                        Il diavolo nell'ampolla


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Title: Il diavolo nell'ampolla

Author: Adolfo Albertazzi

Release Date: January 21, 2012 [EBook #38637]

Language: Italian

Character set encoding: ISO-8859-1

*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK IL DIAVOLO NELL'AMPOLLA ***




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                          DELLO STESSO AUTORE:

    _Ora e sempre_, novelle. 3. migliaio L. 1 75
    _In faccia al destino_, romanzo L. 3 50
    _Il zucchetto rosso e Storie d'altri colori_ L. 3 50
    _Novelle umoristiche_ L. 1 75

                           ADOLFO ALBERTAZZI

                               IL DIAVOLO
                              NELL'AMPOLLA

                                NOVELLE


                                 MILANO
                       _Fratelli Treves, Editori_
                                  1918
                                   --
                          *Secondo migliaio.*

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                                 INDICE


    LE FIGURINE.
    IL CAMICIOTTO ROSSO.
    LA CASSAFORTE DI DON FIORENZO.
    LA FORFECCHIA.
    LA CIOCCHETTINA.
    IL NIDO.
    FERDINA.
    IL CHIODO.
    CINQUANTAMILA LIRE.
    LA STELLA SIRIO.
    L'ASINO NEL FIUME.
    IL DIAVOLO NELL'AMPOLLA.




                              LE FIGURINE.


-- Mulattiere!

Al vicino, che gli chiedeva del suo servizio, rispose con l'impeto d'una
coscienza aperta a tutti i doveri e a tutti i pericoli della carica. E
per dimostrarne meglio la gravit, aggiunse:

-- Addetto al vettovagliamento!

Anche la voce, forte, sonora, era espressione di vigoria.

-- Di dove venite?

-- Dal Trentino.

-- E siete in licenza?

-- S. Otto giorni di licenza straordinaria. Vado a casa a divertirmi.

Ora sorrise; ma l'ironia si adattava cos male a quella sua faccia di
uomo sano e florido e a quei suoi occhi chiariti dall'anima schietta e
semplice, che gli ascoltatori rimasero incerti.

-- Mi  morta la moglie quasi all'improvviso. -- Dimenando la testa
significava: -- Questa doveva capitar proprio a me!

Quando la porticella fu riaperta, che gi il treno era in moto.

-- Oh! Carlino!

-- Oh! Saverio! Sei qui?

Il sopravvenuto atteggiava il volto a mestizia; nell'altro il piacere
dell'incontro pareva superar la tristezza dell'occasione.

-- Ho viaggiato tutta notte. Sono arrivato, da Verona, a mezzod, e ho
fatto appena in tempo a correre da mio cognato, all'arsenale.

-- Rubata! -- esclam l'amico. -- Ti  stata rubata, Saverio! Nemmeno il
dottore sa capire il come e il perch della disgrazia, cos, d'un
tratto.

-- Cosa importa saper il come e il perch? -- il soldato disse a voce
anche pi alta. --  morta, ecco!

-- Hai ragione.

Inutile indagare; argomento concluso. Potevan passare ad altro.

-- Ditemi, Carlino. Vostro nipote?

-- Ferito a una gamba; ne avr per qualche settimana.

-- Me ne rallegro, che si tratti di poco. E gli amici? Otto mesi che non
ne ho nuova! Michele Costa?

--  prigioniero.

-- Prigioniero! Michele? -- La notizia conteneva per lui tale contrasto
fra l'idea di prigionia e l'immagine dell'amico spaccone o gaudente, che
il soldato scoppi a ridere. E udendolo e vedendolo ridere, pi d'uno,
ai prossimi posti, pens: -- Bel dolore ha costui d'esser rimasto
vedovo!

Ma il dialogo seguitava.

-- E Luigi dell'Osteria Grande?

-- Imboscato.

-- Figlio d'un cane! E Isidoro?

--  morto; a Bainsizza. Anche Giovanni del Poggio: ha lasciata la pelle
in Albania.

Il mulattiere stette un po' a bocca aperta; e soggiunse:

-- Io non trovo che morir qui o morir l sia lo stesso. Io preferirei la
fine d'Isidoro.

Non tutti eran del suo parere, e sorse una discussione; della quale
approfitt l'amico, che stava in piedi, per andar a un posto, in fondo
alla carrozza.

-- Ehi, Carlino! -- Saverio gli url dietro. -- Vi ringrazio di quel che
avrete fatto per la mia vecchia.

E poi volgendosi alla donna dirimpetto a lui:

-- Se tutti fossero galantuomini come Carlino, la guerra non ci sarebbe.

-- Non ci sarebbero tante famiglie addolorate -- sospir la donna.

Riprese il mulattiere:

-- La guerra non si pu fare senza ammazzar il prossimo, e non c' da
meravigliarsi che molti abbiano da patire. Non c' da meravigliarsi che
uno si salvi e uno ci resti. Secondo il destino! Un giorno io conducevo
la mula su per un monte battuto dalla mitraglia. Tenevo la briglia a man
mancina, dalla parte bassa del sentiero. Un colpo, e la mula stramazz
con la testa fracassata. Se ero a mano diritta, il colpo toccava a me.
Bene; chi mi avesse detto quel giorno: -- Tu l'hai scampata; tua moglie
non la scamper --, gli avrei dato del matto.

Sempre col tono d'uno che narra una storia non sua, il soldato continu:

-- Matto invece sono stato io, dall'altra sera fino a oggi, fino all'ora
che ho discorso con mio cognato. L'altra sera io e il mio compagno,
Biagini, un toscano, avevamo gi caricate le bestie (si andava al
reparto, al lume di luna), quando mi consegnarono una lettera. Accendo
un zolfanello. Vedo che non  la scrittura di mia moglie;  della mamma.
-- Uhm! -- dico. -- Scrivermi la mamma?: m'insospettisce. -- Non ci
pensare -- fa Biagini. -- Siamo al Natale e tutte le mamme scrivono ai
su' figliuoli. -- E non ci pensai pi. Tornati, nella baracca ci avevo
un pezzo di candela. Lessi.  persuasa? Mi misi in mente che fosse un
raggiro di mia madre con qualcuno del Comune per ottenermi la licenza.
Anche il certificato di morte mi pareva una fola! Ma oggi ho dovuto
credere. Mia moglie il sabato avanti le Feste venne a Bologna a trovar
la sorella; stava bene; allegra; il ritratto della salute. Arriv a
casa, e and a letto, che non era pi lei. Mio fratello corse dal
dottore, e lei in quel mentre spirava.

Una breve pausa; e dopo:

-- Cosa importa saper il come e il perch?  morta: ecco!

La donna chiese:

-- Avete figli?

-- Uno; di sei anni. Il giorno che partii, volli mangiare, prima
d'avviarmi. Mia moglie -- piangeva -- cominci a tagliar del prosciutto.
-- Basta! -- diss'io. E il bambino: -- No, mamma; tagliane pur molto,
del prosciutto, al babbo, che non ne manger pi. -- Fra poco il bambino
mi verr incontro e mi dir: -- La mamma  morta.

Il vicino di posto guard il mulattiere: immutato nel viso come nella
voce. Solo gli vide una lagrima, ferma, tra ciglio e ciglio, in coda
all'occhio.

Allora parl colui:

-- Sapete perch l'avete perduta, la vostra donna? Perch era onesta. Le
altre, che non si accorano d'aver il marito lontano, quelle, state pur
sicuro, non muoiono!

Gli ascoltatori approvarono, e la conversazione prese un andamento
piacevole. Saverio rideva non meno degli altri, e pi forte.

Nessuno avvertiva in lui un'eccitazione strana: per l'insonnia -- tre
notti che non dormiva --; per la fame -- dalla sera innanzi non aveva
mangiato che una mezza pagnotta --; per il piacere stesso che, in
contrasto con la sua sventura, provava a riudire il suo dialetto, a
trovarsi fra gente delle sue parti, in vista ai noti luoghi, lontano
dalla vita di guerra. Nessuno, neppure il vicino, dubitava ch'egli non
fosse una clamorosa testimonianza del motto: Chi  morto, giace; e chi
 vivo, si d pace.

                                  ----

Carlino e Saverio discesero alla stazione di San Niccol. Una stretta di
mano; buona sera!, e si separarono.

Il soldato s'incammin a passo di marcia per la viottola solitaria.

Cadeva rapido il crepuscolo; la luce sfuggiva dalla tetraggine dei campi
arati, umidi e neri; dei filari degli olmi scheletriti; della nebbia che
celava le montagne e velava di desolazione le cascine e le case sperdute
nel freddo. I pappi delle vitalbe coprivano d'una bianchezza funerea le
siepi brulle ed irte. E Saverio andava per il fango.

Precorrendo col pensiero rivedeva il fratello, maggiore di parecchi
anni, sempre uguale: taciturno, rozzo, e robusto e paziente come i buoi
a cui s'affezionava pi che agli uomini; rivedeva, invecchiata, la
madre; cresciuto il figliuolo. Che smania di stringerselo sul cuore! --
Giorgio! Giorgio! -- Ma il timore di udirlo piangere, invocar la madre,
gli diveniva un senso di peso enorme, addosso.

Eppure aveva seco, nel tascapane, il modo di quetarlo. -- Guarda cosa
t'ho portato! Un pastorino con l'agnello! -- L'aveva comperato a
Bologna, sotto il portico della chiesa dei Servi, ove i venditori di
figurine da presepio indugiavano sin oltre l'Epifania. Quattro soldi!
Per quattro soldi, una volta, se ne avevan quattro delle figure di
terracotta.

Il mondo, non c' che dire, va a rovescio; chi per abbia voglia di
lavorare ci trover sempre da far bene. E la guerra se molti ne porta in
su, molti ne porta in basso; caler il prezzo del terreno, e fortunati
quelli che avran capitale da investire in campagna! A guerra finita, lui
e il fratello potrebbero lasciar la mezzadria e prendere in affitto un
buon podere; e industriarsi col bestiame. Mercante di buoi: era stato il
suo sogno fin da ragazzo. Occhio sicuro, astuzia, parola di galantuomo;
la frusta in mano, e il portafogli pieno di biglietti da cento.

Cos, sognando per arrivare a casa di buon animo, arriv finalmente a
casa.

                                  ----

Il cane pareva impazzito; balzava contro e guaiva; correva a furia
intorno e abbaiava; chiamava.

Il fratello, che aveva gi rifatto il letto alle bestie, usc dalla
stalla col lanternino acceso. Non si commosse.

-- Cos'hai di licenza?

-- Otto giorni.

-- Va bene. Mi aiuterai a potare.

La madre, abbandonata la polenta al fuoco, spalanc le braccia.

-- Quanto aspettare, figliol mio!

-- Ehi, mamma!, non voglio pianti -- ammon il soldato entrando. --
Pugni al cielo non se ne danno: dunque.... E Giorgio?

-- L'ho messo a letto; stanco; addormentato. Non sta mai fermo in tutto
il giorno!

Il soldato si lev il rotolo del mantello, che aveva a tracolla, e lo
depose sul cassone; appicc la bisaccia a un chiodo; tolse di mano al
fratello il lanternino, e dicendo: -- Vuotate la polenta, che son morto
di fame -- sal, per la scala di legno, al piano di sopra. Ridiscese
tosto.

-- Dorme.  bello. Son contento.

Gli lucevano gli occhi, ma il fratello e la madre finsero di non
accorgersene.

Sedettero; i due uomini, alla tavola, la vecchia, sul focolare; e
ingoiarono le fette fumanti.

-- Hai saputo di Michele Costa? -- chiese il fratello.

-- S, me l'ha detto Carlino in treno.

Allora la madre pigli coraggio.

-- T'avr detto anche, Carlino, che abbiam fatto quel che abbiam potuto?

-- S. Non ne discorriamo pi.

-- E la guerra? -- il fratello dimand, dopo un poco.

Saverio scosse le spalle. C'era ben altro da pensare, da dire! Parl con
voce ferma.

-- La mamma  vecchia; e d'una donna giovine in famiglia ne abbiam
bisogno. Prendi moglie tu.

-- No -- rispose il fratello, risoluto. -- Tribolare piuttosto.

-- Ne prender un'altra io. Ma badate: una come quella non la trovo pi
in tutto il mondo.

--  vero -- conferm la madre. Soggiunse: -- Sinch io camper, una
matrigna non lo tratter male, il bambino.

-- E dopo -- esclam torvo Saverio -- non mi mancherebbe un randello da
romperle su la schiena se non rispettasse il mio sangue!

La vecchia si alz in fretta; and a deporre il piatto nel secchiaio; si
asciug gli occhi col dorso della mano, e Saverio finse di non
accorgersene.

-- Adesso -- il fratello disse riempiendo la pipa -- ti mostro i conti.
Li ha fatti Carlino iersera. Due volte  venuto per consolarci.

E torn con le carte. Saverio accost a s il lume a petrolio e cominci
a rintracciare e sommare rendite e spese. In fine, le spese del
mortorio: tanto, nelle torce; tanto, nelle messe; tanto, nel resto.

-- Anche i preti non scherzano! -- comment.

Ma le rendite del grano e dell'uva erano grandi.

-- Ti scaldo il letto? -- propose la madre.

-- No, vado a dormir nella stalla.

E riacceso il lanternino, i fratelli uscirono.

Nella stalla Saverio guard ai buoi giacenti. Fe' rialzare i manzoli
nuovi; li palp; li accarezz.

-- Belli! Da guadagno.

Poscia l'uno si gett su la branda; l'altro -- il soldato -- nel mucchio
di paglia: vi si immerse; se ne ricoperse con un piacere di ragazzo.

E il russare degli uomini non tard a confondersi col respirar fondo dei
buoi.

                                  ----

Allorch, la mattina dopo, Saverio entr in casa, nel camino
fiammeggiava un bel fuoco.

-- Mamma, preparatemi i vestiti, da mutarmi.

-- E alzer Giorgio -- disse la vecchia sorridendo. -- Sgambetta per
tempo.

Il soldato rimase solo. La cucina gli sembrava pi ampia e pi nera nel
contrasto delle due luci: la fiamma rossa e riverberante, e l'albore,
che entrava per la finestra appannata.

E d'improvviso, in quello schiarire incerto, ebbe dinanzi a s
l'immagine della morta: cos evidente da chiamarla. Volse il capo; e
ugualmente improvviso gli torn un ricordo. Il d che si sposarono, in
municipio, uno di coloro che scrivevano esclam, serio: -- Bella coppia
di sposi!

Un brivido gli corse per la vita; sent una colpa nel ripensare a lei
bella senza pensare a lei buona. E cominci a parlare, a mezza voce,
quasi ci fosse qualcuno ad ascoltar la lezione della sua esperienza.

-- Alla passione non si comanda.  nel cuore? E anche se non ci date
mente, anche se discorrete d'altro, anche se scherzate e ridete, anche
se non ve ne accorgete, a poco a poco, la passione, dentro, cresce
cresce....

Si rivide nel tragitto a piedi sino al deposito, nel tragitto in camion
sino a Verona, nel viaggio da Verona a Bologna, e da Bologna a San
Niccol, in piacevole compagnia.

Chi avrebbe mai detto che il cuore, intanto, gli si riempiva in questa
maniera? E lungo la strada da San Niccol a casa non s'era divagato
facendo castelli in aria? E nell'incontro col fratello e con la madre, e
durante la cena non aveva provato come l'alleggerimento d'un peso? Non
aveva dormito tutta la notte, di gusto, senza sogni? Ma intanto, a poco
a poco, la passione cresceva, seguitava a riempirgli il cuore. E quando
 pieno, basta un niente perch trabocchi.

No! Si contenne. Il bambino, di sopra, chiamava: -- Babbo! babbo! --;
scendeva.

Gli mosse incontro; lo prese per mano gridando: -- Vieni a vedere,
Giorgio, cosa ti ho portato!

E con lui and a staccar dal chiodo la bisaccia; si sed, con lui
accanto, alla tavola, presso alla finestra; introdusse la mano nel
tascapane, adagio, per aumentar l'aspettazione gioiosa.

Ma -- addio pastorino di terracotta! --: la mano ne tocc due, tre
pezzi.

Forse aveva sbattuta la bisaccia salendo in treno, o scendendo? Non
importava saper il come e il perch; era rotta, ecco!

Ne ritrasse i pezzi, li osserv, e allora -- basta un niente quando il
cuore  troppo pieno -- allora stringendo di pi a s il figliuolo col
braccio destro, distese il braccio sinistro su la tavola, vi appoggi la
fronte e ruppe in singhiozzi.

Il bambino taceva. Stupito, considerava la figurina infranta e il padre
piangente. Ma si divincol.

-- Aspetta, babbo! Lasciami andare! Lasciami andare!

Sfugg, sal a gran passi la scala. Torn che lo sfogo non era cessato.

-- Guarda, babbo! Guarda! Questa  pi bella della tua! Me la port la
mamma da Bologna, prima di morire. Non piangere! te la d a te.
Prendila.

Il padre sollev il capo; sorrise tra le grosse lagrime; scorse negli
occhi del figliuolo, mentre gli offriva la figurina, gli occhi della sua
donna; e prese a tempestarlo di baci.

E il bambino si mise a piangere anche lui.




                          IL CAMICIOTTO ROSSO.


Un discorde mugliare: richiami angusti di vitelli, come impediti da un
soffocamento; aperte, disperate invocazioni di madri; risposte lunghe,
come estratte dal torace profondo, di buoi. E uno strepito di campanacci
e un romore di voci umane.

Sotto l'ombria dei tigli e delle acacie arboree l'agitazione delle
bestie e degli uomini da lontano appariva confusa di bianco e di scuro;
lenta, folta. Ma a penetrarvi si scorgeva un comporsi e uno scomporsi di
gruppi nelle vicende del mercato; un diradar della folla quando, a ogni
prova di compera, si facevan andare le paia che i garzoni tiravano per
le mordacchie. I sensali schioccavan le fruste; frustavano seguendo per
alcuni passi; e arrestandosi nel dar l'ultimo colpo, piegavano innanzi
la persona e la risollevavano quasi a ritirarsi dagli animali lasciati
in libero movimento.

-- Guardate!

Cominciava l'esaltazione dei pregi; la speculazione dubitosa dei difetti
e dei vizi; e mentre i venditori attendevano con le braccia conserte o
le mani aperte sul petto, il pollice entro i giri del panciotto, i
compratori esaminavano a fatica i denti, sorridevano al vecchio inganno
delle corna ingiallite e lustrate con olio e mallo di noce, scostavan le
moscaiuole per veder del tutto la quiete degli occhi, tastavano le gambe
ai malleoli se non celassero vesciconi, raccoglievano in pugno la pelle
del fianco per accertarne la morbidezza, accostavano l'orecchio ad
ascoltar il respiro e il cuore. E venivan, dopo, le chiassose richieste
e le proposte commentate da bestemmie, da risate, da gioconde
contumelie. Finch il sensale tratteneva per un braccio l'acquirente che
fingeva di voler scappare; afferrava sotto il braccio o col braccio
dietro al dorso il venditore, che si fingeva irremovibile, e
trascinatolo in disparte, gli parlava sottovoce e lo riconduceva
all'altro. Nuova richiesta; nuova proposta.

E si ripeteva la disamina; e si trovavano non abbastanza diritte o
asciutte le gambe, non perfetto l'appaiamento. Intorno, i curiosi
aspettavano. Poi, all'ultima proposta del sensale, avanzavano
faccendieri e amici a sospingere il braccio del venditore, il braccio
del compratore; e le due destre s'impalmavano che l'accordo non era
ancora pieno. Con dinieghi aspri si svincolavano le mani; con qualche
piccolo rialzo e ribasso di prezzo, concesso a stento, si riprendevano.
E se, dopo tanto, il contratto era concluso, che strapponi lo
consacravano! Il sensale da un lato, gli amici dall'altro, con ambedue
le mani premevano alla poderosa, imprescindibile stretta finale.

                                  ----

Fra i paltonieri che al mercato cercavano di buscar qualche soldo e tra
gli spettatori pi attenti lo Scricco non mancava mai, da poi che era
tornato in paese. Ma non infastidiva nessuno. L in mezzo sentiva meno
la fame e si saziava di innocua invidia e di una speranza che solo nel
suo segreto si arrovellava in minaccia. Perch, uscito dal penitenziario
dopo la lunga condanna, non l'avevano commosso troppo i mutamenti del
mondo: i traffici intravveduti alle stazioni ferroviarie, i transiti
delle biciclette e delle automobili per ogni strada, le fabbriche sorte
anche nel paese nativo non gli avevano distolto l'animo dalle
rimembranze per amareggiarlo con lo spettacolo di ricchezze e
soddisfazioni impensate, di una felicit ignorata. Per lui i beni grandi
e invidiabili restavan quelli per cui aveva ceduto alla colpa e
sopportata la pena; erano i campi verdi e solatii; erano le case ove i
sacchi di frumento, di frumentone e sementi si addossavano lungo la
loggia ed ove fermentava l'uva nei tini enormi; erano le stalle ove non
una delle dodici poste si lasciava mai vuota.

Ah, il sogno della sua giovinezza! Accumular denaro che bastasse
all'acquisto di un pezzo di terra, e di l estendere possedimento e
fortuna, e conquistar la ricchezza che non muta per mutar di tempi e di
progressi e di macchine; ed essere felice!

Invece, ecco: ricettando e rivendendo le cose rubate, aveva perduto
tutto; resistendo alla forza, aveva aggravato il delitto; tacendo
ostinatamente, sempre, il nome dei complici e salvando il maggior
colpevole, aveva aggravata la condanna su di s. Diciotto anni! E
intanto Sandro Molenda, Sandro il ladro, il maggior colpevole che egli
aveva salvato col silenzio, si era fatto ricco lui. Possedeva fondi e
bestiame!

E tutti lo rispettavano. E scorgendo al mercato chi l'aveva salvato
dalla galera, non dava segno di riconoscerlo. Temeva. Ma verrebbe l'ora
di comparirgli dinanzi, guardarlo in faccia e dirgli: -- Son qui!

L'occasione venne il d che Sandro Molenda contrattava un bel paio di
bestie con un contadino di Romagna bassa. Quando chiese: -- Son fidi?
--, il venditore rispose: -- Fidi --; e, volto l'occhio in giro, fe'
cenno a quello che tra i presenti gli parve prestarsi meglio alla prova.
Poco pi alto di un ragazzo, spelazzato nella faccia strana, in testa un
cappellaccio da risaiolo, lo Scricco si avvicin. Con vecchia esperienza
palp nel collo, l'un dopo l'altro, i mirabili buoi; li gratt tra le
corna; avvicin il volto ai musi abbassati tirando la cavezza; tolse le
mordacchie: non si muovevano. Fidi! Guardavano lontano, come in uno
stupore di sogno perduto.

I due tentarono, strinsero il contratto.

-- Ve li guido a casa io? -- disse lo Scricco a Sandro, piantandogli gli
occhi in faccia, appena avvenuta la compera.

Quasi non l'avesse mai conosciuto o lo avesse sempre conosciuto per
galantuomo, Sandro disse:

-- E tu guidali.

Poi si scost col sensale e il venditore; rimise in tasca il grosso
taccuino; e si rivolse:

-- Avvati, che ti raggiungo.

Un amico gli strizz l'occhio. Mormor:

-- Li hai consegnati a buone mani!

                                  ----

Con il cavallo al passo dietro i buoi che lo Scricco conduceva, Sandro
Molenda trovava sollievo in un sospetto che altra volta gli sarebbe
stato gravoso.

Quei due animali cos belli e forti e bene appaiati, da esposizione, li
aveva comperati per meno di quanto valevano in apparenza. Qualche
difetto dovevano averlo. Quale? Li considerava; li immaginava sotto il
giogo, a timone del carro o dell'aratro: quale dei due gli sfigurerebbe?

Ma perch impensierirsi se aveva agio a sperimentarli, e otto giorni di
tempo al referto e alla restituzione? Perch confondersi in quel
pensiero? Lo minacciava ben altro pericolo: un pericolo tale che la
mente rifuggiva dal chiarirlo e il cuore se ne angosciava quasi a una
oscura rovina, a un disastro travolgente, mortale. L'energia e l'astuzia
che l'avevano tirato fuori dal fango, che nelle prime furfanterie
l'avevan difeso dai pericoli e dalle paure, che l'avevan sospinto, dopo,
a camminare per la via diritta, lo sosterrebbero ancora. Voleva! Ma
intanto non poteva concepire l'azione liberatrice se non afferrando,
fermando l'idea che dal d che aveva riveduto lo Scricco gli era
balenata tremenda. Non c'era scampo; o non lo soccorreva, l'antico
complice, e lo Scricco avrebbe presto o tardi rivelato a tutti l'antica
complicit, la generosit che non riceveva compenso; lo soccorreva, e la
gente chiederebbe per che vincoli egli fosse tenuto a un avanzo di
galera, e qualcuno rinvangherebbe il passato e scoprirebbe il principio
di quella fortuna che ingelosiva gli uguali d'un tempo e i nemici
d'adesso. Nessuno scampo.... finch il complice, che aveva scontato per
lui, viveva. Diciott'anni! Pareva ieri; e una denunzia sarebbe forse
ancor valida! Diciotto anni, a Portolongone, a Castelfranco; ed era
tornato, quel miserabile, a guardarlo in faccia e a dirgli con gli
occhi: -- Son qui. O mi aiuti, o ti smacco!

Ma che varrebbe comperarne il silenzio? Dimostrando obbligazione a un
galeotto non dimostrerebbe che ladro era stato anche lui?

Cos Sandro Molenda -- lo saprebbe tutto il mondo -- aveva fatti i
quattrini. Ladro! Nessuno scampo finch lo Scricco viveva!

.... D'improvviso, al passare d'un biroccino, i buoi balzarono; e lo
Scricco fece appena in tempo a scansarsi, a trattenerli.

Sandro strinse gli occhi. Nel riflettere raccoglieva sempre lo sguardo
sotto le grosse ciglia. Dunque erano ombrosi? No: uno si era spaurito
alla mossa repentina dell'altro, e l'altro, il destro, aveva dato un
balzo innanzi come per assalire, di furia.

Allora Sandro rincorse con lo sguardo il biroccino che era oltrepassato;
vide e disse: -- Ho capito. -- Avevano cercato d'ingannarlo nella
compera, e per la rabbia si mordeva le labbra; sfogava il segreto
sgomento con imprecazioni a mezza voce contro il venditore.

Se non che, a poco a poco, spian il viso; gli rifulsero gli occhi e le
idee torbide scomparvero quasi al seguire di una vivida speranza, o al
risolversi dell'animo in un savio proposito.

E quando furono a casa il bifolco e gli altri uomini ammirarono i buoi.
Sorridente, senza interloquire, lo Scricco ammirava tutto intorno, e
sembrava lieto. La casa, tozza e massiccia, attestava uno stabile
benessere; la cascina era gonfia di fieno e di paglia; il campo arato,
tra i diritti filari, aveva le zolle nere di concime, al sole. Sotto il
portichetto una delle nuore allattava un bambino paffuto; la reggitora,
nell'aia, diffondeva palate di mondiglia a una moltitudine di galline e
pollastri, faraone e anitre.

-- A te! -- chiam Sandro contando pochi soldi e porgendoli allo
Scricco. Questi li intasc; disse: -- Vi saluto, gente! --; e se ne
andava. Ma si ferm l, dove, presso la catasta di legna e di fasci,
erano ammucchiate le zucche per i porci.

-- Vuoi una zucca? -- gli chiese a voce alta Sandro, per ridere.

Rise anche lo Scricco tornando indietro; e quando gli fu presso disse a
mezza voce:

-- Fareste meglio a tenermi qua da voi, per garzone.

L'altro strinse gli occhi fissandolo; poi rispose:

-- E io ti tengo.

                                  ----

Cos lo Scricco fu contento. Cominciata la vendemmia, accett volentieri
di portare con gli operai pi robusti i cesti e i bigonci; e sapendosi
da che parte veniva, i compagni l'incitavano a raccontare. -- Cosa
facevi in collegio? Come ci campavi? Stavi allegro? -- Egli, durante le
soste dell'opera, raccontava; teneva allegra la compagnia per il modo
con cui esaltava le delizie del reclusorio. Cantava anche a squarciagola
una canzone che aveva sommessamente imparata a Castelfranco; e ridevano,
sebbene fosse una canzone da piangere.

Ma per il campo lo Scricco si meravigliava e godeva -- e non lo diceva
-- delle piccole cose che ritrovava dopo tanti anni, e che gli
ridestavano impressioni di sogni avuti l dentro, nella cella, alle
notti grevi.

Allodole trillavano invisibili contro il sole; cincie e lui si
chiamavano, mai stanchi, d'albero in albero; le passere frullavano a
frotte. Nei prati, i fiori d'inverno rompevano di lilla le verdi
distese, brillavano gocce di guazza; candide famiglie di funghi
spuntavano dalle radure. Si spandeva lontano l'odore dei pioppi. E al
sole la dolcezza dell'aria faceva ricordare i giorni pi tristi, ma
passati per sempre.

Frattanto con cautela, in segreto, il padrone si era accertato del vizio
che aveva uno dei buoi acquistati da poco. Come aveva dato un balzo al
passaggio di quel biroccino su cui era una donna col fazzoletto rosso,
la bestia infuriava a mostrarle un fazzoletto rosso: tentava assalire
cozzando. Terribile, se potesse! Era pericoloso irritarla anche l,
legata alla posta. Quando i buoi han l'ira del rosso, nel sangue, guai;
per ammazzare si lascerebbero ammazzare.

Pure, Sandro non fece il referto; non ne parl con nessuno.

E temeva se ne accorgesse il bifolco.

E fece fretta al sarto che, a norma dei patti, venisse a trar di cenci
il garzone. Comper anche, per il garzone, la flanella da fargli un
camiciotto; rossa; e lo cuciva una delle nuore.

-- Vi nomineremo Garibaldi -- dicevano ridendo le donne.

Allo Scricco pareva di tornare ragazzo, quando aspettava ansioso il
giorno della festa che indosserebbe il vestito nuovo, la camicia nuova.

                                  ----

E fu un giorno di festa. Tutti, fuor che lor due -- reggitore e garzone
-- erano ai vesperi. Giuocata che ebbero una partita alle bocce -- la
vinse lo Scricco --, entrarono nella stalla; lo Scricco a prender la
sacchetta per andare alla foglia; Sandro per salir dalla botola nella
cascina a dormire -- disse -- un bel sonno, tra il fieno.

Ma appena fu disopra, il padrone ridiscese, svelto.

Ascoltava allontanarsi la voce, che cantava la canzone di Castelfranco
e, interrotta, rispondeva a uno che moveva parola dalla strada. Quindi
sciolse, Sandro Molenda, il bue insano; lo spinse fuori della posta; lo
avvi fuori della stalla, guatando (il camiciotto rosso non era a met
della capedagna); si nascose, svelto.

E pochi istanti passarono, eterni.

Chi non crederebbe a una disgrazia? Il bue insano (chi ne aveva colpa?)
si era slegato, era scappato; e lui, accorso subito -- troppo tardi --
alle grida.

Ecco.

-- Correte, gente! -- grid l'uomo che aveva mosso parola dalla strada.

-- Madonna, aiuto! -- lo Scricco grid: una volta sola.

-- Aiuto! -- ripet Sandro Molenda accorrendo con un forcale: -- Aiuto!
-- E giunse.... -- troppo presto? --: no.




                     LA CASSAFORTE DI DON FIORENZO.


Quando don Fiorenzo fu in fondo alla chiesa, si volt, disse a bassa
voce: -- Signore, ve li consegno a Voi! --; e segnatosi con la solita
rapidit, usc.

Il cielo schiariva. Pallidamente, il sole intiepidiva l'aria invernale.
E il prete si mise a sedere sul gradino per riscaldarsi un poco al sole
e quasi per rischiararsi lui pure dentro, nell'animo, che una commozione
strana conturbava: di letizia amareggiata da un prossimo timore; di
gioia impedita da una persistente gravezza.

-- La mia cassaforte! -- pens; e sorrise. Ma il pensiero gli ricadde
inerte, ed egli rest a lungo cos, seguendo con lo sguardo la vicenda
della nuvolaglia pi o meno tenue, non ancora trapassata n aperta da
raggi del tutto vittoriosi.

Finch, grazie a Dio, irradi una vivida spera.

-- Mille e settecentocinquanta lire riscosse allora allora, calde calde.
Mille e settecentocinquanta! Che somma! Che cordiale! Ah!, i quattrini,
hanno proprio il vigore, l'ardore d'un cordiale che risuscita! -- E
questa volta rise di gusto, e si diede a pensare rinvigorito,
infervorato, franco. Ne aveva abbastanza; finalmente non avrebbe pi un
centesimo di debito, con nessuno al mondo! Finalmente potrebbe spendere
senza angustia per una veste (e si guard la veste rossigna e tignosa),
per un paio di scarpe (e si guard a quelle scarpe). Finalmente potrebbe
cavarsi qualche onesta voglia senza paura! No? Gli arriverebbe addosso
l'Americano, suo fratello, con la solita burbanza, con la solita
prepotenza, con i soliti assalti? -- Che prete sei? Dove hai nascosti i
quattrini che hai riscossi da Bisaccia? Dammeli! Ne ho bisogno! Li
voglio! Bada!...

-- No! non te li d! Trovali!; e se li trovi, prendili! Cadrai
fulminato!

Una pausa. Quindi don Fiorenzo rispose forte a suo fratello come
l'avesse davvero l davanti, trattenuto dalla tremenda minaccia; e si
sfog, finalmente.

-- Che prete sono? Un prete che ha sempre fatto il suo dovere; un
galantuomo, sono, io, che ha sempre sofferto in lite con la miseria!

Sempre! E adesso che ho quel che ho, un capitale mio, tutto mio (un
biglietto da mille, stupendo; uno da cinquecento, sudicio, ma stupendo
anche lui; due da cento, del Banco di Napoli, belli e buoni; due
marenghi d'oro lucidi e sonanti che consolano a toccarli, e una carta da
dieci per giunta), adesso che posso rifiatare, io, fratello, non ti
scongiuro pi a mani in croce di non rovinarmi, di non sacrificarmi, di
non rubarmi, e ti domando, io, a te: -- Che fratello sei? che cristiano
sei? che uomo sei? E ti dico:

Quando io digiunavo per tirar innanzi gli studi e arrivare a dir messa;
quando nostra madre rompeva il digiuno a fette di polenta, tu eri gi in
America a far fortuna, e non mandavi un soldo, che  un soldo, a casa,
mai; e affrettavi con la tua condotta, col tuo silenzio, coi tuoi
misteri, la morte di quella santa! Che Dio ti perdoni! E quando sei
tornato e mi hai veduto qui, nella parrocchia pi misera, pi trista
della diocesi, e mi hai veduto nelle spese e nei debiti -- la cascina,
bruciata, da rifare; il fondo da bonificare; la vigna da ripiantare, da
scassare, da curare --, sei venuto forse ad aiutarmi? Ti sei dato,
invece, alle gozzoviglie in paese, laggi, perch ti credessero un gran
signore e ti dicessero l'Americano; ti sei mangiato, bevuto, giocato
tutto. Spassi e bagordi! Donnacce! Faraone e goffetto! E io non conosco
nemmeno le carte! Poi, dopo: -- Fiorenzo, prestami cinquanta lire, cento
lire! -- Non le avevo: il capomastro da pagare; il solfato da pagare; la
banca da pagare. Povero me! E tu a rimproverarmi: -- Che prete sei? -- A
minacciarmi: -- Bada che sono stato in America! -- Come per
spiattellarmi che in America ne hai fatte di peggio. Dio ti perdoni! E
appena in paese ti informavano che avevo venduto qualche cosa, sbito mi
correvi addosso, a martirizzarmi. -- Dammi i denari!

Io: -- No! -- E me li hai portati via: pi di una volta; dal canterano,
di dentro il pagliericcio, di sotto i mattoni. Ladro! che Dio ti
perdoni.

A tal punto la fosca immagine fraterna sembrava cedere, sopraffatta. Ma
risollevava il capo. Domandava: -- Mille e settecentocinquanta franchi?

-- S! E questi non me li becchi! Questi sono in una cassaforte, mio
caro, che non si tocca senza tremare. Questi li ha in custodia un
carabiniere che ferma le mani e le gambe anche di chi  stato in
America! Prvati; cadrai fulminato! --

Non c'era da ribattere. L'Americano sembrava allontanarsi intimidito da
un sacro spavento. E dileguava.

Don Fiorenzo oramai si sentiva libero e tranquillo; guard nella realt.

Gli olmi terrei e squallidi sfilavano con le vecchie braccia aperte,
quasi a reggere un peso grande, e reggevano due o tre esili rami. Tra
gli alberi, in un punto, l'acqua del rio specchiava, dentro una luce
opaca, la sponda di contro: scolorita; brulla. Ma sollevandosi e
ondeggiando, la nebbia scopriva a poco a poco tutta la costa e svelava
il verde vivo del grano. E anche l'aria si mosse. L dinanzi le
foglioline dell'erba tremarono, piegarono, brillarono inargentate nel
riflettere il sole che or s or no le colpivano a pieno. Le galline
beccavano nel fosso, tra le foglie morte, e di tanto in tanto, mentre si
parlavano a grassa voce, ergevano il collo e la testa, per ascoltare e
occhieggiare. Una balz fuori. Bene incappottata di piume, cerc luogo
da far covino al sole, e, sbattute le ali, si be della polvere che le
fumava dintorno. Garrivano i passeri; si chiamavano i ragazzi lontano. E
una figura di donna sorse improvvisa alla riva, nera e lieve quale
un'ombra; si color nella gonna, nel fazzoletto che le copriva quasi
tutto il volto; e sbito disparve, per ricomparire e disparir poco dopo.

-- L'Assunta che raccoglie la mia e la sua cena -- pens don Fiorenzo.
Povera vecchia! Quanto le doveva! Da anni lei e il figlio Andrea
condividevano la sua povert; n essa si lamentava: si lamentava Andrea,
mal rimunerato del triplice ufficio di campanaro, becchino e vignaiuolo,
ma essa lo quetava dicendogli: -- Quando il curato ne avr, ce ne dar,
anche a noi.  un santo.

Ora il curato ne aveva.... Dargliene?

-- Faremo un buon desinaretto il primo dell'anno -- pens don Fiorenzo
con agevole trapasso. -- Una bella mangiatina, fra tre giorni.

E sorrise, indulgente a s stesso, alla sua debolezza. In verit, per
resistere alla gola aveva patito pi che per ogni altra tentazione e
contrizione; forse perch aveva patito tanto da ragazzo! E riebbe il
senso doloroso e strano d'allorch, coi libri sotto il braccio e le mani
nelle tasche vuote, si fermava in citt, davanti alle vetrine dei
pasticcieri e alle botteghe dei fruttaioli. In uno stupore avido
assaporava con gli occhi, con l'anima le ignote dolcezze; e quelle
delizie inafferrabili gli mettevano nel sangue e nei nervi come una
esasperazione e quasi uno spasimo; da piangere. Pi tardi aveva
costrette in s voglie ben pi sostanziali ma non minori. Oh un cappone
arrosto! E i capponi bisognava venderli. Oh i cappelletti in brodo! E il
riso era la minestra dei d solenni. Oh una torta vanigliata! E grazie
se gliene toccava, rare volte, alle feste d'altre parrocchie!

I colleghi non scorgevano che fatica egli durava a contenersi nei loro
pranzi e a ingoiar acquolina. Piuttosto essi lo accusavano di poca
sollecitudine, di poco zelo nel suo ministero.

A torto? del tutto? No? Forse no. Perch..., perch egli non era stato
abbastanza sincero nel confortare gli infelici sentendosi pi infelice
di loro; non era stato abbastanza ardente e puro nei riti essendo
angustiato sempre dagli affari e dai debiti, quando non erano i terrori
delle cambiali in scadenza, delle citazioni e dei sequestri.

Maledetti i quattrini!, allora.... Ma adesso, oh!, adesso che gli
ridavano la pace e la gioia, eran benedetti, dentro quella cassaforte,
anche dall'invulnerabile custode!

-- Signore, mi raccomando a Voi! -- ripet don Fiorenzo; e
nell'invocazione, congiunse al desiderio d'essere perdonato delle sue
mancanze, la piena fiducia di meritar tuttavia aiuto e difesa. Quindi
torn a guardar fuori di s.

Il sole risplendeva libero, ora, d'ogni velame; con raggi vibranti di
vita inesausta rianimava tutte le cose intirizzite, assopite, stinte,
spogliate, strinate dal freddo, e ai suoi raggi correva in tutto,
sensibilmente, una aspettazione benefica: di fronde e foglie negli
alberi, di acque chiare nel rio, di fiori tra l'erba, di spiche sulla
costa, di grappoli nella vigna, di opere e di canti agli uomini.

Potenza di Dio! Questo granellino di polvere sperso nell'infinito, che
dicono sia la nostra terra, come  grande!, che portenti racchiude!

Quante energie! Quante creature! Quante forme diverse di erbe e di
fiori, di colori e profumi! quante sorgive limpide e fresche! quante
messi e granaglie! quante sorti di uva bianca e nera, e che vini!

Nella ingenua ignoranza pareva al povero prete d'essere improvvisamente
illuminato quel giorno da una miracolosa rivelazione.

Per la prima volta immaginava con anima partecipe la gioia del vivere in
ogni cosa vivente. Gli pareva di tornare nel mondo dopo esserne stato
escluso fin dall'infanzia, e di comprendere, di vederne solo ora le
segrete leggi di armonia naturale ed arcana. Mai, mai aveva riflettuto
cos sulle semine che riposano nell'inverno e al lento sviluppo dei
germi e al verzicare; mai aveva pensato che le creature vegetative
fossero uguali, nell'immensa volutt dell'esistere, alle animali, alle
umane; e tutte uguali nell'amplesso di Dio. Mai, mai aveva pensato alle
forze fecondatrici e vivificatrici e pensato anche, cos, all'unico
palpito universale, al totale amore profondo e sublime.

E questo piacere che aveva adesso dalla mente e dal cuore, questa
coscienza di penetrazione, la quale pareggiava lui, povero prete
ignorante, allo scienziato e al sapiente, a poco a poco lo turbava,
l'affannava come un astemio che teme di inebriarsi e si inebria quasi
senza volere.

Ne resist. Prov il bisogno di espandere liberamente quell'intima
gioia; ebbe voglia di cantare. Ma seguendo a voce sommessa la patetica
cadenza dell'inno a Santa Lucia, s'intener; dov smettere, recitare,
con la solita fretta, una preghiera. E lo riprese il senso gioioso di
prima: anzi pi alacre, pi copioso, pi possente. Gli pareva di sentire
il fluido che nutriva le midolle arboree, che a primavera dilatava le
scorze e rompeva in gemme; di sentire la virt che faceva fiorire i
bocci, l'irrequietudine vitale che agitava in istrida e voli i passeri,
la tranquillit vitale che faceva chiocciar le galline vicine a lui; e
sent da lontano, impetuoso, precipitoso, avanzare il trotto di un
cavallo. Avanzava, avanzava. Divenne, istantaneamente, quel trotto, un
galoppo furioso, il rombo di cento cavalli sfrenati in una confusione
enorme. Una confusione enorme, dentro, nel cuore; dentro nel cervello.
Un crollo, uno schianto dell'universo; e il sole rosso, di sangue. --
Gesummaria!

Tent d'alzarsi in piedi. Ricadde.

                                  ----

L'Assunta, che rincasava con una grembiulata di duri radicchi e d'ispide
cicerbite, credendo che il curato dormisse, lo sgrid:

-- Dorme al sole? Fa male.

Ma accostatasi vide meglio; e si di a urlare:

-- Andrea! Andrea!

.... Presto la voce della disgrazia corse dalla canonica alla prima
casa; di l, per tutta la parrocchia. In paese port la notizia il
medico: il quale era giunto lass quando non gli restava che constatare
il decesso, per aneurisma. E uno, entrando all'osteria del Gallo,
annunzi:

--  morto d'un accidente il curato del Palsio.

L'Americano stava giocando. Volse il capo; e rimase con le carte a
mezz'aria. Appena per Bisaccia, il commerciante, che mangiava in
disparte, ebbe esclamato: -- Gli ho pagato stamattina i quattrini
dell'uva e del grano, ed era tutto svelto! --, l'Americano gett le
carte, si stacc dalla tavola, si raccomand all'oste:

-- Un cavallo, un biroccino, subito!  morto mio fratello!

                                  ----

S: suo fratello. L in canonica, nel letto, scorgendolo quale se
riposasse queto e contento, ritrasse lo sguardo; e mentre l'Assunta in
ginocchio biascicava il rosario e Andrea smoccolava con le dita le
candele che gocciavano, l'Americano tolse dal portapanni la veste e il
panciotto, frug nelle tasche, invano; borbott parole incomprensibili.
Poi mise sossopra quant'era nel canterano e nella cassapanca. Poi disse
ad Andrea: -- Aiutami!

Levarono il morto dal letto e lo adagiarono su la cassapanca. Ma anche
dentro al pagliericcio non si trov niente. N si trov nessun mattone
smosso. Allora lui, il fratello, aggrottando le ciglia, chiese:

-- Questa mattina  venuto Bisaccia, il mercante?

Era venuto.

-- E dove sono i quattrini?

La vecchia non rispose. Il figlio rispose:

-- Non lo so.

-- Badate -- disse l'altro -- che saltin fuori prima di notte, o vi
denuncio!

E usc a rovistare altrove.

-- Siamo rovinati! -- mormor Andrea. Ma la madre, guardando a don
Fiorenzo:

-- Pregher lui, per noi.

                                  ----

L'Americano, infatti, non os denunciarli neanche il giorno dopo.

-- Mio fratello -- pensava -- era una gazza; nascondeva tutto. Dove li
avr messi?

-- Dove li avr messi? -- si chiedevano a vicenda la vecchia e il
figliuolo --. E se non si trovano?

Consultavano trepidanti, l'una le amiche, l'altro gli amici.

-- Con s non li ha presi -- diceva Andrea.

E l'Assunta:

-- In che rischio ci ha lasciati, se non ci avvia a trovarli!

-- Non ve ne mettete -- rispondevano amiche e amici --. Male non fare e
paura non avere! -- Ma tra loro.... Oh tra loro, strizzavan l'occhio e
mormoravano: -- Se li son presi; e fan bene a tenerseli!

Per poco i pi arditi non gliela gettavano in faccia: -- Meglio li
godiate voi che quel birichino!

E quei poveri incolpati capirono che cosa volessero significare certe
mosse di spalle, certe occhiate oblique, certi sorrisi sfuggenti, certe
parole finte. L'Assunta piangeva e si premeva d'una mano il cuore; e
Andrea scampanando, zappando e vangando ribatteva, quasi a persuadere in
s ogni incredulo: -- Ladro io non sono mai stato! Ladro, io, non sar
mai!

Nemmeno il cappellano, che era stato mandato per economo dalla Curia,
sbito dopo il mortorio, li consolava. Non conoscendoli, sospettava,
taceva.

Ma pi di tutto li sgomentava il silenzio di quell'altro, del fratello.
Uscito dalla canonica all'entrare dell'economo, non si era pi veduto
lass.

.... E due giorni dopo, all'ultimo dell'anno, che faceva un gran freddo,
la chiesa era piena di gente. Aspettavano la messa. Quando uno ud, o
cred d'udire uno scalpito e un suono di squadroni sbattuti; e susurr:
-- I carabinieri!

-- I carabinieri! -- susurrarono i vicini.

-- I carabinieri! -- avvertirono di panca in panca.

L'Assunta impallid; gem forte: -- Signore! e Andrea, che per servir la
messa accompagnava il prete dalla sagrestia, fu assalito da un tremito
convulso. Intanto alcune donne si inginocchiarono alla balaustra per
ricevere la Comunione.

E il prete sale il gradino, depone il calice sull'altare, apre il
tabernacolo, si volta a segnar nell'aria, con la mano, la croce: ricorda
ad Andrea che deve recitare il _Confiteor_. Ed ecco; il prete si volta
ancora, tende il braccio a trar fuori dal tabernacolo la pisside; ma....
Che ? che non ? Un cartoccio. Cade sull'altare, si apre: una di qua,
una di l, due cose lucide scappan via, in terra, sonando. Monete?
Marenghi? Che ? che non ?

-- Miracolo! -- esclama Andrea, pi bianco in faccia che la sua cotta.

E le donne che sorreggono l'Assunta esclamano:

-- Miracolo! Miracolo!

E tutti, in punta di piedi, ansiosi:

-- Miracolo! Miracolo! I quattrini di don Fiorenzo!

                                  ----

Ricuperato l'onore, l'Assunta e Andrea si rallegrarono come fossero essi
gli eredi del curato.

Solo, si sentivano in credito verso l'Americano appunto per quanto li
aveva fatti soffrire; e quando poi egli torn a prendere le cose
dell'eredit, coraggiosamente gli dissero che da anni non avevano avuto
nulla da don Fiorenzo. Domandare era lecito: la carit di un centinaio
di franchi.

Ma l'Americano li guat stupito.

-- Oh non ne avete avuto abbastanza del miracolo?




                             LA FORFECCHIA.


Gli uomini e le ragazze -- cominciata la mietitura -- prestavan opera
fuori del fondo, e le donne erano andate tutte e tre al fiume, a
risciacquare il bucato, perch nel rio vicino mancava l'acqua. A guardia
della stalla avrebbe dovuto rimanere il garzone; e a servire il vecchio,
se lo chiamasse.

Ed ivi, all'ombra del noce, il nonno ottantenne e la bambina di sei
anni, l'uno adagiato sulla scranna a bracciuoli, l'altra seduta su la
sponda del fosso invaso dalle erbe, guardavano con indifferenza lo
spazio conceduto ai loro occhi.

Tacevano i campi nella lunga ora pomeridiana e nella ferma calura della
fine di giugno; la casa, vuota delle solite voci, sembrava aspettare in
un abbandono tranquillo; e la vita, che urgeva d'intorno e di cui non
percepivano l'arcano senso, infondeva nel loro animo una letizia quieta,
come se nel mondo ci stessero solo loro due, e cos paghi, o come se il
mondo fosse un bene dato a lor due soltanto. Anche, per essi soltanto le
cincie e le averle pareva che pungessero di pigolii e gridii l'immoto
silenzio. E se abbassavano le palpebre e poi le rialzavano, la luce
vibrante al limite dell'ombra era quale un fulgido e tremulo velo
diffuso sulla terra perch essi, a scorgerlo, fossero contenti di
trovarsi, cos, sulla terra.

-- Cosa fai, dunque? -- domandava sorridendo il vecchione.

E la piccolina rispondeva seria:

-- Lavoro. Non vedi? -- Si provava a intrecciare spiche di loglio. N,
attenta all'impresa, poteva curarsi di lui, che cercava attirarla coi
pi dolci nomi e le promesse pi dolci per afferrarla, sollevarla su le
ginocchia e simulare di divorarsela in un boccone, vlto contro vlto; i
capelli bianchi contro i capelli biondi. -- Hamm! ti mangio!

Quelle per lei eran carezze faticose, s valide braccia aveva ancora il
vecchio; ma in compenso, quando lui allentava la stretta, lei scappava
sicura di pareggiar la partita.

-- Prendimi!

Prenderla? Da anni il nonno aveva perduto l'uso delle gambe. E rideva o
sgridava. Sgridava a tutti, fieramente, donne e uomini; quasi
pretendesse veder ripartita e accresciuta in ognuno l'energia che non
aveva pi e l'energia che gli era rimasta, o quasi volesse garantirsi
del comando -- sebbene costretto a farsi reggere a braccia ogni volta
che desiderava mutar luogo. Ma a lei, la figlia minore del figlio minore
e prediletto, non aveva mai rivolta una parola cattiva; e guai a chi la
toccasse!; e se non l'aveva vicina, sempre gli si offuscava la faccia
chiara, intorbidava lo sguardo limpido. Con lei diveniva bambino nei
discorsi; nei giuochi le era uguale.

-- Vieni qua! Porta qua -- le disse --, che ti aiuto!

No. Diffidava; non aveva voglia di resistere alle tentazioni dei morsi,
di premere le mani contro la faccia rugosa, per non soffocare, n di
strillare a difesa.

Ma poi la sedusse la proposta di una nuova gabbia da grilli. A comporla
occorrevano gambi di erba volpina e non di loglio; e il nonno glieli
indicava; e la esortava di non andar al sole a coglierne, e di non
piegarli e romperli nello strappo.

Quando bastarono, la gabbia fu presto in ordine. Non appena per fu
compiuto il lavoro, si compi il tradimento.

-- Hamm! Ti mangio!

Le strida sbigottirono fin i passeri, su per il tetto.

E il grillo?

Rispondeva il nonno che i grilli di giorno stanno in casa, per uscir la
sera a cantare alla luna e alle fate.

E lei, credula, ripigli la faccenda di prima; decisa a non lasciarsi
ingannare mai pi.

Ora il vecchio l'udiva borbottare senza ascoltarla e seguiva il ronzo
d'un calabrone tra il folto dei rami. E, come la piccolina quando egli
protraeva una tiritera noiosa, chin il capo; e a poco a poco si
addorment.

C'era tuttavia da dubitare che fingesse, per tradir poi di nuovo; e
l'altra venne a lui adagio; lo consider un pezzo, lo tocc a un
braccio; fugg zitta. Dormiva? Ripet, pi ardita. Lui non si mosse; una
mosca gli passeggi sul naso: essa rise, e si convinse che dormiva
davvero.

Che cosa fare adesso? Pensava di scappar via; di correre dal garzone, il
quale sapeva formar bambocci con la paglia o con la mota; pensava di
inseguire una farfalla al sole.

Ma rammentava le minacce materne e l'imposizione di non scostarsi dal
nonno; e trov meglio imitare il nonno. Per dormire allo stesso modo di
lui si assise al piede del noce, appoggiata al tronco. E il calabrone
che, tra il folto, ronzava per addormentar lei pure, l'addorment.

                                  ----

Il vecchione intanto sognava. Sognava di essere a mietere; e il frumento
era tanto bello che pareva d'oro. Ma le grane d'oro uscivano dalle
loppe; cadevano. Egli rampognava i figliuoli d'essere andati a mietere
prima quello degli altri, a stagione avanzata; e si sentiva stanco di
curvarsi a recider mannelle e di sgridare mentre tutti cantavano.

A poco a poco gli rifluiva nel cuore una soavit immensa. L'aria
affocata s'alleviava, si affinava in una deliziosa frescura; e al di l
del grano, il campo fioriva sotto il cielo d'un nitido turchino. Rose e
garofani; papaveri e gigli. Poi sorgeva un'immagine, che avanzava passo
passo: e sorrideva. Sembrava domandare: -- Non mi riconosci?

Se la riconosceva! La sua donna, quando era giovane. E gli parve di
sognare nel sogno, perch la sua donna morta mutava il colore dei
capelli e il colore degli occhi. E il sorriso, non pi triste, la
giocondava tutta, trasformandola. Un sogno nel sogno. L'immagine mutava,
lentamente e distintamente, in una ragazza bionda, dagli occhi celesti,
bellissima. Chi? Era lei; la bambina, ingrandita come se andasse a
nozze; felice.

Egli vedeva bene che era un sogno, che non poteva essere gi sposa;
nondimeno a scorgerla cos felice, non godeva: soffriva in fondo al
cuore. E l'afflizione cresceva cresceva, e la nipote, che egli amava pi
di s stesso, lo guardava in uno stupore muto. Ah ecco, tornava quale
doveva essere: bambina; lo chiamava; e poich, stretto al cuore, egli
non ricuperava la voce a risponderle, rompeva in pianto.

Finch, del tutto desto, il vecchione la vide che piangeva davvero,
presso a lui. N'ebbe un insolito dispetto.

-- Cos'hai da piangere? Smorfiosa!

Poverina! Aveva ragione di lamentarsi. Soffriva.

-- Nell'orecchia? Cosa ci hai nell'orecchia?

-- Una formica. -- Piagnucolando portava la mano alla guancia, quasi per
attenuare il fastidio. La formica, che le era entrata nell'orecchio, era
tanto grande!, e pregava il nonno di liberarla dalla pena, che era tanto
grande!

-- Cvala, nonno!

Il nonno la confort, gi impietosito, ma senza timore. Si fece dare un
fuscello a cui si appigliasse l'intrusa, ed estrarla. Nel dubbio per
che fosse peggio, le disse:

-- Non ci badare! Non  niente!

Anche a lui, mentre dormiva su l'erba, un giorno, era successo lo
stesso; ma le formiche hanno giudizio, e, a non stuzzicarle, tornan
fuori, riprendono l'andare.

La bambina lo guardava per credergli. Tacque un poco; indi, quasi il
fastidio s'accrescesse d'un tratto ad acuto tormento, si gett in terra,
agitata e piangente. Non valevano pi le parole a quietarla.

Il vecchio pativa con lei; n trovava pi parole da dire.

Quando, a un tratto, aprirsi nella sua mente il ricordo di un male
tremendo, di una orrenda sciagura! Mosse rapidi gli occhi dal lato del
noce, l vicino. E scorse. In fila le nere forfecchie andavano su e gi
per il tronco.

-- Dov'eri a dormire? -- domand rabbrividendo d'angoscia.

La bambina non rispondeva, piangeva.

E lui ripeteva la domanda; pregava, scongiurava che rispondesse. Ah le
abominevoli bestie!

-- Dov'eri a dormire? Dimmelo! dimmelo dunque!

Essa accenn al noce; e singhiozzando si contorceva. Soffriva tanto!
Nessun dubbio: un pericolo, una disgrazia terribile; enorme!

Affannosamente, con quanta voce aveva, il nonno si diede a chiamare il
garzone. Lo manderebbe a chiamare il medico: corresse subito, per l'amor
di Dio! Sempre lo aveva inteso dire, sempre, che le forfecchie entrano
negli orecchi di chi dorme, e se non si han pronti i ferri e la mano
dell'arte, bisogna morire. Impazzire, e morire arrabbiati come per
rabbia di cane. Quella bambina!

Chiamava quanto pi alto poteva:

-- Cleto! corri, qui! Cleto! ohe!

Invano. Il garzone se ne era andato o alla bottega per la foglia, o
altrove. Maledetto!

E la poverina gemeva, mentre lui, il nonno, atterrito, con le sue grida
ne copriva il gemito; e inveiva contro le donne che avevano lasciata la
casa vuota, sciagurate!, e contro gli altri che eran via, lontano, senza
pensare.

Nessuno udiva; e cosa poteva far lui, vecchio impotente, inchiodato in
una scranna, con quella angustia nel cuore, con quella certezza che
aveva di un pericolo, di un male -- a tardare -- irrimediabile!
Impazzire, morire! La bambina!

Ma forse non era vero quel che aveva inteso dir tante volte? Se era
vero, no, Dio non lo permetterebbe! Avrebbe misericordia. Infatti ora
piangeva pi piano. Smise di piangere, un istante, come a persuadersi
che il tormento cessava. Non cessava. E torn a lui con rinnovata
speranza; e l'abbracciava, il suo nonno, e lo scongiurava, per carit!
-- Cvala, nonno!

La liberasse! In che modo, Dio santo? Non osava: temeva far peggio;
tremava. Un medico ci voleva, sbito!; e nessuno lo udiva, povero
vecchio, solo nella sua impotenza, nella sua miseria, nel suo terrore!

L'ignoranza e il pregiudizio eccitavano la senile fantasia a un
immaginare atroce. Con le pinze della coda, le robuste e aguzze forbici,
l'animaluccio mostruoso, portato dall'istinto a nascondersi, forava a
penetrar nel cervello, e vi penetrava a poco a poco, finch vi
zampiccava, atroce, dentro. Qual tormento, qual martirio, quale spasimo
pi grande? Impazzire; morire di spasimo!

N la bambina fremendo, con la faccia sul suo petto, con le braccia su
le sue spalle, perdeva la speranza. Dal nonno attendeva il sollievo; dal
nonno il rimedio all'intollerabile male, che la frugava, la fustigava a
dentro, sempre pi a dentro. E il nonno non diceva pi nulla, non faceva
pi nulla, non sapeva far pi nulla. Tremava tutto. E allora essa si
ritrasse ostile e gli rivolse un'occhiata livida. Ah che atroce patire
doveva essere, se una bambina, quella bambina, la sua bambina, aveva
potuto esprimere dal pi profondo senso vitale tant'odio, mostrarsi cos
crudele, spietata! O forse era quell'occhiata il primo indizio della
demenza?

-- Voglio la mamma! -- urlava tentando staccarsi dalle braccia tenaci.

Egli la tratteneva preso da un'altra paura, che fuggisse e si smarrisse,
insana, per la campagna.

-- Voglio la mamma! -- urlava divincolandosi con tutte le forze; ed egli
la teneva con tutte le forze. Lottavano, il vecchione ottantenne e la
bambina di sei anni. Ma vinta, disperata, lei pieg le gambe, e lui
vinto, disperato, la lasci abbattersi ai suoi piedi.

E per non vederla svenuta o in convulsione, povero vecchio impotente,
reclin il capo e invoc dal Cielo una fine.

Perch, Dio? perch? Da cinque anni campava inchiodato in una scranna, e
non aveva bestemmiato mai; e la gente diceva: -- Siete bello, nonno!
Ammiravano la sua pazienza e la sua virt. Rassegnato, lui, che era
stato un lavoratore, un gigante! E, in coscienza, era buono. Se
sgridava, sgridava sempre per buon fine, non per cattiveria; e quando
non ubbidivano, perdonava. E ringraziava Dio e la Madonna, mattina e
sera, di conservarlo al mondo pur inchiodato a letto e nella scranna.
Perch dunque, perch castigarlo in una maniera cos barbara, in una
creatura innocente, che era la sua consolazione, il cuor del suo cuore?
Impazzire; morire!

Dio santo! no!

Il vecchione ebbe una scossa di tutti i nervi; tutta la vitalit che gli
restava insorse afferrata dalla volont indomita, e lo sospinse a un
impeto prodigioso, a una possanza furibonda, a un miracolo. Ferm le
mani sui bracciuoli, si alz. Si alz, si resse. In piedi: diritto:
gigante; col baleno, col delirio, con l'animoso spavento del miracolo.
Credette di poter muoversi da s, di poter camminare, di poter correre a
cercar qualcuno, solo che non avesse impedito il passo.

La bambina gli impediva d'andare. E trasmettendo nella voce la
ricuperata energia e il prodigio, egli url: -- Aiuto! aiuto! --; e fu
come se la casa bruciasse, o come lo assassinassero.

Non si muoveva perch dubitava che la bambina, l, a terra, fosse
svenuta o morente. Per questo non si muoveva. Ma quando la ud ripetere:
-- La mia mamma! --, le grid inviperito di lasciarlo passare; con un
supremo sforzo avanz il piede.

E ricadde, affranto, nella scranna, nella sua desolata miseria.

Un freddo mortale gli invadeva in fretta le membra, saliva a gelargli il
sangue in ogni vena. Sent la morte.

Anche la bambina stette un pezzo senza dar segno di vita. Tutto il mondo
adesso taceva; tutto il mondo aspettava.

.... Ma, a un tratto, essa lev su il capo, la persona.

Indicando, a terra, esclam vivace e giuliva:

-- Guarda, nonno! Guarda che formicone che era!

Il nonno cercava con lo sguardo. E vide: proprio una forfecchia. E vide
che il sole risplendeva ancora; e che il mondo era tornato bello.

Sorrise. Eppoi non vide pi niente.




                            LA CIOCCHETTINA.



                                   I.


Abitavano nello stesso sobborgo e ogni sera rincasavano insieme, dalle
sartorie ove lavoravano, prima in tram poi a piedi. In tram era un
divertimento per tutte: cicaleccio, motteggi, compiacenze d'essere
osservate e d'osservare le meno belle di loro; ma nel tratto a piedi
seguivano le confidenze d'amore e le espansioni sentimentali; mutava il
tono. E l'Ida, la pi giovane delle tre, interloquiva di rado; si
sentiva a disagio per un misto di timidezza e d'orgoglio.

Il suo innamorato guidava autocarri nel Carso, non era in trincea come
quelli delle amiche, e discorrendone le pareva di provocarle a ripetere:
-- Fortunata te! --, quasi non avesse da star in pena lei pure.

Fortunata te!. C'era fors'anche, in fondo a queste parole, la punta
ironica, l'acredine di un'altra invidia -- lei faceva all'amore con uno
di miglior condizione che i loro innamorati --; e non voleva mostrare di
accorgersene. Se per taceva o tentava invano di sviare il discorso
solito, l'Ida bene spesso bolliva dentro e stentava a frenarsi, a non
prorompere:

-- Fatela finita una volta con i piagnistei e con le spacconate!

Che noia, tutti i giorni! L'Olga si martoriava negli stenti e nei
pericoli della trincea, accresciuti con fantasia egoista per concludere
che solo il pensiero di lei sosteneva il suo caro a superarli.
L'Adriana.... Eh! dopo che al suo Gustavo gli avevan dato la medaglia di
bronzo, non si campava pi, con lei, che dietro sacchi di sabbia, in
mezzo a cavalli di Frisia, contro a reticolati, incontro a
mitragliatrici -- _tac tac tac!_ -- e bombe a mano, e sotto a shrapnel e
-- bum! -- a palle da trecentocinque. Si sarebbe detto che tante
maledizioni fossero state inventate non per meritar l'inferno a
Guglielmo II, ma per far onore a lei sola, la bionda Adriana, che aveva
per innamorato un giovane di fegato -- e nessuno lo negava.

Quando poi ricevevano lettere, pretendendo non fossero scritte con
libera volont, le commentavano a loro modo, leggevano tra le righe le
pi strambe rivelazioni, le interpretavano a rovescio. Non mi manca
nulla doveva significare che morivano di fame. Per adesso non si
combatte significava -- tac! tac! tac! e bum! bum! -- battaglia e
strage.

-- E te, Ida? Cosa ti scrive il tuo Giulio? -- spesso le chiedevano,
forse anche per mortificarla, ch lei riceveva meno lettere.

Rispondeva senza scomporsi:

-- Niente. Dice che fa il servizio di trasporto e che sta bene, e io
credo a quel che dice.

-- Fortunata te!

-- Fortunato lui!

Ma una sera le fecero scappare davvero la pazienza. Fu cos: lei che
aveva trepidato e trepidava non ignara dei pericoli che pur Giulio
correva, lei che a Giulio gli voleva un bene grande, non sempre si
sottraeva all'ipotesi di una disgrazia; ma cotesta paura la teneva in
s, nel suo segreto; non ne avrebbe discorso nemmeno con sua madre,
quasi per una ripugnanza di una tristezza colpevole o di un malaugurio.

Invece l'Adriana e l'Olga, che in sentimento d'amore pretendevano dar
legge al mondo, non solo non rifuggivano dall'immaginare morti i loro
innamorati: ne discorrevano per vantare la passione che esse ne
proverebbero. E le frasi e le esclamazioni tragiche, per quanto potesse
essere sincero il sentimento che le suggeriva, urtavano i nervi all'Ida
come una finzione, una falsit.

L'Adriana afferm:

-- Se Gustavo, che  troppo coraggioso, troppo! troppo!, ci restasse,
oh, io non mi farei suora; vorrei che tutti vedessero, capissero il mio
dolore e mi compiangessero. Uno uguale non lo troverei pi! Nessun
altro, mai pi!

-- E io -- lament l'Olga con un'aria e una voce che pareva la Duse --,
io diventerei matta! Lui, la mia vita, perderlo cos? Non saper nemmeno
dove fosse sepolto? Matta, state pur sicure; mi getterei dalla finestra!

Breve pausa. Poi:

-- E tu, Ida?

Ebbene: questa domanda, questo distaccarsi dal pensiero orribile e
passare a interrogar lei, quasi a provarla in una gara in cui
prevedevano resterebbe inferiore, la disgust del tutto.

-- Tu cosa faresti se perdessi il tuo Giulio? -- insistette l'Adriana.

E all'Ida brillarono gli occhi. L'eccitava il bisogno di un contrasto
comico. Scoppi a ridere, tanto era enorme ci che le scappava detto, e
disse:

-- Oh! Per me, morto un papa, fatto un altro!



                                  II.


Non ebbe appena pronunciate queste parole, che ne fu pentita.

-- Viva la sincerit! -- Viva la tua faccia! -- esclamarono le amiche
ridendo anche loro. E l'orgoglio non le permise di ribattere: -- Non
avete capito che ho scherzato? --, e la timidezza non le permise di
dire, pi duramente: -- Voi non dovreste credere a me come io non credo
a voi. -- Tacque, ma dubit subito che la risposta data per impazienza
passasse di bocca in bocca in tutto il sobborgo come un'enormit fra
vergognosa e ridicola; e quando fu in casa, il dubbio divenne timore,
spavento. Cosa aveva detto! L'accuserebbero di aver poco giudizio e
niente cuore; l'accuserebbero di ritenersi cos bella che perduto un
amante non le mancherebbero ammiratori e consolatori da sostituirlo.
Figurarsi se l'invidia non ne approfitterebbe! Se qualche anima buona
non si assumerebbe l'obbligo di aprir gli occhi al povero Giulio! E lui
allora.... Si vedeva lasciata e screditata: per una leggerezza! per uno
sfogo innocente! Stupide! causa loro....

Bisognava prevenire il colpo e confessar tutto a Giulio, subito; e lui
giudicasse. Di coscienza, lei si sentiva meritevole di perdono. E si
mise a scrivergli una lunga lettera, per dimostrare come il suo
carattere discordasse dalle amiche e come e perch coloro le fossero
divenute antipatiche.

Ma arrivando al punto scabroso, alla frasaccia che pur doveva riferire:
Morto un papa...., non ard tirar innanzi.

Troppo distava la brutta, cattiva, crudele espressione d'insensibilit
dalle premesse e dalle proteste d'amore; e queste prendevano un aspetto
di ripiego insufficiente. Cosa aveva detto! E l'immagine di lui cos
innamorato, cos fiducioso, cos fermo di volont e d'animo per la
speranza di averla interamente sua appena nel mondo tornasse la
possibilit di esser felici, le si affacci severa, ostile, minacciosa.

Io -- pensava che le direbbe --, io soffrivo a starti lontano; io
soffrivo nei pericoli che correvo a ogni ora, a ogni momento, perch mi
figuravo il tuo strazio se mai ti portassero la notizia della mia morte;
io sospiravo il giorno di riabbracciarti e ridarti la forza di sperare,
di attendere la nostra felicit, e tu, intanto, non mi tradivi con un
altro, no, ma m'ingannavi, per adesso, forse peggio: ti vergognavi di
mostrarti innamorata di me: scherzavi indegnamente sul nostro amore, e
la gente aveva da ridere compassionandomi. -- Povero Giulio! Ti sei
messo bene! Se una cannonata ti sfracellasse, eh! non dubitare che l'Ida
si consolerebbe presto; e lo dice --.

Pianse; non dorm in tutta notte. E la mattina dopo, quando le amiche la
chiamarono, al solito, dalla strada, sollecitandola che era tardi, e
discese e si accompagnarono, al solito, avrebbe voluto tornar lei nel
discorso e liberarsi dalla lunga ambascia; dire: -- Badate, ragazze.
Giulio mi  molto affezionato, ma guai a me se imparasse!... -- Stava
per vincere lo stento a umiliarsi; e prov invece un ineffabile sollievo
a non scorger segno di malignit nella faccia dell'Adriana e dell'Olga;
non un sorriso ambiguo. Le avrebbe baciate. Infatti non si era montata
la testa con un timore assurdo? E poi, se interveniva qualche cosa di
nuovo, dimenticherebbero del tutto per sempre quel discorso.... Erano
cos leggere!

E, grazie al cielo, il fatto nuovo, la distrazione fu la neve. Oh che
danno per i loro stivaletti, che costavano tanto! L'argomento,
nell'andata, mentre nevicava, fu non solo il prezzo delle scarpe, ma il
costo della vita; la difficolt a risparmiare per il giorno che
metterebbero su casa.

E al ritorno la neve era alta. Dovettero fenderla, calcarla, spesso
sprofondarvi.

L'Olga piagnucolava; l'Adriana malediceva il destino, e l'Ida, come se
Dio l'aiutasse, rideva tutta contenta.

Segu il gran freddo; il pericolo di cadere per la strada ghiacciata.
Altro che conversare! Bisognava star dritte; e si sorreggevano a vicenda
strillando a ogni scivolone.

Ma si rinnovarono i giorni delle confidenze. Gi ritornavano i soldati
dal fronte, in licenza invernale; e le amiche a lamentarsi e a
protestare che le licenze non si dessero a tutti quanti.

-- Il tuo Giulio verr di certo -- dicevano all'Ida.

-- Verr; tu sei fortunata.

Finch, una sera, l'Adriana disse, maligna:

-- E se non venisse, poco male, eh, Ida?, per te e per lui.

-- Perch? -- lei chiese trepidando.

-- Perch tu non ti guasteresti il sangue; e lui potrebbe consolarsi con
qualche ragazza di lass. Dov' il tuo Giulio ce ne sono che portano gli
stivaletti alti, dicono; e non se li guadagnano in sartoria.

L'Ida si morse le labbra; l'Olga rise sguaiatamente, e aggiunse: -- Poco
male! Tanto, morto un papa, fatto un altro!

-- Siete cattive! -- allora esclam l'Ida con la voce piena di pianto.
-- Io ho scherzato, e voi....

-- Brutto scherzo! -- interruppe, senza guardarla, l'Adriana, con
solennit di rimprovero. -- Brutto scherzo! Quel che hai detto  peggio
che dire: lontan dagli occhi, lontan dal cuore;  come dire: io non
ti ho mai voluto bene, t'ho lusingato, e tu, sciocco che sei, m'hai dato
mente. Anche peggio!  come dire: a me non m'importa proprio niente
della guerra, e che molti ci muoiano, e che tu ci muoia; io mi diverto
lo stesso. Un uomo che abbia del sangue nelle vene e innamorato, a udir
di queste belle proposizioni commetterebbe fino un delitto. Immaginarsi
Gustavo! Mi ammazzerebbe!

(Bum!)

E l'Olga:

-- Il mio Attilio mi scrive sempre: Non mi abbandonare, per carit, per
l'amor di Dio! Se imparasse che io a dimenticarmi di lui ci durerei
cos poca fatica e che gi prima che morisse avrei il coraggio di
pensare a un altro, si accorerebbe di passione. Lui si ammazzerebbe.

(Buum!)

L'Ida si era riavuta: le cuoceva di essere stata debole. Le fiss con
una mossa del capo di sotto in su, che significava: Avete finito?
Adesso parlo io. Ma non parl a lungo. Grid forte, perch, nel
sobborgo, molti udissero la canzonatura: -- _tac tac tac!... Bum! bum!_
-- E soggiunse, forte: -- Come siete buffe! -- Poi, essendo prossima a
casa, vi entr di corsa, presa da un riso convulso. L'avevano
amareggiata, ferita, offesa, dubitando, oltre che di lei, dell'uomo che
amava; si contentassero se si era limitata a metterle in ridicolo,
spasimanti fastidiose e spropositate!

Ma il giorno dopo non l'aspettarono per andare e tornare insieme. Essa
finse di non curarsene e da quel giorno le prevenne nell'andata e nel
ritorno a casa. In cuor suo, per, temeva; ne paventava il rancore, la
vendetta; tanto pi che Giulio veniva in licenza, e i fidanzati di
quelle due non si erano ancor visti.



                                  III.


Oh! dargli una prova che il pensiero di lei non lo abbandonerebbe mai
pi: sua per la vita e per la morte! Quante volte la morte lo aveva
rasentato!; e perci essa lo amava, ora, di pi.

-- Un giorno -- raccontava Giulio -- una nespola abbastanza grossa cadde
proprio sul mio carro, s'intern fra i sacchi. Se scoppiava, addio Ida!

Essa, mentre egli parlava, mutava colore; egli sentiva fredda la mano
che stringeva nella sua. E si guardavano negli occhi sorridendo.

Era arrivato, Giulio, la mattina. Un saluto ai suoi, ed era corso da
lei. E discorrevano, soli, davanti al fuoco. Guardandosi riconoscevano
il loro amore pi vivo, pi forte, pi buono; le parole che dicevano,
vibravano di un sentimento che ne superava il senso e il suono: cos
profondo e cos grande che il silenzio e la luce degli occhi parevano
esprimerlo meglio; e di quando in quando tacevano e si ascoltavano,
finch il silenzio diveniva una pena. L'Ida allora interrogava; ma non
una delle domande gli fece che le amiche si sarebbero immaginate gli
rivolgerebbe per gelosia. E lui, quel ragazzone di ventiquattro anni,
che aveva una infantile dolcezza negli occhi chiari e aveva nel viso la
serenit di un animo saldo e di una mente padrona di s, lui non solo
non dava segno di aver dubitato o di dubitare, ma dimostrava, a vederlo,
che vicino a lei, nulla, nessuno al mondo avrebbe potuto turbarne la
fiducia e l'amore. N lui n lei dimenticavano intanto che la felicit
era breve; che sarebbero di nuovo divisi, e sentivano che a soffrir meno
dopo il nuovo distacco avrebbero dovuto fermare per sempre, nella
memoria, quegli istanti gioiti. Come? Con una prova d'amore
indissolubile, superiore a ogni lontananza, a ogni timore, a ogni
evento; superiore a quella stessa felicit che il cuore palpitando e la
mano stringendo la mano promettevano nell'avvenire.

-- Ho da farti una confidenza -- Giulio disse a un tratto.

-- Anch'io.

-- Prima io! Sai che trasporto non solo munizioni e materiali, ma feriti
e morti?

-- Non me l'hai mai scritto.

-- Certe cose a voi donne  meglio non dirvele; ci piangete sopra o le
esagerate.

-- L'Adriana, s, e l'Olga! -- esclam la ragazza --; a me fan rabbia
per questo!

Senza badarle egli seguit: -- Dopo una avanzata, avevo avuto l'ordine
di raccogliere i feriti austriaci e portarli, dalla prima linea, gi, al
posto di medicazione; di dove le autoambulanze li trasferivano alle
sezioni di sanit.

Descrisse il camion attrezzato, con le barelle sospese al di sopra per i
feriti pi gravi e le panche, sotto, per i meno gravi; insist a
dimostrare come era il luogo delle prime cure.

-- Una casa di l dalla strada, al riparo dalle altre, tutte
scoperchiate e rovinate. E stando col carro nella strada noi non
vedevamo quelli dell'infermeria, e non eravamo visti.

-- Ho capito -- ripet l'Ida.

-- Io e il mio compagno, il meccanico, calavamo a terra, nelle barelle,
i feriti; due soldati venivano a prenderli, a uno a uno. Ma non era
finita la musica; squassava ancora l'aria il rombo di qualche cannonata
e allora i feriti leggeri, che pensavano d'essersela cavata con poco e
che forse avevano combattuto da bravi, si prendevano una gran paura e si
raccomandavano:

-- Jsus! Jsus!

L'Ida rise; ma chiese subito:

-- E quelli pi gravi?

-- In una delle barelle ci avevamo un ufficiale, giovine; bel giovine!
Moriva, e lo lasciarono l, vicino al camion. Tanto, non c'era pi
niente da fare. Portarono via prima tutti gli altri; e si allontan
anche il mio compagno. Non avevamo mangiato dalla mattina, e and
all'infermeria a cercar del pane. Io, rimasto solo, stendevo una coperta
da campo su quel disgraziato; quando riapr gli occhi, e mi guard.
Voleva dirmi qualche cosa. Capirlo! Io capii che cercava di spiegarsi in
italiano, ma lo spasimo delle ferite e la morte che arrivava
gl'imbrogliavano la memoria.

L'Ida tacque ansiosa.

Finalmente si tocc con la mano destra il petto e con uno sforzo riusc
a dire: -- Qui.... moneta, vostra. Carte, no. Fuoco, prego.

-- Voleva che tu le bruciassi.

-- Ah come disse prego! Preghiera di moribondo, pensai io. Gli apersi
la giubba, tolsi il portafogli. E, nell'atto, il sangue mi si gel nelle
vene. Se qualcuno mi vedeva? Potevano vedermi i soldati che tornassero
per portar via anche lui; o il mio compagno; o qualche altro camion di
passaggio. Ladro! Sarei parso un ladro! E non era ancora morto!

-- Che momento! -- esclam l'Ida.

-- Mi sentivo cento occhi addosso; ma una idea mi rincor; cavai le
carte; lasciai i denari; rimisi il portafogli nella tasca. Non avrebbero
potuto pi dire che rubavo!

-- Facesti bene. E le carte?

-- L'angustia fu tale che non mi accorsi nemmeno che era spirato. Quando
me ne accorsi, gli chiusi gli occhi, e gli tirai la coperta sul viso.

-- E le carte?

-- Le ho qui, con me....

Erano alcune lettere di mano femminile, in una busta; una fotografia e
una ciocca di capelli biondi.

-- Com' bella! -- esclam l'Ida considerando, presso la finestra, il
ritratto della giovine donna. Ma la sua ammirazione crebbe quando,
sciolto il filo di seta che stringeva la ciocca, s'avvide che solo tre
capelli bastavano a comporla, tanto erano lunghi! Disse: -- Sono pi
belli dei miei.

Giulio scosse il capo e ribatt, serio:

-- No; noi italiani preferiamo i capelli neri e lucenti, come i tuoi.

E ritornarono al focolare. Ripigli lui:

-- Bruciar tutto. Perch?

-- Volont di moribondo.

-- Perch distruggere? -- Giulio domand.

-- Si indovinerebbe dalle lettere, chi sapesse leggerle.

-- Ho un superiore che lo conosce, il tedesco, ma non gliele ho
mostrate.

-- Hai fatto bene -- disse l'Ida. E soggiunse: -- Forse temeva, quel
poveretto, che un giorno, se verr la pace, le lettere e i ricordi
fossero rimandati al suo paese. Temeva di compromettere la donna.

-- Gi -- mormor il giovine. -- L'ho sospettato anch'io: la moglie di
un altro. Io per non lo credo.

-- E allora? -- essa rifletteva. Mormor: -- Forse hai ragione tu. Non
avrebbe aspettato all'ultimo momento se avesse temuto di comprometterla.

Ma Giulio scosse di nuovo il capo.

-- No. Ignoranti o istruiti, in guerra si  tutti eguali; tutti
persuasi, mentre si vedono cascar gli altri, che le pallottole, le
spolette o le schegge debbano rispettar noi. E sai chi ci d questa
persuasione? Proprio i ricordi che si portano sul petto; di nostra madre
e di chi ci vuol bene.

L'Ida sorrise, con gli occhi pieni di lagrime.

Egli prese dal portafogli il ritratto di lei; lo consider quasi per
rinnovarsi, ora che le sedeva vicino, le impressioni che aveva a
considerarlo quando era lontano, lass; e pacatamente lo ripose. Dopo,
afferr le lettere e la busta con la fotografia e la ciocca di capelli,
e butt tutto nel fuoco.

-- Fuoco, prego. -- Cercava rendere con la sua voce il suono delle
parole indimenticabili, e osservava le carte accendersi, la fiamma
invaderle raggrinzando la busta. Esclam:

-- Vampata d'amore! --; e la frase gli parve cos bella che guard,
contento, l'Ida. Ma essa:

-- Di' dunque: perch distruggere?

-- Ascolta -- rispose Giulio. -- Quando due che si sono amati, si
lasciano, cosa fanno perch ogni legame sia troncato per sempre? Si
restituiscono i pegni d'amore. Un pegno  una memoria,  un obbligo a
ricordare:  vero?

--  vero.

-- Quell'ufficiale sentendosi morire pens che la sua fidanzata, se
riavesse le lettere, il ritratto, i capelli, non resterebbe legata alla
sua memoria, come ci resterebbe invece se credesse che qualche cosa di
lei fosse andato sottoterra con lui.

Se non che l'Ida obiettava ancora:

-- Avrebbe pregato di seppellir le carte, non di bruciarle.

-- Rifletti -- ribatt Giulio. -- Doveva dubitare che non lo seppellissi
io; e non si fid di altri, anche se io promettevo. Nel modo che mi
guardava io capii che intendeva dirmi: di voi posso fidarmi. Sembran
misteri e sono verit cos semplici!

Alla ragazza tornarono a luccicare gli occhi.

-- Ma io sar pi spiccio -- seguit Giulio. -- Sul tuo ritratto ci
scriver: Seppellitelo con me, prego. -- E sorrise.

-- Giulio! -- grid lei.

-- E tu, se io morissi? -- dimand lui, pacatamente.

Ah, la prova; la gran prova d'amore!

L'Ida corse a prendere le forbici, si disciolse una treccia. E lui
tagli tre capelli, li compose in ciocchettina, li baci e li pose col
ritratto nel portafogli. Pacatamente.

Ma allora la ragazza gli gett le braccia al collo singhiozzando.
Piangeva come piange una bambina per meritar perdono.

-- Cosa ti salta in mente? -- fe' Giulio scostandola a un tratto, e
fissandola. Una nube gli pass per lo sguardo. Si ricordava adesso le
parole di lei. -- Che confidenza dicevi d'avermi a fare? -- chiese.

-- Questa -- essa rispose rasserenata e felice: -- che niente, nessuno
al mondo mi separer pi da te. Capisci? Con te, vivo o morto, l'anima
mia. Per sempre!




                                IL NIDO.


Mai pi splendido cielo; mai aria pi olente e queta.... E soli lor due
andavano per l'argine che limitava la risaia dall'immensa prateria.

I colori del maggio inoltrato vi superavano la verde msse e la
trapungevano: giallo di graziole, di tulipani e ranuncoli; lilla di
porrette; gridellino di vecce; viola di prunelle e di salvie; bianco di
ornitogali e nigelle, di eriche e giunchiglie; rosa e azzurro di
giacinti; bleu di fiordalisi; rosso di trifoglio e papaveri. E
margherite da per tutto. Quante!

Andavano, gli amanti, soli, guardando intorno; guardandosi e sorridendo
senza trovar parole. Nei tardi passi, vicendevolmente e quasi
timidamente, avvertivano che i loro sguardi eran pieni di ricordi, dei
pi lieti ricordi. E cos parevano accrescersi l'intima gioia d'un
ritorno a s medesimi e approfondire la coscienza della loro anima;
parevano estendere la capacit vitale d'ogni senso, schiarire il
pensiero all'esistenza come ridesta, risorgere nell'essere loro,
reintegrati d'ogni minima forza, a una vita rinnovata e a una
sconosciuta armonia. Era una letizia lieve, di sogno, eppure tenace e
valida; era un'illusione suscitata e mantenuta dalla divina realt che
li accoglieva; era un vago desiderio continuo e di continuo esaudito in
quel fluire degli attimi; era la consapevolezza di una felicit certa e
immanente.

Essa, di tanto in tanto, si chinava al margine e spiccava un fiordaliso
o un ranuncolo o un geranio campestre.

Poi, tendendo le mani al prato in cui non ancora piede d'uomo aveva
lasciato traccia e da cui la concordia delle tinte assorgeva come quella
dei suoni in una sinfonia, esclam:

-- Vorrei correre, gettarmi l in mezzo!

-- Va!

Ella scosse il capo.

-- Non si pu, senza calpestare!

Pi avanti, al serbatoio, discesero nella barca. Remava lui.

Anche l'acqua sembrava riposare e godere in distesa azzurra, chiazzata
qua e l dal verde delle ninfee e sparsa di macchie or scarse or copiose
in canne e giunchi, e chiusa all'ingiro dalle sponde ombrose di salici;
mentre la barca procedeva piano piano, soavemente, per quella frescura.

Canerini di valle si levavano con un voco sottile e cos vivace da
crederlo non segno di paura ma di pi viva gioia nel volo.

Finch la barca trov adito in mezzo alla macchia pi folta di cannelle
e saracchi, e ristette dove l'acqua bruna, sotto l'ombra, rivelava un
brivido, al rezzo. Udirono uno svolazzar forte, di folaghe e anitre. E
pi nulla.

-- Restiamo un poco? -- A lungo ella sarebbe voluta restar l con lui.
Gli abbandonava la mano nella mano.

-- Sei contenta d'esser venuta?

-- Non te l'avevo promesso...: a primavera? E di': non ti sembra che se
non fossi venuta in un giorno cos bello la nostra felicit sarebbe
stata meno grande?

Egli strinse forte la bianca mano.

-- Sei mia!

E lei:

-- Quanto bene mi vuoi!

Di nuovo tacquero cedendo alla dolcezza di quell'ora, in quella
solitudine e nel silenzio che solo qualche pigolo interrompeva, o
qualche canto lontano. Il profumo dei fiori lontani perveniva fin troppo
greve. A quando a quando un murmure fra il canneto.

D'improvviso l'amata chiese a bassa voce:

-- Hai sentito?

Si rivolse a rimuover le fronde e gli esili fusti pi prossimi; volle
ch'egli avanzasse la barca a quella parte, per veder meglio nel folto.

-- L! -- dissero a una voce.

A limite dell'acqua, poggiato sui giunchi che il peso piegava, era un
nido di folaghe. Avanzando ancora la barca, ecco balzar dal nido
nell'acqua, con un doloroso richiamo, la folaga spaurita; e si lev a
svolazzare su l'acqua intorno chiamando disperatamente il compagno.

Pi nero, con un _cvv_ minaccioso, il maschio giunse, dalla macchia;
cadde di volo, l appresso; ma a scorgere il pericolo enorme si mise a
correre per terra, con tal fretta e con tanta smania di fughe e ritorni
che pareva impazzito.

-- Povere creature! -- disse la signora.

N volle affliggerle a lungo. Anzi, poi ch'ebbe visto da vicino il nido
mirabilmente contesto di cannucce e ciperacee e steli:

-- Andiamo via! -- pregava. Una strana ripugnanza la trattenne
dall'osservare dentro il nido.

-- Che impressione strana! -- mormor intanto che la barca ritornava
all'aperto.

-- Tu vedessi i piccini gettarsi nell'acqua appena nati! -- diceva
l'amante.

E raccontava della caccia feroce che danno alle piccole folaghe i falchi
di palude. Ma la sua voce non aveva piet.

L'amata non gli badava. In lei a poco a poco l'impressione ricevuta
diveniva sentimento, diveniva avversione sommossa dal fondo dell'anima,
diveniva pensiero.

Teneva lo sguardo fiso nell'amante, che non dubitava, chiedendosi:
Perch mi ama? perch l'amo? Leggeva la risposta in quegli occhi. Il
loro amore aveva per fine s stesso: null'altro. S'attendevano
l'ebbrezza dei sensi in cui soffocare l'anima..., e non pi. Questa,
questa era la colpa: che il loro desiderio non oltrepassasse il loro
piacere. Null'altro! E non dalla coscienza le insorgeva il rimprovero o
l'ammonimento, ma le veniva da mille voci di vita feconda e di vita
novella che nel fervido giorno la terra generatrice elevava e spandeva
in un incognito indistinto inno di amore.

Alla volutt che anche lei si era promessa mancava il sublime
intendimento d'una gioia divina: questa la colpa! Da un umile nido essa
aveva appreso perch si ama.

L'amante le chiese trepidando, sentendola sfuggire con lo sguardo
velato:

-- Che hai?

Essa tacque; abbass gli occhi. E come egli, in un impeto di desiderio,
fe' per trarla al suo petto, lo respinse decisa:

-- No!




                                FERDINA.


Appena fu in condizione di poter uscire dall'ospedale, il maggiore
Baredi scelse a dimora per la convalescenza la sua villa di Casaglia.
Gli erano concessi due mesi a rimettersi del sangue perduto da una
ferita che era stata quasi mortale, al petto, e da un'altra, al capo,
che gli aveva deturpata la guancia sinistra per sempre. E oltre che
ricuperare le forze respirando la pura aria nativa, egli sperava che
lontano dal mondo, solo con s stesso e coi ricordi famigliari,
mitigherebbe la rancura compressa nell'animo e temprerebbe l'animo pi
virilmente al proposito della vendetta.

Perch in quel suo rovello sentiva prevalere un eccitamento di vanit
personale, e se ne accusava come di una debolezza. Gli bisognava vincere
l'orrore che provava a guardarsi nello specchio e che aveva sorpreso
negli occhi degli amici e delle amiche quando l'avevano visto senza
bende; gli bisognava persuadersi che tornando a combattere e affrontare
la morte con accresciuto fervore di vita, acquisterebbe davvero, se
scampasse ancora, una ragione di superiore orgoglio, una riparazione di
spirituale bellezza a quella deformazione indelebile.

Ci che aveva fatto, il rischio da cui era scampato a stento, non gli
pareva bastevole n per la sua rassegnazione, n per la stima altrui.

Volle dunque andar a Casaglia come a luogo di attesa pi che di quiete.
Ma lo contrari subito la stagione.

Pioveva quasi di continuo; la primavera indugiava in un tedio di freddo
aprile. Dalla loggia, ove passava gran parte del giorno adagiato nella
poltrona, solo di tratto in tratto scorgeva le nuvole staccarsi,
imbiancare ai margini, inargentarsi nei contorni di bambagia: tosto i
pochi raggi cedevano al nuvolo, che ridiveniva coerente; e gi acqua! Ed
era una intemperie priva di tuoni e di folgori.

Una tristezza eterna.

Letto il giornale, che pur lo lasciava deluso, Baredi apriva invano
qualche libro; gli rincresceva fin questo svago da prigioniero o da
infermo sfiduciato; e preferiva rileggere nella sua memoria e nel suo
cuore.

Del padre, mortogli quando era bambino, si ricordava appena; ma della
madre, perduta l'anno innanzi che andasse in Libia, riaveva, l nella
vecchia casa, cos evidente l'immagine che a volte gli pareva udirne i
passi e la voce, e gli pareva vederla sorridere in atto non pi di
perdonare ma d'essere perdonata. La stigma che egli recava in faccia lo
redimeva ora dell'averla fatta soffrire un tempo: dell'aver preso la
carriera militare che sua madre non avrebbe voluta e dell'essersi
abbandonato a dissipazioni e a passioni che per lei, austera,
rasentavano l'onta.

La stessa rimembranza materna lo traeva perci a rivivere nei ricordi
pi recenti e pi generosi.

Oh la sua bella batteria, di cui amava ogni pezzo come fosse animato
dell'anima sua! E le ansie attive, gli incurati pericoli, le robuste
fatiche, i riposi pieni e i sonni senza sogni! E gli ufficiali superiori
e inferiori concordi in una fraternit di intendimenti e di speranze; e
gli artiglieri forti e pronti, bravi e sicuri; avidi di operare con lui,
di essere comandati da lui!

Pur il momento terribile acquistava un'attraenza di luce tragica a
rievocarlo nell'azione complessiva. Ecco: due compagni caduti. L'uno si
contrae muto, livido nell'agonia breve; l'altro, un soldato eroico, con
uno sguardo ancor vivo e gi estraneo, geme come un ragazzo: Mamma
mia!. E di s Baredi risentiva la soavit dell'istante in cui, venendo
meno, aveva creduto essere sottratto dalla morte allo strazio delle sue
povere carni dilacerate.

Ma dall'alta lontananza di questi ricordi chi, che cosa, lo riabbatteva
a un tratto nella realt penosa? Perch si sovveniva amaramente di
questa o quella donna pi non amata e ne scorgeva, in una simulazione di
piet, un segreto sarcasmo, o, peggio, la ripugnanza? Perch gliene
ricorrevano alle labbra le parole: Come sei bello!; e le ripeteva
forte queste parole, e guardandosi talvolta nello specchio sorrideva?
Per convincersi che non doveva, non poteva pi sorridere! Nel volto
deturpato il pi lieve sorriso gli sembrava tracciasse un'atroce
smorfia.

                                  ----

Finalmente una notte sent un usignolo, che nel boschetto di altee e di
lauri s'inebriava del suo canto; e il giorno dopo il sole fu padrone di
tutto il cielo.

Baredi fece quel giorno i primi passi senza aiuto. E ristette a guardare
la chiostra dei colli, dilungati in lievi ondulamenti contro il cielo
sereno; inclinati a valle in falde verdi di olmi e di clti, con le case
che i cipressi indicavano e a cui la luce meridiana e la distanza davano
un'illusione di quiete chiara, tiepida e dolce. L, oltre la verde
cerchia, fra le piatte cime di Paderno e di Sabbiuno, i monti
s'annebbiavano d'azzurro; qua, nella valle ove profondava il Ravone, la
chiesa e la vicina fattoria attiravano lo sguardo come i pi cari luoghi
del paesaggio inobliato. E d'improvviso, con gli occhi della memoria, il
capitano scorse nella fattoria la fanciulletta che sua madre ebbe spesso
a svago per casa: Ferdina. Egli non l'aveva riveduta nell'altro triste
ritorno, quando la morte stava al capezzale materno; l'aveva riveduta
sempre gli anni innanzi; e la rammentava bambina, quando al vecchio
fattore successe il padre di lei. Quanti anni aveva ora?

Calcolo breve, se non del tutto sicuro: era gi una ragazza da marito.

Il giardiniere conferm dicendo:

-- Faceva all'amore col figlio di Santelli, l'affittuario. Adesso 
soldato, al fronte.

-- Bella?

-- Non se la ricorda? Una faccia ardita; capelli biondi.

Poi l'informatore soggiunse:

-- Non tarder a venirla a trovare. M' sempre attorno a domandare di
lei, e se  guarito, e come se la passa, e se vien nessuno a salutarla.
 una buona ragazza.

Baredi torn a guardare alla fattoria; poi disse:

-- Ci andr io, fra qualche giorno.

Voleva sperimentare in lei, che certo lo rammentava bene e forse lo
ricordava con affetto, l'impressione disgustosa di rivederlo cos; e
voleva sperimentare in s stesso la resistenza a quel disgusto.

                                  ----

Ma se, col bel tempo, si sentiva rinvigorire d'ora in ora, le gambe che
avevano scalate le Alpi lo reggevano ancor male per un tratto non breve
e per la riva ripida. Di pi l'umiliava quella mollezza sentimentale, a
cui non poteva opporre abbastanza energia di dominio su s medesimo.
Erano commozioni eccitate, irresistibilmente, dai sensi che si
rinnovavano alle impressioni e dalla fantasia che si ravvivava nella
necessit di ricordare; e spesso, per un nonnulla, s'accorgeva che gli
occhi gli si riempivano di pianto. Sopratutto l'inteneriva un
sovrapporsi di sensazioni e d'imagini. Mentre si rivedeva andar
fanciullo, nel luminoso silenzio, per il giardino e per i prati ch'erano
tutto un fiore, e la madre l'accompagnava, ecco riapparirgli
l'artigliere morente e riudirlo invocare: Mamma mia!; mentre riudiva
con la disattenzione e nello stesso tempo con la vigile percezione di
ragazzo i gorgheggi delle capinere e degli usignoli, ecco ripercuotersi
al suo orecchio il rombo del cannone e rivedere, orrenda, la scena di
sangue e di strazio.

E dubitava, a volte, di guarire; non nei muscoli, ma nei nervi.

Cos una mattina, quasi a superare uno sforzo pi dell'animo che delle
gambe, s'avvi per la stradicciuola della chiesa e arriv, un po'
affannoso, alla fattoria.

La moglie del fattore venne sulla soglia con le mani impiastricciate di
farina appena intrisa, e cominci a strillare:

-- Chi si vede! Che miracolo! Ferdina! Ferdina, corri a vedere chi c'!

Ma come non aveva contenuta la ripulsione a scorgere quella guancia
deturpata, la donna introducendo il visitatore prorompeva in parole che
valessero a scusa di s e a conforto di lui.

-- Poveretto! Quanto avr dovuto soffrire! L'ha scampata, eh, s; ma....
Assassini infami! Rovinare per sempre tanta bella giovent!

Per fortuna, i passi della figliuola, che scendeva la scala di corsa, la
interruppero. Ripet:

-- Guarda chi c' qui, Ferdina!

-- Buon giorno....

Rossa in volto, ma sorridente e franca: e non il minimo segno sfugg
alla ragazza della impressione penosa che Baredi si aspettava di dover
affrontare anche in lei.

-- Che ragazzona! -- egli esclam stringendole le mani. -- Non ti avrei
riconosciuta!

La disinvoltura ch'essa aveva dimostrato a dissimulare; la delicatezza
che l'aveva indotta a comportarsi in tal modo, gli riusc cos inattesa,
cos strana in una della sua condizione, ch'egli volle provocarne pi
sicura prova. Chiese:

-- E tu mi avresti riconosciuto?

-- Io s -- rispose.

Allora alla madre parve opportuno riprendere:

--  stata una disgrazia, signor maggiore; ma bisogna sempre pensare a
chi sta peggio; a chi ci ha rimesso un braccio o una gamba....

-- Mamma -- disse la ragazza con un'occhiata di ammonimento e di
rimprovero --, se andaste a nettarvi le mani? Siete tutta incollata.

-- Ah la mia sfoglia! La pasta che mi si asciuga! -- fe' la donna
entrando in cucina senza pi altri complimenti o spropositi.

E il capitano a Ferdina:

-- Avrei preferito trovarti come eri una volta. Verresti a tenermi un
po' di compagnia nel giardino; a prendere dei fiori.

-- Oh! se  per questo....

E soggiunse che il padre da un pezzo insisteva che lei e il fratello
andassero a salutarlo, ma che il ragazzo era un monello selvatico.
Parlarono di lui, Gigetto, che il maggiore aveva visto appena nato; e il
discorso fu avviato alle vecchie conoscenze. Ferdina dava notizie di
questo e di quello, e Baredi intanto l'osservava.

Le palpebre, lunghe, le ombravano lo sguardo profondo; la voce aveva
forte e calda. Non di una bellezza insolita, era per imagine di una
giovinezza sana e gioconda, e suscitava -- e pareva giusto come non mai
-- l'abusato confronto del fiore campestre.

-- Dunque -- egli disse alla fine --, dimani ti aspetto. Ma se vuoi
delle rose e dei garofani, tu portami dei fiori di campo; delle viole.

Ella rise.

-- Delle viole, adesso? Troppo tardi!

-- Ebbene, di quei fiori che coglievo anch'io da bambino laggi lungo il
Ravone. Se no, niente garofani e niente rose!

Dalla cucina la madre grid, dopo i saluti:

-- Si ricordi che il giardiniere la teme, Ferdina, come la tempesta!

E Baredi ricord invece che il giardiniere gli aveva detto:

--  una buona ragazza.

                                  ----

Ma Ferdina non mantenne la parola che in parte.

Venne il giorno dopo alla villa recando, invece che tulipani,
giunchiglie, narcisi e rosolacci, un mazzo di ginestre con qualche
ranuncolo tra mezzo.

-- Cosa m'hai portato? -- dimand Baredi, senza sorridere.

Sorrideva essa: del sorriso che ferve nelle pupille delle donne
innamorate.

Esclam a sua volta con accento di meraviglia:

-- Non le riconosce? Son ginestre!

-- Non ancora in fiore, e non sono i fiori che volevo io.

La ragazza chin lo sguardo per sottrarlo allo sguardo di lui; e il modo
e l'indugio a rispondere rivelarono che, imbarazzata, cercava la scusa.
Poi disse rialzando gli occhi:

-- Le ginestre fioriscono a giugno; e io ci ho messo, invece, tra mezzo,
un altro giallo.

-- Che idea! Perch?

Nuovo indugio; con, di pi, un gesto d'impazienza. E rivolgendosi,
seria:

-- Mi sono ricordata che la sua povera mamma mi mandava sempre a
raccoglierne, delle ginestre in fiore.

Baredi prese il mazzo e disse:

-- Ti ringrazio.

Ora, mentre la caricava di rose e di garofani, egli soggiunse:

-- Sei buona e meriti di essere amata e fortunata. Il tuo amante che fa?
dov'?

-- Chi gliel'ha detto? -- grid Ferdina.

Ma non insistette nella solita scherma delle ragazze campagnuole, che
quasi un pudore istintivo e inconsapevole induce a negare di essere
innamorate; e ripigli:

-- Lei  peggio del Mago Sabino! Indovina tutto.

-- No; non tutto. Che fa? -- ripet. -- Dove ? Come ha nome?

Le risposte seguirono in fretta.

Aveva nome Guido Santelli; aiutava il padre in un'affittanza. Adesso era
al fronte.

-- Ti sposa appena finita la guerra?

-- Ah! questo non lo so davvero; e se lei non ci riesce a indovinarlo,
bisogner dimandarlo al cucco. Aspetti.

L'attesa fu lunga.

-- Cantava adesso adesso. L'ha sentito?

Dal campo dove si nascondeva, il cuculo mand finalmente il vecchio
canto augurale.

-- Cucco, bel cucco dalla penna grigia: quanti anni mi dai prima che mi
sposi? -- Uno.... Due.... Stia attento!

Essa cont fino a otto.

-- Otto anni! Oh povera me! -- lament con comica disperazione. -- Sono
troppi! Fortuna che non ci credo, nel cucco!

Baredi fu tentato a sorridere; ma non sorrise. E la ragazza parve
improvvisamente pentita d'aver scherzato; desiderosa di confidarsi
meglio, quasi di confessarsi in colpa. Disse mutando lo sguardo e la
voce:

-- Come sar che tutte quelle che hanno il moroso al fronte stan di
malanimo e io non ci penso nemmeno che possa succedere una disgrazia?
Per me  una cosa impossibile!

-- La fiducia che hai nel tuo amore ti d la fiducia nel tuo destino.

Paga, la ragazza seguit:

-- E quando finir la guerra?

Il maggiore si strinse nelle spalle.

Allora essa, quasi urtata, ebbe un rude scatto, un impeto di sdegno, di
disgusto profondo e incontenibile.

-- Che debba proprio durare un pezzo? Sono infamie!

Suo padre diceva che la guerra era necessaria; ma lei non riusciva a
capire come potesse esser necessario spargere tanto sangue, commettere
tante stragi, solo perch due birboni l'avevan voluto.

-- Necessaria per noi? Entrare fra i litiganti per la smania di darne
anche noi, per il bel gusto d'andar in molti incontro alla morte?

Beredi l'ascoltava non meravigliato di quell'ignoranza e di quegli
errori; meravigliato che Ferdina, mentre dimostrava cuore generoso, non
supponesse in un sentimento generoso la ragione vera del fatto che le
pareva assurdo. O il sentimento della patria era attutito in lei
dall'altro amore che la dominava sino ad oscurarle il pensiero?

-- La necessit che tuo padre dice -- egli rispose --  nella difesa dei
pi sacrosanti diritti umani. Pensa.

Ed enumerava, chiariva le cause del conflitto enorme, e intanto seguiva
sul volto di lei la commozione che veniva eccitando. Poi, non senza
intenzione di pungerla, aggiunse che sopra tutto c', al mondo, un amore
per cui i maggiori sacrifici sembrano sopportabili: l'amore che
santific il martirio di quanti preferirono la morte alla tirannia,
all'insolenza straniera, alla barbarie prepotente, rivestita di civilt
ipocrita o vigliacca.

-- Ma voi donne non capite come quest'amore fa parer bella la morte!

Ferdina aveva ascoltato a mo' dell'ignorante che riceve una luce
inattesa e, tuttavia un po' confuso, gode d'essere tratto dall'oscurit.
Ma a quelle ultime parole arross, pi che per il rimprovero, per il
pensiero che le fecero balenare. Gli occhi le si accesero di una fiamma
che parve d'ira ed era d'amore.

-- Quel che dice lei -- esclam -- dev'essere vero! Ma anche Guido
penser cos, e andr a cercarla, la morte! So che tipo . E la morte me
lo porter via!

Si morse le labbra per contenere uno scoppio di pianto; le lagrime non
le pot celare.

Beredi non aveva visto mai in occhi di donne, improvvisamente manifesta,
tanta passione. L'espressione stessa me lo porter via non significava
una violenza angosciosa, un ingenuo, prepotente egoismo? Gelosa della
morte!

Egli riebbe il senso delle delusioni patite e prov l'invidia pi acre:
quello di un grande amore. Fra le donne che gli avevano giurato di
amarlo quale l'aveva amato come amava Ferdina?

-- Piangi? -- le chiese ironico, per castigarla di avergli fatto male. E
sorrideva ora senza timore d'accrescere col sarcasmo la bruttezza della
sua guancia contratta.

Ferdina si asciug gli occhi col dorso della mano e guardandolo non
avversa:

-- Ha ragione -- mormor. -- Perch pensare a un guaio? Ma se Guido
morisse....

E sospese la minaccia, che neppur lei sapeva se rivolta a s o al
destino, e che l'energia della voce e dello sguardo lasciava pensare non
vana.

Baredi si rabbon. Cerc di riparare al male che aveva fatto lui a lei.

-- Se il tuo Guido ti ama come lo ami tu, non temere. Non l'hai inteso
dire anche tu che l'amore qualche volta vince la morte?

Oh il sorriso di Ferdina, allora! E a quell'uomo bello, a' suoi occhi,
di bont, d'intelligenza e di coraggio, disse grata e sincera:

-- Lei l'ha vinta la morte, e la sua morosa dev'essere felice!

                                  ----

Idealizzava anche questa, adesso? A trentadue anni oramai Baredi aveva
acquistata tale esperienza delle donne da credere sul serio che quella
ragazzotta campagnuola meritasse di occupare il suo pensiero? Oh no!
Egli voleva pensare ad altro. E pensava ad abbreviare la licenza, che
gi gli pareva troppo lunga. Tutte le mattine ricuperava lena nelle
passeggiate su per i colli.

Ma quasi ogni giorno Ferdina veniva, dopo mezzod, alla villa, e
chiacchieravano sotto gli abeti: essa chiedeva ed otteneva schiarimenti
alle notizie del giornale, o portava notizie del suo fidanzato e d'altri
giovani dei dintorni, o riferiva qualche pettegolezzo. Non s'immaginava
certo che il maggiore ne seguiva le parole, i modi, le abitudini con
attenzione sempre vigile, e che egli provava un piacere amaro a scorgere
in lei qualche difetto, qualche rudezza spiacevole o ignoranza bisognosa
di compatimento. Ci accadeva, piuttosto che alla villa, alla fattoria,
dove talvolta egli scendeva a passar mezz'ora.

Un giorno, nel prato davanti alla casa, sorprese Ferdina che voltava lei
il fieno al sole. Aveva stretto al capo e annodato alla nuca il
fazzoletto rosso; la gonna succinta, le braccia scoperte fino al gomito.
Muoveva e rivolgeva con atto frequente e svelto la forca di legno dai
lunghi rebbi, e cantava.

-- Brava -- egli le disse. E lei interrompendosi:

-- Oh non mi vergogno, io, a lavorare da contadina! Si vergognino quelle
che non han braccia sode e gambe dritte!

E riprese a cantare.

Un altro giorno Gigetto, il fratello di lei, aveva levato un nido di
fringuelli. I poveri uccellini, ancora in bordoni, non si reggevano ai
piccoli voli e ai brevi passi: tentavano scappare e battevano il petto e
il capo in terra; e piavano spalancando il becco.

Il maggiore rimprover il ragazzo. Il ragazzo rispose sgarbato, e la
sorella gli lasci andare uno scappellotto; ma lui si vendic
accusandola:

-- I fringuelli ti fan compassione; gli storni, no. Mi hai aiutato tu a
pigliarli tra i coppi!

-- Gli storni sono di danno! -- essa rispose. -- E poi -- aggiunse
rivolta a Baredi, -- quelli di nido sono cos buoni in umido!

E sorrideva con labbra ingorde.

Anche andava in bicicletta e si scalmanava in corse faticose quando,
scesa alla citt per le spese domestiche e fatte tutt'altre compere a
suo capriccio, doveva rincasare a prendere soldi e ripetere il viaggio.

Non sapeva, insomma, moderare le esuberanze dell'indole, n mitigare le
asprezze del carattere. Eppure, quand'era solo, Baredi ne rivedeva
spesso l'imagine ricomposta in lineamenti ed espressioni gentili, e se
ne ricercava le impressioni avverse, da quei contrasti essa, anzi che
perdere, acquistava nuova attraenza, come d'una bellezza singolare,
forte e sana.

                                  ----

Ma un pomeriggio, accompagnandola per la strada della chiesa, Baredi
osserv a caso, al margine del fosso, un fiore nuovo per lui. Lo stelo
lungo e schietto reggeva, a corona, cinque o sei capolini di un delicato
color lilla sorretti da un esile picciuolo senza foglie. Lo stacc e
glielo porse.

Ferdina lo gett via con disprezzo. Come offesa davvero, grid:

-- Questo fiore a me?

Poi, alla meraviglia di lui, disse:

-- Fiorin dell'aglio, fior traditore!

E prima che egli parlasse, essa, nell'atto di scappare sdegnata verso la
fattoria, gli rivolse un'occhiata lunga e intensa; una di quelle
occhiate in cui l'anima si raccoglie e si concede, ma il pensiero, anzi
che apparir manifesto, per il troppo fervore appare ambiguo. Voleva
leggere negli occhi di lui la scusa dello scherzo che poteva spiacergli?
esprimere l'affetto che la rendeva certa di scusa?

Baredi rimase perplesso un istante; indi, respinte le interpretazioni
benigne, torn indietro convinto di non errare e mormor: -- Civetta! --
Nessun dubbio. Una rivelazione inattesa: Ferdina credeva d'averlo
innamorato, e ne godeva!

-- Anche costei! -- pens. -- Tutte a un modo; tutte stupidamente vane,
perfidamente vane! Per soddisfare alla vanit istintiva, non esitano in
nulla; inconsapevoli del male che possono fare, interamente consapevoli
del male che vogliono fare. -- Ogni cosa era chiara adesso! Ogni prova
di affetto e di gentilezza ch'egli aveva ritenuta spontanea in costei,
era stata predisposta sin dal primo incontro a tal fine: innamorarlo!
L'aveva conosciuta bambina: la rivedeva una bella ragazza; fidanzata.
Avrebbe resistito alla bellezza di lei, all'invidia che altri n'avesse
l'amore? Ah no! Essa vincerebbe se egli -- e non c'era da dubitarne --
aveva in mente altre donne! E lei andava a colpo sicuro; prima di tutto
perch era giovine, fresca, bella; poi perch le signore e signorine,
schifiltose, non riuscirebbero a nascondere, come lei, il ribrezzo della
cicatrice che lo imbruttiva. E il dover supporre tutto ci, ci che lo
feriva come un oltraggio, a Baredi fece cos male che piuttosto che
riveder Ferdina pens di ritornare quel giorno stesso a Bologna. Ma non
s'immiseriva a fuggire le piccole cattiverie d'una femminetta
diciannovenne?

Rimase. Quel giorno stesso per scrisse al Comando che era guarito e
disposto a riprendere tra una settimana al pi tardi il servizio.
Impiegherebbe il tempo, che gli restava, ad allenarsi camminando sui
monti; e non andrebbe pi alla fattoria, e con qualche pretesto non
riceverebbe pi Ferdina alla villa. Se non che il giorno dopo si accus
nuovamente di debolezza e, sebbene stanco di una lunga gita, and
all'ora solita nel giardino.

Ferdina non venne. Non venne neppure il dimani. Non c'era da ridere? da
prenderla, quasi quasi, nel suo stesso giuoco? Lo aspettava a casa sua!
Non cedeva lei; certa, sicura che cederebbe lui!

Passarono quattro giorni. Quando, al quinto, il maggiore ud alcune
contadine che, per la via, discorrevano di un altro paesano morto in
guerra. Egli ebbe un dubbio: e, dalla siepe, ne dimand il nome. Non era
il fidanzato di Ferdina. E poco dopo, ecco Ferdina accorrere, trafelata,
rossa in volto, con una lettera, incontro a lui. Tendendola, pareva
ebbra di gioia; esclamava:

--  di Guido! La legga! Voglio che la legga!

E premeva una mano al cuore per moderarne i palpiti. Egli scorse con gli
occhi alcune righe. Il soldato scriveva che si era trovato alla stessa
azione in cui era perito quel paesano; che si era meritato gli elogi dei
superiori e sperava d'ottener la medaglia, e una prossima licenza.

-- Che pena in questi d! -- la ragazza seguitava. Sin dal principio
della settimana aveva saputo del paesano morto, e sapeva che era nello
stesso reggimento, nella stessa compagnia di lui, Guido.

-- Che angustia! Ma anche lei mi ha fatto soffrire! -- aggiunse con voce
ferma, quasi aspra.

-- Perch? -- Baredi chiese. Era gi pentito d'essere stato ingiusto.

-- Vuol negarlo? Anche lei sapeva della brutta nuova e sospettava di una
disgrazia. Ne saran morti tanti delle nostre parti! Io non avevo il
coraggio di venir qui, a interrogare; ma l'aspettavamo laggi, da noi, a
dirci una parola.

Egli arross, la prese sotto il braccio traendola verso la solita ombra
nel giardino.

-- Perdonami -- le disse --, non per il male che ti ho fatto senza
volere, ma perch sospettai tutt'altra cosa: che tu non fossi buona e
sincera come sei. Perdonami.

Ferdina era cos felice che non si perd a chiedere spiegazioni; e alla
domanda di lui: -- Sei felice adesso? -- ella sorrise guardandolo,
limpidamente; con la piena confidenza di un cuore che si abbandona a chi
la comprende.

Giunti in fondo al viale, sedettero di fronte; lei sul sedile di pietra,
lui nella scranna di giunchi. E mentre essa, tolto dalla tasca del
grembiule un fazzoletto in cui ricamava le cifre, agucchiava e
discorreva, Baredi stette ad ascoltarla poggiando il gomito allo
schienale e sostenendo il capo con la mano contro la guancia destra. La
ragazza parlava del suo amore; dei contrasti che aveva avuto da parte
dei suoi. Non senza ragione. Guido non era mica uno stinco di santo! Ne
aveva avuto delle amorose!; e qualcuna.... ehm! Ma con lei non si
bazzicava come con quelle. Aveva intenzioni oneste? E bisognava rigar
dritto!

-- Che liti in principio che facevamo all'amore! Mi venivano a dire che
era stato visto per Bologna con la tale, a teatro con la tal'altra.
Capir se ci pativo! Una sera che eravamo soli in casa, giurava di dover
andar via per un contratto. Non gli credevo; serrai la porta con la
chiave. Lui sale al piano di sopra, spalanca la finestra, si butta gi e
scappa. Da accopparsi! Io mi divoravo dalla bile. Ma mio padre impar
che era vero che Guido stava combinando un grosso affare e che dava
segni di aver messo la testa a posto; e cominci a difenderlo. Questa 
bella! Anche mia madre, perch io, a costo di morir di crepacuore, non
ne volevo pi sapere, cominci a dar torto a me! La guerra ha fatto il
resto, e adesso ci vogliamo bene sul serio.

Intanto che la ragazza discorreva, Baredi la seguiva rimproverandosi.
Quant'era difficile giudicare le donne! Con che ingiustizia aveva
giudicata Ferdina, cos buona e leale; cos schietta e forte nei suoi
difetti e nei suoi contrasti; cos sana e assennata! A confrontarla con
le donne che gli stavano pi in mente gli pareva di dover sorpassare un
abisso. O l'abisso, piuttosto, era in lui?

-- Il maggior bene del mondo -- Ferdina ripigliava -- non sta forse nel
volersi bene? Vede? Mio padre e mia madre sono di stampo antico; senza
istruzione, senza finezze; ma mi han dato a conoscere che a questo mondo
pi si vuol bene, e pi se ne vorrebbe, e s' pi contenti.

-- O l'abisso  piuttosto in me? -- si chiedeva Baredi. Era in lui, tra
il modo con cui concepiva la vita nel passato e il modo con cui gli si
presentava ora, dopo l'intervallo tragico e quasi mortale? Ora sentiva
come non mai l'orrore di quel passato. Eppure egli non era stato n pi
fatuo n pi corrotto di tutti gli altri. Ma come tutti gli altri aveva
riposta la felicit nella falsit delle illusioni, dei desideri, dei
piaceri, delle passioni. Ah Ferdina! Ferdina! Proprio cos: volersi bene
senza pretendere dalla vita pi di quanto la vita pu dare; e pi si
vuol bene, e pi se ne vorrebbe, e s' pi contenti!

Dopo una pausa, pur china sul lavoro e senza badare che egli aveva
socchiuso gli occhi, la ragazza soggiunse:

-- E quando s' contenti si vorrebbe veder contenti tutti; fa dispiacere
che chi  buono come noi, pi di noi, debba soffrire.

Altra pausa. Quindi:

-- Lei perch  sempre cos pensieroso?

Baredi tacque. Tem di non poter rispondere senza essere debole, e,
stringendo le palpebre, tacque.

-- Dorme?

Non rispose.

E segu un lungo silenzio. Egli, di tratto in tratto e di furto,
sollevava un po' le palpebre e sogguardava; essa seguitava a cucire.

Finch si mosse, si alz. Baredi cred se ne andasse. Ferdina, invece,
si avvicin a lui piano piano; s'accost. Ad accertarsi che dormiva?

Egli stava per riaprir gli occhi, chiedere:

-- Vai via? -- Ma intu. Sent che si abbassava, che col suo viso gli
sfiorava il viso. Un attimo. E calde e lievi le labbra di lei si
strinsero e si chiusero a un bacio appena sensibile, su la guancia
deturpata.

Ah! afferrarla, stringerla al cuore, baciarla nella fronte gridando con
anima pura, con tutta l'anima: -- Ferdina! Ferdina! -- No: gli parve una
contaminazione; con uno sforzo supremo si contenne. Ella si era
allontanata rapida, su l'erba; ed egli, risollevando le palpebre, la
scorse che si fermava e si voltava. Dubitava d'averlo destato; temeva
che se ne fosse accorto. Rassicurata, scomparve dietro la casa.

E allora egli ruppe in singhiozzi.

Ma la mattina dopo partiva per la frontiera.




                               IL CHIODO.



                                   I.


Quasi in mezzo al viale, fuori della polvere, un chiodo arrest lo
sguardo, il passo e il pensiero del conte Mauro. Era un chiodo ancora
buono, bench un po' arrugginito e storto. Quanti l'avevano veduto? E
perch nessuno di quanti l'avevano veduto si era chinato a raccoglierlo?
Trovate le risposte, del resto semplici ed ovvie, lo prese su lui, e
seguit la passeggiata verso la chiesa dei Cappuccini.

Pensava intanto: -- Ogni cosa, sia pur minima, ha il suo valore. Dunque:
cercate di non perdere nulla; non spregiate nulla; raccogliete sempre
ci che fu perduto, o gettato via, e tenetene conto. Imparate, cio, a
osservare e a riflettere.

Ai quali consigli altri ne seguivano, se non del tutto nuovi, sempre
belli. -- Profittare anche andando a spasso; vincere la pigrizia;
esercitar la pazienza.

Ma dal considerare il chiodo che rigirava fra le dita il pensatore
arriv a conseguenze di maggiore importanza, per lui. Nelle brevi soste
al Caff Vecchio, dal tabaccaio nel Borgo, nella farmacia di San Rocco,
non era solito ammonire che a consolazione della vita bisogna mirar in
alto? Ora a vederlo prendere su da terra un chiodo tutti l'avrebbero
accusato di contraddizione. E no. Se quella era un'azione giovevole, se
un'azione giovevole in s vale a pubblico esempio, ecco che si pu
mirare in alto anche guardando in basso. N bastava. Per la democrazia
predominante l, nella piccola citt romagnola, egli era forse un
aristocratico in cui l'orgoglio della razza aveva assunto l'abito del
filosofo fannullone, appartato e schivo.

-- Ebbene -- concluse Mauro Agabiti giunto che fu alla chiesa
francescana --, anche per questo, da stasera in avanti, cercher dei
chiodi. Chi si umilia sar esaltato.

                                  ----

Gli accadeva sempre cos. Concepita un'idea, a forza di dedurre, la
tirava alle conseguenze estreme, che stupivano chi non possedeva
l'energia logica di lui. E avendo pensato che pur l'esercizio di
rintracciar chiodi non mancasse di morale efficacia, fu condotto a
cercarne dove pi se ne trovassero, e quindi dove la necessit dei
chiodi nuovi rendesse maggiore la dispersione dei vecchi.

In via del Fossato, lungo le mura, erano botteghe di falegnami, fabbri,
maniscalchi. Ivi, due o tre volte la settimana, la persona del filosofo,
alta, magra, vestita di nero, il volto pallido e la bianca barba sotto
il cappellaccio grigio, passava adagio adagio rimuovendo la polvere con
la punta del bastone; talvolta arcuandosi nell'atto di tendere il
braccio e la mano. Allora, se coglieva qualche cosa, gli balenava un
sorriso dagli occhi chiari e guardava qua e l, come aspettasse di
essere interrogato. Ma coloro che l'avevano osservato, e ridevano, si
voltavano in fretta per non farsi scorgere; rispettavano in lui l'uomo
generoso e diverso dagli altri ricchi appunto perch, a parer loro,
tcco nel cervello; e ne compativano la nuova, innocente mana. Nessuno
gli chiedeva: -- Cosa accatta, signor conte? --; nessuno lo pungeva
ironico o mostrava meraviglia; ed egli doveva mettere in tasca il chiodo
e rimettere il discorso, pronto da un pezzo, a migliore occasione.
Presto o tardi la sperimenterebbe, la virt dell'esempio! -- Infatti....

Una delle ultime fucine del Fossato era quella del fabbro Dondelli,
detto Dondla; e un giorno che questi lavorava altrove, il conte, quasi
davanti al portone di lui, si chin; con impeto allung la mano.... Ahi!
che dolore! Scottato. Le dita lasciarono subito la presa. Scottava,
bruciava! Ma stringendo fra i denti il pollice e l'indice, in cui il
chiodo aveva lasciato l'impronta della strinatura, il filosofo rest
immobile ad aspettare. Il chiodo si raffredderebbe: no?

Intanto risate di ragazzi, trattenute a fatica, giungevano da ogni
bottega, come gemiti.

-- Ridono? -- pens il pensatore --. Dunque  una burla!

E quasi il bruciore, che non scemava, gli affrettasse il raziocinio,
seguit: -- Una burla senza intenzione di ferire in me avarizia o
gretteria; tutti mi conoscono.  una burla ingenua, che attesta per una
intelligenza non comune. Bravi!

A questo punto nella bottega del falegname di contro il ridere si mut
in pianto schietto, e sotto la grandine degli scapaccioni paterni un
garzoncello gridava: -- Non sono stato io!  stato lui, l, che l'ha
riscaldato! Celso!

-- Birichini! canaglie! -- urlava il genitore per farsi ben udire dal
signor conte.

Lui, l? Celso?

Il filosofo pigli su, risolutamente, il chiodo ancor caldo; lo mise in
tasca ed entr nella fucina di Dondla.

-- Celso -- disse con l'usata dolcezza --, mi daresti un po' d'acqua?

Subito, di dietro all'incudine dove se la godeva ridendo piano piano e
solo, il ragazzo balz a prender la secchia, la port, la depose ai
piedi del signore. Il quale v'immerse la destra e sogguard mentre,
refrigerato, seguitava tra s:

-- Ha dell'ingegno; molto ingegno! Si vede dagli occhi; si capisce dalla
prontezza degli atti. Dunque non  contento del suo stato. -- E disse:

-- A te non ti piace di fare il fabbro.

Il monello, che si aspettava tutt'altro discorso e tutt'altro tono,
sorrise e rispose franco:

-- Nossignore.

-- Bene. Cosa ti piacerebbe di fare?

Sempre pi inanimito da quel "bene" rispose:

-- Il signore.

-- Ho capito -- disse il filosofo. -- Vorresti diventare ingegnere o
avvocato o medico, o che cosa?

Ma ora Celso rimase perplesso. Non erano dimande inopportune? Fare il
signore non significava far niente?

-- Via! -- insist il conte rialzandosi e asciugandosi le dita nel
fazzoletto. -- Quale professione sceglieresti?

Bisognava finirla.

-- Nessuna.

Fu un nuovo colpo inatteso. Ma non doloroso; anzi! Al filosofo parve di
giungere improvvisamente a una felice scoperta; tale che tacque a lungo.
Poi tolti dal gilet alcuni soldi, li porse al ragazzo.

-- Ti ringrazio; e ci rivedremo.

Era poco lungi, per la strada, quando ud dei passi dietro a s. Si
volse. Celso col cappello in mano, disse (e le labbra gli tremavano): --
Mi perdona?

Il conte gli pose la destra sulla spalla e torn a fissarlo. Che occhi!
-- S, figliuolo!

E riprese la strada pensando: -- Intelligenza; animo ardito; cuore, e,
per di pi, inclinazione latente!



                                  II.


Questa dell'inclinazione latente era una delle sue idee. Anche nel
campo dell'intelligenza -- diceva -- la natura  non di rado riserbata,
quasi timida, gelosa dei suoi tesori; e ingegni non comuni restano
improduttivi e sconosciuti non solo perch sono mancate le condizioni
propizie al loro sviluppo, ma perch nessuno ne ha saputo intuire la
disposizione segreta, rimasta ignota a loro stessi; nessuno ne ha
eccitate le intime facolt creative. -- E soggiungeva candidamente: -- 
il mio caso. Io non sono un imbecille, eppure a sessant'anni non so
ancora come sarei potuto riuscire pi utile alla societ e alla patria,
e divenire un bravomo.

-- Facendo il professore di filosofia -- insinuava qualcuno, credendo di
fargli piacere. Egli scuoteva il capo.

-- No, sarei stato ugualmente inutile.

Per esser utile, da un pezzo, aveva rivolta l'attenzione psicologica
agli adolescenti che conosceva. Ma non uno che dimostrasse d'aver molto
sale in testa e alla domanda: -- In qual modo, per che via preferiresti
diventare un uomo celebre? -- rispondesse: Non lo so. Lo trover una
volta o l'altra -- ripeteva il filosofo, saldo nella sua convinzione.

Finalmente! L'aveva trovato nella fucina di un povero fabbro!

Dondla ebbe l'avviso di presentarsi la mattina dopo al palazzo Agabiti;
e vi and di malavoglia, per causa del chiodo scottante, la cui storia
gi esilarava tutta la citt. Invece l'aspettava una bella fortuna. Il
conte gli propose di stipendiargli un garzone pi abile di Celso e di
assumere Celso al suo servizio.

-- Ho bisogno di un giovine che aiuti la vecchia Cleofe nelle faccende
di casa; ho bisogno di uno che aiuti me nelle mie faccende: contabile,
segretario, bibliotecario, ecc.

-- Misericordia! -- esclam Dondla in un impeto di lealt. -- Ma cosa
vuol cavarci da mio figlio? Non ha voglia di far niente!  la mia
disperazione!

--  la mia speranza! -- ribatt il conte Mauro con solennit profetica.



                                  III.


I libri dovevano prestar lo strumento pi sicuro per l'assaggio
intellettuale. Due o tre ore al giorno furono dedicate alla lettura e
allo studio nella domestica biblioteca. E mentre uno ritornava ai
filosofi primitivi, che amava di pi, l'altro pareva immergersi tutto
nei volumi dei novellieri, dei poeti e degli storici.

Ore deliziose! Beati pomeriggi! Maestro e discepolo s'addormentavano a
un tempo. Ma se si svegliava prima Celso, con una pagliuzza solleticava
il naso del conte; questi agitava la mano quasi a scacciare una mosca e
soffiava spalancando gli occhi, e chiedeva: -- Hai letto? Bel libro, 
vero? --. Se invece si svegliava prima lui, aspettava che il discepolo
sollevasse il capo e guardasse confuso. Allora gli diceva: -- La gloria,
mio caro, non si acquista dormendo come noi. Solo a prezzo di fatiche e
vigilie molti autori delle opere che ci stanno d'attorno sono arrivati a
non morir mai.

Col suo sorriso Celso pareva dire: -- Eh via! che qualche buona
dormitina la facevano anche loro!

-- Pensa alla gloria, ascltati -- seguitava il filosofo. -- Non ti
piacerebbe di vivere in eterno, sia pure in uno scaffale di biblioteca?
Che cosa senti a tale pensiero?

L'altro annusava e rispondeva: -- Sento puzza di muffa.

-- Hai ragione -- concludeva il conte Mauro --; apri le vetrate. Di
quando in quando bisogna dare aria anche agli immortali.

E uscivano a spasso. Non per in cerca di chiodi. La famosa raccolta era
gi finita, se non con la piena efficacia che il filosofo aveva sperata,
in modo tuttavia abbastanza edificante. Pi di una volta, uscendo di
casa, si era imbattuto in monelli che gli offrivano manciate di chiodi
spuntati e storti. Egli li ricompensava a soldi; e cos il buon esempio
fruttava ai raccoglitori, almeno dal lato economico. Ma Celso non esit
ad affermare che, per quanti chiodi perda l'umanit, quelli eran troppi,
e dovevano essere rubati.

-- Bene! -- fe' il conte. E con le tasche piene della raccolta legittima
o illegittima, and da tutti i fabbri e falegnami a chiedere: -- Ve ne
mancano? -- Rispondevano di s? Risarciva di sua tasca e diceva: -- Se
io non fossi andato alla mia ricerca, voi, ora, non sapreste d'aver un
ladruncolo in bottega. Educatelo a mirar in alto.



                                  IV.


Il campo dello scibile  lungo e largo, e quando un cervello balzano pu
scorrazzarvi dentro secondo gli frulla la voglia,  difficile tenergli
dietro per vedere dove stia meglio, difficile sperimentare dove gli
aggradir, alla fine, mettersi a posto. Nessuna meraviglia che
l'esperimento del conte filosofo durasse parecchi anni. Quante volte
esclam dentro di s: -- Ci siamo! Si ferma! Lo fermo! --, e il cervello
di Celso voltava e scappava da tutt'altra banda!

Il procedimento alla scoperta fu metodico: per induzione o deduzione, ed
esclusione. E scartati, sin dai primi tempi, la letteratura e gli studi
affini, che addormentavano il ragazzo e gli davano il senso di muffa,
c'era da ritenerlo segretamente disposto alle scienze anzi che alle
arti. Ci rispondeva pure al segreto desiderio del maestro. Farne, per
esempio, un grande chimico?

Questa speranza deriv logicamente dalla considerazione che la vecchia
Cleofe non salvava dalle mani di Celso neppur uno dei suoi garofani
fioriti.

-- Mi piacciono tanto i fiori! -- esclamava lui con la voce soave delle
ragazze che glieli chiedevano.

Ecco forse la via buona, che conduceva -- oltre che alla floricoltura --
alla botanica, e allo studio degli elementi costitutivi e produttivi del
terreno: cio alla chimica agraria, e quindi alla chimica in generale.

Tutto un inverno per il conte e Celso, e anche per la Cleofe, pass in
una illusione di primavera. Contemplavano cataloghi di giardinieri,
leggevano manuali di orticoltura, vedevano l'orticello attiguo alla casa
mutato in Eden. Celso, che aveva gi quindici anni, ci vedeva anche,
nell'Eden, delle belle ragazze che esclamavano con voce soave: -- Mi
piacciono tanto i fiori! --; e sopportava le spine: i trattati di
chimica organica che il conte, senza insistere, intrometteva a quelli
del regno vegetale.

A marzo furono provvedute le sementi dei fiori scelti. E pur troppo
insieme con esse e con i vasetti e i barattoli di concimi chimici,
entrarono nella biblioteca volumi pieni di formule, lambicchi e storte.

Ma le piantine erano appena spuntate nei letti caldi che lo studente
involontario misur il pericolo. -- Se il giardino va bene, son
rovinato; mi tocca sgobbare pi di un farmacista!

Accadde cos che, poste a dimora, le pianticelle dei fiori allevati con
tante cure, sembrarono svilupparsi tutte uguali: rigogliose, ma tutte
uguali.

-- Come sar? -- si chiedevano stupiti il conte e la Cleofe.

Il loro stupore sarebbe stato meno grande se avessero saputo che nelle
aiuole Celso aveva profuso una certa semente, per cui, ad aprile, l'orto
di casa Agabiti era trasformato in una magnifica distesa d'ortica.

Logica conseguenza: il disgusto, la disperazione di Celso; i volumi
pieni delle formule internati negli scaffali pi remoti; bottiglie,
storte e lambicchi banditi dalla biblioteca.

-- Hai ragione -- disse il filosofo --; la floricoltura non  per te.

-- E neanche la chimica -- aggiunse il discepolo.

Proseguendo, il metodo -- infallibile -- escludeva a poco a poco la
fisica, escludeva la medicina e studi affini, escludeva tutte le scienze
naturali, ad una ad una.

Quando il caso rivelatore, come si sa, di molte vocazioni famose,
condusse una sera il conte a esclamare: -- Torniamo all'arte!

Celso stava disegnando a meraviglia una scacchiera su cui il dimani,
nelle ore libere, giocherebbe con gli amici di via del Fossato.

-- Per bacco! -- riflett il conte. -- Conosce quello che i pittori
moderni ignorano: il disegno! -- Inclinazione, dunque, alla pittura o
all'architettura; e propose al ragazzo di andare a scuola da un maestro
che in citt aveva voce di artista insigne. Celso prese volentieri
l'occasione propizia per star fuori di biblioteca e scappare pi spesso
nel Fossato.

-- Allorch sar in grado d'entrare all'Accademia, mi avverta -- aveva
raccomandato il conte al maestro. N volle mai vedere gli scartafacci e
gli abbozzi che consumavano troppe matite, gomme e mollica di pane,
aspettando la sorpresa che gli togliesse ogni dubbio per sempre.

L'ebbe! Al sopravvenire di lui, l'allievo pittore, un giorno, ritir in
fretta dalla tavola, e tent nascondere, il foglio su cui stava
sgorbiando.

-- Un artista modesto? -- esclam il filosofo --: un artista
eccezionale! -- Chiese il foglio, guard.... Ahim! Che naso! E quel
naso, e due occhi strabuzzati, e una barba prolissa significavano
un'intenzione di caricatura nell'effigie proprio di lui, del conte.

Ma pur alle caricature non bastano le intenzioni; e il conte giudic
l'opera dal lato serio. -- Ti ringrazio -- disse -- perch dimostri di
avermi sempre in mente; ma la pittura non  per te.

-- Neanche la scultura -- fe' mestamente Celso --; neanche
l'architettura.

-- Neanche la musica -- aggiunse il conte scuotendo il capo.

Quando infatti il ragazzo fischiettava le canzonette alla moda, stonava
come stonerebbe un cane, se i cani, oltre che abbaiare e cantare,
fischiettassero. E poich non si balla senza orecchio, le arti restavano
escluse tutte quante!

-- Torniamo alle scienze -- il filosofo ripet a s stesso, fiducioso.
-- Il campo  vasto; il caso rivelatore aiuter!

                                  ----

Aspetta e aspetta.... E una sera, che era uno stellato fittissimo, Celso
esclam, ammirato e rapito: -- Sapere i nomi di tutte le stelle!

Commosso a sua volta, il filosofo cominci a nominargli e indicargli
quella dozzina che ne conosceva di vista; e si domandava dentro: -- Come
mai non ho pensato all'astronomia? Eppure io gli vo sempre ripetendo che
bisogna guardare in alto!

Celso sbagliava i conti; senza calcoli non si fanno scoperte
astronomiche. Verissimo. Ma la contabilit delle aziende non  la stessa
dell'astronomia: questa  matematica pura; quella, impura. Dunque,
avanti!

Fu disposto che di giorno studierebbero insieme il Flammarion e la sera
si eserciterebbero in escursioni pratiche per l'infinito. Quasi ci
prendesse assai gusto, il discepolo non discorreva pi che di
costellazioni, di nebulose e di pianeti; sbigottiva la Cleofe
istruendola intorno alle vicende e ai cataclismi dell'universo e
annunziandole la prossima fine della terra; sperimentava la potenza del
cannocchiale prismatico, comprato dal conte, perlustrando dai tetti le
finestre della citt e dei dintorni.

Ma tanta felicit non poteva durare. Il conte si alzava di notte e
faceva alzare il discepolo, per innamorarlo sempre pi delle
contemplazioni celesti.

-- Se seguitiamo cos, mi rovino la salute -- pens Celso. E una notte
gem:

-- Non vado pi avanti: ho paura.

-- Di che cosa? Parla!

-- Ma...., ho paura.

-- Sfrzati a esprimere il tuo pensiero, il tuo sentimento -- insisteva
il filosofo aspettandosi una rivelazione.

-- In questo andar di qua e di l per il cielo, ho paura....
d'incontrarmi col Padre Eterno!

Non si poteva significar meglio il terrore dell'infinito.

-- Hai ragione -- disse il filosofo. L'infinito spaventa; e l'astronomia
non  per te.

-- E neanche la matematica -- esclam il discepolo. -- E neanche
l'avvocatura -- aggiunse collegando la giurisprudenza alle altre
discipline nella speranza di finire, una buona volta, tutte le prove.

Ma dello scibile ne restava parecchio.

Restava, per esempio, la veterinaria.



                                   V.


Compiuti i diciott'anni, Celso Dondelli non aveva ancora dimostrata
miglior vocazione che quella di star allegro e di corbellare il
prossimo. Dalla scuola del filosofo aveva per acquistata tanta coltura
da superare i coetanei studenti nei regi licei. -- Il lievito c' --
diceva il conte --; lasciamolo fermentare.

E scorgeva sempre un'intenzione seria, un motivo ragionevole in ogni
scherzo o birichinata che il suo protetto faceva. Questa benignit,
ingenua o filosofica che fosse, trovava un cuore non ingrato o sleale.
Per il suo protettore il giovine si sarebbe messo nel fuoco; e il conte,
che sentiva l'affetto sincero nella confidenza di lui, lo ricambiava in
modo cos aperto che gi tutti dicevano: -- Lo adotter per figlio.

Se non che all'Agabiti era rimasta una parente, press'a poco dell'et di
Celso; una pronipote, per via di sorella. Allevata in collegio a
Firenze, la signorina, orfana, torn alla piccola citt nativa assai di
malavoglia; e temeva che lo zio la prendesse seco, in quella casa
antica, con quella serva padrona.

Fu affidata invece alla custodia e alle cure di una signora che, secondo
le parole del conte, le farebbe da padre; cio gliele darebbe tutte
vinte senza nuocerle con la tenerezza d'una madre troppo debole: -- come
sarei io -- seguitava per spiegarsi. E alla signorina Amelia non fu
consentito di visitare lo zio che di otto in otto giorni. -- Termine
sufficiente -- egli affermava -- perch tu non dimentichi che ti sto
vicino, e io non dimentichi che tu saresti contentissima a starmi pi
vicina.

Contentissima! A ogni visita la ragazza lo soffocava di chiacchiere e di
carezze; e lui: -- Ti ringrazio; ma come passa il tempo! Otto giorni
volano!

Essa rideva.

Ora, dopo tante scene gioiose, non era da prevederne una lagrimosa?

No; il filosofo non la previde, quantunque ritenesse la nipote non
diversa dalla maggior parte delle donne.

-- Tutti lo dicono, zio, che vuoi pi bene a Celso che a me!

A questa uscita egli alz gli occhi al cielo pensando:

-- Per mirar in alto le donne mirano al cuore; e forse dal loro punto di
vista....

L'altra procedeva:

-- Bisogna dimostrare al mondo che non  vero.

Lo zio disse dolcemente:

-- Suggeriscimi tu il modo.

-- Pagandomi un viaggetto a.... Parigi.

Egli non si scompose punto, anzi ammise: -- Hai ragione; per dare questa
dimostrazione al mondo intero non c' che Parigi!

E gliela mand; s'intende, con la tutrice, la quale aveva consigliata
alla pupilla la scena lagrimevole.

Avvenne che poco tempo dopo la partenza della signorina Amelia il conte
proponesse a Celso una passeggiata in campagna, a un suo podere fuori di
porta. Il tragitto non era breve; e per la strada maestra quanti
vedevano l'Agabiti camminare cos, piano piano, con l'ombrellone di tela
cerata aperto a riparo della polvere pi che del sole, si voltavano
indietro sorridendo.

Celso, quando non ne pot pi, esclam verso gl'importuni:

-- Andiamo a Parigi!

Allora il conte si ferm, e disse:

-- Hai ragione.

E riprese la via. Nel ritorno ripet: -- Hai ragione. Son vecchio;
comperiamo un veicolo --. Manco a dirlo, Celso esalt i benefizi e i
piaceri delle automobili: non ultimi, quelli d'impolverare gli altri e
di guidarne una lui.

E appena a casa il conte Mauro gli fe' scrivere, alla rubrica delle
spese imprevedute:

Lire ventimila per un'automobile; spesa quattro volte pi grande che un
viaggio a Parigi, perch comprende la probabilit di un viaggio
all'altro mondo, con la guida di Celso Dondelli.

Ma Celso non aveva ancora sostenuti gli esami da _chauffeur_ che il
libro dei conti fu riaperto alle spese imprevedute e dato di rigo
all'automobile.

-- Scrivi in sostituzione -- il filosofo dettava: -- lire diecimila al
Ricovero, cinquemila all'Ospedale, tremila e cinquecento all'Asilo, pi
mille e cinquecento per un cavallo e una carrozza. Che ne dici?

Il giovine alz gli occhi al cielo:

-- Miriamo in alto -- rispose. E aspett cavallo e carrozza; acquisto
fatto dal filosofo senza intermediari.

Ecco. La carrozzella era della prima met del secolo decimonono.

Meno antico, sebbene bianco di pelo, il cavallo; e non brutto: solo,
aveva il vizio di camminare con un po' di lingua fuori. Celso lo
battezz _Gedeone_, nome che piacque moltissimo al conte e ai
concittadini. Parecchi di essi ogni volta che l'equipaggio attraversava
adagio adagio la via principale per uscire alla campagna, ammiccavano al
cocchiere con certe strizzatine d'occhi che significavano: Te lo godi,
eh, l'automobile?; oppure: Il tuo cavallo suda nella lingua come i
cani.

Le quali corbellature a mezzo disturbavano il mancato _chauffeur_.
Preferiva le risate aperte e intere; e non tard a provocarle, per
ridere meglio lui, in ultimo.

Del resto, non era vero che tafani e mosche infastidivano il buon
Gedeone?

-- Se gli facessimo fare una coperta da passeggio?

-- E tu fagliela fare -- consent il conte.

Figurarsi quando la quasi centenaria carrozza comparve preceduta da
un'ampia gualdrappa di mussolina rosea, coi fiocchi, da cui uscivano due
orecchie, una mezza lingua, una mezza coda e quattro mezze gambe!

-- Gedeone in veste da camera!

-- Ridono per noi? -- il conte chiese.

-- S -- rispose Celso --; ma non basta.

-- Hai ragione -- conferm il filosofo sopra pensiero --. Non basta.

Pochi giorni dopo evidentemente Gedeone era zoppo al piede destro,
davanti.

-- Chiama subito il veterinario.

-- No -- Celso disse --; lo curo io.

Fu allora che gli balen l'idea, al conte Mauro, della veterinaria quale
inclinazione latente.

Non ci aveva pensato mai perch si era convinto che al giovine non
piaceva la medicina. Ma adesso riflett:

-- C' differenza. C' pi soddisfazione. Gli animali non aiutano a
sbagliare la diagnosi. -- E mormorava sospirando: -- Purch io non ci
rimetta il cavallo!

Tutt'altro! La cura permise presto una passeggiata in campagna. Gedeone
riapparve al pubblico con la gualdrappa rosea e un piede fasciato e
grosso, simile a quello di un elefante.

-- Oh! Gedeone ha la gotta! Gedeone ha la pantofola!

Il successo sperato da Celso non fall.

-- Ridono per noi? -- chiese il conte.

-- S. Ma vedr al ritorno!

E immaginare che bocche aperte quando il presunto gottoso attravers la
citt di trotto; diritto; a dorso scoperto; senza pantofola! Un
miracolo! un trionfo stupefacente! Scendendo, a casa, il conte esclam:

-- Veterinaria! veterinaria!

Ma Celso smorz l'entusiasmo. Disse che per guarire Gedeone non aveva
dovuto che levargli il sasso confitto tra il ferro e l'unghia.

-- Bravo! Occhio clinico!

-- No -- corresse il giovane --; perch il sasso gliel'ho messo io.

Il conte riflett; indi concluse:

-- Capisco. Hai fatto bene.

                                  ----

Non fu della stessa opinione la signorina Amelia, appena reduce da
Parigi. Ella tent persuadere lo zio che certe buffonate non conferivano
decoro alla nobilt di casa Agabiti. Ribatt il conte che, a fil di
logica, non  ridicolo chi si burla della ridicola mentalit paesana; al
contrario, d prova di seriet. E la nipote a sua volta osserv che i
giovani seri fanno onore a chi li aiuta, con gli studi e con le opere.

-- S, ma non prima che quelli a cui spetta ne abbiano scoperta
l'inclinazione latente. Questo cmpito  mio.

-- Eh! ci vuol altro!

Ci vuol altro? La frase colp il filosofo. Disse dolcemente, dopo un
po':

-- Forse hai ragione anche tu. Ci vorrebbe la donna; la donna che io non
trovai: una donna capace di mirare in alto, pi in su del cuore.

La signorina Amelia allora tacque. E poi si propose d'innamorare lei
Celso Dondelli.



                                  VI.


A scorgere Celso cos mutato, pallido, con gli occhi or vaghi ed or
fissi come in contemplazione, il conte dubit che, per l'assiduo
ammonimento di mirare in alto, il giovine fosse colto da un accesso di
misticismo e si fosse destata in lui la vocazione di farsi frate. Per
fortuna, una mattina mentre prendeva il caff e latte, se lo vide
davanti ancora diverso; in posizione di attenti!, con l'aspetto dei
grandi propositi; con la energica decisione dell'eroe o di chi ha
perduto la testa.

-- Signor conte -- disse calmo --; vado allievo sergente, in cavalleria.

Soldato! Un colpo di mazza sul cranio! Ma non una di quelle mazzate che
stordiscono; no: di quelle che spalancano tutte le finestre cerebrali a
una luce repentina, inattesa, illimitata. Al filosofo s'illuminarono il
passato, il presente, l'avvenire: il passato suo proprio, l'avvenire di
Celso, il presente di tutti e due.

Oh portento! Soldato! Soldato d'Italia! Ecco l'inclinazione latente,
rivelata a un tratto! Di chi? di Celso? solo di Celso Dondelli? No, no:
anche di lui, del conte Mauro Agabiti! La capiva adesso, di colpo, quale
era l'inclinazione sua propria, adesso che aveva manifesta,
improvvisamente e finalmente, quella del suo allievo!

E il generale Agabiti avrebbe potuto fare onore alla patria; ne era
sicuro. E sentiva l'amarezza del bene non mai goduto e perduto per
sempre; del bene conosciuto troppo tardi. Per qual causa? Per qual
colpa? Chiese, d'impeto:

-- Chi, che cosa ti spinge, te, alla milizia?

-- Una donna -- Celso rispose senza esitare.

Fortunato giovane!

Il giovane infatti aggiungeva:

-- Vuol sposare un capitano di cavalleria. Io divento sergente,
sottotenente, tenente, capitano; e....

-- Alt! -- interruppe il conte Mauro --; come si chiama.... _lei_?

-- Amelia.

Celso si aspettava un nuovo scatto, una impressione visibilmente
profonda di meraviglia. Il filosofo invece parve rassegnarsi subito,
quasi si trattasse di un decreto della Provvidenza. Non mosse che
un'obiezione.

-- Quando tu sarai capitano mia nipote avr gi marito da anni e anni.
Chi vuoi che la tenga?

Il giovane sorrise.

-- Lei! -- fece tendendo l'indice verso il suo protettore.

Questi chin il capo mormorando:

-- Speriamo che la storia finisca bene per tutti; anche per Gedeone.

                                  ----

Venne il d dell'addio.

-- Tu non mi scriverai -- disse il filosofo. -- Non voglio. Io t'impongo
un ricordo, osservabile, tangibile, sensibile, continuo e forte. -- E
gl'introdusse un anello di ferro nel mignolo della destra; il chiodo
della scottatura piegato a cerchietto.

-- Quando sarai al punto buono -- conchiuse il conte --, portami o
mandami il chiodo, e se l'Amelia sar anche lei al punto buono.... Via!,
dammi un bacio.

.... Cos a Celso, prima di partire, non restarono da baciare che suo
padre, Gedeone e la Cleofe.



                                  VII.


Quasi un anno dopo che la guerra era scoppiata in Libia e qualche mese
dopo che Celso Dondelli era laggi, entrando nella bottega di Dondla,
il vecchio conte non chiese, al solito: -- Notizie?

Si abbandon sulla seggiola e mormor:

-- L'ora  giunta.

Intimorito, domand il fabbro:

-- Per Celso?

-- Per me.

Ma s'ingannava pur questa volta, povero filosofo! Per Celso l'ora era
gi giunta (ed egli non lo sapeva); per lui doveva tardare non poco. Lo
portarono a casa apopletico.

Come, trascorso assai tempo, a forza di cure, poterono trarlo dal
letto.... che tristezza! Nella poltrona, con la testa reclinata allo
schienale pareva obbligato, adesso, a mirar sempre in alto; e tentava al
contrario di guardare in gi, quasi cercasse d'intorno, nella realt, le
immagini che gli vaneggiavano nel cervello infermo.

Che tristezza! E come lunga!

                                  ----

E un giorno venne al palazzo Agabiti un tenente di cavalleria, il quale
disse di dover parlare al conte prima di ripartire per Tripoli. Si
present l'Amelia; lo stato dello zio non permetteva nessun colloquio.

Ma l'ufficiale insist. Se il malato non aveva perduto del tutto la
conoscenza egli, per incarico di Celso Dondelli, caduto in battaglia
presso a lui, aveva da consegnargli una cosa attesa e cara.

La signorina raccomand, preg:

-- Non gli dica che  morto. Tanto....

Poi lo introdusse. La Cleofe dietro alla poltrona sorreggeva il debole
capo.

-- Guarda, zio, -- disse l'Amelia.

Un breve silenzio. Finch lo zio sorrise, quasi ridesto dall'erroneo
riconoscimento.

-- Ah! Sei tu?... Il chiodo?

-- Eccolo -- disse l'ufficiale, mentre la signorina susurrava:

-- Lasciamolo nella sua illusione!

Il vecchio chiam: -- Amelia!

-- Son qui, zio.

-- Celso!

L'ufficiale ne comprese, dalle mosse pi che dalle parole, l'ultimo
volere. E mise l'anello nel dito che la signorina gli tendeva ripetendo:
-- Lasciamolo nella sua illusione.

Allora la Cleofe ruppe in pianto.

                                  ----

Ed era passato un altro anno quando il tenente di cavalleria, vicino
alla promozione a capitano, torn al palazzo Agabiti. Disse alla
signorina, erede del conte: -- Quella che fu illusione estrema di suo
zio non potrebbe essere realt per noi?

La signorina Amelia consider l'anello che aveva nel dito; sollev i
begli occhi a mirare in alto e:

-- Quando sarete capitano -- rispose --. Questo era il patto.




                          CINQUANTAMILA LIRE.


Al triste annunzio -- il commendatore Demetrio Lecci, nell'attraversare
la strada, era stato investito da un'automobile; commozione cerebrale e
lesioni interne; smarrimento della coscienza; nessuna speranza --;
appena ricevuto il terribile annunzio, Corrado Amaldi aveva lasciato in
casa la moglie, affranta essa pure, angosciata e tremante, ed era corso
al letto dell'amico.

Povero Demetrio! Giocondo, come sempre, nella faccia serena, era stato a
trovar Corrado il d innanzi. Ed ora.... ora Demetrio moriva senza
riconoscere l'amico. Moriva: l'occhio vitreo e immoto; il volto disfatto
e cereo; soli indizi di ultima vita, il respiro affannoso e uno scattare
intermittente del braccio e della mano sinistra.

Non reggendo a tal vista Amaldi, con un nodo alla gola, scapp nella
camera attigua e si abbatt su di una seggiola. Non poteva piangere.

Ma a poco a poco reag in s, cerc dominarsi riflettendo; e si obblig
a considerare i doveri che l'evento calamitoso e repentino imponeva a
lui, l'amico intimo, prediletto. Al commendatore non restava che un
parente, quel nipote cos diverso da lui, e gli avevano telegrafato
subito; ma quand'anche fosse arrivato in tempo a veder morire lo zio, il
discolo non ne avrebbe ottenuto il perdono.

E Amaldi ricord che Demetrio gli aveva manifestato pi volte il
proposito di diseredare il nipote vizioso e corrotto per beneficare le
pie instituzioni a cui aveva dato tutto s stesso. E pens: Demetrio
avr fatto testamento. Se lo trovasse qui in casa, il nipote lo
trafugherebbe. Possibile?

Possibile. Quando l'evento o il fatto che confonde e travolge  enorme,
anche i pensieri che a ragione fredda si giudicherebbero assurdi,
sembrano giusti.

Egli guard allo scrittoio, quasi a confermarsi che ci fosse il
testamento del commendatore; poi, con improvvisa ripresa d'energia,
s'alz, chiam il servo, and a sedere allo scrittoio, trasse dalla
cartella un foglio e una busta e, mentre scriveva, disse:

-- Giovanni, a scanso della mia e della vostra responsabilit....: qui
dentro ci potrebbero essere carte di molta importanza; credo convenga
avvisare il notaio.

-- Quel che fa lei....

-- Il dottor Neri.... Sapete?... Via Goito....

Il vecchietto inchinandosi prese il biglietto; e usc.

Con i gomiti puntati sullo scrittoio, per sorreggere il capo, e strette
le tempia fra le palme, Amaldi ritenne nella mente il pensiero di prima,
che non gli pareva pi ben chiarito e compiuto.

No, non era possibile che un uomo come Demetrio Lecci avesse lasciato il
testamento in uno scrittoio aperto. No? Ma qual uomo  cos prudente da
non cadere in qualche errore? Cos prudente da aspettarsi a quarantadue
anni un infortunio mortale?

D'altra parte, non poteva Demetrio aver pensato giustamente che
Giovanni, meglio che servo l'uomo di fiducia, e lui l'amico,
vigilerebbero, e in ogni caso provvederebbero alla custodia delle sue
carte e all'adempimento delle sue disposizioni?

Fu cos che la mano di Amaldi accompagn il pensiero con moto spontaneo,
proprio per naturale conseguenza. Aperse il cassetto di mezzo e guard.
Ma senza curiosit e intenzione ferma; con mente gi inerte guardava,
sollevando le prime delle carte sparse che lo riempivano e....

Quasi a ricevere un urto nel petto, quasi per difendersi istintivamente
da un assalto impensato, respinse il cassetto dello scrittoio, si lev
in piedi con tutto il sangue al capo, al volto, in un'apprensione
ontosa, con un'impressione indefinibile di colpa e di repugnanza, con un
impeto d'ira e di rabbia contro s stesso, che gi si lasciava afferrare
da un dubbio insano; e non gli bastavan le forze a divincolarsi, a
sfuggirne la mostruosa, diabolica presa.

Una lettera..., in una busta fina..., tra quelle carte, tra quei
documenti..., interpostavi come per caso o dimenticanza.

Ricadde a sedere; riaperse; la tolse; ne guard attento la soprascritta,
vinto. E: s; la lettera, il carattere (.... anche il profumo) era di
Rina. Di Rina? Ebbene, fosse pur stata! Che cosa di male se sua moglie
aveva avuto bisogno di scrivere, una volta, a Demetrio?

Ecco: egli era tranquillo, padrone di s. Ragionava. Poteva ragionare
freddamente. -- Nessun male? Bisogno di scrivere a Demetrio? Perch? No
no! Quella lettera non era di Rina, ecco tutto! Pazzo! pazzo a lasciarsi
allucinare da una somiglianza di scrittura. Dunque, via!; rimettere la
lettera dove era prima, pentito dell'azione indegna che stava per
commettere; violare, forse, un segreto dell'amico.

.... Vigliacco! Scampare, cercava scampare alla certezza?

E risolutamente lev il foglietto dalla busta, e vide che non c'era la
firma, e lesse, e vide che era di Rina. Fu certo.

Ma ecco: sent che possedeva una forza meravigliosa.

Non si muore d'una ferita, ricevuta a tradimento, nel cuore? di dolore,
di spavento? Non si muore! Egli richiuse. Cred d'aver voce bastevole a
chiamar Giovanni appena fosse tornato. -- Via Goito era a due passi -- e
dirgli: -- Vado a casa, per un momento --.

Si alz.... (una forza meravigliosa!) e, come spinto da tutte le energie
superstiti, entr invece nella camera del moribondo, si avvicin a
guardarlo, con gli occhi sbarrati....

Ah! L'amico!

Allora il medico lo prese per il braccio, lo trascin fuori. Cominciava
l'agonia.

Ebbene.... -- una forza meravigliosa! --, di l, nello studio, senza
accorgersi dell'intimo schianto, della ferita ricevuta nel cuore a
tradimento, senza piangere, senza gridare all'infamia, senza morire,
Amaldi rilesse la lettera per confermarsi, di tutto, evidentemente.

Era un bigliettino scritto in fretta, dopo un convegno. Assicurava
l'amante da ogni timore d'imprudenza o contrattempi.

Ma questa l'infamia! questa la prova! questa: A casa ho trovato la
cartolina che mi aspettava. Torner da Genova dimani o posdimani.

Egli era tornato da Genova.... Quando? Come gli era possibile
ricordarsene? Oh se avesse potuto non ricordarsene! Era tornato....: il
14 maggio. Aveva scritto, e se ne ricordava, all'albergo, due sere
prima. Due sere prima.

Nel biglietto amoroso mancava la data. Ma il timbro su la busta? si
leggeva benissimo: 12-5.... Dunque: c'era pi appiglio a dubitare che
fosse di Rina?

Tutto evidente! Che infamia!

E come gli fosse strappata solo allora la benda dagli occhi, Corrado
Amaldi vide sua moglie affranta e pallida all'annunzio della disgrazia;
e solo allora sent lo spasimo della ferita, l'atrocit del colpo,
l'insopportabile tormento. Fuggire! scomparire dal mondo! Ammazzarla!

Adagio! Aspettare! L'altro, intanto, agonizzava.

Ed entr il notaio. E pass, trafelato, un prete.

Poi Giovanni annunci:

-- Il presidente del Consiglio Provinciale e un assessore del Comune.

Corrado Amaldi immobile, in piedi in mezzo alla camera, ora provava la
sensazione d'uno che sia trascinato da una forza irresistibile in un
precipizio. Quei signori si condolevano con lui, pi che amico, fratello
del commendator Lecci.... Anche, volevano informarsi da lui, per
regolarsi nelle onoranze funebri. E l'assessore, pi disinvolto, venne
dal notaio, presso lo scrittoio, e l'interrog.

Mentre il Presidente seguitava nelle condoglianze, Corrado udiva il
notaio che rispondeva:

-- Il testamento segreto  depositato presso di me; ma non si procede
all'apertura senza richiesta del presunto erede.

Udiva soggiungere l'altro: -- E se il nipote, il presunto erede, ritarda
qualche giorno a tornare, come conoscere le precise disposizioni
testamentarie per i funerali?

-- I familiari.... Il signor Amaldi....

Gi, il signor Amaldi.

Ma il signor Amaldi pareva esagerare -- un pochino -- il suo cordoglio;
pareva troppo stordito. Rispondeva a stento che il commendatore sdegnava
i funerali chiassosi; che disapprovava l'uso dei discorsi, dei fiori....
Non altro. Giovanni, Giovanni forse ne sapeva di pi.

Interrogarono anche lui; e rispose che il suo padrone non avrebbe
sdegnata una messa di _requiem_. Ma la messa, quando fosse richiesta o
permessa dal testamento, poteva celebrarsi giorni dopo il trasporto; non
era cosa urgente.

A ogni modo, Provincia e Comune stavano per accordarsi su le onoranze,
quando il medico s'affacci sulla porta e aperse le braccia.

Amaldi, che si era seduto accanto al Presidente, balz in piedi, livido;
rimase impietrato, con gli occhi torbidi; e Giovanni scapp via gemendo.
L'assessore guard l'orologio e disse: -- Sette e venti --; e il
Presidente disse: -- Animo, signor Amaldi! --; e afferr e strinse la
mano del signor Amaldi.

Il quale adesso sembrava non esagerar pi; sembrava manifestare con il
dolore di chi perde il fratello lo stupore del mistero e lo sgomento del
nulla; o pareva rimasto senza pensiero.

Pensava: Dovr fingere, dissimulare fino all'ultimo!

                                  ----

Fino all'ultimo, fino a che la salma fu deposta nel loculo, egli si
comport cos, come aveva sentito la necessit di comportarsi, come
volevano le convenienze sociali.

Ma dopo! Al ritorno, nella carrozza chiusa, libero della cappa di piombo
che la societ vile e corrotta gli aveva imposta, in una commozione di
scherno e di rabbia Amaldi s'abbandon a meditare, a pregustare la
vendetta. Oh sfogarsi! sfogare l'amarezza dell'onta patita e l'onta
dell'ipocrisia a cui era stato trascinato come in un baratro; sfogare
tutto l'odio che gli si era addensato in veleno nel cuore; esasperare
con volutt di martirio la ferita dilaniante; gettar la maschera, e
accusare, e calpestare l'infame prostrata, nella confessione e nel
rimorso, ai suoi piedi; o colpirla, ammazzarla se sorretta dalla
passione e insolente!

Che benefizio nell'anima e nel sangue, a immaginare il castigo tremendo,
mortale! Ammazzarla!

Ma era illusione fugace. A poco a poco intravvedeva che a lui non era
concesso -- no -- nemmeno l'inconsulta attesa della catastrofe che
fosse, per sua mano, tragica!

No: egli, povero uomo, doveva riprendersi tosto, ragionare, riflettere.
No. Non gli era possibile vendicarsi in tal modo; non doveva ucciderla;
non cacciarla, sgualdrina, di casa; non trascinarla a un tribunale. No.
Perch? Perch sarebbe uno scandalo!

Era caduto in una contradizione; la contradizione in cui s'era messo non
tard a stringerlo, ad attanagliarlo, a soffocarlo. Non poteva vendicar
il suo onore senza provocar uno scandalo enorme; ma per evitare lo
scandalo, per salvare il suo onore aveva dissimulato restando fin la
notte in casa del defunto, fin reggendo nel trasporto uno dei cordoni
del feretro!

Sciagurato! Rivelando adesso il suo disonore non darebbe forse diritto
al mondo di chiedergli: Come mai, tu, ad accorgerti d'esser tradito, hai
aspettato che il traditore sia stato morente o morto? Per quale
misterioso interesse hai dissimulato fin all'ultimo? Per quale
vergognoso passo hai accompagnata la salma all'ultima dimora? Per quale
inconfessabile ignominia hai taciuto sempre con tua moglie, e schiamazzi
adesso che Dio o un accidente ti ha liberato del pi colpevole, del pi
forte?...

In ogni persona che vedeva, egli vedeva un ridere osceno; e gli pareva
che tutti coloro che conosceva gli ridessero in faccia, gli gridassero:

-- Anche tu! anche tu....; e finch l'altro viveva...., eri contento!

Tutti, sempre, l'avevan tenuto per un uomo onesto, un gentiluomo; e
cadere, affogare nel fango! Aveva amata sua moglie e....

Al pensiero del suo amore di un tempo, non resse pi. Ruppe in
singhiozzi; pianse.

Lo riscosse il rumore delle ruote sul ciottolato, rientrando in citt. E
non os rincasare fiaccato in tal modo dalla passione e dalla ragione.

Gli era necessaria una tregua; un po' di riflessione pacata; di
silenzio; le forze umane hanno un limite, perdio!

E ordin al fiaccheraio di condurlo, invece che a casa, all'uffizio del
Consorzio.

Ivi per fortuna l'aspettava un telegramma il quale lo chiamava,
d'urgenza, a Ferrara. Per non scrivere o telefonare alla moglie mand un
impiegato a casa a mostrar il telegramma; dicesse alla signora ch'egli
ritornerebbe solo al dimani.

E part davvero subito.

Ma non poteva fuggire, miserabile, da s stesso; non poteva fuggire al
dilemma che gli si veniva determinando sempre pi chiaro nella mente:

O il mondo sapeva, e sarebbe inesplicabile la sua condotta, la sua
ipocrisia, la sua dedizione alle convenienze quando e in qualunque modo
egli desse a vedere che non ignorava, gi prima, la colpa della moglie;
o il mondo non sapeva, e guai per lui se si vendicasse. Rivelerebbe lui
la sua sventura. La pubblica moralit non giustifica il marito che
ammazza, o scaccia la moglie, o se ne separa, se il castigo non
chiarisce, non specifica la colpa.

Anche in treno, e poi la notte insonne, nel letto dell'albergo, cerc la
via a superar s stesso. Invano. Il pensiero di rimettere all'avvenire
una decisione gli era insostenibile; nessun conforto, nessun consiglio,
nessun aiuto. Che poteva sperare dal destino?

E invano la mattina dopo si prov a un ritorno di vita normale nelle
faccende per cui era stato chiamato a Ferrara; anzi quei discorsi, cos
lontani e diversi dell'intima cura, gli esacerbarono sempre pi la
ferita, gli rintorbidarono la mente.

Ripart con una pi fiera tempesta nell'anima, con un senso di energia
ricuperata e prorompente, e un bisogno d'uscire da quella sua agonia;
con un solo pensiero fisso e, solo esso, ragionevole: che la risoluzione
del suo destino non dipendeva da lui; dipendeva dal contegno della
moglie.

Egli l'affronterebbe gettandole in faccia la lettera che ne attestava la
colpa, le direbbe: -- Ho tentato di salvare il tuo onore salvando il
mio. Ora, a noi! E senza chiasso, senza scandalo! Che intendi di fare?

Ma una mossa sola di lei, una parola sola avversa alla sua passione
immensa lo trasporterebbe al di l del limite che divide la ragione
dalla follia; e allora non indietreggerebbe, non esiterebbe davanti alla
catastrofe sanguinosa. Una revolverata per lei e una, magari, per s;
tanto, la sua vita era spezzata!

Cos, mentre andava a casa, l'immagine della donna gli si confondeva
nella mente con le attitudini o del terrore improvviso, o della
negazione disperata; o della confessione umiliante, o dell'invocazione
di piet e di perdono. La immaginava di nuovo in una crisi di lagrime e
di rimorso, a cui sovrastava imponente, spietata, tremenda, quale che si
fosse, la risposta e l'azione di lui....

A casa! A casa! Ma nell'entrare in casa pallido, fremente, ecco venirgli
incontro la moglie frettolosa e, al tempo stesso, tranquilla.
Tranquillissima! Diceva:

-- Il notaio Neri t'ha cercato ierisera e stamattina per una cosa di
grande premura. Poco fa ha mandato questa lettera.

E la porgeva. Tranquillissima!

Amaldi per prendere la lettera del notaio e aprirla lasci nella tasca
quell'altra, che gi stringeva per gettarla in faccia all'adultera. E
lesse; e intanto che leggeva, Rina, nel vederlo affoscare sempre pi,
dubit di una nuova disgrazia e: -- Che c', Corrado? Una nuova
disgrazia? -- chiese con dolcezza.

Corrado non rispose respingendola: -- Via, malafemmina! -- Rispose: --
Nulla! --; e si diresse all'altra camera.

-- Vuoi desinare subito? -- Rina domand ancora con dolcezza --. Sarai
stanco; avrai fame.

Senza volere, assent, del capo.

Poi, nella camera di l.... Era una cosa incredibile! Una cosa turpe,
laida, lurida; una schifezza orrenda! Da ridere. Che vigliacco era stato
quell'uomo saggio!

Diceva la lettera del notaio:

".... Il testamento del compianto commendatore Demetrio Lecci, aperto a
richiesta del di lui nipote, lega lire cinquantamila a favore della S.
V...."

-- Ed io -- disse a s stesso Corrado Amaldi sobbalzando con l'impeto
del martire che riconfermi la sua fede di fronte allo scherno osceno e
tirannico --, io rifiuto il legato, io rifiuto il prezzo della mia
vergogna! Rifiuto!

Ah s? Rifiutava? Un eroe! Se non che il mondo vigilava e chiedeva:

Perch? Perch rinunciare al lascito del tuo miglior amico, che hai
tanto stimato e amato in vita, che hai tanto onorato in morte, che hai
accompagnato all'ultima dimora e hai visto, con tanto strazio,
seppellire?

O il mondo sa, o non sa....

Ma no (ragioniamo), no che il mondo non sapeva! Un uomo prudente, retto,
saggio quale Demetrio Lecci, non avrebbe avuto mai simile audacia senza
l'assoluta certezza che il mondo ignorava la sua colpa; non avrebbe
corso il rischio di contaminare _post mortem_ la fama di tutte le sue
belle virt con un atto che disonorasse il benefattore non meno del
beneficato; anzi con illuminata esperienza egli aveva forse provveduto
cos a smentire, a rendere inverosimile la malignit se mai qualcuno
osasse di mormorare!

E se il mondo ignorava, non sarebbe stata stoltezza metterlo in sospetto
rifiutando l'eredit?

Accettarla!

Ma (ragioniamo), ma accettandola come avrebbe potuto -- povero marito
--, come avrebbe potuto investire, assalire l'adultera, chiamarla
infame? Essa avrebbe ribattuto, trionfante: -- Chi pi infame di te che
accetti l'eredit dell'amante di tua moglie?

Nessuno scampo, gran Dio! Cos, proprio cos: per salvare la sua
dignit, il suo onore; per serbarsi un galantuomo, un gentiluomo agli
occhi degli altri e di sua moglie, Corrado Amaldi doveva prendersi le
cinquantamila lire e tacere! Irremissibilmente; ad ogni costo: tacere e
prendersi le cinquantamila lire! Nessun rimedio.

-- Corrado, vieni a desinare? -- chiam Rina con dolcezza.

Egli stracci la lettera.... -- non quella del notaio, l'altra --; ne
sparse i minutissimi pezzetti fra le carte del cestino; e raccolte tutte
le forze a superar s stesso, rispose, con dolcezza:

-- Vengo.

Non c'era altro da fare.




                            LA STELLA SIRIO.


Alfonso Graldi entr nella stanza del fratello e gli chiese:

-- Hai sentito che cosa han detto le Raffi: dei socialisti e di Turri?

Raimondo lo guard, e tacque. Non ricordava e ricercava nella memoria.
Ma Alfonso interpret quel silenzio e quello sguardo quali segni di
apprensione per lo stesso suo dubbio e di timore per una deliberazione
grave. E disse, calmo:

-- Sta attento.

Poi, dominandosi e augurando la buona notte, usc.

-- Le Raffi? -- Raimondo ricercava. -- Vattelapesca! -- Mentre
discorrevano, su la terrazza, egli osservava Vega, Arturo e Antares. --
Attento? A che cosa dovrei stare attento? Ai socialisti? A Turri?
Perch? Mah!

Turri non era venuto a conversazione, quella sera, e nemmeno
l'arciprete; e appunto perch non aveva avuto gli amici con cui si
intratteneva volentieri egli, alle chiacchiere delle informatrici, aveva
preferito ascoltare ci che gli dicevano le stelle.

-- Domattina lo domander a Adriana -- soggiunse --; se era presente e
se ci avr badato.

Anche Adriana infatti non dimostrava mai d'interessarsi ai pettegolezzi
del paese, e, quando poteva, scampava dai fastidiosi argomenti di leghe,
di soprusi municipali, di studiate rappresaglie, e battaglie minacciate,
e sperate vittorie.

Raimondo si mise dunque a leggere il libro che gli giovava pi del
bromuro. Finch l'occhio gli scorse su le righe senza pi afferrarne il
senso.

-- Mio fratello -- pensava -- non  uno stupido; tutt'altro! Ma 
vittima di una ambizione meschina. Vorrebbe prevalere a Castelronco. Che
gloria!

A dir vero Alfonso Graldi non viveva solo nel paese e del paese.
Arricchiva sempre pi usando ingegno, energia e volont in imprese
agricole e industriali; estendendo l'opera sua in tutta la regione;
acquistandosi stima invidiabile pur in citt, dove si trasferiva
l'inverno. Ma nel luogo nativo quasi per necessit doveva sorreggere i
conservatori, e prepararli alla riscossa. -- Bel gusto! -- mormorava,
malcontento, Raimondo. -- Bel gusto consumar giovent, forze, ingegno in
simili lotte, per simili conquiste! Al solito: dispetti, ire,
arrabbiature. E inganni da opporre, e insidie da evitare.... Ah ecco!

Aveva trovato: cred aver trovato ci che avevan detto quelle pettegole
Raffi. Una delle solite: la storia di un appalto favorito dal sindaco e
conceduto alla lega dei birocciai, per la ghiaia; di una frode nella
misura delle birocce. -- E io, forse, dovrei stare attento quando
passano di qua, per la strada, le birocce, e accertarne la misura, io,
che non ho niente da fare? Io? Povero Alfonso! Ma, e come c'entra Turri?

Per non perdere il sonno che arrivava, Raimondo si disse: -- Domani sera
lo domander a lui. -- E chiuse il libro. E lo schiarimento ultimo
sembr venirgli appena spento il lume:

-- Turri avr gridato alla frode senza prove sicure, e i socialisti se
la prenderanno, al solito, con lui e con noi. Anche con me? Oh io non ci
penso, povero Alfonso, a queste gran cose! Sta pur sicuro! Sirio....

                                  ----

-- In cielo non c' soltanto la luna per attestare, anche adesso, con la
figura di Caino la nostra ignoranza, o non c' soltanto il sole per
abbarbagliare il nostro orgoglio, o Marte coi canali perch possiamo
riferire agli altri pianeti la nostra intelligenza e la nostra scienza,
o Venere e Giove perch troviamo lass un termine di paragone al
brillante e allo smeraldo che abbiamo in dito: c', a centro di un altro
sistema planetario, una certa stella che si chiama Sirio, che in inverno
e in primavera risplende mirabilmente e che col suo fulgore dovrebbe
esortarci tutti a considerar pi in l del nostro naso, della nostra
terra e del nostro sistema planetario. Sapete con quale velocit corre
la luce? Trecentomila chilometri al minuto secondo! Dico trecentomila
chilometri al minuto secondo. Bene: sapete quanto tempo impiega Sirio a
mandar a noi il suo fulgore? Sedici anni. Dico sedici anni! E sapete a
che distanza corrispondono sedici anni di luce? A centocinquantasei
bilioni di chilometri! Quando si consideri ci, e quando si rifletta un
poco che Sirio  vicinissimo in confronto alle nebulose, pare che le
faccende dell'orbe terraqueo, non che gli avvenimenti della cronaca
cittadina, i dibattiti del Consiglio comunale a Castelronco, gli
interessi dei nostri amici o nemici, i casi e i beni e i mali delle
nostre rispettabilissime persone, non possano avere una grande
importanza nell'universo; non debbano avere nemmeno per noi l'importanza
che crediamo noi.

Cos Raimondo Graldi risolveva ogni questione, commentava ogni fatto,
s'alleviava di ogni noia.

Ma non perci era egoista e apate. Non era felice. Infermiccio sin da
ragazzo, aveva trovata e protratta negli studi la sua illusione; e s'era
consolato con la superiorit intellettuale che l'agiatezza gli
consentiva di esercitare, in citt e in villa a Castelronco, su un
contorno di conoscenti e d'amici. E per un pezzo non si era accorto come
in quella deferenza che gli dimostravano sottentrasse un sentimento di
compassione, e doveva a Adriana -- moglie di Alfonso da quattro anni --
se aprendo gli occhi nella realt del suo dominio egli aveva cominciato
a disgustarsene. Non per un'intenzione maligna induceva Adriana ad
essere sempre ironica con lui. La frivolezza e la mondanit (del mondo,
naturalmente, fuori di Castelronco) sembravano accrescerle grazia, e la
sua ironia era amabile perch toccando solo gli studi che rendevan
strano Raimondo e lo distoglievano dalla vita comune, significava
insomma un riconoscimento della superiorit male riconosciuta dagli
altri. E, anche, egli sentiva che il brio della cognata celava un
segreto rovello. Forse perch Adriana ormai disperava di divenir madre?
Mah!

-- Le donne, chi le capisce? -- pensava Raimondo. -- Mia cognata si
direbbe leggera, eppure.... Si direbbe vana, eppure.... Si direbbe tal
quale tutte le signore della societ sciocca e falsa, eppure.... Soffre:
questo  solo quel che ci capisco io!

Finch un bel giorno egli, che tra le scienze in cui aveva delibato
noverava anche la psicologia, cred penetrare senza pi dubbio nel
mistero di lei. Certe sue mosse, certe occhiate al marito, certe
attitudini sdegnose o certe ostentate espressioni d'affetto quando
Alfonso tornava a casa dopo le frequenti assenze, per osservatori
inesperti sarebbero state prove di stanchezza, di freddezza, magari di
un'antipatia insorgente e indarno repressa.

-- Ma a me non me la d a intendere! -- pens Raimondo. -- Ho visto!
Adriana  innamorata pazza di Alfonso; ne  appassionata;  gelosa delle
occupazioni e dell'ambizione che glielo rubano.

Tanto vero che compiangendo s stessa compiangeva chi sfuggiva alle
affannose gioie dell'amore.

A lui diceva:

-- Innamoratevi, Raimondo! Amate, fin che siete in tempo!

-- Amo -- egli rispondeva.

-- Gi!, la vostra Sirio.

-- Sirio  maschio.

-- Vedete che sproposito? E intanto vi sfugge il meglio: la donna.

-- Il meglio?

-- Il meglio! Non avete ancora imparato che siamo stati creati appunto
per godere e per soffrire amando; amando come si usa in terra e non fra
gli astri? Non avete ancora compreso che la vita  amore e amore  la
vita? Non avete ancora pensato voi, signor pensatore, perch la
fanciullezza  cos bella? Perch anche la vecchiaia pu essere bella?

-- No. Perch?

-- La fanciullezza -- non ridete --  come l'antipasto dell'amore.... E
la vecchiaia pu essere la tranquilla, beata, invidiabile digestione
dell'amore. Non ridete, vi prego.

-- Filosofia gastrica! -- esclam ridendo Raimondo. -- Ma io mi pasco di
luce.

-- E siete cieco! Infelice!

Ebbene, s: da qualche tempo egli si sentiva davvero infelice; ma non
perch si era lasciato rapir dalla scienza: anzi perch alla scienza non
si era dato con amore pi saldo. Inoltrandosi negli anni e negli studi,
a quel dilettarsi di una cultura superficiale e varia, al compiacimento
di poter discorrere, con nozioni vecchie e nuove, di astronomia, di
fisica e di chimica, di botanica e zoologia e mineralogia, eccetera, e
di potere, con vive rimembranze, adornarsi di storia e filosofia e
poesia, gli era seguto nell'animo un senso di rammarico, come in chi
s'avvede di consumare invano le sue forze.

E ora sapeva che non sapeva nulla di nulla, e sapeva tanto che
immergersi nell'ignoto con l'ingenuit d'un bambino o d'un barbaro gli
sarebbe parso ineffabile gaudio.

Ma anche ci non poteva, perch quanto aveva appreso gli suscitava dalla
terra e dal cielo, in mille modi e mille forme, le tentazioni
dell'ignoto e le prove della sua ignoranza particolare. E gli costava
uno sforzo dire a s stesso:

-- Che importa il tuo soffrire, la tua ambizione insoddisfatta, se ti
ricordi, Raimondo, che Sirio...?

                                  ----

Per fortuna Sirio non gli rifiutava tutti i conforti di quaggi.

Con sincera stima -- ne era certo -- lo divagavano dall'intima cura un
discepolo e un collega. Discepolo gli si protestava il capitano Turri;
il quale, vedovo di una ricca signora, aveva da poco lasciato
l'esercito, ed essendosi comperato una villetta a Castelronco, presso a
quella dei Graldi, nell'amicizia dei Graldi trovava incitamenti a passar
bene i giorni e le sere d'estate. Con Alfonso, Turri combatteva, fuori,
in pro del partito dell'ordine; con Raimondo si riposava, in casa,
imparando senza discutere.

E l'ammirata sommissione del capitano era tale che -- mentre egli
ascoltava -- Raimondo, il maestro, provava gusto pur a dire delle
corbellerie. Quando il poeta superava in lui lo scienziato, la fantasia
gli rendeva verosimili le pi strane ipotesi, le spiegazioni pi ardite.
Dopo, se ne doleva, temeva. Se Turri consultasse qualche libro? qualche
scienziato?

Ma no!, fiducioso, Turri non consultava niente e nessuno, o, tutt'al
pi, si rivolgeva a Adriana, allorch assisteva alle severe lezioni,
chiedendo:

-- Che fenomeni, eh, signora?

La signora rompeva in una delle sue gaie risate e rispondeva:

-- E questo  poco! Chi sa in Sirio!

Ma con il collega le cose procedevano diversamente. Era l'arciprete.
Meditativi entrambi, don Paolo e Raimondo interrompevano di silenzi e
sospiri le discussioni serali e le cognizioni che s'impartivano a
vicenda: afflitto don Paolo che alla dottrina dell'amico mancasse la
direzione della fede, e malcontento Raimondo perch all'intelligenza
dell'amico mancasse la travagliosa eppur feconda necessit del dubbio.

                                  ----

Alcune settimane dopo la sera che Alfonso aveva mosso al fratello
l'oscuro ammonimento -- e Alfonso non ne aveva pi tenuto parola n
Raimondo se ne era pi ricordato -- l'arciprete, dalla via, sorprese
l'amico una mattina mentre curava i fiori prediletti.

E gli disse piano, timidamente, quasi:

-- Ho da parlarle.

Andandogli incontro per il viale che metteva, un po' di lungo,
all'ingresso della strada, Raimondo pensava:

-- Don Paolo mi sembra stralunato. Parlarmi di che cosa?

Di che avevano discusso nei recenti colloqui? Degli elementi dell'atomo
(elettroni....); delle macchie solari in rapporto alla meteorologia....;
di Darwin in rapporto ai neovitalisti....; della -- ah, s! -- della
pluralit dei mondi abitati -- s, s -- in rapporto alla religione e al
dogma. E in presenza di donne egli si era lasciato trasportar troppo
dall'argomento; aveva turbato, in grazia delle scandalizzate
ascoltatrici, la serena tolleranza, la coscienza del bravo prete.

-- Colpa di Sirio! -- si disse ancora Raimondo vedendo con la mente il
sorriso ironico di Adriana. Infatti al tema pericoloso li aveva
condotti, quella sera, l'accenno al pianeta che gira intorno a Sirio in
cinquant'anni.

Ma don Paolo parve anche pi imbarazzato quando seduto sul sedile, tra
il folto, cominci a bassa voce:

-- La nostra amicizia e la mia prudenza, anzi il mio dovere....,
m'impongono....

Raimondo gli fu subito grato del tono dimesso, della soggezione
manifesta, e pentito com'era d'avergli fatto dispiacere, affrett:

-- Ho capito, don Paolo. Lei ha ragione.

Il prete sembr ora meravigliarsi di quella consapevolezza; ma l'altro
abbass gli occhi, quasi a significare: -- Le d ragione, sebbene
l'amore della scienza mi giustifichi.

-- Lei capisce -- seguit il prete, grato a un tempo che gli fossero
risparmiate spiegazioni penose, e dolente di dover insistere per
condurre l'amico al suo prudenziale consiglio.

-- Lo scandalo.... Le chiacchiere.... La perfidia degli avversari....

Gi: felici di dare addosso a un povero prete, che per l'amor della
scienza si comprometteva in conversazione sopportando teorie
irreligiose.

All'insistenza per del collega, Raimondo non volle pi cedere del
tutto; oppose, serio:

-- Capisco; capisco. Ma non diamo troppo peso....

-- Il mio timore -- interruppe angustiato don Paolo --, il mio timore 
che le voci, le accuse anonime pervengano all'orecchio di chi deve
ignorare....

Dell'arcivescovo? Povero don Paolo!; si aspettava noie fin dalla Curia!

-- Ha ragione -- affrett di nuovo Raimondo. -- Le prometto....

Ma allora una bella risata squill dietro di essi e li fe' sorgere in
piedi. Adriana.

-- Bravo don Paolo! -- esclam. E scendendo per l'erta, tra i lauri: --
L'ora  propizia!

Il prete, pallido, stent a sorridere.

-- Di giorno -- la signora soggiunse -- non si vedono le stelle, e
adesso le sar pi facile persuadere questo ostinato....

-- A che? -- Raimondo chiese.

-- A non perdere di vista le cose terrene!

Don Paolo guard la signora con ricuperato animo. Disse:

-- Forse sarebbe meglio, certe volte, perderle di vista!

E la signora fiss il prete.

-- Oh! Cos non deve dir lei, reverendo, che con tanto zelo compie
quaggi la sua missione di carit e di amore!

Anche Raimondo sent l'ironia e gli dispiacque.

-- Mia cognata -- interloqu -- mi giudica egoista, apate.

-- Se non foste, non avreste sempre la testa in Sirio.

Sviato, il discorso prosegu scherzoso tra i due e lasci libero il
terzo di andarsene presto. Se n'and, don Paolo, convinto d'avere
provveduto alla sua missione.

-- Ora la metter in guardia -- pensava. -- Mi ha capito meglio lui di
lei.

                                  ----

.... Ed era stata per Raimondo una notte quasi insonne, sebbene senza
sospetti di nessuna sorta.

S'alz all'alba; spalanc la finestra.

E si rimise, cos vestito, sul letto. Nella quiete ancora notturna
pesava l'aspettazione del giorno canicolare. Poi i suoni vi furono come
gettati dentro da lungi ed estesi da onde che vibrassero basse e dense,
quasi staccate dall'aria che le recava. Rari abbaiamenti e gallicini
fiochi. N questi suoni rompevano l'immenso silenzio; e lo dilatavano,
infinito, lo spesso zitto delle locuste e il fondo e grasso gracidare
dei rospi.

Solo una voce umana avrebbe rotto il silenzio immenso, avrebbe ridestata
la vita; ma non si udiva una voce d'uomo. E guardando di l, da sedere
sul letto, agli alberi che nereggiavano lungo il clivo, Raimondo pensava
agli uomini, e gli parevano creature poco dissimili da quelli: la
superiore anima degli uni non era radicata alla terra come la vitalit
degli altri? Il pensiero non era forse vincolato alla materia bruta? O
forse Adriana, nella sua ignoranza, scorgeva il vero? Unica realt
capace di idealit e spiritualit, unica illusione difesa e sostenuta
dalla realt sarebbe l'amore? Unica felicit addentrarci amando nella
vita della materia, per illuderci godendo e soffrendo di superar la
terra che ci avvinghia con radici tenaci fino alla morte?

Un galoppo veniva di lontano lontano, e Raimondo l'accompagn con udito
or pi or meno sensibile. Lontano lontano.... E mentre la frescura lo
riassopiva, e mentre gli pareva che quel galoppo strappasse
affannosamente la strada, cred ricordarsi che Alfonso aveva detto di
restare assente tre giorni.... Ma nell'avanzare il galoppo cadeva a
trotto uguale; scemava; cessava. Alfonso? No. Non poteva esser lui che
ritornasse un giorno prima, a quell'ora, dal luogo ove gli affari
l'avevano intrattenuto, quantunque non di rado, per il caldo, viaggiasse
anche la notte col suo buon cavallo.

Quand'ecco un rumore vicino riscosse dal dormiveglia Raimondo: un
repentino, affrettato rumor di passi, nella loggia. Ascolt. Non
sognava. Qualcuno apriva le imposte della ringhiera. Balz e corse alla
finestra e.... Come in un sogno volle gridare al ladro, e non pot. Gi,
d'un salto, dal balcone, il fuggitivo scompariva tra le macchie:
riconoscibile. Riconosciuto! _Lui!_

E altri passi pi forti per le scale e nella loggia; e lo sbattere
violento d'un uscio.

Turri! Alfonso! Con la mente vacillante, col cuore stretto da
un'angoscia mortale, Raimondo percep le due imagini nella rivelazione
istantanea, e tutto gli apparve in una improvvisa orrenda luce. Ah le
parole delle Raffi! Solo adesso le ricordava! E insieme, d'un tratto,
vide quanto avrebbe dovuto intendere prima, a poco a poco, se avesse
ricordato e riflettuto: l'ammonimento del fratello (sta attento), le
parole delle Raffi (il capitano, dicono i socialisti, consola i mariti
fuori e le mogli in casa), la prudenza di don Paolo, gli infingimenti
di Adriana. Vide Adriana, e trem per lei. Di piet trem. Usc,
disperato.

Scendendo dal piano superiore, scarmigliata, piangente, con le mani in
croce, disperata, lo affront la cameriera; e lamentando -- Dio! Dio! --
pareva rinfacciare a lui la storditezza, la debolezza, la vilt che non
aveva saputo impedire, che non sapeva impedire. Raimondo si sent
mancare. Ma.... -- l'uccide, l'ha uccisa! -- ecco il colpo. E si
precipit verso l.

Alfonso uscendo lo respinse. Stringeva in pugno il revolver. Si
guardarono nell'attimo tragico.

Fratelli?

E con voce ferma, con la stessa voce con cui aveva detto quella sera: --
sta attento -- Alfonso disse al fratello:

-- L'ho uccisa.




                           L'ASINO NEL FIUME.


La maggior piena era passata: ora la fiumana, contenuta nella parte pi
bassa, scorreva rapida, ma a piccole onde lievi lievi che s'inseguivano
riscintillando. Il sole, nel sereno purificato dalla pioggia della
mattina, la irradiava, vi si rifletteva quasi in liquido argento; e ove
dilagava nel letto pi ampio, l'acqua pareva espandersi dall'agitazione
del mezzo e indugiare, di costa, in un tremolo fulgido, frequente e
incessante; come in una trepida gioia infinita.

Per passare dalla riva sinistra alla destra a caricarvi la ghiaia, i
birocciai dovevano seguire la carraia che avevano praticata evitando
massi e borri e seguire, sotto l'acqua, i solchi delle ruote. Discesero
in fila: ritti su le birocce essi schioccavan la frusta ed incitavano
con voci di i! mentre trattenevan le redini; ed i cavalli a testa alta,
scuotendo le sonagliere, entravano nella corrente e godevano a
diguazzare in quella vivida intermittenza, a precedere o a tener dietro
ai compagni attraverso quella confusione e quel palpito d'acqua e
splendore. E l'esser passati era per gli animali e per gli uomini come
un'allegra vittoria.

Venne ultimo, con la sgangherata biroccetta e l'asino, Sugnazza. Anche
lui! Urlava anche lui; e bastonava. Ma l'asino non aveva baldanza:
troppi digiuni e troppe btte. E quando non era ancor a met del guado,
si ferm. Si ferm rigido, a orecchie chine, con intenzione dubbia.
L'arrestava l'ignota delizia del bagno, o lo atterrivano il luccichio e
la vertigine? E non bastavan pi il bastone e le grida.

-- Dlli, Sugnazza! -- Arr! -- Forza! -- ripetevano i birocciai
sghignazzando, intanto che raccoglievano dai mucchi la ghiaia e la
caricavano con fragore di badili. -- Forza! Se no, l'acqua ti porta via!
Dlli!

Dava; e l'asino, duro. Finch, fosse una randellata di tal sorta da
affrettare il destino, o fosse una funesta illusione di riposo e di pace
che irresistibilmente l'attirasse, la bestia si abbandon e cadde; e
Sugnazza batt il petto contro il riparo, dinanzi. Ahi! Cal, s,
subito, nell'acqua e, furioso, percosse, bestemmi e maledisse; ma era
finita. E quando fu certo....

-- Gli  crepato l'asino! Gli  crepato l'asino! -- esclamarono quegli
altri accorrendo a vedere e a ridere.

L'asino non si mosse pi. E quando fu certo, Sugnazza tacque; risal
nella biroccia prona su la bestia morta e vi si distese per il lungo, la
testa poggiata su le braccia e la faccia in gi, con apparenza d'uno che
cogliesse una bella occasione per schiacciare un sonnellino.

E per non disturbare n lui n la bestia i birocciai, al ritorno,
tirarono un po' da parte. Ridevano ancora.

Quel disgraziato -- che matto! -- sembrava voler passarsela cos la sua
batosta: pacificamente, dormendo!

                                  ----

Ma Sugnazza non dormiva. E non piangeva. Si vedeva, a occhi chiusi,
morto di fame, l, press'a poco come il suo asino. Dal d avanti egli
non aveva ingollato cibo, e gli ultimi soldi gli erano andati, la
mattina, in grappa. Un pezzo di pane a credito per qualche giorno, da
qualche fornaio, lo avrebbe trovato; ma poi, cosa fare? Lavorare a
opera? Chi l'avrebbe preso, ormai che il cuore gli ballava il trescone a
ogni sforzo e i polmoni arsi pativan sete d'aria pi che lo stomaco
d'acquavite? E chi l'avrebbe voluto a servire in casa con quella tara
che portava addosso da vent'anni? E chi gli avrebbe fatta volontieri
l'elemosina, a un uomo che non era vecchio, e, quando poteva, si
ubriacava?

O comperare un'altra bestia per la biroccia, o morir di fame. Questa la
conclusione.

Ma se questa, di un altr'asino, era la sola speranza, bisognava
persuaderne il mondo e dire: -- O voi che potete mi aiutate, o io mi
lascio morir di fame qui dove sono, con l'asino. Sissignori! E mantengo!

Veramente nell'opinione pubblica Sugnazza godeva stima di essere
risoluto. Non per altro che per il modo con cui la vinceva sul suo
compagno di sventura aveva suscitata sempre l'ilarit e, perch no?, la
simpatia dei compaesani.

Povera bestia!; pi povera forse sotto la biroccia scarica che sotto il
carico. Allorch il padrone, dalla biroccia, s'ergeva a sostener la
corsa per la maggior via del paese, l'asino dava uno spettacolo di
pazienza e di sofferenza cos sproporzionate da divertire anche la gente
seria. Al grido annunziatore della tempesta incurvava il dorso quasi per
offrir pi alto il campo al randello e uscir tosto di pena; teneva
stretta stretta la coda quasi per sottrarre sol esso, il suo unico
inutile schermo; e finch i colpi erano sopportabili interrompeva un
istante l'andare abbassando la testa e rialzando un po' insieme le gambe
di dietro quasi per accusar ricevuta. Ma se le legnate piombavano senza
misericordia, allora col torace vuoto e risonante l'infelice aderiva a
una delle stanghe, in un vano tentativo di allontanarsi, e pareva
piangesse con le orecchie.

-- Dlli, Sugnazza!

Dava; e quell'uomo lungo lungo, squallido, barbuto, brutto, sporco,
assomigliava al destino che non lascia tregua all'umanit. Tutti
riconoscevano un po' s stessi in quell'asino (siamo al mondo per
soffrire); ma la virt del saper soffrire  cos rara negli uomini che
diveniva amena a vederla in un animale di quella sorta.

Se per la bestia era sempre una bestia, l'uomo era sempre un uomo; e
poich pativa il tormento della fame, Sugnazza ora s'imaginava che
ognuno -- anche chi rideva dell'asino sotto le sue btte -- si
commoverebbe della sua disgrazia, della sua disperata decisione. Certo:
il sindaco, l'arciprete, la Congregazione di carit, gli avventori, e,
quantunque non fosse in lega, i fratelli della Camera del Lavoro, subito
raccoglierebbero sussidi e offerte affinch il disgraziato non si
lasciasse morire l nel fiume, con l'asino. Certo: bastava informarli di
questo proposito che aveva in mente, e tutti si darebbero d'attorno per
aiutarlo. N a informarli mancherebbero messaggeri. Quanti, fra poco,
correrebbero a vederlo e a compiangerlo, povero diavolo, da venti anni
perseguitato dalla sfortuna; e adesso gli era spirato l'asino l in
mezzo!

                                  ----

Non appena infatti i birocciai della ghiaia ebbero data la nuova
all'osteria del borgo, qualche ozioso e parecchi monelli si affrettarono
gaiamente allo spettacolo inatteso. Gli uomini ristettero sul ponte o
sulla sponda sinistra; e chiamavano Sugnazza, e lo canzonavano con le
grida e le apostrofi che egli usava con il suo asino: i monelli
preferirono passare di l dalla strada e dalla sponda destra calar nel
greto gi asciutto; indi metter mano ai ciottoli. Della bestia non si
scorgeva che la pancia gonfia, a fior d'acqua; dell'uomo si scorgeva
solo quel che del dorso superava i ripari della biroccia; e la
difficolt di colpir giusto suscitava legittima emulazione. La sassaiola
cadeva nell'acqua, sollevava spruzzi brillanti.

Ma -- bene! -- un sassolino tocc Sugnazza proprio dove pi sporgeva a
bersaglio.

Si alz in piedi. Con quanta ira pot elev il bastone, e sembr sfidar
l'aria; e tendendo l'altro braccio, per allargare la minaccia alla
vastit della scena, url con quanta voce pot: -- Lasciatemi stare! Il
fiume  di tutti! Qui sono e qui sto; qui voglio morire, se chi pu non
mi aiuta! Diteglielo! -- urlava. -- Diteglielo! -- url di nuovo rivolto
a quelli che eran sul ponte. -- Se non mi aiutano a comperare un'altra
bestia, mi lascio morir qui, com' vero Dio!

Ma a una nuova sassata, la lunga, grama, oscura persona di lui, che
nella luce meridiana e nello splendore dell'acqua si sarebbe detto un
fantasma non pi pauroso rimasto l fuor d'ora, sopra una biroccia, per
un caso buffo, si rovesci a rigiacere e non die' pi segno di vita.

Frattanto, di bocca in bocca, la notizia andava per tutto il paese.

Al Caff grande la port un assessore, e il sindaco, che giocava
l'ultima partita a biliardo prima di desinare, disse:

-- L'asino deve essere seppellito dentro oggi; se no, si applica la
multa a termini del nuovo regolamento d'igiene.

-- Avviseremo Sugnazza -- disse l'assessore.

-- Ma lascer di certo l'asino ad appestar l'aria e l'acqua, perch,
tanto, la multa non la pagher mai!

-- Gli si sequestra la biroccia -- ribatt il sindaco. -- Non varr
qualche lira?

E in canonica l'arciprete gi desinava, quando il campanaro venne a
raccontare che Sugnazza aveva accoppato l'asino attraversando la
fiumana.

-- Povera bestia! Ha finito di soffrire -- l'arciprete comment. --
Speriamo che non ne capiti mai pi nessun'altra sotto quelle mani!

Al pomeriggio il presidente della Congregazione entrava dal tabaccaio.

-- Sa? Nel fiume, questa mattina,  crepato l'asino di Sugnazza.

Il presidente fece un comico atto di disperazione, e chiese:

-- Aveva famiglia?

-- Chi?

-- L'asino?

Rispose uno:

-- Aveva dei parenti, ma son tutti benestanti, e non dimanderanno
sussidi; stia pur tranquillo!

E alla Camera del Lavoro il segretario esilar i compagni, che vi
riposavano e conversavano, esclamando:

-- Poco male se a Sugnazza gli  morto l'asino. Con i quattrini che ha
risparmiato a far il crumiro si comprer un camion!

Quanto al cliente che fin dal mattino aspettava la sabbia da Sugnazza,
non vedendolo arrivare e imparando il perch, fece quel che avrebbero
fatto tutti nel suo caso: and in cerca d'un altro birocciaio che, come
quello, non stesse alla tariffa della Lega. N il divertimento, dal
ponte e dalla riva, cess prima di sera. Verso sera venne anche una
guardia municipale recando seco il nuovo regolamento d'igiene.

-- Sissignore: seppellire i morti -- borbott Sugnazza. -- Aspettate
ancora un poco.

                                  ----

Ancora un poco.... Allo spasimo della fame gli era seguito un senso di
ondeggiamento in cui gli pareva di sentirsi trasportar dall'anima. Ma la
pena era adesso nelle visioni dell'inedia: torbide, tristi; di pianto.
Bieca e cattiva pi che ogni altra l'affannava l'imagine dell'uomo che
era stato causa della sua rovina: a quando a quando il Biondino entrava
evidente in quel turbine e gli diceva con un ghigno: -- Muori?

S: moriva dopo venti anni di miseria, spossato nel cuore e nel petto,
bruciato dall'acquavite; moriva d'inedia. E per lui!

Un breve amore; l'invidia che la donna sposasse l'altro; la gelosia e la
provocazione dell'altro; la lite e la ferita -- da niente -- una
scalfittura seguita dall'infezione per cui all'altro -- il Biondino --
s'era dovuto amputare il braccio; e il processo; e la condanna; ecco ci
che era avvenuto in giovent ad Andrea Porta non ancora detto Sugnazza;
ecco come l'odio aveva per venti anni avvelenato due esistenze; ecco
perch il vinto or vagellava in una torbida, turbinosa tristezza, in
un'insania spaventosa, mentre l'imagine dell'odio, del Biondino poi
detto il Monco, gli diceva ghignando: -- Muori?

Ed egli, il vinto, ora per la prima volta si sentiva l'anima. Ondeggiava
cos leggera, cos desiderosa di luce e di quiete! Per vedere se fuori
di lui, nel mondo silenzioso, fosse gi buio, Sugnazza si volt supino,
con fatica estrema. Quante stelle! E chiuse gli occhi senza pi
rivoltarsi, come alla rivelazione di una cosa orribile. Tanto bello era
il cielo! e il mondo....

Nessuno aveva avuto compassione di lui che moriva. Nessuno! Nessuno!

                                  ----

-- Ohe! Andrea!

Sugnazza trasal. Da vent'anni non aveva mai pi udito chiamarsi col suo
nome. Pieg a pena il viso; e diresse lo sguardo verso dove veniva la
voce; lontana lontana o l presso?

-- Ascolta, Andrea -- seguitava. -- T'ho sentito oggi quando hai detto
quello che hai detto. Ma non son ragioni. Chi vuoi che ti regali un
altr'asino?

Sugnazza udiva; e scampava, con lo sguardo, all'orrore di quella voce.
Quante lucciole sulla costa! Nel silenzio, palpitavano di luce quasi in
una gara instancabile; ed erano cos fitte che elevandosi e ricadendo e
volteggiando, ciascuna sembrava immobile.

-- Credi d'esser disgraziato sol tu? -- seguitava l'intollerabile voce.
-- A te ti  morto l'asino; io ho la donna all'ospedale, e non c'
speranza che si rimetta; e sai che lavorava lei per me, e guadagnava
molto; da sarta. Io vado a ranocchi; ma adesso tutti son signori, e non
ne vogliono.

Maledetto! Era proprio il Biondino!

-- Mi ascolti, Andrea?

Sugnazza non avrebbe voluto vederlo, eppure era costretto a cercarlo con
lo sguardo estremo. E una luce rossa, gettatagli contro, gli raccolse lo
sguardo.

Allora lo vide, il suo nemico, illuminato in faccia dalla lanterna che
aveva aperta per osservar lui -- la lanterna con la quale affascinava i
ranocchi --; e la luce rossa si diffuse nell'acqua intorno all'asino
morto.

-- Dunque -- soggiunse il Biondino d'un tempo, ora il Monco --; dunque
senti che pensiero ho fatto. Noi siamo stati disgraziati tutti e due,
uno per causa dell'altro. Destino! tu hai rovinato me, io te. Ma io ho
qualche risparmio, della donna, e ti posso aiutare; e tu, me. Ti compero
io la bestia; e conduciamo il lavoro insieme. Io ti guido la bestia e tu
mi dai biroccia e braccia: entriamo nella Lega per guadagnar di pi; e
il guadagno a mezzo. Ci stai?

Sugnazza voleva rispondere: -- Tu, solo tu hai avuto compassione di me!
-- Ma per rispondere sospir, e in quell'istante, in quel sospiro si
sent rapir lieve lieve via, fra una infinit di luci: lucciole o
stelle.




                        IL DIAVOLO NELL'AMPOLLA.


Nella nobile citt di Burgfarrubach un piccolo spirito maligno faceva da
un pezzo questo curioso scherzo: quando un sacerdote, chiamato per
scacciarlo dalla casa che metteva a soqquadro, procedeva nell'esorcismo,
non ne aspettava il compimento; scappava via troppo presto, lasciando
l'esorcista con un palmo di naso. E appena era al nuovo luogo e un altro
esorcista arrivava con le benedizioni, le maledizioni e gli scongiuri --
fst! --, esso ripeteva il giuoco.

Cos nessuno aveva mai potuto rimandarlo una buona volta, per sempre,
all'inferno.

Il destino per ha tale possanza da prevalere anche alle bizzarrie
diaboliche, e, se non a castigarlo come si meritava, pervenne almeno ad
arrestare l'instabile diavoletto di Burgfarrubach.

Dove? Come?

In quella stessa citt dimorava un certo avvocato, astutissimo
nell'imbrogliare la giustizia e il prossimo. Un giorno che costui se ne
stava nel suo studio esplorando un'aggrovigliata matassa, senza che gli
riuscisse di trovarne il bandolo per dipanarla come di solito a suo
profitto, e bestemmiava, e si rodeva dentro, eccoti, per la porta
aperta, ecco apparirgli una fiammella vivida; una sulfurea fiammella che
roteava a mezz'aria e si dirigeva, pari a una freccia, verso di lui. In
un istante, per istintiva difesa, egli afferr di su la scrivania ci
che gli venne alle mani, e fu l'ampolla dell'acqua con cui allungava le
chiacchiere da inzeppare i clienti; e il caso volle che seguendo a un
punto il sollevamento della boccia inclinata e l'obliquo arrivo del
globulo di fuoco, questo s'infilasse dentro di quella. Sfriggol,
sobbalz: invano; vi rimase, perch l'avvocato, pi svelto del diavolo,
appose all'ampolla il tappo e lo rigir e suggell ben stretto; e poi,
senza paura, sti a guardare. E rideva.

Bel colpo! Una meravigliosa presa, una portentosa conquista! Non gi che
il furbo leguleio ammirasse soltanto quale un prodigio la fiammella che
palpitando e cessando solo di tratto in tratto, quasi per brividi, non
si smorzava nell'acqua, anzi si riaveva pi fulgida; ma godeva perch,
conosciuto che era uno spirito, egli pensava d'aver in sua balia una
forza da trarne inestimabile partito. E rideva; e mentre contemplava
l'ampolla e la luce che sfavillava dall'acqua attraverso il vetro, sent
schiarirsi la mente come non mai; scorse piana e agevole, di sbito, la
maniera per risolvere l'ingarbugliato affare che l'aveva tenuto tanto in
pensiero.

E da quel giorno non perd pi nessuna causa. Conquise tutti i giudici,
super tutti gli avvocati di Burgfarrubach; e naturalmente non rimosse
pi di l lo strumento della sua fortuna: attese a convertire in belle
monete d'oro i cavilli, gl'inganni e le cabale della legge.

N  da credere che il diavoletto, pur aspettando il d della
liberazione, si trovasse troppo male al fresco dentro la boccia, se gli
prestava occasione continua di vederne e udirne delle belle.

Ma degli avvocati non c' mai da fidarsi. Quello di Burgfarrubach
divent vecchio; e un giorno si imbatt nel priore di certi frati, i
quali avevano il convento su un monte lontano dalla citt. Ed essendo
salutato dal monaco col sorriso di chi ha la coscienza in pace, egli
rispose con mal piglio: -- Va al diavolo!

Ma appena fu a casa l'insolente si ricord dell'incontro; gli si
rimescol e agghiacci il sangue nelle vene. Per consolarsi tolse dalla
cassa un sacchetto pieno di monete. Ahim! a vederle pens che con l'oro
si posson far molte e belle cose, non una: vincere la morte. Ond'ebbe
paura di morire; ebbe il dubbio d'andar lui, invece del frate, a
sgambettare tra le grinfe del diavolo sovrano di tutti i diavoli; e con
un febbrone addosso si mise a letto.

Vi pen, peggio che se fosse stato all'inferno, fino a che non si
risolse a mandare per quel tal monaco e fino a che non l'ebbe al
capezzale, in confessione.

Inutile dire come questa fu lunga e scrupolosa; basti sapere che
all'ultimo il peccatore disse: -- Padre reverendo: in salvezza
dell'anima mia lascio al vostro convento il frutto di tutti i miei
guadagni, leciti e illeciti. A un patto....

-- Quale patto? -- chiese il frate.

-- Che vi incarichiate voi dell'ampolla, l, sullo scrittoio. C'
dentro....

-- Che cosa? -- dimand il frate.

-- Il pi reo spirito che mai abbia infestato Burgfarrubach.

                                  ----

Si ricord il buon priore del demonietto che, parecchi anni prima, aveva
dato da fare a non pochi esorcisti; e imagin fosse lui a sprizzar fuoco
e a friggere dentro la boccia; ma non ne prese soverchia pena. A
studiare e meditar la vita di Sant'Ilario taumaturgo aveva imparato uno
scongiuro che nemmeno l'arcidiavolo potrebbe resistervi; nemmeno
Lucifero. Da uomo prudente gli bisogn tuttavia consultare i suoi monaci
che, confessandoli lui stesso, sapeva tutti savi. Doveva accogliere
l'eredit? E l'ampolla? Non era un lascito pericoloso alla buona fama
del convento?

No. Tutti furono di opinione che l'eredit si accettasse; ne avevan gran
bisogno; e quanto alla boccia, si rimettevano all'antico senno del
priore e alla piet divina.

Cos i sacchetti delle monete -- appena morto l'avvocato -- furono
trasferiti al luogo di quegli onesti servi di Dio; e l'ampolla, nella
celletta del priore. Il quale sorridendo un poco della paura che solo a
vederla avevano avuta i fratelli pi ingenui, pens: Non si riusc mai
a rimandare questo reo spirito all'inferno perch non fu mai possibile
trattenerlo sin alla fine degli scongiuri. Ma ora  qui dentro, e ben ci
sta; e a suo dispetto dovr udire sin in fondo quel che io ho imparato
da Sant'Ilario taumaturgo. Quando poi piacer a me, lo lascer andare a
casa di Lucifero, togliendo il tappo, ossia gettando l'ampolla in
terra. E quasi per prova si diede a recitar l'esorcismo che credeva
ineluttabile.

Ma come disse: -- esci, maledetto, da questo corpo! lascia in pace....
-- fu costretto a interrompersi: la boccia, su la panca, parve
accendersi di gaudio; e ne scatur una risata cos gioconda, cos arguta
che al buon priore cascarono le braccia. Rimase atterrito. Non aveva
pensato, poveretto, che l'esorcismo di Sant'Ilario era rivolto alle
invasioni diaboliche in corpo di cristiano -- lascia in pace
quest'anima cristiana --, non in un'ampolla d'acqua chiara. E il
poveretto dubit, cap che non c'era da fidarsi nel rimedio creduto
infallibile.

Tenersi dunque l'ampolla in cella?

Misericordia! Che pericolo! che orrore! Non ebbe pi una notte di bene.
Vampe davanti agli occhi; strani cachinni agli orecchi; e quel ch'era
peggio, tentazioni che una non aspettava l'altra.

Urgeva liberarsi del gravoso lascito. Ma in qual modo? Rompere l'ampolla
dentro il convento? E se lo spirito ritornava al costume d'una volta e
s'annidava or qua or l, ora a infestar questa, or quella cella, senza
che un compiuto, efficace scongiuro bastasse a scacciarlo? Rompere
l'ampolla all'aperto? Le sacre storie riferivano terribili esempi delle
vendette che gli spiriti neri prendevano se fugati in ispazi indifesi:
sbite accensioni dell'aria, per cui uomini santi rimasero paralizzati o
fulminati; repentini turbini, che rapirono creature innocenti, e non si
trovarono mai pi; frenesie delle quali, per orrore istantaneo, degni
sacerdoti infermarono la vita intera.

Dibattuto in tali dubbi, il priore sospirava, piangeva e lottava notte e
giorno contro le tentazioni. Pregava, invocava il divino aiuto.

Finalmente a suo conforto rilesse nelle sacre scritture che anche con i
diavoli grandi giova talvolta giuocar d'astuzia. Ora, se per rimandare
all'inferno il diavoletto, piccolo s, ma protervo e spaventevole,
bisognava fargli intendere tutto intero uno scongiuro; se lo scongiuro
pi efficace era quello di Sant'Ilario; se lo scongiuro di Sant'Ilario
aveva efficacia certa nelle invasioni personali, l'astuzia, la vittoria
stava nel trovar persona in cui allo sfuggir dalla boccia lo spirito
entrasse e si compiacesse d'entrarci e di restarci. Se non che, per
evitare ogni scandalo intorno all'eredit dell'avvocato, non era da
rintracciare fuori del convento la coscienza ottenebrata e laida che
allo spirito soddisfacesse pienamente.

In un frate, dunque? Imprigionarlo in un frate peccatore? Oh certo!: il
diavoletto sarebbe lieto di balzargli addosso, di sguazzarci dentro! E
senza dubbio si ostinerebbe a rimanere nella insolita ambita stanza (un
frate!) anche durante l'esorcismo; e allora....; battaglia vinta!
All'inferno, una buona volta! Non pi triboli per l'eredit!

Era un pensiero cattivo? Un consiglio del gran Demonio? Perch, badate,
ci voleva che uno di quei fraticelli cos savi e pii cadesse in colpa, e
che il priore per conoscerlo all'uopo lo confessasse, e confessandolo
non lo assolvesse prima d'aver compiuto l'esorcismo e aperta o rotta
l'ampolla.... Ci voleva una tentazione irresistibile per qualcuno dei
suoi cari monaci!

Ebbene, le vite dei Padri non attestavano forse che anche le tentazioni
giovano? Giovano a provar la virt? Non era lecito, doveroso forse,
mettere di quando in quando a prova le virt del convento? E per la
fragilit umana non tornava possibile, possibilissimo, l'errore pur di
un fraticello che fosse savio e pio? Gran prudenza, s, richiedeva la
buona fama dal monastero da mantener intatta. E il priore parl ai
fratelli con grande prudenza. E disse che agevole sarebbe la via del
Cielo se non la impedissero le lusinghe del mondo; n esservi vittoria
senza combattere. Andassero dunque, essi, i fratelli, per un po' nel
mondo; in abito secolare e con le monete dell'avvocato sfidassero,
sconosciuti ma forti, il secolo. Se qualcuno cadesse nella lotta, i
vittoriosi l'aiuterebbero a risollevarsi.

                                  ----

Bont di Dio! Che precipizio! che salti mortali! Quando i fraticelli
furono ritornati dalla citt e li ebbe confessati tutti, il priore non
seppe pi quale scegliere per la funzione dell'esecrata ampolla. Tutti
erano caduti, e come! Ah l'umana miseria! Ah la potenza del Demonio!
Tutti precipitati, tutti! E ciascuno rispondeva alle rampogne: -- I
fratelli vittoriosi mi aiuteranno a risollevarmi.

Sbigott il priore; ma sper che il sacrifizio dell'uno affretterebbe la
cura degli altri infermi e, nello stesso tempo, la liberazione
affannosamente sperata. E con il panico dell'atteso evento, con la
smania d'uscire dall'angustia cos a lungo protratta, corse a prendere
l'ampolla e fatti schierare i fratelli dinanzi a s (il diavolo
scegliesse lui), la lasci andare....

Allora....: un fracasso di cento ampolle infrante a un tempo; una
vampata; un grido atroce, tra il fumo; e puzzo di zolfo; e il lamento
che si mutava in riso di follia.... Orribile! Al diradar del fumo,
esterrefatti, videro, tutti i frati videro il lor priore che si
contorceva in una convulsione, al suolo; gli occhi fuor dell'orbita; la
bava alla bocca; invasato. Bont di Dio! Invasato il priore!

Atterriti da questo castigo totale, rimorsi nel cuore e nell'anima,
mentre alcuni soccorrevano il misero, gli altri si gettarono in
ginocchio a implorar dal Cielo piet. Piangevano. Non perci cessava lo
strazio orrendo! E i pi anziani diedero il buon esempio; cominciarono a
confessare ad alta voce le loro colpe, a far atti di contrizione, a
rimbrottarsi a vicenda per meritarsi l'assoluzione che s'impartivano a
vicenda. E assolti, avrebbero tentato la prova degli esorcismi.

Tentarono. Chi, imposte le mani sul capo dell'ossesso, invocava l'aiuto
dei santi, angeli, arcangeli, patriarchi, profeti, apostoli, martiri,
confessori: chi gli appendeva al collo un breve coi nomi
dell'Onnipotente: _Hel Heloym, Sother, Emmanuel, Sabaoth, Agia,
Tetragrammaton, Otheos, Athanatos, Jehova, Saday, Adonay, Homusion_ -- e
a gran segni di croce minacciava il demone e gridava: -- Esci, immondo!
esci, aspide e basilisco! Scorpione e iniquo spirito, vien fuori! Fuori!

Ma no: lo spirito d'iniquit non usciva. L'ossesso or sghignazzava, or
parlava una strana lingua, or fremeva sputando e digrignando i denti, or
bestemmiava come un saraceno.

E chi gli copriva il capo con la stola e cantava il salmo: _Vicit leo de
tribu Juda_; e chi l'ungeva con la cera del cero pasquale e recitava
antifone e oremus.

Invano, tutto invano!

E chi leggeva gli evangeli al passo di Ges scacciante i demni; e chi
aspergeva l'invaso, lo inaffiava a dirittura, tutto quanto, di acqua
benedetta.

Invano. L'unione fa la forza. I poveri fraticelli si studiavano di
operare insieme; ma lo spirito invasore pareva pi possente che quello
famoso di Simon mago.

Ne fecero di tutte le sorta. La notte si flagellarono sui nudi dorsi, e
il giorno dopo digiunarono; sempre in preghiera. Il giorno seguente si
recarono alla citt e per le campagne a largire in carit i quattrini
dell'avvocato....

Invano. Non valevano discipline, vigilie, digiuni, orazioni, elemosine;
nulla! Che diavolo! che strapotenza di un diavolo!

                                  ----

Era accaduto pi di quel che il priore aveva previsto. Lo spiritello,
fornito d'immensa energia, d'una resistenza che ogni pi grosso demonio
avrebbe potuto invidiargli, restava, pervicace e tenace, nel luogo di
sua soddisfazione; nel corpo di colui che, maggior colpevole, aveva
mandato gli altri alla colpa. N i fratelli sapevano pi a che santo
votarsi: quantunque alcuni, sorretti dalla speranza e dalla fede, si
attendessero di giorno in giorno un miracolo: l'intervento di un messo
di Dio.

.... Quando, una mattina, dopo forse un mese di tante angosce, il laico
che vangava l'orto scorse venire alla volta di lass un uomo di aspetto
venerabile, a cavallo d'una mula d'aspetto venerabile. Giunto che fu, e
legata che ebbe la mula a una caviglia, il solenne pellegrino avanz
verso la portineria.

-- Sono -- egli disse -- il dottor Papenwasser, professore
all'universit di Koenisberga, e vengo qui a studiare su di voi frati
l'elaterio della facolt di astrazione. -- Ma che elaterio! L'ortolano
e il portinaio cominciarono a gridare: -- Il messo di Dio!  arrivato il
messo di Dio!

Accorsero. E tutti i monaci gli si fecero incontro con riverenze e
benedizioni. Nemmeno perdettero fiducia udendo -- i pi istruiti -- chi
egli era; anzi si persuasero meglio che venisse mandato dal Cielo. Era
un dottore, e un dottore d'Universit, e un professore dell'Universit
di Koenisberga! Non avevano dunque ragione di ritenerlo capace d'ogni
sapere?

Infatti, com'essi umilmente e timidamente l'ebbero informato della loro
disgrazia, egli sentenzi:

-- Ho capito. Son dotto in materia. -- E con l'occhio della mente corse
subito al profondo magazzino della sua mente; guard al ripartimento
_demonografia_ e scrtovi argomento per una erudita lezione, soggiunse:
-- Son da voi. Purch procediamo con metodo.

Credettero i monaci che a procedere con metodo prima di tutto fosse
necessario condurlo dove avevano vincolato, in un lettuccio, il
miserabile ossesso.

Che! A quel fiero spettacolo, il quale avrebbe intenerita una pietra,
non si commosse affatto l'erudito dottore; come non udisse quelle
strida, non vedesse quelle contorsioni convulse, quegli impeti di
atrabile, quei ghigni osceni. E intanto egli predisponeva, severo e
tacito, l'argomento della sua lezione:

-- Dmoni e spiriti in Egitto, Assiria, Caldea, Persia; in Frigia, a
Colchide; in Tracia -- presso i Greci e i Romani.... (Oh che bella
lezione!) -- Magia operativa e magia divinatoria -- riti di espiazione
-- formole, erbe e pietre magiche.... (Oh che profonda lezione!) --
Negromanzia; lampadomanzia; dactilomanzia; lecanomanzia.... (Oh che
colossale lezione!) -- Ragolomanzia; palomanzia: petchimanzia;
partenomanzia; pegomanzia....

Poi, fatti sedere intorno intorno tutti i frati, il dottore incominci:

-- Narra Erodoto di Alicarnasso, dai latini erroneamente detto il padre
della storia, che gli antichi Egizii....

Stupirono i frati. Non comprendevano quale fine potesse avere un tal
discorso; pareva loro che pi importasse la liberazione dell'infelice.
Ignoravano, poveri frati, che scopo degli eruditi  di mostrarsi
eruditi; n immaginavano l'efficacia dell'erudizione quando trascende
alle contingenze della realt.

Il dottore di Koenisberga parlava da mezz'ora appena, e gi i monaci,
nei loro sgabelli, chinavano il capo sul petto e a occhi chiusi
riposavano in un delizioso oblio della loro corporea salma e dei loro
guai.

E gi l'ossesso sbadigliava. Da prima furono sbadigli a bocca spalancata
e lamentevoli, mentre gli occhi smarriti ricercavano la perduta
coscienza. Indi, a poco a poco, seguiva un languore, un assopimento
benefico.

Finch, a due terzi della lezione, il priore mand un fragoroso sospiro,
e dopo, alto, un grido di gioia.

Destati, i fraticelli balzarono in piedi; guardarono; videro. Miracolo!
Il miracolo del messo di Dio! -- _Laus Deo! Osanna!_ -- E corsero a
sciogliere il redento. E -- _laus Deo! laus Deo!_ -- tutti si
inginocchiarono ed elevarono braccia e voci in rendimento di grazie al
Signore. Salvo! Il priore era salvo! _Tedeum!_

                                  ----

Ma poich fu cantato il _Tedeum!_ accadde un fatto forse pi strano
della stessa liberazione che aveva sollevato gli animi oppressi:
l'erudito, fedele al suo metodo, per cui non abbandonava mai un
argomento senza averlo, secondo diceva, sviscerato o esaurito, ripigli
il discorso dal punto in cui era rimasto interrotto. Come se nulla fosse
accaduto! Come se a colui non importasse nulla del gaudio che rianimava
tutto il convento, dell'esultanza in cui tutti i monaci furono concordi
quasi per una comune resurrezione!

E allora sdegnati, essi non videro pi nel dotto di Koenisberga l'angelo
salvatore ma lo strumento involontario, inconscio, indegno della
Provvidenza; e tanta era la foga che egli metteva a seguitar con la
fastidiosa discorsa, che dubitarono lo spirito maligno si fosse
trasferito dal priore in lui. Per non pi patire esperienze diaboliche
afferrarono dunque gli sgabelli, e gli mossero incontro:

-- Via! Fuori di qui! Fuori l'invasato! All'inferno!

Oh frati ingenui nonostante i loro recenti scapucci nel cammino del
mondo!

Il diavolo che aveva resistito tanti anni dentro un'ampolla, in elemento
contrario; che aveva resistito a tanti scongiuri e religiosi assalti e
rituali invettive, non aveva potuto, no, resistere all'intera lezione
d'un erudito tedesco. Figurarsi se si sarebbe trovato bene dentro il
corpo di lui! No, no, preferiva....

-- Via, scorpione! via, basilisco!

Preferiva, aveva preferito....

-- Via, dragone! All'inferno! -- i frati urlavano.

E il dottor Papenwasser fu costretto per la prima volta, da che era
professore a Koenisberga, a mancare al suo metodo.

Usc di trotto, alla volta della mula.

Ma la mula non c'era pi. E la capezza, con cui l'aveva legata alla
caviglia, bruciava ancora.





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distributing Project Gutenberg(tm) electronic works to protect the
Project Gutenberg(tm) concept and trademark. Project Gutenberg is a
registered trademark, and may not be used if you charge for the eBooks,
unless you receive specific permission. If you do not charge anything
for copies of this eBook, complying with the rules is very easy. You may
use this eBook for nearly any purpose such as creation of derivative
works, reports, performances and research. They may be modified and
printed and given away - you may do practically _anything_ with public
domain eBooks.  Redistribution is subject to the trademark license,
especially commercial redistribution.



                   The Full Project Gutenberg License


_Please read this before you distribute or use this work._

To protect the Project Gutenberg(tm) mission of promoting the free
distribution of electronic works, by using or distributing this work (or
any other work associated in any way with the phrase "Project
Gutenberg"), you agree to comply with all the terms of the Full Project
Gutenberg(tm) License available with this file or online at
http://www.gutenberg.org/license.


 Section 1. General Terms of Use & Redistributing Project Gutenberg(tm)
                            electronic works


*1.A.* By reading or using any part of this Project Gutenberg(tm)
electronic work, you indicate that you have read, understand, agree to
and accept all the terms of this license and intellectual property
(trademark/copyright) agreement. If you do not agree to abide by all the
terms of this agreement, you must cease using and return or destroy all
copies of Project Gutenberg(tm) electronic works in your possession. If
you paid a fee for obtaining a copy of or access to a Project
Gutenberg(tm) electronic work and you do not agree to be bound by the
terms of this agreement, you may obtain a refund from the person or
entity to whom you paid the fee as set forth in paragraph 1.E.8.

*1.B.* "Project Gutenberg" is a registered trademark. It may only be
used on or associated in any way with an electronic work by people who
agree to be bound by the terms of this agreement. There are a few things
that you can do with most Project Gutenberg(tm) electronic works even
without complying with the full terms of this agreement. See paragraph
1.C below. There are a lot of things you can do with Project
Gutenberg(tm) electronic works if you follow the terms of this agreement
and help preserve free future access to Project Gutenberg(tm) electronic
works. See paragraph 1.E below.

*1.C.* The Project Gutenberg Literary Archive Foundation ("the
Foundation" or PGLAF), owns a compilation copyright in the collection of
Project Gutenberg(tm) electronic works. Nearly all the individual works
in the collection are in the public domain in the United States. If an
individual work is in the public domain in the United States and you are
located in the United States, we do not claim a right to prevent you
from copying, distributing, performing, displaying or creating
derivative works based on the work as long as all references to Project
Gutenberg are removed. Of course, we hope that you will support the
Project Gutenberg(tm) mission of promoting free access to electronic
works by freely sharing Project Gutenberg(tm) works in compliance with
the terms of this agreement for keeping the Project Gutenberg(tm) name
associated with the work. You can easily comply with the terms of this
agreement by keeping this work in the same format with its attached full
Project Gutenberg(tm) License when you share it without charge with
others.

*1.D.* The copyright laws of the place where you are located also govern
what you can do with this work. Copyright laws in most countries are in
a constant state of change. If you are outside the United States, check
the laws of your country in addition to the terms of this agreement
before downloading, copying, displaying, performing, distributing or
creating derivative works based on this work or any other Project
Gutenberg(tm) work.  The Foundation makes no representations concerning
the copyright status of any work in any country outside the United
States.

*1.E.* Unless you have removed all references to Project Gutenberg:

*1.E.1.* The following sentence, with active links to, or other
immediate access to, the full Project Gutenberg(tm) License must appear
prominently whenever any copy of a Project Gutenberg(tm) work (any work
on which the phrase "Project Gutenberg" appears, or with which the
phrase "Project Gutenberg" is associated) is accessed, displayed,
performed, viewed, copied or distributed:

    This eBook is for the use of anyone anywhere at no cost and with
    almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away
    or re-use it under the terms of the Project Gutenberg License
    included with this eBook or online at http://www.gutenberg.org

*1.E.2.* If an individual Project Gutenberg(tm) electronic work is
derived from the public domain (does not contain a notice indicating
that it is posted with permission of the copyright holder), the work can
be copied and distributed to anyone in the United States without paying
any fees or charges. If you are redistributing or providing access to a
work with the phrase "Project Gutenberg" associated with or appearing on
the work, you must comply either with the requirements of paragraphs
1.E.1 through 1.E.7 or obtain permission for the use of the work and the
Project Gutenberg(tm) trademark as set forth in paragraphs 1.E.8 or
1.E.9.

*1.E.3.* If an individual Project Gutenberg(tm) electronic work is
posted with the permission of the copyright holder, your use and
distribution must comply with both paragraphs 1.E.1 through 1.E.7 and
any additional terms imposed by the copyright holder. Additional terms
will be linked to the Project Gutenberg(tm) License for all works posted
with the permission of the copyright holder found at the beginning of
this work.

*1.E.4.* Do not unlink or detach or remove the full Project
Gutenberg(tm) License terms from this work, or any files containing a
part of this work or any other work associated with Project
Gutenberg(tm).

*1.E.5.* Do not copy, display, perform, distribute or redistribute this
electronic work, or any part of this electronic work, without
prominently displaying the sentence set forth in paragraph 1.E.1 with
active links or immediate access to the full terms of the Project
Gutenberg(tm) License.

*1.E.6.* You may convert to and distribute this work in any binary,
compressed, marked up, nonproprietary or proprietary form, including any
word processing or hypertext form. However, if you provide access to or
distribute copies of a Project Gutenberg(tm) work in a format other than
"Plain Vanilla ASCII" or other format used in the official version
posted on the official Project Gutenberg(tm) web site
(http://www.gutenberg.org), you must, at no additional cost, fee or
expense to the user, provide a copy, a means of exporting a copy, or a
means of obtaining a copy upon request, of the work in its original
"Plain Vanilla ASCII" or other form. Any alternate format must include
the full Project Gutenberg(tm) License as specified in paragraph 1.E.1.

*1.E.7.* Do not charge a fee for access to, viewing, displaying,
performing, copying or distributing any Project Gutenberg(tm) works
unless you comply with paragraph 1.E.8 or 1.E.9.

*1.E.8.* You may charge a reasonable fee for copies of or providing
access to or distributing Project Gutenberg(tm) electronic works
provided that

  - You pay a royalty fee of 20% of the gross profits you derive from
    the use of Project Gutenberg(tm) works calculated using the method
    you already use to calculate your applicable taxes. The fee is owed
    to the owner of the Project Gutenberg(tm) trademark, but he has
    agreed to donate royalties under this paragraph to the Project
    Gutenberg Literary Archive Foundation. Royalty payments must be paid
    within 60 days following each date on which you prepare (or are
    legally required to prepare) your periodic tax returns. Royalty
    payments should be clearly marked as such and sent to the Project
    Gutenberg Literary Archive Foundation at the address specified in
    Section 4, "Information about donations to the Project Gutenberg
    Literary Archive Foundation."

  - You provide a full refund of any money paid by a user who notifies
    you in writing (or by e-mail) within 30 days of receipt that s/he
    does not agree to the terms of the full Project Gutenberg(tm)
    License. You must require such a user to return or destroy all
    copies of the works possessed in a physical medium and discontinue
    all use of and all access to other copies of Project Gutenberg(tm)
    works.

  - You provide, in accordance with paragraph 1.F.3, a full refund of
    any money paid for a work or a replacement copy, if a defect in the
    electronic work is discovered and reported to you within 90 days of
    receipt of the work.

  - You comply with all other terms of this agreement for free
    distribution of Project Gutenberg(tm) works.


*1.E.9.* If you wish to charge a fee or distribute a Project
Gutenberg(tm) electronic work or group of works on different terms than
are set forth in this agreement, you must obtain permission in writing
from both the Project Gutenberg Literary Archive Foundation and Michael
Hart, the owner of the Project Gutenberg(tm) trademark. Contact the
Foundation as set forth in Section 3. below.

*1.F.*

*1.F.1.* Project Gutenberg volunteers and employees expend considerable
effort to identify, do copyright research on, transcribe and proofread
public domain works in creating the Project Gutenberg(tm) collection.
Despite these efforts, Project Gutenberg(tm) electronic works, and the
medium on which they may be stored, may contain "Defects," such as, but
not limited to, incomplete, inaccurate or corrupt data, transcription
errors, a copyright or other intellectual property infringement, a
defective or damaged disk or other medium, a computer virus, or computer
codes that damage or cannot be read by your equipment.

*1.F.2.* LIMITED WARRANTY, DISCLAIMER OF DAMAGES - Except for the "Right
of Replacement or Refund" described in paragraph 1.F.3, the Project
Gutenberg Literary Archive Foundation, the owner of the Project
Gutenberg(tm) trademark, and any other party distributing a Project
Gutenberg(tm) electronic work under this agreement, disclaim all
liability to you for damages, costs and expenses, including legal fees.
YOU AGREE THAT YOU HAVE NO REMEDIES FOR NEGLIGENCE, STRICT LIABILITY,
BREACH OF WARRANTY OR BREACH OF CONTRACT EXCEPT THOSE PROVIDED IN
PARAGRAPH 1.F.3. YOU AGREE THAT THE FOUNDATION, THE TRADEMARK OWNER, AND
ANY DISTRIBUTOR UNDER THIS AGREEMENT WILL NOT BE LIABLE TO YOU FOR
ACTUAL, DIRECT, INDIRECT, CONSEQUENTIAL, PUNITIVE OR INCIDENTAL DAMAGES
EVEN IF YOU GIVE NOTICE OF THE POSSIBILITY OF SUCH DAMAGE.

*1.F.3.* LIMITED RIGHT OF REPLACEMENT OR REFUND - If you discover a
defect in this electronic work within 90 days of receiving it, you can
receive a refund of the money (if any) you paid for it by sending a
written explanation to the person you received the work from. If you
received the work on a physical medium, you must return the medium with
your written explanation. The person or entity that provided you with
the defective work may elect to provide a replacement copy in lieu of a
refund. If you received the work electronically, the person or entity
providing it to you may choose to give you a second opportunity to
receive the work electronically in lieu of a refund. If the second copy
is also defective, you may demand a refund in writing without further
opportunities to fix the problem.

*1.F.4.* Except for the limited right of replacement or refund set forth
in paragraph 1.F.3, this work is provided to you 'AS-IS,' WITH NO OTHER
WARRANTIES OF ANY KIND, EXPRESS OR IMPLIED, INCLUDING BUT NOT LIMITED TO
WARRANTIES OF MERCHANTIBILITY OR FITNESS FOR ANY PURPOSE.

*1.F.5.* Some states do not allow disclaimers of certain implied
warranties or the exclusion or limitation of certain types of damages.
If any disclaimer or limitation set forth in this agreement violates the
law of the state applicable to this agreement, the agreement shall be
interpreted to make the maximum disclaimer or limitation permitted by
the applicable state law. The invalidity or unenforceability of any
provision of this agreement shall not void the remaining provisions.

*1.F.6.* INDEMNITY - You agree to indemnify and hold the Foundation, the
trademark owner, any agent or employee of the Foundation, anyone
providing copies of Project Gutenberg(tm) electronic works in accordance
with this agreement, and any volunteers associated with the production,
promotion and distribution of Project Gutenberg(tm) electronic works,
harmless from all liability, costs and expenses, including legal fees,
that arise directly or indirectly from any of the following which you do
or cause to occur: (a) distribution of this or any Project Gutenberg(tm)
work, (b) alteration, modification, or additions or deletions to any
Project Gutenberg(tm) work, and (c) any Defect you cause.


   Section 2. Information about the Mission of Project Gutenberg(tm)


Project Gutenberg(tm) is synonymous with the free distribution of
electronic works in formats readable by the widest variety of computers
including obsolete, old, middle-aged and new computers. It exists
because of the efforts of hundreds of volunteers and donations from
people in all walks of life.

Volunteers and financial support to provide volunteers with the
assistance they need, is critical to reaching Project Gutenberg(tm)'s
goals and ensuring that the Project Gutenberg(tm) collection will remain
freely available for generations to come. In 2001, the Project Gutenberg
Literary Archive Foundation was created to provide a secure and
permanent future for Project Gutenberg(tm) and future generations. To
learn more about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation and
how your efforts and donations can help, see Sections 3 and 4 and the
Foundation web page at http://www.pglaf.org .


  Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary Archive
                               Foundation


The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non profit
501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the state
of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal Revenue
Service. The Foundation's EIN or federal tax identification number is
64-6221541. Its 501(c)(3) letter is posted at
http://www.gutenberg.org/fundraising/pglaf . Contributions to the
Project Gutenberg Literary Archive Foundation are tax deductible to the
full extent permitted by U.S.  federal laws and your state's laws.

The Foundation's principal office is located at 4557 Melan Dr.
S. Fairbanks, AK, 99712., but its volunteers and employees are scattered
throughout numerous locations. Its business office is located at 809
North 1500 West, Salt Lake City, UT 84116, (801) 596-1887, email
business@pglaf.org. Email contact links and up to date contact
information can be found at the Foundation's web site and official page
at http://www.pglaf.org

For additional contact information:

    Dr. Gregory B. Newby
    Chief Executive and Director
    gbnewby@pglaf.org


Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg Literary
                           Archive Foundation


Project Gutenberg(tm) depends upon and cannot survive without wide
spread public support and donations to carry out its mission of
increasing the number of public domain and licensed works that can be
freely distributed in machine readable form accessible by the widest
array of equipment including outdated equipment. Many small donations
($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt
status with the IRS.

The Foundation is committed to complying with the laws regulating
charities and charitable donations in all 50 states of the United
States. Compliance requirements are not uniform and it takes a
considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up
with these requirements. We do not solicit donations in locations where
we have not received written confirmation of compliance. To SEND
DONATIONS or determine the status of compliance for any particular state
visit http://www.gutenberg.org/fundraising/donate

While we cannot and do not solicit contributions from states where we
have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition
against accepting unsolicited donations from donors in such states who
approach us with offers to donate.

International donations are gratefully accepted, but we cannot make any
statements concerning tax treatment of donations received from outside
the United States. U.S. laws alone swamp our small staff.

Please check the Project Gutenberg Web pages for current donation
methods and addresses. Donations are accepted in a number of other ways
including checks, online payments and credit card donations. To donate,
please visit: http://www.gutenberg.org/fundraising/donate


 Section 5. General Information About Project Gutenberg(tm) electronic
                                 works.


Professor Michael S. Hart is the originator of the Project Gutenberg(tm)
concept of a library of electronic works that could be freely shared
with anyone. For thirty years, he produced and distributed Project
Gutenberg(tm) eBooks with only a loose network of volunteer support.

Project Gutenberg(tm) eBooks are often created from several printed
editions, all of which are confirmed as Public Domain in the U.S. unless
a copyright notice is included. Thus, we do not necessarily keep eBooks
in compliance with any particular paper edition.

Each eBook is in a subdirectory of the same number as the eBook's eBook
number, often in several formats including plain vanilla ASCII,
compressed (zipped), HTML and others.

Corrected _editions_ of our eBooks replace the old file and take over
the old filename and etext number. The replaced older file is renamed.
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