The Project Gutenberg EBook of Cristina, by Matilde Serao

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Title: Cristina

Author: Matilde Serao

Release Date: March 1, 2013 [EBook #42237]

Language: Italian

Character set encoding: ISO-8859-1

*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK CRISTINA ***




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                _Piccola collezione Margherita_


                         MATILDE SERAO


                           CRISTINA


                    Disegni di CASTELLUCCI
                    Incisioni di BALLARINI



                             ROMA
                    ENRICO VOGHERA, EDITORE
                         _Via Po, 3_

                             1908




                     _La presente opera
                    messa sotto la tutela
                delle vigenti leggi e trattati
                         di propriet
                   letteraria ed artistica_

                  (07-6764) Tip. E. Voghera




INDICE

  _Cristina_         Pag. 15
  _Sacrilegio_           89




Cristina.


I.

Mentre Cristina si chinava a cogliere un ramoscello di basilico odoroso,
da mettere come aroma nella salsa di pomodoro che bolliva in cucina, ud
un sibilo breve e dolce. Ella lev il capo, ma non vide nulla; il sole
batteva sulla terrazza dove si allineavano, nei vasi di creta, le rose
di ogni mese, fiorite, i peperoncini rossi, i garofani schiattoni, il
prezzemolo e i gelsomini bianchi; il sole l'abbagliava. Ma di nuovo un
sibilo dolce attravers quel silenzio meridiano; ella si rialz
vivamente, fece solecchio con la mano e si guard intorno. Il sole la
illuminava tutta, nel suo vestito di percallo bigiognolo a fiorellini
azzurri, molto stretto alla cintura, col grembiule di merino nero, che
cingeva la persona: a un occhiello del vestito, sul petto, erano passati
due gelsomini bianchi, dal gambo sottile; i folti capelli castani,
divisi in due treccie, raccolti sulla nuca, strettamente, lasciavano
libera una piccola fronte bianca.

-- Chi sar? -- pensava ella, aguzzando gli occhi.

Infine qualche cosa di bianco che si agitava, attir la sua attenzione.
Dietro la casa dei Marcorelli, a una piccola finestra di casa Fiorillo,
una pezzuola si agitava, mossa da una mano.

-- Ah!  Peppino Fiorillo -- mormor Cristina con un piccolo moto di
disdegno.

E non vi bad pi. Sul parapetto della terrazza sei tovaglioli bagnati
si asciugavano al sole, mantenuti fermi contro il lieve ponente da pezzi
di mattone. Ella, prima di rientrare, assoggett meglio i tovaglioli
sotto i mattoni, perch il vento non li portasse via. Ma una curiosit
la prese di sapere con chi l'aveva quello stravagante di Peppino
Fiorillo: forse con Caterina Marcorelli, ma le finestre di Caterina
erano sbarrate, da Marcorelli avevano gi pranzato e dormivano tutti,
nell'ora lunga e affannosa della siesta meridionale. Si pieg sul
parapetto a vedere se la maestrina, la Ottilia Orrigoni, una piemontese,
fosse dietro i vetri del suo balcone a correggere i cmpiti delle
alunne: non vi era. Niente, attorno non si vedeva nessuno. Levando gli
occhi, vide che Peppino Fiorillo faceva cenno a lei, ritto innanzi alla
finestra.

-- L'ha con me -- disse fra s: --  matto, il giovinotto.

E se ne and, arrossendo un po' di collera, un po' di compiacenza.
Rinchiuse i vetri della porta-balcone che dava sulla terrazza, senza
voltarsi indietro. E mentre Michela, la serva, buttava le foglie di
basilico nel pomodoro che gorgogliava, Cristina sedette in un angolo
della vasta e chiara cucina e si rimise a fare la calza. Per l'ottobre,
suo fratello Carluccio doveva entrare nel collegio militare della
Nunziatella, a Napoli, e il corredo non era mai finito. Non pensava pi
a Peppino Fiorillo, la tranquilla creatura, pensava che questo suo
fratello se ne andava come l'altro, il pi grande, che si era riccamente
ammogliato a Pietramelara e lei, Cristina, restava sola, a diciott'anni,
in casa, col padre vecchio e con la zia Rosina che soffriva di asma. In
questa il fanciullo entr: tornava dalla scuola, col berretto di
traverso e la cartella sotto il braccio, con la cinghia pendente.

-- Oh Ciccina, Ciccinella -- grid lui, dandole della testa nel petto per
baciarla troppo presto.

-- Come puzzi di fumo, Carluccio!

-- Pare a te, Ciccina mia.

-- Altro che pare! Non dire la bugia, che ti cammina sul naso. Hai ancora
fumato, birbante! Glielo dir a pap, io, quando torna.

-- Non glielo dire, Ciccinella cara, non glielo dire. Una piccola
sigaretta di quattro centesimi e ne ho mezza in tasca, pensa che me ne
vado in quel brutto collegio, dove mi metteranno sempre in castigo.

-- E sar bene, perch sei impertinente. Chi te lo ha dato il soldo per
comperare la sigaretta? Non lo avevi.

-- Me l'ha regalata Peppino Fiorillo, quel giovanotto coi capelli ricci
ricci; ne fuma venticinque al giorno, lui, di sigarette, perch 
grande, sta al liceo; l'ho incontrato qua vicino, passeggiava...

-- Non te la doveva dare la sigaretta; vedete se  possibile, un
ragazzetto di dodici anni, fumare! Se  vizioso lui, non deve far
diventare viziosi gli altri, le creaturine...

-- Oh Ciccina, quel poveretto ti ha mandato anche a salutare! Ha detto
cos: salutami la tua bella e sdegnosa sorella. Come parla bene, eh? Sta
al liceo...

-- Un'altra volta non ti fermerai con lui, hai capito?

-- Oh Ciccina, quanto sei cattiva oggi -- disse Carluccio, volendo
piangere.

-- Dammi la mezza sigaretta -- disse ella, raddolcita.

-- Ecco qua.

Cristina la butt nella cenere del focolare.

-- Lo vuoi fare pi?

-- No, Ciccinella cara.

-- Ti ci fermerai pi, con Peppino Fiorillo?

-- Mi ha promesso un gelato, da Mola, per domani, quando esco con
Michela, ch  domenica: ma se tu vuoi, non mi ci fermer pi.

-- Te li dar io, i quattrini pel gelato. Se Carluccio si porta bene, la
sorella sua lo accompagner a Napoli al collegio e gli regaler una
bella scatola di compassi...

-- E dirai a pap che mi compri un orologetto d'argento, senza catena,
capisci, con un laccettino nero?

-- Glielo dir: subito, a lavarsi le mani e i denti, via, soldatino. Non
si viene a pranzo, cos, come un sudicione.

Nella giornata, Cristina non ebbe pi tempo di pensare a Peppino
Fiorillo: Maddalena, la vedova di Stefano, e Carmela, la figlia di
Graziella la portinaia, cucivano le camicie pel corredo di Carluccio ed
ella doveva tagliarle e impuntirle. Questo le prese il pomeriggio: alle
ventiquattro, tutte le donne di casa si riunirono in una stanza dove era
un'immagine dell'Assunta e seguendo l'intonazione di zia Rosina, si
recit il rosario. Alla _Salve regina_ Cristina s'inginocchi e rest
genuflessa per tutto il tempo della litania. Pregava per suo padre, per
sua zia Rosina che era malata, per suo fratello Ferdinando che stava a
Pietramelara, per la cognata Francesca che era incinta e soffriva molto,
per Carluccio che era piccolino e doveva partire, e per s poi, perch
il Signore le desse forza, salute e bont di cuore. Nella serata, dal
terzo piano discese il cancelliere, sua moglie e sua figlia, Irene, una
zitella di trent'anni: il marito e la moglie giuocavano la partita a
_scopone_ in quattro, con zia Rosina e col padre di Cristina. Irene e
Cristina lavoravano all'uncinetto certe stelle per coperta di letto,
parlando sottovoce.

-- Totonno mi ha ancora scritto, oggi -- confid Irene.

-- Ah... e che dice?

-- Che vuol dire? le solite cose. Senza denari, non se ne fa nulla. Egli
mi ama, capisci,  disperato, non ci  da fare altro che aspettare la
morte di suo padre.

-- Oh!

--  vecchio, ha fatto il tempo suo, il Signore se lo potrebbe prendere.
Noi anche abbiamo il diritto di vivere.

-- Gli hai risposto?

-- Figurati, subito! In sette anni di amore ci saremo scritti un baule di
lettere. Senti, Peppino Fiorillo  innamorato di te?

-- No.

-- Come? Se ti faceva i gesti da spasimante, oggi.

-- Dove l'hai visto?

-- Dalla finestra del pollaio; davo il mangime ai polli. Fa vedere che
non ne sai niente, ora! Lo ami tu?

-- No, cara Irene.

--  un gran bel giovane, una testa bizzarra,  amico di Totonno. Non ti
piace?

-- No.

-- E chi ti piace?

-- Nessuno.

-- Non pu essere.

-- Te lo direi: non mi piace nessuno.

-- Prometti che me lo dirai?

-- Prometto.

Dopo, Cristina non ci pens pi, a Peppino Fiorillo: appena andata a
letto, ella si addorment immediatamente, come al solito. Al mattino
seguente, che era domenica, Cristina, dopo aver annodato la bella
cravatta rossa di Carluccio, si vest col suo abito della domenica, di
lana crema, e usc un momento sulla terrazza, aspettando che zia Rosina
fosse pronta per la messa. Peppino Fiorillo era alla sua finestra,
pronto anche lui per uscire, col cappello in testa: vedendola, si
scappell profondamente; ella rispose appena, indispettita, sapendo che
egli l'avrebbe seguita alla messa. Per fortuna non entr in chiesa,
poich era libero pensatore e segretario del circolo democratico _Patria
e Libert_: ma Cristina fu inquieta durante tutta la messa. Uscendo,
pass rapidamente innanzi a lui, senza guardarlo, rabbuiata nel viso: ma
lui, ostinato, la segu sino alla porta della sua matrina, la signora
Cannavale, in piazza Mercato.

-- Mettiamoci al balcone, passa la musica.

-- No, comare mia, non voglio.

-- E perch?

-- C' qui sotto quel pazzarello di Peppino Fiorillo, che non mi vuole
lasciare in pace.

-- Chi? quello che d tanti dispiaceri a sua madre? Figlia mia, pensa a
quel che fai: i Fiorillo erano ricchi, ma sono rovinati, adesso...

-- Io vorrei che lui mi lasciasse stare, ecco tutto.

-- Gliene far parlare dal compare Ciccio che, sai, ti vuol bene come un
secondo padre.

-- Non importa, aspettiamo, forse smetter.

Ma alla sera, mentre in piazza Mercato, sotto le acacie, suonava la
banda municipale e le ragazze di Santa Maria sedevano, in fila, coi loro
vestitini bianchi di taglio provinciale, agitando i ventaglini rossi che
il fratello o lo zio avevano loro portato in dono da Napoli,
occhieggiando col giovanotto amato, mentre le mamme, pure in fila,
dietro, si lagnavano dell'umidit, Irene disse a Cristina:

-- Totonno mio  con Peppino Fiorillo.

Cristina sogguard da quella parte. Pappino, appoggiato a un'acacia, col
cappello in mano, si passava l'altra nei capelli ricciuti, con un gesto
stanco e triste di persona infelice.

-- Come ti guarda! -- disse Irene. -- Non ne hai piet?

-- Ma che piet! Mi secca, tutti lo vedono, domani saremo la favola del
paese. Bel guadagno ad avere una persona come lui alle costole!

Malgrado l'aria imbronciata di Cristina, Peppino seguit il suo armeggio
di spasimante provinciale, cav il fazzoletto di seta rossa dal taschino
del soprabito, se lo port alle labbra come se lo baciasse, lanciando
alla fanciulla certi sguardi lunghi, appassionati. Immediatamente Giulia
Ricca dette l'avviso di questo avvenimento ad Adelina Magliolo;
dall'altra parte Mariella Nespoli lo disse a Clemenza La Corte e tutta
la fila delle fanciulle fu commossa. Per un momento si credette che
Peppino Fiorillo guardasse Caterina Marcorelli, ma l'errore fu subito
corretto, _ Cristina,  Cristina Demartino_, circol sottovoce.

-- Cristina corrisponde?

-- No, no, non vuol saperne.

-- Domandate a Irene.

-- Irene dice che Cristina non vuol saperne.

-- Sar vero?

-- Mah! abitano dirimpetto, non direbbe la bugia.

-- Peppino  uno stravagante.

--  capace di una forte passione?

-- Chiss! Non ha un soldo e Cristina ha quattromila ducati di dote.

-- Che quattromila! Non ci arrivano.

-- E se muore la zia Rosina che ha l'asma, Cristina eredita.

-- Dio mio, che faccia malinconica ha Peppino! Cristina potrebbe
guardarlo un momento.

L'indomani la leggenda della passione non corrisposta di Peppino
Fiorillo per Cristina Demartino circolava per tutta Santa Maria. Se ne
parl al casino di conversazione e nella farmacia di don Pietro
Roccatagliata, al tribunale e nella tipografia del _Corriere Campano_.
L'eroe girava per le strade, con la sua aria stracca di un uomo tediato
di vivere, masticando la sigaretta, rispondendo seccamente agli amici
che incontrava.

--  vero che vuoi bene a Cristina Demartino? -- gli domand Ciccillo La
Corte, uscendo dallo studio dell'avvocato Bosco, dove faceva pratica di
procuratore.

-- S -- disse l'altro, cupamente.

-- E che intendi di fare?

-- Amarla.

-- Ella ti corrisponde?

-- Non so: non importa.

-- Che tipo strano sei tu!

-- _Homo sum_ -- mormor Peppino Fiorillo.

E fin per passare le sue giornate di vacanza alla finestra, donde si
vedeva la terrazza di Cristina, e a passeggiare. Appena ella usciva a
prendere una boccata d'aria, coll'uncinetto fra le dita e il gomitolo
del filo nella taschetta del grembiule, se lo vedeva l di faccia, con
la sua aria tragica di amante disprezzato. Ella chinava gli occhi, non
rientrava subito dentro per non far sembiante di nulla, ma restava
imbarazzata, col viso infiammato. Ella gli aveva fatto dire, dal padrino
Ciccio Cannavale, che la lasciasse tranquilla, che pensasse ad altro. Ma
Peppino Fiorillo aveva declamato un grande discorso a don Ciccio
Cannavale, sull'eternit del vero amore, su Dante e Beatrice, su
Petrarca e Laura, sulla libert del sentimento. Don Ciccio gli aveva
obiettato che lui, Peppino Fiorillo, non aveva n arte n parte, e che
non poteva pretendere di sposare una fanciulla che aveva quattromila
ducati di dote. Peppino aveva subito replicato, con grande fierezza, che
egli disprezzava il denaro: sarebbe andato a Napoli a studiare legge,
avrebbe conosciuto gli uomini politici del partito democratico nelle cui
mani  l'avvenire, avrebbe tentato il giornalismo, la letteratura, la
poesia, carriere indipendenti, dove trova fortuna e gloria ogni forte
ingegno, insofferente di giogo; del resto, lui, Peppino Fiorillo,
disprezzava altamente la provincia e la sua crassa ignoranza. Don Ciccio
Cannavale, sbalordito, non trov nulla da replicare, e Peppino Fiorillo
concluse:

-- O Cristina, o la morte.

Trov anche mezzo di scriverle certe lunghe lettere piene di punti
ammirativi, di citazioni poetiche, specialmente del Cavallotti, di cui
aveva comperate le _Anticaglie_, nominando financo Victor Hugo, che
Cristina non aveva mai letto. Gliele portava Carmela, la figlia della
portinaia Graziella, una ragazza di quattordici anni, la cui gran
professione era di portar lettere amorose a Irene, alla maestrina
Ottilia Orrigoni, e ci guadagnava delle mezze lire, con cui comprava una
quantit di nastrini, di spilloni falsi, di orecchini in pastiglia.
Cristina lesse le lettere, ma non volle mai rispondere: anzi, nella
confessione, padre Raffaele la rimprover di conservarle, ed ella le
bruci. Una parte delle sue amiche, quelle che amavano i giovanotti
spiantati, le cosidette _romantiche_, la consigliavano a confortare di
amore quel povero Peppino Fiorillo, che si struggeva per lei, che si
consumava, che vegliava le notti intere, che non mangiava pi, che aveva
sputato sangue, una mattina: ma le altre, quelle tranquille come lei, in
minoranza, glielo ripetevano continuamente che Peppino Fiorillo pativa
nel cervello, che era un miserabile sfaccendato, che permetteva sua
madre andasse in giornata a stirare, per comprarsi le sigarette e pagare
i bicchierini di assenzio al caff Mola. La buona creatura si ribellava
ogni tanto contro questo amore di cui non sapeva che farsi, che la
tormentava, che le impediva di uscire. In quei periodi di collera, ella
chiudeva i cristalli sul viso a Peppino Fiorillo; dovunque lo
incontrava, gli voltava le spalle; il suo umore s'inaspriva, ella
maltrattava Carluccio e le serve, recitava il rosario con una voce
desolata di donna infelice che chiede una suprema grazia al Signore. In
quei giorni Peppino Fiorillo gironzava per le vie di Santa Maria, col
capo chino, con le guancie pallide, dove la barba non rasa metteva
un'ombra azzurrina di malattia, e non salutava pi nessuno.

-- Quella Cristina  proprio senza cuore -- dicevano oramai tutti quanti.

Ella credette essersene liberata, quando Peppino Fiorillo dovette
partire per Napoli, nel novembre. Le parve meno dolorosa la partenza di
Carluccio, per questo sollievo di Peppino che se ne andava anche lui. Ma
lo studente le scrisse una lunga lettera in cui le giurava fedelt, che
le avrebbe scritto ogni giorno da Napoli, che si sarebbe fatto subito un
gran nome per metterglielo ai piedi, per commoverla. La lettera era
tutte cassature, raschiature, macchie sbiadite d'inchiostro: Peppino
confessava d'aver pianto scrivendo. Questa lettera ella la trov nel
panierino dell'uncinetto, senza poter sapere chi ce l'avesse messa. E
tutta la notte che precedette la partenza, Peppino passeggi sotto la
casa di Cristina: se ne parl un mese in Santa Maria.

Infatti per otto o dieci giorni, per la posta, arrivarono certe grosse
lettere di vari foglietti, su cui erano scombiccherate le frasi pi
disperate. Sempre Cristina avrebbe voluto respingerle, ma poi la
curiosit la vinceva. Un giorno arriv un giornaletto letterario,
l'_Alcione_, che usciva a Sarno, ogni domenica, dove ci era un sonetto
dedicato _alla mia divina Cristina_, tutto idealit e firmato Giuseppe
Aldo Fiorello. Poi, un giorno manc la lettera; le mancanze si fecero
frequenti, sicch a gennaio, per una settimana, non giunse pi niente.
Alla sera, mentre Cristina leggeva il _Pungolo_ a suo padre, trov nella
cronaca che per i tumulti universitari, fra gli studenti di primo anno
che avevano gridato _abbasso Senofonte_, era stato arrestato, poi
rilasciato G. Aldo Fiorello; poi giunse un giornale repubblicano, la
_Spira_, dove Aldo Fiorello che era stato ritenuto in carcere mezza
giornata, si vantava del martirio sofferto e sacrava le teste dei
tiranni all'augurata ghigliottina. Peppino Fiorillo, ovvero Aldo
Fiorello, non venne a far Pasqua con sua madre e la povera donna fu
invitata a pranzo da don Ciccio e da donna Rosalia Cannavale: ella mand
dieci lire al figliuolo perch facesse contento la Pasqua. Per mandargli
cento lire al mese, ella digiunava spesso. Nel mese di maggio Cristina
Demartino ricevette un giornale politico letterario di Forl, il
_Satana_, dove era pubblicata una ode barbara di Aldo Fiorello, dedicata
a _una fanciulla sciocca_. In essa l'autore si burlava, in metro
alcaico, di una fanciulla provinciale, bacchettona, che ancora aveva la
volgarit di credere nel _vecchio Jehova dei sacerdoti_, che era
anemica, ammalata d'isterismo, ipocrita e desiderava l'amore solo sotto
il giogo coniugale, che  la galera dei liberi cuori. L'autore, Aldo
Fiorello, dichiarava d'essere stato ingenuo sino al punto di amare
questa stupida, ma che allargatoglisi innanzi l'orizzonte, _sapute le
tempeste_, egli preferiva, s, preferiva l'amore che la _chellerina_ gli
offriva, insieme con la tazza spumante di birra. Di questa poesia
Cristina non cap la parola _Jehova_, ma la credette una bestemmia e si
segn; non cap la parola _chellerina_, ma intese, in generale, che lo
studente si permetteva d'insultarla e pianse di collera.


II.

Tre anni dopo, un giorno, a tavola, don Cosimo Demartino chiese a sua
figlia Cristina:

-- Cristinella, lo conosci Giovannino Sticco?

-- Il figliuolo di donna Marianna?

-- S.

-- L'avr visto tre o quattro volte, quando veniva qui, che vi era ancora
Ferdinando.

-- Che te ne pare, Cristinella?

-- Non saprei, pap.

--  un buon giovane.

Il discorso cadde, essi continuarono a pranzare silenziosamente. Erano
soli, soli, ora, ridotti a due: povera zia Rosina era morta della sua
asma e Carluccio seguiva il terzo corso al collegio militare della
Nunziatella. La zia aveva lasciato diecimila lire a Cristinella, e
Carluccio aveva avuto ogni anno la cifra reale, come premio. Soltanto
don Cosimo invecchiava giorno per giorno, logoro di fatica. Non
parlarono pi di Giovannino Sticco; ma sulle ventiquattro, appena
Cristina aveva intonato il rosario a cui le donne di casa rispondevano,
quasi cantando, il padre sopraggiunse, sedette sopra un seggiolone e
tratta innanzi a s una sedia, pos il capo bianco sopra la spalliera.
Pregava anche lui quella sera, e Cristina, dopo essersi fermata un
momento, meravigliata, ricominci l'avemmaria. Quando il rosario fu
finito, le serve scomparvero a una a una, e padre e figlia rimasero
soli, nella penombra. Ella stringeva ancora fra le mani, sotto il
grembiule, la coroncina.

-- Quel Giovannino Sticco ti vuole sposare, Cristinella.

-- Lo ha detto a voi, pap?

-- S.

-- E che gli avete risposto?

-- Gli ho risposto di s, Cristinella.

Vi fu un silenzio.

-- Giovannino Sticco  un buon giovane -- soggiunse il padre --  di buona
salute, il suo negozio di generi coloniali  prospero, non ha che sua
madre, avr in tutto trentamila ducati di propriet, potreste avere la
carrozza.

Ella non disse nulla. Ascoltava, pensava, con le mani in grembo.

-- Se si mette nel commercio degli spiriti, pu fare guadagni grossi; 
molto attivo, pieno di buonsenso. Ha trent'anni. Quanti ne hai, ora, tu?

-- Ventuno, compiti a maggio.

-- Va bene, mi pare.

Niente diceva Cristinella.

-- Potrebbe Giovannino Sticco comprare questa casa qui accanto, di
Marangio; apriremmo una porta nel muro divisorio e cos non resterei
tanto solo, poich tu devi andartene. Che dici tu?

-- Dico che va bene, pap.

-- Ho fatto bene a dire di s a Giovannino Sticco?

-- Hai fatto bene, pap.

Nell'ombra egli le pos un momento la mano sui capelli, quasi
benedicendo: essa baci quella mano. Non era stato n un padre
espansivo, n un padre carezzevole, non aveva sprecato n baci, n
quattrini, ma era stato un padre onesto e buono, che aveva lavorato
dalla mattina alla sera per la sua casa. Non si dissero pi nulla, e il
matrimonio fu come cosa fatta.

Non aveva trovato molte parole per esprimergli quanto fosse contenta,
Cristinella. Era quello che desiderava lei, un marito quieto, una casa
piccola da dirigere, la continuazione della vita che aveva sino allora
vissuta, senza tempeste di cuore, un amore mite, senza complicazioni di
gelosie. La tranquillit del suo bel temperamento aveva bisogno di un
ambiente pacifico come quello di casa sua. Ella odiava gli imbrogli, i
pettegolezzi, gli esaltamenti per nulla, le agitazioni inutili, gli
strilli, le scene, le lagrime. Il suo spirito era semplice, come la sua
persona. Ella aveva bisogno di pranzare alle due, di cenare alle otto,
di dormire sette ore, di andare a messa ogni domenica, a confessione
ogni mese, in visita dalle amiche ogni quindici giorni: ella scriveva
ogni settimana a Ferdinando, due volte la settimana a Carluccio. Aveva
bisogno che tutto ci continuasse, senza interruzione. Sapeva, s,
sapeva che il matrimonio non  sempre una allegra cosa, ma conosceva
Giovannino Sticco, come le ragazze conoscono bene tutti i giovanotti da
moglie. Quando egli venne la sera, a prendere il suo posto di fidanzato
ufficiale, dalle sette alle nove, lo accolse con un sorriso famigliare,
e subito parlarono di questa compra della casa Marangio.

-- Pap, capite,  vecchiarello, non potrebbe star solo.

--  naturale -- disse lui.

Il giorno seguente le don un orologetto di oro, con la catena.

-- Ho ordinato un medaglione, a Napoli, con la lettera C, sopra -- disse
Giovannino. -- Gli orecchini vi piacciono?

-- Non ne porto spesso.

-- Fate bene: nemmeno a me piacciono molto.

Parlavano nella strombatura del balcone, ella lavorando sempre
all'uncinetto, il padre che giuocava alla scopa con don Ciccio
Cannavale, poich il cancelliere era stato traslocato.

-- Mamm vorrebbe venire domani, Cristina.

-- Non  meglio domenica dopo la messa?

--  vero, avete ragione.

Egli la guardava di sfuggita, con una certa dolcezza: ma ella era senza
imbarazzo. S'intendevano perfettamente.

-- Vi piace l'uva nera, Cristina?

-- Mi piace, ma quando  uva fragola.

-- Anche a me:  singolare!

Poi, tacevano.

-- La coperta all'uncinetto  finita? -- chiedeva Giovannino.

--  finita; questo  il terzo guanciale.

-- Come la foderate?

-- Di seta azzurra: non mi avete consigliato cos, l'altra sera?

-- Grazie, Cristina. Resta inteso, dunque, che il salone da ricevere lo
mobiliamo di giallo.

-- Giallo, s, Giovannino.

-- Star bene?

-- Star benissimo: non avete visto quello di Clemenza La Corte?

-- Lo faremo pi bello.

Alla domenica, dopo la messa, passeggiavano tutti insieme pel Corso
Garibaldi, don Cosimo accanto alla madre di Giovannino Sticco, i due
fidanzati innanzi, senza darsi il braccio, perch non conviene. Cristina
conservava la sua serenit; ma vedeva arrivare l'ora del matrimonio con
un certo senso di emozione. Essa amava Giovannino, ora, con un'affezione
calma e sicura: e sentiva di essere amata come voleva.

Un giorno, come usciva fuori la terrazza, per sciorinare certi corpetti
del suo corredo, che le serve avevano lavato, ud, come in sogno, quel
sibilo breve e dolce, dalla parte di casa Fiorillo. Era chiusa da due
anni la casa Fiorillo, dopo che la madre di Peppino era morta, di tifo,
a Napoli, una volta che era andata a vedere il figliuolo che non tornava
pi a Santa Maria. Ella trasal, trem, vedendo nel vano della finestra
la faccia di Peppino Fiorillo. Si era lasciato crescere la barba, era
pi grasso, pi scialbo, ma ella lo aveva riconosciuto subito. Scapp in
camera sua, tutta la giornata non ebbe requie, sgrid le serve due o tre
volte, senza ragione. Sarebbero ricominciati, ora, i tormenti, con
questo stravagante che tornava cos in mal punto? Come avrebbe fatto a
liberarsene, di questo Peppino Fiorillo? Alla sera Giovannino Sticco la
trov inquieta e distratta.

-- Che avete?

-- Niente.

-- Tu hai qualche cosa -- mormor Giovannino, dandole per la prima volta
del tu.

-- Ho mal di capo.

-- Va a letto, ti far bene.

-- Vado, buonanotte -- disse ella docilmente.

Non potette dormire. Aveva addosso una inquietudine come mai, una febbre
che le ardeva il sangue. Mai aveva provato l'odio, ma ora lo provava,
grande, fiero, per questo Peppino Fiorillo che riappariva come un
fantasma, a guastarle la vita. Non lo aveva amato, non lo amava, con che
ardire egli ritornava ad annoiarla? Gi non ci aveva mai creduto e non
ci credeva, all'amore di lui; tutte parole tutte chiacchiere, come si
leggono dentro i libri e non sono vere. A che scopo ritornare, per
affliggerla di nuovo? A che serviva torturarla? Invano cerc di recitare
le orazioni per calmarsi. Non ci riusciva, il suo pensiero fisso la
vinceva, le disordinava tutte le altre idee.

L'indomani Peppino le scrisse:

Sono tornato per te, tu sola mi resti, perdonami questi anni di obblio,
ti spiegher tutto, ti amo pi che mai.

Ella non rispose nulla. Ma la sera, quando Giovannino Sticco venne,
stringendole la mano, sent che bruciava.

-- Hai la febbre, perch non sei rimasta a letto?

-- In casa vi era bisogno di me.

-- Lo sai che  tornato Peppino Fiorillo? -- chiese egli, senza dare
nessuna importanza alla domanda.

-- Lo so -- e non batt palpebra.

-- L'hai visto alla finestra?

-- S.

-- Si  molto mutato.

-- Gi.

Il giorno seguente, altro biglietto.

Mi dicono che devi sposare quella bestia di Giovannino Sticco, il
venditore di caramelle. Non  possibile. Rispondimi di no.

Rispondere, a quel pazzo? Che rispondere? Non aveva nulla da dirgli,
come sempre, e temeva che qualunque risposta avrebbe peggiorato le cose.
Forse si convincer da s, senza che io gli risponda -- pensava, con la
transazione abituale degli spiriti tranquilli, che rifuggono dalle
grandi decisioni. Difatti, per tre o quattro giorni Peppino Fiorillo non
scrisse pi, non comparve alla finestra, i cristalli rimasero chiusi,
ella non ud parlare di lui. Dunque si era convinto, non ci pensava pi,
aveva forse abbandonato la casa a Santa Maria per ritornarsene a Napoli.
Sollevata da questo incubo, respirava, riprendeva la sua serenit, la
sua attivit. Si era nel gennaio: il matrimonio con Giovannino Sticco
era fissato pel 20 aprile, giorno di Pasqua: bisognava affrettarsi pel
corredo. Giusto mancavano ancora le sottane di mussolo dalla balza
ricamata: ne avrebbe chiesto il modello a Clemenza La Corte che ne aveva
delle bellissime. Mentre pensava questo, capit Carmela con un biglietto
di Peppino: Cristina, per solito cos calma, impallid di collera.

-- Non lo voglio -- disse con una voce tremante di emozione -- riportalo a
chi l'ha scritto, a quel pezzente vizioso, e se mi compari innanzi con
un altro biglietto, ti faccio cacciar di casa, Carmela, te e la tua
famiglia.

-- Gli debbo dire quello che mi avete detto, signorina? -- balbett la
servetta spaventata.

-- Diglielo.

E le volt le spalle, tutta vibrante ancora di sdegno, tutta commossa
ancora dell'atto di volont che aveva fatto. Per ritrovare la calma
dovette passeggiare su e gi, in camera sua per un pezzetto, parlando
fra s, cercando di sfogarsi per riprendere equilibrio. Poi la cuciniera
venne a cercarle la roba per il pranzo, perch Cristina chiudeva tutto,
sempre, e si metteva le chiavi in tasca. Entr nella dispensa e con un
cucchiaio di legno stacc un grosso pezzo di strutto bianco, da una
vescica gi sventrata: lo misur con l'occhio, era una libbra. Tagli da
una forma di cacio di Sardegna una fetta da grattarsi per i maccheroni:
da una scatola di latta, prese tre cucchiaiate di conserva secca di
pomidoro.

-- Che ha mandato pap, dalla piazza?

-- Un chilo di alici e un chilo di carne, pel sugo dei maccheroni.

-- Ci vorr l'olio, per le alici.

Ma Cristina trasse prima da un grande armadio un cartoccio di
maccheroni, prese la bilancia e pes tutto il cartoccio. Era troppo, ne
lev un fascetto, a occhio. Mentre si alzava in punta di piedi per
prendere un fiasco di olio da uno scaffale alto, tutta la casa fu scossa
da una detonazione, vicinissima.

-- Madonna Assunta, aiutateci voi! -- strill la serva.

-- Che sar? -- chiese Cristina, come perduta.

Poi tesero l'orecchio. Nelle scale pareva che qualcuno strillasse e
piangesse forte, una donna, Carmela.

-- Avranno ucciso qualcuno nel portone -- strill la serva.

Allora Cristina, dopo avere esitato un momento, attravers la cucina, la
stanza da pranzo, l'anticamera. Nella scala i gridi crescevano; erano
due o tre voci che si lamentavano:

-- Signorino bello... signorino bello...

Ella fece per aprire la porta sulla scala. Non potette. Peppino Fiorillo
giaceva lungo disteso sul pianerottolo, ferito nel petto: una ferita da
cui sgorgava il sangue. La rivoltella era accanto a lui: egli era bianco
bianco nella faccia, con gli occhi aperti. Li rivolse su Cristina,
quando ella apparve.

-- Signorino bello... signorino bello... -- piangevano e gridavano le
femmine.

Ella traball, si sorresse alla porta, poi stramazz.


III.

Nella poca luce della lampada che ardeva dinanzi a una immagine
dell'Assunzione, Cristina, seduta accanto al letto, stava immobile. Il
moribondo giaceva, senza cuscini, con la testa appoggiata al materasso,
per impedire l'affluenza del sangue al polmone. Il lenzuolo che lo
copriva, macchiato qua e l di sangue, si sollevava appena, sotto un
respiro debolissimo.

-- Come va? -- domand il medico, piegandosi verso la fanciulla.

-- Sempre lo stesso -- rispose ella, con un soffio di voce.

-- Ha chiesto neve da mangiare?

-- S.

-- Avete rinnovato le vesciche di neve sulla ferita?

-- S.

-- D molto sangue?

-- Molto: tre asciugamani, da oggi.

Il medico tacque, per poco, come pensando. Poi si chin sull'ammalato.

-- Dorme -- disse.

-- Non dorme: ogni tanto apre gli occhi.

-- La febbre non  forte, per l'infiammazione: solo trentanove gradi e
mezzo -- riprese lui, come parlasse a se stesso.

Ella non parl.

-- Ritorner questa notte. Perch non andate un po' a letto?

-- No -- disse Cristina.

Egli usc in punta di piedi, ella rimase di nuovo sola accanto al
morente. Da trentasei ore non era mai uscita da quella camera dove lo
aveva trasportato: o stava immobile, seduta accanto al letto, o andava e
veniva per la stanza, pian piano, come un'ombra, portando le bende, la
neve, le compresse. Agiva macchinalmente, senza pensare, sentendosi la
testa vuota e rigonfia; agiva come per istinto, indovinando quello che
si dovesse fare. Ma non si ricordava pi, non giudicava pi, non capiva
pi niente. Quello che le dava uno spavento, ogni tanto, erano gli occhi
del ferito che si riaprivano lentamente e la fissavano a lungo, con una
intensit di vita profonda. Ella chinava i suoi occhi, ma si sentiva
guardare, e le pareva che fosse gi morto, che morto la guarderebbe
sempre cos, con quello sguardo concentrato. Era entrato due o tre volte
il padre, a chiedere notizie; ella aveva risposto con qualche
monosillabo: e pi nulla. Sola, con quell'agonizzante! Come si avanzava
di nuovo la notte, vide che agitava un poco le dita della mano sinistra,
lungo il lenzuolo. Si chin su lui: nello sguardo vi era una preghiera
ardente. Intese: gli dette la mano. A poco a poco il calore di quella
mano febbrile si comunic alla sua, sal al braccio, si diffuse per la
persona: ella arse della stessa febbre. Due volte cerc di ritirare la
mano, ma le dita dell'infermo la trattennero, debolmente; ella non os
pi muoversi. Si sentiva presa, irrimediabilmente, avvinta a quel
moribondo, arrivando a respirare lieve lieve, come lui, sentendosi la
bocca riarsa, come lui.

-- Morir, come lui -- pensava.

Per quattro ore egli non le lasci mai la mano; immobilizzata, senza
voltare la testa, ella sentiva che il braccio le si paralizzava
lentamente.

-- Cos si muore, forse -- pensava.

Ma quella mano, che non la lasciava pi, diventava sempre pi calda, era
rovente come un ferro infuocato, parea le corrodesse la pelle e la carne
della mano, facendo una piaga profonda. La febbre del ferito cresceva;
egli apriva gli occhi, ma non li fissava pi su lei, li stravolgeva,
guardando la lampada, guardando il soffitto. Non aveva fiato per
parlare, il ferito, ma si vedeva che il delirio gli era salito al
cervello. Oh era stata presa, per forza, da quel moribondo, si sentiva
fatta cosa di lui, gli apparteneva, non poteva n strillare, n parlare,
n fuggire, n divincolarsi: era sua, il moribondo se l'aveva presa.

       *       *       *       *       *

Egli fu trentasette giorni in pericolo di vita; l'emorragia era cessata,
ma la febbre d'infiammazione era gagliarda; egli delirava ora a voce
alta, chiamando Cristina la sua sposa, la sua cara sposa, la sua
fidanzata.

-- Non lo contraddite -- disse il medico.

Non lo contraddiceva: chinava il capo, Cristina, e impallidiva. Il senso
della realt ritornava in lei, facendola acutamente soffrire.

-- Vuole sposarvi -- le disse un giorno il medico; -- che ne dite?

-- Non so, non so...

-- Tanto ha da morire: dategli questo conforto.

Ella tacque: non lo aveva sentito, in quella notte, che il moribondo la
voleva, che il moribondo se la prendeva?

-- Dottore, morir anche io -- disse poi.

-- Ma che, ma che! Sarete la vedova di un suicidato, ecco tutto.  un
romanzo.

Il romanzo, la stravaganza, la follia, era quello che le aveva sempre
fatto paura! Ora, lanciata in questo vortice, non poteva salvarsi pi.

-- Sposalo, figlia mia -- disse suo padre, sospirando, invecchiato di
dieci anni. -- Non restiamo con questo rimorso: tutta la citt ti accusa
di questo suicidio.

-- Sposalo, Cristinella -- disse don Ciccio Cannavale, il padrino; -- ha
voluto morire per te, poveretto.

-- Sposatelo, figlia mia -- disse il confessore -- se no, egli muore in
peccato mortale. Fate dannare un'anima.

Non era il romanzo, questo matrimonio, fatto nella stanza di un
ammalato, in un momento di lucido intervallo? Era questa tragedia quella
che lei aveva sognata, forse? Quello che lei aveva sognato era lontano,
non tornava pi, non era pi possibile che ritornasse, il moribondo se
l'aveva presa, era sua moglie, ora, la moglie di un suicida agonizzante,
sarebbe stata la vedova di un suicida. Dove era Giovannino? Forse che
aveva mai esistito Giovannino? Per fortuna quel suicida che era suo
marito, se l'avrebbe portata gi, nella fossa, dove non ci sono pi
romanzi.

Il comico di tutto ci fu che Peppino Fiorillo guar.




Sacrilegio.


Egli era un vinto. Portava in s tutte le traccie delle battaglie
combattute con accanimento, ma perdute senza gloria. Come in tutti gli
uomini di lotta, l'armonia della sua bellezza virile si era guastata e
corrotta. Per quindici anni, dai venticinque ai quaranta, lo spasimo
interno aveva corrugato quella fronte, aggrottate quelle sopracciglia,
fatto fremere quelle nari mobili, curvate al sogghigno quelle labbra.
Ora i capelli ricciuti s'eran fatti radi sulla fronte, come se fossero
abbruciati: l'occhio era vitreo, inerte: sotto il mustacchio che si
brizzolava, le labbra s'erano appassite, quello inferiore era cascante
come per stanchezza. Talvolta, in alcuni momenti di profonda
distrazione, di sguardo _interiore_, le palpebre plumbee si abbassavano,
il viso si allungava, tutte le linee si atonizzavano e quella faccia
pareva gi morta, gi decomposta. Ritornava in s lentamente, quasi
rinvenisse, con un'espressione di pena: cos una lieve animazione ridava
un senso di vita a quella faccia che aveva troppo vissuto, consumandosi
in una esagerazione della vitalit. Dell'antica bellezza non gli
rimaneva che il vigore di un corpo gagliardo e la seduzione morbida di
una mano carezzevole, quasi femminile.

La rovina del suo spirito era anche pi grande. Entrato nella vita con
l'audacia che dnno tutti i desideri di un'anima ribelle e di un
temperamento sanguigno, con tutta una ardente, insolente ambizione per
quanto fosse potenza, il trionfo gli parve facile e s'inebbri della
propria forza. Ma nella passione umana, come nella passione divina, la
Fede non basta, ci vuole la Grazia. Gli  che l'anima sua era piena
d'ideali variabili e nebulosi, tutti belli, tutti splendidi, ma tutti
sparenti; gli  che egli voleva troppo, voleva quanto gli altri avevano
e quanto gli altri non avevan potuto avere; gli  che le sue labbra
anelavano ai baci delle donne che non baciano, la sua intelligenza
voleva conoscere ed abbracciare i vasti orizzonti della scienza, la sua
fantasia sognava tutte le glorie folgoranti dell'arte. Se un poeta
assurgeva al cielo immenso della poesia, egli invidiava intensamente
quel poeta; se un uomo politico saliva alla vittoria, egli avrebbe
voluto essere quel politico; se un uomo bello ed affascinante si
pigliava la donna pi invano desiderata, egli si rodeva di invidia per
quell'uomo. Allora, morsicato al cuore dall'ambizione, dominando i suoi
impeti, si piegava al lavoro, frenava il suo slancio, applicandolo al
raggiungimento di uno scopo. Ma alla fervida e acuta intelligenza
mancava quella nobile qualit che  la misura: alla sua prorompente
volont mancava la fissit. Eccitandosi, esaltandosi, vibrando in una
febbrilit di desiderio insoddisfatto, egli cadeva nella esagerazione
che raffredda e allontana il successo: poi la febbre declinava e la
volont ammollita, esaurita, si lasciava prendere dall'indolenza. Lo
pigliava il disgusto di un lavoro troppo lento; la nausea dei piccoli e
volgari mezzi che avviliscono; la sfiducia di s, che  grave; la
sfiducia nel proprio ideale, che  l'estrema rovina. Si ritirava in s
inoperoso, immobile, immerso in un dormiveglia spirituale pieno di
amarezza, turandosi le orecchie per non udire, chiudendo gli occhi per
non vedere il successo degli altri. Allora, pensava acutamente,
profondamente, scavando in s, analizzando in s, scendendo alle ultime
finezze del pensiero e del sentimento. Poi, d'un tratto, preso da un
risalto di vita, si buttava disperatamente in una nuova guerra, assetato
di vittoria, abbramato di vittoria, ma incapace di volerla fino
all'ultimo. Cos, in questi periodi di lotta furibonda e illogica, dove
si sciupava il suo ingegno, e di esaurimenti mortali, egli non raggiunse
mai nulla. Rimaneva alla porta del tempio, adorando e maledicendo
l'idolo, ma non trovando tanta costanza d'imprecazione e di adorazione
da essere trasportato al cospetto del dio. Egli fu per essere un grande
statista; egli fu per essere un grande artista; egli fu per essere un
grande speculatore. Vide il trionfo passargli accanto e, fatalmente
immobilizzato, non lo afferr. Infine, egli restava nel limbo dove si
ravvolgono, in un ambiente incolore, tutte le intenzioni a cui manc la
volont, tutti i pensieri a cui manc l'azione, tutti i tentativi
abortiti, tutti gli ingegni traviati e tutte le vocazioni sbagliate.

Quando s'innamor, a trent'otto anni, giuocava l'ultima carta. Tutti i
suoi amori del passato erano stati creati dall'amor proprio, piuttosto
come una prova di potenza, come un esercizio di scherma per mantenersi
acuto l'occhio e agile la mano. Vinceva le donne, per imparare a vincere
gli uomini: le vinceva facilmente, come se scherzasse, poich esse si
lasciavano prendere egualmente dai suoi accessi di passione furiosa,
come dalle dolcezze dei suoi periodi d'indolenza. Quest'anima strana,
piena di forza e piena di debolezza, ispirava alle donne orgoglio e
compassione. Era un innamorato bizzarro che metteva paura e destava
piet. Egli le affascinava con la soavit della voce vellutata, il cui
timbro aveva quell'intimit irresistibile a cui le anime si aprono; ma
le affascinava anche con quei silenzi lunghi, pieni di cose tetre e
d'immaginazioni mostruose per cui le donne si attaccano invincibilmente
all'uomo. Eppure lui, vinto dalle altre passioni, turbato da sempre
nuovi interessi, agitato e sbattuto dalla tempesta, non aveva mai amato
per amore, mai amato per amare, mai dato tutto se stesso all'amore.
Forse, nel segreto del suo cuore, aveva quel tacito disprezzo della
donna, quel tacito disprezzo dell'amore, che la giovent moderna porta
in s come una malattia.

Cos s'innamor tardi, troppo tardi. Sulle prime era freddo,
glacialmente stanco delle sue sconfitte, non arrivando a riscaldarsi,
guardando imperterrito la donna che seduceva, scherzando col sentimento,
facendo fare un pericoloso giuoco d'altalena a quella povera anima
femminile che gi gli apparteneva. Ma aveva trovato uno spirito eletto,
unito ad una femminilit molto sviluppata; una bellezza fatta di
espressione, insieme a un carattere singolare; una nervosit tutta
giovanile, insieme a un sapore d'arte eccezionale. Lei lo amava
piamente, umilmente, con la devozione animalesca e l'esaltazione
spirituale. Quando egli conobbe tutto questo, un grande rivolgimento
s'oper in lui e nelle nuvole bigie di uno scetticismo insanabile, si
allarg questa luce:

-- Forse la grandezza della vita  nell'amore.

D'un tratto, egli col suo temperamento eccessivo si butt nell'amore,
come si era buttato nella politica, nella speculazione, nell'arte,
portandoci gli ultimi slanci, le ultime collere, gli ultimi ardori. Fu
una vampata. Fu un incendio sanguigno. Fu un fuoco divorante e
stringente. Fu una selvaggia espansione, l'avvinghiamento disperato di
colui a cui tutto  sfuggito, il terrore bianco della solitudine. Amava,
gagliardamente, tenacemente, pi con rabbia che con tenerezza. Andava
alla conquista dell'amore, come a una battaglia, tremando dell'ultima
sconfitta. A questo urto cos forte, in questo vortice, quella che lo
amava si sgoment, si arretr spaventata, lo credette impazzito. Come
lui pi s'innamorava, lei amava meno. Lui saliva alla passione, lei
discendeva all'affetto: mai un minuto di equilibrio. E un giorno, quando
lui aveva messo in questa passione quanto aveva ancora di illusioni, di
speranze, di desideri, ella lo abbandon non si sa come, lo trad non si
sa perch, nel modo pi illogico e pi volgare. Scomparve, fu travolta --
dove non si sa.

E cos, in Guido fu completa la devastazione e l'aridit: regn solo,
malvagio, egoistico, il cinismo.

                                  *
                                 * *

Era una donna fulminata. Nell'unica, immensa battaglia che aveva
sopportato il suo cuore femminile, aveva perduto. Nell'amore, aveva
fatto naufragio. Nulla si vedeva dal volto, poich instintivamente il
volto femminile dissimula: talvolta, senza che la volont gli imponga la
dissimulazione. Solo un sottile osservatore poteva notare che la vivezza
dello sguardo aveva del fittizio, che l'ombra sotto gli occhi era di un
bistro carico come segno di molte notti vegliate, che le labbra avevano
un sorriso pi fremente che dolce. Ma lei ergeva la testa cos
altieramente, ma una severit cos orgogliosa era diffusa nella sua
fisonomia, che niuno osava chiederle se si sentisse male. Poi, la
rispettavano come un essere colpito da una grande disgrazia. Era una
donna fulminata, vivente in una immobilit dolorosa, che piangeva
dentro, che sanguinava dentro, senza un respiro di dolore.

Invero aveva tutto perduto. Era stata una giovanetta male educata e
imperiosa, cresciuta troppo presto come corpo e la cui anima si era
ingrandita in precocit singolari. Lei aveva conosciuti i teatri
dall'atmosfera rossiccia, profumata e velenosa, dove i fiori
appassiscono e le fanciulle pensano; i balli ardenti dove aleggia tanta
seduzione di amore, di luce e di musica; le stagioni balneari dove il
mare, il cielo e il sole fiammeggiante sono l'infinito incanto che
conduce all'amore; le conversazioni maschili, frivole, nulle,
stucchevoli; le conversazioni femminili profonde, che turbano, che
tentano. Cos ella era stata una fanciulla senza dolcezza e senza
soavit. Cos ella era stata una fanciulla senz'amore. La vanit le
bastava, le bastava la civetteria, le bastava il _flirt_. Era stata una
fanciulla caparbia, maligna, ragionatrice, piena di teorie
paradossatiche, guasta nell'anima, falsa in ogni manifestazione del
sentimento, che adorava tutte le _pose_ dell'ironia e dello scetticismo,
che si lasciava far la corte per curiosit e poich l'amore dell'uno
rassomigliava all'amore dell'altro, si sbrigava bruscamente del suo
corteggiatore, insensibile alla maldicenza, insolente per la sua
bellezza, per la sua ricchezza, per la sua indipendenza. Le avevano dato
un fidanzato, un progetto di pura convenienza: lei lo aveva accettato,
stringendosi nelle spalle.

Ma un giorno, in un sito qualunque, per due minuti soltanto, ella vide
un uomo che non la guardava, che non era bello, che non era elegante -- e
se ne innamor, cos d'un tratto solo. Questa creatura cattiva e
fantastica, che non aveva conosciuto serenit di giovent, che si era
burlata dell'amore, che non aveva mai capito l'amore, sent struggersi
tutta la parte malvagia di s nell'intenerimento soave di un affetto
spontaneo e vivificante. Si sent guarire lentamente di quanto era stata
la sua infermit di spirito e quanto ella aveva calpestato, ador. Tutte
le rosee incipienze e i brividii lenti e le felicit piccine e le
punture acute, fini fini dell'amore che comincia, turbarono
deliziosamente il suo cuore rinnovato. Non sapeva che fossero le quiete,
dolcissime lacrime che rinfrescano le guancie accaldate dalla febbre;
ignorava le dolcezze di una umiliazione innamorata; ignorava le volutt
del sacrificio: tutto ignorava. Questa scienza dell'amore, giunta di un
colpo solo, si era poi sviluppata lentamente, togliendo di mezzo la
variet, scacciando le volgarit, divorando come un fuoco purificatore
tutte le bassezze. Allora, senza pensare un minuto, senza riflettere, di
sua libera elezione, di sua spontanea volont, butt via la sua
reputazione, il suo nome, la sua posizione, il suo avvenire, come si
gitta via un fardello che inceppa il viaggio. Lui non le chiedeva niente
e lei gli volle dar tutto. Lui avrebbe voluto l'amore tranquillo,
nascosto, a termine fisso, senza compromissioni: lei lo volle clamoroso,
invadente, quasi folle. Invano gli amici le dicevano che essa si
perdeva, per chi non lo meritava: invano l'amante stesso si mostrava
indifferente a tanta abnegazione. Lei camminava per la sua via,
fatalmente, incapace di fermarsi, incapace di transigere, incapace di
amare meno. Aveva negli occhi belli la luce dell'amore e nel cervello il
divino raggio della follia. Tutto il suo passato, secco, duro, aspro,
fatto di meschinit maligne e di gretterie femminili, le faceva orrore:
sentiva di doverselo far perdonare. Sentiva che quella passione di donna
era il perdono della fanciulla crudele e arida, che aveva deriso tutte
le nobili e sante cose che esistono. Lei non amava solamente l'uomo,
amava anche l'amore per l'amore, perch l'amore era la sua nuova anima,
era la sua giovent riconquistata la sua bellezza purificata, perch
l'amore era la sua salvazione.

Questa donna am invano. Essa sprec tre anni di vita dietro un uomo
indifferente, che non capiva, che non sapeva, che certo non meritava.
Essa adoper tutto quanto pu fare una povera donna per farsi amare,
dalla gelosia vera alla finta freddezza, dalla umilt profonda alla
seriet dell'orgoglio, dall'affetto malinconico che non si lagna, al
sorriso divino che tutto perdona. Lei prov ad essere umanamente cattiva
e celestialmente buona. Ebbe quei singhiozzi profondi che lacerano il
petto e quelle indulgenze materne che solo l'amore insegna. Quanto vi
pu essere di delicato e di passionato, in una strana fusione di
sentimenti, lei prov con quell'uomo. Tutto fu inutile, tutto. Dopo tre
anni di lotta contro un uomo, quando fu priva di forza, esausta,
demoralizzata, avendo smarrito la via della vita, non sentendo pi nulla
che un dolore infinito, lui l'abbandon togliendole ogni speranza di
ritorno, per sempre.

Cos il naufragio di Teresa fu completo.

                                  *
                                 * *

Guido e Teresa, queste miserie infinite, questi esseri devastati e
rovinati, si conobbero. L'uno sapeva dell'altro, per fama di esistenze
perdute. Ma fra loro non si stabil alcuna simpatia. Invero vivevano
ognuno nella salvatichezza diffidente che segue le grandi sventure, in
quell'egoismo sospettoso di chi ha troppo sofferto. Ognuno si teneva
caro il proprio dolore, noncurante dell'altro. Non li pungeva neppure la
curiosit. Ognuno apprezzava il proprio dolore superiore a quanti
umanamente possano esistere nel mondo. L'anima di Teresa era pi
dignitosa e severa, chiusa nell'asprezza dell'orgoglio, meditante nella
solitudine: l'anima di Guido si immergeva in un cinismo tacito,
ripensando tutti i rifiuti che gli uomini e le cose gli avevano
inflitti. N simpatia, n curiosit, n piet; la tempesta, che aveva
squassato quelle fragili imbarcazioni, aveva inghiottito tutto.

Solo un duplice egoismo, egualmente acuto, egualmente profondo, cre fra
loro una relazione di visite. Egli veniva da lei in certe ore, la
salutava senza interesse, le faceva qualche domanda vaga, poi sedeva e
fumava. Nella casa di Teresa vi era un silenzio intenso e una penombra
triste che conveniva a Guido: non vi erano uccellini che cantassero,
mancavano i fiori nelle giardiniere, il pianoforte era chiuso a chiave.
Visite non ne venivano mai. Lei vestiva di nero, come una monaca. Non
portava n profumi n gioielli. Parlava poco e piano. Per lo pi, dopo
averlo salutato, si rimetteva a leggere con una attenzione concentrata,
senza levare la testa, se non quando lui se ne andava, per salutarlo di
nuovo. Oppure rimanevano ambedue in silenzio, senza guardarsi mai,
pensando. L'uno non s'accorgeva pi dell'altro, indifferenti, sottratti
alla nozione del tempo e dello spazio: talvolta Guido se ne andava in
punta di piedi, senza salutare e Teresa non si accorgeva che pi tardi
di quella partenza. Un giorno Guido si abbandon in uno di quei suoi
abbattimenti profondi, la sigaretta spenta, le braccia prosciolte, la
faccia cadaverica: lei non lo comprese o non pens neppure a chiedergli
che cosa avesse. Un giorno lei, d'un colpo, fu presa da una crisi di
singhiozzi, torcendosi le braccia, bagnando di lagrime il cuscino del
divano: lui la lasci fare, infastidito dal rumore, non trovando una
parola da dirle.

Una sera, lei leggeva ancora.

-- Che leggete? -- chiese lui, lasciando cadere la domanda, non curante
della risposta.

-- Leopardi -- rispose lei, senza alzare la testa.

-- Un uomo che dice di aver sofferto.

-- E non  vero -- mormor Teresa.

-- E non  vero -- grid lui, rabbiosamente. -- Non permetto a nessuno di
dire che ha sofferto, quando non ha vissuto la mia vita!

Lei lo guard sdegnosa, fremente per lo stesso sentimento di egoismo
vanitoso.

-- Sentite -- disse lui, pacatamente, dopo un poco.

E senza guardarla, fissando il muro dirimpetto o un punto indefinito,
senza fare un gesto, con la sua voce bassa dove non scorreva pi calore,
dove non vibrava pi vita, fermandosi ogni tanto per respirare, le narr
minutamente la storia del suo amore, come era nato, in quale ambiente
desolato era cresciuto, come egli n'era stato invaso e travolto: poi
come questo amore era stato violentemente spezzato. Egli narrava
lentamente, senza fare alcuna osservazione, impersonalmente, quasi che
dicesse la storia di un altro: precisava nettamente i fatti, metteva le
date, accennava a tutte le pi piccole circostanze. Il racconto sgorgava
freddo e tranquillo, con un movimento d'impulsione quasi matematico,
andando diritto alla sua via, quasi rigido, quasi inflessibile. Sembrava
il resoconto imparziale, n severo, n indulgente, di un giudice che ha
dimenticato di essere uomo. Non portava opinione di narratore, sembrava
che in lui tutto tacesse dalla coscienza alla fantasia, e che solo
operasse lucidamente, algebricamente, la memoria. Teresa ascoltava,
senza guardare Guido, distesa nella sua poltroncina, con gli occhi
socchiusi, immobile, senza interromperlo mai, attenta forse, disattenta
forse, ma simile alla sfinge che tutto pensa dietro la sua fronte di
liscio granito. Lui narr a lungo, a lungo: suonavano le ore
all'orologio, trascorreva la notte e lui narrava sempre e lei ascoltava
sempre. Quando fin, l'alba bigia spuntava: lui si lev e prese il
cappello, senza aggiungere altro: lei si lev senza parlargli.
Guardandosi in faccia, si videro lividi in quella scialba luce. Cos,
tacitamente, si lasciarono.

Il giorno seguente, quando lui giunse, Teresa trov la parola:

-- E voi? -- gli chiese.

-- Io? io ho finito. Ho chiuso. Sono morto.

-- O felice, felice! -- grid lei. -- Io sono viva ancora, io non posso
morire.

E trasalendo, impallidendo, piangendo a riprese, coi singhiozzi che
rompevano le parole, col rossore dello sdegno che asciugava le lagrime,
coi fremiti della gelosia che ancora le facevano morire la voce, ora
abbandonandosi nella desolazione, ora rialzandosi nella collera, ella
disse come si era perduta. Era un racconto informe, affogato, tutto
ripetizioni, tutto intralciato di osservazioni, di esclamazioni,
ricominciato cinque o sei volte, affannoso, balzante dall'ironia alla
passione, dalla tenerezza al furore. Lei raccontava, esaltandosi,
inebriandosi della propria voce, ascoltandosi, come se Guido non fosse
pi l, come se dialogasse con se stessa. Da tanto tempo quella storia
le ruggiva dentro ed essa la comprimeva e si sentiva soffocare. Era
presa dalla febbre dell'espansione, dal delirio di dire tutto, di
gettare via il suo segreto per poter respirare. Avesse avuto cento
persone l innanzi, crudeli o indifferenti, avrebbe sempre detto tutto.
Si sentiva morire, se non parlava. Quando tacque, non aveva finito. Solo
la voce mancava, gorgogliante nella strozza: solo il corpo si lasciava
vincere da una lassezza. Ma nella figura ella rimaneva tragica e
disperata, simile a una greca eroina di Eschilo che la fatalit ha
pietrificata nel dolore.

                                  *
                                 * *

Da quel giorno, l'uno fu necessario all'altro. A vicenda si imponevano
il proprio egoismo e senza impietosirsi l'un per l'altro, si prestavano
attenzione. Non chiedevano che di poter parlare, che di sfogare
l'amarezza inesauribile della loro vita e la pazienza dell'ascoltatore
era calcolo di colui che aspetta il suo turno. Forse Guido diceva di pi
e meglio: lui era pi glaciale, pi _morto_. Sceglieva le parole,
lentamente, trovando quelle pi efficaci, rendendo la sua idea con una
lucidit meravigliosa. La frase s'insinuava, tutta flessuosa; la frase
si allargava, tutta piena di una armonia infinita; la frase si faceva
smagliante, tutta ricca di colore. Egli era stato quasi un artista.
Raccontando, l'anima sua si sdoppiava, il dualismo della coscienza
diventava evidente e nell'atonia del suo spirito, ancora pareva che
narrasse il romanzo di un altro. Di questo, egli forse era inconscio. Se
Teresa trasaliva, egli non se ne avvedeva. Se una parola rude,
selvaggia, brutale, la faceva impallidire, egli non s'accorgeva di
questo effetto. Guido sembrava si dirigesse a un pubblico invisibile,
cercando di trascinarlo. Sembrava che parlasse di quel passato d'amore
innanzi alla pubblica opinione, per accusare la donna che era stata
l'ultima sua sciagura. Cos giunse il tempo in cui Teresa lo ud
volentieri, come presa da un libro attraente: anche esteriormente, anche
senza comprendere spesso quello che egli diceva, ella sentiva ondeggiare
nel suo cervello quella voce carezzevole e penetrante, che parea
conoscesse tutte le sottigliezze dell'intonazione. Quella voce le faceva
l'effetto di un delicato piacere fisico, le produceva un senso di
benessere fresco, un cullamento quasi inavvertito, tanto era lento.

Ma in certe sere in lei l'angoscia diventava impaziente e come lui
taceva, quasi aspettando, lei trabalzava, nervosa, a dire, a dire, a
dire. Prima cercava di moderarsi, di temperare la voce e di dominare
l'impeto nervoso. Ma il suo carattere orgoglioso e la sua giovent
ribelle si spezzavano in quei ricordi cos caldi, cos vivaci.
S'interrompeva, talvolta:

-- Sentite, ho la febbre, come allora.

E metteva la sua mano su quella di Guido. Lui la tratteneva nella sua,
mollemente, con una strisciatura lieve delle dita, una carezza di piet,
che parea dicesse:

-- Poveretta, poveretta.

Quella compassione segreta, di un essere infelice verso una creatura
infelice, faceva sgorgare le lagrime di Teresa. A lei, immobile, di
sotto le palpebre abbassate, piovevano le lagrime sulle guancie,
disfacendosi sul collo e sul petto, senza che lei le asciugasse. Allora
sentiva un tocco leggiero di mano sfiorante i capelli, come un soffio,
come una carezza che parea dicesse:

-- Poveretta, poveretta.

Ma niente altro. In breve l'uno sapeva la storia dell'altro a mente,
poteva dirla coi minimi particolari. Le lettere erano state lette: tutti
i pezzetti di cose che segnavano una data nell'amore, se li erano
mostrati. Era rimasto l'estremo pudore dei ritratti. Ma anche quello fu
distrutto: Teresa apr il medaglione che portava al collo e chinandosi
verso Guido, gli fece vedere il ritrattino di _lui_.

-- Era bello, ma doveva essere malvagio -- disse Guido, dopo una lunga
pausa.

Poi cav fuori il portafoglio e mostr quel viso di _lei_, pallido come
quello di una morta, poich sembra che i ritratti abbiano senso e vita.
Teresa e Guido lo guardarono per molto tempo, senza dire nulla. Infine
Guido, covrendole delicatamente la bocca con la mano, le disse, con la
sua voce insinuante e quasi parlante in sogno:

--  strano. Nella fronte e negli occhi, voi le rassomigliate tal quale.

E nient'altro. Ma una sera burrascosa di autunno, nella disperazione di
un doppio naufragio, nel brancolare cieco di due anime ottenebrate, in
un esaltamento bizzarro, vinti da una forza ignota, senza volont, senza
memoria, ammalati di passato, inferociti di passato, lo insultarono in
un bacio, lo calpestarono in un bacio.

                                  *
                                 * *

Passarono tre giorni senza vedersi e senza scriversi. Teresa visse quei
tre giorni immersa in uno stupore doloroso, rabbrividendo ogni tanto
come le ritornava la coscienza di quello che avevano fatto. Le pareva di
dormire e di sognare sempre, un sogno pieno di paure, pieno di cose
orribili. Ogni tanto apriva gli occhi, ma li richiudeva, spaventata
dalla luce e spaventata dalla realt, immergendosi di nuovo in quel
dormiveglia dove almeno l'acuzie si attutiva, il senso del presente si
smarriva in un orizzonte vago e senza contorni. Lui visse quei tre
giorni, rabbioso, agitatissimo, bestemmiando se stesso, l'amore e tutto,
incapace di prendere una decisione forte, inquieto di questo risveglio,
incapace di volere qualche cosa. Quando si rividero, provarono un
acutissimo sentimento di pena, un imbarazzo, un senso di vergogna.
Insieme, si tesero le mani, supplicandosi:

-- Perdono.

E piansero insieme. Quelle lagrime furono benefiche e calmarono quella
pena. Una tenerezza grave li prese come se fossero due grandi colpevoli
pentiti, che il rimorso ha domati. L'uno si struggeva di piet per
l'altro e cercava lenire dolcemente quell'anima ferita. Guido ritrov la
sua parola seduttrice e la mano molle, femminile che aveva blandizie
materne e sfioramenti infantili. Diceva a Teresa delle cose gravi o
serie, molto lontane dall'amore, una efflorescenza sentimentale, un
discorso tutto musicale che le cantava una ninna-nanna soave. Lei si
lasciava riprendere da quel fascino e spalancava gli occhi di sonnambula
in faccia a Guido, sorridendogli, crollando la testa, come se quel
discorso, di cui spesso il senso le sfuggiva, la convincesse e la
consolasse. Lui stesso si abbandonava in quello stato di dolore
indolente, in cui manca la volont per soffrire.

Cos il rimedio fu cattivo quanto il male. Potevano scordare per un
momento, ma appena soli, la loro coscienza si rialzava e li ingiuriava.
Allora, per senso di vanit, mentendo a se stessi l'uno mentendo
all'altro, sentendo la necessit, il peso e lo scorno della menzogna,
dissero di volersi bene, di amarsi molto, di amarsi sempre. Ognuno
diceva tra s: ho il dovere d'amare, poich ho tradito. Ogni giorno
recitavano una commedia ignobile, pallidi, inetti, disgustati della
rappresentazione, nauseati delle parole e dei baci. A volte, presi dalla
stanchezza invincibile, di questa commedia dove tutto era falso, dove
gli attori avevano dimenticata la parte e il rossetto male celava i
volti sbiancati, si fuggivano. Ma, involontariamente, dopo tre o quattro
giorni di tortura, per l'abitudine di vedersi, pel desiderio di
ritentare la prova, si ritrovavano e la comica storia, piena di lagrime
represse e di grida soffocate, ricominciava.

Erano tormentati anche nell'egoismo. Per delicatezza non si parlava pi
del passato, non vi era pi rinnovamento di confidenze, mancavano tutte
le espansioni -- e poich solo il passato poteva loro ispirare qualche
cosa di vero, poich solo il passato volevano nominare e non potevano
nominare, cos tacevano spesso. Pi che mai erano lontani, in quel
silenzio.

-- A che pensi? -- domandava Guido.

-- A nulla -- diceva lei glacialmente.

Assente ogni intimit. Almeno prima erano semplicemente estranei,
riuniti dal caso, destinati a rimanere estranei. Ma ora, rimanere
estranei dopo quel che era accaduto, rimanere estranei, mentre dicevano
e giuravano d'amarsi, era uno squilibrio, una contraddizione,
un'altalena pazza. Istintivamente, i nomi degli _altri_ ritornavano in
campo: si guardavano in volto, spaventati, come se vedessero apparire un
fantasma. Dapprima finsero anche la gelosia per convincersi che si
amavano; e indifferenti si tormentavano, facendosi delle scene furibonde
dove l'esaltazione era tutta di cervello, dove spasimavano per un altro
dolore, dandogli la forma della gelosia. S'ingiuriavano brutalmente. Ma
in fondo ghignava la coscienza, mormorando: non me ne importa niente,
non me ne importa niente.

Poi la gelosia nacque veramente, una gelosia tutta di amor proprio, una
gelosia senz'amore, una gelosia volgare, a capricci, a dispetti, a
piccole ferocie.

-- Tu ami ancora _lui_ -- diceva talvolta Guido, insistendo, incrudelendo,
offeso nel suo orgoglio di uomo.

Teresa non osava dire di no, la parola le moriva sulle labbra, voltava
la testa in l.

-- Lo vedi, lo vedi? Tu l'ami ancora, sei una sciagurata! -- inferociva
lui.

Gli  che si ricordavano ognuno la storia dell'altro, precisamente.
Serviva per la loro tortura.

-- A _lei_ tu scrivevi ogni giorno ed a me, mai -- diceva Teresa.

-- A _lui_ tu hai dato le due treccie dei tuoi capelli e a me nulla --
diceva Guido.

-- Tu hai passato sei mesi, passeggiando la notte sotto le _sue_ finestre
e con me niente -- diceva Teresa.

-- Tu hai passato tre anni in casa _sua_ e da me non un minuto -- diceva
Guido.

Rinascevano i ricordi, assidui, angosciosi, mescolandosi stranamente al
presente.

-- Io voglio che mi chiami Nin, come chiamavi l'altra -- diceva Teresa,
ostinandosi, diventando malvagia.

-- Non posso, non posso -- faceva lui disperato.

Riapparivano, riapparivano le memorie, turbando il presente, guastandosi
nel presente.

-- Se mi vuoi bene, non devi portare il medaglione col ritratto
dell'altro -- diceva Guido.

-- Non posso, non posso -- gridava lei, singhiozzando.

Ma tutto precipitava in un delirio di collera senza nome. Avidi di
crudelt, inebbriati di cruccio, decisi di andare sino in fondo al loro
peccato, portarono il loro amore dove erano vissuti gli altri due amori,
nei giardini, nelle ville, nelle campagne, sulle spiaggie, nelle strade,
nei teatri: dove ci era un ricordo, vollero deturparlo. Rifecero la via
della passione, senza passione: rifecero la via dell'amore, cambiandola
in _via crucis_. Erano ebbri del loro peccato, ammalati, agonizzanti:
stracciarono le lettere, dispersero i ricordi, spezzarono i ritratti:
presi dalla follia della distruzione. Fino a che, una sera, egli le
disse:

-- Voglio che mi baci come l'altro.

-- Vattene, vattene -- strill lei. -- Io non t'amo, vattene; io non posso
amarti, vattene; io ti odio, vattene.

Lui la odiava, nell'intensit dello sguardo.

                                  *
                                 * *

In verit, essi sono pi infelici che mai; infelici quanto umanamente si
pu essere. E se si rivedono talvolta, si fanno orrore. Poich hanno
commesso, insieme, un sacrilegio.




Piccola collezione Margherita


Casa Editrice E. Voghera, Roma

  =Piccola Collezione
  Margherita=

  Ogni volume illustr. Una lira

  =I Serie=
  (gi pubblicata).

  EDMONDO DE AMICIS
                             _In America._

  E. SCARFOGLIO
                   _Il Cristiano errante._

  GIUSEPPE DE' ROSSI
                           _Le due colpe._

  MATILDE SERAO
                            _Donna Paola._

  UGO OJETTI
                         _L'onesta vilt._

  CESARE PASCARELLA
                           _Il Manichino._

  A. G. BARRILI
                     _Una notte d'estate._

  V. BERSEZIO
                  _La parola della morta._

  PAOLO MANTEGAZZA
                        _Un bacio in tre._

  SCIPIO SIGHELE
                          _La donna nova._


  =2 Serie=
  (gi pubblicata).

  E. PANZACCHI
                         _Le donne ideali_

  EGISTO ROGGERO
                    _L'eredit del genio._

  CESARE IMPERIALE
                      _L'ultima crociera._

  MICHELE LESSONA
                _Memorie d'un professore._

  GIUSTINO FERRI
                   _Il castello fantasma._

  L. STECCHETTI
             _Dal primo all'ultimo amore._

  CORRADO RICCI
                        _L'ebreo errante._

  E. PANZACCHI
                       _Poeti innamorati._

  E. SIENKIEWICZ
                    _Il giudizio di Zeus._

  DIEGO ANGELI
                      _Roma sentimentale._


  =3 Serie=
  (gi pubblicata)

  EMILIO ZOLA
                     _La signora Sourdis._

  MATILDE SERAO
                              _Tre donne._

  MARIO GIOBBE
                                 _Nemesi._

  TRSAH
                          _Pare un sogno._

  NEERA
                             _Conchiglie._

  ROBERTO BRACCO
                  _Nel mondo della donna._

  LUIGI CAPUANA
                             _Il Vampiro._

  GRAZIA DELEDDA
                          _Amori moderni._

  EDMONDO CORRADI
                              _L'agguato._

  MATILDE SERAO
                               _Cristina._






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interpreted to make the maximum disclaimer or limitation permitted by
the applicable state law.  The invalidity or unenforceability of any
provision of this agreement shall not void the remaining provisions.

1.F.6.  INDEMNITY - You agree to indemnify and hold the Foundation, the
trademark owner, any agent or employee of the Foundation, anyone
providing copies of Project Gutenberg-tm electronic works in accordance
with this agreement, and any volunteers associated with the production,
promotion and distribution of Project Gutenberg-tm electronic works,
harmless from all liability, costs and expenses, including legal fees,
that arise directly or indirectly from any of the following which you do
or cause to occur: (a) distribution of this or any Project Gutenberg-tm
work, (b) alteration, modification, or additions or deletions to any
Project Gutenberg-tm work, and (c) any Defect you cause.


Section  2.  Information about the Mission of Project Gutenberg-tm

Project Gutenberg-tm is synonymous with the free distribution of
electronic works in formats readable by the widest variety of computers
including obsolete, old, middle-aged and new computers.  It exists
because of the efforts of hundreds of volunteers and donations from
people in all walks of life.

Volunteers and financial support to provide volunteers with the
assistance they need are critical to reaching Project Gutenberg-tm's
goals and ensuring that the Project Gutenberg-tm collection will
remain freely available for generations to come.  In 2001, the Project
Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure
and permanent future for Project Gutenberg-tm and future generations.
To learn more about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation
and how your efforts and donations can help, see Sections 3 and 4
and the Foundation information page at www.gutenberg.org


Section 3.  Information about the Project Gutenberg Literary Archive
Foundation

The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non profit
501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the
state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal
Revenue Service.  The Foundation's EIN or federal tax identification
number is 64-6221541.  Contributions to the Project Gutenberg
Literary Archive Foundation are tax deductible to the full extent
permitted by U.S. federal laws and your state's laws.

The Foundation's principal office is located at 4557 Melan Dr. S.
Fairbanks, AK, 99712., but its volunteers and employees are scattered
throughout numerous locations.  Its business office is located at 809
North 1500 West, Salt Lake City, UT 84116, (801) 596-1887.  Email
contact links and up to date contact information can be found at the
Foundation's web site and official page at www.gutenberg.org/contact

For additional contact information:
     Dr. Gregory B. Newby
     Chief Executive and Director
     gbnewby@pglaf.org

Section 4.  Information about Donations to the Project Gutenberg
Literary Archive Foundation

Project Gutenberg-tm depends upon and cannot survive without wide
spread public support and donations to carry out its mission of
increasing the number of public domain and licensed works that can be
freely distributed in machine readable form accessible by the widest
array of equipment including outdated equipment.  Many small donations
($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt
status with the IRS.

The Foundation is committed to complying with the laws regulating
charities and charitable donations in all 50 states of the United
States.  Compliance requirements are not uniform and it takes a
considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up
with these requirements.  We do not solicit donations in locations
where we have not received written confirmation of compliance.  To
SEND DONATIONS or determine the status of compliance for any
particular state visit www.gutenberg.org/donate

While we cannot and do not solicit contributions from states where we
have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition
against accepting unsolicited donations from donors in such states who
approach us with offers to donate.

International donations are gratefully accepted, but we cannot make
any statements concerning tax treatment of donations received from
outside the United States.  U.S. laws alone swamp our small staff.

Please check the Project Gutenberg Web pages for current donation
methods and addresses.  Donations are accepted in a number of other
ways including checks, online payments and credit card donations.
To donate, please visit:  www.gutenberg.org/donate


Section 5.  General Information About Project Gutenberg-tm electronic
works.

Professor Michael S. Hart was the originator of the Project Gutenberg-tm
concept of a library of electronic works that could be freely shared
with anyone.  For forty years, he produced and distributed Project
Gutenberg-tm eBooks with only a loose network of volunteer support.

Project Gutenberg-tm eBooks are often created from several printed
editions, all of which are confirmed as Public Domain in the U.S.
unless a copyright notice is included.  Thus, we do not necessarily
keep eBooks in compliance with any particular paper edition.

Most people start at our Web site which has the main PG search facility:

     www.gutenberg.org

This Web site includes information about Project Gutenberg-tm,
including how to make donations to the Project Gutenberg Literary
Archive Foundation, how to help produce our new eBooks, and how to
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