maggiori,
E solo Argante il regno tutto prese,
Che ebbe nel mondo tronfali onori;
E di lui l'alta gesta poi discese,
Della casa Africana e gran segnori,
Che ferno a' Cristan cotante offese,
E preser Spagna con grande arroganza,
Parte de Italia, e tempestarno in Franza.

Nacque di questo il possente Barbante,
Che in Spagna occiso fu da Carlo Mano;
E fu di questa gente re Agolante,
Di cui nacque il feroce re Troiano,
Qual in Bergogna col conte d'Anglante
Combatt e con duo altri sopra il piano,
Ci fu don Chiaro e 'l bon Rugier vassallo:
Da lor fu morto, e certo con gran fallo.

Del re Troiano rimase un citello,
Sette anni avea quando fu il patre occiso:
Di persona fu grande e molto bello,
Ma di terribil guardo e crudel viso.
Costui fu de' Cristian proprio un flagello,
S come in questo libro io ve diviso.
State, segnori, ad ascoltarme un poco,
E vederiti il mondo in fiamma e in foco.

Vinti duo anni il giovanetto altiero
Ha gi passati, ed ha nome Agramante,
N in Africa si trova cavalliero
Che ardisca di guardarlo nel sembiante,
Fuor che un altro garzone, ancor pi fiero,
Che vinti piedi  dal capo alle piante,
Di summo ardire e di possanza pieno;
Questo fu figlio del forte Uleno.

Uleno di Sarza, il fier gigante,
Fu patre a quel guerrier di cui ragiono,
Qual fu tanto feroce ed arrogante,
Che pose tutta Francia in abandono;
E dove il sol si pone e da levante
De l'alto suo valor odise il suono.
Or vo' contarvi, gente pellegrine,
Tutta la cosa dal principio al fine.

Fece Agramante a consiglio chiamare
Trentaduo re, che egli ha in obidenzia;
In quattro mesi gli fie' radunare,
E fuor tutti davanti a sua presenzia.
Chi vi gionse per terra e chi per mare.
Non fu veduta mai tanta potenzia;
Trentadue teste, tutte coronate,
Biserta entrarno, in quella gran citate.

Era in quel tempo gran terra Biserta,
Che oggi  disfatta al litto alla marina,
Per che in questa guerra fu deserta:
Orlando la spian con gran roina.
Or, come io dissi, alla campagna aperta
Fuor se accamp la gente saracina;
Dentro a la terra entrarno con gran festa
Trentaduo re con le corone in testa.

Eravi un gran castello imperale,
Dove Agramante avea sua residenzia:
Il sol mai non ne vide uno altro tale,
Di pi ricchezza e pi magnificenzia.
A duo a duo montarno i re le scale,
Coperti a drappi d'r per eccellenzia;
Intrarno in sala, e ben fu loro aviso
Veder il celo aperto e il paradiso.

Lunga  la sala cinquecento passi,
E larga cento aponto per misura:
Il cel tutto avea d'oro a gran compassi,
Con smalti rossi e bianchi e di verdura.
Gi per le sponde zaffiri e ballassi
Adornavan nel muro ogni figura,
Per che ivi intagliata, con gran gloria,
Del re Alessandro vi  tutta la istoria.

L si vedea lo astrologo prudente,
Qual del suo regno se ne era fuggito,
Che una regina in forma de serpente
Avea gabbata, e preso il suo appetito.
Poi se vedeva apresso incontinente
Nato Alessandro, quel fanciullo ardito,
E come dentro ad una gran foresta
Prese un destrier che avea le corna in testa.

Buzifal avea nome quel ronzone:
Cos scritto era in quella depintura;
Sopra vi era Alessandro in su l'arcione,
E gi passato ha il mar senza paura.
Qui son battaglie e gran destruzone:
Quel re di tutto il mondo non ha cura;
Dario gli venne incontra in quella guerra,
Con tanta gente che copr ogni terra.

Alessandro il superbo l'asta abassa,
Pone a sconfitta tutta quella gente,
E pi Dario non stima ed oltra passa;
Ma quel ritorna ancora pi possente,
E di novo Alessandro lo fraccassa.
Poi se vedeva Basso il fraudolente,
Che a tradimento occide il suo segnore,
Ma ben lo paga il re di tanto errore.

E poi si vede in India travargato,
Natando il Gange, che  s gran fiumana;
Dentro a una terra soletto  serrato,
Ed ha d'intorno la gente villana.
Ma lui ruina il muro in ogni lato
Sopra a' nemici e quella terra spiana;
Passa pi oltra e qui non se ritiene;
Ecco il re d'India, che adosso gli viene.

Porone ha nome, ed  s gran gigante:
Non ritrova nel mondo alcun destriero,
Ma sempre lui cavalca uno elefante.
Or sua prodezza non gli fa mestiero,
N le sue gente, che n'avea cotante,
Perch Alessandro, quel segnore altiero,
Vivo lo prende; e, com'om di valore,
Poi che l'ha preso, il lascia a grande onore.

Eravi ancora come il basilisco
Stava nel passo sopra una montagna,
E spaventa ciascun sol col suo fisco,
E con la vista la gente magagna;
Come Alessandro lui se pose a risco
Per quella gente ch'era alla campagna,
E, per consiglio di quel sapente,
Col specchio al scudo occise quel serpente.

In somma ogni sua guerra ivi  depinta
Con gran ricchezza e bella a riguardare.
Possa che fu la terra da lui vinta,
A duo grifon nel cel si fa portare
Col scudo in braccio e con la spada cinta;
Poi dentro a un vetro se calla nel mare,
E vede le balene e ogni gran pesce,
E campa, e ancor quivi di fuora n'esce.

Dapoi che vinto egli ha ben ogni cosa,
Vedesi lui che  vinto da l'amore;
Perch Elidonia, quella grazosa,
Con soi begli occhi gli ha passato il core.
Evi da poi sua morte dolorosa,
Come Antipatro, il falso traditore,
L'ha avelenato con la coppa d'oro;
Poi tutto 'l mondo  in guerra e gran martoro.

Fugge la dama misera tapina,
Ed  ricolta dal vecchio cortese,
E parturisce in ripa alla marina
Tre fanciulletti alle rete distese;
Ed evi ancor la guerra e la roina
Che fanno e tre germani in quel paese,
Sonniberra, Attamandro e il bello Argante:
L'opre di lor sono ivi tutte quante.

Intrarno e re la gran sala mirando,
Ciascun per meraviglia vena meno;
Genti legiadre e donzelle danzando
Aveano il catafalco tutto pieno.
Trombe, tamburi e piffari sonando,
Di romor dolce empian l'aer sereno.
Sopra costoro ad alto tribunale
Stava Agramante in abito reale.

Ad esso fier' quei re gran riverenzia,
Tutti chinando alla terra la faccia;
Lui gli racolse con lieta presenzia,
E ciascadun di lor baciando abraccia.
Poi fece a l'altra gente dar licenzia.
Incontinente la sala se spaccia:
Restarno i re con tutti e consiglieri,
Duci e marchesi e conti e cavallieri.

Di qua di l da l'alto tribunale
Trentadue sedie d'r sono ordinate;
Poi l'altre son pi basse e diseguale,
Pur vi sta gente di gran dignitate.
L pi si parla, chi bene e chi male,
Secondo che ciascuno ha qualitate;
Ma, come odirno il suo segnor audace,
Subitamente per tutto si tace.

Lui cominci: - Segnor, che ivi adunati
Seti venuti al mio comandamento,
Quanto cognosco pi che voi me amati,
Come io comprendo per esperimento,
Pi debbo amarvi ed avervi onorati;
E certamente tutto il mio talento
 sempre mai d'amarvi, e il mio disio
Che 'l vostro onor se esalti insieme e il mio.

Ma non gi per cacciare, o stare a danza,
N per festeggiar dame nei giardini,
Star nel mondo nostra nominanza,
Ma cognosciuta fia da tamburini.
Dopo la morte sol fama ne avanza,
E veramente son color tapini
Che d'agrandirla sempre non han cura,
Perch sua vita poco tempo dura.

N vi crediate che Alessandro il grande,
Qual fu principio della nostra gesta,
Per far conviti de ottime vivande
Vincesse il mondo, n per stare in festa.
Ora per tutto il suo nome si spande,
E la sua istoria, che  qui manifesta,
Mostra che al guadagnar d'onor si suda,
E sol s'acquista con la spada nuda.

Onde io vi prego, gente di valore,
Se di voi stessi aveti rimembranza,
E se cura vi tien del vostro onore,
S'io debbo aver di voi giamai speranza,
Se amati ponto me, vostro segnore,
Meco vi piaccia di passare in Franza,
E far la guerra contra al re Carlone
Per agrandir la legge di Macone. -

Pi oltra non parlava il re nente,
E la risposta tacito attendia.
Fu diverso parlar gi tra la gente,
Secondo che 'l parer ciascuno avia.
Tenuto era fra tutti il pi prudente
Branzardo, quel vecchion, re di Bugia,
E, veggendo che ogni om solo a lui guarda,
Levasi al parlamento e pi non tarda.

- Magnanimo segnor, - disse il vecchione,
- Tutte le cose de che se ha scenzia,
O ver che son provate per ragione,
O per esempio, o per esperenzia;
E cos, rispondendo al tuo sermone,
Dapoi ch'io debbo dir la mia sentenzia,
Dir che contra del re Carlo Mano
Il tuo passaggio fia dannoso e vano.

Ed evi a questo ragion manifesta.
Carlo potente al suo regno si serra,
Ed ha la gente antiqua di sua gesta,
Che sempre sono usati insieme a guerra;
N, quando la battaglia  in pi tempesta,
Lasciaria l'un compagno l'altro in terra;
Ma a te bisogna far tua gente nova,
Qual con l'usata perder la prova.

Esempio ben di questo ci pu dare
Il re Alessandro, tuo predecessore,
Che con gente canuta pass il mare,
Ma insieme usata con tanto valore.
Dario di Persia il venne a ritrovare,
E messe molta gente a gran romore:
Perch l'un l'altro non recognoscia,
Morta e sconfitta fu quella zinia.

La esperenzia voria volentieri
Poterla dimostrare in altra gente
Che nella nostra, perch Caroggieri,
Qual del bisavol tuo fu discendente,
Pass in Italia con molti guerreri.
Tutti fr morti con pena dolente:
Fu morto Almonte e Agolante il soprano,
E dopo tutti il tuo patre Troiano.

S che lascia per Dio! la mala impresa,
E frena l'ardir tuo con tempo e spaccio.
Dolce segnor, s'io te faccio contesa,
Sicuramente pi de gli altri il faccio,
E d'ogni danno tuo troppo mi pesa,
Ch piccoletto t'ho portato in braccio;
E tanto pi me stringe il tuo periglio,
Ch'io te ho come segnore e come figlio. -

Fu il re Branzardo a terra ingenocchiato,
Poi nel suo loco ritorna a sedere.
In piedi un altro vecchio fu levato,
Ch' 'l re d'Algoco, ed ha molto sapere:
Nostro paese avea tutto cercato,
Per che fu mandato a provedere
Dal re Agolante ogni nostro confino,
Ed  costui nomato il re Sobrino.

- Segnor, - disse costui - la barba bianca,
Qual porto al viso, d forse credenza
Che per vecchiezza l'animo mi manca;
Ma per Macon ti giuro e sua potenza,
Che, a bench'io senta la persona stanca,
De l'animo non sento differenza
Da quel ch'egli era nel tempo primiero,
Che andai a Rissa a ritrovar Rugiero.

S che non creder che per codardia
Il tuo passaggio voglio sconfortare,
N per la tema della vita mia,
Che in ogni modo poco pu durare.
Bench di piccol tempo e breve sia,
Spender la voglio s come ti pare;
Ma, come quel che son tuo servo antico,
Quel che meglio mi par, conseglio e dico.

Sol per duo modi in Franza pi passare:
Quei lochi ho tutti quanti gi cercati.
L'uno  verso Acquamorta il dritto mare:
Partito sera quel da disperati,
Ch, come in terra vogli dismontare,
Staranno al litto e Cristani armati,
Tutti ordinati nel suo guarnimento:
Dece di lor varran de' nostri cento.

Par l'altro modo pi convenente,
Passando gi nel stretto al Zibeltaro:
Marsilio re di Spagna, il tuo parente,
Avr questa tua impresa molto a caro,
E teco ne verr con la sua gente,
N avr Cristianitate alcun riparo.
Cos se dice, ma il mio core estima
Che pi ser che fare al fin, che prima.

Nella Guascogna scenderemo al piano,
E quella gente poneremo al basso;
Ma qui ritrovaremo a Montealbano
Ranaldo il crudo, che diffende il passo.
Dio guardi ciascadun dalla sua mano!
Non si pu contrastare a quel fraccasso;
Poi che l'avrai sconfitto e discacciato,
Ancor te assalir da un altro lato.

Carlo verr con tutta la sua corte:
Non  nel mondo gente pi soprana.
N stimar che sian dentro da le porte,
Ma sotto alle bandiere, in terra piana.
Verr quel maladetto che  s forte,
Che ha il bel corno d'Almonte e Durindana:
Non  riparo alcuno a sua battaglia,
Ch ci che trova, con la spada taglia.

Cognosco Gano e cognosco il Danese,
Che fu pagano, e par proprio un gigante,
Re Salamone e Oliviero il marchese,
Ad uno ad un lor gente tutte quante.
Nui se trovamo seco alle contese,
Quando pass tuo avo, il re Agolante;
Io gli ho provati: possote acertare
Che 'l bon partito  de lasciargli stare. -

Parl in tal forma quel vecchio canuto,
Quale io ve ho racontata, pi n meno.
Il re de Sarza fu un giovane arguto:
Questo era il figlio del forte Uleno,
Maggiore assai del patre e pi membruto.
Nullo altro fu d'ardir pi colmo e pieno,
Ma fu superbo ed orgoglioso tanto,
Che disprezava il mondo tutto quanto.

Levossi in piede e disse: - In ciascun loco
Ove fiamma s'accende, un tempo dura
Piccola prima, e poi si fa gran foco;
Ma come viene al fin, sempre se oscura,
Mancando del suo lume a poco a poco.
E cos fa l'umana creatura,
Che, poi che ha di sua et passato il verde,
La vista, il senno e l'animo si perde.

Questo ben chiar si vede nel presente
Per questi duo che adesso hanno parlato,
Perch ciascun di lor gi for prudente,
Ora  di senno tutto abandonato,
Tanto che niega al nostro re potente
Quel che, pregando ancor, gli ha dimandato;
Cos d sempre ogni capo canuto
Pi volentier consiglio che lo aiuto.

Non vi domanda consiglio il segnore,
Se ben la sua proposta aveti intesa,
Ma per sua riverenza e vostro onore
Seco il passaggio alla reale impresa.
Qualunque il niega, al tutto  traditore,
S che ciascun da me faccia diffesa,
Qual contradice al mandato reale,
Ch'io lo disfido a guerra capitale. -

Cos parlava il giovanetto acerbo,
Che  re di Sarza, come io vi contai.
Rodamonte si chiama quel superbo,
Pi fier garzon di lui non fu giamai;
Persona ha de gigante e forte nerbo:
Di sue prodezze ancor diremo assai.
Or guarda intorno con la vista scura,
Ma ciascun tace ed ha di lui paura.

Era in consiglio il re di Garamanta,
Quale era sacerdote de Apollino,
Saggio, e de gli anni avea pi de nonanta,
Incantatore, astrologo e indovino.
Nella sua terra mai non nacque pianta,
Per ben vede il celo a ogni confino:
Aperto  il suo paese a gran pianura;
Lui numera le stelle e il cel misura.

Non fu smarito il barbuto vecchione,
A bench Rodamonte ancor minaccia,
Ma disse: - Bei segnor, questo garzone
Vl parlar solo e vl che ogni altro taccia.
Pur che esso non ascolti il mio sermone,
Il mal che mi pu far, tutto mi faccia;
Ascoltati de Dio voi le parole,
Ch non di lui, ma de gli altri mi dole.

Gente devota, odeti ed ascoltati
Ci che vi dice il dio grande Apollino:
Tutti color che in Francia fian portati,
Dopo la pena del lungo camino
Morti seranno e per pezzi tagliati,
Non ne campar grande o picciolino:
E Rodamonte con sua gran possanza
Diverr pasto de' corbi de Franza. -

Poi che ebbe detto, se pose a sedere
Quel re, che ha molta tela al capo involta.
Ridendo Rodamonte a pi potere
La profezia di quel vecchione ascolta.
Ma quando quieto lo vide e tacere,
Con parlare alto e con voce disciolta
- Mentre che siam qua, - disse - io son contento
Che quivi profetezi a tuo talento;

Ma quando tutti avrem passato il mare,
E Franza struggeremo a ferro e a foco,
Non me venist intorno a indovinare,
Perch'io ser il profeta di quel loco.
Male a quest'altri pi ben minacciare,
A me non gi, che ti credo assai poco,
Perch scemo cervello e molto vino
Parlar te fa da parte de Apollino. -

Alla risposta di quello arrogante
Riseno molti e odirla volentieri.
Giovani assai della gente africante
A quell'impresa avean gli animi fieri;
Ma e vecchi, che passr con Agolante
E che provarno e nostri cavallieri,
Mostravan che questo era per ragione
De Africa tutta la destruzone.

Grande era gi tra quelli il ragionare,
Ma il re Agramante, stendendo la mano,
Pose silenzio a questo contrastare;
Poi con parlar non basso e non altano
Disse: - Segnor, io pur voglio passare
In ogni modo contra a Carlo Mano,
E voglio che ciascun debbia venire,
Ch'io soglio comandar, non obedire.

N vi crediate, poi che la corona
Ser di Carlo rotta e dissipata,
Aver riposo sotto a mia persona.
Vinta che sia la gente battizata,
Adosso a li altri il mio cor se abandona,
Fin che la terra ho tutta subiugata;
Poi che battuta avr tutta la terra,
Ancor nel paradiso io vo' far guerra. -

Or chi vedesse Rodamonte il grande
Levarsi allegro con la faccia balda,
- Segnor, - dicendo - il tuo nome si spande
In ogni loco dove il giorno scalda;
Ed io te giuro per tutte le bande
Tenir con teco la mia mente salda;
In celo e ne l'inferno il re Agramante
Seguir sempre, o passarogli avante. -

Questo affirmava il re di Tremisona,
Sempre seguirlo per monte e per piano:
Alzirdo ha nome, ed ha franca persona.
Questo affirmava il forte re de Orano,
Che pur quello anno avea preso corona;
E 'l re de Arzila, levando la mano,
Promette a Macometto e giura forte
Seguire il suo segnor sino alla morte.

Che bisogna pi dir? ch ciascun giura:
Beato chi mostrar si pu pi fiero!
Non vi si vede faccia di paura,
Ciascun minaccia con sembiante altiero.
Bench a quei vecchi par la cosa dura,
Pur ciascadun promette di legiero;
Ma il re di Garamanta, quel vecchione,
Comincia un'altra volta il suo sermone

- Segnor, - dicendo - io voglio anch'io morire
Poi che al tutto  disfatta nostra gente;
Teco in Europa ne voglio venire.
Saturno, che  segnor dello ascendente,
Ad ogni modo ci far perire;
Sia quel che vle, io non ne do nente,
Ch in ogni modo ho tanti anni al gallone,
Che campar non puotria lunga stagione.

Ma ben ti prego per lo Dio divino,
Che al manco in questo me vogli ascoltare.
Ci te dico da parte de Apollino,
Da poi che hai destinato di passare.
Nel regno tuo dimora un paladino,
Che di prodezza in terra non ha pare;
Come ho veduto per astrologia,
Il megliore omo  lui che al mondo sia.

Or te dice Apollino, alto segnore,
Che se con teco avrai questo barone,
In Francia acquistarai pregio ed onore,
E cacciarai pi volte il re Carlone.
Se vuoi sapere il nome e il gran valore
Del cavalliero e la sua nazone,
Sua matre del tuo patre fu sorella,
E fu nomata la Galacella.

Questo barone  tuo fratel cugino,
Che ben provisto t'ha Macon soprano
De far che quel guerrier sia saracino,
Ch, quando fusse stato cristano,
La nostra gente per ogni confino
Tutta a fraccasso avria mandato al piano.
Il patre di costui fu il bon Rugiero,
Fiore e corona de ogni cavalliero.

E la sua matre misera, dolente,
Da poi che fu tradito quel segnore,
E la citt de Rissa in foco ardente
Fu runata con molto furore,
Torn la tapinella a nostra gente,
E partur duo figli a gran dolore;
E l'un fu questo di cui t'ho parlato:
Rugier, s come il patre,  nominato.

Nacque con esso ancora una citella,
Ch'io non l'ho vista, ma ha simiglianza
Al suo germano, e fior d'ogni altra bella,
Perch esso di beltate il sole avanza.
Mor nel parto alor Galacella,
E' duo fanciulli vennero in possanza
D'un barbasore, il quale  nigromante,
Che  del tuo regno, ed ha nome Atalante.

Questo si sta nel monte di Carena,
E per incanto vi ha fatto un giardino,
Dove io non credo che mai se entri apena.
Colui, che  grande astrologo e indovino,
Cognobbe l'alta forza e la gran lena
Che dovea aver nel mondo quel fantino,
Per nutrito l'ha, con gran ragione,
Sol di medolle e nerbi di leone;

Ed hallo usato ad ogni maestria
Che aver se puote in arte d'armeggiare;
S che provedi d'averlo in bala,
A bench'io creda che vi avrai che fare.
Ma questo  solo il modo e sola via
A voler Carlo Mano disertare;
Ed altramente, io te ragiono scorto,
Tua gente  rotta, e tu con lor sei morto. -

Cos parlava quel vecchio barbuto:
Ben crede a sue parole il re Agramante,
Perch tra lor profeta era tenuto
E grande incantatore e nigromante,
E sempre nel passato avea veduto
Il corso delle stelle tutte quante,
E sempre avanti il tempo predicia
Divizia, guerra, pace, caristia.

Incontinente fu preso il partito
Quel monte tutto quanto ricercare,
Sin che si trovi quel giovane ardito,
Che deggia seco il gran passaggio fare.
Questo canto al presente  qui finito;
Segnor, che seti stati ad ascoltare,
Tornati a l'altro canto, ch'io prometto
Contarvi cosa ancor d'alto diletto.

Canto secondo

Se quella gente, quale io v'ho contata
Ne l'altro canto, che  dentro a Biserta,
Fusse senza indugiar di qua passata,
Era Cristianit tutta deserta,
Per che era in quel tempo abandonata
Senza diffesa: questa  cosa certa,
Ch Orlando alora e il sir de Montealbano
Sono in levante al paese lontano.

De Orlando io vi contai pur poco avante,
Che Brigliadoro avea perso, il ronzone,
Quando la dama con falso sembiante
L'avea fatto salire a quel petrone.
Ora lasciamo quel conte d'Anglante,
Ch'io vo' contar de l'altro campone,
Dico Ranaldo, il cavalliero adorno,
Qual con Marfisa a quel girone  intorno.

E mentre che Agramante e sua brigata
Va cercando Rugier, qual non se trova,
Ranaldo, che ha la mente anco adirata,
Poi che visto non ha l'ultima prova
Della battaglia ch'io ve ho racontata,
Sempre il sdegno crudel pi si rinova:
Dico della battaglia ch'io contai,
Ch'ebbe col conte con tormento assai.

N sa pensar per qual cagion partito
Sia il conte Orlando da quella frontera,
Perch n l'un n l'altro era ferito,
Poco o nente d'avantaggio vi era.
Ben stima lui che non sera fuggito
Mai con vergogna per nulla maniera:
Ma, sia quel che si voglia,  destinato
Sempre seguirlo insin che l'ha trovato.

Poi che venuta fu la notte bruna,
Armase tutto e prende il suo Baiardo,
E via camina al lume della luna.
Astolfo a seguitarlo non fu tardo,
Ch vl con lui patire ogni fortuna.
Iroldo  seco e Prasildo gagliardo;
E gi non seppe la forte regina
De lor partita insino alla mattina.

E mostr poi d'averne poca cura,
O s o no che ne fusse contenta.
Cavalcano e baroni alla pianura
D'un chiuso trotto, che giamai non lenta.
Ora passata  via la notte scura,
E l'aria de vermiglio era dipenta,
Perch l'alba serena, al sol davante,
Facea il ciel colorito e lustrigiante.

Davanti a gli altri il figlio del re Otone,
Astolfo dico, sopra a Rabicano,
Dicendo sue devote orazone,
Come era usato il cavallier soprano.
Ecco davanti sede in su un petrone
Una donzella e batte mano a mano;
Battese 'l petto e battese la faccia
Forte piangendo, e le sue treccie straccia.

- Misera me! - diceva la donzella
- Misera me! tapina! isventurata!
O parte del mio cor, dolce sorella,
Cos non fosti mai nel mondo nata,
Poi che quel traditor s te flagella!
Meschina me! meschina! abandonata!
Poi che fortuna mi  tanto villana,
Ch'io non ritrovo aiuto a mia germana. -

- Qual cagione hai, - Astolfo gli diciva
- Che ti fa lamentar s duramente? -
In questo ragionar Ranaldo ariva,
Gionge Prasildo e Iroldo di presente.
La dama tutta via forte piangiva,
Sempre dicendo: - Misera! dolente!
Con le mie mane io mi dar la morte,
S'io non ritrovo alcun che mi conforte. -

Poi, vlta a quei baron, dicea: - Guerrieri,
Se aveti a' vostri cor qualche pietate,
Soccorso a me per Dio! che n'ho mestieri
Pi che altra che abbia al mondo aversitate.
Se drittamente seti cavallieri,
Mostratimi per Dio! vostra bontate
Contra a un ribaldo, falso, traditore,
Pien di oltraggio villano e di furore.

Ad una torre non quindi lontana
Dimora quel malvaso furibondo,
Di l da un ponte, sopra a una fiumana
Che poi fa un lago orribile e profondo.
Io l passava ed una mia germana,
La pi cortese dama che aggia il mondo;
E quel ribaldo del ponte discese,
La mia germana per le chiome prese,

Villanamente quella strascinando,
Sin che di l dal ponte fu venuto.
Io sol cridavo e piangia lamentando,
N gli puotea donare alcuno aiuto.
Lui per le braccia la venne legando
Al tronco de un cipresso alto e fronduto,
E poi spogliata l'ebbe tutta nuda,
Quella battendo con sembianza cruda. -

Abondava alla dama s gran pianto,
Che non puotea pi oltra ragionare.
A tutti quei baron ne incresce tanto
Quanto mai si potrebbe imaginare;
E ciascadun di lor si dona vanto,
Sapendo il loco, de ella liberare,
Ed in conclusone il duca anglese
A Rabicano in croppa quella prese.

E forse da due miglia han cavalcato,
Quando son gionti al ponte di quel fello.
Quel ponte per traverso era chiavato
De una ferrata, a guisa di castello,
Che arivava nel fiume a ciascun lato;
Nel mezo a ponto a ponto era un portello.
A piedi ivi si passa de legieri,
Ma per strettezza non vi va destrieri.

Di l dal ponte  la torre fondata
In mezo a un prato de cipresso pieno;
Il fiume oltra quel campo se dilata
Nel lago largo un miglio, o poco meno.
Quivi era presa quella sventurata,
Ch'empiva di lamenti il cel sereno;
Tutta era sangue quella meschinella,
E quel crudele ognior pi la flagella.

A piede stassi armato il furoso:
Dalla sinistra ha di ferro un bastone,
Il flagello alla destra sanguinoso;
Batte la dama fuor de ogni ragione.
Iroldo di natura era pietoso:
Ebbe di quella tal compassone,
Che licenzia a Ranaldo non richiede,
Ma presto smonta ed entra il ponte a piede,

Perch a destrier non se puote passare,
Come io ve ho detto, per quella ferrata.
Quando il crudele al ponte il vide entrare,
Lascia la dama al cipresso legata.
Il suo baston di ferro ebbe a impugnare,
E qui fo la battaglia incominciata;
Ma dur poco, perch quel fellone
Percosse Iroldo in testa del bastone;

E come morto in terra se distese,
S grande fu la botta maledetta.
Quello aspro saracino in braccio il prese,
E via correndo va come saetta,
Ed in presenzia a gli altri l palese
Come era armato dentro il lago il getta.
Col capo gioso and il barone adorno:
Pensati che gi su non fie' ritorno.

Ranaldo de l'arcione era smontato
Per gire alla battaglia del gigante,
Ma Prasildo cotanto l'ha pregato,
Che fu bisogno che gli andasse avante.
Quel maledetto l'aspetta nel prato,
E tien alciato il suo baston pesante;
Questa battaglia fu come la prima:
Gionse il bastone a l'elmo nella cima.

Quel cade in terra tutto sbalordito;
Via ne 'l porta il Pagano furibondo,
E, proprio come l'altro a quel partito,
Gettalo armato nel lago profondo.
Ranaldo ha un gran dolore al cor sentito,
Poich quel par d'amici s iocondo
Tanto miseramente ha gi perduto,
E presto s, che a pena l'ha veduto.

Turbato oltra misura, il ponte passa
Con la vista alta e sotto l'arme chiuso;
Va su l'aviso e tien la spada bassa,
Come colui che  di battaglia aduso.
Quell'altro del bastone un colpo lassa,
Credendol come e primi aver confuso;
Ma lui, che del scrimire ha tutta l'arte,
Leva un gran salto e gettasi da parte.

Lui d'un gran colpo tocca quel fellone,
Ferendo a quel con animo adirato;
Ma l'arme di colui son tanto bone,
Che non han tema di brando arrodato.
Dur gran pezzo quella questone:
Ranaldo mai da lui non fu toccato,
Cognoscendo colui che  tanto forte,
Che gli avria dato a un sol colpo la morte.

Esso ferisce di ponta e di taglio,
Ma questo  nulla, ch ogni colpo  perso,
E tal ferire a quel non nce uno aglio.
Mosse alto crido quello omo diverso,
E via tra' il suo bastone a gran sbaraglio
Contra a Ranaldo, e gionselo a traverso,
E tutto gli fraccassa in braccio il scudo:
Cade Ranaldo per quel colpo crudo.

A bench in terra fo caduto apena,
Che salta in piedi e gi non se sconforta;
Ma quel feroce, che ha cotanta lena,
Prendelo in braccio e verso il lago il porta.
Ranaldo quanto pu ben se dimena,
Ma nel presente sua virtute  morta:
Tanto di forza quel crudel l'avanza,
Che de spiccarsi mai non ha possanza.

Correndo quel superbo al lago viene,
E come gli altri il vol gioso buttare;
A lui Ranaldo ben stretto si tiene,
N quel si pu da s ponto spiccare.
Crid il crudel: - Cos far si conviene! -
Con esso in braccio gi se lascia andare;
Con Ranaldo abracciato il furoso
Cadde nel lago al fondo tenebroso.

N vi crediati che faccian ritorno,
Ch quivi non vale arte di notare,
Perch ciascuno avea tante arme intorno,
Che avrian fatto mille altri profondare.
Astolfo ci vedendo ebbe tal scorno,
Che  come morto e non sa che si fare.
Perso Ranaldo ed affocato il vede,
N, ancor vedendo, in tutto bene il crede.

Presto dismonta e passa la ferrata,
In ripa al lago corse incontinente.
Una ora ben compita era passata,
Dentro a quell'acqua non vede nente.
Or s'egli aveva l'alma adolorata
Dovetelo stimar certanamente;
Poi che perduto ha il suo caro cugino,
Pi che si far non sa quel paladino.

Passava il ponte ancor quella donzella
Ed a l'alto cipresso se ne  gita;
Dal troncon deslig la sua sorella,
E de' soi panni l'ebbe rivestita.
Astolfo non attende a tal novella,
Preso di doglia cruda ed infinita:
Crida piangendo e battese la faccia,
Chiedendo morte a Dio per sola graccia.

E tanto l'avea vento il gran dolore,
Che se volea nel lago trabuccare,
Se non che le due dame con amore
L'andarno dolcemente a confortare.
- Che? - dician lor - Baron d'alto valore,
Adunque ve voleti disperare?
Non se cognosce la virtute intera
Se non al tempo che fortuna  fiera. -

Molti saggi conforti gli san dare,
Or l'una or l'altra con suave dire,
E tanto seppen bene adoperare,
Che da quel lago lo ferno partire.
Ma come venne Baiardo a montare,
Credette un'altra volta di morire,
Dicendo: - O bon ronzone! egli  perduto
Il tuo segnore, e non gli hai dato aiuto? -

Molte altre cose a quel destrier dicia
Piangendo sempre il duca amaramente;
In mezo de due dame ne va via,
Baiardo ha sotto il cavallier valente.
Sopra de Rabican l'una vena,
L'altra de Iroldo avea il destrier corrente;
Quel de Prasildo, tutto desligato
E senza briglia, rimase nel prato.

E caminando insino a mezo il giorno,
Ad un bel fiume vennero arivare,
Dove odirno suonare uno alto corno.
Ora de Astolfo vi voglio lasciare,
Perch agli altri baron faccio ritorno,
Che ad Albraca la rocca hanno a guardare,
E sempre fan battaglia a gran diffesa
Contra a Marfisa di furore accesa.

Torindo era di fuor con la regina,
Ed ha un messaggio a Sebasti mandato,
Alla terra di Bursa, che confina
A Smirne, a Scandeloro in ogni lato:
Per tutta la Turchia con gran roina
Ciascun che pu venir ne venga armato.
Questi conduce il forte Caramano,
Che de Torindo  suo carnal germano.

Egli ha giurato mai non si partire
D'intorno a quella rocca al suo vivente,
Sin che non vede Angelica perire
Di fame o foco, e tutta la sua gente;
Per s gran brigata fie' venire,
Per esser fuor nel campo s potente,
Che non possan gir quei de dentro intorno,
Che or mille volte n'escon fuora il giorno.

Perch il fiero Antifor e il re Ballano
Stan sempre armati sopra dello arcione;
Oberto dal Leone e re Adrano,
Re Sacripante e il forte Chiarone
Sopra la gente di Marfisa al piano
Callano spesso a gran destruzone;
La dama esser non puote in ogni loco,
Ch ben fuggian da lei come dal foco.

Acci che 'l fatto ben vi sia palese,
Aquilante non vi era, n Grifone,
N Brandimarte, il cavallier cortese.
Questo fo il primo che lasci il girone,
Perch l'amor de Orlando tanto il prese,
Nel tempo che con lui fu compagnone,
Che, come sua partenza oditte dire,
Subitamente se 'l pose a seguire.

E figli de Olivieri il simigliante
Ferno ancor lor la seguente matina,
Dico Grifone e 'l fratello Aquilante:
E tanto ogni om de' duo forte camina,
Che al conte Orlando trapassarno avante.
Essendo gionti sopra a una marina,
In mezo ad un giardin tutto fiorito
Trovarno un bel palagio su quel lito.

Una logia ha il palagio verso il mare,
Davanti vi passarno e duo guerreri;
Quivi donzelle stavano a danzare,
Ch vi avean suon diversi e ministeri.
Grifon passando prese a dimandare
A duo, che tenian cani e sparavieri,
Di cui fosse il palagio; e l'un rispose:
- Questo si chiama il Ponte dalle Rose.

Questo  il mar del Bacc, se nol sapeti.
Dove  il palagio adesso e 'l bel giardino,
Era un gran bosco, ben folto de abeti,
Dove un gigante, che era malandrino,
Stava nel ponte che l gi vedeti;
N mai passava per questo confino
Una donzella o cavalliero errante,
Che lor non fusse occisi dal gigante.

Ma Poliferno fu bon cavalliero,
E da poi fatto re per suo valore,
Occise quel gigante tanto fiero;
Tagli poi tutto il bosco a gran furore,
Dove fece piantar questo verziero,
Per fare a ciascadun che passi, onore.
Ci vedreti esser ver, come io vi dico;
Al ponte anco ha mutato il nome antico.

Ch 'l Ponte Periglioso era chiamato,
Or dalle Rose al presente si chiama:
Ed  cos provisto ed ordinato,
Che ciascun cavalliero ed ogni dama,
Quivi passando, sia molto onorato,
Acci che se oda nel mondo la fama
Di quel bon cavallier, che  s cortese
Che merta lodo in ciascadun paese.

L non potreti adunque voi passare,
Se non giurati, a la vostra leanza,
Per una notte quivi riposare;
S ch'io ve invito a prender qui la stanza,
Prima che indrieto abbiati a ritornare. -
Disse Grifon: - Questa cortese usanza
Da me, per la mia f, non ser guasta,
Se 'l mio germano a questo non contrasta. -

Disse Aquilante: - Sia quel che ti piace. -
E cos dismontarno alla marina.
Verso il palagio va Grifone audace,
Ed Aquilante apresso li camina.
Gionti a la logia, non se pn dar pace,
Tanta era quella adorna e peregrina.
Dame con gioco e festa, ministreri
Vennero incontra a quei duo cavallieri.

Incontinenti frno disarmati,
E con frutti e confetti e coppe d'oro
Se rinfrescarno e cavallier pregiati,
Poi nella danza entrarno anche con loro.
Ecco a traverso de' fioriti prati
Venne una dama sopra Brigliadoro;
Istupefatto divenne Grifone,
Come alla dama vide quel ronzone.

Similmente Aquilante fu smarito,
E l'uno e l'altro la danza abandona,
E verso quella dama se ne  gito,
E ciascadun di lor seco ragiona,
Dimandando a qual modo e a qual partito
Abbia il destriero, e che  della persona
Che suolea cavalcar quel bon ronzone.
Lei d'ogni cosa li rende ragione,

Come colei che  falsa oltra misura,
E del favolegiare avea il mestiero.
Dicea che sopra un ponte alla pianura
Avea trovato morto un cavalliero,
Con una sopravesta di verdura
E uno arboscello inserto per cimiero;
E che un gigante apresso morto gli era,
Feso d'un colpo insino alla gorgiera;

Che gi non era il cavallier ferito,
Ma pista d'un gran colpo avea la testa.
Quando Aquilante questo ebbe sentito,
Ben gli fugg la voglia di far festa,
Dicendo: - Ahim! baron, chi t'ha tradito?
Ch'io so ben che a battaglia manifesta
Non  gigante al mondo tanto forte,
Qual condutto se avesse a darti morte. -

Grifon piangendo ancor se lamentava,
E di gran doglia tutto se confonde;
E quanto pi la dama dimandava,
Pi de Orlando la morte gli risponde.
La notte oscura gi s'avicinava,
Il sol di drieto a un monte se nasconde;
E duo baron, ch'avean molto dolore,
Nel palagio alogiarno a grande onore.

La notte poi nel letto fuor' pigliati,
E via condutti ad una selva oscura,
Dove frno a un castello impregionati,
Al fondo d'un torrion con gran paura,
Dove pi tempo sterno incatenati,
Menando vita dispietata e dura.
Un giorno il guardan fuora li mena,
Legati ambe le braccia di catena.

Seco legata mena la donzella
Che sopra Brigliadoro era venuta;
Un capitano con pi gente in sella
In questa forma quei baron saluta:
- Oggi aveti a soffrir la morte fella,
Se Dio per sua pietate non ve aiuta. -
La dama se cambi nel viso forte,
Come sent che condutta era a morte.

Ma gi non se cambiarno e duo germani,
Ciascuno  bene a Dio racomandato.
Avanti a s scontrarno in su quei piani
Un cavalliero a piedi e tutto armato.
Eran da lui ancor tanto lontani,
Che non l'avrebbon mai rafigurato;
Ma poi dirovi a ponto questo fatto,
Che nel presente pi di lor non tratto;

E tornovi a contar di quel castello
Qual era assedato da Marfisa.
Chiarone ogni giorno era al zambello
Con gli altri che la istoria vi divisa;
La regina cacciava or questo or quello,
Ma non la aspetta alcun per nulla guisa;
Gi tutti quanti, eccetto Sacripante,
L'avian provata nel tempo davante.

Esso non era della rocca uscito,
Per che nella prima questone
De una saetta fu alquanto ferito,
S che non pu vestir sua guarnisone.
Gi tutto un mese integro era compito
Poi che qua gionto fu il re Galafrone,
Quando tutti e baroni una matina
Saltr nel campo di quella regina.

Cridan le gente: - Ad arme! - tutte quante;
Ciascun di quei baron sembra leone.
Il re Ballano a tutti vien davante,
Poi Antifor e Oberto e Chiarone,
Il re Adrano  drieto e Sacripante:
Di quella gente fan destruzone.
Ben ha cagion ciascun de aver paura,
Tutta  coperta a morti la pianura.

L'un doppo l'altro de quei baron fieri
Venian di qua di l, gente tagliando;
I scudi hanno alle spalle e bon guerrieri,
E ciascuno a due man mena del brando.
Vanno a terra pedoni e cavallieri,
Ogniom davanti a lor fugge tremando;
Rotti e spezzati vanno a gran furore:
Ecco Marfisa gionta a quel rumore.

Giunse alla zuffa la dama adirata:
Gi non bisogna tempo a lei guarnire,
Per che sempre se trovava armata.
Quando Ballano la vide venire,
Che ben sapea sua forza smisurata,
In altra parte mostra di ferire,
E pi li piace ciascuno altro loco
Che la presenza di quel cor di foco.

Gi tutti insieme avean prima ordinato
Che l'un con l'altro se debba aiutare,
Perch la dama ha l'animo adirato
E contra a tutti vlse vendicare.
Come Ballano adunque fu voltato,
Lei prende dietro a quello a speronare,
Cridando: - Volta! volta! can fellone,
Ch oggi non giongi tu dentro al girone. -

Cos cridando il segue per il piano;
Ma il forte Antifor de Albarossia
Di drieto la ferisce ad ambe mano;
Lei non mostra curare e tira via.
Disposta  di pigliare il re Ballano,
Che a spron battuti innanzi le fuggia;
Vien di traverso Oberto a gran tempesta,
E lei ferisce al mezo della testa.

Non se ne cura la dama nente,
Ch dietro al re Ballano in tutto  volta.
Or Chiarone a guisa di serpente
Mena a due mani e ne l'elmo l'ha clta,
Ma lei non cura il colpo e non lo sente;
Tutta a seguir Ballano  lei disciolta.
Lui, che a le spalle sente la regina,
Voltasi e mena un colpo a gran ruina.

Mena a due mano e le redine lassa,
Gionse nel scudo alla dama rubesta;
Come una pasta per traverso il passa,
E mezo il tira a terra a gran tempesta.
Lei gionse lui ne l'elmo e lo fraccassa,
E ferillo aspramente nella testa;
S come morto l'abatte disteso,
Dalle sue gente incontinente  preso.

Ma non vi pone indugio la donzella,
Per la campagna caccia Chiarone;
Ciascun de gli altri adosso a lei martella;
Non gli stima lei tutti un vil bottone.
Gi tolto Chiarone ha fuor di sella,
E via lo manda preso al paviglione;
Questo veggendo quel de Albarossia,
A pi poter davanti li fuggia.

Ma lei lo gionse e ne l'elmo l'afferra;
Al suo dispetto lo trasse de arcione,
E poi tra le sue gente il getta a terra
Come fusse una palla di cottone.
Or comincia a finirse la gran guerra,
Per che 'l re Adrano  gi pregione;
Re Sacripante qui non se ritrova,
Altrove abatte e fa mirabil prova.

Oberto dal Leon, quel sire arguto,
Mette a sconfitta sol tutta una schiera.
Marfisa da lontan l'ebbe veduto,
Spronagli adosso la donzella fiera;
Da cima al fondo gli divise il scuto,
E fende sotto il sbergo ogni lamiera,
E maglia e zuppa tutta disarmando
Sino alla carne fie' toccare il brando.

Quel cavallier, turbato oltra misura,
Lascia a due mano un gran colpo di spata.
Di cotal cosa la dama non cura,
N parve aponto che fosse toccata:
Ch l'elmo che avea in capo e l'armatura
Tutta era per incanto fabricata;
Ma lei contra de Oberto s'abandona,
Sopra de l'elmo un gran colpo gli dona.

Con tal roina quel colpo discende,
Che l'elmo non l'arresta de nente;
La fronte a mezo il naso tutta fende,
Il brando calla gi tra dente e dente,
E l'arme e busto taglia, e ci che prende.
Mena a fraccasso la spada tagliente,
N mai si ferma insino in su l'arcione:
Cadde in due parte Oberto dal Leone.

Re Sacripante col brando a due mano
Fende e nemici e taglia per traverso;
Tuttavia combattendo, di lontano
Ebbe veduto quel colpo diverso,
Quando Oberto in due parte cadde al piano.
Non ha l'animo lui per questo perso,
Ma, speronando con molta roina,
Col brando in mano afronta la regina;

E nella gionta un gran colpo li mena:
Non ebbe mai la dama uno altro tale,
Che quasi se stord con grave pena.
Par che il re Sacripante metta l'ale,
N l'estrema possanza e l'alta lena
Della regina a questo ponto vale;
Tanto  veloce quel baron soprano,
Che ciascun colpo della dama  vano.

Egli era tanto presto quel guerrero,
Che a lei girava intorno come occello,
E schiffava e soi colpi de legiero,
Ferendo spesso a lei con gran flagello.
Frontalate avea nome quel destriero,
Qual fu cotanto destro e tanto isnello,
Che quando Sacripante a quello  in cima,
Gli omini tutti e il mondo non istima.

Quel bon destrier, che fu senza magagna,
E s compito che nulla gli manca,
Baglio era tutto a scorza di castagna,
Ma sino al naso avea la fronte bianca.
Nacque a Granata, nel regno di Spagna:
La testa ha schietta e grossa ciascuna anca;
La coda e cme bionde a terra vano,
E da tre piedi  quel destrier balzano.

Quando gli  sopra Sacripante armato,
De aspettar tutto il mondo si d vanto;
Ben ha di lui bisogno in questo lato,
N mai ne la sua vita ne ebbe tanto,
Dapoi che con Marfisa ssi afrontato.
La zuffa vi dir ne l'altro canto,
Che per l'uno e per l'altro, a non mentire,
Assai fu pi che far ch'io non so dire.

Canto terzo

Marfisa vi lasciai, ch'era affrontata
Ne l'altro canto al re de Circasia.
Bench sia forte la dama pregiata,
Quel re circasso un tal destriero avia,
Che non vi era vantaggio quella fiata.
De ira Marfisa tutta se rodia,
E mena colpi fieri ad ambe mano;
Ma nulla tocca e ciascaduno  vano.

Ecco il re che ne vien come un falcone,
Gionge a traverso quella nel guanzale;
Essa risponde a lui d'un riversone
Quanto puote pi presto, ma non vale,
Ch via passa de un salto quel ronzone
Da l'altro lato, come avesse l'ale.
Mena a quel canto ancor la dama adorna:
De un altro salto lui di qua ritorna.

Il re percosse lei sopra una spalla,
Ma non se attacca a quella piastra il brando,
E gi nel scudo con fraccasso calla,
Quanto ne prende a terra ronando.
Or se Marfisa un sol colpo non falla,
Per sempre il pone della vita in bando;
Se una sol volta a suo modo l'afferra,
Feso in due pezzi lo distende a terra.

Come un castello in cima d'un gran sasso
Intorno  d'ogni parte combattuto,
Gi manda pietre e travi a gran fraccasso,
Chiunche  di sotto sta ben proveduto;
Mentre che la roina calla al basso,
Ciascun cerca schiffando darsi aiuto:
Questa battaglia avea cotal sembiante,
Che  tra Marfisa e il forte Sacripante.

Lei sembrava dal celo una saetta,
Quando menava sua spada tagliente,
E mettia nel ferir cotanta fretta,
Che l'aria sibillava veramente.
Ma giamai Sacripante non l'aspetta,
Mai non  in terra quel destrier corrente;
Di qua, di l, da fronte e da le spalle,
Quasi in un tempo col brando l'assalle.

Tutto il cimier gli avea tagliato in testa
E rotto il scudo a quella zuffa dura;
Stracciata tutta avea la sopravesta,
Ma non puotea falsar quella armatura.
Intorno da ogni canto li tempesta:
Lei di suo tempestar nulla si cura;
Aspetta il tempo, e nel suo cor si spera
Finire a un colpo quella guerra fiera.

Tra loro il primo assalto era finito,
Ed era l'uno e l'altro retirato;
Un messagier nel viso sbigotito
Nel campo ariva ed  molto affannato.
Dove era Sacripante esso ne  gito,
E stando a lui davanti ingenocchiato,
Piangendo disse con grave sconforto:
- Male novelle del tuo regno porto.

Re Mandricardo, che fu de Agricane
Primo figliol e del suo regno erede,
Ha radunato le gente lontane
E nella Circassia gi posto ha il piede,
E morto ha il tuo fratel con le sue mane.
Te solamente el tuo regno richiede;
Come ti veda nel campo scoperto
Re Mandricardo, fuggir di certo.

Perch venne novella in quel paese
Della tua morte, e gran malenconia.
Quel re malvaso, come questo intese,
Pass nel regno con molta zenia;
Al fiume di Lovasi il ponte prese,
Ed arse la cit di Samachia;
Quivi Olibandro, il tuo franco germano,
Come io t'ho detto, occise di sua mano.

Poi tutto il regno come una facella
Mena a roina e mette a foco ardente;
E tu combatti per una donzella,
N te muove piet della tua gente,
Che sol te aspetta e sol di te favella,
E de altro aiuto non spera nente.
La tua patria gentil per tutto fuma,
Il fer la strazia e il foco la consuma. -

Cangiosse il re gagliardo al viso altiero,
E lacrimava di dolore e de ira,
E rivoltava in pi parte il pensiero;
Sdegno ed amore il petto gli martira.
L'uno a vendetta il muove de legiero,
L'altro a diffesa di sua dama il tira;
Al fin, voltando il core ad ogni guisa,
Ripone il brando e va nanti a Marfisa.

A lei raconta la cosa dolente
Che questo messagier gli ha riportata,
E la destruzon della sua gente,
Contra a ragione a tal modo menata;
Onde la prega ben piatosamente,
Quanto giamai potesse esser pregata,
Con dolce parolette e bel sermone,
Che indi se parta e lasci quel girone.

Marfisa li comincia a proferire
Tutta sua gente e la propria persona;
Ma de volerse quindi dipartire
Non vl ch'altri, n lui mai ne ragiona:
Sin che non veda Angelica perire,
Quella impresa giamai non abandona.
Adunque mal d'acordo pi che prima,
Ciascun de l'ira pi salisce in cima.

E cominciarno assalto orrendo e fiero
Pi che mai fosse stato ancor quel giorno.
Re Sacripante ha quel presto destriero,
A modo usato le volava intorno,
E ben comprende lui che di legiero
Potrebbe aver di tal zuffa gran scorno;
Ch, se molta ventura non l'aita,
Ad un sol colpo  sua guerra finita.

Ma de straccarla al tutto se destina
O ver morir per sua mala ventura,
E ferisce la dama a gran roina;
Ma non se attacca il brando a l'armatura,
E non se move la forte regina,
Come colei che tal cosa non cura.
E' mena colpi orrendi ad ambe mano,
Ma sempre falla e se affatica in vano.

Tanto lunga tra lor fu la battaglia,
Che altro tempo bisogna al ricontare.
Adesso di saperla non ve incaglia,
Ch a loco e a tempo ve sapr tornare;
Ma nel presente io torno alla travaglia
Del re Agramante, che ha fatto cercare
Il monte di Carena a ogni sentiero,
E non si trova il paladin Rugiero.

Mulabuferso, che  re di Fizano,
Fier di persona e d'ogni cosa esperto,
Cercato ha tutto quel gran monte invano,
Qua verso il mare e l verso il deserto,
S che nel fuoco poneria la mano,
Che in cotal loco non  lui di certo;
Onde a Biserta torna ad Agramante,
E con tal dire a lui si pone avante:

- Segnor, per fare il tuo comandamento
Cercato ho di Carena il monte altiero;
Dopo lunga fatica e grave stento
Visto ho l'ultimo d quel che il primiero.
Onde io te acerto e affermo in iuramento,
Che l non se ritrova alcun Rugiero;
Quel gi fu morto a Rissa con gran guai,
N altro credo io che sia pi nato mai.

S che, piacendo al re di Garamanta,
Dove il dimori puote indovinare,
Poi che quella arte di saper si vanta;
Ma noi ben siam pi pacci ad aspettare
Questo vecchiardo, che le serpe incanta,
Ch gi dovremmo aver passato il mare.
Lui va cercando quel che non se trova,
Perch tua gente a guerra non se mova. -

Re Rodamonte, come l'ebbe odito,
A gran fatica lo lasci finire.
Forte ridendo, con sembiante ardito
Disse: - Ci prima ben sapevo io dire,
Che quello aveva il nostro re schernito,
Volendo questa guerra differire.
Mal aggia l'omo che d tanta fede
Al ditto di altri e a quel che non si vede!

Nova maniera al mondo  di mentire,
E tanto  gi di ci poca vergogna,
Che a misurare il celo han preso ardire
Per far pi colorita sua menzogna,
Annunzando quel che die' venire.
E' conta a ciascadun quel che si sogna,
Dicendo che Mercurio e Iove e Marte
Qua faran pace, e guerra in quelle parte.

Se egli  alcun dio nel cel, ch'io nol so certo,
L stassi ad alto, e di qua gi non cura:
Omo non  che l'abbia visto esperto,
Ma la vil gente crede per paura.
Io de mia fede vi ragiono aperto
Che solo il mio bon brando e l'armatura
E la maza ch'io porto, e 'l destrier mio
E l'animo ch'io ho, sono il mio dio.

Ma il re di Garamanta, nella cenere
Segnando cerchi con verga d'olivo,
Dice che quando il sol fia gionto a Venere,
Sar d'ogni malizia il mondo privo;
E quando a primavera l'erbe tenere
Seran fiorite nel tempo giolivo,
Alor non debba il re passare in Franza,
Ma stiasi queto e grattasi la panza.

Del mio ardito segnor mi meraviglio,
Che queste zanze possa supportare;
Ma se questo vecchion nel zuffo piglio,
Che qua ce tiene e non ce lascia andare,
In Franza il poner senza naviglio.
Per l'aria lo trar di l dal mare;
Non so che me ritenga, e manca poco
Ch'io non vi mostri adesso questo ioco. -

Sorrise alquanto quel vecchio canuto,
Poi disse: - Le parole e il viso fiero
Che mi dimostra quel giovane arguto,
Non mi pn spaventare a dirvi il vero.
Come vedeti, egli ha il viso perduto,
Bench mai tutto non l'avesse intiero,
N se cura di Dio, n Dio de lui;
Lascinlo stare e ragionam d'altrui.

Io ve dissi, segnore, e dico ancora,
Che sopra la montagna di Carena
Quel giovane fatato fa dimora,
Che al mondo non ha par di forza e lena;
N so se ve ricorda, io dissi alora
Che se avrebbe a trovarlo molta pena,
Per che 'l suo maestro  negromante,
E ben lo guarda, ed ha nome Atalante.

Questo ha un giardino al monte edificato,
Quale ha di vetro tutto intorno il muro,
Sopra un sasso tanto alto e rilevato
Che senza tema vi pu star sicuro.
Tutto d'incerco  quel sasso tagliato;
Bench sia grande a maraviglia e duro,
Da gli spirti de inferno tutto quanto
Fu in un sol giorno fatto per incanto.

N vi si pu salir, se nol concede
Quel vecchio che l sopra  guardano.
Omo questo giardin giamai non vede,
O stiali apresso o passi di lontano.
Io so che Rodamonte ci non crede:
Mirati come ride quell'insano!
Ma se uno annel ch'io sazo, pi avere,
Questo giardino ancor potrai vedere.

L'annello  fabricato a tal ragione
(Come pi volte  gi fatto la prova)
Che ogni opra finta de incantazone
Convien che a sua presenzia se rimova.
Questo ha la figlia del re Galafrone,
Qual nel presente in India se ritrova,
Presso al Cataio, intra un girone adorno,
Ed ha l'assedio di Marfisa intorno.

Se questo annello in possanza non hai,
Indarno quel giardin se pu cercare,
Ma sii ben certo non trovarlo mai.
Dunque senza Rugier convien passare,
E tutti sosterriti estremi guai,
N alcun ritornar di qua dal mare;
Ed io ben vedo come vl fortuna
Che Africa tutta sia coperta a bruna. -

Poi che ebbe il vecchio re cos parlato
Chin la faccia lacrimando forte.
- Pi son - dicea - de gli altri sventurato,
Ch cognosco anzi il tempo la mia sorte;
Per vera prova di quel che ho contato,
Dico che gionta adesso  la mia morte:
Come il sol entra in cancro a ponto a ponto,
Al fine  il tempo di mia vita gionto.

Prima fia ci che una ora sia passata;
Se comandar volete altro a Macone,
A lui riportar vostra ambasciata.
Tenete bene a mente il mio sermone,
Ch'io l'aggio detto e dico un'altra fiata:
Se andati in Franza senza quel barone
Qual ve ho mostrato che  la nostra scorta,
Tutta la gente fia sconfitta e morta. -

Non fu pi lungo il termine o pi corto,
Come avea detto quel vecchio scaltrito:
Nel tempo che avea detto cadde morto.
Il re Agramante ne fu sbigotito,
E preseno ciascun molto sconforto;
E qualunche di prima era pi ardito,
Veggendo morto il re nanti al suo piede,
Ci che quel disse, veramente crede.

Ma sol de tutti Rodamonte il fiero
Non se ebbe di tal cosa a spaventare,
Dicendo: - Anco io, segnor, ben che legiero,
Avria saputo questo indovinare;
Ch quel vecchio malvaggio e trecolero
Pi lungamente non puotea campare.
Lui, che era de anni e de magagne pieno,
Sentia la vita sua che vena meno.

Or par che egli abbi fatto una gran prova,
Poi che egli ha detto che 'l debbe morire.
 forse cosa istrana o tanto nova
Vedere un vecchio la vita finire?
Stative adunque, e non sia chi si mova;
Di l dal mare io vo' soletto gire,
E provar se 'l celo ha tal possanza,
Che me diveti incoronare in Franza. -

E pi parole non disse nente,
Ma quindi se part senza combiato.
In Sarza ne va il re che ha il core ardente,
E poco tempo vi fu dimorato,
Che alla citt de Algier  con sua gente,
Per travargare il mar da l'altro lato.
Dipoi vi contar del suo passaggio,
E la guerra che 'l fece e il gran dannaggio.

Li altri a Biserta sono al parlamento:
Diverse cose se hanno a ragionare.
Il re Agramante ha ripreso ardimento,
E vole ad ogni modo trapassare.
Ciascuno andar con esso  ben contento,
Purch Rugier si possi ritrovare;
Non si trovando, ogniom vi va dolente:
Il re Agramante anco esso a questo assente.

E nel consiglio fa promissone,
Se alcun si trova che sia tanto ardito
Che a quella figlia del re Galafrone
Vada a levar l'annel che porta in dito,
Re lo far di molte regone,
E ricco di tesor troppo infinito.
Tutti han la cosa molto bene intesa,
Ma non se vanta alcun di tale impresa.

Il re de Fiessa, che  tutto canuto,
Disse: - Segnor, io voglio un poco uscire,
E spero che Macon mi doni aiuto:
Un mio servente ti vuo' fare odire. -
Gi lungo tempo non fu ritenuto,
E fece un ribaldello entro venire,
Che altri s presto non fu mai di mano;
Brunello ha nome quel ladro soprano.

Egli  ben piccioletto di persona,
Ma di malicia a meraviglia pieno,
E sempre in calmo e per zergo ragiona:
Lungo  da cinque palmi, o poco meno,
E la sua voce par corno che suona;
Nel dire e nel robbare  senza freno.
Va sol di notte, e il d non  veduto,
Curti ha i capelli, ed  negro e ricciuto.

Come fu dentro, vidde zoie tante
E tante lame d'r, come io contai;
Ben se augura in suo core esser gigante
Per poter via di quel portare assai.
Poi che fu gionto al tribunale avante,
Disse: - Segnore, io non posser mai,
Sin che con l'arte, inganni, o con ingegno
Io non acquisti il promettuto regno.

Lo annello io l'aver ben senza errore,
E presto il portaraggio in tua masone;
Ma ben ti prego che in cosa maggiore
Ti piaccia poi di me far parangone.
Tuor la luna dal cel gi mi d il core,
E robbare al demonio il suo forcone,
E per sprezar la gente cristana
Robber il Papa e 'l suon de la campana. -

Il re se meraviglia ne la mente
Veggendo un piccolin tanto sicuro;
Lui ne va per dormire incontinente,
Che poi gli piace de vegiare al scuro.
Non se ne avide alcun di quella gente
Che molte zoie dispicc del muro.
Ben se lamenta di sua poca lena;
Tante ne ha adosso, che le porta apena.

Tutto il consiglio fu da poi lasciato,
E fu finito il lungo parlamento;
Ciascun nella sua terra  ritornato
Per adoprarsi a l'alto guarnimento.
Quel re cortese avea tanto donato,
Che ciascadun de lui ne va contento;
E zoie e vasi d'oro, arme e destrieri
Donava, e a tutti cani e sparavieri.

Ogni om zoioso se parte cantando,
Coperti a veste de arento e d'oro.
Lasciogli gire e torno al conte Orlando,
Lo qual lasciai con pena e con martoro
Per la campagna ai piedi caminando,
Poich ha perduto il destrier Brigliadoro.
Lamentase di s quel sire ardito,
Poi che si trova a tal modo schernito,

Dicendo: "Quella dama io dispiccai
Di tanta pena e della morte ria,
E lei poi m'ha condutto in questi guai
Ed hamme usato tanta scortesia.
Sia maledetto chi se fida mai
Per tutto il mondo in femina che sia!
Tutte son false a sostenir la prova:
Una  leale, e mai non se ritrova."

La bocca se percosse con la mano,
Poi che ebbe detto questo, il sire ardito,
A s dicendo: "Cavallier villano,
Chi te fa ragionare a tal partito?
Eti scordato adunque il viso umano
Di quella che d'amor te ha il cor ferito?
Ch per lei sola e per la sua bontate
L'altre son degne d'esser tutte amate."

Cos dicendo vede di lontano
Bandiere e lancie dritte con pennoni;
Ver lui van quella gente per il piano,
Parte sono a destrier, parte pedoni.
Davanti a gli altri mena il capitano
Duo cavallieri a guisa de prigioni,
Di ferro catenati ambe le braccia.
Ben presto il conte li cognobbe in faccia;

Perch l'uno  Grifon, l'altro Aquilante,
Che son condotti a morte da costoro.
Una donzella, poco a quei davante,
Era legata sopra a Brigliadoro.
Pallida in viso e trista nel sembiante,
Condutta  con questi altri al rio martoro:
Orrigille  la dama, quella trista.
Ben lei cognobbe il conte in prima vista;

Ma nol dimostra, e va tra quella gente,
E chiede di tal cosa la cagione.
Un che avea la barbuta ruginente
E cinto bene al dosso un pancirone,
Disse: - Condutti son questi al serpente
Il qual divora tutte le persone
Che arrivan forastiere in quel paese,
Dove fr questi ed altre gente prese.

Questo  il regno de Orgagna, se nol sai,
E sei presso al giardin de Fallerina.
Cosa pi strana al mondo non fu mai:
Fatto l'ha per incanto la regina;
E tu securo in queste parte vai?
Ma serai preso con molta roina
E dato al drago, come gli altri sono,
Se presto non te fuggi in abandono. -

Molto fu alegro alora il paladino,
Poi che cognobbe in questo ragionare
Che egli era pervenuto a quel giardino,
Qual convenia per forza conquistare.
Ma quel bravel, che ha viso di mastino,
Disse: - Ancor, paccio, stai ad aspettare?
Come qui t'abbia il capitano scorto,
Incontinente serai preso e morto. -

Finito non avea questo sermone,
Che 'l capitano, che l'ebbe veduto,
Grid: - Pigliti presto quel bricone,
Che in soa mala ventura  qui venuto.
Adrieto il menarete alla pregione,
Poi che 'l drago per oggi fia pasciuto
De questi tre che or ne vanno alla morte:
Domane ad esso toccar la sorte. -

Ciascun presto pigliarlo se procura:
Tutta se mosse la gente villana.
Il conte, che de lor poco se cura,
Imbracci il scudo e trasse Durindana.
Adosso li venian senza paura,
Ch non sapean sua forza s soprana;
Ciascun s'affretta ben d'esservi in prima,
Perch aver l'arme del guerrier se stima.

Ma presto fe' cognoscer quel ch'egli era,
Come fo gionto con seco alla prova,
Tagliando questo e quello in tal maniera,
Che dove  un pezzo, l'altro non si trova.
Un grande, che portava la bandiera:
- Saldo! - diceva - e non sia che si mova.
Saldo, brigata! - a gran voce cridava;
Ma lui di dietro e ben largo si stava.

Per questo suo cridare alcun non resta,
A furia tutti quanti se ne vano;
Orlando  sempre in mezo a gran tempesta,
E gambe, e teste, e braccie manda al piano.
Gionse a quel grande, e dgli in su la testa
Un grave colpo col brando a due mano.
Tutto lo fende insino alla cintura:
Non domandar se gli altri avean paura.

Il capitano fo il primo a fuggire,
Perch degli altri avea meglior ronzone,
E fuggendo al compagno prese a dire:
- Questo  colui che occise Rubicone,
E tutti quanti ce far morire,
Se Dio non ce d aiuto ed il sperone.
Tristo colui che in quel brando s'abatte!
Gli omini e l'arme taglia come un latte. -

Fu Rubicone da Ranaldo occiso;
Non so, segnor, se pi vi ricordati,
Che fu a traverso de un colpo diviso,
Quando Iroldo e Prasildo fr campati.
Or questo capitano ha preso aviso,
Mirando quei gran colpi smisurati,
Che quello una altra volta sia tornato;
Sempre, fuggendo, pargli averlo a lato.

Ma il conte Orlando non lo seguitava,
Poi che sconfitta quella gente vede.
- Via! Via, canaglia! - dietro li cridava;
E poi tornava, s come era, a piede
Verso e pregioni. Ciascun lacrimava,
N apena esser campato alcun se crede.
Ma la donzella, che cognobbe il conte,
Morta divenne ed abass la fronte.

Bella era, come io dissi, oltre misura,
Ed a beltate ogni cosa risponde,
S che ancor la vergogna e la paura
La grazia del suo viso non asconde.
Veggendo il conte sua bella figura,
Dentro nel spirto tutto se confonde;
N iniuria se ramenta n l'inganno,
Ma sol gli dl che lei ne prende affanno.

Or che bisogna dir? Tanto gli piace,
Che prima che i nepoti la disciolse;
Ma lei, ch' tutta perfida e fallace,
Come sapea ben fare, il tempo colse;
Piangendo ingenocchion chiedea la pace.
Il conte sostenir questo non volse
Che ella pi stesse in quel dolente caso,
Ma rilevolla e fie' pace de un baso.

In questa forma repacificati,
Il conte rimont nel suo ronzone,
Da poi quei duo guerreri ha desligati.
La dama sol tena gli occhi a Grifone,
Ch gi se erano insieme inamorati
Nel tempo che fr messi alla prigione;
N mancato era a l'uno o l'altro il foco,
Ben che sian stati in separato loco.

E non doveti avere a meraviglia
Se, pi che 'l conte lei Grifone amava;
Per che Orlando avea folte le ciglia,
E d'un de gli occhi alquanto stralunava.
Grifon la faccia avea bianca e vermiglia,
N pel di barba, o poco ne mostrava;
Maggiore  bene Orlando e pi robusto,
Ma a quella dama non andava al gusto.

Sempre gli occhi a Grifon la dama tiene,
E lui guardava lei con molto affetto,
Con sembianze piatose e d'amor piene;
Con sospir caldi da lei fende il petto;
E s scoperta questa cosa viene,
Che Orlando incontinente ebbe sospetto;
E, per non vi tenire in pi sermoni,
Il conte di licenzia a quei baroni,

Dicendo che quel giorno convenia
Condurre a fine un fatto smisurato,
Dove non ha bisogno compagnia,
Perch fornirlo solo avea giurato.
Che bisogna pi dir? Lor ne van via;
E gi non si partr senza combiato,
E da tre volte in s, senza fallire,
Il conte li ricorda il dipartire.

Orlando gi dismonta della sella,
Poi che  Grifon partito ed Aquilante,
E con la dama sol d'amor favella,
Bench fosse mal scorto e sozzo amante.
Eccoti alora ariva una donzella
Sopra d'un palafren bianco ed amblante.
Poi che ebbe l'uno e l'altro salutato,
Verso del conte disse: - Ahi sventurato!

Disventurato! - disse - qual destino
Te ha mai condutto a s malvaggia sorte?
Non sai tu che de Orgagna  qui il giardino,
N sei due miglia longe dalle porte?
Fugge presto, per Dio! fugge, meschino,
Ch tu sei tanto presso dalla morte,
Quanto sei presso a l'incantato muro;
E tu qua zanzi e stai come sicuro! -

Il conte a lei rispose sorridendo:
- Voglioti sempre assai ringrazare,
Perch, al dir che me fai, chiaro comprendo
Che a te dispiace il mio pericolare;
Ma sappi che fuggirme io non intendo,
Ch dentro a quel giardino io voglio intrare.
Amor, che ivi mi manda, me assicura
Di trare al fine tanta alta aventura.

Se mi puoi dar consiglio, o vero aiuto,
Come aggia in cotal cosa fare, o dire,
Estremamente ti ser tenuto.
Quel che abbia a fare, io non posso sentire,
Ch omo non trovo che l'abbia veduto,
N che me dica dove io debba gire;
S che per cortesia ti vo' pregare
Che me consigli quel ch'io debba fare. -

La damigella, ch'era grazosa,
Smont nel prato il bianco palafreno,
Ed a lui ricont tutta la cosa,
Ci che dovea trovar, n pi, n meno.
Questa aventura fu maravigliosa,
Come io vi contar ben tutto apieno
Nel canto che vien dietro, se a Dio piace;
Bella brigata, rimanete in pace.

Canto quarto

Luce de gli occhi miei, spirto del core,
Per cui cantar suolea s dolcemente
Rime legiadre e bei versi d'amore,
Spirami aiuto alla istoria presente.
Tu sola al canto mio facesti onore,
Quando di te parlai primeramente,
Perch a qualunche che di te ragiona,
Amor la voce e l'intelletto dona.

Amor primo trov le rime e' versi,
I suoni, i canti ed ogni melodia;
E genti istrane e populi dispersi
Congionse Amore in dolce compagnia.
Il diletto e il piacer serian sumersi,
Dove Amor non avesse signoria;
Odio crudele e dispietata guerra,
Se Amor non fusse, avrian tutta la terra.

Lui pone l'avarizia e l'ira in bando,
E il core accresce alle animose imprese,
N tante prove pi mai fece Orlando,
Quante nel tempo che de amor se accese.
Di lui vi ragionava alora quando
Con quella dama nel prato discese;
Or questa cosa vi voglio seguire,
Per dar diletto a cui piace de odire.

La dama, che col conte era smontata,
Gli dicea: - Cavalliero, in fede mia,
Se non che messagiera io son mandata,
Dentro a questo giardin teco verria;
Ma non posso indugiare una giornata
Del mio camino, ed  lunga la via.
Or quel ch'io te vo' dire, intendi bene:
Esser gagliardo e saggio ti conviene.

Se non vi esser di quel drago pasto,
Che d'altra gente ha consumata assai,
Convienti di tre giorni esser ben casto,
N camparesti in altro modo mai.
Questo dragone fia il primo contrasto
Che alla primiera entrata trovarai:
Un libro ti dar, dove  depinto
Tutto 'l giardino e ci ch' dentro al cinto. -

Il dragone che gli omini divora,
E l'altre cose tutte quante dice,
E descrive il palagio ove dimora
Quella regina, brutta incantatrice.
Ier entr dentro e dimoravi ancora,
Perch con succo de erbe e de radice
E con incanti fabrica una spata
Che tagliar possa ogni cosa affatata.

In questo non lavora se non quando
Volta la luna e che tutto se oscura.
- Or te vo' dir perch ha fatto quel brando
E pone al temperarlo tanta cura.
In Ponente  un baron, che ha nome Orlando,
Che per sua forza al mondo fa paura:
La incantatrice trova per destino
Che costui desertar debbe il giardino.

Come se dice, egli  tutto fatato
In ogni canto, e non si pu ferire,
E con molti guerreri  gi provato,
E tutti quanti gli ha fatto morire;
Perci la dama il brando ha fabricato,
Perch il baron che io ho detto, abbia a perire,
Bench lei dica che pur sa di certo
Che il suo giardin da lui ser deserto.

Ma quel che pi bisogna avea scordato,
E speso ho il tempo con tante parole.
Non se pu entrare in quel loco incantato
Se non aponto quando leva il sole.
Poi ch'io son quivi,  bon tempo passato:
Pi teco star non posso, e me ne dole.
Or piglia il libro e ponevi ben cura:
Iddio te aiuti e doneti ventura. -

Cos dicendo gli d il libro in mano,
E da lui tol combiato la fantina;
Ben la ringrazia il cavallier soprano:
Lei monta il palafreno e via camina.
Va passeggiando il conte per il piano,
Poi che indugiar conviene alla mattina;
Ben gli rincresce il gioco che gli  guasto
Ch'esser conviene a quella impresa casto:

Perch Origille, quella damigella
Che avea campata, seco dimorava.
Amore e gran desio dentro il martella,
Ma pur indugar deliberava.
La luna era nel celo ed ogni stella,
Il conte sopra a l'erba si posava,
Col scudo sotto il capo e tutto armato;
La damigella a lui stava da lato.

Dormiva Orlando, e sornacchiava forte
Senz'altra cura il franco cavalliero;
Ma quella dama, che  di mala sorte
Ed a seguir Grifone avea il pensiero,
Fra s deliber dargli la morte;
E, rivolgendo ci l'animo fiero,
Vien pianamente a lui se approssimando,
E via dal fianco gli distacca il brando.

Tutto  coperto il conte d'armatura:
Non sa la dama il partito pigliare,
N de ferirlo ponto se assicura,
Onde destina di lasciarlo stare.
Lei prende Brigliadoro alla pastura,
E prestamente su vi ebbe a montare,
E via camina e quindi s'alontana,
E porta seco il brando Durindana.

Orlando fu svegliato al matutino,
E del brando s'accorse e del ronzone.
Pensati se de questo fu tapino,
Che 'l credette morir di passone;
Ma in ogni modo entrar vle al giardino:
E bench'egli abbia perduto il ronzone
E il brando di valor tanto infinito,
Non se spaventa il cavalliero ardito.

Via caminando come disperato,
Verso il giardino andava quel barone;
Un ramo d'uno alto olmo avea sfrondato,
E seco nel portava per bastone.
Il sole aponto alora era levato,
Quando lui gionse al passo del dragone;
Fermossi alquanto il cavallier sicuro,
Guardando intorno del giardino al muro.

Quello era un sasso de una pietra viva,
Che tutta integra atorno l'agirava;
Da mille braccie verso il ciel saliva,
E trenta miglia quel cerchio voltava.
Ecco una porta a levante s'apriva:
Il drago smisurato zuffellava,
Battendo l'ale e menando la coda;
Altro che lui non par che al mondo s'oda.

Fuor della porta non esce nente,
Ma stavi sopra come guardano;
Il conte se avicina arditamente
Col scudo in braccio e col bastone in mano.
La bocca tutta aperse il gran serpente,
Per ingiottire quel baron soprano;
Lui, che di tal battaglia era ben uso,
Mena il bastone e colse a mezo 'l muso.

Per questo fu il serpente pi commosso,
E verso Orlando furoso viene;
Lui con quel ramo de olmo verde e grosso
Menando gran percosse gli d pene.
Al fin con molto ardir gli salta adosso,
E cavalcando tra le coscie il tiene;
Ferendo ad ambe mano, a gran tempesta
Colpi radoppia a colpi in su la testa.

Rotto avea l'osso, e il suo cervello appare,
Quella bestia diversa, e cadde morta.
Il sasso, che era aperto a questo intrare,
S'accolse insieme, e chiuse questa porta.
Or non sa il conte ci che debba fare,
E nella mente alquanto se sconforta;
Guardasi intorno e non sa dove gire,
Ch chiuso  dentro e non potrebbe uscire.

Era alla sua man destra una fontana,
Spargendo intorno a s molta acqua viva;
Una figura di pietra soprana,
A cui del petto fuor quella acqua usciva,
Scritto avea in fronte: 'Per questa fiumana
Al bel palagio del giardin se ariva.'
Per infrescarse se ne andava il conte
Le man e 'l viso a quella chiara fonte.

Avea da ciascun lato uno arboscello
Quel fonte che era in mezo alla verdura,
E facea da se stesso un fiumicello
De una acqua troppo cristallina e pura;
Tra' fiori andava il fiume, e proprio  quello
Di cui contava aponto la scrittura,
Che la imagine al capo avea d'intorno;
Tutta la lesse il cavalliero adorno.

Onde si mosse a gire a quel palaggio,
Per pigliare in quel loco altro partito;
E caminando sopra del rivaggio
Mirava il bel paese sbigotito.
Egli era aponto del mese di maggio,
S che per tutto intorno era fiorito,
E rendeva quel loco un tanto odore,
Che sol di questo se allegrava il core.

Dolce pianure e lieti monticelli
Con bei boschetti de pini e d'abeti,
E sopr'a verdi rami erano occelli,
Cantando in voce viva e versi queti.
Conigli e caprioli e cervi isnelli,
Piacevoli a guardare e mansueti,
Lepore e daini correndo d'intorno,
Pieno avean tutto quel giardino adorno.

Orlando pur va drieto alla rivera,
Ed avendo gran pezzo caminato,
A pi d'un monticello alla costera
Vide un palagio a marmori intagliato;
Ma non puotea veder ben quel che gli era,
Perch de arbori intorno  circondato.
Ma poi, quando li fu gionto dapresso,
Per meraviglia usc for di se stesso.

Perch non era marmoro il lavoro
Ch'egli avea visto tra quella verdura,
Ma smalti coloriti in lame d'oro
Che coprian del palagio l'alte mura.
Quivi  una porta di tanto tesoro,
Quanto non vede al mondo creatura,
Alta da diece e larga cinque passi,
Coperta de smiraldi e de balassi.

Non se trovava in quel ponto serrata,
Per vi pass dentro il conte Orlando.
Come fu gionto nella prima entrata,
Vide una dama che avea in mano un brando,
Vestita a bianco e d'oro incoronata,
In quella spada se stessa mirando.
Come lei vide il cavallier venire,
Tutta turbosse e posesi a fuggire.

Fuor della porta fugg per il piano;
Sempre la segue Orlando tutto armato,
N fu ducento passi ito lontano,
Che l'ebbe gionta in mezo di quel prato.
Presto quel brando gli tolse di mano,
Che fu per dargli morte fabricato,
Perch era fatto con tanta ragione,
Che taglia incanto ed ogni fatagione.

Poi per le chiome la dama pigliava,
Che le avea sparse per le spalle al vento,
E di dargli la morte minacciava
E grave pena con molto tormento,
Se del giardino uscir non gl'insegnava.
Lei, ben che tremi tutta di spavento,
Per quella tema gi non se confonde,
Anci sta queta e nulla vi risponde;

N per minaccie che gli avesse a fare
Il conte Orlando, n per la paura
Mai gli rispose, n volse parlare,
N pur di lui mostrava tenir cura.
Lui le lusenghe ancor volse provare,
Essa ostinata fo sempre e pi dura;
N per piacevol dir n per minaccia
Puote impetrar che lei sempre non taccia.

Turbossi il cavallier nel suo coraggio,
Dicendo: - Ora me  forza esser fellone;
Mia ser la vergogna e tuo il dannaggio,
Bench di farlo io ho molta ragione. -
Cos dicendo la mena ad un faggio,
E ben stretta la lega a quel troncone
Con rame lunghe, tenere e ritorte,
Dicendo a lei: - Or dove son le porte? -

Lei non risponde al suo parlar nente,
E mostra del suo crucio aver diletto.
- Ahi, - disse il conte - falsa e fraudolente!
Ch'io lo posso sapere al tuo dispetto.
Or mo di novo mi  tornato a mente
Che in un libretto l'aggio scritto al petto,
Qual mi mostrar il fatto tutto a pieno. -
Cos dicendo sel trasse di seno.

Guardando nel libretto ove  depento
Tutto il giardino e di fuore e d'intorno,
Vede nel sasso, ch' d'incerco acento,
Una porta che n'esce a mezogiorno;
Ma bisogna a l'uscir aver convento
Un toro avanti, che ha di foco un corno,
L'altro di ferro, ed  tanto pongente,
Che piastra o maglia non vi val nente.

Ma prima che vi ariva, un lago trova,
Dove  molta fatica a trapassare,
Per una cosa troppo strana e nova,
S come apresso vi vor contare;
Ma il libro insegna vincer quella prova.
Non avea il conte a ponto a indugare,
Ma via camina per l'erba novella,
Lasciando al faggio presa la donzella.

Via ne va lui per quelle erbe odorose,
E poi che alquanto via fu caminato,
L'elmo a l'orecchie emp dentro di rose,
Delle qual tutto adorno era quel prato.
Chiuse l'orecchie, ad ascoltar si pose
Gli occei, ch'erano intorno ad ogni lato:
Mover li vede il collo e 'l becco aprire,
Voce non ode e non potrebbe odire,

Perch chiuso se aveva in tal maniera
L'orecchie entrambe a quelle rose folte,
Che non odiva, al loco dove egli era,
Cosa del mondo, ben che attento ascolte;
E caminando gionse alla rivera,
Che ha molte gente al suo fondo sepolte.
Questo era un lago piccolo e iocondo
D'acque tranquille e chiare insino al fondo.

Non gionse il conte in su la ripa apena,
Che cominci quell'acqua a gorgoliare;
Cantando venne a sommo la Sirena.
Una donzella  quel che sopra appare,
Ma quel che sotto l'acqua se dimena
Tutto  di pesce e non si pu mirare,
Ch sta nel lago da la furca in gioso;
E mostra il vago, e il brutto tiene ascoso.

Lei comincia a cantar s dolcemente,
Che uccelli e fiere vennero ad odire:
Ma, come erano gionti, incontinente
Per la dolcezza convenian dormire.
Il conte non oda de ci nente,
Ma, stando attento, mostra di sentire.
Come era dal libretto amaestrato,
Sopra la riva se colc nel prato.

E' mostrava dormir ronfando forte:
La mala bestia il tratto non intese,
E venne a terra per donarli morte;
Ma il conte per le chiome ne la prese.
Lei, quanto pi puotea, cantava forte,
Ch non sapeva fare altre diffese,
Ma la sua voce al conte non attiene,
Che ambe l'orecchie avea di rose piene.

Per le chiome la prese il conte Orlando,
Fuor di quel lago la trasse nel prato,
E via la testa gli tagli col brando,
Come gli aveva il libro dimostrato,
S tutto di quel sangue rossegiando,
E l'arme e sopraveste in ogni lato.
L'elmo se trasse e disleg le rose;
Tinto di sangue poi tutto se 'l pose.

Di quel sangue avea tocco in ogni loco,
Perch altramente tutta l'armatura
Avrebbe consumata a poco a poco
Quel toro orrendo e fora di natura,
Che avea un corno di ferro ed un di foco.
Al suo contrasto nulla cosa dura,
Arde e consuma ci che tocca apena:
Sol se diffende il sangue di sirena.

Di questo toro sopra vi ho contato,
Che verso mezogiorno  guardano.
Il conte a quella porta fu arivato,
Poi che ebbe errato molto per il piano.
Il sasso che 'l giardino ha circondato,
S'aperse alla sua gionta a mano a mano,
E una porta di bronzo si disserra:
Fuora usc il toro a mezo della terra.

Muggiando uscitte il toro alla battaglia,
E ferro e foco nella fronte squassa,
N contrastar vi pu piastra n maglia,
Ogni armatura con le corne passa.
Il conte con quel brando che ben taglia,
A lui ferisce ne la testa bassa,
E proprio il gionse nel corno ferrato:
Tutto di netto lo mand nel prato.

Per questo la battaglia non s'arresta;
Con l'altro corno, ch' di foco, mena
Con tanta furia e con tanta tempesta,
Che il conte in piede si mantiene apena.
Arso l'avria da le piante alla testa,
Se non che il sangue di quella sirena
Da questa fiamma lo tena diffeso,
Che avrebbe l'arme e il busto insieme acceso.

Combatte arditamente il conte Orlando,
Come colui che fu senza paura;
Mena a due mano irato e fulminando
Dritti e roversi fuor d'ogni misura.
Egli ha gran forza ed incantato ha il brando,
Onde a' suoi colpi nulla cosa dura;
Ferendo e spalle e testa ed ogni fianco,
Fece che 'l toro al fin pur venne manco.

Le gambe tagli a quello e il collo ancora,
Con gran fatica se fin la guerra.
Il toro occiso senza altra dimora
Tutto se ascose sotto della terra;
La porta, che era aperta alora alora,
A l'asconder di quel presto si serra;
La pietra tutta insieme  ritornata,
Porta non vi , n segno ove sia stata.

Il conte pi non sa quel che si fare.
Ch de l'uscita non vede nente;
Prende il libretto e comincia a guardare,
D'intorno al cerchio va ponendo mente;
Vede il vaggio che debbe pigliare
Dietro ad un rivo che corre a ponente,
Ove di zoie aperta  una gran porta;
Uno asinello armato  la sua scorta.

Ma presto narrar com'era fatto
Questo asinello, e fu gran meraviglia.
Dio guardi il conte Orlando a questo tratto,
Che alla riva del fiume il camin piglia.
Via ne va sempre caminando ratto,
E seco nella mente se assotiglia,
Perch 'l libro altro ancor gli avea mostrato,
Prima che gionga a l'asinello armato.

Cos pensando, a mezo del camino
Uno arbore atrov fuor di misura:
Tanto alto non fo mai faggio n pino,
Tutto fronzuto di bella verdura.
Come da longe il vide il paladino,
Ben si ricorda di quella scrittura
Che gli mostrava il suo libretto aponto,
Per provede prima che sia gionto.

Fermosse sopra il fiume il cavalliero,
E 'l scudo prestamente desimbraccia,
Da l'elmo tolse via tutto il cimiero,
Alla fronte di quello il scudo allaccia,
S che 'l copria davanti tutto intiero,
Verso la vista e sopra della faccia.
Dinanti ai piedi aponto in terra guarda:
Altro non vede e il suo camin non tarda.

E come il loco avea prima avisato,
Al tronco drittamente via camina.
Un grande occello ai rami fu levato,
Che avea la testa e faccia di regina,
Coi capei biondi e il capo incoronato;
La piuma al collo ha d'oro e purpurina,
Ma il petto, il busto e le penne maggiore
Vaghe e dipente son d'ogni colore.

La coda ha verde e d'oro e di vermiglio,
Ed ambe l'ale ad occhi di pavone;
Grande ha le branche e smisurato artiglio,
Proprio assembra di ferro il forte ungione.
Tristo quello omo a chi dona di piglio,
Ch lo divora con destruzone.
Smaltisce questo occello una acqua molle,
Qual, come tocca gli occhi, il veder tolle.

Levosse dalle rame con fraccasso
Quel grande occello, e verso il conte andava,
Il qual veniva al tronco passo passo
Col scudo in capo, e gli occhi non alciava,
Ma sempre a terra aveva il viso basso;
E l'occellaccio d'intorno agirava,
E tal rumor faceva e tal cridare,
Che quasi Orlando fie' pericolare.

Ch fu pi volte per guardare in suso;
Ma pur se ricordava del libretto,
E sotto il scudo se ne stava chiuso.
Alci la coda il mostro maledetto,
E l'acqua avelenata smalt giuso.
Quella cade nel scudo, e per il petto
Calla stridendo, come uno oglio ardente;
Ma nella vista non tocc nente.

Orlando se lasci cadere in terra,
Tra l'erbe, come ceco, brancolando.
Calla l'occello e nel sbergo l'afferra,
E verso il tronco il tira strasinando.
Il conte a man riversa un colpo serra;
Proprio a traverso lo gionse del brando,
E da l'un lato a l'altro lo divise,
S che, a dir breve, quel colpo l'occise.

Poi che mirato ha il conte quello occello,
Sotto il suo tronco a l'ombra morto il lassa,
E raconcia il cimiero alto a pennello,
E 'l scudo al braccio nel suo loco abassa.
Verso la porta dove  l'asinello,
Drieto a ponente, in ripa al fiume passa,
E poco camin che ivi fu gionto,
E vide aprir la porta in su quel ponto.

Mai non fo visto s ricco lavoro
Come  la porta nella prima faccia.
Tutta  di zoie, e vale un gran tesoro;
Non la diffende n spata n maccia
Ma uno asino coperto a scaglie d'oro,
Ed ha l'orecchie lunghe da due braccia:
Come coda di serpe quelle piega,
E piglia e strenge a suo piacere e lega.

Tutto  coperto di scaglia dorata,
Come io vi ho detto, e non si pu passare;
Ma la sua coda taglia come spata,
N vi pu piastra n maglia durare;
Grande ha la voce e troppo smisurata,
S che la terra intorno fa tremare.
Ora alla porta il conte s'avicina:
La bestia venne a lui con gran roina.

Orlando lo fer de un colpo crudo,
N lo diffende l'incantata scaglia;
Tutto il scoperse insino al fianco nudo,
Perch ogni fatason quel brando taglia.
L'asino prese con l'orecchie il scudo,
E tanto dimenando lo travaglia,
Di qua di l battendo in poco spaccio,
Che al suo dispetto lo lev dal braccio.

Turbosse oltra misura il conte Orlando,
E mena un colpo furosamente;
Ambe l'orecchie gli tagli col brando,
Ch quella scaglia vi giov nente.
Esso le croppe rivolt cridando,
E mena la sua coda, che  tagliente,
E spezza al franco conte ogni armatura:
Lui  fatato, e poco se ne cura;

E de un gran colpo a quel colse ne l'anca
Dal lato destro, e tutta l'ha tagliata,
E dentro agionse nella coscia stanca.
Non  riparo alcuno a quella spata;
Quasi la tagli tutta, e poco manca.
Cadde alla terra la bestia incantata,
Cridando in voce di spavento piena,
Ma il conte ci non cura e il brando mena.

Mena a due mano il conte e non s'arresta,
Bench cridi la bestia a gran terrore.
Via de un sol colpo gli gett la testa
Con tutto il collo, o la parte maggiore.
Alor tutta trem quella foresta,
E la terra s'aperse con rumore,
Dentro vi cadde quella mala fiera;
Poi se ragionse, e ritorn com'era.

Or fora il conte se ne vuole andare,
Ed alla ricca porta sse invato,
Ma dove quella fosse non appare:
Il sasso tutto integro  riserrato.
Lui prende il libro e comincia a mirare;
Poi che ogni volta rimane ingannato
E dura indarno cotanta fatica,
Non sa pi che se facci o che se dica.

Ciascuna uscita sempre  stata vana
E con arisco grande di morire;
Pur la scrittura del libretto spiana
Che ad ogni modo non se puote uscire
Per una porta volta a tramontana,
Ma l non vi val forza, e non ardire,
N 'l proprio senno n l'altrui consiglio,
Ch troppo  quello estremo e gran periglio.

Perch un gigante smisurato e forte
Guarda la uscita con la spata in mano,
E se egli avvien che dato li sia morte,
Duo nascon del suo sangue sopra il piano,
E questi sono ancor de simil sorte:
Ciascun quattro produce a mano a mano,
Cos multiplicando in infinito
Il numero di lor forte ed ardito.

Ma prima ancor che se possa arivare
A quella porta, che  tutta d'argento,
Per quella serrata, vi  molto che fare,
E bisognavi astuzia e sentimento.
Ma il conte a questo non stette a pensare,
Come colui che avea molto ardimento,
Seco dicendo a sua mente animosa:
"Chi pu durare, al fin vince ogni cosa."

Cos fra s parlando il camin prese
Gi per la costa verso tramontana,
E vide, come al campo gi discese,
Una valle fiorita e tutta piana,
Ove tavole bianche eran distese,
Tutte apparate intorno alla fontana;
Con ricche coppe d'oro in ogni banda
Eran coperti de ottima vivanda.

N quanto intorno se puote mirare,
Disotto al piano e di sopra nel monte,
Non vi  persona che possi guardare
Quella ricchezza che  intorno alla fonte;
E le vivande se vedean fumare.
Gran voglia di mangiare aveva il conte;
Ma prima il libracciol trasse del petto,
E, quel leggendo, prese alto sospetto.

Guardando quel libretto, il paladino
Vide la cosa s pericolosa.
Di l dal fonte  un boschetto di spino,
Tutto fiorito di vermiglia rosa,
Verde e fronzuto; e dentro al suo confino
Una Fauna crudel vi sta nascosa:
Viso di dama e petto e braccia avia,
Ma tutto il resto d'una serpe ria.

Questa teneva una catena al braccio,
Che nascosa vena tra l'erba e' fiori,
E facea intorno a quella fonte un laccio,
Acci, se alcun, tirato da li odori,
Intrasse alla fontana dentro al spaccio,
Fosse pigliato con gravi dolori;
Essa, tirando poi quella catena,
A suo mal grado nel boschetto il mena.

Orlando dalla fonte si guardava,
E verso il verde bosco prese a gire.
Come la Fauna di questo si addava,
Usc cridando e posesi a fuggire;
Per l'erba, come biscia, sdrucellava,
Ma presto il conte la fece morire
De un colpo solo e senza altra contesa,
Ch quella bestia non facea diffesa.

Poi che la Fauna fu nel prato morta,
Ver tramontana via camina il conte,
E poco longi vide la gran porta,
Che avea davanti sopra un fiume un ponte.
Su vi sta quel che ha tanta gente morta,
Col scudo in braccio e con l'elmo alla fronte;
Par che minacci con sembianza cruda,
Armato  tutto ed ha la spada nuda.

Orlando se avicina a quel gigante,
N de cotal battaglia dubitava,
Perch in sua vita ne avea fatto tante,
Che poca cura di questa si dava.
Quello omo smisurato venne avante,
Ed un gran colpo de spata menava.
Schifollo il conte e trassese da lato,
E quel ferisce col brando affatato.

Gionse al gigante sopra del gallone,
Non lo diffese n piastra n maglia,
Ma, fraccassando sbergo e pancirone,
Insino a l'altra coscia tutto il taglia.
Ora se allegra il figlio di Melone,
Credendo aver finita ogni battaglia,
E prese de l'uscir molto conforto,
Poi che vide il gigante a terra morto.

Quello era morto, e 'l sangue fuora usciva,
Tanto che ne era pien tutto quel loco;
Ma, come fuor del ponte in terra ariva,
Intorno ad esso s'accendeva un foco.
Crescendo ad alto quella fiamma viva
Formava un gran gigante a poco a poco;
Questo era armato e in vista furibondo,
E dopo il primo ancor nasca il secondo.

Figli parean di 'l foco veramente,
Tanto era ciascun presto e furoso,
Con vista accesa e con la faccia ardente.
Ora ben stette il conte dubboso;
Non sa quel che far debba nella mente:
Perder non vle, e 'l vincere  dannoso,
Per, ben che li faccia a terra andare,
Rinasceranno, e pi vi avr che fare.

Ma de vincere al fin pur se conforta,
Se ne nascesser ben mille migliara,
Ed animoso se driccia alla porta.
Quei duo giganti avean presa la sbara;
Ciascuno aveva una gran spada torta,
Perch eran nati con la simitara.
Ma il conte a suo mal grado dentro passa,
Prende la sbarra e tutta la fraccassa.

Unde ciascun di lor pi fulminando
Percote adosso del barone ardito;
Ma poca stima ne faceva Orlando,
Ch non puotea da loro esser ferito.
Lui riposto teneva al fianco il brando,
Perch avea preso in mente altro partito;
Adosso ad un di lor ratto se caccia,
E sotto l'anche ben stretto l'abbraccia.

Aveano entrambi smisurata lena,
Ma pur l'aveva il conte assai maggiore.
Leval il conte ad alto e intorno il mena,
N vi valse sua forza, o suo vigore,
Ch lo pose riverso in su l'arena.
L'altro gigante con molto furore
Di tempestare Orlando mai non resta
Da ciascun lato e basso e nella testa.

Lui lascia il primo, com'era disteso,
E contra a questo tutto se disserra;
S come l'altro a ponto l'ebbe preso,
E con fraccasso lo messe alla terra.
L'altro  levato de grande ira acceso:
Orlando lascia questo e quello afferra;
E mentre che con esso fa battaglia,
Levasi il primo e intorno lo travaglia.

And gran tempo a quel modo la cosa,
N se potea sperare il fin giamai;
Non pu prendere il conte indugia o posa,
Ch sempre or l'uno or l'altro gli d guai.
Durata  gi la zuffa dolorosa
Pi che quattro ore, con tormento assai
Per l'uno e l'altro; a bench 'l conte Orlando
A duo combatte e non adopra il brando.

Per non multiplicarli, il cavalliero
Batteli a terra e non gli fa morire,
Ma per questo non esce del verziero,
Ch'e duo giganti il vetano a partire.
Lui prese combattendo altro pensiero
Subitamente, e mostra di fuggire;
Per la campagna va correndo il conte,
Ma quei due grandi ritornarno al ponte.

Ciascun sopra del ponte ritornava,
Come de Orlando non avesse cura;
E lui, che spesso in dietro si voltava,
Credette che restasser per paura;
Ma quella fatason che li creava
Quivi li tenea fermi per natura.
Sol per diffesa stan di quella porta,
E fanno al fiume ed al suo ponte scorta.

Il conte questo non aveva inteso,
Ma via da lor correndo se alontana;
Alla valletta se ne va disteso,
Che ha 'l bel boschetto a lato alla fontana,
Dove la Fauna avea quel laccio teso
Per pascerse de sangue e carne umana.
Tavole quivi son da tutte bande;
Il laccio  teso intorno alle vivande.

Era quel laccio tutto di catena
Come di sopra ancora io v'ho contato.
Orlando lo distacca e dietro il mena,
Strasinando alle spalle, per il prato:
Tanto era grosso, che lo tira appena.
Con esso al ponte ne fu ritornato,
E pose un de' giganti a forza a terra,
E braccie e gambe a quel laccio gl'inferra.

Bench a ci fare vi stesse buon spaccio,
Perch l'altro gigante lo anoiava;
Ma a suo mal grado usc di quello impaccio,
Ed ancora esso per forza atterrava;
Come l'altro il leg proprio a quel laccio.
Ora la porta pi non se serrava,
E puote Orlando a suo diletto uscire;
Quel che poi fece, tornati ad odire.

Perch se dice che ogni bel cantare
Sempre rincresce quando troppo dura,
Ed io diletto a tutti vi vo' dare
Tanto che basta, e non fuor di misura;
Ma se verreti ancora ad ascoltare,
Racontarovi di questa ventura
Che aveti odita, tutto quanto il fine,
Ed altre istorie belle e pellegrine.

Canto quinto

Vita zoiosa, e non finisca mai,
A voi che con diletto me ascoltati.
Segnori, io contar dove io lasciai,
Poi che ad odire sete ritornati,
S come Orlando con fatica assai
Quei duo giganti al ponte avea legati.
Vinto ha ogni cosa il franco paladino,
Ed a sua posta uscir pu del giardino.

Ma lui tra s pensava nel suo core
Che se a quel modo fuora se n'andava,
Non era ben compito de l'onore,
N satisfatto a quella che 'l mandava;
Ed era ancora al mondo un grande errore,
Se quel giardino in tal forma durava,
Ch dame e cavallier d'ogni contrate
Vi erano occisi con gran crudeltate.

Per si pose il barone a pensare
Se in alcun modo, o per qualche maniera
QuesQo verzier potesse disertare;
Cos la lode e la vittoria intiera
Ben drittamente acquistata gli pare,
Poi che l'usanza dispietata e fiera
Che struggea tante gente pellegrine,
Per sua virtute sia condutta a fine.

Legge il libretto, e vede che una pianta
Ha quel giardino in mezzo al tenimento,
A cui se un ramo de cima se schianta,
Sparisce quel verziero in un momento;
Ma di salirvi alcun mai non si vanta,
Che non guadagni morte o rio tormento.
Orlando, che non sa che sia paura,
Destina de compir questa ventura.

Ritorna adietro per una vallata,
Che proprio ariva sopra al bel palaggio
Ove la dama prima avea trovata,
Che mirandosi al brando stava ad aggio;
E lui l presso la lasci legata,
Come sentesti, a quel tronco di faggiog
Cos la ritrov legata ancora:
Ivi la lascia e non vi fa dimora.

De gionger alla pianta avea gran fretta;
Ed ecco in mezo di quella pianura
Ebbe veduta quella rama eletta,
Bella da riguardare oltra misura.
D'arco de Turco non esce saetta
Che potesse salire a quella altura;
Salendo e rami ad alto e' fa gran spaccio,
N volta il tronco alla radice un braccio.

Non  pi grosso, ed ha li rami intorno
Lunghi e sotili, ed ha verde le fronde;
Quelle getta e rinova in ciascun giorno,
E dentro spine acute vi nasconde.
Di vaghe pome d'oro  tutto adorno;
Queste son grave e lucide e rotonde,
E son sospese a un ramo piccolino:
Grande  il periglio ad esser l vicino.

Grosse son quanto uno omo abbia la testa,
E come alcuno al tronco s'avicina,
Pur sol battendo i piedi alla foresta,
Trema la pianta lunga e tenerina;
E cadendo le pome a gran tempesta,
Qualunche  gionto da quella roina
Morto alla terra se ne va disteso,
Perch non  riparo a tanto peso.

Alti li rami son quasi un'arcata;
Il tronco da l in gioso  s polito,
Che non vi salirebbe anima nata,
E se alcun fosse di salire ardito,
Non sera sostenuto alcuna fiata,
Perch alla cima non  grosso un dito.
Ogni cosa sapeva Orlando a ponto:
Letto nel libro aveva ci che io conto.

E lui prende nel cor tanto pi sticcia
Quanto le cose son pi faticose,
E per trar questo al fin la mente adriccia.
Taglia de un faggio le rame frondose
Subitamente, e fece una gradiccia;
Crosta di prato e terra su vi pose,
Poi sopra alle sue spalle e alla testa
Stretta la lega, e va che non s'arresta.

Aveva il conte una forza tamanta,
Che gi portava, come Turpin dice,
Una colonna integra tutta quanta
D'Anglante a Brava per le sue pendice.
Or, come gionto fu sotto la pianta,
Tutta trem per sino alla radice.
Le sue gran pome, ciascuna pi greve,
Vennero a terra e spesse come neve.

Il conte va correndo tutta fiata,
E de gionger al tronco ben s'appresta,
Ch gi tutta la terra  dissipata,
N manca di cader l'aspra tempesta.
Ora era carca tanto quella grata,
Che sol di quel gran peso lo molesta,
E se ben presto al tronco non ariva,
Quella roina della vita il priva.

Come fu gionto a quella pianta gaglia,
Non vi crediati che voglia montare;
Tutta a traverso de un colpo la taglia:
La cima per quel modo ebbe a schiantare.
Come fu in terra, tutta la prataglia
D'intorno intorno cominci a tremare;
Il sol tutto se asconde e il celo oscura,
Coperse un fumo il monte e la pianura.

Ove sia il conte non vede nente,
Trema la terra con molto romore.
Eravi per quel fumo un fuoco ardente,
Grande quanto una torre, ancor maggiore;
Questo  un spirto d'abisso veramente,
Che strugge quel giardino a gran furore,
E, come al tutto fu venuto meno,
Ritorn il giorno e fiesse il cel sereno.

La pietra che 'l verzier suolea voltare,
Tutta  sparita e pi non se vedia;
Ora per tutto si pu caminare.
Largo  il paese, aperto a prateria,
N fonte n palagio non appare;
De ci che vi era, sol la dama ria,
Io dico Falerina, ivi  restata,
S come prima a quel tronco legata.

La qual piangendo forte lamentava,
Poi che disfatto vidde il suo giardino.
N come prima tacita si stava
Negando dar risposta al paladino;
Ma con voce pietosa lo pregava
Che aggia merc del suo caso tapino,
Dicendogli: - Baron, fior de ogni forte,
Ben ti confesso ch'io merto la morte.

Ma se al presente me farai morire,
S come io ne son degna in veritade,
E dame e cavallier farai perire,
Che son pregioni, e fia gran crudeltade.
Acci che intendi quel che ti vo' dire,
Sappi che io feci con gran falsitade
Questo verziero e ci che gli era intorno,
In sette mesi; ora  sfatto in un giorno.

Per vendicarme sol de un cavallero
E de una dama sua, falsa, putana,
Io feci il bel giardin, che, a dirti il vero,
Ha consumata molta gente umana;
N ancora mi bast questo verzero:
Io feci un ponte sopra a una fiumana,
Dove son prese e dame e cavallieri,
Quanti ne arivan per tutti e sentieri.

Quel cavalliero  nomato Arante,
Origilla  la falsa che io contai.
Or de costoro io non dico pi avante,
A bench vi sera da dire assai.
Per mia sventura tra gente cotante
Alcun de questi duo non gionse mai,
E gi pi gente  morta a tal dannaggio
Che non ha rami o fronde questo faggio.

Perch al giardin, che fu meraviglioso,
Tutti eran morti quanti ne arivava;
Ma il numero pi grande e coposo,
Il ponte ch'io t'ho detto mi mandava,
Perch avea in guardia un vecchio doloroso,
Che molta gente sopra vi guidava.
Il ponte non bisogna che io descriva,
Ma per se stesso chiude chi ve ariva.

N  molto tempo che una incantatrice,
Quale  figliola del re Galafrone,
Che ora col patre, s come se dice,
Assedata  dentro ad un girone,
Passando alor di qua, quell'infelice,
Al ponte fo condutta dal vecchione,
E poi, con modo che io non sazo dire,
Partisse, e tutti gli altri fie' fuggire.

Ma molti vi ne sono ora al presente,
Perch ne prende sempre il vecchio assai,
E come io ser occisa, incontinente
Il ponte e lor non si vedran pi mai,
E meco perir cotanta gente:
E tu cagion di tutto il mal serai.
Ma se mi campi, io ti prometto e giuro
Che lasciar ciascun franco e sicuro.

E se non di al mio parlar credenza,
Menami teco, come io son, legata,
(Presa o disciolta, io non fo differenza,
Ch ad ogni modo io son vituperata),
E disfar la torre in tua presenza,
E tutta salvar quella brigata.
Piglia il partito, adunque, che ti pare,
O fa l'altri morire, o mi campare. -

Presto questo partito prese il conte,
Ch morta non l'avrebbe ad ogni guisa;
Ni per grave dispetto ni per onte
Avrebbe Orlando una donzella occisa.
D'acordo adunque se ne vanno al ponte,
Ma pi di lor la istoria non divisa,
E torna ove lasci, poco davante,
Marfisa alla battaglia e Sacripante.

La zuffa per quel modo era durata,
Che io vi contai ne l'assalto primiero;
Marfisa di tal arme era adobbata,
Che di ferirla non facea mistiero
Ponta di lancia ni taglio di spata;
E Sacripante aveva il suo destriero
Che  s veloce che si vede apena,
Onde la dama indarno e colpi mena.

Ma mentre che tra lor sopra quel piano
 la battaglia de pi colpi spessa,
A bench ciascadun al tutto  vano,
Ch essa non nce a lui n lui ad essa,
Brunello il ladro, il quale era Africano,
E fo servente del gran re de Fiessa,
Avea passate molte regone,
E de improviso  gi gionto al girone.

Agramante mand questo Brunello,
Perch davanti a lui se era avantato
Venire ad Albrac dentro al castello,
Ove  la dama dal viso rosato,
E tuore a lei di dito quello annello,
Quale era per tale arte fabricato,
Che ciascaduno incanto a sua presenza
Perdea la possa con la appariscenza.

Fatto era questo per trovar Rugiero,
Che era nascoso al monte di Carena,
E per questo ladro tanto fiero
Vien con tal fretta e tal tempesta mena.
Sopra a quel sasso n'andava legiero,
Che non vi avria salito un ragno a pena,
Per che quel castello in ogni lato
A piombo, come muro, era tagliato.

E sol da un canto vi era la salita,
Tutta tagliata a botta di piccone,
E sol da questa  la intrata e la uscita,
Dove alla guarda stan molte persone;
Ma verso il fiume  la pietra polita,
N di guardarvi fasse menzone,
Per che con ingegno n con scale,
N se vi pu salir, se non con l'ale.

Brunello  d'araparsi s maestro,
Che su ne andava come per un laccio;
Tutta quella alta ripa destro destro
Montava, e gionse al muro in poco spaccio.
A quello ancor se attacca il mal cavestro,
Menando ambi dui piedi e ciascun braccio
Come egli andasse per una acqua a nto,
N fu bisogno al suo periglio un voto;

Perch montava cotanto sicuro,
Come egli andasse per un prato erboso.
Poi che passato fu sopra del muro,
A guisa de una volpe andava ascoso;
E non credati che ci fosse al scuro,
Anci era il giorno chiaro e luminoso;
Ma lui di qua e di l tanto si cella,
Che gionto fu dove era la donzella.

Sopra la porta quella dama gaglia
Si stava ascesa riguardando il piano,
E remirava attenta la battaglia
Che avea Marfisa con quel re soprano.
Gran gente intorno a lei facea serraglia:
Chi parla, e chi fa cenno con la mano,
Dicendo: - Ecco Marfisa il brando mena,
Re Sacripante la campar apena. -

Altri diceva: - E' far gran diffese
Contra quella crudele il buon guerrero,
Pur che non venga con seco alle prese,
E guardi che non pra il suo destriero. -
A questo dire il ladro era palese,
Che alla notte aspettar non fa pensiero;
Tra quella gente se ne va Brunello
Tutto improviso, e prese quello annello.

E non l'arebbe la dama sentito,
Se non che sbigot della sua faccia.
Lui con l'anel che gli ha tolto de dito,
Di fuggir prestamente si procaccia,
Correndo al sasso dove era salito.
Dietro tutta la gente  posta in caccia;
Ch Angelica piangendo se scapiglia
Cridando: - Ahim tapina! piglia! piglia!

Piglia! piglia! - cridava - ahim tapina!
Ch consumata son, s'el non  preso. -
Ciascun per agradire alla regina
A suo poter avrebbe il ladro offeso.
Lui passa il muro e salta la roina,
Per quella pietra se ne va sospeso,
E per la ripa va mutando il passo
Come per gradi, e gionge al fiume basso.

N vi crediati che fusse confuso,
Bench quella acqua sia grossa e corrente:
Come un pesce a natare egli era aduso;
Entra nel fiume, e di lui par nente.
Fuor de l'acqua teniva aponto il muso,
E pareva una rana veramente;
Quei del castel, guardando in ogni lato
E nol veggendo, il credeno affocato.

Angelica per questo se dispera,
E ben se batte il viso la meschina.
Brunello usc dapoi della rivera,
Per la campagna via forte camina;
Gionse dove era la battaglia fiera
Tra il re circasso e la forte regina.
Ivi firmosse alquanto per mirare,
Ma l'uno e l'altro alor se vl posare;

Perch il secondo assalto era bastato,
E ciascadun di lor vl prender posa.
Dicea Brunello: "Io non ser firmato,
Che io non guadagni vosco alcuna cosa.
Se non vi spoglio, aveti bon mercato;
Ma poi che seti gente valorosa,
Io voglio usarvi alquanta cortesia:
Ci che io vi lascio,  della robba mia."

Cos dicea Brunello in la sua mente,
E vede a Sacripante quel destriero,
Il qual da parte si stava dolente
Avendo del suo regno gran pensiero,
Che gli parea vedere in foco ardente,
Come contato avea quel messaggiero;
E tal doglia di questo ha Sacripante,
Che non se avede quel che abbi davante.

Diceva lo Africano: "Or che omo  questo
Che dorme in piede, ed ha s bon ronzone?
Per altra volta io lo far pi desto."
E prese in questo dire un gran troncone,
E la cingia disciolse presto presto,
E pose il legno sotto dello arcione;
N prima Sacripante se ne avede,
Che quel se parte, e lui rimane a piede.

A questa cosa mirava Marfisa,
Ed avea preso tanta meraviglia,
Che, come fosse dal spirto divisa,
Stringea la bocca ed alciava le ciglia.
Il ladro la trov tutta improvisa
In tal pensiero, e la spata li piglia;
Quella attamente li trasse di mano,
E via spronando fugge per il piano.

Marfisa il segue e cridando il minaccia,
- Giotton, - dicendo - e' ti costar cara! -
Ma lui si volta e fagli un fico in faccia;
E fuggendo dicea: - Cos se impara! -
Il campo  tutto in arme e costui caccia,
Cridando: - Piglia! piglia! para! para! -
Ma lui, che si trovava un tal destriero,
De lo esser preso avea poco pensiero.

Or Sacripante rimase stordito
Per meraviglia, e non avria saputo
Dire a qual modo sia quel fatto gito,
Se non che esso il destriero avea perduto.
"Dove  colui, - dicea - che m'ha schernito?
Or come fece, ch'io non l'ho veduto?
Esser non puote che uno inganno tanto
Non sia da spirti fatto per incanto.

E se gli  ci, mia dama con l'annello
Ancor farami avere il bon destriero.
Ben mi  vergogna: ma quale omo  quello
Che possa riparare a tal mestiero?"
Cos dicendo tornasi al castello
Pensoso, anzi turbato nel pensiero;
Ma, come gionto fu dentro alla porta,
Angelica trov che  quasi morta:

Quasi morta di doglia la donzella,
Pensando che riceve un tal dannaggio.
Re Sacripante per nome l'appella,
Dicendo: - Anima mia, chi te fa oltraggio? -
Lei sospirando, piangendo favella,
Dicendo: - Ormai diffesa pi non aggio.
Presto nelle sue man me avr Marfisa,
E ser in pena e con tormento occisa.

Aggio perduta tutta la diffesa
Che aver suoleva a l'ultima speranza,
E so che prestamente ser presa,
E poco tempo de viver me avanza.
E tanto questo danno pi mi pesa,
Quanto io l'ho recevuto come a cianza,
E pi non sazo, trista, dolorosa,
Chi m'abbia tolta cos cara cosa. -

Non sapea il re di quel fatto nente,
Ch era nel campo, come aveti odito;
Ma detto gli fu poi da quella gente
Come il ladro l'annel tolse de dito
E fuggitte alla ripa prestamente,
E fu impossibil de averlo seguito,
Perch se era gettato gi del sasso,
S che egli era affocato al fiume basso.

Il re diceva: - Se Macon mi vaglia,
Che costui non deve esser affocato
(Cos foss'egli!), perch alla battaglia
Il mio destrier di sotto m'ha robbato,
E fuggito ne  via per la prataglia.
Bench Marfisa l'abbia seguitato,
Non ser preso, e ben lo so di certo,
Ch del destrier ch'egli ha ne sono esperto. -

Mentre che tra costor se ragionava,
E 'l dir de l'una cosa l'altra spiana,
Colui che in guarda a l'alta rocca stava,
- A l'arme! - crida, e suona la campana;
E d risposta a chi lo dimandava,
Che una gran gente ariva in su la piana,
Con tante insegne grande e piccoline,
Che ne stupisce e non ne vede il fine.

Or questa gente che l gi vena,
Perch sappiati il fatto ben certano,
Venuta  tutta quanta de Turchia
(Qua la conduce il forte Caramano):
Ducento millia e pi quella zinia,
Che con gran cridi se accampa nel piano.
Torindo questa gente fa venire,
Ch vl vedere Angelica perire.

Sono accampati sopra alla pianura,
E ciascadun giurando se destina
Mai non partirse, che di quella altura
Ver la rocca al basso con roina.
Angelica tremava di paura
Veggendosi diserta la meschina,
Ch il campo de' nemici  s cresciuto;
Lei de alcuno altro non aspetta aiuto.

Or si va di quel tempo racordando
Che la soccorse il franco paladino
Con tanti bon guerreri, io dico Orlando,
Che avea mandato a quel falso giardino;
La fortuna e se stessa biastemando,
E l'amor de Ranaldo e il rio destino,
Qual l'ha tanto infiammata e tanto accesa,
Che gli ha tolto ogni aiuto e ogni diffesa.

Sol seco  Sacripante, il bon guerriero,
Ma questo alla battaglia non uscia,
Poi che perduto aveva quel destriero
Che contra di Marfisa il mantenia,
E stava del suo regno in gran pensiero,
Che avea perduto, e in gran malenconia;
Ma pi pena sentiva e pi dolore
Veggendo quella dama in tanto errore.

Del destriero e del regno che  perduto
Non avrebbe quel re doglia n cura,
Pur che potesse dare alcuno aiuto
A quella dama che  in tanta paura.
Il castel per tre mesi  proveduto
Di vittualia dentro a l'alte mura;
Prima adunque che 'l tempo sia finito,
Bisogno  di pigliare altro partito.

Venne in consiglio lo re Galafrone
Col re circasso e sua figlia soprana.
Disse quel vecchio: - Oditi una ragione,
Ch ogni altra di soccorso mi par vana.
Un mio parente tiene la regione
Di l da l'India, detta Sericana,
E lui Gradasso si fa nominare,
Qual di prodezza al mondo non ha pare.

Settanta dui reami in sua possanza
Ha conquistato con la sua persona,
E vinto ha tutto il mare e Spagna e Franza;
Per lo universo il suo nome risuona.
Ora di novo per molta arroganza
Ha tolto dal suo capo la corona,
Ed ha giurato mai non la portare
Se non compisce quel ch'egli ha da fare.

Perch al tempo passato, alora quando
Vinse la Franza e prese Carlo Mano,
Quel gli promise de mandare un brando
Che al mondo non  un altro pi soprano,
Qual era de un baron che ha nome Orlando.
Ora ha aspettato molto tempo in vano,
Onde destina tornare in Ponente,
E prender Carlo e tutta la sua gente.

E dentro alla citt di Druantuna,
Che  la sua sedia antiqua e stabilita,
Per far passaggio gran gente raduna;
E, secondo che intendo per odita,
Tanta non ne fui mai sotto la luna
Un'altra fiata ad arme insieme unita;
Bench reputo quella gente a cianza,
Dico a rispetto de la sua possanza.

S che a camparci de man di Marfisa,
Questo serebbe lo ottimo rimedio;
Ma non ritrovo il modo n la guisa
A far sapere a lui di questo assedio;
Ch'io so che lui verrebbe alla recisa,
N mai mi lasciarebbe in tanto attedio:
Ma non so trovar modo n vedere
Che questa cosa gli faccia asapere. -

Seguiva Galafron con questo dire
A Sacripante voltando le ciglia:
- Tu sei, figliolo, uno omo di alto ardire,
E tanto amor mi porti ed a mia figlia,
Che tu sei posto pi volte a morire,
N Mandricardo, che 'l tuo regno piglia,
N il tuo caro Olibandro, che hai perduto,
Mai ti puote distor dal nostro aiuto.

Dio faccia che una volta meritare
Possiamo te con degno guidardone,
Ben ch'io non credo mai poterlo fare;
Ma ci che abbiamo e le proprie persone
Seran disposte nel tuo comandare.
Ci te giuro a la fede di Macone,
Che la mia figlia e tutto il regno mio
Seran disposti sempre al tuo desio.

Ma questo proferirti fia perduto,
Ch ser il regno e noi seco diserti,
Se non trovamo a qualche modo aiuto;
Ed io che tutti quanti li aggio esperti
E lungamente ho il fatto proveduto
E i soccorsi palesi e li coperti,
Dico che siamo a l'ultimo perire,
Se 'l re Gradasso non se fa venire.

S che, figlio mio caro, io te scongiuro
Per nostro amore e tua virt soprana,
Che non ti para questo fatto duro
Di ritrovar Gradasso in Sericana;
E questa sera, come il cel sia scuro,
Potrai callar nell'oste in su la piana,
Ch quella gente ne stima s poco,
Che non fa guarda al campo in verun loco. -

Sacripante non fie' molte parole,
Come colui che ha voglia de servire,
E de altro nella mente non si dole,
Se non che presto non si pu partire;
Ma come a ponto fu nascoso il sole,
E cominciosse il celo ad oscurire,
Iscognosciuto, come peregrino,
Per mezo l'oste prese il suo camino.

N mai sopra di lui fu riguardato;
Va di gran passo e porta il suo bordone,
Ma sotto la schiavina  bene armato
Di bona piastra, ed ha il brando al gallone.
Rimase Galafrone assedato
Con la sua figlia nel forte girone;
E Sacripante, che de andare ha cura,
Trov nel suo vaggio alta ventura.

Questa odirete, come l'altre cose
Che insieme tutte quante sono agionte.
E seran ben delle meravigliose,
Perch fu in India al Sasso della Fonte;
Ma primamente, gente dilettose,
Io ve vor contar di Rodamonte:
Di Rodamonte vo' contarvi in prima,
Che una vil foglia il suo Macon non stima,

E meno ancor s'accosta ad altra fede:
Tien per suo Dio l'ardire e la possanza,
E non vle adorar quel che non vede.
Questo superbo, che ha tanta arroganza,
Pigliar soletto tutto il mondo crede,
Ed al presente vl passar in Franza,
E prenderla in tre giorni si d vanto,
Come odirete dir ne l'altro canto.

Canto sesto

Convienmi alciare al mio canto la voce,
E versi pi superbi ritrovare;
Convien ch'io meni l'arco pi veloce
Sopra alla lira, perch'io vo' contare
De un giovane tanto aspro e s feroce,
Che quasi prese il mondo a disertare:
Rodamonte fu questo, lo arrogante,
Di cui parlato ve ho pi volte avante.

Alla cit d'Algeri io lo lasciai,
Che di passare in Franza se destina,
E seco del suo regno ha gente assai:
Tutta  alloggiata a canto alla marina.
A lui non par quella ora veder mai
Che pona il mondo a foco ed a roina,
E biastema chi fece il mare e il vento,
Poi che passar non puote al suo talento.

Pi de un mese di tempo avea gi perso
De quindi in Sarza, che  terra lontana,
E poi che  gionto, egli ha vento diverso,
Sempre Greco o Maestro o Tramontana;
Ma lui destina o ver di esser sumerso,
O ver passare in terra cristana,
Dicendo a' marinari ed al patrone
Che vl passare, o voglia il vento, o none.

- Soffia, vento, - dicea - se sai soffiare,
Ch questa notte pure ne vo' gire;
Io non son tuo vassallo e non del mare,
Che me possiati a forza retenire;
Solo Agramante mi pu comandare,
Ed io contento son de l'obidire:
Sol de obedire a lui sempre mi piace,
Perch  guerrero, e mai non am pace. -

Cos dicendo chiam un suo parone
Che  di Moroco ed  tutto canuto;
Scombrano chiamato era quel vecchione,
Esperto di quella arte e proveduto.
Rodamonte dicea: - Per qual cagione
M'hai tu qua tanto tempo ritenuto?
Gi son sei giorni, a te forse par poco,
Ma sei Provenze avria gi posto in foco.

S che provedi alla sera presente
Che queste nave sian poste a passaggio,
N volere esser pi di me prudente,
Ch, s'io me anego, mio ser il dannaggio;
E se perisce tutta l'altra gente,
Questo  il minor pensier che nel core aggio,
Perch, quando io ser del mare in fondo,
Voria tirarmi adosso tutto il mondo. -

Rispose a lui Scombrano: - Alto segnore,
Alla partita abbiam contrario vento;
Il mare  grosso e vien sempre maggiore.
Ma io prendo de altri segni pi spavento,
Ch il sol callando perse il suo vigore,
E dentro a i novaloni ha il lume spento;
Or si fa rossa or pallida la luna,
Che senza dubbio  segno di fortuna.

La fulicetta, che nel mar non resta,
Ma sopra al sciutto gioca ne l'arena,
E le gavine che ho sopra alla testa,
E quello alto aeron che io vedo apena,
Mi dnno annunzio certo di tempesta;
Ma pi il delfin, che tanto se dimena,
Di qua di l saltando in ogni lato,
Dice che il mare al fondo  conturbato.

E noi se partiremo al celo oscuro,
Poi che ti piace; ed io ben vedo aperto
Che siamo morti, e de ci te assicuro;
E tanto di questa arte io sono esperto,
Che alla mia fede te prometto e giuro,
Quando proprio Macon mi fsse certo
Ch'io non restassi in cotal modo morto,
"Va tu, - direbbi - ch'io mi resto in porto."-

Diceva Rodamonte: - O morto o vivo,
Ad ogni modo io voglio oltra passare,
E se con questo spirto in Franza arivo,
Tutta in tre giorni la voglio pigliare;
E se io vi giongo ancor di vita privo,
Io credo per tal modo spaventare,
Morto come io ser, tutta la gente,
Che fuggiranno, ed io ser vincente. -

Cos de Algeri usc del porto fuore
Il gran naviglio con le vele a l'orza;
Maestro alor del mare era segnore,
Ma Greco a poco a poco se rinforza;
In ciascaduna nave  gran romore,
Ch in un momento convien che si torza:
Ma Tramontana e Libezzo ad un tratto
Urtarno il mare insieme a rio baratto.

Allor se cominciarno e cridi a odire,
E l'orribil stridor delle ritorte;
Il mar cominci negro ad apparire,
E lui e il celo avean color di morte;
Grandine e pioggia comincia a venire,
Or questo vento or quel si fa pi forte;
Qua par che l'unda al cel vada di sopra,
L che la terra al fondo se discopra.

Eran quei legni di gran gente pieni,
De vittuaglia, de arme e de destrieri,
S che al tranquillo e ne' tempi sereni
Di bon governo avean molto mestieri;
Or non vi  luce fuor che di baleni,
N se ode altro che troni e venti fieri,
E la nave  percossa in ogni banda:
Nullo  obedito, e ciascadun comanda.

Sol Rodamonte non  sbigotito,
Ma sempre de aiutarse si procaccia;
Ad ogni estremo caso egli  pi ardito,
Ora tira le corde, or le dislaccia;
A gran voce comanda ed  obedito,
Perch getta nel mare e non minaccia;
Il cel profonda in acqua a gran tempesta,
Lui sta di sopra e cosa non ha in testa.

Le chiome intorno se gli odan suonare,
Che erano apprese de l'acqua gelata;
Lui non mostrava de ci pi curare,
Come fusse alla ciambra ben serrata.
Il suo naviglio  sparso per il mare,
Che insieme era venuto di brigata,
Ma non puote durare a quella prova:
Dov' una nave, l'altra non si trova.

Lasciamo Rodamonte in questo mare,
Che dentro vi  condutto a tal partito:
Ben presto il tutto vi vor contare;
Ma perch abbiati il fatto ben compito,
Di Carlo Mano mi convien narrare,
Che avea questo passaggio presentito,
E bench poco ne tema o nente,
Avea chiamata in corte la sua gente.

E disse a lor: - Segnori, io aggio nova
Che guerra ci vuol fare il re Agramante.
N lo spaventa la dolente prova,
Ove fur morte de sue gente tante;
N par che dalla impresa lo rimova
L'esempio de suo patre e de Agolante,
Che morti fur da noi con vigoria:
Or ne viene esso a fargli compagnia.

Ma pure in ogni forma ce bisogna
Guarnir per tutto il regno a bona scorta,
Perch, oltra al vituperio e alla vergogna,
La trista guarda spesso danno porta.
Costor verranno o per terra in Guascogna,
O per mare in Provenza, o ad Acquamorta,
E per voglio che con gente armata
Ogni frontiera sia chiusa e guardata. -

Poi che ebbe detto, chiama il duca Amone,
Ed a lui disse: - Poi che se ne  andato
Quel tuo figliol, che fu sempre un giottone,
Farai che Montealban sia ben guardato.
Manda tua gente fore a ogni cantone,
E fa che incontinente io sia avisato
Ci che se faccia in terra ed in marina
Per tutta Spagna, dove te confina.

L son toi figli; ogniuno  bon guerrero,
S che non te bisogna una gran gente;
Se pure aiuto te far mestiero,
Io commetto ad Ivone, il tuo parente,
E qui presente impono ad Angelero
Che ciascadun te sia tanto obediente
Come proprio serano a mia persona,
Sotto a l'oltraggio di questa corona.

Cos Guielmo, il sir de Rosiglione,
Ed Ariccardo, quel di Perpignano,
Con tutte le sue gente e sue persone
Vengano ad aloggiare a Montealbano. -
Di questo non si fece pi sermone;
Lo imperator, rivolto a l'altra mano,
Disse: - Segnori, or con pi providenza
Convien guardarsi il mar verso Provenza.

Per voglio che il duca de Bavera
Di quella regone abbia la impresa:
In mare, in terra tutta la rivera
Contra questi Africani abbia diffesa.
Bench sia cosa facile e leggiera
Vetare a' Saracin la prima scesa,
La gran fatica fia de indovinare
Il loco a ponto ove abbino a smontare.

Per questo voglio che con seco mena
Tutti quattro i suoi figli a quel riparo,
Ed oltra a questi il conte de Lorena,
Dico Ansuardo, il mio paladin caro,
E Bradiamante, la dama serena,
Ch di Ranaldo vi  poco divaro
Di ardire e forza a questa sua germana;
Cos Dio sempre me la guardi sana!

Ed Amerigo, duca di Savoglia,
E Guido il Borgognon vada in persona,
E la sua gesta seco si raccoglia
Roberto de Asti e Bovo de Dozona.
Chi non obedir, sia chi si voglia,
Ser posto ribello alla corona.
Ora, Naimo mio caro, intendi bene:
Tenire aperti gli occhi ti conviene.

In molte parte te convien guardare
Per non essere accolto allo improviso,
Ch, stu li lasci a terra dismontare,
Non andar la cosa pi da riso.
Tien la vedetta per terra e per mare,
E fa che de ogni cosa io n'abbia aviso,
Ch'io star sempre in campo proveduto
A dare, ove bisogni, presto aiuto. -

Fu in cotal forma il consiglio fermato,
S come avea disposto Carlo Mano,
E ciascadun da lui tolse combiato,
Ed and il duca Amone a Montealbano,
Da molti bon guerreri accompagnato;
E il duca Naimo per monte e per piano,
Con pedoni e cavalli in quantitade,
Gionse in Marsiglia dentro alla citade.

Trenta migliara avea de cavallieri,
Ed ha vinti migliara de pedoni;
E tra lor cominciarno a far pensieri
Qual terra ciascadun de quei baroni
Tenesse al suo governo volentieri;
N gi vi fr tra lor contenzoni,
Ma ciascun, come a Naimo fu in talento,
Prese la guarda e rimase contento.

Torniamo a Rodamonte, che nel mare
Ha gran travaglia contra alla fortuna;
La notte  scura e lume non appare
De alcuna stella, e manco della luna.
Altro non se ode che legni spezzare
L'un contra a l'altro per quella onda bruna,
Con gran spaventi e con alto romore:
Grandine e pioggia cade con furore.

Il mar se rompe insieme a gran ruina,
E 'l vento pi terribile e diverso
Cresce d'ognor e mai non se raffina,
Come volesse il mondo aver somerso.
Non sa che farsi la gente tapina,
Ogni parone e marinaro  perso;
Ciascuno  morto e non sa che si faccia:
Sol Rodamonte  quel che al cel minaccia.

Gli altri fan voti con molte preghiere,
Ma lui minaccia al mondo e la natura,
E dice contra Dio parole altiere
Da spaventare ogni anima sicura.
Tre giorni con le notte tutte intiere
Sterno abattuti in tal disaventura,
Che non videro al cielo aria serena,
Ma instabil vento e pioggia con gran pena.

Al quarto giorno fu maggior periglio,
Ch stato tal fortuna ancor non era,
Perch una parte di quel gran naviglio
Condotta  sotto Monaco in rivera.
Quivi non vale aiuto n consiglio;
Il vento e la tempesta ognior pi fiera
Ne l'aspra rocca e nel cavato sasso
Batte a traverso e legni a gran fracasso.

Oltra di questo tutti e paesani,
Che cognobber l'armata saracina,
Cridando: - Adosso! adosso a questi cani! -
Callarno tutti quanti alla marina,
E ne' navigli non molto lontani
Foco e gran pietre gettan con roina,
Dardi e sagette con pegola accesa;
Ma Rodamonte fa molta diffesa.

Nella sua nave alla prora davante
Sta quel superbo, e indosso ha l'armatura,
E sopra a lui piovean saette tante
E dardi e pietre grosse oltra a misura,
Che sol dal peso avrian morto un gigante;
Ma quel feroce, che  senza paura,
Vl che 'l naviglio vada, o male o bene,
A dare in terra con le vele piene.

Aveano e suoi di lui tanto spavento,
Che ciascaduno a gran furia se mosse,
Ed ogni nave al suo comandamento
Sopra alla spiagia alla prora percosse.
Traeva Mezod terribil vento
Con spessa pioggia e con grandine grosse;
Altro non se ode che nave strusire
Ed alti cridi e pianti da morire.

Di qua di l per l'acqua quei pagani
Con l'arme indosso son per anegare,
E gettan frezze e dardi in colpi vani;
Mai non li lascia quella unda fermare.
In terra stanno armati e paesani,
N li concedon ponto a vicinare,
E di Monico usc, che pi non tarda,
Conte Arcimbaldo e la gente lombarda.

Questo Arcimbaldo  conte di Cremona,
E del re Desiderio egli era figlio;
Gagliardo a meraviglia di persona,
Scaltrito, e della guerra ha bon consiglio.
Costui la rocca a Monico abandona
Sopra un destrier coperto di vermiglio,
E con gran gente calla alla riviera,
Ove apizzata  la battaglia fiera.

A Monico il suo patre l'ha mandato,
Ch' sopra alle confine di Provenza,
Perch intenda le cose in ogni lato,
E dlli avviso in ciascuna occorrenza.
Il re dentro a Savona era fermato,
Dov'ha condutta tutta sua potenza
Con bella gente per terra e per mare,
Ch ad Agramante il passo vl vetare.

Ora Arcimbaldo con molti guerrieri,
Come io vi dico, sopra al mar discese,
E fie' tre schiere de' suoi cavallieri,
E sopra al litto aperto le distese.
Esso con soi pedoni e ballestrieri
And in soccorso a questi del paese,
Dove  battaglia orribile e diversa,
Bench l'armata sia rotta e somersa.

Ch Rodamonte, orrenda creatura,
Fa pi lui sol che tutta l'altra gente;
Egli  ne l'acqua fino alla centura,
Adosso ha dardi e sassi e foco ardente.
Ciascaduno ha di lui tanta paura,
Che non se gli avicina per nente,
Ma da largo cridando con gran voce
Con lancie e frizze quanto pu li nce.

Esso rassembra in mezo al mar un scoglio,
E con gran passo alla terra ne viene,
E per molta superbia e per orgoglio
Dove  pi dirupato il camin tiene.
Or, bei Segnori, io gi non vi distoglio
Ch'e Cristan non se adoprassen bene;
Ma non vi fo remedio a quella guerra:
Al lor dispetto lui discese in terra.

Dietro vi viene di sua gente molta,
Che da le nave e da i legni spezzati
Mezo somersa insieme era ricolta,
A bench molti ne erano affondati,
Ch non ne camp il terzo a questa volta;
E questi che alla terra eno arivati,
Son sbalorditi s dalla fortuna,
Che non san s'egli  giorno o notte bruna.

Ma tanto  forte il figlio de Uleno,
Che tutta la sua gente tien diffesa,
Come fu gionto asciutto nel terreno,
E comincia dapresso la contesa;
Tra' Cristan facea n pi n meno
Che faccia il foco nella paglia accesa,
Con colpi s terribili e diversi
Che in poco d'ora quei pedon dispersi.

In quel tempo Arcimbaldo era tornato,
Per condur sopra al litto e cavallieri,
E gi callava in ordine avisato,
Come colui che sa questi mestieri.
Ogni penone al vento  dispiegato,
Di qua di l se alciarno e cridi fieri;
Il conte di Cremona avanti passa,
Ver Rodamonte la sua lancia abassa.

Fermo in due piedi aspetta lo Africante;
Arcimbaldo lo giunse a mezo il scudo,
E non lo mosse ove tena le piante,
Bench fu il colpo smisurato e crudo;
Ma il Saracin, che ha forza de gigante,
E teneva a due mane il brando nudo,
Ferisce lui d'un colpo s diverso,
Che tagli tutto il scudo per traverso.

N ancor per questo il brando se arrestava,
Bench abbia quel gran scudo dissipato,
Ma piastra e maglia alla terra menava,
E fecegli gran piaga nel costato.
Certo Arcimbaldo alla terra n'andava,
Se non che da sua gente fu aiutato,
E fu portato a Monico alla rocca,
Come se dice con la morte in bocca.

Tutti quei paesani e ogni pedone
Fr da' barbari occisi in su l'arena,
Che eran sei miglia e seicento persone:
Non ne campr quarantacinque apena.
Li cavallier fuggr tutti al girone:
Non dimandar s'ogniom le gambe mena;
Ma se quei saracini avean destrieri,
Perian con gli altri insieme e cavallieri.

Sino al castel fu a lor data la caccia,
Poi gi callarno quei pagani al mare,
Il quale era tornato ora a bonaccia:
Qua Rodamonte li fece aloggiare.
Ciascun de aver la robba se procaccia
Che somersa da l'onde al litto appare;
Tavole e casse ed ogni guarnimento
Sopra a quella acqua va gettando il vento.

Fr le sue nave intra grosse e minute
Che se partr de Algier cento novanta;
Meglio guarnite mai non fr vedute
Di bella gente e vittuaglia tanta;
Ma pi che le due parte eran perdute,
N se atrovarno a Monico sessanta;
E queste pi non son da pace o guerra,
Ch 'l pi de loro avean percosso in terra.

Morti eran tutti quanti e lor destrieri,
E perduta ogni robba e vittuaglia;
Rodamonte al tornar non fa pensieri,
N stima tutto il danno una vil paglia.
Va confortando intorno e suoi guerreri
Dicendo: - Compagnoni, or non vi incaglia
Di quel che tolto ce ha fortuna o mare,
Ch per un perso, mille io vi vuo' dare.

E quivi non farem lungo dimoro,
Ch povra gente son questi villani.
Io vo' condurvi dove  il gran tesoro,
Gi nella ricca Francia a i grassi piani.
Tutti portano al collo un cerchio d'oro,
Come vedreti, questi fraudi cani,
S che del perso non vi dati lagno,
Ch noi siam gionti al loco del guadagno. -

Cos la gente sua va confortando
Re Rodamonte con parlare ardito;
Questo e quello altro per nome chiamando,
Gli invita a riposar sopra a quel lito.
Or de Arcimbaldo vi verr contando,
Che nel castel di Monico  fuggito,
Rotto e sconfitto ed a morte piagato,
Come di sopra a ponto io ve ho contato.

Come alla rocca fu dentro alle mura,
Al patre un messaggiero ebbe mandato,
Che gli contasse di questa sciagura
El fatto tutto, come era passato.
De avvisar Naimo ancora ha preso cura,
Qual gi dentro a Marsilia era arivato,
E mand ad esso un altro messaggiero,
Che gli raconta il fatto tutto intero.

Re Desiderio fu molto dolente,
Quando egli intese la novella fiera;
Uscitte de Savona incontinente,
Spiegando al vento sua real bandiera;
A Monico ne vien con la sua gente.
Da l'altra parte il duca di Bavera
Si mosse di Marsilia con gran fretta,
Per far de' Saracini aspra vendetta.

Ciascuna schiera a gran furia camina,
Dico Francesi e gente italana,
E l'una vidde l'altra una matina
Da due vallette non molto lontana.
In mezo  Rodamonte alla marina,
Dove accampata ha sua gente africana.
Quel forte saracin dal crudo guardo
Vidde nel monte gionto il re lombardo,

Con tante lancie e con tante bandiere
Che una selva de abeti se mostrava;
Tutta coperta di piastre e lamiere
La bella gente il poggio alluminava.
Cridando Rodamonte in voce altiere
Chiama sua gente e l'armi dimandava,
E in un momento fu tutto guarnito
Di piastra e maglia il giovanetto ardito.

Fuor salta a piedi, e non avea destriero,
Ch per fortuna l'ha perso nel mare.
Or se leva a sue spalle il crido fiero
Per l'altra gente che nel poggio appare,
Io dico Naimo, Ottone e Belengiero,
Che d'altra parte vengono arivare,
Roberto de Asti e 'l conte di Lorena
Con Bradamante, che la schiera mena.

Avanti a gli altri vien quella donzella,
E bene al suo german tutta assomiglia;
Proprio assembra Ranaldo in su la sella,
E di bellezza  piena a meraviglia.
Costei mena la schiera a gran flagella;
Ma Rodamonte, levando le ciglia,
Gionta la gente vede in ogni lato,
Che quasi intorno l'ha chiuso e serrato.

A' suoi rivolto con la faccia oscura,
Disse: - Prendeti qual schiera vi piace,
O questa o quella, ch'io non ne do cura;
L'altra soletto, per lo Dio verace,
Voglio mandare in pezzi alla pianura. -
Cos parlava quel giovane audace,
Ma la sua gente, che ha per lui gran core,
Verso e Lombardi  mossa con furore.

Trombe e tamburi a un tratto e cridi altieri
Oditi frno intorno ad ogni lato;
Re Desiderio e' soi bon cavallieri
Mena a roina il popol rinegato;
A bench e Saracin eran s fieri
Per la prodezza del suo re appregiato,
Che, ancor che fusser de' Lombardi meno,
Perdiano a palmo a palmo il suo terreno.

Ma in questo loco  la battaglia zanza,
Dico a rispetto de l'altra vicina,
Dove contra ai baron che eran di Franza
Combatte Rodamonte a gran roina.
Costui ben certo di prodezza avanza
Quanta fr mai di gente saracina;
In guerra non fu mai tanto fraccasso,
Per contar lo voglio a passo a passo.

Il duca Naimo, che  saggio e prudente,
Come vede e nemici alla pianura,
Ferm sopra del monte la sua gente,
E divisela in terzo per misura.
La schiera che vena primeramente,
Fu Bradiamante, ch' senza paura;
La figliola de Amon, quella rubesta,
Vena spronando con la lancia a resta.

E seco al paro il conte de Lorena,
Ci fu Ansuardo, de battaglia esperto,
Che gi callando gran tempesta mena,
E 'l conte de Asti, quel franco Roberto.
Questa  la prima schiera, che  ben piena:
Sedeci millia e pi son per il certo.
Poi mosse la seconda con gran crido,
Sotto il duca Americo e il duca Guido.

L'un di Savoia e l'altro  di Bergogna,
Ciascadun d'essi ha pi franca persona.
Contarvi e capitani mi bisogna:
Con loro  gionto Bovo di Dozona;
Per fare a' Saracini onta e vergogna,
Questa schiera seconda s'abandona;
La terza guida Naimo il bon vecchione,
E Avorio e Avino e Belengiero e Ottone.

Il padre e' quatro figli a questa schiera
Son posti di quel campo al retroguardo,
Con tutta la sua gente di Baviera.
Ora tornamo al saracin gagliardo,
Che non avea stendardo n bandiera,
Ma tutto solo a mover non fu tardo
Contra alla gente che il monte discende;
Solo ed a piede la battaglia prende.

Piacciavi, bei segnor, di ritornare
Ad ascoltar la zuffa che io vo' dire,
Ch se mai prove odesti racontare
E colpi orrendi e diverso ferire,
E gente rotte a terra trabuccare,
Tutto  nente a quel ch'io vo' seguire.
Nel fin del canto torner ad Orlando:
Adio, segnori; a voi mi racomando.

Canto settimo

Non fu, signor, contato pi giamai
Battaglia s diversa e tanto orribile,
Perch, come di sopra io vi contai,
Rodamonte di Sarza, quel terribile,
Contra de Naimo, che avea gente assai,
Solo  afrontato, che  cosa incredibile;
Ma Turpin, che dal ver non se diparte,
Per fatto certo il scrisse alle sue carte.

N so se 'l fu piacer del celo eterno
Donar tanta prodezza ad un Pagano,
O se 'l demonio, uscito dell'inferno,
Combattesse per lui quel giorno al piano;
E' pose nostra gente in tal squaderno,
Che non fu data, al ricordare umano,
Cotal sconfitta a nostra gente santa,
Quale in quel giorno che il mio dir vi canta.

Tutte le schiere, come io ve ho contato,
Gi della costa son callate al basso;
Da l'altra parte Rodamonte armato
Ha fesa la battaglia a gran fraccasso.
La nostra gente come erba di prato
Taglia a traverso e manda morta al basso;
Pedoni e cavallier, debili e forti
L'un sopra a l'altro van spezzati e morti.

Sempre ferendo va quello africante
Dritti e roversi, e cridando minaccia;
Egli ha i nemici di dietro e davante,
Ma lui col brando se fa ben far piaccia.
Ecco gionta alla zuffa Bradamante,
Quella donzella ch' di bona raccia;
Come flgor del cielo, o ver saetta,
Ver Rodamonte la sua lancia assetta.

Dal lato manco il gionse nel traverso
E pass il scudo questa dama ardita,
E quasi a terra lo mand riverso,
Bench non fece a quel colpo ferita;
Ch 'l saracin, che fu tanto diverso,
Ed avea forza incredibile e infinita,
Portava sempre alla battaglia indosso
Un cor di serpe, mezo palmo grosso.

Ma non di manco pur fo per cadere,
Come io ve dissi, per quella incontrata,
Quando la dama che ha tanto potere
Lo fer al fianco con lancia arrestata;
Tutta la gente che l'ebbe a vedere,
Lev gran crido e voce smisurata;
N gi per questo al pagan se avicina,
Ma sol cridando aiuta la fantina.

Lei gi rivolto ha il suo destrier coperto,
E torna adosso a quel saracin crudo.
Or fuor de schiera usc il conte Roberto
E fer Rodamonte sopra il scudo,
Ed Ansuardo de battaglia esperto,
Egli sprona anco adosso a brando nudo;
Onde la gente, che ha ripreso core,
Tutta se mosse insieme a gran furore,

- Adosso! adosso! - ciascadun cridando,
Con sassi e lancie e dardi oltra misura.
Rideva il saracin questo mirando,
Come colui che fu senza paura;
Mena a traverso il furoso brando,
E gionse proprio a loco di cintura
Quello Ansuardo, conte di Lorena,
E morto a terra il pose con gran pena.

Mezo alla terra e mezo nell'arcione
Rimase il busto di quel paladino:
Non fu mai vista tal destruzone.
A Brandimante mena il saracino;
Lei non accolse, ma gionse il ronzone,
Che era coperto de usbergo acciarino;
Non giova usbergo n piastra n maglia,
Ch col e spalle a quel colpo li taglia.

Onde rimase a terra la donzella,
Ch 'l suo destriero  in duo pezi partito.
Adosso a gli altri il saracin martella;
Roberto, il conte de Asti, ebbe cernito:
De un colpo il fende insino in su la sella.
Alor fu ciascaduno sbigotito,
Mirando il colpo di tanta tempesta:
Chi pu fuggire, in quel campo non resta.

Rimase, com'io dico, Brandimante
Col destrier morto adosso in su l'arena
Tra quelle genti occise, che eran tante,
Che pi morta che viva era con pena.
E Rodamonte, busto de gigante,
Col brando tutto il resto a morte mena;
Sempre alla folta in mezzo  il gran pagano,
E manda pezzi da ogni banda al piano.

Pezzi de omini armati e de destrieri
Da ciascun canto in su la terra manda:
Contarvi e colpi non vi fa mestieri,
N quanto sangue per terra si spanda.
Vanno a fraccasso e nostri cavallieri,
Ciascun fuggendo a Dio si racomanda;
Ed a dir presto e ben la cosa intera,
Tutta a roina  gi la prima schiera.

E gionto  quel pagano alla seconda,
E rinovata  qui l'aspra battaglia,
Ch gente sopra a gente pi ve abonda,
E fatto ha intorno al saracin serraglia;
Ma lui col brando tutti li profonda,
E men gli stima che un covon de paglia.
Il duca Naimo, che ogni cosa vede,
Per la gran doglia di morir se crede.

- Segnor del cel, - dicea - se alcun peccato
Contra de noi la tua iustizia inchina,
Non dar l'onore a questo rinegato,
Che cos strazia tua gente meschina! -
Questo dicendo, un messo ebbe mandato,
Che racontasse a Carlo la roina
Che era incontrata, e dimandasse aiuto,
Bench se tenga ormai morto e perduto,

Poi che 'l pagano ha s franca persona,
Che non trova riparo a sua possanza.
Ecco scontrato ha Bovo de Dozona,
E tutto feso l'ha fin nella panza.
Sua gente morto in terra lo abandona,
E ciascadun che avea prima baldanza,
Veggendo il colpo orrendo oltra al dovere,
Volta le spalle e fugge a pi potere.

Ma sempre a loro  in mezo il pagan fiero:
Tutti li occide senza alcun riguardo.
Chi fugge a piede, e chi fugge a destriero,
Ma nanti al saracin ciascuno  tardo,
Ch Rodamonte  s presto e legiero,
Che al corso avea pi volte gionto un pardo.
Non vi giova fuggire e non diffesa:
Tutti li manda morti alla distesa.

Come al decembre il vento che s'invoglia,
Quando comincia prima la freddura:
L'arbor se sfronda e non vi riman foglia;
Cos van spessi e morti a la pianura.
Ecco Americo, il duca di Savoglia,
Ch' rivoltato in sua mala ventura,
E gionse a mezo il petto lo Africano,
Roppe sua lancia, e fu quel colpo vano;

Ch a lui fer il pagan sopra la testa,
E tutto il parte insin sotto al gallone.
Or fugge ciascaduno e non se arresta;
Mai non se vidde tal confusone.
Il duca Naimo una grossa asta arresta,
E move la sua schiera il bon vecchione,
E seco ha quattro figli, ogniom pi fiero,
Avino, Avorio, Ottone e Belengiero.

Cresce la zuffa e il crido se rinova,
E levasi il rumore e 'l gran polvino.
Primeramente Avorio il pagan trova,
E ben rompe sua lancia il paladino;
Ma Rodamonte sta fermo alla prova,
E non se piega il forte saracino;
E similmente nel colpir de Ottone
Stette in duo piedi saldo al parangone.

L'un dopo l'altro Avino e Belengero
A lui feriano adosso arditamente,
E scontr Naimo ancora, il buon guerriero;
Ma, come gli altri, pur fece nente.
Al quinto colpo quel saracin fiero
Alci la faccia a guisa de serpente;
Crollando il capo disse: - Via, canaglia!
Ch tutti non valeti un fil di paglia. -

N pi parole; ma del brando mena,
E gionse nella testa al franco Ottone.
Come a Dio piacque e sua Matre serena,
Voltosse il brando e colse de piattone,
E fo quel colpo di cotanta pena,
Che tramortito lo trasse d'arzone;
N sopra a questo il saracin se arresta,
Ma d tra gli altri e mena gran tempesta.

E misse a terra duo de quei gagliardi,
Avorio e Belengier, feriti a morte;
E gli altri tutti, e nobili e codardi,
Seriano occisi da quel pagan forte,
Se Desiderio e' suoi franchi Lombardi
Non avesser turbata quella sorte,
Perch a quel tempo con sua gente scorta
La ria canaglia avea sconfitta e morta;

E gionto era alle spalle al saracino,
Che ronando gli altri avanti caccia
E gi per terra avea disteso Avino,
Ferito crudelmente nella faccia.
Come un gran vento nel litto marino
Leva l'arena e il campo avanti spaccia,
Cos quel crudo con la spada in mano
Tutta la gente manda morta al piano.

Per l'aria van balzando maglie e scudi,
Ed elmi pien di teste, e braccie armate,
Ma bench taglia come corpi nudi
Sbergi e lameri e le piastre ferrate,
Pur rivoltava spesso gli occhi crudi
Alle sue gente rotte e dissipate,
E tutta via mirando alla sua schiera,
Facea battaglia avanti orrenda e fiera.

Quale il forte leone alla foresta,
Che sente alle sue spalle il cacciatore,
Squassando e crini e torzendo la testa
Mostra le zanne e rugge con terrore;
Tal Rodamonte, odendo la tempesta
Che faceano e Lombardi, e 'l gran furore
Della sua gente rotta e posta in caccia,
Rivolta a dietro la superba faccia.

Sua gente fugge, e chi pi pu sperona:
Beato se tena chi era il primiero.
Re Desiderio mai non li abandona,
Anci li caccia per stretto sentiero.
A lui davanti  il conte di Cremona,
Qual fu suo figlio e fu bon cavalliero,
Dico Arcimbaldo, e seco a mano a mano
Vien Rigonzone, il forte parmesano.

Era costui feroce oltra a misura,
Ma legier di cervel come una paglia;
O ver guarnito, o senza l'armatura,
Battendo gli occhi intrava alla battaglia;
N della vita n de onor si cura,
Ch sua ballestra non avea serraglia,
Dico, perch scoccava al primo tratto:
A dire in summa, el fu gagliardo e matto.

Or questi duo la gente saracina,
Dico Arcimbaldo insieme e Rigonzone,
Cacciano in rotta con molta roina.
Del re di Sarza in terra  'l confalone,
Ch'era vermiglio, e dentro una regina,
Quale avea posto il freno ad un leone:
Questa era Doralice de Granata,
Da Rodamonte pi che il core amata.

Per ritratta nella sua bandiera
La portava quel re cotanto atroce,
S naturale e proprio come ella era,
Che altro non li manca che la voce.
E lei mirando, alla battaglia fiera
Pi ritornava ardito e pi feroce,
Ch per tal guardo sua virt fioriva,
Come l'avesse avante a gli occhi viva.

Quando la vidde alla terra caduta,
Mai fu nella sua vita pi dolente;
La fiera faccia di color si muta,
Or bianca ne vien tutta, or foco ardente.
Se Dio per sua pietate non ce aiuta,
Perduto  Desiderio e la sua gente,
Perch il pagano ha furia s diversa,
Che nostra gente fia sconfitta e persa.

Questa battaglia tanto sterminata
Tutta per ponto vi verr contando,
Ma pi non ne vo' dire in questa fiata,
Perch tornar conviene al conte Orlando,
Quale era gionto al fiume della fata,
S come io vi lasciai alora quando
Con Falerina se pose a camino,
Poi che disfatto fu quel bel giardino:

Quel bel giardino ove era guardano
Il drago, il toro e l'asinello armato,
E quel gigante, che era ucciso in vano
Come di sopra vi fu racontato.
Tutto il disfece il senator romano,
Bench per arte fosse fabricato,
Ed alla dama poi dette perdono,
Per trar dal ponte quei che presi sono:

Quei cavallier, che presi erano al ponte
Dal vecchio ingannator, come io contai.
Quivi n'andava drittamente il conte,
Per trar cotanta gente di tal guai,
Via caminando per piani e per monte;
Con seco  Falerina sempre mai,
A piede, come lui, n pi n meno,
Ch non avean destrier n palafreno.

Perduto aveva il conte Brigliadoro,
Come sapiti, e insieme Durindana;
Or, cos andando a pi ciascun de loro,
Gionsero un giorno sopra alla fiumana,
Ove la falsa Fata del Tesoro
Avea ordinata quella cosa strana,
Pi strana e pi crudel che avesse il mondo,
Perch il fior de' baroni andasse al fondo.

Fu profondato quivi il fio de Amone,
Come di sopra odesti raccontare,
E seco Iroldo e l'altro compagnone,
Che ancor mi fa pietate a ricordare;
N dopo molto vi gionse Dudone,
Il qual vena questi altri a ricercare,
Ch comandato li avea Carlo Mano
Che trovi Orlando e il sir de Montealbano.

Caminando il baron senza paura,
Cercato ha quasi il mondo tutto quanto;
E, come volse la mala ventura,
Gionse a quel lago fatto per incanto,
Ove Aridano, orrenda creatura,
Cotanta gente avea condutta in pianto,
Perch ogni cavalliero e damigella
Getta nel lago la persona fella.

Cos fu preso e nel lago gettato
Dudone il franco, e non vi ebbe diffesa,
Perch Aridano in tal modo  fatato,
Che ciascadun che avea seco contesa,
Sei volte era di forza superchiato,
Onde veniva ogni persona presa;
Perch, se alcun baron ha ben possanza,
E lui sei tanta di poter lo avanza.

Tanta fortezza avea quel disperato
Che, come spesso se potea vedere,
Natava per quel lago tutto armato,
E tornava dal fondo a suo piacere;
E quando alcuno avesse profondato,
Gi se callava senz'altro temere,
E poi, notando per quella acqua scura,
Di lor portava a soma l'armatura.

E tanto era superbo ed arrogante,
Che delle gente occise e da lui prese
L'arme che avea spogliate tutte quante
A s d'intorno le tenea suspese;
Ma a tutte l'altre se vedea davante,
Sopra a un cipresso bene alto e palese,
La sopravesta e l'arme de Ranaldo,
Che avea spogliato il saracin ribaldo.

Or, come io dissi, in su questa riviera
Ne gionge il conte caminando a piede,
E Falerina sempre a canto gli era;
Ma quando quella dama il ponte vede,
Tutta se turba e cangia ne la ciera,
Biastemando Macone e chi li crede;
Poi dice: - Cavallier, con duol amaro
Tutti siam morti, e pi non c' riparo.

Questo voluto ha il perfido Apollino
(Cos poss'el cader dal celo al basso!)
Che ce ha guidato per questo camino,
Per ronarce a quel dolente passo.
Or, perch intendi, quivi  un malandrino
Che gi robbava ogniomo a gran fraccasso,
Crudele, omicidiale ed inumano,
E fu il suo nome, ed  ancora, Aridano.

Ma non avea possanza e non ardire,
Ch  de rio sangue e de gesta villana;
Or tanto  forte, e il perch ti vo' dire,
Ch cosa non fu mai cotanto strana.
Dentro a quel lago che vedi apparire,
Stavi una fata, che ha nome Morgana,
Qual per mala arte fabric gi un corno,
Che avria disfatto il mondo tutto intorno.

Perch qualunche il bel corno suonava,
Era condutto alla morte palese.
S lunga istoria dirti ora mi grava,
Come le gente fusser morte, o prese.
In poco tempo un barone arivava
(Il nome suo non so, n il suo paese):
Lui vinse e tori, il drago e la gran guerra
Di quella gente uscita della terra.

Quel cavallier, persona valorosa,
Cos disfece il tenebroso incanto,
Onde la fata vien s desdignosa
Che mai potesse alcun darsi tal vanto;
E fie' questa opra s meravigliosa,
Che, ricercando il mondo tutto quanto,
Non ser cavallier di tanto ardire,
Qual non convenga a quel ponte perire.

Ella si pensa che quel campone
Che suon il corno, quindi abbia a passare,
O ver che per ardir, come  ragione,
Venga questa aventura a ritrovare;
Cos l'aver morto, o ver pregione,
Ch omo del mondo non potria durare.
Per far perir quel cavallier Morgana
Fatto ha quel lago, il ponte e la fiumana.

E ricercando tutte le contrate
De uno om crudel, malvaggio e traditore,
Trov Arridano senza petate
Che gi la terra non avea peggiore,
E ben guarnito l'ha de arme affatate
E d'una maraviglia ancor maggiore,
Che qualunche baron seco s'affronta,
Sei tanta forza a lui vien sempre agionta.

Onde io mi stimo il vero, anci son certa
Che a tale impresa non potria durare;
Ed io con teco, misera, diserta
Dentro a quella acqua me vedo affogare,
Ch noi siam gionti troppo a la scoperta,
E non c' tempo o modo di campare.
Non  rimedio ormai: noi siam perduti,
Come Aridano il fier ce abbia veduti. -

Il conte, sorridendo a tal parole,
Disse alla dama ragionando basso:
- Tutta la gente dove scalda il sole,
Non mi faria tornare adietro un passo.
Sasselo Idio di te quanto mi dole,
Poi che soletta in tal loco te lasso;
Ma sta pur salda e non aver temanza:
Il ferro  il mezo a l'om che ha gran possanza. -

La dama ancor piangendo pur dicia:
- Fuggi per Dio, baron, campa la morte!
Ch il conte Orlando qua non valeria,
N Carlo Mano e tutta la sua corte.
Lasciar m'incresce assai la vita mia,
Ma de la morte tua mi dl pi forte,
Ch io son da poco e son femmina vile,
Tu prodo, ardito e cavallier gentile. -

Il franco conte a quel dolce parlare
A poco a poco si vena piegando,
E destinava dietro ritornare.
Oltra quel ponte d'intorno guardando
L'arme cognobbe che suolea portare
Il suo cugin Ranaldo, e lacrimando:
- Chi mi ha fatto - dicea - cotanto torto?
O fior d'ogni baron, chi te me ha morto?

A tradimento qua sei stato occiso
Dal falso malandrin sopra quel ponte,
Ch tutto il mondo non te avria conquiso,
Se teco avesse combattuto a fronte.
Ascoltami, baron; dal paradiso,
Ove or tu dimori, odi il tuo conte,
Qual tanto amavi gi, bench uno errore
Commesse a torto per soperchio amore.

Io te chiedo merc, damme perdono,
Se io te offesi mai, dolce germano,
Ch'io fui pur sempre tuo, come ora sono,
Bench falso suspetto ed amor vano
A battaglia ce trasse in abandono,
E l'arme zelosia ce pose in mano.
Ma sempre io te amai ed ancor amo;
Torto ebbi io teco, ed or tutto me 'l chiamo.

Che fu quel traditor, lupo rapace,
Qual ce ha vetato insieme a ritornare
Alla dolce concordia e dolce pace,
A i dolci baci, al dolce lacrimare?
Questo  l'aspro dolor che mi disface,
Ch'io non posso con teco ragionare
E chiederti perdon prima ch'io mora;
Questo  l'affanno e doglia che me accora. -

Cos dicendo Orlando con gran pianto
Tra' for la spada, e il forte scudo imbraccia:
La spada a cui non vale arme n incanto,
Ma sempre dove gionge il camin spaccia.
Il fatto gi vi contai tutto quanto,
S che non credo che mistier vi faccia
Tornarvi a mente con quale arte e quando
Da Falerina fusse fatto il brando.

Il conte, de ira e de doglia avampato,
Salta nel ponte con quel brando in mano;
Spezza il serraglio e via passa nel prato,
Ove iaceva il perfido Aridano.
Sotto al cipresso stava il renegato,
Quelle arme del segnor de Montealbano,
Che erano al tronco de intorno, mirando,
Quando li gionse sopra 'l conte Orlando.

Smarrisse alquanto il malandrino in viso,
Quando a s vide sopra quel barone,
Per che adosso gli gionse improviso;
Pur salt in piede e prese il suo bastone,
E poi dicea: - Se tutto il paradiso
Te volesse aiutare e idio Macone,
E' non avrian possanza e non ardire,
Ch in ogni modo ti convien morire. -

Al fin delle parole un colpo lassa
Con quel baston di ferro il can fellone;
Gionse nel scudo e tutto lo fraccassa,
E cadde Orlando in terra ingenocchione.
A braccia aperte il saracin se abassa,
Credendolo portar sotto al gallone,
Come portar quelli altri era sempre uso
E poi nel lago profondarli giuso.

Ma il conte cos presto non si rese,
Bench cadesse, e non fu spaventato;
Per il traverso un gran colpo distese,
E gionse a mezo del scudo afatato.
A terra ne men quanto ne prese,
E cadde il brando nel gallone armato,
Rompendo piastre e il sbergo tutto quanto,
Ch a quella spada non vi vale incanto.

E se non era il saracin chinato,
Ch ben non gionse quella spata a pieno,
Tutto l'avrebbe per mezo tagliato,
Come un pezzo di latte, pi n meno;
Pur fu Aridano alquanto vulnerato,
Onde li crebbe al cor alto veleno,
E mena del bastone in molta fretta;
Ma il conte l'ha assaggiato, e non l'aspetta.

Gettosse Orlando in salto de traverso
E men il brando per le gambe al basso,
Ed a quel tempo il saracin perverso
Callava il suo bastone a gran fraccasso.
Tirando l'uno e l'altro di roverso
Ben se gionsero insieme al contrapasso,
Ma il brando, che non cura fatasone,
Duo palmi e pi tagli di quel bastone.

Mosse Aridano un crido bestale,
E salta adosso al conte, d'ira acceso.
Nulla diffesa al franco Orlando vale,
Con tanta furia l'ha quel pagan preso,
E vien correndo, come avesse l'ale.
Alla riviera nel port di peso,
E cos seco, come era abracciato,
Gi nel gran lago se profonda armato.

Da l'alta ripa con molta roina
Caderno insieme per quella acqua scura.
Quivi pi non aspetta Falerina,
Ma via fuggendo su per la pianura
Giva tremando come una tapina,
Guardando spesso adietro con paura,
E ci che sente e vede di lontano,
Sempre alle spalle aver crede Aridano.

Ma lui bon tempo stette a ritornare,
Ch gionse con Orlando insino al fondo.
Pi nel presente non voglio cantare,
Ch al tanto dir parole me confondo:
Piacciavi a l'altro canto ritornare,
Che la pi strana cosa che abbia il mondo
E la pi dilettosa e pi verace
Vi contar, se Dio ce dona pace.

Canto ottavo

Quando la terra pi verde  fiorita,
E pi sereno il cielo e grazoso,
Alor cantando il rosignol se aita
La notte e il giorno a l'arboscello ombroso;
Cos lieta stagione ora me invita
A seguitare il canto dilettoso,
E racontare il pregio e 'l grand'onore
Che donan l'arme gionte con amore.

Dame legiadre e cavallier pregiati,
Che onorati la corte e gentilezza,
Tiratevi davanti ed ascoltati
Delli antiqui baron l'alta prodezza,
Che seran sempre in terra nominati:
Tristano e Isotta dalla bionda trezza,
Genevra e Lancilotto del re Bando;
Ma sopra tutti il franco conte Orlando,

Qual per amor de Angelica la bella
Fece prodezze e meraviglie tante,
Che 'l mondo sol di lui canta e favella.
E pur mo vi narrai poco davante
Come abracciato alla battaglia fella
Con Aridano, il perfido gigante,
Cadde in quel lago nel profondo seno;
Ora ascoltati il fatto tutto a pieno.

Cadendo della ripa a gran fraccasso
Callarno entrambi per quella acqua scura,
Dico Aridano e lui tutti in un fasso.
Gi giuso erano un miglio per misura,
E, ronando tutta fiata a basso,
Cominci l'acqua a farsi chiara e pura,
E cominciarno di vedersi intorno:
Un altro sol trovarno e un altro giorno.

Come nasciuto fosse un novo mondo,
Se ritrovarno al sciutto in mezo a un prato,
E sopra s vedean del lago il fondo,
Il qual, dal sol di suso aluminato,
Facea parere il luogo pi iocondo;
Ed era poi d'intorno circondato
Quel loco d'una grotta marmorina
Tutta di pietra relucente e fina.

Era la bella grotta a piede al monte:
Tre miglia circondava questo spaccio.
Ora torniamo a ragionar del conte,
Ch' qui caduto col gigante in braccio,
Seco sempre ristretto a fronte a fronte,
E ben se aiuta per uscir de impaccio,
Ma pur se sbatte e se dimena invano:
Sei tanto  pi de lui forte Aridano.

N l'un da l'altro si potean spiccare,
Sin che fur gionti in sul campo fiorito.
Quivi Aridano il volse disarmare,
Credendo averlo tanto sbigotito,
Che pi diffesa non dovesse fare;
A bench tal pensier li and fallito,
Per che non l'avea lasciato a pena,
Che 'l conte imbraccia il scudo e il brando mena.

Alor se incominci l'aspra tencione
E l'assalto crudele e dispietato.
Il saracino adopra quel bastone
Che avrebbe a un colpo un monte dissipato.
Da l'altra parte il fio di Melone
Avea quel brando ad arte fabricato,
Che cosa non fu mai cotanto fina,
E ci che trova taglia con roina.

Orlando a lui fer primeramente,
Come li uscitte a ponto delle braccia,
E roppe avanti l'elmo relucente,
Bench non gionse il colpo nella faccia.
Diceva il saracin tra dente e dente:
- A questo modo la mosca se caccia,
A questo modo al naso si fa vento;
Ma ben ti pagar, s'io non mi pento. -

Tra le parole un gran colpo disserra,
Ma gi non gionse il conte a suo talento,
Ch ben lo avria disteso morto a terra,
E tutto rotto con grave tormento.
Or se rinforza la stupenda guerra:
Quello ha possa maggior, questo ardimento,
E ciascadun de vincer se procura:
Battaglia non fu mai pi orrenda e scura.

Bench gran colpi menasse Aridano,
Non avea ponto Orlando danneggiato,
E giva sempre il suo bastone invano.
Ma il conte, che  di guerra amaestrato,
Menava bene il gioco d'altra mano,
E gi l'aveva in tre parte impiagato,
Nel ventre, nella testa, nel gallone:
Fuora uscia il sangue a grande effusone.

E, per non vi tenire a notte scura,
L'ultimo colpo che Orlando li dona,
Tutto lo parte, insino alla centura,
Onde la vita e il spirto lo abandona,
E cadde morto sopra a la pianura.
Quivi d'intorno non era persona;
Altro che il monte e il sasso non appare,
Pur guarda il conte e non sa che si fare.

La bianca ripa che girava intorno,
Non lasciava salire al monticello,
Quale era verde e de arboscelli adorno,
Tutto fiorito a meraviglia e bello.
E dalla parte ove apparisce il giorno,
Era tagliata a punta di scarpello
Una porta patente, alta e reale:
Pi mai ne vidde il mondo un'altra tale.

Guardando, come ho detto, intorno Orlando
Scorse nel sasso la porta tagliata,
E verso quella a piede caminando
Vien prestamente e gionse su l'intrata;
E de ogni lato quella remirando,
Vide una istoria in quella lavorata
Tutta di pietre precose e d'oro,
Con perle e smalti di sotil lavoro.

Vedeasi un loco cento volte cinto
De una muraglia smisurata e forte;
Chiamavasi quel cerchio il Labirinto,
Che avea cento serraglie e cento porte;
Cos scritto era in quel smalto e depinto.
E tutto parea pieno a gente morte,
Ch ogni persona che  d'intrare ardita,
Vi more errando e non trova la uscita.

Mai non tornava alcuno ove era entrato,
E, come  detto, errando si moria;
O ver, dalla fortuna al fin guidato,
Dopo l'affanno della mala via,
Era nel fondo occiso e divorato
Dal Minotauro, bestia orrenda e ria,
Che avea sembianza d'un bove cornuto:
Pi crudel mostro mai non fu veduto.

Ritratta era in disparte una donzella,
Che era ferita nel petto de amore
De un giovanetto, e l'arte gli rivella
Come potesse uscir di tanto errore.
Tutta depinta vi  questa novella,
Ma il conte, che a tal cosa non ha il core,
Alle sue spalle quella porta lassa,
E per la tomba caminando passa.

Via per la grotta va senza paura,
Ed era gito avante da tre miglia
Senza alcun lume per la strata oscura,
Alor che gl'incontr gran meraviglia;
Perch una pietra relucente e pura,
Che drittamente a foco se assimiglia,
Gli fece luce mostrandoli intorno,
Come un sol fosse in cielo a mezo giorno.

Questa davanti gli scoperse un fiume
Largo da vinte braccia, o poco meno;
Di l da lui rendea la pietra il lume,
In mezo a un campo s de zoie pieno,
Che solo a dir di lor sera un volume;
E non ha tante stelle il cel sereno,
N primavera tanti fiori e rose,
Quante ivi ha perle e pietre precose.

Avea quel fiume ch' sopra contato,
Di sopra un ponte di poca largura,
Che non  mezo palmo misurato.
Da ciascun lato stava una figura
Tutta di ferro, a guisa d'omo armato.
Di l dal fiume aponto  la pianura,
Ove posto il tesoro  di Morgana;
Ora ascoltati questa cosa strana.

Non avea posto il piede su la intrata
Del ponticello il figlio di Melone,
Che la figura ad arte fabricata
Lev da l'alto capo un gran bastone.
Bene avea il conte sua spata fatata
Per incontrare il colpo di ragione;
Ma non bisogna che a questo risponda,
Che d nel ponte e tutto lo profonda.

A questa cosa riguardava il conte
Meravigliando assai nel suo pensiero,
Ed ecco a poco a poco uno altro ponte
Nasce nel loco dove era il primiero.
Su vi entra Orlando con ardita fronte,
Ma de quindi varcar non  mistiero,
Ch la figura mai passar non lassa
Qual d nel ponte, e sempre lo fraccassa.

Il conte avea de ci gran meraviglia,
Fra s dicendo: "Or che voglio aspettare?
Se il fiume fusse largo diece miglia,
In ogni modo voglio oltra passare."
Al fin delle parole un salto piglia:
Vero  che indietro alquanto ebbe a tornare
A prender corso; e, come avesse piume,
D'un salto armato and di l dal fiume.

Come fu gionto alla ripa nel prato
Ove Morgana ha posto il gran tesoro,
A s davante vidde edificato
Un re con molta gente a concistoro.
Ciascun sta in piede, ed esso era assettato;
Tutte le membre avean formato d'oro,
Ma sopra eran coperti tutti quanti
Di perle, de robini e de diamanti.

Parea quel re da tutti riverito;
Avanti avea la mensa apparecchiata
Con pi vivande, a mostra di convito,
Ma ciascadun di smalto  fabricata.
Sopra al suo capo avea un brando forbito,
Che morte li minaccia tutta fiata;
Ed al sinistro fianco, a men d'un varco,
Un che avea posto la saetta a l'arco.

Avea da lato un altro suo germano,
Che lo rasomigliava di figura,
E tenea un breve scritto nella mano.
Cos diceva a ponto la scrittura:
' Stato e ricchezza e tutto il mondo  vano
Qual se possede con tanta paura;
N la possanza giova, n il diletto,
Quando se tiene o prende con sospetto.'

Per stava quel re con trista ciera,
Guardando intorno per suspizone.
A lui davanti, ne la mensa altiera,
Sopra de un ziglio d'oro era il carbone,
Che dava luce a guisa de lumiera,
Facendo lume per ogni cantone;
Ed era il quadro di quella gran piaccia
Per ciascun lato cinquecento braccia.

Tutta coperta de una pietra viva
Era la piazza e d'intorno serrata;
Per quattro porte di quella se usciva,
Ciascuna riccamente lavorata.
Non vi ha fenestra e d'ogni luce  priva,
Se non che  dal carbone aluminata,
Qual rendeva l gi tanto splendore,
Che a pena il sole al giorno l'ha maggiore.

Il conte, che di questo non ha cura,
Verso una porta prese il suo camino,
Ma quella nella entrata  tanto scura,
Che non sa dove andare il paladino.
Ritorna adietro e d'intorno procura
De l'altre uscite per ogni confino;
Tutte le cerca senza alcuna posa:
Ciascuna  pi dolente e tenebrosa.

Mentre che pensa e sta tutto suspeso,
Andogli il core a quella pietra eletta,
Che nella mente parea foco acceso,
Onde a pigliarla corse con gran fretta;
Ma la figura che avea l'arco teso,
Subitamente scocca la saetta,
E gionse drittamente nel carbone,
Spargendo il lume a gran confusone.

Cominci incontinente un terremoto,
Scotendo intorno con molto rumore.
Mugiava in ogni lato il sasso voto:
Odita non fu mai voce maggiore.
Fermosse il conte stabile ed immoto,
Come colui che fu senza terrore:
Ecco il carbone al ziglio torna in cima,
E rende il lume adorno come in prima.

Orlando per pigliarlo torna ancora,
Ma, come a ponto con la mano il tocca,
Lo arcier che  a lato al re, senza dimora
Una saetta d'oro a l'arco scocca;
E dur il terremoto pi d'un'ora,
Squassando con rumor tutta la rocca;
Poi cess al tutto, e il bel lume vermiglio
Torn come era avanti in cima al ziglio.

Or fa pensiero il bon conte de Anglante
Avere al tutto quella pietra fina.
Trasse a s il scudo e quel pose davante
Ove l'arciero il suo colpo destina;
Poi prese il bel carbone, e 'n quello istante
Gionse la frizza al scudo con roina,
Ma non puote passarlo il colpo vano:
Via ne va Orlando col carbone in mano.

E come lo guidava la fortuna,
Non prese a destra mano il suo vaggio,
Che sera uscito de la grotta bruna
Salendo sempre suso, il baron saggio.
L gioso ove non splende sol n luna,
N se pu ritornar senza dannaggio,
Callava il conte, verso la pregione
Ove Ranaldo stava con Dudone.

Fr questi presi sopra la rivera,
S come gi davanti io vi contai,
E Brandimarte ancora con questi era,
Ed altri cavallieri e dame assai,
Ch'eran pi de settanta in una schiera,
Che non avean speranza uscir giamai
Di quello incanto orribile e diverso,
Ma ciascadun si tiene al tutto perso.

E sappiati che il franco Brandimarte
Non fu per forza, come gli altri, preso;
Ma Morgana la fata con mala arte
L'avea d'amor con falsa vista acceso;
E seguendola lui per molte parte,
Non fu da alcun giamai con arme offeso,
Ma con carezze e con viso iocondo
Fu trabuccato a quel dolente fondo.

Or, come io dissi, il bon conte di Brava
Gi nella tomba alla sinistra mano
Per una scala di marmo callava
Pi de un gran miglio, e poi gionse nel piano;
E col carbone avanti alluminava,
Perch altramente sera gito invano,
Ch quel camino  s malvaggio e torto,
Che mille fiate errando sera morto.

Poi che fu gionto in su la terra piana
Il conte, che a quel lume si governa,
Parbe vedere a lui molto lontana
Una fissura in capo alla caverna;
E, caminando per la strata strana,
A poco a poco pur par che discerna,
Che quella era una porta al fin del sasso,
Qual dava uscita al tenebroso passo.

L'aspra cornice di quel sasso altiero
Con tal parole a lettre era tagliata:
' Tu che sei gionto, o dama, o cavalliero,
Sappi che quivi facile  la entrata,
Ma il risalir da poi non  legiero
A cui non prende quella bona fata,
Qual sempre fugge intorno e mai non resta,
E dietro ha il calvo alla crinuta testa.'

Il conte le parole non intese,
Ma passa dentro quella anima ardita,
E, come a ponto nel prato discese,
Voltando gli occhi per l'erba fiorita
Alto diletto riguardando prese;
Perch mai non se intese per odita,
N pNr veduta in tutto quanto il mondo
Pi vago loco, nobile e iocondo.

Splendeva quivi il ciel tanto sereno,
Che nul zaffiro a quel termino ariva,
Ed era d'arboscelli il prato pieno,
Che ciascun avea frutti e ancor fioriva.
Longe alla porta un miglio, o poco meno,
Uno alto muro il campo dipartiva,
De pietre trasparente e tanto chiare,
Che oltra di quello il bel giardino appare.

Orlando dalla porta se alontana,
E mentre che per l'erba via camina,
Vidde da lato adorna una fontana
D'oro e di perle e de ogni pietra fina.
Quivi distesa stavasi Morgana
Col viso al cielo e dormiva supina,
Tanto suave e con s bella vista
Che rallegrata avrebbe ogni alma trista.

Le sue fattezze riguardava il conte
Per non svegliarla, e sta tacitamente.
Lei tutti etcrini avea sopra la fronte,
E faccia lieta, mobile e ridente;
Atte a fuggire avea le membre pronte,
Poca trezza di dietro, anzi nente;
Il vestimento candido e vermiglio,
Che sempre scappa a cui li d de piglio.

- Se tu non prendi chi te giace avante,
Prima che la se sveglia, o paladino,
Frustarai a' tuoi piedi ambe le piante
Seguendola da poi per mal camino;
E portarai fatiche e pene tante,
Prima che tu la tenghi per il crino,
Che serai reputato un santo in terra
Se in pace soffrirai cotanta guerra. -

Queste parole fur dette ad Orlando,
Mentre che attento alla fata mirava,
Onde se volse adietro, ed ascoltando
Verso la voce tacito ne andava;
E forse trenta passi caminando
A pi de l'alto mur presto arivava,
Qual tutto di cristallo  tanto chiaro,
Che oltra si vede senza alcun divaro.

Cos cognobbe lo ardito barone
Come colui che avanti avea parlato,
Di l da quel cristallo era pregione,
E prestamente l'ha rafigurato,
Perch quello era il suo franco Dudone;
Ed ora l'un da l'altro  separato
Forse tre piedi, o poco meno, o tanto:
Pensati che ciascun facea gran pianto.

Ben distendevan l'una e l'altra mano
Per abracciarse insieme ad ogni parte.
Dice a Dudone: - Io me affatico invano,
Ch in nulla forma mai potria toccarte. -
In quello giunse il sir de Montealbano,
Che a braccio ne vena con Brandimarte,
E non sapevan del conte nente;
Ciascun di lor piangendo fu dolente.

Disse Ranaldo: - Egli ha pur l'armi in dosso,
E tiene al fianco ancor la spata cinta:
Ciascun de noi, per Dio! verr riscosso,
Ch sua prodezza non ser mai vinta;
Abench rallegrar pur non mi posso,
Perch io non so se l'ira ancora  estinta,
Quando per colpa mia quasi fui morto,
Alor che seco combatteva a torto.

Ch'io non doveva per nulla cagione
Prender con seco alcuna differenza;
Egli  di me maggiore, e di ragione
Lo debbo sempre avere in riverenza. -
Diceva Brandimarte al fio d'Amone:
- Di questo ditto non aver temenza;
Cos quindi te tragga Dio verace,
Come tra voi far presto la pace. -

E cos l'un con l'altro ragionando,
Come vi dico, assai pietosamente,
Per caso allor se volse il conte Orlando,
Ed ambi li cognobbe incontinente;
E piangendo di doglia e sospirando,
Con parlar basso e con voce dolente
Li adimandava con qual modo e quanto
Fusser gi stati presi a quello incanto.

E poi che intese la fortuna loro,
Che ciascadun piangendo la dicia,
Prese dentro dal core alto martoro,
Perch forza n ingegno non vala
A romper quel castello e il gran lavoro,
Qual chiudea intorno quella pregionia;
E tanto pi se turba il conte arguto,
Che gli ha davanti e non pu darli aiuto.

Avanti a gli occhi suoi vedea Ranaldo
E gli altri tutti che cotanto amava,
Onde di doglia e di grande ira caldo
Per dar nel mur col brando il braccio alzava;
Ma cridarno e prigion tutti: - Sta saldo!
Sta, per Dio! queto, - ciascadun cridava,
- Ch, come ponto si spezzasse il muro,
Gi nella grotta caderemo al scuro. -

Seguiva poi parlando una donzella,
La qual di doglia in viso parea morta,
E cos scolorita era ancor bella;
Costei parlava al conte in voce scorta:
- Se trar ce vuoi di questa pregion fella,
Conviente gir, baron, a quella porta
Che de smiraldi e de diamanti pare;
Per altro loco non potresti entrare.

Ma non per senno, forza, o per ardire,
Non per minaccie, o per parlar soave
Potresti quella pietra fare aprire,
Se non te dona Morgana la chiave;
Ma prima se far tanto seguire,
Che ti parrebbe ogni pena men grave
Che seguir quella fata nel deserto
Con speranza fallace e dolor certo.

Ogni cosa virtute vince al fine:
Chi segue vince, pur che abbia virtute;
Vedi qua tante gente peregrine,
Che speran per te solo aver salute.
Tutte noi altre misere, tapine,
Prese per forza al fondo sin cadute:
Tu sol, sopra ad ogni altro appregato,
In questo loco sei venuto armato.

S che bona speranza ce conforta
Che avrai di questa impresa ancor l'onore,
Ed aprirai quella dolente porta,
Qual tutti ce tien chiusi in tal dolore.
Or pi non indugiar, ch forse accorta
Non se  di te la fata, bel segnore;
Volgite presto e torna alla fontana,
Ch forse ancor vi trovarai Morgana. -

Il conte, che d'entrare avea gran voglia,
Subitamente al fonte ritornava;
Quivi trov Morgana, che con zoglia
Danzava intorno e danzando cantava.
N pi legier se move al vento foglia,
Come ella senza sosta si voltava,
Mirando ora alla terra ed ora al sole,
Ed al suo canto usava tal parole:

- Qualunche cerca al mondo aver tesoro,
O ver diletto, o segue onore e stato,
Ponga la mano a questa chioma d'oro
Ch'io porto in fronte, e quel far beato;
Ma quando ha il destro a far cotal lavoro,
Non prenda indugia, ch il tempo passato
Pi non ritorna e non se ariva mai,
Ed io mi volto, e lui lascio con guai. -

Cos cantava de intorno girando
La bella fata a quella fresca fonte,
Ma come gionto vidde il conte Orlando,
Subitamente rivolt la fronte.
Il prato e la fontana abandonando,
Prese il vaggio suo verso de un monte,
Qual chiudea la valletta piccolina;
Quivi fuggendo Morgana camina.

Oltra quel monte Orlando la seguia,
Ch al tutto di pigliarla  destinato,
Ed essendoli dietro tutta via,
Se avidde in un deserto essere entrato,
Che strata non fu mai cotanto ria,
Per che era sassosa in ogni lato;
Ora alta, or bassa  nelle sue confine,
Piena de bronchi e de malvaggie spine.

Del rio vaggio Orlando non se cura,
Ch la fatica  pasto a l'animoso.
Ora ecco alle sue spalle il cel se oscura,
E levasi un gran vento furoso;
Pioggia mischiata di grandine dura
Batte per tutto il campo doloroso;
Perito  il sole e non si vede il giorno,
Se il ciel non s'apre fulgorando intorno.

Tuoni e saette e flgori e baleni
E nebbia e pioggia e vento con tempesta
Aveano il cielo e i piani e i monti pieni:
Sempre cresce il furore e mai non resta.
Quivi la serpe e tutti i suoi veleni
Son dal mal tempo occisi alla foresta,
Volpe e colombi ed ogni altro animale:
Contra a fortuna alcun schermo non vale.

Lasciati Orlando in quel tempo malvaggio,
N ve impacciati de sua mala sorte,
Voi che ascoltando qua sedeti ad aggio:
Fuggir se vle il mal sino alla morte;
Abench lui tornasse in bon vaggio,
Perch ogni cosa vince l'omo forte;
Ma chi pu, scampar debbe al tempo rio.
Bella brigata, io ve acomando a Dio.

Canto nono

Odeti ed ascoltati il mio consiglio,
Voi che di corte seguite la traccia:
Se alla Ventura non dati de piglio,
Ella si turba e voltavi la faccia;
Alor convien tenire alciato il ciglio,
N se smarir per fronte che minaccia,
E chiudersi le orecchie al dir de altrui,
Servendo sempre, e non guardare a cui.

A che da voi Fortuna  biastemata,
Ch la colpa  di lei, ma il danno  vostro?
Il tempo viene a noi solo una fiata,
Come al presente nel mio dir vi mostro;
Perch, essendo Morgana adormentata
Presso alla fonte nel fiorito chiostro,
Non seppe Orlando al zuffo dar di mano,
Ed or la segue nel diserto in vano,

Con tanta pena e con fatiche tante,
Che ad ogni passo convien che si torza.
La fata sempre fugge a lui davante;
Alle sue spalle il vento se rinforza
E la tempesta, che sfronda le piante
Gi diramando fin sotto la scorza.
Fuggon le fiere e il mal tempo li caccia,
E par che il celo in pioggia si disfaccia.

Ne l'aspro monte e ne' valloni ombrosi
Condutto  il conte a perigliosi passi.
Callano rivi grossi e ronosi,
Tirando gi le ripe, arbori e sassi,
E per quei boschi oscuri e tenebrosi
S'odon alti rumori e gran fraccassi,
Per che 'l vento, il trono e la tempesta
Dalle radici schianta la foresta.

Pur segue Orlando e fortuna non cura,
E prender vl Morgana a la finita,
Ma sempre cresce sua disaventura,
Perch una dama de una grotta uscita,
Pallida in faccia e magra di figura,
Che di color di terra era vestita,
Prese un flagello in mano aspero e grosso,
Battendo a s le spalle e tutto il dosso.

Piangendo se battea quella tapina,
S come fosse astretta per sentenzia
A flagellarsi da sera e matina.
Turbosse il conte a tal appariscenzia,
E dimand chi fosse la meschina.
Ella rispose: - Io son la Penitenzia,
De ogni diletto e de allegrezza cassa,
E sempre seguo chi ventura lassa.

E per vengo a farte compagnia,
Poi che lasciasti Morgana nel prato,
E quanto durar la mala via,
Da me serai battuto e flagellato,
N ti varr lo ardire o vigoria,
Se non serai di pacenza armato. -
Presto rispose il figlio di Melone:
- La pacenza  pasto da poltrone.

N te venga talento a farmi oltraggio,
Ch pacente non ser di certo.
Se a me fai onta, a te far dannaggio,
E se mi servi ancor, ne avrai buon merto:
Dico de accompagnarme nel vaggio
Dove io camino per questo diserto. -
Cos parlava Orlando, e pur Morgana
Tuttavia fugge ed a lui se alontana.

Onde, lasciando mezo il ragionare,
Dietro alla fata se pose a seguire,
E nel suo cor se afferma a non mancare
Sin che vinca la prova, o de morire.
Ma l'altra, di cui mo vi ebbi a contare,
Qual per compagna se ebbe a proferire,
Se accosta a lui con atti s villani,
Che de cucina avria cacciati i cani.

Perch, giongendo col flagello in mano,
Disconciamente dietro lo battia.
Forte turbosse il senator romano,
E con mal viso verso lei dicia:
- Gi non farai ch'io sia tanto villano,
Ch'io traga contra a te la spata mia;
Ma se a la trezza ti dono di piglio,
Io te trar di sopra al celo un miglio. -

La dama, come fuor di sentimento,
Nulla risponde, ed anco non lo ascolta;
Il conte, a lei voltato in mal talento,
Gli mena un pugno alla sinestra golta.
Ma, come gionto avesse a mezo il vento,
O ver nel fumo, o nella nebbia folta,
Via pass il pugno per mezo la testa
De un lato ad altro, e cosa non l'arresta.

Ed a lei nce quel colpo nente,
E sempre intorno il suo flagello mena.
Ben se stupisce il conte nella mente,
E ci veggendo non lo crede apena.
Ma pur, sendo battuto e de ira ardente,
Radoppia pugni e calci con pi lena;
Qua sua possanza e forza nulla vale,
Come pistasse l'acqua nel mortale.

Poi che bon pezzo ha combattuto in vano
Con quella dama che una ombra sembrava,
Lasciolla al fine il cavallier soprano,
Ch tuttavia Morgana se ne andava,
Onde prese a seguirla a mano a mano.
Ora quest'altra gi non dimorava,
Ma col flagello intorno lo ribuffa,
E lui se volta, e pur a lei s'azuffa.

Ma, come l'altra volta, il franco conte
Toccar non puote quella cosa vana,
Onde lasciolla ancora, e per il monte
Se puose al tutto a seguitar Morgana;
Ma sempre dietro con oltraggio ed onte
Forte lo batte la dama villana.
Il conte, che ha provato il fatto a pieno,
Pi non se volta e va rodendo il freno.

"Se a Dio piace, - diceva - on al demonio
Ch'io abbi pacenza, ed io me l'abbia:
Ma siame il mondo tutto testimonio
Ch'io la tragualcio con sapor di rabbia.
Qual frenesia di mente o quale insonio
Me ha qua giuso condutto in questa gabbia?
Dove entrai io qua dentro, o come e quando?
Son fatto un altro, o sono ancora Orlando?"

Cos diceva, e con molta roina
Sempre seguia Morgana il cavalliero.
Fiacca ogni bronco ed ogni mala spina,
Lasciando dietro a s largo il sentiero;
Ed alla fata molto se avicina,
E gi de averla presa  il suo pensiero;
Ma quel pensiero  ben fallace e vano,
Per che presa ancor scappa di mano.

Oh quante volte gli dette di piglio
Ora ne' panni ed or nella persona!
Ma il vestimento, ch' bianco e vermiglio,
Ne la speranza presto l'abandona.
Pure una fiata rivoltando il ciglio,
Come Dio volse e la ventura buona,
Volgendo il viso quella fata al conte,
Lui ben la prese al zuffo ne la fronte.

Alor cangiosse il tempo, e l'aria scura
Divenne chiara e il cel tutto sereno;
E l'aspro monte si fece pianura,
E dove prima fo di spine pieno,
Se coperse de fiore e de verdura;
E 'l flagellar de l'altra venne meno,
La qual, con meglior viso che non suole,
Verso del conte usava tal parole:

- Attienti, cavalliero, a quella chioma,
Che nella mano hai volta, de Ventura,
E guarda de iustar s ben la soma,
Che la non caggia per mala misura.
Quando costei par pi queta e doma,
Alor del suo fuggire abbi paura,
Ch ben resta gabbato chi li crede,
Perch fermezza in lei non , n fede. -

Cos parl la dama scolorita,
E dipartisse al fin del ragionare;
A ritrovar sua grotta se n' gita,
Ove se batte e stasse a lamentare.
Ma il conte Orlando l'altra avea gremita,
Come io vi dissi, e, senza dimorare,
Or con minaccie or con parlar suave
De la pregion domanda a lei la chiave.

Ella con riso e con falso sembiante
Diceva: - Cavalliero, al tuo piacere
Son quelle gente prese tutte quante,
E me con seco ancor potrai avere;
Ma sol de un figlio del re Manodante
Te prego che me vogli compiacere;
O mename con seco, o quel mi lassa,
Ch senza lui sera de vita cassa.

Quel giovanetto m'ha ferito il core,
Ed  tutto il mio bene e 'l mio disio,
S che io te prego per lo tuo valore
Che hai tanto al mondo, e per lo vero Dio,
Se a dama alcuna mai portasti amore,
Non trar di quel giardin l'amante mio.
Mena con teco gli altri, quanti sono,
Ch a te tutti li lascio in abandono. -

Rispose il conte ad essa: - Io te prometto,
Se mi doni la chiave in mia bala,
Qua teco restar quel giovanetto,
Poi che averlo il tuo cor tanto desia;
Ma non te vo' lasciar, ch aggio sospetto
De ritornare a quella mala via
Ove io son stato; e per, se 'l te piace,
Dammi la chiave, e lasciarotti in pace. -

Avea Morgana aperto il vestimento
Dal destro lato e dal sinistro ancora,
Onde la chiave, che  tutta d'argento,
Trasse di sotto a quel senza dimora,
E disse: - Cavallier de alto ardimento,
Vanne alla porta e s aconcio lavora,
Che non se rompa quella serratura,
Ch caderesti nella tomba oscura,

E teco insieme tutti e cavallieri,
S che seresti in eterno perduto,
Ch trarti quindi non sera mestieri,
N l'arte mia varrebbe, on altro aiuto. -
Per questo intrato  il conte in gran pensieri,
Da poi che per ragione avea veduto,
Che mal se trova alcun sotto la luna
Che adopri ben la chiave di Fortuna.

Tenendo al zuffo tuttavia Morgana,
Verso al giardino al fin se fu invato,
E traversando la campagna piana
A quella porta fu presto arivato.
Con poco impaccio la serraglia strana
Aperse, come piacque a Dio beato,
Perch qualunche ha seco la Ventura,
Volta la chiave a ponto per misura.

Gi Brandimarte e il sir de Montealbano
E tutti gli altri che fr presi al ponte,
Avean veduto Orlando di lontano,
Che tenea presa quella fata in fronte;
Onde ogni saracino e cristano
Ringraziava il suo dio con le man gionte.
Or ciascadun de uscir ben si conforta,
Sentendo gi la chiave nella porta.

Da poi che aperto fu il ricco portello,
Tutta la gente uscitte al verde prato.
Il conte adimand del damigello
Quale era tanto da Morgana amato,
E vide il giovanetto bianco e bello,
Nel viso colorito e delicato,
Ne gli atti e nel parlar dolce e iocondo,
E fo il suo nome Zilante il biondo.

Costui rimase dentro lagrimando,
Veggendo tutti gli altri indi partire,
E ben che ne dolesse al conte Orlando,
Pur sua promessa volse mantenire;
Ma ancor tempo sar che sospirando
Se converr di tal cosa pentire,
E forza li ser tornare ancora,
Per trar del loco il giovanetto fuora.

Ivi il lasciarno, e gli altri tutti quanti
Uscirno del giardino alla ventura;
Facea quel bel garzone estremi pianti,
E biastemava sua disaventura.
Ora alla porta che io dissi davanti,
Che ritornava nella tomba scura,
Intrarno tutti, e 'l conte andava prima;
Montr la scala e presto frno in cima.

E dentro a l'altra porta eran passati,
Ove sta ne la piazza il gran tesoro:
Quel re che siede e gli altri fabricati
De robini e diamanti e perle ed oro.
Tutti color che furno impregionati
Miravan con stupore il gran lavoro;
Ma non ardisce alcun porve la mano
Temendo incanto o qualche caso istrano.

Ranaldo, che non sa che sia dotanza,
Prese una sedia, che  tutta d'r fino,
Dicendo: - Questa io vo' portare in Franza,
Ch io non feci giamai pi bel bottino.
A' miei soldati io donar prestanza,
Poi non affido amico, n vicino,
O prete, o mercatante, o messaggero;
Qualunche io trova, io mander legiero. -

Il conte li dicea che era viltate
A girne carco a guisa de somiero.
Disse Ranaldo: - E' mi ricordo un frate
Che predicava, ed era suo mestiero
Contar della astinenza la bontate,
Mostrandola a parole de legiero;
Ma egli era s panzuto e tanto grasso,
Che a gran fatica potea trare il passo.

E tu fai nel presente pi n meno,
E drittamente sei quel fratacchione,
Che lodava il degiuno a corpo pieno,
E sol ne l'oche avea devozone.
Carlo ti don sempre senza freno,
E datti il Papa gran provisone,
Ed hai tante castelle e ville tante,
E sei conte di Brava e sir de Anglante.

Io tengo, poverello! un monte apena,
Ch altro al mondo non ho che Montealbano,
Onde ben spesso non trovo che cena,
S'io non descendo a guadagnarlo al piano;
Quando ventura o qual cosa mi mena,
Ed io me aiuto con ciascuna mano,
Perch'io mi stimo che 'l non sia vergogna
Pigliar la robba, quando la bisogna. -

Cos parlando gionsero al portone,
Che era la uscita fuor di quella piaccia;
Quivi un gran vento dette al fio de Amone
Dritto nel petto e per mezo la faccia,
E dietro il pinse a gran confusone,
Longi alla porta pi de vinte braccia.
Quel vento agli altri non tocca nente,
E sol Ranaldo  quel che il fiato sente.

Lui salta in piede e pur torna a la porta,
Ma come gionto fu sopra alla soglia,
Di novo il vento adietro lo riporta,
Soffiandolo da s come una foglia.
Ciascun de gli altri assai si disconforta,
E sopra a tutti Orlando avea gran doglia,
Per che de Ranaldo temea forte
Che ivi non resti, o riceva la morte.

Il fio de Amone senza altro spavento
Pone gi l'oro e ritorna alla uscita;
Passa per mezo, e pi non soffia il vento,
E via poteva andare alla polita.
Ma lui portar quello oro avea talento,
Per dar le paghe a sua brigata ardita;
Bench pi volte sia provato in vano,
Pur vl portarlo in tutto a Montealbano.

Ma poi che indarno assai fu riprovato,
N carco puote uscir di quella tomba,
Trasse la sedia contra di quel fiato
Che dalla porta a gran furia rimbomba.
La sedia d'r, di cui sopra ho parlato,
Sembrava un sasso uscito de una fromba,
Bench  seicento libbre, o poco manco:
Cotanta forza avea quel baron franco.

Trasse la sedia, come io ve ragiono,
Credendola gettar del porton fore,
Ma il vento furoso in abandono
La spense adietro con molto rumore.
Gli altri a Ranaldo tutti intorno sono,
E ciascadun lo prega per suo amore
Ch'egli esca for con essi di pregione,
Lasciando l'oro e quella fatasone.

S che alla fine abandon la impresa,
E con questi altri de la porta usciva.
Era la strata un gran miglio distesa,
Sin che alla scala del petron se ariva,
Ed  trea miglia la malvaggia ascesa.
Sempre montando per la pietra viva,
E con gran pena, uscirno al cel sereno,
In mezo a un prato de cipressi pieno.

Ciascun cognobbe incontinente il prato
E gli cipressi e 'l ponte e la riviera
Ove stava Aridano il disperato;
Ma quivi nel presente pi non era,
Anzi  nel fondo, de un colpo tagliato
Da cima al capo insino alla ventrera,
E pi non tornar suso in eterno:
L giuso  il corpo, e l'anima allo inferno.

Quivi eran l'armi de ciascun barone
Ne' verdi rami d'intorno distese.
Roverse le avea poste quel fellone,
Per far la lor vergogna pi palese;
Ranaldo incontinente e poi Dudone
E insieme ogniom de gli altri le sue prese,
E tutti quanti se furno guarniti
De' loro arnesi e cavallieri arditi.

Tutti quei gran baroni e re pagani,
Che frno presi all'incantato ponte,
Ne andarno chi vicini e chi lontani,
Ma prima molto ringraziarno il conte;
E sol restarno quivi e Cristani,
Ove Dudone con parole pronte
Espose che Agramante e sua possanza
Eran guarniti per passare in Franza.

E come lui, mandato da Carlone,
Avea cercate diverse contrate
Per ritrovar lor duo franche persone,
Che eran il fior de corte e la bontate,
E per condurle, come era ragione,
Alla diffesa de Cristianitate.
Ci de Ranaldo diceva e de Orlando,
Ed a lor proprio lo vena contando.

Ranaldo incontinente se dispose
Senza altra indugia in Francia ritornare.
Il conte a quel parlar nulla rispose,
Stando sospeso e tacito a pensare,
Ch il core ardente e le voglie amorose
Nol lasciavan se stesso governare;
L'amor, l'onore, il debito e 'l diletto
Facean battaglia dentro dal suo petto.

Ben lo stringeva il debito e l'onore
De ritrovarse alla reale impresa;
E tanto pi ch'egli era senatore
E campon della Romana Chiesa.
Ma quel che vince ogni omo, io dico Amore,
Gli avea di tal furor l'anima accesa,
Che stimava ogni cosa una vil fronda,
Fuor che vedere Angelica la bionda.

N dir sapria che scusa ritrovasse,
Ma da' compagni si fu dispartito;
E non stimar che Brandimarte il lasse,
Tanto l'amava quel barone ardito.
Or di lor duo convien che oltra mi passe,
Perch'io vo' ricontare a qual partito
Ranaldo ritornasse a Montealbano:
Lunga  la istoria, ed il camin lontano.

E prima cercar molte contrate,
Strane aventure e diversi paesi;
Ma il tutto contaremo in brevitate
E con tal modo che seremo intesi;
E mostraremo il pregio e la bontate
De Iroldo e de Prasildo, e duo cortesi,
La possa de Dudone, il baron saldo,
Che tutti son compagni di Ranaldo.

Erano a piedi quei quattro baroni,
De piastre e maglia tutti quanti armati,
(Perduti aveano al ponte e lor ronzoni,
Quando nel lago frno trabuccati),
Onde ridendo e con dolci sermoni
Tra lor scherzando se frno invati,
E la fatica de la lunga via
Minor li pare essendo in compagnia.

Ed era gi passato il quinto giorno
Poi che lasciarno quel loco incantato,
Quando da lunge odr suonare un corno
Sopra ad un castello alto e ben murato.
Nel monte era il castello, e poi d'intorno
Avea gran piano, e tutto era de un prato;
Intorno al prato un bel fiume circonda:
Mai non se vidde cosa pi ioconda.

L'acqua era chiara a meraviglia e bella,
Ma non si pu vargar, tanto  corrente.
A l'altra ripa stava una donzella
Vestita a bianco e con faccia ridente;
Sopra a la poppa d'una navicella
Diceva: - O cavallieri, o bella gente,
Se vi piace passare, entrati in barca,
Per che altrove il fiume non si varca. -

E cavallier, che avean molto desire
Di passare oltra e prender suo vaggio,
La ringraziarno di tal proferire,
E travargarno il fiume a quel passaggio.
Disse la dama nel lor dipartire:
- Da l'altro lato si paga il pedaggio,
N mai de quindi uscir se pu, se prima
A quella rocca non saliti in cima.

Perch questa acqua che qua gi discende
Vien da due fonte da quel poggio altano,
E da l'un lato a l'altro se distende,
Tanto che cinge intorno questo piano;
S che uscir non si pu chi non ascende
A far prima ragion col castellano,
Ove bisogna avere ardita fronte:
Eccovi lui, che fuora esce del ponte. -

Cos dicendo li mostrava a dito
Una gran gente che del ponte usciva.
Alcun de' nostri non fo sbigotito;
La gente armata sopra al piano ariva.
Ranaldo  avanti, il cavalliero ardito,
E ben ciascun de gli altri lo seguiva;
Con le spade impugnate e' scudi in braccio
Ben se apprestarno uscir de tal impaccio.

Era tra quella gente un bel vecchione,
Che a tutti gli altri ne vena davante,
Senza arme in dosso, sopra a un gran ronzone.
Costui con voce queta e bon sembiante
Disse: - Sappiati voi, gentil persone,
Che questa  terra del re Manodante,
Ove ora entrasti, e non potresti uscire
Se non volesti un giorno a lui servire.

E quel servigio  di cotal manera
Quale io vi contar, se me ascoltati.
Ove discende al mar questa rivera
Son duo castelli a un ponte edificati;
Ivi dimora una persona fiera,
Che molti cavallieri ha dissipati:
Balisardo se appella quel gigante,
Malvaggio, incantatore e negromante.

Re Manodante lo voria pregione,
Perch al suo regno ha fatto assai dannaggio,
Ed ha ordinato che ciascun barone
Che varca al passo di quel bel rivaggio,
Promette stare un giorno al parangone,
Sin che sia preso o prenda quel malvaggio;
Onde anco a voi l giuso convien gire,
O in questo prato di fame morire. -

Disse Ranaldo: - L vogliamo andare,
N andiamo cercando altro che battaglia;
Ed io questo gigante vo' pigliare,
E manco il stimo che un fascio de paglia;
E incanti incanta pur, se sa incantare,
Ch non trovar verso che li vaglia.
Or facce pur guidar via senza tardo,
S che io me azuffi a questo Balisardo. -

Il castellano senza altra risposta
Chiam la dama de bianco vestita,
Ed a lei disse: - Fa che senza sosta
Tu porti al ponte questa gente ardita. -
Ella ben presto alla ripa s'accosta,
E sorridendo quei baroni invita
Ad entrar ne la nave picciolina:
Lor saltr dentro, e lei gioso camina.

Gi per quella acqua come una saetta
Fo gi la barca dal fiume portata,
Di qua di l girando la isoletta;
Pur se piegarno al mar l'ultima fiata,
L dove del gran ponte ebber vedetta,
Che avea tra due castelle alta murata,
E sopra a l'arco di quella gran foce
Sta Balisardo, saracin feroce.

Proprio un fuste de torre a mezo il ponte
Sembrava quel pagan di cui ragiono,
Barbuto in faccia e crudo nella fronte;
Il crido de sua voce parea un trono.
Convien che altrove il tutto ve raconte,
Ch al presente al fin del canto sono;
Ne l'altro contar tal meraviglia,
Che altra nel mondo a quella non somiglia.

Canto decimo

Se onor di corte e di cavalleria
Pu dar diletto a l'animo virile,
A voi dilettar l'istoria mia,
Gente legiadra, nobile e gentile,
Che seguite ardimento e cortesia,
La qual mai non dimora in petto vile.
Venite ed ascoltati lo mio canto,
De li antiqui baroni il pregio e il vanto.

Tirative davanti ed ascoltate
Le eccelse prove de' bon cavallieri,
Che avean cotanto ardire e tal bontate
Che ne' perigli devenian pi fieri.
Vince ogni cosa la animositate,
E la fortuna aiuta volentieri
Qualunche cerca de aiutar se stesso,
Come veduto abbiam lo esempio spesso.

E nel presente dico de Ranaldo,
Che, essendo apena de un periglio uscito,
A sotto entrare a l'altro era pi caldo,
N se fu per incanto sbigotito.
Bench Aridano, il saracin ribaldo,
Lo avesse gi per tale arte schernito,
Con Balisardo or torna al parangone,
Spezzando incanto ed ogni fatasone.

Come io ve dissi nel canto passato,
L gi per l'acqua il paladin sicuro
Alla foce del fiume fu portato,
Ove tra due castella  lo gran muro;
E come vidde quel dismisurato,
Qual sopra 'l ponte con sembiante scuro
Strideva in voce di tanta roina,
Che ne tremava il fiume e la marina.

Ciascun de quei baron che lo han veduto,
De azuffarse con lui prese disio,
Bench fusse tanto alto e s membruto,
E nel sembiante s superbo e rio.
Sopra l'arco del ponte era venuto
Quel maledetto e sprezzator di Dio,
Sol per veder chi fusse questa gente
Che gi callava per l'acqua corrente.

Quando la dama il vide da lontano,
Pallida in viso venne come terra,
E dal timone abandon la mano,
Tanta paura l'animo li afferra;
Ma Dudon franco e il sir di Montealbano
E gli altri dui, che han voglia di far guerra,
Lascir la dama n morta n viva,
E for di barca uscirno in su la riva.

Longi al primo castel forse una arcata
Smontarno a terra e franchi camponi,
E caminando gionsero all'entrata,
Che avea a tre porte grossi torroni:
Ma dentro non appare anima nata,
Gi ne la strata, o sopra nei balconi;
Senza trovar persone andarno avante
Sino al gran ponte; e quivi era il gigante.

Entro le due castelle il fiume corre,
L'arco del ponte sopra a lui voltava,
Ed avea ad ogni lato una alta torre;
In mezzo Balisardo aponto stava,
N se potrebbe a sua persona apporre,
N a l'armatura che in dosso portava.
Gigante non fu mai di meglior taglia,
Coperto  a piastre ed a minuta maglia.

Forbite eran le piastre e luminose,
E questa maglia relucente e d'oro,
Con tante perle e pietre prezose,
Che 'l mondo non avea pi bel tesoro.
Ora torniamo alle gente animose,
Dico a' nostri baron, che ogniom di loro,
Volontaroso e di animo pi fiero,
Vle azuffarse ed esser il primiero.

Ma in fine Iroldo ottenne il primo loco,
E fo percosso dal gigante e preso,
E Prasildo ancor lui pur dur poco,
E fu nel fine a Balisardo reso.
Or ben sembrava il bon Ranaldo un foco,
D'ira nel core e di furore acceso;
Ma quel gigante ne men prigioni
Di l dal ponte e duo franchi baroni.

Poi torn fuora squassando il bastone,
E minacciando pugna adimandava.
Allor se mosse il franco fio de Amone,
E con roina adosso a lui ne andava;
Ma avanti ingenocchiato avea Dudone,
Che per mercede e grazia dimandava
De gir primo de lui nel ponte avante
A far battaglia contra a quel gigante.

Ranaldo consent mal volentiera,
Ma pur non seppe a' soi colpi disdire.
Questa baruffa fia d'altra maniera
Che le passate, e de un altro ferire,
N passar la cosa s legiera
Come le due davante, vi so dire;
Per che 'l giovanetto de cui parlo,
 di gran pregio nei baron di Carlo.

Turpin loda Dudone in sua scrittura
Tra' primi cavallier di quella corte;
E quasi era gigante di statura,
Destro e legiero, a meraviglia forte,
E con sua mazza ponderosa e dura
A molti saracin dette la morte:
Ma poi di tal bont si dava il vanto,
Che era appellato in sopranome il Santo.

Or sopra il ponte il campon se caccia,
Di piastra e maglia armato e ben coperto;
E Balisardo il forte scudo imbraccia,
Come colui che  di battaglia esperto.
L'uno e l'altro di loro avea la maccia,
S che un bel gioco comincir di certo,
Menando botte de s gran fraccasso
Che 'l fiume risuonava al fondo basso.

Feritte a lui Dudon sopra la testa,
E ruppe il cerchio a quello elmo forbito,
E fu il gran colpo di tanta tempesta,
Che Balisardo cadde sbalordito.
Dudon mena a due mane, e non s'arresta
Sopra il pagano il giovanetto ardito;
Gionse nel scudo, che  d'argento fino,
Tutto lo aperse il franco paladino.

Ma, come fusse dal sonno svegliato
Per l'altro colpo, il saracino altiero
Salta di terra, e subito  dricciato
Ed alla zuffa ritorn primiero.
Mena a Dudone, e gionselo al costato
Col suo baston, che gi non  ligiero,
Anci  ben cento libre e pi de peso:
Cadde alla terra il giovane disteso.

Per quel gran colpo and Dudone a terra,
E non poteva trare il fiato apena,
Ma non per questo abandon la guerra,
Come colui che avea soperchia lena;
Presto se riccia e la sua mazza afferra,
Sopra de l'elmo a Balisardo mena,
E la farsata al capo ben gli accosta,
Poi che adocchiato ha sempre quella posta.

Sempre alla testa toccava Dudone,
Sopra alle tempie, in fronte e nella faccia;
E quel menava ancora il suo bastone,
Or sopra al collo, or sopra ambe le braccia.
Risuona il celo alla cruda tenzone,
E par che 'l mondo a foco se disfaccia:
Quando l'un l'altro ben fermo se ariva,
Tra ferro e ferro accende fiama viva.

Tira Dudone adosso a quel malvaso,
Sopra il frontale ad ambe mani il tocca;
Roppe ad un colpo tutto quanto il naso,
E ben tre denti li cacci di bocca.
Senza sapone il mento gli ebbe raso,
Perch la barba al petto gli dirocca,
E men il tratto s dolce e ligiero,
Che seco trasse il zuffo tutto intiero.

Quando se vidde il falso Balisardo
De una percossa tanto danneggiare,
Poi che il franco Dudone  s gagliardo
Che a sua prodezza non puotea durare,
Verso l'alto castel fece riguardo,
E prestamente se ebbe a rivoltare;
Getta il bastone e 'l scudo in terra lassa,
E per il ponte via fuggendo passa.

Segue Dudone e nel castel se caccia,
Ch non temeva il giovane altro scorno.
Come fu dentro, gionse entro una piaccia
Edificata di colonne intorno,
Con volte alte e dorate in ogni faccia.
Il sl di sotto  di marmoro adorno,
N persona si vede in verun lato
Fuor che 'l gigante, che  gi disarmato.

Poste avea l'arme e' pagni il fraudolente,
E tutto quanto ignudo se mostrava,
Ed avea il collo e il capo di serpente,
E 'l resto a poco a poco tramutava.
Ambe le braccia fece ale patente,
E l'una gamba e l'altra se avingiava,
E fiersi coda; e poi d'ogni gallone
Uscirno branche armate e grande ongione.

Mutato, come io dico, a poco a poco,
Tutto era drago il perfido gigante,
Gettando per l'orecchie e bocca foco,
Con tal romore e con fiaccole tante,
Che le muraglie intorno di quel loco
Pareano incese a fiamma tutte quante.
Ben puotea fare a ciascadun paura,
Perch era grande e sozzo oltra misura.

Ma non smarritte la persona franca
Del giovanetto, degno d'ogni loda.
Viensene il drago e nel scudo lo branca,
E per le gambe volta la gran coda,
S che, prendendo intorno ciascuna anca,
Gi per le coscie insino ai pi l'annoda;
Non se spaventa per questo Dudone,
Getta la mazza e prende quel dragone.

Nel collo il prese, a presso de la testa,
Ad ambe mani, e s forte l'afferra,
Che a quella bestia, che  tanto robesta,
Il fiato quasi e l'anima gli serra.
Da s lo spicca, e poi con gran tempesta
Lo gira ad alto e trallo in su la terra,
Che era la strata a pietra marmorina;
Sopra vi batte il drago a gran roina.

L dove gionse, se aperse la piaccia,
Tutto si fese il marmo da quel lato;
Sotto la terra il serpente se caccia,
Bench di fora  subito tornato.
Ma gi cangiata avea persona e faccia,
Ed era istranamente trasformato,
Ch il busto ha d'orso e 'l capo de cingiale:
Mai non se vidde il pi crudo animale.

Fatto avea il capo de porco salvatico
Costui, che in ogni forma sapea vivere,
E non sera poeta, n grammatico
Che lo sapesse a ponto ben descrivere.
Ora, ben che de ci poco sia pratico,
Dal muso al pi convien che tutto il livere:
Poi che io cominciai sua forma a dire,
Come era fatto vi voglio seguire.

Lunghi duo palmi avea ciascadun dente
E gli occhi accesi de una luce rossa,
Piloso il busto e d'orso veramente,
Con le zampe adongiate e di gran possa;
La coda ritenuta ha di serpente,
Sei braccia lunga ed a bastanza grossa;
L'ale avea grande e la testa cornuta:
Pi strana bestia mai non fu veduta.

Venne mugiando adosso al giovanetto,
N lui per tema le spalle rivolse,
Ma ben coperse sotto il scudo il petto,
E prestamente in man sua mazza tolse.
Or gionse il negromante maledetto,
E con le corne a mezo il scudo acolse;
Tutto il fraccassa, e rompe usbergo e piastre,
E lui disteso abatte in su le lastre.

Subitamente si fu rilevato,
S come cadde il giovanetto franco;
Ma quel malvagio che era tramutato,
Per lo traverso lo fer nel fianco.
Con uno dente il gionse nel costato,
S che gli fece il fiato venir manco;
Il fiato venne manco e crebbe l'ira:
Alcia la mazza ad ambe mane e tira.

Sopra del capo a l'animal diverso
Tira sua mazza il paladino adorno;
Dal destro lato il gionse de roverso,
E con fraccasso manda a terra un corno.
Or ben si tiene Balisardo perso,
E per la loggia va fuggendo intorno;
Per le colonne d'intorno alla piazza
Ne va fuggendo, e il bon Dudone il cazza.

Battendo l'ale basso basso giva,
N mai spiccava da terra le piante;
Cos fuggendo, a la marina usciva
Fuor del castello; ed ecco in quello istante
Una alta nave dentro al porto ariva.
Sopra di quella il falso negromante
Fu prestamente de un salto passato;
E Dudon dietro, ed gli sempre a lato.

Sopra la nave, qual ch'io v'ho contato,
Proprio alla prora stava un laccio teso,
Ove Dudone intrando fu incappato,
N so a qual modo subito fu preso;
E per ambe le braccia incatenato,
Sotto la poppa fu posto di peso
Da molti marinari e dal parone;
Or pi di lui non dico, che  pregione.

De Balisardo voglio racontare,
Che nella forma sua presto torn,
E fece il giovanetto disarmare,
Poi di quelle arme tutto se adobb.
Proprio Dudone alla sembianza pare;
Prese la mazza e il suo baston lasci,
E se cambi la voce e la fazione,
Che ogniom direbbe: "Egli  proprio Dudone."

Con tal fazione il perfido ribaldo
Pass il primo castello, e nel secondo
Vicino al ponte ritrov Ranaldo,
Che lo aspettava irato e furibondo.
Ma, come il vidde, il dimand di saldo
Se Balisardo avea tratto del mondo,
Perch lui crede senza altra mancanza
Ch'el sia Dudone a l'arme e alla sembianza.

E quel rispose: - Il gigante  fuggito,
Ed io gli ho dato tre miglia la caccia.
Prima l'aveva nel capo ferito,
E rotto il muso e 'l mento con la faccia:
Fuor della rocca l'ho sempre seguito,
Sino ad un fiume largo cento braccia.
Dentro a quella acqua se gett il malvaso,
Ove ogni altro che lui sera rimaso.

Ma non te sapria dir per qual ragione
A l'altra ripa lo viddi passato,
L dove stava Iroldo, che  pregione,
E Prasildo, che apresso era legato.
Ambo gli viddi sotto al pavaglione,
L dove Balisardo era fermato,
Ma non mi dette il core a trapassare
L'acqua, che al corso una roina pare. -

Ranaldo non lasci pi oltra dire,
Ma sopra il ponte subito  passato,
A lui dicendo: - Io voglio anzi morire,
Che vivo rimaner vituperato;
N mai nel mondo se puotr sentire
Ch'io abbi un mio compagno abandonato,
S come tu facesti, omo da poco,
Che temi l'acqua; or che faresti 'l foco ? -

Mostr il gigante in forma de Dudone
Forte adirarse per queste parole,
Onde rispose: - Paccio da bastone!
Ch sempre alla tua vita fusti un fole,
E stimi esser tenuto un campone
Con questo tuo zanzare; altro ci vle
Che per se stesso tenersi valente
Stimando gli altri poco e da nente.

Or vanne tu, ch'io non voglio venire,
E varca il fiume, poi che sai natare. -
Ranaldo, non curando del suo dire,
Subitamente il ponte ebbe a passare.
Lasciollo Balisardo alquanto gire,
Mostrando a quella porta riposare;
Poi di nascoso il falso malandrino
Per darli morte prese il mal camino.

Per l'altra strata lui gionse improviso,
E fer del bastone ad ambe mano;
N gi se gli mostr davanti al viso,
Anci alle spalle il perfido pagano,
E ben credette de averlo conquiso,
E ronarlo a quel sol colpo al piano;
Ma lui, che avea possanza smisurata,
Non and a terra per quella mazzata.

Anci se volse, e con voce cortese
Dicea: - Fanciullo, ora che credi fare?
Se io non guardassi al tuo padre Danese,
Sotto la terra ti farebbi entrare.
Vanne in malora e cerca altro paese! -
Cos dicendo s'ebbe a rivoltare,
Ma nel voltarsi il saracin fellone
Sopra la coppa il gionse del bastone.

Ranaldo se avamp nel viso de ira,
E disse: - Testimonio il ciel mi sia,
Che contra al mio voler costui mi tira
A darli morte sol per sua fola. -
Cos parlando di piet sospira,
Tanto lo stringe amore e cortesia;
Bench dritta ragione e sua diffesa
Lo riscaldasse alla mortal impresa.

Trasse Fusberta e cominci la zuffa,
Com' quel che crede che lui sia Dudone.
Or s'io vi conto come se ribuffa
L'un colla spata e l'altro col bastone,
E tutti e colpi di quella baruffa,
Che ben dur cinque ore alla tenzone,
A ricontarvi tutto io staria tanto,
Che avria finito questo e un altro canto.

Ma per concluson vi dico in breve:
Bench il gigante sia de ardire acceso,
E l'abbi quel baston cotanto greve,
Che un altro non fu mai de cotal peso,
Pure alla fine, come un om di neve,
Serebbe da Ranaldo morto o preso,
Se per incanto o per negromanzia
Non ritrovasse al suo scampo altra via.

Perch in cento maniere Balisardo
Se tramutava per incantamento;
Fiesse pantera con terribil guardo,
Ed altre bestie assai di gran spavento.
Tramutosse in ena, in camelpardo,
E in tigro, ch' s fiero e s depento,
E fie' battaglia in forma de griffone,
De cocodrillo e in mille altre fazone.

E dimostrosse ancor tutto de foco,
Qual sfavillava come de fornace.
Ranaldo, in cui dotanza non ha loco,
Salt nel mezo, il paladino audace,
E la rovente fiamma estima poco,
Ma con Fusberta tutta la disface;
E gi trenta ferite ha quel pagano,
Bench pi volte  tramutato invano.

Al fin tutto deserto e sanguinoso
Fuor della porta se pose a fuggire;
Or sendo occello, ora animal peloso,
E in tante forme ch'io non saprei dire.
Ranaldo sempre il segue furoso,
Che destinato  di farlo morire.
Gi sono alla marina; senza tardo
Sopra alla nave salta Balisardo.

Dalla ripa alla nave  poco spaccio,
De un salto Balisardo fu passato;
E 'l fio de Amon, che non teme altro impaccio,
Dietro gli salta tutto quanto armato;
E nella intrata se incapp nel laccio,
Ove Dudone prima fu pigliato.
Sue braccie e gambe avengia una catena;
Ben se dibatte invano e si dimena.

Non valse il dimenar, ch preso fu
Da duo poltron coperti de pedocchi,
E sotto poppa lo menarno gi,
L dove il sole gli abagliava gli occhi.
Tre onze avr Ranaldo e non gi pi
De biscotella, che  senza fenocchi,
Vivendo a pasto come un Fiorentino,
N braco ser per troppo vino.

In cotal modo stette un mezo mese,
Incatenato per piedi e per mane,
Con altre gente che seco eran prese,
Dico e compagni e pi persone istrane;
Sin che arivarno a l'ultimo paese
De Manodante, a l'Isole Lontane,
Ove furno alloggiati a una pregione
Prasildo, Iroldo, Ranaldo e Dudone.

Ben forte il guardan dentro gli serra,
Ma ciascuno avea prima dislegato.
Molta altra gente quivi eran per terra
Giacendo e in piede, d'intorno e da lato;
Tra questi stava Astolfo de Anghilterra,
Che pur da Balisardo fu pigliato;
El modo a dir sera lunga novella,
Perch lo prese in forma de donzella.

Quando partisse l dove Aridano
Cadette con Ranaldo a quel profondo,
Lui con Baiardo e il destrier Rabicano
E con due dame and cercando il mondo,
Sempre piangendo e sospirando invano,
Poi che ha perduto il suo cugin iocondo;
E cos caminando gionse un giorno
Ove al castello od suonare il corno:

A quel castello ove era la riviera
Che al verde piano intorno lo girava;
E quella dama, che era passaggiera,
Da Balisardo al ponte lo guidava.
Quivi fu preso per strana maniera,
Ch in forma de donzella lo gabbava:
Or non vi  tempo racontarvi il tutto
Come in la nave al laccio fu condutto.

Per che mi conviene ora tornare
Al conte Orlando, qual, come io contai,
Volse questi compagni abandonare,
Sol per colei che gli dona tal guai,
Che giorni e notte nol lascia posare;
E quel pensier non l'abandona mai,
Ma sempre a rivederla lo retira:
Sol di lei pensa e sol per lei sospira.

Con Brandimarte il franco paladino
A rivedere Angelica tornava,
E per contar che strutto avea il giardino,
Ed esser presto se altro comandava.
Al terzo giorno di questo camino,
Che 'l sole a ponto alora si levava,
Trovarno a lato un fiume una pianura
Tutta di prato e di bella verdura.

Stative queti, se voleti odire
De' duo che ritrovarno in questo loco,
Che l'un sapea cacciar, l'altro fuggire:
A riguardarli mai non fu tal gioco.
Or chi fosser costoro io vo' dire,
Se ve amentati della istoria un poco,
Quando a Marfisa quel ladro africano
Tolse, Brunello, il bon brando di mano.

E lei seguto l'ha sino a quel giorno,
E de impiccarlo sempre lo minaccia.
Lui la beffava ogniora con gran scorno,
E cento fiche gli avea fatto in faccia.
A suo diletto la menava intorno,
Gi sei giornate gli ha dato la caccia;
Esso, per darle pi battaglia e pena,
Sol per gabbarla dietro se la mena.

Lui ben sera scampato de legiero,
Che a gran fatica pur l'avria veduto,
Per che egli era sopra quel destriero
Che un altro non fu mai cotanto arguto;
N credo che a contarvi sia mestiero,
Come l'avesse l'Africano avuto:
Alor che ad Albrac se fu condotto,
A Sacripante lo invol di sotto.

Or, come io dico, sempre intorno giva,
Beffando con pi scherni la regina;
E lei di mal talento lo seguiva,
Perch pigliarlo al tutto se destina.
Trista sua vita se adosso gli ariva!
Ch lo fraccasser con tal ruina,
Che il capo, il collo, il petto e la corata
Tutte fian peste sol de una guanzata.

A questa cosa sopragionse Orlando,
Come io vi dissi, insieme e Brandimarte,
E l'uno e l'altro alquanto remirando,
Senza fare altro, se tirarno in parte.
Or, bei segnori, a voi mi racomando,
Compto ha questo canto le sue carte,
Ed io per veritate aggio compreso
Che il troppo lungo dir sempre  ripreso.

Canto decimoprimo

Gente cortese, che quivi de intorno
Seti adunati sol per ascoltare,
Dio vi dia zoia a tutti, e ciascun giorno
Vostra ventura venga a megliorare;
Ed io cantando a ricontar ritorno
La bella istoria, e voglio seguitare
Ove io lasciai Marfisa sopra al piano,
Che  posta in caccia dietro allo Africano:

Dietro a quel ladro, io dico, de Brunello,
Che gi dal re Agramante fu mandato
Per involar de Angelica lo annello;
Ma lui pi fie' che non fu comandato,
Perch un destriero il falso ribaldello
De sotto a Sacripante avea levato,
Ed a Marfisa di man tolse il brando;
So che sapeti il tutto, e come, e quando.

E lei, che a meraviglia era superba,
S come gi pi volte aveti inteso,
L'avea seguito in quel gran prato de erba
Gi da sei giorni, ed anco non l'ha preso;
Onde di sdegno la donzella acerba
Se consumava ne l'animo acceso,
Poi che con tante beffe e tanto scorno
Li agira il capo quel giottone intorno.

Perch, fuggendo e mostrando paura,
Gli stava avanti e non si dilungava;
Ed or, voltando per quella pianura,
Spesso alle spalle ancor se gli trovava;
E per mostrar di lei pi poca cura,
La giuppa sopra al capo rivoltava,
E poi se alciava (intenditime bene)
Mostrando il nudo sotto dalle rene.

Il conte Orlando, che stava da parte
E cognosciuta avea prima Marfisa,
Mirando l'atto, ed esso e Brandimarte
Di quel giottone insieme fier' gran risa;
Ma la regina per forza o per arte
Pigliar pur vl Brunello ad ogni guisa,
Per far de tanti oltraggi alfin vendetta:
E lui fuggendo sembra una saetta.

Fuggeva, spesso il capo rivoltando,
E truffava di lengua e delle ciglia.
Nel passar di traverso vidde Orlando,
E di torli qualcosa se assotiglia.
L'occhio gli corse incontinenti al brando,
Che fu gi fatto con tal meraviglia
Da Falerina de Orgagna al giardino:
Brando nel mondo mai fu tanto fino.

Egli era bello e tutto lavorato
D'oro e de perle e de diamanti intorno:
Ben si serebbe il ladro disperato,
Se avuto non avesse il brando adorno.
Subitamente lo trasse da lato;
Mai non se vidde al mondo maggior scorno,
Ch 'l ladro passa e crida al conte: - Ascolta,
Io torno per il corno a l'altra volta. -

Del brando non se avidde alora il conte,
Ma alla minaccia sol del corno attese.
Quel corno de cui parlo, fu de Almonte,
Che il trasse a uno elefante in suo paese,
Poi lo perse morendo in Aspramonte
(S come io credo che vi sia palese),
Allor che Brigliadoro e Durindana
Acquist Orlando sopra alla fontana.

Come la vita il conte l'avea caro,
Per lo prese prestamente in mano;
Ma non valse a tenerlo alcun riparo,
Tanto  malvaggio quel ladro Africano.
E ben che aponto io non sappia dir chiaro
Come passasse il fatto in su quel piano,
Pur vi concludo senza diceria
Che 'l ladro tolse il corno e fugg via.

Bench Marfisa l'ha sempre seguito,
Lui ne va via col corno e con la spata.
Quivi rimase il conte sbigotito,
N sa come la cosa sia passata.
Gi de sua vista  quel ladro partito,
Con Marfisa alle spalle tutta fiata;
N lui, n Brandimarte ormai lo vede,
N lo posson seguir, ch sono a piede.

Onde, biasmando tal disaventura,
Via se ne vanno, e non san che se fare.
Ciascuno aveva indosso l'armatura,
Che a piede  mala cosa da portare.
Or, caminando per quella pianura,
Sopra de un fiume vennero arivare.
Oltre a quella acqua, in un bel prato piano,
Stava una dama col destriero a mano.

Da l'altra ripa, aponto ove si varca,
Era la dama del destrier discesa;
In mezo il fiume, sopra de una barca,
Un'altra dama avea seco contesa.
Quella di l quest'altra molto incarca
De biasmi, e de ogni inganno l'ha ripresa,
- Perfida, - a lei dicendo - a che cagione
M'hai qua passata a ponermi in pregione? -

Altre parole usarno ancor tra loro,
S come l'una dama a l'altra dice.
Mentre che contendeano a tal lavoro,
Orlando gionse in su quella pendice,
Ed ebbe visto il destrier Brigliadoro,
Che gi gli tolse quella traditrice;
Non so se aveti alla istoria il pensiero,
Quando Origilla a lui tolse il destriero.

Quella Origilla che gi sopra al pino
Si stava impesa per le chiome al vento,
E poi, campata dal bon paladino,
Gli tolse Brigliadoro a tradimento;
N molto dopo in Orgagna al giardino,
Ove fu l'opra dello incantamento,
Di novo ancor la perfida villana
Li tolse il bon destriero e Durindana.

Orlando quivi la trov contendere
Con l'altra, come io ho detto pur mo.
Or, bei segnor, voi doveti comprendere
Che la fiumana di cui parlato ho,
 quella ove Ranaldo volse scendere
Con tre compagni, e mai non ritorn,
Ma fu ad inganno ne la nave preso
Da Balisardo, come aveti inteso.

S come il conte vidde la donzella
Che col destriero a l'altra ripa stava,
Amor di novo ancora lo martella,
N il doppio inganno pi si ramentava,
Che gli avea fatto quella anima fella;
Lui fuor di modo pi che inanzi amava.
Chiese di grazia a quella passaggiera
Che per merc lo varca la riviera.

Ed Origilla, che cognobbe il conte,
Ben se credette alora de morire;
Pallida viene ed abassa la fronte,
E per vergogna non sa che se dire.
Intorno ha il fiume senza varco o ponte,
E gionta  in loco che non pu fuggire;
Ma non bisogna a lei questa paura,
Ch Orlando l'ama fuor d'ogni misura.

E ben ne fece presto dimostranza,
Come a lei gionse, con dolci parole.
Essa piangendo, o facendo sembianza,
S come far ciascuna donna suole,
Al conte dimandava perdonanza,
E tanto invilup frasche e vole,
Come colei che a frascheggiare era usa,
Che al suo fallire aritrov la scusa.

Mentre che fu tra loro il ragionare
Alla riviera sopra al verde piano,
Odirno ad alto un corno risuonare
Del castelletto sopra al poggio altano;
E poi vidderno al ponte gi callare
E scendere alla costa il castellano.
Senz'arme quel vecchione in arcion era,
Ma seco avea d'armati una gran schiera.

Come fu gionto, al conte fie' riguardo,
E salutollo assai cortesemente;
Poi, s come era usato, quel vecchiardo
Narr la loro usanza e conveniente
Del ponte ove dimora Balisardo,
Qual consumata avea cotanta gente;
Come era incantator, falso e ribaldo,
E ci che prima avea detto a Ranaldo.

Senza longare in pi parole il fatto,
Gi per quel fiume Orlando fu portato,
E seco in nave Brandimarte adatto,
Ed Origilla gli sedea da lato;
E volse il conte sopra ad ogni patto
Che Brigliador ben fusse governato.
Il castellano il tolse, a giuramento
Ci promettendo; e 'l conte fu contento.

Gionti alla foce, ove il fiume entra in mare
E sotto il ponte ronoso corre,
Gi sotto a l'arco Balisardo appare,
Che quasi pareggiava quella torre.
A questo ponto vi ser che fare,
Perch tutto l'inferno all'un soccorre,
E l'altro  s gagliardo di natura,
Che omo del mondo contra a lui non dura.

Voi doveti, segnori, avere a mente
Come era fabricata la muraglia
Ove se varca quella acqua corrente:
Quivi discese Orlando alla battaglia.
Sopra alla entrata non era altra gente,
N porta chiusa avanti, n serraglia.
Poi che fu tutto quel castel passato,
Trovarno al ponte Balisardo armato.

Bench pregasse Brandimarte assai
Di poter gire alla battaglia avante,
Non volse Orlando aconsentir giamai,
Ma trasse il brando ed isfid il gigante.
Sua Durindana, come io vi contai,
Ha racquistata il bon conte d'Anglante,
E comencion battaglia aspra e feroce
A mezo il ponte sopra quella foce.

Or chi sentesse la destruzione
De l'arme rotte, e l'elmi risuonare,
E vedesse il gigante col bastone,
Con Durindana il conte martellare,
E piastre e maglia a gran confusone
Tirare a terra e per l'aria volare,
Il mondo non ha cor cotanto ardito,
Che a tal furor non fusse sbigotito.

Ambi gli scudi a quello assalto fiero
Per la pi parte a terra erano andati,
N l'un n l'altro avea in capo cimiero,
Li usberghi in dosso han rotti e fraccassati;
N contar ve potrebbi de legiero
Tutti per ponto e colpi smisurati,
Ma sempre al conte cresce ardire e possa,
A l'altro ormai la lena e il fiato ingrossa;

Ed  ferito ancora in molte parte,
Ma pi disconciamente nel costato,
Onde malvaggio torna alle sue arte
Per tramutarse, come era adusato;
L'arme, che intorno avea tagliate e sparte,
Gettarno foco e fiamma in ogni lato,
Facendo sopra loro un fumo scuro;
Trem la terra in cerco e tutto il muro.

Lui si fece demonio a poco a poco:
Come un biscione avea la pelle atorno,
Da nove parte fuor gettava il foco,
E sopra ad ogni orecchia avea un gran corno;
Tutte le membre avea nel primo loco,
Ma sfigurato dalla notte al giorno,
Perch ha la faccia orrenda e tanto scura,
Che puotea porre a ciascadun paura.

E l'ale grande avea di pipastrello,
E le mane agriffate come uncino,
Li piedi d'oca e le gambe de ocello,
La coda lunga come un babuno.
Un gran forcato prese in mano il fello,
Con esso vien adosso al paladino,
Soffiando il foco e degrignando e denti,
Con cridi ed urli pien d'alti spaventi.

Fecesi il conte il segno della croce,
Poi sorridendo disse: - Io me credetti
Gi pi brutto il demonio e pi feroce.
Via nell'inferno va, tra' maledetti,
L dove  il fuoco eterno che vi coce;
E certo io provar, se tu me aspetti
Alla battaglia, come sei gagliardo,
O vogli esser demonio, o Balisardo. -

Cos ricominci nuova tenzone,
N l'un da l'altro poco s'allontana.
Orlando gionse un colpo nel forcone,
E tutto lo tagli con Durindana.
Or ben se avidde il perfido giottone
Che non gli pu giovar quella arte vana,
Onde si volta e fugge verso il mare;
Battendo l'ale par che aggia a volare.

Orlando il segue, ed gli ancor ben presso,
Perch a seguirlo ogni sua forza aguzza;
E Balisardo se afrettava anco esso:
Trista sua vita se ponto scapuzza!
La coda alciava per la strata spesso,
Lasciando vento e foco con gran puzza;
Soffia per tutto, tal spavento il tocca,
La lingua pi d'un palmo ha fuor di bocca.

Brandimarte ancor lui dietro si andava,
Sol per veder di questa cosa il fine.
L'un dopo l'altro correndo arivava
Sopra al bel porto; e tra l'onde marine
Presso la ripa la nave si stava,
Che l'altre gente avea fatte tapine.
Sopra di quella Balisardo passa,
E il conte apresso, che giammai nol lassa.

Il negromante, che  di mala mena,
D'un salto sopra il laccio fu passato,
Ma il conte trabucc ne la catena,
E tutto intorno fu presto legato;
N fu disteso in su la prora apena,
Che e marinari uscirno ad ogni lato.
Tutti cridano insieme col parone:
- Sta saldo, cavallier, tu sei pregione. -

Lui se scotteva e gi non stava in posa,
Perch esser preso da tal gente agogna,
Morta di fame, nuda e pedocchiosa;
Ma quel che vl Fortuna, esser bisogna.
Vermiglia avea la faccia come rosa
Il conte Orlando per cotal vergogna;
Due galiofardi grandi l'ebber preso
Sopra alle spalle, e lo portr di peso.

Ma Brandimarte gionse in su la riva,
Che, come io dissi, avea questi seguiti;
Quando la voce del suo conte odiva,
Non fr bisogno a quel soccorso inviti;
Sopra alla nave de un salto saliva,
E quei ribaldi, tutti sbigotiti,
Lasciano Orlando e non san che si fare:
Chi fugge a poppa, e chi salta nel mare.

E certo di ragione avean paura,
Ch come al libro de Turpino io lezo,
Duo pezzi fece de uno alla centura,
E part uno altro nel petto per mezo,
S come avesse a ponto la misura.
Lor, ci mirando e temendo di pezo,
Fuggian ciascun tremando e sbigotito;
Or fuor di novo  Balisardo uscito.

Fuor della poppa usc l'alto gigante,
Che in la sua propria forma era tornato;
Le gente della zurma, che eran tante,
Chi se pose a sue spalle, e chi da lato.
L'arme avean ruginente tutte quante,
Quale  discalcio, e quale era strazato,
Ben che sian gente al navicar maestre;
E tutti han tarche e dardi e gran balestre.

Per Balisardo avean ripreso core,
Cridando tutti insieme la canaglia,
Che non se od giamai tanto romore.
Nel mezo della nave  la battaglia;
Tra lor d Brandimarte a gran furore,
Ch tutti non li stima una vil paglia;
Man roverso e man dritto il brando mena:
Tutta la nave  gi di sangue piena.

Cos menava Brandimarte ardito,
Fendendo a chi la testa a chi la panza.
Ora ecco Balisardo ebbe cernito,
Che de una torre armata avea sembianza.
Gi non bisogna che si mostri a dito,
Ch undeci palmi sopra gli altri avanza;
E Brandimarte verso lui s'accosta,
E dietro a meza coscia il colpo aposta.

Pi basso alquanto il brando fu disceso,
Ch e colpi non si ponno indovinare;
Tagli le gambe, e cadde. Di quel peso
La nave se pieg per affondare.
Il busto sopra il legno and disteso,
Ed ambe due le gambe andarno in mare;
Qua non vale arte de negromanzia,
Ch Brandimarte il tocca tuttavia.

Lui chiamava il demonio con tempesta,
Alel, Libicocco e Calcabrina;
Ma Brandimarte gli tagli la testa,
E via nel mar la trasse con roina.
Or se incomincia de' morti la festa
Tra la zurmaglia misera e tapina:
Chi salta in mare, e chi nella carena,
Chi per le corde scappa in su l'antena.

Tutta la gente misera e diserta
Fu dissipata, come io vi ho contato,
E non rimase sopra la coperta
Se non il conte, che era incatenato,
E Balisardo, concio come il merta,
E Brandimarte, che era gi montato
Sopra la poppa, e l trov il parone,
Che avante a lui se pose ingenocchione,

Misericordia sempre dimandando,
Ed acquist perdono umanamente;
E torn Brandimarte al conte Orlando
E tutto il disleg subitamente.
Poi col parone entrambi ragionando,
E fatta ritornar quella altra gente,
De ci che  fatto, non se dnno affanno:
Quei che son morti, lor se ne hanno il danno.

E poi che insieme fr pacificati,
Come io ho detto, incominci il parone:
- Segnori, io so che ve meravigliati,
Ch da meravigliare  ben ragione,
De questo loco ove seti arivati,
Quando per forza de incantazone
Se facea Balisardo trasformare,
Ch' quivi occiso, e gettarenlo in mare.

Perch intendiati il fatto meglio avante,
Il tutto vi far palese e piano.
Un vecchio re, nomato Manodante,
A Damogir se sta, ne l'occeno,
Ove adunate ha gi ricchezze tante,
Che stimar nol potria lo ingegno umano;
Ma la Fortuna in tutto a compimento
N lui n altrui giamai fece contento.

Per che per duo figli il re meschino
 stato e stanne ancora in gran dolore;
Il primo fu involato piccolino
Da un suo schiavo malvaggio e traditore.
Io viddi il schiavo, e nomase Bardino,
Picchiato in faccia e rosso di colore,
Coi denti radi e col naso schiazato:
Port il fanciullo, e mai non  tornato.

A l'altro giovanetto ne incontrata,
Come odireti, una sventura strana,
Perch pregione  fatto de una fata.
Non so se odesti mai nomar Morgana;
Quella del giovanetto  inamorata,
Quale ha beltate angelica e soprana,
Per ci l'ha chiuso in un loco profondo:
Di fuor per forza nol trarebbe il mondo.

Ma lei fatto have al re promissone
Lasciare il giovanetto salvo e sano,
Se un cavallier gli pu donar pregione,
Che Orlando  nominato, il Cristano;
Per che un'opra de incantazione,
Fabricata in un corno troppo istrano,
Che serebbe a contar molta lunghezza,
Disfece il cavallier per sua prodezza.

Onde lo vl pregione a ogni partito
La fata, e ben lo avr, s'io non me inganno;
Ma, perch egli  feroce e tanto ardito,
Se avrebbe nel pigliarlo molto affanno;
Per ci quel Balisardo che  perito
(Cos se n'abbi in sua malora il danno),
Presente il nostro re se dette il vanto
De dargli Orlando preso per incanto.

Ma sino ad or non gli  venuto fatto,
Bench ha pigliate gi gente cotante,
Che io non potrei contarle a verun patto.
Fovi preso un Grifone e uno Aquilante,
Ed uno Astolfo a quel laccio fu tratto,
E fu preso un Ranaldo poco avante,
E seco un altro giovane garzone;
Se ben ramento, egli ha nome Dudone.

L'altra gente ch' presa,  molta troppa,
N mi basta a contarli lo argumento;
Tutti son scritti l sotto la poppa,
E legger vi si pn, chi n'ha talento.
Ma tante foglie non lascia una pioppa
L nel novembre, quando soffia il vento,
Quanti nno e cavallier che quel gigante
Fatto ha condur pregioni a Manodante. -

Mentre che quel paron cos parlava,
Orlando dentro se turb nel core,
Perch color che costui nominava
Della Cristianitate erano il fiore,
Ed egli ad uno ad un tutti gli amava,
Ed avea di sua presa gran dolore;
E destin tra s quel franco sire
De trargli di prigione, o de morire.

E poi che quel paron si stette queto,
Che alcun di lor pi non stava ascoltare,
Parl con Brandimarte di secreto,
A lui dicendo ci che voglia fare;
Poi mostrandosi il conte in volto lieto
Prega il paron che lo voglia portare
Avanti al re, per che al suo comando
Gli dava il cor de appresentargli Orlando.

E cos, navicando con bon vento,
Frno condutti a l'Isole Lontane;
E quei duo cavallier pien de ardimento
Al re s'appresentarno una dimane
Sopra una sala, che d'oro e d'argento
Era coperta de figure strane;
Ch ci che  in terra e in mare e nel celo alto,
L dentro era intagliato e posto a smalto.

Lor fierno la proposta a Manodante,
Contando che per sua deffensone
Balisardo avean morto, il fier gigante,
Promettendoli Orlando dar pregione.
Per questo gli fu fatto bon sembiante
Ed alloggiati frno a una maggione
Ricca, adobbata, l presso al palagio,
Ove si sterno con diletto ad agio.

Era con seco la falsa donzella,
Ch 'l conte non la volse mai lasciare,
Qual  tanto fallace e tanto bella,
Quanto di sopra odesti racontare.
Or questa intese tutta la novella
Dal conte Orlando, e ci che dovea fare,
Perch qualunche a cui se porta amore
Tra' gli secreti insin de mezo il core.

Or questa dama assai Grifone amava
(So che il sapeti, ch gi lo contai),
E di vederlo tutta sfavillava,
N d'altro pensa giorno e notte mai;
E ben sa che in pregione ora si stava.
Ma questo canto  stato lungo assai:
Posati alquanto e non fati contese,
Che a dir nell'altro io vi ser cortese.

Canto decimosecondo

Stella de amor, che 'l terzo cel governi,
E tu, quinto splendor s rubicondo,
Che, girando in duo anni e cerchi eterni,
De ogni pigrizia fai digiuno il mondo,
Venga da' corpi vostri alti e superni
Grazia e virtute al mio cantar iocondo,
S che lo influsso vostro ora mi vaglia,
Poi ch'io canto de amor e di battaglia.

L'uno e l'altro esercizio  giovenile,
Nemico di riposo, atto allo affanno;
L'un e l'altro  mestier de omo gentile,
Qual non rifuti la fatica, o il danno;
E questo e quel fa l'animo virile,
A bench al d de anci, se io non m'inganno,
Per verit de l'arme dir vi posso
Che meglio  il ragionar che averle in dosso,

Poi che quella arte degna ed onorata
Al nostro tempo  gionta tra villani;
N l'opra pi de amore anco  lodata,
Poscia che in tanti affanni e pensier vani,
Senza aver de diletto una giornata,
Si pasce di bel viso e guardi umani;
Come sa dir chi n'ha fatto la prova,
Poca fermezza in donna se ritrova.

Deh! non guardate, damigelle, al sdegno
Che altrui fa ragionar come gli piace;
Non son tutte le dame poste a un segno,
Per che una  leal, l'altra fallace;
Ed io, per quella che ha il mio core in pegno,
Cheggio mercede a tutte l'altre e pace;
E ci che sopra ne' miei versi dico,
Per quelle intendo sol dal tempo antico:

Come Origilla, quella traditrice,
Qual per aver Grifone in sua bala
(Ch il cor gli ardea d'amor ne la radice)
A Manodante and, la dama ria;
E ci che Orlando a lei secreto dice
Per trar fuor quei baron de pregionia,
E le cose ordinate tutte quante,
Lei le rivela e dice a Manodante.

Quando il re intese che quivi era Orlando,
Nella sua vita mai fu pi contento.
Se stesso per letizia dimenando,
Gi parli avere il figlio a suo talento;
Ma poi nella sua mente anco pensando
Del cavallier la forza e lo ardimento,
Comprende bene e gi veder gli pare
Che nel pigliarlo assai ser che fare.

Alla donzella fece dar Grifone,
S come a lei promesso avea davante,
Ma lui non volse uscir mai de prigione,
Se seco non lasciava anco Aquilante;
E fu lasciato a tal condizone,
Che loro ed Origilla in quello istante
Si dipartin dal regno alora alora,
Senza pi fare in quel loco dimora.

Cos lor se partirno a notte oscura:
Ancor vi contar del suo vaggio.
Or torno a Manodante, che ha gran cura
D'aver quel cavallier senza dannaggio,
Perch di sua prodezza avea paura;
Onde fece ordinare un beveraggio,
Che dato a l'omo subito adormenta
S come morto, e par che nulla senta.

A quei baron, che non avean sospetto,
Fu meschiato nel vino a bere a cena,
E poi la notte fr presi nel letto
E via condotti, n il sentirno a pena;
Per che 'l beveraggio che io vi ho detto,
S gli avea tolto del sentir la lena,
Che fr portati per piedi e per mane,
N mai svegliarno insino alla dimane.

Quando se avidder poi quella matina
In un fondo di torre esser legati,
Ben se avisarno che quella fantina
Li avea traditi, essendosi fidati.
- O re del celo, o Vergine regina, -
Diceva il conte - non me abandonati! -
Chiamando tutti e Santi ch'egli adora,
Quanti n'ha il celo e poi degli altri ancora.

E come se amentava de pittura
A Roma, in Francia, o per altra provenzia,
A quella facea voto, per paura,
De digiunare, o de altra penitenzia.
Esso avea a mente tutta la Scrittura,
De orazon e salmi ogni scenzia;
Ci che sapea, diceva a quella volta,
E Brandimarte sempre mai l'ascolta.

Era quel Brandimarte saracino,
Ma de ogni legge male instrutto e grosso,
Per che fu adusato piccolino
A cavalcare e portar l'arme in dosso;
Onde, ascoltando adesso il paladino
Che a Dio se aricomanda a pi non posso,
Chiamando ciascun Santo benedetto,
Li adimandava quel che avesse detto.

E bench il conte fosse in tal tormento,
Pur, per salvar quella anima perduta,
Prima narrgli il vecchio Testamento,
E poi perch Dio vl che quel se muta;
Gli narr tutto il novo a compimento,
E tanto a quel parlare Idio l'aiuta,
Che torn Brandimarte alla sua Fede,
E come Orlando drittamente crede.

Bench l non se possa battizare,
Pur la credenza avea perfetta e bona,
E poi che alquanto fu stato a pensare,
Verso del conte in tal modo ragiona:
- Tu m'hai voluto l'anima salvare,
Ed io vorei salvar la tua persona,
S'io ne dovessi ancor quivi morire;
Or se 'l te piace, il modo pi odire.

Tu di comprender cos ben come io,
Che per te solo  fatta questa presa,
Perch tra Saracini i tanto rio,
E de Cristianit sola diffesa.
Ora, se io prendo il tuo nome e tu il mio,
Non avendo altri questa cosa intesa,
N essendo alcun di noi qua cognosciuto,
Forse serai lasciato, io ritenuto.

Io dir sempre mai ch'io sono Orlando,
Tu de esser Brandimarte abbi la mente;
Gurti che non errasti ragionando,
Ch guastaresti il fatto incontinente.
Ma, se esci fuore, a te mi racomando:
Cerca di trarme del loco presente;
E se io morissi al fondo dove io sono,
Prega per l'alma mia tu che sei bono. -

Quasi piangendo quel baron soprano
In cotal modo il suo parlar finia.
Allora il conte, che era tanto umano:
- Non piaccia a Dio, - dicea - che questo sia!
Speranza ha ciascadun ch' Cristano,
Nel re del celo e nella Matre pia;
Lui ce trar per sua merc de guai,
Ma senza te non uscir giamai.

Ma se tu uscissi, io restaria contento,
Pur che tu me prometta tutta fiata,
Per preghi, n minacce, n spavento
De non lasciar la fede che hai pigliata.
La nostra vita  una polvere al vento,
N se debbe stimar n aver s grata,
Che per salvarla, on allungarla un poco,
Si danni l'alma nello eterno foco. -

Diceva Brandimarte: - Alto barone,
Gi molte volte odito ho racontare
Che del servigio perde il guiderdone
Colui che for de modo fa pregare;
Io ti cheggio, per Dio di passone,
Che quel che ho detto, tu lo vogli fare;
E quando far nol vogli, io te prometto
Ch'io tornar di novo a Macometto. -

Orlando non rispose a quei sermoni,
N acconsentitte e non volse desdire.
Eccoti gente armate de ronconi
Che alla pregion la porta fanno aprire.
Diceva il caporale: - O camponi,
Quale  Orlando di voi, debba venire;
Quel che  desso, lo dica e venga avante,
Ch appresentar conviense a Manodante. -

Brandimarte rispose incontinente,
Che apena non avea colui parlato;
Il conte Orlando diceva nente,
Ma sospirando si stava da lato.
Or tolse Brandimarte quella gente,
E cos proprio come era legato
(Che far non pu diffesa n battaglia)
Al re lo present quella sbiraglia.

Manodante era di natura umano,
Per piacevolmente a parlar prese,
Dicendo: - Ria fortuna e caso istrano
A mio dispetto mi fa discortese;
E ben ch'io sappia che sei cristano,
Nemico a nostra legge di palese,
Sapendo tua virtute e il tuo valore,
Assai me incresce a non te fare onore.

Ma la natura mi strenge s forte
E la compasson de un mio figliolo,
Che, a dirti presto con parole corte,
A te per lui convien portar il dlo.
Crudel destino e la malvaggia sorte
De duo mi avea lasciato questo solo;
Dece ed otto anni ha di ponto il garzone:
Morgana entro ad un lago l'ha pregione.

Questa Morgana  fata del Tesoro;
E perch par che gi tu dispregiasti
Non so che cervo che ha le corne d'oro,
E sue aventure e soi incanti li hai guasti,
(Ti debbi ramentar questo lavoro,
Onde ogni breve dir credo che basti),
Per questo te persegue in ogni banda,
E sol de averti a ciascadun dimanda.

Onde per fare il cambio di mio figlio
In questa notte ti feci pigliare,
E per trare esso di cotal periglio
A quella fata ti voglio mandare;
A bench di vergogna io sia vermiglio,
Pensando ch'io te fo mal capitare,
Sapendo che tu merti onore e pregio;
Ma altro rimedio al suo scampo non vegio. -

Tenendo il re chinato a terra il viso
Fece fine al suo dir, quasi piangendo.
Rispose Brandimarte: - Ogni tuo aviso
Sempre servire ed obedire intendo,
Se mille miglia ancor fossi diviso
Da questo regno; or tuo pregione essendo,
Disponi a tuo volere ed a tuo modo,
Ch'io vo' di te lodarme ed or mi lodo.

Ma ben ti prego per summa mercede
Che, potendo campare il tuo figliolo
Per altra forma, come il mio cor crede,
Che tu non me conduchi in tanto dlo.
Or, se te piace, alquanto ascolta e vede:
Termine da te voglio un mese solo,
E che tu lasci l'altro compagnone,
Ed io star tra tanto alla pregione,

Pur che il compagno che meco fo preso,
Subitamente sia da te lasciato.
Sopra alle forche voglio essere impeso,
Se in questo tempo ch'io ho da te pigliato
Non ti  il tuo figliol sano e salvo reso,
Perch in quel loco il cavalliero  stato.
Sopra alla Fede mia questo ti giuro,
Ed andarane e tornar securo. -

Queste parole Brandimarte usava
Ed altre molte pi che qui non scrivo,
Come colui che molto ben parlava
Ed era in ogni cosa troppo attivo.
Al fin quel vecchio re pur se piegava;
A bench fosse di quel figlio privo,
E lo aspettare a rivederlo un mese
Paresse uno anno, e' pur l'accordio prese.

Brandimarte si pose ingenocchione,
Il re di questo assai ringrazando,
E poi fu rimenato alla prigione,
E tratto fuor di quella il conte Orlando.
Or chi direbbe le dolci ragione
Che ferno e due compagni lacrimando,
Allor che il conte convenne partire?
Quanto gli increbbe, non potrebbi io dire.

Sapean gi il patto com'era fermato,
Che al termine de un mese die' tornare;
Onde, avendo da lui preso combiato,
Con una nave si pose per mare.
In pochi giorni a terra fu portato,
Poi per la ripa prese a caminare,
Dietro a l'arena, per la strata piana,
Tanto che gionse al loco di Morgana.

Quel che l fece, contar da poi,
Se la istoria ascoltati tutta quanta:
Ora ritorno a Manodante e' soi.
Chi mena zoia, chi suona e chi canta;
Chi promette a Macon pecore e boi.
Chi darli incenso e chi argento si vanta,
Se gli concede di veder quel giorno
Che Zilante a lor faccia ritorno.

Nome avea il giovanetto Zilante,
Come di sopra in molti lochi ho detto.
A quelle feste che io dico cotante,
Ne la cit per zoia e per diletto
Accese eran le torre tutte quante
De luminari; e su per ciascun tetto
Suonavan trombe e corni e tamburini,
Come il mondo arda e tutto il cel ruini.

Era l preso Astolfo del re Otone
Con altri assai, s come aveti odito,
E bench fosse al fondo de un torione,
Pur quello alto rumore avea sentito,
E de ci dimandando la cagione
A quel che per guardarli  stabilito,
Colui rispose: - Io vi so dir palese
Che indi uscirete in termine de un mese.

E voglio dirvi il fatto tutto intiero,
Perch pi non andati dimandando.
Al nostro re non fa pi de mistiero
La presa de' baroni andar cercando,
Per che in corte  preso un cavalliero,
Qual per il mondo  nominato Orlando;
Or potr aver per contracambio il figlio,
Che  ben di nome e di bellezza un ziglio.

Ma bene  ver che un cavallier pagano,
Qual mostra esser di lui perfetto amico,
Lasciato fu dal nostro re soprano,
E tornar debbe al termine ch'io dico,
E menar Zilante a mano a mano,
Bench io non stimo tal promessa un fico;
Ma il re certo avr il figlio a suo comando,
Se in contraccambio l vi pone Orlando. -

Astolfo se mut tutto di faccia
E pi di core, odendo racontare
Che il conte era pur gionto a quella traccia,
E il guardano alor prese a pregare,
- German, - dicendo - per Macon ti piaccia
Una ambasciata a l'alto re portare,
Che sua corona in ci mi sia cortese,
Ch'io veda Orlando, che  di mio paese. -

Sempre era Astolfo da ciascuno amato,
Or non bisogna ch'io dica per che;
Onde il messaggio subito fu andato,
E l'ambasciata fece ben al re.
Gi Brandimarte prima era lasciato,
Entro una zambra sopra a la sua f,
Ma disarmato; e sempre mai de intorno
Stava gran guarda tutta notte e 'l giorno.

Il re ne viene a lui piacevolmente,
E dimand chi fosse Astolfo e donde;
Turbosse Brandimarte ne la mente,
E, pur pensando, al re nulla risponde,
Perch cognosce ben palesemente
Che, come  giorno, indarno se nasconde,
Onde sua vita tien strutta e diserta,
Poi che la cosa al tutto  discoperta.

Al fin, per pi non far di s sospetto,
Disse: - Io pensava e penso tuttavia
S'io cognosco l'Astolfo de che hai detto,
N me ritorna a mente, in fede mia,
Se non ch'io vidi gi in Francia un valletto,
Qual pur mi par che cotal nome avia;
Stavasi in corte per paccio palese,
E nomato era il gioculare Anglese.

Grande era e biondo e di gentile aspetto,
Con bianca faccia e guardatura bruna;
Ma egli avea nel cervello un gran diffetto,
Perch d'ognior che scemava la luna,
Divenia rabboso e maledetto,
E pi non cognoscea persona alcuna,
N alor sapea festar, n menar gioco:
Ciascun fuggia da lui come dal foco. -

- Lui proprio  questo, - disse Manodante
- De sue piacevolezze io voglio odire. -
Cos dicendo via mandava un fante,
Che lo facesse alor quindi venire.
Questo, giognendo ad Astolfo davante,
Incontinenti gli cominci a dire
S come il re l'avrebbe molto caro,
Poi che egli era buffone e giocularo,

E come il cavallier del suo paese,
Quale era Orlando, al re l'have contato.
Astolfo de ira subito s'accese,
E cos come egli era infurato,
Col fante ver la corte il camin prese.
Bench da molti dreto era guardato,
Lui non restava de venir cridando
Per tutto sempre: - Ove  il poltron de Orlando?

Ov', - diceva - ove  questo poltrone,
Che de mi zanza, quella bestia vana?
Mille onze d'oro avria caro un bastone
Per castigar quel figlio de putana. -
Il re con Brandimarte ad un balcone
Odr la voce ancora assai lontana,
Tanto cridava il duca Astolfo forte
Di dare a Orlando col baston la morte.

E Brandimarte alor molto contento
Dicea al re: - Per Dio, lascinlo stare,
Perch poner tutti a rio tormento:
Poco de un paccio si pu guadagnare.
Adesso in tutto  fuor di sentimento:
Questo  la luna, che debbe scemare;
Io so com'egli  fatto, io l'ho provato:
Tristo colui che se gli trova a lato! -

- Adunque sia legato molto bene, -
Diceva il re - dapoi qua venga in corte;
Di sua paca non voglio portar pene. -
Eccoti Astolfo  gi gionto alle porte,
E per la scala su ratto ne viene.
Ma nella sala ogniom cridava forte,
Sergenti e cavallieri in ogni banda:
- Legate il paccio! Il re cos comanda. -

Ma quando Astolfo se vidde legare,
Ed esser reputato per lunatico,
Cominci l'ira alquanto a rafrenare,
Come colui che pure avea del pratico.
Quando fu gionto, il re prese a parlare
A lui, dicendo: - Molto sei selvatico
Con questo cavallier de tuo paese,
Bench lui sia di Brava, e tu sia Anglese. -

Astolfo alor, guardando ogni cantone,
- Ma dove  lui - diceva - quel fel guerzo,
Il qual ardisce a dir ch'io son buffone,
Ed egual del mio stato non ha il terzo?
N lo torria per fante al mio ronzone,
Abench'io creda ch'el dica da scherzo,
Sapendo esso di certo e senza fallo
Che di lui faccio come di vassallo.

Ove sei tu, bastardo stralunato,
Ch'io te vo' castigar, non so se il credi? -
Il re diceva a lui: - Che sventurato!
Tu l'hai avante, e par che tu nol vedi. -
Alora Astolfo, guardando da lato
E dietro e innanci ogniom da capo a piedi,
Dicea da poi: - Se alcun non l'ha coperto
Di sotto al manto, e' non  qua di certo.

E tra coteste gente, che son tante,
Sol questo Brandimarte ho cognosciuto. -
Meravigliando dicea Manodante:
- Qual Brandimarte? Dio me doni aiuto!
Or non  questo Orlando, che hai davante?
Io credo che sei paccio divenuto. -
E Brandimarte alquanto sbigotito
Pur fa bon volto con parlare ardito,

Al re dicendo: - Or non sai che al scemare
Che fa la luna, il perde lo intelletto?
Io credea che 'l dovesti ramentare,
Perch poco davante io l'avea detto. -
Alora Astolfo cominci a cridare:
- Ahi renegato cane e maledetto!
Un calcio ti dar di tal possanza,
Che restar la scarpa ne la panza. -

Diceva il re: - Tenitelo ben stretto,
Per che 'l mal li cresce tutta via. -
Ora ad Astolfo pur crebbe il dispetto,
E fu salito in tanta bizaria,
Che minacciava a ronar il tetto,
E tutta disertar la Pagania,
E cinquecento miglia intorno intorno
Menare a foco e a fiamma in un sol giorno.

Comand il re che via fosse condutto;
Ma quando lui se vidde indi menare
Ed esser reputato paccio al tutto,
Cominci pianamente a ragionare.
Dapoi che non aveva altro redutto,
Con voce bassa il re prese a pregare
Che ancor non fusse de quindi menato,
E mostrarebbe a lui che era ingannato;

Per che, se mandava alla pregione,
E facesse Ranaldo qua venire,
O veramente il giovane Dudone,
Da lor la verit potrebbe odire;
E che lui volea stare al parangone,
E se mentisse, voleva morire,
Ed esser strascinato a suo comando,
Ch questo  Brandimarte e non Orlando.

Il re, pur dubitando esser schernito,
Cominci Brandimarte a riguardare,
Il quale, in viso tutto sbigotito,
Lo fece maggiormente dubitare.
Il cavallier, condutto a tal partito
Che non potea la cosa pi negare,
Confessa per se stesso aver ci fatto,
Acci che Orlando sia da morte tratto.

Il re di doglia si straziava il manto
E via pelava sua barba canuta,
Per il suo figlio ch'egli amava tanto;
De averlo  la speranza ormai perduta.
Ne la cit non se ode altro che pianto,
E la allegrezza in gran dolor se muta;
Crida ciascun, come di senno privo,
Che Brandimarte sia squartato vivo.

Fu preso a furia e posto entro una torre,
Da piedi al capo tutto incatenato;
In quella non se suole alcun mai porre
Che sia per vivo al mondo reputato.
Se Dio per sua pietate non soccorre,
A morir Brandimarte  iudicato.
Astolfo, quando intese il conveniente
Come era stato, assai ne fu dolente.

E volentier gli avria donato aiuto
De fatti e de parole a suo potere,
Ma quel soccorso tardo era venuto,
S come fa chi zanza oltra al dovere.
Quel gentil cavalliero ora  perduto
Per sue parole e suo poco sapere;
Or qui la istoria de costor vi lasso,
E torno al conte, ch' gionto a quel passo:

Al passo di Morgana, ove era il lago
E il ponte che vargava la rivera.
Il conte riguardando assai fu vago,
Ch pi Aridano il perfido non vi era.
Cos mirando vidde morto un drago,
Ed una dama con piatosa ciera
Piangea quel drago morto in su la riva,
Come ella fusse del suo amante priva.

Orlando se ferm per meraviglia,
Mirando il drago morto e la donzella,
Che era nel viso candida e vermiglia.
Ora ascoltati che strana novella:
La dama il drago morto in braccio piglia,
E con quello entra in una navicella,
Correndo gi per l'acqua alla seconda,
E in mezo il lago aponto se profonda.

Non dimandati se il conte avea brama
Di saper tutta questa alta aventura.
Ora ecco di traverso una altra dama
Sopra de un palafreno alla pianura.
Come ella vidde il conte, a nome il chiama
Dicendo: - Orlando mio senza paura,
Iddio del paradiso ha ben voluto
Che qua vi trovi per donarmi aiuto. -

Questa donzella che  quivi arrivata,
Come io vi dico, sopra il palafreno,
Era da un sol sergente accompagnata.
Di lei vi contar la istoria apieno,
Se tornarete a questa altra giornata,
E di quella del drago pi n meno,
Qual profond nel fiume; or faccio ponto,
Per che al fin del mio cantar son gionto.

Canto decimoterzo

Il voler de ciascun molto  diverso:
Chi piace esser soldato, e cui pastore,
Chi dietro a robba, a lo acquistar  perso,
Chi ha diletto di caccia e chi d'amore,
Chi navica per mare e da traverso,
E quale  prete e quale  pescatore;
Questo in palazo vende ogni sua zanza,
Quello  zoioso, e canta e suona e danza.

A voi piace de odir l'alta prodezza
De' cavalieri antiqui ed onorati,
E 'l piacer vostro vien da gentilezza,
Per che a quel valor ve assimigliati.
Chi virtute non ha, quella non prezza;
Ma voi, che qua de intorno me ascoltati,
Seti de onore e de virt la gloria,
Per vi piace odir la bella istoria.

Ed io seguir la voglio ove io lasciai,
Anci tornare a dietro, per chiarire
De le due dame, quale io vi contai;
L'una era al lago, l'altra ebbe a venire.
Or per voi stessi non sapresti mai
Chi fosser queste, non lo odendo dire;
Ma io vi narrer la cosa piana:
Quella dal drago morto era Morgana,

E l'altra  Fiordelisa, quella bella
Che fu da Brandimarte tanto amata.
Di questa vi dir poi la novella,
Ma torno prima a quella della fata;
La qual, perch era de natura fella,
Sopra del lago a quella acqua incantata,
Ove nel fondo fu Aridano occiso,
Aveva poi pigliato uno altro aviso.

Perch con succi de erbe e de radice
Clte ne' monti a lume della luna,
E pietre svolte de strana pendice,
Cantando versi per la notte bruna,
Cangiato avea la falsa incantatrice
Quel giovanetto in sua mala fortuna,
Io dico Zilante, e fatto drago,
Per porlo in guardia al ponte sopra al lago.

Ed avea tramutata sua figura,
Acci che quella orribile apparenzia
Sopra del ponte altrui ponga paura;
Ma, fusse o per l'error de sua scienzia,
O per strenger lo incanto oltra misura,
Ebbe il garzone estrema penitenzia,
Perch, come tal forma a ponto prese,
Gett un gran crido, e morto se distese.

Onde la fata, che tanto lo amava,
Seco di doglia credette morire;
Per piatosamente lacrimava,
Come ne l'altro canto io vi ebbi a dire,
E con la barca al fondo lo portava,
Per farlo sotto il lago sepelire.
Or pi di lei la istoria non divisa,
Ma torna a ricontar de Fiordelisa.

La qual, s come Orlando ebbe veduto,
Gli disse: - Idio del cel per sua pietate
Qua te ha mandato per donarmi aiuto,
S come avea speranza in veritate.
Or bisognar ben, baron compiuto,
Che a un tratto mostri tutta tua bontate;
Ma, perch sappi che far ti conviene,
Io narrar la cosa: intendi bene.

Dapoi ch'io mi parti' da quello assedio,
Che ancora ad Albrac dimora intorno,
Con superchia fatica e maggior tedio
Cercato ho Brandimarte notte e giorno,
N a ritrovarlo  mai stato rimedio;
Ed io faceva ad Albrac ritorno,
Per saper se pi l sia ricovrato,
Ma nel vaggio ho poi costui trovato.

Costui che meco vedi per sargente,
Io l'ho trovato a mezo del camino,
Ed  venuto a dir per accidente
Che port Brandimarte piccolino,
Qual fu figlio de un re magno e potente;
Ma, come piacque a suo forte destino,
Costui lo tolse a l'Isola Lontana,
E diello al conte de Rocca Silvana.

Da poi che l'ebbe a quel conte venduto,
Lui pur rimase in casa per servire;
Ma poscia il fanciulletto fu cresciuto,
Venne in gran forza e di soperchio ardire,
E per tutto d'intorno era temuto.
Per questo il conte avanti al suo morire,
Non avendo n moglie n altro erede,
Figlio se il fece e quel castel gli diede.

Brandimarte da poi per suo valore
Cercato ha il mondo per monte e per piano,
E nella terra per governatore
Lasci costui che vedi e castellano.
Ora un altro baron pien di furore,
Qual sempre fu crudele ed inumano,
Scoperto a Brandimarte  per nimico:
Rupardo ha nome il cavallier ch'io dico.

Costui con pi sergenti e soi vassalli
Lo assedio ha intorno de Rocca Silvana.
E de assalirla par che mai non calli,
Per runarla tutta in terra piana.
E' crida: "Brandimarte per soi falli
Adesso  preso al lago de Morgana.
Io son per questo a prendervi venuto;
Da lui non aspettati alcuno aiuto."

Onde costui, che temea de aver morte,
Quando non fosse a quel Rupardo reso
(E d'altra parte ancor gl'incresce forte
Che 'l suo segnor da lui mai fusse offeso),
Con molti incanti fie' gettar le sorte,
Ed ha con quelle ultimamente inteso
Che vero  ci che dice quel fellone,
E Brandimarte  nel lago in pregione.

Ora ti prego, conte, se mai grazia
Aver debbe da te nulla donzella,
Che ci che si pu far, per te si fazia,
Tanto che egli esca di questa acqua fella.
Cos ti renda ogni tua voglia sazia
Quanto desidri, Angelica la bella;
Cos d'amor s'adempia ogni tua brama,
Vivendo al mondo in glorosa fama. -

Il conte narr a lei con brevitate
Di Brandimarte ci che ne sapea,
E tutte aponto le cose passate,
E come al lago ritornar volea
Per Zilante trar de aversitate,
Qual l'altra fiata gi lasciato avea,
E poi, per cambio di quel bel garzone,
Trar Brandimarte fuor de la pregione.

De ci la dama assai se contentava,
E smont il palafreno alla rivera;
Standosi ingenocchione il cel guardava,
Divotamente a Dio facea preghiera
Che la ventura che il conte pigliava
Se ritrsse in bon fine e tutta intiera;
E gi alla porta Orlando era arivato:
Ben la sapea, ch prima anco vi  stato.

Nascosa era la porta dentro a un sasso,
Di fuor tutta coperta a verde spine;
Discese Orlando gi, callando al basso,
Sin che fu gionto della scala al fine;
Poi camin da un miglio passo passo
Sopra del suol de pietre marmorine,
E gionse nella piazza del tesoro,
Ove  il re fabricato a zoie ed oro.

Quivi trov la sedia che Ranaldo
Avea portata gi sino alla uscita;
Ora a contarvi pi non mi riscaldo
Di questa cosa, ch l'avete odita.
Il conte usc della piazza di saldo
E gionse nel giardino alla finita,
Ove abita Morgana e fa suo stallo,
Ed  partito al mezo de un cristallo.

Apresso a quel cristallo  la fontana
(Quel loco un'altra fiata ho ricontato);
A questa fonte ancor stava Morgana,
E Zilante avea resucitato,
E tratto fuor di quella forma strana.
Pi non  drago, ed omo  ritornato;
Ma pur per tema ancora il giovanetto
Parea smarito alquanto nello aspetto.

La fata pettinava il damigello,
E spesso lo baciava con dolcezza;
Non fu mai depintura di pennello
Qual dimostrasse in s tanta vaghezza.
Troppo era Zilante accorto e bello,
Ed esso  in volto pien di gentilezza,
Ligiadro nel vestire e dilicato,
E nel parlar cortese e costumato.

Per prendea la fata alto solaccio
Mirando come un specchio nel bel viso,
E cos avendo il giovanetto in braccio
Gli sembra dimorar nel paradiso.
Standosi lieta e non temendo impaccio,
Orlando gli ariv sopra improviso,
E come quello che l'avea provata,
Non perse il tempo, come a l'altra fiata;

Ma nella gionta di de mano al crino,
Che sventillava biondo nella fronte.
Alor la falsa con viso volpino,
Con dolci guardi e con parole pronte
Dimanda perdonanza al paladino
Se mai dispetto gli avea fatto on onte,
E per ogni fatica in suo ristoro
Promette alte ricchezze e gran tesoro.

Pur che gli lascia il giovanetto amante,
Promette ogni altra cosa alla sua voglia;
Ma il conte sol dimanda Zilante
E stima tutto il resto una vil foglia.
Or chi direbbe le parole tante,
Il lamentare e i pianti pien di doglia,
Che faceva Morgana in questa volta?
Ma nulla giova: il conte non l'ascolta.

Ed ha gi preso Zilante a mano,
E fora del giardin con esso viene,
N della fata teme incanto istrano,
Poi che nel zuffo ben presa la tiene.
Lei pur se dole e se lamenta invano,
E non trova soccorso alle sue pene;
Ora lusinga, or prega ed or minazza,
Ma il conte tace e vien dritto alla piazza.

Quella passarno, e cominciarno a gire
Su per la scala e tra que' sassi duri,
E quando furno a ponto per uscire
Fuor della porta e de quei lochi oscuri,
Allora il conte a lei cominci a dire:
- Vedi, Morgana, io voglio che mi giuri
Per lo Demogorgone a compimento
Mai non mi fare oltraggio o impedimento. -

Sopra ogni fata  quel Demogorgone
(Non so se mai lo odisti racontare),
E iudica tra loro e fa ragione,
E quello piace a lui, pu di lor fare.
La notte se cavalca ad un montone,
Travarca le montagne e passa il mare,
E strigie e fate e fantasime vane
Batte con serpi vive ogni dimane.

Se le ritrova la dimane al mondo,
Perch non ponno al giorno comparire,
Tanto le batte a colpo furibondo,
Che volentier vorian poter morire.
Or le incatena gi nel mar profondo,
Or sopra al vento scalcie le fa gire,
Or per il foco dietro a s le mena,
A cui d questa, a cui quella altra pena.

E per il conte scongiur la fata
Per quel Demogorgon che  suo segnore,
La qual rimase tutta spaventata,
E fece il giuramento in gran timore.
Fugg nel fondo, poi che fu lasciata;
Orlando e Zilante uscirno fuore,
E trovr Fiordelisa ingenocchione,
Che ancor pregava con divozone.

Lei, poi che entrambi fuor li vide usciti,
Molto ringrazava Iddio divino;
E caminando insieme, ne fr giti
Insino al mar che quindi era vicino.
Poscia che nella nave fr saliti,
Con vento fresco entrarno al lor camino,
Fendendo intra levante e tramontana
Sin che son gionti a l'Isola Lontana.

Smontarno a Damogir, l'alta citate,
Quale avea tra due torre un nobil porto.
Quando le gente nel molo adunate
Ebbero in nave il giovanetto scorto,
Alciarno un crido allegro di pietate,
Perch prima ciascun lo tenea morto:
Crida ciascuno, e piccolino e grande;
Ognior di voce in voce pi se spande.

A Manodante gionse la novella,
Qual gi per tutta la cit risuona.
Lui corse l vestito di gonnella,
E non aspetta manto ni corona.
Non vi rimase vecchia, ni donzella:
Ogni mestiero ed arte se abandona;
Giovani, antiqui ed ogni fanciullina,
Per veder Zilante ogni om camina.

Tanta adunata quivi era la gente,
Che avea coperto il porto marmorino;
E Zilante usc primeramente,
Poi Fiordelisa e Orlando paladino;
Il quarto ne lo uscir fu quel sergente.
Come fu visto, ogni om crida: - Bardino!
Bardino! ecco Bardino! - ogni om favella
- De l'altro figlio il re sapr novella. -

Quando la calca fu tratta da banda,
De gire avante Orlando se argumenta;
Umanamente al re se racomanda,
Il suo figliol avante gli appresenta.
Di Brandimarte poi presto dimanda;
Ma il re di dar risposta non se attenta,
Parendo a tal servigio essere ingrato,
Poi che il compagno avea s mal trattato.

Pur gli rispose che era salvo e sano:
Ma per vergogna  nel viso vermiglio.
Cos tornando, con Orlando a mano,
Venne per caso a rivoltare il ciglio,
E veggendo Bardin disse: - Ahi villano!
Or che facesti, ladro, del mio figlio?
Pigliti presto presto il traditore,
Qual gi mi tolse il mio figliol maggiore. -

A quella voce fu il sargente preso,
E lui dimanda sol de essere odito,
Onde di novo avanti al re fu reso,
E cont a ponto come era fuggito
Per mare in barca; ed in terra disceso,
Il figlio entro una rocca avea nutrito,
N si sapendo il nome in quella parte
De Bramadoro il fece Brandimarte.

Nome avea Bramadoro, essendo infante,
Quel Brandimarte che or era pregione.
El fu figliolo a questo Manodante;
E quel Bardino per desperazione
Ch 'l re il battette dal capo alle piante,
Fosse per ira, o per sua fallisone,
Ci non so dir, ma via fugg Bardino
E Bramador port, quel fanciullino.

Da poi che l'ebbe a quel conte venduto,
Dico a Rocca Silvana, come ho detto,
E' fu del male alquanto repentuto,
E l rimase sol per suo rispetto;
E, sin che 'l giovanetto fu cresciuto,
Non se partitte mai de quel distretto,
E Brandimarte a lui sempre ebbe amore,
Onde il lasci per suo governatore.

E tutto ci cont Bardino a ponto,
Narrando a lui la istoria del figliolo:
Ma quando a dir che egli era al fin fo gionto,
Il re sent nel cor superchio dlo,
Perch posto l'avea, come vi conto,
Al fondo de un torrion, su tristo slo.
L gi posto l'avea discalzo e nudo:
Or se lamenta de esser stato crudo.

E bench prima avesse ancor mandato,
Per rispetto de Orlando, a trarlo fuore,
Ora a mandarvi  ben pi riscaldato,
Sempre piangendo de piatoso amore;
Per allegrezza il crido  dupplicato,
Non se sent giamai tanto rumore:
Per tetti, per li balchi e per le torre,
Ciascun con lumi accesi intorno corre.

De cimbaletti e d'arpe e di leuti
E de ogni altra armonia fan mescolanza.
Il re, che duo figlioli avea perduti,
Or gli ha trovati, e non avea speranza;
E citadini insieme son venuti
Tutti alla piazza, e chi suona e chi danza;
E le fanciulle e le dame amorose
Gettano ad alto gigli fiori e rose.

Fra tanta gioia e tra tanta allegrezza
Condotto  Brandimarte avante al padre,
Che fu nudo in pregione, ora  in altezza:
Era coperto di veste legiadre.
Piangeva ciascadun di tenerezza.
Il re lo dimand chi fu sua madre.
- Albina, - disse a lui - ci mi ramenta,
Ma del mio padre ho la memoria spenta. -

Non puote il re pi oltra sostenire,
Ma piangendo dicea: - Figliol mio caro,
Caro mio figlio, or che debbo mai dire,
Ch'io te ho tenuto in tanto dlo amaro?
Ci che a Dio piace se convien seguire;
A quel che  fatto, pi non  riparo. -
Cos dicendo ben stretto l'abbraccia,
Avendo pien de lacrime la faccia.

Poi s'abbracciarno ed esso a Zilante,
E ben che sian germani ogni om avisa,
Per che l'uno a l'altro  simigliante,
Bench la etate alquanto li divisa.
Or chi direbbe le carezze tante
Che Brandimarte fece a Fiordelisa?
E poi che tutti in festa e zoia sono,
Bardino ebbe ancor lui dal re perdono.

Gionti dapoi nel suo real palagio,
Che al mondo de ricchezza non ha pare,
A festeggiar se attese e stare ad agio;
E 'l conte in summa fece battizare
Il re coi figli e tutto il baronagio,
A bench alquanto pur vi fu che fare;
Ma Brandimarte seppe s ben dire,
Che 'l patre e gli altri fece seco unire.

Frno anche tratti della prigion fuore
Ranaldo, Astolfo e gli altri tutti quanti,
E fu lor fatto imperale onore,
E tutti rivestiti a ricchi manti.
Una donzella con occhi d'amore,
Leggiadra e ben accorta nei sembianti,
Ne vene in sala; e tante zoie ha in testa,
Che sol da lei splendea tutta la festa.

Ciascun guardava il viso colorito,
Ma non la cognosceano assai n poco,
Eccetto Orlando e Brandimarte ardito:
Lor duo l'avean veduta in altro loco.
Questa gabb gi il suo vecchio marito
(Non so se ve amentati pi quel gioco),
Quando fu presa con le palle d'oro;
E lei ne fece poi doppio ristoro,

Facendo Ordauro sotterra venire,
Che istoria non fu mai cotanto bella.
Voi la sapeti e pi non la vo' dire,
Se non contarvi che questa donzella
Brandimarte la trasse di martre,
N alor sapea che fusse sua sorella,
Quando da lui e dal conte de Anglante
Occisi fr Ranchera ed Oridante.

E quivi la cognobbe per germana,
Abbracciandosi insieme con gran festa,
E ramentando a lei l'erba soprana
Che gi l'avea guarito della testa,
Quando Marfusto a lato alla fontana
L'avea ferito con tanta tempesta;
Ed altre cose assai che io non diviso
Dicean tra lor con festa e zoia e riso.

Dapoi che molti giorni fr passati,
Che tutti consumarno in suono e in danza,
Dudone una matina ebbe chiamati
Tutti quei cavallieri in una stanza,
Narrando a loro e populi adunati
Con Agramante per passare in Franza,
E come era gi armato mezo il mondo
Per por re Carlo e i Cristani al fondo.

Ranaldo e Astolfo s'ebbe a proferire
Alla difesa de Cristianitate,
Per la sua fede e legge mantenire,
Insin che in man potran tenir le spate.
Seco non volse Orlando allora gire,
N so dir la cagione in veritate,
Se non ch'io stimo che superchio amore
Li desviasse da ragione il core.

Il dipartir di lor non fu pi tardo;
Passarno insieme il mare a mano a mano.
Ranaldo sal poi sopra a Baiardo,
E 'l duca Astolfo sopra Rabicano.
Orlando a Brandimarte fie' riguardo,
E molto il prega con parlare umano
Che ritornasser Zilante ed esso
A star col patre, che ha la morte apresso.

Ma non si trova modo n ragione
Che Brandimarte voglia ritornare;
Pur Zilante se pieg; il garzone
Di novo a Damogir torn per mare.
E Brandimarte  salito in arcione,
Ch Orlando mai non vle abandonare;
Ambi passarno via quel tenitoro
Sino al castello ove era Brigliadoro.

Al conte fu il destrier restituito,
E fatto molto onor dal castellano.
Il duca Astolfo prima era partito,
E Dudon seco e il sir de Montealbano.
Quel figlio del re Otone era guarnito
De l'arme d'oro, e la sua lancia ha in mano,
E cavalcando gionse una matina
Al castel falso de la fata Alcina.

Alcina fu sorella di Morgana,
E dimorava al regno de gli Atrberi,
Che stanno al mare verso tramontana,
Senza ragione immansueti e barberi.
Lei fabricato ha l con arte vana
Un bel giardin de fiori e de verdi arberi,
E un castelletto nobile e iocondo,
Tutto di marmo da la cima al fondo.

E tre baroni, come aveti odito,
Passarno quindi acanto una matina,
E mirando il giardin vago e fiorito,
Che a riguardar parea cosa divina,
Voltarno gli occhi a caso in su quel lito
Ove la fata sopra alla marina
Facea venir con arte e con incanti
Sin fuor de l'acqua e pesci tutti quanti.

Quivi eran tonni e quivi eran delfini,
Lombrine e pesci spade una gran schiera;
E tanti ve eran, grandi e piccolini,
Ch'io non so dire il nome o la manera.
Diverse forme de mostri marini,
Rotoni e cavodogli assai vi ne era;
E fisistreri e pistrice e balene
Le ripe aveano a lei d'intorno piene.

Tra le balene vi era una maggiore,
Che apena ardisco a dir la sua grandeza,
Ma Turpin me assicura, che  lo autore,
Che la pone due miglia di lungheza.
Il dosso sol de l'acqua tenea fuore,
Che undici passi o pi salia d'alteza,
E veramente a' riguardanti pare
Un'isoletta posta a mezo il mare.

Or, come io dico, la fata pescava,
E non avea n rete n altro ordegno:
Sol le parole che all'acqua gettava
Facea tutti quei pesci stare al segno;
Ma quando adietro il viso rivoltava,
Veggendo quei baron prese gran sdegno
Che l'avesser trovata in quel mestiero,
E de affocarli tutti ebbe in pensiero.

Mandato avria ad effetto il pensier fello,
Ch una radice avea seco recata,
Ed una pietra chiusa entro uno annello,
Quale averia la terra profondata;
Solo il viso de Astolfo tanto bello
Dal rio voler ritrasse quella fata,
Perch mirando il suo vago colore
Piet gli venne e fu presa d'amore.

E cominci con seco a ragionare
Dicendo: - Bei baroni, or che chiedete?
Se qua con meco vi piace pescare,
Bench'io non abbia n laccio n rete,
Gran meraviglia vi potr mostrare
E pesci assai che visti non avete,
Di forme grande e piccole e mezane,
Quante ne ha il mare, e tutte le pi strane.

Oltra a quella isoletta  una sirena:
Passi l sopra chi la vl mirare.
Molto  bel pesce, n credo che apena
Dece sian visti in tutto quanto il mare. -
Cos Alcina la falsa alla balena
Il duca Astolfo fece trapassare,
Quale era tanto alla ripa vicina,
Che in su il destrier varc quella marina.

Non vi pass Ranaldo, n Dudone,
Ch ognom di loro avea de ci sospetto,
E ben chiamarno il figlio del re Otone,
Ma lui pur pass oltra a lor dispetto.
Ben se 'l tenne la fata aver pregione
E poterlo godere a suo diletto:
Come salito sopra al pesce il vide,
Dietro li salta e de allegrezza ride.

E la balena se mosse de fatto,
S come Alcina per arte comanda.
Non sa che farsi Astolfo a questo tratto,
Quando scostar se vidde in quella banda;
Lui ben se pone al tutto per disfatto,
E sol con preghi a Dio si racomanda,
E non vede la fata n altra cosa,
Bench li presso a lui si era nascosa.

Ranaldo, poi che il vidde via portare
In quella forma, fu bene adirato;
Pur se destina in tutto de aiutare,
Bench contra sua voglia ivi era andato:
Sopra Baiardo se caccia nel mare
Dietro al gran pesce, come disperato.
Quando Dudone il vidde in quella traccia,
Urta il destriero, e dietro a lui se caccia.

Quella balena andava lenta lenta,
Ch molto  grande e de natura grave;
De giongerla Ranaldo se argumenta,
Natando il suo destrier come una nave.
Ma io gi, bei segnor, la voce ho spenta,
N ormai risponde al mio canto suave,
Onde convien far ponto in questo loco.
Poi cantar, ch'io sia posato un poco.

Canto decimoquarto

Gi molto tempo m'han tenuto a bada
Morgana, Alcina e le incantazoni,
N ve ho mostrato un bel colpo di spada,
E pieno il cel de lancie e de tronconi;
Or conviene che il mondo a terra vada,
E 'l sangue cresca insin sopra a l'arcioni,
Ch il fin di questo canto, s'io non erro,
Seran ferite e fiamme e foco e ferro.

Ranaldo e Rodamonte alla frontiera
Se vederanno insieme appresentati,
E la battaglia andar schiera per schiera;
Ma stati un poco quieti, ed aspettati,
Ch io vo' prima tornar l dove io era,
De' duo baron che al mare erano intrati.
S'io non me inganno, doveti amentare
Che Ranaldo e Dudone entrarno in mare,

Dietro ad Astolfo che su la balena
Avanti era portato per incanto.
Dudon le gambe per quelle onde mena,
E gi per l'acque avea seguto tanto,
Che ormai pi non vedea Ranaldo apena,
E fu per runare in tristo pianto,
Per che il suo destrier per pi non posso
Trabucc al fondo e portl seco adosso.

E nel cader che fie'il giovane arguto
Fece a s sopra il segno de la croce,
E crid: - Matre pia, donami aiuto! -
Ranaldo se rivolse a quella voce,
E quasi il pose al tutto per perduto.
Ora diversa doglia al cor gli coce:
Astolfo avante a lui via ne  portato,
Alle sue spalle  questo altro affondato.

Pure il periglio grande de Dudone
Il fece adietro rivoltar Baiardo;
Come pesce natava quel ronzone
Per la marina, tanto era gagliardo.
Quando fu gionto dove era il garzone,
Non bisognava che fusse pi tardo,
Ch ormai pi non puoteva trare il fiato;
Ben sapea dir se il mare era salato.

Ranaldo fuor d'arcione il tolse in braccio,
E portl sopra 'l litto alla sicura,
E poi che questo ha tratto fuor de impaccio,
Di seguitare Astolfo prese cura.
Ma la balena era ita un tanto spaccio,
Che a riguardar s longe era paura,
E l'aria cominci di farsi bruna,
Soffiando il vento e gelo e gran fortuna.

Con tutto ci Ranaldo vle entrare,
Ma Prasildo facea molta contesa;
Dudone, Iroldo s seppon pregare,
Che al fin piangendo abandona la impresa.
Stasse nel litto e non sa che si fare,
Poi che non trova al suo cugin diffesa;
Il mar pi leva l'onde, e gi dal cielo
Cade tempesta ed acqua con gran gelo.

Ora sappiati che questa roina,
Qual par che tutto il mondo abbia a sorbire,
Era ad incanto fatta per Alcina,
Perch alcun altro non possa seguire.
Or vo' lasciare Astolfo alla marina,
Di lui poi molte cose avremo a dire;
Torno a Ranaldo, che in su la riviera
Sol se lamenta e piange e se dispera.

Da poi che molto in quel litto diserto
Fu stato a lamentar, come io ve ho detto,
Con quella pioggia adosso, al discoperto,
Ch ivi non era n loggia, n tetto,
E lui non era del paese esperto,
Per che mai non fu per quel distretto,
Pur, seguitando a lato alla marina,
Verso ponente pi giorni camina.

Li Atrberi pass, gente inumana,
Di qua da loro il monte de Corubio,
E per la Tartaria venne alla Tana.
Quel che l fiesse, Turpin pone in dubio,
Se non che gionse nella Transilvana,
E pass ad Orsua il fiume del Danubio,
Giongendo in Ongheria quella giornata,
Ove trov gran gente insieme armata.

Era adunata quella guarnisone
Di gente ardita e forte alla sembianza,
Perch Otachier, figliol de Filippone,
Era assembrato per passare in Franza,
Ch l'avea gi richiesto il re Carlone,
Sentendo d'Agramante la possanza.
Quel re mandava il figlio, com'io dico,
Perch'era infermo ed anco molto antico.

Nella terra di Buda entr Ranaldo,
Ove il re lo ricolse a grande onore,
Per che cognosciuto fu di saldo,
Sapendosi per tutto il suo valore;
Ed Otachier assai divenne baldo,
Parendo alla sua andata un gran favore
Ed un gran nome tronfale e magno
Lo aver Ranaldo seco per compagno.

Fu fatto capitano in quel consiglio
Il pro' Ranaldo, e fu ciascun contento;
E gi le liste a candido e vermiglio
Ne' lor stendardi se spiegarno al vento.
Ben racomanda Filippone il figlio
Molto a Ranaldo, e tutto il guarnimento,
E dopo, dietro alle real bandiere,
Verso Ostreliche se driccir le schiere.

Passr Bena, e per la Carentana
Vargano le Alpi fredde in quel confino,
E gi scendendo nella Italia piana,
Andarno avanti e gionsero a Tesino.
Tre giorni manco de una settimana
Re Desiderio avea preso il camino;
E, come l per tutto se ragiona,
Con la sua gente  dentro de Savona.

Onde Ranaldo insieme ed Otachieri
Seguir deliberarno il re lombardo.
Essi avean trenta miglia cavallieri,
L'un pi che l'altro nobile e gagliardo,
Che a quella impresa venian volentieri,
N avean de' Saracini alcun riguardo.
Passarno e monti, e gi nel Genoese
Sopra del mar la gente se distese.

L dietro caminando molti giorni,
Gi di Provenza sono alle confine,
E, vagheggiando quei colletti adorni,
Tra cedri, aranci e palme pellegrine,
Odirno risuonare e trombe e corni
Oltra a quel monte, e par che il cel roine:
Di tal strida e furore  l'aria pieno,
Che par che il mondo abissi e venga meno.

Ranaldo presto se trasse davante
Ed Otachiero, e seco il bon Dudone,
E lor gente lasciarno tutte quante,
Tanto che gionti son sopra al vallone,
L dove Rodamonte lo africante
Mena e Lombardi a gran destruzone.
Prima sconfitti alla battaglia fiera
Avea i Francesi e il duca di Baviera.

E quattro figli soi feriti a morte
Eran distesi al campo sanguinoso;
N avendo esso riparo a quella sorte,
Era fuggito tristo e doloroso.
E sempre il saracin torna pi forte,
Dissipando ogni cosa il foroso.
Gi il duca di Savoglia e di Lorena
Avea spezzati e morti con gran pena.

A Bradamante, che  figlia de Amone,
Occiso avea il destriero e posto a terra,
E pi gente tagliata in quel sabbione
Che giamai fosse morta in altra guerra.
Tutta la cosa a ponto e per ragione
Gi vi contai, se il mio pensier non erra,
Insin che sua bandiera cadde al campo,
Onde lui prese il disdegnoso vampo.

Quella bandiera, che  vermiglia e d'oro,
Nel mezo a sopraposte  ricamata;
Una dama e un leone ha quel lavoro:
La dama  Doralice di Granata.
Questo  di Rodamonte il suo tesoro;
N cosa al mondo avea pi cara o grata,
Perch colei che ha quella somiglianza,
Era suo amore e tutta sua speranza.

Quando la vide a terra Rodamonte,
Della gran doglia non trovava loco,
Ed arrufrsi e crini alla sua fronte,
Mostrando gli occhi rossi come il foco.
Quale un cingial che a furia esce del monte,
Che cani e cacciatori estima poco,
Fiacca le broche e batte ambe le zane:
Tristo colui che a canto gli rimane!

Cotal se mosse allora quel pagano,
Sopra a' Lombardi tutto se abandona,
E ben si sbaratt presto quel piano,
N vi rimase de intorno persona.
Gli omini e l'arme taglia ad ogni mano,
Della ruina il ciel tutto risuona,
Perch scudi ferrati e piastre e maglia
Spezza e fracassa a quella aspra battaglia.

De la sua gente ognior cresce la folta,
Che venne prima in fuga e sbigotita.
Ora torna cridando: - Volta! Volta! -
E sopra a' Cristan se mostra ardita.
Intorno al franco re tutta  ricolta;
Ma nostra gente quasi era stordita,
Mirando il saracin cotanto audace;
De' suoi gran colpi non si puon dar pace.

Nel campo de' Lombardi  un cavalliero
Nato di Parma, e nome ha Rigonzone,
Forte oltra modo e di natura fiero,
Ma non avea n senno n ragione.
Da morte a vita avea poco pensiero;
Ov' il periglio e la destruzone,
E dove il scampo apena se ritrova,
Pi volentier si pone a far sua prova.

Costui, veggendo il forte saracino
Che sopra al campo mena tal tempesta,
Non lo stimando pi che un fanciullino,
Gli sprona adosso con la lancia a resta.
Cridando: - A terra! a terra! - in sul camino
A ritrovar l'and testa per testa;
Ruppe sua lancia, che  grosso troncone,
Ed urta via nel corso del ronzone.

Col petto del ronzone urta il pagano
A briglia abandonata l'animoso,
E ben credette trabuccarlo al piano,
Ma troppo  Rodamonte ponderoso.
Nel freno al gran destrier dette di mano,
E quel ritenne al corso furoso;
Perci non stette Rigonzone a bada:
Rotta la lancia, ha gi tratta la spada.

Lasciata avea la briglia, e ad ambe mano
Feritte il saracin di tutta possa,
Ma ciascun colpo adosso a quello  vano;
Quella pelle del drago  tanto grossa,
Che da possanza o da valore umano
Non teme taglio, o ponta, n percossa.
Mentre ch'a lo Africano il colpo tira,
Lui prende il suo destriero e intorno il gira.

E poi che l'ebbe alquanto regirato,
Con furia via lo trasse di traverso,
E quello and per caso in un fossato,
E sopra Rigonzon cadde riverso.
Lasciamo lui, che vivo  sotterrato,
E ritorniamo al saracin diverso,
Che abatte sopra al campo ogni persona.
Ecco afrontato ha il conte di Cremona,

Dico Arcimbaldo, il fio de Desiderio,
Che vien col brando in mano alla distesa,
Giovane ardito e degno de uno imperio,
Ed atto a trare a fine ogni alta impresa;
N gi gli attribuisco a vituperio
Se fu perdente di questa contesa,
Perch quel saracino ha tal possanza,
Che tutti gli altri di prodezza avanza.

Egli abatte Arcimbaldo de l'arcione,
Ferito crudelmente nella testa.
Or se incomincia la destruzone
Di nostra gente e l'ultima tempesta;
E destrier morti insieme e le persone
Cadeno al campo, e quel pagan non resta
Menare il brando da la cima al basso:
Battaglia non fu mai di tal fracasso.

Ranaldo che nel monte era venuto,
E Dudon seco e 'l giovene Otachieri,
Quasi per maraviglia era perduto,
Mirando del pagano e colpi fieri,
E ben s'avede che bisogna aiuto;
N porre indugia vi facea mestieri,
Ch de ogni parte  persa la speranza,
Rotti e Lombardi, e fuggian quei di Franza.

Le lor bandiere al campo sanguinoso
Squarzate a pezzi se vedeano andare;
Nel mezo  Rodamonte il furoso,
Che sembra un vento di fortuna in mare,
Ed ha quel brando s meraviglioso,
Qual gi Nembroto fece fabricare,
Nembroto il fier gigante, che in Tesaglia
Sfid gi Dio con seco a la battaglia.

Poi quel superbo per la sua arroganza
Fece in Babel la torre edificare,
Ch de giongere in celo avea speranza,
E quello a terra tutto runare.
Costui, fidando nella sua possanza,
Il brando de cui parlo, fece fare,
Di tal metallo e tal temperatura
Che arme del mondo contra a lui non dura.

Re Rodamonte nacque di sua gesta,
E dopo lui port quel brando al fianco,
Qual mai non fu portato in altra inchiesta,
Perch ogni altro portarlo vena stanco,
N di brandirlo alcuno avia podesta;
E 'l suo patre Uleno, ardito e franco,
Bench di sua bontade avesse inteso,
L'avea lasciato per superchio peso.

Or, come io dico, Rodamonte il porta,
E sopra al campo mena tal ruina,
Che avea pi gente dissipata e morta,
Che non han pesci e fiume e la marina;
E gli altri tutti, senza guida e scorta,
Per monti e per valloni ogniom camina;
Pur che si toglia a lui davanti un poco,
Non guarda ove se vada, o per qual loco.

Ranaldo che era gionto alla montagna,
Mirando giuso la sconfitta al basso,
Ch gi de morti  piena la campagna
E gli altri vlti in fuga a gran fraccasso,
Forte piangendo quel baron se lagna,
- Ahim, - dicendo sconsolato e lasso,
- Che io non spero pi mai de aver conforto!
Tra quella gente il mio segnore  morto!

Or che debbo pi far, tristo, diserto,
Che certamente morto  il re Carlone?
Gi pur in qualche guerra io sono esperto,
E mai non vidi tal destruzone.
Re Carlo  l gi morto, io so di certo,
E debbe avere apresso il duca Amone,
Che gli portava s fidele amore;
Io so che occiso  apresso al suo segnore.

Ove  il franco Oliviero, ove  il Danese,
Re di Bertagna, il duca di Baviera?
Ove la falsa gesta maganzese,
Che si mostrava s superba e altiera?
Alcun non vedo che faccia diffese,
N sola al campo ritta una bandiera.
Tutti son morti, e non potria fallire;
Ed io con seco al campo vo' morire.

N so stimar chi sia quello Africano,
Che occiso ha nostre gente tutte quante,
Se forse non  il figlio di Troiano,
Re di Biserta, che ha nome Agramante.
Sia chi esser vle, io vado a mano a mano
Ad affrontarme con quello arrogante;
Voi, Otachiero, e tu, Dudon mio caro,
Prendti a nostra gente alcun riparo;

Ch io callo al campo come disperato,
E son senza intelletto e coscenza.
O tu, mio Dio, che stai nel cel beato,
Donami grazia nella tua presenza;
Ch io te confesso che molto ho fallato,
Ed or ritorno a vera penitenza.
La fede che io ti porto, ormai mi vaglia,
Ch'io son senza il tuo aiuto una vil paglia. -

Cos parlava quel baron gagliardo,
Piangendo tutta volta amaramente;
Gi della costa sprona il suo Baiardo,
E batte per furor dente con dente.
Tornarno e due compagni senza tardo,
Per condur sopra al poggio l'altra gente;
Ma il pro' Ranaldo menando tempesta
Gionse nel campo e pose l'asta a resta.

Ver Rodamonte abassa la sua lanza,
E ben l'avea nel campo cognosciuto,
Ch tutto il petto sopra agli altri avanza,
Ne la sua faccia orribile ed arguto,
E gli occhi avea di drago alla sembianza.
Or vien Ranaldo, e colse a mezo il scuto
Con quella lancia s nerbuta e grossa
Che avria gettato un muro alla percossa.

Un muro avria gettato il fio de Amone,
Con tal furore  dal destrier portato,
E gionse Rodamonte nel gallone,
E roverso il mand per terra al prato.
Come caduto fosse un torrone,
O il iugo de un gran monte ronato,
Cotal parve ad odir quel gran fraccasso,
Quando gi cadde l'Africano al basso.

Non si puotria contar l'alta roina,
Ch suonr l'arme che ha il pagano in dosso,
E trem il campo insino alla marina
Di quel gran busto quando fu percosso.
Or se mosse la gente saracina,
Tutti a Ranaldo s'aventarno addosso;
Per aiutare il suo segnor ch' a terra,
Adosso de Ranaldo ogniom si serra.

Lui gi del fodro avea tratto Fusberta,
E d tra lor, ch non gli stima un fico;
De prima urtata ha quella schiera aperta,
N discerne il parente da lo amico,
Perch la gente misera e diserta
Taglia senza rispetto, come io dico;
A chi la testa, a chi rompe le braccia:
Non dimandar se intorno al campo spaccia.

Ma Rodamonte, la anima di foco,
Di novo si era in piedi redricciato,
E per grande ira non trovava loco,
Chiamandosi abattuto e vergognato.
Gi tutta la sua gente a poco a poco,
Rotta per forza, abandonava il prato,
Quando vi gionse il superbo Africante,
Ed a Ranaldo se oppose davante.

A prima gionta de la spada mena
Gi per le gambe del destrier Baiardo,
E quel ronzon scapp de un salto a pena,
N bisognava che fusse pi tardo;
E Rodamonte il suo brando rimena
A gran roina, e non pone riguardo
De giongere a cavallo o cavalliero;
Tanto  turbato e disdegnoso il fiero.

- Ahi falso saracin, - disse Ranaldo
- Che mai non fusti di gesta reale!
Non ti vergogni, perfido, ribaldo,
Ferir del brando a s digno animale?
Forse nel tuo paese ardente e caldo,
Ove virtute e prodezza non vale,
De ferire il destriero  per usanza;
Ma non se adopra tal costume in Franza. -

Parl Ranaldo in lenguaggio africano,
Onde ben presto il saracin lo intese,
E disse: - Per ribaldo e per villano
Non ero io cognosciuto al mio paese;
Ed oggi dimostrai col brando in mano
A queste genti che ho intorno distese,
Che de vil sangue non nacqui giammai;
Ma, a quel che io vedo, non  fatto assai.

Se io non te pongo con seco a giacere
Sopra a quel campo, in duo pezzi tagliato,
Pi mai al mondo non voglio apparere,
E tengome a ciascun vituperato;
Ma sino ad ora te faccio sapere
Che il tuo destrier da me non fia servato;
La usanza vostra non estimo un fico,
Il peggio che io so far, faccio al nimico. -

Questo che io dico tuttavia parlava,
E cominci a ferir con tanta fretta
Che, se Ranaldo ponto l'aspettava,
Era ad un colpo fatta la vendetta.
Ma lui verso del poggio rivoltava,
E corse forse un tratto di saetta;
E smont quivi e lasciovvi Baiardo,
Tornando a piedi il principe gagliardo.

Quando il pagano il vidde ritornare
Soletto, a piede, senza quel ronzone
Che via correndo lo puotea campare,
Ben se lo tenne aver morto o pregione.
Ma gi le gente sopra al poggio appare,
Qual conduce Otachieri e il bon Dudone,
Li Ungari, dico, armati a belle schiere,
Con targhe ed archi e lancie e con bandiere

Venian cridando quei guerreri arditi
Gi della costa, e menando tempesta.
Quando li vidde il re s ben guarniti
De arme lucente e con le penne in testa,
Come gli avesse gi presi e gremiti
Saltava ad alto e faceva gran festa:
Menando il brando intorno ad ogni mano
Fera gran colpi sopra al vento in vano.

Poi se mosse qual movese il leone
Che vede e cervi longi alla pastura,
E gi venendo fa tra s ragione
Cacciar da s la fame alla sicura.
Cotal quel saracin, cor di dragone,
Che spreza tutto il mondo e non ha cura,
Lasci Ranaldo che gi presso gli era,
E rivoltosse incontra a quella schiera.

Tutta sua gente dietro a lui se mosse,
Ed  per suo valor ciascuno ardito,
E l'una schiera a l'altra se percosse
A tutta briglia, nel campo fiorito.
Del fraccasso de' scudi e lancie grosse
Non fu giamai cotal rumore odito.
A cui stava a mirare era gran festa
Petto per petto urtar, testa per testa.

E corni e trombe e tamburi e gran voce
Facean la terra e il cel tutto stremire,
E li Africani e' nostri da la Croce
N l'un n l'altro avante puotea gire.
Sol Rodamonte, il saracin feroce,
Facea d'intorno a s la folta aprire,
Tagliando braccie e busti ad ogni lato
Come una falce taglia erba di prato.

Non se vide giamai cotal spavento
Che 'l ferir del pagano in quella guerra.
Come ne l'Alpe la ruina e il vento
Abatte e faggi con furore a terra:
Cotale il saracin pien d'ardimento
Tra' cavallieri a piedi se disferra,
Non li stimando pi che l'orso e bracchi:
Gi sono in rotta Ungari e Valacchi.

Bench Otachier se adoperasse assai
Per farli rivoltare alla battaglia,
Non fu rimedio a voltarli giamai,
Ma van fuggendo avanti alla canaglia;
E Rodamonte, come io vi contai,
Di qua di l nel campo li sbaraglia,
N vi  chi contra lui volti la fronte;
Gi gli ha cacciati insino a mezo il monte.

Il giovanetto fio de Filippone
Per la vergogna se credea morire,
E gi di vista avea perso Dudone,
Che in altra parte avea preso a ferire.
Ranaldo era smontato de l'arcione,
S come poco avante io vi ebbi a dire,
Ed a quel loco non era presente,
Ove egli  in volta tutta la sua gente.

Per si volse come disperato
Verso il pagano e la sua lancia arresta,
E gionse il saracin sopra al costato,
E fiacc tutta l'asta con tempesta.
Ma lui conviene andar disteso al prato,
Ferito sconciamente nella testa:
Nel capo Rodamonte l'ha ferito,
E fuor d'arcion lo trasse tramortito.

Non era indi Dudone assai lontano,
E prestamente fu del fatto accorto.
Quando vidde Otachier andare al piano,
Senza alcun dubbio lo pose per morto;
E gi lo amava lui come germano,
Onde ne prese molto disconforto,
E destin nel cor senza fallire
Di vendicarlo, o con seco morire.

E' non port mai lancia il giovanetto,
Per quanto da Turpino io abbia inteso,
Ma piastra e maglia e scudo e bacinetto
E la mazza ferrata di gran peso.
Con quella viene adosso al maledetto,
E s come era di furore acceso
Tutto se abandon sopra al pagano
Con ogni forza, e tocca de ambe mano.

Ad ambe mano il tocca il damisello
Sopra de l'elmo che  cotanto fino,
E roppe la corona e 'l suo cerchiello,
N vi rimase perle n rubino.
Tutto il frontale aperse a quel flagello,
E cadde ingenocchione il saracino.
Ma la sua gente che intorno li stava,
Li dette aiuto; e ben gli bisognava.

Tutti cridando avanti al suo segnore,
Coperto lo tenian co e scudi in braccio.
E Dudon la sua mazza a gran furore
Mena a due mano adosso al populaccio;
E non curando grande n minore,
Fiacca e profonda chi gli dona impaccio;
Abatte e spezza, e de altro gi non bada
Se non di farsi a Rodamonte strada.

Ma lui gi se era in piedi redricciato,
E mena il brando a cui non val diffesa;
Il scudo de Dudone ebbe spezzato,
E strazia piastra e maglia alla distesa,
E tutto il disarm dal manco lato,
Bench non fosse a quel colpo altra offesa:
Ma non avea callato il brando apena,
Che l'altro colpo a gran fretta rimena.

Dudon, che vede non poter parare,
Per che troppo gli  il pagano adosso,
Subitamente il corse ad abracciare.
Or era l'uno e l'altro grande e grosso,
S che un bon pezzo assai vi fo che fare,
Ma Dudon alla fin per pi non posso
Fu posto a terra da quel saracino,
Preso e legato come un fanciullino.

Come volse Fortuna o Dio Beato,
Ranaldo se trov presente al fatto,
E veggendo Dudone incatenato,
Quasi per gran dolor divenne matto.
Strenge Fusberta come disperato,
N prende alcun riguardo a questo tratto,
N stima pi la vita o la persona;
Ver Rodamonte tutto se abandona.

Egli era a piedi, come aveti odito,
Ch al poggio avea lasciato il suo Baiardo;
L'uno e l'altro de questi  tanto ardito,
Che dir non vi saprei chi  pi gagliardo.
Ora il canto al presente  qui finito,
Ed  gionto Ranaldo tanto tardo,
Che non pu far battaglia questo giorno;
Doman la contar: fati ritorno.

Canto decimoquinto

A cui piace de odire aspra battaglia,
Crudeli assalti e colpi smisurati,
Tirase avante ed oda in che travaglia
Son due guerreri arditi e disperati,
Che non stiman la vita un fil de paglia,
A vincere o morire inanimati.
Ranaldo  l'uno, e l'altro  Rodamonte,
Che a questa guerra son condutti a fronte.

Avea ciascun di lor tanta ira accolta,
Che in faccia avean cangiata ogni figura,
E la luce de gli occhi in fiamma volta
Gli sfavillava in vista orrenda e scura.
La gente, che era in prima intorno folta,
Da lor se discostava per paura;
Cristiani e Saracin fuggian smariti,
Come fosser quei duo de inferno usciti.

Siccome duo demonii dello inferno
Fossero usciti sopra della terra,
Fuggia la gente, volta in tal squaderno,
Che alcun non guarda se il destrier si sferra;
E poi da largo, s come io discerno,
Se rivoltarno a remirar la guerra
Che fanno e due baroni a brandi nudi,
Spezzando usbergi, maglie, piastre e scudi.

Ciascun pi furoso se procaccia
De trare al fine il dispietato gioco;
Al primo colpo se gionsero in faccia
Ambi ad un tempo istesso e ad un loco.
Or par che 'l celo a fiamma se disfaccia,
E che quegli elmi sian tutti di foco;
Le barbute spezzr, come di vetro:
Ben diece passi and ciascuno adietro.

Ma l'uno e l'altro degli elmi  s fino,
Che non gli nce taglio n percossa;
Quel de Ranaldo gi fo de Mambrino,
Che avea due dita e pi la piastra grossa;
E questo che portava il Saracino,
Fo fatto per incanto in quella fossa
Ove nascon le pietre del diamante;
Nembroto il fece fare, il fier gigante.

Sopra a questi elmi spezzr le barbute
Al primo colpo, come io vi ho contato;
Mai non son ferme quelle spade argute,
Disarmando e baron; da ogni lato
Le grosse piastre e le maglie minute
Vanno a gran squarci con roina al prato;
Ogni armatura va de mal in pezo,
Del scudo suo non ha pi alcun l mezo.

Ranaldo, a cui non piace il stare a bada,
Mena a duo mano al dritto della testa,
E Rodamonte, che il ferire agrada,
Mena anch'esso a quel tempo, e non s'arresta;
Ed incontrosse l'una a l'altra spada,
N se odette giamai tanta tempesta;
E ben de intorno per quelle confine
Par che il mondo arda e tutto il cel ruine.

Re Rodamonte, che sempre era usato
Mandare al primo colpo ogniomo ad erba,
Essendo con Ranaldo ora affrontato,
Che rende agresto a lui per prugna acerba,
Crucciosse fuor di modo, e desdignato
Sprezava il cel quella anima superba,
- Dio non ti puotria dar - dicendo - iscampo,
Che io non ti ponga in quattro pezzi al campo. -

Cos dicendo quel saracin crudo
Mena a due mani un colpo di traverso;
Ranaldo mena anch'esso il brando nudo,
E non crediati che abbia tempo perso,
Onde l'un gionse l'altro a mezo il scudo.
Fu ciascun colpo orribile e diverso,
Fiaccando tutti e scudi a gran ruina,
N il lor ferir per questo se raffina.

Ch l'un non vl che l'altro se diparta
Con avantaggio sol de un vil lupino;
E come l'arme fossero de carta,
Mandano a squarci sopra del camino.
La maglia si vedea per l'aria sparta
Volar de intorno s come polvino,
E le piastre lucente alla foresta
Cadean sonando a guisa de tempesta.

Stava gran gente intorno a remirare,
Come io vi dissi, la battaglia oscura,
N alcun vantaggio vi san iudicare,
Pensando e colpi a ponto e per misura.
Ecco una schiera sopra al poggio appare,
Che scende con gran cridi alla pianura,
Con tanti corni e tamburini e trombe,
Che par che 'l mare e il cel tutto rimbombe.

Mai non se vidde la pi bella gente
Di questa nova che discende al piano,
Di sopraveste ed arme relucente,
Con cimeri alti e con le lancie in mano.
Perch sappiati il fatto intieramente,
Vi fo palese che il re Carlo Mano
 quel che viene, il magno imperatore,
Ed ha con seco de' Cristiani il fiore;

Pi de settanta millia cavallieri
(Ch clto , dico, il fior d'ogni paese),
S ben guarniti, e s gagliardi e fieri,
Che tutto il mondo non ve avria diffese:
Avanti a tutti il marchese Olivieri,
E seco a paro a paro il bon Danese,
E della corte tutto il concistoro,
Con le bandiere azurre a zigli d'oro.

Quello African, che ha tutto il mondo a zanza,
Ranaldo dimand di quella gente,
E quando intese ch'egli  il re di Franza,
Divenne allegro in faccia e nella mente,
Come colui che avea tanta arroganza,
Che tutti gli stimava per nente;
E senz'altro parlar n altro combiato,
Verso questi altri subito  dricciato.

Di corso andava il saracin gagliardo,
E gi Ranaldo non puotea seguire,
Ch facea salti assai maggior de un pardo.
Gionto  tra nostri, e comincia a ferire;
E se non era il giorno tanto tardo,
Facea de' fatti suoi molto pi dire;
Ma la luce, che sparve a notte scura,
Impose fine alla battaglia dura.

Pur vi rimase ferito il Danese
Nel braccio manco e sopra del gallone;
Ed Olivieri assai ben se diffese,
Bench perdesse il scudo dal grifone
E fossegli spezzato ogni suo arnese.
Grande tra gli altri fu la occisone:
Coperti erano a morti tutti e piani
De nostra gente ed anco de pagani.

La oscura notte, come io vi contai,
Partitte al fin la zuffa cominciata.
Or ben mi fa meravigliare assai;
Quel fier pagan, che tutta la giornata
Ha combattuto e non se pos mai,
E, poi che la battaglia  raquietata,
Va ronando tutto il monte e 'l piano
Per ritrovar il sir de Montealbano.

Avanti fa condurse ogni pregione,
Ch molti ne avea presi alla catena,
E lor dimanda del figliol de Amone,
E qual spaventa, e qual forte dimena;
Un per paura, o per altra cagione,
Disse che era ito nel bosco de Ardena,
E gi non eran sue parole vere:
N lo sapea, n lo potea sapere.

Per che il bon Ranaldo era tornato
A rimontar Baiardo, il suo destriero.
Ma poi che al saracin fu ci contato,
Lascia sua gente e pi non gli ha pensiero.
Il caval de Dudone ebbe pigliato,
Quale era grande a maraviglia e fiero;
Sopra vi salta il forte saracino,
E verso Ardena prende il suo camino.

Una grossa asta e troppo sterminata
Fuor de la nave sua fece arrecare,
E non aspetta luce n giornata,
Ma quella notte prese a caminare;
Onde sua gente, che era abandonata,
Senza il suo aiuto non sa che si fare;
Tutti smariti e pien de alto spavento
Entrarno in nave e dier le vele al vento.

Ogni pregione e tutto il loro arnese
Portavan alle nave con gran fretta;
Dudon tra' primi, il giovane cortese,
Menava via la gente maledetta.
Ma chi fu tardo a distaccar le prese,
Sopra di lor discese la vendetta,
Perch Ranaldo, a destrier risalito,
Con gran ruina gionse in su quel lito.

De Rodamonte va il baron cercando
Per ogni loco a lume della luna;
A nome lo dimanda e va cridando
Ad alta voce per la notte bruna;
E sopra alla marina riguardando
Vede la gente che l'arnese aduna:
A pi poter ciascun forte se trffica
Per porlo in nave e via passare in Africa.

Ranaldo d tra lor senza pensare,
Ch ben cognobbe che eran Saracini;
Quivi de intorno fo il bel sbarattare,
Fuggendo tutti in rotta quei meschini.
Chi ne la nave, e chi saltava in mare,
L'un non aspetta che l'altro se chini
A prender cosa che gli sia caduta;
Ma sol fuggendo ciascadun se aiuta.

Gli altri che a terra avean volto il timone,
Via se ne andarno, abandonando il lito,
E seco ne menr preso Dudone,
Che, se Ranaldo l'avesse sentito,
Avria menata gran destruzone,
E forse entro a quel mar l'avria seguito;
Ma lui non si pensava di tale onte,
Sol dimandando ove era Rodamonte.

Un saracin ben forte spaventato,
Che anti a Ranaldo inginocchion si pose,
Di Rodamonte essendo dimandato,
La pura verit presto rispose:
Come al bosco de Ardena era invato,
Tutto soletto per le piaggie ombrose,
Essendo detto a lui che a quel camino
Giva Ranaldo, al Fonte de Merlino.

Il Fonte de Merlino era in quel bosco,
S come un'altra volta vi contai,
Che era a gli amanti un velenoso tosco,
Ch, ivi bevendo, non amavan mai;
Bench l presso a quel loco fosco
Passava una acqua che  megliore assai:
Meglior de vista e de effetto peggiore;
Chiunche ne gusta, in tutto arde d'amore.

Quando Ranaldo intese che a quel loco
Andava Rodamonte a ricercarlo,
Di questa gente si curava poco,
E pi presto part che io non vi parlo.
Il cuor gli fiammeggiava come un foco
Del gran desio che avea di ritrovarlo,
E via trottando a gran fretta camina
Verso ponente, a canto alla marina.

E Rodamonte simigliantemente
De giongere ad Ardena ben se spaccia;
E parlava tra s nella sua mente,
Dicendo: "Questo dono il ciel mi faccia,
Pur che ritrovi quel baron valente,
O ch'io l'occida, o torni seco in graccia;
Ch, essendo morto, in terra non ho pare,
E se egli  meco, il cel voglio acquistare.

N creder potr mai che 'l conte Orlando
Abbia di questo la mera bontate.
Io l'ho provato, e di lancia e di brando
Non  il pi forte al mondo in veritate.
O re Agramante, a Dio ti racomando,
Se tu discendi per queste contrate!
Essendote io, come ser, lontano,
Tutta tua gente fia sconfitta al piano.

Come diceva il vero il re Sobrino!
Sempre creder si debbe a chi ha provato.
Or, s'egli  tale Orlando paladino
Come costui che meco a fronte  stato,
Tristo Agramante ed ogni saracino
Che fia di qua dal mar con lui portato!
Io, che tutti pigliarli avea arroganza,
Assai ne ho de uno, e pi che di bastanza."

Cos parlando andava il re pagano,
E non sapendo a ponto quel vaggio,
Nel far del giorno gionse in un bel piano
L dove un cavallier veniva adaggio;
E Rodamonte con parlare umano
Dimand al cavalliero in suo lenguaggio
Quanto indi fusse alla selva de Ardena,
Se lo sapesse, e qual strata vi mena.

Rispose prestamente il cavalliero:
- Nulla te so contar di quel camino,
Perch io, s come tu, son forastiero,
E vo piangendo, misero e tapino,
Non riguardando strata n sentiero,
Ma dove mi conduce il mio destino,
A strugimento, a morte, a ogni dolore,
Poi che se piace al deslale amore. -

Perch sappiati il fatto ben compiuto,
Quel cavallier che fa tal lamentanza
Dolendosi de amore,  Feraguto,
Che fu al suo tempo un raggio di possanza;
Ed ora travestito era venuto
Nascosamente nel regno di Franza,
Sol per saper, quella anima affocata,
Se giamai fusse Angelica tornata.

Egli anco amava quella damigella,
Come potesti odir primeramente,
E non potendo aver di lei novella,
Bench ne dimandasse ad ogni gente,
Or per questa ventura ed or per quella
Se consumava dolorosamente,
E giorno e notte non avia mai bene,
Sempre languendo e sospirando in pene.

Or, come aveti inteso, il giovanetto
Trov quel re pagano alla campagna,
E sterno insieme alquanto a lor diletto,
E ciascadun de Amor si dole e lagna.
Pur, cos ragionando, venne detto
A Feraguto come era di Spagna,
E che pur mo tornava di Granata,
Ove una dama avea gran tempo amata;

E come era chiamata Doralice
Quella, figliola del re Stordilano.
- Non pi parole, - Rodamonte dice
- Ma prendi la battaglia a mano a mano.
Chi te ha condotto, misero, infelice,
A morire oggi sopra a questo piano?
Ch comportar non voglio e non potrei
Che altri che me nel mondo ami colei. -

Rispose Feraguto: - Essendo grande,
Lo esser cucioso assai ti disconviene;
Ma poi che la battaglia me domande,
Tra noi la partiremo, o male o bene,
E l'alterezza tua che s se spande,
Potria tornarti in dolorose pene.
Amai colei; lo amore ebbe a passare:
Per tuo dispetto voglio ancora amare. -

Con tal parole e con de l'altre assai
Se furno insieme e duo baron sfidati.
Ambi avean lancie, come io vi contai:
Con esse a resta se fr rivoltati.
Pi crudel scontro non se ud giamai;
E due destrier, di petto insieme urtati,
Andarno a terra, e i cavallieri adosso,
Con tal fraccasso che contar non posso.

E le lor lancie grosse oltra a misura
Se fragellarno insin presso alla resta;
Ciascun de svilupparsi se procura
Per rimenar col brando un'altra festa.
Or si comincia la battaglia dura
De' colpi sterminati e la tempesta
De l'arme rotte e piastre con ruina,
Come battesse un fabro alla fucina.

Non avea indugia o sosta il lor ferire,
Ma quando l'un promette, e l'altro dona;
E ben da longe se potrebbe odire,
Perch ogni colpo de intorno risuona.
E certamente io non saprei ben dire
Qual sia pi ardita e pi franca persona;
Tanto son de alto core e di gran lena,
Che un altro par non trovo al mondo apena.

Ciascuno  de ira e di superbia caldo,
E per combattean con molto orgoglio,
L'un pi che l'altro alla battaglia saldo.
Ma quella nel presente dir non voglio,
Perch convien contarvi di Ranaldo;
Dapoi ritornar, s come io soglio,
A dirvi questa zuffa alla distesa,
S che vi fia diletto averla intesa.

Giva Ranaldo, come aveti odito,
In verso Ardenna, alla ripa del mare,
Credendo Rodamonte aver seguito,
Ma lui giamai non puote ritrovare,
Perch il dritto vaggio avea smarito,
E poi con Feraguto ebbe che fare;
Onde lui caminando avanti passa,
Ed a s drieto Rodamonte lassa.

Quando fu gionto alla selva fronzuta,
Dritto ne andava al Fonte di Merlino:
Al Fonte che de amore il petto muta,
L dritto se n'andava il paladino.
Ma nova cosa che egli ebbe veduta,
Lo fece dimorare in quel camino:
Nel bosco un praticello  pien de fiori
Vermigli e bianchi e de mille colori.

In mezo il prato un giovanetto ignudo
Cantando sollacciava con gran festa.
Tre dame intorno a lui, come a suo drudo,
Danzavan, nude anch'esse e senza vesta.
Lui sembianza non ha da spada o scudo,
Ne gli occhi  bruno, e biondo nella testa;
Le piume della barba a ponto ha messe:
Chi s, chi no direbbe che le avesse.

Di rose e de vole e de ogni fiore
Costor che io dico, avean canestri in mano,
E standosi con zoia e con amore,
Gionse tra loro il sir de Montealbano.
Tutti cridarno: - Ora ecco il traditore, -
Come l'ebber veduto - ecco il villano!
Ecco il disprezator de ogni diletto,
Che pur gionto  nel laccio al suo dispetto! -

Con quei canestri al fin de le parole
Tutti a Ranaldo se aventarno adosso:
Chi getta rose, chi getta vole,
Chi zigli e chi iacinti a pi non posso.
Ogni percossa insino al cor li duole
E trova le medolle in ciascuno osso,
Accendendo uno ardore in ogni loco
Come le foglie e i fior fosser di foco.

Quel giovanetto che nudo  venuto,
Poi che ebbe vto tutto il canestrino,
Con un fusto di ziglio alto e fronzuto
Fer Ranaldo a l'elmo de Mambrino.
Non ebbe quel barone alcuno aiuto,
Ma cadde a terra come un fanciullino;
E non era caduto al prato a pena,
Che ai piedi il prende e strasinando il mena.

De le tre dame ogniuna avea ghirlanda
Chi de rosa vermiglia e chi de bianca;
Ciascuna se la trasse in quella banda,
Poi che altra cosa da ferir li manca;
E bench il cavallier merc dimanda,
Tanto il batterno, che ciascuna  stanca,
Per che al prato lo girarno intorno,
Sempre battendo, insino a mezo giorno.

N il grosso usbergo n piastra ferrata
Poteano a tal ferire aver diffesa;
Ma la persona avea tutta piagata
Sotto a quelle arme, e di tal foco accesa,
Che ne lo inferno ogni anima dannata
Ha ben doglia minor senza contesa,
L dove quel baron de disconforto,
Di tema e di martr quasi era morto.

N sa se omini o dei fosser costoro:
Nulla diffesa o preghera vi vale;
E, standosi cos, senza dimoro
Crescerno in su le spalle a tutti l'ale,
Quale erano vermiglie e bianche e d'oro,
E in ogni penna  un occhio naturale,
Non come di pavone, o de altro occello,
Ma di una dama grazosa, e bello.

E, poco stando, se levarno a volo,
L'un dopo l'altro verso il cel saliva.
Ranaldo a l'erba si rimase solo;
Amaramente quel baron piangiva,
Perch sentia nel cor s grande il dlo,
Che a poco a poco l'anima gli usciva,
E tanta angoscia nella fine il prese,
Che come morto al prato se distese.

Mentre che tra quei fior cos iacea,
E de morire al tutto quivi estima,
Gionse una dama in forma de una dea,
S bella che contar nol posso in rima,
E disse: - Io son nomata Pasitea,
De le tre l'una che te offese in prima:
Compagna dello Amore e sua servente,
Come vedesti e provi di presente.

E fu quel giovanetto il dio d'Amore,
Qual te gett de arcion come nemico;
Se contrastar ti credi, hai preso errore,
Ch nel tempo moderno o ne l'antico
Non si trova contrasto a quel segnore.
Ora attendi al consiglio che io te dico,
Se vi fuggir la dolorosa morte;
N sperar vita o pace in altra sorte.

Amore ha questa legge e tal statuto,
Che ciascun che non ama, essendo amato,
Ama po' lui, n gli  l'amor creduto,
Acci che 'l provi il mal ch'egli ha donato.
N questo oltraggio che te  intravenuto,
N tutto il mal che puote esser pensato,
Se pu pesar con questo alla bilancia,
Ch quel cordoglio ogni martre avancia.

Il non essere amato ed altri amare
Avanza ogni martr, come io te ho detto,
E questa legge converrai provare,
Se vi fuggir de Amore ogni dispetto.
Or, perch intenda, a te conviene andare
Per questo bosco ombroso a tuo diletto,
Sin che ritrovarai sopra a una riva
Uno alto pino ed una verde oliva.

La rivera zoiosa indi dechina
Per li fioretti e per l'erba novella;
Ne l'acqua trovarai la medicina
A quel dolor che al petto ti martella. -
Cos parl la dama peregrina,
Poi ne l'aria vol come una occella;
Salendo sempre in su, del celo acquista,
Onde a Ranaldo usc presto di vista.

Lui doloroso non sa che si fare,
Poi che incontrata ha s forte ventura,
N tra se stesso puote imaginare
Come tal cosa sia fuor de natura,
Che veda gente per l'aria volare,
N contra a lor val forza n armatura.
Da gente ignuda  vento il suo valore
Con zigli e rose e con foglie di fiore.

A gran fatica il suo corpo tapino
Lev dove languendo l'avea messo,
E con pi pena si puose in camino,
Cercando intorno il bosco ombroso e spesso;
E trov verso il fiume l'alto pino
E l'arbor de l'oliva a quello apresso.
Da le radice stilla una acqua chiara,
Dolce nel gusto e dentro al core amara;

Perch de amore amaro il core accende
A chi la gusta l'acqua delicata;
E per gi Merlin per fare amende
La fonte avea qua presso edificata,
Che fa lasciar ci che a questa se prende,
Come io vi racontai quella giornata
Quando Ranaldo bevette alla fonte,
Ove Angelica poi n'ebbe tante onte.

Or nel presente non se racordava
Pi il cavallier di quel tempo passato,
Ma come aponto in su 'l fiume arivava,
Essendo doloroso ed affannato,
Ch ogni percossa gran pena li dava,
Sopra alla ripa fu presto chinato,
E per gran sete il principe gagliardo
Assai bevette e non vi ebbe riguardo.

Bevuto avendo ed alciando la facia,
Da lui se parte ogni passata doglia,
Bench la sete perci non se sacia,
Ma, pi bevendo, pi di bere ha voglia.
Lui di questa ventura Idio ringracia,
E standosi contento e con gran zoglia
Li torna nella mente a poco a poco
Che un'altra fiata  stato in questo loco;

Quando, dormendo ne l'erba fiorita,
Con zigli e rose Angelica il svegli,
E ricordosse che l'avea fuggita,
Dil che acramente se ripente mo.
De amor avendo l'anima ferita,
Vorebbe adesso quel che aver non p,
La bella dama, dico, in quel verziero,
Ch nel presente non sera s fiero.

E biasmando la sua crudelitate
E le grande onte fatte a quella dama,
Tutte le amenta quante ne ha gi usate,
E s crudele e dispietato chiama.
Gi la odava poche ore passate,
Pi che se stesso nel presente l'ama;
E tanta voglia ha dentro al core accolta,
Che vl tornare in India un'altra volta.

Sol per vedere Angelica la bella
Un'altra volta in India vl tornare.
Venne a Baiardo per salire in sella,
Che poco longi il stava ad aspettare:
E cos andando vidde una donzella,
Ma non la potea ben rafigurare,
Perch era dentro al bosco ancor lontana,
Oltra a quel fiume, a lato a la fontana.

Le chiome avea rivolte al lato manco,
E la cima increspata e sparta al vento;
Sopra de un palafren crinuto e bianco,
Che ha tutto ad r brunito il guarnimento,
Un cavallier gli stava armato al fianco,
Ne la sembianza pien de alto ardimento,
Che ha per cimero un Mongibello in testa,
Ritratto al scudo e nella sopravesta.

Dico che quel barone ha per cimero
Una montagna che gettava foco;
E 'l scudo e la coperta del destriero
Avean pur quella insegna nel suo loco.
Ora, cari segnori, egli  mestiero
Questa ragione abbandonare un poco,
Per accordar la istoria ch' divisa:
Torno a Brunel, che ancor dietro ha Marfisa.

Non lo abandona la donzella altiera,
Ma giorno e notte senza fine il caccia,
N monte alpestro, n grossa riviera,
N selva, n palude mai lo impaccia.
Ma Frontalate, la bestia legiera,
Li facea indarno seguitar tal traccia:
Quel bon destrier, che fu di Sacripante,
Come un uccello a lei fugge davante.

Quindeci giorni gi l'avea seguito,
N d'altro che di fronde era pasciuta.
Il falso ladro, che  forte scaltrito,
Ben de altro pasto il suo fuggire aiuta;
Perch era tanto presto e tanto ardito,
Che ogni taverna che avesse veduta,
Dentro ve intrava e mangiava di botto,
Poi via fuggiva e non pagava il scotto.

E bench i teverneri e' lor sergenti
Dietro li sian con orci e con pignate,
Lui se ne andava stropezando e denti,
E faceva a ciascun mille ghignate.
A le qual fare avea tanti argomenti,
Che donne spoletane o folignate,
Qual porton l'ovo da matina a cena,
Se avrian guardate da' suoi tratti apena.

E pur Marfisa sempre il seguitava,
Quando pi longi, e quando pi dapresso.
- Al ladro! al ladro! - sempre mai cridava,
E ciascun rispondeva: - Egli  ben desso. -
Ogniom di quel giotton se lamentava,
Perch e miglior boccon pigliava spesso,
E loro il menacciavan pur col dito.
Ora non pi, ch il canto  qui finito.

Canto decimosesto

La bella istoria che cantando io conto,
Ser pi dilettosa ad ascoltare,
Come sia il conte Orlando in Franza gionto
Ed Agramante, che  di l dal mare;
Ma non posso contarla in questo ponto,
Perch Brunello assai me d che fare;
Brunello, il piccolin di mala raccia,
Qual fugge ancora, e pur Marfisa il caccia.

Ed avea tolto il corno al conte Orlando,
S come io vi contai, quella matina,
E Balisarda, lo incantato brando
Che fabricato fu da Falerina;
E nel canto passato io dicea quando
Intrava quel giottone a ogni cucina,
Non aspettando a' figatelli inviti,
Pigliando e grossi sempre e rivestiti.

Come ha bevuto, sen porta la taccia,
E parli a ponto aver pagato l'oste
Con dir, quando sen va: - Bon pro vi faccia! -
Ma pur Marfisa gli  sempre alle coste,
E de impiccarlo ogniora lo minaccia.
Quel mal strepon le fa ben mille poste:
Lasciandola appressar va lento lento,
Da poi la lascia e fugge come un vento.

Quindeci giorni sempre era seguita,
Com'io vi dissi, la donzella acerba;
Ed era estremamente indebilita,
Perch de fronde si pasceva e de erba,
Ma pur volea pigliarlo alla finita.
Tanto ha sdegnoso il cor quella superba,
Che il segue in vano, e pur non se ne avede,
Essendo egli a destriero ed essa a piede,

Perch al ronzon di lei manc la lena,
E cadde morto alla sesta giornata.
Dapoi le gambe per tal modo mena
Cos come era del suo sbergo armata,
Che mai non usc veltra di catena,
N mai saetta de arco fu mandata,
N falcon mai dal cel discese a valle,
Che non restasse a lei dietro alle spalle.

Ma per lunga fatica e debilezza
L'armatura che ha in dosso, assai gli pesa,
Onde se la spogli con molta frezza,
N teme che Brunel faccia diffesa.
Poi che ebbe posto gi quella gravezza,
S ratta se ne andava e s distesa,
Che pi volte a Brunel fece spavento,
Bench ha il destrier che fugge come vento.

Perch assai volte fo tanto vicina,
Che la credette in su la croppa avere;
Alor ne andava lui con gran roina,
Spronando il buon destriero a pi potere.
Dietro lo segue la forte regina;
Ma nova cosa che ebbe ad apparere,
Sturb Marfisa, che lo seguia forte,
E seguto l'avria sino alla morte.

Per che riscontrarno una donzella,
Che adagio ne vena sopra a quel piano,
Vestita a bianco e a meraviglia bella,
E seco un cavalliero a mano a mano.
Di lor vi contar poi la novella,
Ch io vo' seguire adesso l'Affricano,
Qual via fuggendo per monte e per valle
Sempre Marfisa aver crede alle spalle.

Essa rimase ed ebbe gran travaglia,
Come a bell'agio vi vor contare,
Bench tal briga fo senza battaglia.
Ma gi Brunel non ebbe ad aspettare,
E sopra al bon destrier coperto a maglia
In pochi giorni fu gionto in su il mare;
E, trovato un naviglio a suo convegno,
In Africa pass senza ritegno.

Dentro a Biserta gionse ad Agramante,
Quale adirato stava in gran pensiero,
Ch de le gente che ha adunate tante
Non vl passare alcun senza Rugiero;
E lui guardato  da quel negromante,
Che mai de averlo non sera mestiero,
N pur se pu vedere il damigello,
Chi non ha pria de Angelica lo annello.

Or gionse il ladro e menando gran festa
Avanti al re zoioso se appresenta;
E poi la bretta si trasse di testa,
E di contare il fatto se argumenta.
Ogni re grande e principe di gesta
Per ascoltare intorno se appresenta,
E lui dice ridendo a qual partito
Tolse a la dama quello annel di dito;

Come di sotto al re de Circasia,
Non se accorgendo lui, tolse il destriero;
E di Marfisa, che fu tanto ria
Che il fece uscir pi fiate del sentiero;
E de quel brando e del corno che avia
Tolto con tal prestezza a un cavalliero;
E l'altre cose ancor di ponto in ponto
Sin che davanti al re quivi era gionto.

Avendo il suo parlar poscia compiuto,
Ad Agramante il bel corno donava,
Il qual fu incontinente cognosciuto,
Per che Almonte in Africa il portava;
Poi se sapea che Orlando l'avea avuto,
Onde forte ciascun meravigliava,
E l'un con l'altro assai di ci contende.
Perci Brunello a questo non attende,

Ma pose al re quello annelletto in mano,
Qual fo con tal virtute fabricato,
Che a sua presenzia ogn'incanto era vano.
Il re Agramante in piede fo levato,
E in presenzia di tutti a mano a mano
Ebbe Brunello il ladro incoronato,
Donando a lui de Tingitana il regno,
Populi e terre ed ogni suo contegno.

Questo reame allo estremo ponente
Da gente negra se vede abitare.
Or non se pose indugio di nente,
Ma de Rugiero ogni om prese a cercare,
Il re Agramante e tutte le sue gente,
N il re Brunello il volse abandonare;
E passando il deserto de l'arena
Gionsero un giorno al monte di Carena.

Quella montagna  grande oltra misura
E quasi con la cima al celo ascende,
Al summo de essa ha una bella pianura,
Che cento miglia o quasi se distende,
De arbori ombrosa e di bella verdura;
Per mezo a quella un gran fiume discende,
Qual gi di monte in monte cade al piano,
E fa un bel porto al mar de l'oceano.

A lato di quel fiume era un gran sasso,
Nel mezo di quel pian ch'io vi ho contato
Quasi alto un miglio dalla cima al basso,
De un mur di vetro intorno circondato;
N da salirvi su si vedde il passo,
Perch tutto de intorno  dirupato,
Ma, per quel vetro riguardando un poco,
Vedeasi un bel giardino entro a quel loco.

Era il vago giardino in su la cima
De verdi cedri e di palme fronzuto.
Mulabuferso, ch'ivi  stato in prima
E non aveva il gran sasso veduto,
Incontinente prese per estima
Che per incanto ci fosse avenuto,
E che lo incantator detto Atalante
L'avesse ascoso a gli occhi suoi davante.

Ora per lo annelletto era scoperto,
Che a sua presenzia ogni incanto guastava,
Onde ciascun di lor tenne per certo
Che l Rugier di sopra dimorava.
Quando Atalante, quel vecchione esperto,
Vidde la gente che l su mirava,
Dolente for di modo entra in pensiero
De aver gi perso il paladin Rugiero.

E va de intorno e non sa che si fare
A ritenere il giovene soprano;
Sempre piangendo lo attende a pregare
Che non discenda in modo alcuno al piano.
Ma il re Agramante pur stava a mirare,
E tutti gli altri, quel gran sasso in vano;
Non sa che fare alcun, n che se dire:
L su senza ale non si pu salire.

Brunello, il novo re de Tingitana,
Poi che salire assai se fo provato,
E che sua forza e sua destrezza  vana,
Tanto era lisso quel vetro incantato,
Posesi alquanto in su la terra piana,
Ed avendo fra s molto pensato,
Levossi in piedi e disse: - Iddio ne lodo,
Ch aver Rugiero ho pur trovato il modo.

Ma bisogna che tutti me aiutati,
E che il mio dir sia fatto a compimento.
Cento di voi, s come seti armati,
Cominciareti insieme un torniamento,
E quanto pi potete, vi provati
Mostrar alto valore ed ardimento,
Urtandovi l'un l'altro alla travaglia
Con trombe e corni, a guisa di battaglia. -

Dicea ciascun: - Questa  cosa legiera! -
Ma non sapean comprender la cagione,
Onde, partiti a canto alla rivera,
Ciascun sotto sua insegna e suo penone,
Prima Agramante fece la sua schiera,
Che ciascuno era re, duca, o barone:
Cinquanta camponi usati a guerra
Sopra a destrier coperti insino a terra.

Ma il re del Garbo e di Bellamarina,
E il franco re de Arzila e quel de Orano,
E il giovanetto re de Constantina,
Il re di Bolga con quel di Fizano,
Urtarno e lor destrieri a gran ruina
Contra Agramante con le spade in mano.
Cinquanta eran costor, n pi n meno,
Ciascun de ardire e di prodezza pieno.

E l'una e l'altra schiera a gran furore
Scontrarno insieme con molto fracasso,
Con cridi e trombe, e con tanto romore
Quanto caduto fosse il celo al basso.
La schiera de Agramante ebbe il peggiore,
Perch atterrati furno al primo passo
Da venti cavallier de la sua gente,
E de questi altri sette solamente.

E quasi fu pigliata la bandiera,
Ch'era portata avanti al re di poco,
E s stretta era la sembraglia e fiera,
Che non mostrava, s come era, un gioco.
Sobrin di Garbo, la persona altiera,
Che ha per insegna e per cimero un foco,
Bench canuto sia forte il vecchione,
In quel tornero assembra un fier leone.

Ma il re Agramante, che porta il quartero
Nel scudo e sopravesta azuro e d'oro,
Sopra di Sisifalto, il gran destriero,
Se muove furoso e d tra loro.
Mulabuferso, quel forte guerrero,
Che regge de Fizano il tenitoro,
Fu da Agramante de uno urto percosso,
E cadde a terra col destrier adosso.

Ed Agramante per questo non resta,
Ma per la schiera volta il gran ronzone,
E gionse Mirabaldo in su la testa,
E tramortito lo trasse de arcione.
Questo era re di Borga e di gran gesta:
La insegna di sua casa era un montone
Ritratto in campo bianco a bel lavoro;
Negro  il montone ed ha le corne d'oro.

Lui cadde a terra, e il re non si rafina
Ferendo intorno e di furore acceso;
Il re Gualcioto di Bellamarina
De un colpo abatte alla terra disteso.
Questo nel scudo avea la colombina,
Con un ramo de oliva in bocca preso;
Bianca  la colombina e il scudo nero,
Ed a tal guisa ancor fatto il cimero.

Facea Agramante prove a meraviglia,
E bench sia da molti accompagnato,
Alcun gi di prodezza nol simiglia.
Il re di Tremison gli era da lato,
Che al scudo d'oro ha la rosa vermiglia:
Alzirdo il campone  nominato;
E Folvo era con seco, il re di Fersa,
Che ha il scudo azuro e de oro una traversa;

Molti altri ancora che io non vo' contare,
Che aspetto a dirli poi pi per bell'agio:
E nomi e l'arme lor vo' divisare,
Quando faranno in Francia il gran passagio.
Ma voglio nel presente seguitare
Del torniamento fatto al bel rivagio
Tra que' re saracini a gran furore,
Ove mostra Agramante il suo valore.

Alla sinistra e alla destra si volta,
E questo abatte e quello urta per terra,
Facendo col destriero aprir la folta,
E l'uno al braccio e l'altro a l'elmo afferra.
Tutta sua compagnia stava ricolta,
E lui soletto fa cotanta guerra:
Per dimostrar la sua fortezza ed arte
Gli altri suoi tutti avea tratti da parte.

E prese il re de Arzila nel cimiero,
Al suo dispetto lo trasse d'arcione;
E non ritrova re n cavalliero
Qual seco durar possa al parangone.
Stava nel sasso a riguardar Rugiero
Questa sembraglia, a lato a quel vecchione;
A lato a quel vecchion che l'ha nutrito,
Stava mirando il giovanetto ardito.

Ma per l'altezza lontano era un poco
Ove quelle arme son meschiate al piano,
E per gran doglia non trovava loco,
Battendo e piedi e stringendo ogni mano;
Ed avea il viso rosso come un foco,
Pregando pure il negromante in vano
Che gi lo ponga, e ripregando spesso,
S che quel gioco pi vegga di presso.

- Deh, - diceva Atalante - filiol mio,
Egli  un mal gioco quel che vi vedere!
Stati pur queto e non aver disio
Tra quella gente armata de apparere;
Per che il tuo ascendente  troppo rio,
E, se de astrologia l'arte son vere,
Tutto il cel te minaccia, ed io l'assento,
Che in guerra serai morto a tradimento. -

Rispose il giovanetto: - Io credo bene
Che 'l celo abbia gran forza alle persone;
Ma se per ogni modo esser conviene,
Ad aiutarlo non trovo ragione.
E se al presente qua forza mi tiene,
Per altro tempo o per altra stagione
Io converr fornire il mio ascendente,
Se tue parole e l'arte tua non mente.

Onde io ti prego che calar mi lassi,
S ch'io veda la zuffa pi vicina,
O che io mi gettar de questi sassi,
Trabuccandomi gi con gran roina;
Ch ognior ch'io vedo per que' lochi bassi
S ben ferir la gente peregrina,
Serebbe la mia gioia e il mio conforto
Star seco un'ora, ed esser dapoi morto. -

Veggendo il vecchio quella opinone,
Che gire ad ogni modo  destinato,
And di quel giardino ad un cantone,
Ove un picciol uscietto ha disserrato;
E menando per mano il bel garzone
Per una tomba discese nel prato,
A pi del sasso, a lato alla fiumana,
Ove si stava il re de Tingitana.

Dico che il re Brunello alla riviera
Stava soletto ove il vecchio discese,
E come vidde il giovanetto in ciera,
Che sia Rugiero subito comprese.
Mirando il suo bel viso e la maniera,
La atta persona e l'abito cortese,
Cognobbe il re Brunel, che  tanto esperto,
Che era Rugiero il giovane di certo.

E, preso Frontalate, il suo destriero,
Accorda il speronar bene alla briglia;
Onde quel, ch'era s destro e legiero,
Facea bei salti e grandi a meraviglia.
A ci mirando il giovane Rugiero,
Tanto piacere e tanta voglia il piglia
De aver quel bel destrier incopertato,
Che del suo sangue avria fatto mercato.

E pregava Atalante, il suo maestro,
Che gli facesse aver quel bon ronzone;
Or, per non vi tener troppo a sinestro,
E racontarvi la conclusone,
Bench Atalante avesse il core alpestro,
E dimostrasse con molta ragione
La sua misera sorte al giovanetto,
Perch e destrieri e l'arme abbia in dispetto,

Lui tal parole pi non ascoltava
Che ascolti il prato che ha sotto le piante,
Anci di doglia ognior si consumava,
Mostrando di morirse nel sembiante.
Onde a sua voglia il vecchio se piegava,
E come il re Brunel fu loro avante,
Dimandarno il destriero e guarnimento,
Per cambio di tesoro a suo talento.

Il re, che fuor di modo era scaltrito,
Veggendo andare il fatto a suo disegno,
- Se l'r - dicea - del mondo fosse unito,
Non vi darebbi il mio destrier per pegno,
Per che un gran passaggio  stabilito,
Ove ogni cavallier d'animo degno,
Che desidri acquistar fama ed onore,
Potr mostrare aperto il suo valore.

Ora  venuta pur quella stagione
Che desidrava ciascun valoroso;
Or vederasse a ponto il parangone
Di chi vl loda, e chi vl stare ascoso.
Or si vedranno e cor de le persone,
Qual ser vile, e qual sia gloroso;
Chi restar di qua, come schernito
Da' fanciulletti fia mostrato a dito;

Per che 'l re Agramante vl passare
Contra al re Carlo ed alla sua corona,
Tutto di velle  gi coperto il mare,
La Africa tutta a furia se abandona.
Gionto  quel tempo che pu dimostrare
Ciascun suo ardire e sua franca persona;
Ogni bon cavalliero a tondo a tondo
Far di s parlar per tutto il mondo. -

Mentre che s parlava il re Brunello,
Rugier, che attentamente l'ascoltava,
Pi volte avea cangiato il viso bello,
E tutto come un foco lampeggiava,
Battendo dentro al cor come un martello:
E 'l re pur ragionando seguitava:
- Non se vidde giamai, n in mar n in terra,
Cotanta gente andare insieme a guerra.

E gi trentaduo re sono adunati:
Ciascun gran gente di sua terra mena;
Gi sono e vecchi e' fanciulletti armati,
Retien vergogna le femine apena.
Per, segnor, non vi meravigliati
Se il mio ronzon, che  di cotanta lena,
Non voglio darvi a cambio di tesoro,
Perch io nol venderebbi a peso d'oro.

Ma se io stimassi che tu, giovanetto,
Restassi per destrier di non venire,
Insino adesso ti giuro e prometto
Che de queste armi ti voglio guarnire,
E donerotti il mio destriero eletto;
E so che certamente potrai dire,
Che 'l principe Ranaldo o il conte Orlando
Non ha meglior ronzon n meglior brando. -

Non stette il giovanetto ad aspettare
Che Atalante facesse la risposta,
Come colui che mille anni gli pare
Di esser sopra lo arcion senz'altra sosta,
E disse: - Se il destrier mi vi donare,
Nel foco voglio intrare a ogni tua posta;
Ma sopra a tutto te adimando in graccia
Che quel che far si die', presto si faccia;

Ch l gi vedo quella gente armata,
Qual tanto ben si prova in su quel piano,
Che ogni atimo mi pare una giornata
Di trovarmi tra lor col brando in mano;
Onde io ti prego, se hai mia vita grata,
Damme l'armi e il destriero a mano a mano
Ch, se io vi giongo presto, e' mi d il core
O di morire, o de acquistare onore. -

Il re rispose sorridendo un poco:
- Non si vl far l gi destruzone,
Perch la gente che vedi in quel loco,
De Africa  tutta ed adora Macone.
Quello armeggiare  fatto per un gioco,
E sol si mena il brando di piattone;
Di taglio, n di ponta non si mena:
Ci comandato  sotto grave pena. -

- Damme pur il destriero e l'armatura, -
Dicea Rugiero - ed altro non curare,
Per che io ti prometto alla sicura
Che io sapr come loro il gioco fare.
Ma tu me indugiarai a notte oscura,
Prima che io possa a quel campo arivare.
Male intende colui che in tempo tiene,
Ch mezo  perso il don che tardi viene. -

Odendo questo il vecchione Atalante,
Per che era presente a le parole,
Biastemava le stelle tutte quante,
Dicendo: - Il celo e la fortuna vle
Che la f di Macone e Trivigante
Perda costui, che  tra' baroni un sole,
Che a tradimento fia occiso con pene;
Or sia cos, dapoi che esser conviene. -

Cos parlava forte lacrimando
Quel negromante, e con voce meschine
Dicea: - Filiolo, a Dio ti racomando! -
Poi se ascose l presso tra le spine.
Ma il giovanetto avea gi cento il brando,
E guarnito era a maglie e piastre fine,
E preso al ciuffo il bon destriero ardito
Sopra lo arcion de un salto era salito.

Il mondo non avea pi bel destriero,
S come in altro loco io vi contai.
Poi che ebbe adosso il giovane Rugiero,
Pi vaga cosa non se vidde mai.
E, mirando il cavallo e il cavalliero,
Se penarebbe a iudicare assai
Se fosser vivi, o tratti dal pennello,
Tanto ciascuno  grazoso e bello.

Era il destrier ch'io dico, granatino:
Altra volta descrissi sua fazone.
Frontalate il nomava il saracino,
Qual lo perdette ad Albraca al girone;
Ma Rugier possa l'appell Frontino,
Sin che seco fu morto il bon ronzone;
Balzan, fazuto, e biondo a coda e chiome,
Avendo altro segnore ebbe altro nome.

Quel che facesse il giovanetto fiero
Sopra questo ronzon di che vi conto,
E come sparpagliasse il gran torniero,
Quando nel prato subito fu gionto,
Pi largo tempo vi far mestiero,
Onde al canto presente faccio ponto;
E nel seguente conterovi a pieno
Come il fatto pass, n pi n meno.

Canto decimosettimo

Come colui che con la prima nave
Trov del navicar l'arte e l'ingegno,
Prima alla ripa e ne l'onda suave
And spengendo senza vella il legno;
A poco a poco temenza non have
De intrare a l'alto, e poi, senza ritegno
Seguendo al corso il lume de le stelle,
Vidde gran cose e glorose e belle;

Cos ancora io fin qui nel mio cantare
Non ho la ripa troppo abandonata;
Or mi conviene al gran pelago intrare,
Volendo aprir la guerra sterminata.
Africa tutta vien di qua dal mare,
Sfavilla tutto il mondo a gente armata;
Per ogni loco, in ogni regone
 ferro e foco e gran destruzone.

Assembrava in Levante il re Gradasso,
In Ponente Marsilio, il re di Spagna,
Che ad Agramante ha conceduto il passo,
Ed esso  in mezo giorno alla campagna.
Tutta Cristianitate anco  in fraccasso,
La Francia, l'Inghilterra e la Allemagna;
N Tramontana in pace se rimane:
Vien Mandricardo, il figlio de Agricane.

Tutti vengono adosso a Carlo Mano
Da ogni parte del mondo, a gran furore;
Allor fia pien di sangue il monte e il piano,
E se odir nel cel l'alto romore;
Ma nel presente io me affatico in vano,
Ch a questo fatto io non son gionto ancore,
E, volendol chiarire, egli  mestiero
Prima che io conti il tutto di Rugiero.

Il qual lasciai in su il destriero armato,
Con Balisarda il bon brando al gallone,
Qua gi fu con tale arte fabricato,
Che taglia incanto ed ogni fatasone;
Or, perch il fatto ben vi sia contato,
Che l'intendiati a ponto per ragione,
Quel torniamento de che vi contai,
Era nel prato pi caldo che mai.

Ch Pinadoro, il re de Constantina,
E il re di Nasamona, Pulano,
Veggendo de Agramante la ruina,
Qual solo abatte la sua schiera al piano
(Ch il re di Bolga e di Bellamarina,
E quel d'Arzila con quel di Fizano,
Qual d'urto avea atterrato e qual di spada,
E ben tra gli altri se facea far strada;

E la schiera di lui stava da lato,
Come tal fatto non toccasse a loro):
Onde e due franchi re ch'io v'ho contato,
Io dico Pulano e Pinadoro,
Avendo il campo alquanto circondato,
Ferirno a tutta briglia tra costoro,
E ferno aprir per forza quella schiera,
Gettando a terra la real bandiera.

Alla guardia di quella era Grifaldo
Re di Getula, e 'l re de la Alganzera:
Bardulasto avea nome quel ribaldo,
Di cor malvaggio e di persona fiera.
N l'un n l'altro al gioco stette saldo:
Fo lor squarciata in braccio la bandiera,
E fo Grifaldo tratto de l'arcione
Da Pulano a gran confusone.

E Bardulasto quasi tramortito
Fu per cadere anch'esso alla foresta;
Ch Pinadoro, il giovanetto ardito,
A gran roina il gionse in su la testa;
Onde, al colpo diverso imbalordito,
Via ne 'l porta il destriero a gran tempesta;
E Pinadoro a gli altri se disserra,
E questo abatte e quello urta per terra.

Gionse alla fronte il forte re di Fersa,
Fiaccando sopra a l'elmo la corona,
Che ne and a terra in pi parte dispersa;
Poi verso Alzirdo tutto se abandona,
E tramortito al campo lo riversa.
Questo Alzirdo era re di Tremisona;
Gettollo a terra il re di Constantina,
Che sopra al campo mena tal roina.

Fo costui figlio a l'alto re Balante,
Che da Rugier Vassallo ebbe la morte,
Vago di faccia e di core arrogante,
Maggior del patre e pi destro e pi forte.
Ora la gente a lui fugge davante,
N se ritrova alcun che se conforte
Di star con seco voluntieri a faccia,
Ma come capre avante ogniom se caccia.

Il re Agramante non era vicino,
Ed intendea di tal fatto nente,
Per che avea afrontato il re Sobrino,
E quel se diffendeva arditamente;
Ma vidde di lontano il gran polvino
Che menava fuggendo la sua gente.
Fuggia sua gente a Pinadoro avante:
Forte turbosse in faccia il re Agramante,

E rivoltato con la spada in mano
Ne l'elmo a Pinadoro un colpo lassa,
E tramortito lo distese al piano;
Ma, mentre che turbato avanti passa,
Gionse a lui nella coppa Pulano,
E la coperta a l'elmo li fraccassa,
Scendendo s gran colpo in su le spalle,
Che quasi il pose del destriero a valle.

Pur, come quel che avea soperchia lena,
Se tenne per sua forza nello arcione,
E verso Pulano il brando mena,
E qui se cominci l'aspra tenzone.
Or, mentre che ciascun pi se dimena,
Vi gionse il re di Garbo, quel vecchione,
El re de Arzila, ch'era rimontato,
Quel de Fizano e quel di Bolga a lato.

Adosso ad Agramante ogniom si serra,
E quando l'un promette, e l'altro dona,
Come fosse mortal l'odio e la guerra;
Pur che si possa, alcun non se perdona.
Tutto il cimiero avean gettato a terra
Ad Agramante e rotta la corona
Quei cinque re ch'io dissi; ogniom martella,
Cercando trarlo al fin for della sella.

E certo l'avrian preso al suo dispetto,
A bench fosse s franco guerrero,
Ch avere a far con uno egli  un diletto,
Ma cinque son pur troppo, a dire il vero.
Ora vi gionse il forte giovanetto,
Qual gi callava, io dico il bon Rugiero,
Che l'arme avea del re de Tingitana;
Call la costa e gionse in su la piana.

Come fo gionto, tutto se abandona
Ove stava Agramante a mal partito;
Frontino, il bon destrier, forte sperona
E d tra loro il giovanetto ardito;
Gionse alla testa il re di Nasamona,
E fuor d'arcione il trasse tramortito,
E tocc dopo lui quel re Fizano;
S come al primo, lo distese al piano.

Alto da terra volta il suo Frontino,
Che proprio un cervo a' gran salti somiglia;
Alcun gi non cognosce il paladino:
Che sia Brunello ogniom si meraviglia.
Ora ecco gionto ha d'urto il re Sobrino,
Correndo l'uno e l'altro a tutta briglia;
Ed and il re Sobrino, a gran fraccasso,
Il suo destriero e lui tutto in un fasso.

Dopo lui pose a terra Prusone,
Quale era re de l'Isole Alvaracchie.
Come da l'aria gi scende il falcone,
E d nel mezo a un groppo di cornacchie:
Lor, sparpagnate a gran confusone,
Cridando van per arbori e per macchie;
Cos tutta la gente in quel torniero
Fuggia davanti al paladin Rugiero.

Il re de Arzila, io dico Bambirago,
Fu da Rugier colpito in su la testa;
Costui portava per cimiero un drago:
Con quel percosse il capo alla foresta.
Sempre pi viene il giovanetto vago
Di ben ferire, e menando tempesta
Pose Tardoco e Marbalusto al piano,
L'un re de Alzerbe e l'altro re d'Orano.

E Baliverzo, il re di Normandia,
Fo tratto dello arcione al suo dispetto.
Quando Agramante e gran colpi vedia,
Per meraviglia usciva de intelletto,
Ch 'l re de Tingitana esser credia,
Per l'arme che avea indosso il giovanetto;
Ma prima nol tenea gagliardo tanto,
Or ben li dava di prodezza il vanto.

Perch sappiati il fatto ben compito,
Ordinato  il torniero a tal ragione,
Che non poteva alcuno esser ferito,
Menando tutti e brandi de piatone,
Ed altrimente a morte era punito
Chiunque facesse al gioco fallisone.
Di taglio n di ponta alcun non mena:
Sapea Rugiero e l'ordine e la pena.

Per menava sol di piatto il brando,
E gionse il fio d'Almonte, Dardinello,
Che portava il quarter s come Orlando,
E for de arcion lo trasse a gran flagello.
Dicea Agamante: - A Dio mi racomando,
Ch'io non credetti mai che quel Brunello
Un regno meritasse per valore:
Ma ben serebbe degno imperatore. -

Queste parole diceva Agramante,
E stavasi da parte a riguardare
E colpi orrendi e le prodezze tante,
Quanto potesse alcuno imaginare.
Ecco Rugiero abatte a lui davante
Argosto, che armiraglio era del mare,
Argosto de Marmonda, il pagan fiero,
Che avea il timone a l'elmo per cimiero.

Gionse Arigalte, il re de l'Amonia,
E 'l re de Libicana, Dudrinasso,
E seco Manilardo in compagnia,
Re di Norizia, e mena gran fraccasso.
Eran costoro il fior de Pagania,
Che non curavan tutto il mondo uno asso;
Veggendo che colui fa tanta guerra,
Se destinr di porlo al tutto in terra.

Ciascun percosse il giovanetto franco,
Ma lui trasse Arigalte de la sella,
Qual porta senza insegna il scudo bianco,
E per cimero un capo di donzella.
Al primo colpo non parbe gi stanco,
Ch Dudrinasso s forte martella,
Che gli roppe 'l cimero e la corona,
E tramortito a terra lo abandona;

Ed avantosse contra a Manilardo,
N pi de' primi fu questo diffeso;
Bench tra gli altri assai fusse gagliardo,
Rimase allora in su il prato disteso.
Quando Agramante a ci fece riguardo,
Fu ben de invidia grande al core acceso,
Che un altro avesse pi di lui valore,
Stimando assai per questo esser minore.

E destinato veder se Brunello
Potesse il campo contra a lui durare,
Mossese ratto, che parbe uno uccello.
Sopra a Rugiero un colpo lascia andare,
E gionse di traverso il damigello,
E quasi il fece a terra trabuccare;
Ma pur se tenne nello arcion apena,
Presto se volta ad Agramante e mena.

Era il cimero e la insegna reale
Tre fusi da filare e una gran rocca;
Rugier, che gionse il re sopra al frontale,
Roppe le fuse e a terra lo trabocca.
A' soi sequaci ci parbe gran male,
Onde ciascuno il giovanetto tocca:
Alzirdo, Bardulasto e Sorridano,
Ciascun quanto pi p, mena a due mano.

Quel Sorridano  re della Esperia,
Ove il gran fiume Balcana discende,
Qual crede alcun che il Nil d'Egitto sia,
Ma chi ci crede, poco se n'intende.
Or questi tre che io dissi, tuttavia
Ciascun quanto pi p Rugiero offende;
Chi di qua chi di l mena tempesta,
L'un per le braccie e l'altro per la testa.

Voltosse verso Alzirdo il pro' Rugiero,
E quel fer de un colpo s diverso,
Che a gambe aperte il trasse del destriero;
Poi mena a Sorridano un gran roverso,
E lui distese s come il primiero.
Allor fu Bardulasto tutto perso,
N gli bastando d'affrontarsi il core
Venne alle spalle il falso traditore;

E fer de una ponta nel costato
Quel franco giovanetto a tradimento.
Quando Rugier si sente innaverato,
Forte adirosse e non prese spavento;
E verso Bardulasto rivoltato,
Lo vidde ritornar di mal talento
Per donarli la morte a l'altro tratto;
Ma non and come credette il fatto.

Ch, rivoltato essendo a lui Rugiero,
Non lo sofferse di guardare in faccia,
Che era in sembianza s turbato e fiero,
Che par che al mondo e 'l cel tutto minaccia;
Onde esso, rivoltato il suo destriero,
Fuggendo avante a lui si pose in caccia.
Rugiero il segue, e sembra una saetta,
Cridando: - Volta! volta! Aspetta! aspetta! -

Ma quel, che non volea ponto aspettare,
Giva ad un bosco assai quindi vicino,
Credendo di nascondersi e campare;
Ma troppo corridore era Frontino.
Non valse a Bardulasto il speronare,
Ch presso al bosco il gionse il paladino,
L dove al suo dispetto essendo gionto,
Venne animoso a quello estremo ponto;

E rivoltato con molto furore
Men pi colpi in vano al giovanetto,
Ma dur la battaglia poco d'ore,
Ch presto fu partito insino al petto.
Cos il re de Algazera traditore
Rimase morto a canto a quel boschetto;
Rugier, spargendo il sangue for del fianco,
A poco a poco quasi vena manco.

Ma per pigliare a ci rimedio e cura
Tornava al sasso dove era Atalante,
Il qual sapea de l'erbe la natura
E le virtute e l'opre tutte quante;
Onde di cavalcar ben se procura
Per ritrovarsi presto a lui davante,
Ch tanto la ferita lo adolora,
Che non bisogna far lunga dimora.

Cos ne and Rugier, che era ferito;
E gli altri che restarno al torniamento,
Non se accorgevan che fosse partito,
Tanto gli avea percossi alto spavento.
Ma il re Agramante tutto sbigotito
A destrier rimont con gran tormento,
Perch avea di vergogna un tal sconforto,
Che avria pena minore ad esser morto.

Or lasciamo costor tutti da parte,
Ch nel presente ne  detto a bastanza,
Per che il conte Orlando e Brandimarte
Mi fa bisogno di condurli in Franza,
Accioch queste istorie che son sparte,
Siano raccolte insieme a una sustanza;
Poi seguiremo un fatto tanto degno
Quanto abbia libro alcuno in suo contegno.

Andava Brandimarte e il conte Orlando
Per ritrovare Angelica al girone,
S come io vi contava alora quando
Lasci Ranaldo Astolfo con Dudone;
Or l ritorno e dico, seguitando,
Che in diversi paesi e regone
Per aventure strane ebber che fare,
Come io vi voglio a ponto racontare.

Insieme cavalcando una matina;
In India, se trovarno ad un gran sasso,
Ove presso a una fonte una regina
Tenea piangendo forte il viso basso;
Sopra ad un ponte che quivi confina,
Guardava un cavalliero armato il passo.
Fermrsi e duo baron, pur con pensiero
Di aver battaglia con quel cavalliero.

Ma ciascun d'essi, io dico il paladino
E Brandimarte, in prima volea gire;
E, standosi in contesa, un peregrino
Col suo bordone in man vedon venire.
Quel mostrava aver fatto un gran camino,
E passandosi via senz'altro dire,
Pi non pensando, al ponte se ne entrava,
Ma il cavallier di l forte cridava:

- Trnati adietro, se non vi morire,
Trnati adietro, - cridava - poltrone,
Ch non  cavallier di tanto ardire,
Qual commettesse questa fallisone!
Se tu non torni, io te far partire
Con s fatto combiato, vil giottone,
Che mai non vederai ponte n sasso
Qual non te torni a mente questo passo. -

Il peregrin, mostrandosi tapino,
Dicea: - Baron, per Dio! lasciami andare,
Ch'io aggio un voto al tempio de Apollino,
Il quale  in Sericana a lato al mare.
Se un altro ponte qua fosse vicino,
Ove questa acqua si possa vargare,
E me lo mostri, io te ringrazio e lodo;
Se non, qua passar voglio ad ogni modo. -

- Come "a ogni modo", schiuma di cucina! -
Rispose il cavallier forte adirato,
E verso lui se mosse con ruina,
Per averlo del ponte trabuccato;
Ma il peregrin, gettando la schiavina,
Di sotto si scoperse tutto armato;
Lasciando andare a terra il suo bordone,
Trasse con furia un brando dal gallone.

E' non se vidde mai livrer n pardo,
Il qual levasse s legiero il salto,
Come faceva il peregrin gagliardo,
E quanto il cavallier sempre  tanto alto.
N questo a quello avea ponto riguardo,
Ma con feroce e dispietato assalto
L'un l'altro avea ferito in parte assai,
E pur van drieto e non s'arrestan mai.

Il cavallier smontato era de arcione,
Temendo che il destrier gli fosse occiso,
E, se non fosse s forte barone,
Dal peregrin sera stato conquiso.
Ci riguardando il figlio di Melone
E Brandimarte, fo ben loro aviso
Non aver visti al mondo duo guerrieri
Che sian de questi pi gagliardi e fieri.

E bench a ciascun d'essi un'altra volta
Sembri aver visto il peregrino altronde,
Lo abito strano e la gran barba e folta
Non gli lascia amentare il come o il donde.
Or la battaglia  ben stretta e ricolta,
N abatte il vento s spesso le fronde,
N si spessa la neve o pioggia cade,
Come son spessi e colpi de le spade.

Il peregino ognior del ponte avanza,
Come colui che a meraviglia  fiero,
Ed era de alto ardire e gran possanza,
Onde avea gi ferito il cavalliero
Nel braccio, nella testa e nella panza,
S che ritrarsi gli facea mestiero;
E bench ancor mostrasse ardita fronte,
Pur se ritrava abandonando il ponte.

Era di l dal ponte una pianura
Intorno al sasso di quella fontana;
Quivi era un marmo de una sepoltura,
Non fabricata gi per arte umana,
E sopra, a lettre d'oro, una scrittura,
La qual dicea: ' Bene  quella alma vana,
Qual s'invaghise mai del suo bel viso;
Quivi  sepolto il giovane Narciso.'

Narciso fu in quel tempo un damigello
Tanto ligiadro e di tanta bellezza,
Che mai non fu ritratta con pennello
Cosa che avesse in s cotal vaghezza;
Ma disdegnoso fu come fu bello,
Per che la beltate e l'alterezza
Per le pi volte non se lascian mai,
Dil che perita  gran gente con guai:

S come la regina de Orente
Amando il bel Narciso oltra misura,
E trovandol crudel s de la mente,
Che di sua pieta o di suo amor non cura,
Se consumava misera, dolente,
Piangendo dal matino a notte oscura,
Porgendo preghi a lui con tal parole,
Che arian possanza a tramutare il sole.

Ma tutte quante le gettava al vento,
Perch il superbo pi non l'ascoltava
Che aspido il verso de lo incantamento,
Onde ella a poco a poco a morte andava,
E gionta infin allo ultimo tormento
Il dio d'Amore e tutto il cel pregava,
Ne gli estremi sospir piangendo forte,
Iusta vendetta a la sua iniusta morte.

E ci gli avenne, per che Narciso
Alla fontana, de che io ve contai,
Cacciando un giorno fo gionto improviso,
E corso avendo dietro a un cervo assai,
Chinosse a bere, e vide il suo bel viso,
Il qual veduto non avea pi mai;
E cadde, riguardando, in tanto errore,
Che de se stesso fu preso d'amore.

Chi od giamai contar cosa s strana?
O iustizia de Amor, come percote!
Or si sta sospirando alla fontana,
E brama quel che avendo aver non pote.
Quell'anima che fu tanto inumana,
A cui le dame ingenocchion devote
Si stavano adorar come uno Dio,
Or mor de amore in suo stesso desio.

Esso, mirando il suo gentile aspetto,
Che di beltate non avea pariglio,
Se consumava di estremo diletto,
Mancando a poco a poco, come il ziglio
O come incisa rosa, il giovanetto,
Sin che il bel viso candido e vermiglio
E gli occhi neri e 'l bel guardo iocondo
Morte distrusse, che destrugge il mondo.

Quindi passava per disaventura
La fata Silvanella a suo diporto,
E dove adesso  quella sepoltura
Iacea tra' fiori il giovanetto morto.
Essa, mirando sua bella figura,
Prese piangendo molto disconforto,
N se sapea partire; e a poco a poco
Di lui s'accese in amoroso foco.

Bench sia morto, pur di lui s'accese,
Avendo di pietate il cor conquiso,
E l vicino a l'erba se distese,
Baciando a lui la bocca e il freddo viso,
Ma pur sua vanitate al fin comprese,
Amando un corpo dal spirto diviso,
E la meschina non sa che si fare:
Amar non vle, e pur conviene amare.

Poi che la notte e tutto l'altro giorno
Ebbe la fata consumato in pianto,
Un bel sepolcro di marmoro adorno
In mezo il prato fece per incanto;
N mai poi se partitte ivi de intorno,
Piangendo e lamentando, infino a tanto
Che a lato alla fontana in tempo breve
Tutta se sfece, come al sol la neve.

Ma per aver ristoro o compagnia
A quel dolor che a morte la tirava,
Struggendosi de amor, fu tanto ria,
Che la fontana in tal modo affatava,
Che ciascun, qual passasse in quella via,
Se sopra a l'acqua ponto rimirava,
Scorgea l dentro faccie di donzelle,
Dolce ne gli atti e grazose e belle.

Queste han ne gli occhi lor cotanta grazia,
Che chi le vede, mai non pu partire,
Ma in fin convien che amando se disfazia,
Ed in quel prato  forza de morire.
Ora ivi ariv gi per sua disgrazia
Un re gentile, accorto e pien d'ardire,
Quale era in compagnia de una sua dama:
Lei Calidora e lui Larbin si chiama.

Essendo questo alla fonte arivato,
E dello incanto non essendo accorto,
Per la falsa sembianza fu ingannato,
E sopra l'erbe ivi rimase morto.
La dama, che l'avea cotanto amato,
Abandonata de ogni suo conforto,
Si pose a lacrimare in quella riva,
E star si vle insin che ser viva.

Questa  la dama che piangeva al sasso,
E il ponte al cavallier facea guardare,
Accioch ogni altro che arivava al passo
Non se potesse a quel fonte mirare.
Da poi che il suo Larbin dolente e lasso
Per quello incanto vidde consumare,
Piet gli prese de ogni altra persona,
E stassi al fonte, e mai non l'abandona.

E questa istoria, quale io v'ho contata,
Del bel Narciso e di sua morte strana,
Lei tutta la narr, come era stata,
Al conte Orlando presso alla fontana,
Poscia che vidde la disconsolata
Alla battaglia orribile e inumana
Quel franco peregrino esser s forte,
Che al suo barone avria dato la morte.

Temendo che sia morto il suo barone,
Aiuto o pace dimandava al conte,
Mostrando a lui che per compassone
De ogni altra gente fa guardare il ponte;
Onde a bona drittura di ragione
Non debbe il cavallier ricevere onte,
Qual non dimora l per fellonia,
Ma per campare altrui da morte ria.

Cognosce il conte che ella dice il vero,
Per ben presto se trasse davante,
E tra quel peregrino e il cavalliero
Spart la fiera zuffa in uno istante;
Poi, riguardando a lor con pi pensiero,
Cognobbe che l'uno era Sacripante
E l'altro, che in pi parte fu ferito,
Era Isolieri, il giovanetto ardito;

Qual, per guardare a Calidora il passo,
Insin di Spagna a l'India era venuto,
Che pur pensando al gran camin son lasso;
Amor l'avea condutto e ritenuto.
Ma Sacripante andava al re Gradasso,
Da Angelica mandato per aiuto,
Come io vi dissi alora che Brunello
A lui tolse il destriero, a lei lo anello.

Alor contai come prese il camino:
Non so se a ponto ben lo ricordati,
Che l'abito pigli di peregrino.
Avendo gi pi regni oltra passati,
Gionse alla fonte in su questo confino.
Segnor, che intorno e mei versi ascoltati,
Se alcun de voi de odire ha pur talento,
Ne l'altro canto io lo far contento.

Canto decimottavo

Fo glorosa Bertagna la grande
Una stagion per l'arme e per l'amore,
Onde ancora oggi il nome suo si spande,
S che al re Artuse fa portare onore,
Quando e bon cavallieri a quelle bande
Mostrarno in pi battaglie il suo valore,
Andando con lor dame in aventura;
Ed or sua fama al nostro tempo dura.

Re Carlo in Franza poi tenne gran corte,
Ma a quella prima non fo sembante,
Bench assai fosse ancor robusto e forte,
Ed avesse Ranaldo e 'l sir d'Anglante.
Perch tenne ad Amor chiuse le porte
E sol se dette alle battaglie sante,
Non fo di quel valore e quella estima
Qual fo quell'altra che io contava in prima;

Per che Amore  quel che d la gloria,
E che fa l'omo degno ed onorato,
Amore  quel che dona la vittoria,
E dona ardire al cavalliero armato;
Onde mi piace di seguir l'istoria,
Qual cominciai, de Orlando inamorato,
Tornando ove io il lasciai con Sacripante,
Come io vi dissi nel cantare avante.

Dapoi che il conte intese dove andava
Re Sacripante, ed ove era venuto,
E come in tema Angelica si stava
Non aspettando d'altra parte aiuto,
Il franco cavallier ben sospirava,
E tutto se cambi nel viso arguto;
E senza fare al ponte altro pensiero,
Calidora lasci con Isoliero.

E Sacripante prese la schiavina
E la tasca e il cappello e il suo bordone;
Al re Gradasso via dritto camina.
Ma torno adesso al figlio di Melone,
Che cavalcando gionse una matina
Con Brandimarte ad Albraca il girone;
Ma non san come far quivi l'intrata,
Cotanta gente intorno era acampata.

Torindo, il re de' Turchi, e 'l Caramano
Quivi era in campo, e 'l re di Santaria
E Menadarbo, il quale era Soldano,
Che tenne Egitto e tutta la Soria;
Coperto era a trabacche e tende il piano:
Non se vidde giamai tanta genia;
Solo adunata  quella gente fella
Per donar pena e morte a una donzella.

Ma chi per una e chi per altra iniuria
Intorno a quella dama era attendato;
Torindo il Turco menava tal furia
Per Trufaldino, il qual fo spregionato;
E Menadarbo, quel Soldan, lo alturia,
Per che fo gran tempo inamorato
De Angelica la bella; e sempre mai
Ebbe repulsa e beffe e scorni assai.

Onde l'amore avea in odio rivolto,
E sol per disertarla venuto era.
Veggendo Orlando il gran popolo accolto,
Che avea coperto il piano e la costiera,
Bench egli ardisse e disasse molto
Di far battaglia pi che voluntiera,
Tanto vedere Angelica li piace
Che provar volse di passare in pace.

Per se ascose in un bosco vicino,
E l si stette insino a notte oscura,
Poi, come quel che ben sapea il camino,
Intr dentro alla rocca alla sicura.
Quando la dama vidde il paladino,
Di tutto il mondo ormai non ha pi cura;
Non dimandati se ella ebbe conforto,
Perch certo credea che 'l fusse morto.

Molte fr le carezze e l'accoglienza
Che Angelica li fece a quel ritorno.
Il conte di narrarle indi comenza
Poscia che se partitte il primo giorno,
Insin che  gionto nella sua presenza;
Come trov Marfisa e perse il corno,
E de Origille quelle beffe tante,
Sin che in prigion lo pose Manodante;

Come Ranaldo quindi era partito
Per gire in Franza, ed Astolfo e Dudone;
E ci che prima e poscia era seguito
Li disse Orlando a ponto per ragione.
La dama, bench il tutto avesse odito,
Pure ascoltando che il figlio d'Amone
Era tornato in Franza al suo paese,
De rivederlo ancor tutta se accese.

Onde cominci il conte a confortare,
Mostrando a lui per diverse cagione
Come doveva in Francia ritornare;
E che ormai pi dentro a quel girone
Non  vivanda che possa durare,
S che star non vi pu lunga stagione,
Ed  bisogno aritrovar rimedio
Onde si campi for di quello assedio.

E che ella seco ne volea venire,
Ove ad esso piacesse, in ogni loco.
Or quivi non fu gi molto che dire,
N il conte vi pens troppo n poco;
Ma quella notte se ebbero a partire,
E nella rocca in molte parte il foco
Lasciarno, che alle torre e nei merli arda,
Per dimostrar che ancor vi sia la guarda.

E poi per l'aria scura e tenebrosa
Tutto passarno senza impaccio il campo;
Ma possa che ogni stella fu nascosa,
E del giorno vermiglio apparbe il lampo,
Non gli coprendo ormai la notte ombrosa,
Piglir rimedio ed ordine al suo scampo:
Tutta lor compagnia forse  da venti,
Tra dame e cavallieri e lor sargenti.

E questa alora tutta se disparte,
Chi qua, chi l, ciascuno a suo comando;
Rimase Fiordelisa e Brandimarte
Ed Angelica bella e il conte Orlando.
Or questi quattro se trasse da parte,
E tutto il giorno appresso cavalcando
Ne andarno insino a l'ora della nona
Senza trovare impaccio de persona.

Essendo alora il giorno riscaldato,
Ciascadun de essi del destrier discese
Sotto l'ombra de un pin, ad un bel prato,
Ma non che se spogliasse alcun l'arnese;
E, stando il conte e Brandimarte armato,
N temendo ormai pi de altre offese,
Stavano ad agio parlando d'amore,
Quando a sue spalle odirno un gran rumore.

Onde levati, un poco di lontano
Videro una gran gente a belle schiere,
Che via ne vien distesa per il piano,
Ed ha spiegato al vento le bandiere.
Questo era Menadarbo, il gran Soldano,
E 'l re de' Turchi e l'altre gente fiere,
Che avean l'assedio a quella rocca intorno,
Anci l'han presa ed arsa pur quel giorno.

Perch, essendo aveduti la mattina
Che pi persona non era in quel loco,
Intrarno tutti dentro con roina,
La bella rocca abandonarno in foco;
Poi Menadarbo al tutto se destina
Aver la dama e di farli un mal gioco,
E Torindo gli  dietro e 'l Caramano,
E tutti gli altri poi di mano in mano.

Quando se accorse Orlando de la gente
Che ratta ne vena per la pianura,
Turbosse for di modo nella mente,
Per che de le dame avea paura;
Ma Brandimarte se cura nente,
Anci diceva al conte: - Or te assicura
Che, piacendoti far quel che io te dico,
Quella canaglia non estimo un fico.

Io ho, come tu vedi, un bon destriero,
Quanto alcun altro che n'abbia il Levante,
E non  tra costor gi cavalliero,
Che ad un per uno io non li sia bastante.
Quivi voglio arrestarmi in su il sentiero;
Tu con le dame passarai avante,
Io con parole e fatti s faraggio
Che prenderai andando alcun vantaggio. -

A bench il conte cognoscesse a pieno
Che quello  vero e bon provedimento
Qual dice Brandimarte, nondimeno
Lo abandonarlo parria mancamento;
Ma pur rivolse ne la fine il freno,
Per far di questo quel baron contento;
In mezo a le due dame avanti passa,
E Brandimarte in su quel prato lassa.

La gente sterminata ne vena
Per la campagna senza alcun riguardo;
Secondo che il destrier ciascun avia,
Chi giongeva pi presto, e chi pi tardo;
Ma avanti a gli altri il re di Satalia
Vena, broccando un gran ronzon leardo;
Sopra la briglia gi non se ritiene,
Pi de una arcata avanti a gli altri viene.

Sembrava proprio al corso una saetta
Quel re, che era appellato Marigotto;
E Brandimarte stava alla vedetta.
Come lo scorse ben, disse di botto:
"Costui ha di morire una gran fretta,
Ch avanti a gli altri vl pagare il scotto."
Cos dicendo e crollando la testa
Sprona il destriero e la sua lancia arresta.

E Marigotto fece il simigliante:
Verso di questo venne, e l'asta abassa;
Ma Brandimarte, che 'l gionse davante,
Dopo alle spalle con la lancia il passa;
E d'urto dapoi gionse lo afferante,
E con ruina a terra lo fraccassa,
L dove Marigotto e 'l suo ronzone
Ne andarno in fascio, a gran destruzone.

Gi Brandimarte avea sua spata tratta,
E d tra gli altri senza alcun riparo.
Oh come bene intorno se sbaratta,
Facendo de lor pezzi da beccaro!
Onde alla gente che vena s ratta,
Cominciava il terreno a parer caro,
E non mostrano ormai cotanta fretta,
Ch pi che voluntier l'un l'altro aspetta.

Ma Menadarbo vi gionse, adirato
Che un sol barone arresti tanta gente,
E stringendo la lancia al destro lato
Ne vien spronando il suo destrier corrente;
E colse Brandimarte nel costato,
Ma de arcione il pieg poco o nente:
La lancia rotta in pezzi cade a terra,
E Brandimarte adosso a lui si serra.

Levando alto a due mano il brando nudo,
Mena con furia al mezo della testa.
Or lui coperto avea l'elmo col scudo:
N l'un n l'altro quel gran colpo arresta,
Ch il scudo e l'elmo ruppe il brando crudo,
E cadde Menadarbo alla foresta,
Partito dalla fronte insino ai denti;
Or vi so dir che gli altri avean spaventi.

Ma non di manco gli stavano intorno,
E chi lancia da longi e chi minaccia.
Poco gli stima il cavalliero adorno,
Ed ora questi ed or quelli altri caccia;
Cos gran parte  passata del giorno,
Perch la gente che seguia la traccia
Crescendo ne vena di mano in mano:
Ecco gionto  Torindo e il Caramano.

Prima gionse Torindo a gran baldanza:
Con l'asta bassa Brandimarte imbrocca,
E spezz sopra al scudo la sua lanza;
Ma Brandimarte ad una spalla il tocca,
E quasi lo part insino alla panza,
E dello arcione a terra lo trabocca.
Vedendo quel gran colpo il Caramano
Volta il destriero e fugge per il piano.

Ma quel fuggire avria poco giovato,
Se non avesse avuto a volar piume.
Venne la notte, e il giorno era passato,
N per quel loco si vedea pi lume;
E 'l Caramano avanti era campato,
Natando per paura un grosso fiume;
Poi molte miglia per le selve ombrose
And fuggendo ed al fin se nascose.

E Brandimarte, che l'avea seguito
Cacciando a tutta briglia il suo destriero,
Dapoi che vide ch'egli era fuggito
E che a pigliarlo non era mestiero,
Guardando al prato dove era partito
Non vi sa pi tornare il cavalliero,
Perch la notte che ha scacciato il giorno
Avea oscurato per tutto d'intorno.

Intrato adunque per la selva alquanto,
E non sapendo mai di quella uscire,
Smont di sella e trassese da un canto,
Sopra alle fronde se pose a dormire;
Ma rotto li fo il sonno da un gran pianto,
Qual quindi presso li parve de odire,
E sembrava la voce de una dama,
Che a Dio mercede lacrimando chiama.

Chi sia la dama qual mena tal guai,
Poi oderiti stando ad ascoltare.
Ma sia de Brandimarte detto assai,
Ch al conte Orlando mi convien tornare,
Il qual, partito come io vi contai,
Verso Ponente prese a caminare,
N passato era avanti oltre a sei miglia,
Che ebbe travaglia e pena a meraviglia.

Per che, intrato essendo in duo valloni,
Chinandosi gi il sole in ver la sera,
Trov sopra a que' sassi e Lestrigioni,
Gente crudele e dispietata e fiera.
Costoro han denti ed ungie de leoni,
Poi son come gli altri omini alla ciera,
Grandi e barbuti e con naso di spana:
Bevono il sangue e mangian carne umana.

Il conte entrato gli vede a sedere
Ad una mensa che  posta tra loro,
E sopra quella da mangiare e bere,
Con gran piatti d'argento e coppe d'oro.
Come ci scorse Orlando, a pi potere
Sprona il ronzon per giongere a costoro,
E ben seguto lo tenean le dame,
Ch l'una pi che l'altra ha sete e fame.

Via van trottando per giongere a cena,
Ma prestamente fia ciascuna sacia.
Or vanne il conte, e con faccia serena
A que' ribaldi disse: - Pro vi facia.
Poi che fortuna a tale ora mi mena
In questo loco, prego che vi piacia
Per li nostri dinari, o in cortesia,
Che siamo a cena vosco in compagnia. -

Il re de' Lestrigoni, Antropofgo,
Odendo le parole lev il muso.
Questo avea gli occhi rossi come un drago,
E tutto di gran barba il viso chiuso;
De veder gente occisa  troppo vago,
Come colui che tutto il tempo era uso
Matina e sera di farne morire,
Per divorarli e il suo sangue sorbire.

Quando costui od il conte parlare,
Veggendolo a destriero e bene armato,
Dubit forse nol poter pigliare,
Onde li fece loco a s da lato,
Pregando che volesse dismontare;
Ma il conte aveva gi deliberato,
Se lo invitasse, de accettar lo invito,
Se non, pigliar da cena a ogni partito.

Onde discese de il destriero al basso,
Ma non se assetta, le dame aspettando,
Le qual venian per pi che di passo.
Ora od il conte lor, che mormorando
Dicevan l'uno a l'altro: - Egli  ben grasso. -
E quel rispose: - Io nol so, se non quando
Io il vedo a rosto, o ver quand'io l'attasto;
E saprl meglio se io ne piglio un pasto. -

Non attendeva Orlando a tal sermone,
Come colui che alle dame guardava,
Ma in questo Antropofgo il Lestrigone
Da mensa pianamente se levava,
E, preso avendo in mano un gran bastone,
Venne alle spalle del conte di Brava,
E sopra l'elmo ad ambe mano il tocca,
S che disteso a terra lo trabocca.

Molti altri se aventarno anco di fatto
Verso le dame dai visi sereni,
Perch volevan tutti ad ogni patto
Aver di quella carne e corpi pieni;
Ma lor, che se smarirno di quello atto,
Voltarno incontinente i palafreni,
E l'una in qua e l'altra in l fuggiva;
La mala gente apresso le seguiva.

Givan piangendo e lamentando forte
Le damigelle con molta paura,
E, non essendo nel paese scorte,
Andarno errando per la selva oscura.
Tornamo al conte, che  presso alla morte:
Gi tratta gli han di dosso l'armatura,
E non  ancora in s ben rinvenuto
Per il gran colpo che ha nel capo avuto.

Antropofgo, il re crudo e superbo,
Gli pose adosso il dispietato ungione,
Dicendo a gli altri: - Questo  tutto nerbo:
Da gli occhi in fora non c' un buon boccone. -
Sentendo Orlando lo attastare acerbo,
Per quella doglia usc de stordigione,
E salt in piede il cavallier soprano;
Come a Dio piacque, a lor scapp di mano.

Dietro gli  il re con molti Lestrigoni,
Cridando a ciascadun ch'e passi chiuda;
Chi gli tra' sassi, e chi mena bastoni:
Tutta gli  adosso quella gente cruda,
N lo lascia partir de que' cantoni.
Ora ecco ha vista Durindana nuda,
Che avean lasciata quei ribaldi a terra;
Ben prestamente il conte in man l'afferra.

Quando se vidde la sua spada in mano,
Pensati pur tra voi se il fo contento.
Ove se imbocca quel vallone a piano,
Eran firmati di costor da cento,
Tutti di viso ed abito villano;
N scudo o brando o altro guarnimento,
Ma pelle d'orsi e di cingiali in dosso
Avea ciascun, e in mano un baston grosso.

Il conte Orlando tra costor se caccia,
Menando il brando a dritto ed a roverso,
E l'un getta per terra, e l'altro amaccia,
Questo per lungo e quel taglia a traverso;
Spezza e bastoni e seco ambe le braccia,
Ma quel rio populaccio  s perverso
Che, avendo rotto e perso e piedi e mane,
Morde co' denti, come fa lo cane.

Convien che spesso il conte se ritorza,
Perch ciascun de intorno l'aggraffava.
Ora il suo re, s come avea pi forza,
Maggior baston de gli altri assai portava,
Ed era tutto armato de una scorza;
Gi per la barba gli cadea la bava,
Che colava di bocca e del gran naso,
Come un cane arabito, a quel malvaso.

Pi di tre palmi sopra gli altri avanza
Questo re maledetto che io vi conto;
Orlando lo assal con gran possanza,
E dritto a mezo il capo l'ebbe gionto;
Call il brando nel petto e nella panza,
S che in due parte lo divise a ponto,
E cadde da due bande alla foresta;
Il conte d tra gli altri e non s'arresta.

E fece un tal dalmaggio in poco de ora,
Che di quella canaglia maledetta
Non vi  persona che faccia dimora
Avanti al conte: tristo chi lo aspetta!
Perch col brando in tal modo lavora,
Che non si trova n pezzo n fetta
De alcun, che morto al campo sia rimaso,
Qual sia maggior che prima fosse il naso.

Onde lui rest solo in quel vallone,
Ed era il giorno quasi tutto spento,
Quando esso se adobb sue guarnisone;
E di mangiare avendo un gran talento,
Venne alla mensa, a quelle imbandisone,
Le qual mirando quasi ebbe spavento,
Per che quelle gente disoneste
Cotte avean bracie umane e piedi e teste.

Ben vi so dir che gli fugg la fame
A quel convito dispietato e fiero,
Se ben ne avesse avuto maggior brame.
Ma torna adietro e prende il suo destriero,
Deliberato di cercar le dame,
Ch ritrovarle avea tutto il pensiero.
E diceva piangendo: "Or chi me aiuta
Forza n ardir, se mia dama  perduta?

Se mia dama  perduta, or che mi vale
Aver morto costor dal brutto viso?
Che se io non la ritrovo, era men male
Esser da lor con quei bastoni occiso.
O Patre eterno! o Re celestale!
O Matre del Segnor del paradiso!
Datime presto l'ultimo conforto,
Ch'io la ritrovi, o che io presto sia morto."

Piangendo il conte parlava cos,
Come io vi ho detto, e nella selva intr;
Errando and per quella in sino al d,
Ma ci ch'el va cercando non trov.
Essendo l'alba chiara, ed ello od
Cridar: - Va l! va l! ch ella non pu
Scappare ormai pi fuora di quel passo,
Ch l davanti  runato il sasso. -

Dricciosse Orlando ove colui favella,
E presto del cridar vidde lo effetto,
Perch cognobbe quella gente fella
De' Lestrigoni, il popol maledetto,
Che avean cacciata Angelica la bella
Ove se era condutta al passo stretto,
Che arendersi bisogna a chi la caccia,
O ronarsi da ducento braccia.

Quando la vidde il conte a tal periglio,
Non dimandati se fretta menava.
Era per ira in faccia s vermiglio,
Che poco longi un foco dimostrava.
Urt il destriero e al brando di di piglio,
E quel de intorno a gran furia menava,
Lasciando ove giongeva un tal segnale,
Che per guarirlo medico non vale.

Eran costor che io dico, da quaranta,
Che avean stretta la dama in su quel sito,
N gi de tutti quanti un sol si vanta
Che senza la sua parte sia partito.
Se la canaglia fosse due cotanta,
Ciascuno a bon mercato era fornito
Di squarci per la testa e per la faccia:
A chi tronc le gambe, a chi le braccia.

Angelica fu scossa in questa via,
La quale era fuggita in ver ponente;
Ma Fiordelisa, che a levante ga,
Pur fu seguita ancor da questa gente.
Tutta la notte la brigata ria
L'avea cacciata, sino al sol nascente,
E proprio l'ha condutta in quella parte
Ove dormiva il franco Brandimarte.

Ella piangendo a Dio se accomandava,
Ed era gi s stracco il palafreno,
Che, pur fuggendo, indarno il speronava.
De Lestrigoni intorno il bosco  pieno,
Ch ciascun de pigliarla procacciava,
Onde essa di paura vena meno,
E gi, ponendo il corpo per perduto,
A Dio per l'alma adimandava aiuto.

Gi riluceva alquanto pure il giorno,
Come io vi dissi, e l'alba era schiarita,
E Brandimarte, il cavalliero adorno,
Dormia l presso in su l'erba fiorita,
Onde svegliosse; e guardando de intorno
Vidde la dama trista e sbigotita,
Che da que' Lestrigoni avia la caccia;
Ben la cognobbe incontinenti in faccia.

Onde fo presto al suo destrier salito,
E con roina verso lei si mosse;
Avendo tratto il suo brando forbito,
Incontr un Lestrigone e quel percosse.
Non vi restava apena integro un dito,
Ch tagliate gli avrebbe ambe le cosse,
N a quel ch' in terra il cavalliero attende,
Ma tocca un altro e insino al petto il fende.

Erano allora trenta Lestrigoni,
O forse qualcun manco, a dire il vero,
E qual tutti con sassi e con bastoni
Chi dava a Brandimarte e chi al destriero,
Ma lui facea de lor tanti squarcioni,
Che pieno avea de intorno a quel sentiero
Di teste e braccia; e tuttavia tagliando,
Carco avea tutto di cervelle il brando.

Ivi de intorno alcun pi non appare
Di quella gente brutta e maledetta;
Lui Fiordelisa corse ad abracciare,
E ben mez'ora a s la tenne stretta,
Prima che insieme potesse parlare;
Ma poi piangendo quella tapinetta
Contava al cavallier con disconforto
Come alla terra Orlando ha visto morto.

Cos dicea perch l'avea veduto
Tra i Lestrigoni alla terra disteso;
Or Brandimarte per donarli aiuto
A quella parte se ne va disteso.
Ma io sono al fin del canto gi venuto:
Segnori e dame, che l'avete inteso,
Dio vi faccia contenti e di tal voglia,
Che ritornati a l'altro con pi zoglia.

Canto decimonono

Gi me trovai di maggio una matina
Intro un bel prato adorno de fiore,
Sopra ad un colle, a lato alla marina
Che tutta tremolava de splendore;
E tra le rose de una verde spina
Una donzella cantava de amore,
Movendo s soave la sua bocca
Che tal dolcezza ancor nel cor mi tocca.

Toccami il core e fammi sovenire
Dal gran piacer che io presi ad ascoltare;
E se io sapessi cos farme odire
Come ella seppe al suo dolce cantare,
Io stesso mi verrebbi a proferire,
Ove tal volta me faccio pregare;
Ch, cognoscendo quel ch'io vaglio e quanto,
Mal volentieri alcuna fiata io canto.

Ma tutto quel che io vaglio, o poco o assai,
Come vedeti,  nel vostro comando,
E con pi voglia e pi piacer che mai
La bella istoria vi verr contando;
Ove, se me ramenta, vi lasciai
Nel ragionar di Brandimarte, quando
Con Fiordelisa, di bellezza fonte,
Tornava adietro a ritrovare il conte.

Tornando adietro il franco cavalliero
Con Fiordelisa, a mezo la giornata
Trovarno un varletino in su un destriero,
Che avea dietro una dama iscapigliata.
Lui via ne andava s presto e legiero,
Che mai saetta de arco fu mandata
Con tanta fretta, o da ballestra il strale,
Qual non restasse a lui dietro a le spale.

La dama, che era a piedi, pur seguia,
A bench fosse a lui molto lontana.
Il cavalliero incontra gli vena
Con Fiordelisa per la terra piana;
E l'altra dama, che questa vedia,
Cridando incominci: - Falsa puttana!
Non ti varr costui ch' la tua scorta,
Ch in ogni modo a sto ponto sei morta. -

Lasci la briglia, battendo ogni mano,
E ben se tenne morta Fiordelisa,
Perch cognobbe presto aperto e piano
Che quella dispietata era Marfisa,
La qual seguito avea Brunello invano
(Il tutto vi ho contato, ed a qual guisa);
Avendo quel giottone assai seguito,
Trov la dama e il cavalliero ardito.

Era Brunello adunque il varletino
Ch' sopra a quel destrier di tanta lena;
Lui via pass, fuggendo al suo camino,
N con la vista lo seguirno apena.
Quando Marfisa l'occhio serpentino
Volt, di doglia e di grande ira piena,
Mirando Brandimarte e la sua dama
Far la vendetta sopra a questi ha brama.

E le parole che ho sopra contate
A Fiordelisa disse minacciando;
E bench l'arme avesse dispogliate,
E senza destrier fusse e senza brando,
Di sommo ardire avea tanta bontate
Che, Brandimarte armato riguardando,
Volea seco battaglia a ogni partito;
Ma a lui non piacque de accettar lo invito.

Ch a ferire una dama disarmata
A lui parea vergogna e grande iscorno.
Era una pietra in quel campo piantata,
Ove seguito avea Brunello il giorno,
Da trenta passi, o quasi, diruppata,
E cento ne voltava, o pi, de intorno;
Per un scaglione alla cima se sale:
Altronde non, chi non avesse l'ale.

Questa adocchiata avea l'aspra donzella,
N pose alcuna indugia al pensamento,
Ma trasse Fiordelisa de la sella
E, via fuggendo ratta come un vento,
Mont la pietra, che parbe una occella;
A bench Brandimarte non fu lento
A seguitarla, come vidde il fatto,
Ma pur rimase in asso a questo tratto.

Perch il scaglione  tanto diruppato,
Che non che alcun destrier possa salire,
Ma non vi puote lui montare armato,
Onde si cominciava a disguarnire.
Marfisa dal pi sconcio ed alto lato
Port la dama per farla morire:
In braccio la port sopra a quel sasso
Per trabuccarla dalla cima al basso.

E Fiordelisa menava gran pianto,
Come colei che morta se vedia,
E 'l cavallier ne faceva altro tanto,
E de ira e de dolor quasi moria.
Egli  coperto de arme tutto quanto,
E di camparla non vede la via;
Se ben salisse, salirebbe invano,
Ch a suo mal grato fia gettata al piano.

Onde con pianto e con dolce preghiera
Incominci Marfisa a supplicare
Che non voglia esser s spietata e fiera,
S proferendo e ci che potea fare.
Sorrise alquanto la donzella altiera,
Poi disse: - Queste zanze lascia andare:
Se costei vi campare, egli  mestiero
Che l'arme tu me doni e il tuo destriero. -

Or non fu molta indugia a questo fatto,
Ch ciascaduno il prese per megliore.
A Brandimarte parve un bon baratto
Se ben cambiasse per sua dama il core;
Cos Marfisa ancora attese il patto,
E, preso che ebbe l'armi e il corridore,
Lasci la dama che avea gi portata,
E salta in sella e via cavalca armata;

E via passando con molta baldanza,
Come colei che fu senza paura,
Trov duo che no armati a scudo e lanza
Sopra duo gran ronzoni alla pianura.
Costor fr quei che la menarno in Franza.
Ma poi vi conter questa aventura,
E torno a Brandimarte e Fiordelisa,
Come Turpin la istoria a me divisa.

Brandimarte mont nel palafreno
Della sua dama, e quella tolse in groppa,
E cavalcando assai per quel terreno
Trovarno a lato a un fiume una alta pioppa,
E nella cima, o ver nel mezo almeno,
Stava un ribaldo e cridava: - Galoppa,
Galoppa, Spinamacchia e Malcompagno,
Ch qua di sotto  robba da guadagno. -

Il cavallier, che intese tal latino,
Fermosse a quello, e non sa che si fare,
Perch cognobbe che egli  un malandrino,
Qual chiamava e compagni per robbare;
E lui se trova sopra a quel ronzino,
N vede modo a poterse aiutare,
Ch non ha spata n scudo n maglia;
Trovar non sa diffesa che li vaglia.

E gi scoperti son forse da sette,
Chi a piedi, chi a destrier, di quella gente.
"Or non bisogna che quivi gli aspette!"
Diceva Brandimarte in la sua mente;
E per la selva correndo se mette,
E lor non lo abandonan per nente,
Ma chi dice: - Sta forte! - e chi minaccia:
Gi pi di trenta sono a dargli caccia.

Oh quanto se vergogna il cavalliero
Fuggir davante a gente s villana!
Che se egli avesse l'arme e il suo destriero,
Non se trarebbe adietro a meza spana.
Or via fuggendo per stretto sentiero
Gionse intra un prato, ove era una fontana:
Cinto d'intorno  da la selva il prato,
E uno altissimo pino a quello a lato.

Fuggendo il cavallier con disconforto,
Come io vi dico, e molto mal contento,
Un re vidde alla fonte, che era morto,
Ed avea in dosso tutto il guarnimento;
E Brandimarte come ne fo accorto,
Ad accostarsi ponto non fu lento,
E prese il brando, che avea nudo in mano,
E gi del palafren salt nel piano.

Il manto se rivolse al braccio manco,
E con la spada e malandrini affronta.
Mai non fu campon cotanto franco:
Questo tocca di taglio, e quel di ponta,
A l'uno il petto, a l'altro passa il fianco.
Or che bisogna che pi ve raconta?
Tutti e ladroni occise in poco de ora,
S ben col brando intorno egli lavora.

Camponne solamente un sciagurato
(Gi non camp, ma poco usc de impaccio),
Il qual fugg ferito nel costato,
E via di netto avea tagliato un braccio.
Alla capanna subito fo andato,
Ove si stava il crudo Barigaccio,
Barigaccio, il figliol di Taridone:
Corsar fo il patre, ed esso era ladrone.

Ma Barigaccio grande di statura
Fo pi del patre, e forte di persona.
Ora a lui gionse con molta paura
Lo inaverato, e il tutto gli ragiona
Come passata  la battaglia scura,
Poi morto a lui davante se abandona;
Essendo uscito il sangue de ogni vena,
Cadegli avante e pi non se dimena.

Onde turbato Barigaccio il fiero
Fo a maraviglia, e prese un gran bastone;
De arme adobato, come era mestiero,
Salta sopra Batoldo, il suo ronzone.
Troppo era smesurato quel destriero:
La pelle nera avea come un carbone,
E rossi gli occhi, che parean di foco;
Sol nella fronte avea di bianco un poco.

E Barigaccio, poi che fu montato,
Di speronarlo mai non se rimane.
Or Brandimarte, che rimase al prato
Poi che spezzato ha quelle gente istrane,
Guardando il re che stava al fonte armato,
Cognobbe al scudo ch'egli era Agricane,
Qual fo occiso da Orlando alla fontana:
Gi vi contai l'istoria tutta piana.

Egli avea ancor la sua corona in testa,
D'oro e di pietre de molto valore,
Ma Brandimarte nulla li molesta,
Ch ancor portava al corpo morto onore.
De arme il spogli, ma non di sopravesta,
E baciandoli il viso con amore:
- Perdonami, - dicea - ch altro non posso,
Se ora queste arme ti toglio di dosso.

N la temenza di dover morire
Mi pone di spogliarti in questa brama,
Ma nella mente non posso soffrire
Veder poner a morte la mia dama;
E ben son certo, se potessi odire,
Se s fosti cortese, come hai fama,
Odendo la cagion perch io ti prego,
Non mi faresti a tal dimanda niego. -

Parlava in questo modo il cavalliero
A quel re morto con piatoso core,
Il quale era ancor bello e tutto intiero,
S come occiso fosse di tre ore;
E stando Brandimarte in quel pensiero,
Sent davanti al bosco un gran romore,
Qual facea Barigaccio per le fronde,
Che rami e bronchi e ogni cosa confonde.

Presto adobosse il cavalliero ardito
Di piastra e maglia e de ogni guarnisone,
Prese Tranchera, il bel brando forbito,
E lo elmo che far fece Salamone.
De tutte l'armi a ponto era guarnito,
Quando sopra gli gionse quel ladrone,
Il qual, mirando de intorno e da lato,
E suoi compagni vidde in pezzi al prato.

Fermosse alquanto, e poi che gli ha veduti,
Disse: - In malora, gente da bigonci!
Ch non me incresce de avervi perduti,
Poi che un sol cavallier cos vi ha conci;
Ch io voria prima, se Macon me aiuti,
Ne la mia compagnia cotanti stronci.
Colui voglio impicar senza dimora,
E voi con seco, cos morti, ancora. -

Cos parlando, verso del gran pino,
Ove era Brandimarte, se voltava.
Come lo vidde a piede in sul cammino,
Subito a terra anch'esso dismontava;
N per virt ci fece il malandrino,
Ma perch forte il suo ronzone amava:
Dubit forse che quel campone
Non lo occidesse, essendo esso pedone.

Senza altramente adunque disfidare,
Adosso a Brandimarte fu invato:
Proprio un gigante alla sembianza pare,
Tutto di coio e di scagliette armato.
Col scudo de osso che suolea portare
E il suo baston di ferro e il brando a lato
Venne alla zuffa, e senza troppo dire
Se cominciarno l'un l'altro a ferire.

Sopra del scudo a Brandimarte colse
Menando ad ambe mano il rio ladrone;
E quanto ne tocc tanto via tolse,
Come spezzasse un pezzo di popone.
Il cavalliero ad esso si rivolse
Col brando, e gionse a mezo del bastone,
E come un gionco lo tagli di netto:
Ora ebbe Barigaccio un gran dispetto.

E salt adietro forse da sei braccia,
E trasse il brando senza dimorare,
E biastemando il cavallier minaccia
Di farli quel baston caro costare.
Ma Brandimarte adosso a lui se caccia;
Or se comincia l'un l'altro a menare
Ponte, tagli, mandritti e manroversi:
Mai non fu visto colpi s diversi.

Il cavallier se maraviglia assai
Come abbia un malandrin tanta bontade,
Perch in sua vita non vidde pi mai
Tanta fierezza ad altri in veritade.
Ambi avean l'arme, quale io vi contai;
Gi tutte l'han falsate con le spade,
N di ferire alcun di lor se arresta,
Ma la battaglia cresce a pi tempesta.

Cresce pi forte la battaglia fiera,
Per colpi sterminati orrenda e scura,
E Barigaccio il crudo se dispera,
Che tanto il cavallier contra li dura.
Or Brandimarte il tocca di Tranchera,
E port seco un squarcio de armatura;
Lui fu gionto anco dal forte ladrone,
Che l'arme gli tagli insino al giuppone.

A tal percossa piastra non vi vale,
N grossa maglia, n sbergo acciarino,
N cor de adante, il quale  uno animale,
Di che armato era il forte saracino.
Ora pareva a Brandimarte male
Che s prodo uomo fusse malandrino;
Onde, essendo uno assalto assai durato,
Cos parlando se trasse da lato:

- Io non so chi tu sia, n per qual modo
T'abbia condutto a tal mestier fortuna,
Ma per pi prodo campon te lodo
Ch'io sappia al mondo, sotto della luna;
E ben me avedo che fermato  il chiodo,
Che prima che sia sera o notte bruna,
O l'uno o l'altro fia nel campo morto;
E spero che ser colui che ha il torto.

Ma stu volessi lasciar quel mestiero,
Qual nel presente fai, di robbatore,
Vinto mi chiamo e son tuo cavalliero:
In ogni parte vo' portarti onore.
Or che farai? Hai tu forse pensiero
Che manchi giamai robba al tuo valore?
Lascia questo mestier: non dubitare,
Ch a tal come sei tu, non pu mancare. -

Rispose il malandrin: - Questo che io faccio,
Fallo anco al mondo ciascun gran signore;
E' de' nemici fanno in guerra istraccio
Per agrandire e far stato maggiore.
Io solo a sette o dece dono impaccio,
E loro a dieci millia con furore;
Tanto ancora di me peggio essi fanno,
Togliendo quel del che mestier non hanno. -

Diceva Brandimarte: - Egli  peccato
A tuor l'altrui, s come al mondo se usa;
Ma pur quando se fa sol per il stato,
Non  quel male, ed  degno di scusa. -
Rispose il ladro: - Meglio  perdonato
Quel fallo onde se stesso l'omo accusa;
Ed io te dico e confessoti a pieno
Che ci che io posso, toglio a chi pu meno.

Ma a te, qual tanto sai ben predicare,
Non voglio far di danno quanto io posso
Se quella dama che l vedo stare
Mi vi donare e l'arme che hai indosso.
E ne la borsa te voglio cercare,
Ch io non me trovo di moneta un grosso;
Poi te lasciar andar legiero e netto.
Ma voglio baratare anche il farsetto,

Per che questo  rotto e discucito;
Tu te 'l farai conciar poi per bell'agio. -
E Brandimarte, quando l'ebbe odito,
Disse nel suo pensier: "L'omo malvagio
Non se pu stor al male onde  nutrito;
N di settembre, n il mese di magio,
N a l'aria fredda, n per la caldana
Se pu dal fango mai distor la rana."

E senza altra risposta disdegnoso
Imbracci il scudo ed isfid il ladrone;
E fu questo altro assalto furoso,
Spezzando e scudi ed ogni guarnisone,
Ed era l'uno e l'altro sanguinoso,
Crescendo ogniora pi la questone;
N pi vi  di concordia parlamento,
Ma trarse a fine  tutto il lor talento.

Or Brandimarte afferra il brando nudo,
Ch destinato  di donarli il spaccio,
E disserra a due mano un colpo crudo
Per il traverso adosso a Barigaccio,
E tagli tutto con fraccasso il scudo,
Quale era de osso, e sotto a quello il braccio.
A quel gran colpo ogni arma venne manco,
E sino a mezo lo tagli nel fianco.

Lui cadde a terra biastemando forte,
Ed al demonio se racomandava,
E bench Brandimarte lo conforte,
Con pi nequizia ognior se disperava;
Ma il cavallier non volse darli morte,
E cos strangosciato lo lasciava,
Partendosi di qua senza dimora;
Ma lui moritte appresso in poco d'ora.

Il cavallier, lasciando il ladro fello,
Con la sua dama si volea partire,
Quando Batoldo, il suo destrier morello,
Ch'era nel prato, cominci a nitrire;
Veggendol Brandimarte tanto bello,
Con la sua Fiordelisa prese a dire:
- Il palafren sera troppo gravato
Se te portasse e me, che sono armato,

S che io me pigliar quel bon destriero,
Come pigliato ho il brando e l'armatura,
Perch serebbe pazzo e mal pensiero
Lasciar quel che appresenta la ventura.
Quei morti pi de ci non han mestiero,
Ch sono usciti fuor de ogni paura. -
Cos dicendo se accosta al ronzone,
Prende la briglia e salta in su lo arcione.

E via con Fiordelisa cavalcando
Trov due cose spaventose e nove,
Tal che gli fie' mistiero avere il brando.
Ma questo fatto contaremo altrove
Ch or mi convien tornare al conte Orlando,
Quale avea fatto le diverse prove
Contra de Antropofgo e' Lestrigoni,
Come contarno avanti e miei sermoni.

Campata avendo Angelica la bella,
Troppo era lieto di quella aventura.
Via caminando assai con lei favella,
Ma di toccarla mai non se assicura.
Cotanto amava lui quella donzella,
Che di farla turbare avea paura;
Turpin, che mai non mente, de ragione
In cotale atto il chiama un babone.

Essendo in questo modo costumato,
L'un giorno apresso a l'altro via camina.
Gi il paese de' Persi avea passato,
E la Mesopotamia che confina;
Poi, lasciando li Armeni al destro lato,
Soria varg giongendo alla marina;
E tutto questo ricco e bel paese
Pass senza trovar guerre o contese.

Essendo gionto, come io dico, al mare,
Nel porto di Baruti ebbe trovato
Un bel naviglio, che volea passare;
Ma troppo estremamente era ingombrato,
Per che in Cipri convenea portare
Un giovanetto re, che era assembrato
A dimostrar ne l'arme il suo valore,
Per una dama a cui portava amore.

Era re di Damasco il giovanetto
Quale io ve dico, e nome ha Norandino,
Ardito e forte e di nobile aspetto,
Quanto alcun altro fosse in quel confino.
Regnava, in questo tempo che io vi ho detto,
Ne la isola de Cipri un Saracino,
Che avea una figlia di tanta beltate,
Quanta alcuna altra di quella citate.

Lucina fu nomata la donzella
De cui io parlo, e il patre Tibano.
Sendo la dama a meraviglia bella,
Era da molti adimandata in vano;
E sol di sua beltate si favella
Ivi de intorno per monte e per piano,
Onde l'ama chi  longi e chi  vicino,
Ma sopra a tutti la ama Norandino.

Re Tibano avea preso pensiero
Di voler la sua figlia maritare,
Ed avea ordinato un bel torniero,
Come in quel tempo se usava di fare,
Ove ogni re, barone e cavalliero
Potesse sua prodezza dimostrare,
Ed ha invitate e dame e le regine
Tutte de intorno per quelle confine.

Ciascun voluntaroso in Cipri andava,
Come fu il bando per de intorno inteso.
Chi de provarsi a l'arme procacciava,
Chi per mirare avea quel camin preso;
Ma pi de gli altri gran fretta menava
Re Norandino, avendo il core acceso,
Fornito ben de ci che fa mestieri,
De paramenti e de arme e de destrieri.

E seco ne menava in compagnia
Da vinti cavallier, ciascuno eletto.
Or quando il conte in su il ponto giongia,
Il re si stava a nave per diletto;
Onde rivolto a' suoi baron dicia:
- Se costui non me inganna ne lo aspetto,
Debbe esser cima e fior de ogni valente,
Se la apparenza e lo animo non mente. -

E poi lo fece al paron dimandare,
Se volea seco andare al torniamento.
Esso rispose senza dimorare
Che egli era per servirlo a suo talento
O ver per giostra, o sia per tornare,
O sia per guerra ed ogni struggimento:
Pur che lo possa a suo modo servire,
In ogni cosa  presto ad obedire.

Il re lo adimand che nome avia,
De sua condizone e del paese.
E lui rispose: - Io son de Circassia,
Ove perdei per guerra ogni mio arnese,
Eccetto l'arme e quella dama mia
Di che fortuna me  stata cortese.
Mio nome  Rotolante; e quel che io posso,
 a tuo comando insin che ho sangue adosso. -

Il giovanetto re molto ebbe grato
Il cortese parlar che fece Orlando,
Ed in sua compagnia l'ebbe accettato,
Poi di pi cose li and dimandando,
Sin che il vento da terra fu levato.
Segnori e donne, a voi mi raccomando;
Finito  un canto, e l'altro io vo' seguire,
Cose pi belle e vaghe per odire.

Canto ventesimo

Quella stagion che in cel pi raserena,
E veste di verdura gli arborscelli,
Ed ha l'aria e la terra d'amor piena
E de bei fiori e de canti de occelli,
Gli amorosi versi anco mi mena,
E vl che a voi de intorno io rinovelli
L'alta prodezza e lo inclito valore
Qual mostr un tempo Orlando per amore.

Di lui lasciai s come Norandino
Lo prese per compagno al torniamento;
Ben vi and volentieri il paladino,
Ch di passare avea molto talento.
Ora s'aconci il tempo al lor camino
Intra Levante e Greco, ottimo vento,
Qual via gli port in Cipri alla spiegata,
Ove gran gente in prima era assembrata.

Per che e Greci insieme con Pagani
Alla gran festa se erano adunati,
E degli circonstanti e de' lontani;
Baroni e cavallieri erano armati,
Ma pur fra tutti quanti e pi soprani
E de maggiore estima e pi onorati
Eran Basaldo e Costanzo e Morbeco:
Li duo fr turchi e quel di mezo greco.

Costanzo fu filiol di Vatarone,
Che alor de' Greci lo imperio tena,
E quei duo turchi avean due regone,
Di che erano amiragli, in Natolia.
Ora Costanzo avea seco Grifone
Ed Aquilante pien di vigoria;
Ben me stimo io che abbiati gi sentito
Come Aquilante fu seco nutrito,

Quando la Fata Nera il damigello
Mand primeramente in quella corte,
Poi che 'l lev di branche al fiero occello,
Ch condotto l'avrebbe in trista sorte.
Di questa cosa pi non vi favello,
Ch so che avete queste istorie scorte;
Grifone in Spagna ed in Grecia Aquilante
Furno nutriti, e pi non dico avante.

Se non che, essendo poscia spregionati,
Come io contai, da le Isole Lontane,
Ed avendo pi giorni caminati
Per diversi paesi e gente istrane,
Nel porto di Blancherna erano intrati,
Ove con festa e con carezze umane
Fr recevuti da lo imperatore
E da Costanzo, e fatto molto onore.

E volendo esso andare a quel torniero,
Ebbe la lor venuta molto grata,
Cognoscendo ciascun bon cavalliero
Per farli un grande onore a quella fiata;
Avengach Grifone  in gran pensiero,
Perch Origilla, sua dama, infirmata
Era di febre tanto acuta e forte,
Che quasi  stata al ponte de la morte.

Ma pure, essendo migliorata alquanto,
Part da lei, bench gli fusse grave,
N se puot spiccar gi senza pianto,
Ed intr con Costanzo alla sua nave.
Indi passarno ove il fiume di Xanto
Ha foce in mare, e con vento soave
Gionsero in Cipri, come io vi ho contato,
Ciascun bene a destriero e ben armato.

Molti altri ancora che io non vi racconto,
Baroni e cavallieri e damigelle,
Eran venuti, e tutti bene in ponto
De arme e destrieri e de robbe novelle.
Quando fu Norandino in Cipri gionto,
Le cose de ciascun parvon men belle,
Perch  s ben guarnito e adorno tanto,
Che sopra gli altri ogni om gli dava vanto.

Nel porto a Famagosta poser scale,
E via ne andr di lungo a Nicosia,
Quale  fra terra la cit reale,
E Tibano il seggio vi tena.
Quivi con festa e pompa tronfale,
Con duci e conti e molta baronia
Intr il re di Damasco tutto armato,
Con trombe avanti e bene accompagnato.

Un monte acceso portava nel scuto
E similmente nel cimero in testa;
E ciascun che con esso era venuto
Avea pur tale insegna e sopravesta.
Cos fu degnamente recevuto
Con molto onor da tutti e con gran festa;
Ma sopra gli altri lo onor Lucina,
Ch pi che s lo amava la tapina.

E gi, passando il tempo,  gionto il giorno
Che 'l tornier dovea farsi in su la nona,
Ed ogni cavaliero andava intorno
Facendo mostra della sua persona,
L'un pi che l'altro a meraviglia adorno.
De trombe e de tamburi il cel risuona;
Per ben vedere avante ogniom si caccia:
Preso  ogni loco intorno della piaccia.

Ma da l'un capo uno alto tribunale
Per le dame e regine era ordinato,
Ove Lucina in abito reale
E l'altre vi sedean da ciascun lato.
Mostravan poco il viso naturale,
Le pi l'avean depinto e colorato:
Turpino il dice, io nol so per espresso,
Bench sian molte che ci fanno adesso.

Angelica l sopra era tra loro,
Qual se mostrava un sole infra le stelle;
Con una vesta bianca, adorna d'oro,
Senza alcun dubbio  il fior de l'altre belle.
Re Tibano e il suo gran concistoro
Da l'altro lato incontra alle donzelle
Se stava al tribunal, che era adornato
Di seta e drappi d'oro in ogni lato.

Or cominciano a entrare e cavallieri:
Ben vi so dir che ciascuno  forbito,
Con ricche sopraveste e con cimieri;
Ogniom se mostra nel sembiante ardito,
Di qua de l spronando e gran destrieri,
Perch il torniero in due schiere  partito:
Costanzo de una parte  capitano,
De l'altra Norandino il Sorano.

Gnacare e corni e tamburini e trombe
Suonorno a un tratto intorno della piaccia;
Trema la terra e par che il cel rimbombe,
E che lo abisso e il mondo se disfaccia.
Tutte, le dame, a guisa de colombe,
Per l'alto crido se smarirno in faccia;
Ma i cavallier con furia e con tempesta
A tutta briglia urtr testa per testa.

N si vedean l'un l'altro e camponi,
Bench ciascuno avesse a l'urto accolto;
Ma il fremir delle nare de' ronzoni
Avea s grande il fumo a l'aria involto,
E s la polve alciata in que' sabbioni,
Che avea il vedere a tutti avanti tolto,
N se guardava l'ordine o la schiera,
Ciascun menando a chi pi presso gli era.

Ma poi che il fatto fu atutato un poco
E cominci l'un l'altro a discernire,
Apparve in quella piazza il crudo gioco,
E colpi dispietati, il gran ferire;
Avanti, a mezo, a dietro, in ogni loco,
Si vedea gente de gli arcioni uscire;
Per tutto  gran travaglia e grave affanno,
Ma chi  di sotto  quel che porta il danno.

Orlando per vedere il fatto aperto
Non volse ne la folta troppo intrare;
Ma quel Morbeco turco, che era esperto
In tal mestiero e ben lo sapea fare,
Se trasse avante in su un destrier coperto,
E sopra gli altri si facea mirare;
Qualunche giongie o de urto, o de la spada,
Sempre  mestier che al tutto a terra vada.

E gi da sei de quei di Norandino
Avea posti roverso in su il sabbione,
N ancor s'arresta, ma per quel confino
Pi furia mena e pi destruzone;
Onde turbato quel re saracino
A tutta briglia sprona il suo ronzone,
E sopra di Morbeco andar si lassa,
E di quello urto a terra lo fraccassa.

Dapoi Basaldo, che pi presso gli era,
Percosse ad ambe mano in su la testa;
N lo diffese piastra ni lamiera,
Ch a terra lo mand con gran tempesta.
Tutta a roina pone quella schiera,
A lui davante alcun pi non s'arresta.
Oh quanto  lieta Lucina la dama
Vedendo far s bene a chi tanto ama!

Costanzo il greco, che vede sua gente
S mal condutta da quel Sorano,
Turbato for di modo nella mente,
Gli sprona adosso con la spada in mano.
L'uno e l'altro di loro era valente,
Onde alcun tratto non andava in vano;
Al fin men Costanzo un colpo fiero
E ruppe il monte e il foco del cimiero.

Sino alla croppa lo fece piegare
Al colpo smisurato che io vi conto,
Ni stette gi per questo a indugare,
Ma mena l'altro e in fronte l'ebbe gionto;
Ed era Norandin per trabuccare,
Se non che Orlando allor se mosse a ponto,
E tanto fece, che il trasse de impaccio
Sin che il rivenne, e lo sostenne in braccio.

Onde Costanzo per questo adirato
Adosso al conte gran colpi menava;
Ma lui, come in arcion fosse murato,
Di cotal cosa poco se curava.
Ma sendo Norandino in s tornato,
Che a sostenirlo pi non lo impacciava,
Verso Costanzo se rivolse il conte,
E lui percosse in mezo della fronte.

Qualunche ha un cotal colpo, non vl pi,
Ch bene  paccio chi il secondo aspetta.
Ora Costanzo al primo and pur gi,
Di lui rimase la sua sella netta.
Diceva ad esso il conte: - Or va l tu,
Che menavi a ferirme tanta fretta,
Quando io stavo occupato ad altra posta;
Or vien adesso e con meco te accosta. -

Lui gi non se accost, ma cadde a terra,
Come io vi dico, col capo davante;
Ma 'l conte adosso a un altro se disserra,
S che lo fece al cel voltar le piante.
Grifone in altra parte facea guerra
Da l'un de' lati, e da l'altro Aquilante;
N se avedean de tal destruzone,
N de Costanzo che ha tratto de arzone.

Ma il crido della gente che era intorno
Voltar fece Grifone in primamente,
E combattendo l fece ritorno,
Bench sapesse del fatto nente;
E quando lui fu gionto, ebbe gran scorno,
Poi che abattuto  il capo di sua gente,
Onde adirato il suo destrier sperona;
A Norandino adosso se abandona.

Da l'altra parte ancor gionse Aquilante,
E quando il suo Costanzo vidde a terra,
Turbato fieramente nel sembiante
Con ambi e sproni il suo destriero afferra,
E riscontrosse col conte de Anglante;
E qui se cominci la orrenda guerra,
Bench lui non cognosce il paladino,
Perch la insegna avea di Norandino.

N lui fu cognosciuto anco da Orlando,
Ch di Costanzo la insegna portava.
Ora, segnori, a voi non ve domando
Se ciascun de essi ben se adoperava,
Cotal ruina e tal colpi menando
Che l'aria per de intorno sibillava,
Come la cosa andasse a tutto oltraggio,
N se vi scorge ponto di vantaggio.

Vero , perch Aquilante era turbato,
Mostr maggior prodezza allo affrontare;
Ma poi che l'uno e l'altro  riscaldato,
Ben vi so dir che assai vi fu che fare,
Di qua di l menando ad ogni lato,
Che par che il mondo debba runare,
Con dritti e con roversi aspri e robesti;
E pur gli ultimi colpi alfin fur questi.

Gionse Aquilante a Orlando nella fronte,
Sopra la croppa lo mand roverso;
Ma ben rispose a quella posta il conte,
E lui fer de un colpo s diverso,
Che sua baldanza e quelle forze pronte
E l'animo e l'ardir tutto ebbe perso;
Di qua di l piegando ad ogni mano,
Le gambe aperse per cadere al piano.

E certamente ben sera caduto,
Ch pi non se reggea che un fanciullino,
Se non che Grifon gionse a darli aiuto,
Il quale avea lasciato Norandino.
Lasciato l'avea quasi per perduto,
Ch ormai non potea pi quel saracino;
Ma per donare aiuto al suo germano
Lasci Grifone andar quel sorano.

E de giongere al conte se procura
Spronando a tutta briglia il suo ronzone.
Or qui si fece la battaglia dura
Pi ch'altra mai de Orlando e de Grifone,
Qual dur sempre insino a notte oscura,
N se potea partir la questone,
Sin che gli araldi con trombe d'intorno
Bandirno il campo insino a l'altro giorno.

Ciascun torn la sera a sua masone,
E de' fatti del giorno si favella.
Ora a Costanzo parlava Grifone
Dicendo: - Io so contarti una novella,
Che l su tra le dame, a quel verone,
Veder mi parve Angelica la bella;
E se ella  quella, io te dico di certo
Che Orlando  quel che quasi te ha deserto.

Ed anco io l'ho compreso a quel ferire,
Che cresce nella fine a maggior lena,
E per ti consiglio a dipartire,
Prima che ne abbi pi tormento e pena;
Omo non  che possa sostenire
A la battaglia e colpi che lui mena;
Onde lasciar la impresa ce bisogna,
Non ne volendo il danno e la vergogna. -

Diceva a lui Costanzo: - Or datti il core,
S'io faccio che colui ne vada via,
Poi de acquistare a nostra parte onore
E in campo mantenir l'insegna mia? -
Grifon rispose a lui, che per suo amore
Quel che potesse far, tutto faria;
E che egli aveva fermamente ardire
Contra ad ogni altro il campo mantenire.

Il Greco, che era di malizia pieno
(Come son tutti de arte e di natura),
Quando la luce al giorno venne meno,
Usc de casa per la notte scura,
E via soletto sopra a un palafreno
Ove era Orlando di trovar procura,
E trovato che l'ebbe, queto queto
Lo trasse in parte e a lui parl secreto;

E dimostrgli che il re Tibano
Secretamente facea gente armare,
Perch era gionto un messaggio di Gano,
Il qual cercava Orlando far pigliare;
Per, se egli era desso, a mano a mano
Vedesse quel paese disgombrare;
E perci a ritrovarlo era venuto,
Per palesarli questo e dargli aiuto;

E ch'egli aveva una sua fusta armata
Nascosta ad una spiaggia indi vicina,
Qual via lo portarebbe alla spiegata
In Franza a qualche terra di marina.
Fu questa cosa s ben colorata
Dal Greco, che sapea cotal dottrina,
Che il conte a ponto ogni cosa li crede,
Ringraziandolo assai con pura fede.

E, fatta presto Angelica svegliare,
Con essa alla marina se ne ga,
Ove Costanzo il volse accompagnare,
E l il condusse ove la fusta avia.
Facendosi il parone a dimandare,
Gli impose che il baron portasse via
Ove pi gli piacesse al suo talento;
E lor ne andarno avendo in poppa il vento.

Quel che si fusse poi di Norandino
N di Costanzo, non saprebbi io dire,
Perch di lor non parla pi Turpino;
Ma ben del conte vi sapr seguire,
Il qual sopra alla fusta al suo camino,
Fu per fortuna a risco di morire,
E stette sette giorni a l'aria bruna,
Che mai non vidde il sole, e men la luna.

E questo sopport con pazenza,
Poscia che altra diffesa non pu fare;
Ma poi che ebbe di terra cognoscenza,
Ed avendo in fastidio tutto il mare,
Posar se fece al lito de Provenza,
Ch de esser fuora mille anni gli pare,
Per trovarsi a Parigi a mano a mano,
E dar di sua amistate al conte Gano.

Ch ben l'avria trattato, vi prometto,
Come dovea trattarlo il can fellone,
Ma non piacque al demonio maledetto,
Che lo avea tolto in sua protezone;
Al manco male il facea stare in letto
Cinque o sei mesi rotto dal bastone;
Ma Lucifer che lo ha preso a guardare,
Al conte Orlando dette altro che fare.

Per che cavalcando il paladino,
Come fortuna o sua ventura il mena,
Ariv un giorno al Fonte di Merlino,
Che  posto in mezo del bosco di Ardena.
Del Fonte vi ho gi detto il suo destino,
S che a ridirlo non torr pi pena,
Se non che quel Merlin, qual fu lo autore,
Lo fece al tutto per cacciar l'amore.

Essendo gionti qua quella giornata,
Come io vi dico, Orlando e la donzella,
Essa, che pi del conte era affannata,
Smont il suo palafren gi della sella;
E poi, bevendo quell'acqua fatata,
Sua mente in altra voglia rinovella,
E, dove prima ardea tutta de amore,
Ora ad amar non pu dricciare il core.

Or se amenta lo orgoglio e la durezza,
Qual gli ha Ranaldo s gran tempo usata,
N gli par tanta pi quella bellezza
Che soprana da lei fu gi stimata;
Ed ove il suo valore e gentilezza
Lodar suoleva essendo inamorata,
Ora al presente il sir de Montealbano
Fellone estima sopra a ogni villano.

Ma, parendo gi tempo de partire,
Per che era passato alquanto il caldo,
Volendo aponto della selva uscire,
Viddero un cavalliero ardito e baldo.
Or tutto il fatto me vi convien dire:
Quel cavalliero armato era Ranaldo,
Qual, come io dissi, dietro a Rodamonte
Era venuto presso a questa fonte.

Ma non vi gionse, perch il fiume in prima
Che raccende lo amore, avea trovato.
Ora io non vi saprei contare in rima
Come se tenne alora aventurato,
Quando vidde la dama, perch estima
S come egli ama lei, de essere amato.
Visto ha per prova ed inteso per fama
Ci che per esso ha gi fatto la dama.

Non cognosceva il conte, che era armato
Con quella insegna dal monte di foco;
Ch s palese non se avria mostrato,
Serbando il suo parlare in altro loco.
Perch, essendo ad Angelica accostato,
Cortesemente e sorridendo un poco
Disse: - Madama, io non posso soffrire
Che io non vi parli, s'io non vo' morire,

Abench'io sappia a qual modo e partito
Mi sia portato e con tal villania,
Ch'io non meritarei de essere odito.
Ma so che seti s benigna e pia,
Che, a bench estremamente aggia fallito,
Perdonarete a quel che per fola
Contro de lo amor vostro adoperai,
Del che contento non credo esser mai.

Or non se pu distor quel che  gi fatto,
Come sapeti, dolce anima bella,
Ma pur a voi mi rendo ad ogni patto;
E ben cognosce l'alma meschinella
Che io non serebbi degno in alcun atto
Di essere amato da cotal donzella,
Ma de esser dal mio lato vostro amante
Sol vi dimando, e pi non cheggio avante. -

Orlando stava attento alle parole,
Le quale od con poca pazenza,
N pi soffrendo disse: - Assai mi dole
Che a questo modo ne la mia presenza
Abbi mostrato il tuo pensier s fole,
Ch ad altri non avria dato credenza,
Per che volentier stimar voria
Che ci non fosse vero, in fede mia!

Io voria amarti e poterti onorare,
S come di ragione ora non posso;
Tu per sturbarme gi passasti il mare,
E per altra cagion non fusti mosso,
Bench a me zanze volesti mostrare,
Stimandomi in amor semplice e grosso.
Or che animo me porti io vedo aperto,
Ma sallo Iddio che gi teco nol merto. -

Quando Ranaldo vidde che costui,
Qual seco ragionava,  il conte Orlando,
De uno ed altro pensier stette entra dui,
O de partirse o de seguir parlando.
Ma pur rispose al fine: - Io mai non fui
Se non quel che ora sono, al tuo comando;
N credo de aver teco minor pace
Se ci che piace a te non mi dispiace.

Non creder che pi vaga a gli occhi tuoi
Paia che a gli altri questa bella dama;
Ed estimar ne la tua mente puoi
Che ogni om, s come tu, de amarla brama.
Quanto sei paccio adunque, se tu vuoi
Aver battaglia con ciascun che l'ama,
Perch con tutto 'l mondo farai guerra;
Chi non la amasse, ben sera di terra.

Ma se tu mostri che sia tua per carta,
O per ragion che non gli abbia altri a fare,
Comandar mi potrai poi che io mi parta
E che io non debba seco ragionare;
Ma prima soffrirei de avere isparta
L'anima al foco e il corpo per il mare,
Che io mi restassi mai de amar costei,
E se restar volessi io non potrei. -

Rispose alora il conte: - E' non  mia.
Cos fosse ella, come io son de lei!
Ma non voglio adamarla in compagnia
E in ci disfido il mondo, e boni e rei.
Stata  la tua ben gran discortesia
Che, avendoti scoperti e pensier mei,
Fidandomi di te come parente,
Poi me hai tradito s villanamente. -

Disse Ranaldo: - Questo  pur assai,
Che sempre vogli altrui villaneggiare;
Da me non fu tradito alcun giamai,
E ciascun mente che il vle affirmare.
S che comincia pur, se voglia ne hai,
E pigliati a quel capo che ti pare:
Se ben se' tra baron tenuto il primo,
Pi d'uno altro uomo non ti temo o stimo. -

Orlando per costume e per natura
Molte parole non sapeva usare,
Onde, turbato ne la ciera oscura,
Trasse la spada senza dimorare,
E sospirando disse: - La sciagura
Pur ce ha saputi in tal loco menare,
Che l'un per man de l'altro ser morto;
Vedalo Iddio e iudichi chi ha il torto! -

Come Ranaldo vidde il conte Orlando
Mostrarsi alla battaglia discoperta,
Poi che avea tratto Durindana il brando,
Lui prestamente ancor trasse Fusberta.
Ne l'altro canto vi verr contando
Questa battaglia orribile e diserta,
Ed altre cose degne e belle assai;
Dio vi conservi in gioia sempre mai.

Canto ventesimoprimo

O soprana Virt, che e' sotto al sole,
Movendo il terzo celo a gire intorno,
Dammi il canto soave e le parole
Dolci e ligiadre e un proferire adorno,
S che la gente che ascoltar mi vle,
Prenda diletto odendo di quel giorno
Nel qual duo cavallier con tanto ardore
Fierno battaglia insieme per amore.

Tra gli arbori fronzuti alla fontana
Insieme gli afrontai nel dir davanti;
L'uno ha Fusberta, e l'altro Durindana:
Chi sian costor, sapeti tutti quanti.
Per tutto il mondo ne la gente umana
Al par di lor non trovo che se vanti
De ardire e di possanza e di valore,
Ch veramente son de gli altri il fiore.

Lor comenciarno la battaglia scura
Con tal destruzone e tanto foco,
Che ardisco a dir che l'aria avea paura,
E tremava la terra di quel loco.
Ogni piastra ferrata, ogni armatura
Va con roina al campo a poco a poco,
E nel ferir l'un l'altro con tempesta
Par che profondi il celo e la foresta.

Ranaldo lasci un colpo in abandono
E gionse a mezo il scudo con Fusberta:
Parve che a quello avesse accolto un trono,
Con tal fraccasso lo spezza e diserta.
Tutti gli uccelli a quello orribil suono
Cadderno a terra, e ci Turpino acerta;
E le fiere del bosco, come io sento,
Fuggian cridando e piene di spavento.

Orlando tocca lui con Durindana
Spezzando usbergo e piastre tutte quante,
E la selva vicina e la lontana
Per quel furor croll tutte le piante;
E trem il marmo intorno alla fontana
E l'acqua, che s chiara era davante,
Se fece a quel ferir torbida e scura,
N a s gran colpi alcun di loro ha cura;

Anci pi grandi gli ha sempre a menare.
Cotal ruina mai non fu sentita;
Onde la dama, che stava a mirare,
Pallida in faccia venne e sbigotita,
N gli soffrendo lo animo di stare
In tanta tema, se ne era fuggita;
N de ci sono accorti e cavallieri,
S son turbati alla battaglia e fieri.

Ma la donzella, che indi era partita,
Toccava a pi potere il palafreno,
E de alongarsi presto ben se aita,
Come avesse la caccia, pi n meno.
Essendo alquanto de la selva uscita,
Vidde l presso un prato, che era pieno
De una gran gente a piede e con ronzoni,
Che ponean tende al campo e paviglioni.

La dama di sapere entr in pensiero
Perch qua stesse e chi sia quella gente,
E trovando in discosto un cavalliero,
Del tutto il dimand cortesemente.
Esso rispose: - Il mio nome  Oliviero,
E sono agionto pur mo di presente
Con Carlo imperatore e re di Franza,
Che ivi adunata ha tutta sua possanza.

Per che un saracin passato ha il mare
E rotto in campo il duca di Bavera;
Ora  sparuto, e non si pu trovare,
N comparisce uno omo di sua schiera;
Ma quel che ancor ci fa maravigliare,
Che il sir di Montealbano, qual gionse ersera,
Venendo de Ongheria con gente nuova,
Morto n vivo in terra se ritrova.

Tutta la corte ne  disconsolata,
Perch ci manca il conte Orlando ancora,
Qual la tenea gradita e nominata
Con sua virt che tutto il mondo onora;
E giuro a Dio, se solo una fiata
Vedessi Orlando, e poi senza dimora
Io fossi morto, e' non me incresceria,
Ch io l'amo assai pi che la vita mia. -

Quando la dama a tal parlare intese
De il cavallier la voglia e il gran talento,
A lui rispose: - Tanto sei cortese,
Che il mio tacer serebbe un mancamento;
Onde io destino de aprirte palese
Quel che tu brami, e di farti contento:
Ranaldo e Orlando insieme con gran pena
Sono in battaglia alla selva de Ardena. -

Quando Oliviero intese quel parlare
Ne la sua vita mai fu cos lieto,
E presto il corse in campo a divulgare.
Or vi so dir che alcun non stava queto.
Re Carlo in fretta prese a cavalcare;
Chi gli passa davante e chi vien drieto.
Ma lui tien seco la dama soprana,
Che lo conduca a ponto alla fontana.

E cos andando intese la cagione
Che avea condutti entrambi a tal furore.
Molto se meraviglia il re Carlone,
Che il conte Orlando sia preso de amore,
Perch il teneva in altra opinone;
Ma ben Ranaldo stima anco peggiore
Che non dice la dama, in ciascuno atto,
Perch pi volte l'ha provato in fatto.

Cos parlando intrarno alla foresta,
Dico de Ardena, che  d'arbori ombrosa;
Chi cerca quella parte e chi per questa
De la fontana che  al bosco nascosa.
Ma cos andando odirno la tempesta
De la crudel battaglia e furosa;
Suonano intorno i colpi e l'arme isparte,
Come profondi il celo in quella parte.

Ciascun verso il romore a correr prese,
Chi qua chi l, non gi per un camino;
Primo che ogni altro vi gionse il Danese,
Dopo lui Salamone, e poi Turpino;
Ma non per spartirno le contese,
Ch non ardisce il grande o il piccolino
De entrar tra i duo baroni alla sicura:
Di que' gran colpi ha ciascadun paura.

Ma come gionse Carlo imperatore,
Ciascun se trasse adietro di presente;
E bench egli abbian s focoso il core,
Che de altrui poco curano o nente,
Pur portavano a lui cotanto onore,
Che se trassero adietro incontinente.
Il bon re Carlo con benigna faccia,
Quasi piangendo, or questo or quello abraccia.

Intorno a loro in cerchio  ogni barone,
E tutti gli confortano a far pace,
Trovando a ci diverse e pi ragione,
Secondo che a ciascuno a parlar piace.
E similmente ancora il re Carlone
Or con losinghe or con parole audace
Tal volta prega e tal volta comanda,
Che quella pace sia fatta di banda.

La pace sera fatta incontinente,
Ma ciascadun vl la dama per s,
E senza questo vi giova nente
Pregar de amici e comandar del re.
Or de qua si partia nascosamente
La damisella, e non so dir perch,
Se forse l'odio che a Ranaldo porta
A star presente a lui la disconforta.

Il conte Orlando la prese a seguire,
Come la vidde quindi dipartita;
N il pro' Ranaldo si stette a dormire,
Ma tenne dietro ad essa alla polita.
Gli altri, temendo quel che pu avenire,
Con Carlo insieme ogniom l'ebbe seguita
Per trovarsi mezani alla baruffa,
Se ancor la queston tra lor se azuffa.

E poco apresso li ebber ritrovati
Con brandi nudi a fronte in una valle,
A bench ancor non fussero attaccati,
Ch troppo presto gli frno alle spalle;
Ed altri che pi avanti erano andati,
Trovr la dama, che per stretto calle
Fuggia per aguatarsi in un vallone,
E lei menarno avanti al re Carlone.

Il re da poscia la fece guardare
Al duca Namo con molto rispetto,
Deliberando pur de raconciare
Ranaldo e Orlando insieme in bono assetto,
Promettendo a ciascun di terminare
La cosa con tal fine e tal effetto,
Che ogniom iudicherebbe per certanza
Lui esser iusto e dritto a la bilanza.

Poi, ritornati in campo quella sera,
Fece gran festa tutto il baronaggio,
Per che prima Orlando perduto era,
N avean di lui novella n messaggio.
Or la matina la real bandera
Verso Parigi prese il bon vaggio.
Io pi con questi non voglio ire avante,
Perch oltra al mare io passo ad Agramante.

Il qual lasciai nel monte di Carena
Con tanti re meschiati a quel torniero,
E forte sospirando se dimena,
Perch abattuto al campo l'ha Rugiero;
Ed esso ancora stava in maggior pena,
Ch era ferito il giovanetto fiero:
La cosa gi narrai tutta per ponto,
S che ora taccio e pi non la riconto.

E sol ritorno che, essendo ferito,
Come io vi dissi, il giovenetto a torto
Da Bardulasto, qual l'avea tradito,
Bench da lui fu poi nel bosco morto,
Nascosamente si fu dipartito,
N alcun vi fu di quel torniero accorto,
E gionse al sasso, sopra alla gran tana,
Ove  Atalante e 'l re de Tingitana.

Quando Atalante vidde il damigello
S crudelmente al fianco innaverato,
Parve esso al cor passato di coltello,
Cridando: - Ahim! che nulla me  giovato
Lo antivedere il tuo caso s fello,
Bench s presto non l'avea stimato. -
Ma il pro' Rugier facendo lieto viso
Quasi il rivolse da quel pianto in riso.

- Non pianger, non, - dicea - n dubitare,
Che, essendo medicato con ragione,
S come io so che tu saprai ben fare,
Non avr morte, e poca passone;
E peggio assai mi parve alor di stare
Quando occise nel monte quel leone,
E quando prese ancora l'elefante
Che tutto il petto mi squarci davante. -

Il vecchio poi, veggendo la ferita,
Che non era mortal, per quel che io sento,
Poi che la pelle insieme ebbe cusita,
La medica con erbe e con unguento.
Ora Brunello avea la cosa udita,
S come era passato il torniamento,
E prestamente immagin nel core
De aver di quello il tronfale onore.

Subitamente prese la armatura
Che avea portata il giovane Rugiero.
Bench sia sanguinosa, non se cura,
Salta sopra Frontino, il bon destriero,
E via correndo gi per la pianura
Gionse che ancor ogniom era al torniero;
Ma, come gli altri il viddero arivare,
Fugge ciascuno e nol vle aspettare.

Ed Agramante, il quale era turbato
Per la caduta, come io vi contai,
Avendo il brando suo riposto a lato,
Dicea: - Per questo giorno  fatto assai,
Se pur Rugier se fosse ritrovato;
Ma ben credo io che non si trovi mai. -
E fatto ritrovare il re Brunello,
A s lo dimand con tale appello:

- Io credo per mostrar tua vigoria
Che oggi dicesti colui ritrovare,
Il qual non credo ormai che al mondo sia,
Se non  sopra al celo o sotto al mare;
E ben te giuro per la fede mia,
Che io te ho veduto in tal modo provare
Che, avendo gli altri tutti il mio pensiero,
Non se andrebbe cercando altro Rugiero. -

Rispose a lui Brunello: - Al vostro onore
Sia fatto quel ch'io feci o bene o male;
E tutta mia prodezza o mio valore
Tanto me  grata, quanto per voi vale;
Ma pi voglio alegrarvi, alto segnore,
Perch trovato  il giovane reale,
Dico Rugiero.  disceso dal sasso;
Prima lo avriti che sia il sole al basso. -

Quando Agramante intese cos dire,
Nella sua vita mai fu pi contento;
Con gli altri verso il sasso prese a gire,
N se ricorda pi de torniamento;
A bench molti non potean soffrire,
Mirando il piccolin che pare un stento,
Aver contra di lui quel campo perso,
Onde ciascun lo guarda de traverso.

Or, cos andando, gionsero al boschetto,
Ove era Bardulasto de Alganzera,
Partito da la fronte insino al petto.
Sopra al suo corpo se ferm la schiera,
Per che il re, turbato ne lo aspetto,
A' circonstanti dimand chi egli era;
E bench avesse il viso fesso e guasto,
Pur cognosciuto fu per Bardulasto.

Non se mostr gi il re di questo lieto,
Anzi turbato cominciava a dire:
- Chi fu colui che contra al mio deveto
Villanamente ardito ha di ferire? -
A tal parlar ciascun si stava queto,
N alcuno ardiva ponto de cetire;
Veggendo il re che in tal modo minaccia,
Tutti guardavan l'uno l'altro in faccia.

E come far se suole in cotal caso,
Mirando ognuno or quella cosa or questa,
Fu visto il sangue il quale era rimaso
Ne l'arme de Brunello e sopravesta.
Per questo fu cridato: - Ecco il malvaso
Che occise Bardulasto alla foresta! -
N avendo ci Brunello apena inteso,
Da quei de intorno subito fu preso.

Esso cianzava, e ben gli fa mestiero,
E sol la lingua gli pu dare aiuto,
Dicendo a ponto s come Rugiero
Con quelle arme nel campo era venuto;
Ma s rado era usato a dire il vero,
Che nel presente non gli era creduto.
Ciascun cridando intorno a quella banda,
Sopra alle forche al re l'aricomanda.

Onde esso, che se trova in mal pensero,
Del re e de gli altri se doleva forte,
Narrando come era ito messaggero
Per quello annello a risco de la morte.
Gli altri ridendo il chiamano grossero,
Poi che servigi ramentava in corte;
Per che ogni servire in cortesano
La sera  grato e la matina  vano.

Proprio  bene un om dal tempo antico
Chi racordando va quel ch' passato;
Ch sempre la risposta : "Bello amico,
Stu m'hai servito, ed io te ho ben trattato";
E per questo Brunel, come io vi dico,
Era da tutti intorno caleffato,
E ciascadun di lui dice pi male,
Come intraviene a l'om che troppo sale.

Ora fu comandato al re Grifaldo
Ch'incontinente lo faccia impiccare;
Onde esso, che a tal cosa era ben caldo,
Diceva: - S'altri non potr trovare,
Con le mie mani lo far di saldo. -
E prestamente lo fece menare
Di l dal bosco, a quel sasso davante
Ove Rugier si stava ed Atalante.

Il giovanetto, che il vide venire,
Ben prestamente l'ebbe cognosciuto;
Lui non era di quelli, a non mentire,
Che scordasse il servigio recevuto,
Dicendo: - Ancor ch'io dovessi morire,
In ogni modo io gli vo' dare aiuto.
Costui mi prest l'arme e il bon ronzone:
Non lo aiutando, ben sera fellone. -

Ed Atalante ben cridava assai
Per distorlo da ci che avea pensato,
Dicendo: - Ahim, filiol, dove ne vai?
Or non cognosci che sei disarmato?
Se ben giongi tra loro, e che farai?
Lor pur lo impicaranno a tuo mal grato.
Tu non hai lancia n brando n scudo:
Credi tu aver vittoria, essendo ignudo? -

Il giovanetto a ci non attendia,
Ma via correndo fu gionto nel piano,
E, perch alcun sospetto non avia,
Tolse una lancia a un cavallier di mano.
Avea Grifaldo molti in compagnia,
Ma non gli stima il giovane soprano,
L'uno occidendo e l'altro trabuccando;
E da quei morti tolse un scudo e un brando.

Come ebbe il brando in mano, ora pensati
Se egli mena da ballo il giovanetto;
Non frno altri giamai s dissipati:
Chi fesso ha il capo, e chi le spalle e il petto.
Grifaldo e' duo compagni eran campati,
Ma treman come foglia, vi prometto,
Veggendo far tal colpi al damigello,
Il qual ben presto deslig Brunello.

Ora Grifaldo ritorn piangendo
Al re Agramante e non sapea che dire,
Ma per vergogna, s come io comprendo,
Non se curava ponto de morire.
Ma maravigliosse il re questo intendendo
Ed in persona volse al campo gire,
Ch a lui par cosa troppo istrana e nova
Avendo fatto un giovane tal prova.

Ma quando vidde e colpi smisurati,
Per meraviglia se sbigot quasi,
Perch tutti in duo pezzi eran tagliati
Quei cavallier che al campo eran rimasi;
Poi sorridendo disse: - Ora restati
Ne la malora qua, giotton malvasi,
Ch, se Macon me aiuti, io do nente
De aver perduta cos fatta gente. -

Come Brunello ha visto il re Agramante,
In ogni modo via volea scampare;
Ma Rugier l'avea preso in quello istante,
Dicendo: - Converrai mia voglia fare,
Ch'io vo' condurti a quel segnore avante.
E ad esso e agli altri aperto dimostrare,
Che fan contra a ragione e loro avisi,
Perch io fui quel che Bardulasto occisi. -

E, questo ditto, se ne venne al re
Pur con Brunello, e fosse ingenocchiato
- Segnor, - dicendo - io non so gi perch
Fosse costui alla forca mandato;
Ma ben vi dico che sopra di me
La colpa toglio e tutto quel peccato,
Se peccato se appella alla contesa
Occidere il nemico in sua diffesa.

Da Bardulasto fui prima ferito
A tradimento, ch io non mi guardava,
Ed essendo da poscia lui fuggito,
Io qua lo occisi, e ben lo meritava;
E se egli  quivi alcun cotanto ardito
(Eccetto il re, o se altri lui ne cava)
Qual voglia ci con l'arme sostenere,
Io vo' provar ch'io feci il mio dovere. -

Parlando in tal maniera il damigello,
Ciascun lo riguardava con stupore,
Dicendo l'uno a l'altro: -  costui quello,
Che acquistar debbe al mondo tale onore?
E veramente ad un cotanto bello
Convien meritamente alto valore,
Perch lo ardir, la forza e gentilezza
Pi grata  assai ne l'om che ha tal bellezza. -

Ma sopra a gli altri re Agramante il fiero
Di riguardarlo in viso non se sacia,
Fra s dicendo: "Questo  pur Rugiero!"
E di ci tutto il celo assai ringracia.
Or pi parole qua non  mestiero;
Subitamente lo bacia ed abracia.
Di Bardulasto non se prende affanno:
Se quello  morto, lui se n'abbi il danno.

Il giovanetto, di valore acceso,
Di novo incominci con voce pia
- Parmi - dicendo - aver pi volte inteso
Che il primo officio di cavalleria
Sia la ragione e il dritto aver diffeso:
Onde, avendo io ci fatto tuttavia,
Ch di campar costui presi pensiero,
Famme, segnor, ti prego, cavalliero.

E l'arme e il suo destrier me sian donate,
Ch altra volta da lui me fu promesso,
Ed anco l'ho dapoi ben meritate,
Ch per camparlo a risco mi son messo. -
Disse Agramante: - Egli  la veritate,
E cos sar fatto adesso adesso. -
Prendendo da Brunel l'arme e 'l destriero,
Con molta festa il fece cavalliero.

Era Atalante a quel fatto presente,
E ci veggendo prese a lacrimare,
Dicendo: - O re Agramante, poni mente,
E de ascoltarmi non te desdignare;
Perch di certo al tempo che  presente
Quel che esser debbe voglio indovinare;
Non mente il celo, e mai non ha mentito,
N mancar di quanto io dico, un dito.

Tu vi condurre il giovane soprano
Di l dal mare ad ogni modo in Francia;
Per lui ser sconfitto Carlo Mano,
E cresceratti orgoglio e gran baldancia;
Ma il giovanetto fia poi cristano.
Ahi traditrice casa di Magancia!
Ben te sostiene il celo in terra a torto;
Al fin ser Rugier poi per te morto.

Or fusse questo lo ultimo dolore!
Ma restar la sua genologia
Tra Cristani, e fia de tanto onore,
Quanto alcun'altra che oggi al mondo sia.
Da quella fia servato ogni valore,
Ogni bontate ed ogni cortesia,
Amore e legiadria e stato giocondo,
Tra quella gente fiorita nel mondo.

Io vedo di Sansogna uno Ugo Alberto,
Che gi discende al campo paduano,
De arme e di senno e de ogni gloria esperto,
Largo, gentile e sopramodo umano.
Odeti, Italani, io ve ne acerto:
Costui, che vien con quel stendardo in mano,
Porta con seco ogni vostra salute;
Per lui fia piena Italia di virtute.

Vedo Azzo primo e il terzo Aldrovandino,
N vi so iudicar qual sia maggiore,
Ch l'uno ha morto il perfido Anzolino,
E l'altro ha rotto Enrico imperatore.
Ecco uno altro Ranaldo paladino:
Non dico quel di mo, dico il segnore
Di Vicenzia e Trivisi e di Verona,
Che a Federico abatte la corona.

Natura mostra fuor il suo tesoro:
Ecco il marchese a cui virt non manca.
Mondo beato e felici coloro
Che seran vivi a quella et s franca!
Al tempo di costui gli zigli d'oro
Seran congionti a quella acquila bianca
Che sta nel celo, e seran sue confine
Il fior de Italia a due belle marine.

E se l'altro filiol de Amfitrone,
Qual l si mostra in abito ducale,
Avesse a prender stato opinone,
Come egli ha a seguir bene e fuggir male,
Tutti li occei, non dico le persone,
Per obedirlo avriano aperte l'ale.
Ma che voglio io guardar pi oltra avante?
Tu la Africa destruggi, o re Agramante,

Poi che oltra mar tu porti la semente
De ogni virt che nosco dimorava;
De qui nascer il fior de l'altra gente,
E quel, qual sopra a tutto il cor mi grava,
Che esser conviene, e non ser altramente! -
Cos piangendo il vecchio ragionava;
Il re Agramante al suo dir bene attende,
Ma di tal cosa poco o nulla intende.

Anci rispose, come ebbe finito,
Quasi ridendo: - Io credo che lo amore,
Il qual tu porti a quel viso fiorito,
Te faccia indovinar sol per dolore.
Ma a questa cosa pigliarem partito,
Ch tu potrai venir con seco ancore,
Anci verrai: or lascia questo pianto. -
Addio, segnor, ch qua finito  il canto.

Canto ventesimosecondo

Se a quei che tronfarno il mondo in gloria,
Come Alessandro e Cesare romano,
Che l'uno e l'altro corse con vittoria
Dal mar di mezo a l'ultimo oceno,
Non avesse soccorso la memoria,
Sera fiorito il suo valore invano;
Lo ardire e senno e le inclite virtute
Serian tolte dal tempo e al fin venute.

Fama, seguace de gli imperatori,
Ninfa, che e gesti e' dolci versi canti,
Che dopo morte ancor gli uomini onori
E fai coloro eterni che tu vanti,
Ove sei giunta? A dir gli antichi amori
Ed a narrar battaglie de' giganti,
Merc del mondo che al tuo tempo  tale,
Che pi di fama o di virt non cale.

Lascia a Parnaso quella verde pianta,
Ch de salirvi ormai perso  il camino,
E meco al basso questa istoria canta
Del re Agramante, il forte saracino,
Qual per suo orgoglio e suo valor si vanta
Pigliar re Carlo ed ogni paladino.
D'arme ha gi il mare e la terra coperta:
Trentaduo re son dentro da Biserta.

E poi che ritrovato  quel Rugiero,
Qual di franchezza e di beltate  il fiore,
L'un pi che l'altro a quel passaggio  fiero:
Non fu veduto mai tanto furore.
Or ben se guardi Carlo lo imperiero,
Ch adosso se gli scarca un gran romore;
Contar vi voglio il nome e la possanza
Di ciascadun che vl passar in Franza.

Venuto  il primo insin de Libicana,
Re Dudrinaso, che  quasi un gigante:
Tutta senz'arme  sua gente villana,
Ricciuta e negra dal capo alle piante;
Ma lui cavalca sopra ad una alfana,
Armato bene  di dietro e davante,
E porta al paramento e sopra al scudo
In campo rosso un fanciulletto nudo.

E Sorridano  gionto per secondo,
Qual signoreggia tutta la Esperia;
Cotanto  in l, che quasi  fuor del mondo,
Ed  pur negra ancor la sua zinia.
Rossi ambi gli occhi e il viso furibondo
Costui che io dico e i labri grossi avia;
Sotto ha una alfana, s come il primiero.
Or viene il terzo, che  spietato e fiero:

Tanfirone, il re de l'Almasilla,
Anci nomar si pu re del diserto,
Ch non ha quel paese o casa o villa,
Ma tutta sta la gente al discoperto.
Chi me donasse l'arte de Sibilla,
Indovinando io non sarra di certo
Della sua gente scegliere il megliore,
Ch senza ardir son tutti e senza core.

Non vi meravigliati poi se Orlando
Caccia costor tal fiata alla disciolta,
E se cotanti ne taglia col brando,
Ch nuda  quasi questa gente istolta;
E sempre  bon cacciare alora quando
Fugge la torma e mai non se rivolta.
Ma dal proposto mio troppo mi parto:
Dett'ho del terzo, odeti per il quarto,

Ch' Manilardo, il re de la Norizia,
La qual di l da Setta  mille miglia;
De pecore e di capre ha gran divizia,
E la sua gente a ci se rassomiglia.
Non han moneta e non hanno avarizia
De oro e de argento; e non  maraviglia,
Che tra noi anco il bove n il montone
Ci non desia, perch  senza ragione.

Il re di Bolga, il quinto,  Mirabaldo,
Che  longi al mare ed abita fra terra.
Grande  il paese, tutto ardente e caldo,
Sempre sua gente con le serpe han guerra.
Il giorno va ciascun sicuro e baldo,
La notte ne le tane poi si serra;
D'erba se pasce, e non so che altro guste:
Scrive Turpin che vive de locuste.

Re Folvo  il sesto, il qual venne di Fersa:
Non trovo gente di questa peggiore;
Come il sol se alcia al mezo giorno,  persa,
Biastemando chi 'l fece e 'l suo splendore.
La feccia qua del mondo se roversa,
Per dar travaglia a Carlo imperadore.
Or vengano pur via, gente balorda,
Che ogni cristian ne avr cento per corda.

E se nulla vi manca, per aiuto
Gi Pulano, il re di Nasamona,
Con gente di sua terra  qua venuto.
Non trovaresti armata una persona;
Chi porta mazza e chi bastone acuto,
Trombe ni corni a sua guerra si suona;
Avengach il suo re sia bene armato,
Di molto ardire e gran forza dotato.

Il re de le Alvaracchie  Prusone,
Che le Isole Felice son chiamate,
E tra gli antiqui ne  larga tenzone,
E ne le istorie molto nominate.
Ma lui condusse alla terra persone
Ignude quasi, non che disarmate;
Ciascun portava in mano un tronco grosso,
E sol di pelle avean coperto il dosso.

Venne Agrigalte, il re de la Amonia,
Qual ha il suo regno in mezo de la arena.
Una gran gente detro a lui seguia,
Ma tutta quanta de pedocchi  piena.
Apresso di questo altro ne vien via
Re Martasino, e la sua gente mena,
Qual pi de altre de arme non se vanta:
Il giovanetto  re di Garamanta.

Perch, dopo che morto fu il vecchione,
Quale era negromante e incantatore,
Il re concesse questa regone
A Martasino, a cui portava amore.
Apresso a questo venne Dorilone;
Aveva pur costui gente megliore,
Ch  re di Septa ed ha porto su il mare;
La gente sua selvatica non pare.

Vennevi ancora Argosto di Marmonda,
Che stimato  guerrer molto soprano.
Il suo paese di gran pesci abonda,
Perch  disteso sopra allo oceno,
Tornando dietro al mare, alla seconda.
Bambirago d'Arzila, a destra mano.
La gente di costor  de una scorza
Nera, come  il carbon quando se smorza.

Ma tra' Getuli avea perso Grifaldo,
Che, via passando, non me venne a mente.
Lontano  al mare il suo paese caldo,
Populo ignudo, tristo e da nente.
Bardulasto era morto, quel ribaldo,
Ma novo re fu posto alla sua gente,
La qual condotta venne da Alghezera;
Questa tra l'altre  ben gagliarda e fiera.

Vero  che non han ferro in sua provenza,
Ma tutti portano ossa de dragoni
Tagliente e acute, e non vedresti un senza;
Per elmi in capo han teste de leoni,
S che a mirarli  strana appariscenza.
In Francia periran questi poltroni;
Tutti han scoperte le gambe e le braccia;
Un sol non vi , che assembri uno omo in faccia.

Bucifaro il suo re fu nominato,
Qual di prodezza  tra' baroni il terzo.
Il re di Normandia gli viene a lato,
Forte ed ardito, e nome ha Baliverzo;
Ma il popol che ha condotto  sciagurato,
Qual sordo, quale  zoppo e quale  guerzo:
Gente non fu giamai cotanto istrana;
Poi vien Brunello, il re de Tingitana.

Pi sozza fronte mai non fie' natura,
E ben li ha posti del mondo in confino,
Ch a l'altra gente potria far paura,
Che se scontrasse avante al matutino.
N gi il suo re gli avanza di figura,
Negretto come loro e piccolino;
Pi volte vi narrai come era fatto,
Per lo lascio e pi de lui non tratto.

E torno ver ponente alla marina,
Ove  il paese pi domesticato,
Bench la gente  negra e piccolina,
N trovaresti tra mille uno armato.
Di l vien Farurante di Maurina;
Feroce  lui, ma male accompagnato.
Ora nel nostro mar mi volto adesso:
Il re di Tremison gli viene apresso

(Alzirdo ha nome, e la sua schiera  armata
Di lancie e scudi, e de archi e de saette),
E Marbalusto, la anima dannata,
Che seco ha tante gente maledette,
E per menarle meglio alla spiegata
La Francia tutta in preda gli promette,
Onde quei pacci volentier vi vano;
Costui de cui ragiono,  re d'Orano.

Un altro, che al suo regno gli confina,
Venne con gente armata con vantaggio:
Ci fu Gualciotto di Bellamarina,
Forte ne l'armi e di consiglio saggio.
Poi Pinadoro, il re di Costantina;
Questo dal mare  longi in quel vaggio:
Quando gi fece con gli Arabi guerra,
Fie' Costantino al monte quella terra.

Non par, segnor, che io ne abbia detto assai
Che lasso son cercando ogni confino?
E parmi ben ch'io non finir mai;
Pur mo se me apresenta il re Sobrino,
Che  re di Garbo, come io vi contai.
Non  di lui pi savio saracino;
Tardocco, re di Alzerbe, venne apresso.
Tre vi ne sono ancora, io ve 'l confesso.

Quel Rodamonte che  passato in Francia,
 re di Sarza, ed  tanto gagliardo,
Che non  pare al mondo di possancia.
Ora vi venne ancora il re Branzardo
Con belle gente armate a scudo e lancia;
Re di Bugia se appella quel vecchiardo.
Lo ultimo venne, perch' pi lontano,
Mulabuferso, che  re di Fizano.

Era gi prima in corte Dardinello,
Nato di sangue e di casa reale,
Che fu figlio de Almonte il damigello,
Destro ne l'arme, come avesse l'ale,
Molto cortese, costumato e bello,
N se potrebbe apponervi alcun male.
Il re Agramante, che gli porta amore,
Re de Azumara l'ha fatto e segnore.

Io credo ben che ser notte bruna
Prima che tutti possa nominare,
Perch giamai non fu sotto la luna
Tal gente insieme, per terra o per mare.
Re Cardorano a gli altri anco se aduna:
Chi gli potrebbe tutti ramentare?
E vien con seco il nero Balifronte:
Quasi il lor regno  fuor de l'orizonte.

Il primo ha in Cosca la sua regone,
Mulga se appella poi l'altro paese.
Africa tutta e le sue nazone
Intorno de Biserta son distese,
Varii di lingue e strani di fazone,
Diversi de le veste e de lo arnese;
N se numerarebbe a minor pena
Le stelle in celo o nel litto l'arena.

Fece Agramante e re tutti alloggiare
Dentro a Biserta, che  di zoie piena;
L con baldanza stanno ad armeggiare
Con balli e canti e con festa serena;
Altro che trombe non se ode suonare,
L'un pi che l'altro gran tempesta mena;
Chi a destrier corre, e chi l'arme si prova,
Cresce nel campo ognior pi gente nova.

Da Tripoli e Bernica e Tolometta
Vien copia de pedoni e cavallieri;
Questa  ben tutta quanta gente eletta
Con arme luminose e bon destrieri.
Quivi il re di Canara anco se aspetta,
Ma gi non son cotali e suoi guerrieri,
Ch alle lor lancie non bisogna lima;
Corne di capre gli han per ferri in cima.

Era il suo re nomato Bardarico,
Terribil di persona e bene armato;
Or quando fu giamai nel tempo antico
Per tale impresa un popolo adunato,
Tanto diverso quanto  quel che io dico,
La terra e il mar coperto in ogni lato?
Oh quanto era superbo il re Agramante,
Che a suo comando avea gente cotante!

Bench gli Arabi e il suo re Gordanetto
Ad obedirlo ancor non sian ben pratichi;
Questi non hanno n casa n tetto,
Ma ne le selve stan come selvatichi;
Ragione e legge fanno a suo diletto,
N son tra loro astrologi o gramatichi.
Non  de questi alcun paese certo,
Robbano ogniuno e fuggono al diserto.

E chi volesse dietro a lor seguire,
Sera perdere il tempo con affanno;
Essi de frutti se sanno nutrire
E vivere al scoperto senza panno;
Per fan gli altri di fame morire,
N se acquista a seguirli se non danno;
Onde Agramante per questa paura
De subiugarli mai non prese cura.

E standosi in Biserta a sollacciare,
Come io vi dissi, con molto conforto,
Un messo li aport come nel mare
Son pi nave apparite sopra al porto,
Le qual gi Rodamonte ebbe a menare,
Ma de lui non se sa se  vivo o morto;
E che seco avean loro un gran pregione,
Che  cristiano ed ha nome Dudone.

Il re turbato incominci gran pianto,
Stimando che sia morto Rodamonte;
Ma io il vo' piangendo abandonare alquanto,
Per tornare a que' duo che a fronte a fronte
De ardire e de fortezza se dn vanto.
Forse stimati che io parli del conte,
Qual con Ranaldo a guerra era venuto;
Ma io dico Rodamonte e Ferraguto,

Che non ha tutto il mondo duo pagani
Di cotal forza e tanta vigoria.
Crudel battaglia quei baron soprani
Menata han sempre e menan tuttavia.
De arme spezzate avean coperti i piani,
N alcun de lor sa gi chi l'altro sia;
Ma ciascun giuraria senza riguardo
Non aver mai trovato un pi gagliardo.

De l'altro  Feraguto assai minore,
Ma non gli lasciaria del campo un dito,
Ch a lui non cede ponto di valore,
Perch ogni piccoletto  sempre ardito;
Ed vi la ragion, per che il core
Pi presso a l'altre membra  meglio unito;
Ma ben vorebbe aver la pelle grossa
Il cane ardito, quando non ha possa.

Durando anco tra lor lo assalto fiero,
Per l'aspri colpi orribile a guardare,
Passava per quel campo un messaggiero,
Qual, fermo un poco, gli prese a parlare:
- Se alcun di voi de corte  cavalliero,
Male novelle vi sazo contare,
Ch 'l re Marsilio, il perfido pagano,
Posto ha lo assedio intorno a Montealbano.

E dissipato in campo ha il duca Amone,
E con soi figli l'ha dentro cacciato,
Seco Anzoliero e il suo parente Ivone:
Alardo  preso, e non so se  campato;
E quel paese  in gran destruzone,
Ch tutto intorno l'hanno arso e robbato.
Questo vidi io, che son de l venuto
Per dimandare a Carlo Mano aiuto. -

Non fece alcuna indugia quel corriero,
Che dopo le parole  caminato.
Assai turbosse Feraguto il fiero,
Poi che a quel fatto non se era trovato;
E stato essendo alquanto in tal pensiero
Da Rodamonte al fin fu domandato
Se di tal guerra avea ponto che fare,
Ch non vi avendo,  da lasciarla andare.

E Feraguto a ponto gli contava
Come era il re Marsilio suo cano,
E poi cortesemente lo pregava
Che seco voglia pace a mano a mano;
N mai pi de impicciarsi gli giurava
Per la figliola del re Stordilano.
Non lasci gi per tema cotal prova,
Ma sol per gire a quella guerra nova.

Re Rodamonte, che l'avea provato
Di tal franchezza e di tanto ardimento,
Assai nel suo parlar l'ebbe onorato,
Facendo il suo volere a compimento;
E poi se furno l'un l'altro abracciato,
E fratellanza ferno in giuramento,
Con s grande amistate e tanto amore
Che tra duo altri mai non fu maggiore.

E destinati non se abandonare
L'un l'altro mai sin che in vita serano,
Insieme cominciarno a caminare,
Per ritrovarse entrambi a Montealbano;
E, via passando senza altro pensare,
Scontrarno Malagise e Vivano:
Venian que' duo fratei, de' qual vi parlo,
Per impetrar soccorso dal re Carlo

Per Montealbano, il quale  assedato,
Come di sopra potesti sentire.
Or Malagise se trasse da lato,
Come e due cavallier vidde venire,
Dicendo a Vivan: - Per Dio beato!
Chi sian costoro io vo' saperti dire -;
Ed intrato l presso in un boschetto,
Fece il suo cerchio ed aperse il libretto.

Come il libro fu aperto, pi n meno,
Ben fu servito di quel che avea voglia,
Ch fu a demonii il bosco tutto pieno:
Pi de ducento ne  per ogni foglia.
E Malagise, che gli tiene a freno,
Comanda a ciascadun che via se toglia,
Largo aspettando insin che altro comanda;
Poi di costoro a Scarapin dimanda.

Era un demonio questo Scarapino,
Che dello inferno  proprio la tristizia:
Minuto il giottarello e piccolino,
Ma bene  grosso e grande di malizia;
Alla taverna, dove  miglior vino,
O del gioco e bagascie la divizia,
Nel fumo dello arosto fa dimora,
E qua tentando ciascadun lavora.

Costui, da Malagise adimandato,
Gli disse il nome e lo esser de' baroni;
L dove il negromante ebbe pensato
Pigliarli entrambi ed averli pregioni.
Tutti e demonii richiam nel prato
In forma de guerreri e de ronzoni,
Mostrando in vista pi de mille schiere,
Con cimeri alti e lancie e con bandiere.

Lui da una parte, da l'altra Viviano
Uscirno di quel bosco a gran furore.
Diceva Feraguto: - Odi, germano,
Ch'io non sentitte mai tanto rumore!
Questo  veramente Carlo Mano.
Or bisogna mostrar nostro valore;
Abench'io voglia te sempre obedire,
Per tutto il mondo non voria fuggire. -

- Come fuggir? - rispose Rodamonte
- Hai tu di me cotale opinone?
Senza te solo io vo' bastare a fronte
A tutti e cristani e al re Carlone,
E alle gente di Spagna seco aggionte.
Se sopra il campo vi fosse Macone
E tutto il paradiso con lo inferno,
Non me farian fuggire in sempiterno. -

Mentre che e duo baron stavano in questa,
Ragionando tra lor con cotal detti,
E Malagise usc de la foresta,
Gi non stimando mai che alcun lo aspetti,
Per che seco avea cotal tempesta
De urli e de cridi da quei maledetti,
Che sotto gli tremava il campo duro:
Dal lor fiatare  fatto il celo oscuro.

Vena davanti agli altri Draginazza,
Che avea le corne a l'elmo per insegna;
Questo di rado a vil gente se abbrazza:
Tra gli superbi alle gran corte regna.
La lancia ha col pennone e spada e mazza,
Ma di portare il scudo se disdegna.
Questo si serra adosso a Rodamonte,
E con la lancia il gionse ne la fronte.

Avea la lancia il fer tutto di foco,
Che entr alla vista ed arse ambe le ciglia:
E questo mosse Rodamonte un poco,
Perch ebbe di tal fatto meraviglia;
Ma urt il ronzon cridando: - Aspetta un poco,
Giotton, giotton, ch tua faccia somiglia
Proprio al demonio mirandoti apresso,
E certamente io credo che sei desso. -

Al fin de le parole il brando mena,
Come colui che avea forza soprana,
E fu il gran colpo de cotanta lena,
Che dentro lo pass pi d'una spana,
E dette a Draginazza una gran pena,
Bench il passasse come cosa vana;
Ma gli altri maledetti gli no adosso
Con tanta furia, che contar nol posso.

E lui per questo non  meno ardito,
Non ve pensati che 'l dimandi aiuto;
Or questo or quel demonio avea colpito:
Gi se pente ciascun d'esser venuto,
E Draginazza via ne era fuggito:
Ma molti sono adosso a Feraguto,
E sopra a tutti un gran davolone,
E questo  Malagriffa dal rampone.

Con quel rampone agriffa gli usurari,
Conducendoli a ponto ove li piace,
Perch ha possanza sopra de li avari,
E gi gli coce in quel fuoco penace,
E piglia preti e frati e i scapulari,
Perch ciascun di loro  suo seguace.
Ora al presente a Feraguto  intorno;
Ben se diffende il cavalliero adorno.

E quel fer de un colpo s diverso,
Che io vi so dir che l'altro non aspetta,
E a tutti gli altri mena anco a traverso;
Ma tanta era la folta maledetta,
Che sol cridando quasi l'han somerso.
Ora ecco un altro, che ha nome Falsetta,
Ingannatore e de ogni vizio pieno:
A fraude e trufferia mai non vien meno.

Costui con Feraguto fie' battaglia,
Non gli stando per molto dapresso,
Ma errando intorno gli dava travaglia,
Fuggendo e ritornando a gioco spesso.
Mal fa chi s gran pezzo al panno taglia,
Che non sa de cusirlo per espresso;
Credea Falsetta ad arte e con inganni
Tenire il cavallier sempre in affanni.

Ma Rodamonte, che vena da lato,
A caso riscontr quel maledetto;
Intra le corne il brando ebbe callato,
E divise la testa e tutto il petto.
Via va cridando quel spirto dannato,
Ma dove andasse, io non so per effetto,
E Rodamonte d tra quei malvasi,
Bench ormai pochi al campo sian rimasi.

Fuggiano urlando e stridendo con pianti,
Ch eran spezzati e non potean morire;
E dove prima al bosco eran cotanti,
Ora son pochi, e ciascun vl fuggire.
A bench Malagise con incanti
Facesse alquanto il campo mantenire,
Pur non gli puote ritenere al fine,
Che irno in profondo alle anime tapine.

Esso, veggendo il fatto andar s male,
A fuggir cominci con Vivano;
Ma tal fuggire ad essi poco vale:
Feraguto gli segue per il piano
Sopra a un destrier che par che metta l'ale,
E in somma ambi li prese a mano a mano,
Bench pur ferno alquanto de diffesa;
Ma Rodamonte gionse alla contesa.

Ed ambi gli legarno in su un ronzone,
E verso Montealbano andarno via,
Per presentarli al re Marsilone.
Segnori e grazosa compagnia,
Io voglio mo finire il mio sermone,
Seguendo poi con bella diceria
La istoria cominciata e la gran guerra:
Dio vi contenti in celo e prima in terra.

Canto ventesimoterzo

Quella battaglia orribile e infernale
Che io ve ho contata, e piena di spavento,
Me piacque s che, s'io non dico male,
Mirarla in fatto avria molto talento,
Sol per veder se il demonio  cotale
E tanto sozzo come egli  dipento,
Ch non  sempre a un modo in ogni loco:
Qua maggior corne, e l pi coda un poco.

Sia come vle, io ne ho poca paura,
Ch solo a' tristi e a' desperati nce,
E men fatica ancor pi me assicura,
Ch io so ben fare il segno de la croce.
Or via lasciamolo in la mala ventura
Nel fuoco eterno che il tormenta e coce,
Ed io ritorno a dilettarvi alquanto
Ove io lasciai l'istoria a l'altro canto.

Andando Feraguto a Montealbano
E Rodamonte, come io ve contai,
Che preso ha Malagise e Vivano,
Via caminando non restarno mai,
Sin che trovr lo esercito pagano,
Che avea gran nobiltate e gente assai;
Re, duci, cavallier, marchesi e conti
Coperti di trabacche han piani e monti.

Feraguto and avanti al re Marsilio,
E conta in breve, stando ingenocchiato,
S come a Malagise di di piglio,
E Rodamonte assai gli ebbe lodato.
Il re, che pi l'amava assai che figlio,
Oltra meza ora lo tenne abracciato,
Baciandolo pi volte, e per suo amore
A Rodamonte fece un grande onore.

Balugante era in campo e Falcirone,
Fratei del re, con molta baronia,
L'un de Castiglia e l'altro di Leone,
E Maradasso, il re de Andologia,
E il re di Calatrava, Sinagone,
Grandonio di Volterna in compagnia,
Qual dapoi mise e Cristani al fondo
(Sopra a Moroco regna il furibondo);

Re de' Galegi, il quale era pedone,
Ch destriero al portar non ha bala,
Vi venne Maricoldo col bastone;
Ma di Biscaglia alcun non vi vena,
Perch il re Alfonso tien la regone,
Bon cristano e de alta gagliardia,
Di cui la stirpe e 'l bel seme iocondo
Non Spagna sol, ma illuminato ha il mondo.

N trovo per scrittura, o per ragione
Pi real sangue, e non credo che sia;
Fanne Sardegna dimostrazone,
Le due Cecilie e in parte Barbaria:
Ed  verace quella opinone
Che fu da' Goti sua genologia.
Chi fosser questi, gi non vi respondo:
La terra il seppe e il mar che gira in tondo.

Or veritate ed anco affezone
Me ha tratto alquanto de la strata mia;
Ma torno adesso e dico le persone
Sopra a le qual Marsilio ha signoria.
Larbin di Portugallo era in arcione,
E Stordilano ancor, che possedia
Tutta Granata; e gi non vi nascondo
Il Maiorchin, che nome ha Baricondo;

Ma poi la corte di Marsilone,
Di tanto pregio e tal cavalleria.
Serpentin de la Stella, il fier garzone,
Ed Isolier s'aspetta tuttavia,
Che  sir de Pampaluna, e Folicone,
Del re bastardo e conte de Almeria;
Non par di Spagna il terzo, n il secondo,
Quel colorito, e questo bianco e biondo.

Ma perch vi faccio io tanta dimora
Il nome e le provenze a racontare,
Che poi ne le battaglie in poco de ora
Gli sentireti a ponto divisare?
Re Carlo gionger senza dimora,
Poscia per tutti vi ser che fare,
A bench alcun pagan qua non l'aspetti,
Che tutti in zoia stanno e gran diletti.

Aveano usanza tutti i re pagani,
La quale in questo tempo anco  rimasa,
Che, campeggiando, o vicini o lontani,
Ma' le lor dame lasciavano a casa;
N so se lor pensier sian fermi o vani,
Ch pur sta mal la paglia con la brasa;
Ma, da altra parte ancora, per amore
Lo animo cresce e pi se fa de core.

Per questo erano in campo le regine
Quasi di tutta Spagna, e pur le belle;
Ma sopra a tutte l'altre peregrine
Era stimata il fior de le donzelle
La Doralice; come tra le spine
Splende la rosa e tra foglie novelle,
Cos lei di persona e di bel viso
Sembra tra l'altre dea del paradiso.

Re Rodamonte, che tanto l'amava,
Ogni giorno per lei facea gran prove;
Or combatte a ristretto ed or giostrava,
Sempre con paramenti e foggie nove,
E Feraguto a ci l'accompagnava;
Onde per questo par che non se trove
Altro baron che a lui tenga la fronte,
Tanto era forte e destro Rodamonte.

Il re Marsilio per pi fargli onore
Facea gran feste e tronfal conviti,
E sempre Rodamonte ha pi favore
Tra quelle dame dai visi fioriti.
Or cos stando un giorno, alto rumore
E trombe con gran cridi frno oditi,
E la novella vien de mano in mano
Come assalito  il campo gi nel piano.

Re Carlo ne vena per la campagna,
Ed avea seco il fior de' Cristani
De l'Ongheria, di Franza e de la Magna,
E la sua corte, quei baron soprani;
Ma quando vidde la gente di Spagna
Tutta assembrata per callare a i piani,
Chiam Ranaldo ed ebbe a lui promesso
Non dar la dama a Orlando per espresso,

Pur che facesse quel giorno col brando
S fatta prova e dimostrazone,
Che pi di lui non meritasse Orlando.
Poi d'altra parte il figlio de Milone
Fece chiamar da parte, e ragionando
Con lui gli di segreta intenzone
Che mai la dama non avr Ranaldo,
Pur che combatta il giorno al campo saldo.

Ciascun di lor quel giorno se destina
Di non parer de l'altro mai peggiore.
Ahi sventurata gente saracina,
Che adosso ben ti viene un gran romore!
Quei duo baron faran tanta ruina,
Che mai fu fatta al mondo la maggiore.
Or tacete, segnori, e non v'incaglia,
Ch'io vo' contare un'aspra e gran battaglia.

Re Carlo Mano avea fatte le schiere
Molto ordinate e con gran sentimento;
Il nome de ciascuno e le bandiere
Poi sentirete e l'altro guarnimento,
Secondo che usciran le gente fiere
Che contra lor ne van con ardimento.
Ma la prima che  gionta alla campagna
 Salamone, il bon re de Bertagna.

Con la bandiera a scacchi neri e bianchi
Ricardo e' soi Normandi  seco in schiera;
Guido e Iachetto, che n duo baron franchi,
L'un de Monforte e l'altro de Riviera.
Sei de sei millia non credo che manchi
Di questa gente, che  animosa e fiera;
Ne vien correndo e mena gran pulvino,
Per assalire il campo saracino.

Marsilio avea mandato Balugante,
Che refrenasse quello assalto un poco,
Acci che le sue gente, che son tante,
Potesse trare alquanto di quel loco.
Serpentino era seco e lo Amirante
E il re Grandonio, l'anima di foco;
Con pi de trenta millia de Pagani
Callarno il monte e gionsero in que' piani.

Suonr le trombe, e con molta tempesta
L'un verso l'altro a gran crido se mosse
A tutta briglia, con le lancie a resta,
E con fraccasso l'un l'altro percosse.
Aspra battaglia non fu pi di questa:
Volarno i tronchi al cel de l'aste grosse
E l'arme resuonarno insieme e' scudi,
Quando scontrarno insieme a li urti crudi.

Era al principio questo un bel riguardo
Per l'arme relucente e per cimieri;
Ciascun destriero ancora era gagliardo,
Coperte e paramenti erano intieri;
Ma, poi che Salamone e il bon Ricardo
E Iachetto con Guido, e baron fieri,
Intrarno furosi alla gran folta,
La bella vista in brutta fu rivolta.

Roncioni e cavallier morti e tagliati
Tutto infiammarno il campo sanguinoso,
E l'arme rotte e gli elmi spenacchiati
Facean riguardo tristo e doloroso.
E paramenti e' squarci dissipati,
E ciascun pien di sangue e polveroso;
Il runare a terra e il gran fraccasso
Avrian smariti gli occhi a un satanasso.

Ricardo entr primiero alla battaglia,
Il qual portava per cimiero un nido,
E Salamone adosso alla canaglia,
E Iachetto con seco e 'l franco Guido.
Ciascun s crudamente i Pagan taglia,
Che sino al cel se odiva andare il crido;
Ma alor se mosse incontra Balugante,
Grandonio e Serpentino e lo Amirante.

E per la lor prodezza e suo valore,
E per sua gente ancor, che gli abondava,
La nostra certo ara avuto il peggiore,
Che indietro a poco a poco rinculava;
Ma, ci veggendo Carlo imperatore,
Che a lato alla baruffa sempre istava,
Mand in soccorso Olivieri il marchese,
E Naimo e il conte Gano e il bon Danese;

E seco Avino e Ottone e Berlengiero
E Avorio, che anco lui fu paladino;
Avenga che io nol ponga per primiero,
Pur va con gli altri, e dietro a lui Turpino.
Alor se radoppi lo assalto fiero
E levossi di novo alto polvino;
Altro che trombe non se ode nente,
E lancie rotte de una e de altra gente.

Carlo chiam da parte Bradamante,
Ch' fior de gagliardia, quella donzella,
E 'l bon Gualtiero, il cavalliero aitante,
Ed alla dama in tal modo favella:
- Tu vedi il monte il quale  qua davante.
L con Gualtiero a quel bosco ti cella,
Con questi cavallier che teco mando,
N te partir di l, se io nol comando. -

Ella ne and; ma sopra di quel piano
Era battaglia s crudele e stretta,
Che nol potria contare ingegno umano.
A furia vien la gente maledetta;
Bench il franco Olivier col brando in mano
Di qua di l gli taglia a pezzi e fetta,
Pur si diffende assai la gente fiera:
Ecco de il monte scende un'altra schiera.

Questo  il re Stordilano, e Malgarino
E Baricondo  seco e Sinagone,
E Maradasso pi gli era vicino:
La schiera guida al campo Falcirone.
Costui portava al suo stendardo un pino
Col foco ne le rame e nel troncone,
Ed ha la gente spessa come piova:
Ben vi so dir che il gioco se rinova.

Alor Grandonio, quella anima accesa,
Qual mai non se ha potuto adoperare,
Sol per tenir la sua gente diffesa
(Ch a ricoprirla troppo avea che fare),
Ora una lancia in su la coscia ha presa,
E sopra Salamon se lascia andare.
Avendo posta gi quella asta a resta,
Roverso al campo il getta con tempesta.

Guido abattuto fu da Serpentino,
Io dico Guido il conte de Monforte,
E non il Borgognon, che  paladino,
Il qual si stava con re Carlo in corte.
Or Balugante, il forte saracino,
Al conte de Rivera di la morte,
Dico a Iachetto; gionselo al costato,
E via passando lo distese al prato.

Quando il Danese vidde Balugante,
Che avea in tal modo morto il giovanetto,
Turbato acerbamente nel sembiante
Sprona il ronzone adosso al maledetto.
Gionse al cimier, che  un corno de elefante,
E speccil tutto e roppe il bacinetto,
E se dritto il colpiva a compimento,
Tutto il fendeva di sotto dal mento.

Ma il brando per traverso un poco calla,
S che una guanza con la barba prese,
E venne gioso e colse nella spalla,
N piastra grossa o maglia la diffese.
Nel scudo de osso il bon brando non falla,
Ma seco ne men quanto ne prese,
E fo s gran ferita e s diversa,
Che quasi ha lui da poi la vita persa.

Ma Balugante volta il suo ronzone
Menando le calcagne forte e spesso,
Sin che fo avante al re Marsilone,
Come io vi contar qua poco apresso.
Ora Oliviero abatte Sinagone,
Ed hagli il capo insino ai denti fesso:
Barbuta non gli valse o l'elmo fino;
E poi se volta e segue Malgarino.

Ma non lo aspetta lui, che  impaurito;
Mostrgli Sinagon ci che 'l die' fare,
Ed ebbe senno a pigliar bon partito.
Ecco Grandonio, che un serpente pare:
E gionse Avino, il giovanetto ardito,
E sottosopra il fece trabuccare;
Poi Belengero abatte in sul sabbione,
E seco Avorio e il suo fratello Ottone.

Gionse anche Serpentino a un'altra banda
E scontr il bon Ricardo paladino:
For dello arcione alla campagna il manda;
N qui se arresta e scontrase a Turpino,
E bench 'l prete a Dio se ricomanda,
Pur fu abattuto da quel saracino.
Rimescolata  tutta quella traccia,
Qua fugge questo, e l quell'altro caccia.

Vidde Olivier Grandonio di Volterna,
Che abatte sopra al campo gente tanta
Che altri che lui non par che se discerna,
E tutto  sangue dal capo alla pianta.
Dicea Oliviero: - O Maiestate Eterna,
Io pur diffendo la tua Fede santa,
Come far deggio, e il tuo culto divino;
Dammi possanza contra al Saracino! -

Egli avea gi racolta un'altra lanza
Cos dicendo, e con animo ardito
Spronava il suo destrier con gran baldanza.
Or non so dir se ben fusse seguito,
Per che gionse il conte di Maganza,
E per traverso ha il Saracin colpito;
Non se guardando forse da quel lato,
Tutto el distese fuor de arcione al prato.

Quando Grandonio se vidde abattuto,
Non dimandati se rodea la brena;
Presto ricciato rembracciava il scuto,
E mena il brando, e non  dritto apena;
Ma il conte Gano, che stava aveduto,
Volta il destriero e le calcagna mena;
Ma il re Grandonio afferra il suo ronzone,
Rimette il brando e salta nello arcione.

Poi che salito fu sopra al destriero,
Tra la gran folta col brando se caccia;
Mai non fu Saracin cotanto fiero:
Questo abatte per terra e quello amaccia.
Ecco raggionto il marchese Oliviero,
Che avea ferito Falcirone in faccia,
E spezzato gli ha l'elmo e rotto il scuto,
Quando gionse Grandonio a darli aiuto.

Gionse Grandonio, e ben gli bisognava,
Ch non potea durar lunga stagione;
Presto Oliviero a questo se voltava,
Lasciando mezo morto Falcirone.
Or l'uno e l'altro gran colpi menava;
Bench pi forte sia quel can fellone,
Era Olivier di lui poi pi maestro,
Ma molto accorto e pi legiero e destro.

Men Grandonio un colpo a quel marchese,
E nel fondo del scudo agionse al basso,
Qual ponto nol coperse n diffese,
Ma tutto se fiacc con gran fraccasso,
E pass il brando ed ariv allo arnese:
Se egli avea forza, a voi pensar vi lasso.
Poco prese la coscia, e nello arcione
Via pass il brando e gionse 'l bon ronzone.

Colse il ronzone a quella spalla stanca,
E sconciamente l'ebbe innaverato;
Per questo ad Oliviero il cor non manca,
Mena a due mano il suo brando affilato;
Gionse a Grandonio quella anima franca
Sopra del scudo, e tutto l'ha spezzato,
N piastra integra al forte usbergo lassa:
Tutte le speza e dentro al petto passa.

Come io ve dico, ove gionse Altachiera
Non lascia a quello usbergo piastra sana;
Spezza ogni cosa quella spada fiera,
E 'l fianco aperse pi de una gran spana.
Ciascadun de essi a tristo partito era,
Spargendo il sangue in su la terra piana,
N per ci l'uno a l'altro dava loco,
Ed ogni colpo accresce legne al foco.

Cresce lo assalto dispietato e fiero,
E ben de l'arme sentirno il polvino;
Ma da altra parte il bon danese Ogiero
Per tutto il campo caccia Malgarino,
E di suo scampo non ve era mestiero,
Se non vi fosse agionto Serpentino,
Quel dalla Stella, il giovanetto adorno,
Che avea fatate l'arme tutte intorno.

Come fu gionto, e vidde che il Danese
Condotto ha Malgarino a mal partito,
Sopra de Ogiero un gran colpo distese
Dal lato manco in su l'elmo forbito,
Quale era grosso e ponto nol diffese,
Perch aspramente al capo l'ha ferito.
Volta il Danese a lui, forte adirato:
Bene ha di che, s come io vi ho contato.

Cominciarno battaglia aspra e feroce
Que' duo guerrer mostrandosi la fronte,
Bench Curtana a quelle arme non nce,
Ch eran fatate per tagli e per ponte.
Or cresce un novo crido ed alte voce,
Ch un'altra schiera gi calla del monte,
Maggiore assai de l'altre due davante:
Non fur vedute mai gente cotante.

Colui che vien davanti  Folicone,
Il figlio de Marsilio, che  bastardo,
Che ha de Almeria la terra e il bel girone:
Ben vi posso acertar che egli  gagliardo.
Larbin de Portugallo, il fier garzone,
Gli viene apresso in su un corsier leardo;
Maricoldo il Galego, che  gigante,
Vien seco, e lo Argalifa e il re Morgante;

Ed Alanardo, conte in Barzelona,
Vi venne, e Dorifebo, il fier pagano,
Qual porta di Valenza la corona,
E il conte de Girona, Marigano,
E il franco Calabrun, re de Aragona.
Par che quel monte gi roini al piano;
A s gran folta ne vien via la gente,
Che par che il cel profondi veramente.

Quando re Carlo vidde gente tante,
Ben se crede quel d de aver gran scorno;
Chiamando a s Ranaldo e il sir de Anglante,
- Filioli, - dicea - questo  il vostro giorno! -
E poi mandava un messo a Bradamante
Che, gi voltando quella costa intorno,
Quanto nascosta pu, per quella valle
Ferisca a i Saracin dietro alle spalle.

E dapoi che ebbe la dama avisata,
Ranaldo e Orlando chiam, con amore
Dicendo a lor: - Questa  quella giornata
Che sempre al mondo vi pu fare onore:
Or questa  quella che ho sempre espettata
Per discerner qual sia di voi megliore;
Per mia man seti entrambi cavallieri,
N so di qual di voi meglio mi speri.

Or via, miei paladini, alla battaglia!
Ecco e nimici! Io non vi gli nascondo;
Fatime un squarcio entro a quella canaglia,
Che sempre mai di voi se dica al mondo.
Io non li stimo tutti un fil di paglia,
Quando io vi guardo il viso furibondo;
Nel vostro viso ben mi sono accorto
Che il mio nemico  gi sconfitto e morto. -

Non aspettr pi oltra e duo baroni
Il ragionar che fece Carlo Mano.
Come dal cel turbato escon duo troni,
E duo venti diversi allo oceno,
Cos van loro a furia di ronzoni.
Ahi sventurato e tristo quel pagano,
Qual sia scontrato da Ranaldo ardito!
N quel de Orlando avr meglior partito.

Ranaldo avanti il conte un poco avancia,
Perch aveva il destrier pi corridore;
A mezo il corso aresta la sua lancia,
Spronando tutta fiata a gran furore.
Il re Larbino avea molta arrogancia,
Come hanno tutt'e Portugesi il core;
E veggendo venire il fio de Amone,
- Chi  costui, - disse - che ha s bel ronzone?

Come ne vene! E' par che metta l'ale!
E pure ha un gran poltrone armato adosso;
Per manco nol darebbe come il vale,
N lasciarebbe del suo pregio un grosso.
E veramente che io faccio ben male
Ferire a quel meschin, ma pi non posso;
Qua fusse Orlando con Ranaldo a un fasso,
Ch io so che a un colpo l'uno e l'altro passo. -

Cos dicendo il re, che  bravo tanto,
Un tronco for di modo ebbe arestato.
Ranaldo ne vena da l'altro canto,
E l'uno a l'altro a gran corso  scontrato;
Quel roppe il tronco grosso tutto quanto,
E questo lui pass da l'altro lato,
Dico Ranaldo il passa, e la sua lancia
Dietro alle spalle un gran braccio gli avancia.

Poi lo urta a terra e quella asta abandona,
E d tra gli altri con Fusberta in mano.
Forte era Calabron, re de Aragona,
Quanto fosse nel campo altro pagano,
Ad ogni prova de la sua persona.
Costui, veggendo il senator romano
Che vien spronando con la lancia a resta,
Verso di lui se mosse a gran tempesta.

Chi li avesse cernuti ad uno ad uno,
Duo pi superbi non avea quel campo,
Come era quel Larbino e Calabruno,
Che contra al conte vien con tanto vampo;
Bench gli sera meglio esser digiuno
Di cotal prova e di cotale inciampo,
Ch il conte lo pass da banda a banda,
E morto for de arcione a terra il manda.

Poi d tra gli altri e trasse Durindana,
Perch allo incontro avea rotta la lanza.
Come apre il mare intrando una fiumana,
Cos quel paladin, che  il fior di Franza,
Nel mezo a quella gente ch' pagana,
Dimostra molto ardire e gran possanza,
Tagliando e dissipando ad ogni mano;
L'arme spezzate insino al cel ne vano.

Ecco nel campo ha visto un gran pedone:
Questo era Maricoldo di Galizia,
Che fa de' nostri tal destruzone
Che a riguardare egli era una tristizia.
Il conte lo mirava di storzone,
Ch de s fatti avea morti a dovizia,
Fra s dicendo: "S grandon ti veggio,
Ch'io te voglio ascurtar un piede e meggio."

E parlando cos come io ve conto,
Con lui se azuffa e fu corto quel gioco,
Ch dove avea segnato, lo ebbe agionto;
Nente vi lasci del collo, o poco,
Ed ascurtollo un piede e mezo aponto.
Poi d tra gli altri; come fusse un foco
Posto di zugno in un campo de biada,
Cos destrugge e taglia con la spada.

Re Stordilano abatte e Baricondo,
E' soi destrier e lor getta in un fasso.
Colpito ha in fronte il primo, e quel secondo
Avea ferito nel gallone al basso;
La gente saracina va in profondo.
Ecco scontrato al campo ha Maradasso,
Maradasso da Argina, lo Andaluccio,
Che ha per insegna e per cimero un struccio.

S come io dico,  re de Andologia
Quel Maradasso che il struccio portava.
Per tutto il campo Orlando lo seguia,
Ma per nente lui non lo aspettava;
Onde cacciosse tra l'altra genia.
Chi contarebbe e colpi che menava?
Questo ha per largo e quel per lungo aperto:
Dal capo al pi di sangue era coperto.

N gi Ranaldo fa minor roina
Ove si trova con Fusberta in mano,
Ch intrato  tra la gente saracina,
E tutta in pezzi la distende al piano;
Menar Fusberta mai non se raffina.
Ora ecco ha visto il forte Marigano,
Qual, come io dissi,  conte de Girona;
Sopra di lui Ranaldo se abandona.

Ed ebbel gionto in testa con Fusberta,
E fraccass il cimiero e il bacinetto;
La fronte e la gran barba gli ebbe aperta,
E call il brando insino a mezo il petto.
Fugge allo inferno la anima diserta,
Rimase in terra il corpo maledetto.
Quivi lo lascia il paladin gagliardo
E dietro in caccia  posto ad Alanardo:

Conte Alanardo, quel barcelonese.
Ranaldo non gli pone differenza;
O sia de l'uno o de l'altro paese,
Tutti gli mena al pare a una semenza.
Questo stordito per terra distese;
Poi Dorifebo, che era di Valenza,
Abatte al campo s de un colpo crudo:
Rotto avia l'elmo e fraccassato il scudo.

Come alla verde selva del ginepre
Se 'l foco dentro vi  posto talora
Per cacciar fora caprioli e lepre,
La fiama intorno e in mezo se avalora;
Tal da Ranaldo convien che si sepre
Quella canaglia, e non prende dimora,
Ch gli spaventa e caccia in ogni loco,
Come la lepre e il capriolo il foco.

Lui lo Argaliffa abatte e Folicone,
E il re Morgante for di sella caccia:
Il primo avea ferito nel gallone,
El secondo nel petto, e 'l terzo in faccia.
Chi contaria la gran destruzone?
A questo taglia il collo, a quel le braccia;
Non se vidde giamai tanta tempesta:
Sin da le piante  sangue in su la testa.

Dico, segnor, che il bon Ranaldo ardito
Tutto era sangue dal capo alle piante:
Non dico gi che lui fosse ferito,
Ma per le gente che ha occise cotante.
Ora di lui vi lascio a tal partito,
Per che io vo' tornare a Balugante,
Qual, dissipato a gran confusone,
Gionse davante al re Marsilone.

Rotto avea il capo e aperta una masella,
Fessa una spalla, e il scudo avea perduto,
E dimenando se crollava in sella,
Come morendo al fin fosse venuto.
E bench apena con dolor favella,
Pur quanto pi potea, cridava: - Aiuto!
Aiuto! aiuto! ch il re Carlo Mano
Tutta tua gente ha dissipata al piano. -

Quando ci vidde il re Marsilone,
Ambe le man se batte in su la fronte,
E forte biastemando il suo Macone
Facea le ficche al celo a pugne gionte;
Poi comanda a ciascun che sia in arcione.
Feraguto fu il primo e Rodamonte,
Re Malzarise apresso e Folvirante;
Questo non  spagnol, ma di Levante,

Bench al presente sia re di Navara,
Ch il re Marsilio a lui l'avea donata;
Ma questo giorno li costar cara.
Or viene a furia gi la gran brigata,
Che a riguardar para mille migliara.
Non dico che sian tanti tutta fiata;
Ma chi all'incontro e suoi nemici vede,
Pi del dovere assai gli estima e crede.

Come io ve dico, gi callano al piano:
Par che profondi il mondo da quel lato;
Tutti meschiati e senza ordine vano,
S come vl Marsilio disperato.
Bavarte era davanti e Languirano
(Ciascuno era de un regno incoronato),
E Doriconte apresso e Baliverno
E il vecchio Urgin, che  schiavo de l'inferno.

Par che la terra e il mare e il cel ruine;
Ciascun di essere il primo a denti freme.
Ma quelle dame misere e tapine
Li guardan drieto, e chi piange e chi geme;
E tutte le donzelle e le regine
Battean le palme lacrimando insieme,
Dicendo ai cavallier: - Per nostro amore
Oggi mostrti se aveti valore!

Voi ben vedeti che alle vostre mani
Macone ha posta nostra libertate;
Via nel bon ponto, o cavallier soprani,
Contra a' nemici! e s ve diportate,
Che non giongiamo in forza di que' cani,
Sendo in eterno poi vituperate.
Nostra persona e l'anima col core
Vi acquistareti e insieme il vostro onore. -

Non fu nel campo re n cavalliero,
Qual non se commovesse a cotal dire;
Ma sopra a gli altri Rodamonte il fiero
Di starsi in loco non potea soffrire;
Ma gi partirse gli facea mestiero,
Perch Marsilio gli mandava a dire
Ad esso e a Feraguto alora alora
Che sian con seco senza altra dimora.

Onde callarno quei duo saracini,
Che erano al mondo fior di gagliardia.
Oh quanti cristan faran tapini!
Donaci aiuto, o Santa Matre pia!
Non menaran la cosa in quei confini
Che se  menata e mena tuttavia;
Ranaldo e Orlando, che or paion di foco,
Avran suo carco e soprasoma un poco.

Callarno quei baron, che aveano il vanto,
Come io vi dico, di forza e di ardire;
Parve che il mondo ardesse de quel canto
E che la terra se volesse aprire.
Questo cantare  stato lungo tanto,
Che ormai ve increscerebbe il troppo dire,
Onde io prender possa e voi diletto;
Ne l'altro canto ad ascoltar vi espetto.

Canto ventesimoquarto

Quando la tromba alla battaglia infesta
Suonando a l'arme sveglia il crudo gioco,
Il bon destrier superbo alcia la testa,
Battendo e piedi, e par tutto di foco;
Squassa le crine e menando tempesta
Borfa le nare e non ritrova loco,
Ferendo a calci chi se gli avicina;
Sempre anitrisce e mena alta ruina.

Cos ad ogni atto degno e signorile,
Qual se raconti, di cavalleria,
Sempre se allegra lo animo gentile,
Come nel fatto fusse tuttavia,
Manifestando fuore il cor virile
Quel che gli piace e quel ch'egli disia;
Onde io di voi comprendo il spirto audace,
Poi che de odirme vi diletta e piace.

Non debbo adunque a gente s cortese
Donar diletto a tutta mia possanza?
Io debbo e voglio, e non faccio contese,
E torno ove io lasciai ne l'altra stanza
Di Feraguto, che il monte discese,
E Rodamonte con tanta arroganza
Che de i lor guardi e de la orribil faccia
Par che il cel tremi e il mondo se disfaccia.

Venian davanti a gli altri e duo baroni
Pi de una arcata per quella pianura.
S come fuor del bosco duo leoni
Che abbian scorto lo armento e la pastura,
Cos venian spronando e lor ronzoni
Sopra la gente che de ci non cura;
Io dico e Cristani e Carlo Mano,
Che ben veduti gli han callare al piano.

Lo imperator gli vidde alla costiera,
Dico e Pagani e il re Marsilone,
A bench allora non sapea chi egli era;
Pur fece presto a ci provisone.
Subitamente fece una gran schiera
De cavallieri arditi e gente bone;
Ove gli trova, senza altro riguardo
Tutti gli aduna intorno al suo stendardo.

Poi mosse Carlo questa compagnia,
Sopra a un destriero a terra copertato;
Per quel furor la terra sbigotia,
Tamburi e trombe suonan da ogni lato.
Marsilio d'altra parte anco vien via,
Ma son davanti, come io ve ho contato,
Il franco Feraguto e Rodamonte;
E duo de' nostri a lor scontrarno a fronte,

Il conte Gano e lo ongaro Otachiero,
Contra di lor spronando a gran baldanza;
E Rodamonte, che gionse primero,
Scontr nel scudo al conte di Maganza.
Tutto il fraccassa il saracino altiero,
E usbergo e 'l fianco passa con la lanza.
Turpino il dice, ed io da lui lo scrivo,
Che Satanasso alor lo tenne vivo.

Questo servizio allor gli fie' di certo,
Per far dapoi dell'anima pi straccio.
Or Feraguto, il cavalliero esperto,
Ben dette ad Otachier pi presto spaccio;
Usbergo e scudo tutto gli ebbe aperto,
Dietro a le spalle and di lancia un braccio.
Caderno entrambi a grave disconforto:
L'un mezo  vivo, e l'altro al tutto morto.

E dui pagan lascir costoro in terra,
E dan tra' nostri a briglia abandonata;
Il conte Gano ben presto si sferra,
E se nascose, l'anima dannata.
Or chi me aiuta a ricontar la guerra
Che fan color, crudele e disperata?
Io non mi credo mai di poter dire
L'aspre percosse e il lor crudo ferire.

Lingua di ferro e voce di bombarda
Bisognarebbe a questo racontare,
Che par che 'l cel de lampi e di foco arda,
Veggendo e brandi intorno fulminare;
E bench nostra gente sia gagliarda,
Contra a' duo saracin non pu durare,
Come iudichi il cel quel giorno a morte
Lo imperatore e la sua real corte.

Questo da quella e quel da questa banda
Armi e persone tagliano a traverso;
Il re Carlone a Dio si racomanda,
Ch, come gli altri, di stupore  perso,
Bench per tutto provede e comanda;
Ma tanto  il crido orribile e diverso
Di gente occisa e de arme il gran rumore,
Che non intende alcun lo imperatore.

Ma ciascaduno, ove meglio far crede,
Corre alla zuffa come disperato;
Ben vi so dir, se Dio non gli provede,
Che Carlo questo giorno  disertato,
E rimarr la Francia senza erede,
Ch ogni barone a quel campo  tagliato,
Ed  occiso anco il popol pi minuto
Da Rodamonte insieme e Feraguto.

Dal destro lato intr re Rodamonte
Col brando di Nembrot ad ambe mano,
E part Ranibaldo per la fronte,
Duca de Anversa, che  bon cristano.
Da poi Salardo, che de Alverna  conte,
Taglia a traverso e lascia morto al piano;
Ugo e Raimondo trova il maledetto,
L'un sino al collo e l'altro fende al petto.

Quel di Cologna, e questo era Picardo:
Il Saracino a terra gli abandona,
E gli altri occide senza alcun riguardo
Quel re che di prodezza  la corona;
N di lui Feraguto  men gagliardo,
Ch meraviglia fan de la persona:
Ranier di Rana, il patre de Oliviero,
Ferito a morte abatte del destriero;

E il conte Ansaldo, il quale era alemano,
Ed  segnor de la citt de Nura,
Percote sopra a l'elmo ad ambe mano,
E tutto il parte insino alla cintura.
Tutta la gente fugge per il piano:
Chi non avria di que' colpi paura?
Duca di Clevi, il duca di Sansogna,
Ciascuno ha un colpo, e pi non vi bisogna;

Per che il collo a l'un tagli di netto,
Vol via il capo e l'elmo col cimiero;
L'altro divise da la fronte al petto,
Poi d tra gli altri quel saracin fiero.
Re Carlo avea di ci tanto dispetto,
Che non capa di doglia nel pensiero.
Ecco Marsilio ariva e la gran gente:
Non sa re Carlo che farsi nente.

Nun Ranaldo vi , nuno Orlando,
Nun Danese e nuno Oliviero;
Chi qua, chi l nel campo combattando,
Ciascun di adoperarse avea mestiero;
Onde il bon re, de intorno riguardando,
Poi che non vede conte o cavalliero
Che a' soi nemici pi volti la faccia,
Fasse la croce e il forte scudo imbraccia,

Dicendo: - O Dio, che mai non abandoni
Chiunque in te spera con perfetto core,
S come fanno adesso e miei baroni,
Che abandonano al campo il suo segnore:
Meglio  morire e poter star tra' boni,
Che pi campare al mondo in disonore;
Aiutame, mio Dio, dammi baldanza:
In te sol fido ed ho la mia speranza. -

Tra le parole una grossa asta aresta,
Sempre chiamando a Dio del celo aiuto,
E dove  la battaglia e pi tempesta,
Sprona il destriero e scontra Feraguto.
Proprio alla vista il gionse nella testa,
Poco manc che non fosse caduto;
Ma tal possanza avea il crudo barone,
Che se mantiene a forza ne l'arcione.

La lancia vol in pezzi con romore,
E Feraguto, che il colpo avea preso,
Qual mai pigliato non avea il maggiore,
Se rivolt, de furia e de ira acceso;
Gionse ne l'elmo al franco imperatore,
E sopra al prato lo mand disteso.
Ciascun che 'l vidde, crede che 'l sia morto:
Bene hanno e nostri e cruccio e disconforto.

Ma sopra agli altri il franco Balduino,
Bench sia nato de la falsa gesta,
Forte piangendo se chiama tapino,
E via correndo di cercar non resta
Per ritrovare Orlando paladino.
Ugetto di Dardona ancora in questa
Veggendo il fatto se part di saldo,
E va correndo per trovar Ranaldo.

Ma il re Marsilio intr nella battaglia,
Suonando trombe e corni e tamburini,
E tanto  il crido de la gran canaglia,
Che par che ne lo abisso il cel ruini.
La nostra gente tutta se sbaraglia,
Perch adosso gli sono i Saracini,
Che gli tagliano tutti a pezzi e a fetta:
Chi pu fuggir, nel campo non aspetta.

Ma Balduin cercando atrov il conte,
Che pure alora occise Balgurano;
Come di sangue l fusse una fonte,
Fatto avea rosso tutto intorno il piano;
E Balduin, battendosi la fronte,
Conta piangendo come Carlo Mano
 morto al campo, o sta con tal martre
Che in poco de ora converr morire.

Orlando alle parole stette un poco,
Per la gran doglia che gli gionse il core,
Ma poi divenne rosso come un foco,
Battendo i denti insieme a gran furore.
Da Balduino avendo inteso il loco
Ove abattuto  Carlo imperatore,
L se abandona quella anima fiera:
Ciascun fa loco pi che volentiera.

Chi non il fa ben presto, se ne pente,
Ch lui non cegna, ma del brando mena,
Ed  tanto turbato e tanto ardente,
Che non discerne e soi da gli altri apena.
Per quel camino occise una gran gente;
Ma ritorno ad Ugiero di Dardona,
Qual mai non posa cercando a ogni mano,
Sin che ha trovato il sir di Montealbano.

N il cognoscea, tanto era sanguinoso,
Ch il scudo avea coperto e l'armatura;
Poi che il cognobbe, tutto lacrimoso
Gli racont la gran disaventura,
Come era andato il fatto doloroso,
E che il re Carlo sopra alla pianura
Era abattuto, de la vita in bando,
Se non lo ha gi soccorso il conte Orlando;

Perch venendo lo vidde passare,
Ed era seco a lato Balduvino,
Qual forse questo gli debbe contare,
Per che anch'esso a Carlo era vicino.
Quando Ranaldo oda ci racontare,
Forte piangendo disse: - Ahim tapino!
Che se egli  ver ci che costui favella,
Perduta ho in tutto Angelica la bella.

Se di me prima l vi gionge Orlando,
Io so che Carlo aiutar di certo,
Ed io ser, come fui sempre, in bando,
Disgrazato, misero e diserto.
Almen potevi tu venir trottando!
Venuto sei di passo, io il vedo aperto,
N me il faria discreder tutto il celo,
Ch il tuo destrier non ha sudato un pelo. -

- A tutta briglia venni speronando, -
Rispose Ugetto - e tu pur fai dimora;
Or che sai tu se qualche impaccio Orlando
Ha retenuto, e non sia gionto ancora?
Tu provar debbi la ventura, e quando
Venga fallita, lamentarti alora;
S presto  il tuo destrier, che a questo ponto
Prima de ogni altro ti vedo esser gionto. -

Parve a Ranaldo che il dicesse il vero,
Per ben presto se pose a camino.
Spronando a tutta briglia il suo destriero,
A gran fraccasso va quel paladino;
Qualunque trova sopra del sentiero,
O voglia esser cristiano o saracino,
Con lo urto getta a terra e con la spada,
N vi ha riguardo, pur che avanti vada.

Marcolfo il grande, che fu un pagano
Che servia in corte il re Marsilone,
Il qual, seguendo e nostri in su quel piano,
Scontrossi a caso nel figlio de Amone,
Che de Fusberta lo gionse a due mano
E tutto lo part sino al gallone;
E poco apresso truova Folvirante,
Re di Navarra, di cui dissi avante.

Ranaldo de una ponta l'ha percosso,
Dietro alle spalle ben tre palmi il passa,
E de urto gli cacci Baiardo adosso
Percotendolo a terra, e quivi il lassa;
E Balivorne, quel saracin grosso,
Che avea rivolto al capo una gran fassa,
De cotal colpo tocca con Fusberta,
Che gli ha la faccia insino al collo aperta.

Ranaldo non gli stima tutti uno asso,
Pur che se spacci a trovar Carlo Mano.
Ecco uno abbate ch' davanti al passo,
Limosinier di Carlo e capellano:
Grassa era la sua mula, e lui pi grasso,
N sa che farsi, a bench sia nel piano:
Questo avea tanta tema de morire,
Che stava fermo e non sapea fuggire.

Ranaldo l'urta a mezo del camino,
Lui cadde sotto, sopra  la sua mulla;
Quel che ne fosse, non scrive Turpino,
Ed io pi oltra ve ne so dir nulla.
Sopra a lui salta il franco paladino,
E ben col brando intorno se trastulla,
Facendo braccie e teste al cel volare:
Ben vi so dir che largo se fa fare.

Ecco davanti vidde una gran folta,
Ma che sia in mezzo non p discernire.
Questa  gente pagana, che era involta
De incerco a Carlo per farlo morire;
E dietro tanta vi ne era aricolta,
Che ad alcun modo non ne potea gire;
Ben che lui mostri arditamente il viso
E si diffenda, pur l'avriano occiso.

Ranaldo adosso a lor sprona Baiardo,
Avenga che non sappia di quello atto,
Ma, come dentro al cerchio fie' riguardo,
Subitamente se accorse del fatto.
Qui vi so dir che se mostra gagliardo,
Onde il re Carlo il cognobbe di tratto,
- Aiutami, - dicendo, - filiol mio,
Ch al mio soccorso te ha mandato Iddio! -

Parlava Carlo, e tuttavia col scuto
Stava coperto e la spada menava,
E veramente gli bisogna aiuto,
Tanta la gente adosso gli abondava.
Di Corduba era il conte qua venuto
(Partano il saracin se nominava),
Qual mai non lascia che Carlo se mova;
Per dargli morte pone ogni gran prova.

Ma gionto da Ranaldo all'improviso
Non se diffese, tanto impaur;
A bench in ogni modo io faccia avviso
Che il fatto sera pur gito cos.
Ranaldo d ne l'elmo, e fesse il viso,
E 'l mento e il collo, e il petto gli part.
Lascialo andare, e mena a pi non posso
A un altro, che al re Carlo  pure adosso.

Questo era il conte de Alva, Paricone:
Ranaldo lo tagli tutto a traverso
E prestamente prese il suo ronzone.
Per che quel de Carlo era gi perso;
E tanto se sostenne il fio de Amone,
Dando e togliendo in quel stormo diverso,
Che a mal dispetto de ciascun pagano
Sopra al destrier sal re Carlo Mano.

N bisognava che fosse pi tardo,
Perch non era apena in su la sella,
Che Feraguto, il saracin gagliardo,
E 'l re Marsilio gionse proprio in quella.
Venian quei duo pagan senza riguardo,
Ciascaduno a due man tocca e martella;
Come tra gente rotta e dissipata,
Venian ferendo a briglia abandonata.

La nostra gente avante a lor non resta,
Ma fugge in rotta, piena di spavento;
Chi avia frappato il viso e chi la testa:
Non fu veduto mai tanto lamento.
Ma quando Carlo e i baron di sua gesta
Al campo se voltr con ardimento,
Ed apparbe Ranaldo in su Baiardo,
Chi pi fuggiva, pi torn gagliardo.

Suonr le trombe e il crido se rinova,
E la battaglia pi s'accende e aviva.
Ciascuno intorno a Carlo se ritrova,
N mostra de esser quel che mo fuggiva,
Anci per amendar pone ogni prova.
Marsilio, che s ratto ne veniva,
E Feraguto ancor da l'altro canto,
A ci mirando, se affermarno alquanto.

Ciascun di loro in su la briglia sta,
Gi non temendo che altri se gli appressi;
Or l'uno e l'altro a furia se ne va
Ove e nimici son pi folti e spessi.
E' si suol dir che Dio gli uomini fa,
Poi se trovano insieme per se stessi,
S come Carlo al re Marsilone
Trovosse, e Feraguto al fio de Amone.

Oh colpi orrendi! oh battaglia infinita!
Che chi l'avesse con gli occhi veduta,
Credo che l'alma tutta sbigotita
Per tema avria cridato: "Aiuta! aiuta!'
E, poi che fosse for del corpo uscita,
Mai non serebbe in quel loco venuta,
Per non vedere in viso e due guerrieri
De ira infiamati e de arroganza fieri.

Or de Marsilio e de lo imperatore
Vi lasciar, ch'io non ne fo gran stima,
E contar la forza e il gran valore
De gli altri duo, che son de ardire in cima.
A cominciarla mi spaventa il core:
Che debbo io dire al fin? che dir in prima?
Duo fior di gagliardia, duo cor di foco
Sono a battaglia insieme a questo loco.

E cominciarno con tanta ruina
L'aspra baruffa e con tanto fraccasso,
Che gi non sembra che da la mattina
Sian stati in arme al sol che era gi basso.
Ciascun stare al suo loco se destina,
N se tirr dal campo a dietro un passo,
Menando colpi di tanto furore
Che a' riguardanti fa tremare il core.

Ranaldo gionse in fronte a Feraguto,
E se non era quello elmo affatato,
Lo avria fiaccato in pezzi s minuto,
Che ne l'arena non se avria trovato.
Call Fusberta e gi colse nel scuto,
Che era di nerbo e di piastra ferrato;
Tutto lo spezza e tocca ne lo arcione:
Mai non se vidde tal destruzone.

E ben responde il saracino al gioco,
Ferendo a lui ne lo elmo di Mambrino,
E quel se divampava a fiamma e foco,
Ma nol puote attaccar, cotanto  fino.
Il scudo fraccass proprio a quel loco
Che a lui avea fiaccato il paladino,
E gionse ne lo arcione a gran tempesta:
Pi de tre quarti en porta a la foresta.

N pone indugia, ch un altro ne mena,
E gionse pur ne lo elmo di traverso.
Pensti se egli avea soperchia lena:
Quasi Ranaldo a terra and roverso,
E se sostenne con fatica e pena;
La vista aveva e lo intelletto perso.
Baiardo il porta e nel corso se serra,
Ciascun che 'l guarda, dice: - Eccolo in terra! -

Ma pur rivenne, e veggendo il periglio
A che era stato e la vergogna tanta,
Tutto nel viso divenne vermiglio
Dicendo: - Un Saracin di me si vanta?
Ma se mo mo vendetta non ne piglio,
La vita vo' lasciarvi tutta quanta,
E l'anima allo inferno e il corpo a' cani,
Se mai de ci se vanta tra' Pagani. -

Mentre che parla, ponto non se aresta,
Ma mena a Feraguto invelenito,
E gionse il colpo orribile alla testa,
Tal che alle croppe il pose tramortito.
Ferir non fu giamai di tal tempesta:
Ben stava il saracino a mal partito,
Per uscir da ogni lato dello arcione;
Quasi mezza ora stette in stordigione.

Il sangue gli uscia fuor di bocca e naso,
Gi ne avea lo elmo tutto quanto pieno.
Or lasciar me il conviene in questo caso,
Ch la istoria ad Orlando volge il freno.
Dietro a Ranaldo  il paladin rimaso,
Per che 'l suo destrier corre assai meno,
Io dico Brigliador, che non Baiardo;
Per qua gionse il conte un poco tardo.

Quando fu gionto e vidde il re Carlone
Fuor di periglio in su lo arcion salito,
Che avea afrontato il re Marsilone,
Anci in tre parte gi l'avea ferito;
E d'altra parte il franco fio de Amone
Conduce Feraguto a mal partito:
Quando ci prese il conte a rimirare,
- Ahim! - diceva, - qua non ho che fare!

A quel che io vedo, le poste son prese;
Male aggia Balduino il traditore!
Qual bene  de la gesta maganzese,
Che in tutto il mondo non  la peggiore.
Per lui son consumato alla palese,
Perduta  la speranza del mio amore;
Persa  mia gioia e il mio bel paradiso
Per lui che tardo gionse a darmi avviso.

Ben dir Carlo ch'io venni in gran fretta
Per dargli aiuto, come io debbo fare!
Ma tu, gente pagana maledetta,
Tutta la pena converrai portare;
Sopra di voi ser la mia vendetta,
E, se io dovessi il mondo runare,
Far quanto Ranaldo questo giorno,
O che davanti a Carlo mai non torno. -

Cos dicendo in dietro si rivolta,
Torcendo gli occhi de disdegno e de ira.
S come un tempo oscuro alcuna volta,
Che brontolando intorno al cel se gira,
E il tristo villanel che quello ascolta,
Guarda piangendo e forte se martira;
E quel pur viene ed ha il vento davante,
Poi con tempesta abatte arbori e piante:

Cotal veniva col brando a due mano
Il conte Orlando, orribile a guardare.
Non ebbe tanto ardire alcun pagano
Che sopra al campo osasse de aspettare;
Tutti a ruina e in folta se ne vano,
Ma il conte altro non fa che speronare,
Dicendo a Brigliador gran villania,
Dandoli gran cagion del mal che avia.

Il primo che egli agionse in suo mal ponto,
Fu Valibruno, il conte de Medina,
E tutto lo part, come io vi conto,
Dal capo in su lo arcion con gran ruina.
Poscia Alibante di Toledo ha gionto,
Che non avea la gente saracina
Di lui maggior ladrone e pi scaltrito;
Orlando per traverso l'ha partito.

Poi d tra gli altri e trova Baricheo,
Che ha il tesor di Marsilio in suo domino;
Costui primeramente fu giudeo,
E da poi cristan, poi saracino,
Ed in ciascuna legge fu pi reo,
N credeva in Macon n in Dio divino.
Orlando lo part dal zuffo al petto:
Non so chi se ebbe il spirto maledetto;

Non so se tra' Giudei o tra' Pagani
Gi ne lo inferno prese la sua stanza.
Il conte il lascia, e tra' Saracin cani
Ferisce ad ogni banda con baldanza.
S come in Puglia ne gli aperti piani
Ponesse il foco alcun per mala usanza,
Quando tra' il vento e la biada  matura,
Ben faria largo e netto alla pianura;

Cotal tra' Saracini il sir de Anglante
Tagliando e dissipando ne veniva.
Ecco longi cernito ebbe Origante,
Ma nol volse ferir quando fuggiva;
Anci correndo gli pass davante,
E poi se volta e nel scudo lo ariva,
E taglia il scudo e lui con Durindana,
S che in duo pezzi il manda a terra piana.

Di Malica segnore era il pagano
Qual v'ho contato che  in duo pezzi in terra;
Orlando tocca Urgino ad ambe mano,
E in due bande aponto lo disserra.
A Rodamonte, il quale era lontano
E facea in altro loco estrema guerra,
Fu aportato il furore e 'l gran periglio
Nel quale  Feraguto e il re Marsilio.

Incontinente lascia Salamone,
Quel di Bertagna, che era rimontato;
E mal per lui, per che nel gallone
E in faccia Rodamonte l'ha piagato;
E gi lo trabuccava de lo arcione,
Che tutto il mondo non lo avria campato,
Quando quel messo ch'io dissi, giongia;
Lui lascia Salamone e tira via.

Ne lo andar trov il duca Guielmino,
Sir de Orlense, de gesta reale;
Insino ai denti il parte il saracino,
Ch la barbuta, o l'elmo non vi vale.
Quanto pi andando avanza del camino,
Pi gente urta per terra e fa pi male;
Ovunque passa quel pagano ardito,
Qual morto abatte e qual forte ferito.

Missre Ottino, il conte di Tolosa,
E il bon Tebaldo, duca di Borbone,
Per terra abatte in pena dolorosa,
E via passando con destruzone
Trov la terra tutta sanguinosa,
E un monte de destrieri e di persone,
L'un sopra a l'altro morti e dissipati:
Il conte  quel che gli ha s mal menati.

Quivi le strida e il gran lamento e il pianto
Sono a quel loco ove se trova Orlando,
Quale era sanguinoso tutto quanto,
E mena intorno con ruina il brando.
Ma gi finito nel presente  il canto,
Che non me ne ero accorto ragionando;
Segue lo assalto di spavento pieno,
Qual fo tra il conte e il figlio de Uleno.

Canto ventesimoquinto

Se mai rime orgogliose e versi fieri
Cercai per racontare orribil fatto,
Ora trovarle mi far mestieri,
Per che io me conduco a questo tratto
Alla battaglia con duo cavallieri,
Che questo mondo e l'altro avrian disfatto;
Tra ferro e foco inviluppato sono,
Ch l'altre guerre ancor non abandono.

Perch dove  il Danese e Serpentino,
Ov' Olivieri e Grandonio si geme;
E il re Marsilio e il figlio di Pipino,
Quanto se pu, ciascun sopra se preme;
Ranaldo e Feraguto il saracino
Fan pi lor duo che tutti gli altri insieme;
Ed or di novo Orlando e Rodamonte
Per pi ruina son condutti a fronte.

S come a l'altro canto io vi ebbi a dire,
Ciascun di loro avanti avea gran cazza;
Cristian n Saracin potean soffrire,
Perch l'un pi che l'altro assai ne amazza.
Quando la gente gli vide venire,
Ognun a pi poter fa larga piazza;
Come avante al falcone e storni a spargo,
Fugge ciascun cridando: - Largo! largo! -

E quei duo cavallier con gran baldanza
Se urtarno adosso, senza pi pensare.
Avea prima ciascun rotta sua lanza,
Ma con le spade ben vi fo che fare,
Menando i colpi con tanta possanza,
Che ciascadun che sta intorno a mirare
Di trare il fiato apena non se attenta,
Tanto al ferire estremo se spaventa.

Barbute e scudi e usberghi e maglie fine
Ne porta seco a ogni colpo di spada,
Come lo inferno e il cel tutto ruine,
E mare e terra con fraccasso cada;
E la piastra percossa a polverine
Vola de intorno e non so dove vada,
Ch ogni pezzo  s minuto e poco
Che non se trovarebbe in alcun loco.

E se non fosse per gli elmi affatati
Che aveano in capo, e la bona armatura,
Non vi seriano a quest'ora durati,
Per la battaglia tenebrosa e scura;
Ch tanto sono e colpi smisurati,
Che pure a racontarli  una paura;
Quando giongon e brandi in abandono,
Par che 'l cel s'apre e gionga trono a trono.

Re Rodamonte, il quale ardea de andare
Ove era il re Marsilio e Feraguto,
Temendo forse che per dimorare
Giongesse dapoi tardo a dargli aiuto,
Ad ambe mano un colpo lascia andare,
E tocca nel cantone in cima al scuto;
Per lungo il fende a l'altra ponta bassa,
Gionge a l'arcion e tutto lo fraccassa.

Quando se avidde di quel colpo Orlando,
Turbato d'altro, forte disdegnoso,
Ira sopra ira pi multiplicando,
Lascia a due mano un colpo tenebroso;
Gionse nel scudo il furoso brando,
E pi di mezo il manda al prato erboso,
N pone indugia e tira un gran roverso,
E nel guanciale il gionse di traverso.

Fo il colpo orrendo tanto e smisurato,
Che trasse di se stesso quel pagano,
E fo per trabuccar da l'altro lato,
E da la briglia abandona la mano.
Il brando che nel braccio avea legato,
Tirando drieto trasinava al piano,
E s gli avea ogni lena il colpo tolta,
Che per cader fo assai pi che una volta.

Poi che fu il spirto e l'anima venuta,
Ne la sua vita mai fu tanto orribile;
Di presto vendicarse ben se aiuta:
Mena ad Orlando un gran colpo e terribile,
Qual dilegu in tal modo la barbuta,
Che via per l'aria ne vol invisibile,
Pi trita e pi minuta che l'arena;
Che ormai sia al mondo, non mi credo apena.

Lo elmo de Almonte, che tanto fu fino,
Ben camp alora Orlando dalla morte,
Avenga che a quel colpo il paladino
Del morir corse fino in su le porte;
Di man gli cadde il bon brando acciarino,
Ma la catena al braccio il tiene forte:
Fuor delle staffe ha i piedi, e ad ogni mano
Spesso se piega per cadere al piano.

La gente che de intorno era a guardare,
Ed avea de tal colpi assai che dire,
Subitamente cominci a cridare:
- Aiuto! aiuto! - e poi prese a fuggire;
Perch, avendosi indietro a riguardare,
Gran schiere sopra a lor vidder venire,
E questo era Gualtier da Monlone
E Bradamante, la figlia de Amone.

Eran costor fuor dello aguaito usciti,
S come avea commesso Carlo Mano:
Ben diece millia cavallieri arditi,
Che avuto impaccio quel giorno non hano.
Per questo i Saracin son sbigotiti,
Ciascuno a pi poter spazza quel piano;
E ben presto spaciarsi gli bisogna,
S Bradamante a lor gratta la rogna.

Avanti a gli altri la donzella fiera
Pi de un'arcata va per la pianura,
Tanto robesta e s superba in ciera
Che solo a riguardarla era paura;
L quel stendardo e qua questa bandiera
Getta per terra, e de altro non ha cura
Che di trovare al campo Rodamonte,
Ch del passato se ramenta l'onte,

Quando in Provencia gli occise il destriero
E fece di sua gente tal ruina.
Ora di vendicarse ha nel pensiero,
E di cercarlo mai non se rafina.
Sprezando sempre ogni altro cavalliero,
Via passa per la gente saracina,
N par pur che di lor se accorga apena,
Bench de intorno sempre il brando mena.

Pur Archidante, il conte de Sanguinto,
Ed Olivalto, il sir de Cartagena,
L'un pose morto a terra, e l'altro vinto,
Perch de intorno gli donavan pena;
Ad Olivalto nel scudo depinto
Una aspra ponta la donzella mena,
E spezz quello usbergo come un vetro;
Ben pi de un palmo gli pass di dietro.

Questo abandona e mena ad Archidante
Ad ambe man, s come era adirata,
E ne la fronte li gionse davante:
Per sua ventura se volt la spata;
E lui cadendo a su volt le piante
E rimase stordito ne la strata.
La dama non ne cura e in terra il lassa,
E runando via tra gli altri passa.

E mena in volta le schiere pagane,
Facendo deleguare or quelle or queste;
Ove ella corre, il segno vi rimane
E fa le strate a tutti manifeste,
Che restan piene di piedi e di mane,
Di gambe e busti e di braccie e di teste;
E la sua gente, che alle spalle mena,
 di gran sangue caricata e piena.

Veggendo tal ruina Narbinale,
Conte de Algira, quel saracin fiero
(Ben che abbia altro mestier, ch fu corsale,
Era ancor destro e forte in su il destriero):
Costui veggendo il gran dalmaggio e il male
Che fea la dama per ogni sentiero,
Con una lancia noderuta e grossa
A lei se afronta e dgli alta percossa.

Ma lei de arcion non se crolla nente,
E mena sopra a l'elmo a quel pagano,
E calla il brando gi tra dente e dente;
Quel cadde morto del destriero al piano.
Quando ci vidde la pagana gente,
Ben vi so dir che a folta se ne vano,
Chi qua chi l fuggendo a pi non posso;
Ma sempre e Cristan lor sono adosso.

Tenne la dama diverso camino,
Lasciando a man sinestra gli altri andare,
E gionse dove Orlando il paladino
Stava for dello arcion per trabuccare.
Vero  che Rodamonte il saracino
Non lo toccava e stavalo a mirare;
La dama ben cognobbe il pagan crudo
Al suo cimiero e alle insegne del scudo.

Onde se mosse, e verso lui se afronta.
Or se rinova qui l'aspra battaglia
E' crudel colpi de taglio e di ponta,
Spezzando al guarnimento piastra e maglia;
Ma nel presente qua non se raconta,
Perch Turpin ritorna alla travaglia
Di Brandimarte e sua forte aventura,
Sin che il conduca in Francia alla sicura.

Avendo occiso al campo Barigaccio,
Come io contai, quel perfido ladrone,
Con la sua dama in zoia ed in sollaccio
Vena sopra a Batoldo, il bon ronzone;
E caminando gionse ad un palaccio,
Che avea verso a un giardino un bel verone,
E sopra a quel verone una donzella
Vestita de oro, e a maraviglia bella.

Quando ella vidde il cavallier venire,
Cignava a lui col viso e con la mano
Che in altra parte ne dovesse gire,
E che al palazzo passasse lontano;
Ora, Segnori, io non vi saprei dire
Se Brandimarte intese, o non, certano;
Ma cavalcando mai non se ritiene
Sin che a la porta del palazzo viene.

Come fu gionto alla porta davante,
Dentro mirando vidde una gran piazza
Con loggie istorate tutte quante:
Di quadro avea la corte cento brazza.
Quasi a mezo di questa era un gigante,
Qual non avea n spada n mazza,
N piastra o maglia, od altre arme nente,
Ma per la coda avea preso un serpente.

Il cavallier de ci ben si conforta,
Poi che ha trovata s strana aventura;
Ma in su quel dritto aperta  un'altra porta,
Che del giardin mostrava la verdura,
E un cavallier, s come alla sua scorta,
Si stava armato ad una sepoltura;
La sepoltura  in su la soglia aponto
Di questa porta, s come io vi conto.

Ora il gigante stava in gran travaglia
Con quel serpente, come io vi contai,
Ma sempre a un modo dura la battaglia:
Quel per la coda nol lascia giamai.
Bench il serpente, che de oro ha la scaglia,
Piegasse a lui la testa volte assai,
Mai nol puote azaffare o darli pena,
Ch per la coda sempre intorno il mena.

Mentre il gigante quel serpente agira
Brandimarte alla porta ebbe veduto,
Onde, soffiando di disdegno e de ira,
Correndo verso lui ne fo venuto,
E detro a s il dragon per terra tira.
Or doni il celo a Brandimarte aiuto,
Ch questo  il pi stupendo e grande incanto
Che abbia la terra e il mondo tutto quanto.

Come  gionto, il gigante alcia il serpente,
Con quello a Brandimarte mena adosso.
Non ebbe mai tal doglia al suo vivente,
Perch quel drago  lunghissimo e grosso;
Pur non se sbigotisce de nente,
Ma quel gigante ha del brando percosso
Sopra a una spalla, e gi calla nel fianco:
Lunga  la piaga un braccio, o poco manco.

Crida il gigante e pur alcia il dragone,
E gionse Brandimarte ne la testa,
E tramortito lo trasse de arcione,
E, il serpente menando, non se arresta;
Anci gionse a Batoldo, il bon ronzone,
E disteselo a terra con tempesta.
Rivene il cavalliero, e in molta fretta
 destinato a far la sua vendetta.

Col brando in mano il gran gigante affronta,
E se accomanda alla virt soprana;
Ma quel mena del drago a prima gionta,
E di novo il distese a terra piana.
Gi Brandimarte avea tratto una ponta,
E passato l'avea pi de una spana;
Avendo l'uno e l'altro il colpo fatto,
Quasi alla terra se ne andarno a un tratto.

Ma quel serpente fece capo umano,
S come proprio avea prima il gigante,
E collo e petto e busto e braccie e mano
E insieme l'altre membre tutte quante;
E quel gigante venne un drago istrano,
Proprio come questo altro era davante,
E, s come era per terra disteso,
Fo dal gigante per la coda preso.

E verso Brandimarte torna ancora
Menando, come il primo fatto avia;
Lui, che levato fu senza dimora,
Gi di tal cosa non se sbigotia,
Anci menando del brando lavora,
Dando e cogliendo colpi tuttavia;
Tanto animoso e fiero  Brandimarte!
Ferito ha gi il gigante in quattro parte.

A bench anco esso pisto e percosso era,
Tanto il feriva spesso il maledetto;
E la battaglia assai fo lunga e fiera;
Ma, per venire in ultimo allo effetto,
Brandimarte lo agionse de Tranchera,
E tutto lo divise insino al petto,
Onde se fece drago incontinente,
E fo gigante quel che era serpente.

S come in prima, per la coda il prese,
E verso il cavalliero anco se calla,
Tornando pur di novo alle contese;
Ma Brandimarte il gionse in una spalla
Ed a terra mand quanto ne prese,
N gi per questo il brando se aristalla,
Ma gi callando a gran destruzone
Tutto lo fende insin sotto al gallone.

Come davanti se fr tramutati,
Questo  gigante e quello era dragone,
E ben sei volte a ci frno incontrati,
Crescendo sempre pi la questone.
Sei volte Brandimarte gli ha atterrati,
N trova pi rimedio quel barone,
Onde dolente e con gran disconforto
Senza alcun dubbio estima de esser morto.

Pur, come quel che molto era valente,
Non avea al tutto ancor l'animo perso,
Anci con gran ruina arditamente
Mena un gran colpo orribile e diverso,
E gionse a mezo il busto del serpente
Dietro da l'ale, e tagliollo a traverso.
Quando il gigante vide quel ferire,
Trasse via il resto e posese a fuggire.

Verso la porta, ove  la sepoltura,
Fugge il gigante forte lamentando,
Ch di quel che gli avenne avea paura.
Il cavallier gli pose in testa il brando,
E partil tutto insino alla cintura,
Onde lui cadde alla terra tremando;
Poi che in tal forma del compagno  privo,
Moritte al tutto e non torn pi vivo.

Non era a terra quel gigante apena,
Che il campon che a l'altra porta stava,
Ver Brandimarte venne di gran lena,
Onde la zuffa qua se cominciava,
E de gran colpi l'uno a l'altro mena,
Ma sempre Brandimarte lo avanzava;
E per conclusone in uno istante
Morto il distese apresso a quel gigante.

E Fiordelisa, quale era seguita
Dentro alla loggia il cavallier soprano,
Veggendo la battaglia esser finita
Dio ne ringrazava a gionte mano.
Or la porta ove entrarno, era sparita,
E per vederla se riguarda in vano;
Ben per trovarla se affannarno assai,
Ma non se vede ove fusse pur mai.

Onde si stanno, e non san che si fare,
E solo una speranza li assicura:
Che quella dama che gli ebbe a cennare,
Gli mostri a trarre a fin questa ventura.
Ma, stando quivi in ocio ad aspettare,
Cominciarno a mirar la depintura
Che avea la loggia istorata intorno
Vaga per oro e per color adorno.

La loggia istorata  in quattro canti,
Ed ha per tutto intorno cavallieri
Grandi e robusti a guisa de giganti,
E con lor soprainsegne e lor cimieri.
Sopra allo arcione e armati tutti quanti
S nella vista se mostravan fieri,
Che ciascadun che intrava de improviso,
Facean cambiar per meraviglia il viso.

Chi fu il maestro, non saprebbi io dire,
Il quale avea quel muro istorato
De le gran cose che dovean venire,
N so chi a lui l'avesse dimostrato.
Il primo era un segnor di molto ardire,
Bench ha lo aspetto umano e delicato,
Qual per la Santa Chiesa e per suo onore
Avea sconfitto Rigo imperatore.

Apresso alla Ada ne' prati Bressani
Se vedea la battaglia a gran ruina,
E sopra al campo morti li Alemani,
E dissipata parte gibillina.
L'acquila nera per monti e per piani
Era cacciata misera tapina
Dal volo e da gli artigli de la bianca,
A cui ventura n virt non manca.

Era il suo nome sopra alla sua testa,
Descritto in campo azurro a lettre d'oro;
Bench la istoria assai la manifesta,
Nomar se debbe di virt tesoro.
Molti altri ivi eran poi de la sua gesta;
E de' gran fatti e de le guerre loro
Tutta era istorata quella faccia,
Che  da man destra a lato alla gran piaccia.

Ne la seconda vi era un giovanetto,
Che natura mostr ma presto il tolse;
Per non lasciar qua gi tanto diletto,
Il cel, che ne ebbe invidia, a s lo volse;
Ma ci che puote avere un om perfetto
De ogni bontate, in lui tutto se accolse:
Valor, beltate e forza e cortesia,
Ardire e senno in s coniunti avia.

Contra di lui, di l dal Po nel piano,
Eran Boemi ed ogni gibillino,
Con quel crudel che il nome ha di Romano,
Ma da Trivisi il perfido Azolino,
Che non se crede che de patre umano,
Ma de lo inferno sia quello assassino;
Ben chiariva la istoria il suo gran storno,
Ch ha dame occise e fanciullini intorno.

Undeci millia Padovani al foco
Posti avea insieme il maledetto cane,
Che non se od pi dire in alcun loco
Tra barbariche gente o italane;
Poi se vedeva l nel muro un poco
Con le sue insegne e con bandiere istrane
Di Federico imperator secondo,
Che la Chiesa de Dio vl tor del mondo.

Di l le sante chiave, e in sue diffese
L'acquila bianca nel campo cilestro,
E quivi eran depente le contese
E la battaglia di quel passo alpestro;
Ed Azolin se vedia l palese,
Passato di saetta il pi sinestro
E ferito di mazza nella testa,
E' soi sconfitti e rotti alla foresta.

E la faccia seconda era finita
De la gran loggia con lavor cotale.
Ma ne la terza  lunga istoria ordita
De una persona sopranaturale,
S vaga nello aspetto e s polita,
Che non ebbe quel tempo un'altra tale;
Tra zigli e rose e fioretti d'aprile
Stava coperta la anima gentile.

Essendo in prima etate piccolino,
In mezo a fiere istrane era abattuto,
E non avea parente n vicino
Qual gli porgesse per pietate aiuto.
Duo leoni avea in cerco il fanciullino,
E un drago, che di novo era venuto;
E l'acquila sua stessa e la pantera
Travaglia gli donr pi d'altra fiera.

Il drago occise ed acquet e leoni,
E l'acquila cacci con ardimento;
A la pantera s scurt li ungioni,
Che se ne avede ancor, per quel ch'io sento.
Poi se vedea, da conti e da baroni
Accompagnato, con le velle al vento
Andar cercando con devozone
La Santa Terra ed altre regone.

Indi se volse e, come avesse l'ale,
Tutta la Spagna vidde e lo occeno;
 recevuto in Francia alla reale,
Forse come parente e prossimano.
Error prese il maestro, e fece male,
Ch non dipense come egli era umano,
Come era liberale e d'amor pieno;
Non vi capia, ch 'l campo venne meno.

La terza istoria in quel modo se spaccia;
La quarta somigliava a questo figlio,
Che, essendo fanciullin, fortuna il caccia,
Vago e dipento e bianco come un ziglio,
Di pel rossetto ed acquillino in faccia;
Ma lui sol a virtute di di piglio,
E quella ne port fuor di sua casa;
Ogni altra cosa in preda era rimasa.

L se vedea, cresciuto a poco a poco
Di nome, de sapere e di valore,
Or con arme turbate ed or da gioco
Mostrar palese il generoso core;
E quindi apresso poi parea di foco
In gran battaglia e tronfale onore.
In diverse regioni e terre tante
Sempre e nemici a lui fuggon davante.

Sopra del capo aveva una scrittura
Che tutta  de oro, e tale era il tenore:
' Se io vi potessi in questa dipentura
Mostrare espressa la virt del core,
Non avria il mondo pi bella figura,
N pi reale e pi degna de onore;
A dessignarla non posi io la mano,
Per che avanza lo intelletto umano.'

Or Brandimarte ci stava a mirare,
Tanto che quella dama venne gi,
La dama che al veron gli ebbe a cennare.
Come fo gionta, disse: - Che fai tu,
Perdendo il tempo a tal cosa guardare,
E non attende a quel che monta pi?
A te bisogna quel sepolcro aprire,
O qua rinchiuso di fame morire.

Ma, poi che quel sepolcro ser aperto,
Ben ti bisogna avere il core ardito,
Perch altrimenti seresti deserto,
E te con noi porresti a mal partito. -
Or, bei segnori, io mi credo di certo
Che abbiate a male il canto che  finito,
Ch non aveti al fine il tutto inteso;
Ma a l'altra stanza lo dir disteso.

Canto ventesimosesto

Il vago amor che a sue dame soprane
Portarno al tempo antico e cavallieri,
E le battaglie e le venture istrane,
E l'armeggiar per giostre e per tornieri,
Fa che il suo nome al mondo anco rimane,
E ciascadun lo ascolti volentieri;
E chi pi l'uno, e chi pi l'altro onora,
Come vivi tra noi fossero ancora.

E qual fia quel che, odendo de Tristano
E de sua dama ci che se ne dice,
Che non mova ad amarli il cor umano,
Reputando il suo fin dolce e felice,
Che, viso a viso essendo e mano a mano
E il cor col cor pi stretto alla radice,
Ne le braccia l'un l'altro a tal conforto
Ciascun di lor rimase a un ponto morto?

E Lancilotto e sua regina bella
Mostrarno l'un per l'altro un tal valore,
Che dove de' soi gesti se favella,
Par che de intorno il celo arda de amore.
Traggase avanti adunque ogni donzella,
Ogni baron che vl portare onore,
Ed oda nel mio canto quel ch'io dico
De dame e cavallier del tempo antico.

Ma dove io vi lasciai, voglio seguire,
Di Brandimarte e sua forte aventura,
Qual quella dama di cui vi ebbi a dire,
Avea condotto a quella sepoltura,
Dicendo: - Questa converrai aprire,
Ma poi non ti bisogna aver paura.
Conviente essere ardito in questo caso:
A ci che indi uscir, darai un baso. -

- Come! Un baso? - rispose il cavalliero.
-  questo il tutto? Ora vvi altro che fare?
Non ha lo inferno un demonio s fiero,
Che io non gli ardisca il viso de accostare.
Di queste cose non aver pensiero,
Che dece volte lo aver a basare,
Non che una sola, e sia quello che voglia;
Ors! Che quella pietra indi si toglia. -

Cos dicendo prende uno annel d'oro,
Che avea il coperchio de la sepoltura,
E, riguardando quel gentil lavoro,
Vide intagliata al marmo una scrittura,
La qual dicea: ' Fortezza, n tesoro,
N la beltate, che s poco dura,
N senno, n lo ardir pu far riparo,
Ch'io non sia gionta a questo caso amaro.'

Poi che ebbe Brandimarte questo letto,
La sepoltura a forza disserrava,
Ed uscinne una serpe insino al petto,
La qual forte stridendo zuffelava;
Ne gli occhi accesa e d'orribil aspetto,
Aprendo il muso gran denti mostrava.
Il cavalliero, a tal cosa mirando,
Se trasse adietro e pose mano al brando.

Ma quella dama cridava: - Non fare!
Non facesti, per Dio, baron giocondo!
Ch tutti ci farai pericolare,
E caderemo a un tratto in quel profondo.
Or quella serpe ti convien baciare,
O far pensier de non essere al mondo:
Accostar la tua bocca a quella un poco,
O morir ti conviene in questo loco. -

- Come? Non vedi che e denti digrigna? -
Disse il barone - e tu vi che io la basi?
Ed ha una guardatura s maligna,
Che de la vista io mi spavento quasi. -
- Anci - disse la dama - ella t'insigna
Come di fare; e molti altri rimasi
Son per viltate in quella sepoltura:
Or via te accosta e non aver paura. -

Il cavallier se accosta, e pur di passo,
Ch molto non gli andava volentiera;
Chinandosi alla serpe tutto basso,
Gli parve tanto terribile e fiera,
Che venne in viso morto come un sasso,
E disse: - Se fortuna vl ch'io pra,
Tanto fia un'altra fiata come adesso,
Ma dar cagion non voglio per me stesso.

Cos certo fossi io del paradiso,
Come io son certo, chinandomi un poco,
Che quella serpe me trar nel viso,
O pigliarami a' denti in altro loco.
Egli  proprio cos come io diviso!
Altri che me fia gionto a questo gioco,
E dmmi quella falsa tal conforto
Per vendicare il suo baron che  morto. -

Dicendo questo indietro se retira,
E destinato  pi non se accostare.
Or ben forte la dama se martira,
E dice: - Ahi vil baron! che credi fare?
Tanta tristezza entro il tuo cor se agira,
Che in grave stento te far mancare.
Del suo scampo lo aviso, e non mi crede!
Cos fa ciascadun che ha poca fede. -

Or Brandimarte per queste parole
Pur torn ancora a quella sepoltura,
Bench  pallido in faccia, come suole,
E vergognosse de la sua paura.
L'un pensier gli disdice, e l'altro vle,
Quello il spaventa, e questo lo assicura;
Infin tra l'animoso e il disperato
A lei se accosta, e un baso gli ebbe dato.

S come l'ebbe alla bocca baciata,
Proprio gli parve de toccare un giaccio;
La serpe, a poco a poco tramutata,
Divenne una donzella in breve spaccio.
Questa era Febosilla, quella fata
Che edificato avea l'alto palaccio
E il bel giardino e quella sepoltura
Ove un gran tempo  stata in pena dura.

Perch una fata non pu morir mai,
Sin che non gionge il giorno del iudicio,
Ma ben nella sua forma dura assai,
Mille anni, o pi, s come io aggio indicio
Poi (s come di questa io ve contai,
Qual fabricata avea il bello edificio)
In serpe si tramuta e stavi tanto
Che di basarla alcun se doni il vanto.

Questa, tornata in forma de donzella,
Tutta de bianco se mostra vestita,
Coi capei d'oro, a meraviglia bella:
Gli occhi avea neri e faccia colorita.
Con Brandimarte pi cose favella,
E proferendo a dimandar lo invita
Quel che ella possa de incantazone,
De affatar l'arme o vero il suo ronzone.

E molto il prega che quell'altra dama
Che quivi era presente tuttavia,
Qual Doristella per nome se chiama,
Voglia condur su il mar de la Soria,
Perch il suo vecchio patre altro non brama,
Che pi filiol n figlia non avia.
Re de la Liza  quel gran barbasoro,
Ricco de stato e de arme e de tesoro.

Brandimarte accett la prima offerta
De aver l'arme e il destrier con fatasone,
Poi Doristella, s come ella merta,
Condurre al patre con salvazone.
La porta del palagio ora era aperta,
Batoldo avanti a quello era, il ronzone:
Quando del drago il gigante il percosse,
Cadde alla terra, e pi mai non se mosse.

E morto l sera veracemente,
Se Febosilla, quella bella fata,
Soccorso non l'avesse incontinente
Con succi de erbe ed acqua lavorata.
Poscia l'usbergo e la maglia lucente
Ed ogni piastra ancora ebbe incantata.
Da poi ch'ebbe fornita ogni dimanda,
Da lei se parte e a Dio la ricomanda.

In mezo alle due dame il cavalliero
Via tacito cavalca e non favella,
Per che forse aveva altro pensiero;
Onde, ridendo alquanto, Doristella
Disse: - Io me avedo ben che egli  mestiero
Che io sia colei che con qualche novella
Faccia trovar lo albergo pi vicino,
Perch parlando se ascurta il camino.

E pi ancor tanto volentier lo faccio,
Che io vi dimostrar per qual maniera
Fosse condotta dentro a quel palaccio,
Ove son stata un tempo pregioniera;
Ed a voi credo che ser solaccio,
Ed odireti molto volentiera
Come a un zeloso mai scrimir non vale,
E ben gli sta, ch  degno d'ogni male.

Due figlie ebbe mio patre Dolistone.
La prima, essendo ancora fanciullina,
Fu rapita per forza da un ladrone,
Nel litto de la Liza alla marina.
Per sposa era promessa ad un barone,
Filiol del re d'Armenia, la tapina,
N novella di lei se seppe mai,
Bench cercata sia nel mondo assai. -

Or Fiordelisa, interrompendo il dire,
Il nome de la matre adimandava:
Ma Brandimarte, che ha voglia de odire,
Un poco sorridendo se voltava,
- Per Dio! - dicendo - lasciala seguire,
Ch voglia ho de ascoltar, se non ti grava. -
E Fiordelisa, che lo amava assai,
Queta si stette e non parl pi mai.

E Doristella segue: - Il damigello
Nel quale era promessa mia germana,
Dapoi crescette, fatto molto bello;
N sendo una sua terra assai lontana
Ove stava il mio patre ad un castello,
Spesso veniva la persona umana
A visitarlo, s come parente,
Ben che non sia per quello inconveniente.

Andando e ritornando a tutte l'ore
Di quanto dimorammo in quel paese,
Mi piacque s, ch'io fui presa d'amore,
Veggendol s ligiadro e s cortese.
Lui de altra parte ancor me avea nel core;
Forse perch io l'amava se raccese,
Ch quello  ben di ferro ed ostinato
Il qual non ama essendo ponto amato.

Lui pur spesso ritorna a quel girone,
E sempre il patre mio molto lo onora;
In fin gli aperse la sua intenzone,
Credendo che io non sia promessa ancora;
Ma quel malvaggio, perfido, bricone,
Che occidesti al palazo in sua malora,
Me avea richiesta proprio il giorno istesso,
E 'l vecchio patre me gli avea promesso.

Quando ci seppi, tu debbi pensare
S'io biastemavo il celo e la natura;
E diceva: "Macon non potria fare
Che mai segua sua legge e sua misura,
Poi che mi volse femina creare,
Ch nasciemo nel mondo a tal sciagura,
Che occelli e fiere ed ogni altro animale
Vive pi franco ed ha di noi men male.

E ben ne vedo lo esempio verace:
La cerva e la colomba tuttavia
Ama a diletto e segue chi gli piace,
Ed io son data a non so chi se sia.
Crudel Fortuna, perfida e fallace!
Goder adunque la persona mia
Questo barbuto, e terrammi suggetta,
N vedr mai colui che mi diletta?

Ma non ser cos, sazo di certo,
Ch ben vi sapr io prender riparo.
Se ogni proverbio  veramente esperto,
L'un pensa il giotto e l'altro il tavernaro.
Se lo amor mio potr tenir coperto
Che non lo intenda alcuno, io lo avr caro,
E non potendo, io lo far palese;
Per un bon giorno io non stimo un mal mese."

Io faceva tra me questo pensiero
Che io te ragiono; ma il termine ariva
Che andarne sposa mi facea mestiero.
Io non rimasi n morta n viva,
Ch Teodoro, il mio bel cavalliero,
Si resta a casa, ed io di lui son priva.
A Bursa andar convengo, in Natollia,
Ove mi mena la fortuna ria.

Sobasso era di Bursa il mio marito,
E turcomano fo de nazone;
Gagliardo era tenuto e molto ardito,
Ma certo che nel letto era un poltrone,
Abench a questo avria preso partito,
Pur che io gli avessi avuto occasone;
Ma tanto sospettoso era quel fello,
Che me guardava a guisa de un castello.

E giorno e notte mai non me abandona,
Ma sol de basi me tenea pasciuta,
N il matino, o la sera, ni di nona
Concede che dal sole io sia veduta,
Perch non se fidava di persona.
Ma sempre a' bisognosi il celo aiuta,
Ch al mio marito fo forza di andare
Con gli altri Turchi che han passato il mare.

Passarno i Turchi contra Avatarone,
Che avea de' Greci il dominio e l'imperio,
E mio marito con molte persone
Convenne andar, non gi per disiderio.
Avea egli un schiavo chiamato Gambone,
Che a riguardar proprio era un vituperio;
L'uno occhio ha guerzo e l'altro lacrimoso,
Troncato ha il naso, ed  tutto rognoso.

A questo schiavo me ricomandava,
Che de la mia persona avesse cura,
E con aspre parole il minacciava
De ogni tormento e de ogni pena dura,
Se dal mio lato mai se discostava
N tutto il giorno, n la notte oscura.
Or pensa, cavallier, come io rimase;
De la padella io caddi nelle brase.

Venne de Armenia in Bursa Teodoro,
Quale io te dissi che cotanto amava,
Per dare a l'amor nostro alcun ristoro;
Ed alla via pi presto se attaccava,
Ch portato avea seco assai tesoro,
Onde Gambone in tal modo acquetava,
Che ciascaduna notte a suo diletto
L'uscio gli aperse e meco il pose in letto.

Ora intervenne fuor di nostra stima
Che 'l mio marito gionse avanti al giorno,
Ed alla nostra porta picchi, prima
Che in Bursa se sapesse il suo ritorno.
Or per te stesso, cavalliero, estima
Se ciascadun de noi ebbe gran scorno,
Io, dico, e Teodoro, il caro amante,
Quale era gionto forse una ora avante.

Incontinente il cognobbe Gambone
Alla sua voce, ch l'aveva in uso,
E disse: "Noi siam morti! Ecco il patrone!'
E Teodoro ancor esso era confuso.
Ma io mostrai del scampo la ragione,
E pianamente lo condussi giuso,
Dicendo a lui: "Come entra il mio marito,
Cos di botto fuor serai uscito.

Come sei fuora e ch'n calati i panni,
Chi avria giamai di questo fatto prova?
Se mio marito ben crida mille anni,
A confessar non creder che io me muova.
Lui dir brontolando: ' Tu me inganni '.
Trista la musa che scusa non trova!
Se giuramento ce pu dare aiuto,
Alla barba l'avrai, becco cornuto!"

Or mio marito alla porta cridava,
Di tanta indugia avendo gi sospetto;
E Gambone adirato biastemava
E diceva: "Macon sia maledetto!
Ch de la chiave in mal ponto cercava,
Quale ho smarito alla paglia del letto.
Ecco, pur l'ho trovata in sua malora;
A voi ne vengo senza altra dimora."

Cos dicendo alla porta callava,
E quella con romore in fretta apriva;
E, come Usbego, il mio marito, entrava,
Alle sue spalle Teodoro usciva.
Or, mentre che la porta si serrava,
Il mio marito in camera saliva,
Ed io queta mi stava come sposa,
Mostrandomi adormita e sonocchiosa.

E mio marito prese un lume in mano,
Cercando sotto al letto in ogni canto;
Ed io tra me dicea: "Tu cerchi invano,
Ch pur le corne a mio piacer ti pianto."
Di qua di l cercando quel villano
Ebbe veduto ai pi del letto un manto;
Da Teodoro il manto era portato:
Per fretta poi l'avea dimenticato.

Ma come Usbego il manto ebbe veduto,
Grandi oltraggi me disse e diverse onte;
Per ci non ebbi io l'animo perduto,
Ma sempre li negai con bona fronte.
Ora a Gambone bisognava aiuto,
Il qual merc chiedea con le man gionte,
E credo che la cosa volea dire;
Ma lui turbato mai nol volse odire.

E gi per tutto essendo chiaro il giorno,
Agli altri schiavi lo fece legare,
E a lor commesse che, suonando il corno,
S come alla iustizia si suol fare,
Poi che lo avean condotto alquanto intorno
Sopra alla forche il debbano impiccare;
E tutti quei sergenti a mano a mano,
Per far ci che  comesso, se ne vano.

Ma quel zeloso accolta avia tant'ira,
Che desava de vederlo impeso;
Tanto l'orgoglio e 'l sdegno lo martira,
Che nol vedendo mai non avria creso,
E ratto a quei sergenti dietro tira;
Ma prima in dosso un tabarone ha preso
E un capellaccio de un feltron crinuto,
Perch dagli altri non sia cognosciuto.

Ora Teodoro, essendo gi scappato
E per questo cessata la paura,
Del manto se ament che avia lasciato,
E cominci di questo ad aver cura.
Cercando de Gambone in ogni lato,
Lo ritrov con tal disaventura
Che pegio non pu star, se non  morto;
Ma de Usbego ancor fu presto accorto,

Qual dietro gli veniva a passo lento,
Nascoso e inviluppato al tabarone.
Il giovanetto fu de ci contento,
E con gran furia va verso Gambone;
Un pugno dette al naso e un altro al mento,
E mena gli altri, e diceva: "Giottone!
Ladro! ribaldo! Or va, ch a questo ponto,
Come tu mtrti, alla forca sei gionto.

Ove  il mio manto, di', falso strepone,
Qual me involasti iersera a l'osteria?
Or fusse qua vicino il tuo patrone,
Che ben de l'altre cose gli diria,
E pur voria saper se di ragione
Tu debbi satisfar la roba mia;
E quando io non ne possa aver pi merto,
De pugni vo' pagarmi, io te fo certo."

N avea compite le parole apena,
Che un altro pugno gli pose su il viso,
Sempre dicendo: "Ladro da catena!
Ben ti smacar gli occhi, io te ne aviso";
E tutta fiata pugni e calci mena,
S che la cosa non and da riso
Per questa fiata al tristo de Gambone,
Bench ci fusse sua salvazone.

Perch Usbego, mirando alla apparenza
Del giovinetto che mostrava fero,
Alle parole sue dette credenza,
Come avrian fatto molti de ligiero;
Per che non avea sua cognoscenza,
N avria stimato mai che un forestiero
Fusse venuto tanto di lontano
Per quello amor che lui stimava vano.

Senza altramente palesarse ad esso,
Fece Gambone adietro ritornare,
E poi secreto il dimand lui stesso
Ci che con quel garzone avesse a fare.
Il schiavo, che era un giotto molto espresso,
Seppe la cosa in tal modo narrare,
Che per un dito fo creduto un braccio,
E camp lui, e me trasse de impaccio.

Non creder gi che per questa paura
Che era incontrata, io me fossi smarita,
Ma pi volte me posi alla ventura
Dicendo: "Agli animosi il celo aita."
E bench sempre uscisse alla sicura,
Non fu la zelosia giamai partita
Dal mio marito, e crebber sempre sdegni,
E pur comprese al fin de' brutti segni.

E di guardarme quasi disperato,
Se consumava misero e dolente,
Sempre cercando un loco s serrato
Che non se apresse ad anima vivente;
E trov al fine il palazo incantato,
Ma non vi era il gigante, n il serpente,
Qual ritrovasti alla porta davante:
Questo a sua posta fece un negromante. -

Ragionava in tal modo Doristella
Ed altre cose assai volea seguire,
Ch non era compita sua novella,
Quando vide de un bosco gente uscire,
Ch' parte a piedi e parte in su la sella:
Tutti erano ladroni, a non mentire.
Ciascaduno di lor crida pi forte:
- Colui s'affermi, che non vl la morte! -

- Stative adunque fermi in su quel prato, -
Rispose a quei ladroni il cavalliero
- Ch, se alcun passa qua dal nostro lato,
De aver bone arme gli far mestiero! -
Un che tra lor Barbotta  nominato,
Senza ragione e dispietato e fiero,
Gli vien cridando adosso con orgoglio:
- Se Dio te vl campare, ed io non voglio. -

Quel vien correndo e ponto non se arresta,
Ma verso lui se affronta Brandimarte,
E tocca de Tranchera in su la testa,
E sino al petto tutto quanto il parte.
Ma gli altri a lui ferirno con tempesta,
E se quelle arme non fosser per arte
Tutte affatate, quanto ne avea intorno,
Campato non sera giamai quel giorno;

Ch tutti quei ladroni aveva adosso.
Non fo mai gente tanto maledetta;
Chi lo ha davante e chi dietro percosso,
E pi de colpeggiar ciascuno affretta;
Ma sopra a tutti gli altri un grande e grosso:
Questo era Fugiforca dalla cetta,
Qual, da che nacque,  degno di capestro,
Ma non se pu toccar, tanto era adestro.

Costui girando intorno al cavalliero
Con quella cetta spesso lo molesta;
E poi se volta e via va s legiero,
Che cosa non fo mai cotanto presta.
Salta pi volte in groppa del destriero,
E prese Brandimarte nella testa;
Ma come vede che gli volta il brando,
Salta alla terra e via fugge cridando.

Gi il cavalliero a lui pi non attende,
E sopra a gli altri fa la sua vendetta,
E chi per lungo e chi per largo fende:
Ormai non vi  di lor pezzo n fetta.
Poi dietro a Fugiforca se distende;
Ma quel ribaldo ponto non aspetta,
E de quel corso ben sera scampato;
Ma fortuna lo gionse e il suo peccato.

Perch, saltando sopra ad una macchia,
Lo prese ad ambo e piedi una berbena,
Come se prende al laccio una cornacchia,
E lei battendo l'ale se dimena,
E tra' del becco e se dispera e gracchia.
Ma Fugiforca non  preso a pena,
Che Brandimarte, qual correndo il caccia,
Gli gionse adosso e ben stretto lo abraccia.

E non lo volse de brando ferire,
Parendo a lui che fosse una viltate,
Ma ben diceva: - Io te far morire,
S come tu sei degno in veritate.
Meco legato converrai venire,
Tanto che io trovi o castello o citate;
E l per la iustizia del segnore
Serai posto alle forche a grande onore. -

E Fugiforca piangendo dicia:
- Quel che ti piace ormai pi di me fare;
Ma ben ti prego per tua cortesia,
Che non mi mena alla Liza in sul mare. -
Ora, segnori e bella compagnia,
Finito  nel presente il mio cantare.
A l'altro racontar non ser lento;
Dio faccia ciascadun lieto e contento.

Canto ventesimosettimo

Un dicitor che avea nome Arone,
Nel mar Cicilano, o in quei confini,
Ebbe voce s dolce al suo sermone,
Che allo ascoltar venian tni e delfini.
Cosa  ben degna de amirazone
Che 'l pesce in mar ad ascoltar se inchini;
Ma molto ha pi di grazia la mia lira,
Che voi, segnori, ad ascoltar retira.

Cos dal cel lo stimo in summa graccia,
E la mente vi pongo e lo intelletto
Nel dire a modo che vi satisfaccia,
E che vi doni allo ascoltar diletto.
Pur ho speranza che io non vi dispiaccia,
Come mi par comprender ne lo aspetto,
Se ne la istoria ancora io me ritorni
Di cui gran parte ho detto in molti giorni.

Nel canto qui di sopra io vi lasciai
Di Fugiforca, il quale, essendo preso
Per Brandimarte, menava gran guai,
Ed essendosi a lui per morto reso,
Con molto pianto e con lacrime assai,
Standoli avante alla terra disteso,
Per pietate e merc l'avea a pregare
Che non lo voglia alla Liza menare.

- Se tu mi meni alla Liza, barone,
Di me fia fatta tanta crudeltate,
Che, ancor che ben la merti di ragione,
Insino a' sassi ne verr pietate.
Deh prendate di me compassone!
Non che io voglia campare in veritate,
Ch'io merto che la vita mi sia tolta,
Ma non voria morir pi de una volta.

E l di me fia fatto tanto strazio
Quanto mai se facesse di persona;
Quel re del mio morir non ser sazio,
Ch troppo ingiurai la sua corona;
E forse questo me ha condotto al lazio,
S come ne' proverbi se ragiona
E come esperienzia fa la prova:
Peccato antiquo e penitenzia nova.

Perch, essendo una volta alla marina,
Qual da la Liza poco se alontana,
Perodia vi era in festa, la regina,
Con Dolistone, intorno a la fontana;
Io, l correndo, presi una fantina,
Qual poi col conte di Rocca Silvana
Cambiai ad aspri, e frno da due miglia:
Questa di Dolistone era la figlia.

N puot il re, n altrui donarli aiuto,
S che a Rocca Silvana la portai,
A bench da ciascun fui cognosciuto,
Per che in quella casa me allevai;
N cotal tema poi me ha ritenuto,
Ma robbato ho il suo regno sempre mai,
Dispogliando ciascun sino alla braga;
Ma questo  quello che per tutto paga. -

Pensando Brandimarte a cotal dire,
Ne fu contento assai per pi cagione;
Pur disse al ladro: - Il te convien venire
In ogni modo a quel re Dolistone,
Qual, come merti, ti far punire. -
Cos dicendo il lega in su un ronzone,
Con gran minaccie se ponto favella,
Poi la sua briglia dette a Doristella.

E non parlava quel ladron nente,
Perch di Brandimarte avia paura.
Or, giongendo alla Liza, una gran gente
Trovarno armata sopra alla pianura;
E Doristella fu molto dolente,
- Lassa! - dicendo - in che disaventura
Ritrovo il patre a questo mio ritorno,
Che  posto in guerra ed ha l'assedio intorno! -

E facendo di ci molti pensieri,
Scoprisse avanti da cento pedoni
E circa da altretanti cavallieri,
I qual cridarno: - Voi sete pregioni! -
- Altro che zanze vi sar mestieri, -
Rispose Brandimarte - o compagnoni,
A volerci pigliar cos di fatto! -
Tra le parole il brando avia gi tratto.

E gionse per traverso un contestabile,
Quale era grande e portava la ronca,
Armato a maglia e piastre innumerabile;
Ma tutto a un tratto Tranchera lo tronca.
N mai se vidde un colpo pi mirabile,
Ch la persona sua rimase monca
De un braccio e de la testa a un tratto solo,
E l'uno e l'altro in pezzi and di volo.

Ben ne fece de gli altri simiglianti,
E de' maggior, se Turpin dice il vero,
Onde gli pose in rotta tutti quanti:
Beato se tena chi era il primiero,
Quel dico che a fuggire era davanti;
E non tenean n strata n sentiero,
N in dietro a riguardar se voltan ponto;
Fugge ciascuno insin che al ponto  gionto.

Ora nel campo si leva il romore.
- A l'arme! a l'arme! - ciascadun cridava.
Adosso a Brandimarte a gran furore
Chi di qua chi di l ciascun toccava;
E lui ben dimostrava un gran valore,
Ma contra tanti poco gli giovava:
A suo mal grado quella gente fella
Pigliarno Fiordelisa e Doristella;

E seco Fugiforca, quel ladrone:
Via ne 'l menarno, come era legato;
Ma non cessa per la questone,
Ch Brandimarte al tutto  disperato,
E fa col brando tal destruzone,
Che sino alla cintura  insanguinato,
N puote il suo destrier levare il passo
Per la gran gente morta in quel fraccasso.

Ma per le dame  ci poco ristoro,
Quale ha perdute quel baron gagliardo.
Lasciamo lui, e torniamo a coloro
Che via ne le menarno senza tardo;
E come avanti frno a Teodoro,
Lui cognobbe Doristella al primo guardo,
E lei cognobbe anch'esso al primo tratto,
Come lo vidde, e ci non fu gran fatto;

Per che ciascadun tanto se amava,
Che altra sembianza non avea nel core.
Or quando l'un quell'altro ritrovava,
Non fu allegrezza al mondo mai maggiore;
E ciascadun pi stretto se abracciava,
Dandosi basi s caldi de amore,
Che ciascadun che intorno era in quel loco,
Morian de invidia, s parea bel gioco.

Poi lui conta alla dama la ragione
Perch alla Liza era intorno acampato,
E facea guerra al patre Dolistone,
Dicendo: - Io venni come disperato,
A lui dando la colpa e la cagione
Che via te conducesse il renegato,
Dico Usbego, che Dio gli doni guai!
Ove ne andasti, non seppi pi mai. -

La dama ad ogni parte gli respose,
E dgli alla risposta gran conforto,
E la ventura sua tutta gli espose,
E come Usbego a quel palagio  morto;
Poi lo pregava con voce piatose
Che divetasse ad ogni modo il torto
Quale era fatto a quel baron valente,
Che fo assalito da cotanta gente.

Per il dover fo lui mosso di saldo,
E pi dai preghi della giovanetta,
Onde da lui mand presto uno araldo,
Ove era la battaglia, e un suo trombetta;
E l trovarno Brandimarte caldo,
Pi che ancor fosse, a far la sua vendetta.
Ma come il real bando a ponto intese,
Lasci la zuffa, tanto fu cortese.

E venne con gli araldi in compagnia
De Teodoro al pavaglion reale
(Costui gi il regno de gli Armeni avia;
Morto era il patre a corso naturale),
E lo trovarno a mezo de la via,
Con molta gente e pompa tronfale,
Intra quelle due dame, ogniuna bella:
Qua Fiordelisa e l sta Doristella.

Ricevutolo in campo a grande onore,
Re Teodoro il tutto gli cont,
Cominciando al principio del suo amore,
Insino al giorno ove gionti son mo;
E poi elesse un degno ambasciatore,
Che a Dolistone e Perodia mand,
Per voler pace e amendar quel che  fatto,
Pur che abbia Doristella ad ogni patto.

La cosa era passata in tal travaso
Quale io ve ho detto, e tal confusone,
E Fugiforca e' pur preso  rimaso,
Ch un tristo mai non trova bon gallone.
Legato ancor si stava quel malvaso
Con le mano alle rene in sul ronzone,
E Brandimarte, che l'ebbe trovato,
Dimand al re che fusse ben guardato.

Onde per questo con gran diligenza
Era guardato e con molta custodia,
Co' e ferri a' piedi, e non stava mai senza,
E per il suo mal far ciascadun lo odia.
Ora lo ambasciador con riverenza
A Dolistone e a sua dama Perodia
Parl s bene, e fu tanto ascoltato,
Che quel concluse per che egli era andato.

E torn fora con lo olivo in testa,
Che era un signale a quel tempo di pace,
E poi la somma espose de sua inchiesta,
Qual sopra a gli altri a Doristella piace.
Tutti alla Liza intrarno con gran festa;
Ma Fugiforca, quel ladro fallace,
Via era condutto lui con mal pensiero
Tra' carraggi, sopra ad un somiero.

Ne la Liza per tutto  cognosciuto:
Chi gli cridava dietro e chi da lato,
E lui dicea: - Macon mi doni aiuto,
Ch un altro non fu mai peggio trattato! -
E Brandimarte, poich fu venuto
Avanti al re, quel ladro ha presentato.
Il re mirando lui se meraviglia:
Ben sa che  quel qual gi tolse la figlia.

Ma che sia preso si meravigliava,
Cognoscendol s presto e tanto astuto.
De la filiola poi lo adimandava,
Se sapea lui quel che fosse avenuto;
Ed esso a pieno il tutto racontava,
Insin che il prezio ne avea recevuto:
Ma che poi se partitte incontinente,
S che di lei pi non sapea nente.

- Per prezzo al conte di Rocca Silvana
Io la vendetti; - diceva il ladrone
- Da mille miglia  forse di lontana
Di sopra a Samadra la regone. -
E Brandimarte alor con voce umana
Adimandava quel re Dolistone
Se ebbe segnal la figlia, che abbia a mente;
Ma Perodia rispose incontinente.

Come Perodia ha Brandimarte odito,
Rispose al dimandar senza dimora;
N aspetta che parlasse il suo marito,
Ma disse: - Se mia figlia vive ancora,
Sotto alla poppa destra forse un dito
Ha per segnale una voglia di mora;
De una mora di celso, ora me amento,
Essendo di lei pregna ebbi talento.

L mi toccai; ed ella, come nacque,
Sotto la poppa avea quel segno nero;
N mai per medicine o forza de acque
Se puot via levare, a dire il vero. -
Or Brandimarte, s come ella tacque,
Cominci poi la istoria, il cavalliero;
A parte a parte il fatto gli divisa,
S come sua filiola  Fiordelisa.

E fatto gli altri tuor di quel cospetto,
Per che Fiordelisa avia vergogna,
La fece avanti a loro aprire il petto,
Onde pi prova ormai non vi bisogna.
Perodia e Dolistone han tal diletto
Qual have il pregionier, quando si sogna
La notte esser impeso e la dimane
Poi viene assolto e in libert rimane.

Ciascuno ha pien di lacrime la faccia.
Piangendo gli altri ancor di tenerezza,
La matre lei e lei la matre abraccia:
Ogniuna di basarse ha maggior frezza.
A Fugiforca fu fatta la graccia,
Pregando ogniom per lui nella allegrezza;
Cridi e lieti romori a gran divizia,
Campane e trombe suonan di letizia.

Poi furno queste cose divulgate
Fuor nella terra e per tutto il paese,
E con tronfo le noce ordinate
Con real festa a ciascadun palese,
E le due damigelle fr sposate,
Ch Fiordelisa Brandimarte prese,
E Teodor si prese Doristella;
Non so se alcun trov la sua polcella.

Ch tanto poche ne vanno a marito,
Che meglio un corvo bianco se dimostra;
Ma queste due, s come aveti odito,
Eran pur state avanti a questo in giostra.
Usavasi a quel tempo a tal partito,
Ora altrimente nella etade nostra,
Ch ciascuna perfetta si ritrova;
E chi nol crede, lui cerchi la prova.

Ora queste due dame che io ve dico
Catolice nno entrambe e cristane,
E Macone avean tolto per nimico
E le sue legge scelerate e vane;
Onde ne andarno dal suo patre antico,
E s con prieghi e con parole umane
Se adoperarno, per la Dio mercede,
Che lo tornarno alla perfetta fede.

Dapoi la matre con minor fatica
Ridussero anco a sua credenza santa;
E la corte da poscia a tal rubrica
Se attenne e la citate tutta quanta;
E, senza che di questo pi vi dica,
La grazia de le dame fu cotanta,
Che de i monti d'Armenia alla marina
Corse ciascuno alla legge divina.

Ora de ricontar non  mestiero
La festa, che ogni d cresce maggiore;
Qua se fa giostra, e l fassi torniero,
Altrove  suono e danza con amore;
Ma pur sta Brandimarte in gran pensiero,
N se pu il conte Orlando trar del core.
In fine un giorno la sua opinone
Fie' manifesta in tutto a Dolistone,

Mostrando quasi aver fermato il chiodo
Che in ogni forma Orlando vl seguire.
Diceva Dolistone: - Io non te lodo
Per questo tempo adesso il dipartire;
Ma, se pur de lo andare ad ogni modo
Sei destinato, non so pi che dire,
N di ci la cagion pi te dimando,
Il gire e il star ser nel tuo comando. -

Una galea dapoi fu apparecchiata
Di molte che ne avea quel barbasoro;
Questa era la reale e meglio armata,
Che avea la poppa tutta missa ad oro.
Brandimarte e sua dama e pi brigata
L se allogarno, con molto tesoro
Qual Perodia ha donato alla sua figlia,
Rubin, smeraldi e perle a meraviglia;

Tra l'altre cose il pi bel pavaglione
Che se trovasse in tutta la Soria.
Ora spira levante, e il suo patrone
Gli acerta che ogni indugia  troppo ria;
Onde se accomandarno a Dolistone
E a tutti gli altri, e vanno alla sua via,
Passando Rodi e la isola di Creti;
Col vento in poppa van zoiosi e lieti.

Ma il navicare e nostra vita umana
De una fermezza mai non se assicura,
Per che la speranza al mondo  vana,
N mai bon vento lungamente dura;
Qual ora si lev da tramontana,
Chiamando il Greco, che  mala mistura
A cui di Creti vl gire in Cicilia;
L'aria se anera e l'acqua si scombilia.

Dicea il parone: - Il cel turbato  meco,
E non me inganno gi, ma ben me sforza,
Perch io vorebbi ne la taza il Greco,
E lui me 'l dona ne la vela a l'orza.
Io non posso alla zuffa durar seco:
Ove gli piace, convien che io mi torza. -
Poi dice a Brandimarte: - A dir il vero,
Con questo vento in Franza andar non spero.

Africa  quivi dal lato marino,
Se drittamente ho ben la carta vista,
E noi volteggiaremo nel camino,
Ch, quando non se perde, assai s'acquista.
Forse mutar il vento, Dio divino!
E cessar questa fortuna trista;
Pregar si puote che un siroco vegna,
Qual ci conduca al litto de Sardegna. -

Parlava quel parone in cotal sorte,
Chiedendo quel che egli avrebbe voluto,
Ma tramontana ognior cresce pi forte,
E 'l mar gi molto grosso  divenuto;
Onde ciascun per tema de la morte
Facendo voti a Dio dimanda aiuto;
Ma lui non li essaudisce e non li ascolta,
E sottosopra il mar tutto rivolta.

Pioggia e tempesta gi l'aria riversa,
E par che 'l celo in acqua se converta,
E spesso alla galea l'onda atraversa,
Battendo ci che trova alla coperta.
Vien la fortuna ogniora pi diversa,
E spaventosa, orribile ed incerta,
Pur col vento che io dissi, tuttavia,
Sin che condotti gli ebbe in Barbaria.

Presso Biserta, al capo di Cartagine,
Son gionti, ove gi fu la gran citade
Che ebbe di Roma simigliante imagine,
E quasi part seco per mitade;
Di lei non se vede or se non secagine,
Persa  la pompa e la civilitade;
E gran tromfi e la superba altura
Tolti ha fortuna, e il nome apena dura.

Or, come io dissi, il franco Brandimarte
Fu gionto per fortuna in questo porto.
Ma un fie' comandamento in quelle parte
Che ogni cristian che ariva ivi, sia morto;
Perch una profecia trovarno in carte,
Che in fine, al lungo andare o in tempo corto,
Da un re de Italia fia la terra presa,
Per cui da poi ser la Africa incesa.

E Brandimarte, che il tutto sapea,
Non volse palesarse per nente,
Avengach di s poco temea,
Ma s de la sua dama e d'altra gente.
A tutti disse ci che far volea,
Ma poi discese in terra incontinente,
E presentossi allo amiraglio avante,
Dicendo come  figlio a Manodante;

E come vien da le Isole Lontane,
Per vedere Agramante e la sua corte,
Ed a provarse a sue gente soprane,
Qual son laudate al mondo tanto forte;
Onde lo prega che quella dimane
Lo faccia accompagnar con bone scorte,
Sin che a Biserta sia salvo guidato,
Proferendosi a ci de esser ben grato.

E lo amiraglio, che era assai cortese,
Lo fece accompagnar di bona voglia;
E Fiordelisa di nave discese
E molta altra brigata con gran zoglia.
Verso Biserta la strada si prese,
Ed arivarno senza alcuna noglia
Vicino alla citate una matina,
E l fermrsi a canto alla marina.

Dapoi che ebbe donato molto argento
A questi che gli han fatto compagnia,
Coi suoi se ragun baldo e contento
Sopra una larga e verde prataria,
Ove dal mar vena suave vento,
Tra molte palme che quel prato avia.
Sotto di queste senza altra tenzone
Fece adricciare il suo bel pavaglione.

Questo era s legiadro e s polito,
Che un altro non fu mai tanto soprano.
Una Sibilla, come aggio sentito,
Gi stette a Cuma, al mar napolitano,
E questa aveva il pavaglione ordito
E tutto lavorato di sua mano;
Poi fo portato in strane regone,
E venne al fine in man de Dolistone.

Io credo ben, Segnor, che voi sappiati
Che le Sibille fr tutte divine,
E questa al pavaglione avea signati
Gran fatti e degne istorie pellegrine
E presenti e futuri e di passati;
Ma sopra a tutti, dentro alle cortine,
Dodeci Alfonsi avea posti de intorno,
L'un pi che l'altro nel sembiante adorno.

Nove di questi ne la fin del mondo
Natura invidosa ne produce,
Ma di tal fiamma e lume s iocondo,
Che insino a l'orente facean luce;
Chi avea iustizia e chi senno profondo,
Quale  di pace, e qual di guerra duce;
Ma il decimo di questi dieci volte
Le lor virtute in s tenea raccolte.

Pacifico guerrero e tromfante,
Iusto, benigno, liberale e pio,
E l'altre degne lode tutte quante
Che pu contribuir natura e Dio.
La Africa vinta a lui stava davante
Ingenocchiata col suo popol rio;
Ma lui de Italia avea preso un gran lembo,
Standosi a quella con amore in grembo.

E come Ercole gi sol per amore
Fo vinto da una dama lidana,
Cos a lui prese Italia vinta il core,
Onde scordosse la sua terra Ispana,
E semin tra noi tanto valore,
Che in ogni terra prossima e lontana
Ciascaduna virt che sia lodata
O da lui nacque, o fo da lui creata.

Ma l'undecimo Alfonso giovanetto,
Con l'ale  armato, a guisa de Vittoria,
S come la natura avesse eletto
Uno omo a possidere ogni sua gloria;
Ch, volendo di lui con dir perfetto
Di ciascuna cosa seguir la istoria,
Avria coperto, non che il pavaglione,
Ma il mondo tutto in ogni regone.

Pur vi era ordita alcuna eletta impresa
De arme, o di senno, o di guerra, o de amore:
S come  Italia da' Turchi diffesa
Per sua prodezza sola e suo valore;
E la battaglia tutta era distesa
Di Monte Imperale a grande onore,
E le fortezze runate al fondo,
S belle che eran di tromfi al mondo.

Il duodecimo a questo era vicino,
Di etate puerile e in faccia quale
Sera depinto un Febo piccolino,
Coi raggi d'oro in atto tromfale.
Ne l'abito s vago e pellegrino,
Giongendovi gli strali e l'arco e l'ale,
Tanta beltate avea, tanto splendore,
Che ogniom direbbe: "Questo  il dio d'Amore."

Avanti a lui si stava ingenocchiata
Bona Ventura, lieta ne' sembianti,
E parea dire: "O dolce figliol, guata
Alle prodezze de gli avoli tanti,
E alla tua stirpe al mondo nominata;
Onde fra tutti fa che tu ti vanti
Di cortesia, di senno e di valore,
S che tu facci al tuo bel nome onore."

Molte altre cose a quel gentil lavoro
Vi fr ritratte, e non erano intese,
Con pietre prezose e con tanto oro,
Che tutto alluminava quel paese.
Di sotto al pavaglione un gran tesoro
In vasi lavorati se distese,
De smeraldo e zaffiro e di cristallo,
Che valeano un gran regno senza fallo.

Non vi potrei contare in veritate
Il bel lavoro fatto a gentilezza;
Ninfe se gli vedeano lavorate,
Che eran tanto legiadre a gran vaghezza,
Che meritan da tutti essere amate;
Vedeansi cavallier di tal prodezza:
Quivi erano ritratti a non mentire;
Ma a qual fine, alcun non sapria dire.

Or Brandimarte presto lo abandona,
Come lo vidde a quel campo dricciato;
Sopra a Batoldo la franca persona
Presso a Biserta se appresenta armato,
E con molta baldanza il corno suona.
Ne l'altro canto ve sar contato
Come il fatto passasse e la gran giostra;
Dio vi conservi e la Regina nostra.

Canto ventesimottavo

Segnori e dame, Dio vi dia bon giorno
E sempre vi mantenga in zoia e in festa!
Come io promissi, a ricontar ritorno
De Brandimarte, che con tal tempesta
Presso a Biserta va suonando il corno
Ed isfida Agramante e la sua gesta,
Dicendo nel suonare: - O re soprano,
Odi mio suono, e nol tenire a vano.

Se non  falsa al mondo quella fama
La qual per tutto tua virt risuona,
E per valore un altro Ettor ti chiama,
Perch hai de ogni prodeza la corona,
Onde per questo ti verisce ed ama
Tal che giamai non vidde tua persona,
Ed io tra gli altri certamente sono,
Che non te ho visto, ed amo in abandono:

Fa che risponda a ci che se ne dice,
O valoroso ed inclito segnore,
Della tua corte, che  tanto felice
Che de ogni vigoria mantiene il fiore.
A me soletto in su quella pendice
Provarli ad un ad un ben basta il core;
Ma non so se al pensier cotanto ardito
Mancar lena, e vengami fallito. -

Stava Agramante in quel tempo a danzare
Tra belle dame sopra ad un verone
Che drittamente riguardava al mare,
Ove era posto il ricco pavaglione.
Odendo il corno tanto ben sonare,
Lasci la danza e venne ad un balcone,
Apoggiandosi al collo al bel Rugiero,
E gi nel prato vidde il cavalliero.

E stando alquanto a quel sonare attento,
La voce e le parole ben comprese,
E vlto alli altri disse: - A quel ch'io sento,
Questo di noi ragiona assai cortese;
E certo che me ha posto in gran talento
De essere il primo che faccia palese
Se ponto ha di prodezza o di valore;
Siano qua l'arme e il mio bon corridore. -

Bench dicesse alcun che facea male,
E mormorasse assai la baronia
Che sua persona nobile e reale
Aponga ad un che non sa chi se sia:
Lui di natura e de animo  cotale
Che mena a fretta ci che far desia;
Onde lascia da parte l'altrui dire,
E prestamente se fece guarnire.

De azuro e de r vestito era a quartiero,
E a tale insegne  il destrier copertato;
La rocca e' fusi porta per cimiero.
Ver Brandimarte se ne vien al prato;
E solo  seco il giovane Rugiero,
Senza alcuna arma, for che 'l brando a lato,
E dopo alcun parlar tutto cortese,
Volt ciascuno e ben del campo prese.

Poi ritornarno con le lancie a resta
Quei dui baron, che avean cotanta possa,
Drizzando i lor ronzon testa per testa.
Ciascuna lancia a meraviglia  grossa,
Ma entrambe se fiaccarno con tempesta,
E l'uno a l'altro urt con tal percossa,
Ch'e lor destrier posr le groppe al prato,
Bench ciascun di subito  levato.

E via correndo come imbalorditi
Ne andarno a gran ruina quasi un miglio,
E credo che pi avanti serian giti,
Ma fu dato a ciascun nel fren di piglio.
E duo baroni al tutto eran storditi,
E a l'uno e a l'altro uscia il sangue vermiglio
Di bocca e da l'orecchie e per il naso,
Tanto fu il scontro orribile e malvaso!

Or se vengono a dietro a passo a passo,
Ciascun di vendicar voluntaroso;
Poi spronarno e destrieri a gran fraccasso,
L'un pi che l'altro a corso runoso.
Alcun di lor non segna al scudo basso,
Ma dritto in fronte a l'elmo luminoso;
Le lancie de le prime eran pi grosse,
Ma non restarno integre alle percosse.

Per che nel scontrar di quei baroni
Sino alla resta se fiaccarno, in tanto
Che non eran tre palmi e lor tronconi,
N pi che prima se donarno il vanto
De alcun vantaggio e forti camponi,
E l'uno e l'altro  sangue tutto quanto;
E, come e lor destrier sian senza freno,
Ne andr correndo un miglio, o poco meno.

Due lancie fece il re portare al prato,
Che avea il tempio de Amone, antiquo deo,
E, s come da vecchi era contato,
Di Ercole l'uno, e l'altra fo de Anteo.
Bene era ciascun tronco smisurato:
Ognuna a sei bastasi portar feo;
Vedise adunque aperto in questo loco
Che la natura manca a poco a poco,

Se questi antiqui fr tanto robusti,
Che avean forza per sei de quei moderni;
Ma non so se gli autor fosser ben giusti,
E scrivesseno il vero a' lor quaderni.
Or son portati al campo e duo gran fusti;
E guarda pur, se vi: tu non discerni
Qual sia pi forte, ch senza divaro
Di vena e di grossezza son al paro.

A Brandimarte fu dato la eletta:
Ci volse il re Agramante per suo onore.
Ben vi so dir che ogniomo intorno aspetta
Veder che abbia pi lena e pi vigore.
Ma, mentre che ciascun di lor se assetta,
Di verso al fiume se ode un gran romore.
Fugge la gente trista e sbigottita:
Tutti venian cridando: - Aita! aita! -

Il re Agramante s come era armato
Ver l se tira e lascia il gran troncone;
E Brandimarte a lui se pose a lato,
Per aiutarlo in ogni questone.
Via vien fuggendo il popol sterminato;
Ed Agramante prese un ragazone,
Qual sopra ad un ronzone era a bisdosso
E senza briglia corre al pi non posso.

- Ove ne andati? - diceva Agamante
- Ove ne andati, pezzi de bricconi? -
E quel rispose con voce tonante:
- Per beverare andavamo e ronzoni
Dietro a quel fiume che  quivi davante,
E l fummo assaliti da leoni,
Qual posti ce hanno in tal disaventura,
Che bene  paccio chi non ha paura.

Da trenta insieme sono, al mio parere,
Che ce assalirno con tanta tempesta,
Che de scampare apena ebbi il potere,
Ben che io gli vidi uscir de la foresta.
Che sia de gli altri, non potea vedere,
Perch giamai non ho volta la testa
A remirar quel che de lor se sia;
Or fa al mio senno, e tuotti anco te via. -

Il re sorrise e a Brandimarte volto
Gli disse: - Certo alquanto ho di dispetto
Che il piacer della giostra ce sia tolto,
Bench alla caccia avrem molto diletto. -
E Brandimarte, il qual non era stolto,
Rispose: - Il tuo comando sempre aspetto;
S che adoprame pure in giostra o in caccia,
Ch'io son disposto a far quel che ti piaccia. -

Il re dapoi mand nella citate
Che a lui ne vengan cacciatori e cani,
De' qual sempre tena gran quantitate,
Segusi e presti veltri e fieri alani,
Ed altre schiatte ancora intrameschiate.
Or via ne vanno e tre baron soprani,
Brandimarte, Agramante e il bon Rugiero,
Per dare aiuto ove facea mestiero.

Ma ne la corte se lascir le danze,
Come il messo del re l su se intese,
E fuor portarno rete e speti e lanze,
E furvi alcun che se guarnr de arnese,
Ch a cotal caccia vle altro che cianze;
N lepri o capre trova quel paese,
Ma pien son e lor monti tutti quanti
Di leoni e pantere ed elefanti.

E molte dame montarno e destrieri,
Con gli archi in mano ed abiti s adorni,
Che ogniom le accompagnava volentieri,
E spesso avanti a lor facean ritorni.
E tutti e gran segnori e cavallieri
Uscr sonando ad alta voce e corni:
Da lo abaglio de' cani e dal fremire
Par che 'l cel cada e 'l mondo abbia a finire.

Ma gi Agramante e il giovane Rugiero
E Brandimarte, che non gli abandona,
Sopra a quel fiume ove  l'assalto fiero,
Ciascuno a pi poter forte sperona;
E ben de esser gagliardi fa mestiero,
Ch ogni leone ha sotto una persona;
Alcuna  viva e soccorso dimanda,
E qual morendo a Dio se aricomanda.

A ciascadun di lor venne pietate,
E destinarno di donarli aiuto,
Avendo prima gi tratte le spate:
Non vle indarno alcun esser venuto.
Ecco un leon con le chiome arrizzate,
Maggior de gli altri, orribile ed arguto,
Che in su la ripa avea morto un destrero:
Quello abandona e vien verso Rugiero.

Rugier lo aspetta e mena un manroverso,
E sopra della testa l'ebbe aggionto,
E quella via tagli per il traverso,
Ch tra gli occhi e l'orecchie il colse a ponto.
Ora ecco l'altro, ancora pi diverso
E pi feroce di quel che io vi conto,
Al re se aventa da la banda manca,
E l'elmo azaffa e nel scudo lo abranca.

E certamente il tirava de arcione,
Se non ne fosse il bon Rugiero accorto,
Qual l vi corse e gionselo al gallone,
S che de l'anche a ponto il fece corto.
Brandimarte ancor lui con un leone
Fatto ha battaglia, e quasi l'avea morto,
Quando se odirno e corni e' gran rumori
Di quella gente, e' cani e' cacciatori.

Ora cantando a ricontar non basto
Di loro e cridi grandi e la tempesta;
Tutte le fiere abandonarno il pasto,
Squassando e crini ed alciando la testa.
Quale avean morto, e qual  mezo guasto;
Pur li lasciarno, e verso la foresta,
Voltando il capo e mormorando d'ira,
A poco a poco ciascadun se tira.

Ma la gente che segue,  troppo molta,
E fa stornir del crido e il monte e il piano;
Dardi e saette cadeno a gran folta,
A bench la pi parte ariva invano.
De quei leoni or questo or quel se volta,
Ma pur tutti alla selva se ne vano;
E il re cinger la fa da tutte bande:
Allor se incominci la caccia grande.

La selva tutto intorno  circondata,
Che non potrebbe uscire una lirompa;
Pi dame e cavallieri ha ogni brigata,
Che mostrava alla vista una gran pompa.
Il re dato avia loco ad ogni strata,
N bisogna che alcun l'ordine rompa;
Alani e veltri a copia sono intorno,
N se ode alcuna voce, o suon di corno.

Poi son poste le rete a cotal festa
Che spezzar non le pu dente n graffa,
Indi e sagusi intrarno alla foresta:
Altro non si sentia che biffi e baffa.
Or se ode un gran fraccasso e gran tempesta,
Ch per le rame viene una ziraffa;
Turpino il scrive, e poca gente il crede,
Che undeci braccia avia dal muso al piede.

Fuor ne vena la bestia contrafatta,
Bassa alle groppe e molto alta davante,
E di tal forza andava e tanto ratta,
Che al corso fraccassava arbori e piante.
Come fu al campo, intorno ha la baratta
De molti cavallieri e de Agramante
E molte dame che erano in sua schiera,
Onde fu alfine occisa la gran fiera.

Leoni e pardi uscirno alla pianura,
Tigri e pantere io non sapria dir quante;
Qual se arresta a le rete e qual non cura.
Ma pur fr quasi morti in uno istante.
Or ben fece alle dame alta paura,
Uscendo for del bosco, uno elefante:
Lo autore il dice, ed io creder nol posso
Che trenta palmi era alto e vinti grosso.

Se il ver non scrisse a ponto, ed io lo scuso,
Ch se ne stette per relazone.
Ora usc quella bestia e col gran muso
Un forte cavallier trasse de arcione,
E pi di vinti braccia gett in suso,
Poi gi cadette a gran destruzone,
E mor dissipato in tempo poco;
Ben vi so dir che gli altri gli dn loco.

Via se ne va la bestia smisurata,
N de arestarla alcun par che abbia possa;
La schiera ha tutta aperta ove  passata,
A bench de pi dardi fu percossa,
Ma non fu da alcun ponto innaverata;
Tanto la pelle avea callosa e grossa
E s nerbosa e forte di natura,
Che tiene il colpo come una armatura.

Ma gi non tenne al taglio di Tranchera,
N al braccio di Rugiero in questo caso;
A piedi ha lui seguita la gran fiera,
Ch il destrier spaventato era rimaso.
Tanto ha quello animale orribil ciera
Per grande orecchia e pel stupendo naso
E per li denti lunghi oltra misura,
Che ogni destriero avia di lui paura.

Ma, come vidde solo il giovanetto,
Che lo seguiva a piedi per lo piano,
Voltando quel mostazzo maledetto,
Qual gira e piega a guisa de una mano,
Corsegli adosso, per darli di petto;
Ma quel furore e lo impeto fu vano,
Perch Rugier salt da canto un passo,
Tirando il brando per le zampe al basso.

Dice Turpin che ciascuna era grossa,
Come ne un busto d'omo a la centura.
Io non ho prova che chiarir vi possa,
Perch io non presi alora la misura;
Ma ben vi dico che de una percossa
Quella gran bestia cadde alla pianura:
Come il colpo avis, gli venne fatto,
Ch ambe le zampe via tagli ad un tratto.

Come la fiera a terra fu caduta,
Tutta la gente se gli aduna intorno,
E ciascun de ferirla ben se aiuta:
Ma il re Agramante gi suonava il corno,
Perch oramai la sera era venuta,
E ver la notte se ne andava il giorno.
Or, come il re nel corno fu sentito,
Ogniomo intese il gioco esser finito.

Onde tornando tutte le brigate
Se radunarno ove il re se ritrova;
Tutti avean le sue lancie insanguinate,
Per dimostrar ciascun che fatto ha prova.
Le fiere occise non furno lasciate,
Bench a fatica ciascuna se mova;
Pur con ingegno e forza tutti quanti
Furno portati a' cacciatori avanti.

Da poi de cani un numero infinito
Era menato in quella cacciasone:
Qual da tigre o pantere era ferito,
E quale era straziato da leone.
Come io vi dissi, il giorno era partito,
Che fo diletto di molte persone,
Per che ciascadun, come pi brama,
Chi va con questa, e chi con quella dama.

Qual de la caccia conta meraviglia,
E ciascadun fa la sua prova certa;
E qual de amor con le dame bisbiglia,
Narrando sua ragion bassa e coperta.
E cos, caminando da sei miglia
Con gran diletto, gionsero a Biserta,
Ove parea che 'l celo ardesse a foco,
Tante lumiere e torze avea quel loco.

E dentro entrarno a gran magnificenzia,
Quasi alla guisa de processone;
Omini e donne a tal appariscenzia
Per la citade stavano al balcone.
Brandimarte al castel prese licenzia
Per ritornar di fora al paviglione,
E bench il re il volesse retenire,
Per compiacerlo al fine il lasci gire;

E dal nepote il fece accompagnare,
E da cinque altri. L con grande onore
La sera istessa il fece appresentare
De pi vivande, ciascuna megliore;
E una sua veste gli fece arrecare,
Con pietre e perle di molto valore:
La veste  parte azurra e parte de oro,
Come il re porta, senza altro lavoro.

Poi l'altro giorno, come  loro usanza,
Una gran festa se ebbe ad ordinare,
E venne Fiordelisa in quella danza,
Ch Brandimarte e lei fece invitare.
Tre son vestiti ad una somiglianza,
Ch tal divisa altrui non pu portare;
Brandimarte, Agramante con Rugiero
D'azurro e d'or indosso hanno il quartiero.

Standosi in festa ed ecco un tamburino
Vien gi del catafalco a gran stramaccio.
Per tutto traboccava quel meschino,
Ch ogni festuca gli donava impaccio,
O che la colpa fosse il troppo vino,
O che di sua natura fosse paccio;
Ma sopra al tribunal ove  Agramante,
Pur se conduce e a lui se pone avante.

Il re credendo de esso aver diletto,
Lo recevette con faccia ridente;
Ma, come quello  gionto al suo cospetto,
Batte la mano e mostrase dolente,
E diceva: - Macon sia maledetto,
E la Fortuna trista e miscredente,
Qual non riguarda cui faccia segnore,
Ed obedir conviensi a chi  peggiore!

Costui de Africa tutta  incoronato,
La terza parte del mondo possiede,
Ed ha cotanto popolo adunato
Che spaventar la terra e il cel si crede.
Or ne lo odor de algalia e di moscato
Tra belle dame il delicato siede,
N se cura de guerra, o de altro inciampo,
Pur che se dica che sua gente  in campo.

Non si dino le imprese avere a ciancia:
Seguir conviensi, o non le cominciare,
E fornir con la borsa e con la lancia,
Ma l'una e l'altra prima mesurare.
Cos faccia Macon che il re de Francia
Te venga a ritrovar di qua dal mare,
Ch alor comprenderai poi se la guerra
Fia meglio in casa, o ver ne l'altrui terra. -

Parlando il tamburin, fo presto preso
Da la guarda del re che intorno stava,
N fu per battuto, n ripreso,
Perch ebriaco ogniomo il iudicava.
Ma il re Agramante che lo ha ben inteso,
Gli occhi dolenti alla terra bassava;
Mormorando tra s movia la testa,
E poi crucioso usc fuor de la festa.

Onde la corte fo tutta turbata:
Langue ogni membro quando il capo dole;
La real sala in tutto  abandonata,
N pi se danza, come far se suole.
Il re la zambra avea dentro serrata:
Alcun compagno seco non vi vle;
Pensando il grande oltraggio che gli  detto,
Se consumava de ira e de dispetto.

Poi, come l'altro giorno fo apparito,
Fece il consiglio ed adun suo stato,
Dicendo come ha fermo e stabilito
Di fornire il passaggio che  ordinato;
E poi fa noto a tutti a qual partito
E da cui ser il regno governato,
Perch il vecchio Branzardo di Bugea
Vl che a Biserta in suo loco si stea,

A lui dicendo: - Attendi alla iustizia,
E ben ti guarda da procuratori
E iudici e notai, ch han gran tristizia
E pongono la gente in molti errori.
Stimato assai  quel che ha pi malizia,
E gli avocati sono anco peggiori,
Ch voltano le legge a lor parere;
Da lor ti guarda, e farai tuo dovere.

Il re di Fersa, Folvo, anche rimane,
E Bucifar, il re de la Algazera;
L'uno al diserto alle terre lontane,
E l'altro guarda verso la rivera.
Se forse qualche gente cristane
Con caravella, o con fusta ligiera,
Over gli Arbi te donino affanno,
Sia chi soccorra e chi proveda al danno. -

Dapoi gli fece consegnar Dudone,
Che era condotto de Cristianitate,
Dicendo a lui che lo tenga pregione,
S che tornar non possa in sue contrate;
Ma poi nel resto il tratti da barone,
N altro gli manchi che la libertate.
Da poscia a Folvo e a Bucifar comanda
Che a Branzardo obedisca in ogni banda.

E perch ci non sia tenuto vano,
Per la citate il fece publicare,
Ed a lui la bacchetta pose in mano,
La quale  d'oro, e suole esso portare.
Or se aduna lo esercito inumano:
Chi potrebbe il tumulto racontare
De la gente s strana e s diversa,
Che par che 'l celo e il mondo se sumersa?

Quando sentirno il passaggio ordinare,
Chi ne ha diletto, e chi n'avea spavento.
La gran canaglia se adunava al mare,
Per aspettar sopra le nave il vento.
Chi vle odir l'istoria seguitare,
Ne l'altro canto lo far contento,
E se gran cose ho contato giamai,
Seguendo le dir maggiore assai.

Canto ventesimonono

La pi stupenda guerra e la maggiore
Che racontasse mai prosa n verso,
Vengo a contarvi, con tanto terrore
Che quasi al cominciare io me son perso;
N sotto re, n sotto imperatore
Fu mai raccolto esercito diverso,
O nel moderno tempo, o ne lo antico,
Che aguagliar si potesse a quel che io dico.

N quando prima il barbaro Anniballe,
Rotto avendo ad Ibero il gran diveto,
Con tutta Spagna ed Africa alle spalle
Spezz col foco l'Alpe e con lo aceto;
N il gran re persano in quella valle
Ove Leonida fe' l'aspro decreto,
Con le gente di Scizia e de Etopia
Ebbe de armati in campo maggior copia,

Come Agramante, che sua gente anombra
Solo a la vista, senza ordine alcuno.
De le sue velle  tanto spessa l'ombra,
Che il mar di sotto a loro  scuro e bruno;
E s l'un l'altro il gran naviglio ingombra,
Che fu mestier partirse ad uno ad uno,
Avendo il vento in poppa alla seconda.
Avanti a gli altri  Argosto di Marmonda:

Ne la sua nave  la real bandiera,
Che tutta  verde e dentro ha una Sirena.
Il re Gualciotto apresso di questo era,
Quale era ardito, e bella gente mena,
Ed era la sua insegna tutta nera,
Di bianche columbine al campo piena;
E Mirabaldo viene apresso a loro,
Che porta il monton nero a corne d'oro:

Il campo ove  il montone,  tutto bianco.
E da questi altri vena longi un poco
Sobrin, che  re di Garbo, il vecchio franco,
Il qual portava in campo bruno il foco;
E dietro mezo miglio, o poco manco,
Il re de Arzila seguitava il gioco:
Il nome di costui fu Brandirago,
Che avea nel campo rosso un verde drago.

Dapoi Brunello, il re de Tingitana,
Avea la insegna di novo ritratta,
Pi vaga assai de l'altre e pi soprana,
Perch lui stesso a suo modo l'ha fatta;
Come oggi al mondo fa la gente vana,
Stimando generosa far sua schiatta
E le casate sue nobile e degne
Con far de zigli e de leoni insegne.

Cos Brunel, la cui fama era poca,
Come intendesti, ch era re di novo,
Nel campo rosso avea depinta una oca,
Che avea la coda e l'ale sopra a l'ovo.
De ci parlando lui con gli altri, gioca
- Ben - dicendo - fo antico, e ci ti provo:
Ch lo evangelio, che  dritto iudicio,
Afferma che la oca era nel principio. -

Il re Grifaldo apresso a lui ne viene,
Che porta una donzella scapigliata,
E quella un drago per l'orecchie tiene:
Cotal divisa avea tutta la armata,
Bench sua insegna a questa non conviene,
Ch solo  nera e di bianco fasciata.
Il re di Garamanta era vicino,
Giovane ardito, e nome ha Martasino.

Costui portava nel campo vermiglio
Le branche e il collo e il capo de un griffone;
E dietro alla sua nave forse un miglio
Veniva il re di Septa, Dorilone,
Qual porta al campo azurro un bianco ziglio;
Poi Soridano, che porta il leone.
Il leon bianco in campo verde avia:
Costui ch'io dico,  re de la Esperia.

E re di Constantina, Pinadoro,
Venne, che al rosso la acquila portava,
Ch' gialla, con due teste, in quel lavoro;
E poco apresso Alzirdo il seguitava,
Che ha la rosa vermiglia in campo d'oro;
E Pulano alla bandiera blava
Segnata avea de argento una corona;
Franco  costui, che  re de Nasamona.

N 'l re de la Amona ponto vi manca,
Bench sua gente  tutta pedochiosa,
Dico Arigalte da la insegna bianca,
N dentro vi ha dipenta alcuna cosa.
Poi Manilardo, che porta la branca
Qual tutta  d'oro a l'arma sanguinosa:
La branca di cui parlo,  di leone.
La armata apresso vien di Prusone.

De la Norizia  re quel Manilardo,
Questo altro de Alvarachie, ch'io vi conto.
Saper volete qual sia pi gagliardo?
N l'un n l'altro, a dirvelo ad un ponto.
Re di Canara, il qual venne ben tardo,
Ma pure apresso di questi altri  gionto,
Portava, se Turpin me dice il vero,
Nel campo verde un corvo tutto nero.

Era costui nomato Bardarico,
Che in occidente ha sua terra lontana.
Poi venne Balifronte, il vecchio antico,
E Dudrinasso, il re de Libicana;
Fo re di Mulga quel vecchio ch'io dico,
E porta in campo azurro una fontana;
E Dudrinasso alla bandiera e al scudo
Porta nel rosso un fanciulletto nudo.

E Dardinello, il giovanetto franco,
Ha le sue nave a queste altre congionte.
Il quartiero ha costui vermiglio e bianco,
Come suolea portare il padre Almonte;
E pur cotale insegna, pi n manco,
Portava indosso ancora Orlando il conte.
Ma ad un di lor portarla cost cara;
Questo garzone  re de la Zumara.

Presso vi viene il forte Cardorano,
Il re di Cosca; e porta per insegna
Un drago verde, il quale ha il capo umano.
Da poi Tardoco, che in Alzerbe regna,
E seco Marbalusto, il re de Orano;
Quello avia al scudo una serpe malegna,
Che intorno avolto ha il busto tutto quanto,
Per non odire il verso de lo incanto.

E Marbalusto un capo de regina
Portava, intorno a quello una ghirlanda.
Poi Farurante, che  re di Maurina,
Che al scudo verde ha una vermiglia banda.
Alzirdo ha la sua armata a lui vicina
(In campo azurro avea d'oro una gianda);
E de Almasilla il re Tanfirone,
Qual porta in bianco un capo di leone.

Or gi vien de la corte il concistoro,
Che a quella impresa  tutta gente eletta;
Mordante avea il governo di costoro.
La prima armata vien di Tolometta,
Con due lune vermiglie in campo d'oro,
Che portava Mordante e la sua setta;
Costui fo grande e di persona fiero,
Filiol bastardo fo di Carogiero.

Da Tripoli seguia la gente franca:
Non fo di questa la pi bella armata,
N pi fiorita; e, se nulla vi manca,
Da Rugier paladino era guidata.
Lui ne lo azurro avea l'acquila bianca,
Qual sempre da' suoi antiqui fu portata.
Da poi vena la armata de Biserta,
Ove Agramante ha la sua insegna aperta.

Di Tunici ivi apresso era il naviglio,
E quel governa il vecchio Daniforte,
Omo saputo e di molto consiglio,
Gran siniscalco de la real corte.
Portava in campo verde un rosso ziglio
Costui, che viene in Franza a tuor la morte;
E poscia da Bernica e da la Rassa
L'una armata con l'altra insieme passa.

Di queste avea il governo Barigano,
Quale ha nutrito il re da piccolino,
E porta per insegna quel pagano
In campo rosso un candido mastino.
Dietro da tutti il gran re di Fizano,
Mulabuferso, ha preso il suo camino;
Lui porta divisato nel stendardo,
Come nel scudo, in campo azurro un pardo.

In cotal modo, come io vi discerno,
La grande armata in Spagna se disserra;
Il re Agramante ha de tutti il governo:
Non fu tal furia mai sopra la terra.
Come se aprisse il colmo de lo inferno,
Se far volesse al paradiso guerra,
E la sua gente uscisse tutta integra,
Qual con pallida faccia e qual con negra:

Morti e demonii, dico, tutti quanti,
Del fuoco uscendo e d'ogni sepultura,
Sarebbono a questi altri simiglianti,
Per contrafatte membra e faccia oscura.
Il stil diverso e i navigli son tanti,
Che cento miglia e pi la folta dura,
Qual nel litto di Spagna se abandona,
E da Maliga tiene a Taracona.

Il re Agramante lui sotto Tortosa
Discese, ove il fiume Ebro ha foce in mare;
L se adun la gente coposa,
E verso Franza prese a caminare
A gran giornate, senza alcuna posa.
Gi la Guascogna sotto a loro appare,
Callando l'Alpe, e gi scendono al piano,
Sin che fr gionti sopra a Montealbano.

Di sotto a quel castello, alla campagna,
Era battaglia pi cruda che mai,
Per che il re di Franza e il re di Spagna,
Come di sopra gi vi racontai,
Con lor persone e con sua corte magna,
E gente de' suoi regni pure assai,
Sono azuffati, e sopra di quel dosso
Corre per tutto il sangue un palmo grosso.

L se vedea Ranaldo e Feraguto,
L'un pi che l'altro alla battaglia fiero;
E il re Grandonio orribile e membruto
Avea afrontato il marchese Oliviero;
Ad alcun de essi non bisogna aiuto.
E Serpentino e il bon danese Ogiero
Se facean guerra sopra di quel piano;
E il re Marsilio contra a Carlo Mano.

Ma Rodamonte il crudo e Bradamante
Avean tra lor la zuffa pi diversa;
Ch, come io dissi, il bon conte de Anglante
Avea de un colpo la memoria persa,
Quando il percosse il perfido africante,
Che tramortito a dietro lo riversa.
Tutta la cosa vi narrai a ponto,
Per trapasso e pi non la riconto.

Se non che, essendo quella dama altiera
Ora affrontata al saracino ardito,
E durando la zuffa orrenda e fiera,
Il conte Orlando se fu risentito;
E ben sera tornato volentiera
A vendicarse, come aveti odito:
Essendo dal pagan s forte offeso,
Gli avria pan cotto per tal pasto reso.

Ma pur, temendo a farli villania,
Poi che era de altra mischia intravagliato,
Sua Durindana al fodro rimettia,
E, lor mirando, stavasi da lato.
Quel loco ove era la battaglia ria,
Posto  tra duo colletti in un bel prato,
Lontano a l'altra gente per bon spaccio,
S che persona non gli dava impaccio.

Tre ore, o poco pi, stettero a fronte
La dama ardita e quel forte pagano;
E stando quivi a rimirare il conte,
Alciando gli occhi vidde di lontano
Quella gran gente che callava il monte,
E le bandiere poi di mano in mano,
Con tal romor che par che 'l cel ruine,
Tanta  la folta; e non se vede il fine.

Diceva Orlando: - O re del celo eterno,
Dove  questo mal tempo ora nasciuto?
Ch il re Marsilio e tutto suo governo
Di tanta gente non avrebbe aiuto.
Credo io che sono usciti dello inferno,
Bench ser ciascuno il mal venuto
E il mal trovato, sia chi esser si vle,
Se Durindana taglia come suole. -

Cos parlava con molta arroganza;
Verso quel monte ratto se distende.
Sopra del prato integra era una lanza:
Chinosse il conte e quella in terra prende,
Ch cotal cosa avea spesso in usanza.
Non so se lo atto a ponto ben s'intende;
Dico, stando in arcione, essendo armato,
Quella grossa asta su tolse del prato.

Con essa in su la coscia passa avante
Sopra de Brigliador, che sembra occello.
Ma ritornamo a dir del re Agramante,
Che, veggendo nel piano il gran zambello,
Forte allegrosse di cotal sembiante,
E fie' chiamarsi avante un damigello,
Qual fu di Constantina incoronato,
E Pinadoro il re fu nominato.

A lui comanda che vada soletto
Tra quelle gente e, senza altra paura,
L dove il grande assalto era pi stretto
E la battaglia pi crudiele e dura,
Piglia qualche barone al suo dispetto,
Vivo lo porti a lui con bona cura;
O quattro o sei ne prenda ad un sol tratto,
Accioch meglio intenda tutto il fatto.

Re Pinadoro parte cavalcando,
E prestamente scese la gran costa;
Da poi, per la campagna caminando,
Non pone a speronare alcuna sosta,
Ma poco cavalc che trov Orlando,
Come venisse per scontrarlo a posta,
E disfidandol con molta tempesta
Se urtarno adosso con le lancie a resta.

Quivi de intorno non era persona,
Bench fosse la zuffa assai vicina;
L'un verso l'altro a pi poter sperona
A tutta briglia, con molta ruina.
Ciascadun scudo al gran colpo risuona,
Ma cade a terra il re di Constantina;
Sua lancia and volando in pi tronconi,
E lui di netto usc fuor de l'arcioni.

Orlando lo pigli senza contese,
Poi che caduto fu de lo afferante,
Per che lui non fece altre diffese,
N puote farle contra al sir de Anglante;
E seco ragionando il conte intese
Come quel ch' nel monte  il re Agramante,
Che per re Carlo e Francia disertare
Con tanta gente avia passato 'l mare.

De ci fu lieto il franco cavalliero:
Guardando verso il cel col viso baldo
Diceva: "O summo Dio, dove  mestiero,
Pur mandi aiuto e soccorso di saldo!
Ch, se non vien fallito il mio pensiero,
Ser sconfitto Carlo con Ranaldo,
Ed ogni paladin ser abattuto,
Onde io ser richiesto a darli aiuto.

Cos lo amor di quella che amo tanto
Ser per mia prodezza racquistato,
E per la sua beltate oggi mi vanto
Che, se de incontro a me fosse adunato
Con l'arme indosso il mondo tutto quanto,
In questo giorno averl disertato."
Ci ragionava il conte in la sua mente,
E Pinadoro oda de ci nente.

Ma il conte, vlto a lui, disse: - Barone,
Ritorna prestamente al tuo segnore,
Se ti ha mandato per questa cagione
Che tu rapporti a lui tutto il tenore.
Dirai che il re Marsilio e il re Carlone
Fan per battaglia insieme quel furore,
E s'egli ha core ed animo reale,
Venga alla zuffa e mostri ci che vale. -

Re Pinador lo ringraziava assai,
Come colui che molto fo cortese;
E torna adietro e non se arresta mai,
Sin che il destriero avanti il re discese,
Dicendo: - Alto segnore, io me ne andai
Ove volesti, e dicoti palese
Che la battaglia ch' sopra a quel piano,
 tra Marsilio e il franco Carlo Mano.

N so circa a tal fatto il tuo pensiero,
Ma gi non callerai per mio consiglio,
Perch io trovai nel piano un cavalliero
De la cui forza ancor mi meraviglio,
Che il scudo e sopraveste de quartiero
Ha divisato bianco e di vermiglio;
E se ciascun de gli altri ser tale,
Il fatto nostro andr peggio che male. -

E disse sorridendo il re Sobrino,
Che a questo ragionare era presente:
- Quel dal quartiero  Orlando paladino:
Or scemar il superchio a nostra gente;
Ben lo cognosco insin da piccolino.
Cos Macon lo faccia ricredente,
Come di spada e lancia ad ogni prova
Il pi fiero omo al mondo non se trova.

Or saper se io ragionava invano
Dentro a Biserta, allor che io fui schernito,
Perch io lodai da possa Carlo Mano
E lo esercito suo tanto fiorito.
Traggasi avanti Alzirdo e Pulano
E Martasino, il quale  tanto ardito,
Ch Rodamonte, alor cotanto acceso,
Per la mia stima adesso  morto o preso.

Tragansi avanti questi giovanetti,
Che mostravano aver tanta baldanza,
E sono usati a giostra, per diletti,
Andar forbiti e ben portar sua lanza.
Ed acci che altri forse non suspetti
Ch'io dica tal parole per temanza,
Gir vo' con essi, e l'anima vi lasso,
Se alcun di lor mi varca avanti un passo. -

Re Martasino a questo ragionare
De ira e de orgoglio tutto se commosse,
E disse: - Certamente io vo' provare,
Se questo Orlando  un om di carne e de osse,
Poi che Sobrin non lo osa ad affrontare,
Che sin da piccoletto lo cognosse.
Chi vl callar, se calla alla pianura:
Nel monte aresti chi de onor non cura. -

Cos parlava il franco Martasino:
Non avea il mondo un altro pi orgoglioso.
Grossetto fu costui, ma piccolino
De la persona, e destro e ponderoso,
Rosso de faccia e di naso acquilino,
Oltra a misura altiero e furoso;
Onde, cridando e crollando la testa,
Gi de la costa sprona a gran tempesta.

Re Marbalusto il segue e Farurante;
Alzirdo e Mirabaldo viene apresso,
E Bambirago e il re Grifaldo avante.
N il re Sobrin, de cui parlava adesso,
Mostra aver tema del segnor de Anglante,
Ma pi de gli altri tocca il destrier spesso,
E con tanto furore andar se lassa,
Che a Martasino avanti e a gli altri passa.

N valse de Agramante il richiamare,
Ch ciascaduno a pi furia ne viene;
Di esser l gi mille anni a tutti pare,
Come livreri usciti di catene.
Quando Agramante vede ogniomo andare,
Movese anch'esso, e gi non se ritiene,
N pone ordine alcuno alla battaglia,
Ma fa seguire in frotta la canaglia.

Lui pi de gli altri furoso e fiero,
Sopra de Sisifalto avanti passa,
E seco a lato a lato il bon Rugiero,
Ed Atalante, che giamai non lassa.
Contar l'alto romor non fa mestiero;
Ciascun direbbe: "Il mondo se fraccassa."
Trema la terra e il cel tutto risuona,
Cotanta gente al crido se abandona.

Suonando trombe e gran tamburi e corni
La diversa canaglia scende al piano.
Pochi di lor ne avea di ferro adorni,
Chi porta mazze e chi bastoni in mano.
Non se numerariano in cento giorni,
S sterminatamente se ne vano.
Ma tutti eran di lor con l'arme indosso
Avanti van correndo a pi non posso.

In questo tempo il re Marsilone
Gionto era quasi al ponto di morire,
N pi se sosteniva ne lo arcione,
Ma gi da banda se lasciava gire,
Per che adosso ha il franco re Carlone,
Che ad ambe man non resta di ferire,
E, come io dico, lo travaglia forte,
Che quasi l'ha condutto in su la morte.

Ma, alciando gli occhi, vidde il re Agramante,
Qual gi callando al piano era vicino,
Con tante insegne e con bandiere avante,
Che empano intorno per ogni confino.
Quando vidde callar gente cotante,
Fasse la croce il figlio di Pepino;
Per meraviglia  quasi sbigotito,
Veggendo il gran trapel di novo uscito.

Il re Marsilio abandon di saldo,
Per porre altrove l'ordine ed aiuto.
Poco lontano ad esso era Ranaldo,
Che male avea condotto Feraguto.
Bench ancor fosse alla battaglia caldo,
Il brando pur di man gli era caduto;
Or con la mazza ben gran colpi mena,
Ma de la morte se diffende appena.

Ranaldo l'avria morto in veritate,
Come io vi dico, e sempre il soperchiava,
Perch poco estimava sue mazzate,
E de Fusberta a lui spesso toccava.
Tra le percosse orrende e sterminate
Od re Carlo, che a voce chiamava:
S forte lo chiam lo imperatore,
Che pur intese intra tanto romore.

- Figlio, - cridava il re - figlio mio caro,
Oggi d'esser gagliardo ce bisogna;
Se tosto non se prende un bon riparo,
Noi siam condotti alla ultima vergogna.
Se mai fu giorno doloroso e amaro
Per Montealbano e per tutta Guascogna,
Se la Cristianit debbe perire,
Oggi  quel giorno, o mai non de' venire. -

A questo crido de lo imperatore
Il franco fio de Amon fu rivoltato,
A bench combattesse a gran furore
Con Feraguto, come io vi ho contato,
Il qual de la battaglia avia il peggiore;
E poco gli giovava esser fatato:
Tanto l'avea Ranaldo urtato e pisto,
Che un s malconzo pi non fu mai visto.

E s fu per affanno indebilito,
Ed avea l'armi s fiaccate intorno,
Che intrare a nova zuffa non fu ardito,
Ma prese posa insino a l'altro giorno.
Ranaldo al campo lo lasci stordito,
Tornando a Carlo, il cavalliero adorno,
Che ordinava le schiere a fronte a fronte
Verso Agramante, che discende il monte.

De le schiere ordinate la primiera
Dette il re Carlo a lui, come fu gionto,
Dicendo: - Va via ratto alla costiera,
Ove e nemici gi callano a ponto.
Fa che seco te azuffi a ogni maniera
Nel pi del monte, s come io ti conto;
Apizza la battaglia al stretto loco,
Ove  quel re che ha in campo nero il foco.

Ora certanamente me divino
Che il re Agramante avr passato il mare,
Ch quel da tale insegna  re Sobrino:
Ben lo cognosco e so ci che pu fare.
Di certo egli  gagliardo saracino.
Or via, filiolo, e non te indugare! -
Poi la seconda schiera Carlo dona
Al duca de Arli e al duca di Baiona.

Entrambi son del sangue di Mongrana:
Sigieri il primo, e l'altro ha nome Uberto.
Poscia il re Otone e sua gente soprana
L'altra schiera ebbe sopra al campo aperto.
La quarta, ch'era a questa prossimana,
Governa il re di Frisa, Daniberto;
La quinta poi il re Carlo arriccomanda
A Manibruno, il quale era de Irlanda.

El re di Scozia gi mena la sesta;
La settima governa Carlo Mano.
Or se incomincia il crido e la tempesta.
Gionto alla zuffa  il sir de Montealbano,
Sopra Baiardo, con la lancia a resta:
Tristo qualunche iscontra sopra il piano!
Qual mezo morto de lo arcion trabocca,
Qual come rana per le spalle insprocca.

Rotta la lancia, fuor trasse Fusberta:
Ben vi so dir che spaccia quel cammino.
- Or chi  costui che mia gente diserta, -
Diceva, a lui guardando, il re Sobrino
- Ed ha il leon sbarato alla coperta?
Io non cognosco questo paladino.
Nel gran paese dove Carlo regna,
Mai non viddi colui, n questa insegna.

Ma debbe esser Ranaldo veramente,
Di cui nel mondo se ragiona tanto.
Or provar se egli  cos valente,
Come de lui se dice in ogni canto. -
Nel dir sperona il suo destrier corrente
Quel re che di prodezza ha s gran vanto;
La lancia rotta avia prima nel piano,
Ma ver Ranaldo vien col brando in mano.

Ranaldo il vidde e, stimandol assai
Per le belle arme e per la appariscenza,
Fra s diceva: "Odito ho sempre mai
Che il bon vantaggio  di quel che incomenza;
Al mio poter tu non cominciarai,
Ch chi coglie de prima, non va senza."
Cos dicendo sopra de la testa
Ad ambe man lo tocca a gran tempesta.

Ma l'elmo che avea in capo era s fino
Che ponto non fu rotto n diviso,
E nente se mosse il re Sobrino,
Bench non parve a lui colpo da riso.
Ma gi son gionto a l'ultimo confino
Del canto consueto; onde io me aviso
Che alquanto riposar vi fia diletto:
Poi ser il fatto a l'altro canto detto.

Canto trentesimo

Baroni e dame, che ascoltati intorno
Quella prodezza tanto nominata,
Che fa de fama il cavallier adorno
Alla presente etade e alla passata,
Io vengo a ricontarvi in questo giorno
La pi fiera battaglia e sterminata,
E la pi orrenda e pi pericolosa
Che racontasse mai verso n prosa.

Se vi amentati bene, aveti odito
Ove sia questa guerra e tra qual gente,
E come il re Sobrin fosse ferito
Dal pro' Ranaldo in su l'elmo lucente;
Ma tanto era feroce il vecchio ardito,
Che mostrava di ci curar nente;
E vlto contra il sir de Montealbano
Sopra la fronte il colse ad ambe mano.

Ranaldo a lui rispose con ruina,
E tra lor duo se cominci gran zuffa;
Ma l'una schiera e l'altra se avicina,
E tutti se meschiarno alla baruffa.
Bench sia pi la gente saracina,
Ciascun cristian dua tanta ne ribuffa:
Grande  il romor, orribile e feroce
Di trombe, di tamburi e de alte voce.

Di qua di l le lancie e le bandiere
L'una ver l'altra a furia se ne vano,
E quando insieme se incontrr le schiere
Testa per testa a mezo di quel piano,
Mal va per quei che sono alle frontiere,
Perch alcun scontro non ariva in vano;
Qual con la lancia usbergo e scudo passa,
Qual col destriero a terra se fraccassa.

E tuttavia Ranaldo e il re Sobrino
L'un sopra a l'altro gran colpi rimena,
Bench ha disavantaggio il saracino,
E dalla morte se diffende apena.
Ecco gionto alla zuffa Martasino,
Quello orgoglioso che ha cotanta lena;
E Bambirago  seco, e Farurante,
E Marbalusto, il quale era gigante.

Alzirdo e il re Grifaldo viene apresso,
Argosto di Marmonda e Pulano;
Tardoco e Mirabaldo era con esso,
Barolango, Arugalte e Cardorano,
Gualciotto, che ogni male avria commesso,
E Dudrinasso, il perfido pagano.
De quindeci ch'io conto, vi prometto,
Stasera non andr ben cinque a letto.

Se non vien men Fusberta e Durindana,
Non vi andranno, se non vi son portati,
Ma restaranno in su la terra piana,
Morti e destrutti e per pezzi tagliati.
Ora torniamo alla gente africana
E a questi re, che al campo sono entrati
Con tal romore e crido s diverso,
Che par che il celo e il mondo sia sumerso.

La prima schiera, qual men Ranaldo,
Che avea settanta miglia di Guasconi,
Fu consumata da costor di saldo,
E cavallier sconfitti con pedoni.
Cos come le mosche al tempo caldo,
O ne l'antiqua quercia e formigoni,
Tal era a remirar quella canaglia
Senza numero alcuno alla battaglia.

Ma de quei re ciascun somiglia un drago
Adosso a' nostri; ogniom taglia e percote,
E sopra a tutti Martasino  vago
De abatter gente e far le selle vote;
E cos Marbalusto e Bambirago
Al campo di costui seguon le note,
E gli altri tutti ancor senza pietate
Pongono i nostri al taglio de le spate.

Il crido  grande, i pianti e la ruina
Di nostra gente morta con fraccasso,
Crescendo ognior la folta saracina,
Che gi del monte vien correndo al basso.
Re Farurante mai non se raffina;
Grifaldo, Alzirdo, Argosto e Dudrinasso,
Tardoco, Bardarico e Pulano
Senza rispetto tagliano a due mano.

Ranaldo, combattendo tutta fiata
Contra a Sobrino, il quale avea il peggiore,
Veduta ebbe sua gente sbaratata,
Onde ne prese gran disdegno al core,
E lascia la battaglia cominciata,
Battendo e denti de ira e de furore.
Stati per Dio, segnori, attenti un poco,
Ch or da dovere si comincia il gioco.

Battendo e denti se ne va Ranaldo,
Gli omini e l'arme taglia d'ogni banda;
Ove  il zambello pi fervente e caldo
Urta Baiardo e a Dio si racomanda.
Il primo che trov fu Mirabaldo,
In duo cavezzi fuor d'arcione il manda;
Tanto fu il colpo grande oltra misura,
Che per traverso il fesse alla centura.

Questo veggendo Argosto di Marmonda
Divenne in faccia freddo come un gelo,
Mirando quel per forza s profonda
Tagliar quest'altri come fosse un pelo.
Ranaldo ce gli mena alla seconda,
Facendo squarzi andare insino al celo;
Cimieri e sopraveste e gran pennoni
Volan per l'aria a guisa de falconi.

Di teste fesse e di busti tagliati,
Di gambe e braccie  la terra coperta,
E' Saracini in rotta rivoltati
Fuggendo e ansando con la bocca aperta;
N puon cridar, tanto erano affrezzati.
Sempre Ranaldo tocca di Fusberta,
Facendo di costor pezzi da cane:
Tristo colui che l oltra rimane!

S come Argosto, che in dietro rimase,
E Ranaldo il fer con gran possanza,
E sino in su l'arcione il part quase:
Tre dita non se tena della panza.
E quelle genti perfide e malvase
Chi getta l'arco e chi getta la lanza,
E chi lascia la tarca e chi il bastone,
Tutti fuggendo a gran confusone.

Combatte in altra parte Martasino,
Che ha per cimiero un capo de grifone,
E sotto a quello uno elmo tanto fino,
Che non teme di brando offensone.
Costui, veggendo per quel gran polvino
Sua gente persa e la destruzone
Che fa tra loro il sir di Montealbano,
L s'abandona con la spada in mano.

Gionse a Ranaldo dal sinistro lato
E ne l'elmo il fer de un manriverso;
Quasi stordito lo mand nel prato,
Tanto fu il colpo orribile e diverso.
Tardoco ancor di novo era arivato,
E Bardarico gionse di traverso
Con Marbalusto, che  s grande e grosso;
Ciascun tocca Ranaldo a pi non posso.

Lui da cotanti se diffende apena,
S spesso del colpire  la tempesta;
Ciascun de questi quattro  di gran lena,
N l'un per l'altro di ferir se arresta.
Ranaldo irato a Bardarico mena,
E colse de Fusberta ne la testa,
E fesse l'elmo e la barbuta e 'l scudo:
A mezo il petto and quel colpo crudo.

Ma lui gionse ne l'elmo Marbalusto,
Il qual portava in mano un gran bastone,
Che avea ferrato tutto intorno il fusto;
Lui gionse ne la testa il fio de Amone.
Cotanta forza ha quel pagan robusto,
Che quasi lo gett fuor de lo arcione;
Gi tutto da quel canto era piegato,
Ma Tardoco il fer da l'altro lato.

Tardoco, il re de Alzerbe, il tiene in sella,
Ferendo, come io dico, a l'altro canto,
E Martasino adosso gli martella,
Ed il cimier gli ruppe tutto quanto.
E mentre che Ranaldo stava in quella,
Il popol de' Pagan, che era cotanto,
Da Grifaldo guidato e Dudrinasso,
Di novo i nostri posero in fraccasso.

Tanta la gente sopra a' nostri abonda,
Che non vi val diffesa a ogni maniera,
A bench alcun per non se nasconda.
Ma tutta consumata  quella schiera,
Onde al soccorso mosse la seconda,
Che alle baruffe entr ben volentiera;
N soi megliori aveva il re de Francia
Di questi dui, de ardire e di possancia:

Del duca d'Arli, dico, il bon Sigieri,
E 'l bono Uberto, duca di Baiona,
Usi in battaglia e franchi cavallieri;
E l'uno e l'altro avea forte persona.
Via se ne vanno al par de bon guerrieri,
De arme e de cridi il cel tutto risuona.
E par che 'l mondo seco se comova;
Or la battaglia al campo se rinova.

Uberto se incontr col re Grifaldo,
Sigiero e Dudrinasso l'africante;
Uscr d'arcione e duo pagan di saldo,
Voltando verso il celo ambe le piante.
Vicino a questo loco era Ranaldo,
Qual combattendo, come io dissi avante,
Con quei pagan, condutto era a mal porto,
Bench de' quattro Bardarico ha morto.

Pur sempre il re Tardoco e Martasino
E quel gigante il quale  re de Orano
Toccano adosso al nostro paladino,
L'un col bastone e' duo col brando in mano.
Ora Sigieri, essendo l vicino,
Presto cognobbe il sir de Montealbano,
E l per dargli aiuto se abandona:
A tutta briglia il suo destrier sperona.

E mena al re Tardoco in prima gionta,
E tra lor duo se cominci la danza,
Con gran percosse di taglio e di ponta.
Ma pur Sigieri il saracino avanza,
Come Turpino al libro ce raconta;
Al fin gli messe il brando per la panza,
E le rene for sotto al gallone,
Via pi de un palmo pass ancor l'arcione.

N avendo ancora il brando ravuto,
Ch forte ne l'arcione era inclinato,
Per voler dare al re Tardoco aiuto
Aponto Martasino era voltato;
Ma, poi che il vidde a quel caso venuto,
Che il freno aveva e il brando abandonato,
Sopra a Sigieri un colpo orrendo lassa,
E la barbuta e l'elmo gli fraccassa.

Tanta possanza avea quel maledetto,
Che per la fronte gli part la faccia,
E 'l collo aperse e gi divise il petto,
Ch non vi valse usbergo n coraccia.
Or bene ebbe Ranaldo un gran dispetto,
E con Fusberta adosso a lui se caccia:
Dico Ranaldo adosso a Martasino
Lascia un gran colpo in su l'elmo acciarino.

Forte era l'elmo, come aveti odito,
E per quel colpo ponto non se mosse,
Ma rimase il pagano imbalordito,
Ch la barbuta al mento se percosse,
E stette un quarto de ora a quel partito,
Che non sapeva in qual mondo se fosse;
E, mentre che in tal caso fa dimora,
Re Marbalusto col baston lavora.

Ad ambe mano alz la grossa maccia,
E sopra al fio de Amon con furia calla;
Ranaldo a lui rimena, non minaccia,
Con sua Fusberta che giamai non falla.
Meza la barba gli tolse di faccia,
Ch la masella pose in su la spalla,
N elmo o barbuta lo diffese ponto,
Ch 'l viso gli tagli, come io vi conto.

Smarito di quel colpo il saracino
Subitamente se pose a fuggire,
E ritrov nel campo il re Sobrino,
Qual, veggendo costui in tal martre,
- Ove , - cridava - dove  Martasino,
E Bardarico, che ebbe tanto ardire?
Ov' Tardoco, il giovane mal scorto?
So che Ranaldo ogniun di loro ha morto.

Non fu dato credenza al mio parlare;
Da Rodamonte apena me diffese,
Quando a Biserta io presi a racontare
La possanza di Carlo in suo paese.
Se io dissi veritate ora si pare,
Ch faciamo la prova a nostre spese;
Or fuggi tu, dapoi che ti bisogna,
Ch qua voglio io morir senza vergogna. -

Cos dicendo quel crudo vecchiardo
Via va correndo e Marbalusto lassa;
Tagliando e nostri senza alcun riguardo
E sempre dissipando avanti passa.
Da ciascun canto quel pagan gagliardo
Destrieri insieme ed omini fraccassa.
E ne lo andare il forte saracino
Trov Ranaldo a fronte e Martasino.

Perch, dapoi che in s fu rivenuto,
Fu con Ranaldo di novo alle mano,
Ma certamente gli bisogna aiuto,
Ch male il tratta il sir de Montealbano.
Come Sobrino il fatto ebbe veduto,
Cridava, essendo alquanto anco lontano:
- Ove son le prodezze e l'arroganze
Che dimostravi in Africa di zanze?

Ove lo ardir che avesti, e quella fronte
Che dimostravi in quello giorno, quando
Con tal ruina gi callavi il monte
E che stimavi tanto poco Orlando?
Or questo che ti caccia non  il conte,
Che avevi morto e preso al tuo comando;
Questo non  colui che ha Durindana,
E pur ti caccia a guisa de puttana. -

Non guarda Martasino a tal parlare,
E ponto non l'intende e non l'ascolta,
Ch certamente aveva altro che fare,
Tanto Ranaldo lo menava in volta.
Ma il re Sobrin non stette ad aspettare:
Avendo ad ambe man sua spada clta,
Percosse di gran forza il fio d'Amone
Sopra al cimier, che  un capo di leone.

Un capo di leone e il collo e il petto
Portava il pro' Ranaldo per cimiero,
Ma il re Sobrino il tolse via di netto,
Ch tutto il fraccass quel colpo fiero;
Onde prese de ci molto dispetto,
E volta a quel pagano il cavalliero;
Ma, mentre che si volta, Martasino
Percosse lui ne l'elmo de Mambrino.

Come ne l'alpe, alla selva men folta,
Da' cacciatori  l'orso circondato,
Quando l'armata  d'intorno aricolta,
Chi tra' davanti e chi mena da lato;
Lui lascia questo, e a quello altro si volta,
Ch de ciascun vle esser vendicato,
E mentre che a girarse pi se affretta,
Pi tempo perde e mai non fa vendetta:

Cotale era Ranaldo in quel zambello,
Sendo condutto a quei pagani in mezo;
A lui sempre feriva or questo or quello,
Ed esso a tutti attende e fa 'l suo pezo.
Ciascuno de quei re sembrava ocello,
Come scrive Turpino, il quale io lezo;
Tanto eran presti e scorti nel ferire,
Ch'io nol posso mostrar, n in rima dire.

Come io vi dico, senza alcun riguardo
Qual dietro mena e qual tocca davante;
Ma quel bon cavallier sopra a Baiardo
Pur fa gran prove, e non potria dir quante.
Mentre ha tal zuffa il principe gagliardo,
Del monte era disceso il re Agramante,
E di tanta canaglia il piano  pieno,
Che par che al crido il mondo venga meno.

Poco davanti  Rugier paladino,
Daniforte vien dietro e Barigano,
Ed Atalante, quel vecchio indivino,
Mulabuferso, che  re di Fizano,
El re Brunello, il falso piccolino,
Mordante, Dardinello e Sorridano,
E seco Prusone e Manilardo
E Balifronte, il perfido vecchiardo.

Re de Almasilla vien Tanfirone:
Chi potria racordar tutti costoro?
Mancavi il re di Septa, Dorilone,
Che dietro ne vena con Pinadoro.
Provato ha l'uno il figlio di Melone,
E l'altro  coposo di tesoro:
Perch e ricchi ebban seguir tutti quanti,
Mandan gli arditi e' disperati avanti.

Per tal cagione indetro era rimaso
Il re di Constantina e quel di Cetta,
E ben confortan gli altri in questo caso
A gire avanti, ove  la folta stretta.
Ora me aiuta, ninfa di Parnaso,
Suona la tromba e meco versi detta;
S gran baruffa me apparecchio a dire,
Che senza aiuto io non potr seguire.

Re Carlo tutto il fatto avea veduto,
E a' soi rivolto il franco imperatore
Dicea: - Filioli, il giorno oggi  venuto,
Che sempre al mondo ce pu fare onore.
Da Dio dovemo pur sperare aiuto,
Ponendo nostra vita per suo amore,
N perder se pu quivi, al parer mio:
Chi star contra noi, se nosco  Iddio?

N vi spaventi quella gran canaglia,
Bench abbia intorno la pianura piena;
Ch poco foco incende molta paglia,
E piccol vento grande acqua rimena.
Se forosi entramo alla battaglia,
Non sosterranno il primo assalto apena.
Via! Loro adosso a briglie abandonate!
Gi sono in rotta; io il vedo in veritate. -

Nel fin de le parole Carlo Mano
La lancia arresta e sprona il corridore.
Or chi sera quel traditor villano
Che, veggendo alla zuffa il suo segnore,
Non se movesse seco a mano a mano?
Qua se lev l'altissimo romore;
Chi suona trombe e chi corni, e chi crida:
Par che il cel cada e il mondo se divida.

Da l'altra parte ancora e Saracini
Facean tremar de stridi tutto il loco.
Correndo l'un ver l'altro son vicini:
Discresce il campo in mezo a poco a poco,
Fosso non vi  n fiume che confini,
Ma urtarno insieme gli animi di foco,
Spronando per quel piano a gran tempesta;
Ruina non fu mai simile a questa.

Le lancie andarno in pezzi al cel volando,
Cadendo con romore al campo basso,
Scudo per scudo urt, brando per brando,
Piastra per piastra insieme, a gran fraccasso.
Questa mistura a Dio la racomando:
Re, caval, cavallier sono in un fasso,
Cristiani e Saracini, e non discerno
Qual sia del celo, qual sia de l'inferno.

Chi rimase abattuto a quella volta,
Non vi crediati che ritrovi iscampo,
Ch adosso gli pass quella gran folta,
N se sviluppr mai di quello inciampo;
Ma la schiera pagana in fuga  volta,
E gi de' nostri  pi de mezo il campo;
Ferendo e trabuccando a gran ruina,
Via se ne va la gente saracina.

Essendo da due arcate gi fuggiti,
Pur li fece Agramante rivoltare;
Allora e nostri, in volta e sbigotiti,
Incominciarno il campo abandonare,
Fuggendo avanti a quei che avean seguiti:
Come intraviene al tempestoso mare,
Che il maestrale il caccia di riviera,
Poi vien sirocco, e torna dove egli era.

Cos tra Saracini e Cristani
Spesso nel campo se mutava il gioco,
Or fuggendo or cacciando per quei piani,
Cambiando spesso ciascaduno il loco,
Bench e signori e' cavallier soprani
Se traesseno a dietro a poco a poco.
Pur la gente minuta e la gran folta
Com'una foglia ad ogni vento volta.

Tre fiate fu ciascun del campo mosso,
Non potendo l'un l'altro sostenire.
La quarta volta se tornarno adosso,
E destinati son de non fuggire.
Petto con petto insieme fu percosso;
L'aspra battaglia e l'orrendo ferire
Or se incomincia e la crudel baruffa:
Questo con quello e quel con questo ha zuffa.

Re Pulicano e Ottone, il bono anglese,
Se urtarno insieme con la spada in mano;
Rugiero al campo de' Cristian distese,
Ci fu Grifon, cugin del conte Gano.
Ricardo ed Agramante alle contese
Stettero alquanto sopra di quel piano,
Ma al fin lo trasse il saracin de arcione,
Poi rafront Gualtier da Monlone,

E Barigano, el duca de Baiona,
E Gulielmier di Scoccia, Daniforte.
De Carlo Mano la real corona
Feritte in testa Balifronte a morte.
Re Moridano avea franca persona,
N de lui Sinibaldo era men forte,
Sinibaldo de Olanda, il conte ardito:
Costor toccr l'un l'altro a bon partito.

Apresso Daniberto, il re frisone,
Col re de la Norizia, Manilardo;
Brunello il piccolin, che  un gran giottone,
Stava da canto con molto riguardo.
Ma poco apresso il re Tanfirone
S'affront con Sansone, il bon picardo;
E gli altri tutti, senza pi contare,
Chi qua chi l se avean preso che fare.

 la battaglia in s ramescolata,
Come io ve dico, a questo assalto fiero;
De crido in crido al fin fu riportata
Sin l dove era il marchese Oliviero,
Che combattuto ha tutta la giornata
Contra a Grandonio, il saracino altiero,
E fatto ha l'un a l'altro un gran dannaggio,
Bench vi  poco o nulla d'avantaggio.

Ma, s come Olivier per voce intese
L'alta travaglia ove Carlo  condotto,
Forte ne dolse a quel baron cortese:
Lasci Grandonio e l corse di botto.
Cos fu reportato anche al Danese,
Qual combatteva, e non era al desotto,
Anci ben stava a Serpentino al paro;
De la lor zuffa vi  poco divaro.

Ma, come oditte che 'l re Carlo Mano
Entrato era a battaglia s diversa,
Subitamente abandon il pagano,
Io dico Serpentin, l'anima persa,
E via correndo il cavallier soprano
Poggetti e valli e gran macchie atraversa,
Sin che fu gionto sotto a l'alto monte
Ove azuffato  Carlo e Balifronte.

Cos a ciascun che al campo combattia,
Fu l'aspra zuffa subito palese,
Ove il re Carlo e la sua baronia
Contra Agramante stava alle contese.
L'un pi che l'altro a gran fretta vena
A spron battuti e redine distese,
E s ve se adunarno a poco a poco,
Che ormai non  battaglia in altro loco.

Per che 'l re Marsilio e Balugante,
Grandonio di Volterna e Serpentino
E l'altre gente sue, ch'eran cotante,
Mirando per quel monte il gran polvino,
Ben se stimarno che gli era Agramante,
Ed ormai gionger dovea per confino,
Onde tornarno adietro a dargli aiuto;
Ma gi con lor non viene Feraguto.

Per che era fiaccato in tal maniera
Dal pro' Ranaldo, come io vi contai,
Che, stando a rinfrescarsi alla riviera,
Pi per quel giorno non torn giamai.
Vago fu molto il loco dove egli era,
De fiori adorno e de occelletti gai,
Che empan di zoia il boschetto cantando,
E l in nascosto stava ancora Orlando;

Perch, poi che esso lasci Pinadoro
(Non so se ricordate il convenente),
Venne in quel bosco e scese Brigliadoro,
E l pregava Iddio devotamente
Che le sante bandiere a zigli d'oro
Siano abattute e Carlo e la sua gente;
E pregando cos come io ve ho detto,
Lo trov Feraguto in quel boschetto.

N l'un de l'altro gi prese sospetto
Come se frno insieme ravisati;
Ma qual fosse tra lor l'ultimo effetto,
Da poi vi narrar, se me ascoltati.
Or l'aspro assalto che di sopra ho detto,
Quale ha tanti baron ramescolati,
Si rinov s crudo e s feroce,
Che io temo che al contar manchi la voce.

Onde io riprender di posa alquanto,
Poi tornar con rime pi forbite,
Seguendo la battaglia de che io canto,
Ove l'alte prodezze fiano odite
Di quel Rugier che ha di fortezza il vanto.
Baron cortesi, ad ascoltar venite,
Perch al principio mio io me dispose
Cantarvi cose nove e dilettose.

Canto trentesimoprimo

Il sol girando in su quel celo adorno
Passa volando e nostra vita lassa,
La qual non sembra pur durar un giorno
A cui senza diletto la trapassa;
Ond'io pur chieggio a voi che sete intorno,
Che ciascun ponga ogni sua noia in cassa,
Ed ogni affanno ed ogni pensier grave
Dentro ve chiuda, e poi perda la chiave.

Ed io, quivi a voi tuttavia cantando,
Perso ho ogni noia ed ogni mal pensiero,
E la istoria passata seguitando,
Narrar vi voglio il fatto tutto intiero,
Ove io lasciai nel bosco il conte Orlando
Con Feraguto, quel saracin fiero,
Qual, come gionse in su l'acqua corrente,
Orlando il ricognobbe amantinente.

Era in quel bosco una acqua di fontana;
Sopra alla ripa il conte era smontato,
Ed avea cinta al fianco Durindana,
E de ogni arnese tutto quanto armato.
Or cos stando in su quella fiumana,
Gionse anche Ferag molto affannato,
Di sete ardendo e d'uno estremo caldo
Per la battaglia che avea con Ranaldo.

Come fu gionto, senza altro pensare
Discese de lo arcione incontinente;
Trasse a s l'elmo e, volendo pigliare
De l'onda fresca al bel fiume lucente,
O per la fretta o per poco pensare
L'elmo gli cadde in quella acqua corrente,
Ed and al fondo sin sotto l'arena:
Di questo Feraguto ebbe gran pena.

L'elmo nel fondo basso era caduto,
N sa quel saracin ci che si fare,
Se non in vano adimandare aiuto
E al suo Macone starsi a lamentare.
In questo Orlando l'ebbe cognosciuto
Al scudo e a l'arme che suolea portare;
Ed appressato a lui in su la riviera,
Lo salut parlando in tal maniera:

- Chi te puote aiutare, ora te aiute,
Ed usi verso te tanta pietate,
Che non te mandi a l'anime perdute,
Essendo cavallier di tal bontate.
Cos te dricci alla eterna salute
Cognoscimento de la veritate;
Nel ciel gioia te doni e in terra onore,
Come tu sei de' cavallieri il fiore. -

Alciando Feraguto il guardo altiero
A quel parlar cortese che ho contato,
Incontinente scorto ebbe il quartiero,
E ben se tenne alora aventurato,
Poi che la cima de ogni cavalliero
Aveva in quel boschetto ritrovato,
Parendo a lui de averlo a sua bala
O de pigliarlo o farli cortesia.

E fatto lieto, dove era dolente
Per quel bello elmo che  caduto al fondo,
- Non vo' - disse - dolermi per nente
Pi mai di caso che mi venga al mondo;
Perch, dove io stimai de esser perdente,
Pi contento mi trovo e pi iocondo
Che esser potesse mai de alcuno acquisto,
Dapoi che 'l fior d'ogni barone ho visto.

Ma dimmi, se gli  licito a sapere:
Perch nel campo, ove  battaglia tanta,
Non te ritrovi a mostrar tuo potere,
Dove Ranaldo sol de onor si vanta?
Sopra di me ben l'ha fatto vedere,
Che son fatato dal capo alla pianta
Per tutti e membri, fora che un sol loco;
Ma ci giovato me  nente, o poco.

N credo che abbia il mondo altro barone
Qual superchi Ranaldo di valore,
Bench per tutto sia la opinone
La qual ti tien di lui superore;
Ma se veder potessi il parangone
E provar qual di voi fosse il minore
Di fortezza, destrezza e de ardimento,
E poi morissi, io moriria contento.

E certo che io te volsi disfidare
Come io te viddi ed ebboti compreso,
Ch ogn'altra cosa fabula mi pare,
Poich dal fio de Amon me son diffeso. -
Odendo Orlando questo ragionare,
De ira e de sdegno fu nel core acceso,
Onde rispose: - E' si pu dir con vero
Ch'el fio de Amone  prodo cavalliero.

Ma quel parlare e lunga cortesia
Qual tanto loda alcun fuor di misura,
Ne offende l'onor de altri in villania.
Se tu tenessi in capo l'armatura,
In poco d'ora si dimostraria
Quel parangon de che hai cotanta cura;
Se il valor di Ranaldo ti  palese,
Me provaresti, e forse alle tue spese.

Poscia che stracco sei di gran travaglia,
Non ti farebbe adesso adispiacere,
Ch tornar voglio in campo alla battaglia,
E, mal per qual che sia, far vedere
Se la mia spada al par d'una altra taglia. -
Cos parlando il conte, al mio parere,
Con molta fretta ed animo adirato
Sopra al destrier sal de un salto armato.

Rimase Feraguto alla foresta,
Che era affannato, come io ve contai,
Ed era disarmato de la testa,
E pen poi ad aver l'elmo assai.
Ma il conte Orlando menando tempesta
Via va correndo, e non se posa mai
Sin che fu gionto a ponto in quelle bande
Ove  la zuffa e la battaglia grande.

Come io ve dissi nel passato giorno,
Re Carlo ed Agramante alla frontiera
Avea ciascuno e suoi baroni intorno:
Battaglia non fu mai pi orrenda e fiera.
Non vi  chi voglia di vergogna scorno,
Ma ciascun vl morir pi volentiera
E che sia il spirto e l'animo finito,
Che abandonar del campo preso un dito.

Le lancie rotte e' scudi fraccassati,
Le insegne polverose e le bandiere,
E' destrier morti e' corpi riversati
Facean quel campo orribile a vedere;
E' combattenti insieme amescolati,
Senza governo on ordine de schiere,
Facean romore e crido s profondo,
Come cadesse con ruina il mondo.

Lo imperator per tutto con gran cura
Governa, combattendo arditamente,
Ma non vi giova regula o misura:
Suo comandar stimato  per nente;
E bench egli abbia un cor senza paura,
Pur mirando Agramante e sua gran gente,
De retirarse stava in gran pensiero,
Quando cognobbe Orlando al bel quartiero.

Correndo vena il conte di traverso,
Superbo in vista, in atto minacciante.
Levosse il crido orribile e diverso,
Come fu visto quel segnor de Anglante;
E se alcun forse avea l'animo perso,
Mirando il paladin se trasse avante;
E 'l re Carlon, che 'l vidde di lontano,
Lodava Idio levando al cel le mano.

Or chi contar ben l'assalto fiero?
Chi potr mai quei colpi dessignare?
Da Dio l'aiuto mi far mestiero,
Volendo il fatto aponto racontare;
Perch ne l'aria mai fu trono altiero,
N groppo di tempesta in mezo al mare,
N impeto d'acque, n furia di foco,
Qual l'assalir de Orlando in questo loco.

Grandonio di Volterna, il fier gigante,
Gionto era alora alla battaglia scura;
Con un baston di ferro aspro e pesante
Copria de morti tutta la pianura.
Questo trovosse al conte Orlando avante,
E ben gli bisognava altra ventura,
Ch tal scontro di lancia ebbe il fellone,
Che mezo morto usc fuor de l'arcione.

Quel cadde tramortito alla foresta;
Il conte sopra lui non stette a bada,
Ma trasse il brando e mena tal tempesta
Come a ruina lo universo cada,
Fiaccando a cui le braccia, a cui la testa.
Non si trova riparo a quella spada,
N vi ha diffesa usbergo, piastra, o maglia,
Ch omini e l'arme a gran fraccasso taglia.

Cavalli e cavallieri a terra vano
Ovunque ariva il conte furoso.
Ecco tra gli altri ha visto Cardorano,
Quel re di Mulga, che  tutto peloso.
Il paladin il gionse ad ambe mano,
E parte il mento e 'l collo e 'l petto gioso;
Lui cade de l'arcion morto di botto,
Il conte il lascia e segue il re Gualciotto:

Il re Gualciotto di Bellamarina,
Qual ben fuggia da lui pi che di passo;
E 'l conte fra la gente saracina
Segue lui solo e mena gran fraccasso,
Ch porlo in terra al tutto se destina;
Ma avanti se gli oppose Dudrinasso,
A bench dir non sappia in veritate
Se sua sciagura fosse o voluntate.

Costui ch'io dico,  re de Libicana.
Un volto non fu mai cotanto fiero,
Larga la bocca avea pi de una spana;
Grosso e membruto e come un corbo nero.
Orlando lo assal con Durindana
Ed ispiccolli il capo tutto intiero;
Via vol l'elmo, e dentro avia la testa:
Gi per quel colpo il conte non s'arresta,

Perch adocchiato avea Tanfirone,
Re de Almasilla, orrenda creatura,
Che esce otto palmi e pi sopra a l'arcione,
Ed ha la barba insino alla cintura.
A questo gionse il figlio de Melone,
E ben gli fece peggio che paura,
Perch ambedue le guanze a mezo 'l naso
Part a traverso il viso a quel malvaso.

N a s gran colpi in questo assalto fiero
Giamai se allenta il valoroso conte.
Pi non se trova re n cavalliero
Qual pur ardisca di guardarlo in fronte,
Quando vi gionse il giovane Rugiero,
E vidde fatto di sua gente un monte:
Un monte rasembrava pi n meno,
Tutto di sangue e corpi morti pieno.

Cognobbe Orlando a l'insegna del dosso,
A bench a poco se ne discernia,
Ch il quarto bianco quasi  tutto rosso,
Pel sangue de' Pagan che morti avia.
Verso del conte il giovane fu mosso:
Ben vi so dir che ormai de vigoria,
De ardire e forza e di valore acceso,
Una sol dramma non vi manca a peso.

E se incontrarno insieme a gran ruina:
Tempesta non fu mai cotanto istrana
Quando duo venti in mezo la marina
Se incontran da libezio a tramontana.
De le due spade ogniuna era pi fina:
Sapeti ben qual era Durindana,
E qual tagliare avesse Balisarda,
Che fatasone e l'arme non riguarda.

Per far perire il conte questo brando
Fu nel giardin de Orgagna fabricato:
Come Brunello il ladro il tolse a Orlando,
E come Rugier l'ebbe,  gi contato,
Pi non bisogna andarlo ramentando;
Ma seguendo l'assalto incominciato,
Dico che un s crudele e s perverso
Non fu veduto mai ne l'universo.

Come loro arme sian tela di ragna,
Tagliano squarci e fanno andare al prato.
Di piastre era coperta la campagna,
Ciascadun de essi  quasi disarmato,
E l'un da l'altro poco vi guadagna:
Sol di colpi crudeli han bon mercato;
E tanto nel ferir ciascun s'affretta,
Che l'una botta l'altra non aspetta.

Sopra de Orlando il giovane reale
Ad ambe mano un gran colpo distese,
E spezz l'elmo dal cerchio al guanzale,
Ch fatason n piastra lo diffese.
Vero che al conte non tocca altro male,
Come a Dio piacque; ch il colpo discese
Tra la farsata aponto e le mascelle,
S che lo rase e non tocc la pelle.

Orlando fer lui con tanta possa,
Che spezz il scudo a gran destruzone,
N lo ritenne nerbo o piastra grossa,
Ma tutto lo part sino a lo arcione;
E fuor discese il colpo ne la cossa,
Tagliando arnese ed ogni guarnisone:
La carne non tagli, ma poco manca,
Ch il celo aiuta ogni persona franca.

Fermate eran le gente tutte quante
A veder questi duo s ben ferire;
Ed in quel tempo vi gionse Atalante,
Qual cercava Rugiero, il suo disire;
E come visto l'ebbe a s davante
Per quel gran colpo a risco de morire,
Subito prese tanto disconforto,
Che quasi dal destrier cadde gi morto.

Incontinente il falso incantatore
Form per sua mala arte un grande inganno
E molta gente finse, con romore,
Che fanno a Cristan soperchio danno.
Nel mezo sembra Carlo imperatore
Chiamando: - Aiuto! aiuto! - con affanno:
Ed Olivier legato alla catena,
Un gran gigante trasinando il mena.

Ranaldo a morte l parea ferito,
Passato de un troncone a mezo il petto,
E cridava: - Cugino, a tal partito
Me lasci trasinar con tal dispetto? -
Rimase Orlando tutto sbigotito,
Mirando tanto oltraggio al suo cospetto,
Poi tutto il viso tinse come un foco
Per la grande ira, e non trovava loco.

A gran roina volta Brigliadoro,
E Rugiero abandona e la battaglia,
N prende al speronare alcun ristoro.
Avanti ad esso fugge la canaglia,
Menando li pregioni in mezo a loro,
Che gli ha de intorno fatto una serraglia;
E proprio sembra che li porti il vento,
Tanta  la forza de lo incantamento!

Rugier, poich partito  il paladino,
Rimase assai turbato ne la mente;
Prese una lancia e, rivolto Frontino,
Con molta furia d tra nostra gente,
E sopra al campo ritrov Turpino.
N vespro o messa a lui valse nente,
N paternostri on altre orazone,
Ch a gambe aperte usc fuor de l'arcione.

Rugier lo lascia e a gli altri se abandona,
Come dal monte corre il fiume al basso;
Colse nel petto al duca di Baiona,
E tutto lo pass con gran fraccasso.
Re Salamon, che in capo ha la corona,
And col suo destrier tutto in un fasso;
D a Belenzero, Avorio, Ottone e Avino:
Tra lor non fu vantaggio de un lupino;

Ch tutti quattro insieme nel sabbione
Se ritrovarno a dar de' calci al vento.
Rugier tutti gli abatte, el fier garzone,
E sempre cresce in forza ed ardimento;
Poi riscontr Gualtier da Monlone,
E fuor di sella il caccia con tormento.
Non fu veduto mai cotanta lena:
Quanti ne trova, al par tutti li mena.

Gi gli altri saracin, che prima ascosi
Per la tema de Orlando eran fuggiti,
Or pi che mai ritornano animosi,
E sopra al campo se mostrano arditi.
Rugier fa colpi s meravigliosi,
Che quasi sono e nostri sbigotiti,
N posson contrastare a tanta possa;
La gente a le sue spalle ognior se ingrossa.

Per che 'l re Agramante e Martasino
Dopo Rugiero entrarno al gran zambello,
Mordante e Barigano e 'l re Sobrino,
Atalante il mal vecchio e Dardinello,
Mulabuferso, il franco saracino;
E dietro a tutti stava il re Brunello,
Bench conforta ogniom che avanti vada,
Per governar qualcosa che gli cada.

Rugier davanti fa s larga straza
Che non bisogna a lor troppa possancia,
N fuor del fodro ancor la spada caza,
Per che resta integra la sua lancia.
Ben vi so dir che Carlo oggi tramaza,
E fia sconfitta la corte di Francia.
Ma non posso al presente tanto peso:
Nel terzo libro lo porr disteso.

Prima vi vo' contar quel che avenisse
Del conte Orlando, il quale avea seguito
Quel falso incanto, s come io vi disse,
Ove sembrava Carlo a mal partito.
Parea che avanti a lui ciascun fuggisse
Tremando di paura e sbigotito,
Sin che fr gionti al mare in su l'arena,
Poco lontani alla selva de Ardena.

Di verde lauro quivi era un boschetto
Cinto d'intorno de acqua di fontana,
Ove disparve il popol maledetto:
Tutto and in fumo, come cosa vana.
Ben se stupitte il conte, vi prometto,
Per quella meraviglia tanto istrana,
E sete avendo per la gran calura,
Entr nel bosco in sua mala ventura.

Come fu dentro, scese Brigliadoro
Per bere al fonte che davanti appare;
Poi che legato l'ebbe ad uno alloro,
Chinosse in su la ripa a l'onde chiare.
Dentro a quell'acqua vidde un bel lavoro,
Che tutto intento lo trasse a mirare:
L dentro de cristallo era una stanza
Piena di dame: e chi suona, e chi danza.

Le vaghe dame danzavano intorno,
Cantando insieme con voce amorose,
Nel bel palagio de cristallo adorno,
Scolpito ad oro e pietre prezose.
Gi se chinava a l'occidente il giorno,
Alor che Orlando al tutto se dispose
Vedere il fin di tanta meraviglia,
N pi vi pensa e pi non se consiglia;

Ma dentro a l'acqua s come era armato
Gettossi e presto gionse insino al fondo,
E l trovosse in piede, ad un bel prato:
Il pi fiorito mai non vidde il mondo.
Verso il palagio il conte fu invato,
Ed era gi nel cor tanto giocondo,
Che per letizia s'amentava poco
Perch fosse qua gionto e di qual loco.

A lui davante  una porta patente,
Qual d'oro  fabricata e di zafiro,
Ove entr il conte con faccia ridente,
Danzando a lui le dame atorno in giro.
Mentre che io canto, non posa la mente,
Ch gionto sono al fine, e non vi miro;
A questo libro  gi la lena tolta:
Il terzo ascoltareti un'altra volta.

Alor con rime elette e miglior versi
Far battaglie e amor tutto di foco;
Non seran sempre e tempi s diversi
Che mi tragan la mente di suo loco;
Ma nel presente e canti miei son persi,
E porvi ogni pensier mi giova poco:
Sentendo Italia de lamenti piena,
Non che or canti, ma sospiro apena.

A voi, legiadri amanti e damigelle,
Che dentro ai cor gentili aveti amore,
Son scritte queste istorie tanto belle
Di cortesia fiorite e di valore;
Ci non ascoltan queste anime felle,
Che fan guerra per sdegno e per furore.
Adio, amanti e dame pellegrine:
A vostro onor di questo libro  il fine.

Libro terzo

Canto primo

Come pi dolce a' naviganti pare,
Poi che fortuna li ha battuti intorno,
Veder l'onda tranquilla e queto il mare,
L'aria serena e il cel di stelle adorno;
E come il peregrin nel caminare
Se allegra al vago piano al novo giorno,
Essendo fuori uscito alla sicura
De l'aspro monte per la notte oscura;

Cos, dapoi che la infernal tempesta
De la guerra spietata  dipartita,
Poi che tornato  il mondo in zoia e in festa
E questa corte pi che mai fiorita,
Far con pi diletto manifesta
La bella istoria che ho gran tempo ordita:
Venite ad ascoltare in cortesia,
Segnori e dame e bella baronia.

Le gran battaglie e il tromfale onore
Vi contar di Carlo, re di Franza,
E le prodezze fatte per amore
Dal conte Orlando, e sua strema possanza;
Come Rugier, che fu nel mondo un fiore,
Fosse tradito; e Gano di Maganza,
Pien de ogni fellonia, pien de ogni fele,
Lo uccise a torto, il perfido crudele.

E seguirovi, s come io suoliva,
Strane aventure e battaglie amorose,
Quando virtute al bon tempo fioriva
Tra cavallieri e dame grazose,
Facendo prove in boschi ed ogni riva,
Come Turpino al suo libro ce espose.
Ci vo' seguire, e sol chiedo di graccia
Che con diletto lo ascoltar vi piaccia.

Nel tempo che il re Carlo de Pipino
Mantenne in Franza stato alto e giocondo,
Usc di Tramontana un Saracino,
Che pose quasi lo universo al fondo;
N dove il sol se leva a matutino,
N dove calla, n per tutto il mondo,
Fo mai trovato in terra un cavalliero
Di lui pi franco e pi gagliardo e fiero.

Mandricardo appellato era il Pagano,
Qual tanta forza e tale ardire avia,
Che mai non vest l'arme il pi soprano,
Ed era imperator di Tartaria;
Ma fo tanto superbo ed inumano
Che sopra alcun non volse segnoria,
Che non fosse in battaglia esperto e forte:
A tutti gli altri facea dar la morte.

Onde fo il regno tutto disertato,
Abandon ciascuno il suo paese.
Ora trovosse un vecchio disperato,
Qual, non sapendo fare altre diffese,
Passando avanti al re preso e legato
Con alti cridi a terra se distese,
Facendo s diverso lamentare
Che ogni om trasse intorno ad ascoltare.

- Mentre ch'io parlo, - disse il vecchio - aspetta,
E poi farai di me quel che ti pare.
L'anima del tuo patre maledetta
Non pu il mal fiume allo inferno passare,
Perch scordata se  la sua vendetta.
Sopra alla ripa stassi a lamentare:
Stassi piangendo e tien la testa bassa,
Ch ogni altro morto sopra li trapassa.

Il tuo patre Agrican, non so se 'l sai,
O nol saper te infingi per paura,
Dal conte Orlando occiso fo con guai:
A te del vendicar tocca la cura.
Tu fai morir chi non te offese mai,
E meni per orgoglio tanta altura;
Non  stimato, datelo ad intendere,
Chi offende quel che non si pu deffendere.

Va, trova lui, che ti potr respondere,
E mostra contra a Orlando il tuo furore.
La tua vergogna non si pu nascondere:
Troppo  palese ogni atto de segnore.
Codardo e vile, or non ti di confondere
Pensando alla onta grande e il disonore
Qual ti fu fatto? E sei tanto da poco
Che hai faccia de apparire in alcun loco? -

Cos cridava il vecchio ad alta voce,
Come io vi conto, e pi volea seguire;
Se non che Mandricardo, il re feroce,
A lo ascoltar non puote sofferire.
Una ira s rovente il cor li coce,
Che se convenne subito partire,
E ne la zambra se serr soletto,
Di sdegno ardendo tutto e de dispetto.

Dopo molto pensar prese partito
Suo stato e tutto il regno abandonare.
Per non esser da altrui mostrato a dito
Giur nella sua corte mai tornare,
Ma reputar se stesso per bandito
Sin che il suo patre possa vendicare;
N a s ritenne tal pensiero in petto,
Ma palesollo e poselo ad effetto.

Avendo a tutto il regno proveduto
Di bon governo de ottima persona,
Nel tempio de' suoi dei ne fo venuto,
E sopra al foco offerse la corona;
Poi se part la notte scognosciuto,
Ed a fortuna tutto se abandona:
Senza arme, a piede, come peregrino
Verso ponente prese il suo camino.

Arme non tolse e non mena destriero,
Per non voler che al mondo fosse detto
Che alcuno aiuto a lui facea mestiero
Per vendicar sua onta e suo dispetto.
E lui prosume molto de legiero
De acquistarse arme e un bon destrier eletto,
S che ponga ad effetto el suo disegno
Sol sua prodezza, e non forza di regno.

Cos, soletto sempre caminando,
Pass gli Armeni ed altra regone,
E da un colletto un giorno remirando
Presso a una fonte vidde un paviglione.
L gi se calla, nel suo cor pensando,
Se vi trova arme dentro n ronzone,
Per forza o bona voglia a ogni partito
Non se levar de l se non fornito.

Poich fu gionto in su la terra piana,
Ne la cortina entr senza paura.
Non vi  persona prossima o lontana,
Che abbia del pavaglion guarda n cura;
Solo una voce usc de la fontana,
Qual gorgogliava per quella acqua pura,
Dicendo: - Cavallier, per troppo ardire
Fatto i pregione, e non te poi partire. -

O che lui non odette, o non intese,
Alle parole non pose pensiero,
Ma per il pavaglione a cercar prese,
Se ivi trovasse n arme n destriero.
L'arme a un tapete tutte eran distese,
Ci che bisogna aponto a un cavalliero;
E l fuori ad un pino in su quel sito
Legato era un ronzon tutto guarnito.

Quello ardito baron senza pensare
L'arme se pose adosso tutte quante.
Preso  il destriero e, via volendo andare,
Subito un foco a lui sorse davante.
Nel pino prima si ebbe a divampare,
E, quello acceso sin sotto le piante,
Per ogni lato il foco se trabocca,
Ma sol la fonte e il pavaglion non tocca.

Gli arbori e l'erbe e pietre di quel loco
Tutte avamparno a gran confusone;
La fiamma cresce intorno a poco a poco,
Tanto che dentro chiuse quel barone.
A lui se aventa lo incantato foco
Ne l'elmo, el scudo, ed ogni guarnisone,
E lo usbergo de acciaro e piastre e maglia
Gli ardeano a cerco, come arida paglia.

El cavallier per cosa tanto istrana
Lo usato orgoglio ponto non abassa;
Smonta de arcion quella anima soprana,
Per mezo il foco via correndo passa.
Come fu gionto sopra alla fontana,
Dentro vi salta e al fondo andar si lassa;
N pi potea campare ad altra guisa:
Arso era tutto insino alla camisa.

Ch, come io dissi, e piastre e maglia e scudo
Gli ardeano atorno come foco di esca;
Arse la giuppa, e lui rimase ignudo
S come nacque, in mezo a l'onda fresca;
E mentre che a diletto il baron drudo
Per la bella acqua se solaccia e pesca,
Parendo ad esso uscito esser de impaccio,
Ad una dama se ritrova in braccio.

Era la fonte tutta lavorata
Di marmo verde, rosso, azurro e giallo
E l'acqua tanto chiara e riposata,
Che traspareva a guisa de cristallo;
Onde la dama che entro era spogliata,
Cos mostrava aperto senza fallo
Le poppe e il petto e ogni minimo pelo,
Come de intorno avesse un sotil velo.

Questa ricolse in braccio quel barone,
Basandoli la bocca alcuna fiata,
E disse ad esso: - Voi seti pregione,
Come molti altri, al Fonte de la Fata;
Ma, se sereti prodo campone,
Cotanta gente fia per voi campata,
Tanti altri cavallieri e damigelle,
Che vostra fama passar le stelle.

Perch intendiati il fatto a passo a passo,
Fece una fata ad arte la fontana,
Che tanti cavallieri ha posti al basso,
Che nol potria contar la gente umana.
Quivi pregione  il forte re Gradasso,
Quale  segnor di tutta Sericana;
Di l da la India grande  il suo paese:
Tanto  potente, e pur non se diffese!

Seco pregione  il nobile Aquilante
E lo ardito Grifon, che  suo germano,
Ed altri cavallieri e dame tante,
Che a numerarli me affatico invano.
Oltre a quel poggio che vedeti avante,
Edificato  un bel castello al piano,
Ove rinchiuse dentro ha quella fata
L'arme di Ettorre, e mancavi la spata.

Ettor di Troia, il tanto nominato,
Fu la eccellenzia di cavalleria,
N mai si trovar n fu trovato
Chi il pareggiasse in arme o in cortesia.
Ne la sua terra essendo assedato
Da re settanta ed altra baronia,
Dece anni a gran battaglie e pi contese:
Per sua prodezza sol se la difese.

Mentre ch'egli ebbe il grande assedio intorno,
Se pu donar tra gli altri unico vanto
Che trenta ne sconfisse in un sol giorno,
Che de battaglia avea mandato il guanto;
Poi d'ogni altra virt fu tanto adorno,
Che il par non ebbe il mondo tutto quanto,
N il pi bel cavallier, n il pi gentile;
A tradimento poi lo occise Achile.

Come fu morto, and tutta a roina
Troia la grande e consumosse in foco.
Or dir vi vo' di sua armatura fina
Come se trovi adesso in questo loco.
Prima la spata prese una regina
Pantasilea nomata; e in tempo poco,
Essendo occisa in guerra, perse il brando;
Poi l'ebbe Almonte; adesso il tiene Orlando.

Tal spata Durindana  nominata
(Non so se mai la odesti racordare),
Che sopra a tutti e brandi vien lodata.
Or de l'altre arme vi voglio contare.
Poi che fu Troia tutta dissipata,
Gente da quella se part per mare
Sotto un lor duca nominato Enea;
Lui tutte l'arme eccetto il brando avea.

De Ettorre era parente prossimano
El duca Enea, che avea quella armatura;
E questa fata, per un caso istrano,
Trasse tal duca de disaventura,
Che era condotto a un re malvaggio in mano,
Che 'l tenea chiuso in una sepoltura:
Stimando trar da lui tesoro assai,
Lo tenea chiuso e preso in tanti guai.

La fata con incanto lo disciolse,
Per arte il trasse fuor del monumento,
E per suo premio le belle arme volse,
E il duca de donarle fu contento.
Lei poscia a questo loco se racolse
E fece l'opra de lo incantamento
Onde io vi menar, quando vi piacia,
E provar se in core aveti audacia.

Ma quando non ve piaccia de venire
E vinto vi trovati da viltate,
Contro a mia voglia me vi convien dire
Quel che ser di voi la veritate:
In questa fonte vi convien perire,
Come perita vi  gran quantitate;
De quai memoria non ser in eterno,
Ch il corpo  al fondo e l'anima a lo inferno. -

A Mandricardo tal ventura pare
Vera e non vera, s come si sogna;
Pur rispose alla dama: - Io voglio andare
Ove ti piace e dove mi bisogna;
Ma cos ignudo non so che mi fare,
Ch me ritiene alquanto la vergogna. -
Disse la dama: - Non aver pavento,
Ch a questo  fatto bon provedimento. -

E soi capegli a s sciolse di testa,
Ch ne avea molti la dama ioconda,
Ed abracciato il cavallier con festa
Tutto il coperse de la treccia bionda;
Cos, nascosi entrambi di tal vesta,
Uscr di quella fonte la bella onda,
N ferno al dipartir lunga tenzone,
Ma insieme a braccio entrarno al pavaglione.

Non lo avea tocco, come io disse, il foco,
Pieno  di fiori e rose damaschine.
Loro a diletto se posarno un poco
Entro un bel letto adorno de cortine.
Gi non so dir se fecero altro gioco,
Ch testimonio non ne vide el fine;
Ma pur scrive Turpin verace e giusto
Che il pavaglion crollava intorno al fusto.

Poi che fr stati un pezo a cotal guisa
Tra fresche rose e fior che mena aprile,
La damigella prese una camisa
Ben perfumata, candida e sotile;
Poi de una giuppa a pi color divisa
Di sua man vest il cavallier gentile;
Calcie gli di vermiglie e speron d'oro,
Poi lo arm a maglia de sotil lavoro.

Dopo lo arnese lo usbergo brunito
Gli pose in dosso, e cinse il brando al fianco,
E uno elmo a ricche zoie ben guarnito
Li porse e cotta d'arme e scudo bianco;
Indi condusse un gran destriero ardito,
E Mandricardo non parve gi stanco,
N che lo impacci l'arme o guarnisone:
D'un salto armato entr sopra allo arcione.

La damigella prese un palafreno
Che ad un verde genevre era legato,
E caminando un miglio o poco meno
Passarno il colle e gionsero al bel prato,
Dicendo a lui la dama: - Intendi appieno,
Ch tutto il fatto ancor non te ho contato:
Acci che intenda ben quel che hai a fare,
Col re Gradasso converrai giostrare.

Adesso del castello  campone
E diffensore il re tanto membruto;
Cotale impresa prima ebbe Grifone,
Qual da lui poco avanti fu abattuto.
Se quel te vince, restarai pregione
Sin che altro cavallier ti doni aiuto;
Ma se lui getti sopra alla pianura,
Te provarai a l'ultima ventura.

Provar convienti al gloroso acquisto
Di prender l'arme che frno di Ettre;
Pi forte incanto il mondo non ha visto,
E sino a qui ciascun combattitore
Ce  reuscito a tale impresa tristo,
N par che gionga alcuno a tanto onore;
E tu la proverai, poich i venuto:
Fortuna o tua virt ti dar aiuto. -

Cos parlando gionsero al castello.
Mai non se vidde il pi ricco lavoro:
Le mura ha de alabastro, e il capitello
De ogni torre  coperto a piastre d'oro.
Verdeggiava davanti un praticello
Chiuso de mirto e de rami de aloro
Piegati insieme a guisa di steccato,
E stavi dentro un cavalliero armato.

- El re Gradasso  quel che avanti appare -
Disse la dama - dentro a quel ridotto.
Ora con me non averai a fare,
Che sempre teco mi trovai di sotto. -
E Mandricardo, odendo tal parlare,
La vista a l'elmo se chiuse di botto;
Spronando a tutta briglia e gran tempesta,
A mezo il corso l'asta pose a resta.

Da l'altra parte il forte re Gradasso
Contra di lui se mosse con gran fretta.
Alcun de' duo corsier non mostra lasso,
Anci sembravan folgore e saetta,
E se incontrarno insieme a tal fraccasso,
Che par che nello inferno il cel si metta
E la terra profondi e la marina:
Odita non fu mai tanta ruina.

Ni quel ni questo se mosse de arcione,
E s fiaccarno l'una e l'altra lanza,
Che sino a l'aria andava ogni troncone:
Un palmo integro d'esse non avanza.
Or veder se conviene il parangone
De' cavallieri e l'ultima possanza,
Perch, voltati con le spade in mano,
Se razuffarno insieme in su quel piano.

Comincir la battaglia orrenda e scura:
Gi non mostrava un scherzo il crudo gioco,
Ch pure a riguardarlo era paura,
Perch a ogni colpo se avampava el foco.
A pezzi si ne andava ogni armatura,
Gi ne era pieno il prato in ogni loco;
E lor pur drieto, e non guardano a quella:
Ciascuno a pi furor tocca e martella.

Duo guerrier son costor di bona raccia,
E ben lo dimostravan ne lo aspetto:
Cinque ore e pi dur tra lor la traccia;
Pervennero alla fine in questo effetto,
Che Mandricardo il re Gradasso abraccia
Per trarlo de lo arcione al suo dispetto,
E il re Gradasso a lui se era afferrato,
S che ne andarno insieme in su quel prato.

Non so se fu fortuna o fusse caso,
Quando caderno entrambi de lo arcione
Di sopra Mandricardo era rimaso,
E convenne a Gradasso esser pregione.
Gi se ne andava il sol verso l'occaso
Allor che se fin la questone,
E la donzella di cui vi ho parlato,
Con piacevol sembiante entr nel prato;

Ed a Gradasso disse: - O cavalliero,
Vetar non psse quel che vl fortuna;
Lasciar questa battaglia  di mestiero,
Perch la notte vene e il cel se imbruna.
Ma a te che hai vinto, tocca altro pensiero;
E dir ti so che mai sotto la luna
Fo s strana ventura in terra o in mare,
Come al presente converrai provare.

Come di novo il giorno sia apparito,
Vedrai l'arme di Ettorre e chi le guarda;
Ora che il sole all'occidente  gito,
Entrar non pi, ch l'ora  troppo tarda.
In questo tempo pigliaren partito
Che tua persona nobile e gagliarda
Qua sopra a l'erba prenda alcun riposo,
Sin che il sol se alci al giorno luminoso.

Dentro alla rocca non potresti entrare
(Di notte mai non se apre quella porta);
Tra fiori e rose qua pi riposare,
Ed io vegliando a te far la scorta.
Ben, se ti piace, te posso menare
Ove una dama grazosa e accorta
Onora ciascaduno a un suo palagio,
Ma temo che ivi avresti onta e dannagio.

Perch un ladron, che Dio lo maledica!
Quale  gigante e nome ha Malapresa,
Alla donzella, come sua nemica,
Fa gran danno ed oltraggio ed ogni offesa;
Onde non pigliarai questa fatica,
Ch converresti seco aver contesa,
N a te bisogna pi briga cercare,
Perch domane avrai troppo che fare. -

Rispose Mandricardo: - In fede mia,
Tutto  perduto il tempo che ne avanza,
Se in amor non si spende o in cortesia,
O nel mostrare in arme sua possanza;
Onde io ti prego per cavalleria
Che me conduci dentro a quella stanza
Qual m'hai contata; e farem male, o bene,
Se Malapresa ad oltraggiar ce viene. -

Per compiacere adunque al cavalliero
La damigella se pose a camino.
Lei era a palafreno, esso a destriero,
S che in poca ora gionsero al giardino
Ove  posto il palagio del verziero,
Qual lustreggiava tutto quel confino;
Cotanti lumi accesi avea de intorno,
Che si cerniva come fusse il giorno.

Sopra alla porta del palagio altano
Era un verone adorno a meraviglia,
Ove si stava giorno e notte un nano,
Che di far guarda molto se assotiglia.
Come suonato ha il corno, a mano a mano
Corre de intorno tutta la famiglia;
E se egli  Malapresa, il rio ladrone,
Saette e sassi tran da ogni balcone.

Se egli  barone, o cavalliero errante,
Dece donzelle, ad onorare avezze,
Apron la porta e con lieto sembiante
Al cavallier fan festa e gran carezze;
E notte e giorno il servon tutte quante,
Con s bon viso e tal piacevolezze
E con tanto piacere e tanta zoglia,
Che indi a partirse mai non li vien voglia.

Dunque a tal modo tra le dame accolto
Fu Mandricardo con faccia serena.
La dama del verzier con lieto volto
A braccio seco festeggiando il mena;
N passeggiarno per la loggia molto,
Che con diletto se assettarno a cena,
Serviti alla real di banda in banda
De ogni maniera de ottima vivanda.

A lor davanti cantava una dama,
E con la lira a s facea tenore,
Narrando e gesti antichi e di gran fama,
Strane aventure e bei moti d'amore;
E mentre che de odire avean pi brama,
Odirno per la corte un gran romore.
- Ahim! ahim! - dicean - che cosa  questa,
Che 'l nano suona il corno a tal tempesta? -

Cos dicean le dame tutte quante,
E ciascuna nel viso parea morta.
Gi Mandricardo non mut sembiante,
Ch era venuto a posta per tal scorta.
Perch intendiati il tutto, quel gigante
De cui vi dissi, avea rotta la porta,
E del romore e gran confusone
Che ora vi conto, lui ne era cagione.

Entr cridando quel dismisurato:
Parean tremar le mura alla sua voce;
De una spoglia di serpe ha il busto armato,
Che spata o lancia ponto non vi nce.
Portava in mano un gran baston ferrato
Con la catena il malandrin feroce;
In capo avea di ferro un bacinetto,
Nera la barba e grande a mezo il petto.

Quando egli entrava ne la loggia aponto,
Tratto avea Mandricardo il brando apena;
N stette a calcular la posta o il conto,
Ma nel primo arivare assalta e mena,
Ed ebbe nella cima il baston gionto,
E via tagli di netto la catena.
Ricopra il colpo e tira un manroverso,
E tagli tutto il scudo per traverso.

Per questo colpo il gigante adirato
Men del suo baston, che a due man prese;
E il cavallier de un salto and da lato,
E ben de gioco a quella posta rese;
A ponto gionse dove avea segnato,
Sotto al ginocchio, al fondo de lo arnese,
E spezz quello e le calcie di maglia,
S che le gambe ad un colpo gli taglia.

Quel cade a terra. A voi lascio pensare
Se le donzelle ne menavon festa.
Pi Mandricardo nol volse toccare,
Onde un sergente li part la testa.
Fuor del palagio il fecer trasinare,
E longi il sepellirno alla foresta;
Le gambe gettr seco in quella fossa:
Di lui pi mai non si parl da possa.

Come se stato mai non fosse al mondo,
Di lui pi non si fa ragionamento.
Le dame cominciarno un ballo in tondo,
Suonando a fiato, a corde ogni instromento,
Con voci vive e canto s iocondo,
Che ciascun qual ne avesse intendimento,
Essendo poco a quel giardin diviso,
Giurato avria l dentro il paradiso.

Cos durando il festeggiar tra loro,
Bona parte di notte era passata,
E stando incerco come a consistoro,
Venne di dame una nova brigata:
Chi ha frutti, chi confetti e coppe d'oro,
E ciascuna fu presto ingenocchiata,
E la dama cortese e il cavalliero
Se renfrescarno senza altro pensiero.

De bianche torze vi  molto splendore,
E girno a riposar senza sospetti.
Parate eran le zambre a grande onore
De fina seta e bianchissimi letti;
Rame de aranci intorno a molto odore,
E per quei rami stavano ocelletti,
Che a' lumi accesi se levarno a volo.
Ma qua non stette il cavallier lui solo,

Perch una dama il rimase a servire
De ci che chieder seppe, pi ni meno.
La notte ivi ebbe assai che fare e dire,
Ma pi ne avr nel bel giorno sereno,
Come tornando potereti odire
Lo orrendo canto e di spavento pieno,
Che il maggior fatto mai non fo sentito.
Addio, segnori: il canto  qui finito.

Canto secondo

Il sol, de raggi d'oro incoronato,
Trasse il bel viso fuor de la marina,
E il cel depinto di color rosato
Gi nascondea la stella matutina;
Sentiasi entro il palagio in ogni lato
Cantar la rondinella peregrina,
E li augelletti nel giardino intorno
Facean bei versi a lo apparir del giorno;

Quando dal sonno Mandricardo sciolto
Usc di zambra e nel prato discese;
Ad una fonte renfrescosse il volto,
E prestamente se vest lo arnese.
Combiato avendo da le dame tolto,
L dove era venuto, il camin prese,
E quella dama che l'avea guidato,
Non l'abandona e sempre gli  da lato.

Ragionando con seco tuttavia
De arme e de amore e cose dilettose,
Lo ricondusse in quella prataria
Ove eran l'opre s maravigliose.
Lo alto edificio avanti se vedia,
Candido tutto a pietre luminose,
Con torre e merli, a guisa di castello:
Mai vide al mondo un altro tanto bello.

Un quarto avea de miglio ad ogni fronte,
Ed era quadro aponto di misura;
Dritto a levante avea la porta e il ponte,
Ove se puote entrar senza paura:
Ma come ariva cavalliero o conte
Sopra alla soglia dell'entrata, giura
Con perfetta leanza e dritta fede
Toccar quel scudo che davante vede.

Posto  il bel scudo in mezo a la gran piaza,
A ricontarvi el come non dimoro;
Avea la corte intorno ad ogni faza
Logie dipinte con sotil lavoro;
Gran gente era ritratta ad una caza,
E un gentil damigello era tra loro:
Pi bel di lui tra tutti non si vede,
Ed avea scritto al capo: 'Ganimede.'

Tutta la istoria sua vi era ritratta
Di ponto in ponto, che nulla vi manca:
Come, cacciando alla selva disfatta,
Lo port sino al cel l'acquila bianca,
Qual poi sempre fo insegna di sua schiatta,
Sino al giorno che Ettr, l'anima franca,
Occiso fu nel campo a tradimento;
Cangi Priamo e l'arme e il vestimento.

L'acquila prima avea bianche le piume,
Ch candida dal celo era mandata;
Ma poi che Troia fie' de pianti un fiume,
Ne la crudele e misera giornata
Quando fu morto Ettorre, il suo gran lume,
La lieta insegna allor fu tramutata:
Per somigliarse a sua scura fortuna,
L'acquila bianca travestirno a bruna.

Bench el scudo d'Ettr, che io vi ho contato,
Quale era posto in mezo alla gran corte,
Non era in parte alcuna tramutato;
Ma tal quale il portava il baron forte,
Ad un pilastro d'oro era chiavato,
Ed avea scritto sopra in lettre scorte:
' Se un altro Ettr non sei, non mi toccare:
Chi me port, non ebbe al mondo pare.'

Di quel color che mostra il cel sereno
Avea il scudo, ch'io dico, appariscenzia.
La dama dismont del palafreno
E fece in su la terra riverenzia,
E Mandricardo fece pi n meno;
Poi pass dentro senza resistenzia.
Essendo gionto in mezo a quel bel loco,
Trasse la spada e tocc el scudo un poco.

Come fu tocco il scudo con la spada,
Trem de intorno tutto il territoro,
Con tal romor che par che il mondo cada;
Indi se aperse il campo del tesoro.
Questo era un campo folto de una biada
Che avea tutte le paglie e spiche de oro:
Quel campo se mostr senza dimora
Per una porta che se aperse alora.

Ma l'altra da levante, ove era entrato
Il cavallier, se chiuse tutta quanta.
La dama disse a lui: - Baron pregiato,
Uscir de quindi alcun mai non se vanta,
Se la biada che vedi in ogni lato,
Prima non tagli, e se la verde pianta
Qual vedi in mezo a quel campo felice,
Prima non schianti in fin dalla radice. -

E Mandricardo senza altro pensare
Entr nel campo con la spada in mano,
E, cominciando la biada a tagliare,
Lo incanto apparve ben palese e piano;
Ch ogni granetto se ebbe a tramutare
In diverso animale orrendo e strano,
Or leonza, or pantera, ora alicorno:
Al baron tutti se aventarno intorno.

Come cadeva il grano in su la terra,
In diverso animal se tramutava;
Per tutto intorno Mandricardo serra,
E sua prodezza poco gli giovava,
Ch non se vidde mai s strana guerra.
La folta sempre pi multiplicava
De lupi, de leoni e porci ed orsi:
Qual con graffi lo assalta, e qual con morsi.

Durando aspra e crudel quella contesa
Quasi era posto il cavalliero al basso,
E restava perdente de la impresa,
Tanto era de le fiere il gran fracasso;
N potendo pi quasi aver diffesa,
Chinosse a terra e prese in mano un sasso.
Quel sasso era fatato; e non sapea
Gi Mandricardo la virt che avea.

Questa pietra ch'io dico, avea segnali
Verdi, vermigli, bianchi, azuri e de oro,
E, come tratta fu tra gli animali,
Tra quelli apport zuffa e gran martoro;
Perch e tauri selvatici e' cingiali
E l'altre bestie comincir tra loro
S gran battaglia e morsi aspri e diversi,
Che in poco d'ora fr tutti dispersi.

Le bestie fr disperse in poco de ora,
Ch l'una occise l'altra incontinente;
E Mandricardo non fece dimora,
Ch a ci che far conviene, avia la mente.
L'altra aventura vi restava ancora,
Dico la pianta lunga ed eminente,
Che ha mille rami, e ogni ramo  fiorito;
A quella presto il cavalliero  gito.

Di tutta forza al tronco s'abbracciava,
E pone a radicarla ogni vigore,
Ma dibattendo forte la crollava,
Onde a ogni foglia si spiccava il fiore,
E gi cadendo per l'aria volava.
Odeti se mai fu cosa maggiore:
Cadendo foglie e fiori a gran fusone,
Qual corbo diveniva, e qual falcone.

Astori, aquile e guffi e barbagianni
Con seco cominciarno a far battaglia;
A bench non potean stracciarli e panni,
Ch armato  il cavalliero a piastre e maglia,
Pur eran tanti, che davano affanni
D'intorno a gli occhi e s fatta travaglia,
Che non potea fornire il suo lavoro
De trare il tronco alle radice d'oro.

Ma come quel che avea molto ardimento,
Non teme impaccio e la forza radoppia,
S che in fin la divelse a grave istento,
E nel stirparla parbe tuon che scoppia.
Con orribil romore uscitte un vento,
E tutti quelli ocelli a l'aria soffia:
Il vento uscitte, come Turpin dice,
Dal buco proprio ove era la radice.

For di quel buco il gran vento rimbomba
Gettando con romor le pietre in sue
Come fossero uscite de una fromba;
E riguardando il cavallier l giue,
Vide una serpe uscir di quella tomba;
Indi li parbe non una, ma due,
Poi pi de sei e pi de otto le crede,
Cotante code invilupate vede.

Or, perch sia la cosa manifesta,
Era la serpe di quel buco uscita,
Quale avea solo un busto ed una testa,
Ma dietro in dece code era partita;
E Mandricardo ponto non se arresta,
Ch volea sua ventura aver finita;
Col brando in mano alla serpe se accosta,
E il primo colpo a mezo il collo aposta.

Ben gionse il tratto dove era apostato,
Dietro alla testa, a ponto nella coppa;
Ma quel serpente aveva il coio fatato.
S come un scoglio al legno che se intoppa,
Adosso al cavallier se fu lanciato;
E con due code alle gambe lo agroppa,
Con altre il busto e con altre le braccia,
S che legato a forza in terra il caccia.

Lungo ha il drago il mostaccio e il dente bianco,
E l'occhio par un foco che riluca;
Con quello azaffa il cavalliero al fianco,
La piastra come pasta se manduca.
Lui se rivolge assai, ben che sia stanco,
E rivolgendo cade in quella buca
Ove uscia quel gran vento oltre misura:
Non  da dimandar s'egli ha paura.

Ma sua ventura nel cader fu questa,
Ch in altro modo da la morte  preso:
Cadendo nel profondo con tempesta,
Fiacc il capo al serpente col suo peso,
S che schiantar gli fie' gli occhi di testa,
Onde se sciolse e tutto s' disteso;
Dibattendo le code tutte quante,
Rimase a terra morto in uno istante.

Morto il serpente, or guarda il cavalliero
La scura grotta de sopra e de intorno
(Lucea un carbonchio a guisa de doppiero,
Qual rendea lume come il sole al giorno):
La tomba era de un sasso tutto intiero,
Ma quello era coperto e tanto adorno
De ambra e corallo e de argento brunito,
Che non si vede di quel sasso un dito.

Avea nel mezo un palco edificato,
De uno avorio bianchissimo e perfetto,
E sopra un drapo azuro ad r stellato,
Posto come dossiero o capoletto.
Parea l sopra un cavalliero armato,
Che se posasse senza altro sospetto:
Parea, dico, e non vi era; ogniom ben note:
Sol vi eran l'arme, e dentro eran poi vote.

Queste arme fr de la franca persona
Che viene al mondo tanto racordata,
De Ettor, dico io, che ben fu la corona
De ogni virtute al mondo apregata.
Sua guarnison, di cui mo se ragiona,
Priva  del scuto e priva de la spata.
Ove stia il scuto, poco su se spiana;
La spata ha Orlando, e quella  Durindana.

Forbite eran le piastre e luminose,
Che apena soffre l'occhio di vederle,
Frissate ad oro e pietre prezose,
Con rubini e smiraldi e grosse perle.
Mandricardo ha le voglie disose,
Mille anni a lui pare de indosso averle;
Guarda ogni arnese e lo usbergo d'intorno,
Ma sopra a tutto l'elmo tanto adorno.

Questo avea de oro alla cima un leone,
Con un breve d'argento entro una zampa;
Di sotto a quel pur d'oro era il torchione,
Con vinti sei fermagli de una stampa;
Ma dritto nella fronte avea il carbone,
Qual reluceva a guisa de una lampa.
E facea lume, com' sua natura,
Per ogni canto de la grotta oscura.

Mentre che il cavallier stava a mirare
L'arme, che eran mirande senza fallo,
Sent dietro alle spalle risuonare
Ne lo aprir de una porta di metallo.
Voltosse, e vidde a s pi dame intrare,
Che a copia ne venian menando un ballo,
Vestite a nova gala e strane zacare,
Suonando dietro a lor zuffoli e gnacare.

Lor, scambiettando ad ogni lato, sguinceno,
Con salti dritti se innalciano a l'aria;
Cos danzando, una canzon comincieno
Di nota arguta, consonante e varia;
E con le voci, ch'e stormenti vinceno,
Fan rintonar la tomba solitaria;
Poi ne la fin, tacendo tutte quante,
Se ingienocchiarno al cavalliero avante.

Quindi se fu levata una di quelle,
E Mandricardo comincia a lodare,
Ponendo sua virt sopra alle stelle
Per questa impresa tanto singulare.
Come ella tacque, e due altre donzelle
Apresero il barone a disarmare,
E disarmato sotto alla sua scorta
Fuor de la tomba il misero alla porta.

Adosso poi gli posero un bel manto
De fina seta, ricamato a ziffere,
E perfumrlo apresso tutto quanto
De odor suavi e con acque odorifere;
E con festa ioconda e dolce canto,
Suonando tamburini e trombe e piffere,
Per una scala di marmoro ad aggio
Con lui se ritornarno entro al palaggio:

Nel bel palaggio, quale io ve contai,
Che avea il scudo di Ettorre alla gran piaza.
Quivi eran cavallieri e dame assai,
Chi canta e danza, e chi ride e sollaza:
Pi regal corte non se vidde mai;
Ma, come apparve Mandricardo in faza,
Gli andarno contra, e a sumissimo onore
Lo riceverno a guisa de segnore.

Nel mezo a ricco seggio era la fata,
Che a s davante Mandricardo chiede,
E disse: - Cavallier, questa giornata
Tal tesoro hai, che il simil non si vede.
Or se conviene agiongervi la spata,
E ci mi giurarai su la tua fede:
Che Durindana, lo incantato brando,
Torai per forza de arme al conte Orlando.

E sin che tale impresa non sia vinta,
Giamai non posar la tua persona,
Nulla altra spada portarai pi cinta,
N adornarai tua testa di corona;
L'aquila bianca a quel scudo dipinta,
Nulla alta enchiesta mai non la abandona,
Ch quella arma gentile e quella insegna
Sopra ad ogni altra de tromfi  degna. -

Re Mandricardo allor con riverenzia,
S come piace a quella fata, giura;
E l'altre dame ne la sua presenzia
Tutte il guarnirno a ponto de armatura.
Come fu armato, allor prese licenzia,
Avendo tratta a fin l'alta aventura,
Per la qual pi baron de summo ardire
Eron l presi, e non potean partire.

Ora uscirno le gente tutte quante,
Che gran cavalleria vi era pregione:
Isolieri il spagnolo e Sacripante,
Il re Gradasso e il giovane Grifone,
E sieco uscitte il fratello Acquilante.
Gente di pregio e di condizone
Vi erano assai, e nomi de alta gloria,
Che non accade a dire in questa istoria.

Per che il re Gradasso e Mandricardo
Insieme se partirno in compagnia,
N a ricontarvi molto ser tardo
Ci che intravenne a loro in questa via.
Ben vi so dir che un par tanto gagliardo
Non fu in quel tempo in tutta Pagania;
Per faran gran cose e peregrine,
Prima che in Francia sian condotti a fine.

Ma Grifone e Aquilante altro camino
Presero insieme, perch eran germani,
E sapendo il lenguaggio saracino
Securi andarno un tempo tra' Pagani.
Or, cavalcando un giorno a matutino,
Due dame ritrovarno con duo nani;
L'una di quelle a bruno era vestita,
L'altra di bianco, candida e polita.

E similmente e nani e' palafreni
Di neve e di carbone avean colore;
Ma le donzelle avean gli occhi sereni,
Da trar col guardo altrui di petto il core,
Accoglimenti di carezze pieni,
Parlar suave e bei gesti d'amore;
Ed  tra queste tanta somiglianza,
Che l'una l'altra de nente avanza.

E cavallier le dame salutaro
Chinando il capo con atto cortese:
Ma quelle l'una a l'altra se guardaro,
E la vestita a nero a parlar prese,
Dicendo alla compagna: - Altro riparo
Far non si pu, ni fare altre diffese
Contra di quel che il cel destina e il mondo,
Come infinito  il suo girare a tondo.

Ma pur se puote il tempo prolungare
E far col senno forza a la fortuna:
Chi fece il mondo, lo potr mutare,
E porre il sole in loco de la luna. -
- Prendiam dunque partito, se ti pare, -
Disse la bianca alla donzella bruna
- De ritener costor, poi che la sorte
Or gli conduce in Francia a prender morte. -

Queste parole insieme ragionando
Avean le dame, e non erono intese
Da quei duo cavallieri, insino a quando
La bianca verso de essi a parlar prese,
Dicendo loro: - Io me vi racomando:
Se la ragion per voi mai se diffese,
Se amate onore e la cavalleria,
Esser vi piaccia alla diffesa mia. -

Ciascun de' duo baron quasi ad un tratto
Proferse a quelle aiuto a suo potere.
Disse la bruna: - Ora intenditi il fatto,
Poi che inteso abbiam noi vostro volere.
Fermar vogliamo a fede questo patto,
Che una battaglia avrete a mantenere,
Insin che un cavallier sia al tutto morto
Il qual ce offende e villaneggia a torto.

Quel disleale  nominato Orilo,
E non  in tutto il mondo il pi fellone;
Tiene una torre in su il fiume del Nilo,
Ove una bestia a guisa de dragone,
Che l viene appellata il cocodrilo,
Pasce di sangue umano e di persone.
Per strano incanto  fatto il maledetto,
Che de una fata nacque e de un folletto.

Com'io vi dico, nacque per incanto
Quella persona di merc ribella,
Che questo regno ha strutto tutto quanto,
Perch ogni cavalliero o damigella,
Qual quivi gionga o passi in ogni canto,
Fa divorare a quella bestia fella.
Cercato abbiamo de un barone assai,
Che tragga il regno e noi de tanti guai.

Ma sino a qui rimedio non si trova
N alcun riparo a tal destruzone,
Ch quel da morte a vita se rinova
Per alta forza d'incantazone.
Ora de voi se veder la prova,
Ch ciascun mostra d'essere campone
Per trare a fine ogn'impresa eminente,
Se a vostra vista lo animo non mente. -

A quei duo cavallier gran voglia preme
De provar questa cosa tanto istrana;
E, caminando con le dame insieme,
Girno alla torre, e poco era lontana.
Gi se ode il maledetto che l freme
Come fa il mar quando esce tramontana;
Fremendo batte Orilo in forma e denti,
Che sembra un mar turbato a suon de venti.

Avea ne l'elmo per cimero un guffo
Cornuto, a penne e con gli occhi di foco,
E lui soffiava con orribil buffo;
Ma quei duo cavallieri il stimon poco,
Perch altre volte han visto il lupo in zuffo,
E stati sono a danza in altro loco,
N stimono il periglio una vil paglia;
Onde il sfidarno presto alla battaglia.

Ma quel superbo non fece risposta,
Mosse con furia e la sua mazza afferra;
N pi fece Aquilante indugia o sosta,
Ma la sua lancia lascia andare a terra,
E poi col brando in mano a lui se accosta;
E tra lor cominciarno una aspra guerra,
Dando e togliendo e di sotto e di sopra,
E quel la maccia e questo il brando adopra.

Di quel ferir Grifone ha poca cura,
Ch era guarnito a piastre fatte ad arte,
Ma lui taglia al pagano ogni armatura,
Come squarciasse tegole di carte.
Gionselo un tratto a mezo la cintura,
E in duo cavezzi aponto lo diparte;
Cos and mezo a terra quel fellone,
Dal busto in gi rimase ne lo arcione.

Quel che  caduto, gi non vi  chi lo alci,
Ma brancolando stava ne l'arena;
E il suo destrier traea terribil calci,
Facea gran salti e giocava di schiena,
Onde convien che il resto al prato balci.
Ma non fu gionto in su la terra apena,
Che un pezo e l'altro insieme se sugella,
E tutto integro salta ne la sella.

Se a quei baron parea la cosa nova,
Quale  incontrata, a dir non  bisogno,
Ch, avengach Turpino a ci me mova,
Io stesso a racontarla mi vergogno.
Disse Aquilante: - Io vo' veder la prova,
Se io faccio dadovero o pur insogno. -
Cos dicendo adosso a quel si caccia,
E Orilo adosso a lui con la sua maccia.

E l'uno e l'altro a bon gioco lavora,
Bench disavantagio ha quel pagano,
Ch il gagliardo Aquilante in poco de ora
L'arme gli ha rotte e poste tutte al piano;
Essendo destinato pur che ei mora,
Abandona un gran colpo ad ambe mano
Sopra le spalle, alla cima del petto,
E il collo e il capo via tagli di netto.

Ora ascoltati che stupendo caso:
La persona incantata e maledetta,
Colui, dico, che in sella era rimaso,
Par che la mazza a lato se rimetta,
E prende la sua testa per il naso,
E nel suo loco quella se rassetta;
Indi sua mazza ha presto in man ritolta,
E torna alla battaglia un'altra volta.

La bianca dama cominciava a ridere,
E disse ad Aquilante: - Bello amico,
Lascia costui, ch non lo puoi conquidere,
E credi a me che vero  quel ch'io dico:
Se in mille parte l'avesti a dividere,
E pi minuto il tagli che il panco,
Non lo potrai veder del spirto privo:
Spezato tutto, sempre sar vivo. -

Disse Aquilante: - E' non fia mai sentito
Questo nel mondo o tal vergogna intesa,
Che ogni mio assalto non abbi finito,
Se ben me consumassi in fiama accesa;
E bench a questo non veda partito,
Sino alla morte seguir la impresa.
Fia de mia vita poi quel che a Dio piace,
Ma con costui non vo' tregua ni pace. -

Cos dicendo e turbato nel volto
Volt ad Orril, ed hallo in terra a porre;
Ma quel ribaldo  gi del campo tolto,
E rifuggito dentro da la torre.
Lo orrendo cocodrilo avea disciolto:
Fuor della porta quella bestia corre,
E dietro Orilo in sul cavallo armato:
Ben par che il campo tremi in ogni lato.

Come vide Grifon quello animale,
Qual vien correndo a quel fellone avante,
Mossesi ratto, come avesse l'ale,
Per dare aiuto al germano Aquilante.
Altra battaglia non fu mai cotale
Di tanto affanno e di fatiche tante
Quanto se puote in zuffa sostenire;
Ma ci riserbo in l'altro canto a dire.

Canto terzo

Tra bianche rose e tra vermiglie, e fiori
Diversamente in terra coloriti,
Tra fresche erbette e tra soavi odori
De gli arboscelli a verde rivestiti,
Cantando componea gli antichi onori
De' cavallier s prodi e tanto arditi,
Che ogni tremenda cosa in tutto il mondo
Fu da lor vinta a forza e posta al fondo;

Quando mi venne a mente che il diletto
Che l'om se prende solo,  mal compiuto.
Per, baroni e dame, a tal cospetto
Per dilettarvi alquanto io son venuto;
E con gran zoia ad ascoltar vi aspetto
L'aspra battaglia de Grifone arguto
E de Aquilante, il tanto apregato,
La qual lasciai nel canto che  passato.

Contai del cocodrilo in che maniera
Da la torre de Orrilo a furia n'esce.
A meraviglia grande  questa fiera,
Che molto vive e sempre in vita cresce;
Ora sta in terra ed or nella riviera,
Le bestie al campo, a l'acqua prende il pesce;
Fatto  come lacerta, over ramaro,
Ma di grandezza gi non sono al paro;

Ch questo  lungo trenta braccia, o piue,
Il dosso ha giallo e maculoso e vario;
La mascella di sopra egli apre in sue,
Ed ogni altro animal fa pel contrario.
Tutta una vacca se ingiottisce, o due,
Ch ha il ventre assai maggior de un grande armario,
E denti ha spessi e lunghi de una spana:
Mai fu nel mondo bestia tanto istrana.

Ora Grifon, che lo vidde venire,
Come detto  di sopra, a tal tempesta,
Mosse con gran possanza e molto ardire
Verso di quello e la sua lancia arresta.
Pi bello incontro non se potria dire:
Tra gli occhi il colse, a mezo de la testa.
Grossa era l'asta, e il ferro era pongente,
Ma l'uno e l'altro vi giov nente.

Fiaccosse l'asta come una cannuza
E poco fece il ferro alla percossa,
Ch a quella bestia non pass la buza,
Tanto era aspra e callosa e dura e grossa.
Ora apizata  ben la scaramuza,
E la fiera orgogliosa, ad ira mossa,
Aperse la gran bocca; e senza fallo
Integro se il sorbiva esso e 'l cavallo.

Se non che a tempo vi gionse Aquilante,
Che avea gi Orilo in due parte tagliato,
E veggendo il germano a s davante
A tal periglio e quasi devorato,
Mena un gran colpo del brando trinciante
Sopra al mostaccio, che era rilevato.
Fatato  il brando, ed esso avea gran forza,
Ma a quella bestia non tacc la scorza.

Il cocodrilo ad Aquilante volta,
Ma tanto spaventato  il suo destriero
Che gi non lo aspett per quella volta,
N di aspettarlo gli facea mestiero,
Ch in bocca non gli avria dato una volta,
Ma travalciato in un boccone intiero:
L'omo, il cavallo, l'arme e' paramenti
Gi serian giti e non toccati e denti.

Ma, come io dico, il destriero  smarito,
Fugge correndo e ponto non galoppa;
Quello orrendo animal l'avea seguito,
E quasi il tocca spesso ne la groppa.
Essendogli vicino a men de un dito,
Altro che fare ad Aquilante intoppa,
Ch Orrilo  suscitato e non soggiorna,
Ma con la mazza alla battaglia torna.

Ora Grifone a terra era smontato,
E salta al cocodrilo in su le rene,
E s pel dosso  via correndo andato,
Che per la coppa al capo se ne viene.
Saltava il cocodrilo infurato,
Ma Grifone attaccato a lui se tiene,
Ch ad ambe man l'ha preso per il naso:
Mai non fu visto il pi stupendo caso.

Da l'altra parte Orrilo ed Aquilante
Ripresa insieme avean cruda battaglia,
Quale era pur come l'altre davante.
Non giovano al pagan piastre n maglia,
Ch in pezzi vanno a terra tutte quante.
Ecco il gionge alla spalla e quella taglia,
Credendo darli a quella volta il spaccio;
La spalla via tagli con tutto il braccio.

Va il braccio dritto a terra col bastone:
Non sta queto Aquilante, il sire arguto,
Ch ben sapea di sua condizone;
Veggendol morto, non l'avria creduto.
Da l'altro lato mena un roversone,
E monca il manco braccio e tutto 'l scuto;
Poi salta dell'arcione in molta fretta,
Prende le braccia e quelle al fiume getta.

Nel fiume le scagli da mezo miglio:
Grande in quel loco  il Nilo, e sembra un mare.
Disse Aquilante: - Or va, ch'io non te piglio,
E fami el peggio ormai che mi pi fare.
La mosca mal te cacciarai dal ciglio,
E potrai peggio e gambari mondare,
Malvaggio truffator, che con tuo incanto
M'hai retenuto in tal travaglia tanto. -

Voltosse Orilo e parve una saetta,
Tanto correndo va veloce e chiuso,
E da la ripa nel fiume se getta:
Col capo innanti se ne and l giuso.
Corse Aquilante a Grifon che lo aspetta,
Che il cocodrilo avea preso nel muso;
Non bisognava che indugiasse un anno,
Ch l stava il germano in grande affanno.

Come io vi dissi su poco davante,
Grifon quello animale al naso ha preso,
E sopra al capo vi tenea le piante,
Facendo a forza il muso star disteso;
E cos stando, vi gionse Aquilante,
Qual prestamente fu de arcion disceso,
E prese la sua lancia, che era in terra,
Ch non l'aveva oprata in questa guerra.

Con quella in mano allo animal s'accosta,
Ponendo a tal ferire ogni possanza,
E tra la aperta bocca il colpo aposta,
E dentro tutta vi cacci la lanza.
Via per il petto e per la prima costa
Fece apparir la ponta per la panza,
Per che sotto al corpo e ne le aselle
Il cocodrilo ha tenera la pelle.

Ben vi so dir che il tratto a Grifon piacque,
Perch gi pi non lo potea tenire;
Mai lieto fu cotanto poi che nacque.
Ora comincia Orilo ad apparire,
Che su vena natando per quelle acque.
Quando Aquilante lo vidde venire,
- Pu far - diceva - il celo e tutto il mondo
Che abbi pescati e monchi in su quel fondo? -

Lui l'uno e l'altro de' bracci menava
E l'onda con le mano avanti apriva;
Come una rana quel fiume notava,
Tanto che gionse armato in su la riva.
Grifon verso Aquilante ragionava:
- Se questa bestia fosse ancora viva,
Quale abbiam morta con affanno tanto,
Di tale impresa non avremo il vanto. -

Disse Aquilante: - Io non so certo ancora
Che onor ce seguir questa aventura;
Far non so io tal prova che mai mora
Quella incantata e falsa creatura.
Del giorno avanza poco pi de un'ora:
Che faren ne la notte a l'aria scura?
A me par di vedere, e gi il discerno:
Quel ce trar con seco nello inferno. -

Grifon diceva: - Adunque ora si vle,
Mentre che  il giorno, la spada menare,
Prima che al monte sia nascoso il sole:
Per me la notte non sapria che fare. -
E quasi al mezo di queste parole
Volta ad Orilo e vallo ad afrontare;
Ciascun da dover tocca e non minaccia,
L'un con la spada e l'altro con la maccia.

Molto vi era da far da ciascun lato,
Ch quello a questo e questo a quel menava,
Avenga che Grifone  bene armato,
E di mazzate poco se curava.
Durando la contesa in su quel prato,
Un cavalliero armato vi arivava,
Che avea preso in catena un gran gigante.
Ma di tal cosa pi non dico avante.

Ben poi ritornar, come far soglio,
E questa impresa chiara conter,
Ch, quando de una cosa  pieno il foglio,
Convien dar loco a l'altra; ed imper
De Mandricardo racontar vi voglio,
Qual con Gradasso in Franza mener.
Ma, prima che sian gionti, assai che fare
Avranno entrambi e per terra e per mare.

Partiti da la fata del castello,
Ove l'arme di Ettr gi star suoleano,
Sora, Damasco e quel paese bello
Senza travaglia gi passato aveano.
Sendo gionti sul mare ad uno ostello,
Perch era tardi aloggiar vi voleano,
Ma quello  aperto ed  disabitato,
N appar persona intorno in verun lato.

Guardando giuso al lito il re Gradasso,
Verso una ripa a pietre dirocata,
Ove la batte l'onde e il mare al basso
Stava una dama ignuda e scapigliata,
Che era legata con catene al sasso,
Chiedendo morte la disconsolata.
- Morte, - diceva - o tu, morte, me aiuta,
Ch ogn'altra spene  ben per me perduta! -

E cavallier callarno incontinente
Giuso nel fondo di quel gran petrone
Per saper meglio l'aspro conveniente
Di quella dama, e chi fosse cagione;
Ma lei piangeva s dirottamente,
Ch'e sassi mossi avria a compassone,
Dicendo a quei baron: - Deh! per pietate
Tagliatime qua tutta con le spate.

E se il celo o fortuna vl che io pra,
Per le man de omo almen possa perire,
N divorata sia da quella fiera,
Ch peggio assai  il strazio che il morire. -
Volean saper la cosa tutta intiera
E duo baron, ma lei non potea dire,
S forte in voce singiociva, e tanto
Tra le parole gli abondava il pianto.

E pur dicea piangendo: - Se io mi doglio
Pi che io non mostro, n'ho cagione assai.
Se il tempo bastar, dir la vi voglio:
Odeti se una al mondo  in tanti guai.
Dimora uno orco l sotto a quel scoglio:
Non so se altro orco voi vedesti mai,
Ma questo  s terribile alla faccia,
Che al ricordarlo il sangue mi se agiaccia.

Apena apena che parlar vi posso,
Ch il cor mi trema in petto di paura.
Grande non , ma per sei altri  grosso,
Riccia ha la barba e gran capigliatura;
In loco de occhi ha due cocole de osso,
E bene a ci providde la natura,
Ch, se lume vedesse, a tondo a tondo
Avria disfatto in poco tempo il mondo.

N vi  diffesa, a bench non gli veda,
Ch, come io dissi, il perfido  senza occhi.
Io gi lo vidi (or chi fia che lo creda?)
Stirpar le quercie a guisa de finocchi;
E tre giganti che avea presi in preda,
Percosse a terra qua come ranocchi;
Le cosse dispicc dal busto tosto,
E pose il casso a lesso e il resto a rosto.

Per che sol se pasce a carne umana,
E tien de sangue de omo a bere un vaso.
Ma gite voi in parte pi lontana,
Che quel malvagio non vi senta a naso;
A bench giace adesso nella tana,
Che per dormir l dentro si  rimaso;
Ma come se resvegli, incontinente
Al naso sentir che quivi  gente.

E come un bracco seguir la traccia;
Non valer diffesa, n fuggire,
Ch cento miglia vi dar la caccia,
E converravi in tutto al fin perire.
Onde vi prego che partir vi piaccia,
E me lasciati misera morire,
Ma sol chiedo di grazia e sol vi prego
Che a una dimanda non facciati nego;

E questa fia: se forse tra camino
Avesti un giovinetto a riscontrare,
Re di Damasco (e nome ha Norandino;
Non so se mai lo odesti racordare),
A lui contati il mio caso tapino
(So ben che lo fareti lacrimare),
Dicendo: "La tua dama te conforta,
Che te am viva ed ama ancora morta."

Ma ben guardti, e non prendesti errore,
De dir ch'io viva pi tra tante pene,
Per che lui mi porta tale amore,
Che nol potrian tener mille catene;
E la mia doglia poi saria maggiore,
Veggendo perir meco ogni mio bene;
E pi mi doleria che la mia morte,
Che se a lui fosser sol due dita torte.

Direti adunque come sotterrata
M'avete istessi a canto alla marina;
Ma lui dimandar de la contrata
Per trovar morta almen la sua Lucina.
Direti che l'aveti smenticata
Come se chiami, e il loco che confina;
Poi confortati lui con tal parole
Che stia contento a quel che 'l mondo vle. -

Cos ragiona, e la faccia serena
Piangendo bagna quella sventurata.
Tenea Gradasso le lacrime apena,
E gi dal fianco avea tratta la spata
Per rompere e tagliar quella catena,
Con la qual quivi al sasso era legata;
Ma la dama crid: - Per Dio, non fare!
Morto serai, n me potrai campare.

Questa catena, misera! dolente!
Per entro al sasso passa nella tana;
Come toccata fosse, incontinente
Scocca uno ordegno e suona una campana;
E se quel maledetto se risente,
Ogni speranza del fuggire  vana.
Per piani e monti e ripe e lochi forti
Mai non vi lasciar, sin che vi ha morti. -

A Mandricardo molta voglia tocca
De odir se la campana avea bon suono.
La dama non avea chiusa la bocca,
Che  scosso la catena in abandono.
Ben vi so dir che dentro l si chiocca:
Sembra nel sasso risuonare un tuono;
E la donzella pallida e smarita
- Ahim! - cridava - ahim! mia vita  gita!

Sol de la tema tutta me distorco:
Adesso qua ser quel maledetto. -
Eccoti uscir de la spelonca lo orco,
Che ha la gozaglia grande a mezo il petto;
E denti ha for di bocca, come il porco,
N vi crediati che abbi il muso netto,
Ma brutto e lordo e di sangue vermiglio;
Longhi una spanna ha e peli in ogni ciglio.

Quanto una gamba ha grosso ciascun dito
E negre l'ungie e piene di sozzura.
Ora Gradasso gi non  smarito
Per tanto istrana ed orrida figura.
Col brando in mano adosso a quello  gito,
Ma l'orco del suo brando ha poca cura,
Nel scudo il prende e via strapp del braccio,
E quel stringendo franse come un giaccio.

Se cos preso avesse nella testa,
L'elmo avria rotto e trito come cenere,
Sera compita ad un tratto la festa.
Come se schiazzan le nociole tenere,
Come se fiacca un ziglio alla tempesta,
O vero un fongo che al fango se genere,
S sciolto il capo avria, senza dissolvere
Le fibbie a l'elmo, e fatto tutto in polvere.

Ma lui non vede ove ponga la mano,
Per questo a caso l'ha nel scudo preso;
E dette un scosso s crudo e villano,
Che a terra il re Gradasso and disteso.
L'orco il prese a traverso a mano a mano,
Alla spelonca lo port di peso;
Ben se dibatte invano e se dimena,
Pur l'orco il lega e pone alla catena.

Come legato l'ebbe, incontinente
Fuor de la tana di novo  venuto;
E Mandricardo si stava dolente,
Ch il suo caro compagno avia perduto.
Non avea brando il cavallier valente,
Per che aveva in sacramento avuto
Mai non portare alla sua vita brando,
Se non acquista quel del conte Orlando.

Chinosse e prese una gran pietra e grossa:
Bene  cinquanta libre, vi prometto;
E trasse quella di tutta sua possa,
E gionse lo orco proprio a mezo il petto.
Ma quel non teme ponto la percossa,
Anci l'ira gli crebbe e il gran dispetto;
Ove ebbe il colpo, con la man se tocca,
E, come un verro, ha la schiuma alla bocca.

E dietro al cavallier par che se metta,
Come un seguso a l'orme de una fiera.
Gi Mandricardo ponto non lo aspetta,
Ch avea persona destra, atta e legiera.
Su corre al poggio, e sembra una saetta;
Quindi, fermato a megio la costiera,
Tra' un gran sasso tratto fuor del monte,
E quel percosse dritto nella fronte.

Quel sasso in mille parte se spezz,
Ma fece poco male a quel perverso,
E gi per questo non lo abandon,
Ch non l'aveva mai di naso perso.
Mandricardo ne va quanto pi pu,
Cercando il monte a dritto ed a traverso,
Tanto che gionse a quello in su la cima,
E lo orco apresso; e quasi ancora in prima.

Non sa pi che si fare il cavalliero,
N a questa cosa sa prender partito;
Per ogni balza e per ogni sentiero
Questa malvagit l'avea seguito,
N far bisogna ponto di pensiero
Aver con esso de diffesa un dito;
Ben gli tra' sassi e tronchi aspri e robesti,
Ma non ritrova cosa che lo aresti.

Torna correndo in gi, verso il vallone,
A bench indietro se voltava spesso,
Ed ecco avanti trova un gran burone:
Da cima al fondo tutto il monte  fesso.
Alor se tenne morto quel barone,
E per spazzato al tutto se  gi messo;
Sopra alla balza a corso pieno  mosso,
Di l de un salto and con l'arme in dosso.

Ed era larga pi de vinti braccia,
S come altri estimar puote alla grossa;
Ma quel brutto orco che seguia la traccia,
Perch'era cieco non vidde la fossa,
Onde per quella a piombo gi tramaccia.
De intorno ben se odette la percossa,
Ch, quando gionse in su le lastre al fondo,
Parve che il cel cadesse e tutto il mondo.

Non dette la percossa sopra al letto,
Perch quella aspra ripa era molto alta,
E ben tre coste se fiacc nel petto,
E quelle pietre del suo sangue smalta.
Diceva Mandricardo con diletto:
- Chi ponto stecca al segno mal si salta.
Or l gi ti riman in tua malora! -
Cos dicendo pi non se dimora.

E gi callando lieto e con gran festa,
Al mar discese e venne alla spelonca.
Qua vede un braccio, e l meza una testa,
Col vede una man co' denti monca.
Per tutto intorno  piena la foresta
Di qualche gamba o qualche spalla tronca
E membri lacerati e pezzi strani,
Come di bocca tolti a lupi e a cani.

Ci riguardando varca di bon passo;
E gionse a quella tana in su la intrata,
Qual molto  grande dentro da quel sasso,
E riccamente d'oro  lavorata.
Poi che ebbe sciolto quindi il re Gradasso,
E la dama che al scoglio era legata,
Tutti se revestirno a nove spoglie,
Ch veste ivi trovarno e ricche zoglie.

Montarno, e ciascadun forte camina;
Seco  la dama dal viso soprano:
E via passando a canto alla marina
Iscorsero una nave di lontano.
Viddero in quella, quando se avicina,
L'alta bandiera del re Tibano:
Qual era parte di questa donzella,
Tolta da loro alla fortuna fella.

Re de Cipri in quel tempo e de Rodi era
Quel Tibano ed altre terre assai,
E va cercando per ogni rivera
De la filiola, e non la trova mai;
Onde di doglia in pianto se dispera,
E mena la sua vita in tristi guai.
Come la dama la bandiera vide,
Per allegrezza a un tratto piange e ride.

Gi meglio se comincia a discernire
La nave e la sua gente tutta quanta;
E la donzella non pu sofferire,
Ma con la veste a quella nave amanta;
E, senza pi tenirvi in lungo dire,
Salirno al legno; e la zoia fo tanta
Quanto a s fatto caso esser credia,
Trovando lei che morta esser tena.

E gi le poppe voglion rivoltare,
Tirando con le corde alte le antene.
Eccoti lo orco che nel poggio appare,
E verso il mare a corso se ne viene;
Ben vi so dir che ogniom si d che fare,
Ch la pi parte alor morta se tiene;
Ciascun de' marinari era parone
A tirar presto e volgere il temone.

Pur gi vien lo orco e verso il mar se calla.
La barba a sangue se gli vedea piovere,
Un gran pezzo de monte ha in su la spalla,
Che dentro vi eran pruni e sterpi e rovere;
Legier lo porta lui come una galla,
N cento boi l'avrian potuto movere.
Correndo vien la orrenda creatura:
Gi dentro al mare  sino alla cintura.

E tanto passa, che va come il buffolo,
Che il muso ha fuori e i piedi in su la sabbia;
Movere odendo e remi al suon del zuffolo,
Trasse l verso il monte con gran rabbia.
Gionsine presso; e l'onda di dal tuffolo,
Che saltar fece l'acqua in su la gabbia;
Ma se pi avanti un poco avesse agionto,
Sfondava il legno e li omini ad un ponto.

Se e marinari alora ebber spavento,
Non credo che bisogni racontare,
Ch qual di loro avea pi de ardimento
Nascoso  alla carena e non appare.
Ora levosse da levante il vento,
L'onda risuona e grosso viene il mare;
Gi rotto il celo e l'acqua insieme han guerra:
Pi non se vede lo orco n la terra.

De l'orco, dico, ormai non han paura,
Ma morte han pi che prima in su la testa,
Per che orribilmente il celo oscura,
Il vento cresce ogniora e gran tempesta.
Pioggia meschiata de grandine dura
Gi versa con furore, e mai non resta:
Ora flgore, or trono ed or saetta,
Che l'una l'altra apena non aspetta.

Per tutto intorno bursano e delfini,
Donando di fortuna il tristo annoncio;
Non sta contento il mare a' suoi confini,
Che in nave ne entra assai pi d'un bigoncio:
Da far vi fia per grandi e piccolini.
Ma non vi vo' tenir tanto a disconcio,
E nel presente canto io ve abandono,
Ch ogni diletto a tramutare  bono.

Canto quarto

Segnor, se voi potesti ritrovare
Un che non sappia quel che sia paura,
O se volesti alcun modo pensare
Per sbigottire una anima sicura,
Quando  fortuna quel poneti in mare,
E si non se spaventa o non se cura,
Toglietelo per paccio, e non ardito,
Perch ha con morte il termine de un dito.

Orribil cosa  certo il mar turbato,
E meglio  odirlo dir che farne prova,
Per creda ciascuno a chi gli  stato,
E per provar di terra non si mova,
Come io contava al canto che  passato,
Di quella nave che entro al mar se trova,
S combattuta da prora e da poppa,
Che l'acqua ve entra ed escine la stoppa.

Mandricardo era in quella e il re Gradasso,
Re Tibano e sua figlia Lucina.
Ora se rompe l'onda a gran fraccasso,
E mostra un gregge tutta la marina:
Un gregge bianco, che si pasca al basso,
Ma sempre mugge e sembra una ruina;
Stridon le corde e il legno se lamenta:
Gemendo al fondo, par che 'l suo mal senta.

Or questo vento ed or quell'altro salta,
Non san che farsi e marinari apena;
Tra' nivoli talor  la nave alta,
E talor frega a terra la carrena.
Sopra a ogni male e sopra a ogni difalta
Fu quando gionse un colpo ne la antena;
Piegosse il legno e gi dette alla banda:
Ciascun cridando a Dio si racomanda.

Pi de due miglia and la nave inversa,
Che a ponto in ponto sta per affondare,
La gente che vi  dentro  tutta persa:
Se fa de' voti, non lo adimandare.
Ecco da canto gionse una traversa,
Che a l'altra banda fece traboccare;
Ciascadun crida e non se ode persona,
S muggia il mare e il vento s risona.

Questo se cangia e muta in uno istante,
Ora batte davanti, or ne le sponde;
Spiccosse al fine un groppo da levante
Con furia tal, che il mar tutto confonde.
Gionse alla poppa e pinse il legno avante,
E fece entrar la prora sotto l'onde;
Sotto acqua via ne and pi d'una arcata,
Come va il mergo e l'oca alcuna fiata.

Pur fuore uscitte, e va con tal ruina
Qual fuor de la balestra esce la vera.
Da quella sera insino alla matina
E da quella matina a l'altra sera,
Via giorno e notte mai non se raffina,
Sin che condotta  sopra alla riviera,
Ove quel monte in Acquamorta bagna
Il qual divide Francia dalla Spagna.

Quivi ad un capo che ha nome la Oruna,
Smontarno con gran voglia in su la arena,
E s sbattuti son dalla fortuna,
Che sendo in terra nol credono apena.
Pass il mal tempo e quella notte bruna,
Con l'alba insieme il cel se raserena,
E gi per tutto essendo chiaro il giorno,
Deliberarno andar cercando intorno.

Cercar deliberarno in che paese
Sian capitati e chi ne sia segnore,
E tratto fuor di nave ogni suo arnese,
Ciascadun se arma e monta il corridore.
Ma lor vaggio poco se distese,
Ch oltra ad un colle odirno un gran rumore,
Corni, tamburi ed altre voce e trombe,
Che par che 'l suono insino al cel rimbombe.

Il franco re Gradasso e Mandricardo
Fecer restar la dama e Tibano.
Possa alcun de essi a mover non fu tardo,
Sin che fr sopra al colle a mano a mano;
E gi facendo a quel campo riguardo
Vider coperto a genta armata il piano,
Che era afrontata insieme a belle schiere
Sotto a stendardi e segni di bandiere.

Perch sappiati il tutto, il re Agramante
Contro al re Carlo avea questa battaglia,
Come io contai nel libro che  davante:
Un'altra non fu mai di tal travaglia.
Quivi era il re Marsilio e Balugante,
Tanti altri duci e tanta altra canaglia,
Che in alcun tempo mai n alcuna guerra
Maggior battaglia non se vidde in terra.

Orlando qua non , ni Feraguto:
Stava il pagano ad un fiume a cercare
De l'elmo, qual l gi gli era caduto,
S come io vi ebbi avanti a ricontare.
Al conte era altro caso intravenuto
Troppo stupendo e da meravigliare:
Ch lui, qual vincer suole ogni altra prova,
Tra dame vinto e preso se ritrova.

Di lui poi dir il fatto tutto intiero,
Ma non se trova adesso in queste imprese;
Ben vi  Ranaldo e il marchese Oliviero,
vi Ricardo e Guido e 'l bon Danese,
Come io contava alor, quando Rugiero
Tanti baroni alla terra distese
Di nostra gente, e tal tempesta mena
Come fa il vento al campo de l'arena.

Come si frange il tenero lupino
O il fusto de' papaveri ne l'orto,
Cotal fraccasso mena il paladino;
Condotta  nostra gente a tristo porto.
Roverso a terra se trova Turpino,
Uberto, el duca di Baiona,  morto;
Avino e Belengiero e Avorio e Ottone
Sono abattuti, e seco Salamone.

Gualtieri ebbe uno incontro ne la testa,
Che il sangue gli schiatt per naso e bocca,
E cade trangosciato alla foresta.
Il giovane Rugiero a gli altri tocca,
N se potria contar tanta tempesta:
Qual tramortito e qual morto trabocca.
Via va correndo e scontrasi a Ricardo
Quel duca altiero, nobile e gagliardo.

Ispezza il scudo e per la spalla passa,
Di dietro fore and il pennon di netto;
La lancia a mezo l'asta se fraccassa,
Urtarno e duo corsier petto per petto.
Rugier quivi Ricardo a terra lassa
E tra' la spada, il franco giovanetto,
La spada qual gi fece Falerina,
Che altra nel mondo mai fu tanto fina.

Comincia la battaglia orrenda e fiera,
Che quasi  stata insino adesso un gioco;
Sembra Rugier tra gli altri una lumiera,
Trono e baleno e folgore di foco.
Or questa abatte ed or quell'altra schiera,
Par che si trovi a un tratto in ogni loco;
Volta e rivolta e, come avesse l'ale,
Per tutto agiongie il giovane reale.

La nostra gente fugge in ogni banda:
Non  da dimandar se avean paura,
Ch a ciascun colpo un morto a terra manda:
Sembraglia non fu mai cotanto oscura.
Gi Sinibaldo, il bon conte de Olanda,
Partito avea dal petto alla cintura,
E Daniberto, il franco re frisone,
Avea tagliato insino in su l'arcione.

E il duca Aigualdo, il grande e s diverso,
Qual fu Ibernese e nacque de gigante,
Fo da Rugiero agionto in su il traverso,
E tutto lo tagli dietro e davante.
Non  il marchese de Vena perso,
Se l'altre gente fuggon tutte quante;
Se ben gli altri ne vanno, ed Oliviero
Sol lui se affronta e voltase a Rugiero.

Alor se incominci l'alta travaglia,
N questa zuffa come l'altre passa;
La spada de ciascun cos ben taglia,
Che io so che dove giongie, il segno lassa.
Ecco il Danese ariva alla battaglia,
Ecco Ranaldo ariva, che fraccassa
Tutta la gente e mena tal polvino
Come il mondo arda e fumi in quel confino.

Quando Rugier, che stava alla vedetta,
Se accorse che sua gente in volta andava,
Come dal cel scendesse una saetta,
Con tal furore ad Olivier menava.
Menava ad ambe mano, e per la fretta,
Come a Dio piacque, il brando se voltava;
Colse di piatto, e fo la botta tanta,
Che l'elmo come un vetro a pezzi schianta.

Ed Olivier rimase tramortito
Per il gran colpo avuto a tal tempesta;
Senza elmo apparve il suo viso fiorito,
E cadde de lo arcione alla foresta.
Quando il vidde Rugiero a tal partito,
Che tutta a sangue gli piovea la testa,
Molto ne dolse al giovane cortese,
Onde nel prato subito discese.

Essendo sopra al campo dismontato
Raccolse nelle braccia quel barone
Per ordinar che fusse medicato,
Sempre piangendo a gran compassone.
In questo fatto standosi occupato,
Ecco alle spalle a lui gionse Grifone:
Grifone, il falso conte di Maganza,
Vien speronando e aresta la sua lanza.

Di tutta possa il conte maledetto
Entro alle spalle un gran colpo gli diede,
S che tomar lo fece a suo dispetto:
Tom Rugiero e pur rimase in piede;
Mai non fu visto un salto cos netto.
Ora presto si volta e Grifon vede,
Che per farlo morir non stava a bada:
Rotta la lancia, avea tratta la spada.

Ma Rugier se volt con molta fretta,
Cridando: - Tu sei morto, traditore! -
Grifone il falso ponto non lo aspetta,
Come colui che vile era di core.
Ove  pi folta la battaglia e stretta,
In quella parte volta il corridore;
Tra gente e gente e tra l'arme se caccia,
N pu soffrir veder Rugiero in faccia.

Questo altro il segue a piede, minacciando
Che lo far morir come ribaldo;
E quel fuggendo, e questo seguitando,
Gionsero al loco dove era Ranaldo,
Quale avea fatto tal menar del brando,
Che 'l campo correa tutto a sangue caldo.
Parea di sangue il campo una marina:
Veduta non fu mai tanta ruina.

Grifon cridava: - Aiutame per Dio!
Aiutame per Dio! ch pi non posso;
Ch questo saracin malvaggio e rio
Per tradimento a morte me ha percosso. -
Quando Ranaldo quella voce odo,
Volt Baiardo e subito fu mosso
Per urtarsi a Rugiero a corso pieno;
Ma, veggendolo a pi, ritenne il freno.

Sappiati che il destrier del paladino
Era rimaso l dove discese.
L presso sopra il campo era Turpino
Che da' Pagani un pezzo se diffese;
Essendo a quel destrier dunque vicino,
A lui se accosta e per la briglia il prese;
E destramente ne lo arcion salito
Ritorna alla battaglia il prete ardito.

Rugiero adunque, come ebbi a contare,
Se ritrovava a piedi in su quel piano.
Fuggito  via Grifone e non appare,
E lui affronta il sir di Montealbano;
Il qual nol volse con Baiardo urtare,
Per che ad esso parve atto villano,
Ma de arcion salta alla campagna aperta
Col scudo in braccio e con la sua Fusberta.

Tra lor se cominci zuffa s brava,
Che ogni om per meraviglia stava muto;
N gi Ranaldo stracco si mostrava,
Bench abbia combattuto il giorno tuto;
E l'uno e l'altro a tal furia menava,
Che meraviglia  che non sia destruto.
Non che il scudo a ciascuno e l'elmo grosso,
Ma un monte a quei gran colpi sera mosso.

Durando aspra e crudel quella contesa,
Ecco Agramante ariva a la battaglia,
Che caccia e Cristani alla distesa,
Come fa il foco posto ne la paglia.
Re Carlo e' nostri non pn far diffesa,
Tanta  la folta di quella canaglia,
Che sembra un fiume grosso che trabocca:
Per un de' nostri, cento e pi ne tocca.

Avanti a gli altri el re di Garamanta,
Io dico il dispietato Martasino,
Qual vien cridando, a gran voce se vanta
Di prender vivo il figlio de Pipino.
Tanto  il romore e la gente cotanta,
Che il campo trema per ogni confino,
E tale  il saettar fuor di misura,
Che al nivolo de' dardi il cel se oscura.

La gente nostra fugge in ogni lato,
E quella che se arresta riman morta.
Quivi  Sobrino, il vecchio disperato,
Che per insegna il foco a l'elmo porta;
E Balifronte, in su un gambelo armato,
Taglia a due mano ed ha la spada torta;
E Barigano e Alzirdo e Dardinello
Ciascun de' Cristan fa pi macello.

Oh! chi vedesse in faccia il re Carlone
Guardare il cielo e non parlar nente:
E sassi mossi avria a compassone,
Veggendol lacrimar s rottamente.
- Campati voi, - diceva al duca Amone
- Campati, Naimo e Gano, il mio parente,
Campati tutti quanti, e me lassati,
Ch qua voglio io purgare e mei peccati.

Se a Dio, che  mio segnor, piace ch'io mora,
Fia il suo volere, io sono apparecchiato;
Ma questa  sol la doglia che mi accora,
Che perir veggio il popul battezato
Per man di gente che Macone adora.
O re del celo, mio segnor beato,
Se il fallir nostro a vendicar ti mena,
Fa che io sol pra e sol porti la pena. -

Ciascun di quei baron che Carlo ascolta,
Piangono anco essi e risponder non sano.
Gi la schiera reale in fuga  volta,
E boni e tristi in frotta se ne vano.
La folta grande  gi tutta ricolta
Ove Rugiero e 'l sir de Montealbano
Facean battaglia s feroce e dura,
Che de questi altri alcun de lor non cura.

Ma tanto  la ruina e il gran disvario
Di quella gente, e chi fugge e chi caccia,
Chi cade avanti, e chi per il contrario,
E chi da un lato e chi d'altro tramaccia;
Onde a que' dui baron fu necessario
Spartir la zuffa, e s grande la traccia
Gli urtava adosso e tanta la zinia,
Che alcun di lor non sa dove si sia.

Partito l'un da l'altro e a forza ispento,
Ch una gran frotta a lor percosse in mezo,
Rimase ciascun de essi mal contento,
Che non si discernia chi avesse el pezo;
Ma pur Ranaldo  quel dal gran lamento,
Dicendo: - O Dio del cel, ch' quel ch'io vezo?
La nostra gente fugge in abandono,
Ed io che posso far che a piedi sono? -

Cos dicendo se pone a cercare,
E vede il suo Baiardo avanti poco.
A lui se accosta, e, volendo montare,
Il destrier volta e fugge di quel loco.
Ranaldo si voleva disperare
Dicendo: - Adesso  ben tempo da gioco!
Deh sta, ti dico, bestia maledetta! -
Baiardo pur va inanti e non lo aspetta.

E lui, pur seguitando il suo destriero,
Se fu condutto entro una selva scura,
Onde lasciarlo un pezo  di mestiero,
Ch'egli incontr in quel loco alta ventura.
Ora torno a contarvi di Rugiero,
Qual pure  a piedi in su quella pianura,
E ben se augura indarno il suo Frontino:
Eccoti avanti a lui passa Turpino.

Turpino era montato a quel ronzone,
Ch il suo tra' Saracini avea smarito,
Come io contai alor quando Grifone
Ne le spalle a Rugiero avea ferito;
Or correndo vena per un vallone.
Quando lo vidde il giovanetto ardito,
Dico Rugiero avanti a s lo vide,
Non dimandar se de allegrezza ride.

E cos a piede se il pone a seguire
Cridando: - Aspetta, ch il cavallo  mio! -
E il bon Turpin, che vede ogni om fuggire,
Non avea de aspettarlo alcun desio;
Ma per la pressa avanti non pu gire,
Tanta  la folta di quel popul rio;
S sono e nostri stretti e inviluppati,
Che forza fo a fuggir da l'un de' lati.

Fugge Turpino, e Rugiero a le spalle,
Sin che condotti frno a un stretto passo,
Ove tra duo colletti era una valle;
La gi cade Turpino a gran fraccasso.
Rugiero a meza costa per un calle
Vide il prete caduto al fondo basso,
Ove l'acqua e il pantano a ponto chiude;
Embragato era quello alla palude.

Rugier ridendo del poggio discese
E il vescovo aiut, che se anegava.
Poi che for l'ebbe tratto, il caval prese;
A lui davante quello appresentava,
E proferiva con parlar cortese,
Che lo prendesse, se gli bisognava.
- Se Dio me aiuti, - disse a lui Turpino
- Tu non nascesti mai di Saracino.

N credo mai che tanta cortesia
Potesse dar natura ad un Pagano:
Prendi il destriero e vanne alla tua via:
Se lo togliessi, ben sera villano! -
Cos gli disse, e poi si dispartia
Correndo a piedi, e ritorn nel piano,
E trov un Saracin fuor di sentiero:
Tagliolli il capo e prese il suo destriero.

E tanto corse, che gionse la traccia
De' Cristiani che ogniom fuggia pi forte;
Non ve si vede chi diffesa faccia:
Chi non puot fuggire, ebbe la morte.
Sei giorni e notti sempre ebber la caccia
Sino a Parigi, e sino in su le porte
Occisa fo la gente sbigotita:
Maggior sconfitta mai non fu sentita.

Tra' Cristani sol Danese Ogiero
Fe' gran prodezze, la persona degna,
Ch di quel stormo periglioso e fiero
Riport salva la reale insegna.
Preso rimase il marchese Oliviero,
Ottone ancor, che tra gli Anglesi regna,
Re Desiderio e lo re Salamone,
Duca Ricardo fo seco pregione.

De gli altri che fr presi e che fr morti
Non se potria contar la quantitate,
Cotanti campon valenti e forti
Fr presi, o posti al taglio de le spate.
Chi contarebbe e pianti e' disconforti,
Che a Parigi eran dentro alla cittate?
Ciascadun crede e dice lacrimando
Che gli  morto Ranaldo e il conte Orlando.

Fanciulli e vecchi e dame tutte quante
La notte fier' la guardia a' muri intorno;
Ma de Parigi pi non dico avante.
Torno a Rugiero, il giovanetto adorno,
Qual gionse al loco dove Bradamante
La gran battaglia avea fatta quel giorno
Con Rodamonte, come io vi contai;
Non so se vi ricorda ove io lasciai.

Nel libro che pi giorni  gi compito,
Narrai questa gran zuffa, e come il conte
Rimaso era de un colpo tramortito,
Quando percosso fo da Rodamonte;
E come stando ad estremo partito,
Quella donzella, fior di Chiaramonte,
Io dico Bradamante la signora,
Fece la zuffa che io contava alora.

Da poi se dipartitte il paladino,
Ed incontrolli ci che io vi ebbi a dire;
Tra Bradamante adunque e il Saracino
Rimase la battaglia a diffinire.
Non stava alcuno a quel loco vicino,
N vi era chi potesse dipartire
L'aspra contesa e il grande assalto e fiero,
Sin che vi gionse il giovane Rugiero.

Gionto sopra a quel colle il giovanetto
Vista ebbe la battaglia gi nel fondo,
E fermosse a mirarla per diletto,
Ch assalto non fu mai s furibondo;
Perocch chi in quel tempo avesse eletto
Un par de bon guerreri in tutto il mondo,
Non l'avria avuto pi compiuto a pieno
Che Bradamante e il figliol de Uleno.

E ben ne dimostrarno esperenza
A quel che han fatto e quel che fanno ancora;
Par che la zuffa pur mo si comenza,
S frescamente ciascadun lavora,
E se quel coglie, questo non va senza.
Da un colpo a l'altro mai non  dimora,
E nel colpir fan foco e tal fiammelle,
Che par che il lampo gionga nelle stelle.

Rugiero alcun de' duo non cognoscia,
Ch mai non gli avea visti in altro loco,
Ma entrambi li lodava, e discernia
Che tra lor di vantaggio era assai poco.
Mirando l'aspre offese ben vedia
Cotal battaglia non esser da gioco,
Ma che  tra Saracino e Cristano,
Onde discese subito nel piano.

- Se alcun de voi - disse egli - adora Cristo,
Fermesi un poco e intenda quel ch'io parlo,
Ch annunzio gli dar dolente e tristo:
Sconfitto al tutto  il campo del re Carlo,
Ci ch'io vi dico, con questi occhi ho visto.
Onde, se alcun volesse seguitarlo,
A far lunga dimora non bisogna,
Ch alle confine  forse di Guascogna. -

Quando la dama intese cos dire,
Dal fren per doglia abandon la mano,
E tutta in faccia se ebbe a scolorire,
Dicendo a Rodamonte: - Bel germano,
Questo che io chiedo, non me lo disdire:
Lascia che io segua il mio segnor soprano,
Tanto che a quello io me ritrovi apresso,
Ch il mio volere  di morir con esso. -

Diceva Rodamonte borbottando:
- A risponderti presto, io nol vo' fare.
Io stava alla battaglia con Orlando:
Tu te togliesti tal rogna a grattare.
Di qua non andarai mai, se non quando
Io stia cos che io nol possa vetare:
Onde, se vi che 'l tuo partir sia corto,
Fa che me getti in questo prato morto. -

Quando Rugier cotal parlare intese,
Di prender questa zuffa ebbe gran voglia,
E Rodamonte in tal modo riprese
Dicendo: - Esser non pu ch'io non me doglia,
Se io trovo gentil omo discortese,
Per che bene  un ramo senza foglia,
Fiume senza onda e casa senza via
La gentilezza senza cortesia. -

A Bradamante poi disse: - Barone,
Ove ti piace ormai rivolgi il freno,
E se costui vor pur questone,
De la battaglia non gli verr meno. -
La dama se part senza tenzone,
E Rodamonte disse: - Io vedo a pieno
Che medico debbi esser naturale,
Da poi che a posta vai cercando il male.

Or te diffendi, paccio da catena,
Da poi che per altrui morir te piace. -
Non minaccia Rugier, ma crida e mena,
E l'altro a lui ritocca e gi non tace.
Ciascun di questi  fiero e di gran lena,
Onde battaglia orrenda e pertinace
Ed altre belle cose dir vi voglio,
Se piace a Dio ch'io segua come io soglio.

Canto quinto

Clti ho diversi fiori alla verdura,
Azuri, gialli, candidi e vermigli;
Fatto ho di vaghe erbette una mistura,
Garofili e vole e rose e zigli:
Traggasi avanti chi de odore ha cura,
E ci che pi gli piace, quel se pigli;
A cui diletta il ziglio, a cui la rosa,
Ed a cui questa, a cui quella altra cosa.

Per diversamente il mio verziero
De amore e de battaglia ho gi piantato:
Piace la guerra a l'animo pi fiero,
Lo amore al cor gentile e delicato.
Or vo' seguir dove io lasciai Rugiero
Con Rodamonte alla zuffa nel prato,
Con s crudeli assalti e tal tempesta,
Che impresa non fu mai simile a questa.

E' se tornarno con le spade adosso
Gli animosi baroni a darsi morte.
Rugier primeramente fu percosso
Sopra del scudo a meraviglia forte,
Che tre lame ha di ferro e quattro d'osso;
Ma non  resistenzia che comporte:
Di Rodamonte la stupenda forza
Tagli quel scudo a guisa de una scorza.

Su da la testa alla ponta discende,
Pi de un terzo ne cade alla campagna;
Rugier per prugna acerba agresto rende,
Ne la piastra ferrata lo sparagna.
Il scudo da la cima al fondo fende,
Come squarciasse tela d'una aragna;
N a quel ni a questo l'armatura vale:
Un'altra zuffa mai non fu cotale.

E veramente morte se avrian data
E l'uno e l'altro a s crudo ferire,
Ma non essendo l'ora terminata
N 'l tempo gionto ancora al suo morire,
Tra lor fu la battaglia disturbata,
Ch Bradamante gli venne a partire,
Bradamante, la dama di valore,
Qual dissi che seguia l'imperatore.

E gi bon pezzo essendo caminata,
N potendo sua gente ritrovare,
La qual fuggiva a briglia abandonata,
Ne la sua mente se pose a pensare,
Tra s dicendo: "O Bradamante ingrata,
Ben discortese te puote appellare
Quel cavallier che non sai chi se sia,
Ed ha' gli usata tanta villania.

La zuffa prese lui per mia cagione,
E le mie spalle il suo petto diffese.
Ma, se io vedesse quivi il re Carlone
E le sue gente morte tutte e prese,
Tornar mi converrebbe a quel vallone,
Sol per vedere il cavallier cortese.
Sono obligata a l'alto imperatore,
Ma pi sono a me stessa ed al mio onore."

Cos dicendo rivoltava il freno,
E pass prestamente il monticello,
Ove Rugiero e il figlio de Uleno
Faceano alla battaglia il gran flagello.
Come ella ariva a ponto, pi n meno,
Gionse Rugiero, il franco damigello,
Un colpo a Rodamonte a tal tempesta,
Che tutta quanta gli stord la testa.

Fuor di se stesso in su lo arcion si stava
E caddeli di mano il brando al prato;
Rugier alora adietro se tirava,
Ch a cotale atto non l'avria toccato;
E Bradamante, che questo mirava,
Dicea: - Ben drittamente aggio io lodato
Di cortesia costui nel mio pensiero;
Ma che io il cognosca, al tutto  di mestiero. -

E come gionta fo gioso nel piano,
Alta da l'elmo si lev la vista,
E voltata a Rugier con atto umano
Disse: - Accetta una escusa, a bench trista,
De lo atto ch'io te usai tanto villano;
Ma spesso per error biasmo se acquista:
E certo che io commessi questo errore
Per voglia di seguire il mio segnore.

Non me ne avidi alora se non quando
Fu la doglia e il furor de me partito;
Ora in gran dono e grazia te adimando
Che questo assalto sia per me finito. -
Mentre che cos stava ragionando,
E Rodamonte si fo risentito,
Qual, veggendosi gionto a cotale atto,
Quasi per gran dolor divenne matto.

Non se trovando ne la mano il brando,
Che, com'io dissi, al prato era caduto,
Il celo e la fortuna biastemando
L dove era Rugier ne fu venuto.
Con gli occhi bassi a la terra mirando,
Disse: - Ben chiaramente aggio veduto
Che cavallier non  di te migliore,
N teco aver potrebbi alcun onore.

Se tal ventura ben fosse la mia,
Ch'io te vincessi il campo alla battaglia,
Non sono io vinto gi di cortesia?
N mia prodezza pi vale una paglia.
Rimanti adunque, ch'io me ne vo via,
E sempre, quanto io possa e quanto io vaglia,
Di me fa il tuo parere in ogni banda,
Come il maggiore al suo minor comanda. -

Senza aspettar risposta via fu tolto,
In men che non se coce a magro il cavolo;
Il brando su dal prato avea racolto,
Il brando qual gi fo de suo bisavolo.
In poco de ora longi era gi molto,
Ch s camina che sembra un davolo;
N mai se ripos quel disperato
Sin che la notte al campo fu arivato.

Rimase Bradamante con Rugiero,
Dapoi che il re di Sarza fie' partenza,
E la donzella avea tutto il pensiero
A prender di costui la cognoscenza.
Ma non trovando ben dritto sentiero
N via di ragionar di tale essenza,
Temendo che non fosse a lui disgrato,
Senza pi dimandar prese combiato.

Disse Rugiero, il giovane cortese:
- Che vadi solo, io nol comportaria.
Di Barbari  gi pien tutto il paese,
Che assaliranno in pi lochi la via.
Da tanti non potresti aver diffese:
Ma sempre ser teco in compagnia;
Via passaren, quand'io sia cognosciuto,
Se non, coi brandi ce daremo aiuto. -

Piacque alla dama il proferire umano,
E cos insieme presero il camino,
Ed essa cominci ben da lontano
Pi cose a ragionar col paladino;
E tanto lo men di colle in piano,
Che gionse ultimamente al suo destino,
Chiedendo dolcemente e in cortesia
Che dir gli piaccia de che gente sia.

Rugiero incominci, dal primo sdegno
Che ebbero e Greci, la prima cagione
Che adusse in guerra l'uno e l'altro regno,
Quel de Priamo e quel di Agamenne;
E 'l tradimento del caval di legno,
Come il condusse il perfido Sinone,
E dopo molte angoscie e molti affanni
Fo Troia presa ed arsa con inganni.

E come e Greci poi sol per sua boria
Fierno un pensier spietato ed inumano,
Tra lor deliberando che memoria
Non se trovasse del sangue troiano.
Usando crudelmente la vittoria,
Tutti e pregion scanarno a mano a mano,
Ed avanti a la matre per pi pena
Ferno svenar la bella Polissena.

E cercando Astianatte in ogni parte,
Che era di Ettorre un figlio piccolino,
La matre lo scamp con cotale arte:
Che in braccio prese un altro fanciullino,
E fuggette con esso a la disparte.
Cercando i Greci per ogni confino,
La ritrovarno col fanciullo in braccio,
E a l'uno e a l'altro dier di morte spaccio.

Ma il vero figlio, Astanatte dico,
Era nascoso in una sepoltura,
Sotto ad un sasso grande e molto antico,
Posto nel mezo de una selva oscura.
Seco era un cavallier del patre amico,
Che se pose con esso in aventura,
Passando il mare; e de uno in altro loco
Pervenne in fine alla Isola del Foco.

Cos Sicilia se appellava avante,
Per la fiamma che getta Mongibello.
Or crebbe il giovanetto, ed aiutante
Fu di persona a meraviglia e bello;
E in poco tempo fie' prodezze tante,
Che Argo e Corinto pose in gran flagello;
Ma fu nel fine occiso a modo tristo
Da un falso Greco, nominato Egisto.

Ma prima che morisse, ebbe a Misina
(De la qual terra lui n'era segnore)
Una dama gentile e pellegrina,
Che la vinse in battaglia per amore.
Costei de Saragosa era regina,
Ed un gigante chiamato Agranore,
Re de Agrigento, la oltraggiava a torto;
Ma da Astianatte fu nel campo morto.

Prese per moglie poscia la donzella,
E fece contra e Greci il suo passaggio,
Insin che Egisto, la persona fella,
Lo occise a tradimento in quel rivaggio.
Non era gionta ancora la novella
De la sconfitta e di tanto dannaggio,
Che e Greci con potente e grande armata
Ebber Misina intorno assedata.

Gravida era la dama de sei mesi,
Quando alla terra fu posto lo assedio,
Ma a patti se renderno e Misinesi,
Per non soffrir di guerra tanto tedio.
Poco o nente valse essersi resi,
Ch tutti morti fr senza rimedio,
Poi che promesso a' Greci avean per patto
Dar loro la dama, e non l'aveano fatto.

Ma essa, quella notte, sola sola
Sopra ad una barchetta piccolina
Pass nel stretto, ove  l'onda che vola
E fa tremare e monti alla ruina;
N si potrebbe odire una parola,
Tant'alto  quel furor de la marina;
Ma la dama, vargando come un vento,
A Regio se ricolse a salvamento.

E Greci la seguirno, e a lor non valse
Pigliar la volta che  senza periglio,
Perch un'aspra fortuna a l'onde salse
Sumerse ed ispezz tutto il naviglio,
E fr punite le sue voglie false.
Ora la dama a tempo ebbe un bel figlio,
Che rilucente e bionde avia le chiome,
Chiamato Polidoro a dritto nome.

Di questo Polidoro un Polidante
Nacque da poi, e Flovan di quello.
Questo di Roma si fece abitante
Ed ebbe duo filioli, ogniun pi bello,
L'un Clodovaco, l'altro fu Constante,
E fu diviso quel sangue gemello;
Due geste illustre da questo discesero,
Che poi con tempo molta fama apresero.

Da Constante discese Costantino,
Poi Fiovo e 'l re Fiorello, il campone,
E Fioravante e gi sino a Pipino,
Regal stirpe di Francia, e il re Carlone.
E fu l'altro lignaggio anco pi fino:
Di Clodovaco scese Gianbarone,
E di questo Rugier, paladin novo,
E sua gentil ischiatta insino a Bovo.

Poi se partitte di questa colona
La nobil gesta, in due parte divisa;
Ed una di esse rimase in Antona,
E l'altra a Regio, che se noma Risa.
Questa citade, come se ragiona,
Se resse a bon governo e bona guisa,
Sin che il duca Rampaldo e' soi figlioli
A tradimento fr morti con dli.

La voglia di Beltramo traditore
Contra del patre se fece rubella;
E questo fu per scelerato amore
Che egli avea posto alla Galacella;
Quando Agolante con tanto furore,
Con tanti armati in nave e ne la sella,
Coperse s di gente insino in Puglia,
Che al vto non capea ponto de aguglia.

Cos parlava verso Bradamante
Rugier, narrando ben tutta la istoria,
Ed oltra a questo ancor seguiva avante,
Dicendo: - Ci non toglio a vanagloria,
Ma de altra stirpe di prodezze tante,
Che sia nel mondo, non se ne ha memoria;
E, come se ragiona per il vero,
Sono io di questi e nacqui di Rugiero.

Lui de Rampaldo nacque, e in quel lignaggio
Che avesse cotal nome fu secondo;
Ma fu tra gli altri di virtute un raggio,
De ogni prodezza pi compiuto a tondo.
Morto fu poscia con estremo oltraggio,
N maggior tradimento vidde il mondo,
Perch Beltramo, il perfido inumano,
Traditte il patre e il suo franco germano.

Risa la terra and tutta a ruina,
Arse le case, e fu morta la gente;
La moglie di Rugier, trista, tapina,
Galacella, dico, la valente,
Se pose disperata alla marina,
E gionta sendo al termine dolente
Che pi il fanciullo in corpo non si porta,
Me parturitte, e lei rimase morta.

Quindi mi prese un negromante antico,
Qual di medolle de leoni e nerbi
Sol me nutritte, e vero  quel ch'io dico.
Lui con incanti orribili ed acerbi
Andava intorno a quel diserto ostco,
Pigliando serpe e draghi pi superbi,
E tutti gli inchiudeva a una serraglia;
Poi me ponea con quelli alla battaglia.

Vero  che prima ei gli cacciava il foco
E tutti e denti fuor de la mascella:
Questo fo il mio diletto e il primo gioco
Che io presi in quell'etate tenerella;
Ma quando io parvi a lui cresciuto un poco,
Non me volse tenir pi chiuso in cella,
E per l'aspre foreste e solitarie
Me conducea, tra bestie orrende e varie.

L me facea seguir sempre la traccia
Di fiere istrane e diversi animali;
E mi ricorda gi che io presi in caccia
Grifoni e pegasei, bench abbiano ali.
Ma temo ormai che a te forse non spiaccia
S lunga diceria de tanti mali:
E, per satisfar tosto a tua richiesta,
Rugier sono io; da Troia  la mia gesta. -

Non avea tratto Bradamante un fiato,
Mentre che ragionava a lei Rugiero,
E mille volte lo avea riguardato
Gi dalle staffe fin suso al cimero;
E tanto gli parea bene intagliato,
Che ad altra cosa non avea il pensiero:
Ma disiava pi vederli il viso
Che di vedere aperto il paradiso.

E stando cos tacita e sospesa,
Rugier sogionse a lei: - Franco barone,
Volentier saprebbi io, se non ti pesa,
Il nome tuo e la tua nazone. -
E la donzella, che  d'amore accesa,
Rispose ad esso con questo sermone:
- Cos vedest il cor, che tu non vedi,
Come io ti mostrar quel che mi chiedi.

Di Chiaramonte nacqui e di Mongrana.
Non so se sai di tal gesta nente,
Ma di Ranaldo la fama soprana
Potrebbe essere agionta a vostra gente.
A quel Ranaldo son sra germana;
E perch tu mi creda veramente,
Mostrarotti la faccia manifesta -;
E cos lo elmo a s trasse di testa.

Nel trar de l'elmo si sciolse la treccia,
Che era de color d'oro allo splendore.
Avea il suo viso una delicateccia
Mescolata di ardire e de vigore;
E' labri, il naso, e' cigli e ogni fateccia
Parean depenti per la man de Amore,
Ma gli occhi aveano un dolce tanto vivo,
Che dir non pssi, ed io non lo descrivo.

Ne lo apparir dello angelico aspetto
Rugier rimase vinto e sbigotito,
E sentissi tremare il core in petto,
Parendo a lui di foco esser ferito.
Non sa pur che si fare il giovanetto:
Non era apena di parlare ardito.
Con l'elmo in testa non l'avea temuta,
Smarito  mo che in faccia l'ha veduta.

Essa poi cominci: - Deh bel segnore!
Piacciavi compiacermi solo in questo,
Se a dama alcuna mai portasti amore,
Ch'io veda il vostro viso manifesto. -
Cos parlando odirno un gran rumore;
Disse Rugiero: - Ah Dio! Che ser questo? -
Presto se volta e vede gente armata,
Che vien correndo a lor per quella strata.

Questi era Pinadoro e Martasino,
Daniforte e Mordante e Barigano,
Che avean posto uno aguato in quel confino
Per pigliar quei che in rotta se ne vano.
Come gli vidde il franco paladino,
Verso di lor parlando alci la mano,
E disse: - Stati saldi in su il sentiero!
Non passati pi avanti! Io son Rugiero. -

In ver da la pi parte e' non fu inteso,
Perch cridando uscia de la foresta.
E Martasin, che sempre  de ira acceso,
Subito gionse e parve una tempesta.
A Bradamante se ne va disteso,
E ferilla aspramente nella testa;
Non avea elmo la meschina dama,
Ma sol guardando al celo aiuto chiama.

Alciando il scudo il capo se coperse,
Ch non volse fuggir la dama vaga.
Re Martasino a quel colpo lo aperse,
E fece in cima al capo una gran piaga.
Gi Bradamante lo animo non perse,
E riscaldata a guisa d'una draga
Ferisce a Martasin di tutta possa;
Ma Rugier gionse anch'esso alla riscossa.

E Daniforte cridava: - Non fare!
Non far, Rugier, ch quello  Martasino! -
Gi Barigano non stette a cridare,
Ch odio portava occulto al paladino,
Ed avea voglia di se vendicare,
Per che un Bardulasto, suo cugino,
Fo per man di Rugier di vita spento;
Ma lui lo avea ferito a tradimento.

Se vi racorda, e' fu quando il torniero
Se fece sotto al monte di Carena.
Scordato a voi debbe esser de legiero,
Ch io che lo scrissi, lo ramento apena.
Ora, tornando Barigano il fiero,
Sopra a Rugiero un colpo a due man mena;
Sopra la testa a lui mena a due mano,
E ben credette di mandarlo al piano.

Ma il giovanetto, che ha soperchia possa,
Non se mosse per questo dello arcione;
Anci, adirato per quella percossa,
Torn pi fiero, a guisa di leone.
Gi Bradamante alquanto era rimossa
Larga da loro; e, stracciato un pennone
Di certa lancia rotta alla foresta,
Con fretta avea legata a s la testa.

L'elmo alacciato e posta la barbuta,
Torn alla zuffa con la spada in mano.
La ardita dama aponto era venuta
Quando a Rugier percosse Barigano.
Lei speronando de arivar se aiuta,
E gionse un colpo a quel falso pagano;
Non par che piastra, o scudo, o maglia vaglia:
A un tratto tutte le sbaraglia e taglia.

Rugiero aponto si era rivoltato
Per vendicar lo oltraggio ricevuto,
E vidde il colpo tanto smisurato,
Che de una dama non l'avria creduto.
Barigano in duo pezzi era nel prato,
N a tempo furno gli altri a darli aiuto,
A bench incontinente e destrier ponsero;
Ma, come io dico, a tempo non vi gionsero.

Onde adirati, per farne vendetta
Contra alla dama tutti se adricciarno.
Rugier de un salto in mezo a lor se getta
Per dipartir la zuffa, a bench indarno;
Non val che parli, o che in mezo se metta,
E Martasino e Pinador cridarno:
- Tu te farai, Rugier, qua poco onore:
Contra Agramante i fatto traditore. -

Come quella parola e oltraggio intese
Il giovanetto, non trovava loco,
E s nel core e nel viso se accese,
Che sfavillava gli occhi come un foco;
E messe un crido: - Gente discortese,
Lo esser cotanti vi giovar poco.
Traditor sete voi; io non sono esso,
E mostrar la prova adesso adesso. -

Tra le parole il giovane adirato
Urta il destriero adosso a Pinadoro.
Or vedereti il campo insanguinato,
E de duo cori arditi il bel lavoro.
Chi gli assalta davanti e chi da lato,
Ch molta gente avean seco coloro;
Dico gli cinque re, de che io contai,
Avean con seco gente armata assai.

De' suoi scuderi in tutto da cinquanta
Avean seco costoro in compagnia.
El resto di sua gente, ch' cotanta,
Era rimaso adietro per la via;
Ma se qui ancora fosse tutta quanta,
Gi Bradamante non ne temeria;
Mostrar vle a Rugier che cotanto ama,
Che sua prodezza  assai pi che la fama.

N gi Rugiero avia voglia minore
Di far vedere a quella damigella
Se ponto avea di possa o di valore,
E lampeggiava al cor come una stella.
Ragione, animo ardito e insieme amore
L'un pi che l'altro dentro lo martella;
E la dama, ferita a tanto torto,
L'avrebbe ad ira mosso essendo morto.

Dunque adirato, come io dissi avante,
Se adriccia a Pinadoro il paladino;
N pi lenta se mosse Bradamante,
Che fuor de gli altri ha scorto Martasino.
Ma questo canto non sera bastante
Per dir ci che fu fatto in quel confino,
Onde io riservo al resto il fatto tutto,
Se Dio ce dona, come suole, aiutto.

Canto sesto

Segnor, se alcun di voi sente de amore,
Pensati che battaglia avranno a fare
Que' duo, che insieme agionto aveano il core,
N volevan l'un l'altro abandonare.
La fulmina del cel con suo furore
Non gli potrebbe a forza separare;
N spietata fortuna e non la morte
Pu disgiongere amor cotanto forte.

Come io contava, il nobile Rugiero
Sopra de Pinador forte martella;
L'elmo gli ruppe e spennacchi il cimiero:
Quasi a quel colpo lo trasse di sella.
Da l'altra parte Martasino il fiero
Non avantaggia ponto la donzella,
La qual sempre cridava: - Ascolta! ascolta!
Non me trovi senza elmo a questa volta. -

Cos dicendo a duo man l'ha ferito
De un colpo tanto orrendo e smisurato,
Che sopra de lo arcion  tramortito:
E veramente lo mandava al prato,
Ma in quel Mordante, il saracino ardito,
Correndo alla donzella urt da lato,
Ferendola a duo man de un roversone
Che fu per trarla fuora de lo arcione.

Ma Rugier presto venne ad aiutare,
Lasciando Pinador che aveva avante;
Per che, bench assai abbia da fare,
Sempre voltava gli occhi a Bradamante.
Or sembra il giovanetto un vento in mare:
Spezza in due parte il scudo di Mordante,
Taglia le piastre e usbergo tutto netto,
Ed anco alquanto lo fer nel petto.

Ma Pinadoro, che lo avea seguito,
Percosse a mezo il collo il paladino,
E tagli la gorziera pi de un dito:
Tenne il camaglio el brando, ch era fino.
Non si spaventa il giovanetto ardito:
Tondo de un salto rivolt Frontino,
E mena a Pinadoro in su la testa;
E Martasino a lui, che gi non resta.

Mentre che questa zuffa se scompiglia,
Daniforte se afronta e viene in tresca
Con circa a trenta della sua famiglia,
Con targhe e lancie armati alla moresca.
Bradamante ver loro alci le ciglia:
Come star cotal canaglia fresca,
Che armati son di smito e di tela!
Oh che squarcioni andran per l'aria a vela!

Urta tra lor la dama e il brando mena,
E gionse un moro in su un gianetto bianco,
Che coda e chioma avia tinto de alchena;
Lei tagli il nero dalla spalla al fianco.
Non era a terra quel caduto apena,
Che afronta uno Arbo, e fece pi ni manco;
La spada adosso in quel modo gli calla,
S che il part dal fianco in su la spalla.

Quasi che insieme tutti ebber la morte;
Chi qua chi l per el campo cascava,
E quando il primo bussava alle porte
Gi dello inferno, lo ultimo arivava.
Pi fiate la assalitte Daniforte;
Ma, come Bradamante a lui voltava,
Quel fugge e sguincia, e ponto non aspetta,
E torna e volta, e sembra una saetta.

Egli avea sotto una iumenta mora,
Di pel di ratta, con la testa nera,
Che in su la terra mai non se dimora
Con tutti e piedi, tanto era legiera.
Vero  che in dosso avia poche arme ancora,
Ch non portava usbergo n lamiera:
La tcca ha in testa, e la lancia e la targa,
E cinta al petto una spadazza larga.

Armato come io dico, il saracino
Tenea sovente la dama aticciata;
Or corre, e volta poi che gli  vicino,
Or da traverso mena una lanciata.
Ecco la dama ha visto Martasino,
Che al suo Rugier ferisce della spata:
Di dietro il tocca, sopra delle spalle,
E ben si crede di mandarlo a valle.

Ma Bradamante vi gionse a quel ponto
Che Rugiero ebbe il colpo smisurato;
Balordito era e s come defonto
Al col del suo destrier stava abracciato.
Or bene a tempo  quel soccorso agionto,
Perch certo altrimente era spacciato;
Ma come gionse, la dama felice
Parve un falcone entrato a le pernice.

Insieme Martasino e Pinadoro
A lei voltarno, e gionsevi Mordante
E Daniforte, e molti altri con loro:
Chi la tocca di dietro, e chi davante.
Ma lei, che di prodezza era un tesoro,
Dispreza l'altre gente tutte quante;
Tocca sol Martasino e quel travaglia,
N cura il resto che de intorno abaglia.

Tanto adirata  la dama valente,
Che Martasin conduce a rio partito;
La sua prodezza a lui giova nente,
Spezzato ha l'elmo e nel petto  ferito.
N vi giova il soccorso de altra gente;
La dama nel suo core ha statuito
Che ad ogni modo in questa zuffa e' mora,
E ben col brando a cerco gli lavora.

Al fin turbata e con molta tempesta
De coprirse col scudo non ha cura,
E ferillo a due man sopra alla testa:
Divide il capo e parte ogni armatura.
Quella tagliente spada non se arresta,
Ch tutto il fende insino alla centura;
Nel tempo che a quel modo lo divide,
Rugier rivenne e quel bel colpo vide.

Torna alla zuffa il giovanetto forte,
S rosso in vista che sembrava un foco:
Guardative, Pagan, ch el vien la morte!
A zaro il resto, ormai non vi  pi gioco.
E ben se avide il falso Daniforte
Che il contrastar pi qua non avea loco:
Gi morto  Martasino e Barigano,
Quaranta e pi de gli altri sono al piano.

Esso  rimaso e seco Pinadoro,
Circa ad otto altri ancora, con Mordante.
Tagliava allora il capo a un barbasoro
La dama, e gli altri avea morti davante.
Intanto insieme consiglir costoro
Che Daniforte attenda a Bradamante
E conducala via, mostrando fuggere,
Gli altri Rugiero attendano a destruggere.

Era gi gionto il giovanetto al ballo,
E stranamente incominci la danza,
Ch incontr un rebatin sopra al cavallo,
E tutto lo part sino alla panza.
Non avea intorno pezzo di metallo,
Perch era armato pure a quella usanza,
Moresca, dico, essendo Genoese:
Ma con la fede avea cambiato arnese.

Rugier lo occise, e un altro a canto ad esso.
N Bradamante ancora se posava;
Ma Daniforte occultamente apresso
Di lei se fece e sua lancia menava.
L dove il sbergo alla giontura  fesso,
Colse, ma poco dentro ve ne entrava,
Ch forte mai non mena quel che dubita:
La dama se volt turbata e subita.

Gi Daniforte ponto non la aspetta,
N star con seco a fronte gli bisogna;
Lei con li sproni il suo destriero afretta,
Ch voglia ha di grattare a quel la rogna.
Sera scappato come una saetta,
Ma non volea, quel pezzo di carogna,
Che va trottone e lamentase ed urla,
Mostrando stracco sol per via condurla.

Gli altri a Rugiero intorno combattevano,
Io dico Pinadoro e il re Mordante,
Che circa a sei de' suoi ancor vi avevano,
E di dietro il toccavano e davante,
Usando ogni vantaggio che sapevano.
Ma lascio loro e torno a Bradamante,
Che dietro a Daniforte invelenita
Lo vl seguire a sua vita finita.

E quel malvaggio spesso se rivolta,
Aspettala vicino, e poi calcagna,
E per un pezzo fugge alla disciolta,
Poi va galoppo e il corso risparagna,
Tanto che di quel loco l'ebbe tolta,
E furno usciti fuor de la campagna,
Che tutta  chiusa de monti de intorno,
Ove era stata la battaglia il giorno.

Il falso saracin monta a la costa
E scende ad un bel pian da l'altro lato.
Bradamante lo segue, ch  disposta
Non lo lasciar se non morto o pigliato;
E non prendendo al lungo corso sosta,
Il suo destriero afflitto ed affannato,
Sendo gi in piano, al transito d'un fosso,
Non potendo pi andar gli cade adosso.

E Daniforte, che sent il stramaccio,
Presto se volta, e stracco non par pi,
Dicendo: - Cristan, di questo laccio
Ove i caduto, non uscirai tu. -
Or Bradamante col sinistro braccio
Pinse il ronzon da lato, e lev su,
E forte crida: - Falso saracino,
Ancor non m'hai legata al tuo domno. -

Pur Daniforte de intorno la agira,
E de improviso spesso la assalisse;
Or mostra de assalirla, e se ritira,
Ed a tal modo il falso la ferisse.
La dama gionta a l'ultimo se mira,
E tacita parlando fra s disse:
"Io spargo il sangue e l'anima se parte,
Se io non colgo costui con la sua arte."

Cos con seco tacita parlava,
Mostrandosi ne gli atti sbigotita,
N molta finzon gli bisognava,
Per che in molte parte era ferita,
E il sangue sopra l'arme rosseggiava.
Or, mostrando cadere alla finita,
Andar se lascia e in tal modo se porta,
Che giuraria ciascun che fusse morta.

E quel malicoso ben se mosse,
Ma de smontare a terra non se attenta,
E prima con la lancia la percosse
Per veder se de vita fusse ispenta;
La dama lo sofferse e non se mosse,
E quello smonta e lega la iumenta;
Ma come Bradamante in terra il vede,
Non par pi morta e fu subito in piede.

Ora non puote il pagan maledetto,
Come suoleva, correre e fuggire;
La dama il capo gli tagli di netto
E lascil possa a suo diletto gire.
La ombra era grande gi per quel distretto,
E cominciava il celo ad oscurire:
Non sa quella donzella ove se sia,
Ch condotta era qua per strana via.

Per boschi e valle, e per sassi e per spine
Avea correndo il pagan seguitato,
E non vedeva per quelle confine
Abitacolo o villa in verun lato.
Salitte sopra la iumenta in fine,
E caminando uscitte di quel prato;
Ferita e sola, a lume de la luna
Abandon la briglia alla fortuna.

Lasciamo andare alquanto Bradamante,
Poi di lei seguiremo e soa ventura,
E ritorniamo ove io lasciai davante
Rugier lo ardito alla battaglia dura.
Il re di Constantina con Mordante,
Che non han di vergogna alcuna cura,
Gli sono intorno per farlo cadere,
E ciascun de essi tocca a pi potere.

Oh chi vedesse il giovanetto ardito,
Come a ponto divide il tempo a sesto,
Che non ne perde nel ferire un dito!
Or quinci or quindi tocca, or quello or questo;
Apena par che l'uno abbia ferito,
Che volta a l'altro, e mena cos presto
Che con minor distanzia e tempo meno
Fulmina a un tratto e seguita il baleno.

E per non vi seguir s lunga traccia,
La cosa presto presto vi disgroppo.
Mordante, che assalirlo se procaccia,
Ebbe tra questo assalto un strano intoppo:
Fu ferito a traverso nella faccia,
E via vol de l'elmo tutto il coppo;
Meza la testa  ne lo elmo che vola,
Rimase il resto al busto con la gola.

Non avea fatto questo colpo apena,
Che a Pinador volt, che era da lato,
E nel voltarse lo assalisce e mena;
Ma quello era gi tanto spaventato,
Che parea un veltro uscito di catena,
Fuggendo a tutta briglia per il prato.
Fuggito essendo per sassi e per valle,
Rugier gli tolse il capo dalle spalle.

Era gi il sole allo occidente ascoso,
Quando finita  la battaglia dura;
Allor guardando il giovane amoroso
Di Bradamante cerca e di lei cura,
N trova nel pensiero alcun riposo.
Per tutto a cerco  gi la notte oscura:
Veder non pu colei che cotanto ama,
Ma guarda intorno e ad alta voce chiama.

Passando per costiere e per valloni,
Trov duo cavallieri ad un poggetto,
E sentendo il scalpizzo de' ronzoni
Prese alcuna speranza il giovanetto;
Ma come a lui parlarno que' baroni,
Che il salutarno de animo perfetto,
Tanto cordoglio l'animo gli assale,
Che non rispose a lor ni ben ni male.

- Costui certo debbe esser un villano,
Che avr spogliato l'arme a qualche morto! -
Disser que' duo; ma il giovanetto umano
Rispose: - Veramente io ebbi il torto.
Amor, che ha del mio cor la briglia in mano,
Me ha da lo intendimento s distorto,
Che quel che esser soleva, or pi non sono,
E del mio fallo a voi chiedo perdono. -

Disse un de' duo baroni: - O cavalliero,
Se inamorato sei, non far pi scusa:
Tua gentilezza provi de legiero,
Perch in petto villano amor non usa;
E se di nostro aiuto hai de mestiero,
Alcun di noi servirti non recusa. -
Rispose a lui Rugiero: - Ora mi lagno,
Perch ho perduto un mio caro compagno.

Se lo avesti sentito indi passare,
Mostratimi il camin per cortesia;
Per tutto il mondo lo voglio cercare:
Senza esso certo mai non viveria. -
Cos dicea Rugiero, e palesare
Altro non volse, sol per zelosia;
Per che il dolce amore in gentil petto
Amareggiato  sempre di sospetto.

Negarno e duo baroni aver sentito
Passare alcuno intorno a quel distretto,
E ciascadun di lor si  proferito
De accompagnar cercando il giovanetto;
Ed esso volentier prese lo invito,
Ch se trovava in quel loco soletto,
Dico in quel monte diserto e salvatico,
Ed esso del paese era mal pratico.

Tutti e tre insieme adunque cavalcando,
Avosavano intorno spessamente,
Per ogni loco del monte cercando
Tutta la notte, e trovarno nente.
E gi veniva l'alba reschiarando,
La luce rosseggiava in orente,
Quando un de quei baron tutto se affisse
Mirando il scudo de Rugiero, e disse:

- Chi vi ha concessa, cavallier, licenzia
Portar depenta al scudo quella insegna?
Il suo principio  di tanta eccellenzia,
Che ogni persona de essa non  degna.
Ci vi comportar con pacenzia,
Se tal virt nel corpo vostro regna,
Che alla battaglia riportati lodo
Contro di me, che l'ho acquistata e godo. -

Disse Rugiero: - Ancor non mi ero accorto
Che quella insegna  fatta come questa;
E veramente la portati a torto,
Se non siamo discesi de una gesta;
Onde vi prego molto e vi conforto
Che tal cosa facciati manifesta:
Ove acquistasti tale insegna e come,
E quale  vostra stirpe e vostro nome. -

Disse colui: - Da parte assai lontane
A vostra stirpe credo esser venuto;
Tartaro sono e nacqui de Agricane,
Mio nome ancora  poco cognosciuto.
Per forza de arme ed aventure istrane
In Asia conquistai questo bel scuto;
Ma a che bisogna dare incenso a' morti?
Chi ha pi prodezza, quello scudo porti. -

Rugier, poi che lo invito ebbe accettato,
Giva il nimico a cerco rimirando:
Vide che spata non avea a lato,
E disse a lui: - Voi sete senza brando:
Come faremo, ch io non sono usato
Giocare a pugni? E per vi adimando
Quale esser debba la contesa nostra:
Brando non vi  n lancia per far giostra. -

Rispose il cavallier: - Mai non vien manco
Fortuna de arme a franco campone;
Le vostre acquistar, se io non mi stanco:
Acquistar le voglio io con un bastone.
Portar non posso brando alcuno al fianco,
Se io non abatto il figlio di Melone,
Per che Orlando, la anima soprana,
Tien la mia spata, detta Durindana. -

L'altro compagno di quel cavalliero
(Che era Gradasso, ed esso  Mandricardo)
Presto rispose: - E' vi falla il pensiero,
Perch quel brando del conte gagliardo
S non acquistareti de legiero,
Ch gionto seti a tale impresa tardo,
E sera vostra causa disonesta:
Prima di voi io venni a questa inchiesta.

Cento cinquanta millia combattanti
Condussi in Francia fin de Sericana;
Tante pene soffersi, affanni tanti,
Per acquistare il brando Durindana!
Par che il mercato sii fatto a contanti,
Cos faceti voi la cosa piana;
Ma prima che il pensier vostro se adempia,
Far scadervi l'una e l'altra tempia.

N vi crediati senza mia contesa
Aver per zanze quel brando onorato. -
E Mandricardo di collera accesa
Disse: - Io so che di zanze  bon mercato:
Or vi aconciati e prendeti diffesa. -
Cos dicendo ad uno olmo in quel prato
Un grosso tronco tra le rame scaglia,
E quel sfrondando viene alla battaglia.

Gradasso il brando pose anco esso in terra,
E spicc presto un bel fusto di pino;
L'un pi che l'altro gran colpi disserra
E fuor de l'arme scuoteno il polvino.
Stava Rugiero a remirar tal guerra
E scoppiava de riso il paladino,
Dicendo: - A bench io non veda chi msini,
Quel gioco  pur de molinari e de asini. -

Pi fiate volse la zuffa partire:
Come pi dice, ogniom pi se martella.
Eccoti un cavalliero ivi apparire
Accompagnato da una damigella.
Rugier da longi lo vidde venire;
Fassegli incontro e con dolce favella
Espose a lui ridendo la cagione
Perch faceano e duo quella tenzone.

Dicea Rugiero: - Io gli ho pregati in vano,
Ma di partirli ancor non ho potere.
Per la spata de Orlando, che non hano,
E forse non sono anco per avere,
Tal bastonate da ciechi se dano,
Che piet me ne vien pur a vedere:
E certo di prodezza e di possanza
Son due lumiere agli atti e alla sembianza.

Ma voi diceti: onde seti venuto?
Perch, se io non me inganno nel sembiante,
Mi pare altrove avervi cognosciuto:
Se bene amento, in corte de Agramante. -
Rispose il cavalliero: - Io ve ho veduto
Di certo quando io venni di Levante.
Io ve vidi a Biserta, questo  il vero;
Son Brandimarte, e voi seti Rugiero. -

Incontinente insieme se abbracciarno,
Come se ricognobbero e baroni,
E parlando tra lor deliberarno
De ispartir quella zuffa de bastoni.
Ebbero un pezzo tal fatica indarno,
Ch s turbati sono e camponi,
Che per ragione o preghi non se voltano:
L'un l'altro tocca, e ponto non ascoltano.

Pur Brandimarte, a cenni supplicando,
Fece che sue parole furno odite,
Dicendo a lor: - Se desati il brando
Per il quale  tra voi cotanta lite,
Condur vi posso ov' al presente Orlando:
L fen vostre contese diffinite.
Or s ve ha tolto l'ira il fren di mano,
Che per nente combattete in vano.

Ma se traeti il campon sereno
Di certa incantason dolente e trista,
Lui di battaglia a voi non verr meno;
Sia Durindana poi di chi l'acquista.
Se il mondo  ben di meraviglia pieno,
Una pi strana mai non ne fu vista
Di questa ove ora vado, per provare
Se indi potessi Orlando liberare. -

Gradasso e Mandricardo, odendo questo,
Lascir la pugna pi che volentiera,
Pregando Brandimarte che pur presto
Gli volesse condurre ove il conte era.
Esso rispose: - Ora io vi manifesto
Che vicino a due leghe  una riviera,
Qual nome ha Riso, e veramente  un pianto;
Dentro vi  chiuso Orlando per incanto.

Uno indovino, a cui molto  creduto,
In Africa m'ha questo apalesato;
E perci in questo loco ero venuto
A liberarlo, come disperato.
Bastante non ero io; ma il vostro aiuto,
Come io comprendo, il cel me ha destinato,
E so che ogniom di voi passaria il mare
Per tuore impresa tanto singulare. -

Ciascun de' duo baroni ha pi desio
Di ritrovarsi presto alla fiumana.
Dicea Rugiero: - E dove rimango io,
Se ben non cheggio Orlando o Durindana? -
Pi non dico ora. Il grave incanto e rio
Far palese e la aventura istrana,
E come tratto for ne fosse Orlando;
Cari segnori, a voi me racomando.

Canto settimo

Pi che il tesoro e pi che forza vale,
Pi che il diletto assai, pi che l'onore,
Il bono amico e compagnia leale;
E a duo, che insieme se portano amore,
Maggior li pare il ben, minore il male,
Potendo apalesar l'un l'altro il core;
E ogni dubbio che accada, o raro, o spesso,
Poterlo ad altrui dir come a se stesso.

Che giova aver de perle e d'r divizia,
Avere alta possanza e grande istato,
Quando si gode sol, senza amicizia?
Colui che altri non ama, e non  amato,
Non puote aver compita una letizia;
E ci dico per quel che io vi ho contato
Di Brandimarte, che ha passato il mare
Sol per venire Orlando ad aiutare.

Di Biserta  venuto il cavalliero
Per trare il conte fuor de la fiumana;
Il re Gradasso e Mandricardo altiero
Avea richiesti a quella impresa strana.
- Ma dove rimango io? - dicea Rugiero
- Se ben non chieggio a Orlando Durindana,
Se ben seco non voglio aver contesa,
Venir non debbo a s stupenda impresa? -

- Esser conviene il numero disparo, -
Rispose Brandimarte - a quel che io sento;
Condurvi tutti quanti avrebbi a caro,
Ma nol concede questo incantamento;
Ed io non vedo a ci meglior riparo
Che per la sorte fare esperimento.
Ecco una pietra bianca ed una oscura:
Chi avr la nera, cerchi altra ventura. -

Ciascun de stare a questo fo contento,
Cos gettarno la ventura a sorte,
E Mandricardo fuor rimase ispento,
E quindi se part dolente a morte.
Turbato se ne va, che sembra un vento,
Per piano e monte caminando forte.
Tanto and, che a Parigi gionse un giorno,
Ove Agramante ha gi lo assedio intorno.

Di fuor ne l'oste, io dico de Agramante,
Fu ricevuto a grandissimo onore.
Ma di lui non ragiono ora pi avante,
Perch io ritorno nel primo tenore
A ricontarvi del conte de Anglante,
Che se ritrova preso in tanto errore
Tra le Naide al bel fiume del Riso;
Or odeti la istoria che io diviso.

Queste Naide ne l'acqua dimorano
Per quella solacciando, come il pesce,
E per incanto gran cose lavorano,
Ch ogni disegno a lor voglia resce.
De' cavallier sovente se inamorano,
Ch star senza uomo a ogni dama rencresce,
E di tal fatte assai ne sono al mondo;
Ma non si veggion tutti e fiumi al fondo.

Queste ne l'acque che il Riso se appella,
Avean composto de oro e di cristallo
Una mason, che mai fu la pi bella,
E l si stavon festeggiando al ballo.
Gi vi contai di sopra la novella,
Quando discese Orlando del cavallo
Per rinfrescarse a l'onde pellegrine;
Ci vi contai de l'altro libro al fine.

E come tra le dame fu raccolto
Con molta zoia e grande adobamento;
Quivi poi stette libero e disciolto,
Preso de amore al dolce incantamento,
A l'onde chiare specchiandosi il volto,
Fuor di se stesso e fuor di sentimento;
E le Naide, allegre oltra misura,
Solo a guardarlo aveano ogni lor cura.

Per di fuora, in cerco alla rivera,
Per arte avean formato un bosco grande,
Ove stava di pianta ogni mainera,
Ilice e quercie e soveri con giande:
L'arice e teda e l'abete legera
Di grado in grado al ciel le fronde spande,
Che sotto a s facean l'aere oscuro;
Poi for del bosco se agirava un muro.

Questa cinta era fabricata intorno
Di marmi bianchi, rossi, azurri e gialli,
Ed avea in cima un veroncello adorno
Con colonnette di ambre e de cristalli.
Ora a quei cavallier faccio ritorno,
Che vengon senza suoni a questi balli,
N san de le Naide la mala arte:
Dico Rugier, Gradasso e Brandimarte,

E Fiordelisa, che seco favella
Di questa impresa e molto li conforta.
Gionsero in fine a la muraglia bella,
Qual di metallo avea tutta la porta.
Sopra alla soglia stava una donzella,
Come a guardarla posta per iscorta,
E tenea un breve, scritto da due bande,
Con tal parole e con lettere grande:

' Desio di chiara fama, isdegno e amore
Trovano aperta a sua voglia la via.'
Questi duo versi avea scritti di fuore,
Poi dentro in cotal modo se leggia:
'Amore, isdegno e il desare onore
Quando hanno preso l'animo in bala,
Lo sospingon avanti a tal fraccasso,
Che poi non trova a ritornare il passo.'

Gionti quivi e baron, come io vi ho detto,
La dama con la mano il breve alciava,
E fo da tutti lor veduto e letto
Da quella banda che se dimostrava.
Adunque e cavallier senza sospetto
Passr, ch alcun la strata non vetava;
Con Fiordelisa entrarno tutti quanti,
Ma per la selva andar non ponno avanti.

Per che quella molto era confusa
De arbori spessi ed alti oltra misura;
La porta alle sue spalle era gi chiusa,
Che pi facea parer la cosa scura;
Ma Fiordelisa, tra gli incanti adusa,
- Non abbiati - dicia - de ci paura;
A ogni periglio e loco ove si vada,
Il brando e la virt fa far la strada.

Smontati de li arcioni, e con le spate
Tagliando e tronchi, fative sentiero;
E se ben sorge alcuna novitate,
Non vi turbati ponto nel pensiero.
Vince ogni cosa la animositate,
Ma condurla con senno  di mestiero. -
Cos dicea la dama; onde e baroni
Smontano al piano e lasciano e ronzoni.

Smontati tutti e tre, come io vi disse,
Rugier nel bosco fo il primo ad entrare,
Ma un lauro il suo camin sempre impedisse,
N a' folti rami lo lascia passare;
Onde la mano al brando il baron misse
E quella pianta se pose a tagliare,
Dico del lauro, che foglia non perde
Per freddo e caldo, e sempre se rinverde.

Poi che soccisa fu la pianta bella
E cadde a terra il tromfale aloro,
Fuor del suo tronco sorse una donzella,
Che sopra al capo avia le chiome d'oro,
E gli occhi vivi a guisa de una stella;
Ma piangendo mostrava un gran martoro,
Con parole suave e con tal voce,
Che avria placato ogni animo feroce.

- Serai tanto crudel, - dicea - barone,
Che il mio mal te diletti e trista sorte?
Se qua me lasci in tal condizone,
Le gambe mie seran radice intorte,
El busto tramutato in un troncone,
Le braccie istese in rami seran porte;
Questo viso fia scorza, e queste bionde
Chiome se tornaranno in foglie e in fronde.

Perch cotale  nostra fatasone,
Che trasformate a forza in verde pianta
Stiamo rinchiuse, insin che alcun barone
Per sua virtute a trarcene se avanta.
Tu m'hai or liberata de pregione,
Se la pietate tua ser cotanta,
Che me accompagni quivi alla rivera;
Se non, mia forma tornar qual era. -

Il giovanetto pien di cortesia
Promesse a quella non la abandonare,
Sin che condotta in loco salvo sia.
La falsa dama con dolce parlare
Alla riviera del Riso se invia;
N vi doveti gi meravigliare
Se clto fu Rugiero a questo ponto,
Ch il saggio e il paccio  da le dame gionto.

Come condotto fu sopra a la riva,
La vaga ninfa per la mano il prese,
E de lo animo usato al tutto il priva,
S che una voglia nel suo cuor se accese
De gettarsi nel fiume a l'acqua viva.
N la donzella questo gli contese;
Ma seco, cos a braccio, come istava,
Ne la chiara onda al fiume se gettava.

L gi nel bel palazo de cristallo
Frno raccolti con molta letizia.
Orlando e Sacripante era in quel stallo
E molti altri baroni e gran milizia.
Le Naide con questi erano in ballo;
Ciuffali e tamburelli a gran divizia
Sonavano ivi, e in danze e giochi e canto
Se consumava il giorno tutto quanto.

Gradasso era rimaso alla boscaglia,
N trova al suo passar strata o sentiero,
E sempre avanti il varco gli travaglia
Tra l'altre piante un frassino legiero.
Lui questo con la spata intorno taglia,
Subito uscitte al tronco un gran destriero;
Leardo ed arodato era il mantello:
Natura mai ne fece un cos bello.

La briglia che egli ha in bocca  tutta d'oro,
E cos adorno  'l ricco guarnimento
Di pietre e perle, e vale un gran tesoro.
Gradasso non vi pone intendimento
Che per inganno  fatto quel lavoro;
Anci se accosta con molto ardimento
E d di mano a quella briglia bella
Senza contrasto, e salta ne la sella.

Subito prese quel destriero un salto,
N poscia in terra pi se ebbe a callare;
Per l'aria via camina e monta ad alto,
Come tal volta un sogna di volare.
Battaglia non fu mai n alcuno assalto,
Qual potesse Gradasso ispaventare;
Ma in questo, vi confesso, ebbe paura,
Veggendose levato in tanta altura;

Perch ne l'aria cento passi o piue
L'avia portato quella bestia vana.
Il baron spesso riguardava in giue,
Ma a scender gli parea la scala strana.
Quando cos bon pezzo andato fue
E ritrovosse sopra alla fiumana,
Cader si lascia la incantata bestia;
Nel fiume se atuff senza molestia.

Cos Gradasso al fondo se atuffoe,
E 'l gran caval natando a sommo venne,
Poi per la selva via si deleguoe
S ratto come avesse a' pi le penne.
Ma il cavallier, che a l'acqua si trovoe,
Subito un altro nel suo cor divenne;
Scordando tutte le passate cose,
Con le Naide a festeggiar se pose.

A suon de trombe quivi se trescava
Zoiosa danza, che di qua non se usa:
Nel contrapasso l'un l'altro baciava,
N se potea tener la bocca chiusa.
A cotale atto se dimenticava
Ciascun se stesso; ed io faccio la scusa,
E credo che un bel baso a bocca aperta
Per la dolcezza ogni anima converta.

In cotal festa facevan dimora
Tutti e baroni in suoni e balli e canti;
Sol Brandimarte se affatica ancora,
N per la selva pu passare avanti,
Bench col brando de intorno lavora
Tagliando il bosco; e da diversi incanti
Era assalito, ed esso alcun non piglia,
Ch Fiordelisa sempre lo consiglia.

Lui tagli de le piante pi che vinte,
E de ciascuna uscia novo lavoro,
Or grandi occelli con penne depinte,
Or bei palagi, or monti de tesoro;
Ma queste cose rimasero estinte,
Ch Brandimarte ad alcuna di loro
Mai non se apiglia e dietro a s le lassa,
E per la selva sino al fiume passa.

Come alla riva fu gionto il barone,
Divenne in faccia di color di rosa
E tutto se cangi de opinone
Per trabuccarse ne l'acqua amorosa;
E per gran forza de incantazone
Non se amentava Orlando n altra cosa,
E gioso se gettava ad ogni guisa,
Se a ci non reparava Fiordelisa.

Perch essa gi composti avea per arte
Quattro cerchielli in forma di corona
Con fiori ed erbe acolte in strane parte,
Per liberar de incanti ogni persona;
E pose un de essi in capo a Brandimarte,
Quindi de ponto in ponto li ragiona
Lo ordine e il modo e il fatto tutto quanto
Per trare Orlando fuor di quello incanto.

Il franco cavalliero incontinente
Fa tutto ci che la dama comanda;
Nel fiume se gett tra quella gente,
Che danza e suona e canta in ogni banda.
Ma lui non era uscito di sua mente,
Come eron gli altri, per quella ghirlanda
Che Fiordelisa nel capo gli pose,
Fatta per arte de incantate rose.

Come fo gionto gi tra quella festa
Nel bel palagio de cristallo e de oro,
Un de' cerchielli al conte pose in testa,
E li altri a li altri duo senza dimoro.
Cos la fatason fu manifesta
Subitamente a tutti quattro loro;
E le dame lasciarno e ogni diletto,
Uscendo fuor del fiume a lor dispetto.

S come zucche in su vennero a galla;
Prima de l'acqua sorsero e cimieri,
Poi l'elmo apparve e l'una e l'altra spalla,
Ed alla riva gionsero legieri.
Quindi, levati a guisa di farfalla
Che intorno al foco agira volentieri,
Sospesi fur da un vento in poco de ora,
Qual li soffi di quella selva fuora.

Chi avesse chiesto a lor come and il fatto,
Non l'avrebbon saputo racontare,
Come om che sogna e se sveglia di tratto,
N pu quel che sognava ramentare.
Eccoti avanti a lor ariva ratto
Un nano, e solo attende a speronare;
E, come presso e cavallier si vede,
- Segnor, - cridava - odeti per mercede!

Segnor, se amati la cavalleria,
Se adiffendeti il dritto e la iustizia,
Fati vendetta de una fellonia
Maggior del mondo e pi strana nequizia. -
Disse Gradasso: - Per la fede mia!
Se io non temessi di qualche malizia
E de esser per incanto ritenuto,
Io te darebbi volentieri aiuto. -

Il nano allora sacramenta e giura
Che non  a questa impresa incantamento.
- Oh! - disse il conte, - e chi me ne assicura?
Tanto credetti gi, che io me ne pento.
Lo augel ch'esce dal laccio, ha poi paura
De ogni fraschetta che se move al vento;
Ed io gabbato fui cotanto spesso,
Che, non che altrui, ma non credo a me stesso. -

Disse Rugier: - Non  solo un parere,
E ciascun loda la sua opinone.
Direbbe altrui che fosser da temere
L'opre de' spirti e queste fatagione;
Ma se il bon cavallier fa el suo dovere
Non dee ritrarse per condizone
Di cosa alcuna; ogni strana ventura
Provar se deve, e non aver paura.

Menami, o nano, e nel mare e nel foco,
E se per l'aria me mostri a volare,
Verr teco a ogni impresa, in ogni loco:
Che io mi spaventi mai, non dubitare. -
Gradasso e 'l conte se arrossirno un poco
Odendo in cotal modo ragionare;
E Brandimarte al nano prese a dire:
- Camina avanti, ogniom ti vl seguire. -

Il nano aveva un palafreno amblante:
Via se ne va per la campagna piana.
Dicea Gradasso verso il sir de Anglante:
- Se questa impresa fia sublime e strana,
E per sorte mi tocca il gire avante,
Io voglio adoperar tua Durindana,
Anci pur mia, per che il re Carlone
Me la promisse, essendo mio pregione. -

- Se lui te la promisse, e lui te attenda! -
Rispose il conte, in collera salito
- Ben parlo chiaro, e vo' che tu me intenda,
Che non  cavallier cotanto ardito,
Dal qual mia spata ben non mi diffenda;
E se a te piace mo questo partito
Di guadagnarla in battaglia per forza,
Eccola qua: ma gurdati la scorza. -

Cos dicendo avea gi tratto il brando,
A cui piastra n usbergo non ripara;
Gradasso d'altra parte fulminando
Trasse del fodro la sua simitara.
Araldo non vi  qua che faccia il bando,
N re che doni il campo chiuso a sbara;
Ma senza cerimonie e tante ciacare
Ben se azufarno, e senza trombe e gnacare.

E cominciano il gioco con tal fretta,
Con tanta furia e con tanta ruina,
Che l'una botta l'altra non aspetta;
De intorno al capo l'elmo gli tintina,
E ciascun colpo fuoco e fiama getta.
Come sfavilla un ferro alla fucina,
Come chiocca le fronde alla tempesta,
Cotal l'un l'altro mena e mai non resta.

Men a due mano il conte un colpo crudo,
Con tal furor che par che il mondo cada;
Gradasso il vidde e ripar col scudo,
Ma non giova riparo a quella spada:
La targa e usbergo in fino al petto nudo
Convien che 'n pezzi a la campagna vada,
E la gorzera e parte del camaglio
Ne port seco a terra de un sol taglio.

Quando il re franco del colpo se avvide,
Mena a due mano e il fren frangendo rode;
Sino alla carne ogni arma li divide,
E 'l gran rimbombo assai de intorno se ode.
Dice Gradasso, e tutta fiata ride:
- Se ben ti rado, fcciati bon prode!
In questa volta pi non te ne toglio,
Perch a mio senno il pel non  ancor moglio. -

Diceva il conte: - Che bufonchie, che?
Prima che quindi te possi dividere,
Tante te ne dar che guai a te,
E insegnarotti in altro modo a ridere. -
Rispose a lui Gradasso: - Per mia f!
Se omo del mondo me avesse a conquidere,
Esser potrebbe che fusti colui;
Ma in verit n te stimo n altrui.

Quando un tuo pare avessi alla centura,
Non restarei di correre a mia posta.
Se pur te piace, prova tua ventura:
Vieni oltra, vieni, e a tuo piacer te accosta. -
Orlando se avamp fuor di misura,
Dicendo: - Poco lo avantar ti costa;
Ma tra fatti e parole  differenzia,
Del che vedremo presto esperenzia. -

Tuttavia parla e mena Durindana,
Ad ambe mano un gran colpo gli lassa;
Manda il cimiero a pezzi in terra piana,
E 'l copo col torchion tutto fraccassa.
Risuon l'elmo come una campana,
E il re chin gi il viso a terra bassa;
Di sangue ha il naso e la bocca vermiglia,
Perse una staffa e abandon la briglia.

Ma non perci perdette la baldanza
Quel re superbo, e divenne pi fiero;
Parea di foco in faccia alla sembianza.
Mena a duo mani e gionse nel cimiero
Con tanto orgoglio e con tanta possanza,
Che il coppo e il torchio manda nel sentiero.
Risuon l'elmo, ed accerta Turpino
Che un miglio o pi se odette in quel confino.

E fu per trabuccar de lo arcion fuore
Il franco conte a quel colpo diverso;
La sembianza proprio ha d'un om che more,
E piedi ha fuor di staffe e 'l freno ha perso.
Fuggendo via ne 'l porta il corridore
Per la campagna, a dritto ed a traverso,
E 'l re Gradasso il segue con la alfana,
Per darli morte e tuorli Durindana.

Pur ne la istoria il ver se convien dire:
A suo dispetto li dava de piglio;
Ma Brandimarte non puote soffrire
Vedere Orlando posto in tal periglio,
Onde correndo se 'l pose a seguire.
Volt Gradasso il viso, alciando il ciglio,
E disse: - Anco tu vai cercando noglia?
Io ne ho per tutti; venga chi ne ha voglia. -

Ma in questo Orlando se fu risentito,
E ver Gradasso vien col brando in mano.
Rugiero allora, el giovane fiorito,
Fra lor se pose con parlare umano,
Cercando de accordargli ogni partito;
E similmente ancor faceva il nano
Pregando per pietate e per mercede
Che vadano alla impresa che lui chiede.

E tanto seppon confortare e dire,
Che tra lor fu la zuffa raquetata;
Ma ben la compagnia voglion partire,
E ciascadun ha sua strata pigliata.
Gradasso con Rugier presero a gire
Ove il nano una torre ha dimostrata;
E Brandimarte e il conte paladino
Verso Parigi presero il camino.

Quel che Rugier facesse e il re Gradasso,
Vi fia poi racontato in altra parte,
Perch al presente a dir di lor vi lasso,
E seguo come il conte e Brandimarte
Vennero in Francia caminando a passo,
Con Fiordelisa, maestra in tutte l'arte;
E una mattina, al cominciar del giorno,
Vidder Parigi, che ha lo assedio intorno.

Perch Agramante, come io vi contai,
Sconfitto avendo in campo Carlo Mano
E morta e presa di sua gente assai,
Se era atendato a cerco per quel piano.
Tanta ciurmaglia non se vidde mai
Quanta adunata avea quello africano;
Ben sette leghe il campo intorno tiene,
Che valle e monti e le campagne ha piene.

Quei de la terra stavano in diffese,
E notte e giorno attendono alle mura,
Ch sol de' paladin vi era il Danese,
Che a far beltresche e riparar procura.
Ma quando il conte mirando comprese
Cotal sconfita e tal disaventura
S gran cordoglio prese e dolor tanto,
Che for de gli occhi li scoppiava il pianto.

- Chi se confida in questa vita frale -
Diceva lui - e in questo mondo vano,
Lasci gli alti pensieri e chiuda l'ale,
Prendendo esempio dal re Carlo Mano,
Che s vittoroso e tronfale
Facea tremar ciascun presso e lontano;
Or l'ha del tutto la fortuna privo
In un momento, e forse non  vivo. -

Ma, mentre che dicea queste parole,
Nel campo si lev s gran romore,
Che par che il cel risuoni insino al sole,
E sempre il crido cresce e vien maggiore.
Or, bella gente, certo assai mi dole
Non poter mo chiarir tutto il tenore;
Ma apresso il contar ne l'altra stanza,
Ch in questo canto abbiam detto a bastanza.

Canto ottavo

Dio doni zoia ad ogni inamorato,
Ad ogni cavallier doni vittoria,
A' principi e baroni onore e stato,
E chiunque ama virt, cresca di gloria:
Sia pace ed abundanzia in ogni lato!
Ma a voi, che intorno odeti questa istoria,
Conceda il re del cel senza tardare
Ci che sapriti a bocca dimandare.

Donevi la ventura per il freno,
E da voi scacci ogni fortuna ria;
Ogni vostro desio conceda a pieno,
Senno, beltade, robba e gagliardia,
Quanto  vostro voler, n pi n meno,
S come per bontate e cortesia
Ciascun di voi ad ascoltare  pronto
La bella istoria che cantando io conto.

La qual lasciai, se vi racorda, quando
Sorse il gran crido al campo de' Pagani,
Talabalachi e timpani suonando,
Corni di brongio ed instrumenti istrani,
Alor che Brandimarte e il conte Orlando,
Gionti ne' poggi e riguardando e piani,
Vider cotanta gente e tante schiere
Che un bosco par di lancie e di bandiere.

Perch sappiati il fatto tutto quanto,
L'ordine  dato a ponto per quel giorno
Di combatter Parigi in ogni canto,
E lo assalto ordinato intorno intorno.
De li Africani ogni om se d pi vanto,
L'un pi che l'altro se dimostra adorno;
Chi promette a Macone, e chi lo giura,
Passar de un salto sopra a quella mura.

Scale con rote e torre aveano assai,
Che se movean tirate per ingegno.
Pi nove cose non se vidder mai:
Gatti tessuti a vimine e di legno,
Baltresche di cor' cotto ed arcolai,
Ch'erano a rimirare un strano ordegno,
Qual con romor se chiude e se disserra,
E pietre e foco tra' dentro alla terra.

Da l'altra parte il nobile Danese,
Che fatto  capitan per lo imperiere,
Fa gran ripari ed ordina in diffese
Saettamenti e mangani e petriere.
Con gli occhi suoi veder vl lui palese,
Ch con li altrui non guarda volentiere,
E sassi e travi e solfo e piombo e foco
Per torre e merli assetta in ciascun loco.

Sopra a ogni cosa egli ordina e procura
La gente armata a piede ed a cavallo;
Mo qua mo l scorrendo per le mura,
Non pone a l'ordinar tempo o intervallo.
Gi se odeno e Pagani alla pianura
Con tamburacci e corni di metallo,
Sonando sifonie, gnacare e trombe,
Che l'aria trema e par che 'l cel rimbombe.

O re del celo! O Vergine serena!
Che era a veder la misera citate!
Gi non mi credo che il demonio apena
Se rallegrasse a tanta crudeltate.
De strida e pianti  quella terra piena:
Piccoli infanti e dame scapigliate
E vecchi e infermi e gente di tal sorte
Battonsi il viso, a Dio chiedendo morte.

Di qua di l correa ciascuno a guaccio,
Pallidi e rossi, e timidi  li arditi;
Triste le moglie con figlioli in braccio,
Sempre piangendo, pregano e mariti
Che le diffendan da cotanto impaccio;
E disperate a li ultimi partiti,
Caccian da s la feminil paura,
Ed acqua e pietre portano alle mura.

Suonano a l'arme tutte le campane;
De cridi e trombe  s grande il rumore,
Che nol potrian contar le voce umane.
Va per la terra Carlo imperatore:
Ogni omo il segue, alcun non vi rimane,
Che non voglia morir col suo segnore;
E lui qua questo e l quell'altro manda,
Provede intorno ed ordina ogni banda.

Lo esercito pagano  gi vicino,
Che intorno se distende a schiera a schiera:
Alla porta San Celso  il re Sobrino
Con Bucifar, il re de la Algazera;
E Baliverzo, il falso saracino,
L dove entra di Senna la riviera
Se sforza entrar con sua gente perversa;
E seco  il re de Arzila e quel de Fersa.

A San Dionigi il re di Nasamona
Col re de la Zumara era accostato:
E il re di Cetta e quel di Tremisona
Combatteno alla porta del mercato;
L'aria fremisce e la terra risona,
Ch la battaglia  intorno ad ogni lato,
E foco e ferri e pietre con gran fretta
Da l'una parte a l'altra se saetta.

Non sorse pi giamai furor cotale
Tra Cristani e gente saracina:
Ciascun tanto pi fa quanto pi vale.
Gi vengon travi e solforo e calcina,
E se sentiva un fraccassar di scale,
Un suon de arme spezzate, una roina,
E fumo e polve, e tenebroso velo,
Come caduto il sol fosse dal celo.

Ma non per tanto par che satisfaccia
La gran diffesa contra a quei felloni.
Come la mosca torna a chi la scaccia,
O la vespe aticciata, o i calavroni:
Cotal parea la maledetta raccia,
Da' merli trabuccata e da' torroni,
Che dirupando al fondo gi ne viene;
Gi son de morti quelle fosse piene.

Onde era fatto su per l'acqua un ponte,
Orribile a vedere e sanguinoso.
Quivi era Mandricardo e Rodamonte,
Ciascun pi di salir voluntaroso;
Ni Feraguto, quella ardita fronte,
N il re Agramante si stava ocoso:
L'un pi che l'altro di montar se afreza
Tra frizze e dardi, e sua vita non preza.

Orlando, che attendeva il caso rio,
Quasi era nella mente sbigotito;
Forte piangendo se acomanda a Dio,
N sa pigliare apena alcun partito.
- Che deggio fare, o Brandimarte mio, -
Diceva lui - che il re Carlo  perito?
Perso  Parigi ormai! Che pi far deggio,
Che runato in foco e fiama il veggio?

Ogni soccorso, al mio parer, si  tardo:
Su per le mura gi sono e Pagani. -
Brandimarte dicea: - Se ben vi guardo,
L se combatte, e sono anco alle mani.
Deh lasciami callar, ch nel core ardo
Di fare un tal fraccasso in questi cani,
Che, se Parigi aiuto non aspetta,
Non fia disfatta almen senza vendetta! -

Orlando alle parole non rispose,
Ma con gran fretta chiuse la visiera,
E Brandimarte a seguitar se pose,
Che vien correndo gi per la costiera.
Fiordelisa la dama se nascose
In un boschetto a canto alla riviera,
E quei duo cavallier menando vampo
Passarno il fiume e gionsero nel campo.

Ciascun di lor fu presto cognosciuto:
Sua insegna avea scoperta e suo penone.
- Arme! arme! - se cridava - aiuto! aiuto! -
Ma gi son gionti al mastro pavaglione,
Che era di scorta assai ben proveduto.
Il re Marsilio vi era e Falsirone,
Molta sua gente e re de altri paesi,
Per far la guardia a' nostri che son presi.

Come sapeti, il nobile Olivieri
Quivi  legato e il bon re di Bertagna,
Ricardo e 'l conte Gano da Pontieri,
E 'l re lombardo e molti de Alemagna.
Or qua son gionti e franchi cavallieri:
Ben dir vi so che alcun non se sparagna.
Chi se diffende, e chi fugge, e chi resta:
Tutti li mena al paro una tempesta.

Al pavaglione, ove era la battaglia,
Non puote il re Marsilio aver diffese;
Gran parte  morta de la sua canaglia,
Lui bon partito via fuggendo prese.
Orlando il pavaglion tutto sbaraglia,
Squarzato in pezi a terra lo distese;
Ma quando quei pregion viddero il conte,
Per meraviglia se signr la fronte.

Oh che spezzar de corde e di catene
Faceva Brandimarte in questo stallo!
De arme e ronzoni ivi eron tende piene,
Onde no armati e montano a cavallo.
L'un pi che l'altro a gran voglia ne viene
Per seguitare Orlando in questo ballo,
Qual ver Parigi a corso se distese,
E seco  Gano e Oliviero el marchese;

Re Desiderio e lo re Salamone
E Brandimarte (che era dimorato
Alquanto per disciorre ogni pregione),
Ricardo e Belengieri apresato.
Seguiva apresso Avorio, Avino e Ottone,
Il duca Namo e il duca Amone a lato,
Ed altri, tutti gente da gorzera,
Che pi di cento sono in una schiera.

E' gi son gionti presso a quelle mura,
Ove la zuffa  pi cruda che mai,
Che era cosa a vedere orrenda e scura,
Come di sopra poco io ve contai.
Grande era quel rumor fuor di misura
De cridi estremi e de istrumenti assai,
E facevan tremar de intorno il loco,
N altro se oda che morte e sangue e foco.

Gi Mandricardo avea pigliato un ponte,
Rotte le sbarre e spezzata la porta,
Ed avea gente a seguitar s pronte,
Che ciascun dentro molto se sconforta.
Da un'altra parte il crudo Rodamonte
Su per le mura ha tanta gente morta
Con dardi e sassi, e tanta n'ha percossa,
Che vien da' merli il sangue nella fossa.

Guarda le torre e spreza quella altezza,
Battendo e denti a schiuma come un verro.
Non fu veduta mai tanta fierezza:
Il scudo ha in collo e una scala di ferro
E pali e graffie e corde fatte in trezza,
E il foco acceso al tronco de un gran cerro;
Vien biastemando e sotto ben se acosta,
La scala apoggia e monta senza sosta.

Come egli andasse per la strata a passo,
Cotal saliva quel pagano arguto.
Quivi era il runare e il gran fraccasso:
Adosso a lui ciascun cridava aiuto.
Se Lucifero uscito o Satanasso
Fosse gi da lo abisso e qua venuto
Per disertar Parigi e ogni sua altura,
Non avria posto a lor tanta paura.

E nondimanco in tanti disconforti
Se adiffendiano per disperazione,
Ch ad ogni modo se reputan morti,
N stiman pi la vita o le persone.
Poi che, condotti a dolorosi porti,
Veggion palese sua destruzone,
E pali e dardi tranno a pi non posso
Con sassi e travi a quel gigante adosso.

Lui pur salisce e pi de ci non cura,
Come di penne o paglia mosse al vento;
Gi sopra a' merli  sino alla cintura,
N 'l contrastar val, forza n ardimento.
Come egli agionse in cima a quelle mura,
E nella terra apparve il gran spavento,
Levossi un pianto e un strido s feroce,
Sino al cel, credo io, gionse quella voce.

Ma quel superbo una gran torre afferra,
E tanta ne spicc quanta ne prese;
Quei pezzi lancia dentro dalla terra,
Dissipa case e campanili e chiese.
Orlando non sapea di tanta guerra,
Ch in altra parte stava alle contese;
Ma la gran voce che di l si spande
Venir lo fece a quel periglio grande.

Gionse correndo ove  l'aspra battaglia:
Non fo giamai da l'ira s commosso.
La gran scala di ferro a un colpo taglia,
E Rodamonte roin nel fosso,
E dietro a lui gran pezzi de muraglia,
Ch gli  caduta meza torre adosso;
E un merlo gionse Orlando nella testa,
Qual lo distese a terra con tempesta.

Fo Rodamonte sviluppato e presto.
Tanta fierezza avea il forte pagano,
Che non mostrava pi curar di questo,
Come se stato fosse un sogno vano.
Ma il franco conte non era ancor desto,
Qual tramortito se trovava al piano;
Or Rodamonte gi non se ritiene,
Esce dal fosso e contro a i nostri viene.

De esser gagliardo ben li fa mestiero,
Ch a lui de intorno sta la nostra gente:
Su l'orlo aponto  Gano da Pontiero.
Bench sia falso e tristo della mente,
Purch esser voglia  prodo e bon guerrero;
Ma la sua forza alor giov nente,
Ch Rodamonte, che de l'acqua usciva,
De un colpo a terra il pose in su la riva.

Questo abandona e ponto non se arresta.
Ch sopra 'l campo afronta Rodolfone;
Parente era di Namo e di sua gesta:
Tutto il fende il pagan sino allo arcione.
Poi mena al re lombardo ne la testa:
Come a Dio piacque, colse di piatone,
Ma pur cadde di sella Desiderio
A gambe aperte e con gran vituperio.

La gente saracina, che  fuggita
Per la gionta de Orlando, ora tornava,
Pi assai che prima mostrandosi ardita;
Ch Rodamonte s se adoperava,
Che ciascuno altro volentier lo aita.
Di qua di l gran gente se adunava:
Balifronte di Mulga e il re Grifaldo
E Baliverzo, il perfido ribaldo.

Quivi era Farurante di Maurina
E il franco Alzirdo, re di Tremisona,
Il re Gualciotto di Bellamarina
Ed altri assai che 'l canto non ragiona;
Tutti non giongeranno a domatina,
Ch Brandimarte, la franca persona,
Ne mandar qualcun pur allo inferno,
E qualcuno Olivier, se ben discerno.

Stati ad odire il fatto tutto a pieno,
Ch or se incomincia da dover la danza.
Salamon vide il figlio de Uleno,
Qual pi de un braccio sopra alli altri avanza:
Ove il colpo segn, n pi n meno,
A mezo il petto il colse con la lanza;
Quella se ruppe, e 'l Pagan non se mosse,
Ma con la spada il Cristan percosse.

Il scuto gli spezz quel maledetto,
Le piastre aperse, come fosser carte,
E crudelmente lo piag nel petto;
Gionse allo arcione e tutto lo disparte,
Il collo al suo ronzon tagli via netto.
Ora a quel colpo gionse Brandimarte,
E, destinato di farne vendetta,
Sprona il destriero e la sua lancia assetta.

A tutta briglia il cavallier valente
Percosse Rodamonte nel costato,
Che era guarnito a scaglie di serpente;
Quel lo diffese, e pur gi cade al prato.
Come il romor d'uno arboro si sente,
Quando  dal vento rotto e dibarbato,
Sotto a s frange sterpi e minor piante:
Tal nel cader suon quello africante.

Or Brandimarte volta al re Gualciotto,
Poi che caduto  il franco re di Sarza;
Ad ambe man lo percosse di botto,
Per mezo il scudo lo divide e squarza.
Lo usbergo e panciron che egli avea sotto
Partitte a guisa de una tela marza;
Per il traverso il petto li disserra,
E in duo cavezzi il fece andare a terra.

Ed Olivieri, il franco combattente,
Mostra ben quel che egli era per espresso;
Alla sua gesta il cavallier non mente,
Ch il re Grifaldo insino al petto ha fesso.
In questo tempo Orlando se risente;
Stato gli  sempre Brigliadoro apresso,
Tanto era savio, quella bestia bona!
Sta col suo conte e mai non lo abandona.

Onde salito  subito a destriero,
Esce del fosso la anima sicura.
Quando quei dentro videro il quartiero,
Levase il crido intorno a quelle mura.
Fu reportato insino allo imperiero
Come apparito  Orlando alla pianura,
E che scampati sono e Cristani
Da' Saracini, e son seco alle mani.

Non domandati se lo imperatore
Di tal novella zoia e festa prese;
A tutti quanti sfavillava il core,
Brama ciascun de uscire alle contese.
Aperta fu la porta a gran furore,
E salta fuori armato il bon Danese,
E Guido de Borgogna  seco in sella,
Duodo de Antona e Ivone de Bordella.

Avanti a tutti  il figlio de Pipino,
Ch non vl restar dentro il re gagliardo;
Solo in Parigi rimase Turpino,
Per aver della terra bon riguardo.
Or torniamo al Danese paladino,
Che sopra al ponte scontra Mandricardo,
Qual, come io dissi su, poco davante,
L combatteva, e seco era Agramante.

Correndo viene Ogier con l'asta grossa,
E gionse Mandricardo, che era a piede;
Gettar se 'l crede de urto nella fossa,
Ma quello  ben altro om che lui non crede.
Fermosse il saracin con tanta possa,
Che al scontro della lancia gi non cede;
Via passava Rondello a corso pieno,
Ma quel pagan gli d di man a freno.

Ed Agramante, che era l da lato,
Se sforza scavalcarlo a sua possancia;
Ma Carlo Mano, che ivi era arivato,
Percosse il re Agramante con la lancia
Trabuccandolo a terra riversato,
E passolli il destrier sopra la pancia.
Or qua la zuffa grossa se rinova,
Ch ogniom se affronta e vl vincer la prova.

Raportato era gi di voce in voce
Come abattuto se trova Agramante,
Onde ciascun se aduna in quella foce:
Lo un pi che l'altro vl ficcarse avante.
Quivi  Grandonio, il saracin feroce,
E seco  Feraguto e Balugante;
Ma sopra tutti Mandricardo  quello
Che fa diffesa e mena gran flagello.

Sol fu quel lui che Agramante riscosse
Per sua prodezza e 'l trasse di travaglia.
Oh quanti morti andarno in quelle fosse,
Perch era sopra al ponte la battaglia,
E l'acque dentro diventorno rosse
Per tanto sangue che la vista abaglia;
Re Carlo, Ogieri e li altri tutti insieme
Adosso a quei pagan con furia preme.

E gi cacciati for gli avea del ponte:
Pur tra le sbarre ancor se contrastava;
Ecco alle spalle de' Pagani il conte
E Brandimarte, che lo seguitava,
Con l'altre gente vigorose e pronte.
Or la baruffa terribile e brava
Qua se radoppia, e tanto dispietata
Che simigliante mai non fu contata.

Per che Rodamonte, quello altiero,
Sempre ha seguto Orlando alla spiegata;
Pi non si tien n strata n sentiero,
Tutta la zuffa  in s ramescolata;
N adoperarse ormai facea mestiero:
Tanto  la gente stretta ed adunata,
Che Rodamonte solo e solo Orlando
Fan piazza larga quanto  lungo il brando.

Ma fusse o per quel populo devoto
Che in Parigi pregava con lamento,
O per altro destino al mondo ignoto,
Ne l'aria se lev tempesta e vento,
E sopra al campo sorse un terremoto,
Dal qual tremava tutto il tenimento;
Terribil pioggia e nebbia orrenda e scura
Ripieno aveano il mondo di paura.

E gi chinava il giorno ver la sera,
Che pi facea la cosa paventosa;
Di qua, di l se ritrasse ogni schiera,
E manc la battaglia tenebrosa.
Ma Turpin lascia qua la istoria vera,
Che in questi versi ho tratto di sua prosa,
E torna a ragionar di Bradamante,
De la qual vi lasciai poco davante,

Quando ella occise al campo Daniforte,
Quello avisato e falso saracino
Che a tradimento la feritte a morte:
Ma lui perse la vita, essa il camino,
Ch era la notte ombrosa e scura forte.
Lei sempre via pass sera e matino
Per quel deserto inospite e selvaggio,
Ove atrov nel mezo un romitaggio.

E gran bisogno avendo di riposo,
Per molto sangue che perduto avia,
E per il camin lungo e faticoso,
Smontava a terra e alla porta battia;
E quel romito, che stava nascoso,
Signosse il viso e disse: - Ave Maria!
Chi condotto ha costui? O che miracolo
Fa che omo arivi al povero abitacolo? -

- Io sono un cavallier, - disse la dama -
Ch'ier me smaritti in questa selva oscura,
Ed ho de riposar bisogno e brama,
Ch son ferito e stracco oltra misura. -
Rispose quel romito: - In questa lama
Mai non discese umana creatura;
Da sessanta anni in qua che vi son stato,
Non vidi una sol volta uno omo nato.

Ma spesse fiate il demonio me appare,
In tante forme ch'io non saprei dirti,
E poco avante io presi a dubitare
Che fosti quello, e stei per non aprirti.
Questa matina qua viddi passare
Una barchetta carica de spirti,
Che ne andava per l'aria alla seconda
Battendo e remi come fusse in onda.

Colui che stava in poppa per nocchiero,
Mi disse: "Fratacchione, al tuo dispetto
Partito  gi di Francia il bon Rugiero,
Qual sera stato un cristan perfetto.
Tolto lo abbiamo dal dritto sentiero,
Ch vlto avria le spalle a Macometto;
Ma di sua legge ormai non credo che esca,
Ed hollo detto acci che ti rincresca."

Pass la barca, poi che ebbe parlato
Quel tristo spirto, e pi non fu veduta;
Ed io rimasi assai disconsolato,
Pensando che era l'anima perduta
Di quel baron, che morir dannato,
Se Dio per sua pietate non lo aiuta,
O se persona non li mette in core
Di batezarse e uscir di tanto errore. -

Quando queste parole ud la dama,
Tutta se accese in viso come un foco;
Pensando al cavallier che cotanto ama,
Nella sua mente non ritrova loco;
E s desia di rivederlo e brama,
Che cura di riposo o nulla, o poco,
A bench quel romito assai la invita
A medicarse, perch era ferita.

E tanto ben la seppe confortare,
Che pur al fine ella pigli lo invito;
Ma, volendoli il capo medicare,
Vide la trezza e fo tutto smarito.
Battese il petto e non sa che si fare,
- Tapino me, - dicendo - io son perito!
Questo  il demonio, certo (il vedo a l'orma),
Che per tentarmi ha preso questa forma. -

Pur cognoscendo poi per il toccare
Ch'ella avea corpo e non era ombra vana,
Con erbe assai la prese a medicare,
S che la fece in poco de ora sana;
Bench convenne le chiome tagliare
Per la ferita, che era grande e strana:
Le chiome li tagli come a garzone,
Poi li don la sua benedizione,

Dicendo: - Vanne altrove a ogni maniera,
Ch donna non pu star con omo onesta. -
Lei se partitte e gionse a una riviera,
Qual traversava per quella foresta.
Il sole a mezo giorno salito era:
E fame e sete e 'l caldo la molesta,
Onde alla ripa discese per bere;
Bevuto avendo, posese a giacere.

Lo elmo si trasse e il scudo se dislaccia,
Ch qua persona non vede vicina;
Prese a posar col capo in su le braccia.
Cos dormendo quella peregrina,
Era venuta in questo bosco a caccia
Una dama, nomata Fiordespina,
Figliola di Marsilio, re di Spagna,
Con cani e occelli e con molta compagna.

Questa cacciando gionse in su la riva
De la fiumana che io dissi primiero,
E vide Bradamante che dormiva:
Pens che fosse un qualche cavalliero.
Mirando il viso e sua forma giuliva,
De amor se accese forte nel pensiero,
"Macon - fra s dicendo - n natura
Potria formar pi bella creatura.

Oh che non fosse alcun meco rimaso!
Fosse nel bosco tutta la mia gente,
O partita da me per qualche caso,
O morta ancora, io ne daria nente,
Pur che io potessi dare a questo un baso,
Mentre che el dorme s suavemente
Ora aver pazenza mi bisogna,
Ch gran piacer se perde per vergogna."

Parlava Fiordespina in cotal forma,
N se puotea mirando sazare.
S dolcemente par che colui dorma,
Che non se atenta ponto a disvegliare.
Ma gi vargata abbiam la usata norma
Del canto nostro, e convien riposare;
Apresso narrar la bella istoria:
Dio ce conservi con piacere e gloria.

Canto nono

Poi che il mio canto tanto a voi diletta,
Ch ben ne vedo nella faccia il signo,
Io vo' trar for la citera pi eletta
E le pi argute corde che abbia in scrigno.
Or vieni, Amore, e qua meco te assetta,
E se io ben son di tal richiesta indigno,
Perch e mirti al mio capo non se avoltano,
Degni ne son costor che intorno ascoltano.

Come nanti l'aurora, al primo albore,
Splendono stelle chiare e matutine,
Tal questa corte luce in tant'onore
De cavallieri e dame peregrine,
Che tu pi ben dal cel scendere, Amore,
Tra queste genti angelice e divine;
Se tu vien' tra costoro, io te so dire
Che starai nosco e non vorai partire.

Qui trovarai un altro paradiso;
Or vieni adunque e spirami, di graccia,
Il tuo dolce diletto e 'l dolce riso,
S che cantando a questi satisfaccia
De Fiordespina, che mirando in viso
A Bradamante par che se disfaccia
E del disio se strugga a poco a poco,
Come rugiada al sole o cera al foco.

E non potea da tal vista levarsi:
Quanto pi mira, de mirar pi brama,
S come e farfallin, sin che sono arsi,
Non se sanno spiccar mai dalla fiama.
Erano e cacciatori intorno sparsi,
E qual suo cane e qual suo falcon chiama,
Con corni e cridi menando tempesta;
Onde al romor la fia de Amon se desta.

S come gli occhi aperse, incontinente
Una luce ne uscitte, uno splendore,
Che abbagli Fiordespina primamente,
Poi per la vista li pass nel core;
E ben ne dimostr segno evidente,
Tingendo la sua faccia in quel colore
Che fa la rosa, alorch aprir se vle
Nella bella alba, allo aparir del sole.

Gi Bradamante se era rilevata,
E perch a gli atti e allo abito comprese
Quest'altra esser gran dama e pregata,
La salut con modo assai cortese;
E dove la iumenta avia legata,
Quando da prima in su il fiume discese,
Ne venne, ch trovarvela vi crede;
Ma non la trova ed ove sia non vede,

Perch a se stessa avia tratta la briglia,
E nel bosco pi folto errando andava.
Or tal sconforto la dama se piglia,
Che quasi gli occhi a lacrime bagnava;
Ma amor, che ogni intelletto resviglia,
A Fiordespina subito mostrava
Con qual facilitate de legiero
Se trovi sola con quel cavalliero.

Essa aveva un destrier de Andologia,
Che non trovava parangone al corso;
Forte e legiero, un sol diffetto avia,
Che, potendo pigliar co' denti il morso,
Al suo dispetto l'om portava via,
N si trovava a sua furia soccorso.
Sol con parole si puotea tenire:
Ci sa la dama e ad altri nol vl dire.

Per questo crede lei di fare acquisto
Di Bradamante, che stima un barone,
E dice: - Cavallier, tanto stai tristo
Forse per aver perso il tuo ronzone.
Se ben non te abbia cognosciuto o visto,
La ciera tua mi mostra per ragione
Che non pi esser di natura fello:
Alle pi volte bono  quel che  bello.

Onde non credo poter collocare
In altrui meglio una mia cosa eletta;
Per questo destrier ti vo' donare,
Che non ha il mondo bestia pi perfetta.
Sol colui d, qual d le cose care;
Ciascun privar se sa de cosa abietta:
E, per stimarme di poco valore,
Io non ardisco di donarti il core. -

Cos dicendo salta della sella
E il corsier per la briglia li presenta.
Bradamante, che vide la donzella
Nel viso di color de amor dipenta,
E gli occhi tremolare e la favella,
Dicea tra s: "Qualche una mal contenta
Ser de noi e ingannata alla vista,
Ch gratugia a gratugia poco acquista."

Cos tra s pensando, Bradamante
Disse alla dama: - Questo dono  tale
Che a meritarlo io non sera bastante:
Se ben tutto mi dono, poco vale.
Ma il dar per merto  cosa di mercante,
E voi, che aveti lo animo regale,
Degnareti accettarmi quale io sono,
Che il corpo insieme e l'anima vi dono. -

- Ci non rifiuto, - disse Fiordespina -
N di cosa ch'io tengo, pi me esalto;
Non fece mai, che io creda, un don regina,
Che ne pigliasse guidardon tanto alto. -
Bradamante tacendo a lei se inclina,
E s come era armata prese un salto,
Che avria passato sopra una ziraffa;
Sal a destriero, e non tocc la staffa.

La Saracina a quello atto se affisse,
Con gli occhi fermi e di mirar non saccia,
Poi chiamando e compagni intorno, disse:
- Per me, non per voi fatta  questa caccia.
Se al mio comando alcun disobidisse,
Ser caduto nella mia disgraccia,
Che meglio vi ser cader nel foco:
Vo' che ciascun stia fermo nel suo loco.

Stativi quieti e come gente mute,
E lasciate venir le bestie fuora,
Per che io sola le vo' seguir tute;
E tu, barone, apresso a me dimora.
Piacer non ho maggior, se Dio m'aiute,
Che quando un forastier per me se onora,
E non  cosa, a mia f te prometto,
Che io non facessi per darti diletto. -

Acquetossi ciascun per obedire:
Chi stende lo arco, e chi suo cane agroppa;
Gi tutto il bosco si sentia stromire
De corni e abagli, e 'l gran romor se incoppa.
Eccoti un cervo de la selva uscire,
Che avea le corne insino in su la groppa,
Un cervo per molti anni cognosciuto,
Perch il maggior giamai non fu veduto.

Questo usc al prato de un corso s subito,
Che non par che lo aresti pruno o lapola,
E venne presso a Fiordespina un cubito,
S che aponto alla coda e can li scapola;
E fra se stessa diceva: "Io me dubito
Che costui resti e non senti la trapola,
Se, pregando che segua, non impetro";
E poi se volse e disse: - Vienmi dietro. -

Nel fin de le parole volta il freno,
Seguendo il cervo, e pur costui dimanda.
Bench avesse uno amblante palafreno
(Quale era nato nel regno de Irlanda,
E correa come un veltro, o poco meno,
Come tutti i roncin di quella banda;
Non gi che fosse in corso simigliante
A l'altro, che avea dato a Bradamante),

Quello andaluzo correva assai pi
Che non volea il patrone alcuna fiata.
Ora apena nel corso posto fu,
Che varc Fiordespina de una arcata.
Gi se pente la dama esservi su,
E vede ben che la bocca ha sfrenata;
Ora tira di possa, or tira piano,
Ma a retenerlo ogni remedio  vano.

Era davanti un monte rilevato,
Pien di cespugli e de arboscelli istrani,
Ma non ritenne il cavallo affogato:
Questo pass, come ha passato e piani.
Il cervo alle sue spalle avia lasciato;
Ben lo ha vicino, e presso a questo e cani,
E poco longe a' cani  Fior de spina,
Che studia il corso e quanto pu camina.

Nella scesa del monte a ponto a ponto
Fo preso il cervo da un can corridore;
E come fu da questo primo agionto,
Li altri poi lo aterrarno a gran furore.
Ora faceva Fiordespina conto
De non lasciar pi gire il suo amatore,
E scridando al destrier, come far suole,
Fermar lo fa ben presto come vle.

Non dimandar se Bradamante alora,
Vedendo il destrier fermo, se conforta,
E smont de lo arcion senza dimora,
Che quasi gi se avea posta per morta,
Tanto che li batteva il core ancora.
E Fiordespina, che  di questo accorta,
Gli disse: - O cavallier, vo' che tu imagine
Che un fal commesso ho sol per smenticagine.

Ben si suol dir: non falla chi non fa.
Non so come mi sia di mente uscito
Di farti noto che il destrier, che te ha
Quasi condutto di morte al partito,
Qualunche volta se gli dice: "Sta!"
Non passarebbe pi nel corso un dito;
Ma, come io dissi, me dimenticai
Farlo a te noto, e ci mi dole assai. -

Rimase Bradamante satisfatta
Per le parole ed anco per le prove,
Ch, correndo il cavallo a briglia tratta,
Come odiva dir: "Sta!" pi non se move.
La esperenza fo pi volte fatta;
Al fin smontarno in su l'erbette nove,
Sottesso l'ombra del fronzuto monte,
Ove era un rivo e sopra a quello un ponte.

Quivi smontarno le due damigelle.
Bradamante avia l'arme ancora intorno,
L'altra uno abito biavo, fatto a stelle
Quale eran d'oro, e l'arco e i strali e 'l corno;
Ambe tanto legiadre, ambe s belle,
Che avrian di sue bellezze il mondo adorno.
L'una de l'altra accesa  nel disio,
Quel che li manca ben sapre' dir io.

Mentre che io canto, o Iddio redentore,
Vedo la Italia tutta a fiama e a foco
Per questi Galli, che con gran valore
Vengon per disertar non so che loco;
Per vi lascio in questo vano amore
De Fiordespina ardente a poco a poco;
Un'altra fiata, se mi fia concesso,
Racontarovi il tutto per espresso.

	- FINE -






End of Project Gutenberg's Orlando innamorato, by Matteo Maria Boiardo

*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK ORLANDO INNAMORATO ***

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