The Project Gutenberg EBook of Arrigo il savio, by Anton Giulio Barrili

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Title: Arrigo il savio

Author: Anton Giulio Barrili

Release Date: August 1, 2014 [EBook #46466]

Language: Italian

Character set encoding: ISO-8859-1

*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK ARRIGO IL SAVIO ***




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                            ARRIGO IL SAVIO


                               RACCONTO
                                  DI

                         ANTON GIULIO BARRILI


                           SECONDA EDIZIONE



                                MILANO
                       FRATELLI TREVES, EDITORI
                                 1886.




                         PROPRIET LETTERARIA
                      RISERVATI TUTTI I DIRITTI.
                         Tip. Fratelli Treves.




ARRIGO IL SAVIO




I.


L'ultimo giorno di gennaio dell'anno 1882, un signore, alto della
persona, dal volto abbronzato e dai baffi grigi, scendeva di carrozza,
sulle prime ore del mattino, come a dire fra le otto e le nove, davanti
ad un portone della via Nazionale, in Roma. Aveva l'aria assai nobile,
era vestito con severa eleganza e andava diritto, con soldatesca bala,
come un colonnello in abito cittadino, che sotto le spoglie inusitate
lascia indovinare i suoi trent'anni di spallini. Entrato nell'androne, e
osservata non senza stupore la magnificenza delle scale, ascese al
secondo piano, dove era scritto, su d'una piastra di porcellana, "_Cav.
Arrigo Valenti._"

-- Cavaliere! -- esclam il signore dai baffi grigi. -- O che diavolo ha
fatto il mio signor nipote, per esser nominato cavaliere? Dei debiti,
m'immagino. E saranno certamente assai pi di quelli che mi aveva
lasciati sospettare la sua lettera ad uno zio che non ha mai visto n
conosciuto. Ahim! Prevedo, -- conchiuse egli, sospirando, -- che pagher
anche questa bella piastra di porcellana del Ginori. --

Tir allora la maniglia del campanello, e un minuto dopo fu aperto
l'uscio da un servitore in mezza livrea.

-- Chi cerca? -- domand questi.

-- Il signor Arrigo Valenti.

-- Il cavaliere, -- ripigli il servitore, battendo sul titolo, -- non
riceve ancora.

-- Ah, mi rincresce. Sono arrivato stamane col treno delle sette, e
credevo....

-- Se il signore vuol lasciar detto il suo nome....

-- Volentieri; ecco qua. --

Cos dicendo, il signore dai baffi grigi aveva cavato di tasca il
portafogli, per prendere un biglietto di visita. Ma ci aveva troppi
biglietti di banca: e quelli di visita, o erano affogati nel mucchio dei
loro pi degni fratelli, o erano stati dimenticati a casa.

-- Bene! -- esclam il signore, facendo un atto di rassegnazione, dopo due
o tre d'impazienza. -- Non ne trovo. Dite al vostro padrone che  passato
a cercarlo Cesare Gonzaga. --

Il servitore sgran tanto d'occhi, a mala pena ebbe udito quel nome, e
s'inchin per modo da far credere che volesse piegarsi in due.

-- Perdoni, Eccellenza!... Si dia la pena d'entrare! --

Il signore sorrise sotto i baffi grigi ed entr. Quell'altro, richiuso
prontamente l'uscio, corse a sollevare il lembo di una portiera in fondo
all'anticamera.

-- Per di qua, signor marchese, per di qua! -- diceva egli, frattanto,
inchinandosi da capo. -- Questo  lo studio del padrone.

-- Marchese! -- brontol il vecchio signore. -- Per chi mi hai preso?

-- Scusi, illustrissimo! Non  lei lo zio del cavaliere Valenti?

-- Suo zio, certamente.

-- O allora?

-- Allora saprai, -- disse gravemente il vecchio signore, -- che si pu
essere zii, senza essere marchesi.

-- Ah, ah, sicuro! -- rispose il servitore, facendo bocca da ridere. -- Ma
egli  che i Gonzaga... scusi, illustrissimo! I Gonzaga sono... i
Gonzaga, e portano d'oro con tre fasce di nero. --

Il vecchio guard con atto di stupore quel servo, che gli blasonava con
tanta sicurezza lo scudo.

-- Come? -- disse poi; -- saresti un dilettante di araldica?

-- Che vuole, illustrissimo! -- replic umilmente quell'altro. -- Servendo
i gran signori, ci si piglia anche un'infarinatura di quest'arte.

-- Di bene in meglio! Sentimi dunque. Hai tu veduto mai uno stemma come
questo: cuor d'oro in campo d'argento?

-- Ella scherza, illustrissimo. Non si pu metter mica metallo sopra
metallo.

-- Neanche in tasca?

-- Oh, questo poi s.

-- Ottimamente; vedo che la sai lunga, giovinotto! Ma il tuo padrone....

-- Vado ad annunziarla subito. Vuol essere contento il cavaliere, quando
sapr che  arrivato suo zio. Da tre giorni l'aspetta con impazienza.

-- Eh, lo credo; va dunque. --

Il servitore si avvi sollecito, con una gran voglia di fregarsi le
mani.

-- Ecco uno strano capriccio; -- pensava egli. -- Non vuole esser chiamato
marchese. Capisco che potrebbe pretendere il titolo di duca. Ma infine,
certi nomi storici hanno il titolo sottinteso. --

Fatta questa peregrina scoperta, il signor Happy (pronunziate _Hppi_)
si allontan dallo studio. Rimasto solo, il signor Cesare Gonzaga, non
marchese, n duca, si avvicin alla finestra, tanto per fare qualche
cosa, aspettando.

-- Chi conosce pi Roma, specie da queste parti? -- mormor egli,
guardando la strada.

-- Trentatr anni! Ah, come passa il tempo, quando i pi belli anni sono
sfumati! Ma che cosa  la vita? Le falde, i primi passi, i primi
giuochi, le panche del collegio... poi l'universit, un paio di duelli,
quattro amori bugiardi e uno che si vorrebbe creder vero... qualche
folla, molti disinganni, molte amarezze... e allora una forte
risoluzione! Nessuna via di mezzo; o il nuovo mondo, o l'antico; o
l'America, o l'Asia. E l il lavoro, il febbrile lavoro, gli stenti, le
privazioni, e qualche volta la fortuna, che un altro c'inghiottir, come
noi abbiamo inghiottita quella dei padri! Ecco la mia vita. Ed ecco,
meno l'Asia e l'America, la vita del mio signor nipote; gi l'ho
indovinato dal gran desiderio ch'egli ha di vedermi. Avevo giurato di
non rimetter piede in Roma, ed eccomi qua. Bei giuramenti! Ma come fare,
con questo ragazzo che prega, invocando la memoria di sua madre, della
mia povera sorella, che non dovevo pi rivedere? Di certo le somiglia,
perch i maschi tengono sempre della madre. Poveraccio! Purch non le
abbia fatte troppo grosse! Qui, per altro, c' lusso; ci si sente
agiatezza. Chi sa? Forse  un quartiere d'affitto. E ci hanno messa
anche la cassa forte. --

Il savio lettore avr capito che Cesare Gonzaga si era gi allontanato
dal vano della finestra, per dare una scorsa in giro e una guardata allo
studio del suo caro e sconosciuto nipote.

-- Arnese di parata, la cassa forte! -- borbott egli, proseguendo. -- Gli
strozzini le conoscevano, ai tempi miei, queste alzate d'ingegno degli
studenti di legge. Ma il mio signor nipote non  pi studente; ha la sua
laurea da due anni, da tre... che so io? Gran legista! Grande
giureconsulto, ha da essere! Ci fosse almeno la libreria, per dar negli
occhi ai clienti! Ah, ecco un volume sulla scrivania.  il codice di
commercio; meno male! Ma se valesse dugento lire, come certi libri rari,
sarebbe ancor qui? --

Come vedete, il signor Cesare Gonzaga non si lasciava confondere da
tutta quella apparenza di lusso severo, e ci odorava il quartiere
ammobiliato, e il conto da pagare ad un troppo credulo fornitore;
fors'anco a pi d'uno.

Le sue malinconiche osservazioni furono interrotte dal ritorno del
servitore.

-- Or bene? -- gli chiese.

-- Mi duole, illustrissimo....

-- Dorme, ho capito; -- ripigli il signor Cesare. -- Infatti, sono appena
le nove del mattino. Che ora  questa mai, da venire in cerca di un
nipote?

-- O che, le pare? S' alzato anzi per tempo e, se non fosse stato un
certo negozio, sarebbe anche gi andato a fare la sua solita trottata
mattutina fuori di porta Pia.

-- Anche il cavallo pagheremo; -- pens lo zio, sospirando. -- Purch non
sia bolso, come certi cavalli che appoggiavano a noi! Ma allora, --
soggiunse ad alta voce, -- che cos' che lo trattiene? --

Il servitore nicchiava un pochettino, ma sorrideva anche, mostrando
negli occhi maliziosi il desiderio di farsi cavare i segreti di bocca.

-- Veda, non so se debbo dire.... Infine, non ho neanche potuto giungere
fino a lui, perch l'uscio di comunicazione  chiuso.

-- Comunicazione! con che!

-- Ecco, -- ripigli il servitore con aria di mistero, -- con lei, che 
suo zio, si pu dire. Dev'essere... in conferenza.

-- Gi, capisco, con qualche pezzo grosso, un avvocato, un collega....

-- Non so, perch, da un pezzo che viene, io non l'ho mai veduto.

-- Non gli apri tu?

-- No, mai; l'uscio che mette dall'altra parte, in via Sallustiana, lo
apre il signor cavaliere. --

Il vecchio stette alquanto sovra pensiero; quindi osserv con molto
giudizio:

-- La scienza  arcana, ed ama nascondersi. Aggiungi che alle persone di
riguardo certe attenzioni bisogna usarle. Come ti chiami?

-- Happy, secondo l'uso di casa; Felice, secondo il registro battesimale
della Mirandola.

-- Concittadino del tuo padrone, dunque!

-- S, illustrissimo, e ci siamo conosciuti, dir cos, da bambini.

-- Ah, meglio cos! Tu devi amarlo molto, e conoscerlo... egualmente.
Senti, Happy Felice, tu mi sembri un giovanotto d'ingegno svegliato.

-- Se ella lo dice....

-- I fatti lo dimostrano; la patria lo vuole; dovresti chiamarti Pico,
senz'altro. Ho gi avuto un saggio delle tue cognizioni in araldica. Il
metallo che non si pu mettere sopra un altro metallo.... A proposito,
scommetto che ti piacciono i marenghi. --

E il vecchio Gonzaga avvicinava, cos dicendo, il pollice e l'indice
della mano destra al taschino della sottoveste, secondo la buona usanza
degli antichi.

-- Scommetta pure, illustrissimo; -- rispose Pico della Mirandola. --
Guadagna di certo; specialmente adesso.

-- Perch adesso?

-- Eh, si figuri! C' l'aggio sull'oro. Stamane il listino porta
novantaquattro centesimi, con tendenza spiccata a salire, essendoci
molta domanda per i pagamenti all'estero.

-- Tu sai di cambio come d'araldica; -- grid il vecchio, ammirato. --
Bravo! Vedi questo, se gli  di peso.

-- E di pregio, caspita! -- rispose Happy, dopo avere osservato il marengo
che gli aveva offerto cos liberalmente il Gonzaga. -- Conio del 1849,
con l'Italia libera sull'esergo; questi si vendono cari per le raccolte.

-- E di numismatica come di cambio! -- esclam il Gonzaga, ridendo. -- Ma
gi, che cos' il cambio? Numismatica applicata al contante. Suvvia,
arca di scienza, io ti ho aperto; -- prosegu, mettendosi a sedere; --
parla dunque, ti ascolto.

-- Di che cosa debbo parlare, illustrissimo?

-- Di tutto quello che sai. Sono lo zio, una specie di zio d'America,
quantunque venuto dall'Asia, e posso, e devo, e voglio sapere ogni cosa.
Il tuo padrone  in conferenza; ne avr ancora per un pezzo; occupiamo
dunque il tempo a parlare di lui. Come vive mio nipote?

-- Bene. -- rispose il servitore.

-- Ma, dico a te che lo conosci da bambino, ha debiti? --

Happy fece un gesto di meraviglia, e, se volete, anche di orrore.

-- Debiti, il mio padrone? Ohib! Queste cose si lasciano ai figli di
famiglia.

-- Ah! tu dici?... Ma sai che mi levi un gran peso dallo stomaco? Sul
serio, non ha debiti?

-- Neanche per sogno. E chi ha potuto darle ad intendere una simile
sciocch... Oh, scusi, illustrissimo!

-- Dilla, dilla intiera; -- replic il vecchio giubilante. -- E prendi
quest'altro, in ricompensa della tua buona notizia.  un Luigi XVIII;
servir per la raccolta. Non ha debiti, dunque? Ma sai che  una
maraviglia?... --

Il servitore si strinse nelle spalle, dopo avere intascato
religiosamente la seconda moneta.

-- Ma che debiti! -- esclam. -- Roba d'un secolo fa. Chi  che fa debiti,
ora? Il mio padrone ha crediti, e molti; oserei dire fin troppi. --

Il Gonzaga fu per mettere la terza volta le mani al taschino, ma si
trattenne, per non dare nella caricatura,

-- Con le tue buone notizie tu saresti capace di rovinarmi, -- rispose. --
Dunque gli  un Creso?

-- Eh, -- disse il servitore, -- se lo intende per ricco sfondato, metta
pure.

-- E che fortuna gli fai? sentiamo.

-- Cos su due piedi, non saprei.

-- Prendi una sedia; non far complimenti.

-- Oh illustrissimo, le pare? Dicevo cos per dire. Ma infine, calcolando
alla grossa, se sa liquidare a tempo, ha gi un milione e mezzo, come 
certo che io ho, per grazia di Vossignoria, quarantuna lira e ottantotto
centesimi. --

Il signor Gonzaga non istette a fare i conti sull'aggio dell'oro.
All'annunzio del milione e mezzo aveva gi dato un balzo sulla poltrona.

-- Hai detto? -- grid, ficcando gli occhi addosso al servitore. -- E se
non sa liquidare?

-- Oh, non c' questo pericolo, perch il cavaliere conosce molto bene i
suoi interessi. Ma posto il caso....

-- S, poniamo il caso; -- disse il Gonzaga, che prendeva gusto alla
conversazione.

-- Gli rimarrebbero sempre ottocento o che mila lire; -- ripigli il
servitore segretario. -- Ecco qua: centomila lire di rendita, comperata a
ottantasei, rivenduta a novanta; veda un po' che affar d'oro.
Ventiquattro azioni della Banca; le aveva a duemila, e sono ora a
duemila trecento sedici. Buon titolo, perbacco; e crescer, non dubiti,
crescer. La Banca sostiene lo Stato; lo Stato sostiene la Banca. E il
Credito mobiliare? Il mio padrone  uno dei pochi che hanno creduto in
tempo, e potrei dire che ha fiutata l'aria. Ha comperato ducento azioni
a ottocento, ha rivenduto a novecento trentasei; ricavo netto... --

Il vecchio non volle saper altro.

-- Va al diavolo! -- grid. -- Ma come? Che zio d'America sono pi io? Qui
si nuota, si naviga nell'oro. Mio nipote... il figlio di mia sorella
Cecilia... quel ragazzo che ancora tre anni fa, quando io ne ebbi le
prime notizie, studiava leggi a Bologna!... Ai miei tempi, l'oro, dagli
studenti, era ancora annoverato tra i metalli preziosi. Si parlava con
aria di mistero d'una miniera in Colco, custodita da un drago, che aveva
una faccia da strozzino. Basta, meglio cos. Quei debiti non erano mica
la cosa pi bella del mondo. Ci facevano anzi un po' di torto; senza
contare che ci obbligavano a certi studi di topografia! I nostri
successori, se Dio vuole, hanno mutata la faccia del mondo. Per altro,
amano ancora, come noi, -- osserv il vecchio, sorridendo. -- Qui c'
discretezza e mistero. La conferenza lo dice chiaro. Anche di qua sento
l'ambrosia, indizio del Nume. Bravo il mio giovane Arrigo! -- seguit,
borbottando tra i denti, ed anche a volte mandando fuori le parole, alla
guisa degli uomini che son vissuti lungamente soli e pensano, come suol
dirsi, ad alta voce. -- Amo chi ama la donna, e pi ancora chi, amandola,
mostra di rispettarla. Quando ero giovane io... Ma che fai tu, Pico
della Mirandola? -- diss'egli, interrompendo il monologo, per rivolgersi
al servitore, che s'era accostato e tendeva l'orecchio.

-- Scusi, illustrissimo, stavo a sentirla; -- rispose quell'altro, col suo
ossequio condito di malizia. --  cos istruttivo, il suo discorso!

-- Ah s, vorresti anche imparare la storia antica, briccone? --

Una scampanellata all'uscio di casa mozz le parole in bocca a Pico
della Mirandola, che gi stava per rispondere alla celia del Gonzaga, e
fu invece costretto a correre in anticamera.

Il vecchio riprese la sua rassegna, ma questa volta con animo mutato e
intieramente propenso all'ottimismo. Ottocento mila lire! Fors'anche un
milione e mezzo! Che si canzona?

Poco stante, entrava nello studio un nuovo personaggio. Era un uomo non
vecchio, n giovane, e aveva una di quelle facce asciutte a cui dareste
trenta o quarant'anni, magari venticinque, o cinquanta, tanto 
difficile raccapezzarsi, tra la barba fitta di color ferrigno e la poca
carne che apparisce alla vista. L'aspetto poi era severo, quasi triste;
gli abiti signorili, l'aria disinvolta, il passo franco dinotavano
l'amico di casa.

-- Credo che si stia vestendo, perch  tornato dianzi dalla sua
cavalcata; -- gli aveva detto il servitore, pronto alle invenzioni, e
senza darsi pensiero della versione pi esatta che s'era creduto in
obbligo di confidare allo zio del padrone. -- Se vuole aspettarlo qui,
c' anche suo zio, il signor marchese Gonzaga. --

Il nuovo venuto si avanz con molta premura, appena ebbe udito quel
nome.

-- Oh, fortunatissimo di fare la sua conoscenza, e di presentare i miei
rispetti, -- soggiunse. -- Arrigo, da parecchi giorni, non fa che parlare
di lei.

-- Ottimo cuore; -- mormor il vecchio, inchinandosi.

-- Ah s, cuor d'oro! -- rispose quell'altro. -- E l'ama molto, creda; io,
che passo le intere giornate con lui, ne so qualche cosa. Ed anche da
tre giorni lo aspettava a Roma.

-- S, lo so; -- rispose Gonzaga. -- Il suo Happy me lo stava dicendo per
l'appunto, prima che ella giungesse.

-- Ieri sera siamo andati insieme alla stazione, -- incominci il nuovo
personaggio, -- perch Arrigo l'aspettava col treno serale. Ma ella non
c'era, e il mio amico ne fu dolentissimo. Si figuri! Egli, per solito
cos calmo, era proprio fuori di s. Ma io ora l'annoio, con questi
discorsi.

-- No davvero; prosegua; mi fa anzi piacere, signor....

-- Orazio Ceprani, per obbedirla.

-- Onoratissimo! -- ripigli il Gonzaga, facendo l'inchino d'obbligo. -- Mi
fa piacere sentire da lei che Arrigo mi ama. Non ho pi che lui, di
parenti, e quando mi ha scritto che aveva bisogno di me, si figuri, mi
sono augurato un bel paio d'ali. Ma il vapore non  l'elettrico. Avevo
anche qualche faccenda di campagna da assestare, e mi pass la giornata.

-- Ella abita sul Reggiano?

-- Alle Carpinete, si figuri, nei dominii della contessa Matilde.
Ritornato da tre mesi in Italia, ho subito trovato da comperare un
podere. Un po' lontano da casa mia: ma che vuole? Laggi a Mantova non
mi conosceva pi nessuno. Siamo vecchi, ecco il guaio.

-- Vecchio, poi! A cinquant'anni!...

-- S, bravo, mi canzoni. Cinquant'otto, signor mio, e si potrebbe dir
anche cinquantanove, se in materia d'et avesse valore la massima
romana: _annus incoeptus pro integro habetur_.

-- In verit, se non lo dicesse lei... Potrebbe anche tacerlo, e far
credere ai cinquanta.

-- Non ci son dame e mi fo coraggio a confessarli tutti; -- replic
allegramente il Gonzaga. -- Li porto bene, non dico di no, quantunque
venticinque o trenta li porterei anche meglio. Ma proprio, ritornando al
nostro discorso, ma proprio, signor Ceprani, ella non poteva darmi pi
lieta notizia, e sono anche pi contento di essermi mosso dal mio remo.
Questa Roma che ho lasciata a venticinque anni, -- qui il vecchio trasse
un sospiro e corrug le ciglia, -- mi pare pi bella, ora che so di
averci qualcheduno che mi ama. A noi, vissuti le mille miglia lontani
dalla patria, invecchiati di l dai mari, in mezzo a genti barbare, come
canta nel _Belisario_ il tenore, queste cose hanno un pregio immenso, un
pregio che non lo pu intendere chi  sempre vissuto all'ombra dei
campanili e delle torri italiane. Eccole dunque, signor Ceprani, una
bella fine di mese. --

La faccia del signor Ceprani si rabbrusc, a quel ricordo innocente del
calendario.

-- Ahi, non per me! -- diss'egli in cuor suo.

-- I miei ringraziamenti, adunque, e la mia amicizia; -- prosegu il
vecchio Gonzaga, stendendo la mano al signor Ceprani. -- Gi, gli amici
di mio nipote debbono essere i miei. E badi che il titolo di amico io
non lo d per celia. Vengo dalle terre dei barbari, io! --

Orazio Ceprani s'inchin e strinse la mano del vecchio, sforzandosi di
sorridere all'arguto discorso, ma non riuscendo che a fare una smorfia.

-- Ah! -- disse Happy, andando verso un uscio di rimpetto a quello
dell'anticamera. -- Ecco il padrone. --

Aveva sentito scricchiolare i denti di una chiave nei congegni di una
certa toppa, il sapientissimo servitore.

Orazio si mosse, per andare incontro all'amico. Cesare Gonzaga si tir
indietro; anzi, per dirvi tutto, si strinse forte, si puntell alla
spalliera della poltrona, su cui era stato dianzi seduto. Era commosso,
il vecchio Gonzaga, tremava tutto, all'avvicinarsi di quel nipote che
amava tanto, senza averlo ancora veduto, che aveva giudicato da
principio un giovanotto carico di debiti, e che l per l, senz'altra
preparazione, fuor quella di un discorsetto di Happy, doveva salutar
milionario.




II.


L'uscio si era aperto, la portiera alzata, ed entrava nello studio un
giovane elegantemente vestito da mattina, non molto alto di statura, ma
ben fatto e assai sciolto della persona, biondo, un po' pallido, dai
lineamenti finissimi, dagli occhi perlati sfavillanti, sebbene per vezzo
tenesse le palpebre socchiuse, e dalle labbra sottili, leggermente
colorate, che sporgevano un tantino, in atto tra cortese ed ironico,
come quelle di un principe, di un piccolo potente della terra, che 
consapevole della propria grandezza, e vuole mostrarsi benevolo, s, ma
in un certo modo e fino ad una certa misura.

Cesare Gonzaga non bad a queste inezie. Vide il giovanotto gentile e
gli bast di aver riconosciute le sembianze di Cecilia, della sua amata
sorella. Ahim, povera Cecilia! Cesare Gonzaga, nel 1849, abbattuto
dalle sventure della patria e percosso da un altro dolore tutto suo (Ugo
Foscolo li ha descritti, questi due sentimenti, associati nella persona
del suo _Ortis_), si era allontanato, non che da Roma, dai confini della
penisola. A Mantova, intanto, sotto il dominio dell'Austria, dopo la
parte ch'egli aveva presa nelle cospirazioni e nelle guerre recenti, non
poteva tornare; perci, dopo la caduta di Roma, e dopo aver seguito il
generale Garibaldi nella sua marcia memorabile in mezzo a tante forze
nemiche, disperando oramai delle sorti italiane, si era rifugiato in
Grecia, donde, proseguendo la sua triste odissa di fuoruscito, era
andato a cercare, non gi la fortuna, ma la pace del cuore, sui lidi
estremi dell'Oriente. Solo alcuni anni dopo la sua partenza, Cecilia
Gonzaga era andata sposa alla Mirandola; e col era vissuta nella
oscurit d'una famiglia non ricca n povera, col era rimasta vedova
dopo dieci anni di matrimonio, col era morta dopo altri dieci o dodici
di vedovanza, lontana dal suo unico figlio, che studiava leggi a
Bologna, e senza aver potuto rivedere il fratello, di cui troppo scarse
erano giunte le notizie in famiglia. Cesare Gonzaga non era nato per la
mercatura; soldato, aveva fatto il soldato. Da principio si diceva che
col grado di colonnello tra i ribelli indiani avesse partecipato alla
epica impresa di Nana Sahib; pi tardi, e dopo un mondo di notizie
contradittorie, si era venuto a sapere che militasse ai servigi di un
principe indipendente, nel centro dell'India. Una lettera sua era venuta
a confermare l'annunzio, e a rassicurare la famiglia (triste avanzo di
famiglia, poich i vecchi erano morti da un pezzo) intorno alla sorte
del profugo. Uno scambio di notizie aveva potuto stabilirsi tra fratello
e sorella, e per tal modo Cesare Gonzaga, _rais_ e _gemadar_ del gran
signore di Revah, nel Bogelcund, seppe un giorno di avere un nipote,
Arrigo Valenti, avviato allo studio della giurisprudenza nella
universit di Bologna. Qualche anno dopo, preso dal desiderio della
patria, era ritornato in Europa, ricco di una bella sostanza che gli
avevano fruttata i suoi lunghi servigi; da Brindisi era corso a Mantova,
per risalutare il suo duomo, da Mantova alla Mirandola, per abbracciar
la sorella, ma ohim, per piangere invece sulla sua tomba. Aveva chiesto
notizie di Arrigo, e gli era stato detto che Arrigo, compiuti gli studi
legali, viveva a Roma, ove certamente a quell'ora aveva finite le
pratiche. Ora, di tutti i luoghi che Arrigo poteva scegliere per sua
residenza, Roma era l'unico in cui Cesare Gonzaga non sarebbe andato
volentieri a cercarlo.

Pensate ai dolori che lo avevano mandato esule volontario della patria,
e indovinerete la cagione di quella ripugnanza di Cesare. Arrigo, dal
canto suo, doveva pur sapere, per lettere dei Mirandolesi, che uno zio,
il suo unico zio materno, gli era ritornato dal centro dell'India; ma
sul principio pareva non averne fatto caso, lasciando che quello zio,
triste della solitudine che il tempo e l'assenza avevano fatto intorno a
lui, andasse a rinchiudersi, rovina d'uomo, tra i monti del Reggiano,
daccanto alla rovina di un antico castello della contessa Matilde. Da
tre mesi era il Gonzaga in Italia, da due spartiva il suo tempo tra
Reggio e la tenuta delle Carpinete, dove il freddo era rigido e dove
bisognava portare quasi tutto il necessario per allogarsi decentemente,
allorquando giunse la lettera di Arrigo. Era in singolar modo
affettuosa, chiedeva notizie, accennava al desiderio, che quel povero
giovanotto, rimasto solo della sua casa, aveva vivissimo nel cuore di
vedere il fratello di sua madre; e non pure accennava al desiderio, ma
all'urgente bisogno.

Il figlio di Cecilia scriveva; e Cesare Gonzaga, a mala pena collocato
nella sua tenuta, dove faceva conto di morire tra le sue memorie e con
gli occhi alla santa natura, amica e consolatrice di chi ha molto
sofferto, Cesare Gonzaga, dico, si era spiccato dal suo nido per andare
dal nipote, vincendo la ripugnanza che lo teneva lontano da Roma, dalla
eterna citt che egli non aveva pi veduta dopo l'eroica difesa del
Vascello, dopo la dolorosa morte di tanti compagni d'armi, e la
vergogna, pi dolorosa a gran pezza, di nuovi stranieri entro le mura di
Camillo. Ed era l, il tardo reduce, era l, in quello studio,
appoggiato a quella poltrona, col cuore trepidante e gli occhi gonfi di
lagrime, davanti al giovanotto sorridente, che nei lineamenti gentili
del viso e pi nei vividi occhi perlati gli ricordava la sua povera e
cara sorella. Come si sentiva destinato ad amarlo! Come disposto a
sacrificargli tutto s stesso! E frattanto, quel biondo ragazzo che gli
aveva scritto con tanta premura: "Venite, ho gran bisogno di voi" era un
milionario, in apparenza, e, secondo l'opinione dei pi, anche nella
sostanza, un felice. Ma allora, che bisogno aveva Arrigo di lui? Certo
era il bisogno di un parente, di un amico vero, di un consolatore. Si 
tanto poveri, quando si  soli!

Orazio Ceprani si era fatto avanti, per stringere la mano di Arrigo.

-- Veramente, -- diss'egli, -- non dovrei essere io il primo, quest'oggi.
Eccoti lo zio tanto aspettato. --

Arrigo Valenti si volse a guardare verso il fondo della camera, e un
lampo di gioia gli balen dagli occhi, che, manco male, aveva finalmente
aperti e spalancati. Guard un istante quel vecchio alto e severo, che
si faceva forza per vincere la sua commozione, e gli and incontro col
sorriso sulle labbra.

-- Zio, come ti son grato! -- esclam quindi, cadendogli nelle braccia.

Quell'altro non seppe pi reggere alla piena degli affetti, e diede in
uno scoppio di pianto.

-- Come son sciocco, non  vero? -- diss'egli, con voce rotta dai
singhiozzi. -- Per un soldato,  veramente troppo. Ma vedi, ragazzo mio,
tu somigli a tua madre... come una stella somiglia ad un'altra. Lasciati
abbracciare, Arrigo! Lasciami piangere! Sono i baci e le lagrime che non
ha avuto tua madre. --

E lo abbracciava ancora, e lo guardava e piangeva. Arrigo lasciava fare
e sorrideva, anch'egli intenerito da quella semplice e quasi epica
dimostrazione di affetto.

Finalmente, chetato un poco quell'ardore di abbracci, Arrigo prov di
avviare il discorso.

-- Zio, -- diss'egli, -- che cosa avrai pensato di me, che ho fatto tanto a
fidanza col tuo buon cuore? Senza esser neanche conosciuto da te, ho
ardito pregarti....

-- Che! che! -- interruppe il Gonzaga. -- Era naturale. C'era forse bisogno
di conoscerti, per accorrere alla tua chiamata? Infine, eccomi qua.

-- Era di Cesare il venire, come il vedere ed il vincere; -- osserv
modestamente Orazio Ceprani.

Arrigo ricord allora il suo debito di padrone di casa.

-- Permetti, -- incominci, -- che io ti presenti il nostro Orazio Ceprani,
uomo di borsa, e di cappa e di spada, poich  sopratutto un
compitissimo cavaliere.

-- Ah, ci conosciamo da mezz'ora; -- rispose il Gonzaga. -- Ed io l'ho gi
per amico, perch egli mi ha detto un gran bene di te, mentre stavamo
aspettandoti.

-- Perdonami, zio! Avevo un colloquio d'affari.... Non ti aspettavo, con
la corsa del mattino. Ier sera non eri giunto....

-- Che vuoi? Appena ricevuta la tua lettera avrei fatto le valigie; --
rispose il Gonzaga. -- Ma avevo anche un mondo di piccole faccende da
sbrigare laggi. Speravo, veramente, di averti alle Carpinete; ma gi,
con quel freddo!

-- Oh, zio, il freddo mi avrebbe dato poca noia. Pensa piuttosto che mi
era impossibile di muovermi.

-- Te lo credo, ora; ma laggi, vedi, mi pareva che tu avresti dovuto
correre. Basta, non ne parliamo pi a lungo. Ho fatto il miracolo di
Maometto. La montagna non volle venire a me; io venni alla montagna.

-- Come si fa? -- disse Arrigo, sospirando. -- Tu eri anche il pi libero
dei due. Per ci sei venuto.... e perci rimarrai.

-- Non correr tanto! Vedremo, penseremo. Tu per ora fa i fatti tuoi.
Avrai forse da parlare col signor Ceprani. --

Il Ceprani, tirato in mezzo, cominci con accento perplesso:

-- S, ero venuto da te. Arrigo.... Ma ora che c' tuo zio....

-- Non badi a me; -- interruppe il vecchio. -- Io mi ritiro in buon ordine.
--

Orazio Ceprani era l per lasciarlo andare; ma tosto cambi di
proposito. Per quello che aveva da dire e da ottenere, la presenza di un
terzo non doveva guastare; che anzi!

-- No, finalmente, perch? -- diss'egli, trattenendo il Gonzaga col gesto.
-- Con lei si pu parlare. Arrigo, -- prosegu, rivolgendosi all'amico, --
ero venuto a chiederti un servizio. Oggi dovrei ritirare quelle duecento
Ausonie....

-- E ci perdi ottomila lire; -- not Arrigo Valenti. -- Te lo avevo pur
detto!

-- Che vuoi? Promettevano cos bene! Il Governo doveva assumere egli, da
un momento all'altro... Insomma, che farci? Tu hai veduto pi lontano e
pi giusto di me. Io m'inchino, e ti chieggo cinquemila lire in
prestito, per completare le mie differenze di questo mese.

-- Ah! mi duole davvero! -- esclam Arrigo, levando i suoi begli occhi al
cielo. -- Mi duole nel profondo dell'anima. Oggi  un cattivo giorno, per
gli affari. Non ne ho. --

Orazio Ceprani aveva chinato la testa, con un gesto tra incredulo e
rassegnato. Perch, infine, non poteva credere che ad Arrigo Valenti
mancassero cinquemila lire da render servizio a un amico in un cattivo
quarto d'ora, e non poteva neanche, per le buone creanze, aver l'aria di
non crederlo.

Per altro, se Orazio Ceprani aveva chinata la testa, l'aveva in sua vece
rizzata il signor Cesare Gonzaga.

-- Ma le ho io! -- diss'egli, entrando terzo nella conversazione, e
facendo dare un balzo di maraviglia ai due giovani. -- Non si sa mai, ho
detto tra me e me, nel partire da Reggio. Anzi, vedi, Arrigo mio, 
stata questa la ragione vera per cui ho ritardato un giorno a venire. Tu
mi perdonerai, Arrigo; -- soggiunse, mentre metteva mano al suo
portafoglio, gonfio di biglietti di Banca e sprovveduto di biglietti di
visita; -- credevo di aver a fare con un nipote.... d'altra specie, e
perci ero venuto con molta munizione. Ho ventimila lire qua dentro, e
il resto in una tratta sul banco Manfredi. Eccole dunque, signor Ceprani
carissimo; questi son cinque da mille. --

Orazio Ceprani era rimasto interdetto; non sapeva se dovesse prender
subito, o rifiutare, almeno per cerimonia: intanto abbozzava un "ma io,
veramente..." di un effetto assai comico.

-- Non faccia complimenti, la prego; -- ripigli il Gonzaga. -- Ella 
amico di mio nipote, e gli amici di mio nipote sono i miei. Alle corte,
non mi vuole per creditore?

-- Oh, che dice ella mai? -- mormor il Ceprani, commosso. -- La ringrazio,
ed accetto, perch il bisogno era urgente, e sono ottantamila lire che
mi coster questa liquidazione di gennaio. Grazie anche a te, Arrigo, --
soggiunse, mentre intascava i cinque biglietti, -- perch in casa tua ho
ricevuto il benefizio. Vado dunque a raccogliere tutte le mie forze, i
miei ottantamila franchi, ed ahim non per condurli alla riscossa. Si
pranza insieme, quest'oggi?

-- Perch no? -- disse Arrigo. -- Si potrebbe anzi incominciare dalla
colazione, se hai tempo.

-- Lo trover. Per che ora?

-- Ma, non saprei; bisogner sentire mio zio.

-- Oh, non badare a me; -- disse il Gonzaga. -- Io son vecchio, e i giovani
sentono forse pi presto le voci dello stomaco.

-- A mezzod, allora? O alle undici?

-- Sia pure per le undici.

-- Tra un'ora, dunque; -- conchiuse il Ceprani, guardando l'orologio. -- Mi
diano il tempo di correre alla Borsa, e sono subito di ritorno. Vuoi
nulla, tu?

-- No, -- disse Arrigo, -- ci ho il mio agente. A rivederci. E bada, non
pi Ausonia, per ora! --

Orazio Ceprani rispose con gesto, che voleva dire: "ho capito" e poi

    _si dilegu, come da corda cocca._

Arrigo fu molto soddisfatto di vederlo partire.

-- Finalmente! -- mormor. -- Il passo sar libero, ora. Se permetti, zio,
vado a dare libert a qualcheduno. Con questi amici, che ronzano sempre
ne' miei paraggi, bisogna sempre stare in vedetta.

-- Fammi almeno sapere dove debbo ritirarmi, per lasciar passare i tuoi
misteri, -- disse ridendo lo zio.

-- Oh, non importa, c' un'altra scala. Il guaio  che mette in una via
troppo vicina all'ingresso principale. Uno che esca di qua e svolti
nella strada di fianco... capirai!

-- Capisco, pu indovinare i tuoi segreti di Stato, o di Banca. Anzi,
diciamo addirittura di Banca, per restare nel genere femminile. --

Arrigo fece un gesto di ragazzo contrito, e and nella camera attigua.
Due minuti dopo era di ritorno.

-- Del resto, -- disse il Gonzaga, tanto per riattaccare il discorso, -- un
bravo giovanotto, quel Ceprani?

-- Ah, s, lascia che ti sgridi, caro zio! -- rispose Arrigo, mettendosi
sul grave. -- Che prodigalit son queste? Hai le mani bucate, a quanto
pare. Sei appena arrivato in Roma, e gi ti adatti all'ufficio di
vittima. Caleranno i corvi, non dubitare, caleranno a centinaia, per
levarti i pezzi. Qui, dopo l'acqua, delle fontane, non c' altra
abbondanza che di corvi.

-- Non mi credere troppo stolido, via! -- replic il Gonzaga. -- Una volta
non conta per uso. Ma non  tuo amico, questo Ceprani?

-- Amico, s, non lo nego. Ma gli amici non hanno da esser mica vampiri,
per succhiarci il nostro sangue. Caro zio, ci ho una massima, io: il
cielo per tutti, e ognuno per s. A buon conto, io non ho mai chiesto
nulla a nessuno. --

E il viso di Arrigo aveva preso una espressione di durezza, che diede
nell'occhio, ma pi ancora sui nervi, al vecchio Gonzaga. Non era pi
quello, perbacco, il viso di sua sorella Cecilia.

-- Ne sei ben sicuro? -- diss'egli, dopo un istante di pausa. -- Ed anche
senza ricorrere alla borsa altrui, non ci sono servigi che ci  mestieri
qualche volta di fare, o di chiedere? Le amicizie, cos belle nel loro
disinteresse, in certi momenti, e senza secondi fini, non sono esse un
capitale che si sfrutta?

--  un'altra cosa; -- rispose Arrigo. -- Il Ceprani  mio amico. Spenda la
mia amicizia, la faccia valere, ma non tocchi la mia borsa.

-- Sei troppo rigoroso; -- not il vecchio. -- Ma che uomo  costui?

-- Un buon diavolo, ed anche onesto, per quel che fa la piazza; ma di
affari s'intende com'io di greco, che n'ho avuta una tintura al Liceo.
Aggiungi che ha una mano cos disgraziata, da guastare tutto quello che
tocca. Ha sempre qualche preziosa notizia, per certe sue attinenze con
uomini di governo, ed io ne cavo profitto... facendo tutto il contrario
di ci ch'egli fa.

-- Vedi dunque che tu lo spendi; in qualche modo fai capitale di lui.

-- Eh, se tu la intendi cos, caro zio, tutti avranno diritto ad una
parte della mia sostanza, mentre io so di non doverla che a me.

-- Ah, s, parliamone un poco, -- disse il vecchio, cui capitava la palla
al balzo. -- Ti sei dunque fatto uomo di banca?

-- Come vedi, lavoro, senza affaticarmi troppo.

-- E la giurisprudenza?

-- Da banda. Ho compiuti i miei studi; serviranno a tempo opportuno,
quando sar il caso di pensare agli onori. Anche con l'avvocatura si
arriva; ma il mondo mormora. Si ha invidia degli avvocati, caro zio, e
non c' politicante da caff che non tiri la sua sassata ai ciarloni.
Per altra via, e pi sicura, io fo conto di arrivare.

-- Arrivare! E dove?

-- Zio! -- sclam Arrigo, guardando il vecchio con aria di stupore. -- Sei
tu che me lo domandi? Tu, che sei arrivato.... dall'India?

-- S, dall'India a Brindisi, e via discorrendo, -- rispose il Gonzaga. --
Ma tu, dove diamine vuoi arrivare?

-- Alla fortuna, alla potenza, alla felicit.

-- Egregiamente, e lo studio ti ci avrebbe condotto, per una via pi
lunga, lo concedo, ma pi sicura, e con miglior compagnia. Perdonami la
franchezza.

--  la tua opinione; -- rispose Arrigo, inchinandosi, -- ma non 
egualmente il tuo esempio. Sicuro: che cosa hai fatto tu, mio ottimo
zio?  forse lo studio delle leggi, son forse i libri, che ti hanno dato
ricchezze e buon nome per giunta?

-- Non parliamo di me; io le ho fatte grosse.

-- Parliamone, anzi. Ti sei accorto un giorno di avere sprecata la tua
giovinezza e le tue sostanze in parecchie folle....

-- Tra le quali un paio di guerre per l'indipendenza del mio paese; ti
prego di metterle in conto; -- interruppe il Gonzaga.

-- Ci venivo dopo, -- replic Arrigo prontamente, -- e volevo anche
aggiungere una pena di cuore....

-- Lascia stare, non frugar nelle ceneri! -- grid il vecchio, turbato.

-- Perdonami, zio; me ne aveva fatto cenno mia madre. Infine, ecco qua:
io, ammaestrato dagli esempi della tua prima giovinezza e non avendo pi
nobili folle da commettere, poich ho avuta la... disgrazia di nascere
troppo tardi, incomincio da dove tu hai cangiato sentiero. So bene quel
che vuoi dirmi; le gaie spensieratezze, il vivere conforme alla propria
et, l'aspettare la fortuna, facendo versi cattivi e abbaiando alla
luna! Il secolo invecchia, caro zio, e non vuol pi saperne, di questi
perditempi. "Essere o non essere, ecco il punto." Vedi? Se tu non ami la
prosa, questa  poesia, e di un sommo. Il mondo  di chi se lo piglia; e
perch lo lascerei afferrare da tanti, mentre anch'io sento di avere una
mano, che pu far servizio come quella degli altri? Ogni cosa a suo
tempo, lo capisco; ma chi ha tempo non aspetti tempo. Fare e far subito:
e poich il denaro  il nerbo della guerra, pensiamo al denaro. C'erano
degli uomini, sai, i quali si credevano ogni cosa al mondo, solo perch
avevano il denaro, e, mentre gli altri guardavano fidenti all'orizzonte
lontano, essi vogavano sodo, alla galeotta, tirando bravamente a s.
Anch'io ho imparato il loro giuoco, e _c'est pas plus malin que a_. Non
sono io un savio ragazzo? Credevi di dover venire a frenarmi, fors'anche
a trattenermi sull'orlo del precipizio, ed ecco, tu trovi invece che io
vado di buon passo per la strada maestra. Non avrai che a lodarmi, zio,
e mi favorirai pi volentieri in ci che io sono per chiederti. Perch,
vedi, di te ho bisogno davvero; non mi vergogno di ricorrere a te, e
sar lieto di chiamarmi tuo debitore. --

Il discorso era stato brutto, o almeno poco simpatico; ma la chiusa era
molto migliore.

-- C' ancora qualche cosa, l dentro; -- pens lo zio Cesare, che gi
aveva incominciato a scandalizzarsi, fiutando l'egoista.

E rifacendosi la bocca in quella chiusa pi garbata, rispose:

-- S, per l'appunto, che cosa volevi da me? Se non ti occorrono consigli
di saviezza e non hai bisogno ch'io paghi i tuoi debiti, in che altro
pu esserti utile uno zio? fammi il piacere di dirmelo.

-- Ecco, in poche parole ti spiego ogni cosa; -- replic il giovinotto.

Ma proprio in quel punto, un'altra scampanellata all'uscio di casa ruppe
il filo del discorso di Arrigo.

-- Diamine! -- esclam lo zio Cesare. -- Ecco un altro importuno.

La maliziosa figura di Happy comparve poco stante sul limitare.

-- Il signor conte Morati di Castelbianco; -- disse il servitore,
tirandosi da un lato.

Arrigo si era prontamente alzato.

-- Perdonami, zio; -- diss'egli inquieto; -- proseguiremo il nostro
discorso pi tardi.

-- O lo incominceremo; -- comment lo zio; -- perch finora non mi avevi
detto nulla. --




III.


Il nuovo venuto era un signore smilzo, dalla faccia scarna e dalla pelle
risecchita, che pareva di cartapecora; ma aveva i capelli e i baffi neri
morati, veramente degni del suo cognome. Gli occhi erano grigi, e non
dovevano vederci molto, perch il conte, abbassando la testa con un atto
che pareva di consuetudine, e che lo aiutava a nascondere nella cravatta
le grinze del collo, si piantava, entrando nello studio di Arrigo
Valenti, una lente cerchiata d'oro nella cavit dell'occhiaia destra.
Era vestito all'ultima moda, d'un soprabito nero con le rivolte di seta,
la cravatta di colore, permessa soltanto di mattina ai moderni
cavalieri, i calzoni grigi, di stoffa e disegno autenticamente inglesi,
e finalmente un pastrano corto di panno chiaro, tra il verde oliva e il
lionato.

Arrigo gli era andato incontro con molta premura.

-- Conte, -- diss'egli, -- che fortuna  questa per me!

-- Caro Valenti, -- rispose quell'altro, con una vocina di chioccia
infreddata e smozzicando l'erre, -- dite il piacere di venire a vedervi.
Ci trascurate un pochino, sapete? Speravo di vedervi a cavallo,
quest'oggi, ma voi vi siete rintanato in casa, mio bel tenebroso! Perci
sono venuto a scovarvi, e devo a questa amichevole risoluzione la vista
di un piedino meraviglioso. Finora, in parola d'onore, di piedini cos
belli non ne avevo veduto che in casa mia.

-- Che dite mai, conte? -- esclam Arrigo, sconcertato dal paragone.

-- S, proprio; -- continu il Ganimede; -- se non avessi veduto che il
piedino, avrei giurato che fosse quello di mia moglie. Ma la dama che ho
veduta qui presso, in via Sallustiana, era vestita di color marrone. Ora
la contessa odia i marroni; non pu soffrire neanche il colore. --

Cesare Gonzaga osserv che suo nipote era sulle spine. Via Sallustiana,
la scala di l, il colloquio d'affari, gli si affacciarono alla mente
collegati per un filo arcano alla dama del piedino maraviglioso.

-- Conte, -- diceva frattanto Arrigo, per rompere quel discorso cos poco
piacevole, -- permettete che vi presenti mio zio, giunto a Roma stamane.

-- Ah, l'aspettato, il desiderato marchese Gonzaga? Fortunatissimo di
conoscerla! -- disse il conte Morati.

-- S conte; -- rispose il vecchio inchinandosi. -- Cesare Gonzaga, per
obbedirla, ma senza il titolo che la sua bont mi attribuisce.

-- Zio, ci hai diritto; -- entr a dire Arrigo, che non poteva mandar gi
quella rinunzia alla corona marchionale. -- Sei l'ultimo dei Gonzaga di
Luzzara, e questi sono sempre stati marchesi. In casa tua c'era anche
l'albero genealogico.

-- Ah, l'albero! -- rispose il vecchio ridendo. -- S, c'era, in casa; ma
il giorno che non diede pi frutto, mano alla scure, e ziffe! Ho
bruciato l'albero, signor conte, e mi son rifatto modestamente dal
ceppo.

-- Ella  molto ricco, da quanto mi ha detto Arrigo; -- not il conte
Morati. --  un'altra bella cosa. Io, per dirle la verit, vado
allegramente in rovina. --

E sedette, il vecchio Ganimede, facendosi una spagnoletta.

-- Diamine! -- pens Cesare Gonzaga. -- Debbo io tirar fuori il portafogli,
o tenerlo ben chiuso in tasca?

-- Ma intendiamoci, -- proseguiva il conte, scherzando con le parole come
le sua dita scherzavano con la carta velina, -- adagino, senza fretta.
Non ho figli, n conto di averne per ora. E mi verr forse il desiderio,
pi tardi? Io gi non li amo, i ragazzi. Quando sar pi avanti con gli
anni, chi lo sa? Basta, mio caro Valenti, -- soggiunse il conte,
accostando la spagnoletta alla fiamma della candela, che Arrigo gli
aveva premurosamente accesa, -- ho veduto, venendo da voi, il pi bel
piede d'Italia. E poco dopo, davanti al vostro portone, i due pi bei
cavalli d'Inghilterra. Vengono, nientedimeno, dalle scuderie del duca di
Blackborne. Li possiede il Meissner, che se ne va da Roma e vuol
venderli. Che stupendi animali! Il piedino mi  sfuggito, perch entrava
allora in un brumme, che and via di galoppo; ma i cavalli, perbacco,
non dovrebbero sfuggirmi. Appena uscito da voi, passo dal mio ministro
delle finanze, e se ha danari in cassa, mi slancio a conquistar la
pariglia.

-- Conte, -- disse Arrigo, che aveva frattanto ricuperata la sua calma, --
se il vostro ministro delle finanze tenesse fermo sulle economie,
ricordate che la mia cassa  ai vostri comandi.

-- Grazie, Valenti, grazie infinite.

-- Accettate, dunque?

-- Accetterei, dato il caso; ma il caso non si dar. Il mio ministro  un
brav'uomo; mi rizza un po' il muso, quando mi vede dare certi strappi;
ma poi si rimette, e quando non ne ha pi,  segno che ne ha ancora. 
un ministro prezioso, in fede mia! Venite a pranzo da noi, quest'oggi?
La cosa spiacer un pochino a mia moglie, che non vi ha tra le sue
simpatie; ma non importa, rideremo. --

Cesare Gonzaga stava ascoltando a bocca aperta quello strano
personaggio, che sfringuellava con tanta leggerezza i fatti suoi. Ma
quando il signor conte venne a parlare delle antipatie della moglie, non
seppe pi trattenere una piccola osservazione.

-- Arrigo, ti fai dunque odiare a questo modo?

-- Non badi; -- rispose il conte. -- Si tratta di capricci, di ubbe
femminili. La contessa stima molto il mio amico Valenti, ma le pare
troppo serio, troppo asciutto, e che so io. Del resto, mio caro Arrigo,
penso anch'io che Giovanna abbia un po' di ragione. Siete troppo grave,
troppo asciutto, troppo savio, per la vostra et. Si direbbe che non
siate mai stato giovane.

-- Prover a diventarlo poi; -- rispose Arrigo, sorridendo pacatamente,
come un dio dell'Olimpo.

-- Ah, meno male! Venite dunque?

-- Conte, quest'oggi  impossibile. Mio zio  arrivato stamane.

--  vero, non ci avevo pensato; bisogna star con lo zio. Ma pi tardi,
almeno, per il t? Presentiamo lo zio alla contessa, e son certo che le
piacer pi del nipote. Accetta, signor Gonzaga?

-- La bandiera ha dunque da coprire la merce? -- disse lo zio Cesare. --
Bandiera vecchia, ahim! --

Il conte fece una spallucciata, a quelle parole del Gonzaga.

-- Vecchia? Eh via! -- esclam. -- C' egli dei vecchi tra noi, se
escludiamo suo nipote? Badi, dunque, annunzio la sua visita. Ella
trover molta gente, quel che ci vuole per esser pi liberi. Avremo
parecchie tra le celebrit femminili di Roma, che, in punto di donne, ha
sempre l'impero del mondo; per esempio la Savelli, bellezza stagionata,
se vogliamo, ma solida; la Carini, che  sempre tanto carina; la
Manfredi, che  un fiore appena sbocciato.... --

Arrigo a quel punto interruppe la rassegna, che poteva diventar lunga
come quella delle navi, in Omero.

-- Verranno i Manfredi? -- diss'egli. -- Senti, zio? Ecco una buona
occasione per te. --

Lo zio Cesare, che quel lieve accenno ad un fiore appena sbocciato aveva
gi fatto fremere, sollev lentamente il petto, come per chiuder la via
ad un sospiro; poi crollando la testa, rispose:

-- Ti pare? Non ho ancora veduto Andrea.

-- Conosce il senatore Manfredi? -- grid il conte Morati di Castelbianco.
-- Un uomo d'oro, al proprio e al figurato!

-- Se lo conosco! -- rispose Cesare Gonzaga, mettendo quella volta
liberamente il sospiro che aveva trattenuto da prima. -- Andrea Manfredi
fu il mio amico di giovent, il mio compagno di studi, il mio fratello
d'armi. Abbiamo combattuto insieme, in questa Roma divina! Che direbbe
ella dei fatti miei, signor conte, se io, amico suo da tanti anni e
ritornato finalmente nella citt dov'ella abita, la dovessi combinare in
casa d'altri, senza esser venuto direttamente, prontamente, a cercarla?

-- Eh via, zio! -- entr a dir Arrigo. -- Ci vai dopo colazione, e il colpo
 fatto.

-- Arrigo consiglia bene, come sempre; -- not il conte. --  veramente
Arrigo il savio; lo ascolti. Siamo dunque intesi; a rivederla questa
sera, e lietissimo della fortunata occasione. Addio, Arrigo! Vado dal
ministro delle finanze, per quella pariglia che mi sta sul cuore....
come quel piedino di fata.

-- Sempre? -- disse Arrigo, ridendo per quella volta liberamente.

-- Che ci volete fare? Sono un povero peccatore che il diavolo ha sempre
pigliato dai piedi. --

E se ne and, ridendo della sua frase, che gli era parsa argutissima.

Rimasto solo con Arrigo, il vecchio Gonzaga si piant davanti al nipote
e gli ficc addosso gli occhi scrutatori.

-- Dimmi, Arrigo.... il piedino di via Sallustiana....

-- Non mi chieder nulla, zio; -- rispose quell'altro. -- Il Castelbianco mi
aveva fatto da principio una gran paura. E adesso, poi, adesso che son
vicino a ricogliere il fiato!... Se tu non fossi venuto quest'oggi,
direi che  un giorno nefasto.

-- Ma lui.... il conte....

-- Corteggia le ballerine, le mime, le cavallerizze. Ha sessant'anni e
tinge disperatamente.  una caricatura.

-- Eh, l'ho veduto. E facendo ridere, il che  gi brutto, va anche in
rovina?

-- Non lo credere; -- rispose Arrigo. --  un suo vezzo di parlare cos, un
ticchio di gran signore. Ne ha spesi molti, in giovent, ma ancora oggi
pu valere un paio di milioni. Ed  conte.

-- Che cosa vuol dire?

-- Vuol dire moltissimo, zio. Anzi, vedi, ti prego di non incocciarti
nella tua democrazia, che fa a pugni col tuo casato. Qui il disprezzo
dei titoli non  di moda. Chi ne ha uno lo inalbera; chi non l'ha lo
inventa. I titoli nobiliari son tutto, perfino negli affari, ove non
dovrebbero aver valore che quelli di banca. Non si fa un consiglio
d'amministrazione di miniere, di strade ferrate, di vapori e via
discorrendo, che non ci mettano una mezza dozzina di corone. Non fanno
nulla; ne ho sentiti io che dicevano cose... dell'altro mondo; ma non
importa, ci stanno bene, decorano. Ed anche nelle livree, senti, una
corona non guasta.

-- Che folle! -- esclam il Gonzaga.

-- Folle! -- Lo dici tu, che ritorni dall'India. Ma il nostro mondo
occidentale  fatto cos; prendiamolo com'. --

Il vecchio Gonzaga stette alquanto sopra di s; poi disse, con accento
malinconico:

-- Arrigo, Arrigo, sei tu che parli cos? La nobilt del sentire e
dell'operare, quella  la vera. Anch'io amo i bei nomi.... quando sono
portati bene da non degeneri nipoti. Ma poi, vedi, la penso come
Isocrate. Ti parr strano che io venga dall'India per citarti Isocrate;
ma non ti stupire,  un ricordo di scuola. Per Isocrate, adunque, la
nobilt risiedendo tutta nel capostipite e derivando da lui, valeva
meglio che l'uomo fosse egli capostipite della propria. Chi erano gli
antenati di Pipino d'Heristal? Se ne conosce uno, uomo dappoco, e solo
da Pipino d'Heristal incomincia il lustro dalla casata. Aggiungi a
questo Pipino la gloria di altri due nomi, Carlo Martello e Carlo Magno,
perch io ti ho voluto citare l'esempio pi favorevole alla tua tesi; e
che cosa vien poi? che cosa rimane della stirpe nobilissima? Un branco
di sciocchi. Dunque, ragazzo mio, non ci vantiamo tanto di una nobilt
che non  discesa "per li rami" e cerchiamo invece di fabbricarcene una,
che sia ben nostra, e frutto di azioni virtuose. --

Arrigo Valenti non la intendeva cos.

-- Parole! -- mormor egli. -- Ma nel fatto....

-- Orvia, non voglio sentir altro! -- grid Cesare Gonzaga, che
incominciava a perdere la pazienza. -- Vedi, Arrigo, se tu non amassi, la
qual cosa mi riconcilia un pochino con te, ti crederei diventato
cattivo.

-- Amo, s! -- disse il giovane, -- e appunto perci ti ho pregato di
venire a Roma.

-- Alla buon'ora! E in che modo potrei servirti io?

-- Presentandomi in casa Manfredi.

-- Oh! -- disse lo zio, inarcando le ciglia. -- E dovevo venir io a bella
posta dall'India?

-- Come per citarmi Isocrate, sicuro. Ecco qua, zio, lo stato delle cose.
Il senatore Manfredi  molto sostenuto con me. Con tutte le mie
relazioni, con tutti i miei denari, non mi riesce di penetrare in quella
casa. Ci troviamo spesso insieme, ora in una conversazione, ora in una
festa da ballo; ma niente mi serve; il banchiere senatore  sempre di
ghiaccio con me, ed io non ho potuto ancora rompere quel ghiaccio. --

Cesare Gonzaga era stato a sentire attentamente il discorso di suo
nipote. Appena questi ebbe finita la sua esposizione, il vecchio rimase
un pochino sovra pensiero, masticando qualche frase, che stentava ad
uscirgli di bocca.

-- Parliamoci schietto; -- diss'egli finalmente. -- Saresti in qualche cosa
venuto meno a certi principii?... Andrea, se  sempre l'uomo che io ho
conosciuto, su certe materie non ischerza.

-- Zio, -- rispose Arrigo con accento sicuro, -- non ho mai fatto cosa di
cui debba arrossire. Ho imparato da ragazzo a meditare sulle mie azioni,
e se sono venuto al punto di non far mai se non quello che metteva conto
a me, credi pure che ci sono riuscito senza offendere il diritto degli
altri. Il Manfredi non mi ha in grazia. Perch? Lo sapr lui; fors'anche
non lo sapr. Ci sono qualche volta delle antipatie irragionevoli. A
buon conto, egli non sa che io sia tuo nipote, n io ho creduto prudente
di dirglielo, amando meglio di aspettare, per ferire un gran colpo. Una
sera, in casa Savelli, me presente, ricordando nomi ed uomini del
passato, egli venne a parlare di te, e il suo gelo si squagli come per
incanto; ti cit come un esempio di alto carattere, come un modello di
amico; insomma, ne disse tante, che lasci tutti maravigliati, non
solamente dei tuoi meriti, ma anche della sua eloquenza. In verit, non
ne aveva mai sfoderata tanta in Senato.

-- E allora, -- osserv il Gonzaga, ridendo -- ti  venuto in mente di
chiamare a Roma quel fior di virt? Guasti pur troppo la bella immagine
che io m'ero formata dell'amor tuo. Bene! bene! La giovent  sempre un
pochino egoista. Gi, per dirtela schietta, mio caro nipote, in
parecchie cose ti vorrei vedere, per la tua et, meno uomo.  una mia
idea, ed avremo tempo a discorrerne. Dimmi, invece, come e perch ho da
servirti io, presso il banchiere Manfredi? Di credito non ne hai
bisogno, a quanto so. Vorresti forse entrare in qualche operazione
bancaria con lui?

-- Ha una figlia; -- rispose Arrigo.

-- Ah! Il fiore appena sbocciato; -- disse lo zio Cesare, sospirando da
capo. -- E l'ami?

-- La voglio.

--  un po' diverso, ma potrebb'essere, in certi casi, lo stesso. Ma,
scusami, e quell'altra? Povera donna....

-- Oh, Dio mio! Ce ne son tante, di queste povere donne!

-- E perch ce ne son tante, tu vorresti aggiungerne un'altra?

-- Infine, -- disse Arrigo, vedendo che lo zio si rabbruscava, -- non
credere che ella mi ami. Mi ha detto, anzi, che tutto ha da finire tra
noi.

-- Giuramelo! che cos'hai di pi sacro?

-- Per la memoria di mia madre; -- rispose Arrigo.

Il vecchio si rasseren, udendo l'invocazione, che non poteva essere
bugiarda.

-- Quand' cos; -- riprese, -- tanto meglio! In fondo, non mi mettevo io a
predicare la costanza.... nella illegalit? Bei consigli da vecchio! Or
dunque, mio bell'Arrigo, sebbene mi dispiaccia un pochino di rifar la
vita dei salotti e delle conversazioni, spendimi pure; sar il tuo uomo.
E dimmi, ci sono gi vincoli, in aria?

-- No, -- disse Arrigo, che aveva capito a volo, -- ma potrebbero venire.
C' un conte che mi d noia.

-- Sei amato?

-- Credo.

-- Ma bravo! E navighi cos, tra questa e quella, tra la riva e gli
scogli?

-- Credi, buon zio, che sono assai pi vicino alla riva.

-- Ehm! -- rispose il Gonzaga. -- Se debbo giudicarne da poco fa, tu
rasenti ancora troppo gli scogli. --

Arrigo diede in uno scoppio di risa. Passato il pericolo, anche un
marinaio pu ridere cos.

-- Caro zio! -- esclam egli, abbracciando il vecchio cortese. -- Sei
giovane, tu, pieno di fuoco. Ci scommetto che a te piacerebbe pi lo
scoglio, anche a rischio di dare in secco.

-- In secco, no! -- rispose lo zio Cesare. -- Ma via, non mi far parlare...
come il tuo conte di Castelbianco. --

Ridevano le due et, cos lontane l'una dall'altra, che la voce del
sangue aveva ravvicinate. Arrigo Valenti intravvedeva la vittoria e gi
gli pareva di metterle la mano nei capegli. Cesare Gonzaga era in fondo
un po' triste, perch aveva trovato il suo nipote troppo savio, troppo
calcolatore, forse per eredit di esempi paterni; ma infine, ci aveva
trovato anche qualche sentimento gentile, soave eredit di sua madre,
che gli affari di banca e le vanit sociali non avevano intieramente
soffocato. Del resto, egli era venuto, e con la sua autorit di zio
sperava di richiamarlo sul retto sentiero. Arrigo, a buon conto, era
ancor giovane, e amava la figliuola di Andrea Manfredi, del suo amico,
del suo compagno di studi, del suo fratello d'armi, del suo....

Ma un'altra scampanellata all'uscio di casa interruppe la conversazione
dei due personaggi, ed  giusto che interrompa anche il periodo al
narratore.

Ritornava il signor Orazio Ceprani, uomo di borsa, e di cappa e di
spada, cavaliere compitissimo e disgraziato per giunta. In un'ora aveva
dato sesto alle cose sue, e giungeva trafelato, quantunque fosse andato
e tornato in carrozza.

-- Sono allegri! -- diss'egli, entrando nello studio e trovando zio e
nipote ancora in atto di ridere.

-- Ma s; -- rispose Arrigo. -- E tu, Orazio, hai una cera da funerale. --

Orazio Ceprani tentenn malinconicamente la testa.

-- Eh, credi, caro mio, -- rispose egli, -- che ottantamila lire non sono
come un mucchio di soldi nella scodella di un cieco. Che liquidazione si
prepara! Anche tu, scusami, non hai mica da stare allegro!

-- Perch? -- chiese Arrigo, chiudendo gli occhi a mezzo e allungando le
labbra, con quell'aria di cortese ironia che abbiamo gi veduto, al suo
primo apparire nello studio.

-- Perch il Verni  fuggito, a quanto dicono, e credo ti levi di tasca
un ventimila lire.

-- Una bella somma! -- not Cesare Gonzaga. -- Una povera famiglia ci
camperebbe dieci anni.

-- Pazienza! -- rispose Arrigo, sorridendo ancora, sorridendo sempre. -- Il
Verni, per tua norma, io lo avevo gi calcolato tra i dubbi. Caro mio,
non ci ha da esser niente di impreveduto nella vita di un uomo. Si
studiano dapprima tutte le probabilit, favorevoli e contrarie, e poi si
giuoca la posta. Cos, vedi, Orazio, questa perdita io l'avevo
preveduta. Ho venduto a lui, sapendo in anticipazione di perdere, per
non aver l'aria di un taccagno. Il Verni frequentava la migliore
societ. Ora, ecco un uomo in mare. Me ne duole per lui; quanto alla
perdita.... --

In quel momento Happy era comparso sull'uscio per dire:

-- Il signor cavaliere  servito.

-- Sta bene, -- ripigli Arrigo Valenti. -- Quanto alla perdita, essa non
c'impedir di fare una buona colazione, se il cuoco non  fuggito, o non
ha perduta la testa. Zio, per farti strada! --

E pass avanti, il felice Arrigo, e gli altri due lo seguirono nella
sala da pranzo.




IV.


La contessa Giovanna Morati di Castelbianco, presso la quale andremo ad
aspettare i nostri personaggi, con la certezza di conoscerne altri
parecchi, fior di cavalieri e di dame, la contessa Giovanna, dico, era
una bella donna sui trentadue.  una brutta cosa, lo so, contar gli anni
alle donne; ma i narratori hanno dall'ufficio loro il triste obbligo di
essere pi noiosi dei presidenti di tribunale; i quali, almeno,
procedendo all'interrogatorio di una bella testimone, possono
incominciare, quando sono galanti, press'a poco cos:

-- Signora, quanti anni ha? Ventidue, non  vero? --

Dunque, la contessa Giovanna ne aveva gi trentadue; et, dopo tutto, in
cui la bellezza  giunta al suo pieno rigoglio, e pu ancora aspettare
una lieta maturit. Una bell'alba, sicuramente, ha i suoi pregi, e
piacerebbe anche al re Saulle, che fu, come sapete, l'uomo pi scontroso
e bisbetico della storia. Ma un sole al meriggio, Dei immortali! Un sole
al meriggio scotta. E la bellezza della contessa Giovanna era proprio
cos, per testimonianza di molti, che s'erano argomentati di godere
accanto a lei d'un calor temperato; scottava senz'altro. Molto grave,
tuttavia, sotto le mostre di una conversazione arguta e di una
affabilit costante; pi grave allora, quasi melanconica, e in certi
momenti anche triste. Pareva che la sorte, concedendole la ricchezza e
lo sfarzo di una condizione invidiata, le fosse stata avara di ci
ch'ella avrebbe desiderato assai pi, come a dire una felicit pi
modesta e pi ignota. E taceva, nondimeno, il suo intimo tormento; e si
padroneggiava, obbligata com'era a ricevere, a sorridere, a dir parole
garbate; ma in quell'ufficio di cortesia si indovinava lo sforzo, e
quella sera pi che mai.

Povera donna, mal maritata! Sentite i discorsi che le faceva, dopo
tavola, il suo signore e padrone. Avevano pranzato un poco prima del
solito, perch ella avesse tempo a disporre ogni cosa per il suo t. Era
un t semplice e semplicemente annunziato; ma diventava sempre, aiutando
il numero dei convitati e le voglie della giovent, un t danzante. Si
dice danzante, o danzato? N l'uno, n l'altro, probabilmente; era
invece un t, che quando c'eravate tutti voi, insieme con tutti noi e
con tutti loro, si tirava discretamente nell'ombra, e lasciava che da
una parte si ballasse, dall'altra si giuocasse, e pi in l si trovasse
anche una succulenta imbandigione, la quale non so perch non si
chiamasse cena a dirittura. I t, chiamati anche _marted_, della
contessa Giovanna, duravano dai primi di gennaio fino agli ultimi di
febbraio, e godevano di una riputazione straordinaria; ma non ci si era
ammessi molto facilmente, e il numero dei cavalieri non oltrepassava
d'ordinario i cinquanta, tra vecchi amici di casa ed altri, che, avendo
conosciuto i Castelbianco in qualche societ e portato al palazzo della
contessa due biglietti di visita, erano stati ricambiati da un biglietto
di visita del conte. Le amiche e nemiche intime di Giovanna, quasi
sarebbe inutile il dirlo, accorrevano tutte, e, sebbene non ci fosse la
pretesa di un ballo, ci andavano in _grand dcollet_. Dico la cosa in
francese, perch non c' in italiano, e se c', non mi piace trovarla.

I Castelbianco si erano alzati da tavola, e la contessa si muoveva per
andare nelle sue camere ad abbigliarsi, mentre il conte aveva accennato
all'idea di dare una corsa fuori di casa.

--  sperabile, -- not la signora, -- che non farete stasera come l'altro
marted, e non andrete al vostro eterno circolo.

-- Non andr; -- disse il conte, sospirando.

-- Capisco, per voi  un sacrifizio rinunziarci; -- replic la signora.

-- Che dite, mia dolce amica? Mi ci diverto, in casa, mi ci diverto un
mondo. Ma quando mi ci sar ben divertito, -- continu il conte, mutando
il sospiro in un mezzo sbadiglio, -- non sapr pi che fare, nella mia
beatitudine. Ah, Giovanna, perch non siete voi... la moglie di un
altro? Vi farei una corte spietata, e non senza qualche speranza.

-- Vi ringrazio del buon concetto che avete di me.

-- Si scherza. Ma, dopo tutto, essendo io l'aspirante.... Vedete che il
rischio non  tale da spaventarmi. Siete bella, Giovanna, avete una
testa da imperatrice, e, per andare fino in fondo, il primo piedino
dell'universo. Ma non siete pi sola, badate!

-- Che cos' quest'altra stravaganza? -- domand la contessa, seccata da
quei discorsi sciocchi, ma non potendo tuttavia trattenersi dal ridere.

-- Eh, vorrei che lo aveste veduto, come l'ho veduto io questa mattina,
in via Sallustiana. Un piedino, che pareva il vostro! Non andate in
collera, mia dolce amica. Ammirandolo come ho fatto, non son venuto meno
a nessuno dei miei doveri. Mi pareva tanto la stessa cosa, che a tutta
prima ho pensato a voi, e mi son chiesto quale delle vostre amiche
abitasse lass.

-- Bella! -- esclam la contessa. -- Son forse andata a far visite?

-- Capisco, ma che volete? L per l, mi era parso che poteste esser voi.
Per fortuna, se non ho veduto il viso, ho veduto una veste color
marrone; e voi il marrone lo odiate.

-- Esagerazione! Non mi piace tanto, ecco tutto; -- rispose la contessa,
scuotendo la sua bella testa da imperatrice. -- E che cosa andavate voi a
fare lass?

-- Volete saperlo? Andavo a trovare il mio amico Valenti; quel poveraccio
che voi non potete soffrire.

-- Altra esagerazione! -- ribatt la signora. -- Mi  indifferente, e voi,
a furia di dire queste cose, finirete col fargli credere che qui si
parla molto di lui.

-- Giustissima, l'osservazione! -- disse il conte. -- A proposito, stasera
vi presento suo zio, tornato dall'India, il signor Cesare Gonzaga, un
bell'uomo, ancor giovane, coi suoi capegli grigi, che ha la debolezza di
non voler essere chiamato marchese, essendolo: come un altro, non
essendolo, avrebbe quella di farsi dare quel titolo.  un carissimo
uomo, del resto, e metter un po' di brio in questi vostri ricevimenti,
che mi paiono, scusate, un tantino monotoni.

-- Ci vengono tutti i vostri amici, e le mie amiche migliori; -- osserv
la contessa.

-- Ah, s, parliamone, delle vostre migliori amiche. La Savelli, che non
 male, ma sta dura, intirizzita, come un idolo indiano. La Carini, che
 carina, ma non ha preferenze che per i capegli bianchi; che posa! La
Robusti, che non ha spalle, e vuol farlo sapere. La Gleisenthal, che 
stravecchia e oramai dovrebbe smettere.

-- Smetter che? Di venire a vedere un'amica? -- ripigli la contessa. --
Del resto, le volete giovani e belle? C' la Manfredi.

-- Sicuro, una fanciulla. Ma che strana tenerezza vi ha presa, che volete
dappertutto quel fiorellino appena sbocciato? A teatro con voi; in
carrozza con voi; a casa, non se ne parla neanche. E al solito capiter
per la prima. Badate, Giovanna; una marchesa che amai, quando ero
giovane, cio, quando ero pi giovane, mi diceva....

-- Qualche storiaccia delle solite!

-- Bene, vi far grazia della storia, vi riferir soltanto la morale:
"Noi donne abbiamo il torto di non esser gelose delle ragazze; e queste,
frattanto, si prendono la nostra bellezza, si vestono della nostra
grazia, e ci rubano il posto."

-- A me, -- disse Giovanna, -- non ha da rubar nulla.

-- E non parlo per voi, moralizzo in genere; -- rispose il conte. -- Ma io,
ora, vi faccio perdere un tempo prezioso, e dimentico di avere anch'io
qualche cosa da fare. A rivederci tra un'ora, mia dolce amica, e non vi
adirate con la mia esperienza. Quando saremo vecchi, ci servir. --

Vispo come un ramarro, saltellante come una cutrettola, il ritinto
Alcibiade se ne and a prendere una boccata d'aria, non senza
l'intenzione di dare una scorsa al suo circolo. La contessa si ritir
nelle sue camere per abbigliarsi. Mai, come quella sera, Giovanna di
Castelbianco aveva avuto cos poca voglia di mettersi in abito di
ricevimento. Piuttosto, ne aveva molta di piangere; e non poteva, pur
troppo, perch la cameriera doveva venire a vestirla, e una padrona di
casa, giovane e bella, non ha da farsi vedere mai con gli occhi rossi
dalla sua gente di servizio.

La contessa Giovanna era pur da compiangere. I suoi ricevimenti, le sue
feste, l'avevano gradevolmente occupata da principio, mettendo un po'
d'allegrezza nei primi anni di un matrimonio malaugurato. La donna 
cos lieta di brillare, che per un tratto dimentica perfino di non esser
felice. Ma l'uso, ahim, toglie il pregio alle cose; si acquista l'abito
della societ, e i balli e i lieti ritrovi non hanno pi
quell'attrattiva che li faceva tanto desiderare dapprima. Sebbene,
diciamolo, in quella scuola ristretta e geniale del mondo, quanto meno
si gode lo spettacolo superficiale, tanto pi s'incomincia ad osservare
molte cose non vedute, o troppo leggermente, in principio, e si
paragona, e si giudica, non sempre a proprio vantaggio, in mezzo a tanti
esempi di colpe fortunate, di gioie effimere, ma non meno gradite, e di
ebbrezze profonde. Crediamo cos volentieri alla felicit degli altri,
quando non ce n' ombra per noi! Allora una povera donna, piena di
sentimento e turbata da vaghe sollecitudini che nessun rimorso  ancora
venuto a condannare, incomincia, senza volerlo, a cercare per s. La
cosa non  neanche difficile, poich  lei la cercata,  lei la
desiderata, e le tentazioni, sotto la veste dell'ammirazione,
dell'omaggio, della preghiera, volano a lei come uno sciame d'amorini.

Fra i molti che la circondano e le dicono tante cose, anche quando non
dicono nulla, c' il prode capitano, che ha deposte le armi, terror dei
nemici, per segnare il suo nome nel taccuino dalla guardia di
madreperla; c' il brillante gentiluomo, che alterna maravigliosamente i
trionfi di salotto coi _meets_, il _turf_ e lo _sport_; c' l'uomo
illustre ed ammirato, che sa interrompere una pagina destinata ai
posteri, per iscrivere un madrigale sull'angolo d'un ventaglio; c' il
cavaliere pensoso, e sopra tutti pericoloso, che, mostrando di non saper
nulla di nulla, accenna di esser disposto a commettere ogni pazzia; c',
infine, il buono e compiacente giovanotto, che ambisce gli uffici del
servitore, non aspettando altra ricompensa che il titolo d'amico, e
lascia intorno a s un profumo di modestia, che pu farlo ricercare, in
un momento di poetica tenerezza, come si ricerca all'odore la violetta
de' campi. E che gioia, quando si crede di aver trovato! Che turbamento
ai primi incontri, che battiti di cuore, che angosce, che contrasti
dolorosi e cari! Ma la passione prorompe; non si resiste alla piena, e
giova dar colpa di ogni cosa al destino; poi, quando si  travolti,
avviene come in fondo a certe cascate della favola, che sotto allo
scroscio vorticoso delle acque irrompenti nascondono un laghetto
tranquillo, angolo riposto e felice, illuminato di miti trasparenze, non
offeso dai raggi del sole, in cui si dimentica volentieri e si confida
di essere dimenticati dal mondo. Vita, son queste le tue oasi
verdeggianti. Ognuno reca ai primi incontri le sue doti migliori, la
bont serena, la grazia ingenua, la delicatezza squisita, la generosit
commovente, infine, che vi dir? l'anima vestita a festa. Ma non  festa
ogni giorno: e giungono pur troppo, seguaci non prevedute ma certe, le
ore della stanchezza, in cui la finzione si tradisce e l'inganno si
scopre. Maschere geniali, addio; la commedia  finita. E v'hanno cuori
che non si spezzano, alla triste scoperta, che non disperano, che
cercano ancora, errando di delusione in delusione; tanta  la sete del
vero! Ma, allora miei poveri cuori! A correrne parecchie, di queste
prove dolorose, come giungerete laceri, irriconoscibili, o miei poveri
cuori, alla meta!

Il cuore di Giovanna, non pervertito, n sciocco, rifuggiva da queste
ricerche. La povera donna aveva creduto ed errato; non voleva
ricominciare. In verit, era cos misero l'uomo, e cos brutto il
pericolo! Turbata da vaghe paure, agitata dai rimorsi, voleva finirla, e
in un impeto di sincerit dolorosa lo aveva gi detto a quell'uomo. A
lui toccava, a lui, di ribellarsi a quella sentenza in nome dell'amore,
onnipossente quando  vero. Ma poteva Arrigo Valenti far ci? Aveva egli
trovata una di quelle frasi che escono dal profondo del cuore, e
possono, se non mutar nome alla colpa, nobilitarla almeno e renderla
cara come una eccelsa sventura? No, non l'aveva trovata: aveva detto:
intendo, s, avete ragione, fummo pazzi. E non una lagrima, il vile, non
una lagrima, che temperasse quelle acerbe parole! Ah, povera donna! Un
giorno, forse, a quell'angoscia sarebbe sottentrata la calma, e con la
calma il pensiero di una vita nuova. Quante belle cose, nel mondo, senza
le febbri della passione per l'essere immeritevole! L'arte, per esempio,
a lei cos cara! Infine, per qualche alta cagione passiamo noi
pellegrini su questa terra, che la medesima povert delle nostre
cognizioni davanti all'infinito visibile ci ammonisce non esser altro
che una via. E perch, intanto, sacrificare ad una fermata, ad un
errore, ad un rimorso, tutte le sublimi curiosit del viaggio? Quanta
gente non vive, e felice, senza le febbri maledette? Passare nella
giovent belle e superbe, col cuore aperto a tutte le nobili commozioni,
a tutti i confessabili amori, guardando con serena alterezza dintorno a
s, non costrette a temere lo sguardo indiscreto, ad arrossire davanti a
un testimone volgare; accostarsi alla vecchiezza, onorate e gloriose,
orgoglio ed esempio ai figliuoli, grato ricordo ai gentili compagni di
vita, condanna vivente ai rotti costumi del tempo; spegnersi benedette e
sacre, potendo dire con l'ultimo soffio di vita: "non vedr l severo il
volto di mia madre;" orbene, ecco la gran meta, l'ideale, il sogno
divino. La virt, che  bella nel suo immacolato candore, il pentimento
che raggia a lei con intelletto d'amore, ecco i conforti, le gioie, il
viatico dell'esistenza; il resto  nulla.

Ottime ragioni, o lettori. Speriamo che la contessa Giovanna le trovi
pi tardi da s. Per oggi ella  triste, ferita nel suo amor proprio,
punita nella sua vergogna. Ha dovuto tremare; ha dovuto mentire; e per
chi? La bella dama  vestita di tutto punto, per recitare la sua parte.
 l'ora di metter la maschera, ed ella con uno sforzo supremo ci riesce.
 lo sforzo della necessit. Intanto, nelle sale di ricevimento si 
lavorato alacremente; i candelabri, i doppieri, i lampadarii si
accendono, e per lunga fila d'immagini si ripetono fiammelle, canestri
di fiori, e quadri e bronzi dorati, su tutte le vaste specchiere. Ogni
cosa  all'ordine, e il maggiordomo ne ha recato l'annunzio alla padrona
di casa. Ora non mancano che i convitati, ed  naturale che manchino,
poich non sono ancora le nove. Ma ecco qualcheduno in anticamera. 
troppo presto, per la folla; non pu esser che lei, la giovane amica, il
fiore appena sbocciato, Gabriella Manfredi.




V.


Snella di forme ed aggraziata nella sua giusta statura, bianca di neve
la carnagione, il viso aperto, risolutamente modellato, ma di contorni
finamente accarezzati, Gabriella Manfredi prometteva a diciott'anni una
rigogliosa maturit di bellezza, ed era gi, fin d'allora, un miracolo
di leggiadria, di freschezza giovanile. La fronte, nitida e breve, era
nascosta a mezzo da due ciocche increspate dei suoi capegli neri, che,
raccogliendosi dietro agli orecchi piccini, scendevano in abbondante
cascata di riccioli lungo il collo giunonio. Gli occhi grandi, profondi,
color di zaffiro cupo, splendevano di luccicori cristallini di sotto
agli archi prominenti delle sopracciglia nerissime. Ampia era la guancia
e piena; il naso diritto, sporgente alla radice, risentito nel classico
disegno delle nari; le labbra belle e carnose; il superiore alquanto pi
tumido, che, rialzandosi col sorriso, rosseggiava vivace sulla
bianchezza luminosa dei denti; il mento, ovale e rilevato, completava
degnamente quel tipo maraviglioso di bellezza greca, con tocchi pi
vigorosi di sentimento romano. Non fiori tra i capegli, o nel timido
scollo del seno: era lei, lo sapete, il fiore appena sbocciato. Vestita
di bianco e di nero, quasi per naturale richiamo alle due note
caratteristiche di colore della sua bellissima figura, portava al collo,
per unico ornamento, un sottil vezzo di perle. A vederla, quando volgeva
da un lato la magnifica testa, nobilmente rilevata in arco al sommo
della cervice, ricordava l'atteggiamento statuario di Diana, che par
muovere il capo ai rumori della selva, mentre leva la mano all'omero,
dove stanno raccolte le frecce infallibili. E forse accresceva
l'illusione quel suo aspetto sereno, ma non senza indizi di osservazione
precoce, di testolina forte, come sono generalmente le ragazze rimaste
per tempo senza madre e costrette a studiar molto da s, timide ancora
nel soave candore della beata adolescenza, ma gi salde di tempera ed
agguerrite oltre l'et.

Tale era, nello splendore dei suoi diciott'anni, Gabriella Manfredi.
L'accompagnava il senatore suo padre, e veniva con essi il conte di
Castelbianco, ritornato allora, e miracolosamente a tempo da quel suo
"eterno circolo."

Giovanna accolse la fanciulla tra le sue braccia, e la baci sulla
fronte. Quel bacio all'innocenza la rianim; le parve per un istante di
non aver pi nulla, e le fior sulle labbra il pi lieto sorriso; poi
stese la mano al senatore, in atto di saluto e di ringraziamento ad un
tempo.

-- Contessa, si arriva primi, secondo l'uso; -- disse Andrea Manfredi,
ridendo. -- Ma voi lo volete, Gabriella lo vuole, ed io, non avendo da
volere, obbedisco.

-- Grazie, senatore. L'amo tanto, il vostro angelo! -- rispose la
contessa. -- Come sei carina! sembri una bella ninfa antica! -- prosegu,
rivolgendosi alla fanciulla.

-- E tu? -- disse Gabriella. -- Non c' che l'antico paragone, per te. Sei
sempre bella come un sole.

-- Al tramonto, bambina! Pochi anni di pi, e potrei essere tua madre.

-- Se Pompeo lo permette, contessa, -- entr a dire il Manfredi, -- vi
costituisco tale, senz'altro, e corro via.

-- Ve ne andate?

-- Per una mezz'ora; il tempo di giungere all'Albergo di Roma, per
stringer la mano, o lasciare un biglietto di visita, ad un amico mio di
giovinezza, che oggi  stato da me e non mi ha trovato in casa.

-- So chi ; -- disse il conte. -- Cesare Gonzaga.

-- Per l'appunto. E chi t'ha fatto indovino a quel modo?

-- Non c' niente di maraviglioso. Per intanto puoi rimanere, perch a
momenti egli sar qui. Ci siamo conosciuti stamane. Che simpatico uomo!
 lo zio del Valenti.

-- Del Valenti? -- esclam Andrea Manfredi. -- Del giovane sodo?

-- S, proprio lui: non lo sapevi?

-- No, davvero. Cesare Gonzaga ha lasciato l'Italia trentatr anni fa, e
col Valenti, sai, ci vediamo poco.

-- Sei come mia moglie, tu! -- osserv il Castelbianco, dando una
sbirciata alla contessa, che stava fortunatamente ragionando in disparte
con Gabriella. -- Quel Valenti le  uggioso, direi quasi antipatico. Ma
perch, dico io, perch? Non  forse un savio ragazzo?

-- Troppo savio; -- rispose Andrea, -- e la contessa, che ha rettitudine di
giudizio, lo avr subito indovinato, come l'ho indovinato io. Quelli l,
mio caro Pompeo, non sono giovani, e tu spendi male con essi il tuo bel
titolo di ragazzo. Hanno l'anima vuota di nobili idee, il cuore
risecchito: chiamali banchi ambulanti, orologi a pendolo, incapaci di un
errore, ma anche di un largo concepimento e di uno scatto generoso.

-- S, hai ragione; -- disse il conte. -- Ma noi, con le nostre folle, col
nostro cuore esaltato e con le nostre mani bucate, che guadagni abbiam
fatti? Parlo per me, si capisce. --

Andrea Manfredi sorrise, e, ficcando il suo braccio sotto quello del
conte Pompeo, soggiunse arguto:

-- Tu, con tua buona pace, sei un vecchio impenitente.

-- Vecchio? Oh, questa poi!... -- rispose il conte. --  la prima volta che
me lo dicono; e per fortuna non  un giudizio di donne.

-- Matto!... -- replic il Manfredi. -- Sai che ho sessantacinque anni, io?
E che ai nostri tempi eravamo quasi coetanei?

-- Quasi? -- borbott il conte. -- Mettici quindici anni almeno, nel tuo
quasi.

-- Via, contentati di cinque, e diciamo sessanta.

-- T'inganni, oh t'inganni! -- rispose il conte Pompeo, che non voleva
adattarcisi... -- Vedi, Andrea; la mattina, quando non  ancora venuto il
parrucchiere, ho cinquant'anni: dopo che  venuto, ne ho quaranta: sul
Corso, a Villa Borghese e prima del pranzo, ne ho trenta....

-- Ed ora ne hai venti, -- conchiuse il senatore. -- Se la va di questo
passo, mi diventi bambino tra le braccia, e dovr portarti io a dormire,
in mancanza di balia. --

Mentre i due vecchi ridevano, avviandosi verso il salotto attiguo, le
due donne chiacchieravano sedute sopra un divano.

-- Che vuol dir ci, che ti amo tanto, Giovanna? -- diceva la fanciulla. --
Vorrei star sempre con te. Sai che  una cosa triste, essere senza
madre? Anche tu, da qualche tempo sei triste. Oh, non lo negare, non sei
pi quella di prima. C' un dispiacere di mezzo. Vuoi confidarmelo?

-- No, non ho nulla; -- rispose Giovanna. -- Contrariet, forse, piccoli
malumori in famiglia, ed anche passeggeri; non mette conto parlarne.
Ragioniamo invece di te, mia bella fanciulla. Come va il cuore? Chi ami?

-- Nessuno.

-- Nessuno,  troppo poco. Neanche un principio? Tra tanti giovani che
vedi....

-- Ah, troppi ne vedo, -- interruppe Gabriella, -- e tutti si
rassomigliano. Gravi, impettiti, inamidati, prepotenti, vengono in
societ per dettar sentenze, come altrettanti consiglieri di Cassazione.
Sorridono di compassione ad ogni discorso un po' caldo, e sembrano
accusarti di vanit, di leggerezza, di poesia, tutti sinonimi, per loro!
Gi, essi non parlano che di cavalli, come se fossero nati e allevati in
scuderia, o di affari bancarii, o di politica. La politica non mi
dispiace; anche il babbo ne parla, qualche volta, ma per paragonare i
bei tempi, i tempi dell'apostolato, della pugna, del sacrifizio, insomma
i tempi eroici... con questi! Essi ne parlano per fare i loro calcoli
sulla stabilit o sulla caduta del Ministero, senza badare se questo si
regge senza gloria, o cade con dignit. Non vedono che il fatto, essi,
non ragionano che sulle conseguenze bancarie di quello, e sulle
oscillazioni che potr cagionare alla Borsa. Capisco che hanno da
guadagnare e da perdere. Anche il babbo  banchiere; ma, tranne un'ora,
ed anche meno, di conferenza col suo segretario, non c' caso che tu lo
senta ragionare di queste miserie. Come  giovane, mio padre! E loro,
invece,  una piet doverli sentire. Se ti parlano di musica, lo
ricordi? non fanno che sentenziare brevemente, asciuttamente, tra la
tedesca e l'italiana, come se ci fossero due musiche, separate e
distinte fin dalla nascita. Se ti parlano di letteratura, non li senti
far altro che condannare ogni idealit, bollandola con una parola di
disprezzo: retorica! Un nobile entusiasmo non , infatti, che retorica;
un impeto di passione  falsit, poesia introdotta a forza nel
linguaggio comune, offesa alla serenit di quella lastra fotografica che
 l'arte. E se tu ardisci fare una piccola osservazione, ti lasciano
dire, perch sei donna, ma ti guardano in viso con aria gentilmente
canzonatoria, come se fossi incapace d'intenderle, quelle nuove ragioni
dell'arte. E fumano, poi, come vulcani, e mangiano molto e ballano poco.
A teatro, i famosi giudici delle due scuole musicali, quando c'
l'opera, sonnecchiano nelle loro poltrone, o vanno a chiacchierare nei
corridoi, fino all'ora del ballo, quando si tratta di ammirare le
capriole. Questo  l'unico momento di giovent e d'entusiasmo per essi.
Infine, Giovanna mia, sono molto serii, e sotto quella vernice di
seriet s'indovina il materialismo. Mi fermo, per non entrare in
filosofia; ti dir solo, per conchiudere, che appena uscita dal
conservatorio, con tante idee per la testa, li credevo migliori. Non
saranno cattivi a dirittura, gran che! Sono mediocri, e mi basta.

-- Il ritratto non  abbellito, davvero; -- osserv la contessa,
sorridendo, -- ma nel complesso  abbastanza rassomigliante. Il conte
Guidi, per altro, non  cos.

-- Eh, non saprei; -- disse Gabriella. -- Lo studio.

-- Tu, bambina?

-- Io, s; ti pare orgogliosa, la risposta? ma che cosa possiamo far noi,
obbligate a parlar poco e ad ascoltar molto, se non studiare un pochino
chi ci parla? Il conte Guidi mi pare uno dei migliori, qualche volta, e
qualche altra non me lo pare. Che ne so io?  un cavaliere tenebroso.

-- Ti amer, forse, e non ardir parlare troppo chiaramente. Sai che non
 ricco?

-- Oh, questo vorrebbe dir poco; non amo i ricchi.

-- Perch lo sei tu, birichina?

-- No, sai, non ci penso neanche; e se ci penso... Vedi, Giovanna, -- e
cos dicendo la fanciulla si strinse al fianco della contessa, come per
parlarle all'orecchio, -- ci sono dei momenti che, se non fosse per il
babbo, vorrei essere... la mia cameriera. Lei almeno  felice; ama tanto
sua madre, l'aiuta, e non ha altri pensieri. Se un uomo le dir di
volerle bene, non glielo dir mica per la sua dote. La poverina non ha
che la sua bellezza e il suo buon cuore; ma ci avr la consolazione di
non essere amata per altro.

-- Cara! -- esclam la contessa, baciando sui capegli la sua giovane
amica. -- Ti passeranno, queste idee bizzarre, ti passeranno! Poich tu
studi la vita, la vedrai tutta meno bella, e ti piacer di essere nata
ricca, in una culla d'oro, come ha detto l'Aleardi.  gi una bella
difesa, esser ricca! Ma ecco, bambina mia, incominciano ad arrivare i
nostri amici; ripigliamo la dignit del nostro ufficio.

-- Io ti guardo ed imparo; -- disse Gabriella. -- Tu ricevi come
un'imperatrice. --




VI.


L'imperatrice sorrise e and incontro alle nuove venute. Ce n'erano
parecchie, le quali entravano tutte insieme, facendo dire al conte
Pompeo che le belle donne, fedeli al costume della pianta di questo
nome, anche in casa Morati fiorivano a grappoli. La Savelli, la Carini,
la Santoro, la Franchi dal Melle, stupende creature, ognuna delle quali
rappresentava un diverso tipo di bellezza, si vedevano nel mazzo, e,
venuta forse con esse per ragione di contrasto, non mancava la
Gleisenthal. Facevano contorno (e forse sarebbe inutile il dirlo) otto o
dieci cavalieri, via via seguiti, quasi incalzati, da uno sciame di
eleganti compagni e rivali.

Son questi, non lo ignorate, i miracoli dell'orario, a cui deve sempre
corrispondere un orologio ben regolato. Io ho conosciuto dei
gentiluomini, i quali, per giungere in punto, n un minuto prima, n un
minuto dopo, ad un geniale ritrovo, si adattavano a far sosta nei
portoni delle case in cui erano invitati. Il bel mondo ha le sue leggi,
e riesce a farle rispettare, senz'altra sanzione, fuor quella del
ridicolo, che si rovescia sul capo ai miseri trasgressori. Si contraff
spesso e volentieri alle leggi dello Stato, e s'incorre nella multa, e
si va anche in prigione; ma non c' caso che con animo deliberato si
venga meno alle leggi del mondo elegante. Passare per ignoranti in
materia di consuetudini! Oh no; troppo grave  la pena.

In un quarto d'ora, sempre con l'orologio alla mano, le sale di casa
Morati erano piene di gente. Piene, intendiamoci, non gi stipate per
modo da impedire il movimento dei gomiti. Questi pigia pigia si lasciano
volentieri ai balli prefettizi e di Corte, dove bisogna invitare tutto
il mondo ufficiale e titolato, senza pregiudizio di quei sollecitatori
di biglietti d'invito, che non appartengono a nessuna classe
particolarmente indicata. Un anfitrione privato deve cansare sopra tutto
il guaio di una calca soverchia, anche a risico di lasciar fuori qualche
dozzina di amici. Ne ha sempre tanti, colui che d pasticcini da
mangiare, Pommard, Montrachet, Haut-Brion e Chteau-Lafite da bere!
Socrate, per verit, alloggiato in una casa ristretta, non si stimava
mai tanto felice, come quando poteva riempirla d'amici. Ma Socrate era
male ispirato, e la signora Santippe non partecipava al suo modo di
vedere; anzi  da credere che fosse questa una delle ragioni per cui
quel matrimonio celebre dell'antichit non riusc troppo felice. L'altra
ragione si sa,  stata la filosofia. Un marito filosofo, bont divina! e
che aspetta il suo sessantottesimo anno a ber la cicuta!...

Il conte di Castelbianco, che non era un filosofo, andava aliando di
fiore in fiore con una leggerezza giovanile, che era natura in lui e che
doveva accompagnarlo alla tomba. La Franchi dal Melle, ultimo fiore a
cui era venuto a ronzare dattorno, lo aveva lodato della sua presenza
cos sollecita in casa, che non era, come sappiamo, nelle sue
consuetudini.

-- E non lo indovinate, baronessa, il perch? -- disse il conte Pompeo,
piegandosi sulla vita e presentando la faccia in tre quarti. -- Il cuore
mi diceva che questa sera voi sareste venuta delle prime, ed ho voluto
trovarmi subito al mio posto, per farvi una corte spietata.

-- Zitto! -- esclam la baronessa. -- Giovanna  vicina, e guai a me, se vi
sente!

-- Eh via! Peggio sarebbe se mi sentisse il cavalier Giorgetti, che vedo
l in sentinella, come sempre. Il poveretto non ha occhi che per voi, e
prevedo che a furia di guardare il sole, sar ben presto costretto a
usare le lenti turchine. --

Il colpo era forte e coglieva in pieno; ma la baronessa non ne fu
sconcertata.

-- Come v'ingannate! -- diss'ella, dando in una sonora risata. -- Quel
povero cavaliere  un amico modesto e prezioso, che mi accompagna
regolarmente, e non parla. Se parlasse....

-- Lo mettereste al bando dell'impero? Io non lo credo; -- rispose il
conte.

-- Avete torto a non crederlo, perch sarebbe il primo dei miei doveri.

-- Quand' cos, non insisto. Concludiamo dunque che il mio amico
Giorgetti, accompagnando e tacendo.... Mi permettete, baronessa di dire
tutto il mio pensiero?

-- Bravo! Ne avete detto gi tanto, e vi fate scrupolo di continuare?

-- Ebbene, continuer. Il mio amico Giorgetti, accompagnando e tacendo,
non si guasta con voi, e passa per un felice agli occhi del mondo.

-- Che gusto ci si trova?

-- Pi che non pensiate. Si vive di apparenza, quando la sostanza non
c'. Vedete? Se io potessi parere amato da voi, quasi quasi... non dico
gi per sempre, ma per dieci anni almeno, mi consolerei di non esserlo.

-- Ecco un ragionamento che mi dar da pensare; -- conchiuse la baronessa.
-- Vuol dire che congederemo il cavaliere.

-- Per prender me, baronessa?

-- Ah voi.... siete un bel capo, voi! Ma come fate ad essere cos
capriccioso? Avete in casa una bellezza famosa. Ancora stamane,
vedendola, dicevo tra me: che uomo felice  Pompeo!

-- Stamane! -- esclam il conte di Castelbianco. -- Mia moglie! e dove? --

La baronessa si accorse di aver commesso un errore, e si prov ad
attenuarlo nei particolari, non potendo correggerlo nella sostanza.

-- In via Condotti; -- rispose.

-- Da un'estremit all'altra! -- borbott il conte di Castelbianco, il cui
pensiero era gi corso in via Sallustiana.

La contessa Giovanna, che stava ascoltando un discorso della marchesa
Savelli, e che frattanto tendeva l'orecchio alle chiacchiere di suo
marito con la Franchi dal Melle, si era mossa alla esclamazione del
conte, ed era venuta terza nel colloquio, in atto di chi, passando, si
fermi per dire una parola gentile. Aveva il sorriso sulle labbra, la
povera contessa, e, come potete immaginarvi, l'angoscia nel cuore.

-- Ah, eccovi in buon punto; -- disse il conte, vedendola giungere, e
facendo anche lui bocca da ridere. -- Avete veduta stamane la baronessa,
bella e seducente come sempre, e non me ne avete detto nulla. Sapete
pure, Giovanna, che io sono un adoratore della baronessa!

-- So questo; -- rispose la contessa continuando a sorridere; -- e potete
immaginarvi, Pompeo, che, se l'avessi incontrata, non avrei dimenticato
di accennarvelo, e di dirvi anche il colore della sua veste. Ma sono
forse escita stamane? --

Cos dicendo la contessa Giovanna volgeva un'occhiata compassionevole
alla baronessa Franchi dal Melle.

-- O allora? -- disse il conte, guardando anche lui la baronessa. Ma
questa aveva avuto il tempo di pensare al rimedio.

-- Allora, ecco qua; -- rispose ella prontamente. -- Non ho veduto il
volto, e la persona mi ha fatto credere che fosse Giovanna. Sicuro;
escivo da San Carlo e mi ero incamminata per via Condotti, quando vidi
entrare dal Berretta una bellissima persona. Come te, Giovanna! C'era la
tua statura, il tuo giro di vita, l'atteggiamento della tua testa;
insomma, che ti dir? Anche senza vederti in viso, c'era da scommettere
che eri tu.

-- Ed anche con la veste color marrone, probabilmente; -- soggiunse il
conte.

-- Lasciate che ci pensi; -- rispose la baronessa, interrogando Giovanna
con lo sguardo.

-- Pensateci pure; ma certamente era color marrone; -- ripigli il conte.
-- Ecco una dama che avr avuto l'onore d'ingannare pi d'uno. Neanch'io,
quando l'ho intravveduta in via Sallustiana, ho potuto distinguere il
suo volto; ma il piede... il piede, vedete, era quello di Giovanna, e
anch'io avrei scommesso che la dama di color marrone era proprio mia
moglie.

-- Guardate che stranezza! -- esclam la Franchi dal Melle, facendo le
viste di ricordarsi. -- La dama che ho veduta io aveva una veste color
verde cupo.

-- Ne siete ben certa?

-- Certissima; e con una giacca di stoffa inglese ruvida... di colore
amaranto scurissimo.

-- Che gusto!

-- Eh, non tanto cattivo, conte! Del resto, era in abito di mattina.

-- Ecco dunque gi tre donne che si rassomigliano; -- osserv il conte
Pompeo, mentre Giovanna incominciava a respirare, e mandava alla
baronessa un'occhiata di riconoscenza. -- La mia cio quella di via
Sallustiana, aveva il piede; la vostra di via Condotti aveva il
complesso, il personale. E chi sa quante altre, Giovanna, avranno
qualche cosa di voi. Ma gi, ricordo di aver letto che Prassitele,
quando ebbe a fare la sua Venere per i fabbricieri della chiesa di
Gnido....

-- Finitela, Pompeo! -- disse Giovanna, interrompendolo. -- Che discorsi
son questi?

Pompeo rideva di gusto, poich gli avevano levata quella spina dal
cuore.

-- Vedete, baronessa? -- diss'egli. -- Sempre cos, mia moglie; non
gradisce i complimenti maritali. Ed io ho pi fortuna dieci volte con le
altre. --

Ci detto, il nostro Ganimede colse la prima occasione per aliare da
capo, cercando una di quelle altre che gradivano, a sentirlo, le sue
galanterie sessagenarie.

-- Grazie! -- mormor Giovanna, rimasta sola con la Franchi dal Melle. --
Vedi che disdetta! Esco senza dir nulla, per andare nei quartieri alti,
a leticare con _Madame Duplessis_, che non vuole a nessun patto mandarmi
una veste, che doveva esser pronta ier l'altro, e bisogna che tutti mi
vedano. Ora, capirai, che una volta detto di no, il puntiglio....

-- Non mi dir altro; -- interruppe la Franchi dal Melle, donna
spensierata, ma buona. -- Tu ora mi fai sentire troppo che ho commesso un
marrone, pi marrone della tua veste. Io stessa ho avuto a ricordare pi
volte a qualcheduno che non si deve dir mai in societ, di aver visto
una persona per via, non solo nella giornata, ma per tutto il corso di
una settimana; ed ecco, io stessa dovevo cascarci, come una provinciale!
Basta, non lo far pi; sei contenta? --

Giovanna sorrise e si strinse amorevolmente al fianco della baronessa,
come se volesse abbracciarla; quindi si volse, per stendere la mano ad
un cavaliere elegantissimo, pallido, dai capegli neri e lucenti, dai
baffi lunghi e dagli occhi profondi, che si era avvicinato in quel punto
per farle riverenza.

-- Bravo, Guidi! -- gli disse la contessa Giovanna. -- Ella  dei fedeli.

-- C' poco merito, signora; -- rispose il giovanotto, inchinandosi. -- Noi
siamo pianeti e descriviamo costantemente, fatalmente, la nostra orbita
intorno al sole.

-- Ah, come  ben detto! -- esclam la Franchi dal Melle.

Il conte Guidi avrebbe potuto ricambiare la lode, soggiungendo che la
vicinanza di un astro chiomato poteva recare qualche perturbazione anche
nel giro d'un pianeta come lui. E sarebbe stata una immagine molto
appropriata, perch la baronessa aveva una capigliatura stupenda e
notoriamente sua. Ma il conte Guidi oltre che non amava le metafore
continuate, era furbo parecchio, e, al cospetto di due donne, gli
metteva conto di restare qualche volta interdetto.

Egli rivolse perci una timida occhiata alla baronessa e s'inchin
modestamente; poi, fatte poche altre parole con la padrona di casa, and
diritto dove lo chiamava per allora la legge di gravitazione, cio a
dire verso Gabriella Manfredi. L'aveva veduta sola, non potendo chiamar
compagnia la presenza di un giovane ballerino (sapete che in societ ci
sono i ballerini nati, non buoni ad altro ufficio, fuor questo) e
s'inoltr risoluto. Il ballerino aveva chiesto l'onore di fare con lei
il primo giro di valzer, lo aveva ottenuto, non gli restava altro da
dire. Il conte Guidi incominci a parlare del teatro Valle, dove la sera
innanzi aveva veduto Gabriella; lod alcune scene della commedia, ma si
ferm pi volentieri a criticare quel genere di composizione,
manifestando le sue predilezioni per il dramma della vecchia scuola,
dove erano nobili i sentimenti, alti i caratteri, e schietta e di gran
vena la poesia. Di l al teatro dello Schiller non c'era che un passo, e
il conte Guidi trov facilmente il modo di attaccare una conversazione
non frivola, da non finir cos presto, e da permettergli anche di
prender posto accanto alla Manfredi.

I soliti frequentatori di casa Castelbianco erano quasi tutti arrivati,
quando il conte Pompeo si avvicin alla moglie, accompagnandone tre
nuovi, Arrigo Valenti, Orazio Ceprani e un signore dai baffi grigi,
ch'ella non conosceva ancora.

-- Mia cara, -- incominci il conte, -- sono felice di presentarvi Cesare
Gonzaga, lo zio del nostro Valenti.

--  una vera fortuna per noi di conoscere un uomo come lei; -- disse a
sua volta la contessa. -- Si  gi tanto parlato, in casa mia, del
marchese Gonzaga!

-- E mi accadr, contessa, -- rispose il nuovo venuto, -- di non
corrispondere a tanta gentile aspettazione. Cos , signora; -- prosegu,
prendendo il posto che la contessa gli aveva cortesemente indicato al
suo fianco; -- io sono oramai diventato un barbaro. Non avvezzo da
tant'anni ad altri ricevimenti che i _durbar_ dei principi indiani, mi
trover molto impacciato nella societ elegante di Roma.

-- Che dice ella mai? Ci porter almeno una freschezza di sentimenti, che
 divenuta troppo rara tra noi; -- replic la contessa.

Cesare Gonzaga ammir quella bellissima testa da imperatrice, come
avrebbe potuto fare qualunque barbaro civilizzato, o qualunque europeo
imbarbarito. E mentre rispondeva alle cortesie della contessa, andava
dicendo tra s:

-- Che donna stupenda! E sar io che dovr darle il colpo di grazia, per
compiacere quel fortunato briccone di mio nipote? A proposito, dove va
egli? --

Arrigo Valenti, fatto alla padrona di casa un saluto molto cerimonioso e
freddo altrettanto, l'aveva lasciata con lo zio Gonzaga, per andar
oltre, verso una bella fanciulla dai classici contorni, vestita di
bianco a liste di nero, o di nero a liste di bianco, che veramente non
saprei dirvi con precisione, e che del resto importava poco allo zio
Gonzaga di rilevare, tanto lo avevano colpito i lineamenti di quel viso
verginale.

-- La figlia di Lorenza! -- mormor egli dentro di s, provando un gran
rimescolo nel sangue. -- Per una volta tanto, ha torto la legge di
natura, e quella fanciulla  il ritratto parlante di sua madre. Ah, mio
povero cuore, i nostri venticinque anni son lungi, e noi siamo sempre
quelli d'allora! --

Gabriella Manfredi, dal momento che quel signore alto dai baffi grigi
era entrato nel salotto, annunziato col nome di Cesare Gonzaga, non
aveva pi dato retta ai discorsi del conte Guidi. Il povero Schiller era
tradito, dimenticato l, come  pur troppo dimenticato o tradito sulle
scene. Il conte Guidi not l'aria distratta di Gabriella, e a tutta
prima non ne indovin la cagione. Infatti, non poteva essere che la
signorina Manfredi fosse rimasta incantata per la venuta di Arrigo
Valenti, cio di un giovanotto che le faceva la corte anche lui, ma che
non pareva egualmente gradito. Ora, che altro poteva essere, perch la
fanciulla guardasse tanto nel crocchio della contessa Giovanna? Anche
lui, giovane dai capegli neri e lucenti, dai baffi lunghi, sottili e
nerissimi, che spiccavano sul pallore fresco delle guance, contempl
quel signore, alto e forte, dai baffi grigi, e dagli occhi scintillanti,
cui dava anche un risalto pi vivo la sua carnagione abbronzata dai soli
indiani. Vestito in falda nera, col grande sparato bianco sul torace,
Cesare Gonzaga aveva ripigliata l'aria del gran signore, ma di un gran
signore che avesse fatto lungamente il soldato. Bell'aria marziale, che
col crescere degli anni acquista in serenit tutto quello che perde in
baldanza, e vi d, florido ancora entro i confini della maturit, quel
nobile tipo soldatesco, il cui solo aspetto dice un mondo di cose, la
dignit della vita, la gagliardia virile dei propositi, le aspre fatiche
e i rischi memorandi! Ha grigi i capegli, ma li ha salutati il cannone e
incoronati la vittoria; ha gli occhi stanchi, ma in quelle bianche
pupille venate di rosso si sono specchiati i colli seminati di strage, e
il lampo delle batterie fulminatrici, e l'ondeggiar delle brigate al
sole delle battaglie, e l'impeto divino delle cariche e il mobile
luccichio delle cuspidi dorate sulle bandiere dei reggimenti, su quei
poveri brandelli dai colori sperduti, che nessuna pittura pu rendere
pi vivi allo sguardo, nessuna pompa cittadina sventolare pi gloriosi
al pensiero, pi efficaci sul sentimento delle moltitudini. Allora,
anche un viso brutto par bello; e il bello non conosce rivali. Vecchio
guerriero, che una forte virilit illumina e scalda de' suoi ultimi
raggi, il trionfo non  pi cosa dei nostri giorni; non si passa pi
sulla bianca quadriga attraverso la via Sacra; non si ascende pi in
Campidoglio, e per molte ragioni, tristissime tutte! Ma c' ancora un
lampo generoso negli occhi, ancora un sorriso amorevole sul labbro di
una donna; e quel lampo, quel sorriso della et nuova all'antica,  il
trionfo della dignit, del valore, della grandezza a cui l'uomo pu
giungere, combattendo per l'onore della patria, o per la vittoria d'ogni
nobile idea. Effimero, s, come tutti i trionfi! Eppure, per la gloria
di un giorno viviamo e combattiamo tante aspre battaglie; qualche volta
per la gioia di un'ora, per la ebbrezza di un attimo; e raccolti nella
soave memoria di quel giorno, di quell'ora, di quell'attimo celeste, ci
spegniamo in silenzio, povere stelle cadenti, ci sprofondiamo nella
immensit dello spazio sconosciuto.

Arrigo era venuto coi suoi complimenti, freddamente accolti, a
distogliere la signorina Manfredi dalla contemplazione del vecchio. Con
lui si era avvicinato anche il Ceprani, che il conte Guidi tir presto
in disparte, per chiedergli:

-- Chi  quel vecchio signore con cui siete entrati voi altri?

-- Quello l?  Cesare Gonzaga, lo zio del Valenti; -- rispose Orazio
Ceprani; -- un marchese che non vuol essere chiamato marchese, e che ha
passato trent'anni della sua vita nel Bengala, facendo la guerra agli
Indiani e guadagnando molti _laks_ di rupe.

-- Non mi piace niente affatto; -- sentenzi il giovinotto.

-- Ah, bravo! Ecco un presentimento; -- replic Orazio Ceprani.

-- Un presentimento! perch?

-- Vieni in qua, e te lo spiegher. Bada che  un segreto, colto al volo
da me.

-- Tu cogli tutto al volo!

-- Dio buono!  l'arte di vivere in societ. Guardare, udire,
raffrontare, trarre la conseguenza e regolarsi; tutto ci  diritto e
facile come un sillogismo. Sappi dunque che Arrigo Valenti  innamorato
di Gabriella Manfredi.

-- Che scoperta! -- esclam il conte Guidi, aggrottando le sopracciglia e
torcendosi i baffi.

-- Non lo sar; -- rispose il Ceprani; -- e forse non sar neanche vero che
egli sia innamorato. Certo  che vorrebbe sposarla.  ricco, capisci, 
ricco, e pu benissimo aspirare a questo matrimonio, che avrebbe per lui
il vantaggio inestimabile di collocarlo tra i pezzi grossi, tra i
Burgravi del ceto bancario.

-- La sposi; -- disse il Guidi, seguitando a tormentare i suoi baffi. -- Se
Gabriella si contenta.... Ma questo mi par pi difficile. Qualche volta
le ricchezze non bastano, a strappare quel benedetto s.

-- Eccoci dunque al nodo dell'azione; -- rispose il Ceprani. -- Il marchese
Gonzaga  stato un grande amico di giovent del senatore Manfredi.
Capisci ora perch  venuto a Roma, lasciando il suo castello sul
Reggiano, dove stava godendosi i frutti dei suoi _laks_ di rupe? Lo zio
Pilade parla in nome dell'antica amicizia ad Oreste; oppure, se ti piace
meglio un altro paragone, viene, vede e vince, da quel Cesare ch'egli .
Questo ho scovato io, osservando, raffrontando, e traendo la
conseguenza. Ma bada, io non ti ho detto nulla.

-- Non dubitare; -- rispose il Guidi. -- Ma che ne penser la contessa? --

Orazio Ceprani si strinse nelle spalle e allung il muso.

-- Questo non l'ho indovinato;  uno dei tanti arcani che dovr ancora
scoprire. Stamane, per esempio, uscendo di casa, per andare nei
quartieri alti, chi vedo! Lei, proprio lei, male nascosta dietro i
cristalli di una vettura da nolo, che andava... lass. Dovevo vedere il
Valenti, per certe faccende di Borsa, e ho ritardato un'ora buona a
salire da lui; ma non l'ho veduta uscire, n prima, n poi. Di sicuro,
c' un passaggio segreto, un'altra scala, e che so io.

-- Come? Sei tanto intrinseco del cavaliere, e non hai pratica della
casa?

-- Che cosa vuoi che ti dica? Il cavaliere ha il cuore chiuso come la
mano;  avaro dei suoi segreti, come dei suoi quattrini.

-- Glie ne hai chiesti, per caso?

-- Una volta, s, per mettere la sua amicizia alla prova. Ed 
un'amicizia salda, la sua, a prova di bomba! Oh, ma aspetti, verr anche
il mio giro e faremo a buon rendere. Infine, vedi che capricci di
fortuna! Si lavora tutti e due in Borsa, e il pi delle volte con le
stesse notizie. Orbene, egli guadagna ed io perdo. Stamane ci ho
lasciato centomila lire, e sorrido; a denti stretti, ma sorrido. Lui,
intanto, ne ha guadagnate trecentomila; e guardalo l, ride a piena
bocca, il felice! --

Mentre questi bei ragionamenti si facevano tra il conte Guidi e
quell'esemplare di gratitudine del signor Orazio Ceprani, il re della
festa, accompagnato dalla contessa Giovanna, faceva il suo giro
trionfale nel salotto e giungeva davanti a Gabriella Manfredi.

Fu allora tra il vecchio soldato e la fanciulla una scena bellissima, un
dialogo commovente. Gabriella era diventata rossa, vedendolo venire
verso di lei, e si era perfino alzata dal divano, con gran meraviglia
del Guidi, che stava ad osservarla da lunge.

-- Io non avevo pi, questa sera, che da conoscere il suo nome; -- disse
Gabriella, poich la presentazione fu fatta. -- Conosco da molti anni
Cesare Gonzaga; potrei anzi aggiungere che  la mia prima conoscenza.

-- Che dice, signorina? -- esclam il Gonzaga, commosso alla voce della
fanciulla, che gli richiamava al pensiero i suoni e le inflessioni di
un'altra a lui cara. -- Una fata benigna l'avrebbe condotta laggi, nel
cuore dell'India?

-- Una fata benigna e un buon genio, che l'amavano ambedue; -- rispose la
fanciulla. -- Ora, solo il mio genio  rimasto ad amarla. --

Cesare Gonzaga trasse un profondo sospiro, al malinconico accento di
Gabriella Manfredi.

-- Incomincio a capire; -- diss'egli.

-- S, -- prosegu la fanciulla, -- mio padre parla sempre, con affetto e
con ammirazione, del suo migliore, del suo unico amico. Se oggi, quando
ella  venuta a casa nostra, avesse chiesto di me, sarei stata felice di
riceverla io, contro tutte le norme del cerimoniale. Ella  di casa
nostra, signor Cesare; appartiene alla nostra famiglia. Mia madre,
quando aveva da citare un tipo di cavalleria, ricordava sempre lei. Vuol
sapere quando fu che udii per la prima volta il suo nome? Mamma e babbo,
a tavola, parlavano di un caso che non ricordo pi bene, ma in cui,
dicevano loro, sarebbe bisognato un uomo di cuore e di virt singolare;
e mamma, allora, soggiunse una frase che non ho pi dimenticata: "Senti,
Andrea, per far questo che tu dimandi, ci sarebbe voluto un uomo come
Cesare Gonzaga." --

Il vecchio soldato si rec una mano alla fronte, come per chetare un
dolore, o discacciare un molesto pensiero, ma nel fatto per rasciugare
con le ultime dita una lagrima.

-- Ella vede adunque, -- prosegu la fanciulla, provando una gioia
schietta e profonda a ragionare con quell'uomo, a dirgli tutti i
pensieri che fiorivano nella sua mente; -- ella vede adunque che io la
conosco intimamente, come conosco l'anima e il cuore di mio padre. Per
una ragazza, che incomincia appena ora a vivere, sono abbastanza
fortunata; non le pare? --

Il vecchio sorrise malinconicamente, a qual vanto giovanile, e rispose,
tentennando la testa:

-- Ah, signorina! La vita  piena d'ingrate novit. Gli uomini, creda a
me, non si rassomigliano tutti.

-- Lo credo facilmente; -- replic Gabriella. -- Anzi, veda fin dove
giungo, i due che conosco mi hanno resa molto difficile con gli altri.
Quando ne incontro uno, che vuol comparire un miracolo di uomo (e
l'hanno tutti, questa bella pretesa!) io dico subito tra me: sar egli
un uomo di cuore, un nobile carattere, un cavaliere antico, come il
babbo, e come Cesare Gonzaga? --

La fanciulla parlava con una grazia ingenua, con un'anima, con una
effusione di cuore, che l'avreste abbracciata, divorata dai baci, se
fosse stata una bambina di sette anni. Davanti alla sua et, vi sarebbe
mancato il coraggio di far tanto (non la voglia, perbacco!) e vi sareste
inginocchiati. Cesare Gonzaga non fece n l'una cosa n l'altra; ma i
suoi occhi ebbero lampi di tenerezza infinita, che valevano i baci e le
genuflessioni.

--  bello, -- diss'egli, -- sentirsi parlare cos; bellissimo sarebbe
meritarlo. Ma io ricorder in buon punto, signorina, che nessuna et
dispensa l'uomo dalla modestia. Vedrei tanto volentieri suo padre! 
forse uscito?

-- Non credo. Sar forse di l, impegnato in qualche grave discorso.
Vuole che andiamo a cercarlo? --

Cos dicendo, Gabriella si alz e fece l'atto di prendere il braccio del
Gonzaga.

-- Con questa guida, in capo al mondo! -- diss'egli.

-- Ed io con lei, anche pi in l; -- rispose ella, appoggiandosi
confidente a quel braccio che il Gonzaga le aveva finalmente profferto.

Proprio in quel punto, nella sala vicina, si attaccava sul pianoforte
uno dei soliti valzer dello Strauss, e sulla soglia del salotto appariva
il ballerino che sapete.

-- Signorina, -- diss'egli, -- venivo per l'appunto a chiedere....

-- Non chieda nulla, per ora; debbo far prima una presentazione; --
rispose Gabriella. -- Non vorr mica dolersene?

-- Oh, le pare? S'immagini: rimango a' suoi ordini; -- replic il
ballerino, inchinandosi.

Gabriella, appoggiata al braccio del Gonzaga, prosegu la sua via. Il
ballerino seguitava a due passi di distanza, tutto mogio e contrito. Il
conte Guidi, piantato in un angolo, aveva notato ogni cosa, le tenerezze
maravigliose di Gabriella per quell'indiano baldanzoso, i discorsi
infiammati, gli atti vivaci, e finalmente quel loro andar via a
braccetto, come se ella si fosse legata per tutta la sera a quell'uomo.
E si morse le labbra, il conte Guidi, e si torse ancora i baffi,
masticando qualche cosa, che non doveva esser zucchero.




VII.


Andrea Manfredi stava rincantucciato, e non per sua elezione, credetelo,
nel fondo di una galleria, tutta messa a piante di stufa, e che sarebbe
parsa davvero una stufa, se non ci fossero state cinque o sei grandi
lastre di specchi, poste in fila e incorniciate da liste sottili, quasi
da nervature di bronzo dorato, dietro agli ombrelli diffusi delle felci
arboree e delle latanie borboniche. In quell'angolo di galleria, poco
lunge da una delle porte spalancate, donde veniva la luce viva e il
lieto rumore della sala da ballo, il senatore Manfredi era stato
sequestrato da un suo collega, chiamato non indegnamente il primo
seccatore del Regno; uno di quei molesti personaggi, cos frequenti in
societ, che hanno sempre qualche cosa da dirvi, e non vi lasciano,
nella terribile continuit del discorso, neanche il tempo di dire:
permettete, ho qualche cosa da fare. I dotti vogliono che sia una
malattia; gl'indotti si contentano di dire che  una seccatura enorme.
Certo , lettori miei, che se tra i precetti cristiani v'ha quello di
assistere gl'infermi, non ci troverete la raccomandazione di ascoltare i
noiosi, mentre la scappatoia di farne un'offerta a Dio misericordioso
non sarebbe punto conforme a quel sentimento di gratitudine che lega la
creatura al suo creatore.

Il Manfredi stava l, come vi ho detto, dimenandosi invano fra le
strette di un ragionamento pazzo, che in venti minuti aveva toccato un
centinaio di punti, dalla legge per il riordinamento del Genio Civile,
che il ministro Baccarini aveva presentata quel giorno in Senato, fino
alla fabbricazione del solfato di chinina, e alle propriet
fosforescenti di questo sale, quando sia scaldato a cento, e poscia
sfregato nel buio. Ma egli vide apparire la sua Gabriella, in compagnia
d'un signore alto, dai baffi grigi, e diede una rifiatata di
contentezza, poich il suo martirio era sul punto di finire.

-- Scusate! -- diss'egli, interrompendo il discorso e mettendo avanti le
mani, per allontanare il noioso. -- Vedo mia figlia, che mi cerca. Ah! --
soggiunse, osservando meglio il cavaliere di Gabriella. -- Sei tu,
veramente?

E corse incontro a Cesare Gonzaga, che aveva riconosciuto, ad onta degli
anni molti, da cui erano abbastanza mutati ambedue.

-- Qua, qua, tra le mia braccia! -- prosegu il senatore Manfredi,
stringendo al petto l'amico della sua giovinezza. -- Venivo, sai, venivo
questa sera all'albergo; ma il conte di Castelbianco mi ha detto che tu
dovevi capitare da lui, e sono rimasto qui ad aspettarti. Cesare... mio
buon Cesare! --

E lo abbracciava ancora, e lo ribaciava sulle gote.

--  un brutto momento, Andrea, un brutto momento! -- disse, con voce
soffocata dalla commozione, il Gonzaga. -- Ho fatto troppo a fidanza con
le mie forze. Era meglio che ci vedessimo altrove.

-- Siamo quasi soli; -- rispose il Manfredi. -- L dentro si balla, e noi,
qui in disparte... piangeremo come due ragazzi, non  vero?

-- Eh, questo temevo, e ora si d spettacolo, Andrea! Quanti anni
passati! Il meglio della nostra vita, senza vederci! E tua figlia, la
tua Gabriella, che angiolo!...

-- Sua madre, vedi! Lo hai notato anche tu, che  tutta sua madre? Ed io
debbo amarla due volte, questa cara figliuola. --

La cara figliuola stava l ritta, guardando quei due amici lagrimosi,
ch'ella era cos felice di poter confondere in una sola ammirazione, in
una sola tenerezza. Ma essa, nella postura in cui era, aveva anche gli
occhi verso lo specchio, e quella perfida lastra le offerse l'immagine
del suo ballerino, ritto impalato dietro le sue spalle, come un
Mefistofele burlesco, venuto a rammentarle l'adempimento di un patto. E
si volse, la cara figliuola, non senza un pochino di stizza, quasi
volesse dirgli col gesto: -- Ma ella vede, Dio buono, che ci ho altro da
fare?

-- Signorina, -- disse il ballerino, ossequioso nell'atto, ma inflessibile
nel proposito, sono sempre a' suoi ordini. Aspetter, non s'incomodi. --

Gabriella fece un atto d'impazienza, ma tutto interiore, e, veduto che
non c'era verso di liberarsi, prese l'eroica risoluzione di vuotare il
calice amaro in un sorso.

-- No, -- rispose allora, -- vengo subito. Badi, signor Cesare, -- prosegu,
rivolgendosi al Gonzaga, -- appena finito questo valzer, vengo a
discorrere con lei. Dev'essere questa sera il mio cavaliere.

-- Antico; -- rispose il Gonzaga. -- Ma non dubiti, bella dama, non mi
muovo di qui, fino a tanto ella non venga a levarmi di sentinella.

-- Perch darle del lei? -- disse il Manfredi.

-- Che vuoi? Non l'ho mica vista bambina.

-- Ragione di pi per rifartene ora!

-- Babbo dice benissimo; -- disse Gabriella, prima di allontanarsi. -- Ma
fra poco ne riparleremo. --

E and, la cara fanciulla, and nella sala da ballo, voltandosi ancora
una volta indietro, prima di lanciarsi nel vortice proverbiale della
danza. Il ballerino, di tanto in tanto, prov a collocare qualcheduna
delle solite frasi; ma Gabriella era distratta e rispondeva a
monosillabi. Finalmente, salt in testa al ballerino di dirle:

--  ancora un bel cavaliere, quel marchese Gonzaga! --

Per quella volta la fanciulla si scosse, e rispose con una frase
intiera:

--  il re dei cavalieri, senza macchia e senza paura. --

Il ballerino non soggiunse pi altro. Aveva da ballare e ball
coscienziosamente, tanto da poter dire per una settimana, al caff, nei
soliti ritrovi de' suoi giovani amici: -- Il primo valzer della serata,
dai Castelbianco, l'ho ballato con la Manfredi, con la pi bella ragazza
di Roma. --

I due amici erano rimasti nella galleria, finalmente soli, perch il
primo seccatore del Regno, vedendo di non poter riattaccare il suo
discorso sulle propriet del solfato di chinina, era andato a cercare
un'altra vittima; _sicut leo rugiens..._ con quello che segue.

-- Lascia che io ti guardi ancora; -- diceva il Manfredi; -- cos, nel
bianco degli occhi. Come sei sempre giovine e forte! Io, vedi, sono una
rovina.

-- Eh, via! I capegli un tantino pi bianchi de' miei, ecco tutto; --
rispose il Gonzaga.

-- Aggiungi un'anima accasciata, Cesare mio. Dopo la morte di Lorenza...
avvenuta sei anni fa! e il mio dolore  acerbo ancora, come se l'avessi
perduta ieri. Ti rattristo, coi miei discorsi, lo so; ma oggi, che vuoi?
oggi  un lutto comune. Trentatr anni fa, era un dolore tuo, che tu hai
sopportato virilmente, mio povero amico! Che fuga  stata la tua, e come
il tuo sacrifizio  stato inteso da noi! Perch, infine, tu hai
rinunziato alla famiglia, alla patria, a tutte le soddisfazioni, a tutti
i conforti che potevi giustamente sperare. Ti amavo, lo sai, ti amavo
come un fratello! Ma ti ho amato anche di pi, pensando che tu eri pi
grande, pi generoso di me, e che io non avrei saputo fare quello che
hai fatto tu, con tanta semplicit, con tanto eroismo. S, lasciami dire
tutto quello che io penso di te, e che ho dovuto tener chiuso qua
dentro, senza neanche sperare che avrei potuto dirtelo un giorno. Senti,
Cesare, amico e fratello mio, se mi fosse dato di versare per te fin
l'ultima goccia di sangue, ancora non mi parrebbe di averti pagato il
mio debito di riconoscenza.

-- Sempre lo stesso entusiasmo! -- esclam Cesare Gonzaga. -- E sei un
banchiere!

-- S, un banchiere, ma che per ci? Ho seguita la via de' miei vecchi;
ma il cuore non ha potuto mutarsi. Veramente, -- soggiunse il Manfredi, --
per i tempi che corrono, mi sono ingegnato di nasconderlo, come si
nascondono i tesori e i difetti, o le virt che fanno ridere. Che
giorni, amico mio! E come ce l'hanno barattata fra le mani, questa
patria, che avevamo immaginato di far cos grande e cos bella! Va tutto
alla peggio, sai, e la nuova generazione non ci affida di giorni
migliori. Penso spesso al vecchio di Orazio, per dar torto al mio
pessimismo; e non mi riesce, pur troppo! Noi brontoloni, forse, ma con
la fiamma dell'ideale nell'anima; i nostri successori, pi ameni, pi
graziosi, pi dotti, anche pi esperti; ma a conto loro e per le loro
ambizioni; ma senza il menomo pensiero di un gran debito morale e
politico nella coscienza. Vedo io troppo nero? Non so; ma questo  certo
e fuor di questione, che i giovani d'oggid non mi aiutano punto a
vederci pi chiaro. --

Cesare Gonzaga non poteva, per parte sua, dargli torto. Ma quella
intemerata del suo vecchio amico gli veniva proprio in mal punto, e
pareva fatta a posta per levargli il coraggio.

-- E sia; -- diss'egli, andando risoluto incontro alla difficolt; -- non
amiamo i giovani. Ma tu, almeno amerai mio nipote.

-- Il Valenti? Questa sera soltanto, e dal conte di Castelbianco, ho
saputo che il cavalier Valenti  tuo nipote.  ricco, ed anche esperto
negli affari; far molto cammino.  uno dei fortunati del giorno.

-- Ma  anche un giovane d'onore; -- disse il Gonzaga, che aveva colto a
volo il sarcasmo. -- Non siamo noi troppo severi, Andrea? L'hai detto tu
stesso, ricordando il vecchio d'Orazio. Poveri giovani! Abbiamo fatto
tante sciocchezze noi altri, ed essi non vogliono imitarci. Via, non
esser troppo rigoroso coi giovani esperti e savi, se, un po' pi presto
che non abbiamo fatto noi, si mettono a combattere con accortezza di
vecchi capitani la gran battaglia della vita.

-- Senti, io ti parlo schietto; -- rispose il Manfredi. -- Amo la gente
seria, ma mi piace che ognuno abbia i pregi, e, se vuoi, anche i difetti
della sua et. Siano i vecchi temperati ed accorti, siano ardenti i
giovani, ed anche un pochettino ingenui. Ora, che cosa t'ho a dire di
pi? Quel cavalier Valenti, per la sua et, mi pare un fenomeno, un
prodigio di vecchiaia. Tanta esperienza, con quel sorriso angelico, in
fede mia,  piuttosto fatta per allontanare, che non per attrarre la
simpatia di un uomo come me. Ti dispiace?

-- S, e molto... perch dianzi, tenendo a braccetto Gabriella,
vagheggiavo un certo disegno!...

-- Un disegno? Cos presto?

-- Eh, caro mio, non me l'hai forse detto tu, proprio tu, che io debbo
rifarmi del tempo perduto? Stringere un po' pi saldamente i vincoli che
ci uniscono,  oggi il mio desiderio pi vivo, e, direi quasi, l'unico
desiderio ch'io mi abbia. Arrigo, che ti  sembrato cos serio e
calcolatore, non  freddo che alla superficie. Io l'ho studiato, questa
mattina, e posso aggiungere che gli ho dato un esame in piena regola.
Non si nasce mica perfetti a questo mondo! Vedi, Andrea. Tu devi usarmi
la cortesia di rifare con me lo studio di quel carattere, spogliandoti
di tutte le tue antipatie....

-- Antipatie, no; -- interruppe il Manfredi; -- l'uomo savio non ne ha mai,
e l'uomo non savio, quando  giunto alla mia et, non ne ha pi.

-- Diciamo dunque le tue idee prestabilite; -- riprese il Gonzaga. -- Tu
devi lasciarle un momento in disparte, per considerare con me la
giovinezza di Arrigo. Quel povero ragazzo si  trovato solo, nel mondo,
a combattere; pi che imparare a custodirsi da certe intemperanze
dell'et,  stato costretto dal bisogno a moderarsi, ad osservare, a
scegliere la sua via. Ti  mai occorso di vedere dei saltatori, che per
aver calcolata troppo lunga una distanza, o anche per assicurarsi contro
i pericoli di una caduta nel vuoto, prendessero una rincorsa maggiore
del bisogno, e, nell'impeto, nello slancio del salto, varcassero il
segno? Cos e non altrimenti il mio povero Arrigo; ha fatto maggior
provvista di forze che non bisognasse al caso suo. Doveva esser pi
giovane, egli, che non aveva tempo da perdere nei giuochi e nelle follie
dell'et? meno accorto, egli, che dubitava d'inciampare ai primi passi?
Ha diffidato, ha temuto; ma era onesta la sua diffidenza, rispettabile
il suo timore. Quasi si potrebbe esclamare: _o felix culpa!_ poich
questa esagerazione di sforzo lo ha condotto alla ricchezza: ma questo
ragionamento utilitario sarebbe indegno di me, che ti parlo, di te, che
mi ascolti, e finalmente di lui, che ha lavorato con coscienza, avendo
solamente il torto, lui giovane, di non aspettare la visita e i sorrisi
di madonna Fortuna. Egli le  andato incontro, l'ha circuita, vinta e
incatenata, sempre per eccesso di precauzioni, per esagerazione di
sforzo. Poveraccio! Ma egli  pi giovane che tu non creda; ha una retta
coscienza ed un cuore ardente, sotto quell'apparenza di freddezza e di
calcolo. Ti basti questo: che egli mi ha confessato stamane di essere
fieramente innamorato di tua figlia.

-- Fieramente! Dici da senno?

-- Non ne dubitare, ti prego. Egli lo ha confessato a modo suo, senza
abbondanza di parole, con una di quelle frasi concise e risolute, con
uno di quegli scatti, di quei lampi, che ti fan leggere nei pi riposti
segreti di un cuore. Riconosci, mio caro Andrea, che ti eri ingannato
sul conto suo. E non potresti anche ammettere che Arrigo avesse lavorato
con tanta accortezza a formarsi uno stato, per potersi presentare pi
sicuramente a te, con pi fondata speranza di essere accettato per
genero? Ah, vedi? Ti carico alla baionetta. Ma che vuoi? Amo quel
ragazzo, che somiglia tanto a sua madre, alla mia povera sorella... e
vorrei vederlo felice. Or dunque, amico, la tua risposta! Senatore, il
tuo voto!

-- Sar un voto condizionale, -- rispose il Manfredi, che non pot
trattenersi dal ridere. -- In questo caso io non vorrei far nulla, senza
avere udito il pensiero di mia figlia.

--  giusto. Ma se tu mi permettessi di parlarne frattanto a lei, con
garbo, si capisce, e con la debita prudenza....

-- Sei padrone di farlo. Non subito, per altro; non alla baionetta, come
hai fatto con me.

-- Oh, non aver timore; trover il momento opportuno. E poi, si tratta di
un negozio delicatissimo; non ne parleremo una volta soltanto. Se il mio
Arrigo ha dei difetti, dovr anche lavorare di buona voglia a levarseli.
Gabriella  una creatura divina: non si conquista come la fortuna;
bisogner meritarla.

-- Tu, ora, guasti il babbo, Cesare mio! -- disse il Manfredi, afferrando
la mano del Gonzaga e stringendola fortemente tra le sue. -- Non guastare
anche la figlia, con le tue lodi soverchie.

-- Che lodi! Che soverchi... e che coperchi! Io l'adoro, -- replic il
Gonzaga, -- e voglio, vedi che bella pretesa! voglio che mi ami, come ama
te.

-- Mi pare che sia una cosa gi fatta; -- rispose il Manfredi. -- Vedila
qua, che ritorna. --

Gabriella appariva in quel punto, classica figura biancheggiante tra il
verde delle felci e delle latanie borboniche, con le sue belle guance
imporporate dagli ardori della danza. Il ballerino (dobbiamo rendere
questo omaggio alla verit) possedeva la sua arte, corrispondeva
perfettamente a tutti gli obblighi dell'ufficio. Si poteva non trovar
nulla da rispondere ai suoi sciocchi discorsi, ma si doveva aver
confidenza in lui, quando incominciava a muover le gambe; bisognava
abbandonarsi al vortice, descrivere le curve pi violente e pi rapide,
trattenuti e lanciati ad un tempo da un polso d'acciaio, girando come un
eccentrico sopra un asse ideale di rotazione, e fuori del centro di
figura. Ricordi matematici, andate via! Il ballerino condusse la
signorina Manfredi dov'ella voleva, allarg il braccio, fece un inchino,
e via anche lui, mentre la fanciulla, resogli il saluto con un cenno del
capo, riprendeva il braccio di Cesare Gonzaga.

-- L'avete veramente conquistata! -- not la contessa di Castelbianco, che
passava allora, al braccio del conte Guidi.

-- Come vedete, contessa; -- rispose il Gonzaga, accogliendo con un
sorriso la celia garbata. -- E son venuto di lontano assai, come tutti i
grandi conquistatori. --

Cinque minuti dopo, una grande notizia si spandeva per tutto quel
piccolo mondo di dame frivole e di cavalierini leggieri. Il ballerino ne
aveva buttato l il germe, il nocciolo, l'embrione, senza dare
importanza alla cosa, pi per vezzo di chiacchiera che per isfogo di
malumore, e tutti ci avevano lavorato intorno, aggiungendo, sottraendo,
lisciando, adattando. S'era formata come i diacciuoli, sospesi alle
gronde dei tetti, quando una goccia d'acqua si rappiglia, un'altra la
segue, e via via di goccia in goccia si forma il candelotto; poi l'aria
ci si trastulla dattorno, accarezzando, operando di ricamo, di
filettatura, di traforo, di cesello e di sbalzo, questo ottenendo coi
caldi e quello coi freddi, secondo i capricci e i bisogni, come farebbe
un orefice.

Or dunque, ecco qua: il ballerino aveva dovuto conquistare la sua dama,
seguendola pazientemente qua e l per le sale, e finalmente strapparla
reluttante dal braccio dell'indiano; dopo averla conquistata, non era
riescito a farla parlare che in grazia di una lode accortamente data
all'indiano, da lei subito battezzato, con insolita energia d'accento,
il cavalier senza macchia e senza paura. Ma il valzer era finito, e la
dama, che aveva data la posta al suo Baiardo dai baffi grigi, era corsa
a cercarlo, a riprendere il suo braccio. Baiardo non era poi vecchio, e
ad onta di quei baffi grigi poteva sostenere il paragone con molti
giovani, forte, fiorente e maestoso come appariva agli occhi di tutti.
Aggiungete che ritornava dal Bengala, dove si era arricchito (insinuava
destramente il Ceprani) facendo la guerra agli Ind; che doveva aver
posseduto il cuore di qualche improvvida Rani, ottenendone i diamanti e
cedendone il principato agli Inglesi; ragione per cui aveva potuto
ritornarsene parecchie volte milionario in Europa. Il riccone, il
_nabab_, appena giunto in Roma, conquistava tutti i cuori, faceva girare
tutte le teste; oramai non aveva da far altro che gittare il fazzoletto,
poich tutte le dame si erano invaghite di lui, incominciando da quella
stupenda ragazza, il cui babbo, uomo serio e di salda riputazione, era
addirittura incantato, e copriva coi ricordi di un'antica amicizia il
desiderio smanioso d'imparentarsi con lui. Ed anche era facile intendere
la preferenza dell'indiano. Questi vecchi gagliardi, per solito,
s'innamorano delle fanciulle, e non apprezzano la bellezza se non 
fresca, come la rosa, delle sue prime rugiade. La fanciulla, dal canto
suo, aveva sentito il fscino e gradito l'omaggio del principe indiano;
egli aveva gittato il fazzoletto, ed essa aveva lasciato cadere il
tulipano, indizio e promessa di un amore violento. E poc'anzi, dopo il
valzer ballato di mala voglia, non aveva essa rifiutato di ballare una
polca con un altro fra i pi brillanti cavalieri della festa, adducendo
a sua scusa che si sentiva un po' stanca? Stanca una fanciulla ai primi
balli, eh via! I _lanciers_, almeno, non l'avrebbero affaticata: ma i
_lanciers_ (vedete che caso!) li aveva gi impegnati con Cesare Gonzaga.
Immaginate i commenti! Si sarebbe veduto il sultano eseguire le
riverenze, l'avanti e indietro, le diagonali e tutti gli altri passi a
contrattempo, che fanno dei _lanciers_ la confusione pi amena e la cosa
pi buffa del mondo.

Immaginate altres lo stupore, dapprima, e poi la stizza del conte
Guidi. Era un tipo curioso, quel conte senza contea. Egli regolarmente
andava in tutte le conversazioni, in tutte le feste, dove il suo titolo
e la sua eleganza potevano renderlo accetto, e amava ogni stagione un
paio di ragazze, con preferenza spiccata per le pi ricche borghesi, e,
tra queste, per le figlie uniche. Il bel giovane serio, gran cavaliere,
parlatore discreto ed efficace a quattr'occhi, non amante delle arguzie,
n dei discorsi chiassosi, solamente disposto a sorrider breve quando
sentiva le arguzie e i motti festosi degli altri, faceva allora il suo
giuoco doppio. O vinceva la partita, e collocava la sua corona di nove
perle sopra un sacco di napoleoni; o la perdeva, e restava con l'aureola
di amante sfortunato, ma rispettabile e degno di consolazioni. Qual
donna non doveva essergli riconoscente, sapendo di essere stata la sua
prima e infelicissima fiamma? Ci sono tanti tesori di piet, nel cuore
di una donna, e si spargono cos facilmente, quando la donna 
inesperta! Perch non crederebbe ella, infine, alla sincerit di un
affetto che si manifest nelle forme pi nobili quando ella era libera,
e che non ebbe esito felice per colpa di circostanze malaugurate, non
imputabili a lui?

E Arrigo, frattanto? Arrigo non sentiva nulla, non si accorgeva, non si
dava pensiero di nulla. Era andato nella sala di lettura a fumare una
spagnoletta e a leggere gli ultimi telegrammi e il listino della Borsa,
pronta cagione di parecchie operazioni aritmetiche mentali. Era fastidio
delle piccole vanit della festa, o sicurezza del fatto suo? Ci 
permesso di accogliere quest'ultima supposizione, senza rinunziare
intieramente alla prima. Arrigo si era avvicinato una volta sola, nel
corso della serata, alla gentil Gabriella, e aveva anche ottenuta la
ricompensa di un sorriso, forse il primo sorriso aperto e sincero, del
quale egli poteva chiamarsi debitore alla notizia, saputa quella
medesima sera da Gabriella, ch'egli era il nipote di suo zio. Ma egli
era un nipote cos amato, e cos pienamente consapevole di essere
aiutato, che pot rispondere con una cert'aria trionfale a quel sorriso
amorevole, ritenendosi dal chieder l'onore del solito giro di valzer, di
polca, o d'altra figura e tempo di ballo. Gi, egli aveva sempre ballato
poco, e quell'anno, poi, non ballava pi affatto. Un cavaliere,
figuratevi! Inoltre, quella sera, mentre un forte guerriero teneva il
campo per lui, egli doveva stare pi che mai riguardoso. Era fresca la
scena in cui una povera donna confusa, amante ancora e pentita, pi
bisognosa forse di essere consolata che esaudita, era rimasta colpita
dalla sua insigne freddezza, e, senza avere ottenuto da lui il conforto
di una parola calda, di una lagrima generosa, aveva dovuto riprendere la
sua via, in mezzo alle solite ansiet, ai soliti pericoli, sdegnata con
lui, ma pi ancora con s medesima!

Dopo i famosi _lanciers_, in cui Cesare Gonzaga non si era mostrato
niente pi impacciato di tanti altri personaggi eminenti, che qualche
volta debbono pure mescolarsi in queste difficili imprese della
frivolezza elegante, la povera contessa entr nella sala di lettura, e
trov modo, passando, di gittare alcune parole all'orecchio di Arrigo,
mentre negli atti e nel sorriso mostrava di dirgli una frase gentile,
come  l'uso e l'obbligo delle padrone di casa.

-- Egli sospetta, badate. Sono stata veduta per via, e devo solamente al
caso....

-- Lo so; -- rispose Arrigo, imitando la sua mimica prudente. -- Non vi
esponete, vi prego. --

E fatto un inchino, riprese a leggere il giornale che aveva tra le mani.

Ferita al cuore da quel freddo "lo so" la contessa era andata pi oltre,
nel vano di una finestra, dove un altro de' suoi convitati, uomo maturo
e stracco, tirava le ultime boccate di fumo da un autentico e profumato
Manilla. A tempo, fortunatamente, poich, a farlo apposta, il conte
Pompeo entrava allora, insieme col Gonzaga, nella sala di lettura.

-- Ah, bene; benissimo! -- esclam il conte Pompeo. -- Ecco qui il nostro
cavaliere, che legge il listino della Borsa. Quando lo dico, io, che non
ci sono pi giovani! Abbiamo dovuto ballar noi. Due bei lancieri per
altro! --

Arrigo sorrise, approvando, e rimase a discorrere con lo zio, mentre il
conte Pompeo, cutrettola eterna, saltellava verso sua moglie, che aveva
preso il braccio del fumatore solitario, e lo trascinava con s, molto
maravigliato, anzi a dirittura rintontito, dai suoi graziosi discorsi.

-- Perch ti nascondi, Arrigo? -- disse il Gonzaga al nipote. -- Io ho
fatto finora tutto quanto ho potuto, passeggiando, tenendo a braccetto,
perfino ballando, per essere fedele alla consegna. Ma ogni bel giuoco,
lo sai, dura poco, ed io ho dovuto lasciare, per un quarto d'ora almeno,
la divina Gabriella.

-- Ah! ti piace?

-- Moltissimo; e perci, vincendo un certo rimorso che mi aveva preso per
una povera donna, approvo pienamente la tua scelta. Vi voglio alle
Carpinete per questa primavera.

-- Come corri! -- esclam il giovane. -- Tu ti fai gi in tasca il
contratto.

-- In tasca, no; -- rispose lo zio, rabbruscato; -- in tasca io ci ho
solamente le cose che mi dispiacciono. Bada, Arrigo, mentre tu stai qui
a ragionare con tanta povert di linguaggio, un altro si  fatto avanti.
E pareva non aspettasse altro che di vedermi muovere, il bellimbusto! Un
elegante, un tenebroso, tutto languori con le dame, e occhiate spavalde
coi cavalieri! A me, anzi, ne ha date parecchie, che volevano passarmi
fuor fuori.

-- Ah, capisco, il conte Guidi.

-- Sar lui. Stamane, infatti, mi hai detto che quello che ti dava noia
era un conte.

-- Noia, s e no. Il fatto  questo, che io non lo temo.  uno di quei
vanerelli, tutti infatuati di s, che sgallettano intorno a tutte le
ragazze ben dotate, e non possono sperar nulla, perch non hanno la
croce d'un quattrino.

-- Temili, ragazzo mio, questi cavalieri disperati. Chi li distingue ora
dai ricchi? Essi rimediano alla mancanza del milioncino con le belle
maniere, col sentimento, con la poesia, imparaticcia se vuoi, ma
egualmente pericolosa. Questi rivali bisogna batterli nel loro campo.

-- Fammi Gonzaga, e trionfo senza combattere.

-- Farti Gonzaga! Eh, vedo la coda del tuo ragionamento. Un'adozione?

-- Non sono io il tuo unico parente? -- disse Arrigo, incalzando. -- Non mi
ami tu come un figlio? E i Gonzaga di Luzzara hanno da spegnersi anche
nel nome?

-- Senti! mi ci fai pensare; -- rispose lo zio. -- Ma questo  anche un
curioso momento, per dirmelo!

-- Si dice una cosa quando viene in taglio; -- rispose Arrigo, niente
sconcertato dalla osservazione dello zio. -- Quanto al Guidi, io dormo
tra due guanciali. Le ragazze, al d d'oggi, vogliono ben altro che
sospiri e grullerie da medio evo!

-- Lo vedi? Io ne ho una opinione diversa; almeno di Gabriella; -- replic
gravemente il Gonzaga.

-- Ebbene, ecco che lei, per intanto, ti d una graziosa mentita; -- disse
Arrigo, ridendo. -- Gabriella non  stata a sentire i madrigali del conte
Guidi.

-- Come lo sai, stando qua?

-- Stando qua, vedo il temuto rivale che s'avanza, dietro a te, in
compagnia di due altri sciocchi suoi pari.

-- Tanto meglio; -- disse il Gonzaga. -- Allora fammi una giravolta sui
tacchi, da bravo soldatino, e va in sentinella un po' tu. Finalmente, si
tratta della tua felicit.

-- Non  conveniente, ora; -- rispose Arrigo. -- Se quell'altra mi
vede!...

-- Quell'altra, ahim! -- disse il Gonzaga in cuor suo. -- Cos le
chiamiamo, quando tutto  finito. --

E sospir, il povero filosofo, che dei suoi nobili insegnamenti non
vedeva alcun frutto.




VIII.


Come mai il conte Guidi era venuto via da un colloquio, cos lungamente
sospirato? La cosa, che parr strana ai lettori, dev'esser chiarita da
noi.

Il conte Guidi si era avvicinato a Gabriella Manfredi, approfittando
dell'obbligo di cortesia in cui aveva posto il Gonzaga l'avvicinarsi
della baronessa di Gleisenthal, pur dianzi sua vicina di sinistra nei
famosi lanciers. Anche il Guidi, come altri parecchi, aveva chiesto a
Gabriella il solito onore del solito giro di non so qual ballo che
doveva seguire, ed anche a lui quell'altissimo onore era stato negato.
Gabriella, per quella sera, non ballava pi. La signorina Manfredi era
in una insolita e bizzarra condizione di spirito, nella quale un
osservatore della "scuola ereditaria" avrebbe trovato una eccellente
occasione per dimostrare che in lei operava il sangue di sua madre. Noi,
pi timidi in materia di asserzioni, vi diremo semplicemente che
Gabriella Manfredi era commossa, turbata, soggiogata da quel fiero e
nobile uomo, il quale da tanti anni era tipico in casa sua, e quasi
leggendario per lei.

Nelle famiglie qualche volta ci sono, questi numi tutelari e viventi,
immagini rispettate e care di amici lontani nello spazio e nel tempo, a
cui si ricorre col pensiero nei momenti solenni, di cui si citano i
detti memorabili e le azioni virtuose, come se gi si trattasse di
uomini che la morte ha consacrati e la storia circondati di una aureola
luminosa. "Questo egli disse, questo egli fece; conformatevi all'esempio
di valor singolare, di onest incomparabile, di sacrificio sublime";
ecco l'ammonimento dei vecchi, che nel ricordo dell'amico venerato si
sentono riviver essi medesimi con la loro fiorente giovinezza, e si
dnno con lui in gradito spettacolo alla ammirazione dei figli.

Di Cesare Gonzaga, nelle sue prime relazioni coi Manfredi, noi sappiamo
ancora troppo poco. Gabriella non ne sapeva quasi nulla; ma lo aveva
sentito citar sempre come un eroe, e quell'eroe, che ella vedeva
finalmente, corrispondeva nell'aspetto e nei modi al tipo ch'ella, fin
da bambina, se ne era foggiata nell'anima. Egli era anche bello di una
forte bellezza, e perfino quei capegli grigi tagliati corti, tirati
indietro alla soldatesca, non riescivano a farlo parer vecchio, poich
il bronzeo color della pelle, prendendo risalto da essi, mostrava la
pienezza e la maest della forza. Gli occhi di Cesare Gonzaga, azzurri
nella pupilla, biancheggiavano vivaci nel globo, con riflessi e
luccicori di madreperla. A guardarli, ci si vedeva la dolcezza e la
serenit di un bambino; ma quando li girava intorno, luminosi,
iridescenti sul fosco della carnagione, parevano metter faville, ed
erano gli occhi di un forte. Gabriella Manfredi ne fu soggiogata. La
bont nella forza  sempre piaciuta in singolar modo alle donne; e
Gabriella amava gi in quell'uomo forte e buono il primo amico di suo
padre, il tipo di cavaliere perfetto ricordato da sua madre.

Il conte Guidi, come vedete, capitava in mal punto anche lui. Alla
contessa Giovanna, la signorina Manfredi aveva confessato di studiare
quel giovanotto, che le era parso un po' diverso dagli altri; ma in
verit aveva confessato pi del vero. Per allora non lo studiava pi. Si
studia volentieri quando si ha libero lo spirito, e questo lo sanno
benissimo tutti coloro che non hanno perduta quella onesta consuetudine.
E non solo ella aveva smesso di studiare il conte Guidi; ma egli le era
diventato di punto in bianco.... Come s'ha a dire? Via, diciamo
schiettamente noioso. Nella sua mente, incapace di due contemplazioni,
il pensare ancora ad uno studio cos vano come quello del carattere di
un giovanotto gi troppo a lungo veduto e non mai cresciuto nella sua
estimazione per grandi fatti, o accenni di magnanime idee, le parve
un'offesa, s, proprio cos, un'offesa a quel nobile uomo, che aveva la
doppia aureola del soldato di Roma e del cavaliere mondiale. Cesare
Gonzaga le arrideva infatti come una luminosa figura d'altri tempi, di
quei tempi che hanno sempre l'obbligo di parere e spesso anche la
fortuna di essere migliori dei nostri. Anche gli antichi Romani erano
fatti cos: alle falde del Campidoglio per respingere i Galli e
rovesciare le superbe bilance di Brenno; tra i Persi e i Medi, nel
lontano Oriente, con le aquile infaticabili e coi prodigi del valore
latino.

Il conte Guidi, per altro, non si poteva mandarlo via come il primo
venuto. Quel malinconico cavaliere le aveva dette tante cose leggiadre,
ed ella le aveva gi tanto ascoltate, anche senza commuoversi troppo,
che la consuetudine e la cortesia dovevano associarsi a consigliarle un
riguardo particolare di benevola attenzione per lui. Lo ascolt dunque
ancora, mentre Cesare Gonzaga si allontanava, discorrendo con altri. Ma
il conte Guidi non fu troppo felice, quella volta; anzi, non lo fu
niente affatto. Figuratevi che ebbe il torto d'incominciare cos:

-- Signorina, ahim, noi non ci siamo pi, questa sera.

-- O come? -- diss'ella, guardandolo con aria di stupore. -- Sarebbe
forse... altrove?

-- Eh? -- ripigli il giovanotto. -- Un triste presentimento mi dice che
potrei esser cacciato molto lontano.

-- Perch?

-- Perch, -- rispose egli, sospirando, -- io non sono, come vorrei, un
principe orientale, un personaggio delle _Mille e una notte_, un
Sindbad, un Aladino, un Arun el Rascid.

-- Non so chi siano tutti questi signori, perch non ho letto il libro; --
replic freddamente Gabriella, che aveva capita l'allusione, -- ma mi
pare che ella voglia essere troppe persone ad un tempo. --

Il conte Guidi si accorse di essere andato troppo oltre, e ripigli
tutto confuso:

-- Perdoni, signorina; in questo momento non so pi quel che dico. --

Era ancora un bel modo di escire dal ronco; ma per quella volta non gli
valse. Gabriella Manfredi, non avvezza a tanta confidenza di discorso,
si chiuse nella sua severit di dea scorrucciata, e l'imprudente
assalitore lev tosto l'assedio.

Due amici lo presero subito in mezzo, per chiedergli notizie di una
quistione d'onore nella quale egli era mescolato come arbitro. Dovete
sapere che il conte era una specie di Possevino, versatissimo in materia
cavalleresca, padrino nato di tutti i duelli fatti e da farsi. Irritato
com'era in quel punto, avrebbe volentieri parlato di affettar mezzo
mondo e d'infilzare l'altra met; ma la quistione di quel giorno era
invece finita con un verbale ed una stretta di mano, e perci il conte
Guidi dovette restringersi a spiegare quel lieto fine, da lui stesso
consigliato, poich si trattava di due figli di famiglia e a lui non
piaceva d'incorrere nello sdegno delle mamme. Cos discorrendo, era
giunto all'ingresso della sala di lettura, dove il conte di Castelbianco
gli si avvicin e prese parte alla conversazione cavalleresca. Prendeva
parte a tutte le cose dei giovani, il giovane conte Pompeo!

Anche il Manfredi entrava da un altro lato: tirandosi dietro, ahim,
l'eterno collega, il primo seccatore del regno, che lo aveva una seconda
volta agguantato. Ed altri vennero dopo loro, tra perch c'era tregua di
danze, e perch... debbo dirvelo? Veramente mi dispiace un pochino,
poich si tratta di una cosa brutta, che accade in tutte le feste da
ballo. "Era in quell'ora che volge il diso" dei cavalieri pi galanti a
piantar l le dame; quasi altrettante Olimpie sullo scoglio, per
andarsene a dare una sbirciatina alla credenza, o a far crocchio nel
fumatoio. Gi, gli uomini saranno sempre uomini, e, quantunque tirati a
pulimento da tanti secoli (si dice da trenta, per gli Europei
meridionali) faranno sempre come i selvaggi loro antenati, e
dimenticheranno le donne qua e l, per starsene a parlamento, occupati a
gestire e gridare. Che gusto ci trovassero gli antichi, e che gusto ci
trovino i moderni selvaggi, sa Iddio. Le dame, allora, consumati a mano
a mano gli ultimi argomenti di conversazione particolare, si avvedono
della mancanza, assoluta o quasi assoluta, del sesso forte; vorrebbero
dolersene, come di una grossa scortesia; ma tra i primi scortesi c' il
marito, il babbo, il fratello, il cugino; e allora si prende la cosa in
burletta, e si fa, per proposta della dama pi allegra, una levata in
massa. Le belle abbandonate vanno attorno per le sale, contente di fare
un po' di chiasso anche loro; e qualcheduna pi ardita, penetrando nel
fumatoio, non dubita, ad onta della sua abbigliatura di raso color
crema, o di stoffa argentata, non dubita, dico, di prendere una
spagnoletta e di fumare, non gi come un Mongibello, che sarebbe troppo,
ma come un grazioso vulcanetto delle isole Lipari.

-- In fondo, hai fatto bene; -- diceva il conte di Castelbianco al conte
Guidi. -- Erano due ragazzi; e se per caso si facevano male, che strilli!

-- Che  stato? Una disgrazia? -- chiese il tormentatore di Andrea
Manfredi.

-- No, un duello; ma il nostro Guidi, gran cavaliere e mastro di campo,
ha tutto accomodato, con soddisfazione universale.

-- Meglio cos; bisogna finirla, coi duelli. I Romani....

-- Ah, che cervelli esaltati! -- esclam, interrompendo la citazione del
seccatore, la signora Robusti, quella bella che era senza spalle e
voleva farlo sapere.

-- Esaltati! -- disse il Guidi, inchinandosi con molta galanteria. -- E se
lo fossero stati... per la bellezza?

-- Allora... non dico pi nulla; -- rispose la signora, accettando il
complimento per s, e provando a farcisi rossa.

-- Il duello  sempre una pazzia, filosoficamente parlando; -- ripigli il
seccatore. -- I Romani non lo conoscevano, e i Romani....

-- Che ne pensi tu, Cesare? -- chiese il Manfredi al Gonzaga, che stava
zitto, sostenendo le guardate superbe del conte Guidi.

Doveva rispondere il Gonzaga, il re della festa, l'uomo ragguardevole, a
cui l'esilio, i viaggi e le avventure indiane avevano dato come una
velatura di personaggio misterioso. Tutti gli occhi si volsero a lui,
tutti gli orecchi si tesero per udir la risposta.

-- Il signore ha invocata la filosofia; -- disse il Gonzaga, accennando
con gli occhi e con un breve saluto il collega di Andrea. -- In nome
della morale, che  tanta parte della filosofia, il duello si potrebbe
anche chiamare una cattiva azione.

-- Proprio, in genere? -- disse il Guidi.

-- Numero e caso; -- rispose il Gonzaga. --  la mia opinione, e,
rispettando l'altrui, dico sinceramente la mia.

-- E neanche vorr tener conto del coraggio che ci vuole, per
commetterla?

-- Il coraggio mi piace, ma quando non sia usato malamente, n a sfogo di
privati rancori, n a mostra di vanit.

-- Il giudizio  molto severo; -- not il Guidi, con amarezza. -- E la
guerra? Che altro  la guerra, se non lo sfogo e la mostra di una somma
di rancori e di vanit?

-- Ella, mi perdoni, rimpicciolisce la guerra; -- rispose imperturbato il
Gonzaga. -- Non c' pi vanit, n rancori, quando si combatte per
l'onore del proprio paese e per il trionfo di una nobile causa.

-- Ah, perdonami, zio! -- entr a dire il Valenti. -- M'inscrivo per parlar
contro la guerra.  un controsenso, che il progresso ha oramai
condannato; senza contare che le industrie ne soffrono.

-- Che argomenti, cavaliere! -- esclam la signora Robusti.

-- Ma sai, Arrigo, -- disse a sua volta il conte Pompeo, -- che tu affoghi
nella prosa? Ti farai odiar dalle dame, che sono gi in molte a
sentirti.

-- Ah, s, -- rispose Arrigo, spronato anzi che rattenuto da quel mezzo
rimprovero, -- un tempo... era assai poetica, la guerra. In primo luogo
la partenza, con la sciarpa trapunta, e i colori della dama sul cimiero;
da ultimo, il ritorno, con un occhio di meno.

-- Ma anche con un occhio di meno!... -- esclam la baronessa di
Gleisenthal, quella che, a detta del conte di Castelbianco, avrebbe
oramai dovuto smettere.

-- Ah, s! -- pens Orazio Ceprani, che stava in un angolo, ascoltando. --
Per quella l bisognerebbe averli perduti tutti e due.

-- E lei, marchese, -- entr a dire la bella Carini, --  mai stato alla
guerra?

-- S, signora, -- rispose il Gonzaga, -- ed ho fortunatamente salvato gli
occhi... per ammirar la bellezza. --

Non si poteva esser pi galanti. Le parole del Gonzaga destarono un
bisbiglio di approvazione, e la bella Carini si fece rossa davvero.

Il conte Guidi, che era messo di punto in bianco da parte, il conte
Guidi, che aveva veduto comparire Gabriella in compagnia della contessa
Giovanna, e che a lei aveva veduto andare, insieme col complimento, lo
sguardo di Cesare Gonzaga, il conte Guidi perdette la tramontana
senz'altro.

-- Ed ottenerne il premio! -- soggiunse egli, con la sua solita amarezza.

-- Chi sa? Fors'anche; -- replic il Gonzaga, sorridendo ironicamente e
rizzando con piglio altero la testa.

Qui proprio avvenne che il conte Guidi non ci vedesse pi lume.

-- Ma questo sia detto, -- riprese egli, imbrogliandosi nel giuoco
dell'avversario, -- per le guerre in cui si difende l'onore del proprio
paese....

-- Avanti, avanti! -- ebbe l'aria di dirgli col gesto il Gonzaga.

-- S, queste, -- continu il Guidi, -- e le altre che si combattono, come
diceva lei, per una nobile causa, e giusta, aggiungo io, son quelle che
fruttano il premio.

-- Correggo quel "giusta"; -- rispose il Gonzaga. -- Non s'intendono cause
nobili, se non sono intimamente giuste. La nobilt  la bellezza
estrinseca della giustizia. Ma chi le dice che le cause per cui io posso
aver combattuto non fossero giuste? --

Cos dicendo, il Gonzaga aveva l'aria di soggiungere dentro di s: -- Ci
sei, bel figurino, non mi scappi pi.

-- Ma... -- replic il Guidi, oramai trascinato a tutta corsa, come un
povero cavaliere staffato. -- Perch in India, dov'ella  stata
trent'anni, come ho sentito dire, non erano che guerre d'aggressione e
di spogliazione.

-- Che ne sa lei? Dato il fatto delle razze sovrapposte dopo la conquista
maomettana, potevano anche esser guerre per la liberazione degli
oppressi.

-- S, che facevano guerre d'imboscate, guerre di coltelli!...

-- E anche di lame pi lunghe, signor conte; -- ribatt il Gonzaga,
avanzandosi verso il suo interlocutore e fissandolo negli occhi, mentre
con l'accento pacato, quasi dolce, pareva volesse dire la cosa pi
naturale del mondo. -- Potrei fargliene conoscere la misura... poich ne
ho portata una bella e interessantissima collezione con me.

-- Vedr volentieri; -- rispose, sorridendo a denti stretti, quell'altro.

Queste cose erano state dette rapidamente, a mezza voce, col sorriso
sulle labbra. Gli stessi vicini, a cui era parso che i due interlocutori
si dovessero riscaldare fino a staccare i bollori, videro con piacere
che la quistione finiva in una risata. La contessa Giovanna, rimasta
lontana dal crocchio degli uomini, in compagnia di Gabriella e delle
altre dame che si erano riaccostate a lei, alz la voce per dire:

-- Ma, signori, parlino almeno pi alto, che noi lontane possiamo udire e
giudicare, come le dame degli antichi tornei. --

I cavalieri si tirarono da banda, per allargare il cerchio: e Cesare
Gonzaga rispose:

-- Bella dama, non eravamo ancora in giostra. Il signor conte Guidi mi
chiedeva notizie dell'India e delle guerre di laggi. Che guerre,
contessa! Da un lato la conquista, ma con la civilt; dall'altra il
diritto, ossia una specie di diritto acquisito, ma con la barbarie per
giunta. Quistioni complesse, e perci guerre brutte; -- conchiuse il
Gonzaga, -- ma come son brutte tante altre guerre in Europa, che il
signor conte Guidi ha ben definite, guerre di rancori e di vanit.
Belle, quantunque infelici, le nostre, mio caro Andrea, quando
combattevamo, l'uno a fianco dell'altro, per il diritto dell'Italia e di
Roma! La fortuna non ci sorrise; nemici stranieri e nemici domestici
congiurati strinsero ancora una volta le catene ai polsi della patria, e
noi, rincorsi come fiere, abbiamo dovuto disperderci sulla faccia della
terra. Onore a chi ci ha vendicati, risollevando il nostro vessillo;
onore a chi sostiene il diritto e la maest della patria risorta! Anche
noi, se non sar troppo tardi, anche noi, quando la bellica tromba... la
rammenti, Andrea, la bellica tromba cantata da Gabriele Rossetti?...
Anche noi, quando la bellica tromba chiamasse un'altra volta alle armi i
figli d'Italia, proveremmo un gusto matto a rifarci la mano, a rivivere
un'ora di giovent!...

-- Il tempo di questi sacrifizi  passato; -- sentenzi Arrigo Valenti. --
Paghiamo gi tanto, per le nostre difese! Duecento venticinque milioni,
e qualche cosa di pi, ci assorbe ogni anno il bilancio della guerra;
cinquanta, o poco meno, il bilancio della marina.

-- Finiscila, computista! -- disse il Gonzaga, prendendo a braccetto il
nipote e tirandolo fuori, con atto di paterna autorit.

E sottovoce, aggiunse, poich si fu allontanato dal crocchio:

-- Le tue cifre ti guasteranno con Gabriella. Pensa piuttosto a farmi da
padrino.

-- Oh, diamine! -- disse Arrigo, fissando gli occhi nel volto dello zio. --
Dici da senno?

-- Sicuro; o lui manda a me, o io mando a lui. Signor Ceprani, --
soggiunse, vedendo quell'altro, che si accostava, -- vorreste servirmi in
una faccenda che vi dir mio nipote?

-- Marchese, son cosa vostra, da ieri mattina.

-- Non parliamo di queste piccolezze, e mettetevi d'accordo con Arrigo. --

La contessa Giovanna pens che fosse tempo di condurre i suoi convitati
alla credenza.

-- Gonzaga, -- diss'ella, avvicinandosi, -- ella mi offrir il braccio. Si
va all'assalto della cena.

-- Volentieri, contessa; -- rispose il Gonzaga, mettendosi tosto a' suoi
ordini, ma non senza aver dato un'occhiata di intelligenza a quei due.

E sorridente si avvi, con la contessa Giovanna al braccio, verso la
sala della credenza.

Il conte Guidi non fu cos pronto nelle sue ricerche cavalleresche, e
perdette una stupenda occasione di offrire il braccio a Gabriella. Il
fortunato fu presso di lei il loquace collega di suo padre, quello degli
antichi Romani, non potuti smaltire.

Pochi minuti dopo, due amici del conte Guidi, il baroncino di
Gleisenthal e un duchino di Roccastillosa, si accostarono con molta
circospezione ad Arrigo Valenti e gli dissero:

-- Cavaliere, siamo stati incaricati dal conte Guidi di una commissione
poco lieta, ma necessaria, presso vostro zio, il marchese Gonzaga. E voi
probabilmente....

-- S, ho capito; -- rispose Arrigo con aria infastidita. -- Son io
l'incaricato di mio zio; e Orazio Ceprani, qui presente,  il mio
collega. Domani, cio quest'oggi, perch oramai siamo al tocco, ci
vedremo dove e quando vorrete.

-- Al caff di Venezia, verso lo tre, vi fa comodo?

-- Ottimamente.

-- E chi arriva primo, aspetta: non ci metteremo mica troppa furia, con
una notte perduta?

-- Benissimo, chi arriver primo aspetter. Ed ora, non ci facciamo
vedere a conciliabolo.

--  giusto; queste cose non si hanno a sapere. Anzi, diciamo pure, che
non  avvenuto nulla.

-- Nulla di nulla,  naturale; -- disse Arrigo, salutando.

Rimasto solo con Orazio Ceprani, Arrigo diede la stura al suo malumore.

-- Ma lo capisci, mio zio!

-- Gi, parla contro il duello, e se ne procaccia subito uno.

-- E cos, in un giorno solo, due pazze!

-- Questa, la capisco; -- disse il Ceprani; ma l'altra?

-- L'altra! -- ripet Arrigo, guardando il compagno. -- Mi domandi l'altra,
tu? L'altra... la so io.




IX.


Un colloquio di quattro persone incaricate di risolvere una quistione
d'onore, di stabilire il grado delle offese e le condizioni d'uno
scontro,  sempre un argomento degno di studio, non solamente perch c'
di mezzo la vita di un uomo, o di due, ma anche perch ci si conosce,
meglio che in ogni altra circostanza, il vero carattere di quelle
quattro persone: le quali, insieme col cos detto punto d'onore, mandano
spesso avanti il loro medesimo puntiglio. Ma io suppongo i miei lettori
abbastanza istruiti di queste miserie umane, e vado ad aspettar l'esito
dei negoziati cavallereschi accanto al signor Cesare Gonzaga, uomo con
cui si sta molto bene. perch, viva l'anima sua,  vissuto a lungo tra i
barbari.

Non crediate che io voglia rifarvi la tesi di Gian Giacomo Rousseau
contro la civilt e in favore dello stato selvaggio, tesi che ha pure il
suo lato buono, poich tra i selvaggi e tra i barbari, loro stretti
congiunti, non si vive poi tanto male, come generalmente si crede.
"Tutto sta nell'adattarsi alla cucina" mi diceva a questo proposito un
gran viaggiatore, amicissimo mio. Vedete dunque che si tratta di un
piccolo guaio, a cui rimedia oramai facilmente il signor Cirio, con le
sue brave conserve alimentari. Del resto, lasciando la cucina da parte,
io ho sempre pensato che un uomo incivilito guadagni due tanti a vivere
un po' di tempo tra i barbari. In primo luogo, ci ha il vantaggio non
lieve di sfuggire per tutto quel tempo la societ degli uomini
inciviliti; secondariamente egli si spoglia col di molti pregiudizi,
scioccherie, invidie, rancori, vanit puerili ed altre somiglianti
piccolezze, che qui rendono la vita infelice ai mortali: e poi, quando
ritorna finalmente a casa, si sente per un pezzo pi franco, pi sano,
pi semplice, pi forte, resistente agli attriti, inattaccabile, per
dirla s e no chimicamente, dagli acidi.

Il nostro semplice e forte uomo era in casa del nipote, dove quella
stessa mattina aveva fatto trasportare le sue valigie, allogandosi in
quella parte del quartiere, che guardava sulla via Sallustiana.

-- Sar per questi pochi giorni il mio nido; -- aveva detto egli,
occupandola. -- Tanto, non ci ha pi da venire nessuno in conferenza, non
 vero?

-- Sicuramente; -- aveva risposto Arrigo; e mi rendi anche un servizio,
liberandomi....

-- Zitto l; questo, poi, non lo voglio sentire da te; -- grid Cesare
Gonzaga. -- Si pu cambiar d'umore, ma non si deve mancar mai di rispetto
alla memoria di una donna, a cui si  detto un giorno che era un angelo.
Hai capito? Non voglio di queste... che dovrei chiamare birbanterie, se
non sapessi che sono smargiassate. --

Arrigo aveva masticata male la lezione; ma chi la dava era suo zio, ed
egli dovette mandarla gi in santa pace. Pochi minuti dopo egli esciva,
per andare con Orazio Ceprani al caff di Venezia.

Come si trovasse il Ceprani a far da padrino in quella quistione di
Cesare Gonzaga, avete veduto poc'anzi. Forse, dopo certi discorsi da lui
fatti al conte Guidi, il signor Ceprani avrebbe dovuto, per la decenza
almeno, tirarsi in disparte. Ma questo e tutto il resto degli atti di
Orazio Ceprani  affar suo; e noi lo lasceremo con la mala compagnia
della sua propria coscienza.

Cesare Gonzaga, dopo aver messe in ordine tutte le cose sue nel nuovo
domicilio, si pose a tavolino per scrivere una lettera al suo fattore.
Capiva che avrebbe dovuto fermarsi a Roma pi giorni che non fosse a
tutta prima risoluto di restare, e provvedeva con le sue istruzioni a
parecchi lavori che aveva lasciati sospesi. Quanto al duello, non ci
pensava neppure. La cattiva azione (perch infatti la credeva tale) gli
aveva dato da principio un pochino di noia: ma oramai s'era imbarcato e
non guardava pi a terra. Il fatto, poi, considerato nella sua sostanza,
non aveva nulla di piacevole n di dispiacevole per un vecchio soldato
come lui; diremo anzi che egli lo metteva in quel certo numero di cose
sciocche o bestiali, che gli uomini di buon senso fanno qualche volta
per conformarsi alle usanze del mondo, ed anche semplicemente per mo' di
esperienza, _comme tude_. Egli aveva conosciuto anni prima un vecchio e
strano olandese, che, sotto la coperta di questa frase burlesca, faceva
passare ogni maniera di pazzie. _Comme tude!_

Ora, mentre egli stava chiudendo la lettera, venne Happy, in punta di
piedi e con aria misteriosa, a dargli un annunzio.

-- Illustrissimo, sente? Hanno bussato.... di l.

-- Ebbene? E tu apri.

-- Scusi; il cavaliere non c'; favorisca di andar lei. Da quella parte,
a certe ore del giorno, io non ardisco.

-- Caspita! Sei discreto. Sar poi qualche mendicante... magari uno
spazzaturaio.

-- Tutte persone che conoscono la scala, e a quell'uscio non bussano pi
da un pezzo; -- rispose il furbo servitore.

-- Ho capito; -- borbott Cesare Gonzaga, -- sar il personaggio delle
conferenze. Va pure per i fatti tuoi; aprir io. --

E and, aperse l'uscio, e si vide davanti la contessa Giovanna.

Ella era tanto turbata, che non bad punto a ci che quell'uomo avrebbe
potuto pensare di lei, n al bisogno di giustificare con un pretesto la
sua presenza col. Infine, se anco ci avesse pensato, non era egli lo
zio di Arrigo, ed anche e soprattutto un uomo d'onore?

-- Lei, contessa? -- esclam invece il Gonzaga, credendo necessario di
manifestare un tantino di maraviglia.

Giovanna chin la testa, balbettando poche parole confuse.

-- Si calmi, ed entri, la prego. Dio come arde! Si sente male? --
diss'egli, che aveva dovuto prenderla per la mano.

-- Dica, per carit, non mi nasconda nulla; -- mormor la bella smarrita.
-- C' un duello? Non mi risponde? La supplico, signor Cesare, non mi
faccia morire di ansiet. Arrigo si batte?

-- E chi gliel'ha detto?

-- Mio marito, stamane... due ore fa. Ed io, appena ho potuto, son corsa.

-- Che imprudenza! Ma come pu aver detto il conte una cosa che non 
vera, o che, se  vera, non riguarda punto mio nipote?

-- Come? non si tratta di lui?

-- No. C' un duello in aria... forse nulla; -- soggiunse il Gonzaga, che
la vedeva sempre turbata, -- e tutto potr accomodarsi. Ad ogni modo,
Arrigo non  che padrino. Ma, le ripeto, chi pu aver data al conte una
falsa notizia, mentre, essendo rimasto tutto fra quattro persone
d'onore, non c'era tempo n modo di conoscer la vera?

-- Che so io? Deve averlo letto in una lettera, ricevuta dopo colazione.

-- Anche una lettera! -- esclam egli stupito.

-- S, e che lo ha messo molto in pensiero, tanto che io volevo
sapere.... Da ieri vivo in mezzo a continui terrori, e c' voluta una
gran forza, che io non avrei pi creduto di possedere, per trascinarmi
fin qua. Infine, signor Cesare, egli non ha neanche risposto alla mia
curiosit, certamente indiscreta. Pochi minuti dopo, fatti molti passi
avanti e indietro per la stanza, mi ha detto: Arrigo Valenti quest'oggi
ha un duello; me ne rincresce davvero. Son queste, lo ricordo, le sue
precise parole. La notizia era dunque nella lettera.

-- Notizia falsa, data per lettera! -- borbott il Gonzaga. -- E veniva
dalla posta, la lettera?

-- Non so. Era con quelle della posta; ma poteva anche essere stata
lasciata al portiere, che la mand con le altre.

-- Notizia falsa, -- ripet il Gonzaga, meditando, -- data per lettera, a
quell'ora!... E la lettera, forse, sar anche anonima.

-- Dio! -- grid Giovanna, rabbrividendo. -- Sono dunque perduta? --

E si nascose il volto tra le palme, poich allora soltanto pensava alla
condizione in cui si era posta davanti a quell'uomo.

-- Contessa, -- disse allora il Gonzaga, -- non far il moralista, io, n a
quest'ora. Sia sincera con me, che desidero giovarle. Come ha potuto
fidarsi di venire anche oggi? Non temeva di essere spiata?

-- S, e ne temo ancora. Ma dopo quella notizia, non so come, ho perduta
la testa. Non son pi io, signor Cesare; non mi riconosco pi. E
ieri.... Dio mio!... ieri avevo creduto di venire per l'ultima volta!...

-- Si calmi, si calmi, e vediamo di provvedere al caso suo; -- disse il
Gonzaga. -- Parleremo poi, povera donna, dei giuramenti e delle nobili
intenzioni! Come ha potuto, ripeto, fidarsi di venire... in via
Sallustiana?

-- Al pian di sopra, -- balbett Giovanna, abbassando gli occhi, -- 
venuta ad abitare una _madame Duplessis_, mercantessa di mode. Sono anzi
salita poc'anzi, con un pretesto, da lei.

-- C' stata anche ieri?

-- S.

-- Ed ha corso rischio di essere scoperta; -- soggiunse il Gonzaga. --
Ieri, il conte ha fatto qui, mezz'ora dopo la sua partenza, un certo
discorso!... Ma non ci perdiamo in chiacchiere inutili. Qui bisogna
provvedere.

-- Come?

-- L'uscio per cui ella  entrata, non deve pi mettere al quartiere di
mio nipote. Questo  l'essenziale. Che donna  la signora Duplessis?
Giovane? Vecchia?

-- Giovane, ed anche bella abbastanza.  una francese, come le dice il
cognome.

-- Bella e francese?  sicuramente una donna di spirito; -- disse il
Gonzaga. -- Mi faccia il favore di restar qui una quindicina di minuti.

-- Dove va?

-- Ho da sbrigare una piccola faccenda. Non tema di nulla, per ora. Da
questa parte non si apre a nessuno, e ad ogni modo in questa camera
nessuno entrer. Lasci fare a me. Quella lettera, certamente anonima, mi
d molto da pensare. Ma sono un vecchio soldato ed ho imparata la guerra
delle imboscate. Astuzia per astuzia, ed agguato per agguato. --

Escito a furia, senza voler rispondere alle domande di Giovanna, il
Gonzaga richiuse l'uscio della camera, diede la consegna ad Happy e sal
sveltamente al piano di sopra. Quindici minuti passarono, quindici
minuti di ansiet per la contessa; ma dopo quei quindici minuti,
puntuale come aveva promesso, il vecchio gentiluomo, l'esperto soldato,
era di ritorno nella camera.

-- Ebbene? -- diss'ella, andandogli incontro a mani giunte.

--  fatto il pi importante, e si sta facendo il resto.

-- Ma che cosa, signor Cesare?

-- Ho vergogna, a parlarle di sciocchezze, in questi momenti. Ma poich
ella vuol saper tutto... le dir che parecchie scatole scendono dal
piano di sopra. Le due prime le ho portate io stesso. _Madame Duplessis_
 quaggi, ed Happy, con due bullettine, sta piantando sull'uscio il
biglietto di visita della gentile mercantessa francese.

-- Come  riescito?

-- Dicendo poche parole, come venivano dal cuore.  una donna di spirito,
ed ha capito subito; ha posto mano alle prime scatole ed  discesa.
L'idea di mettere il biglietto di visita sull'uscio  sua. A me, l per
l, non era venuta; ed  un lampo di genio! Ella dir, se occorre, che
abita qui da un mese, e che occupa i due quartierini, del secondo piano
e del terzo. Avevo accennato, discretamente, a fare il mio dovere con
lei; ma non ha voluto lasciarmi proseguire. "Questo  un servizio molto
grande, e non ha prezzo" mi rispose ella argutamente; "vi rivolgerete a
me per l'abbigliatura di nozze, ecco tutto." Perch, debbo confessarle
una mia bugia, signora contessa, -- soggiunse il Gonzaga. -- Era
necessario darle una spiegazione del fatto, ed io, non trovando niente
di meglio, ho accennato confusamente ad una gelosia di donne, e al mio
desiderio di sposar quella a cui la pregavo di render servizio,
scendendo al secondo piano con una parte delle sue mercanzie. Mi
perdona?

-- Ottimo signor Cesare! E suo nipote che dir?

-- Che  stato un solenne imprudente, e che io dovevo esser savio per
lui. Adesso, signora mia, siamo salvi contro ogni imboscata possibile.
Venga da _madame Duplessis_; concerteremo con lei il modo di farla
escire.

-- Ma... -- disse la contessa, che incominciava a sentirsi pi raffidata.
-- Credeva ella proprio che qualcheduno potesse venire da questa
parte?... Al pi, mettersi in agguato per via....

-- Temo tutto, io; -- rispose il Gonzaga. -- E poi, chi provvede al pi, ha
provveduto al meno. --

In quel mentre, si ud una forte scampanellata. Giovanna ne trem tutta.

-- Niente paura; -- disse il Gonzaga. -- Se suonano di qua, c' madama
Duplessis, con la sua cameriera. Se suonano di l, c' Happy. --

Ci detto, and in ascolto dietro all'uscio della camera. Poco dopo
giungeva Happy, per dirgli:

-- Illustrissimo,  giunto il padrone.

-- Solo?

-- Col signor Ceprani.

-- Ah diavolo! Ma gi, si capisce, doveva venire insieme. Signora, io
esco, per andare a sentire questi due, ed anche per tirarli in un'altra
camera, pi lontana di qui. Ella esca liberamente, e vada ad aspettarmi
da _madame Duplessis_.

-- Signor Cesare, come le dimostrer io la mia gratitudine?

-- Le risponder come _madame Duplessis_; -- disse il Gonzaga, sorridendo.
-- Questo  un servizio molto grande, e non ha prezzo. Piuttosto non mi
tradisca... non mi rinneghi, con la mercantessa di mode, dopo che io ho
dovuto inventare quella frottola... e ne arrossisco tuttavia. --

Quando il signor Cesare Gonzaga esc dalla camera, Arrigo, seguito dal
Ceprani, stava per entrare nella sala vicina, non badando alle occhiate
di Happy, che voleva trattenerlo. Il Gonzaga giunse in tempo per
costringerlo a ritornare indietro, impedendogli di sentire il rumore che
nelle stanze attigue faceva _madame Duplessis_, con le sue scatole e
casse di mercanzia.

Orazio Ceprani diede una lunga occhiata di curiosit a quella parte del
quartiere di Arrigo, nella quale non era mai penetrato, ma ritorn
anch'egli indietro, precedendo il Gonzaga, che faceva per allora da
padrone di casa, e voleva ad ogni costo esser l'ultimo.

Come fu nella stanza vicina, che era la sala da pranzo, il vecchio
soldato diede una rifiatata di contentezza.

-- Dunque, zio, eccoci qua; -- disse Arrigo. -- Torniamo ora dalla nostra
missione.

-- Scusami, ora ne parleremo; -- rispose il Gonzaga. -- Ho dimenticato una
lettera incominciata.

-- Lasciala pure; Happy  un uomo scrupolosissimo.

-- S, ma le lettere non suggellate debbono ad ogni modo essere chiuse.
Vado e torno. --

Ed esc, ma non per andare a chiudere la lettera, bens per aver modo di
ritornare indietro, e chiuder l'uscio di comunicazione, senza aver
l'aria di usar precauzioni davanti ad un terzo.

-- Vedi che uomo  mio zio! -- disse Arrigo al Ceprani. -- Ha una quistione
d'onore, non sa ancora che cosa gli abbiamo combinato, e, scambio di
domandarci notizie, va a chiudere una lettera dimenticata sul tavolino.

-- Tuo zio opera da uomo prudente; -- rispose il Ceprani, che non
immaginava neanche lui di parlar cos giusto.

Il Gonzaga ritorn, richiuse dietro a s l'uscio di comunicazione con
l'aria pi naturale del mondo, e venne incontro ai due giovani.

-- Eccomi qua; -- diss'egli; -- parlate. A che ora si parte per il campo
della gloria?




X.


Arrigo, l per l, non avrebbe saputo da qual parte incominciare; ma la
domanda dello zio gli dett la risposta.

-- Non si parte; -- diss'egli.

Cesare Gonzaga, che si era seduto allora allora, balz dalla scranna,
ficcando gli occhi addosso al nipote.

-- Che? Come? Che hai detto?

-- Che non si parte, per ora, e molto probabilmente non si partir pi.
Per noi, vediamo la faccenda accomodata.

-- Ac... co....

-- ....modata, sicuro.  la mia opinione, ed anche quella di Orazio, come
degli altri padrini.

-- Sarei curioso di sapere in che modo.

--  troppo giusto; -- rispose Arrigo. -- E tu vedrai che le cose sono
precedute nei termini della pi stretta cavalleria. Ci siamo abboccati
coi signori barone di Gleisenthal e duca di Roccastillosa; due bravi
giovani, che a tutta prima stavano molto tirati, ma, quando noi abbiamo
detto loro di esser pronti a scendere sul terreno, ci son divenuti di
pasta frolla. Si era venuti alla scelta delle armi. "Chi  lo
sfidatore?" ci siamo domandati a vicenda.

-- Io, perbacco! -- interruppe il Gonzaga.

-- E questa tesi sostenemmo noi. Ma essi dimostravano di essersi avanzati
primi a cercare di noi. Ad ogni modo, perch noi volevamo essere gli
sfidatori, ma lasciavamo a loro la scelta delle armi, essi dovettero
riconoscere la delicatezza nostra, di voler vincere un punto, ma senza
trarne veruna conseguenza a noi vantaggiosa. Per altro, ci han detto, e
non senza ragione: "Si pu egli accettare un simile atto di cortesia?
non sarebbe meglio che, lasciando da parte sfidati e sfidatori,
mettessimo la quistione sul vero terreno suo, tra provocati e
provocatori? Stabiliamo chi ha provocato; e se tutti e due i nostri
primi hanno avuto in questo la parte loro, stabiliamo da qual lato fosse
la provocazione pi grave."

-- E allora? -- chiese il Gonzaga.

-- Allora venne il battibecco, e non fu possibile, con tutta la miglior
volont di questo mondo, non fu possibile intenderci sul maggiore o
minor grado imputabile all'uno dei due.

-- Ma io lasciavo al mio avversario la scelta delle armi.

--  vero, ma essi notarono e noi non potemmo negare, che questo era un
regalo. Ora, i regali si possono accettare e non accettare. Ricusando il
nostro, e con parole molto gentili, obbligavano noi a molta cortesia di
contraccambio. A fartela breve, non si stabil chi fosse il provocatore,
e si pass all'esame coscienzioso delle parole che erano state dette da
una parte e dall'altra. Orazio Ceprani le aveva udite; e anch'io, che ti
ero vicino, ma che, come parente, non volli neanche aggiungere la mia
testimonianza. Dal canto loro, le aveva udite il duchino, e lui e Orazio
trovandosi d'accordo nelle frasi, furono anche d'accordo nel trovare che
c'era ben poco; donde la conseguenza, onestamente ammessa da tutti, che
il duello nasceva da un malinteso. Il conte Guidi, del resto, non aveva
nessuna intenzione di offenderti, ed essi lo hanno lasciato capire.

-- Avranno allora ritirato in nome suo le parole offensive, o, secondo la
vostra comune ermeneutica, di dubbio significato.

-- Non ci parve necessario di chiederlo, dopo che essi, investiti del
mandato pi largo, avevano creduto opportuno di riferirci il pensiero,
la convinzione intima del conte Guidi. Riferire il suo discorso e
ritirare le parole offensive, o dubbie, non era forse tutt'uno?

-- Non lo era, e non lo ; -- disse il Gonzaga.

-- Onestamente s; -- rispose Arrigo.

-- Cavallerescamente no; -- ribatt il Gonzaga.

-- Zio, e sei tu che fai distinzione tra onest e cavalleria? --

Cesare Gonzaga fece una spallucciata, vedendo da che pulpito gli veniva
la predica.

-- Continua il tuo discorso; -- soggiunse. -- E voi altri?

-- E noi dicemmo allora: siccome le parole del marchese Gonzaga si
riferivano ad una offesa, che non c'era; siccome, quando egli si rivolse
a parlare con le signore, fu il primo a dire ridendo che si era fatto
tra lui e il conte Guidi un semplice scambio di notizie indiane:
potremmo costituirci, salva la condizione _ad referendum_, in una specie
d'arbitrato, e, trovandoci d'accordo nelle testimonianze come nei
giudizi, ritener cancellata ogni offesa possibile e composta la
quistione nel modo pi onorevole.

-- A questo siete venuti?

-- Zio!... da uomini calmi ed onesti. Si ha la vita di due uomini in
mano, e di questa autorit terribile bisogna farne buon uso.

-- Buon uso! buon uso! -- brontol il Gonzaga. -- E chi vi ha detto di
farne un uso piuttosto che un altro? Vi avevo detto semplicemente e
chiaramente di condurmi sul terreno. Per fortuna, -- riprese egli, -- c'
di mezzo la condizione _ad referendum_.

-- Ahim! -- rispose Arrigo. -- Non ti ci fidar troppo!  stata detta, ma
poi non ci si  molto insistito. Anzi, vedi, abbiamo preso impegno di
usare tutta la nostra autorit presso i nostri primi, per vincere ogni
loro resistenza. Ricordo che il duchino di Roccastillosa ha soggiunto:
per il nostro rispondiamo; se non accettasse, avrebbe da fare con noi.

-- Cosicch, se da parte mia non accettassi....

-- Potresti... bastonar me; -- rispose Arrigo, sciogliendo la reticenza
dello zio.

Cesare Gonzaga rimase un istante pensoso; poi disse:

-- Capisco; sono stato imprudente, scegliendo te per padrino. --

Allora, anche il Ceprani credette necessario di entrare in discorso.

-- Signor Cesare, -- incominci egli, -- potrei dirle che in luogo di suo
nipote sono qua io a pagare; ma, schiettamente, amerei meglio essere
bastonato, insieme con lui. Pensi almeno che noi siamo stati guidati da
un altro sentimento delicatissimo, fin qui taciuto da Arrigo.

-- E quale, signor Ceprani?

-- Un sentimento di riguardo verso la casa amica, e rispettabile tanto,
in cui era avvenuto quello scambio di parole vivaci.

--  vero, signor Ceprani; -- disse allora il Gonzaga. -- Ella mi accenna
una cosa che ha pure il suo valore. Quantunque, con un po' di buona
volont, si sarebbe potuta trovare la gretola.

-- Domander anch'io, alla mia volta: e quale?

-- Questa, per esempio, che lo scambio delle parole... vivaci era
avvenuto dopo la festa, in un caff, in un circolo, per istrada,
dovunque, tranne in casa di persone amiche. Ma oramai  fatta; --
soggiunse il Gonzaga, sospirando, -- e del senno di poi ne son piene le
fosse. Io ringrazier lei, ad ogni modo, del delicato pensiero. E
adesso, vediamo come se n'esce.

-- Non ne siamo esciti? -- chiese timidamente Orazio Ceprani. -- Resta che
nel verbale noi dichiariamo tutti e quattro sul nostro onore di non aver
trovati gli estremi di un duello.

-- Di una cattiva azione; -- soggiunse Arrigo. -- Sono le tue parole di
ieri.

-- Taci, tu! -- grid il Gonzaga, stizzito.

-- Ma infine, zio, che ti fa, di avere un duello?

-- Che mi fa? Che mi fa? Or ora me la fai dir grossa. Tu, caro mio, per
certe cose, hai ricevuto l'ottavo dono dello Spirito Santo. Ma basta;
c' una condizione _ad referendum_ e un verbale da estendere; ci avrete
tutti gli appigli per rifarvi da capo. Sicuro; nel vostro caso, io direi
press'a poco cos: "Signori! voi, molto cortesemente, ci avete
dichiarato di poter rispondere del vostro primo; ma noi, per ragioni che
intenderete, non abbiamo potuto dirvi lo stesso. L'aver noi citato al
signor Gonzaga la clausola _ad referendum_ gli ha dato molto da pensare.
Quale delle due parti incomincier, per dire che il suo primo... si 
contentato? E l'essersi egli contentato per primo, non lo metter
rispetto all'altro in una condizione di debolezza? Or dunque, non
dichiariamo nulla, e consideriamo ancora un pochino il caso delicato.
Possiamo noi consegnare nel verbale quelle ragioni intime che ci hanno
persuasi a non vedere gli estremi di un duello? In altri termini,
possiamo scrivere, sulla fede nostra, che non avendo avuto il conte
Guidi intenzione di offendere, il signor Cesare Gonzaga non l'aveva
neppur lui? Se lo possiamo, il secondo considerando s'innesta
naturalmente col primo; resteranno le parole vivaci e noi le
cancelleremo d'accordo, come conseguenza di un malinteso. Ma se a voi
non paresse...."

-- E non parr; -- interruppe Arrigo.

-- Tanto meglio; -- aggiunse il Gonzaga. -- "Se a voi non paresse,
facciamone una, che salver le ragioni dell'uno e dell'altro;
ritiriamoci tutti e quattro, lasciando che nuovi padrini sottentrino." --

Arrigo tentennava la testa; ma Orazio Ceprani s'intromise, e sciolse lui
la quistione.

-- Il signor Cesare ha ragione; -- diss'egli. -- Non dovevamo noi vederci
ancora, per estendere il nostro verbale, ed anche per discutere, o per
dichiararci a vicenda, se i nostri primi potevano stringersi la mano?
L'appiglio c', anche senza obbligarci in anticipazione al discorso
proposto dal signor Cesare Gonzaga. Lascia fare a me, Arrigo; trover io
il modo di escirne, contentando un po' meglio tuo zio.

-- Ah, bravo, Ceprani! Ella mi ha inteso; -- grid il Gonzaga. -- Vadano
dunque. O il verbale, coi due considerandi, nel loro ordine logico e
naturale, o il duello. Ma ella vedr che avremo il duello, e vivaddio,
cattiva azione o no, mi piace pi del verbale. --

Arrigo chin la testa e non rispose parola. Quell'ottavo dono dello
Spirito Santo, appioppatogli dallo zio, gli era rimasto sullo stomaco.

Mentre si disponevano ad uscire, fu annunziato il conte di Castelbianco.

-- Che cosa vuole quest'altro? -- scapp detto ad Arrigo.

-- Eh, lo so io, quel che vuole; -- fu per rispondere il Gonzaga.

Ma egli si tenne la sua risposta fra i denti e si content di guardare
suo nipote, con aria di rimprovero, che, per muto che fosse, non era
meno significante.

Il conte Pompeo entr, e rimase un po' sconcertato alla vista di quei
personaggi riuniti, due dei quali tenevano il cappello in mano, ed erano
in procinto di andarsene.

-- Buon giorno, conte; -- disse Arrigo.

-- Buon giorno: -- rispose freddo il Castelbianco, guardandolo un po' di
sbieco. -- Non hai un duello?

-- Io? -- rispose Arrigo. -- Neanche per sogno. --

Il conte Pompeo rimase sovra pensiero, e non disse pi altro.

Orazio Ceprani era sulle spine; tanto gli premeva di correre al caff di
Venezia, per far servizio al signor Cesare Gonzaga!

-- Se permettete, conte, ci ritiriamo; -- diss'egli. -- Abbiamo qualche
cosa da fare. --

Il conte rispose con un cenno del capo, che poteva passare per un
saluto; indi si volse al Gonzaga.

-- Rester un pochino, se non la incomodo, a discorrere con lei.

-- S'immagini! -- disse il Gonzaga. -- Se vuol passare nel salotto.

-- No, non occorre; ho poche parole da dirle. Possiamo restare anche qua.

-- Come vuole; -- rispose quell'altro.

Ma in verit, avrebbe desiderato di condurlo altrove, lontano da un
certo uscio di comunicazione, davanti al quale lo aveva confinato la
leggerezza del suo signor nipote. Non gi che temesse una violazione di
domicilio, avendo braccia abbastanza forti, non solamente per trattenere
un uomo come il conte Pompeo, ma anche, all'occorrenza, per metterlo
gentilmente fuori della finestra; ma egli temeva il rumor delle scatole
di madama Duplessis, ospite comodissima, s, ma per allora un po'
molesta vicina.

Frattanto, quegli altri due se n'erano andati, e Cesare Gonzaga rimaneva
a tu per tu col conte di Castelbianco.

-- Sentiamo che cosa avr da dirmi questo qua; -- pens egli in cuor suo.
-- Ha un'aria, in fede mia, che non promette niente di buono. Ah, per
tutti i diavoli! Era ben meglio restare un altro paio di giorni alle
Carpinete, e lasciare che questi sapienti di citt sbrigassero le loro
faccende da s. Basta, qui bisogna stare in cervello, avere un occhio al
cane e l'altro alla macchia. --

Con questi proponimenti Cesare Gonzaga stette ad aspettare i discorsi
del conte di Castelbianco, dopo avergli cortesemente additata una
scranna.




XI.


Il conte Pompeo si lasci cadere, pi che non sedesse, sulla scranna che
gli aveva offerta il Gonzaga. Era mezzo disfatto, quel povero conte.

-- Sono lieto di trovarmi solo con lei; -- mormor egli poscia. -- Ella 
un uomo con cui si pu parlare a fede, e sfogarsi anche un pochino. --

Reclin, cos dicendo, il mento sullo spillone della cravatta, come se
avesse fatto uno sforzo sovrumano.

-- Che ha? si sente male? -- domand il Gonzaga. -- Infatti, ha la cera
alterata.

-- Sfido io! M'hanno avvelenata l'esistenza.

-- Oh diamine! E chi mai?

-- Veda qua, si dia la pena di leggere. --

E trasse dalla tasca interna del soprabito una lettera, che porse al
Gonzaga. Era la lettera anonima, di cui aveva parlato dianzi la contessa
Giovanna. Aprendola, il Gonzaga vide che era scritta con un bel
caratterino di donna, segno evidente che l'aveva scritta, o fatta
scrivere, un uomo. La lesse, o, per dire pi veramente, la scorse; indi,
con un gesto di ripugnanza, la rese al conte Pompeo.

-- Ci possono essere al mondo dei vigliacchi come costui? -- esclam.

-- Lasciamo stare i vigliacchi; -- rispose il conte. -- La natura ha
fabbricato animali per tutti i gusti e per tutti gli uffizi; gli uni per
essere utili, e son pochi! gli altri infine per nuocere. Ma  il fatto,
il fatto in s, quello che dobbiamo considerare. --

Il Gonzaga non sapeva che pesci pigliare. La lettera, fra le altre cose,
accennava al conte di Castelbianco la possibilit che il quartiere del
Valenti avesse un'escita sulle scale del portone di via Sallustiana.
Ora, che cosa voleva il conte? A che mirava, facendogli leggere quella
lettera?

-- Conte, -- diss'egli, vedendo la necessit di ridere, anche a rischio di
farlo stizzire, -- lei, cos allegro gentiluomo per solito, si butta oggi
alla filosofia?

-- Mi hanno mutato, Gonzaga, mi hanno mutato in un giorno. Infine, s,
sono sempre stato un buontempone, uno sbadato, e se si vuole, diciamo
pure un uomo leggero. Ancora ieri seguivo il precetto del quinto
Evangelio: "Non voler fatto a s quel che si farebbe agli altri." 
questa la massima che ha pi credito nel mondo.

-- Pur troppo! -- esclam il Gonzaga. -- Ma ella, per uno, si corregge?

-- Per forza. Mi mettono tra le vittime! Ma vivaddio, qui c' un'infame
calunnia.

-- Ah, meno male! Lo vede anche lei, che questa letteraccia  un tessuto
di bugie?

-- Per met ne ho avuto la prova.

-- Come?

-- Andando a vedere coi miei occhi. A farlo apposta, nella scala che mi 
stata indicata abitano persone conosciute. Sono salito al secondo piano,
quello che dovrebbe corrispondere al quartiere del signor Valenti, e ci
ho trovato, occupata a sciorinare abbigliature parigine, una mercantessa
di mode che ci ha anche il suo nome sull'uscio: _Madame Duplessis_. Di
che comunicazione  venuto a gonfiarmi la testa l'anonimo
corrispondente? --

Cesare Gonzaga pens all'uscio l presso, senza osare di levar gli occhi
a guardarlo. E quasi (vedete un po' le allucinazioni della paura!) quasi
gli parve di sentir premere un battente sull'altro.

-- Che cosa mi dice mai! -- esclam, come per soverchiare con la voce quel
lievissimo suono. --  andato a visitare la scala che le indicava un
anonimo?

-- S, sono stato vile a questo segno. Veda dove pu giungere un uomo,
che ha perduta la testa! Ma almeno ne ho veduta l'acqua chiara, e questo
 tanto di guadagnato.

-- E allora, scusi, perch s'inquieta? Non possiede oramai la certezza?

-- Per met; -- disse il conte. -- Rimangono altri punti oscuri. Ma, mi
perdoni, Gonzaga! A lei, amico di ieri, io son venuto a dar noia, come
se la conoscessi da anni.

-- Non badi a queste inezie. Se sono un amico, poco importa la data.

--  giusto; ed io, vede, ho bisogno di parlare con qualcheduno che mi
capisca, che possa mettermi un po' di calma nello spirito. C' stato un
momento quest'oggi, che avrei dato del capo nei muri.

-- Povero conte! La intendo; -- disse il Gonzaga. -- La gelosia  l'inferno
dell'anima.

-- L'ha provata anche lei?

-- In altri tempi, sicuro; bisognerebbe non esser uomini, per non esser
passati di l. Ma sentiamo, mi dica... che cos'altro la turba?

-- Una passeggiata mattutina della contessa. Perch oramai non c'
dubbio, -- disse il conte, -- Giovanna  uscita di casa, quantunque
m'abbia detto di no. E veda, a farlo apposta, la lettera mi dice che
Giovanna veniva... dove? proprio dove anch'io avevo creduto di vederla.

-- E questo, per l'appunto, -- chiese il Gonzaga, -- non dimostra la bugia
del corrispondente?

-- In che modo?

-- Sicuramente. Non l'ho sentito dir io, in questa medesima casa, che le
era parso, in via Sallustiana, di riconoscere sua moglie? E questo che
ha detto qui, scherzando, a proposito di un bel piede, che Dio guardi e
conservi, -- soggiunse galantemente il Gonzaga, -- non pu averlo detto
anche altrove?

-- Non mi rammento.

-- Ma c' chi li rammenta, i discorsi fatti per chiasso, e si diverte a
tesserci sopra le pi infami supposizioni. --

Il conte di Castelbianco fu colpito da quella supposizione del Gonzaga.

-- Mi dice bene; -- esclam. -- Per altro, quella mattina, la contessa
doveva essere escita di casa.

-- Glielo aveva forse proibito lei?

-- No; mi dispiace soltanto che m'abbia detto di essere rimasta in casa.

-- E chi le assicura che non ci sia rimasta davvero? Del resto, senta,
Castelbianco mio; una dama pu escire per cose da nulla, come ce ne
hanno tante le dame; non se ne ricorda, e dice di essere rimasta in
casa; l'ha detto, e non le piace disdirsi. C' da farle un processo, per
questo? Abbia fede nelle donne, signor conte;  ancora il miglior modo
per vivere in pace con loro e con s. Quando non abbia questa fede,
sospetter di ogni cosa; e a questo giuoco anche una Genovieffa di
Brabante ne andrebbe di mezzo.

-- Verissimo! verissimo, quel ch'ella dice! -- grid il conte Pompeo,
rianimandosi. -- Ed  anche un consiglio da gentiluomo. Ritorner a casa,
e non domander a mia moglie se  uscita quest'oggi.

-- Perch quest'oggi? Ci sarebbe qualche altro sospetto?

-- C' di peggio, e quasi mi vergogno di confessarglielo. Consigliato
dalla lettera anonima, avevo teso una trappola, dicendo, prima di
escire: il cavalier Valenti, quest'oggi, ha un duello. A proposito, e
questo duello? Suo nipote mi ha detto che non c' nulla di vero. S'ha a
credere? Anche questa sar un'invenzione?

-- Come tutte le altre. Il duello, l'ho io.

-- Ah, diamine! E con chi?

-- Perdoni;  un mio segreto... per ora. Le basti, che sono invenzioni,
le notizie che hanno scritte a lei.

-- Se la cosa  in questi termini, ecco un famoso inventore, che pu dar
dei punti all'Edison! -- disse il conte Pompeo. -- Ma che proprio non ci
sia neanche l'ombra del vero? Dice un proverbio che non c' fumo senza
fuoco.

-- Ors, -- disse il Gonzaga, a sua volta, -- sentiamo che cos'altro le
sussurra all'orecchio il suo demone interno.

-- Ah, s, dice bene, un demone interno!

-- Ci sono ancora dei punti oscuri? Bisogna chiarirli.

-- Ecco qua, Gonzaga mio. La contessa non poteva soffrire il Valenti. Sa
che gliel'ho detto io medesimo? Ora ricordo di aver letto in un libro
che queste antipatie dichiarate sono artifizi di donne, per nascondere
la verit, che  tutt'altra. --

Qui Cesare Gonzaga fu ad un pelo di perdere la pazienza.

-- Ah, senta! -- grid. -- Ne trover molte, sui libri. Solo a leggerne uno
del Balzac, c' da rinunziare per sempre alla vita matrimoniale. La
contessa, che io ho imparato a stimar tanto, pu benissimo non
apprezzare il carattere di mio nipote, troppo compassato, troppo serio,
troppo calcolatore; e in ci potrebbe aver ragione, per bacco! C'
altro?

-- Ella non ammette niente; -- rispose il Castelbianco, mezzo raffidato e
mezzo dubbioso; -- ella ha una risposta di trionfo per tutto. Ci sarebbe
ancora, a voler cercare il pel nell'uovo, ci sarebbe ancora da
informarsi se il padrone di questo stabile  anche il padrone dell'altro
di via Sallustiana, e se a qualche altro piano c' comunicazione fra
due.

-- Non ci mancherebbe altro! -- pens il Gonzaga, fremendo.

In ogni altra circostanza, e trattandosi di dare l'ultima prova palmare
ad un geloso feroce, si sarebbe potuto dire: "Venga qua, e visitiamo il
quartiere, dalla prima all'ultima stanza. Veda, non c' una porta falsa,
e le pareti dnno tutte buon suono. Guardi anche i mobili; specialmente
gli armadi; non c' traccia di doppio fondo, per nascondere un uscio.
Vuol venir sopra, o sotto? Chiederemo scusa ai casigliani, e leveremo a
lei anche questo dubbio dal capo; vedr, toccher, taster da ogni
parte, e poi andr a farsi benedire." Ma per allora, e davanti a
quell'uscio, non si poteva parlare, n, sopra tutto, operare cos.
Cesare Gonzaga credette anzi necessario di sviare il sospetto, nella
speranza di guadagnar tempo, e rimediare a quell'altro pericolo. Ora, il
miglior modo di sviare il sospetto, era di fargli una confessione tale,
che mostrasse Arrigo le mille miglia lontano da un ripesco amoroso.

-- Creda a me, -- incominci, fingendo una calma che non aveva nel cuore,
-- non si fermi in queste idee, che, mandate ad effetto, potrebbero
nuocere alla riputazione della donna rispettabile che porta il suo nome.
Intanto, vuole una prova convincente, una prova solenne dell'errore in
cui  caduto, per opera di un birbaccione, che sar, se Dio vuole, anche
un amico di casa? Ella  gentiluomo, Castelbianco. Ha avuto piena
fiducia in me, ed io debbo averla in lei, confidandole un segreto, che
ella custodir gelosamente.

-- Non dubiti! -- disse il conte Pompeo. -- Segreto per segreto.

-- Orbene, vuol sapere perch sono io a Roma? Perch, stia bene a
sentirmi, perch Arrigo Valenti, mio nipote, ha il desiderio di sposare
una bella e cara fanciulla: la signorina Manfredi. --

Per quella volta, davvero, Cesare Gonzaga sent gemer l'uscio. E pens
dentro di s, mentre batteva l'ultima sillaba del cognome:

-- Ah diavolo, diavolo! Ora c' madama Duplessis che sta a sentire i
nostri discorsi. Benedette donne! --

E toss, per coprire il rumore, toss come un quaresimalista, quando ha
finito l'esordio, con la proposizione del tema.

-- Ah! -- fece il conte Pompeo, che era tutto scosso dalla grande novit.
-- Ed io non me ne sono accorto! Ed egli non me ne ha mai fatto parola!

-- Non era lei, perdoni, non era lei che potesse servirgli, in questa
circostanza; ero io, suo unico parente, io, vecchio amico del senatore
Manfredi. Ed io, pregato, scongiurato, sollecitato da parecchie sue
lettere, ho dovuto lasciare il mio dolce remo delle Carpinete, per
venire in Roma, a far la domanda formale.

-- Che cosa mi dice! Io casco dalle nuvole. E il nostro Arrigo 
innamorato di Gabriella?

-- Ne  perdutamente innamorato. E non ha torto, perbacco.

-- Lo credo: oh, se lo credo! -- esclam il Castelbianco. -- Gabriella
diventer una stupenda signora. Peccato, non aver dieci anni di meno,
per farle una corte spietata!

-- Ah, ecco, -- disse ridendo il Gonzaga. -- Ritorna in scena il Don
Giovanni, col suo quinto Evangelio?

-- Scusi, Gonzaga,  la natura che ripiglia il sopravvento. Son fatto
cos, e porter il mio difetto alla tomba. Ma sa che ella mi confonde,
con le sue belle notizie? E da quando il nostro bel cavaliere ha
incominciato a perdere la pace del cuore?

-- Che ne so io? -- disse il Gonzaga. -- Per passare dall'ammirazione
all'amore, e da questo a una risoluzione matrimoniale, ci sar pur
voluto il suo tempo. Se mi ha chiamato dieci giorni fa, mettiamo pure
che da quaranta ha lo spirito afflitto. Quaranta giorni, come a dire una
quaresima!

-- Gli auguro buona Pasqua; -- rispose il conte Pompeo. -- Fortunato
briccone! Ma badi, Gonzaga mio, badi bene! Ora capisco una cosa.

-- Ahi! -- pens Cesare Gonzaga. -- Questo qui mi capisce troppe cose,
quest'oggi!

-- S, veda, pensando alla lettera anonima...

-- Che ella mi regaler per la mia collezione.

-- Oh volentieri! Eccola. Pensando dunque alla lettera anonima, mi viene
in mente che sia da vederci la mano di un nemico di Arrigo.

-- Eh, lo avevo pensato ancor io.

-- Scusi; -- ripigli il conte; -- ella ha l'aria di dirmi: bella scoperta!
Ma ella non sa che razza di nemico.

-- E lei lo ha scoperto?

-- Mi pare di s: nemico di Arrigo, perch suo rivale, ed amante di
Gabriella.

-- Amante!

-- S, diciamo innamorato, pretendente. Non  della mia opinione?

-- Ma... che debbo dirle? Bisognerebbe conoscere le persone. E poi, come
c'entrerebbe una calunnia contro la contessa?

-- Ecco: per mandare a monte le nozze, senza aver l'aria di agire
direttamente, e perci senza scoprirsi; -- rispose il conte Pompeo. -- Uno
scandalo fuori via,  di buona guerra. -- Eh, io le capisco, queste cose.
Il colpo, non lo nego,  un po' forte; ma  di alta scuola, bisogna
convenirne.

-- E questo rivale, sarebbe?...

-- Non ne conosco che uno, per ora: il conte Guidi.

-- Ah! -- grid Cesare. -- Il conte Guidi? Ci ho gusto. Gli dar un par di
schiaffi alla prima occasione.

-- Calma, Gonzaga!  finora una mia supposizione. Non vorrei che per un
semplice sospetto....

-- Allora, -- disse il Gonzaga, -- cercheremo ancora.

-- Non cerchiamo pi nulla; -- rispose il conte. -- Lasciamo spegnere
questa miccia male accesa. Volevano far scoppiare una bomba, e non ci
sono riesciti. Ne saranno mortificati, e noi rideremo. Ella mi ha
proprio sollevato, caro amico, con la sua bella notizia. Questa, poi,
taglia la testa al toro. Ed io dubitavo del cavaliere! Ah, ne arrossisco
davvero.

-- Bravo, conte! Ecco un bel movimento dell'anima!

-- Che vuole? Siamo ancora giovani; -- disse il Castelbianco,
pavoneggiandosi. -- A proposito di movimento, abbiamo fatto una lunga
seduta, ed io me ne andr. Lei avr da fare. Il duello di cui mi
parlava....

-- Ah, non ci penso neanche. Son cose che risguardano i miei padrini.
Quando  l'ora, si parte: alla guerra col pi destro, al "singolar
certame" col pi sinistro.

-- Non conoscevo questa distinzione.  indiana, forse?

-- Non so, ma potrebbe anche darsi; -- disse il Gonzaga, ridendo. -- 
tutto indiano, in Europa: lingua, civilt, superstizioni, sciocchezze.

-- Ella  di buon umore; -- ripigli il conte Pompeo. -- Ecco un augurio
che val quello del pi sinistro. Aggiungo i miei, e caldissimi.

-- Grazie, e a rivederci.

-- Dove? Quando? Va dai Manfredi, stasera?

-- Forse... anzi, senza il forse.

-- Bene! Ci dar una capatina ancor io. Buon giorno, Gonzaga. --

E se ne and finalmente, saltellando nel modo che sapete. Era leggero
sempre, il conte Pompeo; ma dopo quella conversazione, che fu una
particolare fatica di Cesare Gonzaga, era anche pi leggero del solito.




XII.


-- Una grande ispirazione  stata la mia -- esclam il Gonzaga, appena fu
solo. -- Come  vero che, quando si ha una cosa da fare, bisogna farla
subito! Si era teso un bell'agguato! Ah, bisogna accoppare questo conte
Guidi. Arrigo non capisce nulla; ma vivaddio, questa volta si rimedia a
tutto. Ora andiamo a vedere madama Duplessis. Happy! --

Il servitore, chiamato, apparve sulla soglia.

-- Illustrissimo, comandi.

-- Siamo soli in casa?

-- Solissimi; anche il cuoco  uscito per le sue faccende.

-- Bada, per cinque minuti non deve entrare nessuno. Se suonano, vieni
prima ad avvertirmi, bussando a quell'uscio; hai capito?

-- Non dubiti. --

Appena fu escito il servitore, Cesare Gonzaga and ad aprir l'uscio di
comunicazione. Immaginate la sua maraviglia, quando trov l dietro,
appoggiata allo stipite, pallida, contraffatta nel viso, la contessa
Giovanna.

-- Lei qui!... -- esclam egli. -- Ancora!...

-- S; -- esclam la contessa, restando immobile al suo posto, con gli
occhi spalancati e fissi, ma senza guardare il Gonzaga.

-- Signora, si sente male? Mio Dio! -- grid egli. -- Che cosa posso fare
per lei?

-- No, non badi a me! -- ripigli la contessa. -- La rabbia mi soffoca. Da
un'ora son qua, e senza potermi sfogare in un grido.

-- Ma perch rimanere? Io la credevo gi fuori da un pezzo.

-- Volevo, ma mentre stavo parlando con la signora Duplessis, per
colorire la mia presenza in questo luogo, mettendo il mio racconto
d'accordo con quello che aveva fatto lei.... Quante parole sprecate! --
grid ella, interrompendo la frase e dando in un riso amaro che sapeva
di lagrime. -- Mentre ero l, hanno suonato all'uscio. Era il conte. Ho
fatto in tempo a rifugiarmi qua, pronta a venire da lei, chiunque ci
fosse in sua compagnia, nel caso che egli, insospettito, avesse voluto a
forza visitar tutto il quartiere.

-- Ma con qual pretesto  egli entrato dalla signora Duplessis?

-- Cercando il signor Valenti. Fingeva di avere sbagliato, di non aver
visto il cartellino. Maravigliato, anche interdetto per le risposte
della signora, se ne and, facendo le sue scuse.

-- E qualche minuto dopo, perch non uscire anche lei?

-- Temevo fosse appostato nella strada. Aspettavo lei, che mi aveva detto
di venire. Non vedendolo, ritornai fin qua. Egli, appunto allora,
giungeva in questa camera. Ho creduto necessario di fermarmi, per udire
ci ch'egli diceva.... Mio Dio! Ed ho udito tutto, ho udito troppo. 
orribile, sa,  orribile, quello che ho dovuto sentire dalle sue labbra!

-- La necessit mi ha costretto, signora; -- rispose il Gonzaga. -- Qualche
cosa bisognava pur dire, per convincere quell'uomo infuriato.

-- S, mi lasci credere ora che non ha detto il vero! -- replic la
contessa. -- Ella non  uomo da mentire, signor Gonzaga!

-- Ho pure mentito per tutto il tempo che ho dovuto ragionare con lui! --
not egli, sospirando.

-- Ma per gli altri, per una donna, e non per s; -- rispose la contessa.
-- Non avrebbe certamente gittato l il nome di una fanciulla, se non
fosse stato per dire la verit. --

Cesare Gonzaga chin la fronte e non rispose parola.

-- Il suo Arrigo  un infame; -- prosegu la contessa. -- E non aspett
nemmeno che io, povera donna, lo pregassi di lasciarmi coi miei rimorsi.
E mentre io mi perdevo per lui, egli.... Perch infine, una donna avr
torto, meriter il biasimo degli uomini come lei, ma ella  sempre una
povera disgraziata, che la passione accieca; mentre l'uomo che accanto a
quella donna medita un tradimento, e ordisce freddamente un intrigo per
liberarsi da lei, per volgersi ad un'altra, quell'uomo  un vile.

-- Contessa, la supplico; -- disse il Gonzaga, costringendola con atti
amorevoli a sedersi, poich la vedeva cos fieramente turbata e
convulsa; -- pensi che troppo male  accaduto; pensi che io ho fatto
quanto era umanamente possibile per iscongiurare un grande pericolo;
pensi che, se io non ero, se perdevo anch'io la testa come tutti gli
altri, ella sarebbe stata scoperta, e una famiglia rispettata e
rispettabile sarebbe divenuta la favola di tutta Roma; pensi infine....
Lo so,  difficile; -- soggiunse egli, notando gli atti di diniego della
donna esacerbata; -- ma bisogna vincersi, perdio, bisogna sforzar la
mente a pensare, a considerar le cose, e tanto pi attentamente, quanto
pi sono gravi. Ci che oggi le sembra un gran male, un male
irrimediabile, un mal da morire,  forse un bene, la liberazione, la
salvezza.

-- Oh, non dubiti, non ne morr; -- non voglio morirne! -- rispose la
contessa. -- Ben altro mi resta da fare. Ma ella sappia, signor
Gonzaga.... Questo matrimonio  impossibile;  una folla, a cui bisogna
rinunziare. Ella  amico del senatore Manfredi, ed ha certamente molto
potere sull'animo suo. Ma se ella abusasse di un tanto potere per
strappargli un consenso a queste nozze, avrebbe cagionata la rovina di
una povera fanciulla.

-- Come sarebbe a dire? -- grid il Gonzaga, turbato.

-- Gabriella non ama, e non amer mai quell'uomo, che a lei piacerebbe di
darle in marito. --

Cesare Gonzaga rimase muto un istante, guardando la contessa, come se
volesse cercarle negli occhi il segreto di quelle audaci parole. Ma
quegli occhi fissi ne' suoi, come in atto di sfida, non gli dissero
nulla, e Cesare Gonzaga, dopo quell'istante di pausa, cos parl
gravemente:

-- Senta, signora; a me non piace nulla, e da gran tempo, oramai. Pregato
da un mio congiunto, posso chiedere un assenso, e per cosa non
disonorevole, n indegna di chi deve rispondermi; ma non soglio far
violenza all'animo di nessuno, n con l'arte degl'inganni, n con le
ragioni dell'amicizia. A chi non conosco, a chi non amo, quando
l'occasione si presenta, faccio anche servizio, nella misura delle mie
forze; a chi amo non impongo sacrifizi e non preparo pentimenti.

-- Perdoni! -- balbett la contessa. -- Non volevo dir questo.

-- E allora, -- ripigli il Gonzaga, -- che cosa ha voluto dire?

-- Quello che sapr ella stessa, se interroga il cuore della signorina
Manfredi, prima di parlare a suo padre. Gabriella non ama il cavaliere
Valenti.

-- E chi ama?

-- Io... non lo so. E se lo sapessi, non lo direi.

-- Contessa, la prego....

--  inutile; -- diss'ella, alzandosi con un gesto d'impazienza. -- E sono
gi troppo rimasta nella casa di quell'uomo. --

Cesare Gonzaga non la trattenne; ma la segu, da buon cavaliere, sino
all'uscio del quartierino di via Sallustiana, passando davanti alla
buona signora Duplessis, che finse non badare a quella scena di
corruccio femminile. _Etait-elle coutumire du fait_, la bella
mercantessa di mode?

Certo, ella era molto caritatevole, e ne avea dato una prova luminosa.
Cesare Gonzaga, poich la contessa fu escita, e senz'altra cortesia che
un freddo saluto di cerimonia, si ferm a ringraziare la gentil parigina
con tutta la effusione dell'anima. Poi, chiesta licenza, si affacci
alla finestra per dare un'occhiata in istrada e assicurarsi che la
contessa Giovanna avesse passato il marciapiede senza incontri
spiacevoli. Cos avvenne difatti, perch il destino avverso si era
stancato di perseguitare la bella passeggiatrice, e Cesare Gonzaga la
vide girar tranquillamente il capo delle Tempeste, e andar diritta e
sicura per via Nazionale.

Andava sicura e diritta, la graziosa signora, anche serena nell'aspetto,
dopo aver data la sua notizia di colore oscuro, dopo averla gittata l,
come la classica freccia del Parto fuggente. Quella notizia, quella
frecciata, tornava molesta in singolar modo al Gonzaga. Era dunque vero
che Gabriella amasse gi qualcheduno? E chi era costui? La contessa,
insistendo sulla necessit di parlare con la fanciulla prima di
rivolgersi al padre, confidava forse che il signor Cesare non avrebbe
ardito di commettere questa violazione delle buone costumanze sociali;
ma ella in ci s'ingannava, poich Cesare si era gi rivolto al padre ed
aveva anche ottenuto licenza di esplorar l'animo della figliuola, n
certamente si sarebbe astenuto dal farlo. Ma se davvero Gabriella gli
rispondeva in quel modo, che con tanta sicurezza pareva pronosticargli
la contessa di Castelbianco, povere combinazioni architettate da Arrigo
Valenti, e poveri sogni vagheggiati dallo zio! Perch, infatti, anche
lui ci aveva posto l'animo, e in due giorni di riflessione si era
innamorato della sua parte. Se da principio la crudelt di Arrigo verso
la contessa Giovanna aveva ferita la sua fibra di antico cavaliere, ci
ch'era avvenuto in quei due giorni pareva fatto a bella posta per
levargli quella fisima dal capo e condurlo a desiderare pi che mai il
matrimonio del nipote con la signorina Manfredi.

Si scosse, ritornando nelle sue camere, non volendo pensarci pi a
lungo, e rimettendo a quella sera la spiegazione dell'enimma che gli
aveva proposto la Sfinge. Del resto, Arrigo ritornava in quel punto, e
per allora ci doveva esser altro da fare.

-- Ne capisci niente, zio? -- incominci Arrigo, appena giunto alla
presenza del Gonzaga.

-- Di che?

-- Di ci che  avvenuto or ora al caff di Venezia. Leggi qua. --

E gli diede cos dicendo una carta. Era il processo verbale compilato e
sottoscritto da quattro padrini. I considerandi ritenuti necessari dal
Gonzaga c'erano tutti, nell'ordine logico e naturale voluto da lui.

-- Che  stato? -- disse il Gonzaga, dopo aver letto e riletto il verbale,
e levando gli occhi a guardare il nipote.

-- Che i nostri avversari hanno riconosciuto tutto ci che a noi 
piaciuto di far riconoscere. Dico noi, ma  pi giusto di dire Orazio
Ceprani. Il processo verbale  scritto di suo pugno, come ti dimostrer
la sua firma.  stato lui l'esecutore di questa mossa strategica, che tu
avevi consigliata.

-- Ma, dico io, come ne  venuto a capo? -- ripigli il Gonzaga. -- A me,
te lo confesso, a me sembra di sognare, con questa carta tra le mani.

-- A me sembr di sognare quando la sentii leggere, e sopra tutto quando
la vidi sottoscrivere dal duchino di Roccastillosa. Ma procediamo con
ordine; -- soggiunse Arrigo. -- Ti dir che mi ero fermato per comprar
sigari, mentre Orazio era andato avanti, per trovare i nostri avversari
e colleghi al caff. Quando giunsi, il discorso era gi avviato e i
nostri personaggi persuasi. E tu eri sicuro di batterti? _pends-toi,
brave Gonzague_; per questa volta l'hai fatta bassa; il conte Guidi ti
sfugge.

-- E sfugga finch vuole, e passi anche l'Atlantico; -- disse il Gonzaga.
-- Ma qui sotto c' qualche cosa.

-- Che! Ne ho domandato ad Orazio, quando rimanemmo soli, col nostro
foglio di carta in mano, ed egli mi ha risposto: "Che cosa ci trovi di
strano? Non si doveva fare un cencio di processo verbale? L'ho ricordato
e mi han detto di s; ho accennato ai considerandi, nella forma che
aveva detto tuo zio, e mi han detto di s; tu sei capitato, io ho
incominciato a scrivere, e il resto ti  noto. A me pare la cosa pi
naturale del mondo, che si ammetta di veder scritto quel che si  detto,
e che a quel che si  detto si apponga la firma."

-- Ti dico che c' qualche cosa, qui sotto; -- replic il Gonzaga.

-- Eh, infine, non ci vorr molta fatica a capirlo; -- disse Arrigo. -- Per
esempio il timore di aver da incrociare il ferro con te.

-- Lo aveva pure voluto! -- osserv l'altro, facendo una spallucciata.

-- Non credo. Aveva un pochino di stizza in corpo; ha cominciato a
parlare; tu l'hai stretto al muro, ed egli si  trovato dentro senza
avvedersene. Ma poi, ripensandoci a mente fredda, ha fatto i suoi
calcoli per dare ed avere; ha notato che tu eri preponderante, con
quella tua statura, con quelle spalle da Ercole, e che gli avresti
spezzato con un colpo il suo giuochetto da tiratore mingherlino. Poteva
benissimo accettare il duello alla pistola; ma anche qui, povero Guidi,
ti vedo e non ti vedo! Egli ha ricordato sicuramente che non dovevi aver
fatto invano per trent'anni il soldato. Sai, sono cose che si mettono in
conto, queste, e prima d'imbarcarsi ci si pensa due volte.

-- Ah, gliele avrei fatte veder volentieri! -- esclam Cesare Gonzaga. --
Ma io penso un'altra cosa, pi modesta e fors'anche pi vera; penso che
il tuo conte Guidi abbia temuto di guastarsi coi Manfredi, e si sia
tirato indietro con me, per mettersi in buona vista con Gabriella. La
far valere, questa sua debolezza; te lo dico io, la far valere. --

Arrigo si strinse nelle spalle, e rispose:

-- Con te per protettore, non ho paura di nulla.

-- Eh, tu fai presto a dirlo!

-- E come no? tu salvi tutto;  il tuo ufficio.

-- A proposito, se ne sono aggiustate parecchie, ma non ancor tutte,
quest'oggi; -- ripigli il Gonzaga. -- Fammi il piacere di correre dal tuo
padrone di casa e di raccomandargli che non ti tradisca. Sai quel che ho
fatto, stamane? La met del tuo quartiere, quello di via Sallustiana, 
occupata.

-- Da chi?

-- Da madama Duplessis, la mercantessa di mode.

-- Che follia  questa?

-- Follia! Ah, tu la chiami follia? Sappi che stamane il conte di
Castelbianco ha ricevuto una lettera anonima. Gli dicevano: "Voi avete
creduto, davanti a un uscio di via Sallustiana, di riconoscere vostra
moglie. Pensate che il cavalier Valenti abita ad un secondo piano in via
Nazionale. Non potrebbe quel secondo piano continuare in via
Sallustiana? Informatevi, e date intanto a vostra moglie questo semplice
annunzio: Arrigo oggi ha un duello."

-- Che infamia! -- esclam Arrigo. -- E chi mai ha potuto?...

-- Non cerchiamo chi ha potuto, e consideriamo il fatto in s; -- rispose
lo zio. -- Era anche l'opinione del conte Pompeo, diventato di punto in
bianco un filosofo. Quella povera donna, caduta nel tranello,  venuta
qua, ma prima che il conte non si aspettasse. Le ho aperto io; ho
capito, non so pi come, e l, senza metter pi tempo in mezzo, ho fatto
un colpo da maestro. Dopo dieci minuti di colloquio con me, la brava
madama Duplessis  discesa al secondo piano, con una parte delle sue
carabattole, mentre Happy inchiodava sull'uscio il biglietto di visita.
Quell'altro  capitato, ha bussato, e s' trovato a faccia a faccia con
una parigina, mercantessa di mode. --

Arrigo era rimasto muto, ascoltando il discorso dello zio.

-- Ora ci sarebbe da raccontarti dell'altro, per dimostrarti che le hai
fatte grosse e che c' voluto molto sangue freddo e molta chiacchiera da
parte mia, per rimediarci. Ma tu devi fare dell'altro, e senza un minuto
di ritardo; -- disse il Gonzaga. -- Il conte, che tu hai veduto qui,
reduce dalla sua impresa fallita, e che io ho finito di persuadere, non
andr, spero, a prendere altri ragguagli dal padrone di casa. Ma
potrebbe anche andarci, e tu devi parare il colpo alla svelta.

--  inutile; -- rispose Arrigo Valenti. -- Non sono poi cos sciocco come
tu pensi, mio caro zio, e avevo preveduto questo caso.

-- Ah, s? E che cosa avevi fatto? Sentiamo.

-- I due stabili, -- ripigli Arrigo, -- appartengono allo stesso
proprietario, ma non hanno comunicazione di quartieri che al secondo
piano.

-- Appunto per questo tu devi pregarlo....

-- Aspetta, ci ho dell'altro da dire. La comunicazione  stata aperta da
me.

-- Ma se tu hai in affitto i due quartieri! -- disse lo zio.

-- S, ma quello di l non l'ho preso col mio nome.

-- Davvero? Te ne lodo. Una almeno l'hai fatta giusta.

-- Sicuro. Vedi? Gli ho fatto dare il primo nome che mi  venuto alla
mente: quello di Orazio Ceprani.

-- Ah, matto! -- grid Cesare Gonzaga. -- E avrai dovuto confidare il
segreto al Ceprani.

-- No, non gli ho detto nulla.

-- E come hai potuto fargli prendere in affitto un quartierino, senza che
egli lo sapesse?

-- Sai? Pagando un anno anticipato, non c' pericolo che l'esattore vada
a cercarlo per un pezzo.

-- E sia; ma l'esattore, o il padrone, potr parlarne a caso, e ad ogni
modo lasciar correre il nome di Orazio Ceprani, mentre noi abbiamo l
una madama Duplessis.

-- Senti; si potrebbe in questo caso parlare ad Orazio, che andasse
lui....

-- S, bravo! Questa  una trovata!

-- Ma infine, -- disse Arrigo, che not l'ironia nell'accento dello zio, --
Orazio  un amico, che mi ha qualche obbligo, ed io non vedo il
pericolo....

-- Ah, poveri quattrini di tuo padre! -- grid il Gonzaga, mozzandogli le
parole in bocca. -- Della giuris...prudenza non hai ritenuto che il
_giuris_, dimenticandoti volentieri del resto. Bene... anzi male, e
basta cos. Andr come potr. Se si esce sani da questo ginepraio, credi
a me, bisogner portare un voto a san Crispino, quello che non le
faceva, povero a lui, ed era sempre costretto a rattopparle. --




XIII.


Il senatore Manfredi, quel giorno, fra le sette e le otto del
pomeriggio, aveva una faccia rannuvolata che mai. Quali cure lo
affliggevano? Non gi il pensiero della legge sul riordinamento del
Genio Civile, presentata due giorni prima dal ministro Baccarini in
Senato, e affidata allo studio di una commissione in cui egli non aveva
parte. E neanche la legge per l'applicazione del nuovo Codice di
Commercio, poich questa doveva presentarla il ministro Magliani due
giorni pi tardi, e la commissione che l'avrebbe studiata, sebbene egli
dovesse entrarci di pien diritto, era ancora di l da venire. Comunque,
n questo tema, n l'altro, n gli annunziati provvedimenti per
soccorrere i danneggiati di un recente uragano in provincia di Forl,
erano tali da doverlo impensierire a quel modo.

Gabriella, che lo aveva veduto sereno a colazione, non pot vederlo
rannuvolato a pranzo, senza domandargliene il perch; aspettando,
s'intende, che la gente di servizio si fosse allontanata. Quella bella
diavolina, quando voleva una cosa da suo padre, la spuntava sempre, e
per due buoni ragioni: in primo luogo perch era amata molto dal babbo,
e secondariamente perch, essendo una savia ed accorta figliuola, non
domandava mai se non ci che poteva domandare.

-- Babbo, tu sei pensieroso, stasera; -- aveva ella incominciato. -- Che
cos'hai? Me lo dici?

-- Che t'ho a dire, bambina? -- rispose il senatore. -- Sai bene!...

-- Non so nulla, e perci ti domando.

-- Ma... -- rispose egli, impacciato. -- Finalmente, ho dato licenza
all'amico Cesare di parlartene egli stesso. --

A quell'annunzio, Gabriella lev la fronte, sgran tanti d'occhi e
sorrise.

-- Ah! -- esclam ella. -- Si tratta di un discorso che ha da farmi il
signor Gonzaga, e sei triste? --

Il Manfredi contempl un istante la figliuola, non senza maravigliarsi
di vederla cos lieta all'udire quel nome.

-- Sei dunque molto contenta che egli ti parli? -- le chiese.

-- Babbo... non so. Con che aria me lo domandi! Ma infine, che c' di
male? Non mi avete assuefatta da bambina, tu e la povera mamma, a
stimarlo come un uomo nobile e buono, ad amarlo come il migliore amico
della famiglia?  venuto, dopo tanti anni che si aspettava; l'ho veduto
ancor io, e m' parso superiore all'idea che m'ero fatta di lui. Sai? a
forza di sentirlo nominare come un giusto, come un uomo virtuoso, come
un'anima eccelsa, mi ero figurata un Socrate, un Platone, un Pitagora,
che so io! uno di quei tanti filosofi antichi, di cui tutti parlano, di
cui generalmente non si conosce che il nome, e che appunto per questo si
ricordano con maggior reverenza, anzi con venerazione. Che cosa ho
trovato, invece? Un gentiluomo, un perfettissimo gentiluomo, pi vero di
tutte quelle immagini della mia infanzia, pi grande e pi giovane della
sua fama. E vuoi che io mi spaventi di ci che quest'uomo ha da dirmi?
Non mi dir, ne son certa, che delle cose gentili, delle cose piacevoli,
come me ne ha dette tante iersera.

-- Ah, bambina! -- esclam il senatore Manfredi, non potendo, con tutta la
sua tristezza, trattenersi dal ridere. -- E se egli ti chiedesse....

-- Oh Dio! La mia mano? Col tuo permesso, gliele darei tutt'e due. 
questo che ti turba?

-- S questo.

-- Ma che c'? -- ripigli Gabriella, accostandosi. --  egli forse
diventato meno nobile, meno buono, meno degno di te?

-- No, Gabriella, no; ma vedi? l'uomo per cui egli verrebbe a chiedere la
tua mano.... io non so se sarebbe intieramente degno di te.

-- Tu mi spaventi, babbo. Non si tratta dunque di lui!

-- O come?... -- grid a sua volta il Manfredi, guardando con aria di
stupore la sua bella figliuola, quel fiore a mala pena sbocciato. -- E
pensavi davvero che potesse trattarsi di lui?

-- Eh, senti.... Ora mi fai arrossire della mia.... leggerezza. Ho fatto
male a pensare una cosa simile?

-- No, no, no; -- rispose il senatore, con una progressione ascendente di
tono. -- Gabriella mia, tu sei pi bambina che io non ti credessi, o pi
vecchia. Si tratta, come ora spero che avrai capito, del nipote di
Cesare.

-- Ah! -- disse Gabriella. -- Il signor Cesare deve parlarmi.... di suo
nipote? --

E accompagn le parole con un cenno del capo, tra cerimonioso e ironico,
che era una delizia a vederlo.

-- Volevi... dunque, volevi proprio che ti parlasse di s? Un uomo maturo
come lui?

-- Non me lo sembra; -- rispose Gabriella. -- Del resto, hai detto poc'anzi
che anch'io sono pi vecchia che tu non credessi.

-- O pi bambina; -- soggiunse il Manfredi. -- La cosa restava un po'
dubbia.

-- Ebbene, babbo, la si decida, come dicono a Firenze. Per me, scelgo di
esser pi vecchia. Osservo molto, sai; e osservando ho anche
riconosciuto che i giovani... siete voi altri. So anche abbastanza di
storia antica, e tra zio e nipote...

-- Oh, s, vediamo come c'entra la storia antica fra Cesare e suo nipote.

-- C'entra per dirti che Ottaviano valeva meno di Cesare.

-- Ma divenne Augusto; -- osserv il Manfredi.

-- Per decreto del Senato; -- replic prontamente quella birichina; -- ma
si trover oggi il Senato per far la proposta? Io credo di no, tanto pi
che vedo il signor senatore un po' inquieto.

-- Di' pure impacciato e scontento; -- riprese il Manfredi. -- Gi, vedo
che Ottaviano ti piace poco. Io, poi, che avevo dato licenza a Cesare di
parlarti per lui, oggi, dopo una certa lettera che ho ricevuto....

-- Anonima? -- interruppe Gabriella.

-- Che ne sai tu? -- disse Manfredi, rizzando la testa e ficcando gli
occhi addosso alla figliuola.

-- Indovino; -- rispose Gabriella. -- Siccome ne ho una anch'io!

-- Anche a te hanno scritto?

-- Non a me, veramente, che non l'avrei ricevuta senza il tuo consenso,
ma a Carolina, che ne  rimasta tutta sconcertata. "Veda un po',
signorina (mi ha detto), che cosa mi scrivono; io non ne capisco nulla."

-- E dice, la lettera?

-- Oh, delle cose stravagantissime. Questa, per esempio, che Carolina si
guardi bene di dare ascolto al cavalier Valenti, il quale ha gi
un'altra passione. Ma io non te ne dico altro, perch in verit mi
vergogno di ripetere ci che ha scritto l'anonimo, e particolarmente il
nome di una persona rispettabile, che noi amiamo e stimiamo.

-- Lo stesso nome scritto nella lettera che ho ricevuta io; -- disse il
Manfredi. -- E siccome non si poteva credere che quella lettera io la
facessi mai leggere a te, si  trovato il modo di darti la notizia per
mezzo di Carolina. Che infamie!

-- L'ho capito benissimo, sai, che il ricapito era a Carolina, ma che la
lettera era scritta per me! Io, per altro, non le ho detto nulla di
questo mio pensiero, ed ella  ancora tutta sconcertata da quelle
raccomandazioni caritatevoli, e giura che il cavalier Valenti essa non
lo conosce neanche di vista. Sfido io! Ella  sempre nelle camere di
servizio, e l'unica volta che il cavaliere Valenti  venuto a portarci
il suo biglietto di visita, lo ha ricevuto il servitore. --

-- L'hai tu, questa lettera?

-- S, eccola qua; l'ho tenuta io, per il nome che c'era scritto, e che
non deve rimanere in mano di una cameriera. Volevo bruciarla, dopo
averla mostrata a te.

-- Benissimo fatto; -- disse il Manfredi. -- Io nondimeno la conserver
insieme con la mia, per confrontare i caratteri.

-- E dimmi, babbo; nella tua... si parla anche di Carolina?

-- Pazzerella! Si parla di un'altra personcina, che mi pare poco disposta
ad ascoltare i consigli dell'anonimo e le domande del cavaliere Valenti.
Non  cos?

-- Sai, babbo? Io sto cos bene, con te! Ti d noia il tenermi in casa?

-- No, davvero; ma pur troppo ha da venire il giorno che io debba
lasciarti andar fuori.

-- Non parliamo di quel giorno; ci sar tempo.

-- Capisco; -- disse ridendo il Manfredi. -- Non trattandosi dello zio,
rimani volentieri in casa del babbo.

-- Come sei crudele! -- esclam la fanciulla. -- Ho detto che se il signor
Cesare mi avesse parlato, col tuo permesso, lo avrei ascoltato. Non
debbo io obbedirti?

-- Sicuro; ma egli, col mio permesso, ti parler per un altro. Che cosa
gli risponderai?

-- Gli risponder che son troppo giovane, ma che tu, del resto, disponi
della mia volont. E siccome tu, della mia volont, non ne disporrai per
questa volta, io sar tranquillissima.

-- Santa ingenuit! Vedete come trova le risposte! -- disse il Manfredi. --
Ma senti, bambina mia; poich io gli ho dato il permesso di parlare,
sapendo benissimo di chi doveva parlare, sar conveniente che tu, per
questa volta, ti cavi d'impiccio da te.  un caso particolare, un caso
strano, ed io debbo rimettere al tuo senno lo scioglimento di queste
difficolt.

-- Bene; allora gli dir schiettamente.... Senti, gli dir cos: Signor
Cesare, io, per mia scelta.... Ma no, mi vergognerei di parlargli in tal
modo.

-- Ho capito; gli diresti volentieri: signor Cesare, se si tratta di lei,
eccomi qua. Eh, brava, la mia Gabriella; questo sarebbe un bel coraggio.
Digli invece, con molta grazia, che non avevi ancora pensato alla
possibilit di separarti da tuo padre, che dovresti aver tempo a
meditare, e prendere altrettanto tempo a rispondere.

-- E se egli insiste?

-- Digli di s. Ti senti di dirglielo?

-- Per lui, volentieri; per un altro, no.

-- E che cos'hai contro quell'altro? Ti spiace tanto?

-- Mi  indifferente. Mi pareva meglio la prima volta che l'ho veduto; ma
poi, a sentirlo parlare, col suo scetticismo, coi suoi calcoli eterni,
con la sua seriet d'apparato, che vuoi? mi  scaduto. Quello l  un
giovane... vecchio.

-- E tu preferiresti un vecchio... giovane.

-- Il signor Gonzaga non  vecchio; -- replic Gabriella, girando la
difficolt.

-- Torniamo sempre l! -- conchiuse il senatore Manfredi. -- Insomma,
bambina mia, farai quel che vorrai. Cesare Gonzaga  il mio migliore
amico, anzi fratello. Spero che con la tua risposta non vorrai dargli
dispiacere, e se proprio hai da dirgli di no, lo farai con buona grazia,
senza ch'egli abbia a dolersi di me, n di te.

-- Il modo di fargli intendere che gli vogliamo bene lo avrei; -- rispose
Gabriella. -- Ma tu non la intendi cos. Gli parler dunque come il cuore
m'ispirer, pensando alla vostra antica e leale amicizia e alla stima
grandissima che io nutro per lui. Speriamo intanto che egli stasera non
mi parli ancora di nulla. --

Il senatore non partecipava alle speranze della figliuola, sapendo che
Cesare Gonzaga era venuto a bella posta in Roma per ragionare di quel
matrimonio, e immaginando che non avrebbe voluto rimaner troppo a lungo
in sospeso. Ma anch'egli era molto perplesso, e lasci volentieri che le
cose andassero come dovevano andare, fidando nelle ispirazioni del cuore
di Gabriella, cara e bizzarra fanciulla, che anteponeva i vecchi giovani
ai giovani vecchi.

In quel mezzo, fu annunziato l'arrivo della contessa di Castelbianco.
Giungeva forse un po' troppo presto, l'amica; ma ella usava con
Gabriella in quel medesimo modo che Gabriella usava con lei. Quella
sera, per altro, la contessa non giungeva in compagnia del marito. Il
conte Guidi era venuto con lei. Che novit era quella?

Per saperne qualche cosa, ci converr di ritornare un passo indietro.
Quel giorno il conte Guidi aveva ricevuto un biglietto della contessa.
"Se andate stasera dai Manfredi, venite a farmi da cavaliere (scriveva
la signora), perch il conte non potrebbe accompagnarmi di prima sera, e
sarei costretta ad andar sola. Vi aspetto dunque prima delle otto."

Il conte Guidi non si era proposto di andare dai Manfredi, quella sera.
Chiamato dalla contessa, si accinse da buon cavaliere ad obbedirla, non
senza maravigliarsi di quello strano capriccio, che la consigliava a
voler essere accompagnata dove tante altre volte era andata, con la sua
carrozza e col suo servitore, da sola.

-- Contessa, -- le aveva detto il Guidi, presentandosi, -- mi avete fatto
l'onore di crearmi vostro cavaliere, ed eccomi qua.

-- Ringraziatemi, almeno; -- aveva risposto Giovanna. -- L'ho fatto per
utile vostro.

-- Come?

-- Sicuramente; non amate voi Gabriella? --

Il conte Guidi era un cavaliere tenebroso, gi ve l'ho detto, e come
tutti i cavalieri tenebrosi si teneva sempre in bilico fra parecchie
dame, non dimostrando e sopratutto non confessando le sue preferenze per
alcuna. Perci a quella bottata della contessa di Castelbianco, rimase
un pochino sconcertato.

-- So tutto; -- prosegu la signora; -- dunque, venite. --

Il Guidi, vedendo che ella sapeva tutto, e immaginando ch'ella ne
sapesse pi di lui intorno al modo di pensare e di sentire della
signorina Manfredi, non perdette il suo tempo a negare. Giunone lo aveva
sempre trattato con quella amabile confidenza che  naturalmente portata
dalla parit delle condizioni sociali, ma senza nessuna dimestichezza
particolare, senza ombra di sentimento, che lasciasse intravvedere
un'intenzione pi tenera. Egli dunque ammise facilmente che davvero le
stesse molto a cuore di farlo entrare in grazia alla giovane Diana; ma
soggiunse che non aveva quasi ragione per andar quella sera da lei,
perch l'ultima sera che si erano veduti, cio ventiquattr'ore prima, al
ballo della contessa, Diana era stata un po' fredda con lui, ed egli,
dal canto suo, aveva commesso qualche errore di tattica.

-- Ragione di pi per presentarsi e ristabilire le sorti della guerra; --
rispose la contessa. -- Venite, Guidi; mi racconterete i vostri errori
per via, e troveremo il modo di ripararli. --




XIV.


Gabriella aveva fatto un saluto assai cerimonioso al conte Guidi, ma
aveva abbracciata e baciata con grande effusione di cuore la sua cara
Giovanna. Non credeva alle calunnie distillate da un vile anonimo contro
la sua bella imperatrice, e le pareva, con una maggiore dimostrazione
d'affetto, di dare a quelle calunnie una mentita pi solenne e pi
forte.

Il conte Guidi rimase a discorrere col senatore Manfredi; ed egli e il
suo interlocutore erano per verit un pochino impacciati, poich non
sapevano con quali discorsi trattenersi a vicenda. La contessa di
Castelbianco e Gabriella si erano sedute sopra un sof, l'una a fianco
dell'altra, e l, sul fondo verde cupo della spalliera di stoffa
operata, davano sembianza di due belle rose accompagnate, sorgenti
insieme da un viluppo di quelle stupende foglione vellutate, in cui la
natura, cesellatrice meravigliosa, sembra aver voluto rivaleggiare coi
capricci dell'arte.

-- Pompeo non poteva accompagnarmi cos presto come io desideravo; --
disse Giovanna all'amica; -- ma per fortuna  venuto il conte Guidi. Quel
povero giovanotto ha veramente una bell'anima, e avevi ragione tu,
quando mi dicevi di volerlo studiare. Sai che cosa mi stava dicendo, in
carrozza, di te? --

Gabriella non era molto curiosa di saperlo; ma, per compiacere
all'amica, dovette aver l'aria di desiderare quella piccola confidenza.

-- Sentiamo che cosa ti ha detto; -- rispose.

-- Signora (sono le sue parole, che ti riferisco testualmente),
intercedete per me, presso la divina Gabriella. In un momento di folla,
non giustificata,  vero, da nessun precedente, ma certamente scusabile
agli occhi di uno che potesse leggere nel mio cuore, ho detto alla
signorina Manfredi una frase di cui sono pentito. Darei, ve lo assicuro,
darei tutto il mio sangue per cancellarla, o almeno per ottenerne il
perdono. A voi non si nega nulla; vorrete dir dunque una buona parola
per me? Sono venuto a bella posta da voi. -- Cos mi ha parlato quel
poveretto, e ti confesso che in quel momento faceva veramente piet. Da
brava, Gabriella mia, se  vero che tu a me non neghi nulla, perdonagli
quella frase malaugurata, che io non conosco neppure, poich a lui manc
il coraggio di ripeterla.

-- Non la ricordo, questa frase terribile; -- rispose Gabriella. --
Dev'essere ben poca cosa, come vedi, e il signor conte sicuramente si 
ingannato, immaginando che io avessi potuto dare importanza ad una frase
sfuggita nel calore di una conversazione. Ne dicono tante, quei signori!
--

Non era questo che la contessa voleva; tanto pi che ella,
contrariamente alla sua fresca asserzione, conosceva benissimo la frase
che aveva fatto torto al conte Guidi nell'animo della signorina
Manfredi. E la ricordava anche Gabriella; ma quella frase toccava
l'argomento delle sue ammirazioni, ed essa non voleva profanare un
sentimento cos nobile e puro come il suo per Cesare Gonzaga, mettendolo
in discussione, a proposito d'un sarcasmo del conte Guidi, di quel vago
cavaliere, che oramai poteva essere tenebroso a sua posta, poich ella
non lo studiava gi pi.

La contessa Giovanna finse di contentarsi per allora, immaginando
giustamente che la giovine amica si sarebbe ostinata nel facile perdono
di una frase non voluta ricordare.

-- Ah, bene! -- diss'ella. -- Temevo gi che tu fossi in collera con lui, e
che la collera potesse consigliarti una risoluzione a suo danno.

-- Una risoluzione! -- esclam Gabriella. -- Io? E quale?

-- Eh, per esempio... di sposare il signor Valenti. --

Al colpo inatteso Gabriella si scosse, e guard in viso l'amica,
ricorrendo involontariamente col pensiero alla lettera anonima ricevuta
dalla sua cameriera. Sotto quelle parole sent palpitare il dramma, la
candida ma non affatto inesperta fanciulla, e impar presto a
dissimulare.

-- Ecco un'altra novit; -- diss'ella, volgendo in un sorriso il suo atto
di stupore. -- E donde ti viene quest'altra?

--  la voce che corre; -- rispose la contessa; -- si dice anzi che lo zio
 venuto a bella posta in Roma, per fare a tuo padre la domanda formale.
Che c' di vero?

-- Una cosa sola, a quanto pare: la venuta di uno zio.

-- Ma egli far la domanda. Me lo ha detto anche Pompeo.

-- Di bene in meglio; -- ripigli Gabriella. -- Ecco uno zio che fa una
diplomazia molto strana. Tutti sanno gi che cosa  venuto a fare, ed io
non ne so nulla ancora.

-- Lo sapr il senatore tuo padre.

-- Il senatore mio padre, -- replic Gabriella, confettando di un altro
sorriso la severit della risposta, -- non fa mai nulla senza consultare
sua figlia; tranne, s'intende, le leggi dello Stato e le operazioni del
suo banco.

-- Dunque, non c' niente di vero?

-- Nientissimo.

-- E il cavaliere?

-- Faccia i fatti suoi.  ricco e non ha bisogno di trovare una grossa
dote. Io son ricca e non ho bisogno di appoggiarmi a lui, n ad altri
come lui. Tu vedi dunque che se ci son due al mondo che non sian fatti
punto l'uno per l'altro, noi siamo quei due.

-- Tanto meglio.... per il povero Guidi! -- conchiuse la contessa. -- E
lui, come lo vedi? --

Era un assedio, un investimento in piena regola; ma Gabriella finse di
non avvedersene.

-- Che dirti, mia cara? -- rispose, -- non ho ancora finito di studiarlo. --

Intanto che le due amiche discorrevano, sedute sul sof verde cupo, sul
cui fondo spiccavano come le due belle rose che sapete, il salotto del
senatore Manfredi incominciava a popolarsi. Tra i primi era venuto, e
correva ad ossequiare la giovane Gabriella, il vecchio collega del
Manfredi, il primo seccatore del regno, che fu per la fanciulla un
soccorso del cielo; tanto  vero che tutte le creature hanno il loro
ufficio provvidenziale nel mondo! Gabriella non reggeva pi al peso di
quella conversazione femminile, dopo che aveva ravvicinato nella sua
mente il discorso incalzante della contessa di Castelbianco con le
notizie che dava di lei quella brutta lettera anonima. La buona
fanciulla avrebbe desiderato tanto esser sola nella sua camera, per
meditare su tutta quella novit di casi che si erano affollati intorno a
lei, offuscando la serenit della sua vita verginale. Ma per due o tre
ore non c'era da sperar pace n tregua, essendo giorno di ricevimento. I
gioved dei Manfredi non avevano musica n ballo; perci, abbondando gli
amici gravi e i discorsi gravissimi, erano scarse le dame e pi scarsi i
cavalieri eleganti. I farfalloni che si arrischiavano l dentro,
attratti da quel fior di bellezza che risplendeva nella casa senatoria,
si sentivano a breve andare perduti in quell'aria afosa di legislatori,
di accademici, di magistrati, di professori e via discorrendo. Il conte
di Castelbianco, che ci andava qualche volta sul tardi, per
riaccompagnare a casa sua moglie, si accostava a quei gioved con un
sentimento di sacro terrore. -- Prima di entrare nel portone (soleva dir
egli ridendo) respiro a furia, faccio provvista a larghi polmoni,
temendo sempre che l'aria mi manchi, in quella campana pneumatica. --
Povero salotto del senatore Manfredi! Esso non meritava mica quei
crudeli giudiz. In primo luogo il padrone non costringeva nessuno ad
andarci; e poi, come  vero che ogni uccello fa il suo verso, cos ogni
compagnia di persone ha diritto di divertirsi a suo modo, e il torto 
di chi vuol portare le sue abitudini serie tra la gente allegra, o le
sue abitudini allegre tra la gente seria.

La contessa Giovanna trov un momento opportuno per dare una buona
notizia e un'utile ammonizione al conte Guidi.

-- Rassicuratevi; non c' nulla di nulla. Fate la vostra corte
liberamente; mostratevi il garbato cavaliere che siete sempre stato, e
vincerete la partita. Ma badate, per altro; qui bisogna lodar molto
l'antico, e in arte e letteratura, astenersi sopra tutto dal parlare di
corse, di tiri al piccione, di cacce alla volpe, e d'altre mode
d'oltr'Alpi. Gabriella  classica, e non ama gli usi n le parole
straniere. --

Il conte Guidi stava per mettersi all'opera, quando giunsero il signor
Cesare Gonzaga e il cavaliere Arrigo Valenti. Lascio pensare a voi come
fosse contento quest'ultimo, di trovarsi faccia a faccia con la signora
di Castelbianco.

-- Perdio! -- mormor egli all'orecchio dello zio. -- La prima ispirazione
era la buona. Non avrei dovuto venire.

-- Che diavolo dici tu ora? -- rispose il Gonzaga. -- Guaio per guaio,
meglio incontrarla qui, fra tanta gente, che altrove, a quattr'occhi.
Sta saldo, ragazzo, e mostrati cortese, mi raccomando. --

Egli stesso sarebbe corso ad ossequiare la signora contessa. Ma prima,
poich gliene veniva il destro, volle chiedere certe notizie ad Andrea,
che per il momento non aveva nessuno alle costole.

-- Ebbene, hai parlato alla nostra cara Gabriella?

-- S, oggi stesso. Ma che debbo io dirti? Per ora non sa risolversi.

-- Ahi! -- esclam il Gonzaga. -- In questi casi una proroga vale quanto un
rifiuto. --

A questa interpretazione il Manfredi non seppe rispondere n per s, n
per no.

-- Cesare mio, -- diss'egli invece, stringendo affettuosamente il braccio
dell'amico, -- se tu sapessi come io ne sono afflitto! Vorrei vederti
contento, ed anche contro un certo dovere che la prudenza di padre mi
potrebbe comandare. Perch, infine, tuo nipote, mentre desidera tanto
questo matrimonio, ha qualche legame... che dovrebbe trattenerlo.

-- Saranno chiacchiere di scioperati. Chi te le ha riferite?

-- Senti, a te non posso e non voglio nasconder nulla. Una lettera
anonima.

--  il giorno! -- brontol Cesare Gonzaga. -- Ah, senza dubbio, bisogna
dare una lezione a quel conte che vedo laggi, a fare il cascamorto
presso tua figlia.

-- Che cosa dici? Il conte Guidi?...  venuto poc'anzi con la contessa di
Castelbianco, ma non  neanche tra gli assidui frequentatori di casa
mia.

-- Ah! E lo ha condotto la signora? -- ripigli il Gonzaga, ridendo
amaramente e tentennando la testa.

-- Ma che ci vedi tu di mal fatto? Che sospetti hai?

-- Te lo dir un'altra volta, quando mi sar formato una vera certezza,
intorno a certe cose. E dimmi, intanto; la lettera accennava anche il
nome di una signora?

-- S.

-- Di una signora... che  qui? -- prosegu sotto voce il Gonzaga.

Il senatore Manfredi chin la testa, senza rispondere.

-- Ah, infami! -- disse il Gonzaga. -- Senti, Andrea; qui, intorno a noi, 
stata ordita una negra congiura, e noi dobbiamo romperla. Tu sei un uomo
savio e prudente; non credi a nulla di ci che ti hanno scritto. Ma tua
figlia ne sa qualche cosa?

-- S, ma ci crede anche meno di me, che, per dirti il vero, son rimasto
un pochino sconcertato, e pi per la persona indicata, che non per la
cosa in s stessa.

-- Ah, meno male; -- disse Cesare; -- Gabriella non crede. Ma la ragione
per cui non sa risolversi?...

-- In verit, non saprei dirtela.  tutta in un suo particolar modo di
pensare. Del resto, io ti ho dato licenza d'interrogarla; parlane a lei.

-- Domani, se qualche altro guaio non viene a guastarmi la giornata,
vengo sicuramente da te. Non voglio a nessun costo aver perduta ogni
speranza.

-- E non lo vorrei neppur io. Non gi per tuo nipote, che a parer mio ha
bisogno di correggersi in molte cose, ma per te che amo tanto. Se questo
matrimonio non si fa, lo prevedo benissimo, tu fuggi da Roma ed io ti
perdo per sempre. Capirai che questo non mi convenga punto, dopo
trent'anni di lontananza.

-- Tu sei buono, Andrea! -- disse il Gonzaga commosso. -- Ed io certamente
non far colpa a te di un rifiuto, che distruggerebbe tutte le mie pi
care speranze. Ma  certo del pari che non rimarrei a Roma un giorno di
pi. --

La contessa Giovanna si avvicinava, e i due amici troncarono subitamente
il discorso, disponendosi con viso lieto a riceverla.

-- Di che stanno parlando con tanto calore? -- domand la contessa. -- Di
politica, m'immagino.  la nostra capitale nemica, la politica.

-- No, contessa; -- rispose il Manfredi. -- Proprio in questo momento
parlavamo di giovent. E questa  nemica nostra, perch da troppo tempo
ci ha abbandonato. Cio, dico male, ha abbandonato me, non il mio amico
Gonzaga, che  sempre un fior di giovanotto.

-- Lo pensavo per l'appunto, guardandolo; -- ripigli la contessa. -- Ma
non glielo dir, perch sono in collera con lui.

-- Signora, e perch? -- disse il Gonzaga.

-- Perch mi ha veduta, e non  ancor venuto a stringermi la mano.

-- Signora, mi perdoni; c'erano tanti all'adorazione, e giovani e vecchi,
che io non ho osato competere coi primi, n accrescere il numero dei
secondi. Ma eccomi qua, desideroso di ottener la sua grazia.

-- Ve lo lascio, contessa; -- disse il Manfredi. -- Sentirete da lui tante
cose galanti, che non potrete tenergli il broncio, e dovrete ripetergli
che  il pi giovane dei giovani. --

La contessa sorrise, prendendo il braccio di Cesare Gonzaga. Ma appena
il senatore si fu allontanato, si volse al suo cavaliere per dirgli:

-- Ebbene? Come vanno gli affari del suo protetto?

-- Per ora, ch'io sappia, -- rispose il Gonzaga, -- vanno come quelli del
conte Guidi.  lei, contessa, che lo ha condotto qua?

-- Sicuramente. E le dispiace?

-- Un pochino; tanto pi che non dovevo aspettarmi questo da lei.

--  buona guerra, Gonzaga. Ella  soldato, e non doveva aspettarsi
altro.

-- Perch? La guerra suppone la tregua, ed anche i trattati di pace. Dopo
ci che  avvenuto stamane, credevo sinceramente alla pace. Non dovrei
vantarmi, contessa, ma ella mi costringe a rammentarle che l'ho salvata,
stamane.

-- Doveva lasciarmi perdere; sarebbe stato meglio; -- ribatt la contessa,
con accento sdegnoso. -- Sappia, Gonzaga, che queste nozze io non le
voglio... non le voglio, ha capito? Si volga altrove, quell'uomo, non
alla signorina Manfredi.

-- Calma, signora! Sar quello che il destino vorr, -- disse pacato il
Gonzaga.

La contessa Giovanna gli volse uno sguardo bieco, che pareva dirgli
com'ella avrebbe anche saputo lottare col destino. Quindi, traendo il
suo cavaliere verso il crocchio di Gabriella, ricompose la faccia ad una
espressione di bont e di allegrezza, che non pareva pi lei.

-- Carina! -- diss'ella, avvicinandosi alla signorina Manfredi e lasciando
il braccio di Cesare Gonzaga. -- Mi vuoi con te? Si terr corte, mentre
laggi i personaggi gravi ragionano di politica. Guidi, esponete un bel
fatto, perch noi possiamo dar la sentenza.

-- Volentieri, per dar l'esempio dell'obbedienza; ma non un bel fatto; --
rispose il conte Guidi, inchinandosi. -- Un cavaliere teme di aver
perduto la stima di quella dama a cui ha dedicato il culto pi puro e il
pi rispettoso. Che dovr fare, per accertarsene? Che dovr fare, per
ritornare in grazia?

-- Ah, siamo in Corte d'amore? -- entr a dire il primo seccatore del
regno, che si trovava accanto al sof verde cupo. -- Usanza
provenzale!...

-- I Romani non la conoscevano; -- brontol Cesare Gonzaga,
allontanandosi, per andare in una sala vicina, a cercarvi il suo caro
nipote.




XV.


Arrigo era poc'anzi vicino a Gabriella; ma il ritorno improvviso della
contessa di Castelbianco lo aveva messo in fuga.

-- Che hai, zio? -- diss'egli, vedendo il Gonzaga con le ciglia
aggrondate.

-- Ho... ho, che tu potevi rimanere accanto a Gabriella. Il contino non
aspettava che la tua fuga, per occupare il tuo posto.

-- Dovevo forse rimanere? Con quell'altra, che mi fa gli occhiacci!...

-- Che vuoi, che ti divori? Ah, benedetto ragazzo! Tu commetti gli
errori, e non sai riscattarli con un po' di coraggio. Eccolo laggi, il
contino, che fa il trovatore davanti alle belle! Sento una gran voglia
di schiaffeggiarlo.

-- E perch?

-- Un'altra lettera anonima, capisci? E questa, poi, l'ha ricevuta il
senatore Manfredi.

-- E tu sospetti di lui? -- disse Arrigo. -- Sei ben sicuro di non fargli
torto, e di non essere tanto pi ingiusto verso di lui, dopo che egli ha
incaricato i suoi padrini di farti delle scuse?

-- Si possono far delle scuse per debolezza d'animo, come hai creduto tu
questa mane, o per non guastarsi con qualche persona troppo amica
dell'avversario, come ho creduto io; -- rispose il Gonzaga. -- E in un
caso e nell'altro, si possono affidare le proprie vendette ad armi come
queste. Eccoti una delle lettere, che oggi sono state scritte;  quella
che fu mandata al conte Pompeo. Non ti par naturale di applicarle la
massima romana: "_is fecit cui prodest_?"

Arrigo diede una scorsa alla lettera, e fremette; poi osserv
attentamente la mano di scritto.

-- Questo carattere non mi giunge nuovo; -- diss'egli.

-- Bada;  carattere di donna.

-- Appunto per questo. Ho gi ricevuto lettere, da questa mano, molto
tempo fa. E dopo che non ne ho pi ricevute io, ne avr ricevute un
altro. Ah, ecco! -- esclam Arrigo, che aveva finalmente trovata la via.
-- Ma in verit, sarebbe una cosa orribile. Lui?

-- Chi? -- disse il Gonzaga. -- In nome di Dio, chi sospetti che sia?

-- Orazio; -- mormor il Valenti. -- Ma la ragione di far ci? Io non la
vedo. Un amico!...

-- Al quale hai ricusato ieri cinquemila lire, in un momento difficile.

-- Non gliele hai imprestate tu, zio? e senza ricevuta?

-- Non  la stessa cosa, -- disse il Gonzaga. -- Ad ogni modo, se il tiro
viene da lui, il signor Ceprani  un tristo soggetto.

-- Io non l'ho mai avuto per uno stinco di santo; -- ripigli Arrigo
Valenti. -- L'ho sempre speso per quel che valeva, e niente di pi. Ma
lasciamo stare il Ceprani. Tu restituirai ora la tua stima a quel povero
Guidi?

-- Non vedo la necessit di correr tanto; quantunque veda quella di
ritornare di l, in mezzo alla gente. Guardalo laggi, sempre
appiccicato alla spalliera del sof dove siede Gabriella. Dio, quante
smancerie! E tu seguiti a far l'astratto, mentre egli ti voga sul remo.

-- Eh, caro mio, -- disse il giovane, mentre seguiva lo zio nella sala
grande, da cui si erano allontanati, -- non trovo da fare di meglio, in
questo momento, e penso di riposare tra due guanciali, fidandomi in te.
Lo sai, il proverbio? Fortuna e dormi. E si pu dormire, quando la
fortuna sei tu.

-- Arrigo, Arrigo! Se tu seguiti a prender le cose con tanta fiacchezza,
ti do la mia parola d'onore, che piglio il primo treno di domani, e me
ne ritorno alle Carpinete, donde non mi caveranno pi neanche gli
scongiuri.

-- Come? Ti darebbe l'animo di abbandonarmi? Proprio ora?

-- Senti; che serve rimanere? Intanto, ella non vuol saperne di
matrimonio.

-- Non vuole? Lo ha detto a te? -- chiese Arrigo, turbato.

-- Lo ha detto a suo padre, e mi pare che basti. --

Il giovane non fece parola; ma il suo aspetto disse chiaramente allo zio
che egli era stato profondamente colpito.

Cesare Gonzaga, chiamato a dire la sua opinione in una disputa
amichevole tra il senatore Manfredi e parecchi colleghi, si allontan
dal nipote, che rimase solo, taciturno e smarrito nel salotto, come un
povero forastiero in un paese di cui non sappia la lingua e dove non
conosca un'anima.

Quanto rimase l solo? Un bel pezzo, di certo, e senza avere il coraggio
di accostarsi al crocchio delle signore. Da principio lo tenevano
lontano le guardate feroci di Giovanna; allora, poi, sentiva vergogna di
presentarsi a Gabriella Manfredi, alla fanciulla che lo avea rifiutato
l per l, senza dubitare un istante. Povero amor proprio! In esso ci
tocca di soffrire, quando non vive in noi altro sentimento pi degno.
Arrigo Valenti avrebbe voluto essere mille miglia lontano; ma non c'era
verso di muoversi da quella sala, dove tutti erano seduti a crocchi, e
dove il timore che la sua partenza fosse troppo notata, lo teneva
inchiodato. E tutti, vicini e lontani, parevano aver gli occhi su lui.
Si accost allora ad una tavola, prese un giornale illustrato, e fece le
viste di leggere. Aveva finalmente trovato un atteggiamento; non faceva
pi la figura dell'uomo impacciato, abbandonato, sfuggito da tutti, che
 tanto ridicola in mezzo alla gente, a quella gente tutta composta di
prossimo nostro, e perci cos pronta ad avvedersi delle nostre angustie
e a farne argomento di beffe. L ritto alla sponda della tavola, col suo
giornale tra mani, un giornale su cui teneva gli occhi e non vedeva una
sillaba, udiva dietro di s le voci dei cavalieri e le risa della
contessa di Castelbianco, risa frequenti ed alte, ma troppo asciutte, e
certamente poco sincere. Comunque fossero, beata lei, che poteva ridere
ancora! Quella ilarit continuata, che a volte tradiva lo sforzo, era
sempre una gran cosa, al confronto di quella confusione che teneva lui
in disparte, solitario, con un giornale in mano, come un uomo che fosse
andato in societ non per altro che per vedersi lasciato in un angolo.

La contessa chiacchierava e rideva, ma nel fatto soffriva moltissimo. Ad
un certo punto non resse pi, e parl improvvisamente di andarsene.
Erano le dieci, e la sua carrozza doveva essere davanti al portone in
attesa. Quante volte, e con la pioggia fitta, la carrozza non era
rimasta l sotto, ad aspettare la signora, che non avrebbe mai detto di
muoversi! Ma quella volta non voleva farla aspettare neanche un minuto.
Il conte Guidi, che l'aveva accompagnata all'arrivo, si offerse
gentilmente per accompagnarla alla partenza.

-- No, grazie, conte, rimanete; non voglio che nessuno si scomodi per me.
Fate chiedere piuttosto se la carrozza  giunta. Il mio domestico sar
gi in anticamera. --

Il conte Guidi and a prendere informazioni, e torn subito dopo,
annunziando che la carrozza era giunta. Frattanto il circolo delle dame
si era disfatto, e la contessa di Castelbianco, andando verso il
senatore Manfredi, che stava in conversazione col suo sinedrio di gravi
personaggi, pass accanto ad Arrigo, che si tir indietro, salutando.
Essa gli diede un'occhiata sdegnosa, rise e gli gitt sul volto una
frase, che sibil come un colpo di frusta:

-- Siete un vile!

-- Signora!... -- disse Arrigo, sbalordito.

-- Siete un vile! -- riprese ella, incalzando. -- Volete che vi schiaffeggi
qui, alla presenza di tutti? --

Arrigo si ritrasse ancora, chinando la testa, e si allontan prontamente
da lei.

Cesare Gonzaga aveva veduto l'incontro e indovinato facilmente uno
scambio di parole aspre fra i due. Avvicinatosi al nipote, mentre la
contessa stringeva la mano al senatore Manfredi, gli disse:

-- Che  stato? Che cosa ti ha detto la contessa?

-- Nulla, zio, nulla; parole amare, sciocchezze da non farne caso. --

E fremeva, parlando cos, e guardava sempre intorno a s, come cercando
qualche cosa. La contessa, frattanto, era partita, e poco stante, fatti
i suoi saluti alla signorina Manfredi, anche il Guidi si mosse per
uscire. Arrigo lo segu in anticamera, indoss il pastrano anche lui, e
si avvi per le scale sui passi del conte. Quell'altro se lo era veduto
benissimo alle calcagna; ma a tutta prima non ne avea fatto caso,
credendo che si trattasse di una combinazione fortuita. Ma dovette
ricredersi nell'atto di escire sulla via, quando Arrigo Valenti,
affrettando il passo per raggiungerlo, gli disse:

-- Signor conte, avrei qualche cosa da chiederle.

-- Parli, sono a' suoi ordini; -- rispose egli, assumendo tosto un'aria di
cerimonia.

-- Poc'anzi, -- riprese Arrigo, -- una donna ch'ella ha accompagnata in
casa Manfredi....

-- Una signora, non una donna; -- interruppe il conte Guidi; -- la prego di
correggere.

--  giusto; -- rispose Arrigo, dopo un istante di pausa. -- Non era mia
intenzione di venir meno al rispetto che a quella dama  dovuto. La
signora, adunque, passandomi daccanto, non so per qual cagione di sdegno
contro di me, mi ha detto: vile. --

Il conte Guidi, che si era fermato a guardare il suo interlocutore,
ascoltando pazientemente il suo piccolo racconto, si strinse nelle
spalle, con aria di dirgli: che c'entro io?

-- Le signore, -- continuava frattanto il Valenti, -- hanno parole che
colpiscono peggio dei ceffoni. A noi uomini restano le mani, per
restituire ai cavalieri quello che abbiamo ricevuto da esse. --

Cos dicendo, lev la mano e percosse.

Il conte Guidi si aspettava un alterco, e fors'anche un'offesa; ma non
aveva preveduto tanta prontezza di mano. Cacci un urlo e si scagli sul
Valenti, che era preparato a riceverlo. Ci fu il solito pugilato, il
solito accorrere dei viandanti, e la solita separazione dei combattenti,
senza che nessuno degli accorsi riconoscesse quei due inferociti
cavalieri e sapesse perch si fossero accapigliati. Allontanatosi primo
dalla calca, Arrigo vide passare una vettura da nolo, fortunatamente
vuota; vi salt dentro e disse:

-- Allo _Sport_, in via Condotti, e alla svelta! --

Anche il conte Guidi, liberatosi dalla ressa degli importuni, and di
buon passo allo _Sport_. Giunto col, prese in disparte i due primi
gentiluomini che gli si pararono dinanzi, e chiese loro di volerlo
servire in una quistione d'onore.

-- Con chi l'hai? -- gli domandarono.

-- Col cavaliere Valenti. Vi prego di andar subito a casa sua, per
portargli la sfida.

-- Non occorre andar tanto lontano; -- risposero quelli. -- Il Valenti 
entrato poc'anzi, ed  nella sala d'armi a colloquio con due altri,
forse per la stessa ragione.

-- Tanto meglio! -- disse il Guidi. -- Andate dunque di l. Voglio un
combattimento ad oltranza. Stamane, per un riguardo a certe persone, mi
son mostrato corrivo a far pace con lo zio. Ora il nipote ha da pagare
per due. --

Mentre queste cose accadevano di fuori, Cesare Gonzaga, rimasto nel
salotto dei Manfredi, girava inutilmente gli occhi di qua e di l,
cercando il nipote. Certo, conoscendo l'indole di Arrigo, l'ultimo
pensiero che gli potesse venire, anzi l'unico che non gli dovesse venire
affatto alla mente, era quello di un suo alterco col Guidi. Egli
sospett invece che il suo caro nipote, sconcertato dal rifiuto di
Gabriella, avesse fatta la insigne sciocchezza di andarsene _insalutato
hospite_, contro l'usanza della casa, che non ammetteva questi esotici
modi. Turbato dal pensiero di quella ragazzata, che poteva guastare per
sempre il giovinotto coi Manfredi, lo zio Cesare stette ancora un pezzo
a discorrere con gli ultimi rimasti, che si erano raccolti intorno alla
signorina Gabriella. Finalmente, approfittando dell'arrivo del conte
Pompeo, che veniva molto in ritardo a cercare sua moglie, Cesare Gonzaga
si accomiat, promettendo a Gabriella una visita per il giorno seguente.

-- Che uomo, quel Gonzaga! -- disse il conte di Castelbianco. -- Par sempre
un giovinotto.

-- Ed ha anche giovane il cuore; -- aggiunse il Manfredi.

-- Ah, quello poi ha vent'anni. Figuratevi ch'egli ha domattina un
duello.

-- Un duello! -- esclam Gabriella. -- Con chi?

-- Col conte Guidi.

-- E quando lo avete saputo? -- domand il Manfredi.

-- Oggi stesso. A tutta prima aveva creduto che si trattasse di suo
nipote; ma invece  lui, proprio lui.

-- Anche il Guidi, poc'anzi, era qui, e non ci siamo avveduti che ci
fosse nulla tra loro.

-- Eh, capirete; i cavalieri perfetti sanno fare le cose con la debita
discrezione.

-- Ma la ragione? Arrivato da due giorni appena, come pu aver gi avuto
da dire con qualcheduno?

-- Che posso dirvi io? La ragione non la so. Del resto, le quistioni
personali non si maturano sempre lentamente; nascono qualche volta da un
nulla, come i funghi, e scoppiano l per l, come le bombe. --

Con questi bei paragoni conchiuse la sua imprudentissima chiacchierata
il conte Pompeo di Castelbianco, lasciando i Manfredi nella pi dolorosa
ansiet.




XVI.


Cesare Gonzaga si era ritirato a casa molto inquieto per la fuga del
nipote, fuga che non sapeva a qual cagione attribuire. Giunto lass, in
via Nazionale, rimase a chiacchiera col servitore enciclopedico, sempre
aspettando la venuta di Arrigo. Finalmente, verso la mezzanotte, un
fattorino dello _Sport_ venne e lasci per il marchese Gonzaga una
lettera. Arrigo Valenti si scusava in essa con lo zio, per essere escito
cos in fretta da casa Manfredi, senza dargliene avviso, poich si era
ricordato di avere fissato un ritrovo allo _Sport_ con un banchiere
parigino, suo corrispondente ed amico. "Si far tardi, cenando
(soggiungeva Arrigo), ed  molto probabile, anzi certo, che passer la
notte fuori di casa, da vero ed autentico figlio di famiglia. A
rivederci dunque domani, e non esser pi tanto severo, te ne prego, col
tuo povero nipote." Seguiva la firma.

Il pretesto era buono, e Pico della Mirandola ricord all'illustrissimo
signor marchese che altre volte il signor cavaliere aveva disertato,
come quella notte, dal domicilio legale. Ma l'ultima frase del
biglietto, che Cesare Gonzaga aveva letto e riletto una dozzina di
volte, non era tale da lasciar molto tranquillo un animo naturalmente
sospettoso, e per allora singolarmente eccitato. "Non esser pi tanto
severo" scriveva Arrigo allo zio. Perch quel "pi" che aveva l'aria di
stabilire una data, un'ra nuova, come la nascita di Ges Cristo, o come
la fuga di Maometto? "Povero nipote" scriveva ancora il Valenti. Perch
povero, mentre andava a cena e si disponeva a passare allegramente a
notte?

Cesare Gonzaga medit lungamente su quegli enimmi, e and a letto senza
averli sciolti; ma dorm poco, e quel poco, poi, facendo certi sognacci
che il ciel ne scampi e liberi ogni anima ben nata. La mattina si
svegli per tempo, secondo il suo solito, e appena il servitore entr in
camera per portargli il caff, gli chiese notizie di Arrigo. Il signor
cavaliere non era ritornato. Per altro, non bisognava maravigliarsene,
soggiungeva Pico della Mirandola; quando il padrone saltava una notte,
la saltava intiera.

-- Sono un gran matto, io, a pesar le parole di un biglietto vergato in
fretta al circolo, come se si trattasse d'una terzina di Dante! -- disse
il Gonzaga tra s. -- Arrigo ha affogato nello sciampagna il dolore del
rifiuto di Gabriella, e a quest'ora dorme saporitamente in qualche letto
d'albergo. --

La mattina  stata data al giorno, come la primavera all'anno, per
destare i pi lieti pensieri nella mente dell'uomo. Cesare Gonzaga si
rasseren alla vista del bel cielo di Roma, e and a farsi radere,
secondo l'uso quotidiano, poscia a fare una passeggiata al Maco; n
ritorn a casa che verso le dieci del mattino.

--  rientrato? -- chiese egli al servitore, anche prima di metter piede
sulla soglia di casa.

-- S, illustrissimo; -- rispose Happy con un accento dimesso e con una
cera da funerale.

-- Che c'? -- grid il Gonzaga, profondamente scosso.

-- Ferito; -- replic il servitore.

-- Che hai detto?

-- Il signor cavaliere ha avuto un duello.

-- Ah, il mio sogno! -- esclam Cesare Gonzaga. -- E con chi?

-- Col conte Guidi, che  in fin di vita, con una palla nel petto, e
perci penetrante in cavit. --

Il Gonzaga non istette a sentir altro, e corse nella camera del nipote.

Arrigo Valenti era coricato sul letto, ancora mezzo vestito, e voltato
sul fianco. La camicia si vedeva aperta sulla spalla destra a colpi di
forbice. Il dottore stava a capo chino presso di lui, in atto di medicar
la ferita; e vicino al seguace d'Esculapio era un signore, sconosciuto
anch'egli al Gonzaga, ma certamente uno dei padrini di Arrigo.

Il ferito riconobbe lo zio al passo frettoloso, e gli diede il buon
giorno, senza voltarsi.

-- Non  niente, sai! -- aggiunse tosto, per calmare la sua inquietudine.
-- Ti presento il dottor Mori e il barone di Santgata. Signori, mio zio,
il marchese Gonzaga. --

Il dottore e il barone fecero un inchino. Cesare Gonzaga corse
dall'altra sponda del letto, per vedere in volto il nipote.

-- Zio, mi perdoni? -- disse Arrigo.

-- Che perdonare? Ti adoro; -- rispose il Gonzaga, baciandolo sulla
fronte. -- Ma non ti affaticare coi discorsi, te ne prego.

-- Che! Non soffro punto; -- replic il ferito. -- Dottore, ditelo voi a
mio zio, che posso parlare senza pericolo.

-- S, pu parlare, per ora, ma moderatamente; -- rispose il dottore. --
Non c' febbre ancora, e forse non verr prima di sera. Bisogner dargli
piuttosto qualche cosa che lo rinvigorisca; un po' di cognac, un
bicchierino di Marsala....

-- C' del vino di Porto, che piace tanto al signor cavaliere; -- disse
Happy.

-- Anche il Porto  buono; -- sentenzi il dottore. -- Lo assagger
anch'io, quantunque non abbia fatto colazione. --

Il dottore apparteneva alla scuola moderna dei corroboranti; una scuola
che ha i suoi pregi, come li hanno i corroboranti medesimi, e in
particolar modo i noetici. Non so se mi spiego.

-- Veda, signor marchese; -- disse il savio chirurgo; -- non c' nulla di
grave. La palla ha colpito l'omero, tra il deltoide e il bracciale
anteriore.  entrata di qua,  escita di l, forse rasentando la
scapula. Il braccio era alzato; i muscoli tesi hanno fatto resistenza;
la palla, seguendo l'indole di tutti i corpi sferici, ha dovuto deviare,
davanti all'ostacolo. Il ferito  sano, di buona complessione; vasi
sanguigni importanti offesi non ce ne sono; sar un affare di poco. Non
 vero, cavaliere? Tra dieci giorni andiamo a fare una scarrozzata
insieme.

-- Magari fra cinque; -- rispose Arrigo, sorridendo.

-- Son troppo pochi; si contenti di dieci. --

Il dottore e il barone di Santgata si erano allontanati dal letto, per
rivoltare le bende e distendere un po' d'unguento sulla pezza. Arrigo
approfitt della loro lontananza, per accennare sottovoce allo zio quel
che gli era avvenuto in casa Manfredi, e quindi a voce pi alta per
raccontargli brevemente il duello. Si erano battuti alle otto, nei
pressi del ponte Nomentano; avevano sparato a quindici passi di
distanza, e simultaneamente, al comando; il primo colpo era andato a
vuoto; al secondo, Arrigo si era sentito tocco alla spalla, ma in pari
tempo aveva veduto cader l'avversario; egli giurava, per altro, di aver
lasciato andare il colpo senza toglier la mira.

-- Ti credo, ti credo; -- disse il Gonzaga. --  sempre cos, con
quell'arme sciocca. Se toglievate la mira, c'era da scommetter dieci
contro uno che colpivate i padrini.

-- Vedi, intanto, -- riprese Arrigo, -- che il conte Guidi non mi vogher
sul remo. --

Cesare Gonzaga si chin un'altra volta a baciare il nipote.

-- Auguriamogli del bene; -- diss'egli poscia -- noi non vogliamo la morte
del peccatore, ma che si converta e viva. --

Happy, che era andato per il vino di Porto, rientr nella camera per
dire al signor Cesare:

-- Illustrissimo, c' di l il senatore Manfredi.

-- Ah! -- esclam il Gonzaga.

-- Ed  con lui la signorina sua figlia.

-- Diavolo! Cio, diciamo invece angioli santi! -- riprese il Gonzaga,
volgendo un'occhiata ad Arrigo. -- E gli hai detto che c' un ferito?

-- Non gli ho detto nulla. Han chiesto di lei; ho risposto che venivo a
chiamarla.

-- Tu sei saggio, Happy, e un giorno o l'altro, se il tuo padrone
permette, verrai a stare con me.

-- Verr a buona scuola, illustrissimo. --

Cesare Gonzaga fece un cenno affettuoso con la mano al nipote, e usc
dalla camera, per andare nel salotto. Il senatore Manfredi, che stava
l, sempre in sull'ali, si gett nelle braccia dell'amico. Gabriella era
l l per imitare il babbo; ma Cesare Gonzaga, da buon cavaliere, prese
la mano della fanciulla e la rec divotamente alle labbra.

Dopo un istante di pausa, il Manfredi incominci:

-- Ma che  stato, Dio buono? Abbiamo passata una notte terribile.
Iersera il conte di Castelbianco  venuto a darci la notizia che tu
avevi un duello stamane. Sono escito per tempo, sperando d'imbattermi in
qualcheduno che potesse darmi notizie, e non ho trovato che il duchino
di Roccastillosa, il quale usciva dal circolo dello _Sport_... per
andarsene a letto. Egli non sapeva nulla di preciso; soltanto aveva
veduto nella notte il conte Guidi, che pareva inquieto e si era chiuso a
colloquio con due amici. Allora ho creduto che davvero fosse avvenuta
una quistione fra voi due. Ma ti vedo sano e sorridente; sia ringraziato
il cielo! Non c' stato dunque nulla?

-- Nulla per me, come vedi; -- rispose il Gonzaga. -- Il duchino ti avr
anche detto che una quistione occorsa tra me e il conte Guidi era stata
composta onorevolmente fin dalle prime ore pomeridiane di ieri. Egli era
per l'appunto uno dei padrini del Guidi.

-- S, mi ha raccontato anche questo. Ma le notizie del Castelbianco....

-- Notizie in ritardo, caro mio!

-- E l'affaccendarsi del conte Guidi, questa notte, al circolo... --
riprese il Manfredi.

-- S' affaccendato per altro, sicuramente: -- replic Cesare Gonzaga. --
Ma non parliamo di cose tristi; la nostra Gabriella  molto abbattuta.

-- Per timore di lei, signor Cesare; -- disse la fanciulla. -- Ma ora
incomincio a respirare, e se ella mi assicura che non ha pi duelli,
star meglio senz'altro.

-- Cara! Ne avr uno, se babbo permette, e con lei. La sollecitudine loro
per me, ha condotta qua la figliuola insieme col padre. Il padre mi
consentir di cogliere l'occasione per fare alla figliuola un certo
discorso, che doveva venire senza fallo qualche ora pi tardi, in casa
sua. Meglio adesso, e qui, dove il destino ha voluto. Credete a me; se
c'era momento buono per farlo, quel tale discorso, questo a dirittura 
l'ottimo.

-- Sai che ti ho dato ampia facolt; -- disse il Manfredi. -- E se tu
riesci a persuaderla....

-- Oh, la persuader senza dubbio. Ma siccome annoierei te, che conosci
gi gli argomenti....

-- Ho capito; me ne vado, -- disse Andrea.

-- Di l, -- soggiunse Cesare, -- dove c' qualcheduno che vedrai
volentieri. --

E premeva frattanto il bottone del campanello.

Happy non tard a presentarsi all'uscio.

-- Accompagna il signor senatore dal cavaliere Valenti; -- gli disse il
Gonzaga.

-- Andiamo dal nostro cavaliere, -- conchiuse il Manfredi. -- Egli sar
molto maravigliato di vedermi in sua casa, a quest'ora. --

E and, l'onorevole uomo, assai lontano dall'immaginarsi lo spettacolo
che lo attendeva nella camera di Arrigo.




XVII.


Gabriella aspettava e sorrideva. Era sicura di vincer lei, la bella e
forte fanciulla. Non amava Arrigo il savio; amava Cesare, il generoso,
Cesare il buono, Cesare il grande. Non gliel avrebbe detto, no, glielo
avrebbe lasciato indovinare; ma se egli non si fosse apposto al vero, se
egli non avesse inteso l'animo della sua candida interlocutrice, tanto
peggio per lui! sarebbe stato Cesare... il semplice.

-- Signorina... -- incominci egli, venendo a sedersi daccanto a lei.

-- Mi chiami Gabriella, e mi dia del tu, come ha proposto mio padre, e
come desidero io; -- diss'ella, con accento dimesso.

-- Non oser mai; -- rispose il Gonzaga. -- Facciamo un passaggio. Dir
Gabriella ma dar del voi. Mi riserbo di dare del tu ad una bella
fanciulla che accetter di essere mia nipote. Siamo intesi?

-- Che idea! -- esclam Gabriella,

--  un'idea fissa, bambina. L'ho gi detta a vostro padre, che non l'ha
disapprovata. Il mio Arrigo ne va pazzo; ed  giusto, poich l'ha
trovata lui, perch  lui che m'ha chiamato a Roma, dove senza di lui
non avrei rimesso piede.

-- Perch, signor Cesare? Che cosa vi ha fatto, questa povera Roma? --

Cesare Gonzaga trasse un lungo sospiro dal petto....

-- Bambina, -- rispose egli poscia, -- sono storie dolorose ed antiche, in
nome delle quali io vi prego di appagare il mio voto. Permettetemi di
dire che voi non conoscete Arrigo. Gli uomini, prima di tutto, non si
giudicano bene dalle apparenze. Ci sono quelli che custodiscono
gelosamente i loro sentimenti delicati, e nascondono il meglio del loro
cuore alle turbe. Infine, se egli vi ama!... Perch io lo so, io l'ho
veduto, io l'ho scrutato nei pi intimi penetrali dell'anima, egli vi
ama. Mi credete voi capace d'ingannarvi?

-- No, -- disse Gabriella. -- Credo che siate ingannato voi stesso. Io
stimo e rispetto vostro nipote. Vi dir di pi; lo vedevo assai
volentieri, anche ignorando ch'egli appartenesse alla vostra famiglia.
Ma io l'ho udito pi volte, ed ho potuto giudicarlo. Non amo gli
scettici. Arrigo Valenti  un savio; lo dicono tutti. Sapete voi che
cos' un savio a venticinque anni?  un uomo senza giovent, senza
entusiasmo, senza idealit, senza cuore, la rovina anticipata di una
coscienza. Mio padre e mia madre, signor Cesare, mi hanno educata al
culto delle grandi anime, dei cuori aperti e leali, delle nobili idee,
dei generosi sentimenti. Non conoscevo ancora un uomo, fuori che mio
padre, e gi ne ammiravo, ne amavo uno, che somigliava a voi. --

Il discorso era stato lungo, e Cesare Gonzaga lo aveva ascoltato con
molta calma, perch, sebbene qualche volta gli fosse venuta la voglia
d'interrompere, si trattava di cose che egli aveva prevedute, di uno
stato d'animo e di un modo di sentire che egli gi conosceva. Ma la
chiusa gli giunse nuova; la chiusa lo fece addirittura balzar dalla
scranna.

-- Davvero? -- diss'egli, fissando Gabriella negli occhi, come se temesse
di aver male udito e cercasse in quegli occhi la conferma delle parole.
-- E quest'uomo, lo avevate gi immaginato... coi capegli bianchi?

-- Bianchi, no, ma un po' grigi, lo confesso; -- rispose Gabriella. -- Son
grigi i capegli dell'uomo che ha pensato molto, e molto operato. Vedevo
quei capegli grigi; vedevo la fronte alta, il labbro dolce e lo sguardo
sereno; vedevo l'uomo pronto ad infiammarsi per ogni idea generosa, e
gli esempi tutti della sua vita conformi a quella nobilt di pensiero.
Le aspirazioni son belle, -- soggiunse la giovine filosofessa, -- ma senza
gli esempi, senza le prove, non valgono. Li conosciamo anche noi, povere
osservatrici, i bei parlatori, gli apostoli del sentimento, i paladini
dell'eroismo in parole, e non ci piacciono punto punto. Io amo soltanto
chi ha sentito, combattuto e sofferto, chi nelle prove dolorose della
vita non ha logorato il cuore, chi negli occhi limpidi mostra l'anima
sua, giovane sempre, perch eternamente buona. --

Cesare Gonzaga ascoltava, meditando ogni parola, vedendo la sua triste
vita riflessa in quelle frasi, che la compendiavano, indovinandola quasi
con tanto intelletto d'amore. E guardava, ascoltando, e sorrideva, e
sentiva dentro di s qualche cosa d'insolito, come un antico e pur mo'
rinnovato desiderio di piangere.

-- Ero bambina inesperta, -- riprese Gabriella, -- e gi si diceva davanti
a me che voi eravate un uomo singolare, valoroso in campo, mite e
modesto negli usi della vita quotidiana, amico sincero, infine, e, per
farvi il ritratto in due parole, un'anima eletta. Si aggiungeva che voi
avevate compiuto un atto eroico, partendo dall'Italia, sacrificando il
presente e il futuro, rinunziando alle pi care speranze, alle pi
giuste ambizioni. La vostra medesima lontananza, anche quando tante voci
possenti vi richiamavano in patria, dimostrava la grandezza del vostro
sacrifizio. E s'intenerivano, signor Cesare, parlando di voi. Se li
aveste uditi! Io ero una bambina, capivo poco, ma sentivo molto;
ascoltavo e pensavo.

-- Vi prego... -- disse Cesare Gonzaga, con voce soffocata da una violenta
emozione. -- Non parlate dei morti.

-- Perch? Parliamone, se il loro ricordo fa bene allo spirito. Le mie
parole, io spero, non vi torneranno neanche spiacevoli, se  vero che mi
amate un pochino. Inoltre, noi donne, -- soggiunse ella, accompagnando la
frase con un arguto sorriso, -- siamo state sempre adulate, e finiamo con
credere a ci che si  detto di noi, ed anche stampato. Siamo le
consolatrici; la nostra amicizia  premio al valore e conforto alla
sventura. Hanno aggiunto che un uomo buono non  completo, senza una
donna buona. Signor Cesare, io non volevo dirvelo, incominciando. Ma
voi, vedendomi ricusare ci che mi offrite, potevate credere che io
fossi un'ingrata, una cattiva, e che pensassi ad altri. Ieri avete anche
avuto quistione con qualcheduno, e forse, anzi certamente, per me. Non
dite di no, perch sarebbe una bugia, indegna di voi. Orbene, io ora vi
parlo a cuore aperto, come meritate, e senza arrossire. Mi faccio
coraggio, vedete? Vi guardo in viso, e vi dico: io vorrei essere quella
donna buona. Ho quasi vent'anni, gi; non ho amato che mio padre, mia
madre e voi. Volete? Nessuna donna... -- e qui la fanciulla abbass la
fronte, sentendo le fiamme del rossore che aveva sperato di reprimere; --
nessuna donna avr mai detto ad un uomo ci che io dico a voi in questo
momento... che  solenne per me.

-- Impossibile! -- mormor Cesare Gonzaga.

-- Impossibile! E perch?

-- Perch... vedete Gabriella... vostra madre... io... --

E cos dicendo a parole interrotte, Cesare Gonzaga diede in uno scoppio
di pianto.

Gabriella si lev in piedi vedendo ch'egli si abbandonava col capo
arrovesciato sulla spalliera della seggiola, e fece uno sforzo supremo
per rialzarlo.

-- Voglio saper tutto! -- gli disse. -- Ho acquistato il diritto di
pretendere da voi una confessione sincera.

--  una storia breve: -- rispose il Gonzaga. -- Ho amato vostra madre,
come si doveva amarla, con tutte le forze dell'anima. E l'ho fuggita,
vedete, l'ho fuggita, mentre stava in me di ottener la sua mano, a
preferenza d'ogni altro. Vostro padre era gi ricco, ed io no, o ben
poco a paragone di lui. Ma il padre di quella donna mi era debitore di
molto... della vita e dell'onore di uno de' suoi. Siate mio figlio, mi
aveva detto; non ho che un tesoro ed  vostro. Io avevo veduto la figlia
di quell'uomo; e mi ero acceso d'amore, e, sperando di essere amato, mi
ero fatto stimare. Un giorno, Andrea Manfredi, l'amico mio, il mio
fratello d'armi, mi bisbigli il suo dolce segreto: Cesare, amo una
donna. Anch'io, gli risposi. E parlavamo spesso dei nostri amori, delle
nostre speranze, delle nostre gioie future, in mezzo alle fatiche del
campo, nei brevi riposi della notte, nelle marce forzate, a Velletri,
tra i fumi della vittoria, a Villa Corsini, dove cadde Goffredo Mameli,
l'unico bardo della patria, e con lui Luciano Manara, Enrico Dandolo,
Pietra Mellara, Daverio, Morosini, fiore di cavalieri e d'eroi. Tra le
mura crollanti del Vascello, dove per tanti giorni fu pioggia di fuoco,
noi trovammo ancora il momento di mandare un pensiero ai nostri giovani
amori. N io avevo chiesto a lui il nome del suo, n egli a me il nome
del mio. Ma la morte era librata su noi, e l'immagine della morte diede
coraggio ad Andrea. "Senti, mi disse, se io muoio, taglia una ciocca dei
miei capegli, e portali a lei." -- "Il suo nome?" -- "Lorenza." Tremai e
un sudor freddo mi corse gi per le tempia. -- "Lancillotti?" gli chiesi.
-- "S, la conosci?" Chiusi il mio cuore a forza, balbettai qualche
parola, e promisi. Povero amico, egli si era profferto di ricambiarmi il
favore, se io avessi dovuto soccombere. "No, grazie, -- risposi, -- 
inutile; io amo senza speranza; nessuno pianger la mia morte." Il
destino ci volle salvi; rientrammo in Roma, nella nostra Roma
inutilmente difesa. Il padre di Lorenza, potente presso il Governo
papale, sentiva l'obbligo suo e voleva salvarmi. Gli chiesi di
proteggere anche Andrea, che non avrebbe potuto n voluto escire da
Roma. L'amico mio indovin tutto, ponendo piede in quella casa, e udendo
certe parole del vecchio. Quel giorno mi divent freddo, il mio fratello
d'armi! Non ebbe fede, sospett allora di me, ed io, che potevo esser
salvo, io, che potevo ottenere quella donna, n solo per l'assenso del
padre, poich ella sapeva il debito della famiglia verso di me e
l'avrebbe nobilmente pagato col sacrifizio della sua vita, io me ne
andai esule da Roma, inseguito come una fiera per tutti i dorsi
dell'Apennino, dopo aver chiesto perdono della fuga a quell'uomo, dopo
avergli resa la sua parola e raccomandata la felicit del povero Andrea.
Un mese dopo, abbandonavo la patria; per trent'anni non l'ho pi
riveduta, e considerate voi il dolor mio!... non ho pi potuto darle il
braccio, valido ancora, nel giorno della riscossa.

-- V'intendo! -- mormor la fanciulla, piangente.

-- Voi somigliate a quella donna, Gabriella; -- riprese il Gonzaga. -- Un
senso della bont sua, della compassione che ella sent per il mio
sacrifizio, si  trasfuso nel vostro cuore, e vi parla oggi per me. So
che sareste un angiolo consolatore; so che meriterei d'essere amato da
voi, ma dite; posso io amare la figlia di Lorenza, e del medesimo amore
che fu la delizia e il tormento di tutta la mia vita raminga? No,
bambina; voglio coprir la tua fronte di baci, come la copre tuo padre,
quando gli comparisci davanti, ricordandogli tua madre. Ed ho bisogno...
non mi dire di no! ho bisogno di confondere in uno i due amori della mia
vita, Lorenza e Cecilia, tua madre e mia sorella, la custode solitaria
della mia casa distrutta, la mia povera sorella che si  spenta cos
lontana da me, invocando il mio nome e lasciandomi il suo unico figlio,
il suo giovane Arrigo. Anch'egli, povero Arrigo!... Non ve l'ho ancor
detto, Gabriella; egli  l, sopra un letto di dolore, e poteva morirmi,
stamane, se il piombo maledetto....

-- Che dite? -- grid Gabriella.

-- S, bambina! Vostro padre, che sento singhiozzare qui, presso a noi,
vostro padre che ha tutto udito e che mi legge nel cuore, vi dir che
Arrigo ha cancellato con un moto generoso dell'anima, con un impeto di
giovent, e se volete di gelosia, i difetti che voi vedevate in lui. Non
 freddo, Arrigo, non  calcolatore, n scettico, poich non ha dubitato
per l'amor suo di cimentare la vita, questa gran vita, che tanto si
pregia e che val cos poco! Gabriella, egli aspetta la vostra sentenza,
e anch'io l'aspetto e la invoco. Amo in voi vostra madre; amate me in
Arrigo. Egli  sangue del mio sangue, e porter d'ora innanzi il mio
nome. --

Gabriella piangeva, nascondendo il bel viso tra le palme.

-- Povero amico! -- mormor ella finalmente.

-- Ah, cos va detto, bambina! -- ripigli Cesare Gonzaga. -- Sono un
povero amico. E presto, se il vostro bel cuore si piegher al nostro
desiderio, sar il solitario, l'orso delle Carpinete. Noi, feriti nelle
battaglie della vita, noi naufraghi di una memoranda tempesta in cui
abbiamo perduto tante cose caramente dilette, vedete, dobbiamo esser
soli. Siamo rovine di uomini, e non vivono intorno a noi che memorie. Un
raggio tardo c'illumina qualche volta; ed  riflesso di soli gi spenti.
--




XVIII.


Due mesi dopo.... Ci volete venire, fin l? Ho in animo, come vedete, di
risparmiarvi le noie del racconto, e tutti quei minuti particolari di un
lieto fine, che vanno lasciati alle favole. Due mesi dopo, Arrigo il
Savio era guarito largamente, non pure dalla ferita, ma anche da quella
saviezza precoce, che lo rendeva tanto uggioso alle dame. Il conte
Guidi, poveraccio, con una costola rotta e una palla alloggiata a tempo
indeterminato tra due apofisi della colonna vertebrale, incominciava a
ricogliere il fiato, ma non a scender da letto. Orazio Ceprani, andato
una volta in casa di Arrigo, si era veduto metter sott'occhio tre
lettere che non aveva voluto riconoscere: ma un "vada via!" proferito
tre volte con fiera progressione di accento da Cesare Gonzaga, i cui
occhi erano l l per schizzar fuori dalle orbite, lo aveva fatto
correre come un veltro, e senza voltarsi pi indietro. Non va
dimenticato che il signor Orazio portava con s la consolazione di non
sentirsi pi domandare quelle cinquemila lire che sapete; giusto
compenso alla perdita di un'utile amicizia.

E due mesi dopo, il signor Cesare Gonzaga, alzatosi di buon mattino da
letto, sent che non poteva pi reggere alla vita di Roma. Del resto,
non sapeva come occupare il suo tempo, perch le faccende per cui aveva
fatto il viaggio erano tutte sbrigate.

-- Happy, -- diss'egli allora al servitore, -- farai le mie valigie. Io me
ne andr questa sera.

-- Vuol partire, illustrissimo?

-- S, ritorno alle mie Carpinete.

-- Mi duole! -- disse Happy.

-- Ti duole! E perch?

-- Perch.... Scusi, illustrissimo, la familiarit del linguaggio. Ma ci
sono dei momenti.... --

Cesare Gonzaga non gli lasci il tempo di finir la frase.

-- Nella vita degl'individui, come in quella dei popoli; ho capito, va in
fondo.

-- Mi ero avvezzato cos bene a lei!

-- Davvero! Ed io che volevo per l'appunto invitarti a venire con me!

-- Dice da senno?

-- Non ischerzo mai. Ne avevo anzi gi parlato a mio nipote. Tu sei un
giovanotto d'ingegno, Happy, e sai molte cose, molte cose! Il tuo posto
 di segretario; ma non al fianco del cavaliere, intendiamoci bene,
perch egli non ha pi segreti da confidare, n da lasciar trapelare.
Verrai con me; parleremo di storia antica, di numismatica, e se ti
piace, anche di araldica.

-- E si lascier chiamare marchese?

-- Se ci ti consola, s. Del resto, avrai anche da tacere su parecchie
coserelle vedute ed udite. Io ti dir come Filippo II al suo Gomez, o al
suo Perez, che non rammento pi bene, tanto si somigliano fra loro: -- _A
me la fama -- A te, se taci, salverai.... la pensione_. Il verso non
torna, e forse si potrebbe dire _la paga_.

-- Il verso non torna, ma c' l'idea; -- rispose prontamente il servitore.
-- Aggiunga, illustrissimo, che la pensione ha un senso largo, che la
paga non ha. Del resto, il tiranno dell'Alfieri, promettendo la vita al
suo confidente, non rischiava di mandare la Spagna in rovina.

-- Ed anche di letteratura, Dei immortali! Anche di letteratura! -- grid
Cesare Gonzaga. -- E d'agraria ne sai nulla?

-- Cos, qualche principio.  stata la mia prima occupazione, e non ci ho
merito. Ma scusi la mia curiosit; verranno alle Carpinete i signori
Valenti Gonzaga?

-- No, rimarremo soli. Ma vedrai, faremo delle grandi cose; ristoreremo
il castello, dissoderemo sterpaie, feconderemo greti di fiume, vivremo
tranquilli, come i pastori delle Bucoliche; pianteremo anche un bel
faggio, mio caro Titiro, un bel faggio, alla cui ombra non poseremo; ma
che importa? Penseremo ai figli, che non saran nati da noi; faremo voti
per il bene dell'umanit, amandola da lontano, nello spazio e nel tempo.
Ti conviene? --

Happy sorrise e spicc un salto prodigioso.

-- Con lei, signor marchese! Quante cose imparer! Come sar felice!

-- Gi, -- disse il Gonzaga, -- perch per la prima cosa ti lever quella
caricatura di nome inglese, e ti restituir alla semplicit della tua
fede di battesimo. --

Cos part Cesare Gonzaga dall'eterna Roma, dove aveva fatto tante cose
bellissime. Il conte Pompeo Morati di Castelbianco volle accompagnarlo
alla stazione, e ritorn a casa innamorato di lui. Ancora adesso, quando
gli avviene di ricordarlo, non d tregua alle lodi.

-- Che uomo! Che giovanotto! Ma gi, non fo per dire, i giovani siamo
noi. --

La contessa Giovanna sorride, ma a denti stretti; occasione eccellente
per farli vedere. Ella, del resto,  tranquilla e serena; non ha una
grinza alle tempie, dove  fama che si raccolgano, disposti a ventaglio,
i dolorosi ricordi della vita; mantiene in onore i suoi famosi
mercoled, e riceve sempre come una imperatrice. Chi ama, oggi, o a chi
pensa, la bruna signora? Ah, scusate, sarebbe un'altra storia, e a me
pu bastare di aver condotto questa al suo termine.


FINE.




FRATELLI TREVES, EDITORI


I NUOVI ROMANZI DI ANTON GIULIO BARRILI.


Il critico pi potente dei nostri giorni, il _Bonghi_, fra gli studi
d'ogni genere a cui attende, si diverte anco a leggere i romanzi
moderni, e li legge come nessun altro, giacch li analizza e ne d dei
giudizi veramente originali ed arguti come ogni cosa sua. Non ha
risparmiato le critiche al LETTORE DELLA PRINCIPESSA; ma per concludere
che "_si legge con piacere, e alle critiche che se ne pu fare, non si
pensa se non dopo averlo finito di leggere._" (La Coltura)  quel che si
pu dire di tutti i romanzi del Barrili.

Ed  quel che  costretto a pensare press'a poco un altro critico
severo, che  il signor G. A. CESAREO, di scuola affatto diversa. Il che
bisogna aver presente quando si leggono le sue parole:

  "Il Barrili cominci veramente anche prima che il naturalismo
  recasse in Italia il suo grave bagaglio di tesi, di definizioni e di
  regole; ma progredendo, divenne pi esperto, pi franco, pi
  amabile, ed ogni giorno guadagna terreno.

  "Egli compensa il difetto di solidit de' suoi lavori con una
  grazia, una snellezza, una semplicit che innamora. -- Certo, non ha
  quella tragica potenza di situazioni onde il lettore rimane anelante
  e perplesso: certo non sa dare ai suoi personaggi quello scultorio
  rilievo che li rende indimenticabili: certo non descrive con
  quell'animata efficacia di particolari sensibili, la quale sembra
  quasi evocare il paesaggio, no, ma il suo racconto si svolge vario
  d'avventura in avventura, e non s'indugia mai e senza scoter mai
  troppo il lettore, sa tenerlo desto ed attento sino alla fine.
  Inoltre ha spesso il Barrili un'invidiabile squisitezza di
  sentimento, una sottile giocondit d'osservazione, una viva
  freschezza di fantasia, un'ingegnosa novit di trovata, una
  ravvivatrice eleganza d'erudizione. Gli  un gentiluomo colto ed
  arguto che si piace di dipanare, per sollazzo d'una brigata di belle
  ed intelligenti signore, una sua confusa matassa di fili d'oro e di
  seta. Somiglia un poco a Vittorio Cherbuliez: ma si vede bene che
  non ne deriva.... E in fine  il solo fra tutti i romantici
  d'Italia, che sappia scrivere l'italiano senza affettazione
  accademica e senza incuria volgare. Il _Val d'Olivi_, il _Come un
  sogno_, sono due piccoli capolavori."

Un giovine scrittore piemontese, il signor G. DEPANIS, che ha preso un
bel posto nella critica italiana cogli studi che pubblica nella
_Gazzetta Letteraria_, ha dedicato al nostro autore un articolo che
riferiamo quasi per intero:

  Fra i pochi romanzieri italiani, che hanno un'impronta loro
  speciale, Anton Giulio Barrili merita un posto distinto, se non per
  la potenza, per la squisitezza dell'ingegno fine e simpatico e per
  l'invidiabile spontaneit. Nello spazio di meno che vent'anni egli
  ha pubblicato trenta volumi fra romanzi, racconti e novelle, ed
  altri tre ne annunzia in preparazione. Egli ha tentato tutti i
  generi, dal semplice racconto sullo stampo di _Capitan Dodero_, al
  romanzo storico sullo stampo di _Semiramide_ ed al romanzo sociale
  sullo stampo del _Conte Rosso_; ha tentato anche il teatro colla
  _Legge Oppia_, commedia non felicissima davvero, ma che pure rivela
  sempre un ingegno accoppiante all'erudizione l'arguzia -- connubio
  non guari frequente; -- ed ha dato all'Italia alcuni buoni romanzi,
  quali _Val d'Olivi_, e _L'Olmo e l'Edera_, parecchi discreti, altri
  ancora (a che dissimularlo?) che non si possono dire tali, ed un
  vero gioiello, _Come un sogno_!

  Certo, non bisogna chiedere al Barrili ci che egli non ci d e non
  ci vuole o non ci pu dare. Ogni scrittore ha la sua impronta, ed 
  strana pretesa quella per cui si richiederebbe, exempligrazia, dal
  Farina la forza drammatica e psicologica del Verga e dal Verga
  l'umorismo lacrimoso del Farina. Ciascuno ha le proprie predilezioni
  e ci tiene ai proprii gusti ed alle proprie tendenze, scrittore e
  lettore. Laonde io non verr qui a ripetere ci che altri gi disse
  sul _genere_ del Barrili: mi sar pi o meno simpatico,
  corrisponder pi o meno alla mia estetica particolare (Dio buono! e
  chi non si fabbrica a questi lumi di luna un'estetica per proprio
  uso e consumo?); non monta, accetto il genere qual  senza ricercar
  altro, magari lamentando in cuor mio che il Barrili si sia messo su
  di un sentiero fallace, anzich su di una strada maestra.

   inutile ricercare nella pi parte dei romanzi del Barrili la
  profonda analisi psicologica o la pittoresca riproduzione
  dell'ambiente o la rapida e drammatica concatenazione degli
  avvenimenti. Il romanzo, quale lo intende il Barrili,  un
  quissimile di colloquio o di conversazione tra lo scrittore ed il
  lettore; il primo racconta al secondo ci che gli frulla pel capo,
  interrompendo tratto tratto la narrazione per dilucidare qualche
  punto oscuro o per ammaestrare in bel modo, preoccupandosi
  sovratutto di non suscitare passioni violente od eccessive, ma di
  restare in quel _quid medium_ che costituisce il garbo della buona
  societ e che basta a tener desta l'attenzione. Finito il discorso o
  letto il romanzo --  quasi la stessa cosa -- e riflettendoci sopra un
  pochino si affollano alla mente le obbiezioni e le riserve; per
  dovete confessare a voi stessi che non vi siete annoiati, anzi, che
  vi siete divertiti, e, se siete di buon conto, non negherete un
  ringraziamento al bel parlatore che vi ha affascinati.

  _Il lettore della Principessa_ risponde appunto a questo che sembra
  l'ideale impostosi dal Barrili nella pi parte dei suoi romanzi. Il
  bel parlatore non ascolta troppo il suono della propria voce, come
  gli  accaduto talvolta; non ci tiene neanche troppo a sfoggiare la
  propria erudizione o la propria filosofia; -- cammina invece spedito,
  si fa sentire o leggere con diletto e non si stanca e non stanca
  mai. Non chiedetegli poi, ad esempio, perch il dottorino Gualandi
  ricusi dapprima 50,000 lire di mancia dal conte di Loewenstein per
  avergli ritrovato il portafogli (un portafogli caruccio in verit)
  ed accetti, in seguito, un milione per essere stato da lui ritrovato
  in qualit di assistente ad una palazzina in costruzione; egli 
  capace di rispondervi con un sorrisetto canzonatorio o con una
  spallucciata. Rinuncio quindi a riassumere questo _Lettore della
  Principessa_. Un riassunto  di per s stesso una birbonata;
  trattandosi del Barrili, diventa una doppia birbonata, perch in un
  riassunto, per quanto fedele e coscienzioso, vanno smarriti il
  profumo e l'eleganza, precipui fra i pregi del Barrili. Dir
  soltanto che, senza atteggiarsi neppur per sogno a romanzo sociale
  quale lo si volle gabellare, _Il lettore della Principessa_  un
  quadrettino della vita intima di certe famiglie principesche e
  "nere" di Roma, ed ha macchiette felicissime, come quelle del
  cardinale Savarelli, dell'impresario di lavori pubblici Pecchioli,
  delle due cameriere Alice e Barberina....

  Il romanzo incomincia bene, continua meglio, specie nei capitoli
  13, 14, 15, e 16, e precipita alquanto verso la fine. Ma la
  forma civettuola, la lingua veramente paesana e lo stile arguto ed
  elegante non si smentiscono mai, neanche verso la fine, e cattivano
  al Barrili la simpatia del lettore e, pi, della lettrice. Al
  postutto, credete voi che la simpatia di una bella lettrice sia cosa
  da prendersi a gabbo?

Il prof. EMILIO DE-MARCHI parla cos del _Lettore della Principessa_ nel
_Corriere della Sera_:

  Questo romanzo che riproduce la vita aristocratica  e rimarr
  importante per la storia morale di Roma moderna.... Io non dir ci
  che accadde all'avvocatino Lucio, posto fra una bella donna, la
  Principessa, e una bella ragazza, la principessina Ersilia, perch 
  gi scritto assai bene nel libro e forma la parte pi curiosa di
  esso. A poco a poco nascono simpatie e contrasti, i rapporti si
  fanno pi stretti, le passioni si scaldano e ne vien fuori un
  romanzo forse non dei pi soliti nella vita reale, ma che si fa
  leggere di gusto....

Nel _Giornale di Sicilia_, il signor R. BARBIERA scrive graziosamente:

  Che penna prolifica quella d'A. G. B. Egli fra pochi anni, dovr
  obbligare i bibliotecari del paese a consacrargli una sala tutta
  piena dei suoi romanzi: _Sala Barrili_! I tipografi non possono
  tenergli dietro; e notate che ne' suoi romanzi, come in _Casa
  Polidori_, l'ultimo suo, non  l'accuratezza che manca: l'euritmia
  del lavoro  mirabile. A lui basta un fatto comune della vita per
  isvolgere un romanzo nel quale vedete sempre l'uomo di mondo, che
  conosce bene la societ e la deride con garbo.

  _Casa Polidori_ ci porta nella societ elegante e galante di Roma: 
  una casa nella quale la giovane e capricciosa padrona si diverte a
  inghirlandare il marito di fiori nati nel giardino del dolce
  peccato; e il marito, che nulla sa, nulla immagina, spinge la
  propria affezione verso l'amico.... traditore a tenergli compagnia
  durante i giorni uggiosi di medicatura d'una ferita presa in un
  duello sostenuto... appunto per quella donnina!... Commedie solite,
  solitissime... pur troppo! "Il lettore aspetta il dramma, co' suoi
  caratteri energici e le sue commozioni profonde. Il narratore non
  pu dare che la verit, senza contrasti violenti, senza impeti di
  passione, e, quel ch' peggio, senza accomodata concentrazione di
  effetti. Il tempo  grigio, e i toni sono fiacchi; che ci posso far
  io?..." Che briccone questo Barrili! N'esce sempre, magari per il
  rotto della cuffia; ma il pubblico lo segue, lo ama.

Ed ecco altri giudizi alla rinfusa:

  A chi ama i romanzi a tinte forti, pieni zeppi di emozioni o di
  scandali d'ogni genere, a chi cerca le passioni violente, sfrenate,
  che conducono al delitto, non pu piacere il nuovo racconto _Mons
  Tom_ di quello splendido ingegno che risponde al nome di Anton
  Giulio Barrili, il simpatico autore di _Capitan Dodero_,
  dell'_Undecimo comandamento_ e di tanti altri lavori che restano
  veri _gioielli_ della letteratura romantica contemporanea.... La
  storia di Mons Tom, del vecchio comandante di spiaggia, che prende
  parte cos attiva alle guerre di Napoleone e di Carlo Alberto 
  interessantissima, ricca di aneddoti e di avventure, abbondante di
  descrizioni innanzi alle quali, tanto sono vere, bisogna
  commuoversi, bisogna elettrizzarsi per forza.

                                              (_Rassegna Nazionale_).

  _Mons Tom_  una cosa prelibatissima. L'azione  qui pi
  sviluppata che in altri libri del Barrili e l'interesse che ne
  deriva  maggiore.

                                             (_La Libert_, di Roma).

  Mons Tom racconta le imprese alle quali ha partecipato nella sua
  giovent, e, pi specialmente, nel 1796, al tempo della guerra fra
  il Piemonte, l'Austria e la Repubblica francese, ed innesta al
  racconto delle battaglie quello di una storia d'amore con una
  vivandiera francese, _ci-devant_ marchesa, ed ora, per amore della
  libert, diventata la _vergine del reggimento_. Il racconto
  interessa di molto, perch per due buoni terzi del libro procede
  spiccio, serrato, e ricorda glorie patrie; i capitoli relativi alla
  difesa di Cosseria ed al colonnello Filippo del Carretto sono in
  particolar modo da segnalare.

                                             (_Gazzetta Letteraria_).

  _Il lettore della Principessa_  il trentesimo romanzo che il chiaro
  autore genovese pubblic dal 1865 in qua; eppure la sua verve, il
  suo brio non sono mai esauriti; il suo modo di raccontare, lungi dal
  risentire stanchezza,  sempre lo stesso, attraente, simpatico,
  perch gaio, spigliato, quasi mai noioso, doti essenziali per un
  novelliere o romanziere....

  I pregi indiscutibili di stile, di modo di narrare, che fanno di lui
  uno degli scrittori pi simpatici e popolari d'Italia, si trovano
  tutti egualmente spiccati e profusi in ogni suo libro.

                                      (_Gazz. del Popolo_ di Torino).

  _Il lettore della Principessa_  ricco di belle e nuove pagine.

                                                (_Capitan Fracassa_).

  Nel _Lettore della Principessa_ mi  parso di trovare un'impronta
  pi viva e marcata nei caratteri, una delimitazione pi perfetta di
  sentimento, un corso pi animato e violento di passioni, che hanno
  finito col render pi attraente e interessante l'intreccio. -- Non mi
  si dica, che i tipi sono fuggevoli e presto dimenticabili. --
  Basterebbe a provare il contrario, quello bellissimo e fiero di
  Lucio Gualandi il lettore, del cardinal Savarelli, "uno dei sette
  che, campassero pur cent'anni, non diventeranno mai papa" della
  principessa donna Clara di Valgrana, di donna Ersilia la fanciullona
  "dai grandi occhi incantati da eterna educanda," dell'avvocato
  Verdini -- tutti disegnati con rapidit e vigoria, dietro a cui si
  schierano delicatamente lumeggiati gli altri di donna Erminia e di
  don Alessandro di Barga, del conte di Loewenstein, di Pecchioli, di
  Barberina e di Alice.

                            A. G. BIANCHI (_Pungolo della Domenica_).

  A mio modesto avviso _Casa Polidori_  senza dubbio uno dei suoi
  migliori lavori.

                                                      (_L'Alabarda_).

  La trama di "Casa Polidori"  semplice, ma condotta con arte
  moltissima. Le cose che si narrano non escono dall'ordinario, ma le
  sono con bel garbo esposte. Le scene sono improntate di una
  naturalezza grande. I personaggi, poi, sono tolti su dalla massa
  viva, e come esseri vivi si muovono. In quanto alla forma letteraria
  la  del Barrili.... il che vuol dire che  buona.

                                    G. STIAVELLI (_Ateneo italiano_).

  _Casa Polidori_  una casa di Roma, tutta facciata, intonacata di
  vanit, entro la quale spicca la figura di una madre affettuosa, la
  testina sventata d'una sposina capricciosa, e quella di stucco d'un
  giovane marito cos poco accorto, cos accecato d'amore per la sua
  mogliettina che diventa la favola dei circoli del cos detto
  generone, dove la maldicenza mette presto le ali e dove molto si
  pecca e poco si perdona. Ada  fragile come una statuina di terra
  cotta del Belliazzi e cede alle seduzioni d'un bellimbusto titolato,
  che finisce col buscarsi una sciabolata e a starsene in conseguenza
  qualche mesetto a letto col conforto per altro del marito offeso che
  nulla sa e nulla immagina.

  Per _Casa Polidori_ passano scenette molto gustose; pi d'un
  dialogo, ne' quali le minuscole preoccupazioni della gente ricca
  fannullona sono riprodotte con finezza comica vi divertir.... I
  caratteri sono miniature. Un tipo di madre seria e buona, piacer
  molto alle lettrici buone....

  Con garbo delizioso  scritto tutto il libro, che pu essere
  affidato anche a una ragazza, perch ogni crudezza  sfuggita; la
  belt di Venere  avvolta d'un velo.

                                          (_Illustrazione Italiana_).

  .... La Montanara  un piacevole racconto, scritto in una lingua che
   un ristoro di italianit festevole ed elegante.

                                                (_Gazz. Letteraria_).

  _La Montanara_....  una storia d'amore quale ne pu udire
  l'orecchio pi casto di fanciulla, ma  pieno di fierezza alpestre,
  di energia. Comincia in Modena, si continua sull'Apennino, passa un
  momento pei campi di battaglia del 59, ha la catastrofe
  nell'Ospitale di Sant'Eufemia a Brescia e si compie ancora
  sull'Apennino. L'ambiente morale  la vita dell'ex-ducato di Modena,
  durante la bassa tirannide dell'ultimo Lorenese. Il principio di
  contrasto che d lo scatto all'elemento drammatico potente nel
  romanzo,  il pregiudizio di casta che attraversa l'amore della
  Montanara con un discendente dell'antichissima casa dei Malatesti.

  La politica non  quasi nemmeno sfiorata nel racconto, ma gli
  effetti di infezione generale del governo ducale in mezzo ai sudditi
  vi si manifestano nei fatti che ne risultano in attinenza al romanzo
  e negli avvenimenti privati onde il romanzo ha vita e forma; questo
  elemento vi rappresenta la vilt, la bruttezza sociale, il male
  sotto una grande variet d'aspetti.

  La moderazione grande del Barrili, appare in queste che direi parti
  sordide della sua storia; egli le attraversa in punta di piedi senza
  insudiciarsi, sereno, senz'ira o sdegno irrompente; su tutto
  lasciando passare il lavacro di quella sua fluida corrente di
  superiorit signorile, di tolleranza elegante, di raffinatezza
  letteraria e mondana che non  certo l'ultimo elemento di meritata
  voga dei suoi numerosi romanzi.

  Intorno alle figure principali e accanto agli avvenimenti
  direttamente necessari al romanzo, il Barrili fa vivere, parlare,
  agire figure accessorie, e svolge fatti e racconti di scene
  secondarie. Nessuno come lui riesce a popolare un romanzo di figure
  di fondo ammirabili e variarlo di studi sociali e schizzi di vita
  moderna, pieni di verit di animazione e di brio.

  C' un Lesarini che diventer proverbiale, come il tipo del cavalier
  servente a uso moderno. Scena magistrale  una rappresentazione di
  gala al teatro Ducale di Parma; e la vita intima dei volontari nel
  59  ritratta a meraviglia.

                                              (_Nazione_ di Firenze).

Il _Ritratto del Diavolo_  stato tradotto in inglese dal signor E.
Wodehouse, e pubblicato in due volumi quest'anno a Londra dagli editori
Remington and Co. L'_Athenaeum_ ne parla con grandi elogi nella sua
rivista settimanale dei nuovi romanzi:

  "The lively, amiable, at times a long-winded _raconteur_ Barrili has
  told, after Vasari, the tragic story of the life of Arezzo's great
  fresco painter Spinello Spinelli. The tale is well worth reading, if
  only for the lively picture it furnishes of the manner and customs
  of the painters of the period; and these may be accepted as correct,
  for Barrili's strength lies in the historical novel. The translation
  is carefully and well done. While being pleasantly readable and
  quite English in tone, it yet preserves the frank, nave manner of
  narration which is the marked peculiarity of Barrili's style."


DEL MEDESIMO AUTORE:

  Capitan Dodero (1865). _Settima edizione_                    L. 2  --
  Santa Cecilia (1866). _Quinta edizione_                      "  2 --
  I Rossi e i Neri (1870). _Seconda edizione_                  "  6 --
  Il libro nero (1871). _Quarta edizione_                      "  2 --
  Le confessioni di Fra Gualberto (1873). _Seconda edizione_   "  3 --
  Val d'Olivi (1873). _Terza edizione_                         "  2 --
  Semiramide, racconto babilonese (1873). _Terza edizione_     "  3 50
  La legge Oppia, commedia (1874)                              "  1 --
  La notte del commendatore (1875). _Seconda edizione_         "  4 --
  Castel Gavone (1875). _Seconda edizione_                     "  2 50
  Come un sogno (1875). _Sesta edizione_                       "  3 50
  Cuor di ferro e cuor d'oro (1877). _Terza edizione_          "  3 50
  Tizio Caio Sempronio (1877). _Seconda edizione_              "  3 --
  L'olmo e l'edera (1877). _Ottava edizione_                   "  3 50
  Diana degli Embriaci (1877). _Seconda edizione_              "  3 --
  La conquista d'Alessandro (1879). _Seconda edizione_         "  4 --
  Il tesoro di Golconda (1879). _Seconda edizione_             "  3 50
  La donna di picche (1880). _Seconda edizione_                "  4 --
  L'undecimo Comandamento (1881). _Seconda edizione_           "  3 --
  Il ritratto del diavolo (1882). _Seconda edizione_           "  3 --
  Il biancospino (1882). _Seconda edizione_                    "  4 --
  L'anello di Salomone (1883). Seconda edizione                "  3 50
  O tutto o nulla (1883). _Seconda edizione_                   "  3 50
  Fior di Mughetto (1883). _Quarta edizione_                   "  3 50
  Dalla rupe (1884). _Seconda edizione_                        "  3 50
  Il conte Rosso (1884). _Seconda edizione_                    "  3 50
  Amori alla macchia (1881). _Seconda edizione_                "  3 50
  Mons Tom (1885)                                            "  3 50
  Il lettore della principessa (1885)                          "  4 --
  Casa Polidori (1886)                                         "  4 --
  La montanara (1886)                                          "  4 --

  Lutezia (1878). _Seconda edizione_                           "  2 --
  Victor Hugo, discorso (1885)                                 "  2 50

IN PREPARAZIONE:

  _La spada di fuoco._
  _La signora Autari, storia inverisimile._
  _Uomini e bestie, racconti d'estate._
  _Il giudizio di Dio._
  _Il merlo bianco._





Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, cos come le
grafie alternative (follia/folla, giudizi/giudiz e simili),
correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.





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*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK ARRIGO IL SAVIO ***

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Section  2.  Information about the Mission of Project Gutenberg-tm

Project Gutenberg-tm is synonymous with the free distribution of
electronic works in formats readable by the widest variety of computers
including obsolete, old, middle-aged and new computers.  It exists
because of the efforts of hundreds of volunteers and donations from
people in all walks of life.

Volunteers and financial support to provide volunteers with the
assistance they need are critical to reaching Project Gutenberg-tm's
goals and ensuring that the Project Gutenberg-tm collection will
remain freely available for generations to come.  In 2001, the Project
Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure
and permanent future for Project Gutenberg-tm and future generations.
To learn more about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation
and how your efforts and donations can help, see Sections 3 and 4
and the Foundation information page at www.gutenberg.org


Section 3.  Information about the Project Gutenberg Literary Archive
Foundation

The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non profit
501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the
state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal
Revenue Service.  The Foundation's EIN or federal tax identification
number is 64-6221541.  Contributions to the Project Gutenberg
Literary Archive Foundation are tax deductible to the full extent
permitted by U.S. federal laws and your state's laws.

The Foundation's principal office is located at 4557 Melan Dr. S.
Fairbanks, AK, 99712., but its volunteers and employees are scattered
throughout numerous locations.  Its business office is located at 809
North 1500 West, Salt Lake City, UT 84116, (801) 596-1887.  Email
contact links and up to date contact information can be found at the
Foundation's web site and official page at www.gutenberg.org/contact

For additional contact information:
     Dr. Gregory B. Newby
     Chief Executive and Director
     gbnewby@pglaf.org

Section 4.  Information about Donations to the Project Gutenberg
Literary Archive Foundation

Project Gutenberg-tm depends upon and cannot survive without wide
spread public support and donations to carry out its mission of
increasing the number of public domain and licensed works that can be
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array of equipment including outdated equipment.  Many small donations
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considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up
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concept of a library of electronic works that could be freely shared
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