Project Gutenberg's Viaggio di un povero letterato, by Alfredo Panzini

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Title: Viaggio di un povero letterato

Author: Alfredo Panzini

Release Date: March 16, 2013 [EBook #42347]

Language: Italian

Character set encoding: ISO-8859-1

*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK VIAGGIO DI UN POVERO LETTERATO ***




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                            ALFREDO PANZINI


                             Viaggio di un
                           povero letterato



                                MILANO
                       FRATELLI TREVES, EDITORI

                           =Nono migliaio.=

                                 --------


PROPRIET LETTERARIA.

_I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i
paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l'Olanda._

Si riterr contraffatto qualunque esemplare di quest'opera che non porti
il timbro a secco della Societ Italiana degli Autori.


Tip. Fratelli Treves -- 1920.




  _A Tit_,

_Creatura mia, quando tu sarai grande e leggerai queste pagine, forse ti
verr desiderio di me._

  _Ottobre 1916._

                                                            _A. P._




PREFAZIONE.


Questo libro ncque senza l'intenzione di diventare un libro. In orgine
rano note, o segnalazioni, le quali -- in questo mio viggio nel lglio
del 1913 -- battvano con tanta insistenza nell'apparcchio del cervello,
che fui costretto a trovare un lapis e un taccuino.

E come i qundici giorni del viggio finrono, mi distraevo a Bellria
nello sviluppare quei segni ed appunti.

Capitava allora, assai spesso, su la bicicletta, nel gran sole del
mezzod, l'alta figura bianca di Renato Serra; e ricordo che gli lessi
quel captolo che comncia: _Pisa, Battistero, Chiesa e Cimitero e poi
il campanile che suona o suonava una volta_.

Ricordo che poi volle lggere lui, e lesse, e segnava le pose con quella
sua voce pacata e pura, che era sua singolare maniera di lggere, quasi
attendesse un'eco di risposta interiore. Disse che vi trovava alcun
nbile ritmo.

E cos l'anno seguente, che fu il 1914, mandai il manoscritto all'amico
Giovanni Cena, che dirigeva -- morto anche lui! -- la _Nuova Antologia_.

Cena mi consigli molti tagli o mutilazioni per quelle ragioni di
scrpolo, che, dal pi al meno, si impngono ai direttori delle Riviste,
in generale; poi, in particolare, mi consigli di _smttere con le
impressioni dei miei vagabondaggi_.

Cos, in proporzioni ridotte, il libro usc nei nmeri del gennaio e del
febbraio 1915 della _Nuova Antologia_.

Ma un po' per la Guerra, un po' per quelle parole di Cena, io non
pensavo pi a questo mio lavoro, quando nel 1916 mi sorprese un
artcolo[1] di Giovanni Papini --, che allora non conoscevo di persona
--, dove mostrava di essersi accorto di questo mio _Viggio_, anzi diceva
al pblico: Come? non vi siete accorti?. Confesso che le parole di
Papini fcero sussultare le ltime corde del pianoforte della vanit:
che non  mai fracassato abbastanza s che non mandi alcun guizzo. E
infatti rileggendo poi me stesso come se altro io fossi stato, mi parve
che in questo libro, scritto prima della Guerra, si contenesse qualcosa
che presentiva la Guerra, e qualcosa anche che meritava di vvere anche
dopo la Guerra. Ma perch stamparlo se gli nimi e i corpi dovranno
cadere sotto il tetro materialismo germnico? Io vissi questi anni in
questo ncubo; e tutt'al pi pensavo a questo libro come a una tomba per
seppellirvi con onore certe gentilezze che la vittria germnica avrebbe
raso al suolo, come fece nel suo passggio di tutte le cose belle.

  [1] _Resto del Carlino_, 6 gennaio 1916.

Ora lo spaventoso ncubo va dileguando e la vita sembra aver ragione su
quella tetra morte germnica. Perci il libro vede la luce.

Certo  che dopo questa Guerra, se veramente desideriamo che la Germnia
non vinca, anche se vinta,  necessria un'altra vittria: quella su noi
stessi.

Ma per ci che riguarda questo libro, voglio ora sperare che Giovanni
Papini, il quale fu principale cagione della stampa, non se ne debba
pentire.

  _Roma, ottobre 1918._




CAPTOLO PRIMO.

IN ATTESA DEL TRENO.


-- Provi a viaggiare -- mi disse il professor A*** direttore del Manicmio
di M***, il quale mi onora della sua benevolenza.

-- Ah, s, signore, il viaggiare sento che mi far pi bene che andare
alla seconda cantoniera dello Stlvio, come mi fu suggerito da altri.

                                 *

Pensa -- dissi a me stesso -- che le strade sono tutte tue.  una grande
propriet! Esse si stndono bianche, notte e giorno, e fsciano il
mondo: non rimane che andare e camminare. Va, dunque, e cammina. Ma per
me ci vorrebbe un'autombile. Essa va veloce e spezza il pensiero.

Ma io non ho autombile.

Io potrei anche salpare per l'Amrica, come il mio amico poeta, Gigino.
L'esportazione di un poeta italiano in Amrica, mi  sembrato un gran
fatto.

Ma io non mi posso allontanare troppo.

V' alcuna cosa (che potrebbe ssere una pccola testa bionda di
fantolina) che non me lo permette; e quando mi sono dilungato cento,
duecento chilmetri, ecco, mi pare che io sia attaccato ad un filo di
gomma; e torno addietro.

Approfittiamo allora del treno. Questo gran mezzo di locomozione pu
fornire notvoli illusioni e benefici.

Sdraiato sopra un comodo cuscino, e lanciato ad ottanta chilometri
all'ora, sentir spezzarmi il pensiero, come in autombile; e niente mi
vieta di crdere che tutti quegli omarini in posizione di attenti al
passggio del treno sano i miei servitori; e che quella carrozza
imbottita di velluto sia la mia; e che tutti quei lumi nella notte
rimngano accesi per me; e che tutti quei superbi capistazione vglino
per la mia incolumit personale. N io avr bisogno di comandare. Oh,
cosa bellssima! ssere servito e non dover comandare! Parere
proprietrio e non ssere censito!

Nulla possedendo, io sono padrone di tutto.

Per tutti i detti motivi, ecco dunque: abbonamento di prima classe,
serie IV, durata 15 giorni.

Gran lusso la prima classe, lo so; ma era apposta per facilitare la
illusione. In prima classe, poi, si rimane spesso padroni dello
scompartimento, e c' pi spzio fra sedile e sedile. E quando si deve
urtare con i nostri stinchi contro gli stinchi del nostro prssimo,
allora soltanto si capisce la complicazione di quella legge evanglica
che pare cos smplice: _Ama il tuo prssimo come te stesso_.

                                 *

Oltre alla tssera di prima classe, io ero munito di un cappello quasi
pnama; di calze quasi di seta; di scarpe nuove di un giallo
abbagliante, che mi frono garantite come l'ltima espressione della
moda.

Ho preferito poi l'abbonamento anche per evitare la fatica del decdere.
Per me era del tutto indifferente andare verso oriente o verso
occidente, vedere Pisa piuttosto che Venzia. Qualunque rotia, compresa
nell'abbonamento, andava bene per me. L'importante per me era di abolire
un pochino me stesso. E appena ebbi la tssera, pensai con riconoscenza
a quella persona sconosciuta, ma certamente piena di clcoli, che aveva
combinato gli orari e a cui io mi potevo affidare docilmente, anzi
piacevolmente.

L'abbonamento cominciava col giorno 2 lglio (1913). Era questione di
sapere quale fosse il primo treno in partenza dopo la mezzanotte.

L'orario che mi offr un elegante cameriere di un caff sotto la
Galleria, a Milano, diceva che il primo treno che parte dopo la
mezzanotte,  un diretto per Venzia: ore zero e venti. Andiamo in tale
caso a Venzia -- dissi a me stesso: -- cio montiamo su quel treno, e
poi decideremo. Io potr, se mi piace, scndere a mezza via, quando
sentir chiamare una stazione il cui nome mi suoni grazioso.

                                 *

Erano gi le ore dieci e tre quarti e tanto valeva attndere a quel
tavolino di caff l'ora della partenza.

-- Signor cameriere -- dissi al cameriere -- mi favorisca una birra e
qualche _sandwich_.

I miei pensieri io non ricordo pi quali fssero in quell'ora in cui
alternavo delicati _sandwiches_ a fresca birra: ma certamente rano come
in un'atmosfera in cui  calmato il vento. Ed ecco levarsi il trbine
del vento, perch passvano donne, donne, donne con protervi pennacchi e
vestite cos impudicamente che io sarei stato in diritto di domandare un
risarcimento.

Mi affrettai, per ragioni di prudenza, verso la stazione. Per che
disgrzia accrgersi cos tardi che il pudore delle donne 
un'invenzione degli umini.




CAPTOLO II.

LUCI NELLA NOTTE.


Io devo aver dormito, forse, su quel rosso e servizivole cuscino di
prima classe. Per ad una certa ora mi sono interamente svegliato:
vedevo un bagliore vermglio, quasi un'enorme pupilla, inseguire la
strscia nera del treno, che fuggiva, scrosciava nella placidit delle
cose ancora dormienti, e come evanescenti.

La stella di Marte?

Ma era un pi grande, e pi vivo bagliore. Ed esso veniva dalla terra,
non dal cielo.

Ad un tratto quella luce scatt, e fu un altro bagliore verde: e sbito
dopo una gran bianchezza si diffuse per la diafaneit della prima ora
del giorno, come quando la stella Diana appare al mattino. E le tre luci
scattvano alterne, violente, contnue. Ma il bagliore purpreo era pi
dominante. Oh, quale faro bizzarro arde laggi! Siamo arrivati forse gi
in riva al mare? Allora ricordai:

 il faro tricolore su la torre bianca di San Martino.

Mi risovvenni di aver gi visto qualche anno addietro quelle tre luci
alterne. Era sul far della sera, una dolce incantvole sera di mggio,
ed io mi trovavo all'estremit del lungo molo nella penisoletta di
Srmio.

Non molto discosti da me, alcuni teutnici, col mantello e il cappellino
tirolese, attendvano, come io pure attendevo, l'arrivo del pirscafo
dalla riviera di Sal. Essi parlvano, bonariamente fra loro, assentendo
coi loro, _ja! ja!_ in cadenza, e ogni tanto interrompvano con grosse
risa, che parano singhiozzi. Quando ecco, d'un tratto, dinanzi a noi,
su le acque, crsero come fulmnei i fasci delle tre luci: bianco, rosso
e verde. Quei fasci si sollevvano, ricadvano gi dal cielo, si
alternvano s che parvano tre enormi catapulte di luce: parvano
volersi addentrare fra i monti tenebrosi, l verso Riva di Trento.
Allora le pupille di quei tutoni si scssero. Cercrono donde venssero
quelle luci, che cosa significssero. Caprono in fine.

Parlrono ancora i grossi tutoni; ma non rsero pi.

Quando una stella si accende nel cielo d'Itlia, le fronti teutniche si
fanno cupe, e le loro parole si clmano di irnica amarezza.

                                 *

Ora, in quel mattino, in breve tempo le tre luci (fuggiva il treno)
rimsero addietro. Per la torre su l'alto di San Martino gi si
distingueva biancheggiare nel giorno nascente.

A ben considerare -- pensai -- si tratta anche qui di un faro e noi qui
siamo presso un mare; il mare delle genti teutniche, che batte contro
quei monti che cornano il Garda, laggi. Ma noi vogliamo ssere
ragionvoli e buoni fratelli in Cristo. Voi, bravi tutoni, ricordate il
millenrio vostro impero quando, a cominciare da Carlo Magno, la spada
teutnica pes sopra di noi: noi abbiamo altra ndole e non ricordiamo.
Noi non ricordiamo quasi pi che, qui presso, sta un'altra antica torre,
pi gi: la torre di Solferino. L veramente, il 24 di giugno 1859,
Napoleone III spezz quella vostra spada teutnica che ancora gravava su
noi. Ma nessun faro vi splende, nessun segno votivo!

Ecco, corriamo adesso lungo i begli spaldi di Verona. Brvidi di luce
crrono gi per la campagna. Cos doveva essere nell'estate del 1859,
quando il grosso prncipe Plon-plon, a fria, nella berlina stemmata con
l'quila di Frncia, entra in Verona fedele: le sentinelle austrache
gurdano attnite ai colori di Frncia. Appare in tnica celestina
l'sile sire d'Absburgo, l'erede di Carlo V. Si duole assai il givane
sire, che non rivedr pi la Madonnina del Duomo di Milano, retggio di
Carlo V. Non la vedr pi! Ben sperava di rivederla la mattina del 24
giugno! Ora non pi. Mai pi!

Smbrano vicende d'altri scoli. Ma il sire di Absburgo  ancora vivo, e
noi lo chiamiamo, con dimestichezza obliosa, _Cecco Beppe_; ma il mare
delle genti teutniche  laggi, in fondo al Garda; ma il mare delle
genti croate e slave batte ad oriente. Hanno rude nima e bellgera mano
quelle genti. Essi non prgiano la nostra gentilezza latina: e forse
questo dolce mattino gergico non li inbria della santit della pace.

Quali pgine del futuro sono scritte nel quaderno che sta su le
gincchia di Giove?

                                 *

Io andavo su  gi pel corridio, io ero il padrone del treno. Non c'era
nessuno. Il treno pareva fuggire pazzamente per conto suo, ed io
guardavo con la curiosit di un bambino la campagna dai finestrini
aperti.

Gi albeggiava. Che puro, che ridente mattino! Quali verdure profonde,
allineate, ordinate! e qua e l, ampi rettngoli gialli, formati dalle
stppie del grano, reciso pur ieri. I covoni del grano d'oro si
allinevano a prdita d'cchio; e la bianchezza dei buoi si moveva gi
per rmpere le stppie, nella frescura dell'alba. Dolce mattino
gergico! oh palpitare del lago di Virglio!

Quanti scoli sono, o inesusta terra d'Itlia, che tu in lglio di
tuoi belli esami, combatti le tue buone battglie!

                                 *

Il signore chiuso. Ad un tratto -- andavo su e gi pel corridio -- sento
disperatamente picchiare sui vetri, dietro di me. Mi volto. Vedo dietro
il cristallo un signore che gestisce cos comicamente che quasi mi viene
da rdere. Ho capito.  un viaggiatore che  rimasto chiuso dentro lo
scompartimento. Mi prega, a cenni, perch chiami qualche gurdia, che
venga a liberarlo. Percorro il treno.  deserto. Giungo, infine, al
bagagliio, e l trovo le gurdie dormienti nelle disperate attitdini
dei custodi del Santo Sepolcro. Svglio i dormienti nella notte. Il
signore chiuso viene liberato: mi stringe la mano con effusione. Si era
fatto chidere apposta per dormire con pi sicurezza di non essere
disturbato; ma la gurdia si era addormentata alla sua volta.

Non deve mica essere diffcile assassinare uno in treno!

Perch formai questo pensiero?

                                 *

Quali dolci colli si proflano in lontananza? Dove siamo? A Vicenza?

Mi sta in mente che debba ssere una citt soavemente idllica, Vicenza.
Palldio mi fa rima con Arcdia, e Fogazzaro con Sannazzaro; e l'abate
Zanella, che fu di certo un nbile ingegno, mi richiama in mente gli
antichi abati incipriati e galanti del Settecento. Ma la colpa di queste
deformazioni  dovuta al ricordo di un caro signore, che io conosco e
rivedo ogni estate, e si chiama signor colonnello. Ora vive in dolce
pace nella sua villa, e si ricorda della vita militare e della guerra
come di un'altra vita. Egli, al mattino, mette in rdine i sassolini, i
vasetti dei fiori, le statuine pei vialetti della sua villa; poi tutto
lindo e bianco come le sue statuine, va su e gi pei vialetti leggendo
un libriccino di poesie, le poesie dello Zanella. Mi augura il buon d e
-- fra l'altro -- mi dice:

Leopardi, Fscolo, Carducci e compagnia bella, riverisco, riconosco,
ammiro, ma non sono per me. L'Astichello, questi pensierini soavi,
tneri, religiosi, queste belle armonie, creda mi fanno bene. Quanta
pace....

Ed ecco perch lo Zanella mi divent un poeta del Settecento: e Vicenza
con l'Astichello una cittadina arcdica.

Sopra Vicenza c'' Asiago, i sette comuni di Asiago: Colnia
lingustica straniera nel territrio lingustico, come  spiegato in un
manuale di letteratura italiana. Ma che brbaro italiano.

E allora mi torn alla mente un mio compagno di collgio al _Marco
Foscarini_ di Venzia, il quale era di Asiago, parlava tedesco e si
vantava di ssere discendente dei Cimbri. Gherardo era il suo nome, ed
anche nell'aspetto era quasi cimbro: massccio, alto, occhi freddi,
cruli, capelli irti di un biondo pllido. In quei tempi in cui nelle
nostre scuole tutto era tedesco, dalle edizioni Tabner al bastone
Jger, quel mio compagno Gherardo era molto stimato dai professori. Egli
poi aveva instituito in collgio una spcie di Santa Vehme o tribunale
secreto, da cui io subii molte condanne. Le mie tnere spalle prsero
molti e segreti pugni: mai per volli riconscere l'autorit della Santa
Vehme.

Mi sorrise allora l'idea di vedere Asiago che  in alto su l'alpe; ed
altres di strngere la mano al mio compagno Gherardo. Di Sante Vehme --
diceva fra me -- ne ho conosciute poi tante che non  il caso di serbar
rancore per quella che tu fondasti in collgio. Qua, dunque, la mano,
amico, e beviamo insieme.

Cos gli volevo dire, rivedndolo ad Asiago.

La ferrovia, a rotaia dentata, che conduce ad Asiago, dcono che sia
molto interessante; e anche questo costituiva un motivo per discndere
alla prima fermata.

-- Scende o non scende? -- mi disse bruscamente la gurdia a Vicenza.

-- Sissignore, scendo.

-- Allora fccia presto perch il treno parte sbito.

Scesi: ma appena il diretto si fu dilungato via, quasi ne ebbi
pentimento. Tutto chiuso, buio, tutto addormentato ancora alla stazione
di Vicenza.




CAPTOLO III.

IL MATTINO A VICENZA.


Vicenza: circa ore cinque del mattino.

Esco dalla stazione: oh, che bel piazzale verde, solenne, boscoso dietro
la stazione! Esso  compiutamente deserto. Mi siedo sopra una banchina.
Di contro, da un'enorme parete verde di altissime piante, ecco perfora
la incandescenza del sole nascente. Apro la valgia: sturo la
bottiglietta, contenente vero caff, caff con la caffeina; sturo e libo
lentamente di contro al sole.

Delizioso! il caff, la caffeina, il sole, il mattino di lglio; la
solitdine del luogo, deliziosa. Fa male il caff con la caffeina?
bisogna _disarmare il caff_, come scrive il dottor Ry? bisogna
_disarmare il vino_? Altre cose pi feroci, piuttosto, bisognerebbe
disarmare! Ah, ma noi siamo gente pacfica, e _disarmiamo_ il caff e il
vino innocenti.

Lodo la mia saggezza e la mia previdenza di avere condotto meco cos
opportunamente quella bottiglietta di caff: lodo anche la mia personale
abilit nel preparare il caff; sopratutto lodo il tappo, il quale nel
percorso Milano-Vicenza ha tenuto fermo: il caff non l'hanno bevuto le
camcie e i fazzoletti; ma lo bevo io, ed  assai buono. Questa volta
sono molto fortunato. Di slito i tappi che io metto non tngono mai;
ovvero calco troppo, e si rompe il vetro: cos che in un modo o
nell'altro tutti bvono all'infuori di me. Ma questa volta bevo io.

 un frescolino gentile ed il cielo  di una purit incantvole, quasi
ingnua.  l'ora che il buon Dio fa la _toilette_ al mondo quando gli
umini drmono? Nessuno mi proibisce di pensare al buon Dio; e nemmeno
mi  proibito di crdere che questo bellssimo sole apra la sua enorme
palpbra, e sorrida, fra il fogliame, tutto per me. Accendo un mezzo
toscano ed elevo il suo incenso contro il sole. Anche il toscano 
buono, e il mio pensiero va con riconoscenza verso la annima sigaria
che lavor onestamente, e non lasci cadere capelli dalla cuffietta.

Facciamo un breve esame di coscienza; ci terr le veci di una preghiera
mattutina: io ora guardo con giia il sole.

Io posso ancora gustare il piacere di un ttimo caff.

Io posso ancora fumare un mezzo toscano; e fra poche ore sar in grado
di fare un'ttima colazione. Dunque accontentimoci.

S,  vero: molte volte ho desiderato di non ssere; ma questa mattina
sono di opinione contrria, e desdero di rinnovare il contratto di
locazione su la superfcie del mondo.

Io godevo appena di questo pensiero, quando un'ombra mi pass davanti, e
mi sovvenni di quelli che vivvano un tempo nel sole, su la superfcie
del mondo, e sono adesso nell'ombra; e mi smbrano darsi la mano, e gli
ltimi scomparsi sono pi vicini, vicini a me, ed io sento ancora il
contatto delle glide e care loro mani. I pi lontani scomparsi mi
affrrano e dcono: non ti scordare di noi!. E pi tormentoso  un
senso penosamente oscillante, che mi fa dubitare se la morte sia
interamente la morte o se la vita sia la morte. Certo lui non  pi. Ma
perch cos cupa  l'imgine tua, caro fanciullo? Fosti cos ridente nei
dieci anni della tua breve vita! Ed anche la madre mia non  pi. Ella,
invece, non  cupa imgine: talvolta mi sorride, non so perch; mi
sorregge ancora, mi par di sentire queste parole: Su, corggio!.

Certo per quei capelli grigi sono voluti andar dietro a quei mrbidi
rccioli biondi. Ah, sole, sole, tu non le essiccherai facilmente queste
lagrime!

La vglia di salire ad Asiago era tutta scomparsa.

Non c'era nessun treno allora in partenza; perch quando insorge questo
spsimo convulso del dolore, sento una necessit di fuggire, fuggire.

Ma ecco per ventura giunge un carrozzone giallo, vuoto, del tram
elttrico.

Salgo. -- Dove va questo tram?

-- Il tram attraversa Vicenza -- mi si risponde -- e poi ritorna ancora
alla stazione.

                                 *

Oh, dolce Vicenza! me ne sta tuttavia la visione nel cuore. La citt
dormiva ancora, e il tram mi faceva passare davanti agli occhi
un'armonia di case, casette antiche, istoriate, scure, adorne di bfore
ed archi; e infra mezzo festoni di verdura, e tronchi schietti sorgenti,
con la pompa delle chiome verdi su nel gran sereno; e poi acque verdi
correnti; e gerani, gerani, fiammanti gerani, come una giovinezza della
natura che sorride sui neri balconi. Tutti balconi fioriti. Una
giovinezza e una decrepitezza in caro abbracciamento. E stando il tram
fermo per qualche minuto, mi affissai nella chioma tonda di un pino che
campeggiava nel cielo: e insensibilmente mi parve che si movesse per
ritmo di danza, come una fmina. Eppure l'ria era senza vento.

Sorrisi di letzia naturale. Oh, Itlia! Vicenza, cara citt itlica! Ma
per capire la ragione di questa mia letzia, bisogna considerare come io
avessi lasciato poche ore prima Milano: Milano enorme, pesante di
cemento, con le vie nuove alla tedesca.

Ma gi la citt si destava, qualche negozio era aperto: svelto,
barcollando sotto il peso del bigl, passvano le contadine col loro
cappellccio: odor di maggiorana; vasi di rame lucenti, colmi di latte;
e un cinguettar di richiami, di saluti cadenzati: Buon d,
_ciciric!_.

Ad un tratto stupii: davanti ai miei occhi dilat una piazza con palagi
regali, eccelsi: cpole, domi, logge si incendivano ai raggi del sole.
Ricordai: l era stata Venzia, la Serenssima. Gente togata e guerriera
sporgeva fantasticamente da quei palagi.

-- Com' quel brulichio scuro l nella piazza? -- domandai.

-- Oggi  mercato.

Il tram mi riport onestamente alla stazione. Sono le sei e mezzo. I
colli Brici rilcono ora di una verdura profonda; le chiome, o tonde, o
cuspidate degli alberi (pini, cipressi), dentllano il cielo, che adesso
 di una purit di cobalto intenso. C' una villa lass? Una villa
settecentesca, con logge e colonne, affrescata dal Tipolo? Socchiudo
gli occhi: vedo tutti i personaggi del Fogazzaro: le dame in tup
bianco: i signori _xe tuti lustrssimi_, con bei panciotti a fiorami:
sidono presso una bella fontana, fra quella verdura. Si dlgono si
pntono di lor dolci peccati, e se li accarzzano: si scmbiano motti
leggiadri in francese e in italiano venezivole.

Ma Franco e Luisa del _Pccolo Mondo Antico_ non sono l. Essi stanno in
disparte ed immoti: i loro occhi tranquilli e tetri si vlgono verso la
terra, dove siede di per s, immmore, la pccola Ombretta:

    Ombretta sdegnosa del Missisip.

Ella porta le pvere scarpette, cucite da sua madre; ella giuoca
immmore con una sua pvera bmbola. Perch lagrimai allora in quel
mattino? Perch vidi anche la barba nera, il volto trreo di Giovanni
Segantini che dipingeva con sacri segni quel quadro, dove sopra un
cimitero due ngioli sostngono verso il cielo una pccola creatura?




CAPTOLO IV.

QUATTORDICIMILA MORTI!


Per andare ad Asiago si prende il treno che va a Schio. Ma si scende
prima: a Thiene. Poi altro treno sino a.... Non ricordo pi il nome. Poi
altro piccolo treno, con ruote dentate che salir l'alpe.

La pianura si stende ubertosa, ben coltivata, sino ai pi delle Alpi, le
quali fanno l'effetto di balzar di colpo minacciose su dalla lnea dolce
del piano. Asiago si nasconde lass fra quei monti: si trova in una
conca verde fra quei monti. Cos mi dice la gente. Io ho l'impressione
di andare al confine d'Itlia.

Questo tratto di lnea non  compreso nell'abbonamento. Salgo perci in
terza classe. Mi sta di fronte un alpino in montura grgia:  un
fanciullo imberbe, rseo, sano: ma che mani, ma che piedi! o almeno che
scarpe! Ha lo zino affardellato che ricorda la srcina dell'antico
legionrio. I suoi occhi celesti vgano senza l'ombra di un pensiero.
Parla vneto. Parliamo. Ora va in montagna a raggingere il suo
reggimento, poi verosimilmente andr in Lbia. Certo bisogna sostituire
quelli della leva del 1891. Andr dove lo manderanno, far quello che
gli comanderanno. Molti non sono tornati. Lo sa. Ma i suoi occhi celesti
non hanno l'ombra di un pensiero. Ora su le Alpi la vita  faticosa; ma
l'acqua  buona, i suoi superiori sono buoni. Per mangiare, essi, i
soldati, si fanno la minestra in gruppi di quattro o sei, e la cuciono
con la legna dei boschi; e la minestra  buona.

Alla stazione di Thiene grdano i giornali del mattino.

 scoppiata ancora la guerra nella pensola balcnica! I giornali ne
parlvano come di cosa probbile nei giorni addietro. Ma come era
possbile crderci dopo sei mesi di guerra! E che orrbile guerra!
Allora Bulgaria, Grcia, Montenegro come belve feroci contro quell'altra
antica fercia, che  la Turchia. E adesso Grcia e Srbia contro la
Bulgria? Gli alleati di ieri sono diventati i nemici di oggi?

Comunque sia, le prime notzie dei giornali sono impressionanti. Leggo:
_I Greci alla riscossa. Istip distrutta dalle artiglierie serbe.
Quattordicimila morti nella prima battaglia_. Ma le grandi Potenze ne
sono indignate. Dunque la guerra  scoppiata contro la volont delle
grandi Potenze! Perch  scoppiata questa seconda guerra? Compro, apro
tutti i giornali: tutti i giornali sono confusi ed indignati al pari
delle grandi Potenze. Bisogna supporre che un re o pi re, dinanzi ai
quali i popoli dcono, Evviva, Zvio, Hurr, Hoch!, si siano
incontrati, e invece di dire: _Pace!_ come fanno di slito quando si
incntrano, bbiano detto: _Guerra!_ No, non pare che sia cos. Pare che
la guerra sia scoppiata di per s, per accumulamento di matria umana
esplosiva. Gli umini espldono dunque anche senza i re? Se fosse vero,
sarebbe un fatto molto grave, perch non basterebbe pi abolire i re,
come molti consgliano. Una cosa per  certa: Quattordicimila morti
nella prima battglia. E allora occorreranno quattordicimila casse da
morto! Non so perch guardo in su e vedo la pirmide di quattordicimila
casse da morto.

 orrbile! Ma la gente nella luminosa carrozza di terza classe, 
tranquilla. Guardo il mio dolce alpino davanti a me.  tranquillo.
Guardo nei campi le tranquille pere gergiche; i falciatori recdono
con le falci l'altssimo fieno. Eppure, ora, in un campo del mondo,
esstono quattordicimila morti; una pirmide di quattordicimila morti!
occhi spenti, membra inerti! No! no! Io non vglio lasciarmi vncere
dalla piet. In natura non esiste piet. Perch allora deve esstere in
me? Ma certo  una visione macabra, quattordicimila morti! Per fortuna
sono lontani. Via questa brutta visione di quattordicimila morti. Non
vuole andar via. Pensiamo allora cos: i turchi sono brbari, i serbi
sono pi brbari; i blgari sono barbarssimi; i greci sono una mera
denominazione e non hanno pi nulla a che fare con l'amico Scrate....
La visione macabra non va via. Se ne sovrappone un'altra, anzi. Se vi
sono quattordicimila morti, logicamente vi sono o vi sono state
quattordicimila madri. Esse all'incirca venti o venticinque anni fa,
alimentvano con le loro mammelle quei morti, che allora rano pccoli
bambini, rano tnere carni. Molte di quelle madri avranno trepidato e
chiamato il mdico per una pccola febbre dei loro piccini. Ebbene,
valeva la pena di tutto questo lavoro? Questo, niente altro che questo 
l'idea fissa, qui. Anche qui nel treno sento che ognuno ha, che ognuno
parla del suo pccolo, del suo grande, del suo dolce, o del suo greve
lavoro. Lavora il trenino che nsima, lavrano laggi i falciatori,
lavora il sole lass. Perch? Io piego il capo sul brccio: mrmoro
questo nome solo consolatore: Cristo, Cristo, Cristo!

                                 *

Il trenino che monta ad Asiago  molto pieno di gente: esso si arrmpica
un poco con le sue gambe, cio con le ruote, ma poi domanda l'aiuto e va
per mezzo di una ruota dentata. Naturalmente va su quasi a passo di
uomo.  un interessante spettcolo perch la pianura sembra sprofondare.
E dopo un'ora e pi di salita, ecco si apre un immenso pianoro ondulato,
una conca di colore come vivo smeraldo, con zone e fscie lucenti di
verde assai pi scuro ai confini del cielo: sono i grandi boschi. Ecco
appare qualche chalet elegante, qualche stazione climtica lungo la via,
a ridosso dei neri boschi. Qua e l, nello smeraldo intenso dei prati,
ecco un rosseggiare di tetti e di ville, e case sparse per quel gran
verde. Costruzioni bizzarre! Ecco Roana, Rotzo, Asiago. Tutto bello,
tutto ben pettinato; ma v' un barbglio di ria troppo lcida; troppo
vibrante; e poi qualcosa di estico. Ci mi irrita. Ho anche la
sensazione di quel mare vicino delle genti germniche; ed anche ci mi
irrita. Asiago  l'ltima stazione. Tutti scndono.  quasi mezzod. Il
sole scagliava un biancicore abbagliante per le vie, su le pareti
intonacate, imbellettate di fresco. Anche ad Asiago attndono i
villeggianti. Gran via vai di alpini giganteschi e di artiglieri enormi,
polverosi: sono quass per gli esercizi di tiro. Ebbene; con tutta la
mia avversione per la guerra, adesso i colori delle assise e delle armi
italiane a questo confine mi dnno un brvido di piacere.

Sentivo il bisogno di rifugiarmi in qualche luogo, fuori da quella luce
accecante, da quella vibrazione fresca e incresciosa di azzurro. Una
contradizione quella luce e quella frescura! Io non appartengo alla
spcie della gente villeggiante, e quegli ingressi di alberghi
inverniciati coi portieri inverniciati, che attndono i villeggianti, mi
ripugnvano. Cercai nelle vie interne della vcchia Asiago qualche
rifgio pi confacente ai miei gusti. Un alberghetto semideserto, con
grosse tovglie di bucato, pareti di legno, mi offr pi che non
cercavo: stanza di luce opaca, un brodo, uno spezzatino di vitello.

-- Con tegoline?

Oh, cara parola veneziana, che mi ricorda la giovinezza!

-- S. Tegoline e vino bianco di Soave, squisitamente soave. Ma non
parlate voi -- domandai -- cimbro o tedesco?

-- Una volta! Ora tutti si parla veneto.

Come si beve bene nei paesi degli ltimi confini del vino, di contro ai
paesi della fredda birra! Mi sembr cosa patrittica bere molto vino.
Domandai notzie del mio compagno di collgio, Gherardo. La sua famglia
era ragguardvole e ben nota lass, ma lui era morto. Morto, ben morto,
sicuramente morto, tanti anni fa. Un suo parente venne, e mi narr anzi
la strana istria di lui: morto come muore l'aereonuta per mancanza di
pressione dell'ria, o, piuttosto, per un sovrchio di pressione, cio
come uno muore in fondo al mare: vglio dir questo: che la libert
respirata da lui tutta in una volta, dopo sette anni di collgio, lo
aveva ucciso.

Il vino di Soave stava producendo in me il pi benfico effetto che
suole il vino, quello di dormire; quando sobbalzai: pensai che il mio
compagno Gherardo era morto, ben morto ed era morto per tutti quegli
anni durante i quali io avevo seguitato a bere vino, a bere acqua; a
fare insomma, tutte quelle cose che fanno i vivi. In che deplorevole
stato dovevi ssere adesso, Gherardo, dagli occhi azzurri! Eppure per
sette anni abbiamo portato la stessa montura, abbiamo mangiato alla
stessa lunga mensa del collgio, ci siamo nutriti dello stesso dio; lui
dell'dio sicuro di capo della Santa Vehme; e che aveva i pugni che
pesvano molti chili.

Quante cose vane!

Lasciai Asiago nell'ora pi calda del pomerggio. Il trenino di ritorno
ora affollato di alpini e artiglieri; essi parvano anche pi titnici
dentro il minscolo scompartimento. Rsei, felici, chiassosi.

Prima che partisse il treno, venne un tenente d'artiglieria, elegante
elegante, e li interpell bonariamente con la parola ragazzi!. Strana
parola, ai miei orecchi. Perch ragazzi vuol dire: chiamati a
vivere; ma nella mia fantasia voleva dire: chiamati a morire!.

Ma in fondo a che cosa siamo chiamati?




CAPTOLO V.

BOLOGNA DI NOTTE.


Arrivo a Bologna da Verona; ore dodici e dieci minuti dopo la
mezzanotte. L'_Htel Moderne_, o _Htel Bologna_, o _Bologna meubl_, o
comunque si chiama,  tutto occupato.

-- Aspetti bene una mezz'ora, -- mi dice un personggio tutto stilizzato,
tutto estico, ma con un accento cos bolognese che era impossbile
rndere estico. -- C' un signore in partenza, e le fccio sbito
mttere in rdine la cmera.

-- _Merci, monsieur le concierge_; e nel frattempo andremo a bere una
birra.

Cara, vcchia Bologna, me ne congrtulo per te, e mi dispiace per me. Ti
vai stilizzando troppo, e ogni anno di pi, ogni anno pi estica, pi
Milano; ed io non ti riconosco pi. Sei volata via, vcchia Bologna!
Vcchia torre degli Asinelli, se hai giudzio, va l, cadi gi: e anche
voi, vcchie torri, cosa ci state pi a fare costass ritte? Dolce San
Michele in Bosco, e tu, colle dell'Osservanza! Odor di viole in marzo;
in autunno, odor di gaggie. Voi, gente del ppolo che dicevate:
_Torso_, servitor suus!; e voi cittadina gente cortese che dicevate,
al pi lieve urto: _Ehi, ch'al scusa!_ scusi bene!, dove siete voi?
Tagliatelle, che parvano avere odore di carne dolce di donna, dove si
mngiano pi? Siete andate via, dolcezza della vita?... O sono andato
via io?

Sei andata via tu, vcchia Bologna, o sono andato via io? Questo era il
problema che io meditavo andando a bere la birra.

Ma il vcchio caff dell'Arena del Sole c'era ancora come ai bei tempi.
Probabilmente da allora ad oggi non si era mai chiuso, anche per la
ragione che manca di porte. Anche l'abitdine gaudiosa di mangiare tra
l'una e le due dopo mezzanotte, era rimasta. Per la vcchia spida
birra Ronzani non si vende pi.

-- _Spiessbra!_ -- mi avvert il cameriere, stilizzato anche lui.

-- Quella acquosa amaritdine tedesca, che si fbbrica in quella
citt?... No, io non la berr! Un gelato, allora! Ma sapeva di melassa,
quel gelato.

Guardavo attorno. Giovanotti eleganti, umini grigi e bianchi, teste
chiomate e crani pelati, frammisti a donnine galanti ed eleganti, sotto
la luce bianca delle lmpade elttriche, presso la gran distesa delle
tvole imbandite, sedvano, si movvano, conversvano con ambile
tranquillit. Ma  notte! _Fcere de nocte diem_, far del giorno la
notte -- mi disse il dottor Balanzone -- _bononiense est_,  cosa
bolognese. E poi non vedi?  finito da poco lo spettcolo, qui presso,
all'Arena del Sole.

Probabilmente sono andato via io.

Non ti ricordi -- dissi a me stesso -- la gran passione che avevi anche
tu pei drammi su la scena!

Chiusi gli occhi e la rividi ancora la _Arena del Sole, data agli
spettcoli diurni_, in un pulvscolo d'oro e di prpora. Tutte le
gradinate gremite di donne in pepli bianchi. Intensi silenzi, grida per
l'anfiteatro alla passione del dramma. Ma poi, calato il siprio, negli
intervalli, era tutto un rosicchiar tranquillo di _brustolini_. Ma
allora io non sentivo il cricchiare dei _brustolini_; e i pepli bianchi
non rano altro che i corpetti delle lavandie. Allora io ero un
fanciullo come  il ppolo, il quale non sente il dramma se non lo vede
su la scena.

Oh, mio stupore, allora, per l'attrice Teresina Mariani! Era ella
un'adolescente bionda che recitava la parte di Oflia e _Fuoco al
Convento_, con un'ingenuit deliziosa.

Ricordo che mi fermai una volta a rimirarla l, ad una tvola del vicino
caff, mentre mangiava. Mngia! La pllida Oflia mngia!

S, idiota, le pllide Oflie mngiano, e qualche volta mngiano anche
gli umini vivi.

Poi Teresina Mariani impingu; faceva su la scena le parti spudorate di
_cocotte_. Poi, morta!

E perch, dopo Teresina Mariani, mi balen davanti la testa chiomata di
Qurico Filopanti?

Perch dietro il Caff dell'Arena, c' la Piazza dell'otto Agosto, dove
nel 1849 furono scacciati gli austraci. Qurico Filopanti ogni anno,
arringava il ppolo. Rivedo una folla di ppolo e, sopra la folla,
l'bito nero e la tuba di Qurico Filopanti. La sua misria era
spettrale: ma bito nero e tuba. Doveva ssere ancora l'bito che
indoss quando fu deputato della Costituente della Repblica Romana nel
1849. Ma non importa: bito nero e tuba! Ptria, onore, eroi, repblica
clssica, rano le sue parole. E poi le stelle, perch Qurico
Filopanti si occupava anche di Dio e delle stelle. Tutte cose che non
sano pi.

Sentii allora una grande compassione anche per Garibaldi. Perch?

Perch sopra quell'esposizione di tvole imbandite all'aperto, si vedeva
srgere il monumento a Garibaldi. Pvero Garibaldi, costretto, nella sua
immobilit di bronzo, su quel cavallo lungo da scuderia inglese, a
guardare l, tutte le notti, istrioni e cocottine, gaudenti e
impenitenti.... Ti senti la vglia di dar di sprone al tuo cavallo?
Prima di te c'era l il monumento di quell'altro pvero eroe, col
brccio teso: Ugo Bassi. E poi hanno messo te, Garibaldi! Va l, va via,
Garibaldi! Ah, triste sorte degli eroi! Triste sorte anche delle piante!
Vgliono dormire e non pssono. La luce elttrica le acceca e le brcia
tutte, le pvere piante....

Quante donnine van girellando per queste tvole! Chi saranno?

Vcchie attrici che hanno navigato; artiste erranti che navigheranno;
fanciulle senza famglia, senza focolare, con un pccolo bagglio qua e
l, un amante qua e l. Tutta un'ambile promiscuit.

Qualcuna parla un po' forte, e in realt ha la voce flautata e profonda
del palcoscnico. Qualche piccina discute in grande stile. Qualche bocca
a cuore ride con perversa intelligenza. Un sospiro, un giudzio d'arte
teatrale, intercalato con il vocale _badinage_ bolognese: _Mo che
nervous tutt'inc!_ Offrtemi una gita in autombile. Rmpono lo
sbadglio mutando tvola; si accstano all'uno e all'altro; mngiano con
grzia pccole cosine: un banano, un fritto dolce, _taiadlein_ con
l'odore caldo del rag. Una, pllida, immota, pare fissa nella punta
della sua scarpetta. Mi manda il fumo oppiato di una sigaretta. Un
giovinetto le deve aver detto: t'amo, perch colei risponde forte:
t'amo, t'adoro come la salsa di pomidoro. Riprende a fumare con le
labbra sprezzantemente cascanti.




CAPTOLO VI.

KARA-KIRI.


Mi scosse una tnue ombra nera che intercett la luce; mi scosse una
tnue voce che mi chiam per nome gioiosamente, con un: -- Voi qui?

Guardai con immenso stupore.

Era la signora X***. Ma io dir semplicemente Mim: un nome che mi grav
per molto tempo sul cuore e lo fece sobbalzare.

Risposi infine anch'io:

-- Voi qui? -- Il cuore mi aveva dato un sobbalzo.

--  il nostro mese di riposo -- ella disse. -- Ma voi cosa fate qui a
Bologna?

-- Cosa faccio io qui?  ben quello che non so. Aspetto il giorno che
verr per partire.

Mi guard stranamente, quasi con una spcie di compassione. Poi disse:

-- Sentite -- e mi chiam ancora con dolcezza per nome --; ho bisogno di
voi. Non me lo negate questo favore....

-- Io rimango, signora, qui a Bologna, sino a mezzod di domani, anzi di
oggi -- risposi guardando il quadrante dell'orolgio. -- Se in questo
tempo vi posso ssere tile, ben volentieri.

-- Caro (e ripet il mio nome), io so che adesso voi siete letterato....

-- Chi vi ha detto queste cose?

-- Non avete voi scritto dei libri?

-- Ma s, qualcosa del gnere, ma per combinazione. Voi dicevate, Mim,
che avete bisogno di me?

-- Ah, s! Allora venite domattina, verso le dieci, a casa mia....

-- Verso le dieci? A casa vostra? Bene. Voi dove state di casa?

-- Come, non ricordate pi? Via Avesella.

-- Sempre l?

-- Sempre l.

-- Allora alle dieci....

Ella disse:

-- Io vi trovo abbastanza bene.

Ed anch'io di rimando le dissi: -- Io vi trovo bene: -- ma
automaticamente, come si dice di lglio: quest'oggi  caldo, o di
gennaio: quest'oggi  freddo.

Ella mi voleva presentare alla sua compagnia, ma la pregai di
dispensarmi.

-- Cosa credete di farmi un onore presentndomi come letterato, un
letterato vostro amico? Voi vi sbagliate.

Dopo di che lei torn al suo tvolo, fra la sua compagnia. Io assaggiai
di nuovo il gelato ed anche il mio cuore. Qualche pulsazione irregolare
e nulla pi. Ma probabilmente esse provenvano dallo stupore di sentirmi
ancora chiamare col smplice mio nome di battsimo, e cos dolcemente.
Ohim,  da due anni che il mio nome di battsimo io non lo sento pi
riptere; e, forse, non sar pi ripetuto.

E sollevando ogni tanto gli occhi, vedevo, presso il tvolo di fronte,
il visetto di Mim: esso sorgeva da una collarina bianca, sopra una
smplice veste nera; ed una cuffietta moderna lo incorniciava con molta
grzia. Quel visetto era, o mi pareva, press'a poco uguale come l'ltima
volta che lo aveva veduto, molti anni fa.  colei Mim, o  l'ombra di
Mim? E se  lei, che cosa vorr da me? Pensare che per molti anni il
ricordo di Mim mi diede palpitazioni violente. Ora tutto era quieto.

                                 *

Non c' dbbio, pensavo al mattino seguente vestndomi, che l'indivduo
che  riflesso in questo spcchio,  la continuazione di me stesso, cio
di un nico indivduo, vivente ora e vissuto anche molti anni addietro.
Eppure io sono un pccolo cimitero.... in attivit di servzio. La
pccola Mim giaceva in una delle arche del mio cuore: io la credevo ben
morta. Essa  risuscitata, perch  un fatto che la donna la quale ieri
sera mi salut cos dolcemente per nome,  proprio Mim.

Pensare tanti anni fa, quando io avevo vent'anni! Io ero rfano di
babbo, e vivevo cos poveramente che spesso era necessrio saltare la
colazione; la mia pvera mamma, i miei fratelli piccini.... Ebbene, io
volevo sposarla, Mim, sposarla col sndaco, col prete, col cdice, con
tutti i pi lgubri utensili del matrimnio.

Questa cosa, a pensarci bene, depone in favore della mia precoce
imbecillit, ma pu ssere istruttiva, e perci parlo di me. Io
esprimevo tutto il mio amore decretando di fare kara-kiri. Non potendo
farle omggio di una collana di brillanti, le facevo omggio di me
stesso, mi immergevo nel ventre il jatagan del matrimnio; mi sposavo,
in una parola, e tutto ci con la impassibilit con cui i Samurai fanno
kara-kiri in onore del loro Mikado. Certo non dissi allora: Mim, io
fccio kara-kiri per te! perch queste cose avvenvano molti anni prima
della guerra russo-giapponese, e il Giappone non era molto conosciuto.
Ma dissi a Mim: Ti sposo! cio ti faccio omggio di me stesso.  un
modo di manifestare l'amore sui venti anni, e ci  accaduto anche a
persone meno imbecillite di me.

Senonch Mim rimase cos turbata di trovarsi coinvolta in un fatto di
tanta gravit, che rifiut. Un'onesta fanciulla, in fondo: una onesta,
una non comune fanciulla.

Ella era, allora, una pccola pllida sartina, precoce, venuta al mondo
con due enormi tondi occhi colmi di curiosit, un nasetto impertinente,
belle labbra sane a cuore, e gusti eccezionali. Le compagne la
chiamvano marchesa Stracciolini. Ah, se io, a quegli anni, avessi fatto
qualche scndalo, Mim mi cadeva bell'e cotta sul piatto. Ma io ero un
sggio giovanetto e le offrivo il matrimnio.

Per che mggio allora in Bologna! Tutte le sue torri rano rosse, tutte
sventolvano orifiammi e gonfaloni; ed i versi di Guido bolognese (si
spiegvano allora in iscuola) dove dice di madonna Lucia che portava
cos bene in testa un cappellino di vajo:

    Chi vedesse Lucia un var cappuzzo
    In co' portare, e come le sta gente,

mi dvano la nostalgia dell'amore in tutti i scoli. Mim portava un
berrettino di _lapin_ bianco! Come le stava _gentilmente_ tuttavia! Mim
a me pareva come la regina di Bologna, e il visetto suo bianco mi pareva
dealbato col misterioso issopo. Era forse un po' di volgare paciul.
Quella Mim bolognese che sapeva di paciul! Ella non era n pi n meno
di tante altre; eppure io non la potei pi scompagnare da quella cosa
innebriante che  la giovinezza.

Poi ella si diede all'arte drammtica; reginetta di palcoscnico;
giacch era pur destino che ella finisse regina di qualche cosa: io
diventai travet, e poi andai a far kara-kiri altrove.

Ma confessimoci senza vergogna: quante volte di poi, fra la gente,
cercai quel pccolo volto stellante ed il cuore balz ogni volta che
scoprii un nasetto all'ins fra due occhi tondi, che rassomiglissero a
lei. Quante volte mi aggirai per le tue vie pi vcchie, o Bologna; e
nel lamento dei tuoi organetti, nella fisonomia dei tuoi prtici, nel
suono del tuo dialetto, cercai l'ombra di un sogno. Ohim, le tue torri
rano diventate tutte grige, non c'rano pi gonfaloni; il tuo dialetto
gi cos soave al mio cuore, mi suonava come uno sguaiato dialetto; i
tuoi orbini che suonno gli organetti, rano lridi; le tue pastine
dolci (una cosa che Mim accettava) sapvano al mio palato di melassa e
di stucchvole vanglia, come quel gelato della sera prima.

Tuttavia converr andare -- pensavo --, giacch ho promesso. Ma quale che
sia la cagione perch tu hai bisogno di me, non mi offrirai mica un
bcio, Mim! n io lo offrir a te. Due mezzi scoli, quasi, che si
bciano. Oib.

E cos andando verso la casa di lei, e passando per la vcchia via delle
Belle Arti, mi sorprese quella rovina superba che  il palazzo
cinquecentesco dei Bentivglio. Uno sgretolato sedile marmreo corre in
basso. Sostai come ad un misterioso richiamo; guardai in su le due file
delle finestre, fatte per una dimora di re, adesso senza pi imposte,
vuote come occhiie di un morto; poi ancora mi fissai a guardare il
sedile gi in basso. Mi si disegn nella mente il ricordo di una glida
notte di febbraio. Avevo ottenuto il favore di accompagnare Mim al
veglione del Comunale. Le carni di lei tremvano pel freddo e per l'ira
della lunga lite che era avvenuta fra noi, mentre ella si abbigliava. Ci
fermammo -- ben ricordo -- l: cio io, dopo lungo silnzio, arrestai il
passo di lei saltellante, l, a quell'ngolo deserto e buio del palazzo
Bentivglio.

-- Tu non ballerai con....

-- Io baller con chi mi pare.

-- Io ti strozzer.

-- Va ben l! ch non hai il corggio. Allaccitemi piuttosto la
scarpetta.

Tutta erica (ah,  il vero!), era Mim; e le sue scarpette, anche.
Allora non usvano le _American shoes_ da trenta lire il paio,[2] che
ogni modesta ragazza possiede ai d nostri. Eriche, vagabonde
scarpette! Ma a fria d'ago, di copale, e di due gran nastri, reggvano
alteramente alle profonde ferite.

  [2] Nota: _ante Bellum_, cio nel 1913; e pareva prezzo enorme!
  Nel 1919 prezzo, almeno, raddoppiato.

Ora, in quel luminoso mattino di lglio io ero fermo ancora l, davanti
al palazzo Bentivglio; ed ho riveduto me stesso, tanti anni fa, in
quella notte, che, invece di strozzare Mim, le allacciava fremendo i
lunghi nastri delle eriche scarpette.




CAPTOLO VII.

CHE COSA VOLEVA MIM.


Mim abitava ancora il vcchio appartamento della sua vcchia madre, in
una casa diroccata, che dovette ssere un antico monastero. Ma salendo
le scale, un lezzo di stantio mi si avventava alle nari. In verit --
pensai -- questo nauseabondo fortore era, forse, preesistente. Ma chi se
ne accorgeva allora? Era tutto paciul.

Riconobbi ancora l'antica porta, l'antico cordone del campanello.

Mim venne ad aprire in fresco bito da mattina, visetto incipriato,
riccioletti attorno alla fronte: gioiosamente. Mi introdusse in una
stanzetta, che guarda sui tetti: era ancora l'mile stanzetta con il
pccolo lettccio da ragazza.

Ma le memrie del teatro e della vita sua errante; cose bizzarre,
ritratti, fiori, libri, avvano finito per coprire le pareti e i mbili.
Il cristallo della _toilette_ era ingombro di tutte quelle delicate
suppellttili che sguono la donna come gli zeri alla destra di una
cifra.

-- Che cosa guardate, che cosa guardate? Piuttosto dtemi, come mi
trovate?

-- Come vi trovo? Ve l'ho detto ier sera: bene.

-- Ah, non  pi la Mim di una volta.

-- Sinceramente, siete un prodgio di conservazione.

Sorrise un po': -- Sapeste (e mi chiam per nome), che paura ho di
morire! Pensate; dover morire....

-- Mah!  una cosa che cpita.

-- Non lo dite per carit.

-- E allora non dicimolo. Ma, se io mal non ricordo, voi, Mim, una
volta, avete tentato il suicdio.

-- Una volta...!

Lei era piccina e ci stava a suo gio nella stanzetta. Io? Non so
perch, soffocavo. Guardavo i ritratti.

-- Chi  quello l? -- domandai.

-- Il pvero, grande Garavglia!

-- E quello?

-- Il pvero Alfredo Cappelli, il grande trgico! ed un nbile cuore,
sapete!

-- Sar.

-- Come sar? !

-- In fondo sono istrioni, -- dissi io.

-- Oh, -- fece Mim scandalizzata -- la pi nbile delle arti.

-- Come volete voi: allora diciamo: la pi nbile delle arti.

Del resto pu darsi che tutti e due avssimo ragione: io guardavo gli
istrioni della vita e ne avevo l'nima amara; lei guardava gli istrioni
del palcoscnico, che dopo lo spettcolo si lvano e vanno piacevolmente
a cena, e ne aveva l'nima dolce.

-- E quello l, coi baffi spioventi in gi? Oh, ma quello non  un
istrione. Quello, se non mi sbglio,  Qurico Filopanti, poveretto.

-- Come poveretto? -- esclam Mim sdegnata. -- Un eroe, un santo!

Ora ben ricordavo: la gran passione di Mim, giovanetta, per gli umini
in qualsiasi modo straordinari....

-- Ma quello  il ritratto di Gisue Carducci! Avete conosciuto anche il
Carducci? -- domandai stupefatto.

-- Voi non ricordate pi nulla -- esclam Mim con profondo stupore dei
suoi occhi tondi.

In verit, Mim, avete ragione: le pareti mglio affrescate
sbiadscono, quando la grndine troppo le batte. Ma non dissi nulla ed
ella seguit:

-- Non ricordate? C'eravate anche voi, quella sera, da Sabatino, quando
gli fui presentata. Tutti voi avevate una gran paura che io commettessi
qualche _gaffe_ madornale. Ma io me la cavai benssimo. Non ricordate
che bel complimento gli feci?

-- Quale?

-- Gli dissi: Professore, lei ha le mani da duchessa! e lui fece come
un ruggito di compiacimento. Sapete? Tutte le volte che sono andata,
poi, nei serragli --  una mia passione -- a vedere i leoni, con quella
testa sconfortata che hanno, mi  venuto sempre in mente il Carducci.

Tacemmo un po'.

-- Ma quello l, quello l -- dissi indicando un ritratto sbiadito dal
tempo, --  lo Spad....

-- Erico! -- fece Mim con compunzione.

Mi vi fissai a lungo. Era un profilo di givane imberbe, dalla lnea
indefinibilmente aristcratica, con un non so che di spiritato nelle
pupille. Dalla fronte, per le finssime chiome, pareva vaporare il
misterioso ardore della sua giovinezza.

Nel tempo che Bologna fioriva di bizzarrie e gentilezza, Spad.... ebbe
per qualche anno gran nome. Lo rividi vivo col pensiero: pllido,
supremamente elegante e sprezzante, signorile e plebeo. Si uccise a
trent'anni. Lo Spad.... era stato il mio formidbile rivale, non perch
egli amasse Mim, o conoscesse me, msero studente; ma perch lei era
pazza per lui.

-- Erico? -- risposi. -- Uno squilibrato, un ubriaco di assnzio e di
paradossi, che scambi il prtico del Pavaglione e l'ngolo delle
Spaderie col vasto mondo. Se avesse pensato seriamente che quei due
colpi di doppietta contro la sua testa costituvano l'ltima sua
_rclame_, non lo avrebbe fatto.

-- Voi non capite niente -- disse Mim. -- La sua era un'altra morale; e
voi siete rimasto pccolo borghese.

-- Pccolo borghese? Credete di offndermi? Ma no!  una delle poche cose
buone che rimngano all'Itlia. Certo quando penso che voi vi siete
prodigata agli eroi; mi dispiace di ssere stato pccolo borghese. Lo
Spad..., del resto, non vi amava....

-- Questo lo dite voi -- scatt Mim. -- A suo modo, sono stata amata da
lui. Certo col senso della bellezza che egli aveva, preferiva le donne
tizianesche, i grandi corpi statuari. E me lo confessava con la sua
divina brutalit.

-- E voi eravate sotto misura....

-- Impertinente! -- disse Mim facendo anche pi tondi i suoi occhioni e
scoprendo i suoi denti cos deliziosamente che mi parve di rivvere per
un ttimo della mia giovinezza.

-- Ah, cara Mim, -- esclamai -- se io avessi supposto in voi questo nbile
e cos raro culto pei morti, vi avrei offerto anch'io, come costui, il
mio cadvere imbalsamato. Era, allora, una cosa discreta: magro,
biondo.... Converrete almeno, che io, invece, vi ho amata moltssimo.

-- Voi? Voi non sapete amare; voi non avete veduto in me che un poco di
fmmina, condita bene, che vi stuzzicava l'appetito.

-- E non ne parliamo pi -- dissi.

Io mi ero alfine seduto. Ella si stava in piedi davanti a me e le sue
mani rano ancora le sue belle mani, i suoi occhi rano ancora i suoi
begli occhi tondi, i suoi denti rano ancora quei pccoli aguzzi denti
che ella scopriva in modo delizioso.

Per il _condimento_ non c'era pi! Il feroce tempo, o Mim, ti aveva
ravvolto i polpastrelli della sua invisbile mano attorno al collo. 
l, vedi, Mim, dove il tempo prende le donne e stringe il dolce stelo
della loro bellezza. Esso, s, strozza, e non si scherza allora pi,
come tu con me quella sera d'inverno sotto il palazzo Bentivglio, Mim.
Ah, io non ho veduto in voi che un poco di fmmina condita bene? --
dissi fra me. -- Io ho veduto l'inferno, il purgatrio: e il paradiso me
lo avete fatto sospirare. Del resto pu darsi che voi abbiate ragione.
Merc vostra, o pccola Mim, il mondo era allora per me tutta una
appetitosa vivanda ed io non domandavo a Dio che una gran bocca per
farne un nico boccone, voi compresa, Mim. Ma oggi soffro di nusee.

-- Cara signora -- dissi, -- cambiamo argomento. Voi avete detto ieri sera
che avevate bisogno di me.

Esit alquanto. Disse:

-- Io volevo lggervi alcune mie cose; o le leggete voi, se vi pare; ma
lggere con amore, ve ne spplico -- e pronunci il mio nome di battsimo
melodrammaticamente.

-- Figurtevi! Lggere  il mio mestiere. Saranno, suppongo, memrie
della vostra vita. Non  vero?

-- No! Sono poesie!

-- Poesie? Ma questo  un volume completo di poesie! -- esclamai
sfogliando il manoscritto che Mim mi aveva messo innanzi delicatamente.

Come rimase male, pvera Mim, alla mia esclamazione dolorosa.

-- Ma non siete anche voi poeta? -- domand.

-- Una volta, Mim! Ma da quando mi sono accorto che i nostri servizi
pblici vanno male perch vi sono troppi poeti, ho smesso di ssere
poeta. Ma che peccato, Mim, che voi non foste poetessa nel tempo che
anch'io cantavo come un merlo! Voi, invece, come avete fatto a diventare
poetessa?

Pvera Mim, lei credeva quella mattina di ricvere da me le pi sentite
congratulazioni letterrie, ed io dissi quelle parole con la voce
accorata come avessi detto: come avete fatto ad ammalarvi?.

Mim disse con santa semplicit: -- Vi sono adesso tante donne che
scrvono, tante poetesse! poetessa A***, poetessa B***, poetessa
C***....

Era arrivata alla G***, all'N***, alla V***.

-- Ci posso stare anche io.

Capisco -- dissi fra me --,  un caso di infezione: ma volevo dirvi
questo: che avrei preferito lggere le memrie della vostra vita. Per
esmpio, la stria di quando mi avete fatto ballare sopra un quattrino,
passare dal bagno russo alla dccia fredda. Sapete che sarebbe riuscita
una stria interessantssima?

-- Come siete cattivo! Sapevate bene che in quegli anni ho avuto il tifo,
che mi sono caduti i capelli....

-- Ah, si chiama tifo quel servire un pvero ragazzo ora cotto arrosto,
ora in salsa rifredda? Si chiama tifo?

[In fondo, s! Mim aveva ragione, si chiama tifo, che alla lettera
vuol dire instupidimento. Che colpa aveva Mim se un ragazzo di
vent'anni, tenuto alla catena in collgio per sette anni, dove aveva
mangiato tutte le romanticherie possbili, un bel giorno va a bttere il
naso contro la sottanella di una sartina, la quale, indubbiamente,
odorava forte di paciul? E chi le pu fare rimprvero se per qualche
tempo lei si  divertita nel vedere gli strani effetti che su di me
produceva il suo inestingubile odore di paciul? A Milano, in fatti,
per significare innamorarsi sul srio, dcono: fare il tifo.

Quel mio compagno di Asiago, il tremendo teutnico, che durante i sette
anni di catena in collgio pareva non pensasse ad altro che alla
filologia comparata ed alla Santa Vehme, appena fu lbero, and anche
lui a sbttere, ma con tanta violenza, contro una sottanella profumata
che gli venne come un furore: e allora gi liquori per rinfrescarsi! E
in pochi anni, fra sottanelle e liquori, la sua fibra di cimbro fu
spezzata come un fuscello. Egli fece _kara-kiri_ in altro modo.]

-- Veniamo a noi, signora. Quale  l'argomento delle vostre poesie? 
fcile supporre: l'amore.

Mim fece cenno di no, l'amore non era il tema prevalente delle sue
poesie.

-- Questa  una cosa grave -- dissi io.

-- Non esstono forse altre cose che l'amore? -- disse Mim.

-- Quali?

-- Ma la bont, la piet per gli infelici, l'eroismo -- disse Mim con
entusiasmo --, la fratellanza umana, il progresso umano, e poi le
bellezze del creato. Non esstono forse tutte queste cose?

-- Se voi ci credete, esstono.

-- Voi non ci credete, forse? -- domand Mim.

-- S, ma cos e cos. Questo vi volevo dire, Mim, che oggi il mondo 
un cos fragoroso macchinrio che non si sntono pi le voci delle
tombe. Della qual cosa  prova il fatto che molti poeti si sono messi a
celebrare il frastuono dei motori e dei macchinari.

-- Che cosa dite?

-- Niente, Mim. --

I riccioletti del mattino si scssero a queste mie parole attorno al
visetto glabro e incipriato di Mim; i suoi occhi tondi e superficiali
si fcero pi tondi.

Mim veniva da una lunga _tourne_ nell'Amrica del sud, e perci
ignorava i pi recenti prodotti della poesia nazionale.

-- Niente, Mim; ma per cantare le bellezze e anche le bruttezze del
creato, occrrono volti terrbili e facce barbute. Voi donne siete
invece capellute s bene, ma senza barba e con quei visetti graziosi....

-- Ma la poetessa G***, la poetessa V***, la poetessa N*** sono celebri,
eppure non hanno barba, non hanno volti spaventvoli: cntano nei loro
versi le bellezze del creato, i fiori, le stelle, la luna, Iddio, il
cielo, il mare....

-- Questo che voi dite,  vero, Mim; ma vi prego di osservare come tutte
le volte che una poetessa canta i fiori, le stelle, la luna, ecc., ecc.,
sotto i fiori, le stelle, ecc., se ci si guarda bene, si vede un uomo,
cio l'amore per un uomo o per pi umini. Ci senza dbbio  cosa
interessante, ma un po' montona. Molto pi interessante, invece, 
quando la donna si denuda sinceramente, apre quasi le sue carni e pare
che dica: Guarda, o uomo, come amore pera dentro le nostre vscere.
Questa  la vostra maggiore originalit; o almeno qui l'uomo non vi pu
fare concorrenza.

-- Mi denudo anch'io -- disse Mim.

-- Bene, allora sentiamo.... (bench quest'operazione -- pensai -- sarebbe
riuscita pi interessante venti anni fa).

Cominciai a lggere.

Qui Mim mi interruppe.

-- Ma non fate mica quella fccia scura, sapete! Non pigliate mica
quell'ria da professore! Voi dovete giudicare soltanto dal
sentimento....

-- Impossbile, signora!

-- Ma perch impossbile? -- chiese Mim con doloroso stupore.

-- Perch il sentimento  bens una parte della poesia, ma non  la
poesia.

-- Voi siete un uomo oramai congelato -- sentenzi Mim.

-- Sia pure! Ma io vi dico: conoscete voi la dinamite, quella cosa
spaventosa che fa saltare monti, case, ponti, umini? Ebbene, essa non 
altro che la combinazione di due elementi inncui quando sono separati:
la glicerina (ccola l! su la vostra _toilette_) e un poco d'cido
ntrico.... La glicerina  il sentimento: l'cido ntrico  l'arte....

Mim mi guardava con molta piet.

-- Vedo che voi non sapete di chmica -- dissi. -- Allora un altro paragone
fcile: voi volete fare due uova col burro. Evidentemente occorre il
burro e le due uova; ma se rompiamo le uova e poi sopra vi buttiamo il
burro, sono due pssime uova col burro; se poi volete fare quello che i
francesi chimano una _omelette souffle_, l'affare si presenta bene
altrimenti complicato....

-- Dio, come siete diventato volgare! -- esclam Mim. -- Ma in quale
orrbile ambiente siete vissuto?

Ella copr delle sue belle manine i suoi manoscritti, con il pvido
affetto con cui una mamma sottrae il suo piccino da un contatto profano.

-- Bene, bene! Per voi far un'eccezione: legger solo col sentimento.

rano strofette e rime di altri tempi; e ne vaporava un profumo di
stantio come da un salotto di trent'anni fa. Mim non sapeva fare le
uova col burro alla maniera nostrana, e ignorava la _omelette souffle_
alla francese.

Il momento era delicato: con tutte le mie buone intenzioni, la mia voce
cadeva.

Mim mi indicava le pi belle poesie, ma io non riuscivo a dar
vibrazioni alla voce. Allora dissi: -- Mim, mi congrtulo: avete
conservata la vostra verginit morale.

-- Leggete questa: _Le belle mani_.

-- Sono le vostre, Mim?

-- S.

-- Voi del resto avete avuto sempre belle mani, anche quando non usvano
le manicure per tagliar le pipite. Le belle mani! Ecco un ttolo
squisitamente femminile. Un uomo sarebbe grottesco a intitolare cos una
sua poesia; mentre una donna pu dire benssimo, _le belle mani, i bei
fianchi, il bel ventre_, e altre cose del gnere. Vedete la differenza
tra il poeta e la poetessa? Mi piace: leggiamo.

La poesia cominciava:

    Che belle mani avete;
    Mi dite spesse volte.

-- Chi dice cos?  l'amante, vero, che dice cos?

-- Certo.

-- Quale amante?

-- Ma l'amante ideale. Andiamo, seguitate a lggere.

Dunque seguitai a lggere quei versculi. Essi costituvano tutta una
litania delle opere benfiche e caritatvoli delle sue mani. La poesia
concludeva cos:

    Le mani, o mio gentile,
    Che mi lodate tanto,
    Belle non sono soltanto,
    Son buone mani ancora.

Gli occhi di Mim -- mentre io leggevo, si velrono sul srio di un
sottil strato di lgrime. -- Ma sapete che sono molto buona, io? --
esclam. -- La mia pvera mamma, la mia vecchierella la ho mantenuta
sempre io! Ho guadagnato anche abbastanza: ma da parte, vi giuro, che
non ho un soldo. Mim qua, Mim l, e poi sapeste quante misrie
segrete....

Veniva da pingere anche a me: ma per altra ragione. Pvera Mim! Lei
credeva ancora nella missione evanglica delle mani.

Mim aveva conservato anche la sua verginit intellettuale. Ella
ignorava anche che oggi sono di moda le lodi alla belluinit.

-- Bellssima poesia -- dissi --, ma forse oggi sarebbe di pi effetto la
stria delle mani feroci, perverse. Quando, per esmpio, mi facevate
ballare come un burattino.... -- E dicendo queste parole, rimasi anch'io
sorpreso dall'insistenza con cui ritornavo su l'antico argomento.

-- Ma sapete -- disse Mim quasi con doloroso stupore -- che voi dovete
ssere ben ammalato?

-- Pu darsi, mia cara: anzi vi dir che viggio per cura -- e mi alzai. --
Avete una sigaretta?

Guardai l'orolgio: quasi mezzod.

-- Venite fuori -- dissi -- a far colazione con me?

-- No, no! E poi la mia mamma  ammalata.

Mi profersi di andarla a salutare.

-- Intile.  completamente sorda.

Mim socchiuse un scio: disse:

-- Guardtela l!

I miei occhi guardrono di sfuggita in un'altra cmera: vidi una testa
immbile, scarna, in un enorme letto ex-matrimoniale, col capo ravvolto
in un fazzoletto bianco, lungo come una mtria.

-- Se  sorda, non sente. Metttevi il cappello, e andiamo a far
colazione.

-- No.

-- Perch?

-- Prima perch siete lgubre, ed io non voglio sentire discorsi lgubri.

-- E poi?

-- Come siete curioso. E poi perch aspetto qualcuno.

-- Chi? Un vostro amante forse?

-- Cosa vi interessa di sapere chi aspetto?

Io ero stupito l in mezzo alla cameretta.

-- Ma il giorno in cui non potr pi amare -- disse allora Mim --, Mim
sar morta.

-- Addio! -- dissi, ed ella mi guidava verso la porta.

Cos ci lasciammo, e la porta si chiuse. Mi fermai un po' l fuori.
Guardai a lungo, l di fuori, il cordone verde, unto del campanello.
Forse era ancor quello di tanti anni fa. Sopra v'era scritto in
relazione alla sordit della vecchia: suonate forte.

Quel vcchio cordone di campanello! Quante volte lo scossi! Squillava
sbito, ed al pccolo squillo rispondeva un tuffo nel mio cuore. Veniva
ad aprire la vcchia, che allora non era sorda. _A i ho bell'e cap!
Anca vo a zerc dl Mim. Mo se an so gnanca me duv l', sta vagabonda!
And bein l, el mi cinein!_

E l'scio si rinserrava.

                                 *

Rimasi l per quella sdicia via, che un tempo a me pareva la pi bella
via di Bologna. L'amore? Probabilmente come una funzione digestiva: una
mensa con belli allettamenti. E da givani si crede chi sa a che cosa!

Mi scosse un colpo di cannone.

Era il cannone del mezzod. E allora fu un correr di ppolo che smette
il lavoro e un gridare gioioso: L' Filopanti, Filopanti!.

-- Perch! Perch dite Filopanti?

Ma il ppolo aveva fretta per andare a mangiare.

Ho poi saputo che il ppolo di Bologna chiama col nome di Filopanti il
colpo di cannone del mezzod.




CAPTOLO VIII.

LE DUE MILIONRIE.


La vsita a quell'amore defunto era stata assai melancnica, come
contemplare se stesso defunto.

Mi ero anche sopracaricato di letteratura, ed anche ci era melancnico.
Avevo fatto l'uomo superiore con quella pvera Mim: avevo detto male
delle poetesse; ma riconoscevo di aver torto. Divine poetesse, api
d'oro! Qualcuna di voi va corrusca e fiammante nel sole, qualche altra
batte l'ala ferita. Ma almeno si sa quello che voi domandate, in fine:
il paradiso!

Divine poetesse, api d'oro! come le api d'oro voi avete libato questo
disgraziato uomo; e l'uno valeva l'altro! Perch Giove padre non cre
per vostra satisfazione, o api d'oro, tutto un paradiso fiorito di
inesaurbili eroi! Ma l'uomo! L'uomo  incontentbile e senza pace.

E quel suo atteggiamento di nume in terra  intollerbile.

Io mi trovavo immerso in queste idee quando, grzie a Dio, mi sorse
un'idea cretina. Essa mi venne suggerita da un enorme fragoroso
carrozzone autombile, che rotolava sui sassi della vcchia via Galliera
e portava scritto: _Bologna, Monghidoro, San Pietro a Sieve_.

Monghidoro? Ma Monghidoro  il nome moderno di un antico nome, superbo e
plebeo: Scaricalsino! E v' chi nomina Scaricalsino come fosse un
paese fantstico!  un paese rupestre, a poche mglia da Bologna. E
l'idea esilarante e cretina era appunto nel ravvicinamento della
dottorale Bologna, dove nei tempi antichi venvano di Spagna e di
Lamagna a caricarsi di dottrina; e poi Scaricalsino, dove le schiere
degli sini scaricvano le some loro, e facvano beatamente: Ih! oh!.
Oh, giia di scaricarsi dalla soma della dottrina! Inoltre quel giorno
era caldssimo, e allora pensai anche che, dopo Scaricalsino, veniva
l'alpestre passo della Futa; e il Mugello; e le ginestre; e i grandi
vrtici dei monti. E questa era un'idea rinfrescante. L'autombile
risale la valle bellssima della Savena; lscia gi la bassa landa,
corre su verso la freschezza dell'Appennino....  deciso. Andiamo a
Scaricalsino. Respireremo l'ria fresca, berremo le cque purssime di
Scaricalsino. Ma bisogner attndere l'alba del dimani. L'autombile
lscia Bologna al primo mattino. Tanto mglio! Bello  viaggiare al
mattino.

                                 *

Il desiderio di vvere un'ora a Scaricalsino era cos grande che alle
tre del mattino mi trovavo gi desto per il letto. Perci levtomi e
tolto meco un mantelletto ed un forte bastone, mi recai ad attndere
l'ora della partenza in quel caff che mai non chiude le porte. L'alba
non era ancora apparsa; ed il cielo sembrava di cnere: eppure il giorno
doveva sser sereno!

Da via Indipendenza, intanto, col lento moto delle scope, avanzava in un
polverone una schiera di spazzini. Il loro gesto era silenzioso e
solenne. Voi siete sacerdotali ministri, voi che togliete la sozzura
notturna. E quasi mi venne vglia di salutarli quei dispregiati
spazzini.

Ma la sozzura degli umini e della notte era ben palese nell'elegante
caff che mai non chiude le porte. Su la lastra di marmo di un tvolo,
sotto l'nica lmpada accesa, una mano non inesperta aveva tracciato
alcuni disegni mostruosi. Tristi umini, tristi donne che vivete nella
notte! Le tnebre della notte sono demonache, ed i corpi ne sono
polluti. Perch al discndere delle tnebre non recitiamo pi compieta?
Non supplichiamo ancora _ne polluntur crpora_?

Come si vede, io era pieno di purit: dunque, _honny soit qui mal y
pense_!

Io ero solo in quel caff: l'ltimo nottmbulo se ne era andato: io ero
il primo avventore mattutino. Con l'aiuto di una pccola cartina
geogrfica, risalivo il corso della Savena; pregustavo il viggio,
sorbendo un ben sciagurato caff. Ecco -- dicevo in pura letzia di
sprito -- l'incantsimo dell'aurora fra poco distesa per il cielo; ecco
le pure cque gi dai monti; ecco si prono i fiori; ecco cntano le
rndini! Tutto puro. Dunque, _honny soit qui mal y pense_!

Perch, d'improvviso, un'autombile romb, sost davanti al caff; part
sbito con un miagolio rabbioso; ed io avevo appena levati gli occhi,
che due donne sbattrono la portina a vetri, irrppero nel mezzo della
sala. Parvano le padrone del caff, della notte, dell'universo.
Ondeggivano enormi stravaganti pennacchi. Una di esse comand
imperiosamente, battendo con le nocche inanellate sul marmo: -- _Botega!
caf e late!_ -- e poi alla compagna disse: -- _Sentmose qua._ E mi
sentii profondare poi sollevare sul sof. Ella si era seduta presso di
me. Un acuto profumo mi invest.

Costei era veramente una figura notvole: due occhi chiari, freddi,
imperiosi in un volto olivigno, dalle linee forti: bel _rictus_
meretrcio. Una larga tnaca nera di seta, trascinata con grande
sprezzo, lasciava intravedere gli ondeggiamenti di un grande corpo. Un
senso di angscia mi sorprese.

L'altra era pi giovane, pi sile: una figurina estica; ma sbattuta,
sciupata, sgualcita. Si liber come dolorosamente delle grandi piume:
apparve un volto triangolare come d'una serpe: volto senza fronte, tutto
avvolto in treccine bionde; due immoti occhi di turchese, dilatati,
paralleli; un tglio carmino di bocca; un mento plasmato come da un
bizzarro artfice. Costei sbadigli liberamente, risbadigli, rialzando
i gmiti e inturgidndosi tutta. Allora parve accrgersi che nel caff
non era sola, lei e la compagna. Parve con un sorriso stancamente dirmi:
Pardon!. E quasi a mglio spiegare, rivolta alla compagna, disse: --
_Go sono!_

Sorbrono un po' di caff e latte; poi la bruna sbatt sul marmo una
borsa a mglie d'oro: trasse dalla borsetta un astccio d'oro;
dall'astccio una sigaretta che rotol fra le palme; cim il tabacco con
certe nghie acute, rosse.

Chi rano queste due donne notturne? Sozzura notturna certamente. Ma
quale? Quella che la questura scopa; o quella che  idealizzata dagli
scrittori? innominbili rano? ovvero di quelle che sono nominate con
onore?

La mia ignoranza  grande. Ma quali voi vi siate, ah, le turpi fmmine!
ah, i vili scrittori che idealzzano codeste fmmine, commntano davanti
alla onorata nostra povert quanti diamanti elle possggono; e quanto
denaro disspano; e fanno i nomi degli stpidi proci che asprano alle
loro nozze! E le vanno ad intervistare codeste fmmine, e pi
insulsggini elle dcono, pi sono giudicate originali; e ci prlano dei
ritmi, dei smboli che hanno sin nei piedi; e ci presntano le loro
lnee invereconde nei disegni e pitture, e ci raccntano nei romanzi le
avventure della loro vita! Obbrbrio!

(La biondina, con la testa abbandonata sul brccio e come dormiente,
aveva pure un non so che di soave: la bruna, eretta con que' chiari
occhi metllici, aveva alcunch di crudele.)

Ma quale maligna forza mi costringe a guardarle? Esse non si accrgono
nemmeno di me: io pur le guardo: io le intervisto. S, le intervisto
anch'io, e domando: Quale abisso separa me da voi? Bellssime creature,
io vorrei che voi mi diceste, che voi mi dichiaraste che cosa sono per
voi i titani dell'umanit: i grandi scopritori, i grandi poltici, i
grandi guerrieri, i grandi scienziati, i grandi poeti.

Mi sento rispndere: Cristforo Colombo ci ha permesso le _tournes_ in
America; Stephenson ci ha permesso di viaggiare in _sleeping-car_;
Pasteur ci ha inventato molte cose iginiche; Edison ci ha inventato le
lampadine elttriche: i pittori hanno disegnato i figurini delle nostre
_toilettes_; i guerrieri fanno la guerra anche per noi; le teste dei
legislatori spesso hanno servito da cuscinetto alle nostre scarpine. I
poeti sono i nostri reclamisti.

La biondina, dormiente, esponeva graziose scarpette d'oro, tutte
brillantate.

Miserbili carni vendute! -- proseguiva io -- vilt del mondo senza nome!
dissipatrici dell'enorme lavoro dell'uomo!

Sempliciotto -- rispondvano loro. -- Ci hai mai pensato? Pnsaci. E
d'inverno e d'estate, e negli autunni squllidi, e nelle albe di cnere,
e attraverso tutti i terremoti, tutte le devastazioni, chi fiorisce
eterna, e ridente? Chi? Noi. Noi non siamo mai arruffate, mai
inzaccherate, mai scalcagnate. Erette, lineate le cglia, fisse le
labbra, impennacchiate, indiamantate.... Batta pure la neve! noi siamo
il sole dell'uomo. Il nostro splendore attraversa l'ora grgia del
mondo. Ci siamo profumate per vncere le putrdini. Ridiamo per deviare
le vostre tristezze. Sempliciotto, ci vuoi misurare le spese? Ci vuoi
fare i regolamenti? Va a scuola!

Io ero a questo punto della mia intervista, quando mi sentii balzare sul
sof. Era la bruna che era balzata venndomi da presso: ed io ero
balzato per contraccolpo. Ella -- mentre io meditavo su la sozzura
notturna -- aveva frugato nella sua borsetta d'oro.

-- Un'_allumette_ per piacere, -- disse presentandomi la sigaretta
penzoloni dalle labbra.

Offrii la fiamma, la quale insieme con l'cqua non si pu rifiutare
all'uomo e neanche alla donna. Colei accese, aspir, scosse la compagna,
le offr una sigaretta: ma essa ripet:

-- _Go sono!_

La bruna allora mi fiss in volto: disse a bruciapelo:

-- Noi siamo milionrie. Certo, milionrie! Siamo state in autombile
questa notte; e adesso andiamo a letto. Ci alzeremo quando ci piacer.

Aveva un metallo di voce roca, bruciata dall'arsura delle sigarette.

-- Io, signora -- dissi rispondendo dopo essermi un po' riavuto, -- non
sono ancora milionrio; ma meriterei di sserlo. Non vado a letto perch
mi sono levato da poco: andr anch'io in autombile, perch devo recarmi
appunto a Scaricalsino.

La signora non conosceva questo paese. Aveva viaggiato mezza Europa;
conosceva tutti gli _Eden_, le _Folies_, i _Trianons_, i _Moulin-Rouge_
d'Europa e d'Amrica; ma non conosceva Scaricalsino.

Per tal modo appresi che la signora era artista: ma assai pi artista di
lei era la biondina, anzi clebre artista.

Mi feci attento. Artiste! Le signore allora appartenvano all'almanacco
di Gotha dell'alta sozzura.

-- Artista di canto, la signora bionda? -- domandai.

-- _La signorina la xe artista de balo, e che artista!_ -- Come? io non
l'avevo riconosciuta? -- _Ghe xe i ritrati per tuti i cantoni! Lu nol
conosse Lydia Dolores?_

Confessai la mia ignoranza.

Stup. Domand: -- _Ela no la ga mai visto Lydia Dolores balar la danza
egzia? el tango autntico? la matchiche? la danza serpentina?_ la danza
russa, tutta nuda?

-- Tutta nuda?

-- _No ghe xe gnente de mal._

-- Non dico di no.  che io, signora, ho l'abitdine di alzarmi nell'ora
in cui si cominciano a ballare queste danze; -- e perci non potevo
imbttermi con la signorina Lydia Dolores.

Quegli occhi grigi e freddi mi scrutrono un poco dubitosamente; poi
disse: -- _El ga perso un gran spetcolo. Lu nol xe miga per caso un
crego, un prete?_

-- Tutt'al pi un chirico vagante.

-- _Del resto per mi un crego el xe un omo come un altro. Se nol xe un
crego, alora el xe qualcossa de stravagante. Be', se lu el vede balar
Lydia Dolores, dopo el se ne ricorda per un toco. La par fata co le
suste; la se remena, la se invergola, la se storze come una bissa! Eh,
se la gavesse giudzio, quela l, la podaria mtarse da parte un grumo
de soldi, in verit de Dio! Ma no la ga giudzio...._

-- Non ha giudizio?

-- _Gnente! Una vera artista! Ela la se strssia, la xe sentimental, la
se consuma. Indove che la va, la se inamora come una gata soriana, no la
ga condota; la tl i meni sul srio...._

-- Non si dvono prndere sul srio gli umini, questo capolavoro della
creazione?

-- Gli umini sul srio? -- Ed i suoi occhi freddi mi fissrono.

-- Ecco, signora, se non prprio sul srio, con un certo rispetto, almeno
voi, tenendo conto che vivete della loro generosit.

-- _Se ghe d la vita a sti porei. Ah, s ben, generosi!_ -- disse
ironicamente. -- _I rdina una botiglia de sciampagna. Piper! Veuve
Cliquot!_ -- disse imitando la voce dell'uomo che rdina, -- _ma per farse
vdar che i xe scic, che i xe boni de spndar un marengo_ -- riprese con
un lampeggiamento di sprezzo; -- _per ecitarne! Nineta_ -- disse scotendo
Lydia Dolores, -- _dghelo ti a sto signor quante volte, de scondon, mi
buto via soto la tla el sciampagna. E a ti te digo: No star a bvar, ti
xe mata anche senza sciampagna._

La clebre Lydia Dolores sollev appena la testolina dalla sua
dormivglia; conferm di s: disse -- _Andemo a leto!_

-- _Quando me parer a mi_ -- disse la bruna. E rivolta a me, disse: -- _El
me creda, no i d gnente per gnente!_

Allora io mi ricordai di avere udito e letto che molte signore,
appartenenti all'alta sozzura, possggono ville, ttoli di rndita,
fanno anche uno, due, tre matrimoni cospcui. E per confermare il mio
asserto, feci qualche nome famoso di cui ricordavo. Ella mi ascolt con
benevolenza ed ammise in parte quello che io dicevo: -- _Ma casi rari.
Eco: Lydia Dolores! La ga avuo, la fortuna de nsser co la lrica nei
pi; la podaria arivar a un alto grado, ma ghe manca la condota, no la
ga mtodo. Za, in arte ghe xe ento che tenta e una che riesse...._

-- Verit sacrosanta! -- dissi -- Brava, signora!

(La mia calda lode la lasci indifferente).

-- Scusi -- domandai -- e lei che mi pare che bbia mtodo, condotta, e
anche giudzio...?

Punto primo: lei era artista, ma non clebre; cio non possedeva, come
la signorina Lydia Dolores, quella che si potrebbe chiamare la messa in
valore.

-- E punto secondo? -- domandai.

-- Mio caro -- disse in italiano fissndomi bene in volto con quelle sue
fredde pupille --, io d soltanto la..., -- e mi invest con quella parola
oscena, che nell'intenzione di lei voleva significare io non sono
oscena, io sono soltanto fisiolgica. Mi sentii le vampe alla fccia a
quella parola, e un non so che di rido nella gola. Colei rimase
impassbile.

-- Un'_allumette_.

Accese un'altra sigaretta.

La cosa oscena per lei era l'uomo. -- _Ma che el creda_, -- disse --
_l'omo, se no se ghe d el clorofrmio, se no lo se brutaliza, no se ghe
cava fora gnente. Bisogna adatarse a tutti i sporchessi de l'omo._ Ella
non si adattava, e perci era pvera.

La biondina dormiva oramai. Io la guardavo di sfuggita di tanto in
tanto. Una purit anglica pareva affiorare su la dormiente. La bruna si
trovava in istato di euforia verbale, e continuava:

-- _Lu nol me credar. Ma co tuto quelo che go visto, co tuto el mondo
che go viagi, go conserv ancora i gusti de quando che giero una puta
d'onor a Venzia! El me creda che mi piutosto de i pat, de i flan, e
tuti i pastroci de le cene de i restaurants, go pi caro un bel piatin
de fig a la venessiana, fato da per mi, co la so bela svola frita
pulito._

Queste dichiarazioni di gusti smplici e naturali, unitamente alle sue
disposizioni fisiolgiche e non oltre, disponvano in favore della
moralit della signora. Ma _age quod agis_ prima di tutto, come dice la
antica sapienza. La signora poteva concorrere ad un pccolo diploma di
onest; ma certo non era nata per appartenere all'almanacco di Gotha
dell'alta sozzura; e a suoi tempi il magnfico Bandello non la avrebbe
giudicata meritvole della laurea di cortigiana onorata.

In secondo luogo non nasconder che quel piattino di fgato con la
cipolla soffritta mi aveva disgustato. Ne sentivo quasi il puzzo. Ella
continu noiosamente a parlarmi delle sue segrete aspirazioni che rano
quelle di ritornare in grembo alla vera onest.

Allora io le dissi:

-- Ma non mi pare, signora, che anche nello stesso stato presente, lei
sia fuori della circoscrizione dell'onest. Scusate, signora, avete
rotto la fede? No, perch non l'avete mai data! Avete qualche suicdio
su la coscienza? Nemmeno. Avrete dato scndalo e certo questo vostro
vestire  perturbante; ma voi potete ben dire:  professionale; ma
anche altre donne, ritenute oneste dal mondo, commttono scndalo,
purtroppo! Avrete acuito qualche desidrio, ma la colpa fu del padre
Giove che volle mttere questi incendi nel sngue dell'uomo. L'avete
acceso, ma l'avete anche spento con onesta fisiologia, senza lasciar
memrie dannose. Ma ben pi riprovvoli sono quelle donne le quali
accndono le fiamme e non le spngono, o le spngono male. Per me voi
siete una donna onesta, anche se la societ vi gidica diversamente.

Le mie parole non la commssero. Speravo che, dopo avere udito le mie
liberali opinioni, esclamasse: Lei  un vero uomo!. No, disse
soltanto: _Mi digo che lu el xe un crego, de quei che fa le
prdiche_.

Il suo ideale era di lasciare la professione, comperare nella sua
Venzia, nel sestiere di Cannargio, una casetta, su cui gi aveva posto
l'cchio, mtterla bene, in rdine, con belle cmere, disimpegnate....

-- E poi?

-- E poi affittare ad artiste come noi -- disse. -- Sapete che rende
moltssimo affittare? Lo sappiamo noi cosa costa! Noi paghiamo tutto il
dppio! Allora s potr fare la donna onesta! _Oh, ma xe tardi._

Il quadrante dell'orolgio segnava le cinque.

-- _Ninetta, desmssiete!_

-- Peccato svegliarla, pvera creatura.

-- Adesso la svglio io -- disse la bruna --. Volete vedere! volete vedere?
-- E senza attndere una mia risposta, batt a palma a palma e grid
gioiosamente: -- _Nineta, xe qua Rafaelo d'Urbin!_...

A questo richiamo la biondina balz di colpo; le pupille le balenrono
lnguide, ardenti, indagatrici:

-- _Dove xelo, dove xelo?_

-- _El xe a leto che el dorme. Macaca!_

E la biondina ricadde gi con la testa.

-- _Galo visto? Cossa vorlo mai_ -- riprese saviamente la bruna -- _che
anca ela, povareta, la possa farse una fortuna? La se magner quel fi
che la guadagna co le so onorate fadighe. Che la lassa passar i trenta,
e po', adio Nineta!_

Domandai chi era _Rafaelo d'Urbin_.

-- _El xe un pitor futurista, che el fa el romntico, el d'Artagnan. Ma
mi digo che el xe un pitor truffaldin e miraboln. El xe de Mntova e
tanto basta._

                                 *

E la bruna e la bionda uscrono dal caff.

Le prime vampate del sole nascente corrvano rsee sotto i prtici.

Le due milionrie, strascicando le loro vesti di seta, movvano verso il
loro nascondglio diurno.

Le pccole operie si soffermvano a guardarle con pupille attnite. E
mi avviai verso la stazione dell'autombile per Scaricalsino.




CAPTOLO IX.

MAGISTER ELEGANTIARUM.


Il giovinetto che era con me in quella spcie di sctola bucata che 
l'autombile Bologna-San Piero a Sieve, pareva su le spine.

Egli era in quella et beata ed ancora implume, in cui nei tempi antichi
si andava paggi e damigelli presso qualche barone. Mi si present nel
fatto: Pierettini Gilio, impiegato nella ditta Daruk und Sohn,
fabbricatrice di grammfoni, fongrafi e dischi dei pi clebri artisti,
con depsito generale in Milano, via X, n. 7.

Egli non andava, come me, a Scaricalsino -- paese alla sua volta anche a
lui sconosciuto -- ma pi oltre....

-- Mio dio, dio mio! -- diceva fra il srio ed il faceto -- se si va avanti
cos, io sono completamente rovinato!

-- Ma in che cosa rovinato, bel signore?

-- Ma i miei vestiti, _porco can_! Non vede lei in che stato sono
ridotto?

Confesso che io fui molto sorpreso da queste parole, perch io ammiravo
-- oltre che il paesggio -- anche il mio compagno.

Egli era un paradigma: pareva venuto fuori, fresco fresco, da una ditta
di mode: _High life, English taylor, Al mondo elegante_.

Egli non guardava punto il paesggio; ma si stava tutto composto sul suo
seggiolino, e ad ogni colpo del polverone, piegava il capo come il
soldato nuovo, ai primi colpi di fucileria.

Disse:

-- Supponendo di arrivare sano e salvo, io mi presento che sembro un vero
mostro. Pensi, in un _htel_ di primo rdine, pieno di signori e
signorine, sbarcare cos! Ho preso tutto -- e indicava la valgia --
_smoking_, _pijama_..., ed ho dimenticato la spolverina da viggio! Ho
dimenticato? Non ci ho pensato.

-- Lei va a fare un poco di villeggiatura? -- domandai.

-- S, un po' di campagna, e se ne ha il diritto! Tutto il giorno in
ufficio! -- E mi spieg come il fglio di un conduttore di un _htel_,
nel Mugello, impiegato anche lui presso una ditta di Milano e suo buon
amico, lo avesse invitato quale spite graditssimo per una ventina di
giorni. -- Un _htel_ di nuovo impianto -- mi andava spiegando -- in
posizione splndida; ottocento metri sul mare; _garage, tennis_, due
fongrafi _monstre_, sempre della ditta _Daruk und Sohn_; insomma tutto
il confortbile moderno: al mattino, prima colazione, caff latte e che
latte! mglio di Milano; burro, miele, _confiture_, prprio come in
Germnia; secondo _lunch_ a mezzogiorno, _potage_ e due portate; alla
sera, poi, minestra, altre due portate, dolce; e fiasco in tvola.
Sentisse che vino! Vero Chianti! Mica di quello che si fbbrica a
Milano! Chi vuole, fa la cura del latte; e chi vuole, fa la cura del
vino di Chianti. E tutto questo po' po' di roba per lire dieci al
giorno. Sono prezzi da fallimento, prezzi _rclame_: in Svzzera un
trattamento smile vale almeno venti lire....

Ora egli si sarebbe divertito, avrebbe fatto rdere, ballare le
signorine, avrebbe mangiato molte frgole, mangiato molti spaghetti col
sugo, una cosa che a Milano lascia alquanto a desiderare. Avrebbe
imparato la lngua fiorentina: _Costass, codesto cost_, e _non la mi
fccia il nesci!_ una cosa complicata mica male, che a scuola non era
riuscito a capire.

-- Lei ha studiato?...

-- Tutte le tre tcniche, ma, in confidenza, la lngua milanese  la vera
lngua del commrcio.

Naturalmente non andava _costass_ a mani vuote -- e mi mostr un
pacchetto rotondo.

-- Una torta? -- domandai.

-- Mai pi! Alcuni dischi straordinari, Caruso, Bonci ed altri clebri
divi e dive. Non li conosce? No! Nemmeno al fongrafo? Non la interessa
il fongrafo?

-- Sinceramente, preferisco non sentirlo.

Mi guard con istupore.

--  il primo che sento. E lei dice di vvere a Milano? -- E ammutol
guardndomi.

Aveva la fisonomia di un buon figliuolo; e siccome ai miei occhi egli
pareva moltissimo elegante, cos giudicai tile di approfittarne per
rislvere il diffcile problema della differenza che intercedeva fra me
e le persone eleganti in gnere, e lui in particolare.

Dissi dunque:

-- Lei si lamenta di arrivare a destinazione mal conservato. Che cosa
dovrei dire io, allora? Guardi queste scarpe gialle! Sono otto giorni
che le porto e non si capisce pi di che colore esse sano. Se poi
avessi comperato delle scarpe con la mascherina bianca e nera, come le
sue, chi sa in quale stato sarbbero ridotte.... Le sue scarpe dvono
possedere un qualche segreto....

-- Sono scarpe di _american shoe_, -- disse -- ed  gi il terzo mese che
le porto.... Ma la sera bisogna mtterci il suo bravo stirascarpe; e
cos si consrvano nuove.

-- Allora passiamo ai calzoni. Anche lei  in viggio; ma i suoi calzoni
smbrano dipinti come nei figurini. I miei..., i miei arrossscono di
fronte ai suoi.

Anche per i calzoni la cosa era smplice.

-- Quando si lvano, la sera -- diceva -- si fssano nel loro
stira-calzoni....

-- E tutti questi arnesi per stirare, scusi, li porta con s?

-- Certamente! -- rispose meravigliato della mia meravglia.

-- Passiamo ad altro. Confronti il mio cappello col suo....

Sorrise di compiacenza. Se lo tolse e me lo spieg.

-- Cappello _sans-gne_, forma capricciosa, qualit _extra-extra_. Un'ala
deve posare su l'orcchia sinistra; il nastrino posteriore va a due
centmetri dalla lnea di tosatura, e cos rimane fisso e non si sforma.
Vede?

Nel levarsi che egli fece il cappello, era rimasta scoperta la testa:
una testolina oblunga, un poco a forma di cetriolo: ma la lucidezza
della capigliatura era ammirvole.

-- Scusi, prima che lei si rimetta il suo copricapo _extra-extra_, mi
spieghi un po': c' anche l qualche cosa per stirare i capelli?
Prescindendo -- ben inteso -- dal colore, i miei capelli hanno l'abitdine
di rizzarsi obbrobriosamente....

-- Per lustrare ed ammorbidire i capelli -- rispose -- io faccio uso della
brillantina Organ di Coty, al profumo di eliotrpio. Provi anche lei.

Prover, ma credo che resteranno spidi lo stesso: il difetto sta sotto:
nel cervello.

Mi nacque un dbbio; e dopo avere ringraziato, esposi questo dbbio
cos:

-- Non le pare, bel signore, che dover lustrare e stirare tutte queste
cose, sia un poco come diventare il cameriere di se stessi?

Quel buon figliuolo fece una mossa cmica: lev le cglia sino a far
ritirare la gi pccola fronte del suo lungo pllido volto; spalanc,
storse la bocca, instupid le pupille. Io lo avevo obbligato ad un
eserczio ben crudele: pensare!

Ma si rimise sbito, come un vispo galletto che, immerso nell'acqua,
scuote le penne coraggiosamente e riprende il contegno di prima.

-- Sar -- rispose allegramente. -- Ma io ho osservato che quando esco di
casa poco _soign_, per esmpio col berretto da ciclista, la gente mi
saluta con meno rispetto. Le signorine, poi, quando si  eleganti,
gurdano e gurdano anche per prime! Ma quando non si  eleganti, niente
guardare! Questa, capir,  una cosa molto sria, specialmente per un
giovinotto. Io poi le dir per conto mio questo fatto curioso: se non ho
la cravatta a posto, non mi sento a posto nemmeno moralmente.

-- Bravo! A propsito di cravatte! Come va che la sua cravatta sta come
torre ferma; e la mia gira come un quadrante per il collo?...

-- Smplice! Lei la fissa con queste molle automtiche.... Permette?

Mise delicatamente il pllice e l'ndice nel taschino del gil, ne
trasse sbito un astccio, dall'astccio due mollette; mi venne vicino
con la sua testolina lucidata all'eliotrpio, e come glielo permetteva
l'andar balzelloni nell'autombile, fiss e _mise in valore_ anche la
mia cravatta.

Mentre egli si stava cos chino, io assaporavo il profumo della sua
testolina all'eliotrpio.

-- Le cravatte svolazzanti -- disse --  bene che lei le viti. Hanno un
carttere democrtico, ma non sono niente _chic_.

-- Perch, scusi, lei  aristocrtico?

Vidi la sua fronte incresparsi ancora sotto il martrio di una
meditazione.

-- Lasci, lasci, gi anch'io non so bene se sono democrtico o
aristocrtico -- dissi, e ringraziai della molletta e del consglio.

-- E un'ltima spiegazione, la prego -- aggiunsi di poi: -- lei, come ho
potuto osservare, ha trovato sbito la scatolina delle mollette; l vedo
che spunta il fazzoletto; di l vedo che vien fuori l'astccio delle
sigarette. Io, invece, per trovare un oggetto necessrio, devo ogni
volta fare un viggio per tutte le tasche: cerco il fazzoletto, viene
fuori un toscano; cerco il toscano, viene fuori il temperino....

-- Ma ogni tasca, signore -- rispose quel caro giovane -- ha la sua
particolare missione....

Egli mi spiegava la missione delle vrie tasche: ma ogni tanto si
arrestava: la fuga dell'autombile, gi per le discese, gli levava il
respiro.

Capii come, oltre che dall'assenza della spolverina, il giovanotto era
preoccupato della pazza corsa a cui si abbandonava l'autombile. Diceva
anzi:

-- Quel divolo di _chauffeur_ deve aver bevuto chi sa quanti cicchetti
di grappa! Nelle svoltate, che non ci si vede a cento metri, lui lncia
questo baraccone alla terza velocit. Guardi come cala gi per i
_tourniquets_! Roba da matti! Se ci imbattiamo in un'altra autombile,
mi dice lei dove andiamo a finire?

-- Pi di morire -- risposi -- io credo che non ci possa capitare....

-- E le par poco? Mi par tanto! -- E voleva dire: Allora, addio
cappellino _extra-extra_, addio spaghetti col sugo, addio frgole e
signorine.

-- Ma scusi -- obbiettai -- se lei deve andare soldato, con la guerra che
c' in Lbia, con questi nuvoloni neri che pssano sull'orizzonte
d'Europa,  mglio star preparati.

-- Per questo sono a posto: fglio nico di madre vdova! -- esclam
allegramente.

-- Va bene! Per ammetter che una volta o l'altra bisogna morire....

-- Di questo poi non me ne parli, sa! Mi vngono i brvidi solo a
pensarci.

-- Eppure avr inteso dire che una volta o l'altra bisogna morire....

-- Cos ho inteso dire, e cos sar: ma io non ci penso. Mi viene una
paura, se ci penso! Quasi quasi farei la strada a piedi. Questa  una
corsa alla morte!

Io dissi allora gravemente: -- _Thnaton gar dedinai oudn allo est e
sofn enai dokin, me onta!_ Cos , il mio caro givane. E sa chi dice
cos?

I suoi begli occhi neri mostravano un acuto strzio a queste parole.

-- Che vorrebbe dire!

-- Vorrebbe dire: _temer la morte, null'altra cosa  che sembrar d'esser
sggio, non essendo_.

-- Rinncio ad esser sggio.

-- E il suo ideale allora sarebbe?

-- Portar il _frac_ in societ, aver da pagar da cena a qualche donnina.
Un uomo che non ha portato il _frac_, che non ha puntato a un tappeto
verde, che non sa far stare allegre le signorine, che cosa ? Io, veda,
ho la specialit per far star allegre le signorine.  che poi mncano i
soldi....

-- Cos che lei vorrebbe avere tanti soldi....

-- Eh, gi!

-- E non le darbbero il giramento di testa?

-- Cosa dice mai!

-- Ma guardi, guardi l -- mi disse ad un tratto -- quella montagna tutta
verde, che pare un tringolo tirato col compasso....

-- Ebbene?

-- Come ci starebbe bene una _rclame_ tutta in bianco: Casa Daruk e
compagni. Grammfoni insuperbili!.

Un campanile aguzzo, un aggruppamento di case biancheggianti, su di un
pggio, ci venvano incontro rapidamente.

L'autombile si arrest alle prime case dell'abitato. Il conduttore
scese, grid:

-- Monghidoro! Mezz'ora di fermata.

Raccolsi le mie cose: mi preparai a scndere. Salutai il compagno.

-- Ma non diceva lei che andava a....

-- A Scaricalsino -- risposi. -- Monghidoro e Scaricalsino sono la stessa
cosa.

Mi guard come temendo d'sser beffato.

-- Credevo -- rispose -- che fosse un nome inventato, ma che il paese non
esistesse....

-- Non esiste Scaricalsino? Paese irreale, chimrico Scaricalsino? Ma 
paese reale, ed  questo: Scaricalsino! Domandi, ed il ppolo le dir
_Schergalesen_! Non sente lei, givane e bell'amico, un'ebbrezza nel
riptere a se stesso: La terra che io calco  Scaricalsino! l'aria
pura che qui respiro  aria di Scaricalsino! non vede la tranquillit,
la felicit nei cittadini di Scaricalsino?.

Non dimenticher facilmente gli occhi esterrefatti del mio givane
compagno di viggio. Mi disse: -- Lei, signore, scusi, sa! deve ssere
poeta.[3]

  [3] Il givane, rispondente al falso nome qui scritto, fu due
  volte ferito nella Guerra; e allegramente lo vidi portare le sue
  ferite. Nota del 24 marzo 1916.




CAPTOLO X.

EFFETTI DI SCARICALSINO.


Ma non appena la autombile strombett, e fugg via, domandai a me
stesso: Cosa sono venuto a fare a Scaricalsino?.

Ah, s, a respirare ria pura.

Avrei voluto riprndere la autombile; e andar di lungo in Toscana, ma
quel cassettone dell'autombile era oramai lass, in vetta a un altro
pggio.

S, l'ria a Scaricalsino era pura; le fontane di Scaricalsino
versavano lavacri di acque pure; file di buoi e di asinelli baliosi
trascinvano seco il profumo dei presepi. Ma io ero gi stanco. Mi
dilungai fuori del paese e vidi, per greppi e prati, file di donne,
vcchie e fanciulle, che intreccivano, col rpido moto delle mani,
trecce di pglia. Le mani di quelle trecciaiole forse rano pure; ma
sdice e deformi. Rientrai in paese.

Guardiamo le antichit: una lpide mi avvert che Scaricalsino aveva
dato i natali al Ramazzotto, uno di quegli avventurieri che vestvano di
ferro e, quando garbava, scaricvano pugni sul ppolo, che allora era
privo della sovranit. Anche il nome Ramazzotto richiama in mente una
scrica di pugni. Cosa strana e certo deplorvole: vi sono momenti in
cui si prova simpatia per gente s fatta!

Vediamo se vi sono altre lpidi. La interpretazione delle lpidi serve
anche a far prdere il tempo, come la spiegazione delle sciarade. Ne
scopro una graziosa, che ricorda il _fusto passggio_ del papa Pio IX
per Scaricalsino, il 17 agosto 1857.

    A Pio Sovrano,
    Al Sommo Pastore,
    Noi mseri figli
    Offriamo l'amore.

Dvono ssere versi, nell'opinione di Scaricalsino. Mi vnnero anche in
mente le poesie di Mim; e cos passai altro tempo.

Oh, ma interessante! Ecco, prprio vicina alla lpide per Pio IX,
un'altra lpide, e un altro _fusto passggio_ per Scaricalsino: _il
primo giugno 1860, Vittrio Emanuele II, il Duce valoroso di Magenta,
qui venendo di Toscana, colse su questi monti i primi omaggi dei ppoli
dell'Emlia_.

Dunque a due anni e mesi di distanza, i _mseri figli_ di Scaricalsino,
dopo avere offerto il cuore a Pio IX, lo offrvano a Vittrio Emanuele
II. Ma questa non  una specialit di Scaricalsino: anche fuori di
questo paese i ppoli ffrono con molta facilit il loro cuore ai
pastori nuovi.

_Valoroso duce di Magenta_, per, non era esatto; ma pu andare per
Scaricalsino, tanto pi che nei libri di scuola si dice lo stesso.
Pvero Napoleone III! Tutta la stria del Risorgimento d'Itlia sarebbe
da rifare. Ma chiss se questa stria  finita?

E cos pensando, passai altro tempo.

Ma quanta ricchezza di preti c' a Scaricalsino! Baldanzosi, messi
bene, ben pasciuti.

La buona gente mi assicura che se vado su pel Mugello, di preti e
mnache ne trover anche di pi.

Si vede, allora, che la pianura  coltivata a socialismo rosso, e la
montagna a socialismo nero.

E guardando i preti, passai altro tempo.

Ma ecco un'altra autombile, pari idntica a quella che avevo lasciata,
romb per Scaricalsino.

-- Questa dove va? -- domandai.

-- Torna a Bologna, -- mi fu risposto. -- Ma lei non deve andare in
Mugello?

Mi avvano visto scndere poche ore prima con le mie scarpe gialle,
girare per Scaricalsino, ed ora andavo via. Cos'ero venuto a fare a
Scaricalsino? No, buona gente, la verit  questa, che io non so dove
andare, se andare in Toscana o tornare a Bologna.

Ma se avessi detto cos, avrei dato scndalo: perch  lcito seguire ad
lbitum o i strapi rossi o i pastori neri; ma non  lcito ignorare
dove l'uomo deve andare, e perch andare.

Perci risposi: -- S, devo andare a Firenze....

-- Allora domattina, con la corriera con la quale ella  venuta.

E l'autombile pass.

                                 *

La gente mi parlava pittorescamente del Mugello, del Giogo, e della
Futa. Lass avrei mangiato frgole di bosco. Dal vlico, per Barberino
di Mugello, avrei raggiunto San Pietro a Sieve; l avrei preso il treno,
e in mezz'ora sarei stato a Firenze e di l a Pisa. Non avevo mai visto
il Mugello; ma ne avevo l'imgine di un paesggio composto ed adorno,
come la prosa del Firenzuola. E il nome di Barberino di Mugello mi fece
balzar fuori la Nncia da Barberino, la quale, in realt, era una
contadina, ma quei versi di Lorenzo il Magnfico che tanti anni addietro
avevo sentito recitare, io direi divinamente, in iscuola dalla bocca
amara di Gisue Carducci, mi rifiorvano alla memria:

    I' t'ho agguagliata alla fata Morgana,
    Che mena seco tanta baronia,

e me la trasfigurvano: fata Morgana, cos prprio, che sorrise per
breve ora nella mitezza del cielo toscano. Poi la realt: la servit
della ptria.

E anche Pisa non avevo mai veduto; ma mi piaceva nominarla in latino:
_Pisae-Pisarum_, e la vedevo con tante galee antiche; uree, rosse su
per l'Arno azzurro: e il cimitero di Pisa non avevo mai veduto, e lo
vedevo come un gran porto silenzioso e adorno, dove approdvano coloro
che avvano navigato.

Allora domani andremo a Pisa.

Era questione di far venr sera nell'interminbile giornata di
Scaricalsino, poi chidere cchio, la notte.

Mi fu indicata l'osteria del Ramazzotto; e quell'ostessa mi assicur che
in un'ora mi avrebbe preparato delle tagliatelle, e un pollastrino su la
graticola.

-- Lei, intanto, -- disse -- vada a vedere i monti.

Ripresi il cammino per sentieri e prati attorno a Scaricalsino. Vecchie
e donzelle erano ancora accoccolate sui greppi a intrecciare la pglia.

C'era la _donzelletta_ e c'era la _vecchierella_ incontro l dove si
perdeva il sole oramai, come nella poesia del Leopardi. Ma allora capii
perch Leopardi si annoiasse tanto a Recanati, sino al punto da fare, a
vent'anni, della filosofia su la donna.

Quelle feminette lavorvano in silnzio, immbili, con rpido muvere
delle mani. Non so perch quelle mani pure, ma sdice, mi fcero venire
in mente le mani impure di quella cortigiana, laggi al caff
dell'Arena.

S, ella levndosi, mi aveva sussurrato, Venite!, offrendomi
indifferentemente il resto della sua notte immonda.

Ed io la avrei anche seguita: ma era l'alba, l'ora delle cose pure,
l'ora che i bimbi drmono ancora. E poi c'era quell'_arrire-got_ di
fgato con cipolla.

L'ostessa aveva apparecchiato in una spcie di giardinetto con una
grossa tovglia spighettata, che sapea di fresco odor di lavanda, e vi
avea posato un fiasco di vino bianco, che pel collo sottile aveva le
graziose bollicine, che andvano su e gi. Gran quiete e solitdine. E
allora pensai a quell'antica istituzione che rano i conventi antichi:
una specie di fortezza spirituale, dove i flutti mondani si venivano a
frngere. Quivi oh, lievemente vvere, trascrrere _caldi e geli_!
Ebbene, quando sar a Pisa, domander in una biblioteca, il _De cio
religiosorum_, che non avevo mai letto.

                                 *

Malauguratamente nel giardino c'era una pianta di gardnie, e tutta la
colpa fu delle gardnie. Nei rossi vsperi davanti al teatro dell'Arena
del Sole, a' bei tempi, si vendvano gardnie.

In verit non bstano i conventi, ma  necessria la rinncia, anche
alle gardnie; e invece ne spiccai una ed immersi tutto il naso in
quella freddezza dei ptali carnosi sino a spezzare i ptali e a far
nera la gardnia.

Intanto l'ostessa aveva portato in tvola le tagliatelle.

-- Ma che mostruoso piatto -- dissi. -- Lei ne ha portate per due.

-- Ne mngia fin che vuole.

Molto eccellenti e toste.

Avvano un afrore fresco e quasi carnale.

 necessrio rinunziare anche alle tagliatelle.

Calava il vspero. Il vino mi fece vedere Bologna, la rossa, Bologna
d'altri tempi quando non rano sorti i deformi casamenti e il prtico
del Pavaglione odorava di felsina, e di gaggie, in quella sua composta
signorilit. E si vedvano i pochi edifici sopra i colli imminenti,
spiccvano con purit ellnica.

Poi, non so come, sentivo mormorare questi versi del pvero Severino
Ferrari:

                          Vedi?
    L'alba s'accende ed alza le ben cento
    Torri Bologna flgida a' tuoi piedi.

E Severino Ferrari richiamava Biancofiore:

    O Biancofiore, i tuoi riccioli d'oro
    Come belli dormian sovra il tuo sen!

E allora anche Carducci, cos maldestro a cantare d'amore, si commoveva
per consenso, e sospirava:

    O alti pioppi che tutto vedete,
    Dtene, adunque, Biancofiore ov'?




CAPTOLO XI.

IL SOGNO DELLA GARDNIA.


Ma quando fu notte e mi addormentai, ebbi una strana visione di sogno. 
vergognoso! ma sono stato io il Creatore della vita, degli umini, delle
gardnie? Chi era quell'uomo dalla et e dalla barba a cirri venerbile?
Pareva Leonardo da Vinci, il savssimo; o Catone l'uticense, il
moralssimo.

Ma il luogo dove il venerbile uomo si trovava pareva la Corte dei
Mircoli. Notte fonda: qualche lume, e dagli angiporti un animarsi, un
brulicare, come le cmici, di meretrici rosse, di meretrici gialle.
Uomini priapei, malviventi, cinedi. Orrbile sozzura notturna.

-- Che vuoi da me, pccola miserbile?

-- Rispettbile signore, aiutate una pvera fanciulla.

Era una creaturina sparuta, quasi senza sesso. Quale orrore! Una
fanciulla nella et in cui gli ngeli fanno con le ali velo
all'innocenza, trovarsi in cos abbominvole luogo!

-- Sei sola?

-- Ero con quegli umini che ora si allontnano laggi. Ma ora sono sola.

-- Vuoi, pccola fanciulla, che ti riconduca a casa?

-- Casa? Io non ho casa.

-- Ma tuo padre? Tua madre?

-- Padre? Madre? Non ne so nulla, signore.

-- Ti guider allora all'asilo delle fanciulle perdute, bench a
quest'ora antelucana, grino per le vie le gurdie dei buoni costumi,
che fanno razzia delle creature immonde. Per la mia buona reputazione,
fanciulla, procedi tuttavia discosta da me.

-- Hai paura? -- domand la fanciulla. -- Ma la citt ora dorme; la gente
non ti vede. Hai paura di venire vicino a me?

Non era pi una voce infantile quella che l'uomo svio udiva: era una
voce divenuta sicura e calma.

-- Io vado avanti e tu procedi dopo di me, se tu hai paura.

Cos ella disse e andava avanti.

Il suo passo era lieve e saltellante: ora pareva pi grande, quale una
snella efeba. Come una strana scia si formava dietro il passo di lei,
nel cui vrtice l'uomo svio fluttuava.

Ogni tanto il volto di lei si volgeva in dietro con un impercettbile
scintillar di sorriso: e tutte le chiome di lei si volgvano insieme.

Era veramente lei che trascinava dietro lui. -- Fanciulla, tu sei bene
impudica! il giorno rischiara, e la tua veste  impudica. Frmati,
dimmi: non nacque il Pudore su le guance di una fanciulla?

-- Cos dcono -- ella disse, -- in fatti, i libri degli umini: una bella
fanciulla ti dar altra risposta.

Le vie della citt rano ancora deserte; e tutte le finestre chiuse: ma
dietro quelle finestre a lui sembrava di scrgere mille e mille sguardi:
tutti, ah, tutti vedvano.

-- Oh, ma io non ti toccher, fanciulla, e se tu entrerai in qualche
luogo immondo, io non ti seguir.

-- Ma se fossimo in luogo dove non fosse pi nessuno, nessuna abitazione,
nessuna curiosa pupilla umana, nulla fuori che me e te, tu mi
toccheresti.

La citt infatti era scomparsa, e la notte dava posto al sole, ed era
l'irradiante sole estivo che rovesciava di qua e di l le tnebre come
un forte iddio. Una campagna si apriva senza trccia di abitazione
umana. Salvano alte erbe, alte rose e gardnie. Ella saliva pi alta
delle erbe e dei fiori, e con le brccia nude districava le sue
impigliate chiome. Era un enorme velrio di fiori, come entro un campo
di spighe. Le mani del venerbile uomo si tsero per adunghiare quel
brccio. Ella se ne accorse, rise, disse: -- Ora hai tu perduto il
pudore.

Allora ella rallent il passo. Si lasci avvicinare.

Magnifica e veneranda ella era. Bella come Biancofiore!

Pure sorrideva dolcemente.

Abbass per un momento le grandi cglia. Stacc un tnue fermglio, e
con la mano si attolse la mammella col purpreo fiore del seno.

-- Che cosa vuoi tu -- disse ella allora tristemente --, pccolo
miserbile?

                                 *

E mi destai allora.

Sorgeva la pllida aurora. Mi levai, guardai nello specchietto. Certo
non ero io il personggio del sogno, perch io non porto barba. Ma certo
era un indivduo della spcie barbuta, la cui potenza io avevo il giorno
prima esaltata davanti a Mim.

Comunque una bella servit questa dell'uomo che domanda una mammella
quando nasce e quando muore!

Probabilmente deve sussstere un rapporto fra Biancofiore e la morte.




CAPTOLO XII.

BATTISTERO, CHIESA, CIMITERO!


Pisa, Battistero, Chiesa e Cimitero, e poi il campanile che suona; o
suonava una volta.

Le alte mura merlate, severe, nere, in questa parte remota di Pisa, si
pigano a gmito e smbrano recngere il confine di un mondo.

Battistero, Chiesa, Cimitero e la campana che chiama; tutto  marmo
bianco, su cui  passata la mano giallina del tempo: un color di cera,
un color di alabastro, come la mano dei vcchi e dei morti: tutto un
ricamo areo sul verde del prato!

Io vi giunsi sul vspero luminoso di un giorno di festa, e, per buona
ventura, quell'ngolo un po' fuori di mano di Pisa, era deserto: cio
proprio deserto, no.

Si vedvano sul verde del prato gruppi di gente, seduta o sdraiata; ma
che cosa facesse, non distinsi da prima per la lontananza.

Qui dunque a Pisa -- pensai --  lcito calpestare i _tappeti verdi_ ed
anche sdrairvisi; e cos mi accostai a quei monumenti venerandi
calpestando, ma senza paura; ed un po' percorrendo quei sentieri
marmorei, tracciati come lnee cabalstiche, sul verde, fra l'uno e
l'altro monumento. L'erba del prato non era gentilina, pettinata, rasata
dal giardiniere: ma rubesta, scura, tenace.

Attorno al Battistero, alla Torre, alla Chiesa non trovai, in quell'ora
in cui io vi giunsi, alcun tedesco col Bdaeker rosso, nessun
visitatore, nessun cicerone. Il Battistero, il Cimitero, la Chiesa rano
chiusi in quell'ora; ma parvano vvere ancora nella vita.

Quei gruppi di gente, che avevo intravveduta, rano formati di famglie
di artigiani con loro donne e bimbi. Dove cadeva l'ombra dalle mura o
dalle cpole, facvano merenda in crcchio: in mezzo, un tegame, un
fiasco, pane e frutta; mangivano placidamente, fra il loro Battistero e
il loro Cimitero. Poi i bimbi ruzzvano, e quei monumenti parvano
protggerli e non adontarsi.

                                 *

Quel Battistero, quella Chiesa, quella Torre cantante, quel Cimitero,
adorni dei pi bei segni della resurrezione, che cosa rano? Asilo e
ptria; il luogo del battsimo, il luogo delle nozze, il luogo della
pace. Una religione, insomma!

La speranza immensa abitava allora dietro queste porte. Oggi le nostre
patrie sono pi grandi, e vi sono tanti asili e tanti manicomi, con
tanta igiene, che una volta non si conosceva nemmeno. Ma questi edifici
moderni non sono belli. Perch? Perch non li ha edificati la piet; e
n anche la religione. V' bens chi dice oggi di crdere nella
_religione dell'umanit_. Ma ci possiamo fidare?

                                 *

Come fuggrono veloci quelle rsee ore del vspero! Il monte di San
Giuliano, dietro la Torre pendente, pigliava certe ineffbili tonalit
violcee. Conforto di maggior frescura, e profumo di rsine, recava dal
Tirreno la sera imminente.

Passvano intanto donne del popolo coi loro bimbi davanti alla chiesa:
li sollevvano a baciare quelle istoriate porte di bronzo, chiuse come
il mistero; e non so perch, dicvano ad ogni porta, con accorato
accento: Bello, bello! con quelle elle che squillvano come lmine
tese fra la dolcezza lamentosa delle vocali; ed i bimbi ripetvano:
Bello.

Bello, che cosa?

S, bello e basta.

Quanto pi svio baciare le impenetrbili porte del mistero, e dilungare
piamente, in silnzio, a capo chino, come facvano quelle donne,
piuttosto che urtarvi col capo, come facciamo noi! Ed allora anch'io mi
posi a riguardare quei riquadri delle porte ad alto rilievo di bronzo,
ed una figurazione pi delle altre mi attrasse: essa rappresentava un
cancelletto campestre, dietro il quale era un orto fiorito, e, dentro,
tante figurine con gli occhi levati verso il cielo.

Sotto stvano iscritte quelle parole simbliche che il D'Annnzio pose a
ttolo delle sue rime profane: _Hortus Conclusus_. E tutte quelle
figurine di bronzo, che sono gli abitanti del nostro mondo, parvano
esttiche a contemplare quello che avviene lass, nel gran scolo, nella
gran ptria di Dio. E un po' per volta divenni esttico io pure.

-- Mi accorsi allora di non ssere solo: una vcchia magra, lunga,
passava cercando con gli occhi e col tatto, l'una e l'altra porta.

-- Che cosa cercate, buona donna?

-- E ci deve ssere! L'ho visto quand'io era bimbetta, e non lo trovo
pi! -- disse come parlando a se stessa.

-- Che cosa?

-- Il pretino, veh! -- rispose.

Ella cercava tra quelle figurazioni la stria di un prete di cui era
antica leggenda che avesse rubato l'bito e la corona di gemme alla
Madonna: E un giorno -- diceva la vcchia -- trovorno il pretino
stiacciato fra le du' porte, met di qua, met di l; e allora si cap
che era stato lui. E ci dev'esser qui il pretino, e non lo trovo pi.

La buona vcchia, da quanto riuscii a capire, credeva nella Madonna e
nel mircolo, ma non credeva nei preti.

-- E se loro non vi danno l'assoluzione? -- domandai.

-- Oh, senta -- rispose ragionando come si fosse trattato di un affare
spccio e che si poteva cmpiere anche quella sera stessa --, io ho
settant'anni e pi di vita, e in settant'anni non ho fatto male a
nissuni. Possa prdere questi occhi e non veder pi i miei figliuoli se
ho fatto male a nissuni! Quando sar morta, mi bttino dove vgliono.
Poi far Dio quello che vuole di me.

-- Oh, buona donna, siate certa che porteranno anche voi l, nel
Cimitero....

-- Oh, l non seppellscono pi nissuni. Quant'anni  che non
seppellscono pi? Ma gli scienziati -- interruppe poi gravemente -- ci
hanno diritto.

-- Gli scienziati soltanto? -- domandai -- ed i poeti, no?

Scienziati voleva ella dire, cio i saggi, cio quelli che sanno le
cose che non si vdono. Mi diede la buona sera, e si allontan per uno
di quei raggi bianchi che lineavano il prato scuro.

Quella donna  nobile certamente -- dissi a me stesso seguendo con lo
sguardo la sua magra figura; -- non sar contessa o marchesa: ma nbile 
certamente! Ammette qualche privilgio per gli scienziati e per i poeti.
Si rivolge al suo Creatore senza interposta persona: Ecco, o Dio, a te
la mia nima.

Domattina avrei trovato tutto aperto: la chiesa e il cimitero. Ma non
era il caso di ritornarvi. Il trionfo della morte dell'Orcagna, con quei
cavalieri che si arrestano davanti alle bare, lo vedremo quando che sia.

                                 *

Mi avviai io pure. Non era cos caduta la sera che alla luce ancora
sospesa nell'aria, non distinguessi in una piazzetta, deserta allora, un
edifcio di nbile fattura antica, da gmine scalee esterne aggraziato,
le quali sul chiuso portone in alto si congiungvano.

Una scritta dicea: _Scuola superiore di magistero_. Una sttua marmrea,
guerriera, dominava la solitdine della piazzuola. Deve ssere -- pensai
-- la simblica Minerva, dea della sapienza, perch questa  la casa
della sapienza. Ve ne sono anche altre in Itlia: ma questa  una delle
case pi pregiate. Qui studi, in fatti, Gisue Carducci, il quale fu
come tu vuoi, o Minerva: cio fu sapiente e fu guerriero: e anzi voleva
che i professori fssero i guerrieri della nuova Itlia. Quando mor,
l'hanno rivestito di abiti pontificali con gran riverenza; ed ora con
grande irriverenza lo vanno spogliando anche delle fglie del santo
alloro. Minerva, Minerva immortale, non esiste pi la immortalit?

E mi appressai alla sttua marmrea. Ohime! Non era la divina armata
Pllade Atena. La sttua era bens loricata, ma non era Atena. Era uno
dei tanti imbelli prncipi medcei, agli rdini di casa d'Astria e di
Spagna, che pittori e scultori vestvano, nel Seicento, da guerrieri
romani, s che finivano per essere creduti guerrieri veramente romani.

Minerva, vedete -- mi disse il sedentrio personggio marmrio -- ha
l'inconveniente di inoculare la sapienza agitante. Qui si fbbrica
invece la sapienza riposante.

Allora per la gmina scalea di quella scuola mi parve di vedere salire e
scndere una quantit di contributi, saggi, ricerche, congetture: una
spcie di un altro cimitero.

Antiquria! Con tutta la precisione dei moderni sistemi; ma antiquria.

Mi venne, allora, in mente Giacomo Leopardi quando giovinetto usc dalla
biblioteca paterna e si rec in Roma per cercarvi la vita, e trov
invece che tutto in Roma era _antiquria_. Guai a lui se alla gente
romana egli avesse detto: Io son poeta, io son colui che sent _il suon
dell'ora_ e le _voci dell'infinito_. E se avesse detto: Io son colui
che dall'antiquria dedussi il verso: _Io solo combatter, procomber
sol io_, la gente antiquria di allora avrebbe esclamato:  pazzo
costui?. Eppure per quel verso noi lo chiameremo _Liberatore_.

Potr io rinchidermi in una biblioteca, come in un chiostro dalle
spesse mura e dilettarmi dell'antiquria, o, sopra un bel leggo,
lggere il _De cio religiosorum_: potr io godere nel non sentire pi
l'ossgeno della vita: ma per i giovani, no! Esiste negli anni givani
un servzio militare obbligatrio. Non sar pi -- come si va dicendo --
il servzio materiale delle armi, ma veramente, comunque, pei givani
_militare, navigare est necesse_!

                                 *

Una luce violenta mi abbagli. Ero arrivato presso i Lungarni. _Bars,
buvettes_ cinematgrafi con le slite proiezioni deformi o grottesche,
caff all'aperto, gran folla, gran luce elttrica. Mi accostai al
parapetto del fiume e vi rimasi finch l'ltima luce rossa del tramonto,
sospesa su le acque, disparve.

                                 *

Al mattino mi levai presto, e andavo lungo le rive dell'Arno. Il mattino
rugiadoso tremava di un plpito di giovinezza. La riva dell'Arno era
deserta in quell'ora, e mi si anim per una fantasia d'altri tempi. Una
cavalcata orgogliosa risale le sponde dell'Arno: Lord Byron, la
Guccioli, la leggiadra contessa, poi altri gentilumini, poi il corteo
dei servi in gran contegno. Dall'alto dei lcidi palafreni quegli
stranieri gurdano l'mile gente, gurdano le onde cilestrine del fiume,
mmore delle glrie di Pisa. Ma ora, _Rule Britania_. Le galee di Pisa
non ci son pi. Britnnia impera sull'onde.

Girgio Byron, pllido orgoglioso poeta britanno! Peregrinava per le
citt gi imperiali d'Itlia: Venzia, Ravenna, Pisa, che allora erano
le citt del silnzio. Vvono i santi e i mrtiri sui mosici d'oro a
Ravenna e vvono i pini in Ravenna; scintilla cilestrina l'acqua
dell'Arno. Ma l'Itlia  nelle sue grandi arche marmree. Quante arche
all'aperto, fra gli sterpi, in Ravenna! Napoleone  morto a Sant'lena,
il tricolore  stato sepolto anche lui. Sull'Itlia ora  stesa una
dura, bianca assisa austraca: il papa benedice la morte d'Itlia. E
allora discsero in questa ptria i givani poeti oltramontani, figli
delle lor ptrie potenti. Venvano ad inspirarsi visitando le belle
regine morte: Roma, Venzia, Ravenna. Quale volutt! Avvano seco le
belle loro arpe romntiche, e questo cimitero d'Itlia era quello che ci
voleva per riportare in ptria gloriose canzoni.

Quali tocchi alle loro arpe romntiche! E bello, con inanellata la
chioma, azzurre le pupille, venne Lord Byron e chiam l'Itlia: Nobe
delle Nazioni. A Venzia le belle donne, dai nomi dogali, elevvano
troni a lui, per lui degnamente accgliere. A Ravenna, quasi staccata
dalla processione delle spiritali mrtiri esngui, nel musico d'oro di
Sant'Apollinare, venne a lui incontro Teresa Guccioli, la contessa.

Ma ella era tutta di carne, era tutta palpitante, e ti si disciolse fra
la brccia. Sentisti tu, o poeta, nell'allacciamento di lei la volutt
come se la morta Nobe rivivesse e ti baciasse in prmio della piet che
tu avesti per lei?

La morta Nobe rivivr!

Pineta di Dante, pineta del Boccccio! Batte il mare ai tuoi mrgini, e
il cielo vi trasporta, al tramonto, fulgori orientali, e allora le
chiome dei pini si colrano di sngue. Le mrtiri in fila hanno un
insensbile moto di vita: dall'bside azzurra di Santo Apollinare in
Classe, Cristo, possente e givane, pare in atto di levarsi e dire:
Risorger! La morta Nobe rivivr!.

Quale amore, o Girgio Byron!

Ma poi tutto si fa cupo e sanguinoso: prima  il rogo del poeta Shelley,
da te acceso, o Girgio Byron, in fccia al Tirreno; poi  la tua
givane morte, erica, come un'espiazione, a Missolungi. Come in
un'antica tragdia! Perch tu, o felice poeta, ricercasti la tua morte?

E allora mi venne incontro un'imgine evanescente, quella della tua
bimbetta, o Girgio Byron, che tu avesti da altra donna, e che tu quasi
abbandonasti in un convento di Romagna.

Di lei pi nulla si sa, pi non si parla, e pure mi pareva che la sua
imgine mi venisse incontro di l dove _agli innocenti si risponde_.

Quale strano nome tu le imponesti! Ma era un nome itlico: Gaja?
Letzia? Alba? Allegra? S, Allegra, tu la chiamasti cos: ma ella mor
da te lontana, e aveva cinque anni, in quel convento di Romagna. Morta
la tua pccola gaiezza! morta la tua letzia, la bimbetta tua! Perch 
morta? e di qual male  morta? e dove adesso ella ?

Le mnache di quel convento la chiamvano _la fglia dell'inglese_, e
questo  quello che esse ricrdano di lei: aveva gli occhi azzurri, i
capelli neri, le manine affusolate. Aveva nome Allegra, ed era fglia di
Lord Byron. Era buona e gentile ed era la nostra grzia.  morta, non
sappiamo di qual male.  morta. E poi che ella fu morta, venne un uomo
di terra lontana, alto della persona, coi capelli inanellati e gli occhi
azzurri. Si sentrono forti grida nel monastero. Milord piangeva perch
era morta la sua creatura. Fu composta in una ghirlanda di fiori, fu
deposta in una tomba, e il padre incise il motto: Io andr a lei, ma
lei non torner a me.[4]

  [4] Vedi il raro opscolo di Emlio Biondi, _La figlia di Lord
  Byron_, Faenza, tip. Montanari. Byron dett l'epgrafe: In
  memria di Allegra, figlia di G. Q. Byron, che mor a
  Bagnocavallo in Itlia, il XX aprile MDCCCXXII, in et di anni V
  e III mesi, e vi appose il motto biblico: _Io andr a lei, ma
  lei non torner a me_.

Non so perch una gioja di pianto allora mi ravvolse. Mi pareva che
veramente ci fosse il paradiso per gli innocenti: e la pccola
inanellata Allegra io la vedevo che si sollevava ridente sopra le
mnache morte; ella diceva: Io sono la pccola Ifigenia!.

E fu dopo di allora che il poeta corse alla sua morte. Certo tu non
l'hai lasciato per iscritto, o poeta, perch soltanto alla morte e non
alle muse si confdano le parole supreme.

                                 *

Le acque dell'Arno corrvano continuamente; e altre parole supreme mi
vnnero incontro. Perch fu a Pisa che la lttera del padre Monaldo
Leopardi raggiunse il figlio Gicomo. A Gicomo Leopardi nessuna venust
della persona, nessuna volutt, nessun onore in vita! Gicomo Leopardi
aveva fuggito il padre e la gran casa di Recanati, come una maledizione.
Ora egli dimorava in Pisa, e qui lo raggiunse quella lttera del padre
Monaldo, scritta da Recanati, il 16 mggio 1828, che gli annunciava come
l'_ngiolo della morte era passato sopra la sua casa, inalberando lo
stendardo del pianto_. Era morto Luigi, il givane fratello di Gicomo.
Diceva Monaldo: _la morte spezz la corona delle givani olive che rano
l'allegrezza e il decoro della paterna mensa_. Quali parole!
_Allegrezza, givani olive, paterna mensa!_ Che cosa era in confronto la
glria ricercata dal fglio? Egli cercava la glria e la sapienza, e
incontrava sempre la vanit. Quello e non altro che gli scriveva
accoratamente, timidamente suo padre in quella lettera: _Gicomo mio,
salvimoci. Tutto il resto  vanit!_ Forse quel _salvimoci_ pu
sembrare grottesco; ma fu destino del conte Monaldus de Leopardis, in
parrucca e spadino, gi nel secolo XIX, parre grottesco; eppure se il
padre e il fglio frono divisi nella vita, io li vedevo congiunti nella
morte.

Tutti morti nella giovinezza, Byron, Shelley, la pccola Allegra,
Leopardi: ma una imgine perdurava nella vita: impinguava, deformemente
impinguava. Chi? La contessa Guccioli.

C' il barone Hbner che nelle sue _memrie_ parla di una decrpita dama
alle Tuileries, obesa e semi-idiota, a cui per tutti rendvano onore di
curiosit, perch era stata l'amante di Byron.




CAPTOLO XIII.

LA PUPA, IL PRETE E LA GUERRA.


Una elegante donnina che andava su e gi a passettini stretti sotto la
tettia della stazione di Pisa,  salita anche lei nel treno dove sono
salito io. Non  sola; ma con un grosso vistoso signore. Adesso ella sta
seduta: io la posso contemplare in tutta pace.  bella? chi lo pu dire?
Il suo volto pare ricavato per opera di un bile gelatiere da un
sorbetto di crema alla vanglia, con ricami di cioccolata ed alchermes.
I suoi occhi sono lineati ad arte; e rimngono immbili e stpidi: deve
essere giovanssima; un'adolescente ancora. Questa adolescenza e quegli
artifici di vcchia cortigiana pertrbano. Il suo crnio pccolo sta
incapsulato, gi sino alla nuca, in uno di quei cupolini che ora sono di
moda: dalla nuca si drizza pur una penna, alta quasi come lei. Una
spcie di casacca, lievssima, mpia, color granata, le sta aperta sul
petto, dove una mussolina aderisce cos finamente che smula
l'epidrmide. La gonnella a sghimbscio lscia esposte due scarpette
laccate, affusolate, mnime: la trama delle sue calze  cos lieve che
si direbbe senza calze.

Non giunge n meno ad essere invereconda e scomposta: anzi rimane
composta. Un grosso mazzo di viole le sta fermato sul petto: un grosso
manpolo di rose thea, di rose purpree ella ha posato sul cuscino
rosso. Vien la vglia di soffiarci sopra, e farla fuggire dal finestrino
quella fmmina perturbante.

Ne sono perturbati un po' tutti.  una ressa di gente, enorme, anche in
prima classe: grossi maschi, grossi sottotenenti bellssimi affllano il
passggio del corridoio, sbrciano, ntrano:  il mattino d'estate,
l'ora dei formidbili appetiti.

Lei non si muove; il signore che  con lei, le fa segno di restrngersi,
pare su le spine, ha gli occhi fuori della testa.

Oh, ma quei signori sono tutti cortesi, quei bellssimi imberbi dei
sottotenenti sono di una cortesia spaventosa. La signorina non si muova,
le rose thea stano sedute: staranno loro, i sottotenenti e i tenenti,
in piedi. Stanno in piedi: mstrano ridenti bianchi denti.

Mi pare che la vgliano mangiare.

La graziosa pupttola gira attorno la serenit dei suoi occhi idioti, e
sembra dire: Io mi lascierei anche mangiare. Ma come si fa?.

Oh, grosso signore, con gli occhi fuori della testa, proprietrio o
usufrutturio di quella adolescente femminetta, ringrzia il tuo santo
protettore che noi viviamo in un tempo pieno di civilt, perch in
verit, se vivssimo in un'et primitiva, tu correresti un quarto d'ora
un poco terrbile.

                                 *

Ma che si aspetta per partire? Si aspetta il diretto da Roma. Ecco,
arriva finalmente; strscia, brcia su le rotie un lungo treno. Si
ferma: il treno porta con s tutto il vrtice, tutta la plvere della
lunga corsa per la deserta Maremma: la mcchina sembra bttere i
fianchi, anelare. Grdano i giornali di Roma: _La Tribuna_, _Il Giornale
d'Itlia_.

Si parte, alfine.

ccoci fuori della tettia: si respira.

Ride la campagna nella gran primavera del lglio fiammante. Cimitero,
Chiesa, Battistero di Pisa, addio per l'ltima volta.

Io ritorno ancora con lo sguardo dentro lo scompartimento: la gente  un
po' sfollata, si  messa a posto: tutti hanno i gran fogli dei giornali
spiegati: _Tribuna_, _Giornale d'Itlia_.

Tutti lggono: anche la giovinetta legge, o almeno le sue manine tngono
il fglio spiegato, ed io vi posso lggere in grande queste parole:
_Orrbili crudelt blgare. Alcune madri vdero i loro figlioletti
gettati dalle finestre su le baionette dei soldati_.

I grossi maschi, che vanno su e gi pel corridio; due signori, che sono
seduti nello scompartimento, tngono anch'essi lo stesso giornale in
mano: le loro pupille pssano con indifferenza dai _bimbi gettati su le
baionette blgare_, a quella femmina provocante.

Gli orrori della guerra balcnica?

Certamente gli orrori della guerra balcnica sono lontani da Pisa. Ma si
vede prprio che l'amore verso il prssimo, comandato da Ges Cristo, 
diffcile. Si direbbe anzi che la difficolt aumenti in ragione del
quadrato della distanza. Io mi trovo in tasca un _Corriere della Sera_,
e con molta sorpresa leggo che gli orrori della guerra frmano oggetto
di un artcolo dell'illustre Luigi Luzzatti. Il suo artcolo 
intitolato cos: la nostra felina umana natura. Grave!

L'illustre e venerando filsofo si dichiara molto dubbioso a rispndere
a questo problema: _se la bont sia all'altezza del nostro
incivilimento materiale_. Ma che succede? Una ventata di pessimismo
passa anche per il cervello, sempre in perfetto bilncio, dell'onorvole
Luigi Luzzatti? Sembrerebbe che s, e la cosa mi fa dispiacere perch
non vorrei che gli dovesse far male. Un uomo che non ha mai dubitato
della nobilt dell'umana natura, dubitare ora in cos tarda et? Gli
potrebbe far male. L'ottimismo non  soltanto una filosofia, ma anche un
eccellente digestivo.

                                 *

Ecco il diretto si arresta: Viarggio. Oh, finalmente! Il proprietrio
della bella bmbola si affretta a chiamare dal finestrino: Facchino,
facchino.  impaziente di scndere. Consegna valige, grosse valige,
scatoloni. Gira, per, ogni tanto la fccia congestionata verso quella
sua femminetta. Ella  fresca come un gelato; e non  mica infondato il
sospetto che quei grossi imberbi degli ufficiali non bbiano diritto di
rinfrescarsi un poco al contatto di quel gelato di carne. Affare srio
anche questo della propriet! Ma non succede nulla. Il grazioso balocco
pei grossi bambini si alza placidamente: alzndosi, lscia cadere a
terra il giornale _coi bimbi infilzati_: raccglie solamente le rose,
discende piano, con grzia, con ambile stento.

L'alta penna ondggia su la folla, densa alla stazione di Viarggio.

Molta gente  discesa a Viarggio: il treno  quasi sfollato. Si
riprende la corsa. Le Alpi Apuane prono in fondo il loro scenrio
bianco di marmi. Sento con emozione gridare un nome: Pietrasanta. Qui 
nato Giosu Carducci. Mi pare che tutta la gente debba guardare, debba
dire: Dove  nato Giosu Carducci? La gente non dice nulla.

                                 *

Perch ho preso questo deserto pccolo treno che da Sarzana va a Parma?

Non lo so. So che sono padrone di tutta la prima classe. Oh, verdi valli
della Magra dalle cilestrine acque, dai tranquilli gorghi! che nostalgia
di solitdine, di pure acque, di profondi boschi, di paesggio con poca
gente! Ma dopo due ore che il treno saliva, mi venne in mente che, poi,
avrebbe cominciato a scndere.

Cos avvenne che mi trovai a terra.

-- Guardi che il treno parte sbito.

-- Rimango.

Fu per tale ragione che sono disceso a Borgotaro, luogo deserto fra i
monti. Ma dove  Borgotaro?  lontano dalla stazione. Deserto e
solitdine l dove io ero. Ma cosa fare l? Forse che noi siamo come il
pssero, che non si pu staccare dagli umini omicidi?

                                 *

Il paese di Borgotaro si disegna a corona, distante circa un chilmetro
dalla stazione. Un nastro di strada, larga, bianca, vi conduce. Mi
avviai piano piano. Quando fui a met circa della via, mi sorprese una
casa nuova, dove tutta la facciata era occupata per il lungo da una
scritta cubitale, con cartteri neri su lo sfondo bianco della fscia: e
la scritta diceva cos: senza Dio noi non siamo nulla.

Questa curiosa scritta mi ha fermato l per qualche tempo. Certo che non
 fcile dichiarare che cosa siamo venuti a fare al mondo: a far nmero?
a dar commrcio? a godere -- come mi diceva tristamente una signora: io
vglio godere!?

Invece quando si ammette Dio, la risposta viene bene: -- Siamo venuti al
mondo per amare e servire Dio, e poi goderlo in paradiso.

La difficolt sta tutta nella prima parte: crdere in Dio. Ma non c'
dbbio che il proprietrio di questa casa  un santo o qualcosa del
gnere affine.

Borgotaro!

Borgotaro triste, cadente, diroccato borgo, chiuso nelle mura
dell'antico castello. Come fa la gente qui a consumare le ventiquattro
ore dell'esistenza giornaliera? Io non ci potei consumare due ore. Mi
ricordai che presso questo castello pass negli anni 1494 Carlo VIII, re
di Frncia, quando mosse alla conquista del Reame di Npoli.

Il merggio divampava ardente fra il silnzio dell'Appennino. I bimbi,
infilzati su le baionette blgare, mi chiamrono alla mente il re Carlo
VIII, con la lncia alla cscia, che infilzava l'Itlia. Federico
Nietzsche diceva: Benssimo! e l'onorevole Luigi Luzzatti diceva:
Oib!.

Queste stravaganti fantasie mi ballvano dolorosamente nella testa in
quel merggio. Tutt'effetto di nervi non riposati. Se avessi riposato la
notte a Pisa, il pensiero doveva essere questo: Dove  un'osteria? dove
si mngia bene a Borgotaro?

Me ne tornai indietro da Borgotaro senza far colazione, in compagnia di
un vcchio lavoratore che incontrai per via. Gli domandai -- come vi
passammo davanti -- a chi apparteneva la casa su la quale era la scritta,
Senza Dio noi non siamo nulla.

-- ccolo che vien fuori adesso -- disse il lavoratore.

-- Quel prete?

-- S, quel prete.

In quel punto, dal cortile usciva un biroccino, tirato da un cavallino
asciutto, brioso, che nitriva allegramente. Il prete, che occupava col
suo gran corpo il pccolo sedile, non aveva affatto l'aspetto di uomo
nato per la rinncia. Era un forte, vigoroso uomo.

Appena fu su la via, mosse le rdini e il cavallo scapp. E il
lavoratore si sberrett.

Disse poi il lavoratore:

-- Questa casa  sua, quel prato  suo, quel campo  suo.... Anche quei
campi l son suoi.

-- Allora  tutto suo.

-- Ah s, se camper molti anni, tutto il paese sar suo.

Il lavoratore cominci a querelarsi perch il prete godeva, in terra, il
paradiso. -- Chi sa poi se ci sar anche quell'altro paradiso? Lui, il
prete, dice: Badate a quello che diciamo e non a quello che
facciamo.....

-- E non vi pare giusta?

-- E a lei pare giusta? -- domand a sua volta il lavoratore.

-- Non mi pare giusto -- risposi --, ma non si pu nemmeno pretndere che
ognuno viva secondo la prpria prdica. Ma sapete, buon uomo, che molti
per vvere secondo la prpria prdica sono diventati cos magri, da
sembrar trasparenti, oppure sono finiti in manicmio? -- Ma nella casa
del prete, -- domandai osservando mglio -- c' anche un'osteria.

In fatti sopra la porta c'era un cartello che nell'andata non avevo
veduto, e diceva: Salumi di Parma e vino nostrano.

Come si pu combinare -- io pensavo -- la prima scritta Senza Dio noi non
siamo nulla con salumi di Parma e vino nostrano?

Io al vcchio lavoratore volevo spiegare quel poco che so del mistero
della creazione. Vi sono gli umini divoratori, cos per istinto, come i
rondoni, le talpe, i pescicani, sempre in moto con le fuci spalancate.
Napoleone non diceva, e lo confessava come una sua malattia, che per lui
la guerra era un istinto, come per il violinista suonare il violino? Che
farci, vcchio lavoratore? Distrggere i divoratori, i pescicani? C'
tutto un partito che ha questo programma, e poi? Pensavo alle talpe. La
talpa  il lrico della fame:  capace di mangiare pi volte il suo
peso: ha denti e artigli formidbili per la distruzione. Distrugge in
fatti le radici delle piante, e i contadini quando trvano una talpa, la
uccdono, anzi ne fanno estermnio. Se non che la talpa non mngia le
radici, le rompe soltanto per poter cos dare la cccia sotto terra ai
vermi e alle larve di cui  insazibile. Distruggiamo le talpe? Non dico
di no, ma allora la terra  invasa dagli spaventosi insetti infiniti,
nati dalle larve; e il rimdio  peggiore del male! Pensi, volevo dire
al lavoratore, che in alcuni paesi si fa commrcio non solo di talpe, ma
di animali anche pi immondi, come rospi, bscie, per salvare la
agricoltura, e distrggere le bestioline pccole con le bstie pi
grosse. Finora non c' rimdio migliore. Il nostro torto filosfico  di
considerare gli umini per umini; che se li considerssimo come
animali, dovremmo ammttere che _mgio de cuss no la poderia andar_.

Ma questo ragionamento era troppo complicato e mi accontentai di pagar
da bere al vcchio lavoratore.

                                 *

Aspettai alla stazione di Borgotaro molte ore. Impossbile che io
scendessi a Parma!

Non volendo andare a Parma, n restare a Borgotaro, non rimaneva che
rifare la via percorsa, ed alla sera ero a Firenze.




CAPTOLO XIV.

PCORE E UOMINI.


Linea Firenze-Faenza.

Ieri grandin: il treno correva sotto le nubi, che calavano plmbee,
grvide ancora di piggia: le cime verdi dell'Appennino le fervano, e
dallo squrcio si vedeva qualche strscia d'azzurro. Poi il treno
cominci ad ansimare lungo le rotie bagnate, su per l'erta dei monti.
Le quattro ruote accoppiate della macchina pareva avssero gran pena a
salire.

La torre di Fisole, gi scomparsa nel fondo dell'orizzonte, mi rideva
ancora nel cuore, melanconicamente: Dante, Itlia, Firenze, cuore
d'Itlia!

Giallore di ginestre fra le genghe dell'Appennino; e guardando in gi in
fondo ai viadotti, si vedvano gore lustreggianti; e in fondo ai botri,
e su per le aree pendici si vedvano bianche pcore in piena pace
pascenti.

Sotto il riparo di una schggia, ecco due pastorelli si riprano dalla
piggia. Fanno con le manine Addio, addio al treno: sorrdono: soli,
piccini, tranquilli fra quei gran monti paurosi.

Ma le pcore, ma qualche mcchia pi bianca lass fra i querceti -- rano
mucche e buoi -- non lvano nemmeno la testa.

Chi lo ha detto? San Paolo, mi pare; e di poi l'hanno ripetuto i padri
della Compagnia di Ges: Gli umini sono pcore, e le pcore non
potrbbero salire al monte senza cozzare insieme sino a precipitare gi
nel burrone, se il pastore, cio la provvidenza, non le vigilasse.

Ma guardando quelle pcore pascenti non mi parve che esse avssero
bisogno del pastore. Esse brcano oggi in divina pace fra questi monti;
come trecento, come mille anni fa. Le nubi minacciose ed orlate di nero
scndono dal cielo; ed esse brcano in pace!

Bello questo paesggio aspro dell'Appennino: esso  rimasto forse come
era pi di mille anni fa, quando i messi di re Alboino, dopo tanto
cercare, vi trovrono alfine la Marcolfa col figliuol suo Bertoldino:
paesggio immoto nelle et, attraversato adesso da questa carrozza di
ferro, coi sedili imbottiti di velluto, il lavamano e le lampadine
elttriche.

Forse il pastore  necessrio per gli umini.

Una gran tenerezza mi trascinava dal treno fuggente verso quei
ruminanti: coperti di vello duro, brucanti gli odorosi mentastri,
beventi acque pure, digerenti con quattro stmachi: se non ci fssero i
lupi e i macellai, per. Curiosa stria! Si legge dell'uomo questa cosa:
che dopo aver trovato quella sua clebre definizione: _cgito, ergo
sum_, ha poi desiderato di ssere come le pcore!

Strano  anche come i vecchi castelli, i vecchi borghi si confndano con
il colore delle rocce. Le torri smbrano ricami della terra: tutto si
confonde nella terra.

Nelle curve si vede il treno che, ruggendo, si disvncola dalle strette
dei monti. La mcchina -- a fissarla lungamente -- sembra, con quel
penncchio di fumo e quell'lacre moto dei suoi organi, che vada animata
da una sua volont. Certo  un'illusione dell'cchio perch  l'uomo che
ha creato la mcchina. Per questo contnuo creare mcchine e mcchine
non pu darsi che porti via un po' d'nima all'uomo per darlo alle
mcchine? Se la natura ha dato quel tanto e non pi....

Il treno si  liberato dai monti. Precpita.

Brisighella: siamo gi in pianura: pochi chilometri ancora, e poi
Faenza.

Sopra Brisighella in cima a tre collinette si sono rifugiati una torre
merlata con l'orolgio, una chiesina, un minscolo castello: un, due e
tre, su le tre collinette. Una fila di cipressetti li congiunge, che
pare un ricamo nel cielo.

Quelle tre cosine saltano sempre i treni che pssano.

Faenza! Ecco noi siamo arrivati in Romagna, e per l'appunto in quella
citt che fu chiamata l'Atene delle Romagne, in quei tempi in cui con
molta facilit si concedvano queste onorificenze di Grcia e di Roma. I
superiori che allora comandvano in Itlia, trovvano, anzi, questi
balocchi molto tili.

Scendo dal treno.  l'ora del vspero. Due, tre, parcchie donne
pedlano ardite e un po' scomposte, sul largo piazzale della stazione.

Oh! Romagna, dolce paese democrtico!

                                 *

Oh, Romagna, generosa Romagna, forte ed ospitale Romagna! Io non dico di
no. Ma dal tempo in cui l'Iprbole mi ha privato del benefcio della sua
protezione, io non godo pi la giia di questi attributi alla forte
Romagna. Io non ammiro pi le vostre risolute bestmmie; io non poso pi
volentieri le labbra sul vostro ospitale bicchiere. Quanto alla
democrazia,  un altro affare. Nel tempo che vissi in Romagna, fui molto
avvilito a sentirmi sempre interpellare con un: _Puvrin!_. Poverino,
qua; poverino, l! Lo dicvano per modo di dire, e gentilmente; e certo
bene considerando, tutti noi siamo poverini. Sar democrtico quel
poverino, ma  seccante. E poi perch ai cavadenti di piazza, ai
tenori, ai ricchi proprietari di cavalli non dcono _puvrin_?

Ma il vero  che io quella sera non avendo aspetto n di cavadenti, n
di tenore, n di proprietrio di cavalli; e d'altra parte ricordvole di
quell'esasperante _puvrin_, era molto incerto sul modo di entrare in
citt, e presentarmi ad un albergo.

Ora capisco tutta la tua intuitiva saggezza, egrgio givane della ditta
_Dark und Sohn_, che mi offristi cos tili, bench tardivi precetti,
nella gita Bologna-Scaricalsino!

Bisognava tuttavia escogitare un qualche espediente per isfuggire
familiarit democrtiche. Mi venne in mente una deplorvole finzione, e
l'ho adoperata, quella sera.

Ho simulato cio di ssere tedesco, svzzero, che so io; tutto fuor che
italiano: poche parole dure, sempre molto impettito, e mai sorrdere,
perch il sorriso  la pi pericolosa forma di dimestichezza.

                                 *

La cmera che mi fu offerta era una grande, bella e fresca cmera con
buonssimo letto.

Quanto ai mbili, era un'ingnua contaminazione del conforto moderno con
antichi arredi che oggi sono chiamati di pssimo gusto, cio angioletti
di gesso, frutti di scagliola, tappetini fatti con ritagli di stoffe:
tutte cose che si consrvano nelle vcchie case di Romagna, la quale 
piuttosto conservatrice bench bbia fama di ssere rivoluzionria.

Ispezionai rigorosamente.

-- Questo, orrbile, cos'? -- domandai al proprietrio, indicando alcune
chiazze nere, su la parete contro al lavamano.

-- Mah! Quando si lvano -- disse bonariamente --, invece di scostare il
catino, bttano tutti i sbruffi dell'acqua sporca sul muro. Sicuro gi
che l' poca pulizia!

-- E quest'altro, pi orrbile, cos'?

Il brav'uomo allarg le brccia:

-- Lo crede, el me signor -- disse, -- che ho fatto imbiancare tre volte da
quando che sono qui! E ho fatto mttere la sputacchiera apposta, come
usa adesso. Macch! loro trano al bersglio. E gente che a vederla pare
pulita; forestieri, gente come lei, che non si direbbe! Guardi mo'. -- E
addit tutti i punti cardinali della cmera. -- Come si fa? Ci vuole
pazienza.

-- E questa coperta del letto la chiamate bianca voi?

-- Sangue della Madonna, -- esclam -- l'abbiamo cambiata ieri. Si
pulscono le scarpe, _sti boja_!

Dissi:

-- Molto sporchi i tagliani!

-- Tutto il mondo  paese, caro il mio signore -- rispose con
rassegnazione. -- Vuol dire poi che chi  sporco per un verso, e chi 
sporco per un altro.

Poco dopo sentii bttere discretamente all'scio.

-- Cosa volete?

-- Scusi sa, ma c' il nome e cognome da mttere. Adesso vgliono anche
questa roba qui, e ci vuole pazienza.

Tracciai sgarbatamente il mio nome con cartteri gtici, mutando la _i_
in _y_: qualcosa di incomprensbile.

Il mio spite non replic, ma mi parve che se ne andasse mandndomi un
accidente.

                                 *

Ho dormito finalmente bene: mi sono fatto aprire la finestra: il cielo
era puro, innocente: della delinquenza del temporale di ieri nessuna
trccia. La bella estate aveva ricondotto il sereno. Canti di augelli
dalla campagna, raggi di sole nascente. Come  pi bello il sole in
Romagna!

-- Un caff raccomandato, senza vostra porcheria di cicria. E i
giornali, molti giornali -- ordinai.

Ecco il caff, ecco i giornali. Pover'uomo, aveva preparato un caff
eccellente. Disteso sul letto, ravvolto nel sole e nell'ria del
mattino, io venni un po' per volta a trovarmi in quello stato di
benssere che segue al riposo notturno e a una buona tazza di caff.
Accesi il sgaro per rndere pi completa la volutt. Godiamo! come
dice quella signora, e cominciai a svlgere i giornali.

Notzie della guerra. Se ne comncia a capire qualche cosa, cio sono i
Greci ed i Serbi contro i Blgari. Gli euzoni, i palicari -- dice questo
giornale -- si buttvano contro la mitrglia dei cannoni blgari,
cantando. Allora  vero quello che disse il poeta Gicomo Leopardi:

    parea ch'a danza e non a morte andasse
    ciascun de' vostri.

_Zvio i Ellas!_ e tanto mglio.

Dunque esstono ancora gli lleni?

Dunque non  vero che i Greci sano briganti assai, come scriveva
Monaldo padre per calmare i furori erici del figlio Gicomo? Dunque la
Grcia non  morta? Botzaris dice di no. Tanto mglio! Ma chi ne sa
nulla? Spesso basta un uomo o una leggenda a far grande un ppolo.

Ma le grandi Nazioni, i grandi potentati, che da anni ed anni, a fior di
labbro soffivano per spgnere il focolare balcnico, sono un poco
sorpresi del vasto braciere suscitato laggi. Se quelle alte fiamme si
appiccssero alle vesti delle magnfiche Potenze?

La mia supposizione non  verosmile. Prima di tutto i re delle grandi
Potenze si incntrano ogni tanto, e quando si sono incontrati, bvono lo
_champagne_ e dcono: _Hoch! Zvio!_ Hurrah! Evviva! Si congrtulano
della loro rispettiva salute e di quella dei loro ppoli, e poi
comnicano ai ppoli questo messggio che _col patrocnio
dell'Onnipotente la pace  assicurata_. In secondo luogo, e a mia
memria, i ciambellani dei re dcono ai ppoli: _l'accordo  perfetto_.
E allora speriamo bene!

V' chi trova che il sistema dei re  molto costoso, e un po' fuori di
moda. Ma tutto  costoso! Anche la Giustzia  costosa, eppure 
necessria; non perch essa possa fare giustzia, ma per rndere meno
intollerbile l'Ingiustzia. E cos si pu dire dei re. Essi -- come dice
San Paolo -- sono la Provvidenza dei ppoli. Il percolo che presntano i
re  forse questo, che uno di essi vglia rmpere tutte le altre teste
coronate dei cugini re, e assicurare cos la pace senza l'aiuto
dell'Onnipotente. Aboliamo allora i re. Ma chi garantisce che i ppoli
si vgliano bene? I ppoli si mano o sono, come la matria, repellenti?

Io non ne so nulla: io amo i ppoli con lo stesso amore con cui amo i
re.

Non so perch, a questo punto, vidi davanti a me, rseo, beato, in toga
cndida, seduto su la sdia d'avrio, Csare Augusto imperator romano.
Le sue chiome stillvano ambrsia come quelle di Giove, con la mano
pontificale segnava l'amministrazione del mondo.

A quanti re e cugini aveva egli rotta la testa? per quanto sangue era
passato prima di ridurre il mondo in somma pace, e sedersi lui in pace
su la sdia d'avrio? Ma ora Augusto non portava pi corazza
insanguinata, ma un cndido manto; non pi elmo, ma una corona di
alloro. Un bel sorriso ornava la maest del suo volto, e diceva: Guerre
non pi! Caso mai si far la guerra per la conservazione della pace:
guai anzi a chi disturber la maest della pace romana! Noi d'ora in
avanti coltiveremo le lttere, le arti e le scienze, e decoreremo il
mondo di bellssime istituzioni.

E presso di Augusto imperatore sedeva un giovanetto, cndido e gentile;
un poeta di nome Virglio; il quale gli traducea con infinita dolcezza
le spaventose guerre, _rrida bella_, dell'impero, cominciando dal svio
Enea che venne da Troia, su su, sino al tempo nel quale lui, Csare
Augusto, si chiamava semplicemente Ottaviano.

Augusto ascoltava con molto compiacimento il poeta, tanto pi che la
stria del come aveva fatto per diventare Augusto, domandava non pochi
abbellimenti potici. Ma ad un tratto Augusto balz su la sdia di
avrio: un dispccio gli era venuto che gli annunciava come i soldati
romani messi a gurdia della pace, rano stati dal tedesco Armnio
tagliati a pezzi dalla guerra. E da allora, per altri tre scoli,
l'impero dovette far la guerra per conservare la pace.

Ma ecco spunt un bel giorno in cui la pace sembr assicurata
definitivamente; e ci fu perch venne Cristo, e gli ufficiali e soldati
romani si rifiutvano di adoperare la spada, perch Cristo vieta di
adoperare le spade. Sarebbe stata una cosa sublime se ai confini
dell'Impero non ci fssero stati molti Armini, i quali non conoscvano
Cristo e avvano molto sangue nelle vene. Allora un svio imperatore, di
nome Diocleziano, ricorse alle pi severe misure contro quegli
indisciplinati. Ma come era possbile punire gli indisciplinati quando
il numero di costoro superava gli agenti della disciplina? E fu cos che
un altro imperatore, svio anche lui, ma di nome Costantino, adott un
altro sistema: inquadr gli indisciplinati nello Stato. Ma dal giorno in
cui i seguaci di Cristo furono inquadrati nello Stato, essi non androno
pi d'accordo, nemmeno su la natura di Cristo.

Ah, mostruosa cosa! Conscere Cristo e non andare d'accordo! Aver
distrutto il meraviglioso impero in nome di Cristo, e combattersi ancora
in nome di Cristo!

E da allora il giro delle guerre ricominci, senza fine; e sempre per
aver pace: Carlo Magno, Carlo Quinto, Carlo Marx, unti dal Signore, unti
dal Ppolo! Chi scrive qui nel giornale queste abbominvoli parole?

_La Dio merc il pacifismo  tramontato! I givani d'oggi sono
ridivenuti anelanti di esprmere che la guerra  la realt dello sprito
umano._ Questi giornali raginano tutti della guerra con un materialismo
che desta orrore. E poi non si tratta di guerra soltanto; si tratta di
stragi! E questo  uno spettcolo barbrico, disgustoso, che distrugge
la civilt della Croce.

Ma e io? Io che qui, beato sul letto, leggo il giornale e fumo?

I danni della guerra? Come la grandinata di ieri! Tranne i pochi
colpiti, chi se ne ricorda pi oggi? Ieri il cielo era nero, oggi 
azzurro. Ieri i passerotti stvano nascosti, e oggi cntano e sltano.
Io suppongo che dopo cinque, dieci anni, i morti in guerra ritrnino
alle loro case. Essi cercano trepidanti il loro tetto, il loro letto, il
loro posto alla mensa. Oh, i benvenuti, ma un altro gi dorme su quel
letto, e il posto alla mensa  ristretto. Tornate, tornate ove
eravate!

Anche le povere mamme sono morte, frattanto.

Per, invidibile givane della Ditta _Dark und Sohn_, che non pensi a
queste cose! Io non posso tenere gi il siprio del cervello. Appena
poche ore di sonno: poi gli occhi si prono; e trovo il siprio alzato;
e i burattini della viglia contnuano la loro rappresentazione.

Guardavo con stupore fuori della finestra le verdi piante, il
bell'azzurro, i cantanti augelletti.

Via, speriamo che presto cali il siprio su tutti questi orrori del
mondo.

                                 *

Dissi all'oste:

-- Informtevi sbito, stazione, se diretto Bologna avere corrispondenza
mit Venedig.

Egli corse alla stazione e m'inform che s.

Fu in tal modo che la sera stessa ero a Venzia.




CAPTOLO XV.

VENZIA E IL TRIPPJO.


Venzia! Trionfo di Santi e di ppolo! Lo dcono le vie, cio i nomi
delle vie in quei smplici rettangoletti bianchi di calce, filettati di
nero.

Oh, bei nomi di Santi e di profeti, diventati tutti cittadini veneziani,
San Bartolomeo, San Nicolao, San Marco, San Polo! Oh, bei nomi di
Madonne, gloriose e formose! Quasi mi  parso, levando gli occhi al
cielo, di vederti, o Madonna, Madonna del Tiziano, Madonna del Veronese,
magnfica nella corona degli ngioli e assunta al cielo; e gli ngioli
festosi gitano le palme e gurdano il tuo mare, o Venzia!

Bei nomi di condottieri, bei nomi di popolani, di artieri e di arti,
hanno le tue vie, o Venzia, con dichiarazioni precise, mili ed anche
gloriose. Per esmpio questa: _Fondamenta di donna onesta!_ Mi sono
soffermato a lungo a studiare queste singolarssime fondamenta, tanto
che alcune donnette mi chisero se avessi perduto qualcosa. Risposi che
chiedevo a quale pia leggenda si riferisse quella denominazione, e dove
avesse abitato quella donna onesta.

-- _Una volta la ghe sar stada: adesso la xe andada via!_ -- rispndono.

Ecco, io penso, verr il giorno, e non lontano, in cui tutte queste
singolari denominazioni di vie perderanno di significato. A molti non
picciono i Santi; v' chi ha in disprgio il dialetto; v' chi crede
troppo smplici questi riquadri imbiancati. Allora si far come a
Milano: invece di un rettangoletto imbiancato, metteranno una lastra di
marmo con quattro brchie di metallo dorato, e in mezzo un nome moderno
con la sua bella dichiarazione, in modo da facilitare al ppolo la sua
istruzione. Sparir un po' anche il costume del vestire. Mi meravglio
come gi non sia sparito. Donne pssano ogni tanto per le calli
silenziose, vrcano i ponti: testoline brune e bionde scoperte; visetti
scialbi -- cpria fatta anche un po' con l'anemia; -- ma lo scialle nero a
gran frange, ricade dalle spalle a terra con una maest di peplo. Guarda
quella strega magra! Ha una testa dogale. Pssano; e il suono
lamentvole del dialetto, rotto da grrule risa, da interiezioni, _Maria
Vrgine!_ fa venire in mente uno stormire di rndini. Le loro gonne sono
ancora gonne mpie, nere, all'antica, e le loro scarpette sono pvere
scarpette. Cos  oggi come una volta. E i greci in gonnellino? e gli
orientali in turbante? Non vi sono pi. E dove  trasmigrato quel
vcchio cantastrie, tutto rughe, tutto grinze, che ripeteva con voce
che pareva le onde del mare, la stria della regina Cornaro, di
Marcantnio Bragadn? Deve ssere ben morto.

Vglio andare da me fino a San Marco, e vedere se mi ricordo. Ecco, mi
sono smarrito in questo ddalo di calli. V' un odorino..., ma non 
puzzo: odor di lighe dai canali verdi, di lumachini, di vecchi fndaci:
ma non  puzzo.  odore di Venzia. E nemmeno si pu dire, sporczia:
quel bucatino di bimbo, a festoncini, sospeso lass,  grazioso. ccomi
in un campiello dove pare che l'orolgio del tempo si sia fermato. Le
case sembra che stano per cadere da un momento all'altro per malattia
di decrepitezza: ma quella cappa elegante di camino le tiene su. 
lglio, e c' un ribrezzo di umidore in questo campiello; ma un tronco
di glcine, che beve la sua vita chi sa da quali morte putrdini, sale
su pel vcchio muro, lambe alcune transenne bizantine, sale su e cerca
il sole: ha trovato il sole lass su quell'altana, s' arrampicato
attorno alle quattro colonnette bianche dell'altana e vi forma un
difano padiglione di verde e di grppoli color lilla. C' una signorina
lass sull'altana con tutti i capelli biondi, sciolti al sole. Sta
assorta, con le mani a leggo: ella legge. Quale libro? _Daniele
Cortis?_ _Il Fuoco?_ Gi un tempo fu _Madonna Isotta_ e _Messer
Tristano!_ E il sole vi scherza sempre.

                                 *

Ecco il trippio pulitssimo. Pochi umini io ho in mente cos
coscienziosi e gravi nel suo ufficio, come il trippio. E perci dinanzi
alla sua bassa minscola bottega mi sono soffermato a lungo in
ammirazione. Egli si stava in piedi, alto, quadrato, sbarbato: come un
maggiordomo di grande casa: dietro stava il suo calderone di terso rame;
il suo grembialone era immacolato.

Toglieva dai fumosi bollori della caldia un po' di trippa nera, verde,
biancastra, vscida, reticolata, spugnosa; lasciava gocciolare
meticolosamente, deponeva in una tortiera ben stagnata; e quivi tagliava
con delicatezza di damina: rovesciava poi i pezzetti in una carta
bianca, spargeva il sale ed offriva ai molti avventori che facevano
coda. Sempre in silnzio! Ma forse non era mtolo, e quando la schiera
dei compratori si fu diradata, -- Gran pulizia -- dissi complimentando.

L'uomo parlava, con gravit; ma parlava.

-- _Eh, s, scior; gran pulizia a Venzia! Senza pulizia, tripa no se
vende a Venzia!_

-- Trippa lessata come a Firenze?

-- _Cognosso, son sta anca mi a Firenze. Ma a Firenze i vende soltanto
tripa de bo: qui, a Venzia, se vende carnami e tripa d'ogni sorte, e de
tute le bstie, pigore, montoni. Ma gran pulizia!_ -- e cos dicendo
prese il forchettone e si apprest a fornirmi una lezione di anatomia.

-- _Questo coso bianco, longo, per esmpio, xe...._

Basta, basta, eloquente e dotto trippio! Come tutto  melancnico e
trgico anche sotto l'tile funzione di offrire da mangiare al prssimo
per quattro soldi di trippa!

Le pcore, i plcidi buoi, i montoni, pascenti in divina pace pel verde
Appennino, queste cose certo non sanno.




CAPTOLO XVI.

PAX TIBI, MARCE, EVANGELISTA MEUS.


Sono sboccato -- dopo lunghssimo giro -- in Merceria. V' del pulvscolo
d'oro nelle Mercerie; le vetrine abbgliano: merletti, filigrane, vetri
di Murano. Ma  tutto un incrociarsi di voci tedesche:  una carovana di
genti tedesche; essa risale, io scendo. Si sffoca.

Ecco infine: piazza San Marco.  un barbglio di sole: la laguna, come
una lama immota, barbglia anche lei.

Il campanile nuovo, biancastro, sembra che guardi con occhi di albino.
Sull'ngolo della Scala dei Giganti, i sliti tedeschi ed inglesi, col
slito naso in su. I sliti piccioni svolzzano: vanno a salutare i
signori stranieri e ne ricvono il becchime; si comprtano con contegno
tanto gli stranieri come i piccioni.

Per mi sono antiptici quei troppo ben pasciuti piccioni che bzzicano
la limsina da tutti! Sono conosciuti anche in Germnia i piccioni di
San Marco ed hanno gi il nome germnico: _die Sanct-Markustauben!_

                                 *

 accaduta una cosa strana: sopra la torretta dell'orolgio, i due neri
giganti di bronzo che bttono le ore, le mezze ore col lungo martello,
si sono mossi, ed hanno battuto le ore e le ore si sono mosse. Facvano
pure cos molti anni addietro, quando ero in collgio a Venzia e allora
mi fermavo a guardare i due giganti e le ore che andvano via e dicevo:
Come  bello!. Non  dbbio che per tutto questo tempo i giganti hanno
seguitato a bttere le ore, cos: il loro martello si sposta e si muove
appena, ma adesso io sento che l'eco della campana si dilata,  immenso:
le mie orcchie hanno udito parole profonde, nere, piene di paure. Ma
due amanti, lui un giovanottone tedesco, lei una cosina grcile, sospesa
a quel suo mschio, guardvano in su come me, vicino a me, e non hanno
udito niente.... Lui gode a guardare in su, col pccolo naso e le grandi
lenti: lei dice: schn! bello! come dicevo io da bambino.

I giganti sono tornati nella loro immobilit. I due innamorati tedeschi
vanno a dare il grano ai piccioni.

Doveva ssere pi bella Venzia una volta, quando l'Adritico rignfio e
forte, pareva tener lui sollevate queste moli ricamate di marmi, e
c'rano le galee d'oro: Venzia al tempo di Pietro Aretino, ma senza
questi pennacchietti tirolesi.

                                 *

Mi sono fermato davanti a quella tomba che  sul lato orientale di San
Marco, su la quale sta scritto: _Daniele Mann_, e null'altro.

Passa una popolana con due bimbi. I bimbi si frmano: -- _Mama, chi xelo
Daniele Mann?_

-- _Quello che ga difeso Venzia nel Quarantoto. Andemo putei, no
fermeve, no perd tempo._

E poco dopo una voce suon dietro le mie spalle: -- Daniele Mann?

-- Daniele Mann? -- rispose un'altra voce, ma pareva interrogare la prima
voce: l'hai tu conosciuto?.

Mann, stavo per dire io, non Mann.

Ma voltndomi, vedo due signori cos eleganti, cos abbaglianti di
candore estivo che il mio amico della Ditta _Dark und Sohn_ sarebbe
caduto in ammirazione. L'uno era givane e aveva l'ria di gran mondo,
ma l'altro aveva una barba cos aristocrtica -- un po' grgia -- che
degna era al tutto di decorare re Enrico IV di Frncia. I due
gentilumini si guardrono in volto, sospnsero il labbro nell'atto che
vuol dire: _nun sccio;_ poi fcero dietro-front. Vidi le suole di gomma
rossa delle loro scarpe bianche; e il fumo delle loro sigarette
scherzava sopra i loro copricapo di autntico panam.

Giacch essi non portvano il pennacchietto alla tirolese.

Appare evidente che il Comune di Venzia, quando decret questa tomba
per Daniele Mann, non pens all'istruzione del ppolo, come fa il
Comune di Milano, perch in tale caso vi avrebbe messo una nota
esplicativa.

Quale?

Questa forse: Daniele Mann, che col suo martrio sigill il ppolo
d'Itlia.

Ma poi sarebbe stato necessrio un libro per spigare questa nota. E
allora, invece di quei quattro leoncini sotto la tomba nera, che
smbrano i piedi di un cassone del Cinquecento, quattro grandi leoni
grifagni, terribli come te, _Marce, Evangelista meus!_

                                 *

Ma il caldo  sciroccale, ed io non ho il sottile bito rinfrescativo
dei due gentilumini.

Rifugimoci in luogo meno caldo: qui sotto il prtico del palazzo
ducale, dove non  gente, non negozi, non caff.

Ma qui il mio naso and a bttere contro una pccola lpide incastrata
nel muro.

Questa lpide non era in latino, ed io di slito quando trovo una lpide
in latino, non la leggo per non spogliarla del suo paludamento. Era una
lpide in italiano, anzi in veneziano.

Diceva cos:

MDCLXXX, III ottobre. _Andrea Bod fu de Andrea, fu bandito per
gravissimo intacco de cassa fatto nella cmera di Vicenza essendo
camerlengo in quella citt._

_Camerlengo_  una parola che oggi pochi capscono, ma a quei tempi la
capvano tutti: vuol dire _tesoriere_, _cassiere_.

Bravo, signor Bod -- dissi, -- lei dunque, nell'anno 1680, essendo
tesoriere di Vicenza, rub il denaro dello Stato!

E non sono solo -- risponde il signor Bod --; ch se lei va nel palazzo
qui vicino, trova la lpide del signor Venturn Maffetti, _quondam
Gicomo, nodaro, anche lui bandito dall'ecelso consglio dei Dieci per
enorme intacco di pegni ascendente a riguardvole somma di denaro, a
grave pregiudzio della pblica cassa_.

E il signor Bod ed il signor Venturn non sono soli! Essi sono, in
altre lpidi, in compagnia del signor Gicomo Capra, _contador_, che
certo vuol dire contbile, della cassa grande, _bandito come ministro
infedele e reo de grave intacco fatto nella cassa medesima_.

E v' anche il signor Francesco Magno, provveditore _agli ori et argenti
in zecca, bandito anche lui capitalmente, per grave intacco alla cassa,
commesso con turpe infedelt et abuso del prprio ministero._ E vi sono
i sigg. _fratelli Antonio e Zuanne Stralico, ossia Sirpolo, ragionati_
[che senza dbbio vuol dire ragioniere, come dcono ancora a Milano]
ed altri notari, ed altri ragionati e camerlenghi, tutti rei di enormi
gravssimi _pregiudizi inferiti al pblico patrimnio_.

Si rubava dunque il denaro pblico anche sotto il tremendo governo della
Repblica di Venzia?

Sempre usato, signor, da che mondo  mondo, -- mi risponde il signor
Bod. -- E xe question de istinto, vdalo: come i ragni che hanno
all'estremit dei polpastrelli della roba che attacca; e adesso poi coi
_chques_ e coi biglietti di carta filogranata xe anche pi fcile che
ai miei tempi.

Quello che diceva il signor Bod era esatto, e non c' dubbio che il
molto denaro permette all'uomo di invertire le stagioni, come ne fanno
testimonianza i _giardini d'inverno_ nei grandi alberghi; come ne fanno
testimonianza, dietro le lastre dei sontuosi negozi, le frgole in
gennaio per soddisfare il delicato e formidbile appetito della donna; e
cos il denaro fa s che i due cialtroni che dssero: Daniele Mann,
_nun sccio_ bbiano aspetto di gentilumini: per mi pare che la
Serenssima Repblica di Venzia, collocando queste lpidi in buon
dialetto, provvedeva con onest all'istruzione del ppolo. Inoltre
consegnando il nome ad infmia su lpidi di marmo con la parola chiara,
_ladro_, e non _deplorbile_ -- come usa oggi, -- offriva ai sdditi una
certa soddisfazione pel danno sofferto. In terzo luogo non si pu negare
che queste lpidi non costituscano un coraggioso e insieme originale
motivo di decorazione nei palazzi pblici.  un sistema che si potrebbe
riproporre.

E cos avendo trovato in fondo ad una tasca una cordicella, mi misi
allora a misurare le pccole lpidi. Lpide del signor Bod, m. 0,50 per
0,60; lpide del signor Pulo Vivaldi, _contador all'offcio de dazio
del vin_, m. 0,58 per 0,80.

Ma in quel punto una mano ferm il mio brccio e una voce mi disse:

-- Cosa fa qui lei?

Era una gurdia.

-- Prendo le misure del signor Bod....

-- Vada, vada! Le misure le prendiamo noi.

Dovetti interrmpere. Era mezzod ed andai a far colazione.

Colazione econmica in una vcchia trattoria, in una vcchia calle:
fondi di carciofo e zuppa di pesce.

                                 *

Ora due (vecchio stile). In gndola. Dissi al vcchio gondoliere:
Girate per i canali pi brutti; non attraversate il canalazzo; non date
spiegazioni.

Una lieve frescura aleggiava su le acque; e dalle acque morte parvano
venir fuori le spirali turchine, o gialle, che grano intorno ai pali,
ove si frmano le gndole. Dai neri palagi pndono fior di nastrzio. Il
ferro lucente della gndola procede con l'ondulamento di una sottile
testa di serpe. La gndola va stranamente rpida nella sua silenziosit;
e par che vada da s perch il motore -- il remo -- non si vede, n se ne
ode il tonfo. Solo, ogni tanto, la voce del gondoliere si eleva nel dare
il richiamo allo svolto dei rii. Ha suoni cupi, plcidi, imperiosi.
Strano! Mi pare tutt'altro suono del _ciacolr_ veneziano! Sopravvvono
le voci di Marco Polo, latino; di Marn Sanudo, dei combattenti di
Lpanto? Voci frree e latine pel mare! Davanti a me, scolpita nello
sportello della gndola, sta la bocca umana del leone. Ondeggi il leone
sugli orifiammi delle galee combattenti; fu scolpito per tutto l'Oriente
il svio leone che posa la zampa sull'Evangelo! _Pax tibi, Marce,
evangelista meus!_ Ha l'Evangelo, ed anche la spada! A Zara ti ho ben
veduto, leone di Venzia! Obliata, lontana Zara! Perch pensai a Zara?
Perch le donne di Zara dicvano a me con isconforto: I nostri figli
non parleranno pi veneto.

Ecco d'un tratto su le fondamenta mi balza, cavalcante, la figura e
l'elmo brnzeo di Bartolomeo Colleoni.

Lungo quelle fondamenta una schiera di ragazzi ignudi si tffano, mi
grdano: Buttare in mare soldino!.

Via! Brutte rane!

Il sedile della gndola  assai cmodo: questo basso nero sprofondato
sedile. V' posto per due, ed io sono solo. La biondina in gondoleta?
No! Io non penso ad alcuna biondina. Penso a te, piccina, ridente cosa
senza nome, o con un lbile nome, nome del mio mondo! Oh, averti qui in
piedi avanti a me, domandarti: Dove siamo, bambina? Che cosa sono
queste lvide acque? questi palazzi trgici con bianchi baleni come di
schletri nel marmo? questo enorme silnzio?. Vedere lo stupore dei
tuoi occhi!

No, no, non vglio farti vedere queste cose morte dove i scoli hanno
piovuto le loro lgrime.

Ecco, io ti porto la bmbola nuova ed i bacoli freschi.




CAPTOLO XVII.

PCCOLI PENATI.


Un'agitazione nervosa mi aveva tenuto per tutto il viggio mattutino da
Bologna a Rmini; n poteva stare io fermo o seduto. E pi il treno mi
portava verso quella citt, pi l'ossessione nervosa cresceva: un antico
male. Percorrevo su e gi il lungo treno quasi vuoto, e cercavo qualcosa
di diverso a cui attaccare il pensiero. Corri, vcchio treno e prtami
via il pensiero! Ma andava cos adgio il treno mattutino della Romagna!

                                 *

Per buona ventura, in uno scompartimento di seconda classe si svolgeva
un piacvole ragionamento: c'era una signora di mezza et, dolcemente
tonda, che parlava come a casa sua e si soffermava con letzia,
gestendo, sui suoni della sua pronncia ravennate. C'era un signore
anzianotto con una cravattina bianca che ascoltava con seriet. C'era
una signorina magrolina che non parlava. Questa era la nepote e la
signora era la zia.

La signora si rivelava per una di quelle plcide borghesi di Romagna,
che hanno poderi al sole, casa in citt, galline in pollio, vino in
cantina; hanno esperienza di masserzia domstica e agrcola; vvono in
quella, e nessun dbbio le assale che tutte queste propriet crrano
oggi un certo percolo, o, quanto meno, sano molto discusse.

Ella parlava di cose della vita domstica; e dopo un po', prestando io
maggior attenzione, sentii queste parole, spiccate, con effusione di
cuore: -- Lei pesta, fine fine, le mndorle dolci e qualcuna di amare, ma
poche; s che venga tutta una bella manteca. Poi lei fa una bella
spglia come per i tagliolini, e li tglia, ma fini fini. Allora lei
prepara un bel _sut_, e lo fdera con la pasta frolla; poi ci mette un
suolo di tagliolini, e sopra quel siroppo di zcchero, che le ho detto,
e la manteca di mandorle e dei pezzettini di burro; poi un altro suolo
di taglioline, e ancora le condisce con lo zcchero, con le mndorle, e
del burro....

-- Come fosse un rag.... -- sugger d'incanto quel signore.

-- Bravo! E cos di sguito. Sopra, poi, ci fa dei ricami con la pasta
frolla, e cuoce al forno: quando  levato dal forno, ci fa un buco, e ci
versa mezzo bicchiere di alchermes o di cgnac, a piacimento. Una bont!
Provi, e sentir che onore si fa!

-- E come si chiama?

-- La torta con le taglioline dolci. Lei la pu mangiar calda, ma se la
lscia raffreddare, sentir che  pi buona.

Il signore prese nota: mndorle dolci, poche amare, zcchero, burro,
alchermes o cgnac. -- E la signorina -- domand -- sa fare anche lei la
torta con le taglioline dolci?

La signorina si scherm.

E allora la signora disse che la signorina non studiava le torte, ma
studiava alla scuola normale, dove era una delle prime: -- Dante,
ginnstica, fsica, pedagogia e lscia pur dire a lei!

Il signore guard con ammirazione quella signorina che sapeva tante cose
in cos givane et. Ma parve preferire i ragionamenti su la sapienza
della zia.

-- Stdiano troppo, adesso -- disse il signore guardando con cchio
incerto la signorina come si guarda uno sconosciuto eserczio su gli
attrezzi. Forse la sua mente instituiva un rapporto tra la magrezza
della signorina, e la floridezza della zia.

-- Troppo, troppo, troppo! -- conferm la zia. -- E poi vede? Se queste
ragazze devono fare un paio di calze, o un rammendo, non le sanno pi
fare.

-- Ma si cmprano gi fatte di _chiffon_! -- disse la signorina con una
vocina rabbiosetta.

La zia non fu di questa opinione perch le calze fatte a mcchina
prdono i calcagni in un momento: lei aveva, si pu dire, tutto ancora
il suo corredo da sposa.

-- Si bttano via e se ne cmprano delle altre -- ribatt la signorina.

Questo sistema di buttar via e di comperare non doveva essere conforme
alle opinioni dell'economia domstica della zia, perch disse: -- Ci
vgliono tanti soldi, allora!

La signorina scatt e disse:

-- I soldi si guadgnano! Prima le signorine non guadagnvano niente, e
adesso guadgnano come gli umini. S, staremo l a far la calza!

Il signore pareva ammirato delle risposte della signorina; ma si permise
di obbiettare, non su le calze fatte a mcchina, ma in gnere sul
percolo che Dante, la ginnstica, la fsica e la pedagogia potssero
sconvlgere l'ordinamento della casa.

-- A me, per esmpio, signorina -- disse, -- le tagliatelle fatte a
mcchina non mi picciono.

-- Oh, bravo! -- esclam la zia -- Senti quello che dice il signore?

-- Si pglia una cuoca! -- squill la signorina -- E poi e poi! Una volta
voialtre stavate tutta la vita a imparare a far da cucina; ma oggi le
signorine che stdiano, come dice la nostra professoressa, sanno fare di
tutto.

La signorina continu con eloquenza, ma queste cose io gi avndole
udite altre volte, lasciai lo scompartimento.

                                 *

Scompartimento deserto di terza classe.

Fra i due sedili si stava una givane donna. Era un visetto da Maria
Vrgine, ma senza belt. Ella pareva continuare in treno le consuete
occupazioni della sua pccola casa, interrotte dal viggio mattutino:
aveva allattato un suo piccino; aveva disteso il trapuntino; vi aveva
deposto il fantolino ed ora lo spiava affinch nessuna perturbazione
avvenisse: rano chiusi gli sportelli dei finestrini dalla parte del
sole nascente, rialzato il trapuntino, posto lievemente un fazzolettino
bianco sul volto del dormiente.

Fra i due sedili, -- immoto presso la mamma, -- si stava un altro
fantolino, di circa quattro anni, con un cndido grembiale, scarpettine
pulitine, braccia nude, gambine nude: pareva in camcia. Le due manine
si tenvano come in equilbrio fra i due sedili: il verde della
campagna, desta al primo sole, si rispecchiava nella diafanit delle
pupille liquide, con immenso stupore. Oh, la casa che balla e cammina!
oh, quanto verde e quanto sole! pareva dire. Oh, mondo bello! Mondo
nuovo!

Una paletta per ismuover l'arena; una barchettina nuova da pochi soldi:
alcunch di nuovo, di fresco, di lieto in tutto il modesto bagglio,
rivelvano a prima vista che il viggio era di piacere, e probabilmente
per i bagni, per dipngere di scuro le pllide carni di quel fantolino.
Anzi certo, ai bagni! Una grossa glndola enfiata deformava il volto del
piccino. Gli dava quella immobilit dolorosa del bimbo ammalato.

Mi sorprese allora una voce diretta a me, a me veramente.

-- Scusi, signore, questo scompartimento  per i non fumatori!

Le parole rano cortesi, ma il tono era severo.

Era il marito di quella madonnina: un givane smilzo da pochi soldi.
Veramente la espressione significava altra cosa: Lei guarda il petto
della mia signora!.

No, caro uomo, cosa vuole che guardi quella roba l!

Guardavo il bimbo. Le madri vdero i bimbi infilzati su le baionette
blgare.

Guardavo fuori nel sole la pirmide della nostra civilt:
quattordicimila morti.

Al di l di questo manto azzurro del mare si deve udire il cannone
rombare.

Ma gi, quando s'alza il sole, la vita comincia lo stesso.

Il sole! Un gran pndolo oscillante nel vuoto: da un lato l'istinto a
fuggire la morte, dall'altro lato l'istinto a cercare la guerra!

Un cimitero elev d'un tratto i suoi torrioni funerari, immoti davanti
al treno fuggente. La macchina sibil. Rmini!

_Thalatta, thalatta_, l'eterno mare! la lama azzurrina dell'Adritico
saliva verso il cielo, ma io non ti salutai, eterno mare: non ti
saluter pi!

Mi rincantucciai e nascosi il volto.

                                 *

Quella grama famigliuola non discese a Rmini, che  stazione di gran
mondo.

A Rmini vidi il soldatino, rduce dalla guerra.




CAPTOLO XVIII.

IL RDUCE DALLA GUERRA.


Alla stazione di Rmini io ho veduto il soldato, rduce dalla guerra.

Dove l'avevo gi veduto un'altra volta? Certo io l'ho veduto! Quando!
L'ho veduto nel mese di ottobre, non questo, l'altro ottobre, in
Galleria a Milano. Se non  lui, non importa,  uno come lui: vestito di
grgio; con le scarpe d'ordinanza; una bandierina tricolore sul
berretto. Anzi alcuni avvano bandierine anche su la bottoniera.
Camminvano un po' dinoccolati, un po' sperduti, sotto la Galleria;
tendvano ad andare insieme.

Viva Trpoli! Viva l'Esrcito! gridava la gente al loro passggio.

Ma, sul tardi, rano molto pi sciolti e arditi, e prima di arrivare al
quartiere, le stazioni diventvano molte; perch ognuno voleva offrire
qualche cosa; una stretta di mano, un sgaro, un clice (come si dice a
Milano); un clice di qualche cosa di piacvole al soldatino che ci
andava a conquistare Trpoli _bel suol d'amore_. Poi una sera  partito
il reggimento. Altri cinquantamila soldati il Governo mandava laggi.
Certamente avremmo vinto. Come scroscivano gli applusi! Si propagvano
dalla strada, su per i balconi, per tutti i piani; parvano scrosciare
dai tetti. Una fiumana di gente, per tutta la strada, per via Santa
Margherita, via Manzoni; e, in mezzo a quella fiumana il reggimento si
snodava, si riannodava: si avvivano i soldatini grigi alla stazione.

Gli studenti portvano gli zini affardellati e i fucili. Quando
rimbombvano i metalli delle bande militari, pareva che gli applusi
scendssero gi dal cielo come crepitanti ali di Vittria, e le bandiere
rano agitate come se presentssero la tempesta della guerra lontana. La
sttua di Carlo Cattneo emergeva sopra la folla, e pareva avviata anche
lei.

                                 *

Poi un'altra volta l'ho veduto il soldato grgio; non questa, l'altra
primavera (1912). Se non era lui, non importa. Era sempre lui! L'ho
veduto a Casalcchio di Reno. Noi bevevamo la buona birra e mangiavamo
le sementine abbrustolite; e alcuni soldati facvano lo stesso, e tutti
intorno a loro facvano festa. Vuol dire che uno era con le stampelle,
uno aveva la testa bianca, fasciata, uno aveva un brccio di meno. A
prima vista ci destava una certa impressione; ma tutti facvano festa;
ed anche i mutilati sorridvano.

E un altro ne ho veduto a Pistia. Se non era lui, non importa! Era il
soldatino rduce dalla guerra di Lbia. Era lui. Andava al telgrafo a
telegrafare. Tutti gli si offrvano, con quel dolce loro parlare, pronti
al servzio; e molti lo seguvano, ammirati: lo seguii anch'io. Egli
aveva la bandierina infissa su l'elmetto di sghero, ma del piumccio
non rimaneva che qualche penna. Gli stinchi, lunghi, rano stretti nelle
fasce: portava solo il tascapane ed il fucile. Ma come era lrido! E il
volto era trreo; le pupille rano abbacinate. Non parlava. Pareva di
quei soldati macabri che il giornale socialista riproduce nelle sue
vignette in disprgio dell'Itlia se fa guerra, dell'Itlia se non fa
guerra, cio un bersagliere con dentro uno scheletro.

                                 *

Per la terza volta io l'ho veduto alla stazione di Rmini. Se non era
lui non importa! Era il soldato rduce dalla guerra. Aveva la bandierina
su l'elmetto; era tutto lrido anche lui e un po', anche, abbacinato.
L'elmetto non soltanto era pesto, ma aveva una strana mcchia: era
forato. Il soldato stava seduto, immbile, solo, col suo fucile. Ma
nessuno gli faceva festa.

Rmini d'estate fa _toilette_, e prende un nome estico e glorioso nei
fasti mondani: l'Ostenda d'Italia.[5] spita gente straniera, conti e
contesse, nonch una superba colnia ungherese.

  [5] Il terremoto dell'estate 1915, poi i continuati
  bombardamenti della Guerra mondiale, poi l'afflusso dei pveri
  prfughi di Venzia dopo Caporetto e tutte le necessit della
  Guerra, hanno mutato il mondano e lieto aspetto di questa citt.
  Pggio dev'ssere di Ostenda.

La stazione di Rmini dava in quel mattino l'idea di Ostenda.

Era tutto un susurrare ossequioso: Signor conte, signora contessa,
signora marchesa, signor commendatore; era un servizivole portare di
valigette e spolverine; cagnolini, sotto il brccio delle dame; fiori
freschi delle dame; bambini delle dame.

C'era anche quella bandierina infissa sull'elmo; ma nessuno badava a
lei.

Signor conte, signora contessa! Fuori della stazione rombvano le
autombili dei signori conti e delle signore contesse. Gli automedonti
gridvano: Grand htel, Palace-htel, Htel Hungria.

Un signore ben pasciuto, ben rasato, con un suo bel naso adunco, un bel
trabucos fra le grosse labbra, ragionava con accento forestiero
suasivamente con un omarino, di _exploitation_ di terreni, di grandi
_htels_, di _Kursaal_: e l'omarino, in udire, trepidava per la
ingordgia.

Un giovanotto, grosso e rseo come un prosciutto tedesco, con una
barbetta ricciolina, con un collare bianco alla Robespierre, faceva lo
svenvole in lingua fiorentina con una signorina smancerosa, magrolina,
fresca come una gardnia, che rispondeva in lingua bolognese.

Lui, il bersagliere dalla penna spezzata, era solo, solo, solo.

Signor conte, signora contessa, signor commendatore, signor usuriere
dal trabucos, signor giovanottone dal collarino _ultra-pschutt_,
signorina gardnia, andiamo a fare una bella ovazione al soldatino
sdicio che torna dalla guerra e sta solo, solo, solo! _Ad firmandum cor
sincerum, sola fides sfficit._

Siamo andati, siamo andate quando ci fu la Messa di suffrgio per le
nime dei militari morti in Lbia; siamo andati, siamo andate quando
hanno recitato il discorso sugli eroi; siamo andati, siamo andate quando
hanno distribuito le medglie agli eroi. Abbiamo _tricot_ i berrettoni
per l'inverno e le zanzariere per l'estate.

Allora su voi, da bravi, bambini, bei beb dalle brachesse olandesi,
andiamo a fargli festa, e belle carezze, e belle carole attorno al
bersagliere! battete le pccole manine, gridate con le argntee voci:
Evviva! Non venite, graziosi beb? Perch? Non  questo il _soldatin che
va alla guerra, mngia, beve e dorme in terra_?  sdicio? 
scarmigliato? Gi, non ha usato lo _shampooing_! Orrbili insetti si
infltrano in chi dorme su la terra di Lbia che nutre le serpi e i
leoni!  trreo? Effetto dell'acqua di Marsa-Susa. Ha gli occhi che
fanno paura? Effetto di Saf-saf.

                                 *

Ma ecco fra l'intrccio dei binari, precpita, si arresta il diretto.

-- Lnea Bologna-Milano! -- si sente chiamare.

Dagli sportelli di prima classe qualche piedino vezzoso appare.
Deliziosi visetti scrtano. Altre valigette, altri fiori, altre piume,
altri beb, altri cagnolini in brccio. V' chi scende, v' chi sale.
Oh, signor conte, signora contessa!

-- Ma cosa fa quel militare, laggi in coda...! -- io sento gridare.

Due, tre gurdie del treno si precpitano, frmano il bersagliere che
gi  salito a met, e lo fanno scndere.

-- C' la terza! -- lui dice.

-- Ma non sapete -- dcono essi -- che voialtri militari non potete
viaggiare coi diretti?

-- Ma se ho scritto a casa che arrivavo stasera!

-- Ma se ha scritto a casa, torni a riscrvere: arriver domani sera!
Presto presto!

Si ribttono gli sportelli, il diretto  partito. Il bersagliere 
rimasto a terra.

Sono rimasto a terra anch'io.

Vedo il bersagliere, con la sua bandierina su l'elmo, trapassato dalla
pallttola del fucile Mauser, che segue il folgorante berretto del
signor capo stazione, in grande stifflius.

-- Ma lo sanno -- dice il signor capo senza piegare la direzione del suo
berretto, -- lo sanno bene che loro militari non pssono viaggiare cos
diretti.

Oh, signor capo, fccia viaggiare il soldato, rduce dalla guerra,
aspettato da sua madre, lo fccia viaggiare non soltanto in diretto, ma
in prima classe. Chi lo vieta? La legge? Ma quando la legge ci comander
di morire per la ptria, come potremo noi riptere i versi del poeta:
_Dic, hospes, Spartae te hic nos vidisse iacentes Dum sanctis ptriae
lgibus obsquimur?_ Come potremo, signor capo, se le leggi non sono
sante?

                                 *

Ho seguito il militare in quella citt dove avevo deliberato di non
fermarmi. Perch? Non so. Avrei voluto parlare al soldato, confortarlo e
non lo feci. Mi pareva che avesse dovuto dirmi tristi, amare cose, e io
non avrei saputo che cosa rispndere. Ero sconfortato anch'io. E allora
come si fa a confortare?

Lo seguii tuttavia.

Andava a capo chino, avvilito. Le autombili erano partite. I fiaccherai
non degnvano di offrire la loro vettura al soldato troppo in brandelli.

Due o tre lridi ragazzacci, qualche megera si offriva per indicargli
una bttola, un luogo dove riposare.

Ma lui faceva gesti larghi di rifiuto e diceva: -- _Mafisch!_

Si ferm ad una porticina dove era scritto: Trattoria. Esit, ed infine
entr. Entrai anch'io.

Era gi mezzod: la trattoria con tante tvole strette, con tutte le
tovglie vinose, era stipata di avventori: odori di pesce fritto, di
rag, di gente in mniche di camcia. Ma i camerieri rano in frac
perch quella citt  l'Ostenda d'Itlia.

Trovammo un po' di posto presso una tvola dove sedvano due preti.

Ci frono finalmente messi innanzi tovaglioli con impronte di altre
bocche, pane e vino; poi il cameriere recit la lista delle vivande nel
pi orrbile gergone poliglotto: maccheroni al graten, patate masc,
entrects, guylasch, perch oltre che di Ostenda, quella citt sa un
po' di ungherese, d'estate.

-- Presto, militare, perch c' molta gente da servire.

Venne portato non so quale cibreo, ed il militare mangiava lento e
svogliato in tristezza di cuore.

Nemmeno i due preti badvano a lui, e la bandierina era invano affissa
su l'elmetto. Un frmito, un singulto d'affetto per quella bandierina,
mi agitava.

I due preti mangivano tagliatelle col rag. Ambedue avvano aspetto
campagnuolo. L'un prete era poderoso, givane, nero. L'altro era un
flrido uomo d'un colore biondccio, e il sudore cadeva per suo conto,
dalle rotonde gote, sul collare. Con mossa automtica del tovagliolo il
prete asciugava il sudore, e scacciava le mosche. Una questione, quasi
teologale, era intavolata fra i due.

-- _Com' vala sta fazzenda_ -- diceva con voce in falsetto il prete color
carota -- _che se me_, che se io mngio tagliatelle sottili, sento un
umore, se mngio tagliatelle larghe, ne sento un altro?

Il prete nero sosteneva con voce profonda che ci proveniva da Dio che
faceva entrare in funzione speciali nervi per gustare le tagliatelle
strette, ed altri nervi per gustare le tagliatelle larghe.

Ma il prete rosso in questa faccenda delle tagliatelle era d'opinione
che Dio non ci entrasse; ma piuttosto la cuoca ed il cuoco, il tagliere
e la coltella. Essi non si accordvano nella metafsica della questione,
ma si accordrono nella parte sperimentale, perch seguitrono ad
ordinare diversi piatti di tagliatelle larghe, alternate con tagliatelle
strette.

Io stavo sempre meditando qualche ragionamento straordinrio per
confortare il soldato, ma non osavo cominciare perch avevo paura che
dalle labbra di lui uscisse qualche imprecazione contro quella
bandierina; come gi, a Borgotaro, dalle labbra del vcchio lavoratore
contro la santa terra.

                                 *

Il soldatino non c'era pi.

Uscii dall'osteria, girai per le vie della citt, oramai deserte
nell'ora della siesta. La citt dove ero vissuto nell'adolescenza, dove
rano le case degli avi, la casetta della mamma! Ma la citt io non la
riconoscevo pi: vecchi quartieri rano scomparsi: vie nuove, case
nuove, in nuovo stile rano sorte. Anche le persone non le riconoscevo
pi. Stupii di me stesso: se sotto questa terra non ci fssero i miei
morti, io la guarderei con la stessa indifferenza delle terre iperbree,
dove non sono mai stato.

Poi mi colse un altro stupore: stupisco vedendo volti di persone che
rano vive allora. Allora anch'io sono vivo, e anche di questa cosa ho
stupore. Ma come sono ben conservati! Come hanno fatto a conservarsi
cos? Essi rano maravigliosamente conservati. Io sono vivo, ma devo
ssere cos mutato che essi non gurdano nemmeno.

Ma allorch discese il vspero, dopo il lungo merggio, una luminosit
cilestrina venne dal mare.

Riconobbi quella luce, ed essa riconobbe me; e ne stupii come di una
carezza dell'infnzia.

                                 *

Trovai una stanza in un albergo e mi addormentai di un greve sonno.




CAPTOLO XIX.

LA FESTA DELLA MAMMA.


Questo fu il sogno di quella notte di estate.

                                 *

Non  il ****? Non  il giorno della mamma? Io le porter di bei dolci,
i pi fini che trover. Non sar come quell'anno che io giunsi in
ritardo; ed io avevo per mano il mio bambino affinch venisse anche lui
alla festa; e cos si ricordasse della madre mia. Pvero bambino! Era
tutto pllido, tutto vestito di bianco; ma i suoi occhi rano attniti e
le sue scarpe rano vcchie, slabbrate, senza tacchi....

S, s, ora ricordo: fu il calzolio: aveva promesso le scarpe nuove, e
non le port. Con la scusa che sono pveri operai, si mngiano la
parola, questa miserbile gente, per un centsimo di pi di guadagno!
Non le aveva neppur cominciate, le scarpe! E partimmo cos in ritardo.
Vederlo pllido cos, pvero bimbo, e trascinare quella spcie di
ciabatte, mi dava una irritazione sorda, insensata.

Ma sta ritto almeno! io diceva.

La citt era in festa. Passvano altri bimbi, fiorenti, gai, con le
scarpe nuove. Ma sta ritto almeno! E.... e lo toccai appena; ma feci
atto di percuterlo l, fra la gente. Lui si ferm l, fra la gente,
avvilito. Il mazzo dei fiori per la nonna, gli cadde.

Su, su via, sii buono. Lo sai che bisogna camminare dritti, forti, fra
la gente, e con la testa alta! Ora ti comprer molti dolci.

Era tardi, e lui camminava senza avvedersi della sua goffggine,
trascinando quelle orrbili scarpe senza tacco, che lo facvano sembrare
anche pi piccino. Quelle abbominvoli scarpe mi plasmvano nel cervello
l'idea fissa d'una misria ereditria, inguarbile. E poi e poi, se ti
occorrer dar dei calci, come farai con quelle scarpe?

La pasticceria era piena di gente, sul mezzod.

Su, entra. Compriamo i dolci....

Non mi arrschio....

Non ti arrischi? Non ti arrischi?

Avere dei figliuoli che non s'arrschiano! Ma che sono gli altri umini?
Ma non sai che non arrischiare, che aver temenza degli altri umini, 
la maggior condanna pei nati su la terra?

Era mezzod, oramai, quando arrivammo; e la mamma era vestita a festa.

Benvenuti, benvenuti, -- disse sorridendo dal limitare. -- Ancora un
altro po' e non vi aspettavo pi. Passata la festa, gabbato lo santo.

Ma ora il santo non sar gabbato:  il primo mattino: questa  ben la
citt, io non mancher al giorno della festa!

                                 *

Il mercato era pieno: io ero ricco, adesso: io ora potevo comperare per
la festa della mamma le pi belle pesche del mercato.

Le pi belle pesche del mercato rano vendute: le aveva comperate tutte
quel signore; quel signore, impassbile su la sua autombile. Ebbi una
gran vglia di scagliarmi contro, tanto pi che io lo conoscevo da
bambino, e lui conosceva me: mai per ci eravamo salutati.

Io ero ricco, ma a piedi; lui era ricco, ma in autombile.

No, non adirimoci -- dissi fra me --; oggi  il santo giorno della mamma.
Comprer le pesche meno belle; comprer questa bella angria zuccherina.
Essa piace molto alla mamma.

Non avete servo che vi porti queste cose? chiese la venditrice.

Io ero ricco, ma senza servi. Porter io.

Ora comprer i dolci: i pi fini, e squisiti, a qualunque prezzo, perch
io sono molto ricco.

Ma la pasticceria  ingombra. Quante dame eleganti, delicate, che
scchiano i dolci, e ingmbrano tutto il posto davanti le vetrine! Sono
tutte smancerose, tutte altere; e quanti gentilumini con quelle dame, e
nessuno si muove per farmi posto! Io sono ricco; ftemi posto. Ma voi
non siete dei nostri. Ah s, io non sono dei vostri! Mai dei vostri!
Voi siete i nuovi arricchiti! Gentilezza  oramai l'esser plebei! Via,
non adirimoci: il dolciere mi servir con garbo e cortesia lo stesso,
io spero. Siamo della stessa citt e mi conosce.

Lo chiamai amichevolmente per nome. Oggi  la festa della mamma. Dtemi
dei bei dolci.

Non mi ha udito; ma mi ha visto. S bene, mi ha visto ed anche udito; e
mi prega anzi di non ingombrare le sue vetrine coi miei grossolani
involti.

Servtemi presto.

Presto non posso. Prima vi sono queste dame e questi gentilumini.

Ma non eravate voi un buon democrtico?

Io sono sempre democrtico, e firmo ancora i manifesti democrtici; ma
quando si lavora in denaro, in denaro -- capite --, in quel momento
nessuno pi  democrtico.

Un mpeto di follia mi vinse contro colui, contro quei gentilumini,
contro quelle dame.

Via, non arrabbimoci, oggi  la festa della mamma! Non entriamo nella
sua casa con la fronte ottenebrata. Ecco il dolciere viene finalmente a
me. Comperiamo quello che gli piace di darci.

Quanto tempo mi hanno fatto aspettare!

                                 *

 ben tardi oramai. Il sole cade a piombo su le vie affocate. Perch
tutte le vie sono ora deserte? Tutta la gente  sparita. Io non mi
ricordo pi le vie: io mi sono smarrito fra il ddalo delle vie. Vedo
edifici nuovi che non riconosco pi: edifici con mostruosi disegni di
fiori, di sfingi, e serpi e leoni. No, non  nei quartieri nuovi,  nei
vecchi pveri quartieri che la mamma bita. Queste, fra cui mi sono
perso, sono le lcide case degli arricchiti, coi grevi ornamenti.

Il sole  ardente, le vie deserte: un'enorme angscia mi prende. Io ho
smarrito la via. Io non mi ricordo pi dove la mamma bita. Ma dove? Ma
dove? Dove sono le antiche pccole case?

A quest'ora ella attende: la mensa  preparata, tutta cndida, con le
vcchie care stovglie: la mamma ha colato il brodo nella piccola
pntola. L'arrosto col rosmarino  su lo spiedo,  a buon punto. E il
fuoco lngue. Ora il fuoco  spento sul focolare. L'ora  passata. Non
mi aspetta pi la mamma. Io corro, cercando per le vie. In quale casa
bita la mamma? I doni del giorno della festa della mamma mi psano su
le brccia: io vorrei crrere pi veloce per le vie; ma un peso enorme,
un enorme peso mi grava.

Ah, ecco la vcchia chiesa. La casetta  l presso.

Quante volte nel dolce mese di mggio io giunsi in quella citt, e
bussai alla porta della casa! la mamma non c'era in casa; e donne del
vicinato dicvano che era andata alla chiesa: la ritrovavo in chiesa, l
presso, col capo chiuso nel suo nero scialle: mese di mggio; dolci
preghiere; profumo tnero di primavera, viole mmmole, erba cedrina
sopra gli altari.

Forse  l che la ritrover ancora! La vcchia chiesa elevava la fronte
davanti a me. Spinsi la grave porta.

E allora mi ricordai che un triste giorno d'inverno sul pavimento di
quella chiesa fu posata una bara con quattro ceri intorno, e un manto
nero orlato d'argento era steso per terra! E quel manto mi gravava come
un enorme peso.

                                 *

E allora mi destai che era il primssimo albore. Sentii la campanella
fresca del mattino che chiama all'ave maria del d. Caro suono che
squilla ancora. Lagrimavo un po' dolcemente.

Non rammenti pi? -- dissi a me stesso. -- Da due anni ella non  pi. Tu
non comprerai pi le pesche ed i dolci per il giorno della sua festa,
come nessuno pi ripeter con quella voce il nome del tuo battsimo.

Ma chi sa perch? Io non ero triste dopo tanta angscia durata nel lungo
sogno. Ora a me pareva di vedere mia madre assunta in cielo come si
legge nei grandi poeti.

Io fissai la mente e, cosa incredbile, non vidi pi la morte che divide
la vita. La vita mi sembrava che fosse una continuit non limitata dalla
morte. E quando io verr a te, tu forse mi verrai incontro sul limitare
e mi chiamerai per nome e mi dirai ancora: Benvenuto!




CAPTOLO XX.

DUNQUE RNDINI, ADDIO!


Mi sono accorto la mattina all'albergo che l'abbonamento ferrovirio era
gi scaduto. Questa cosa  molto incresciosa perch adesso dovr
fermarmi.

Dove andr adesso?

Ho considerato intensamente ed ho riconosciuto che nella superfcie cos
vasta del mondo non  luogo dove desidererei di fissare stbile dimora.
Non  cosa piacvole non trovare fisonomia di villggio, profilo di
campanile o di minareto, citt o campagna che vi sorrida s da
esclamare: vorrei vvere l!. Come dvono ssere felici quelli che
pssono dire: Io vorrei vvere l!.

E allora c' il cimitero, dir alcuno. E infatti ci avevo pensato; il
cimitero di Bellria  prprio un cimitero carino perch abbandonato, e
non  lontano dal mare, e mi piaceva una scritta con sopra scritto:
Ascolter la voce del mare, naturalmente in latino: _Exudiam vocem
maris_, perch certe cose  bene che sano capite da pochi.

Inoltre quella buona gente di Bellria conserva riti fnebri molto
gentili: porta a brccio le bare e non fa discorsi. Per avrbbero
detto: _Um spis!_ Mi dispiace. Pvero professore!. Anche senza sapere
di che io sia professore, ci  molto gentile.

Ma da qualche tempo, intanto, sono sorti forti dubbi su la probabilit
di udire la voce del mare dal cimitero di Bellria; e poi lo scorso
autunno  accaduto un fatto che mi ha impressionato.

 morto a Bellria un buon signore, che aveva anche lui una sua
villetta: un buon signore che occupava poco posto su la superfcie della
terra; non diceva male di nessuno, e dava a tutti il buon d.  morto di
morte dolce come del resto meritava; ma non  stato accompagnato a
brccia al cimitero:  venuto invece il carro nero e oro col cavallo. La
buona gente non ha accompagnato: guardava il carro transitare per la
campagna e pareva dire: Voi seppellite i vostri morti e noi i nostri.
Nella chiesetta non c'era nessuno del ppolo. C'era Don Serafino e altri
preti, che li vedevo su la cantoria aprire la bocca nera. Ma il ppolo
non c'era. Esso, in questi ltimi tempi, ha imparato dalla bocca
eloquente dei suoi apstoli che Dio non c', e ha disertato la chiesa, e
non si sofferma nemmeno su la porta della chiesa, perch questa buona
gente pu crdere o pu negare, ma non si pu soffermare sul limitare
del dbbio. La cosa mi ha fatto dispiacere, non perch la negazione di
Dio non sia anch'essa un'opinione rispettbile; ma perch sentir negar
Dio all'osteria tra i fumi del vino e l'odore del pesce fritto, fa venir
la nusea.

Si pu riconscere per altro che l'apostolato della negazione di Dio non
sta a s, ma fa parte di tutto un pi vasto programma che sarebbe
questo: i pveri hanno diritto di godere come i ricchi. Questo  un
programma attraente ed accessbile alla intelligenza di tutti. Esso ha
fruttato una bella fioritura di dio fra questa buona gente contro
quelli che sono chiamati _signori_; ed ho veduto molti _signori_
rimanerne impressionati. A me la cosa non ha fatto per troppa
impressione, e anzi in qualche caso ha fatto piacere, perch gli uni
valvano gli altri. Tuttavia desiderando di vvere in pace, mi sono
affaticato a fare qualche dimostrazione abbastanza dettagliata per
provare a questi pveri che anch'io sono pvero e anche sfruttato, e che
fra essi vi sono non pochi pi ricchi di me, e anche sfruttatori. Io non
ho mai speso pi inutilmente le mie parole!

Che lei sia ricco o pvero,  una cosa che ci importa poco. Noi
sappiamo che lei non  dei nostri; lei specialmente!

Non che essi bbiano detto cos con le parole, ma vi sono certi pensieri
che si lggono cos bene negli occhi!

Precisamente, mi hanno fatto capire quello che mi hanno fatto capire i
signori, cio che io non sono nemmeno dei loro.

Confesso che questa cosa mi ha fatto dispiacere perch ho sentito una
gran solitdine intorno a me.

Ed  cos che  svanita anche la vglia di star da morto a Bellria. E
anche da vivo!

Pccola casetta di Bellria, non lagrimare! Io ti devo dire una verit
amara: Io non ti amo pi!

E pensare che quando nove anni fa ti fabbricai con quei pccoli
risparmi, mi pareva che i mattoni che si posvano sui mattoni,
cementssero anche una mia pccola felicit con un pccolo sole
autunnale! Ed io dicevo al buon mastro: fammi le mura ben grosse, ben
slide. Ora io dico: Casetta, perch non crolli, tu? pccola casa sul
mare, perch non ti venne l'eccellente idea di crollare quando  venuto
quell'uomo nero del fisco?. L'uomo del fisco che guardava e diceva: Ma
questa casa  una fortezza, un mstio, una rocca! Lei ha fabbricato
senza risprmio! Oh, anche belle pitture! E quell'indivduo lass, sul
soffitto, col cappccio rosso e una rosa in mano, chi ?.

Dante, risposi io, pensandomi con quel nome di commuovere il cuore del
fisco.

Ma l'uomo del fisco pieg in gi le labbra come per dire: che lusso!.

Perch non crollasti quel giorno, pccola casa? Soffitto con Dante
dipinto, perch non precipitasti!

Io la fabbricai la pccola casetta -- s  vero -- per mia pace e de'
miei, e questo  un lusso, lo riconosco; ma anche per ricoverare vcchie
cose, vcchie masserzie, errabonde come me per tanti anni; le quali mi
pareva che domandssero, anche esse, pace ed asilo. Le ho ricoverate
nella casetta, s che la camera da letto sembra quasi una bottega da
rigattiere!

Ma quando di lglio, alle quattro del mattino, spalancavo gli scuri, e
dalla gran finestra entrava, io non so bene, se la luce dei pianeti e
delle stelle o del nuovo giorno, e poi il fiammeggiare dell'aurora dal
mare, era una gran letzia, una gran frescura: e, nel silnzio profondo,
io udiva un bisbigliare tnue: ringraziamenti.

Ringraziamenti, dicvano le vcchie cose.

Levava io appena la testa dal capezzale, e vedevo il sole che si
allungava per istaccarsi dall'azzurro del mare: e sbito, da cos
lontano, mandava gi pennellate d'oro su le pareti.

Dicvano le vcchie cose: Io sono la pccola Madonna che per sette anni
fui appesa sopra il tuo lettcciolo in collgio; io sono il magro e
ardente dlmata, tuo professor Politeo dalla pupilla irnica; io sono il
professor Carducci; io sono la prima scarpetta di Tit (l'altra
scarpetta and perduta; chi sa dove sar); io sono la rossa santacroce
che la mamma tua trapunse quand'era giovinetta, anno mille ottocento
quarantotto! (mi smbrano mcchie di sngue del suo cuore); noi siamo i
libri di medicina e di legge dei vecchi tuoi. Fa conto, figliuolo, di
ssere conte o marchese!

E noi siamo due scibole arrugginite, ed un blteo del Quarantotto! Fa
conto, figliuolo, di ssere cavaliere!

Io sono la mdia del pane quando si faceva il pane in casa!.

Aprivo anche l'altra grande finestra che guarda verso il sole quando
tramonta; e si vedeva, nel cielo di perla ancora, declinare gi la
falcata luna. Pareva che la Madonna azzurra, che  sopra il letto, ora
navigasse col pi posato sull'arco della luna. E la frescura dei campi,
salendo, dicea: Noi siamo la giovinezza che non tramonta!.

Anche per ricoverare queste pvere masserzie io edificai la casetta sul
mare.[6]

  [6] Nel lglio 1918, in un giornale di Milano fu stampato uno
  scritto che accusava l'autore del presente libro di non aver
  voluto nella casa, di cui qui si parla, i pveri prfughi! La
  casa fu requisita; ed  vero il contrrio, cio che domandando
  ai prfughi di fare, per i due mesi dell'estate, posto anche al
  proprietrio, restringendosi e usando la cucina in comune (che
  sarbbero stati risarciti delle maggiori spese dal detto
  proprietrio), quelli rispsero non intndere di restrngersi,
  n avere nulla in comune.

  La sola cosa di cui l'autore si dolse fu che non si volle o non
  si pot dare tempo e modo di convenientemente ricoverare le cose
  familiari di cui qui  parola.

  La requisizione della casa, del resto, era pccolo sacrifcio e
  smplice dovere.

  Lo scritto del giornale conteneva parole che andvano sino
  all'augrio dell'impiccagione per il proprietrio letterato e
  per la letteratura; la firma era di una signorina.

  Allora non mi parve il caso di rispndere, e se oggi ne fccio
  menzione, qui,  per necessit, affinch chi legge questa pgina
  sentimentale su la casa, e bbia letto quello scritto, non si
  formi dell'autore concetto diverso dal vero.

Ma questo  il lusso dei lussi diceva l'uomo del fisco, puntando
l'ndice su la fronte. Questo  il suprfluo dei suprflui!

O uomo lgubre del fisco, lusso tu chiami il culto delle memrie? della
famglia? dei pveri morti? Sai tu di quanto se ne avvantggia la
ptria?

Ma l'uomo del fisco non conosceva la ptria mglio di Dante.

Io non la tasser mai bastantemente questa aristocrtica casetta! mi
disse, e mantenne la parola. E i pveri e i ricchi a buona ragione mi
dcono: Voi non siete dei nostri.

Ah, dolce casetta, perch non poter fare come la Madonna di Loreto, che
ordin agli ngioli di trasportarla, la sua casa, di l dal mare?

Poi altre cose sono sopraggiunte in questi ltimi anni oltre all'uomo
del fisco, cose reali e cose fantstiche, che sguitano ancora a ballare
nella mente: sono imgini che non stanno ferme. Appena elle si frmano
un po' quando fugge il treno. E poi viene avanti quel pvero piccino che
correva nella sua dolce infnzia per le stanze della casetta: la sua
casetta! Ora pende immbile e come tetro da un ritratto della parete; e
il sole invano lo percuote. Quali cose tristi, o mio piccino, hanno
fermato il tuo tnero riso? Ho l'impressione di un gran tradimento
intorno a me. Ma davanti a me cammina Cristo, e quelle sue folli parole:
Lscia tutto, butta via tutto!, mi hanno inebbriato di una nuova
passione: non fabbricare qui nulla -- dice Cristo --: non ssere
proprietrio di nulla; non ssere iscritto in nessun registro! Allora
non avvngono pi tradimenti; allora si cammina ben lieve!.

Invece io per effetto di quella casetta sono inscritto fra i proprietari
del mondo. Ma noi non siamo proprietari di nulla!

Ma pensare che bizzarra cosa! Fino a un certo tempo della vita noi
lavoriamo per legarci alla vita, fabbrichiamo case, compriamo terre,
piantiamo lberi, piantiamo figliuoli, e con che entusiasmo! Si crede
nella glria, nella lmpada della vita; v' chi crede nella civilt,
nella filosofia e in altri zuccherini della ragione. Poi viene un
momento che desideriamo di ssere slegati. Allora si comprende, e ci si
meravglia. Ma, dunque, noi possedevamo un'enorme provvista di volont
di vvere! Dove era questa volont occulta? Per fortuna che questo
desidrio di ssere slegati dalla vita viene a pochi, se no sarebbe un
affare srio, anche per il fisco. Tutti andremmo dietro a Cristo.

                                 *

Mi era grave, per tutti questi motivi, ritornare alla casetta di
Bellria. Eppure era necessrio. D'altra parte in quella citt non
volevo rimanere.

Ecco: andremo a Bellria lentamente, con un lungo giro. Andr prima a
San Muro che  la ptria di Giovanni Pscoli, tanto pi che io ho un
dbito da asslvere con lui. E in secondo luogo, il dottor Grigioni, che
 mdico condotto di San Muro, mi aveva pi volte fatto invito per
lttera di andarlo a trovare e visitare una sua raccolta di cose del
Pscoli. Un uomo che ha raccolto con amore le cose del pvero Pscoli,
deve ssere necessariamente un uomo fornito di quella grzia (mi pare
che si chimino grzie i doni di Dio), che  la bont. Cos dicevo fra
me, perch di persona non conoscevo il dottor Grigioni E come mdico,
certamente deve ssere un filsofo: ma filsofo di quella filosofia che
non muta come quella delle scuole; perch fondata sull'uomo, che non
muta. Sar un dottore venerando con una bella barba bianca.

Pvero Pscoli! Io volevo -- come ho detto -- andare in peregringgio a
San Muro per cmpiere un'pera di riparazione verso lui, morto, di
certi pensieri che di lui ebbi quando era vivo. Negli ltimi tempi che
egli fu in vita, la sua voce lamentosa di fraternit e di pace non la
potevo pi sentire. Mi pareva un mendicante che domandasse agli umini
quello che essi non pssono dare: l'amore e la piet. Anche quella sua
religione per gli mili non mi piaceva: S, Pscoli, regala il pane
bianco e gratito! Dopo lo butteranno via e domanderanno le tartine. 
sconfortante, lo so: ma  cos. E anche non mi piaceva nel Pscoli quel
suo portare i fiori del sentimento al socialismo. Il socialismo -- io
diceva --  quello che ; e se ,  perch oggi ci deve ssere; ma dei
tuoi fiori devoti non sa che frsene.

Giovanni Pscoli -- io dicea anche -- non far la capinera, che alleva le
ova del cuculo; perch quando il cuculino  cresciuto appena, butta gi
dal nido tutte le capinerine.

Tu ben ti intendi di uccellini, Giovanni Pscoli! Il cuculino non lo fa
per cattivria, oh no!  l'istinto. Ha fatto cos, e far sempre cos!

Ma lui era sincero come un morente che dice ai viventi: Amtevi, andate
d'accordo, non ftevi del male, aiuttevi l'un l'altro. E quando nelle
sue ltime poesie cant cose eriche e la Ptria, s, anche allora era
sincero, e l'eco della sua arpa era ben grande! Ma forse egli ne aveva
sgomento, perch, allora, anche la guerra.... La guerra sempre? e la
notte si doveva bttere il petto come il Petrarca quando gli si
affacciava la magnificenza carnale di madonna Lura; se non che Pscoli
non possedeva Dio a cui domandare merc.

Ma come spesso mi avviene, io ragionavo per passione. Giovanni Pscoli
era come un vero santo, il quale voleva tutto il bene, perch aveva
conosciuto tutto il male; e di questa santit la sua poesia portava le
divine stigmate, come ebbi documento il giorno che egli mor.

Quando egli mor, ci fu un grande funerale in Bologna, e la gente faceva
confronti fra questo funerale e quello del Carducci e quello di non so
chi altro. Ma in quel giorno in Bologna vidi sopra la casa dove abitava
il Pscoli fuori di porta d'Azglio, un gran mndorlo improvvisamente
fiorire. E la sera in una bottegccia vidi una giovanetta cieca e di
mile condizione, la quale piangeva; e domandndole io perch, rispose;
per la morte del Pscoli. Ella non lo conosceva di persona, ma diceva
che per le poesie di lui aveva, lei cieca, veduto il cielo ed i fiori.

Queste due cose mi fcero molta impressione e cos decisi di andare a
San Muro a fare ammenda dei miei pensieri.

                                 *

Lasciai l'albergo di quella citt, e mi trovai in piazza che era primo
mattino. Comincivano a venire le prime vetture da nolo. Ne noleggiai
una.

Il giro per San Muro importava parecchi chilmetri di pi; e il
vetturale fece valere i diritti dell'Ostenda d'Itlia per domandarmi
venti lire; e infine si arrese per diciotto, perch io ero io; ma non lo
dicessi a nessuno che lui veniva per cos poco.

Ed ecco cpita l, tutto trafelato, un grosso prete. E si spieg: egli
doveva recarsi al mercato, a Savignano, e aveva perduto la prima corsa
del treno delle quattro e mezzo. Si offr, poi insist per salire anche
lui. Avrebbe contribuito per due lire al nolo della vettura; poi due e
mezzo. Arriv sino a tre lire. Ma io sempre di no con la testa.

-- Capisce -- diceva -- che ho affari urgenti al mercato!

Ma io sempre di no con la testa.

-- Ah, non capisce? Tedesco  lei!

Quando il prete vide che a nessun patto io ero disposto a farlo salire,
si sfog col fiaccheraio, in dialetto:

-- S' fatto un mondo cos superbioso, cos aristocrtico con questi
forestieri, che l' una vergogna! Ma non ci si stava bene in due?

E indicava i quattro cuscini, che io mi ostinavo ad occupare da solo.

Prete, prete, egli  che io poco amo i lici che vanno al mercato; meno
poi i chirici!

Ed il prete rimase l, su la piazza, a querelarsi contro la
aristocrazia.

Pass il borgo di San Giuliano, passrono le Celle, dove  il Cimitero.
Me ne accorsi dal rumore delle ruote sul passggio a livello. Allora
soltanto levai la mano dagli occhi.

                                 *

Per la grande via Emilia, per quella che fu gi la via Romea, fra le
siepi bianche di plvere, scendvano alla citt, festosamente,
baroccini, contadini, coi cesti delle verdure fresche, del pollame vivo
che canta, delle uova, delle frutta rugiadose. Questa gente che vuol
mangiare; questo mondo che ogni mattina vuole vivere!

Garrvano in alto le rndini.

Antica via Romea, che costggia il lido adriano, quanta gente pass!
Passrono i legionari, pass il gran piede dei Goti, pass il piedino di
Francesca. Ma forse ella venne di Ravenna cavalcando un bel destriero.

Beato il mio vetturale che non sa nulla di queste cose!

Ogni tanto qualche fschio lungo, di trebbiatrice: presso le aie, ogni
tanto, vampate calde di spighe sgranate. Dietro gli olmi, saliva verso
oriente la lnea del mare: qualche vela sospesa. Riudivo, con effetto di
incantesimo, al passare dei passanti, il suono del dialetto
dell'infnzia. Mi pareva a quei suoni di vedere i miei morti antichi.
Come mai perdura -- io mi domandava -- tanta letzia nel mondo? Ma le
rndini garrvano pi forte. Mi affissai in quel garrire delle rndini,
e ripetei anch'io, non so come, le parole del Pscoli:

    Dunque rndini, rndini, addio!

Oh, buon poeta! Eri tu che mi prestavi dalla tomba la tua cantilena:

    Ma saranno pur gli stessi voli;
    Ma saranno pur gli stessi gridi;
    Ma saran pur gli stessi nidi,
    Risar tutto quello che fu.

Una montona cantilena in verit. Ma le cantilene dei poeti bisogna
controllarle buttndole contro il sole, contro le rndini. E se queste
cose rispndono, allora le cantilene pi disadorne sono veramente
adorne.

Chi sono i poeti? Sono coloro che prlano dopo la morte.

Dunque, rndini, rndini, addio! cio: addio, dolce vita!

E poi, ripensndoci e come eccitato da quel garrire che accompagnava
sopra la mia testa l'andare traballante della vettura, mi pareva che
anche un altro poeta avesse cos preso commiato dalla vita con un addio
alle rndini.

E cercando chi altri avesse detto cos, vidi verso occidente la lnea
dei monti, San Leo, la Carpegna, Montefeltro.

Per quei monti di Romagna pass San Francesco la prima volta che si rec
alla Vrnia; e partndosi per sempre dalla Vrnia, disse cos: Dunque
addio, addio, addio! Io me ne parto con fra Leone, pecorella di Dio, e
qui non far pi ritorno. Addio, addio, addio! Addio tutti: addio
rndini, addio Monte degli ngioli, monte pingue, monte coagulato,
rstati in pace che mai pi ci rivedremo!.

Ma il fiaccheraio ruppe l'incanto: si ferm ad una bottega su la via, da
cui pendeva una frasca.

-- Se permette -- disse -- mi rinfresco la gola, -- e balz di cassetta, e
poi stava l su l'scio dell'osteria centellinando da un boccaletto di
cccio, in un bicchiere, un cos vermglio vino, con tanta gioia, con
tanto sole in quel vino, che mi parve quasi natural cosa cominciare il
giorno libando il vino. Se non fossi stato io pi ebro di lui, lo avrei
imitato.

-- Lo poteva prender su, pver _pritazz_! -- disse.

Non risposi: se saliva il prete, non saliva San Francesco.

-- Gi che siamo su la strada, -- dissi io, -- vi volete fermare un poco
alla Torre?

-- Vuole andare a visitare le cantine della Torre? -- ridomand lui. -- Ci
va tanta gente. C' una botte che  grande come una casa.

-- Anzi non entreremo n meno alla Torre. Basta che vi fermiate un po', e
poi giriamo tutt'intorno, di passo. La cosa far piacere anche a questa
vostra bstia, che mi pare non bbia troppa volont di andare.... --
conclusi innocentemente.

Se ne ebbe a male. Questo io non dovevo dire. Era una bstia erica la
sua. Non disse erica: disse di un sentimento, che nemmeno un
cristiano! Sa lei quante mglia pssano, adesso, con la stagione dei
bagni, sotto le sue zampe? E senza mai alzare la frusta e senza biada!
Che vale, del resto -- concluse -- farci delle spese? Gi, finita la
stagione, tutte queste pvere bstie da piazza sono destinate alla
carretta o al pelatio.  il gran sentimento che ha. -- Ah, s! -- url
infine verso di me levando la palma della grossa mano, e: Va l,
Filopanti! e sbito le quattro gambe ballerine della bstia
affrettrono premurosamente il loro ritmo.

-- Vede?

-- Vedo. E perch la chiamate cos?

Non sapea. La aveva comprata con quel nome.

Sventurata bstia, se non fossi nata cos piena di natural sentimento --
pensavo, -- avresti la consolazione di gustare un po' di biada prima di
andare al pelatio.




CAPTOLO XXI.

L'ALLORO ED IL CIPRESSO.


Eravamo giunti alla Torre.

Questa denominazione si d a una grande tenuta che era ed  ancora
possesso della casa principesca romana dei Torlnia.

Un gran cancello signorile, un viale in rettilneo, sparso di bianco
lapillo: il viale tglia un gran parco folto; in fondo si vede un
palazzo massccio, che ha sapore di Settecento, di chiesa, di nobilt di
chiesa;  un po' tetro;  tutto chiuso. Sopra il palazzo si eleva una
spcie di torretta quadrata, da cui la tenuta tglie il nome;[7] e si
scorge da ogni parte. Stemmo un po' l e poi dissi di girare attorno.

  [7] Il luogo, veramente, fin dai tempi dei Malatesta era detto
  _Torre di Giovedia_.

Si gir attorno: dietro il palazzone vi sono le fattorie, uno _chalet_,
tutto coperto di rose, una villa ridente, velata, per cos dire, da un
filare, sorgente su di un rgine di altssime pioppe frondose.  una
grande azienda agrcola oggi, la Torre.

La Torre! la Torre! la Torre! Questo nome ricorre nelle poesie di
Giovanni Pscoli con un suono di spsimo e con l'insistenza di
un'ossessione. La Torre! e nulla pi, come se i lettori sapessero che
cosa  la Torre.

Il padre del poeta, signor Ruggero Pscoli, era ministro di quella
tenuta, e abitava con la numerosa famglia nel palazzo della Torre. Era
uomo di molta gentilezza d'nimo e di gran rettitdine, della quale
virt, cos -- diciamo -- pericolosa,  anche testimonianza una lpide che
il principe Don Alessandro Torlnia fece apporre nella chiesetta
gentilzia della Torre in memria di quel suo fedele ministro, e --
parrebbe -- ad ammonimento altres del futuro.

Ora un bel mattino d'estate dell'anno 1865, il signor Ruggero Pscoli
part dalla Torre: baci i suoi piccini, che rano tutti piccini. Andava
a Cesena in carrettino per affari. Sarebbe tornato la sera: ai bimbi
avrebbe portato bei doni: alle bimbe belle bmbole.

And, torn, ma non rivide la sua famglia.

Nel pomerggio di quel giorno stesso un carrettino col soffietto alzato
per la calura, che veniva al trotto di quella che il Poeta ricorda,
_cavallina storna_, si ferm alle prime case di Savignano. Le brglie
rano abbandonate e la cavallina pareva domandare soccorso. La gente
guard e vide un uomo con la testa chinata oramai e sanguinante, e fu
riconosciuto per il signor Ruggero Pscoli. Un colpo di fucile a
tradimento gli aveva spezzata la testa. Perch? A quei tempi umini
micidiali, dati a disonesti guadagni, dominvano in quelle terre di
Romagna, e il trovare un uomo ucciso non era cosa che meravigliasse
troppo.

Quella rettitdine e questa disonest micidiale si rano incontrate in
quel giorno d'estate. La gente tacque o bisbigli sommessamente; chi
poteva avere udito o veduto, non aveva n udito o veduto. La Giustzia
fece, per suo conto, un po' lo stesso; e ben  vero che in quei primi
tempi del nuovo regno la veste poltica di liberale serv a tante cose,
che con la Ptria e con la libert non avevano nulla a che fare.

Poi la mglie dell'assassinato stava smemorata sul greppo della Torre,
quello dove sorgvano le alte pioppe: ella guardava, la immota, la
immensa serenit del cielo nelle estive sere: ogni tanto, ogni tanto per
il cielo corruscava una vampa di fuoco: rano i lampi di caldo. Un
pccolo bambino le era accanto, quegli che fu poi Giovanni Pscoli.
Guardava anche lui i lampi di caldo.

Ci ricorda lui stesso, in una sua prosa, la madre sul greppo e i lampi
di caldo nella serenit della estiva sera: non egli lo dice, ma in me
rimase la impressione che egli volesse significare la natura, la quale
appare serena, ma ogni tanto la sua pupilla scatta con un lampo di
fercia.

Poi dssero a quella donna: Il vostro uomo fu ucciso, e ci 
spiacvole. Ma voi e questi vostri bimbi che state a far qui? Qui siete
di troppo, alla Torre. Avete la casa vostra a San Muro. Via, andate
alla vostra casa. Vi ritirate quieti e parlate poco.

Androno. I piccini otto; la madre nove. Questo fu per settembre, il
giorno della Madonna. C'era a San Muro gran festa e sparvano i
mortaletti. Pass la carrozza coi figli e la donna dell'assassinato. Un
uomo del ppolo quando la carrozza pass, disse nella sua indifferente
piet: _Ve' un nid ad farlott!_ Vedi un nido di verle! Poi venne
l'inverno: e la madre faceva in silnzio i pccoli biti di lana coi
grossi ferri: ma non li pot terminare perch inferm e mor: poi, poi
comincirono a infermare e morire i figli, poi fu venduta la casa, poi
fu dispersa la famglia. E anche queste infermit, susseguite da morte,
non prvero cosa naturale, essendo gente ben conformata e sana.

E allora?

E allora nei tempi in cui si credeva agli Dei, si sarebbe potuto
imaginare che un qualche Iddio, Dio Pan, Dio Aplline, adottasse per suo
figliuolo quell'rfano. Noi ne faremo un poeta, un poeta di gran
sentimento. La cosa  strana, perch i poeti di gran sentimento non
sono molto frequenti fra noi, cos che avremmo un poeta assai originale;
e il Pscoli, il quale per sua naturale disposizione era da givane
disposto al lepore piuttosto, e all'ambile e bonria allegria, fu cos
come al Dio piacque.

Egli cant nel suo silnzio, fatto di umilt, un pccolo idllico canto,
ma senza umini, e senza amore, il generatore degli umini. Cantava le
rndini, i nidi, l'erba cedrina, le stelle, i pianeti, le rose, le cose
mnime e immense, ma senza mai nominare gli umini, cos che l'idllio
era quasi doloroso e pauroso: cantava con uno stupore sacro, con un
procdere sgomento quasi che paventasse di svegliare l'cchio feroce
della Natura: la misteriosa sfinge della Natura. Anzi egli la lodava,
questa Natura, nell'ape, nelle rose, nelle rndini, nelle stelle: la
diceva pietosa e buona. Ed il suo canto era smile al susurro delle
andrene che egli vedeva sopra la tomba della fanciulla; e vedeva anche
la fanciulla l sotto la terra e la chiam beata, perch _pura di vite
create a morire_.

La infantilit dell'idllio diventava ben trgica! Pi tardi,  vero,
egli nomin gli umini che camminrono nella stria; ma essi rano senza
variazione di stria; ed rano piuttosto ombre che umini, i quali dalla
guerra della vita andvano verso una grande purificazione.

Il Dio Aplline, o Pan che fosse, aveva inoltre data al poeta una
sampogna, che  un primitivo istrumento pastorale, ma cos sottilmente
lavorata con lima d'oro e formata di cos preziosa matria che ne usciva
una dolcssima cantilena: la quale si confondeva con l'antico dolore,
per modo che il poeta fin con amare quasi il suo dolore, perch non
avrebbe potuto liberarsi da questo senza distrggere quella sua
cantilena.

E con quella sampogna si recava spesso alla casa dei morti, a consolare
i suoi, e altri ancora.

E qui il Dio Pan, o Aplline, compiva un altro mircolo perch il
cimitero si trasfigurava agli occhi del poeta come fosse stato l'antica
sola dei beati, circondata dall'azzurro mare. E anche questa era una
consolazione. Qualche volta poi avveniva che da quella sampogna
uscssero squilli come dai bllici oricalchi delle pi perfette
orchestre moderne. Sono scherzi che fanno gli Dei, cio gli invisbili.
Il poeta aveva un po' di paura dei suoi stessi suoni, ma quasi se ne
compiaceva. Si doleva soltanto -- e un po' infantilmente -- quando
qualcuno di quelli che si chimano crtici, voleva smontare la sua
sampogna per vedere come era fabbricata, e se la marca di fbbrica era
ellnica, o latina, ovvero inglese, o germnica; ma non si scompngono,
gli istrumenti degli Iddii! E si doleva altres quando qualche altro,
maestro di lgica, gli diceva: Lei si decida o per la sampogna o per il
bllico oricalco. _Majora canamus_ o _minora canamus_? Una volta anzi
avvenne questo fatto curioso che intorno a lui, come gi intorno ad
Orfeo, si radunrono tutte le bstie, ma non ran gi le tigri e i
leoni, ma rano i conigli, le pcore e altri animali cos detti mili e
mansueti. Ad un tratto, la sampogna squill, e una voce rimbomb:
Itlia!, e fu un fuggi fuggi, e il poeta si trov solo con la sua
contraddizione vicino, e un puzzo all'intorno, che egli sinceramente non
avrebbe mai sospettato.

Sono scherzi che fanno gli Dei.

Ma con tutto questo avvenne che un bel giorno alla casa del poeta arriv
una Donna.

Era la fiammante Glria!

Ella viene sovente da chi non la invoca: tuttavia nella fattispcie del
Pscoli la cosa  sempre un po' miracolosa, quando si consderi il
ppolo d'Itlia, che accorre cos volentieri ai rimbombi di piazza o
agli spettcoli cmici, ma difficilmente si diverte all'autntica
tragicit. Ma questa volta si era accorto di questo solitrio che
cantava cos dolcemente davanti alla porta dei morti.

Se non che quando la Glria arriv, il poeta aveva gi i capelli grigi,
e le belle donne, si sa, non bciano capelli grigi. Sono scherzi degli
Dei, i quali non dnno mai in terra doni compiuti.

                                 *

Ma il fiaccheraio era tediato di quella troppo lunga mia sosta davanti
al greppo e alle pioppe luminose. Io tacevo. Ma non taceva l'nima
romagnola del fiaccheraio. Quella gran villa chiusa, tutta propriet di
un solo padrone, con tanti poderi..., e lui doveva pagare l'affitto per
due buchi di cmere! Ci lo esasperava.

Pazienza, amico; e spera nell'avvenire!

Gli dissi infine che si poteva avviare verso San Muro.

Si avvi. Ma la sua nima rimaneva esasperata. -- Guarda qua! guarda l,
_boia de Signor_! -- diceva ogni tanto.

Dovunque si volgesse lo sguardo, rano tutte fattorie con lo stemma
della casa Torlnia; pngui campi: gran verde, fuor della terra nera:
case colniche patriarcali, fra pagliai giganteschi: melagrani rossi,
eliotropi gialli, tutti i fiori della fiammante estate.

Non si poteva dar pace il fiaccheraio che tanta ricchezza fosse per uno
solo.

Io gli parlai allora mansuetamente della vanit di cos sterminata
ricchezza. Lo assicurai che a me avrebbe fatto paura tanta ricchezza n
avrei saputo come amministrarla. A lui non faceva paura, e quanto ad
amministrarla ci avrebbe pensato lui. Poi gli parve che io lo beffassi;
e perch cercavo di persuaderlo che io non lo beffava, disse: -- Lei
svria! -- che vuol dire: Lei va nelle nvole.

S, anche. Anzi non dico di no.

Eppure se non ci fssero stati gli umini che vanno nelle nvole,
voialtri camminereste ancora su quattro zampe!

                                 *

Le casette basse di San Muro ci vnnero incontro. La vettura balz
sull'acciottolato. Entrammo nel borgo.

Ho bussato alla casa del dottor Grigioni.

L'arrivo inatteso di un forestiero che si presenta in carrozza, gnera
un pccolo scompglio nel ritmo smplice di una buona casa di villggio.
Io ne fui mortificato. La mglie del dottore, una givane signora, che
venne ad aprire, mi parve anche pi mortificata per l'assenza di un
salotto, oppure perch il dottore non era in casa. Carlo non c'era. --
Carlo non c'! Oh, se avesse imaginato.... Ma forse  ancora in paese. --
Ed ella lanci Eros, il figlioletto, a cercare se il babbo fosse nella
farmacia. Lanci anche Iris, la figlioletta.

Ma Iris torn annunziando dolorosamente che nella rimessa non c'era pi
la bicicletta.

-- Allora si vede che  andato per qualche vsita d'urgenza, ma fra poco
ritorner.

La signora, quella buona pccola signora, con quella sua mile
squillante voce cndida, parea come mandare messaggi arei per la
campagna: fa presto, Carlo! C' qui quel signore tuo amico, che 
venuto a trovarti.

Mi offerse pavidamente di entrare. Io dissi che intanto sarei andato a
vedere la casa del Pscoli....

-- E intanto Carlo verr; e tu Iris, e tu Eros, accompagnate il
signore....

-- Dove, mamma?

-- Gi in fondo alla contrada, dove  la casa dove  nato il Pscoli....

-- La casa del poeta! -- esclamrono sbito Iris ed Eros.

-- Ma s, la casa del poeta -- disse la signora. Pregai che non si
disturbssero: ma ella mi fece osservare che era mglio vi fossi andato
accompagnato; cos i proprietari non avrbbero detto nulla.

-- Tu, Iris, sai fare a dare qualche spiegazione....

Anche Eros disse che sapeva fare.

-- Be', le darete un po' per uno.

Dunque andammo. E Iris ed Eros saltellvano davanti a me.

I calzolai del borgo, col deschetto fuori, battvano il cuoio su la
pietra: un fornio sfornava il pane, il pane a crocette caro al pvero
Pscoli: pi lontano, in mezzo alla via, umini e donne circondvano una
di quelle zingaresche pesciaiuole di Bellria; la quale si stava
appollaiata, alta, su le coffe del pesce, in vetta al suo baroccino
sgangherato. Giovanssima ella era; ma garriva che facssero presto,
garriva con violenza, perch il pesce si corrompe col sole. E vi do,
oggi, o ppolo, da mangiare per niente! dicea. Bene gli umini le
gettvano parole salaci. Ma ella teneva fronte a quei motti, e pur non
cessava dal contare il rame ed il nichel su le pccole palme, limate
dall'acqua del mare. -- Va l, Marcn! -- disse quand'ebbe finito: e
lanci la sua rozza, disperata lei e la rozza, pel lungo viggio
nell'arsa campagna.

Poeta! che cosa suona _poeta_ e _casa del poeta_ fra questa gente?
dicevo fra me.

L'ombra del fiaccheraio, allora, mi si appress.

-- Se lei -- disse delicatamente, e con bel garbo -- se lei si ferma molto
per i suoi affari....

-- Vi ho gi detto che non ho affari....

-- Insomma, per quello che ha da fare. Non vglio sapere i suoi
interessi....

-- Ebbene?

-- Stacco la bstia, e lei mi trova qui all'osteria. Mangio un pezzo di
pane....

-- E pigliate un altro aperitivo, -- dissi. -- Va bene. Ed ecco il franco
per l'aperitivo e pel pane.  questo che volevate dire?

Questa volta ci eravamo intesi: non per pienamente; ch lui parve dire:
lei ha l'ria di farmi una elemsina; invece  un franco di pi che mi
viene. Questa gente  nata veramente contbile! Lui si avvi verso
l'osteria; io, preceduto da Iris e da Eros, andai alla casa del poeta.

-- Eccola l -- disse Iris.

La casa natia di Giovanni Pscoli  una casetta all'estremit del borgo,
verso la campagna:  ad un solo piano; gentile, bianca, con le persiane
verdi, i coppi spioventi: ma il giardino  grande all'interno.

Iris ed Eros quando bbero detto: -- La casa del poeta! -- naturalmente si
fermrono.

I proprietari della casa non dssero n entrate, n cosa volete?.

La casetta era ancora, come una volta, circondata di fiori: erba
cedrina, gerani, rose e poi un grande alloro cupo e scuro.

L, fra quei due bimbi, un po' incantati per la soggezione; e la gente
della casa che andava, veniva, badava alle sue faccende sogguardndomi
ogni tanto come si guarda un importuno, e quel cupo lbero d'alloro....
mi colse una gran depressione di spriti.

Pensavo alla Glria dei poeti.

Intanto un uomo era balzato dalla bicicletta.

-- Il pap -- dssero festosamente Iris ed Eros.

Era il dottor Grigioni: non un barbuto e grave uomo, ma un givane uomo
smplice, vivo, cortese.

Egli mi spieg quel poco che c'era da spiegare.

Ma io sentivo che la depressione aumentava dentro di me. Il giardino
pieno di fiori era triste ai miei occhi come il prato dell'asfodelo, per
cui gli antichi imaginrono andare i morti: l'alloro aveva una
immobilit cupa e dolente. Dove sei tu ippogrifo dalle brglie d'oro su
cui vol il giovanetto nel suo gran sogno di vita? Casetta, nido di
alldole fra il grano, triste tu mi apparivi allora come un nido
abbandonato.

-- Andiamo, andiamo, dottore -- dissi.

-- Non vuol vedere il museo?

-- Ah s; ma non importa.

-- Gi che  qui....

                                 *

Andammo a vedere il museo. Esso  nel Municpio. Iris ed Eros frono
mandati a prndere le chiavi. Androno di corsa, ridenti. Il fiaccheraio
beveva e mangiava all'osteria: lo vidi beato, immoto, col vermglio vino
davanti.

Aprimmo il Municpio chiuso: entrammo.

Nel silnzio, nel sole, nel caldo chiuso della sala del Consglio,
dominava un immenso ingrandimento fotogrfico, gi sbiadito, grande come
mezza parete, con una sfacciata cornice dorata: Giovanni Pscoli in toga
ed ermellino: i suoi pveri baffi cdono gi, la sua stanca persona cade
gi. Come  melancnico Pscoli in veste accadmica!

Io volevo uscire, all'aperto; e lui, il dottore, voleva che almeno
vedessi una cosa che giudicava di un certo interesse. Mi parve scortesia
rifiutare e rimasi.

Nel museo c'era ben poco: in uno scaffale le pere del Pscoli,
rilegate, allineate, poi una cuna o lettuccio di legno, la vcchia zana
romagnola dove stttero i figli dell'assassinato: poi dentro un'altra
vetrina una leccarda dell'arrosto, un caldanino di cccio e fiorami, una
mglia di lana non finita, coi ferri dentro.

Il dottore cercava entro una grossa busta fra molte carte.

Quel caldanino, quella leccarda, quella cuna, che ora sono l nella
morte, un tempo frono nella vita. Casa di Ruggero Pscoli; mensa
familiare, mile santa mensa fiorita di tanti bambini; mensa tepente
odorosa; _parva domus_, nido sospeso; primavera anche nell'inverno! E
Cristo veniva a quella mensa. Poi una schioppettata, e Ges Cristo non
pot difndere.

Mi tornvano a mente le parole di Monaldo Leopardi: _la spezzata corona
delle givani olive, che rano allegrezza e decoro della paterna mensa_.

                                 *

-- Usciamo, caro dottore.

Egli cercava ancora.

-- Ma che cerca?

-- Una cosa curiosa.

Egli tranquillamente cercava nelle buste, e a me intanto rifiorvano
questi versi alla madre:

                    ....Fioccava senza fine,
    e tu fra i ceri, con la morte accanto,
    sentendo gli urli della tramontana,

    parlavi ancora delle tue bambine,
    cui non potevi, non potevi intanto
    cucire i pccoli biti di lana.

-- Ah, ecco -- disse il dottore che aveva trovato --; e mi venne da presso,
e mostrndomi un ritrattino che aveva mezzo occultato nella mano,
domand:

-- Questo chi ?

-- Giovanni Pscoli -- risposi naturalmente.

Quello infatti che il dottore mi mostrava era un ritratto di Giovanni
Pscoli.

Il dottore sorrise; scopr per intero il ritrattino e disse: -- No,  il
padre, Ruggero Pscoli che aveva, quando fu ucciso, press'a poco la
stessa et del poeta quando l'anno scorso mor. La somiglianza  cos
grande che tutti rispndono come lei, e questa somiglianza non  senza
significazione. Ma c' di pi: guardi.

Il ritrattino sbiadito rappresentava il signor Ruggero Pscoli,
sorridente, felice, in mezzo alla nidiata dei suoi figliuoli, attorno a
lui, su le gincchia di lui.

-- Ma vede! -- disse il dottore. -- La mano del padre  posata per
protezione e per pi intenso affetto su la testa di Giovannino. Ci lei
pu dire che  casuale; ma ecco un altro ritratto -- e ne mostr un
altro, una spcie di dagherrotipia, dove ancora la mano del babbo sta
posata su quella stessa testolina infantile: -- si distingue appena un
po' il nero degli occhi, ma  lui, Giovannino. Questo voglio dire --
continu il dottore -- che vi sono molte cose che ancora non sappiamo. I
crtici dssero che il dolore del poeta per la uccisione del padre era
diventato un smplice dolore artstico. Fu, invece, un dolore vero,
quasi fosse stato egli, insieme col padre, trafitto.

                                 *

Si parl di altre cose che qui non  il caso di riferire. -- Piuttosto si
pu dire -- disse il dottor Grigioni -- che, nella vita, Pscoli fu un
tmido, forse un dbole verso gli umini.

-- Forse -- risposi; ma poi mi ripresi e dissi: -- Ma che cosa sono gli
umini? Pochi come lui bussrono alle porte del Mistero con tanto
ardimento.

-- E anche questo  pur vero -- disse il dottore.

                                 *

Uscimmo all'aperto, infine. Dopo, del Pscoli non si parl pi.

Il dottore volle che entrassi nella sua casa: egli non aveva vergogna se
non aveva salotto. La casa era piena di libri, di fiori; e dietro la
casa c'era un grande orto, ricco dei bei doni della terra. La signora
serv la limonea. Mi preg di non guardare la casa: mio marito mette i
libri da per tutto.

-- Come fa, dottore -- domandai --, lei uomo di stdio, a vvere qui fra
questi?... -- E non riuscivo a dire _umini_.

-- Ma tanto qui come a Milano, come a Roma -- disse sorridendo il dottore
-- son tutti umini;  questione di levare un po' la scorza.

-- Non desdera di lasciare la condotta, trovare occupazione altrove?

-- Non desdero.[8]

  [8] Allo scppio della guerra (1915), il dottor Carlo Grigioni
  abbandon condotta, famglia e and semplice soldato: perci non
  pareva svio ai buoni abitatori del luogo. Sentii dire che lo
  avvano visto a Forl in piazza d'armi con lo zino o il fucile.
  Cos in fatti lo vidi e stemmo un pomerggio insieme a
  Brisighella, dove egli, nelle ore di riposo, si occupava ad
  illustrare il luogo per le Guide del _Touring_. Non so poi se
  bbia ottenuto il grado di ufficiale mdico, ma credo di s
  essendo egli assai valente.

  (_Milano, 20 novembre 1916_).

Ed ecco entr un villano col cappello in testa e reclam il dottore
sbito per la sua donna che urlava come una bstia e la scottava come
il fuoco.

-- Ora vengo -- gli disse il dottore e a me disse sorridendo: -- La slita
iprbole romagnola. E sono romagnolo anch'io!

-- Ma tu non bevi vino! -- disse la signora.

Cos presi commiato dal dottore, dalla buona signora, da Iris, da Eros.

                                 *

Il fiaccheraio era pacificato. Passammo davanti al cimitero di San
Muro: una gran massa scura di cipressi. Ma il fiaccheraio non se ne
accorse; n parl parola.

Parlrono i cipressi e dssero: -- E il cipresso  uguale all'alloro! --

Era oramai il pieno mezzod, l'ora in cui il Dio Pan va per i campi.

Ma forse il Dio Pan o il Dio Aplline, al cui giudzio io mi ero rivolto
per corrggere i giudizi degli umini, non sono anche loro, come la
Glria, mai esistiti.

E il cipresso era uguale all'alloro!




INDICE.


         PREFAZIONE                            _Pag._ IX
      I. In attesa del treno                           1
     II. Luci nella notte                              6
    III. Il mattino a Vicenza                         15
     IV. Quattordicimila morti!                       22
      V. Bologna di notte                             31
     VI. Kara-kiri                                    37
    VII. Che cosa voleva Mim                         46
   VIII. Le due milionrie                            65
     IX. _Magister elegantiarum_                      83
      X. Effetti di Scaricalsino                     96
     XI. Il sogno della gardnia                     105
    XII. Battistero, chiesa, cimitero                110
   XIII. La pupa, il prete e la guerra               126
    XIV. Pcore e umini                             139
     XV. Venzia e il trippjo                       155
    XVI. _Pax, tibi, Marce, Evangelista meus_        161
   XVII. Pccoli penati                              172
  XVIII. Il rduce dalla guerra                      180
    XIX. La festa della mamma                        193
     XX. Dunque rndini, addio!                      201
    XXI. L'alloro ed il cipresso                     221




OPERE DI ALFREDO PANZINI:

  _Piccole storie del mondo grande_                    L. 7--
  _La lanterna di Diogene_                                7--
  _Le fiabe della virt_, novelle                         7--
  _Il 1859. Da Plombires a Villafranca_                  5--
  _Santippe_, piccolo romanzo tra l'antico e il moderno   7--
  _La Madonna di Mam_, romanzo del tempo della guerra    7--
  _Novelle d'ambo i sessi_                                4--
  _Viaggio di un povero letterato_                        7--
  _Io cerco moglie!_                                      7--
  _Il mondo  rotondo_                                    7--





Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, cos come le
grafie alternative (chilometri/chilmetri, macchina/mcchina,
veneto/vneto e simili), correggendo senza annotazione minimi errori
tipografici.





End of Project Gutenberg's Viaggio di un povero letterato, by Alfredo Panzini

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     Dr. Gregory B. Newby
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