The Project Gutenberg EBook of Della illustrazione delle lingue antiche e
moderne e principalmente dell'italiana, by Cesare Lucchesini

This eBook is for the use of anyone anywhere at no cost and with
almost no restrictions whatsoever.  You may copy it, give it away or
re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included
with this eBook or online at www.gutenberg.org


Title: Della illustrazione delle lingue antiche e moderne e principalmente dell'italiana
       procurata nel secolo XVIII. dagli Italiani - Parte I

Author: Cesare Lucchesini

Release Date: February 13, 2014 [EBook #44893]

Language: Italian

Character set encoding: ISO-8859-1

*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK DELLA ILLUSTRAZIONE DELLE ***




Produced by Giovanni Fini, Carlo Traverso and the Online
Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This
file was produced from images generously made available
by The Internet Archive)






                        NOTE DEL TRASCRITTORE:

 Sono state adottate le seguenti convenzioni:
 -testo corsivo (italic): _testo_
 -testo grassetto (bold): =testo=
 -testo spaziato (gesperrt): ~testo~
 -traslitterazione dal greco: *testo*




                         _DELLA ILLUSTRAZIONE_
                    DELLE LINGUE ANTICHE, E MODERNE
                    E PRINCIPALMENTE DELL'ITALIANA
                      PROCURATA NEL SECOLO XVIII.
                            ~DAGL'ITALIANI~

                            ~_RAGIONAMENTO_
                          STORICO, E CRITICO~

                        =DI CESARE LUCCHESINI=

                        _CONSIGLIERO DI STATO_
                 DI S. M. L'INFANTA DUCHESSA DI LUCCA

                         DELLA LINGUA ITALIANA
                     E DELLE ALTRE LINGUE MODERNE
                              ~D'EUROPA~

                              _PARTE I._

                                ~LUCCA~

                                PRESSO
                   FRANCESCO BARONI STAMPATORE REALE

                              _MDCCCXIX._

  _Ut in magna silva boni venatoris est, indagantem feras quam plurima
  capere, nec cuiquam culpae fuit non omnes cepisse, ita nobis satis
  abundeque est tam diffusae materiae, quam suscepimus, maximam partem
  tradidisse._

          Column. de Re Rust. Lib. V. Cap. I.




                              ~PARTE~ I.

                 _Della lingua Italiana, e dell'altre
                       lingue moderne d'Europa._




                            _INTRODUZIONE_.


L'Italia, che all'altre nazioni dette l'esempio, ed apr la strada a
scuotere il giogo della barbarie, e dell'ignoranza, non cess mai dopo
quell'epoca di somministrare uomini chiarissimi in ogni scienza in
ogni arte in ogni disciplina. Le parti tutte de' sacri studj, e de'
filosofici, le scienze naturali e le matematiche, la giurisprudenza,
la storia con tutto ci che da lei dipende o serve a rischiararla,
l'eloquenza, la poesia, le lingue straniere, e la nativa, tutto
in somma ebbe fra noi coltivatori diligenti, e felici, che a se
procacciarono, non meno che alla Patria, gloria immortale. Divisa
in piccoli stati fra lor discordi fu debole, e quindi rimase preda
dell'armi straniere; ma gli stessi suoi vincitori mentre ne esaltavano
la dolcezza del clima, e la fecondit del suolo, o ne involavano le
ricchezze, ammiravano la dottrina, e l'ingegno de' suoi abitatori.
Laonde a' nostri maggiori ne' secoli XV. e XVI. si pu applicare ci
che della Grecia disse Orazio in quei notissimi versi _Graecia capta
ferum victorem cepit et artes intulit agresti Latio._

N dall'et precedenti fu degenere quella a noi pi vicina, voglio
dire il Secolo XVIII. La memoria di tanti uomini insigni, che esso ha
prodotti, e di tante opere classiche, che in esso han veduta la luce,
 tuttora cos recente e viva, che quest'asserzione mia non abbisogna
di prove. Pure ad onor dell'Italia, sarebbe a desiderarsi, che non so
bene se dica modestia o timore non avesse distolto l'egregio storico
dell'Italiana letteratura dall'estendere ancora a questo le sue fatiche.

Il supplire al silenzio del Tiraboschi appartiene agli uomini eruditi,
de' quali abbonda I'Italia, ed io sar lietissimo, se le mie parole
ad alcuno di loro serviranno d'eccitamento per farlo. Prendendo per
a descrivere ci che dagl'Italiani si  operato nel Secolo XVIII.
intorno al coltivamento delle lingue antiche e moderne e della nata
principalmente non intendo di percorrere s fatto arringo, n pure in
parte. Ho voluto piuttosto adoperarmi di rendere all'Italia una gloria,
che da alcuni pure si vorrebbe torle. Si concede, che essa abbia poeti
famosi, e buoni storici e chiari oratori: non le si nega molta lode
nelle scienze sacre e nelle profane; e molto plauso si fa a' suoi
antiquarj. Ma per ci che spetta alle lingue, che chiamano dotte, par
che da alcuni si accusino i nostri d'averne alquanto trascurato lo
studio. Quindi ho reputato, che debba riuscir non inutile l'esaminar
alquanto, se questa accusa sia giusta, o almeno fino a qual segno
possa apparir tale. Ma pi grave rimprovero meriterebbono, se avendo
pur coltivate le lingue straniere avesser poi trascurata la propria. E
sebbene di ci niuno ci accagioni, pure mi  grato il ricordare coloro,
che al coltivamento della propria lingua hanno data opera diligente,
e coi precetti o coll'esempio hanno porto altrui eccitamento per
farlo. Il quale eccitamento io credo, che rendersi debba vie maggiore,
richiamando appunto alla memoria le utili fatiche da tanti Scrittori
chiarissimi sostenute per l'illustrazione della stessa lingua.

Io confesso, che a trattar degnamente il mio argomento mancano a me
parecchi ajuti necessarj, e quelli principalmente dell'erudizione e
dell'ingegno per richiamarmi alla mente le cose fatte dagl'Italiani,
e darne retto giudizio. Mi mancano altres molti libri, senza il
soccorso de' quali mal si possono intraprendere s fatte trattazioni.
Il piacere per, che tutti provano in rammentare le glorie della
patria mi ha fatto dimenticare la debolezza delle mie forze, e mi sono
accinto alla impresa. Comincer dal parlare della Lingua Italiana
ch'esser deve lo scopo principale del mio ragionamento, e a questa
succederanno, come appendice, le altre moderne lingue d'Europa. Passer
poi alle antiche ed a quelle che chiamano _esotiche_, s antiche, che
moderne. Non pretendo per di noverare tutti coloro, che in questo
genere scrivendo sono degni di qualche lode, ma ne tralascer molti per
non diffondermi troppo, e stringer il mio discorso agli uomini pi
illustri, ricordandomi di quel detto di Columella, che ho scelto per
epigrafe: _ut in magna silva boni venatoris est, indagantem feras quam
plurimas capere, nec cuiquam culpae fuit non omnes cepisse, ita nobis
satis abundeque est tam diffusae materiae, quam suscepimus, maximam
partem tradidisse_.[1] Potrei forse passare sotto silenzio ancora pi,
e diversi Scrittori, le opinioni e le opere de' quali condanno. Siccome
per essi hanno ottenuto qualche plauso e forse tuttora l'ottengono da
alcuni, perci ho creduto non doverli dimenticare.

Debbo finalmente avvertire, che fra gl'Italiani porr ancora quegli
stranieri, che in Italia menarono una gran parte della loro vita, e
molto pi se di qu trassero i mezzi per coltivare i loro studj, e
scrivere le opere loro. Cos fecero i dotti Maurini autori della storia
letteraria della Francia; cos il dottissimo Tiraboschi nella storia
della letteratura Italiana.




                     _Dell'origine e dei caratteri
                    delle moderne lingue d'Europa._

                               ~CAPO~ I.


Il chiarissimo Sig. Ab. Denina autor fecondo di molti libri ha scritto
alcune dissertazioni su l'origine, le differenze, e i caratteri delle
moderne lingue d'Europa, che si leggono negli Atti dell'Accademia
delle scienze e belle lettere di Berlino, e in parte ancora stampate
separatamente.[2] A me rincresce di non avere quest'opera e di non aver
lette che sole tre delle sue molte dissertazioni, e sono quelle, che
discorrono le cause della differenza delle lingue, e dell'origine della
lingua Tedesca.

A tre classi egli riduce le cause delle differenze, che si osservano
tra le lingue figlie di una stessa madre; cio fisiche, morali, e
miste. Causa fisica  per lui la diversit della pronunzia. I popoli
barbari, che invaser l'Italia furon costretti d'avvezzarsi alla lingua
latina; ma per quella difficolt, che si prova da prima nell'intender
bene o bene esprimer qualche voce straniera, ora cambiarono qualche
vocale o qualche consonante, ora tolsero, o aggiunsero qualche lettera
o sillaba in principio in mezzo o in fine. Ora l'alterazione in questa
guisa fatta a una lingua si chiama fisica dal Signor Denina, perch
egli derivata la crede dal clima o dalla organizzazione de' nuovi
abitanti. Ma io dubito, che volendo questo scrittore comparir filosofo
sottile e profondo abbia traviato dal retto sentiero della verit. In
fatti io non so bene qual sia il clima che ama una vocale piuttosto che
un altra e fa accorciar le parole di qualche sillaba. N vedo pure come
una certa conformazione di muscoli o di nervi o di non so che altro
possa produr questo. E son d'avviso che se nel cuore della Svezia o
della Danimarca o della Germania si trasferisse una colonia toscana o
lombarda, e a questa si consegnasse qualche fanciullo appena nato di
padri Svezzesi o Danesi o Tedeschi, son d'avviso io dissi, che egli
si avvezzerebbe alla lingua di que' coloni n la difformerebbe con
accorciamenti o mutazioni, e pure il clima sarebbe diverso dal Toscano
e dal Lombardo, e tal sarebbe la sua organizzazione qual l'avrebbe
sortita nascendo. Il solo uso lunghissimo e costante forma la pronunzia
e quei barbari giunti in Italia alterarono la lingua latina non pel
clima, in cui eran nati, non per la naturale organizzazion loro, ma per
la lingua alla quale eran avvezzi. Non giudico necessario d'illustrare
la mia obiezione con maggiori argomenti, e senza pi passo alle cause,
che l'autore chiama morali, e sono le seguenti. 1. Alcuni nomi imposti
alle cose hanno origine dai paesi, da' quali queste si traevano, come
_Arazzi_ dalla citt d'Aras, _guanti_ in Francese _gands_ da Gand
nella Fiandra[3]. 2. Altre voci provengono da una specie d'ironia, per
cui significano l'opposto di ci che dovrebbero significare, onde in
Francese _phoebus_ e _galimathias_ indicano un cattivo stile. 3. Le
cose stesse sono chiamate diversamente in diversi luoghi secondo gli
aspetti diversi, sotto i quali esse possono esser considerate: cos
la cosa stessa si chiama in Italiano _posata da porre, o posare_ e
_couvert_ in Francese da _couvrir_. 4. La stessa voce, o almeno simile,
in diverse lingue significa diverse cose, perch queste si possono
considerare sotto il medesimo aspetto, e reca per esempio la voce
_brod_ la quale[4] significava nutrimento in generale, e _brodo_ in
Italiano vuoi dire una certa bevanda, e in Tedesco _pane_. Alcune per
di queste son tenui mutazioni delle lingue gi formate, non di quelle
che nascono; laonde non tendono al vero scopo della dissertazione cui
l'autore non sempre ha avuto in mira. Egli ha dimenticato altres
una parte di quello che aveva promesso. Perch in principio oltre
alle cause da lui chiamate fisiche e morali avendo indicate ancor
le miste, di queste poi non ha fatto parola. Alla dissertazione
aggiunse un supplimento, che non rimedia a questo difetto, e solamente
rischiara alquanto le cose gi dette, recando l'etimologia di parecchie
voci. Ma se alcune di queste etimologie sono commendabili per una
certa spontanea naturalezza, che si concilia la persuasione altrui,
o per acutezza d'ingegno, con cui son derivate non senza molta
verisimiglianza, altre ve n'ha troppo forzate. Tali a cagion d'esempio
sono quelle di _Kein_ (che in Tedesco significa nessuno) da *ouch hen*;
di _von_ (_da proposizione nella stessa Lingua_) da *aph hn*; e pi
altre.

L'accusa medesima vuolsi dare alle due dissertazioni _sull'origine
della lingua Alemanna, e sull'origine comune delle lingue Alemanna,
Schiavona, o Polacca, e Latina, e su quella dell'Italiana_. Il Signor
Denina  sollecito di mostrare la somiglianza, che queste lingue hanno
colla Greca, nella qual cosa pi altri Scrittori l'hanno preceduto, e
seguitato. La trova egli 1. in alcune voci per mezzo dell'etimologia,
di che ho gi detto abbastanza: 2. nella terminazione dell'infinito,
che in Tedesco  in _en_ e in Greco in *ein*; e in alcuni dialetti
in *n* o in *men*. 3. in quell'aumento della sillaba _ge_, che in
Tedesco prende il tempo preterito. E giudica questo aumento simile
alla reduplicazione de' Greci, e dice: _il est vrai que les Allemands
s'eloignent un peu de la pratique des Orientaux: car au lieu de
redoubler les consonnes initiales des verbes ils leur ont substitu
le g peut tre parceque cela toit plus facile, mais il n'est pas
douteux que cela ne soit venu des langages de l'Asie mineure d'ou
est sortie la grecque, et que ce redoublement ne se soit affoibli ou
perdu en s'avanant vers le Nord et en s'eloignant de sa source_. Il
_ge_ aggiunto nella lingua Tedesca al tempo preterito  una particela
inseparabile, di cui s'ignora adesso il significato, ma certamente
nell'antico Teutonico, significava qualche cosa. Si vede anche ora,
che in alcune voci composte indica moltiplicit, unione di cose, onde
per esempio da _mein_ mio, si fa _gemein_ comune, da _balken_ trave
si fa _gebalke_ le travi del tetto. Io non so, se ancora in altro
senso si usasse, e come o perch si adoperasse per indicare il tempo
preterito; ma nell'ignoranza stessa in cui siamo intorno a ci parmi,
che si possa asserir con certezza, che niuna somiglianza ha quella
particola colla _reduplicazione_ de' Greci. Questa non  una particola
o preposizione inseparabile, ma un aumento, di cui non  nota l'origine
e il motivo; laonde  diversa essenzialmente, l'aggiunta adoperata dai
Tedeschi da quella dei Greci. Arroge a ci, che la _reduplicazione_ de'
secondi forse non era usata nei tempi pi remoti, come dubitano alcuni
solenni Grammatici, osservandosi, che nel dialetto Jonico non rare
volte si tralascia.[5] Or supponendo, che una colonia Greca, passasse
a popolare il paese, che poi si chiam Germania, questo avvenimento
esser deve antichissimo, giacch niuna storia ne fa menzione; quindi
non poteva essa recare in quelle terre l'uso della reduplicazione, e
recarvelo in modo, che sempre si adoperi, ove il verbo non sia composto
con una particella inseparabile, mentre nella Grecia essa non era anche
introdotta, e in tempi assai posteriori l'uso non ne era cos costante
e universale.

Checch sia di questo non si pu dubitare, che qualche somiglianza non
si scorga fra la lingua Tedesca, e la Greca: ma questa somiglianza
non conduce il Sig. Denina a credere, che la prima sia figlia della
seconda, e piuttosto vorrebbe, che amendue provenissero da una
madre comune. Questa dirsi potrebbe la Scitica, ove si prestasse
fede alle ingegnose ipotesi del Bailly del Court de Gebelin, del
Wachter, dell'Ihre, ed altri. L'Accademico di Berlino per rigettando
quell'opinione arbitraria ama meglio di ricorrere alla lingua de'
Traci o dei Frigi, ma a me non pare, che il suo avviso sia pi fondato
del primo. Altre osservazioni domanderebbero le altre dissertazioni,
non giudico per necessario di trattenermi pi a lungo intorno ad un
autore, dotto certamente e rispettabile, ma che in questo argomento, se
non erro, troppo ha seguito congetture non sempre felici.

NOTE:

[1] Colum. de R. R. Lib. 5. Cap. 1.

[2] Ecco i titoli delle sue dissertazioni giunte a mia notizia, delle
quali per ho potuto leggere le prime tre solamente. Nelle memorie
dell'Accademia di Berlino pel 1783. _Sur les causes de la diffrence
des langues_. _Sur l'origine de la langue Allemande_. _Nel_ 1785.
_Supplement aux mmoires sur les causes ec. Sur le caractre des
langues, et particulirement des modernes_. _Nel_ 1788. _Sur la
langue celtique, et celles qu'on pretend en autre sorties. Suite des
observations sur la diffrence des langues et leur origine_. _Nel_
1794. _e_ 1795. _Sur l'origine grecque esclavonne et teutonique de
la langue latine_. _Sur l'origine vritable de la langue Italienne,
sur l'origine de la langue Franoise et Espagnole_. _Sur l'origine de
la langue Angloise_. Il Denina poi stamp _la Clef des langues, ou
Considerations sur l'origine et la formations des langues,  Berlin,
chez Quien_, 1803. T. 3. in cui si vedono ripetute le cose dette in
quelle dissertazioni coll'aggiunta di nuove considerazioni.

[3] Tutti sanno che in Francese si scrive _gants_ non _gands_. Se il
Signor Denina avesse guardato il Du Cange alle voci _Wantus_, _Wanto_,
_Gvvantus_, _Guantus_ avrebbe veduto che queste voci erano usate ne'
Secoli barbari almeno fino dal principio del Secolo nono, e perci
molto prima della vantata fabbrica di Gand. In Francia si chiamavano
_Wans_ come si ha da una carta del 1172. citata ivi, e alla v.
_chirothec_. Questa voce proviene forse dall'antica lingua Teutonica.

[4] Non so donde egli tragga questa notizia. Forse perch *brsk*
in Greco significa _comedo_? Ma bisognava prima provare che le
lingue Settentrionali vengano dalla Greca, il che non si pu
provare, quantunque si abbiano in quello non poche voci simili alle
corrispondenti voci di questa. Cominciando da Sigismondo Gelenio,
che nel 1543. stamp in Basilea il suo _Lexicon Symphonum_ delle
lingue Latina, Tedesca, Greca, e Schiavona molti hanno scritto della
somiglianza di quelle lingue colla Greca, ma niuna reale e ben fondata
conseguenza sulla origine loro si  fino ad ora a mio giudizio ricavata
da tanta erudite fatiche.

[5] V. _Lennep. Prel. de Anal. Ling. Gr. Cap._ 5. ed ivi lo Scheid.




                      _Dell'origine della lingua
                              Italiana._

                              ~CAPO~ II.


Fu gi questione lungo tempo agitata fino dai secoli trapassati qual
sia l'origine della lingua Italiana. Leonardo Aretino, il Cardinal
Bembo, Celso Cittadini, ed altri autori trattarono questo argomento,
ma non lo fecero in modo, che togliessero ai posteri l'adito a
disputare novellamente. Ne scrissero nel Secolo decimottavo il P. D.
Angelo della Noce,[6] Uberto Benvoglienti,[7] e il Quadrio,[8] ma lo
fecero s scarsamente, che io contento d'averli sol nominati passer
tosto a far parola del Marchese Maffei, del Muratori, del Fontanini, e
del Tiraboschi, i quali con maggior copia d'erudizione, ed accuratezza
esaminarono s fatta questione.

Il Maffei dopo aver detto nella _scienza cavalleresca_,[9] che
l'Italia per l'invasione dei Barbari cambi la lingua, e i nomi degli
uomini e dei paesi, nella _Verona illustrata_[10] mut opinione, e
sostenne, che la lingua Italiana provenne _dall'abbandonar del tutto
nel favellare la Latina nobile, gramaticale, e corretta, e dal porre
in uso la plebea, scorretta, e mal pronunziata_. Conferm egli la
sua asserzione pretendendo, che de' conquistatori dell'Italia pochi
ne rimanessero, n potessero perci alterare la lingua del Paese. La
conferm osservando, che la lingua de' Longobardi e degli altri popoli,
che inondaron l'Italia e la soggiogarono era aspra per molte consonanti
e dal mischiamento di queste non poteva derivarne una nuova, in cui le
vocali avessero tanta parte, come  la nostra. La conferm adducendo
parecchie voci Latine, come _testa per caput_, _caballus, e caballinus
per equus, ed equinus_, _laetamen per fimus_, _nanus per pumilio_,
_tonus per tonitru_, _bramosus per cupidus_, e simili, che ora sono
Italiane. La conferm ricordando le aferesi, le sincopi, e le apocopi,
o vogliam dire gli accorciamenti di lettere, e di sillabe in principio,
in mezzo, e in fine usati dai Latini assai volte e i cambiamenti delle
lettere affini. E finalmente per tacere d'altri argomenti la conferm
dicendo che anche l'uso del verbo ausiliare _avere_, il quale si
crede passato a noi dalla Germania, fu prima presso i Latini, e ne
reca alcuni esempj, ed assai pi ne accenna il Signor Abate Denina
in due luoghi delle sue dissertazioni test citate. Ma  falso, che
pochi avanzi dei Longobardi, e degli altri invasori rimanessero qu,
come dimostra il Muratori, che anzi furono moltissimi, e questi
avendo in mano le redini del governo, e le dignit tutte occupando
ecclesiastiche, e civili recarono necessariamente una mutazion grande
alla lingua. Falso  che dalle lingue di questi popoli aspre per molte
consonanti, e dalla Latina nascere non potesse la nostra dolcissima.
La lingua latina non ha maggior copia di consonanti dell'Italiana
se non nelle terminazioni. Ora queste essendo diverse secondo le
modificazioni de' nomi, e de' verbi chi ignora la lingua tralascia
facilmente quelle desinenze varie secondo i diversi casi, e perci
appunto difficili a ricordarsi. Bisognerebbe svolgere maggiormente
quest'asserzione, ma io non posso arrestarmi a lungo ad ogni passo,
e debbo continuare l'intrapreso cammino. Non giova poi l'addurre le
parole e gli accorciamenti, che il Maffei adduce, perch volendosi che
la nuova lingua sia un alterazione della Latina debbono in quella esser
rimaste tracce moltissime di questa. Quindi ammettere si potrebbe
ancora, che l'uso del verbo ausiliare _avere_ venga dal Latino, n per
ci l'opinion sua avrebbe maggior forza. Vuolsi per riflettere, che i
Latini rarissime volte l'adoperarono, e noi siamo costretti d'usarlo
continuamente avendo i nostri verbi pi e diversi tempi ne' quali esso
 necessario, siccome appunto avviene nella lingua Tedesca, la quale
l'adopera ne' tempi medesimi, in cui noi pur l'adoperiamo.

Ma il Muratori raccogliendo maggior copia d'antichi monumenti, e pi
minutamente esaminandoli sostenne un'opinione diversa, e pi probabile.
L'ignoranza, nella quale cadde miseramente l'Italia per la venuta de'
popoli barbari, fece dimenticar le regole della lingua Latina, di modo
che n la sintassi, n le desinenze de' varj casi ne' nomi, o delle
persone nei varj tempi e modi de' verbi pi si osservarono. Si aggiunse
gran numero di voci nuove tratte dagl'idiomi de' conquistatori, e
certe propriet di questi, come l'uso del verbo ausiliare avere, e
dell'articolo. Del primo ho parlato pur ora; e del secondo parler
adesso brevemente. L'articolo forse deriv a noi dall'antica lingua
Teutonica, e fu da prima un accorciamento del Latino pronome _ille_. Si
disse prima _illo Caballo_, _illa hasta_, _illae foeminae_, e poi _il,
o lo Caballo_, _la asta_, _le femine_.

Nelle Litanie del 790. pubblicate dal Mabillon in _Analect._ si legge
_Adriano Summo Pontefice, et universale Papa. Redemptor Mundi, tu
lo_ (_illo_ cio _illum_) _juva_, e appresso, tu _los_ (_illos_)
_juva_. In un diploma di Carlo Magno dell'808.[11] si legge: _inde
percurrente in la Vegiola, ex alia vero parte_ de la _Vegiola_ ec. E
nelle formole di Marcolfo Lib. 1. Cap. 17. _Sicut constat antedicta
Villa ab ipso Principe_ lui _fuisse concessa_, dove _lui_ secondo
alcuni viene da _illui_ che nel lor Latino avranno detto per _illi_,
o secondo il Menagio da _illius_.[12] Aggiunge finalmente il Muratori
a confermazione della sua opinione una lunga serie di voci, che
provengono dalla Germania, la quale si accrescerebbe di molto, se
le antiche lingue degl'invasori d'Italia fossero pi conosciute. Il
commercio poi, e le crociate trassero a noi dagli Arabi alcune parole,
ed appartengono ad arti, come _Alchimia_, _caraffa_, _lambicco_, ec.
o a mercatura come _canfora_, _cremesi_, _lacca_ ec. o a milizia come
_Alfiere_, _Tamburo_ ec. Molte ne dette la Provenza per lo studio, che
in Italia si fece della Poesia Provenzale, ed alcune la Spagna.[13]

L'avviso del Muratori riguarda l'origin prima della lingua, e in ci
fu seguitato dal Fontanini[14] dal Bettinelli[15] dal Tiraboschi.[16]
Ma vuolsi passare innanzi, ed indagare donde a lei deriv altra ricca
messe di parole, e di modi di dire. Ci avvenne per la poesia; onde
dell'origine della nostra poesia vuolsi tenere ragionamento, e di
coloro che nel passato secolo questa parte della storia dell'Italiana
letteratura presero ad esaminare. La poesia Italiana diversa  dalla
Greca e dalla Latina, perch queste fanno consistere i versi in un
certo numero di piedi composti di sillabe lunghe, e brevi secondo
certe leggi, e la nostra li fa consistere solamente in un certo numero
di sillabe con certi accenti posti in luoghi determinati secondo la
diversa qualit de' versi, e nella rima. Dico anche la _rima_, perch
ne' primi tempi non v'era fra noi poesia che ne mancasse. Dell'uso
della rima presso i Latini ne' tempi antichi, e ne' secoli barbari, e
dei versi regolati non dai piedi ma dal numero delle sillabe, parla a
lungo il Muratori;[17] ma le sue erudite osservazioni tralascer io di
ricordare, come quelle che aliene sono dal mio argomento. I primi a
poetare fra gl'Italiani furono i Siciliani secondo il Petrarca.

_Ecco i due Guidi che gi furo in prezzo Onesto Bolognese, e i
Siciliani Che fur gi primi, e quivi eran da sezzo_[18]

Ma i Siciliani imitarono i Provenzali secondo il Crescimbeni,[19] il
Fontanini[20], ed altri. Il Muratori per non mostr d'esser persuaso
abbastanza da questa opinione, ed oppose le parole citate dell'epistole
familiari del Petrarca, dalle quali a lui parve potersi dedurre, che
i Siciliani fossero stati i primi a prendere questa maniera di far
versi da' Latini, e dai Greci. Il Tiraboschi riconobbe anteriorit ne'
Poeti Provenzali, ma dell'obiezione del Muratori non fece parola. A me
sembra per, che il Petrarca voglia in quel luogo indicare l'origine
pi remota della rima, (che  il Lazio, e la Grecia certamente), e
la nazione che in Italia precedette l'altre nel far versi, la quale
 la Siciliana, senza volere poi indagare, se i Siciliani in ci
abbiano imitati i Provenzali. Diciamo dunque co' mentovati scrittori
essere probabilmente l'Italiana Poesia derivata dalla Provenzale, ed
avere avuto il suo nascimento in Sicilia alla met del secolo XII. o
poco dopo. Se poi la Provenzale provenga dall'Araba, come sospetta
il dottissimo Padre Andres[21] non  di questo luogo l'esaminarlo.
Quindi venne un aumento non piccolo di voci, e di modi di dire alla
nostra lingua. Lo neg il Muratori[22] secondando troppo il desiderio
di contradire il Fontanini, ma per assicurarsi di questa verit basta
volgere uno sguardo al Vocabolario della Crusca, alla Crusca Provenzale
del Bastero, alle Lettere di Fra Guittone, ed agli altri Poeti del
Secolo decimoterzo.

NOTE:

[6] Nelle note alla Cronica Cassinense di Leone Vescovo d'Ostia.

[7] _Storia della Lingua Italiana_ ricavata dalle Miscellanee, e
Lettere M. SS. nelle _Delizie degli Erud. Tosc._ del P. Ildefonso T. 2.
p. 226.

[8] _Storia della Poesia_ T. 1. p. 41.

[9] Lib. 2. Cap. 1. T. 13. p. 143. La stessa opinione tennero il
Gravina, _della Rag. Poet._ Lib. 2. e il Quadrio _Stor. e Rag. d'ogni
Poes._ Lib. 1. Dist. 1. Cap. 2.

[10] P. 1. Lib. 11. Op. T. 5. p. 214.

[11] _Campi Stor. Eccl. di Piac._ T. 1.

[12] Quindi si vede, che l'Articolo Italiano in origine non  che il
pronome _ille_ alterato per corruzione di lingua, a cui si aggiunge
una proposizione ne' casi obliqui, cio _del_, o _dello_ viene da _de
ille_; _al, o allo_ da _ad illo_ in Latino barbaro per _ad illum_;
_dal, o allo_ da _de illo_. Or l'articolo Germanico viene anch'esso dal
pronome _quello_

     Articolo.                      Pronome.
     N. der                           der
     G. des                           dessen
     D. dem                           dem
     A. den                           den ec.

[13] Non parlo di quelle, che il dominio degli Spagnoli introdusse
fra noi alla fine del Secolo XVI. e nel XVII. le quali appartengono
all'accrescimento non all'origine della lingua, della quale si tratta
qu. Alcune antiche voci Italiane derivate dallo Spagnolo sono
accennate dal Gigli nel Vocab. Cateriniano.

[14] Elog. Ital.

[15] Risorg. d'Ital.

[16] Stor. della Lett. Ital.

[17] Antiq. Med. Ev. Diss. 40.

[18] Trionf. d'Am. C. 4. e pi chiaramente in _Prf. ad Ep. fam. Quod
genus apud Siculos_ (_ut fama est_) _non multis ante sculis renatum,
brevi per omnem Italiam ac longius manavit, apud Grcorum olim ac
Latinorum vetustissimos celebratum; siquidem et Romanos vulgares
rythmico tantum carmine uti solitos accepimus._

[19] _Coment. intorno alla Storia della Volg. Poes._ T. 1. Cap. 2.

[20] _Elog. Ital. Cap._ 7. _e segg._ Si veda anche il Quadrio, _Stor.
e Rag. d'ogni Poes._ il Tiraboschi _Stor. della Lett. Ital._ il
Bettinelli _Risorgim. d'Ital._

[21] _Orig. ec. d'ogni Lett._ T. 1. _Cap._ 11. p. 297. e segg.

[22] Luog. cit.




                  _Dei pregj della Lingua
                              Italiana._

                              ~CAPO~ III.


Ma tempo  ormai che lasciamo la nostra lingua nascente, e la
osserviamo adulta considerandone i pregj. Di questi ha scritto il
Signore Napione[23] e lo ha fatto in modo, che ogni leggitore dee
rimaner dubbioso, se debba in lui commendar pi la dottrina, che 
grandissima, o le belle qualit del cuore, che alla sua dottrina non
sono inferiori. Certo  che mentre egli si mostra amantissimo della
patria, e dell'Italia, e cerca di promuoverne la gloria, espone i pregj
di nostra lingua, e accenna come si possa e convenga diffonderne l'uso
fra le gentili e colte persone di tutta Italia. Colla ragione adunque,
e colla testimonianza de' pi celebrati scrittori delle straniere
nazioni ne mostra i pregj, e ribatte le meschine obiezioni, che fece
gi il P. Bouhours, e pochi altri prima, e dopo di lui. E siccome uno
de' principali suoi pregj a confessione di tutti  l'armona, da che
ne viene, che essa abbia una facilit grandissima per esprimere ci,
che si chiama armona imitativa, non debbo qu tacere, che il Signor
Cesarotti avendo asserito nel suo _saggio_, che tutte le lingue si
prestano ad un'armona imitativa, ne' rischiaramenti apologetici poi
disse, che l'armona imitativa si trova in una lingua, quando essa
sia tanto armonica _quanto il comporta la sua struttura e il rapporto
tra gli oggetti e i suoni della detta lingua_[24]. Queste parole per
ristringono tanto la proposizione, che non le lasciano pi luogo di
comparire. Io dubito molto, che scrivendo il _saggio_ egli non avesse
nell'animo tanta restrizione, che se l'avesse avuta par probabile,
che avrebbe giudicato inutile d'esporla. Segue poi dicendo non
esser cosa agevole n sicura di giudicar dell'armona di una lingua
straniera; il che ognuno gli conceder generalmente parlando. Egli
per dovr concedere altres, che talvolta vi sono almeno due mezzi
per rendere agevole e sicuro questo giudizio. Il primo  quando pi
e diverse nazioni antepongono l'armona di una lingua straniera a
quella della propria: il secondo quando pi e diverse nazioni, mentre
lodano l'armona della propria lingua, fra quelle poi che ad essa
sono straniere si uniscono tutte o quasi tutte a dar la preferenza ad
una. E tale  il caso della lingua Italiana. Finalmente contro coloro
i quali opinano le lingue de' paesi freddi dover essere pi aspre
oppone il Sig. Cesarotti l'opinione dell'Ab. Denina, il quale disse
la Svezzese esser pi dolce della Tedesca, e tanto esser pi dolce
quanto pi si estende verso il settentrione, la Polacca esser piacevole
ad udirsi, e la Russa accostarsi pi d'ogni altra alla soavit della
Greca. Io non credo, che l'opinione intorno all'asprezza delle lingue
settentrionali sia vera, ma certo non  l'autorit dell'Ab. Denina, che
mi muove punto a crederla falsa. Egli non ha dato prove di saper molto
la lingua Tedesca, bench abbia dimorato qualche anno in Germania, ed
 permesso di dubitare che non sia pi dotto nella Svezzese, Polacca,
e Russa. Sentii un giorno cantare una canzonetta Polacca dal Principe
Poniatovvski, e quando egli si fu rimasto dal cantare gli dissi, che
la sua lingua mi pareva molto dolce. Egli per mi rispose, che quella
dolcezza era solo apparente, e che la lingua  molto aspra, ma qualche
artifizio usato cantando, e l'accompagnamento del suono copriva gran
parte di quell'asprezza. Cos mi  pure avvenuto assai volte di non
sentire eccessivamente l'asprezza della lingua Tedesca nelle opere in
musica, ma sentirla per moltissimo nei familiari colloquj. Ma torniamo
al Sig. Napione.

Mostra egli, che vuolsi usare della nostra lingua piuttosto, che della
Latina scrivendo d'ogni scienza e d'ogni facolt, ed espone i vantaggi,
che da ci debbono derivare. Indi esamina quali siano le cause, per
cui la lingua Italiana, che fu gi un tempo Lingua universale abbia or
cessato d'esser tale, indica le sue vicende, e l'attual suo stato, e
propone i mezzi, che reputa pi acconci a far s che popolare, e comune
divenga la colta lingua Italiana.

Altri prima di lui avea tentato di ricordare i pregi della lingua
Italiana, come Castruccio Bonamici in una orazione accademica, il
Salvini in alcuni discorsi, e simili; ma in niuno si trova quella
copia di ragioni e d'utili osservazioni, quella giudiziosa critica,
quell'ampia erudizione, quell'amor di patria, che qu si vedono ad ogni
pagina. Di questi perci non dir pi lungamente. Dovrei bens far
parola del ragionamento del Sig. Ab. Velo.[25] Se vogliamo prestar
fede agli editori delle opere del Cesarotti, in poca o niuna stima lo
dovremo tenere. Ma se ascoltiamo il Signor Napione[26] ne giudicheremo
altrimenti.

In questa disparit di giudizj creder di non errare preferendo quello
del secondo, il quale non solamente colla celebrit del suo nome, ma
ancora colla minuta analisi, che ne fa, persuade il leggitore. Ma non
m' riuscito di vedere quel ragionamento, onde non posso dirne pi
oltre.

Prima di questi scrittori avea trattato l'argomento medesimo il P.
Girolamo Rosasco.[27] Egli per con moltissime parole non dice molte
cose, e per ogni riguardo nella sua trattazione deve ceder la palma al
Sig. Napione. Ricerca in prima l'origine della lingua e condannando
l'opinion di coloro, che il volgo di Roma l'usasse anticamente,
la reputa nata dal corrompimento del latino per l'inondazione de'
Barbari in modo per, che le lingue di costoro poco influissero su
la Toscana Romana e Veneziana, molto su la Bergamasca, Bresciana
Lombarda Piemontese e Genovese. Parla poi dell'abbondanza sua, della
dolcezza, brevit, ed armona paragonandola colla Greca e colla Latina.
Parla altres del modo, che si dee tenere scrivendo nella nostra
lingua, ma di ci ragioner altrove. Prima ancor del Rosasco, anzi al
cominciamento del secolo scrisse Anton Maria Salvini una lezione su
questo argomento:[28] ne scrisse per brevemente in modo, che la sua
celebrit, non l'utilit dell'opera mi ha indotto a nominarlo.

NOTE:

[23] _Dell'uso, e dei pregj della lingua Italiana libri_ 3. _con un
discorso intorno alla Storia del Piemonte, Torino, Balbino, e Prato_
1791. T. 2. in 8. e di nuovo Pisa 1813. Oltre a ci che il titolo
promette, vi  un discorso intorno al modo di ordinare una Biblioteca
scelta Italiana dello stesso Autore, una Lettera del Tiraboschi
contenente alcune osservazioni sul primo volume, e la risposta, in cui
si dileguano le poche obiezioni di quella lettera, ed una lunga, e
dotta sua lettera all'Ab. Bettinelli, nella quale di pi e diverse cose
appartenenti all'argomento dell'opera si ragiona, e specialmente di un
libro dell'Ab. Velo, del quale parler fra poco.

[24] _Ces. Op._ T. 1. _p._ 249.

[25] _Sulla preminenza d'alcune lingue, e sull'autorit degli scrittori
approvati, e dei Grammatici, ragionamento dell'Ab. Giambattista Velo.
Vicenza._ Esso non era da prima che una prefazione alla dissertazione
_su' caratteri del gusto Italiano presente, stampata in Vicenza, il_
1786. sotto il nome dell'Ab. Garducci.

[26] Nella lettera citata all'Ab. Bettinelli.

[27] _Della lingua Toscana Dialoghi sette._ Torino, 1777. T. 2. in 8.

[28] Salvini. Pros. Tosc. p. 297.




          _Se nelle cose letterarie si debba scrivendo usare
             la lingua Italiana pi tosto che la Latina._

                              ~CAPO~ IV.


Ho detto, che il Signor Napione vuole, che in ogni scienza, e in ogni
facolt si usi scrivendo la lingua Italiana, piuttosto che la Latina.
Fu gi un tempo, in cui si credeva, che la nostra lingua atta fosse
solamente a trattar d'amore, ed altrettali soggetti di lieve momento,
e nulla di grande dir si potesse con essa. E furon parecchi uomini
dotti nel secolo decimosesto, che acremente inveirono contro di lei
sostenendo, che le scienze tutte, e la storia, e le opere di eloquenza,
e di poesia scrivere si dovessero in Latino. Fu gran ventura per, che
molti in quella, e nell'et seguenti le vane loro declamazioni e i loro
sofismi rigettassero coi fatti pi ancora che cogli argomenti, onde
l'Italia di tanti libri eccellenti si pu gloriare scritti nel volgar
nostro in ogni maniera di letteratura. Non mancarono per nel secolo di
cui parliamo scrittori, che ancora colle ragioni abbiano validamente
sostenuta la contraria sentenza. Non parler del Bonamici[29] e del
Bettinelli[30], che ne parlarono solo per incidenza. L'Algarotti ne
tratt pi direttamente:[31] ma a me pare, che adoperando argomenti
non buoni egli abbia indebolita un'ottima causa. Ricorda le espressioni
gentilesche mal a proposito posta dal Bembo nelle lettere pontificie,
di che gi da tanti si  parlato; ricorda la sconvenevolezza d'adattare
a piccoli oggetti espressioni grandiose, e magnifiche usate gi dai
Romani, e degne solamente di loro, e di pochi altri: il che prova
solamente l'irragionevole superstizione dir cos e il difetto di
giudizio in coloro, che cadono in s fatti errori. Ma lasciando pi
altre cose, che in quel saggio si vedono meritevoli di censura una
sola ne voglio aggiungere, ed  la riprensione, che fa l'Algarotti
a' moderni scrittori latini chiamandoli centonisti rivestiti delle
spoglie, e delle divise altrui. Or a me fa maraviglia, che un uom
dotato di gusto squisito e intendente della lingua latina, come egli
era, possa chiamar centonisti il Fracastoro il Vida il Sannazaro il
Molza il Flaminio, il Navagero il Bembo il Bonfadio il Manuzio il
Sadoleto e tanti altri che egregiamente in versi o in prosa scrissero
nella lingua del Lazio nel secolo decimosesto, giacch di quelli, che
onorarono il decimottavo, far parola altrove.

Assai meglio sostengono la causa della lingua Italiana il
Vallisnieri[32], il Gravina in un dialogo _de lingua latina_, e meglio
forse la sostenne altres il Buganza,[33] di che mi assicura assai la
celebrit dell'autore, quantunque l'opera sua non mi sia venuta alle
mani. Ma certamente nulla ha lasciato a desiderare su quest'argomento
il signor Napione nell'opera test citata, dove, colle pi giudiziose
riflessioni dimostra l'utilit, che all'Italia ne verrebbe ed alle
scienze, insegnandole nella nostra lingua.

NOTE:

[29] Nell'Orazione cit.

[30] _Lettere di Virg. e Risorg. d'Ital._

[31] _Saggio sulla necessit di scrivere nella propria lingua_ Op. T. 4.

[32] Opere T. 3.

[33] _Discorso intorno alla lingua di cui servir ci dobbiamo. Mantova_
1771.




              _In qual modo si debba far uso della lingua
                         Italiana scrivendo._

                               ~CAPO~ V.


Ma un'altra quistione agitata gi prima ne' secoli decimosesto, e
decimosettimo, e rinnovata aspramente nel decimottavo devesi ora da
me accennare. Questa lingua, nella quale dobbiamo scrivere, e molti
parlano  ella lingua viva, o morta col cadere del secolo decimoquarto,
dimodoch non sia pi lecito d'aggiugnere nuove voci dopo quell'epoca?
 propria solo di Firenze, o della Toscana, o di tutta l'Italia?
Dobbiamo noi sottoporci docilmente al freno dell'Accademia della
Crusca, n recedere da' suoi giudizj, o spregiarli, come arbitrarj? Se
ascoltiamo il Becelli nel quinto de' suoi dialoghi[34] noi dobbiamo
usare scrivendo la lingua del trecento; ed egli vuole, che dopo
quell'epoca fortunata la nostra lingua sia lingua morta. Pochi per
per buona sorte sono di questo avviso, i quali chiamar si possono,
come altri gi li chiam, Giansenisti della Crusca. Parecchi con pi
ragione si contentano di chiamar buon secolo quello del trecento,
perch comunemente in Toscana si scriveva allora con purit. Nelle et
seguenti vennero altri scrittori prestantissimi in molto numero, che si
procacciarono somma lode, ma lo scrivere puramente non fu una gloria
cos comune, come a quei giorni. Oltre a ci v'ha in quegli antichi una
certa grazia, che incanta, la quale pochi de' loro successori hanno
voluto ritrarre nei loro scritti: o se han voluto imitarli anche in
questo, pochissimi (se non m'inganno) hanno saputo farlo con quella
naturalezza. Si condannano gli scrittori del trecento di avere usati
certi modi antiquati, e periodi lunghi, che stancano il leggitore,
con una trasposizione spesso forzata, ed incomoda. Ma il primo non 
difetto per essi, e il secondo appartiene piuttosto all'eloquenza,
di che non parlo in questo luogo. Ma poi domando io, questo secondo
difetto  forse negli ammaestramenti degli antichi, nelle vite de'
Santi Padri, nel Cavalca, in Fra Giordano, nel Passavanti, e in altri
parecchi, che potrei nominare? No certamente, e quegli scrittori, che
li accusano convien dire, che non li abbiano letti. Strana cosa  poi
il chiamar morta una lingua, che tuttora si parla, e si scrive; n
meno  strano il togliere agli scrittori la facolt d'accrescere di
nuove voci e di nuove maniere una lingua viva, purch si faccia con
certe regole, ed ove il bisogno lo richieda. Cos fecero quei valenti
scrittori, che pi sono pregiati in Italia, e fuori. Ma di questo
torner in acconcio tenere altrove discorso, dopo che avr parlato di
coloro, che hanno trattato della seconda questione.

Siena usa d'un grazioso dialetto, e alcuni suoi chiarissimi scrittori,
come Claudio Tolomei, Celso Cittadini, Scipione Bargagli ne' loro libri
l'hanno tenacemente seguitato, ed han preteso di seguitarlo a ragione.
Si rinnov nel passato secolo la contesa per opera di Girolamo Gigli,
il quale voleva che le voci da S. Caterina da Siena adoperate, e da
parecchi altri scrittori Senesi, fossero dall'Accademia della Crusca
accolte nel suo Vocabolario. Gi ne avea adunate forse cinquecento,
delle quali gran parte (se a lui dobbiamo prestar fede) era stata
approvata da Anton Maria Salvini.[35] Per meglio riuscir nel suo
intento meditava di stampare i principali scrittori Senesi in 37.
volumi, di che dette il prospetto fino dal 1707. e poi fece stampare
in Lucca l'opere di S. Caterina, che furono con erudite annotazioni
illustrate dal P. Federigo Burlamacchi della Compagnia di Ges. Quindi
compose un vocabolario delle parole, e modi di dire usati dalla Santa
e degni di speciale osservazione. Sopra alcune di queste voci bram
egli di conferire col Cav. Anton Francesco Marmi dottissimo Fiorentino,
coll'Arciconsolo della Crusca, e con Anton Maria Salvini, di che
scrisse al Marmi, pregandolo altres, che gli procacciasse una lettera
dell'Accademia della Crusca o dell'Arciconsolo, o almeno di qualche
erudito Accademico in commendazione delle opere della Santa. Ma non
ottenne il suo intento. Forse quell'Accademia, che volea cogliere il
pi bel fiore della lingua da quelle opere temette non forse lodandole
essa con una lettera, paresse a molti, che per lei si approvasse
tutto ci che vi si conteneva. Ma quello che ricus la Crusca, gli
concedettero facilmente molte altre Accademie Italiane[36]. E' da
credere, che di qu nascesse il suo mal talento verso la Crusca,
che ridond poi tutto in suo danno. Era il Gigli uomo non di molta
dottrina, ma soverchiamente mordace,[37] e di motti pungenti contro
l'Accademia, contro qualche Personaggio illustre, e contro la Nazione
Fiorentina riemp il Vocabolario Cateriniano, il che fu a lui cagione
di lunghe e gravi sciagure. Io tralasciando la storia di questo, che
pu vedersi nella sua vita, considerer brevemente il Vocabolario
Cateriniano. Ove da questo si tolga tutto ci che v'ha di satirico, e
d'inutile, quel volume si ridurrebbe a piccola mole, e allora sarebbe
esso stato pregevole, e pi gradito. Parecchie voci usate dalla Santa
sono veri idiotismi difettosi, che doveano avervi luogo per erudizion
solamente. Ma altre ve ne sono degne di lode, delle quali alcune dai
compilatori del Vocabolario della Crusca furono collocate nell'ultima
edizione, e qualche altra ancora avrebbero forse potuto collocarvi.
Errava il Gigli pretendendo, che gli Scrittori tutti pi celebri
della sua patria riputar si dovessero come legislatori, ed esemplari
di nostra lingua, quantunque per loro instituto seguendo il dialetto
Senese recedano dalle regole della lingua medesima. Egli osserva che
Ennio Plauto Catone Terenzio Pacuvio Cicerone Virgilio Orazio Catullo
Properzio Livio Ovidio Vitruvio Sallustio nel secol d'oro, Fedro
Patercolo i due Senechi Lucano Marziale Quintiliano Persio Giovenale
Stazio i due Plinii Columella nel secol d'argento erano forestieri, e
pure non furono esclusi dal numero de' legislatori della lingua Latina.
Cos per suo avviso non si debbono escludere i buoni scrittori delle
diverse provincie della Toscana. Io non nego, che i buoni scrittori
debbano essere adottati, e molti in fatti ne adott l'Accademia della
Crusca non solo da quelle provincie, ma da tutta l'Italia. Il che essa
fece, perch vuolsi prendere ci che  buono, ovunque si trova, non per
l'esempio dei Latini addotto dal Gigli. Il Gigli dovea provare, che
quei forestieri del secol d'oro scrivessero secondo il nato dialetto,
non secondo il dialetto di Roma. N bastava che asserisse, ma dovea
provare eziandio, che la lingua latina si arricchisse a quella et
delle voci, e modi di dire delle straniere nazioni. Si sa bens, che
Lucilio biasimava in Vectio l'uso di qualche voce Etrusca.[38] Pollione
rimproverava a Tito Livio non so quale sua Patavinit, (se pure non
fu questa una vana, e maligna accusa di quel critico) e Vitruvio
certamente non aveva speranza d'esser reputato legislatore di lingua;
ma anzi in principio della sua opera domand perdono, se in alcuna cosa
fosse caduto, che alle regole della Grammatica fosse contraria.[39]
Cicerone era _in filio recta loquendi usquequaque asper exactor_;[40]
onde non  da credersi, che non si guardasse dagl'idiotismi d'Arpino.
Io non dir, che taluno di questi ottimi scrittori non adoperasse
talvolta qualche voce straniera; dico solamente, che allora non erano
giudicati legislatori della lingua Latina, ma venivano ripresi.
Quintiliano chiama ci _barbarismum gente_, e mostra, che vi caddero
Catullo, Persio, Labieno, e Cornelio Gallo;[41] e Cicerone rinfacci
ad Antonio la parola _piissimus_, che non era della lingua Latina.
_Tu porro ne pios quidem, sed piissimos quaeris, ut quod verbum
omnino nullum in lingua Latina est, id propter tuam divinam pietatem
novum inducis._[42] Cap. 19. Cos Quintiliano condanna la parola
_gladiola_ usata da Messala quantunque si dicesse _gladium_ ugualmente
che _gladius_.  falso dunque, che i forestieri scrittori fossero
riguardati, come legislatori della lingua anche allora, che modi nuovi
adoperavano, e voci nuove. Si dir forse da taluno, se gli scrittori
Senesi, Lucchesi ec. del secol decimoquarto furono adottati, perch
non si adottarono ancora il Tolomei, il Cittadini, ed altri del
sestodecimo? A questa domanda risponder per me un dotto Senese, cio
Uberto Benvoglienti. _Nel buon secolo pochissima differenza passava
fra lo dialetto Senese, e Fiorentino. Decadde la lingua nel secol
decimoquinto; nel seguente per si volle richiamare al suo splendore,
ma per la moltitudine de' forestieri, che erano nella Citt_ (di Siena)
_e forse anche per altra cagione non pot il dialetto Senese rialzarsi
all'antico suo splendore--La differenza dei dialetti era piccola da
principio, e poi certi idiotismi non erano cos universali, che non
si scrivesse in Siena ancora alla maniera Fiorentina, onde ne' loro
scritti si trova_ povero, e povaro, essere, ed essare, leggere, e
leggiare ec. ec.[43]

Ma l'opinione del Gigli non bast ad altri, i quali aspiravano ad una
libert di gran lunga maggiore. Fra quanti furono patrocinatori della
libert ricorder solamente il Cesarotti, il quale per sottigliezza
d'ingegno, e per apparato di filosofiche ricerche tutti super gli
scrittori, che lo precedettero in questo arringo. Egli dichiaratosi
campione della libert nel fatto della lingua sgrida coloro, che sono
di contraria opinione, e acceso di sdegno, che non  per senza grazia,
esclama colle parole del Marmontel, _O Subligny tu pretendevi di saper
la grammatica meglio di Racine_! prosiegue poi egli, _O Infarinati, o
Inferrigni voi pretendeste di saper grammatica, e poesia meglio del
Tasso! O Castelvetro, tu pretendevi di sequestrare in bocca al Caro
tutte le voci, che non erano del Petrarca! O..... O..... O..... O razza
eterna de' Subligny, tu siei pur propagata in Italia_?[44] Ma se il
Signor Cesarotti ha reputata cosa lodevole il mordere aspramente Omero,
e criticare Orazio, e parecchi de' Greci Oratori, se egli ha creduto di
ravvisare tanti errori gravissimi in quegli uomini sommi,[45] perch
non potr altri ravvisare qualche errore nel Tasso, e nel Racine,
sommi uomini anch'essi, e nel Caro inferiore a quei due, ma scrittore
illustre egli pure? Ma essi furono accusati d'errori grammaticali,
_come se l'uomo di genio non avesse mai diritto di parlare senza
l'uso, n innanzi all'uso_, dice il Signor Cesarotti colle parole
del Marmontel. E non sono uomini anch'essi, e perci sottoposti ad
errare? E quanti sono gli errori, che nelle pi insigni opere d'ogni
et e d'ogni nazione si trovano, e che i Grammatici onestano col nome
d'enallage, e con altri simili? Certo  che nell'ottima edizione delle
opere di Racine procurata dal Signor Geoffroy, e da lui corredata di
belle annotazioni, si vede talvolta in queste indicato qualche errore
grammaticale di quell'egregio poeta. N intendo con ci di condannare
il Tasso, ed approvare le dicere degli Infarinati e degl'Inferrigni.
Dio mi guardi da ci. Leggo, e rileggo la Gerusalemme, e poche pagine
ho letto di quelle critiche. Dico solamente, che si debbono riprendere
que' critici, quando le loro censure sono irragionevoli, ma non si
debbono riprendere, perch hanno criticato il Tasso, e meno degli altri
lo deve fare chi ha creduto di poter condannare Omero, Demostene, ed
Orazio.

Ma lasciamo star ci, e vediamo almeno in parte il sistema di questo
chiarissimo Autore. _Una lingua_ (egli dice) _nella sua primitiva
origine non si forma che dall'accozzamento di varj idiomi.....
Poich dunque molti idiomi confluirono a formare ciascheduna Lingua,
 visibile che non sono tra loro insociabili, che maneggiati con
giudizio possono tuttavia scambievolmente arricchirsi; e che questo
cieco aborrimento per qualunque peregrinit  un pregiudizio del pari
insussistente, e dannoso al vantaggio delle lingue stesse._ Dubito che
in questo discorso la conseguenza non sia giusta. La lingua nostra nata
 dalla Latina, e da quella de' popoli settentrionali, che invasero
l'Italia. Dunque la lingua degli Unni, de' Goti de' Vandali de'
Longobardi non  insociabile colla nostra? E qual vincolo di societ
pu essere fra idiomi d'indole cos diversa? Assai son quelli per molte
consonanti insieme unite, e la nostra  dolcissima, e grave nel tempo
stesso per una conveniente temperatura di quelle, e delle vocali,
talch se or si volesse togliere dall'antico Teutonico alcuna voce, e
farla nostra uopo sarebbe alterarla in modo che non fosse pi dessa.

Anche i diversi dialetti delle parti diverse d'Italia debbono a suo
giudizio contribuire ad arricchir la lingua. Egli vorrebbe, che siccome
facevasi in Grecia, si scrivesse in tutti i principali dialetti, con
che si renderebbero tutti pi regolari, e pi colti, e da questi
approssimati e paragonati fra loro avrebbesi potuto formare, come
appunto formossi fra i Greci, una lingua comune, che sarebbe stata la
vera lingua nazionale, la lingua nobile per eccellenza composta di
una scelta giudiziosa de' termini e delle maniere pi ragguardevoli,
lingua che sarebbe riuscita ricca, varia, feconda, pieghevole, atta
forse colle sole derivazioni sue proprie, senza l'ajuto di linguaggi
stranieri, alla modificazione delle idee antiche, o alla succession
delle nuove, che si introducono dal ragionamento, e dal tempo.[46]
Aggiunge poi in una nota l'opinione di Gebelin, il quale alla libert
di far uso di tutti i dialetti, e di mescolarli fra loro attribuisce
la ricchezza, la forza, e l'armona della lingua Greca, e in gran
parte il genio originale de' suoi Scrittori. I Greci non reputarono
ugualmente nobili tutti i dialetti n li mescolarono in modo, che
quindi si formasse la lingua comune. Il dialetto Attico fu per essi
il pi pregiato, come di fatto era il pi gentile, e a poco a poco
abbandonarono l'uso degli altri, e si accostarono a questo quegli
scrittori ancora, che per la loro patria avrebbero dovuto scrivere in
altro dialetto. Non parlo qu de' poeti, i quali pi luogo tempo fecero
uso di terminazioni Joniche e d'altre simili; ma essi aveano sempre
rivolti gli occhi ad Omero loro duce, e maestro, e quelle terminazioni
erano considerate come poetiche, e perci proprie d'ogni dialetto.
Quindi i tragici nei cori fanno uso di qualche maniera reputata Jonica,
e d'altri dialetti, perch i cori erano pezzi lirici, e perci ad
essi erano adattate le forme poetiche. Non parlo n pur di Plutarco,
e d'altri scrittori, i libri de' quali sono il risultamento d'una
immensa lettura d'opere diverse scritte in diversi dialetti, donde essi
toglievano parecchi tratti talora senza citarli, da che ha origine
quella disuguaglianza di stile, che nelle opere morali di Plutarco si
osserva. Dall'altra parte non sappiamo abbastanza le propriet de'
dialetti, e noi le attribuiamo all'uno o all'altro, perch le vediamo
usate da qualche Autore, che in quello scriveva.[47] Supposta per
ancora quella mescolanza di dialetti il Gebelin dopo avere spacciati
altri sogni nel suo _Monde primitif_ poteva spacciare ancor questo, che
quindi derivasse in gran parte il genio originale de' Greci scrittori;
ma il Sig. Cesarotti fornito di molta dottrina, e d'acuto criterio
certamente non lo credeva. Lasciamo per il Gebelin, e torniamo al
Cesarotti. Vuole egli, che _dai dialetti d'Italia si prendano voci,
ed acconciandole alla foggia della lingua comune si adottino. Tutti i
dialetti non sono forse fratelli? non sono figli della stessa madre?
non hanno la stessa origine? non portano l'impronta comune della
famiglia? Non contribuirono tutti ne' primi tempi alla formazion della
lingua? Perch ora non avranno il dritto e la facolt d'arricchirla? I
dialetti di Grecia non mandavano vocaboli alla lingua comune, come le
diverse Citt i loro Deputati al Collegio degli Anfizioni_?[48] Ma se
a tutte queste interrogazioni altri avesse risposto negativamente, io
non so bene in qual modo avrebbe egli potuto confermarle. Anticamente
in una parte grande d'Italia si parlava la lingua Greca, e altrove
l'Etrusca l'Umbra l'Osca la Sannita ec. La Latina racchiusa era fra
limiti angusti anche a tempo di Cicerone, non che prima di lui. _Graeca
leguntur in omnibus fere gentibus, Latina suis finibus exiguis sane
continentur._[49] Roma obblig i popoli soggiogati a imparare la
lingua Latina; ma non per questo si estinsero affatto le altre lingue.
In Grecia si parl sempre la Greca, come tutti sanno; in Affrica la
Punica, come attesta S. Agostino in pi luoghi; e nelle Gallie la
Gallica, o Celtica, come dice S. Ireneo.[50] Domin assai pi il Latino
in una parte dell'Italia, ci non ostante nelle regioni pi lontane
da Roma, come la Magna Grecia, la Liguria, la Gallia Cisalpina, deve
necessariamente esser rimasta, ove pi ove meno gran parte de' loro
idiomi. Nell'Umbria, nell'Etruria, e nell'altre parti meno lontane da
Roma si parl a poco a poco il Latino, quantunque alquanto alterato
principalmente fra il popolo, e nel contado; e di queste provincie
si pu dire, che la loro lingua ebbe per origine e madre la Latina.
Vennero poi i popoli barbari i quali si sparsero in diverse parti, ed
alterarono le lingue, o vogliam dire i dialetti, che vi trovarono.
Quindi a mio giudizio hanno origine le diverse maniere di parlare,
che ora si osservano nel Piemonte, nel Genovesato, nella Lombardia,
nel Veneziano, nella Toscana, nella Romagna, nel Napoletano, nella
Sicilia. Non da una sola origine dunque vennero i dialetti d'Italia,
n si trova in essi pure l'impronta comune della famiglia. Basta
scorrer per poco l'Italia per conoscere una lingua nel Genovesato, un
altra nel Piemonte, una nella Lombardia, un'altra nel Veneziano, una
nel Napoletano, e nella Sicilia, e tutte diverse da quella, che si
parla in Toscana, e in una parte dello Stato Romano. Diversit nelle
declinazioni, nelle conjugazioni, nelle parole, nelle frasi; talch
un Toscano o un Napoletano non intende il linguaggio Genovese, o il
Piemontese. E dov' dunque l'impronta comune della famiglia? In una
cosa tanto manifesta credo inutile di trattenermi, confermando questa
mia proposizione, e gi sono rese di pubblica ragione colle stampe
parecchie poesie Napoletane, Bolognesi, Milanesi, onde ogni uno pu
agevolmente di per se stesso vedere la disparit immensa, che passa
fra ciascuna di queste lingue, e la Toscana o Italiana. E giacch
si ricordano sempre i dialetti della Grecia non debbo tacere, che i
Greci oltre ai dialetti principali Eolico, Jonico, Attico, Dorico,
oltre al Poetico, che era comune a tutti ne avevano ancora altri
minori, e nobili meno, che propri erano di Citt, e Nazioni diverse.
Esichio, Suida, l'Etimologico, e gli altri Lessicografi Greci ci
hanno tramandate molte voci de' Laconi, de' Cretesi, de' Tessali, de'
Macedoni, e d'altri popoli. Ma in questi dialetti non si scrivevano
cose letterarie, e solamente si usavano in oggetti familiari, ne'
decreti dei governi, e in altre simili cose. Quando Filippo scrisse
agli Ateniesi le lettere, che abbiamo fra le opere di Demostene, non le
scrisse gi egli nella sua lingua nativa, ma s nel dialetto Attico. E
pure quei dialetti non erano tanto lontani dalla lingua comune, quanto
le diverse lingue d'Italia sono lontane dalla comune lingua degli
scrittori Italiani.

Ma se tanto sovente si ricorre alla Grecia a me sar concesso di
ricorrere a Roma, e ad un uomo, che era nel tempo stesso oratore
filosofo e poeta eloquentissimo e dottissimo, voglio dir Cicerone. Egli
voleva, che si scrivesse non gi nel dialetto d'Arpino, ma latinamente.
_Quinam igitur dicendi est modus melior..... quam ut latine, ut plane,
ut ornate_ ec. _dicamus?_[51] E poco dopo: _nec sperare_ (o come
altri legge _speramus_), _qui latine non possit, hunc ornate esse
dicturum_. Ed alla sua et era cosa comune tanto il parlar puramente,
che non destava maraviglia il farlo, ma veniva deriso chi no 'l faceva.
_Nemo enim unquam est oratorem, quod latine loqueretur, admiratus:
si est aliter irrident; ne eum oratorem tantummodo, sed hominem non
putant._[52] Ma per parlare puramente richiedeva, che le parole
fossero pure: _verba efferamus ea, quae nemo jure reprehendat_.[53]
Ma qual v'ha mezzo pi acconcio per iscrivere puramente? Il leggere
gli antichi autori. Essi erano disadorni, ci non ostante voleva, che
si leggessero, e chi si fosse avvezzato al loro stile avrebbe parlato
latinamente, anche senza avvedersene. N si debbono per adoperare voci
disusate, se non parcamente, e per adornamento: ma chi lungamente e
con molto studio avr letti i libri degli antichi adoprer s le parole
usitate, ma le pi scelte e le migliori. _Sunt enim illi veteres, qui
ornare nondum poterant ea, quae dicebant, omnes prope praeclare locuti:
quorum sermone assuefacti qui erunt, ne cupientes quidem poterunt
loqui, nisi latine. Neque tamen erit utendum verbis iis, quibus jam
consuetudo nostra non utitur, nisi quando ornandi causa, parce, quod
ostendam: sed usitatis ita poterit uti, lectissimis ut utatur is, qui
in veteribus erit scriptis studiose multumque volutatus._[54] N gli
bastava, che le voci fosser latine, ma la pronunzia altres voleva che
fosse Romana. _Quare cum sit quaedam certa vox Romani generis, urbisque
propria..... hanc sequamur; neque solum rusticam asperitatem, sed
etiam peregrinam insolentiam fugere discamus._[55] E questa pronunzia
Romana vuol, che s'impari dagli antichi; e perci loda Lelia moglie
di Q. Scevola, e suocera di L. Licinio Crasso appunto perch parlava
cos. _Equidem cum audio socrum meam Laeliam_ (_facilius enim mulieres
incorruptam antiquitatem conservant, quod multorum sermonis expertes ea
tenent semper, quae prima didicerunt_), _sed eam sic audio, ut Plautum
mihi aut Naevium videar audire...... sic locutum esse ejus patrem
judico, sic majores._[56]

Ora se Cicerone richiedeva, che gli antichi, bench rozzi e disadorni,
ad esempio si prendessero ed a modello di purit in una lingua, che
solo posteriormente si ingentil e perfezion col mutar forme e
desinenze moltissime, quanto pi dovrem noi farlo nella nostra gi
nel quattordicesimo secolo perfezionata? So che alcuni negano aver
la lingua Italiana avuta in quell'et la sua perfezione, e vantano
l'eleganza de' moderni scrittori, e le molte voci di che l'hanno
arricchita. Ma per non fare dispute vane osservo in prima, che in quel
secolo restarono determinate le propriet della lingua, la sua indole,
il vero significato delle parole, la conjugazione de' verbi, e le
altre parti tutte quante della lingua medesima; e ci io credo che sia
perfezionare la lingua. L'aggiugnere voci nuove la rende pi ricca, non
pi perfetta: e lo scrivere con eleganza mostra il valor di chi scrive,
il quale merita lode per averla bene adoperata. In questo senso dunque
io dico, che i moderni non le hanno data perfezione coll'eleganza de'
loro scritti. Confesso, che molti ve n'ha d'elegantissimi; e sono
quelli, che, lungo studio avendo fatto sugli ottimi scrittori Greci,
Latini, nostri, e se a Dio piace ancor dell'altre nazioni, hanno saputo
ritrarne molte bellezze, o col proprio ingegno crearne di nuove. Dico
per, che l'eleganza consiste nella purit della lingua, e nell'altre
parti dello stile. Ora quanto alla prima nulla hanno aggiunto, n
potevano i moderni aggiugnere a quello, che avevan fatto gli antichi; e
le seconde non appartengono alla presente disquisizione.

Ma torniamo ai dialetti d'Italia. A favore di questi si ricorda il
giudizio di Dante, il quale nel libro della volgare eloquenza dopo la
lingua, che a lui piacque di chiamare illustre, cardinale, aulica, e
cortigiana, preferisce il dialetto Bolognese agli altri tutti. Ed altri
osserva, che fra gli scrittori approvati dalla Crusca il maggior numero
di quelli, che non sono Toscani, son Bolognesi. Qual sar la ragione di
ci? Un celebre scrittore[57] l'attribuisce a quella Universit famosa
sopra ogni altra, alla quale accorrevano da ogni parte scolari in
numero grande, e professori insigni, che per intendersi scambievolmente
avranno fatto uso di una lingua comune. Ma, se mi  lecito di oppormi
in parte alla opinione d'un uomo cos grande, dir in primo luogo, che
Dante non poteva chiamar dialetto Bolognese quella lingua, la quale
si suppone, che gli scolari e i maestri parlassero fra loro: e che il
dialetto Bolognese esser doveva quello usato dai Bolognesi, non dai
forestieri. Dico in secondo luogo, che qualunque sia il motivo, perch
egli lo preferisse, ci  indifferente per la quistione, che s'agita
intorno alla lingua da usarsi comunemente in Italia scrivendo. Dante
parla del dialetto, che egli poneva innanzi agli altri, ma lo posponeva
a quella sua lingua illustre, cardinale, aulica, e cortigiana: ed io
cerco qual sia la lingua, nella quale si dee scrivere, ed  quella
appunto indicata da lui. E gi intorno all'opinione di Dante hanno
egregiamente ragionato i signori Rosini e Nicolini,[58] talch reputo
inutile l'aggiugner nuove parole alle cose dette da questi valentuomini.

Gli stessi dotti scrittori hanno altres risparmiata a me la fatica
d'esaminare un'altra sentenza da altri valentissimi sostenuta. Vuolsi
da alcuno, che sia in Italia una lingua scritta diversa dalla lingua
parlata come dicono, cio una lingua, che adoperano i savj ed eleganti
scrittori diversa da tutti i dialetti, che nelle diverse parti d'Italia
si parlano. Io reputo inutile il ripeter qu ci che acutamente si
 disputato nei libri test allegati. Ricorder solamente, che la
pura lingua, nella quale si scrive,  quella stessa, che favellando
si usa in Toscana dalle colte persone. Qualche non grave differenza
in poche cose della conjugazione de' verbi, non  ci che forma la
diversit d'una lingua, come  stato detto, ed io ripeto. Oltre a ci
io domando, quando si form questa lingua che dicono scritta? Quali
sono gli antichi documenti, che facciano testimonianza di questo
fatto? Come avvenne ci? Forse molti uomini dotti si unirono in un
congresso? Ma niuna cronica o storia ce ne parla. Forse gli Italiani
dispersi determinarono questa lingua? Ma questo parmi impossibile: n
veruna nazione antica o moderna ci offre un esempio di cos singolare
avvenimento. E se gli uomini dispersi per l'Italia crearono questa
lingua tanto diversa dalle nate par che dovessero esser solleciti
di scriverne le regole, cio una grammatica: ma le prime grammatiche
Italiane sono del cinquecento come ognun sa, per opera del Fortunio e
del Bembo. E questi primi grammatici non sepper nulla di quel primo
accordo, ma i precetti ne cercarono negli antichi autori Toscani. E
per qual motivo fu creata questa lingua? Gli uomini dotti sdegnavano
di scrivere intorno alle scienze, fuorch in latino. Il volgare era
destinato a cose, che riputavansi di poco momento, versi d'amore,
croniche, libri spirituali, qualche laude spirituale, romanzi,
novelle, libri di mascalcia, ed altrettali cose per gl'inletterati.
I frammenti di storia impressi dal Muratori nelle Antichit Italiane
sono scritti nel dialetto Napoletano, o molto simile al Napoletano. I
Veneziani autori di croniche citati dal Foscarini hanno usato il lor
volgare: e fecero cos i lor viaggiatori. A me parrebbe, che questi
scrittori avrebbero adoperato altrimenti se stata vi fosse una lingua
comune a tutta l'Italia, per universale consentimento destinata per
le produzioni letterarie. La Toscana incomparabilmente pi d'ogni
altra parte di Italia somministra autori delle cose test indicate, e
questi scrissero nel lor volgare, il qual volgare presto si condusse
a quella perfezione, che vediamo nel trecento per opera d'alcuni, che
seppero scegliere le forme migliori fra quelle usate dal volgo. I
forestieri invaghiti di quello stile lo imitarono, e pi felicemente
forse i Bolognesi. Ci pu ripetersi forse da due ragioni. La prima
 l'universit, che richiamando col alcuni Professori, e parecchi
scolari Toscani essi avranno parlato la loro lingua, ed avranno
portato con loro le rime di fra Guittone, di Guido Cavalcanti, e degli
altri poeti di quell'et, e storie, e volgarizzamenti dal Latino,
e libri ascetici. La seconda  la vicinanza, e il commercio con
Firenze, che dovea produrre lo stesso effetto. Si aggiunga a questo,
che _gli antichi rimatori Bolognesi si veggono quasi tutti usciti di
riguardevoli parentadi_, come osserva il Dottor Gaetano Monti parlando
d'Onesto degli Onesti,[59] e le loro ricchezze forse, agevolarono
ad essi il modo di conversare cogli uomini dotti, e di comprar le
opere de' nuovi Autori Toscani. La lingua, che alcuni chiamano comune
altro non , che la lingua Toscana spogliata, come ragion vuole dalle
irregolarit del volgo, e dai riboboli. Le sue regole sono esposte
nella Grammatica, e il Vocabolario della Crusca comprende una parte
grandissima delle sue voci unita ad altre molte, che son poste l per
giovar alla storia della lingua, e all'intelligenza degli antichi
scrittori; altrimenti sarebbe gi avvenuto delle opere loro ci che de'
versi saliari avvenne in Roma, i quali col volger de' secoli pi non
si intendevano. Lo stesso dotto scrittore test citato per quell'amore
della gloria d'Italia, che lo anima, vorrebbe, che i Principi tutti
d'Italia adoperassero favellando questa lingua da lui chiamata comune,
e mostrassero desiderio, che tutti quelli, che li attorniano facessero
lo stesso, ed ordinassero, che in questa lingua s'insegnasse ogni
scienza nelle universit, e nelle accademie, ed egli ha speranza, che
le gentili persone non terrebbero altro linguaggio familiarmente, ed i
dialetti rimarrebbero solamente alla Plebe. Ma io dubito forte che, ove
ancora ci si eseguisse, non per questo si avrebbe una lingua comune,
regolata, stabile, e per tutta l'Italia diffusa. Fin da principio quel
linguaggio usato alla Corte non potrebbe essere scevro affatto da ogni
tinta del dialetto nazionale, e il linguaggio della Corte di Torino
non sarebbe lo stesso, che quello praticato alle Corti di Milano, e di
Firenze, e di Napoli; e questa diversit anderebbe sempre crescendo,
talch dopo forse cinquant'anni ogni paese avrebbe due dialetti
diversi, uno cio delle gentili persone, l'altro della plebe.[60] N
mai vi sar la necessaria uniformit di lingua, se non si ha un canone
uniforme per tutti, di cui sia custode un'accademia residente in
quella parte, il dialetto della quale sia appunto quella lingua comune,
o pi d'ogni altro vi si accosti, cio in Toscana.

Non nega il Sig. Cesarotti, che quell'accademia risieda in Toscana,
anzi in Firenze: ma vuol che abbia altri accademici d'ogni nazione con
parecchi cooperatori, i quali colgano il meglio di ogni dialetto per
arricchirne la lingua comune. Ma ciascuno di questi accademici mandando
parole, e modi di dire della sua patria vorrebbe poi, che i suoi scelti
fossero a preferenza di quelli di altre nazioni; e quindi nascerebbono
letterarie discordie interminabili, che farebbono perire la nuova
accademia sul primo suo nascere. In fatti non so comprendere, come non
volendo egli, che altri ubbidisca all'accademia della Crusca, speri
poi che ognuno sia per esser ligio di questa sua, e che i Toscani, i
Lombardi, i Piemontesi debbano accogliere facilmente le voci tolte
dalla lingua Napoletana, Siciliana, e Genovese, mentre parecchie delle
loro ne vedrebbono rigettate.

Ogni lingua aver deve certe regole altrimenti ne nascerebbe una
confusione intollerabile, e presto se ne altererebbe l'indole e
la natura. La Toscana ebbe nel secolo decimoquarto tre scrittori
prestantissimi, cio Dante, Petrarca, e Boccaccio, che destarono
l'ammirazione universale colle opere loro, le quali andavano per le
mani di tutti. Essi furono padri della lingua, perch seppero scegliere
le forme migliori energiche delicate piacevoli. Ma non furono i
soli. Il B. Giovanni da Ripalta, Fra Bartolomeo da S. Concordio, Fr.
Domenico Cavalca, Fr. Jacopo Passavanti, i tre Villani, Francesco
Sacchetti, S. Caterina da Siena, Guido Cavalcanti, Cino da Pistoja, e
parecchi altri, oltre agli anonimi autori delle novelle antiche, del
volgarizzamento delle vite de' SS. Padri, e pi altri ebbero forza,
grazia, e vaghezza. Da questi scrittori principalmente si trassero le
regole di nostra lingua per opera del Fortunio e del Bembo, come ho
detto. N si pretende con ci, che tutto sia perfetto ci che procede
da quelle fonti, n che ora sia disdetto d'aggiunger nulla alla nostra
lingua. Il Salviati, contro al quale si fa da alcuni tanta guerra, reca
alcune scorrezioni, che negli scritti degli antichi si trovano,[61]
n certamente le approva; e il Corticelli parlando di certa maniera
irregolare usata da Fr. Giordano dice cos. _Non si vogliono imitare,
essendo anzi errori che no. Lasci scritto un valentuomo_,(lo Scioppio)
_che queste figure sono pretesti inventati da' Grammatici per iscusare
i fatti, ne' quali sono talvolta incorsi per umana fiacchezza anche i
pi celebri Autori._[62] Non si vogliono per condannare n pure tutte
le irregolarit, le quali quando sono adottate da parecchi sono veri
vezzi di lingua. Non ammette i vezzi di lingua il Sig. Cesarotti;[63]
ma ogni lingua li ha, e quelle principalmente, che vantano maggior
numero d'eleganti scrittori: e se questi si tolgono dalle opere loro se
ne torr una gran parte della bellezza. Non  vietato, come ho detto
pur ora, d'aggiunger nulla alla lingua. _Chi pu negare_, dice il Sig.
Cesarotti, _che il Firenzuola, il Gelli, il Caro, il Castiglioni, e
varj altri non avessero e castigatezza, e grazia? Ma i loro vocaboli,
i loro modi erano gli unici? La lingua, lo stile eran fissati in
perpetuo? Qu sta il torto della Crusca._[64] Qual torto? Quando  che
la Crusca abbia detto, che quegli scrittori fossero gli unici, e la
lingua, e lo stile fossero determinati in perpetuo? La Crusca ad ogni
nuova edizione del Vocabolario ha fatto lo spoglio di nuovi autori, ed
ha adottate nuove parole, e nuovi modi di dire. N mi si opponga la
guerra ingiustamente mossa al Tasso; perch quella non fu guerra della
Crusca, ma dell'Infarinato, e dell'Inferrigno.

Ma ormai troppo a lungo mi sono trattenuto su ci, e molto mi
rimarrebbe a dire su quest'opera. Vorrei almeno parlare del Vocabolario
Italiano da lui progettato; ma l'esporlo, ed esaminarlo accuratamente
richiederebbe troppo lungo discorso. Dir solo esser questo un lavoro
immenso necessariamente difettoso per la stessa sua vastit, n tale da
poter mai conciliare le discordi opinioni dei Letterati.

Anche il Muratori nella perfetta poesia Lib. 3. Cap. 8. prese a
sostenere, un solo essere il vero ed eccellente linguaggio d'Italia,
che  proprio di tutti gl'Italiani, il quale per lui non  il Toscano,
ma bens comune a tutti, e da tutti usato scrivendo. Il Salvini, per
gli si oppose con molta forza nelle annotazioni, e difese la causa
della lingua Toscana. Pi ampiamente la difese il P. Rosasco nell'opera
test citata,[65] e nel tempo medesimo combatt il Salvini, il quale
nel calor della disputa lodando molto gli Scrittor del trecento deprime
forse soverchiamente i moderni. Concede a quell'aureo secolo maggior
purit ed una certa grazia, che altri poi nell'et posteriori non
ha mai potuto perfettamente ritrarre, ma loda altres gli scrittor
pi recenti, che di molte voci, e di molti modi l'hanno arricchita.
Quindi parla appunto della facolt d'aggiugnere voci nuove, e mostra
quali sieno gli avvertimenti che debbonsi avere facendolo. Questa
facolt per egli concede ai Toscani, ed ai Fiorentini massimamente.
Io confesso, che amerei d'essere alquanto meno severo. I termini, che
appartengono alle arti, ed alle scienze, non solamente si possono, ma
si devono adoperare: e sarebbe ridicolo quel Geometra, che ricusasse di
dire _coseno_ e _cotangente_, e quel Chimico che non volesse nominare
l'_idrogeno_ e l'_ossigeno_, perch non sono nel vocabolario queste
parole. Riguardo alle altre voci, se queste mancano per esprimere
qualche concetto (il che avviene rade volte a quelli che sanno ben
maneggiare la nostra lingua) credo, che ognuno possa usar nuove
voci; l'adottarle per spetta all'Accademia della Crusca. Parecchi
oppositori scrivono ci che cade loro gi dalla penna senza riflessione
riguardo alla lingua, e poi vorrebbero, che le cose per essi scritte
fossero in ogni parte perfette, e chiaman pedanti chi ardisce trovarvi
alcun difetto. Non sarebbe per difficile il dimostrare, come
essendo pi castigati sarebbero stati pi eleganti. Ma chi ha data a
quell'Accademia la facolt di seder giudice nel fatto della lingua?
Gliele han data la necessit d'avere un giudice per conservarne la
purit, la convenienza, che questo giudice sia in Firenze, il possesso
d'oltre a due secoli, il consenso di molti ottimi scrittori, le
gloriose fatiche da essa sostenute a pro della medesima.

NOTE:

[34] Verona, 1737.

[35] Gigli Reg. per la Tosc. Fav. nella pref.

[36] Cinquantasei sono le Accademie, delle quali si hanno lettere
d'approvazione unite al Vocabolario Cateriniano stampato per la seconda
volta colla falsa data di Manilla, ed alla sua vita.

[37] _Girolamo Gigli ne' suoi scritti ebbe solo per fine di
satirizzare, il qual mestiere egli appieno non intendeva per voler
troppo caricare, non gi per istruire perch di simili materie egli non
era capace, e il suo studio non era altro che nel Vocabolario, o in
qualche Gramatica. Benvoglienti presso il P. Ildefonso Del. degli erud.
Tosc._ T. 2. p. 192. Egli non la perdon n pure alle Accademie della
sua patria come si raccoglie da una lettera inedita del Marmi, che fra
poco sar pubblicata, n ad alcuno de' pi insigni letterati, come
Nicol Amenta, e il Canonico Crescimbeni.

[38] _Quint. Inst. Orat. Lib._ 1. _Cap._ 9.

[39] _Peto, Csar, et a te, et ab his, qui mea volumina sunt lecturi,
ut si quid parum ad artis grammatic regulam fuerit explicatum
ignoscatur. Vitr. lib._ 1. _Cap._ 1. in fin.

[40] _Quint. Inst. Orat. Lib. 7. Cap. 1._ in fin.

[41] Quint. Lib. 1. Cap. 5.

[42] Phil. 13. Cap. 19. e nella Filippica 3. Cap. 9. riprende lo stessa
Antonio per quelle parole da lui dette, _nulla contumelia est, quam
facit dignus_.

[43] Benvoglienti presso il P. Ildefonso _Deliz. degli erud. Tosc._ T.
2. _p._ 239. _e_ 241.

[44] _Cesarotti Rischiar. Apol._ fra le sue Opere T. p. 261.

[45] Anzi a lui non  bastato ci, ma ha creduto d'aver fatto assai
meglio di loro. Riguardo ad Omero non ne recher esempj, perch ad
ogni tratto si posson vedere nelle sue annotazioni all'Iliade. Dir
perci solamente d'Orazio. A quelle parole _post certas hiemes uret
Achaicus ignis_. Lib. 1. Od. 16. (che per altri  la 15.) v. 35. egli
fa quest'annotazione. Questa chiusa  languida; dopo un tuono tutto
profetico si termina con una frase istorica, e si abbandona Paride nel
punto pi importante. Meglio, _per te fellon fia cenere_.

[46] Op. T. 1. p. 23. 25.

[47] Vedi Werheyx excurs. in dial. Antonin. in calc. Anton. lib. ed.
1774.

[48] _Ivi_ p. 137. 138.

[49] Cic. Pro Archia.

[50] Contr. Hr. in Proem.  3.

[51] _Cic. de Orat. Lib._ 5. _Cap._ 10.

[52] Ivi Cap. 14.

[53] Ivi Cap. 11. Tiberio dovendo usare la parola _monopolium_ ne
domand perdono: e in un decreto essendosi adoprato _emblema_ volle,
che se ne sostituisse un'altra, che fosse latina, e non trovandosi si
esprimesse _pluribus et per ambitum_, con pi lungo giro di parole. Non
sarebbe difficile l'aggiugnere pi altre autorit somiglianti.

[54] Ivi Cap. 10.

[55] Ivi Cap. 12.

[56] Ivi

[57] Conte Napione luog. cit. T. 2.

[58] Rosini _risposta ad una lettera del Cav. Vincenzo Monti Pisa_.
1818. _Risposta_ del medesimo _ad una lettera del Sig. Conte Galeani
Napione di Cocconato._ Ivi 1818. Nicolini _Discorso_.

[59] _Fantuzzi Scritt. Bol._ T. 6. p. 181.

[60] Sarebbe per desiderabile, che almeno le leggi, gli editti, e
in una parola tutto ci che si stampa a nome di chi governa fosse
purgatamente scritto. Ma per grande sventura s fatte cose si vedono
sovente in modo al tutto barbaro. Vuolsi per dar molta lode al
Signor Conte Vaccari, il quale mentre era in Milano Ministro degli
affari interni volle porre qualche riparo a questo obbrobrio, ed
esort il Signor Giuseppe Bernardoni a compilare un _elenco d'alcune
parole oggid frequentemente in uso, le quali non sono ne' vocabolarj
Italiani_. Questo elenco fu stampato a Milano il 1812.

[61] Avv. T. 1. lib. 2. Cap. 10.

[62] _Cort. Reg. ed Oss. della ling. Tosc. lib._ 2. _Cap._ 17.

[63] Luogo citato p. 23. e 101.

[64] Luogo citato p. 209.

[65] Della ling. Tosc. dialog. 5. 6. e 7.




              _Delle Grammatiche della Lingua Italiana._

                              ~CAPO~ VI.


Ma passiamo ormai a vedere gli studj degl'Italiani pi direttamente
relativi alla nostra lingua, e cominciamo dalle grammatiche. Francesco
Maria Zanotti scrisse elementi di grammatica a' quali aggiunse
un ragionamento sopra la volgar lingua,[66] che intitol ad una
prestantissima Dama Bolognese.  questa un'operetta elementare, come
lo stesso titolo avverte, che offre solamente le regole principali,
e pi necessarie a sapersi intorno alle diverse parti dell'Orazione.
Non dir scevra la sua grammatica da ogni difetto: e per esempio non
sa piacermi, che egli tolga dai verbi il modo ottativo, e ponga nel
congiuntivo i suoi tempi. Ma forse egli ebbe in animo di sacrificare
in parte l'esattezza in grazia della brevit, che dirigendo i suoi
insegnamenti ad una giovinetta era necessaria, e perci pure lasci di
aggiungere tutti que' tempi nei quali entrano i verbi ausiliari. Certo
 che con quel suo metodo la conjugazione de' verbi  brevissima, e
tutta la sua grammatica occupa poche facciate. Pi a lungo scrisse la
sua grammatica il P. Benedetto Rogacci della Compagnia di Ges.[67] Le
sue regole sono esatte, e bastevolmente diffuse. Avrei per voluto, che
non avesse fatti egli stesso gli esempi, ma si gli avesse tratti dagli
autori approvati. Assai lungamente altres scrisse Girolamo Gigli
le sue lezioni[68] e le _Regole per la Toscana favella_.[69] Ha per
qualche errore, come l dove ammette, che dicasi poeticamente _dee_, e
_stea_ in luogo di _dava_, e _stava_ prima, e terza persona singolare
dell'imperfetto dell'indicativo, e nel plurale _deano_, _steano_, in
vece di _davano_, e _stavano_. Nelle lezioni altres appoggiandosi ad
un esempio di Dante vorrebbe, che _lui_ usar si potesse in caso retto.
Ma il Manni nelle lezioni (Lez. 5) mostra che quell'esempio ed altri
parecchi citati dal Cinonio, e dal P. Daniello Bartoli sono errati e
tratti da ree stampe.

Fra le Grammatiche si possono annoverare le _lezioni di lingua
Toscana_ di Dom. Maria Manni[70] da me citate test, nelle quali egli,
quantunque non prenda ad esaminare tutte quelle minute cose, che
nelle Grammatiche si richiedono, pure di tutte la parti dell'Orazione
tenendo ragionamento moltissime belle avvertenze ricorda ed utilissime.
Ed io vorrei, che questo libro avessero frequentemente tra mano
principalmente i giovani dopo di aver bene appreso in altri libri
le prime regole della lingua intorno alle declinazioni, ad alle
conjugazioni.

La megliore e sopra ogni altra pregiata grammatica  quella del P.
Salvatore Corticelli Barnabita Bolognese. Precisione di metodo,
esattezza di regole, chiarezza nell'esporle, abbondanza di ottimi
esempj sono i suoi pregi. Niuno errore credo che vi si trovi,
quantunque vi si possa far di leggieri qualche aggiunta; poche per, e
non di molto momento. Ne dar qu pochi esempi. Nel Libro 1. Cap. 36.
dove trattando de' verbi anomali della seconda conjugazione parla del
verbo _cadere_ nel preterito indeterminato dell'indicativo leggiamo
_caddi_, _cadesti_, _caddero_, _caddono_, _e caderono_. Ma nella prima
persona del singolare vi ha ancora _cadei_. Tasso _Ger. Lib. C._ 8.
_St._ 25. e nella terza _cad_, come dice il Cinonio, che cita il
Villani. Nelle osservazioni sopra la terza conjugazione parlando de'
verbi _chiedere_, e _mettere_ si vuol aggiungere al preterito del primo
_chiedei chied_, e poeticamente _chiedeo_, onde il Casa disse: _di
quella, che sua morte in don chiedeo, Son._ 35. e al preterito del
secondo _messe_, di che ha il Cimonio (De' ver. Cap. 17.) tre esempi,
e uno se ne ha nelle annotazioni. Se ne pu aggiungere un quinto del
Berni, cio: _Onde al fin l'Argalia messe di sotto. Orl. Inn. Lib._
1. _Cant._ 2. _St._ 68. Ma queste, e poche altre simili mancanze non
detraggono punto di lode a questa Grammatica, che certamente  la
migliore di quante ne abbiamo.

Parla prima delle parti dell'Orazione, poi della costruzione, e
finalmente del modo di pronunziare, e dell'ortografia. Gli esempj sono
tutti presi dagli Autori, che fanno testo in lingua. A questi ne ha il
Corticelli aggiunti tre, cio i discorsi di notomia del Bellini, le
prose del P. Alfonso Nicolai Gesuita Lucchese, e la vita di S. Ignazio
del P. Antonfrancesco Mariani Gesuita Bolognese, oltre agli autori di
cose grammaticali come l'Amenta, il P. Bartoli, ec. che non entrano in
questo novero. Or questa scelta  contrassegno del fine giudizio del
Corticelli, perch quegli scrittori sono purissimi, e i primi due con
pi altri furono poi dall'Accademia Fiorentina scelti per esser citati
nella nuova edizione del Vocabolario secondo il partito preso nel 1786.
ed il terzo non era indegno d'essere in quel numero collocato.

Parecchie altre Grammatiche di nostra lingua hanno veduta la pubblica
luce nel Secolo decimottavo[71]. Ma io contento di aver qu ricordate
quelle, che o pe' loro pregj, o per la celebrit de' loro autori
richiedevano special menzione tralascer le altre, e passer ad
indicare altre opere, che a questo genere si posson riferire. Tali
sono le annotazioni del Baruffaldi e del Cavalier Baldraccani al
Cinonio,[72] le quali per non si vogliono avere in molto pregio.
Tali sono le osservazioni di Nicol Amenta sul _Torto, e diritto del
non si pu_ del P. Bartoli[73] nelle quali egli rileva ogni error
commesso da questo Scrittore. Ma l'Amenta altres non fu esente da
qualche errore, onde ebbe poi il suo censore in Giuseppe Cito. Degli
avvertimenti grammaticali stampati in Padova, e poi altrove pi volte,
non dovrei far parola, perch sono opera del Card. Sforza Pallavicini,
e perci appartengono al secolo decimo settimo. Ma non debbo tacere,
che in nuova forma, e d'alquante aggiunte arricchiti vider la luce per
opera d'ignoto editore, che si cel sotto il nome Arcadico di Alcindo
Menonio[74]. Finalmente alcune piccole operette polemiche di Lucchesi
Scrittori domandano d'esser per me ricordate. Alcuni uomini letterati
si radunavano nella bottega del librajo Frediani di Lucca, e solevano
per loro studio far critiche osservazioni su componimenti, che uscivano
in luce, notando ci che in essi trovavano degno di lode o di biasimo.
E siccome stavano con un'anca sopra l'altra per criticare, perci essi
per ischerzo chiamarono quella loro adunanza, Accademia dell'Anca. Ci
fu nel millesettecento dieci o in quel torno[75]. Erano di questo
numero Angelo Paolino Balestrieri valoroso Poeta, Matteo Regali
Medico, e buon Poeta, e delle cose di nostra lingua intendentissimo,
il P. Sebastiano Paoli, e il P. Alessandro Pompeo Berti uomini di
gran dottrina ed erudizione, come tutti sanno, e forse altri. Avvenne
un giorno che in quest'Accademia fu criticato in qualche cosa di
ortografia un poetico componimento di Donato Antonio Leonardi, che era
anch'egli pregevol Poeta. L'ira ne' poeti si desta facilmente, e il
Leonardi mal sofferendo quella critica volle difendersi, e pubblic il
_Dialogo dell'Arno e del Serchio, sopra la maniera moderna di scrivere
e di pronunziare nella lingua Toscana dell'Accademico Oscuro. Perugia
presso il Costantini_ 1710. in 12. Da Matteo Regali celato sotto il
nome di Accademico dell'Anca, gli fu risposto col _Dialogo del Fosso
di Lucca, e del Serchio di un Accademico dell'Anca in risposta al
Dialogo dell'Arno. ec. Lucca presso Pellegrino Frediani_ 1710. in.
8. Punto il Leonardi da questo libro vi oppose la _Dieta dei Fiumi
tenuta l'Anno_ 1711. _per fare il processo al Fosso di Lucca per aver
pubblicata una critica derisoria, e mordace contro il Serchio suo
padre. Dell'Accademico Oscuro. Macerata per Michele Angelo Silvestri_
1711. in 8. E a questa nuova sua produzione replic il Regali con _il
Filofilo dialogo di un Accademico dell'Anca in risposta alla Dieta
de' Fiumi dell'Accademico Oscuro. Lucca pel Frediani_ 1712. in 8. N
la disputa and pi oltre, perch mentre si stampava questo libro,
il Leonardi mor. La questione a dir vero era di poco momento nella
sua origine, non trattandosi che d'un raddoppiamento di consonanti in
una parola, ma volendo favellarne con qualche generalit offerse al
Regali l'occasione di far conoscere il suo molto sapere, e l'erudizion
sua nelle cose della lingua, e quanta pratica avesse de' buoni
Autori. Deboli al contrario, e insussistenti erano le opposizioni del
suo avversario, il quale non sentiva molto avanti in questa parte
d'erudizione. Pi altre dispute si destarono nel secolo decimottavo
intorno a cose grammaticali, onde abbiamo parecchie opere polemiche,
come del Biscioni, e del Bracci sull'edizione de' Canti Carnascialeschi
da questo procurata in Lucca con falsa data di Cosmopoli,[76] il
parere sulla voce _occorrenza_,[77] la Giampaolagine del Tocci,[78]
ed altri simili. Anzi fino i Tribunali furon talvolta costretti a
decidere intorno a somiglianti controversie, e della voce _majorasco_,
se significhi _primogenitura_, come vuol la Crusca, o _primogenito_
come usano i Senesi, decise la Rota Romana a favore di Siena[79]. Il
Gigli dice, che con ci quel Tribunale venne a dichiarare, che la
_Crusca non ha la potest di Adamo di dare i nomi alle cose_[80]. Il
che  vero;  per altrettanto vero, che i Tribunali hanno forza nel
Foro e in ci che dal Foro dipende, ma nelle cose della lingua non ne
hanno alcuna. Queste ed altre quistioni lascier da parte, perch sarei
infinito se di tutte parlar dovessi, bench brevemente. E gi aspettano
il mio discorso cose maggiori, e pi ardue, e di maggior celebrit:
voglio dire i Dizionarj.

Prima per che io passi a far parola di questi debbo far menzione
d'un libro, che pu ugualmente fra le Grammatiche annoverarsi e fra
i Dizionarj: voglio dire le cento osservazioni del Canonico Paolo
Gagliardi.[81] Pi e diversi oggetti a Grammatica appartenenti egli vi
prese a trattare, come per avventura gli si presentavano alla mente;
ora d'alcune voci, ora dell'articolo, ora di certe irregolarit nella
costruzione, e via dicendo. Intorno alle quali cose d sottili ed utili
avvertimenti, e spesso emenda i pi solenni Grammatici, ed anche il
Vocabolario della Crusca. Il che fa sempre coll'autorit de' buoni
scrittori, essendo amantissimo della purit della lingua, come ragion
vuole. Laonde io reputo commendabile l'opera sua molto: e solo mi
rincresce, che non abbia vie maggiormente accresciuto il numero delle
sue osservazioni.

NOTE:

[66] Zanotti Op. T. 7.

[67] _Pratica e compendiosa istruzione a' principianti circa l'uso
emendato ed elegante della lingua Italiana, Roma_ 1711., _e di nuovo
Roma_ 1765. in 12.

[68] Lezioni di ling. Tosc. Venezia 1722. in 8.

[69] Roma 1721. in 8.

[70] _Lezioni di lingua Toscana dette nel Seminario Arcivescovale di
Firenze. Firenze_. 1737. in 8.

[71] Il P. Zaccaria nella _Storia Letteraria_ T. 3. p. 377.
sull'autorit del Vincioli attribuisce al Muratori una Grammatica
intitolata: _Nuovo metodo per imparare la lingua Italiana in poco
tempo_. Ma siccome non se ne fa menzione nella sua vita scritta dal
nepote, n dal Tiraboschi nella Biblioteca Modenese credo che ci sia
errore. Lasciando questa, che almeno  incerta, altre grammatiche si
posson citare, e fra l'altre le seguenti. _Trattato sopra le regole
per parlare e scriver Toscano di Gio. Battista Pucci. Siena_ 1767.
_in_ 8. _Nuovo metodo per la lingua Italiana estensivo a tutte le
lingue di Girolamo Andrea Martignoni. Milano_ 1755. T. 2. in 4. Non m'
riuscito di vedere quest'opera, n so se propriamente essa debba essere
annoverata fra le Grammatiche. _Corso Teorico di lingua Italiana, e
Logica dell'Ab. Idelfonso Valdastri. Guastalla_ 1783. in 4. L'autore
ragiona filosoficamente intorno alla lingua, il che succede quasi
sempre con vantaggio pi apparente che reale. _Prospetto de' Verbi
Toscani regolari, e irregolari di Gio. Battista Pistolesi. Roma_ 1761.
in 4. L'opera del Signor Pistolesi  lodevole, ma dee cedere il primato
a quella del Signor Abate Mastrofini. Di questa io non parlo, perch 
pubblicata nel secolo presente, che io non ho preso a considerare.

[72] _Osservazioni della lingua Italiana raccolte dal Cinonio in
questa nuova edizione accresciute dall'Accademico Intrepido_ (Girolamo
Baruffaldi) _Ferrara_ 1709. in 4. e di nuovo colle annotazioni del
Cavalier Baldraccani. Venezia 1722. in 4. Il Baruffaldi avea preparate
altre aggiunte al Cinonio e per questo motivo fece un trattato del
nome, che  rimasto inedito. _Zacc. Stor. Lett._ T. 14. p. 355. Era
riserbata al chiarissimo Sig. Cavaliere Luigi Lamberti la gloria
di dare all'opera la desiderata perfezione, il che egli ha fatto
nell'edizione di Milano del 1809. in 4. vol. 8.

[73] Napoli 1717. T. 2. in 8.

[74] _Idea Generale del Vocabolario della Crusca, ed osservazioni
intorno alla moderna ortografia Italiana con un piccolo trattato
della Poes. Ital. agli studiosi scolari della Citt di Foligno, Ozio
d'Alcindo Menonio. Foligno_ 1756. _in_ 4.

[75] _Quadrio Stor. e Rag. d'ogni Poesia_ T. 1. p. 75. e _Mazzucch.
Scritt. Ital._ T. 2. p. 673. il quale corregge I. Iarchio _Specim.
Hist. Ac. Ital._ il quale fa fiorire questa Accademia nel secolo
decimosettimo.

[76] _Parere_ (del Canonico Biscioni) _sopra la seconda edizione
de' Canti Carnascialeschi. Firenze. Moucke_ 1750. _in_ 8.--_I primi
due dialoghi di Decio Laberio_ (Ab. Rinaldo Bracci) _in riposta, e
confutazione del parere del Sig. Dottore Antommaria Biscioni sopra la
nuova edizione de' Cantici Carnascialeschi, e in difesa dell'Accademia
Fiorentina. In Culicutidonia per Maestro Ponziano di Castel Sambucco_
(Lugano per l'Agnelli) 1750. _in_ 8.

[77] _Firenze pel Martini._ 1707. _in_ 4.

[78] _Colonia_ (Firenze) _nella Stamperia Arcivescovile_ 1708. _in_ 4.

[79] _Coram Reverendis. Molines in Romana Primogeniturae de Salviatis
super localibus et Tabulis pictis_ 28. _Iunii_ 1706.

[80] Voc. Cater. alla v. _Maggiorente_.

[81] _Cento osservazioni di lingua, nelle quali si spiegan diversi modi
particolari, usati dalla lingua Toscana. Bologna_ 1740. _in_ 12.




                    _Del Vocabolario della Crusca._

                              ~CAPO~ VII.


A me rincresce d'essere a quella parte dell'opera mia pervenuto, che
parmi pi d'ogni altra piena di pericoli e difficolt. Gravi guerre si
mossero contro il Vocabolario della Crusca fin dal primo suo nascere, e
queste guerre, anzi che spegnersi o diminuirsi, vanno sempre crescendo.
Ma l'ordine delle cose da me prese a trattare domanda, che io parli
de' Vocabolarj della nostra lingua, e perci di quello della Crusca;
n io posso ritrarmene. Dovr in alcune cose contraddire ad uomini
chiarissimi per dottrina e per ingegno, coi quali non posso in verun
modo essere paragonato. Combatter dunque con armi molto disuguali: ma
se in ci che sono per dire si potr desiderare maggior dottrina, spero
che non si potr desiderare maggiore urbanit.

Que' valentuomini, che nel 1691. procurarono la terza impressione
di questo Vocabolario presto si avvidero, che molto rimaneva da
fare, e che altri avrebbe dovuto procacciarne una quarta con molti
accrescimenti e correzioni. E cos avvenne appunto, perch dopo non
breve fatica si vide uscire alla luce nel 1729. colle stampe del Manni
il primo volume del Vocabolario tanto accresciuto ed emendato, che
questo solo contiene seimila nuove voci, o nuovi significati di voci.
Ma voglionsi commendare quegli Accademici per essersi adoperati di
correggere o accrescere quel libro seguendo l'orme segnate dai lor
predecessori, o pure doveano seguendo una via diversa l'opera tutta
riformare? Il Signor Conte d'Ayala vuole, che si sbandiscano gli esempj
tratti dagli Scrittori approvati, e dice, che l'Accademia _ giudice
supremo ed inappellabile in materia di lingua, ed ogni individuo 
ragionevolmente tenuto di sottomettersi alle decisioni di essa_.[82]
Cos mentre molti gridano contro un giogo, che l'Accademia per non si
 mai argomentata d'imporre altrui, questo scrittore le rimprovera di
non essersi tolta un'assoluta autorit. Egli cita l'Accademia delle
scienze e belle lettere, e doveva citare l'Accademia Francese. Ma non
s'avvide, che i Francesi per certo loro abito sono avvezzi a tener gli
occhi intenti a Parigi, ed a riverire e seguire ci che fassi col;
onde ricevono come giudizj senza appello quelli dell'Accademia. Ma in
Italia non  cos; ed ognuno di per se stesso pu le cagioni vederne
agevolmente. Oltre a ci egli non seppe, che nel tempo medesimo, in
cui scriveva s fatte parole, quell'Accademia si dipartiva dal primo
divisamento, ed imitando la Crusca si adoperava di raccogliere esempj
dagli autori pi purgati per una nuova impressione del suo Vocabolario.
La Crusca dunque fino dal suo cominciamento fece senno, fornendo di
buoni esempj le voci tutte, e le significanze diverse di tutte le voci,
quanto era possibile, ed ove mancavan gli esempj ricorrendo all'uso.

Ma niuno forse si vorr far seguace dell'avviso di questo scrittore,
e pi presto si biasima la scelta degli esempj. Quel vedere ad ogni
tratto citate tante vecchie leggende, e capitoli di compagnie, e
quaderni di conti, e l'oscurissimo Pataffio, e le rime non meno oscure
del barbiere Burchiello, ed altrettali libri, e vederli preferiti a
Filosofi gravissimi e ad altri scrittori di gran rinomanza, desta
non pochi lamenti. Se le lingue tutte sono a grandissime mutazioni
sottoposte, siccome tutti confessano, gli Accademici, che a lor potere
volevano allontanare s fatte mutazioni saviamente adoperarono,
determinando alcuni scrittori, che reputar si dovessero maestri e
modelli di lingua purgata: affinch, tenendo sempre in quelli rivolti
gli occhj, ognun potesse pi agevolmente ritornare sul diritto
cammino, se traviava. Questo, a mio giudizio,  il solo rimedio,
che pu riparare a quel corrompimento, che a poco a poco in tutte
le lingue s'introduce dalla incuria degli uomini, e dall'amor della
novit. Questo  forse il solo rimedio, che pu se non al tutto
impedire, almeno scemare quella ruina, che reca alla lingua d'una
nazione l'inondamento di stranieri conquistatori. Ma quali son gli
scrittori, che scegliere si dovevano all'uopo? Quelli son del trecento
primieramente, e poi gli altri che seguendo le lor vestigie pi vi
si accostano; il che reputo si possa assai bene dedurre dalle cose
dette nel capo quinto. Fra pi altre cose abbiam veduto, che Cicerone
altres raccomandava la frequente lettura degli antichi, bench rozzi
ed incolti. _Sunt enim illi veteres_ (giova qu ripetere le sue
parole), _qui ornate nondum poterant ea, quae dicebant, omnes prope
praeclare locuti: quorum sermone assuefacti qui erunt, ne cupientes
quidem poterunt loqui, nisi latine._ Lo stesso dicasi per noi, e con
pi ragione; perch Pacuvio e quegli altri non erano a gran pezza cos
eleganti, come parecchi de' trecentisti. Qu si tratta della purit
della lingua, e quanto a ci quegli antichi, quantunque disadorni se
vuolsi, hanno pi autorit, che i maggior bacalari della filosofia,
della storia, dell'eloquenza, e della poesia. Ma (dicono alcuni)
dovevasi almeno far grazia a parecchi scrittori di cose scientifiche,
e di quelle che alle arti appartengono: e tanto pi si doveva, perch
troppo  scarso nel Vocabolario il numero de' vocaboli delle scienze,
e delle arti. Io non negher che alcuni se ne debbano aggiugnere
a quelli, che fanno testo in lingua; parmi per che sia opportuno
andare a rilente. Avviene assai volte, che i pi solenni maestri di
queste facolt intesi tutti alle dotte loro speculazioni non abbiano
posto abbastanza studio nelle cose della lingua, o che scrivendo ne
trascurino la purit. Ed il chiarissimo signor Cavaliere Monti nella
sua _Proposta_ ricorda un dotto Mattematico, il quale con bel modo
fu fatto accorto di parecchi errori, in cui era caduto nelle sue
opere. I termini delle scienze e delle arti dipendono dall'arbitrio
degl'inventori, e sono proprj di tutte le lingue. Vorrei pertanto, che
si prendessero dagli scrittori approvati, se vi si trovano: altramente
si registrassero senza avvalorarli con esempj. Ma la sorgente
principale del Vocabolario debbono essere a mio giudizio i libri di
belle lettere e di storia, perch contengono voci e modi di dire
adattabili a tutto, e acconci a rappresentar quasi tutto.

Rimprovera il Sig. Cesarotti,[83] che sieno marcati indistintamente
colla lettera del disuso tanto quei termini antichi, che sono andati
in disuso per qualche difetto intrinseco, quanto quelli, di cui 
ci accaduto per semplice capriccio di novit. La stessa lagnanza
fece il Magalotti al Canonico Bassetti,[84] perch all'Accademia
la comunicasse. Questa per a mio giudizio adoper saviamente non
secondando il suo desiderio. Egli non vide, ed ora non ha veduto il
Cesarotti, che ove gli Accademici avessero indicate quelle voci, che
meritano d'esser novellamente poste in uso si sarebbero fatti giudici
in ci che spetta al gusto, il che essi a gran ragione non volean fare.
Ed ove l'avessero fatto quali rimproveri, quante critiche, quante
accuse non si sarebbono scagliate contro l'Accademia! Diciassette
di queste voci accenna il Sig. Cesarotti, e le reputa meritevoli
di quell'onore. Or quanti saranno per avventura, che opineranno
altramente! Quanti giudicheranno lodevoli parecchie voci, che egli
non approverebbe! Il Cavalcanti nella sua Rettorica condanna, come
disusata, la voce _misfatto_, n vuol che si adoperi: e pure niuno
creder ora, che questa voce non sia buona, ed avvedutamente si
astenga dal farne uso. Gli autori dei Dizionarj non debbono giudicare
di proprio arbitrio, ma secondo l'autorit degli scrittori approvati,
e se da' buoni scrittori sar adoperata alcuna di quelle parole, che
or sono disusate, in una nuova impressione l'Accademia torr quella
marca contro cui si mena tanto romore. Il secondo rimprovero , che
molte parole francesi sieno state poste nel Vocabolario, come giojelli.
Non per come giojelli vi sono state poste, n _perch le adoperino i
moderni, ma perch s'intendano gli antichi_,[85] e sono utili per la
storia della lingua. Pi altre accuse egli oppone al Vocabolario, che
tralascio perch non tutto posso dire, e perch se non m'inganno non
sono poi tanto gravi, che richiedano molto studio per dileguarle, e
se non erro si dileguano abbastanza colle cose, che fino ad ora per
me si son dette, o che sono per dire. N intendo con ci di tenere in
poco conto quell'uomo prestantissimo; ma dubito, che l'amore di libert
l'abbia forse talvolta ingannato.

Parecchi altri rimproveri si fanno da altri de' quali ricorder prima
quelli, che a me sembrano ingiusti, e poi dar luogo a quelli, che
anche per mio avviso sono ben fondati. Si dolgono alcuni che gli
Accademici sieno stati solleciti di registrare certe voci che hanno
due sensi fra lor contrarj, altre che dicono stroppiate, alcune turpi,
quelle che diconsi di stil furbesco, moltissime tolte dalla plebe,
talune nate da errore d'ortografia, e parecchi proverbj Toscani
oscurissimi. Ma cominciando dalle voci di doppio senso io domando,
qual v'ha lingua che macchiata non sia di questo difetto? Molto lo ha
quella principalmente, cui vuolsi concedere il primato sull'altre, cio
la Greca. Ora perch vorremo noi sgridar gli Accademici, se trovandolo
pur nella nostra non l'hanno tolto, essi che non si credono arbitri
della medesima, ma costodi? Lo stesso dicasi delle voci, che chiamano
stroppiate. I Greci ne ebbero tante che le distribuirono in certe
classi, cui dettero il nome di figure grammaticali, che sono l'aferesi,
la sincope, l'apocope, ed altre. Si rimprovera a cagion d'esempio
la voce _notomia_, che secondo la sua greca origine dovrebbe dirsi
_anatomia_. E per far grazia a questa parola non  bastato l'esempio
del Redi, che era medico grande, ed elegantissimo scrittore. N baster
forse l'autorit di Francesco Maria Zanotti, che l'adoper, non quella
di tanti altri, che pur l'usarono, non quella del dotto medico Andrea
Pasta, che le diede luogo nel suo vocabolario.[86] E vuolsi osservare,
che il Pasta compil quel suo vocabolario perch fosse di giovamento
ai medici non solo nel curare gl'infermi, ma eziandio nello scrivere
i consulti. Lo stesso dicasi di que' vocaboli, che derivano da errore
d'ortografia, come _anotomia_, _appostolo_, _munistero_, e simili altre
molte. S fatti corrompimenti si vedono pure nelle altre lingue, e
giova conservarli ne' vocabolarj, perch mostrano in parte l'indole
delle medesime, e l'affinit, che hanno fra loro le diverse lettere,
come si mutino, si aggiungano o si tolgano. Le quali cose sono da
apprezzarsi per la storia delle lingue medesime.  poi ufficio del
diligente scrittore lo sceglier quelle, che son migliori. Con maggior
timore parler delle parole turpi, contro le quali si grida a gran
voce, chiamando svergognato chi difende il Vocabolario. Io lodo quelli
che amano la modestia delle parole, ma supplico, che mi sia concesso di
dire, che tanta modestia non vuolsi usare in un vocabolario. S. Isidoro
era modello d'ogni virt, ma non si astenne dal ricordare e spiegare
ne' suoi libri dell'etimologie quelle voci, che il suo argomento
richiedeva. E il Forcellini esemplar sacerdote, e confessore nel
Seminario di Padova scrisse nell'insigne suo Lessico quelle parole, che
nel sacro tribunale della penitenza avrebbe condannate. S fatte parole
sono malvagie, o innocenti secondo le circostanze. Consiglierei per
gli Accademici a togliere dalla quinta impressione alcune di s fatte
voci, che furono inventate reamente per biasimevole scherzo, le quali
non debbono aver luogo nel tesoro della lingua. Non toglierei per
le parole, che diconsi furbesche, perch servono all'intelligenza dei
libri, e delle persone. Ancor pi ingiusto parmi il lamento pe' Toscani
proverbj, che vi si vedono in buon dato, e per le voci del volgo, o,
come dicono, di mercato vecchio. Al qual lamento rispondono abbastanza
le cose dette dai Signori Rosini e Nicolini, n fa di mestieri, che io
stemperi con pi parole le loro osservazioni. Io dunque non vorrei,
che si togliessero queste cose, n vorrei, che si aggiugnessero le
etimologie, tranne forse alcune pochissime pi manifeste, e scevre
d'ogni incertezza. Lo studio delle etimologie, ingiustamente spregiato
da alcuni,  utile, ma  soggetto a molti pericoli. Leggiamo il
Vossio, il Menagio, ed altrettali indagatori d'etimologie, e vedremo
in quali traviamenti sono caduti. N  necessario, che vi si accennino
quali parole ci son venute dall'ultimo settentrione per l'invasione
de' popoli barbari, quali ci ha date l'Arabia o direttamente per le
crociate o pel commercio, o indirettamente passando per mezzo d'altre
nazioni, alterate per secondo l'indole delle diverse lingue.

Altri rimproveri si fanno al Vocabolario, cio che molte voci e molti
significati vi mancano, che le definizioni non sempre sono esatte, che
gli esempj allegati hanno talvolta un significato diverso da quello,
che reca il Vocabolario: e gi parecchi esempj di questi difetti[87]
sono stati da scrittori chiarissimi indicati. Questi rimproveri sono
veri, e niuno  che non li debba riconoscer tali. Ma qual v'ha al
Mondo opera perfetta? Il P. Bergantini pubblic un volume d'aggiunte
al Vocabolario. Egli perci oltre agli autori approvati esamin il
Vocabolario stesso, e la sua prefazione, e ne trasse molte parole, che
gli Accademici dimenticarono di registrare. Quella prefazione non 
lunga, ed era da credersi, che niuna aggiunta potesse omai cavarsene
dopo di lui, e pure vi rimase all'Alberti di che spigolare, ed egli vi
trov la voce Grecit. Almeno dopo l'Alberti nulla vi sar restato. No.
V' la parola _appropiare_ in senso d'_assomigliare_, _paragonare_.
E dov' questa parola? In principio, cio l dove l'attenzione di
que' diligentissimi compilatori non poteva essersi stancata pel
lungo leggere. _Chiunque vorr considerare_ (cos comincia quella
prefazione) _l'umile cominciamento, che hanno avuto, e come poi col
tratto del tempo si sono andati accrescendo i Vocabolarj delle lingue
gi spente, vedr, che e' si possono a buona equit ai grandi fiumi
appropriare ec. Ma non cos va la bisogna nel fatto de' Vocabolarj di
quelle lingue, che tuttavia sono vive, e che da una intera nazione
si parlano; imperciocch questi si possono vie meglio assomigliare
all'Oceano ec._ E poco dopo, parlando de' vocaboli moderni e introdotti
dall'uso, gli Accademici dicono d'averne posti alcuni nel Vocabolario,
ma aggiungono che sono stati in ci alquanto parchi aspettando, che da
tersi e regolati scrittori sieno _nelle loro composizioni adottati_.
Ora la voce _adottare_ in questo senso non trovasi nel Vocabolario,
n nell'impressione di Verona, n nel Dizionario dell'Alberti, ma v'
solamente nel senso di _prendere alcuno per figlio_. Questi esempj
a mio giudizio fan chiaramente conoscere, che non v' diligenza,
che basti in simili cose, e che il tempo solo pu render perfetto,
e compiuto il Vocabolario, o piuttosto che esso non potr mai esser
perfetto.

Guari non and, che l'Accademia rivolse di nuovo le sue cure a questo
oggetto. Ai nove di Marzo del 1741. l'Accademico Rosso Martini lesse un
ragionamento per norma di una nuova edizione del Vocabolario Toscano,
che ora si  consegnato alle stampe.[88] Egli vuole che si cominci dal
procacciare i materiali pi importanti per s fatto lavoro, i quali
sono una ricca, e abbondante conserva di voci tratte da' buoni libri,
ed una regolata, e ordinata disposizione accompagnata da un accurato
esame di tutto quello, che si trova nella precedente impressione. I
Libri, da' quali si debbono trarre le buone voci e forme di dire o
sono antichi, cio del Secolo del 1300. e in quel torno, o moderni.
D quindi il catalogo di que' libri, che i compilatori della quinta
impressione o non videro, o esaminarono scarsamente; e gli antichi
sono 162., e 37. i moderni. Dai primi massimamente vuol che si prendan
gli esempj, e allora solo si ricorra ai secondi, ove non se ne abbiano
degli antichi. Vuol che gli esempj si aggiungano della formazione
dei tempi dei verbi irregolari. Fra le voci moderne altre son quelle
sdrucciolate (com'egli dice) nel volgar nostro, o dalla frequente
pratica co' forestieri, o dalla introduzione delle mode e de' costumi
stranieri, come _rimarcare_, _rango_, _dettaglio_, e queste si debbono
escludere. Altre son quelle, che da un uso pi regolato, e corretto,
e da accreditati e moderati scrittori vengono comprovate, adottate,
ed oramai comunemente ricevute, e di queste si vuol fare diligente
ricerca, ed aggiungerle. Crede, che si debbano aggiungere altres i
superlativi, diminutivi, vezzeggiativi, ed altrettali derivati, ove se
ne abbiano esempj. Esclude poi i nomi proprj, i termini dell'arti, ed i
latinismi, bench usati dagli antichi, quando per l'uso comune dei pi
regolati scrittori non sieno concordemente e costantemente approvati.
Parecchi altri avvisi egli d per accrescere il Vocabolario, e per
l'emendazione dell'edizion precedente, che stimo inutile indicare.
Voleva dunque il Martini, che la fonte principal delle voci fossero
gli scrittori del secolo decimoquarto, cio quello appunto di che si
lagnano i favoreggiatori della libert. Ma alle lagnanze parmi d'avere
abbastanza risposto superiormente. A gran ragione dunque voleva il
Martini, che nella impression nuova del Vocabolario da que' vecchi
padri e maestri si traessero gli esempj prima che dagli altri.


Non cos posso commendarlo dell'avere escluso i nomi proprj, e i
termini delle arti, e delle scienze. I primi si posson raccogliere
dall'uso e da molti libri di storia, di novelle, e simili, e di molti
era necessario determinare l'ortografia, e spiegare altri che sono
accorciativi, vezzeggiativi, o in qualunque modo alterati da' loro
primitivi. Non dir poi quanto fosse inopportuno l'escludere i secondi,
perch lo dice abbastanza l'universal desiderio, che da gran tempo li
richiede. So quanto  malagevole questa parte del Vocabolario, di che
dar un breve cenno in seguito. Pure era uopo, che questa difficolt si
vincesse, e vi si accinse con coraggio l'Alberti, come dir altrove.

Sarebbe qu luogo di narrar le vicende dell'Accademia della Crusca,
che fu dal Gran Duca Leopoldo unita all'Accademia Fiorentina. Ma
per una parte questo racconto domanderebbe lungo discorso, e per
l'altra parte io non potrei tesserne la narrazione e indagarne le
cagioni pi copiosamente o meglio di quello, che il chiarissimo Sig.
Cavalier Baldelli ha gi fatto in una sua lettera diretta al Signor
Ab. Denina.[89] Prima di quell'unione alcuni degli Accademici si erano
adoperati di raccogliere emendazioni, ed aggiunte al Vocabolario, e fra
questi si nominano il Casaregi, e Francesco Martini, le fatiche de'
quali  fama, che servissero ad arricchire l'edizioni del Vocabolario
Napoletana e Veneta.[90]

La nuova Accademia Fiorentina poi non rimase oziosa. Il P. Ildefonso
Frediani le present l'idea, e l'apparato pel nuovo Vocabolario
Toscano,[91] di cui debbo ora far parola. Molte cose tralascio da lui
proposte, che opportunissime sono al suo intendimento, ma sarebbe qu
inutile di ricordarle, e quelle accenner solamente, che sono pi
meritevoli di riflessione. Vuol che si aggiungano _le voci tecniche,
e queste si prendano tutte dal fondo della nostra lingua Toscana
finch si pu. In mancanza della voce Toscana, si prenda da quella
lingua, che l'abbia in proprio, avvertendo di preferire sempre tra'
varj idiomi quello che nel suono e nell'origine  pi analogo e simile
al nostro, e molto pi l'uso gi adottato da' respettivi professori
in Toscana o in Italia di tali voci, e procurando guanto  possibile
di toscanizzarle nell'inflessione, e nel suono_. p. 9. Stabilisce
inoltre, che si pongano le voci di tanti _e s continui ritrovamenti
forestieri attenenti agli agj, alle mode, ed al regno insaziabile del
lusso, e della delicatezza del vestire, delle mense, e d'ogni genere
di delizia_, le quali voci si prendano dagl'idiomi di que' paesi donde
tali ritrovamenti sono venuti, procurando di renderle all'orecchio
pi Toscane che sia possibile. A me pare, che troppo pretenda il P.
Ildefonso. Egli avvezzo fra le anguste pareti della sua cella non
sapeva quanto era vasto il campo delle mode, e quanto esse sieno
variabili, n credeva, che il Vocabolario di queste sole domanderebbe
parecchi ponderosi volumi. Io son di avviso, che registrar si debbano
le voci di questo genere, le quali da' buoni Scrittori sono state
adoperate, ed i nomi di quei ritrovamenti, che o per l'utilit loro, o
per qualsivoglia altro motivo sono durevoli, e lascerei perir gli altri
senza timore, che la lingua ne avesse danno. Riguardo poi alle altre
voci delle arti vuole, che si raccolgano dagli scrittori purgati, e dai
libri di matricole e di ragione di tali arti, dalle leggi, e finalmente
dagli scrittori meno purgati, e dagli artigiani, che le esercitano.
Confessa per, che una difficolt grande si incontra in ci, e
grandissima la prov l'Alberti mentre compilava il suo Dizionario
enciclopedico. Riguardo alle arti molte cose non solamente in diverse
parti dell'Italia, o della Toscana, come dice il P. Ildefonso, ma nelle
diverse contrade della stessa Citt come diceva l'Alberti, e tutti
posson provare, hanno diverso nome. Ma se io considero, che anche i
Vocabolarj delle altre lingue sono moltissimo mancanti riguardo alle
voci delle scienze, e delle arti, se riguardo il numero immenso di
queste voci, e il continuo variare dell'une e dell'altre, dubito che
pi utile sarebbe il compilare un Vocabolario separato per queste; del
quale potrebbe addossarsi l'incarico alcuna delle pi insigni Accademie
scientifiche dell'Italia. Ma son d'avviso, che dopo la fatica di
parecchi anni pubblicandosi vi si dovranno fare aggiunte ed emende; e
cos necessariamente accader sempre, fintantoch i Vocabolarj saranno
opera degli uomini.

Il P. Ildefonso vuol pure che si aggiungano le voci composte, e
_quelle che comporsi possono sull'esempio di ottimi nostri Scrittori,
e colle regole di un fino criterio e del buon orecchio_. p. 11. Molte
se ne trovano nelle poesie del Chiabrera, d'Anton Maria Salvini, e di
altri autori, che fanno testo in lingua, e vuolsi dare a queste la
cittadinanza Toscana. Altre ne hanno adoperate il Frugoni, ed altri
poeti, che non fanno testo, e l'Accademia potr scerne quelle, che
reputer convenienti, ma non credo, ch'essa debba crearne di nuove.
Essa fino ad ora ha registrate nel Vocabolario quelle voci, che vedeva
adoperate da' buoni scrittori e dal popolo, e niuna ne ha creata di suo
capriccio, ed il fare altramente sarebbe per mia opinione un dipartirsi
dal suo istituto. Ne formino pure a lor talento gli autori viventi, e
quelli che verranno, ed ove le formino lodevolmente otterranno grazia
presso l'Accademia in altra et.

Finalmente di tante voci forestiere, che alcuni adoperano vuol, che
si adottino quelle, che la necessit esige, o _l'uso sufficientemente
prescritto non tanto dal tempo, quanto dall'autorit dei pi purgati
scrittori o parlatori moderni_. p. 12. _Altre non poche, che non hanno
ancora tanto possesso nell'uso, ma che vanno verso quello inoltrandosi,
e perci voci di mezzano uso possono appellarsi_, si potranno mettere
in una tavola a parte in fine del Vocabolario. _Ivi._ Ma vediamo quali
sieno le tavole da lui proposte. La prima  pe' dialetti Senese,
Pisano, Pistojese, Lucchese, Aretino, e Cortonese. La seconda 
degl'idiotismi. Questi si dividon da lui in quattro classi, idiotismi
delle persone nobili, e culte, del popolo, del contado, e dell'ultima
plebaglia. Esclusa l'ultima concede alle tre altre luogo nella tavola.
La terza  dei barbarismi dei sollecismi e di quelle voci forestiere,
che ha chiamate di mezzano uso. La quarta  dei nomi proprj di persone
o di luoghi, o troncati, o alterati, o trasformati in guisa che
appena dai pi esperti s'intendono. La quinta  delle conjugazioni ed
inflessioni de' verbi regolari ed irregolari un poco pi abbondante
di quella del Pistolesi, ma collo stesso metodo.[92] La sesta  de'
Latinismi. Utili sono queste tavole, e la terza massimamente potr
giovare per togliere una gran parte d'errori troppo comuni. Se non che
converr farla cos grande, ch'essa sola former un ampio Vocabolario.
Meno opportuna forse parr la prima in un Vocabolario, che aver dee
per suo primo scopo la propagazione di quella sola lingua che dai
buoni Scrittori si deve adoperare. E gi la tavola di que' dialetti
sarebbe lunga impresa, e difficile, e tarderebbe con poco profitto
l'impressione del Vocabolario.

Una Grammatica finalmente propone il P. Ildefonso, la quale desidera
breve, e che vinca le altre per facilit e chiarezza. Ma una
grammatica, che vuolsi mandare in luce per opera dell'Accademia, anzi
che breve, credo, che debba esser ampia, e comprendere tuttoci che
altri pu desiderare. Io per sarei d'avviso, che bastasse imprimere
di nuovo quella ottima del Corticelli, emendandola in pochi luoghi, ed
accrescendola in altri, principalmente nella conjugazione de' Verbi
irregolari, nelle appendici da lui aggiunte nel secondo libro ad ogni
ordine de' Verbi, nel trattato delle proposizioni, degli avverbj, e in
altri luoghi.

L'Accademia Fiorentina per non giudic di dover seguitare le tracce
segnate dal P. Ildefonso. Per riparare ai difetti ed alle mancanze
dell'ultima edizione del Vocabolario deliber di farne un'altra, e
se ne pubblic colle stampe l'avviso. Se nell'edizione del 1729. di
tre o quattro autori soli si fece lo spoglio, che nelle precedenti
non avevano avuto luogo, in questa se ne approvarono cinquantacinque,
ond'era a sperarsi, che di grandissimi accrescimenti si vedrebbe
arricchito il nuovo Vocabolario. Ma le speranze si dileguarono sul
primo loro apparire, e la promessa edizione non si esegu. Essa fu
annunziata con un avviso pubblicato in Livorno per le stampe del Masi
ai 30. Genn. del 1794. e forse cos lodevole impresa dalla difficolt
de' tempi rest impedita. Pu dubitarsi ancora, che lo stesso avviso
test citato abbia distolto alcuni dal porre il proprio nome nel novero
de' compratori. Perch, vedendovi molte parole, o maniere di dire non
pure, avranno in esso (quantunque ingiustamente) ravvisato un sinistro
preludio dell'opera. In fatti lasciando stare le voci _manifesto_,
_sesto_ cio la forma d'un libro, _associati_, che se l'Accademia
lo giudica opportuno, potr forse approvare, come voci dell'uso,
vi si trova _piano_ per metodo o disegno di un'opera, _limitarsi_,
_riprodurre_ per ristampare, _prevenuto_ per preoccupato, _si faranno
un dovere_, _privativa_, _per anche_,[93] _va del pari colla importanza
delle materie_,[94] _copia_ per esemplare o corpo d'un'opera,
stampata,[95] le quali espressioni non sono ancora approvate, e alcune
forse non si approveranno. Ma quel foglio deve essere opera dello
stampatore, come lo fa credere la data di Livorno, o se  d'altri non
 dell'Accademia, la quale lo avrebbe pubblicato in suo nome. A questa
erano ascritti pi e diversi uomini chiarissimi, e nello studio della
nostra lingua esercitatissimi, fra i quali (per tacere de' viventi)
basti di ricordare il P. Ildefonso da S. Luigi Carmelitano Scalzo;
e la loro celebrit doveva fare sperare un'opera utile, e gloriosa
all'Italia. Erano stati fatti copiosi spogli da parecchi testi a penna
del buon secolo non veduti dai loro predecessori, e dalle opere citate
nell'edizione del 1729. A queste ne avevano aggiunte altre molte
d'autori moderni, delle quali si pu vedere il novero nel Vocabolario
dell'Alberti, e nella serie del Signor Gamba. Quindi molte aggiunte
si promettevano, e correzioni, l'indicazione del genere dei nomi, i
plurali di doppia terminazione, i perfetti, e i passati de' verbi
irregolari, l'etimologie quando sono ben chiare, e possono contribuire
a far conoscere la propriet dell'espressione. Finalmente volevano
notare con diligenza grande le voci latine, che sono manco in uso, le
familiari, le basse, le figurate, le pi generalmente poetiche, e le
antiche, fra le quali sarebbono state distinte le non pi usabili da
quelle dismesse senza loro demerito, e che possono talvolta impunemente
rimettersi in corso dai valenti, e giudiziosi scrittori. Io per dubito
forte, che questa estrema promessa, quantunque utile molto, fosse per
riuscire pericolosa, n richiesta dall'istituto dell'Accademia.

Ci che l'Accademia non pot fare ha poi fatto il Signor Antonio
Cesari per le stampe del Veronese Ramanzini nel 1806. Non  del mio
argomento il tenere discorso di questa edizione: ma non debbo tacere
delle molte, ed egregie aggiunte di Clementino Vannetti di Roveredo, e
del P. Girolamo Lombardi Gesuita Veronese, che in compagnia di molte
altre ivi si vedono. Il Vannetti, e il Lombardi erano di nostra lingua
amantissimi, ed intendentissimi; dagli autori classici raccolsero
moltissime voci, e maniere di dire, animati a ci fare, e a sostenere
tanta fatica, il primo dalle preghiere degli Accademici Fiorentini,
il secondo dall'amore di nostra lingua. Ma le aggiunte loro sarebbono
miseramente rimaste inutili, se l'ottimo Signor Cesari non le avesse
a comune vantaggio nella sua edizione inserite.[96] Sono nelle
aggiunte di que' valentuomini alcuni errori, non pu negarsi. Ma
quanti errori si troverebbono nelle carte degli uomini pi grandi se
altri le pubblicasse quali da prima furono scritte? Qualche scrittore
dottissimo li rimprovera non d'alcuni falli solamente, ma eziandio
d'aver registrate parecchie voci antichissime e stranissime. Io per
non so rimproverarli di questo. Parmi che anche da quelle voci si possa
trarre qualche utile, perch servono alla storia della nostra lingua e
della Francese o Provenzale da cui provengono, mostrano quali mutazioni
talvolta si facciano alle parole, e cos posson giovare all'etimologia
d'altre voci.

Benemerito del Vocabolario fu il P. Bergantini colle sue aggiunte,[97]
che poi il Dottor Pasquale Tommasi ristamp nell'edizione Napoletana
dello stesso Vocabolario del 1740. quasi colle sue stesse parole, ma
senza nominarlo.[98] Err per il Bergantini allegando molti scrittori
commendabili per dottrina, ma non per la purit della lingua. Tali sono
il Ficino, il Landino, l'Atanagi, Pietro Badoaro, Daniello Barbaro,
l'Aretino, il Bascap, Gio. Battista Lalli, Vittorio Siri, Gio.
Battista de Vico, ed altri parecchi. Err ancora col porre nelle sue
opere molte voci, che a mio giudizio non meritavano questo onore. Apro
a caso la sua opera intitolata _voci Italiane_ ec. stampata a Venezia
il 1745. e trovo le seguenti parole: _Frizione_, che egli spiega
_crepito e insistenza che fanno i liquidi al fuoco_: _disarmo_ per
_disarmamento_: _conquestione_ per _querela_, _lamento_: _conquisitore_
per _investigatore_: _conquisizione_ per _investigazione_, ed altre non
poche, le quali non pajono degne d'essere registrate nel Vocabolario
della nostra lingua. Molte altre per ve ne sono ottime e pure, per le
quali la fatica di questo Scrittore merita d'essere commendata.

NOTE:

[82] _Dei difetti dell'antico vocabolario della Crusca che dovrebbero
correggersi nella nuova edizione dimostrati dal Conte d'Ayala. Vienna
nella Stamp. di Antonio Strauss_. 1811. in 4. Ivi p 10. Questo libretto
non appartiene al mio instituto, essendo scritto nel secolo decimonono.
Io per ho creduto non dovere trascurare l'esame di questo suo avviso,
esaminando la quarta impressione del Vocabolario.

[83] Op. T. 1. p. 125.

[84] Lettere Fam. T. 2. p. 66. ed. del 1769.

[85] Crusca Pref. . 1.

[86] Pasta _Voci e maniere di dire e osservazioni di Toscani scrittori_
ec.

[87] Molti ne ha portati il chiarissimo Signor Cav. Vincenzo Monti
nella notissima sua _Proposta di alcune correzioni ed aggiunte al
Vocabolario della Crusca_. Non tutte per le sue correzioni sono
giuste. Il Sig. Nicolini nell'opera citata ne ha accennate alcune,
e dicesi che altri voglia accrescerne il novero. Io ne noter una
sola, perch  fondata sopra una sua opinione, che non giudico vera.
Egli condanna la voce _birracchiuolo_, o _sbirracchiuolo_, e dice che
niun diminutivo ha la lingua Italiana, che termini in _acchiuolo_. E
il Vocabolario non ne offre alcuno. L'uso per ha _ladracchiuolo_,
_birbacchiuola_, che sono nel tempo stesso diminutivi e peggiorativi,
ed hanno certa energia da non disprezzarsi. Ma a me rincresce di
trattenermi pi a lungo in cos cattiva compagnia.

[88] _Ragionamento presentato all'Accademia della Crusca il d IX.
Marzo 1741. da Rosso Martini per norma d'una nuova edizione del
Vocabolario Toscano. Firenze nella Stamperia di Guglielmo Piatti._
1813. in 4.

[89] Nella Collezione d'opuscoli T. 15. p. 90. e seguenti.

[90] Luigi Targioni _Discorso sulle riflessioni relative al Vocabolario
della Crusca_. p. 16.

[91] Fu stampato prima nel volume 95. del Giornale letterario di
Napoli, ed ora di nuovo in Firenze dal Piatti, 1813. in 4. Questa 
l'edizione di cui mi servo.

[92] Quando il P. Ildefonso scriveva non era anche venuta in luce
la _Teoria e prospetto, ossia Dizionario critico de' Verbi Italiani
conjugati dal Signor Abate Marco Mastrofini_.

[93] Nel Vocabolario per v' _per ancora_ alla v. _Per_ . XXXVII.
E' da avvertirsi, che il passo in cui si legge questa espressione 
dell'Accademico della Crusca Rosso Martini.

[94] _Andare di pari, o al pari con alcuno_ vuol dire andare con alcuno
in modo, che uno non vada avanti l'altro. Quando significa _uguagliare_
vuole il dativo secondo l'esempio portato dalla Crusca: _Ch'andar la
fece altera oggi di pari al Tebro, al Xanto_.

[95] Nel Vocabolario della Crusca non si trovano le voci _esemplare_
e _corpo_ nel senso in cui le adopero qu. Le us per il Redi nelle
lettere. _Subito, che si dar fuori io gnene mander un'esemplare.
Il S. G. D. ne vuol mandare una mano di corpi a molti letterati suoi
amici._ L'Alberti porta questo passo alla v. _Corpo_ . ma si scord
poi d'aggiungere questo significato alla voce _Esemplare_.

[96] Il Vannetti mor ai 13. Marzo 1795. e il Lombardi ai 9. Marzo del
1792.

[97] Il P. Gio. Pietro Bergantini Teatino Veneziano si  dato (dice il
Mazzucchelli Scritt. It. V. 2. P. 2. p. 944.) principalmente ad una
vasta lettura dei nostri migliori scrittori colla mira d'accrescere
ed illustrare la nostra lingua volgare, non solamente estraendo
da essi quelle voci, che o non si trovano riferite nell'insigne
Vocabolario della Crusca, o vi sono riferite e spiegate in significati
diversi dagli usati talvolta dai detti scrittori, ma facendo infinite
osservazioni appartenenti all'eloquenza della lingua Italiana. Frutto
di questa fatica sono le seguenti opere. 1. _Della volgare elocuzione,
illustrata, ampliata, e facilitata. Volume_ 1. _contenente_ A. B.
_Venezia presso Giammaria Lazzaroni_ in foglio. Lo Stampatore non
potendo soffrire la spesa dell'edizione che doveva comprendere dodici
Tomi l'opera rimase imperfetta. 2. _Idea d'opera del tutto eseguita,
e divisa in sei Tomi, che ha per titolo Dizionario Italiano, ovvero
voci di scrittori Italiani separatamente da quelle, che sono sul
Vocabolario comune raccolto da Avido Mantineo P. A._ (nome Arcadico
del P. Bergantini.) _In Venezia presso Pietro Bassaglia_. 1753. in 4.
E' questo un avviso della meditata edizione dell'opera precedente, ma
accresciuta tanto, che dirsi pu un'opera nuova. 3. _Dizionario di
Eloquente Italiana M. S._ Forse  l'opera annunziata al N. precedente.
Sospesa la stampa della prima opera il Bergantini trasse dal suo M. S.
le voci, e i significati che mancano al Vocabolario della Crusca, e
gli stamp col titolo: _Voci Italiane d'Autori approvati dalla Crusca
nel Vocabolario di essa non registrate con altre molte appartenenti
per lo pi ad arti, e scienze, che ci sono somministrate similmente da
buoni Autori_. _In Venezia presso Pietro Bassaglia_ 1745. in 4. e molto
accresciuto. _Ivi_ 1760.

[98] Mazzucchelli luog. cit. p. 947. e Gamba Serie ec.




                     _Del Dizionario enciclopedico
                         dell'Abate Alberti._

                             ~CAPO~ VIII.


Bench molto si debba al P. Bergantini per le sue opere, molto pi si
debbe all'Abate Alberti di Villanova pel suo Dizionario enciclopedico,
che pubblic in sette volumi in quarto colle stampe Lucchesi del
Marescandoli nel 1797. e negli anni seguenti. L'Accademia della Crusca
nel suo Vocabolario poche parole aveva registrate spettanti alle
scienze ed alle arti; quelle cio solamente, che o sono pi comuni, o
si trovano negli autori approvati; dicendo, che di queste far si doveva
un Vocabolario separato. Conosceva essa certamente la difficolt,
che nel raccogliere queste voci si doveva incontrare. Le difficolt
per non isgomentarono l'Alberti. Egli esamin i libri megliori, che
trattano di queste facolt, viaggi per le citt della Toscana, visit
le officine degli artefici, ed ogni altro luogo, da cui trar potesse s
fatte voci, le quali avendo con diligenza raccolte, ne arricch il suo
Dizionario. N trascur pure le altre parole, che a scienze o ad arti
non appartengono, ma un numero grandissimo ne radun traendole dagli
autori citati nel Vocabolario del 1729. e dallo stesso Vocabolario
nella prefazione, o nelle spiegazioni delle voci, che dagli Accademici
non furono registrate. A queste aggiunse egli altre fonti di nuovi
accrescimenti. Ci furono. 1. Gli autori approvati col partito preso
dall'Accademia Fiorentina nel 1786.[99] 2. La derivazione delle voci
adottate, cio i superlativi diminutivi, accrescitivi, vezzeggiativi,
diminutivi di diminutivi, peggiorativi, avvilitivi, participj verbali,
ed altri somiglianti, seguendo in ci l'autorit della Crusca medesima
nella prefazione al Vocabolario del 1691. e del Varchi. 3. Altri Autori
non mai citati dalla Crusca, che furono per per la maggior parte
Toscani, o annoverati fra gli Accademici, e a suo giudizio scrissero
in purgata favella. Niuno vorr non commendarlo per gli accrescimenti,
che egli deriv dalla prima fonte, alla quale tutti possono attingere,
purch lo facciano con giudizio. Riguardo ai derivati ve ne sono
alcuni, che spontaneamente provengono dalle primitive loro voci,
n vi ha bisogno d'autorevoli esempj, perch altri senza timore li
possa usare. Tali sono a cagion di esempio _animatore, e animatrice,
avvivatore,[100] e avvivatrice da animare, e da avvivare_, che mancano
al Vocabolario, ma dall'Alberti vengono registrati. Riguardo a quelle
tante modificazioni di accrescitivi, peggiorativi, diminutivi,
vezzeggiativi, ed altrettali, di che abonda la nostra lingua sopra ogni
altra  andato a rilente, anzi che no quando gli mancavan gli esempj.
L'Accademia nella prefazione premessa al suo Vocabolario del 1691.
lascia agli Scrittori una certa libert di formare simili derivati, con
giudizio per, e con savio avvedimento; ma Monsignor Bottari asseriva,
che _non si pu lasciar fare a suo modo ad ognuno, perch senza un
poco d'esempio avanti si potrebbe errare per poco_.[101] E l'Accademia
stessa nella edizione del 1729. suppl molto anche in questa parte
al difetto dell'edizion precedente. L'Alberti ha seguiti questi
esempj, ed in ci  da lodarsi. N vorr pur biasimarlo quando prende
alcune voci spettanti a scienze dall'Alghisi, dal Dottore Bastiani,
dal Biringucci, dal P. Bonanni, dal Ceracchini, dal Mattioli, dal
Vallisnieri, e da altri, ed eziandio dalla raccolta di bandi, editti
ec. pubblicati in Toscana nel secolo decimosesto, e dalla Tariffa delle
Gabelle della Toscana certe voci spettanti a manifatture, commercio, e
simili, perch le prime uopo era trarle dai pi solenni Maestri, e per
le seconde i bandi, gli editti ec. del Governo, quantunque non sieno
puramente scritti, usano per in questo quelle voci, che universalmente
si usano dal popolo. N pure lo biasimer se a conferma di qualche
sua opinione cita le origini del Menagio, le opere grammaticali del
Gigli, ed altrettali opere, che sebbene scevre non sieno da difetti,
posson per aver trattato di quelle opinioni lodevolmente, e molte
in fatti egregie cose contengono, dalle quali  lecito a chiunque
di trar profitto. Non cos potrei commendarlo, quando cita certi
altri scrittori, come l'Aretino, il Ruscelli, il Dolce, e simili.
Dell'Aretino dice, che alcune delle sue rime sono comprese nella
Raccolta del Berni, che fa testo in lingua. Vuolsi per avvertire, che
alcuni Poeti soltanto di quella Raccolta sono citati dall'Accademia n
fra questi  l'Aretino, autore scorretto quanto altro mai. Scorretto
altres  il Ruscelli, e dir si dee lo stesso di parecchi altri non
sempre puri scrittori, bench pregevoli per altre doti.

Ma qualunque essi siano gli autori per lui allegati, non pu non
riprendersi per soverchia scarsit d'esempj, e per negligenza.
L'angustia somma, a cui negli anni estremi del viver suo l'avean
condotto le vicende della sua patria caduta miseramente sotto il giogo
della _rivoluzione_ fu forse la cagion principale, che lo consigli a
diminuire il numero degli esempj per diminuire il numero dei volumi.
Il che serve a rendere scusabile l'intenzion sua, ma non appaga nel
leggitore il desiderio di vedere con maggiore abbondevolezza indicato
l'uso d'ogni voce. Se diminuiti avesse gli esempj per quelle parole,
che sono registrate dalla Crusca il danno sarebbe stato molto minore,
perch ognuno poteva, quando gli fosse a grado, vederli nel Vocabolario
dell'Accademia, ma faceva di mestieri, che almeno per le voci, e pe'
significati aggiunti l'Autor fosse stato pi liberale. Il diligente
editore, che dopo la sua morte continu l'edizion cominciata, s'accorse
di questo difetto, e volle porvi rimedio, come pot. Accrebbe perci
gli esempj alle prime voci, il che esegu facilmente, perch la Crusca
glie le somministrava, ma per l'aggiunte dell'Alberti non era ormai
pi possibile di farlo. Quantunque per in questo l'Alberti debba
esser ripreso, vuolsi riprenderlo vie maggiormente per la negligenza
da lui usata nelle citazioni. Lascio stare qualche errore, che in
queste s'incontra. Per esempio alla voce _abbacinato_ egli aggiunge un
significato, che l'Accademia non avea notato espressamente, cio che
_Famiglia abbacinata_ vale _privata de' suoi pi illustri soggetti_,
e cita Giovanni Villani senza addurne le parole. Ma forse doveva
allegare Luca da Ponzano citato nel Vocabolario della Crusca a questa
voce  _Per Metafora_. Lascio star questo, perch non  meraviglia
che in una intrapresa tanto lunga, e faticosa scappi qualche raro,
e piccolo errore. Intendo bens di quella trascuratezza per cui le
citazioni non sono bastevolmente espresse, e si allega per esempio
_Tasso Gerusalemme_, _Segneri Quaresimale_, _Vite de' SS. Padri_,
senza indicare della Gerusalemme il canto e la stanza, del Quaresimale
la predica e 'l paragrafo, delle Vite il Tomo e la facciata. Peggio
 quando nomina l'autore senza indicar l'opera, come Vallisnieri,
Salvini, Magalotti ec. o se accenna l'opera lo fa in modo, che, ove
ancor si volesse legger tutta l'opera indicata nella citazione, non
si troverebbe mai il passo allegato. Alla v. _sfregacciolata_ che non
 nella Crusca, aggiunge la spiegazione _leggiero sfregamento_, e
pone questo esempio del Redi: _al Ditirambo dell'acqua do di quando
in quando qualche sfregacciolata di pennello, ma non concludo il
lavoro_. _Red. lett._ Lascio stare, che _sfregacciolata_ ivi non 
_leggiero sfregamento_, ma _frego_, o piuttosto _colpo di pennello_,
_pennellata_; lascio star questo, e dico, che niuno potr mai trovare
quel passo fra le opere del Redi. Esso  veramente in una sua Lettera;
questa per non  fra le sue opere, ma fra le lettere familiari del
Magalotti pubblicate per opera di Monsig. Fabbroni il 1769. T. 1. p.
270. Ancor peggio  allora che porta gli esempj, senza indicare n
pur l'autore. Altre volte nomina l'autore, e l'opera, e n l'uno n
l'altra si vedono nel suo indice degli scrittori posto al principio
del Tomo. Per esempio alla voce _Capello_,  _a Capello_, a _Fuggire_
 _fuggi, fuggi_, a _Roba_  _roba_ per _veste_ si leggono esempj di
_Panc. lett._ ora qual nuovo Autore sar questo, che non  registrato
nell'indice? Egli  Lorenzo Panciatici di cui si ha qualche lettera
fra le familiari del Magalotti stampate il 1769., e quegli esempj sono
ivi appunto nel T. 2. p 23. Fra questi esempj  da notarsi il terzo,
dove si legge _roba di camera_; il che non vorrei dire sull'autorit
del Panciatici, il quale in quella facciata medesima dice altres
_delle mie reverie_, che l'Alberti non ha osato di porre nel suo
Vocabolario. Alla v. _Invadere_ cita i _Viaggi del Targioni_, che
non  da annoverarsi fra gli scrittori purgati, e al pi si potrebbe
allegare per qualche voce, o modo di dire spettante alle arti ed alle
scienze. Or queste mancanze sono di non lieve momento, perch si toglie
altrui il comodo di riscontrar negli Autori le citazioni, potendosi
pur dubitare talvolta, non forse una voce abbia un senso diverso da
quello, che l'Alberti le attribuisce, e per togliere o confermar questo
dubbio gioverebbe molto l'osservare il contesto dell'esempio allegato.
Un esempio me ne somministra la parola _acquacchiato_ dove si legge
_abbattuto, infiacchito, spossato, fu detto dal Redi de' Lombrici
indeboliti, e quasi semivivi_. Questa citazione del Redi fa credere,
che si tratti di un grandissimo abbattimento di un totale spossamento.
Ma il Redi non dice, che quegl'insetti fossero quasi semivivi. Ecco le
sue parole nelle _Osservazioni intorno agli Animali, che si trovano
negli animali viventi_ p. 103. edizione del 1684. _Vi dimorarono_ (due
Lombrici) _senza morirvi quantunque paressero molto acquacchiati._
Le quali parole non ispiegano abbastanza il senso di quella voce, ma
mostrano, che per darle qualche forza  stato necessario l'unirla
all'avverbio _molto_. Il Magalotti al contrario lo spiega bene dicendo,
_acquacchiato_ (vuol dire) _l'istesso che confuso, mortificato_. _Lett.
fam._ T. 2. p. 68. edizion del 1769.

Finalmente alcune parole da lui registrate nel Dizionario, da altri
forse si potranno creder men degne di quest'onore. Tali per esempio
sono a mio giudizio: _Abbonamento_, e _Abbonare_, che ivi si dicono
termini Mercantili, e d'uso; _Toletta_ che si dice francesismo
dell'uso, assortimento, e apparato di varj arnesi ed abbigliamenti per
cui si adorna la Dama nel gabinetto servita dalla sua damigella e si
cita l'Algarotti; _sangria_ con esempio del Magalotti per cavata, o
emissione di sangue, ch' voce Spagnuola; _altarizzare_ per onorare
alcuno ergendoli altari con esempio di Fulvio Testi cio di un Autore
non posto nel suo catalogo: _regretto_ e _regrettare_, che si chiamano
francesismi usati dai Lucchesi fino dal secolo decimosettimo. Queste
sono parole forestiere, che l'uso degli accurati scrittori non ha fino
ad ora autorizzati, n doveva esser sollecito di autorizzarle l'autore
del Dizionario.

Altri forse creder potrebbe, che le parole _regretto_, e _regrettare_
fossero da adottarsi come quelle, che proprie sono d'uno dei dialetti
della Toscana ormai da qualche tempo. L'Alberti trasse quella notizia
dal Gigli[102] che l'annovera fra pi altre parole dello stesso
dialetto e il Gigli l'ebbe dagli Accademici dell'Anca. E se il Gigli,
e quegli Accademici riconoscevano queste voci non come poco dianzi
introdotte in Lucca, dovevano certamente esser proprie di quel dialetto
da qualche tempo, e non anderebbe lungi dal vero chi le stimasse
introdotte ivi cento, o dugent'anni prima. Ma quest'antichit non
giova per aggiungere autorit a quelle voci, le quali probabilmente
recaron di Francia i mercatanti Lucchesi, che l si recavano, e lungo
tempo si trattenevano pe' loro traffichi. Certo , che nelle opere di
Giovanni Guidiccioni, del Daniello, del Vellutello, o in altri buoni
Scrittori Lucchesi del Secolo decimosesto, o dei Secoli susseguenti non
si trovano s fatte voci,[103] il che  contrassegno, che essi non le
credettero di buona lega.

Un altro pregio, e al tempo medesimo un altro difetto ci somministrano
le sue definizioni. Gli Accademici nel vocabolario talvolta non dettero
buone definizioni delle cose, e l'Alberti ebbe in animo di supplire
alla mancanza loro, ponendone altre migliori; ma anche le sue non
sempre sono scevre da difetto. Alla voce _Grecit_ definisce _tutta
La nazione Greca, e spezialmente gli Scrittori di quella lingua_, ed a
_Latinit_ leggiamo _qualit del Latino_. Ognun vede, che se  giusta
la prima definizione esser dee riprensibile la seconda. Anche la prima
per non  in tutto degna di lode, mentre _Grecit_ non vuol dire la
_nazione Greca_ ma bens gli scrittori Greci, intendendo con queste
parole le opere loro non gli Autori stessi, come si vede dall'esempio
ivi allegato. Onde ancora quella definizione  malvagia, perch in
parte  falsa, e in parte equivoca.

Dalle quali cose tutte deduco, che dobbiamo saper molto grado
all'Alberti di tanta fatica, di molte voci e significati da lui
aggiunti al Vocabolario, di aver cogli accenti mostrato quali voci si
debbano proferir lunghe, e quali brevi, di aver date parecchie buone
definizioni, e ad un uomo che per solo amore del comodo altrui, e della
nostra lingua ha tollerata per molti anni tanta fatica viaggiando,
interrogando, leggendo, e scrivendo dobbiamo perdonar qualche difetto,
che l'umana natura non pu mai in tutto evitare. Per altro il suo
Dizionario  pregevolissimo, e necessario a chiunque vuole studiare
la lingua Italiana: e il signor Cesari di molte voci, e maniere di
dire avrebbe arricchita la sua edizione del Vocabolario della Crusca
se l'avesse veduto. Prendo a caso la Lettera B, e in questa prendo
le prime sei facciate dell'Alberti, e trovo che al Cesari manca
_babbal_ (alla), _bacamento_, _bacchettata_, _bacchiatore_, _baggea_,
_pigliarsela in baja_, le quali voci sono usate nel Malmantile, dal
Redi, dal Segneri, ne' Canti Carnascialeschi, dal Varchi, e dal
Buonarroti. E pure non ho notati, i derivati dei nomi proprj, i termini
di scienze, e di arti, e quelli di cui si portano esempi d'autori
moderni, perch a questi non si estendono le sue aggiunte.

NOTE:

[99] Accademia Fiorentina s'intitol l'Accademia instituita dopo la
soppressione della Crusca.

[100] Di _avvivatore_ v'ha un esempio del Menzini, che l'Alberti non ha
notato. _E 'l guardo avvivator lieta rivolse. Opere_ T. 3. _p._ 15.

[101] Annotaz. a Fr. Guitt. p. 119.

[102] _Gigli Regole per la Toscana favellap._ 591. ediz. di Lucca del
1734.

[103] Lo stesso si dica della parola _deserta per messo, o servito
delle frutte_ che ivi pur si ricorda dal Gigli. Le altre voci Lucchesi
registrate da questo scrittore nel luogo stesso non sono di questo
genere, ed hanno origine diversa.




              _Altri Vocabolarj, regole per la Pronunzia
             Sinonimi, ed Epiteti, Rimarj, ed Etimologie._

                              ~CAPO~ IX.


Se il P. Bergantini e l'Alberti meritaron lode accrescendo il
Vocabolario, Apostolo Zeno, e Jacopo Facciolati la meritarono con
accorciarlo. Al primo si attribuisce il compendio di quest'opera, che
egli fece prima sull'edizione del 1691, e poi su quella del 1729, e
che essendo stato tante volte impresso offre con ci solo un manifesto
indizio del plauso universale. E meritamente l'ottenne o si riguardi la
brevit a cui  ridotto quel compendio a comodo altrui, o l'emendazioni
quantunque rare, che quell'uomo grande vi ha fatte. Dobbiamo al
secondo l'Ortografia Italiana stampata in Padova molte volte, e che
pu dirsi anch'essa in qualche modo un compendio del Vocabolario
Fiorentino, quantunque qu, e l vi si trovi qualche aggiunta tratta
da scrittori approvati. N di questo genere di libri far pi a
lungo ragionamento,[104] dovendo omai parlare di alcuni Dizionarj
particolari. Tra questi per la sua celebrit domanda il primo luogo
il _Vocabolario Cateriniano_ del Gigli. Questo bizzarro, e mordace
scrittore si pose nell'animo d'onorare il dialetto di Siena sua patria,
e poteva in ci procacciarsi lode, ma lo fece in modo che si attir
sventure e biasimo. Ma di lui ho gi detto abbastanza di sopra.

Parecchi altri pure divulgando le opere degli antichi Autori Toscani
ne raccolsero le parole e maniere di dire meritevoli d'osservazione,
e quelle massimamente che non si incontrano nel Vocabolario, come il
Salvini, il Biscioni, Giuseppe Bianchini, il Bottari, il Cavaliere
Jacopo Morelli, e finalmente il P. Ildefonso nelle Delizie degli
Eruditi Toscani, dai quali altres ove ancora si tolga ci che 
scorrezione popolaresca rimane sempre alquanto, e in taluni anche
molto, da aumentare il tesoro di nostra lingua.

Fra i Dizionari particolari si debbon porre quelli delle arti, e
delle scienze de' quali uno solo ne abbiamo in questo secolo. Tale
 quello per la Medicina d'Andrea Pasta[105] Medico prestantissimo,
che avrebbe voluto sbandire quegli oscuri, e tenebrosi vocaboli, che
s volentieri, e s spesso soglionsi usare da' medici triviali nei
loro parlari, e nelle loro scritture. A' questo fine dagli scrittori
approvati egli trasse le voci, e maniere di dire che appartengono
a medicina, e vi aggiunse parecchie osservazioni, con che provvide
non solo allo scrivere e parlar bene, ma ancora a bene operare. I
libri da lui allegati, o de' quali fece uso, sono il Decamerone del
Boccaccio, le opere del Galilei, i saggi dell'Accademia del Cimento,
il trattato dell'Agricoltura di Piero de' Crescenzi, il Ricettario
Fiorentino, il Vocabolario della Crusca, le opere del Cocchi, e sopra
tutto quelle del Redi. Io non sono punto istruito ne' precetti delle
mediche discipline, pure credo di non errare dicendo, che i medici
ed i giovani principalmente dovrebbono avere frequentemente tra mano
il libro del Pasta, che consiglierebbe loro d'usar favellando, o
scrivendo un linguaggio pi acconcio a procacciarsi la confidenza del
malato, ed a confortarlo, e forse anche li persuaderebbe di diffidare
alquanto di certi nuovi sistemi, troppo sovente incerti, e variabili.
Un Vocabolario de' nomi proprj tanto delle persone, che de' luoghi
sarebbe utile molto, e l'Arciprete Baruffaldi lo aveva non solamente
intrapreso, ma quasi compiuto, ma  rimasto inedito.[106] E aggiunger
qu ancora il suo Dizionario Ditirambico, e Baccanalesco, cui non
saprei qual miglior luogo assegnare.[107]

A questa classe medesima si pu riferire il breve ragionamento
dell'Algarotti _sopra la ricchezza della lingua Italiana ne' termini
militari_.[108] Alle maniere di dire de' Francesi scrittori intorno
a cose militari egli mostra quali, e quante maniere Italiane
corrispondano, ed anche in ci solo altri pu vedere di qu, come la
nostra lingua sia abbondante, e ricca pi della Francese. N su questo
mi tratterr pi lungamente. Aggiunger bens, che di non mediocre
utilit sarebbe, se ci che l'Algarotti fece per l'arte militare, altri
lo facesse riguardo alle altre facolt; affinch ove alcuno debba
scrivere intorno alle medesime avesse pronte al bisogno le espressioni
che sono pi acconce, onde non si dovesse attribuire a difetto della
lingua ci che spesso  difetto di memoria dello scrittore.[109]

Gli Autori qu ricordati insegnano quali siano le voci, e le
espressioni, che voglionsi adoperare scrivendo; ma della pronunzia
non fanno parola, tranne l'Alberti, che nel suo Dizionario  stato
sollecito d'indicare le voci, che lunghe si profferiscono o brevi. Ma
noi abbiamo qualche altra cosa nella pronunzia, che domanda d'esser
regolata. Le vocali E ed O ora si pronunziano strette, ed ora larghe;
le consonanti S Z ora hanno un suono pi dolce, ed ora pi aspro,
come tutti sanno. A questo volle provvedere il Gigli adoperando le
Greche lettere _epsilon_, ed _omega_ per le vocali larghe, e la S,
e lo Z corsivo per le consonanti aspre, e in questa guisa nelle sue
regole per la Toscana favella dette un lungo catalogo[110] di quelle
parole, che usar si sogliono pi comunemente. Dopo lui il Salvini nel
volgarizzamento d'Oppiano[111] volle anch'egli introdur qualche segno,
che giovasse alla pronunzia, ma solamente per le due vocali E, ed O,
alle quali sovrappose un accento circonflesso, quando si doveano
profferir larghe. L'uso delle Greche lettere, come non piacque nel
secolo decimosesto, quando col fine medesimo le introdusse il Trissino,
e dopo lui Adriano Franci, cos n pur piacque nel decimottavo, siccome
quelle che troppo sono difformi dalle nostre: e in questa parte fu
pi saggio l'avvedimento del Salvini, che un contrassegno adoper pi
acconcio, e meno strano. Tal novit, quantunque utile, non fu da veruno
imitata, e il Salvini medesimo negli altri suoi libri non l'us.

A uno scopo pi alto diressero le mire loro il P. Carlo Costanzo
Rabbi Agostiniano, e il P. Giovambattista Bisso Gesuita procurando
d'agevolare lo scriver puramente, ed elegantemente il primo in prosa,
il secondo in versi. Con questo intendimento il Rabbi raccolse i
sinonimi, ed aggiunti Italiani, cui pose in fine un trattatello
intorno alle regole per ben valersi s degli uni che degli altri, e
delle similitudini,[112] al che poi fece parecchi accrescimenti il P.
Alessandro Bandiera de' Servi di Maria. Gli approvati scrittori di
purgata favella sono le fonti, dalle quali l'opera  tratta, e poco
v'ha (se non m'inganno) che non le sia uniforme.[113] Ma questo genere
di libri  pericoloso pe' giovani, i quali s'avvezzano a prendere senza
discernimento non ci che  pi acconcio, ma quello che prima cade
sotto gli occhi, ed a riempiere d'inutili aggiunti le loro dicere. E
tanto pi facilmente essi potrebbono risentirne danno, che si vedono
qu talvolta voci, e maniere di dire ora triviali, ed ora strane, ed
antiche, che potevano forse esser tollerabili, ed anche lodevoli nel
luogo dove furon poste da quegli autori, e altrove desterebbono riso, e
meriterebbono riprensione. Con miglior consiglio il P. Bisso raccolse
le voci, e locuzioni poetiche di Dante, Petrarca, Ariosto, e Tasso,
e d'altri autori del cinquecento[114] aggiungendo ancora talvolta
lunghi squarci di que' Poeti, e intieri componimenti. E giacch il
mio argomento mi ha condotto a far parola de' sussidj prestati alla
poesia ed ai poeti non voglio lasciar di ricordare i rimarj, libri
pericolosi anch'essi, ma comodi. Universale  quello del Rosasco[115]
per ogni genere di rime piane, tronche, e sdrucciole ed  ampio tanto,
che la stessa sua copia pu talvolta imbarazzare il Poeta. Qu poi si
trovano tutte le parole e nobili, e mediocri, ed umili, onde chi vuol
farne uso debbe essere di fino discernimento fornito per iscegliere
quelle che sono pi adatte al suo bisogno. Alle sole rime sdrucciole
limit il suo Rimario il Baruffaldi[116]. Questi due Rimarj offrono
le sole parole, che fanno rima; ma, con utile avvedimento altri
facendo il rimario particolare di qualche poeta vi ha posto gl'intieri
versi, il che quanto comodo apporti, coloro tutti lo sanno, a' quali 
avvenuto alcuna volta di fame uso. Tali sono quelli del Dante[117] del
Tasso[118] del Petrarca Bembo Casa Guidiccioni e Molza[119] e altri.

Anche i proverbj ebbero un dotto illustratore nel P. Sebastiano Paoli
Lucchese de' Chierici Regolari della Madre di Dio[120], che una materia
cos arida, ed ingrata seppe render piacevole con molta, ma sempre
amena erudizione. A lui vuolsi aggiungere il Biscioni nelle annotazioni
al Malmantile, il qual poema essendo da cima a fondo pieno di proverbj,
questi principalmente han dovuto spiegare i suoi Comentatori.

Finalmente a questa classe medesima appartengono altres i Dizionari
etimologici, i quali per richiedono breve discorso, e questo lo vuol
quasi tutto il Muratori. Sono alcuni i quali avendo per costume di
biasimar ci, che non sanno, sorrideranno al nome d'etimologie, n
crederanno che reputar si possano illustratori d'una lingua coloro,
che i loro studj hanno rivolti a questo genere di considerazioni,
che essi chiamano vano ed inutile. Ma se si considera quanti uomini
preclarissimi a s fatte indagini hanno consacrate le loro cure, se si
considera, che fra questi  il Leibnitz, che molto ne scrisse, e con
molta, diligenza, ed il Cesarotti, che di questo studio fece una breve,
ma giudiziosa difesa ed opportuna,[121] e desider che un Vocabolario
etimologico avesse la nostra lingua disposto secondo l'ordine
alfabetico delle radici[122]: se a tutto ci si ponga mente non dovremo
noi esser molto solleciti della disapprovazione di costoro. Potrebbe
forse piuttosto dubitarsi, se far si dovesse un rimprovero agl'Italiani
di non aver gi prima d'ora adempiuto, o prevenuto il desiderio del
Cesarotti, lasciando che la palma cogliesse in ci un Francese, cio
il Menagio colle sue _Origini Italiche_. Ma la difficolt dell'impresa
probabilmente fu quella, che fino ad ora distolse i nostri dal
correre pienamente questo arringo. E per ci che spetta al Menagio,
quanto  degna di lode l'intenzion dell'autore dottissimo, che
coraggiosamente prese ad illustrare una lingua non sua, altrettanto
era da desiderarsi un pi felice riuscimento alle sue cure, ed alle
sue fatiche. Imperciocch se da quel suo libro si tolga ci che egli
prese dagl'Italiani Redi, Dati, Chimentelli, Canini, Monosini, Ferrari,
Varchi, Castelvetro, e dal Vocabolario della Crusca, poco resta di suo
e quel poco generalmente parlando non  molto lodevole. Ma venghiamo a
noi.

Il Muratori dunque parlando dell'origine di nostra lingua due lunghe
serie di parole ci dette, la prima di quelle voci Italiane, l'origine
delle quali  tuttavia sconosciuta, o dubbiosa, e la seconda di molte
voci, delle quali cerca donde provengano.[123] Nella prima molte
son le parole delle quali non reca l'origine, come per lo stesso
titolo suo era da aspettarsi; pure d'alcune l'accenna, e di qualche
altra non  difficile l'assegnarla. Fra queste sono _basto_ che viene
da _bast_, _basta_:[124] _cangiare_, dal Latino _cambiare_; di cui
si veda il Du Cange; _cascare_ da _cascus_, che nell'antico Latino
significava _vecchio_, e forse voleva dire _debole_, _cadente_;
_caprone_ non comprendo come il Muratori non si sia accorto, che viene
da _caper_; _zanzara_ dal suono che fa, ed altre di quel catalogo, che
si potrebbero aggiungere. La seconda serie  un copioso catalogo di
voci, delle quali egli va indagando l'origine ora dal Latino antico,
ed or dal barbaro, ora dalle lingue de' popoli invasori d'Italia, e
dal Provenzale, dallo Spagnolo, dall'Arabo, con molta erudizione.
Parecchie etimologie si possono aggiungere ancora qu fra le quali
accenner le seguenti tratte dal Tedesco. _Bara_, cio cataletto viene
da _bahre_: _Becco_ per maschio della capra da _bok_: _bosco_ da
_busk_ (il Muratori alla v. _abbozzare_ avea bens detto, che bosco
derivava dalla lingua Tedesca, ma non ne aveva indicata la radice n
l'aveva registrata al suo luogo): _daga_ spezie di spada da _dagen_
spada: _stanga_ da _stange_: _tasca_ da _tasche_: _tasso_ animale da
_dachs_.[125]

Non tutti poi adotteranno tutte le sue etimologie. Per esempio _astio_
probabilmente viene dal Tedesco _hass_ come altri gi ha detto: ed egli
lo fa venire dal Latino, la qual lingua non aveva questa voce, erronee
essendo le due citazioni di Plauto, che presso di lui si leggono, e
che egli prese dal Du Cange. _Randello_ viene dal Tedesco _randell_, e
il Muratori troppo forzatamente lo fa derivare da _rand_, che significa
_giro_, _cerchio_, _margine_. Ma in cose oscure tanto, e difficili,
e ravvolte in tante incertezze chi pu pretendere, che mai non si
devii? Anche Anton Maria Salvini spieg l'etimologia di alcune voci
Italiane ne' suoi discorsi accademici[126] e il Baruffaldi, molte ne
aveva esaminate di quelle, che dal Ferrari, e dal Menagio, erano state
trascurate.[127]

NOTE:

[104] Girolamo Andrea Martignoni fece con nuovo metodo un Vocabolario
Toscano, nel quale tutte le voci sono ridotte a tre classi, di cose
fisiche, morali, e scientifiche, e ciascuna  suddivisa in pi altre
classi. Ne stamp la prima parte a Milano il 1743. e il P. Daniele
Trinchineta Minor Conventuale ne pubblic ivi la seconda il 1750.
Il Cesarotti Op. T. 1. p. 217. ricorda un Dizionario Padovano, e
Toscano dell'Ab. Gaetano Patriarchi, in cui a fronte d'ogni vocabolo e
idiotismo Padovano sta l'equivalente Toscano, e il P. Zaccaria _Stor.
Lett._ T. 11. p. 5. parla del Dizionario Siciliano, Italiano, e Latino
del P. Michele del Bono della Compagnia di Ges.

[105] _Voci maniere di dire, e osservazioni di Toscani scrittori,
e per la maggior parte del Redi, raccolte, e corredate di note da
Andrea Pasta, che possono servire d'istruzione ai giovani nell'arte
del medicare, e di materiali per comporre con propriet, e pulizia
di Lingua Italiana i Consulti di Medicina, e di Cirusia. Brescia per
Gio. Maria Rizzardi_ 1769. E di nuovo in Verona nella Stamperia di
Dionigi Ramanzini, 1806. nell'ultimo volume dell'edizione Veronese del
Vocabolario della Crusca.

[106] Zaccar. Stor. Lett. d'Ital. T. 14. p. 357.

[107] Ivi p. 356.

[108] Opere T. 5. p. 181. Ed. di Venez. del Palese.

[109] Un egregio Vocabolario militare ha poi fatto il chiarissimo
Signor Giuseppe Grassi, il quale per essendo impresso recentemente,
non  del mio instituto il parlarne.

[110] Dalla p. 260. fino a 576.

[111] Stampato in Firenze il 1728.

[112] Bologna pel Pisani 1732. in 4. e di nuovo Bergamo 1744. Colle
aggiunte del Bandiera si stamparono per la prima volta in Venezia il
1756. e poi molte, altre volte.

[113] Alla v. _strage_ si vede fra i sinonimi _massacro_ che egli
chiama voce dell'uso; ma un buono scrittore non vorr adoperarla.

[114] Palermo pel Feuer. 1756. T. 2. in 8.

[115] Padova nella Stamp. del Seminario 1763. in 4.

[116] _Venezia_ 1755. in 4. Egli fece anche il Rimario delle voci
Italiane rimate licenziosamente e delle parole tronche, e quello della
Commedia e Canzoniero di Dante, che sono inediti. _Zaccaria Stor. Lett.
d'Ital._ T. 14. _p._ 357. Ivi gli si attribuisce ancora il rimario
della Gerusalemme, che si dice pure inedito. Ma questo rimario fu
compilato dallo Sgargi, e il Baruffaldi ne fu l'editore. Questi ne
cominci uno, ma non lo compi, come dice egli stesso nell'edizione
Veneta delle opere del Tasso T. 1. p. 374.

[117] _Padova pel Comino 1727._

[118] E' opera di Giambattista Sgargi di Gubbio, e il Baruffaldi lo
stamp nel primo volume delle opere del Tasso dell'edizione di Venezia,
aggiungendovi sei ragionamenti.

[119] _Bergamo pel Lancellotti 1760._ in 12. Baldassar Prosperi fece
il rimario del Filicaja, come dice il Baruffaldi nell'edizione citata
delle opere del Tasso T. 1. p. 374.

[120] Modi di dire Toscani ricercati nella loro origine. Venezia,
appresso Simon Occhi. 1740. in 4.

[121] Opere T. 1. p. 129.

[122] Opere T. 1. p. 221.

[123] _Antiq. Ital. med. vi. Diss. 33._

[124] _Bast._, e poi _Basta_, _Bastum_, _Clitell_..... _Bastur
asinorum_ ec. Du Cange.

[125] _Antiq. It. Med. Aevi. Diss. 33._

[126] _Disc. Acc._ T. 2. _D._ 24. 25. 26.

[127] _Zaccaria Stor. Lett._ T. 14. _p_. 356.




          _Edizioni ed illustrazioni degli Autori classici._

                               ~CAPO~ X.


Un altro modo d'illustrar la lingua adoperarono altri or pubblicando
l'opere de' buoni scrittori, ed or rischiarandole con annotazioni,
e con ogni maniera di spiegazioni. I Salvini, i Manni, i Biscioni,
i Bottari, ed altri con nuove, e pi corrette edizioni delle opere,
che fanno testo in lingua, e gi dianzi erano pubblicate, e con
ritogliere dalla polvere delle librerie gli antichi manoscritti, e
darli in luce molto hanno giovato alla nostra lingua. E molto pi
le hanno giovato coloro, che s fatte opere co' loro comenti hanno
rischiarate. Le fatiche de' comentatori di Dante non soddisfacevano
abbastanza al comun desiderio, siccome quelle, che spesso non erano
esatte, e sempre soverchiamente diffuse. Ripararono a questo difetto
Gio. Antonio Volpi co' suoi indici nell'edizion del Comino[128] poi il
P. Pompeo Venturi,[129] e finalmente il P. Baldassare Lombardi Minor
Conventuale[130] colle loro annotazioni. Molto si affatic pure intorno
a Dante il Canonico Dionisi di Verona esaminando codici, e raccogliendo
varianti per procurare un'edizione esatta della Divina Commedia. Frutto
di tanto suo studio sono alcuni suoi opuscoli ne' quali molte cose
si vedono utilissime alla illustrazione di quest'opera, quantunque
talvolta vi s'incontrino ancora giudizj fallaci, e congetture prive di
fondamento.[131] Benemerito del Petrarca, o piuttosto di quelli, che
lo leggono volle essere il Muratori corredando le rime di quel gran
Lirico colle sue annotazioni, e con quelle d'Alessandro Tassoni, che
egli dette in luce per la prima volta, quantunque non tutti siano per
approvare le critiche di quel sommo scrittore, che nelle cose spettanti
al gusto non era cos grande, quanto in ci che spetta all'antichit.
E benemeriti ne furono veramente il Tiraboschi, che nella sua storia
esponendo la vita di lui alcune parti delle sue rime and illustrando,
e il chiarissimo Signor Conte Gio. Battista Baldelli nella bella vita,
che ne scrisse,[132] e che tutta  piena di scelta erudizione, e di
giusta critica. Cos piaccia a lui di darci pure la vita di Dante, come
questa ci ha data, e quella del Boccaccio, della quale a me rincresce
solamente di non poter qu ragionare, perch non appartiene all'epoca,
nella quale star deve racchiuso questo mio ragionamento[133]. Ricorder
bens la storia del Decamerone di Domenico Maria Manni,[134] a qualche
difetto della quale suppl poi il Lami nelle Novelle Letterarie di
Firenze del 1754. 1755. 1756. Anche il Bottari illustr e difese il
Decamerone con trentadue lezioni, che hanno poi veduta la luce per
opera del signor Francesco Grazzini egregio giovine de' buoni studj
amantissimo.[135] Ma quanto debbono gli approvati scrittori alle cure
indefesse de' due test mentovati Manni, e Bottari! Quanto ad Anton
Maria Salvini, al Canonico Biscioni, al Seghezzi, al Serassi! Se io
volessi qu noverare le opere per essi, o per altri pi correttamente
pubblicate, o da' testi a penna tratte per la prima volta in luce, o
di utili prefazioni, e annotazioni arricchite ampia materia avrei di
ragionare. Ma troppo increscevole sarebbe un lungo catalogo di nomi e
di titoli, e al tutto inutile, da che il Signor Gamba nella sua serie
delle edizioni de' testi di lingua Italiana[136] s accuratamente ha
soddisfatto al pubblico desiderio.

NOTE:

[128] _Padova pel Comino_ 1727.

[129] _Lucca pel Cappuri_ 1737. senza il suo nome, e poi pi altre
volte con molte aggiunte, e correzioni.

[130] Roma, Fulgoni 1791. in 4. e di nuovo Roma, de Romanis 1815. T. 4.
in 4. ottima edizione.

[131] _Serie d'Aneddoti_ N. II. _Verona per l'erede Merlo_ 1786. in 4.
Contiene una dissertazione sopra Pietro comunemente detto figlio di
Dante, e sul suo comento. In fine vi  unito il _piano_ per una nuova
edizione di Dante.

_Serie d'Aneddoti_ N. IV. Ivi per lo stesso 1788. in 4. Contiene due
componimenti in versi esametri Latini di Dante a Giovanni di Virgilio,
ed altrettanti di Giovanni a Dante, a' quali succede un saggio di
critica sopra Dante. _Serie d'Aneddoti_ N. V. _de' Codici Fiorentini di
Dante_. _Ivi per gli_ Eredi Carattoni 1790. in 4. _Dialogo Apologetico
per appendice alla serie degli Aneddoti Dionisiani_. _Verona per gli
eredi di Marco Moroni_ 1791., in 8. Il ch. Signor Proposto Lastri
avendo nelle Novelle Letterarie di Firenze de' 17. e 29. Aprile 1791.
censurato il N. 5. di questi Aneddoti il Dionisi si difese con questo
Libretto. Non ho registrato il N. 1. degli Aneddoti, perch non
riguarda Dante. Non so se altri numeri sieno usciti dopo questi, che
mi furono donati dall'Autore nel 1792. Ma siccome egli aveva sempre in
mira Dante, perci anche in altra opera intitolata _de' Blandimenti
funebri, ossia delle Acclamazioni Sepolcrali Cristiane_, _Padova nella
Stamperia del Seminario_ 1794. in 4. trova modo di parlar di lui e di
illustrarlo.

[132] _Del Petrarca, e delle sue Opere Lib._ 4. _Firenze presso Gaetano
Cambiagi._ 1797. in 4. L'Ab. Sebastiano Pagello pubblic le _rime di
Messer Francesco Petrarca con note date la prima volta in luce ad
utilit de' giovani, che amano la poesia_. Senza indicazione di luogo e
di stampatore, 1754. in 4. Non ho veduta questa edizione, ma so che le
note sono lodate.

[133] _Vita di Giov. Boccacci Firenze presso Carli._ 1806. in 8. gr.

[134] _Firenze pel Ristori_ 1742. _in_ 4.

[135] _Lezioni di Monsig. Giovanni Bottari sopra il Decamerone. Firenze
presso Gaspero Ricci_ 1818. T. 2. _in_ 8.

[136] Si veda principalmente la nuova edizione fatta in Milano dalla
stamperia Reale il 1812. in due volumi in 18., la quale oltre ai
testi di lingua citati nel Vocabolario, e quelli che furono approvati
dall'Accademia nel 1786. comprende ancora quelli che furono allegati
dall'Alberti, e parecchi altri, che il Sig. Gamba propone come Autori
di purgata favella, e di tutti accenna le migliori edizioni, come dico
nel capo seguente.




             _Di quegli Scrittori, che hanno illustrata la
               lingua Italiana scrivendo purgatamente._

                              ~CAPO~ XI.


Ma la pi nobil maniera di illustrar una lingua consiste nello scriver
bene. Io non pretendo decidere quali sieno gli scrittori, che debbono
far testo in lingua. Questo  ufficio dell'Accademia della Crusca,
ed ha voluto almeno in parte soddisfarvi l'Accademia Fiorentina nel
partito preso il 1786. di cui ho parlato pi volte.[137] Io prendo ad
annoverare non solamente coloro, ai quali  stato quest'onor conceduto,
o che ottener lo potrebbono, perch scrissero purissimamente, ma quelli
ancora, che meritano lode di molta purit, quantunque alcuna volta,
o per trascuratezza, o per debolezza di umana natura sieno caduti in
qualche errore, od abbiano usata qualche voce non approvata. Niuno
scrittor vivente porr fra questi, de' quali troppo  pericoloso il
dar giudizio: n intendo di noverare tutti i trapassati, che ne son
meritevoli, perch troppo lunga impresa sarebbe, e difficile. Altri
per mi ha diminuita alquanto la fatica. Oltre all'Alberti, di cui
ho gi fatta parola, il Signor Gamba nuovamente stampando la sua
_serie dell'edizione de' testi di lingua_[138] agli scrittori scelti
dall'Accademia, e dall'Alberti parecchi altri ne aggiunse di purgata
favella. E poco fa un anonimo scrittore coltissimo, giudizioso, e
della nostra lingua amantissimo ha pubblicato un eccellente _catalogo
d'alcune opere attenenti alle scienze alle arti e ad altri bisogni
dell'uomo; le quali quantunque non citate nel Vocabolario della
Crusca meritano per conto della lingua qualche considerazione_.[139]
Finalmente il Signor Poggiali alla sua _serie de' testi di lingua_ ha
aggiunto un catalogo di _opere non citate nel Vocabolario di autori
per in esso allegati, e un altro di opere scritte in buona favella
di autori non citati nel Vocabolario_.[140] Molto prender da questi
scrittori, aggiungendo per non poco, e talvolta allontanandomi
dall'opinion loro, e piuttosto agli autori per essi approvati
aggiungendone alcuni altri.

Comincio dagli Scrittori di Grammatica, e fra questi vuolsi dare il
primo luogo al Corticelli. Di lui ho gi detto di sopra, dove ho
lodato i suoi precetti; e qu devo nominarlo di nuovo perch i suoi
precetti sono esposti purissimamente. L'opera sua  annoverata fra
quelle approvate dall'Accademia Fiorentina. Al Corticelli unisco
Francesco Maria Zanotti per gli _Elementi di grammatica volgare_ de'
quali altres ho gi parlato, e pel _Ragionamento sopra la volgar
Lingua_.[141] E poich in questa parte del mio ragionamento ho nominato
per la prima volta questo immortale scrittore, non so trattenermi
dal mostrare qualche maraviglia, che l'Accademia Fiorentina in quel
partito da me ricordato ponendolo fra gli scrittori approvati di tante
sue opere abbia scelte le lettere solamente, e le opere mattematiche,
filosofiche, oratorie, e poetiche abbia trascurate. Le sue lettere sono
bellissime; ma non sono men belle le altre cose; e in tutte si vede
una grazia di stile, che innamora. Io non dico, che egli sia scrittore
purissimo nel fatto della lingua, n volle esser tale. Ma, come il
Castiglione, segu una certa libert, la qual pure non  senza grazia.
Che se i Deputati reputarono opportuno di perdonargli questa libert
nelle lettere senza approvarla, parrebbe che s fatta indulgenza usar
gli si dovesse ancora per le altre opere tanto maggiori, o l'importanza
si consideri della materia, o la cura da lui posta nello scriverle.
Finalmente ricordo i dialoghi del P. Rosasco, de' quali pure ho
gi fatta menzione. Avrei desiderato, che questo purgato scrittore
non facesse uso di certe voci antiquate che non sono rare in quel
suo Libro. Checch per sia di questo, egli in quest'opera scrive
purgatamente, e si deve dargliene lode. Ma progrediamo pi innanzi
e dai maestri di grammatica passiamo a quelli, che ci hanno dati i
precetti dell'eloquenza e della poesia.

Qu pure ci si presentano il P. Corticelli e Francesco Maria Zanotti.
I cento discorsi del primo su l'eloquenza meritarono d'essere
approvati dall'Accademia Fiorentina.[142] Parr forse ad alcuno, che
i suoi insegnamenti sieno comuni troppo; ma non  comune in essi la
purit della lingua, e il savio avvedimento di prendere gli esempj
tutti da ottimi scrittori approvati dalla Crusca. Il secondo scrisse
cinque ragionamenti _dell'arte poetica_,[143] parlando della poesia
in generale poi della tragedia della commedia dell'epopeja e della
lirica. Nella qual trattazione egli condisce tutto con quella grazia,
che era a lui naturale e che non lo abbandonava anche ne' famigliari
discorsi. I precetti poetici dette pure il Gravina, e la sua opera
 annoverata fra quelle scelte dall'Accademia Fiorentina, il qual
autorevol giudizio mi fa sicuro, che non m'inganno commendando ancora
le altre opere sue scritte in Italiano[144]. Con purgato stile procur
di scrivere il Quadrio la sua faticosa, e troppo lunga opera _della
storia e della ragione d'ogni poesia_,[145] il Bisso nell'elementare
_introduzione alla volgar poesia_,[146] il Baruffaldi ne' ragionamenti
poetici, dove parla della rima, dei rimarj, de' centoni, e delle varie
edizioni della Gerusalemme liberata,[147] il Parini nei _principj
delle belle Lettere_,[148] e il Borsa nella dissertazione _sul Gusto
presente in Letteratura Italiana_ onorata di premio dall'Accademia
Mantovana.[149] Ma parecchi fra questi vince d'assai, ed a niuno 
secondo il Sibiliato a giudizio d'uomini intelligenti (giacch non mi 
riuscito di vedere le cose sue). Due dissertazioni di questo scrittor
purissimo appartengono a questa classe, e furono da lui destinate a
due Accademie diverse. Commenda nella prima l'arte poetica, mostrando
quanto alla civil societ sia vantaggiosa ed alla politica, e fu
premiata dall'Accademia Mantovana: colla seconda corregge e reprime
quella pedanteria scientifica, (come la chiama il Cesarotti) che agli
anni passati col titolo di spirito filosofico invase e guast l'amena
letteratura.[150] Aggiungo a questi Anton Maria Salvini ed il Marchese
Gio. Giuseppe Orsi. Il primo per le annotazioni da lui fatte alla
_perfetta Poesia_ del Muratori, ed il secondo per le _considerazioni
sopra il libro francese intitolato de la maniere de bien penser dans
les ouvrages d'esprit_,[151] e pel ragionamento sopra il dialogo di
Cicerone _de senectute_.[152] Ambedue fanno testo in lingua, il Salvini
per antico diritto, l'Orsi per decreto dell'Accademia Fiorentina. A
questa classe appartengono i dialoghi del Regali di cui ho parlato
al Capo VI, ed alcune opere di Giuseppe Bianchini, cio la difesa di
Dante, le tre lezioni sopra il primo terzetto del Paradiso di Dante,
sopra un sonetto del Petrarca, e sopra uno del Varchi, il Trattato
della satira Italiana, e il Dialogo intitolato la villeggiatura,[153]
e la difesa del Petrarca per opera del Casaregi, del Canevari, e del
Tomasi.[154] A questa classe si possono aggiungere altres l'acre
censura, che il Biscioni fece all'edizione de' Canti carnascialeschi
procurata dal Bracci,[155] e la pi acre risposta dello stesso
Bracci[156]. Commendo ne' due feroci rivali la purgatezza della lingua,
ma biasimo solennemente la mordacit loro, e principalmente del
secondo, che ebbe poi a dolersi di averla usata.

Molti pi sono gli Oratori, ed i Poeti, che domandano d'esser qu
nominati. Ne sceglier alcuni, non potendo parlar di tutti. Fra gli
Oratori vuolsi concedere il primo luogo al Gesuita Lucchese Alfonso
Nicolai[157] per ci che spetta alla lingua; n a questo m'induce
l'amor della Patria, ma s l'Accademia Fiorentina, che l'annover
fra i suoi scrittori approvati. I Gesuiti Tornielli[158] Bassani,
Sanseverino, Dolera, Rossi, Venini, Trento, Pellegrini, Granelli,
Muzani, Masotti, Vettori, e il Domenicano Valsecchi, furon lodati da
chi li ascolt predicare dal pergamo e sono lodati da chi legge le
loro prediche. Anche fra gli Autori di lezioni sulla Santa Scrittura
ve ne ha parecchi di purgata favella. Tali io giudico il Nicolai, il
Granelli, il Rossi, il Pellegrini, gi mentovati, e il Barotti, il
Martinelli, e lo Scotti. Si aggiungano a questi Gio. Maria Luchini,
ed Angelo Maria Ricci, pe' loro volgarizzamenti d'alcune Omele di
S. Basilio, di S. Giovanni Grisostomo e di S. Gregorio Nazianzeno,
de' quali parler altrove, Giuliano Sabbatini Scolopio e Vescovo di
Modena, Lodovico Preti, Giuseppe Tozzi, Antonio Monti. Fra gli Oratori
profani, si debbono ricordare Benedetto, e Giuseppe Averani, e Anton
Maria Salvini. Nomino qu Benedetto, perch l'Accademia Fiorentina
che l'annover fra gli Scrittori da lei destinati a far testo in
lingua gli attribuisce non so quali orazioni. Queste per non sono
note al Mazzucchelli, n al Signor Gamba, n a me. Note sono bens le
sue _dieci Lezioni sopra il quarto Sonetto del Petrarca_ stampate in
Ravenna il 1707. cio l'anno stesso della sua morte. Dieci lezioni
per un sonetto a dir vero sono troppe; ma tale era l'uso del tempo
suo che ora  cessato, n  da dolersene. Altre undici lezioni egli
scrisse, le quali abbiamo fra le prose Fiorentine. Molte lezioni
altres scrisse il fratello suo Giuseppe, che il Proposto Gori fece
poi stampare.[159] I Salvini si dee collocare fra gli oratori sacri
per le prose sacre,[160] e fra' profani pe' discorsi Accademici, per
le prose toscane, ed altre opere.[161] Altri oratori abbiamo nelle
Prose Fiorentine, e nell'aggiunta che a questa si fece in Venezia il
1754. Purgatamente scrissero orazioni ancora Francesco Maria Zanotti,
Alessandro, e Domenico Fabri, il P. Curzio Boni Chierico Regolare della
Madre di Dio, Flaminio Scarselli, ed altri.[162]

Agli Oratori succedano gli scrittori di lettere. Sono alcuni, ai quali
niente aggrada, che non sia forestiero, e d'oltre monti non venga
o d'oltre mare. Essi magnificando le glorie dell'altre Nazioni in
questa parte della letteratura non cessano di rinfacciare all'Italia,
che le mancano buoni scrittori di tal genere. Se il mio argomento
mel permettesse non sarebbe a me difficile di mostrar pienamente
la falsit di questa accusa, indicando molti egregi epistolarj del
passato secolo, o dei precedenti. Ma contenendo ancora il mio discorso
fra gli angusti confini, che mi sono prescritti, e continuando la
mia trattazione mi avverr di rispondere almeno in parte a quel
rimprovero, quasi senza avvedermene. Il Metastasio  autore approvato
dall'Accademia Fiorentina per le opere drammatiche solamente, nelle
quali era sommo. Le altre opere sue, bench sieno di minor pregio, sono
per lodevoli. Le lettere[163] sono scritte con molta grazia, e con
qualche purit. Dotte ed erudite son quelle d'Apostolo Zeno,[164] il
quale altres  approvato da quell'Accademia per alcune delle sue opere
drammatiche. Elegantissime sono quelle de' Bolognesi, e leggiadramente
scritte[165]. Eustachio Manfredi, i due Zanotti Francesco Maria e
Giampietro, il Ghedini, Alessandro e Domenico Fabri, e Flaminio
Scarselli ne sono gli autori; e i loro nomi sono cos noti, che farei
cosa inutile se qu prendessi a commendarli. Molte lettere abbiamo
dell'Algarotti fra le sue opere.[166] Sanno tutti, che l'Algarotti alla
scuola Bolognese attinse il buon gusto delle lettere, e fu scrittore
elegante, e da prima anche puro. Ma poi viaggiando in Francia, in
Inghilterra, in Germania, ed ivi dimorando lungo tempo il suo stile
prese una certa straniera tintura, per cui le maniere de' nostri
antichi si vedono talvolta unite a quelle de' moderni oltramontani,
il che se non m'inganno fa un contrasto spiacevole da non imitarsi.
L'Alberti cit le sue opere, n lo condanno per questo, perch molte
voci vi si trovano spettanti alla fisica e alle arti del disegno, che
secondo il suo instituto egli dovea raccogliere: ed io cito qu le sue
lettere, e citer altre cose sue, ove mi cadr in acconcio, perch
molto v'ha in esse scritto toscanamente.

Anche al Magalotti nocquero i lunghi viaggi in ci che spetta alla
purit di lingua. Purgatamente scrisse _i saggi di naturali sperienze_,
che fanno testo in lingua. L'Accademia Fiorentina concedette
quest'onore anche alle sue lettere s familiari, che erudite.[167]
Il Cesarotti si doleva[168] che riconoscendosi questo scrittore per
fortissimo nei saggi dell'Accademia del Cimento, si accusi _d'esser
poi nelle sue lettere familiari scritte in et pi matura_ (_si noti
la circonstanza_) _caduto in neologismi, gallicismi, e barbarismi
evidenti_. Non  strano per, che un giovine scrittore di felice indole
ben indirizzato nelle lettere, e conversando con uomini dotti scriva da
prima lodevolmente, e col volger degli anni, sedotto poi dall'altrui
plauso, o dalla soverchia stima di se medesimo, o da qualsivoglia altro
motivo travii dal retto sentiero, e cada in errori anche gravi: e di
leggieri se ne potrebbe recar qualche esempio. Il Cesarotti rammenta
il giudizio di Monsignor Fabroni, il quale dice che l'orazion del
Magalotti  piena di maest, splendida, e luminosa, ed ha in se una
somma bellezza, e dignit, e porta sempre in fronte (ci che fu lodato
in Messala) la nobilt dell'autore, il che tutti gli concederanno.
Ma il Fabroni non lo difende da quell'accusa, n credo che altri lo
vorr difendere, e l'Accademia Fiorentina, che approv le opere del
Magalotti non avrebbe forse voluto tutte approvar le parole, e i modi
di dire, che sono in quell'opere. Purit grande al contrario, scevra
da ogni scoria straniera ci offrono le lettere di Lodovico Preti, e di
Natale dalle Laste, o Lastesio. Meno pure di queste sono le lettere
di Lodovico Bianconi sulla Baviera, e su Cornelio Celso; ma tanta 
la grazia con cui sono scritte, che volentieri gli si perdona qualche
scorrezione. Il Signor Gamba pone nel suo Catalogo le lettere di
Giuseppe Baretti a' suoi fratelli stampate a Venezia il 1762. e tre
altre del medesimo contro Biagio Schiavo uscite in luce il 1747. co'
torchj di Lugano. Ma siccome egli confessa, che _questo capriccioso
autore va al di l nel coniar vocaboli strani_, non credo dovergli
dar luogo nel mio. Per la cagion medesima escluder la troppo celebre
_frusta letteraria_, colla quale sotto il nome d'Aristarco Scannabue
malmen molti scrittori anche insigni del suo tempo.

Un altro lamento sogliono fare alcuni, che in parte ripete il Signor
Cesarotti. _Il Boccaccio_, egli dice, _ricco delle locuzioni del
comico familiare, manca dei tornj dell'urbanit delicata, e da lui
forse  addivenuto, che l'Italia in questo genere  tanto inferiore
alla Francia._ E ci non basta. Altri fra le opere degl'Italiani
non ne trovano quasi veruna, che serva a piacevole trattenimento, e
fanno querele, perch quasi tutte dalle scienze, o dalle facolt,
che insegnano, prendono un certo aspetto severo troppo, e contente
d'insegnare, non si curano di dilettare. Ma questi lamenti mi sembrano
ingiusti. Il Boccaccio prendeva stile diverso secondo la diversit
delle materie. Nelle novelle di Calandrino, Bruno, e Buffalmacco ed
in altre simili fece uso del _comico familiare_; l'urbanit delicata
adoper in quelle della Marchesana di Monferrato, di Bergamino, del Re
di Cipri, e in altre molte; e sono per avventura pi le seconde, che
non le prime. Potrei citare altres il Castiglione nel Cortegiano, il
Bembo negli Asolani, il Caro, e il Bonfadio nelle lettere, e parecchi
altri scrittori del secolo decimosesto. Ma io debbo ristringere il mio
discorso fra quelli del decimottavo. Or chi non ravvisa l'urbanit, ed
anche la piacevolezza negli autori di lettere poco fa mentovati? E chi
potr indicarmi non dir un'opera, ma direi quasi una sola facciata
di Francesco Maria Zanotti, in cui si desiderino questi pregi? Sino
le cose mattematiche ne' dialoghi sulla forza, che chiamano viva, e
la morale filosofia sono da lui appiacevolite con tanta leggiadria di
stile, che non temono veruna bench illustre comparazione. Urbanit,
e piacevolezza io trovo ancora nell'opere dell'Algarotti, del Gesuita
Roberti, di Gasparo Gozzi, del Conte Robbio di S. Raffaele, del Conte
Giambattista Giovio, del Bianconi, e nelle Donne della Santa Nazione
del Gesuita Giuliari. Non finirei cos presto, se tutti volessi
noverare coloro, che meritano d'esser citati. Tralascio perci il lungo
ed inutil catalogo de' loro nomi, e proseguo l'intrapresa carriera.

Il secolo decimottavo si pu dir per l'Italia il secolo de' poeti. Non
v'ha quasi citt, che non vanti qualche buon poeta, o mediocre. Non 
mio ufficio l'esaminare, se quell'immenso torrente di versi, che agli
anni passati ha inondate le nostre contrade, fosse affatto inutile o
anche dannoso, o se per avventura ne sia provenuta qualche maggiore e
pi universale, coltura degl'ingegni Italiani. Io cerco solamente fra
tanto numero di poeti quali sieno coloro, che agli altri pregj di buon
poeta seppero unire la purit della lingua. E cominciando dagli autori
di certi poemi, che epici in qualche modo si possono chiamare nominer
in primo luogo la Genesi di Monsignor Cerati Vescovo di Piacenza,
poi il Tobia di Cammillo Zampieri, gli occhi di Ges del Martelli,
l'Apocalisse di S. Giovanni, e il Telemaco di Flaminio Scarselli, e
il Giobbe del Rezzano, e quello dello stesso Zampieri. Tranne i tre
primi gli altri si considerano come traduzioni, alle quali non do qu
luogo;[169] ma se rettamente si osserva si debbono piuttosto chiamar
imitazioni, che traduzioni. Fra i poemi didascalici nominer prima
l'Antilucrezio del Ricci approvato dall'Accademia Fiorentina, e poi
la Fisica, l'origine delle Fontane, e il Caff del Barotti felice
imitator dell'Ariosto, la felicit del Bondi, i Cieli del Pellegrini,
tutti tre Gesuiti. Si uniscano a questi i poemi di cose agrarie, come
la coltivazione del riso dello Spolverini, il Baco da seta del Betti,
il Canapajo del Baruffaldi, la coltivazion de' monti del Lorenzi, le
fragole del Roberti.[170] Maggior sarebbe il numero dei poemetti di
vario argomento se qu volessi noverarli. Fra questi non debbo tacere
la Bucchereide del Bellini, che fa testo in lingua: ma degli altri non
far menzione perch troppo lungo discorso si richiederebbe. Laonde
senza pi far passaggio alla poesia teatrale.

Questa si pu dividere in tragica, drammatica, e comica. Il primo
ristoratore della Tragedia Italiana nel secolo, di cui parliamo fu
Pier Jacopo Martelli, ed egli avrebbe riscosso plausi pi durevoli,
se non avesse adoperato i nojosi versi, che da lui hanno il nome di
Martelliani. Il Gravina scrisse con molta purit cinque Tragedie,
che sono altrettanti efficacissimi sonniferi, quantunque non sieno
prive di qualche pregio. Lodevoli sono quelle dell'Ab. Antonio Conti.
L'Accademia Fiorentina approv le prose e le rime di quest'autore,
colla quale denominazione pare, che abbia voluto indicar solamente le
sue opere stampate in Venezia il 1739. e 1756. in due volumi. Ma ivi
non sono n il volgarizzamento della lettera d'Elisa ad Abelardo, n
le sue quattro Tragedie. Dovremo dunque dire, che queste cose sieno
escluse? Io non lo credo, e penso piuttosto, che in quelle parole
sieno comprese le opere sue tutte quante. Quasi nel tempo medesimo il
Marchese Maffei compose la Merope tante volte stampata, e rappresentata
sul teatro. Il Voltaire l'imit in parte, e poi la critic amaramente,
celandosi sotto il finto nome di M. de la Lindelle. Inferiore di pregio
alla Merope  la Didone di Giampietro Zanotti, e vie pi inferiori sono
l'Ezzelino e la Giocasta del Baruffaldi, quantunque sieno scritte
purgamente. Intorno allo stesso tempo Domenico Lazzarini dette in luce
l'Ulisse, il quale non ha altro merito, che d'esser puramente scritto,
e d'aver fatta nascere la celebre satira intitolata il Ruzvanscad.
Degno di sedere accanto all'autor della Merope  Alfonso Varano pel
Demetrio, Giovanni di Giscala, e Agnese, e ne  degno altres il P.
Giovanni Granelli Gesuita pel Sedecia, Manasse, Dione, e Seila figlia
di Iefte. N molto inferiori a queste ottime io stimo il Gionata, il
Demetrio Poliorcete, e il Serse del Bettinelli Gesuita egli pure.
Questo celebre Scrittore non cerc molto la purit della lingua; ma fu
maggiore la libert da lui usata dopo la soppressione della Compagnia
di Ges; nelle tragedie per principalmente e in qualche altra opera,
che indicher a suo luogo, fu assai moderato. Fu il Pompei amante
della nostra lingua, e tale si mostr in due tragedie intitolate
Ipermestra e Calliroe. In queste merita molta lode per regolarit di
condotta e per altri pregj; non  per mio officio e lascio ad altri
l'esaminare se quelle sue tragedie tanti ne abbiano e tali, che debbano
ottener molto plauso rappresentate sul teatro. Parecchi altri Poeti
Tragici del passato secolo sono con onor nominati dal chiarissimo
Signor Napoli Signorelli nel sesto volume della sua storia critica de'
Teatri, de' quali non far qu parola, perch o sono viventi, o non
si sono abbastanza curati di scrivere puramente, o non ho lette le
loro produzioni. Ma fra le Tragedie non vedute da me credo di potere
assicurare, che l'Agamennone e Clitemnestra pubblicata nel 1786. dal
Signor Matteo Borsa abbia quella purit di lingua, che io qu ricerco,
perch egli era colto e purgato scrittore, talch il Signor Gamba
avrebbe potuto concedergli un luogo onorevole nella sua appendice.

Il novero de' Poeti Tragici, che debbono esser da me nominati terminer
col Conte Vittorio Alfieri. Le sue tragedie al primo loro apparire
sulle scene ottennero molto plauso, il quale pel corso di ben ventisei
anni non si  punto scemato. Alcuni critici di molto ingegno, e di
non mediocre dottrina si sono adoperati di trovare in esse parecchi
difetti: ma niuno accusa l'autore di non essere scrittore purgato.
A me basta questa lode, che l'universal consentimento, gli accorda,
n a me appartiene d'indicare gli altri suoi pregj, o assottigliarmi
d'indagarne i difetti, n di esaminare se i migliori dei tragici
nostri sieno da lui uguagliati, o superati. Lascio questo esame agli
spettatori frequenti, che non si stancano di accorrere alle sue
tragedie tante volte ripetute.

La tragedia ci  stata trasmessa dai Greci, e dai Latini, ma il dramma
musicale  opera nostra. Niun poeta teatrale  mai pervenuto alla
celebrit del Metastasio, i drammi del quale si son cantati su i Teatri
tutti dell'Europa. Questi furono approvati dall'Accademia Fiorentina,
come pur lo furono quelli d'Apostolo Zeno, che  al Metastasio _longo
proximus intervallo_. Degli altri poeti drammatici non credo dover far
parola.[171] Anche i poeti comici non mi tratterranno lungamente. Le
commedie del Fagiuoli fra le opere scelte dall'Accademia Fiorentina per
la nuova edizione del Vocabolario. Ma se meritano lode, perch sono
scritte toscanamente, non la meritano molto per gli altri pregj, che
alla commedia son necessarj per essere applaudite nel Teatro. Anche le
poche commedie, che abbiamo del Lazzarini, del Maffei, e dell'Alfieri
sono commendabili per la purit della lingua, ma contente di questa
lode non debbono esigerne altra maggiore. Al contrario il Goldoni, cui
niuno vorr negare il primato nella poesia comica italiana per gli
altri pregj, che essa richiede, ha trascurato alquanto la purit della
lingua.

Se scarso  il numero di quelli, che questa parte della poesia hanno
coltivata felicemente, grande  quello de' poeti lirici. Le poesie
del Filicaja e del Menzini furono citate dalla Crusca. Quelle di
Giovan Bartolommeo Casaregi, del Crudeli, di Monsignor Ercolani,
del Guidi, del Lorenzini, del Mozzi, e d'Anton Maria Salvini furono
approvate dall'Accademia Fiorentina. L'Alberti cita le rime del Gigli
seguace del dialetto Senese, e quelle d'Angelo Maria Ricci, che mi
sono ignote, giacch la guerra de' ranocchi, e de' topi attribuita ad
Omero, e da lui volgarizzata in versi anacreontici non pu annoverarsi
fra le _rime_, quantunque sia in versi rimati. A questi il signor
Gamba aggiunge il Lazzarini, il Maffei, il Magalotti, il Manfredi,
Alessandro Marchetti, il Martelli, il Mascheroni, il Pompei, e il
Varano. Io finalmente ne aggiunger pi altri. Fra questi porrei il
Frugoni, se gli editori suoi fossero stati men liberali. Vi porr
bens l'Algarotti, di cui l'Alberti cita parecchie opere di prosa,
non per le poetiche, che sono pi toscanamente scritte dell'altre.
Vi porr Francesco Maria e Giampietro Zanotti, Giovan Battista Zappi,
il Ghedini, il Salandri, il Conte Agostino Paradisi, il Pozzi, il
Vannetti, il Tagliazucchi, il Duranti, i Gesuiti Bassani, Rossi,
e Berlendis, il Vittorelli, il Bondi, il Parini, il P. Fusconi, il
Baruffaldi, lo Scarselli, Alessandro Fabri, il Bettinelli pe' versi
sciolti principalmente, il Dio del Cotta, le canzonette marinaresche
del Gesuita Tornielli.

Anche nella poesia piacevole molti meritarono plauso. Il Ricciardetto
del Forteguerra, la Svinatura del Carli, le rime piacevoli del
Fagiuoli, e le poesie del Saccenti, sono fra le opere scelte
dall'Accademia Fiorentina. L'Alberti cit la Celidora ovvero il
Governo di Malmantile del Conte Ardano Ascetti cio del P. Lodovico
Agostino Casotti Domenicano, e del Gigli la Scivolata e la Culeide,
e il Signor Gamba ha notate nel suo catalogo le poesie piacevoli di
Giuseppe Baretti,[172] e quelle di eccellenti Autori Toscani per far
ridere le brigate, stampate in Gelopoli cio in Firenze il 1760. fra
le quali ve n'ha alcune del Gigli, del Bellini, e d'altri poeti del
secolo decimottavo. Io aggiunger il Grillo d'Enante Vignajuolo, cio
del Baruffaldi, la Cuccagna del P. Rossi, le nozze di Pulcinella del
Vittorelli, le rime piacevoli del Dottor Vettore Vettori, qualche
capitolo di Francesco, e Giampietro Zanotti, del Manfredi, e pochi
altri.

Il Bettinelli voleva, che il ditirambo del Redi fosse l'unico ditirambo
Italiano, e che delle poesie satiriche si faccia meno conto, che di
ogni altra. _La lingua Italiana_ (egli dice) _non sembra atta a questa
poesia, e gl'Italiani dan troppo presto all'armi._[173] Il ditirambo
del Redi  veramente cosa unica, e niuna altra nazione pu gloriarsi
d'averne una simile. Nel secolo di cui parlo si  tentato d'imitarlo,
ma gl'imitatori sono sempre inferiori a' loro modelli. Fra questi si
pu accordare qualche lode al Baccanale in Gioveca del Baruffaldi,
almeno per ci che appartiene alla lingua. Riguardo poi alla satira io
non so che cosa avesse in animo il Bettinelli, quando disse, _che la
lingua Italiana non sembra atta a questa poesia_. So che l'Ariosto,
Salvator Rosa, l'Adimari, il Menzini, ed altri hanno scritte Satire; e
se in esse si trova alcun difetto, questo non proviene dalla lingua.
L'ultimo di questi appartiene in parte al secolo decimottavo, ed 
annoverato fra gli scrittori citati dalla Crusca. Ma un nuovo genere
di satira sconosciuto ai Latini e ad ogni altra nazione us il Parini
ne' suoi poemetti intitolati il Mattino, il Mezzogiorno, e la Sera, i
quali come prima uscirono in luce riscossero molto plauso in Italia, e
fuori. Egli non _d_ punto _all'armi_, ma con una delicata e leggiadra
ironia punge il vizio, e non lo flagella, n reca mai noja in tanta
somiglianza di cose, che da lui si debbon descrivere. N d'indole molto
diversa  il poema _dell'uso_[174] del Conte Duranti da me nominato con
lode fra i poeti lirici.

Questi fra molti sono i poeti, de' quali ho creduto dover qu far
menzione, lasciandone parecchi altri pregevolissimi per le altre
qualit, che dall'arte poetica sono richieste. Lo stesso  da dirsi
degli storici, di cui far adesso parola. Ma per procedere con
chiarezza divider la storia nelle diverse sue parti, e comincer da
quella, che pi propriamente si chiama con questo nome. L'Alberti cita
gli annali del Sacerdozio e dell'Impero del Battaglini, e lo lodo se
ne ha presa qualche voce ecclesiastica, che non si trovi in altro
scrittor pi pregevole. Non vuolsi per prenderli a modello di buono
stile, e purgato. Comincer dunque il novero delle opere storiche
dalla _Verona illustrata_ del Maffei registrata dal Signor Gamba nel
suo catalogo. A questa aggiunger i ragionamenti istorici su i Gran
Duchi di Toscana della Reale Casa de' Medici protettori delle lettere
e delle belle arti di Giuseppe Bianchini, la storia di Ferrara del
Baruffaldi, e la traduzione con ammirabile purit di lingua fatta
dal P. Pietro Savi Gesuita delle due opere latine del P. Ferrari,
delle geste del Principe Eugenio di Savoja nelle guerre d'Italia e
d'Ungheria. Dell'altre sue traduzioni parler altrove. Porr eziandio
in questa classe il ragionamento intorno all'origine della Citt
di Prato di Giovan Battista Casotti, che si legge negli _opuscoli
filologici_ del Caloger, e fu poi approvato dall'Accademia Fiorentina.
Vi porr finalmente le memorie storiche Modenesi del Tiraboschi, opera
d'argomento non grande, e che non somministra strepitose vicende, o
luminosi avvenimenti atti ad eccitare la curiosit di molti; tale
per che al suo autore conferma quella fama di critico giusto, e di
scrittor accurato elegante ed assai puro, che le altre cose sue gli
avevano procacciata. Unir a queste storie le illustrazioni, che il
P. Ildefonso da S. Luigi ha poste nelle sue _delizie degli Eruditi
Toscani_, e le descrizioni di feste ed esequie fatte da Giambattista
Casotti, Leonardo del Riccio, Rosso Antonio Martini, e Marc'Antonio
Mozzi,[175] de' quali scrittori ho gi fatta menzione, e la far di
nuovo.

Cinque opere spettanti alla storia Ecclesiastica dall'Accademia
Fiorentina furono approvate. Prima, fra queste o l'ampiezza si riguardi
della materia, o la sua importanza  la Storia Ecclesiastica del
Cardinal Orsi, che impedito dalla morte non pot condurre a fine. Io
non so bene, se l'Accademia adottandola tutte volesse adottare le sue
maniere di dire, fra le quali ve n'ha alcuna, bench di rado, tolta
dalla lingua Francese, cui si potrebbe dubitare se convenga dar la
cittadinanza Toscana.[176] Dell'altre opere da me indicate pur ora
due sono di Gio. Battista Casotti, cio le _Memorie Storiche di Maria
Vergine dell'Impruneta_, e _la Storia della fondazione del regio
Monastero degli Scarioni di Napoli_, e due sono del Canonico Mozzi,
cio la _Storia di S. Cresci, e de' Santi suoi compagni Martiri, e
della Chiesa di S. Cresci in Valcava di Mugello, e la lettera ad un
Cavalier Fiorentino divoto di S. Cresci_. L'Accademia forse volle
ancora concedere lo stesso onore all'Istoria degli anni Santi, e
ad altre opere di Domenico Maria Manni, quantunque non l'indicasse
espressamente.[177] Infatti qual cosa v'ha di questo purissimo
scrittore, che non meriti di far testo in lingua? A queste opere
poi aggiunger io la vita di S. Ignazio, la leggenda di S. Anna, e
quella di S. Margherita da Cortona del P. Antonfrancesco Mariani
Gesuita, il quale scrittore in ci che spetta alla lingua  sempre
cos purgato, che a niun altro lo reputo secondo, ed i pi tenui suoi
libretti ascetici proporre si possono a modelli di stile purissimo, e
immacolato. Aggiunger altres la _Storia ragionata delle eresie_ del
Canonico Pietro Paletta, nella quale e gli avvenimenti dell'eretiche
sette si descrivono con eleganza, e le cagioni se ne espongono con
critica diligente e sottile. Aggiunger finalmente l'insigne Storia
della Badia di Nonantola del Tiraboschi, di cui dir solamente, che 
degnissima del suo autore.

Ma la parte, in cui pi che in ogni altra il Tiraboschi si  renduto
celebre  la storia letteraria. Egli, Apostolo Zeno, il Mazzucchelli
sono in Italia i padri di questa classe, e tutti tre furono purgati
scrittori. Niuno  cos solennemente inerudito, che non conosca le
Dissertazioni Vossiane e le Annotazioni alla Biblioteca del Fontanini
d'Apostolo Zeno, gli Scrittori Italiani del Mazzucchelli, la Storia
della letteratura Italiana, e la Biblioteca Modenese del Tiraboschi.
Se io prendessi a lodar queste opere, e le altre cose minori di questi
scrittori nulla potrei dire, che non sia gi stato detto da molti, e
nulla aggiungerei alla loro celebrit. Dir solamente, che vasto 
l'argomento, che ciascheduno ha scelto, grande  in essi l'erudizione,
ma opportuna, esatta la critica, elegante lo stile, e (ci che
appartiene al mio scopo) non mediocre la purit della lingua; talch
non v'ha officio di buono scrittore, che essi abbiano trascurato. Da
Apostolo Zeno non deve andar disgiunto il suo feroce, ma disuguale
antagonista Monsignor Giusto Fontanini. La sua opera dell'eloquenza
Italiana, e la Biblioteca, che v' unita, si attiraron le critiche
dello Zeno, di cui ho gi parlato, del Muratori, del Maffei, di Gio.
Andrea Barotti, e del P. Costadoni, e la pi parte di quelle critiche 
giusta. Il Fontanini era quanto altri mai litigioso, tenace della sua
opinione, e non esatto abbastanza nell'erudizione. Era per erudito,
e assai puro di lingua. Questa lode gli si deve ancora per la Storia
arcana della vita di F. Paolo Sarpi, che ha pure il merito grande
d'aver rappresentato costui quale era veramente, e aver ci fatto con
irrefragabili monumenti. Grato mi sarebbe d'onorare questo mio catalogo
colla bell'opera di Marco Foscarini sulla letteratura Veneziana tanto
commendata a gran ragione. Ma se le altre parti tutte egli adempie
d'ottimo scrittore, in quella solamente, che la purit riguarda
della lingua, lascia alquanto a desiderare. Devo bens collocarvi il
Marchese Maffei per quella parte della sua Verona illustrata, dove
degli scrittori Veronesi tenne lungo discorso, Gio. Andrea Barotti
per le Memorie storiche de' letterati Ferraresi, ed il Bianconi per
l'auree lettere sopra Celso. L'Alberti ha citato alcuna volta la
Storia, e i Commentarj della volgar poesia del Crescimbeni, ma a me
non pare quest'opera purgata tanto, che le si debba dar qu luogo. Per
lo stesso motivo fra i libri di sacra eloquenza non ho collocato il
suo volgarizzamento delle Omele di Clemente undecimo, cui il signor
Poggiali d luogo nel suo Catalogo, n altrove le altre sue opere, che
per molti riguardi meritan lode. Aggiunger pi tosto l'operetta del
Manni dell'invenzione degli occhiali, che fu approvata dall'Accademia
Fiorentina, l'istoria del Decamerone del Boccaccio[178] la vita di
Niccol Stenone, e le veglie piacevoli del medesimo scrittore, dove fra
pi altre vite, che a questa classe non appartengono, parecchie ne sono
d'uomini chiari nell'amene lettere. Molte altre cose abbiamo di lui a
storia letteraria appartenenti, le quali tralascio, perch troppo lungo
ne sarebbe il novero, ed altri le potr vedere indicate nell'opera
test citata del chiarissimo signor Canonico Moreni. Non debbono poi
esser da me dimenticati il Casotti, e il Mozzi, il primo per la vita
del Buommattei, che sta innanzi alla sua opera della lingua Toscana,
e per alcune lettere sulla vita, e le opere del Casa,[179] e il
secondo per la vita di Lorenzo Bellini, che  fra quelle degli Arcadi.
E giacch queste vite d'uomini letterati ho nominate ragion vuole,
che tre altri purgati scrittori di questo genere io ricordi, cio il
P. Pier Caterino Zeno, che la vita ci dette di Giovanni Rucellai,
e degli storici Veneti Battista Nani e Michele Foscarini,[180]
Antonfederigo Seghezzi, che quelle descrisse del Caro, di Bernardo
Tasso, del Castiglione, e d'altri,[181] Pier Antonio Serassi, da cui
abbiamo quelle copiosissime di Torquato Tasso e di Jacopo Mazzoni,
una dissertazione sopra l'epitaffio di Pudente Grammatico, ed un
ragionamento sopra la controversia del Tasso e dell'Ariosto, Anton
Maria Salvini, che fra le vite degli Arcadi inser quella di Benedetto
Averani, ed il fratello suo Salvino, che ci diede i Fasti Consolari
dell'Accademia Fiorentina oltre a cinquantacinque vite le quali tutte
con incredibile diligenza ha accennate l'eruditissimo Signor Canonico
Moreni nell'opera pi volte citata. Alle vite succedano gli elogj,
intorno a' quali necessariamente sar breve, perch niuno scrittore mi
 noto, che lungamente si sia esercitato in questo genere d'eloquenza,
ed io non intendo nominar tutti quelli, che poche, e piccole cose hanno
pubblicate. Questo mio intendimento per non m'impedir di nominare
il Bolognese Luigi Palcani. Egli educato in quella beata scuola della
sua patria, fra tanti uomini chiarissimi, che l fiorirono alla met
del secolo passato o in quel torno, fu non solamente dotto, ma
ancora elegante, e purgato scrittore. Abbiam di lui gli elogj di due
mattematici, cio dell'Ab. Leonardo Ximenes e del Colonello Anton
Maria Lorgna, ne' quali la severit della materia  per lui temperata
mirabilmente colle grazie dell'eloquenza e ingentilita per modo,
che quegl'istessi cui non piacciono le mattematiche discipline sono
invitati ad amarle in quei due libretti elegantissimi.

Alla Storia  con vincoli strettissimi unita l'Antiquaria, la quale
perci richiama ora a se il mio discorso. Essa mi ricorda in primo
luogo il Gori, ed il Lami. Ambedue per decreto dell'Accademia
Fiorentina sono approvati, il primo per la _risposta al Marchese Maffei
intorno al Tomo IV. delle osservazioni letterarie, e per la difesa
dell'Alfabeto degli antichi Toscani_,[182] il secondo _per le Lezioni
Toscane, e pe' dialoghi d'Aniceto Nemesio in difesa delle lettere di
Atromo Traseomaco_.[183] L'Accademia non concedette lo stesso onore
alle _Lettere Gualfondiane_, che il Lami stamp sotto il finto nome
di Clemente Bini, e non senza ragione: perch quest'autore, che nelle
lezioni Toscane e ne' dialoghi non volle molto soggettarsi ad una
grande severit nell'usar voci di Crusca, nelle lettere us d'una
libert anche maggiore. Al Gori e al Lami aggiunger il Manni scrittor
purgatissimo, come ho gi detto. Di lui abbiamo pi e diverse opere
d'antiquaria cio delle _antiche terme di Firenze, notizie istoriche
intorno al Parlagio ovvero Anfiteatro di Firenze_, _istorica notizia
dell'origine e significato delle Befane_, e principalmente _le
osservazioni istoriche sopra i Sigilli antichi de' secoli bassi_.[184]
Della Verona illustrata del Maffei ho gi parlato due volte, e debbo
parlarne ora di nuovo perch vi sono unite l'opera su gli Anfiteatri,
e quella molto minore sull'antica condizione di Verona. Della seconda
dice graziosamente il Signor Abate Rubbi, che in essa l'ingegno
dell'autore  in ragion del suo cuore,[185] con che egli dette un
giusto e profondo giudizio. Ma io non esamino, che cosa possano dir
gli antiquarj dell'una, e dell'altra, e mi basta, che ambedue sien
pregevoli, bench possano meritar qualche critica, e che scritte sieno
purgatamente. Per lo stesso motivo nominer pure l'opera dei circhi del
Bianconi, quantunque abbia incontrato qualche oppugnatore. Debbonsi poi
con molta lode nominare le _Osservazioni sopra alcuni frammenti di vasi
antichi di vetro_ di Filippo Buonarroti,[186] le quali gli confermarono
quel nome di grande antiquario che le precedenti sue opere gli avevano
procacciato. N minor plauso vuolsi fare all'Ab. Luigi Lanzi, e a mio
giudizio anche maggiore, perch nuove strade apr nell'antiquaria, ed
us una esattissima critica, cui non erano molto inclinevoli molti di
quelli scrittori di s fatto genere, che pi erano celebri poco innanzi
a lui.[187] Non parler poi di quelli antiquarj, che poche e brevi cose
hanno scritte, per non esser soverchio: e passer piuttosto a noverare
i principali scrittori, che di materie scientifiche hanno trattato.

Cominciamo dalla Psicologia, e dalla naturale Teologia. L'Accademia
Fiorentina scelse la dissertazione del P. Tommaso Vincenzo Moniglia
contro i Materialisti ed altri increduli.[188] A me sar concesso
d'unire a questa le altre opere sue di non dissimile argomento, e
di merito uguale, cio la dissertazione contro i Fatalisti,[189]
le osservazioni critico-filosofiche contro i Materialisti divise
in due trattati,[190] _e la mente umana spirito immortale, non
materia pensante_.[191] Alle opere del Moniglia debbono unirsi le
celebri lettere familiari del Magalotti contro gli Atei approvate
dall'Accademia Fiorentina. Di queste io dir solamente quello, che
il Tocci ne disse nella vita del Viviani, cio che _esse sono ci
che pi di portentoso ha veduto da un secolo in qu la nostra lingua
in quel genere_. Di Dio, dell'anima spirituale immortale e libera, e
della legge di natura verso Dio, verso l'uomo, e verso se tratt il P.
Nicolai in sette ragionamenti che sono nel volume secondo delle sue
Prose. Ma pi d'ogni altro tratt profondamente di s fatte materie il
P. Antonio Valsecchi colla sua opera _dei fondamenti della Religione, e
dei fonti dell'empiet_.[192] Parla egli dell'esistenza di Dio, della
spiritualit, ed immortalit dell'anima, e della legge di natura,
mostra la necessit della rivelazione, la possibilit della rivelazion
de' Misteri, e che veramente la Cristiana Religione  rivelata da Dio,
esamina finalmente quali i fonti sieno dell'empiet. _La Religion
vincitrice_[193]  quasi un appendice alla prima opera, perch avendo
in quella provati ad evidenza gli assunti suoi, e risposto alle
principali objezioni degli avversarj d'ogni maniera, in questa prese
a combattere il _sistema della natura, il sistema sociale, ovvero
principj della morale, e della politica_, e ne trionf. Finalmente
per dar compimento alla sua impresa pubblic _la verit della Chiesa
Cattolica Romana_,[194] in cui fa conoscere, che in questa, ed in essa
sola, la divina rivelazion si conserva. Con minor apparato di dottrina,
ma in un modo per dir cos pi accostevole, scrisse il Roberti alcuni
aurei suoi libretti, che se non affrontano apertamente l'incredulit,
pure le fanno gagliarda guerra. Tali sono i trattati _del leggere libri
di Metafisica e di divertimento_, _della probit naturale_, _e le
annotazioni sopra la umanit del secolo decimottavo_.

La Psicologia e la Teologia Naturale aprono la strada alle scienze
sacre, alle quali ora far passaggio. E qu pure ragion vuole, che
il primo luogo a quelle opere si conceda, le quali dall'Accademia
sono citate. Fra queste sono le prose del P. Gio. Lorenzo Berti,
la Dimostrazion Teologica del Cardinal Orsi,[195] lo spirito del
Sacerdozio del Cavalier Giraldi. L'Alberti cit il volgarizzamento,
che Francesco Giuseppe Morelli fece del _Gentiluomo istruito nella
condotta di una virtuosa, e felice vita_ dell'Inglese Dorell, e avrebbe
potuto aggiungere quello, che egli pur fece della _Guida degli uomini
alla loro eterna salute_ del Gesuita Giuseppe Personio.[196] Ma altri
ancor vi sono che purgatamente hanno scritto di s fatte materie.
L'Accademia Fiorentina, che adott le Prose del P. Nicolai, poteva
eziandio adottare le sue Lezioni. Io dubito che di lui volesse parlare
il Roberti, quando a un giovine ecclesiastico scriveva cos. _Tuttavia
dell'erudizione profana, interpetrando la parola dello Spirito Santo,
servitevene per bisogno, non per vanto. Non siate un intemperante, come
lo  nelle sue lezioni stampate un dottissimo uomo ad amendue assai
noto. Tanta intemperanza a me sembra un principio di vanit._[197] E
veramente se quelle Lezioni fossero state dal Nicolai dette cos dal
Pergamo, come poi furono stampate, dovrebbesi in esse condannare quella
erudizione soverchia, e quella dottrina profonda, di che son piene. Ma
se, come egli il dice nel prospetto dell'opera, dopo essere stato parco
leggendole, le arricch poi per la stampa a vantaggio de' leggitori
scienziati si dee sapergliene grado, e commendarlo. Per la qual cosa
egli lascia in dubbio, se dobbiamo intitolarle Lezioni, o pi presto
Dissertazioni, e altrove le chiama senza pi col secondo nome.[198] Or
chi sar che voglia accusarlo d'essersi mostrato erudito, e dotto,
quando pe' dotti scriveva e per gli eruditi? Molta poi  la purit
della lingua, principalmente dove a foggia di parafrasi spiega il Sacro
Testo, nella qual parafrasi l'autore si adopera d'imitare il Boccaccio.
E l'imitazione di questo gran modello della narrazione si manifesta
ancora in un'altr'opera sua, di cui per grande sventura non abbiamo
che il primo volume di quattro, che se ne promettevano col titolo,
_Dichiarazione letterale del Sacro Testo de' quattro Libri de' Re_.
Avrei creduto, che l'Alberti citar dovesse queste opere, o avendole
egli trascurate dovessero il Gamba e il Poggiali ricordarle. Avrei
creduto lo stesso delle opere teologiche di Monsignor Incontri, e di
quelle del Marchese Maffei, delle quali il solo Poggiali ha citate le
prime, e niuno le seconde. Io certo non dubito, che non debbano aver
qu luogo il _Trattato delle azioni umane, le lettere pastorali e la
spiegazione delle feste_ di quel Prelato.[199] _La storia teologica
della Grazia, il libro de' Teatri antichi e moderni, l'arte magica
dileguata, l'arte magica annichilata, i tre libri dell'impiego del
denaro_, in cui mentre si ammira la profondit della Teologica
dottrina, si commenda eziandio la nobilt e l'eleganza dello stile, e
la purit della lingua. Queste lodi medesime si debbono attribuire alle
Dissertazioni Teologiche del Conte Canonico Cristoforo Muzani, ed anche
maggiori in ci che appartiene alla lingua ed allo stile, se non che
forse parr ad alcuno, che sieno talvolta troppo oratorie. Non manca
la purit, ed abbonda l'eleganza in certe operette del Roberti, che a
questa classe appartengono. Tali sono _l'esortazione sopra i danni che
reca il tempo alle Comunit religiose, la lettera sopra la felicit,
la lettera di un Ex-Gesuita vecchio, ad un Ex-Gesuita giovine, gli
opuscoli sopra il lusso, il trattato dell'amore verso la patria, e
l'istruzione Cristiana ad un giovinetto Cavaliere e a due giovinette
Dame sue sorelle_. N dico gi che tutto sia oro nel fatto della
lingua ci che egli scrive. Lasciando stare la voce _ex-gesuita_, che
abbiam veduta test da lui adoperata, vuolsi confessare, che andando
innanzi nell'et per la frequente lettura de' libri francesi cominci
senza avvedersene ad usare qualche modo di dire straniero; il che
pi spesso gli avvenne nell'_amor della patria_, che prevenuto dalla
morte non pot emendare. Ma dove sono molte cose pregevolissime non
dobbiamo essere difficili troppo per qualche difettuzzo, che sfugga la
attenzione d'uno scrittore.

Le opere spirituali dell'Abate Lanzi meritano altres onorata menzione,
perch qualunque cosa egli prendesse a trattare, vi trasparivano i
lampi di quel suo ingegno felice, e della sua eleganza di stile.[200]
Ed ancor pi debbono ricordarsi quelle del P. Anton Francesco Mariani
della Compagnia di Ges, le quali sono immacolate.[201] Saranno forse
alcuni, i quali prenderanno a sdegno, che fra le opere de' Filosofi,
degli Storici, degli Oratori, e de' Poeti si pongano le sacre leggende
e le novene di questi scrittori: molti per con maggior senno le
ameranno e per ci che dicono, e pel modo con che lo dicono. Ed  fama
che l'Ab. Lanzi dicesse d'essere pi contento di quelle sue operette
spirituali, che dell'altre erudite. Finalmente voglionsi qu ricordare
due volgarizzamenti. Sar il primo _il libro di Dionisio Certosino
contro l'ambizione, con altri due opuscoli sul medesimo argomento_
tradotti da Monsignor Bottari,[202] e l'altro _l'opere di Tertulliano
tradotte in Toscano da Selvaggia Borghini nobile Pisana_, che lo stesso
Bottari fece stampare ornandole di note e d'una erudita prefazione.[203]

Dalle sacre scienze non deve andar disgiunta la moral Filosofia,
gl'insegnamenti della quale saranno sempre uniformi a quelle, ove
il corrompimento del cuore non faccia traviare lo scrittor, che ne
tratta. Niuna opera di questo genere  nel catalogo dell'Accademia
Fiorentina fuor solamente i caratteri di Teofrasto tradotti da un
Accademico Fiorentino, cio da Leonardo del Riccio, di cui far parola
in altro luogo. Ma il Gamba, e l'Anonimo Milanese ne citano due. Il
secondo ricorda la morale Filosofia di Francesco Maria Zanotti, che 
una delle migliori di quest'uomo immortale e per l'importanza della
materia, e pel modo con cui  trattata, e per la gravit dello stile.
Il celebre Cardinal Quirini l'ebbe in tanto pregio, che avendola letta
con somma avidit la volle poi sempre sul suo tavolino, e spesso la
rileggeva con indicibil piacere. Poteva l'Anonimo aggiungere altres
il suo ragionamento sopra il saggio di morale di M. Maupertuis, e gli
opuscoli, che l'accompagnano, cio i discorsi e le lettere contro le
_Vindiciae Maupertuisianae_ del P. Ansaldi, la risposta alle lettere di
Clemente Baroni de' Marchesi di Cavalcab, e _la lettera ad un amico,
che pu servire d'introduzione alla novella letteraria dell'apparizione
d'alcune ombre_. Io non parler qu della bellezza di questi opuscoli,
perch quando si  nominato il loro autore  inutile ogni lode. Citer
finalmente col Gamba la _scienza chiamata cavalleresca_ del Marchese
Maffei, utilissima opera, che ha contribuito a scemare alquanto l'uso
empio barbaro e stolto de' duelli.

Ma passiamo ormai a quella scienza, che forse sopra ogni altra ha nel
passato secolo fatto progresso grande, voglio dire la scienza della
natura. Carlo Taglini aprir questa classe colla _lettera filosofica_
al Marchese Riccardi, in cui dette la norma di studiare con profitto la
Filosofia. Essa  fra le opere scelte dall'Accademia Fiorentina, onde
non abbisogna dell'altrui approvazione nel fatto della lingua. Ma per
procedere con ordine cominciamo dalla Fisica. Il dialogo di Zaccaria
Scolastico intorno alla fabbrica del Mondo volgarizzato dal Volpi, le
opere dell'Ab. Conti, in cui  pur qualche cosa di Fisica, le lezioni
di Monsignor Bottari sopra il tremoto furono approvate dall'Accademia
Fiorentina. Se non hanno ottenuto lo stesso onore, meritano per lode
di purgati scrittori Francesco Maria Zanotti pel suo Trattato di
Filosofia, l'Algarotti pel Neutonianismo, il Marchese Maffei per le
sue lettere sopra la formazione de' fulmini. I primi due erano buoni
Fisici; ma il terzo non era molto esercitato nella scienza della
natura, e scriveva sopra un argomento difficile, prima che il Franklin,
e il P. Beccaria l'avessero illustrato. Del Magalotti posso rammentar
solamente le lettere, nelle quali alcuna cosa s'incontra intorno alla
Fisica, giacch i saggi di naturali esperienze dell'Accademia del
Cimento appartengono al secolo precedente. Poco finalmente ci offrono
le opere del Bianconi, ma non vuolsi dimenticare quel poco, perch
egli era elegante scrittore; bench, siccome ho gi detto, alquanto
libero nel fatto della lingua. Anche il Roberti volle esser fisico, e
il fu con quella grazia, che era a lui naturale, scrivendo due lettere
d'un bambino di sedici mesi colle annotazioni di un Filosofo, e sul
prendere, come dicono, l'aria ed il Sole. Due brevi ragionamenti
abbiamo del Palcani, uno sul fuoco di Vesta[204] e l'altro sul natro
orientale,[205] ed  a dolersi, che non se ne abbia un numero maggiore,
tanto son pieni di dottrina, e d'eleganza.

Cosa maggiori ci somministra la Storia naturale. La piccola terra
di Scandiano nel Modenese ha la gloria d'aver dati all'Italia nel
secolo decimottavo due sommi naturalisti, che furono nel tempo stesso
scrittori purgati ed eleganti, cio il Vallisnieri, e lo Spallanzani.
Del primo baster indicare l'edizione delle sue opere fatta in Venezia
il 1733. n sar necessario tutte annoverarle minutamente. _Del secondo
il saggio d'osservazioni microscopiche concernenti il sistema della
generazione_, _le memorie sopra i muli_, _le osservazioni sull'azione
del cuore nei vasi sanguigni_, _il prodromo d'un'opera da imprimersi
sopra le riproduzioni animali_, _la contemplazione della natura del
Signor Carlo Bonnet tradotta in Italiano, e corredata di note_, _le
dissertazioni su i fenomeni della circolazione osservata nel giro
universale de' vasi_, _gli opuscoli di Fisica animale, e vegetabile_,
_il viaggio alle due Sicilie_ sono opere lodatissime per novit di
scoperte, per acutezza d'ingegno, per esattezza d'esperienze, e per
eleganza di stile. Come una terra sola ha dati due insigni naturalisti,
cos una sola famiglia ne ha somministrati altrettanti, cio i Conti
Giuseppe e Francesco Ginanni di Ravenna. Il primo scrisse _delle
uova, e de' nidi degli uccelli con un'appendice d'osservazioni sulle
cavallette_,[206] e una lettera all'Instituto di Bologna _intorno al
modo di pascersi, ed alla respirazione e generazione delle telline e
d'altre marine conchiglie_.[207] Altre sue opere sulle piante marine
del mare Adriatico, e sopra alcuni testacei ed insetti furono stampate
dopo la sua morte[208] dal suo nepote Francesco, che fu pure buon
Naturalista. Questi poi scrisse dottamente delle malattie del grano in
erba[209] e delle pinete Ravennati.[210]

E gi quasi senza avvedermene sono passato a far parola della scienza
agraria, che forma un utile e nobil parte della Storia naturale.
L'anonimo Milanese pone nel suo catalogo la relazione istorica,
e filosofica del Matani delle produzioni naturali del territorio
Pistojese,[211] che pu esser utile per prenderne qualche voce di
storia naturale: ma io non posso collocarla fra le opere puramente
scritte. Fa poi maraviglia, che niuna cosa egli abbia citata del Manni.
Quest'uomo instancabile, di cui ho gi parlato pi volte, ha scritto
ancora di cose agrarie. Il suo ragionamento _della piantagione, e
coltivazione de' gelsi cagione di ricchezza_[212]  stato dimenticato
dal Lastri nella _Biblioteca Georgica_. Ivi si registrano di lui
tre sole opere, che hanno per titolo _Introduzione de' gelsi in
Toscana_,[213] _Nuova proposizione per trarre dall'Agricoltura
un maggior frutto_,[214] e _Del fare i lavori alla campagna in
tempo_[215]. L'ultima merita da me special ricordanza pe' proverbj
usati nel contado, che egli ha raccolti accompagnandoli d'utili
avvertimenti. Di s fatti proverbj utili allo studio della lingua, e
molto pi all'arte agraria ne avea raccolti in buon dato il Proposto
Lastri, e sparsi qu e l nel suo _Lunario pe' Contadini_, donde poi
altri li trasse, e riuniti gli stamp di nuovo.[216]

Alla scienza della natura appartengono l'Anatomia, la Medicina, e la
Chirurgia, delle quali vuolsi ora tener discorso. Lorenzo Bellini
leggiadro poeta fu eziandio anatomico grande, e le sue opere furono
spiegate dal Pitcarne nell'universit d'Edimburgo. Antonio Cocchi ne
stamp i discorsi anatomici, che l'Accademia Fiorentina meritamente
reput degni di far testo in lingua. Essa accord l'onor medesimo
all'editore pel _trattato de' Bagni di Pisa_, _pe' discorsi Toscani_,
_per la prefazione alla vita di Benvenuto Cellini_, _e pe' regolamenti
dello spedale di S. Maria Novella_, che non sono stampati. Poteva
forse accordarglielo ancora pel _discorso sopra Asclepiade_, _e pe'
consulti medici_. Non aggiungo il _discorso sul matrimonio_ perch non
 opportuno, che facciano testo in lingua quei libri, che la retta
morale condanna. Il figlio suo Raimondo lo stamp dopo la sua morte,
e poteva rimanersene. Doveva pi presto pubblicare i consulti medici,
che il padre aveva lasciati in gran numero, ed egli inopportunamente
li vend a non so quale straniero; talch l'edizion che ne abbiamo, fu
poi tardi fatta dal Pasta, raccogliendoli con diligenza, e in quella
maggior copia, che pot. L'Accademia approv ancora le sue _lezioni
anatomiche_; il Signor Gamba per dottissimo nella Storia letteraria
ha osservato, che queste non son d'Antonio, ma di Raimondo. Essa ha
pure approvate le opere di Giuseppe del Papa, e gi lui vivente citate
le avrebbe la Crusca nell'ultima edizione del Vocabolario, se egli
non vi si opponeva. La maggior parte di queste appartengono al secolo
precedente, e solamente i _Consulti medici_, e i _Trattati varj_ dati
in luce nel decimottavo possono aver qu luogo. Approv finalmente
le _Lettere scientifiche_ di Carlo Taglini, e il libro critico di
Pier Francesco Tocci intitolato la _Giampaolagine_. Andrea Pasta
altres fu egregio medico, e purgato scrittore, e il suo _discorso
medico-chirurgico intorno al flusso di sangue dall'utero delle donne
gravide_ merit d'esser registrato ne' lor cataloghi dal Gamba e
dall'Anonimo. Il Poggiali concede quest'onore alle opere mediche
d'Antonfrancesco Bertini, che io non ho vedute.[217] Niun poi di
loro lo concede ai Consulti medici di Giacomo Bartolommeo Beccari,
i quali per ne erano degnissimi, essendo egli stato, secondo la
scuola di Bologna sua patria, elegante scrittore in Italiano e in
Latino d'un'eleganza nitida, e semplice. In quei due aurei volumetti
di lettere familiari dei Bolognesi si vorrebbe, che fossero state
poste ancor le sue, che dovevano esser bellissime, se lo possiamo
congetturare da una diretta al Pontefice Benedetto decimoquarto, che
il Conte Fantuzzi ha inserita ne' suoi _Scrittori Bolognesi_ T. 2. p.
57. Terminer poi questa classe con due Lucchesi, Matteo Regali, e
Pietro Tabarrani. Del primo ho gi fatta menzione altrove. Egli era
medico, ma a dir vero era miglior grammatico. Scrisse una _Lezione
intorno all'uso dell'acqua della Villa_ (cio dei Bagni di Lucca)
col cibo,[218] la quale, se non  approvata dai professori dell'arte
medica,  almeno scritta con purit. Il secondo al contrario era buon
medico ed eccellente anatomico, e se non uguagliava il Regali nella
purit della lingua, non era per illodevole. Le sue _lettere mediche
ed anatomiche_[219] sono ricordate dall'anonimo, e sono lodate dai
professori di queste scienze, n saranno molto riprese da quelli, che
amano la nostra lingua. N diverso  il giudizio, che si dee portare
dell'altre cose sue, che si vedono impresse negli atti degli Accademici
Fisiocritici di Siena.

In niuna facolt  pi agevole lo scrivere purgatamente quanto nelle
mattematiche. Esse hanno un certo linguaggio loro proprio e semplice
tanto, che quasi non concede luogo ad errare, principalmente ove si
tratti di quelle, che chiamano mattematiche pure, come l'aritmetica, la
geometria, e l'algebra. In questa parte pertanto sar pi severo. Fra i
Mattematici Italiani del secolo diciottesimo potrei collocare Vincenzio
Viviani grande e diletto scolaro del grandissimo Galileo. Egli giunse
cogli estremi anni suoi a toccare quel secolo, essendo morto il 1703.
ma le opere sue Italiane appartengono tutte al secolo precedente, ed
io non voglio oltrepassare quei limiti, che mi sono prescritti. Il
nome per del Viviani ricorda quello di Guido Grandi, che segnando le
prime orme nella carriera geometrica pot destar maraviglia in quel
geometra veterano, il quale pareva pure, che di niuna cosa dovesse
pi maravigliare. Egli un lo studio dell'antiquaria a quello delle
mattematiche, ma l'Accademia Fiorentina approv solamente due opere del
secondo genere, cio gli _elementi di geometria_, e le _istituzioni
delle sezioni coniche_. La seconda per di queste opere in ci, che
spetta alla lingua si dee piuttosto attribuire a Tommaso Perelli,
giacch essa  un volgarizzamento da lui fatto delle sezioni coniche,
che il Grandi aveva pubblicate in latino a Napoli il 1737. A queste
opere l'Alberti, il Gamba, e l'Anonimo aggiunsero le _istituzioni
Geometriche_, quelle d'_Aritmetica_, le _Meccaniche_, il _trattato
delle resistenze_ unito alle opere del Galileo, ed alcune scritture
d'Idrostatica, che abbiamo nella _raccolta degli autori, che trattano
del moto dell'acque_. Il Poggiali ben a ragione vi aggiunse la
_Risposta apologetica alle opposizioni fattegli dal Dott. A. M._
(Alessandro Marchetti,) _i Dialoghi circa la controversia eccitatagli
contro dal Dottore Alessandro Marchetti_,[220] oltre alla Vita di S.
Pietro Orseolo. Egli ha poste nel suo catalogo ancora le _Instituzioni
Analitiche_ della Agnesi, le quali tranne qualche difetto nel fatto
della lingua possono esser utili per una nuova impressione del
Vocabolario.

Ma parlando di Mattematica, e di purit di lingua chi pu dimenticare
Eustachio Manfredi? Egli fu buon Geometra, e sommo Astronomo ed
Idrostatico. Gli _elementi della Geometria, e della Trigonometria_,
quelli _della Cronologia_, le _instituzioni astronomiche_, _la
descrizione d'alcune macchie scoperte nel Sole_, e le _annotazioni al
Trattato della natura de' fiumi del Guglielmini_ mostrano abbastanza,
che si pu scrivere profondamente delle materie pi difficili senza
oltraggiare le leggi della lingua. Lo stesso dimostrano le altre
opere sue, che tralascio per non diffondermi soverchiamente, ma si
possono veder registrate dal Fantuzzi.[221] L'Accademia Fiorentina
nulla ha approvato di lui, fuorch le lettere, di che forse molti si
maraviglieranno. Ma si pu credere, che l'Accademia della Crusca vorr
esser meno difficile; giacch riguardo a un uom cos grande pu esser
tale senza pericolo.

Al Manfredi succeda l'amico suo, il suo lodatore Francesco Maria
Zanotti. Celebre  la questione agitata un tempo fra i Mattematici
sulla forza viva, la quale i Cartesiani dicono proporzionale alla massa
del corpo moltiplicata nella velocit, mentre i Leibniziani la vogliono
proporzionale alla massa moltiplicata pel quadrato della velocit.
Dopo un disputar lungo M. d'Alembert mostr, che quella questione era
inutile, e tutti si acquietarono alla sua sentenza.[222] Io non la
chiamer inutile, solamente perch produsse due bei libri, una del P.
Vincenzio Riccati, e l'altro dello Zanotti. Il Riccati prese a difender
l'opinion Leibniziana in un suo dialogo,[223] nel quale ampiamente
tratt di s fatta questione, combattendo certa proposizione, che
il secondo avea detta ne' Commentarj dell'Instituto di Bologna. Lo
Zanotti, che avea in animo di scrivere alcun dialogo colse l'occasione
di rispondere al suo oppositore, e compose quello sopra la _forza che
chiamano viva_,[224] il quale io non dubito di chiamare maraviglioso,
e ardisco contrapporlo a quelli bellissimi di Tullio e di Platone.
Nobilt e gravit di stile, quando la materia il richiede, chiarezza
nelle cose scientifiche, ordine nelle dispute, urbanit, e grazia
somma sono pregj, che abbondano in quest'opera, pe' quali basterebbe
essa sola a render l'autore immortale. Niun'altra cosa di Mattematica
abbiamo da lui scritta in Italiano, fuorch una lettera a Monsignor
Vitaliano Borromeo, in cui prova due elegantissimi Teoremi Geometrici,
cio che ogni poligono circoscritto a un circolo sta al circolo stesso,
come il perimetro del primo alla circonferenza del secondo, e che ogni
solido chiuso da ogni parte da superficie piane e circoscritto ad
una sfera sta alla sfera, come la superficie del primo sta a quella
della seconda.[225] Anche il suo nepote Eustachio fu elegante, e
purgato scrittore. Il Fantuzzi[226] ha dato il catalogo delle sue
opere spettanti alla Astronomia, alla Fisica, all'Idrostatica, ed
alla Prospettiva, che giudico inutile di ripetere in questo luogo.
Aggiunger solamente, perch egli l'ha dimenticato, l'esame del nuovo
Ozzeri,[227] cio d'un canale di scolo, che era stato proposto nello
Stato Lucchese.

Il P. Riccati, che ho nominato dianzi, fu uno de' primi Mattematici
Italiani del secolo decimottavo. La maggior parte delle molte sue opere
sono scritte in latino; parecchie per ne fece ancora in italiano con
molta purit di lingua. Di queste pure tralascer il catalogo, che
altri potr vedere nel nono volume del Giornale di Modena. L'Anonimo
Milanese ed il Gamba ricordano anche il padre suo Jacopo Riccati,
perch le sue opere sono scritte con molta propriet, e chiarezza.
Io non gli nego questa lode, che ben merita; ma s fatti pregi non
bastano al mio presente intendimento. Essi debbono essere uniti a una
sufficiente purit di lingua, e questa manca a Jacopo non rare volte.
Cita l'anonimo anche Tommaso Narducci pel _paragone de' canali, e
pel trattato della quantit del moto, o sia della forza dell'acque
correnti_. Ma se vorremo dar qu luogo a questo scrittore non si
debbono dimenticare due brevi suoi opuscoli _sulla misura della
velocit e del tempo, in cui una data quantit d'acqua non perenne di
un lago, o altro ricettacolo esce dall'incile del medesimo, e sopra
la figura della terra_.[228] Ma quantunque egli sia purgato pi di
Jacopo Riccati, pure non  scevro da qualche idiotismo del dialetto
Lucchese. Al contrario l'anonimo non annovera il Conte Giordano Riccati
fratello di Vincenzio, che io col Gamba porr fra gli altri purgati
scrittori. Molte dissertazioni di Mattematica egli stamp nelle
Raccolte d'opuscoli Calogeriana, Lucchese, Fiorentina, e Ferrarese,
nella Minerva, nel Prodromo della nuova Enciclopedia del Giorgi, e
nel Giornale di Modena, ed inoltre il _saggio sopra le leggi del
contrapunto_,[229] gli _schediasmi sulle corde o fibre elastiche_,[230]
e le _dissertazioni sulla tensione delle funi_.[231] Vi porr pure con
lui Lorenzo Mascheroni, che fu ugualmente leggiadro poeta ed ingegnoso
Mattematico, e lasciando ora a parte stare i suoi versi rammenter
la sua _maniera di misurare l'inclinazione dell'ago calamitato_, _le
nuove ricerche sull'equilibrio delle volte_, _il metodo di misurare
i poligoni piani, e la geometria del compasso_. Un altro Mattematico
insigne non si vuoi dimenticare, cio il Cavalier Giulio Mozzi. Un
solo rimprovero a lui si pu fare, ed  che potendo egli arricchire la
Repubblica delle lettere di molte opere pregevolissime non abbia voluto
pubblicare che un solo opuscolo. Esso porta per titolo: _Discorso
Matematico sopra il Rotamento momentaneo de' corpi_,[232] e fa
conoscere ad evidenza quanto egli valesse nelle mattematiche discipline.

Molti sono i purgati scrittori, de' quali ho parlato fino ad ora, ed
altri molti ne avrei aggiunti, se non avessi creduto dovermi alquanto
temperare. Nelle facolt diverse per, che formano la scienza del
Dritto, quantunque un gran numero d'uomini illustri possa vantare
l'Italia, che le hanno felicemente illustrate, pure  scarso il numero
di coloro, che illustrandole hanno scritto purgatamente. Non inutil
sarebbe il cercarne la ragione; ma per una parte s fatta indagine
troppo mi farebbe deviare dal sentiero, che debbo scorrere, e per
l'altra trattar dovrei materie troppo a mio credere pericolose. Per la
qual cosa mi rimarr da s fatta considerazione, e senza pi nominando
quegli scrittori, che a me sembrano pi purgati porr in primo luogo
Giuseppe Maria Buondelmonti, di cui l'Accademia Fiorentina approv il
_ragionamento sul diritto della guerra giusta_.[233] Purissime altres
sono le dissertazioni di Giuseppe Alaleona,[234] delle quali la maggior
parte appartengono a questa classe, e trattano delle Romane leggi
delle dodici tavole, del paterno imperio, delle leggi civili, delle
leggi Romane e Venete. Anche due ragionamenti di Girolamo Baruffaldi
spettanti a ragion canonica vogliono aver qu luogo, cio un _voto
sulla retta intelligenza della clausula_ seu alias _inserita nel
Canone di P. Bonifacio_ VIII. _e nell'altro di Clemente_ V. _intorno
alla libera elezione della sepoltura_, che egli stamp il 1751. e una
dissertazione _sopra il significato delle parole_ fide constitutus
inserita nella Raccolta del P. Caloger T. 37. Il Lampredi altres
celebre Professore dell'Universit di Pisa pu aver qu luogo pel suo
trattato _del commercio de' popoli neutrali in tempo di guerra_,[235]
pel discorso _del governo civile degli antichi Toscani, e delle cause
della lor decadenza_.[236] Altre opere ancora d'altri scrittori si
potrebbono unire a queste, ma stimo savio consiglio di trascurarle,
e piuttosto passer a far parola di coloro, che delle arti del
disegno hanno scritto, coi quali dar fine a questo capitolo forse
increscevole, e lungo soverchiamente. Monsignor Bottari, che tanto fu
benemerito della letteratura e della nostra lingua per molte opere
pubblicate, tale si rese eziandio pe' dialoghi _sopra le tre arti del
disegno_, per le annotazioni alle vite dei Vasari, e per l'impressione
delle _lettere sopra la pittura, scultura, e architettura de' pi
celebri professori_. Queste opere sue furono adottate dall'Accademia
Fiorentina; talch altri pu trarne in molto numero forme di dire
spettanti alle arti belle. Trar se ne possono ancora parecchie dal
terzo e dall'ottavo volume delle opere del Conte Algarotti nell'ultima
edizion Venata, che tutti si aggirano su questo argomento. Niuno
ignora, come egli era dotato di fino gusto nelle arti del disegno, e
come trattava la matita lodevolmente. Egli ora instruisce i giovani
pittori con ottimi precetti e consigli, ora d giudizio savio e maturo
delle opere de' pittori degli scultori degli architetti, ed or ricorda
piacevoli erudizioni, che la storia riguardan dell'arte e de' maestri
migliori. All'Algarotti non cedeva nel buon gusto Gian Lodovico
Bianconi, e lo vinceva nella grazia dello stile. Le sue lettere sopra
la Baviera sono la pi cara cosa, che si possa desiderare; n credo
che altra descrizion di paesi si trovi cos piacevole, siccome 
questa. In essa parla delle arti del disegno, e pi ne parla nella
vita del Mengs nelle _due lettere al Principe Enrico di Prussia sopra
Pisa_, e nelle _otto lettere riguardanti il cos detto terzo tomo
della Felsina pittrice_. Anche il P. Roberti volle trattar di questo
argomento. Scrisse in prima una splendida orazione, con che difese
le scuole Italiane contro certa diceria del Marchese d'Argens,[237]
e poi una lettera sopra Jacopo da Ponte detto il Bassano: e pare
che in ambedue le occasioni l'amore del nome Italiano, e di Bassano
sua patria, mentre l'anim a prender la penna, aggiugnessero nuove
grazie, nuovi fiori alla sua eloquenza. Pi parco negli ornamenti
dello stile, ma castigatissimo nella lingua il Cavaliere Clementino
Vannetti pubblic le _notizie intorno al pittore Gasparantonio Baroni
Cavalcab di Sacco_,[238] le quali, come le altre opere sue potrebbono,
se non m'inganno, far testo in lingua. Anche Giampietro Zanotti volle
esser puro ed imitare gli antichi scrivendo la _Storia dell'Accademia
Clementina_, se non che raccontando talvolta avvenimenti troppo
minuti, e di niun conto, e volendo troppo imitar gli antichi annoja il
leggitore. Nulla posso dire de' suoi _avvertimenti per l'incamminamento
d'un giovine alla pittura, e della descrizione ed illustrazione delle
pitture di Pellegrino Ribaldi e Niccol Abati esistenti nell'Istituto
di Bologna_, che non mi  riuscito di vedere. A Giampietro unir
il fratello suo Francesco per le tre sue orazioni sopra la pittura
degnissime di lui, e del Romano Campidoglio, dove la prima fu recitata.

Ma sopra quante opere di questo genere ho fin qu nominate si dee
collocare la _Storia pittorica dell'Italia_ dell'Ab. Luigi Lanzi.
Essa ebbe il suo cominciamento nell'anno 1792. in cui venne alla luce
il primo volume e nel 1796. fu compiuta quantunque poi solo nella
seconda impressione del 1809. ricevesse la sua perfezione. Divide egli
tutta la trattazione secondo le diverse scuole, ed in ogni scuola
distingue le epoche. Accenna i principali pittori di ciascuna, e ne
descrive lo stile, n tace i mediocri, de' quali pure si desidera avere
qualche contezza. Ora egli fa ci con fina critica ed avvedutezza,
con abbondanza non soverchia di notizie, e con uno stile vivace,
spesso conciso, ed ove la materia il richieda anche eloquente. Non
dir che il Lanzi sia severo nel fatto della lingua; ma qualche
libert da lui usata moderatamente e con giudizio non dispiace, e
fra tante cose belle, che allettano e incantano, non sa il lettore
fargliene un rimprovero. Anzi io gli so grado di alquante novelle
voci e forme di dire da lui adoperate parlando delle arti del disegno
e dell'antiquaria, che molti poi non hanno ricusato d'adoperare.
Ma i meriti del Lanzi in questa parte della Letteratura sono stati
egregiamente esposti da scrittori troppo migliori di me, cio dal
Signor Conte Giambattista Baldelli, e dal Signor Cavaliere Onofrio
Boni, ai quali altri potr ricorrere.[239]

Or dopo la noja per me sofferta nel tessere questa lunga serie di
nomi e di titoli di libri, se rivolgo lo sguardo a tanti uomini
illustri fin qu nominati, ed a quegli altri molti, che di leggieri
aggiunger potrei, mentre per una parte mi conforta e ricrea il
pensier della gloria, ch'essi hanno recata al nome Italiano, parmi
per l'altra, che si possa quindi trarre un motivo per dileguare un
timore insorto nell'animo del Signor Cesarotti. _Un uomo scienziato_,
egli dice, _ragionativo, eloquente, ma di coscienza timorata in fatto
di lingua, col capo gravido del suo soggetto si mette a scrivere:
gli si presenta un'idea nuova che sembra domandar un termine_, che
non  nel Vocabolario. _Che far egli? Mandi con Dio la sua idea o
la storpi con un altro termine il meglio che sa._[240] Or io dico,
tanti scrittori insigni da me nominati le scienze e le discipline
quasi tutte hanno illustrate con nuovi scoprimenti, con pensieri
nuovi, con riflessioni non prima fatte, o le cose gi dette da altri
hanno esposte in nuova foggia scrivendo purgatamente; n pare che
sia loro avvenuto di stroppiare un'idea per mancanza d'un termine; e
forse non avranno voluto sopprimere qualche nuova idea venuta loro
in mente. Essi avranno trovato nella ricchezza grande della nostra
lingua il modo di supplire alla mancanza d'una voce, o pure hanno
usata una voce, che non  nel Vocabolario, la quale se , non dir
necessaria, ma opportuna, _bella, ben derivata, acconcia che nulla
pi_[241] l'Accademia non trascurer d'approvarla. Si potrebbe ancora
dileguar il timore del Signor Cesarotti, negando poter mai accadere,
che una parola sia cos necessaria per esprimere una idea, che senza
quella convenga assolutamente stroppiarla, come egli dice. Ma ove
ancora ci fosse, ove lo scrittor non volesse oltrepassar i confini
del Vocabolario, crederei, che n la sua gloria n la Repubblica
delle lettere patirebbono un danno intollerabile, se l'uso d'un'altra
voce o una forma di dire alquanto pi lunga venisse a scemar alcun
poco la forza o la bellezza di quell'idea. Dall'altro canto se lo
studio posto negli antichi dagli scrittor Fiorentini gli preserv nel
secolo decimo settimo dal reo gusto in cui tanti caddero miseramente,
siccome confessa il Signor Cesarotti,  da credersi, che lo studio
medesimo continuer a produrre un non dissimile giovamento. Ed  da
credere ancora, che la diligenza la quale taluno usa per emendare i
proprj scritti, onde toglier loro ogni macchia contraria ai canoni
della lingua, rileggendoli pi volte, e consultando i periti prima
di consegnarli alle stampe, produca il vantaggio, che per nuova e
replicata riflessione l'autor s'accorga d'altri falli, ne' quali per
difetto d'umana natura era caduto. Onde il vantaggio sar di gran lunga
maggiore del supposto danno.

NOTE:

[137] L'Accademia Fiorentina ha commesso qualche errore di fatto, come
vedremo. Si potrebbe dubitar forse, che alcuno ne avesse commesso
pure scegliendo qualche opera, che non fosse degna di questo onore?
Io non esaminer questo dubbio, la decisione del quale appartiene
all'Accademia della Crusca. Anzi registrer qu tutte le opere notate
nel citato partito, giacch io prendo a ricordar solamente quelle
opere, che sono scritte con sufficiente purit. Ma riguardo al citato
partito del 1786. sono da notarsi le seguenti parole, che si leggono
nell'Indice manuale dell'opere allegate nel Vocabolario stampato a
Firenze il 1807. Niun luogo ho creduto dover dare in questo compendio
ai nomi indicati nella nota di autori scelti nel 1794. dall'Accademia
Fiorentina come meritevoli di essere adottati per testo in una nuova
edizione del Vocabolario, essendomi noto, che manc quella scelta
della pi esatta ponderazione dei Deputati a formarla, e fu contro il
voto degli altri comunicata arbitrariamente da uno di essi all'Abate
Alberti.

[138] Milano 1812. T. 2. in 12.

[139] Milano 1812. in 8. Vi sono aggiunte _tre lezioni sulle doti di
una culta favella_, che sono ottime, ma non appartenendo all'epoca
da me presa in considerazione in questo ragionamento non ne ho fatta
parola. Io lo chiamer Anonimo Milanese perch in Milano  stampato il
suo libro.

[140] Livorno per Tommaso Masi e Comp. 1815. T. 2. in 8.

[141] E' nel Tomo 7. delle sue opere cogli elementi.

[142] _Della Toscana eloquenza discorsi cento detti in dieci giornate
da dieci nobili giovani in una villereccia adunanza_. _Bologna_ 1752.
in 4. e poi pi altra volte.

[143] _Bologna_, 1768. in 4.

[144] _Napoli_ 1756. 1758. T. 1. in 4.

[145] _Della Storia e della ragione d'ogni poesia_. _Bologna Venezia e
Milano_ 1736. 1752. T. 6. in 4. _Della poesia Italiana_ (sotto il nome)
_di Giuseppe Andrucci_. _Venezia_ 1734. in 4. Si potrebbero aggiungere
anche le altre sua opere sopra altri argomenti.

[146] _Palermo_ 1749. in 8.

[147] Nel tomo primo delle opere di Torquato Tasso dell'edizion veneta.

[148] Nel Tomo 6. delle sue Opere.

[149] Venezia 1785. in 8.; colle annotazioni dell'Arteaga.

[150] E' inserita negli Atti dell'Accademia di Padova. Si veda il
Fabbroni Vit. T. 18. p. 311. e seg. e Cesarotti Op. T. 17. p. 44. 45.

[151] _Bologna_ 1703. e di nuovo _Modena_ 1735. T. 2. in 4.

[152] _Racc. Calog._ T. 31.

[153] _Difesa di Dante Alighieri Lezione ec. Firenze_ 1718. _in_ 12.
_Tre lezioni dette nell'Accademia Fiorentina. Ivi_ 1710. _Della satira
italiana, edizione seconda con una dissertazione dell'Ipocrisia degli
uomini letterati. Ivi_ 1729. _in_ 4. _La Villeggiatura, dialogo, nel
quale si discorre sopra un giudizio dato da Pier Iacopo Martelli
intorno al poetare del Guidi e del Menzini. Ivi_ 1732. _in_ 4.

[154] _Difesa delle tre Canzoni degli occhi ec. composta da G. B.
Casaregi, Gio. Tommaso Canevari, e Antonio Tomasi. Lucca_ 1709. _in_ 8.

[155] _Parere sopra la seconda edizione de' Canti carnascialeschi.
Firenze_ 1750. _in_ 8.

[156] _I primi due dialoghi di Decio Laberio in risposta e confutazione
del Parere ec. In Culicutidonia per maestro Ponziano da Castel Sambuco_
1750. in 8.

[157] _Prose Toscane. Firenze_ 1772. 1773. T. 3. in 4.

[158] _In Firenze quei famosi Signori Accademici della Crusca ne hanno
chieste a lui vivente le prediche per istamparle a lor carico con
offerirgli eziandio di ascriverlo al ruolo della lor fiorita adunanza._
Cos si legge nella prefazione delle prediche del Tornielli posta
innanzi alle medesime.

[159] _Firenze_ 1744. e segg. T. 3. in 4.

[160] _Ivi_ 1716. in 4.

[161] _Discorsi Accademici Firenze_ 1693. 1712. 1735. T. 3. in 4. La
prima parte fu ristampata ivi il 1725. in 4. _Prose Toscane_, ivi
1715. 1735. T. 2. in 4. Alcune sue cicalate e lettere sono nelle prose
Fiorentine. L'orazione in morte di Francesco Redi  nell'edizione
Veneta del 1712. delle opere di questo scrittore. Quella in morte del
Magliabechi fu stampata in Firenze il 1715. in foglio e nella Raccolta
di Prose Fiorentine non pi stampate, parte quinta, volume primo.
Venezia 1754. in 4.

[162] Si possono aggiugnere alcune Orazioni di Andrea Alamanni, del
P. Lorenzo Berti, di Monsignor Bottari, di Giuseppe Buondelmonti, di
Monsig. Giacomelli, di Giuseppe Martelli, di Antonio Nicolini, di
Giulio Rucellai, e del Canonico Vincenzo Scopetani, che io non ho
vedute, e sono registrate nel Catalogo del Poggiali.

[163] Vienna 1795. T. 3. in 12.

[164] Venezia 1785. T. 6. in 8. L' editore  il Sig. Cavaliere Iacopo
Morelli.

[165] Delle lettere familiari di alcuni Bolognesi del nostro Secolo.
Bologna 1744. T. 2. in 8.

[166] Venezia 1791. 1794. T. 17. in 8.

[167] _Magalotti lettere familiari_ (contro gli Atei) _Venezia_ 1719.
_in_ 4. _Lettere scientifiche ed erudite. Firenze_ 1721. _in_ 4.
_Lettere. Ivi_ 1736. _in_ 4. _Lettere familiari e di altri insigni
uomini_ (raccolte da Monsig. Angelo Fabroni.) Ivi 1769. T. 2. in 8.

[168] _Opere_ T. 1. p. 207.

[169] Si potrebbe aggiugnere, _il Falconiere di Iacopo Augusto Tuano,
coll'uccellatura a vischio di Pietro Angelio Bargeo poemetti tradotti e
commentati da G. B. Bergantini C. R. Venezia per Giambattista Albrizzi_
1735. _in_ 4.

[170] Il Poggiali annovera fra i libri di lingua purgata, _delle
meteore libri tre Poema filosofico di Gio. Lorenzo Stecchi colle
annotazioni del Dottor Girolamo Giuntini. Firenze nella stamperia di
Bernardo Puperini_, 1726. in 4. Egli ricorda ancora due altre opere
dello Stecchi, cio _Lezione sopra alcuni passi di M. Lodovico Ariosto.
Pisa per Francesco Bindi_ 1712. _ed orazione in lode d'Alessandro
Marchetti nell'anniversario della sua morte. Roma_ 1717. in 4. Ma niuna
di queste opere ho veduta.

[171] Il Poggiali ricorda, _il vero onore di Gio. Battista Casotti,
festa teatrale ec. Firenze per Michele Nestenus e Anton Maria
Borghigiani_, 1713. in 4. e _le Muse Fisiche di Mattia Damiani, Firenze
per Gio. Paolo Giovannelli_, 1754. in 4.

[172] Torino 1750. in 8. e di nuovo con aggiunte 1764. in 8. Di sopra
ho escluse le Lettere, e la Frusta Letteraria di questo Scrittore pe'
nuovi, e talvolta anche strani vocaboli, che vi si vedono. Ma non credo
dover escludere le poesie piacevoli, perch in queste  stato assai pi
moderato.

[173] _Lett. di Virg. lett._ 9. _in fin._

[174] _L'uso parte prima e seconda._ Bergamo 1778. e di nuovo nell'anno
stesso in Venezia. _Il vedovo parte terza dell'uso._ _Brescia_ 1780.

[175] Se ne vedono i titoli presso il Signor Gamba. _Serie_ ec. p. 520.
521. A queste si aggiungano quelle registrate dal Signor Poggiali a
_Buonaventuri Tommaso_, ed a _Rucellai Luigi_.

[176] Si pu aggiungere il _Ristretto delle vite dei primi discepoli di
S. Domenico scritto in lingua Francese dal P. Antonio Touron e tradotto
nell'Italiana favella da un Religioso del medesimo ordine_ (il P. Orsi)
Roma 1744.

[177] Il Sig. Canonico Domenico Moreni celebre, e infaticabile
scrittore di molte ed eruditissime opere nella sua _Bibliografia
Storico-Ragionata della Toscana_ T. 2. p. 22. 30. ha registrate le
opere del Manni, che appartengono al suo argomento. Fra queste molte ne
sono di Storia Ecclesiastica, che tralascio per non esser soverchio.

[178] Anche Monsignor Bottari fu benemerito del Decamerone, che
illustr con trentadue lezioni da lui dette con molto plauso
nell'Accademia della Crusca. Due ne pubblic il Manni nell'opera
qu citata, una il Poggiali nel volume di Novelle d'alcuni autori
Fiorentini, un'altra il chiarissimo signor Francesco Grazzini nella
_Collezione d'opuscoli_, che si stampa in Firenze dal Daddi in Borgo
Ognissanti, e finalmente tutte furono date in luce dallo stesso signor
Grazzini colle stampe del Ricci il 1818. in due volumi in ottavo.
Quest'opera altres, come le altre tutte del Bottari, vuolsi annoverare
fra quello purgate di lingua.

[179] Sono unite all'opere del Casa nell'edizion Fiorentina del 1707. e
poi accresciute in quella di Venezia del 1728.

[180] Il P. Zeno, che era molto intendente della nostra lingua, scrisse
ancora una parte delle annotazioni alla Storia del Crescimbeni, e colle
sue annotazioni illustr pure alcune delle opere del Casa nell'edizione
Veneta del 1728. Egli tradusse l'arte di ben pensare d'Arnaud, e parte
del quaresimale del P. Bourdaloue.

[181] Del Seghezzi abbiamo altres un _Dialogo d'incerto_ (ma  di
lui come avverte il Gamba) intitolato il _Tasso_ intorno allo stile
del Casa, e al modo d'imitarlo nell'edizion citata del 1728., alcune
annotazioni alle rime del Bembo nell'edizion di Bergamo del 1745. e
alla storia citata del Crescimbeni. Altre sue opere colle rime del
fratello Niccol furono stampate in Venezia il 1745.

[182] L'Accademia approv ancora la vita di Giuseppe Averani di cui ho
gi parlato, e la traduzione di Longino, la quale registro in altro
luogo.

[183] L'Accademia cit di lui ancora le _Menipee_. Ma il chiarissimo
Signor Ab. Fontani nell'elogio del Lami stampato in Firenze il 1789.
nomina bens le Menipee stampate in latino a Londra il 1738. e 1742.
sotto il nome di Timoleonte. Ma niuna opera del Lami scritta in
italiano con questo titolo  riuscito di trovare a lui, n al Signor
Gamba. Ora se quest'opera  ignota a due uomini cos eruditi, non sar
maraviglia, che sia ignota a me pure.

[184] Altra sue opere d'antiquaria si vedano presso il Sig. Canonico
Moreni luog. cit.

[185] Maff. Opere T. 3.

[186] Firenze 1716. in f.

[187] Le opere del Lanzi intorno all'antiquaria sono la _descrizione
della Galleria di Firenze_, _il saggio sopra la lingua Etrusca_, di
cui parler altrove, _de' vasi antichi dipinti volgarmente chiamati
Etruschi dissertazioni tre_, dissertazione sopra un'urnetta toscanica,
della condizione e del sito di Pausula citt antica.

[188] _Padova dalla Stamp. del Sem._ 1750. T. 2. in 8.

[189] _Lucca_ 1744. T. 2. in 8.

[190] Ivi 1760. in 8.

[191] _Padova dalla stamp. del Sem._ 1766. in 8.

[192] _Padova_, 1765. T. 3. in 8. e poi molte altre volte.

[193] _Padova_ 1776. T. 2. in 4. e di nuovo 1803.

[194] _Padova_. 1787. in 4.

[195] Nel 1727, l'Orsi stamp in Roma la _Dissertazione dogmatica, e
morale contro l'uso materiale delle parole, in cui dimostrasi colla
tradizione de' Padri, e d'altri antichi scrittori, che le parole ne'
casi eziandio di grave o estrema necessit, non perdono per legge
dalla Repubblica il valore del loro significato_: Egli la scrisse
contro alcuni Teologi, che a suo giudizio troppo si erano mostrati
favorevoli alle restrizioni mentali. A lui si oppose un'_allegazione
in difesa del P. Carlo Ambrogio Cattaneo_, ed egli replic con un
libro intitolato: _la causa della verit sostenuta contro l'anonimo
apologista del P. Carlo Ambrogio Cattaneo_. _Firenze_ (Milano) 1729.
Risposero gli avversarj con pi e diversi scritti, e specialmente
con certa dissertazione teologica, alla quale l'Orsi contrappose la
_Dimostrazione Teologica, colla quale si prova, che ad effetto di
conciliare i dritti della veracit con le obbligazioni del segreto,
n si pu n si dee ricorrere ad alcuna di quelle leggi, che alcuni
moderni Teologi alla umana Repubblica attribuiscono, ma che deesi stare
alle regole de' SS. Padri, e specialmente da' SS. Agostino, e Tommaso
per un tal fine prescritte_. _Milano_ 1729. Anche Pier Francesco Tocci
entr in questa teologica guerra, scrivendo alcune _Lettere critiche
contro la dissertazione dommatico-morale sopra la bugia del Cardinale
Orsi Domenicano_, che dopo la sua morte furono impresse dal Pecchioni
in Firenze il 1779. in 4. Queste lettere e le tre opere citate
dell'Orsi possono annoverarsi fra quelle purgatamente scritte, e vi si
possono aggiungere il libro _dell'infabilit e dell'autorit del Romano
Pontefice sopra i Concilj ecumenici_, la Dissertazione _della origine
del Dominio e della Sovranit de' Romani Pontefici, sopra gli Stati a
loro temporalmente soggetti_. Le quali due opere furono stampate in
Roma il 1741. 1742.

[196] L'Alberti cit ancora i _Dubbj sopra le rubriche della Messa_
del Ceracchini per trarne _alcune voci proprie dell'Ecclesiastica
liturgia_, come ben dice il Sig. Gamba.

[197] _Lettera d'un Ex-Gesuita vecchio ad un Ex-Gesuita giovine fra le
sue opere._ T. 6. p. 27.

[198] _Una nuova opera in queste o Lezioni, o Dissertazioni di Sacra
Scrittura, come pi piaccia di nominarle ec._ Prospetto premesso alle
Lezioni. _Due sono le mie opere di Sacra Scrittura..... L'una ha
per titolo_ Dissertazioni di Sacra Scrittura. Proemio premesso alla
Dichiarazione letterale di cui parler tosto.

[199] _Trattato delle Azioni umane, con annotazioni per lo schiarimento
della materia. Quarta edizione. Firenze per Francesco Moucke_ 1783.
in 4. Le annotazioni si attribuiscono all'Ab. Antonio Martini, che fu
poi successore dell'Incontri nell'Arcivescovato di Firenze. _Lettere
Pastorali_. _Ivi pel medesimo_ 1771. _in_ 4. _Spiegazione Teologica,
Liturgica, e Morale sopra la celebrazione delle Feste, diretta a'
Chierici della Citt e Diocesi Fiorentina_. _Ivi pel medesimo_ 1762.
_in_ 4. Queste sono le migliori impressioni. Per le opere del Maffei
baster ricordare l'edizione Veneta fatta da Antonio Curti nel 1790.
che tutte le comprende.

[200] Eccone i titoli. 1. _Della divozione al Sacro Cuor di Ges,
secondo lo spirito della Chiesa ragionamenti due. Bassano, e Napoli._
1803. Nel titolo sono attribuiti al P. Carlo di Porzia allora Prete
dell'Oratorio, ed ora Gesuita. Ma questi non ne fu che l'editore, di
che d un cenno anche il P. Raimondo Diosdado Caballeros _Biblioth.
Script. Soc. Jesu Supplem._ I. p. 230.--2. _Il divoto del SS.
Sagramento istruito nelle pratiche di tal divozione. Firenze_ 1805.--3.
_Ragionamento sulla divozione al S. Cuor di Maria ec. con l'aggiunta di
dieci considerazioni ec._ Ivi 1809.--4. _Novena al glorioso Patriarca
S. Giuseppe._ Ivi 1809.

[201] Il lungo catalogo delle sue opere si veda presso il Fantuzzi
_Scritt. Bol._ T. 5. p. 265. e segg.

[202] Roma 1757. in 8.

[203] Ivi 1756. in 4. Le opere qu tradotte sono diciotto. Tre
dell'altre erano state volgarizzate dalla stessa Borghini, e le
rimanenti dal Bottari di che forse egli voleva fare un secondo volume.
Il chiarissimo Monsignor Domenico Pacchi ha poi tradotta l'opera _de
pallio_, e la sua traduzione colle molte altre sue opere dovrebbe qu
aver luogo, se in questo capo parlassi d'autori viventi.

[204] Bologna 1795. in 8. Seconda edizione. Non mi  nota la prima
edizione di quest'opuscolo, e del seguente.

[205] Ivi 1800. in 8. Seconda edizione.

[206] Venezia 1737. in 4.

[207] Nel tomo quinto della _Miscellanea di varie operette_, che si
stampava in Venezia dal Lazzaroni.

[208] Venezia 1755. 1757. T. 2. in f.

[209] Pesaro 1759. in 4.

[210] Roma 1774. in 4.

[211] Pistoja 1762. in 4. Il Matani, oltre a pi, e diverse opere
latine, scrisse ancora una _Memoria sulla cultura delle viti in Spagna,
e la maniera, come si fa il vino; si aggiunge un discorso sulla
conservazione dei vini. Venezia_ 1779. in 8. Alcuni suoi trattati
sono uniti alla traduzione della dissertazione di M. Tissot sul pane
stampata a Napoli il 1781. e a Venezia il 1782.

[212] Firenze. 1767. in 4.

[213] Senza data in 4. Credo, che sia opera diversa dalla precedente.

[214] Ivi 1775. in 8.

[215] Ivi 1770. in 4. e nel _Magazz. Tosc._ Vol. 3. P. 3

[216] _Proverbj Toscani pe' Contadini, in quattro classi divisi, i
quali possono servir di precetti per l'Agricoltura. Perugia_ 1786. in
16.

[217] Ecco il titolo di quelle, che appartengono a questa epoca.
_Lo specchio che non adula presentato a Girolamo Manfredi Massese.
Leida per Giord. Luchtmans_ 1707. _in_ 4. _Risposta di Anton Giuseppe
Bianchi_ (cio del Bertini) _a quanto oppone Giovan Paolo Lucardesi
al libro di Antonfrancesco Bertini intitolato lo specchio che non
adula. Colonia_ (Lucca). 1708. in 4. _La falsit scoperta nel libro
intitolato: la Verit senza maschera dal Gobbo di Sancasciano ec.
Francfort._ 1711. in 4.

[218] Lucca 1713. in 8.

[219] Lucca 1765. in 4.

[220] Questo libro non contiene, che un solo dialogo dei quattro, che
l'autore aveva composti.

[221] _Scritt. Bol._ T. 5. p. 190. e seg. Riguardo alle scritture sopra
le acque di Bologna egli cita la _Raccolta degli Autori, che trattano
del moto dell'acque_ dell'edizione del 1723. ma doveva citare quella
del 1765. e seg. dove sono in maggior numero.

[222] _Pref. au Trait de Dynam._ de la seconde edition.

[223] _Dialogo, dove ne' congressi di pi giornate delle forza vive, e
dell'azion delle forze morte si tien discorso, del P. Vincenzo Riccati
della Compagnia di Ges._ Bologna 1749. in 4.

[224] Bologna 1752. in 4. Il Riccati prepar una replica, che poi non
diede in luce, ma si conserva manoscritta presso la sua famiglia col
titolo: _lettere sei, nelle quali si difende il dialogo sopra le forze
dalle opposizioni del Signor Francesco Maria Zanotti. Giorn. di Mod._
T. 9. _p._ 190.

[225] E' nelle Simbole Fiorentine del Gori T. 10. p. 1. L'autore
tolto il proemio la tradusse in Francese, e la mand all'Accademia
di Montpellier, la quale avendola inviata a quella delle Scienze di
Parigi, questa l'inser ne' suoi atti del 1748.

[226] Luog. cit. p. 268. e seguenti.

[227] E' unito al _Piano d'operazioni idrauliche per ottenere la
massima depressione del Lago di Sesto, o sia di Bientina. Lucca_ 1782.
_in_ 4.

[228] _Memorie sopra la Fisica e Istoria naturale di diversi
Valentuomini. Lucca_ 1743. e anni seguenti. T. 1. e 3.

[229] Castelfranco 1763. in 8. Il Gamba cita anche _le leggi del
contrapunto dedotte da' fenomeni, e confermate col raziocinio libri
quattro_ T. 2. in 4. Io non ho altra notizia di quest'opera.

[230] Bologna 1767. in 4.

[231] Bassano 1784.

[232] Napoli 1763. in 8. Oltre pochissimi nei relativi alla lingua,
che probabilmente sono errori tipografici, un difetto vi trovo, ed
 un certo sistema non lodevole nella punteggiatura per cui sette o
otto volte nella lettera dedicatoria e nell'introduzione si adopera il
punto e virgola, o i due punti in vece del punto in fine di periodo.
La tenuit dell'osservazione mostra la stima, in cui io tengo il libro
anche per la purit della lingua.

[233] Oltre a quest'opera, che fu stampata a Firenze il 1756. in 8.
l'Accademia approva la lettera posta in fronte al Riccio rapito del
Pope tradotto dall'Ab. Bonducci, e la descrizione manoscritta delle
esequie di Cosimo terzo.

[234] Padova appresso Giuseppe Comino 1741. in 4.

[235] Firenze 1788. in 8.

[236] Lucca 1760. in 4.

[237] Pi ampiamente poi difese la nostra causa il Marchese Ridolfino
Venuti nella sua _risposta alle riflessioni critiche sopra le
differenti scuole di pittura di M. d'Argens. Lucca_ 1755. _in_ 8.

[238] _Verona_ 1781. in 8.

[239] _Baldelli Lettera al Denina nella Collez. d'Opusc._ T. 16. p.
90. Boni _Elogio dell'Ab. D. Luigi Lanzi. Firenze_ 1814. in 4. E'
da desiderarsi, che le opere tutte del Cavalier Boni sieno unite, e
stampate. Egli era molto intelligente delle arti del disegno, e nelle
sue cose  una certa grazia Lucianesca, che innamora.

[240] Ces. Op. T. 1. p. 202.

[241] Ivi.




                 _Dell'altre moderne lingua d'Europa._

                              ~CAPO~ XII.


Egli  ormai tempo, che il mio discordo rivolga, bench brevemente alle
altre moderne lingue Europee. E qu dovrei far parola dell'introduzione
alle pi utili fra queste del Baretti, ma non essendo a me riuscito
di vederla nulla ne posso dire.[242] Non parler adesso della Turca
e della Greca, delle quali pi opportuno sar il tener discorso in
altro luogo. Cominciando dunque dalla Francia dir quel poco che
abbiamo meritevole di ricordanza. L'Algarotti in un saggio su questa
lingua ci ha data in breve la sua storia,[243] e il signor conte
Napione nell'opera gi citata, esaminandone l'indole, ha combattuto
con evidenza gl'irragionevoli elogj, che ne fa il P. Bonhours, ha
ricordato il giudizio, che ne danno gli scrittori pi celebri della
Francia, ed ha mostrato quale essa fosse prima della riforma introdotta
da quell'Accademia.[244] Altri non creda dover collocare fra le opere
degl'Italiani il Dizionario non molto pregevole del Veneroni. Egli
era di casato _Vigneron_ nativo di Verdun, e per amore della nostra
lingua dette forma Italiana al nome di sua famiglia,[245] come altri
crede di rendersi pi stimabile, prendendo nome Francese. Compatiamo
le debolezze degli uomini, e queste massimamente, che sono innocenti.
Italiano era l'Antonini, di cui pure abbiamo un dizionario non migliore
di quello del Veneroni. Mal pu fare il dizionario di una lingua chi
non la possiede perfettamente, e l'Antonini non sapeva abbastanza
la Francese, come mostr traducendo in questa non lodevolmente un
opuscoletto del Rolli.[246] Il libro, di cui possiamo gloriarci,  il
dizionario dell'Alberti a tutti noto, cio dell'autore del dizionario
enciclopedico rammentato di sopra. Sono circa quaranta anni passati, da
che esso venne in luce la prima volta, e in tante edizioni, che ne sono
uscite in Italia, e in Francia, non si  mai dovuto farvi considerevoli
emendazioni o accrescimenti. Esso ha fatti dimenticare gli altri
dizionarj, ed a chi volesse succedergli non ha lasciata molta speranza
di far cosa migliore. Nato nel contado di Nizza erano a lui naturali le
due lingue Italiana e Francese, nelle quali inoltre pose molto studio
finch visse; quindi colle acquistate cognizioni, e co' dizionarj della
Crusca e dell'Accademia Francese pot fare un'opera utile, e degna di
vivere lungamente. Il Martinelli ne fece poi un compendio comodo per la
sua brevit, in cui le voci tutte del dizionario sono comprese.

Per le altre lingue non abbiamo opere, che a questa si possano
paragonare. Per l'Inglese oltre al dizionario del Bottarelli, piccolo
in principio, ma poi molto accresciuto,[247] abbiamo la grammatica
e il Dizionario dell'Altieri. Questo per  mancante, e quella  non
ben sicura nelle sue regole, e di gran lunga inferiore a quella del
Barker. Pi pregevole assai  la Grammatica e il Dizionario Inglese e
Italiano del Baretti, e l'ultimo principalmente dopo che egli vi fece
grandi accrescimenti[248]. N a lui bast di provveder con quest'opera
a coloro, che apprender volessero una di queste due lingue, ma con
un'altro Dizionario si adoper ancora di giovare agl'Inglesi o agli
Spagnoli, che studiano la lingua Spagnuola o Inglese.[249]

La lingua Tedesca mi offre ancora minor numero di cose meritevoli
di ricordanza, e il poco che mi offre consiste nella Grammatica
e ne' Dialoghi del Borroni, e in un Dizionario del medesimo pe'
principianti.[250] La Spagnuola nulla mi somministra fuorch il
Dizionario test citato del Baretti, giacch la Grammatica e il
Dizionario del Franciosini appartengono al secolo decimosettimo.

Nulla pure ho da dire dell'altre moderne lingue del continente Europeo.
Due per dell'Isole adjacenti all'Italia richiedono da me qualche
parola. In primo luogo la lingua della Sardegna fu illustrata dal
Sig. Madao con due opere da me non vedute.[251] N pure mi  riuscito
di vedere la Grammatica e il Dizionario della lingua Maltese, che
il Signor Vassalli stamp in Roma nel 1791. e 1796. Egli afferma,
che essa  un dialetto dell'Araba. Al contrario il Canonico Agius de
Soldanis dopo il Majo, l'Erpenio, il Teinesio e altri aveva preteso
che fosse Punica, e fino dal 1750. si era accinto a provarlo, ma se
non erro con poco felice riuscimento. Stamp egli una breve grammatica
e un saggio di Dizionario della lingua Maltese, cui fece precedere
due dissertazioni.[252] Nella prima prende appunto a provare, che la
lingua Maltese  l'antica lingua Punica rimasta sempre in quell'isola
ad onta de' popoli diversi, che l'hanno soggiogata, e nella seconda
parla dell'utilit sua. Ma da una parte n l'uno n l'altro argomento
vien da lui confermato validamente, e dall'altra parte quantunque io
non sappia l'Arabo, e solamente ne conosca l'Alfabeto o pochissimo
pi, ci non ostante nelle voci Maltesi da lui registrate in questo
libro io scorgo voci Arabe, principalmente della lingua volgare, or pi
or meno alterate. Arroge a ci, che il Bjoernstahel ne' suoi viaggi
racconta d'aver udito Maltesi ed Arabi parlar fra loro, ciascuno nella
propria lingua, e intendersi ottimamente. Da che egli deduce con gran
ragione, che la lingua de' primi altro non  che un corrompimento, o se
si vuole un dialetto della seconda. Il Canonico Agius promise ancora un
ampio dizionario della sua lingua, e la interpretazione di que' versi
di Plauto nel Penulo, che furono da lui composti in lingua Punica,
ed egli voleva spiegarli colla Maltese; n so se poi abbia eseguite
queste promesse. Utile sarebbe stato il dizionario; ma riguardo ai
versi Plautini dubito forte, che egli non sarebbe stato pi fortunato
degli altri, che prima o dopo di lui si sono posti a questa impresa. La
lingua Punica  perduta, tranne poche voci, che S. Agostino ed altri
antichi scrittori ci hanno tramandate; e que' versi di Plauto passando
per le mani di tanti copisti, che non gl'intendevano, debbono in tal
guisa esser guasti e corrotti, che niuna speranza v'ha di spiegarli.

Mentre questi scrittori illustravano queste lingue colle grammatiche,
e co' dizionarj, altri le illustravano colle traduzioni. Non  mia
intenzione di tessere qu il novero di tutto ci, che dagl'Italiani
s' fatto in questo genere nel passato secolo, il che sarebbe impresa
da non venirne mai a fine. Le traduzioni in prosa, dal Francese
massimamente, sono innumerabili, ed ove si tolgano ancora tutte quelle,
che _invita Minerva_ si son fatte per traffico,[253] ove ancora si
limiti il discorso a quelle, che hanno meritata lode per esattezza, e
per lo stile, il numero sarebbe tuttavia immenso. Si aggiunga a ci,
che facile essendo la lingua Francese e comune, pare che in questa
mal si possa dar nome d'illustrazioni alle traduzioni. Le traduzioni
poetiche dal Francese sono in piccol numero, n di molto momento, se
si eccettuino il poema sulla religione di M. Racine tradotto dall'Ab.
Filippo Venuti, quello del Re di Prussia sull'arte della guerra
tradotto dal Sanseverino, alcune tragedie volgarizzate dal Cesarotti,
dal Paradisi, dal Frugoni; e poche altre. Riguardo alle traduzioni
dalle altre lingue mancano in gran parte tali ragioni, e per non terr
per esse il medesimo silenzio, pure non mi vi tratterr lungamente, ma
con brevi parole rammenter solo le principali.

Prime sieno quelle dall'Inglese che sono in maggior numero. Milton,
l'Omero dell'Inghilterra a se richiama innanzi ad ogni altro il
mio discorso. Il grande argomento di quel poema esigeva una mente
ardimentosa per ben trattarlo, ed esigeva pure una penna robusta per
ben tradurlo. Paolo Rolli si accinse a questa impresa;[254] quantunque
per fosse valoroso poeta non aveva forze bastevoli per far tanto. Egli
tradusse letteralmente, ed esattamente; ma il poema di Milton rest
spogliato di tutta la sua forza, e divent un perfetto sonnifero. Dopo
molti anni il Mariottini stamp in Londra il primo libro d'un nuovo suo
volgarizzamento[255] corredato di molte annotazioni sue in parte, e in
parte de' precedenti commentatori Inglesi. Non so se poi egli abbia
condotto a fine questo suo lavoro. Il verso generalmente  nobile ed
armonioso; ma (se mi  lecito esporre la mia opinione, quantunque sia
poco istruito della lingua Inglese) a me non sembra abbastanza fedele,
e spesso merita il nome di parafrasi. Pure al chiarissimo traduttore si
dee non piccola lode, e son pregevoli le annotazioni che v'ha aggiunte.
Altri hanno tentato questa difficile impresa nel secolo presente, de'
quali non dovrei qu ragionare. Pure non posso temperarmi dal dire, che
il miglior traduttore di Milton  un mio concittadino, cio il Signor
Lazzaro Papi, ed il suo volgarizzamento  cos in tutte le sue parti
perfetto, che niente lascia a desiderare.

Non vuolsi divider da Milton il suo grande encomiatore Addisson, del
quale Anton Maria Salvini volgarizz il Catone. N di ci dir pi
oltre, perch del modo Salviniano di tradurre parler altrove pi
opportunamente. Parler piuttosto della bella versione, che del Poema
d'Akenside de' piaceri dell'immaginazione fece il celebre Signor
Mazza[256] nel primo suo ingresso nella carriera letteraria. Egli seppe
maravigliosamente vestire della copia e della grandiosit Frugoniana
(giacch nella prima sua giovinezza questo sommo poeta, seguiva in
parte lo stil del Frugoni, che poi se ne  fatto uno bellissimo, e
tutto suo proprio) la poesia filosofica dell'originale; seppe esser
fedele senza esser servile, emendando anzi que' modi Inglesi, che a
noi parrebbono strani: ed essendo allor giovinissimo fece un'opera,
che nulla ha di giovanile, fuorch il calore dell'estro e la vivacit
dell'espressioni. In et poi pi matura tradusse alcuni lirici
componimenti di Parnell[257] e di Thomson egregiamente come si doveva
aspettare da un poeta s grande.

Poco innanzi all'Akenside del Signor Mazza si pubblic in parte
l'Ossian del Signor Cesarotti[258]. Questa dotta fatica di cos
illustre poeta fu una nuova luce, che improvvisamente apparve sul
Parnasso Italiano, ed attir a se gli occhi di tutti. Un certo
calor nuovo di stile, diverso da quello, di che i Greci, i Latini
ed i nostri ci offerivano esempj, certe idee nuove, una semplicit
congiunta non rade volte a pensieri giganteschi, una straordinaria
energia d'espressioni riscosse l'ammirazione di molti, ed eccit
alcuni all'imitazione. Gl'imitatori per cessarono a poco a poco, e
rimase la lode; lode che  a lui dovuta per avere arricchita la nostra
lingua poetica di molte maniere energiche, grandi, maravigliose, ora
terribili, ora delicate, le quali in parte egli prese dal testo, e
in parte cre con una fantasia inesausta. Ma fra i pregj di questo
volgarizzamento ardir io cercar difetti? Meriter forse la taccia di
temerit, se espongo qualche mio dubbio contro il lavoro prediletto
d'un Cesarotti? L'impresa da me abbracciata lo richiede, n posso
trascurarne una parte. Nulla dir della condotta de' poemi attribuiti
ad Ossian, degli affetti, delle similitudini, ed altrettali oggetti,
che non sono del mio instituto. Io debbo parlare della illustrazione
delle lingue, onde considerer soltanto alcune cose, che in qualche
modo a queste appartengono.

Descrive il poeta la lotta fra Fingal, e Varano, e dice

  _.........Ai forti crolli,
  All'alta impronta dei tallon robusti
  Scoppian le pietre e dalle nicchie alpestri
  Sferransi i duri massi e van sossopra
  Rovesciati i cespugli_.[259]

In un'annotazione a questi versi il chiarissimo traduttore osserva, che
questo forse  l'unico luogo in tutto il poema di Fingal, che si possa
chiamar gonfio, e quindi procura di difenderlo. Ma egli aveva allora
dimenticati que' versi, ne' quali parlandosi del combattimento tra lo
stesso Fingal, e Cucullino si dice:

  _.........i nostri passi
  Crollaro il bosco, e traballar le rupi
  Smosse dalle ferrigne ime radici._[260]

A me parrebbe questo luogo pi gonfio ancora dei primo, n a difenderlo
basta il dire, che a quell'et erano gli uomini, pi forti molto che
noi non siamo; il che  la difesa dal signor Cesarotti addotta pel
passo precedente. Ma pi altre cose ancora vi s'incontrano, le quali
a me appariscono gonfie. Tali a cagion d'esempio sono Cucullino, che
_sgorga rivi di valore_ T. 2. p. 150. _e tu sgorgasti valore_, ivi p.
275. _Morna, che rotola nella morte_ p. 148._ la vasta azzurra stellata
conca del Cielo_ p. 241. _il sangue del monte Gormallo_, cio il sangue
delle fiere di quel monte p. 203. _al suo cospetto sfuma la pugna_ p.
51. ed altre simili maniere di dire. N mi dispiace meno la troppo
frequente ripetizione di certe espressioni favorite, e specialmente
della voce _figlio_ usata metaforicamente.[261] Queste ed altre cose di
tal genere non sanno piacermi, e temerei che imitandosi le poesie in
molte parti bellissime d'Ossian taluno potesse forse esser trascinato
in un gusto non lodevole. Altri pure tradussero altre simili poesie,
e fra questi mi piace ricordar qu il signor conte Prospero Balbo.
La morte d'Arto, un breve squarcio d'altro poema, e la battaglia
di Lava volgarizz egli dalla prosa Inglese di Giovanni Smith in
bei versi Italiani, ne' quali nulla si trova che non si debba molto
commendare.[262]

N qu si arrestarono le cure degl'Italiani per la poesia Inglese.
Celebre  il Sidro del Conte Magalotti, che molto dopo la sua morte
vide la luce.[263] Il saggio sopra l'uomo del Pope fu tradotto dal
Cavaliere Anton Filippo Adami,[264] il Messia dello stesso Pope dal
Conte Agostino Paradisi, e dal Conte Benvenuto di S. Raffaele, che
tradusse anche il Vindsor. Il Bonducci volgarizz il Riccio rapito
dello stesso. Il Torelli l'elegia di Gray sopra un Cimitero campestre.
Le notti di Young furono tradotte dal Bottoni, e i tre canti sul
Giudizio universale da D. Clemente Filomarino.[265] Ma a me rincresce
di trattenermi pi lungamente tessendo un'arido catalogo di nomi che
si potrebbe anche accrescer volendo, e vie pi mi rincresce perch fra
tanti traduttori, che in questo paragrafo ho registrati, se si eccettua
il Magalotti, il Paradisi, il Conte di S. Raffaele, il Torelli, e il
Filomarino, non trovo oggetto meritevole d'osservazione.

N pure il Parnasso Tedesco fu trascurato. Il P. Bertola nell'idea
della bella letteratura Alemanna[266] volgarizz diverse cose di varj,
e di Gessner singolarmente, la Signora Caminer Turra molti Idillj
dello stesso Gessner,[267] il Signor Abate Belli le quattro parti del
giorno di Zaccaria[268] e il Signor Rigno il Messia di Klopstok.[269]
Ignorando la lingua Tedesca non posso dar compiuto giudizio di queste
versioni: e per la stessa ragione non ardisco farmi giudice di
quella, che della Lusiade del Portoghese Camoens ha fatta un anonimo
Piemontese.[270] Dir solamente, che tranne alcune versioni del Bertola
non vedo nell'altre quelle dignit di stile, che la poesia richiede, e
che per ci sono da desiderarsi nuovi e pi felici volgarizzamenti.

Finalmente la lingua Polacca non fu trascurata dai nostri. Ne fece
una grammatica non impressa fino ad ora il P. Francesco Angelini
Gesuita[271], del quale parler altrove con lode. Sulla seconda scrisse
il Madao due opere, che non ho vedute.[272]

                       _Fine della Prima Parte_.

NOTE:

[242] _Baretti Introduction to the most useful European language.
London._ 1772. in 8.

[243] Algar. Op. T. 3.

[244] Nap. de' preg. ec. della Ling. It. Lib. 2. Cap. 1.

[245] _Feller. Dict. Hist. a Veneroni._

[246] _Examen de l essai de M. de Voltaire sur la posie epique par M.
Paul Rolli, traduit de l'Anglois par M. L. A.  Paris, Rollin fils_
1728. in 12. L'Antonini scrisse ancora un _trattato sulla pronunzia
Francese_, che non ho veduto.

[247] Bottarelli Dizionario Italiano-Inglese e Francese Londra 1789.
vol. 3. in 8. Nizza 1792. Vol. 3. in 12. Venezia 1803. 3. Vol. in 8.

[248] La seconda edizione che  del 1796. si dice aumentata di
diecimila Vocaboli. L'ultima impressione  di Firenze, 1816.

[249] _Baretti English and Spanish Dictionary. Lyon_ 1786. T. 2. in 4.
e di nuovo _London_ 1792. V'ha pure una grammatica Inglese del Palermo
impressa a Londra dopo il 1780, che non ho veduta e un'opera dello
stesso sopra i sinonimi Inglesi.

[250] _Borroni novissima grammatica della lingua Tedesca ad uso
degl'Italiani, sesta edizione accresciuta. Venezia_ 1805. in 8. Non
conosco, che questa edizione, ma so che altre ve ne sono, fatte
nel secolo decimottavo. Dello stesso _Dialoghista Italiano-Tedesc.
Milano_ 1794. in 8. Dello stesso _nuovo Vocabolario Italiano-Tedesco,
e Tedesco-Italiano. Milano_ 1799. T. 2. in 8. Abbiamo ancora una
grammatica Italiana e Tedesca del Tarmini stampata a Francfort nel
1735. in 8.

[251] _Saggio d'un opera: il ripulimento della lingua Sarda, e sua
analogia con la Greca e la Latina. Cagliari_ 1782. _in_ 4. _Le armonie
de' Sardi. Ivi_ 1787. _in_ 4. _Catal. Garampi_ 7349. 7350. Di una
dissertazione sull'origine di questa lingua, che io credo essere stata
composta dall'Ab. Denina, ho dato un cenno nel capo primo.

[252] _Della lingua punica presentemente usata da' Maltesi, ovvero
nuovi documenti li quali possono servire di lume all'antica lingua
Etrusca stesi in due dissertazioni, e Nuova Scuola di Grammatica per
agevolmente apprendere la lingua Punica-Maltese. Roma_ 1750. _in_ 8.

[253] Ben a ragione il dottissimo signor Napione le chiama infedeli,
barbare, e prezzolate traduzioni, che sfigurano gli originali, e
servono soltanto a guastar la lingua nostra, senza agevolare lo studio
n l'intelligenza della Francese. _Dell'uso, e de' pregj della lingua
Ital_. T. 1. p. 275.

[254] Londra 1736. in f. e poi altrove pi volte.

[255] _Il Paradiso perduto di Giovanni Milton tradotto in verso
Italiano da Felice Mariottini con varie annotazioni de' comentatori
Inglesi, e del Traduttore. Londra_ 1794. T. 1. in 8.

[256] _Parigi_ 1764. in 4.

[257] Anche il Gesuita Barotti tradusse l'egloga di Tommaso Parnell
intitolata la sanit, che  fra l'altre sue opere stampata in Venezia
dal Coleti il 1773. in 8.

[258] La prima edizione  di Padova pel Comino del 1763. La seconda
di Padova, e quelle di Nizza, e di Bassano sono pi complete. Ma la
migliore di tutte  quella di Pisa del 1801. in 4. volumi in 8. che
 unita all'intiera collezione delle sue opere. Essa fu dall'insigne
traduttore riveduta tutta, emendata, e corredata di pregevolissimi
accrescimenti.

[259] _Cesarotti Op_. T. 2. p. 251

[260] Ivi p. 135.

[261] Figli del mare T. 2. p. 134. e 211. figlio dell'onda p. 157.
253. figlio d'anguste valli 139. figli di guerra 139. 219. 227. 238.
figlio di codarda 153. figli del canto 155. 160. 220. 265. figli della
valle 156. figli dell'Oceano 158. 211. figlio della spada 171. figlio
del vento 173. figlio della battaglia 175. schiatta de' tempestosi
colli 176. navi figlie di molti boschi 179. figlia dei stellati Cieli
185. figlio del carro 190. figlia di segreta stanza 200. figli della
morte 201. 203. schiatta dell'acciaro 206. figlio dell'acciaro 226.
figlio del vento 226. aereo figlio (uno spirito) 206. 219. progenie
delle verdi valli 207. figlia di belt 216. figlio della fama 227.
234. 256. figlio della tempesta 233. figlio delle spade 240. figli
del deserto 232. 239. figli della rupe 260. figli detta grotta 274. i
veltri rapidi figli della caccia 281. figli della mia forza 282. figlio
rovente della fornace 236. Tutto ci  preso dal solo Fingal, dove son
pure altre ripetizioni che credo inutile di notare. Io non condanno
l'uso metaforico di questa parola, o d'altre parole equivalenti, ma
la soverchia frequenza, e talvolta se ne potrebbe condannare ancora
l'applicazione non opportuna.

[262] _Ozj Letterarj._ Torino 1787. T. 1. p. 251. T. 2. p. 319.

[263] _Firenze_ 1744. in 8. seconda ediz.

[264] _Parma Bodoni_ in 4. Venezia 1790. in 8.

[265] Siena 1775. in 12. Venezia 1791. T. 2. in 12. Le notti furono
ancora tradotte in prosa dal Loschi Venezia 1776. T. 3. in 8. e
dall'Alberti ivi 1783. T. 2. in 8. Il Bjoernstahel nelle Lettere de'
suoi viaggi T. 3. p. 274. dice che il Boccardi traduceva in Torino
le stagioni di Thomson, e nel 1773. mentre egli scriveva era gi
compiuta la primavera. Non  per a mia notizia, che l'opera sia
stata pubblicata. Il chiarissimo Signor De Coureil aveva cominciato a
pubblicare una serie di poesie Inglesi ottimamente da lui tradotte, ma
questa non appartiene all'epoca della quale io debbo parlare essendosi
cominciata a stampare nel secolo presente.

[266] Lucca 1784. T. 2. in 8.

[267] _Vicenza_ 1781. T. 2. in 12.

[268] _Bassano_ 1778. in f.

[269] Vicenza 1771. T. 3. in 8. Altre traduzioni vi sono d'altri Poeti,
che tralascio per non diffondermi troppo.

[270] Torino 1772. in 12. Essa  in 8.va rima. Molto pi felice
sarebbe stata quella del Signor Conte Benvenuto di s. Raffaele, se
congetturarlo possiamo dal principio, che se ne ha ne' suoi versi
sciolti stampati in Torino dal Mairesse il 1772. in 8.

[271] Caballeros op. cit. suppl. II. p. 6.

[272] _Saggio d'un opera il ripulimento della lingua sarda e sua
analogia con la greca e la latina. Cagliari_ 1782. _in_ 4. _Le armonie
de' Sardi, Ivi_ 1787. _in_ 4. _Catal. della Libr. Garampi_. 7349. 7350.




                               ~INDICE~
                      DE' CAPI DELLA PRIMA PARTE


    _Introduzione_                                    Pag.   3

    _Dell'origine, e dei caratteri delle moderne
    lingue d'Europa. Cap. I._                               6

    _Dell'origine della lingua Italiana. Capo II._         11

    _Dei pregi della lingua Italiana. Capo III._           18

    _Se nelle cose letterarie si debba, scrivendo,
    usare la lingua Italiana pi tosto che
    la Latina. Capo IV._                                   22

    _In qual modo si debba far uso della lingua
    Italiana scrivendo. Capo V._                           24

    _Dalle grammatiche della lingua Italiana.
    Capo VI._ 47

    _Del vocabolario della Crusca. Capo VII._              55

    _Del dizionario enciclopedico dell'Abate
    Alberti. Capo VIII._                                   75

    _Altri vocabolarj, regole per la pronunzia,
    sinonimi ed epiteti, rimarj, ed etimologie.
    Capo IX._                                              83

    _Edizioni ed illustrazioni degli autori classici.
    Cap. X._                                               92

    _Di quegli scrittori, che hanno illustrato la
    lingua Italiana scrivendo purgatamente.
    Capo XI._                                              95

    _Delle altre moderne lingue d'Europa.
    Cap. XII._                                            148






                         NOTE DEL TRASCRITTORE

 -Viene mantenuta la punteggiatura originale anche quando appare
  incongrua con l'italiano moderno. Sono stati aggiunti solamente, dove
  mancanti, i punti alla fine dei periodi.

 -I numeri compresi nei paragrafi in corsivo vengono resi in carattere
  normale per aderire il pi possibile allo stile ed alla grafica
  dell'epoca.

 -Lo stile dell'epoca utilizzato dallo stampatore prevedeva che i numeri
  fossero sempre seguiti da un punto; questo viene mantenuto uniformando
  l'opera con l'aggiungere il punto laddove questo manchi per refuso o
  pi spesso per difetto delle immagini.

 -Vengono corretti gli ovvii errori tipografici.

 -Viene mantenuta la convenzione di usare nei caratteri minuscoli due
  lettere v in luogo della doppia v (vv anzich w).

 -Talvolta i termini sono scritti con due o pi varianti. Quando  stato
  possibile risalire alla grafia usata all'epoca sono stati uniformati,
  mentre in caso di dubbia valutazione sono state mantenute le doppie
  grafie originali. In particolare viene conservata la doppia grafia
  aggiungere/aggiugnere (con le relative coniugazioni) perch entrambe le
  forme erano largamente usate all'epoca.

 -Alcuni corsivi sono chiaramente sviste del tipografo e se lasciati
  aderenti all'originale rendono il testo di difficile lettura; dove
  possibile senza alterare in maniera eccessiva l'opera sono stati
  modificati.

 -L'ultimo periodo e la relativa nota a pi di pagina appaiono una
  svista dello stampatore, essendo completamente fuori di contesto; si
  riferiscono alla trattazione della lingua sarda trattata in precedenza,
  e la nota  la stessa della nota n. 251. Vengono comunque mantenute per
  aderenza all'opera originale.





End of the Project Gutenberg EBook of Della illustrazione delle lingue
antiche e moderne e principalmente dell'italiana, by Cesare Lucchesini

*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK DELLA ILLUSTRAZIONE DELLE ***

***** This file should be named 44893-8.txt or 44893-8.zip *****
This and all associated files of various formats will be found in:
        http://www.gutenberg.org/4/4/8/9/44893/

Produced by Giovanni Fini, Carlo Traverso and the Online
Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This
file was produced from images generously made available
by The Internet Archive)


Updated editions will replace the previous one--the old editions
will be renamed.

Creating the works from public domain print editions means that no
one owns a United States copyright in these works, so the Foundation
(and you!) can copy and distribute it in the United States without
permission and without paying copyright royalties.  Special rules,
set forth in the General Terms of Use part of this license, apply to
copying and distributing Project Gutenberg-tm electronic works to
protect the PROJECT GUTENBERG-tm concept and trademark.  Project
Gutenberg is a registered trademark, and may not be used if you
charge for the eBooks, unless you receive specific permission.  If you
do not charge anything for copies of this eBook, complying with the
rules is very easy.  You may use this eBook for nearly any purpose
such as creation of derivative works, reports, performances and
research.  They may be modified and printed and given away--you may do
practically ANYTHING with public domain eBooks.  Redistribution is
subject to the trademark license, especially commercial
redistribution.



*** START: FULL LICENSE ***

THE FULL PROJECT GUTENBERG LICENSE
PLEASE READ THIS BEFORE YOU DISTRIBUTE OR USE THIS WORK

To protect the Project Gutenberg-tm mission of promoting the free
distribution of electronic works, by using or distributing this work
(or any other work associated in any way with the phrase "Project
Gutenberg"), you agree to comply with all the terms of the Full Project
Gutenberg-tm License available with this file or online at
  www.gutenberg.org/license.


Section 1.  General Terms of Use and Redistributing Project Gutenberg-tm
electronic works

1.A.  By reading or using any part of this Project Gutenberg-tm
electronic work, you indicate that you have read, understand, agree to
and accept all the terms of this license and intellectual property
(trademark/copyright) agreement.  If you do not agree to abide by all
the terms of this agreement, you must cease using and return or destroy
all copies of Project Gutenberg-tm electronic works in your possession.
If you paid a fee for obtaining a copy of or access to a Project
Gutenberg-tm electronic work and you do not agree to be bound by the
terms of this agreement, you may obtain a refund from the person or
entity to whom you paid the fee as set forth in paragraph 1.E.8.

1.B.  "Project Gutenberg" is a registered trademark.  It may only be
used on or associated in any way with an electronic work by people who
agree to be bound by the terms of this agreement.  There are a few
things that you can do with most Project Gutenberg-tm electronic works
even without complying with the full terms of this agreement.  See
paragraph 1.C below.  There are a lot of things you can do with Project
Gutenberg-tm electronic works if you follow the terms of this agreement
and help preserve free future access to Project Gutenberg-tm electronic
works.  See paragraph 1.E below.

1.C.  The Project Gutenberg Literary Archive Foundation ("the Foundation"
or PGLAF), owns a compilation copyright in the collection of Project
Gutenberg-tm electronic works.  Nearly all the individual works in the
collection are in the public domain in the United States.  If an
individual work is in the public domain in the United States and you are
located in the United States, we do not claim a right to prevent you from
copying, distributing, performing, displaying or creating derivative
works based on the work as long as all references to Project Gutenberg
are removed.  Of course, we hope that you will support the Project
Gutenberg-tm mission of promoting free access to electronic works by
freely sharing Project Gutenberg-tm works in compliance with the terms of
this agreement for keeping the Project Gutenberg-tm name associated with
the work.  You can easily comply with the terms of this agreement by
keeping this work in the same format with its attached full Project
Gutenberg-tm License when you share it without charge with others.

1.D.  The copyright laws of the place where you are located also govern
what you can do with this work.  Copyright laws in most countries are in
a constant state of change.  If you are outside the United States, check
the laws of your country in addition to the terms of this agreement
before downloading, copying, displaying, performing, distributing or
creating derivative works based on this work or any other Project
Gutenberg-tm work.  The Foundation makes no representations concerning
the copyright status of any work in any country outside the United
States.

1.E.  Unless you have removed all references to Project Gutenberg:

1.E.1.  The following sentence, with active links to, or other immediate
access to, the full Project Gutenberg-tm License must appear prominently
whenever any copy of a Project Gutenberg-tm work (any work on which the
phrase "Project Gutenberg" appears, or with which the phrase "Project
Gutenberg" is associated) is accessed, displayed, performed, viewed,
copied or distributed:

This eBook is for the use of anyone anywhere at no cost and with
almost no restrictions whatsoever.  You may copy it, give it away or
re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included
with this eBook or online at www.gutenberg.org

1.E.2.  If an individual Project Gutenberg-tm electronic work is derived
from the public domain (does not contain a notice indicating that it is
posted with permission of the copyright holder), the work can be copied
and distributed to anyone in the United States without paying any fees
or charges.  If you are redistributing or providing access to a work
with the phrase "Project Gutenberg" associated with or appearing on the
work, you must comply either with the requirements of paragraphs 1.E.1
through 1.E.7 or obtain permission for the use of the work and the
Project Gutenberg-tm trademark as set forth in paragraphs 1.E.8 or
1.E.9.

1.E.3.  If an individual Project Gutenberg-tm electronic work is posted
with the permission of the copyright holder, your use and distribution
must comply with both paragraphs 1.E.1 through 1.E.7 and any additional
terms imposed by the copyright holder.  Additional terms will be linked
to the Project Gutenberg-tm License for all works posted with the
permission of the copyright holder found at the beginning of this work.

1.E.4.  Do not unlink or detach or remove the full Project Gutenberg-tm
License terms from this work, or any files containing a part of this
work or any other work associated with Project Gutenberg-tm.

1.E.5.  Do not copy, display, perform, distribute or redistribute this
electronic work, or any part of this electronic work, without
prominently displaying the sentence set forth in paragraph 1.E.1 with
active links or immediate access to the full terms of the Project
Gutenberg-tm License.

1.E.6.  You may convert to and distribute this work in any binary,
compressed, marked up, nonproprietary or proprietary form, including any
word processing or hypertext form.  However, if you provide access to or
distribute copies of a Project Gutenberg-tm work in a format other than
"Plain Vanilla ASCII" or other format used in the official version
posted on the official Project Gutenberg-tm web site (www.gutenberg.org),
you must, at no additional cost, fee or expense to the user, provide a
copy, a means of exporting a copy, or a means of obtaining a copy upon
request, of the work in its original "Plain Vanilla ASCII" or other
form.  Any alternate format must include the full Project Gutenberg-tm
License as specified in paragraph 1.E.1.

1.E.7.  Do not charge a fee for access to, viewing, displaying,
performing, copying or distributing any Project Gutenberg-tm works
unless you comply with paragraph 1.E.8 or 1.E.9.

1.E.8.  You may charge a reasonable fee for copies of or providing
access to or distributing Project Gutenberg-tm electronic works provided
that

- You pay a royalty fee of 20% of the gross profits you derive from
     the use of Project Gutenberg-tm works calculated using the method
     you already use to calculate your applicable taxes.  The fee is
     owed to the owner of the Project Gutenberg-tm trademark, but he
     has agreed to donate royalties under this paragraph to the
     Project Gutenberg Literary Archive Foundation.  Royalty payments
     must be paid within 60 days following each date on which you
     prepare (or are legally required to prepare) your periodic tax
     returns.  Royalty payments should be clearly marked as such and
     sent to the Project Gutenberg Literary Archive Foundation at the
     address specified in Section 4, "Information about donations to
     the Project Gutenberg Literary Archive Foundation."

- You provide a full refund of any money paid by a user who notifies
     you in writing (or by e-mail) within 30 days of receipt that s/he
     does not agree to the terms of the full Project Gutenberg-tm
     License.  You must require such a user to return or
     destroy all copies of the works possessed in a physical medium
     and discontinue all use of and all access to other copies of
     Project Gutenberg-tm works.

- You provide, in accordance with paragraph 1.F.3, a full refund of any
     money paid for a work or a replacement copy, if a defect in the
     electronic work is discovered and reported to you within 90 days
     of receipt of the work.

- You comply with all other terms of this agreement for free
     distribution of Project Gutenberg-tm works.

1.E.9.  If you wish to charge a fee or distribute a Project Gutenberg-tm
electronic work or group of works on different terms than are set
forth in this agreement, you must obtain permission in writing from
both the Project Gutenberg Literary Archive Foundation and Michael
Hart, the owner of the Project Gutenberg-tm trademark.  Contact the
Foundation as set forth in Section 3 below.

1.F.

1.F.1.  Project Gutenberg volunteers and employees expend considerable
effort to identify, do copyright research on, transcribe and proofread
public domain works in creating the Project Gutenberg-tm
collection.  Despite these efforts, Project Gutenberg-tm electronic
works, and the medium on which they may be stored, may contain
"Defects," such as, but not limited to, incomplete, inaccurate or
corrupt data, transcription errors, a copyright or other intellectual
property infringement, a defective or damaged disk or other medium, a
computer virus, or computer codes that damage or cannot be read by
your equipment.

1.F.2.  LIMITED WARRANTY, DISCLAIMER OF DAMAGES - Except for the "Right
of Replacement or Refund" described in paragraph 1.F.3, the Project
Gutenberg Literary Archive Foundation, the owner of the Project
Gutenberg-tm trademark, and any other party distributing a Project
Gutenberg-tm electronic work under this agreement, disclaim all
liability to you for damages, costs and expenses, including legal
fees.  YOU AGREE THAT YOU HAVE NO REMEDIES FOR NEGLIGENCE, STRICT
LIABILITY, BREACH OF WARRANTY OR BREACH OF CONTRACT EXCEPT THOSE
PROVIDED IN PARAGRAPH 1.F.3.  YOU AGREE THAT THE FOUNDATION, THE
TRADEMARK OWNER, AND ANY DISTRIBUTOR UNDER THIS AGREEMENT WILL NOT BE
LIABLE TO YOU FOR ACTUAL, DIRECT, INDIRECT, CONSEQUENTIAL, PUNITIVE OR
INCIDENTAL DAMAGES EVEN IF YOU GIVE NOTICE OF THE POSSIBILITY OF SUCH
DAMAGE.

1.F.3.  LIMITED RIGHT OF REPLACEMENT OR REFUND - If you discover a
defect in this electronic work within 90 days of receiving it, you can
receive a refund of the money (if any) you paid for it by sending a
written explanation to the person you received the work from.  If you
received the work on a physical medium, you must return the medium with
your written explanation.  The person or entity that provided you with
the defective work may elect to provide a replacement copy in lieu of a
refund.  If you received the work electronically, the person or entity
providing it to you may choose to give you a second opportunity to
receive the work electronically in lieu of a refund.  If the second copy
is also defective, you may demand a refund in writing without further
opportunities to fix the problem.

1.F.4.  Except for the limited right of replacement or refund set forth
in paragraph 1.F.3, this work is provided to you 'AS-IS', WITH NO OTHER
WARRANTIES OF ANY KIND, EXPRESS OR IMPLIED, INCLUDING BUT NOT LIMITED TO
WARRANTIES OF MERCHANTABILITY OR FITNESS FOR ANY PURPOSE.

1.F.5.  Some states do not allow disclaimers of certain implied
warranties or the exclusion or limitation of certain types of damages.
If any disclaimer or limitation set forth in this agreement violates the
law of the state applicable to this agreement, the agreement shall be
interpreted to make the maximum disclaimer or limitation permitted by
the applicable state law.  The invalidity or unenforceability of any
provision of this agreement shall not void the remaining provisions.

1.F.6.  INDEMNITY - You agree to indemnify and hold the Foundation, the
trademark owner, any agent or employee of the Foundation, anyone
providing copies of Project Gutenberg-tm electronic works in accordance
with this agreement, and any volunteers associated with the production,
promotion and distribution of Project Gutenberg-tm electronic works,
harmless from all liability, costs and expenses, including legal fees,
that arise directly or indirectly from any of the following which you do
or cause to occur: (a) distribution of this or any Project Gutenberg-tm
work, (b) alteration, modification, or additions or deletions to any
Project Gutenberg-tm work, and (c) any Defect you cause.


Section  2.  Information about the Mission of Project Gutenberg-tm

Project Gutenberg-tm is synonymous with the free distribution of
electronic works in formats readable by the widest variety of computers
including obsolete, old, middle-aged and new computers.  It exists
because of the efforts of hundreds of volunteers and donations from
people in all walks of life.

Volunteers and financial support to provide volunteers with the
assistance they need are critical to reaching Project Gutenberg-tm's
goals and ensuring that the Project Gutenberg-tm collection will
remain freely available for generations to come.  In 2001, the Project
Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure
and permanent future for Project Gutenberg-tm and future generations.
To learn more about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation
and how your efforts and donations can help, see Sections 3 and 4
and the Foundation information page at www.gutenberg.org


Section 3.  Information about the Project Gutenberg Literary Archive
Foundation

The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non profit
501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the
state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal
Revenue Service.  The Foundation's EIN or federal tax identification
number is 64-6221541.  Contributions to the Project Gutenberg
Literary Archive Foundation are tax deductible to the full extent
permitted by U.S. federal laws and your state's laws.

The Foundation's principal office is located at 4557 Melan Dr. S.
Fairbanks, AK, 99712., but its volunteers and employees are scattered
throughout numerous locations.  Its business office is located at 809
North 1500 West, Salt Lake City, UT 84116, (801) 596-1887.  Email
contact links and up to date contact information can be found at the
Foundation's web site and official page at www.gutenberg.org/contact

For additional contact information:
     Dr. Gregory B. Newby
     Chief Executive and Director
     gbnewby@pglaf.org

Section 4.  Information about Donations to the Project Gutenberg
Literary Archive Foundation

Project Gutenberg-tm depends upon and cannot survive without wide
spread public support and donations to carry out its mission of
increasing the number of public domain and licensed works that can be
freely distributed in machine readable form accessible by the widest
array of equipment including outdated equipment.  Many small donations
($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt
status with the IRS.

The Foundation is committed to complying with the laws regulating
charities and charitable donations in all 50 states of the United
States.  Compliance requirements are not uniform and it takes a
considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up
with these requirements.  We do not solicit donations in locations
where we have not received written confirmation of compliance.  To
SEND DONATIONS or determine the status of compliance for any
particular state visit www.gutenberg.org/donate

While we cannot and do not solicit contributions from states where we
have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition
against accepting unsolicited donations from donors in such states who
approach us with offers to donate.

International donations are gratefully accepted, but we cannot make
any statements concerning tax treatment of donations received from
outside the United States.  U.S. laws alone swamp our small staff.

Please check the Project Gutenberg Web pages for current donation
methods and addresses.  Donations are accepted in a number of other
ways including checks, online payments and credit card donations.
To donate, please visit:  www.gutenberg.org/donate


Section 5.  General Information About Project Gutenberg-tm electronic
works.

Professor Michael S. Hart was the originator of the Project Gutenberg-tm
concept of a library of electronic works that could be freely shared
with anyone.  For forty years, he produced and distributed Project
Gutenberg-tm eBooks with only a loose network of volunteer support.

Project Gutenberg-tm eBooks are often created from several printed
editions, all of which are confirmed as Public Domain in the U.S.
unless a copyright notice is included.  Thus, we do not necessarily
keep eBooks in compliance with any particular paper edition.

Most people start at our Web site which has the main PG search facility:

     www.gutenberg.org

This Web site includes information about Project Gutenberg-tm,
including how to make donations to the Project Gutenberg Literary
Archive Foundation, how to help produce our new eBooks, and how to
subscribe to our email newsletter to hear about new eBooks.
