The Project Gutenberg EBook of Donne e fanciulle, by Luciano Zccoli

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Title: Donne e fanciulle

Author: Luciano Zccoli

Release Date: August 12, 2014 [EBook #46568]

Language: Italian

Character set encoding: ISO-8859-1

*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK DONNE E FANCIULLE ***




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                          LUCIANO ZCCOLI


                               DONNE
                            E FANCIULLE


                            La marmotta
          Il dialogo delle bambole -- La filosofia di Minni
              L'amore degli altri -- Ninn non  gelosa
                La signorina Empiastro -- Ada e Fosca
                      Giorgina e i suoi uomini
          Piccolo Skating -- La moglie innamorata -- Colmr



                              MILANO
                     FRATELLI TREVES, EDITORI
                        =12. migliaio.=




                       PROPRIET LETTERARIA.

     _I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per
      tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l'Olanda._

      Si riterr contraffatto qualunque esemplare di quest'opera,
     dal 10. migliaio in avanti, che non porti il timbro a secco
                della Societ Italiana degli Autori.

                    Milano, Tip. Treves -- 1920.




PREFAZIONE.


Gi il titolo del volume spiega che di ciascuna delle novelle qui
raccolte  protagonista una donna o una fanciulla, dell'aristocrazia,
della borghesia ricca, delle classi medie, del popolo. Ma non dice, il
titolo, che il libro  molto indulgente, e devo dirlo io. Quando non
sian buone e ingenue, queste mie donne, sono colpevoli per colpa degli
altri, come avvien quasi sempre nella vita; perch io credo che la
responsabilit della donna si sia esagerata sempre, e in questi ultimi
tempi sia stata portata alle stelle da alcuni scrittori, i quali voglion
vedere nella donna La Nemica, per antonomasia, con iniziali maiuscole.

Di maiuscolo, a mio credere, non v' il pi delle volte che l'asinit
dell'uomo; epper il mio libro  indulgente, e raffigura la donna come
una creatura di grazia, che gli uomini possono condurre a perdizione pi
presto e pi sovente di quel che la donna non conduca a perdizione gli
uomini; e d alla donna una responsabilit ben piccola dei malanni che
pu commettere, e a cui gli uomini la incitano per il loro interesse
egoistico, o l'incoraggiano storditamente con l'esempio.

E se vogliamo a una semplice raccolta di novelle dare un senso riposto e
un significato che sconfini dalla letteratura, diciamo che il libro 
antifemminista. Antifemminista, perch annulla quasi la responsabilit
della donna, strumento duttile di gioia o di dolore nelle mani dell'uomo
savio o malvagio o sciocco. Ma sia detto questo incidentalmente, perch
voglio tenermi lontano da discussioni, le quali sono inutili e uggiose,
e desidero piuttosto chiarire, con la brevit che  necessaria, il
concetto al quale mi sono ispirato, e non in questo libro soltanto, per
vedere e giudicare la vita femminile.

In verit, la donna, che  da alcuni considerata come una creatura
malefica, instrumentum diaboli, non diventa pericolosa se non quando 
mal conosciuta e mal trattata; e io conservo l'illusione che, salvo casi
patologici i quali non ci riguardano e sono oggetto di studii speciali,
la donna sia capace di molto bene, purch l'uomo che le  al fianco
sappia incuorarla.

Creatura delicata per la sua impressionabilit viva e profonda, non
appena l'uomo sopraggiunge nella sua vita, ella gli si volge per
interrogarlo. Senonch, il pi delle volte egli non risponde, perch non
sa; o risponde il falso, ora dipingendole la vita come un chiostro in
cui ella sar avvinta per adorare il suo padrone e signore, ora
facendole credere che la vita  una cosa leggera, arguta, piacevole,
tutta spumante di capricci e di soddisfazioni. Comunque la donna agisca
poi, l'uomo  il solo responsabile delle azioni di lei. Molti uomini i
quali si lagnano dell'infedelt della donna, non si lagnano, chi ben
veda, che di se stessi, come i genitori i quali lamentano la mala
riuscita dei figli, danno una cattiva idea dell'ambiente in cui li
allevarono e dell'educazione che hanno loro impartita.

La donna  fatalmente infedele all'uomo che non la comprende, non la
cura, non la educa, perch la donna ha in s un fermento di ribellione
istintiva, che solo un'attenzione assidua e generosa pu distruggere.
Direi per ci che nel campo sentimentale non  tradito se non l'uomo che
vuol esserlo. Perch la donna non chiede di meglio che di essere fedele,
anche per la naturale sua inclinazione, la quale la consiglia a tenersi
lontana dalle ansie, dai pericoli, dalle fatiche dell'inganno. Non
chiede di meglio, ma essendo per natura sua oscuramente e infantilmente
vendicativa, le asprezze e le volgarit, le offese e le negligenze
dell'uomo cadono in un terreno che produrr i frutti pi tossici non
appena l'occasione se ne presenti.

Contrariamente a quel che si pensa in generale, l'adulterio femminile
non  gi la rivelazione d'un punctum minoris resistentiae della
donna, ma d'un punctum minoris resistentiae dell'uomo a cui ella
appartiene; o piuttosto l'effetto delle deficienze del marito che delle
deficienze della moglie.

 raro l'uomo il quale dia all'amore tutta l'importanza a cui questo
sentimento ha diritto: siamo in tempi gravi, il rispetto umano ci
obbliga a sogghignare di ci che noi chiamiamo sentimentalismi, e per
far pi presto, molti uomini giungono al matrimonio dopo una lunga
esperienza della donna da trivio, la sola esperienza rapida e poco
dispendiosa che la fretta degli affari conceda. Alla vigilia di legarsi
per tutta la vita a una donna, non hanno della donna che un concetto
fisico e dell'amore un sorridente disdegno.

Ed  doloroso che di questa ignoranza oggi si faccia pompa come di
squisita saviezza e ci si avvicini al matrimonio come ad una vettura di
piazza, trascinata da un cavallino qualunque, che  la donna, il quale
correr certamente per il solo fatto che c' un cocchiere. Qualche volta
il cavallino s'impenna, rovescia cocchiere e carrozza....

E allora l'uomo ricorre al codice o al colpo di rivoltella, perch ha
ragione lui, e il cavallino doveva correre.

Eppure, di ben poco si nutre la scienza dell'amore: di bont e di
apparenze gentili. Gli uomini non sanno che bene spesso tutto dipende da
una parola. Alle parole la donna d gran peso: un uomo avveduto con una
frase opportuna, con una piccola garbata parola pu vincere
l'irritazione della sua compagna. La donna ha sete di parole buone e
affettuose e le preferisce talora a un regalo; in generale gli uomini
ignorano questa ingenua virt femminile che si accosta per essere
accarezzata con una frase; e in una discussione non sanno aver pazienza,
trascuran l'arte di tacere, trattano la donna come un avversario
temibile armato di terribili argomentazioni alle quali altre bisogna
opporne senza piet per debellarlo. Se sapessero indulgere alla mancanza
di logica, che sovente  la caratteristica delle argomentazioni
femminili, e, non volendo stravincere, se sapessero spiare il momento
per quella parola buona e tenera, che la donna desidera sempre, le
discussioni terminerebbero presto senza lasciare strascichi, senza
giungere a violenze, che si possono perdonare, ma che non si dimenticano
pi.

Ho detto che la donna  una creatura delicata; prima di me un classico,
il Michelet, l'ha definita un tre malade. Per quella sua delicatezza,
ella non tollera la volgarit, e l'uomo  sopra tutto e prima di tutto
una creatura contesta di volgarit.

Egli parla dei suoi amori con cruda spavalderia; e la donna per
abitudine e per prudenza non ne parla mai in alcun modo. Egli si vanta
delle sue conquiste o, quando  discreto, le lascia indovinare. Ci son
degli uomini, -- e mi dispiace dirlo, son la maggioranza, -- i quali
preferiscono al possedere una donna il comprometterla. La donna ha
l'abitudine del silenzio e del segreto in tutto quello che si riferisce
all'amore; -- l'uomo , per quel che si riferisce all'amore, assai
loquace.

Il suo linguaggio del resto,  in generale, largo e sbracato: un
vocabolario da taverna non  affatto eccezionale in bocca a un uomo che
parla con altri uomini familiarmente, ma  lontano dalle abitudini
mentali della donna, la quale non se ne servir se non il giorno in cui
avr disceso tutta la scala della perdizione.

 dunque assai facile, per questa diversit di costume, di vita,
d'abitudine, che l'uomo offenda la naturale suscettibilit della donna,
credendo che perch egli l'ha avuta, tutto gli sia permesso; e molte
ferite son fatte nei primi tempi d'intimit piuttosto con le parole che
con le azioni.

Una donna veramente appassionata pu prestarsi a tutti i capricci e i
desiderii dell'uomo che ama e che ha scelto; ma difficilmente perdona
all'uomo che le rammenti con parole volgari le volutt segrete a cui
egli ha saputo persuaderla in nome della passione. Ella ben comprende
che la soglia dell'alcova non dev'essere profanata, che l'amore perde il
suo fascino quando lo si descriva troppo, che l'uomo ha l'obbligo della
discrezione anche di fronte alla donna da lui posseduta, se non vuole
abituarla alla fredda impudicizia, la quale toglie ogni attrattiva e
ogni merito alla volutt.

L'uomo che non tien conto di queste sottili accortezze e di questi
pudori tenaci, arrischia di vedersi tradito presto; l'allieva della sua
depravazione verbosa, avvezza a non arrossir pi dei vocaboli che
offendono peggio degli atti e che non hanno scusa, sar assai mal
preparata a difendersi dagli assalti che una donna giovane e bella deve
sostenere.

                                 *

Noi usiamo essere severi con la donna che cade; sia essa fanciulla
libera di s, sia legata gi a un uomo col vincolo del matrimonio.

Fingiamo d'ignorare quali battaglie deve affrontare una donna per
conservarsi onesta; dimentichiamo quali tentazioni la circondino, in
alto e in basso della scala sociale, e quali avvedute insidie spiino la
sua debolezza, la sua impressionabilit, il suo bisogno d'amore e di
protezione. Le donne sono deboli, -- ha detto Pitagora, -- perch non
sono sostenute che dal cuore.

E male sostenute, possiamo aggiungere, e mal difese dal cuore che
consiglia loro la piet. Il pi gran numero di donne non cadono gi per
un traviamento dei sensi, contro i quali hanno freni pi forti dei
nostri, perch non illanguiditi dall'abitudine del piacere; ma per un
consiglio di piet. Esse non sanno resistere allo spettacolo dell'uomo
che soffre per averle, n sanno distinguere il vero innamorato capace di
esser loro vicino non solo nell'ora del godimento ma pur nell'ora del
pericolo, dal seduttore professionale che recita con sapiente ipocrisia
una sua vecchia commedia, e ha gi deciso d'abbandonarle non appena le
avr avute.

Le tentazioni sono innumerevoli intorno alla donna, fatte di lusinghe e
di adulazioni, d'insistenza e d'audacia; ora esaltata, ora intimorita,
ora impietosita, deve combattere una battaglia diuturna per difendersi,
e passa ogni giorno attraverso un'atmosfera di desiderio e di libidine,
che le soffia in faccia il suo alito bruciante.

Se resiste, l'uomo non gliene d merito;  una insensibile, una frigida,
non ha nervi. Se cede, tutti la condannano;  una sensuale, una
depravata, una incosciente.

Caratteristica mi  sempre parsa la frase di Giorgio Byron: Un passo di
l dal decoro  per la donna un passo verso il precipizio. Questo
medesimo Giorgio Byron confessa nel suo giornale d'avere sedotte almeno
cinquanta donne, d'averle persuase a far con lui il passo di l dal
decoro verso il precipizio. Ci non gli imped di scrivere la sua
sentenza generale per le donne che hanno ascoltato lui, per le donne che
ascolteranno gli altri.

 molto maschile questa disinvoltura, e Giorgio Byron, il quale fu
cavalleresco per l'indipendenza dei popoli, si dimentic spesso di
essere cavalleresco per le donne che non avevano saputo resistergli. Fu,
insomma, un uomo, ampiamente, e diede ragione ad Helvetius, il quale
scriveva essere la donna come una tavola imbandita, che si guarda con
occhio cupido prima del pranzo e annoiato dopo pranzo.

Noi vogliamo che la donna sia onesta; ma ciascuno di noi ha lavorato pi
volte e con entusiastico accanimento a debellare o a mettere in pericolo
quella onest che sbarrava il cammino ai nostri desiderii. Sempre pronti
a dettar norme di ben vivere e a creare eccezioni per il nostro piacere,
non teniamo poi conto alcuno delle lotte che la donna ha dovuto
sostenere per osservar quelle norme e per respingere quelle eccezioni.
L'onest ci pare una cosa facile ed ovvia, quantunque abbiam passato
molto tempo della nostra vita a studiare agguati e a tendere lacciuoli
per farvi incappare la donna che voleva essere onesta.

Una certa equit nel giudicare la donna caduta  necessaria.

Alla nostra onest di uomini, la quale consiste, poco su poco gi, nel
non violare il codice, non si oppongono tanti accorgimenti nemici quanti
vengono preparati alla onest femminile, che  di natura ben pi
difficile.

Un cassiere mal pagato che maneggia ogni giorno centinaia di migliaia di
lire,  assai meno meritevole di stima che una donna maltrattata dal
marito, la quale non cede alle lusinghe dei corteggiatori. Il primo pu
anche avere innanzi agli occhi la visione del carcere, sufficiente a
trattenerlo da un'appropriazione indebita; l'altra non ha che la visione
d'una felicit luminosa e infinita, che ogni giorno il corteggiatore le
descrive.

In basso la donna  insidiata dalla povert. Nulla mi par cos pietoso
nel mondo come lo spettacolo d'una fanciulla povera; a lei negate non
soltanto le soddisfazioni della vanit, pur forte in ogni cuore di
donna, ma gli agi, le comodit, le cure, che al suo corpo gentile e
fragile sarebbero necessari. E intorno le stanno uomini, i quali pongono
tutto lo sforzo dell'ingegno e dell'eloquenza nel dimostrarle che se
ceder ai loro desiderii e si toglier dal cammino diritto, potr
adornarsi e curare la sua persona e la sua eleganza, ed essere
invidiata, e vivere in un perpetuo gaudio. Il lavoro l'intristisce, il
timore del domani la sciupa, i cattivi alimenti e la cattiva abitazione
la fan deperire. E lavora. Lavora fin che trovi un uomo della sua
condizione che voglia sposarla. Egli la sposa, ma non la toglie alla
fatica quotidiana perch non pu; e un giorno s'ubbriaca e la batte.

Pi su, le tentazioni che serrano tutt'intorno la donna non sono meno
terribili. Se in basso la mancanza degli agi pu tradirla, in alto sono
gli agi che la insidiano,  il suo fascino medesimo che fa pullulare i
desiderosi,  talvolta la mancanza dei figli,  la maggior coltura che
le d maggiori bisogni sentimentali,  la vita stessa con le sue
convenienze, i suoi divertimenti, le visite, i teatri, le feste, che le
moltiplica intorno le seduzioni,  la trascurataggine del marito, che
non sa difenderla e proteggerla, e si fa vivo il giorno in cui l'accusa
e la giudica....

La nostra povera onest maschile, la quale, ripeto,  sufficientemente
solida quando non incappi nel codice, ignora questa via crucis di
tentazioni. Noi non siamo tutti i giorni pregati e supplicati di rubare
o di apporre firme false a una cambiale, come una donna giovane e bella
 tutti i giorni supplicata di darsi all'uno e di mancar fede all'altro.
E se fossimo con tanta insistenza pregati di commettere il male, non so
quanti di noi non lo commetterebbero, salvoch non avessimo gli occhi
sempre intenti al codice.

Come possiamo essere severi con la donna caduta, se teniam conto di
tutte le trappole che furon poste attraverso alla sua strada? Dobbiamo
noi farla responsabile delle adulazioni che han trovato la via del suo
cuore, delle minacce che l'hanno impaurita, delle insistenze che l'hanno
avvinta, delle abili finzioni che l'hanno illusa?

I veri responsabili, gli uomini, scompaiono nell'ombra.

Quando tornate a casa di tarda notte e v'imbattete in una donna da
trivio che vi sorride e vi chiama, non pensate mai che un giorno ella fu
vergine, che deve aver amato, che si  data a qualcuno, il quale l'ha
abbandonata poi sul lastrico, e non vi chiedete dov' questo qualcuno
mentre la donna segue la sua via d'abiezione e di morte?... Quel
qualcuno pu essere il medesimo uomo, il quale vi ha test accolto
nella sua casa ospitale, dove tutto sorrideva e tutto era bello.... Non
vogliamo condannarlo? Ma bisognerebbe essere ingiusti fino alla
bestialit per condannare in sua vece la donna, che vent'anni addietro
gli ha creduto ed  rotolata gi per la scala del vizio fino alla
prostituzione.

                                 *

Che la donna sia irresponsabile socialmente parlando,  dimostrato da un
fatto a tutti noto: non sente l'amicizia.  rarissimo il caso che vi fa
incontrare due donne le quali siano legate da una amicizia
disinteressata e sincera.

La donna odia la donna. Somiglia in questo alla gallina. In un pollaio,
guai alla gallina che si ferisce e perde sangue! Tutte le altre le si
precipitano addosso, e a colpi di becco e di zampe la fanno a brani. 
la loro solidariet, il loro sentimento d'amicizia.

La donna non  diversa; odia la sua compagna segretamente fin che l'odio
non possa manifestarsi ed erompere con gioia selvaggia. E quando mai
sar il giorno in cui l'odio avr questa soddisfazione? Quando,
naturalmente, la donna sia caduta e in pericolo.

In occasione di due processi celebri, Steinheil e Tarnowsky, io mi son
piaciuto a interrogar molte donne sulla sorte che avrebbero riservata
alle imputate. E ricordiamo che le imputate eran dipinte come donne
affascinanti, quale per bellezza, quale per grazia femminile. Nessuna
delle signore che io interrogai espresse un pensiero d'indulgenza,
nessuna avrebbe accordato le attenuanti; tutte augurarono la pena di
morte, e qualcuna, -- piccola gallina feroce, -- si rammaric che la morte
non si potesse dare con lunga e squisita tortura.

La donna odia la donna, e non ha dunque il ristoro di quel sentimento
che  tra gli uomini assai forte. Gli esempii classici dell'amicizia
sono nella letteratura attinti alla vita maschile, da Patroclo e Achille
a Damone e Pizia. Non si ricordano coppie di amiche le quali sian
passate attraverso i secoli con l'aureola del sentimento nobilissimo.

Sappiamo che cosa sono le amicizie femminili di collegio, traviamenti
della pubert inquieta; pi avanti la lotta per la vita, quell'implacato
spirito di gelosia che  cos acceso tra le donne, schiera le une contro
le altre. Esse rinunziano alla terribil forza della solidariet sociale
e sessuale con una incoscienza maravigliosa, per procedere sole nella
loro via; rinunziano all'amicizia per l'amore.

Dall'amore, cio dall'uomo, la donna si aspetta tutto, gioia, tutela,
famiglia, aiuto morale e materiale, soddisfazione alle piccole vanit e
ai mille desiderii che da fanciulla  andata maturando. Per ci la sposa
 superba e invidiata; per ci, spietate nel loro odio, le une sorridono
delle altre, che abbian vista andar fallita una promessa o una speranza
di fidanzamento.

Ma comunque l'uomo si presenti, sotto le spoglie d'un marito o quale un
amante, egli sar la guida e il maestro. La fanciulla  stata educata in
un collegio, nel quale le hanno insegnato molte cose inutili o sciocche
o contrarie al vero; poi dalla madre, che ha continuato quella
educazione lontana da ogni soffio vitale, quella educazione che in certi
casi pu riassumersi nella raccomandazione di abbassar gli occhi quanto
pi  possibile, e di vedere e capire quanto meno  possibile.
Fortunatamente l'una e l'altra educazione s'accordano anche in un punto,
in un solo punto che abbia valore sociale e potenza di difesa:
nell'insegnare e sviluppare il pudore della fanciulla.  questo il solo
presidio di molte donne.

La bella candida oca  consegnata dall'amore, dunque, nelle mani
dell'uomo, il quale dovrebbe plasmarla e avviarla alle prove
dell'esistenza, perch egli  forte, ed essa debole.

                                 *

Egli  forte.

Tra le menzogne convenzionali della nostra societ, una sopra tutte mi
sembra patente: quella che riguarda la forza morale dell'uomo.

Chiunque abbia vissuto con qualche intensit e abbia avuto maniera
d'osservare uomini di diverse classi sociali, sa che l'uomo forte  un
esemplare tutt'altro che comune. Quando non ondeggino tra una timidezza
e un'audacia irragionevoli, passando come tutti i deboli da un
abbattimento eccessivo a un'insensata e inopportuna arditezza, gli
uomini al cospetto delle avversit trovano difficilmente l'energia per
fronteggiare gli ostacoli e gli avvedimenti per superarli.

La bella serenit risoluta, indice della vera forza morale,  rara; pi
rara l'intelligenza pacata che giova a preparare tutto un piano di
difesa e ad attuarlo con sagacia.

In verit quella prima menzogna della forza maschile non  se non la
conseguenza d'un'altra menzogna: l'ipotesi della lotta per la vita.

Mentre ovunque si parla di lotta e di lotte, molte esistenze crescono,
fioriscono e si spengono senza conoscer da vicino n la lotta, n le
lotte, molte esistenze si svolgono con un meccanismo sicuro, e giungono
pacificamente alla loro meta.

Considerate, ad esempio, l'enorme numero di professioni regolate da
leggi di gerarchia e di anzianit, la professione degli impieghi, la
professione delle armi, le altre innumerevoli in cui basta uno spirito
mediocre per avere una mediocre agiatezza; aggiungete da una parte il
rispettabile numero dei ricchi, e dall'altra le organizzazioni che han
tolto la combattivit all'individuo, lo hanno ridotto a gregario e lo
fanno obbedire a una disciplina bassa e stupida; non dimenticate tutti
quelli che non tendono ad alte vette, non pensano a grandi mutamenti,
non conducono vita intensa di piaceri e di commozioni, e tutti quelli i
quali non abbiano una personalit tanto spiccata da crearsi intorno
ostacoli e nemici.... E poi dite quanti davvero lottano nella vita,
quanti ne conoscono le ore torbide, le ingiustizie amare, i giorni
pnici, gli istanti delle grandi risoluzioni.... Quanti?... Io ho dovuto
sorridere pi d'una volta, vedendomi innanzi qualche piccolo uomo, che
mi parlava di lotte sostenute, di guerre e di patmi, come avesse dovuto
respingere da solo un intero esercito. E sapevo benissimo che tutta la
sua attivit era rivolta ad ottenere la croce di cavaliere della Corona
d'Italia. Avuta la quale, non si sarebbe pi udito parlare dell'atleta.

Molti son foggiati a questa maniera. A sentirli, si scambierebbero per
cacciatori di tigri; poi la citazione d'un giudice conciliatore o
l'obbligo di testimoniare in un processo li fa sbiancar di terrore.

La mancanza di lotta fa la mancanza di forza. La vita degli uomini
comuni ha questi due segni: pace e debolezza; e fin che la pace dura, i
deboli e i forti si somigliano, e si pu lasciare che quelli menino
vanto delle virt di questi, augurando ai primi di non imbattersi mai
nei secondi.

La lotta  rara, e perci la forza  rara; il caratterisma principale
della vita  la mediocrit delle gioie e dei dolori, la volgarit del
meccanismo. Pochi uomini hanno il diritto di parlar delle lotte della
vita come le avessero viste da vicino, ma tutti ne parlano con gravit
sapiente, cosicch a un giovane credulo la vita dovrebbe apparire come
una mischia furiosa in cui migliaia sono i caduti, pochi i vincitori.

Manca invece alla grande maggioranza il maestro, il dolore; quel dolore
che noi fuggiamo per istinto e che  fonte d'esperienza, che nei cuori
ben fatti consiglia piet e simpatia invece che odio e sfiducia.

La vita dei pi si svolge senza dolore. Messi al riparo da ogni colpo
perch non hanno grandi ambizioni, non mirano in alto, non risvegliano
inimicizie, non si presentano con una personalit temibile, gli uomini
comuni procedono per una marcia regolare in terreno piano, e nel loro
bilancio morale l'attivo e il passivo hanno proporzioni sufficientemente
eque.

 dunque ingiusto guardar la vita e parlarne con espressione di
corruccio.

Singolarmente avversa e dura per taluni pochi,  onesta per la grande
maggioranza alla quale non chiede sforzi eccessivi, e d un profitto
adeguato allo sforzo. Non tutti quelli che declamano contro la vita,
hanno lo scrupolo di coscienza di chiedersi che cosa han fatto per
meritare meglio di quanto hanno avuto.

Se si conviene, -- e bisogna convenire, -- che per tre quarti dell'umanit
la lotta e il dolore non sono se non imagini retoriche, si deve pur
convenire che l'uomo  un debole, il quale mangia, beve, procrea, e fa
correre la voce che l'uomo  forte. Quando parla di energie e di
battaglie, sembra uno di quei guerrieri giapponesi d'or sono
cinquant'anni, che si coprivano il volto con mostruose maschere;
volevano incutere paura, e cadevano a centinaia sotto i proiettili degli
uomini senza maschera.

                                 *

L'infinita quantit di donne insignificanti che s'incontrano in tutti i
paesi  pullulata dall'insipienza dell'uomo, il quale non s' avvisto
che la sua donna non aveva carattere e non ne aveva egli stesso tanto da
foggiar quello della donna che gli apparteneva. L'ha lasciata poltrire e
disfarsi nello stagno della sua impersonalit.

E non intendo con questo rilievo pronunziare alcun anatema, bens notare
appena una necessit sociale; la massa  naturalmente sfornita di
qualit d'ordine superiore, e maschi e femmine si confondono in una
folla grigia che occupa molto spazio e forma l'opinione pubblica.

Ma di certo, se in quella folla che passa e s'avvia alla morte come al
coronamento d'una vita tutta animale, noi ci facessimo a ricercar
qualche tipo che avrebbe potuto salire alla classe intellettualmente pi
alta e moralmente pi sensibile, staccandosi in qualche maniera dalla
massa grigia, lo troveremmo con maggior facilit tra le donne che tra
gli uomini.

L'impressionabilit femminile non  che il germe; s'atrofizza e muore se
non gelosamente custodito e pazientemente sviluppato; d frutti copiosi,
mortali o salutari, se l'uomo accorto lo coltiva. E qualche altra virt
 nella donna, che pu formarne la personalit; come lo spirito di
sacrificio, che gli uomini apprezzano solo egoisticamente, e la tendenza
ad affezionarsi a idee, cose e persone, della quale gli uomini
approfittano per tramutar la devozione in servit.

Perch un'anima femminile si apra con fiducia e prenda quella forma che
diciamo carattere, dev'essere trattata con dignit. La donna ha bisogno
di sentire bens che chi le sta al fianco  pi forte di lei, ma che non
ha nulla da temerne; e lo comprender quando vedr che l'uomo, il quale
rivolge tutta la sua forza morale contro le avversit del destino, 
sereno con lei e indulgente, e se la corregge non la umilia, e se pu
vincerla in logica e in fermezza e in coraggio, non ne ride e non ne
mena vanto. La donna ha bisogno, in altri termini, di sentire che 
diversa dal suo compagno, ma non inferiore. La scienza dice che questo
non  vero, che l'inferiorit della donna  manifesta; ma socialmente 
necessario che non si abusi di queste verit scientifiche, perch
l'alcova non  il laboratorio, e la famiglia non  una societ
d'antropologia: e la scienza facile in mano degli imbecilli  assai pi
dannosa dell'ignoranza.

Fra tanti orgogli che si son voluti riconoscere alla donna, uno  stato
negletto; l'orgoglio d'essere stimata. Nulla meglio avvilisce una donna
e alla lunga ce la rende nemica, che il tenerla lontana da ogni nostro
pensiero, l'ascoltarla con distrazione, il tacerle cose le quali si
potrebbero narrarle senza danno, l'appartarla e il richiuderla in una
cerchia d'indifferenza sdegnosa, il farle sentire ch'ella , sopra
tutto, uno strumento pel nostro piacere.

                                 *

Ma io mi avvedo che se mi abbandonassi a notar qui le riflessioni che ho
potuto raccogliere in una vita d'esperienza, scriverei un proemio
sproporzionato al libro e alla sua indole. Non dimenticher che questa
raccolta di novelle appartiene, vuole appartenere semplicemente alla
letteratura, e quanto sono andato esponendo, lungi dall'avere
un'intenzione polemica, non ha che il fine di spiegare a qual concetto
mi sono attenuto, creando questa collezione di tipi femminili.

Che se mi si opponesse essere il mio concetto, indulgente e generoso
verso la donna, il frutto d'un'esperienza tutta personale, che non prova
nulla, potrei anche concedere; quantunque e la filosofia e l'arte e le
opinioni non siano mai altro che il frutto d'esperienze personali. E per
ci il mondo  divertente, e nulla  definitivo e assoluto.

Per conto mio, potr mutare d'idea sulla donna il giorno in cui ne avr
trovata una capace di condurre a perdizione me; allora dir anch'io
ch'ella non  se non una creatura malefica, instrumentum diaboli, La
Nemica con le iniziali maiuscole....

Ma mi sembra tardi....

  Febbraio 1911.

                                                            L. Z.




LA MARMOTTA.


I.

Che freddo, che freddo, faceva a Como, in gennaio!

Del Bisbino non era possibile scorgere la vetta, incappucciata in una
nuvola grigiastra; e sotto la nuvola s'ampliava una larga distesa di
neve; l'aria gelida soffiava di l, movendo le acque del primo bacino,
che s'accartocciavano per il brivido.

Col bavero della pelliccia alzato fino alle orecchie, gli occhi bassi a
schivar certi mucchi di neve giallastra ond'era disseminata piazza
Cavour, Tullio Sciara accompagnava Estella in quella inutile
passeggiata; e correvano ambedue.

Estella gli lanci un'occhiata di traverso, e disse a un tratto:

-- Ha il naso rosso!

Tullio si tocc il naso istintivamente, e la sua amica diede in una
risata.

-- Anche lei ha il naso rosso, -- rispose Tullio per vendicarsi, -- e le
gote rosse, e il mento rosso. Mi sembra una bambola di legno, da un
soldo.  tutta rossa!

-- Io sono tutta rosa, -- ella osserv pacatamente. -- Sono sempre tutta
rosa. Mi vedr all'albergo, quando rientreremo.

-- Ma potevamo rimanerci! -- protest l'altro. -- Che gusto c' a
intirizzire per le strade?

-- No; voglio vedere le mode, le mode di Como.... Quando fa freddo,
allora, non si uscir pi?

L'uomo tacque, e seguit ad accompagnarla, correndo al suo fianco.

Bisognava farle la guardia; ordine di sua zia; e proprio a Tullio doveva
toccare di far la guardia a una ragazza di diciassette anni!

Era andato, nel pomeriggio stesso, a Milano, a trovare quella zia
d'Estella; una signora alta, capelli nerissimi, labbro superiore
ombreggiato da una forte lanugine, occhi neri dallo sguardo imperioso.

E aveva trovato la signora Anna Arrigoni in grande scompiglio, ed
Estella sbalordita, umiliata, perch sentiva d'essere impacciosa.

Estella presso Anna sembrava pi fragile e gentile; la giovinetta bionda
presso la scura matrona pareva d'un'altra razza, per le forme esili, per
le rose delicate del volto, per gli occhi azzurri senz'ombra. E perch
la zia era inquieta e perplessa, Estella, seduta al suo fianco, rimaneva
muta, guardandosi intorno come a cercare un rifugio.

-- Che me ne faccio, che me ne faccio, ora, di questa bambina? -- andava
ripetendo la signora.

Parlava a Tullio? Parlava all'aria, o a s stessa? Egli non avrebbe
saputo dire; ma not che chiamava bambina sua nipote: abitualmente la
chiamava marmotta; e quando la rampognava, in giorni comuni, cominciava
sempre cos: "Tu che sei una donna, oramai...."

-- Ma che cosa  avvenuto? -- disse lo Sciara.

--  avvenuto che mia figlia sta male, -- rispose la signora. -- Sa, mia
figlia maritata, Francesca? Veda qui: mi hanno telegrafato, e devo
partire per Brescia.... E che me ne faccio, che me ne faccio, ora, di
questa bambina?

-- Non pu telegrafare a suo padre, che venga a riprendersela? -- domand
Tullio.

La signora Arrigoni fece con la mano un gesto brusco, subito vinto, e
addolcita la voce, rispose:

-- L'avevo pensato, naturalmente; ma, nel pi fortunato dei casi, mio
cognato non pu esser qui prima di domani, forse domani sera. Sta a
Bellagio,  medico; e non ci sono i forestieri che si pagano il
capriccio di svernare a Bellagio, come fosse la Riviera? Se ha qualche
malato di conto, non pu allontanarsi....

Estella os interloquire.

-- S, zia, -- disse, -- ha proprio un malato inglese, un vecchio che deve
visitare tre volte al giorno. Me lo ha scritto, pap....

-- Vede? -- incalz la signora. -- E che me ne faccio, di questa bambina?

-- Non ha un'amica alla quale confidarla? Un'amica, la quale possa
riaccompagnarla da suo padre?

Tullio aveva il dono d'irritare, quel giorno, la signora Arrigoni, e lo
comprese a un altro gesto di lei, non finito.

-- Andare in cerca dell'amica, ora! -- esclam. -- Mentre il terreno mi
scotta sotto i piedi.... Pensi che mia figlia sta malissimo, e vorrei
gi essere al suo capezzale.... La mia Francesca!

Si alz d'un tratto, e soggiunse, rivolta allo Sciara:

-- Favorisca un istante.

Egli la segu; entrarono in un altro salotto, sprofondato in tale
oscurit che Tullio inciamp prima in una poltrona, poi nel tappeto, e
da ultimo in un tavolino, sul quale si produsse un tintinnio che gli
fece comprendere che i ninnoli si baciavano.

Ma la signora non vi bad; ritta in mezzo alla camera, ritta e nera nel
nero, gli disse con voce solenne:

-- Febbre puerperale!...

Lo Sciara non cap, e stette muto.

-- Febbre puerperale! -- ripet la signora Arrigoni. -- Ci son delle cose
che non posso dire davanti a Estella. Ma lei comprende l'importanza di
questa notizia; le ore sono preziose; mia figlia  in pericolo, devo
correre a Brescia.... Qualche volta una mamma, con una occhiata.... E
che me ne faccio di quella bambina?...

La voce della signora tremava ed era velata: la povera donna, in
procinto di dare in uno scoppio di lagrime, vibrava di sgomento e
d'impazienza.

Tullio si decise: le disse:

-- Vuole che la prenda io, Estella, e la riaccompagni da suo padre?

Evidentemente, ella non aveva mai voluto, non aveva mai pensato altro.
Gli serr le mani con forza, quasi con violenza:

-- Grazie! -- esclam. -- Non le disturba? Pu partire subito?... Estella 
una bambina, tutti lo vedono; lei  un uomo maturo; nessuno potr
giudicar male....

Lo Sciara aveva trent'anni, tredici pi di Estella; a lui, veramente, la
differenza non sembrava cos notevole da non sollevare mormorazioni per
un viaggio in quella compagnia; ma forse era acciecato dalla vanit
maschile, e non os ribattere. Del resto, la signora aggiunse qualche
cosa, che gli dispiacque meno dell'"uomo maturo".

-- Dopo tutto, -- ella disse, -- una fanciulla si pu sempre affidare a un
gentiluomo, qualunque sia la sua et.... Vogliamo combinare subito e
vedere l'orario?

Tornarono nella camera dov'era Estella, la quale non s'era mossa dalla
sua poltroncina, e con la testa reclinata sul petto meditava o piangeva
in silenzio.

-- Tu va a vestirti, subito, a preparar le tue robe, -- disse la signora
Anna.

La fanciulla usc senza far motto; e appena ella fu scomparsa, la
signora Anna, dimentica di guardare l'orario, cominci a parlare di sua
figlia Francesca e del matrimonio di lei, e di Brescia e di Milano, e
delle speranze ch'ella aveva in una pronta guarigione.

-- Permetta, -- interruppe Tullio. -- Io faccio una corsa a casa e allo
studio, per avvertire gli impiegati della mia assenza; poi torno qui a
prendere Estella.

-- Vada, vada. Anch'io devo prepararmi a partire. Ah, come le sono grata!
Ah, quanto le devo! Stasera sar da Francesca, e potr passare la notte
al suo capezzale.... Io le devo forse la vita di mia figlia.

E in questo modo e per questa ragione, Tullio Sciara si mise in viaggio
con Estella e si trov a far da guardiano a una fanciulla di diciassette
anni.


II.

Ma subito s'accorse che la marmotta era un demonio.

Voltate le spalle alla zia, uscita di casa, Estella cominci a ridere.

Dovevano caricare il suo piccolo baule sulla carrozza, e la fanciulla si
divertiva, accorgendosi che il bauletto impacciava il vetturale.

-- A met strada, -- ella disse, -- o va in aria il baule, o va in aria il
cocchiere!... Quanto mi piace!

Tullio le lanci un'occhiata.

-- Salga, -- ordin brevemente. -- Arrischiamo di perdere la corsa....

-- Ah, ne sarei felice! -- ella esclam. -- Perdiamo la corsa, e cos
stasera andiamo a teatro.

-- Alla stazione, a galoppo! -- disse Tullio al cocchiere.

Sedette a fianco d'Estella, e non aperse bocca.

Egli era pentito della sua generosit. Perch sobbarcarsi a un'impresa
di quel genere? Perch arrischiare d'imbattersi in un amico, il quale
non avrebbe mai creduto all'innocenza d'un simile viaggio? E se, invece
d'un amico, avesse trovato qualche cliente, di quei burberi moralisti
che vedono il male, soltanto il male, sempre il male?

-- Accidenti alle donne! -- pensava Tullio. -- Ma la signora Anna era
disperata; avrebbe finito col darmi lei stessa l'incarico di portar via
la marmotta.  stato meglio offrirsi.... E poi, si tratta d'un male
tanto pericoloso. Febbre puerperale.... Gi, io temo che non serva a
nulla; ma non potevo mica dirlo a una madre.... Come spiattellarle che
il viaggio sar inutile, che sua figlia morir lo stesso?... E se anche
morisse, la signora Anna avrebbe la consolazione d'abbracciare Francesca
un'ultima volta, di parlarle....

Lo scosse una risata d'Estella. La carrozza aveva traballato, passando
sulle rotaie del tram, e pi aveva traballato il bauletto....

-- Lo dicevo io, -- osserv la fanciulla. -- Il baule se ne va! Non
arriviamo alla stazione col cocchiere e col baule. O l'uno o l'altro lo
lasciamo per istrada!

E scoppi nuovamente a ridere. Lo Sciara s'irrit.

-- Perch ride? -- egli chiese ruvidamente. -- Mi meraviglio: sua cugina 
ammalata, e lei non fa che ridere....

-- Ha ragione, -- rispose Estella abbassando gli occhi e mordendosi le
labbra. -- Mi dispiace molto per Francesca; ma guarir, non ne dubiti!
Deve avere un raffreddore....

-- Un raffreddore! Che ne sa lei? -- osserv Tullio.

-- So che mia zia esagera sempre; quando uno s'ammala, deve morire; se
non muore, si tratta d'un caso straordinario. Ragiona cos, la zia....
Del resto, non sapeva come sbarazzarsi di me, e ha colto questa
occasione.

-- Lei  ingiusta e ingrata con sua zia! -- dichiar Tullio recisamente.

La carrozza ebbe un nuovo sobbalzo.

-- Il cocchiere, il cocchiere! -- grid Estella ridendo. -- Stavolta  il
cocchiere che va a capitombolo!

Tullio non pot nascondere un sorriso.

-- La prego, -- disse poi. -- A me non piace scherzare, e ho altre cose per
la testa....

Infilate le mani nel manicotto, Estella si rannicchi nel suo cantuccio,
e non disse pi parola; ma sulle labbra porpuree le andava errando un
sorriso, e la fanciulla se le mordeva ad ogni trabalzo del legno per non
prorompere in una risata schietta.

Lo Sciara, guardandola di tanto in tanto, s'accorse che il suo viso era
tutto lievemente velato da una pelurie aurea appena percettibile, e not
le ciglia d'oro ipocritamente abbassate, i capelli d'oro che sfuggivano
a ciocche ribelli di sotto al cappellino bigio.

Venne voglia di ridere anche a lui, vedendola cos compunta, cos
studiosa di mostrarsi grave.

-- Quant' carina! -- pens.

Ma non sapendo come trattarla, temendone l'audacia irriflessiva,
l'innocenza procace, la civetteria inconscia, aveva deciso di essere
burbero per tenerla a distanza e impedirle di commettere sciocchezze.
Non gli era mai avvenuto di osservarla da vicino e a lungo; l'aveva
vista parecchie volte in casa della signora Arrigoni, presso la quale
Estella fungeva da marmotta, e Tullio non se n'era mai occupato.

La grazia di lei gli pareva una rivelazione tutta nuova, e se ne sentiva
impacciato pi che sorpreso, non avendo pensato mai che la marmotta di
casa Arrigoni era una giovinetta, e una giovinetta bella.

D'un tratto, ella alz il capo e guard in faccia il suo compagno.

-- Che cosa ha per la testa? -- domand.

Tullio la fiss interrogativamente.

-- Ma s. Ha detto poco fa che ha altre cose per la testa, -- riprese
Estella. -- Quali cose?

-- Ci non la riguarda, -- rispose lo Sciara, secco.

E pens: -- Che sfacciata!

Ella pens: -- Che asino!


III.

Alla stazione fu un grosso guaio.

Tullio era corso a prendere i biglietti, lasciando Estella innanzi al
banco dei giornali; e proprio dopo pochi passi lo Sciara s'era imbattuto
in un amico, in quell'Ernesto Giuliani, che tutti conoscevano per uomo
maligno e incredulo.

Il Giuliani era alto, smilzo, la pelle giallognola; e di fronte a lui,
Tullio Sciara, pi basso, robustamente piantato, col volto dal colorito
acceso e la bella barba nera a punta, figurava benissimo.

Il Giuliani l'aveva visto discendere dalla carrozza con la fanciulla, e
gli aveva tenuto dietro fino allo sportello dei biglietti, ove
s'incontrarono.

-- Parti? -- domand Ernesto Giuliani.

-- S, una breve scappata, -- mormor Tullio.

-- Ti ho visto in buona compagnia, con una ragazza magnifica.

-- Mia nipote, -- disse Tullio per troncare ogni investigazione.

--  una bellissima fanciulla, -- insistette il Giuliani. -- Non me ne
avevi mai parlato.

-- Pu darsi; la ritorno ai suoi parenti, a Bellagio.

-- Ah, vai a Bellagio! Io vi far compagnia fino a Como, perch di l
devo procedere per la linea del Gottardo. Vado in Isvizzera per affari.

Tullio si morse le labbra. Non appena fu in possesso dei biglietti,
corse presso Estella, che teneva nelle mani un fascicolo illustrato.

-- Quanti bei libri! -- ella gli disse, accennando al banco ov'eran
disposti in ordine i volumi e i giornali.

-- S, andiamo; non si tratta di questo, ora, -- rispose Tullio
frettolosamente.

-- Ne ho comperato uno, perch aveva una copertina cos elegante! --
seguit Estella. -- L'ho pagato una lira.  troppo?

E ci dicendo. Estella gli porse il fascicolo. Tullio vi gett
un'occhiata.

-- Mio Dio! -- esclam. -- Che cosa le viene in mente? _L'Almanach des
cocottes!_

E si mise il fascicolo in tasca, guatando Estella con un'occhiata irosa.

-- Mi ascolti, -- soggiunse, poco curandosi dell'espressione di stupore e
di malcontento ch'era sul viso della giovinetta. -- Ho trovato un amico,
un seccatore. Gli ho detto che lei  mia nipote. Se quello sciocco ci
raggiunge, bisogna che ci diamo del tu; io far da zio, e lei mi
chiamer zio. Ha capito? Non mi chiami Sciara. Quello  un maligno, e
potrebbe pensar male.... Io non imaginava che ci avrebbe seguiti in
treno.... Speriamo che non ci veda; corra, corra....

Tutto questo era detto tra il frastuono della folla, dei fischi, tra il
fumo delle vaporiere, mentre si spediva il baule e poi correndo lungo il
binario per giungere al treno.... Estella rideva, e si volgeva ogni
tanto a guardare se il facchino la seguiva con le valigie....

Non avrebbe mai sognato nulla di pi divertente; l'avventura aveva del
romanzesco; dar del tu allo Sciara, e fingersi sua nipote! Che
complicazione! Se almeno quel seccatore li avesse raggiunti davvero,
obbligandoli alla commedia! Ma chi era, ma dov'era? Come si poteva
dargli nell'occhio?

-- Qua, -- disse Tullio. -- Salga! E tu, fa presto, metti gi la roba;
questa valigia nella rete; va, chiudi lo sportello.

Congedato cos il facchino, Tullio esal un grande sospiro di sollievo:
Estella si sporse dal finestrino a guardare.

-- _Sapristi_! -- esclam lo Sciara. -- Non si metta in mostra!... Il
Giuliani pu vederla e salire.

Era precisamente ci che Estella desiderava; ma obbed e si ritrasse,
mettendosi a sedere di fronte a Tullio.

-- Allora, -- ella disse, -- mi restituisca il mio libro.

-- Che, che! -- egli rispose. -- Non  un libro per lei! Sono sciocchezze
da bambini, racconti noiosi....

-- Non  vero niente affatto! -- dichiar la giovinetta con fermezza. -- Io
voglio sapere che cosa sono queste _cocottes_ e voglio veder le
incisioni. Mi dia il libro!

--  inutile che lei insista. Il libro lo tengo io.

-- Mi dia il libro, o mi metto a gridare! -- minacci Estella.

-- Ma s, ma benone, ma non mancherebbe altro! -- esclam Tullio
disperato. -- Si metta a gridare, e cos crederanno che.... Mi
arresteranno per ratto....

-- Io voglio il mio libro....

-- La finisca, la finisca. Ci vorrebbe suo padre qui!

-- Col pap, io grido quando non mi obbedisce, -- annunzi Estella.

Tullio stava per rispondere: "Suo pap  un imbecille", ma si trattenne
in tempo. Rispose invece:

-- Io non sono suo padre, l'avverto. Io non ho tenerezze paterne. Lei
gridi pure, e nascer uno scandalo nel quale il suo buon nome....
Insomma, la prego di finirla.... Ha diciassette anni, non uno!...

Egli avrebbe continuato ancora a lungo, se in quell'istante lo sportello
non si fosse aperto, ed Ernesto Giuliani non fosse salito col pi lieto
sorriso sulle labbra.

-- Ti ho trovato! -- egli disse. -- Ho visto tua nipote affacciata....
Speravo che tu mi aspettassi....

Tullio scambi uno sguardo d'intesa con la giovinetta e fece la
presentazione:

-- Il mio amico Ernesto Giuliani; mia nipote Estella....

-- Accidenti alle donne! -- pens poi, mentre il treno usciva dalla
stazione e ciascuna vettura passava sulla piattaforma, mandando uno
strepito sordo di ferramenta traballanti.


IV.

Se fosse stata veramente nipote di Tullio Sciara, Estella non avrebbe
fatto meglio.

Era una nipote birichina e civettuola, affettuosa e impertinente, che
dava del tu allo Sciara con una franchezza mirabile.

-- Mio zio, -- ella diceva al Giuliani, -- mio zio  molto severo con me.
Anche ora, alla stazione, mi ha strappato di mano un libro che avevo
comperato col mio denaro....

-- Ti prego di non ricominciare, -- interruppe Tullio, il quale si sentiva
a disagio in quella commedia, e temeva sempre di commettere qualche
imprudenza che rivelasse al Giuliani la verit delle cose, o lo facesse
pensar male della fanciulla affidatagli.

-- Insomma, -- dichiar Estella, -- io voglio sapere che cosa sono le
_cocottes_. Lei, signor Giuliani, sa che cosa sono le _cocottes_?

Per prima risposta, Ernesto diede in una risata sonora, che fece
oscurare il viso della giovinetta.

-- Mi perdoni, -- disse poi, -- mi perdoni, signorina; ma la domanda  cos
impreveduta!... Le _cocottes_? Certamente, so che cosa sono; sono certi
cavallucci che si fanno con la carta. Ma non capisco....

-- Capir subito, -- spieg Estella. -- Io ho comperato _l'Almanach des
cocottes_, e mio zio me l'ha tolto di mano, dicendo che non  una
lettura per me....

S'arrest, al vedere il Giuliani che si smascellava dalle risa, tanto da
dover curvarsi e piegarsi, e da aver gli occhi pieni di lagrime.

-- L'_Almanach des cocottes!_ -- andava ripetendo. -- Ah, ma che bella
idea! E dove l'ha scovato? Guarda se deve andare a pescare l'_Almanach
des cocottes!..._ Certo,  una lettura.... Ah, ma che bella idea, che
bella idea!

Estella ne fu indignata: fissava stupefatta il Giuliani, fissava Tullio,
il quale rideva a sua volta, trascinato dall'impeto allegro dell'amico;
e il viso della fanciulla si coperse d'ombra, mentre le sopracciglia le
si aggrottarono:

-- Tu e lui, -- disse allo Sciara, -- siete d'accordo per prendervi beffe
di me; ma io voglio il mio almanacco.

-- Le assicuro, -- rispose il Giuliani, asciugandosi gli occhi, -- le
assicuro, signorina, che nessuno si beffa di lei. Io non mi farei lecito
simile contegno; ma si ride per il caso; il caso d'una signorina, che
vuol leggere un almanacco in cui si parla di cavallucci di carta....

-- Cavallucci, cavallucci! -- ella borbott. -- Ma se sulla copertina c'era
una donna in camicia?...

Il Giuliani ricominci a ridere; ma il volto mortificato d'Estella e il
broncio a cui s'erano raccolte le sue labbra lo persuasero a smettere.
Dovette pensare alle pi paurose vicende, a uno scontro ferroviario, a
un'inondazione, alle ultime disgrazie lette nei giornali, per tornare
serio; e finalmente vi riusc.

-- Che vita si fa a Bellagio? -- egli disse per sviare la conversazione. --
In questi mesi non dev'essere troppo piacevole il soggiorno.

Allora Estella raccont la sua vita. Lei faceva la padrona di casa,
perch il babbo era medico e la mamma sua era morta da anni. Vigilava
che tutto andasse bene, che l'appartamento fosse in ordine perfetto, che
la colazione e il pranzo fossero in tavola all'ora stabilita, e cos
scorreva il giorno senz'avvedersene; e quando le rimaneva un po' di
tempo, leggeva i libri che le aveva regalato il pap, certi vecchi
libri, che ormai sapeva quasi a memoria. La primavera e l'estate erano
molto divertenti, perch arrivavano i forestieri, e lei aveva alcune
amiche tra le villeggianti; ma in casa sua non veniva nessuno perch suo
padre non voleva impacciarsi di visite; e l'inverno e l'autunno, la
povera Estella rimaneva tutta sola.

-- Qualche volta, -- prosegu, -- la zia Anna viene a prendermi e mi
conduce a Milano; ma non vado d'accordo con la zia;  troppo pedante; e
dopo otto giorni ch'io sono da lei, io penso ad andarmene, e lei pensa a
sbarazzarsi di me....

Stette un momento in silenzio, poi, rammentando la sua parte, si volse a
Tullio, e aggiunse con perfetta sicurezza:

-- Per ci, zietto, quando vieni tu a trovarci  una gran festa; non 
vero? Lo zio mi porta sempre molti regali, molta roba bella di Milano, e
io gli voglio un gran bene. Non pei regali, s'intende, ma pel suo garbo,
perch ci tiene compagnia, e sa fare certe conversazioni interessanti
con pap....

Tullio era scandalizzato. Ascoltava il racconto, dissimulando a fatica
la maraviglia per la fantasia della giovinetta, la quale descriveva
minutamente la vita con quello zio da commedia e inventava espressioni
di squisita tenerezza per lui. Egli pensava intanto che a Bellagio non
aveva messo piede da almeno dieci anni e non sapeva neppure dove stesse
di casa sua nipote.

Ma Estella insisteva con una volubilit d'imagini, con una padronanza
dell'argomento, con tal verosimiglianza di aneddoti e di particolari,
che Ernesto Giuliani fu tutto preso dal quadro di quella semplice vita
di famiglia, e non pot celare il suo entusiasmo.

-- Hai un tesoro, -- disse a Tullio, -- un tesoro in tua nipote! Tienla
cara; ti vuol tanto bene!

-- Che bestia! -- pens Tullio.

E rispose ad alta voce:

-- Ma s, ne sono orgoglioso.... Del resto, hai udito: io sono gentile,
io le porto i regali.... Faccio quel che posso, insomma....

Estella non batt ciglia, e la sua bocca non ebbe il minimo fremito di
riso; forse ella cominciava davvero a credere d'essere nipote di Tullio
Sciara....

Quando il treno rallent, entrando nella stazione di Como, Ernesto
Giuliani ripet alla giovinetta la sua ammirazione, e di nuovo la
raccomand all'affetto dello zio. Estella accolse le lodi con modestia,
a occhi bassi, ma sicura e tranquilla.


V.

Il vetturale al quale Tullio aveva dato ordine di condurli all'imbarco
del battello, osserv che non v'erano battelli in partenza a quell'ora.
Tullio rimbecc che v'era un battello diretto a Bellagio. Il vetturale
gli rispose sorridendo che la corsa era "facoltativa", e che quel
giorno, non essendovi mercati, la corsa non si effettuava. Tullio
sfogli l'orario, guard, rilev l'errore commesso.

Ne fu sbalordito e spaventato.

-- Non c' il battello, -- egli disse alla ragazza con voce tremante. --
Come fare? Bisogna passar la notte insieme.

-- Meglio, -- rispose Estella, ridendo. -- Andremo a teatro!

-- Che teatro, che teatro! -- esclam Tullio sbuffando. -- Io la condurr
in un albergo, e quanto a me, dormir in un altro....

Estella giunse le mani con atto di repentino terrore.

-- No, -- disse, -- per carit, non mi abbandoni!...

Non voleva: aveva paura di rimanere sola all'albergo; che cosa avrebbero
pensato di lei? come avrebbe potuto dormire? chiudersi a chiave, stava
bene; ma chi assicurava che nella camera attigua non vi fosse un ladro?
Sarebbe morta per l'orrore soltanto a pensarvi....

Ella s'era tutta sbiancata in volto, e tremava davvero in tal modo, che
Tullio non pot nemmen tentare di persuaderla, non si sarebbe mai detto
fosse la medesima, che poco prima rappresentava la commedia con s
astuta perizia.

Lo Sciara non insistette; sal in carrozza, diede l'indirizzo
dell'albergo, e si rassegn, mentre Estella racconsolata rideva, gli
stringeva le mani in un impeto di gratitudine.

All'albergo offersero dapprima una camera con letto matrimoniale, poi
due camere comunicanti. Tullio dovette dire che la ragazza era sua
nipote, e chiedere due camere contigue, ma separate; e volgendosi,
s'accorse che il viso d'Estella, alle prime offerte del direttore
dell'albergo, s'era fatto di porpora.

-- Finalmente, -- pens, -- capisce qualche cosa; capisce l'impaccio di
questa situazione.... Accidenti alla signora Anna e a tutte le femmine!

Ma il turbamento d'Estella scomparve subito, e salendo le scale, ella
s'avvicin allo Sciara, e gli disse sottovoce:

-- Ancora nipote? Quanto mi piace!

Tullio chiuse fuggevolmente gli occhi. Era agitato lui, ora: la
freddezza, il dominio dei nervi lo abbandonavano d'un tratto; l'intimit
imprevista di quelle scene gli intorbidava il pensiero; e non poteva dir
nulla alla giovinetta, ch'era superba di sentirsi in mano di lui, sotto
la sua protezione.

Le camere belle, nitide, luminose, eran tappezzate con carta chiara; e
ciascuna aveva un camino nell'angolo, una tavola nel mezzo, un letto
tutto bianco; l'impiantito era lucido, quasi sdrucciolevole.

Estella fece portare subito le legna pei caminetti, e rimand la
cameriera. Volle accendere ella stessa il camino nella camera di Tullio.

E deposto il cappello, gettati i guanti, inginocchiata, dispose le legna
sottili e poi le grosse, vi diede fuoco, e rimase a guardare la fiamma
che andava allargandosi tra le legna che crepitavano.

Tullio, seduto in una poltrona, fissava la figurina, cos gentile con la
selva di capelli d'oro accendentisi ai riflessi del fuoco. Nulla di pi
soave che la linea di quel corpo ancora un po' magro e aspro nei
contorni; nulla di pi grazioso che i movimenti della giovinetta
inginocchiata, la quale seguiva con gli occhi le fiamme azzurrastre e
gialle, e andava perdendosi a poco a poco in qualche sogno....

Ma d'un tratto si riscosse, e balz in piedi.

-- Fra cinque minuti, -- disse, -- la camera sar riscaldata.

Tullio sorrise senza rispondere.

-- Sono contenta, -- seguit Estella. -- Qui si sta molto bene. Non le pare
che si stia molto bene? Nessuno sa che noi siamo qui:  una vera fuga.
La zia ci crede a Bellagio, o in via di arrivarvi. Che mistero, che
segreto!

Lo Sciara interruppe:

-- Ascolti. Nessuno deve sapere mai che abbiam passato la notte
all'albergo. Mai, ha capito? Noi partiremo domani in modo che suo padre
ci creda provenienti da Milano, e lei non dir mai a nessuno quello che
ci  toccato stasera. Me lo promette?

-- Glielo prometto, -- rispose Estella.

-- Forse lei non comprende, -- soggiunse Tullio, notando un certo dubbio
nella giovinetta. -- Ma comprender pi tardi, quando conoscer il mondo
e le sue cattiverie. Mi obbedisca senza discutere, se ha fiducia in me.

Ella rispose:

-- Ma obbedir certo, senza discutere. Io ho molta fiducia in lei!

Tullio sorrise di nuovo, guardandola. Ella era tanto placida, tanto
ingenua, ch'egli sent quasi vergogna del turbamento ond'era stato colto
poco innanzi, e si rinfranc d'un subito, come uscisse da un incubo.

-- Suvvia, nipotina, -- disse ridendo, -- vuole che scendiamo a pranzare?

-- Non osavo dirglielo, -- rispose Estella con un breve rossore alla
fronte. -- Ma io ho una fame da lupo, anzi da lupa.

-- Andiamo, allora, lupetta!

E Tullio si credette cos padrone di s, che pass un braccio attorno al
busto della fanciulla, e, appoggiandosela al fianco, l'accompagn per le
scale fino alla sala da pranzo.


VI.

Non c'era nessuno, nella sala ampia, illuminata a luce elettrica;
l'impressione del vasto locale, coi tavolini pronti e non occupati,
sarebbe stata malinconica, se la gaiezza d'Estella non vi avesse diffuso
immediatamente calore e simpatia.

Il pranzo fu allegro; Tullio e la fanciulla mangiarono con appetito e
chiacchierarono con vivacit, quasi con entusiasmo. Estella non beveva
vino, abitualmente, ma non disse nulla al suo compagno, e lasci ch'egli
facesse recare una bottiglia di vino valtellinese, infocato e piacevole,
che le diede, con un'ardenza insolita, una instancabile vivacit.

Ella rideva e raccontava; raccontava certi piccoli episodii della sua
piccola vita, certe scappatelle con le amiche di Bellagio, e Tullio
notava il candore di quelle bricconerie, la purezza di ci che la
fanciulla credeva tanto furbesco e malizioso. Egli si vedeva di fronte a
Estella, in quell'albergo di Como, in pieno gennaio, e si stupiva pel
primo dell'avventura impreveduta e innocua.

-- Io non ho mai bevuto lo sciampagna, -- ella disse a un tratto.

-- Ebbene? -- domand Tullio sorpreso.

-- Ebbene.... vorrei berlo! -- dichiar Estella sorridendo.

-- Questo poi, no, -- rispose lo Sciara. -- Uno zio non offre lo sciampagna
alla nipote; lo sciampagna  un vino sospetto, e non si usa in
famiglia....

-- Me lo faccia assaggiare, -- preg la giovinetta con voce carezzevole. --
Se non mi prendo un po' di spasso oggi, in questa serata misteriosa,
quando me lo prender, dunque?

-- Ahim, che logica infelice! -- mormor Tullio.

-- Io non devo dire mai che ho passato la notte all'albergo con lei; e
non dir nemmeno che ho bevuto lo sciampagna. Sar un segreto che mi
far tanto, tanto piacere....

Ella s'era sporta innanzi, implorando con gli occhi ceruli, e mostrando
col suo sorriso i piccoli denti nella bocca pura e fresca. Tullio
s'accarezz la barba, pensieroso.

-- Temo che le faccia male, -- obiett. -- Non  abituata a bere pi
vini....

Estella diede in una risata; se Tullio avesse saputo che non era
abituata a berne neppure uno!

-- E se si ubbriacasse, -- continu lo Sciara, -- quale scandalo, quale
vergogna!

-- Mi faccia assaggiare; bagner appena la punta della lingua, --
insistette la fanciulla. --  un capriccio. Non far altri capricci,
glielo prometto; dopo, sar molto buona.

-- Mi aveva promesso d'obbedire senza discutere, -- osserv Tullio.

-- Ha ragione; le chiedo scusa....

Allora, vedendola pentita, non sapendo egli stesso perch, Tullio ordin
lo sciampagna.

Quando l'ud crepitar nelle coppe, gorgogliante nel suo bel colore di
topazio, Estella diede in esclamazioni di gioia. Era uno sciampagna un
po' dolce, e invece di bagnarvi la lingua, la fanciulla ne bevve una
coppa intera.

--  delizioso, sa? -- disse poi. -- Le sono molto grata. Volevo bere lo
sciampagna, perch le mie amiche non l'hanno bevuto mai; ora so qualche
cosa pi di loro.

-- Ma non pu dirlo, -- rispose Tullio sorridendo.

-- Che importa? Quando si sa, si sa: io voglio sapere per me; e se le
amiche parleranno ancora di sciampagna, io sorrider, e nessuno capir
nulla....

-- Bel gusto! -- esclam Tullio ridendo.

Dopo pranzo, Estella risal nella sua camera a mettersi il cappello.
Voleva uscire a veder le mode di Como; aveva pensato alle mode di Como,
tanto per trovare un pretesto a fare una passeggiata sotto i portici e
pel Lungolario. Nel frattempo, Tullio studi le partenze dei battelli;
fingendo d'arrivar da Milano alle nove, si poteva partire la mattina
alle nove e mezzo, e diede gli ordini all'ufficio dell'albergo.

Estella ricomparve: aveva al collo una stola di pelo nero.

-- Ho scovato nel baule il mio gatto, -- disse. -- Questo  un gatto che
veniva sempre a miagolare nel mio giardino; poi l'ho trovato da un
pellicciaio in forma di stola e l'ho comperato. Costa quindici lire, ma
tiene caldo.

Sorrideva, accarezzando la stola, che le cingeva il collo come una
leggiadra gorgiera e le allargava le spalle. E uscirono.

Che freddo, che freddo, faceva a Como, in gennaio!

Del Bisbino non era possibile scorgere la vetta, incappucciata in una
nuvola grigiastra; e sotto la nuvola s'ampliava una larga distesa di
neve; l'aria gelida soffiava di l, movendo le acque del primo bacino,
che s'accartocciavano per il brivido.

Col bavero della pelliccia alzato fino alle orecchie, gli occhi bassi a
schivar certi mucchi di neve giallastra ond'era disseminata piazza
Cavour, Tullio Sciara accompagnava Estella in quella inutile
passeggiata, e correvano ambedue.

Videro le mode, nei negozii sotto i portici, ed Estella svel che ella
si vestiva sempre a Milano, dove si pagava pi caro, ma si era veramente
a ragguaglio delle novit.

-- Non  vero ch'io vesto bene? -- chiese a Tullio. -- Non sono sempre
elegante?

--  un gioiello, -- rispose Tullio, squadrandola da capo a piedi, con
attenzione. -- Anche il gatto le si addice molto, perch  scuro e d
rilievo ai capelli e al colorito....

S'inoltrarono per la strada lungo il lago, ma era tutta buia, e soffiava
un rovaio pungentissimo. Estella procedeva a capo basso, con le gonne
appiccicate al corpo, battendo le palpebre per la polvere e pel vento;
Tullio s'era tirato il cappello fin sugli occhi e andava alla ventura,
senza rispondere ai frizzi della fanciulla, che lo beffava pel suo modo
di camminare.

-- Badi a non cader nel lago! -- gli diceva di tanto in tanto. -- Occhio ai
pesci!... Il vento le porter via la barba!...

Il vento gli port via il cappello, ed egli dovette correre perch non
andasse a finir nell'acqua; e la fanciulla assistette alla corsa,
ridendo a voce alta, con un riso squillante e sonoro che veniva da
un'anima senza sospetto.

-- Ora torniamo, -- ella disse, quando Tullio fu di nuovo al suo fianco. --
Lei ha troppo freddo, e non voglio farle male. Io mi sono tutta
rinfrescata.

-- Rinfrescata? -- ripet lo Sciara. -- Aveva caldo?

-- Un poco, -- mormor Estella impacciata.

-- Quel Valtellina e quello sciampagna bruciano come il fuoco, e io sono
astemia, non ho mai bevuto una goccia di vino in tutta la vita....

L'espressione del viso di Tullio, il suo stupore e il suo sdegno furono
cos comici, che Estella, invece d'impaurirsene, diede nuovamente in una
risata chiarissima.

-- Non  cortese ci che lei fa, -- disse Tullio con voce severa. -- Non
deve prendersi giuoco d'un amico e rischiare di sentirsi male per un
piacere cos sciocco.

Estella abbass il capo e non rispose. Il rimprovero diritto e rude
l'aveva percossa duramente.


VII.

La cameriera aveva alimentato il fuoco nei caminetti, e le camere erano
caldissime.

Quando furono sulla soglia, Estella domand con voce malsicura:

-- Non viene a farmi compagnia?

Tullio, al suono della voce velata, alz gli occhi, vide che la
fanciulla aveva pianto.

-- Che cosa c'? -- disse. -- Ha il viso bagnato di lagrime.

-- Non viene a farmi compagnia? -- ripet Estella.

Lo Sciara la segu nella sua camera, di cui la fanciulla richiuse la
porta. E nuovamente egli chiese:

-- Perch piange?

-- Mi ha tanto, tanto rimproverata, -- ella mormor. -- E ho sentito che ha
ragione di chiamarmi sciocca.... Ma nessuno mi rimprovera mai.... Il
pap dice che sono buona e faccio tutto bene.... Per ci un rimprovero
mi fa pi effetto....

Lo Sciara si smarr; dovette resistere all'impeto subitaneo di
stringersi la fanciulla tra le braccia, di baciarla e d'accarezzarla
come una bambina; trasse dalla tasca il fazzoletto e le asciug gli
occhi, mentre Estella riprendeva a sorridere.

-- Le domando perdono, -- disse Tullio. -- Sono stato villano, lo
riconosco, ma io non ho abitudine di trattare con le signorine.... E
poi, me le fa cos grosse!.... Sua zia diceva ch' una marmotta; io
pensava che fosse una marmotta davvero.... E invece mi fa queste
bricconate.... Le domando perdono, sono confuso, riconosco d'essere
stato villano... Ma che vuole? Non sono abituato a trattare con le
signorine....

Egli andava ripetendo queste frasi, dritto innanzi a Estella, con la
bocca a un dito dalla bocca di lei; ed ella sorrideva, lasciando che
egli le asciugasse gli occhi e le sfiorasse i capelli con la mano.

Tullio si rannuvol e s'allontan di qualche passo.

--  finita, non ci penso pi, -- annunzi Estella. -- Guardi che
disordine: il baule aperto! Si sieda: l, nella poltrona, presso il
fuoco; lei ha tanto freddo.... Del resto, aveva ragione, sa? Il vino non
mi ha fatto nulla, ma se fossi caduta ubbriaca, col cappellino sul naso,
per le vie di Como?... A pensarci, mi viene un brivido.... Perch non
risponde? Mi tiene ancora il broncio?

Tullio, seduto nella poltrona presso il fuoco, come aveva ordinato
Estella, volse il capo e disse:

-- No, cara. Sono contento che non pianga pi.

-- Le piacciono i profumi? -- domand Estella.

Era inginocchiata e frugava nel fondo del suo piccolo baule; ne tolse
una bottiglia sottile, la stapp, si drizz in piedi.

-- Questo, -- disse, -- l'ho comperato a Milano, all'insaputa della zia,
perch la zia dice che le signorine non devono profumarsi, come se la
nostra pelle fosse diversa dalla sua.  _Houbigant_ e costa
orribilmente, ma a me piace molto.

Cos dicendo, gett alcune gocce sul guanciale, se ne vers altre sulle
mani, si avvicin a Tullio, e prima ch'egli pensasse a difendersi, gli
tolse il fazzoletto dalla tasca e glielo profum.

-- Ci sono le mie lagrime stupide, -- ella disse, -- qua dentro, e ora ci
metto un po' del mio profumo. In questo modo si ricorder di me....

Parve sbalordita per le sue stesse parole e rimase con la mano alzata e
il fazzoletto nell'altra.

-- Le sue lagrime mi sono molto care, -- rispose Tullio, chinandosi a
raccogliere un fumacchio con le molle, ed evitando di guardare la
fanciulla. -- E io mi ricorder di lei anche quando il profumo sar
svanito, anche quando lei mi avr dimenticato....

Estella gli restitu il fazzoletto prestamente con un gesto quasi
sgarbato.

-- Io non dimentico, -- ella disse. -- Io non dimentico nulla!

Il tono con cui le parole furon pronunziate era insolitamente netto ed
energico, e squill nella piccola camera. Tullio alz lo sguardo; gli
parve che l'anima vera della fanciulla vibrasse, facendo intravedere la
donna di domani.

-- La ringrazio, -- egli rispose. -- Ma  troppo giovine per ricordarmi a
lungo. Avverranno altri casi nella sua vita, avr altre gioie, trover
persone che le saranno pi care, e io a poco a poco scomparir
nell'ombra....

Estella croll il capo; avvicinata un'altra poltroncina, vi sedette e
allung i piedi sul bordo del camino. Tullio guard quei piccoli piedi
arcuati, chiusi nelle scarpe di vernice nera.

Nessuno parl per lungo tempo. Ambedue fissavano il fuoco, la brage, i
disegni che l'arsione aveva inciso lungo i ceppetti e i tizzoni. Pareva
un mondo quel focolare, nel quale i pi sapienti edifici si corrodevano
lentamente, crollavano, si disperdevano in cenere; e ogni tanto risonava
un gemito lungo delle legna pi umide, e si sarebbe detto il gemito di
quel povero mondo che rovinava.

Tullio pensava alla cara personcina che gli sedeva allato e ch'egli
avrebbe potuto stringersi al petto, solo stendendo un braccio; e la cara
personcina pensava a lui, stupita ella stessa di quel pensiero
insistente.

-- Vede ch'io sono tutta rosa? -- disse a un tratto. -- Lei mi ha chiamata
bambola di legno, io sono rosa, invece, tutta rosa.

-- A questo pensava con tanta gravit? -- chiese Tullio sorridendo.

Una fiamma vermiglia le si diffuse repentinamente pel volto.

-- No, -- rispose.

-- E a che cosa pensava, allora?

-- No, -- ripet Estella seccamente.

Vi fu un'altra pausa. Un tizzone croll, trascinando quelli che lo
premevano; Tullio riprese le molle, accomod il rogo sul quale Estella
gett qualche altro legno.

-- Vuole prendere il t? -- chiese lo Sciara. -- Anche per il t  astemia?

-- Non c' bisogno di rimproverarmi! -- osserv bruscamente la fanciulla.

Si fissarono in viso; sentivano l'uno per l'altra un rancore sordo,
improvviso, come, avvertendo la stranezza del loro contegno, fossero
stati malcontenti delle parole e degli atti, e avessero voluto liberarsi
da quella onda di sentimento da cui erano a poco a poco insidiati.

Tullio resistette al corruccio che lo invadeva.

-- Vogliamo essere gentili ancora? -- egli disse.

Suon il campanello elettrico, e fece recare il t.

-- Mi aiuti, -- preg Estella, scuotendosi a sua volta. -- Portiamo questa
piccola tavola innanzi al fuoco, e prendiamo il t da buoni amici. Sono
molto rozza, non  vero? Qualche volta io penso che la vita continua in
quel paese perduto mi fa diventare selvatica. A essere gentile, faccio
uno sforzo....

--  sincera, -- osserv Tullio. -- Io posso leggerle nell'anima.

-- Spero di no, -- ella interruppe prestamente, mentre di nuovo le si
diffondeva pel volto un rossore vivo.

-- La sua anima  cos nera?

La giovinetta scosse la testa, angustiata, e non rispose.


VIII.

Innanzi alla piccola tavola, su cui era il servizio da t, con le
ginocchia che quasi toccavano le ginocchia, scaldati dal buon fuoco
borbottante, ritrovarono l'allegria e l'intimit.

Tullio chiese alla fanciulla se Ernesto Giuliani le fosse piaciuto; ed
ella ne fu inorridita. Era brutto, smunto, smilzo, e rideva troppo,
dimenandosi come avesse avuto qualche malanno indosso. Non le piaceva;
non doveva essere buono; i suoi occhi lampeggiavano pieni di malignit e
guardavano obliquamente, sfuggendo lo sguardo degli altri.

-- Dunque, non lo sposerebbe? -- domand Tullio.

-- Ma io non sposerei nessuno! -- esclam la giovinetta indignata. -- Non
ho mai pensato a sposarmi: che me ne faccio d'un marito? Io sono molto
utile al mio pap, e non voglio lasciarlo. Tutte le mie amiche pensano
al marito per uscir di casa; ma io sto bene, a casa mia, sono la
padrona, e il mio pap  tanto contento di me, che non saprebbe vivere
se io lo abbandonassi!... E sposare il Giuliani, poi! Che le viene in
mente? Neppure se mi offrisse un trono! Io voglio vivere quieta e
libera.... Forse sono stata sconveniente col suo amico? Forse ho parlato
troppo, e lei ha creduto che mi piacesse?

Tullio dovette rassicurarla. Ma quando fu sicura, ella lo aggred a sua
volta:

-- Lei, invece, perch non si sposa? -- disse. -- Non ha trovato nessuna
che le piaccia?

Lo Sciara tacque, guardandola.

-- Ha capito? -- riprese la giovinetta. -- Le ho chiesto perch non si
sposa? Quanti anni ha?

-- Trenta.

-- A trent'anni, un uomo deve prender moglie, -- dichiar gravemente
Estella. -- Pu sposare una ragazza giovane; dicono che tra marito e
moglie deve esserci una differenza di quattordici anni....

Si ferm di repente, e sent che le saliva alla faccia una vampa; cerc
di dominarsi, rovesci il bricco dell'acqua, si confuse.

-- Che sciocca! -- ella disse. -- Io faccio degli sproloqui inutili, e poi
ne arrossisco. Lei deve avere un'idea ben meschina di me.

-- No, cara, -- rispose Tullio. -- Mi ha chiesto perch non mi sposo, e
glielo dico subito: perch le mie condizioni finanziarie non me lo
permettono ancora. Io devo pensare a mia madre e a due sorelle pi
giovani di me. Forse, un giorno, lavorando, lavorando molto, riuscir a
migliorare la mia situazione, e allora potr avere una famiglia mia....

Estella congiunse le mani impetuosamente, con espressione di preghiera.

-- Per carit! -- disse. -- Sono stata molto indiscreta; e l'ho obbligato a
dirmi cose che forse le dispiacciono. Sono una selvaggia, non capisco
nulla, non so trattenermi.... Che opinione si far di me, lei?... Ma 
la prima volta che mi trovo sola con un uomo, e non so come si deve
fare....

Tullio diede in una risata.

-- Cara innocente! -- egli esclam. -- Lo credo, che  la prima volta che
si trova sola con un uomo! Ma non mi ha dato nessun dispiacere. Si
confessano a malincuore i segreti delle colpe e dei vizii; dire che si
vive del proprio lavoro non  doloroso; il fatto non  umiliante....

-- Anzi,  bellissimo.... Io ho sognato sempre di sposare un uomo che
vivesse del proprio la....

Si morse la lingua. Ormai era fatta, s'era tradita, e la sua confusione
fu tanta, che gli occhi le si velarono di lagrime. Guard Tullio, il
quale giocherellava con un coltellino e pareva non aver udito, ma egli
alz il capo, e disse:

-- Anche il suo pap vive del proprio lavoro....

-- S anche il mio pap, -- esclam Estella, felice ch'egli le avesse
gettata quell'ancora. -- Anche il pap lavora molto, e studia sempre, e
basta a tutto.

Lo Sciara guard l'orologio.

--  tardi, -- osserv. -- Domattina partiremo col battello delle nove e
mezzo. Lei  stanca, e ha bisogno di riposare....

Estella voleva negare e trattenerlo, ma non os.

Riattizzarono il fuoco, rimisero a posto la piccola tavola, e si
salutarono.

La giovinetta diede la mano a Tullio. Dopo un attimo di esitazione, egli
si chin, impresse un bacio lungo sulla mano dalle dita sottili, mentre
Estella impallidiva sorridendo.


IX.

Fu un viaggio triste. Splendeva il sole, ma ancora sibilava il vento
gelido.

Ricoverati nella sala sottocoperta del battello, per lungo tratto
viaggiarono in silenzio; poi Tullio domand:

-- Ha dormito bene?

-- Non ho chiuso occhio l'intera notte, -- rispose Estella. -- E lei?

-- Neppure io....

Segu una pausa. La giovinetta riprese:

-- Sar stato il t.

Lo Sciara non disse parola, e allora Estella soggiunse, dubitosa:

-- Ascolti.... Mi ascolta?... Io ho pensato stanotte che sono stata
insoffribilmente cattiva con lei, e l'ho fatto ammattire tutto il
giorno. Ne ho un vero rimorso, e temo che lei mi lasci con una pessima
impressione. Non so come farmi perdonare; non ho pi tempo per
dimostrarle che sono buona....

Tullio interruppe:

-- La giornata che abbiamo passato insieme  stata un raggio di felicit
per me.

-- Anche per me, -- disse Estella, respirando come liberata da un peso. --
Ero felice; non avrei mai voluto che apparisse l'alba. Se mi si
concedesse ancora un giorno cos bello....

Tacque; s'accorse di dire troppo. Ma Tullio volle udire e incalz:

-- Che cosa farebbe?

-- Qualunque sacrificio, -- conferm Estella incoraggiata. -- Ho pensato
stanotte che mi taglierei tutti i capelli, per ottenere questa grazia;
poi ho riso da sola, perch sarei orribile, e lei si vergognerebbe di
una ragazza tanto brutta, e non mi condurrebbe in viaggio e all'albergo.

-- Io, -- disse Tullio, -- mi lascerei tagliare la mano sinistra, per
riavere, non un giorno, ma molti giorni come quello che abbiam passato
insieme.

-- Che bella coppia! -- esclam la giovinetta. -- Lei senza mano, e io
senza capelli!

Risero, e fu l'ultimo lampo di gioia. Poi a poco a poco, la malinconia
li vinse, il silenzio li riprese; squadrarono con rancore, quasi con
odio, i viaggiatori che di stazione in stazione andavano prendendo posto
nella sala e disturbavano il muto dialogo delle loro anime. Estella
sentiva un amaro nodo alla gola, un desiderio di piangere, come se
ciascuna toccata del battello l'avvicinasse a un destino triste; e per
trovare forza, dovette dirsi che suo padre l'aspettava.

-- Sente il suo profumo? -- chiese Tullio. --  nel mio fazzoletto, con le
sue care lagrime....

Ella non rispose; volse il capo, guardando fuori, perch l'amico non
vedesse che nuove lagrime le facevano velo agli occhi.

Tullio riprese:

-- Ricordi la promessa. Nessuno deve sapere mai che noi abbiam passato
insieme un'intera giornata.

-- _Mai!_ -- ripet la fanciulla. -- Mai, nessuno al mondo. Sar il nostro
segreto.

E non dissero pi altro. Solo, quando il battello tocc Bellagio ed
Estella s'avviava all'approdo, ella mormor ancora con voce addolorata:

-- Ahim, come tutto finisce!


X.

La signora Anna Arrigoni, giunta a Brescia, trov la figlia Francesca
aggravatissima; e pochi giorni di poi, la giovane sposa moriva. Fu per
tale ragione che la signora Anna si stabil a Brescia; volle allevare
ella stessa il bimbo della figlia sua e dar mano alla casa, poich il
genero non poteva togliersi ai suoi affari.

Estella e Tullio furono rapidamente ripresi dalla vita d'ogni giorno.
Tullio si gett al lavoro con rabbia, tentando di obliare e illudendosi
in pari tempo che con una volont sovrumana, con uno sforzo tenace
avrebbe raggiunto la ricchezza di cui aveva bisogno per tornare a
Bellagio, ripresentarsi a Estella e ricondurla seco per sempre; ma a
mano a mano ch'egli procedeva, il tempo affievoliva il ricordo, la
volont declinava, lo sforzo si faceva ordinario.

E passarono dieci anni, senza che Estella e Tullio si vedessero; dieci
anni, lunghi nei giorni di patimento, fugaci nelle poche ore di gaudio e
di piacere.

Un giorno a Firenze, mentre una giovane signora bionda stava affacciata
alla finestra dell'albergo e guardava in giardino, un uomo passeggiava
pei viali, fumando e fermandosi qua e l a osservare i cespi di rose e
sul prato una tempesta di margherite gialle.

Era, s, mutato; alla barba e ai capelli si mescolavano numerosi fili
argentei; rughe precoci gli solcavano la fronte, e un'espressione strana
animava il suo volto. Ma la signora lo riconobbe alla prima occhiata; e
senza riflettere, discese, entr in giardino, and incontro all'uomo,
che s'era chinato a raccogliere qualche margheritella.

Egli alz il capo, udendo il frusco della veste sulla ghiaia; e d'un
subito, alla sveltezza della figura, alla luce che veniva da quegli
occhi ceruli, anch'egli riconobbe la signora.

Un largo sedile era a ridosso d'una magnolia lussuosa. Essi presero
posto e parlarono.

La signora bionda s'era fatta incontro all'uomo con un subitaneo tumulto
nel cuore, il volto imporporato da una fiamma di verecondia quasi
timorosa. Nulla aveva essa perduto del riserbo e della grazia d'un
giorno. Era diventata pi bella, ma l'anima rimaneva sempre chiarissima
e dolce.

L'uomo era sorridente e freddo. La sua parola incalzava, facile ai
madrigali, ricca di adulazioni e di lusinghe, accorta e calcolatrice,
tanto che la donna lo interruppe.

-- E lei, -- disse, -- non ha preso moglie?

-- Io? -- egli rispose ridendo. -- Ah no! Ho rinunziato al matrimonio,
perch diffido di tutti e non ho alcuna inclinazione alla famiglia, che
 una noia e un impaccio. Meglio vivere divertendomi e lasciando che si
sposino gli amici....

Rise ancora, con un riso sinistro. Allora la donna cap l'espressione
del volto, che le era parsa strana: libertinaggio; e chinati gli occhi
perch egli non potesse leggerle nello sguardo lo spavento per la cruda
rivelazione, stette ad ascoltarlo, notando che anche la voce di lui era
diversa da quella d'un giorno, divenuta rauca e mordace.

-- Lei ha fatto bene a maritarsi, -- egli diceva. -- Ma noi uomini possiamo
sfuggire agevolmente a questa sorte e io tento sfuggirla con la cura pi
meticolosa.... Del resto, alla mia et, pochi pericoli mi insidiano
ormai, in questo campo.... Ma lei  felice; i suoi magnifici occhi hanno
uno sguardo tanto calmo, che dicono la pace e la soddisfazione.... Io
l'ammiro molto.... La sua bellezza  nobile e squisita....

Mentr'egli parlava, la signora andava osservando che una mano di lui,
posata sopra un ginocchio e guantata, rimaneva sempre immobile, come
inerte, come lignea. Egli s'accorse di quello sguardo insistente, quasi
interrogativo, e disse, con accento breve d'indifferenza:

-- Mi guarda? Ho perduto la mano, in rissa, una notte....

Fu stupito vedendo che la signora impallidiva.

-- Ebbene, -- soggiunse, -- che c'? _ la guerre comme  la guerre...._

-- La mano sinistra! -- esclam la donna quasi con un grido. -- Non ricorda
pi nulla?

-- Che cosa devo ricordare? -- egli domand ancora sorpreso.

-- Nulla, ha ragione! -- ripet la donna con voce spenta.

-- Lei si ferma a lungo qui? -- egli continu. -- Permetter che ci
vediamo?

I suoi occhi acuti circondavano e cinghiavano il bel corpo agile della
signora.

Ma questa si alz di scatto.

-- No, -- rispose. -- Non mi fermo; dovevo partire stasera, ma partir
subito.... Raggiungo mio marito a Londra.

Gli tese la mano; egli la strinse, freddo, perduta ormai ogni speranza
di seduzione.

Cos si lasciarono, e nella vita non s'incontrarono mai pi.




IL DIALOGO DELLE BAMBOLE.


 venuto il cronista a dirmi:

-- Si rammenta, direttore, di quella giovane bionda, che alcune sere fa,
a teatro, era in un palco di fronte al nostro?... L'hanno trovata morta,
a letto.... Si  uccisa iersera. Ascolti.

Ascolto. Risuonano le voci rauche degli strilloni, che gridano per
_calli_ e per _campi_, lontano e vicino: _Il supplimento! Il
supplimento!_

Supplemento di non si sa che cosa,  un foglietto a due centesimi, che
si pubblica in occasione d'avvenimenti drammatici, e che il popolino
compera e legge con avidit. Il supplemento narra oggi la morte della
giovane bionda, che ho visto a teatro.

Non era sola a teatro. Dirimpetto a lei sedeva un uomo sulla trentina,
il cui volto bruno, e l'espressione decisa risaltavan nettamente sul
fondo d'oro opaco del palchetto.

La sua compagna aveva annodati i capelli in trecce strettissime attorno
alla testa, quasi per costringere l'impeto e nasconder l'opulenza della
chioma, che sotto i raggi della luce elettrica mandava bagliori aurei.
Era assai giovane, la sconosciuta; e a quando a quando posava le mani
sul parapetto del palco, mani guantate di bianco, lunghe e sottili.

-- Vuol venire a vederla? -- mi chiede il cronista.

-- Che? A vedere il cadavere? La ringrazio!

Il giovanotto sorride; ha visto tanti cadaveri, tanti spettacoli di
lutto con l'occhio indifferente, che la mia avversione gli pare
bizzarra.

-- Perch si  uccisa? -- domando.

-- Per il silenzio.

Guardo il cronista che non batte ciglio.

-- Per il silenzio di chi? -- interrogo.

-- Per il silenzio della citt, pel silenzio di Venezia....

-- Il silenzio uccide?

-- Pare....

-- Ci sar un'altra ragione, via! Quel giovanotto che l'accompagnava era
suo marito?

-- No, signore. Era il suo amante....

-- Allora l'amante l'avr tradita, abbandonata.... Di silenzio non si
muore....

Ma non ho ancora affermato questo principio, che gi ne dubito....
Perch non si muore di silenzio? Perch il silenzio non deve uccidere?
Che sappiamo noi di ci che sente l'anima d'un altro?

Vado alla finestra, scosto la cortina, e guardo. Piove; piove da
stamane, lentamente, lentamente, e tutto il _campo_ sul quale
prospettano le finestre del giornale luccica d'acqua. Laggi, a
sinistra, rade figurette nere salgono e scendono il ponte; un bambino
col cappotto bigio e il berretto rosso torna dalla scuola, e tiene in
mano un piccolo paniere.... Poi il ponte resta qualche minuto deserto, e
tutto il _campo_  deserto.... Le finestre delle case di fronte son
chiuse e dentro non vi si vede che nero.... Ah questa Venezia immobile e
taciturna, come  diversa da quella che conoscono gli stranieri,
tripudiante nelle luci primaverili, calda e sensuale!... Eppure qui
nascono, in questo silenzio, le pi gaie e le pi voluttuose donne del
mondo....

-- Io ho interrogati tutti, il portiere, il direttore dell'albergo, la
cameriera che la serviva abitualmente, e tutti mi han detto che si
lagnava d'una cosa sola, del silenzio.... _Ce silence, ce maudit
silence!_

-- Han trovato danaro?

-- S; milleduecento lire.

-- E l'amante?

-- L'amante  partito da tre giorni, ma deve tornare domani....

-- Lei  molto ingenuo, -- osservo al cronista. -- L'amante non torner n
domani n doman l'altro: la ragazza lo sapeva, e si  uccisa....

-- Scusi, direttore, -- mi rimbecca il giovanotto. -- Con quelle
milleduecento lire poteva raggiungerlo.

-- Se avesse saputo dov'era, naturalmente....

-- E allora? Ci son tanti uomini, tanti giovani.... -- mormora il
cronista.

-- Lei pensa che la ragazza doveva darsi a lei? Avrebbe fatto un buon
negozio, disgraziata!... Non ci sono tanti uomini, come non ci sono
tante donne; qualche volta, c' un uomo solo, c' una donna sola; ed 
la volta in cui ci si uccide....

-- Talch, lei crede, direttore, che si sia uccisa perch l'amico l'ha
abbandonata?

-- Non credo nulla....

-- E tutti dicono invece che si  uccisa pel silenzio, -- insiste il
giovanotto.

Io non rispondo e ascolto. Ascolto, -- cosa strana, -- il silenzio, che 
quasi materiale, quasi tangibile, che si pu ascoltare come uno
strepito....  il silenzio delle campagne sepolte sotto la neve, quel
silenzio che disperderebbe senza eco la voce pi forte.... Ecco d'un
tratto, di lontano, vien l'onda metallica d'uno scampano affievolito,
velato, sordo; poi cessa, a poco a poco, e il silenzio si stende di
nuovo, implacabile, senza confine.... Ecco ancora: il grido gutturale
d'un gondoliere, che gira con la sua gondola l'angolo d'un palazzo:
_Sta....i!_ E null'altro, per un quarto d'ora, per un'ora, forse fino a
domani.... L'acqua cade monotona e sul ponte passano adagio adagio,
guardando i gradini lubrici, le figurette nere.... Perch non si sarebbe
uccisa, abbandonata e sola in questo insopportabile manto di silenzio,
straniera fra stranieri?

-- Come si chiamava?

-- Wanda, era polacca; diciannove anni; fuggita di casa con quel signore
che lei ha visto a teatro.... Ha lasciato una lettera per la sua
famiglia, e si  tirata un colpo di rivoltella al cuore....

-- Male; si sbaglia quasi sempre; meglio in bocca o alla tempia; meglio
di tutto, una rivoltella per ciascuna tempia....

-- Direttore, lei ha fatto studi speciali? -- mi chiede il cronista
esitando.

-- Non si sa mai....

-- Con una rivoltella sola, Wanda non ha sbagliato! -- dichiara il
giovanotto trionfalmente.

-- L'ammiro. Aveva il polso fermo.

-- Le polacche non ischerzano! -- dichiara di nuovo il giovanotto.

E la frase mi fa ridere. Se ben mi ricordo, deve avere avuto un'amante
polacca, l'anno scorso, incontrata a una pensione di Lido. Egli parla da
conoscitore....

-- Non si  mai lagnata della partenza del suo amico, Wanda Zablinsky, --
insiste. -- Ma sempre del silenzio, della malinconia, della pioggia....
Diceva d'avere imaginata una Venezia tutta diversa, tutta diversa.

-- Voleva il caldo in dicembre? Fa caldo a Varsavia, in dicembre?...
Perch l'ha condotta a Venezia, quell'imbecille? Doveva condurla al
Cairo....

-- Ma il silenzio? A Varsavia questo silenzio non c'!

-- E se il silenzio le faceva tanto male, perch non  partita? A Londra,
a Parigi, a Roma, a Napoli, c' il rumore, il bel rumore che vi fa
vivere della vita altrui, e vi fa dimenticar la vostra....

-- S' perduta, s' smarrita,  rimasta, ed  morta, -- dice il cronista.

-- Lei parla come una pietra tombale.

Ma non parliamo pi, n io, n lui. L'ombra  discesa repentinamente dal
cielo bigio, e nell'ombra splendono sul campo i fanali a gas,
illuminando il lastrico bagnato; qua e l, dentro le finestre, rilucono
le lampade a petrolio....

-- Viene a vederla? -- riprende il giovane.

-- Andiamo.

Il cronista m'accompagna per le _calli_ dove non sempre si pu tener
l'ombrello aperto, in causa della strettezza; e incontriamo pochi
viandanti, appena riconoscibili alla fioca luce del gas. In verit, per
godere questa ombra e questo silenzio, occorre un'anima temprata alla
solitudine e sicura di s; per non soffrirne, un'anima indifferente e
molle.... Che importano il silenzio e l'ombra a questi veneziani miei
amici, che hanno qui le case, la famiglia, la gioia?... La loro gioia 
sepolta nell'ombra e nel silenzio, come lo scrigno dell'avaro in un
sotterraneo misterioso.

Ma Wanda Zablinsky non aveva pi nulla: fuggita di casa per un uomo, e
abbandonata dall'uomo pel quale era fuggita, la famiglia lontana, la
gioia perduta.... E il silenzio l'ha presa tutta e l'ha schiacciata.

Mi fermo. Il cronista  innanzi all'albergo; parla col portiere, poi col
direttore. Quest'ultimo mi viene incontro, e mi saluta.

-- Non lascio passare nessuno, -- dice. -- Ma lei, la stampa non ha
barriere.... Abbiamo telegrafato alla famiglia.... Se ne parler ancora
molto? Queste chiacchiere ci recano danno.... Io avrei piacere che la si
finisse.... Fortunatamente abbiamo pochi forestieri, in questa
stagione.... Che caso!  dispiaciuto a tutti.... Un caso di nevrastenia;
non poteva sopportare il silenzio. Povera bambina! Le signore hanno
mandato fiori, molti fiori.... Vedr....  al numero trentaquattro,
secondo piano....

Salgo. La porta del numero trentaquattro  vigilata da una guardia di
citt, che mi lascia passare, riconoscendo il cronista.

E varcata appena la soglia, un profumo denso mi si precipita incontro,
un profumo di violette, di tante violette, che la stanza illuminata ha
preso il colore d'ametista carico. Violette dovunque, sciolte sul
cassettone, sul tavolino, sparse a terra, annodate a guisa di ghirlanda
intorno allo specchio, il quale rifletteva ieri l'imagine della
fanciulla e rifletter domani l'imagine d'un passante annoiato.

E che silenzio! Veramente il silenzio  assai greve in questa camera.
_Ce silence, ce maudit silence!_ Le finestre guardano sul Canalazzo, che
una bruma pesante ha invaso; non si vede pi nulla, e la notte  calata
prima del tempo. S'ode battere ritmicamente una goccia dalla grondaia
sulla tettoia che ripara l'entrata dell'albergo:  un colpo isocrono,
esatto, che segna il tempo come un pendolo, e dice che piove, che
continua a piovere.... E null'altro. Ho guardato ogni cosa: c' sul
cassettone un pettine di tartaruga chiara costellato di _strass_, che
scintillano tra le violette; pi qua un nodo di velluto nero, disposto
forse per esser messo tra i capelli, e un piccolo specchio da mano,
chiuso in una cornicetta d'avorio.

Ho guardato ogni cosa; all'altro lato della camera  il letto col
cadavere, ma non ho ancora osato gettarvi lo sguardo, e sento gli occhi
del cronista che immobile nel mezzo della camera deve fissarmi con
curiosit, non comprendendo la mia ripugnanza.

E infatti, ho torto.

Non c' nulla di ripugnante nello spettacolo che mi si para innanzi,
quando a capo scoperto mi avvicino al lettuccio d'ottone rilucente.
Wanda  distesa, le mani lungo i fianchi, i capelli lunghissimi tutti
sciolti; indossa un abito di velluto nero, che d un risalto terribile
al pallore del volto, e tramuta i capelli in un vero fiume d'oro lucido.
Ha gli occhi chiusi, cerchiati d'azzurro, e le labbra bianche.

E le donne, dopo averla composta, l'hanno quasi sepolta sotto le viole,
cosicch il letto e i guanciali paiono una distesa di fiori su cui la
giovane si sia adagiata per riposare.

-- Ma che cosa ? -- dico stupito, sottovoce.

Presso il volto della morta vedo un altro visetto con gli occhi aperti,
sorridente, un visetto da bimba, che il cumulo delle viole m'aveva di
prim'acchito nascosto.

--  la sua bambola, -- mi risponde il cronista sottovoce. -- L'hanno
trovata al suo fianco e ve l'hanno lasciata.

La bambola!  una bambola bionda, vestita di velluto nero, come la
fanciulla; e ride con gli occhi aperti, mettendo in quel muto spettacolo
ferale una nota di vita, un'espressione ribelle di vivacit, che fa
pensare alla bambola come a persona vera.... Era la sua amica, e le si 
stesa al fianco, e sar seppellita con lei. Gli occhioni azzurri mi
fissano allegri e ingenui, quasi dicessero: -- Non rattristarti: io e
Wanda stiamo bene, riposiamo tra queste viole belle;  molto piacevole
riposare cos.... Io l'ho vista piangere ed ora dorme tranquilla; io so
tutti i suoi segreti, e so che ha fatto bene a morire.... Non
risvegliarla: lasciala passare!... --

La bambola sembra veramente felice di trovarsi con la padroncina, con
tanti fiori, e i suoi occhi ridono e il suo visetto roseo ha un
significato di soddisfazione quasi comica.

-- Non ha lasciato lettere? -- chiedo sottovoce.

-- Una lettera, che fu sequestrata, alla famiglia. Mi pare d'averglielo
detto.

-- E all'amante, nulla?

-- Nulla.

-- Bene. Il disprezzo!

E non so perch, questo mi fa tanto piacere che m'accorgo di parlare ad
alta voce.

--  tornata alla bambola! -- concludo con voce pi sommessa.

A vederla cos bianca, cos bionda, cos giovane, composta nell'abito di
velluto nero, chiuso al collo severamente, si pensa che l'amore sia un
frutto ancora acerbo per lei, e che la bambola le convenga meglio.

La straniera abbandonata nella citt del silenzio  tornata alla
bambola, come alla sola amica verace.

Ieri sera, hanno avuto un colloquio: tutt'e due bionde e vestite di
velluto, tutt'e due smarrite e ingenue hanno scambiato i loro piccoli
pensieri.

-- Io sono sola, -- ha detto la fanciulla. -- E soffro, soffro molto. Che
devo fare?

-- Io non soffro, -- ha risposto la bamboletta di cera e legno. -- Sono
allegra perch non ho cuore che batta. Senti che rido?

-- Il mio cuore batte troppo, batte orribilmente, e mi fa male.... Non
posso ridere.... Vedi che piango?

-- Perch non lo fermi, il tuo cuore? Fermalo, se ti fa male, e potrai
ridere, dopo.

-- Tu credi?

-- S: io ho visto una volta un orologiaio, presso la vetrina in cui
vivevo prima che tu mi comprassi, ho visto un orologiaio il quale ha
fermato il suo orologio, che avanzava e correva disperatamente, che
batteva come il tuo cuore.... Il cuore non  il tuo orologio? E se 
pazzo e ti fa male, tu devi fermarlo.

Allora la fanciulla ha adagiata la bambola sul letto, e ha preso l'arma.

-- Aspettami. Ora lo fermo.

E posando il capo sul guanciale presso il capo della bambola, ha
lasciato partire il colpo.

-- Ecco, il cuore  fermo! -- ha detto la bambola. --  fermo, e non ti fa
pi male. Dormiamo.

La fanciulla s' addormentata per sempre, e la bambola, con quel suo
lieve riso, con gli occhi azzurri sbarrati, ne vigila il sonno e mi
guarda per dirmi che tutto va bene.

-- Usciamo! -- mormoro sottovoce. -- Lasciamole stare!...

Raggiungiamo la soglia e apriamo cautamente la porta; ma prima
d'abbandonare la camera color d'ametista, spengo la luce elettrica.

-- Cos dormiranno meglio, -- osservo al mio compagno.

Egli annuisce con un cenno del capo, senza comprendere; e usciti
dall'albergo, riprendiamo in silenzio la via, per le _calli_ taciturne e
oscure....




LA FILOSOFIA DI MINNI.


Minni torn a casa verso le cinque d'una pesante giornata sciroccale.
Aveva fatto gli acquisti pel pranzo e recava un paio d'involtini con la
carta rosea, tenendoli nella piegatura delle braccia. Senza curarsi
della folla che si stendeva da piazza Colonna a piazza Barberini, aveva
percorso tutta la strada col passo svelto e leggiero, temendo d'essere
soprappresa dalla penombra del crepuscolo.

E giunta a casa, in quella strana via Campania, che, a un passo da Villa
Umberto e da via Veneto, sembra ancora la strada d'un villaggio, non
selciata, deserta, popolata la sera dai gatti, Minni sal una scala ed
entr nella sua camera al primo piano.

Ella abitava da lunghi mesi col marito quella vasta camera mobigliata in
via Campania. Nel mezzo era il letto di ferro, assai largo; a destra,
Minni aveva improvvisato un gabinetto da toeletta con un bel lavabo e
mille piccole cose per l'abbigliamento; a sinistra, un'agrippina, sulla
quale Minni aveva drappeggiato una stoffa di seta a colori vivaci; e
v'era la tavola da pranzo, che si trasformava poi in tavola da lavoro, e
disposte ai capi, due poltroncine. Cos in quell'angolo, la sala da
pranzo succedeva al salottino, secondo le ore; e una grande lampada a
petrolio illuminava e riscaldava il luogo, poich non v'era stufa.

Minni, bionda e graziosa, una di quelle donne il cui corpo stupisce per
l'esatta perfezione delle linee e la cui anima chiude insospettati
tesori d'energia, stese la tovaglia, mise sulla tavola due piatti, due
posate, due bicchieri; e sopra un piatto pi grande espose tutto il
pranzo: salame, formaggio, ulive, una scatola di sardine. Poi v'erano
una bottiglia d'acqua, un fiaschetto di vino, il pane.

Minni guard un istante quei poveri preparativi, e per renderli meno
tristi, piant in mezzo alla tavola un vasetto di vetro con un mazzolino
di fiori. Accese la grande lampada a petrolio, che doveva riscaldar la
camera, e aspettando l'ora che il marito facesse ritorno, sedette
sull'agrippina a leggere.

Leggeva un romanzo nel quale i milioni danzavano una ridda vertiginosa
con le avventure pi gaie. Da tempo, Minni leggeva soltanto per non
pensare, per non sentire la miseria immeritata, e appena la distraevano
dalla lettura le grida e gli schiamazzi dei monelli, i quali verso
l'imbrunire s'impadronivano delle strade circostanti e facevano chiasso
sino a sera.

Alle sette, ella ud aprir l'uscio nel corridoio, e indi a poco s'aperse
la porta della camera, ed entr Giorgio.

-- Buona sera, _Bl_! -- egli disse.

Dacch l'aveva sposata, Giorgio s'era fatta l'abitudine di chiamar
Minni, con i vezzeggiativi pi curiosi. Il nome di lei, Emma, era
diventato Minni, e le era rimasto; ma ogni poco, Giorgio glielo mutava
con voci monosillabiche, nelle quali egli metteva un senso d'amore e di
protezione come per un bambino.

-- Quante belle cose avete comperato! -- disse Giorgio, gettando
un'occhiata alla tavola, mentre si levava il cappello e il soprabito.

Minni sorrise debolmente.

-- Hai fame? -- ella chiese.

-- No, niente, sono stanco! -- rispose Giorgio, avvicinandosi e baciandola
sulla bocca. -- Una noia spaventevole, tutto il giorno. E tu?

-- Io ho fame. Ora preparo il caff, e poi mangiamo.

Ella and ad accendere la macchinetta pel caff, e Giorgio sedendo
sull'agrippina diede un'occhiata al libro che Minni aveva deposto sulla
tavola.

-- "S principe, -- lesse Giorgio ad alta voce -- il mio banchiere  pronto
a rilasciarvi subito uno _chque_ di trecentomila franchi. Non avete che
da dare un ordine".

-- Ma quanto  stupido, _M_, questo vostro libro! -- disse Giorgio
chiudendolo.

-- Son tutti lo stesso, -- osserv Minni.

-- Io credo che gli _chques_ non esistano! Sono esistiti mai, al mondo,
i banchieri e i principi?... Ne ho perduta l'abitudine....

-- Anch'io! -- disse Minni. -- Non credo pi al danaro.

-- Il male si  che ci credono gli altri! -- mormor Giorgio.

Minni sedette a tavola, e l'uomo guard la sua piccola moglie nella
quale egli aveva riposto tanta tenerezza, alla quale egli si sentiva
invincibilmente legato da un'affezione e da una gratitudine senza
limiti.

La giovane apparteneva a famiglia gi ricca e aveva conosciuto con
Giorgio e gustato gli agi della vita; poi una serie di rovesci, alcune
speculazioni infelici, una causa civile promossa da alcuni parenti,
avevano piombato l'una e l'altro nelle pi crudeli strettezze, quasi
nella miseria.

E Minni era rimasta ferma, aspettando con coraggio il ritorno alla
ricchezza, obbedendo alle necessit di quel periodo di sventure,
lavorando d'ago con le piccole mani che in altri tempi eran cariche di
gioielli, dimenticando tutte le cure, tutte le mollezze, tutte le
superfluit in mezzo alle quali e per le quali sembrava vivere un
giorno.

Ella mangiava ora con Giorgio il misero pranzo, ed era tranquilla.
Giorgio si lev a darle un bacio.

-- Sei molto carina! -- egli disse. -- Ti voglio molto bene, lo sai?

Ella alz le sopracciglia con un significato di dubbio.

-- Non far la scettica, suvvia! -- esclam Giorgio, il quale non perdeva
la calma se non quando si dubitava della sua parola. -- Sai che ti voglio
bene; molto, troppo!...

Giorgio era di giusta statura, un po' pallido, con occhi chiari, dallo
sguardo mobile e vivace. I capelli e i baffi aveva neri, la fronte alta,
il mento breve. Vestiva un abito scuro, lucido nei gomiti, opera di un
modesto sarto, che aveva la botteguccia in via Sardegna; ma Giorgio
indossava fieramente il suo abito invecchiato, come un giorno aveva
indossato la marsina con la gardenia all'occhiello in casa della
duchessa di Monfalcone.

-- E voi siete mia, tutta mia? -- egli riprese, -- siete tutta mia?

-- Che meraviglia, -- disse Minni pacatamente. -- Non sai come io ti amo?

-- Sta bene, sono soddisfatto, -- dichiar Giorgio, con un'affermativa
della testa e uno schioccar della lingua, che fecero ridere Minni.

Ella era veramente tutta sua, quantunque sdegnasse o non osasse
dirglielo sempre. Innanzi a quell'uomo che toccava la trentina, e dopo
sei anni di matrimonio, ella sentiva ancora una specie di soggezione
delicata; orgogliosa e timida, sapeva amare pertinacemente e conservar
tuttavia qualche cosa di quella verecondia, che acuisce la compiacenza
dell'uomo e non gli permette di giungere rapidamente alla saziet.

Minni era innamorata di Giorgio e non glielo aveva mai detto, non aveva
forse mai trovato il coraggio di dirglielo; quand'egli la interrogava,
ella gli rispondeva con una frase indiretta. Egli sentiva l'amore nei
suoi baci, nel suo gesto, fors'anco nei capricci non infrequenti, coi
quali ella si divertiva a irritarlo, per giungere poi a una
riconciliazione tumultuosa e piena di volutt.

E dentro all'anima, vigile e inquieta, Minni serrava anche una gelosia
sfrenata per Giorgio, del quale non era sicura, conoscendone le
abitudini giovanili, lo scetticismo allegro, il gusto per l'avventura
difficile e intricata.

Non aveva a lodarsi niente, niente, di lui. Egli pareva un sentimentale,
e ingannando involontariamente s stesso e gli altri con quella maschera
di sensibilit gentile e delicata, riusciva a piacere; piaceva in modo
speciale "a quelle oche di ragazze", come diceva Minni nelle sue ore di
gelosia; le quali oche lo sapevano pure ammogliato, ma gli sfarfallavano
intorno, per curiosit o per civetteria, non imaginando a qual brutto
giuoco giuocassero.

Tutto il periodo d'agiatezza trascorso con Giorgio era stato per Minni
una strada seminata di triboli e d'inquietudini. Aveva sorpreso e
interrotto parecchi idillii, che Giorgio aveva annodato qua e l, con
una scaltrezza acuta e irritante; non era arrivata ad assodar nulla di
grave, ma era uscita da quella sorda lotta con tanto timore, che i primi
rovesci finanziarii, in grazia dei quali Giorgio aveva dovuto rinunziare
alla sua futile e piacevole vita, erano stati accolti da Minni con una
rassegnazione, che somigliava a un compiacimento.

Nella tristezza, nel disagio, nel dubbio dell'avvenire, Giorgio era
almeno interamente e veramente suo; viveva al suo fianco, la confortava,
sentiva il dovere di non darle altri crucci, il bisogno di proteggerla;
e in questa certezza, Minni trovava molta consolazione.

Mentre prendevano il caff, Giorgio disse:

-- Domani, gran pranzo al _restaurant_! Mi sono fatto anticipare met
dello stipendio: cento lire. --

Minni non parve molto sollecita di accettare.

-- Abbiamo bisogno di tante cose, caro, -- ella osserv. -- Tu devi farti
accomodare il soprabito, che ha la fodera strappata.

--  bellissimo, di fuori! -- esclam Giorgio, alzando le spalle, e
gettando un'occhiata al soprabito, che pendeva dall'attaccapanni.

-- E io devo farmi qualche cosa per l'inverno, una giacca e un cappello,
-- seguit Minni, sicura di vincerlo.

-- Allora, niente pranzo? -- disse Giorgio rattristato. -- Ancora
formaggio, salame e ulive? E pensare che io non ho alcuna vocazione per
imitar gli anacoreti della Tebaide!... Andremo a pranzo al _restaurant_:
una rondine non fa primavera. Tanto pi poi, ora che....

Si morse le labbra e tacque, accese una sigaretta, e incominci la sua
passeggiata, tra il letto e il cassettone, dalla finestra alla porta.

-- Ora che cosa? -- incalz Minni, guardandolo.

-- Nulla: sciocchezze.

-- Hai qualche notizia che non vuoi dirmi. Perch non vuoi dirmi?... 
una bella notizia? indovino?

E Minni gli and incontro, lo ferm, lo fiss negli occhi.

-- Siete una bambina. _Sc!_ -- egli disse chinandosi a baciarla sulle
labbra. -- Volete sapere tutto, tutto, anche quello che non esiste....

Minni torn tristemente alla tavola, sparecchi, chiam la servetta
della casa perch lavasse i piatti e le posate. Per piegar la tovaglia,
Minni si faceva aiutare da Giorgio, e l'uno a un capo, l'altra
all'altro, tiravano, stendevano, se la strappavano di mano: qualche
volta, Giorgio la buttava addosso a Minni, e afferrata la donna, se la
portava tra le braccia ridendo, cos avvolta nel manto bianco.

Ma quella sera, ella non chiam Giorgio: fece da sola, e poi riprese il
libro, si stese sull'agrippina, e cominci a leggere la storia del
principe e dei suoi milioni.

Giorgio seguitava a passeggiare e a fumare, sogguardando d'ora in ora il
viso rannuvolato di Minni; prevedeva una gragnuola di rimproveri.

-- Dimmi, -- egli si decise finalmente, sedendo ai piedi dell'agrippina
sopra un piccolo sgabello e carezzando le ginocchia della donna -- dimmi,
vuoi sapere?...

-- Oh no, non me l'hai confidato subito, e ora non m'importa pi! -- ella
rispose, fingendo di continuar la lettura.

-- Ascoltami dunque, -- seguit Giorgio, mentre le toglieva il libro dalle
mani. -- Ma devi promettermi di non credere una parola.

-- Come?

-- S, non voglio che tu t'illuda con delle speranze. Non v' ancor nulla
di certo, e tutto pu sfumar da un giorno all'altro. Sarebbe troppo
bello, troppo bello, se le cose avvenissero come io spero. Dunque, non
crederai, non galopperai con la fantasia, non ti tormenterai coi
progetti....  inteso?

--  inteso, -- ripet Minni, che vibrava gi di speranze, e sentiva gi
la fantasia accendersi e partire.

Allora Giorgio raccont che Riccardo Pizzi, il proprietario della
cartiera presso la quale egli era impiegato, l'aveva proposto a un
gruppo di azionisti come direttore d'una grande casa editrice, che si
voleva fondare a Milano e che avrebbe assunto proporzioni colossali. Le
trattative erano avviate bene; duravano da pi che quindici giorni e si
sarebbero concluse fra breve; ma v'erano parecchi altri candidati a quel
posto, alcuni fortemente protetti da raccomandazioni cospicue, altri da
parentele e da simpatie.

-- Insomma, -- concluse Giorgio, -- non c' da sperare nulla, capisci?

-- E ti darebbero un grosso, grosso stipendio? -- interrog Minni, che
sperava gi tutto.

-- Cos! -- disse Giorgio, aprendo le braccia quant'erano lunghe. -- Uno
stipendio principesco. Non so ancora, ma un grosso stipendio c', e la
partecipazione agli utili, e mille vantaggi.... Partiremmo subito....

-- E che bravo, quel tuo Pizzi! -- esclam Minni.

Giorgio rise.

-- Povero Riccardo, tanto buono! -- disse poi. -- Non lo lascio mai
tranquillo, non passa giorno senza una baruffa, ma mi vuol bene, e
vorrebbe vedermi pi su, pi in alto, felice, allegro.... E tu, non
soffrirai a lasciar Roma per Milano?

-- Mi comprerai una bella pelliccia! Non avr freddo. E in casa, un bel
fuoco; e andremo a teatro, e io potr mangiare i _marrons glacs_.

Giorgio si alz d'un tratto, e riprese a passeggiare, accendendo
un'altra sigaretta. Scosse bruscamente la testa, per cacciar la
tentazione di sognare, di lasciarsi travolgere dalle illusioni, che lo
avevano gi tante volte ingannato.

-- Ora non parliamone pi, -- disse, tornando alla donna. -- Vedi che
domani potremo uscire a pranzo.

-- S, e dirai a Pizzi che io sono molto, molto contenta, e che gli
voglio proprio bene!

-- Oh l, l! -- esclam Giorgio ridendo. -- Non faccio, io, queste
ambasciate!

Ma ormai l'abbrivo era preso, e mentre Giorgio ascoltava il miagolo dei
gatti di via Campania, Minni snocciol tutti i suoi progetti, e come
avrebbe addobbata la casa, e dove avrebbe passate le vacanze estive, e
in qual maniera avrebbe rifatto la sua guardaroba....

-- Ma tu, -- s'interruppe -- tu avrai molto da lavorare, di'?

Pi tardi, in letto, presso la cara donna bionda che s'era addormentata
cingendogli il collo con le braccia, Giorgio pens che quella vita
umile, quella povert fieramente sopportata, avevano un senso di poesia
forse indimenticabile.

E sentendo il cuore di Minni battere tranquillo, sciolse adagio le
braccia della donna, dispose meglio sotto la testa di lei il
guancialetto di seta azzurra, e la baci piano piano sulle labbra e
sugli occhi.

                                 *

Ma per pi d'un mese, non si ebbero altre notizie. Le trattative con
Riccardo Pizzi e con Giorgio Spinarosa furono interrotte, perch
sembrava che a Milano non fossero tutti d'accordo sulle proporzioni,
sullo scopo, sui particolari della impresa che volevasi tentare.

L'inverno cal a Roma abbastanza rigido: vi fu perfino una nevicata di
ventiquattr'ore, e Minni stette molto in casa, a leggere, ad agucchiare.
Non appena v'era un po' di sole, ella andava a Villa Umberto col suo
libro, sedeva su una gradinata in Piazza di Siena, e vi rimaneva fino al
tramonto, allorch il parco meraviglioso cominciava a diventare umido.

E allora Minni correva in qualche negozio a far le provviste, o passava
da una rosticceria di via del Tritone a comperare un pollo allo spiedo e
certi involtini di carne e di riso, che si chiamavano "suppl", e che
facevano ridere Giorgio a vederli.

-- _Suppl, suppl_, supplizio davvero! -- esclamava. -- Te l'avevo detto,
_M_, di non sperare! Non ne azzecchiamo una, piccoletta mia! I milanesi
ci hanno abbandonato anche loro, e bisogner pensare ad altro: scommetto
che il direttore  stato scelto, la Casa fondata, e intanto non ci levan
di pena, e ci menano garbatamente pel naso. --

Minni piangeva. Era stanca di quella lotta contro la miseria, che non
aveva nemmeno il diritto d'andar per le strade con gli abiti a
brandelli, e che doveva ostentare un sorriso, nel timore d'incontrare
occhi indiscreti. Minni vestiva ancora con eleganza, grazie a un
risparmio rigoroso, e bench schivasse gli incontri, era tuttavia cos
accurata nell'abbigliamento, in ogni minuzia della sua eterna toilette
grigia, da potere sfidare la curiosit crudele delle amiche e degli
indifferenti.

La sua figurina aggraziata dava risalto a ci che indossava, e la vanit
femminile era salva, quantunque sempre sospettosa.

Ma la monotonia di quella vita senza mai un piacere, senza mai un'ora di
distrazione, pesava sul cuore della donna giovane e ne irritava i nervi.
La sua compagnia in casa eran le grida, gli schiamazzi, la musica
selvaggia dei monelli di via Campania; e fuori di casa, un libro
qualunque preso a prestito in una biblioteca circolante.

A poco a poco, ella aveva conosciuto tutti i passeggiatori abituali di
Villa Umberto: coppie d'amanti, vecchi e signore col cagnolino, damine
accompagnate da una serqua di marmocchi e di bambinaie, pensionati
meditabondi, ricche annoiate che passavan pei viali in carrozza,
sognando probabilmente i sogni pi vacui.

Qualche volta entrava al giardino del lago, e stava a guardare le anitre
e le oche, invidiando la loro vita incosciente. Pel giardino del lago i
passanti erano radi, e in quelle giornate d'inverno si diffondeva una
malinconia tenue, fatta quasi sacra dal silenzio prolungato; il libro
posava sulle ginocchia di Minni, ed ella si perdeva a fantasticare,
mentre le anitre diguazzavano nel laghetto e si rizzavano a batter
l'ali.

Se le veniva il pensiero di Giorgio, ella si confortava un poco; perch
Giorgio non mutava d'umore, non perdeva speranza, non dubitava mai. Egli
aspettava qualche cosa, e sarebbe stato impacciato a dire che cosa
fosse, ma aspettava con una fiducia tanto strana, tanto ostinata, da
snebbiar le paurose apprensioni della donna.

-- Siamo troppo giovani per andare a fondo! -- egli diceva.

No, non voleva andare a fondo, Giorgio Spinarosa. La sua anima ricca
d'orgoglio, il suo corpo robusto, si ribellavano all'idea che la vita
dovesse oscuramente naufragare in quella miseria. Egli voleva, egli
doveva fare. Fare; fare qualche cosa di bello, di grande, qualche cosa
difficile, da lasciare Minni intontita per la meraviglia.

Per questo, la presenza di Giorgio era tanto cara a Minni; e quand'egli
tornava a casa per la colazione e pel desinare, la fronte della moglie
si spianava; egli chiacchierava, rideva, raccontava aneddoti, e non
parlava quasi mai dell'avvenire, cos esso gli sembrava certo e vicino.

-- Coraggio, _M_! Ancora un poco. I milanesi ci aiuteranno.

-- Ma dicevi, l'altro giorno, che ci hanno abbandonati!...

-- No; malinconie del quarto d'ora. Io li conosco: prima di gettarsi a
una impresa, ci riflettono; e poi vi si mettono con l'unghie e con i
denti, e giungono dove vogliono.

-- E Pizzi come la pensa? -- domandava Minni.

-- Pizzi lavora per me; tutte le sue conoscenze di Milano sono ai miei
ordini. Anche ieri, il conte Virgili, che sarebbe il pi forte
azionista, gli ha scritto di pazientare; la cosa si far, e io non sar
dimenticato. Voglio regalarti una pelliccia cos grande, da formarti uno
strascico, e tutti chiederanno per le strade: "Chi  quella pelliccia
che cammina?" Del resto, amica mia, se questo progetto dovesse fallire,
verr dell'altro....

-- Che cosa?...

-- Dell'altro, dell'altro! Non so.... --

E Giorgio faceva in aria un gesto largo, che riassumeva tutte le
possibilit, tutte le aspettazioni, tutto l'avvenire.

Ma la donna era rimasta silenziosa, meditando.

Il conte Virgili! Ella lo aveva conosciuto a Roma, o a Firenze, non
ricordava pi; ricordava per ch'egli era vedovo, con una figliuola di
ventidue anni, Virgilia Virgili, che poteva piacere; era alta e diritta.
" un bel pioppo!" aveva detto una volta Giorgio, parlando di lei. E
aveva una selva di capelli bruni, che le piovevan sugli occhi glauchi.
Male avvezzata dal padre, ricca, capricciosa, educata all'americana,
audace e scaltra, s'era messa a scherzare con Giorgio, e scherzava
troppo, orribilmente, non come una fanciulla vereconda, ma come una
donna procace.

Poi era venuta la povert, e Giorgio aveva sfuggito la giovane, per
superbia.

Ora eccola ricomparir nella loro vita; quel demonio era ben capace di
persuadere suo padre a favore di Giorgio e di far cadere su di lui la
scelta, per richiamarlo a Milano e tornare alle schermaglie d'una volta.

Minni ricordava con terrore segreto la bocca della fanciulla, una bocca
grande con labbra tumide color di corallo, una bocca fatta apposta per
mordere e per divorare.

                                 *

Ma i giorni passavano; qualche volta, la lampada a petrolio non era
sufficiente a riscaldar la camera, e Minni stava sull'agrippina, avvolta
in uno scialle, freddolosa e triste; oppure si coricava presto, subito
dopo cena, e dormiva, faceva la cura del sonno, a pugni stretti.

Dormire era tutta la felicit concessa dalla sorte; dormire significava
riposar dai pensieri, arrestar la fantasia, non precorrere il tempo e
non ricordare il passato; ma quando il giorno grigio entrava dalla
finestra, pareva recare sul guancialetto di Minni una tediosa baraonda
di cure e di spaventi.

E si alzava piano, piano, per non destare Giorgio; occupava un'ora ad
assettarsi, e raccolti i capelli con un nastro azzurro, preparava il
caff, poi svegliava Giorgio, il quale aveva l'abitudine d'aspettare ad
occhi chiusi ch'ella lo chiamasse, perch lei era il suo orologio.

Egli non era mai stato cos buono come in quel tempo; le altre donne non
esistevano per lui. Gli si era piantata nel cervello l'idea fissa di
strappare Minni a quelle sofferenze, e l'idea gli bastava, gli riempiva
la vita, lo faceva austero. Nascondeva le ansie pi crudeli e cominciava
a dubitare a sua volta del trionfo imaginato. Ogni giorno, appena
arrivato alla cartiera, andava da Riccardo.

Riccardo Pizzi, un giovane di ventisei anni, dalle forme erculee e dal
placido volto, aveva da solo aiutato Giorgio, dandogli un impiego
nell'amministrazione della cartiera; ma i caratteri dei due uomini
parevano fatti apposta per non andar d'accordo.

Riccardo nervoso e pigro; Giorgio, nervoso e veemente; Riccardo ideava
gli affari che Giorgio criticava spesso e tentava qualche volta
d'impedire, parendogli che l'amico s'ispirasse a un ottimismo
pericoloso.

In due anni di vita comune, Giorgio aveva dato tante prove di
sollecitudine e di perizia a Riccardo, che questi se n'era fatto il
consigliere, pure arrabattandosi per difendere i propri disegni, e
strillando contro Giorgio, che voleva persuaderlo d'aver torto. La loro
amicizia era una continua guerra, ma si volevano molto bene, e Riccardo
si rammaricava di non poter offrire a Giorgio un lauto stipendio e di
vederlo ridotto a un impiego di tanto inferiore alla sua capacit e al
suo ardire.

-- Ebbene, niente? -- chiedeva Giorgio, ogni mattina, appena giunto alla
cartiera fuor di Porta Salaria.

Riccardo si stringeva nelle spalle, dolente di non poter dare la pi
piccola notizia.

E il silenzio ostinato di quegli azionisti, il tempo che passava, la
melanconia di Minni, cominciavano a scuotere anche la fede di Giorgio.

Ma egli aveva in cuore una forza quasi mostruosa: non credeva alla
sventura, n al pericolo, n alla morte. Dopo un istante di dubbio,
l'animo gli si spalancava non alla speranza, ma alla certezza; e
Riccardo l'aveva udito pi volte canterellar le romanze delle opere in
voga, stonando insolentemente.

Era allegro e diffondeva intorno l'allegria, cosicch Riccardo Pizzi
stava ad ascoltarlo stupito, credendo che Giorgio avesse ricevuta la
notizia lungamente attesa.

-- Perbacco, io t'invidio! -- diceva Riccardo.

-- Hai ragione, -- rispondeva Giorgio. -- Hai ragione d'invidiarmi, perch
vedrai....

-- Vedr?

-- Vedrai, vedrai! La vita non  che una cosa, e io sento che riuscir ad
afferrarla e a tenerla. Vedrai che io sapr impadronirmene!

                                 *

Un giorno, un tepido giorno di febbraio, mentre col libro sulle
ginocchia stava guardando le ochette che guazzavano nel lago di Villa
Umberto, Minni vide comparirle innanzi Giorgio, tranquillo come di
solito, la sigaretta fra le labbra.

-- Addio, _Trill_! -- egli disse sorridendo. -- Vieni: voglio condurti a
fare una passeggiata in carrozza: e poi andremo all'Aragno e ti comprer
molti dolci....

-- Che cosa c'? -- esclam Minni, alzandosi dal sedile di pietra.

-- Nulla: non c' nulla, -- rispose Giorgio. -- Vieni: troveremo una
carrozza fuori del giardino!

-- Ma tu sei pazzo, caro! -- osserv la donna. -- Sai che non possiamo far
queste spese....

Giorgio pass il braccio sotto il braccio della moglie, e cos
s'avviarono.

--  una mia idea, -- egli rispose. -- Credo che mi porter fortuna: una
bella passeggiata, e poi molti dolci! Sono stufo di tante privazioni e
di tanta economia: voglio cambiar metodo, e spendere tutto ci che ho in
tasca.... Vedrai che le cose andranno meglio!

Ma la donna sentiva ch'egli non era sincero, e quando furono in
carrozza, cominci a tempestarlo di domande: era seguita qualche novit?
avevano scritto? c'erano almeno speranze?

Giorgio sorrideva, negando. Nulla!

-- Va alla Banca d'Italia! -- ordin al cocchiere, appena la carrozza ebbe
oltrepassato i cancelli del parco.

Minni batt le mani, trattenendo un grido.

-- Oh Giorgio, -- esclam. -- Come sei cattivo! Perch non vuoi dirmi?...

-- Non voglio dirti che cosa? Vado alla Banca d'Italia a trovare un mio
amico cassiere.... Te lo presenter:  un giovanotto simpaticissimo.

La donna scosse il capo.

-- No, no, -- disse. -- Non  vero! Tu mi nascondi qualche cosa, e io
voglio sapere. Voglio sapere, o piango!

Giorgio diede in una risata, accarezzando le mani della moglie.

-- Ebbene, -- dichiar, -- vado a riscuotere un vaglia di duemila lire per
Riccardo....

Ma vedendo Minni rabbuiarsi e il caro volto coprirsi della solita
espressione di tristezza, Giorgio non ebbe il coraggio di prolungare lo
scherzo.

-- Suvvia, hai indovinato! Le duemila lire sono per me!

Questa volta, egli temette che Minni gli svenisse tra le braccia.

-- Coraggio! -- disse con accento tra serio e scherzoso. -- Son duemila
lire che la Societ mi manda pel viaggio e pel trasporto....

-- Oh Giorgio, com' bello! -- esclam la donna con voce soffocata.

-- Pel trasporto del mobiglio che non abbiamo! -- seguit Giorgio ridendo.
-- Te l'avevo detto, _M_?... Ero sicuro di riuscire.... Lo sapevo da tre
giorni, del resto, e aspettavo che il denaro fosse giunto per dirti ogni
cosa....

Tacque; gli occhi della donna s'erano inumiditi dalla gioia: il suo
pensiero galoppava, il cuore le batteva veloce, ed ella avrebbe voluto
baciare subito Giorgio, ma erano in carrozza scoperta e il Corso
formicolava di uomini e di vetture.

Minni guard attentamente il marito.

-- Da tre giorni? -- ella ripet. -- Da tre giorni sapevi tutto?

-- S, non v' nulla di strano! Attendevo il denaro per farti questa
sorpresa. --

Minni fiss nuovamente Giorgio. Qualche volta l'anima di lui le faceva
paura, e quella padronanza di s medesimo la stupiva. Egli era potuto
rimaner tranquillo per tre giorni, senza che il suo viso lo tradisse,
senza che una parola, un accenno, un'esclamazione gli sfuggissero dalle
labbra; impassibile e sicuro, aveva taciuto...!

-- E non eri contento, non eri felice? -- chiese Minni.

-- Contento senza dubbio; ma d'altra parte, non meravigliato affatto,
perch io sapevo che avrei vinto.... E se non avessi vinto ora, avrei
vinto pi tardi!... Noi non dobbiamo colare a picco. --

E quasi involontariamente, canterell piano, a fior di labbra:

    "Io son Titania, la bionda...."

-- Che pazzo! -- disse Minni con un sorriso. -- E quando partiremo?

-- Fra otto giorni. Addio, Roma; addio, bella Roma! Ti dispiace, _M_, di
lasciare Roma?

-- No, abbiamo tanto sofferto!... --

Giorgio non aggiunse parola. Avevano molto sofferto a Roma, e a lungo;
ma che cosa li attendeva a Milano? soltanto una larga agiatezza era
certa; al di l non si vedeva, non si sapeva nulla. Un turbino di
lavoro e di battaglie, forse un turbino di gioie e di dolori, fors'anco
un cumulo di delusioni....

Giorgio si scosse quando la carrozza si ferm innanzi al palazzo scialbo
e massiccio della Banca d'Italia, e lasciando Minni in vettura, egli
scese.

La donna, rimasta sola, s'abbandon interamente al sogno; ide
l'avvenire in mille modi, e a un tratto le venne il pensiero che Giorgio
avrebbe conosciuto molte donne, avrebbe rivisto Virgilia, sarebbe stato
accolto in tutte le case, ricominciando la vita d'avventure, che la
povert e la disgrazia avevano interrotto.

Minni sent nel cuore un turbamento crudele. Quali donne avrebbe egli
conosciuto? L'ospitalit lombarda, cos pronta e cordiale, gli si
sarebbe subito offerta, e lo spirito alacre e animoso di lui avrebbe
subito creato intorno a Giorgio molte amicizie....

Fra quelle donne ancora ignote, egli avrebbe forse incontrato colei che
doveva piacergli ed amarlo; sul volto impassibile, nessuno avrebbe
potuto leggere l'ansia della conquista, la gioia del trionfo, gli
spasimi della gelosia.... Oh Giorgio sapeva ingannare, come sapeva
essere audace e leale! E lei, Minni, sarebbe vissuta fra le torture del
dubbio....

-- Avrai molto, molto da lavorare? -- ella chiese, mentre Giorgio risaliva
in carrozza e sedeva al suo fianco.

-- Va all'Aragno! -- disse Giorgio al cocchiere; poi volgendosi a Minni,
rispose: -- S, molto, specialmente sui primi tempi, giorno e notte,
finch tutto sia ben disposto....

Dal petto di Minni sfugg un tale sospiro di soddisfazione, che il
marito la guard con meraviglia.

-- Sei contenta ch'io abbia da lavorare? -- egli domand.

-- Sono felice: vorrei che tu non avessi nemmeno un'ora di riposo....

Ma appena pronunziate queste parole, si morse le labbra, e guard
Giorgio con lo sguardo turbato.

-- Io non amo che te, e amer te sola, sempre! -- egli disse,
accarezzandole le mani.

Poi, volendo egli stesso sfuggire alla visione dell'ignoto, cominci a
parlare di ci che avrebbe fatto a Milano, dell'opera vasta e difficile
che lo aspettava. E cos discorrendo, i suoi occhi si oscuravano, quasi
tutta l'energia dell'anima vi si raccogliesse in una torbida potenza....
La cosa, quella cosa vile e infida ch' la vita, egli la teneva in pugno
e l'avrebbe foggiata a suo piacere, usando la forza e la lusinga, la
dolcezza e la violenza. Udiva nelle orecchie risonare un canto di gioia.

Parlava ancora e ancora Minni stava ad ascoltarlo con volutt, quando la
carrozza giunse sul Corso e si ferm innanzi all'Aragno.

La notizia della prossima partenza di Giorgio Spinarosa s'era propagata
in quei giorni tra i suoi amici; e non appena egli fu seduto, molti
vennero a complimentare lui e Minni.

Giorgio non aveva ancor potuto misurare tutta la vilt dell'anima umana,
e fu sbalordito. C'era della gente ch'egli salutava appena con un cenno
del capo, e che gli si protestava d'un tratto devota e obbediente;
altri, i quali avevan temuto nei giorni della sventura, ch'egli li
richiedesse d'un favore e perci evitavan di salutarlo o almeno di
fermarsi, gli si precipitavano ora incontro, adulandolo con
un'insistenza fastidiosa.

-- Era giusto, era giusto, -- diceva qualcuno. -- Ti si doveva una
riparazione, il riconoscimento del tuoi meriti.... Bravo! sai, volevo
raccomandarti mio fratello, ma ne parleremo domani....

-- Oh, caro Spinarosa! Io cercavo di lei per presentarle le mie
felicitazioni. Conosce mio cugino? Credo che mio cugino, pratico di cose
commerciali, potrebbe essere utilissimo!... Se non la disturba, lo
mander da lei prima ch'ella parta....

-- Di', Giorgio! Ricordati che ti sono stato sempre amico.... Mi
contenterei di tanto poco! Un posticino piccino, piccino....

Minni, che assisteva a quella sfilata e mangiava intanto certi dolci con
la crema, insudiciandosi le mani come un bamberottolo, fin per
nausearsene; per nausearsi degli uomini e dei dolci.

-- Andiamo, -- ella mormor sottovoce a Giorgio. -- Sono molto stanca!

-- Hai visto? -- disse Giorgio, quand'ebbero ripreso posto in carrozza. --
Hai visto quelle canaglie, come strisciano? E una settimana fa, avremmo
potuto morir di fame e di freddo, senza ch'essi stendessero la mano....
Ah no, rimanete qui, perdio! Io vi dimenticher;  tutto quello che
posso fare per voi....

Minni tacque. Ella era molto stanca davvero, e ripercorrendo in carrozza
le strade note, Via Mercede, Capo le Case, Porta Pinciana, e ricordando
i giorni in cui andava a comperar da cena, un po' di sardine e un po' di
ulive, fu presa da una nera melanconia.

Che cosa li attendeva a Milano? Quali donne avrebbe Giorgio conosciuto?
Sarebbe stato sempre cos buono come in quel tempo?

Rivide la bocca ardente e vorace di Virgilia Virgili, e sent un
brivido.

Rientrando in casa, i suoi occhi caddero sulla cara lampada a petrolio
che illuminava e riscaldava la camera; salut il letto nitido ed ampio,
e l'agrippina, e la piccola tavola su cui si stendeva la tovaglia, che
Giorgio qualche volta gettava indosso alla sua donna, come un manto....
Avvert che il dolore e la povert avevano strette le loro anime con un
nodo tenace, cui l'agiatezza e il godimento avrebbero allentato o
sciolto per sempre.

-- _M_, quanti dolci avete mangiato oggi! -- disse Giorgio sorridendo, e
togliendo a Minni il cappello, per baciarla sulla chioma bionda.

Minni gir l'occhio intorno, smarrita; e sentendo un'angoscia nuova
salirle alla gola, nascose il volto nel petto di Giorgio, e mormor con
uno scoppio di lagrime:

-- Ahi, Giorgio, come si stava bene, come si stava bene, qui! --




L'AMORE DEGLI ALTRI.


Iginio Malaspina, detto Gin dagli amici, accavall una gamba sull'altra,
soffi dalle nari il fumo della sigaretta e lanci a Silvio Baldeschi
una sguardata velatamente ironica.

-- Laura sar qui tra breve, -- disse. --  uscita da poco tempo con la
carrozza, e non pu tardare. Mi dispiace che tu aspetti.

Nella voce di Gin si sarebbe potuto rintracciare quello stesso lieve
sarcasmo che gli si leggeva nell'occhio. Era sui cinquant'anni, alto e
contesto di nervi, i capelli fulvi, i baffi tagliati all'americana, la
mandibola inferiore sporgente. Innanzi a lui, Silvio pareva un
fanciullo, pallido, nel cui sguardo passava un'onda di sentimento
piuttosto che di volont.

-- Sono lietissimo di barattare quattro parole con te, -- rispose, non
curandosi nemmeno di dare un'espressione sincera a quella bugia
d'obbligo.

-- Fuma! -- disse Gin, avvicinandogli sulla tavola, intorno a cui stavano
seduti, il barattolo delle sigarette. -- Mia moglie sapeva che saresti
venuto a farle visita?

E pens nel medesimo tempo:

-- Anche lui! A qual punto  arrivato?

-- La contessa? -- rispose Silvio, con lo stesso fare distratto. -- Mio
Dio, s, credo di averle detto iersera a teatro....

-- Ed  uscita! -- interruppe Gin. -- Ma stamane ci hanno avvertito che la
zia Lorenza  indisposta, e Laura  dovuta andare a trovarla....

Da otto anni, da quando aveva sposato Laura, Gin s'era visto passare
innanzi una sfilata di giovani, d'uomini maturi, anche di vecchi, i
quali tutti, l'un dopo l'altro, avevano tentato di portargli via la
moglie. Li conosceva benissimo; i pi volevano Laura per vanit, perch
aveva fama di virt quasi selvatica; altri per provare, per il romanzo;
pochi per amor vero, quantunque non tenace n profondo. Cominciavano
scherzando, spiegavano le stesse arti, s'accaldavano vie pi, eran messi
a dovere e se ne partivano, o s'acconciavano a diventare amici. "Vengono
grassi e se ne vanno magri", pensava Gin, accarezzandosi i baffi
rossastri per nascondere la bocca che sorrideva. Tutti quei postulanti
ignoravano l'orgoglio senza freno di Laura, la quale avrebbe dato odio
invece d'amore all'uomo che fosse stato capace d'impossessarsene.

Silvio Baldeschi era diverso. Gin non avrebbe potuto dirne la ragione,
ma lo sentiva.

E aspettando Laura, lo intratteneva quel pomeriggio con una discorsa
politica, in cui spiegava una facondia inutile, perch Silvio la pensava
come lui.

L'impazienza del giovane non si tradiva che al movimento continuo con
cui batteva del piede sinistro sotto la tavola il tempo d'un galop
impercettibile. Il tumulto intimo ond'era travagliato da pi mesi e il
contegno di Gin, la squisita cortesia del quale lasciava capir tuttavia
ch'era uomo con cui bisognava fare i conti, lo turbavano sempre,
serrandolo alla gola. E a un tratto il volto di lui s'illumin per una
gioia, che non gli era stato possibile dissimulare.

Un domestico, apparso sul limitare del salotto, annunziava:

-- La signora contessa avverte che sar qui tra pochi istanti.

Le labbra dell'uomo rosso e beffardo si schiusero a un sorriso fugace.
Egli s'aspettava che Silvio balbettasse.

Ma il giovane, il quale aveva cominciato a rispondere a Gin, chiuse
forte nella destra il sigillo con cui si spegnevano gli avanzi delle
sigarette, e sfil la sua tesi sui partiti politici, senza balbettare,
ritoccando qua e l gli argomenti di Gin. Il piede aveva cessato di
battere il galop; un lieve pallore si era dipinto in volto a Silvio
Baldeschi.

--  diverso! -- pens Gin.

E si alz per andare incontro a Laura che entrava.

-- L'amico Baldeschi ti aspettava pazientemente, -- egli disse.

Laura sorrise al giovane, che divenuto tranquillo, era balzato in piedi
prima di Gin, al frusco delle gonne.

Laura non contava trent'anni ancora; dritta come il suo orgoglio.

-- Ti chiedo scusa, Baldeschi! -- disse Gin, salutando Silvio con un gesto
familiare della mano. -- Arrivederci, Laura!

E usc.

Era piuttosto irritato che triste. L'amore di Silvio, un vero amore
quale Gin non aveva mai supposto, un amore disperato che aveva preso il
giovane, squassandolo come una pianta indifesa sotto la tempesta,
irritava l'uomo rosso e beffardo. Egli non amava la moglie; il suo
carattere, aspro nel fondo e ignaro di tenerezza, gli concedeva soltanto
d'essere superbo e soddisfatto di Laura. L'amore degli altri, di tutti
gli altri, giovani, maturi e vecchi, per la donna che gli apparteneva,
gli era sembrato, fino a quel giorno, strano e ridicolo. Da quel giorno,
cominciava a sembrargli minaccioso, lo turbava nei suoi facili giudizi,
lo costringeva a pensare a Laura in maniera nuova, a guardarla con una
curiosit inquieta. Ella sapeva gli spasimi di tutti quegli uomini, la
disperazione di Silvio, e non aveva mai detto parola. S'erano
intrecciate e snodate intorno a lei le vicende di pi drammi intimi, e
non aveva mai detto parola. Il marito non poteva chiedere che la fedelt
di lei.

Quando Gin torn a casa dalla sua passeggiata, Laura gli disse:

-- Abbiamo a pranzo Silvio Baldeschi, stasera.

-- Va bene.

-- E il Della Torre, Enrico Landi, il Mapelli e il Castiglioni.

-- E signore? Neppur una?

-- Neppur una! -- ripet Laura ridendo. -- Signore pi di rado che sia
possibile. Non mi fido che degli uomini.

-- Mi dispiace di non poter dire altrettanto! -- mormor Gin.

-- E che puoi dire? -- interrog Laura, andandogli incontro.

-- Nulla. Tu sai che non ho mai dubitato. Ma non  merito degli uomini
che vengono qui.

Laura avanz e lo guard negli occhi.

-- Non ti sono stata sempre fedele? -- chiese dolcemente.

-- S, bella! -- rispose Gin, sfiorandole con una mano i capelli bruni e
lucidi, una foresta domata. -- Sempre bella e sempre fedele.

Tacque un istante, poi fu ripreso dal suo bisogno di sarcasmo.

-- Non so se a buon mercato, -- soggiunse.

Laura gli gett uno sguardo lungo, e non rispose. Allora Gin fu stupito
di s stesso, perch improvvisamente, impensatamente, quasi con un
tremito nella voce, riprese:

-- Non ti piacerebbe che viaggiassimo un poco! Un poco, lontano, in
Oriente, a capriccio, dove tu vorrai?

Laura inarc le sopracciglia, attonita, e rise:

-- Oh, oh! -- disse. -- Che cosa pensi. Gin?... Vado a vestirmi. Metter un
abito rosso, tutto rosso di fiamma. Ti piacer?

-- Va, fiamma rossa! -- fece Gin, accomiatandola con un'altra carezza sui
capelli. -- Ma quel viaggio avrebbe del buono; un bel viaggio lungo....

La donna scosse il capo, e usc ridendo.

A pranzo fu veramente la fiamma rossa, la bella fiamma costante, che
scalda o brucia il cuore. Inguainata nell'abito amaranto dolcemente
scollato, Laura si sentiva molto lontana da quegli uomini, i quali
tutti, l'un dopo l'altro, le avevano offerto il loro amore. E l'eleganza
della fiamma rossa, che imprigionando la bianca venust delle linee,
avvivava il carnato del volto e del petto, turb gli invitati. Si
punzecchiarono un poco, illudendosi di poter essere amati da Laura non
appena avessero tolto di mezzo i rivali.

Silvio Baldeschi era allegro: entrando, non aveva detto parola a Laura
del suo abbigliamento, quasi non l'avesse notato; rideva e parlava con
disinvoltura, guardava indifferentemente la giovane, suo marito, gli
amici, tra cui non pareva degnarsi di temere avversar. Ma di tanto in
tanto, col piede sinistro batteva il ritmo del galop impercettibile,
sotto la tavola, e qualche gesto si mutava bruscamente in uno scatto.

Quattro degli invitati giuocarono a _bridge_ dopo pranzo. Laura stette a
conversare con Silvio Baldeschi, seduta al suo fianco, sul medesimo
divano; e perch i giuocatori parlavano alto negli intervalli e
ridevano, Laura e Silvio s'arrischiavano a parlare essi pure quasi alto.

Silvio le disse:

-- Parole d'un morente. La mia vita, per ventiquattr'ore, sar nelle
vostre mani.

Gin ud. In piedi, fingendo seguire le vicende del giuoco, volgeva le
spalle. La voce secca e breve di Silvio che giuocava un pi formidabile
giuoco, lo penetr a fondo. Laura aveva forse risposto con un gesto o
con gli occhi. Gin non ud che questo di lei, detto leggermente:

--  mai stato al Cairo, Baldeschi? Noi ci andremo, Gin e io, quest'anno.

-- Buon viaggio! -- rispose Silvio ridendo.

Gin si volse e, avvicinatosi ai due, parl d'un'escursione ch'egli aveva
compiuto venti anni prima in Egitto.

-- Vent'anni! -- esclam Laura, alzandosi per servire il t. -- Mio marito
parla di venti e trent'anni or sono con un coraggio invidiabile.

-- Venti e trenta e quaranta! -- insistette Gin. --  la civetteria dei
vecchi; ricordare meglio dei giovani, e vivere come i giovani.

Silvio si morse le labbra per non rispondere una frase insolente.

La serata non ebbe altro di notevole; forse, verso l'ultimo, Silvio
trov maniera di dir qualche parola minacciosa a Laura, perch la donna
sembr un istante turbata a Gin. Ma pi tardi la ud nella sua camera da
letto cantare graziosamente a mezza voce un'aria dell'_Histoire d'un
Pierrot_.

L'indomani ella non usc di casa tutto il giorno; nel pomeriggio fu
singolarmente irrequieta.

-- Io vado al Circolo, -- le disse Gin, passando dal suo salottino.

La giovane stese una mano per trattenerlo.

-- No! -- interruppe. -- Non uscire, Gin. Tienmi compagnia....

-- Come? -- esclam Gin sorpreso. -- Non devo uscire? Sai che ci son le
elezioni al Circolo....

-- Esci, allora, se vuoi! -- rispose Laura bruscamente.

Gin si volse al domestico, il quale gli teneva il soprabito, e ordin:

-- Avverti Giacomo che stacchi. Non esco.

-- Ti ringrazio, Gin, -- mormor Laura. -- Puoi uscire dopo le sei e
giungere ancora in tempo al Circolo per le tue elezioni; non  vero?
Adesso fammi compagnia. Non vi piace la presidenza del Circolo e volete
mutarla; me lo ha detto iersera il Della Torre; e per chi voterai, Gin?

Gin parl del Circolo, della presidenza vecchia e della nuova, poi di
_Turchetto_, un baio irlandese da sella, che zoppicava, e di altre
piccole cose. Fu pi del consueto attento e gentile con sua moglie, si
trattenne a prendere il t nel salottino, il che non avveniva da anni; e
verso le sei, invece di uscire, discese con Laura in giardino e and a
trovare di nuovo _Turchetto_, il quale aveva ricevuto la visita del
veterinario.

Dopo pranzo, tra le nove e le dieci, venne la notizia. La port un
servo, il quale, essendo stato mandato a impostare delle lettere, s'era
imbattuto nel cocchiere di Enrico Landi e aveva udito da lui i
particolari del fatto. Il servo sent il dovere d'avvertirne
rispettosamente Gin.

-- Che cosa c'? -- disse Laura, vedendo che alle prime parole del
domestico, Gin era impallidito e aveva fatto cenno di tacere.

-- C' che.... Silvio s' ferito, stasera, maneggiando la rivoltella....
Non  vero, Antonio?

Laura si drizz in piedi, aggrappata alla tavola, e fece alcuni passi
vacillando....

-- Esco, Laura, -- soggiunse Gin, -- vado a prendere notizie.

Laura si ferm e ricadde sulla poltrona in cui stava prima seduta. Non
vedeva bene, non sapeva dire se Gin e il domestico fossero tuttavia sul
limitare; una nebbia nerastra invadeva il salotto, le luci delle lampade
illanguidivano, s'udiva un tintinno lontano, insistente. L'odore d'un
fascio di rose traboccanti da una catinella argentea sulla caminiera,
era insopportabile; morivano!...

Quando fu per istrada, Gin si domand perch fosse uscito; poteva
tornarsene e dar la notizia a Laura senz'altro, poich Antonio aveva
parlato chiaro, era informato bene. Tuttavia ferm una vettura, vi sal,
si fece condurre a casa di Silvio.

Pot passare, quantunque tra i parenti e i curiosi che ingombravano la
palazzina Baldeschi un personaggio che rappresentava l'autorit
giudiziaria si mostrasse assai severo nel concedere il passo fino alla
camera di Silvio.

-- Conte Iginio Malaspina, -- dichiar Gin. -- Non vorr respingere il
migliore amico del defunto?

Il funzionario s'inchin, e Gin, preso animo, soggiunse, prima
d'entrare:

-- Si sa il motivo?... Ha lasciato lettere?

L'altro si strinse nelle spalle.

-- Non una parola, signor conte. Qualcuno ha detto nevrastenia
acutissima.

-- Acutissima, -- ripet Gin confermando. --  naturale.

E varc la soglia, si diresse al letto su cui era composto il cadavere.
Rimase immobile a guardarlo, col cappello tra le mani, senza riconoscere
quelli che stavano in un angolo della camera a singhiozzare.

Per Laura, per la sua donna, per la fiamma rossa, per l'orgoglio!...

Aveva la fronte spaccata e la ferita diventava enorme, prolungata da una
riga di sangue che filava gi per la tempia destra, gi per la guancia,
fino all'angolo delle labbra. Era placido, ma bianco, interamente bianco
nel volto.

Per Laura, una giovinezza florida spezzata a ventisei anni, come se
Laura fosse stata la gioia, l'ebbrezza, tutta la vita medesima, tutto un
avvenire impareggiabile! Egli, Gin, aveva preso il t con lei poche ore
prima, e assai quietamente le aveva fatto qualche carezza; e poteva
quando voleva, farle indossare o farle togliere l'abito rosso con cui
era apparsa l'ultima volta agli occhi di Silvio; ed era sua, come una
cosa bella, da otto lunghi anni, e per altri anni, per sempre, sarebbe
stata sua, a suo capriccio, a suo gusto.... Silvio Baldeschi n'era
morto.

Gin si scosse e and con un turbamento sincero a baciar la mano alle
signore che singhiozzavano, a condolersi con gli uomini.

--  terribile,  terribile! -- egli disse, gettando ancora uno sguardo
alla fronte bianca spaccata.

Quindi usc, riprese la vettura e torn a casa. In verit, non sentiva
pi nulla; un prepotente, con la minaccia della morte, aveva voluto
rubargli l'amore di Laura; poi si era ucciso, mantenendo la parola.

-- Era un buon giuocatore! -- pens Gin.

Non sentiva pi nulla, se non il desiderio di rivedere Laura subito,
d'assicurarsi che era a casa, scombuiato puerilmente dal pensiero
assurdo che potesse non esservi pi. E non trattenne un largo respiro di
sollievo quando la trov nella sua camera, distesa a met sul letto, gli
occhi chiusi.

Gin s'avvicin cautamente, e s'indugi a guardarla come capisse infine
tutta la malinconia leggiadra di quel volto, che per lui non aveva
maschera d'orgoglio ed era dolcemente femmineo. La chiam sottovoce.
Ella sbarr gli occhi senza muoversi, glieli fiss in volto senza
parlare, poi li richiuse.

-- Ebbene, Laura, -- disse Gin, chinandosi fin quasi a metter la testa
presso la testa della giovane. -- Si giuocava un giuoco d'inferno intorno
a noi, la vita di qualcuno, la mia, forse la tua. E una vita 
scomparsa....

Tacque; percorse di nuovo con lo sguardo tutta la bella persona agile e
forte.

Di sotto le palpebre chiuse di Laura sfuggivano le lagrime e scendevano
lungo la guancia. Gin aveva visto poco prima filare il sangue gi per la
guancia di Silvio. Lagrime e sangue per lui, per il suo amore e per il
suo diritto. L'uomo aspro e beffardo, che non aveva detto quasi mai
parole care alla sua donna, sent una vampa di gelosia ardergli il
cuore, e le sue labbra si dissuggellarono.

-- Ti amo, Laura, -- disse con un'esitanza timorosa. -- Mi ami, tu?

E aspett la risposta trepidando, come avesse chiesto l'amore a una
donna nuova, che non aveva mai conosciuta prima di quel giorno.

Laura stette con gli occhi chiusi e la testa reclinata sul letto, ma
allung un braccio, ne ricinse il collo di Gin, trasse questi a s, e
gli mise la bocca sulla bocca, in silenzio.




NINN NON  GELOSA.


In piedi innanzi al grande specchio, nella sua camera da letto, ha tolto
i pettini dai capelli che sono balzati gi, neri e violenti, per le
spalle; poi li ha raccolti, li ha fermati ancora in una massa scomposta;
e di nuovo li ha liberati, lasciandoli fluire da tutte le bande.

Siccome questo giuoco ha il potere d'irritare sordamente suo marito,
Ninn lo ha fatto tre volte, ed  in via di farlo la quarta.  vestita,
o meglio  avvolta in una vestaglia della quale poco si capisce;
un'ondata, una spuma di merletti la circonda intera, e le braccia un po'
magre sbucano da quella groviglia di trine, alzandosi ora a sciogliere i
capelli, ed ora a riappuntarli. Mentre lavora cos assiduamente, finisce
un lungo discorso:

-- Potevi dirmelo, vedi? Potevi dirmelo che andavi da quella scempia; ci
sarei venuta anch'io! Non indovino perch tu vi sia andato solo, o
indovino troppo.... Gi,  una stupidina; e per ci ti piace.... Basta
che una donna sia stupida perch tu le faccia la corte.... Sei un
sentimentale.... Mi rincresce dirtelo; con quelle tue arie da
moschettiere, non sei che un sentimentale, e di quindici in quindici
giorni mi tiri fuori un'amicizia nuova; naturalmente per una donna....
Adesso tocca alla Marnoldi.... Non so intendere, poi, come tu vada a
perderti colla Marnoldi. Una volta non potevi soffrire le bionde, e
questa  cos bionda che pare si sia messa in testa una parrucca di
stoppa....

-- Ninn -- interrompe Giorgio con voce calma. -- Non farmi una delle
solite scene!...

Giorgio  seduto in una poltroncina, le mani nelle tasche, le gambe
distese. La poltrona , come la tappezzeria della camera, bianca a
triplici righe d'incarnato, e il sole che entra da una bifora, inonda
gaiamente tutta la stanza.

L'uomo  vestito con un abito di mattina color d'avorio; i suoi occhi
seguono l'instancabile ginnastica di Ninn, la quale ha annodato la
quarta volta i capelli, e sta per liberarli di nuovo. Dal battere delle
palpebre e da un certo moto delle labbra, si intuisce che lo sforzo di
Giorgio per padroneggiarsi  grande.

-- Lascia stare Ninn ti prego! -- dice la signora bella. -- Quando ne hai
fatta qualcuna o mediti di farla, mi contorni di Ninn, e siamo pari. 
ridicolo! Anche ieri a tavola, davanti al duca di Telmi e alla
Gualchieri mi hai regalato tre o quattro Ninn, dei quali non sentivo
alcun bisogno.

Tace; i capelli sono scappati per la quinta volta. Giorgio ha acceso una
sigaretta e guarda con attenzione il soffitto dove, tra nuvole pallide,
 dipinta una pioggia di fiori, che un putto ridanciano butta all'aria
da un gran canestro. Dal mezzo pende un grappolo di lampadine
elettriche, il cui raggio  velato la notte con una fitta frangia d'oro
e rosa.

-- Scene? -- esclama Ninn di repente, come si ricordasse. -- Scene di che?

-- Scene di gelosia, -- spiega Giorgio pacatamente.

Ninn s' rivolta con un balzo; anzi ha fatto un giro su s stessa....

Ha il viso bianco, capriccioso, ardito, che pu piacere e non piacere;
ma la linea dall'omero al fianco, dal fianco al ginocchio, dal ginocchio
al piedino s'intravede, ed  stupenda. Giorgio l'ha sposata per la linea
e centomila lire di rendita.

-- Gelosa? Gelosa io?... T'inganni, Cocco! -- ella esclama, con uno
sfavillo nello sguardo.

C' questa differenza tra marito e moglie. Il marito dice Ninn alla
moglie quando vuol quietarla e blandirla; la moglie dice Cocco al marito
quando  furiosa e ogni altra maniera d'aizzarlo, compresa la cascata
dei capelli, non ha sortito alcun esito.

Infatti a sentirsi chiamar Cocco, come un pappagallo, Giorgio ha dato un
guizzo e le sue mani hanno stretto nervosamente i bracciuoli della
poltrona; ma  riuscito a vincersi ancora. Cos, dritta, gli occhi
luccicanti d'ira, le narici frementi, i capelli abbandonati a fiotti,
vestita e non vestita, Ninn  veramente bella; Giorgio non ha alcuna
voglia d'attaccar briga, perch Ninn  veramente bella.

-- Ah tu credi ch'io sia gelosa? -- ella esclama con una risata un po'
stridula. -- Ma no, caro, t'inganni! Gelosa della Marnoldi! Non mi degno!
Ho troppo orgoglio, io, troppa dignit, per discendere a queste
bassezze. Non ti piaccio, non ti garbo, ne preferisci un'altra? E sta
bene. Come dite voi? _De gustis e coloris_....

Giorgio interrompe con un gesto, quasi volesse cacciarsi le mani nei
capelli.

-- _Non est disputando_, -- conclude imperterrita Ninn. -- Gelosa no,
davvero! Soltanto, questo voglio ed esigo: che se hai una favorita, non
me la metta sotto il naso; che tu non vada a trovarla, solo, in giorni
in cui non riceve, e poi venga a dirmelo. Se godi le _petites entres_
della Marnoldi o di qualunque altra sciocca, sii discreto anche con me,
sopratutto con me!... Non mi pare di domandar troppo! Ma gelosa no,
gelosa no davvero! Non sono stata mai gelosa di alcuna, se pure mille
volte pi bella di me. Io sono corazzata dal mio orgoglio, e mi
vergognerei d'un sentimento cos volgare.

Giorgio accende un'altra sigaretta.

-- Oh, io sarei gelosa! -- prosegue Ninn, avvicinandosi al marito. -- Come
puoi tu pensare questo? Mi conosci ben poco, se supponi che io mi pieghi
fino a contrastarti a un'altra. Ti piglino pure, ti rapiscano anche:
s'accorgeranno presto che non metteva conto di portarti via alla tua
povera moglie!... Gelosa!... E cos mi conosci? Gi, bisogna
confessarlo; a conoscere una donna, tutti, presto o tardi, arrivano,
fuor che il marito. Il duca di Telmi mi conosce meglio di te; se
dicessero al duca di Telmi che io sono gelosa....

Giorgio s' alzato di scatto; e frenandosi immediatamente, affondate le
mani nelle tasche della giacca,  uscito senza volgersi. Poi ha dato
ordine di sellare ed  andato a fare la sua passeggiata a cavallo.

Ninn non  gelosa. Il pi spesso ha torto, ma quando dice che non 
gelosa, non le si potrebbe negar ragione.

Basta che Giorgio faccia l'elogio non di una donna, ma d'un
abbigliamento femminile, perch il cuore di Ninn sanguini in silenzio;
e non dice verbo, la giovane, e non si spiega. Ma alzando gli occhi,
Giorgio vede un piccolo muso e una piccola fronte corrugata.

-- Che hai?

-- Niente.

-- Non vai a vestirti?

-- No: grazie.

-- Come, non usciamo? Non volevi fare una trottata?

-- No; va tu. Io ho un po' d'emicrania.

Non si esce. Allora, pazientemente, lentamente, con un lungo lavoro
d'inquisizione, Giorgio comincia a indagar la causa dell'emicrania, che
 cattivo umore, che  dispetto. E Ninn tace. Tace una, due, dieci
volte, fin che Giorgio trova la via, e con accorta sbadataggine ritorna
al discorso di prima:

-- Sicuro; la Palmieri sta benissimo con quel suo abito grigio tutto
attillato....  una figuretta, come dire? una figuretta elastica, magra,
ma gentile; e quel suo abito grigio.... Che hai? Ti senti poco bene?

Ninn, sdraiata sul divano, col capo all'indietro, ha dato un sobbalzo;
le sue piccole mani si son chiuse a pugno. Sembra che le tanaglino le
carni, e Giorgio sorride leggermente.

-- Giorgio, te ne prego, finiscila! -- grida Ninn quasi implorando. --
Finiscila con quella tua Palmieri, con quella tua figuretta elastica e
gentile!... Ho capito, ho capito: l'abito grigio  una meraviglia.... Tu
non hai occhi che per le altre; se l'avessi indossato io, quell'abito
grigio, non te ne saresti neanche accorto.... Ma io non ho la figuretta
elastica, si sa, la figuretta gentile....

-- Tu sei tutta adorabile, -- dice Giorgio, chinandosi per baciarla.

-- Tutta adorabile! -- ripete Ninn, respingendolo bruscamente. -- E quando
vede le altre, lui, saltella come una cavalletta.... E per chi, poi? Per
quella Palmieri che ha due piedi i quali mi rammentano gli _sky_ e due
orecchie a ventola.... Che orecchie!... Non sono gelosa, sai? Non mi
degno....

Ninn non  gelosa; non si degna.

Una volta ha fatto una cosa molto semplice. Era a pranzo con Giorgio,
sola; non c'erano invitati; e Giorgio tornato dal t della principessa
Gualchieri, s'era messo a lodarne la bocca, soltanto la bocca dalla
linea sinuosa, dalle labbra vive e lievemente ombrate per una
impercettibile pelurie....

Ninn ha fatto allora una cosa semplice: afferrato un lembo della
tovaglia, ha rovesciato a terra piatti, bottiglie, bicchieri, posate,
salierine, vasetti da fiori, quanto v'era sulla tavola, mentre il
domestico che serviva, restava duro e impassibile ad attendere gli
ordini.

-- Non sono gelosa! -- ha dichiarato poi. -- Ma che tu, anche davanti ai
domestici, senta il bisogno di mostrarti quale sei, un libertino,  cosa
veramente insopportabile!

Per Ninn, tutto  insopportabile. Sfugge i convegni mondani quanto le 
possibile, perch l'esperienza le ha insegnato che un marito e una
moglie per bene son come due estranei in societ e non devono mai
trovarsi insieme, se non vogliono essere uccisi dal ridicolo. Il marito
si occupa delle signore, mentre gli uomini gli corteggiano la moglie. E
ne viene per Ninn un martirio atroce; deve difendersi da molti esperti
ganzerini che la circuiscono con madrigali e con dichiarazioni, e deve
aver l'occhio a Giorgio; ma il pi spesso Giorgio  in una sala e Ninn
in un'altra; la giovane non pu correre a cercarlo, n svelare
l'angoscia che la rode, e le leggi mondane le impongono di star ferma,
di sorridere e di rispondere e di dare il braccio al duca di Telmi e di
ballare col principe Gualchieri e di farsi accompagnare al buffet da un
terzo (mio Dio, Giorgio  con la Marnoldi!), e di essere gaia,
spensierata, amabile, un po' civetta, un tantino scettica. Che cosa le
manca?

Le manca Giorgio, ai balli e ovunque. Vorrebbe essere il bicchiere
ch'egli reca alle labbra, il libro che tien fra le mani, il lastrico su
cui posa il piede, e vorrebbe nello stesso tempo ch'egli fosse libero e
potesse vivere con piacere.... Vorrebbe molte cose contradditorie, e un
bel giorno arrischia di perdere interamente la testa.

Durante una passeggiata a cavallo ha notato che la premura di Giorgio
per la marchesa Rusticucci oltrepassa il segno della convenienza, e che
tra l'uno e l'altra si scambiano occhiate e sorrisi, che Ninn definisce
per "terribili". Fa tutta la sua cavalcata senza schiudere labbro, non
badando affatto al duca di Telmi, il quale s'affretta a essere con lei
cos premuroso come Giorgio  con la marchesa, ma non gli toccano, al
pi, che sorrisi gelidi, e Ninn si dimentica anche di ringraziarlo.

All'indomani piomba dalla marchesa Rusticucci. Questa non riceve ed 
anzi per uscire, ma udendo il nome di Ninn, le va incontro, le tende le
mani amichevolmente: e Ninn le dice con voce rauca:

-- Ti piace Giorgio? Ti piace mio marito? Vuoi portarmelo via?

Al veder la faccia scombuiata dell'altra, capisce lo sproposito che ha
commesso, e aggiunge subito:

-- Oh te ne supplico, perdonami!... Non sono gelosa; ma gli voglio tanto
bene!... Sono venuta in casa tua a offenderti.... Ti domando perdono....

La marchesa che ha dieci anni pi di Ninn, i capelli biondi un po'
tinti e un po' finti, e parecchie date fatali nel suo calendario,
sorride, se la stringe al petto e la racconsola; anzi la conduce a
passeggio in carrozza perch si distragga, ed  molto buona con lei....
Ma avverte Giorgio, pi tardi:

-- Quella vostra pupa bisogner educarla, se non volete che un giorno o
l'altro vi dia qualche seccatura. Non  ancora _dresse_....

Per _dresser_ la piccola tigre, Giorgio fa sforzi sovrumani, e non vi
riesce.

Egli era sincero, in principio, raccontava tutto: "La tale mi piace;
Tizia si veste bene; Sempronia riceve con molto garbo". Ma non  stato
possibile seguitar per la via. Agli occhi di Ninn, ogni donna
menzionata da Giorgio con parole lusinghiere era un'amante, cosicch si
sarebbe detto che egli ne seducesse una la mattina e una la sera. Allora
Giorgio non ha pi aperto bocca, e si  guardato accuratamente
dall'esprimere un'opinione intorno alle amiche di sua moglie; e questa
cautela ha dato per frutto che ogni qualvolta Ninn ha scoperto che
Giorgio  andato a trovare la Marnoldi o la Palmieri ed  stato zitto,
il silenzio del marito le  parso indizio certissimo di tradimento.

Giorgio s' anche provato a discutere, dimostrando a Ninn ch'egli
l'adora ed  fedele; che se non fosse fedele, non sarebbe tanto sciocco
da additar con espressioni ammirative proprio quelle che non dovrebbe
mettere in troppa luce; che un po' di galanteria, d'innocuo
corteggiamento,  necessario al ben vivere....

--  necessario? -- ha osservato Ninn. -- E allora, te la trover io, la
donna da corteggiare per il ben vivere.... Deve essere simpatica a
me.... Te la trover io....

E l'ha trovata, con immenso stupore di Giorgio.

Egli credeva che sua moglie dovesse comparirgli innanzi un giorno con
qualche amica gobba o guercia o almeno sessantenne; e non  a dirsi la
meraviglia di lui allorch dalle preferenze concesse, dalle espressioni
di simpatia, dall'intimit ostentata, ha potuto comprendere che Ninn si
fida di Tatiana Cordiglieri.

Tatiana Cordiglieri  un'importazione; figlia del principe Sebastow, --
al Caucaso i grandi proprietari hanno tutti il titolo di principe, o se
lo prendono, insieme col treno che li conduce all'estero, -- Tatiana ha
ventitr anni, e da due  sposa al vecchio conte Cordiglieri, deputato
al Parlamento.

Si sa che l'on. Cordiglieri ha fatto enormi sacrifici pecuniari per il
partito liberale-conservatore, il quale lo rimerita chiamandolo
"l'illustre Uomo" con l'U maiuscola; i partiti restituiscono sempre i
quattrini a questa maniera. E l'illustre Uomo se n' compensato,
sposando Tatiana Sebastow, della quale erano assai pi tangibili e
sicuri i milioni che il titolo di principessa.

-- Corteggiala pure, -- ha detto Ninn a Giorgio quasi sfidandolo. --  una
slava; carattere fiero, dritto, leale.... Le slave son meglio delle
italiane; non si lascian pigliare all'amo del sentimentalismo; poi sono
fredde e logiche, e non mancano ai loro doveri....

Giorgio si  chiesto invano quando e come sua moglie abbia appreso tanta
scienza etnografica; ma ha visto che Tatiana  molto graziosa: carnato
scuro con occhi cilestrissimi; capelli castani a riflessi dorati;
statura al disotto della media, per le quali stature sono state scoperte
apposta le statuette di Tanagra. E gode una libert sconfinata, perch
l'onorevole Cordiglieri deve aver delle slave la stessa opinione che
Ninn.

Tatiana ride spesso, di tutti e di tutto; ma nervosamente, con qualche
improvviso sprazzo di malinconia, che indica una lacuna nel suo
sentimento, un dubbio nella sua vita, una volont oscura e inquieta, che
potrebbe chiarirsi domani. Le piace molto l'Italia, e in un anno ne ha
imparato la lingua, che parla con lieve accento esotico, dimenticando
spesso gli articoli e le doppie, e moltiplicando le dentali, ma
piacevolmente.

-- Caro Giorgio Nicolajevic, -- dice talora sorridendo. -- Io far qualche
follia per il vostro magnifico paese....

-- Speriamo, speriamo! -- risponde Giorgio con umilt.

E a Ninn rende conto delle sue impressioni.

-- Hai ragione;  un carattere di ferro. Come vuol bene a suo marito! Non
vede altri al mondo, e sarebbe ridicolo corteggiarla.

-- Sarebbe ridicolo anche perch  brutta, -- risponde Ninn. -- Non mi
dirai che quella pelle di rame con quegli occhi di porcellana e i
capelli di tutti i colori siano gli attributi d'una bella donna. Ma 
tanto buona e tanto seria, poveretta, che io le voglio bene come a una
sorella....

L'on. Cordiglieri  a Roma, in procinto di fare altri sacrifici pel
partito liberale-conservatore; l'illustre Uomo sta guadagnandosi anche
l'I maiuscola. Ha lasciato Tatiana in provincia, perch la sua giovane
moglie, dopo averla sognata da lontano, ha sentito d'un tratto una certa
avversione per la capitale, e teme che l'aria non le convenga.... Sta
benissimo dov', tra Ninn e Giorgio che le tengono una cos bella
compagnia.

Giorgio, specialmente, le tien compagnia. Da quando per imprevisto
decreto di Ninn, Tatiana  diventata sua sorella, Giorgio s' fatto pi
assiduo e audace, ne parla senza timore, si abitua al suo t troppo
aromatico e alla sua automobile troppo veloce; non fa una gita con Ninn
se non abbia al fianco Tatiana, rassegnandosi a far qualche gita con
Tatiana anche se non ha al fianco Ninn.

--  peccato, -- osserva questa un giorno,- peccato che non sia felice.
Si capisce che non  felice, non  vero? perch muta cos bizzarramente
d'umore....! Io so; le manca un bimbo, un piccolo bambino che dia uno
scopo alla sua vita.... Se avesse un bambino, sarebbe felice....

Giorgio non risponde, e accende una sigaretta.

La Marnoldi, la Rusticucci, la Palmieri, tutte quelle che Ninn chiamava
con pochissimo rispetto "le favorite", non dicono mai parola di Tatiana
Cordiglieri; hanno il silenzio ironico e si divertono a chiedere a
Giorgio se veramente il t si dice _ciai_ in russo e se "ti amo" si
traduce proprio _Ya lubl tibi_.... Giorgio sta duro ed evita
d'incontrarle.

Il duca di Telmi serra pi dappresso Ninn, che si stupisce della sua
costanza quasi rabbiosa. Egli  attento, ostinato, longanime; ma quando
gli viene alle labbra una insinuazione sulla condotta di Giorgio, se la
ringia, lisciandosi la barba stupenda.

Poi, d'un tratto, passa un'ombra di malinconia nella vita di Ninn.

-- Sai? -- annunzia a Giorgio. -- Perdiamo Tatiana!... Va a Roma, a
raggiungere suo marito. Cos, improvvisamente, bruscamente; non  pi
d'un mese, mi diceva che non avrebbe messo piede a Roma fin che suo
marito non fosse venuto a prenderla; aveva paura delle febbri, come
tutti gli stranieri che non ci sono mai stati.... E ora, eccola che
parte!... Mi dispiace molto, molto; le volevo bene, te l'ho detto, come
a una sorella.... E non torner, vedrai; si abituer a Roma....

-- Torner, -- dichiara Giorgio pacatamente. -- Non trovo affatto strano
che una moglie raggiunga il marito. Avr qualche cosa da dirgli....

Segue un breve silenzio; Ninn si raccoglie a meditare, aggrondata la
fronte e riunite le labbra a un piccolo muso.

-- Giorgio!...

-- Che hai?

-- Non l'avrai mica disgustata con la tua corte? Non le avrai snocciolato
le solite sciocchezze della figuretta gentile ed elastica? Con le slave
non si possono dire queste cose.... Mi dispiacerebbe per lei,
intendiamoci; parlo per lei, non per me. Io non sono gelosa....

-- Non sei gelosa, lo so, non ti degni!... Ma ti pare, Ninn? Corteggiare
una tua sorella? E poi cos fredda e logica, cos diversa dalle
italiane, cos nemica del sentimentalismo?... Ah, bisogna dirlo alto: le
slave non mancano ai loro doveri....

E perch Ninn non gli veda gli occhi che ridono, Giorgio s'inchina ad
accendere la sigaretta, tenendo il cerino tra le mani chiuse a coppa,
come se nel salotto soffiasse un vento infernale....




LA SIGNORINA EMPIASTRO.


Pochi giorni prima di prendere congedo dalla famiglia Grifi,
l'istitutrice si degn di confidarsi con la cameriera. Era
un'istitutrice francese, la quale parlava l'italiano con sufficiente
esattezza; e doveva essere sostituita da un'istitutrice inglese, la
quale parlasse il francese con sufficiente esattezza.

-- Io sono contenta d'andarmene, -- disse Mademoiselle. -- Non posso
lagnarmi della signora e del signore, che mi han trattato sempre bene.
Ma la signorina! Come fate voi a resistere? Come si pu starle vicino
senza impazzire? In un anno, ho percorso tutta una _Via Crucis_ che non
dimenticher pi. Me ne vado, e sono contenta. Sono contenta di lasciar
la casa e la signorina Empiastro....

La cameriera, stupefatta a udir cos definita brutalmente la piccola
Nora Grifi, non trov risposta; ma il soprannome di signorina Empiastro
per la fanciulla di sedici anni tutta gentile, le parve disgraziato e
ingiusto.... E quando Mademoiselle se ne fu andata coi molti bei regali
che i signori Grifi non mancarono di farle, la cameriera os aprirsene
con Nora.

And una mattina, come di solito, a svegliarla assai presto; e mentre la
giovinetta, appoggiata ai guanciali, i capelli bruni sparsi sugli omeri,
centellava la sua cioccolata, e guardando fuor dalla finestra aperta a
pi del letto, sorrideva al bel sole e al cinguetto insolente dei
passeri in giardino, la cameriera le chiese se non le dispiaceva che
Mademoiselle avesse lasciata la casa.

-- No, vedi, non me ne importa nulla! -- rispose Nora scuotendo il capo. --
Non me ne importa nulla, perch non potevo volerle bene.... Avevo
provato a volerle bene, ma mi sono accorta che la infastidivo, che non
intendeva rinunziare per me alla sua poca libert, che mi guardava come
avessi voluto incatenarla.... E allora, non le ho voluto bene....

Restitu il vassoio alla ragazza e gettate le coltri, infilati i piedini
nelle pianelle, avvoltasi nell'accappatoio color di fiamma viva, s'avvi
per correre al suo bagno.... Ma si ferm di repente, come pensierosa,
mentre la cameriera la guardava nella dorata luce solare, dritta e
fresca a guisa d'un fiore porpureo.

-- La colpa  mia! -- disse Nora a mo' di conclusione. -- Io non so voler
bere. Stanco tutti. Ho stancato la mamma e il pap e Mademoiselle e le
mie amiche.... Mi chiamano la signorina Empiastro....

-- Come, lei sa?... -- esclam la ragazza sbalordita.

-- Lo sai tu pure, mi sembra?

-- Me lo ha detto Mademoiselle ieri l'altro.... -- balbett la cameriera.

-- Vedi? Lo sanno e lo dicono tutti!... La signorina Empiastro significa
una fanciulla che ha bisogno di voler bene, e non sa voler bene coi
dovuti riguardi, e si attacca troppo, e annoia e infastidisce e
irrita.... Io sono la signorina Empiastro....

Spicc un salto, a pie' pari, come un puledro che caracollasse, e prima
d'entrare nell'alcova, si affacci alla finestra, guard i cimi degli
alberi agitati dallo svolazzare dei passeri, li salut con molti cenni
del capo e rise; poi scomparve. La cameriera ud il tuffo nell'acqua, e
corse a deporre il vassoio per tornar nell'alcova ad asciugare la
fanciulla.

In casa, Nora Grifi comandava; le mettevano al fianco una istitutrice
d'un qualunque paese che non fosse italiano, e la lasciavano
sbizzarrire. La mamma e il pap non la vedevano che all'ora della
colazione e del pranzo, e perch v'eran quasi sempre invitati, si
scambiavano anche in quell'ora poche parole. Tutto il resto della
giornata era libera; studiava il piano, faceva molti sgorbi
all'acquerello o col lapis, andava a passeggio con l'istitutrice,
s'indugiava in giardino, ch'era la sua pi cara propriet e veniva
coltivato da lei, leggeva i romanzi permessi, sbrigava la corrispondenza
con qualche amica lontana, e si comprava tutto ci che le aveva destato
una curiosit, la quale non durava pi di ventiquattr'ore. Aveva
comperato un grammofono, una bicicletta, una macchina per proiezioni,
una gelatiera istantanea, gli oggetti pi strani dei quali aveva appreso
le virt e le meraviglie dagli avvisi delle riviste; poi li aveva
regalati per far posto ad altre compere....

Non comperava se non per andar nei magazzini e nei negozi a vedere molta
roba accatastata; era il suo divertimento del pomeriggio; le piaceva
l'odor del cuoio, delle stoffe seriche, delle confetterie, e ne
inventava ella stessa, sentendo l'odore dell'argento e dei merletti e
dei gioielli. Qualche volta in un negozio s'imbatteva nella mamma, che
dopo averle detto una parola garbata, raggiungeva la sua carrozza e la
lasciava con l'istitutrice.

Nora non ricordava d'aver mai fatto una passeggiata lunga con sua madre.
Quanto al pap, era giusto; aveva la Banca, la Borsa, e non poteva
sciupar tempo con la signorina Empiastro, che gli si sarebbe appesa al
braccio e avrebbe ciangottato una infinit di piccole sciocchezze per
tutta la durata del passeggio.

I signori Grifi avevano lungamente sognato d'avere un erede; dopo
quattro anni di matrimonio, era nata una femmina, Nora, e la delusione
era stata cocente. La trattavan bene, le concedevano tutto, la
guardavano con indulgenza; ma non si curavano di capirla, n di farsi
capire. Ella, del resto, aveva gi le sue afflizioni: le istitutrici e i
fidanzamenti. La casa era frequentata da gentiluomini brillanti,
ufficiali di cavalleria e aristocratici che avevan vissuto. Di tanto in
tanto, bench Nora non avesse pi di sedici anni, qualcuno si faceva
innanzi, tastava terreno con la mamma e il pap, e si ritirava.

Piaceva, Nora. Era savia, nonostante la sua sventataggine; era bella,
allegra, ricca, seducente per mille inconscie seduzioni femminili. E sua
madre non per altro, se non per obbligo di coscienza, l'avvertiva ch'era
stata chiesta la sua mano.

-- Non per oggi, n per domani, intendiamoci! -- soggiungeva. -- Sono
disposti ad attendere un anno, due, tre....

-- Ho capito! -- esclam una volta la fanciulla con inconsapevole cinismo.
-- Cominciano le prenotazioni, come per una _premire_.

Toniolo Montalba, che aveva portato quel giorno un cartoccio di _silene
pendula_, diede in una risata.

-- Ha detto una cosa grande! -- egli esclam, accompagnandola poco dopo in
giardino.

Per Toniolo Montalba, tutte eran grandi le cose che diceva Nora. Egli
contava ventisei anni; era medico; alto, magro, pallido, intristito da
una specie di pigrizia sentimentale, che pareva averlo addormentato
innanzi tempo. Il destino gli si era messo contro, da un pezzo. Non ne
indovinava una, quantunque, presa la laurea gi da cinque anni, avesse
una coltura e un'intelligenza eccezionali. Non aveva clientela; le donne
lo guardavano ironicamente; gli uomini non lo consideravano per nulla.
Guarita Nora da una bronchite minacciosa, era diventato amico di casa;
lo si dimenticava un po', come un mobile; era inutile e necessario a un
tempo. Aiutava Nora nei suoi esperimenti di giardinaggio, parlava poco e
stava molto con le mani in mano, a meditare non si sapeva che cosa.

Nora era spesso accompagnata da lui, dall'istitutrice e da _Trust_, un
barbone simile a un batuffolo di seta bianca. Toniolo aveva suggerito di
far tutto un corredo a _Trust_, e Nora gli aveva fatto un corredo di
nastri e di collaretti e di musoliere e di soprabiti per l'inverno; lo
aveva calzato con quattro piccoli stivali a stringhe perch potesse
comparire degnamente in salotto e non insudiciasse i tappeti. Lo si
udiva galoppare pei corridoi con quei quattro stivali, che facevano
pensare all'avvicinarsi d'un elefante; e quando s'affacciava, era tale
una risata, che _Trust_ si metteva subito a sedere, guardandosi intorno
stupefatto.

Venne l'istitutrice inglese, e venne insieme una proposta di
fidanzamento del dottor Guidelli.

L'istitutrice, miss Evelina Towsend, era peggio di quell'altra: fredda,
stecchita, meticolosa, si stupiva di tutto, voleva insegnare il
risparmio alla fanciulla, deplorava che avesse tanto danaro, e coglieva
ogni occasione per farle una lezione di morale.

Il dottor Guidelli, giovane e ricco, guardava molto la fanciulla e amava
ascoltarne il chiacchierio; era per lei rispettoso, attento, sollecito,
qualche volta improvvisamente timido.

-- Che cosa pensi del dottor Guidelli? -- le chiese la mamma, tanto per
chiedere.

-- Io? Proprio niente! Voglio comperarmi un paio di guanti bianchi
filettati di rosso, che ho visto ieri. Ti pare che mi staranno bene?

-- Ti staranno bene. E allora, il dottor Guidelli?

-- Ma che devo farmene? Non ci ho gi il dottor Montalba che mi aiuta a
curare le aiuole? Tu vedessi quella sassifraga, com' riuscita!

Dell'istitutrice si sbarazz in maniera semplice. Litig con lei perch
non le permetteva la sera di fare i "salti mortali" sul letto, prima di
coricarsi. Nora affermava che tutte le altre istitutrici glielo avevano
permesso.

-- Facevamo le capriole insieme. Se lei non sa farle, almeno le lasci
fare a me!

Miss Evelina Towsend non rispose. Nora s'arrampic sul letto.

-- Ha capito? -- disse. -- Voglio fare i salti mortali, perch sono una
buonissima ginnastica....

E punt la testolina sul piano del letto, arcuandosi per darsi la spinta
e rotolare dall'altra par....

-- Signorina! -- interruppe miss Evelina Towsend. -- Io la prego di
trovarsi una nuova istitutrice, perch non posso assistere a simili
follie scandalose.

Nora abbandon subito la sua posa preparatoria e si mise a sedere sul
letto. Era tutta chiusa dal collo fin oltre i piedini in una
interminabile camicia da notte, che Nora chiamava la _Transiberiana_ per
la sua lunghezza, e che la faceva parere pi bambina. Ma abbozz un
gesto solenne, dicendo come un Re:

-- Accetto le sue dimissioni!

-- Ha fatto una cosa grande! -- comment il dottor Montalba quando seppe
di quel congedo. -- L'inglese io non lo capisco....

-- Bella ragione, che sciocco! -- esclam Nora. -- Non l'ho mica mandata
via per questo!

-- In ogni modo, ha fatto una cosa grande! -- ripet Toniolo, mettendo la
mano destra nella sinistra.

Miss Evelina Towsend fu sostituita da una istitutrice tedesca, Frulein
Dorotea Schnberg, una grossa barbabietola di trent'anni, con gli occhi
immobili. Frulein non faceva mai osservazioni. Fiutata la casa ricca,
vi si piant, per impinguare tranquillamente il borsellino fin che fosse
venuto il momento di sposare un impiegato della Banca di Frankfurt am
Mein, il quale cantava e beveva divinamente.

-- Lei mi piace, perch non si stupisce di nulla! -- disse Nora un giorno.

-- No, in verit.

-- Io le vorr bene! -- promise la fanciulla, credendo di offrirle un gran
regalo.

-- Non troppo! -- rispose Dorotea. -- Non bisogna amare troppo le persone
che si devono perdere!

La fanciulla rimase intontita; non aveva mai pensato all'economia della
tenerezza.

-- Se lei non si stupisce di niente -- riprese -- io domani andr a
passeggio vestita da uomo!

-- Io credo che lei far una bellissima figura, -- replic Dorotea
placidamente.

Nora, che aveva contato sulle dimissioni di Frulein, come gaio
riscontro alle dimissioni di miss Evelina Towsend per "follia
scandalosa", rinunci subito all'idea, e si rassegn a tenersi
l'istitutrice.

Ma non ebbe tempo n a curarsene, n a volerle bene, perch la mamma in
quei giorni fece un lungo discorso a Nora, un discorso prudente che
concludeva con l'avvertirla come il conte Longari avesse posto gli occhi
sulla fanciulla, e, da quanto se ne capiva, intendesse chiederne la
mano.

-- Longari! -- esclam Nora. -- Io non so perch tu voglia fidanzarmi con
un uomo che ha un'orecchia pi lunga dell'altra.

-- Via, Nora, sono fantasie!

-- Eh, no, non sono fantasie! E poi  calvo, ossia ha pochi capelli
biondastri. E ci ho gi il dottor Montalba che perde i suoi con una
rapidit spaventevole. Tutto questo mi affligge!...

Nonostante quelle osservazioni, lasci fare: giuoc per un anno alla
fidanzata e ascolt i discorsi del conte come aveva ascoltato le
cantatine del grammofono, solo dolendosi di non poterlo far cessare a
suo talento.

Ma il conte Silvio Longari guast tutto, classificando il dottor Toniolo
Montalba quale una persona che si doveva allontanare. La sua frequenza
in casa, le sue funzioni di cane in soprannumero, l'intimit di cui
godeva presso la famiglia Grifi, che lo reputava uno zero utile,
infastidirono il conte; il quale, non per s, ma per il mondo, espresse
il desiderio che il dottor Montalba diradasse le sue visite.

-- Bravo, proprio adesso che stiamo provando una coltura nuova per le
gardenie grandifiore! -- esclam Nora. -- Perch non mi si mette a fare il
geloso anche di Frulein Dorotea? Eppoi, gi, devo dirgliela, conte; io
mi son fidanzata con lei per far piacere a mamma, e avevo osservato, fin
da un anno fa, che ha pochi capelli.... In un anno,  stato un disastro:
si guardi allo specchio, La prego!

Quando si seppe che il conte Silvio Longari s'era ritirato, le zitelle
pi anziane di Nora ebbero un brivido di gioia:

--  veramente la signorina Empiastro! -- dicevano. -- Li fa scappare
tutti! S, bella, intelligente, fresca, ingenua, quel che si vuole, ma
uggiosa, piena di capricci e di manie. Vedremo dove andr a finire....

Anche la mamma s'infastid per quel brusco scioglimento, dopo un intero
anno di speranze. Il conte Silvio Longari meritava molti riguardi.

-- Non ti confondere! -- le disse Nora. -- Sposer quell'altro....

-- Quell'altro? Quale altro? -- chiese la signora Grifi atterrita all'idea
che la figliuola avesse qualche simpatia di cui nessuno sapeva nulla.

-- L'altro, quello che verr.... Non ne salta fuori uno ogni sei mesi?...
Pare che tutti pensino a sposarmi.... Ma che abbia molti capelli, sai, e
mi lasci _Trust_ e Montalba, perch non voglio mica incomodarmi per i
fidanzati!

L'altro tard qualche tempo a saltar fuori. I fidanzamenti sfumati avean
recato danno alla fanciulla e giovato alle amiche di lei, che si
ripagavan delle passate ore d'invidia, illustrando il suo soprannome.

Toniolo Montalba diede una conferenza in quei giorni, sulla _semeiologia
dell'apparato respiratorio_. Nora volle andare ad ascoltarlo, per
divertirsi; s'era imaginata che la _semeiologia_ avesse qualche
attinenza col giardinaggio e l'orticoltura. La conferenza fu un fiasco:
pochissimi ascoltatori, sparsi in una sala immensa e male illuminata,
tra i quali Nora e Frulein avevan destata una curiosit chiacchierona e
irriverente. Nora aveva un cappello smisurato che distraeva l'oratore
gi intimidito dalla mancanza del pubblico. Il Montalba parl male, si
confuse, incespic, trattenne l'uditorio per un'ora e un quarto senza
mai animarlo; e nessuno si ricord, a conferenza finita, di tributare a
Toniolo i soliti quattro applausi.

Nora torn a casa e pianse.

-- L'ho rovinato io col mio cappello! -- disse alla cameriera. -- Ho sul
cappello un maledetto _esprit_, che cava gli occhi e non sta mai fermo.
 impossibile parlar bene di.... di.... quella cosa, davanti al mio
cappello!

Toniolo non parve addarsi dell'insuccesso; tacque, medit come al
solito, con le mani in mano, e non disse neppure d'aver visto Nora e
Frulein alla conferenza. Diventato pi pigro e trasognato, obbediva
alla fanciulla con la docilit irragionevole di _Trust_.

Ma gli avvenimenti stringevano. La bellezza di Nora, che aveva ormai
diciassette anni compiuti, era delicata e soave: la luce calda che ne
illuminava gli occhi, era addolcita dall'ombra azzurrina delle ciglia, e
un sorriso calmo, ingenuo, puro, attenuava la vivezza quasi procace
delle labbra rosse. Snella e pieghevole, ardita e forte, si conservava
tutta candida nel pensiero, diceva ancora sventatamente ci che le
passava pel capo, ignorando la civetteria e la doppiezza cortese.

Gli uomini cominciavano a guardarsi in cagnesco per lei. Il dottor
Montalba aveva capito la necessit di farsi meno assiduo e men
familiare. Tra il capitano Demarchi e il conte Sciffi, ambedue
desiderosi di guadagnar le simpatie della fanciulla e di chiederne la
mano, eran corse parole agre, e s'era accomodata la cosa a stento, per
un riguardo a Nora e alla sua famiglia. La signorina Empiastro trionfava
senza avvedersene; pericolosa senza pensarlo; tanto pi invidiata e
desiderata quanto meno s'occupava di uomini e di matrimonio.

-- State attente, -- si dicevan le amiche di lei. -- Sposer un principe,
quella stupida!

La mamma cominciava a riflettere ella pure; qualche candidato lo
rabboniva e lo licenziava da sola, alla lesta, come il professor
Castelli, che aveva trent'anni pi di Nora e farneticava di sposarsela,
o il marchese di Serrati, il quale fabbricava il cognac italiano e si
ubbriacava col cognac francese.

Ma di taluni altri bisognava pur parlare con la fanciulla, perch eran
candidati serii e desiderabili. E occorreva decidersi, per finir quella
processione di spasimanti che ingombravan la casa e obbligavan la mamma
a tener gli occhi sbarrati. A furia d'attendere e di procrastinare, ella
si trov ad averne tre in un colpo; uno aveva avanzato la sua domanda
regolare; gli altri due, poich la signora Grifi li fiutava ormai da
lontano, la meditavano.

Nora ne fu costernata. Il tenente Gigino Corrieri aveva i capelli rossi.

-- Digli che si tinga! -- esclam la fanciulla con un'irritazione
subitanea. -- Si tinga i capelli e i baffi e poi parleremo....

-- Nora! -- interruppe la madre. -- Tu mi diventi tutti i giorni pi
bambina. Sei presso a diciott'anni, oramai, e devi pensare
seriamente....

-- Ma se non mi piacciono? Il tenente Corrieri, no. L'ingegnere Nicoletti
 un giuocatore. Lo sai anche tu e si profuma come una donna.... Dove va
a pescare i profumi, poi!... L'altro giorno sapeva d'albicocco. Il conte
Gani vuole stabilirsi in campagna. Figurati: a diciotto o diciannove
anni cominciare a vivere a Colombano sul Naviglio o ad Acquanegra sul
Chiese!... Mandali via, mamma, non li voglio vedere! Non mi lasciano
tranquilla, non mi permettono d'essere libera....  una persecuzione!...
Ci sono tante ragazze, e tutti corrono da me, come non ci fossi che io
al mondo!

E Nora proruppe in un pianto cos alto e cos pieno, che _Trust_, il
quale assisteva al colloquio coi quattro stivali d'obbligo, fece un
piccolo galoppo e scomparve spaventato sotto il divano.

-- Il fidanzato me lo sceglier io! -- riprese la fanciulla. -- Brutto,
sciocco e buono. Ecco il mio ideale.

-- C'era un altro del quale volevo parlarti, -- disse la mamma. -- Il
mar....

-- Per carit! -- interruppe Nora. -- Un quarto?... Non voglio udire;
mandalo via anche lui....

-- Ma se non sai nemmeno chi sia!

-- Me lo immagino. Il marchese Lombardi o il marchese Stagi.... Ce n'
una collezione, e io non posso pi n muovermi n parlare, perch non si
dica che preferisco l'uno all'altro.... No, mamma, non ne facciamo
nulla!... Andiamo, _Trust_!...

Trust sbuc da sotto il divano e segu Nora che uscita dalla camera,
s'avviava in giardino; l'istitutrice sbuc dalla sua stanza e segu Nora
e _Trust_. Tutti e tre giunsero in giardino silenziosamente, ciascuno
pensando ai propri casi. I casi di _Trust_ erano i pi disperati, perch
non poteva galoppar bene sulla ghiaia con gli stivali, e nessuno si
ricordava di levarglieli.

Nora si volse a Frulein:

-- Io mi taglier il naso, un giorno o l'altro! -- disse rabbiosamente.

-- Ma si far molto male! -- rispose placida l'istitutrice.

-- Cos non piacer pi a quella caterva d'imbecilli!

Era irritatissima e guardava con rancore anche la bella sassifraga delle
aiuole, ascoltando il galoppo zoppicante di Trust, che cercava il
terreno pi adatto ai suoi stivali.

Ma il volto di Nora si rasseren d'un tratto, e un sorriso le comparve
sulle labbra.

-- Da dieci giorni! -- ella disse, andando incontro a Toniolo Montalba, il
quale, scortala in giardino, era entrato pel cancello semiaperto. -- 
stato dieci giorni senza farsi vedere.

-- Ho.... ho avuto.... -- balbett il Montalba sorpreso dall'osservazione
della fanciulla. -- Ho avuto molta gente....

-- Molti ammalati?

-- No, molta gente. Dicevo che c' molta gente per le strade....

Nora tacque, lo squadr, lo vide con un cartoccio in mano.

-- Che cosa mi ha portato? -- disse.

-- Sono i bulbi dei giacinti Pompon.

E tacque anche il Montalba a sua volta.

-- Ora verr pi di rado, -- egli riprese improvvisamente. -- Lei si fa
cos.... cos.... che la mia compagnia non  pi adatta.... Si fa
cos....

Nora gli volt le spalle e guard _Trust_, che sedeva ai suoi piedi.
Frulein era ferma a pochi passi e leggeva un canto del Klopstock.

--  perch mi faccio cos.... e cos.... non verr pi a trovarmi, che
sciocco? -- ripet Nora, squadrandolo un'altra volta. -- Io non sento mica
soggezione per Lei, sa?

-- Me ne accorgo! -- rispose Toniolo ridendo.

La fanciulla tacque di nuovo; poi risolutamente gli si avvicin.

-- Lei potrebbe farmi un favore? -- chiese.

-- Ma certo; sarei felice, -- rispose il Montalba stupito da quella
domanda e dallo sguardo della fanciulla che pareva scrutarlo.

-- Potrebbe farmi il favore di sposarmi? -- domand Nora con tranquillit.

Toniolo Montalba impallid e diede un passo indietro.

-- Signorina, -- disse gravemente, -- questo  un cattivo scherzo, non
degno di lei!

-- Non  uno scherzo, -- ribatt Nora con la sua solita voce. -- Se non le
dispiaccio, faccia la domanda al miei genitori. Io sono torturata,
assediata, perseguitata dai fidanzamenti: oggi se ne sono scoperti tre o
quattro in una volta.... non mi  pi possibile dire di no, non mi  pi
possibile vivere in casa mia.... Bisogna che mi sposi.... E nessuno mi
piace. Non vorrei bene a nessuno, ne sono certa.... E io voglio poter
voler bene....

Toniolo Montalba sedette sopra un ceppo adattato a seggiola rustica. Era
ancora pallidissimo e guardava Nora con una specie di adorazione negli
occhi, la quale gli illuminava tutto il viso.

-- Ma.... -- balbett. -- Io credeva che la mia conferenza sulla
_Semeiologia_ le avesse dato una cattiva idea di me....

-- Non ha altro da dirmi? -- esclam Nora corrugando le sopracciglia....

-- S, s, ho molte cose da dirle! -- esclam Toniolo, saltando in piedi.

E impallid nuovamente.

-- Non va! -- riprese. -- Io non sono mai stato fortunato. La sua mamma non
mi vuole....

-- Non  mai stato fortunato perch era solo, -- osserv Nora. -- Crede che
io le avrei lasciato fare quella conferenza cos sconclusionata
sull'apparecchio respiratorio?

Toniolo Montalba rise, prese le mani sottili di Nora e le baci ambedue,
mentre Frulein si avvicinava a grandi passi, con l'indice destro fra le
pagine della _Messiade_.

-- E se i suoi mi cacciano via? -- domand Toniolo, afferrato di nuovo da
un'angoscia che gli mozzava il respiro.

-- Mamma fa quel che vuole la signorina Empiastro! -- dichiar Nora
solennemente.

Il Montalba le afferr daccapo le mani e gliele baci ancora, una dopo
l'altra.

-- Ma, signore! Ma, signorina! -- esclam Frulein sbalordita.

-- A domani! -- disse Nora, salutando Toniolo e avviandosi per risalire in
casa. -- Venga domani, e combineremo tutto.

Poi si volse a Frulein che le stava alle calcagna.

-- Che cosa ha, Frulein Dorotea? -- chiese. -- Non mi aveva detto che Lei
non si stupisce di niente?




ADA E FOSCA.


Si somigliavano; ambedue eran magre, alte, coi capelli castani che si
potevan dire quasi biondi; Ada aveva pure castani gli occhi, e Fosca li
aveva grigi; ambedue ridevano volontieri, studiavano senza fatica e
senza passione, andavano alla medesima scuola, e si mettevano accanto
l'una all'altra, nello stesso banco. Parlavan poco, non disturbavano
mai, erano sempre un po' trasognate, rispondevano alle interrogazioni
meccanicamente, guardando il soffitto, come vi avessero letto ci che
dovevano dire.

Dolci e mediocri in ogni cosa, Fosca Giuntini e Ada Crivelli
appartenevano a famiglie della borghesia milanese e avevan quanto
bastava a far buona figura in ogni occasione, senza esser ricche. La
direttrice dell'Istituto non se ne occupava mai, tanto la loro
personalit era nulla e fuggevole; due ombre che si volevan bene, si
confidavano i loro piccoli segreti, ridevano spesso e non destavan nelle
altre allieve n simpatia, n avversione.

Ada Crivelli si spos a diciannove anni con Vittorio Carminati, un
giovane robusto, largo di spalle e di faccia, precocemente amico della
tavola imbandita. Vittorio aveva due mani smisurate che ne dicevan
l'anima e i gusti; non poteva con quelle mani tener nulla di fragile, n
fare una carezza leggera; una sola bastava a coprire tutto il pallido
viso magro di Ada. Eran mani foggiate per calar come artigli, stringere,
ghermire; e veramente il giorno in cui la famiglia di Ada aveva accolto
la domanda di Vittorio, questi, afferrata la fanciulla alla cintola e
levatala da terra, le aveva stampato in viso un bacio sonoro, ch'era
parso il suggello d'un possesso ingordo.

Dovevano andare, nel loro viaggio di nozze, lontano, all'estero; ma
Vittorio s'era fermato a Como per tre giorni con Ada, e il viaggio aveva
ripreso poi. Vittorio ne rideva come d'una superba gherminella a parenti
e ad amici, e, per farla pi graziosa, proib ad Ada di dar notizie di
s durante quei tre giorni. Ada obbed, provandosi a ridere ella pure
dell'intermezzo non preveduto; e cercava di ridere cos sgangheratamente
come lo sposo, il quale voleva che mangiasse molto, che bevesse molto,
che non istesse a guardare i monti e il lago e il sole e le ombre, tutte
cose stupide, di cui una donna maritata doveva non far pi caso, come
delle passate malinconie da ragazza.

-- Mangiare, bere, e divertirsi. Ecco la vita! -- dichiarava Vittorio che
aveva ereditato dal padre una grossa fortuna, e ne sentiva la gioia ogni
giorno.

Egli amava tanto i biglietti da mille, che quando il suo amministratore
gli portava il prezzo dei fitti o il ricavato dei tagliandi o le somme
delle uve e dei bozzoli e del grano, Vittorio si recava da Ada a farle
vedere i "volumetti"; volumetti di carte da cento e da cinquecento,
ch'egli lasciava cascar dall'alto sopra la tavola dello studio, perch
se ne sentisse meglio il peso.

E Ada guardava e s'interessava, prendendo tra le mani ancor gentili quei
pacchetti, e lentamente sfogliandoli come fossero stati davvero volumi
dalle pagine immortali.

-- Ti piacciono, eh? -- diceva Vittorio, ridendo. -- Quanto bel mangiare,
qua dentro!

E rideva anche Ada, gi pi accesa in volto e pi pesante di forme.
Dacch era andata sposa non aveva sfogliato altri libri n toccato il
piano.

La casa dei coniugi Carminati era lucida, piena di roba; mobilia
nuovissima nella quale i visitatori potevano specchiarsi; cantina zeppa
di bottiglie e di fiaschi e di barili; dispensa capace, che aveva di
tutto, in gran copia.

-- Crepa di salute la casa, come noi! -- dichiarava Vittorio ai suoi
amici.

In quattro anni di matrimonio, Ada regal a Vittorio tre figli, due
maschi e una femmina, e perdette interamente la sua linea aggraziata; si
fece larga di fianchi, rossa di viso, con un seno abbondante e molle che
nessun busto poteva costringere; e divent pigra, rimanendo a letto fin
tardi, appisolandosi qualche volta dopo i pasti doviziosi. Amava poco i
suoi bambini, ch'eran confidati alle cure delle persone di servizio; non
si curava che di Vittorio, e si sforzava d'imitarlo nella gaiezza
rumorosa e nell'inclinazione al ben vivere materiale.

I bambini giravano per casa, vestiti alla meglio, poco vigilati; non
sapevan parlare che il loro dialetto e preferivan la cucina al salotto.
Il maggiore, Pieruccio, s'intendeva gi di pietanze e d'intingoli,
diventava di mese in mese pi rubicondo e mangiava tutto il giorno. Gli
altri due, Claudino e Marietta, studiavan del loro meglio per tenergli
dietro, e sovente erano inchiodati a letto tutti e tre da una potente
indigestione.

Ada ne rideva. Si sa, golosi erano; somigliavano a pap e a mamma;
ognuno faceva a gara a rimpinzarli, la cuoca, la serva, la servetta, i
bottegai da cui si recavano con la cuoca a far le spese.... Forti e ben
piantati, dovevan mangiare. E guariti appena da una gastrica,
ripigliavano a diluviare fino alla gastrica successiva.

Marietta, la pi piccola, ne mor un giorno, dopo una scorpacciata di
crema, castagne, biscotti e frutta candite. Fu un gran dolore in casa,
per pi d'una settimana; in capo alla quale, avendo visto che Ada
seguitava a piangere, specialmente dopo pranzo, Vittorio le batt su una
spalla e le disse gravemente:

-- Ora basta, non  vero? Non bisogna esagerare!

Per non esagerare, Ada si asciug gli occhi, e di Marietta non si parl
pi. Gli altri due, Pieruccio e Claudino, seguitarono a mangiare.

Un nuovo gran dolore prov Ada quando s'accorse che Giannina, la
cameriera, era incinta. Giannina, piccola bruna di diciott'anni, credeva
a tutto ci che le dicevano, e non era stato difficile ingannarla
promettendole un bel matrimonio.

Ada non volle ascoltar giustificazioni. Ella era onesta e adorava il
marito, non vedeva uomini al mondo fuori del suo Vittorio. Per tagliar
corto coi pianti e le suppliche e le genuflessioni di Giannina, le fece
gettar le sue robe sulla strada, quantunque nevicasse. Lo scandalo era
gi durato troppo a sua insaputa e bisognava finirla con quella
ragazzaccia senza pudore. Un po' di neve le avrebbe rinfrescata la
fantasia.

Messa Giannina alla porta, Ada dovette bere tre bicchieri di Marsala,
tanto era agitata; e Vittorio, tornato a casa, la compianse molto, la
costrinse a mangiare un po' pi del solito per riacquistar le forze, e
la lod per il suo sentimento morale.

Egli era felice perch Ada ingrassava, si faceva rossa e tonda, rideva
con la gola ampia e bianca, e dava la giusta importanza al buon cibo e
al buon vino. Anche i bimbi, Pieruccio e Claudino, stupidi come tronchi
e maleducati come scozzoni, s'allungavano e s'allargavano. C'era posto
per tutti; onde, a distanza d'un anno dalla morte di Marietta, Ada
regal il marito d'un quarto bimbo, al quale fu posto il nome di Mario,
per ricordo dell'altra.

Dopo quel parto, Ada, la quale non aveva pi di venticinque anni, sembr
sfasciarsi: perduta ogni ambizione, si vest alla meglio, rinunzi al
busto, trabocc di grascia e s'ubbriac di pigrizia. Aveva la casa piena
di gente che veniva a gustar la sua buona tavola, ed ella non si
pigliava nemmen la noia di render le visite, sapendo che i suoi amici,
foggiati alla maniera di lei e di Vittorio, non avrebbero mancato, per
quelle inezie di convenienze, ai succolenti banchetti.

Nella sua vita calma, uguale, monotona e lenta, fu un gran giorno quello
in cui s'imbatt in una signora alta e sottile, pallidetta e fine, che
comperava in un magazzino come Ada, una stoffa per abito da passeggio.

Ada and scrutando e squadrando la signora, la quale s'appoggiava allo
stesso banco e teneva nelle mani guantate un capo della stoffa, che il
commesso le sciorinava innanzi. And scrutando e squadrando, Ada, poi si
fece coraggio, s'avvicin meglio alla signora, e le disse:

-- Ma io non m'inganno. Tu sei Fosca Giuntini, non  vero?

La signora le lanci un'occhiata rapida, dalla testa ai piedi, piuttosto
sdegnosa; e l'altra comprendendo di non esser ravvisata, soggiunse:

-- Io sono Ada Crivelli, oggi Ada Carminati. Ora ti ricordi?

Un lieve sorriso schiuse le labbra della signora, che offerse la mano
all'amica. Fosca pareva ancor fanciulla, tanto era flessibile e fresca;
i suoi capelli s'eran fatti un po' pi oscuri e n'aveva guadagnato la
luce limpida e pacata degli occhi grigi. Solo, quel suo piccolo sorriso,
un sorriso breve e freddo, metteva una gran distanza tra lei e coloro ai
quali ella sorrideva cos.

-- Mi ricordo, -- ella disse. -- Ma ti sei fatta maestosa, forte, e non
potevo riconoscerti. Ho piacere d'averti incontrata.

-- Ed io? -- esclam Ada. -- Quante volte ho pensato a te, quante, quante!
E non ti vedevo mai....

-- Ho passato questi anni sempre in campagna, con mio marito, il conte
Gino Fssini.... Siam tornati da poco a stabilirci in citt.

-- Maritata anche tu! E hai bambini? E sei felice?... E il conte?...

Fosca interruppe gentilmente, col piccolo sorriso breve:

-- Vieni a trovarmi. Abito in via Cappuccio.

Tese la mano all'amica, e usc svelta, leggera, preceduta da un
commesso, che l'accompagn fino alla sua carrozza.

Ada la segu con gli occhi, attentamente. Era sbalordita. Che signora!
Pareva nata principessa; e s'era fatta bella, bella davvero. Ada si
sarebbe guardata dal dirlo ad alta voce, ma non poteva negarlo a s
stessa, e per la prima volta l'adipe, la mancanza del busto, il passo
troppo greve per la sua et, le rincrebbero.... Cinque o sei anni
addietro, ella e Fosca si somigliavano, facevan la stessa vita, ambedue
alte, magre, un po' trasognate. E Fosca era tuttora agile, elegante, e
aveva aggiunto alla grazia giovanile un'espressione di nobilt semplice,
che bisognava ammirare.

Ada ne fece un cenno quello stesso giorno a Vittorio, il quale scoppi
in una risata fragorosa:

-- Magra? Agile? -- disse. -- Patir la fame. Ci son delle signore che per
avere la vita stretta non mangiano abbastanza. Le donne sottili, io non
le posso vedere.... Tu sei perfetta.

Quando Ada, spinta da una curiosit invincibile, si rec a trovar Fosca,
i suoi occhi si sbarrarono per veder bene, per veder tutto. Fosca
abitava il palazzo Fssini, una casa tetra, che sapeva di vecchio; e
ogni cosa sapeva di vecchio, dalla scalea di marmo con le balaustrate in
ferro battuto, all'anticamera dal soffitto a cassettoni pallidamente
dorati, ai mobili che avevan le spalliere rse dai tarli e la stoffa
serica sdrucita, agli specchi di grandezza mediocre la cui luce spenta
pareva arrugginita dal tempo.

-- Che trappola! -- pens Ada, mentre aspettava nel salotto penombroso. --
Io non ci starei nemmeno dipinta.

E guard Fosca, la quale entrava. Era vestita con un abito semplice di
color rosa sbiadito, con la gonna corta; e del medesimo colore era il
nastro con cui aveva leggiadramente raccolti i capelli in due bande;
svelta, leggera, una fanciulla.

-- Io me ne vado! -- pens Ada nuovamente, soffocata da quel senso di
nobilt schietta, che non sapeva definire e le pesava addosso.

Ma si trattenne, invece, per il garbo di Fosca, che le fece subito
un'accoglienza molto gentile.

-- Forse non ti piace la mia casa, -- ella disse, indovinando l'angustia
dell'altra. --  il vecchio palazzo Fssini, e Gino aveva qui tutte le
memorie di sua famiglia. Era ipotecato, e per riscattarlo abbiamo
condotto questi anni, sempre in campagna, una vita quasi di stenti. Ma
ora siamo felici, perch ci siam tornati e abbiamo ritrovato le cose
vecchie, le buone cose che parlano al cuore.... Cos, vedi, soltanto ora
ci  stato possibile ricomperare cavalli e carrozze, e soltanto ora
potr andare a qualche ballo e a qualche teatro. Sono molto contenta.
Ero contenta sempre, a dir vero, perch Gino mi vuol molto bene, e
abbiamo un bambino.

-- Uno solo? -- interruppe Ada. -- Io ne ho avuti quattro, e tre son vivi.

-- Uno solo, -- ripet Fosca.

-- E ti sei acconciata a stentare in campagna? -- soggiunse Ada. -- Che
idea!... Io ho sposato il mio Vittorio che  ricchissimo, e viviamo a
modo suo. Egli mi ha detto fin dai primi giorni che bisogna mangiare,
bere, divertirsi e ingrassare, e ho fatto del mio meglio.

Rise, con la gola ampia.

-- Ah non ci son malinconie n ipoteche in casa nostra! -- riprese. --
Buoni pranzi e buone bottiglie. Il cuoco  il personaggio principale, e
abbiamo sempre amici, che chiacchierano e ridono. Verrai anche tu,
spero, col conte? Mio marito se ti vedesse, direbbe che sei troppo
magra....

-- Ma io non devo piacere a tuo marito -- osserv Fosca, tranquilla.

-- Hai ragione! Del resto, hai conservato l'aspetto d'una signorina;
sembra che tu abbia ancora diciannove anni. Non devi pesar pi di
cinquanta chili; io ne peso settantasei. Vittorio mi ha sottoposta a una
cura di supernutrizione.

Rise di nuovo; ma sent che Fosca era diventata fredda, e quantunque le
sedesse al fianco sullo stesso divano, s'era come allontanata,
guardandola con ingenuo stupore.

-- Tuo marito non la pensa come il mio? -- domand Ada.

-- Oh, no!

--  stato lui a foggiarti cos fine, cos delicata, cos amica delle
buone cose vecchie.

-- Lo credo! -- rispose Fosca con un sorriso aperto di compiacenza.

-- Sei veramente una contessa, -- osserv Ada -- e stai bene in questo
palazzo.

Fosca sorrise di nuovo senza rispondere.

E mentre Ada s'alzava, entr correndo un bambino di quattro anni, biondo
ed esile con un giro di bel merletto intorno al collo e tutto vestito di
bianco. I suoi grandi occhi tra il grigio e il cilestre rispecchiavano
un lembo di cielo placido. Stringeva sotto un braccio un orsacchiotto
irto di pelo.

-- Valfredo, -- disse Fosca, -- non vedi la signora?

-- Guarda che bel pupo! -- disse il piccolo ad Ada, stendendole una mano e
piantandole con l'altra l'orsacchiotto sotto il naso.

-- Valfredo! -- ripet Ada, mentre carezzava distrattamente il bambino. --
 un bel nome.

-- S, ricorre spesso nella famiglia Fssini. Valfredo IV.  per lui che
abbiamo fatto tante economie, tante grosse, dure economie! -- esclam
Fosca, attirandosi il bambino al petto e baciandolo.

-- Arrivederci, cara, -- disse Ada. -- Devo fare ancora qualche visita.

Le due signore si abbracciarono. Avevano compreso che in quei brevi
istanti un abisso s'era scavato tra di loro, e che mai pi non si
sarebbero cercate.

Ada usc. Ma nell'anticamera sost meravigliata.

Gi arrivando aveva creduto d'intravedere; ormai vedeva, vedeva bene, e
non s'ingannava.

La ragazza tutta linda, col grembialino candido, che le apriva la porta,
era Giannina, la cameriera ch'ella aveva cacciato di casa.

-- Aspetta, -- disse. -- Ho dimenticato....

E torn indietro, raggiunse di nuovo il limitare del salotto.

Fosca, sdraiata sul tappeto, giuocava col bambino, che nascondeva
l'orsacchiotto e poi glielo gettava e rideva cos forte, che per meglio
esprimere la gioia, si rotolava a terra.

-- Fosca! -- chiam l'altra.

La giovane balz in piedi, e and incontro all'amica.

-- Hai dimenticato qualche cosa? -- domand.

Ada le fe' cenno di parlar pi cauta e la trasse in un angolo.

-- Devo avvertirti, -- disse sottovoce. -- Bada che quella cameriera che tu
hai, non  una ragazza onesta.

-- Onestissima, t'inganni! -- rispose Fosca pacatamente.

-- Ti dico di no, -- insistette Ada. -- Io ne so qualche cosa: ha avuto un
amante e deve aver avuto anche un figlio. Lo so, perch mi  toccato
cacciarla di casa.

Fosca sorrise.

-- Ah, -- fece, squadrando Ada, -- sei stata tu a metterla sul lastrico, di
pieno inverno, mentre era incinta?

-- E che potevo farne? Dunque sai, allora?

-- S; la poveretta venne al suo paese, dov'ero io con mio marito. La
famiglia di lei la cacci a sua volta. Noi l'abbiamo raccattata sulla
strada, le abbiamo prestato assistenza, abbiamo pensato al suo bambino;
l'abbiamo salvata, insomma. Ora  savia, buona, onesta, e si farebbe
uccidere per me.

Ada stette un istante in silenzio, poi riprese:

-- Non darle retta; alla prima occasione, torner daccapo.

-- Tu non fai una bella azione, Ada! -- osserv Fosca freddamente.

-- Credo mio dovere avvertirti. Non  onesta, non pu essere onesta!

-- Ma perch insisti, Ada? -- chiese Fosca, ancor pi fredda.

-- Perch? Perch voglio renderti un servizio, e toglierti di casa una
persona che non  degna di rimanervi.

-- E toglier di bocca a una povera donna e al suo bambino un tozzo di
pane, -- seguit Fosca sorridendo sdegnosamente.

-- Ma no, -- interruppe Ada, accaldata, ostinata a vincere quella
resistenza. -- Vedo che ti sei conservata fanciulla non soltanto
all'aspetto, ma pur nel modo di giudicare.

-- Tu mi dai della sciocca, -- osserv Fosca tranquillamente.

-- No; ma sei ingenua, inesperta, inconsapevole. Bada a quello che fai...
Credi a me, che conosco le cose del mondo....

Fosca sfavill dagli occhi grigi un lampo di sdegno, e parve quasi
gettarsi all'indietro con un moto superbo del capo.

-- Io so vivere, -- disse. -- Tu sai mangiare!

Ada si volse e usc.




GIORGINA E I SUOI UOMINI.


I.

Avevano finito di pranzare, con una serata calma e afosa, sulla spiaggia
di Lido.

Intorno ai due amici, sedute ad altri tavolini, eran donne in gran
parte, vestite elegantemente con abiti leggeri i quali lasciavan
trasparire le rosee carni delle braccia e della gola.

Venivano a quando a quando da quei gruppi femminili ondate di profumi e
a quando a quando un fruscio di sottane. Allorch furono accesi i globi
della luce elettrica, una tinta violacea si distese sui volti, sui
capelli, sulle vesti; ma le cene volgevano al termine e i raggi
illuminavano le coppe e le bottiglie; l'allegria si diffondeva tra
quella sinistra luce.

Il mare era tranquillo; un minuscolo lume rosso si moveva sulla linea
dell'orizzonte, assai lentamente.

--  una nave, -- disse Aurelio Sangiorgi, il quale osservava il viaggio
silenzioso del piccolo lume. -- E va, va, si perde lontano. Vedi?...

Dal mare spir una brezza soave, che faceva pensare a una fanciulla, la
quale accarezzasse la fronte degli spettatori, camminando in punta di
piedi.

-- Ora  scomparso, -- disse Ladislao Bariola.

Aurelio Sangiorgi sospir. Si sarebbe detto ch'egli fosse tutto preso
dallo spettacolo del mare e della sua nave impercettibile, se poco prima
non avesse fissato con la stessa intensit le lampade elettriche e poi
le coppie che cenavano ai tavolini pi prossimi, e infine il lume
vagabondo.

In verit il suo sguardo voleva fuggir la vista di Giorgina Sangiorgi,
che poco discosto, elegantissima e gaia, cenava con alcuni giovanotti
forestieri.

E mentre Aurelio e Ladislao discorrevano distrattamente, la moglie
d'Aurelio versava qualche goccia di sciampagna sopra un piattino di
fragole inzuccherate, e rideva con terribile naturalezza.

Alla scena, molti fra i gruppi di commensali sparsi qua e l si
divertivano crudelmente.

Era notorio che due anni prima, Aurelio s'era diviso da Giorgina per
colpa di lei; e che Giorgina pur non dandosi ad alcuno, si prendeva il
gusto di recarsi nei luoghi frequentati da Aurelio per farlo testimonio
della vita ambigua, che le aveva allontanato le donne caute, e raccolti
intorno i gaudenti.

Quella sera, la femmina graziosa, al cospetto del mare ampio, innanzi
alla tavola sulla quale troneggiavano ancora i trionfi delle frutta e le
coppe umide, attraeva invincibilmente gli sguardi.

Il cappello bianco dalla tesa amplissima gettava sul suo viso un solco
livido come una cicatrice; ma quando Giorgina alzava il capo e si
buttava un poco indietro per ridere, il volto era battuto dalla luce
piena e apparivano i denti piccoli e aguzzi. Non era bella; era giovane
e procace; le poppe costrette nel busto francese s'indovinavano sotto la
batista del corpetto traforato.

Aurelio pareva inchiodato sulla seggiola; gli amici avevan pagato e
fumavano la decima sigaretta; avevan fatto portare il caff, e poi i
liquori e poi un altro caff diacciato. Ma Aurelio non accennava ad
andarsene; lo strazio che i maldicenti facevano in quell'ora del suo
nome, e ch'egli indovinava, quasi l'aria gliene portasse l'eco, doveva
inebbriarlo d'una ebbrezza malsana.

-- Io partirei pure, -- egli disse a un tratto, -- e me ne andrei lontano,
con tanta gioia!...

-- Basterebbe, per il momento, andarcene lontano di qui, -- osserv
Ladislao.

Aurelio si decise.

I due amici si alzarono e si avviarono, girando fra i tavolini.

Giorgina chiacchierava, i suoi compagni ridevano e interloquivano a voce
alta. Quando Aurelio pass, immediatamente tutti tacquero, quasi colti
da una stupida prudenza.

Aurelio rasent la tavola, la sigaretta tra le labbra, con una finzione
perfetta d'indifferenza, sotto gli sguardi ironici dei mille curiosi.
Trov un gatto bianco accosciato pigramente sopra una seggiola di ferro,
poco lungi dalla tavola di Giorgina, e si ferm ad accarezzarne il bel
mantello:

-- Tut, fannullone incorreggibile!...

Tut si drizz, inarcando la schiena e strofinandosi ai calzoni chiari
d'Aurelio, che sorrise e usc.

Ma non appena furono nel viale, egli afferr Ladislao per un braccio.

La luce elettrica sul viale si diffondeva con minor violenza che sulla
terrazza dei bagni, e lasciava qua e l il dominio alla bella ombra dei
platani e delle acacie.

Qualche brigata di maschi e di femmine si dirigeva alla spiaggia, in
attesa della luna, che gi all'orizzonte s'affacciava rossa e tonda fra
le nuvole.

-- Hai visto? -- disse Aurelio con voce rauca. -- Hai visto? Con un branco
di libertini si mostra in pubblico! E vestita che pare seminuda! E beve
sciampagna, e fuma sigarette e ride chiassosamente e fa smorfie e
strizza l'occhio a quei quattro farabutti che l'accompagnano! E
profumata fin nei capelli!...

L'altro non rispose, e i due amici procedettero qualche tratto senza
parlare.

Ladislao guardava l'ombra del suo compagno, che si disegnava a terra in
obliquo, larga e tozza accanto alla sua, lunga e sottile; e scoperse
cos che Aurelio doveva aver le gambe un poco storte.

Questo rilievo inaspettato lo fece ridere.

-- Rido di me, sai? -- disse immediatamente. -- Io credeva che tu guardassi
il mare e la nave e il cielo, e tu guardavi invece tua moglie! E come;
ne hai visto perfino le smorfie!

-- Non era possibile resistere! -- confess Aurelio. -- Non era possibile
ch'io non mi domandassi quale di quei quattro imbecilli dormir stasera
con Giorgina.

-- E che t'importa? -- osserv Ladislao rudemente. -- Essa non ti
appartiene pi. Tu l'hai cacciata di casa perch aveva un amante, ed
ella si tiene l'amante. Non puoi chiedere che ti sia fedele oggi, libera
e abbandonata, se non ti  stata fedele ieri, amata e protetta.

Aurelio Sangiorgi borbott qualche frase che Ladislao non riusc a
capire; quella logica brutale non gli garbava.

Ladislao ascolt lo scricchiolo della ghiaia sotto i loro piedi, e si
mise a ridere di nuovo.

-- Che hai? -- disse Aurelio infastidito.

-- Pensavo che tu ti lagni delle minuzie pi trascurabili, e perch beve
sciampagna e perch fuma sigarette e perch ride. E non dici nulla delle
noie che ti d questa donna, ostentando lo spettacolo della sua
perdizione e facendo sogghignare tutta Venezia a tue spese!

-- La sua perdizione, la sua perdizione! -- mormor Aurelio. -- Che ne
sappiamo noi?

L'altro si ferm di botto.

-- Ma lo dicevi tu stesso, un momento fa! -- esclam sbalordito.

-- Io diceva che commette delle leggerezze! -- dichiar seccamente
Aurelio. -- Quanto ai ghigni di Venezia, questo  proprio l'ultimo dei
miei pensieri, anzi non ci ho pensato mai. Della opinione pubblica io
non mi curo; dir meglio, l'opinione pubblica per me non esiste.
L'opinione pubblica  rappresentata da un pugno di malfattori fortunati
o di sciocchi paurosi.

Egli parlava, fermo presso il tronco d'un platano, i cui rami lo
avvolgevan d'ombra; e Ladislao lo ascoltava stupito per tanta sincerit.

Aurelio Sangiorgi doveva infatti la sua fortuna a una singolarit
morale, alla incredibile noncuranza della stima altrui, al disprezzo
largo e sicuro della pubblica opinione.

Egli aveva voluto essere ricco, e s'era arricchito tenendo d'occhio il
Codice, a schivar le trappole del quale non solo gli giovava la furberia
innata, ma lavorava una schiera d'avvocati che studiavan per lui e
ch'egli pagava bene.

Ardito e tenace, pronto e inflessibile, prodigiosamente attivo, faceva
paura; il suo nome figurava in parecchi aneddoti di rapacit sfrenata
ch'egli non curava di smentire, che anzi lo divertivano e gli erano
utili perch gli creavano una leggenda per la quale in breve non avrebbe
trovato chi osasse stargli di fronte.

Aveva accumulato un patrimonio in dieci anni, e travolto ormai dalla
passione del danaro e dal bisogno d'attivit, seguitava la sua vita
febbrile d'affarista. Egli poteva dar principio a una dinastia di
plutocrati; se in altri tempi si diceva che avrebbe potuto finire in
carcere, ormai per la sua esperienza e pi ancora per la somma di
segreti e d'interessi che stringeva in pugno, quel pericolo era svanito.

-- Dove andiamo? -- chiese Ladislao, mentre Aurelio ripiombato nel
silenzio s'incamminava nuovamente al suo fianco. -- Vuoi che andiamo a
teatro?

Eran giunti alla fine del gran viale, e per recarsi a teatro dovettero
tornare indietro. Nessuno aggiunse pi parola; Ladislao squadr due o
tre volte il suo compagno, tozzo, biondo, rubizzo, che dava imagine d'un
campagnuolo credenzone piuttosto che d'un affarista pericoloso.

-- Che c' a teatro? -- domand Aurelio, come scuotendosi.

C'eran quattro o cinque canzonettiste, le quali, in gonnelle corte dai
colori chiassosi, dimenavan le braccia biaccate e le gambe serrate nelle
maglie; il pubblico si divertiva alla vista delle ragazze e ne guardava
avidamente le ascelle e i ginocchi.

Ladislao disse questo ad Aurelio, che non trov nulla da osservare; ma
quando furono innanzi al teatro, preg l'amico:

-- Fammi un favore; entra pel primo, e vedi se ci fosse Giorgina. Io ti
aspetto qui.

La precauzione era troppo naturale perch Ladislao si rifiutasse al
lieve servigio; un altro incontro con la moglie impudica, sotto gli
occhi del pubblico numeroso e pettegolo, avrebbe dato ad Aurelio una
nuova tortura.

Ladislao entr in platea, guard attentamente le signore che avevan
posto nelle poltrone, e usc subito ad avvertire Aurelio.

-- Non c' Giorgina!

-- Ah! -- mormor l'altro. -- Sei ben sicuro?

-- Sicurissimo; puoi star tranquillo.

Egli credeva di vedere Aurelio avviarsi al teatro; ma questi invece gli
volt le spalle.

-- Allora, -- disse, --  inutile!

E torn sul viale, incamminandosi di nuovo verso la terrazza dei bagni.


II.

Giorgina stava sdraiata sul letto, interamente nuda.

Ladislao, dritto in piedi, le era a fianco e ne ammirava il bel corpo
bruno, aspettando ch'ella si alzasse e si riabbigliasse per chiudere
l'appartamento e andarsene.

Ma la donna, vinta dal torpore sciroccale che pesava quel giorno pi del
consueto, pareva meglio disposta ad assopirsi che a togliersi di l; e
spiava il giovane di sotto le palpebre socchiuse, mentre lievemente
sorrideva.

-- Per questo, Ladis, sei tornato? -- ella mormor, stringendo fra le dita
gli veri dei seni rigogliosi. -- Era difficile imaginarlo, e se avessi
saputo prima, ti avrei detto di no.

-- Avresti fatto malissimo, -- rispose Ladis vivamente. -- Non bisogna mai
perdere un'occasione, e del resto spero che tu non sia pentita del tuo
s.

Un fremito allegro le fece sobbalzare il petto e i fianchi, ed ella
diede in una risata.

-- Dunque  vero? -- riprese. -- Perch Aurelio mi desidera, tu mi hai
voluta ancora?  la logica degli uomini....

-- Ma no, cara, -- interruppe Ladislao. -- La vigliaccheria di tuo marito 
cos grande, ch'io sarei uno sciocco a rinunziare, per uno scrupolo
d'amicizia, al piacere che tu puoi darmi.

-- Mio marito  in ogni cosa un briccone, -- dichiar pacatamente
Giorgina, levando alte le braccia per farsene corona intorno al capo. --
Mi maraviglio che tu te ne maravigli!

-- Sapevo che  un affarista, -- rispose il giovane, -- e ci non mi
riguarda; ma credevo avesse almeno quella dignit, la dignit del
maschio, che c'ispirano l'amore e la gelosia per una donna. Non ti ha
amata quand'eri sua; adesso che sei di altri, ti rivuole; adesso si
accorge che sei desiderabile....

Di nuovo Giorgina vibr da capo a piedi, ridendo a gola spiegata.

-- Egli non aveva capito nulla, -- seguit Ladislao. -- Ha aspettato che ti
pigliassero gli altri, e allora si  acceso per te. Insomma, egli vede
il mondo intero sotto forma d'una societ per azioni, e ormai non
avrebbe alcun ribrezzo a godere in societ anche il tuo amore....

Giorgina balz agilmente dal letto.

-- Che imbecille! -- disse, stirandosi e protendendo il seno. -- E perch
allora ha cominciato col fare uno scandalo e col mettermi alla porta?

Cos eretta, i capelli sciolti, ombreggiato il volto dalla luce discreta
della camera, ella rammentava un famoso disegno a penna d'Alberto
Martini, un disegno lascivo e audace, nel quale  raffigurata la bella
veneziana, che accoglie, col volto coperto dalla maschera e tutta nuda,
l'amante dell'ultimo quarto d'ora.

Piena di volutt e d'insidie. Giorgina Sangiorgi somigliava, per
carnalit inquietante, alla femmina sbocciata dalla ricca fantasia
dell'artista.

-- Due anni or sono, -- ella seguit, -- quando s'avvide che io mi lasciava
corteggiare da quel tenente di vascello....

E cominci a riabbigliarsi innanzi a un vetusto specchio, il quale ne
rifletteva l'imagine incorniciata nella sagoma del legno dorato, che i
tarli avevan trafitto.

-- Due anni or sono mise sossopra tutta Venezia per quella sciocchezza;
io l'aveva consigliato a darsi pace; ma egli parlava d'onore, di buon
nome, d'altre cose stupide.... Saresti molto gentile, Ladis, se tu mi
allacciassi le stringhe.... E dovetti andarmene.... Gi, egli  di
quegli uomini che la maledizione dell'antipatia generale perseguita, e
cos non c' stato un cane che gli abbia dato ragione. Poteva risparmiar
la fatica di ricordarsi dell'onore!... Le giarrettiere, te ne prego!...

Parlava e si vestiva con rapidit, gettando appena un'occhiata allo
specchio. Ladis credeva d'essere nel camerino d'un'attrice che si
acconciasse prestamente per non fare attendere il suo pubblico.

L'eleganza semplice e fresca dell'abbigliamento estivo si sovrappose in
un attimo alla bellezza temeraria del giovane corpo. E d'un tratto la
donna si rivolse a Ladislao che le stava alle spalle, gli piant in
faccia gli occhi dalla fiamma inquieta, e gli chiese:

-- Tu, che cosa mi consigli?

-- Io? -- esclam Ladis. -- Niente!

-- E perch? -- fece Giorgina in tono di dolce rimprovero. -- Temi che un
giorno ti rinfacci il tuo parere?

L'amante si morse le labbra; voleva dirle che non la consigliava, perch
all'infuori dell'aspra concupiscenza non gli ispirava n un sentimento
n un pensiero; ma rispose invece sorridendo:

-- Via, una donna come te deve avere gi il suo piano; e il mio consiglio
non arriverebbe a mutarlo.

--  vero, -- mormor Giorgina. -- L'assegno che Aurelio mi ha fissato non
basta.

Era pronta; abbassato il veletto sul viso, impugnato l'ombrellino nella
destra guantata, spenta la torbida fiamma dello sguardo, ella era ormai
una dama severa e innocente.

-- Sei ben certo, -- disse a mo' di conclusione, offrendo per l'addio la
bocca al giovane, -- sei ben certo di non ingannarti? Davvero Aurelio mi
ricerca? Perch  necessario ch'io ceda e mi riunisca a lui.

-- L'altra sera, al Lido, era sulle spine, a quanto ho potuto capirne, --
rispose Ladis, baciando la bocca. -- Non per l'onore, ah no! Se ne
infischia, lui! Ma per l'amore. Avrebbe voluto strapparti a quei
giovanotti che ti accompagnavano.

La donna ebbe un guizzo di piacere.

-- Come ho fatto bene a non andarmene da Venezia! -- disse allegramente.

-- Oh benissimo! -- conferm Ladis.

Risero insieme; poi Giorgina s'abbui in volto, e osserv:

-- Vorrebbe riprendermi, Aurelio, ma non richiamarmi. Hai capito? Non osa
fare il primo passo, temendo che io gli costi troppo. E io pure, non so
come agire....

-- E allora, starete a guardarvi?

-- No; avrei bisogno d'un amico, -- mormor la donna esitando. -- Un amico,
il quale spianasse la via a me e a lui....

Ladis non rispose.


III.

Ladislao Bariola, chiamato Ladis dagli amici e dalle amanti, era un
giovane tranquillo; a ventisei anni, per non si sapeva quali vicende e
per un misterioso sistema di ragionare, s'era persuaso d'una verit
semplicissima: "nella vita non avviene mai niente".

Egli aveva scelto questo motto; un altro avrebbe confessato di non
credere a nulla, n al male n al bene, n al brutto n al bello, e
sarebbe parso un cinico. Egli aveva scelto invece per motto: "nella vita
non avviene mai niente", e cos era cinico e non pareva. Faceva il bene
e faceva il male senza molte distinzioni, perch l'uno e l'altro non
avevan conseguenze; non s'entusiasmava per le belle cose e non
s'indignava per le brutte. Egli guardava, e agiva poi secondo la
convenienza sua propria.

Con quella lucidit che gli aveva conquistata l'amicizia di Aurelio
Sangiorgi, non appena Ladis ud che Giorgina contava su di lui per
riunirsi al marito, vide ci che sarebbe avvenuto; e volgendosi alla
donna pronta ad andarsene, egli la rattenne con un gesto, e dopo un
istante si decise a parlare.

-- Scusami, -- disse.

Era seduto, una gamba accavallata sull'altra, la sigaretta in bocca; i
capelli ben ravviati; elegante e, come al solito, calmo. Giorgina
aspettava, in piedi.

-- Vuoi ch'io faccia da mediatore tra te e Aurelio? -- egli riprese. -- 
possibile e non  possibile. Ci dipende da te.

-- Come? -- esclam Giorgina ridendo. -- Io non c'entro per nulla; io devo
solo pregarti....

-- No. Ora, ad esempio, io non voglio che tu ti riunisca a tuo marito,
perch mi piaci troppo.

-- Ma  difficile comprendere,  davvero molto difficile comprendere ci
che tu vuoi! -- mormor l'amante fissandolo.

-- Se m'interrompi, io non mi spiego e tu non mi capisci, -- osserv
Ladis, alzando leggermente le spalle. -- Ti dico: tu mi piaci troppo,
ora; riunendoti a tuo marito, resterai a Venezia, io continuer a
volerti, sar innamorato e geloso, e sciuper tutto il mio tempo per te,
senza lavorare, mentre io devo lavorare molto.... In questo stato
d'animo, io mi auguro che tuo marito non ti voglia pi, che il tuo
assegno non ti basti, e che per orgoglio o per amore del nuovo tu ti
decida a lasciar Venezia; cos io sar libero....

Giorgina fece un gesto di stupore, Ladis non le bad affatto, e seguit:

-- Ma nella vita non avviene mai niente. Questo piacere che tu mi dai e
che io cerco con avidit, deve finire a poco a poco; tu devi essermi
indifferente; e allora, in compenso e perch io sono giusto, agir come
tu vorrai, far che tu ti riunisca ad Aurelio. Che cosa importer a me,
allora, che tu viva a Venezia o a Calcutta? Io non ti cercher,
apprender con indifferenza ragionevole che tu sei felice, e vivr
benissimo, lavorando, senza passione....

Stette un poco in silenzio, poi si alz e disse con rapida sintesi:

-- Dunque, bisogna saziarmi!

La donna, che mentr'egli parlava secco ed esatto, era andata guardandolo
e ascoltandolo quasi con raccoglimento, gli si avvicin e gli stese la
mano:

-- Sei molto forte! -- esclam.

-- Suvvia, -- disse Ladis ridendo, -- non merito la tua ammirazione. Ti ho
spiegato ci che penso. La verit per voi donne  sempre una cosa nuova.

-- S, -- mormor Giorgina, dominata. -- Tutto questo  nuovo, e mi pare
cos strano, cos strano...!

Ella s'interruppe, fiss il giovane, che era impassibile; e quasi per
scuotersi e per riprendersi, disse:

-- Ma quando tutto questo avr avuto fine, potrai convincere Aurelio?

Il giovane sorrise.

-- Tu sai che mi ascolta, -- rispose, -- bench non mi comprenda
interamente e bench abbia quasi vent'anni pi di me. Poi  innamorato,
oggi peggio di ieri, e domani sar peggio di oggi.... Infine, Aurelio ha
la debolezza degli uomini che disprezzano gli uomini; non li sa
giudicare e li adopera come strumenti; non pensa ch'egli pu essere
strumento a sua volta di chi sia pi abile di lui.

--  giusto, -- disse Giorgina,

-- E allora, siamo d'accordo? -- riprese Ladis gentilmente. -- Ti darai
tutta a me?

-- Tutta.

-- Senza tradimenti?

-- Non ti tradir mai.

-- E quando vorr, sarai mia?

-- Sempre; domani e doman l'altro, e poi ancora e ancora e ancora, fin
che tu non ti stanchi!

-- Va bene, -- disse Ladis brevemente. -- Addio.

-- Addio! A domani!


IV.

Era un giuoco per lei. Ella tutta sensuale, nella linea del corpo e
nella qualit dell'intelligenza, vi si abbandon con gioia impetuosa.

Non ebbe mai esitazioni o smarrimenti, non trov mai l'ora per chiedersi
quale risveglio avrebbe avuto quella folla. Recava con la mente chiusa
e il cuore atono, il bel corpo all'amante assetato perch se ne
abbeverasse; e Ladis dalla febbre carnale risorgeva ogni volta pi
eccitato e voglioso, ed ella si concedeva intera ogni volta.

Bel giuoco. Il desiderio di Ladis, corrotto da precoci abitudini
libertine, moltiplicava fantasie e capricci sul corpo ardente della
femmina, che si offriva a tutti i baci; e gli amanti si separavano alla
fine d'ogni convegno stanchi e non sazii, dopo aver disperso in veementi
spasimi un tesoro d'energia.

Ladis trattava la sua donna con una brutalit imperturbabile, che la
domava facendola fremere di rabbia, perch era in quel delirio sordo una
specie di grandezza; e Giorgina se ne sentiva ammirata e offesa a un
tempo, deliziandovisi con paura.

Ella, che aveva pensato dall'inizio di poter essere la dominatrice, era
stata subito presa e soggiogata da quella rude volont, infinitamente
pi decisa della sua.

Ma Ladis pareva egli stesso sdegnato e sorpreso che la sensualit
insidiosa della donna non gli avesse detto ancora l'ultimo segreto; e
quasi per ira se ne lasciava possedere, e quasi per vendetta la
possedeva.

Di s e di lei, non una parola; non cercava e non faceva confidenze, non
ricordava n il passato n il domani, come se egli e Giorgina fossero
diventati due forme di godimento corporeo, prive di cuore, di pensiero,
di sentimento.

Egli l'afferrava, la spogliava, la teneva, perch desse il piacere,
tutte le espressioni di piacere di cui era capace, e qualche volta
sembrava che dalla bocca di lei volesse con la bocca carpir la vita.

Bel giuoco. Gli amanti eran chiusi in un cerchio di fiamme; Venezia
flagellata dal sole estivo o coperta dallo scirocco umido e bruciante
metteva nelle vene dei giovani un ardore insaziabile donde germinava
veleno di nuovi desiderii. I freschi abiti tutti bianchi, che davano a
Giorgina un'eleganza non priva di candore, il bisogno di far lunghe
sieste voluttuosamente torpide, la libert completa di cui godevano
Ladis e la donna, che nessuno vigilava, che nessuno attendeva, eran
continui stimolanti alla gioia.

Giorgina non aveva mai sentito il tempo cos dolcemente leggero, quasi
fluido, n mai aveva avuta l'anima pi obliosa e fidente; le pareva di
navigare a occhi chiusi per un gran fiume tranquillo, in un'aria n
calda n fredda, che addormentava pensiero e coscienza. A poco a poco
ella pure aveva dimenticato lo scopo di quel viaggio, l'approdo
imminente, la fine, come sempre fosse vissuta e sempre avesse dovuto
vivere, nuda sotto una gaia tempesta di baci, in un'estate perenne.

Di tratto in tratto ella avvertiva un rivolgimento nel suo animo, un
rapido impulso di gratitudine per Ladis, che le aveva dato cos profondo
gaudio; forse ella lo amava ormai sfrenatamente; non si chiedeva nulla,
non voleva nulla sapere; e la sua anima si riaddormentava placida nella
volutt.

Un giorno, mentre passeggiava per la camera annodandosi la cravatta,
Ladis annunzi d'improvviso:

-- Ho parlato con Aurelio.  combinato tutto.

Giorgina alz disperatamente le braccia; si curv muta sotto il colpo,
si sent come vuotar le vene e chiuse per un attimo gli occhi.

Ladis non poteva vederla bene, perch essa, interamente vestita, volgeva
le spalle alle finestre, la cui luce era smorzata dalle tende.

-- Ha detto, -- seguit, -- che la sua casa  sempre tua, e puoi andarvi
anche subito. Io gli ho fatto capire che tu devi avere qualche imbarazzo
finanziario, ma egli sar lieto di accomodare ogni cosa.  un buon
diavolo; ti desidera molto. La sua ricchezza, il suo lavoro, la sua vita
senza una donna, mi ha confessato, son troppo tristi... Quanto
all'opinione pubblica, come tu sai....

A denti stretti, livida in viso, fredda per tutto il corpo, Giorgina
ascoltava. Si vide in un grande specchio, il quale qualche volta aveva
riflesso abbracciamenti strani e complicati, ed ebbe orrore, non sapeva
di chi o di che cosa; un'acqua amara le veniva alla gola, e dentro
sentiva una voce gridarle: "Non parlare;  finita; non parlare!..." E
non parl; guard Ladis con occhi spaventati e supplici; s, veramente
era finita, egli non avrebbe compreso.

La mano della donna serr con tal forza l'impugnatura dell'ombrellino,
che la spezz.

-- Brava! -- disse Ladis ridendo. -- Aurelio pu cominciare col dono d'un
parasole.... E cos, quando andrai?...

Giorgina stent a muovere le labbra bianche; lentamente, con pena,
mormor:

-- Domattina....

-- Ci vedremo. Aurelio m'ha invitato a colazione; sar testimonio della
vostra pace....

Stupita, la donna sent di poter ridere; e rise, rauca un poco, non
sapendo ci che si facesse. Il suo sguardo vagava intanto per la camera,
per il nido, per il covo, dov'era stata cos lietamente belva, cos
avidamente femmina; e quando le parve d'aver bevuto abbastanza con gli
occhi quel tesoro d'imagini familiari ch'era un tesoro di ricordi
intimi, si mosse per andare.

-- Non te l'avevo detto io, -- osserv Ladis, mentre spazzolava la giacca,
-- non te l'avevo detto che Aurelio ascolta e obbedisce?

-- S; arrivederci! -- mormor Giorgina.

-- Arrivederci, -- rispose Ladis, un po' sorpreso di tanta fretta. -- Hai
furia?

-- Ho molte cose da fare, -- disse Giorgina. -- Non sapevo che questo fosse
l'ultimo....

Si diede un morso feroce alle labbra per non rompere in uno scoppio di
lagrime.

-- .... l'ultimo appuntamento, e sono impreparata, ho molte cose da
ordinare....

--  giusto: arrivederci domattina, a casa tua! -- disse Ladis
cortesemente.

Ella non gli rispose, evit di dargli la mano, gli volt le spalle.

-- Bel modo di ringraziare! -- mormor Ladis quando si trov solo. -- Poco
incoraggiante per un gentiluomo!


V.

Aurelio si mostr molto affabile.

La moglie lo aveva preavvisato del suo ritorno con un biglietto, e gli
era capitata in casa la mattina, pochi minuti prima di sedere a tavola
per la colazione.

Vestiva una sottana rossa di fiamma e una camicetta cos trasparente,
che le spalle e il petto fino al cominciar dei seni parevan nudi,
soffusi appena da una polvere diafana; calzava stivaletti alti di pelle
rossa.

Aurelio l'ammir; gli piacque in modo singolare, dentro la guaina
fiammante, il corpo bruno e odoroso, ch'egli ricordava; ma parl
d'affari; apprese con soddisfazione che i debiti di Giorgina non
superavano la cifra da lui prevista; e in un medesimo discorso tratt
dell'assegno, della bellezza, d'una societ per azioni e dell'eleganza
di sua moglie, terminando con un sorriso indulgente e una piccola fugace
carezza sui capelli di Giorgina.

Questa non dava segno n di annoiarsi, n di divertirsi; non la scosse
nemmeno lo spettacolo delle sue camere, che ritrovava dopo due anni non
tocche in alcun particolare. Mentre essa si toglieva il cappello,
Aurelio and a una finestra e guard nella via; e tra il brulicar dei
passanti, riconobbe un medico, una dama, due avvocati, il negoziante di
legna che aveva bottega nella casa, e parecchie serve che tornavan dal
mercato di Rialto.

Era l'opinione pubblica che passava, la quale doveva pronunziare il suo
giudizio su Aurelio Sangiorgi, che aveva riaperto la casa alla moglie
colpevole.

Aurelio fece un sibilo tra i denti, per allegria e per disprezzo, e si
mise a ridere.

Giorgina lo guard attonita, non chiese perch ridesse, e torn nella
sala da pranzo.

Osserv sulla tavola la cristalleria multicolore e scintillante, e il
vasellame antico, prezioso, ch'ella non aveva mai visto.

-- Sono compere nuove? -- domand al marito.

-- No; li ho avuti dalla famiglia Bador, -- rispose Aurelio, -- in seguito
a un affare disgraziato....

-- .... per la famiglia Bador, -- interruppe Giorgina, torcendo la bocca
disdegnosa.

Ladislao sopravvenne in quel momento; al vederlo, la donna ebbe un
sussulto, e una maschera d'angoscia le si stese sul volto; ma fu cosa
rapidissima. Ladis era allegro e chiassoso; i molti fiori porpurei,
distribuiti qua e l per la sala e sulla tavola, gli piacquero.

-- Fior di passione! -- disse ridendo a Giorgina e ad Aurelio. -- Color di
fiamma come la sottana della sposa.

Giorgina lo guard negli occhi: non v'era ironia, non v'era cinismo, non
v'era nulla.

Ladis aveva dimenticato il loro amore, con una semplicit, con una
naturalezza, incredibili; fior di passione doveva essere per lui
veramente il matrimonio rinverdito e ripreso di Giorgina e d'Aurelio.

Allora la donna si fece allegra ella pure, follemente, ferocemente
allegra, ridendo di tutto; e dentro, a cuor morto, rideva di s e della
propria stupidaggine.

S'era vestita cos per piacergli ancora; aveva pensato che la visione
delle sue carni brune appena velate dalla camicetta, dovesse risvegliare
in lui un brivido dell'antico desiderio selvaggio; e un solo sguardo
sarebbe bastato a richiamarla, a farle abbandonare gli agi e la casa.

Egli non aveva veduto nulla. L'abbigliamento procace andava risvegliando
invece la concupiscenza di suo marito, che le sarebbe balzato sopra, non
appena l'amico si fosse accomiatato.

Il contrasto non poteva essere pi comicamente malinconico.

Proprio quella stessa mattina, mentre faceva il bagno, la giovane aveva
scoperto sotto la mammella sinistra una chiazza rotonda, l'ultimo bacio,
il morso ancora dolente di Ladis, il suggello dell'amore finito.

Ella pensava a questo, guardando i bicchieri postile innanzi; e si fece
versare dal servo una coppa di sciampagna, e bevve, e poi un'altra, e
una terza, ridendo. Le frullava per la testa il capriccio, il bisogno,
di stracciarsi il velo che le copriva il seno, e di mostrare il torso
nudo, con quel vivido sigillo della sua passione, perch Ladis lo
riconoscesse, perch Aurelio ne fosse sgomento.

Che smorfie avrebbero fatto i suoi uomini allo spettacolo imprevisto?

-- Sciampagna! -- ella ordin di nuovo al servo.

-- Giorgina! -- mormor Aurelio, in tono di velato rimprovero.

-- Una baccante! -- disse Ladis, ridendo. -- Una baccante superba!

Aurelio la guard con cupidigia; ma le parole di Ladis avevano avuto un
effetto strano; il volto della giovane s'era sbiancato e la fronte s'era
corrugata per qualche ricordo improvviso, che Ladis aveva sbadatamente
evocato.

Giorgina si alz: disse:

-- Voi dovete parlar d'affari, credo. Io sono stanca: vado a riposare un
poco.

Si volse a Ladis, il quale s'era alzato egli pure.

-- La ringrazio, -- soggiunse stendendogli la mano.

-- Spero di rivederla, prima ch'io me ne vada, -- rispose Ladis.

Giorgina lo guard con un sorriso enigmatico; Ladis non aggiunse parola
e s'inchin stringendole la mano.

Segu un istante di silenzio; Ladis riprese il suo posto, e Aurelio non
appena la giovane ebbe varcato il limitare, disse contento:

-- Che donnina! Bella, bella, bella!...

L'altro gli fiss in faccia gli occhi, nei quali luceva una acuta
ironia. Il terribile uomo d'affari, Aurelio Sangiorgi il pirata, non
sospettava pur lontanamente che Ladis conoscesse la donnina assai meglio
di lui, e le dovesse una pagina della sua gagliarda vita di scapolo.

Giorgina entr nella camera da letto, chiuse le persiane e le imposte, e
nella quieta ombra cos creata si strapp di dosso la camicetta, il
copribusto, il busto; aperse una valigia che le avevan portato la
mattina stessa e ne lev un tagliacarte con l'impugnatura dorata e la
lama affilatissima.

Si guard nello specchio. Il torso vibrante, dalle mammelle rigide,
sorgeva come un fiore da quella coppa rovesciata ch'era la sottana
fiammea stretta intorno alle anche.

-- Dunque, io non ho disponibili che ottanta azioni, e le riserbo per te,
-- diceva Aurelio in quell'istante a Ladis. -- A questo proposito, devo
dirti che il valore nominale....

Ladis ascoltava con piacere.

Giorgina si gett sul letto, impugn il tagliacarte, affond due volte
duramente la lama nel polso, due volte nella piegatura del braccio
sinistro; guard l'immane fiotto di sangue che si precipitava fuori con
violenza, inondando il letto; e rovesci la testa sul guanciale.

-- Ora posso lavorare, lavorare molto! -- dichiarava Ladis con un sorriso
calmo. -- Devo confessartelo: temevo d'innamorarmi come un poeta e di
sciupare il mio tempo con le donne; ma ho fatto una cura energica.... E
nella vita non avviene mai niente!...

Giorgina rantolava, gli occhi velati, tutto il corpo scosso da fremiti
spaventosi. L'amplesso di Ladis non l'aveva mai fatta vibrare cos a
lungo....




PICCOLO "SKATING".


Tutto il giorno, dalla mattina alla sera profonda, era quel rumore come
d'un vento che sibilasse, e quando intenso e quando fievole, lontano,
rotto e soverchiato a sua volta dallo strido dei pattini, che
strisciavan di fianco per arrestar la corsa.

Nel rettangolo chiuso da sbarre, sul pavimento di marmo grigio, uomini e
donne e fanciulle correvano, dritto il busto, piegando lievemente i
ginocchi per arrotondare gli angoli alle svolte, la testa bassa, gli
occhi rivolti a terra. Scivolavan via cos lunghe ore, sui pattini a
ruote, dalla mattina alla sera profonda; e una folla intorno alle sbarre
li guardava, intontita e quasi addormentata da quel variare isocrono di
figure che si rincorrevano e tornavano; dimentichi e la folla e i
pattinatori del tempo e del luogo.

Di l dalla vetrata si scorgeva la distesa verdognola del mare mosso, e
di qui la striscia gialla del viale pulito e spazzato dalla pioggia
fitta di pi giorni.

Verso le cinque del pomeriggio cominciava il concerto, un piano, un
flauto, un violino e un contrabbasso, che suonavano ballabili lenti, sui
quali pareva cader la gragnuola minuta di quel rumore come d'un vento,
che si faceva pi forte. A quell'ora tra il pubblico apparivan le
eleganti, e nel rettangolo del pattinaggio i maestri, quelli che
delineavano le piroette, e correvano all'indietro, con le braccia
conserte.

La musica dava un pensiero a tutta quella gente ch'era pigra a pensare,
ma accompagnati e presi nella dolce spirale d'un valzer, non correvan
dietro che a pensieri in forma di scene e a sentimenti in forma di
pensieri. I pi si dolevano, -- donne e fanciulle, -- che tra il pubblico
non si vedesse la persona che avrebbe meglio ammirata la loro grazia.

E di qui e di l, e sul ginocchio destro e sul sinistro, e di l e di
qui, e un passo stretto dietro un passo stretto, e la spinta misurata e
la svolta lunga per inerzia, e di qui e di l, oscillando come per una
composta ebbrezza, come piegandosi ad ascoltare or di qui or di l....

Nella corsa liscia e voluttuosa ve n'eran di instancabili,
deliziosamente rinfrescati dal ritmo della musica; e seguitavano a
correre, a svoltar gli angoli, a tagliar per la diagonale, a ondulare di
qui e di l, abbozzando in testa un romanzo, che rimutavano,
allungavano, abbellivano, e che non ricordavano pi quando s'eran levati
i pattini. Per riprendere il romanzo, bisognava rimettere le viti,
riallacciare i lacci ai piedi, volare tra quel sibilo di vento e udir la
musica, il doppio ritmo delle note e delle ruote.

Allora veniva bene il dialogo segreto, mille volte rifatto, che poteva
esser questo:

-- Mi ami?

-- Non so chi sei.

-- Non senti che t'amo, non senti che muoio, non bruciano le mie mani,
non sono un tormento e una gioia che mi avvicinano a te?

-- Mi parli, e non comprendo.

-- Vieni; ti passo il braccio intorno al busto. Sei mia. Vola con me,
pigati sul mio fianco, abbandnati alla mia stretta.

-- Tutti ci guardano.

-- Nessuno ci vede; la vertigine  troppo forte. Altri son passati prima
di noi cos avvinti, altri passano dopo di noi. Tutti ci guardano,
nessuno ci vede....

-- Non m'ingannare.

-- Ti amo. Non ti piace cos?

-- Mi piace cos. Fin quando?

-- Per sempre, per sempre....

E di qui e di l, sul ginocchio destro e sul sinistro, tra quel sibilo
di vento, tra le spirali del valzer.

La linea del mare verdastro di l dalla vetrata s'illuminava d'una luce
di fuoco sotto gli strati delle nuvole scintillanti d'oro, e si faceva
d'oro il rettangolo sul quale svolazzavano tante sottane e correvano
tanti piccoli piedi ruotati.

Fu cos, in un tramonto igneo, che apparve un giorno tra il pubblico
tranquillo degli spettatori una giovane signora, o una signorina, e vi
gett uno sgomento indimenticabile. Chi era? Che cosa aveva di pi o di
meno, di meglio o di peggio che le altre?

Era sottile come quella giovinetta che sapeva far gli svolazzi coi
pattini a guisa d'un calligrafo con la penna; non pi bruna di capelli
n bianca di carnato che quelle due fanciulle, le quali correvano e
ondulavan sui fianchi sempre l'una avvinta all'altra; non pi elegante
della piccola bionda, ch'era elegantissima. Bella, fresca, audace,
sdegnosa, come quasi tutte le pattinatrici che le mamme, sedute torno
torno al rettangolo, si vedevan correre sotto il naso da un paio di
settimane.

E tuttavia la sua apparizione sollev uno scompiglio indimenticabile tra
quel pubblico pacifico, al quale si frammischiavano volontieri i giovani
e gli uomini maturi in cerca di sensazioni estetiche e di visioni
rapide.

Ella aveva un abito bianco tutto liscio, corto, serrato in basso da tre
lacci, secondo le ultime leggi; una cintura rossa alla vita e un paio di
stivaletti rossi compivano, coi guanti bianchi e un enorme cappello, il
suo abbigliamento.... Ma gli stivaletti rossi dispiacquero subito alle
osservatrici. Se ne vedevan di rado, da quelle parti, e avevano un
significato di provocazione, che non si spiegava, si sentiva per aria, e
che scaten un rumoroso bisbiglio.

La nuova venuta gir gli occhi intorno, con quell'espressione, la quale
vi dice insolentemente: Vi guardo, ma non vi vedo. E anche questo
dispiacque alle osservatrici, che la fissavano con l'occhialino e non ne
perdevano un gesto, n un movimento, addosso, a un passo, quasi
studiassero al microscopio una vita misteriosa e inquietante.

Era accompagnata.... Ma era veramente accompagnata?... Nessuno l'aveva
vista entrare.... Per donna Eufrasia Ricciardi assicur che doveva
essere accompagnata dal signore che le era alle spalle; uno di quei
temibili uomini, i quali sono stati ripetutamente a Parigi, possiedono
un'automobile con cui scarrozzano le pi belle ragazze del mondo,
tengono tra le labbra la sigaretta spenta e nelle mani l'onore di pi
donne; e un giorno si scopre che sono ammogliati e non se ne ricordano
pi.

Non si sapeva veramente se quel terribile signore, con un certo cappello
bigio molle piantato di sbieco e tirato sugli occhi, accompagnasse la
ragazza. Di chiaro non si vedeva se non sulla faccia d'ambedue, l'uomo e
la ragazza, l'espressione della stanchezza; e si vedevano anche sotto
gli occhi dell'uomo certe sottili lineette che si sarebbero chiamate
rughe.

Le not per prima Virginia Giordani, che lo guardava avidamente, di
sfuggita; ella aveva diciott'anni e andava pazza per gli uomini
sciupati, stanchi, col viso "ricamato" dai giorni e dalle notti e da
molte cose di cui non aveva alcuna idea.

L'altra intanto s'era allontanata tra il bisbigliare continuo delle
buone dame sedute, e s'era fatto mettere i pattini dall'inserviente.
Entrava nel rettangolo, sul marmo grigio. Fu un momento d'aspettazione
silenziosa, un solo momento, perch quella si lanci subito sul
ginocchio destro e sul sinistro, si curv un poco, prese l'aire, fece
una svolta stupenda, pass tra le coppie, raggiunse una velocit alla
quale nessuno si arrischiava pur tra i pi audaci.

E rise da sola, pensando che le spettatrici l'avevano forse creduta
tanto sciocca da arrischiarsi al giuoco senza conoscerlo bene e da
cadere goffamente pel loro spasso.

Andava, volava, batteva l'aria in faccia agli uomini che la scrutavano
immobili di l dalla sbarra, e sfiorava del gomito le fanciulle, che
sentivano ch'ella era diversa, e ne avevano timore ed invidia,
maraviglia e soggezione.

Veniva non si sapeva donde, non aveva detto parola, non aveva sguardo
per alcuno, e scivolava mirabilmente, pensando a non si sapeva che
cosa.... Era il personaggio del romanzo, di tutti i romanzi pullulati
nell'ozio di quel passatempo, una fantasia incarnata in una bella
persona, venuta su improvvisamente dall'ignoto.

-- Bisogna richiamarle, queste ragazze, e condurle a casa! -- osserv
donna Eufrasia ad alta voce. -- Chiamate Lidia; fate segno a Paolina....

Ma le ragazze filavan via, e di qui e di l, e sul ginocchio destro e
sul sinistro, mentre l'insidia del valzer torpido le avvolgeva.

Parevano capitanate da quella svelta figurina; le si eran messe tutte
dietro, una schiera lunga di paperi, e si facevano sfiorar del gomito a
bella posta per sentire che la donna del loro romanzo, la parvenza della
loro fantasia viveva, e tentavan d'imitarla quando si curvava un poco
per goder meglio della corsa. Nella schiera ve n'eran di men giovani che
lei, ed ella sembrava una sorella candida tornata fra le sorelle al
giuoco; e senza parere, aveva allentato un poco il suo impeto per non
compier troppo presto il giro e non passar dalla testa alla coda. Tutte
le altre regolavan la spinta e il ritmo sul ritmo della sorella
sconosciuta.

-- Chiamate dunque Lidia! -- ripet ad alta voce donna Eufrasia. -- E lei
lascia sua figlia in quella compagnia?

Non vi fu bisogno di chiamar Lidia. Fatto un ultimo giro, la sconosciuta
si fece togliere i pattini e rimase qualche tempo fuor del rettangolo a
guardare le compagne d'un'ora che correvan tuttavia: ciascuna passando
le gettava un'occhiata interrogativa e timorosa, ed ella le seguiva con
un'occhiata lunga e meditabonda. Non si capivano ancora, ma si
parlavano.

Poi la giovane sent l'alito ardente degli uomini intorno, l'urgere d'un
desiderio sfrontato, e dovette allontanarsi.

Parecchie signore s'alzarono con un pretesto a seguirla e a veder dove
andava; gli uomini senza alcun pretesto le si precipitarono innanzi per
farle ala e squadrarla ancora da capo a piedi.

Ma a fianco di lei si mise il signore dal cappello bigio e molle tirato
sugli occhi, il terribile signore che doveva essere stato pi volte a
Parigi, e teneva tra le labbra la sigaretta spenta.

Virginia Giordani os spingersi tra gli uomini, senza levarsi i pattini,
abbrancandosi al primo venuto, per veder passare il signore che le
piaceva tanto quanto le pareva sciupato.

C'era l'automobile fuori ad attenderli, rombante. Non mancava nulla al
loro prestigio d'un attimo.

Vi salirono la giovane e l'amico, senza dir parola; non avevano ancora
scambiato una parola dacch eran comparsi. Un domestico moro chiuse lo
sportello. Lo _chauffeur_ lanci la macchina con un balzo pel viale
pulito e spazzato dalla pioggia fitta di pi giorni.

E con la rapidit del lampo, cantando su tre toni dolci e petulanti,
l'automobile scomparve in capo al viale, verso la pineta.

-- Gente felice! -- disse qualcuno.

-- Non farti sentire da queste dame! -- interruppe un altro. -- Muoiono
d'invidia e di morale.

--  finita; non si potr venir pi qui a passare un'ora. Io le ho fatto
comprendere il mio risentimento; ho parlato forte, mi pare? -- osserv
donna Eufrasia.

-- Come pattinava bene! -- esclam Lidia la bionda. -- Era una delizia
seguirla! Dove avr imparato a pattinare cos?

-- Oh, ha imparato tante altre cose! -- rimbecc un giovanotto beffardo.

-- Ma dove? -- insistette Lidia.

-- Quali cose? -- incalz Paolina.

-- A Parigi, a Parigi! -- concluse l'altro, rientrando e rimettendosi i
pattini. -- A Parigi s'impara tutto; ma non ci vada con la zia, o non
imparer nulla....

E rise.

-- Ecco, incomincia lo scandalo! I giovani perdono la testa e fanno
discorsi che non dovrebbero! -- constat donna Eufrasia.

-- Quali discorsi? Ma se parlano di Parigi! -- osserv una signora
pacifica, la quale, perch da trent'anni udiva parlar di Parigi e non
riusciva mai ad andarvi, si sentiva commossa dalle voci d'un sogno
lontano.

-- Io, intanto, domani non vengo! -- dichiar solennemente donna Eufrasia.
-- Ho in custodia mia nipote, e queste son cose gravi.

Ma l'indomani fu un gran giorno. Il piccolo "skating" rigurgitava di
gente, e nel rettangolo e fuori, e tra i pattinatori e tra il pubblico
era un'attesa inquieta. Le fanciulle l'avevan detto alle amiche, gli
uomini agli uomini, le signore alle signore, e tutti aspettavano il
ritorno.

Con quale abito sarebbe comparsa? Queste donne non indossano mai due
volte lo stesso abito in una settimana, tanto pi quando hanno un amico
e un'automobile col moro. Era fin di stagione, principio d'autunno,
temperatura variabile, quel periodo in cui si pu vestire un abito
leggerissimo o tapparsi in una pelliccia, a piacere, secondo il pretesto
del momento.

Piero Sanna, il beffardo, aveva sparso la voce che la giovane avrebbe
indossato un abito Direttorio, tagliato sul fianco in modo che si
vedesse e non si vedesse una gamba.

-- Ma si vede o non si vede? -- chiese, strabuzzando gli occhi, il dottor
Giulio Lastrelli, che aveva sessant'anni.

-- La mamma ha un bel dire, ma io la trovo molto carina, -- confessava
Lidia a Paolina, correndo con lei sul pattinatoio e serrandola con un
braccio intorno al busto. -- Ha una cert'aria come a dire: "non ho
bisogno di voi", che mi piace.

-- S, -- rispose Paolina, ondulando sui fianchi per darsi una nuova
spinta. -- Ci ho pensato stanotte, e l'ho invidiata, che vuoi? Abiti,
automobili, divertimenti, e quel bel signore. Non fa male a nessuno, e
pu essere cos amata, cos felice!

-- Cos amata! -- ripet Lidia pensierosa.

Tutti correvano e di qui e di l, e sul ginocchio destro e sul sinistro,
e di l e di qui, oscillando come per una composta ebbrezza, come
piegandosi ad ascoltare or di qui or di l.... Ma gli occhi si volgevan
di tanto in tanto all'entrata e si sforzavan di veder fuori, sul viale.

Virginia s'arrest di repente e s'abbranc alla sbarra.

-- Che fai? -- le domandarono Lidia e Paolina, le quali scivolavan dietro
lei, e per quella brusca fermata avevan corso rischio di cadere.

-- Mi  parso d'udir la tromba d'un'automobile.

Si fermarono anche le altre e ascoltarono ansiosamente, la bocca
socchiusa, gli occhi rivolti all'ingresso.

--  qui! -- disse giocondamente Lidia.

-- Ora vediamo la gamba! -- susurr Paolo Sanna al dottor Lastrelli.

-- Una soltanto? -- domand Giulio strabuzzando gli occhi.

Non apparve nessuno. Le fanciulle ripresero l'aire, Paolo Sanna, Giulio
Lastrelll, tutti gli altri che s'erano ammucchiati in un angolo,
sfilarono a corsa e ricominci lo strido, il rumore come d'un vento che
sibilasse.

La piccola orchestra attacc una marcia, _Il Ruwenzori_; e fu tra le
note della marcia, al ritmo fiero e guerresco della vittoria ch'entr
soffiando donna Eufrasia Ricciardi. Era d'amaranto in viso, gesticolava,
aveva qualche grande cosa da dire. Le ragazze che passavano a corsa
videro le mamme avvicinarsi e circondar donna Eufrasia, e ripetere i
gesti, gli uomini guardarsi in volto e inarcar le sopracciglia.

-- Che c'? Diventano matti? -- domand Paolo Sanna.

Ma il susurro cresceva, soverchiava lo strido dei pattini, il ritmo
della vittoria, e una voce domin e si diffuse:

--  morta!

-- Chi, morta?

Lidia e Paolina si lanciaron fuori a farsi togliere i pattini, per
ascoltare: il dottor Lastrelli, che faceva in quel punto un geroglifico,
perdette l'equilibrio e ruzzol per terra, interrogando:

-- Chi, morta?... Ma chi?...

Intorno a donna Eufrasia faceva ressa tutto il pubblico, una platea
d'ascoltatori, mentre sul pattinatoio non correva pi nessuno.

-- Cinque pastiglie di sublimato! -- narrava la dama soffiando. --
Stanotte, all'Htel de Russie.... Povera figliola!... E ieri, a
quest'ora, pattinava cos bene, con quegli stivaletti rossi, che saranno
di moda, ma a me, gi, non piacciono.... Avvelenata! Che coraggio!...
Chi l'avrebbe detto?

--  morta! -- ripeterono le ragazze desolate, sottovoce.

-- E tu la dicevi felice! -- mormor Lidia a Paolina.

-- Ma sicuro, ammogliato! -- spiegava intanto donna Eufrasia. -- Bastava
guardarlo per capire. Non poteva pi tenerla con s, naturalmente.
Queste cose durano fin che durano. E lei gli voleva bene, si vede, e si
 avvelenata.... Cinque pastiglie.... Se ne sono accorti troppo tardi, e
stamane all'alba  morta....

--  morta stamane all'alba, -- ripet con un sospiro Lidia la bionda.

-- Si vedeva che c'era qualche cosa, -- osserv Virginia gravemente. -- Non
si son mai detta una parola.

--  vero, -- conferm Paolina. -- Non pareva nemmeno che lui
l'accompagnasse.

-- Ma che cosa fanno qui tutte queste ragazze? -- osserv una mamma,
vedendo il gruppo delle fanciulle che ascoltavano a bocca aperta. --
Andate a pattinare, su, andate via! Non si pu neanche discorrere?

-- Addio gambe! -- mormor Paolo Sanna, battendo con la mano su una spalla
di Giulio.

E per dare il buon esempio, s'avvi a rimettersi i pattini. Le fanciulle
lo seguirono; Lidia strinse ancora intorno al busto Paolina, e si lanci
con lei; Virginia volle pattinar da sola per pensare a quell'uomo
ammogliato che faceva morir le amanti; Giulio sopraggiunse e riprese i
suoi geroglifici; e gli altri tutti, uomini e donne e fanciulle, dietro,
la testa bassa, gli occhi rivolti a terra.

Ma parecchi giovanotti uscirono per andare all'Htel de Russie a vedere
non sapevano essi medesimi che cosa.

-- Certo, uno scandalo! -- disse donna Eufrasia, mettendosi infine a
sedere per vigilar la nipote che pattinava. -- Qualche cosa me lo faceva
presentire quando li ho visti ieri.... Oh per lui, se lo merita! Lei,
poverina, non ha colpa, se lo amava....  sempre cos; non si amano che
codesti birboni!

Poi soggiunse romanticamente:

-- Amore e morte!

La corsa aveva riacquistato tutto il suo impeto e dopo la marcia era
venuto un valzer. Dalla vetrata traboccava come il giorno innanzi l'onda
rossastra del tramonto, e il rettangolo su cui correvano tanti piccoli
piedi ruotati, svolazzavano tante sottane, si faceva d'oro.

-- Ma  bello! -- susurr a un tratto Lidia, uscendo da una lunga
meditazione. -- La gioia, i divertimenti, l'automobile, un grande amore,
e poi una notte morire; addormentarsi, e non svegliarsi pi, mai pi!

-- Taci! -- disse Paolina con un brivido. -- Pensavo io pure cos!

E le due fanciulle si strinsero pi forte, correndo; e di qui e di l, e
sul ginocchio destro e sul sinistro, e un passo stretto dietro un passo
stretto, oscillando come per una composta ebbrezza, come piegandosi ad
ascoltare or di qui, or di l....




LA MOGLIE INNAMORATA.


La causa era buona e difficile: si trattava di difendere la giovane
contessa Elena Uberti, la quale in un momento di gelosia e di passione
aveva piantato tre palle di rivoltella nel petto del marito conte
Stefano Uberti di San Guiscardo e di Bovolino, che era scampato per
miracolo, dopo tre mesi di malattia.

L'avvocato Pietro Quadrelli aveva accettato di difendere la contessa;
innanzi tutto perch il processo era "brillante", poi perch la contessa
era ricca, bella e giovane. Ma la strada naturale per cui la difesa
doveva mettersi, cio la dimostrazione della cattiva condotta del conte
Stefano e delle avventure di lui, s'era chiarita subito assai difficile.
In verit, non si avevano prove serie n della cattiva condotta, n
delle avventure; e i testimoni nicchiavano, dicevano e non dicevano,
lasciavan l'impressione di riferire cose udite, raccolte nei caff,
pettegolezzi inconsistenti. Nulla di grave s'era potuto assodare; lo
scatto di gelosia che aveva armato la mano della contessa Elena appariva
quasi ingiustificabile e la situazione della giovane signora era andata
aggravandosi durante l'istruttoria, quantunque, se non si ammetteva la
gelosia, non si potesse incolparla d'alcun movente odioso o volgare.

L'avvocato Quadrelli disperava di poter formare al processo
quell'"ambiente morale" che sarebbe valso a circondare d'antipatia e di
sospetto la figura del marito, e a gettare una luce benigna sulla
contessa Elena. Egli era andato a trovarla pi volte nel carcere
giudiziario e aveva dovuto convenire con s stesso che la dama,
acutamente sensibile, non aveva potuto macchiarsi d'un delitto se non
per qualche impulso irrefrenabile, di cui essa stessa non sapeva
rendersi conto.

Nulla era perci pi arduo che preparare la lista dei testimoni, i quali
dovevano essere scelti tra i pochi che avrebbero saputo non esagerare,
tenere di fronte alla contessa un linguaggio di stima senza enfasi, e di
fronte alla vittima di lei un contegno di riprovazione sobrio e grave.
Infine, come arma vera e propria, l'avvocato Quadrelli non aveva che
l'eloquenza, dalla quale sperava un effetto durevole sull'animo dei
giurati, sempre inclini a una certa simpatia per le donne giovani,
eleganti e timide. E che Elena fosse elegante e timida, l'avvocato
sapeva; gli occhi cilestri della contessa non avevano sopportato a lungo
lo sguardo di lui. Ella s'era schermita gentilmente ma fermamente
d'accusare troppo il marito, aveva rifiutato di spiegarsi intorno ai
quattro anni di vita passata a fianco del conte Stefano, temendo che
l'avvocato s'arrischiasse o fosse in diritto di rivolgerle domande
troppo intime; le sue mani eran bianche e sottili; le vesti scure, ma
perfette di taglio, e intorno al suo corpo ondeggiava un profumo
delizioso di mughetto. L'avvocato aveva indovinato, aveva sentito, che
la contessa Elena Uberti di San Guiscardo e di Bovolino, nata marchesa
Grotti di Lampreda, era un angelo, incapace di commettere la pi piccola
bassezza. E, chiusa l'istruttoria, era andato a trovare quell'angelo nel
carcere giudiziario quante pi volte aveva potuto, forse per aver luce
sulla causa, certamente per aver luce dagli occhi cilestri e per
aspirare il delizioso profumo che ondeggiava intorno alla testolina
della giovane.

La sua simpatia per la contessa non aveva riscontro che nell'antipatia
sorda contro il marito; un uomo il quale sciupava energie preziose in
una vita di disordini, e, l'istruttoria lo dimostrava, sapeva
destreggiarsi con tale abilit da non lasciare prove della sua mala
condotta.

L'avvocato Pietro Quadrelli fu, per tutte queste ragioni, spiacevolmente
sorpreso d'udirsi annunziare un mattino il conte Stefano Uberti.
Mancavano quindici giorni al processo, e l'intervento di quell'uomo non
poteva non essere pericoloso per l'accusata. L'avvocato diede ordine di
farlo passare immediatamente, e non appena se lo vide innanzi, strinse
in pugno un tagliacarte, per frenare un moto di dispetto.

Il conte era sulla quarantina; dritto come se i bagordi lo avessero
temprato: con lo sguardo "discendente", che veniva dall'alto, sarcastico
e superbo; un poco acceso in volto, di quel colorito che gli uomini
prendono stando molto all'aria aperta, sotto il sole, sotto la pioggia,
al vento, alla polvere; alla prima occhiata, si sarebbe creduto ch'egli
fosse un ufficiale in abito borghese....

-- A che cosa devo?... -- chiese l'avvocato, accennando una sedia al
conte.

-- A che cosa deve il piacere della mia visita? -- ripet Stefano,
sedendo. -- Ecco qua: sono venuto, per quanto mi  possibile, ad aiutarla
nella sua opera.

L'avvocato strinse ancora una volta il tagliacarte; quell'uomo si
prendeva beffe di tutti, evidentemente; ma nell'interesse della giovane
accusata, Pietro Quadrelli si fece forza e stette ad ascoltare.

-- Mi sembra, -- disse Stefano, -- che la posizione di Elena, di mia
moglie, sia molto penosa, e che al momento in cui parliamo, l'accusa
possa facilmente aver ragione.

-- Lei s'inganna.... -- interruppe l'avvocato.

Il conte Stefano Uberti sorrise con un sorriso che significava la
compassione e l'ironia e che fece salire al volto di Pietro Quadrelli
una vampa.

-- Non m'inganno, -- ribatt il conte. -- Credo di essere bene informato. A
Lei, vede, mancano i testimoni. Io ho molta fiducia nell'eloquenza; ma
neanche Demostene, con quei testimoni, che Ella ha potuto trovare fino
ad oggi, riuscirebbe a dimostrare che Elena aveva qualche ragione di
fare ci che ha fatto....

-- Lei intende costituirsi parte civile? -- domand l'avvocato.

Stefano sorrise e si alz.

-- Non ci comprendiamo! -- disse poi. -- Ma se sono qui per aiutarla?

Fece alcuni passi nello studio, and alla finestra che guardava in un
giardino, e stette un istante come assorto a veder le foglie tremolare a
un lieve fiato di vento. L'avvocato, immobile innanzi alla scrivania, lo
osservava con curiosit.

-- Ecco qua, -- riprese Stefano, tornando a sedersi. -- Bisogna citare il
marchese Cutinelli.  un simpatico giovanotto. Due anni or sono, mentre
viaggiavo tra Napoli e Roma, e precisamente si stava facendo colazione
nel wagon-restaurant, egli si  incontrato con me. Io ero con una
signora giovanissima, dai capelli neri e dagli occhi castagni; quella
signora non era mia moglie.

S'interruppe, e guardando dritto in faccia l'avvocato, prosegu:

-- Lei conosce bene mia moglie. Sa che ha gli occhi cilestri e la
carnagione bianca, dir coi poeti "simile a un petalo di rosa". Ora la
signora che viaggiava con me, aveva i capelli neri, gli occhi castagni e
la carnagione scura. Interroghi il marchese Cutinelli; ne sapr quanto
basta. Abita a Napoli.

L'avvocato scrisse il nome e l'indirizzo sopra un taccuino, e si chiese:

--  matto? A che giuoco vuol giuocare?

-- Un altro testimonio prezioso per Lei, -- seguit tranquillamente
Stefano, -- sar Emilio Balanda. Povero Emilio!  un seccatore
involontario: mi cpita sempre tra i piedi quando vorrei viaggiare in
incognito; ma  discretissimo, e per farlo parlare, lei dovr insistere
molto. Alla fine parler, non dubiti. Gli dica che si tratta di salvare
Elena; non so se abbia una grande simpatia per Elena;  possibile; ma
quello che  certo, si  che la sua anima borghese e piccola dev'essere
molto scandalizzata per la mia condotta. Alla cicala bisogna grattare il
ventre per farla cantare, dicono; e lei gratti!...

Fece una pausa, si cerc in tasca, estrasse un astuccio:

-- Permette? -- chiese. -- Io non posso stare un'ora senza fumare.

-- Anzi, anzi! -- disse Pietro Quadrelli, accendendo un fiammifero e
offrendolo. -- Allora, Emilio Balanda?...

-- Emilio, -- riprese il conte, dopo aver tratto dalla sigaretta una
boccata di fumo, -- Emilio ha avuto la fortuna di trovarmi a Milano,
l'anno scorso, al Grand Htel. Ero al Grand Htel con una signora, la
quale assomiglia un poco a Elena.... Non si spaventi per questa
difficolt.... La signora non parlava che il russo e il francese....
Ecco quanto basta per rilevare che non si trattava di mia moglie.... E
fumava come una locomotiva, mentre Elena non pu tollerare nemmeno il
fumo di una sigaretta.... Ma il pi bello  questo; otto giorni dopo,
quel caro Emilio m'incontrava ancora a Parigi, al restaurant....

S'interruppe di nuovo, e come avesse dato un ordine al conduttore d'un
taxi, soggiunse: -- _Restaurant Maurice, rue Drouot, au coin de la rue de
Provence...._ Anche l non ero solo. Accompagnavo una signora; e non era
la signora del Grand Htel.... La signora del restaurant Maurice era
alta, sottile, tutta vestita di nero, con una "cappottina" da cui
sfuggivano alcuni riccioli, e che le incorniciava il volto pallido....
Dunque, a distanza di otto giorni, avevo cambiato due amanti.... L'amico
Emilio abita a Milano, via Alessandro Manzoni, N. 10. Ha scritto?

L'avvocato scrisse, rialz il capo, e stette ad ascoltare.

-- Per ultimo, -- disse Stefano, deponendo sul portacenere il resto della
sigaretta, -- le indicher il mio amico Cesare di San Sebastiano. Egli mi
ha incontrato a Torino, una sera sotto i portici; v'era folla, io
accompagnavo una signora, ed egli salut. Questo disgraziato Cesare di
San Sebastiano  molto miope, e perch abitavamo allo stesso albergo,
l'indomani mi chiese di potere salutare mia moglie. Ho dovuto dirgli, --
veda a che cosa conduce la miopia.... degli altri! -- che la signora con
cui vivevo all'albergo non era mia moglie, ed egli ne fu molto confuso,
pi confuso di me, certamente. Ora,  bene sapere, che quella signora
non aveva nulla di comune n con la signora di Napoli, n con quella del
Grand Htel di Milano, n con l'altra del _Restaurant Maurice_. Lo dica
pure con tutta franchezza; nessuno potr smentirla.... Cesare di San
Sebastiano abita a Torino, via Lagrange, 12. Vede che ora lei ha un
materiale prezioso, e l'assoluzione di Elena  assicurata.... Perch, se
tante sono le avventure che ebbero testimoni certi e insospettabili,
quante saranno, mio Dio, quelle che passarono inosservate?

S alz sorridendo, e and ancora a dare un'occhiata alle foglie che
tremolavan nel giardino.

L'avvocato Pietro Quadrelli era stupefatto e girava e rigirava tra le
mani il lapis con cui avevo scritto gli indirizzi.

-- Devo rendere omaggio alla sua lealt, -- disse infine. -- Lei ha voluto
illuminare la giustizia con suo personale sacrificio....

Il conte si rivolse di botto e diede in una risata:

-- La giustizia?... Ma lei crede alla giustizia, lei che  avvocato? --
interruppe.

-- In ogni modo ha dato prova della grande affezione che la lega alla
contessa.

-- No. Io non l'amo! -- afferm Stefano seccamente. -- Non l'amo punto.

-- E allora?... Perch da questo processo risulter certo la scusante
della contessa, ma lei sar perduto....

-- Le pare? -- interrog Stefano con quel sorriso ironico che metteva
tanto freddo nell'espressione del suo volto maschio. -- Le pare che un
uomo il quale  infedele a sua moglie e cambia l'amante ogni otto
giorni, sia perduto nell'opinione pubblica? Ma non si tratta di questo.
Lei si domanda perch io sia venuto a salvare una donna che non amo, e a
svelare alcuni fatti delicati della mia vita intima? Lei dimentica che
intorno al nome della famiglia Uberti di San Guiscardo s' fatto
abbastanza chiasso, e io voglio, io devo impedire che questo nome si
trasformi in un numero d'un reclusorio femminile. Do prova di devozione
alla mia famiglia, non alla contessa. E la prego di dirlo a Elena; che
non s'illuda; non ho per lei n amore, n piet; uscita dal carcere, non
la vedr pi. Glielo dica, la prego. Non la vedr pi. Siamo intesi?

L'avvocato rispose con un'espressione quasi solenne:

-- Non la vedr pi. Siamo intesi!

Vi fu un silenzio, breve, ma che parve eterno ai due uomini; in capo al
quale, il conte si mosse, and vicino all'avvocato Quadrelli e lo tocc
leggermente sopra una spalla.

-- Lei ha molte illusioni intorno a Elena, -- disse con freddezza.

-- Io? -- ribatt l'avvocato, quasi fosse stato tocco da una scarica
elettrica. -- La prego, conte!...

-- Lei ha molte illusioni intorno a Elena, -- ripet Stefano, come non
avesse udito. -- Lei crede che Elena sia una vittima; e ignora che io
sarei stato il migliore dei mariti, se...; e che, mentre ho citato
alcuni testimoni terribili contro di me, avrei potuto citarne un numero
infinito di terribilissimi contro Elena. Per esempio, il direttore della
Biblioteca Nazionale di Roma, il direttore del Museo di Cluny, il
direttore della Collezione Grandidier al Louvre, e altri, i quali sanno
che mi son dovuto mettere a lavorare da qualche tempo, non per mantenere
le mie amanti, le quali appartengono alla categoria delle donne che non
si mantengono; ma per.... per altre ragioni.... Elena sarebbe stata
perduta; dieci anni di reclusione, a occhio e croce.

Accese ancora una sigaretta, e concluse:

-- Lei ha molte illusioni intorno a Elena!

-- Interrogher subito quei testimoni, -- disse l'avvocato Quadrelli. -- E
andr a recare la buona notizia alla contessa.

-- Vada, vada! -- mormor il conte Stefano, sorridendo.

Strinse la mano all'avvocato, s'inchin leggermente, e usc.

Non appena egli si fu allontanato, Pietro Quadrelli usc a sua volta,
prese una vettura, e si fece condurre di corsa al carcere giudiziario.

Era felice; teneva in pugno non soltanto la libert materiale di Elena
dagli occhi cilestri, ma quanto bastava per darle un'aureola pi
duratura del delizioso profumo che ondeggiava intorno alla testolina di
lei. Aveva un bel dire il conte; l'opinione pubblica lo avrebbe
stritolato, decretando il trionfo alla giovane e timida contessa. Non si
violano impunemente le convenienze come aveva fatto Stefano; il pubblico
si rivolta e condanna.

Nella sua cella a pagamento, la contessa Elena, agile e sottile, stava
seduta leggendo, presso la tavola su cui erano ancora i piatti e le
posate della colazione; udendo schiudere l'uscio, la giovane si alz, e
sorrise a Pietro Quadrelli, che entrava.

-- Mi pare molto contento, avvocato! -- ella disse con la sua bella voce
morbida.

-- Contento? Sono felice, e per buoni motivi, -- rispose l'avvocato.

E sedendo vicino a lei, presso la tavola, le raccont con molti
particolari la visita del conte Stefano e le notizie che ne aveva
raccolto. Egli s'aspettava di vedere il bel viso dal carnato "simile a
un petalo di rosa" illuminarsi di gioia, e fu stupito, quasi sgomento,
vedendo che a mano a mano ch'egli procedeva nel racconto, il visetto si
faceva buio, la fronte s'aggrondava, l'espressione diventava cupa e
chiusa.

-- Ebbene? -- disse Pietro Quadrelli. -- Non ho ragione d'essere felice? 
il trionfo, la vittoria sicura, la sua assoluzione....

Elena lo guard in faccia, poi disse freddamente:

-- Non ha capito?

-- Io? Che cosa dovevo capire?

La giovane ebbe un sorriso breve, una specie di ghigno disdegnoso: poi
dichiar:

-- Sono testimoni falsi!

L'avvocato Quadrelli trasal, fissandola a sua volta sbalordito:

-- Come dice? -- interrog.

-- Dico che sono testimoni falsi, -- ripet Elena. -- _Falsi!_ Li conosco
tutti; amici intimi di Stefano, pel quale andrebbero nel fuoco. Non una
parola di ci che racconteranno  vera; egli li ha pregati di aiutarlo a
salvarmi per l'onore del nome, ed essi mi salveranno, giurando il falso
e raccontando il falso.... Ne vuole una prova? Al Grand Htel, a Milano,
ero io con lui!

-- Ma, allora, contessa, non capisco?... -- interruppe l'avvocato.

-- Non capisce?  semplicissimo. Mio marito si vendica; ciascuno si
vendica a modo proprio. Stefano si vendica, schiacciandomi con la
generosit.... Non posso certo smentire i suoi testimoni. E con quali
prove del resto? E qual  l'imputato che smentisce i testi venuti per
liberarlo? Io tacer, le menzogne passeranno, e il giuoco sar fatto.

Ella sembrava in preda a una viva agitazione e le sue piccole mani si
serravano nervosamente. Rimase un istante in silenzio, poi riprese:

-- Mio marito deve averle detto ancora qualche cosa. Che cosa le ha
detto?

Pietro Quadrelli esit. Come riferirle le parole dure e crudeli, che
Stefano aveva pronunziato contro di lei? La vide esile, timida,
delicata, e temette che quelle parole dovessero rovesciarla a terra.

-- Dunque? -- insistette Elena.

-- Dunque, -- riprese l'avvocato, -- il conte mi ha incaricato di dirle....

Si ferm ancora; bisognava compiere l'incarico; del resto Elena ne
avrebbe forse avuto piacere.

-- E cos? -- domand Elena con una voce in cui fremevano gi l'impero e
l'impazienza.

-- Mi ha incaricato di dirle, -- seguit Pietro Quadrelli, -- che egli non
ha per lei n amore, n piet; che quando ella avr riacquistato la sua
libert, tutto sar finito, e lei non lo vedr pi....

Elena fece un balzo, un balzo agile di tigre contro l'avvocato.

-- Ha detto cos? -- esclam con voce sibilante, stendendo le piccole mani
che tremavano. -- Lei non s'inganna?

-- Come potrei ingannarmi?

Elena gli volse le spalle e passeggi febbrilmente per la cella. Agli
occhi dell'avvocato, era irriconoscibile; i suoi occhi cilestri
scintillavano e i piccoli denti mordicchiavano le labbra sanguigne; un
furore chiuso e gagliardo sembrava scuotere l'anima e il corpo sottile
della giovane.

-- Mi odia! -- ella esclam, quasi parlando con s stessa. -- Mi odia e mi
disprezza; mi getta l'ncora, e poi mi scaccia. Non pu essere cos.

Si ferm, guard l'avvocato, e come avesse avuto bisogno di lasciar
traboccare la piena della sua passione, gli disse:

-- Io sono stata infedele a mio marito. Non lo amavo. Era troppo buono.
Spendevo pazzamente, per la mia vanit, ed egli era costretto a
lavorare.  verissimo ch'egli ha lavorato; ha fatto uno studio sulle
maioliche, che in Francia e in Inghilterra fu tradotto e pagato
carissimo. Egli lavorava e mi adorava, e io non gli volevo bene. Un
giorno gli sono stata infedele.... Egli mi sorprese mentre scrivevo;
volle la lettera, mi colp al viso, io ho perduta la testa, e ho sparato
contro di lui.... Questa  la verit....

Aveva pronunziato quelle parole confusamente, in furia, con gli occhi
accesi da un fuoco interno che illuminava tutto il volto. Prosegu
rapidamente:

-- Bisogna che lei mi faccia assolvere! Sono pentita: voglio essere
buona. Egli non mi ama pi.... Lo amo io, lo voglio io, mi ha vinta. Lo
riprender; non sapr sfuggirmi....

Pietro Quadrelli lanci involontariamente uno sguardo a quel corpo
sottile di tigretta e indovin le promesse di volutt feroce ch'eran
chiuse nella minaccia: "non sapr sfuggirmi!"

-- Io lo amo, lo amo, lo amo! -- proruppe Elena, coprendosi il volto con
le mani e scoppiando in singhiozzi violenti. -- So che mi disprezza, ma
sar tanto buona, striscer ai suoi piedi, sar la sua schiava. No, non
sapr sfuggirmi, non mi lascer morire!... Bisogna che lei, avvocato, mi
faccia assolvere! Voglio mio marito ancora, perch lo amo, e lo render
felice....

L'avvocato Pietro Quadrelli si alz e si avvicin alla giovane:

-- Non dubiti -- disse. -- La sua assoluzione  certa....

-- S, non  vero? -- esclam Elena, scoprendo il viso inondato di lagrime
e afferrando le mani dell'avvocato.

Questi si morse le labbra; a sentirsela cos vicina, divorata da una
fiamma di passione, egli ebbe la tentazione di serrarla tra le braccia,
e chiuse un istante gli occhi per resistere. Ella parve comprendere,
sciolse le mani, e disse con voce secca:

-- La ringrazio; conto su di lei....

-- Ora stia tranquilla, contessa. Cerchi di riposare! -- consigli Pietro
Quadrelli. -- Ha bisogno di riposare; stia tranquilla, contessa....

E, accorgendosi che diceva delle sciocchezze, prese il suo cappello, il
portafoglio di cuoio, e s'inchin. Elena gli stese la mano, sorridendo
con gli occhi ancora umidi di lagrime.

Quando fu in carrozza, avviato al suo studio, Pietro Quadrelli cerc di
raccogliere le idee e di definire le sue impressioni; d'un tratto si
mise a ridere, da solo.

-- E andate dunque ad amare le donne! -- egli pens. -- Ecco un marito che
adorava la moglie, e lavorava per lei, e aveva fatto di lei il suo
mondo. La moglie lo tradiva. Ecco il marito che le dichiara ben
chiaramente il suo disprezzo, che la scaccia, che non vuol pi vederla.
E la moglie lo adora.... Che cosa preferiscono le donne? Le carezze o le
frustate?

S'inchin innanzi a guardare il cavallo grigio, che procedeva assai
pigramente, e concluse ad alta voce:

-- Frustate!

Il cocchiere frust; il cavallo prese un buon trotto allegro e sicuro.

-- Non c' altro! -- borbott l'avvocato Pietro Quadrelli, stendendosi
beatamente nella vettura.




COLMR.


Il treno si ferm sotto la tettoia della stazione, e il viaggiatore
sporse la testa, guardandosi intorno. La stazione era ampia e bene
illuminata, con le scale di marmo bianco, che menavano ai
sottopassaggi. Un conduttore, che aveva sul petto assicurata da cinghie
la lanterna accesa, pass lungo la vettura, e il viaggiatore gli
domand:

-- _Wo sind wir?_

-- Colmr! -- rispose l'altro, senza alzare il capo. -- Colmr!

Il viaggiatore, Francesco Rusconi, osserv l'uomo: con quella lanterna
accesa sul petto sembrava un grosso animale illuminato da un fuoco
interno. E Francesco pens che se si fossero obbligati i ferrovieri
italiani a legarsi al collo quella lanterna, sarebbe avvenuta una
rivoluzione. Ma ogni popolo ha i suoi gusti e le sue abitudini.
Francesco chiam un facchino, gli consegn le valigie, lo scialle, e
discese. Eran le nove di sera e piovigginava; preceduto dal facchino, il
viaggiatore usc sul piazzale, vide l'omnibus elegante dell'albergo che
sorge nella Rufacherstrasse, e vi fece deporre le sue robe.

Chi gli avesse detto il giorno innanzi che egli si sarebbe fermato a
Colmr, avrebbe fatto ridere Francesco Rusconi. Era partito per recarsi
a Metz. A Metz si sarebbe incontrato con una giovane e graziosa signora,
con la quale aveva una semplice amicizia; egli s'era offerto di
accompagnarla in Italia, e, bizzarra, indipendente, audace, ella aveva
accettato. Da quella amicizia, mutata nella dimestichezza che nasce tra
due viaggiatori, e, meglio, avvivata dalle impressioni che la signora
avrebbe ricevuto vedendo la prima volta l'Italia, da quell'amicizia,
pensava Francesco Rusconi, sarebbe scaturito l'amore. E non per altro se
non per aver l'amore della graziosa donna che gli piaceva, egli s'era
messo in viaggio.

Ma era stato colto in treno da una malattia crudele e impreveduta: la
malattia dei ricordi. Tutta la linea, da Milano a Como, da Como a
Lugano, da Lugano a Lucerna, n'era seminata; qua un capriccio, l
un'avventura, pi su una passione; qui aveva sorriso, l aveva mentito,
pi su aveva amato e sofferto. E rivedendo quei luoghi, Francesco s'era
accorto con spavento che non sentiva pi nulla. Inutilmente un paese gli
metteva innanzi il pallido viso di Giuliana; invano da quella citt gli
veniva ancora l'eco della voce vellutata con cui Emma lo salutava;
invano un albergo, di cui sfolgorava sotto il sole la dicitura in
lettere d'oro, gli rammentava le carezze di Claudia. Invano, invano
tutto; pericoli e timori, lagrime e speranze, emozioni e vittorie, gioie
segrete e audacie mortali, gli si facevano incontro come rottami di un
grande naufragio, senz'altro significato che di cose spente, e il suo
cuore era freddo, non dava un palpito pi del consueto.

A Basilea, cambiato il treno, sal in una vettura tedesca illuminata da
lampadari che diffondevano un mare di luce. Si guard nello specchio, si
vide coi capelli folti ma bianchi e il volto istoriato da rughe
sottilissime. D'improvviso, si sent vecchio, non tanto per quel suo
aspetto fisico, in cui vibrava ancora un'energia pronta e tenace, quanto
per l'insensibilit del cuore. Gli occhi dallo sguardo limpido dicevano
che i capelli bianchi e le rughe non attestavano se non forse la
precocit d'una vita ardente, forse una raffica di dolori; ma il cuore
diceva d'essere stanco, d'aver palpitato abbastanza, di voler riposare.

-- Non ci vado! -- esclam ad alta voce.

Nella vettura di prima classe era solo; sedette al suo posto, formato
come una poltrona dal velluto rosso fiammante, e si raccolse a meditare.
Che stupida idea era mai stata quella d'andare da Roma a Metz, di
traversare mezza Europa, di ritraversarla in senso opposto, solo per
avere una donna, per guastare una buona e fiduciosa amicizia e per
arrivare poi alla saziet, all'abbandono, all'oblio? Lavorare tanto per
gettare sulle acque un altro rottame del naufragio a aggiungere Metz
alla lunga litania dei nomi, che avrebbero dovuto dirgli e non gli
dicevano pi niente?

-- Non ci vado! -- ripet ad alta voce.

A Mlhausen ebbe la prima tentazione di scendere, ma resistette; cercava
ancora una ragione per non cedere e non mancare al convegno. Tra
Mlhausen e Colmr la noia gli divent insopportabile. Al pensiero gli
si affacci la certezza ch'egli non sapeva pi, non poteva pi amare,
perch il cuore era spento.

-- Vecchio imbecille! -- borbott quasi con rabbia. -- Che cosa vai a dire
e a fare, se amore non t'interessa ormai pi d'una nuvola? Non senti che
l'esitazione  la prova della tua incapacit d'amare? Tu discuti con te
stesso; sei morto! Quando si ama o si vuole amare, non si ragiona.

Ed era disceso a Colmr, aveva scelto all'albergo una bella camera in
faccia alla piazza Rapp, e aveva dormito saporitamente come si fosse
trovato a casa sua, nel suo letto.

L'indomani mattina sped un telegramma alla signora di Metz:
un lutto improvviso lo obbligava a tornare in patria. Non pens
all'inverosimiglianza della scusa, perch la notizia del lutto non
poteva averlo raggiunto in treno; pens ch'era incapace d'amare, che
l'amore era morto per lui.

-- Faccio una buona azione, -- egli si disse, -- e risparmio un disinganno
a questa povera amica.

Ed entr in un elegante negozio della Rufacherstrasse a comperare le
sigarette.

Era dietro il banco una giovane, abbigliata di nero, col grembialetto
candido; aveva diciotto o vent'anni al pi, e non si poteva dir bella;
esile di forme e bianca in volto, coi capelli castagni, la bocca
piuttosto grande, gli occhi color d'avana e mobilissimi di sguardo,
faceva pensare che la sua vita fosse un diuturno sforzo, una fatica
quotidiana per dominare i nervi, e ch'ella dovesse avere una sensibilit
esagerata e quasi dolorosa.

Francesco Rusconi le chiese, senza nemmen guardarla, delle sigarette; ed
ella gliene espose sul banco un intero emporio; Francesco le domand
quali fossero le migliori e le pi ricercate, e indugi un poco a
discutere; ma dall'accento di lui e forse da qualche frase, ch'era
piuttosto della grammatica che della lingua parlata, la fanciulla intu,
esit un poco, e poi interrog con titubanza:

-- _M'sieu n'est pas allemand?_

-- _Oh, nein, danke!_ -- esclam Francesco ridendo. -- _Je suis italien,
mademoiselle._

-- _Moi je suis franaise! Alors, m'sieu, si vous prferz les Kiryazy
frres?..._

Aveva detto: _Moi je suis franaise_, con un'espressione d'orgoglio cos
aperto, che Francesco lev il capo a guardarla; e l'altra, sotto quello
sguardo curioso, arross un poco. L'uomo prese la scatola di sigarette
Kiryazy, salut ed usc.

Che bella cittadina, Colmr! Pacifica, pulita, ridente. Le signore, le
impiegate, le serve, andavano all'ufficio o al mercato in bicicletta;
alcune tenevano presso il manubrio un paniere, da cui pendevan ciuffi
d'insalata e barbe di carote, e pedalavano lestamente per tornare a casa
a preparare la colazione.

Capitato l come fosse caduto dal cielo, non avendo nulla da fare,
Francesco gir per la citt a osservare ogni cosa, ed era cos
evidentemente ozioso, che una guardia dall'elmo col chiodo appuntito e
dall'ampia barba bionda lo squadr pi volte. Si ferm a guardare la
fontana di Schwendi, Schwendibrunnen, che ha un arco a ciascuna bocca
dell'acqua, e la Pfister Haus, una casa di puro stile tedesco, con un
loggiato scuro, un verone appiccicato e come sospeso sull'angolo, una
torricella poligona al fianco. Gli piaceva tutto; la pace della
cittadina linda rispondeva alla pace del suo cuore; pensava che quando
l'amore  morto, il cuore  tranquillo.

Fece colazione alla Kopfhaus, la casa delle teste, cos detta perch la
decorazione dei var piani era formata da teste di guerrieri e di
draghi; una bella balconata lasciava traboccare geranii rosei e garofani
rossi. Il frontone a forma di triangolo con certi pinnacoli sui lati e
un pupazzo buffo sul vertice, faceva pensare a una costruzione cinese.
Francesco bevve un eccellente vino bianco del Reno e mangi con grande
appetito.

-- Io sto a Colmr un anno! -- egli promise a s stesso, mentre tornava
lentamente verso la Rufacherstrasse.

Quando fu per salire all'albergo, s'accorse di non aver fiammiferi, e
procedette fin dal tabaccaio. La fanciulla era ancora dietro il banco, e
leggeva.

-- _Alors, mademoiselle est franaise?_ -- disse Francesco sorridendo.

E perch non aveva nulla da fare, cominci a discorrere. La fanciulla
discorreva garbatamente, senza timore e senza spavalderia. La sua
famiglia era francese di cuore e di pensiero, nonostante il "_Cigarren
und Cigaretten Importen_" che si leggeva sull'insegna. Ella, la giovane,
si chiamava Laetitia, in memoria della gran madre dell'Imperatore; e
quantunque non lo dicesse, si sentiva nella sua parola un rancore sordo
contro i tedeschi, contro la dominazione pesante e cortese, rigorosa e
gentile di quei signori. Letizia sognava Parigi; non v'era mai stata; il
pap e la mamma le avevan promesso mille volte di condurla, ma non
avevan mai potuto.

Allora Francesco si fece a descriverle Parigi; e per descriverla meglio,
prese una sedia e vi si accomod. La fanciulla ascoltava avidamente il
signore dai capelli tutti bianchi e dagli occhi vivi; e, contenta
d'udire che Parigi era una citt potente, ricca, una grande citt, una
delle pi grandi citt del mondo, andava interrogando quasi per aver la
conferma di quella ricchezza, di quella potenza.

Sopravvennero alcuni clienti, comperarono, se ne andarono; e la
conversazione riprese. Letizia era felice di non parlare tedesco e di
conoscere una persona che amava la sua Parigi, e Francesco vedeva la
fanciulla cos animata, quegli occhi color d'avana cos accesi di
piacere, quella bocca grande scoprir denti cos belli, che gli pareva di
dir cose straordinarie, d'essere un vecchio amico di Letizia e d'averla
ritrovata a Colmr dopo una breve lontananza.

Infine, mentre Francesco stava per andarsene, sopraggiunse la madre di
Letizia, una buona signora piuttosto rotonda di forme; allegra e
premurosa, madame Brigitte Gericault riaccese la conversazione, parlando
con tale rapidit che Francesco ne rimase stordito sulle prime, e torn
a sedersi. In breve, l'amicizia era nata; avendo appreso che il signore
era solo a Colmr, madame Brigitte si fece ardita, e gli disse che se
qualche volta avesse voluto gustare la cucina francese....

Letizia cap che la mamma si spingeva troppo avanti, e le lanci
un'occhiata dritta e dura, per fermarla; ma Francesco aveva gi
accettato; e allora Brigitte aggiunse che abitavano presso la Casa dei
Cavalieri di San Giovanni, una piccola meraviglia d'arte.

-- Io sto a Colmr un anno! -- pens di nuovo Francesco, uscendo
finalmente sulla strada e avviandosi all'albergo dopo due ore di
conversazione.

Letizia era nel negozio, al banco, la mattina; sua madre la sostituiva
nel pomeriggio, e il babbo stava al banco la sera. Tutte le mattine
Francesco entrava, faceva la sua provvista di sigarette, e sedeva a
chiacchierare. La fanciulla si svelava diversa, a poco a poco, da quella
che Francesco aveva imaginato; era gaia e arguta; lo accoglieva con un
sorriso di piacere e gli raccontava una quantit di piccole cose, di
fanciullaggini, gli rivolgeva domande sull'Italia, di cui aveva idea
come d'un immenso giardino greve di profumi; e Francesco le lasciava
credere, anche per non turbar le sue cognizioni geografiche,
considerando che a scuola le avevano insegnato che "_l'Italie est le
jardin d'Europe_". Ma da quel chiacchiero risultava chiaro che la
fanciulla era ingenua, non aveva affezioni all'infuori della mamma e del
babbo e non sapeva n civetterie n malizie.

La domenica indossava il costume alsaziano per rispetto alla tradizione.
Il magnifico nastro nero che si apre con le grandi ale sul capo e scende
riccamente lungo il dorso, dando idea d'una immensa farfalla superba che
si fosse fermata sulla testolina della fanciulla, le stava cos bene,
che Francesco si lasci sfuggire un grido d'ammirazione.

-- _Vous tes adorable, mademoiselle!_ -- egli esclam.

Letizia divent di porpora in volto, balbett qualche parola, e
Francesco le chiese scusa dell'impeto ammirativo che le era spiaciuto;
poi offerse d'andare a passeggio con la mamma e con lei; e andarono,
camminando adagio, verso quella parte della citt che, posta sulle rive
della Lauch, ha l'aspetto d'un pacifico villaggio con la linea delle
case qua e l interrotta da ciuffi di verzura.

Nel tornare, poich sentiva che Letizia gli teneva ancora il broncio per
il suo elogio un po' brutale, Francesco acquist da un ragazzetto un
grosso mazzo di viole mammole, umide e odorose, e l'offerse alla
fanciulla. Letizia lo afferr avidamente, lo part in due, e ne diede
met alla mamma.

-- Buono, un altro granchio! -- pens Francesco. -- Quando si comincia!...
Dovevo offrirle a Brigitte.

Ma l'indomani vide che Letizia aveva appuntato al petto un mazzolino di
quelle viole, e le altre erano in un angolo del banco dentro un vaso di
cristallo, e vi restarono tutta la settimana, fin che caddero a una a
una, appassite.

La cucina di madame Brigitte Gericault era eccellente, e il babbo di
Letizia un brav'uomo semplice, il quale, fatto il suo dovere nel 1870,
rimasto ferito a Gravelotte, non parlava mai n dell'anno terribile, n
dei tedeschi. Francesco pranz due volte in casa dei Gericault, e invit
due volte la famiglia a pranzar con lui alla trattoria.

Una sera, tornando appunto da uno di quei piccoli pranzi, Francesco
camminava a fianco di Letizia, e dietro, a distanza, venivano i
genitori.

Quantunque non fossero che le nove, la citt era presso ad
addormentarsi; i passanti si potevan contare, e la luna splendeva del
suo mite chiarore perlaceo.

Francesco s'arrest a guardare. Due vie deserte e lunghe gli si aprivano
innanzi, separate da un gruppo di case, che la luna blandiva del suo
raggio. Il silenzio era profondo, e in capo a una strada, unico segno di
vita, brillava un lume rosso. Lo stile di quelle case dal tetto
digradante, su cui a guisa di monelli s'arrampicavano in diverse file
gli abbaini, spirava un'intima armonia con la pace dell'ora.

Mentre Francesco stava per esprimere la sua ammirazione, dalle finestre
del Circolo italiano venne un'ondata di musica, soave e malinconica, la
quale sembr parlare dei paesi lontani che Letizia sognava, dei giardini
d'Italia, della Francia amata; e si diffuse, e ondul nell'aria come un
lungo pianto per le cose che non eran pi, per le cose che non sarebbero
state mai.

Francesco e Letizia istintivamente si fecero vicini l'uno all'altra, e
ripresero a camminare a capo basso, senza dirsi parola.

Ma quell'ora di strano turbamento non si ripet. Francesco passava quasi
l'intero giorno nel negozio, e Letizia aveva finito a poco a poco per
trattenervisi ella pure. Lavorava, ascoltando le chiacchiere dell'amico,
e di tanto in tanto alzava il capo a sorridergli, lo guardava negli
occhi, riabbassava la testa a lavorare. Stava ricamando una lunga
striscia di tela da mettere sul cassettone a guisa d'ornamento, e
Francesco fingeva di non capire che le due lettere F. R. a cui la
fanciulla attendeva, non potevano significare Laetitia Gericault. Egli
portava i fiori tutte le mattine, ella se li appuntava al petto, e poi
cominciavano a chiacchierare allegramente. Francesco rideva, perch in
quella citt tedesca non aveva visto che lapidi e monumenti a generali
francesi del primo Impero, cominciando dalla statua a Rapp sull'immensa
piazza che ha il suo nome. Ma certi angoli della citt eran deliziosi,
con qualche piccolo canale su cui oscillavano le imbarcazioni lunghe e
strette, simili a piroghe; e la vecchia casa di San Martino, dal cui
verone i fiori porpurei scendevan gi ad animare l'antico legno
scolpito, gli era parsa pi bella che la casa dei cavalieri di San
Giovanni, dal doppio loggiato a cinque finestre. Ambedue, Letizia e
Francesco, avevan dimenticato ch'egli era a Colmr per caso, che un
giorno sarebbe dovuto ripartire; sembrava all'una e all'altro di non
esser mai vissuti, di non dover mai vivere diversamente che nella pace
della piccola citt, in cui tutti dormivano alle nove di sera e i
crocicchi di notte rammentavan gli scenar d'un melodramma. E Letizia,
che aveva sempre odiato Colmr come la pi meschina delle citt di
provincia, sentiva d'esserle a un tratto affezionata. Molte cose
originali erano sfuggite allo sguardo della fanciulla, e quando usciva
con la mamma e con Francesco, e questi gliele faceva osservare, Colmr
prendeva agli occhi di Letizia un nuovo aspetto, un nuovo significato,
quasicch la parola dell'amico avesse dato un'anima alla cittadina
graziosa. E tutto era allegro intorno, la stagione, il sole, il vento
tepido; la fanciulla non aveva mai sentita cos intensa la gioia di
vivere. Pi che all'aria di primavera, ella si scaldava a un fuoco
misterioso che aveva nel cuore.

Una mattina Francesco stava discorrendo con la fanciulla d'una gita che
si doveva fare l'indomani a Strasburgo. Egli avrebbe visto, -- diceva
Letizia con un sorriso un po' inquieto, -- molte belle ragazze in costume
alsaziano, col nastro magnifico sui capelli, e le avrebbe trovate tutte
adorabili come lei. Sarebbero andati a salutare il Reno e i monumenti di
Desaix e Kleber, e la Cattedrale in cui erano le statue della Vergine
folle.... Letizia s'interruppe, vedendo entrare il ragazzo dell'albergo.

Francesco prese dalle mani di lui la sua posta, e il ragazzo se ne and;
alcune lettere, e tra le lettere un telegramma. Francesco lo aperse, lo
lesse un paio di volte, fece un gesto poi mormor:

-- _Je vais partir. C'est ma femme qui me rclame. Elle est souffrante._

La fanciulla mand un grido.

-- _Votre femme?_ -- disse con voce spenta. -- _Vous tes mari?_

Aveva gettato il ricamo sul banco e stava in piedi, tremando tutta, pi
bianca della parete a cui s'era addossata per non cadere.

Francesco rispose quasi sottovoce:

-- _On le dit!_

-- _Vous partez alors?_ -- insistette Letizia con le labbra smorte,
squassata tuttavia dal tremito invincibile.

Francesco non rispose, la fanciulla non domand altro. Nessuno dei due
aveva mai pensato a ci che sentiva in cuore, e l'uno e l'altra avevano
la rivelazione della crudele verit nell'ora stessa in cui dovevano
separarsi per sempre.

-- _Partez, partez vite, aujourd'hui mme!_ -- mormor Letizia con voce
rauca. -- _Que cette torture incroyable finisse!_

Francesco usc senz'aggiungere parola. And all'albergo, fece preparar
le sue robe, poi si gett sul letto, e vi rimase a occhi chiusi, non
volendo pensare, non volendo capire, non volendo confessare a s
medesimo.

Verso sera si rec dai Gericault a prender congedo. I due buoni vecchi
furon desolati per la partenza improvvisa del loro amico, ed espressero
la speranza, che Francesco accolse con un sorriso amaro, di rivederlo
presto. Letizia non c'era; aveva un po' di emicrania e si scusava.

Francesco pensava gi di dover partire senza salutarla e gli pareva che
fosse meglio, quando la porta si schiuse, e la fanciulla comparve.

I suoi occhi scintillavano di disperazione e d'audacia: il volto era
smagrito d'un tratto, come divorato dalle lagrime ardenti e dalla
febbre. Ella and incontro a Francesco, e tendendogli un piccolo involto
che racchiudeva il suo ricamo:

-- _Tenez!_ -- disse con voce chiara. -- _Emportez-la comme un souvenir de
_votre_ Laetitia!_

Poi, non sentendosi la forza di guardare in faccia l'amico, si volse, e
usc col passo rigido d'una sonnambula.

I signori Gericault volevano accompagnar Francesco alla stazione, ma
egli se ne scherm quasi con paura. Torn all'albergo, per caricar le
valigie, and alla stazione, sal in una vettura di prima classe, in cui
si trov solo come la sera del suo arrivo. Si guard intorno smarrito
mentre il treno si muoveva.

Addio, piccola Colmr tranquilla! Addio, Letizia candida e innamorata,
che non doveva rivedere pi mai, pi mai, fino alla morte!

E l'uomo che aveva creduto al cuore spento e aveva cantato la gioia di
non amare, nascose il volto tra le mani, e pianse a lungo....


                                  FINE.




INDICE.

  PREFAZIONE                        Pag.    v
  La marmotta                               1
  Il dialogo delle bambole                 49
  La filosofia di Minni                    63
  L'amore degli altri                      95
  Ninn non  gelosa                      111
  La signorina Empiastro                  129
  Ada e Fosca                             151
  Giorgina e i suoi uomini                169
  Piccolo "Skating"                       199
  La moglie innamorata                    217
  Colmr                                  237




  OPERE DI LUCIANO ZCCOLI
  (Edizioni Treves).

  =Romanzi=:

  _La freccia nel fianco_. 29. migliaio                  L. 5 --
  _L'amore di Loredana_. 20. migliaio                       6 --
  _Farfui_. 15. migliaio                                    6 --
  _La volpe di Sparta_. 9. migliaio                         5 --
  _Romanzi brevi_. 8. migliaio                              5 --
  (Casa Paradisi -- Il giovane duca -- Il valzer del guanto).
  _Ufficiali, sottufficiali, caporali e soldati...._
    12. migliaio                                            5 --
  _I lussuriosi_. 10. migliaio                              4 --
  _Il designato_. 7. migliaio                               5 --
  _Roberta_. 6. migliaio                                    5 --
  _Il maleficio occulto_. 5. migliaio                       5 --
  _Per la sua bocca_. 16. migliaio                          6 --
  _Baruffa_. 6. migliaio                                    5 --
  _L'amore non c' pi_. 7. migliaio                        6 --
  _La divina fanciulla_. 16. migliaio                       6 --

  =Novelle=:

  _Primavera_. 8. migliaio                                  5 --
  _La Compagnia della Leggera_. 6. migliaio                 5 --
  _Donne e fanciulle_. 12. migliaio                         7 --
  _La vita ironica_. 6. migliaio                            5 --
  _Nulla di romantico_. 4. migliaio                         6 --


  _L'Occhio del fanciullo_. 10. migliaio                    5 --
  _I piaceri e i dispiaceri di Trottapiano_                 10 --
    Legato in tela                                          16 --





Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici.





End of the Project Gutenberg EBook of Donne e fanciulle, by Luciano Zccoli

*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK DONNE E FANCIULLE ***

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Section  2.  Information about the Mission of Project Gutenberg-tm

Project Gutenberg-tm is synonymous with the free distribution of
electronic works in formats readable by the widest variety of computers
including obsolete, old, middle-aged and new computers.  It exists
because of the efforts of hundreds of volunteers and donations from
people in all walks of life.

Volunteers and financial support to provide volunteers with the
assistance they need are critical to reaching Project Gutenberg-tm's
goals and ensuring that the Project Gutenberg-tm collection will
remain freely available for generations to come.  In 2001, the Project
Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure
and permanent future for Project Gutenberg-tm and future generations.
To learn more about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation
and how your efforts and donations can help, see Sections 3 and 4
and the Foundation information page at www.gutenberg.org


Section 3.  Information about the Project Gutenberg Literary Archive
Foundation

The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non profit
501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the
state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal
Revenue Service.  The Foundation's EIN or federal tax identification
number is 64-6221541.  Contributions to the Project Gutenberg
Literary Archive Foundation are tax deductible to the full extent
permitted by U.S. federal laws and your state's laws.

The Foundation's principal office is located at 4557 Melan Dr. S.
Fairbanks, AK, 99712., but its volunteers and employees are scattered
throughout numerous locations.  Its business office is located at 809
North 1500 West, Salt Lake City, UT 84116, (801) 596-1887.  Email
contact links and up to date contact information can be found at the
Foundation's web site and official page at www.gutenberg.org/contact

For additional contact information:
     Dr. Gregory B. Newby
     Chief Executive and Director
     gbnewby@pglaf.org

Section 4.  Information about Donations to the Project Gutenberg
Literary Archive Foundation

Project Gutenberg-tm depends upon and cannot survive without wide
spread public support and donations to carry out its mission of
increasing the number of public domain and licensed works that can be
freely distributed in machine readable form accessible by the widest
array of equipment including outdated equipment.  Many small donations
($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt
status with the IRS.

The Foundation is committed to complying with the laws regulating
charities and charitable donations in all 50 states of the United
States.  Compliance requirements are not uniform and it takes a
considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up
with these requirements.  We do not solicit donations in locations
where we have not received written confirmation of compliance.  To
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While we cannot and do not solicit contributions from states where we
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approach us with offers to donate.

International donations are gratefully accepted, but we cannot make
any statements concerning tax treatment of donations received from
outside the United States.  U.S. laws alone swamp our small staff.

Please check the Project Gutenberg Web pages for current donation
methods and addresses.  Donations are accepted in a number of other
ways including checks, online payments and credit card donations.
To donate, please visit:  www.gutenberg.org/donate


Section 5.  General Information About Project Gutenberg-tm electronic
works.

Professor Michael S. Hart was the originator of the Project Gutenberg-tm
concept of a library of electronic works that could be freely shared
with anyone.  For forty years, he produced and distributed Project
Gutenberg-tm eBooks with only a loose network of volunteer support.

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editions, all of which are confirmed as Public Domain in the U.S.
unless a copyright notice is included.  Thus, we do not necessarily
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