The Project Gutenberg EBook of Il duca d'Atene, by Niccol Tommaseo

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Title: Il duca d'Atene

Author: Niccol Tommaseo

Release Date: September 12, 2014 [EBook #46847]

Language: Italian

Character set encoding: ISO-8859-1

*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK IL DUCA D'ATENE ***




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                            IL DUCA D'ATENE


                                  IL
                             DUCA D'ATENE


                              NARRAZIONE

                                  DI

                              N. TOMMASEO




                                MILANO

                       PRESSO FRANCESCO SANVITO

                                 1858.

                         PROPRIET LETTERARIA.

                           Tipografia Scotti




                        QUI COMINCIA LA STORIA

                    DELLA CACCIATA DEL DUCA D'ATENE

                       DALLA CITT DI FIORENZA.


Stavasi Tile de' Cavicciuli lungo il fiume fuor di Porta alla Croce, e
guardava, di contro al sole cadente, il Ponte Vecchio, e le pietre che
gli operai ne portavano per murare il nuovo recinto al palazzo. Quando
Filippo Bordoni, popolano de' ricchi, il quale usciva d'un sentieretto
tra i campi e 'l fiume, scese e gli venne a rincontro dicendo: Tile,
che guati?

--Guato al ponte, e penso al covile che la fiera si sta preparando.

--L'uomo ha veduta la Grecia, ove dicesi siano avanzi di begli edifizi:
e' vorr forse far di Fiorenza una maca greca.

--Ben fa. Quando citt gi franche lo gridano signore, ben fa egli a
usare del titolo.

--Ma cotesto, Tile, non dura.

--Chi ci pon fine?

--Noi, se vogliamo.

--E le forze?

--Un'anima che vuole pu contra mille: un popolo non potr contr'un
uomo?

--Quest'uomo ha seguaci e soldati.

--E costoro, hann'eglin altro che due braccia e una lancia? Ma una cosa
non hanno, che possiamo aver noi: coscienza.

--Tu, Bordoni, vorresti?...

--E tu no?

--Potessi!

--Possiamo. E dir 'l come. Ma a chi parl'io?

--A uno Adimari; ad uomo noto.

--Or qual uomo  noto?

--E se non io a te, n tu a me. Rimanti con Dio.

--Sta.

E Filippo Bordoni, scopertosi il petto, mostr a Tile un'imagine del
crocefisso, e gli disse: Giura per Dio, che il segreto custodirai con
silenzio; e d: Nel nome del Salvatore, prometto. E Tile disse: Nel
nome del Salvatore, prometto.

Allora, andando contra 'l fiume a passo lento, con voce bassa e con
parole pronte Filippo disse: Una congiura  presta; Antonio degli
Adimari n' capo; poi i Medici, gli Oricellai, Luigi Aldobrandini,
casa nostra, e molti mezzani. Siena abbiamo con noi. Si pensava
assalirlo nel palagio; ma, sia caso o sospetto, tu sai ch'e' mut
sergenti e famigliari due volte. Or ecco il presente proposito:
quand'e' cavalca alla croce al Trebbio per amore di Bice nostra
parente, asserragliare la via. Le sbarre abbiam pronte; le case da' due
capi son nostre; e armi e balestre non mancano. Cinquanta masnadieri
gli si avventano addosso: altri giovani arditi, grandi e popolani,
rincalzano: leviam la terra a rumore: i caporali di fuora a cavallo e a
pi attendono in arme per venire al soccorso: in men d'un'ora Fiorenza
 Fiorenza.

--Ma se il colpo va in fallo? Se, accortosi, e' non passasse di via
Bordoni?

--Tu chiedi accorgimento all'amore?

--L'ama egli?

--L'appetisce.

--E Bice?

--Chi intende la donna? Del cavalcare ch'e' fa con armati sotto le
finestre di lei, gode nell'animo: lo dispregia, e gli arride siccome a
duca. E noi soffriamo gli arrida per dargli baldanza.

--Bada, Filippo.

--Tile, i' non chieggo consigli. Se' tu con noi?

--L'animo .

--Ma la mano?

--Un legame la tiene.

--Or che giurasti?

--Silenzio.

--Se non altro giuravi, io potevo con pari diletto aprire il mio
segreto agli scopeti del fiume. Tile, tu se' con noi.

--Non posso.

--Vuoi tu tradirci?

--E chi tradisce, dic'egli: non posso? Un'altra promessa mel vieta.

--A chi data?

--Non a' Francesi.

--Dunque un'altra congiura! Parla.

--Promisi silenzio. N ch'altra congiura sia, t'affermo n nego. E m'
duro il tacere.

--Ma tu non taci: gi so.

--Nulla sai. Questo tanto io dir, che ad ogni pericolo m'avrai
compagno.

E in cos dire, Tile saliva leggiero e si dileguava tra gli alberi. Il
Bordoni voleva richiamarlo; ma udendo voci sopravvegnenti, si tenne:
diede un guardo al fiume, uno al cielo stellato; e senza sospetto di
Tile, rincorato di nuova speranza, mosse con agile passo alla citt.

       *       *       *       *       *

Ma d'altri pensieri si pasceva Matilde Adimari, figliuola d'Antonio;
che, presa della bont di Rinaldo conte d'Altavilla, ed egli della
sua, s'amavano dell'anima e senza parole. E, ignara delle pi tra le
cose che seguivano nella citt, non vedeva ella quant'odio sovrastasse
alle genti di Francia, quanto pericolo al padre: e dall'ignorare le
veniva speranza. Sperava Matilde, e non sapeva che. Poco ella gli
aveva parlato, nelle feste di maggio o altrove; e interrotte parole.
E sebbene le case degli Adimari in Porta Rossa fossero di faccia
al soggiorno di Rinaldo, pur non potevano se non rado affacciarsi
all'alte e custodite finestre; e non osavano. Ella di sedici anni,
egli di trenta, la prendeva con l'aspetto della forte bellezza, e con
la fama che correva del senno di lui, e della continenza, maggiore che
di Francese. Onde sotto sembiante di quieta mestizia, ell'era lieta.
E ancorch sentisse per la via e nelle case proprie, un bisbiglio,
un andare e venire di gente pensosa; era lieta. Lieta, con un dolce
continuo turbamento, che insolita vita aggiungeva, come fiamma in
fiamma, alla sua giovane vita.

       *       *       *       *       *

Era il giorno della Visitazione: e intanto che Matilde pregava in
Santa-Maria-Novella, stringendo di pi forza le mani giunte in pensare
al suo desiderato, nel vicino convento stavano a colloquio frate Angelo
dei predicatori, vescovo di Fiorenza, e Cenni degli Oricellai: il
quale, gi grande nel comune, e padre di quel Naddo che fu morto dal
duca, s'era reso dell'Ordine, e preso il nome di frate Domenico. Or,
quando il vescovo lo vide entrare, licenziati gli altri: Che novelle,
frate Domenico, dell'anima tua?

--Triste, padre. La battaglia dell'anima mia non rist. Il dolore
ingrossa ad ora ad ora, e trabocca in ira. A giorni, sento una pace
stillarmi dentro come la pace degli angeli; e posso piangere. Ma il
d viene quando, non so per quali miei falli irritata, l'ambascia si
fa selvaggia. Questo cinto mi pesa, mi pesa l'aria morta di questo
chiostro: e per gli altari e per gli avelli, insieme confusi, mi
tremano agli occhi mille fantasmi. In ogni imagine dipinta, in ogni
cadavere disteso, veggo il figliuolo mio.

--Pace, frate Domenico, pace.

--Oh figliuol mio, e tu potevi scampar la morte. E quando costui
stringeva i mallevadori a farti ritornar di Perugia, perch nol vieta'
io? Se danaro chiedeva cotesta voragine, non potev'io ir mendicando
danaro, e gettarglielo; e porre per te la mia vita? Questo mi accora:
l'inganno; il rimorso di non avere rinvenuto nel mio cuore paterno un
consiglio di salute. Oh me perduto! Padre, trovatemi una parola di
conforto.... (E il vescovo gli additava un'imagine di Ges crocefisso.
) Non vale. Allorch quest'ira accorata mi prende, l'imagine di un uomo
morto, pendente, mi ridipinge Naddo mio, il collo in un laccio, la
lingua e gli occhi sporgenti.

--Fratello, il vostro dolore ha pochi pari: ma pensate ai dolori della
intera citt.

--Quale consolazione, accumulare le onte mie con le altrui?

--Grande, fratello. Perch la piet si mesce nell'ira, e la fa men
acre; perch all'uomo, sia che voglia essere buono, sia che voglia
essere tranquillo,  forza uscire di s, rompere il chiostro che il
dolore o l'orgoglio serrano intorno all'anima sua. Dunque pensate alla
patria misera che ha i piedi stretti di catena pi ignominiosa di
quella....

--Che stringeva i piedi del figliuol mio. Crudeli uomini! Incatenare un
cadavere; interdirgli la pace della sepoltura, il lavacro delle lagrime
paterne; fare a goccia a goccia stillare su lui la rugiada e la pioggia
dall'alto; far nelle misere reliquie incrudelire il cielo stesso ch'
tetto ospitale di tutte le creature; lasciare che le bestie lecchino
appi del patibolo la marcia delle membra fradicie; comandare al vento
che nella notte movendo le ossa nudate, ne tragga suono di maledizione.
E io sciagurato non potevo torcere la vista di l; e ad ogni ora mi
pareva vedere una parte del caro corpo disfarsi; e sentivo le membra
del corpo mio staccarsi e marcire con esso, e il cuor mio vivo battere
tra le costole del petto scarnato del figliuol mio.

--Io non oso, fratello, n piangere con voi, n interrompere il vostro
pianto. Perch pochi sanno consolare; pochi son degni di tanto. Non
posso che levar gli occhi a Dio, e chiedergli che versi in me quanto
soprabonda dal calice vostro. L'anima mia  capace, parmi.

--Padre, ben dite: parmi. Perch qual anima  assai capace di lagrime?
E anch'io mi tenevo forte, e contro gli urti nemici immobile. Vero 
che voi non avete figli.

Tacquero un poco: poi frate Domenico seguit: Qual uomo perdesti,
Fiorenza! E forse avrai tra breve bisogno di tali.

--Credo, mormor il vescovo.

E fosse pur reo: spettava egli a cotesto duca d'ogni peccato,
punirnelo?

--Fratello, i pi rei son pi pronti a punire; e i pi stolti, a
biasimare: non sai? Fossi tu solo cui dure sventure incolgano! Ma
vedi: or fa pochi giorni Bettone de' Cini, di Campi, fregiato d'onori
da costui, per avere susurrato di non so quale imposta, e' gli fa
strappare la lingua infino alla strozza, e quella fitta in cima a
una lancia, lui seguente dietro, fa portare per tutta la terra. E'
mor della piaga: stamane n'abbiamo da Pesaro la novella. Pubblicano
vile: ma se costui non perdona a' pari suoi, or pensa, ai migliori.
E di Matteo di Morozzo non ti rammenti? Per avere detto che i Medici
tramavano contro al duca, condotto su un carro, attanagliato, impiccato.

--Oh figliuol mio!

--Almeno il tuo non pat cos duri tormenti. Io lo rincontrai quel
Matteo, che gli mordevano le carni con tanaglie roventi, e m'adoprai
per deliberarnelo: e n'ebbi dal duca pungenti parole. Ma quelle punte
saranno ritorte nel petto di lui.

--Padre, tu pensi a vendetta?

--Io dico che la giustizia lo trover. Distinguiamo, figliuolo,
vendetta da pena; perch la verit  nel distinguere. Pu l'uomo,
anch'offeso che sia, punire il tristo, se lo fa non per vendetta ma per
bene, e senz'ira. Perch qui di nuovo giova distinguere: altro  ira,
altr' sdegno. E lo sdegno del male  santo; ma l'ira  rea.

--Onde, padre, se io potessi punire di mia mano o d'altrui l'uccisore
del mio figliuolo....

--Se tu potessi deporre il dolore che ti occupa, e far pura di furore
la pena; dovresti punire non l'uccisore del figliuolo tuo, s 'l
tiranno della repubblica: ma questo per ora non puoi.

--Tu d, padre, che te pure il duca oltraggi.

--S: fu' io che m'adoprai tanto a farlo eleggere signore di Fiorenza;
e le speranze che avevo di lui, con incaute parole magnificai. E
fu' io che, con parecchi dei grandi, chiesi a' dodici gonfalonieri
e agli altri consiglieri del Comune, lo creassero signore; e n'ebbi
risposta che gi mi parve stolta, e ora la intendo: Ch'e' non volevano
assentire di sottomettere la libert della repubblica di Fiorenza
a giogo di signore a vita, il quale non fu mai da' nostri maggiori
acconsentito. Ma io feci tanto che il mio fallo fu pieno. E le campane
sonarono a Dio lodiamo per l'avvenimento dell'oppressore nostro; e sa
Dio quando la campana della podest soner la sua fuga.

--Oh fosse!

--Tosto o tardi sar. N questo dico a nutrir di speranze la tua
vendetta, ma per preparare la tua mente, che l'aspetto dei mali del
nemico tuo non la inebbrii.

--Tutti si lagnano. E quantunque diviso dal mondo, tanto ne sento e so,
da vedere alcuna trama apparecchiarsi.

--Da chi lo sai? domand il vescovo con ansiet.

Da qualche parola tronca d'un Pazzi, d'un Medici, e di...

--Segui.

--Di Dino Frescobaldi.

--E che ti diss'egli?

--Accenn a lontani pericoli; volle (perch mi sanno non nuovo delle
cose del Comune) il consiglio mio.

--E tu?

--Risposi: Tacete: pochi sappiano, sian pronti molti. Non una parola
in iscritto: non conventicole, o rade, e mai di soppiatto. Ponete gi
gli odii: ch carit  la fortissima delle congiure. Null'altro dissi;
null'altro aggiunsero: e per tema di mescolare alle cure della patria
le vendette mie, mi ritrassi.

--Mal facesti. Cerca di loro: io te lo permetto e comando. A Dino
Frescobaldi non dar mente, ch' giovane troppo: ma cerca de' Bordoni e
de' Pazzi. Or d: ti par egli che ambedue siano in uno stesso trattato?

--Non so; non mi pare.

--Conosci ogni cosa, ogni cosa annunziami: il d, la notte, sii a me,
ove bisogni.

--Padre, perdonate: ma l'antico favoreggiatore di duca Gualtieri....

-- il nemico suo: vuoi tu crederlo?

E con tale accento esclam l'Acciajuoli, che a frate Domenico non parve
poter rispondere con parola; e gli arrise con gli occhi un cenno di
fiducia tra torbida e lieta. Poi, dopo breve silenzio, inchinandosi
usc: e scese in chiesa; e, adesso che alcuna speranza gli sorgeva dal
fondo della vuota anima, gli parve poter pregare una pi tranquilla
preghiera.

       *       *       *       *       *

Come in un incendio le cose che pi veggonsi ardere, non sono quelle
ove per primo si apprese la fiamma; non dal popolo si rifaceva il moto
che tutta gi agita la citt di Fiorenza; ma nel popolo egli  pi
intimo, e l'armeggiare dei grandi e dei ricchi s'appoggia ad esso,
come posano fondati in terren sodo i palazzi. Pesava a costoro pi
chinare l'occhio che tendere la mano alla plebe, pi diffidenti essi
di lei ch'ella d'essi. I migliori nell'anima e pi savi ne' pensieri,
non boriosi per solito, ora ricevevano il premio della temperanza; ch
meno costava ad essi affiatarsi, e con meno abbassamento ottengono pi
credenza. E sentendosi creduti, non s'affannano tanto a persuadere, n
si perdono in lusingherie, la cui bassezza dall'usata alterigia  fatta
pi vile, come dal ciglio pi fonda la fossa. Ma quanto pi impacciati,
i superbi pi si confondevano nel piaggiare, dipinti non dell'onesto
pudore che l'umile sente dinanzi e al maggiore e al minore di s, ma
di falsa e stizzosa vergogna. Si vergognano dell'abbisognare di gente
tenuta a vile, e ancora pi si vergognano del mascherare il bisogno
sotto sembianze d'affetto. E dell'impaccio proprio si vergognavano, e
stizzivano, mettendo fuori certi sorrisi attoniti come di persona tra
inferma e trasognata.

Ma i popolani migliori, ingegnandosi pur di leggere sotto a que'
sorrisi la parola del cuore, non ne facevano fomite, non che a odii
o a diffidenza, ma n a quegli spregi che il debole ha terribili a
volte, come sfogo di vecchia vendetta. E siccome in primavera un tepore
diffuso per ogni dove comprende le cose, sicch in breve niuna resiste,
e per tutto, pi o men agile, ricomincia la vita; cos in questo popolo
i pi diffidenti per prove amare o per indole pi chiusa, si aprono a
fiducia novella, e senza volerlo, vogliono concordemente. Anco aizzati,
respingono gli assalti dell'odio; fatti dalla coscienza pi acuti a
discernere, veggono pi chiari che mai i falli e i difetti dei ricchi
e dei grandi, e meno che mai mostrano d'avvedersene; e il sorriso che
vorrebbe spuntare dallo scherno, ricoprono con un altro sorriso pio,
e quasi pudico. Non jattanza dell'essere chiamati in parte all'opera
della comune salute, ma gratitudine del poter, quasi a pubbliche
autorit, partecipare ai pericoli.

Gli sgherri del duca, a cui la paura non rub tutta la mente (che nelle
anime fredde riman pi serena), lasciano adesso il popolo minuto, come
si fa di bestia che vogliasi poi pi irritata avventare a un assalto;
ma quelle arti cadono ributtate senz'ira, come chi, occupato da pi
nobile affetto, raccoglie in alto le forze sue, e lascia la passione,
quasi serpe intormentita, giacere nel basso. E pure l aveva la
tirannia del duca le sue radici pi vive; che  istinto dei tiranni
rafforzare s colle speranze e coi sospetti dei deboli, e fare amar s
con l'odio che ispirano contro altrui. L'ora oggimai era giunta: e fino
i pi cattivi diffidano del cattivo signore, dacch esso gi diffida di
s.

Delle congiure pochi sanno; ma quasi tutti indovinano tutto, perch
non cospirazione ma ispirazione  ormai quella. Con una parola, con
un silenzio che interpreta la parola, s'intendono; rispondono con un
cenno, con uno di quegli atti delle labbra che il popolano ha pi
intelligenti, e pi eloquenti che niuno; di quelli che serba a s,
come suoi proprii segreti, l'amore. N si maravigliano dell'essere a
un tratto levati in regione nuova, conscii che quella  la natural
sede dell'anima umana; e sanno, essi popolo, appareggiarsi meglio
ai potenti, che non costoro ad essi; quasi un presentimento gli
vaticinasse nel cuore ch'e' sono destinati a dover prevalere. Ma non
se ne accorgono; e verace, piena sentono l'eguaglianza. Cos quando
un'aura commove di spirito unanime la foresta, le pi ardue piante
scuotendo i rami non li piegano per, le pi gracili docilmente
obbediscono all'impulso dell'alto, e s'accostano umilmente alle pi
grandi, e par che tra loro si bacino.

       *       *       *       *       *

Di d in d, d'ora in ora, cresceva di qua e di l il commovimento.
Le chiese, pi frequenti di gente che mai, ora sonavano delle grida
incomposte di cittadini cantanti a tutta voce, ora tra quelle de'
preti spuntavano sole le voci di donne. Per le vie la gente pareva
affrettarsi inquieta, e parlarsi con lo sguardo o con cenni; oppure
il colloquio era sommesso e lungo, e, dopo molto stare nella via, si
ritiravano dietro un antiporto a ragionare pi caldo. I Borgognoni e
gli amici del duca pareva camminando fuggissero: ma taluni o seduti ne'
trebbii, o ritti a' canti, come persone che aspettano.

In tutti, e grandi e popolo, era un'aspettazione di cosa ignota, e
pure certa, una sicurezza piena d'ansiet. Quelli dei grandi che o
per indole o per casi o per odii si trovavano o si tenevano lontani
dagli altri, provavano adesso grave quella solitudine o inimichevole
o negligente; come chi si trova in luogo deserto senz'arme a difesa,
o per pendo sdrucciolevole senza bastone che regga i suoi passi. Era
tra costoro Francesco Brunelleschi cavaliere, nemico antico a Antonio
degli Adimari, e uomo di sua natura chiuso, pi per debolezza d'animo
che per cupezza, in cui l'amore di patria era torbo d'odii e d'orgogli.
A lui non s'erano fin dal primo aperti nessuno delle tre congiure, non
gi per diffidenza o dispregio, anzi per tenersi sicuri di lui: e l'uno
si figurava gi che l' altro ne lo avesse fatto consapevole, e tutti
lo credevano pronto al bisogno: giacch talvolta accade che la fiducia
paja non curanza, e la stessa famigliarit poca stima. Venivano agli
orecchi di lui quei mormorii cospiranti, come un lontano suono confuso
che non si sa se sia d'allegrezza o d'ira o di pianto, e ora par di
sentire nell'aura il grido dell'uno affetto or dell'altro, secondo
che in noi parla il cuore o la fantasia parole contrarie e dubbie.
Erano in Francesco impeti di passione violenta, ma il volere debole:
e i deboli a scosse diventano violenti; e dall'uno all'altro eccesso
balzano, prima inconscii, poi attoniti di s stessi, attoniti o con
gioja vana se par loro d'eccedere in bene, e se in male, con ribrezzo
ineffabile. E il debole trascende or di qua or di l, o per ammendare
il male fatto o temuto, e renderne dimentichi gli altri e s, o per
dileguare i sospetti meritati, o per riguadagnare il perduto tempo, o
per generosit, o per paura. Cos la mediocrit, per dissimulare s a
s stessa, trasmoda smaniosa d'apparire grandezza.

Tentato a cose magnanime, il Brunelleschi si sarebbe fin dalle prime
messo volenteroso tra i primi; e lo stesso suo odio contro gli Adimari
gli avrebbe pi istigato il coraggio, per vincere anche in ci il suo
nemico, e scuotere da s il sospettato disprezzo, il quale alle anime
che odiano  pi grave d'ogni odio. Parendogli d'essere rigettato,
in quel silenzio quasi di deserto ascoltava pi intentamente le voci
dell'ira vecchia che ora gli susurra scellerati consigli. Egli paventa
e di sapere e d'ignorare le trame de' suoi; non sa s'abbia a sperare o
a temere i pericoli del duca, i pericoli della patria; non sa da qual
parte gettarsi, a qual parte volgere pure il pensiero. E in quella
tempesta del cuore, pi paurosa per il bujo del dubbio, e' pativa grave
la pena dell'avere lungamente odiato in vita sua e dubitato.

De' masnadieri de' grandi pochi se ne vedeva per le vie; o
affaccendati, come gente fluttuante tra la torba esultazione e i dubbii
d'imminente cimento. Costoro in origine razza d'uomini non trista (n
tristo suonava il nome), gi facevano un ordine quasi da s, preludendo
ai soldati di ventura: tra militi e servi, tra mercenari ed amici, tra
difensori e protetti, tra complici delle ire e conscii degli affetti
ascosi; pi cuore che mente, men cuore che braccio, pi orecchio che
lingua: e la parola cos come il ferro nel fodero, breve, acuta,
violenta. I grandi si aprivano ad essi con men sospetti che a' proprii
pari e con meno vergogna; perch il superbo ha paura de' pari suoi, e
per li astia e piaggia; innanzi ai minori non arrossisce deporre le
armi e le vesti, e mostrarsi in nudit turpe, com'uomo dinanzi a bruto,
perch li tiene men ch'uomini. E sprezzando, pur li ama, com'uomo ama
la bestia, sommessa e fidata compagna; come ama l' arnese di giuoco
e di guerra, da trastullarsi e esercitare s stesso, da difendersi
e offendere. E pure in quelle affezioni prave s'insinua un qualche
alito generoso; e il potente a momenti ama in verit l'uomo arnese, e
l'uomo animale, come se fosse uno spirito: l'ama perch sente s uomo
e debole, e si umilia dinanzi alla dignit della comune natura; l'ama
perch ne teme, senza terrore; l'ama perch non l'intende, perch il
debole al forte  libro pi chiuso, che non questo a quello, tuttoch a
studio si sforzi di chiuderglisi.

E quei masnadieri leggendo ad ora ad ora nel volto dei padroni la
gioja ineffabile della fiducia, in quel lampo fugace si consolavano
del servizio lungo e duro, e spesso ignobile e atroce; si sentivano
uguali nelle cose degne e nelle indegne; si sentivano sovente maggiori
e nell'affetto e nel coraggio e nella fede alla fede altrui: e i men
buoni tra quelli gioivano del vedere la propria malvagit necessaria
alla malvagit de' signori, e dell'essere partecipi ai lor truci
segreti, e del leggerglieli in viso, anco che celati a grand'arte; e
insuperbivano dell'apporsi ai feroci imperii non espressi in parola;
e alteri del servire pi che altri del comandare, si facevano pi
che ministri alle altrui, autori di proprie prepotenze. Alle quali
i signori erano poi forzati a condiscendere, e della loro ombra
proteggerle, e infamarsi dell'infamia non voluta; servi essi e alla
potenza propria e agli infimi servi loro. E questi, raccattati e
di citt e di campagna, e di vicine terre e di lontane, formavano
una fraternit malaugurata, l'unica che fra le italiane scissure si
componesse, e che pi e pi squarciava le viscere della patria. E
siccome ora i servi nelle anticamere tendono dall'uno all'altro palazzo
una rete d'insidie ladre e di calunnie falsamente vere, e son quasi
tutti congiurati tra s, e come per vie sotterranee si comunicano i
segreti dell'alcova e del gabinetto; cos quelli, addestrati a guerra,
come veltri alla caccia, fino in pace covavano guerra; n solo tra i
Grandi consorti, ma sotto alle case nemiche tessevano nascose trame e i
segreti ora avvertitamente ora a caso manifestavano, come volanti che
di terra in terra trasportano, e lasciano cadere dall'alto, maligne e
buone sementi.

       *       *       *       *       *

Or mentrech il Brunelleschi se ne stava sospeso tra il dispetto e
il sospetto, entra a lui un masnadiere senese, de' suoi pi fidati,
che avendolo la mattina visto parlare lungamente con Francesco del
Manzeca, onorevole cittadino di Porta San Piero, e congiurato coi
Bordoni e cogli Adimari, credette lui consapevole d'ogni cosa; e
si doleva tra s che il suo signore non se ne fosse aperto a lui
diffidandone o disprezzandolo, cos come esso Brunelleschi si sdegnava
che i concittadini suoi paressero volergli tener nascosta la trama.
Se non che nel cavaliere il cruccio era d'orgoglio torbo e cupo; nel
masnadiere di affezione fida, mista all'alterezza del servo che, uso
ai segreti del maggiore di s, perci solo pretende possederli tutti,
e, servendogli, dominarlo. All'uomo d'arme che entrava il Brunelleschi
affisse gli occhi negli occhi quasi volesse per forza trarne un qualche
lume a' suoi dubbii; e dopo breve tacere:

Che novelle?

E senza aspettare risposta, come suole chi per affrettarla, la impaccia
e ritarda, soggiunse:

Gravi!

E sopra pensiero accost al sinistro fianco la mano. Al quale atto il
masnadiere, consentendo prima con la persona che con l'anima, come 
vezzo di quella gente, mise la mano alla daga che aveva sotto, e con
voce piana rispose:

Messere, io avrei a dolermi di voi.

Il Cavaliere, fatto sempre pi ansioso, bramava strappargli dall'anima
le parole; n mai l'albagia imperiosa dei grandi gli si fece sentire
tanto tormentosa e tiranna. Ma conveniva contenersi, e ricevere a
stilla a stilla, come al servitore piaceva, quello di che egli ha sete
tanto affannosa. Abbassando gli occhi, che non vi si leggesse la voglia
impaziente e lo sdegno mal represso, rispose:

--Di'.

--Voi siete avviato a impresa onorata e di pericolo; e la celate a me
che sapete...

--Io ti conosco. Ma dimmi quel che tu sai.

--Mi dolgo a un tempo e mi rallegro dell'affetto magnanimo che vi
conduce, per amor di Fiorenza, a stendere la mano al vostro nemico.

A questa lode il Fiorentino, pi che arrossire, frem di vergogna; e
con impeto che al povero popolano parve di generosit:

--Or chi  il mio nemico?

--Ben dite, messere. Dacch  contro il duca, l'Adimari  per voi.

Il Brunelleschi si scosse: ma con quella signoria di s che per lungo
uso e per tormentosa necessit acquistano gli uomini condannati a
comandare altrui, rivolgendo l'interrogazione imperiosa in domanda
quasi sommessa di consiglio amico:

--A te che ne pare?

--Mi pare bello.

--E che riesca?

--Siete tanti. Forse pi che essere non crediate. E noi che osserviamo
di fuori, e che penetriamo di sotto, ci vediam forse pi addentro che
voi.

--Di' quel ch' a tua notizia.

--Ma, e voi, signore, non aprite a me che l'orecchio? Noi siamo
braccio, non lingua.

--Voi siete cuore. Di' quel che sai, acciocch le parole mie confuse
co' tuoi pensieri non intorbidino la verit di quanto hai raccolto tu
stesso, e che mi giova conoscere per l'appunto.

La lode tanto pi acuta quanto pi breve alla sua fedelt, fece
all'uomo quel che fa sprone a cavallo docilmente animoso. E mescendo
i conforti e il congratulare alla sposizione de' fatti, narr cose al
cavaliere inaspettate; e da ultimo, come i Fiorentini mandassero per
intendersi col Comune di Siena. Questo pareva al masnadiere suggello
di buona speranza; onde l'altro coprendo con un sorriso di scherno la
confusione dell'animo:

--Ecco il Senese! Ma se il comune di Siena fosse contro di me tuo
signore e che t'amo?

--Messere (rispose il servo, levando la fronte altera), io sono di
nazione Senese.

Indispettito non tanto della risposta, quanto di s medesimo, il
Brunelleschi gli comanda d'attendere l presso, e rimane alle prese co'
proprii pensieri. E la coscienza e l'odio gli parlarono dentro cos:

L'Adimari de' loro? E io posso con una parola aprirgli sotto i piedi
la terra che lo ingoi.--Ma quel sangue chiazzer il viso mio: e saranno
confuse con esso le lagrime d'una figliuola orfana, di Matilde.--E
che? se il mio capo stesse sotto la scure d'Antonio degli Adimari,
ne asterrebb'egli la mano?--Ma se alcuno de' miei partecipasse alla
setta?--I' lo saprei.--E forse questo masnadiere  mandato dal duca a
tentarmi: e s'io non rivelo, muojo.--Ma s'io rivelo, non creduto; o
se, com'avvenne d'altri, mi si apprestano, a merito del mio zelo, le
tanaglie roventi? Da ogni parte la morte: di qui la vendetta, di l
la vergogna.--Vergogna? Son io forse di coloro che andarono di notte
a Santa Croce a consigliarlo prendesse la signoria? Son io Arrigo Fei
creator di gabelle, o Giulio d'Assisi carnefice? O uno de' vescovi
che per conservare le loro terre si tengono aggrappati a lui? Ho io
mai piaggiata la costui villania? Ho io portate le grosse fibbie e
il puntale alla foggia francese, per compiacergli?--Ma che diranno
di me? E che si dice del Fei, che del duca? Nulla, o come se nulla.
O taccia o mormori, o urli o esclami, il popolo  iniquo o matto:
s'impenna come destriero, poi si china e pascola come capra.--E forse
le cose che son gridate dannose e infami, son utili e pie. Una parola
mia pu forse essere risparmio di terrori e di sangue. E chi sa se a
questo reggimento non istia sotto un peggiore? Il popolo briaco non
sa che sonare campane e bruciar libri, e gridare viva e muoja: ma
all'ubriachezza succede il sonno; e allora i forti lo legano, i vili
lo rubano; e, desto, e' rigrida viva e muoja, secondo che la memoria
o un impeto nuovo gli detta. E chi sa quando un popolo dica davvero?
Iddio.--Forse la mia parola affretta a questi o ad altri cospiranti
il momento del prorompere, e li fa per disperazione animosi: forse la
vita stessa del nemico mio la faranno salva il suo nome, il terrore del
duca.--E cotesto duca io l'aborro: e quando il tempo verr, avventer
anch'io il mio quadrello. Intanto, se questo  un laccio del Francese,
strighiamcene; avviluppiamo lui; guardiamogli in faccia, caviamogli
parte del segreto suo dalle viscere. Scoprire quel ch'egli sa e quel
che pensa, pu essere forse salute e benefizio di tutti. Se non ,
gastighiamo l'orgoglio dell'Adimari, e in lui de' suoi. E s'egli 
detto che s'abbia a morire, (or che  la vita?) morremo.

E' pensava in sul primo scoprire la cosa a uno dei parenti del duca, e
sopra persona pi accetta lasciar cadere i primi sospetti, e le ire che
genera la paura ne' tristi. Poi gli parve codardia; e volle assumere in
s cos il merito dell'atto come la vergogna e il pericolo; sebbene del
pericolo sapesse omai essere quasi nulla, perch Gualtieri, atterrito,
aveva fatto spargere nella citt, accoglierebbe senz'ira ogni rivelator
di trattato. E se dapprima e' li pun, fu per fare le viste di credere
le congiure impossibili; poi per sospetto volessero beffarsi di lui,
mettendo taglia sui terrori dell'anima sua. Non so se ragione o
pretesto, ma certo fu spinta a quel passo del Brunelleschi il pensiero
di poter tanto scoprire della verit quanto giovasse meno a lui che
a' suoi consorti e al comune di Fiorenza, a cui fin nell'atto del
tradimento intendeva lo sciagurato giovare: giovarle, o coll'antivenire
la sommossa, se avesse a essere rovinosa, o coll'indirizzarla a
termine pi sicuro. Condusse il masnadiere seco, maravigliato, ma pur
lontanissimo dal sospettare la vilt della cosa; dacch gli umili, per
depravati che siano o che pajano, serbano ostinata la fede alla fede
altrui, e i maggiori di s amano stimare migliori.

Il Brunelleschi parl spedito, come chi temendo non poter compire cosa,
si studia a venirne a fine, o come chi da paura  fatto animoso: ma
quella franchezza gli dava sembiante d'uomo che arditamente fa opera
buona. Gualtieri affisando gli occhi agli occhi di lui, come belva
che non sai se minacci o accarezzi, lo conged dicendo: Messer lo
cavaliere, se scoprite altro, le porte del mio palazzo vi son note gi.

Queste parole, da lui profferite col men falso animo che la sua
tetra natura gli concedesse, parvero al cavaliere, che le ripensava,
raffaccio insopportabile. E tra la vergogna del meritare i
ringraziamenti di tale uomo, tra il sospetto dell'aver provocato il
disprezzo di lui, se n'andava ruminando: _Le porte del mio palazzo vi
sono gi note_; e gli pareva che nessuno uomo gli avesse mai detta
villania s fiera, n egli mai aver pensato che parole simili gli si
potessero dire. E' correva per la via con in cuore una smania rabbiosa,
simile alla smania del traditore che riconosce s stesso; e il nome
di traditore, non gli pareva tuttavia meritarlo. Ma soddisfatto alla
passione dell'odio, le altre, o passioni o affetti che gi gridavan men
alto, ora si facevano sentire; e l'orgoglio di Fiorentino, e l'odio
dello straniero signore, e il timore dell'infamia, e il timore della
pena se il duca sospettasse, o se gli altri vincessero; e, pi fonda
di tutte le voci, ma pi potente perch continua, la coscienza. E
vedendosi, per guiderdone, creato dal duca suo delatore, sent l'odio
ribollire. Propose, ormai che n'aveva la chiave, penetrare nei consigli
della congiura; e, incerto qual via terrebbe (segno non era mutato che
a mezzo), osservare.

       *       *       *       *       *

Stavano nella casa d'Antonio degli Adimari, stretti a consiglio,
que' della terza setta, pi pronta di tutte: e il Medici voleva
s'indugiasse, l'Aldobrandini s'aspettasse risposta da que' di Prato: il
Bordoni, pi giovane, mettessesi mano al ferro; di tal fiamma non poter
non uscire fumo o favilla; unica salvezza rompere le dimore. Quand'ecco
un familiare annunzia ad Antonio degli Adimari, un sergente del duca
richiederlo immantinente al palagio. E fu come quando una lieta brigata
di viaggiatori  colta dal turbine o da' ladroni. Tacquero tutti: il
Bordoni sorrise amaramente in vedere il suo dire avverato: il Medici
fisse gli occhi in viso all'Adimari per leggervi il turbamento, ma
nulla lesse.

Amici, disse Antonio levato in piedi: l'ora del pericolo  giunta; e
se il mio sangue deve far lubrica la via dove cada il tiranno, vada il
mio sangue. Purch lo vendichiate, fratelli; purch lo spavento non vi
disperda, come passere a un grido; purch stiate stretti in un volere.

L'Aldobrandini prendendolo per mano, e con voce commossa: Tu puoi
ancora fuggire: Antonio, che nol fai? N egli sapr s tosto; n,
sapesse, oserebbe inseguirti, ch 'l nome tuo gli farebbe paura.

--Le cose, amico, che pi fanno paura, quando il terrore  all'estremo,
pi audacemente romponsi. N io vo' fuggire. Nobile cosa, dopo la
minaccia appiattarsi! Gualtieri potrebb'egli far peggio? No. Io mi
metter nella tana del leone; ma voi lascio fuori: e quand'egli esca
per nuova pastura, ricordatevi dell'amico vostro.

I pi nuovi al pericolo si turbavano nell'affetto: i maturi stavano con
le braccia al petto, in silenzio. Il Bordoni percotendosi a un tratto
la fronte, gridava: Io so il traditore.

--Chi? domand l'Adimari.

--Un de' tuoi, ma,  gran tempo, diviso da te: Tile.

--Non credere.

--Io posso affermarlo.

--E io giurare che no. Finch la verit non sia certa, statevi da
ogni vendetta: l'ira tutta volgete contro Gualtieri. Non vi lasciate
cogliere alla sprovvista. A un cenno ch'e' faccia di correr la terra,
corretela voi. Il popolo  desto: gridate, e sorger. Picchiate alla
porta de' buoni cittadini, siano o no del trattato: a un picchio
usciranno. Il frutto  maturo: scotete la pianta, e cadr. Or tempo 
di partirci.

E chiamato da banda Cosimo Oricellai, l'Adimari gli disse. Cosimo,
agli altri ho raccomandata la vendetta: a te raccomando Matilde. Se io
muojo, il tuo occhio non l'abbandoni. Ella  sola: e tu se' padre, o
Cosimo.

L'Oricellai non poteva parlare dal turbamento dell'animo. E'
l'abbracciarono ad uno ad uno: e, poich l'Adimari diede a Filippo
Bordoni, che gliela chiese, la sua spada, uscirono. Rimaso solo,
Antonio chiam a s Matilde, la fece sedere accanto al letto ove sua
madre era morta, sull'inginocchiatojo ove sua madre pregava, e con
fronte serena disse cos:

Figliuola mia, raccomandati a Dio, prepara l'anima tua a un dolore
grande.... Deh non ti turbare: forse quel ch'io sospetto non sar, o
sar leggier cosa; ma debbo fartene avvertita acciocch tu non tema
oltre al vero. Mia buona Matilde (e le accarezzava con mano i capelli,
che mai non fece se non una volta quand'ell'era malata e in fine), tu
forse non sai quant'io t'ami: mai non te lo dissi a parole, per non
ammollire senza pro l'anima tua n la mia.--Or sappi che il duca mi
chiama a s con improvviso comando.

Matilde, ignara delle pi fra le atrocit di Gualtieri, e delle
macchinazioni del padre, non intendeva; ond'egli: Che voglia il duca,
non so: forse mi prese in sospetto, perch egli  sospettoso uomo e
crudele.

--Crudele! (esclam la fanciulla, a cui l'affetto diede in un subito
l'intelletto del pericolo). Non ubbidite, padre mio; non andate. Le vie
di fuggire non mancano.

--Fuggire non posso, figliuola; e sarebbe o vano, o pi dannoso, forse
a me, forse a molti. Potrebbe dunque Gualtieri tenermi per alcun tempo:
se tu non mi vedessi tornare tosto, non ne prendere affanno. O prima o
poi avrai novelle di me; e nulla, spero, saprai che faccia onta al nome
del padre tuo.

--Deh quali parole, che io non intendo, e mi straziano! dite pi
chiaro; ah! dite ogni cosa: se c' pericolo.... Io ho forza di tenere
un segreto: e il Signore misericordioso pu coprire del suo scudo il
petto di una giovane donna cos come d'un antico guerriero. Ditemi,
signore, il vostro pericolo, tutto quanto: entrer io al duca per voi;
per voi parler.

--Non ingrandire, prego, n il pericolo, n l'agevolezza del vincerlo.
Ascolta i consigli miei, no il tuo cuore. Se io non ritorno quest'oggi,
se non ritorno domani....

Matilde aveva gi inteso; ma la novit del dolore, e una segreta
speranza, compagna di tutti i suoi pensieri, le lasciavano ancora il
varco alle lagrime: e il padre al vederla singhiozzare s'inteneriva a
suo dispetto, e con voce tremante seguitava:

--Non piangere, figlia mia. Non potrebb'egli, Dio, domani, quest'oggi,
ora, togliermi a te?

--Oh, Iddio nol far, n permetter che gli uomini crudeli lo facciano.
Io vi rivedr, non  vero?

--Mi rivedrai, figlia mia. Un giorno o due passan presto: un po' di
lagrime, qualch'ora di sonno; e poi tutti desti nella luce di Dio. Che
 mai la vita, Matilde mia? Ma in questa breve giornata che passerai
senza me, abbi in onore la memoria del padre tuo. Tu se' sola erede
del nome d'Antonio degli Adimari; e Matilde lo porter puro, puro lo
lascer a' figli suoi, se Iddio le d figli. Quand'io non sar pi
teco, abbi rispetto ai consorti della nostra casa; ma tieni in luogo
di padre messere Cosimo degli Oricellai, buono uomo, e amico nostro;
e con le figliuole di lui abbi dimestichezza. Alle altre fanciulle
fiorentine sii piuttosto affettuosa che amica: quelle ch'han nome
di avere amata o sofferta la signoria de' nemici di Fiorenza, fuggi
siccome tocche da pestifera malattia. In te, Matilde, il senno e la
bont prevengono gli anni: onde non temo da te cosa vile, come n da me
stesso. Una sola preghiera ti lascio nel nome di tua madre, nel nome
della Vergine beata, nel nome di Fiorenza, infelice e gloriosa madre
nostra. Tu ami, Matilde, un uomo straniero; io lo so: n mai te ne feci
motto; ch 'l silenzio vigilante stimai essere guardia pi sicura. Non
vergognare dell'amor tuo: perch Rinaldo, conte d'Altavilla, tuttoch
Francese,  forte uomo, e pieno del timore di Dio: e, comech amico de'
miei nemici, io gli ho riverenza. Ma s'egli mutasse, se nell'ora della
battaglia si gettasse da' suoi contro la patria tua, se di macchia
veruna si contaminasse la vita di lui o la fama; Matilde, abbandonalo:
abbandonalo, figliuola mia; e la benedizione del cielo coroner il tuo
dolore. Io non ti dico: Se tu lo segui, sarai maledetta. Non te lo
comando come padre; ma come compagno della madre tua, come cristiano a
cristiana, come Fiorentino uomo a donna Fiorentina, ti supplico: tra
la passione e la patria, fa che vinca il migliore. Se il conte si
serba qual fu sin ora, e tu sposati a lui. (Deh non piangere, Matilde:
vedi, gi mi forzi al pianto. Lasciami finire in pace.) Sposati a lui,
figliuola mia, nella benedizione di Dio. Sguilo in Francia, se cos
 destinato: e Iddio benedica i tuoi figli, e i figli de' figli tuoi.
Non dimenticare mai che sei nata cittadina della citt di Fiorenza;
insegna a' tuoi figliuoli per primo il tuo dolce idioma natio: parla
loro di questa repubblica, e di tuo padre. E non temere che tuo marito
ne adonti: se altro facessi, allora e' ti sprezzerebbe; perch l'anima
che rinnega la patria e la lingua e il legnaggio suo,  la pi vile e
la pi sprezzata delle anime.

Matilde, che lungamente era stata col viso tra le mani, piangendo, ora
si getta a' piedi del padre; e posta la fronte sulle ginocchia di lui,
interrompeva le parole paterne co' singhiozzi, e con dire: Che far io
sola al mondo?

--No, tu non sarai sola, figliuola mia: io veglier sempre invisibile
sopra di te. Quel Dio che provvede di cibo ai nati della rondine,
provveder a te, unica mia.

Qui levando la faccia piena di lagrime, e singhiozzando come
fanciullo, il forte guerriero esclam: Dio de' padri nostri, piet
di quest'orfana: non cadano sul suo capo i peccati del padre suo.
Beneditela, Signore, dall'alto, com'io la benedico qui 'n terra; e
lascio a lei, poich forse i beni non potr, il nome e lo spirito e
l'onor mio.

S'inginocchiarono ambedue sulla sponda del letto, e recitarono insieme
un'orazione pe' morti. E Antonio alzandosi disse: Ogni sera, Matilde,
reciterai quest'orazione per l'anima del padre tuo. Ma no (tutt'a un
tratto rassicurando la voce): noi ci rivedremo fra poco.

E la baci in fronte frettoloso; e s'invol, non com'uomo che affronti
il pericolo, ma che lo fugga.

       *       *       *       *       *

E si present al palagio; e, cercato del duca, gli si offerse in quella
vece Giulio d'Assisi bargello; ond'e' credette venuta la sua ultim'ora:
ma dato sfogo agli affetti di padre, e attutati dalla fine imminente i
pensieri della vendetta, non altro senso l'occupava che della eternit.
Quel d'Assisi l'accolse con meno bestiali modi di quel che in palagio
si solesse, e dissegli, essere piacere del duca ch'e' dimorasse quivi
alcun tempo, infino che la verit, dubitata, d'alcuni fatti venisse
in chiaro. Antonio voleva in sul primo con la risposta affrettare il
supplizio: ma pensando essere impazienza n lecita n animosa picchiare
all'uscio chiuso della morte; e che quella impazienza poteva farsi
confessione di cosa non pi che sospetta, si tacque.

L'annunzio del fatto sparse nella citt lo sgomento: e allora si vide
qual fosse l'animo di molti congiurati, e de' pi caldi a parole.
Salvestrino de' Rossi fugg ne' suoi poderi; il Mancini si nascose;
Cosimo de' Medici aveva paura e di nascondersi e di fuggire e di
mostrare la faccia, onde il suo peritarsi faceva a' compagni, pi che
ira, piet. Altri predicava con insolito ardore prudenza, pazienza,
carit: altri tessevano cagioni d'indugio. Che se in quel tentennare
della citt Gualtieri l'avesse afferrata, e gettatasela a piedi, di
tante catene e colpi forse poteva fiaccarla quanti bastassero a servit
lunga: ma il suo peccato l'acciec, e gli mise tanta vilt nell'anima
che non sapeva che si fare. Credette pi spediente il lento tradimento:
e intanto che i soccorsi di fuora giungessero, add XXV di luglio
chiam a s trecento de' maggiori cittadini, come a consiglio, da tutti
i sesti della citt; argomentando: o e' fuggono, e portan via il mio
pericolo; o vengono, e gli ho a terrore degli altri e ad ostaggi. Erano
tra costoro non pochi de' congiurati; degli Altoviti, de' Pazzi, de'
Cavicciuli, de' Rossi, dei Frescobaldi, de' Bardi. I non consapevoli
delle congiure vennero: de' consapevoli altri ricus (e s'affaccendava
a maturar la vendetta): altri, per non dare sospetto, andarono devoti a
morte. Avuti ch'e' gli ebbe, impacciato di cos grossa preda, chiam i
suoi sgherri a consiglio, il Fei, quel d'Assisi, il Visdomini: e ben di
consigli sentiva necessit, perch 'l senno e l'animo d'ora in ora pi
gli fallivano, com'uomo che senta il suolo affondarsegli sotto a' pi.

Ma Cerrettieri primo e pi franco (perch tra' servi del tiranno
straniero i cittadini della terra tiranneggiata sono i pi libidinosi
d'infamia), consigli: Poich la gran sala del palagio  munita di
grosse porte, e di valide inferriate le finestre, siano munite a
qualch'uso. Chiudiamvi cotesti leoni dal cuore di cervo, e le quadrella
e le spade de' Borgognoni faranno la caccia.

--Il consiglio di messer Cerrettieri, soggiunse Arrigo Fei,  degno
invero dell'arguzia fiorentina. E sarebbe pur bello vedere grandi
e popolani in un fascio, fare schermo l'uno al petto dell'altro, e
raggomitolarsi sotto alle panche, e strisciare sotto a' piedi altrui
per cansar le saette, e trarsi le quadrella confitte negli occhi o nel
dorso, e rovesciarsi bianco su nero e nero su bianco, e, una volta
prima di morire, abbracciarsi.

E Giulio conservadore: Io consiglierei messere lo duca a cominciare
lo spettacolo dalle quadrella; e quando ciascuno n'abbia almeno una
coppia, s che si sentano i diversi accenti dello stridere, e si
veggano i varii modi del difendersi; allora entrar colle spade, e
trinciare.

--Ma se, riprese il Visdomini, vestendo di celia un pensiero, non so
come venutogli, d'umanit, se al signor nostro piacesse serbare taluno
di questi uccellacci, come dei molti accivettati si fa, che ad altri
allungasi il collo, altri cacciansi in gabbia; e' far il senno suo.

Gualtieri a tali motti, a' quali era solito rispondere con ghigno turpe
o con turpi parole, diceva nulla: ma al consiglio poneva mente; se non
che pareva a lui non gustare tanto il crudo sapore della vendetta,
quanto altre volte soleva.

       *       *       *       *       *

De' trecento rinchiusi i pensieri, sotto sembianze conformi, erano
diversi, e d'altri, sotto diverse, conformi: n i pi loquaci n i
pi taciturni, n i pi vantatori n i pi dimessi era da credere che
fossero i pi tranquilli nello spirito e pi animosi; ch nessun segno
di parola o d'aspetto  comunemente e perpetuamente verace. I men
timidi per s, temevano per i cari loro, per la patria temevano, e gli
sapeva amaro vivere e morire in gabbia, e non nella luce dell'aperta
battaglia. E per l'esultazione minacciosa e gli scherni di taluni
tra' compagni guardavano con disdegno o con piet, temendoli alla
stretta della prova estrema ineguali. Altri si rammaricava dell'aver
poco osato, altri del troppo; n i primi erano i pi coraggiosi: altri
chiedevano consigli, altri pi abbisognanti ne offrivano. Chi tentava
il vicino per iscoprire in lui qualche segno di trepidazione che fosse
scusa alla sua, e gli desse adito a sfogarla, o a temperarla vigore.
Chi meno ebbe parte nella trama, non tanto perch pi timido s'aspetta
peggio, quanto perch sa, nei men forti quasi sempre riversarsi la
tempesta dei casi. Tutti per, qual pi qual meno, speravano nel timore
del duca, e negli inesplicabili ma infallibili augurii della giornata;
n cercavano, come un tempo, dei servitori di lui per ammansarli o per
conoscere il proprio destino; e questi, cercanti di loro con nuova
affabilit, e' li accoglievano come se il duca prigione, essi in seggio.

       *       *       *       *       *

Questa medesima sera che precedeva il d di sant'Anna, nelle case degli
Oricellai s'erano adunati i consorti di Antonio degli Adimari, e tutti
que' della terza setta, con altri nuovi, chiamati in parte dell'opra.
Tra i quali era Francesco Brunelleschi: a cui, veggendo le forze della
citt crescere, sempre pi pareva diventar cittadino: n egli della
cagione del suo infervorarsi ben s'accorgeva. Agli adunati Cosimo
Oricellai prese a dire:

--Cittadini, non tutti di voi sanno appieno le cose da noi ordinate
per trarre la nostra repubblica di mano al tristo signore, del quale i
misfatti non  necessit ch'io rammenti. Basta che, ne' dieci mesi di
sua signoria e' s'appropri quattrocentomila fiorin d'oro del nostro,
senza quelli ch'e' trae dalle terre circostanti: col quale oro avremmo
noi potuto innalzare e tempio maggiore di santa Reparata, e altri
pubblici edifizii da chiamare sopra la nostra citt le benedizioni
del cielo e l'ammirazione del mondo. Tempo  oramai di sapere se il
giglio rosso debba in perpetuo cedere il luogo al leone a oro; e se
dal collo del leone debba pendere, quasi preda o trastullo, l'arme del
popolo fiorentino. Quale sia l'animo de' pi, e de' pi ragguardevoli
fra' cittadini, gli occhi e gli orecchi vel dicono. Siccome a' grandi
e a' popolani ed al popolo minuto e' promise fallaci promesse, e
popolani e grandi e popolo minuto stann'ora contro lui: e siccome e'
fu creato signore della citt e del contado, giusto  che l'oppressore
della citt e del contado sia dall'armi dei cittadini e dei contadini,
insieme pronte, punito. Le antiche gare tacciano, o cittadini, per
poco. Rammentatevi che sola la nostra grande discordia ci diede alle
costui lorde mani. Sian tutte contro lo straniero le ire, e contro
i satelliti suoi. E, pure tra gli stranieri, discerniamo i baroni e
i contestabili al lor tristo uffizio repugnanti, da quelli i quali
gustano a sorsi il vitupero: ch non ogni guarnacca stretta copre il
petto d'un cavaliero sleale, n ogni manica pendente a terra nasconde
una mano artefice di vilt. Ma de' consiglieri e de' bargelli del duca,
corrotti in ogni vizio, quello si faccia che sar in piacere al Comune
ed al popolo di Fiorenza. L'iniquo duca, su quella ringhiera dove
sedette il d di Nostra Donna, e ne scese oppressore nostro, su quella
giover che riceva gli omaggi debiti a signore turpissimo. E prima
che sperdere il tempo e i fiorini ed il senno in luminare e in fal,
siccome facemmo allorch creammo il tiranno (ed era degno auspizio di
tirannia), meditiamo fin d'ora come sanare le piaghe dell'afflitta
citt; richiamare gli sbanditi e i rubelli; rendere i debiti, per
cagione de' quali, altri (e nol dico a rimprovero) tolse in casa lo
straniero vorace, sperando per sua soperchianza francarsene; rimettere
in onore gli ordini antichi delle arti, i quali da' minuti artefici
furono dimembrati per volere maggiori salarii, e non li ebbero.
E poich la comune calamit fece a ciascuno riconoscere i propri
errori, facciam senno, carissimi cittadini; e la impresa nostra a Dio
misericordioso e a Cristo liberatore e al Battista, della nostra citt
protettore validissimo, raccomandiamo.

Presso la fine di queste parole era entrato Tile de' Benzi de'
Cavicciuli, e postosi a sedere non lontano da Francesco Brunelleschi
e da Filippo Bordoni. Finito ch'ebbe l'Oricellai, sorse il Bordoni,
e traendo la spada, senza far parola s'avvent sopra Tile, il qual
non trasse la sua. Ma il Brunelleschi ed altri tenendolo: Che fai?
gridarono.

Punisco un vil traditore, quello per la cui tristizia, o Adimari, il
consorte vostro  in palagio.

Tile senza mutare n viso n voce disse: Filippo, i' ti perdono,
perch tu se' ingannato.

Ma il Brunelleschi intendendo la cagione dell'ira, e morso dalla
coscienza, parl: Filippo, tu se' ingannato. Non Tile, ma uno
masnadiere sanese noto a me, rivel quello perch l'Adimari  nelle
mani del duca. Ad altro tempo ogni cosa ti sar chiaro: ma questo io
giuro dinanzi a tutti; e chieggo a voi, cittadini, che il capo di Tile
sia salvo e onorato.

E perch tutti sapevano la forte e schietta e non loquace virt di
Tile, assentirono. Filippo, preso da subita fiducia e vergogna, gli
tese la mano: ma Tile, la mano di lui posando sulla propria spalla, e
le sue braccia stringendo al petto del Bordoni, l'abbracci senza far
motto: di che fu grande negli astanti la gioja.

Allora l'Oricellai ripigli: Cittadini, il pericolo stringe: e
l'indugio d'un'ora pu essere ruina. Domani innanzi all'alba, si far
nelle case de' Bardi adunata de' cittadini di tutti i sesti della
citt: questo i Bardi chiesero a me spontanei, pregando, che quanti io
stimavo da ci, convocassi. I capi di ciascuna via o setta (se sette
sono) convengano; e, s'hanno fede nella fede nostra, si scoprano.

Era gi tarda la notte. Usciti delle case degli Oricellai, molti
stettero vegliando e aspettando l'aurora.

       *       *       *       *       *

Andavano taciti di contrada in contrada per cercar dagli amici, da'
congiunti conforto ai dubbii, esca alle ire, alle speranze alimento.
Ma dei dubbii rimaneva sol tanto quanto servisse a ispirare prudenza e
modestia; e le ire, consentite da molti e rallegrate dalla speranza, si
mutavano quasi in affetto. I sensi, pi acuti che mai, recavano ad ogni
momento nuove impressioni di sospetto; e ad ogni momento gli animi,
ancor pi acuti al bene desiderato, trovavano nuova cagion di sperare.
Lo scalpitare ardito, il ciampeggiare sommesso, il picchiare piano alle
porte, qualche mal compresso grido di dentro, il tintinnire dell'armi
smosse, gli antiporti socchiusi, uomini sui veroni in atto di guardare
e d'attendere; segnali di fuoco su Arno, segnali sui colli dintorno;
e apparire e sparire di lumi che trapelavano dalle accostate finestre;
dappertutto un commoversi pieno di vita e di minaccia.

I Francesi, usati in parte al brulichio delle notti estive fiorentine,
poi stanchi dal lungo vegliare, poi rassicurati dagli ostaggi che
avevano in palagio e dalla naturale spensieratezza e animosit, e
rinvolti in quel velo di caligine che scende sugli occhi alla gente,
condannata a perire, non s'addavano del pericolo. Solo il duca
affacciandosi, e tendendo gli orecchi all'insolito bisbiglio, temeva;
ma spaurito del proprio spavento come di malo augurio, non osava n
ad altri dirlo n a s, simile a fanciullo che chiude gli occhi e si
rannicchia per paura.

I messi del vescovo circondavano non visti il palazzo, correvano la
citt, annunziavano ogni cosa a lui, pieno di fiducia inquieta. E'
s'ingegnava in quell'impresa discernere la giustizia dalla vendetta; e
delle due cose insieme attortigliate non sapeva come spegnere questa
senza offendere quella. Pregava ad alta voce; e ogni tratto nuovi messi
e dubbii nuovi, e nuovi alimenti all'ira interrompevano la preghiera;
ed egli la rannodava da capo inginocchiandosi: e poi quando l'imagine
dell'urgente pericolo gl'invadeva l'anima tutta quanta, allora, con la
faccia china nelle palme, e' si perdeva quasi in un sogno affannoso, e
se ne riscoteva a nuovi colloquii e a nuova preghiera. Chi dir quante
volte egli fu vincitore dell'odio suo, quante vinto? Chi dir come
gonfi, e dove franga, e in quanti sprazzi se ne vada ciascuna onda di
mare in tempesta.

Fu picchiato sommessamente alla porta di molti conventi, e chiesta da
uomini preparati a morire la confessione, il viatico, la benedizione
dell'armi. Cenni degli Oricellai, ora frate Domenico, dalle finestre
del chiostro ascoltava il confuso rumore delle voci, de' passi,
dell'armi; e le antiche ire gli ribollivano, come lava freddata che si
rinfiamma e scorre in rossi torrenti. Gioiva della imaginata vendetta,
vedeva il carnefice di Naddo essere straziato da lunghe carneficine:
e perch la ingiuria propria gli pareva di tutte pi rea, a quella
avrebbe voluto che il duca morendo pensasse, a quella recasse, come
a principal causa, la sua rovina. Anelava a pascere gli occhi negli
occhi del tristo morente, a conficcargli nel cuore qualche parola
apportatrice d'affanni intollerabili. Si vedeva rivestito dell'armi,
ringiovanito nell'ira; e gli pareva avere dai proprii affanni
acquistato diritto a aggravare fino alla disperazione gli altrui
affanni. Nell'ebbrezza della fiera gioja esultava, misurando la cella,
come tigre che si rigira nella gabbia ferrata, e di tanto in tanto
scrolla con l'ugna le sbarre sonanti.

Mentr'egli agitava nell'anima questi pensieri, viene uno de' grandi,
pronto a battaglia, a confessarsi a' suoi piedi. E detto che ebbe gli
altri peccati, confess gli odii che gli parevano inestricabili dalle
speranze, e chiese consiglio come combattere con amore, come morire
senza paura e senz'ira. A questa domanda il vecchio si riscosse, e
interrompendo all'altro le parole: Fratello, gli disse: a me chiedi
consigli d'amore, a me, anima dall'odio ulcerata? Tu non sai i miei
dolori: non sai quanti peccati furtivi, impotenti, vili, si vengono
consumando nei segreti dello spirito mio. Io non son degno n di
consigliarti, n d'udirti, n d'alzare gli occhi a questo crocefisso
che mor perdonando. Che vuoi tu ch'io ti dica? Di quale peccato
poss'io riprenderti? Da quale proscioglierti? Io confesso innanzi a
Dio e innanzi a te l'indegnit mia, e te prego, preghi per me ch'e'
m'ascolti. Oh fratello, preghiamo insieme!

Il vecchio s'inginocchi accanto al guerriero armato, si chiuse il
volto nelle mani, e singhiozzando gridava: Perdonaci, come noi
perdoniamo.--Noi perdoniamo, ripeteva, come per figgersi in mente
il senso di quella dolce parola; e abbracciava l'inginocchiato al
suo fianco, e piangeva. La canizie del frate, mista all'ondeggiante
capigliera del giovane armato, implorava merc da Dio, e l'otteneva.
Figliuol mio, disse riscosso a un tratto, cos Dio assolva me com'io
nel suo nome t'assolvo. E dicendo, _figliuolo_, pens all'unico suo,
pens all'uccisore di lui; e ambedue li congiunse in una ineffabile
comprensione di carit.

       *       *       *       *       *

Nelle case, chi traeva fuora le vecchie lance o balestre, chi le spade
affilava. I fanciulli riscossi dal sonno domandavano senza paura
il perch del trambusto, e dell'ignota novit giubilavano. Altrove
pregavasi a bassa voce devotamente: molti de' pi animosi dormivano, e
sognando battaglia, si risentivano ad ogni tratto.

Coloro stessi che prima non davano mente a ci, in quella notte
macchinavan trattati, e agli amici, gi d'altra congiura partecipi,
li esponevano. Andavano spontanei, e non consapevoli, a profferire
ai congiurati l'opera loro; e questi allo sguardo, all'accento
riconoscevano la franchezza dell'amica profferta. Gl'incerti e i
timidi strascinava l'esempio; e coraggiosi li faceva la paura di tanto
coraggio. Cos nella mischia il temente, dalla calca sospinto, corre
al pericolo con quant'impeto da lui fuggirebbe. Ma i tementi eran
pochi: uno spirito nuovo li portava insieme con pari impeto tutti. Non
pensavano n alla sconfitta, n alla vittoria; pensavano a combattere,
come l'affamato s'avventa a mangiare. Del come, del perch, dell'esito,
non disputavano; e la semplicit dello scopo a cui miravano tutti,
li faceva concordi. Delle donne stesse non molte temevano, molte
confortavano di parole e d'amplesso i lor cari: un solo pericolo stava
nelle menti di tutti, il pericolo del Comune.

Sole le innamorate del soldato straniero tremavano: e qual piangeva
celatamente, quale sconsigliava il marito o il padre dal combattere;
quale confessava gli adlteri amori, forsennatamente disperata. Quella
dura notte scont quante mai gioje, o infelici, provaste nei brevi
colloquii e nei lungamente desiderati e temuti abbracciamenti. E alle
pi di loro il pericolo del capo amato apport maggiore ambascia che
non facesse la perdita; e pi piansero temendoli che sentendoli uccisi.

Siccome agli oppressi da grave malattia un punto che varchino 
morte o salute; cos quella notte agitava i tuoi destini, o diletta
citt. Una subita pioggia, un incendio, una falsa novella, eran forse
sufficienti ad allentare quell'impeto: ma le stelle del cielo, quasi
guerrieri armati in ischiera, vegliavano, Fiorenza, su te. I Santi
nati e cresciuti nel tuo dolce seno ti guardavano dall'alto pregando;
e ai tuoi passati mali, e ai mali e alle vergogne avvenire questa
gloriosa tregua, questa espiazione memoranda impetravano. A te, gentile
atomo della terrena polvere, popolato d'anime e di memorie immortali,
conservatore d'un'immortale parola, a te gli spiriti del cielo
congioivano di questo, ahi troppo breve, trionfo. O citt de' miei
desiderii, poich non tu per la mia parola, possa la mia parola essere
illustre per te; e i Fiorentini che di qui ad et molte, pi pii e pi
fortunati, vivranno, sentire che amor di fratello moveva il mio canto,
e con amore fraterno ridire il povero nome mio.

       *       *       *       *       *

Dopo la mezzanotte, quando il rumore dei passi, il bisbiglio delle
voci, il cigolio delle porte, e quell'indistinto susurro che annunzia
un agitarsi insolito di anime umane fu queto; s'ud, dopo la
mezzanotte, un picchio sommesso alla porta delle case degli Adimari,
il qual riscosse Matilde, che, stanca del piangere, giaceva sul letto
trasognata. La scosse come suono amico, aspettato: ond'ella balzando,
scese animosa, ansiosa, quasi lieta, ad aprire, come se corresse a
rincontro del padre. Gli era Cosimo Oricellai, che tra l'uno colloquio
e l'altro, sacri alla salute della citt, si ricord del dolore della
fanciulla e delle raccomandazioni d'Antonio: e abbracciate, forse
(pensava) per l'ultima volta, le figliuole proprie, veniva a lei.

Nel vederlo, Matilde, che lo conosceva buono ed amico, e che voleva di
tutta forza sperare, prima ancora di aprirgli la porta socchiusa:

Egli viene! esclam, come persona che crede gi vero quel che
domanda. Ma il silenzio di Cosimo, e l'entrare sommesso, e il chiudere
sollecito, e il prenderla pietosamente per mano, la fece dalla lieta
fiducia trabalzare a certezza disperata; onde, coprendosi il viso con
le palme, e il viso e la persona chinando verso terra:

Egli  morto! esclam singhiozzando.

Allora non fu difficile al buono uomo riconfortarla, dicendo che il suo
padre viveva, tuttavia nel palagio, ma che la citt tutta s'armava per
trarnelo.

Quand'udrai domani Fiorenza levata a rumore, tu non aver paura,
Matilde; ma pensa che quella  la libert di tuo padre.

--E se l'uccidono intanto?

--Non oseranno.

--Lo scoppiar del tumulto affretter la sua fine. Che importano a me
l'ire vostre, se mio padre muore?

Morire! esclamava, e le pareva non intendere bene il senso di quella
parola; e la ripeteva gridando senza lacrime.

No, vi dico, Matilde: la paura li terr dall'ucciderlo.

--Oh no, non l'uccideranno. Non  possibile ch'egli muoja; non 
possibile che io non l'abbia a vedere mai.... E quest'ultima voce
ripeteva piangendo.

S, lo vedrete, figliuola mia.

--Lo vedr! Perch dunque non dirmelo al primo venire? Lo vedr?
promettetelo.

E perch'egli taceva: Accertatemi ch'egli vivr.

--Che poss'io? salvo che promettervi ajuto a scamparlo, e, se altro
accade, vendetta?

--E che mi fa a me la vostra vendetta? I' vo' mio padre. Che mi fa a me
ch'altri sia ucciso dopo lui o per lui?

Allora un altro pensiero le balen nella mente, e la trafisse come
doppio rimorso. E domand:

Credete voi che zuffa segua?

--Seguir: e i nemici della citt nostra sentiranno alla fine quanto
caro costi l'oltraggio.

--I nemici? Ma non tutti sono nemici i.... Non os dire i Francesi:
e arross. Voleva pensare al padre solamente, e non poteva; voleva
parlar di Rinaldo, e non osava. S'assise guardando Cosimo con occhi
supplichevoli, quasi lo pregasse d'intendere la sua secreta preghiera.
E perch quegli taceva, ed ella ripeteva, come uscita del senno: I
nemici! Poi riscuotendosi a un tratto: Deh non sia; non m'aggiungete
dolore a dolore. Voi sapete, signore, di chi parl'io; non me lo
uccidete: egli non ha l'anima di Francese.

Cosimo impietosito, per rassicurarla rispose: Il conte d'Altavilla non
vorr combattere contro noi.

--Ma se volesse?

--Oh fanciulla, tu vuoi di forza ch'io vinca i tuoi timori; e a'
conforti miei non dai retta. Poss'io piegare a tua voglia i casi e
gli animi altrui? Volgiti a Dio, pensa a messere Antonio degli Adimari
tuo padre. Egli mi ti ha raccomandata nel partire, ti consolassi, ti
tenessi vece di lui.

--Vece? Egli pensa dunque a morire? Oh dite ogni cosa; fate ch'io
sappia s'io sono orfana o no. Non venite a mescermi a goccia a goccia
il terrore e la morte. Come sono crudeli gli uomini! E che vi ho
fatt'io?

--Figliuola mia, i' ti perdono, perch tu se' addolorata; ma credi tu
che gli altri non abbiano anch'eglino i suoi dolori? Nel mezzo della
notte, nell'ora del pericolo, poche ore forse innanzi di morire,
io lascio le figliuole e la moglie mia; e hanno anch'esse le mie
figliuole, e lagrime negli occhi e parole di rimprovero disperato:
le lascio per venire a veder te, per amore del buono messere Antonio
tuo padre, per compassione della tua desolata giovanezza; e tu cos
mi ricevi? Poich'io ti sono, e voglio esserti padre, perch non hai
viscere di figliuola tu verso di me? Oh mia Matilde, raccomandati,
raccomandaci a Dio, ci soccorra, c'insegni a vivere da uomini e da
cristiani a morire.

Ella lo abbracciava senza parola; e l'Oricellai seguitava:

Di me non so quel che Dio abbia destinato. Forse quando tuo padre
correr negli abbracciamenti tuoi, io giacer cadavere nella vicina
via. Se mai, le mie figliuole a te raccomando, come tuo padre ti ha
raccomandata a me: sii loro amica, e col buono esempio le illumina, e
coll'amor tuo le consola: parla ad esse di me, e delle dipartenze di
questa notte, quando gl'impeti dell'angoscia siano allentati, quando si
pu con lagrime dolci e tranquille parlare di quelli che sono morti. Ma
le mie parole, o infelice, ti sconsolano; e a questo non sono venuto io
qui. Vinceremo, Matilde. Tu sentirai da lontano scalpitare il cavallo
che ti riporter libero il padre, e me vedrai di lontano correre alle
mie case giubilando; e poi le giostre e le danze e le preghiere della
vittoria, e poi queta e franca e civile la vita.

--Ma Rinaldo!

--Ben mi rammenti, o figliuola, che ancora non  passato il pericolo.
Tu del vicino agitarsi non sbigottire; i miei ti difenderanno, e ti
difender, meglio d'ogni cosa, la stretta in cui saran posti i nemici.

--Potess'io combattere!

--Prega.

--Oh s, per il padre insieme e per voi.

--Buona Matilde! Tu se' la figliuola mia, non  egli vero? Chiamami
dunque padre.

E mentr'egli la baciava in fronte, Matilde, abbassando il viso, lo
chiamava col nome di padre. E pur tuttavia la speranza, come il
pi leggiero degli affetti, galleggiava sull'anima di lei: al che
le giovava non conoscere il duca, n le vie lunghe e segrete della
sventura, e il credere con tutta l'anima in Dio.

       *       *       *       *       *

Consolato dell'aver consolata un'anima, l'Oricellai moveva Oltrarno
verso le case dei Bardi, che l'alba appena vinceva le stelle: e gli
uccelletti la chiamavano con ancora sommessi e radi canti; e il vento
piegava le cime degli alberi che pareva se ne lamentassero con basso
stormire. E' ferm un poco il passo sul ponte di Santa-Trinita, e
guard al fiume pensando: Oggi forse uscirai fuor di porta tinto di
sangue: forse me pure voltolerai fra' tuoi sassi; poi, stanco della
preda, mi lascerai sotto qualche macchia di Valdarno. E chi sa quanti
ch'ora dormono, o vegliano sognando vendetta, stassera dormiranno sopra
un letto di carne umana e di sangue! Volse il viso alle sue case,
pens alle figliuole e alla moglie; e guardando il cielo: Signore,
disse, a voi raccomando loro e l'anima mia. Fate che il mio corpo non
sia strazio de' cani stranieri, ma posi onorevole nel sepolcro de'
miei antichi. E seguitava la via a capo chino: poi, volgendosi ad un
rumore, gli venne guardato il tempio di Santa Reparata, e disse tra s:
Oh se l'Acciaiuoli fosse con noi, quanta forza verrebbe alle nostre
armi dalla sua croce! E' si stette sempre in disparte, quasi animale
n timido n audace, ma astuto: e non come volpe foresta che d a
divedere l'astuzia, ma come gatto domestico e quietone, che aspetta
il momento di spiegar l'ugna, e il quando non sa. Tanti vescovi trov
favoreggiatori l'iniquo, e la misera citt nostra non avr il suo per
s! Cos pensando entrava alle case de' Bardi, dov'erano gi radunati,
o venivano mano mano, molti de' Rossi, e de' Frescobaldi, Vieri degli
Scali; poi parecchi della seconda e della terza congiura. Seduti ch'e'
furono, Andrea di Filippo de' Bardi incominci:

Cittadini e fratelli, poich l'estremo pericolo minaccia la patria,
noi senza molte parole v'annunziamo essere pronti ad opporgli i petti
nostri; noi Bardi e consorti, Frescobaldi e consorti, Rossi e consorti,
gli Scali ed altri; tutti d'una setta e d'uno animo. E voi all'opera
fraterna invitiamo; e con voi facciamo comuni le armi, l'amore, la
gloria, la morte.

E Tile de' Benzi de' Cavicciuli levatosi, disse cos: Noi vi rendiamo
grazie, o cittadini e fratelli, della profferta vostra, e di buono
animo l'accettiamo: e io, col consentimento di quelli della mia setta,
fo manifesto a voi come in altra parte della citt gli animi erano
all'impresa medesima apparecchiati; i Donati, i Pazzi, parecchi degli
Albizzi, io parlante, e molti de' miei. Che se, giorni fa, interrogato
da voi, messere Filippo Bordoni, io tacqui, fu per serbare il
giuramento dato alla mia setta sopra i sacrosanti vangeli.

Filippo Bordoni, tra lieto e vergognoso (ma la gioja e la maraviglia
vincevano), s'alz; e voltosi a Tile in atto fraterno: E io a messer
Tile, onorevole cittadino, chieggo, innanzi a questi spettabili uomini
e innanzi a Dio, perdonanza dell'avergli fatt'onta; e di qualsiasi
ammenda a lui ed a voi piaccia imporre alla mia subita diffidenza, sar
contento e onorato. Poi debbo, in nome della mia setta (a queste parole
corse per gli astanti un mormorio di maraviglia ineffabilmente lieta;
e si guardarono tutti in viso, come gente che, stata sotto maschere,
si scoprano, e si riconoscano amici desiderati); debbo in nome della
mia setta, della quale era capo messere Antonio degli Adimari, e
ora sono Simone e gli altri consorti suoi, alla quale appartengono e
gli Oricellai e altri molti (non dico de' Medici paurosi che qui non
vedete, e degli Aldobrandini, de' quali i pi fuggirono all'ombra di
qualche foresta o nel campanile di qualche badia); debbo in nome della
mia setta, alla quale altre parecchie si sono unanimamente congiunte,
con artigiani, e popolo minuto, e stranieri, buona gente tutti, rendere
grazie, o messere Andrea di Filippo de' Bardi, a cotesta spontanea
significazione delle vostre volont, alla quale acconsentiamo, e
promettiamo comuni con voi le forze e gl'intendimenti nostri.

Allora messere Agnolo Frescobaldi parl in questo modo: Il vecchio
nostro zio, priore di Sa' Iacopo, o cittadini, saputo che ebbe della
nostra impresa, volle esserne partecipe anch'egli: e disse, tra i pi
santi uffizii del ministro di Dio essere questo di difendere da ogni
reo la citt nella quale Iddio lo fece nascere, e il fonte del suo
battesimo. Ond'egli da pi giorni va seminando nel popolo: e gi molta
messe  matura. Ma perch l'uffizio suo lo tiene altrove a quest'ora,
comand a me vi facessi noto il suo animo ed alla impresa v'incuorassi,
e vi pregassi per lo nome di Dio, deponghiate ogni ingiuria e
malevolenza, e siate tutti un cuore ed un braccio. Al qual fine,
celebrando la messa d'ieri, il venerabile vecchio pos sull'altare
queste due spade che qui vedete; e dinanzi al santissimo corpo di
Cristo le benedisse; e a que' due le destin che, nemici o avversarii,
in questo consesso primi si abbracciassero in abbracciamento di pace.

Dopo le quali parole Corso d'Amerigo Donati si lev, e andando a
Giramonte Frescobaldi con quell'empito che altra volta l'avrebbe
cercato per forargli il costato, lo abbracci strettamente; e ad un
punto entrambi proferirono la parola _fratello_. Della qual cosa
Antonio degli Albizzi lieto, tolse le due spade, e portele a loro,
esclam:

Queste spade sull'altare di Dio consacrate, e ministre d'amore,
siano senz'odio e senza paura adoprate contro i nemici nostri. E tu,
Bindo de' Pazzi, prenditi in quella vece la spada che Giramonte de'
Frescobaldi portava; e tu, Piero de' Bardi, quella di Corso Donati.

Filippo Brunelleschi si stava confuso in un canto, e voleva pure
consumare un duro sacrifizio, a che era venuto: ma la vergogna, e parte
il timore, ne lo ratteneva. Alla fine, fatto animo (e come peccatore
ipocrita che deliberi svestirsi l'uomo reo, e rivelare al confessore le
sue brutture), parl:

Cittadini, io vengo, fidato nella magnanimit vostra, e pi nel
mio pentimento, a confessarvi un peccato che mi fa insopportabile
l'aspetto vostro e del sole, e la vita. Pregovi non vogliate
interrompere le mie parole. (Ciascuna di quelle parole era come ferita
che un ferro scanalato gli aprisse nel petto: ma pi andava egli,
e pi si sentiva alleggerito; e quanto spregevole agli occhi degli
uomini, tanto meno indegno si faceva ai proprii e di Dio.) Messere
Filippo Bordoni, jernotte, io vi dissi che non gi Tile ma un Senese,
masnadiere de' miei, ebbe al duca rivelato il trattato. Ora vi dico
che quel masnadiere io condussi al palagio. Temetti, codesta non fosse
insidia di Gualtieri per tentarmi; e l'antico odio contro gli Adimari,
confesso, mi vinse. Potrei recarvi cagioni da alleviare il mio fallo;
ma sarebbero del fallo pi ree. D'ogni qualsiasi pena io mi sento
meritevole: ch nessuna m' pi terribile del mio rimorso. Or tutto me
nelle mani vostre abbandono. Ma se non credete la mia miserabile vita
indegna che sia spesa per la nobile patria da me vituperata, questa
grazia, cittadini, vi chieggo: e il corpo mio, dalle spade francesi
straziato o monco, siccome leal debitore, alla vostra giustizia
render.

Tutti tacquero. Nessuno osava rimproverarlo, nessuno difenderlo. Moveva
a maraviglia il tradimento; la confessione del tradimento a non minor
maraviglia. A tutti pareva non si sarebbero lasciati ire cos basso: a
nessuno pareva ch'e' si sarebbe potuto levare a s ardua umiliazione.
Tacevano, pensando al pericolo corso e al da correre, all'Adimari
prigione, alle calamit della patria. Ma ne' pi giovani potendo pi il
disprezzo del male che la stima del bene, l'ira a poco a poco cominci
a ribollire: e Filippo Bordoni parl, sommesso in prima e quasi
vergognoso, poi tanto pi s'accendeva quanto pi sentiva i rimproveri
essere importuni e crudeli.

Dunque per lui poco stette ch'io non mettessi le mani nella vita d'un
onorevole cittadino!

--Per lui, soggiunse Bindo de' Pazzi, Antonio degli Adimari sar preda
al lupo d'Assisi!

E il Bordoni: Per costui tante congiurazioni, tanto faticosamente
condotte, e con tanto duro sacrifizio degli odii fraterni, sarebbero
cadute a vuoto!

--E forse sono: rincalz il Pazzi infuriando. Ah se mai l'empio
straniero dovesse dissetar la sua rabbia con nuovo sangue, io spero
almeno che Dio ci lascer libero il braccio tanto da fare vendetta del
costui tradimento.

Allora il Brunelleschi accostandosi al Pazzi senz'audacia e senza
paura: Le ire vostre, gli disse, non temo, n i ferri: ma l'infamia,
e la coscienza mia temo. Se credete me vittima necessaria, eccomi. N
fuggir cotesta spada; e son venuto qui senz'armi ad affrontarla, e,
pi pungenti d'ogni spada, gli sguardi e il silenzio degl'incolpabili
cittadini che sono qui. Se aver confessato il peccato, se chiedere
d'espiarlo non basta; che altro volete da me?

--Che tu taccia (grid imbestialito il Pazzi), e tolga a noi il malo
augurio dell'aspetto tuo. Se per confessioni e per tarde ammende si
potessero lavar, come cenci, i tradimenti, l'arte del traditore sarebbe
tra tutte pi facile e pi gloriosa.

Antonio degli Albizzi non potendo patire tanta durezza: Messer Bindo,
disse, vo' sete giovane, e le ire vi abondano sopra la piet, perch
non sapete ancora n le difficolt della vita n i pericoli della
virt. Io qui non entro difensore di Francesco Brunelleschi, n egli
vorrebbe: ma dico a voi, messer Bindo, che preghiate Iddio caldamente,
vi guardi dalle tentazioni del male; perch l'uomo  debole e cieco, e
il suo domani non sa.

--Sere Antonio, rispose superbamente il giovanetto, mi credereste voi
anima gi fradicia e gi disposta a vilt?

--Io vi credo un'anima umana. E se uomo siete, piangete gli errori
degli uomini, e non vogliate incrudelire in colpa che Iddio forse ha
gi perdonata.

--Fratelli, non siamo pi severi di Dio. Questa voce usc d'una stanza
vicina, e parve venire dall'alto. Poi l'uscio s'aperse, e l'Acciaiuoli
apparve, il vescovo di Fiorenza. Tutti assorsero (confortati e parte
maravigliati a quell'aspetto): e si fece silenzio.

Altra impresa, cominci il vescovo, abbiamo alle mani, che gastigare
i fratelli nostri pentiti; ed  male, mentre che gli odii antichi
si spengono, attizzare odii nuovi. Correggiamo i difetti nostri, o
carissimi cittadini, prima che fulminare gli altrui; abbiamo tra noi
carit, acciocch piacciamo all'Altissimo. Noi siam qui per riprendere
di forza la potest che il duca d'Atene ha con tradimento usurpata
sopra il Comune e popolo di Fiorenza: e a voi pi che a me sono chiare
le cagioni perch ci  forza ribellarci dalla costui signoria. Sola
una io aggiunger, che pi s'appartiene al mio ministero: gli scandali
de' quali costoro ingombrano la Chiesa di Dio e 'l disprezzo in cui
tengono le cose sante. Gi questo  antico vezzo della casa di Francia,
sotto colore di proteggere Chiesa Santa e i pastori di lei, quella
porre a mercato e fare prostituta, questi rubare e avvilire. E sapete
quello che il nostro poeta Dante cant della _mala pianta che la
terra cristiana tutta aduggia_. Gli strazii che di Bonifazio, amico e
nemico, e poi di Clemente, furono fatti, son tuttavia fresca cosa: e
duca Gualtieri dimostra anima e ingegno accomodati a seguire i turpi
esempi de' suoi. Non mand egli al papa per licenza di disfare tre
nostre chiese, a fine di meglio munire e d'ampliar la sua tana? Buon
per noi che da Roma non gli fu consentito: ma da lui non manc. Adunque
ogni divina legge ed umana ci persuade a ribellione contro cotesto
iniquo uomo: al che, Fiorentini, certo non vi bisognano incitamenti. Or
vediamo de' modi.

L'Oricellai disse: Io propongo, se a voi parr, che qui da Oltrarno
i Bardi e i Frescobaldi sieno conduttori d'ogni difesa ed assalto;
dalla nostra banda, quest'onore si renda, per Antonio degli Adimari, a'
consorti suoi, ch'eglino siano capi de' cinque sesti.

E tutti assentirono. Iacopo de' Bardi allora:

I popolani, per contrade, si ridurranno ciascuno a' suoi gonfaloni.
Sar nostra cura abbarrare i capi de' ponti, acciocch, se tutta la
terra di l (che non sia) si perdesse, possiamo tenerci francamente di
qua.

E Simone Adimari: Tutta sar similmente abbarrata la citt ad ogni
capo di vie, s che debba il nemico, prima di correre una strada,
assalire pi ripari, e combattere ad ogni passo, e snidarci, se pu, di
serraglio in serraglio.

Qui l'Oricellai: Il tempo stringe. L'ora del movere?

E l'Albizzi: Sonato nona, quando i lavoranti escono delle botteghe, si
levi rumore, e s'assalga il palagio.

--Bene sta (concordarono tutti): sonato nona.

Allora Bindo de' Pazzi con aria grave: Una cosa rimane a risolvere;
ch non tutti siamo intorno a ci d'un avviso. Vuolsi egli togliere
all'uomo pure la signoria, ovvero, la vita?

--Giovanetto (parl il frate vescovo con atto d'amore che all'altro
fece dispetto), finch l'uccello  su per le tetta, non pensare al
modo del cuocerlo. Di ci terremo disputa poi. D'una cosa vi prego,
cittadini: sia franca e leale e pia, quanto potete, la guerra. I nemici
vostri tale non la faranno; ma voi non pigliate esempio da gente, i cui
tristi esempi siete chiamati a punire.

Taciuto un poco, riprese: E qui un duro uffizio mi resta a compire: e
perch'io possa compirlo efficacemente, all'amor vostro, fratelli, mi
raccomando. Abbiamo di Siena, di Perugia e d'altrove promesse d'ajuti;
ajuti avremo da Pisa, e saranno debiti al buono zelo de' Frescobaldi,
e de' Bardi nelle cui case siamo. Ma io non posso tacere a questi
onorevoli cittadini, che l'aver loro chiamato in nome proprio, e non
del Comune, il soccorso di gente a noi non amica, e confederata al
traditore, turb forte taluni della citt nostra. A torto, ben so:
ma nell'ora del pericolo giova che sia cansata pure l'occasion del
sospetto. Onde per l'amore della comune patria vi supplico, o buoni
cittadini, vogliate provvedere che scandalo di ci non segua.

--Non seguir, disse Andrea di Filippo de' Bardi. E se i Frescobaldi
consentono (Agnolo e i suoi accennarono di s), noi siam pronti a
rimandare indietro i sospettati sussidii.

--E Iddio (cos il vescovo) vi render premio della generosit vostra,
e vi dar pi netta e pi facile la vittoria. Perch non ne' molti
cavalli e non ne' molti cavalieri  la vittoria, figliuoli, ma nel nome
di Dio. Or ogni cosa mi pare fermato: non altro resta che pregare al
Signore, e giurarci nel nome suo.

Il vescovo s'inginocchi, e tutti seco. E disse questa preghiera: Dio
degli eserciti, unico Signore de' popoli, dispensatore della libert,
della servit e della vita e della morte; noi figliuoli vostri,
prostrati con l'anima innanzi a voi, pieni d'amore ai fratelli e ai
nemici nostri, vi supplichiamo per la salute e per la libert del
vostro diletto popolo di Fiorenza. Se le vite e le cose nostre pi
care a voi piace ricevere in cambio dell'inestimabile dono, ecco, o
Dio, le offeriamo. Fate che nel combattere l'ingiustizia perdoniamo
agl'ingiusti; che tanto solo degli iniqui sgombriamo, quanto bisogna a
respirare pura l'aria di libert, nella quale fummo nati e cresciuti;
fate che nessuno atto o pensiero di crudelt o di licenza contamini
il sacrifizio di sangue; e che della battaglia usciamo, o alle nostre
case o al tribunale vostro, puri siccome dal santo battesimo. Dio degli
eserciti, Signore de' popoli, raccomandiamo a voi le anime nostre, e la
salute e la libert del vostro diletto popolo di Fiorenza.

Poi levandosi: Fratelli, giurate, e ripetete a parola quel ch'io dir.
Poich qui non abbiamo n l'Ostia santa n i santi evangeli, giurate
sulle spade.

Incrociarono le spade, e in mezzo a quelle ritto il vescovo,
sovrastante a tutti del capo, e posta la mano sul suo povero crocefisso
di bronzo, dett il sacramento:

Nel nome di Dio e di Maria, per il sangue di Cristo, nella presenza
di tutti gli spiriti del cielo, giuriamo combattere con umile amore e
con leale coraggio per la libert della nostra repubblica, fino alla
morte.

Chi ripet le parole a bassa voce, chi ad alta. I pi vecchi, e de'
giovani i pi veramente arditi, dissero sommessamente: Bindo de' Pazzi,
a cui sola una pareva poco, due volte ridisse: Fino alla morte.

L'Acciaiuoli: Ora, figliuoli, prima d'uscire, abbracciatevi.

S'abbracciarono: ma tutti fuggivano l'amplesso di Francesco
Brunelleschi: il che vedendo il vescovo, gli stese le braccia in atto
pietoso e quasi riverente. Ma Francesco, vinto da tenerezza e da
vergogna, presagli quasi tremante la mano, gli si gett a' piedi, e:
Padre, la vostra benedizione. E seguitava: Lavatemi dal peccato
dell'infamia: io sono pentito. Iddio legge nell'anima mia.

--E Iddio nella mia (rispose il vescovo): e sa con qual cuore io vi
raccolga e vi benedica.

Lo raccolse da terra, e volle con dolce forza abbracciarlo. I due pi
giovani, tra la vergogna e il dispetto, erano usciti: ma gli altri gli
apersero le braccia tutti, e taluni con affetto quasi d'amore indarno
represso. Allora il Brunelleschi sent pi cocente che mai la vergogna:
ch pi gli altri gl'indulgevano, e meno e' perdonava a s stesso. E
allora l'anima sua veramente incominci a ricrearsi.

       *       *       *       *       *

Quella mattina, Ippolito, figliuolo di Giulio d'Assisi bargello,
leggiadro giovanetto ma degno del padre, entrava di Lungarno in Terma
alla Lucia Buondelmonti, presa di lui. Amorosa e delicata donna; sulla
quale il lume della gi casta e or fuggente giovent, raccolto in
quelle quasi ultime ore del d femminile, dava pi vivo e pi ardente
che mai: quando l'amore sente e pensa s stesso, e il timore del non
essere assai piacente lo fa pi modesto e pi sollecito: quando la
gioja dell'esser piacente tuttavia diffonde negli atti una grazia
contenta, e avviva il dolce pallore del viso d'un dolce foco che
rinvergina la bellezza. Rinvergina la bellezza, ma fa parere pi amaro
il momento quando la dolorosa s'accorge che il tempo  mutato, e che di
pi giovani vite s'infiora la terra.

La famigliarit del duca e de' suoi con parecchi de' Buondelmonti,
aperse al giovane l'adito in quelle case; ch tutti i servitori di
Gualtieri, seguendo la natura entrante dei Francesi, s'insinuavano in
ogni parte; e qual donna non potevano con gli sporchi abbracciamenti,
con l'alito della calunnia contaminavano: la calunnia, alle donne
antica tiranna e persuaditrice di male. N gi in un tratto, ma a
poco a poco, e a suo dispetto quasi, s'era accesa Lucia del giovane
fello, che amoroso in sul primo, poi spensierato e insolente e rozzo
e crudele, esercitava spesso nell'anima di lei il tristo ministero
paterno. E' l'amava, ma al modo che le fiere amano; con barbara gioja
di possedere una bella e molto desiderabile cosa, e poterne fare
il piacer suo, e farla a un cenno piangere e sorridere, e tingerla
di peccato. E significava l'amore con lunghi sguardi feroci, e con
violenti abbracciari; e con quanti modi offendono il pudore di donna
gi vinta ma buona. Ella lo amava come devota a fatale necessit: e in
lui cercava (e le pareva ritrovare) la bont natia, soppressa dagli
abiti ormai invecchiati nell'anima, quanto pi tenera tanto men potente
del vincerli. E sperava potere grado grado temperare quella ferocia;
e talvolta le veniva fatto, perch qualche suo cittadino scamp per
lei all'esilio o alla morte. Questi rari beni, e coll'onta propria
comprati, le parevano scusa dell'onta.

Venne quella mattina Ippolito, che la donna l'aspettava con angoscioso
desiderio: e come lo vide:

Quali novelle?

--Nessuna.

--Nessun timore?

--Di che? Dugento ostaggi abbiamo in palagio: e se la citt si commove,
i galli non uscirebbero vivi di stia.

--Deh non dire. Il duca signor tuo, nol far. Non oserebbe tanto.

--E chi ne lo tiene?

--Tu nel terresti, Ippolito: non  egli vero? Dimmi che s; dammi
questa consolazione, a me afflitta tanto.

--E chi ti dice d'affliggerti, e andare braccando i dolori? Che fa egli
a te se una coppia o un centinajo di questi Fiorentinelli ciecacci
reciono l'anima?

--Or non son io Fiorentina?

--I tuoi son col duca: e chi  col duca,  egli pi Fiorentino?

--Deh non mi dire cos dure parole. Dove le trovi tu? Io non le saprei
imaginare nemmeno. Perch s crudele, o giovanetto, in tanta bellezza?

--Non mi parlar di bellezza; tu mi fai stizzire, gi sai. Tu s, tu se'
bella, o Lucia.

E l'afferrava quasi furibondo, e baciava. Ed ella umiliata: Ma se i
Buondelmonti non fossero co' tuoi; se mio padre dovesse cadere sotto la
giustizia del duca?

--Perch non di', tuo marito?

--Oh taci per piet!

--Se tuo padre avess'a essere giustiziato dal mio? Buon per te non sia
'l caso. Io non so in verit, che resterebbe a fare.

--Ah se tu mi domandassi che fare' io per tuo padre posto in pericolo;
Ippolito, non t'avrei risposto cos.

--A che parlar di pericoli? Lasciami in pace. Troppo coteste parole mi
tempestano gli orecchi, come quadrella fischianti fra il tripudio della
danza.

--No, tu non m'ami, Ippolito: mai una parola cortese, mai uno sguardo
pietoso.

--Ma no, in fede mia, tu non mi metti punto piet. Desiderio, s,
Lucia: desiderio per Dio, quale.... Ma non tel vo' dire.  vilt
lasciar fuggire tutta l'anima in un bacio di donna. L'uomo non  nato a
cotesto.

--E a che  egli nato?

--A comandare sui nati a servire; a solcar con l'aratro la terra che d
la messe, e pi affondare il vomero dove la terra pi cede.

--Ma se il vomero si rompe? Temi, giovanetto: Fiorenza  terreno mal
fermo.

--Che di' tu, donna? Tu hai un segreto nell'anima. Parla.

--Io no: ma i presentimenti di donna son vaticinii.

--Se mi celassi....

--Tu mi denunzii, o m'uccidi.

In cos dire, Lucia lo abbracci, e baci in fronte d'un bacio quasi
puro. Egli, confuso, e parte commosso, partendole sulla fronte i
capelli, e per la prima volta contemplando quella fronte serena, indice
d'uno spazioso intendere e d'un candido amare,

Lucia, le disse, guardandola fiso e quasi ammirato, Lucia, tu se'
buona! Quant'anni ha' tu?

--Trentadue.

--E io diciotto. E' torna per l'appunto: e tu mi potresti essere madre.

--Tu ti fai giuoco di me. Or bene, io ti sar madre. Promettimi, o mio
giovanetto, che se il pericolo sopravviene, tu fuggirai qui da me.

--No, il luogo mio  presso al duca.

--Ma non usciresti a combattere?

--Non  il mestier mio cotesto.

--E qual  il tuo mestiere? disse soprapensiero la donna: poi
ravvedendosi, volle rinvolgere la parola, gi volata, in un bacio:
ma il giovane ferito, la respinse con un Eh lasciami; e usc. Ella
rimase a piangere.

       *       *       *       *       *

Al tocco di nona fu un gran rumore in porta San Piero. Un fattore di
bottega s'era messo a gridare al fattore vicino in mezzo la via: E i'
ti dico che noi non siamo pi Fiorentini, ma Francesi, dacch Francese
 il signore nostro: e chi si dice Fiorentino,  nemico della citt.

--Oh chi lo nega! gridava l'altro a tutta voce. No' siamo Francesi, lo
so.

E il primo: Tu ti fai beffe di me; ma tu non di' quel che tu pensi, e
tu menti per la gola.

E l'altro: E io dico che Fiorenza non  pi Fiorenza, e che tu se' un
villano uomo, e la feccia di porta San Piero.

Il popolo si radunava da tutte le parti.

Pi gi da Mercato vecchio due ribaldi s'azzuffarono per questa
cagione: A te duole il caro del vino: e io dico a te che il vino
quand' caro, si cionca meglio, e meglio accosta, e d meno al capo, e
fa pi a bell'agio pensare alle misericordie del duca signore nostro.

E l'altro ribaldo: Chi nega le misericordie del duca? Tristo che tu
se'; tu mi vuo' mettere a capelli con sere Giulio d'Assisi: ma io mi
vo' prima accapigliare un po' teco.

E s'acciuffavano, e si voltolavano nel rigagnolo. La gente accorreva.

Quand'ecco un grido _all'armi!_ uscir d'una casa vicina, poi
dall'opposta contrada, lontano, un altro grido, e altri da tutte le
bande; e la citt ne fu piena, come del suono d'una campana in notte
tranquilla. Chi aveva gi chiuse le botteghe, e ripeteva _all'armi!_
correndo; chi s'avacciava a chiudere: gli operai studiavano il passo,
ciascuno verso la contrada propria: e gi vedevasi qualche drappello a
cavallo o a piedi correre la terra a furore. Que' dalle vie chiamavano
i compagni dalle case, scendessero. Le grida si mescolavan per l'aria,
come strali in d di battaglia. Delle case de' nobili e de' popolani,
e fin delle umili casupole uscivano spiegate le bandiere dell'arme
del popolo: croce vermiglia in campo bianco, quali col rastrello del
re, quali senza. Poi 'l giglio rosso. Le bandiere del duca, buttate
dalle finestre, la ragazzaglia strascinava per la mota e nel sangue
delle beccherie; e gridavano: Muoja il duca e' suoi seguaci! viva il
popolo e Comune di Fiorenza! Le donne dalle finestre _viva_ ripetevano
e _muoja_; e gittavano chi al marito chi al padre una bandiera o una
lancia. Altre inginocchiate a pregare, interrompevano per affacciarsi
a gridare: _muoja_. Le vie in un momento furono fitte di gente, come
formiche che s'affaccendino al venir della pioggia. Pi dolce pareva a
tutti l'eco della battaglia che il sorriso de' figliuoli e il sedersi
al foco nel verno. Siccome la fiamma che, gi pi anni, appiccata da
uno degli Abati, si stese impetuosa nel cuore della citt, e arse i
palagi, le torri, il tesoro, la mercatanzia, cos fece (ma a salute di
Fiorenza) quell'impeto di guerra che da Santa Croce vol a San Friano,
quasi portato dal vento. E gi, ciascuno sotto il gonfalone di sua
contrada, tutti erano in ordinanza; e sotto il peso dell'armi andavano
leggieri come sotto il sajo cittadino; sebbene operai o mercanti, gi
dotti con le tese lance a rompere gli usberghi nemici.

Gli Adimari, che molti erano, pe' cinque sesti correvano cavalcando
a ordinare le difese e gli assalti: degli altri congiurati ciascuno
provvedeva alla contrada sua. I Medici erano anch'essi usciti di
sotterra; parte mossi da vergogna, parte per voglia di vendicare
Giovanni consorte loro, un anno fa giudicato a morte dal duca (ch
le proprie offese, al pi de' ricchi e de' grandi dolevano, non le
altrui). Dico che i Medici, gi timidi, ora si mostravano baldanzosi; e
chi del volgo badava un po', percotevano con la lancia. Ad ogni capo di
via cominciavano a essere messe le sbarre; e dall'alto delle sbarre si
rispondevano i cenni dall'un capo all'altro della citt.

La gente del duca al rumore s'armano in fretta, e vanno alla piazza,
come corvi che volano al covo sotto il battere di pioggia grandinosa,
e sentono sopra 'l capo il muggito de' tuoni. E' correvano al duca:
i meglio intendenti di dardi ponevansi alle finestre del palagio: i
combattenti a cavallo, gi nella piazza. Ma prima di giungere quivi,
molti eran presi; chi briaco; a chi un fanciullo teneva il destro
piede mentre l'altro posava gi sulla staffa; ad altri saltavano sopra
improvvisi, e legavano, e svestivano dello splendido ferro. Altri colto
allo svoltare de' canti: l'impeto audace a lui si volgeva in tremore
pallido, come chi andando ne' monti, vede una serpe, e nell'arretrarsi
d'un salto, gi sente il morso. I destrieri de' presi, tutto che
correnti a furia, erano da' Fiorentini, abili alle corse de' palii,
agevolmente fermati. Poi tutt'a un tratto aprivansi e chiudevansi i
serragli delle vie, dove molti rimanevano acchiappati come volpi in
tagliuola, e forati con le proprie armi. Taluni, per malattia o per
vilt o per indugio, rimasi negli alloggiamenti, eran colti come falchi
nel nidio, e fattone ludibrio: altri pochi nelle case delle amiche,
segnate gi dall'odio pubblico; e le donne infelici, o di plebe o
gentili, oltraggiate. Intorno al palazzo, l dove il vespajo francese
era pi gremito, pi molte le prede: ma dalle porte dei Francesi
reputati non tristi, il popolo passava in silenzio. Uno tra' pi
boriosi e pi matti di donne, trovarono con le insegne di cavaliere,
adorno le armi di molt'oro, accucciolato sotto un letto; lo presero
per una gamba, e gettarono sulle labarde d'un drappello che passa. Ad
altro, bugiardo millantatore d'amorose vittorie, un magnano, preso un
tizzo, e agguantato lui per la barba, gliel'appicci come cero, e ne
trasse fumo e puzzo, quasi di majale arrostito. Molti un quadrello
ferm a mezza via: dietro a taluni, i cavalieri pi snelli cacciavano
il destriero fumante, lanciavano di lontano le picche, e scavallatigli,
non degnavano di finirli. Spesso a chi stava per chiamare piet,
il ferro va a tagliar la parola gi nella strozza: altri morendo
gridavano viva il duca! altri a cui la vilt dava speranze bugiarde
fino nell'agonia: Viva il popolo di Fiorenza! Dinanzi a un Borgognone
gigante, coperto lo scudo di pelle di tigre, e palleggiante la grossa
asta con grido di minaccia, fuggiva la gente: ma un conciatore di cuoi
armato di falce gli venne alle spalle, e azzeccatolo alle giunture
dell'armatura tra il collo e il capo, glielo recise di netto. Il busto
a manca, a destra la lancia, il capo nell'elmo ruzzol tra i piedi al
cavallo. Due fiorenti giovanetti gemelli, cresciuti al lieto sole di
Provenza, coperti di scudo con punta dorata, cesellato all'intorno con
fine lavoro, cavalcanti due bianche cavalle uguali a capello, correvano
a visiera levata, quando due frecce li colsero a un punto, e caddero
morti. Le donne misero un grido di compassione; ma due del popolo,
afferrate le cavalle fuggenti, esclamarono: Grazie al buon duca del
dono! E viva il popolo di Fiorenza!

       *       *       *       *       *

N soli Francesi traevano a soccorso del duca: de' Fiorentini
venivano i favoreggiati da lui, de' Peruzzi, degli Antellesi, de'
Buonaccorsi, degli Acciaiuoli, Giannozzo Cavalcanti e consorti,
Uguccione Buondelmonte co' suoi: poi scardassieri e beccai. Ma vista
la marea del popolo venir risonante, come naviganti in porto malsicuro
che temono il fiotto non li sospinga nell'alto, impallidirono. Quel
dell'Antella guardava al Buonaccorsi: e volevan parlare, e non
sapevano che. Andarsene non osavano: e tra i Borgognoni qua e l
schierati passeggiavano la piazza, come oziosi aspettanti. Altri,
impacciati nelle armi, quasi uomo che, vestito di rosso, passi accanto
a toro furioso; altri appoggiati ai lunghi scudi o alle lance. Ora
s'affacciavano all'un capo or all'altro delle vie; ma il rumore nemico
imperversava. Il Buondelmonti si teneva pi presso all'antiporto del
palagio, per istrisciarvi dentro a rifugio. Gli scardassieri gridavano:
Viva lo signore lo duca! ma grida stracche, e come favilla in istrame
fradicio. I beccai bestemmiavano: e ai nobili confortanti a gridare e
a fare, dicevano villania. Taddeo Peruzzi, uomo grosso della persona,
ma pochino dell'anima, smontato di cavallo per iscappare pi quatto,
e appoggiata al muro la lancia, entrava in grave ragionamento con uno
scardassiere, per appurare la verit delle cose.

--Domine, che trambusto!

--Messere, Fiorenza non si muove se tutta non si duole.

--E la credi tu mossa?

--Un po' pi. Non sentite?

--Ma credi tu facciano daddovero?

--E' pare.

--Giovanacci! Teste che a un soffio vanno via! Ma i vecchi che veggono
dinanzi e di dietro, e guardano come aggiustare alla meglio il capo e
la coda delle cose, non possono altro che piangere di tali mattie.

--Veramente la guerra  cosa dura: ma fatto  che nella mischia son
pure de' vecchi, messere.

--Che pensi tu fare?

--Io sto a vedere. Giova certamente, per tale uomo qual  il signor
nostro, soffrire disagio. Non  gi egli cagione di ci, ma coloro che
ci cacciano addosso, quasi mastino, la discordia, a noi che cignali
non siamo. Fin che il duca rimane signore nostro col consentimento del
popolo di Fiorenza, io sto da lui; imperocch sto col popolo. Ma se il
popolo muta e grida, muoja il duca! io non grider, _muoja il duca_; ma
sto col popolo. Ed eccovi, messere, l'umile parer mio.

--Certamente, il popolo  sempre popolo.

--Non  egli vero, messere? I' ho fatto il debito mio: sono accorso
con questo partigianone che vedete qui: e se fossi meglio in arnese,
e quale siete voi, farei forse maggiori cose. Ma io sono un povero
scardassiere: cinque figliuoli, e moglie gravida: morto me, chi ci
pensa? Eccoli, vengono da questa banda.

E perch Taddeo Peruzzi si teneva stretto al braccio dello
scardassiere: Oh lasciatemi, messere; i' son pi lesto di voi.

--No no, i' vo' difenderti.

--Non vedete voi che i cavalli ci vengono addosso? Se io in d di pace
m'avviticchiassi al braccio vostro, che fareste voi? Mi dareste d'uno
spunzone ne' fianchi, e vi sferrereste da me.

E datogli d'uno spintone, lo cacci a terra, quasi fantoccio di cenci,
vestito d'armi. Che se un beccaio non era che lo rilevasse, i cavalli
di Francia, non meno sconoscenti del duca, facevano di Taddeo Peruzzi
assai tristo governo.

La piena cresceva: e il pericolo batteva le larghe ali su queste
schiere e su quelle, serrate in ordine, sicch poco terreno era in
mezzo. Il sole che dava su le belle armi, gi mostrava il rosso
del sangue; e gi dal palazzo cadeva una pioggia ferrea di saette.
Allora ai devoti del duca la paura mise nell'animo il senno e il
rimorso: e pensando non essere onesta cosa servire a signore abietto
e perdente o presso a perdere, si ritiravano animosamente. Uguccione
Buondelmonti picchi, ed entr piccino nel palagio, come lumaca nel
guscio: il Buonaccorsi svign da Mercato nuovo: de' Peruzzi e degli
Antellesi, alcuni rimasero rinvolti nella calca, come anatrini in un
ghiomo di lana, e volgevano un sorriso stupido ad uno artefice, o una
parola senza senso a colui che or ora li aveva visti ducali. Qualche
scardassiere, inteso che le grida viva Fiorenza rinforzavano, grid
pi forte di tutti: viva Fiorenza! Qualche beccaio si mise tra'
Borgognoni: e (perch non sempre in opera vile  vilt) combatt fino a
morte.

       *       *       *       *       *

In altra maniera esercitava il coraggio messere Giannozzo Cavalcanti,
parlatore valido, e simile a cicala che, su una ghiova polverosa,
striscia dal ventre la lunga querela. Il quale nelle molte parole
compiaceva mirabilmente a s stesso, e tra non pochi dei grandi aveva
assai benevoli ascoltatori. E ora in Mercato nuovo dinanzi alle sue
case, montato su un desco di beccaio, gridava: Popolo che m'ascoltate,
vo' siete ingannati, e in molto misero modo ingannati. A' benefizii
del magnifico principe che, da lontane terre venendo, e abbandonando
gli splendori della corte francese, e gl'amplissimi suoi dominii di
Grecia e di Puglia, scende fino a voi, e degna tenere il freno di
questa imbizzarrita repubblica, deh con qual nera sconoscenza, o
cittadini improvidi, rispondete? E non considerate voi che l'egregio
duca d'Atene e conte di Brenna, , per altissimo giudizio di Dio, nato
di reale prosapia, e al governo della bellissima ed ingratissima citt
di Fiorenza predestinato? Non rammentate come noi spesse volte abbiamo
desiderata la mano d'un principe che reggesse il vacillante stato
nostro, e non sempre l'abbiamo (colpa de' nostri peccati orribili)
ritrovata? E non pensate che se un principe del Francese lignaggio
noi serbiamo col debito onore nel seno del Comune nostro, i soccorsi
della real casa di Francia saranno sempre alle necessit nostre pronti
e preparati, e il giglio dell'Arno coi gigli della Senna in bellissimi
modi s'innester, e la nostra grandezza immobilmente star?

(Qui messere Giannozzo, tesa la mano di forza per dipingere
l'immobilit, poco manc non sdrucciolasse dal desco.)

Or alla novella di tanto indegnissima ribellione, che dir la real
casa di Francia della infelice e matta repubblica Fiorentina? Quest'
un volere, o cittadini, diffamare in perpetuo il reggimento a comune, e
il nome fiorentino di macchia turpissima contaminare.

E perch non gli davano mente, e messere Giannozzo, ansimando pi
e pi: Popolo che passate, attendete e vedete se  maraviglia e
rammarico simile alla maraviglia e al rammarico miei. Tante grazie
dalla larghezza del duca in voi versate, tante inimicizie conciliate,
tante turbolenze che, senza il suo forte e fortemente soave reggimento,
sarebbero pullulate, voi tenete adunque, o Fiorentini improvvidi, per
niente? Che se gravezze sono, e quando non furono? Ma poich a pagarle
siete bastati finora, di che vi dolete? Perch guaite? E se alcune
rigide giustizie d'ora in ora son fatte, or come senza il terror della
pena contenere popolo di s dura cervice e di s mobile ingegno come
il popolo fiorentino ? E se giustizie son fatte, non son esse forse
consigliate e operate da degne menti e da degne mani di uomini italiani
fratelli vostri, e per virt provata ben cogniti al mondo? E tutto
quanto dal magnifico duca  deliberato, non ricev'egli il suggello
della sapienza e santit di cinque vescovi di Chiesa Santa? N voglio
mi rechiate in contrario l'esempio del non meno santo e sapiente
vescovo nostro: perch la ragione e l'esperienza c'insegnano che cinque
 pi d'uno. O se dubbio vi nasce intorno a questo argomento, perch
non ricorriamo all'oracolo della sede apostolica, e, intanto che la
risposta viene, non lasciam libera al duca l'autorit che gli abbiamo,
per vallate carte e di mano di molti notai, confidata? Egli, il romano
pontefice vi dir che la ribellione  cosa in istrano modo spiacente
al Re mansueto: egli dir che alle moltitudini non ispetta giudicare
la bont degli uomini che governano, siccome quelle che a ci non sono
n da Dio chiamate, n da natura fatte, n dall'arte degli uomini
periti educate: egli dir che a mal signore (se malo ) succede sovente
signore pessimo, e ad uno cento, in pena della colpevole impazienza
de' popoli tracotanti. Deh non crediate alle parole che i messi di
Satana vengono tra voi, nelle loro tenebrose conventicole, seminando.
Considerate il pericolo che per la presente perturbazione sovrasta ai
dugento, nel palagio adunati: considerate il pericolo che a tutti voi,
matti Fiorentini, sovrasta; e prima che l'ira di Dio e del magnifico
duca ci colga, sonate le campane, umiliatevi a' piedi d'entrambi, e da
questo e da quello misericordia implorate. Gi sento il tuono muggire;
gi veggo la folgore con ispaventevole suono scendere. Ma voi, popolo
perverso e dannato, non mi ascoltate: oh vergogna, oh sventura, oh
peccato! E il sole v'illumina, e la terra tuttavia vi sostenta?

In questo dire, messere Giannozzo Cavalcanti gentiluomo, fallitogli un
piede, dal desco del beccaio, bisunto di tutta sorta lotume, sdrucciol
per le terre. E nessuno ne rise, perch 'l popolo fiorentino badavano
ad altra cosa.

       *       *       *       *       *

Allo strepito delle turbe incalzanti, e al suono delle cennamelle e
delle trombe e delle campane incitanti i cittadini a combattere, sent
Rinaldo d'Altavilla serrarsi il pericolo addosso a' suoi. E sebbene
egli tenesse in palagio un suo valletto da averne ogni novit, massime
se ad Antonio Adimari si preparava sinistro; credette pure dover salire
quelle scale, da molto tempo a lui disusate, per giovar di consiglio
e d'intercessione gli uomini del suo paese, tutto che indegni. E'
s'armava. Matilde, che fra lo scompiglio comune stavasi nelle case
incustodita, dalle finestre rimpetto lo vide allacciarsi l'usbergo: e,
portata da un impeto prepotente, scese le scale, travers la via, fu
a lui. Con le braccia distese, e, quasi vinta, gettandosi sopra una
sedia: Oh rimanete, esclam, rimanete, signore!

Qual fosse pi attonito, ella del trovarsi l prima con la persona che
col volere, o egli del vedervela, non so dire. Ma la fanciulla, alla
quale il silenzio accresceva la confusione: Non combattete i miei; non
affrontate, o signore, il pericolo. Nella vita loro e nella vostra, 
la mia. Abbiate misericordia della mia giovane vita.

--Matilde, e voi mi credete cos cattivo? In tale stima avete voi il
conte d'Altavilla, che v'ama?

--E perch dunque quest'armi?

--Per difendere Antonio degli Adimari, per reggere i vinti di qual
parte siano.

--Le mie preghiere e di mia madre, e l'angelo suo lo guarderanno mio
padre: ma perch volontario darvi, voi, nel pericolo, e raddoppiare
senza pro i miei terrori? Che potreste voi fare per esso, che Dio non
possa? Non vedete il popolo accorrere da tutti i lati? S'egli nol
libera; pensa, voi.

Fra queste parole Rinaldo guardava confuso alla fanciulla, in cui
l'amore d'elezione velava per poco l'amor di natura: e non sapendo n
che si dire n dove posare le mani, le metteva nelle piume dell'elmo, e
librava in aria il suo peso, poi lo lasciava cader grave e sonante.

Ed essa: Ecco il vostro linguaggio, il trastullo vostro e la gloria:
le armi, sempre le armi.

--Oh Matilde, io conosco ben altro linguaggio, ben altra gloria;
e merc vostra. Vostro dono  se l'anima mia s' levata sopra le
anime gravi di ferro e brutte di sangue, degli uomini che mi stanno
d'intorno. Chi se non voi mi fece in prima accorto della vilt di
servire a signore indegno; chi mi stacc da Gualtieri, come le labbra
del bambino si divezzano dal latte di madre non sana? Voi, buona,
spiraste uno spirito nuovo in me.

--Io non so che rispondere a queste parole; ma di sola una cosa vi
prego: restiate. Slacciate cotesto usbergo; e se qualcuno vi piace
difendere, difendete me che son sola.

--Il popolo di Fiorenza, e l'arme de' miei famigliari, fanciulla,
difenderanno voi; ma la mia presenza  debita ad Antonio Adimari. Il
cuore, o Matilde, non vi dic'egli che quando un padre sta sotto l'ira
irritata dei tristi, ogn'altro timore  peccato?

--Voi dite vero, signore, e m'insegnate a arrossire di me. Che sono
diventata io mai? Non pi cittadina n figlia. Dunque mio padre  in
pericolo? Dite per piet: la certezza mi dar coraggio e rimorso.

--Infelice, tu non potresti intendere quel ch'io direi: e buon per te.

--Una promessa almeno, o Rinaldo: che non combatterete contro il popolo
mio.

--Giuro.

--Che, salvo il padre mio, tornerete a noi.

--Prometto.

--Or accorrete. Io vi allaccier di mia mano quest'elmo. Ma gli 
troppo peso: e non lo posso.

Rinaldo l'adatt da s, ed ella glielo allacci, lagrimando tacite
lagrime, che le velavano la vista di lui: e Rinaldo la mirava con un
certo come spavento di gioja e di piet. Poich la fanciulla ebbe
guardato bene se l'elmo commettesse colla corazza, da non lasciare via
al ferro, spicc dal chiodo la spada, e disse: Spada del mio nemico,
io ti bacio.

A cui Rinaldo: Del vostro nemico? E, com'uomo che torni stanco dalla
battaglia, sedette abbandonatamente, lasciando cadere sullo scanno le
mani sonanti de' guanti ferrei: e la guardava sbigottito.

Ella, come ferita da subita punta, grid: E il padre mio? Balz in
piedi Rinaldo, afferr la lancia accosta alla parete, e senza volgerle
un guardo, usc correndo. La fanciulla, fatti barcollone pochi passi
per la stanza, si butt bocconi a piedi del letto; quivi stette
lungamente sopita in letargo pieno d'imagini strane e fuggevoli: poi,
di subito, quasi desta, si diede alla fuga; e come chi scampi alle
fiamme ondeggianti dietrogli, risal le sue scale.

       *       *       *       *       *

La zuffa, dispersa gi, s'accoglieva, come torrente alla china, verso
la piazza del palagio de' priori. Son gi sbarrate e afforzate le
bocche delle dodici vie che menano a quella. Ferivano i Francesi, ma
non insultavano ai cittadini feriti, ch la stretta del pericolo non
dava spazio ai tristi tripudii della vittoria.

Visto che il confuso azzuffarsi noceva ai men pratichi, gli esperti
impediva; gli Adimari ordinarono la battaglia cos: i cavalieri da
Calimala, i saettieri da San Piero Scheraggio, dal Gardingo i fanti,
l dove il circuito del palagio mal difendevano nuove torri non finite
e nuovi barbacani. Ne' luoghi detti si ritiravano a riposarsi: ma
rinfrescati, s'avanzavano con alterna vicenda nel mezzo della piazza,
ora i saettieri difesi dagli scudi de' fanti, ora i fanti addopati
ai cavalieri, or soli questi. Fra' cavalieri Francesco Brunelleschi
combatteva de' primi: e senza parola (ch ogni parola alla condizion
sua stimava interdetta), ma con l'esempio incorava i cittadini; e a
qual vedesse pericolante in disuguale conflitto, soccorreva; e i feriti
traeva di sue mani di sotto ai pie' de' cavalli e de' fanti: feroce
come leone, tenero come madre. Tanto pu, a rinnovellare un'anima,
il ben sentito rimorso! Bindo de' Pazzi con impeto di Francese si
slanciava tra i Borgognoni: e se la lunga lancia del Brunelleschi non
era, due volte e' sarebbe rimaso nella rete della morte. Ma quando
un acuto quadrello dalla torre gli diede tra la visiera e l'elmetto,
e s'infisse sopra la tempia, allora il giovane, nuovo del dolore,
portato fuor della mischia, urlava miseramente, dimentico d'ogni
baldanza. Ma il Brunelleschi alz gli occhi al cielo, e disse in suo
cuore: Se tanto  del dolore, or che dovrebb'essere del rimorso?

Pi e pi s'empiva di combattenti la piazza, come di gente convitata
a banchetto. Quando la porta del palagio s'apre; e un contestabile
francese viene facendo cenno di parlamento: ma le saette e le grida lo
investirono da ogni parte; onde a lui parve lunga corsa que' due passi
da fare per ritrarsi tanto che la porta fosse richiusa, e posto in
sicuro il suo nobile corpo.

Gi parecchi i morti, e molti i feriti: e la strage veniva densa
dal palagio fornito di molto saettamento. Quando il palagio era per
vomitare le quadrella, a un segno non veduto dai nostri, i Borgognoni
si ritiravano da' due lati; e vie prima che si sentisse lo stridore,
veniva la morte. Allorch, sgomento dal grandinare, il popolo
indietreggiava, i Borgognoni facevan impeto in lui con grand'urla,
difesi da larghi scudi, o da rotelle lucenti; armati, altri di mazza
con punta, altri di tonda; e chi di spada veloce a due tagli, chi di
ferro scanalato, chi di lama che pi s'allarga quanto pi si parte
dall'elsa. Ma come serpente che minacciato s'aggroviglia in s stesso,
poi tutto si snoda, e ritto riassale; tale era il popolo, cui l'anima
volonterosa insegnava come si possa contra gente agguerrita reggere
validamente la guerra. E sottentravano a ribattere gl'incorrenti, a
raccorre i feriti e i morti; i quali su un carro, confusi in mucchio,
erano portati, questi a Santa Reparata all'onore dell'ultime preci,
quelli allo spedale vicin della chiesa. Nobilt e plebe, ricchezza e
povert agonizzavano ammonticchiati sulla medesima carretta; e spesso i
piedi d'un carbonajo battevano, convulsi, nel viso ad un cavaliere. Nel
sottrarre i morti loro, tiravano e talun de' Francesi o per le gambe, o
per le creste dell'elmo (e talvolta il vuoto elmo seguiva solo le mani
de' combattenti che lo lanciavano oltre le sbarre sdegnosi): ma tirato
dietro i serragli il cadavere, gli spogliavano gli schinieri giunti con
fibbia d'argento, e le spade d'argento ornate, e i gangheri d'oro del
fermaglio, trapunto con vario lavoro, e a san Giovanni li votavano o a
Nostra Donna.

Primi al pericolo (di che veniva al popolo e concordia e ardimento)
erano i pi grandi e i pi ricchi, fregiati dell'arme privilegiate,
gi tolte loro dal duca. Ferocissimo, e simile a belva cercante la
preda, uno degli Altoviti; ch un'ira selvaggia lo portava via, ed era
tutto in vendicare la morte di Guglielmo consorte suo, giustiziato
per baratterie da Gualtieri. Cosimo de' Medici, non animoso, ma dotto
di tutte frodi, o moveva alla battaglia, come bove grasso tra tori, o
si stava il pi che potesse in sicuro; poi faceva capolino, gridando:
Fratelli e compagni, combattiamo per lo nostro Comune, per la diletta
repubblica. Il popolo, pi generoso e sbadato che credulo e stolto,
intendeva al vero quelle parole: e ne' brevi istanti che si riposavano
dal combattere, stretti dietro ai serragli, dicevano tra s:

Compagnoni e' ci chiamano: a vittoria compiuta, saremo il minuto
popolo di Fiorenza.

Rispondeva un altro: Cotesta ch'hai detta,  parola vera; ma ora
pensiamo a fare. Intanto armeggino anch'essi in pi affannosa giostra
di quella che corsero all'avvenimento del duca.

E un terzo: Segua che pu: lasciam costoro fabbricare tra s odii ed
inganni: noi combattiamo per le case nostre e per noi, non per loro. Il
domani  sul libro di Dio.

Cos dicendo, tergevano il sudore sudato col sangue, e trincavan di
fretta: n li avresti detti venire dalla battaglia, ma o presti ad
entrar nella danza, o, test della danza usciti, riposando sedere.

Quando li confortava con amiche parole Cosimo Oricellai, uomo
incolpabile e forte, ascoltavano tutti con fiducia fraterna: perch
tutti gli uomini sentono la bont vera; e il popolo, come i bambini
piccoli, sa chi l'ama. Era quivi un nipote dell'Oricellai, giovanetto,
voluto a forza venire nella mischia, che rispinto dallo zio, senza
saputa di lui, s'intrupp, non per vaghezza di lode o di rumore, ma
chiamato da un'invincibile voce che acuta e allegra come squillo di
tromba, gli diceva dentro: Combatti contro la schiavit ch' odiosa
pi della morte. E Cosimo se lo vide improvviso dinanzi, supplicante
con dolce sorriso, librando una lancia grave, e pure adatta al suo
pugno, e stretto dalla dura coreggia dell'elmo il mento e il tenero
collo. N allo zio diede il cuore d'ingiungergli se n'andasse; ch
se fosse stato suo figliuol proprio, gli avrebbe imposto, non che
conceduto, consacrare le mani nella difesa della sacra repubblica.
Ma per tempo Iddio ti chiamava, o fanciullo, alla sua pace; e dopo
che, in premio del buon volere, egli ebbe infiorata la tua verde et
d'una schietta ed alta speranza, e' ti tolse agl'inganni del mondo
crudele, ai tedii che alle speranze, sebbene adempiute, conseguono,
ai cocenti odii, ai tepidi amori. Una nube di frecce scagliata a un
tratto, rasent la terra quasi tromba d'estate; delle quali una venne
apportatrice acerba dell'estremo dolore; e fittasi nel torace, dom,
giovanetto, la tua vergine vita. Egli cadde supino sul lastrico: e
un tremore di piet prese tutti i riguardanti, e Fiorentini animosi
e Borgognoni gagliardi. Allorch sua madre lo seppe, disse: Sia
benedetto Iddio che, innanzi di togliermelo, gli permise fare alcuna
cosa per la nostra repubblica. Egli  in luogo di salvazione, spero;
perch il giorno della battaglia aveva ricevuto il corpo del Signore.

I dardi uncinati, che volando parevano desiderosi di bere sangue, si
conficcavano dolorosi nelle carni. Poi le pietre gravi grandinavano
ruinose dall'alto: e il popolo spaventava a s male morti, perch
contro quella furia non poteva n singolar valore n ordine fitto
di schiere. Un di loro, ritraendosi ferito dietro a un serraglio, e
lasciando cadere a terra una coltella sanguinante e spuntata dal molto
trafiggere, diceva: Se non l'avessimo fatto noi quel palagio, di
nostro! E vederci ora di l tempestare l'ira di Dio!

--Dio, rispose un frate (che accavalciava le sbarre senz'aspettare
l'aprissero), Dio  con noi. E giunto all'ultima sbarra, sotto la
tonaca apparve vestito di tutte arme, e destro come antico guerriero. E
guardando all'ampia luce del cielo sereno, esclam: Dio, dispensator
della guerra, dateci che respingiamo chi mal fece alla nostra citt;
acciocch gli uomini delle generazioni pi tarde tremino a far male
all'ospite suo che gli offerse amist e signoria. Votata ch'egli
ebbe la messa di domani alla Vergine e ai Santi, immortali patroni di
Fiorenza, si confuse alla mischia. E sull'alba, riprese la cocolla,
entr per la chiesa, e celebr molto devotamente la messa. Di che fatto
consapevole il vescovo, lo benedisse; e, non in sua presenza, ma a'
frati che ne mormoravano, seppe dire: Egli ha fatto bene.

Sapeva il vescovo, che se nella antica legge ai Leviti, era non pur
conceduto, ma ingiunto eccitare alla battaglia suonando le trombe,
se ai sacerdoti di Cristo predicare guerra per causa santa; _nel
pericolo della patria non era interdetto_ tingere di sangue nemico
le mani consacrate, e respingere col ferro, senz'ira nel cuore, le
ire peccaminose di chi contamina la citt di peccato: sapeva che dove
tanto solo combattasi quanto bisogna a difendersi, le armi feritrici
non sono che scudo; come argine che non infrange le onde torrenti se
non quant'esse incorrano infuriando per allagar la campagna, e trarre
le fatiche e le vite umane nella vorticosa rapina. Sapeva che pu
fralle armi il sacerdote, non pur ravvivare il coraggio, ma temperare
i furori, consolare le agonie miste e de' suoi e de' nemici l'un
sull'altro cadenti, sottrarre questi a inutile morte, e con la spada,
quasi come con la croce, nel nome di Dio benedire.

Il saio del frate apparve tra le armi, non come tra il verde della
foresta luccicare minaccioso di lancie, ma come agli assetati
spumeggiare lontano di fresca acqua corrente, come luce fralle
tenebre al pellegrino. Alla vista di lui combattettero i Fiorentini
pi animosi e pi miti, i nemici pi arrabbiati e pi trepidi. Ed
egli, fra il fischiare delle saette e il rintronare de' ferri sulle
armature, come se fosse il sibilo del vento tra i rami, si chinava
sicuro a raccogliere la parola dei moribondi, e di l si rizzava a
sviare, or con un'arme raccattata da terra, or con la mano ignuda,
la spada imminente s al cittadino, s al nemico implorante la vita.
Pareva come tra il nero di nubi ammontate punta di metallo lucente
rizzata ad attrarre quasi a stilla a stilla la corrente fulminea. Ed
era refrigerio all'anima sua piagata insinuare nell'anima di qualche
straniero parole di pentimento efficaci, nell'anima di taluno de' suoi
parole di misericordia, che facessero doppiamente accetto il sacrifizio
della morte. E allora il padre infelice sent consumato in s il
sacrifizio degli antichi suoi sdegni, allora perdon agli uccisori
del figliuolo proprio, e in un amplesso con la patria sua libera li
abbracci. Non i rivi correnti di sangue sbramassero la sua vendetta,
ma s quant'esso per mitigare le vendette altrui fece e disse, e
quanto di dire e patire desider. Cos quella fiamma che da molte
acque versate traeva alimento e in pi ampi vortici fumosa saliva, al
gettarvi panni bagnati, si spegne. E perch fin ne' suoi ardimenti
l'anima umana  debole, pareva al vecchio che se il sacrifizio di un
altro figliuolo dovesse offrire per la patria e per Dio, l'offrirebbe.
E Dio quella fiducia tra altera e sommessa, ma schietta, come grata
offerta accoglieva.

       *       *       *       *       *

Era ancora il sole alto; e, visto avviarsi vigoroso in piazza
l'assalto, Corso d'Amerigo Donati e i fratelli, i quali avevano amici
e parenti in prigione, s per impazienza d'affezione e di vendetta,
s per avere pi libero spazio al valore; e Corso per imitare
l'esempio famoso dell'avolo suo (ma, diceva egli, per provare la
virt della bandiera del popolo), andarono verso le Stinche di costa
a Santo Simone. Era l'edifizio di pietre grandi e bene commesse,
ma lo sportello di legname, e di legname la bertesca; non molte le
guardie, sciolti i prigioni. Tentarono sfondare co' ferri, ma e' si
spuntavano; quando Rosso di Ricciardo de' Ricci, ivi entro condannato
in perpetuo, grid a que' di fuori: Fuoco. E misero fuoco allo
sportello; e que' d'entro ajutandoli, chi con le accette e chi con
le mani, fu sgangherato lo sportello; e tutti liberi in poco d'ora.
E armatisi, crescendo ad ogni passo la moltitudine seguitante lungo
le vie della bene edificata citt, Tile de' Benzi de' Cavicciuli, e
parecchi de' Pazzi, e altri che avevano loro amici in bando o presi col
duca, s'avviarono a palagio dov'era il podest, Baglione di Perugia;
uomo cupido di danaro, al quale di podest non era che il salario di
quindicimila dugenquaranta fiorini d'oro, e il titolo, e tanto di
ribalderia quanto bastasse a servire alla ribalderia onnifaccente del
duca. Al Baglione il rumore annunzi di lontano per chi si preparasse
la festa; e, radunati i famigli, romagnuoli i pi, con affezione
insolita, e con mostra d'ardire diverso dalla vecchia audacia sua,
grid:

Figliuoli, questa  l'ora di valentemente difendere la signoria del
duca nostro e le nostre proprie vite dagl'iniqui ladroni; quest' l'ora
di dimostrare al mondo chi voi siate, e chi sieno queste volpicciattole
fiorentine dal ricco pelo e dall'ossa mal commesse, timidamente rapaci.
La pace della citt e la gloria d'Iddio nelle vostre mani  affidata,
di Dio che detesta le sedizioni come scellerata invenzione di Lucifero,
padre di tutti i ribelli.

Ma i famigli risposero con tranquilla sfacciataggine, essere mestier
loro offendere, non difendere; unico scampo la fuga.--Allora il
podest, deponendo la larva del coraggio, fatto viso di tutt'altro
uomo, e tremando: Fuggire! ma come?

E i famigli: Ciascuno pensi a s: che se a signoria vostra
abbisognasse de' nostri consigli, li avrebbe chiesti assai prima.

Cos dicendo, scappavano. Ond'egli, vestiti gli abiti del pi guitto
tra' famigli, che per carit glie li cesse, adattatasi una panziera
a difesa del corpo, mancandogli tempo da soprappor la corazza,
intanto che gl'infuriati venivano da una via, usc dalla porta che d
nell'opposta: e nascondendo il viso, e non osando torcere il collo,
e pur voglioso di guardarsi dietro (che gi si sentiva le grida alle
spalle, come il viandante colto dal mal tempo, si sente gocciolare
pel dorso l'acqua temuta), alla fine mise il piede nelle case degli
Albizzi. N mai le sue scelleratezze gli avevano data la millesima
parte dell'angoscia che gli diede quel breve tragitto. Ma Dio serba
i terrori, o i dolori, o (pena pi crudele) i sospetti, a chi e'
risparmia i rimorsi.

I famigliari dell'Albizzi, riconosciuta sotto a que' cenci la podest,
lo afferrarono, e volevano farne strazio; quando si rammentarono che
il signore era in casa, ferito nel primo scontro da un quadrello di
balestra grossa; e corsero a lui domandando, che fare della podest.
L'Albizzi, stizzito, non gi dal dolore che provava acutissimo, ma dal
non potere, sebbene maturo d'anni, combattere, rispose con ira: Che fa
a me quel carcame vivente?

E perch i famigliari, gena interpretatrice, torcevano al peggior
senso le sue parole, e se n'andavano allegri del potere tormentare una
potest, messere Antonio ravvedutosi, aggiunse: Chi leva un capello
da quella testa scellerata, pagher 'l debito con la sua testa. Io non
degno che pure i miei famigliari s'imbrattino in s vil sangue.

--E che farne?

--Che chied'egli sia fatto di lui?

--Vuol vedervi, messere.

--Via da me quel basilisco di baratteria, che con gli occhi mi farebbe
tutto una piaga.

--Dunque?

--Lasciatel ire.

--S'' viene a voi per rifugio?

--Rimpiattatelo; vestitelo da famigliare, da donna: ma astenete le mani
da lui, siccome fareste dall'amico del signore vostro.

I famigliari non intendevano quel misto di sdegno, di spregio, di
piet; e stimavano messere Antonio degli Albizzi matto.

De' famigli della podest taluni scapparono nel convento di Santa
Croce: e quale de' frati non voleva aprire; altri pensava si dovessero
accogliere per prudenza, acciocch, se il duca o gli amici del duca
vincessero, l'ordine di san Francesco n'avesse merito; altri, per
debito d'ospizio e per carit.

La turba sal schiamazzando le scale del palagio, e mille villanie
diceva al Baglione lontano. E correvano per le stanze spalancate con
gli archi tesi e con in mano le spade. Ma, non trovando persona, la
rabbia si volse contro gli arnesi, le finestre, le panche. Rompevano,
infrangevano spezzavano, fracassavano, sminuzzolavano, pestavan co'
piedi. Pochi gittavano all'impazzata gi nella via: ma i pi si
tenevano il frammento quale d'uno qual d'altro arnese, a memoria del
giorno quando i cittadini di Fiorenza, non potendo pi sopportare la
servit degli uomini stranieri, insorsero a libert.

Spersi gli arnesi, e arso il resto, vanno alla camera del Comune,
la forzano, ardono i libri ove i nomi degli sbanditi erano scritti:
i debitori (ogni tempesta ha la sua schiuma) rubano gli atti della
mercatanzia, per ispegnere la memoria de' debiti. Altra ruberia non
fu fatta in tanto scioglimento di citt, se non contro alla gente del
duca. E tutto avvenne per l'unit in che si trovarono i cittadini a
ricuperare la propria libert e quella della repubblica.

       *       *       *       *       *

Que' del sesto d'Oltrarno, che per s era di grandezza e potenza
un'altra buona citt, sentendo lo sforzo della battaglia essere tutto
intorno al palagio, prima che l'aria fosse bruna, apersero l'entrate
de' ponti, e passarono a cavallo e a pie' in arme. I Bardi venivano
scorrendo le file, e contenendo i cavalieri pi veloci o pi ardenti,
non rompessero gli ordini. E perch si sapeva che i radunati in sulla
piazza potevano per molt'ora resistere, e per rassicurare in ogni
parte la commossa citt, mostrandole le forze sue, fecero levare le
sbarre delle rughe maestre che non mettevano diritto alla piazza, e
con le insegne del Comune e del popolo cavalcavano gridando: viva il
popolo e Comune in sua libert! e: muoia il duca! I vecchi e le
donne rispondevano _viva_, e levavano gli occhi al cielo ringraziando;
salutavano i noti, agl'ignoti arridevano come ad amici; i pi
appariscenti additavano; all'armatura o alla divisa o al portamento
riconoscevano i volti celati dalla visiera; ai bambini indicavano con
infantili parole il perch della splendida mostra; e quelle bocche,
aperte appena alla vita, gridavano anch'esse: _muoja_. Gli erano pi
di mille a cavallo, montati su destrieri tutti a briglie con freni
dorati e purpurei, fra dei loro e di quelli tolti alle genti del duca;
con archi soriani all'arcione, con al braccio scudi lisci ed uguali,
o rilevati a vario lavoro, con tremolanti sugli elmi piume d'estrani
uccelli. Poi dietro venivano diecimila armati a corazza e barbuta come
cavalieri; senza l'altro minuto popolo in arme: ch la bene abitata
citt forniva venticinquemila combattenti; senz'alcuni forestieri,
usi ai modi del guerreggiare italiano, e alcuni cavalieri lombardi, e
senza que' del contado. A ciascun sesto precedevano l'insegne sue.
Oltrarno, scala bianca in campo vermiglio, dragone verde in campo
rosso: San Piero Scheraggio, carroccio d'oro in azzurro, toro nero in
giallo, leone nero rampante in bianco: Borgo, vipera sul giallo, aquila
nera sul bianco, cavallo sfrenato, covertato a bianco e a vermiglio,
sul verde: San Brancazio, leone azzurro rampante coronato, nel bianco;
Porta San Piero, due chiavi rosse in fondo giallo: Porta del Duomo, con
in fondo il colore medesimo, drago verde. Queste ed altre le insegne
de' sesti: alle quali venivano miste le militari; de' cavalieri:
d'Oltrarno e del Duomo, bianca; di San Piero Scheraggio, nera e gialla;
di Borgo Santo Apostolo, bianca e azzurra, addogata per lo lungo; di
San Piero, gialla, di San Brancazio, bianca e verde. Verde l'insegna
de' mercatini; de' balestrieri, campo bianco e balestro vermiglio, o
quello vermiglio e questo bianco; degli arcadori, un arco in bianco e
in vermiglio; de' pavesai, un giglio in vermiglio ed in bianco; de'
cambiatori, montone bianco in vermiglio; de' medici e speziali, campo
vermiglio con Nostra Donna e Ges; de' giudici e notai, stella grande
d'oro in azzurro; de' setaiuoli e merciai, porta rossa e piano bianco;
de' maestri di pietra e legname, sega, scure, mannaia, piccone, e rosso
il di sotto; dei fabbri, bianca la sommessa e sopra tanaglie nere
grandi. Ma il bue nero de' beccai pascente in prato giallo, mancava.

Venivano a torme, a schiere, a drappelli, a larghe file, a due a due,
in vago disordine: e tra quella selva di lance e di spade si smarriva
lo sguardo con lieto errore: quale in ricca foresta le piante qui rade,
l fitte, che all'alte cime s'alternano i giovani ramuscelli e le folte
macchie; e ogni cosa, l'erbetta minuta, i fiori appi delle negre elci,
l'ellere, i rovi, la borraccina, significano la possente ubert della
terra; gli uccelli volano dall'abeto al cespuglio; e le acque correnti
nutricano con amore e le mature e le giovanette, e le altere e le umili
vite. Il quale popolo fu molto mirabile a vedere, e possente e unito.

       *       *       *       *       *

Ma sotto il caldo della giornata, e sotto quel tedio che occupa, per la
non vinta resistenza, gli animi instabili, la stanchezza aveva prese
le membra robuste de' Borgognoni; che senza pane e senza vino, eglino,
avvezzi a bene morfire cos come a battagliar bene, e vedendo a ogni
capo di via i cittadini ristorarsi e cioncare, quasi per far loro
dispetto, gi maledicevano, non il duca ma la repubblica di Fiorenza
che a' loro ventri dava noia s lunga. I pi impazienti (ed erano i
pi corpulenti) smontando bel bello da' cavalli, picchiavano alle
porticciuole; e, vietante il duca, ma volenti di forza i loro compagni,
entravano. Al veder questo, l'avaro signore ricorse a tarde promesse
di ricchi doni: ma tra un fiume d'oro lontano e un centellino d'acqua
presente, l'assetato ha pronta la scelta. Poi sapevano le larghe
promesse dell'uomo e lo stretto attenere.

I rimasi sul campo, per questo spicciolarsi, vie pi si scoravano;
e pi rimessamente incalzavano que' della terra, pi alacremente
assalenti. Il numero de' Francesi feriti o prigioni cresceva. Altri
presi in tanto che appoggiando il lento passo alle lunghe lance,
ritenendo il respiro per non guair di dolore, rammentando i dolci campi
paterni, e raccomandando l'anima fuggente a Dio (l'anima che in tristo
uffizio compiva le sorti della vita), si strascinavano fuor della
mischia. Altri presi in tanto che si spogliano dell'arme francesi, e
raccolgono sotto l'elmo la bionda capigliera ondeggiante sul collo,
e s'ingegnano di strisciare non visti tra nostri. Chi s'arrendesse
spontaneo, risparmiato: ma de' resistenti, altri malmenati duramente,
altri, per ludibrio, gettato nella carretta, sotto a' cadaveri, ignudo.
E que' capi vivi si dibattevano sotto ai morti, come naufrago sotto
le tavole del fracassato legno galleggianti. Di che fremevano i pi
animosi tra' Borgognoni combattenti tuttavia, e pungevano s stessi
a combattere sino all'ultimo disperatamente. Ma la notte scese a
rinvolgere nel suo velo le ferite e i terrori; e, se non che qualche
grido levavasi ad ora ad ora a tener desti gli animi e le ire pronte,
le balestre e le lance posarono. Per cenno del duca i Francesi si
raccolsero nel palagio; di che i Fiorentini lieti, come di ritirata
nemica, deliberarono, se novit non sopravvenisse, cambiare in assedio
l'assalto.

       *       *       *       *       *

Sull'alba del d di domenica il vescovo ordin preghiere in tutte le
chiese da Sant'Ambrogio a Ognissanti, per ringraziare Dio della prima
vittoria, supplicarlo donasse a Fiorenza intero il benefizio della
cara libert, contenesse gli animi esultanti da ogn'impeto di crudele
vendetta. Le chiese erano gremite di gente; e le madri vi portavano
i bambini piccoli, che pi diritta salisse a Dio la preghiera per la
voce degl'innocenti. Quelli che assediavano il palagio, sull'alba,
ogni saettare restato, si diedero la muta, e ascoltarono tutti con
allegro fervore la messa. Tanto pi fervore, che un po' di tema vi si
mesceva, non per s, ma per le persone care, e per il Comune; e che in
quella concordia degli animi fiorentini si sentiva lo spirito di Dio.
Ringraziavano umilmente: al perdono non pensavano molti, ch difficile
 accoppiare insieme queste due cose: punizione e perdono. E da sola la
virt pregata e provata viene a noi miseri tanto amoroso senno.

Nel palazzo pregavano alla loro maniera i soldati; quella preghiera
disgraziosa e diffidente che l'uomo peccatore volge nella necessit
estrema al Signore, cos come il vile prega all'amico tradito. Facevano
voto alla Vergine o a' Santi del loro paese; ma del promettere ammenda
de' mali fatti, era nulla. Poi dalla preghiera prevalicavano alla
bestemmia, o a cosa simile alla bestemmia, all'impazienza superba e
disperante. Fatti accorti della profondit del pericolo, e stremi
fino di vettovaglia, uomini a' quali nessuna nobile ragione reggeva
in quel frangente la coscienza, parevano com'onde che fremendo
s'infrangono negli scogli, e l'ira loro si risolve in ischiuma. Gli
erano quattrocento; e brontolavano, s non essere venuti di Francia
per basire di fame e di sete nelle terre fiorenti d'Italia; se dal
fare quello che tutti non fanno (cos chiamavano costoro, con francese
eleganza, le ribalderie) non veniva miglior guiderdone, tant'era
rendersi frati.

       *       *       *       *       *

Il duca, stretto dal pericolo, mand per Rinaldo conte d'Altavilla,
il quale e' sapeva essere nel palagio, che ora stava nella camera
dov'erano i dugento rinchiusi, ora sedando le bestemmie de' soldati
insofferenti. Questo stesso intercedere che Rinaldo faceva per lui,
glielo rendeva odioso; ch agli offensori increduli della virt, ogni
generosit pare oltraggio. Pure lo chiam a s, pregando n'andasse
ad Antonio degli Adimari, e gli profferisse il grado di cavaliere:
egli, il duca, quel giorno stesso lo fregerebbe del titolo. Il conte
d'Altavilla rispose:

Vorrei, sire, far cosa grata ed utile a voi; ma di questa l'esito io
stimo e ingrato e dannoso. N messere Antonio degli Adimari (il duca a
quel titolo riverentemente dato a un suo prigione, e da uomo francese,
s'accipigli; e il conte, avvistosene, ripeteva) N messere Antonio
degli Adimari accetter cotesto titolo in tale condizione in quale ora
; n per tali mostre il popolo porr gi l'ira sua. Cosa cui fare non
, sire, della dignit vostra, io non credo della mia rapportare: per
vi piaccia scegliere altro messaggio.

--Conte d'Altavilla, voi oltraggiate il duca Gualtieri.

--Io rispetto il duca, sire; e nel Francese difendo, quant' in me, il
nome Francese: e a Dio fosse piaciuto ch'io avessi ragioni e modi da
pi degnamente difenderlo. Di questo io reputo del debito mio farvi
avvertito, sire; che non per titoli si piegher l'alterezza di questi
uomini fiorentini. Le cose sono a tale oramai, che i dugento presi,
torna pi a voi siano lasciati, che a loro: e pi tranquillo sarebbe
l'animo loro in morire che il vostro in ucciderli.

--Voi consigliate, o conte, a me cosa vile.

--Sire, io non vi consiglio ucciderli, ma lasciarli.

--E se a me piacesse altrimenti?

--A voi piacerebbe la morte vostra.

--Signore d'Altavilla, a me non  bisogno de' vostri consigli.

--Se mai v'occorra bisogno dell'opera mia, rammentatevi ch'io sono
Francese.

Uscito il conte, Gualtieri chiam a s il Visdomini, gli comand
l'imbasciata allo Adimari; e messer Cerrettieri, che sperava con tal
mediazione fare s meno odioso, e alleviarsi il pericolo, and. Come
Antonio l'ebbe veduto arridente l'incerto sorriso de' tristi che temono:

Chi siete voi? domand.

--Uomo disposto a' comodi vostri: e il duca nostro signore mi manda.

--Vo' avete un duca a signore, e alla favella mi sembrate fiorentino.
Uomo fiorentino della lingua, e francese dell'anima,  animale che
non appartiene alla specie ond'io son nato. Dite al signor vostro,
s'e' vuole o farmi sapere cosa o saperla da me, mandi uno de' suoi.
Fiorentini, creature del duca d'Atene, un Adimari non degner di
risposta.

Il Visdomini, in cui, non la vergogna ma la paura spegneva la rabbia,
usc senza dir motto: e s gli seppe d'amaro rapportare le parole
d'Antonio, che quel momento d'umiliazione fu a quanti avevano patito da
lui onta o supplizio, sufficiente vendetta. Il duca, rattenendo, non lo
sdegno che gi gli veniva meno, ma la disperazione che incominciava,
mand per il barone di Ciavign, gioviale uomo, e, per servo di tale
duca, non tristo, ora dal pericolo fatto migliore; non aborrito da'
Fiorentini, perch col sorriso perpetuo allentava gli odii, come colpi
che caschino in materia cedevole. Costui, pregato dell'ambasciata,
accett. E la fece, scansando le parole acerbe e le vili, con destrezza
velata di molta semplicit.

Messere Antonio, il duca signor mio, conoscendo le cose essere, per
non so qual caso, trascorse di l dal suo intendimento, stima opportuno
manifestare al Comune di Fiorenza il vero animo suo, riconoscendo voi
esente da ogni sospetto addossatovi dalla calunnia d'alcuni de' vostri,
e il valor vostro onorando col titolo di suo cavaliere.

--Barone di Ciavign (rispose l'Adimari, con piglio quasi amorevole
all'ambasciadore, e con severit quasi regia verso chi l'inviava):
piacciavi dire al signor vostro, ch'io da lui m'aspetto, non gi le
insegne di cavaliere, ma le catene e i ceppi; che quelle insegne e' non
pu profferirmi se non tinte del sangue de' miei; che, con qualunque
intenzione egli me l'offra, io le rigetto da me con terrore, come
proffertemi dal pi brutto e villan cavaliere di tutta cristianit.

A cosiffatte parole il barone avrebbe altrove data altra risposta: ma
pensando ai pericoli del signor suo: Rammentate, messere Antonio, che
qui si tratta non dell'utile vostro, s del Comune di Fiorenza, che
amate tanto.

--E dell'onore si tratta, grid corrucciato l'Adimari: onde il
Ciavign, per non esporre a nuovi oltraggi il nome del duca, e s al
pericolo di rinnegare la pazienza:

Or basti. Dagli onorevoli cittadini che sono con voi, prendete,
messere, consiglio: e se tutti convengono nella vostra volont, questa
in breve sar nota al duca. Io qui presso attender la risposta.

I Fiorentini di l entro lodarono le misurate parole del barone, e
dicevano: Cotesti Francesi sanno pure, quando vogliono, e quel che si
convenga dire e quel che tacere. E messisi intorno ad Antonio, i pi
s'ingegnavano dimostrargli, come di prigione e condannato nel capo era
bello uscir cavaliere; non altra pi splendida prova potersi desiderare
del terrore del duca, cio della potenza del popolo fiorentino; quelle
insegne esser buone da appendere a santa Maria del Fiore, come trofeo;
se un ladro ti rende l'oro rubato, nessuna vilt ripigliarlo; e se
cotesto parevagli disonore, il popolo fiorentino ne lo laverebbe,
ribattezzandolo cavaliere nel nome suo.

Questo i pi temperati: ma i pi caldi incalzavano per il no; e la
disputa tiravano in lungo. Il barone di fuora aspettava, punzecchiato
dalla furia francese, e sbuffando, come cavallo che sente lo sprone
e la briglia a un tempo. Quando l'Adimari, visto che questo pure
diventava seme di rissa tra' cittadini, tronc la lite assentendo.

Ebbe gli onori di cavaliere sull'atto: e chi pi ne arrossisse o
fremesse, se egli o il duca, non so. Inginocchiarsi dinanzi al nemico
non volle, e la cerimonia compi ritto. Quegli di sua mano gli affibbi
con fibbiaglio d'oro lo sprone; e quasi tremando consum gli altri
riti, e biascic le parole: Questo cingolo ti dono in significanza di
castit, di giustizia, di carit. Strane parole in bocca a tale uomo,
come sarebbe il sermone della povert in bocca a un papa. Quando si
venne al bacio, non  cosa da dir con parole che occhi facessero il
Fiorentino e il Francese; quali fossero i moti, i cenni, i pensieri de'
baroni, de' soldati, de' prigioni, de' consiglieri del duca iv'intorno
raccolti. E' pareva in quel punto che la tirannide, conoscendosi vinta,
cedesse gli onori suoi nelle mani della repubblica, e a quella con
paura e con fremito si rinchinasse.

       *       *       *       *       *

A una finestra del palagio si affacci messer Cerrettieri con la
bandiera non pi del duca ma del Comune per annunziare al popolo la
novella, e ingrazionirselo; ma, al pur vederlo, pi urla l'accolsero
che il palagio che aveva saettato quadrella. S'affacci in vece sua,
destinato quel d a dure prove, il barone di Ciavign, e pronto sempre
ad uscirne con non paurosa e non ignobile leggiadria. Ammezz con
l'accento francese le parole soffiategli dietro da Ippolito figliuolo
del bargello, e accomodandole col garbo suo proprio, e buttandovi per
entro qualche sfarfallone barbarico, annunzi messere Antonio degli
Adimari essere cavaliere. Dalla quale vittoria fatti pi superbi e
avidi, il popolo diede in urla pi fiere, chiedendo, i presi fossero
lasciati sull'atto.

Il duca, al qual pareva vilt concedere molto, anche spontaneo, ora
si vedeva forzato; e toltogli ogni merito delle sue, com'e' fingeva
crederle, grazie: e, pur dal sospetto della vilt rifuggendo (Francese
pretto in ci), repugnava. Nuova di fuori nessuna, n de' soccorsi
aspettati: al buio d'ogni verit, altro che terribile; simile ad uomo
posto in tanto di luce quanta basti ad illuminare un precipizio,
fitto di tenebre il resto. Gli venne in pensiero di salire in cima
alla torre del palagio, e fare gli occhi propri messaggi del vero:
che rado i principi fanno. Saliva solo, a passo lento, e accostandosi
alle feritoie, sentiva gi la tempesta popolare mugghiare profonda;
e il grido muoja fischiare acuto, come tra '1 rompere de' marosi,
il cigolio delle antenne. Oh quanto lunga gli parve quella salita; e
come l'aria schietta e vibrante dell'alto era grave alla sua anima
ansante! Quando fu in cima, guard nella piazza formicolare le turbe
inimiche; e quegli animali, quasi striscianti per terra, ch'e' non
poteva schiacciare, gli mettevano stizza; come la stizza del fanciullo
inviziato che vuole una vendetta insensata e sopra le forze sue.
Guard sulla vetta di Trespiano, se mai vedesse un amico lampeggiare
di lancie; ma sola qualche falce di mietitore gli faceva corto ed
amaro inganno. Poi guard alla citt: vide per le vie prossime e per
le lontane caracollare drappelli d'armati; e sventolar sulle torri e
sui campanili le bandiere del Comune e del popolo; e il popolo uscire
ed entrare ne' tempii a grandi onde. Quella devozione a lui avversa,
e lieta dell'onta sua, gli commoveva dentro una rabbia non dissimile
dalla bestemmia. E' sentiva ondeggiare nell'aperto e mescersi sotto s,
quasi cantico di vittoria, il suono delle campane; e rammentava il d,
quando le campane sonarono festive il suo avvenimento. Vol intorno
con gli occhi per tutta Fiorenza, per quella selva, con bel disordine
folta di monumenti di forza e di dovizia e di bellezza. Innalz gli
occhi al cielo, da s gran tempo confitti o nelle travi d'un chiuso
palagio, o nel tetro luccicare dell'armi, o nel dubbio volto d'uomini
non amati, o nel freddo viso di femmine non amanti: poi li chin sulla
valle beata, sui giri scherzosi del fiume, sui colli ingiardinati e
incastellati, sotto i quali la terra, fiorente dell'opera umana, si
distendeva, come palpita il cuore di giovane donna sotto le caste
mammelle: e dalla gioja de' campi rinnalz gli occhi alla gioja de'
cieli, a quel dolce sereno, a quel sole forte e puro, come il calore
d'anima generosa. E sent prepotente nel chiuso spirito penetrare,
come fuoco in metallo, la forza della natura; e nella bellezza della
natura intravvide la giustizia di Dio, come chi sente per cielo azzurro
il lontano muggire di tuono estivo. N mai Fiorenza gli era veduta s
bella. E comprendendo in uno sguardo l'Uccellatoio, e le vicine terre
e le lontane, pens quante erano in bala sua, quante sarebbero potute
venire; pens, ch'e' non voleva in sul primo quell'assoluta signoria
alla qual poi l'anima sua s'abbarbic con radici cos sitibonde; pens,
perduto forse ogni cosa. A questa imagine non resse: e scese quasi
di corsa. Pi scendeva, e pi l'anima, aderente alla terra, pareva
s'alleviasse, come al respiro dell'etico l'aria grossa  medicina, la
schietta  stimolo di morte. Adunati i suoi, ascoltato il consiglio
franco ed accetto del barone di Ciavign, deliber lasciare i dugento.

       *       *       *       *       *

Cigolarono sui cardini restii le porte della camera ch'era carcere ai
presi: e il barone di Ciavign, lieto del messaggio, annunzi la data
libert. Nell'uscire, i pi sdegnosi volgevano gli occhi da lui, come
avrebbero fatto da Giulio d'Assisi, il bargello; altri lo salutarono
dello sguardo, altri della mano: Antonio degli Adimari gli porse la
sua. Qual fosse il senso del barone nel tocco di quella mano, parola
nol dice: perch l'affetto rispettoso d'una nobile anima eccita in
anima non avvilita tale una volutt, ch' negata fors'anco all'amore.
E quando temi il duro o calunnioso sospetto de' buoni, vedere da uomo
buono indovinata, come per rivelazione, l'anima tua,  compenso di
molti dolori. Oh barone di Ciavign, quando lasciavi per il soldo di
duca Gualtieri la terra di Francia, non pensavi al certo che il pi
caro premio, la pi memorabile gioja che tu dovevi riportare d'Italia,
sarebbe la stretta di mano d'un cittadino fiorentino, prigione.

Uscivano a due a due nella piazza i liberati; ultimo l'Adimari, quasi
vergognoso delle sofferte insegne: e sull'uscire incontr gli occhi di
Rinaldo conte d'Altavilla che lo guardava con riverenza di figliuolo; e
si commosse nel cuore profondo.

Uscivano a due a due. I parenti, gli amici, gl'ignoti, s'affollavano
loro intorno, come ad uomini usciti di sepoltura, come ad antichi
cittadini di repubblica morta che in un subito risuscitasse con loro.
In quella dolce confusione d'amplessi, e di parole tronche, e di voci
a cui mancavano le parole, molte faville d'odio, rimase nel fondo de'
cuori, si spensero, perch la gioja spegne gli odii meglio che non fa
la paura.

       *       *       *       *       *

Dispersisi quelli, per andare a vedere le mogli e i figliuoli (che li
aspettavano chi alle finestre, chi sulle scale, chi ne' cortili, e chi
nella via, secondoch la dignit permetteva all'affetto, o l'affetto
vinceva la dignit), la moltitudine sulla piazza, calmata l'ansia
dell'aspettazione, rassicurati, incominciarono a ragionare. I pi
confidenti, o forse alcuni tra' ligi allo straniero, facevano ogni
cosa finito: potersi la citt rimettere in pace; il duca cederebbe di
buona voglia e anderebbe via. Per tali discorsi infuriavano i pi; e:
che cacciare la tigre nella tana, non era gi averla spenta; e che
smacchierebbe feroce, e farebbe impeto nella campagna; e bisognare
la morte della fiera, e de' tigri, creature sue. Gridava uno: S'i'
lo vedessi abbracciato a un Santo del paradiso, e non ne lo potessi
spiccicare, passerei da banda a banda il Francese col Santo. E un
altro: Stritolargli le ossa bisogna, in minuzzoli pi piccini della
sua coscienza, di quel piccinaccio, di quel reciticcio. I tristi
che non hann'anima nel petto, l'hanno in ogni membro del corpo: e,
a mazzerarli come canapa, si rihanno. E qui urlare con voci roche:
muojano! muojano! E di que' che gridavan pi alto, i pi non avevano
jernotte combattuto altro che in sogno. Ma quando la paura ne' vili
finisce, il timore negli animosi comincia: e l dove allo stolto le
difficolt si dileguano, appariscono al saggio.

       *       *       *       *       *

Fin da domenica notte erano venuti di Siena, capitanati da Francesco
Montone, trecento cavalieri e quattrocento balestrieri, molto bella
gente; ed entrati nella citt, fra le grida del popolo, a lume di
fiaccole e a suon di campane. Riposati che si furono, e sentita la
messa in Santa Reparata, i sei ambasciadori, tre grandi e tre popolani,
si presentarono al vescovo e a' pi onorevoli cittadini raccolti
intorno di lui; e Francesco de' Salimbeni cavaliere disse queste parole:

 intendimento del Comune e del popolo di Siena, con questo leggier
soccorso mandare al popolo di Fiorenza una significazione della
benevolenza sua: e questo stima debito di repubblica a repubblica, e di
gente toscana a gente toscana: e vive sicuro che in ogni occorrenza il
Comune e il popolo di Fiorenza farebbe il simile verso il popolo e il
Comune di Siena.

Queste semplici parole furono pi soavi a dire e a udire che in altri
tempi non fosse ogni civile vittoria delle pi gloriose: n tanto
Farinata god a Montaperti della debellata, quanto il Salimbeni ora
della soccorsa Fiorenza. Il vescovo a lui rispose:

Non vi desideriamo, onorevoli cittadini, tali occasioni quale questa
, da provare la fede nostra; ma questo vi promettiamo, che ogni
pericolo della vostra repubblica sar da Fiorenza tenuto siccome suo.
Io intanto e questi cittadini presenti a voi, nel nome del Comune, con
leal cuore vi ringraziamo del buono animo vostro: e al popolo e al
Comune di Siena ogni bene e grandezza dal misericordioso Iddio, e dalla
Vergine, vostra signora e nostra, imploriamo.

Vennero i Samminiatesi, vennero i Pratesi domenica mattina, co' loro
soccorsi: venne il conte Simone da Battifolle, venerabile vecchio, e
Guido nepote suo. E con forte voce ma tremante per la lieta turbazione
dell'animo, il conte disse cos:

Ringrazio Dio che ha serbata la mia canizie a questo giorno tanto
fortunato alla vostra citt, degna figliuola ed erede della libert e
gentilezza di Roma. E mi sarebbe doluto morire, e la vostra diletta
repubblica, s lungo tempo durata in grande libert, lasciar tuttavia
sotto la mannaia di straniero carnefice. Ormai, magnifici cittadini
del Comune di Fiorenza, i' non morr a tale ora ch'io consolato non
muoja, perch gli occhi miei hanno vedute le bandiere del vostro
popolo spiegate di nuovo in sulle torri dell'antica citt. E m' grato
che questi pochi guerrieri, da me condotti come soccorritori alla
battaglia, giungano testimoni della vittoria.

A lui il vescovo: Iddio benedica, o signore, la vostra vecchiezza,
e la bont dell'animo vostro.--E voleva seguitare; ma non trovava
parole che dicessero pi n meglio di queste poche: quando l'affollarsi
intorno al nobile vecchio de' cittadini affettuosi, tolse l'Acciaiuoli
d'impaccio.

       *       *       *       *       *

E la domenica al tardi e il luned concorrevano da tutte le porte i
contadini armati, chi per cenno de' loro signori, i pi per devozione
al Comune; vogliosi di sentire l'odore della battaglia, ora (nella
gioja) dolenti quasi della non da s cooperata vittoria. Mezzo ignudi
taluni: ma sotto a que' cenci batteva un cuore d'uomo franco e di
cristiano, credente nelle forze del Comune e nel nome della libert.
I sacerdoti, sopra tutti, accoglievano con amore que' poveretti; e al
vederne le torme, non fiacche ma ubbidienti con altera docilit al
ben compreso comando, e che movevansi da spontaneo impeto concitate,
godevano in cuore. Chi dell'armatura guerriera non aveva che l'elmo,
chi soli i cosciali, chi un pavese arrugginito: ma le falci erano
lucenti, e taglienti le accette, e gli archi fecondi di certa saetta. E
dicevano in loro schietto e potente linguaggio, dello sbarbare la mala
erba francese, e del potare i rami fradici dalla buona pianta. Ad un
setaiuolo brillo, il qual si faceva beffe della veneranda e terribile
semplicit di costoro, e si lasciava fuggire parole pericolose in d di
vittoria popolare, sicure il d poi; un contadino cencioso ma pulito
de' suoi cenci, guatando bieco ma freddo, rispose: Se vo' sapeste
vivere come noi viviamo, non fradici di vino, e rimpinzati d'untuosi
banchetti, e invidiosi, e peccatori; vo' non correreste rischio di
perdere ad ogn'istante la vostra libert e de' figliuoli vostri. Perch
la maledizione di Dio v'entra in citt, come la pestilenza, cucita in
quegli abiti foderati di vaio e d'ermellini. O anime di volpi, gente
vestita d'orgoglio, e addobbata di male frodi!--E' voleva seguitare,
quando il briaco gli si avvent per zombarlo: ma il contadino non
degnava adoprare l'accetta. Ed ecco gente venne che, gridando, fece
fuggire lo sbeffeggiatore briaco, il quale, inciampato in un sasso,
casc come morto.

       *       *       *       *       *

L'Acciaiuoli, con altri buoni cittadini, grandi e popolani, fecero
richiedere quanta sapevano buona gente, e bandire parlamento per
riformare lo stato della citt. Il luned, furono congregati nella
chiesa di Santa Reparata, tutti in arme; e chi non poteva le armi per
ferita toccata in battaglia, avevano ripresi gli abiti all'antica
foggia fiorentina. Grandi e popolani senza distinzione si sedevano l
dove trovassero il luogo libero; e i pi potenti parevano ambire il men
alto. Sedie onorevoli erano serbate agli ambasciadori di Siena, e a'
condottieri degli altri soccorsi; ma parve loro pi bello confondersi
ai cittadini. Il vescovo parl, e disse:

Oramai la signoria del Comune, o Fiorentini,  vacante; ch nessuno
 che non vegga il duca d'Atene gi fuori delle nostre porte, e non
voglia, prima che il suo imperio, la morte. Onde bisogna provvedere
alle necessit del Comune, e scegliere uomini a' quali sia data bala
di riformare la terra infinattanto che il popolo radunato manifesti
in solenne modo la sua volont. Io, cittadini, salva l'approvazione
vostra, proporrei che a quattordici di numero fosse data essa bala,
tolti da tutti i sesti, e pi dai pi popolosi: e direi che, siccome
fecero i nostri maggiori, i quali in altra simile riformagione
nominarono dodici cittadini, due per sesto, un de' grandi, uno de'
popolani; e noi similmente eleggessimo de' popolani sette, e sette de'
grandi.

Tutti dissero ch'era bene. Allora il vescovo propose a uno a uno i nomi
che seguono, e ad ogni nome tutti di grande accordo rispondevano: s;
perch gi il vescovo non proponeva persona, che non fosse sicuro del
consentimento comune. Nomin d'Oltrarno Rodolfo de' Bardi, Sandro di
Cenni de' Biliotti, Pino de' Rossi; di San Piero Scheraggio, Filippo
Magalotti, Giannozzo Cavalcanti, Simone Peruzzi; di Borgo Santo
Apostolo, Giovanni Gianfigliazzi e Bindo Altoviti; di San Brancazio,
Testa Tornaquinci e Marco degli Strozzi; di Porta del Duomo, Bindo
della Tosa e Francesco de' Medici; di Porta San Piero, Bartolo de'
Ricci, Talano degli Adimari. Nessuno quasi tra gli eletti era stato de'
capi delle congiure, e poco avevano operato i pi per la sconfitta del
duca; anzi taluni o nel forte della congiurazione nascostisi, o dato
segno d'animo titubante o d'avverso. Ma i buoni cittadini di Fiorenza
pensarono, gli uomini accomodati al congiurare rado essere idonei
al governare; pensarono, la bala data ai men caldi essere indizio
di confidenza che il Comune poneva in essi, e pegno di concordia,
e spezzare ogni vincolo tra loro e 'l tiranno; pensarono che nel
frammischiare alcuno uomo incerto, ma non tristo, a molti sicuri, era
pericolo minore che nello escludere in tutto quella gente dalla somma
delle cose: e pensarono che la fortuna mutata a favore della repubblica
inspirerebbe nei pi tiepidi nuovo ardore d'affetto. Assentiti per
tanto i quattordici, il vescovo disse:

Resta ora che si deliberi a chi affidare la podest. Alla quale
proposta tutti quasi a una voce nominarono il conte Simone da
Battifolle: ma il buon vecchio levandosi prese a dire:

Io vi ringrazio, o cittadini di Fiorenza, di questa fiducia che in
me ponete: e se la intenzione buona valesse, parrebbemi non n'essere
in tutto immeritevole: ma vi dico che senza estrema necessit non
saprei risolvermi a fare uffizio di giustiziere in questa terra dove
non altra memoria vorrei rimanesse che della riverenza e dell'amor
mio verso tutti e ciascuno de' suoi cittadini. Perch, laddove tu
debba condannare od assolvere, rado  che tu possa fuggire l'odio o 'l
sospetto; e quando pure l'animo intero non fallisse mai, pu fallire la
scienza e la pratica delle cose. N questa mia canizie, ch'io ho fino
ai tardi anni serbata pura d'odio e di sospetto, vorrei, Fiorentini,
pur con un fallo d'ignoranza macchiare. Poi, dell'ancor muggente
tempesta non pu che non rimanga una lunga e faticosa marea, durante
la quale non sarebbe delle mie forze sedere d e notte al governo. E
quanto maggiori cose voi v'aspettate, o buoni cittadini, dall'opera
mia, tanto il vedervene, senza mia colpa, ingannati, mi vi farebbe
odioso o sospetto. Per vi prego vogliate lasciarmi sicura fino alla
morte la ricchezza della mia pace e dell'amore vostro.

Cos parlava il buon vecchio: e i cittadini, dolenti del niego, pure
assentivano. Proposesi di chiamare a podest Giovanni marchese di
Valiano; creare intanto sei luogotenenti, tre grandi, tre popolani, un
per sesto: Napo degli Spini, Berto de' Frescobaldi, Paolo Bordoni,
Taddeo dell'Antella, Antonio di Lando degli Albizzi e il cavaliere
Francesco Brunelleschi: al quale il Comune per tal modo significava
aver preso in grado il suo pentimento. E sei n'elessero, acciocch
di pi fosse insieme adunato il senno, tra pi divise le cure e le
odiosit in quel difficile tempo. Eglino stettero nel palagio del
podest con dugento fanti pratesi per guardia: onore che Fiorenza
intendeva rendere al buon zelo della terra di Prato. E tennero ragione
sommaria di ruberie e violenze; e s'ingegnavano di medicare le piaghe
della straniera insolenza.

Ma prima che l'adunanza si sciogliesse, il vescovo disse ancora: A
tutti voi, cittadini,  noto come parecchie e terre e citt, gi
soggette al nostro Comune, ribellandosi alla signoria del duca, se
stesse rivendicarono in piena libert: del qual danno non  questo il
tempo di prendere o rammarico o ira, noi, occupati da gaudio s grande
e da pi prossima cura. Ma questo io vorrei fermato sin d'ora: che non
per via di vendette violente a noi convenga ripetere i contesi diritti,
e questa nostra libert, per divino benefizio rinata, battezzare in
sangue fraterno. Le citt gi nostre, abbiamoci, anzich nemiche,
consorti e sorelle: e se con la potenza e col senno la repubblica
fiorentina sapr salire all'altezza alla quale ell' destinata, non
dubitiamo che quelle verranno spontanee ad invocare la nostra autorit
quasi bene massimo. Ma se il potere e il sapere ci manchi, quand'anco
la signoria di quelle per forza ricuperassimo, sarebbe corta vittoria,
e piena di sdegni e di pericoli, che l'uno dall'altro nascerebbero
senza posa mai.

Alla qual cosa assentito ch'ebbero tutti, il vescovo levandosi disse:
Da ora innanzi, a bandire il parlamento de' Signori della bala e de'
principali cittadini soner la campana della podest; a congregare il
popolo soner la campana a martello, com'era usanza. E cos riprendendo
le buone consuetudini della repubblica nostra, riprendiamo, o
cittadini, (fuor gli odii e le gelosie) il vecchio animo fiorentino.

       *       *       *       *       *

Ben fecero i buoni cittadini a provvedere alle cose del Comune: che
il popolo a questo non dava mente, pieno dei dolori passati e della
presente gioja; il popolo che, siccome animale faticante, rumina a
bell'agio le cose; ond' che i tristi sovente lo colgono sprovveduto. E
questa del vivere pi nel passato che nell'avvenire,  cos potenza e
grandezza come sventura della misera plebe.

I pi corrotti, come briachi a' quali il d festivo non  d'altro
occasione che d'intemperanze, badavano pure a vendetta. Intanto
l'assedio seguitava notte e d senz'assalto: ch gi la fame, quieta e
invincibile, come la morte, stringeva i rinchiusi a uno a uno, e sotto
a' ferrei usberghi ficcava il suo dente. Di che facevano gran fiottare
i soldati; ma i baroni, pi delicati, tacevano per orgoglio; il quale
nell'apparenza tien vece di molte virt.

Dico che i pi cattivi tra i cittadini correvano braccheggiando la
vendetta; e non tanto cercavano, o mandavano pe' masnadieri cercando
i paggi o i valletti o i damigelli del fiero duca, quanto i ministri
delle sue crudelt. Non rammentando (tanto li acciecava la fiera
voglia) che il bargello d'Assisi stava rinchiuso col figliuolo Ippolito
nel castello, l'andarono taluni a cercare nelle case de' Cerchi Bianchi
nel Garbo, dov'era l'abitazione di lui. In lui sopra tutti, ed in
Cerrettieri Visdomini tendeva la rabbia popolare. La quale dispersasi
per la citt, fatto de' viuzzoli, delle vie mozze, delle cantonate
quasi tante maglie di rete fitta da incalappiar i nemici, se n'andava
annusando per addentarli a morte. Bindo Altoviti sorprese un notaio,
crudele uomo, vestito da donna, il quale attraversata la via come gatto
che fugge, scendeva a acquattarsi gi a' lavatoi tra' giunchi del
fiume. L'Altoviti, al passo virile e al guardar sospettoso, s'accorse
del vero, e, smascheratolo, l'addit alla marmaglia seguitante. Voleva
egli fare scherno di costui, non istrazio: ma coloro, alzate le
gonnelle al notaio, e stracciategli le brache, si misero a flagellarlo.
E perch il cattivello gridava il nome di Maria, ed eglino: Madonna
vuol partorire: oh che nuovo peccato vuo' tu mettere al mondo? Forse un
nuovo patto tra 'l duca e 'l Comune, con cautele e sacramenti a modo
del primo? Ah cane di notaio; ah servitor del bargello! Di' quanti
n'hai fatt'ire al patibolo, e quanti a' tormenti! E le busse sonavano
a tutto andare. Quando un vagliatore, afferratolo per il petto:
Tanti bocconi ci convien far di costui quanti e' trad cittadini.
E strapparlo, squartarlo vivo, sbocconcellargli ogni membro (che
guizzando pareva cercasse il tuttor vivo compagno), fu un punto.

       *       *       *       *       *

Alla crudele opera davano mano parecchi tra' figliuoli di quegli
scardassieri ch'jeri facevano per lo straniero; e taluno di que' beccai
stessi ch'aizzava jeri i suoi cani contro i cittadini combattenti
per la libert, li cacciava oggi addosso ai servi del duca vinti.
A raffittire questa turba aggiungevansi molti artigiani delle arti
pi sozze, o delle pi molli (e questi erano i guidatori); e qualche
legista armato di bacinetto che riluceva al sole, maravigliato
di tanto. La turba cresceva continuo. E perch 'l vinaio era ben
conosciuto razza ducale, contro a' vinai si scagliavano costoro, o
piuttosto contro alle canove loro. I quali vinai, come pecore nella
stalla quando si mungono, stavano cheti, e belavano pietosamente. E per
deliberarsi da tante spugne assetate di giustizia, ciascuno denunziava
la canova del vicino, come rea di vino pi fine: n si salvavan per;
che, per dare giudizio retto, i severi uomini assaggiavano d'ogni
botticina; e con molta equit sentenziavano. Se non che il vino cos
tracannato scem grandemente il numero de' giustizieri, molti de'
quali, come sanguisughe sature, cadevano in lungo letargo. E cos
non poche crudelt furono risparmiate da questa prima rapina: perch
siccome il bene  grande ajuto al bene, e cos 'l male  limite potente
a s stesso.

Ma il vino de' vinai ducali, o Simone da Norcia, non camp te da amara
agonia. Costui, uffiziale alle ragioni del Comune, barattierissimo
punitore di baratterie, che molti aveva tormentati a torto, a diritto
taluni; da quelli che a torto, fu lasciato stare, da quelli che a
diritto, era adesso inseguito. E fuggiva, com'uomo che sente la piena
del torrente rotto romoreggiare alle spalle; preso ch'e' l'ebbero, si
lev una voce: Buttiamolo gi dal ponte.

--No, ch'egli avvelenerebbe Arno, grid un'altra voce. Facciamogli un
bagno di piombo strutto, da tuffarvi entro quella boccaccia che tanta
sete ebbe d'altro metallo.

E un altro: O sepolcro della giustizia, i' ti voglio aprire, e vedere
che ti resta cost entro del tanto ch'hai divorato del nostro.

Ma un barbiere ch'era dietro, presa l'ascia di mano a un contadino che
guardava stupido e commosso, tagli a Simone da Norcia la testa di
netto, come buon cerusico che il barbiere era. Gli altri lo tagliarono
a minuzzoli, e lo sparpagliarono per la via, come si fa la fiorita.
Ed era fradicia di cervella schizzate, e di frattaglie sierose, e di
sangue nero la terra.

       *       *       *       *       *

Un altro uccellaccio stava per essere aggraffato, un altro notaio,
Matteo napoletano, capitano de' sergenti a piedi, all'osceno duca.
E' correva correva, su per le borgora di Pinti; e quelli dietro, e
urlavano: Il diavolo ha date l'ale a costui. E i pi indietro: Chi
primo l'acchiappa, non lo finisca. I cittadini quieti, il popolo vero,
potevano fermare il perseguito, e darlo in mano alla morte; ma non
degnavano: e se non era paura della furia degl'inseguenti, l'avrebbero
volentieri campato. I pi faceti, godendo del vederlo sottrarsi a
quelle fiere, dicevano: Per un sergente a pi, e' corre bene. Matteo
svolt da una viuzza, e poi da un'altra, e poi da un'altra, tanto
che riusc, sfinito, allo stradino dov'erano le femmine mondane, e
diede del capo in Jache della Malora, un Francese ribaldo del duca
corrottamente dai Fiorentini chiamato cos; il quale, non trovando
luogo pi sicuro, andava per chiedere rifugio a quelle sciupate. Ma di
tal foga correva Matteo, e con tant'empito pinse Jache, che tutti e due
stramazzarono a terra con riso e tripudio di que' dietro. Il primo de'
quali (ed era un macellaro) acchiappatolo, grid: Ti fossi gittato
in Arno, i' sarei affogato per correrti appresso, tristo Matteo.
Jache rilevatosi, vide s in mezzo a una calca nemica, e raccomand
al beato messer san Dionigi l'anima sua. Le peccatrici al rumore
s'affacciavano, scapigliate, trista cosa a vedere; altre attillate gi,
ma con le occhiaie della affralita giovinezza, e lo squallido pallore
de' patiti piaceri. Le pi attempate ridacchiavano; le giovanette
guardavano attente senza parola; le gi su' vensei parevano mosse a
piet. Allora disse uno di que' della via: Diamo a queste pinzochere
un santo diletto: facciam correre Jache e Matteo il palio ignudi: il
palio sar la cuffia della pi vecchia tra voi, femmine. Una cuffia
fu buttata dalla man d'una giovane; e Jache e Matteo, ignudi nati, a
forza di scudisciate, corsero e ricorsero il viuzzolo come due bovi che
movono saltelloni al macello, stimolati dalla mazza del beccaio che
li comper. A mala pena e' potevano andare di pari: onde l'urtarsi a
ogni tratto, e il cadere, tra l'angustia, e il dolore delle percosse,
e la rabbia. Le donne lasciavano stare Matteo, che nol conoscevano; ma
Jache il qual bazzicava laggi, era segno agli scherni delle men buone.
Oh Jache! Oh Giacotto! Oh Lapo! Oh Jacopone!--E una, giovanettissima
ma svergognata: Bella persona di francesaccio sudicio! Oh non mi
died'egli, un mese fa, un fiorin d'oro perch'io stessi a vederlo
cavalcare la costa, e al suo cadere gridassi, quasi vaga di lui, per
farsi bello co' suoi compagnoni dell'amore di giovane donna. Stanchi
dello sbertarli a quel modo, li fecero montare uno a cavalluccio
dell'altro e correre lo stradino cos. Ora Matteo era il ronzino,
ora Jache; ora fatti andare di galoppo, or di passo: e gridavano,
contraffacendo alla peggio la favella di Napoli: Matteo, se tu stavi
nello castiello a parlimiento, tu non staresti ora rutto d'onne membro
come tu se'. Non chiangere, meschino del duca, non chiangere: per poco
tiempo tu stara' qui presune. Vuo' tu essere impiso o abbocconato?

--Abbocconato, gridarono con cupe urla molti: e cos lo strapparono
dalle spalle di Jache, e s'apparecchiavano a fargli la festa. Jache
se ne stava come brennaccia che scuota una dura soma, e aspetti nuove
picchiate; quando aocchi un uscio socchiuso, e una delle femmine, di
quelle sui vensei, che pietosa gli ammiccava, entrasse: e sgusci come
coniglio sotto la macchia.

       *       *       *       *       *

Intanto verso la cerchia delle mura nuove di sotto a san Gallo fuggiva
dal convento de' Servi un frate, pieno il cappuccio di maledizioni
sue e d'altrui; e non osava n correre n andare piano, ch sentiva la
morte battergli con le nere ali la fronte, e strisciargli fredda sotto
all'abito sacro. Certi fanciulli che venivano da Cafaggio, lo colsero
vicino al merlo abbattuto dal fulmine, e ravvisarono la faccia gattesca
d'Arrigo Fei, quel delle gabelle del duca. E perch'erano gente di
fuor di Porta, e dalle querele quotidiane de' padri avevano concepito
contro il gabelliere sovrano odio degno di gente che vive di frodo, gli
saltarono addosso come avoltoi piccoli a uomo semivivo giacente in via
deserta; e gridando: Oh fra Dolcino! si misero a strappar gli abiti,
e le difese di ferro ch'aveva sotto, e i capelli e la barba. Indi a
forza di sassi e di coltellacci male arrotati lo finirono con lungo
martoro. E, morto, lo strascinarono ignudo per lo lastrico della citt;
ringrossata la turba de' fanciulli da uomini fatti. Gli occhi e il naso
e le guance dell'ignudo percosse a' sassi e agli scaglioni, lasciavano
per ogni via traccia di s; e dalle braccia protese nel trameno, quasi
in atto di pregare misericordia, e dal petto straziato gocciava sangue,
e si spiccavano brandelli di carne. Cos da san Gallo fece il cadavere
la via per infino alla piazza de' Priori; e quivi i sopravvegnenti,
in cui l'odio era fresco, nuove atrocit ritrovarono. Di faccia al
palazzo impiccarono, cos lacerato, Arrigo Fei per li piedi; lo
spararono, e lo sbarrarono come porco. Il duca e Cerrettieri, abbassati
gli occhi su quell'infelice, ne li ritrassero, non pietosi di lui, ma
spauriti per s. Il bargello d'Assisi non guat; che ben sapeva, fino
alla menoma fibra, quanto tempo dopo la morte palpitassero, e come nel
lividore annerassero i cadaveri de' martoriati. Il popolazzo, intorno
al gabelliere saltando, gridava: E cos vada ogni tiranno, e ogni
servitor di tiranni. E allora pi alte le voci: Muoja il duca e'
suoi! Come quando nella selva fremente per vento, un nuovo buffo che
s'oda venir di lontano scuote pi forte i sommi rami, e ne trae (misto
al mormoro continuo della fiumana che scende) un rumore pi cupo, e
pi lungo che mai.

Ma poich assai lo videro cos sparato, o schifati di quell'aspetto,
o per certo furore di novit che possede gli animi commossi, lo
spiccarono: e allora i fanciulli ripresolo, cos sbarrato com'era
(che pareva una carogna di principe da dover essere imbalsamata)
lo ristrascinarono urlando. Trassero infino al ponte vecchio; e,
palleggiatolo lungamente, alla fine lo buttarono gi.

       *       *       *       *       *

Degli orrori che racontiamo  tua in buona parte, o duca Gualtieri,
l'infamia.

N tutti i cittadini partecipavano all'inumano convito: molti raccolti
nella gioja della pura vittoria, molti intesi alle utilit del Comune,
molti ai loro negozii; altri guardavano come trasognati, o come fa
giovane donna il reo condotto al ceppo, che nel tendere gli occhi
avidi a quella atrocit, rimbrividisce e compiange. Di l dal ponte
Rubaconte (il quale ora chiamano con pi dolce nome il ponte alle
Grazie, perch la Madonna delle Grazie ivi ha una chiesetta, lieta del
monte in prospetto, e del fiume) veniva di Borgo San Niccol un beccaio
non ricco, devoto al duca, non come uomo tristo, ma per quasi stupida
devozione, quale negli animi semplici alligna. N dissimulava egli ora,
com'altri, l'animo suo; ma n'andava la sua via stupefatto delle nuove
cose e sdegnoso. I battilani del vicinato, e qualch'altro beccaio, gli
diedero addosso; e gi imaginavano vederlo con gli occhi intenebrati,
cadavere, e strascinarlo: ma egli tratta fuori una coltella lucente che
aveva, e guatandosi tutt'intorno, e andando loro incontro li teneva
addietro, come fa toro di cani abbaianti. Altri si ritraevano a passo
lento; altri con quanta fretta incorrevano, con tanta fuggirono. Un
frate, passando (il frate che aveva la notte del sabato combattuto
l sulla piazza), sdegnato in cuor suo del codardo assalimento, prese
il beccaio per mano sgridando la turba, e mostr sotto al cappuccio
l'armatura forbita, e sopra l'armatura la croce. Lo accompagn fino
al ponte: poi, ritornato a coloro: Razza di vipere, incominci, voi
volete rivolgere in maledizione la misericordia di Dio. Or sappiate che
se all'uomo forte nella coscienza del debito suo nessuna potest pu
resistere, l'uomo crudele che nella violenza trasmoda, va via com'acqua
per suolo di rena, che non ne rimane gocciola. Temete, cittadini, non i
tiranni o i nemici di fuora: temete voi stessi.

La moltitudine, a quella voce potente, concorreva vogliosa d'udire;
e il frate, picchiando ad ora ad ora sul petto, e dal crocefisso che
batteva sulla ferrea corazza traendo un suono nuovo, badava a dire.
Mala signoria  uccellaccio spiumato, che tu puoi con un bacchio
levare di nido, e sbatacchiare per terra: ma chi gli fa mettere i
bordoni e le piume e le penne maestre, se non la nostra superbia e
invidia e cupidit? Vo' vedete come Dio ha miracolosamente percossa
questa sconciatura di re, sotto a' cui piedi noi ci eravam dati perch
ci pestasse. Che veramente miracolo  a dire il grande accordo col
quale voi, gente lacerata, vi uniste a gridargli: La tua giornata 
finita. Ma se la concordia pot, Fiorentini, tanto; io vi dico che la
discordia e la crudelt faranno di voi un miracolo nuovo di servit e
di vergogna. Popolo diviso e immoderato  buon concio da ingrassare
tiranni. E di l dove il fumo dell'odio si leva, tra non molto la
fiamma divoratrice divamper.

La parola del frate era come l'aura che passa sul fiore e sul cardo,
ma non ne liba uguale profumo. La moltitudine tuttavia stava attenta;
quando un rumore di grida si fece sentire nella prossima via. E quasi
tutti traggono a vedere che . Cos le foglie secche, ammontate
appi dell'albero, quando il vento si leva, se ne vanno leggre, e
abbandonano la mesta pianta ond'ebbero vita.

       *       *       *       *       *

A reprimere le poche stragi, ma malaugurose alla citt, il suo vescovo
che faceva? Mandava per grandi e per popolani, che spargessero tralla
folla parole di pace. Ma i grandi nella burrasca delle concitate
moltitudini perdono il fiato; i popolani non sentono la loro potenza
novella, o troppo la sentono, e ne fanno mostra nelle ire importune.
E il vescovo, e i frati da lui mandati a messaggi di perdono, e i
cittadini pi pii non si affannavano con la debita fretta a salvare
quelle teste esecrate, sperando che l'ostinatezza coraggiosa e superba
del duca non le lascierebbe al furore della plebe; sperando che, tra
umanit e stanchezza, la plebe si ritrarebbe a mezzo del suo corso
omicida; sperando ne' casi, ne' prodigi del cielo, non osando intanto
invocare ferventemente n la plebe n Dio. Avesse osato il vescovo
stesso entrare in mezzo al tumulto, l'aspetto di lui lo calmava forse
meglio che ogni parola; ma diffidenza degli altri e di s, pi che
non curanza, pi che paura, falso rispetto della propria dignit
lo ritenne. Temette che le sue preghiere cadessero inesaudite, non
curato il suo cenno; stette a sentire, lasci correre le ore, che,
non portand'anco la morte, prolungavano ai miseri l'agonia pi fiera
che morte, e ai cittadini un'ebbrezza sitibonda di sangue. E coloro
che egli inviava, e altri che intendevan di suo parlavano languido,
come chi dispera della propria parola; e la moltitudine, che vuol
cenni imperiosi e sicuri, prendeva di l incitamento alle sanguinose
richieste; e, disobbedendo, le pareva obbedire. Altri, e non della
plebe, non ancora certi della vittoria, e temendo che quelli scellerati
consiglieri e ministri di maledizione, scampati, diventassero pi
accaniti a tirannide, volevano tra questa e se un fosso pieno di
sangue: nella loro audacia era paura. E ai pi buoni, quasi spossati
dalla lunga battaglia di tanti affetti e passioni, mancava vigore a
questa nuova e pi difficile battaglia seco stessi, e con la parte
loro, e con la vittoria; e cedendo, tra rassegnati e trasognati,
alle grida imperversanti, sentivano in esse la voce d'una giustizia
sovrumana, che giunge a suoi fini con impeto non dissimile da vendetta.
Quanto d'errore si nascondesse in quei tortuosi pensieri, quanto di
colpa in quei sensi rapidamente mutantisi l'uno nell'altro, quegli solo
n' giudice che ne fu testimone.

       *       *       *       *       *

Ma i quattordici della bala col vescovo, anco perch occupati a
spacciarsi del duca, non attendevano a raffrenare la popolare vendetta.
Dico, a spacciarsi di lui, e salvarlo da fine crudele: ch all'ira
ne' migliori gi sottentrava disdegnosa piet. Perch le anime forti
e severe sono com'acqua tra rive difese da folte ombre, che par bruna
e torba; ma se un raggio vi penetri, ella lo riflette puro, e lo
accarezza in s con amore. E oramai che la paura del duca dava ai
cittadini potenti l'adito nel palagio, mossi a piet della fame di
quegli sciagurati, e' vi mettevano dentro tanto pane (non pi) quanto
bastasse di giorno in giorno alla vita.

Or i quattordici, il vescovo, gli ambasciatori di Siena, il vecchio
conte da Battifolle, entrarono al duca, a renderlo certo del voler
loro e del popolo. Egli, facendo mostra d'intrepida dignit, ringrazi
della intenzione benevola; e stava aspettando le loro proposte, siccome
l'astuto suole, quando si sente impacciato. Filippo Magalotti gli fece
manifesto senza circuizioni il pericolo. Raumiliato, ma tranquillo, e'
domand al conte Simone: Or che credete voi, messere, convenga alla
pace di Fiorenza e alla mia dignit?

--Ve ne andiate, signore.

Il duca, con ira che voleva parere alterigia, chiesto tempo al pensare,
preg 'l conte volesse tra poco tornare a lui.

Ritorn. Fosse nuova speranza scesa in cuore a Gualtieri, fosse
consiglio de' suoi, fosse astuzia per ottenere patti men duri, fosse
superbia dell'animo inalberato dalla sventura, e' disse al conte
ch'entrava: Non posso. Invocato, esaltato sopra la condizione di re,
io entrai nella citt di Fiorenza: uscirne a guisa di fellone non 
dell'onore del mio sangue regio.

Il conte, parco di rimproveri importuni e crudeli, non rispose a
questo; ma disse: Pensate, messere, che quest'unica porta vi rimane
all'uscita.

--Condizioni io voglio, degne della stima in cui m'ebbero insino a
questo d i Fiorentini.

--Condizioni potete, o duca, proporre, e io rapportare: con quale
speranza, non so. Meglio sar ne abbiate parola con alcuno della bala,
che potranno pi speditamente o accettarle o farne altro. Perch gi il
pericolo stringe: e di qui sentite le grida. Or con quale della bala
piace a voi, signore, tenere discorso?

--Con messere Simone Peruzzi.

Il Peruzzi, gi de' fautori del duca, assumeva di mal cuore in s
quest'uffizio: ma gli altri ve l'incuorarono; perch que' savi
cittadini stimavano essere buona cosa mostrare fede in uomo non sicuro,
ma per altro non tristo; segnatamente laddove il sospetto accenda
gli odii, e la fede non porti pericolo. Visto entrare il Peruzzi,
Gualtieri l'accolse con pi dimostrazioni d'affetto che non avesse il
tetro uomo usate mai a donna bramata; e ramment gli obblighi che lui
duca stringevano alla casa Peruzzi. Il cittadino taceva. Ma quando il
Francese si butt alle promesse (che nulla costano ai tristi, ma a lui
costavano molto, perch'erano confessione di paura); il Peruzzi rispose:

Sire, molte cose voi prometteste a Fiorenza, molte a' suoi cittadini;
molte e grandi, e contrarie fra s.

--La novit del governare e l'impeto francese, confesso, mi trasvi: ma
rinnoviamo la prova.

--Non si rinnovano, sire, prove di sangue. I Fiorentini hanno nome di
ciechi, ma non di stupidi.

Allora il duca quasi supplichevole: Messere Simone Peruzzi, voi siete
cittadino di repubblica: ma cittadino fiorentino ha spiriti regii, e
sente quello ch' debito e innato ad ogni umana maest. Vo' vedete che
cedere a questo modo io non posso. Proponete quali vi piacciano patti,
purch patti siano, purch un trattato si faccia tra il duca d'Atene e
il Comune della citt di Fiorenza.

--Patti? Il Comune della citt di Fiorenza ha in mano la vita del duca
d'Atene, suo tiranno: il popolo di Fiorenza, conte di Brenna,  re
vostro.

Il miserabile uomo, quasi piangendo lagrime di rabbia (espressegli dal
cuore, come il vento che tira ineguale fa le gocciole di pioggia dalla
nube restia), mormorava in parole tronche: Or che dir il mondo di me?

Che dir il mondo di voi? Quel che gi dice. Duca d'Atene, il vostro
destino  segnato, destino di tiranno: un titolo solo vi resta;
l'infamia. All'opinione del mondo e all'onore pi non pensate: pensate
a scampare la vita.

       *       *       *       *       *

Allora il vescovo, mosso a compassione, and a lui. Lo trov
sbigottito; sbigottito non di paura, ma di vergogna; rientrato in s,
e pi pochino della persona che natura nol fece. Lo guard con quegli
occhi ch'e' soleva guardare un peccatore indurato vicino a morire,
con piet, con ribrezzo, con sacra speranza nella bont e nella forza
dell'umana natura, ajutata da Dio. Gualtieri, riscosso, e levatosi da
sedere, gli prende le mani, le bacia, e:

Venerabile uomo, vi rammentate vo' il d quando in pubblico sermone
mi commendaste all'amore del popolo fiorentino? In memoria di quel
giorno i' vi prego, diciate per me una parola di pace a cotesta plebe
disumanata.

--Duca d'Atene, io parlai altra volta a pro vostro, e m'ingannai: pagai
caro l'inganno. N questo era tempo da rammentarlo: ma sia. I' confesso
meritato il raffaccio; ch qui non del mio orgoglio si tratta, ma della
salute vostra. Parler s per voi: e vi raccomander, non all'amore, ma
alla misericordia del popolo fiorentino, purch voi stringa, Gualtieri,
misericordia di voi stesso. Umiliatevi.

--Ecco io m'umilio. Prometto al popolo ordinamenti nuovi: purch non mi
scacci. Purch non mi scacci (grid commovendo con mano gl'irti capelli
della torbida fronte). Ai grandi prometto franchigie, franchigie ai
popolani, franchigie ai cherici: prometto onori, salarii, esenzioni
agli uomini, padre, della casa Acciaiuoli.

A queste parole il vescovo, levato il capo e colorato di sdegno,
esclam: Sire Gualtieri, la mia famiglia  Fiorenza. Se altra volta,
preso da umani affetti, feci o parlai cosa men che degna di vescovo,
e di fiorentino, il giorno della battaglia e del pericolo comune
m'insegn la mia dignit. Sire Gualtieri, la mia famiglia  Fiorenza:
a me vescovo, grandi, popolani, operai son figliuoli; a me cristiano,
grandi, popolani, operai son fratelli. Voi altri siete usi costaggi a
afferrare il pastorale con la mano regia, e a farne mazza percotitrice
sui popoli: ma qui non  Francia.

Gualtieri, ferito, dimenticando il presente suo stato, rispose con
amaro sorriso: Rammenti la mansuetudine vostra, che il duca d'Atene
ebbe a consiglieri cinque vescovi, e non francesi.

--Sian dieci, siano venti; tutti non sono. E fossero, basta uno solo a
dare esempio al mondo che non  necessaria cosa essere vile nel nome
di Cristo; che disubbidire ai grandi della terra laddove e' comandan
peccato,  cosa santa; che i tabernacoli del Signore sono assai grandi
da poter ricettare quest'orfana divina, insidiata dalle frodi de'
principi, perseguita dai peccati degli uomini, la libert.

Il vescovo signoreggiava dell'alta persona e del forte accento
toscano e della cristiana autorit il laido duca, il qual pareva come
rimpiccinito a' suoi piedi, men che fante, e men ch'uomo. E mentre
che frate Agnolo parlava, la povera croce appesa al suo petto pareva
dicesse anatema alle insegne di cavaliere appese al petto del tristo;
e l poste a fronte si combattevano e si giudicavano le due potest.
Gualtieri sent s minore: e non tanto paura quanto riverenza lo vinse:

Padre, se io v'offesi, non era mio intendimento. Fate di me quel che
l'animo vi consiglia.

Lo sdegno del vescovo cadde a quelle parole; com'acqua pura che,
sbattuta, in breve si ricompone, e rif trasparente. E usc ad
impetrare grazia per la vita del tristo.

       *       *       *       *       *

Ma il popolo nella piazza, al vedere or l'uno or l'altro de' cittadini
entrare ed uscir di palagio, come fanno gli amici e i parenti nella
stanza d'uomo ammalato in pericolo, ne sdegnavano; e parecchi andavan
dicendo:

Guarda carit che li prende! E' sperano condurlo a patti quel cane.

--Volesse tenerli, e' non pu.

--Un modo io so di fermarlo: con funi d'oro. Promettigli fiorini, e
l'avrai. Per ritrovare un bargellino, e' svierebb'Arno.

--Che di' tu, Pietro Paolo, d'averlo e di patti? Non l'abbiam noi? Ch
non lo scendiamo sull'atto? Se parlamentare intendono, salgan essi que'
della bala su in palagio, e lascino lui ignudo qui a questo sole: vi
dico, ch'e' tremerebbe a foglia a foglia.

--Oh pauroso non . Non ti rammenti, Bucciolo, quando lo vidimo passare
il Serchio con soli cento de' suoi, e affrontar la battaglia?

--Allora, fratello, e' non era duca. I codardi hanno in vita loro un d
di coraggio, che sia velo e titolo a perpetua codardia. Poi a costoro
il coraggio  come una malattia che li piglia. E tu sai che i polsi
battono pi forte cos di timore come d'ira.

--Codardo, o no, purch se ne vada.

In altro capannello dicevano: E' volle essere signore a vita della
citt e del contado; ed ecco quanto gli resta; un palagio per carcere,
forse per gibetto.

--E quei che volevano un signore di sangue reale, perch nel sangue
reale  pi flemma di giustizia e di carit, l'han sentita ora.

--La gente ricca (vedi, il mio Stricca) desidera mutar cibo.

--E noi, non usi a palpare n grandi n re, noi lingue di forbice note
al mondo, leccare costoro! e un sergente del pugliese parerci dappi
d'un priore!

--Noi? di' piuttosto i ricchi nostri ch'han sempre avuta la maledizione
di scavare sotto il lastrico di Fiorenza un viperaio di re. In
quarant'anni dacch'io mangio e beo, ecco: prima Carlo di Valois; poi re
Roberto, che mor, e fece bene; poi un Filippo di Valois che non volle,
e fece bene; poi un figliuolo di re Roberto, che se n'and, e fece
bene. E' non ci degnano, o la misericordia di Dio ce li leva di collo;
e noi sempre all'accatto d'un cencio di re. Nasce al duca di Calabria
un figliuolo: pensa sapienza che verr al mondo da una nuova testa di
duca! E Fiorenza in gloria. Troppo!

--E questa pestilenza di cavalieri ch'e' ci portarono, che crescono
per le prata, come la malva. Noi li avevamo un po' diradati, e di
dugencinquanta di corredo recati a sessantacinque: e costoro ce ne
rimettono Dio sa di che sorta polloni. Sai tu, Lapo, quanti n'albergava
Fiorenza all'entrata del duca di Calabria? Duemila. Pensa! Giotto da
San Gimignano, cavaliere; cavaliere Ippolito, il figliuol del bargello.
Ma i' credo ch'egli abbiano per dama la morte.

Altrove brontolavano pi sdegnati: Oh chi li muta? I grandi per tutte
le parti di cristianit sono a un modo. E' son come i bachi nel corpo
umano; tira tira, ne schianti un gomitolo; il resto rimane dentro.
Vedi, patteggiano.

--E che patteggiano?

--Oh chi lo sa? Pi facile contare i passi della lepre che seguire le
vie torte d'un grande. Il diavolo, amico,  di sangue nobile; e perch
parve a lui le sue corna non fossero alte assai, le lev contra Dio.

--Credimi, Cecco, a costoro noi siamo bestie comestibili; e s'e' ci
lasciano mangiare, fanno per ingrassar s di noi.

--Ben fecero que' di Bruggia a incarcerare i nobili caparbii; a
ingabbiare gli astori. Ma noi abbiamo telai migliori, non migliore
anima di que' tesserandoli.

Vedendo Rodolfo de' Bardi entrare al palagio, certi seduti sulla
ringhiera mormoravano: Ve', ve', uno de' nostri Uberti. In grazia loro
il grecaccio fece la vituperata pace con Pisa.

--Tu di' de' Bardi: e i Donati? E l'orgoglio di quel Manno, degno
figliuol d'Amerigo, che vent'anni or sono (me ne rammento io: gli era
d'agosto) fece congiura per rubare, ardere, uccidere; per abbattere
l'uffizio de' priori, e disfare il popolo.

--E i Cavicciuli, con le loro torri, e i palagi, e i masnadieri
stranieri!

--Oh ecco il vescovo entrare anche lui.

--Mal augurio quando i preti c'intingono.

--Non dire, Ansaldo, non dire cotesto. E fu pure un vescovo di
Fiorenza, che (quando Arrigo imperatore ci assalse, e n'and via
scornato), s'arm co' suoi cherici a cavallo, a difesa di porta
Sant'Ambrogio, e de' fossi. I' v'ero io.

--S: ma cotesti cherici danno sempre dell'incensiere nel naso a chi
vince: hanno sempre il dito sopra un'autorit de' libri santi per
provare che ogni vittoria  da Dio.

--Non dire, ti prego, del vescovo nostro. Per lui, e per messere
Antonio Adimari i' mi metterei al martoro.

--S, messere Antonio ha viscere di Fiorentino: ma a questi popolani
falliti che, dopo aver tirato coll'oro di fuori nella nostra citt i
peccati di tutta Europa, ora ci tirano la ruina, e fanno le viste di
stare col popolo, a costoro non credere. Razza di mercatanti: ch'hanno
la patria a Lione, in Analdo, in Inghilterra, nel cofano dei re, in
ogni tasca piena. E che fu che fece falliti in pi d'un millione di
fiorin d'oro i Bardi e i Peruzzi? Fidare ne' re. Non posson eglino
vivere questi venditori e venduti, senza fregare col naso la mota che
il re d'Inghilterra pesta co' piedi?

--Di' pure, Brandino, quel che tu vuoi, ma grande onore  alla
repubblica e alla citt di Fiorenza farsi sostenitrice di regni, blia
di re.

--Sostenitrice sciancata, che prende per suo bordone una canna
infranta; blia diburrata. Men oro, Gianni, e pi ferro; men fumo e pi
calore; meno astuzie pi senno.

       *       *       *       *       *

I ragionari de' meno ardenti erano interrotti da grida di morte: i
pi infuriati volevano il duca, volevano i suoi. Allora Antonio degli
Adimari, mosso dalle parole del vescovo e dalla propria generosit,
raccolse quanta gente capiva nel palagetto de' Priori dietro a san
Pietro Scheraggio, e parl:

Cittadini, io vengo a proporre cosa contraria al volere d'alcuno di
voi, ma non vile: perch, se vile fosse, Antonio degli Adimari non la
proporrebbe ad un suo nemico, non che ad uomini battezzati al medesimo
fonte con lui.  alcuno di voi che l'oppressore nostro desidera morto;
e forse stassera costui si pentirebbe del desiderio, o, se adempiuto
non fosse, certamente del non l'avere adempiuto non avrebbe rimorso.
Or a voi dico, che volere la morte dell'uomo il qual ci nocque,  un
confessarsi paurosi di lui. La tirannide  insetto che basta cacciar
della mano; raro  forza schiacciarlo: e chi lo schiaccia, n'ha sulle
dita la sozzura ed il puzzo. Credete: n il duca ned altri, dopo tale
prova, oseranno entrare in Fiorenza tiranni. E i tiranni, sappiate,
nocciono talvolta pi morti che vivi. E ferirli con ira  onorarli
troppo;  un chiamare sulle ossa loro la piet de' lontani. Perch
la morte  santificatrice, e frange gli affetti duri, e i pi miti
rinforza. Lasciatelo strascinare di terra in terra la sua vergogna,
e portare a' lontani popoli le novelle del valore e della generosit
fiorentina. Che fareste voi d'un cadavere? Io non vi dico, poniate
mente alle sue parentele di Francia: ch non timore di vendetta dee
stogliere uomini liberi da vendetta. Dico, gli perdoniate e col fatto
e con l'animo. In ogni modo l'avete fiaccato, e vinto: vincetelo col
perdono. Io, da lui messo sotto alla mannaia, che per lunghe ore mi
stette pendente sul collo; io che per la sua nequizia soffersi la
fame, e le angoscie della patria pericolante, e le angoscie della mia
figliuola abbandonata; io, nel nome di Dio, gli perdono. Perdoniamogli,
cittadini d'una forte repubblica, la quale meglio che dalla scure e dal
ceppo, sar salvata dal nome di Cristo liberatore nostro.

Queste parole ammollirono le ire degli ascoltanti. Ma dateci almeno
l'iniquo conservadore, e il suo bordelliere Cerrettieri, gridavano.
A que' di fuora che non avevano ricevuta l'impressione delle parole
d'Antonio, il sangue di tre uomini, senza il duca, pareva poco. Alla
fine, patteggiando ira con ira, come i re patteggiano vilt con vilt
(se non che quivi trattavano di poche anime, e i re di migliaia e
di millioni in un tratto), s'accordarono tutti nel contentarsi allo
strazio di que' tre.

       *       *       *       *       *

Fra questi dibattiti pass 'l marted, ventinovesimo di luglio; n
l'ira allentava; ed era pi tesa in quelli che pi gridano, e meno
fanno. Ma poich i re concuociono la vendetta in cuore per anni, non 
maraviglia se un popolo (e non era l'intero popolo) per due d. Tra'
gridanti erano alcuni che, amici in secreto al duca, speravano sul
sangue dei tre fare scivolare lui salvo fuor di citt; i pi torbidi
speravano da quella strage venire a tumulti pi gravi. Anco de' buoni
taluni facevano schiamazzo, perch dalla culla avvezzi a nutrirsi
d'ire cittadine, ora che meno incivilmente potevano disfogarle contro
malvagi stranieri, godevano lasciar loro il freno. Ed erano tenuti pi
stranieri degli stranieri stessi gl'Italiani che servivano al duca:
s perch, tranne il Visdomini, tutti d'altre contrade d'Italia; s
perch i servi iniqui sono pi svergognatamente iniqui del signore, e
pi aizzan gli odii mostrandosi a ogni ora, mentre colui che comanda
li move non visto. Il giovanetto figliuolo del conservadore era non
meno abbominato, perch in tanta tenerezza d'et pareva mostruosa tanto
ferrea durezza di sensi; e perch lui trasportava di l da ogni modo la
novit del comandare, e la giovanile baldanza. Queste cose pensando, e
rimestandole ne' colloquii, facevano ribollire i furori. Le parole de'
pii erano prese a sospetto, e parevano come raggio di luna che spunti
un tratto sul mare in tempesta, che fa pi visibile la furia dell'onde,
e pi tetro il biancheggiar della schiuma.

Fu mercord, Sandro di Cenni de' Biliotti a Gualtieri; e disse i feroci
imperii del popolo. Ma Gualtieri (come canna che, piegata dal vento, ad
ora ad ora si rileva) neg.

Cedere della dignit propria, disse,  cosa dura, ma non codarda
sempre; gettare ai cani della via la carne de' miei servitori, 
vilt che non cape in anima d'uomo francese. Usciranno con me i tre
richiesti, o con me periranno. E se io li abbandono alla tempesta che
rugge, chi m'assicura che i Borgognoni miei non mi sbalzino dalla
medesima prua per alleggerire il pericolo?

Gualtieri pensando all'onor suo, e al debito dell'umanit, riguardava
insieme alla salute propria. E in quel coraggio era mescolato il
timore. Ma il Biliotti, al quale la generosit, pure in nemico,
piaceva, e al qual pareva trista cosa premere troppo per aver tre
uomini da farne cadaveri, si tacque e usc.

Cerrettieri, il conservadore e il figliuolo stavano in una stanza
tendendo gli orecchi a ogni grido di fuori, a ogni rumore d'entro; e
non parlavano, se non per rinfacciare quel d'Assisi al Fiorentino, e
questi a vicenda le non prese cautele, i non dati consigli, le non
commesse crudelt, nelle quali credevan ora avrebbero potuto trovare
salvezza. E visto uscire messer Sandro, chiesero poter parlare a
Gualtieri: ma questi che, di vilt stomacato, com'uomo pieno di cibi
non digesti, ne abborriva la vista in altrui; e non voleva o sentire
lamenti, o dare promesse, o pensar lungamente ad altro pericolo che al
proprio; e gran parte di quel pericolo imputava non alla reit, ma
all'imperizia di que' tre, non li volle. Poi, ripensando, chiam 'l
giovanetto. Sperava, da quel viso e da quegli occhi recenti di vita,
bevere, come soleva, ilarit, divertire la paura, attingere forza.
Ippolito venne, ma sparuto, gli occhi languidi dal vegliare lungo, le
braccia cascanti; s che il feroce uomo n'ebbe piet.

Coraggio, disse, posandogli la mano sul capo.

Il giovane si mise a piangere, e diceva ne' singhiozzi: Non ci
abbandonate, per Dio!

--No, finch'io vivo (poi ravvedendosi); finch'io posso, tu sarai meco.

Ippolito lo rimirava, come chi tenta indovinare parole di lingua non
nota: e Gualtieri, guardatolo lungamente: O giovanetto, trista cosa 
la vita; e gi tu ne fai dura prova. Non  gran danno finirla, credi.

Quegli che lo intese: Oh non dite. Poi: Ma che deliberate di noi?

Egli, umiliato e cruccioso: Spetta egli a me deliberare?

--Che sperate almeno? che temete? Accertateci dell'animo vostro.

--Fanciullo, io non ho pi n speranze, n timori, n desiderii per me
n per altri. Il caso, il caso  oramai signor nostro.

Qui tacque un poco; poi posando la destra sul ginocchio di lui, con
accento di compassione, qual forse non aveva mai provata sinora:
Infelice, tu ti se' abbattuto sulla mia via, e la traccia de' miei
passi ti parve buona a seguire. I' non ti forzai: lo volesti. Ora
noi siamo nella medesima fossa, circondata da lupi voraci. Se mai tu
n'esci, rammentati, o giovanetto....

Qui gli veniva sulla lingua un consiglio di virt; ma e' s'accorse che
n quello era tempo di consigli, n egli di consigliare era degno. E
tacque, accennandogli uscisse. Il giovanetto lo guard con occhi di
preghiera; e letta negli occhi del duca una risposta amica, si part
racquetato.

       *       *       *       *       *

A Gualtieri ogni momento sembrava un'ora (tant'era l'angoscia); e ogni
ora un istante. N i Fiorentini, volendo, avrebbero potuto imaginare
tormento maggiore di quest'agonia di dubbi, e d'indugi, e di nuovi
colloquii che riuscivano in nuovi oltraggi, in nuove battaglie di
terrori. E' chiamava a s or l'uno or l'altro de' Borgognoni, e li
tentava, incredulo della lealt loro, e maravigliato del resistere
ch'e' facevano all'aspra prova. Perocch il grande ora pretende dal
piccolo ogni generosit come debito, ora a mala pena la crede cosa
possibile.

Nuovi messi incalzavano chiedenti le tre teste esecrate: e Gualtieri
per ritrovare forza contro alla tentazione, chiam a s Rinaldo conte
d'Altavilla, e lo mand intercessore. Il conte, fatto venire messere
Pino de' Rossi, uno della bala, propose, quali altre condizioni il
popolo di Fiorenza volesse, avrebbe, fuori che sangue.

Pino de' Rossi vergognando e abbassando la voce: Il popolo chiede
sangue.

--Ma che giovano tre ree teste alla sua pace?

--Giovano a salvare una quarta, pi rea. Lasciate (dura cosa a dire!),
lasciate che il destino de' tristi si compia. In bene ordinata citt,
gi di que' tre avrebbe i capi il patibolo. Ben so che giustizia
fatta a furore contrista le anime amiche di rettitudine; e par meno
atroce una carnificina sigillata con autentico sigillo di giudice
iniquo in nome d'iniquo re, che una testa che balzi per giustizia
sommaria di plebe. Ma Dio forse pesa con altra bilancia gli atti
umani. Inchiniamoci alla ferrea necessit; e ringraziamo che in tanta
dissoluzione di cose peggio non segua. Voi forse, forse io patiremo un
giorno gli effetti di questa rabbia popolare, alla quale ora ci  forza
ubbidire. Iddio, nobile conte, abbia misericordia di noi; e se non da
sventura, ci liberi da vilt.

Tali parole proferite con rassegnata fermezza, siccome da uomo che
senta profondo la difformit del male, e vegga lontano un'imagine di
bene disperato bellissima, commossero il conte. E in questo ondeggiare
procelloso pass la giornata di mercord con la notte.

       *       *       *       *       *

La nuov'alba levandosi, come suole, lieta sulla citt cara alla luce,
vide la calca tuttavia circondante il palazzo, e un aprir di bocche
anelanti sangue. Al qual nuovo tumulto, il duca si sent vacillante;
e la paura picchiava alle porte dell'anima sua dicendo: Se a me non
apri, aprirai alla morte. Ma donde mai il misero uomo poteva trarre
ragioni valide di non essere vile? Solo un fermo proposito d'innovare
s stesso, congiunto con una preghiera potente, era da tanto. Lo
sciagurato pareva simile a femmina lasciva ed innamorata, che stretta
da instanti preghiere, cede col pensiero prima che in atto; e se
resiste alcun tempo, gli  men pudore che orgoglio. Non diceva egli
gi: Che sar io quand'avr consumata l'ultima infamia? Che mi dir,
brutta di quel sangue, l'anima mia? Questo non pensav'egli, ma: Di me
che diranno in corte di Francia? Ch'io, ho macchiato lo splendore della
francese cavalleria; che i miei servi e cavalieri ho abbandonati sulla
via, preda ai ladri, come guerriero che non sa difendere la sua donna.
Ch'io sono codardo, diranno.--E cercava non pi le ragioni del non
fare, ma le scuse del fare; cercava, non gli argomenti, ma le parole
appropriate a adonestar l'ignominia; perch dove pi gli argomenti
mancano, ivi le parole si offrono pi moltiplicate, quasi ancelle di
tristo signore. E gi cominciava a trovarle siffatte parole: e il buon
volere e il mestiere di principe lo ajutavano in ci.

Tuttavia la battaglia interna continuava: della quale stanco, e' non
poteva pi sostenere colloquio alcuno, n pi vedere chi potesse
incuorarlo a fortezza. Gi, tranne il vescovo (il qual non degnava
farsi messaggero di morte, e invano tentava sedar quel furore di
piazza; ch il suo grido era come il gemito d'un ferito fra le urla
de' combattenti), tutti i quattordici della bala, e gli ambasciatori
senesi erano, ad uno ad uno, o insieme, venuti di tempo in tempo a
dimostrargli sempre pi stringente il pericolo, a raccomandarsi non
li forzasse pi oltre a cos triste imbasciate. Sconfitto di dentro,
e' ripugnava di fuori; si corrucciava talvolta, come se il vincitore
foss'egli, e pi: e quelli soffrivano, come si soffre l'imprecare d'un
pazzo.

La notte venne: e da otto d quasi, Gualtieri non aveva chius'occhio
se non a breve sopore e affannoso; n mai il vigilare del campo
e la stanchezza del battagliare l'avevano tanto rotto. Quella
sera, gi quasi certo del come uscire d'impaccio, si sent pi
tranquillo, tranquillo della quiete che segue alla febbre cassale:
si sdrai vestito e armato sul letto, con la lancia a lato, la
spada sull'origliere, e dorm. Breve sonno, nel quale le imagini si
confondevano, come le onde e i sassi e le piante divelte e le sozzure
profonde del mare si levano in una tromba. Sognava le grida vere che
sentiva scoppiar dalla piazza, e grida di naufraghi nella tempesta;
sognava i suoi misfatti, misti alle memorie dell'innocente giovent;
sognava la Bice Bordoni accanto a sua madre; un campo di battaglia
seminato di patiboli; uomini che feriscono torneamenti, e carnefici
che straziano; sognava il mare di Grecia flagellare con le grandi onde
il palagio de' Priori, barcollante come saetta; sognava le ruine
d'Atene in un misero paesello di Francia; e santa Maria del Fiore in
rovine; e valle d'Arno irrigata di sangue; e donne venire baciando
scheletri. Poi vedeva Arrigo Fei sparato, e gli sentiva dal ventre
gorgogliar parole francesi maledicenti; e un'aquila del monte Olimpo
volare tra le selve di Puglia, e di l sull'Uccellatoio di Fiorenza, e
rimpennarsi di nuovo mantello, e di nuovo spennacchiata acquattarsi;
e poi sempre il mare che fluttuando gli sconturbava le viscere; e poi
cadaveri sopra cadaveri, ed egli saliva su per quelli, e si aggrappava
ansimante, e giunto in cima, sentiva mancarsi il pi. E ruzzolava
balzelloni di scoglio in scoglio, taglienti come rasoi; e lasciava a
ciascuno un brano di s, e sospirava un fondo di acque o di fiamme ove
posarsi, e non lo trovava mai. Negli spasimi di quel capitombolare
interminabile si dest: tast il letto, la spada, la lancia, e balz
in piedi gridando. L'arme ond'egli era coperto, in quella scossa gli
rintronarono intorno, e gli fecero paura: ma al grido di lui nessuno
rispose, s perch gi usi a udirlo urlare ne' sogni; e s perch i
servi, fatti indocili dalla sventura, a mala pena ubbidivano. In quel
momento egli ebbe spavento di s: non pi cavalcatore dell'altrui
volont, come d'animale domo; ma debole, senz'amici, senza fama, senza
virt. Languente dall'afa, dal sudore, e pi prostrato di prima,
apr la finestra, ma non s'affacci, per paura non l'aocchiassero
dalle case d'intorno. Invocava l'aura della notte, gli rinfrescasse
la coscienza; e domandava, come i peccatori sogliono, al corpo la
medicina dell'anima. Poi passeggiava a passi lenti e uguali la stanza,
e non fermava in alcuna cosa il pensiero: e la mente di lui pareva
vota, come di pargolo o d'imbecille. In quel letargo dell'intelletto
la coscienza si scosse: e vergogna lo comprese, mista a profonda e
non disperata piet di s stesso. Allora i pensieri vennero, altri
pensieri; e montavano nell'anima sua, come il mare all'ora del flusso
notturno, quando abbraccia la navicella che stava in secco, e a poco
a poco smovendola con picciole onde, la trae con dolce forza a venire
con s. Pens la vita passata: sent che l'anima umana ha virt di
rifare s stessa: questa cosa sent come in sogno. Ma l'alba veniva: i
Borgognoni, desti, scotevano le lancie, e mormoravano per il castello;
e la folla ringrossava di gi. La presenza del pericolo rioccup
l'animo suo tutto quanto; come infermo che, riavutosi per brev'ora, si
sente venir meno, e ricade sul letto.

       *       *       *       *       *

Francesco de' Medici, uno della bala, nojato del pi chiedere
l'elemosina di tre teste, trov, siccome destro uomo, il modo di
piegare Gualtieri. And ai Borgognoni, disse: unico indugio alla salute
loro la resistenza del duca; diano i tre, saran fuori. I soldati
mandarono uno de' lor caporali pregando il signore; ma prego espresso
con parola d'impero. Quegli, o punto pi che mai nell'orgoglio, o
fresco dei buoni pensieri parlatigli dal suo angelo, disse che no.
Sola una via non infame restava all'uomo: uscire dell'antiporto, darsi
all'ira del popolo (dopo aver patteggiata per prezzo della propria
la vita de' servi suoi), e morire con coraggio di Francese. Questa
via non gli venne pensata. Ma guai se i cattivi potessero d'una fine
bella rinvolgere una brutta vita! Al buono stesso non  cosa facile ben
morire.

I soldati fremevano. I pi codardi minacciavano gettar lui dalle
finestre ai latranti di sotto; i migliori volevano s'indugiasse; gli
animosi mettevano innanzi l'onore dell'arme francesi: i prudenti
rispondevano, qui cedersi al numero, non al valore; altrove
espierebbero questa e altre macchie in Fiorenza contratte; la vita
esser lunga, e un d di battaglia ad anima di soldato essere buono
lavacro. Vinse il partito de' prudenti: tornarono al duca dodici de'
principali, e spronavano. Egli, sempre meno resto, ricalcitrava
tuttavia. Or uno di quelli, rompendo ogni ritegno, posta la mano sul
pomo della spada, e porgendo l'altra fin sotto il viso di Gualtieri:

 oramai tempo di scegliere: o la testa dei tre, sire duca, o la
vostra.

--Che di' tu? esclam egli, ritraendosi inorridito, quasi dal tocco
d'una serpe.

Io dico il volere mio, e il volere de' trecento raccolti qui fuori.

E i trecento a una voce: Vogliamo. E picchiavano con le lance chi 'l
suolo, e chi l'armi.

Io sono il signore vostro: a me spetta volere.

--Noi siamo quest'oggi, sire, pi duchi di voi, perch siamo trecento;
e vogliamo unanimi cosa contraria al volere vostro; e voi non avete, da
contenerci, n pena n premii. Le nostre trecento teste voi non potrete
far volare da coteste finestre: noi potremmo, sire, la vostra.

Gualtieri tacque. Al Borgognone parve aver detto troppo, e della forza
fatta a s stesso fu cos maravigliato e vinto, che usc. Gli altri lo
seguirono, rimaso un solo. E a costui disse il duca:

Fra due ore, entrate: se io non fo motto o cenno, sian dati: se dico
no, abbiate rispetto per poco al volere e alla coscienza mia. Poi con
frettolosa trepidazione e quasi supplichevole: sar per poco.

Il soldato ripet ai Borgognoni la preghiera, che ne furono mossi a
riverenza, s per l'abito dell'antica soggezione, s perch ad anime
francesi piaceva la generosit di tanto resistere in tal frangente.

E due ore passarono: ed ecco sul mezzod un Borgognone s'affaccia,
senza dir motto.--No.--Passano ancora due ore.--No.--Due
ancora.--No.--Ma la furia dentro e fuori stringeva, come laccio
avvolto: le grida ricrescevano paurose, intollerabili: ma i silenzi
che le interrompevano a quando a quando, come voragini buie per
cammino buio, gli venivano pi tremendi, perch dalle cose di fuori lo
ritraevano in s; e egli da' pensieri suoi proprii rifuggiva, come dal
mettere il piede sopra serpenti aggrovigliati. Piet sincera non era
la sua verso i tre che strappavanglisi per forza, come arma impugnata
a difesa e a offesa: ma ai moti della passione sua torbidi e vorticosi
s'infondeva anco un senso di nuova compassione sopra costoro, ch'egli
avea amati, al suo tristo modo, ma pure amati; che si erano con la loro
coscienza conglutinati alla iniqua sua vita, che morivano perseguitati
dal nome suo, quasi da demone vendicatore. Ma in questo affetto era
rabbia del non li poter campare, pi che desiderio magnanimo di
camparli; era orgogliosa vergogna dell'esser debole, del dimostrarsi
debole, del pentirsi, e del parere vile; del lasciarsi sopraffare dalla
popolare tempesta, le cui onde obbedienti il suo legno fendeva gi
imperioso. Gli omicidii e le carneficine che ei commise spontaneo, che
congegn quasi allegro, che con piglio e con voce di capitano vincitore
ordin, non gli rimordono l'anima; ma il peso di queste tre teste si
aggravava insopportabile sulla sua bilancia, perch con esso insieme
Iddio vi getta tutte quante le vite che egli ha distrutte empiamente,
e tutti i rimorsi contro cui con isforzo di disumanata ragione
ricalcitr. Gli duole non poterli salvare, perch salvarli sarebbe
testimonio di potenza, lo farebbe vivo, e signore agli occhi suoi
proprii, e, che gl'importa ancora pi, agli occhi di questo popolo gi
vilipeso. Vorrebbe potersi dimostrare libero e al bene e al male, egli,
tiranno e delle altrui e della propria libert; perch questa mostra di
libert sarebbe atto di rinviperita tirannide. E pure in cotesta smania
di ostile jattanza era un onore reso alla umana libert, alla bellezza
del beneficare; era un confuso e quasi futuro desiderio d'ammenda. E in
tutta la incessante e sempre pi rinfierita battaglia non fu paura; per
la vita sua propria non ebbe paura. Ma, aborrendo dalla minore vilt e'
si gettava abbandonatamente a vilt pi ignominiosa, facendo fin delle
buone ispirazioni fomite al principesco orgoglio. Il quale gli vietava,
come vieta signore duro a servo tremante, invocare gli altrui consigli.
Per montare a quella maledetta alterezza di potest con ansia repressa
dalla stessa superbia egli si era affannato tanto: e adesso in quella
vertiginosa altezza, secondo le brame sue, si trovava essere solo. Guai
al solo!

Dal no al s, la sua anima non pat, o non sent, gradi. Come il mare,
che, combattuto da' venti, getta alfine la barca, disarmata di vela e
di remi, incontro agli scogli; duca Gualtieri fu, mal suo grado, ancora
omicida. Trista condizione de' tristi! a grado a grado condotti a tale
che il male diventi nell'opinione loro necessit aborrita, e quel che
gi fu cagion del pericolo, paia unica via di salute. Entrarono. Il
duca non mosse n lingua n fibra: e pi tormento gli fu quel tacere
che quanti dolori o misfatti e' commise o pat. Usciti quelli, voleva
gridare, ma gli parve non fosse pi tempo. E di questo inganno ch'e'
faceva a s stesso, sent rimorso: e Dio, nella sua misericordia
veggente, gli avr forse riputati a merito molti istanti di quella
lunga battaglia.

Il conte d'Altavilla e il barone di Ciavign stavano attenti
all'orribile momento (da loro gi antiveduto), per temperare a quegli
sciagurati, almeno con una parola, gli spasimi della pienamente sentita
e compresa morte. Quando intesero che Gualtieri concedeva: Ma di chi?
domandarono. E i soldati, a' quali l'interrogazione pareva sciocca:
Dei tre. L'Altavilla e il barone, guardatisi, indovinarono il mutuo
pensiero, corsero al duca, e: Quale dei tre per primo? Egli che non
aveva pur pensato potersi, offerendo a una a una le prede, saziare
forse con sola una la rabbia di laggi (che non hanno cos fine il
sentire i tiranni), disse, come ravveduto:

Gli  vero. Un solo per ora: ma non sia Cerrettieri.

--E chi de' due?

--Qual volete.

--Sire (rispose irritato il barone), quello che noi vorremmo e faremmo,
sappiamo. Tocca a voi condannare.

E il duca, pi irritato ancora: Qual primo vuole, o qual prescelgono i
soldati: o traggano a sorte; purch non sia Cerrettieri.

I due gentiluomini, vergognando che tale beccaio fosse francese, ai
Borgognoni recarono la risposta; ma mettere il piede nella stanza, per
vedere una gara vile o pietosa, e un atroce spettacolo, non osarono.

Entr un soldato, e li trov pieni della morte presente. Il Visdomini
stava volto alla parete, col capo nelle palme, chino, e quasi pendente
tra le ginocchia, le quali tremavano, come per febbre. Il padre
rimpetto al figliuolo: quegli, le braccia intrecciate sul petto;
questi, spenzolate lungo la persona e la scranna: s che le mani
parevano toccare terra. E' non si guardavano. Il soldato disse:

Il signor nostro, stretto dalla prepotenza della plebe, non pu cosa
per voi.

A quell'annunzio, aspettato da loro, nessuno si mosse; ma le tre
faccie diventarono, nel loro pallore di cencio, pi livide, e pezzate
di giallo. Il soldato continu: Uscirete a uno a uno; ultimo messer
Cerrettieri.

Alla qual parola tutti e tre si scossero, come se in un punto
sentissero e rinascer la vita e cominciare la morte. Il Visdomini
guard al soldato con occhi attoniti e invetriati, come il moribondo
che vuol far segno di riconoscere alcuno e vederlo volentieri, e non
pu.

I due perduti avevano, in sul primo, inteso assai quell'annunzio,
e sentitone il freddo: poi, nel vagellar del terrore, parvero
dimenticarlo: e stavano immoti. Il soldato, a cui ciascuna parola
ch'e' doveva dire pareva traesse l'anima dal corpo, soggiunse: Io
dico che un di voi due  destinato a uscire per primo. Chi viene? Chi
resta? I due si guatarono, come gente sconosciuta: e tacevano. L'anima
razionale pareva morta in essi, e rimasavi solo la vita del bruto. Il
peccato aveva a mano a mano conglutinato il loro spirito all'oro, al
sangue, alle pi vili cose della terra; e ora la morte lo rinvolgeva
nell'amara sua nebbia. Si guatavano. Il Borgognone chiam parecchi de'
suoi a consiglio. Bisbigliarono a bassa voce; ma non s che i due non
sentissero: Il pi vecchio. E un altro aggiunse: E il pi reo.

       *       *       *       *       *

Cos sentenziato, due de' soldati s'accostano al padre, tremanti
quasi al par di lui; e lo prendono per le mani, facendo l'atto di
sollevarlo: il quale, allorch sent il guanto di ferro aggiungere
un nuovo freddo al freddo della sua paura, disse con voce esile e
profonda d'uomo che muore: Ippolito mio! A questa voce la natura
(sempre, nelle profondit sue intime, buona), si ridest la natura del
giovanetto: e sciogliendo dal guanto de' Francesi le mani del padre, e
porgendo le sue, disse: A me. Il vecchio ricadde sulla scranna, come
corpo stanco, e trasse un lungo sospiro. Ippolito usc a corsa: e non
s'abbracciarono.

E' camminava ratto: e le mani tenutegli da' soldati, ritir con
ribrezzo. Sulla scala era il conte che l'aspettava, pallido, e umile,
e pieno gli occhi di non so che divino. Il giovanetto, al vederlo, si
ferm, e: Nessuna speranza?

Il conte, prendendogli le mani con affetto di fratello, con tenerezza
di padre, con carit di sacerdote: Ippolito, pensate a Dio. Un solo
affetto che venga dal cuore, ed egli vi ha perdonato. Una parola che
dica: mal feci.

--Oh mal feci! soggiunse il giovane con umilt di fanciullo, con
dolore abbattuto, e quasi senile; e si picchi con una mano il petto,
coll'altra la fronte Mal feci! Io sono stato un malvagio. Dio mio, mi
perdonerete voi?

--Dio vi perdoner, Ippolito: Dio vi perdona. Sperate.

--S, spero.

E lo abbracci strettamente, come quando il malfattore pentito
abbraccia il buon prete appi del patibolo. Stette un poco sopra s:
poi, com'uomo che, vinto l'orror della morte, si butta di lancio
nell'acque per salvare un fratello, scese con agile e fermo passo le
scale. Rinaldo d'Altavilla, rimaso in cima, lo guardava, consolato
nella piet e nello spavento, contava i suoi passi, pregava per lui.
Ma per i suoi uccisori, per la sciagurata citt, pe' futuri destini
di lei, chi pregava? Chi intravvedeva la lunga sua servit, e gli
ignominiosi e licenziosi e abusati dolori?

Giunsero all'antiporto, e l'apersero. Il giovanetto, levati gli occhi
al cielo, per essere pi tosto ad espiare nel mondo sicuro i suoi
falli, prese una rincorsa, come chi sotto la pioggia che scroscia fa
d'attraversare la via; e si trov, scesa gi la ringhiera, in mezzo
alla moltitudine armata. I neri capelli ondeggiavano al corrente sugli
omeri; e di nuovo fuoco di vita, sopravvenuto al pallore, ardeva il
viso. E forse quella delicata giovanezza avrebbe vinta la ferocia de'
pi, se quel correre non dava sembianza di fuga. Inveleniti ch'e'
sperasse sottrarsi a tanta aspettazione, e deluderli con nuovo inganno,
gli furono sopra cento in un attimo.--Povero giovanetto, se t'avesse
veduto allora Lucia Buondelmonti!

       *       *       *       *       *

Gli furono sopra: e con tale impeto premettero a lui, l'atterrarono
e gli cascarono addosso, un sull'altro ammontati, che, soffocandolo
prima di ferirlo, gli risparmiarono l'atroce agonia. N soli gli uomini
del minuto popolo, ma (come a pi delicato convito) ebbero parte a
quella carneficina taluni degli Altoviti, de' Medici, degli Oricellai
(repugnanti i loro consorti.) E i nobili pi si ruppero a quella
vendetta. Cacciarono nelle floride membra i coltelli, le coltelle, le
spade, le mani; e togliendosi l'uno all'altro di sotto quel tesoro di
maledizione, tagliarono in prima, poi squarciarono, poi sbranarono.
Il bianco viso, tinto del sangue dell'altre membra lacerate; la bocca
mezzo aperta, come per ricercare il forte alito, s presto fuggito; la
testa ch'or sull'uno or sull'altr'omero spenzolava, ultimi rimanevano
al fiero strazio. Gli strapparono i be' capelli dal capo, come il
villano strappa dal suolo diletto le male erbe aborrite: e la lingua
tagliata recarono in cima a una lancia. Avevano gi prima rotto,
siccome tronco di giovane e pur robusto arbuscello, l'osso sacro; e fra
costola e costola ficcati i ferri, come per cercarvi un vestigio di
vita, o la volutt della vendetta che pur non trovavano. I consorti del
Cini, nobili terrazzani, schernivano dicendo: Ve' il bello cavaliere!
ve' com'e' tende le mani supino; come ubbidisce ad ogni urto che lo
spinga, a ogni ferro che lo divida!

E ad ogni colpo posavano, e riguardavano come per vederne l'effetto:
al modo che fa il buono scultore che, digrossando la mole del marmo,
a ogni tratto ferma la mano, e riguarda se l'opera risponda all'idea.
Parecchi col giovane sangue andavano disegnando per terra il giglio
rosso, o scrivevano sulle muraglie libert. E d'orme di vendetta
rosseggiava la piazza, rosseggiavano le prossime vie.

       *       *       *       *       *

Ma il fumo di servit che manda al cielo quel sangue, non involge
intera Fiorenza. Molti per alterezza d'animo schivo, molti per senso
di piet umana, molti pi per carit di cristiani, aborrivano da que'
furori. E intanto che alla piazza colavano, come a cloaca, gli odii
dell'ampia citt, nelle case, ne' chiostri, ne' templi, molte anime
buone entro al chiuso petto sacrificavano un sacrifizio di pace.
Pochi,  vero, o nessuno sentiva assai profondamente (Dio solo misura
tutt'intero l'abisso del male, e l'altezza del bene) quanto rea cosa
fosse la vendetta consumata in nome della libert: pochi vedevano, o
nessuno, di quanta messe di spade tiranne dovesse fecondare la terra
quel sangue che, versato, macchiava tante mani, tant'anime, tante idee.
Pochi, o nessuno; perch tutti, anco i buoni, vivono la vita dell'et
loro, e (comech possano rinchiudersi in monda cella, o spaziare
con l'occhio da un'ardua e salubre cima) un orizzonte medesimo, una
medesim'aria li circonda e li copre. Pochi, o nessuno: ma un sentimento
ineffabile di paura e di sciagura, quasi alito ch'esca di cadavere
non visto e non sospettato, affannava le anime buone a que' truci
spettacoli; e faceva la preghiera loro pi mesta, pi sollecita, pi
amorosa, pi umile, pi gentile. Cos dal male stesso, quasi rosa
dal concio, fiorisce il bene; e il dissolversi degli spiriti rei
rinvigorisce i buoni; e il merito, raccolto in pochi, com'oro purgato
da fiamma, in loro si condensa pi schietto.

       *       *       *       *       *

Un grido si leva, e mille lo seguono: Il padre! Onde i Borgognoni,
temendo le scuri non si volgessero contro le porte, corsero alla
stanza ov'era il bargello, e lui, cascato per terra, con la schiuma
alla bocca, presero a furia, e scesero come corpo morto. Le braccia
e le gambe spenzoloni radevano gli scalini, e percotevano in quelli.
Alla qual vista Rinaldo d'Altavilla e il Ciavign inorridirono.
Quando l'antiporto s'aperse, la plebe, avventandosi a rincontro
dell'uomo odiato, quasi si cacciava in palazzo: ma i Borgognoni per
istornarnela, palleggiato il corpo del conservadore, lo lanciarono di
botto gi per la ringhiera, come a cane si scaglia un sasso lontano
perch lo morda. Nel ruzzolare ch'e' fece per gli scaglioni, tinti del
sangue del figliuolo, il vecchio rinvenne in s, e aperse gli occhi
gravi, appunto quando cento braccia e cento ferri a lui sovrastavano,
minacciando ciascuno un proprio tormento. Ferirono molti a un tratto:
poi diedero luogo agl'incalzanti, che rallargarono le ferite, ma senza
farle mortali, perch pareva avessero patteggiato di bere questo
secondo calice a sorsi. Odio nel figliuolo, nel padre sentivano odio
e disprezzo: per con le ferite venivan gli sputi e i vituperii, e
il rammemorargli le sue crudelt. Egli (riscossigli dal rimorso gli
spiriti) intendeva ogni parola, sentiva ogni spasimo: ch gi i veri
spasimi gl'incominciano. Ferito da un'affilata forca guerriera in un
nervo delle tempie, e da una lunga partigiana da caccia nella nuca,
incominci a tremar tutto, e la vita a risolversi, e rattrarsi le mani,
e il corpo rattrappirsi, e i denti serrati dirugginarsi. Ma mentre
infierivano, s'avvidero a un tratto che in lui ogni alito di vita era
spento. Allora tagliatagli la testa, e presala pe' radi capelli, la
mostravano in alto, come i fanciulli fanno di presente ottenuto; e
cacciavano strilli senza umana parola. Fu chi le crude carni addent,
e nel gialliccio fegato del bargello mettendo il morso, ne sent con
gioja l'amaro. In cima agli spuntoni, alle picche, alle lancie, alle
labarde mostravano chi l'uno e chi l'altro brano del padre e del
figliuolo per le vie di qua e di l d'Arno. Le genti a vedere; e le
donne a compiangere il giovanetto. N manc chi portasse a casa, quasi
lacchezzo squisito, alcuna parte della preda sanguinosa; e, dopo avere
con mani sozze di strage abbracciati i figliuoli e la moglie, le carni
ancora palpitanti arrostisse.

       *       *       *       *       *

La trista processione menata per la citt, la stanchezza dell'odio,
e il sopravvenir della notte, fecero uscir di mente ai furibondi il
terzo trastullo, la testa di Cerrettieri Visdomini: come fanciulli, che
nel piagnucolare per cosa desiderata s'addormentano; o come briachi
che facile si sviano dal pensiero, nel quale infuriavano or ora.
Cerrettieri aveva tanto ruminata la morte, che quasi l'aveva digesta.
E pentitosi come meglio sapeva, e raccomandatosi ai Santi, con paurosa
ma viva fiducia, se ne stava nulla sperando, pensando nulla, gi pi
non sentendo s stesso, quasi come  da credere che il feto stia nel
ventre materno. Quando messer Piero de' Bardi e il barone di Ciavign
vennero frettolosi, e lo imbacuccarono in un abito di masnadiere; e
per il buio della mezzanotte il Bardi, presolo a braccio, lo strascin
alle sue case. A lui pareva sempre scendere le mortali scale del
palazzo, e cascar sotto a' ferri famelici; e quella scesa gli sembrava
lunghissima, insopportabile quell'aspettazione affannosa. Andava, con
gli occhi velati e con le gambe come impastoiate, tentennando, e taceva
trasognato. Gli altri de' Bardi nol vollero vedere: sole le donne
(fosse voglia di vista strana, o piet) s'affacciarono mute a mirare
quel viso trasfigurito gi dal peccato, ora dalla pena del peccato;
pallido, ma nel lividoso pallore chiazzato di rossaccio; quelle labbra
pendenti, quel cadavere che si moveva. Egli le guardava, com'uomo che
pi non ha conoscenza; ma ad ora ad ora chinava gli occhi, quasi si
vergognasse. Il priore di sa' Jacopo, il Frescobaldi, spontaneo venne;
e parlandogli di Dio, sollev un poco quell'anima sprofondata in s
stessa. Ma perch le case de' Bardi non parevano sicuro rifugio, i
parenti di lui, vestitolo da contadino, lo menarono la seguente notte
in una prossima villa. Quali pensieri agitasse, avvolto in que' cenci,
il gentiluomo superbo, il turpe consigliere dello straniero tiranno,
chi sa?

       *       *       *       *       *

La mattina del sabato fu quiete nella citt: come quando, smaltito il
vino, l'uomo si desta, e le cose nell'ebriet fatte non raccapezza o
non crede. Molti delle passate furie vergognavano; taluni, rimasticando
la vendetta, la sentivano saporosa, come ghiotti che, pieni di cibo,
pensano con tripudio al leccume. E non sarebbero forse tornati per la
medesima via, ma dell'averla battuta provavano pi mala contentezza
che pena. Erano pure sazi: n i pi feroci avrebbero osato richiedere
nuovi presenti di sangue. I buoni colsero il tempo per ispacciarsi del
fiero ospite, il qual corrompeva vincitore, e pi, vinto. Trovatolo gi
disposto a ogni cosa (quasi frutto mezzo dalla pioggia, ma non maturo),
proposero per primo la solenne rinunzia del dominio. A patto d'uscire
salvo egli e i suoi, accett. Ma poich l'istrumento della rinunzia
giovava fosse sigillato col sigillo di Giovanni vescovo di Lecce,
cancelliere del duca, fu cercato del vescovo. Egli, che gi della sua
devozione empiva tutti i sensi di Gualtieri, e d'impronti consigli e
loquacissimi lo tribolava, s'era nell'ora della battaglia dileguato,
con gli altri quattro vescovi, timidi uccelli dall'ale pi forti del
becco. Alla fine, frugando, cercando di quanti egli aveva benevoli
o conoscenti, trovarono il covo del cancelliere in una casupola del
corso de' Tintori: e il vescovo Acciaiuoli prese la cura d'andarnelo
soavemente a snidare.

Sentito ch'ebbe quel di Lecce picchiare alla porta, si raggomitol in
s stesso, e accoccolato sulle ginocchia, si mise a pregare in latino.
L'appiattarono, chiedente piet, in una stanzuccia a tetto, e lo
coprirono di paglia e di letame, sgridando, tacesse; perch la paura
lo faceva come grugnire. Egli si acchiocciol in quel letame, al modo
che il febbricitante s'acquatta sotto al coltrone, battendo i denti
dal freddo; intanto che il vescovo assicurava que' di casa, s venire
apportatore di novella non trista. Credettero la buona gente al viso e
all'accento dell'Acciaiuoli; e dissero al cancelliere la cosa: ma egli
negava fede, e come ragazzo stizzito, dando delle calcagna in aria,
sparpagliava il letame che gli teneva luogo d'abito sacerdotale. Stufi
alla lunga gli ospiti suoi di quel gioco, lo afferrano, e lo mettono
in piedi, come si fa delle sacca mal piene di cenci: quando appunto
il vescovo, per rassicurarlo di persona, saliva la scaletta a piuoli,
e trovavasi di fronte a lui. Il sacro cortigiano, cos inzavardato
di concio la faccia e le vesti suntuose, sorretto dai due che mal
tenevano le risa, somigliava a un bove, che, levandosi dalla lettiera,
non sappia scuotere da s le sozzure del suo giaciglio. Arruffati i
capelli, e sulla barba e sui capelli o pagliuche o immondizie, simili
ai geloni pendenti dalle grondaie; o stille di fetido umore che
tremolavano, come rugiada sul cardo. La faccia teneva dimessa, e le
mani in mano, come quando, chericuccio monello, e' riceveva dal suo
vescovo un buon rabuffo. Ma l'Acciaiuoli, non che godere (come tra
vescovi sogliono, gelosi e piccosi quasi vecchie gentildonne), mosso
a piet di tanto avvilimento, s'affrett a raccertarlo del vero, e con
parole brevi e pronte disse a che ci veniva.

Allora quel di Lecce: Non sar mai ch'io vada al cospetto d'un
perduto, il quale tanta turbazione dest nella buona repubblica di
Fiorenza, e mi fece soffrire tanto. Gli uomini sventurati a me sono pi
specialmente diletti, e per debito di ministero e per tenerezza della
natura mia: ma la sventura colpevole!

-- doppia sventura, l'Acciaiuoli interruppe. E a voi, messere,  dato
modo d'espiarla e d'alleggerirla: v' dato insieme di provvedere ai
comodi vostri. Perch, ratificato che venga l'atto della rinunzia,
voi potete seguire il signor vostro in Puglia, o dove che sia, e di
migliori consigli giovarlo.

--Ma lo scandalo, Dio mio, del seguire principe spodestato!

--Veggo che voi la vergogna giudicate dalla fortuna: ma n questo  'l
tempo, n a voi  bisogno ch'io insegni il Vangelo.

--E l'uomo che ha tanto bruttamente tradito il popolo fiorentino,
atterr egli a me le promesse? Poss'io fidarmi alla sua compagnia?

--Non so. Questo so, che migliore compagnia non vi resta. Ben prometto
che alla persona vostra non sar fatto oltraggio; e ve ne do sicurt la
mia fede, la mia autorit, e Dio testimone. Aggiungo, che ratificando
un atto gradito al Comune di Fiorenza, voi venite, come meglio 
possibile, ad ammendare i tanti che gi ratificaste dispiacevoli ad
esso.

--Poich questo , disse il cancelliere, si vada: s'incontri
animosamente il pericolo all'onore di Dio, e del nostro santo e
difficile ministero.

Cos dicendo, scote dalla persona il letame e lo strame.

       *       *       *       *       *

Aspettarono la notte del sabato per entrare di soppiatto in palagio.
Quivi il cancelliere annunzi la sua venuta a Gualtieri, ma non
chiese vederlo, n questi lui; ch l'uno all'altro erano vergogna e
rimprovero; n lisciarsi potevano oramai, n straziarsi, senza dolore
mutuo. Domenica mattina, convennero il vescovo, i quattordici della
bala, gli ambasciadori e il capitano di Siena, il conte Simone
da Battifolle: nella presenza de' quali duca Gualtieri diede ai
quattordici e al vescovo autorit di operare tutto quanto stimassero
conducevole al buono stato della citt; rimise imperio e giurisdizione
che aveva sopra quella, la prosciolse da ogni giuramento ed obbligo,
restituendola nella medesima forma di quando si dette a lui: liber
dalla sua signoria le citt di Pistoia, d'Arezzo, di Volterra, e'
loro contadi, e tutte le altre terre, castella, fortezze e luoghi,
lasciandoli soggetti al Comune di Fiorenza cos com'erano innanzi: e
il simile de' cherici, de' marchesi, de' conti, e altri nobili, con le
loro signorie e' poderi, dando autorit al capitano e agli ambasciatori
di Siena ed al conte di rimettere i Fiorentini nella possessione d'ogni
cosa. Imperocch il pi de' principi non cedono se non quel ch'hanno
perduto; non isciolgono i popoli se non da que' vincoli che sono gi
rotti; e creano rappresentanti della propria autorit allora quando
l'autorit loro  finita.

Le dette rinunziazioni scrisse il cancelliere; e stava per concludere
con le formole consuete, quando messere Giannozzo Cavalcanti, levato
dritto in piedi, parl. Questi  quel messere Giannozzo ch'abbiam gi
sentito predicare dal desco d'un beccaio sommessione: ora il Comune
l'aveva creato un de' quattordici, e per non avere inimica la sua
spaventosa loquacit, e per tirare a s molti nobili, che da quella
loquacit pendevano ubbidienti. Ma egli, e per rendere al Comune buona
merc dell'onore, e per far mostra di facondia, e per bene assicurarsi
che l'incomodo duca non tornerebbe mai pi a mettere in impaccio la sua
carit patria, ebbe a dire cos:

Messere lo cancelliere, quello che avete elegantemente scritto fin
qui, bene sta: ma una cosa io prego la sapienza vostra d'aggiungere, e,
sottosopra, in questo tenore: E afferma il detto duca, nella sincerit
della coscienza sua, di ci fare spontaneamente, liberamente; e impone
a s pena di cinquantamila marchi d'argento per ciascun de' capitoli
ch'egli infrangesse o tentasse d'infrangere.

Il vescovo di Lecce interrog il duca degli occhi: ma questi tacque
e abbass lo sguardo, dopo gettatolo sopra Giannozzo con quel torvo
dispregio onde i tristi puniscono i vili. E 'l cancelliere pi
lentamente di prima scrisse, e lesse; e fu notato che non cinquantamila
marchi diceva, ma pur cinquanta: onde tutti gridarono: Cinquantamila.
Ed egli, con mano restia, scrisse.

Ora messere Talano degli Adimari propose una particola che diceva
cos: Ed obbliga la fede propria, non solamente per s, ma e per gli
uffiziali suoi, quanti sono.

Qui sorse dubbio. Il cancelliere, per farsi grazioso al duca (dal quale
solo omai poteva sperare o temere), not, non dovere uomo promettere
cosa che non dipenda dalla sua propria volont, n la potenza de'
principi essere tanto grande da stendersi sugli animi umani.

Questo, rispose Filippo Magalotti, doveva messere lo duca rammentare
prima d'ora a s stesso: ma poich'egli mostr non lo credere vero,
e volle accollare a s tutte le soperchierie de' suoi fidi; e noi
concorriamo nella opinione sua. Che se a lui venisse voglia, per man di
taluno de' suoi uffiziali, rompere i giuramenti, e, perch'egli da s
nol fa, credersi esente da pena e da vergogna, chi non vede tornare a
vuoto e quest'atto e ogni cosa finora operata da noi?

Il cancelliere voleva rispondere: ma Francesco de' Medici, allungato
il dito, raggrinzando la fronte, e allargando le narici, com'uomo
irritato, esclam: Scrivete, messere. E il vescovo, con pi lesta
mano di prima, e pi tremante, scrisse.

Qui sorse a dire Sandro di Cenni de' Biliotti. Una cosa ancora io
tengo si debba da messere lo duca promettere: ch'e' non si vorr mai
dolere per cosa fatta a lui od a' suoi.

Qui Gualtieri diede in un moto di rabbia male represso: messer Sandro
lo guard fiso e severo, come fa maestro a fanciullo insolente, e
vedutolo rabbonirsi, seguit: N di chiedere a principe o a citt
rappresaglia mai contro al Comune o al popolo di Fiorenza, a pena di
diecimila marchi d'argento.

Se la prima parte dell'obbligazione a tutti parve esorbitante,
parve d'importanza grande la seconda: e perch 'l duca taceva, e il
cancelliere scriveva a furia il dettato di messere Sandro, come scolare
scrive il dettato del maestro, nessuno osava parere meno severo al
nemico suo di quel ch'egli fosse a s stesso.

Giannozzo Cavalcanti, sentito il vento soffiare buono, incominci con
molta gravit: Anche una cosa. Ma ser Marco degli Strozzi, pietoso
della condizione del duca, e stizzito della impronta vigliaccheria di
Giannozzo, si lev dicendo:

Basti. Non rinnovelliamo lo strazio d'altr'jer sera; non affettiamo e
non rosoliamo i cadaveri.

La quale maniera di difesa punse il duca pi d'ogni offesa; ma oramai
era sua legge tacere, e ricevere le parole dure, come giumenta legata
all'aperto riceve la pioggia.

Queste condizioni scritte e riscritte in pergamena, e sigillate col
suggello ducale, furono dal vescovo di Lecce rilette ad alta voce e
sonora (per abito di cancelliere, non per oltraggio), fremente il duca.
Al quale il vescovo dett il giuramento.

Giuro al nome di Dio, giusto vendicatore, e a tutte le potenze celesti
che invisibili ed infallibili veggono l'animo mio, d'attenere le qui
scritte promesse, a ogni costo: e se ora o mai mentissi agli uomini e a
Dio, invoco sopra il mio capo e de' miei la maledizione eterna. Giuro
di nuovo per l'onore della casa di Francia, per le ossa di mia madre, e
per il sangue di Cristo che mi sia in giudizio e condanna.

Gualtieri ripeteva con gli occhi fitti alla terra, non altro movendo
del corpo suo che le labbra, e con s leggier moto che le parole appena
s'intendevano: e quando fu alle ossa di sua madre, parvegli vederla
viva, e con dolore severo di donna amorosa ingiustamente afflitta,
rimproverargli nelle mute lagrime gli affanni ch'e' le aveva portati, e
pregarlo minacciando, non turbasse con lo spergiuro la terribile pace
delle sue ossa. Ond'egli quelle parole non proffer: ma il vescovo
ripigli con voce pi chiara per le ossa di mia madre; e allora il
suono usc come confessione di vergognoso peccato.

Fatto il sacramento, in segno del deposto dominio, e' depose il bastone
ch'aveva in mano: e Bindo della Tosa, presolo, lo butt con dispetto
per terra. Ma Bartolo de' Ricci, cavaliere e legista, raccolse quel
segno d'autorit, e lo appese alla parete tra un brocchiere e uno
stocco. Il cancelliere pos anch'egli la penna, sbuffando, com'uomo
stanco: e visto che ormai Francesco de' Medici e Talano degli Adimari
e il vescovo si volgevano al duca a parlargli umanamente (s come il
giudice usa qualche parola pia al reo condannato nel capo); anch'egli,
quel di Lecce, s'accost piamente; e di sdegnoso che pareva or ora,
ridivenne a un tratto l'antico uomo, famigliarmente supplichevole,
timidamente audace; occhio di gatto, petto di serpe, coda di cane.
Gualtieri gli volse le spalle.

       *       *       *       *       *

Il d seguente uscirono, patteggiati, di palagio i soldati del duca,
con grande paura, sebbene e gli ambasciatori senesi e molti buoni
cittadini li accompagnassero a sicurt. Ma non n'era di bisogno,
perch tutto il popolo aveva promesso lasciarli quietamente passare
cos come se gi passati fossero. Tra gli accompagnanti erano taluni
de' gi favoreggiatori del duca, il Peruzzi, il Medici, Giannozzo
Cavalcanti, superbo dell'uffizio quasi militare: poi alcuni de' Bardi,
e il vecchio priore di sa' Jacopo, la cui canizie proteggitrice pareva
accanto a quegli armati cos veneranda, come miserabile pare la canizie
sacerdotale da armi ingiuste protetta.

Andavano a capo chino, dolenti per le ferite, gravati dalla vergogna.
I meno odiati, che volevano pur con gli occhi e col cenno significare
a' cittadini, in partendosi, alcuno non ignobile affetto, portavano
la visiera levata: altri, nella celata tutta chiusa (sporgente o in
becco d'uccello o in muso di bestia, o scanalata e a onde), sembravano
non uomini, ma moli informi di ferro. Ad altri, l'elmo che finiva
in ghirlanda, pareva ridesse in capo della presente ignominia; ad
altri, le lunghe piume scendevano, miste ai rossi capelli, intrise
di sangue. Chi sguarnito la testa e le spalle, chi senza bracciali;
a chi il largo pettorale del cavallo qua e l squarciato. I pi
modesti e i pi timidi coprivano con velo nero il sangue rosseggiante
sull'armi: ma in altri erano tante le macchie, che forza era lasciarle
palesi alla vista di coloro, dalle cui membra forse era spicciato
quel sangue. Un caporale de' Borgognoni, fra tutti cospicuo e forte
e grande, sull'armatura di rame dorato, rubata forse a un margravio
d'Alemagna, portava spesse chiazze di sangue: e quel giallo e quel
rosso insieme, parevano la comune divisa de' pari suoi. Le mazze irte
di punte omicide, le ascie lunate, i martelli ricurvi, pendevano dagli
arcioni; e le lunghe balestre ornate d'avorio, e le lunghe spade, si
strascinavano per terra sonanti. Le divise, superbe o gaie o amorose,
degli scudi, erano adesso vista dolorosa. E tra quegli scudi ve n'era
lavoro d'artefici fiorentini, dono da fiorentini uomini, gi sommessi,
fatto a' Borgognoni, gi cari: uno fra tutti bellissimo, con in mezzo,
a rilievo, un arcangelo armato. Andavano a passo lento, quasi a pompa
funerale, che la fretta non paresse o paura o vergogna: tutti muti; e
solo si sentiva il tintinnire dell'armi e lo scalpitar de' cavalli,
mesti anch'essi. Pensavano i compagni morti; altri le donne o indarno
desiderate, o oltraggiate, od amanti. Il popolo fermo e tacito,
senz'armi, senz'ira, guardava, come se coloro fossero vincitori, egli
vinto. Molti de' cavalieri venivano a piede, o mortogli il cavallo o
rubato, ma i pi stati resi.

E mentre passavano, ecco un contadino, tenendo pel morso un cavallo
destriero riccamente bardato ed armato; e gridava: Messeri, chi l'ha
perduto di voi? Il cavaliere era morto: ma quel buono uomo non volle
appropriarsi preda, sebbene di guerra giusta; e visto un soldato, in
et, che si strascinava ferito: A te, compagnone; ch tu te ne vada
pi presto lontano da noi. E senza guardare il tristo drappello,
com'uomo ch'ha maggiori cose a pensare, svolt da altra via.

Ma il popolo, visti che gli ebbe uscire di porta, si sent contento
dell'averli risparmiati, ben pi che i carnefici de' due d'Assisi non
si sentissero della strage. E di quei Francesi, parecchi, appena fuori,
dimenticato il pericolo e la vergogna, guardavano per l'ultima volta
ammirando, com'uomini intendenti di guerra, le nuove mura e le torri
e i barbacani; e ragionavano di cose guerresche, come se uscissero a
breve correria. Doleva a pochi dell'oro perduto, dell'incerto avvenire:
molti la novit vagheggiavano, come ventura lieta. E coloro che nel
passare per la citt furono pi paurosi, erano adesso pi gai.

Andate, sciagurati, piaga d'Italia, piaga voluta e compera: andate a
cercare signore ignoto, a cui vendere il nerbo e l'audacia, anime rotte
a ogni sorta e d'impetuosa battaglia e di ruberia frodolenta; sommessi
e feroci, come il mastino che s'ammansa al padrone, e a chi gli 
ammiccato, s'avventa. Andate, sciagurati! Nel nome di qual principe
guadagnerete voi oro e rimorso, e lode pi rea dell'infamia? Farete
atti magnanimi e vili, patirete la fame e l'ubriachezza, ucciderete e
morrete? In nome di quale repubblica? Chi sa in quanti luoghi soneranno
le vostre bestemmie? Quanti idiomi udrete parlare e cinguetterete?
Qual terra ricever le sbattute vostre ossa? Andate, infelici! Cos
non lasciaste nella gloriosa citt vestigio di voi; cos non venissero
altri par vostri, e pi tristi, a ribadire le anella della spezzata
catena!

       *       *       *       *       *

Il popolo, nelle case, sulle piazze, teneva ragionamento di quanto
fecero e dissero in que' d i pi notabili cittadini; e ridiceva i
motti, e contava le ferite, e raccendeva in parole la spenta battaglia.
Poi gli atti dei Borgognoni uscenti, poi le novelle che venivano del
loro passar nel contado, e quelle che delle citt ribellate; poi le
congratulazioni de' Comuni, e degli amici concorrenti in citt. E qui
menarli a vedere, e rifarsi a raccontare ogni cosa; e nella vista
dell'appena passato pericolo, celiare. Alcuni pochi si lagnavano che,
avendoli in gabbia quegli astoracci de' Borgognoni, non si fosse
provato a schiacciar loro il capo a uno a uno: ma altri rispondeva:
Non vedi tu che assai ci fu pur di due? Di que' due non dico: ma
freddarli bastava. Farne lo strazio che s' fatto, gli  un rubare il
mestiere a' demonii.

Ma tra la gioja, e le doglianze della non piena vendetta, altre
lamentanze gravi facevansi sentire; il minuto popolo diffidava dei
grandi e de' popolani ricchi, e questi dei grandi e del minuto
popolo, e i grandi d'ogni razza di popolo, cencioso o no. Chi voleva
i diciannove gonfalonieri delle compagnie, a modo del popolo vecchio;
chi, otto priori popolani, due per quartiere, col gonfaloniere,
com'era prima; altri, non escludeva dal governo i grandi, ma chiedeva
che alcuni buoni popolani fossero aggiunti, i quali consigliassero i
priori, n senza loro consentimento potessero questi fare deliberazione
grave: chi voleva l'intricata riformagione del MCCCXXVIII co' suoi
tanti squittinii: altri, che i priori nuovi eleggessero i successori
per lo avvenire; e i nuovi scelti fossero tratti a sorte di tempo
in tempo, siccome era stato altra volta tentato con mala fine: chi
ritornare cencinquant'anni addietro, ed eleggere consoli, con senato
di cento buoni uomini; e l'uffizio de' consoli durasse un anno o pi,
e rendessero giustizia, senza podest forestiero. E di tali differenze
le diffidenze si alimentavano; e non erano ancora discordie, ma le
discordie si venivano preparando; come quando arde il sole sereno, e
trae in alto i vapori, materia di subitane tempeste. Le gelosie e le
ignoranze del popolo, le gelosie e l'imperizie de' popolani ricchi, le
gelosie e gli orgogli de' grandi, fomentava la inquieta blaterazione
de' giuristi e de' saputi d'ogni maniera, i quali ne' reggimenti
degli stati sono come cani che si cacciano tra le gambe a chi va, e
ritardando l'irritano.

       *       *       *       *       *

Due giorni ancora stette Gualtieri con la sua privata famiglia
in palagio, sbalordito di sbigottimento, inchiodato dalla paura,
forse invescato da una cieca, e a s stesso ignota speranza, che,
nell'orgoglio cos come nell'amore delusi,  pi credula quanto pi
vana. Sperava, non tanto nei soccorsi di fuori, non tanto nei vecchi
partigiani suoi dentro, quanto nelle discordie fiorentine, radice vera
alla sua potest e de' suoi pari. Al presente, cos diverso da tutto
il passato, non dava fede, nell'atto di toccarlo con mano; non dava
fede, a s stesso: e credeva intanto fortune incredibili nella rovina
estrema; dacch colpa e pena dei tristi  pretendere dagli uomini e
dal cielo miracoli, che i buoni appena ne sarebbero meritevoli, e pur
non li sognano. D'ora in ora strascinava, quasi serpe fiaccata, le sue
speranze; e il protrarre a qualunque costo le vituperose dimore nella
citt, gli pareva ingegnoso e bello; come il reo condannato a morte, il
quale s'ingegna d'allungare la via che  fra le tenebre della carcere e
le tenebre del sepolcro.

Chiamava a s or l'uno or l'altro de' cittadini, quando dei gi pi
devoti, e quando dei pi avversi; e quelli rifuggivano dal vederlo,
per vergogna del popolo e di s, questi per compassione pi che per
ribrezzo; quelli pi superbi di questi: ed egli, nelle parole avido,
altero nell'aspetto, pareva sentirsi signore tuttavia, come francese
di spiriti e uso al comando, e che de' cenni a sommo studio imperiosi,
e impetuosi a freddo, faceva gi arte di regno. E cos in quel
brigare seco stesso, distraeva l'anima dal senso dell'onta propria,
e dei rimorsi; e nel parer meno abietto, era pi. Cos il naufrago,
pieno ancora di vita i polsi e il petto, combatte con l'onde, che gli
soffogano, prima che la speranza, la vita.

Alla fine, il d sesto d'agosto, usc co' Sanesi, col conte Simone, con
molti nobili e popolani, deputati a ci dal Comune. Era seco il barone
di Ciavign, fattogli dalla sventura, non amico, ma pio. E Rinaldo
d'Altavilla che, uscito gi di palagio, si disponeva a rimanere in
Fiorenza a' preghi de' buoni cittadini, volle tenergli compagnia, e
consolarlo di compassione, non loquace e non oltraggiosa. L'ora del d,
e il disprezzo ormai pieno, sottentrato all'odio, fecero a Gualtieri
l'uscita tranquilla. Degli uomini, i pi lo guardavano un tratto, per
figgersi bene in mente l'imagine dell'animale mal grazioso e maligno,
e dipingerla ai figliuoli e ai nepoti; altri al vederlo si voltavano
in l: le femmine, andando al mercato s'affisavano in lui, come si fa
in bruttezza spiacente, ma che pure incanta a riguardare, e dicevano:
Fosse stata almen bella la fiera ch'avevam tolto a pascere! Quando
prendi un signore a vita, prendilo almeno che non paia la morte.
I' credo che Fiorenza abbia avuto un anno a rettore il pi brutto
cristiano del mondo.

Partito ch'e' fu, i cittadini si disarmarono, disfecersi i serragli,
i contadini si partirono e i forestieri con molti abbracciamenti:
apersersi le botteghe; e ciascuno attese a suo mestiere e arte. Il
Comune ordin che la festa di sant'Anna, in memoria della liberata
citt, si osservasse come pasqua sempre, e celebrassesi grande uffizio,
e solenne offerta dal Comune e da tutte le arti. E per rimeritare il
buono amore del conte da Battifolle, fu deliberato, gli si rendessero
le molte terre prese, e non mai stategli pagate dalla citt di
Fiorenza. Poi commisero a messer Pino degli Alberti e a messer Niccol
Guicciardini, inviati presso il pontefice, dessero notizia della
cacciata del duca, e delle ragioni che a ci fare condussero la citt.
N sappiamo che il pontefice scomunicasse o la citt o gl'inviati.
Messere Giannozzo Cavalcanti promise scrivere della cosa a Francesco
Petrarca; e sperava da lui o una canzone, o, meglio, una lettera
latina, in quel pulito stile (diceva egli) e alto dettato ch' proprio
a messer Francesco, e con eccellenti sentenze e autorit.

       *       *       *       *       *

Quel d stesso il vescovo, celebrato uffizio solenne, parl al popolo
congregato: e come uomo savio, poco disse della consumata vittoria,
molto degl'incomincianti pericoli; dimostr, come sempre, dov'
discordia, ivi  debolezza; confort a dibarbare dall'animo le minute
radici della diffidenza, che poi vengono pullulando in piante uggiose
e mortifere; non tenessero dentro il mal pensiero, ma con parole
misurate ed aperte lo esprimessero; se dell'esprimerlo vergognavano,
segno che il pensiero era vile: non con insidie n con minaccie n con
armi, ma con la persuasione inducessero altrui nella opinione propria;
eleggessero, in caso di differenza, arbitri da ambe le parti avuti in
onore; dalle vecchie memorie cogliessero le nobili ed amorose, le altre
in oblivione lasciassero; in ogni cosa osservassero carit; fossero
franchi e interi, e di buono consiglio. Soggiunse:

Le cose passate ci siano ammaestramento, come Dio non lascia male
alcuno impunito, bench non sempre la pena sia al tempo e a piacere de'
desideranti. E sia questo esempio a noi e a' cittadini che saranno,
acciocch, per bene della loro citt, non siano mai vaghi di fare
uffizii ad arbitrio; che sebbene si creano sotto titolo di utilit del
Comune, sempre fanno dolorosa riuscita, e ne nasce tirannica signoria.

Poi, concludendo, preg: Padre sovrano, amico onnipotente degli
amici e de' nemici nostri, noi vi preghiamo e per essi e per noi; vi
preghiamo per le anime de' cittadini nostri morti in battaglia, e per
le anime de' nostri oppressori. A quelli e a questi risplenda l'eterna
luce; e tutti possiamo vederli un giorno nella gioja del vostro
immortale trionfo. Delle inutili o ree ferit contra loro commesse
noi vi chieggiamo perdono: non li vendicate, o Signore, della nostra
vendetta; ma l'odio che ci sospinse oltre alla necessaria difesa,
spegnete in noi. E io primo, indegnissimo della letizia e della gloria
di questo d, confesso a voi nel cospetto del popolo vostro, che in
vedere la ingiustizia dominante, troppo pi acre zelo che quel della
legge vostra mi divor, che i privati odii mescolai negli uffizii del
mio ministero; e non con affetto, cos come dovevo, accorato, ma con
ansia d'allegro desiderio, benedissi alla guerra. Perdono, Signore.
Fate in noi l'amore della cara libert, non feroce, non superbo, non
interrotto da ree negligenze, non frodolento, non cupo; ma lieto,
modesto, pieno di fede operosa e di fiducia prudente, vigilante nella
pace, infaticato nell'armi, con magnanimit coraggioso.

       *       *       *       *       *

Fuori di porta a San Niccol cavalcava Gualtieri co' suoi; e le scorte
lo precedevano e seguivano; tutti in silenzio. Il conte d'Altavilla, e
il barone di Ciavign, rimasi un po' addietro, venivano intertenendosi
in caro colloquio, il qual presentivano essere l'ultimo. E guardando
alla lietezza delle circostanti campagne, il barone diceva:

Terra prediletta da Dio, e dalla matta discordia. E' non godono di
questa tanta bellezza, s perch in essa nacquero, e minor bellezza non
sanno; s perch l'odio fa velo all'anima loro, come all'infermo ogni
cibo soave sa d'amaro o di nulla.

--Credete, rispose il conte, ch'io ad ora ad ora m'inchinerei a baciare
questa terra e adorarla, siccome degno altare di Dio.

--A voi, conte,  pi forte ragione d'amarla: ch avete qui radice
oramai. E v'invidio. Ma io!

--Che sar, buono amico, di voi?

--Non so. Mi sento svogliato e d'ogni negozio umano, e d'ogni speranza.
A Gualtieri chi pu pensare? Piet mi stringe ad accompagnarlo per
poco; infino a Venezia forse: ma poi, i' me ne torno alla mia Francia,
dolcissima tuttavia delle contrade: e l, nelle mie terre, m'ingegner
di vivere tranquillo, infinattanto che il segno della guerra non suoni.
Guerra qualsiasi, non monta. L'ubbidienza debita al re signore nostro,
la smania che mi prende allo squillar d'una tromba, e, non foss'altro,
necessit di fuggire nota di codardo, mi risospingerebbero all'armi. Ma
sott'altro signore che sotto il naturale mio, non impugner lancia mai.

In questo dire, videro uscire d'un sentieruolo sulla strada maestra un
povero contadino co' suoi arnesi in ispalla, che teneva la sua vecchia
moglie per mano, col suo fardello anch'essa, e andavano insieme in
quell'atto infantile, alleviando la fatica della via; e un piccolo cane
li seguiva con brevi passi, non mai dipartendosi dalle amate orme loro.
A quella vista il barone (che in altro tempo ci avrebbe posto mente,
come a una fronda d'albero che tremi nascosta fra mille), commosso
esclam: Queglino l'avvenir loro sanno (beati!) e se ne appagano. La
chiesetta che li benedisse infanti, li benedir trapassati. Poche hanno
memorie, ma pure. Pochi piaceri: ma il piacere sentono pi forte del
dolore; sentono la riconoscenza e il rispetto. Poco odiano, o almeno
odiano senza disprezzo, ch' il veleno dell'anima.

E il conte: Ben dite: amara cosa il disprezzo.

--Ma di voi, riprese il barone, ditemi, conte, di voi. Sarete voi
dunque ormai negato alla terra di Francia?

E Rinaldo: Non so. Qui mi confortano a rimanere i consorti e gli
amici degli Adimari, e sono di molti; poi tutti, che sanno com'io in
momenti difficili, francese di patria, sono stato d'anima fiorentino.
Ella, dopo il pericolo corso, s' fatta pi affettuosa e pi intendente
che mai. Abbandonare questo amore che venne spontaneo a raccogliermi
quasi da terra, e a levare in alto lo spirito mio, non potrei. Ma
rimanere in Fiorenza parmi grave cimento. Repubblica  cosa mobile per
natura: stassera esaltato, sei calpesto domani. Il sospetto s'insinua,
com'ellera, in tali edifizii, e li dissolve. Se in me solo cadesse
il pericolo, sosterrei: ma se nel suocero mio, se in Matilde? E per
mia cagione fare la casa d'Antonio Adimari, d'accetta ch'ell' alla
citt, o aborrita o sospetta, l'avrei per misfatto. Poi nell'ebrezza
della vittoria, e nell'odio del nome francese, i pi vani tra cotesti
Fiorentini (e son vani anch'essi), assalirebbero con parole pungenti,
non me, ma, ch' peggio, la patria mia. Or n l'amore, n vincolo
alcuno far s ch'io dimentichi d'essere nato di padre e madre
francesi. Possente il duca, soffersi, perch meritati: solo, e in mezzo
a' vincitori, meritati o no, non soffrirei tali oltraggi. E' misurano
Francia tutta dai tristi che qui corseggiarono: ma non conoscono
il puro antico sangue di Francia, le virt nostre, non sempre forse
perseveranti n modeste, ma splendide e generose. Or io questo risico
di contese continuo debbo cansare. Mi ritrarr forse in qualche vicina
citt, forse in Francia stesso, se Matilde consente, e i suoi. Non so.

Il barone gli stese da cavallo la mano nuda del guanto, e gli disse:
Vivete felice, degno uomo, onore nostro; e, rivediate o no Francia,
rammentatevi alcuna volta, che l vive un vostro leale amico.

       *       *       *       *       *

Cos fece il conte come pensava. Unitosi a Matilde, scelsero Siena a
dimora. Ma Matilde s'accorse che quel soggiorno non piaceva a lui se
non quanto ella c'era, e propose spontanea il viaggio di Francia: e il
padre assent, sperando si rivedrebbero sovente, or egli in Tolosa,
or ella in Fiorenza. Se non che Dio aveva ordinato altrimenti: e la
tenera donna sopra parto mor. Fortunata, che sent della vita tanto
dolore quanto giova a innalzare l'anima, e ad avvivare i diletti, non
pi: fortunata, che non ebbe anni assai da languire nel tedio, nelle
lagrime, nel rimorso; ch'altri amplessi non conobbe che i primi e puri
d'un probo uomo, e svogliato del piacere, non della virt: fortunata,
che della terra straniera godette le novit, abbellite dalla giovent
e dall'amore, ma non ebbe tempo di provare quanto amaro sia vivere tra
gente ignota; esprimere gli affetti e le imagini dell'infanzia in un
nuovo idioma; ricominciare le prove, le consuetudini; rifare la vita.
T'addormentasti serena, o Matilde, in quella terra dov'altri Italiani
dovevano poi vegliare dura vigilia, e scendere illacrimati in compera
sepoltura.

       *       *       *       *       *

Cavalcava Gualtieri in silenzio, ravvolgendo nell'animo mille pensieri
di matto, o d'infermo, che s'impedivano tra s, e s'aggrovigliavano
come serpi: poi, strisciando via tutti, lo lasciavano vuoto, in quel
letargo dell'intelletto che i rei hanno comune co' mentecatti. Della
varia verdura, dell'ondeggiare dell'ultima messe delle vigne pregnanti
di sudata speranza, delle selve, de' colli, de' pianori, de' piani,
delle quiete e liete solitudini di Vallombrosa, de' freschi ruscelli
dalle vette del Casentino scendenti gi in Arno, niente vedeva: ma il
sole, dolcissimo padre di tanta bellezza, gli dava noja sotto al peso
dell'armi, e stizza. Il conte Simone gli volgeva di quando in quando
parole cortesi, come si fa a pellegrino mal gradito, verso il quale 
debito esercitare gli ultimi uffizii della sacra ospitalit: ma egli
rispondeva o brevi parole e aride, o nulla. Quelli de' Fiorentini che
gli erano pi a' fianchi un giorno, ora si stavano pi discosti; e
gi, piaggianti, e' gli avrebbe aborriti vie pi. Parevagli essere
menato per la pubblica via come a mostra e in trionfo; e si pentiva di
non avere scelta la notte al cammino. Perch da' campi e da' paeselli
i villani accorrevano, chi con in mano il coreggiato e chi la falce:
ed egli di quelle armi tremava. L'additavano con maraviglia che a lui
pareva scherno: e altri aggiungeva parole dure; ma erano pochi. Taluni,
ignari ancora del fatto, interrogavano, e il vicino rinarrava la cosa,
udente Gualtieri, che era un rinnovare a ogni passo lo spettacolo
della gogna. Avrebbe tolto piuttosto soffrire pi ore di que' tormenti
ch'egli aveva gi dati ai rivelatori delle congiure vere. E cos,
tra la febbre della rabbia impotente, e la smania del chiedere alla
mente sfruttata un accorgimento da ingannare la giustizia degli uomini
e di Dio, giunse a Poppi. Quivi doveva egli ratificare la giurata
rinunziazione, ed erano preparate le scritte, e presti i notai; perch
i Fiorentini bramavano scuotersi di dosso quel sozzo peso, come chi
porta abito inzuppato in melma di gora fetida.

Il conte Simone (il quale Gualtieri pareva guardare con occhio
men fosco, cos come i furiosi hann'uno a cui meno ostinatamente
resistono), disse: Le carte son pronte: il nome vostro, o signore,
solo manca.

Gualtieri taceva; e il conte, dopo breve aspettare: Dico che manca il
nome vostro, o signore.

Il duca levandosi e misurando con rapidi passi la stanza: E manchi. La
violenza fattami io non posso n debbo ricevere per buona legge. Ci
non consente la coscienza mia, n, conte, la vostra.

Allora il buon vecchio prendendo i fogli, e ripiegandoli, se li mise
in seno, e disse con pace: Quello che a voi piace, sia. N io 'ntendo
gi farvi forza. Ma la citt di Fiorenza non  lontana; e cos come
fino a qui vi condussi, laggi di nuovo, se tanto v'aggrada, vi mener;
e vostra cura sar rassettare bellamente le cose, di concordia col
popolo fiorentino.

Gualtieri, che fino a mezzo il discorso l'aveva guardato fiso, rimase
come fanciullo gabbato; e finito appena che l'altro ebbe: Le scritte,
grid con voce soffocata dall'ira. Il buon vecchio si trasse con pace
di seno le scritte, le rispieg con pace; e Gualtieri v'appose il
nome. E preso l'elmo da terra, s'alz, scese, chiese il cavallo. De'
Fiorentini e de' Senesi chi gli volse alcuna parola pietosa, chi dura,
chi nulla: egli tacque. Del conte Simone fugg le dipartenze; dimentic
di stringere la mano a Rinaldo d'Altavilla; e galopp di gran corsa co'
suoi, per iscuotere la stizza, che a lui pesava pi dell'infamia.

Il barone di Ciavign rimase, per abbracciare il conte d'Altavilla:
e salutati amorosamente i Fiorentini, e avute da loro sincere
significazioni d'affetto, venuto a Rinaldo, strinse l'armato petto
di lui al suo petto armato, con lacrime molte, s che non poteva
profferire parola. Rinaldo anch'egli pianse. Cos quand'Orfa moabitide
ritornava alla sua terra, nel dipartirsi da Rut, fece un gran pianto:
ma Rut piangendo la lasciava, e diceva a Noemi: Il tuo popolo sar 'l
mio popolo, e il tuo Dio, madre, il mio Dio.

Tale fu la signoria che il duca d'Atene aveva con tradimento usurpata
sopra il Comune e popolo di Fiorenza. E' n'and con molta sua onta,
ma con molti danari tratti da' Fiorentini, per li loro difetti e
discordie; e lasciandovi di male sequele. E di qui prendano esempio i
popoli, di non volere mai signoria perpetua, n a vita.


                 QUI FINISCE LA STORIA DELLA CACCIATA

                           DEL DUCA D'ATENE

                       DALLA CITT DI FIORENZA.




Poche congiure, fra le tante tentate, riescono a qualche prossimo
effetto: e dico, prossimo, perch del remoto, quando pure conseguasi e
sentasi di conseguirlo, non  mai la congiura la principale, e molto
men l'unica, causa. Ma delle poche le quali ottengono un intento, le
pi sono ordite da pochi, e in servigio non tanto delle moltitudini
quanto o d'una o di non molte famiglie. E anche perci non si sventano,
che il segreto non divulgato tra molti corre meno pericoli, e i molti
senza saperselo sono o strumento o zimbello. Zimbello  ora il nome del
popolo, ora il nome della nazione, ora un principio e ora un vessillo,
ora una speranza e ora una memoria che vestesi da speranza. Ma perch
il fine  pi noto e determinato, e i principii stessi s'incarnano in
una o in poche persone, congiure tali sortiscono un qualche effetto;
giacch gli uomini, per commoversi risolutamente, richieggono oggetti
determinati. E allora la smania dell'uscire d'una condizione noiosa
forse pi che penosa, umiliante forse pi che infelice, la smania pur
del mutare li fa muovere incontro anco al peggio, e trapassare allegri
e superbi da libert mal portata e piena di sospetti e di cure a quieta
e agiata servit. Le congiure che mettono a servit, non sono n le pi
vane, n le meno frequenti.

Quelle che sinceramente nell'intenzione di molti mirerebbero al ben
comune e al decoro, finiscono spesso male, perch son di molti; e
impossibile sceglierli tutti buoni, e ardimentosi del pari, del pari
prudenti, unanimi tutti. Basta che in pochi, basta che in uno, covino
germi d'ambizione o d'odio o di cupidigia, acciocch l'ambizione
o si rannicchi in s o turbi invadendo l'opera altrui o speri
soddisfacimento per via contraria: acciocch l'odio si volga contro
i compagni, o per sospetto si divida da essi e trovi sfogo da s, o
sia sopraffatto da odio maggiore; acciocch la cupidigia si satolli
o di prezzo o della speranza del prezzo, o pure paventi di perdere
quello che ha gi. E le passioni diverse di diversi non pu che non
si ritorcano l'una contro l'altra; n certo saprebbero procedere di
conserva come gli affetti virtuosi. Ma nell'affrontare il pericolo
per fin di bene vuolsi quasi pi ordine che impeto, perch l'ordine 
forza che fa d'una schiera un sol muro, e di tante braccia un braccio,
e le muove in cadenza come esercito a squillo di sola una tromba.
Aggiungi il rimorso o la vergogna che pu cogliere talun di coloro il
cui fine non era retto; aggiungi la paura che pu serpeggiare tra i
vili; aggiungi la diffidenza che striscia e agghiaccia del suo veleno
anco il cuore de' buoni; aggiungi la baldanzosa jattanza o la cautela
insolita che tradiscono, la vanit e la sincerit che si fanno senza
saperlo delatrici; aggiungi la dissuetudine dell'operare anche soli,
del consentire nelle opinioni anco astratte dai fatti; aggiungi l'abito
del sospettare e del discredere, effetto e causa di servit, fomentato
dai tristi signori, accarezzato dagli schiavi come difesa alla loro
debolezza: e intenderai perch quante pi son le forze raccolte al
cimento, tanto pi i risichi della disfatta moltiplichino. Cos fra
gente molto inesperta delle armi e appiattata in agguato basta che un
fucile, mal maneggiato, nel silenzio notturno scatti perch l'aguato
si scopra, e gli insidianti stessi n'abbiano sgomento, e forse dalle
proprie loro armi ferita e morte.

Ma quando  detto che un moto abbia a sortire effetto; quando cio
l'ingiustizia predominante pesa tanto nella bilancia non degli uomini
ma di Dio, che debba di punitrice diventare punita; allora quelli che
per anni e per secoli furono intoppi, che erano intoppi un istante
prima, diventano agevolezze; il muro opposto si fa scala, l'erta
pendio; la rivoluzione  fatta, prima che per la mano degli uomini,
negli animi e nelle cose. Gli assonnati si destano, e col pur balzare
in piedi inaspettatamente, sgomentano, come a vedere la risurrezione
d'un morto: coloro che parevano stupidamente ignari e usciti dalla
memoria di s, conoscono, ravvisano, si ricordano nomi obbliati da
generazioni e generazioni, intendono, indovinano il segreto del proprio
e degli altrui cuori, e col fatto rispondono al silenzio altrui, con
potenza fatidica interpretato. Gli odii si quetano, come la tempesta al
cenno del Dio; i sospetti (che  pi mirabile creazione) s'annientano
come le tenebre al vincere di subita luce. Le passioni, convertite in
affetti, servono anche esse all'amore ed al giusto; la paura figlia
e punitrice del peccato trasmuta gl'impeti della fuga negl'impeti
dell'assalto; il grido dello spavento diventa spaventosa minaccia; e lo
stesso ignorare, lo stesso dubitare di quanti e quali siano consorti al
cimento, si fa sicurezza, accresce baldanza. Tutti si credono unanimi,
e credendo si fanno; si sentono forti, e questo sentimento novello
esprimendo in ogni suono e in ogni atto, atterriscono l'attonito
nemico. Le forze soprabondanti, l'una sull'altra si accumulano, e pur
non fanno confusione; un disordine provvido, inconscie di s stesse, le
spinge, quasi anima di vento o vicenda di riflusso, che tutte moveva
dianzi in un verso le onde, e tutte in un altro con fiotto invincibile
le mover. Lo stesso temersi scoperti d l'ultima spinta alle audacie;
la disperazione stessa  fomite di speranze animose. Cos nelle immense
officine della natura la dissoluzione  infaticabile ricreatrice di
vita.

Queste cose succedono acciocch n l'uomo singolo per autorevole che
paia, n i popoli per quanto si tengano grandi arroghino a s il vanto
della rovesciata ingiustizia e delle franchigie istaurate. E acciocch
meglio si umiliino, segue che le trame loro stesse in uno o in pi
punti si vengano l'una con l'altra intralciando, e che da quello che
umanamente  nodo, si svolga inopinato il divino scioglimento. Coteste
trame, intrecciate tra loro, invece di farsi rete ai deboli serrano
tutt'intorno il potente violento, e lo fanno rimanere immoto come in
un lago di ghiaccio. Egli sente mutato ogni cosa intorno a s, e non
sa che cosa, appunto perch il mutamento  nel tutto; come il nostro
e gli altri globi movendosi intorno al sole e a s stessi, veggono
sopraggiungere inevitabile il verno e la notte. Se non che al violento
la mutazione sopravviene insolita, inesplicabile; e non gli par vero
che uomini, dianzi prostrati e mutoli, abbiano virt di levare la voce
e la fronte. Ai sospetti antichi, ingiusti e incauti, succede una ancor
pi incauta fidanza. Temendo dei proprii terrori, come di confessione
di debolezza e di reit, costui respinge da s non pure i consigli
del bene, ma gli avvisi del pericolo, quegli avvisi che dianzi e'
comprava a caro prezzo da' suoi delatori; e con la propria malignit li
aggravava, quasi moneta coniata della sua impronta, per falsificarla
con pi vile metallo. Adesso e del vero e del falso egli ha paura, e
meno che mai sa discernere nemici da amici; e coloro stessi che prima
gli servivano o fedeli o complici o compri, lo ingannano, o dal proprio
terrore ingannati, o stanchi, o pentiti, o preparandosi con perfidi
consigli un merito presso il vincitore e una via segreta di scampo.
Se uno dei tanti sospetti suoi cade in falso, il disingannarsi di
quello lo fa noncurante dei pericoli veri, sordo ai rumori crescenti;
e non sa dove cogliere, dove percuotere; paventa di troppo vedere,
e troppo scoprire ad altrui; irresoluto, come chi fra le tenebre ha
innanzi e dietro e da' lati un precipizio, e dopo lungo esitare e quasi
vaneggiare nel pensiero della elezione, si getta disperato nel pi
rovinoso e pi fondo.

Queste cose, nel ristampare il mio lavoruccio corretto, intendevo
dapprima innestare nella narrazione stessa, non in bocca di tale o
tale persona storica, bens come considerazioni mie proprie; ma pi
opportuno mi parve poi separarle, anzi serbarle alla fine, acciocch
nel proemio non turbassero il giudizio che deve dai fatti medesimi
risultare. Le prefazioni vengono sovente importune anco in trattati
di scienza; e pi vogliono essere scuse, pi appaiono confessioni:
ma pochi le sanno leggere per il loro verso, que' pochi appunto ai
quali ogni prefazione  superflua. N sola la moralit ch'io ho notata
riesce dal mio racconto, o per dir meglio dalla storia che gli porge
argomento: e per questo la mi  parsa notabile, che offre quasi un
esempio ideale di quella concordia meritamente fortunata la quale
raccoglie le forze dissipate d'un popolo a fine giusto, concordia rara
quanto l'innocente esecuzione d'imprese per s legittime, e quanto il
loro felice riuscimento. Il convenire dei diversi e divisi ordini della
citt, e delle divise citt di Toscana; l'accordarsi del sentimento
religioso col patrio, e la parte principale che prende un vescovo alla
cacciata del duca, erano cose tanto pi degne di commemorazione che,
descrivendo cadeva di dover nettamente distinguere l'affetto cittadino
dall'odio, l'abominazione della prepotenza d'un uomo dall'avversione
contro la nazione di Francia. Pi per istinto e per consiglio venutomi
dall'indole stessa de' fatti, che per meditazione o per arte, in
questo scritto, steso in quindici giorni ma poi quant'era da me
accuratamente corretto, mi son fermato assai pi nell'uso e nell'abuso
che i cittadini fecero della vittoria, che non negli apparecchi della
resistenza e della battaglia; giacch quella sentii essere la parte
maggiormente esemplare. Dico esemplare e nel bene e nel male: se non
che la troppo minuta enumerazione di certe atrocit vidi poi essere
inutile all'intento, e ne stralciai molte cose. Alcuni germi storici ho
svolti; non per quanti potevo; ch il tutto non si pu svolgere n si
deve dall'arte; e forse nella rapidit  verit pi piena talvolta che
nella esattezza penosamente affettata. Ma questo, come tutti gli altri
argomenti, pu essere ritrattato in nuove forme, secondo il variare de'
prospetti che si viene facendo nella variet degli ingegni e de' tempi.
Nel sentenziare non poetico questo o quel tema, o non maneggiabile
se non in sola una forma d'arte, conviene andare a rilento: perch
l'esperienza nuova che facciasi o da un uomo o da un popolo o da un'et
pu a un tratto diffondere luce novella su fatti antichi notissimi,
e rischiararli di nuova moralit. Senza la quale da ultimo non c'
poesia, ancorch la moralit astratta non faccia poesia.

Soggiungo le narrazioni storiche del Villani e del Machiavelli,
acciocch ognuno che vuole, giudichi quanto siasi serbato il colore de'
tempi, e rifaccia la storia da s con la meditazione della fantasia e
dell'affetto. Non bado a comprovare n con comenti nel testo n con
note e citazioni la verit storica di certi accenni, alla quale mi sono
attenuto eziandio nel linguaggio, richiamando alcuni vocaboli spenti
nell'uso moderno ma che meglio ci trasportano al secolo e al luogo, non
per s che il colorito dello stile non rimanga di lingua vivente. E
questo mi venne fatto sovente non per isforzo o per merito mio ma dello
stesso idioma toscano, che serba tuttavia vive e ne' monti e nel bel
mezzo delle citt le antiche e in apparenza pi riposte e artifiziate
eleganze.

Cadrebbe qui della grave questione proposta dalla coscienza e dal
sapere e dal senno del pi grande tra i viventi poeti d'Italia e
d'Europa; se il romanzo storico sia opera conforme agli alti fini
dell'arte, conciliabile alla religione del vero. Potrebbesi dall'un
lato rispondere che il romanzo e il poema e il dramma, quali furono
trattati finora, non segnano gli estremi limiti n dell'arte n
dell'ingegno umano; ch'anzi l'essersi fatto in un certo modo  indizio
e prova del doversi fare altrimenti; e che gli stessi argomenti recati
dall'illustre uomo possono, anzich sconsigliare novelle prove,
ispirarle. Dall'altro lato cadrebbe di rispondere che le obbiezioni
mosse alla mistione dell'imaginario col vero nell'opere d'arte possonsi
torcere non solamente contr'ogni rappresentazione de' fatti antichi
in parole, ma in qualunque sia segno visibile, contro la narrazione
storica stessa, contro l'esposizione dei fatti presenti, e fin contro
l'uso dell'umana favella. Nelle storie di Tacito e in tutte le storie
umane, nelle relazioni degli uomini di Stato e de' privati cittadini,
de' magistrati e de' testimoni intorno a cose vedute e provate ed
esaminate diligentemente, nella esposizione d'intimi affetti sentiti
da noi medesimi; chi pu farsi mallevadore ad altri e a s stesso
che ciascuna parola corrisponda cos fedelmente alla propriet delle
cose da non lasciar sospettare gli inconvenienti del romanzo storico
nella cronaca, nel giornale, nella lettera famigliare, in quei giudizi
ove dalla intelligenza d'una voce dipende tante volte l'onore e la
vita? Potrebbesi nelle cose d'arte e in tutte distinguere il falso,
l'imaginario, ed il finto; notare che il falso  sempre illecito, e
mai bello per s; il finto che alcune cose suppone per farne grado a
altre, lo ammette la matematica nei postulati, le scienze corporee
nelle ipotesi, la logica nelle concessioni, nelle supposizioni la
vita quotidiana; che l'imaginato non solo  concesso alla mente ma
necessario, cos come la facolt da cui nasce, la quale  vita della
memoria e strumento alla stessa ragione; e che se pu di lei farsi
abuso, anco della ragione si abusa. Se non che questi nuovi scrupoli
intorno alle difficolt e ai pericoli e ai doveri dell'arte, onorano
non pure l'anima che li ha sentiti ma la nazione e il secolo in cui
tale anima nacque; e c'insegnano a usare e nel consorzio degli scritti
e in quel della vita il prezioso talento della parola con sempre pi
attenta ponderazione, con sempre pi severo amore, e con quel misto di
trepida sollecitudine e di schietta fiducia che appunto dall'amore 
ispirato e che sempre meglio lo ispira.




                              APPENDICE.




I.

DA G. VILLANI.


Grandi mutamenti e diverse rivoluzioni avvennero in questi tempi alla
nostra citt di Firenze, per le nostre discordie tra' cittadini, e per
lo male reggimento de' Venti della bala, come addietro avemo fatta
menzione. E fieno s diverse, che io autore, che fui presente, mi fa
dubitare che per gli nostri successori fieno appena credute di vero: e
furono pure cos come diremo appresso.

Tornando la detta nobile e grande oste e malavventurata da Lucca, e
rendutasi Lucca a' Pisani; i Fiorentini, parendo loro male stare, e
veggendo che messer Malatesta nostro capitano non s'era ben portato
nella detta guerra, e per tema del trattato tenuto col Bavaro; come
addietro toccammo, e per stare pi sicuri, elessono per capitano e
per conservadore del popolo messer Gualtieri duca d'Atene e conte di
Brenna, di Francia, all'entrante di giugno 1342, con salaro e cavalieri
e pedoni ch'avea messer Malatesta, per termine d'uno anno. E volle il
detto duca, o per suo agiamento, o per sua sagacit, o per quello che
ne segu appresso, tornare a santa Croce al luogo de' frati minori:
e la gente sua alloggi d'intorno. E poi in calen d'agosto appresso,
finito il tempo di messer Malatesta, gli fu aggiunta la capitaneria
generale della guerra, e che potesse fare giustizia personale in citt
e di fuori della citt. Il gentiluomo veggendo la citt in divisione,
ed essendo cupido di moneta, che n'avea bisogno come viandante e
pellegrino (e bench'egli avesse il titolo del ducato d'Atene, non lo
possedeva); avvenne che per sodduzione di certi grandi di Firenze, che
al continuo vi cercavano di rompere gli ordini del popolo, con certi
grandi popolani per essere signori, e per non rendere il debito loro a
cui doveano dare, e sentendo le loro compagnie essere in male stato; al
continovo a santa Croce l'andavano a consigliare, e di d e di notte il
confortavano che si recasse al tutto la signoria libera della citt in
mano. Il quale duca per le cagioni dette, e vago di signoria, cominci
a seguire il malvagio consiglio, e a diventare crudele e tiranno,
sotto titolo di fare giustizia, e per essere temuto, e al tutto farsi
signore di Firenze.

       *       *       *       *       *

Avvenne che il d di san Jacopo, di luglio, negli anni 1342, essendo
molti Pratesi iti alla festa a Pistoia, Ridolfo di messer Tegghiaio
de' Pugliesi venne per entrare in Prato, che n'era ribello, con forza
degli Ubaldini e del conte Niccol da Cerbaia, e con certi suoi fedeli,
nimici de' Guazzalotri, e con certi nostri contadini sbanditi, in
quantit di quaranta a cavallo e da trecento fanti a piedi; perocch
gli doveva essere data l'entrata della terra. E per sua disavventura
non gli venne fatto; ma fu preso con venti nostri sbanditi andandosene
per Mugello agli Ubaldini, e menatone in Firenze preso con gli altri
insieme. Il duca lasci i nostri sbanditi sopra i quali avea la
giuridizione: e al detto Ridolfo, che non gli era suddito n sbandito
del comune di Firenze, a torto fece tagliare la testa. E questa fu la
prima giustizia ch'egli fece in Firenze; onde molto ne fu biasimato da'
savi uomini di Firenze, di crudelt. E dissesi che n'ebbe moneta da'
Guazzalotri di Prato, ch'erano suoi nimici: ovvero il fece come dice il
proverbio de' tiranni, che dice: _chi uno offende, molti minaccia_.

Appresso all'entrare d'agosto il duca fece pigliare messer Giovanni di
Bernardino de' Medici, stato, per lo nostro Comune, capitano di Lucca,
e fecegli tagliare la testa, apponendogli (e fecegli confessare) che
per danari avea lasciato fuggire di Lucca e ire nel campo de' Pisani
messer Tarlato d'Arezzo, il quale aveva in sua guardia. E i pi dissono
ch'egli non ne avea colpa, se non di mala guardia. Appresso, del
detto mese d'agosto fece pigliare Guiglielmo degli Altoviti, stato,
per lo nostro Comune, capitano d'Arezzo, e fecegli tagliare la testa,
trovando, per sua confessione, per lui fatte molte baratterie. E alcuno
disse che fu procaccio e spendio de' Tarlati d'Arezzo, i quali egli
avea mandati presi a Firenze: e a ci diamo in parte fede. E condann
uno nipote di questo Guiglielmo e Matteo di Borgo Rinaldi, stati
uficiali in Arezzo e in Castiglione Aretino, ciascuno in cinquecento
fiorini d'oro, per avere commesse baratterie. Ancora fece pigliare
Naddo di Cenni degli Oricellai grande popolano, il quale era stato in
Lucca uficiale sopra le masnade de' soldati, e fecegli rimettere nella
camera del Comune quattromila fiorini d'oro, i quali si disse ch'egli
avea avuti da' Pisani sotto falso trattato tenuto con loro, e giurato
sopra _Corpus Domini_ di fare loro compiere l'accordo di Lucca, quando
Cenni di Naddo suo padre era de' priori di Firenze. E oltre, a ci gli
fece rimettere fiorini duemilacinquecento d'oro, i quali confess avere
guadagnati in Lucca nelle paghe de' soldati e della vittuaglia; e per
grazia e per prieghi di molti popolani gli perdon la vita, e prese
da lui mallevadoria di fiorini diecimila d'oro, e diegli i confini
a Perugia. E per simile modo fece rimettere a Rosso di Ricciardo
de' Ricci, compagno del detto Naddo e camarlingo in Lucca, fiorini
tremilaottocento d'oro, confessati che avea avuti in sua parte, e
guadagnati in Lucca sopra i soldati e sopra la vittuaglia: e per simile
modo a grandi prieghi gli perdon la vita, e miselo in pregione per
l'avere e per la persona.

       *       *       *       *       *

Per le dette giustizie fatte in avere e in persona di quattro popolani
i maggiori di Firenze, e delle maggiori case, Medici, Altoviti, Ricci
e Oricellai, il duca fu molto temuto e ridottato da tutti i cittadini:
e i grandi ne presono grande baldanza: e il popolo minuto ne fece
grande allegrezza, perch avea messo mano nel reggimento. E quando
il duca cavalcava per la citt, andavano gridando _viva il signore_:
e quasi in ogni canto e palagio di Firenze era dipinta l'arme sua
per gli cittadini, per avere la sua benivolenza; e chi per paura.
In questo tempo spir l'uficio de' venti della bala, stati rettori
ovvero guastatori della repubblica di Firenze; e lasciando il Comune
in debito di pi di quarantamila fiorini d'oro co' cittadini, senza
il debito promesso a messer Mastino. Per le dette cagioni il duca ne
mont in grande pompa, e crebbegli la speranza del suo proponimento
d'essere al tutto signore di Firenze col favore de' grandi e del popolo
minuto. E cos gli venne fatto. E per consiglio di certi grandi ne
richiese i priori, ch'allora erano nell'ufficio. I detti priori con
gli altri ordini, cio i dodici buoni uomini e i gonfalonieri delle
compagnie, e con altri consiglieri, in nulla guisa vollono acconsentire
di sottomettere la libert della repubblica di Firenze sotto giogo di
signoria a vita di neuno; il quale non fu mai acconsentito n sofferto
per gli nostri padri antichi, n all'imperadore, n al re Carlo, n a
neuno suo discendente, che tanto fossero amici o confidenti in parte
guelfa o parte ghibellina, n per isconfitte o male stato ch'avesse
mai il nostro Comune. Il detto duca per sodducimento e conforto quasi
di tutti i grandi di Firenze, spezialmente di quegli della possente
casa de' Bardi, e Rossi e' Frescobaldi e Cavalcanti, Buondelmonti,
Adimari, Cavicciuli, Donati, Gianfigliazzi, Tornaquinci e Pazzi,
per rompere gli ordini della giustizia ch'erano sopra i grandi: e
cos promise il duca di fare. De' popolani furono questi: Peruzzi,
Acciaiuoli, Bonaccorsi, Antellesi e loro seguaci, per cagione e male
stato delle loro compagnie, perch il duca gli sostenesse in istato,
non lasciandogli rompere, n strignere a pagare i loro creditori. E gli
artefici minuti, a cui era spiaciuto il reggimento de' venti popolani
grassi della bala, tutti se gli proffersono in ajuto e in arme.

Il duca, il qual era sagace, e nutrito in Grecia e in Puglia pi che
in Francia, veggendosi tanto favore e seguito, la vigilia di nostra
Donna di settembre fece ire uno bando per la citt, che volea fare
parlamento la mattina vegnente in sulla piazza di santa Croce per
bene del Comune. I priori e gli altri reggenti sentendo la trama del
duca e del suo mal consiglio, non sentendosi forti n provveduti, e
temendo che, facendosi il detto parlamento, non fosse discordia o
romore, o commutazione di citt, s v'andarono parte de' priori e de'
loro colleghi la sera a santa Croce, a trattare accordo col duca: e
dopo molto tirata e dibattuta la querela, essendo molto di notte,
rimasono in questa concordia col duca, cio: che il Comune di Firenze
gli darebbe la signoria della citt e del contado per uno anno, oltre
al tempo ch'egli l'aveva, con quella giuridizione e patti e gaggi
ch'ebbe messer Carlo duca di Calavra e figliuolo del re Ruberto gli
anni di Cristo 1326. E questo accordo si ferm per vallati e pubblici
istrumenti e carte per pi notai dall'una parte e dall'altra: e
sarament in sul messale che conserverebbe in sua libert il popolo e
l'uficio de' priori e gli ordini della giustizia; riducendosi il detto
ordinato parlamento la mattina in sulla piazza de' Priori per osservare
i patti sopraddetti. La mattina di nostra Donna, a d 8 di settembre
1342, il duca fece armare la sua gente intorno di centoventi uomini a
cavallo: e avea in Firenze da trecento de' suoi fanti; e quasi tutti
i grandi di Firenze erano dal suo lato. Messer Giovanni della Tosa e
i suoi consorti furono con lui a cavallo insieme con gli altri grandi
e popolani suoi amici con l'armi coperte: e accompagnaronlo da santa
Croce alla piazza de' Priori presso all'ora di terza. I priori insieme
con gli altri ordini del Comune scesono del palagio: e assettati a
sedere col duca in su la ringhiera, fatta la proposta, messer Francesco
Rustichelli giudice, ch'era allora priore, si lev suso ad aringare
sopra ci: ma, com'era ordinato, non fu lasciato troppo dire, ma a
grida di popolo per certi scardassieri e popolazzo minuto, e certi
masnadieri di certi grandi uomini, cominciarono a gridare dicendo:
_Sia la signoria del duca a vita; sia il duca nostro signore_. E preso
per gli grandi, il portarono in sul palagio; e perch il palagio
era serrato, gridarono alle scure: sicch convenne che s'aprisse,
tra per forza e per inganno, il palagio; e misonlo in palagio e in
signoria. E i priori furono messi nella camera dell'arme del detto
palagio, vilmente. E fu tolto per certi grandi il gonfalone e il libro
degli ordini della giustizia sopra i grandi, e poste le bandiere del
duca in su la torre, e sonate le campane a Dio laudamo. E fece la
mattina all'entrare del palagio in su la porta due cavalieri, messer
Cerrettieri de' Visdomini ch'era suo scudiere e famigliare, e Rinieri
di Giotto da san Gimignano, stato capitano dei fanti de' priori, il
quale acconsent al tradimento d'aprire e di dargli il palagio del
popolo, che agevole gli era a difenderlo, com'egli era tenuto e dovea
fare per suo onore. Assent al detto tradimento messer Guiglielmo
d'Asciesi allora capitano del popolo, il quale rimase poi con lui
per suo bargello e carnefice, dilettandosi di fare crude giustizie
d'uomini. Messer Meliaduso d'Ascoli, allora podest di Firenze, non
volle assentire al detto tradimento, anzi volle rinunziare l'uficio
della podesteria: bench si disse per alcuno che tutto fece a frode
e inganno, perocch poi rimase pure suo uficiale. Il duca e i grandi
feciono grande festa d'armeggiare, e la sera grandi luminarie e fal.
E ivi a due d appresso si fece il duca confermare signore a vita per
gli opportuni consigli. E mise i priori nel palagio de' Figliuoli
Petri dietro a san Piero Scheraggio con venti fanti solamente, che ne
solevano prima avere cento, levando loro ogni uficio e signoria. E lev
l'arme a tutti i cittadini privilegiati, e di che stato si fossono. E
poi all'ottava di nostra Donna fece il duca grande festa e solennit a
santa Croce per la sua signoria, e fece offerire pi di centocinquanta
prigioni. E il nostro vescovo sermonando, molto il lod di magnificenza
al popolo. In questo modo con tradimento il duca d'Atene usurp la
libert della citt di Firenze ch'era durata cinquant'anni, in grande
libert, stato e signoria. E noti chi questo legger, come Iddio per
gli nostri peccati in poco tempo diede e permise alla nostra citt
tanti flagelli, come fu diluvio, carestia, fame, mortalit, sconfitte,
vergogne d'imprese, perdimento di sustanze e di moneta, fallimenti di
mercatanti, e danni di credenza, e ultimamente di libert, recati a
tirannesca signoria e servaggio. E per, per Dio, carissimi cittadini
presenti e futuri, correggiamo i nostri difetti, e abbiamo tra noi
amore e carit, acciocch noi piacciamo all'altissimo Iddio, e non ci
rechiamo all'ultimo giudicio della sua ira, come assai ci mostra chiaro
per le sue visibili minacce. E questo basti a' buoni intenditori;
tornando a nostra materia de' processi del duca.

       *       *       *       *       *

Poi appresso ch'egli ebbe la signoria di Firenze, a' d 24 di settembre
ebbe la signoria d'Arezzo; e quella di Pistoia, dove avea gi suoi
vicari il duca per lo Comune di Firenze, gli si dierono a vita; e
poco appresso per simile modo si dierono Colle di Valdelsa e san
Gimignano, e poi la citt di Volterra: onde molto si crebbe lo stato
suo e signoria. E ricolse a se tutti i Franceschi e Borgognoni ch'erano
al soldo in Italia; di che tosto ne ebbe pi di ottocento, sanza
gl'Italiani: e molti suoi parenti vennero a lui infino di Francia, per
le novelle ite di l, di lui, e della sua signoria e gloria. E quando
ci fu rapportato al re Filippo di Francia suo sovrano, subitamente
disse a' suoi baroni che gli erano d'intorno, in sua lingua: _Alberg
il est le plerin, mais il y a mauvais ostel_: il quale fu uno
proverbio molto di vera sentenzia, e profezia, come poco tempo
appresso gli avvenne. Ancora non  da dimenticare di mettere in nota
una breve lettera d'ammonizione e di grande sentenza, che si trov in
uno suo forziere quando e' fu cacciato di Firenze, la quale gli avea
mandata il re Ruberto quando seppe ch'egli avea presa la signoria di
Firenze sanza sua saputa o consiglio, la quale di latino facemmo recare
in volgare per seguire il nostro stile, la quale dicea cos:

Non senno, non virt, non lunga amist, non servigi a meritare, non
vendicatogli delle loro onte, t'ha fatto signore de' Fiorentini, ma
la loro grande discordia e il loro grave stato; di che se' loro pi
tenuto, considerando l'amore ch'eglino t'hanno mostrato, credendosi
riposare nelle tue braccia. Il modo c'hai a tenere volendoli bene
governare, si  questo. Che tu ti ritenga col popolo che prima reggeva:
e reggiti per lo loro consiglio e non loro per lo tuo. Fortifica
giustizia e osserva i loro ordini; e com'eglino si governavano per
sette, fa' che per te si governino per dieci, ch' numero comune, che
lega in se tutti i singulari numeri (ci vuol dire, non gli reggere
per sette n divisi, ma a Comune). Abbiamo inteso che traesti quelli
rettori della casa della loro abitazione (ci vuol dire de' priori)
del palagio del popolo fatto per loro. Rimettivegli a contentamento
del popolo; e tu abita nel palagio ove stava nostro figliuolo (cio
nel palagio ove stava il loro podest, ove abitava il duca di Calavra,
quando fu signore di Firenze). E se questo non fai, non ci pare che tuo
stato si possa stendere innanzi per ispazio di molto tempo. _Robertus
rex Jerusalem et Siciliae. Dat. Neapoli die_ XIX. _septembris_
MCCCXLII. _octava inditione_.

       *       *       *       *       *

E non  da lasciare di fare memoria della sformata mutazione d'abito,
che ci recarono di nuovo i Franceschi, quando venne il duca in Firenze.
Che anticamente il loro vestire e abito era il pi bello e nobile e
onesto che di niuna altra nazione, a modo di togati Romani. S si
vestivano i giovani una cotta ovvero gonella corta e stretta, che non
si poteano vestire sanza l'ajuto altrui, e una correggia come cigna
di cavallo, con isfoggiata fibbia e puntale, con isfoggiata scarsella
alla tedesca sopra il pettignone, e il cappuccio vestito a modo di
scoccobrino col batolo infino alla cintola e pi, ch'era cappuccio
e mantello, con molti fregi e intagli; e il becchetto del cappuccio
lungo infino in terra per avvolgerlo al capo per lo freddo; e colle
barbe lunghe per mostrarsi pi fieri in arme. E i cavalieri vestiti
d'uno sorcotto ovvero guarnacca stretta cintavi suso, e le punte de'
manicottoli lunghe infino a terra foderati di vaio e ermellini. Questa
stranianza d'abito, non bello n onesto, fu di presente preso per gli
giovani di Firenze, e per le donne giovani con disordinati manicottoli;
come per natura siamo disposti noi vani cittadini alle mutazioni de'
nuovi abiti e istrani contraffare oltre al modo d'ogni altra nazione,
sempre traendo al disonesto e a vanitade. Ci fu segno di futura
mutazione di stato.

       *       *       *       *       *

Come il duca d'Atene fu fatto signore, e avuto la signoria di Firenze
per lo modo detto, per avere meno a contendere di fuori, credendosi
fortificare dentro il suo stato e signoria, fece di presente pace e
accordo co' Pisani e con tutti i loro seguaci, non guardando a onte
o vergogne del Comune di Firenze: ove i Fiorentini speravano ch'egli
facesse ogni loro vendetta. E a' d 14 d'ottobre si pubblic e band
in questo modo, cio: che la citt di Lucca rimanesse a' Pisani per
quindici anni, e poi rimanesse in istato Comune, rimettendovi al
presente gli usciti guelfi di Lucca che tornare vi volessono, rendendo
loro i loro beni; e mettendo i Lucchesi in Lucca per podest cui
eglino volessono: il detto tempo rimanendo a' Pisani la guardia del
castello dell'Agosta ch' in Lucca, e tutta la guardia e dominazione
della terra. Il podest di Lucca non aveva altro che il salario e 'l
nome, che altra signoria poco potea fare pi, che piacesse a' Pisani;
ma pure era una possessione per lo nostro Comune, e freno a' Pisani
mentre che il duca dominava Firenze, dando i Pisani al duca ogni anno
ottomila fiorini d'oro; e i detti danari davan per censo il d di san
Giovanni in una coppa d'argento dorata. Facendo franchi i Fiorentini
in Pisa per cinque anni, dove prima erano franchi per sempre, per gli
patti antichi, rimanendo d'accordo a' Fiorentini tutte le castella
di Valdarno e di Valdinievole, che eglino si tenevano, e Barga e
Pietrasanta. E che i Fiorentini dovessono rimettere in Firenze e trarre
di bando tutti i loro rubelli nuovi e vecchi, stati al servigio e
lega co' Pisani; e perdonare agli Ubaldini e a' Pazzi di Valdarno e
agli Ubertini, e trarre di pregione i Tarlati d'Arezzo rendendo loro
pace, e trarre di prigione messer Giovanni Visconti di Milano. E cos
fu fatto di presente. Il quale messer Giovanni Visconti il duca vest
nobilmente, e forn di cavalli e di danari, e fecelo accompagnare
infino a Pisa. Il detto messer Giovanni domand a' Pisani l'ammenda
de' suoi danni e interessi avuti per loro: gl'ingrati Pisani nol
vollono udire, ma appuosongli che egli era venuto in Pisa per trattare
cospirazione per lo duca e Comune di Firenze nella terra: e cos si
part villanamente. Della quale cosa messer Luchino signore di Milano
prese molto sdegno contra' Pisani. Per lo detto accordo dal duca a'
Pisani, tornaro i Bardi e i Frescobaldi e i loro seguaci in Firenze,
com'era di patto; e i Pisani lasciarono ogni prigione fiorentino, e i
loro collegati ch'erano presi in Pisa e in Lucca.

       *       *       *       *       *

A d 15 d'ottobre il duca fece in Firenze nuovi priori, i pi,
artefici minuti, e mischiati di quegli che i loro antichi erano stati
ghibellini; e diede loro uno gonfalone di giustizia cos fatto di
tre insegne: ci fu, di costa all'asta l'arme del Comune, il campo
bianco e il giglio vermiglio; e appresso in mezzo, la sua, il campo
azzurro e biliottato col leone ad oro, e al collo del leone uno scudo
coll'arme del popolo; appresso l'arme del popolo, il campo bianco e la
croce vermiglia, e di sopra, il rastrello dell'arme del re. E mise i
priori dove prima stava l'esecutore, in sulla piazza, con poco uficio,
e minore bala, con poco onore, sanza sonare campana o congregare il
popolo, com'era usanza. Del detto nuovo e dissimulato gonfalone, i
grandi che aveano fatto signore il duca, credendosi che al tutto egli
annullasse il popolo in detto e in fatto, come avea promesso loro, s
si turbarono forte: e massimamente perch in que' d fece condannare
uno della casa de' Bardi in cinquecento fiorini d'oro, o nella mano,
perch avea stretta la gola a uno suo vicino popolano perch gli diceva
villania. E cos puttaneggiando dissimulava il duca co' cittadini,
togliendo ogni baldanza a' grandi che l'aveano fatto signore, togliendo
la libert e ogni bala e uficio: e altro che il nome de' priori
e popolo non rimase loro. E cass l'uficio de' gonfalonieri delle
compagnie del popolo, e tolse loro i gonfaloni; e ogni altro uficio
e ordine del popolo che fosse, lev via, se non a suo beneplacito,
ritenendosi co' beccai, vinattieri, e scardassieri, e artefici minuti,
dando loro consoli e rettori al loro volere, dimembrando gli ordini
dell'arti a chi erano sottoposti, per volere maggiore salario di loro
lavorii. Per le sopradette cagioni, e altre fatte per lui, si form
cospirazione contro il duca per i grandi e popolani medesimi che
l'aveano fatto signore.

E fece torre tutte le balestre grosse a' cittadini, e fece fare
l'antiporto dinanzi al palagio del popolo, e ferrare le finestre della
sala di sotto, ove si facea il consiglio, per gelosia e sospetto de'
cittadini; e fece comprendere tutto il circuito dal detto palagio a
quegli che furono de' Figliuoli Petri, e le torri e case de' Manieri, e
de' Mancini, e del Bello Alberti, comprendendo tutto l'antico Gardingo
e entrando in sulla piazza. Il detto compreso fece cominciare e fondare
di grosse mura e torri e barbacani per fare col palagio insieme uno
grande e forte castello, lasciando il lavorio d'edificare il Ponte
vecchio, ch'era di tanta necessit al Comune di Firenze, togliendo di
quello pietre conce e legname. Fece disfare le case di santo Romolo
per fare piazza fino alle case del Garbo. E mand a corte al papa
per licenza di potere disfare san Piero Scheraggio, santa Cicilia,
e santo Romolo; ma non gli fu assentito per la Chiesa di Roma. Fece
torre a' cittadini certi palagi e fortezze e belle case ch'erano nella
circumstanza del palagio, e misevi dentro suoi baroni e sua gente sanza
pagare alcuna pigione. Fece fare alle porte nuovi antiporti di costa a'
vecchi per pi fortezza, e rimurare le porte.

Di donne e di donzelle de' cittadini per s e per sue genti si
cominciarono a fare di forze e di violenze, e di laide cose. E
infra l'altre, per cagione di donne tolse san Sebbio a' poveri di
Cristo, ch'era alla guardia dell'arte di Calimala, e diello altrui
illicitamente. E per amore di donna rend gli ornamenti alle donne di
Firenze. E fece fare il loco comune delle femmine mondane, onde il suo
maliscalco traeva molti danari.

Fece fare le paci tra' cittadini e' contadini; e questo fu il meglio
che facesse: ma bene ne guadagn egli e' suoi uficiali grossamente da
coloro che le chiedevano. Lev gli assegnamenti a' cittadini sopra le
gabelle, de' danari convenuti prestare loro per forza al Comune di
Firenze per la guerra di Lombardia e quella di Lucca, ch'erano pi di
trecentocinquanta migliaia di fiorini d'oro, assegnati in pi anni
con alcuno guiderdone. E questo fu grande male, onde i cittadini pi
si gravarono; e fu rompimento di fede al Comune: e molti cittadini
che doveano avere grossamente dal Comune, ne furono diserti. E rec a
se tutte le gabelle, che montavano pi di dugentomila fiorini d'oro
l'anno, sanza l'altre entrate e gravezze. Fece fare l'estimo in citt
e in contado, e fecelo pagare: che mont pi di ottantamila fiorini
d'oro. Onde i grandi e' popolani e' contadini che viveano di loro
rendite, se ne teneano forte gravati. E quando fece fare l'estimo,
promise e giur di non fare di nuovo altre gravezze o imposte o
prestanze: ma non l'osserv; ma al continuo grav i cittadini di
prestanze. E fece criare e crescere nuove e isformate gabelle per uno
ser Arrigo Fei, a cui egli era amico, che sapeva trovare modo d'avere
danari, onde che si venissero. Sicch in dieci mesi e diciotto d
ch'egli regn signore, gli vennono alle mani, di gabelle, e d'estimo,
e di prestanze, e di condannagioni, e d'altre entrate, presso che
quattrocentomila fiorini d'oro, solo di Firenze; sanza quelli che
traeva dell'altre terre vicine ch'egli signoreggiava, de' quali rimand
tra in Francia e in Puglia pi di fiorini dugentomila d'oro. Perocch
non teneva, fra tutte le terre ch'egli signoreggiava, ottocento
cavalieri, e quegli pagava male: e al bisogno della sua ruina se
n'avvide con suo danno e vergogna.

       *       *       *       *       *

Gli ordini de' suoi uficiali e consiglieri erano in questo modo. I
priori, come noi avemo detto, erano in nome, ma non in fatto, ch'erano
sanza alcuna bala. Era il podest messer Baglione de' Baglioni da
Perugia, che guadagnava volentieri; e messer Guiglielmo d'Asciesi
chiamato conservadore, ovvero assassino di lui, e bargello: e stava
ne' palagi de' Cerchi Bianchi nel Garbo. Aveva il duca tre giudici
ordinari, che si chiamavano della sommaria, che teneano corte nelle
nostre case e cortili e logge de' figliuoli Villani da san Brocolo:
e questi giudici rendeano ragione di fatto con molte barattiere.
Eravi uno messer Simone da Norcia giudice sopra rivedere le ragioni
del Comune, ed era pi barattiere di coloro che condannava per
baratteria: e abitava ne' palagi che furon de' Cerchi da san Brocolo.
Di suo consiglio era il vescovo di Lecce sua terra di Puglia: e
suo cancelliere era Francesco il vescovo d'Asciesi fratello del
conservadore: il vescovo d'Arezzo degli Ubertini, e messer Tarlato da
Pietramala, e il vescovo di Pistoia e quello di Volterra, e messer
Ottaviano de' Belforti di Volterra. Questi tenea per sicurt di loro
terre, e i vescovi per una coperta ipocrisia. Co' cittadini aveva di
rado consiglio, e poco gli prezzava, e meno gli serviva, ristrignendosi
solo al consiglio di messer Baglione, e del conservadore, e di messer
Cerrettieri de' Visdomini, uomini corrotti in ogni vizio, a sua
maniera. Faceva i suoi decreti di fatto e sotto suo suggello, il quale
il suo cancelliere si faceva bene valere.

       *       *       *       *       *

Signore era di piccola fermezza e di meno fede di cose che promettesse;
cupido e avaro, e male grazioso: piccoletto di persona, e brutto e
barbucino, e parea meglio Greco che Francesco, sagace e malizioso molto.

       *       *       *       *       *

Il suo conservadore fece impiccare messer Piero da Piacenza uficiale
della mercatanzia, opponendogli baratteria, e che mandava lettere
a messer Luchino da Milano. Fece costringere i mallevadori di Naddo
di Cenni degli Oricellai, ch'era a' confini a Perugia, e fecelo
tornare, con sua sicurt; ed egli torn a d 11 di gennaio: e non
osservandogli fede, il fece impiccare con una catena in collo,
acciocch non potesse essere ispiccato; e tolse a' suoi mallevadori
cinquemilacinquecentoquindici fiorini d'oro, opponendo ch'egli gli avea
frodati al Comune in Lucca, oltre agli altri che gli avea tolti prima.
E tutti i suoi beni, confisc a se, opponendogli ch'egli avea trattato
col Comune di Siena e di Perugia contra lui, i quali non amavano la
vicinanza e signoria del duca: e forse in parte fu vero. Questo Naddo
fu sagace e sottile uomo, e molto grande e presuntuoso uomo in Comune,
e bene guadagnava volentieri. Il padre, Cenni di Naddo, stato molto
grande in Comune; per dolore del figliuolo e per temenza del duca si
fece frate di santa Maria Novella: e fece bene dell'anima sua, se 'l
fece con buona intenzione, per fare penitenzia delle colpe commesse
in Comune, spezialmente in sturbare l'accordo co' Pisani, il quale si
potea avere assai onorevolemente per lo nostro Comune, come toccammo
addietro.

In questi tempi, del mese di marzo, fece il duca lega e compagnia co'
Pisani, e taglia di duemila cavalieri contra ogni loro avversario. I
Pisani teneano ottocento cavalieri, e il duca milledugento cavalieri;
la quale compagnia molto dispiacque a' Fiorentini e a tutti i Toscani
guelfi; e poco s'osserv, perch non era piacevole mischiato, n buona
compagnia. Del mese di marzo detto il duca fece nel contado di Firenze
sei podest, uno per sesto, con grande bala di potere fare giustizia
reale e personale, e con grandi salarii: e i pi furono delle case de'
grandi, e di quelli che di nuovo erano stati rubelli, e rimessi in
Firenze di poco. La qual nuova signoria molto dispiacque a' cittadini,
e pi a' contadini, che portavano la spesa e la gravezza.

       *       *       *       *       *

Fece pigliare uno Matteo di Morozzo, e in su un carro il fece
attanagliare, e levargli le carni co' rasoi d'addosso, e poi dalla
piazza alle forche istrascinare sanza asse, e poi il fece impiccare,
perch'aveva rivelato uno trattato de' Medici e d'altri che doveano
offendere il duca. Egli non volle credere, che venia a suo pericolo e
danno, di quello che gli avvenne. L'ultimo d di marzo fece impiccare
in su 'l monte Rinaldo Lamberto degli Abati, il quale era suto valente
uomo nell'oste nostra a Lucca, ch'era colle masnade di messer Mastino,
perch gli avea rivelato uno trattato che certi grandi di Firenze
teneano contro il duca con messer Guido Ricci da Fogliano capitano
della gente di messer Mastino, opponendogli il contrario, ch'egli tenea
trattato con messer Mastino di torgli la signoria. La qual cosa non
fu vero, ma fu vero quello che il detto Lamberto gli avea rivelato:
ma per le sue opere viveva in grande sospetto e gelosia. E chiunque
gli rivelava trattato o da beffe o da dovero, o parlava contra lui, il
faceva morire di crudeli tormenti per mano del suo conservadore.

       *       *       *       *       *

Per la Pasqua della Resurrezione, l'anno 1343, il duca tenne grande
festa a' cittadini e a' suoi baroni e conestabili e soldati, con
grandi corredi; ma con mala volont de' cittadini. E fece tenere
giostra nella piazza di santa Croce per pi giorni; ma pochi cittadini
vi giostrarono, che gi a' grandi e a' popolani cominciavano a
dispiacere i suoi processi. All'uscita d'aprile del detto anno ordin
e cominci ad afforzare e chiudere san Casciano per riducervi dentro
le villate d'intorno, e che si chiamasse Castelducale, ma poco and
innanzi. Fecesi in Firenze sei brigate per fare festa, di gente di
popolo minuto, vestiti insieme ciascuna brigata per se, e danzando
per la terra. La maggiore fu nella Citt Rossa, e il loro signore fu
chiamato lo Imperadore: l'altra a san Giorgio, e chiamavasi quella del
Paglialoco: e ebbono zuffa queste due brigate insieme. L'altra fu a san
Friano, e una nel borgo d'Ognissanti: l'altra da san Paolo: l'altra
nella via Larga degli spadai. E fu motiva e consentimento del duca per
recarsi l'amore del popolo minuto, per quella isforzata vanit: ma poco
gli valse al bisogno. Per la festa di san Giovanni, fece fare l'offerta
all'arti al modo antico, sanza i gonfaloni: e la mattina della festa
oltre a' ceri usati delle castella del Comune, ch'erano da venti, ebbe
da venticinque drappi ovvero palii ad oro, e bracchetti e sparvieri e
astori per omaggio d'Arezzo, Pistoia, Volterra; e da san Gimignano,
e da Colle, e da tutti i conti Guidi e da Mangona e da Corbaia, e da
monte Carelli, e da Pontormo, e dagli Ubertini e da' Pazzi di Valdarno,
e da ogni baroncello e conticello d'attorno, e dagli Ubaldini; che,
coll'offerta de' ceri, fu una nobile cosa e festa. E raunaronsi tutti
i ceri, palii, e gli altri tributi tutti alla piazza di santa Croce; e
poi l'uno appresso l'altro andaro al palagio dov'era il duca, e poi gli
offersono a san Giovanni. Fece aggiugnere al palio dello sciamito da
rovescio una fodera di vaio isgrigiato quant'era lunga l'asta, ch'era
molto ricco a vedere. E fece molto ricca festa e nobile, e fu la prima
e la sezzaia ch'egli dovea fare in Firenze per le sue ree operazioni.

       *       *       *       *       *

All'uscita di giugno fece fare una sconcia giustizia; che uno Bettone
Cigni da Campi, de' menatori de' buoi dell'antico carroccio, il quale
di poco il duca l'avea fatto de' priori per la dignit del carroccio,
e vestitolo di scarlatto, poich'egli usc dell'uficio, si dolse, e
disse alcuna parola oziosa per una imposta che gli era stata fatta,
il duca gli fece cavare la lingua infino alla strozza, e con quella
innanzi in su una lancia per dilegione il mand per tutta la terra, e
poi il mand a' confini a Pesaro: e per quella tagliatura della lingua
mor. Di questa giustizia si turbarono molto i cittadini; e ciascuno la
riputava in s di non potere parlare o dolersi de' torti e oltraggi che
gli fossero fatti. Ma la persona di Bettone era degna di quello, e di
peggio; ch'egli era pubblicano e villano gabelliere, e colla peggiore
lingua che uomo di Firenze: sicch mor nel peccato suo.

A d 2 di luglio il duca ferm lega e taglia con messer Mastino della
Scala, e co' marchesi da Esti, e col signore di Bologna, e con lui
contrasse parentado: ma pi gli era utile la compagnia e benivolenza
de' cittadini di Firenze, la quale al tutto s'aveva levata e tolta;
e quella che fece con quelli signori, poco o niente gli valse al suo
bisogno, e poco dur. Assai avemo detto sopra i processi e opere del
duca d'Atene fatte in Firenze mentre ne fu signore: e non si potea
fare di meno, acciocch sieno manifeste le cagioni perch i Fiorentini
si rubellarono della sua signoria, e perch prendano esempio per lo
innanzi quelli che sono a venire di non volere signore perpetuo n a
vita. Il d e l'ora che prese la signoria, per gli savi astrolaghi fu
preso l'ascendente, che fu gradi ventidue del segno della Libra, segno
mobile, e opposito del segno d'Ariete significatore di Firenze, e in
termine di Marte; e Marte, nostro significatore, era nel detto segno
della Libra contrario alla sua casa, e il suo signore Venus nel Leone
gradi otto, faccia di Saturno, e contrario alla sua triplicit. Per la
quale costellazione dissono d'accordo i detti astrolaghi, che la sua
signoria non dovea compire l'anno; e come l'uscita sua doveva essere
vituperevole e con molti tradimenti e romore, ma con pochi omicidii.
Ma pi credo che fosse la cagione il suo male reggimento e le sue ree
opere per lo suo pravo e libero arbitrio, usandolo male.

       *       *       *       *       *

E' si dice tra noi Fiorentini uno antico proverbio e materiale cio:
_Firenze non si muove, se tutta non si dole_: e bench il proverbio sia
di grosse parole e rima, per isperienza si trova di vera sentenzia, e
viene a caso della nostra presente materia; che al certo il duca non
ebbe regnati sei mesi, che quasi a' pi de' cittadini non dispiacesse
la sua signoria per i suoi iniqui e malvagi processi, come detto avemo
addietro, e pi ancora che scritto non s' per noi; perocch ogni
singolare cosa e sue operazioni non ho potuto sapere n ricogliere, ma
le generali e aperte assai si pu comprendere. Prima per i grandi che
l'avevan fatto signore, e aspettavano da lui avere stato e grandezza,
come aveva loro promesso: s si trovarono ingannati e traditi: e
eziandio quegli grandi ch'egli avea rimessi in Firenze, non parea
loro essere bene trattati; e i grandi e' possenti popolani che prima
aveano retta la terra, ch'al tutto gli avea annullati e tolto loro ogni
stato, onde il nimicavano a morte. E a' mediani e artefici spiacea la
sua signoria, per non guadagnare, e per lo male stato della citt,
e per le 'ncomportabili gravezze s d'estimi, s di prestanze, e
d'intollerabili gabelle, e per levare a' cittadini gli assegnamenti
sopra le gabelle de' danari prestati al Comune. E dove i cittadini
aveano speranza che per lo suo reggimento si scemasse le spese, e
desse loro buono stato, egli fece il contrario. E per male ricolte,
valse lo staio del grano pi di soldi venti: onde il popolo minuto male
se ne contentava. E per gli oltraggi fatti per lui e le sue genti alle
donne, e per altre forze e rigidezze e crude giustizie, per le quali
cagioni quasi tutti i cittadini erano commossi a mala volont contro
a lui: onde pi congiurazioni s'ordinarono per toglierli la signoria
e la vita; e chi per una forma, e chi per un'altra trattavano, non
sappiendo al cominciamento l'una setta dell'altra, che non s'ardivano
a scoprire per le sue crudeli giustizie; che eziandio chi gli rivelava
il trattato, il facea morire, com' detto addietro. I principali furono
tre sette e congiurazioni; della prima fu capo il nostro vescovo degli
Acciaiuoli, frate predicatore, che al cominciamento delle sue prediche
tanto il magnificava e gloriava; e con lui teneano i Bardi; ci furono
i principali: messer Piero e messer Gierozzo e messer Jacopo di messer
Guido, e Andrea di Filippozzo e Simone di Geri, tutti della casa de'
Bardi, e rimessi in Firenze per lo duca. E de' Rossi, Salvestrino e
messer Pino, e pi loro consorti. E de' Frescobaldi il priore di san
Jacopo, messer Agnolo, e Giramonte, anche rimessi in Firenze per lo
duca; e Ugo di Vieri degli Scali, e pi altri grandi e popolani.
Altoviti, Magalotti, Strozzi e Mancini. Della seconda congiura era
capo messer Manno Donati, e Corso di messer Amerigo Donati, e Bindo e
Beltramo e Mari de' Pazzi, e Niccol di messere Alamanno, e Tile di
Guido Benzi degli Adimari, e certi degli Albizi. Della terza setta e
congiura era capo Antonio di Baldinaccio degli Adimari, e' Medici,
e Bordoni, e Oricellai, e Luigi di Lippo Aldobrandini e pi altri
popolani e mediani. E troviamo che in pi modi cercavano di toglierli
la signoria, e chi la vita: chi trattava co' Pisani, e chi co' Sanesi,
e Perugini, e co' conti Guidi: e alcuno d'assalirlo in palagio,
andando al consiglio; ma per sua gelosia, di ci si provvide, che
due volte mut i sergenti e famigliari che guardavano il palagio; e
per sospetto fece ferrare le finestre del palagio. E alcuno disse di
saettarlo quando andava per la terra. L'altra setta ordin d'assalirlo
in casa gli Albizi il d di san Giovanni, che vi dovea andare a vedere
correre il palio: e anche per sospetto non v'and. La terza setta avea
ordinato, imperocch'egli cavalcava sovente per amore di donna, da casa
i Bordoni alla Croce al Trebbio: questi v'allogarono due case, una
da ciascuno capo della via, e quelle guernirono d'arme e di balestra
e di sbarre per asserragliare la via dell'uno capo e dell'altro per
rinchiuderlo in mezzo. E ordinato aveno da cinquanta masnadieri
arditi e franchi, che 'l doveano assalire, con certi caporali giovani
e grandi e popolani a cui ne caleva, e aveanne voglia di farlo; e
assalito il duca, levare la terra a romore. I caporali di fuori doveano
essere in arme a cavallo e a pi al soccorso per atterrare lui e la
sua compagnia, perocch al principio egli cavalcava con venticinque in
trenta compagni di sua gente disarmati, con alquanti cittadini grandi
e popolani, di coloro medesimi ch'erano congiurati contro a lui. Ma
tanto gli fu messo sospetto, che poi menava a sua guardia due masnade
di cinquanta suoi cavalieri, e da cento fanti armati: e ismontato da
cavallo, restavano armati in sulla piazza del palagio a sua guardia.
Ma poco gli valevano al suo riparo, per l'ordine preso per le dette
congiure alla sua ruina; perocch quasi tutti i cittadini erano
commossi contra lui per le sue ree opere.

       *       *       *       *       *

Ma, come piacque a Dio, per lo meno male, la terza setta e congiura,
la qual era pi pronta a ci fare, fu iscoperta per uno masnadiere
sanese, che dovea essere a ci fare; e rivelolla a messer Francesco
Brunelleschi, non per tradimento, ma per consiglio come a suo signore,
credendo ch'egli il sapesse e tenesse mano alla congiura. Il quale
cavaliere per paura di non n'essere incolpato, ovvero per male de' suoi
nimici, che di tali erano caporali alla detta congiura; il manifest
al duca, e mengli il detto fante sotto fidanza, il quale ritenne
segreto e disaminollo, e seppe d'alcuno ch'era de' detti congiurati e
caporali de' masnadieri. Di presente fece pigliare Pagolo di Francesco
del Manzeca, orrevole popolano di porta san Piero, tutto che fosse
brigante, e uno Simone da Monterappoli a d 18 di luglio: e questi
confessarono e manifestarono, come Antonio di Baldinaccio degli Adimari
era loro capo con pi altri; il quale Antonio richiesto, per sicurt
di sua grandezza compar. Il duca il fece ritener nel palagio; e lui
preso, tutti gli altri principali d'ogni setta chi si part dalla
citt, e chi si nascose per tema di loro; onde tutta la citt fu in
gelosia e in grande sospetto e in timore. Il duca trovando la congiura
contro a lui s grande, e che tanti grandi e popolani cittadini vi
teneano mano, non ard di fare giustizia dei detti presi, che se subito
l'avesse fatta, e corsa la terra colla sua gente e col popolazzo minuto
che 'l seguivano, rimaneva signore: ma il suo peccato l'acciec, e
gli mise tanta vilt e paura nell'animo, che non sapea che si fare. E
mand d'intorno alle terre e castella per la sua gente, e al signore
di Bologna per ajuto: il quale gli mand trecento cavalieri. E si
pens di fare una grande vendetta e crudele di molti cittadini, con
grande tradimento: che perch sabato mattina, a d 26 di luglio, era
il d di sant'Anna, il d dinanzi fece richiedere molti cittadini che
furono pi di trecento de' maggiori di Firenze, grandi e popolani
d'ogni famiglia e casato, ch'eglino venissono dinanzi a lui in palagio
per consigliare quello ch'avesse a fare de' presi; con intenzione che
come fossono raunati nella sala del palagio, che aveva le finestre
ferrate, come detto avemo, di fare serrare la sala, e quanti dentro
ve n'avesse, di fargli uccidere e tagliare, e correre la terra a modo
che fece l'empissimo Totila _flagellum Dei_ quando distrusse Firenze.
Ma Iddio, che sempre ha guarentita al bisogno la nostra citt, per le
lemosine e per gli meriti delle sante persone, religiosi e laici, che
vi sono, innocenti, la guard di tanto male e pericolo. Che prima messe
sospetto in cuore a tutti i richiesti di non andare in palagio al detto
consiglio, intra' quali ve n'aveano molti de' congiurati; e poi il d
medesimo quasi tutt'i cittadini di grande accordo insieme, diponendo
tra loro ogni ingiuria e malavoglianza, scoprendosi l'una setta
all'altra, di loro ordini e trattati, tutti s'armarono per rubellarsi
da lui. Di questo macello che il duca dovea fare fu manifestato a noi,
poich il duca fu uscito fuori della citt.

       *       *       *       *       *

Essendo la citt di Firenze in tanto bollore e sospetto e gelosia, s
per lo duca avendo scoperte le congiurazioni fatte per tanti cittadini
contra lui, e fallitogli il suo proponimento di non potere raccogliere
i nobili e possenti cittadini al falso e disleale consiglio, e da altra
parte i cittadini e i pi possenti sentendosi in colpa delle congiure
fatte contra lui, e sentendo il mal volere del duca, e che gi nella
terra avea pi di seicento cavalieri di sue masnade, e ogni d ne
giungevano; e la gente del signore di Bologna e certi altri Romagnuoli
che veniano in suo ajuto, e aveano gi valicate l'Alpi, dubitarono che
lo indugio non fosse a loro pericolo, ricordandosi del verso di Lucano
che dice:

  Tolle moras; nocuit semper differre paratis;

gli Adimari, Medici, e Donati, principali, sabato, sonata nona, usciti
i lavoranti delle botteghe a' d 26 di luglio, il d di madonna
sant'Anna, 1343, ordinarono che in Mercato vecchio e in porta san
Piero, certi ribaldi e fanti fittiziamente si azzuffassono insieme,
e gridassono _all'arme, all'arme_; e cos feciono. La terra era
insollita e in paura. Incontanente tutt'i cittadini corsono a sgombrare
i cari luoghi; e di presente, com'era ordinato, tutti i cittadini
furono armati ciascuno a cavallo e a piedi, e ciascuno alla sua
contrada e vicinanza traeva, traendo fuori bandiere dell'armi del
popolo e del Comune, com'era ordinato gridando: _Muoja il duca e i suoi
seguaci, e viva il popolo e 'l Comune, e libert!_ E di presente fu
sbarrata la citt a ogni capo di via e di contrade. Quegli del sesto
d'Oltrarno, grandi e popolani, si giurarono insieme e si baciarono
in bocca, e sbarrarono i capi de' ponti, con intenzione che se tutta
l'altra terra di qua dall'acqua si perdesse, di tenersi francamente
di l. E mandarono il d dinanzi da parte del Comune segretamente per
soccorso e ajuto a' Sanesi; e certi de' Bardi e de' Frescobaldi stati
in Pisa e tornati di nuovo in Firenze mandarono per loro ispezialit
per ajuto ai Pisani. La qual cosa quando si seppe per lo Comune e
per gli altri cittadini, forte se ne turbarono. La gente del duca,
sentendo il romore, s s'arm e mont a cavallo; e chi pot di loro al
cominciamento, corsono alla piazza del popolo in quantit di trecento
a cavallo; gli altri, chi fu preso, e chi rubato per gli alberghi,
e per le vie fediti, morti e scavallati; e per gli serragli erano
impacciati, e rubati i cavalli e l'arme. E al cominciamento del
rumore trassono al soccorso del duca in sulla piazza de' Priori certi
cittadini amici del duca, cui egli avea serviti, che non sapevano il
segreto delle congiure; ci furono, dei principali, messer Uguccione
Bondelmonti con alquanti suoi consorti, e con gli Acciaiuoli, e messer
Gianozzo Cavalcanti e de' suoi consorti, Peruzzi, Antellesi, e certi
scardassieri e alcuno beccaio, gridando: _viva il signore lo duca!_
come eglino s'avvidono che quasi tutti i cittadini erano sommossi a
furore contra lui, si tornarono a casa, e seguirono il popolo, salvo
messer Uguccione, cui il duca ritenne seco in palagio, e i priori
dell'arti, i quali erano rifuggiti in palagio. Ed essendo levato il
romore, e tutta gente ad arme, e quelli dei cinque sesti, ond'erano
capo gli Adimari, per iscampare Antonio di Baldinaccio loro consorto e
gli altri presi per lo duca, i Medici, Altoviti, Ricci, Oricellai, e
gli offesi da lui, come  detto addietro, presono le bocche dalle vie
che vanno in sulla piazza dei Priori, ch'erano pi di dodici vie, e
quelle sbarrarono e afforzarono s che nullo vi potea venire n entrare
n uscire dal palagio alla piazza. E di d e di notte si combatterono
colla gente del duca, ch'erano in palagio e 'n su la piazza, ov'ebbe
alquanti morti, ma molti fediti de' cittadini per lo molto saettamento
e pietre che venivano dal palagio. Ma alla fine la gente del duca
ch'era in su la piazza, la sera medesima, non possendo durare,
lasciarono i loro cavalli, e i pi di loro si fuggirono nel compreso
del palagio dov'era il duca e' suoi baroni; e alquanto si guarentirono
tra' nostri, lasciando l'armi e' cavalli: e chi preso, e chi fedito.
Come si cominci il detto romore, Corso di messere Amerigo Donati co'
suoi fratelli e consorti e altri seguaci ch'aveano loro amici e parenti
in pregione, assalirono e combatterono le carceri delle Stinche,
mettendo fuoco nello sportello e bertesche ch'erano di legname; e
coll'ajuto de' pregioni dentro ruppono le dette carceri, e uscirono
tutti i detti pregioni. E con quello impeto, crescendo loro seguito
di messer Manno Donati, e di Niccol di messer Alamanno, e di Tile di
Guido Benzi de' Cavicciuli, e degli altri consorti e fratelli d'Antonio
di Baldinaccio degli Adimari, e di Beltramo de' Pazzi e di pi altri,
ch'avevano loro amici in bando e presi in palazzo, assalirono e
combatterono il palagio del podest, ov'era messer Baglione da Perugia
podest per lo duca. Il quale n egli n sua famiglia si misono a
resistenza, ma con grande paura e pericolo si fugg a santa Croce. E
rubato il palagio d'ogni loro arnese in fino alle finestre e panche
del Comune; e ogni atto e scritture vi furono prese e arse, e rotta
la carcere della Volognana, e scapolati i pregioni. E poi ruppero la
camera del Comune, e di quella tratti tutti i libri ov'erano scritti
gli sbanditi e rubelli del Comune, e arsi tutti; e simile rubati tutti
gli atti dell'uficiale della mercatanzia sanza contasto niuno. Altra
ruberia ed offensione corporale non fu fatta in tanto scioglimento di
citt, se non contro alla gente del duca; che fu grande cosa: e tutto
avvenne per l'unit in che si trovarono i cittadini a ricoverare la
loro libert e quella della repubblica. E ci fatto, il detto sabato
quelli d'Oltrarno apersono l'entrata dei ponti, e valicarono di qua a
cavallo e a pi in arme, e con gli altri cittadini de' cinque sesti
feciono levare le sbarre e serragli delle rughe maestre, e colle
insegne del Comune e del popolo cavalcarono per la citt, gridando:
_Viva il popolo e Comune e sua libert, e muoja il duca e' suoi!_ E
trovarsi i cittadini pi di mille a cavallo benmontati e in arme,
tra di loro cavalli e di quelli tolti alla gente del duca; e pi di
diecimila cittadini armati a corazze e a barbute come cavalieri,
sanza l'altro popolo minuto tutto in arme, sanza alcuno forestiere
o contadino. Il quale popolo fu molto nobile a vedere, e possente e
unito.

Il duca e sua gente veggendosi cos fieramente assaliti dal popolo nel
palagio (ed era con pi di quattrocento uomini, e non v'era quasi altro
che biscotto e aceto e acqua), ma credendosi guarentire dal furioso
popolo, la domenica mattina fece cavaliere Antonio di Baldinaccio degli
Adimari, il quale non si volea fare di sua mano; ma i priori, ch'erano
rinchiusi in palagio, vollono ch'egli si facesse a onore del popolo
di Firenze: e cos fece. E poi lasci lui e gli altri ch'egli avea
presi in palagio, e puose in sul palagio bandiere del popolo: ma per
non cess l'assedio e furia del popolo. La domenica di notte giunse
il soccorso de' Sanesi, trecento cavalieri e quattromila balestrieri,
molto bella gente; e con loro, sei grandi e popolani cittadini di
Siena, ambasciadori. E i Samminiatesi mandarono al servigio del nostro
Comune dugento pedoni bene armati, e' Pratesi cinquecento fanti. E
vennevi di presente il conte Simone da Battifolle, e Guido suo nipote,
con quattrocento fanti. E di nostri contadini armati il seguente d
vennono in grandissima quantit al Comune e a' singulari cittadini,
onde la citt fu piena d'innumerabili cittadini e contadini in arme.
I Pisani mandarono alla richiesta di loro amici, come toccammo
addietro, sanza assento del Comune, cinquecento cavalieri, i quali
vennono infino al borgo della Lastra di l da Settimo. Sentendosi in
Firenze, se n'ebbe grande gelosia, e mormorio contro a que' grandi
a cui richiesta venivano: e per lo Comune a loro fu mandato che non
venissono; e cos feciono. Ma tornandosi addietro, da quegli di
Montelupo e di Capraia e d'Empoli e di Pontormo furono assaliti, e
morti e presi pi di cento pure de' migliori; e perderono pi di cento
cavalli, tra morti e presi.

Arezzo, sentendo come il duca era al di sotto, assediato da' cittadini
di Firenze nel palagio, incontanente si rubellarono alla gente e
uficiali del duca per gli guelfi. E il castello d'entro fatto per
gli Fiorentini, fu assediato, che v'era Guelfo di messer Bindo
Bondelmonti per castellano, il quale di subito rend agli Aretini,
sanza alcuna difensione. E in Castiglionaretino era Andrea di Tingo
de' Bardi, e Jacopo di Laino de' Pulci per castellani, e sanza alcuno
contasto renderono a' Tarlati d'Arezzo. E ci veduto, i Pistolesi, si
rubellarono, e ridussonsi a loro libert e popolo guelfo, e disfeciono
il castello fatto per gli Fiorentini, e ripresono Serravalle. E
rubelossi santa Maria a Monte, e Montepoli, tenendosi per loro;
rubellossi Volterra, e tornossi alla signoria di messer Ottaviano
de' Belforti, che prima la signoreggiava; e Colle e san Gimignano si
rubellarono dalla signoria del duca, e disfeciono le castella, e
rimasono in loro libert. E tale fu la ruina della signoria del duca in
Firenze e intorno, in pochi giorni.

       *       *       *       *       *

Venuti in Firenze i Sanesi e l'altra amist, il vescovo con certi
altri buoni cittadini e popolani feciono richiedere a bocca tutta
buona gente, e sonare la campana del palagio del podest, e bandire
parlamento per riformare lo stato e signoria di Firenze. E congregati
tutti in santa Reparata in arme il luned appresso, di grande accordo
elessono gl'infrascritti cittadini, ci furono quattordici, sette
grandi e sette popolani, con grande bala di riformare la citt e
fare uficiali e leggi e statuti, per tempo e termine insino a calen
d'ottobre vegnente ci furono del sesto d'Oltrarno messer Ridolfo
de' Bardi, messer Pino de' Rossi, e Sandro di Cenni de' Biliotti; e
di san Piero Scheraggio messer Giannozzo Cavalcanti, messer Simone
Peruzzi, e Filippo Magalotti; e per lo sesto di Borgo messer Giovanni
Gianfigliazzi, e Bindo Altoviti; per lo sesto di san Brancazio messer
Testa Tornaquinci, e Marco degli Strozzi; per lo sesto di porta del
Duomo messer Bindo della Tosa, e messer Francesco de' Medici; per lo
sesto di porta san Piero messer Talano degli Adimari, e messer Bartolo
de' Ricci. I detti quattordici elessono per podest il conte Simone,
e raunaronsi nel vescovado. Ma il detto conte, come savio, rinunzi, e
non volle essere giustiziere de' Fiorentini; e per chiamarono messer
Giovanni marchese da Valiano: e infino che penasse a venire elessono
luogotenente del podest gl'infrascritti sei cittadini, uno per sesto,
tre grandi e tre popolani; Oltrarno, messer Berto di messere Stoldo
Frescobaldi; san Piero Scheraggio, Taddeo di Donato dell'Antella; in
Borgo, Nepo degli Spini; san Brancazio, Pagolo Bordoni; porta del
Duomo, messer Francesco Brunelleschi; porta san Piero, Antonio degli
Albizzi. E stettono in palagio del podest con dugento fanti pratesi,
e teneano ragione sommaria di ruberie e forze e simili, sanza altro
uficio.

In questa stanza non cessava l'assedio del duca, e di d e di notte
combattendo il palagio, e di cercare di suoi uficiali. Fu preso uno
notaio del conservadore per gli Altoviti, stato micidiale e reo, e fu
tutto tagliato a bocconi. E appresso fu trovato messer Simone da Norcia
stato uficiale sopra le ragioni del Comune, il quale molti cittadini,
cui a diritto e cui a torto, avea tormentati crudelmente e condannati:
per simile modo a pezzi fu tutto tagliato. In porta santa Maria in su
la fogna uno notaio napoletano, ch'era stato capitano de' sergenti
a piedi del duca, reo e fellone, chiamato Filippo Terzuoli, tutto fu
abbocconato dal popolo. E uno ser Arrigo Fei, ch'era sopra le gabelle,
fuggendosi da' Servi vestito come frate, fu conosciuto da san Gallo, e
fu morto, e poi da' fanciulli trainato ignudo per tutta la citt, e poi
in sulla piazza de' Priori impeso per li piedi, e sparato come porco,
e sbarrato. Tale fine ebbe della sua sforzata industria di trovare
nuove gabelle, e gli altri suddetti, della loro crudelt. I signori
quattordici col vescovo, e col conte Simone e con gli ambasciadori di
Siena al continuo erano in trattato col duca per trarlo di palagio;
e sovente a vicenda, a parte a parte, di loro entravano in palagio e
uscivano, bench poco piacesse al popolo. Alla fine nulla concordia
assento il popolo, se non avessono dal duca il conservadore, e il
figliuolo, e messer Cerrettieri Visdomini per farne giustizia. Il
duca in nulla guisa l'assentiva, ma i Borgognoni ch'erano assediati
in palagio s'allegarono insieme, e dissero al duca, che innanzi che
volessono morire di fame e a tormento, darebbono preso lui al popolo,
non che i detti tre: e ordinato l'aveano, e aveanne il podere di
farlo; tanti ve n'erano, e s v'erano forti. Il duca veggendosi a tale
partito, acconsent; e il venerd, il primo d d'agosto, in su l'ora
della cena, i Borgognoni presono messer Guiglielmo d'Asciesi, detto
conservadore della tirannia del duca d'Atene, e un suo figliuolo detto
messer Gabriello d'et di diciotto anni, e di poco fatto cavaliere
per lo duca, ma bene era reo e fellone a tormentare i cittadini: e
pinsolo fuori dell'antiporto del palagio in mano dell'arrabbiato
popolo, e de' parenti e amici cui il padre avea giustiziati, Altoviti,
Medici, Oricellai, e quegli di Bettone Cini, principali, e pi altri.
I quali in presenza del padre per pi suo dolore, il suo figliuolo,
pinto fuori, innanzi il tagliarono e smembrarono a minuti pezzi; e
ci fatto, pinsero fuori il conservadore, e feciono il simigliante.
E chi ne portava un pezzo in su la lancia e chi in su la spada per
tutta la citt; ed ebbonvi de' s crudeli, e con furia s bestiale e
tanto animosa, che mangiarono delle loro carni crude. E cotale fu la
fine del traditore e perseguitatore del popolo di Firenze. E nota, che
chi  crudele, crudelmente more, _dixit Dominus_. E fatta la detta
furiosa vendetta, molto s'acquet e content la rabbia del popolo: e
fu per scampo di messer Cerrettieri, che dovea essere il terzo, e
bene lo meritava: ma saziati i loro avversari, non lo addomandarono;
e fuggendosi poi la sera fu nascosto e portato da certi di casa de'
Bardi, e altri suoi amici e parenti il trassono di palagio e menaronlo
via. E per la detta furiosa vendetta fatta sopra il conservadore e il
suo figliuolo, che avea giudicato a morte Naddo di Cenni e Guiglielmo
Altoviti e gli altri, poco appresso si feciono cavalieri due degli
Oricellai, e poi due degli Altoviti; la qual cosa fu poco lodata da'
cittadini.

       *       *       *       *       *

Ma torniamo a nostra materia de' fatti del duca, che la domenica
appresso, d 3 d'agosto, il duca s'arrend e diede il palagio al
vescovo e a' quattordici, e a' Sanesi e al conte Simone, salve le
persone di lui e di sua gente. La qual sua gente uscirono con grande
paura accompagnati da' Sanesi e da pi altri buoni cittadini. Il duca
rinunzi con saramento ogni signoria e ogni giuridizione e ragione
ch'avesse acquistata sopra la citt e contado e distretto di Firenze,
dimettendo e perdonando ogni ingiuria, e a cautela promettendo di
ratificare ci, quando fosse fuori del contado e distretto di Firenze.
E per paura della furia del popolo, con sua privata famiglia rimase in
palagio alla guardia de' detti signori infino al mercoled notte d 6
d'agosto. E racquetato il popolo, in su 'l mattutino usc fuori del
palagio, accompagnato dalla gente de' Sanesi e del conte Simone, e da
pi nobili e popolani e possenti cittadini, ordinati per lo Comune.
E usc per la porta a san Nicol, e pass l'Arno al ponte a Rignano
salendo a Vallombrosa e a Poppi; e l fatta la ratificazione promessa,
pass per Romagna e a Bologna, e dal signore di Bologna fu bene veduto
e ricevuto, e don gli danari e cavalli; e poi se n'and a Ferrara e a
Vinegia. E l fatte armare due galee, sanza prendere congo di pi di
sua gente che gli erano iti dietro, lasciandogli malcontenti di loro
gaggi, privatamente di notte si part di Vinegia, e andonne in Puglia.

       *       *       *       *       *

E cotale fu la fine della signoria del duca d'Atene, che avea con
inganno e tradimento usurpata la libert sopra il Comune e popolo di
Firenze, per lo suo tirannesco reggimento mentre che la signoreggi.
E come egli trad il Comune, cos da' cittadini fu tradito. Il quale
n'and con molta sua onta e vergogna, ma con molti danari tratti
da noi Fiorentini, detti orbi in antico volgare proverbio, per gli
nostri difetti e discordie, lasciandoci di male sequele. E partito
il duca di Firenze, la citt s'acquet, e disarmaronsi i cittadini,
e disfecersi i serragli, e partironsi i forestieri e contadini, e
apersonsi le botteghe, e ciascuno attese a suo mestiere e arte. E i
detti quattordici cassarono ogni ordine e decreto che 'l duca avea
fatto, salvo che confermarono le paci tra' cittadini fatte per lui. E
nota, che come il detto duca occup con frode e tradimento la libert
della repubblica di Firenze il d di nostra Donna di settembre, non
guardando sua reverenza; quasi per vendetta divina, cos permise Iddio,
che i franchi cittadini con armata mano la racquistassono il d della
sua madre madonna santa Anna, a d 26 di luglio 1343: per la qual
grazia s'ordin per lo Comune, che la festa di santa Anna si guardasse
come Pasqua sempre in Firenze, e si celebrasse solenne uficio e grande
offerta per lo Comune e per tutte l'arti di Firenze.




II.

DAL MACHIAVELLI.


Erasi nel principio di questa guerra data autorit a venti cittadini
d'amministrarla, i quali messer Malatesta da Rimini per capitano
dell'impresa eletto avevano. Costui con poco animo e meno prudenza
l'aveva governata; e perch eglino avevano mandato a Roberto re
di Napoli per ajuti, quel re aveva mandato loro Gualtieri duca di
Atene, il quale, come vollono i cieli, che al mal futuro le cose
prepararono, arriv in Firenze in quel tempo appunto che l'impresa di
Lucca era al tutto perduta; onde che quelli venti veggendo sdegnato
il popolo, pensarono, con eleggere nuovo capitano, quello di nuova
speranza riempiere, e con tale elezione o frenare, o torli le cagioni
di calunniarli. E perch ancora avesse cagione di temere, e il duca
d'Atene gli potesse con pi autorit difendere, prima per conservatore
e dipoi per capitano delle lor gente d'armi lo elessero. I grandi,
i quali per le cagioni dette disopra vivevano malcontenti, e avendo
molti di loro conoscenza con Gualtieri, quando altre volte il nome di
Carlo duca di Calavria aveva governato Firenze, pensarono che fosse
venuto tempo di poter con la rovina della citt spegnere l'incendio
loro, giudicando non aver altro modo a domar quel popolo che gli aveva
afflitti, che ridursi sotto un principe il quale, conosciuta la virt
dell'una parte e l'insolenza dell'altra, frenasse l'una, e l'altra
remunerasse; a che aggiungevano la speranza del bene che ne porgevano i
meriti loro, quando per loro opera egli acquistasse il principato.

Furono pertanto in segreto pi volte seco, e lo persuasero a pigliar
la signoria del tutto, offerendogli quelli ajuti potevano maggiori.
Alla autorit e conforti di costoro s'aggiunse quella di alcune
famiglie popolane, le quali furono Peruzzi, Acciaiuoli, Antellesi,
e Buonaccorsi, i quali gravati di debiti, non potendo del loro,
desideravano di quel d'altri ai loro debiti soddisfare, e con la
servit della patria, dalla servit de' loro creditori liberarsi.
Queste persuasioni accesero l'ambizioso animo del duca di maggior
desiderio di dominare; e per darsi riputazione di severo e giusto, e,
per questa via, accrescersi grazia nella plebe, quelli che avevano
amministrata la guerra di Lucca perseguitava. E a messer Giovan
de' Medici, Naddo Ruccellai, e Guglielmo Altoviti tolse la vita; e
molti in esilio, e molti in danari ne condann. Queste esecuzioni
assai i mediocri cittadini sbigottirono; solo ai grandi e alla plebe
soddisfacevano, questa perch sua natura  rallegrarsi nel male, quegli
altri per vedersi vendicar di tante ingiurie dai popolani ricevute.
E quando passava per le strade, con voce alta la franchezza del suo
animo era laudata, e ciascuno pubblicamente a ritrovar le fraudi de'
cittadini e castigarle lo confortava.

       *       *       *       *       *

Era l'ufficio de' venti venuto a meno, e la riputazione del duca
grande, e il timore grandissimo; talch ciascuno per mostrarsegli
amico, la sua insegna sopra la casa sua faceva dipingere: n gli
mancava ad esser principe altro che il titolo. E parendogli poter
tentare ogni cosa sicuramente, fece intendere ai signori, com'ei
giudicava per il bene della citt necessario gli fusse concessa la
signoria libera; e perci desiderava, poi che tutta la citt vi
consentiva, che essi ancora vi consentissero. I signori, avvenga che
molto innanzi avessero la rovina della patria loro preveduta, tutti a
questa domanda si perturbarono; e con tutto ch'ei conoscessero il loro
pericolo, nondimeno per non mancare alla patria, animosamente gliene
negarono.

Aveva il duca, per dar di s maggior segno di religione e d'umanit,
eletto per sua abitazione il convento de' frati minori di santa
Croce; e desideroso di dar effetto al maligno suo pensiero, fece per
bando pubblicare, che tutto il popolo la mattina seguente fosse alla
piazza di santa Croce davanti a lui. Questo bando sbigott molto
pi i signori, che prima non avevano fatto le parole: e con quelli
cittadini i quali della patria e della libert giudicavano amatori, si
ristrinsero; n pensarono, conosciute le forze del duca, di potervi
far altro rimedio, che pregarlo, a veder, dove le forze non erano
sufficienti, se i preghi, o a rimoverlo dall'impresa o a far la sua
signoria meno acerba bastavano. Andarono pertanto parte de' signori a
trovarlo, e uno di loro gli parl in questa sentenza;

       *       *       *       *       *

Noi vegnamo, o signore, a voi, mossi prima dalle vostre domande, dipoi
dai comandamenti che voi avete fatti per ragunar il popolo; perch ci
pare esser certi che voi vogliate istraordinariamente ottener quello
che per l'ordinario noi non v'abbiamo acconsentito. N la nostra
intenzione  con alcuna forza opporci ai disegni vostri, ma solo di
dimostrarvi quanto sia per esservi grave il peso che voi vi arrecate
addosso, e pericoloso il partito che voi pigliate, acciocch sempre vi
possiate ricordare de' consigli nostri, e di quelli di coloro i quali
altrimente, non per vostra utilit ma per sfogar la rabbia loro, vi
consigliano.

Voi cercate far serva una citt la quale sempre  vivuta libera; perch
la signoria che noi concedemmo gi ai reali di Napoli, fu compagnia
e non servit. Avete voi considerato quanto in una citt simile a
questa, importi, e quanto sia gagliardo il nome della libert? il
quale forza alcuna non doma, tempo alcuno non consuma, e merito alcuno
non contrappesa. Pensate, signore, quante forze sieno necessarie a
tener serva una tanta citt. Quelle che forestiere voi potete sempre
tenere, non bastano. Di quelle di dentro voi non vi potete fidare;
perch quelli che vi sono ora amici, e che a pigliar questo partito
vi confortano, come eglino avrano battuti con l'autorit vostra i
nimici loro, cercheranno come possano spegner voi, e farsi principi,
loro. La plebe, in la quale voi confidate, per ogni accidente, bench
minimo, si rivolge. In modo che in poco tempo voi potete temere d'aver
questa citt nimica; il che fia la cagione della rovina sua e vostra.
N potrete a questo male trovar rimedio: perch quelli signori possono
far la loro signoria sicura, che hanno pochi nimici, i quali o con la
morte o con l'esiglio  facile spegnere. Ma negli universali odii non
si trova mai sicurt alcuna, perch tu non sai d'onde ha a nascere
il male; e chi teme d'ogni uomo, non si pu assicurar di persona.
E se pur tenti di farlo, t'aggravi ne' pericoli, perch quelli che
rimangono, s'accendono pi nell'odio, e sono pi parati alla vendetta.
Che il tempo a consumare i desiderii della libert non basti, 
certissimo, perch s'intende spesso quella essere in una citt da
loro riassunta, che mai la gustarono, ma solo, per la memoria, che ne
avevano lasciata i padri loro, l'amano; e perci, quella ricuperata,
con ogni ostinazione e pericolo la conservano. E quando mai i padri
non l'avessero ricordata, i palagi pubblici, i luoghi de' magistrati,
l'insegne de' liberi ordini la ricordano; le quali cose conviene che
siano con grandissimo desiderio da' cittadini conosciute. Quali opere
volete voi che siano le vostre che contrappesino alla dolcezza del
viver libero, o che facciano mancare gli uomini del desiderio delle
presenti condizioni? non se voi aggiungnessi a questo imperio tutta
la Toscana, e se ogni giorno tornassi in questa citt trionfante de'
nemici nostri; perch tutta quella gloria non sarebbe sua, ma vostra,
e i cittadini non acquisterebbero sudditi, ma conservi, per i quali
si vedrebbero nella servit raggravare. E quando i costumi vostri
fussero santi, i modi benigni; i giudicii retti, a farvi amare non
basterebbero. E se voi credessi che bastassero, ve ne ingannereste;
perch a uno consueto a viver sciolto, ogni catena pesa, e ogni legame
lo stringe. Ancora, che trovare uno stato violento con un principe
buono sia impossibile, perch di necessit conviene o che diventino
simili, o che presto l'uno per l'altro rovini. Voi avete adunque a
credere o d'aver a tenere con massima violenza questa citt (alla qual
cosa le cittadelle, le guardie, gli amici molte volte non bastano), o
d'essere contento a quella autorit che noi v'abbiamo data. A che noi
vi confortiamo ricordandovi che quel dominio  solo durabile ch'
volontario. N vogliate, accecato di un poco d'ambizione, condurvi in
luogo dove non potendo stare n pi alto salire, siate, con massimo
danno vostro e nostro, di cadere necessitato.

       *       *       *       *       *

Non mossero in alcuna parte queste parole l'indurato animo del duca; e
disse non esser sua intenzione di torre la libert a quella citt, ma
rendergliene, perch sole le citt disunite erano serve, e le unite,
libere. E se Firenze per suo ordine, di sette, ambizione e nimicizie si
privasse, se li renderebbe, non torrebbe la libert. E come a prendere
questo carico non l'ambizione sua, ma i prieghi di molti cittadini lo
conducevano; e perci farebbero eglino bene a contentarsi di quello
che gli altri si contentavano. E quanto a quei pericoli ne' quali per
questo poteva incorrere, non gli stimava, perch egli era uffizio di
uomo non buono, per timor del male, lasciar il bene, e di pusillanimo,
per un fine dubbio, non seguire una gloriosa impresa; e ch'e' credeva
portarsi in modo, che in breve tempo, aver di lui confidato poco e
temuto troppo, conoscerebbero. Convennero adunque i signori (vedendo
di non poter far altro bene) che la mattina seguente il popolo si
raunasse sopra la piazza loro, con l'autorit del quale si desse per
un anno al duca la signoria, con quelle condizioni che gi a Carlo,
duca di Calavria, si era data. Era l'ottavo giorno di settembre e
l'anno 1342, quando il duca, accompagnato da messer Giovan della Tosa
e tutti i suoi consorti, e da molti altri cittadini, venne in piazza,
e insieme colla signoria sal sopra la ringhiera (che cos chiamano i
Fiorentini quelli gradi che sono a pi del palagio de' signori), dove
si lessero al popolo le convenzioni fatte tra la signoria e lui. E
quando si venne leggendo a quella parte dove per un anno se gli dava la
signoria, si grid per il popolo: a vita. E levandosi messer Francesco
Rustichegli, uno de' signori, per parlare e mitigare il tumulto, furono
le sue parole con le grida interrotte; in modo, che per il consenso
del popolo, non per un anno, ma in perpetuo fu eletto signore, e preso
e portato tra la moltitudine, gridando per la piazza il nome suo. 
consuetudine che quello ch' proposto alla guardia del palagio, stia
in assenza de' signori serrato dentro; al quale ufficio era allora
deputato Rinieri di Giotto. Costui, corrotto dagli amici del duca,
senza aspettare alcuna forza, lo mise dentro: ed i signori sbigottiti
e disonorati, se ne tornarono alle case loro; e il palagio fu dalla
famiglia del duca saccheggiato, il gonfalone del popolo stracciato, e
sue insegne sopra il palagio poste. Il che seguiva con dolore e noja
inestimabile degli uomini buoni, e con piacer grande di quelli che o
per ignoranza o per malizia vi consentivano.

       *       *       *       *       *

Il duca, acquistato ch'ebbe la signoria, per torre l'autorit a
quelli che solevano della libert esser difensori, proib ai signori
ragunarsi in palagio, e consegn loro una casa privata; tolse l'insegne
ai gonfalonieri delle compagnie del popolo, lev gli ordini della
giustizia contro ai grandi, liber i prigioni dalle carceri, fece i
Bardi e' Frescobaldi dall'esiglio ritornare, viet di portar l'armi a
ciascuno. E per poter meglio difendersi da quelli di dentro, si fece
amico a quelli di fuora. Benefic pertanto assai gli Aretini e tutti
gli altri sottoposti ai Fiorentini. Fece pace coi Pisani, ancora che
fosse fatto principe perch facesse loro guerra. Tolse gli assegnamenti
a quei mercanti che nella guerra di Lucca avevano prestato alla
repubblica denari. Accrebbe le gabelle vecchie, e cre delle nuove.
Tolse ai signori ogni autorit. E i suoi rettori erano messer Baglione
da Perugia e messer Guglielmo da Scesi, con i quali e con messer
Cerrettieri Bisdomini si consigliava. Le taglie che poneva ai cittadini
erano gravi, e i giudicii suoi ingiusti; e quella severit e umanit
che egli aveva finta, in superbia e crudelt si era convertita. E per
non si governar meglio fuora che dentro, ordin sei rettori per il
contado, i quali battevano e spogliavano i contadini. Aveva i grandi
a sospetto, ancora che da loro fosse stato beneficato, e che a molti
di quelli avesse la patria renduta; perch e' non poteva credere che
i generosi animi, i quali sogliono essere nella nobilt, potessero
sotto la sua ubbidienza contentarsi. Perci si volse a beneficar la
plebe, pensando coi favori di quella e con l'armi forestiere poter la
tirannide conservare. Venuto pertanto il mese di maggio, nel qual tempo
i popoli sogliono festeggiare, fece fare alla plebe e popolo minuto
pi compagnie alle quali, onorate di splendidi titoli, dette insegne
e danari. Donde una parte di loro andava per la citt festeggiando, e
l'altra con grandissima pompa i festeggianti riceveva.

       *       *       *       *       *

Come la fama si sparse della nuova signoria di costui, molti vennero
del sangue francioso a ritrovarlo; ed egli a tutti, come uomini pi
fidati, dava condizione; in modo che Firenze in poco tempo divenne non
solamente suddita ai Franciosi, ma a' costumi e agli abiti loro. Perch
gli uomini e le donne senza aver riguardo al viver civile, o alcuna
vergogna, gli imitavano. Ma sopra ogni cosa quello che dispiaceva
era la violenza che egli e i suoi, senza alcun rispetto, alle donne
facevano. Vivevano adunque i cittadini pieni di indignazione,
veggendo la maest dello stato loro rovinata, gli ordini guasti, le
leggi annullate, ogni onesto vivere corrotto, ogni civil modestia
spenta; perch coloro ch'erano consueti a non vedere alcuna regal
pompa, non potevano senza dolore quello, di armati satelliti a pi
e a cavallo circondato, riscontrare. Perch veggendo pi d'appresso
la lor vergogna, erano colui che massimamente odiavano, di onorare
necessitati. A che si aggiungeva il timore, veggendo le spesse morti e
le continue taglie colle quali impoveriva e consumava la citt. I quali
sdegni e paure erano dal duca conosciute e temute: nondimeno voleva
mostrare a ciascuno di credere esser amato. Onde occorse che, avendogli
rivelato Matteo di Morozzo, o per gratificarsi quello, o per liberarsi
dal pericolo, come la famiglia de' Medici con alcuni altri aveva contro
di lui congiurato; il duca, non solamente non ricerc la cosa, ma fece
il rivelatore miseramente morire. Per il qual partito tolse animo a
quelli che volessero della salute sua avvertirlo, e lo dette a quelli
che cercassero la sua rovina. Fece ancora tagliar la lingua con tanta
crudelt a Bettone Cini, che se ne mor, per aver biasimate le taglie
che ai cittadini si ponevano. La qual cosa accrebbe ai cittadini lo
sdegno, e al duca l'odio, perch quella citt che a fare e a parlare di
ogni cosa e con ogni licenza era consueta, che gli fussero legate le
mani e serrata la bocca, sopportar non poteva. Crebbero adunque questi
sdegni in tanto, e questi odii, che, non che i Fiorentini, i quali la
libert mantener non sanno e la servit patir non possono, ma qualunque
servile popolo avrebbero alla ricuperazione della libert infiammato.
Onde che molti cittadini, e di ogni qualit, di perder la vita o di
riavere la loro libert deliberarono. E in tre parti, di tre sorti di
cittadini, tre congiure si fecero, grandi, popolani, e artefici; mossi
oltre alle cause universali, da parere ai grandi non aver riavuto lo
stato, a' popolani averlo perduto; e agli artefici, de' loro guadagni
mancare. Era arcivescovo di Firenze messer Agnolo Acciaiuoli, il quale
con le prediche sue aveva gi le opere del duca magnificate, e fattogli
presso al popolo grandi favori. Ma poi che lo vidde signore, e i suoi
tirannici modi conobbe, gli parve aver ingannato la patria sua. E per
emendar il fallo commesso, pens non aver altro rimedio, se non che
quella mano che aveva fetta la ferita, la sanasse; e della prima e
pi forte congiura si fece capo: nella quale erano i Bardi, Rossi,
Frescobaldi, Scali, Altoviti, Magalotti, Strozzi, e Mancini. Dell'una
delle due altre erano principi messer Manno e Corso Donati, e con
questi i Pazzi, Cavicciuli, Cerchi e Albizzi. Della terza era il primo
Antonio Adimari, e con lui Medici, Bordoni, Ruccellai, e Aldobrandini.
Pensavano costoro di ammazzarlo in casa degli Albizzi, dove andasse il
giorno di san Giovanni a veder correre i cavalli credevano. Ma non vi
sendo andato, non riusc loro. Pensarono di assaltarlo, andando per la
citt a spasso; ma vedevano il modo difficile, perch bene accompagnato
e armato andava, e sempre variava le andate, in modo che non si poteva
in alcun modo certo aspettarlo. Ragionarono di ucciderlo nei consigli,
dove pareva loro rimanere, ancora che fosse morto, a discrezione delle
forze sue.

       *       *       *       *       *

Mentre che tra i congiurati queste cose si praticavano, Antonio
Adimari, con alcuni suoi amici sanesi per aver da loro genti, la cosa
scoperse, manifestando a quelli parte de' congiurati, e affermando
tutta la citt essere a liberarsi disposta. Onde uno di quelli
communic la cosa a messer Francesco Brunelleschi, non per scoprirla,
ma per credere che ancor egli fosse de' congiurati. Messer Francesco, o
per paura di s, o per odio aveva contra ad altri, rivel il tutto al
duca. Onde che Paolo del Manzeca e Simon da Monterappoli furono presi.
I quali rivelando la quantit e qualit de' congiurati, sbigottirono
il duca. E fu consigliato, piuttosto gli richiedesse che pigliasse,
perch se se ne fuggivano, se ne poteva senza scandalo con l'esiglio
assicurare. Fece pertanto il duca richiedere Antonio Adimari, il quale,
confidandosi ne' compagni, subito comparse. Fu sostenuto costui:
ed era il duca da messer Francesco Brunelleschi e messer Uguccione
Buondelmonti consigliato, corresse armato la terra e i presi facesse
morire. Ma a lui non parve, parendogli aver a tanti nimici poche forze.
E per prese un altro partito, per il quale, quando gli fosse successo,
si assicurava de' nemici, e alle forze sue provedeva.

Era il duca consueto richiedere i cittadini, che a' casi occorrenti lo
consigliassero. Avendo pertanto mandato fuori a provedere di gente,
fece una lista di trecento cittadini, e gli fece da' suoi sergenti,
sotto color di volersi consigliar con loro, richiedere; e poich
fossero adunati, o con la morte, o con la carcere spegnerli designava.
La cattura di Antonio Adimari, e il mandar per le genti, il che non
si puot far segreto, aveva i cittadini, e massime i colpevoli,
sbigottiti: onde che da' pi arditi fu negato il voler ubbidire. E
perch ciascuno aveva letta la lista, trovavano l'uno l'altro, e si
inanimavano a prender l'armi, e voler piuttosto morire come uomini
con l'armi in mano, che come vitelli esser alla beccheria condotti.
In modo che in poco d'ora tutte tre le congiure l'una all'altra si
scoperse; e deliberarono il d seguente, ch'era il 26 di luglio nel
1343, far nascere un tumulto in Mercato vecchio; e dopo quello armarsi,
e chiamare il popolo alla libert. Venuto adunque l'altro giorno, al
suono di nona, secondo l'ordine dato, si prese l'armi; e il popolo
tutto alla voce di libert si arm, e ciascuno si fece forte nelle sue
contrade sotto insegne con le armi del popolo, le quali dai congiurati
segretamente erano state fatte. Tutti i capi delle famiglie, cos
nobili come popolane, convennero, e la difesa loro, e la morte del duca
giurarono, eccetto che alcuni de' Buondelmonti e de' Cavalcanti, e
quelle quattro famiglie di popolo che a farlo signore erano concorse,
i quali insieme con i beccai ed altri dell'infima plebe armati in
piazza in favor del duca concorsero. A questo rumore arm il duca
il palagio; e i suoi ch'erano in diverse parti alloggiati salirono
a cavallo per ire in piazza; e per la via furono in molti luoghi
combattuti e morti. Pure circa trecento cavalli vi si condussero. Stava
il duca in dubbio s'egli usciva fuori a combattere i nimici, o se
dentro il palagio si difendeva. Dall'altra parte i Medici, Cavicciuli,
Ruccellai, e altre famiglie state pi offese da quello, dubitavano
che s'egli uscisse fuora, molti che gli avevano prese l'armi contra,
non se gli scoprissero amici; e desiderosi di toglierli l'occasione
di uscir fuora, e dello accrescere le forze, fatto testa, assalirono
la piazza. Alla giunta di costoro quelle famiglie popolane che si
erano per il duca scoperte, veggendosi francamente assalire, mutarono
sentenza, poich al duca era mutata fortuna; e tutti si accostarono ai
loro cittadini; salvo che messer Uguccione Buondelmonti, che se n'and
in palagio, e messer Giannozzo Cavalcanti, il quale ritiratosi con
parte de' suoi consorti in Mercato nuovo, sal alto sopra un banco, e
pregava il popolo, che andava armato in piazza, che in favor del duca
vi andasse. E per sbigottirli accresceva le sue forze, e gli minacciava
che sarebbero tutti morti, se ostinati contro il signore seguissero
l'impresa. Ma non trovando uomo che lo seguitasse, n che della sua
insolenza lo castigasse, veggendo di affaticarsi in vano, per non
tentar pi la fortuna, dentro alle sue case si ridusse.

       *       *       *       *       *

La zuffa intanto in piazza tra il popolo e la gente del duca era
grande. E bench queste il palagio ajutasse, furono vinte, e parte di
loro si misono nella podest dei nemici, parte, lasciati in palagio
i cavalli, si fuggirono. Mentre che in piazza si combatteva, Corso
e messer Amerigo Donati con parte del popolo ruppono le Stinche, le
scritture della podest e della pubblica Camera arsero, saccheggiarono
le case dei rettori, e tutti quelli ministri del duca che poterono
avere, ammazzarono.

Il duca dall'altro canto vedendosi aver perduta la piazza, e tutta
la citt nimica, e senza speranza di alcuno ajuto, tent se poteva
con qualche umano atto guadagnarsi il popolo. E fatti venire a se i
prigioni, con parole amorevoli e grate li liber; e Antonio Adimari,
ancorach con suo dispiacere, fece cavaliere. Fece levare l'insegne
sue di sopra il palagio, e porvi quelle del popolo. Le quali cose
fatte tardi e fuor di tempo, perch erano forzate e senza grado, gli
giovarono poco. Stava pertanto malcontento, assediato in palagio; e
vedeva come per aver voluto troppo, perdeva ogni cosa; e di aver
a morire fra pochi giorni o di fame o di ferro temeva. I cittadini
per dar forma allo stato, in Santa Reparata si ridussero, e crearono
quattordici cittadini, per met grandi e popolani, i quali con il
vescovo avessero qualunque autorit di potere lo stato di Firenze
riformare. Elessero ancora sei, i quali l'autorit del Podest (tanto
che quello era eletto, venisse) avessero.

       *       *       *       *       *

Erano in Firenze al soccorso del popolo molte genti venute, tra'
quali erano Sanesi con sei ambasciatori, uomini assai nella loro
patria onorati. Costoro tra il popolo e il duca alcuna convenzione
praticarono. Ma il popolo recus ogni ragionamento d'accordo, se prima
non gli era nella sua podest dato messer Guglielmo da Scesi, e il
figliuolo, insieme con messer Cerrettieri Bisdomini consegnato. Non
voleva il duca acconsentirlo, pure minacciato dalle genti ch'erano
rinchiuse con lui, si lasci sforzare. Appariscono senza dubbio li
sdegni maggiori, e sono le ferite pi gravi quando si ricupera una
libert che quando si difende. Furono messer Guglielmo e il figliuolo
posti tra le mani de' nemici loro, e il figliuolo non aveva ancora
diciott'anni. Nondimeno la et, la forma, la innocenzia sua non lo
pot dalla furia della moltitudine salvare; e quegli che non poterono
ferirgli vivi, gli ferirono morti; n saziati di straziarli con ferro,
con le mani e con li denti gli laceravano. E perch tutti i sensi si
soddisfacessero nella vendetta, avendo prima udite le loro querele,
vedute le lor ferite, tocco le carni lacere, volevano ancora che il
gusto le assaporasse, acciocch come tutte le parti di fuora ne erano
sazie, quelle di dentro se ne saziassero ancora. Questo rabbioso furore
quanto egli offese costoro, tanto a messer Cerrettieri fu utile, perch
stracca la moltitudine nelle crudelt di questi duoi, di quello non si
ricord, il quale non essendo altrimenti domandato, rimase in palagio.
Donde fu la notte poi da certi suoi parenti e amici a salvamento
tratto. Sfogata la moltitudine sopra il sangue di costoro, si concluse
lo accordo, che il duca se ne andasse coi suoi e sue cose salvo; e a
tutte le ragioni aveva sopra Firenze, rinunziasse, dipoi fuora del
dominio in Casentino la rinunzia ratificasse. Dopo questo accordo,
a d sei d'agosto part di Firenze da molti cittadini accompagnato;
e arrivato in Casentino, la rinunzia, ancora che mal volontieri,
ratific: e non avrebbe servata la fede, se dal conte Simone non fosse
stato di ricondurlo in Firenze minacciato.

Fu questo duca, come i governi suoi dimostrano, avaro e crudele, nelle
audienze difficile, nel rispondere superbo. Voleva la servit, non la
benevolenza degli uomini; e per questo pi di esser temuto che amato
desiderava. N era da esser meno odiosa la sua presenza che si fossero
i costumi, perch era piccolo e nero, aveva la barba lunga e rada;
tanto che da ogni parte di esser odiato meritava. Onde che in termine
di dieci mesi i suoi cattivi costumi gli tolsero quella signoria che i
cattivi consigli d'altri gli avevano data.

       *       *       *       *       *

Questi accidenti seguiti in questa citt dettero animo a tutte le
terre sottoposte ai Fiorentini di tornare nella loro libert; in modo
che Arezzo, Castiglione, Pistoja, Volterra, Colle, San Gimignano si
ribellarono. Talch Firenze in un tratto del tiranno e del suo dominio
priva rimase, e nel recuperar la sua libert insegn ai soggetti
suoi come potessero recuperare la loro. Seguita adunque la cacciata
del duca, e la perdita del dominio loro, i quattordici cittadini e
il vescovo pensarono che fosse piuttosto da placare i sudditi loro
con la pace, che farsegli inimici colla guerra, e mostrare d'essere
contento della libert di quelli, come della propria. Mandarono per
tanto oratori ad Arezzo a renunziare all'imperio che sopra quella
citt avessero, e a fermare con quelli accordo, acciocch, poich come
di sudditi non potevano, come amici della lor citt si valessero. Con
l'altre terre ancora, in quel modo che meglio poterono, convennero,
purch se le mantenessero amiche, acciocch loro liberi potessero
ajutare, e la loro libert mantenere. Questo partito prudentemente
preso ebbe felicissimo fine, perch Arezzo non dopo molti anni torn
sotto l'imperio de' Fiorentini: e le altre terre in pochi mesi alla
pristina ubbidienza si ridussero. E cos si ottiene molte volte pi
presto, e con minor pericoli e spese, le cose a fuggirle, che con ogni
forza ed ostinazione perseguitandole.


                                 FINE.




                        NOTA DEL TRASCRITTORE:

--Corretti gli ovvii errori di stampa e di punteggiatura.





End of the Project Gutenberg EBook of Il duca d'Atene, by Niccol Tommaseo

*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK IL DUCA D'ATENE ***

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  works.

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  electronic work is discovered and reported to you within 90 days of
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1.F.

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violates the law of the state applicable to this agreement, the
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trademark owner, any agent or employee of the Foundation, anyone
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including legal fees, that arise directly or indirectly from any of
the following which you do or cause to occur: (a) distribution of this
or any Project Gutenberg-tm work, (b) alteration, modification, or
additions or deletions to any Project Gutenberg-tm work, and (c) any
Defect you cause.

Section 2. Information about the Mission of Project Gutenberg-tm

Project Gutenberg-tm is synonymous with the free distribution of
electronic works in formats readable by the widest variety of
computers including obsolete, old, middle-aged and new computers. It
exists because of the efforts of hundreds of volunteers and donations
from people in all walks of life.

Volunteers and financial support to provide volunteers with the
assistance they need are critical to reaching Project Gutenberg-tm's
goals and ensuring that the Project Gutenberg-tm collection will
remain freely available for generations to come. In 2001, the Project
Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure
and permanent future for Project Gutenberg-tm and future
generations. To learn more about the Project Gutenberg Literary
Archive Foundation and how your efforts and donations can help, see
Sections 3 and 4 and the Foundation information page at
www.gutenberg.org Section 3. Information about the Project Gutenberg
Literary Archive Foundation

The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non profit
501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the
state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal
Revenue Service. The Foundation's EIN or federal tax identification
number is 64-6221541. Contributions to the Project Gutenberg Literary
Archive Foundation are tax deductible to the full extent permitted by
U.S. federal laws and your state's laws.

The Foundation's principal office is in Fairbanks, Alaska, with the
mailing address: PO Box 750175, Fairbanks, AK 99775, but its
volunteers and employees are scattered throughout numerous
locations. Its business office is located at 809 North 1500 West, Salt
Lake City, UT 84116, (801) 596-1887. Email contact links and up to
date contact information can be found at the Foundation's web site and
official page at www.gutenberg.org/contact

For additional contact information:

    Dr. Gregory B. Newby
    Chief Executive and Director
    gbnewby@pglaf.org

Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg
Literary Archive Foundation

Project Gutenberg-tm depends upon and cannot survive without wide
spread public support and donations to carry out its mission of
increasing the number of public domain and licensed works that can be
freely distributed in machine readable form accessible by the widest
array of equipment including outdated equipment. Many small donations
($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt
status with the IRS.

The Foundation is committed to complying with the laws regulating
charities and charitable donations in all 50 states of the United
States. Compliance requirements are not uniform and it takes a
considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up
with these requirements. We do not solicit donations in locations
where we have not received written confirmation of compliance. To SEND
DONATIONS or determine the status of compliance for any particular
state visit www.gutenberg.org/donate

While we cannot and do not solicit contributions from states where we
have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition
against accepting unsolicited donations from donors in such states who
approach us with offers to donate.

International donations are gratefully accepted, but we cannot make
any statements concerning tax treatment of donations received from
outside the United States. U.S. laws alone swamp our small staff.

Please check the Project Gutenberg Web pages for current donation
methods and addresses. Donations are accepted in a number of other
ways including checks, online payments and credit card donations. To
donate, please visit: www.gutenberg.org/donate

Section 5. General Information About Project Gutenberg-tm electronic works.

Professor Michael S. Hart was the originator of the Project
Gutenberg-tm concept of a library of electronic works that could be
freely shared with anyone. For forty years, he produced and
distributed Project Gutenberg-tm eBooks with only a loose network of
volunteer support.

Project Gutenberg-tm eBooks are often created from several printed
editions, all of which are confirmed as not protected by copyright in
the U.S. unless a copyright notice is included. Thus, we do not
necessarily keep eBooks in compliance with any particular paper
edition.

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facility: www.gutenberg.org

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including how to make donations to the Project Gutenberg Literary
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