The Project Gutenberg EBook of Gioia!, by Annie Vivanti

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Title: Gioia!

Author: Annie Vivanti

Release Date: May 25, 2012 [EBook #39793]

Language: Italian

Character set encoding: ISO-8859-1

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         ANNIE VIVANTI


             GIOIA!

            NOVELLE



            FIRENZE
  R. BEMPORAD & F.--EDITORI
            MCMXXI

PROPRIET LETTERARIA RISERVATA

per tutti i paesi compresi la Svezia, la Norvegia e l'Olanda.

_Copyright 1921 by A. Vivanti Chartres._


1921--Tip. Carpigiani & Zipoli--Firenze--Via Ricasoli, 63.




I.

Gioia!

(Idillio in sei mesi)


GENNAIO

  LUI

  (Ci che pensa)

  L'anima mia  triste fino alla morte.

  (Ci che scrive)

    _Gentile signora_,

  _Antonino Melzi mi ha detto ch'Ella, illustre
  poetessa, s'interessa alla mia arte e che alla
  Promotrice, degnandosi di ammirare l'opera mia,_
  Il Sacrificio, _ha espresso il desiderio di
  conoscermi._

  _Ne sar invero onorato e felice._

                                    _A. Galeazzi._

                     LEI

                     (Ci che pensa)

                     La mia anima naviga in un mare di letizia. Rescia
                     mi ha mandato il vestito: charmeuse verde-Nilo
                     con bordo di velvet vieux-rose. Lidia e la
                     Delvago che vennero a trovarmi erano verdi
                     d'invidia. La vita  buona a viversi.

                     .... Bisogna ch'io scriva a quell'oscuro scultore
                     romano. Che noia! Perch ho detto che volevo
                     conoscerlo?

                     Melzi e Flavia dicono che  un grave austero
                     melanconico genio. In altre parole vorr dire che
                      noioso come la pioggia.

                     Insomma, intoniamo la corrispondenza alla sua
                     austerit.

                     (Ci che scrive)

                       _Egregio signore_,

                     _Grazie. Antonino Melzi e anche la mia cara amica
                     Flavia non cessano dall'esaltare Lei e il Suo
                     grande ingegno._

                     _Venga dunque a trovarmi. Parleremo delle
                     sofferenze profonde e sublimi che l'Arte infligge
                     a chi la segue e serve...._

                                                     _Viviana Allori._

  (LUI)

  Com' vuota la mia vita! Com' grigia e meschina
  e solitaria.

  Hai la tua Arte, mi dice Melzi.--Hai la
  giovent, mi dice mia madre.--Hai il genio e
  la speranza, mi dice mio fratello che 
  invalido e misantropo.

  Io sento di non aver nulla. N genio, n
  giovent, n speranza. Vivo solo, rintanato come
  una fiera; selvaggio e scontroso nel mio studio
  tra questi esseri gelidi e immoti di creta e di
  marmo foggiati da me. Talvolta li guardo--sono
  tutti nell'atteggiamento della sofferenza!--e mi
  chiedo:

  Perch vi ho creati?.

  Forse Iddio cos guarda noi, e si fa la stessa
  domanda.

    _Gentile signora_,

  _Con lieto animo ricevo e accetto il lusinghiero
  invito._

                                    _A. Galeazzi._

                     (LEI)

                     Claudio mi ha fatto una scena di gelosia che ha
                     durato quattro ore. Ci mi rialza il morale.

                     Oggi con lui e qualche amica, da Baratti, nella
                     princesse di Rescia mi sentivo veramente
                     _Au-dessus de la mle_. A proposito, che libro
                     sar quello? L'avr scritto certo una donna con
                     un vestito nuovo, un amante geloso e un cappello
                     che le stava bene.

                       _Egregio signore_,

                     _Sono desolata di aver mancato oggi la Sua
                     visita. Una Lettura di Dante e una conferenza
                     sull'_Evoluzione del Concetto dell'Immortalit
                     dell'Anima, da Platone a Porfirio, _m'hanno
                     presa tutta la giornata._

                     _Mi permette di venire al Suo studio? Domani,
                     verso le quattro?_

                     _Entrer trepida e riverente in quel tempio sacro
                     alla Sua nobilissima Arte._

                                                     _Viviana Allori._

  (LUI)

  Il tedio della vita  su di me come un mantello
  di piombo. Lo _spleen_ mi sommerge e mi
  annienta.

  Domani verr a trovarmi quella lugubre letterata
  di cui non ho letto che le gravi e rimbombanti
  epstole.

  Ahim! Non conosco che gente plumbea, non penso
  che pensieri tenebrosi, non compongo che
  monumenti funerari. Il mio studio e la mia anima
  sono dei cimiteri. Dei cimiteri in cui nessuno 
  morto; perch nessuno vi  stato vivo mai.

  _Mi far una festa, gentilissima signora, di
  accoglierla qui domani nel mio studio, pur
  temendo che ella abbia a provare un disinganno
  riguardo alla mia arte, la quale.... ecc. ecc.
  ecc._

                     (LEI)

                     Claudio mi conduce a Montecarlo in automobile.
                     Dice che ha un sistema. Gliel'ha dato un
                     professore di matematica.  infallibile. Si gioca
                     sulle dozzine e le colonne. Partiamo subito.

                     Bisogna avvertire lo scultore....

                       _Egregio signore_,

                     _No. Non posso venire oggi al Suo studio._

                     _Non mi trovo spiritualmente preparata alla
                     grande impressione d'arte che--lo sento--mi verr
                     da Lei. Vorrei per qualche giorno chiudermi nel
                     raccoglimento...._

                     _Sono strana? No. Sono poeta; e sono donna.
                     Questa duplice sensibilit mi rende quasi timida
                     davanti alle grandi emozioni spirituali.... ecc.
                     ecc._

  (LUI)

  Son contento--se qualcosa pu rendermi tale--che
  oggi non venga la trasecolante poetessa. Gi
  troppo sono depresso.

  La sua grandiosit di sentimenti mi opprime.

    _Signora,_

  _Quella trepidanza spirituale di fronte alle mie
  povere opere, che le vieta di venire oggi da me,
  troppo mi onora.... e mi addolora._

  _Invero Ella sente squisitamente l'eccelsa
  tortura di spirito che.... ecc. ecc._

  _Attendo dunque ch'Ella mi dica: Verr!_

                            _A. Galeazzi._

                     (LEI)

                     Idiota il sistema di Claudio e del suo professore
                     di matematica. Dovevo immaginarmelo! Una
                     progressione pazzesca sulla dozzina che non esce;
                     mentre tutti sanno che bisogna giocare sulle
                     dozzine che escono. Risultato: Claudio--che gi 
                     pi decorativo che utile--completamente spiantato
                     per un mese; mentre io ho sacrificato tutta la
                     prima edizione di Parossismi alle fisime sue e
                     del suo maniaco professore di matematica.

                       _Egregio signore_,

                     _Di ritorno da un breve e triste viaggio in
                     Riviera dove le tonanti onde si accordavano col
                     mio agitato e tumultuoso cuore, trovo il Suo
                     gentile biglietto._

                     _S, s! verr senza fallo. Domani? Alle
                     quattro?_

                                             _Viviana Allori._

  (LUI)

   stata qui la scrittrice.  diversa da quanto
  m'aspettavo. Molto diversa.

  Partendo, ha dimenticato qui la borsetta e un
  libro.

  Per distrazione, pi che per indiscrezione, ho
  aperto entrambi: la borsetta conteneva uno
  specchietto, della cipria, del profumo e il
  biglietto di visita di un tenente di cavalleria
  con alcune parole che non mi permisi di leggere.
  Il libro s'intitolava: _Pour lire au bain_, di
  Catulle Mends.

  Gi;  una donna diversa da quello che
  m'aspettavo.

    _Illustre signora_,

  _Fu per me un grande onore accoglierla nel mio
  umile studio che echeggia ancora del trillante
  riso ch'Ella ebbe davanti alle mie tragiche
  figurazioni. Queste dunque non furono create
  invano se hanno potuto divertirla._

  _Le rimando ci ch'Ella scord e La saluto
  devotamente._

                                  _Galeazzi._

                     (LEI)

                     Fui nello studio dello scultore. Ha dei
                     bellissimi occhi. Si gelava.

                       _Illustre artista_,

                     _Il senso di quasi religiosa esitazione col quale
                     varcai la soglia del Suo studio era invero
                     giustificato. Io sono completamente sous le
                     charme!_

                     _Le ginocchia mi si piegano davanti al mistero
                     del Genio._

                     _Mi sembra che le Sue statue mi afferrino colle
                     mani di marmo il cuore, e mi atterrino davanti
                     alla divinit dell'arte._

                                                    _Viviana Allori._

                     P.S.--_Ricevo in questo istante la borsetta e il
                     libro. Appartengono a una mia amica.... persona
                     un po' frivola e vana._

                     _Come mai, come mai ha potuto credere che le
                     sublimi Sue opere:_ La Rinuncia sostenuta dal
                     Dovere, La Rassegnazione che sorride al
                     Dolore, La Coscienza innalzata dal
                     Sacrificio!... _abbiano potuto suscitare la mia
                     ilarit?_

                     _Quel riso  una forma di convulso che mi prende,
                     soprattutto quando sono molto commossa._

                     _Pi volte, anzi, ho pensato di consultare un
                     neuro-patologo per questa spasmodica
                     ipersensibilit del mio sistema nervoso...._

                                                    _Viviana Allori._

  (LUI)

  Che silenzio! Che freddo!

  Queste stanze mi sembrano pi che mai
  sepolcrali.

  _Grazie, gentile signora, delle parole
  lusinghiere. Mi  doloroso apprendere ch'Ella
  soffra di quella lieve forma convulsa che,
  spero, non sar nulla di preoccupante._

  _Augurandole pronta guarigione La saluto
  devotamente._

                            _A. Galeazzi._

                     (LEI)

                     Claudio mi ha condotta in automobile a Lanzo.
                     Abbiamo avuto due _pannes_.

                     Pioveva.

                     Ritta in mezzo alla strada, col mio cappello
                     Louis-Lewis esposto all'acquazzone, sono stata a
                     guardare Claudio che pompava aria nella grossa
                     gomma moscia e schiacciata. Non aveva con s il
                     martinetto per rialzare la ruota. I suoi sforzi
                     erano vani.

                     Io mi domandavo, guardandolo, come mai ho potuto
                     amarlo; come mai da quasi due anni Claudio
                     rappresenti per me l'estasi e lo strazio....

                     Dopo circa mezz'ora ha smesso.

                     --Perde aria dalla valvola--mi spieg.

                     E a me pareva di sentire che anche il mio amore
                     per lui si sperdeva via, pianamente, lievemente,
                     in un soffio che era tra la risata e il
                     sospiro....

                                      . . . . . . .

                     Ho rivisto lo scultore. Passando con Claudio in
                     automobile ho fatto fermare davanti alla sua
                     porta e l'ho mandato a chiamare.

                      uscito subito dal suo studio a pian terreno, ed
                      venuto a salutarmi. Ritto sul marciapiede nel
                     sole, senza cappello, colle chiome nere e
                     lucidissime divise nel mezzo, mi ricordava
                     l'amante nel quadro intitolato _Vertigine_.

                     Ho notato che ha degli occhi inverosimili, velati
                     da ciglia lunghe e fini come le frangie di seta
                     nera di uno scialle spagnolo.

                     Che meravigliose ciglia!...

                     La sua anima deve essere un abisso.

                       _Egregio signore_,

                     _Venga stasera a trovarmi. Ci sar gente._

                                              _Viviana Allori._

  (LUI)

  Se quei briganti del Comitato delle Onoranze non
  mi pagano La Rassegnazione che sorride al
  Dolore sar in un bell'impiccio. Da tre mesi
  dovevano portarselo via. Farabutti!

    _Gentile e illustre signora_,

  _Grazie. Verr col massimo piacere._

                        _A. Galeazzi._

                     (LEI)

                     Iersera ho avuto molte visite.

                     C'era anche Galeazzi. Non ha mai parlato.

                     Pareva il giovane Endimione dormiente, prima che
                     Astarte lo baciasse in fronte. Ha una fronte
                     classica, calma, pacata sotto quei capelli neri e
                     lisci divisi nel mezzo. (Come mai hanno potuto un
                     giorno piacermi le teste  la Pompadour dalle
                     chiome ondeggianti e svolazzanti, come quella del
                     banalissimo Claudio?).

                     Temo che lo scultore abbia trovato stolta e
                     frivola la nostra conversazione. Ho pur provato a
                     parlargli dell'influenza di Nietzsche
                     sull'evoluzione della moderna mentalit--devono
                     essere questi gli argomenti che lo
                     interessano!--ma subito il tenente Rossi mi ha
                     distratta e mi ha fatto venire il fou rire.

                     Ridevo, ridevo.... e lo scultore mi guardava
                     cogli occhi cos gravi e strani che ne rimasi
                     tutta sconcertata. Spero che si sar ricordato
                     che patisco il convulso.

  (LUI)

  Ho scoperto ci che manca, ci che ha sempre
  mancato, alla mia vita. Il riso. Nessuno ride
  mai intorno a me. Il riso, che cosa
  meravigliosa!... C' della gente che quando ride
  riempie di luce, di suono e di fragranza il
  mondo.

                     (LEI)

                     Si chiama Andrea.


FEBBRAIO

  (LUI)

  Ho pensato a una nuova statua, affatto diversa
  dalle altre opere mie.

  Non mi occorre modella. La far, cos.... dal
  ricordo: Una donna. Una donna che tra i tragici
  simboli della vita e il macabro apparato della
  morte ride! Null'altro.

  La intitoler Gioia.

                     (LEI)

                     Ho rotto definitivamente coll'insoffribile
                     Claudio. Tutto  finito tra noi; egli ha
                     accettato il posto a Budapest; ed io ho scritto
                     un poema intitolato Addio! ritmo moderno, come
                     un carro che sballotta per una via sassosa; versi
                     lunghi e corti: bellissimo!

                     Lo mander alla Rivista Ardente.

                     E cos dalla mia vita--_exit_ Claudio.

                     Che sollievo! Che leggerezza!

                       _Mio signore_,

                     _Venga a trovarmi questa sera._

                     _Sar sola._

                                   _Viviana Allori._

  (LUI)

  Ci che mi rapisce in lei  la sua letizia, la
  sua trillante esultanza! Sembra vivere in una
  continua estasi, in una perenne ebbrezza.

  Lavoro alla statuetta Gioia. Mi pare ch'essa
  chiuda nel viso ancora misterioso tutti gli
  splendori e tutte le giocondit.

    _Mia signora_,

  _Grazie. Verr._

    _Andrea Galeazzi._

                     (LEI)

                     Ero brutta, so che ero brutta iersera. Alice mi
                     pettina esecrabilmente. Mi fa una testa che pare
                     una pagnotta Garibaldi.

                     La licenzier.

                     Farei bene ad andare in campagna per un mese a
                     curarmi i nervi e la carnagione. Flavia dice che
                     contro i primi soli di Febbraio non c' di meglio
                     che la crema Hazeline coll'acqua di rose e alcune
                     goccie di tintura di benzoino.

                       _Mio signore ed amico_,

                     _Lascio la citt per qualche tempo. Un nuovo
                     poema mi canta ed urge entro il cervello. Andr
                     ad ispirarmi nella solitudine e nel silenzio._

                     _Venga a salutarmi prima ch'io parta._

                     _Se domani, alle cinque, non avesse nulla di
                     meglio a fare...._

                                                              _V. A._

  (LUI)

  Fui da lei oggi alle cinque. Quante cose avrei
  voluto dirle per impedire o ritardare la sua
  partenza! Non ho trovato nulla nel mio cuore
  selvatico, nella mia gola inaridita. Sono
  rimasto muto, impietrito, a guardare quel riso
  che le scintillava negli occhi.

  .... Non sapevo che le donne potessero essere
  delle creature cos gaie e delizianti.

  Gi, ne ho conosciute ben poche.

  La donna, dunque,  cos? Non parla, canta. Non
  cammina, vola. Non vive, gioisce....

  Mi pare di aver trascorso i miei giorni finora
  rinchiuso in un sepolcreto di famiglia....
  d'autunno.... nella nebbia....

    _Signora gentilissima_,

  _Se la Sua partenza, come spero, non sar
  imminente mi permetterei di offrirle il modello
  di una mia nuova statua, intitolata Gioia che
  mi sarebbe caro dedicare a Lei._

  _Confido che Ella ritarder di qualche giorno il
  progettato viaggio, e mi professo di Lei
  devotissimo_

                                    _A. Galeazzi._

                     (LEI)

                     Nella guerra d'amor vince chi fugge, E chi non
                     fugge, strugge.

                       _Amico mio_,

                     _ necessario ch'io parta. Il clima di questa
                     citt.... ecc. ecc._

                     _Le arrida ogni fortuna._

                                                 _Viviana Allori._

  (LUI)

  Mio Dio!... mio Dio!

    _Viviana_,

  _Non partite!_

       _Andrea._

                     (LEI)

                       _Andrea_,

                     _Non parto._

                         _Viviana._


MARZO

  (LUI)

  _Mia adorata, mia adorata!_

  _Verrai stasera?_

  _Altrimenti verr io da te._

  _Tuo per la vita e al di l._

                      _Andrea._

                     (LEI)

                     _Mio divino amante_,

                     _Ti aspetto._

                               _Viviana._

  (LUI)

  _Gioia!... Gioia!..._

  _Non trovo altra parola nel mio cuore._

  _Non trovo altro nome per te._

                                _Andrea._

                     (LEI)

                     _Ti ho negli occhi, nei nervi, nelle vene. Vado
                     tra la gente come in un sogno, estatica e
                     stupefatta, perduta nel ricordo di te...._

                                                          _Viviana._

  (LUI)

    _Viviana_,

  _Mi pare di aggirarmi in un mondo popolato di
  fantasmi, dove tu sola sei viva._

  _Mentre intorno a me si discorre, si ragiona, si
  vive, io, trasognato e tremante, sento al mio
  collo la stretta delle tue mani, sento la
  fragranza del tuo respiro nella mia gola;
  m'anniento nella profonda e spaventevole estasi
  che tu mi di...._

                     (LEI)

                       _Andrea_,

                     _Sono posseduta da te, anima e corpo, posseduta
                     nel senso biblico della parola--in modo che nulla
                     all'infuori di te pu entrare in me o nel mio
                     spirito. Posseduta in un senso quasi innaturale
                     che preclude il corso alla vita stessa; che ferma
                     ogni palpito, che arresta ogni pensiero._

                     _Dal momento in cui ti lascio al momento in cui
                     ti ritrovo mi pare di trattenere il respiro._

                                                            _Viviana._

  (LUI)

  _Come ho potuto vivere prima di conoscerti?
  Prima di respirare l'atmosfera d'ebbrezza,
  d'esultanza e d'estasi che si sprigiona da te?
  Ed io credevo che l'amore nella donna fosse una
  passione fosca e malinconica, tragica e
  tormentosa!... No! tu, mia divina creatura, sei
  tutta luce, tutta riso e sorriso e volutt!_

                     (LEI)

                     _Ma  possibile,  possibile che tu, cos grave e
                     austero, abbia amato in me la mia letizia, la mia
                     insensata, irragionevole giocondit?... Ed io che
                     avrei voluto ammantarmi di solenni e sentimentali
                     parvenze per piacerti!_

                     _Potr dunque finalmente essere sincera con te?
                     Essere quale sono--folle frivola felice?
                     Sorridere e ridere, di tutto e di tutti, col capo
                     appoggiato al tuo cuore?..._

   (LUI)

  _Ridi, ridi, ridi, adorata!_

  _ questa letizia, questa esultanza, questa
  fresca felicit che pi io amo in te._

                                    _Andrea._


APRILE

                     (LEI)

                     .... Intorno a me c' musica e folla. Vorrei
                     essere nel silenzio del suo studio, vicino a lui
                     e alle sue sublimi opere d'arte. Beate, ah! beate
                     quelle donne marmoree ch'egli ha creato e che
                     inclinano a lui i volti appassionati ed estatici.

                     Anche a me pare d'essere una donna creata da lui,
                     che aspetta d'essere dalla sua mano
                     immortalizzata o distrutta.

  (LUI)

  Novit piacevole e inattesa: il Comitato
  Regionale ha pagato!

  Vengono oggi a prendere la Rassegnazione che
  sorride al Dolore.

  Era tempo!

                     (LEI)

                     Egli  cos bello quando si china su di me e i
                     suoi sguardi di luce filtrano obliqui sotto alle
                     ciglia lunghe, che ne provo un senso quasi di
                     vertigine, un senso di disperata estasi che non
                     so n descrivere n spiegare.

                     Allora mi assale un affanno, uno struggimento
                     dell'infinito.... o del nulla; come una profonda
                     nostalgia della morte....

                       _Mio diletto_,

                     _A che ora ti vedr?_

                                _Viviana._

  (LUI)

  Viviana era diversa oggi. Mi pareva meno gaia e
  scintillante.... Perch?

    _Amor mio_,

  _Verr stasera._

         _Andrea._

                     (LEI)

                     Che cos' questo struggimento? questa
                     inquietudine? questo affanno?

                     Mi pare di non poter ridere pi; mi pare di non
                     poter parlar pi. La gola mi si stringe come in
                     un perenne singhiozzo.

                     Quando gli sono lontana mi sento morire; e quando
                     sono con lui non ho voglia che di abbattermi sul
                     suo petto.... e piangere.

  (LUI)

   venuto il conte Ilario d'Eril a darmi
  l'incarico di eseguire una targa. Ha visto il
  modello di Gioia rimasto a mezzo, e l'ha
  trovato bellissimo.

  Voglio terminarlo.

  Gioia! La contemplo, la scruto; assomiglia a
  Viviana.

  E pure, strano a dirsi, talvolta mi sembra che
  Viviana alla statuetta non assomigli pi.

    _Dolcezza mia_,

  _Mi rimetto al lavoro che tu mi hai ispirato.
  Cos, anche da lontano, sento di essere con te.
  Ci vedremo domani._

                                          _Tuo_

                                        _Andrea._

                     (LEI)

                     Dunque per tutt'oggi non lo vedr.

                     La giornata primaverile splende e si spegne; io
                     sono qui, sola, triste a struggermi.

                     Ed egli  rinchiuso l, tra le sue spaventose e
                     immobili statue, macabre nella loro fissit;
                     terribili e contronatura perch non mutano e non
                     muoiono in un mondo dove tutto muta e muore.

                     Egli  calmo e contento; il suo lavoro lo
                     assorbe, la sua arte lo affascina.

                     L'Arte, ah! l'Arte.... che orrore! L'Arte! la
                     nemica della donna, la nemica della felicit!

                     Ma se io gli dicessi questo, non mi
                     comprenderebbe.

                       _Amor mio_,

                     _Fai bene, fai bene a lavorare. L'Arte sar per
                     te la Donna migliore di tutte. Essa non ti
                     tradir e non ti scorder se tu non la scordi e
                     la tradisci._

                     _A domani, dunque._

                                                          _Viviana._

  (LUI)

    _Mio tesoro_,

  _Com' bello ci che tu dici dell'Arte!_

  _Tu vedi la vita e l'amore diversamente da tutte
  le altre donne.  per questo, forse, ch'io ti
  amo cos perdutamente._

  _Neppure oggi mi stacco dal mio lavoro. Sei
  contenta?_

                                           _Tuo_

                                         _Andrea._

                     (LEI)

                     Strano che il cuore dell'uomo e della donna non
                     siano mai, non possano mai essere completamente
                     all'unisono! La loro armonia sembra basata sul
                     contrattempo, come le note sincopate dei
                     rag-times o delle Danze Ungheresi di Brahms:
                     quando l'uno  sul battere, l'altro  sul
                     levare; quando l'uno  felice, l'altro soffre;
                     quando l'uno comincia, l'altro termina....

                     L'uomo vuole la gioia dell'ora; la donna, non
                     appena ama, vuole il parossismo e il pathos,
                     vuole l'infinito e l'eterno.

                     Andrea s' innamorato di me per la mia
                     spensierata indifferenza, la mia gaia, incurante
                     letizia; e non appena m'innamoro io di lui, ecco
                     svanire la mia gaiezza, spegnersi la mia
                     giocondit ed io non sono pi quella che egli ha
                     amato. Sono cupa, fosca, esigente, noiosa, come
                     tutte le donne innamorate. Mi sento l'anima piena
                     di una esasperata ostilit e la bocca piena di
                     parole amare.

                     Flavia, a cui mi confido, scrolla le spalle: Che
                     vuoi! siamo fatte cos. L'amore si posa sulla
                     soglia del nostro cuore come una cosa mite,
                     luminosa, alata; ci sembra una farfalla, una
                     colomba, o un'allodola che batter l'ali....
                     canter e voler via. Ma non appena  in noi,
                     ecco che ci accorgiamo di aver chiuso nel nostro
                     cuore una tigre; una tigre che ci rode, ci
                     strazia e ci dilania.

                      vero,  vero! Anch'io sento la tigre
                     accovacciata in me. E pensando ad Andrea mi
                     domando: che cosa posso fare per tormentarlo, per
                     farlo soffrire come soffro io?

                       _Mio carissimo_,

                     _Poich oggi tu non vieni, andr alle corse con
                     Clerici e Giorgio di Vallefuoco. Stasera
                     Silvestri mi conduce a udire le poesie indiane
                     del Tagore. Tu sai che cosa  per me la
                     poesia!..._

                     _In ispecie quella indiana._

                                                       _Sempre tua!_

  (LUI)

  La statuetta non mi riesce. Il viso pare velato
  da non so quale mestizia; sulle labbra non vi 
  pi un riso ma un rictus, e le occhiaie sono
  piene d'ombra. Forse, dopo tutto, ci vorr una
  modella.

                 . . . . . . .

  Viviana fu oggi da me per pochi istanti. Era
  strana. Mi fissava con uno sguardo di fuoco e un
  sorriso di gelo. Mi disse che Clerici era di
  fuori in automobile. D'improvviso mi ha
  domandato:

  --Per quanto tempo m'amerai?

  Io risi.

  --Hai forse qualcuno che aspetta il suo
  turno?...

  --Rispondi!--fece lei colle labbra strette.

  Allora le presi le due mani:

  --Per sempre.

  --Uh, che orrore!--esclam con una risata
  cinica.--Non voglio. Voglio essere amata per
  poco tempo.

  --Perch? perch?

  --Perch.... le cose lunghe diventano serpi!--mi
  disse lei.

  E mi lasci.

  Pi conosco le donne e meno le comprendo.

                     (LEI)

                     Sincera! Volevo essere sincera con lui. Ma qual'
                     la donna che pu essere sincera con un uomo?

                      nostro destino mentire, mentire sempre. Mentire
                     all'uomo, per non perderlo, quando non lo si
                     ama.... Mentire, mentire mille volte di pi, per
                     non perderlo, quando lo si ama!

                     Se ad Andrea io svelassi tutto il mio cuore, se
                     gli gridassi sul viso:--Ti amo! Ti amo! Non posso
                     pi vivere cos.... Portami via, tienimi con te
                     per sempre!... oppure, dammi la morte! Fa ch'io
                     piombi dal tuo abbraccio nel Nulla!--egli mi
                     guarderebbe stupito con quei begli occhi
                     tranquilli e profondi, e penserebbe con un lieve
                     senso di noia e di stanchezza:--Mio Dio! Come 
                     eccessiva ed esaltata questa donna!

                     Non  cos fatto il cuore degli uomini?
                     L'eccessiva passione, l'esaltazione del
                     desiderio, la dedizione completa, invece di
                     avvincerli li allontana.

                       _Mio caro_,

                     _Impossibile vederti questa sera. Vado al Regio
                     con Oldofredi a udire il concerto di musica
                     boema. Tu sai quanto adoro la musica.... in
                     ispecie quella boema._

                     _Addio._

                                                          _Viviana._

                     _A meno che ci ti dispiaccia?..._

  (LUI)

  Strano questo bisogno che hanno le donne di
  correre di qua e di l coll'uno e coll'altro....

  Probabilmente se io la pregassi di non andare,
  mi troverebbe geloso e tirannico e mi
  prenderebbe in odio.

    _Amor mio_,

  _Nulla di ci che a te piace pu dispiacere a
  me._

                                      _Andrea._

                     (LEI)

                     No. Nel cuore della donna l'amore non  la gioia:
                      lo strazio,  lo struggimento,  una fosca e
                     frenetica disperazione senza ragione e senza
                     rimedio.

                     Non c'era concerto al Regio iersera. Egli avrebbe
                     potuto accertarsene, guardando il giornale.
                     Poteva telefonarmi; accorrere, protestare,
                     pregare; poteva rimproverarmi, ingiuriarmi,
                     insultarmi.

                     Niente! Si  rassegnato. Come la sua statua, la
                     sua aborrita e orrenda statua: la Rassegnazione
                     che sorride al Dolore.

                     Io odio la Rassegnazione. Odio la gente che si
                     rassegna. Odio le statue. Odio tutto.

  (LUI)

  Il modello in creta di Gioia  terminato. 
  indubbiamente ci che di meglio ho fatto finora.

  Melzi mi fa osservare che dico sempre questo di
  ogni mio lavoro pi recente.

  Sar cos.

  Tuttavia Gioia mi sembra senza contestazione
  il mio capolavoro.

  Viviana ne sar felice.

                     (LEI)

                     Vorrei morire! morire subito, fulminata ai suoi
                     piedi! Non posso pi vivere, non posso pi
                     mentire. Non posso pi sorridere colla Tigre che
                     mi sbrana e mi dilania. Non penso pi che alla
                     morte, al silenzio, alla pace, all'oblio.

                     Esco sul balcone e guardo il fiume che scorre
                     calmo e lucente sotto alle mie finestre. Perch
                     non correrei fuori nel grigio crepuscolo e mi
                     lascerei scivolare gi in quell'argentea
                     profondit? Dopo un breve attimo di terrore, di
                     soffocazione, di disperata lotta, calerei
                     lentamente al fondo, e vi giacerei immobile,
                     calma e placata, colla fronte al cielo.... E le
                     tranquille acque mi scorrerebbero sul viso.

                     Oh, dolce giacere immobile e supina sotto quel
                     liquido e mobile frescore! oh, dolce sentire
                     l'acqua scorrere sopra il mio viso!...

                     Perch non morire?... O allora.... dirgli tutto?

  (LUI)

  Ho deciso di concorrere per la Fontana
  Monumentale di Piazza Solferino.

                     (LEI)

                     Gli ho detto tutto. Tutto!

                     Gli ho detto:--T'amo troppo. Soffro troppo.
                     Voglio lasciarti.

                     --Ma perch soffri? Non t'amo forse? non
                     t'amo?--mi chiedeva lui smarrito.

                     --S, s! m'ami!--E gli accarezzavo i capelli,
                     mentre dentro la tigre mi lacerava e mi sbranava.

                     Allora egli mi  caduto ai piedi.--Dimmi che cosa
                     debbo fare! Che cosa vuoi che faccia? Io non ti
                     capisco. Non so perch soffri, non so perch dici
                     che ti rendo infelice.

                     --Non lo so neppur io,--risposi singhiozzando.

                     Allora egli mi chiuse tra le braccia come fossi
                     una bambina.--Vuoi che lasciamo tutto? Vuoi venir
                     via con me? Vuoi?... Vuoi che si vada lontano
                     dove nessuno ci conosce a vivere insieme per
                     sempre?

                                      . . . . . . .

                     Mio Dio, mio Dio! Vi ringrazio.

                     Partire con lui!... Andare lontano, dove nessuno
                     ci conosce! Vivere insieme!... per sempre!...

                     La tigre  morta.

  (LUI)

  Alea jacta est. Partir con lei.

  Sar quel che sar.


MAGGIO

                     (LEI)

                     Come sono felice! Come sono felice!

                     Forse non  tanto il pensiero della fuga con lui,
                     della vita con lui, che mi esalta, ma il fatto
                     _ch'egli lo voglia_.

                     Una immensa tranquillit, una pace blanda  scesa
                     sulla mia anima e quasi non riesco a comprendere
                     e a ricordare le turbolenti angoscie dei giorni
                     passati. Perch soffrivo tanto? Non lo so pi.

                     Oldofredi, il pittore,  venuto a trovarmi oggi e
                     mi ha guardata stranamente.--Che cosa avete?--mi
                     ha chiesto.--Come siete translucente e
                     raggiante!--Indi ha soggiunto:--E perch non
                     lavorate? Perch non scrivete pi?... Badate che
                     l'ingegno non  un dono, ma una responsabilit.
                     L'ingegno  un debito da pagare,  un dovere da
                     compiere; non  un fiore da puntarsi nei capelli!

                     Io sospirai.--Lo so, lo so; ma che volete? Una
                     donna non pu scrivere se non  innamorata. E
                     quando  innamorata.... non pu scrivere!

                     --Forse  vero,--disse Oldofredi colla sua voce
                     un po' cavernosa.--Ma vi  un momento, momento
                     fugace, effimero, evanescente, tra un amore che
                     sta per tramontare e un amore che sta per
                     nascere, in cui pu fiorire il capolavoro. State
                     in attesa, o Viviana! di quel momento fatale e
                     vitale. E non lasciatelo passare invano.


                     Rimettermi a scrivere? Creare un capolavoro? Ah,
                     lo vorrei!

                      vero.--L'ingegno non  un fiore da puntarsi nei
                     capelli!...

  (LUI)

  Pi ci penso e pi mi afferra la febbre della
  partenza, mi appassiona l'idea di lasciare
  dietro di me il passato, e slanciarmi
  nell'avvenire. Ci che da principio mi
  spaventava, mi pareva una follia quasi
  colpevole, quasi imperdonabile, mi sembra ora
  l'unica cosa giusta e grande e felice ch'io
  abbia concepito mai, ch'io possa realizzare mai.

  E perch no? Sono un artista, dunque sono
  libero. Dovunque io vada porto le mie due mani
  con me; porto con me i miei occhi e la mia
  anima; e porto con me Viviana, ispirata e
  ispiratrice.

  Partire! partire con lei! Ricominciare la vita
  in un paese nuovo, ignoto, vasto, generoso;
  lavorare, sostenuto dal meraviglioso amore di
  quella creatura meravigliosa!

                     (LEI)

                     Partire!... Esiliarsi!... Lasciare l'Italia e
                     tutto ci che l'Italia rappresenta per me! La
                     luce.... l'incanto.... l'ispirazione!...

                     Questo pensiero talvolta mi spaventa.

  (LUI)

  Giro per questa citt come un allucinato.... o
  come un dio: gi rimoto, gi staccato da tutto e
  da tutti.

  Come mi sembrano poveri e pietosi quelli che
  restano qui, in questo ambiente ristretto,
  sordido, meschino, dove ogni giorno s'incontrano
  le medesime persone, i medesimi pregiudizi, le
  medesime piccole amicizie e piccole ostilit.
  Tra un mese sar lontano da tutto ci.
  Lontano!...

  E tutte le acque dell'Atlantico scorreranno tra
  me e questi pallidi giorni del passato!

                     (LEI)

                     Da due giorni non vedo Andrea. Lavora
                     febbrilmente alla sua statua, o corre in qua e in
                     l preparandosi alla partenza.

                     Fui stamane nello studio di Oldofredi che s'apre
                     su un grande giardino soleggiato.

                     Ne esco ebbra di colori. Donne azzurre e donne
                     arancine, donne drappeggiate e donne ignude,
                     donne sdraiate e donne ritte, donne vaganti per
                     lunghi misteriosi corridoi o danzanti all'aperto
                     sotto cieli verdastri punteggiati di lucciole....
                     Quanta fantasia, quanta stranezza, quanta
                     suggestiva ambiguit in quest'arte!

                     Gi, l'Arte!... In fondo, come dice Oldofredi,
                     non c' altro di bello al mondo. L'Arte! figlia
                     del Sogno, sorella dell'Amore!...

  (LUI)

  Oggi ho detto a mia madre e a mio fratello che
  partivo. La loro disperazione  indescrivibile.
  Sembrano annientati, terrorizzati.

  --Che cosa faremo?--piangeva mia madre,--io
  vecchia, lui malato, senza di te?

  Sono fuggito. Mi pareva d'essere un carnefice.

                     (LEI)

                     Ho voglia di lavorare; di scrivere un nuovo
                     libro.

                     Che sia questo il momento fatidico pronosticato
                     da Oldofredi? Ma quale sarebbe l'amore che
                     tramonta, e quale l'amore che nasce?

                     .... Pensiamo al capolavoro.

                     In un libro ci che conta soprattutto sono due
                     cose: il titolo--e la fine.

                     La fine  subito trovata. _Lui_ la abbandona, e
                     _lei_ muore. (Non  forse freschissimo ma 
                     sempre bello).

                     Ma il titolo?  cosa pi ardua.

                     Inviter tutti i miei amici per venerd sera:
                     far servire il th  la russe; del caff
                     fortissimo; del vino di coca, e delle pillole di
                     fosforo. E tutti dovranno aiutarmi a trovare un
                     titolo, un titolo strano, strabiliante, per il
                     mio nuovo libro. Lo dir anche ad Andrea, sebbene
                     non abbia molta fantasia.

                       _Andrea_,

                     _Ti aspetto domani sera, senza fallo!_

                                                 _Viviana._

  (LUI)

  Questa sera l'ho udita ridere come nei primi
  giorni in cui la conoscevo. Veramente non rideva
  con me. Io andavo da lei credendo di trovarla
  sola, ma il salotto era pieno di gente.

  Mi accolse festosa salutandomi da lontano colla
  mano alzata e il sorriso raggiante.

  --Oh.... Andrea Galeazzi! Che piacere!...

  In quell'istante mi parve che tutte le acque
  dell'Atlantico scorressero tra me e lei.


GIUGNO

                     (LEI)

                       _Carissimo Andrea_,

                     _Ma come puoi pensare ch'io voglia rinunciare al
                     nostro progetto? Mi credi dunque incostante e
                     leggera? frivola e senza cuore?_

                     _ perfettamente vero che i Lafort mi hanno
                     invitata a passare l'estate nel loro castello di
                     Revoire. Ma non per un istante ho pensato ad
                     accettare l'invito._

                     _Il mio pensiero  con te; lo sai._

                                                        _Viviana._

                     P. S. _Mi pare che di tutti i titoli suggeriti
                     l'altra sera, Narciso  quello che mi piace di
                     pi. Anche Pervertimenti non sarebbe male...._

                     _Tu, che ne dici?_

                     _Oldofredi mi ha promesso le illustrazioni._

  (LUI)

  La statua  finita.

  Tutto  pronto.

  Agli amici pi intimi ho gi detto addio.

  Il mio cuore  in tumulto.

                     (LEI)

                     _Perdonami, Andrea! Perdonami!_

                     _Non parto. No. Non posso partire con te. Sarebbe
                     la peggiore delle follie, sarebbe la pi atroce
                     delle crudelt._

                     _Pensa, pensa quanto saremmo infelici._

                     _S: dopo un anno, dopo due anni--forse anche
                     prima--pensa quanto soffriremmo tu ed io. Tu pi
                     di me!... O io pi di te!... Non lo so._

                     _So che verrebbe presto tra noi l'ora atroce del
                     rimpianto e dei rimproveri._

                     _Oggi ci sembra che l'esistenza intera non
                     basterebbe alla nostra sete d'amore. Oggi, che
                     tutto ci separa, che non possiamo mai saziarci
                     l'uno dell'altro, mai guardarci abbastanza, mai
                     parlarci abbastanza, ecco, ci irrompono dal
                     cuore, ci fioriscono sulle labbra le grandi
                     parole enfatiche di tutti gli amanti: la
                     Lontananza!... l'Isolamento!... l'Eternit!..._

                     _Ma quando fossimo isolati, quando fossimo
                     lontano, quando--dissetati e placati--ci
                     trovassimo soli di fronte l'uno all'altra nella
                     perpetua solitudine accoppiata degli amanti che
                     vivono fuori della legge.... credi tu che non ne
                     soffriremmo?_

                     _Tu forse non lo credi. Ma io lo so._

                     _Quando tu, per amor mio, avessi lasciato dietro
                     di te tutto ci che ti fu caro, tutto ci che ha
                     formato fino ad oggi la tua esistenza: tua madre,
                     tuo fratello, i tuoi amici, i tuoi impegni, i
                     tuoi doveri,--ne avresti rammarico e rimpianto._

                     _E quanto a me?... Oh, Andrea, io non sono che
                     una piccola anima meschina; sono come tutte le
                     donne--o quasi tutte--che, pur anelando alla
                     vietata gioia vogliono anche la decorosa
                     rispettabilit; che pur non volendo rinunciare al
                     piacere, non intendono derogare dalle
                     convenienze; che vogliono la passione ma non lo
                     scandalo; che vogliono l'abbraccio degli uomini
                     ma anche il saluto delle donne...._

                     _Tu mi odierai; tu mi disprezzerai! E avrai
                     ragione._

                     _Ebbene, disprezzami, odiami, ma non soffrire.
                     Non voglio, non voglio che tu soffra per me. Non
                     lo valgo, non lo merito._

                     _Io ti ho sempre mentito. Io ti scrivevo delle
                     lettere tristi quando ero gioiosa, ti scrivevo
                     delle lettere gioiose quando ero triste; e anche
                     ora, ora che vorrei essere cos sincera con te,
                     forse.... non lo sono._

                     _Forse la verit  un'altra._

                     _Non lo so. So che tu non devi, che tu non devi
                     soffrire per me._

                     _Andrea, Andrea! Dimmi che non soffri._

                                                          _Viviana._

  (LUI)

  _Non importa se io soffro. Segui la tua strada._

  _Quanto a me non affliggerti. Anche prima di
  conoscerti ero triste._

  _Addio._


LUGLIO

                     (LEI)

                      finito. Finito!

                     Quando penso a lui, solo laggi, nel suo studio
                     tetro e desolato, mi sento morire.

                     Perch l'ho amato? Perch ho sofferto? Perch
                     l'ho lasciato?...

                     Non so. Non capisco il mio cuore.

                     Parto domani per Castel Rvoire; con Flavia.

                     Viene anche Oldofredi.

  (LUI)

  Quanto vano gioire e vano soffrire! Ecco: torno
  qual'ero; torno alle mie silenziose creature.

  E di tutto questo turbine di volutt e
  d'angoscia, di tutta questa bufera che  passata
  sul mio cuore, che cosa resta?

                   . . . . . . .

  Resta una statua intitolata: _Gioia_.




II.

Notte di Vigilia


Un invito da Brangre! Dopo un anno di silenzio. Stupita rileggo il
biglietto postale:

    Diletta Annie,

    So che sei in Isvizzera. Dove passi il Natale? Perch non a
    Montreux, colla tua sempre affezionata amica

    Brangre?.

Io ripasso mentalmente la lista delle diverse persone con cui ho
promesso di passare quest'anno il Natale: con Jack a Dublino; con
Maman a Nervi; con Vivien a Glasgow; con Barbara a Torino; con Silvia
a Roma; con O'Kelly a Parigi.... Secondo una mia abitudine, nei
momenti d'incertezza faccio saltare in aria un soldo perch decida
della mia sorte: se  testa--Brangre; se  croce, no.

Il soldo balza, gira e cade.  croce. Dunque  esclusa Brangre. Ma
allora, rifletto io, chi prescegliere tra tutti gli altri a cui ho
promesso?... Ritentiamo la sorte!

Stavolta  testa. Dunque Brangre.

Ed io le scrivo:

    Cara Brangre,

    Aspettami nel pomeriggio della Vigilia.

    Tua Annie

Chiusa la lettera, mi si affaccia un dubbio: Brangre Tarnier? Era
fidanzata un anno fa al conte Lucien de Lussain-Mald di
Chteau-Mirval; poi non ne ho pi saputo nulla. Sfumate le nozze? o
smarrito il _faire-part_?

Mi decido a indirizzare: Brangre Tarnier, Montreux; e il mattino
del 24 dicembre salgo nel treno Berne-Genve con gente di ogni paese e
d'ogni colore, politico e fisico. Di fronte a me un grande e magnifico
Bey egiziano guarda con cupi occhi sfilare il paesaggio da cartolina
illustrata, sognando certo le sue pianure torride, i suoi deserti
sabbiosi, la sua gente oppressa dal ferreo pugno britannico....
Accanto a lui un uomo biondo, ancor giovane, di cui i tragici occhi
azzurri hanno scandagliato le profondit ultime del dolore; lo
riconosco:  Von Hindenburg, nipote del chiodato Feld-Maresciallo.
Presso a lui, rosea e ridente sotto al grande cappello nero, Mary
Snowden, la propagandista del Labour-party inglese, la bionda Amazzone
degli operai. Nell'angolo di fronte a me due giapponesi, a cui io mi
sentirei tentata di dire: _Anatanoh Taxan Kiri!_ in purissimo
nippone; ma me ne astengo perch non so pi che cosa voglia dire. Alla
mia destra, biondo-ricciuta come l'immortale suo fratello, la sorella
di Paderewski mi saluta con affetto.

E il treno corre....

Qui ci starebbe un po' di descrizione di paesaggio svizzero sotto la
neve; ma le descrizioni di paesaggio si possono trovare in molti libri
scritti da altri autori.

Quindi salto subito, come in un viaggio cinematografico, alla stazione
di Montreux; ed ecco anche Brangre, sorridente e soave, che dalla
piattaforma mi saluta sventolando il fazzoletto di seta rossa. (
sempre stata un poco socialista, Brangre!).

--Prenderemo il th qui nell'Eden Palace,--dice, traendomi verso un
Grand Htel vicino alla stazione.--Dopo, verrai a casa mia.

Quando siamo nell'Hall, installate in due grandi poltrone, le chiedo:

--Parlo con mademoiselle Tarnier o con madame la comtesse de
Lussain-Mald?

Ella, senza rispondermi, si slancia in una poetica dissertazione sul
Natale; sul mistico significato della Vigilia di Natale, del giorno di
Natale, della notte di Natale.... Indi improvvisamente mi chiede:

--Tu, come hai passato la notte della Vigilia, l'anno scorso?

Io riordino rapidamente i miei pensieri; poi rispondo:--Nascosta in
una casa di Londra con cinque o sei Sinn Feiners evasi dalle carceri
irlandesi. E tu?

Brangre nervosamente gira e rigira entro le mani il suo fazzoletto
rosso e ne fa qualche cosa che somiglia a un topo, con coda e
orecchie; poi lo fa saltare da una mano all'altra.

--Io?...--dice, come per guadagnar tempo;--Ah! Io!...--E
improvvisamente si chiude il viso nelle mani.

Vi  nella sua voce un'espressione che non comprendo. Orrore? Estasi?
Disperazione? Non so.

--Dimmi,--le ordino, colla tazza di th in mano, mentre di fuori nel
crepuscolo....

(Qui leggere due pagine di un altro autore).


--Ebbene,--dice Brangre,--ascolta.

--Ero venuta a passare un mese dalla zia Clotilde qui sopra, a Glion,
dovendo poi raggiungere per le feste natalizie la famiglia del mio
fidanzato a Ginevra. La sera della Vigilia vi doveva essere da loro a
Chteau-Mirval un pranzo di famiglia seguto da un grande ricevimento
per partecipare al mondo che l'erede dei Lussain-Mald si
fidanzava.... a me. Da Parigi era annunciato, per l'occasione,
l'arrivo di parenti milionari che portavano in dono a lui una Peugeot
40 HP., e a me una collana di perle con sessantotto gemme scelte.
Tutta la festa doveva rivestire un carattere di grande etichetta e
solennit.

Fu deciso ch'io lascerei Glion, accompagnata dalla zia, alle due del
pomeriggio, arrivando a Ginevra verso le quattro. Indi, th di gala;
pranzo intimo; ricevimento fastoso.

Il giorno 23 mandammo a Ginevra bauli e valigie; il 24, alle due,
uscimmo dall'albergo e ci avviammo alla stazione della funicolare per
scendere a Montreux.

Ed ecco che sulla strada nevosa e ghiacciata mia zia scivola, cade, si
sloga un piede.

Agitato ritorno tra le braccia del portiere all'Htel! affannati
telefonamenti al dottore di Montreux--assente! a quello di
Territet--presente ed accorrente. Compresse d'acqua vegeto-minerale.
Altri telefonamenti ai de Lussain-Mald, Chteau-Mirval, Ginevra.
Verr, io sola, col prossimo treno. Arrivederci stasera alle 21,10.
Disperate proteste dall'altra estremit del telefono. Laceranti gemiti
dal letto di zia Clotilde. Nuove compresse d'acqua vegeto-minerale.
Tristi riflessioni: niente th di gala! niente pranzo intimo! Unico
conforto: arriver a tempo per il fastoso ricevimento.

Difatti alle 17,50, avviluppata in fluttuanti veli da viaggio,
scendevo nella neve e la nebbia alla Funicolare Glion-Montreux; alle
18 e 20 m'aggiravo quaggi nella stazione di Montreux con quaranta
minuti da aspettare. Era buio; faceva freddo; la sala d'aspetto era
lugubre e deserta. Nessuno viaggiava in questa serata. Pensai al
pranzo di famiglia--tavola risplendente, visi sorridenti, vini
spumeggianti, discorsi augurali, ed io, a fianco di Lucien, eroina di
tutti i festeggiamenti.... Un'irrefrenabile tristezza mi morse il
cuore e mi riemp gli occhi di lagrime. Ma subito il pensiero di
arrivare in casa de Lussain cogli occhi gonfi, fren il mio pianto, e
decisi di andare nella _Salle de Toilette_ a dare un ultimo ritocco ai
miei capelli ondulati, un soffio di cipria alle mie guancie....
Quest'idea mi confort.

M'avviai per il vasto andito deserto, percorsi un altro lungo
corridoio ed arrivai davanti all'uscio della _Toilette pour Dames.
(Luxe). 50 centimes_. Girai la maniglia ed entrai.

La custode aveva gi lo scialle in testa per partire e stava riponendo
in un armadietto il luxe, costituito da un pacco di forcelline, una
scatola di cipria e una saponetta rosa. Parve contrariata dal mio
arrivo.

--Capir,--mormor,-- la Vigilia. I bambini aspettano ch'io vada ad
accendere l'albero di Natale.

--Non occorre che aspettiate,--diss'io;--lasciatemi il sapone e un
asciugamano.--E togliendo dalla borsetta (unico mio bagaglio, poich
il resto mi aveva preceduta a Ginevra) alcune monete d'argento, gliele
porsi augurandole buon Natale. Essa ringrazi con effusione; indi,
salutandomi e raccomandandomi di badare alla porta, usc.

Io udii risuonare a lungo i suoi passi per l'andito sonoro.

Chiusi con cura la porta ch'essa aveva lasciata semi-aperta e mi
dedicai alla mia toilette. Non fu spiacevole occupazione; m'incipriai;
mi lucidai le unghie; constatai che i miei occhi non erano per niente
gonfi; appena un leggero arrossamento delle palpebre tendeva a
darmi--colla mia carnagione bianca e i miei capelli color
rame--un'aria un poco tizianesca. Pensai con soddisfazione alla mia
entrata nel gran salone di Chteau-Mirval, all'effetto che produrrei
sui parenti milionari, al primo sguardo di Lucien.... Indi mi disposi
a tornare sul _quai_ ad aspettare il treno.

Richiusi la borsetta, gettai un ultimo sguardo nello specchio e
m'avviai alla porta.

Afferrai la maniglia. Non gir. Spinsi la porta--non cedette. Tirai la
porta--non si mosse. Tentai di scuoterla--era rigida, solida,
incrollabile. Mi guardai d'intorno in cerca d'una finestra. Non ve
n'era.

Allora chiamai. Chiamai: Custode!... Facchino!... Portiere!...
Nessuno rispose; nessuno venne. Tutti erano a casa a fare il pranzo
della Vigilia. Tutti erano intorno agli alberi di Natale accesi; ed io
ero qui rinchiusa nella Toilette pour Dames, luxe, 50 centimes.

Udii da lontano un fischio, seguto quasi subito dal fragore del treno
che entrava nella stazione. La disperazione mi colse; poi rinacque la
speranza: qualcuno sarebbe venuto; qualche dama che per 50
centesimi....

Nulla. Nessuno venne. Urlai, strillai, diedi dei calci nella porta e
nel muro, corsi in su e in gi, aprii e richiusi una porticina in
fondo su cui spiccavano due lettere maiuscole dell'alfabeto
inglese....

Un altro fischio, un rintocco di campana, un rullo: il treno usciva
dalla stazione--andava a Ginevra senza di me! La festa del
fidanzamento avrebbe luogo senza la fidanzata.

Colla calma della completa stupefazione sedetti sull'unica
seggiola--quella della custode--e cercai di riordinare i miei pensieri
sconvolti. Non c'era pi treno per Ginevra fino alle 2 del mattino.
Viceversa c'era un treno proveniente da Ginevra alle 23,28. Pensai:
Lucien prender quel treno e verr a cercarmi. Chieder, cercher;
interrogher il bigliettario, il capostazione.... Il bigliettario non
mi aveva veduta, poich avevo preso il biglietto direttamente da
Glion; ma il capostazione, s. Durante quei pochi minuti in cui avevo
girato per la stazione prima di venir qui, l'avevo scorto col suo
berretto rosso; ed anch'egli mi aveva veduta. Era un capostazione
giovane, con baffetti biondi.... e se li era arricciati, guardandomi.
S, s! il capostazione direbbe a Lucien d'avermi veduta; mi
cercherebbero, mi troverebbero, mi salverebbero!

Ma erano le 19,10. Come far passare le ore fino alle 23,28? Non avevo
altra occupazione che di lucidarmi le unghie; non avevo altro da
guardare che il lavabo di marmo, la saponetta rosa, l'asciugamano e la
tavola; non avevo altro da leggere che le due lettere maiuscole sulla
porticina in fondo.

Mi chiusi nei miei pensieri. Pensai a Lucien, al mio avvenire con
lui.... pensai al pranzo di famiglia.... agli alberi di Natale accesi
per il mondo....

E lentamente--oh! come lentamente!--le ore passarono. Ogni tanto
emettevo qualche strillo per il caso che qualcuno potesse udire. Ma la
mia voce in quel silenzio mi gelava il sangue. Cominciai ad aver
paura, a guardarmi attorno; mi pareva di veder muovere delle ombre
negli angoli della stanza.

Allora provai a dire tutte le preghiere che sapevo; poi tutte le
poesie che ricordavo. Cominciai con _Napolon colier_.

     genoux,  genoux au milieu de la classe,
    L'enfant mutin,
    Dont l'esprit est de feu pour l'algbre, et de glace
    Pour le latin!....

Ma il terrore mi riprese, mi agghiacci. Il cuore mi batteva cos
forte che pensai: Adesso morir di sincope. Mi troveranno domani,
giorno di Natale, seduta qui, morta--tragica e ridicola in questa
esecrabile Toilette.

Le 22. Le 22 e un quarto. Le 22 e mezzo. Le 23. A momenti sarebbe
arrivato il treno da Ginevra.... e Lucien! Questo pensiero mi agit
tanto che mi misi a gridare e non smisi pi; gridai, gridai frenetica
e forsennata, e i corridoi vuoti echeggiarono dei miei urli stridenti.

Un passo! S, era un passo. Smisi di strillare un attimo per
ascoltarlo, poi ripresi pi forte. Il passo si ferm; indi riprese,
affrettandosi, avvicinandosi: e una voce chiam:

--All! all! Dove siete?

--Qui! qui! qui!--e lo strido della mia voce si ripercuoteva in tutti
gli angoli.

--Ma dove?

--Qui! _Toilette pour Dames! Luxe! Cinquante centimes!_--ululai. E
caddi, quasi svenuta, sulla seggiola.

Dopo molto lavoro colla maniglia la porta si apr, e il mio salvatore
apparve sulla soglia. Era il capostazione.

Mi guard stupefatto.--_Mais qu'est-ce qui arrive?_

--_Qu'est-ce qui arrive? Qu'est-ce qui arrive?_--feci io, balzandogli
incontro come una Furia.--_Arrive_ che io dovevo essere a Ginevra per
il mio pranzo di fidanzamento e che sono qui, da quattro ore, a
strillare, a soffocare, a spasimare....

--Oh! che disastro!--esclam il capostazione; ma mi parve di scorgere
sotto ai suoi baffi biondi tremolare un sorriso represso. Questo
m'infuri.

-- iniquo--gridai,-- infame. Far un processo, a voi, alla
Compagnia, alla Direzione, alla Federazione. S, vi processer; perch
non avete il diritto di rinchiudere una creatura in questo posto
immondo la notte della Vigilia di Natale....

E il mio pianto sgorg.

--Creda, sono desolato,--diss'egli;--ma non capisco....--e tenendo la
porta aperta gir due o tre volte la maniglia e poi la chiave ch'era
al di fuori.--La serratura funziona perfettamente.

--Gi--esclamai sarcastica.--Perfettamente! Difatti....--E con un riso
di scherno gli volsi le spalle.

--Ma s; funziona perfettamente,--disse lui calmo e cortese.--Guardi
lei stessa.

--Non  vero, non  vero!--gridai, e afferrando la porta la chiusi con
violenza.--Non funziona affatto!--E gli mostrai, tentando di riaprire,
che la maniglia non girava.

Un poco impressionato, egli l'afferr a sua volta. La mosse, la
scosse; spinse la porta, tir la porta. Niente. Solida, ferma,
incrollabile, quell'uscio resisteva ad ogni sforzo. Egli si volse e mi
guard.

--Siete pazza?--disse, e i suoi occhi mandavano lampi,--ci avete
chiusi dentro!

Io fremetti di sdegno.--Uscite,--gli dissi, con gesto di
comando.--Uscite subito di qui. Lasciatemi sola.

--Magari!--rispose lui, sgarbato.--Siete voi che me ne avete impedito.

Il mio furore non ebbe limiti.--Andate via!--strillai; e poi, come
quello mi guardava con occhi saettanti, mi misi a urlare di
nuovo:--Aiuto! Aiuto!... Ah! ah! ah!...

Egli non bad pi a me. Chino accanto all'uscio, esaminava la
serratura; quindi, subitamente risoluto, cominci a dare delle potenti
spallate nel legno. (Mi pass per la mente che se Lucien, colle sue
esili ed aristocratiche spalle, avesse tentato un'impresa simile,
avrebbe dovuto poi stare otto giorni in letto).

Ma la porta resisteva. Il capostazione si guard intorno; indi,
buttando per terra il berretto rosso che finora aveva tenuto in testa,
afferr il tavolino, lo alz in aria brandendolo per le gambe, e, con
quanta forza aveva, lo scaravent contro la porta.

Il tavolino and a pezzi; ma la porta non croll. Una lunga striscia
bianca sulla vernice scura del legno rimase, unico testimonio
dell'inutile violenza.

Il mio compagno di prigiona allora si appoggi al muro, e colle mani
in tasca guard la porta. Gett un'occhiata verso il piccolo uscio in
fondo alla stanza, ma di sopra a quella tramezza si scorgeva la
continuazione della parete a indicare che di l non v'era uscita.

I suoi occhi tornarono, irosi, alla porta screpolata, e a me. Io m'ero
accasciata su quell'unica seggiola che pareva un isolotto in un mare
di desolazione; ai miei piedi giacevano i rottami del tavolino. Avevo
cessato di gridare; la violenza di lui m'aveva intimidita e calmata.

Forse il mio atteggiamento di mansueta disperazione lo commosse,
perch disse con voce abbastanza umana:

--Mi dispiace per lei. Comprendo quanto sia penosa la sua situazione;
e quanto la mia presenza l'aggravi.

Chinai il capo senza rispondere. Veramente, io non la pensavo cos. La
presenza di un essere umano, chiunque fosse, m'era di conforto; se non
altro mi impediva di aver paura, quella paura frenetica e sragionata
che mi assale talvolta nella notte e nella solitudine. Forse avrei
dovuto aver paura anche di quest'uomo, di quest'estraneo col quale ero
qui rinchiusa, lontana da ogni soccorso; ma a dir vero egli non
m'ispirava alcun senso di terrore. Era molto giovane e molto biondo. I
capelli, scompigliati dai suoi gesti violenti, gli cadevano in ciocche
soleggiate sulla fronte; erano bionde le ciglia aggrottate, e biondi i
brevi baffi sopra la bocca risoluta. Aveva il mento quadro, indicante
fermezza di carattere, ma una fossetta profondamente incavata ne
attenuava la durezza. (Pensai al mento alquanto fuggente di Lucien, e
mi dissi ch'egli certo doveva essere di carattere assai pi malleabile
ed arrendevole di costui. Infatti sapevo Lucien anche troppo
suscettibile alle influenze femminili!...).

Lo sconosciuto stava ritto, immobile, addossato al muro colle braccia
conserte. Io alzai gli occhi al suo viso fosco e chiesi, tremante:--E
adesso?

--Adesso,--disse lui,--arriver il diretto di Ginevra ed io non sar
al mio posto.

--Allora la cercheranno!--esclamai subitamente sollevata.

--S, mi cercheranno!--ribatt lui con un sorriso ironico,--ma non
qui.

--Cercheranno anche me,--dissi con un piccolo singhiozzo, pensando a
Lucien.

--Chi? Chi la cercher?

--Il mio fidanzato,--risposi, chinando il capo. Avevo ancora il
cappello da viaggio e il velo grigio in testa, e ne ero tutta
avviluppata come da una nube malinconica.--Non vedendomi arrivare
alle nove a Ginevra, avr preso il primo treno per venirmi a cercare.

--E qui, non trovandola,--fece il giovane, sempre con lieve aria di
motteggio,--vorr subito interrogare il capostazione. Irreperibile
anche quello! Sar una bella situazione,--soggiunse con un'amara
risata,--quando portieri, facchini e fidanzato apriranno la porta e ci
troveranno qui.

Io trasalii. A questo non avevo pensato.--Mio Dio!--esclamai,--e il
conte Lucien  un vero Otello!

Il giovane, a queste parole, dtte in un'improvvisa risata, e continu
a ridere e ridere, col viso all'indietro e la testa appoggiata al
muro.

Rise tanto ch'io fui molto offesa. Mi alzai con dignit; avrei voluto
uscire, con tranquilla alterezza, dalla presenza di quello stolto
giovinetto ridacchiante.... ma dove andare? Non c'era che da avviarmi
altezzosa verso la porta colle due iniziali....

In quel momento ecco da lontano il brontolo, il rullo, il fischio
del treno da Ginevra. Il capostazione smise di ridere e mormor tra i
denti un'amara esclamazione.

Con clamore e clangore, con strido e cigolo il treno entr nella
stazione e si ferm, con un lungo sospiro stridulo in scala
discendente.

Restammo entrambi silenziosi, immobili, ascoltando. Non altro rumore
ci giungeva traverso le mura massicce della stazione--non voci, non
passi--nulla eccetto il profondo, asmatico respiro del treno. Allora
il capostazione alz le mani alla bocca e con due dita, allargando le
labbra, emise un lungo e potente sibilo. Lo ripet tre o quattro
volte. Nulla! Aspettammo irrigiditi una risposta, un suono. Nulla.

Allora io mi rimisi a gridare con quanta voce avevo (e mi pareva
fievole e poca) e non sapendo che cos'altro gridare, gridai
alternatamente: Aiuto! e Lucien!... A mia grande mortificazione
vidi che quell'uomo se ne divertiva; anzi non gli riusciva pi di
emettere il suo fischio perch le labbra gli tremavano nel riso.

Un rintocco di campana e il treno, sibilante e rantolante, si mosse.
Ben presto il pulsante battito si fece pi ritmico, pi rapido, pi
lontano.... e il silenzio ricadde.

Restammo per un gran pezzo immobili, impietriti.

--E adesso?--diss'io di nuovo.

L'altro non rispose.

--Quanto tempo dovremo restar qui?

--Fino alle sette del mattino, quando la custode verr ad aprire.

--Misericordia!--esclamai, e chinando il capo tra le mani, piansi.

--Farebbe meglio a togliersi il cappello e cercar di dormire,--disse
lui.

Obbediente e piangente tolsi il cappello e il velo, e quando li ebbi
tolti non sapevo dove metterli; se sul lavabo o per terra. Mi decisi
per il lavabo: e, deponendoli, gettai uno sguardo nello specchio.

Mi vidi una piccola faccia smunta e gli occhi spiritati e gli ondulati
capelli in disordine. Tuttavia non ero bruttissima. Gi.... se avevo
potuto piacere al conte Lucien de Lussain-Mald, cos difficile a
contentare.... Nello specchio incontrai lo sguardo del capostazione;
arrossii, e tornai a sedermi.

                            . . . . . . .

Come passarono le ore? Non lo so.

Ogni tanto guardavo l'orologio, e, dopo due o tre ore, quando lo
riguardavo erano passati dieci minuti! Pensai alla zia Clotilde e al
suo piede; pensai a Lucien, che certo s'aggirava, frenetico e
disperato, pei corridoi della stazione....

Invece no. Seppi poi che in quel frattempo egli (arrivato difatti col
treno delle ventitr) adesso saliva nella nebbia e nella neve da
Montreux a Glion; saliva a piedi perch a quell'ora non c'era pi
funicolare; e lo accompagnavano--fiutando l'articolo sensazionale--un
redattore del _Journal de Genve_ e due altri cronisti che i de
Lussain avevano invitato per render conto della festa. La strada 
lunga, ripida, scurissima; e i tre salivano cupi, tragici, gelati,
sdrucciolando nella neve e nel fango, coi colletti rivoltati fino al
naso.... salivano verso la dormente zia Clotilde per svegliarla di
soprassalto e gettarla nel pnico e nella disperazione....

E il capostazione ed io, rinchiusi nella toilette de luxe, ci
guardavamo inebetiti ascoltando da lungi un suono festoso di
campane....



Brangre tacque.

--Ebbene?--chiesi io.

--Ebbene?--fece Brangre, e colle dita irrequiete torn a far saltare
il topo rosso dall'una mano all'altra.

--Come and a finire? Come passaste la notte?

--Ma, non so,--fece Brangre;--faceva un gran freddo.... camminammo
in su e in gi.... Poi ci parlammo. Io gli narrai di Lucien, ed egli
mi parl di suo padre, un vecchio dottore di La Chaux-de-Fonds e di
una sorella bionda come una lampada accesa. Mi piacque il paragone:
e pensai, guardandolo, che anch'egli era biondo come una lampada
accesa. Le sue chiome flave parevano mandar luce.

Poi parlammo di letteratura e di musica. Egli era stato in Ispagna e
in Germania prima della guerra; aveva letto _Also sprach
Zarathustra_, e gli piacevano le sinfonie di Mahler.

Io gli recitai  genoux,  genoux au milieu de la classe; e poi
egli, seduto sul lavabo, mi cant dei brani d'opera.

Stava appunto cantandomi il _Leitmotif_ delle Figlie del Reno,
allorch uno strepito alla porta ci fece voltare. Era la custode,
esterrefatta, che dalla soglia ci contemplava.

Ma come! Erano gi le sette del mattino?...


E di nuovo Brangre tacque.

--Ebbene?--diss'io.

--Ebbene; quando, dopo aver calmato e consolato la zia Clotilde, mi
presentai nel pomeriggio al Chteau-Mirval, la contessa mi accolse con
gelida cortesia; disse che suo figlio era sofferente, ma che,
probabilmente, quando stava meglio, mi avrebbe scritto....

Indi mi porse, con gesto regale, alcuni giornali: la _Gazette de
Lausanne_, le _Journal de Genve_ e _La Suisse_.

Il primo narrava in forma serio-comica _L'Avventura di una
Fidanzata_. Il secondo, pi faceto, intitolava il suo articolo:
_Fortunato Capostazione!_. Il terzo, oh! il terzo!...

In cima alla colonna spiccavano a grandi caratteri queste parole:
_IDILLIO DI NATALE IN UN...._ .... e qui le due iniziali che sai!


Non ho pi veduto Lucien.

.... Basta! Sono molto felice. La zia Clotilde mi regal per le nozze
una collana di perle di ottantasei gemme scelte; una meraviglia!
Quanto alla Peugeot, non saprei cosa farmene. Capirai, abbiamo tutti i
viaggi gratuiti!...

--E infine,--soggiunse Brangre, disfacendo il topo e facendosi vento
al viso roseo col fazzoletto rosso;--aspetto tra poco l'arrivo di
qualcuno.... di qualcuno.... che forse sar anche lui biondo come una
lampada accesa!.




III.

Tenebroso amore


PARTE PRIMA

L'Amico--quell'amico che troviamo sempre nelle novelle e nei drammi,
il modesto e mansueto amico che non vive di vita propria ma esiste
soltanto per accompagnare con brevi commenti ed esclamazioni i
discorsi del protagonista--quell'amico (utilissimo anche in questo
racconto) disse, come dice sempre:

--Ma.... _ella_ ti ama!

--S; ella mi ama,--disse cupamente Manlio.

--E non ti tradisce.

--No,--disse Manlio, con un profondo sospiro;--non mi tradisce.


(Da quel sospiro che cosa deduce l'intelligente lettore?

Deduce: _a_) che Manlio parla di sua moglie.

_b_) che questa moglie  probabilmente grassa e sulla quarantina.

_c_) che Manlio ha un cuore modernamente irrequieto e infedele).


--Io non so di che cosa ti lagni,--disse l'amico.--Sei un uomo
arrivato; sei un poeta stampato. Hai girato il mondo; ti sei
divertito; ne hai fatto di tutti i colori....

--Ah no!--grid Manlio--no! Non  vero. Non ne ho fatto di tutti i
colori....--E sprofondando le mani nelle tasche soggiunse, crollando
il capo:--Ed  questo, questo appunto che mi affligge.

L'amico (di cui la missione  di raccontare diffusamente al
protagonista ci che questi sa assai meglio di lui) enumer la serie
di brillanti conquiste fatte dal fortunato Manlio:

--La Tortola.... la Vannucci.... Carlottina.... Vilfrida.... Cic....
la Soresina....

--S!... s!... s!...--gemette Manlio.--Ma quelle.... erano tutte
dello stesso colore.

L'amico si stup.--Che cosa vuoi dire?

--Voglio dire,--e Manlio appoggi il capo sulla spalliera della
poltrona guardando con aria ipocondriaca il soffitto,--voglio dire che
quelle donne non erano di tutti i colori. Erano tutte pi o meno
bianche; chi un po' pi chiara, chi un po' pi scura; chi d'un bianco
latteo, chi d'un bianco niveo, chi d'un bianco d'avorio.... Ora tutto
quel biancore mi  venuto a nausea. Il mio cuore e i miei nervi
reclamano delle tinte pi forti e fosche, del pimento pi carico e pi
caldo.... I miei sensi reclamano.... un tenebroso amore!--E Manlio si
pass una mano fine e psichica (come l'aveva un giorno definita una
Americana dilettante di chiromanzia) si pass dunque la mano psichica
sulle lunghe chiome ondulate che portava spazzolate indietro dalla
fronte e gonfie in cima al capo,  la Pompadour.

L'amico--che aveva i capelli semplicemente castani e tagliati a
spazzola--croll la testa.

--Manlio, tu leggi troppa letteratura psico-analitica,--disse.--Queste
inquietudini intellettuali morbose, questa ricerca di stranezze,
diremo cos _cromatiche_, le ho trovate gi nei libri di....--(ed
enumer vari autori moderni a cui io qui non desidero fare della
rclame).

--Ti sbagli,--rispose Manlio.--Questa mia brama, questo mio
struggimento ha una tutt'altra origine. Tu sai che quando ero in Libia
le donne indigene, per me.... posso dire che non esistevano. Le avevo
in orrore colle loro forme nere e le loro chiome lanose.... Ebbene,
strano a dirsi, partendo, quasi non ero ancora a bordo che gi provavo
come un senso di rammarico.... che so io!, di rimpianto; come se
avessi mancato qualche cosa, come se fossi passato accanto a un fiore
senza coglierlo, a una sensazione senza provarla.... Allora quando
l'altra sera il maggiore Hubert Elia mi lesse certi suoi bellissimi
versi intitolati: La Migiurtina....

--Ah! vedi che c'entra la letteratura!--esclam l'amico.

--.... questo rimpianto, questo desiderio retrospettivo, si acu fino
alla sofferenza.

    Chi t'ha foggiato in questa forma pura
    Di bronzo antico, figlia del deserto?
    Quale artefice l'agile cintura
    Ti assottigli con lo scalpello esperto?...

cit Manlio, fervido e fremente.

--Ah s, s! bellissimo,--mormor l'amico, che non amava la poesia.

    Ma tu sei tutta caldo bronzo aurato.....

--Di chi parli?--interruppe l'amico.

--Ti dir. Questa specie di nostalga vaga, questo desiderio
fluttuante e indefinito, da ieri si  fissato su un essere vivo e
tangibile, ha preso forma materiale e umana....

--La forma di chi?--chiese l'amico.

--Stasera vedrai!--pronunci Manlio misteriosamente (anche per
mantenere tesa l'attenzione del lettore).--Vieni con me all'Alhambra.
Trovati sulla porta alle nove precise.

E l'amico, il quale, s'intende, non ha mai nulla da fare per conto
suo, accett.


PARTE TERZA

(Il lettore dir:--Il tipografo ha sbagliato. Qui doveva esserci la
Parte Seconda non la terza.

Invece no. Poich la letteratura d'oggi esige qualcosa d'inatteso e
d'originale, io ho escogitato questo modo di stupire il lettore.

_L'inversione!_ Fargli leggere prima la fine della mia opera--Parte
Terza--e poi la continuazione--Parte Seconda. Basta questo
semplicissimo mezzo per generare nella sua mente quella confusione
necessaria a convincerlo che si trova di fronte a un capolavoro.

Dunque ecco la fine del mio racconto).


Dopo questo trasecolante avvenimento.... (il lettore non sa di quale
avvenimento si tratti, ma appunto in questo sta l'interessante) si
sparse per la citt sul conto di Manlio una dicera macabra e
misteriosa.

Donde nacque?... Chi l'origin?... Mistero. Ma il nefando sospetto
serpeggi, subdolo, da casa a casa, da ristorante a caff, da strada a
piazza. E un giorno tutti lo sapevano, tutti lo dicevano. Manlio De
Luca aveva ucciso sua moglie!

--Ma perch, perch l'avrebbe egli uccisa?--gridava l'amico (di cui
oggi la missione era di saperne meno di tutti gli altri), perch?--E
battendo coi pugni sul tavolino di marmo del Caff pi frequentato,
urlava:--Perch?

--Perch Manlio  un poeta, e quindi un degenerato,--diceva l'uno.

--Ma se voi stessi,--ribatt l'amico,--ma se voi tutti avete sempre
detto di Manlio che non era che un mezzo poeta. Quindi non poteva
essere che un mezzo degenerato. E per uccidere la moglie bisogna
essere un degenerato completo.

Su questo punto si fu d'accordo. Ma un altro sugger:

--L'avr uccisa perch aveva quarant'anni ed era grassa.

--Ma lui ne ha quarantotto!--grid sdegnato l'amico.--E se la signora
Clotilde era grassa, non era pi facile farle fare la cura Guelpa
(Digiuno e Purga, Quintieri L. 3.50) che ammazzarla?

Vi fu un breve silenzio. Poi qualcuno disse:

--L'avr uccisa perch ella lo amava troppo.

--Mio Dio!--fece l'amico, abbassando le palpebre e inarcando le
sopracciglia,--se dovessimo uccidere tutte le donne che ci amano
troppo!...

--Eh.... gi!--sospirarono tutti. E tutti abbassarono gli occhi e
inarcarono le sopracciglia con un'aria di rassegnazione e di lieve
stanchezza. E chi aveva i baffi se li arricci.

--Non ha ucciso! No! Non ha ucciso!--grid l'amico, alzandosi in piedi
pallido e fremente.

E poich tutti lo guardavano, egli per non diminuire l'effetto di quel
momento drammatico, si calc in testa il cappello, e cupo, a lunghi
passi, colle spalle curve, lasci il Caff, dimenticando di pagare la
consumazione.


E Manlio? Aveva egli davvero ucciso sua moglie? E se non l'aveva
uccisa dove la teneva?

Da oltre due mesi nessuno aveva pi veduto la signora Clotilde.  vero
che la sua suocera, e anche qualcuna tra le sue amiche pi intime,
avevano ricevuto qualche biglietto da lei, o che almeno parevano
scritti dalla sua mano. In queste brevi comunicazioni ella diceva:

_Non state in pensiero per me.... Sto bene.... Mi rivedrete un
giorno...._.

Ma questi oscuri messaggi non facevano che accrescere vieppi i
sospetti.

E intorno a Manlio, divenuto cupo, evasivo, impenetrabile, si addens
la fosca nube del sospetto.


E qui possiamo tornare indietro alla


PARTE SECONDA

La signora Clotilde non aveva un Amico. Non aveva neppure un'amica a
cui si sentisse disposta a confidare i suoi intimi pensieri.

--Io conosco le donne. Sono vipere, tutte quante!--diceva a s stessa.
E si rassegnava quindi durante le frequenti assenze di suo marito a
dare alle sue considerazioni e ai suoi sentimenti una forma di
semplice soliloquio.

Nel giorno stesso in cui suo marito recitava all'amico la poesia del
maggiore Elia, ella--facendo in camera sua un po' di ginnastica
svedese secondo le prescrizioni di un Manuale intitolato _Igiene e
Bellezza Muliebre_,--cos rifletteva:

--Ho notato che Manlio.... (la signora Clotilde si alz sulla punta
de' piedi, allargando lentamente le braccia e respirando
profondamente) _uno_.... era alquanto.... _due_.... eccitato
iersera.... _tre_. Non so precisamente.... _quattro_.... se era per
quella canzonettista belga.... _cinque_..... oppure per una di
quelle.... _sei_.... spudorate femmine seminude... _sette_.... nei
tableaux vivants.... _otto_.

La signora Clotilde abbass le braccia e le calcagna e torn in
posizione di riposo.

--Gi non avrei dovuto permettergli di condurmi in un
Caf-Chantant,--riflette.--Viceversa, se non mi ci lasciavo
condurre.... (la signora mise le mani sui fianchi, coi pollici in
avanti e i gomiti bene all'indietro).... probabilmente ci andava da
solo. E visto che era l'anniversario del nostro matrimonio....
_Uno_.... (la signora chin il busto in avanti e rote lentamente otto
volte da destra a sinistra).... questo mi sarebbe spiaciuto. _Due_....
_tre_.... _quattro_.... Tutta notte  stato.... _cinque_....
inquieto.... _sei_.... e mormorava in sogno.... _sette_.... delle
parole strane.... _otto_.--(Si raddrizz).--Sed Formosa! L'ho
sentito chiaramente pronunciare pi volte quelle due parole: Sed
Formosa. Vediamo! L'epiteto formosa potrebbe applicarsi a me. Ma
Sed? Che cosa mai vorr dire Sed?

La signora torn a chinarsi in avanti e riprese il suo esercizio
girando lentamente il busto otto volte da sinistra a destra.

Quindi si sdrai per terra rigida e supina.

--Forse era quel Tokay che bevemmo a pranzo al Savini. _U-no_....--(la
signora sollev lentamente i piedi in aria)--_du-e_....--(li
riabbass).--Io non ne presi che mezzo bicchiere.... _U-no_.... e
subito sentii un non so che.... _du-e_.... come uno stordimento....
_U-no_. E lui bevette tutto il resto.... _du-e_.... S, s. Era
probabilmente.... _U-no_.... il Tokay.... _du-e_.

Finiti gli esercizi la signora Clotilde, sempre seguendo il Manuale
d'Igiene, si fece una frizione di Acqua di Colonia, si spalm sulla
faccia del bianco d'uovo sbattuto, e si sdrai sul letto per venti
minuti cogli occhi chiusi.

_Rilassate completamente i muscoli e la mente_, diceva il Manuale;
ma ahim! se alla signora Clotilde riusciva di rilassare i suoi
muscoli, il suo cervello rimaneva teso nello sforzo di sciogliere
l'enigma dell'agitazione di suo marito.

--L'anniversario delle nostre nozze, l'anno prossimo lo festeggeremo
in casa,--si prefisse ella. Ma questa saggia risoluzione non bast a
tranquillizzarla sul conto del festeggiamento di ieri.

Ella ben conosceva il suo Manlio; le erano note le sue placide
abitudini giornaliere e notturne. Il suo calmo e ritmico russare che
dalle undici di sera alle sette del mattino accompagnava i loro sonni
coniugali (e che talvolta negli anni trascorsi l'aveva stizzita ed
irritata) era divenuto ormai per lei quasi una musica piacevole e
tranquillizzante, un simbolo di sicurezza maritale.

Gi qualche altra volta, quando questa sonora _bereuse_ si era per un
breve intervallo interrotta, la signora Clotilde vigile e all'erta si
era guardata d'intorno. La prima volta--ben se lo ricordava!--si
trovavano con certe sue cuginette ai bagni di mare ad Alassio. Allora,
senza indugio, aveva deciso che si andrebbe a finire le vacanze in
alta montagna. La seconda volta ella non aveva fatto altro che
licenziare una cameriera bionda e petulante.... ed ecco che la
notturna musica da camera, col suo timbro tra il bombardone e il
fagotto, aveva ripreso il misurato ritmo abituale.

Ora, anco una volta, era interrotta; la _bereuse_ era divenuta
spasmodica e sincopata come un bunny-hug americano. Manlio per tutta
la notte si era rigirato inquieto e febbrile nel letto, destandosi di
soprassalto, con una scossa, da brevi sogni agitati.

Nel buio, al suo fianco, sua moglie silenziosa ascoltava e notava quei
rotti sospiri, e si diceva:

--Clotilde!... in guardia!

Ora, di giorno, coi muscoli rilassati, cogli occhi chiusi e il bianco
d'uovo sulla faccia, ella passava in severa rivista i ricordi della
serata precedente, come un colonnello farebbe allineare davanti a s i
soldati tra cui volesse ravvisare un delinquente.

Ripass mentalmente l'intero programma della serata.

I primi due numeri--causa il pranzo e il Tokay--non li avevano veduti;
dunque si potevano escludere. Erano entrati nel loro palchetto a met
del terzo numero: _The Jolly Japs_, una compagnia di equilibristi
giapponesi; Manlio non li aveva neppure guardati; anche quelli erano
dunque esclusi.

Il numero 4 era un baritono francese. Escluso.

Numero 5: _La blonde Agla_, danzatrice. Manlio l'aveva guardata;
aveva detto:--Che rana!--e ritiratosi in fondo al palco aveva
schiacciato un sonnellino. Esclusa.

Numeri 6, 7 ed 8, esclusi, perch Manlio dormiva.

Numero 9: Canzonettista Belga. Manlio s'era svegliato di soprassalto,
s'era affacciato all'orlo del palco; poi, ritraendosi, aveva acceso un
sigaro. Poteva essere lei?... Mah!

Numero 10: Prestidigitatore Chinese. Escluso.

Numero 11: Cani ammaestrati. Esclusi.

Numero 12: Quadri Viventi Allegorici della Guerra Mondiale.
Primo Quadro: _Gli Alleati affrontano la Tigre Germanica_.
Niente.--Secondo Quadro: La piccola Martire (il Belgio).
Niente.--_Il Sorriso della Vittoria_. Ah!... Vediamo. La Vittoria
era tutta chiusa in un'armatura d'acciaio, e invero di lei non si
vedeva, sotto l'elmetto rilucente, che il sorriso. Ora  difficile che
un sorriso per quanto radioso, basti da solo a turbare.... No. Escluso
anche il Sorriso della Vittoria.--_La Liberazione della Colonia
Germanica Sud Africana_. Esclu.... Alto-l!

Della Colonia Germanica Sud Africana, rappresentata da una giovane
negra che tendeva le braccia incatenate verso un gruppo di soldati
alleati, non si vedeva il sorriso.... ma si vedeva quasi tutto il
resto. Quelle braccia tese all'altezza del volto le celavano i
lineamenti ma concedevano interamente allo sguardo del pubblico il
corpo, quasi nudo, di un bel color mogano scuro. La linea di quel
corpo, appena interrotta da una sciarpa rossa legata intorno ai
fianchi, era perfetta; poteva anche dirsi conturbevole.... La signora
Clotilde aveva creduto udire dietro di s un piccolo fischio sommesso
in scala discendente.... e s'era voltata di scatto.--Manlio? Cos'hai
detto?--Ma Manlio non aveva detto niente. Allora la signora, china in
avanti e movendo i piedi irrequieti, aveva esclamato:--Guarda un po'
se vedi dove  andato a finire il mio sgabellino....--E Manlio per
tutto il tempo che aveva durato la Liberazione della Colonia Sud
Africana era rimasto a brancolare per terra in cerca dello sgabello
(ch'era poi sotto la sedia della signora Clotilde). Quando si rialz,
una bianca e grassa _Pace Imperante sul Mondo_, reggendo una colomba
imbalsamata aveva sostituita la Colonia Sud Africana che,
probabilmente, era andata a rivestire di etiopici drappeggi le sue
belle membra crepuscolari....

La signora Clotilde balz dal letto. Che si chiamasse Sed Formosa
quella femmina nera?

Ritrov sul tavolo da toilette il programma. (Aprendolo not che oggi
vi era una matine all'Alhambra). No. La negra non si chiamava Sed
Formosa; si chiamava Alabama Loo.

--Del resto,--riflett la signora Clotilde mettendosi le calze
(ch'erano di seta fino ai ginocchi, e di cotone pi in su)--quella
donna non era affatto formosa. Lo sono assai pi io.

Ci che noi, pudichi lettori, ci asterremo dal constatare o
contrastare.

La signora Clotilde scese mezz'ora dopo, e cerc suo marito nello
studio. Non c'era. Sulla scrivania giaceva un libro aperto e la
signora Clotilde si chin a guardarlo. Commossa e stupita constat
ch'era la Bibbia: un'edizione bilingue, in latino a sinistra, in
italiano a destra. Era aperta al Cantico dei Cantici.

Ed ecco che una parola nella colonna latina balz, tonda come un molle
pugno, agli occhi della signora Clotilde!

--_Formosa!_--S, s.... ed era preceduta dalla paroletta: _Sed._ Lo
sguardo di falco della signora viaggi a ritroso e trov la parola
_sum_, preceduta a sua volta dalla parola _Nigra_.

Nigra sum sed formosa. Che cosa voleva dire? Guard la colonna a
destra e ne trov la traduzione: Non ti dispiaccia, amato mio....
ecc. _Nera io sono ma bella!_.

Un grido sfugg alle labbra della signora Clotilde. Manlio!...
Dov'era?

L'intuizione la illumin come una folgore: Manlio era andato alla
matine!



Le intuizioni non sono sempre esatte. Manlio non era alla matine. La
signora Clotilde, in agguato dietro una colonna nell'atrio
dell'Alhambra, dovette convincersene vedendo vuotare la sala, e la
folla che le passava dinanzi riversarsi sul Corso.

Ma subito un'altra intuizione la illumin, mozzandole il respiro e
facendole mancare i ginocchi. Manlio era colla negra! Era nel camerino
della negra!... Ebbene--ci andrebbe anche lei.

                            . . . . . . .

.... La fecero aspettare parecchio in corridoio. Miss Alabama Loo non
poteva riceverla. Stava svestendosi.

--Ma che svestendosi!--esclam sdegnata la signora Clotilde.--Se era
gi svestita!

Dopo un quarto d'ora ribatt alla porta. Ancora no.... Miss Alabama si
vestiva.

Tremando e ansando la signora Clotilde aspett, dicendosi:--S'egli
esce di l deve passare di qui. S'egli non esce, entro io. E guarder
negli armadi!...

--Entri pure, signora--disse una donna affacciandosi alla porta. E la
signora Clotilde entr.

Vide subito che non vi erano armadi. Vide anche che non vi era Manlio.
E vide infine che non vi era neppure la negra.

Una signorina bionda, alta e sottile, stava incipriandosi davanti allo
specchio. Fremente la signora Clotilde si guard intorno.

--Dov'?... Dove sono?...--chiese con voce rauca e tremante.

--Dove sono chi?--domand con amabile sorpresa la signorina.

--La negra.... e mio marito.

La giovane si ferm impietrita col piumino della cipria in mano. Che
fosse pazza questa povera signora?

--Suo marito, non so. La negra.... sono io.

.... La signora Clotilde ebbe un breve accesso convulso, e fu
premurosamente assistita dalla signorina e dalla cameriera. Riavutasi
alquanto, spieg le sue angoscie e i suoi sospetti alle due, che
ridevano sgangheratamente.

La Colonia Sud Africana non era affatto bella, e la signora Clotilde
si trov quasi a desiderare che Manlio fosse qui a vederla. E poi non
era neanche nigra-sum, si disse la signora con sarcastico
compiacimento.

Era una buona e semplice creatura contenta di parlare di s e di
rivelare alla elegante visitatrice tutti i segreti della sua toilette:
una parrucca di lana nera, una bottiglia di liquido bruno, un vasetto
di vasellina color caff....

--Ma non sarebbe pi semplice mettere una maglia scura, invece
d'impiastricciarsi tutta a quel modo?--chiese la signora Clotilde.

--Magari!--esclam la signorina.--Ma la Direzione non permette. Il
pubblico se ne accorgerebbe subito.

--E non  difficile levare tutto quel colore?

--No, no; affatto. Con questa lozione--e la signorina addit una
grande bottiglia quasi piena di un liquido incolore, chiaro come
l'acqua,--si toglie tutto.  un preparato americano, meraviglioso!
Guardi come lascia la pelle bianca e levigata.--E stese alla signora
Clotilde una mano bianca e un braccio fine e candido.--Appena appena
se le unghie restano un pochino scolorite....

In quel momento si batt alla porta.

La signora Clotilde sussult.

--_Manlio!..._

Ma non era Manlio. Era un telegramma urgente. La signorina l'apr, lo
lesse e diede uno strillo d'esultanza:

--Parigi, Parigi! Sono scritturata a Parigi!...--E nella sua gioia
abbracci la cameriera. E quasi quasi avrebbe abbracciato anche la
signora Clotilde se avesse osato.--Mi ha portato fortuna, mi ha
portato fortuna!--esclamava stringendole le grassocce mani inguantate.
Ma d'un tratto si fece seria e guard di nuovo il telegramma.--Si va
in scena il primo del mese. E oggi  gi l'ultimo. Cielo! Per arrivare
a tempo dovr partire stasera col diretto delle nove.

--Ma  impossibile!--esclam la cameriera, molto agitata
anch'essa;--poich qui andiamo in scena alle nove e quaranta....--La
cameriera non andava affatto in scena, ma quando si alludeva alle
funzioni artistiche della sua padrona parlava sempre al plurale.

--E che importa? Credi ch'io voglia perdere la scrittura di Parigi per
un'ultima rappresentazione qui? Vuoi dire che per questa sera trover
una sostituta; oppure si ometter il quadro, e pagher la penale. S,
s! Che cosa importa?... Pagher la penale.

La signora Clotilde ebbe un lampo d'ispirazione. Drammatica e maestosa
mosse un passo avanti.

--Voi non pagherete la penale. Vi sostituir io!

Un momento di silenzio esterrefatto segu questa dichiarazione; ma la
signora Clotilde, a testa alta, nell'atteggiamento ispirato e solenne
di Martire Cristiana entrante nell'Arena, ripet:

--Vi sostituir io. Io, Clotilde de Luca, nata Arpiggiani, di eminente
famiglia bolognese, figlia di avvocato e nipote di sottoprefetto,
comparir stasera sul palcoscenico dell'Alhambra vestita unicamente di
tintura marrone, di una sciarpa rossa, e di una parrucca di lana!
Ah!... Ma questo sacrificio ch'io compio, questa immolazione dei miei
pi sacri istinti e delle pi eccelse tradizioni della mia famiglia,
avr la sua ricompensa! Allorch mio marito questa sera torner al suo
focolare, tutto fremente della sua illecita passione, io gli andr
incontro colle braccia aperte, col sorriso sulle labbra: Manlio!
Colei che tu credi d'amare, colei che ti conturba i placidi sonni....
la Nigra sum sed formosa, _sono io!..._ Io che t'amo, e ti
perdono!.

Questa prova generale di una scena cos commovente turb la
protagonista stessa a tal punto che scoppi in lagrime, e di nuovo
tocc alla buona Alabama Loo e alla fida cameriera di calmarla. A dir
vero, parevano anch'esse in preda a un accesso di commozione convulsa;
erano rosse in faccia e ogni tanto si coprivano la bocca colle mani.
Riavutesi tutte e tre, la cameriera, ancora colle lagrime agli occhi,
interrog la sua padrona:--Che cosa ne dice?

La signorina sfior cogli occhi la persona breve e tondeggiante della
signora Clotilde.--Dico ch' un'idea magnifica!

--Ma,--fece in uno scoppio la cameriera,--il direttore non consentir
mai!

--Ma che!--esclam Miss Alabama.--Non ha bisogno di saperlo.

--Gi!... che non se ne accorger!--strill la cameriera, dimenandosi
convulsa.

--Se ne accorger troppo tardi,--singhiozz Miss Alabama, coprendosi
il viso.--Noi saremo gi in treno.... lontane.... Del resto, a lui
importer poco, visto che  l'ultima sera dei Quadri Allegorici....

Furono impartite accuratamente alla signora Clotilde le istruzioni
necessarie per l'uso del liquido bruno, della vasellina marrone, della
cipria color caff; e della lozione americana decolorante. Si fecero
delle prove, che riuscirono perfette, sulla faccia della cameriera e
sulle braccia di Miss Alabama. E poi anche sulle mani della signora
Clotilde.

La signora Clotilde ringrazi Miss Alabama, Miss Alabama ringrazi la
signora Clotilde.

Si lasciarono con un abbraccio.

                            . . . . . . .

--Chi m'avesse detto che avrei baciato Alabama Loo!...--riflette la
signora Clotilde andando a casa in carrozzella.


Quella sera Manlio, tornando a casa verso le sette, trov sua moglie
incappellata e ammantellata, pronta ad uscire.

--Pranzo in casa di mia nipote (la figlia del sottoprefetto!)--spieg
la signora ad occhi bassi, mettendosi i guanti.--Capirai, non potevo
rifiutare.... Non aspettarmi prima delle undici.

--Oh, guarda un po',--fece Manlio,--come capita bene! Io per l'appunto
stasera devo uscire....

--Ah, devi uscire?--fece ella, subdola, sogguardandolo.

--Ho da trattare un affare,--rispose disinvolto Manlio.

Un lampo pass negli occhi della signora Clotilde.--Te lo tratter io
l'affare,--disse tra s e s.

E usc.

Manlio pranz solo, con placido godimento, poggiando alla caraffa
dell'acqua il giornale della sera.

Alle nove si trov davanti alla porta dell'Alhambra dove l'amico, come
d'accordo, l'aspettava.

                            . . . . . . .

La Colonia Sud Africana ebbe quella sera un grande successo d'ilarit
e d'applausi; e nella Direzione del teatro si decise, seduta stante,
di continuare la serie dei Quadri Viventi, sostituendo per ai _Quadri
Viventi Allegorici_ una serie di _Quadri Viventi Umoristici_--visto
che il pubblico pareva dilettarsi ancor pi al comico che
all'estetico.

Ma nella sala, Manlio, sprofondato nella sua poltrona accanto
all'amico, esclamava sbigottito:

--Misericordia!... Che orrore!... Che orrore!...--E si batteva coi
pugni la fronte.--Ma cosa avevo io iersera?... Le traveggole?... O
allora che cosa diavolo m'avevano messo in quel Tokay?...


PARTE QUARTA

La signora Clotilde, intontita dal successo e dall'abbaglio dei lumi
della ribalta, ritorn barcollante verso il suo camerino. Percorse coi
neri piedi scalzi il dedalo degli stretti corridoi, aprendo molte
porte che non erano la sua, e gli artisti--chi pi o meno vestito, chi
pi o meno spogliato--salutarono con urli di protesta o con strilli
d'ilarit la sua breve apparizione sulla loro soglia. Finalmente apr
una porta--N. 12--che era la sua: ma si ritrasse ella stessa con un
grido, vedendosi confrontata da una fosca e spaventosa apparizione....
Poi s'avvide che era la psiche che le rimandava la sua propria
imagine.... e sorrise.

Ma il sorriso bianco in quella faccia color cioccolata le fece una
penosa impressione, e si affrett a volgere le nere spalle allo
specchio. Si tolse di testa la parrucca di lana nera che le dava un
caldo insopportabile; indi, seguendo appuntino le istruzioni di Miss
Alabama, si dedic alla delicata impresa del _dmaquillage_.

Prese un grosso batuffolo di ovatta e vi vers qualche goccia di
liquido trasparente. Anzich cominciare dal viso, volle, per prudenza,
provarselo prima su una gamba.... la sinistra....

Benissimo!... Constat con gioia che, dovunque passava il batuffolo
bagnato, il magnifico colore nocciola scuro spariva subito, lasciando
trasparire a strisce la naturale tinta carnicina. Quando il cotone fu
tutto nero e la gamba tutta bianca, la signora Clotilde gett in un
angolo il batuffolo usato e ne prese uno nuovo. Aveva appena afferrato
la bottiglia del liquido, quando ud battere alla porta.

--No!--strill la signora Clotilde,--no!

Ma la porta ciononostante si apr, e un signore col cappello in testa
entr con passo risoluto. Era il Direttore in persona che veniva a
chiedere spiegazioni alla ignota sostituta di una delle sue artiste.

Con un urlo la infelice signora Clotilde, ricordando di essere nipote
di un sottoprefetto, volle nascondere a quell'intruso le sue
bicromatiche forme. Fece un balzo all'indietro, vacill, scivol....,
la bottiglia--la preziosa bottiglia del liquido Americano!--le cadde
dalle mani e and a frantumarsi in mille pezzi in un angolo sotto lo
specchio.

Allora una sequela di frenetici strilli riemp di stridore il camerino
e i corridoi. Il Direttore, non comprendendo la gravit del disastro,
si tur le orecchie colle mani:

--Ma cos'hai da strillare, cretina? Credi forse che mi commuova la
vista delle tue gambe.... Per me, oramai, gamba pi, gamba meno....

                            . . . . . . .

L'intera Compagnia si radun intorno al camerino N. 12, con consigli e
suggerimenti. La signora Clotilde, avviluppata in un ampio accappatoio
prestatole dal baritono, tremava e piangeva in un angolo, presentando
invero lo spettacolo della pi.... nera disperazione.

Tutti offrivano consigli, unguenti, vasetti, bottigliette. Si prov a
strofinarla colla vasellina, colla lanolina, colla benzina, col sapone
al pomice, col sale e il limone.... I Giapponesi suggerirono una
mistura d'alcool e di latte caldo. Il padrone dei cani ammaestrati
sugger la terebentina collo spirito canforato. Nulla valse....

La signora Clotilde fu portata a casa in carrozza, accompagnata dalla
canzonettista Belga che aveva buon cuore, e dalla Pace Imperante sul
Mondo che aveva voglia di ridere.


Si telegraf a tutti i Caf-Chantants di Parigi, chiedendo nuove di
Alabama Loo. Invano. Certo ella aveva cambiato nome e colore.

Si fecero richieste in tutte le farmacie americane, si telegraf a
New-York, a Washington e a Chicago. Invano.

                            . . . . . . .

Lugubre, truce, colla sua faccia nera e la sua gamba bianca, la
signora Clotilde, chiusa in due camere, aspetta fosca e depressa la
lenta azione del tempo.

E infatti, adagio, a poco a poco, col passare dei mesi, la tinta va
lievemente rischiarandosi. Dal caff moka scuro ha preso qua e l una
tinta khaki.... e si spera che forse, tra un anno o due anni....

                            . . . . . . .


Una profonda malinconia incombe sulla casa, interrotta a rari
intervalli da improvvisi e pazzeschi scoppi di risa....  l'Amico
(l'unico ammesso in quella tragica dimora) che tratto tratto non sa
frenare la sua crudele, spasmodica ilarit.

E contemplando Manlio,--sprofondato nella sua disperazione, sfuggito
dai suoi simili, temuto dalle donne, sospettato d'uxoricidio--egli
talvolta mormora sommesso:

--L'hai voluto!... L'hai voluto un tenebroso amore!




IV.

Fata luminosa


La Fata Luminosa sono io.

Questa dichiarazione pu sembrare mancante di modestia. Infatti,
scrivendolo, arrossisco.

Tuttavia, trattandosi di narrare una storia che ha la sua brava
morale, la racconto tale e qual'.

E forse a Lola far piacere.


Incontrai Lola in montagna. L'estate era stata torrida, ma io,
occupata a scrivere degli articoli illustranti la barbarie della
perfida Albion, non me ne ero accorta. Un giorno alzando gli occhi per
caso al calendario m'avvidi che l'estate era gi lontana. Ed io non
ero stata in campagna! Non ero stata, come ogni anno, a 1000 o 2000
metri d'altitudine!

--Dov' la pi vicina montagna?--chiesi a chi mi stava accanto,
mettendomi in fretta il cappello.

--Macugnaga,--mi fu risposto.

--Avanti. Vado a Macugnaga. Addio a tutti.

Invano si protest che Macugnaga in ottobre sarebbe vuota, che a
Macugnaga sarei gelata....

Partii.

Il sole d'ottobre--il pi bel sole dell'anno--raggiava in un cielo di
lapislazzuli quando arrivai lass, e i ghiacciai del Monte Rosa
fumigavano abbaglianti e le valanghe balzavano e rotolavano tonando,
come per un foot-ball di giganti.

E Macugnaga era vuota.

Meglio cos. Tutta questa gloria di sole e di neve era per me, per me
sola.

Ma facevo i conti senza l'oste: l'oste di Macugnaga chiudeva i suoi
alberghi, e se non volevo dormire nelle pinete o sul ghiacciaio,
dovevo scendere con lui al piano.

Scesi; ma il meno possibile. Mi fermai a mezza montagna, a
Ceppo--ridente villaggetto che si posa come una driade montana, con un
piede sul pendo e l'altro nel torrente--e presi alloggio nel piccolo
Htel des Alpes, presso la signora Maria. (Signora Maria! se voi
leggerete questo racconto, sentitevi nel cuore il mio saluto).

E a Ceppo conobbi Lola. Passando un meriggio accanto alla scuola, la
vidi, circondata dai suoi venti o trenta bambini, che tutti le
strillavano qualche cosa. Lei non rispondeva. Teneva fissi su me gli
occhi, occhi immensi, neri, ardenti.

Le dissi qualcosa; ella si fece rossa e poi pallida e mormor il mio
nome. Mi parve lusinghiera, sebbene esagerata, la sua commozione.

Nel pomeriggio venne a trovarmi. Mi port molti fiori. Era magra,
esaltata, febbrile.

E nel villaggio mi dissero:--Ah, la maestrina? Poveretta! va consunta.

Anche lei me lo disse un giorno, ansando un poco:--Vado consunta.--E
nella sua voce vi era insieme una grande paura e un certo romantico
compiacimento.--L'hanno detto tutti; anche i dottori di Milano; e il
dottore di qui, che mi fa delle iniezioni.  tutto inutile! Vado
consunta.

Io ne ebbi grande dolore e piet. Quando salivo correndo per la
montagna, al sole e al vento, pensavo a lei, e mi dicevo:--Povera
Lola, che non pu!...--Perdendomi nei boschi d'abeti, arrampicandomi
per l'arida morena, traversando il torrente e scivolando sui sassi
levigati e bagnandomi fino alle ginocchia nella gelida acqua,
arrivando infine alla croce sul ghiacciaio e guardandomi intorno, col
mondo ai miei piedi e soltanto il cielo sopra di me, pensavo:--Povera
Lola!... povera Lola che non deve muoversi, che non deve stancarsi....

E ad ogni cappelletta, ad ogni crocifisso sull'orlo delle vie alpestri
mi fermavo a dire una piccola preghiera perch Lola guarisse; ad ogni
Madonnina ammantata d'azzurro, impallidita dal sole e dalle pioggie,
sussurravo piano:--Oh Madonnina, fate guarire Lola.

Ma in fondo al cuore sapevo che Lola non poteva guarire.

Lola si aggrapp a me con un affetto febbrile e appassionato. Ad ogni
passo la incontravo, ferma a guardarmi con quegli occhi troppo
lucenti. Le bambine della scuola avevano tutti i momenti ricreazione
perch la maestra doveva uscire; lieve e lenta passava davanti alla
bianca porta e sotto alle verdi finestre dell'Htel des Alpes.

Allora, un giorno, l'invitai ad entrare.

Poi l'invitai a rimanere; ed ella pass i suoi pomeriggi sdraiata sul
divano a guardarmi scrivere; talvolta, in pieno sole, uscivamo
entrambe sul terrazzo. Non permettevo che mi parlasse. Era l'ora in
cui le veniva la febbre; aveva le guance infocate, le mani brucianti:
e i brevi capelli neri le si arricciavano sulla fronte sudata.

Sempre, quando arrivava e quando partiva, io la baciavo. Ed ogni volta
che la baciavo, lei mi diceva:

--Grazie!


Venne il novembre, e il sole si ritir da Ceppo; si ritir con garbo,
un poco ogni giorno, allontanandosi gradatamente dal villaggio come un
amante infedele che medita un tradimento.

--Ora per tutto l'inverno il sole in paese non verr pi,--disse la
signora Maria.--Torner in aprile. E spero che allora,--soggiunse,
china ad aiutarmi a chiudere la valigia,--torner anche Lei!

--Anch'io lo spero,--dissi con un sospiro, pensando come di rado mi
sono concessi i ritorni.

Tutto il villaggio si radun davanti alla Posta per salutarmi alla
partenza; soltanto Lola non c'era.

Io avevo prescelto di fare a piedi i dieci o dodici chilometri di via
maestra che scendono allegramente a valle tra rocce e abeti; e alcuni
dei miei nuovi amici mi accompagnarono per un tratto di strada. Ma gi
tutti se n'erano tornati indietro al villaggio allorch, a uno svolto,
vidi Lola seduta su un tronco d'albero ad aspettarmi. Aveva le braccia
piene di fiori e gli occhi pieni di lagrime. (Non mi piacciono n le
lagrime quando sono per me, n i fiori quando sono colti).

--Non dovevate venire cos lontano,--la sgridai.--Come farete ora a
tornar su?

Tremava tutta.--Addio, addio! Non La scorder mai,--disse.--Ella 
stata per me.... una fata luminosa!

--Che esagerata!--risi, baciandola.

E lei subito mormor il suo solito--Grazie!

--Addio, Lola. Andate a casa. Badate di far giudizio. E mangiate molte
uova.

--Addio, Fata Luminosa,--singhiozz lei.

E la lasciai cos--sola, in mezzo alla strada maestra; piccola e scura
sullo sfondo del Monte Rosa, col suo male e la sua malinconia. Ricordo
che dopo qualche chilometro--e i fiori ciondolavano le teste di qua e
di l, stanchi d'essere portati come io di portarli--passai davanti a
una piccola cappella. Mi fermai a guardare. Dentro, una Madonnina
sorrideva in atteggiamento assai mite, quasi le rincrescesse d'aver
messo per errore il piede sulla testa del serpente. Sette stelle le
incoronavano il capo.

Le posi sul davanzale i fiori.--O Madonnina dalle Sette
Stelle!--pregai.--Fate guarire Lola.

E ripresi la via.

                            . . . . . . .

Il destino mi trasse lontano, e Lola era gi da un pezzo scordata,
quando mi giunse a Parigi (rispeditomi dal mio indirizzo stabile di
Milano, dove non mi trovo mai) una cartolina. Era scritta in una
grande calligrafia chiara e infantile; e diceva:

_Fata Luminosa!!... Noi siamo ventinove bambine che le vogliamo bene.
La nostra maestra ci parla sempre di lei. Andremo questa primavera a
cercare le viole nei boschi per lei_!

Sorrisi. Come era sentimentale e romantica Lola!... Con una cartolina
ringraziai collettivamente le ventinove bambine; che a loro volta mi
risposero con un'altra cartolina. Nella stessa calligrafia grande e
tonda cominciava anche quella, al solito:

_Fata Luminosa!_.

(Mi sembr che il portiere dell'albergo presentandomela avesse un
piccolo sorriso).

E in primavera mi giunsero le viole. Ogni otto giorni arrivavano delle
scatolette di cartone schiacciate, piene di muschio--talvolta ancor
umido--su cui posavano pallide ed avvizzite delle violette boschive.
Mi seguivano da Milano a Roma, da Roma a Genova, da Genova a
Montecarlo, da Montecarlo a Parigi.... Un giorno di nebbia nera a
Londra, al mio ritorno da un tragico viaggio in Irlanda, ecco sul mio
tavolo il solito pacchettino sgangherato, con dentro i cadaverini di
viole mammole. Tutta una piccola primavera morta!

Le gettai via con impazienza.

Ma nel cuore me ne rimase, lene e lieve, il profumo.

Alfine la mia felice ventura mi ricondusse in Italia. Ed ecco che un
giorno mi venne annunciata una visita. Sospirai, ed entrai nel
salotto.

In un angolo sedeva una figuretta, una figuretta esile sotto un grande
cappello di feltro. Si alz e mosse con passo trepido verso di me.

--Fata Luminosa! Non mi riconosce?

Era Lola. Una Lola rosata, abbronzata, ingrassata.

--Ma Lola! Come state? Ma state meglio, molto meglio!

--Sono guarita,--disse Lola.--Peso quarantanove chili.--Per Lola 
l'obesit, poich a Ceppo ne pesava trentasette.--E lo devo alla Fata
Luminosa.

--Silenzio! Non siate sempre cos esagerata,--dissi severamente. E
l'abbracciai.

Notai che stavolta non mi disse grazie.

--Sono guarita,--disse;--e lo devo a Lei che mi ha incuorata e
consolata; a Lei che non aveva paura di baciarmi; a Lei che....

--Lo dovete alle uova. E alle iniezioni del dottore.--E in cuor mio
soggiunsi:--E alla Madonnina delle Sette Stelle.


Lola chiese ed ottenne una licenza di due mesi dalla sua scuola. E
quei due mesi li pass con me.

Parlandomi, o parlando di me, essa mi chiamava invariabilmente: Fata
Luminosa. Non ci fu verso di farla smettere. E--devo confessarlo?--da
principio questo nomignolo mi lusingava deliziosamente. Quando per la
casa mi udivo chiamare cos, accorrevo lieta e sorridente. E a poco a
poco anche gli altri in casa--un po' per ridere di Lola, un po' per
prendersi gioco di me--cominciarono tutti a chiamarmi con
quell'appellativo.

.... Ebbene, se io dovessi dire quale martirio, quali sacrifici
m'impone oggi quel nome, non mi si crederebbe.

Vengono dei momenti nella vita, dei momenti nella giornata in cui non
si , n si vuol essere, una fata luminosa. Quando si ha molto da
fare, quando si ha fretta, quando le cose non vanno pel loro verso,
quando si  nervosi e contrariati, allora  odioso,  insopportabile
sentirsi dare della fata luminosa.

Fata Luminosa!. Con queste due esecrabili parole Lola mi ha
amareggiata l'esistenza. Un tempo io facevo press'a poco ci che mi
garbava. Al mattino mi alzavo quando mi pareva; mi vestivo come mi
piaceva; quando aveva voglia di ridere, ridevo; quando avevo voglia di
far bronci, li facevo. Ora non pi.

Ora, all'alba, prima ancora ch'io abbia aperto gli occhi, mentre lo
spirito  voluttuosamente inabissato nelle lontane, vellutate
profondit del sonno, odo al mio capezzale un saluto alacre e festoso:

--Ben svegliata, Fata Luminosa!

Allora mi tocca aprire gli occhi e abbozzare un sorriso il pi
possibile luminoso; mi tocca rispondere a tono--non con un
inarticolato brontolo, ma giuliva come risponderebbe una fata desta
all'aurora:

--Ah! buon giorno! buon giorno!...

Alzata di malavoglia nel grigiore mattutino, infreddolita e lugubre,
penso di indossare una certa vestaglia di flanella regalatami da mia
suocera (che disprezza le apparenze) e infilare i piedi in un paio di
pantofole paleontologiche, ma che serbano i resti d'una fodera di
pelliccia. Cos, appuntate le chiome _ la sans-faon_, apro la mia
porta per dire che mi si porti il caff-latte. Lo prender, sola, con
un certo confort, leggiucchiando il giornale.

Ma ecco le voci dei familiari che da lungi mi salutano:--Ti
aspettiamo, fata!--E il trillante soprano di Lola che esclama:

--Ah! ora viene la fata!... la Fata Luminosa!

Richiudo la porta. Getto uno sguardo nello specchio e mi convinco che,
lungi dal sembrare una fata, somiglio piuttosto (come direbbe la mia
toscana amica, Pia) a Quella che diede la via ai fulmini!...

Con ira getto lungi da me la vestaglia di flanella, scaglio una dietro
all'altra, fuori dei piedi! le pantofole colla pelliccia; mi vesto, mi
calzo, mi profumo.... e mi presento con un sorriso estatico alla
soglia della sala da pranzo.

--Ah! eccola la fata! La Fata Luminosa!


La morale? S, al principio di questo racconto vi ho promesso una
morale.

Eccola. Se tu, caro amico sconosciuto che mi leggi, hai la fortuna di
avere nella tua casa una donna--sia essa moglie o sorella, suocera o
cognata, zia o nipote; sia essa allegra o arcigna, indulgente o
rigida, angelo o megera--tu prenderai l'abitudine di dirle, e lo dirai
tutti i giorni, incessantemente:

--Ah, Clelia! (o Sofia, o Luisa, o come del caso), tu sei invero una
fata luminosa!

Basta questo semplice mezzo perch la tua casa divenga un paradiso.

Quando la vedi un poco torva, un poco severa, quando la senti litigare
coi fornitori, gridare colla cameriera, dare gli otto giorni alla
cuoca, assestare qualche scappellotto ai bambini strillanti....
presto, prima che venga il tuo turno, hop-l! senza por tempo in
mezzo, apri la porta e chiama con voce soave:

--Sei tu, mia Fata Luminosa?

Ella ti dir:--S. Sono io.--(Perch non pu dirti:--No, non sono
io!).

E nove volte su dieci la bufera si dileguer.


Ma questo non  tutto. Nove volte su dieci quell'appellativo la
indurr non soltanto a comporsi un'espressione intonata all'epiteto;
ma incliner anche la sua anima alla blandizia.

A poco a poco, ella prender la consuetudine--direi quasi il vizio--di
essere adorabile e adorata, di effondere intorno a s luce e letizia,
di sentirsi il sorriso sempre presso alle labbra, la carezza sempre
dentro alla mano, e la bocca sempre di perle piena e di rose e di
dolci parole.

.... Cos, quasi per incanto, pronunciando queste due parole
evocatrici di raggi e di lucentezze, ecco che il mondo intorno a noi
si riempir tutto di fate luminose.




V.

Quella che Landru non uccise


  Parigi, 26 Novembre.

.... Uscivo questo pomeriggio dalla Direzione del _Matin_, dove ero
andata a salutare l'amabile De Jouvenelle e la sfolgorante Colette,
allorch il vecchio usciere--un sorridente cerbero che conosco--mi
ferm, e additandomi una donna che in quel punto scendeva le scale
uscendo dagli uffici di redazione, susurr misterioso:--Sa chi 
quella signora?

Io non lo sapevo; ed egli, abbassando ancor pi la voce, mi inform:

-- quella.... che Landru non uccise!

--Landru!--Subito mi si affacci alla niente la imagine del terribile
uomo supposto uccisore di almeno dieci donne. Tratto in arresto per
una frivola mancanza (faceva un breve viaggio senza biglietto) ecco
che venne alla luce la pi mostruosa serie di delitti che sia mai
stata attribuita ad un essere umano. Una donna che era partita con lui
non era pi tornata; una seconda donna ch'egli aveva condotto nella
sua villa a Gambais, non aveva pi dato nuove di s; una terza donna
ch'egli aveva promesso di sposare era sparita.... E cos via. Il
_Matin_ pubblic il suo ritratto, e da ogni parte di Parigi affluirono
alla redazione di quel giornale e all'ufficio della _Sret_ lettere,
telegrammi, ricerche di parenti d'altre donne che, partite col
sorridente Barbableu, non erano mai pi ritornate.

Gli abitanti del villaggetto di Gambais (a un'ora da Parigi) lo
vedevano arrivare ogni poche settimane sempre con una compagna nuova
ch'egli installava con affettuose premure nella solitaria villa. E per
alcuni giorni i passanti scorgevano quella donna, ignara e lieta,
aggirarsi nel giardino, cogliendo fiori o seduta all'ombra degli alti
alberi secolari.

Per ben dieci volte Landru aveva fatto il viaggio da Parigi a Gambais
in lieta compagnia, prendendo--particolare trasecolante!--un biglietto
d'andata e ritorno per s, e un biglietto di sola andata per la sua
compagna! Quelle giovani donne erano tutte eleganti; molte portavano
ricche vesti e preziosi gioielli.... Poi da un giorno all'altro, non
si vedevano pi.

Ci che si vedeva era, al calar della notte, delle nuvole di fumo
denso e giallastro uscire dai camini della villa; un fumo cos acre e
fetido che i contadini passando esclamavano tra loro:--Ma che orrenda
cucina si fa mai in quella casa!--(Orrenda cucina, invero!)

Ci che si vedeva--o qualcuno almeno dice di averlo veduto--era una
misteriosa automobile chiusa, che nelle notturne ore s'avviava dalla
villa verso lo Stagno delle Brughiere--un'acqua viscida e profonda
sull'orlo di un bosco vicino....

--_Quella che Landru non uccise!_...--Non stetti ad ascoltare di pi;
scesi rapida dietro la snella figura che gi spariva allo svolto della
scalinata. Volevo vederla, questa donna scampata da una morte cos
atroce; volevo vedere se il suo viso portava le traccie del passato
terrore.

Giunsi quasi contemporaneamente a lei nel grande vestibolo, ed ella,
uscendo, si volse a tenere con atto cortese la porta aperta dietro di
s.

Pioveva; sul boulevard Montmartre passavano frettolosi i viandanti
sotto gli sgocciolanti ombrelli; in mezzo alla via correvano veloci le
carrozze tutte occupate.

La mia automobile stazionava vicino al marciapiede.

Mi volsi e guardai quella donna che, senza ombrello, ferma sullo
scalino del Matin pareva incerta se avviarsi o no; non era bella, ma
aveva un viso estremamente interessante e due grandi occhi scuri,
mobilissimi. Seguendo l'impulso del momento io le rivolsi la parola.

--Vuole ch'io la conduca.... _quelque part_?

Ella mi guard un po' stupita e non rispose subito. Indi chiese
repentina:--Lei appartiene alla redazione del _Matin_?

--Sono scrittrice,--risposi evasivamente.

--Ah!--vi fu un attimo di pausa.--E.... sa chi sono io?

Allora, guardandola fisso, io ripetei la frase dell'usciere.

La donna si volse di scatto e un'espressione indefinibile le pass sul
volto. Era come un _tic_ nervoso che per un attimo le sconvolse i
lineamenti.

--Ah!...--fece di nuovo. E tacque.

In me la smania dell'esplorazione psicologica era nata, e s'agitava.

--Venga a prendere il th con me al Grand Htel,--dissi, seguendo
l'impulso irrefrenabile dello scrittore davanti ad un'anima nuova, ad
un'esperienza nuova.

--Che strana idea!--esclam lei, e rise. Aveva un sorriso bellissimo;
ma non era un sorriso consenziente; anzi, vidi i suoi occhi vagare
inquieti per il boulevard, come s'ella meditasse la fuga..

D'improvviso mi balz nel ricordo un consiglio datomi un giorno a Roma
da un eminente personaggio diplomatico: Se mai volete ottenere
qualche cosa da qualcuno, mi aveva detto lui, ricordatevi di
guardarlo fissamente in mezzo agli occhi: proprio tra le due
sopracciglia! Quindi esprimete lentamente e con ferma volont il
vostro desiderio. Vedrete che nove volte su dieci riuscirete nel
vostro intento.

Allora io, ferma su quel _trottoir_ parigino, incurante dei passanti,
fissai con intensit ipnotizzante quella sconosciuta; la fissai nel
centro della fronte tra le due sopracciglia nere, e ripetei il mio
invito.

Ella ebbe uno strano gesto delle spalle, un istante d'esitazione....
Indi accett.

Il _foyer_ del Grand Htel era pieno di una folla cosmopolita,
profumata e mormorante. L'orchestra suonava dei languidi Hesitations
e dei sussultanti Shimmy-shakes. Trovammo una tavola appartata in mi
angolo, tra fronde e fiori; e ci venne servito il th.

--Volete aprirmi per un istante la vostra anima?--diss'io.

La donna volse su me i suoi occhi un poco spiritati. Aspettava.

Ed io l'interrogai.

--Foste amata da.... quell'uomo?

Ella chin il capo in segno di affermazione.

--Che cosa vi siete detta quando scopriste che era un assassino?

Un attimo di silenzio. Indi ella disse lentamente,
deliberatamente:--Io lo sapevo gi.

--Lo sapevate!... Quando?

--Prima di andare da lui. Mademoiselle Marchadier, quella
ch'egli....--la voce cadde d'un semitono....--ch'egli strozz e
bruci, era una mia amica.

--Voi sapevate.... sapevate ch'egli l'aveva uccisa?

--Lo immaginavo. Essa mi aveva fatto delle confidenze molto strane.
Poi era sparita. Nessuno aveva pi saputo nulla di lei.

--Ma allora....--E mi manc la voce per continuare.

Gli occhi spiritati si fissarono su me con una espressione
stranissima.--Gi. Allora sono andata lo stesso da lui.

--Ma voi.... siete dunque un'isterica? siete una pazza?--esclamai.

--Pu darsi.--E la sconosciuta si strinse nelle sottili spalle.--Siamo
tutte un poco squilibrate, noi donne oggigiorno. Non trovate?

Io non rispondo. Contemplo smarrita e stupefatta questa enigmatica
creatura; e guardandola negli occhi mi pare di guardare nelle torbide
acque di quello Stagno delle Brughiere che nasconde tanti orrendi
misteri.

L'orchestra frattanto intona un malinconico valzer e la mia vicina si
volge subitamente a me.

--Volete proprio guardare nella mia anima? Ebbene....

Colle labbra pallide e le mani strette convulsivamente in grembo essa
mi fa il seguente racconto:


--Sappiate che io ho sempre avuto orrore di tutto ci che  consueto,
usuale, _terre--terre_.

Il mio sogno era di vivere una vita stravagante e fuori del comune.
Sognavo delle avventure fantastiche, degli amori bizzarri.

Invece parve che la mia esistenza dovesse scorrere sulle grige linee
della pi tediosa convenzionalit. Mio padre era notaio in un piccolo
villaggio, ed io, la maggiore di quattro sorelle, avevo, a quanto
pare, un certo talento per la musica. Fatto sta che quando ebbi sette
anni mia madre cominci ad insegnarmi il pianoforte. Si principi col
Diabelli; poi venne lo Czerny; poi il Cramer; poi le mazurke di
Chopin.... Alla terza mazurka mia madre mor.

La maggiore delle mie tre sorelline aveva allora otto anni; e mio
padre volle ch'io le insegnassi la musica. Cos ricominciai da capo
col Diabelli, col Cramer, collo Czerny.... Quando fummo alle mazurke
di Chopin, mia sorella spos il farmacista del paese.

Le altre due sorelle avevano allora nove e dieci anni; ed ecco che si
dovette ricominciare anche con loro il Diabelli, il Cramer....

Stavolta, arrivate allo Czerny io scappai di casa col figlio del
sindaco, e venni a Parigi.

E qui speravo che cominciasse per me la vita strana e avventurosa che
avevo tanto sognato. Ma quasi subito il figlio del sindaco mi lasci,
ed io, per poter sussistere, dovetti cercare delle altre bambine che
volessero imparare il Diabelli, il Cramer, lo Czerny e il Chopin.

Disgustata della vita sognai di morire. La morte almeno me la potevo
scegliere e foggiare a piacer mio.

--Ah, vivaddio!--dissi un giorno alla mia amica, Cline
Marchadier;--la vita  quella che . Ma la morte  quella che noi
vogliamo. Io voglio trovare pel grigio dramma della mia vita un finale
inedito!

Ella rideva; e mi rimproverava d'essere romantica ed esaltata. Aveva
una piccola anima borghese, Cline. E colla sua piccola dote borghese
s'apprestava a trovare una calma felicit nel matrimonio.

Aveva infatti incontrato il fidanzato dei suoi sogni: una onesta
persona, con modi corretti, con barba rassicurante, con villa in
campagna.... Landru!

Cline part un giorno per la villa di Gambais col suo fidanzato; mi
disse che sarebbe ritornata la settimana seguente.

Non la vidi mai pi.

Ricevetti da lei una strana lettera:

Questa villa, diceva essa,  lugubre. La parete della mia camera,
accanto al mio letto,  tutta chiazzata di macchie scure.... Il
giardino mi fa orrore. Figurati che in un angolo, sotto a delle foglie
secche, ho visto due cani e un gatto morti; avevano tutt'e tre intorno
al collo uno spago, quello spago impeciato che adoperano i
calzolai.... Ce n' molto in questa casa di quello spago.....

Una seconda lettera, datata il giorno seguente, diceva:

Credo che quest'uomo sia un maniaco! Tutto il giorno mi ha fatto
raccogliere delle foglie secche e portarle nella cucina.... Domani
torno a Parigi.

E un terzo messaggio mi giunse da lei; era una cartolina tutta
sgualcita ch'io stessa le avevo scritto: ella aveva cancellato a
matita l'indirizzo e riscritto il mio; le parole erano quasi
illeggibili. La carta era infangata come se fosse stata gettata sulla
strada, e poi raccolta da qualcuno e impostata. Diceva:

Vieni, vieni subito!  pazzo. Sta accendendo un gran fuoco.... Ho
paura.

Immediatamente, con una mia vicina e suo figlio, partii per Gambais.
Trovammo la villa chiusa e silenziosa. Nel villaggio nessuno sapeva
nulla.

L'indomani e l'indomani ancora, tornai sola a Gambais, ma il cancello
del giardino era sempre chiuso.

Una terza volta, in un grigio pomeriggio di marzo, feci da sola quel
viaggio; e gi me ne tornavo via, scoraggiata e depressa, allorch
sulla strada solitaria che conduce alla stazione mi trovai
d'improvviso faccia a faccia con un uomo. Era lui!

Lo riconobbi subito. Era tal quale Cline me lo aveva descritto.

Mi fermai, come paralizzata; senza respiro. Quell'uomo mi guard in
faccia--non so dire l'impressione di ribrezzo e insieme d'orribile
attrazione che provai. Rimasi ferma a guardarlo, e un gran freddo mi
correva come una serpe viva per la schiena.

--Buona sera,--disse lui.--Cercate qualcuno?

Aveva una voce stranamente morbida e bassa.

--S,--balbettai;--cercavo.... volevo.... delle notizie di Cline
Marchadier.

Vi fu un attimo di silenzio. Poi quell'uomo si avvicin di un passo.

--Io posso darvene,--disse,--se volete entrare nella mia villa....

Io volevo gridare, volevo fuggire. Gi mi vedevo correre urlando per
quella strada solitaria, inseguita da questo spaventevole uomo, pazzo
ed assassino.... Ma egli mi teneva ferma, come catalettica, sotto il
suo sguardo, e non potevo parlare, non potevo muovermi.

D'improvviso mise una mano sul mio braccio. Come una sonnambula io lo
seguii.

                            . . . . . . .

Non vi dir ci che provai quando fui chiusa in quella casa con lui.
Quando ridomandai di Cline, egli disse:--Prima mangiamo!

E mi prepar egli stesso una cena:--Da studenti!...--diceva lui
ridendo.

--Le piacciono queste avventure, signorina?

Ed io, tra me e me, pensavo:

--Quando mi uccider? E come?... Mi salter al collo improvvisamente e
mi strangoler? Oppure in questo vino che mi offre avr gi messo un
narcotico o un veleno?...

Egli frattanto mi parlava, mi parlava di cose indifferenti.

Ed io lo guardavo.... lo guardavo. Guardavo le sue mani scure e
nervose.... e me le figuravo intorno al sottile collo di Cline....

Ed ecco ch'egli si mise a parlare di lei; disse ch'era partita per
l'America....

A quelle parole io fui presa come da una crisi isterica e scoppiai in
una risata, una risata convulsa, frenetica, rotta da singulti. Landru
mi guardava con aria stupefatta.

A un tratto si alz, and nella stanza attigua ch'era la cucina, e
torn portando un bicchierino di liquore.

--Bevete,--comand.

Io ridevo ancora; mi battevano i denti; ero tutta scossa da un tremito
violento. Gli presi di mano il bicchiere, e d'improvviso, guardandolo
negli occhi, domandai:

-- veleno?

Egli trasal; vidi lampeggiare nei suoi occhi la sorpresa ed il
furore.

--Oppure...--continuai singhiozzando e ridendo,--oppure mi
strozzerete? S!... s!... mi strozzerete colla cordellina impeciata,
come strozzaste i due cani e il gatto?...

Egli fece un balzo in avanti e mi afferr le braccia; il suo terribile
viso era vicino, vicino al mio.... Sentii che la mia ultima ora era
venuta. Mi balen il pensiero che era questa la morte, la morte
strana, la morte trasecolante che avevo desiderato....

E glielo dissi! Gli gridai sulla faccia--forse con un senso istintivo
che questo solo mi poteva salvare--la mia voglia di morire.... di
morire sgozzata da lui che sapevo assassino!

--Uccidetemi! uccidetemi!... ho bisogno di morire cos! Mettetemi le
mani alla gola.... e stringete! Stringete! Cacciatemi le unghie nelle
carni....

E rantolavo di volutt.

Egli indietreggiava da me con gli occhi sbarrati.

--Che donna! Che donna!--esclam.--Mio Dio! che donna!...

Sentii ch'ero salva. Sentii che in quell'uomo mostruoso sorgeva per me
qualche cosa che somigliava alla passione....


Fuori era gi notte; e pioveva. Si udiva lo scroscio della pioggia nel
giardino, e il vento correva mugolando intorno all'ampia casa....
mentre quell'essere nefando mi svelava gli abissi della sua anima
demoniaca.

Parlava piano, chino in avanti, accarezzandosi la barba colle mani
scure e sottili.

--Tu mi hai capito, tu sola!--sussurrava.--Tu sai che gli altri uomini
quando vedono una donna si domandano: Come sar quella donna
nell'amore? Ebbene, io no! Io, quando vedo una donna, mi domando:
Come sar quella donna.... nella morte? Si dibatter come una furia,
con urli orrendi che bisogner soffocare? O si torcer con piccoli
gemiti e strilli, come un cagnolino che si tortura?... Il bisogno di
veder morire le donne che mi piacciono  in me come una frenesa, come
un parossismo di desiderio....

                            . . . . . . .

La narratrice interruppe l'orrendo racconto e si copr il volto.
L'orchestra del Grand Htel sospirava _Shadows_.

Io balzai in piedi.

--Basta!--gridai.--Non voglio saper altro. Non mi dite di pi!

Allora la sconosciuta si alz; era terrea in volto, ma sorrideva.

--Non avete i nervi forti,--disse.

E, sempre con quel sorriso ambiguo, mi salut e usc dall'albergo.

                            . . . . . . .

Passata la prima emozione di questo incontro, io ora mi domando: ho
forse guardato per un istante nei pi profondi abissi della
mostruosit umana?...

Oppure quella donna che veniva dalla redazione del _Matin_, non
sarebbe essa forse una mia collega e rivale.... fabbricatrice di
favole?

Non lo so. Forse non lo sapr mai.

Ignoro tutto di lei, persino il suo nome.




VI.

Galeotti....


I.

....--Poi mi prende come un capogiro e debbo aggrapparmi a qualche
cosa per non cadere. Talvolta ho delle palpitazioni che mi par di
soffocare. E altre volte il cuore mi si ferma d'un tratto, salta un
battito.... senti! anche adesso....

E Vilia stese un polso sottile verso la sua amica, che glielo prese
tra le dita inguantate.--Sentirai; ogni dieci o dodici battiti ne
salta uno: c' un attimo di arresto che mi toglie il respiro.

--Uno, due, tre, quattro, cinque....--cont l'amica.--Ah, ecco! Ho
sentito come un'intermittenza....

--Poi ho mille altri guai. Qualche volta ho dei ronzii nelle orecchie,
come una nota di contrabbasso che s'interrompe e riprende. E anche la
vista mi fa degli scherzi. Vedo sempre come un moscerino nero che mi
balla davanti agli occhi....

--Mio Dio! e che cosa prendi per tutti questi mali?

--Ma.... non so.--sospir Vilia, incerta.--Il dottore ha suggerito una
cura di Jodarsol e poi un soggiorno in alta montagna.

Un breve silenzio regn nel tepido salotto, e dalla larga pianta
d'azalea in mezzo alla tavola caddero alcuni petali sul tappeto di
velluto cremisi.

--Cara mia,--disse Claudia, togliendosi di tasca un porta-sigarette
d'oro fregiato di uno stemma di marchese,--secondo me, tu hai bisogno
di tutt'altro.

--Non credi a quella cura?--chiese Vilia un poco inquieta.

Claudia scelse una sigaretta, la batt lievemente sull'astuccio,
l'accese e soffi verso il soffitto una lunga boccata di fumo.

--S, s; puoi andare in montagna e prendere il Jodarsol,--disse
Claudia.--Ma faresti bene a prendere anche un amante.

--Che cosa dici?--esclam Vilia, trasalendo.

--Hai pur sentito,--dichiar l'amica.

--Un amante! Ma che idea! Ma perch?

--Dolce mia,--disse Claudia poggiando all'indietro la graziosa testa
nella toque verde di rue de la Paix;--perch fa bene ai nervi, fa bene
alla carnagione, fa bene al carattere; bisogna prenderlo come si
prende un tonico. Che vuoi, a una certa et come si farebbe una cura
iodica, si fa la cura dell'amore.

--Che cinismo!--esclam Vilia coprendosi il volto colle mani.--Sei
veramente una persona immorale e orribile.

--No, no,--disse Claudia,--io sono una persona semplice e sincera. E
se ti guardi d'intorno dirai che ho ragione. Guarda le donne poco
amate, come inaridiscono!--E Claudia incroci le ginocchia e fece
dondolare in aria un sottile piede ben calzato.

--Dici delle cose orribili!--esclam Vilia, fissando la sua amica con
occhi turbati.

--Tu, tu inaridisci e t'ammali,--prosegu Claudia,--semplicemente
perch sei poco amata.

--Ma non  vero! Mio marito....

Claudia la interruppe alzando una mano sottile, colle lunghe dita
tutte unite, nel gesto solenne di un antico idolo indiano.--Non
parlarmi di tuo marito. Mi dirai che ti adora. Lo so. Ma ci entra in
un tutt'altro ordine di idee. Non parlo di affetti familiari.

--Ti accerto che Gino....

Claudia rifece il gesto di vecchio Budda.

--Da quanti anni sei sposata? La tua Luciana ha dieci anni, se non
erro.

--Ne ha undici. Da tredici anni Gino fa di me la pi felice delle
donne,--disse Vilia risentita e stringendo le labbra un poco pallide.

--Lo so, lo so,--rispose Claudia,--so che Gino  un angelo, ma ci non
cambia le eterne leggi della natura. Fisiologicamente, l'amore, nel
senso specifico della parola, non pu durare pi di quattro anni.
Dunque tu da nove anni fai una vita incompleta ed anormale.

--Ma che eresie, che sciocchezze dici?

--Non sono sciocchezze; me lo ha detto un dottore, un neuropatologo,
uno che ha studiato a Parigi, in Germania, in Olanda; uno che sa
tutto. Mi ha anche condotta nel suo laboratorio e mi ha fatto vedere
dei cervelli conservati nello spirito.... Ebbene, egli mi ha
assicurato che, dopo quattro anni, le cellule nervose.... il
neurolemma....

E Claudia fece una lunga dissertazione scientifico-realistica.

Ma Vilia non ascoltava. Guardava con occhi trasognati l'azalea che
lasciava cadere silenziosamente di quando in quando i suoi ptali
rosati.

--Del resto,--concluse Claudia--non hai che da osservare intorno a te.
Guarda la Miriam Voli: ha trentadue anni e ne dimostra cinquanta.
Guarda la Gina Del Bosco: ne ha anche meno ed  avara, arcigna e
bigotta. Guarda Carlotta Allegri:  pi giovane di noi, ed 
completamente mummificata. Tutte donne irreprensibili ed infelici. E
guarda te! S, s! Va! va a guardarti nello specchio. Guarda che
faccia hai! Hai quella faccia noiosa che hanno le donne che non sono
innamorate.

Vilia rise. Si era alzata ed era andata a guardarsi nello specchio
sopra il caminetto. Claudia la segu e le cinse le spalle col braccio.

--Vedi se ho ragione? Arida sei; arida. Hai gli occhi morti, hai la
pelle morta, hai i capelli morti; sei tutta senza vita e senza
elettricit. Se vai avanti cos, tra cinque anni sarai un rudere.

Vilia rise ancora, ma senza soverchia gaiezza.

--E guarda me, invece,--continu Claudia;--ho la faccia noiosa io?
Guarda i miei capelli! Quando li spazzolo crepitano e mandano
scintille. Ogni filo  una pila di elettricit. E guarda i miei
occhi!... e la mia bocca, com' vivida. Ebbene, credimi; se non era
Renzo Galimberti, a quest'ora ero incartapecorita anch'io. Renzo
rappresenta per me un vero _Institut de Beaut_.

--Renzo Galimberti?--Vilia la fiss stupefatta.--Ma scusa!...
credevo.... credevamo tutti che il conte Arsieri....

--L'anno scorso,--disse Claudia con gravit,--compievano i quattro
anni da che Giulio Arsieri era il mio amante. Quindi ho dovuto
lasciarlo.

--Ma perch? Se ti era cos devoto! E col legame della vostra
musica....

--Te l'ho detto il perch. La teoria del mio dottore. Erano passati i
quattro anni; quindi l'azione.... terapeutica del nostro amore era
cessata; e Giulio, come rimedio, come tonico, come antisclerotico, non
serviva pi.

--Tu sei un mostro!--disse Vilia.

L'altra rise e si alz. Vilia l'accompagn alla porta.

Sul limitare Claudia si volse; prese tra le due mani il viso sottile
dell'amica e la guard negli occhi:

--Non odiarmi, piccola Vilia; non odiarmi.

--Non ti odier,--disse Vilia,--ma voglio scordare ci che hai detto.

--Va bene,--rispose Claudia.--Ma fa che io non ti veda sfiorire ed
intristire.

E con un bacio la lasci.


II.

--Sfiorire ed intristire....--Le due melanconiche parole
ossessionarono Vilia per parecchi giorni. Ogni volta che si guardava
nello specchio diceva a s stessa:--Tu sfiorisci ed intristisci.--Poi
i doveri della vita quotidiana la chiamavano, la distraevano; doveva
ordinare il pranzo per Gino, riordinare la casa per Gino, mettere
ordine nelle carte di Gino; doveva sorvegliare i compiti di Luciana,
condurre a passeggio Luciana; ed ecco che quando andava a passeggio si
accorgeva di non essere n sfiorita, n intristita. Tutti la
guardavano; gli occhi degli uomini si fermavano su di lei insolenti ed
insistenti, e le donne la fissavano, la studiavano, la analizzavano
colla disapprovazione pi lusinghiera.

La cura di Jodarsol consigliatale dal suo dottore--la cura derisa da
Claudia--fece miracoli; Vilia non soffriva pi n di palpitazioni, n
di aritmie, n di vertigini. E la vita le parve buona a viversi.

Claudia era andata in Sicilia con suo marito, e Vilia fu contenta di
non vederla pi.

Un giorno, in Villa Borghese, incontr Renzo Galimberti; lo vide
appoggiato alla ringhiera del galoppatoio intento a guardare delle
amazzoni che passavano al piccolo trotto. Vilia sent una improvvisa
voglia di ridere al pensiero che Claudia l'aveva chiamato un Institut
de Beaut.

Il giovane Galimberti la scorse e la salut; poi, vedendola cos rosea
e ridente, si avvicin premuroso e offerse di accompagnarla.

Si parl di cavalli, di societ, di danze moderne; egli disse che
sarebbe andato l'indomani a un concerto al Grand Htel. Poi si parl
di Claudia; e Vilia rise, e Galimberti sorrise.

Luciana camminava davanti a loro, composta e snella, a braccetto di
una sua piccola amica. Galimberti osserv che la bimba aveva dei
meravigliosi capelli--erano infatti lunghi, rossi e ricciuti--e
soggiunse rivolto a Vilia:

--Ecco una personcina che tra pochi anni le dar assai da pensare!....

Vilia si sent seccata da quell'osservazione senza sapere perch. E
dopo un istante lo conged. Egli, alto e ritto, a capo scoperto nel
sole, tenne un momento stretta la sua mano.

--Verrebbe con me al _lunch_ domani all'Excelsior?

Vilia scosse il capo.

--Ad ogni modo.... io ci sar,--disse l'Institut de Beaut, con uno
sguardo significativo.

Vilia chiam a s Luciana, salut e torn a casa.

Guardandosi nello specchio, mentre toglieva il cappello, si trov
bella. E per tutto il resto del pomeriggio si fece del massaggio alla
faccia e si aggiust le mani e le unghie. Alle sette fece una toilette
ricercata, indossando una veste gialla e nera che non metteva quasi
mai. (--Sembri un _affiche_ di qualche marca di Champagne,--le aveva
detto suo marito la prima volta che gliel'aveva veduta, soggiungendo
in francese perch Luciana non capisse:--_Tu es trs troublante et
moustillante!_).

Ma Gino quella sera non torn a casa. Telefon dallo studio che doveva
andare in casa Ricci ad incontrare un deputato che forse si sarebbe
interessato al Credito Fondiario, e ch'ella non lo aspettasse a
pranzo.

Vilia, vestita di giallo e nero, pranz sola con Luciana, la quale
fece molti capricci e pianse e dovette essere mandata a letto prima
delle frutta.

Vilia girell un poco per sala e salotto, suon un poco il pianoforte,
lesse un poco il _Giornale d'Italia_, poi fece i conti colla cuoca, si
tolse la veste gialla e nera e si coric. Disse a s stessa che la
vita era una vacua e noiosa istituzione; e nella notte ebbe nuovamente
dei ronzii nelle orecchie e delle palpitazioni di cuore.

Da parte sua Gino si secc molto col suo deputato che non s'interess
affatto al Credito Fondiario; la cucina di casa Ricci essendo
detestabile--il vecchio Ricci era stato in Inghilterra e voleva sempre
le salse al _curry_ indiano--Gino mangi poco, diger meno, e torn a
casa di cupo umore. And da Vilia per farsi consolare e la trov
sveglia, ma fredda e sarcastica; e per di pi assolutamente scettica
riguardo alla storia del deputato.

--Ma fammi il piacere.... ma che deputato! non parlarmi di deputati.

--E di che cosa devo parlarti?--brontol Gino, togliendosi la
cravatta.--Del curry indiano?

Vilia volt le spalle e si sprofond nei cuscini.

--Io conosco la signora Ricci;  un'isterica che ti vuole nella sua
collezione. E tu te ne compiaci, la incoraggi, la lusinghi....

Il curry indiano  cattivo consigliere. Gino usc dalla camera
sbattendo l'uscio e and a dormire nella stanza degli ospiti accanto
alla sala da bagno. Lasci aperte le imposte e si coric.

Dalla finestra circondata d'edera entr lungo la notte un avventuroso
insetto, che porta il nome imponente di formica punzaiola. Questo
gir nel buio lungo la parete, soffermandosi, voltando la testa in qua
e in l, aprendo e chiudendo le piccole forbici maligne; gir nello
spiraglio della porta socchiusa che metteva alla sala da bagno, e,
continuando la sua peregrinazione, avvert che la parete di mattonelle
di maiolica offriva ai suoi passi una sgradevole superficie lucida e
bianca; affrett il passo, tastando colle pinze frementi le mattonelle
fredde, e scese correndo verso un rifugio pi grato. Lo trov in una
spugna, piacevolmente soffice, un poco umida, piena di ombrosi
corridoi; e penetrandovi frettolosamente, inconscia arbitra di due
destini, vi si annid.


L'indomani mattina Vilia si svegli presto, ma non apr subito gli
occhi. Collo spirito ancora sommerso nel dormiveglia, tentava di
ritardare l'ora del ritorno alla cruda vita mattutina, riluttante a
lasciare le vaghe luminosit dei sogni per rientrare nell'aspra e
materiale realt giornaliera. Con senso fastidioso udiva battere un
tappeto nel cortile, udiva nell'appartamento sopra al suo
l'andirivieni di passi e lo smuovere di mobiglio. Indefinitamente,
nebulosamente sentiva che era meglio dormire che svegliarsi; nello
sfondo del suo pensiero ancora assopito vi era come un senso
premonitore di cose disaggradevoli che l'attendevano sulla porta del
giorno.

Il battito del tappeto continu, irritante, insistente; e,
nell'appartamento vicino la figlia dell'ingegnere fece i due soliti
accordi al pianoforte, preludianti alle solite scale.

Vilia sospir e apr gli occhi. Era sveglia.

Che c'era di sgradevole a ricordarsi? Ah s! Gino. Gino non era
tornato a pranzo iersera. E, tornato, era stato antipatico e scortese.
La Ricci.... gi, la Ricci. E lei, Vilia, aveva passato il pomeriggio
stupidamente a lucidarsi le unghie, ad aggiustarsi la faccia e ad
arricciarsi i capelli, e poi aveva passato la serata stupidamente
sola. Dunque, dalle quattro del pomeriggio alla mezzanotte quando
s'era addormentata, otto ore gettate via; buttate nel vuoto,
sprofondate nell'abisso. Otto ore non vissute e che non tornerebbero
mai pi. Che spreco, che sciupo! Alla sua et non doveva permettersi
di questi lussi. Alla sua et ogni ora della vita dovrebbe contare;
non si poteva gettar via cos il terzo d'una giornata....

_Alla sua et!_ Odiose parole. Le pareva di non avere ancora
incominciato a vivere, e gi doveva dire di s--perch, tanto, gli
altri lo avrebbero detto--alla mia et non si fa questo.... non si fa
quello.

Col subitaneo istinto di chi annega e stende la mano a un'asse di
salvezza, il suo pensiero corse a Gino. Gino era buono; Gino l'amava;
Gino l'avrebbe sempre amata. La Ricci non lo interessava affatto; la
Ricci non serviva che di pretesto a Vilia per qualche rara
rappresaglia, quando, ogni tanto, sentiva il bisogno di tempestare un
pochino, di fare qualche piccolo litigio.

Vilia si alz rapida e si vest.


Gino che aveva dormito male nel letto non suo, e a cui bruciava ancora
il ricordo del deputato, del curry e dell'ingiustizia di Vilia, si
alz anche pi tardi ed entr frettoloso e rabbioso nella sala da
bagno. Trov il bagno preparato, la stufa a gas accesa, la bottiglia
dell'acqua di Colonia a portata di mano, e subito il suo rancore cadde
e si spense. Vilia si era pentita, aveva fatto onorevole ammenda;
Vilia era un angelo, la Ricci era una bestia, la Ricci che gli serviva
un curry indiano e un deputato ancora pi indiano--puh!

Gino con un colpo del piede gett lontane le pantofole come se fossero
state la signora Ricci, scagli via il pygiama come se fosse il
deputato, e risolvette che dopo il bagno sarebbe andato a baciare le
mani a Vilia e dirle che l'adorava.

Come al solito, prima di entrare nel bagno afferr la spugna, la tuff
nell'acqua e se l'applic sulla faccia. Subito sent correre sulla
guancia una cosa, e si sbatt la mano sul viso; la cosa gli corse nei
baffi e sull'altra guancia. Che cos'era? Gino si guard nello
specchio. Era una forbice, era una formica punzaiola uscita dalla
spugna!

--Porcheria!--url Gino, gettando da s la spugna e sbattendosi dal
collo la bestia che gli correva verso l'orecchio. Gino sent la sua
pelle nuda incapponirsi. Non solo schifo aveva, aveva anche paura! Una
vecchia domestica gli aveva detto, anni fa, che quelle bestie
entravano nelle orecchie e facevano impazzire la gente. Egli non aveva
mai dimenticato quella disgustosa storia.

L'immondo insetto dov'era? Era sparito! Ma dov'era? Gino si cacci le
dita nelle orecchie, e pest i piedi nudi profferendo molte bestemmie.
Suon per la cameriera e le grid traverso la porta chiusa:

--Questa casa  una porcheria. Le spugne piene d'insetti!...  una
vergogna.

Non fece il bagno, non baci le mani a Vilia, non entr neanche nella
sala da pranzo dov'ella con Luciana l'attendevano per prendere il
caff. Usc sbattendo l'uscio di casa e prese un esecrabile caff in
un bar.

A mezzogiorno torn a casa, ammansito e compunto. Vilia non c'era.

Non c'era che Luciana, lagrimosa e spettinata. La mamma era uscita
alle undici dicendo che non sarebbe tornata fino a sera.


La formica pinzatola, avendo compito la sua missione, pass una
giornata febbrile sotto al bagno, e la notte torn fuori nell'edera;
dove, quando fu giunta la sua ora, un passerotto la mangi.




VII.

Lezioni di Felicit


Il Destino sonnecchiava, stanco dopo le fatiche d'una giornata
occupatissima. Aveva rovesciato le sorti di ventisette nazioni; aveva
gettato nelle fauci spalancate della Morte qualche milione d'uomini e
ne aveva messo al mondo altrettanti; aveva spezzato molti cuori teneri
e ferrei; aveva fatto dei milionari e dei mendicanti; aveva sparso per
l'orbe terracqueo gioie e sventure, ed ora si sentiva in diritto di
riposare.

Ma, appena assopito, si ud invocare a grandi grida, e, brontolando
come un vecchio medico condotto un po' rimbambito, si alz, mise le
pantofole e si affacci a vedere chi lo chiamava.

Era tutta una folla--c'era mezzo il mondo. Allora, sospirando e
soffiando, il Destino si rimise in giro, coi suoi occhiali da orbo sul
naso e la sua vecchia scorta di rimedi in tasca.

La sua prima visita fu per una donna che piangeva, e la sua voce era
pi forte di tutte le voci.--Cosa volete?--chiese il Destino.

--Mio figlio!... Fatelo tornare. Fate che non sia morto!...
Rendetemelo, e non vi chieder mai altro.

--Sta bene,--disse il Destino. E, scostandosi sul limitare per lasciar
entrare un soldato, se ne and piegando il capo sotto un turbine di
benedizioni.

La seconda visita fu ad una giovinetta.

--Fammi sposare Gigi!--grid lei, aggrappandosi convulsa al manto
lacero del Destino.--Se non sposo Gigi, muoio!...

--Prenditi il tuo Gigi e non seccarmi pi.

--Mai! Mai! Te lo giuro. Non ti chieder mai altro!

.... Poi c'erano delle donne senza figli che ne volevano, e delle
donne incinte che non ne volevano; e dei malati che volevano la
salute; e dei poveri che volevano l'agiatezza; e dei poeti che
volevano la gloria.... E tutti giuravano che non volevano altro; che
se il Destino stavolta li accontentava, non avrebbero mai chiesto
altro favore.

E il Destino li accontent.


Ma ecco che appena fu tornato a casa--e non era passato per i mortali
un anno e pel Destino un'ora--che gi tutti quelli ch'egli aveva
assistito erano a battere alla sua porta, chiamandolo a gran voce.

--Ma cos'avete tutti quanti?--brontol il Destino affacciandosi;--non
avevate promesso...?

--S,--strill la vecchia,--ma c' mio figlio che mi vuol portare in
casa una nuora senza cuore e senza dote.

E la giovane piangeva:--C' Gigi che mi tradisce....

E le donne che avevano voluto dei bambini erano piene d'ansie e
d'angoscie; e le donne rimaste sterili erano piene di rimpianti e di
struggimenti; e gli ammalati che avevano ricuperato la salute ora
volevano l'amore; e i poeti che avevano la gloria volevano anche dei
denari....

Allora il Destino grid--Basta! avevate promesso di non chiedere pi
niente, e non vi d pi niente.

Chiuse la finestra e torn a dormire.


Morale: Bisogna guardarsi dal fare delle promesse al Destino; poich
non accade mai che, ottenuta una cosa, non se ne voglia un'altra.

Oppure--morale alternativa--: Se avete ottenuto una grazia,
accontentatevi di quella, e fatela durare il pi possibile. Perch non
sempre ve ne sar concessa un'altra.

                            . . . . . . .

Questo io pensavo, la sera di San Silvestro, mentre legavo i ricordi
del passato alle speranze dell'avvenire, come un mazzo di fiori da
offrire ai Fati sulla soglia di un anno nuovo.

E tra i ricordi ne sorgeva uno, della mia lontana infanzia.

Eravamo un gruppo di bambini nel giardino di _Park House_ a Norwood; e
ciascuno diceva ci che avrebbe desiderato essere quando sarebbe
grande.

--Io sar pittore,--disse Arnaldo, il maggiore di noi sette.--Ed io
cavallerizzo,--dichiar Ferruccio.--Io palombaro,--disse Anselmo.--Io
sar capo di una trib di pellirossi,--disse Eva, ch'era fantasiosa e
selvaggia. E rivolta a me ch'ero la pi piccola, e tacevo:--E tu,
Annie, cosa vuoi essere?

--Felice,--diss'io.

Tutti tacquero un momento, riflettendo. Poi il futuro cavallerizzo
disse:--Che sciocchina! La felicit non .... una professione.

Allora io, mortificata, dissi subito che volevo essere padrona di una
pasticceria; e questo mi riabilit agli occhi dei miei fratelli.

Ma un po' pi tardi chiesi ad Anselmo:--Che cos' una professione?

--Una professione....--spieg lui, con pittoresca ambiguit,-- quello
che s'impara ad essere.

Ed a me stessa io posi la domanda:--E non si pu imparare ad essere
felici?

                                  *
                                 * *

Oggi pi che mai sono convinta che si pu. Sono anzi dell'opinione che
bisognerebbe istituire dei corsi di lezioni speciali per insegnare
alla gente--soprattutto alle donne!--come si fa ad essere felici.

Siamo tutti d'accordo nell'ammettere che una vita, una giornata,
un'ora in cui non si  stati felici (o, ci che  sinonimo, in cui non
si  reso altri felici), sono un'ora, una giornata, una vita perdute.

Ma la felicit non  cosa semplice ed elementare. La felicit 
un'arte difficile e complessa; per possederla occorre un'educazione
speciale; per apprezzarla ci vuole coltura, esperienza e raffinatezza.

Naturalmente, il concetto della felicit  assai diverso secondo le
persone e i temperamenti. Quello che rende felice me, per esempio,
lascerebbe perfettamente indifferente la mia amica Dora; mentre ci
che rende felice Dora....

E qui apro una parentesi. La felicit di Dora  una cosa cos strana
che sento di doverla raccontare.

Essa mi venne a trovare ieri, raggiante, trasfigurata. Prima di
salutarmi corse allo specchio e si guard lungamente, facendo molte
smorfie colla bocca e movendo il capo in su e in gi come un idolo
chinese un po' pingue.

--Cos'hai?--le chiesi attonita.

--Tu vedi in me,--diss'ella,--una donna felice!

--Che cos'accade? Sei divorziata? Tua figlia si sposa?

--Ma che!--esclama lei.--Figurati che ho trovato il modo di far
sparire il doppio mento.  una americana che me l'ha insegnato.  un
metodo miracoloso e semplicissimo!... Tre volte al giorno ti metti
ritta e pieghi il collo all'indietro, forzando tutti i muscoli; poi
giri il capo lentamente da destra a sinistra, e viceversa,
sessantaquattro volte. Poi pizzichi fortemente ottanta volte la carne
sotto al mento; e, dopo un grande lavacro con acqua gelata contenente
venticinque goccie di benzoino, spalmi la pelle colla crema hazeline;
poi percuoti il collo colla punta delle dita articolando in gola--ma
senza proferirla--dodici volte la vocale _a_; indi....

--_Stop!_--esclamo io--mi dirai il resto un'altra volta.

--L'americana mi garantisce--dice Dora, sedendosi con aria di
tranquilla soddisfazione,--che con questo sistema, tra sei mesi avr a
sostegno del mio capo una perfetta colonna d'alabastro.

Io rido. Ma ella seguita con gravit:

--Ti assicuro che tale certezza ha portato nella mia vita un nuovo
senso di felicit. Questo doppio mento mi amareggiava l'esistenza.

--Ma dimmi,--le osservo,--e quei dieci anni, o quei ven....

--Non fare dell'aritmetica,--mi interrompe essa.

--Ebbene, durante tutto quel tempo in cui non avevi il doppio mento,
sei stata sempre felice?

--Ma no: non ci pensavo,--dice lei.

Ecco, ecco l'errore!  questo. _Non ci si pensa._ Nelle mie Lezioni di
Felicit s'imparerebbe a pensare, a pensare a tutto ci che di buono
si ha, a tutto ci che di sgradevole si potrebbe avere, e a
rallegrarsi del contrasto.

Ma Dora continua:--Quando penso che a ventotto o ventinove anni ero
cos magra e carina....--S'interrompe con un sospiro.--Com'
detestabile ogni mattina davanti allo specchio constatare che si hanno
quei dieci anni di pi....

--Ma io, tutti i giorni, constato che ne ho dieci di meno!--esclamo,
lieta.--Vado allo specchio e mi dico:--Che gioia essere quale sono
oggi! Tra dieci anni, avr dieci anni di pi. Ma oggi.... _non li ho_.

--Gi,--dice Dora,--ma tra dieci anni....

--Tra dieci anni potr dire la stessa cosa.

Dora mi fissa pensierosa.-- un'idea,--dice lei.

--Tutto, vedi, dipende dal nostro atteggiamento mentale di fronte alle
cose. Prova,--continuo, sentendomi saggia come il mago Alfesibeo,--a
guardare la vita sempre da un punto di vista di gratitudine e di
letizia. Aprire gli occhi al mattino e dirsi: Che gioia _aprire gli
occhi_!... Vi , ahim! chi non li apre pi. Alzarsi, traversare la
camera e spalancare la finestra: Che beatitudine poter salutare,
ritta in piedi, la nuova giornata!... Ascoltare, se sei in campagna,
il grido degli uccelli; udire, se sei in citt, battere i tappeti nel
cortile pensando con giubilo: Quale privilegio, udire questi suoni!
Vi  chi vive in un eterno e terribile silenzio!... E cos di seguito
per ogni cosa che si fa. Credimi, quando non esiste una vera e seria
ragione di affliggersi,  un delitto il malcontento, un crimine il
malumore....

Strano a dirsi, si  sempre inclini a credere che i felici.... sono
gli altri.

Per i bambini sono felici i grandi. Per i grandi sono felici i
bambini. Quest'ultima asserzione, pur cos abituale,  falsa anch'essa
come la prima. I bambini non sono felici perch non sanno di esserlo.
E, prima condizione della vera felicit,  la consapevolezza.

Quindi nelle mie Lezioni di Felicit si farebbe un elenco di tutte le
cose buone, belle--o anche solo normali--che si posseggono, con
relativo atto di grazia per ognuna di esse.

Si insegnerebbe ai bambini che il fatto di avere due occhi che vedono,
due orecchie che odono, due piedi che camminano, sono altrettante
fonti di felicit. Imparerebbero a rallegrarsi di tutto: C' il
sole--che gioia! Piove--che bellezza! Tira vento--che allegria! Fa
caldo--che gusto! Fa freddo--che piacere!

Nel mio corso per gli adulti vi saranno altri esercizi: Sono
innamorata--quale estasi! Non sono innamorata--che tranquillit!... Ho
tanta gente d'intorno--che divertimento! Sono tutta sola--che pace!...
Sono giovane--che giubilo! Sono vecchia--che riposo!... E cos via.

E tutti i frequentatori dei corsi, i grandi come i piccoli, dovranno
tutti i giorni e a tutte le ore dire a s stessi e agli altri:--Io
sono felice!--Solo cos sapranno di esserlo; e solo sapendo di esserlo
lo saranno.

Si dir che questa  una specie di felicit.... forzosa. Ma non c'
come farsi delle abitudini! E, come ci si esercita negli sports, o
nelle lingue estere, cos si pu esercitarsi alla gratitudine e alla
letizia, e formare un'abitudine preziosa: _l'abitudine della
felicit._

Le lezioni si dividerebbero in corsi speciali. Le lezioni sulla
Felicit nell'Amore, per esempio, sarebbero senza dubbio assai
apprezzate e frequentate....

Espongo queste teorie a Dora, che le ascolta con scettico sorriso. Ma
a questo punto m'interrompe:

--Tu affermi delle cose insensate,--dice.--La felicit nell'amore 
una contraddizione in termini. L'amore, lo sanno tutti,  sinonimo di
sofferenza.

--Chi non ama,--sentenzio io--non pu essere felice.

--E chi ama,--ribatte Dora--non pu essere che infelice.

Ma io non mi lascio turbare da questi cavilli.--Le classi di Felicit
nell'Amore,--continuo imperterrita,--saranno le pi ardue, ma saranno
anche tra le pi utili. Le allieve di questo corso si divideranno in
due categorie: quella delle Amate e quella delle Amatrici. La
grande maggioranza delle donne appartiene senza dubbio a quest'ultima
categoria; ma vi sono donne che, per caso fortuito o per qualit
intrinseche, appartengono alla prima.

-- vero,--dice Dora con un sospiro.

--Strano a dirsi, quasi tutte le Amatrici preferirebbero appartenere
alla categoria delle Amate.... ed hanno torto.

--Hanno torto?--esclama Dora.--Perch?

--Mia cara, la felicit della donna pi amata che amante,  apparente
pi che reale. Non  forse pi felice l'artista che il suo modello?
Non dovremmo noi preferire all'inerzia passiva dell'ispirare una
passione, lo struggimento divino del risentirla?

--Mah!...--dice Dora stringendosi nelle spalle.

--Eppure, troviamo che le Amatrici, le donne nate col fuoco sacro
della passionalit nel cuore, guardano con invidia, invece che con
piet, le fredde e passive loro sorelle--le Amate--che come
statuette d'amianto, s'ergono illese tra le fiamme dell'amore altrui,
insensibili alle passioni ch'esse ispirano senza condividerle....
Perch, bada bene, non appena le condividono, ecco che passano anche
esse nell'altra categoria, quella delle Amatrici.... e allora devono
seguire un corso di lezioni del tutto diverso....

--Comincio a confondermi,--dice Dora, fissandomi con occhi alquanto
vacui.--Lmitati a spiegarmi il tuo corso di Felicit per le
Amatrici.--(E noto che Dora arrossisce).

--Questo,--sentenzio io,--si suddivider in tre classi: _la felicit
cinica; la felicit magnanima; e la felicit assoluta._ Alle allieve
che prescelgono la felicit cinica si insegnano vari precetti, utili
ad evitare gli amori sfortunati. Per esempio: La donna, nella
relazione amorosa, sia sempre l'ultima a cominciare e la prima a
finire; cio, non s'innamori mai lei per la prima, n si disinnamori
lei per l'ultima.--(Vedo le labbra di Dora che si muovono ripetendo
sottovoce questo saggio ammonimento).--Secondo precetto: Non correre
mai appresso a un uomo n a un tram, perch ce n' sempre un altro che
segue..... E cos via.

--Cinico davvero,--dice Dora.--Passiamo all'altra classe.

--_La felicit magnanima_? In questa classe impareremo a trovare in
noi stesse tutta quella gioia che, erroneamente e illogicamente,
abbiamo l'abitudine di esigere che altri ci diano. Una volta convinte
che ogni gioia deriva da ci che _noi sentiamo_, e non da ci che gli
altri sentono per noi, si arriva a non preoccuparsi se, o no, il
nostro amore  contraccambiato.  una forma, questa, di superiore e
sagace egoismo.--Io sono brutta? Che importa! Purch colui ch'io amo
sia bello.--Io non gli piaccio? Che importa! Pur ch'egli piaccia a
me!--Egli mi  lontano? Ma io lo tengo chiuso nei miei pensieri dove
lo trovo quando voglio.--Si noti che queste teorie, esposte con tutta
franchezza all'oggetto amato, hanno un altro vantaggio. L'uomo, lo
sappiamo,  assai vano. Quindi non accadr mai che, di fronte a un
simile atteggiamento, l'idolo mascolino non finisca col commuoversi.
Egli si dir che questa donna che l'ama senza scene, senza pianti,
senza rimproveri, senza esigenze, che gli parla sempre di lui,
approvando tutto ci ch'egli fa, ammirando tutto ci ch'egli dice, in
fondo lo interessa pi di un'altra. Egli si abituer a mirarsi in lei
come in uno specchio--uno specchio alquanto adulatore--e cos avverr
che un giorno l'Amatrice magnanima si trover d'un tratto promossa
nella categoria delle Amate!

--Oh, guarda un po',--mormora Dora, impressionata.--Hai forse ragione.

--Ed ora veniamo alla terza classe: la _felicit assoluta_. Qui si
avr l'insegnamento pi prezioso di tutti; qui si insegner alla donna
ad amare unicamente ci che ha. Amica mia, quando noi avremo imparato
a dirci che la cosa, o l'essere, che possediamo  l'unico che
desideriamo, quando saremo convinte che ci che ci appartiene, per il
solo fatto che _ nostro_  l'unico degno del nostro amore--ecco che
avremo trovato invero il segreto della felicit!

--Va bene,--ribatt Dora, dopo un attimo di silenzio,--ma se questa
cosa, se questo essere, che oggi  nostro.... domani ci sfuggisse....

--Ah!--rispondo io,--appena ci sfugge, non  pi nostro; quindi,
automaticamente, cessiamo di amarlo. E cessando di amarlo cessiamo--o
evitiamo--di soffrire. Del resto, ci che  nostro bisogna saperlo
tenere. E lo si tiene appunto colla felicit. Colla felicit _nostra_!
Poich non  che la donna felice che pu rendere felici gli altri.
Credimi; la Malinconica, la Rassegnata, la Sacrificata, nella vita
quotidiana,  un tribolo a s stessa e un tormento agli altri.

Dora ride e mi abbraccia.



Da quel giorno Dora ed io cogliamo la gioia a piene mani dovunque la
troviamo; ed  sorprendente in quanti e quali angoli vicini e remoti
la troviamo, per quanti sentieri romiti e battuti essa sboccia e
fiorisce!

Volgi il capo, sconosciuta amica mia che leggi, e vedrai che tu pure
gi ne hai piena la casa, il giardino e il cuore....




VIII.

L'Apollinea Fiera

(RICORDI DI CARDUCCI)


Carducci mi disse:

--Vuoi parlare colla Regina?

--S, caro Orco,--diss'io, molto contenta.

--Allora, aspetta qui. Vado a dirglielo.

E Carducci si avvi per la salita ripida e verde sopra a Gressoney la
Trinit, verso un gruppo di ufficiali, brillanti nel sole in cima
all'altura.

In mezzo a loro un fluttuante velo cerulo, un bagliore di chiome
dorate: era Margherita che passava in rivista le sue truppe alpine.
Vestiva il pittoresco costume Gressonese: breve gonna scarlatta e
corsetto di velluto nero; intorno al capo un gran velo celeste.

--Un momento! un momento!--Corsi dietro a Carducci che si ferm.--E
alla Regina che cosa dovr dire?

--Non tocca a te dire; sar lei che ti parler. E tu, bada di
rispondere assennata e di non farmi sfigurare.

Carducci riprese la via; ma fatti pochi passi si ferm di nuovo e si
volse a me.--Spero che frattanto non andrai a vagabondare pei boschi
secondo il tuo solito,--ammon severo.--Hai capito? Stai l, fin che
ti chiamo.

--Star qui,--diss'io. E rimasi ferma, col cuore un poco agitato;
mentre vedevo allontanarsi la breve, poderosa figura col suo bastone
ferrato e il gran cappello di feltro grigio alla Buffalo Bill.

Subitamente un pnico mi colse. Pi lo vedevo avvicinarsi al
risplendente gruppo in cima al colle e pi cresceva la mia
trepidazione. Pareva che la salita la facessi io; mi mancava il
respiro e mi batteva rapidissimo il cuore. Laggi a sinistra la
foresta d'abeti oscura e silenziosa m'invitava alla fuga.

Allora ricordai la poesia inglese Casabianca, che narra del mozzo
sul bastimento incendiato a cui il padre dice: Rimani qui finch'io
torno.

    The boy stood on the burning deck
    Whence all but he had fled....

Invano i marinai dalla scialuppa gli gridano: Vieni! Salvati! Al
fanciullo fu detto: Rimani; ed egli non si muove.--Il padre non
torna perch le fiamme l'hanno divorato. Ed egli non si muove e le
fiamme divorano anche lui.

Avevo sempre di queste immaginazioni epico-romantiche nella mente; mi
figuravo di essere l'eroina di grandiose ineffabili avventure anche
nelle circostanze pi semplici e negli avvenimenti pi comuni della
vita.

Questo certo non era un avvenimento comune. Parlare con una regina!
Parlare con _quella_ regina, che pareva uscita fuori--per un istante
solo, in punta de' piedi!--da un meraviglioso racconto delle fate, nel
fluttuante velo celeste, sullo sfondo abbagliante delle Alpi nevose e
del cielo....

Vidi il gruppo dividersi per lasciare il passo al poeta. Poi si
richiuse ondeggiando intorno alle due figure centrali.

Quasi subito il gruppo nuovamente si aperse; una figura si stacc
dalle altre e scese verso di me. Non era Carducci. Era un
ufficiale--un colonnello di artiglieria--risplendente e magnifico. E a
me, cui sempre danzavano nella testa i versi, balz subito in mente la
canzone puerile e deliziosa di Giovanni Rizzi che avevo imparato non
molto tempo prima, a scuola.

    C'era una volta un cavalier cortese
    Colto, leale e pieno di valor,
    Combattuto egli avea pel suo paese
    Ed era detto il Colonnello d'or!
    Ch d'or gli sproni avea, d'oro il caschetto
    E, sopra tutto, il cor.

Il Colonnello d'or si ferm davanti a me, presentandosi in un fiero e
cavalleresco saluto.

--Allason,--disse.

Io risposi inclinando il capo.

--Sua Maest m'incarica di condurla presso di lei.

--Grazie,--mormorai tremante; e al suo fianco ascesi il verde e ripido
pendo.

                            . . . . . . .

O Colonnello d'or!... Ti ho riveduto poco tempo fa per la prima volta
dopo quel giorno; non eri pi Colonnello; in grige chiome portavi la
divisa di Tenente Generale.

Accanto a te le tue due figlie sorridevano.

Col fiero e cavalleresco saluto militare, ti ripresentasti a
me:--Allason.--E subito mi riparlasti di quel lontano giorno
radioso....--Gressoney.... la Regina.... si ricorda?...

S, s; ricordavo.

Ed ecco che ieri ti ho riveduto ancora. Ieri! Eri steso, fermo e
immoto, sul tuo letto. E non salutavi pi nessuno. Se anche la tua
Regina, che tanto amavi, fosse entrata nella tua camera, tu non ti
saresti alzato, non ti saresti mosso per renderle omaggio o per
offrirle uno solo di tutti quei fiori che ti circondavano in fasci
profumati.

Accanto a te le tue due figlie piangevano.

Ma! oh miracolo! tu, uscendo dal tempo, ne avevi trionfato. I grigi
pesanti anni tra quel lontano giorno luminoso ed oggi erano svaniti,
erano caduti da te come un logoro mantello da trincea, e tu uscivi
fuori nella morte, bello e baldo nella superba divisa, colle medaglie
sul petto e la sciabola vicina alla mano.... Guardandoti, mi balzarono
ancora nella mente i vecchi versi da tanti anni scordati:

    C'era una volta un cavalier cortese
    Colto, leale e pieno di valor....

                            . . . . . . .

Nell'adamntina luce del serto la Regina mi aspettava. Accanto a lei
ritto e immobile stava Carducci; mi pareva di scorgere nel suo sguardo
rivolto a me una certa trepidanza e preoccupazione. Anche gli
ufficiali in cerchio guardavano tacendo.

Il mio spavento crebbe. (Oh silenziosa selva di abeti!).

Ma la sovrana mi tendeva sorridendo la mano e davanti a quel sorriso
la mia timidezza svan. Mi parl. Subito mi parve d'essere sola al
mondo con lei. Virt veramente regale, ella dava, parlando,
l'impressione che tutto di me le fosse noto e che nulla all'infuori di
me la interessasse.

.... Quel meriggio alla table-d'hte del Miravalle (io sedevo tra
Carducci e Piero Giacosa) si parl molto della regale udienza. Cio io
parlai poco e Carducci non parl affatto. (Gi, egli era d'indole
orsina e amava di tacere quando non aveva nulla d'importante a dire).
Ma Piero Giacosa raccontava molte cose; e, passando dagli eventi del
mattino ad apprezzamenti generali sull'augusta dama, osserv:

--S; Margherita  veramente regale. Ma  anche.... veramente donna.

--Perch? Come mai?--chiesero le molte signore presenti.

Il professor Piero si volse a me.

--Quando per la prima volta le parlai di voi e delle vostre poesie,
Sua Maest m'interruppe subito colla domanda tutta femminile: Ma....
 bella?

In coro io colle altre signore chiedemmo:

--E che cosa rispondeste?

Confesso che attesi non senza trepidanza la risposta.

--Risposi,--e Giacosa si volse a me con un affabile sorriso:--Bella?
.... peggio, Maest.

--Peggio? Perch?--chiesero le signore.

--Peggio? Che cosa vuol dire?--chiesi io, non poco mortificata.

Giacosa mi guard di nuovo con quel sorriso.

--Non ve ne lagnate. Era una risposta lusinghiera,--disse.

E sorrisi anch'io assai riconfortata.

--Era una risposta scorretta,--tuon Carducci d'improvviso.--Ella non
aveva alcun diritto di fare simili apprezzamenti.

Tacemmo tutti, mortificati e compunti. Io non sapevo cosa fare del mio
sorriso. Fortuna volle che i camerieri entrassero nella sala portando
maestosamente, nel nostro silenzio, dei polli arrosto, supini in
un'insalata smeraldina.

Contemplando il piatto che il cameriere mi porgeva con benigno
sussiego, sentenziai con voce alta e melliflua:

    Del pollo il vol, e del tacchino il passo.

E presi un'ala di pollo.

Carducci si volse di scatto con fosco cipiglio.

--Eh? Cosa? Cos'hai detto?

Io ripetei la sagace sentenza.

-- una poesia,--spiegai,--e significa che bisogna prendere l'ala del
pollo e la gamba del....

Carducci m'interruppe sdegnato:--Ma che poesia!--esclam, crollando le
spalle con ira ed impazienza.

Qualcuno rise (probabilmente ero io!) e il temporale si dilegu.

Non fu quella l'unica volta che Carducci si adir con Piero Giacosa, a
cui tuttavia era legato da viva amicizia. Giacosa era spiritoso e
brillante e amava gli scherzi. A Carducci gli scherzi non piacevano. O
allora dovevano essere degli scherzi assolutamente puerili e semplici.
Le parole ambigue e le frasi a doppio senso gli erano odiose e lo
incollerivano subito.

Gi, egli sorrideva poco. E non rideva mai.

In quello stesso pomeriggio venne nel giardino del Miravalle il
conducente Ciocca da Pianazzo; teneva per le redini un cavallo da
sella per una delle tre signore Serra-Zanetti che abitavano l'albergo.
Ma poich il tempo si guastava, la signora non volle uscire e il buon
Ciocca se ne tornava via col suo cavallo allorch, uscendo
dall'albergo con Carducci per andare a pranzo alla Cascata, io lo
vidi.

--Lascia stare quel cavallo,--mi disse subito Carducci scorgendolo da
lontano; poich io avevo l'abitudine di accarezzare il muso ad ogni
cavallo che vedevo. Anche in citt, egli s'irritava molto a vedermi
andare con mano tesa verso tutti i cavalli di brum; e sempre,
avvistando qualche malinconico ronzino fermo accanto al marciapiede
colla testa bassa e un ginocchio ripiegato, Carducci esclamava da
lontano:--Lascia stare quel cavallo.


Ma era impossibile lasciar stare il cavallo di Ciocca, fermo nel
giardino a portata di mano, che aveva un naso marrone, lungo e
aristocratico, un ciuffo tagliato a frangetta e una stella bianca in
mezzo alla fronte.

Poich si andava verso Pianazzo, Ciocca mi offerse di montare ed io
con entusiasmo accettai.

Ma n lui, n Carducci sapevano farmi montare in sella; e stavo per
l'appunto ignominiosamente tentando di arrampicarmici coll'aiuto di
una sedia portata da un cameriere, allorch apparve Giacosa, che
accorse e con pronta destrezza mi iss in arcione.

--Che strana sella,--osservai, quand'ebbi il piede nella staffa e le
redini incrociate all'inglese sulle dita.--Mi pare che vi sia un corno
di troppo.

Giacosa rise.--Paese che vai.... corna che trovi,--disse. E si volse a
Carducci con un sorriso.

Ma l'Orco aveva subito assunto la sua fisonomia dei momenti foschi.
Con occhi lampeggianti e feroci squadrava il professore.

--Come sarebbe a dire?--domand con voce fremente.

--Sarebbe a dire niente,--rispose l'affabile Piero.

Quella serenit parve incollerire ancor pi Carducci. Lo vidi
stringere le mascelle e chiudere i pugni.

--Misericordia!...--pensai,--bisogna intervenire!--E dall'alto del mio
cavallo (ricordando il successo della mattinata) sentenziai:--Del
pollo il vol....

Ma non essendovi alcun pollo la frase manc totalmente il suo effetto
e la collera di Carducci non si plac.

Giacosa ebbe il cortese pensiero di allontanarsi rapidamente, ed io
cercai con furtivi calci di far impennare il cavallo di Ciocca onde
creare una diversione.

Ma il cavallo non era di quelli che s'impennano. Era un cavallo
pensieroso e circospetto che ogni momento si fermava a scacciare con
un calcio languido qualche mosca che lo disturbava.

--Aspettate, Ciocca,--dissi,--questo cavallo vuol sedersi a guardare
la vista. Preferisco scendere.

--No, no!--esclam Ciocca, afferrando la redine e trascinando il
letargico quadrupede per la via maestra.--Stia pur su. Non abbia
paura!

Paura, io, che montavo come un fantino!...

Cos, scortata da un lato da Carducci e dall'altro da Ciocca che mi
teneva le redini, proseguimmo nel sole del tramonto; e in cuor mio
pregai che nessuno c'incontrasse. Ma per fatalit tutti i villeggianti
di Gressoney, di Saint-Jean e della Trinit parevano essersi dati
convegno in quell'ora su quella strada. C'era il dottor Ry, c'era il
professor Vivante, c'era il giovane Dezza, c'erano tutte le signore e
le signorine della vallata. La mia vergogna era grande.--Se mi vede
anche la Regina, muoio,--pensai.

Ma la Regina non usc dalla luminosa Villa Peccoz e, come il cavallo
volle, si arriv all'Albergo della Cascata.

Umiliatissima mi lasciai scivolare dalla sella e misi piede a terra.

--Tu monti molto bene,--disse Carducci, che aveva scordato le sue
ire.--Guardandoti, pensavo alle Valchirie.


Allora, per fargli piacere quasi ogni giorno Ciocca port all'albergo
uno dei suoi alti ed asimmetrici bucefali ed io salivo in sella e
uscivo per sentieri e praterie, mentre Carducci camminava accanto
senza parlarmi e senza guardarmi, mormorando tra s e s, gesticolando
un poco, pensando o componendo.

    Bionde Valchirie, a voi diletta sferzar de' cavalli,
    Sovra i nembi natando, l'erte criniere al cielo....

                            . . . . . . .

Sull'altipiano della Trinit una sera si ferm a guardare le
cascatelle che tutt'intorno dall'alto delle rocce scaturivano
scintillanti, incendiate dallo splendore del tramonto.

--Guarda l'oro sull'acqua,--mi disse.

Obbedii.--Non  acqua,--osservai (a Carducci dicevo tutte le
fanciullaggini che mi venivano in mente).--Lass in alto stanno
sdraiate supine le fate, e lasciano pendere lungo le rocce i loro
capelli sciolti.

--Sar cos,--disse Carducci contemplando le cascate increspate e
rutilanti e facendosi schermo agli occhi colla mano.--Sar
precisamente cos. Lo dir anch'io.

E difatti lo disse pi tardi in una lettera a me. Quella lettera 
ristampata nelle sue Opere col titolo Elega del Monte Spluga.


L'estate fin; e Carducci doveva ritornare a Bologna. Ma io volli
rimanere a vagabondare pei monti, nel freddo e nelle bufere.

Lo vedo ancora alla partenza, seduto in carrozza--e Ciocca gi a
cassetta--guardarmi con quegli occhi vividi e sempre un poco
corrucciati sotto l'ombra del grande feltro.

--Addio,--mi dice, alzando il cappello e scoprendo le grige chiome.

--Addio, caro Orco.--E soggiungo:--Vi ringrazio di essere stato cos
paziente e buono con me.

--Va, bene,--dice lui. E ripete--Addio.--Poi volge lo sguardo in giro
sulla spianata dove tutto  gelido e scintillante, sugli abeti gi
incappucciati di bianco e sull'immensa cerchia di cime algide nel
cielo freddo. Certo, io gli appaio solinga e sperduta in tutto quel
grandioso biancheggiare, poich d'improvviso, rivolto ai monti e al
cielo, e stendendo la mano come se volesse additarmi a loro, grida:

--Ecco la piccola Annie che se ne va tutta sola, per il mondo pieno di
neve!

Ciocca fa turbinare la frusta in un gran gesto che a Carducci piace, e
i cavalli partono al galoppo verso la valle.

Io resto sola nel mondo pieno di neve. Ma mi sembra che Carducci mi
abbia raccomandata alla cura dei giganti montani, e mi par di sentire
che essi si chiudano amici e protettori intorno a me.


Quando sotto alle nevi le capanne spariscono, piegano i pini, si
spezzano i fili telegrafici e sui Pass non si passa pi, io, in una
slitta aperta--ritta, rigida e gelata accanto a due guide e un
pecoraio--scendo alla valle.

A Pont-Saint-Martin il proprietario dell'Albergo Posta mi accoglie
stupefatto, e corre a prepararmi un th di tiglio fumante col kirsch.
Sua moglie mi sveste degli abiti irrigiditi e gelidi, e appena sono a
letto riappare con una boccia d'acqua calda in una mano e una grande
fetta di lardo nell'altra.

--Questo per i piedi e questo per lo stomaco,--dichiara risoluta.

Inorridisco.

--Ma  impossibile ch'io mangi quella roba!--dico coi denti stretti,
contemplando la fetta di grasso che le penzola bianco e lucido dalla
mano.

--Ma che mangiare!--esclama lei, ridendo; e, maternamente, me lo
applica sul petto.--Non vorr mica morire di polmonite!

Il tiglio, il kirsch, la boccia e il lardo esplicano i loro benefici
effetti e al mattino mi sveglio gaia e affamata.

Prendo il treno per Milano, dove fa molto pi freddo che a duemila
metri d'altitudine, e dove--non pi difesa dai miei giganti amici--il
Naviglio mi getta al collo il suo abbraccio di grigia umidit.

Mi ammalo; ho la febbre, la tosse. Invoco il tiglio e il lardo;
invano! Il dottore mi prescrive altri rimedi.

Al mio capezzale siede una dolce amica mia e di mia madre: Emilia
Luzzatto. Sono stata a scuola coll'unica sua figlia, Evelina--rapita
dalla tisi nello sbocciare dell'adolescenza--ed ella mi adora.

--Signora Emilia.... vieni qui!... (l'abitudine mi fa rispettosa, la
malattia mi permette la familiarit). Senti.... se devo morire....

M'accorgo con un piccolo tremito che ella n protesta n ride, come
avrei sperato. Dice:--Ebbene?--e le lagrime le scendono dagli occhi.

--Se devo morire.... avverti....

--Chi?

Chi? Me lo domando anch'io. Papa  a Yokohama con la sposa nuova che
ancora non ho potuto imparare a chiamare mamma. I miei fratelli?
Arnaldo  a Tokio, Ferruccio a Nuova York; Anselmo a Buenos Ayres;
Louise a Kew; Eva a Petermaritzburg. La pi vicina  la mia mamma....
che dorme nel piccolo cimitero protestante di Milano.

Allora dico:

--Avverti Carducci.

Ed ella lo avverte.

Carducci arriva, pi fosco e accigliato che mai. Mi guarda un pezzo,
senza parlare, poi dice:

--Guarisci; e ti far un regalo.

--Che regalo?--mormoro io.

--Vedremo,--risponde. E se ne va. Sparisce. Sparisce anche la signora
Luzzatto.... Sparisce tutto.

Non perch io muoia; ma perch dormo. Dormo per quattordici ore e mi
sveglio senza febbre.

--Che regalo?--dico appena apro gli occhi, a Carducci che  riapparso;
e accanto a lui sta la signora Emilia tutta ridente.

Carducci ripete:--Vedremo. Adesso pensa a guarire.


Pensai a guarire. Carducci torn via tranquillizzato e ritorn a
trovarmi qualche mese pi tardi.

Andai alla Stazione Centrale ad incontrarlo. Molta gente lo conosceva
e lo salutava. Come ero solita, gli diedi due grandi baci, uno di qua
uno di l sulle guancie, ed egli li sub col suo abituale cipiglio; io
mi appesi al suo braccio e uscimmo dalla stazione a cercare una
carrozzella.

Ma prima di salirvi Carducci a un tratto si volse a me con
severit:--Mi farai il piacere,--disse,--di non baciarmi sempre nelle
stazioni:

Io rimasi sorpresa e mortificata.

--Ma altrove non vi bacio!... Non vi bacio che quando partite e quando
arrivate,--esclamai.

Carducci croll il capo.--Appunto. Non  necessario,--disse
seccamente.

--Ma s che  necessario! Vi bacio quando arrivate per la gioia di
vedervi, e alla partenza per il dolore di lasciarvi.

Carducci scosse di nuovo rabbiosamente il capo, e fece il suo gesto
abituale d'impazienza battendosi un dito sul labbro per farmi tacere.
Se non era che il vetturino ci guardava credo che avrei pianto.

Salimmo in carrozza per andare al suo albergo; io ero molto
mortificata e non parlai.

--Sei guarita?--diss'egli dopo un poco.

--S,--mormorai.

--Ti ho promesso un regalo.

--Ma allora ero ammalata.

--Io non prometto per promettere,--disse Carducci iroso.--Ti ho
promesso un regalo e lo avrai.

--Che regalo?--feci flebilmente.

--Ho pensato che ti darei un cavallo.

Un cavallo! Io subito ebbi l'impulso di gettargli le braccia al collo,
ma memore dei suoi divieti me ne astenni. Gli afferrai la mano.

--Quando?

--Subito,--disse lui.

Subito!... Mi sentii mancare.

--E dove si compera un cavallo?

--Non lo so,--disse Carducci.--Domanderemo al cameriere del Savini.
Tanto, bisogna far colazione.

Ferm la carrozza all'Albergo ncora dove sempre alloggiava e vi
lasci le valigie; indi proseguimmo fino alla Galleria.

Al Savini il cameriere, il matre d'Htel e il direttore ci dissero
che i cavalli si comperavano al Tattersall. Anzi, mandarono subito ad
avvisare il proprietario, cavalier Rossi, che ci saremmo andati.

A tavola mi colse un dubbio.

--Ma siete abbastanza ricco, caro Orco, per comprar cavalli. Avete
denari che bastino?

--S. Ne ho molti,--disse Carducci.--Ho venduto ieri un libro a
Zanichelli.

--Che libro?

--Non importa. Tanto tu non lo leggi.  una nuova edizione d'antiche
cose; e lo Zanichelli me lo ha pagato moltissimo.--Carducci pose la
mano sulla tasca della giacca.--Me lo ha pagato tremila lire.

--Tremila lire!--Io rimasi sbalordita davanti ad una simile
cifra.--Tremila lire!...

Passata la prima meraviglia, osservai:--Dunque, in fondo.... conviene
anche molto, di essere poeti.

Carducci sorrise.--S, s. Conviene. E adesso taci un po'.

Ma io non potevo tacere, e dopo un istante ricominciai.

--Forse non vi dispiacerebbe se parlassimo un poco.... del colore e
della forma....

--_Del Colore e della Forma?_--fece Carducci aggrottando le
ciglia.--Non conosco. Di chi ? Sar qualche pedanteria.

--Di chi ?... che cosa?

--Questo libro che tu dici.

--Ma no! ma no! Del colore e della forma del cavallo!

--Gi,--brontol Carducci, crollando le spalle,--mi pareva
impossibile.... Basta. Adesso lasciami mangiare in pace.

Sulla forma convenne con me: il cavallo doveva essere grande. Grande e
grosso, dicevo io; grande e magro, diceva lui. Ma sugli altri
particolari non fummo d'accordo. Io lo volevo bianco colla coda mozza.
Carducci lo voleva nero colla coda lunga.

--Ma, caro Orco....

--Basta;--fece Carducci,--ti ho detto di lasciarmi mangiare in pace.

Ma Carducci non doveva mangiare in pace. Un professore di filosofia,
che faceva colazione a un'altra tavola, lo scorse e venne a parlargli.
Dopo che ebbero discusso varie cose io riparlai del cavallo; e il
professore si offr di venire con noi al Tattersall.

A me parve provvidenziale. Un professore! Ci aiuterebbe nella scelta.
Tanto pi che se ne intendeva, avendo un fratello capitano di
cavalleria.

Al Tattersall il direttore ci accolse con agitata e premurosa
affabilit. Era circondato da molti uomini--maestri d'equitazione,
palafrenieri, garzoni di stalla, che in cerchio ci contemplavano.

Allora davanti a noi passarono i cavalli: passarono cavalli grigi e
morelli, cavalli bai, cavalli sauri, cavalli pomellati; passarono al
passo, al trotto, al galoppo destro, al galoppo sinistro, in appoggio
e caracollo.

Carducci ed io li fissavamo incerti. Ad ogni nuovo cavallo che
appariva io dicevo:--Voglio questo!

Specialmente mi colp un magnifico baio con due belle calze bianche
sulle gambe posteriori.

Ma il professore di filosofia con cipiglio da conoscitore sentenzi:

--Balzano da due vale quanto un bue.

E questo mi raffredd.

Indi ne apparve uno tutto bianco, colla coda lunga e la criniera
increspata come se gli avessero fatto _l'ondulation Marcel_.

--Questo!--esclamammo in coro tutti e tre; ma il cavalier Rossi si
affrett a spiegarci che il puledro--un arabo puro sangue--apparteneva
alla cavallerizza di un Circo Equestre Americano; e lo fece ricondurre
via.

Ma ecco comparire un altro stallone, un morello altissimo, quasi
gigantesco: breve coda irrequieta, orecchie mobili, nervose; occhi
lampeggianti in cui balena nell'angolo il bianco iniettato di caff.

Entr con passo danzante, alzando i piedi come se la terra gli facesse
schifo. Era tutto nero, eccetto due calzerotti bianchi alle gambe
posteriori e uno alla gamba anteriore.

-- magnifico!--esclamai.

Il professore al mio fianco cit:--Balzano da tre, cavallo da re!.

-- questo,  questo ch'io voglio,--dissi con fervore a Carducci; e
anche lui guardava assai ammirato la formidabile bestia.

--Pare il cavallo dell'Apocalisse,--disse il professore.

Il cavalier Rossi vedendo il mio entusiasmo mi chiese se volevo
provarlo.

Mi prestarono una amazzone, e hop! eccomi in sella, cos in alto che
mi sembrava d'essere in cima a una torre.

Feci dapprima a passo il giro del maneggio: veramente non era a passo,
ma sempre a quel trottigno saltellante e caracollante; mi pareva che
facessimo, il cavallo ed io, come nella _Mignon_, la danza delle
uova. Poi partimmo al trotto, un trotto molto alto, un po' duro, che
a scosse e sbalzi mi fece cadere il cappello e spuntare la treccia;
indi dal piccolo galoppo ci lanciammo al galoppo allungato; e l
veramente sentii il cavallo perfetto sotto di me. Pareva alato!

Facemmo alt; e mentre io, ancora in sella, mi riappuntavo le treccie,
Carducci si avvicin ad accarezzare il collo lucente del morello.

Anche il Professore si avvicin, ma guardingo.

--Vedono che mantello?--diceva il direttore,--vedono questa rete
magnifica di vene?...

Difatti sul collo e sulla spalla del morello fremente si disegnava
tutto un intrico di delicate venature pulsanti. Il professore le
esamin con diffidenza.

--Che non sia un principio d'arteriosclerosi!--mormor.

Scesi di sella, e dietro richiesta del direttore, provai vari altri
cavalli. Ma tutti mi parvero meno interessanti della grande bestia
nera. Allora mentre quattro o cinque dei cavalli venivano condotti a
passo in giro alla pista, Carducci in mezzo al silenzio domand:

--Quale di quei cavalli non costa pi di tremila lire?

Per un momento tutti tacquero. Poi il direttore si pass due o tre
volte la mano sui baffi prima di rispondere. Fu per me un momento di
grande ansia. Finalmente con gesto regale stese la mano.

--Quello l.

Era il cavallo dell'Apocalisse--era il balzano da tre!

--Glielo lascer per duemila settecento lire,--disse il magnanimo
cavaliere.

Carducci mise subito la mano al portafogli; ma il direttore con un
gesto lo ferm e lo invit ad entrare nel suo ufficio. Insieme si
allontanarono.

Io mi volsi tutta agitata a uno stalliere che stava vicino.--Come si
chiama?--domandai.

--Francesco Impallomni,--rispose quello.

--.... Ah s?

Per non offenderlo attesi qualche minuto prima di spiegarmi
meglio.--E.... il cavallo che nome ha?

--Il morello? Si chiama Rebecca.

--Rebecca! Che orrore! Perch Rebecca?

Lo stalliere cacci in fuori il mento e abbass gli angoli della bocca
fino a parere una rana.

--Mah!... Lo sa Lei?

--Rebecca?--ripetei desolata, volgendomi al professore.

--Sar forse Babieca,--disse l'erudito.--Babieca  il nome del celebre
cavallo del Cid el Campeador.

--Non mi piace affatto quel nome,--diss'io; e siccome Carducci
ricompariva (a fianco del cavaliere, tutto sorrisi) io dissi subito
che volevo cambiar nome al mio cavallo.

---E che nome vuoi dargli?

--Voglio chiamarlo: O Sauro Destrier della Canzone.

-- troppo lungo--disse Carducci.--E poi non  sauro.

Il professore sugger molti nomi classici: Pegaso.... Chirone....
Bellerofonte.... e vidi che Carducci si stancava e s'impazientiva.

Allora tagliai corto.

--Che ne direste, caro Orco, se gli dessimo il vostro nome? Mi pare
che nello sguardo.... e forse nel carattere.... assomigli un poco a
voi. Potremmo chiamarlo Giosu Cavallo, per distinguerlo da Giosu
Poeta.

Carducci torn di buon umore.--Sta bene,--disse.--E adesso basta. Io
devo trovarmi alle quattro col marchese Visconti Venosta a visitare il
Castello Sforzesco.

E con un breve gesto di saluto se ne and.

Il professore mi salut anch'esso frettolosamente, e lo segu.

E io?... E il cavallo?... Dove l'avrei portato? Che cosa ne avrei
fatto? Ero ospite in casa della mia cara amica, signora Luzzatto, che
abitava un piccolo appartamento in via Borgo Spesso. Mi vedevo, io,
arrivare alla sua porta con quel cavallo!... Spiegai al cavalier Rossi
la situazione, ed egli fu gentilissimo; si offr di tenerlo al
Tattersall finch'io non avessi trovato una scuderia conveniente. Avrei
semplicemente pagato la pensione. Un'inezia! Dodici lire al giorno.

Dodici lire al giorno! Una specie di formicolo mi percorse,
fermandosi soprattutto nelle mie ginocchia.... Dodici lire al giorno!

Mio padre mi mandava un assegno di duecento lire al mese; e ogni
qualvolta passavo un mese in villeggiatura o all'albergo, per tre mesi
non avevo pi nulla. Allora andavo a rinchiudermi in campagna in casa
di mio fratello dottore; oppure, come ora, mi rifugiavo dalla signora
Luzzatto e stavo un po' di tempo con lei.

Corsi subito in via Borgo Spesso. Arrivai pallida e stravolta.

--Che cos'hai?--esclam con ansia la dolce signora.

--Ho un cavallo!--balbettai.--Un cavallo nero, grandissimo, balzano da
tre.

--Riposati un poco,--disse la signora Emilia, con dolcezza
ferma.--Mettiti subito a letto.

E vidi che andava verso l'armadietto delle medicine per cercare il
termometro clinico.

La convinsi, con qualche difficolt, che non deliravo. La pregai anzi
di venire a vedere Giosu Cavallo; ma ella, che aveva di tutte le
bestie e in ispecial modo dei cavalli un'invincibile paura, non ne
volle sapere.

--E che cosa ne farai? Dove lo terrai?

--Non so.... non so,--balbettai smarrita.--Non crede che....
l'onorevole Riccardo.... forse.... saprebbe dove metterlo?

--Mio marito?

--S. Potrebbe anche montarlo qualche volta, se volesse.

La signora Luzzatto alz gli occhi al cielo.

--Meglio non parlargliene,--disse.

E non gliene parlai.


La mia vita fu allora tutta subordinata a Giosu Cavallo. Volevo stare
in citt? No; dovevo andare in campagna perch Giosu Cavallo ci stava
meglio e costava di meno. Volevo restarmene tranquilla? No; mi toccava
andare di qua e di l, per monti e valli, al trotto e al galoppo, per
passeggiare e disciplinare Giosu Cavallo (che se stava due giorni in
scuderia diventava una belva). Volevo fare un viaggio a Londra a
vedere mia sorella? Impossibile lasciare Giosu Cavallo; e ancora pi
impossibile condurlo con me. Mi affondavo sempre pi in difficolt
finanziarie per far nutrire, albergare, governare Giosu Cavallo.

Tutte le mie conoscenze mi consigliavano, chi una cosa chi l'altra.

--Bisogna renderlo. Bisogna venderlo. Bisogna dirlo a Carducci.

Renderlo? Venderlo? Mai!

Dirlo a Carducci? A che pro? Relativamente povero anche lui,--che cosa
avrebbe potuto fare? E poi egli era cos felice di avermi fatto questo
regalo, che per niente al mondo avrei voluto dargli un simile
dispiacere. Subito, il giorno seguente alla compera, egli aveva voluto
vedermi cavalcare all'aperto. Andammo sui bastioni ed io gli passai
davanti a galoppo molte volte. Egli era raggiante.

-- bello Giosu Cavallo,--diceva.

--Io vado a Legnano,--soggiunse,--domattina, in carrozza col prefetto.
Potrai venire anche tu; a cavallo.

Cos feci. Nell'amazzone presa a prestito dal Tattersall, issata a
sommo di Giosu Cavallo negro-splendente al sole, trottai e galoppai
ora davanti, ora dietro, ora a fianco della carrozza, a grande
soddisfazione di Carducci e divertimento del prefetto.

La strada era lunga--trenta chilometri!--ed era dura al trotto rigido
del morello; dopo un'ora circa io sentivo gi ogni singola vertebra
della mia spina dorsale, e avevo il torcicollo e un crampo
indescrivibile nel braccio sinistro. Giosu Cavallo non andava mai al
passo. Neppure per un istante cess dal suo trotto rigido e
sobbalzante se non per mettersi a quel caracollante trottigno, quasi
un passo di danza, cos bello a vedersi e cos estenuante per chi 
forzato ad eseguirlo.

Ma dalla carrozza Carducci mi guardava con un sorriso pacato e
soddisfatto; e chiudendo i denti sul labbro repressi le mie
sofferenze.

Nulla ricordo del breve soggiorno a Legnano; certo all'indomani
mattina stavo abbastanza bene per escogitare delle sciocchezze; cos,
allorch Carducci e il prefetto furono scesi nel vestibolo, mi feci
portare dal cameriere della legna in fascina, e rompendola a pezzetti
ne riempii la valigia di Carducci. Accadde poi che, a met strada del
ritorno, volendo egli mostrare al prefetto certi suoi appunti, apr la
valigia, e il ricordo di Legnano che io gli avevo preparato gli si
present agli occhi.

--Ma come? Ma questa non  la mia valigia! Che cos' tutta questa
legna?--esclam Carducci incollerito.

Allora al galoppo precedetti sempre di gran tratto la carrozza, e
voltandomi scorgevo Carducci feroce che, aiutato dal prefetto, buttava
via i pezzetti di legno sparsi tutt'all'intorno.

--Se tu mi fai ancora di codeste stoltezze,--grid Carducci appena fui
a portata della sua voce,--bada bene che ti porto via il cavallo.--Ma
la sua ira non mi impression troppo. Visto che per lo pi quelli che
lo avvicinavano--intimiditi dal suo cipiglio o dalla sua
grandezza--mantenevano intorno a lui un'atmosfera di gravit e
soggezione assai noiosa, credo che, in fondo, le mie monellerie lo
riposassero da tanta grigia solennit. Quanto alla minacciata
punizione di portarmi via Giosu Cavallo, certo nulla lo avrebbe pi
stupito, o addolorato, che se io gli avessi detto:--S, s!
Portatemelo via; esso rappresenta per me sotto ogni rapporto una
_bestia nera!_

Me ne guardai bene. Ed egli ripart per Bologna convinto di avermi
fatto il pi meraviglioso dei doni; soddisfatto di s, di me e di
Giosu Cavallo; felice di aver speso cos bene--lui, che non era n
ricco n prodigo--una cos importante somma.


Dopo tre mesi Giosu Cavallo mi aveva completamente rovinata. Per lui
mi arrabattavo in una continua ricerca di denaro; per lui mi guastai
coi miei parenti pi cari a cui chiedevo costantemente denari in
prestito; per lui annunciai sulle quarte pagine dei giornali che davo
lezioni d'inglese, tedesco, francese, italiano, di pianoforte,
chitarra e canto. Il suo baldo passo caracollante mi conduceva,
smarrita, dai neri abissi della disperazione alle verdi vette del
monte di Piet.

E per lui io nutrivo quel sentimento complesso fatto di passione e
d'ira, di angoscia, d'amore e d'esecrazione che si prova per chi ci
costa molto dolore, molte umiliazioni e molti denari.

Egli prosperava, superbo, prepotente, lucente, facendo i passi sempre
pi alti, sempre pi sdegnoso di toccare la terra. Ed io lo guardavo,
spaurita e rapita, e sognavo di balzargli in arcione un giorno e via!
a carriera, traverso monti, valli e frontiere, fino a giungere ad una
certa rupe gigantesca che sovrasta la Via Mala--da Carducci amata e
cantata--ed ivi precipitarmi con lui nella voragine....

    Dammi dunque, apollinea, fiera, l'alato dorso
    Ecco, tutte le redini io ti libero al corso....
        O indmito destrier,
    Voliam, sin che la folgore di Giove tra la rotta
    Nube ci arda e purifichi, o che il torrente inghiotta
        Cavallo e cavalier.

Perch non lo feci! Sarebbe stato un gesto degno di lui e di chi me
l'aveva dato. Forse non ero degna io di una fine cos gloriosa.
Disertai. Come quegli amanti che dicono: Moriamo insieme, e poi al
supremo passo l'uno vilmente si ritrae, cos io lanciai solo nella
morte Giosu Cavallo invece di balzare grandiosamente nel buio con
lui.

Volli che morisse? Non lo so; n voglio oggi ricordare la folle
catastrofe che lo spezz, e che port me pure vicino alla morte. In
ci ch'io feci ebbi coraggio e vilt.

Ma la vilt maggiore fu che non osai dirlo a Carducci.

Sapevo che gli avrei dato un vero e grande dolore. Egli mi scriveva
ora--pi sovente del solito--per domandarmi notizie di Giosu Cavallo.

Mi piace pensare che  tua quell'apollinea fiera. Mi piace pensare
che ho potuto farti un dono cos bello. In cima alla mia mente sta
l'imagine tua e sua, lanciati al galoppo, ondeggianti la nera criniera
e le tue lunghe chiome al vento.... Cos, o Loreley pellegrina, sei
volata fuor della veduta mia.

Io aborro ed esecro la menzogna. Tutto mi sembra comprensibile e
perdonabile all'infuori dell'inganno. Ebbene, io allora--credo di
poter dire che questa fu l'unica volta!--ho mentito e ingannato. Alle
sue domande rispondevo brevemente, evasivamente, ma non avevo il
coraggio di dirgli la verit.

Un giorno mi annunci prossima una sua visita.

Tremai. Scrissi che dovevo recarmi subito a Napoli. Mi pareva assai
lontano.

Ma Carducci ne fu contento.

Via, dunque, bionda di cavalli agitatrice, a riva pi cortese!.

Anch'egli sarebbe venuto tra breve per un sol giorno laggi, onde
salutare una regale Amica, e vedermi passare, sull'azzurro sfondo del
Mediterraneo, lanciata a volo sulla fiera gentil.

Allora, giunta a Napoli confidai la mia angoscia a un poeta--Arturo
Colautti--che era venuto a trovarmi. Lo pregai di andare incontro a
Carducci e dirgli subito la verit.

Non volle; non os.

Un ufficiale ch'era con lui mi disse:

--Perch dargli quel dispiacere? Troveremo un cavallo che per un'ora
personifichi il tenebroso corsiero da lui regalato.

Allora fu per tutta Napoli un febbrile cercare di cavalli neri. (Se ne
ricorder forse ancora quell'ufficiale--Maggiotto, allora capitano dei
bersaglieri; oggi solennemente installato nel Ministero della Guerra.
E il marchese Lillo Catalano.... e il conte Bruno Torri....). Davanti
al balcone della casa in strada Caracciolo dove io avevo preso
alloggio, fu uno sfilare di foschi corridori: di morelli grandi e
grossi, di morelli lunghi e magri; di morelli ombrosi e morelli
generosi, di morelli con balza e senza balza.... Ma nessuno--ah!
nessuno--che assomigliasse a quello donatomi dal poeta.

La scelta cadde finalmente su di uno portatomi da Maggiotto.

Il cavallo si chiamava Ras Alula; era nero, era grande, era balzano
da tre. Ma qui la somiglianza cessava. Ras Alula era un mite, era un
remissivo, un rinunciatario, un vinto della vita. Per quanto io lo
molestassi con morso, scudiscio e tacco per animarlo, per farlo
inalberare come soleva il mio nobile corsiero, Ras Alula scoteva la
testa placidamente, partiva a un piccolo trotto, e se a furia di
strappi e strapponi, di frusta e sperone riuscivo a farlo galoppare,
si dimenava nel molle movimento d'una sedia a dondolo, con pendula
coda e testa ciondolante.

Io ero disperata.

--Non si sgomenti,--disse Maggiotto, lisciandosi la barba nera e
fissando lo sguardo, pi focoso assai che non quello del suo cavallo,
sul mite e gigantesco Ras Alula.--Ci penso io.

E ci pens. Appena annunciato l'arrivo di Carducci alla Villa, io che
aspettavo, gi troneggiante sul titanico e quiescente Ras nel cortile
di via Caracciolo, vidi arrivare di corsa Maggiotto col suo
attendente. Maggiotto afferr la redine, mentre il soldato passava
dietro la groppa del cavallo.

Sentii un improvviso fremito percorrere la bestia, che nitr, e tir
un violento calcio.

--Ma che cosa gli fate?--gridai.

--Niente, niente,--rise Maggiotto;--un po' di zenzero sotto la
coda!--E abbandon la redine mentre il soldato balzava indietro.

L'effetto dello zenzero fu magico. Ras Alula si impenn, fremente,
annaspando l'aria, rizzandosi quasi volesse rovesciarsi all'indietro.
Cedetti le redini e con una scudisciata sulla testa lo richiamai;
allora, tuffando il capo, part forsennato, battendo scintille dai
ciottoli del cortile, scivolando sul selciato, lanciandosi a carriera
per la passeggiata di Chiaia.

Cos, a volo, passai davanti a Carducci, che tra un gruppo d'altre
persone, era fermo all'angolo della Villa ad aspettarmi; ebbi solo per
un attimo la visione della sua faccia alzata a guardarmi--e odiai Ras
Alula, e Maggiotto, e la vita.... e pi di tutto odiai me stessa, che
recitavo questa vile, questa ignobile menzogna. Con frusta e sprone
aizzai la bestia gi frenetica che come una folgore infil la strada
lungo la marina.

Ed ecco a un tratto, ancora lontano davanti a noi, un brillo
d'argento e di rosso vivido--era la carrozza reale, era Margherita
preceduta dai suoi staffieri, che faceva con regale dignit la sua
consueta passeggiata a mare.

Allora con quanta forza avevo tirai le redini: bisognava rallentare la
corsa, per non raggiungerla, sopratutto--imperdonabile violazione
d'etichetta!--per non oltrepassarla.

Ras Alula non obbed, non sent; aveva il morso tra i denti e andava
come il vento, pazzo, cieco, frenetico. Invano con strappi alternati
tirai e cedetti le redini, invano strappai a destra e poi a sinistra,
segandogli la bocca.... la bestia in furore continu la sua corsa! Fu
miracolo se, con uno sforzo che quasi mi slog i polsi, riuscii a
farlo deviare quanto era necessario per non andarci a fracassare
contro l'equipaggio reale.

In un fulmine passammo dinanzi alla Regina: ella deve aver visto, come
un lampo nero e villano, comparire e sparire le mie esili spalle e la
coda sbandierante dell'insano Ras Alula....

Allora pi che mai sentii di aborrire tutto e tutti e avrei voluto
lanciarmi dalla sella a capofitto nel mare.

Quando fummo all'altezza della chiesa di San Ferdinando, Ras Alula
subitamente si calm: sulla via traversa fece due o tre scivoloni,
sal sul marciapiede come se volesse entrare nella chiesa.... e si
ferm ansimante, coperto di schiuma.

                            . . . . . . .

Allorch trovai finalmente il coraggio di scrivere a Carducci che
Giosu Cavallo non era pi mio.... che non era pi di nessuno.... egli
non rispose. N so che cosa abbia pensato.

I casi della vita mi trassero lontano. Quando, dopo molti anni, rividi
Carducci n io osai rammentarglielo n lui me ne parl.

                            . . . . . . .

Oggi nella Villa di Napoli, al posto dove in quel giorno vidi alzato
verso di me il suo viso fiero, c' un rigido busto di marmo che porta
il suo nome.

E che non gli assomiglia.




OPERE DI ANNIE VIVANTI

  _Naja Tripudians._--Romanzo. (Bemporad--2 edizione, 1921) L.6,50

  _Lirica._ (Bemporad, 1921)                                  6,--

  _I Divoratori._--Romanzo. (Bemporad)                       10,--


  _Circe._                                                   L. 7,--

  _L'invasore._--Dramma                                       6,50

  _Vae Victis!_--Romanzo                                      6,50

  _Zingaresca._                                             7,--

  _Le bocche inutili._--Dramma                                6,--

  _Marion._--Romanzo                                          7,50


GIUDIZI DELLA STAMPA SU =NAJA TRIPUDIANS=

    =Corriere della Sera= (_Ettore Janni_).

    Ed ecco ora il romanzo che avvince e fa rabbrividire, l'opera
    d'arte che spicca il volo dalla realt ed  fantasia, _Naja
    Tripudians_ di ANNIE VIVANTI. L'idillico e il tragico vi fanno
    un violento contrasto.... ma l'idillio  come una maschera
    lieve che cade e scopre il volto dell'orrore.

    La catastrofe  presentata con una potenza a cui non si
    resiste. Singolare nella sua sobriet formidabile  la chiusa.

    Un romanzo che non si confonde con gli altri: la voce che
    canta pi alta e pi sicura sulle mediocri orchestre e sui
    cori sguaiati.


    =Il Secolo= (_Paolo De Giovanni_).

    .... Un fiume di delicata poesia.


    =Giornale d'Italia= (_Diego Angeli_).

    .... E in queste parole  tutta la morale e tutta la
    spiegazione del bello e crudele romanzo che ANNIE VIVANTI
    pubblica in questi giorni pei tipi del Bemporad di Firenze.
    Bello e crudele e sotto un certo punto di vista altamente
    morale nella sua immoralit.... Quest'ultimo capitolo ha la
    durata di poche ore,... capitolo terribile, dove la
    descrizione di quella societ equivoca  descritta con grande
    sapienza e dove tutti i vizi--dall'omosessualit alla
    cocainomania, dall'ubriachezza dei liquori forti allo stupore
    dell'oppio, dalle sottili dissertazioni sul godimento e sul
    desiderio, alla rivelazione brutale della volutt--sono
    trattati con mano maestra.

    .... E Annie Vivanti  un'artista e il suo romanzo  tanto pi
    pericoloso in quanto che  pi bello.


    =Idea Nazionale= (_Umberto Fracchia_).

    _Naja Tripudians_ si legge con foga. Ecco stabilita la
    superiorit di questo romanzo femminile su tanti romanzi
    maschili che sono terribilmente noiosi....


    =Il Marzocco= (_Luigi Tonelli_).

    .... Qui abbiamo una scrittrice nel vero senso della parola,
    che concepisce con potenza d'intelletto, e s'esprime con una
    sicurezza ed efficacia mirabili. In _Naja Tripudians_
    riconosciamo l'autrice sorprendente de _I divoratori_, fosca
    di _Circe_, violenta e smagliante di _Vae Victis:_ la
    creatrice d'immagini sfolgoranti, la coniatrice di frasi
    sintetiche e potenti, la calcolatrice sapiente d'effetti
    irresistibili.

     impossibile resistere al fascino di questa scrittrice
    interessante che quando pare abbandoni, ti riprende di colpo,
    e t'inchioda allo scrittoio, finch hai letto l'ultima
    pagina.... che ti lascia scosso e turbato fin nell'intimo
    dell'anima.


    =Il Tempo= (_Nicola Moscardelli_).

    Qui tutto  logico, naturale, musicale: il racconto precipita
    verso la conclusione fatale, cos, come quella notte
    precipitava verso l'alba. Con quale modestia di mezzi 
    descritta l'aria in cui vive la mondana!

    Come leggermente si insinuano nell'anima delle due colombe i
    profumi e gli stordimenti emanati da quel mondo nuovo....
    accennando appena un particolare, come una piccola fiammella
    che s'apre e chiude improvvisa, come se una musica sonnolenta
    impregnasse di s tutta l'aria, scivolando, le immagini si
    precisano, emergono, si realizzano.

    L'impressione che d il libro  profonda e profondamente
    morale:  l'orrore del male, la nausea per il vizio, il
    ribrezzo per la impurit scandalosa delle citt cosidette
    morali.


    =Nuova Antologia.=

    Tutto il romanzo  un potente contrasto tra l'innocenza pi
    pura e la depravazione pi abbietta. A pagine fresche come un
    riso di puerizia, seguono pagine torbide di una drammaticit
    che turba e commuove.


    =L'Italia che scrive= (_Fernando Palazzi_).

    Qui veramente Annie Vivanti s' abbandonata a s stessa, ha
    svelato s stessa. Forse non s' neppure accorta di fare
    dell'arte, perch in fondo non ha fatto altro che confidarci
    l'anima sua. Io non conosco Annie Vivanti, se non da un verso
    del Carducci.... ma noi conosciamo adesso la vera fisionomia
    dell'anima sua, che  bionda, romantica, timida, ingenua,
    sentimentale, fanciulla.

    Si  discusso se _Naja Tripudians_ sia o no il capolavoro di
    Annie Vivanti. Io capisco benissimo come altri possa preferire
    _I divoratori_ o _Vae Victis_, romanzi assai pi forti. Io
    preferisco _Naja Tripudians_, specialmente per la dolcezza.


    =Tutto= (_Cesare Sobrero_).

    Ecco un nuovo libro casto ed orribile ad un tempo.... Casto
    poich la scrittrice riproduce le impudicizie col ferro
    rovente di una nausea profonda, di una desolazione accorata.
    Orribile, poich la degenerazione psichica, e non psichica
    soltanto, vi  riprodotta colla precisione di altrettanti casi
    clinici.... Ricercando i gradi di parentela che possono
    esistere fra _Naja Tripudians_ e le opere di altri artisti,
    viene fatto di pensare che Annie Vivanti abbia invocato,
    compiendo la sua nobile fatica, due grandi ombre: Victor Hugo
    ed Octave Mirbeau. Victorughiana  la concezione del libro per
    il senso profondo dei contrasti, per la tragicit del
    contenuto umano. La seconda parte del volume, cio le pagine
    vigorosamente realistiche ricordano invece le acri,
    inesorabili pitture del Mirbeau.

    .... Raramente in un libro, evocazione fu pi dolorosa,
    pittura pi straziante, lettura pi struggente di questa
    orribile profanazione impunita.


    =I libri del giorno.=

    .... Qui veramente la forza del libro sta nella poesia della
    forma, nella efficace evocazione degli ambienti, nella leggera
    e quasi trasparente musicalit dei periodi. Il libro
    incomincia con capitoli di una delicatezza e di una grazia
    squisitamente femminili.... qualche cosa che fa pensare alla
    freschissima Primavera del Grieg.

    .... Ma a un punto la tinta rosea del romanzo viene interrotta
    improvvisamente da qualcosa di oscuro e misterioso.... Le
    pagine si fanno inquiete; a quel profumo di innocenza che
    aveva fin qui accompagnato il racconto si mescola uno strano e
    tentante odor di peccato.

    .... Corre per tutte le frasi come un misterioso brivido, un
    serpeggiare di febbre.

    Aprire il romanzo e leggerlo  come entrare in una serra dove
    tra i pi semplici e delicati mughetti, alcuni strani fiori
    effondono un loro acuto e perverso profumo. Non si ha il tempo
    e forse nemmeno il coraggio di avvicinarli, tanto quel profumo
    ci prende, ci stordisce, ci travolge. Esciremo dalla serra,
    opporremo gli occhi e la fronte ai rudi baci del vento, ma il
    ricordo di quei terribili fiori rester a lungo entro di noi,
    come di un sogno bello e perverso....


    =Il Giorno= (_Carlo de Flaviis_).

    Pagine belle e tristissime: due piccoli mondi; scolpito, il
    primo, con una perfezione d'arte impeccabile, descritto il
    secondo, con una verit a volte piena di impudica baldanza a
    volte piena di titubante sgomento.


    =La Chiosa.=

    Tutta Annie Vivanti  qui: con le sue mani cariche di poesia
    ch'ella profonde in cos bizzarro modo: qua, l, dovunque un
    dettaglio svegli la sua vibratilit, soffermi la sua
    commozione, desti la sua sensibilit.

    Non ci soffermeremo a evocare le bellissime tra le molte belle
    pagine del romanzo. Al pari di tutti i libri della Vivanti
    esso afferra alle prime pagine e non lascia pi.

    L'interesse che suscita vi  graduato cos che
    dall'incantesimo di una dolcezza piana e serena si passa a
    poco a poco per tutti gli stadi dell'ansia e della
    trepidazione fino a raggiungere l'angoscia piena d'orrore che
    strugge l'anima alla fine del racconto e del libro. Si esce da
    questa lettura sotto il peso di un incubo.

    Poesia! questo  il segreto di Annie Vivanti. Il segreto della
    sua mala e della sua arte; dei suoi occhi ancora pieni di
    stellante azzurro e dei suoi libri sempre saturi di
    freschezza; della sua giovinezza sempre intatta e delle sue
    pagine sempre avvincenti.


    =La Donna= (_Nicola Moscardelli_).

    Il libro si chiude con un senso di soffocazione.

    Sebbene sia composto con un'arte squisita, nulla rivela in
    esso l'artefizio, nel quale era cos facile cadere.... Non c'
    nulla da aggiungere, e nulla da togliere.


    =Don Marzio.=

    Squisitezze psicologiche, gioielli d'osservazione, un profumo
    di grazia inarrivabile....

    =Gazzetta di Messina= (_G. Gigans_).

    Colei che seppe costruire coll'aiuto del suo potentissimo
    genio un'affascinante, vicenda--_I divoratori_--; colei che
    seppe nel poema vibrante di verit accomunare la fede al
    dolore--_Vae Victis_--.... ci regala quest'opera semplice e
    possente.

    La Vivanti quando vuole appassionare il lettore, sceglie un
    argomento semplicissimo, un argomento di vita vera.

    Questa la sua arte. La semplice verit.


    =La Scuola= (_Antonio de Filippis_).

    Il poeta  vate. Gli basta uno sguardo, ed egli intravede il
    futuro.--Carducci, da profeta, intravide il genio di Annie
    Vivanti e disse: _canta!_.

    .... Annie dimostr il suo vero temperamento di artista col
    romanzo. Nel romanzo appare grande, perch originale, strana,
    ardita, ma sempre vera. Tutta la vita di Annie  una battaglia
    contro la ipocrisia.... E con _Naja Tripudians_ ella compie
    una lotta ancor pi potente.

    Storia triste che risalta sulla tavolozza di un Rembrandt!


    =Il Pungolo= (_Giuseppe Scaglione_).

    La poetessa squisita di Lirica la narratrice intensamente
    drammatica dei casi pietosi e terribili di Maria Tarnowska,
    l'autrice di Zingaresca di Vae Victis di Bocche Inutili
    ha creato ancora un'opera di grande bellezza artistica e di
    appassionata, travolgente poesia. Sopratutto da questo ultimo
    libro bisogna veramente riconoscere ad Annie Vivanti, una
    grande forza di pensiero e di forma; di pensiero ricco,
    elevato, profondo, di stile deciso, rapido, serrato, in alcuni
    momenti quasi convulso.

    Ella non soffre infingimenti e contraffazioni del pensiero e
    della forma. Ribellandosi a falsare la propria natura
    impetuosa e serena, e la natura delle cose e degli uomini,
    porta nei suoi libri una veemenza ed un pathos, una sincerit
    di vita che incatena l'attenzione del lettore di pagina in
    pagina e di libro in libro, con un continuo crescendo.

    I suoi libri sono morali, non di una morale stentata, arcigna
    e cattedratica, ma libera e spontanea.

    Con quale signorilit e sicurezza d'intuito, con quale potenza
    di analisi e semplicit di espressione  narrato questo
    documento umano cos tragico e cos patetico!...


    =Il Pungolo= (_Rodolfo Guido de Marsico_).

    .... Questa la vicenda di Naja Tripudians. Vicenda terribile
    che martoria lo spirito, che esaspera, che accende una
    ribellione, che ci fa bestemmiare la vita!

    E pi terribile  il romanzo perch scritto da una artista.
    Annie Vivanti ha adoperato i colori pi delicati, le sfumature
    pi evanescenti, perch pi fosca noi sentissimo la tragedia
    che quella luce distrugger.


    =Don Quichotte= (_Parigi_).

    .... Madame Vivanti y confirme une fois de plus son grand
    talent. Les derniers chapitres constituent un morceau de haute
    littrature horrifique.


GIUDIZI DELLA STAMPA INGLESE SU =I DIVORATORI=

    =Herald.=

    Qui ci troviamo davanti a quella rara cosa--un'opera di genio.


    =Telegraph.=

    Questo meraviglioso libro  un'opera di bellezza creata da chi
    possiede il pi grande dono dello scrittore--lo stile.





Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, cos come
le grafie alternative (th/th/th, Revoire/Rvoire e simili),
correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.





End of the Project Gutenberg EBook of Gioia!, by Annie Vivanti

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