                                  Top


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Title: Top

Author: Adolfo Albertazzi

Release Date: December 18, 2011 [EBook #38338]

Language: Italian

Character set encoding: ISO-8859-1

*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK TOP ***




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                           ADOLFO ALBERTAZZI


                                  TOP



                                EDIZIONI
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                                 _1922_

                              1 MIGLIAIO

                                  ----




                                 INDICE


    IL CANE DELLO ZIO PROSPERO
    LE PENNE DEL PAVONE
    LA FIUMANA
    A SANT'ELPIDIO
    L'OMBRELLO
    CI VUOL PAZIENZA!
    FRANCESCO MIO...
    SIMPATIA
    NELLA ROMAGNA D'UNA VOLTA
    VALENTINO E LUCILIO
    LA PASSIONE D'UN GENTILUOMO VENEZIANO
    COMPASSIONE E INVIDIA
    UN MARTIRE DELLA VERIT
    IL VITELLO
    ZVANN
    LA CASTA SUSANNA
    BUONA GENTE
    IL TESTAMENTO
    CHE COSA E' IL MONDO?
    NELL'ANNO XX DELLA RE-SO-EU

                                  ----




                                  TOP

                                NOVELLE

                                  ----




                       IL CANE DELLO ZIO PROSPERO



                                   I.


-- Top!

Il cane seguit per la sua strada, proprio opposta a quella da cui
veniva il padrone -- Prospero Marzioli -- nel tornar a casa.

-- Top!

Al secondo pi forte richiamo il bracco dov ricordarsi del castigo
meritato altra volta facendo il sordo: una schioppettata della quale,
pi che pallini, gli restava addosso una gran paura. Pieg il capo; si
ferm un istante, quasi a riflettere; poi accorse. E dimandava grazia
con la coda e con gli sguardi. Se non aveva da temer lo schioppo --
perch si trovavano in paese --, c'era il bastone non meno spaventevole
a rammentarne i colpi; e a vederlo gi alzato -- misericordia! -- si
comport come soleva in tale pericolo. Una tattica tutta sua:
s'abbatteva in terra supino, le gambe piegate e rattratte. Cos salvava
almeno il cocuzzolo e il dorso ed esponeva solo la parte del corpo pi
tenerella e pi acconcia, secondo lui, a commuovere la piet padronale.

Ma quel giorno nel rivolgere la testa e il collo espose al padrone anche
una cosa pi commovente: di sotto al collare usc una carta, un
bigliettino che, ben arrotolato, vi era tenuto stretto da un filo. Oh!

Oh! oh! Mentre il signor Prospero se ne stava tranquillo dal barbiere o
dalla tabaccaia, Top serviva dunque da portalettere, da messaggero,
da... A chi? Uno strappo; e, senza neppur leggere intera una parola, gli
fu manifesto, al signor Prospero, chi commetteva il contrabbando. Non
gliel'aveva insegnata lui, all'Elena, la calligrafia?

Elena -- innamorata!

Ebbe la tentazione di leggere tutto: ma si trattenne, vinto da un senso
di profanazione e disgusto, dall'amarezza che gli sal alla gola e quasi
dal dubbio che il suo tradimento fosse pi riprovevole dello stesso
inganno in cui gli pareva d'esser caduto.

Ricompose il biglietto; torn a legarlo; poi comand iroso: -- Su! Via!
--; e accennava al cane la strada della missione incompiuta.

E Top, contentissimo, scapp a compierla.



                                  II.


Innamorata -- Elena! Di chi? Non gl'importava saperlo; particolare
secondario nel fatto enorme. Questo: che la bambina di ieri, la
fanciulletta in cui egli aveva raccolta tutta la sua affezione e una
gioia superiore forse a quella di padre, Elena gi palpitava per un bene
segreto, celato a lui, lo zio, come a qualsiasi altro che potesse
contaminarlo! Peggio che un inganno, quella condotta non dimostrava
oltraggiosa diffidenza? ingratitudine? E perch non avvertire il
fratello o la cognata? Non ne aveva l'obbligo, Prospero Marzioli?

Egli rincas fermando questo proposito nella mente confusa. Ma non entr
per la porta grande: entr per la porta del camerone che da secoli era
usato, dai Marzioli -- razza di cacciatori -- a uccelliera, museo di
vecchie armi, magazzino e officina d'ogni arnese da caccia. E con un
calcio sped la civetta a soffiare in disparte, e avanzando ad aprir la
finestra rovesci la panca con su le pentole del vischio e le ciotole
dei chiodi. Quella mattina si sbagli fin nel distribuire il pasto ai
richiami: mise vermi e cuor trito nel beccatoio dei fringuelli; i merli
ebbero miglio e canepa. Anche, un beveratoio gli sfugg di mano e and
in pezzi. E ruppe del tutto, e quindi gett sotto la tavola, la gabbia
di vimini da accomodare. E passato nella camera da pranzo appena fu
certo di non essere visto, sal nella sua camera; e adocchi dalla
finestra scostando un po' la tenda.

Elena se ne stava l, nel cortile, all'ombra. Cuciva. -- Innamorata!

Ebbene: c'era da meravigliarsene tanto? Diciott'anni; ormai diciannove;
e una bella ragazza. Molto bella! Due occhi di una dolcezza ineffabile;
un sorriso di anima pura; i capelli biondi...

Ah quando tu, zio, le dicevi: -- perch ti pettini cos? -- e lei
diceva: -- perch  di moda --, e tu ribattevi: -- non mi piaci --, tu
mentivi: avresti voluto che nessuno la vedesse pettinata alla moda, i
biondi capelli spartiti su la fronte bianca e serena. E quando, vestita
di nuovo, la mortificavi: -- questa tinta non ti si conf; stai male --,
tu ingelosivi dell'ammirazione che susciterebbe. E quando la sorprendevi
nell'atto di specchiarsi e l'accusavi di vanit, e lei, timida,
arrossiva quasi colta in fallo, tu dubitavi fin d'allora che verrebbe il
giorno in cui, specchiandosi, essa non penserebbe solo a s, penserebbe
a chi non sarebbe certo suo zio.

Dalla voce che gli parlava dentro in tal modo il signor Prospero deriv
argomento a darsi, per minor rimprovero, dell'imbecille.

Timida? Imbecille!  timidezza l'amoreggiare e ricorrere a sotterfugi?
valersi di strattagemmi piuttosto che confidare nel senno dello zio, se
non della madre o del padre?.

Ma l'intima voce opponeva: Che sai tu, vissuto fuori del mondo, delle
audacie a cui una ragazza, appunto perch timida, appunto perch ha
soggezione dei suoi e dello zio, pu essere indotta dall'amore? Che sai,
tu, di quel senso di pudore verginale per cui un'anima ingenua
affronterebbe ogni rischio anzi che svelarsi appunto a chi crede d'aver
acquistato il senno dall'esperienza della vita? Che sai, tu, degli
ostacoli che Elena veda per la realt del suo sogno e della fede che
abbia solo in s stessa per superarli? E perch mai la rimproveri nel
tuo pensiero, appiattato dietro una tenda, e non le manifesti
apertamente il tuo pensiero, il tuo dispetto, il tuo rammarico? Saresti
timido anche tu? innamorato... anche tu, di lei?.

Come se la tenda si sollevasse di colpo e Elena di laggi e il mondo
intero gli leggessero in faccia quest'ultima dimanda, il signor Prospero
si tolse dalla finestra, e si accasci su la poltrona ad ascoltarsi e a
consultarsi.

Innamorato, no, non gli pareva di essere (non gli pareva: a quarantatr
anni! di sua nipote!), ma geloso, s: non poteva negarlo; non poteva
ammettere che quella creatura bella, a cui aveva dato tanto del suo
cuore e del suo animo, divenisse preda d'un altro, d'un indegno, forse;
non poteva immaginarla fidanzata, immaginarsi spettatore dei sommessi
colloqui di lei, felice. Un martirio insopportabile!

-- Top! Vieni qua, Top! il mio Top! -- gridava Elena.

E il povero zio scatt in piedi; torn ad osservare di soppiatto. Il
cane, di ritorno a casa, era venuto a lei; lei lo accarezzava; lo
premiava con lo zucchero o i dolci; e intanto rigirava il collare di
sotto in su; ne staccava il cartellino, la risposta.

L'ammazzo!. Ohib! Ammazzato Top, perduta Elena, che gli resterebbe al
mondo? Con la visione rapida e precisa di un morente, il signor Prospero
scorse tutto il suo passato, la sua esistenza inutile. Non un amore
serio; non una salda amicizia; nessun altro svago, altro diletto che la
caccia; nessun altro scopo. Eppure durante diciotto anni gli era
sembrato di vivere pienamente, nell'affetto della nipote. Elena! Elena!
Quando, piccolina, gli veniva incontro ad abbracciargli le gambe!
quando, su le ginocchia, gli tirava i baffi! quando -- e lui fingeva di
non accorgersene -- apriva gli sportelli delle gabbie, e i cardellini e
i verdoni, via! Chi gli avrebbe mai detto allora che per lei dovrebbe
soffrire? E quando la piccolina si ostinava a non capir le lezioni, e
piangeva, e lui s'inquietava e la giudicava poco intelligente, chi gli
avrebbe detto: un giorno la conoscerai pi furba di te?

Come avr fatto a istruir Top? -- L'ammazzo!.

Ohib, signor Prospero! Non bastava levargli, a Top, il collare? Elena
comprenderebbe che lo zio sapeva; tremerebbe; gli confesserebbe tutto.

E il signor Prospero deliber di levar il collare a Top. E, per la
speranza di soffrir meno, prese anche una deliberazione pi grave.



                                  III.


Se, poco oltre mezzod, lo zio Prospero non sedeva a tavola ad aspettar
il fratello, la cognata avvertiva la domestica o l'Elena: -- chiamate il
cane! --; e se il cane non arrivava, eran certe che lo zio desinerebbe
in campagna e rincaserebbe solo la sera. Quel giorno dunque si
meravigliarono a veder il cane e a non veder lui. In ritardo? Non
tardava mai. Invitato da qualche amico? Non aveva amici che lo
invitassero a pranzo, e quando ne avesse avuti, non ci sarebbe andato.
Cos'era successo? L'Elena stentava a dissimulare l'angustia. Ma per
fortuna nessuno, all'infuori di lei, si accorse che a Top mancava il
collare; e, per fortuna maggiore, suo padre -- nonostante il fiero
aspetto -- era l'uomo pi pacifico di questo mondo. Egli si limit a
dire:

-- Chi non mangia, ha mangiato.

Non sospettava di nulla. E non si meravigliava di nulla, Adelmo
Marzioli! La spiegazione della strana assenza l'avrebbero, prima o poi:
inutile preoccuparsene.

Egli, infatti, l'ebbe prima di averci ripensato: due ore dopo
mezzogiorno, alla Congregazione di carit ov'era segretario.

Prospero gli comparve dinanzi con gli occhi semichiusi sotto le ciglia
folte e lunghe, in un'attitudine quasi violenta per lo sforzo della
volont. E al fratello, che attendeva zitto e cheto, parl con un lieve
tremito nella voce.

-- Ho pensato che  meglio ci dividiamo. Io mi tengo la Valletta; a te
l'altro podere, la vigna e la casa. Nella casa mi riservo il camerone.
Ci mettiamo il letto; il camino c': mi basta.

-- Come vuoi -- disse Adelmo Marzioli.

-- Incarichiamo del rogito il notaio di qui o di Faenza?

-- Come vuoi.

-- Siamo d'accordo?

-- D'accordo.

E Adelmo Marzioli riprese a scrivere.

Se non che mentre Prospero stava per uscire successe quasi un miracolo:
il fratello aveva qualchecosa da aggiungere.

-- Ehi! Senti!

Prospero si volt.

-- Cosa ne dir il paese?

Prospero rispose: -- Dir quel che dico io: che io sono un uomo
all'antica e le tue donne vanno alla moderna; che, secondo me, voi
spendete troppo in proporzione al tuo stipendio e alle entrate, e io
voglio assicurarmi della mia parte per quando sar vecchio e per
lasciarla, quando morir, a mia nipote se non si mariter, o se sposer
uno della sua condizione.  chiaro?

--  chiaro.

-- C' altro?

-- Nient'altro.

                                  ***

La separazione non dispiacque neanche alla cognata. Non che Prospero le
avesse mai dato soverchio disturbo; sempre per l'avevan tenuta in un
certo disagio quel suo carattere scontroso e quelle sue abitudini di
misantropo, e da un pezzo in qua egli la seccava con le osservazioni a
ogni spesa che si faceva per l'Elena. -- Ah ah! vestito nuovo; scarpine
nuove! oro! gioielli! Durer? -- Dispiacere, e pi che dispiacere, prov
invece l'Elena. Come ad accorgersi di Top senza collare pens che lo zio
aveva scoperto la marachella, all'avvenimento che segu pens che lo zio
era impermalito con lei; e dubit d'averlo contrario nelle sue speranze.
Avrebbe voluto impietosirlo dicendogli: -- Io le sono tanto affezionata!
sia buono! --, o magari provocarne lo sdegno dicendogli: -- Che cosa le
ho fatto, io? --; purch parlasse! Il silenzio di lui l'atterriva. Ma
non osava andar a trovarlo nel camerone; affrontarlo. Finch ebbe
un'idea. Dall'uscio che dal camerone metteva nella stanza da desinare la
madre aveva tolta la grossa chiave. Elena s'avvide che per il buco della
toppa passava una spera di luce. Allora si chin, guard, scorse le
gambe dello zio andare e venire. Benissimo! E colto il momento che
nessuno poteva udirla, fece, a voce bassa:

-- Zio! zio!

Lo zio palpit; volse lo sguardo intorno; e non fiat.

-- Sono qui dall'uscio! M'ascolti! Una parola, zio!

Egli non fiat; non si mosse.

-- Io le sono tanto affezionata, e lei non mi risponde nemmeno! Cosa le
ho fatto, io?

Ma a questo punto Top, il quale giaceva nel cantuccio vicino alla
civetta, tese gli orecchi, si alz, precipit all'uscio; e drizzato su
due piedi contro di esso, si mise ad abbaiare e a guaire
affettuosamente.

-- Ah Top! il mio Top! Tu sei buono! Diglielo tu allo zio che  cattivo,
che mi fa soffrire!

Cattivo? Soffrire? Era un'ingiustizia! un'infamia! Lo zio non ci resse
pi. Esclam, ironico:

-- Soffri, eh, perch ho levato il collare a Top?

Poi, con sarcasmo per lei e per s medesimo:

-- A far all'amore non potrebbe servirti, in cambio, il buco di una
serratura?

Nessuna risposta. Non s'ud pi che il vario voco dei richiami. E Top
torn ad accucciarsi vicino alla civetta.



                                  IV.


Non molti giorni dopo, mentre stava aggiustando gli staggi a una rete,
il signor Prospero ud battere alla porticella di strada e chiedere
forte:

--  permesso?

N aveva ancora risposto -- avanti! -- che un signore entr; giovine.

-- Disturbo, signor Marzioli? Mio padre mi ha consigliato di venir da
lei per...

-- Chi  vostro padre? -- interruppe il Marzioli senza muoversi da
sedere e senza far complimenti.

-- Tarelli! Io sono Diego Tarelli.

Ah! aveva dinanzi il figlio del conte; il pi ricco del paese: bisognava
riceverlo con garbo.

-- S'accomodi! Mi dispiace... -- affrett cerimonioso e imbarazzato --;
in questa stamberga..., in questo disordine...

-- Amabile disordine! -- esclam, disinvolto, il giovine. -- Sapesse
come l'invidio, signor Prospero! Lei  il pi famoso cacciatore di
Romagna! Quante volte a Roma ho pensato a lei!

-- A Roma?

-- Ci ho compiuti gli studi; e adesso sono, vorrei diventar cacciatore
anch'io. Ecco -- aggiunse contemplando le gabbie in terra o appese al
muro --: ecco i richiami, i cantaiuoli! Quaglie. Un merlo. Cardellini.
Fringuelli. Un fanello...

-- Un frisone -- corresse il signor Prospero.

-- Sbagliavo: un frisone; un...

--... bigione.

-- E quante reti! Di quante sorta! Piccole, grandi, a maglie larghe e a
maglie strette. E han tutte il loro nome, eh?

-- S. Quella lass, distesa, si chiama aiuolo; quella accanto,
paretella; quell'altra,  una ragna. Queste qui gi sono erpicatoi,
diluvi. Questa che sto aggiustando  una lungagnola.

Intanto Diego Tarelli cercava accostarsi all'uscio (l'uscio dal buco
della serratura aperto); e come ci fu, volse il dorso e alzando gli
occhi alla parete di contro:

-- Anche armi antiche -- disse --. Curiose!

Il signor Prospero accennava:

-- Uno schioppetto del seicento. Una cerbottana; una balestra.

-- E gli ordigni, pi in basso?

(Com'era difficile...).

-- Corni da polvere.

-- No: intendo dir gli altri, l, a terra.

(Com'era difficile infilare un bigliettino nel buco della serratura
voltandole le spalle!).

-- Sono trappole; pignuole; bertovelli.

-- E il modo d'usarli?

-- Semplicissimo.

Il signor Prospero and a prendere una gabbia col ritroso per
dimostrarla da vicino al visitatore; e questi intanto riusc a spingere
nel buco il biglietto che la mano dell'Elena da un pezzo era pronta a
ricevere.

Ma la faccenda non doveva finir bene. Colpa di Top.

Il quale, spalancata d'un salto la porta, entr, e a veder Diego Tarelli
gli fece la festa dovuta a un caro amico.

-- Top! Top! -- Il giovine non pot fingere di non conoscerlo.

Allora un sospetto balen alla mente del signor Prospero. Strinse gli
occhi sotto le ciglia folte e lunghe. Dimand, cupo:

-- Vi conoscete?

-- Chi non conosce Top? Tutto il paese! Io poi ne sono un ammiratore; e
appunto perci sono venuto a disturbarla, signor Prospero. Me lo vende?
a qualunque prezzo...

Me lo vende? Ahi ahi! Cotesta dimanda, cotesta proposta, urtando nel
sospetto che torn a insistergli in mente, strapp, a un tratto, fuor di
s lo zio. Parve investir il visitatore, minacciarlo con la gabbia in
mano. -- Vendere, io, Top?

Vendere Top, la sola creatura affezionata che, perduta Elena, gli
resterebbe al mondo, almeno per qualche anno?

-- Vendere il mio cane? -- ripet pi forte. -- Io? Top?

E prima che l'altro potesse articolar parola, tanto era rimasto sorpreso
da quella veemenza, seguit:

-- E voi dite di essere, di voler essere cacciatore? No! -- gridava e
gli agitava, avanti e indietro, sotto il naso, la mano sinistra con
l'indice teso --. No! Cacciatore tu, giovinotto, non sarai mai! mai! Non
sei, tu, che un signorino, un ricco! -- E aveva nella voce il disprezzo
di chi accusa una brutta azione. -- Gi! perch avete dei soldi, molti
soldi, voi signori, voi ricconi, vi credete lecito tutto: ogni
indelicatezza, ogni sopruso, ogni usurpazione di affetti, di cose care!
Ma ci sono delle cose che non si vendono, che non si comprano! Tientelo
a mente, giovinotto mio!

Diego Tarelli aveva lui pure sangue romagnolo nelle vene; nondimeno si
contenne. Riflett che aveva a fare non solo con un mezzo matto o un
matto intero, ma con lo zio di Elena. E borbottava delle scuse.

-- Non credevo d'offenderla... Mi scusi... Mi perdoni...

-- Che scusare e perdonare! Vattene e buon giorno!

-- S! Buon giorno!

Il giovinotto se ne and chiudendo di colpo la porta.

E il signor Prospero si accasci su la seggiola.

--  lui! -- mormorava --.  lui l'innamorato di Elena!

Bella lezione, per, gli aveva data!

Tale lezione, infatti, tale innamorato che appena fu fuori Diego Tarelli
tem il crollo della sua felicit in causa di quel matto zio e di quel
benedetto e maledetto cane; e corse alla Congregazione dal signor Adelmo
Marzioli a chiedergli la mano della figlia.



                                   V.


Confermandosi nell'ipotesi per cui si era arrabbiato, il signor Prospero
ebbe un rigurgito di amarezza in gola; poi si sent pieno di male il
cuore. E si sfog a inveire, entro di s, contro la nipote. Stupida!
Infatuarsi d'un Tarelli! Credere avesse buone intenzioni e si proponesse
davvero di sposar lei! Non dubitare che egli amoreggiasse per
divertimento! Stupida! -- Poi inve di nuovo contro quel gaglioffo che
lusingava, per divertimento, una ragazza onesta, la nipote di Prospero
Marzioli! canaglia! briccone!

Se non che, a pensarci, comprendeva ora come la richiesta di comprar Top
fosse stata un pretesto e come la visita, con i salamelecchi e le
adulazioni, dovesse avere avuto uno scopo anche pi ignobile: stringere
amicizia con lo zio; ingraziarselo, servirsi di lui meglio che del cane.
-- Ragazzaccio! Tu sei furbo, ma...

Pi furbo lui, lo zio!, quantunque non arrivasse a immaginar tutta la
verit. Questa: mancato il sussidio del collare, giudicando troppo
rischioso il gettito dei biglietti e delle letterine dal muro del
cortile, oh che restava all'Elena se non suggerire a Diego il mezzo
suggerito dallo zio a lei: il buco della serratura?

N lo sfogo sollev il signor Prospero; egli non ebbe riposo nel cuore e
nella testa. Adesso voleva e non voleva parlar alla nipote, esortarla a
metter giudizio o, no, tacere. Finch l'ira di nuovo prevalse.

No; l'Elena non meritava i suoi consigli! Non aveva avuto fiducia in
lui; non ne aveva: corresse dunque al castigo; alla delusione! E, dopo
tutto, per lei sarebbe meglio. Non s'innamorerebbe pi cos facilmente;
forse non si mariterebbe mai; vivrebbe nel bene dei suoi e dello zio.
Questo, questo egli, ora, sperava!

Egoista! gli grid la coscienza; e mentre si ascoltava sorpreso,
egoista gli sembr ripetessero dalle gabbie, piangendo e cantando, le
creature schiave della sua vita inutile; egoista! sembr affermar
anche Top, che era stanco di dormire e desiderava andar fuori, in
campagna, a caccia.

Onde Prospero Marzioli, pi afflitto che mai, si alz, prese lo
schioppo, pass il braccio nella cinghia; si diresse alla porta da cui
il bracco l'aveva preceduto. Ma sulla soglia ristette.

E torn indietro; e venne all'uscio a figger lo sguardo nel buco della
serratura. Non vide nessuno. Elena! Elena! Chiamarla? Non ne ebbe la
forza.

Oh! fuggire di l, in campagna, a caccia, con Top, a guarire del male
che aveva nel cuore!



                                  VI.


Rimase alla Valletta una settimana: tempo sufficiente perch il vecchio
contadino, il quale dianzi l'aiutava a tender le reti, a invischiare, o
a batter le macchie, si convincesse che il padrone era ammattito del
tutto. Aveva mandato a prendere i richiami, la civetta e gli arnesi; ma
non si recarono nemmeno una volta al paretaio o nelle larghe a tirar
alle allodole. Camminavano su e gi per i campi aspettando che il cane
scovasse la lepre, e non sparavano un colpo; e sedevano stanchi alle
prode dei fossi. Ivi il padrone o contemplava, vattelapesca chi e che
cosa, oppure discorreva in modo che non l'avrebbe capito l'arciprete.

-- La verginit volontaria avvicina l'umanit a Dio. Lo credi?

-- Sissignore -- il vecchio rispondeva, fedele al principio che conviene
dar sempre ragione ai matti.

-- Da che mondo  mondo la vita fu considerata come una prova dell'uomo
e della donna per elevarsi, perfezionarsi l'anima; e l'amore, come
s'intende dai pi, fu considerato un abbassamento, un prolungamento di
quella prova superata soltanto dalla verginit. Lo credi?

-- Dice bene lei!

E un'altra volta, quel poveretto, tenne al contadino questo bel
discorso:

-- Tu negli alberi non vedi che frasche da sfogliare, legna da tagliare
e da bruciare; nei fiori non vedi che un ghiribizzo della madre terra;
negli uccelli non vedi che materia da umido o da arrosto. Sfrzati
invece a pensare che tutte queste creature sono animate dello spirito
che ci d vita a noi, e starai meglio con loro che con gli uomini e con
le donne. Lo credi?

Il vecchio rispose:

-- Credo sia gi suonato mezzogiorno. Andiamo a mangiare, signor
padrone?

Rincasando non si accorgevano, l'uno per la filosofia e l'altro per
l'appetito, che Top era scomparso.

Top, con mirabile puntualit, all'ora di desinare giungeva ogni giorno a
casa Marzioli, dove l'Elena gli preparava la zuppa. Mangiava; dormiva;
quindi tornava in campagna desideroso di novit.

Ma ne era pi desideroso, di novit, il signor Prospero. E l'ottavo
giorno, per interrompere in qualche modo la pena protratta, riprese la
via del paese e del camerone.

                                  ***

Il trambusto di lui, l dentro, trasse l'Elena all'uscio, come egli
aveva immaginato.

-- Ehi, zio! sono qui: ascolti una parola!

-- Elena!

Mai chiamandola lo zio aveva avuto una voce cos tenera; la voce di chi
ha pianto. Aggiunse:

-- Che vuoi?

-- Ho una cosa da dirle; accosti l'orecchio.

-- Son qui.

Un lungo attimo di silenzio. E l'Elena sussurr:

-- Non mi attento.

-- Ah -- egli fece, pentito a un tratto d'essersi abbassato alla
serratura --: ti attentavi per ad attaccar i bigliettini al collare del
cane!

-- Bene, zio! -- mormor pronta la ragazza --: lei adesso pu star
tranquillo; pu rimettere il collare a Top.

Se dal buco della serratura Prospero Marzioli avesse scorto l'universo
quale possessione sua, tutta sua, non avrebbe provata tanta gioia!

Rimettere il collare a Top, star tranquillo, non significava forse che
l'amoreggiamento era finito? Senza dubbio il Tarelli, dopo la lezione
ricevuta dallo zio, aveva rinunciato all'Elena. Quant'era bello adesso
il mondo, sebbene dal buco della serratura non si scorgesse pi nessuno
e non si udisse pi nulla!

E ora Prospero Marzioli poteva incontrare Adelmo Marzioli senza timori e
senza rimorsi.

L'incontr poco dopo, che veniva dalla Congregazione. Ma -- miracolo! --
questa volta parlava prima lui, Adelmo; al solito, per, pacato e
conciso.

-- Il figlio di Tarelli ha dimandato l'Elena. A San Martino si sposano.

Elena -- sposa!

Lo zio Prospero impallid; divent rosso; tacque finch fu certo di
poter dissimulare la passione con lo sdegno. Un lungo attimo; e
aggrottate le ciglia, esclam:

-- Non aspettatevi regali, non aspettatemi alle nozze. Sono uno da star
a pari dei Tarelli, io?

Bene. Non si commosse Adelmo; chiese soltanto:

-- C' altro?

-- Nient'altro -- rispose Prospero allontanandosi e premendosi con la
mano il cuore.



                                  VII.


E rimise il collare a Top. Ma chiuse per sempre il camerone delle
memorie e delle glorie sue e familiari.

Alla Valletta -- ove dimorava in una piccola stanza simile a una cella
-- consumava molta parte del giorno leggendo o tentando di leggere.
Aveva dato la libert ai richiami e alla civetta; e a caccia non andava
pi che con Top, senza sparare un colpo. Nel dissidio che era in lui fra
l'energia della razza e l'affievolimento dell'amore -- l'amore per tanti
anni respinto -- l'amore troppo tardi conosciuto -- ora si meraviglier
di aver potuto incrudelir con le creature innocenti e liete eppur
godere, nel tempo stesso, della comunione di s con la vita naturale; ed
ora si rammaricava d'esser cos mutato, d'esser cos fiaccato nel suo
soffrire.

Elena! Avrebbe voluto udir parlare sempre di lei, solo di lei.

Spesso gliene discorreva il vecchio; ogni volta che tornava dal paese.
Quante chiacchiere intorno al matrimonio Marzioli Tarelli! Che cotta
s'era buscata quel giovine! Che fortuna, quella ragazza! Ma la meritava.
La pi bella ragazza del paese! Una bella romagnola!

Gi si sapeva che, il d di San Martino, le nozze sarebbero celebrate
con gran pompa; e dopo, gli sposi partirebbero per Roma.

-- Col diretto delle undici -- not, per dire qualche cosa, per
nascondere s a s stesso quasi con una prova d'indifferenza, il signor
Prospero. Poi dimand aggrottando le ciglia:

-- E di me cosa si pensa?

-- Qualcuno pensa che lei ha giudizio.

-- Perch?

-- Perch lei non approva questo matrimonio. I Tarelli han troppi soldi,
e i troppi soldi non han mai fatto contento nessuno.



                                 VIII.


Alla proda del fosso, davanti all'acaciaia, Prospero Marzioli sedeva
tenendo lo schioppo appoggiato al ginocchio sinistro e poggiando sul
destro il gomito si reggeva col braccio e con la mano il capo. Aspettava
passasse il treno che portava gli sposi al viaggio di nozze. Finalmente
-- ecco -- sobbalz. Laggi tra gli alberi, sotto il fumo che livido
stentava a sollevarsi e a diffondersi nell'aria umida, egli osservava
scorrere il convoglio, rotear via rombando.

Elena! Elena! Senza voce la chiam con tutta l'anima; invisibile agli
occhi, la vide; la perd: con tale angoscia che non si morse pi le
labbra per trattenere i singhiozzi. N allora ebbe vergogna di s
stesso. Gli parve allora che la derisione, lo scherno di tutti gli
uomini non l'avrebbe offeso. E mentre le lagrime gli colavano per le
guance e volgeva lo sguardo, a scorgersi, a sentirsi solo in quella
campagna deserta e squallida cap che di contro il dolore umano c'
qualche cosa di peggio che l'umana cattiveria, l'irrisione, lo scherno:
c' l'indifferenza di tutta la vita estranea alla nostra vita, c' la
separazione da noi delle infinite esistenze inconsapevoli di noi.

A lui che cosa restava? chi gli restava? Un cane! L'ira lo scosse; gli
di l'impeto di chi cerca divincolarsi. E grid, fremente:

-- Top!

Top impazzava a levar passeri dal seminato, a inseguirli abbaiando; e
non attese alla voce del padrone.

Ma questa volta il padrone non ripet l'ordine prima di punir la
disubbidienza.

Spar.

Un guaito; e il bracco cadde.

Prospero Marzioli corse a lui; e vide gli occhi spaventosamente
affettuosi, ebbe da quegli occhi che si spegnevano una tremenda
invocazione di piet. E quasi per trovar ristoro al male atroce o fine
all'agonia, la povera bestia pieg il collo.

Dal collare usciva, arrotolato e tenuto da un filo, un bigliettino.

E lo zio, premendosi con la sinistra il cuore, lo prese. Lesse:

_Diglielo tu, Top, allo zio che gli vorr sempre bene; tanto, tanto
bene_!

Ma Top era morto.




                          LE PENNE DEL PAVONE


Andar a bruscolare anche allora significava in pratica, pi che la
parola non dica, raccogliere, per bruciaglia, stipa grossa e bacchetti
lunghi, e se nel luogo della ricerca si trovavan begli alberi frondosi
la coscienza non escludeva qualche strappo o taglio di materia non
secca. La massima antica che la roba dei campi  di Dio e dei Santi
pareva dar diritto, allora, a portar via qualche cosa appartenente ad
altri; e poich oggi il diritto nuovo pare conceda di portarla via
tutta, o quasi tutta, evidentemente la roba dei campi sar oggi passata
in padronanza superiore a quella dei Santi e di Domineddio: il mondo non
cammina per nulla.

-- Non date danno -- raccomandava la donna del casellante ferroviario ai
suoi ragazzi; e aggiungeva come argomento positivo alla moralit ideale:
-- Potreste buscarvi delle btte --. Quando per i figliuoli rincasavano
carichi di legna o, magari, stringendo al seno un mellone o un cocomero,
e dicevano: -- Ce l'han donato --, lei fingeva di crederlo: li vedeva
incolumi, e la roba dei campi....

Ma la buona donna raccomandava con maggior premura: -- State lontani dai
borroni!

Perch a bruscolare andavan di solito lungo il Rio Rosso dove scorre pi
fondo tra pi folto e pi pioppi, verso monte; e non vi mancavano le
tentazioni e i pericoli.

Il divertimento alla chiusa!: togliere i travi che servivan da paratoia
per veder la piena precipitare riscintillante, e mandar con essa -- a
rischio di tenergli dietro -- il primo trave per sollevare dal baratro
una fragorosa colonna di spume e di faville! E i pesci? Non si godeva a
sorprenderli e quasi afferrarli mentre galleggiavano nell'acqua limpida
e tremula?

                                  ***

Quel giorno, dunque, i figliuoli del casellante, Mario e Aldo Sartori...
Bei ragazzi tutt'e due, ma pi il piccolo -- Aldo --, che esprimeva
dagli occhi la letizia del sangue sano e la bont dell'indole... Quel
giorno, a fin di luglio, appena furono discesi dal ponte s'avviarono di
corsa alla chiusa. Ahim, non aveva raccolta. E il caldo era cos grande
che i pesci non comparivano, e fin i ranocchi, all'approssimar dei
passi, tardavano a balzar gi con un tonfo e a penetrar nella melma
dimenando le gambe e intorbidando, come d'un fumo, il breve specchio.
Soltanto le idrometre mostravano d'esser contente a sfiorar l'acqua coi
fili delle loro zampine, insensibili a tutto fuorch al correre
miracolosamente cos su l'acqua, nel sole; emanazione di vita
indifferente a tutto fuorch al molle contatto e al moto alacre e
incessante.

-- Raduna tu i bacchetti -- comand Mario al fratello, e si adagi a
un'ombra. -- Io far il fascio.

Sapeva gi compor le fascine a modo degli uomini. Con un vinco. Ne
attorcigliava la vetta a cappio, sottoponeva il legame alla stipa, la
calcava col piede, e introducendo nel cappio l'altra estremit del vinco
la tirava e torceva in groppo s che tenesse la presa. Poi si addossava
il fastelletto e portandolo a dorso curvato si credeva che chi lo
guardava lo stimasse un uomo. Perci comandava al fratello e gli
lasciava il vanto della fatica pi umile.

-- Cogli tu! Presto!

No e no. Aldo ne aveva meno voglia di lui. E liticarono. E si
acciuffarono. Dei due, Mario, che percuoteva pi sodo, era pi facile a
lamentarsi. Aldo resisteva finch poteva, indi scappava con rivincita di
boccacce e sberleffi che ne rideva lui stesso. E ridendo tornavano in
pace.

                                  ***

Da quanti secoli si ripete nei fanciulli la smaniosa gioia che dovevan
provare gli uomini primitivi allorch riuscivano a impossessarsi di
qualcuna delle pi liete creature del mondo? Era una vittoria su la
natura, la quale ai volatili volle dar mezzo di sfuggire alla cupidigia
umana, ed  tuttavia la soddisfazione di un'istintiva, atavica invidia
per quelle creature cos liete a credersi inafferrabili: tanta
soddisfazione, tal gioia da rendere ingenua e inconsapevole la crudelt.

-- Con un archetto -- diceva Mario -- si prendon le buferle.

Ora i fratelli sedevano all'ombra insieme, pacificati e invogliati di
caccia da un branco di cardellini che calando dalle fronde di sopra a
loro eran venuti a bere e a bagnarsi.

-- Sono men furbe dei cardellini le buferle -- diceva Aldo.

-- E se ci restan, nella corda, non scappan pi. Vedrai!

Ma costruire un archetto non era agevole come legare un fascio di stipa.

Mario pieg ad arco un ramoscello e lo tese per bene con uno spago
doppio a scorsoio. Se non che non sapeva ancora la giusta distanza dei
nodi, n trattener l'uno col pilo, che, quando la vittima capiterebbe
su la corda, cadrebbe, e l'arco scatterebbe serrando e stringendo le
povere gambe fra l'altro nodo e la cocca. Uno spasimo atroce.

-- Fa presto! -- Aldo sollecitava, ansioso del giuoco. -- Dove ce n',
delle buferle, adesso?

-- Nell'acaciaia del Palazzaccio.

E prova e riprova, finalmente la macchina sembr in ordine.

Mentre avanzavano per il sentiero tra le macchie il piccolo si accorse
che il giorno mutava luce.

-- Vien tempo da piovere.

-- Lascia! In caso che piova andiamo a ricovero nella capanna del
vignarolo, lass. Io non ho paura di niente.

                                  ***

Ecco. Sfogliata la cima a un'acacia, posato l'archetto fra una rama e
l'altra, non c'era pi che da attendere con pazienza, zitti e queti.
Passeri ne giungevano, d'intorno, ma parevano avvisarsi a vicenda
dell'insidia: buferle, nessuna. E Aldo non poteva star fermo e tacere.
Deluso, cominci a insistere per tornar a casa.

-- Non senti che tuona?

Il temporale rombava da lungi e gi ne pesava, nell'afa bassa, la
minaccia. Quando uno strano grido, come d'una voce troppo alta emessa da
una gola troppo stretta, come d'un richiamo doloroso e selvaggio, sorse
l, da loro.

-- Un pavone!

-- Un pavone di quelli del Palazzaccio. Cercher la pavona e i
pavoncini, per ammazzarli -- disse Mario.

E lo videro. Nonostante l'impedimento della coda oltrepassava svelto fra
tronchi e sterpi. Addosso! Forandosi le mani e le guance
nell'inseguirlo, lo spinsero contro un cespuglio.

-- Cvagli le penne! -- incitava il piccolo. -- Ne voglio una!

Infatti come la bestia ebbe nascosto il capo nel cespuglio e pensandosi
non pi vista non si mosse pi, Mario pot strapparle una, due, tre
penne delle pi belle.

E nel cielo ottenebrato proruppero i lampi.

Allora i ragazzi fuggirono a ricoverarsi nella capanna.

                                  ***

Il capannotto del vignarolo era a sommo della riva, appoggiato a una
quercia e contesto di frasche.

Vi entrarono felici. Essere al coperto, al sicuro, l sotto, come
fossero sol lor due al mondo, mentre la bufera si scatenava! Il tuono
ora scuoteva cielo e terra.

--  il diavolo che va in carrozza con sua moglie. -- Mario rideva; non
aveva paura.

Ma Aldo non rideva pi. In fondo, dove il riparo era pi saldo, sed
accosto al pedale della quercia e si coperse il viso con le braccia. E a
un tratto, dal cielo squarciato piomb la grandine col fracasso della
ghiaia scaricata dalle birocce; con un guizzo di luce abbacinante una
folgore cadde da presso. I chicchi grossi quanto le nocciole fendevano
il fogliame e il frascame dell'albero; alcuni penetravano di colpo nel
rifugio.

-- Mamma! -- invoc il piccolo.

-- Non aver paura! -- ammon il fratello. -- Ci son io; e ti copro con
la paglia. Tieni tu le penne.

Gli porse, gli mise nella mano le penne del pavone, e torn verso
l'entrata dov'era un po' di paglia, in mucchio. E si chinava per
raccoglierla, per difendere con essa, dalla tempesta, il fratellino che
chiamava la madre e piangeva; e in quell'istante si sent investir
tutto, rapire da una fiammata. E non cap pi nulla.

                                  ***

Quando rinvenne, Mario vide che il sole splendeva. Ma aveva
l'impressione di non poter pi muoversi. Con un terrore folle si sforz
ad alzarsi in piedi, e alzatosi gli parve di sentir il sangue rifluire
per ogni vena e d'essere leggero leggero.

-- Andiamo via! corriamo a casa! -- grid volto ad Aldo.

Aldo non si mosse. Teneva il capo a terra, contro il braccio sinistro;
tendeva l'altro braccio stringendo in mano le penne del pavone.

E Mario gli si avvicin, lo chiam pi forte.

Non rispose.

Tendeva il braccio destro, irrigidito, quasi volesse rendere al fratello
le penne del pavone che il fulmine gli aveva lasciate intatte nella
mano.




                               LA FIUMANA


Che gli asini camminando pi o meno piano per la strada maestra si
provino a prendere ogni viottola che scorgono di qua e di l, si
capisce. La strada larga e bianca, precorrente senza limite visibile,
suscita in loro l'idea e il panico dell'infinito; e poich sanno per
esperienza come da colui che trasportano e che li guida e bastona ci sia
da aspettarsele tutte -- e non sarebbe da meravigliare neppur il
proposito, in lui, d'andare all'infinito -- essi dalle viottole laterali
han l'illusione o la conoscenza o la speranza di un termine prossimo, e
tentano rivolgersi a quello.

Pi difficile  spiegare perch anche l'asino bennato oppugni a voltar
indietro pur nella pi larga e pi piana strada. Ecco. Il prudente
auriga tira dalla parte destra fin quasi al limite del fosso, indi tira
a sinistra con tanta energia che la bestia  costretta a piegar contro
la stanga il collo, la testa, la bocca aperta dallo spostamento del
morso, e, per esprimer meglio il suo volere, il padrone rialza e
riabbassa in fretta il randello, s che la battuta groppa si addossa,
rintronando e dolorando all'altra stanga -- e, nossignori, non cede;
piuttosto che cedere l'asino va inesorabilmente nel fosso di sinistra
col biroccino e chi c' sopra. Perch? Forse per amor proprio? punto di
onore? dignit personale? In tal caso bisognerebbe supporre a questa
ostinazione, a cocciutaggine cos pericolosa, un ragionamento degno d'un
uomo di carattere quale ce n' pochi, specie al giorno d'oggi. -- Ah tu
che mi sfrutti mi hai dunque attaccato al biroccino non per bisogno, ma
-- poich vuoi tornar indietro -- solo con l'intenzione di farmi
faticare e di bussarmi? Ebbene, no! neanche se io debba tornare alla
dolce stalla, io non volto! Preferisco pungermi alla siepe, rompermi una
gamba, fiaccarmi l'osso del collo nel baratro. Non volto: no, no e no!

E che tale o simile ragionamento non fosse da escludere lo dimostrerebbe
un fatto: che laggi, quando sia rimasto in piedi o risorga, l'asino si
mette subito a brucar l'erba della sponda. L'ostinazione cieca non gli
permetterebbe di vederla, l'erba: la stizza invece, che nelle persone
intelligenti non toglie il lume degli occhi e passa presto -- appena
hanno avuto sodisfazione --, gli lascia dire tra s: -- Adesso che l'ho
vinta io, sono contento. Mangiamo!

Ma quand'anche questa presunzione intellettiva nei ciuchi fosse
esagerata, l'ostinazione loro sarebbe sempre pi agevole da intendere,
psicologicamente, che l'ostinazione dei cavalli.

                                  ***

Qualche anno fa venne di moda il negar l'intelligenza al cavallo, o --
nella reazione ad ogni ammirazione del passato -- per contrasto al
Buffon e all'Alfieri, o per consenso al grande -- allora -- e nuovo
Mirbeau, o per incredulit delle esperienze di Elberfeld, ove dicevano
che un certo cavallino eseguiva esercizi d'aritmetica coi piedi, i quali
oggi nemmeno usan pi i poeti agli esercizi della prosodia. E si
chiamava stupido il pi nobile compagno dell'uomo perch  ombroso e
perch ha lo sguardo velato: come se l'adombrare non potesse indicar il
prevalere della facolt fantastica su la fredda ragione, che  indizio
di genialit, e come se non ci fossero stati grandi uomini, scienziati o
poeti, non solo con velato sguardo, ma con occhi morti del tutto.

Un fenomeno per della razza equina varrebbe meglio a giustificarne i
detrattori: il restio. Quale maggiore stolidezza, se volontaria?
Fermarsi a un tratto senza perch manifesto; resistere a ogni stimolo, a
ogni esortazione pi carezzevole, a ogni pi duro castigo: l, immoto
con la testa china, proprio a mo' degli asini malnati, e talvolta con il
di dietro alzato a springar calci in ricambio delle frustate, dei pugni
su la testa e dei calci nella pancia che l'uomo, per diritto di ragione
e di padronanza, elargisce all'animale, indarno.

Tale pervicacia, a udir il contadino o il birocciaio alle prese con
essa, a udirne, tra le bestemmie e gli _oh!_ e gli _uh!_ e i _va l!_
gli epiteti che tempestando e infuriando rivolge all'animale suo
(carogna! -- vigliacco! o vigliacca! -- ignorante! etc), non sarebbe da
giudicare appunto che uno stolido capriccio. Ma la scienza, dopo
parecchi secoli da che si han cavalli restii, scoperse che il fenomeno
non andava e non va chiarito moralmente, e ne accert la causa
fisiologica e patologica.

Si tratta di un disturbo funzionale, nervoso, psicopatico; di un morboso
potere inibitorio che improvvisamente impedisce l'atto volitivo del
correre. E se  cos, n vi ha dubbio che non sia cos, quale passione,
mio Dio!, quale martirio! Altro che pungersi alla siepe per
l'ostinazione d'andar nel fosso! Pensateci. Pur ammettendo che gli
manchi affatto l'intelligenza, non negherete che il cavallo ebbe dalla
natura l'esser generoso. Quanto pu, d. Ora, l'accesso del male a che
drammatico doloroso intimo conflitto lo condanna! Pensate! pensate!...
L'istinto lo porterebbe alla corsa senza freno, al galoppo fin che gli
basti il respiro, e il misero non pu pi muoversi!; la natura l'ha
creato sensibile ai richiami della voce, al tocco delle redini, al
dolore delle frustate, e deve star l immoto, inchiodato, a udir il
padrone gridar come una bestia terribile, a ricever le percosse, a
tremar a nervo a nervo, a bagnarsi di sudor freddo, senza voce, senza
maniera di svelar il suo martirio, di chiedere piet -- non posso pi
correre! non posso pi andare! --; veder davanti a s aperta, libera, la
strada in cui gli  pur cos grato superar i fratelli o seguirli, e aver
addosso, intanto, l'apprensione orrenda di non poter pi dar un balzo e
avviarsi: mai pi! Un cavallo! Non sarebbe -- dite -- una pena atroce
quand'anche gli mancasse affatto l'intelligenza? E gli mancasse davvero!
Soffrirebbe meno.

Invece....

                                  ***

Cenzo Dimondi  ancor vivo e sano, e narra volentieri la storia del suo
Baio.

Se capitate alla bottega -- tre chilometri oltre Pedriolo, su la destra
del Sillaro -- ove con _Sali tabacchi maiale e altri generi_ egli vende,
fra gli altri generi, vin buono, bevete un bicchiere con lui e fatevi
ripetere il racconto: non mi accuserete dopo d'averci introdotto
aggiunte sentimentali per renderlo pi vero.

-- Un cavallo, che i miei ragazzi chiamavan Baio, era la mia delizia --
narra Cenzo Dimondi. -- Sano, fido e di tanto sentimento che non
sopportava nemmeno lo schiocco della frusta. In due mesi da che l'avevo
comprato, non mi aveva recato un torto, mai. Quando, un giorno di
settembre, venivo da Bologna. Vicino a casa vidi che doveva esser
piovuto da poco e che in montagna il cielo s'abbuiava. Tornare indietro,
al ponte, e allungare il viaggio per non attraversare il fiume a guado,
al solito? No: il fiume non dava segno di cresciuta, n io potevo
immaginarmi che in montagna alta ci fosse stata intemperie. Senza
sospetto di quel che stava per succedere calai dunque dalla riva, per la
carraia che lei vede l dirimpetto. E il cavallo, tranquillissimo,
taglia il primo raggio d'acqua; passa la secca; rimette le gambe nella
corrente pi larga; tranquillo tranquillo avanza fino a met e... si
ferma.

Lei dice: -- un capogiro. Ma col capogiro i cavalli, nel fiume, mi si
eran sempre mostrati diversi. Dubitano un poco e basta eccitarli un
poco. E lui. Baio, eccitato con la voce, non si mosse.

Non giovando n le parole n lo scuotergli addosso le redini, lo tentai
con la frusta. Niente. Nessun dubbio pi: era restio! Io sapevo anche
allora che il restio  quasi una paralisi che dura dieci minuti, un
quarto, fin mezzora. Bisognava pazientare, attendere. Ma la mia donna di
qui, dalla bottega, mi vide col biroccino fermo in mezzo all'acqua e
cominci a gridare: -- Presto, Cenzo, che non arrivi la fiumana! -- E i
ragazzi: -- La fiumana, babbo! -- Mi diedi a frustare, prima senz'ira,
poi senza misericordia: sopra, sotto, nelle gambe, nel collo, nella
testa; la pelle s'enfiava a cordoni. E niente, come se battessi lei, che
non c'era. E gli urli della donna e dei ragazzi diventarono pi acuti.
-- Si sente la romba! Scappa, Cenzo, per amor di Dio! -- La fiumana,
babbo! la fiumana!

Gi, avrei dovuto scendere; abbandonar cavallo e biroccino; perderli,
ch la piena qui, sboccando dal letto stretto e fondo, rovescierebbe e
si porterebbe via un paio di buoi con il carro. Ma mi ero impuntato
anch'io. Se il restio  un male -- pensavo --, un male pi grande lo
scaccer. E mi misi a picchiare il cavallo col manico della frusta
tenendolo a due mani. Botte da accopparlo. E niente; come niente!

Disperati, mia moglie e i miei figliuoli, che mi vedevan me l in mezzo
e vedevan la piena che arrivava arrivava, ora chiamavano aiuto. --
Aiuto! aiuto! -- Aiutarmi chi? Non c'eravam che noi, in questa parte, a
quel tempo. Aiutarmi in che modo?

Mentre bastonavo e bastonavo, da matto, voltai l'occhio... Mi si drizzan
i capelli in testa anche adesso a ricordarmene; mi si gela il sangue
nelle vene. L'acqua torba raggiungeva la chiara, dilagava furibonda; le
onde...

Stavo per diventar matto davvero; per saltar gi dal biroccino. Se salto
gi, mi annego. Le onde tra pochi momenti erano alle ruote, le dico!

Gridai: -- I miei figliuoli! -- E... Dio! Dio! Il cavallo si slancia; in
due, tre balzi trascina il biroccino fuori dell'acqua, si avventa
attraverso la secca e su, di galoppo, per la riva: su! su! siamo nella
strada. Ah!... Salvo! Come dentro a un sogno vedo le facce bianche della
mia donna e dei miei figliuoli che mi guardavano senza pi voce; E qui,
davanti alla bottega il cavallo, Baio, mi stramazza. Morto.

A questo punto Cenzo Dimondi non si vergogna a raccogliere due lacrimoni
nel fazzoletto. Indi seguita:

-- Baio, un cavallo di tanto sentimento, attaccato dal male non sentiva
pi n parole, n frustate, n bastonate. Ma aveva capito il pericolo:
non dico il pericolo di me o di lui: un pericolo spaventoso, quasi di
tutti, di tutto il mondo!, e l'aveva capito dalle grida dei miei, dalla
romba lontana, dallo squasso vicino, dall'urlo mio. E volle vincere il
male che l'inchiodava, a ogni costo. Lo vinse. Ma gli crep il cuore.

Dopo un'altra pausa Cenzo Dimondi conclude con una dimanda:

--  cos o non  cos?




                             A SANT'ELPIDIO


-- Ed Elena Baschi, cos intelligente, cos bella?

-- Sempre lass, tra i monti, a Sant'Elpidio, dove and maestra la prima
volta.

-- Maritata?

-- Nemmeno.

                                  ***

La prima volta che Elena Baschi and a Sant'Elpidio fu in un nuvoloso
pomeriggio, al finire di settembre.

Lungo, interminabile il viaggio. La strada procedeva a salite e discese
tra siepi alte, al di l delle quali non si scorgevano, a quando a
quando, che i soliti campi alberati e arati, deserti; e per le frequenti
svolte anche la vista, dinanzi, veniva spesso impedita.

Gravavano tedio e silenzio. E se la siepe diradava o cessavano i filari
degli olmi, appariva, a sinistra, la costa montana, che nebbiosa, senza
cime, escludeva l'orizzonte con limite uguale e dava pur essa il senso
di una solitudine lunga.

Finch, dopo una calata, la strada svolt ancora, improvvisamente... Oh!
Meraviglioso! Allo sguardo si aperse, libero e vasto, un meraviglioso
scenario. Il passaggio dalla uniforme e scarsa veduta a quell'inatteso
spettacolo fu cos repentino che ad Elena sfugg un'esclamazione di
gioia.

La strada rasentava la riva del fiume, che precipitava a picco,
profonda; e il fiume, svelato di un tratto, spaziava bianco nel greto,
brillava a raggi intermittenti nell'acqua: la sponda opposta declinava
verde, folta, sparsa di case; e laggi, dove le rive si distendevano a
valle era, da una parte, la chiesa, bianca, grande, col rosso campanile
e una fila di pioppi; e dall'altra parte, una tenera frescura di erba, e
tra gli alberi festonati di viti, in gruppi, le case del villaggio.
Congiungeva le rive un nuovo ponte a begli archi; sorgevano nello sfondo
le montagne, prima azzurre, quasi a respirare nel cielo sereno; poi
svanivano in una luce cinerea.

-- Sant'Elpidio -- disse il vetturale.

E in quella dilatata ampiezza, dall'una all'altra di quelle chiare e
ariose rive, correva, come per affrettarsi avanti il morir del giorno,
una vita possente di suoni e di voci.

Contadini che incitavano i buoi; donne e ragazzi che si chiamavano e
rispondevano; muggiti di vitelli; canti di galli; densi cinguettii di
passeri. Quindi il tinnire di un'incudine. Quindi, anima che raccoglieva
mille anime e interrompeva mille echi, pi forte e vibrante si diffuse
il suono delle campane.

Elena Baschi, commossa, pensava.

Con l'orgoglio di bastare finalmente a s stessa, con la superiorit che
le prometteva la cultura della Scuola Normale, con la fiducia di aver a
compiere una nobile missione non l'attendevano forse lieti giorni in
cos mirabile luogo? Non potrebbe sperare anche l d'esser degnamente
amata? Gli otto mesi da trascorrere a Sant'Elpidio non sarebbero almeno,
per lei, come la vigilia di una festa avvenire, la prova meritoria della
felicit avvenire?

                                  ***

Prese a dozzina la nuova maestra una vedova, vecchia di forse
sessant'anni, piccola e grassa; col viso grinzoso, cotto dal sole. Gli
occhi vivi; non brutta, e ridente. Ma doveva essere avara, perch il
vitto, abbondante e buono ai primi giorni, and scemando in quantit e
qualit; e nei modi la vecchia dava a vedere una rozzezza inasprita dai
pregiudizi e dalle costumanze incivili. Cos, faceva che l'ospite
desinasse e cenasse sempre sola, sebbene la tavola fosse apparecchiata
per due; per l'ospite e per il figlio Agostino, il tiranno.

Questi mercanteggiava in bestiame; ai paesi e alle fiere del monte e
della pianura. Era bell'uomo e villanzone. Incontrandosi con Elena, ai
primi giorni, si toccava appena la falda del cappello, senza dir nulla;
di poi, disse, senz'altro complimento:

-- La saluto, maestrina.

D'una volgarit stupida nei brevi discorsi, i suoi motti tendevano
sempre ad allusioni sensuali. E avvolgeva Elena d'occhiate lunghe e
fredde, da mercante speculatore e da buongustaio mutevole.

Non li temeva essa, quegli occhi; l'assicurava la superiorit
dell'intelletto e dell'animo.

La turbavano, al contrario, le occhiate della madre. Quella vecchia
espansiva e gioconda con tutti gli altri, aveva mutato aspetto con lei;
non dissimulava nello sguardo come una preoccupazione continua, una
segreta diffidenza, un'antipatia a stento repressa. Perch? Elena
sdegnava interrogarla.

Il disgusto per le crebbe quando s'avvide che quella osservazione
ostile la seguiva anche fuori di casa, da altri; fuori, divenne anzi
sgarberia manifesta, dispettosa insolenza. La ragazza della bottegaia
l'aspettava su la soglia della bottega per voltarle, vicina, le spalle;
la moglie del medico condotto o fingeva di non vederla o rispondeva al
saluto chinando appena il capo e fuggendo; la sorella del sarto
sorrideva con ironia maldestra; l'ostessa... Che avevano, insomma,
coloro? Che aveva fatto, lei, a quelle donne?

Quando pot saperlo, rise. Ingenuamente la madre di una scolaretta le
disse un giorno:

-- Per quass lei  una maestra troppo giovine e troppo bella!

Ah ah! Ecco che cosa avevano! Gelosia; invidia; timori d'oscuri
pericoli.

Via! Stessero pur tranquille, tutte! Non mirava, no, a rapire l'amante a
nessuna, il marito a nessuna, il figliuolo a nessuna! N si cur pi
della guerra esterna.

Ma in casa, per queto vivere, volle subito sollevar la vecchia dello
strano sospetto ch'ella cercasse d'innamorarle il figlio. Appena di lui
udiva i passi o la voce, scappava nella sua camera.

E la signora Filomena, la vecchia, non tard ad accorgersi del proposito
e a dimostrar gratitudine. Talvolta, piano piano, toccando con l'indice
la punta del naso per impor silenzio, entrava a porgerle un uovo appena
fatto; talvolta la chiamava dolcemente di sotto la finestra perch
scendesse a prendere un po' di sole con lei.

-- Venite gi, poverina! Vi far bene. E tanto insisteva che bisognava
accontentarla. Sedevano a solatio, davanti alla casa e di lato al pozzo
e alla catapecchia ov'erano il forno, il porcile e il pollaio. Sotto al
fico, dal piede bianco di cenere, la Filomena dipanava matasse
all'arcolaio e cantarellava a bassa voce; Elena, seduta sulla panca del
bucato, tra l'olla e la siepe su cui asciugavano fazzoletti e borracci,
o cuciva o guardava le galline che andavano a letto. Montavano per la
piccola scala sbalzando a una a una di piolo in piolo e misurandosi ogni
volta, con la testa alta, allo slancio. Su! Ma lass, l dentro, seguiva
un rimescolio di voci e di proteste; e alcune malcontente atterravan di
volo e tornavano a beccare nel truogolo. Tra i galletti ancora a terra
intervenivano le ultime risse; gli ultimi assalti alle galline proterve.
Le oche (non mancavano due oche) si spollinavano a vicenda affondando il
becco tra le piume e scuotendo la coda; e il gatto si leccava e
lisciava, beato.

Ma gi il porco domandava a suo modo la cena; e quando il sole calante
accendeva d'una luce d'oro la montagna di l dal fiume, stupenda, la
vecchia s'alzava per accontentar il porco, povera creatura, e preparare,
dopo, la cena dell'ospite.

                                  ***

Questi gli svaghi a Sant'Elpidio! Questa la vita che compensava tanti
studi, tanti sacrifizi! Eppoi? Muterebbe mai sorte pur mutando luogo? Ed
Elena Baschi nella presente mortificazione fu presa dallo sgomento del
futuro, e pianse la sua bellezza sfiorita entro una scuola, il suo
ingegno consunto in opera meschina.

Ma della tristezza accorata in cui cadde a poco a poco, ma della
desolazione profonda a cui a poco a poco si abbandon, n le fatiche
della scuola, n il disagio domestico, n la stessa mancanza di affetti
(orfana; sola al mondo) potevano rendere bastevole ragione. Un maggior
male le rodeva l'anima: come un pi segreto affanno; come un'aspirazione
dell'anima spossata, e pur avida d'un bene ignoto e inconoscibile. Oh
fuggire! oh rompere ogni catena! oh morire!

Piangeva guardando dalla finestra della sua camera la mirabile
prospettiva dei monti e del fiume e della valle verde, che l'autunno
circonfondeva di una soavit luminosa e di una luminosa pace. E non
comprendeva che il maggior male le veniva appunto di l, dal contrasto
fra la vita esterna e la sua intima vita, dal discordo fra la tentazione
di quel cielo e di quella terra piena d'anima arcana e la sua piccola
anima riflessa nel suo povero pensiero ribelle.

La sosteneva in faccia agli altri l'alterigia. E non comprendeva
l'inconsapevole consiglio che a viver bene le dava, nella persona della
vecchia, l'umilt. Al contrario, della consuetudine con la vecchia
risentiva un'irritazione, un fastidio sempre pi grave e ormai pari
all'odio.

Gi esente da ogni soggezione, la Filomena, anche quando la maestra era
in casa, cantava a squarciagola i canti della sua fanciullezza; e
cantava con impetuosa gioia, interrompendosi talora sol per ripetere
l'usato grido -- Oh... l! --, che i ragazzi le mandavano dalla pendice
opposta. A sessant'anni! Ebbra di vita, cos!

-- Pazza! -- mormorava Elena, tormentata.

Pazza? O piuttosto in quella donna sopravviveva qualche cosa dell'anima
primitiva, quando l'umanit non si era fatta estranea e insensibile alla
natura? Naturalmente -- senza riflessione, senza contemplazione, senza
ammirazione -- la vecchia cedeva alle stesse energie di vita, che,
indistinte, traevano liete voci dagli animali, e colori e profumi dalle
piante, e risplendevano nel fiume, contro i monti, nel cielo. E cantava,
cos, priva di pensiero, per un ignaro irresistibile consenso del suo
spirito alla vita universa.

Se non che, al cader del giorno anche lei si raccoglieva; pensava anche
lei. E allora soffriva.

Era un presentimento, conoscendo lei pure il carattere aspro, violento,
pericoloso, del figliuolo? o era un'oscura temenza che aveva nel sangue,
ereditaria? o un panico per qualche recente ricordo di sanguinoso
assalto?

Ogni giorno, all'imbrunire, la madre usciva in mezzo alla strada e vi
restava immobile, attendendo, in ascolto. Se percepiva da lungi il noto
trotto, tanto diverso a' suoi orecchi da quello d'ogni altro cavallo,
gridava forte: --  qui!  qui! --; come annunciasse al mondo intero una
miracolosa salvezza; e rincasava trafelata a scaldar le vivande, mentre
Elena si ritraeva, saliva alla sua camera. Ma se l'arrivo di Agostino
tardava o mancava, allora la madre cominciava a dolersi: -- Oh poveretta
me! oh Madonna santa! --; e dalle parole mormorate appena acuiva la voce
a esclamazioni angosciose:

-- Gli assassini! Oh Madonna santa, se me l'hanno ammazzato, il mio
figliolo? Dio! Dio! me l'hanno ammazzato!

Elena, le prime volte che l'aveva vista e udita in tale ambascia, aveva
cercato di quetarla, aveva richiesto il perch di cos atroce spavento.

Con sdegno la vecchia le aveva risposto:

-- Non sapete nulla, voi!

Ed Elena ripetendo --  pazza! -- se ne andava a letto, tormentata
perch la vecchia sino a notte tarda pregava ad alta voce o gemeva in
sogno. E il mercante di buoi, quando tornava a notte tarda, sbatteva la
porta, parlava forte tra s; bestemmiava salendo la scala. Forse
ubbriaco?

Elena si alzava ad accertarsi che il suo uscio era ben chiuso.

                                  ***

Pass novembre. Venne l'inverno.

Quand'ecco, nel pesante silenzio di una sera che nevicava, la folgore,
lo schianto tragico.

Elena era gi in letto, desta; e ud battere pi colpi alla porta.

Chi, a quell'ora? Perch? Non poteva essere che _lui_! Non chiamava;
mandava, _lui_ -- s, era _lui_ --, un lamento fioco, faticoso, quasi a
prova d'ultima vitalit.

Orrenda l'attesa; orrende, a un tratto, le strida che proruppero, della
madre: -- Il mio Agostino! il mio figliolo! Madonna santa! il mio
figliolo!

Elena balz; e intanto che si gettava indosso la veste, distingueva fra
quelle strida atroci, incessanti, lo scalpiccio dei passi per le scale,
il sussurro delle voci -- di coloro che lo portavano su...

E dall'uscio aperto vide, nell'altra camera, al lume rossigno della
candela...; vide; comprese.

Ferito, l'avevano adagiato nel letto... Seguitavan le strida; strazio,
spasimo delle viscere materne; odio, esecrazione dell'anima materna
davanti l'assassinio del figlio.

Nella memoria di Elena, ogni volta che raccapricciando riguardava la
tragica notte, questa sola visione della madre era rimasta evidente; ma
del resto il ricordo era torbido, confuso come le immagini d'allora, tra
l'ombre agitate dal lume rosso della candela.

E la vecchia che non voleva staccarsi di l, e i due uomini che parevano
forzarla senza potere...; due uomini!

Poi, il medico... Giungeva, usciva; tornava dicendo: -- laparotomia...;
tentare.

E lei, Elena? Nel ricordo si vedeva quale fosse stata sempre l
spettatrice, smarrita, tremante, convulsa, nell'ombra. Invece, no: lei
sola aveva fatto cessar quelle strida intollerabili; lei aveva tratta a
s la vecchia, l'aveva spinta nella sua camera, l'aveva minacciata --
con che parole non rammentava -- perch tacesse.

E la madre, che aveva urlato cos il suo dolore, con uno strazio di
maternit selvaggia, era caduta a sedere affranta, in un pianto dirotto
e cheto; povera vecchia sublime.

                                  ***

Mor. E la maestra ud dire che le due coltellate se le era meritate in
un litigio all'osteria. Quasi potesse esser giusto tanto dolore; il
dolore della madre, cui nessuno all'infuori di lei, che v'assisteva ogni
giorno, pensava commiserando!

La vecchia riprese le abitudini domestiche; ma sembrava impietrita
dentro. Taceva sempre, ora; e quel silenzio, in essa di natura cos
clamorosa, commoveva pi che lagrime e lagni. Non solo. O perdeva la
coscienza della sventura cadendo per la stessa fissit del pensiero in
uno smarrimento mentale, o con volont ferma, con energia chiusa e
voluttuosa la povera donna cercava d'esasperare il suo soffrire nulla
omettendo delle antiche abitudini.

E ogni sera apparecchiava la tavola, come un tempo, anche per _lui_!
Sparecchiava, dopo, e sospirava; come soleva le sere che il suo Agostino
non tornava a casa.

N Elena, per quanto si provasse, riusciva a confortarla. Alle parole
che venivan dal cuore e che spontanee e sincere avrebbero fatto tanto
bene a una donna educata, la Filomena scuoteva le spalle, sfogava lo
sdegno brontolando: -- Siete una signorina, voi! -- Nella fiera vecchia
il dolore pareva a volte condensarsi in astio; i suoi occhi mandavano
lampi d'ira: per un orgoglio barbaro. Nessuno doveva tentar di scemare
il suo disumano dolore. Nessuno!

Trascorso pi d'un mese, mut; s'intener alquanto; schiar gli occhi e
il viso attendendo alle pratiche religiose. Prima d'andare a letto
recitava il rosario e il _Deprofundis_; ma Elena, che a seguirla nelle
preci si era sentita costretta come da necessit, doveva non dar segno
di compianto. Guai se la vecchia le scorgeva gli occhi rossi! La guatava
bieca: non la riteneva degna di soffrire per lei!

E con l'andar del tempo Elena, dianzi piegata dalla compassione, torn a
ribellarsi. Si sottrasse a quei modi d'intolleranza. Che obbligo, alla
fine, aveva lei di patir tanto per una persona alla quale non era stata
congiunta che dalla sua propria sfortuna? Che compenso aveva avuto del
suo soffrire? Che speranza poteva riporre nella convivenza con una donna
tale; tanto diversa da lei; a lei contraria del tutto, in tutto? E si
conferm nel proposito di partir di lass. E cambiava discorsi e
maniere. Non cercava pi affatto le buone parole; non si rammaricava pi
che non fossero comprese e gradite le attenzioni del suo pensiero
gentile e vigile. Divenne ruvida; sin impaziente. Taceva lei, ora. Si
meravigliava essa stessa, ma non le dispiaceva, d'aver forza bastevole
per non rispondere alle richieste che la vecchia era pur costretta a
rivolgerle; e quando bisognava, richiedeva con tono altezzoso; senza
guardare.

Alla met di giugno: via! Se n'andrebbe! La liberazione!

Ebbene, allora, nell'attesa, Elena s'accorse che la Filomena posava su
di lei sguardi di nuovo indagatori; quasi a leggerle nell'anima. E quasi
indotta in un'apprensione diversa, la vecchia cominci a starle attorno
con nuove premure, con attitudini timide, incerta tra la soggezione e la
confidenza. Pareva aver acquistata la coscienza de' suoi torti e aver
bisogno di perdono e dimandare con gli occhi la piet che per l'addietro
aveva disdegnata, l'affetto che aveva respinto.

Finch, un giorno, a voce bassa, con le labbra tremule, usc a dire:

-- Voi, Elena, gli volevate bene:  vero?

E gli occhi materni rifulsero dietro il velo delle lagrime.

Elena perd d'un tratto la sua energia. Stupita, non ebbe coraggio di
negare. Non rispose; svi lo sguardo. E la vecchia:

-- Me n'ero accorta, io! E avevo paura che vi sposasse! Ma sarebbe stato
meglio...

Bel complimento! Meno male che il suo Agostino sposasse lei, anzi che
morire ammazzato! Ma Elena non rise. Non pot riderne neppur dopo;
perch dopo, la vecchia si rivolse a confortar lei per confortarsi con
lei.

-- Rassegnatevi, poverina! -- le diceva --. Pugni al Cielo non se ne
posson dare. Ma il Signore  giusto; e voi sapete se era buono, il mio
figliolo! Ah se era buono!

O le diceva:

-- Cerchiamo d'esser buone anche noi, e lo rivedremo in Paradiso, il mio
Agostino.

Elena non aveva questa speranza, nondimeno taceva; non commetteva la
crudelt di contrariare col minimo atto l'illusione della povera
vecchia. -- Che ignorante! -- pensava. -- Stolida! Credere che io ne
fossi innamorata!; che desideri, io di rivederlo in Paradiso! Io!

E contava quanti giorni mancavano alla chiusura della scuola, e
sospirava l'ora che se n'andrebbe. Ma sentiva che il distacco non
sarebbe agevole; sentiva che il dolore vincola pi dell'amore e che, no,
non invano aveva sofferto per quella povera vecchia ignorante e stolida.
Bisognava dirle: -- Me ne vado. Vi abbandono, per sempre --. Era un
pensiero penoso.

Quando un giorno, uno degli ultimi giorni avanti le vacanze, cred
giunto il momento opportuno a dar l'avviso. E rincasando, ud... Oh una
cosa insana! incredibile! Al solito luogo d'un tempo, sotto al fico,
mentre rigirava l'arcolaio, la Filomena cantava a squarciagola! Appena
otto mesi dopo aver perduto il figlio in quel modo, cantava; ripresa dal
fervore che nel giugno pieno di vita la natura le effondeva d'intorno,
dal cielo caldo e luminoso, dai campi dorati di grano e verdi di messi,
dai monti azzurri e solatii, dal fiume bianco e lucente. Cantava! N
volgendosi sorpresa, arross; non si vergogn. Interruppe il canto;
attese che Elena le venisse vicino. E sorrideva, in un modo...

Elena s'avvicin per dirle (tanto, non era pazza quella vecchia?), per
dirle: -- Alla fine della settimana, parto. -- Ma prima che parlasse la
vecchia le prese di forza la mano, la costrinse a piegarsi verso di lei,
sul suo petto, le accost al viso le guance grinzose, la baci su la
fronte.

Poi si scost d'un tratto per guardarla -- oh con tutto il cuore negli
occhi, con un affetto immenso! --, e mentre i lagrimoni le calavano su
le grinze e sorrideva: -- Il Signore  buono -- mormor --. Mi ha tolto
il figliolo, ma mi ha dato una figliola. Tu, sei tu, non  vero?, la mia
figliola!




                               L'OMBRELLO



                                   I.


Si accompagnarono, per caso, un pomeriggio del giugno, ai Giardini
pubblici, e godettero a trovarsi coetanei o quasi. Ottantatr, ne aveva
l'uno -- Ceccuti --; ottantaquattro, l'altro -- Boldrighi.

Bell'et!, e portata cos bene da entrambi, con aspetto cos vegeto,
che, quantunque fossero molto diversi nella faccia e nella persona, ai
loro occhi parvero assomigliarsi come fratelli. Ma risentirono
un'impressione anche pi forte a ripetersi, a vicenda, il nome.

-- Io debbo averlo conosciuto, un Boldrighi.

-- E io, un Ceccuti.

Dove? quando? Poich Ceccuti, partito non ancora trentenne da Bologna,
vi era tornato da soli due anni col figlio pensionato delle Ferrovie, e
poich Boldrighi non aveva mai perduto di vista le due torri, il loro
incontro, se era avvenuto mai, bisognava rintracciarlo qui, a Bologna,
pi di mezzo secolo addietro. Vattelapesca!

Riandarono fin i tempi della puerizia, rievocarono maestri e
condiscepoli, cercarono relazioni famigliari, investigarono nella storia
contemporanea della citt, si raffigurarono in mezzo alle maggiori
solennit e alle pi famose vicende: e niente!, lo sprazzo di luce
rivelatrice non veniva.

Eppure conservavano freschissima la memoria delle cose lontane.

Pensa e pensa... A un tratto Ceccuti esclam:

-- Si ricorda, lei, di una certa Rosa detta la...?

--... la Garibaldina! -- esclam Boldrighi, arrossendo nelle gote
grassottelle.

Non fu un lampo: fu la folgore a squarciare le tenebre.

Ah! ah! Guarda dove, come si erano conosciuti!

-- La Garibaldina! -- Ceccuti ripet con le palpebre socchiuse.

-- Sicuro! Eravamo due dei Mille!

E risero forte. Ma tosto si ritrassero da quel ricordo, che potendo
avrebbero cancellato volentieri dalla loro biografia.

-- Quando si  giovani... -- fece l'uno, in tono di chi si scusa.

E l'altro:

-- Consoliamoci che, a differenza di tanti, noi siamo ancora qua a
raccontarci le nostre pazzie.

-- Ah s! Io sto benone; sano di spirito e di corpo.

-- E io? Chi lo crederebbe? Io non ho mai avuta una malattia grave.

Ne aveva avute, invece, Boldrighi; ma gli eran giovate a depurargli il
sangue.

Poi: moderarsi in tutto; rinunciare quasi a tutto; questo era da un
pezzo la norma di Boldrighi, per mantenersi vegeto.

Ceccuti scosse il capo.

Moderazione in tutto; ma non rinunciare quasi a nulla: questa invece la
norma sua.

Cos, egli beveva anche adesso vino buono a colazione e a desinare;
faceva una deliziosa pipatina dopo colazione e dopo desinare. E si
manteneva in gamba!

Di fuori Porta Saragozza, ove abitava, il giorno andava in centro, e la
sera veniva ai Giardini e rincasava sempre a piedi.

-- Il moto  la vita.

Boldrighi scosse ora lui il capo, disapprovando.

-- La macchina quando  vecchia bisogna risparmiarla.

Niente Bacco e niente tabacco! Egli campava di latte e ova; e per andar
a casa, in via Mascarella, prendeva il tram a Porta Santo Stefano e il
tram di Piazza. Una passeggiatina e boccate d'aria libera bastavano a
impedir che la macchina arrugginisse.

Discordavano, insomma, nel regime igienico; ma li allietava a un modo la
convinzione di aver trovata la via per campare il pi possibile e bene.

-- Il mondo non mi  mai parso bello come adesso -- afferm Ceccuti.

E Boldrighi canticchi:

-- Sempre allegri e mai passin!



                                  II.


Quella tarda amicizia fu per i due buoni vecchi una nuova fiducia a
vivere. Sin dal principio avevano compreso che la presenza dell'uno
testimonierebbe agli occhi dell'altro il suo proprio benessere, e che il
rimanente viaggio sembrerebbe loro anche pi agevole e grato a compierlo
insieme. Perci vedersi ogni sera divenne, pi che consuetudine,
necessit.

Giocondamente, seduti al solito luogo ai Giardini, si riferivano le
liete memorie, escludendo le tristi o solo accennandole; si
meravigliavano di casi consimili; scoprivano conformit di carattere, di
azioni, d'idee. E non discorrevano di politica.

-- Non vogliamo guastarci il sangue.

-- Vogliamo andar d'amore e d'accordo.

-- Si sta cos bene al mondo in pace e quiete!

-- Sempre allegri e mai passin!

Forse la decrepitezza comporta il pi intenso desiderio di esistere e
concede ogni giorno, ogni ora, ogni minuto il piacere di quel desiderio
esaudito, come per miracolo, per singolare grazia di Dio, o per giusta
predilezione della sorte?

Una quasi sola apparenza vitale nasconde il disfacimento del corpo, e
appunto allora l'istinto della conservazione esulta in un placido
egoismo; la morte  dietro le spalle, e non si vede; non si vede il
limite estremo perch gi un piede v' sopra: e prevale sensibile di
continuo, ogni giorno, ogni ora, ogni minuto, la sodisfazione di chi si
scorge superstite in una strage e di chi dall'aspra realt
dell'esistenza attinge una illusione non interrotta di vago sogno.

Ma guai se contrasti e sospetti sottentrino a risvegliare e tener
sveglia l'apprensione della fine imminente!

Quei buoni Ceccuti e Boldrighi non avevano presentito l'amaro che in
fondo a tanta dolcezza amichevole condenserebbe l'emulazione istintiva,
la gara, tra ingenua e insana, a chi dei due campasse di pi, fosse
anche, il di pi, un anno solo. E il dissidio che doveva corrucciarli
era appunto nel regime adottato per campar un pezzo. Cominciarono a
guardarsi chiedendosi dentro: -- Sta meglio lui di me? Sarebbe meglio mi
mettessi anch'io a latte e ova? -- Oppure: -- E se bevessi anch'io
qualche bicchiere di vino? se dessi anch'io qualche fumatina per aiutar
lo stomaco a digerire?

Nel dubbio, tentavano dissimulare sempre pi i disturbi e gli acciacchi,
e lo sforzo si manifestava nell'aspetto. Allora riprendevano fede e
pensavano guatandosi l'un l'altro: -- Mio caro, come siete brutto, oggi!
Se non mutate usanza, tocca a me cantarvi una _requiem_!

Ma la consolazione non durava; tornava presto il dubbio, il sospetto,
l'apprensione. E a poco a poco provarono il bisogno di sfogarsi,
convinti, come erano, che ogni tentativo dell'uno per condur l'altro al
suo metodo riuscirebbe vano.

Presero a contraddirsi, a polemizzare; insistenti, caparbi. Le dispute
diventarono presto diatribe; e per non mostrarsi deboli cedendo, quando
uno era messo alle strette, insolentiva; e l'altro ribatteva.

-- Sissignore!

-- Nossignore!

-- E io vi dico di s!

-- E io vi dico di no!

-- Con voi non si ragiona. Ostinato pi d'un mulo!

-- E voi?  inutile consumare con voi il ranno e il sapone!

Non tacevano finch non dicevano a un tempo:

-- Basta! -- Basta!

E Ceccuti prendeva e leggeva (senza occhiali) il giornale o il libretto
delle spese quotidiane, e Boldrighi con la punta del bastone imprimeva
su la sabbia la fisionomia di un asino (senza occhiali) e ci faceva
sotto un bel C affrettandosi per a cancellare il disegno prima che
l'amico se ne avvedesse.

Quando l'orologio alla chiesa di San Giuliano suonava le otto sorgevano
in piedi; s'accompagnavano, sempre zitti. E alla barriera si separavano
con un freddo buona notte.

Boldrighi andava adagio alla Porta di Santo Stefano ad attendere il
tram, e Ceccuti marciava lungo la circonvallazione, alla volta di Porta
Saragozza.

Il dimani passavano ore di pena a rimeditar i dibattiti, le
provocazioni, le accuse, le offese, le difese. Borbottavano: -- Stasera
non ci vado. Gi, se ha un po' di amor proprio, non ci andr nemmen lui,
ai Giardini: gli ho dato del mulo -- gli ho dato dell'asino! --
Bisognava finirla! Rottura!

Ma un'intima voce rimproverava: Anche tu per...; e il rammarico
cresceva a disgusto, mutava in pentimento.

Giunta l'ora solita, non resistevano pi; sentivano che il loro ultimo
legame era indissolubile; cedevano quasi a un destino. E andavano.

Quello che arrivava primo, e aspettava, pareva seder su le brace;
guardava fisso alla nota parte o sbirciava di tratto in tratto. Che
ritardo! L'amico non veniva. Impermalito davvero? Ammalato? morto? Non
avrebbero mai creduto di volersi tanto bene!

Ah eccolo, finalmente! E si sorridevano da lungi. Ceccuti ilare, a
qualche passo dal sedile, chiedeva in dialetto adottivo: -- Cossa
gavemo, de novo?

E Boldrighi, se l'atteso era lui:

-- Siam qui, vecchio amico! --; e incolpava il tram, del ritardo.

Come era bello non serbar rancore, andar d'amore e d'accordo!

Se non che... L'asserzione pi innocente, fermata e contraddetta
d'improvviso, dava l'appiglio al nuovo litigio.

-- Alta di statura la Malibran? -- No, press'a poco come la Galletti. --
Cesare Rossi superava Salvini nell'_Otello_? -- Bestemmia! -- Ugo Bassi
parlando al popolo si cavava gli occhiali? -- Non li port mai gli
occhiali! -- Pietramellara conte? -- Non era nemmeno nobile!

E non si pensi che questi e simili intoppi fossero cosucce da
strigarsene tosto, perch la Malibran, ad esempio, conduceva a questione
di musica; i grandi attori tiravano in ballo le grandi attrici, dalla
Ristori alla Duse, giudicate anch'esse con giudizio opposto; e Ugo Bassi
e Pietramellara trascinavano i contendenti nel campo della politica da
cui avevan giurato star fuori.

Cos una volta Boldrighi si lasci trasportar a tal segno che si mise a
gridare: -- Gente, correte! Costui qua diventa matto!

E Ceccuti una volta os agitar la destra in faccia all'amico dicendo: --
Se non aveste un anno di pi...



                                  III.


Finch, al principio di settembre, un ombrello intervenne a risolvere
tutte le questioni.

Era stata una giornata calda come d'agosto; non un fiato d'aria nemmeno
all'approssimare del tramonto; non una nuvoletta in quella chiarit
biancastra.

E Boldrighi apparve all'amico, che l'aveva preceduto ai Giardini,
recando un ombrellone nero invece del bastone dal manico di corno.

-- Nevica! -- gli url contro, dal sedile, Ceccuti, e rise.

L'altro sed soffiando.

-- Prima di notte, piover.

-- Chi ve l'ha detto?

-- I miei piedi.

-- Oh! guarda dove voi tenete la scienza!

-- Pi sicura della vostra, che l'avete in testa.

-- Io so che il barometro  alto.

-- E io so che il barometro sbaglia.

Si capisce dall'esordio come il colloquio procedesse quella sera; ad
argomento scientifico, con urti e cozzi di opinioni intorno
all'influenza atmosferica sui calli, i budelli, i nervi ecc., intorno
alla pressione e alla densit, dell'aria ecc.; intorno al gracidar delle
rane e al pizzicar delle mosche ecc.

In cognizioni di tal sorta Ceccuti superava e discorreva con pi lena;
ma, pur interrompendo di quando in quando, Boldrighi se la spassava a
considerar il cielo verso sud-ovest. A un tratto indic l e disse:

-- Vedete?

Si offuscava la montagna sotto un cielo divenuto plumbeo.

-- Calura; nient'altro che calura! -- l'amico oppose.

-- Non sentite? Lass tuona! -- insist Boldrighi.

Ebbene, non ci poteva essere elettricit nell'aria anche senza vapore
acqueo?

Ah i segreti della natura! ah i misteri della fisica! Tuonare anche a
ciel sereno, o quasi!

Boldrighi lasciava dire. Aspettava con un sorrisetto ironico sotto i
baffi; poich vedeva grosse nuvole avanzare in fretta, aderendo; sempre
pi nere nel mezzo e livide ai lembi. E il tuono romb forte ad ammonire
Ceccuti che smettesse di far lezione.

Ceccuti tacque. Poi, per non confessarsi vinto riattacc. Disse, acido:

-- Voi non siete di buona razza; portate l'ombrello e andate in tram. I
Romani conquistarono il mondo a piedi, e ombrelli non se ne sognavan
nemmeno. Quando pioveva, e si bagnavano, facevano come faccio io:
andavano a casa ad asciugarsi, bevevano un bicchiere di vino, e a letto
a sudare! Capite?

-- Voi fate proprio cos? -- Ora Boldrighi, nell'ironia della dimanda,
nascose il suo pensiero. Aveva deliberato di cedere l'ombrello a lui,
credendo gli spiacesse rinunciare, per il temporale, alla passeggiata
igienica; ma giacch l'amico non aveva paura di bagnarsi, anzi ci
avrebbe gusto a far il Romano, l'ombrello, egli, lo terrebbe per s. E
avendo l'ombrello egli non aveva bisogno di scappare come quelli che da
ogni parte dei Giardini trottavano a rifugiarsi in citt.

I goccioloni cominciavano a mordere la polvere; eppure nessuno dei due
voleva esser primo ad alzarsi in piedi. Finch una saetta guizz,
scoppi poco lontano. Allora scattarono, si avviarono.

Alla barriera Ceccuti ristette a guardar in alto.

-- Non piove pi; spruzzola, dicono i toscani.

Dunque: -- buona notte! -- E s'incammin impavido per la sua strada, a
passo da bersagliere.

Ma Boldrighi ebbe un senso di rimorso e attese.

Pochi istanti dopo si apr la cateratta; l'acqua precipit con furia.

-- Ceccuti! Aspettate, Ceccuti! -- Boldrighi si di a gridargli dietro,
e si mise a inseguirlo con l'impeto di una smania riparatrice.

Correva, il vecchietto, stupito lui stesso di aver le gambe ancora cos
svelte.

-- Fermatevi! Aspettate, Ceccuti! L'ombrello servir a tutti e due!

Ma l'altro tirava innanzi senza badargli.

Pensava: -- Si stancher, torner indietro; e io mi riparer sotto la
Porta Castiglione.

Se non che d'improvviso ebbe un dubbio; un senso di rimorso anche lui. E
si volt.

-- Siete matto a correre cos, voi? Suderete! vi prenderete un malanno!
-- urlava.

La compassione lo inchiodava, il buon Ceccuti, ad aspettar sotto lo
squasso.

E nell'atto che Boldrighi, il quale non ne poteva pi, porgeva
l'ombrello all'amico, una raffica rovesci l'arnese, e nel frangente
rimasero a inzupparsi, stretti insieme, come pulcini.

Quasi non bastasse, il tram su cui pure il camminatore impavido si era
rassegnato a salire, tard parecchi minuti, che parvero secoli, e sotto
la Porta Castiglione spirava un vento freddo e violento.

Poveri vecchi! Si sentirono gelar il sudore addosso.

                                  ***

... N la polmonite, che si buscaron tutti e due, doveva lasciar tempo
all'uno di cantare una _requiem_ all'altro.




                           CI VUOL PAZIENZA!



                                   I.


Dopo i saluti, cos affettuosi che tolsero subito d'imbarazzo il suocero
e la suocera, il colonnello avrebbe voluto salire alla sua camera. Ma
prima dov far la conoscenza della cagnetta, che si era precipitata
dalla cuccia per abbaiargli contro, e del gatto che la signora in gran
fretta aveva salvato da un prevedibile assalto della nemica
raccogliendolo maternamente nelle sue braccia. Ah i fasti della Lilln e
di Rossello! Che peccato, per, non andassero d'accordo e i loro litigi
sconcordassero talvolta anche la coniugale armonia del signor Astolfo,
protettore dell'una, e della signora Amalia, protettrice dell'altro!

Poi ci furon da ammirare i vasi di limoni, l'orto, il giardino. Sette o
otto limoni pendevano gialli dai ramoscelli di nuovo in fiore; pi in
l, una dozzina di riquadri, uguali e grandi poco pi di un metro,
contenevano i fagiuoli e i pomodori, le cipolle e le patate, l'indivia e
la lattuga, le carote e le pistinache: di qua dalla siepe, peri nani e
susini promettevano -- se non sopravvenisse una nebbia o un'aria fredda
-- quindici o sedici susine e pere.

-- Ma niente ciliege quest'anno! -- lament il signor Astolfo. E
sospirando avvert che le fatiche, le cure, le pene del coltivare
gravavano tutte su di lui. I contadini avevano ben altro da fare, ora
che le braccia mancavano!

-- Tutto io!

La natura maligna insidia essa stessa ogni suo bene, col malume, con la
peronospora, con la ruggine, coi bigatti, con i gorgoglioni, i pidocchi,
le formiche, le forfecchie, le lumache, le arvicole, le talpe. Ma lui
combatteva senza paura: pompa e soffietto, solfato di rame e tabacco,
fosforo e trappole. Guerra in veste da camera e berretto da ciclista!

E venne la volta del giardino: vari i gerani; belle le rose; odorosi
anche troppo i nasturzi.

-- Brava! Bravo! -- ripeteva il genero sorridendo. Pensava:Non sono
forse felici questi due vecchietti, che hanno saputo impiccolire cos la
loro esistenza, mitigare in tal modo il loro egoismo?. E quasi gli
doleva d'esser venuto a turbarne la pace e a rinnovar in loro, con la
sua presenza, il ricordo dell'unica figlia perduta dieci anni addietro.

-- Bravo te! -- mormor la suocera tirando fuori a stento il _te_ e
accompagnandolo da un sospirone.

-- Bravo voi! -- esclam il suocero alzando e battendo la mano su la
spalla del genero --. Colonnello a quarant'anni!

L'ufficiale allora chiar il perch aveva chiesto la loro ospitalit
durante la breve licenza. Aveva un certo lavoro da finire, in quiete. Ma
non si dessero pensiero di lui (e se ne eran dato tanto, con tanta
soggezione, avanti che arrivasse!); non si distogliessero dalle loro
abitudini: proprio come se lui non ci fosse. A servirlo e ad aiutare la
domestica c'era l'ordinanza: un ragazzo che sapeva far di tutto, anche
il cuoco.

-- Sentirete che dolci! -- E dire che al suo paese, in Romagna, faceva
il fabbro! Divenuto attendente, si era comperato manuali e ricettari, e
tra le cannonate aveva imparato a comporre pietanze. Ci vuol pazienza!
era il suo motto.

Ci vuol pazienza! -- il soldato raccomandava a s stesso e agli altri
quando le bombe e la mitraglia gli rovesciavano le casseruole e
mandavano all'aria i disgraziati clti in pieno.



                                  II.


Ed ecco, mentre il colonnello parlava voltandogli le spalle, avanzar
l'attendente, per il prato.

Dopo due o tre passi si fermava e s'inchinava. Sorridendo fino alle
orecchie nella faccia tonda, guardava i padroni di casa e pareva dire:
-- Riverisco! Ossequi! Ci vediamo, eh, finalmente? Staremo allegri!

-- Buon giorno! Buon giorno! -- salutavano, in risposta, il signor
Astolfo e la signora Amalia, sorridendo anche loro.

Ma con un dietro-front il colonnello chiam: -- Montermici! --; e segu
una trasformazione istantanea.

Su l'attenti, con la faccia seria e irrigidita, gli occhi fermi e fieri,
il soldato si pose, corpo e anima, agli ordini del superiore.

-- Porta la valigia su, nella mia camera, e aspettami!

Un cenno del capo, e via!; il soldato part, sempre senza parlare.

-- Non la trover, la camera; non sa quale sia -- osserv la signora
Amalia, avviandosi per seguirlo. Il genero la trattenne.

-- La trover; non dubitate!

E infatti poco dopo Montermici si affacci alla finestra, a sorridere e
a strizzar l'occhio.

-- Ci piglia in giro tutti quanti? -- la signora sospett e disse,
rimasta sola col marito.

-- Non credo,  un tipo ameno: nient'altro.

Del tipo ameno se ne udirono tosto i passi, a precipizio gi per le
scale; e comparve su la porta con un paio di scarpe. Sollevandole con la
sinistra per mostrare com'erano infangate, e agitando la destra in atto
di spazzolare, parl:

-- Cinque minuti! -- E aggiungendo: -- Ci vuol pazienza! -- scapp verso
la cucina.

Ma non v'era ancor giunto che la cagna, entrata per la porta opposta,
gli si avvent contro, ad abbaiamenti furiosi. Egli non si spavent, da
uomo avvezzo a peggiori assalti ed attacchi. La pavent invece il gatto,
che stava facendo colazione, e balz su la credenza. Su la credenza
(tutto ci avveniva in pochi secondi) era un castelletto di piatti, e
all'urto... Misericordia! Fu come se la casa intera andasse in frantumi!
Urlava la serva, le mani nei capelli; urlava la signora Amalia
arrivando, a braccia levate e aperte; urlava il signor Astolfo
chiamando: -- Lilln, Lilln! -- E la Lilln seguitava a tempestare,
sorda anche alla voce del padrone, sempre pi arrabbiata contro
l'intruso.

Solo lui, Montermici, non fiatava; quasi non fosse nemmeno spettatore
del disastro. Seguitava nella faccenda per cui aveva i minuti contati. E
compiuta che l'ebbe, pass davanti alla signora in disordine, le diede
un'occhiata al capo, s'accorse o si accert che portava la parrucca,
guard serio ai cocci, disse: -- Ci vuol pazienza! -- e vol su per le
scale.



                                  III.


-- Pazienza un corno! -- brontolava il signor Astolfo, cui finalmente
riusc di portar la cagna nella camera da desinare, -- Un danno grande!
per colpa di quel gatto senza cervello! Stupido! Cretino! Imbecille!

La moglie lo ud, e apriti cielo! Maledetta la cagna! Cos stupida che
non conosceva neppure le persone amiche di casa, cos imbecille che non
sapeva nemmeno d'esser bianca e andava a fregarsi contro le calderine e
anneriva e insudiciava da per tutto; cos cretina e ignorante da
compiacersi dello spavento che incuteva in una povera bestiola.
Animalaccio -- la cagna -- ostinato come un mulo, ineducato come un
asino. Intollerabile!

-- L'ammazzo! la voglio ammazzare! -- la signora gridava, ormai fuori di
s.

Quando, nella scena che volgeva al tragico, sopravvenne, discretamente,
Montermici. A inchini e a sorrisi entr, domand la parola, disse:

-- Ci penso io, signori! Fra due o tre giorni la Lilln e Rossello
saranno amici per sempre. Prometto, garantisco: sissignori! Vedranno!



                                  IV.


Due o tre giorni? Sarebbero stati pochi al compimento di una difficile
impresa; troppi al compimento di un miracolo. E questo avvenne il giorno
stesso, nel pomeriggio.

Col dito contro il naso, per raccomandar silenzio, il soldato condusse
la signora alla cuccia, ove, l'uno accanto all'altra, placidamente
dormivano la cagna e il gatto.

Oh stupore! Oh commozione!

-- Astolfo! Corri a vedere! Corri!

E il marito venne adagio adagio, dall'orto, con la zappettina in mano, e
rimase a bocca aperta.

-- Come avete fatto? -- chiedevano a Montermici.

Egli scosse le spalle. Sorridendo significava: se tutte le difficolt,
le questioni a questo mondo fossero di tal fatta! Ma:

-- Ci vuol pazienza!

E -- a udirne la relazione -- il miracolo incurios anche il colonnello,
quando discese, lieto del suo lavoro. E su l'uscio della stalla chiam:

-- Montermici!

-- Pronto! -- (con la striglia in mano).

-- Come hai fatto a domesticare quelle due bestie feroci?

Rispose senza esitare:

-- Io con la quiete non posso dormire. Ho bisogno, per dormire, delle
cannonate. Il farmacista invece mi ha dato delle polverine; e io ne ho
data una...

Il colonnello scoppi a ridere. E si avviava. Se non che l'attendente
balzandogli davanti e mettendosi in posizione, seguit:

-- A svegliarsi e a vedersi vicini si meraviglieranno anche loro, di
essersi cos amicati, e saran sempre buoni amici: vedr!.

-- Ho capito! ho capito!

Non era un bel matto?

Quante volte per, non molto tempo di poi, all'orecchio dell'ufficiale
dovevan tornare quelle parole: Io con la quiete non posso dormire.



                                   V.


N i due vecchietti erano felici, perch il dolore del mondo varcava il
breve confine della loro solitudine.

La lettura del giornale, di cui avrebbero potuto fare a meno e non
potevano, lasciava in loro un turbamento, un senso indefinibile -- pi
che di sgomento -- di pena e di piet, e dicevano, senza saperlo, delle
cose profonde.

-- Con tanta miseria d'intorno, fra tanto soffrire, si ha quasi rimorso
di vivere tranquilli; pare che Dio ce ne debba tener conto per
castigarci anche noi, presto o tardi.

-- A star qui, lontano dagli orrori della guerra, si comprende che non
ne possono aver tutta la colpa gli uomini che si dice potessero
evitarli; ci deve essere una causa pi remota; un destino che di quando
in quando, di tempo in tempo, si inasprisce, diventa pi crudele, si
accumula come una forza perversa e prorompe.

Il colonnello a udirlo dir ci, guardava stupito il suocero, in veste da
camera e berretto da ciclista; guardava stupito la suocera nella cui
fronte, sotto alla parrucca, balenava una luce di intelligenza ancor
viva e per le cui guance grinzute cadevano, a parlar della guerra, le
lagrime. Essa diceva, volta al marito:

-- Ogni sacrificio, piccolo o grande, ha il suo compenso; ogni dolore,
il suo conforto. Se Iddio ci concedesse di vivere fino a quando il mondo
avr bene, dopo tanto soffrire!

Rincresceva al genero di averli giudicati egoisti; gi comprendeva il
dispiacere che avrebbero il d che li lascerebbe, e vedeva come si erano
affezionati all'attendente.

Montermici, del resto, meritava quella benevolenza. Nell'orto, in
giardino, in cucina: prestava mano da per tutto; tutti lo desideravano;
e dalla stalla il cavallo lo chiamava nitrendo; e lui, la cagna e il
gatto ora sembravano tre creature nate per campar d'amore e d'accordo e
ruzzare insieme. Ma ahi! Rossello una mattina disparve. Forse lo sviava
una pratica fuor di stagione? O piuttosto si era accorto ed era stanco
del bromuro che l'amico seguitava a propinargli?

Due giorni stette assente. Poi, di ritorno, ne fece una delle sue.

Sedevano a desinare; la signora volgeva le spalle alla finestra aperta.
D'un balzo quell'animale, e senza il minimo segno di avviso e prima che
anche gli altri se ne avvedessero, le salt su le spalle. Come percossa
in ogni nervo, lei die' un grido; ed allo scossone, per mantenersi
saldo, Rossello si afferr dove pot: un'unghia si impigli nella
parrucca, la tir, e un mezzo cranio nudo fu scoperto agli occhi
dell'attendente, che serviva a tavola.

Egli non rise, ma non pot contenersi, e la bieca occhiata del
colonnello valse solo a fermarlo a mezza strada:

-- Ci vuol...



                                  VI.


... pazienza. Sissignori! la virt degli uomini savi, non degli asini.

Montermici non chiariva a parole questa sua opinione; la manifestava
con gli occhi. Nel dubbio per di non spiegarsi abbastanza, volle darne
anche una prova, un giorno, a suo modo. Con fare guardingo si accost
alla signora Amalia, che stava a cucire nel giardino, e le porse una
fotografia. Era di una donna giovine, belloccia.

-- Bella! La vostra fidanzata? chiese la signora.

-- Mia moglie!

-- Oh! Voi avete moglie?

-- E come! -- Aggiunse serio: -- Tutta fuoco!

L'altra fu costretta a ridere; e lui:

-- Pu credere che non me le abbia fatte, non me le faccia?

E a significar la cosa port la destra alla fronte, col pollice, il
medio e l'anulare riversi. Indi riprese il ritratto, scosse il capo e
conchiuse, andandosene:

-- Ci vuol pazienza!

Non solo, Montermici, piaceva ed esilarava per quel contrasto manifesto
fra la sua natura gioconda e il ritegno che egli si imponeva, quasi
l'angelo custode fosse sempre l a dirgli: -- Abbi giudizio --, ma
piaceva anche per un contrasto meno appariscente, d'ingenuit e
furberia. Se era furbo! Conoscendo il punto debole in tutti -- goloso il
colonnello; parsimoniosa la signora Amalia; il signor Astolfo,
delicatuccio, e invidiosa la domestica -- traeva argomento da queste
disparit di carattere per divertirsi. Esercitava una perspicacia di
psicologo nel mentre che accontentava tutti con la sua valentia di
cuoco.

Ai manicaretti da lui composti si accompagnavano, sempre uguali, le
lodi.

-- Appetitoso! -- il colonnello giudicava. E la suocera: -- Fatto, si
pu dire, con nulla! -- E il signor Astolfo: -- Proprio adatto al mio
stomaco!

-- Merito vostro che l'avete cotto -- il soldato protestava rivolto alla
cuciniera, tutta contenta.

E una mattina Montermici si present alla signora con l'attitudine un
po' impacciata di quando aveva da chiederle le uova e lo zucchero.

-- Signora: domenica al mio paese, si mangiano i ravioli. Siamo di
festa!

-- Ho capito. Volete che li facciamo anche noi.

Egli scosse il capo.

-- Vorrei una grazia pi grande.

-- Cio?

-- Che lei dimandasse al signor colonnello di lasciarmi andar a casa
sabato. Torner luned, coi ravioli. Sentir!

La licenza fu data. Il sabato Montermici part, tranquillo e giocondo
al solito.

Ma il cavallo, la cagna e il gatto, se avessero potuto parlare,
avrebbero forse detto che l'amico li aveva salutati di nascosto, in un
certo modo...



                                  VII.


Il luned mattina i giornali recavano da Fontanelice questa notizia:

Il soldato Pietro Montermici, essendo tornato a casa improvvisamente e
avendo clta la moglie in intimo colloquio con un compaesano, ha ucciso
a colpi di pugnale il drudo. Poi si  costituito ai carabinieri.

... Ci vuol pazienza!




                            FRANCESCO MIO...


Aveva tanta sensibilit e fantasia cos primitiva, tanta cedevolezza
alle impressioni e ingenuit di commozioni che gli bisognava umanare
tutte le cose; e se queste doti bastassero da sole a fare un poeta,
sarebbe stato un poeta ammirato fors'anche dai critici e dagli editori,
ricco e felice. Mancandogli quel che gli mancava era invece
soprannominato Mattucco, e campava di piccole mance e di carit.

Di solito, badava ai birocci e alle birocce che si fermavano davanti
alle osterie e alle botteghe del paese, e, deriso dagli uomini, si
intratteneva in seri colloqui con i buoi, i cavalli e gli asini.

Delle bestie interpretava a meraviglia i moti del cuore e del cervello,
per non dire l'animo e le idee; e nelle bestie trasferiva l'animo suo e
il suo pensiero con semplicit adeguata: poteva cos indovinarne e
riferirne a s stesso, a voce alta e chiara, domande e risposte. E chi
si doleva con lui del padrone manesco, e chi dei tafani tormentosi, e
chi del carico soverchio. Capitavano mamme che avevano il vitellino o il
cavallino o l'asinino a casa e gli confidavano le materne ansie, ed egli
ne ammirava l'affezione; le consolava. Capitavano manzoli o puledri
irrequieti, ed egli ne rimproverava i capricci; li esortava ad esser
bravi. Capitavano vecchie rozze, e il dialogo assumeva una simpatia
fraterna.

Se per improvviso miracolo uno di quei buoi o di quei cavalli o di
quegli asini avesse acquistata davvero la favella, a discorrere con lui
non avrebbe potuto usar modi e toni diversi da quelli che egli gli
attribuiva.

N avrebbe inorridito, Mattucco, al fenomeno mostruoso: gli sarebbe anzi
parsa la cosa pi naturale del mondo, appunto per quell'intima
cordialit di rapporti fra lui e gli animali.

Rari i malintesi; e dopo, pi amici di prima! Per poco non gli toccava
la cornata, o il calcio, o il morso che era rivolto a una mosca proterva
o a un'ombra fugace o a un'avversione istantanea? Chiarito l'equivoco,
subito la pace era fatta; sancita, magari, da un bacio.

Gli uomini, invece!

Sempre in guerra: sempre accuse, provocazioni, proteste, minacce,
offese, violenze. Senza tregua, mai, dalle osterie, dal mercato, dalle
strade, dalle case giungevano all'orecchio dello scemo voci d'irosi
dissidi, di contratti stentati, di promesse strappate a forza, di
inganni scoperti a caso; di frodi; di tradimenti; d'infamie; e nel suo
cervello, s tenero alle apparenze e alle sensazioni della vita
estranea, la turbolenta umanit si confondeva tutta in un litigio unico,
tremendo, continuo, enorme, insopportabile. Che cattiveria! Ne soffriva
sebbene non ci avesse n arte n parte, e con i nervi eccitati e il
batticuore si rifugiava al convento, l, fuori di porta.

A mezzogiorno i frati gli davano un mestolo di zuppa, e l'ingollava
seduto sul gradino, alla cella di San Francesco. Dormendo, dopo, sul
gradino, chetava in s il tumulto della vita sociale; e risvegliandosi e
rialzandosi restava a conversare un po' col santo, che lo rincorava, da
buon amico anche lui, nei dialoghi immaginari.

_Pater, Ave e Gloria._ Poi Mattucco tornava in paese, a intrattener le
bestie -- che bont! --, e a paventar gli uomini -- che cattiveria!



                                  II.


Sotto il portico, a un lato della chiesa francescana, era la cella del
Santo e della Piet.

La Madonna, assisa su di un masso, reggeva il capo al divin figliuolo e
piangeva: giaceva, morto, il Signore; livido e sanguinante. E, separato,
di contro, San Francesco con la faccia benigna volta a coloro che
sopravvenivano, tendeva la destra accennando al sacrificio e con un
mesto sorriso significava ai visitatori giudiziosi:

-- Guardate e pregate, fratelli!

I visitatori guardavano e talvolta pregavano. E poich le statue erano
colorate al vivo, alte come persone vere e umane nel sacro aspetto, e
l'ombra inclusa nel portico e l'interna penombra della stanza
accrescevano il senso del dramma arcano, qualche cuore rimaneva preso e
compunto. Alle preghiere seguivano le offerte.

Raccogliendo queste a intervalli, fra' Pasquale, portinaio e sagrestano,
lasciava tuttavia alcuni soldi in terra a esempio e invito ad altra
elemosina; e cos la carit del Signor morto e di San Francesco rendeva
abbastanza bene.

Or avvenne che lo scemo si dest un giorno dal solito riposo mentre due
monellacci osservavano dentro la cella, e dicevano tra loro:

-- A un'asta impegolata in cima, i soldi s'attaccherebbero.

-- E i frati? E fra' Pasquale?

-- Hai ragione. Meglio starne alla larga, da quell'accidente!

Temevano il bastone dei frati, non il sacrilegio, i gaglioffi! E se
n'andarono. Lo scemo, per, aveva capito. Canaglie, che idea! Rubare a
San Francesco! i soldini di San Francesco! -- E stette l, immoto, come
immersa l'anima in un pensiero profondo. Pensava con faticosa
connessione d'idee:

-- Elemosine. -- A chi vanno? Chi se le gode?

-- Soldini e... bicchierini: soldini e pane.

Poi Mattucco guard alla statua del santo quasi si aspettasse di vederla
turbata. Ma no: non aveva perduta l'abituale bonomia: anzi sembrava che
il dolce sorriso s'effondesse vieppi dagli occhi per le guancie.

San Francesco parve dire -- e Mattucco disse infatti per lui:

-- Son da compatire anche i bricconi, se i frati non fan le cose giuste!
Fra' Pasquale non aiuta chi n'ha pi bisogno.

--  vero -- aggiunse Mattucco da parte sua. -- A me non mi d mai un
soldo.

-- Prendine -- gli disse San Francesco. -- Adesso hai imparato come si
fa.

-- Prenderne? E l'inferno?

San Francesco sorrideva sempre. -- Non ci son io a farti perdonare; io,
San Franceschino?

Ma lo scemo non era ancora persuaso. Dimand:

-- E fra' Pasquale? Se mi arriva addosso quell'accidente?

-- Non c' qui il Signore con la Madonna a proteggerti, a difenderti
dalle bastonate?... _Pater Ave e Gloria._

Allora Mattucco recit le orazioni. E si avviava, persuaso, per andar a
cercare l'asta e la pece.

Ricordandosi per di quanto avveniva tra gli uomini, in paese, torn
indietro a stringere il patto, a prender garanzia.

-- D'accordo? Siam d'accordo, San Franceschino mio? S? proprio davvero?

-- D'accordo!

-- Parola?

-- Parola di galantuomo!



                                  III.


Fra' Pasquale non tard ad accorgersi del furto, sebbene avvenisse a
intervalli lunghi; e di quando in quando, nel tempo che aveva libero,
stette in agguato dietro la porticina della cella.

Ed ecco, un pomeriggio, vide entrar l'asta per l'inferriata e
contemporaneamente ud una voce che diceva:

-- San Franceschino mio, son qui! Ho voglia d'un bicchier di vin buono.
Voi badate a fra' Pasquale.

Chi era il ladro! Lui, Mattucco, rubava! Povero mendico! E chi gli aveva
insegnato il tiro? O forse la sete del vino gli aveva aguzzato
l'ingegno? A ogni modo la scoperta fe' sbollir subito l'ira al
francescano; gli mise la voglia di seguitare il gioco per divertirsi. E
pronto, in tono soave, senza mostrarsi, fece:

-- Ah Mattucco! Mattucco! Io son il tuo protettore, il tuo San
Franceschino, e tu mi rubi le elemosine? Credi proprio che all'inferno
ci si stia bene?

A queste parole lo scemo rimase stupito. Stupito, non spaventato. Non
sbigottisce al portento: San Francesco ha parlato? La cosa pi naturale
del mondo! Ma gli  incredibile quel che ha udito, da lui.

Come? Il Santo adesso lo rimprovera? lo minaccia? E il patto conchiuso
fra loro? La parola data: parola di galantuomo?

-- All'inferno! -- sguita con tono cupo il frate. -- Povero te!

L'altro non si muove. Cerca chiarirsi in testa questo misterioso
mutamento. Mancar di parola, adesso. Perch mai?

Ah che pur troppo la trova la spiegazione! S: i santi furono uomini; e
mutano di parola come gli uomini litigiosi e falsi!

E lo scemo s'arrabbia; e tutte le contumelie che ha appreso per le
strade, per le osterie e nel mercato a mortificazione di chi manca ai
patti, le scaglia contro San Francesco. E si spiega:

-- Vergogna! Rimangiarsi la parola data! E pretender fede dai
galantuomini, dai poveretti! E tradire! E chiamar in aiuto il diavolo,
un santo!

Ma nella sua ira c', pi profondo, il dolore; c' l'amarezza di una
delusione crudele; c' una disperata angoscia. Gli pare, a Mattucco,
d'impazzire! Un santo! Traditore! Oh!

Che mondo! Che onore! Che infamia! Oh scappar via! via! Scappare
lontano, per sempre! fuggire dove non s'inganni e si tradisca! Non
vedere n un uomo, n un santo, mai pi! Via! ... Dove?



                                  IV.


Si diede alla campagna. Bello vagare qua e l lungo i sentieri ombrosi o
per le strade solitarie; bello mansuefare con le buone maniere i cani
infuriati e chiamar con voci infantili i vitellini e i puledri; bello
intendersi con le stelle o ridere con la luna.

Alle case le donne che lo riconoscevano gli chiedevano qual disgrazia lo
avesse colpito; quali dispiaceri avesse. Una volta la sua faccia era
cos allegra! Adesso invece era cos magro!

Si schermiva; ricevuto il tozzo di pane, scappava rapido. E finch
poteva resistere, preferiva la fame a mendicar dalla gente.

Ma ahim! Mentre egli sfuggiva alla vita degli uomini, altra vita
sfuggiva a lui. Quella sua sensibilit, quella sua intimit con gli
animali e con le cose, comportabile nei limiti del paese, nel mondo
sconfinato diventava faticosa troppo; un continuo sforzo; un esaurimento
lungo e mortale.

Ed era tanto debole!; pativa la fame. E pi che per la fame, pativa
perch in quel lento mancare di s a s stesso pareva venirgli meno il
mondo, che gi viveva con lui e di lui. A poco a poco gli si estingueva
l'energia animatrice, povero Mattucco!

Un giorno giacque sotto un olmo in un campo deserto. Guardava con gli
occhi languidi davanti e d'intorno, e non ci si trovava pi. Tutte le
cose ora vivevano per s sole, in un egoismo mostruoso, in una
indifferenza spaventevole, con una incuranza spietata.

Il grano alto e giallo aspettava l'ora di compiere il suo destino E si
godeva il suo ultimo sole; il trifoglio si beava di essere tutto in
fiore; le viti, distese fra gli alberi, bevevano i raggi ardenti e si
mostravano intente solo a produrre; gli olmi o avevano molli dedizioni
delle fronde pi alte alle carezze dell'aria, o restavano immobili,
alcuni in una letizia pacifica e sonnolenta, alcuni in una gravit
solenne, come se muovendosi temessero -- egoisti anch'essi -- di nuocere
a ci che loro solo premeva: il nido che nascondevano nel folto. Nel
cielo, a volo rotto i cardellini passavano rapidi e giulivi non
conoscendo che la loro esistenza; non altro vedendo dell'universo che la
loro letizia. A due a due, le farfalle apparivano e sparivano in una
felicit lieve lieve, bianca e silenziosa; e le formiche, l, in oscura
fila... Che da fare! Potevano curarsi, loro, di un povero uomo? Peggio
per lui se era nato uomo!

Peggio: Mattucco non aveva mangiato e non aveva da mangiare. E fin la
terra gli pareva incresciosa di sostenerlo, perch s'assopisse,
quietasse nel sonno l'inedia, lo struggimento del totale abbandono,
l'affanno dell'intero esilio in cui s'era perduto.

Quand'ecco fra i rami, proprio sopra al suo capo, vivacemente:

-- _Francesco mio!..._

Come ferito al cuore, nella rimanente vitalit, Mattucco s'alz in
piedi. Come il vinto che raccoglie le forze estreme per ributtare
l'ultima vilt prepotente, l'ultimo scherno, si chin ad afferrare un
pezzo di zolla; e l'avvent con un grido osceno in alto. E al crepito
della polvere tra il fogliame, il fringuello vol ad un altro albero. E
di l:

-- _S s s: Francesco mio..._

Allora lo scemo ricadde e si mise a piangere.

Ma Colei che soffriva per il pi atroce dolore umano, china nella
penombra sul figlio livido e sanguinante, gli apparve; egli la scorse
che piangeva tra le sue stesse lagrime. E parlava:

-- Si s s, Francesco mio... Questo poverino muore, per te. Chiamalo!
Fa che torni a prender la zuppa al convento: se no, muore, il poverino!

Ah Madonna santa! ah Madonna buona! Comprendeva lei, aveva compreso lei
il torto di San Francesco, il male che aveva fatto!

Diceva soave:

-- Vieni, Mattucco. Ritorna. Francesco mio ti dir: Sei qui?.
Francesco mio! Francesco mio!...; e fra' Pasquale t'accoglier, buono,
tra le sue braccia, e ti dar un mestolo di zuppa.



                                   V.


Arriv estenuato al convento.

-- Son qui -- disse con voce fioca, con un sospiro, affacciandosi alla
cella del Signor morto; e guard.

Ma San Francesco...

Ah! troppo a lungo il misero poeta scemo era rimasto fuori dalle
illusioni antiche, troppo evidentemente la realt si era sottratta alle
sue fittizie animazioni!

Guard; e vide sol quello che tutti vedevano, quel che vedevano i savi:
San Francesco, muto, accennava al Signor morto, solo per dire: --
Pregate, fratelli. -- Null'altro. E la Madonna era anch'essa una statua
muta. E il Signore, una statua. Null'altro! Null'altro! E tutte le cose,
tutte le creature che egli aveva creduto vivessero come egli viveva, con
i suoi pensieri, con il suo sentire, gli si presentarono, di subito,
agli occhi e alla memoria, mute, senz'anima. Era finita! Finito
l'incanto, si spegneva l'universo. Finito l'incanto, Mattucco diventava
savio, e moriva davvero.

Si trascin alla porta; tir la corda del campanello; si abbandon
esanime nelle braccia di fra' Pasquale.




                                SIMPATIA


Bont e forza: con questo temperamento e carattere ce n' ancora della
gente nelle nostre campagne; temperamento e carattere dell'italiano
pretto nel pensiero e nelle vene. Esempi? Eccone uno, assunto dalla pi
umile verit.

                                  ----

La guerra aveva fruttato insoliti guadagni anche a Leonardo Morini,
l'ovarolo, ma aveva privato anche lui della sua pace. Fino a
settantadue anni era vissuto senza grossi guai; senza invidiare chi
aveva famiglia; contento della salute che gli permetteva d'andar in giro
a piedi per le campagne e ai mercati a guadagnar commerciando
onestamente; contento d'aver messo da parte qualche risparmio; contento
d'abitare solo e libero in una soffitta. Ma al mondo ci sono dei
misteri. Perch fra tante case e cascine, che visitava da anni e anni,
non trovava differenza, e andando all'Olmello si sentiva un che nel
sangue, come se andasse da gente del sangue suo? Perch fra tanti
ragazzi, che in quelle case e cascine s'era visti attorno in tanti anni,
non aveva fatto nessuna differenza e a Celso, il figlio della non bella
e piagnucolosa Assunta e d'un contadino tanghero quale Stefano
dell'Olmello, aveva preso a voler cos bene? E perch Celso fin da
bambino gli correva incontro con un lume negli occhi e con un sorriso
che per lui nessun altro bambino aveva mai avuto; un sorriso di
riconoscenza, quasi d'intimo riconoscimento? Perch quando gli altri
ragazzi erano cresciuti ai suoi occhi nella giusta misura dell'et,
Celso gli era parso diventar cos presto un bel giovine robusto, e pi
bello e pi robusto e sano di tutti gli altri?

E perch al dispiacere e al compiacimento insieme di quando Celso era
andato soldato, gli era seguito in cuore un contrasto di tanta passione
quando la gran guerra scoppi? Forse perch era stato soldato lui pure e
aveva combattuto nel '59? O forse era una legge: la legge del mondo e
degli affetti umani imponeva che egli, che era figlio di nessuno e non
aveva voluto esser padre, cercasse nella creatura d'altri l'affezione
filiale che non aveva potuto provare, sentisse per la creatura d'altri
l'affezione paterna che non aveva potuto provare. O era piuttosto una
condanna, un castigo. L'egoismo d'una esistenza quasi intera doveva alla
fine essere scontato da affanni per amore di estranei, doveva risolversi
in una espansione di affetto che comprendesse tutti i sentimenti
ignorati.

In verit, allorch il vecchio Leonardo, reggendo con un braccio il
cesto da riempire di uova e poggiandosi al bastone, curvo come se avesse
sulle spalle il peso della strada percorsa e volesse conquistare anche
col petto la strada da percorrere, a passi piccoli e frettolosi arrivava
all'Olmello, recava in cuore la tenerezza di un padre buono, la bont di
una madre tenera, un'ansia fraterna, un desiderio di amico unico, una
cristiana voglia di confortare, un bisogno di consolarsi consolando.

-- Che nuove avete? -- chiedeva, rialzato il capo, fermo a mezzo
dell'aia.

Talvolta gli davan da leggere una lettera, gli mostravano una cartolina.
Non perci egli s'allietava del tutto. Troppo l'infastidivano le
lamentele della madre e l'impenetrabile aspetto del padre. L'Assunta,
che donna! Non intendeva che la guerra era la guerra.

E Stefano taceva. Che uomo! Due parole in un'ora; e da ignorante. Pareva
avesse il figlio in un'impresa tenebrosa e le tenebre fossero entrate
nel petto a lui, dove gli altri ci hanno il cuore, o nella testa, dove
gli altri ci hanno il cervello.

-- No! -- pensava Leonardo. -- Un padre non dovrebbe essere di ghiaccio
o di macigno. No! Una madre non dovrebbe essere di ricotta. Che gente!

E si proponeva di non ricomparir all'Olmello prima che fossero passate
due o tre settimane e le galline avessero fatto assai ova. Vi tornava
invece dopo due o tre giorni. Ma se ne pentiva sempre; ripartiva sempre
con quell'uggia, quell'amarezza di un bene deluso, quel disgusto di non
essere compreso e di non poter ridurre pari al suo l'animo del padre
rude e della madre dolente.

                                  ***

Un brutto giorno, un giorno che la nebbia bagnava i panni addosso e
stillava dai rami, e i passeri, negli alberi, rabbrividavano sotto le
penne arruffate, Leonardo entr nel campo da fuori della carraia. Co'
suoi passettini rapidi e il suo bastone, discese lungo il ciglio erboso
alla volta di Stefano che stava affondando il fosso. A vederlo, il
contadino attese, il piede sul vangile e le mani a sommo della vanga.
Perch il vecchio non era andato in casa, prima, dalla donna? Ma il
contadino non mosse voce. Guardava senza anima manifesta, e aspettava. E
il vecchio col freddo nell'anima sorrise appena appena e disse:

-- In paese si discorre d'una gran battaglia.

Stefano aspettava immobile.

-- Si parla di molti feriti; di molti morti. Ma speriamo...

Poi Leonardo tacque.

Allora il padre chiese come non avesse udita l'ultima parola:

-- E lui?

-- Eh! Innanzi che si sappia che ne  stato, di Celso, se l'ha scappata,
come io spero, correr un po' di tempo.

L'altro ebbe negli occhi un'accensione d'ira; ebbe uno sguardo bieco,
quasi di odio; ed esclam forte:

-- Cosa siete dunque venuto a fare?

Cos'era venuto a fare? Leonardo non dubit che il silenzio, lo sguardo,
la violenza mal repressa e la dimanda di colui significassero una
tremenda angoscia costretta in s da una timidezza o da una energia
quasi selvaggia, esprimessero la pena di dover aspettare troppo a lungo
una notizia atroce. Pens:

-- Che bestia!

Cosa era venuto a fare? Non lo sapeva chiaramente nemmeno lui, povero
vecchio, il perch era accorso subito dal paese: era accorso perch il
cuore l'aveva portato: ecco. Bisogna dirle, domandarle certe cose? Per
dare una parola di speranza, se non per riceverla, era venuto; per
prepararsi il cuore con loro, se mai...

E impermalito, Leonardo stava per rispondere: -- Non verr pi a
disturbarvi -- quando dall'alto del poggio (Stefano si era rimesso a
vangare) l'Assunta chiam, invoc:

-- Leonardo! Leonardo!

Egli le and incontro; sorridendo, al solito, disse:

-- S. C' stata una battaglia. Ma -- aggiunse -- niente paura! Avete
avuto cattive nuove? No. Dunque...

La donna lo fiss prima di piangere; per l'apprensione improvvisa ebbe
negli occhi un insolito acume, e chiese:

-- Ne siete sicuro, ch' salvo?

-- Sicuro del tutto..., oggi com'oggi...

E lei rompendo in singhiozzi, disperata, con la voce di chi impreca:

-- Ma allora, cosa siete venuto a fare?

                                  ***

Poich dunque non s'intendevano; poich lo rimproveravano invece di
ringraziarlo, Leonardo giur, sul serio questa volta, che all'Olmello
non lo rivedrebbero pi, se Celso non tornasse a casa.

E soffriva, il vecchio, a pensarci; e ci pensava sempre. Sperava. E
quando sperava, si immaginava Celso cos lieto d'esser scampato alla
morte, cos felice di riabbracciare i suoi, che non ne restava pi, del
suo bene, per il vecchio amico. N il rancore e l'uggia gli cessarono
come si diffuse la voce che con parecchi morti del paese era rimasto
ferito Celso dell'Olmello.

E pass quasi un mese; e Celso gli scrisse lui, a Leonardo, che ormai
guarito del tutto veniva in licenza.

                                  ***

Il giorno che gli aveva scritto di tornare il vecchio and alla stazione
per tempo, al mattino; e s che il diretto che credeva porterebbe il
reduce arrivava a un'ora del pomeriggio! Essendo freddo, camminava su e
gi per il marciapiedi, fin che la mano gli si gelava sul bastone e
l'aria gli aveva tagliato abbastanza le orecchie.

Entrava allora nella sala d'aspetto a scaldarsi alla stufa. Ma non
potendo resistere al tanfo di chiuso, usciva di nuovo.

Pass un treno merci. S'arrest, pi tardi, un treno omnibus. E, dopo,
una tradotta. Da questa Leonardo vide scendere un soldato; poi non vide
pi nulla perch aveva visto che era lui. Nella sua mente confusa, nel
suo animo sbalordito fu come l'imminenza d'un destino che si compieva...

E a sentirsi dire: -- Voi qui, Leonardo? --, a sentirsi abbracciare, a
sentirsi chiedere: -- E i miei? --, torn in s ma non per rispondere:
per ridere, ridere di contentezza. Pareva ebbro.

Intanto alcuni conoscenti attorniavano il giovine, e mentre questi
scambiava qualche parola il vecchio si fe' largo, lo tir per una
manica; e sollecitava:

-- Andiamo, Celso! A casa! Via!

N volle attraversare il paese.

-- Tua madre ha pianto tanto...; tuo padre... Bisogna andar subito a
casa! A casa! Via! Presto!

Per i campi, volle che andassero, soli, liberi. Felice!

E quando fu sicuro che nessuno glielo rapirebbe, Leonardo si ferm un
istante; alz lo sguardo incontro allo sguardo del giovine; chiese:

-- E lass?

Celso si mise a parlare della guerra; senza esagerazioni.

Ai Casetti, s'interruppe. Disse: -- Due salti, e vado a salutar la mia
bionda.

-- T'aspetto -- fece l'altro. E l'aspett l, al freddo, tossendo.

                                  ***

Ma a casa, quando arrivarono finalmente a casa, Leonardo ebbe la
rivelazione. Dal modo con cui il ragazzo si comport con i suoi, cap
che non s'era sbagliato ad affezionarglisi tanto, e dal modo che i suoi,
del ragazzo, si comportarono, cap che li aveva mal giudicati.

Celso si stringeva la madre al petto con la forza d'un bambino e la
chiamava: -- la mia mamma! la mia vecchia --; e la baciava non sazio.
Indi rivolto al padre, che gli disse -- gli disse solo: -- Sei qui,
Celso? --, contenne con un visibile sforzo la commozione e disse, disse
solo:

-- Come state, pa'?

Finalmente era chiarito il mistero!

S: il difetto della madre era la troppa tenerezza, e durezza il difetto
del padre; ma il vecchio comprese che si comportavan cos anche per una
reazione vicendevole e involontaria, e comprese che il difetto dell'uno
e dell'altra si eran temperati nell'animo di Celso a una virt che lui,
povero vecchio, aveva sentita senza rendersene ragione. Era la stessa
sua virt istintiva: bont e forza.

                                  ***

E quel giorno Leonardo si ammal. La notte la casigliana che abitava una
stanzaccia attigua alla sua l'ud tossire e vaneggiare. Faticosamente,
nei giorni dopo, egli scendeva e saliva le ripide scale: sedeva sui
gradini e, sorpreso, fingeva di star l a perdere il tempo; per non
parer mal ridotto, cantarellava piano piano. La tosse lo riassaliva
secca, soffocante.

Celso che non dubitava fosse ammalato, non veniva in paese; preferiva
far all'amore ai Casetti con la bionda. Rincasando, per, dimandava ogni
volta: -- E Leonardo non s' visto?

Arriv all'Olmello un pomeriggio. Con la tosse, sudato, affannoso,
affranto.

-- Il ragazzo dimanda di voi -- l'Assunta gli disse. -- Lui sorrideva.
Chiese delle uova.

Di ritorno col cesto, l'Assunta gli disse anche, senza piangere, che il
ragazzo presto ripartirebbe. Senza piangere! E Stefano quel giorno parl
di molte cose. Stefano parl!

Ma il vecchio non aveva nemmen pi la forza di meravigliarsi. E se
avviandosi si fosse voltato indietro, avrebbe scorto il contadino
scuotere il capo, mentre la donna mormorava: -- Quello  un uomo che se
ne va.

Leonardo se ne andava infatti, zampicando, col suo bastone, come verso
un destino che si compieva. Quando la sera fu, per grazia di Dio, in
paese, si ferm dal notaio; offerse le uova che l'Assunta gli aveva date
e sorridendo preg:

-- Vorrei fare, signor dottore, testamento... adesso.

La mattina dopo Celso venne a cercarlo per salutarlo. Partiva.

Sulla porta la casigliana gli disse:

-- Stanotte non l'ho sentito tossire.

E aggiunse: --  un uomo che se ne va.

Salirono insieme. Batterono. Silenzio.

Tirata la cordicella e aperto l'uscio, lo videro, nel letto; videro che
se n'era gi andato.

E il soldato, l'erede, gli chiuse gli occhi.




                       NELLA ROMAGNA D'UNA VOLTA


A ricevere la seconda lettera con cui, goffamente, Nino Galastri le
chiedeva di sposarla, Livia perd la pazienza e rispose un semplice
_no_. Inesperta, com'era, del mondo, non riflett ai diversi gradi di
tono e di significato che, sino alla ripulsa oltraggiosa, pu assumere
un _no_ scritto; castigando una indiscreta vanit, non ebbe il dubbio di
offendere l'orgoglio paesano, il quale, ferito, ferisce col morso e il
veleno della vipera; e conoscendo la fierezza del nonno, non domo dagli
anni, dubit invece di far male a rivelar la cosa a lui. N la vendetta
tard a giungerle: terribile perch l'armava la pubblica malignit,
perch la sosteneva un'accusa copertamente diffusa e inoppugnabile,
perch disonorava il suo nome.

Gi delusa nella felicit quale aveva immaginato trovar fuori del
collegio e predisposta alla solitudine, pi che dalla sensibilit
materna e dalla sventurata condizione di orfana, dal rude costume della
razza da cui scendeva, Livia Antoni ricorse col pensiero e con l'anima
al luogo dove era cresciuta, in una clausura quasi monacale, e present
che in nessun altro luogo e in nessun altro modo avrebbe potuto vivere
senza il peso addosso dell'onta o del sospetto dell'onta. E segn essa
stessa il suo destino in un dilemma: o l'accusa che si faceva al nonno
non era vera, e valeva meglio scampare da un mondo cos tristo; o era
vera, e la rinuncia di lei apparirebbe come un sacrificio riparatore,
una rinuncia sublime in lei, giovine, bella, ricchissima.

Se un'idea entra nella testa di un Antoni non c' pi santo che gliela
cavi, pens la pi vecchia delle domestiche, quando Livia le disse che
aveva intenzione di farsi suora.

Ma quando quella donna, incerta come chi teme di dare un avviso che
addolori troppo, ne parl al padrone, egli la fiss, poi scosse le
spalle quasi a udir cosa di nessuna importanza. Solo, die' ordine di
cominciar subito i lavori di sterro sul poggio, ove sorgerebbe la nuova
villa. E lo stesso giorno vi condusse la nipote.

-- Guarda! -- le disse accennando alla vallata stupenda.

La vita brillava nell'aria, serenava nei lontani monti, palpitava nei
colli rinverditi, fluiva e rabbrividiva placida fra il greto del fiume.

-- Io sar morto allora -- soggiunse il vecchio --. Ma tu vivrai qui
sposa e madre felice.

La ragazza tacque. E sent che il momento di manifestare il suo
proposito era quello, e raccolse tutta la forza per dissimulare
l'affanno e dire dolcemente:

-- La ringrazio, nonno. Io per non ho intenzione di maritarmi.

Segu ancora un attimo di silenzio: insopportabile nell'incerta
aspettazione della loro anima. Il vecchio non parl; dov parlar di
nuovo Livia, per dire, bianca in viso, con le labbra esangui:

-- Ho la vocazione di farmi monaca.

Allora il vecchio, che a ottant'anni teneva in soggezione tutti anche
quando non usava i modi della sua ferrea volont e la mitigava con
l'espansiva energia del suo gran cuore, trem a nervo a nervo.

Paventava d'essere debole davanti a una giovinetta esile come un giunco,
o d'esser travolto dall'ira come avrebbe fatto davanti a un minacciato
assassinio?

Le afferr un braccio, la costrinse a guardarlo negli occhi, e disse
soltanto:

-- Bada, bambina!

Quegli occhi, quelle due parole avrebbero piegato chiunque altra,
d'altro sangue. La giovinetta che aveva nelle vene il sangue degli
Antoni fu invece inanimata alla resistenza e alla difesa.

-- Se lei vuol sapermi contenta, deve consentire alla mia volont.

-- Non dire la tua volont! -- grid il vecchio prorompendo --. Di'
l'idea stupida che ti han messa in testa l dentro, dove io non ti avrei
mai rinchiusa!

Il rimprovero, che toccava la memoria di sua madre, accrebbe ardire in
Livia.

Esclam:

-- Le giuro, nonno, che questa idea mi  venuta dopo che sono uscita di
collegio.

E soggiunse subito:

-- Mi sono convinta che il mondo  brutto e cattivo.

-- No! -- il vecchio ribatt forte --: il mondo  buono,  bello per chi
ci sappia vivere. Che esperienza puoi averne tu?

A fatica Livia compresse in cuore il suo segreto; fren l'angoscia;
trattenne le lagrime. E rispose:

-- Basta guardarsi attorno e ascoltare.

Il sospetto si affacci ora alla mente dell'Antoni. E chiese:

-- Ascoltar che cosa?

-- Il dolore degli altri -- disse lei. -- Chi non ha da lamentarsi del
male che riceve?

-- E fra quattro mura tu credi di evitar il male e goder il bene della
vita?

N attese risposta. Quasi per strapparsi a una enormezza egli si
allontan. E Livia gli tenne dietro singhiozzando sommessamente.

Otto giorni dopo era costretta ad accompagnar il nonno in un lungo
viaggio.

                                  ***

Meraviglie di ogni sorta, spettacoli indimenticabili; ma non una notte
la giovinetta si addorment prima d'aver pensato: Non mi divertirei
come il nonno crede che io mi diverta se non fossi ricca; e non sarei
ricca se lui....

Dal viaggio torn cos stordita e stanca da parere intimamente mutata,
queta e remissiva, e il vecchio sper di guarirla del tutto continuando
il rimedio.

Anche l'antica casa parve mutar anima: rison di feste; risplend di
signorile ospitalit.

E alla giovine non mancarono corteggiatori. Li respingeva con ferma
freddezza.

Intanto si compivano i lavori della villa, che un giorno avrebbe dovuto
vederla sposa e madre felice. Ma lei non andava una volta a Belpoggio
che non pensasse: Ancora due anni, poi sar padrona della mia volont.

E quante volte si ripeteva: Oh, vivere di solo pane, senza dubitare che
sia di origine impura!.

Questo pensiero divent un'ossessione nella sua mente, tanto pi
ostinata quanto pi caparbio essa giudicava il nonno a non volerla
comprendere.

Cos non doveva tardar molto il giorno che di quelle due volont in
conflitto l'una si convincerebbe o illuderebbe di aver vinta l'altra.

                                  ***

Cesare Antoni, come soleva, una mattina usc di casa con lo schioppo a
tracolla. Scorgendolo dalla finestra Livia pat, violento, quale non
mai, il riscontro delle due imagini. Pens: Il Passatore!.

E per non piangere si morse le labbra, e non pianse.

Ma pi tardi, senza un appiglio, senza un pretesto, os chiedere al
vecchio:

-- Mia madre cosa ebbe in dote?

Egli la guard negli occhi; essa ne sostenne lo sguardo.

-- Niente ebbe. Perch?

Niente! Dunque non avrebbe potuto dir suo, non impuro, neanche un tozzo
del pane che sino allora aveva ingoiato e che per due anni dovrebbe
ingoiare! E al colpo inatteso, Livia abbass gli occhi, affranta.

-- Perch? -- insistette l'altro, ancora forzandola a risollevar gli
occhi e a rispondere.

-- Son decisa a disubbidirle; e avrei desiderato evitare che lei, fra
due anni, m'incolpasse d'ingratitudine.

A ricevere uno schiaffo l'Antoni avrebbe reagito con minor impeto.
Infiammato in faccia e nelle pupille, diritto, alto, imponente
vegliardo, avanz come per arrestare nella sciagurata il pensiero
colpevole prima che cadesse nel pentimento. E l'invest:

-- Ti sei svelata, una buona volta! L'ho avuta la prova manifesta del
tuo cuore, della tua religione, della tua piet! Tu non vuoi obblighi di
gratitudine e di affetto; tu mi odii! Peggio: l'odio vincola, e tu non
vuoi vincoli! Hai capito che io ho una volont di ferro; hai temuto che
la mia volont sia pi forte della morte e io possa dominarti sempre,
finch vivrai, e per ribellarti, per essere libera, minacci di farti
suora! Ma non t'accorgi, sciagurata, della contraddizione mostruosa; non
t'accorgi che sei pazza d'egoismo? Pazza! -- le grid contro.

Ella tacque; tremante; reggendosi a stento in piedi: ma con lo sguardo
immoto.

E il nonno, men violento oramai che disperato, aggiunse:

-- Gi si dice! Nino Galastri a chi dimandava, al caff, perch tu non
trovi chi ti sposi, ha detto: -- Non sapete che l'Antoni  matta?.

Lui? Nino Galastri?

-- Lui? -- fe' la ragazza, il volto improntato di un sarcasmo che la
svisava come una smorfia atroce.

-- S. Presto o tardi se ne pentir; ma l'ha detto!

E allora ella corse nella camera attigua, trasse da uno stipo la lettera
dell'innamorato respinto, e torn porgendola.

Il vecchio l'afferr. Mentre la leggeva lei si aspettava che cadesse
morto di colpo: leggeva: ... sposandola, signorina, io avrei offesa
l'opinione pubblica; si sarebbe detto che la sposavo per godere i
marenghi del Passatore.

Invece il nonno gett il foglio e rise.

-- Ah, ah! E tu la conosci tutta, la storia? Non la conosci bene? No? --
Essa non rispondeva. -- Te la racconter io! A Belpoggio, proprio dove
ho fabbricato la villa per te, per la tua felicit, c'era una casupola
mezza in rovina; e io l'avevo affittata a un manutengolo o a un collega
del Passatore. Dopo che questo fu ammazzato, colui fu preso e condannato
non so a quanti anni di galera. E di l scriveva alla moglie, che non
sapeva leggere e veniva da me a farsi leggere le scritture del marito.
Ma io, furbo, le leggevo prima per conto mio. E una volta vidi che il
ladro raccomandava alla moglie di non abbandonar mai la casa ove stava.
Io, zitto!; e diedi subito commiato alla donna. E mi misi a scavare.
Scavai una, dieci, cento pentole piene di marenghi rubati dal Passatore,
e cos... Hai inteso?

-- Gl'invidiosi, gli oziosi, gli ignoranti, i maligni, i vigliacchi --
seguit l'Antoni, di nuovo sopraffatto, nell'ironia, dall'ira -- non
comprendevano, non comprendono la origine di una ricchezza acquistata
con le fatiche, con gli studi, l'ingegno, la forza della volont e dei
nervi, e m'han dato, a me, per collega il demonio, e hanno inventata
l'infamia e ci credono! E tu vuoi farti suora per questo!

Per questo. La storia non era vera? E come negare che era bene uscire da
un mondo ove si commettevano coteste infamie, deturpando il nome di una
famiglia, affliggendo la vita intera di un uomo, senza castigo?

-- S, nonno: per questo! -- Livia fu sul punto di rispondere. Ma a
veder il vecchio divenuto livido, in una attesa di passione mortale, gli
si gett d'impeto nelle braccia piangendo:

-- Lo credo! Lo credo, nonno, che lei sia innocente!

                                  ***

Cominci da allora l'equivoco che doveva durar due anni.

Ritennero l'una e l'altra di aver vinto. Si rassegna alla volont di
Dio, pensava la ragazza. Si rassegna alla mia volont, pensava il
vecchio. Ed ella non urtata pi, cedeva nei modi; s'inteneriva; diceva
tra s: povero vecchio!.

Nemmeno, nel suo segreto, lo rimproverava d'essere ostinatamente rimasto
in mezzo a gente s perfida, perch allontanarsi con l'onta addosso
sarebbe stata, per uomo di tal fatta, vilt; sarebbe stata la maggiore
ignominia.

Alla proposta di passar l'inverno altrove, ella si rifiut: e il nonno
ne fu lieto.

E come Dio volle, rifior la primavera. Il nonno con vigile cuore vedeva
rifulgere quegli occhi, splendere quel sorriso di giovent. Si celava
dietro le macchie del giardino a spiar la nipote allorch andava per il
prato a raccogliere fiori umili, e non pi dubitando l'udiva
cantarellare.

Gli pareva salva. Non comprendeva che ella gioiva quale chi aspetti una
prossima gioia, pi grande; non capiva perch l'anima di lei esultava in
tal modo.

Pass, similmente, l'estate; pass un altro inverno. Poi andarono ad
abitare nella villa nuova.

                                  ***

E giunse finalmente quel giorno. Livia era maggiorenne.

Il nonno l'attendeva nella loggia, per dirle:

-- Adesso sei arbitra di te, di me, di quanto possiedo. Non mi
abbandonare, Livia!

Ma quando ella usc, anzi che morire di colpo a vederla, il vecchio ebbe
uno strano senso di sollievo: gli parve cessare la sua agonia. Livia (e
una carrozza da nolo avanz nella corte), Livia era vestita da viaggio.

Risoluta; padrona di s, disse:

-- Addio, nonno!

Maledetta?

A mani in croce, a scorgere la maledizione nei terribili occhi, ella
scongiur:

-- Mi perdoni!

Egli non parl. Si volse a guardare i bei luoghi che Livia non
rivedrebbe mai pi, quasi egli non dovesse rivederli mai pi; i monti
sereni, i colli verdi e il bianco fiume.

Poi disse:

-- Ti perdono.

E le porse il braccio, e tra le serve e i servi e gli operai attoniti,
diritto, alto, imponente vecchio, venne con lei nella corte, la condusse
fino alla carrozza.

Livia si chin ad abbracciarlo, a baciarlo. Egli l'abbracci; la baci.
Sorrise. Disse:

-- Addio!

                                  ***

Indi, partita, Cesare Antoni torn in casa; imbracci, secondo soleva,
lo schioppo; diede ordini, al solito; e prese la via del paese: ove,
ogni giorno verso le nove, Nino Galastri usciva di casa, traversava la
strada, ed entrava nel caff.

Quando fu alla bottega del tabaccaio, poco distante dal caff, il
vecchione entr a comperar sigari; e scegliendoli, e di tratto in tratto
sogguardando fuori, motteggiava con la tabaccaia.

-- Sempre allegro, lei!

Usc. E si ferm ad accendere un sigaro. Alcuni paesani, che
conversavano in gruppo, salutarono. Non buono il primo sigaro, lo gett
via; ne tolse un altro. Gett via anche quello: e... (Nino Galastri!):
d'un lampo, afferrato lo schioppo, gridando che tutti udissero: -- Il
Passatore avrebbe fatto cos! -- Cesare Antoni, punt, spar.

Il Passatore mirava dritto.




                          VALENTINO E LUCILIO


L'auriga Libanio in carcere! Forse condannato a morire per la rivalit
del padrone. Ne amava una bella schiava, giovinetta. Questa la sua
colpa! E Boterico, il barbaro divenuto governatore a Tessalonica, aveva
dunque ricevuto il battesimo per essere pi crudele? cristiano, trattava
cos i suoi servi? ascoltava cos gli ammonimenti dell'imperatore: che
governasse con prudente consiglio e cuor buono?

Gelosia d'amore e di gloria. Perch maggior gloria aveva acquistato
Libanio auriga nel circo che in guerra Boterico luogotenente di Teodosio
il Grande: ecco quel che gravava la colpa del povero giovine. Dal
servizio del governatore assunto a condur nelle corse i cavalli della
fazione prasina, aveva meritato tal favore dal popolo che neppure le
altre fazioni gli volevan male; lo vantavano anch'esse vittorioso o
vinto. E per lui le corse di Tessalonica levavan grido, oltre la
Macedonia, a Costantinopoli, a Roma, a Milano.

Nessuno infatti, da quando s'eran visti cavalli e carri nel circo,
nessuno vi aveva mai dimostrata arte pari alla sua.

Guidava i poledri pi focosi e indocili quasi fossero attempati
nell'evitar gl'impedimenti e girar le mete; pareva che il pi lieve
tocco delle sue dita alle redini rilassate avesse una prodigiosa virt
di moderazione o, se bisognava, d'incitamento; ogni studio di agitatori
e ogni audacia di giocolieri, compri dagli emuli perch interrompesse il
galoppo, perdesse terreno, si rovesciasse, tornava inutile. E agitava la
frusta, ma non percuoteva.

Bello era a vederlo, il ginocchio sinistro fermo all'appoggio del carro,
la gamba destra tesa col piede puntato nell'estremo limite a tenersi
inconcusso, il petto chino all'innanzi quasi a empirsi dell'ebbrezza de'
suoi corsieri, e il capo drizzato a scorgere, con sguardo imperioso e
sereno, certa la gara, libera la vittoria.

-- Libanio! Libanio! -- acclamava il popolo. Non gridava: -- Prasina! --
quasi non vedesse pi in lui la fazione, ma vedesse lui solo; e
l'ansiet delle scommesse era superata dall'ammirazione; e il sole
riflettuto dall'elmo, dalla tunica di seta verde e dalle cinghie che la
stringevano e increspavano sembrava irradiargli il viso.

Agli occhi di quel pubblico oramai tutto cristiano rifulgeva una
apollinea imagine.

Ma adesso Libanio sospirava in una carcere stretta ed oscura; eran
spente le feste che dovevan celebrare Teodosio vincitore di Massimo,
Teodosio trionfante a Roma.

-- A morte Boterico! A morte l'ingiusto! l'indegno!

Imprecazioni e minacce passavano di bocca in bocca; e si diceva che come
l'imperatore aveva perdonata la sedizione di Antiochia, ove era stata
abbattuta fin la statua dell'imperatrice, perdonerebbe a Tessalonica se
osasse castigare il governatore malvagio.

Prima per di osare tanto, i cittadini pi saggi e cospicui speravano
d'indur lui stesso, Boterico, al perdono. Che lode gli verrebbe, di uomo
generoso, a trar dalla carcere il giovine caro al popolo, e per
intercessione della citt intera concedergli ci che era inumano
proibire: la felicit dell'amore e delle nozze!

No. L'empio rispose no.

A morte! E nulla pi pu trattenere la folla: irrompe al palazzo: le
guardie cadono trucidate. Boterico si fa innanzi; alza la mano per
dire... Troppo tardi dire: perdno.  trucidato.

E sono aperte le porte della carcere.



                                  II.


Quando ebbe notizia della sedizione di Tessalonica Teodosio stava per
entrare in Milano, di dove muoveva a incontrarlo Ambrogio, il santo
Vescovo. L'ira dell'imperatore ced alla parola di lui, che era la
parola d'un santo. Ma dopo, nel consiglio, parl il Gran maestro di
Palazzo: -- Se anche Tessalonica restava impunita, tutto l'impero
rovinerebbe, e la storia ne chiederebbe conto all'ultimo imperatore, che
aveva vinti i nemici e non aveva saputo vincere i ribelli; che si era
addolcito della piet dei vescovi e non si era inasprito per la licenza
del popolo.

N gli altri consiglieri furono da meno a rimproverare e a esortare.
Teodosio, alla fine, di l'ordine. Soldati fossero subito mandati a
Tessalonica; di l il mondo avesse nuovo, terribile esempio che non
s'offendeva senza pena l'autorit imperiale, sebbene l'erede di Roma si
facesse ora il segno della Croce.

E non sarebbe l'ultimo imperatore di Roma Teodosio il Grande! Gli
ufficiali che ebbero tale missione dal Sovrano e dalla Storia ne
godettero, e pensarono di adempierla con neroniana letizia: nel circo,
tra la folla festosa, ignara della strage imminente, plaudente
all'auriga per il quale Boterico era morto.



                                  III.


Affrancata dal novello Governatore, la giovinetta schiava che Libanio
amava divent sposa a Libanio. Dunque nessun dubbio che Tessalonica
fosse perdonata come gi Antiochia. I mercenari test venuti
aumenterebbero le milizie di Boterico solo per resistere ai barbari.

Nessun sospetto. C'era anzi nell'animo popolare quell'aperto consenso di
fiducia e di gioia a cui sopra tutto pareva attendere Teodosio
trionfatore, Teodosio il Grande.

Furono riprese le feste. E mai corse annunciate nel circo suscitarono
tanta aspettazione. Appena i russati o rossi e i veneti o azzurri
avevan saputo che la fazione albata o bianca lancerebbe quattro
cavalli degli allevamenti di Cappadocia, avevano affrettate richieste a
Costantinopoli. Giunsero, per loro, fin poledri di razza araba,
dall'Asia Minore. Ma la fazione verde o prasina non cerc mutamenti di
corridori e di auriga: le bastavano i suoi cavalli armeni, le bastava
Libanio.

                                  ***

Quanta gente, il gran giorno, per la strada che conduceva al circo! Che
frequenza di vetture, fossero rede tirate da cavalli o carruche tirate
da mule, con sopra ricchi e patrizi e matrone! In carrozza and anche
Cesario Prisco, il ricco mercante di gioielli, con i suoi figliuoli.

Pienamente felici, quei due. Il minore, che non era mai stato al circo,
volgeva le pi curiose domande, alle quali l'altro rispondeva con ci
che sapeva di propria scienza e esperienza e con ci che aveva imparato
dai compagni a scuola, o s'inventava lui. Fin sapeva, Lucilio, perch
dalla spina del circo, la quale vi era la parte mediana ove sorgeva
l'obelisco, erano state tolte le statue della dea Tutelina e di Cibele
assisa sul leone.

-- Perch? -- Valentino chiedeva riflettendo dai begli occhi chiari
meraviglie sempre pi improvvise e strane al suo pensiero.

-- Perch -- rispondeva Lucilio -- l'imperatore ha voluto il battesimo;
 cristiano anche lui, come noi.

-- E perch Tutelina e Cibele non erano cristiane come noi?

E perch questo? perch quest'altro?

Il padre godeva a udirli cinguettare cos. Ma quando Lucilio, il pi
grande, fu stanco di rispondere ci che non sapeva e ci che sapeva,
torn a insistere col padre che gli dicesse per chi parteggiava, per chi
scommetterebbe.

-- Io sto per i rossi -- preveniva Valentino. -- Me l'ha detto la
mamma che vincer Libanio.

-- Libanio,  prasino, non rossato! -- esclam con sufficienza Lucilio.
E soggiunse:

-- Io credo che vinceranno gli azzurri. E tu, padre? Scommetti per loro!
Se sapessi che cavalli hanno! Venuti d'Asia!

-- No -- ribatteva Valentino --, scommetti per il rosso, che  il colore
pi bello!

E il padre, il quale era della fazione albata e aveva seco tante monete
d'oro da giocare per i poledri di Cappadocia, fingeva una grande
perplessit nella scelta. Dopo un lungo silenzio disse interrogando s
stesso:

-- Per vincere star dunque con Valentino o con Lucilio?

-- Con me! -- Con me! -- pregavano ambedue i fanciulli, a gara.

-- Vincer quello che mi vuol pi bene!

-- Io!

-- Io, padre!

-- Vincer quello a cui voglio pi bene.

-- Io! io!

-- No, io! -- e a Valentino si riempirono gli occhi di lacrime. Allora
il padre trasse quattro monetine -- quadranti -- e le diede ai
fanciulli, due per ciascuno. -- Faremo cos: quello che perder dar un
quadrante al fratello, e uno a me. -- Accettarono felici di scommettere
come gli uomini.

-- Ma -- ripigli dopo un poco il padre quasi preso da un nuovo dubbio
--: se perderete tutti e due? Se vincer, invece della rossa o
dell'azzurra, la prasina o l'albata?

-- Allora -- esclam Lucilio ridendo --: allora ci teniamo noi i
quadrantini, e a te niente!

-- A te un bacio -- concluse Valentino allungando le braccia.

E volevano dargli un bacio tutti e due in una volta.



                                  IV.


Quando entrarono e salirono al terzo ordine, gi i primi gradi, dei
patrizi, e i secondi, dei cavalieri, erano pieni; lass trovarono liberi
appena due posti attigui. Cesario Prisco li lasci ai figliuoli, e
rimase in piedi a capo della scalinata, di dove poteva meglio
scommettere cogli amici. Lucilio, timido, a bassa voce indicava intanto
al fratellino la tribuna imperiale, vuota, il seggio dei giudici, le tre
mete dalla parte delle scuderie e le tre mete opposte con la porta
trionfale, nella spina, i segnacoli con i delfini e le uova che
servivano a numerare i giri della corsa.

N l'attesa fu lunga. Un silenzio immenso, improvviso.

Ecco: aperte le scuderie: ecco i carri. Avanzano sino al principio della
spina; si allineano; ristanno davanti a una corda... Un istante. E a
Valentino trem il piccolo cuore; ebbe paura, non sapendo di che; cerc
cogli occhi il padre. Ma Lucilio lo tir per la veste e gli sussurr: --
Guarda!

Una mano agita una benda purpurea, la corda cade: via!

Nel galoppo molteplice si vedevan di pari le teste dei cavalli, le
fruste alzate e i colori delle tuniche. E cominciarono le scommesse e il
richiamo a tutti noto: -- Libanio! Libanio! -- Libanio non sferzava.
Giunse ultimo alle mete, nel primo giro. Prima le oltrepass la russata.

Allora Lucilio disse, dimentico del suo entusiasmo per la quadriga
veneta o azzurra: -- Io scommetto per la russata. E tu Valentino? --
Valentino non ricord pi che appunto la rossa era la sua fazione;
ricord che la madre gli aveva detto: -- Vincer Libanio -- e rispose:
-- Io sto per Libanio, il verde!

-- Sta attento! Non vedi che  ultimo, il verde? Guarda! Guarda!

Gli agitatori e giocolieri cominciavano a operare inganni in pro delle
loro parti. Balzavano improvvisi, correvano qua e l, e facevan gesti da
impaurire, e recavan cose da gettare nell'arena. Uno, a cavallo, tagli
d'un tratto la via, e la quadriga russata, che ancora precedeva,
s'impenn; pass innanzi la veneta o azzurra, e giungeva l'albata.

Ma di subito, imprevedibile, un giocoliere si gett a terra con
meravigliosa arte, con pazzo ardire, cogliendo l'istante e l'intervallo
fra le gambe posteriori dei cavalli e le ruote della veneta, ora
precedente a tutte; e rialzandosi incolume, quasi sorgesse di sotto
terra, spaventava i poledri dell'albata sopravveniente.

Cos la russata riguadagn terreno, ma per poco non arrot la veneta e
(fu da tutti i petti una voce di terrore) non la rovesci. Approfitt
dell'istantaneo indugio Libanio, senza che i suoi quattro cavalli, d'un
splendido mantello baio dorato, sembrassero mutar norma al galoppo:
superava secondo, subito dopo la veneta, il compimento del secondo giro.
Quand'ecco un giocoliere gli gett incontro un cesto: le ruote non lo
toccarono. Un altro gett un'anfora: evitata. L'auriga ancor primo si
rivolse per colpire con la sferza agli occhi i cavalli che gi aveva al
fianco, ma Libanio evit il tradimento facendo di nuovo scartare i suoi
cavalli. E questa volta oltrepassava primo le mete.

-- Libanio! Libanio! -- Tutti gli spettatori, in piedi, plaudivano; pi
alte, deliranti, si levavano le acclamazioni dalla fazione prasina.

Se non che al quarto giro questa ebbe assai da temere. L'albata
l'accostava; le era alle ruote. E le scommesse raddoppiavano di foga.

Cesario Prisco, sicuro di vincere, guard sorridendo ai suoi figliuoli,
ed essi parvero sentirne lo sguardo.

-- Padre! -- gli grid Lucilio. -- Io sto con te; per l'albata! -- Ma
Valentino pieno di ardire, adesso, felice, batt le mani e avvert tutto
il circo:

-- Io sto per Libanio!



                                   V.


Repentinamente, enorme, un clamore di barbari all'assalto entr dalle
porte, sorse per le scale, proruppe. I mercenari! Con le spade, le
lance, i pugnali, l dentro, a colpire urlando. Urlando alzavano le lame
sanguinanti; sul tumulto, sulle strida delle donne, sui gemiti dei
ragazzi, sul terrore tacito degli uomini proclamavano la vendetta di
Boterico.

Strage! Al macello andavano quanti con la frenesia dello scampo
invadevan l'arena, tra le quadrighe gi ferme, per di l raggiungere le
scuderie o la porta trionfale: i macellatori vi aspettavano il branco. E
a morire in massa andavano quanti si addossavano per le scalette;
cadevano. I caduti facevano intoppo: monti di corpi da trafiggere
inerti.

E dal terzo ordine molti si gettavano gi nella strada; e nei primi
ordini cavalieri e patrizi invocavano e si davan la morte tra loro, per
non essere sgozzati. A mani giunte, a voce chi alta e chi sommessa, le
matrone chiamavano Ges Nazareno. Le lame in alcune tentavano adagio il
petto accompagnate da oscene esclamazioni e risate; in altre il colpo
alla gola, accompagnato da un ruggito, era cos violento da quasi mozzar
il capo.

La strage! Il macello per vendicar Boterico. Per ordine di Teodosio il
Grande mille carnefici su diecimila cristiani! Settemila vittime
opposero invano il lamento dell'umanit sacrificata alla bestialit pi
feroce, truculenta, sitibonda di sangue umano.

Per vendicar Boterico! E sulla punta dell'obelisco, nella spina, fu
infissa la testa di Libanio.

                                  ***

Cesario Prisco aveva afferrato e preso in braccio il figlio pi piccolo,
e tratto per mano l'altro, era stato dei primi a scendere. Ma allo
sbocco del secondo ordine dov arrestarsi, ritrarsi nel ripiano,
appoggiarsi al balteo per non precipitare; per non perire, lui e i
figli, sotto i fuggitivi che l'addossavano. E quelli che scendevano
incontravano altri manigoldi che salivano. Cadevano morti. Egli, di l,
quasi appartato per un miracoloso consiglio, col bambino che piangeva in
braccio, con l'altro che gli stringeva un ginocchio e piangeva, vide i
morti ostruir la scala, gli uccisori travalicarli. Poi vide che due, con
la rabbia della belva che scopre la preda nascosta, gli muovevano
contro: non mercenari: un decurione, erano, e un vecchio legionario.

Fece in tempo a deporre il bambino, a trar le monete d'oro, a tendere le
pugna piene, a scongiurare:

-- Salvateli! Ammazzate solo me, Cesario Prisco! Quel che possiedo per
la vita dei miei figliuoli! Salvateli!

Il legionario carp la manciata d'oro. Il decurione parve commuoversi.
Un istante. Che istante! Ma scosse il capo e disse:

-- Tutti e due, no!

E il legionario:

-- Gli agnellini scarseggiano nel pecorame che abbiamo da macellare!

-- Uno s! -- e il decurione prese la sua parte di monete --. Scegli!
presto!

Al padre si velarono gli occhi guardando Lucilio e Valentino che si
tenevano abbracciati, stretti, muti.

Come a un morente cui ricorre sensibile, viva, la pi remota
impressione, torn al padre la sua propria voce che diceva ai figliuoli
lontana lontana: -- Chi dei due mi vuol pi bene? A chi dei due voglio
pi bene? -- E la voce non rispondeva ora: -- Io!

Abbracciati, stretti l'uno all'altro, adesso erano muti. Ed egli non
resse alla mostruosa necessit della scelta, alla mostruosa condanna.

-- Ammazzatemi! -- supplic scoprendosi il petto.

Ma prime le due lame trafissero a un tempo, sotto i suoi occhi,
Valentino e Lucilio.




                 LA PASSIONE D'UN GENTILUOMO VENEZIANO


Il magnifico gentiluomo Alvise Pasqualigo...

Non vi aspettate una fastidiosa novella in vecchio stile e vecchia
forma. No,  un racconto di amore che si pu dire di ieri e d'oggi.
Perch, come la passione  eterna nella sua vicenda di colpa e castigo
-- il castigo che la colpa ha in s stessa -- cos ne  vera, e viva, e
commossa, e attraente l'espressione, quando  sincera e priva di
letteratura. E se qualche cosa varia, varia nel costume e nell'ambiente:
ci che giova nell'apparenza della novit.

Dunque il magnifico gentiluomo Alvise Pasqualigo, tornato dopo lunga
assenza a Venezia, incominci a scrivere lettere a madonna Vittoria: per
non darle noia sette anni era stato lontano da lei; tre anni aveva
errato per il mondo in vana ricerca di svaghi; sperando che lei almeno
gli concedesse di svelarle a voce alcuni segreti, era tornato in patria.

A messer Alvise, buon amico d'infanzia, Vittoria (che era moglie d'un
giovine conte) rispose per lamentarsi ch'egli le mandasse anche delle
ambasciate affidandole a servi. La mia professione  sempre stata ed 
di donna d'onore, n mai mi sarebbe caduto nell'animo che aveste usato
meco s fatta discortesia. Basta, pazienza, non rester per questo di
amarvi quale fratello....

Ma Alvise meritava scusa, e le diceva: Se io non vi facessi, per
qualche vostra donna di casa, intendere i tormenti che per cagion vostra
sostengo, in che modo potrei io vivere?.

E poich la contessa scongiurava invano messer Alvise ad essere
prudente, a non mostrare il ritratto di lei ad alcuno, a non mandarle
ritratti perch non voleva essere scoperta; poich, non crudele come lui
la chiamava, poteva dirgli in coscienza: Io vi amo; il che mi pare che
non sia male, nascendo dall'amore ogni buona operazione, qual fallo mai
avrebbe commesso concedendogli di parlare, dietro la porta di casa, una
sola volta?

Cos, da quel primo onesto colloquio doveva penetrare nell'animo di
madonna una gran dolcezza d'amore puro, una gran compassione per il
nobile giovine innamorato: e quando lo seppe infermo in villa, gli
scrisse amorosa che cercasse di venir a Venezia a rimettersi pi
facilmente; e poi, pi tardi, gli si mostrava ammirata dello splendore
che senza pari ritrovava in lui, e per lui pregava il Signore: anche
accettava e gli mandava piccoli doni.

Ma Alvise non viveva lieto, n la promessa di lei, che se  vero che di
l pi che di qua vi sia amore, e si ami, esso mio spirito in cielo vi
godr, gli arrecava bastevole conforto; avrebbe voluto tornare a
discorrere con lei.

Lei temeva nella dimanda ostinata un'insidia, e disperando che l'amore
di lor due rimanesse giusto, fedele e onesto com'era incominciato,
minacci Alvise di rifiutare le sue lettere. Conosciuta la vostra
disonest, mi sono spogliata di quell'amore ch'io vi portava....

E lui, disperato: Gi che tanto vi piace che dal mondo mi tolga, son
contento di soddisfarvi. E per ci mi risolvo, colla prima occasione,
d'andar in luogo tanto lontano che secondo il desiderio vostro finisca i
miei giorni.

Finalmente madonna Vittoria, pentita e impaurita, un giorno l'accolse in
casa. Fu quello il giorno della colpa. E da quel d in avanti le lettere
di madonna Vittoria si seguirono piene di amarezza, di tristezza
profonda.

Dopo ciascuno dei gioiosi convegni essa piangeva.

Come foste partito mi gettai nel letto e con gli occhi del corpo
(bench col pensiero a voi) mi addormentai: indi a poco svegliatami e
ritrovatami senza di voi, cominciai a piangere s forte che s'io non mi
fossi nascosta sotto la piega del letto, avrei senza dubbio svegliato
ognuno di casa... La malinconia m' s cresciuta che mi sento uscir
fuori l'anima....

Di lui era compresa cos intimamente che a ripensarne le parole ne
riudiva la voce e dalla voce ne riacquistava quasi la sensazione intera:
si deliziava a martoriarsi finch si abbatteva in una mortale angoscia.

Da quell'ultima ora che mi parlaste fino a questa si  cresciuta in me
la confusione, ch'io non so pi quello ch'io mi faccio. Le vostre
dolcissime parole mi sono rimaste cos vive nella memoria che, se talor
chiudo gli occhi, parmi di vedervi e di ragionar con voi; il che 
cagione che molte volte stendo le braccia per abbracciarvi, e mi ritrovo
ingannata. Destatami, vergognata di me stessa sento tanta passione che
mi  forza di desiderar la morte per uscir una volta di pena....

Non conosceva ancora la pena della gelosia; ma quando _lui_, il conte
marito, cominci a sospettare, e gi alcuno dei vicini e dei conoscenti
mormorava della tresca, dovettero contenersi e non vedersi che di rado.
Quali altre donne amava Alvise? Ove passava il giorno? A che feste si
recava?

Messer Alvise pareva tuttavia appassionato; e per andare da lei,
avvertito da segnali di richiamo, sfidava ogni vigilanza. Se non che
lettere anonime persuasero il conte che la moglie lo tradiva e tentarono
persuadere madonna Vittoria che era ingannata dall'amante: il Pasqualigo
ebbe minacce di morte entro otto giorni se si ritrovasse ancora una
volta con Vittoria, ed essa pativa d'una gelosia divenuta incomportabile
tormento.

Invano egli tent di assicurarla che solo per nascondere il vero amore
ne simulava ora un altro; Vittoria minacciava di uccidersi.

Ma ditemi -- le scriveva l'amante per frenarla --: vi piacerebbe ch'io
rotto ogni freno di ragione, venissi con forza a levarvi di casa per
torvi di mano a chi potrebbe tor la vita a voi? O pure vi piacerebbe
ch'io, spinto dal desiderio della salute e contentezza vostra, uccidessi
lui, e mi convenisse poi d'esser eternamente separato da voi?.

I pericoli infatti aumentavano con l'aumentare dei sospetti nel conte,
il quale proibiva alla moglie finanche di stare alla finestra, e fino a
un amico dava incarico di osservarla: a un certo Fortunio.

Costui gi da tempo aveva saputo che un ritratto di Vittoria era in
possesso d'Alvise; pi di una volta era stato sul punto di sorprendere
gli amanti; forse o senza forse era stato lui l'autore delle lettere
anonime e quello che aveva trafugato a madonna un pacchetto di lettere:
di madonna era innamorato anche lui. Oltre Fortunio spiava Vittoria una
ribalda cognata o suocera.

E il marito tutto il d gridava seco dicendole: io ti dar tanta mala
vita che ti far anzi ora morire.... Essa pensava ad Alvise confinata
in casa, sempre.

Ieri vi vidi in strada, e credo certo che se lui non era in casa, io
era sforzata, rompendo ogni velo d'onest, di chiamarvi ad alta voce...
Insomma, questa nostra vita  troppo aspra e mi pare quasi impossibile
di poterla vivere lungo tempo...

Misera e disavventurata! A che termine sono giunta per amore, dal quale
non pu o non dovrebbe nascere altro che buoni affetti e pur in me non
provo altro che passioni, tormenti, e morte; e se io potessi finire,
sarei contenta....

Bisogna frenare gli appetiti e scacciare certi pensieri dannosi,
esortava Alvise col tono dell'amante che riflette dopo essere stato
sodisfatto.

Cercava, nondimeno, di confortarla da vicino. Una volta, per parlarle,
si vest da donzella, e accompagnato da una donna si pose in chiesa,
alla predica, nella stessa panca di lei; ma poi, sospettato uomo, fu
costretto ad uscire. Un'altra volta, mentre stava discorrendo con
Vittoria, essa fu sorpresa da uno di casa e minacciata di morte.

In tale guerra, con troppo brevi tregue, l'amore di messere Alvise si
raffreddava, e nell'inquietudine e nei pericoli (egli doveva guardarsi
da sicari; e un giorno fer tre che l'assalirono per via, e non osava
andar fuori che accompagnato da tre gentiluomini: Madonna Vittoria
temeva che il marito l'avvelenasse) le doglianze e i raffacci
diventavano pi acerbi e pi frequenti.

Per lei Alvise aveva dispregiati gli onori della sua repubblica, per
lei aveva messo a rischio l'onore offendendo, percuotendo e ferendo non
solo uomini e donne di basso stato, ma di sangue nobile ed alto; l'am
per tutta la vita attendendo il guiderdone della divina maest!. E
Vittoria, di riscontro: Le vostre crudelt sono tante e tante che
meritano che ciascuno le fugga!.

Alla fine, lui le scrisse che per non accontentare i suoi, i quali
volevano s'ammogliasse, partirebbe da Venezia. Essa lo scongiur che
rimanesse; magari s'ammogliasse; e lo minacci: Vi avvertisco bene che
vi potrete ancora chiamare pentito. Tenetevi bene a mente queste parole,
perch si verificheranno.

Lui se ne and. E lei giur di vendicarsi.



                                  II.


La lontananza parve spegnere affatto l'antica fiamma nel cuore di
messere Alvise Pasqualigo; ma bast che ritornasse a Venezia perch la
vista dell'amante gli ravvivasse nell'anima, dalle poche faville che
v'erano rimaste, tutto il fuoco d'un tempo. Ahim! Trov madonna
Vittoria mutata al bene e molto sicura contro le tentazioni.

Mentre che siete stato lontano (essa gli scriveva), per non perdere
l'anima insieme col corpo, ho pregato Iddio che rompa il fisso pensiero
che di voi avea... e fui esaudita.

Non le credette. E lei:

Io conosco il vostro amore verso me, fuori di ogni mio merito,
ardentissimo, e confesso di aver ricevuto da voi quantit di cortesie,
che quando anche spendessi mille volte la vita per voi, non pagherei la
minor di quelle. Ma perch io mi sono deliberata di voler rimettere
tutte queste vanit corporali, rivolgere l'animo a Dio e riconoscerlo
per mio Signore vivendo vita cristiana, vi prego che non vogliate romper
questo mio proponimento col molestarmi ogni ora colle vostre
lettere....

No no... non le credeva; Alvise sospettava il tradimento.

Infatti non pentimento, non rimorsi l'avevano mutata cos, ma la colpa
di lui che era stato lontano quattro mesi e non le aveva scritto neppure
una lettera. E non s'era mutata cos come diceva: aveva davvero un
amante. Un giorno Alvise vide che nell'altana, ove si biondeggiava i
capelli al sole, accoglieva Fortunio. Fortunio, quello delle lettere
anonime! Fortunio il delatore!

Essa neg. Ma Fortunio, per vanagloria e paura a un tempo, disse al
Pasqualigo: --  vero --. Lei stessa, madonna Vittoria, l'aveva tratto a
s.

E Madonna Vittoria dov confessare. E confess senza vergogna, con
audacia, con impudenza:

Voi sapete che vi partiste contra mia voglia e ch'io rimasi tra tanto
duolo che come morta me ne giacevo nel letto; onde alla fine, disperata,
veggendo che non vi curavate n anche di consolarmi con una semplice
carta, caddi in tanta gelosia, ch'ebbi ad impazzire, e mi risolsi
vedendo il mio male senza rimedio, di oprar ogni sorta di malia per
liberarmi di tante angoscie.

Attesi l'occasione, la quale non s tosto mi venne che l'abbracciai nel
modo che avete inteso da quel crudele, che pi tosto dovea patir morte
che confessarvi le cose passate tra lui e me... Ma pazienza! La mia
fortuna ha voluto ch'io spenga affatto l'amor vostro e s m'accenda di
lui che non abbia mai requie....

Pazienza? Ed essa perdonava a quel perfido: l'amava e nell'amore nuovo,
e nell'abiezione, non avrebbe avuto pi un pensiero, una parola, uno
sguardo per Alvise!

Alvise Pasqualigo allora non sopport l'abbandono deciso ed assoluto
della donna che aveva amata troppo e troppo a lungo; non volle
rassegnarsi alla vendetta di madonna Vittoria; non si riebbe, e la
gelosia travolse nel fango l'anima sua e la dignit d'un uomo. Nessun
innamorato fu mai un mendico pi sordido di Alvise Pasqualigo, che
scriveva:

Fate almeno per una volta sola che io venga a voi, ch'io venga a baciar
la terra dove voi tenete i piedi....

Madonna Vittoria, senz'altro, gli rimandava i ricchi doni; le lettere,
il ritratto.

E lui:

-- O mio amore infinito, o donna ingrata! E qual altro sarebbe stato
che non avesse scoperto al mondo i vostri tradimenti acciocch foste
stata riconosciuta per quella che siete? Voi meritavate pure ch'io
scoprissi il vostro adulterio a vostro marito; ma io non voglio che la
fragilit di donna poco savia mi faccia far atto indegno di me.

Si sarebbe contentato di essere amato da fratello purch talora gli
fosse concesso di vederla, di ragionarle con quell'amore che sogliono i
fratelli famigliarmente!

No: essa l'odiava, ora.

Voi secondo ch'io bramo vi lasciate vedere ogni giorno, ma vi mostrate
s colma d'orgoglio che men noia mi apporterebbe il non vedervi. Se io
vi saluto voi vi volgete ad altra parte; s'io vi parlo, sorda e muta vi
mostrate, e io posso dire, in verit, d'essere odiato a morte.

Peggio: era burlato.

La mia mala fortuna vuole che io abbia gli occhi d'Argo acci ch'io
vegga la cagione della mia rovina. Son contento, poi ch'altro non posso,
che voi m'inganniate. Ma che i vostri amanti mi burlino, non patir mai.
Se gli avete cari, fate che mi lascino stare e che si contentino di
godervi.

Troppo a basso era caduto: un impeto d'ira contro l'amante di lei, se
non contro la donna, se non contro se stesso, non avrebbe potuto
scuoterlo e sollevarlo? A vedere madonna Vittoria alla finestra, con la
faccia ridente, e Fortunio sotto, che le rispondeva, spinto da furor
geloso e attaccata questione, fer il drudo...

Ma dopo scongiur Vittoria che gli perdonasse!

Atterrata, essa rispose: Il solo rispetto mio doveva por freno ad ogni
vostra voglia, n amandomi doveva aver maggior forza lo sdegno che
l'amore; ma poi che le cose passate non hanno rimedio e che mi chiedete
perdono, io ve ne faccio grazia....

E, per convincerlo, gli mand copia della lettera con cui diceva addio a
Fortunio. Gli diceva:

M'abbandonai ad amarvi vinta da certe qualit che mi pareva di scorgere
in voi.

Le pareva! Le qualit di quell'uomo le parevan amabili dopo che l'aveva
saputo delatore, sicario, vigliacco! Che menzogna! Che infamia!
Spudorata. Abietta.

E allora, ma solo allora, Alvise Pasqualigo apr gli occhi. Non comprese
che se lei era giunta a tal segno, la prima colpa ricadeva su lui
stesso; non ricord che per amor suo la donna aveva pianto. Con un
pretesto, finalmente, spezz l'ignobile legame.

E mutato il nome di lei, ne pubblic, insieme con le sue, le lettere:
nel 1569.




                         COMPASSIONE E INVIDIA


C' chi ha bisogno di essere invidiato e chi ha bisogno di essere
compianto: forme opposte di uno stesso egoismo e di uno stesso
malcontento.

Dopo vent'anni di separazione Aldo Varni, commerciante venuto da Milano,
e Michele Bragozzi, piccolo possidente che non aveva mai oltrepassati i
confini provinciali in nulla, si erano rivisti un giorno per caso, e
avevano rinnovata l'amicizia di compagni di liceo.

A ritrovarsi dopo quell'intervallo di vita non esente da delusioni e
inganni, a provare il rimpianto quasi nostalgico dell'et migliore, si
sentirono vicendevolmente attratti alla confidenza e si abbandonarono
alla loro natura.

Al caff, dove ristavano ogni giorno alla solita ora, parlava Aldo? Oh
che uomo invidiabile! E via e via per l'argomento preferito: quello
della felicit domestica e coniugale. Sua moglie era un'arca di virt.
Bella, elegante, valente in tutto: in conservarsi l'amore del marito o
con l'amore fervido, o con manicaretti appetitosi, o col buon gusto
degli abiti ideati e talvolta, per saggia economia, rimodernati da lei
stessa.

Parlava Michele? Oh che uomo da compiangere! E via e via per l'argomento
preferito: l'infelicit domestica e coniugale. Sua moglie era una somma
di difetti. Sempre di malavoglia, sempre sarcastica, nervosa,
dispettosa. Lui, povero martire, faceva di tutto per contentarla, e
senza lamentarsi: cure, regali, vesti, cappelli, gioielli; e, in
compenso, raffacci, scenate di gelosia, litigi, disperazioni. Una vita
impossibile!

Ma mentre l'uno si sfogava impavido, l'altro ascoltava paziente
secondando solo a monosillabi -- Ah! -- Eh! -- Gi! -- Uh! --; a sorrisi
o a sospiri. Nessuno dei due tentava di contenere le esagerazioni
dell'amico, n osava dargli torto per il segreto timore di perdere a sua
volta quella piena accondiscendenza; non dava ragione e non compiangeva
o non invidiava apertamente come per un ritegno di pudore. Tutt'al pi
Varni, contemplandosi nella specchiera all'opposta parete e profilando i
magnifici baffi, mormorava per assenso di compianto: -- destino! --; e
Bragozzi, quando toccava a lui, raccoglieva lo sguardo smorto e smarrito
a considerarsi le scarpe e mormorava per assenso ed invidia: -- fortuna!
--. Eran le parole che tornavano, a vicenda, pi grate.

Se non che a poco a poco cessarono anche di approvarsi cos. Michele
Bragozzi gi pensava dell'amico tanto fortunato: Imbecille! o s'illude
o crede d'illudermi; e Aldo Varni pensava dell'amico sfortunato:
Poveromo! Non sa stare al mondo, e spera che io non capisca!.

                                  ***

Con tale accordo e reciproca conoscenza erano venuti a un tacito patto:
tener a distanza, l'una dall'altra, le mogli. Il pensiero che esse,
figurate tanto dissimili, avessero da trovarsi insieme, metteva in loro
l'apprensione della cosa mostruosa o assurda. E ciascuno dei due
quand'era con la moglie si studiava d'evitar l'amico paventando che
questi potesse scorgere in lei particolari nuovi, o differenze dal
ritratto che ne aveva ricevuto, e accusar di finzione o dissimulazione
il giudizio maritale. Ma l'uno come l'altro appena a casa, ogni giorno,
riferiva alla sua signora le contrarie prodezze della signora
dell'amico; e quelle poverine sottintendevano bene nel riferimento
un'intenzione non ingenua. Gilda -- pareva voler dire Aldo Varni a sua
moglie --, il mal esempio della Bragozzi valga a renderti sempre pi
perfetta -- Ah Cloe! -- significava Michele Bragozzi --; se tu
imitassi un po' la moglie di Aldo e provassi anch'io qualcuna delle sue
gioie!. Di qui antipatia e astio fra le due donne, che non s'eran mai
scambiata una parola; e la irresistibile voglia, che esse ebbero, di
conoscersi almeno di vista.

Ci riuscirono presto. Ed ecco con che effetti.

Diceva al marito la signora Cloe Bragozzi:

-- Oggi mi sono imbattuta nella Varni. Cara! Sembra proprio una cocotte,
con quel cappello!

-- Se l' fatto da s -- mormorava lo smorto Michele.

-- Da s? -- (una risata tremenda, e apriti cielo!) -- Da s? Cos
massiccio? cos enorme? cos sconcio? E suo marito lo crede? E tu lo
credi? Ma dove siete nati? Allocchi! Ma non capite che  un cappello
venuto da Parigi?  un cappello da cocotte! Ah che sciocca! Ah che
civetta!

Indulgente invece cominciava la signora Gilda Varni:

-- Sai che la Bragozzi  bellina davvero? E non deve essere cattiva come
la dipingete voi altri.

Varni, che sapeva stare al mondo, taceva. Allora la moglie seguitava:

-- Peccato che sia cos stupida! Si vede; non ha gusto. Oh quell'abito!
E quegli occhi di bambola? Che stupida!

Senza essersi mai detta una parola la signora Gilda e la signora Cloe
parevano conoscersi anche loro da pi di vent'anni.

                                  ***

Un giorno Aldo Varni, elegante e sorridente al solito, giunse con modi
di fretta insolita e non si sed. Non poteva trattenersi.

-- Ho un forestiero in casa; un parente di mia moglie.

E sorbendo il caff troppo caldo prosegu, fra un sorso e l'altro:

-- Un suo cugino... Da sette anni non  stato in Italia. Oh che tipo!
che bel tipo! Simpaticone! Pieno d'ingegno, di spirito!

Bragozzi, il quale intanto che aspettava il resto della informazione
guardava l'amico, chin d'improvviso gli occhi e pens: Uhm! Cugino?...
In che grado?.

--... Capitano di lungo corso. Da pochi giorni  arrivato
dall'Australia. E ha avute certe avventure... Oh! oh!

Varni rideva di gusto, dopo aver posata la chicchera sul tavolino e
mentre si contemplava nello specchio.

-- Figurati che ha tre mogli legittime: una nella Nuova Zelanda, una a
Borneo e una a Cuba; e tutte e tre fedeli, disgraziato! Se tu lo vedessi
a disperarsi! Ah  proprio un'ottima compagnia! deliziosa! Rester qui
otto giorni, e ce ne racconter delle belle; che ti dir poi.

Anche il cugino incomparabile, adesso!, pensava Bragozzi. Tuttavia
sorrise, per accondiscendere alla contentezza dell'amico; lo scus del
non restare; lo salut: -- A rivederci domani! --; e and difilato a
casa, a portar la notizia alla Cloe.

-- Cugino? -- la signora esclam appunto come si era immaginato Michele.
-- Cugino? Allocchi che siete!  l'amante! l'amante dell'arca di virt!
E il tuo caro amico...

Il marito non la lasci correre. Trov necessario interromperla:

-- Non pu essere! Il capitano da sette anni manca dall'Italia. Non si
fermer qui che otto giorni... Dunque...

-- Eh! si fermer di pi! -- ribatt la Cloe. -- Di pi! di pi!
Quindici giorni ci rester; un mese!... Vedrai! Se pure l'arca non
scapper prima con lui...

Quale perfidia! Per evitare il litigio Bragozzi s'affrettava a riferire:
che il capitano di lungo corso aveva tre mogli; cos e cos.

-- E la quarta in Italia!: illegittima, questa, e infedele, perch  la
moglie del tuo amicone. Oh cari!

Il litigio non fu evitato; e nel misero Michele lasci la consueta
amarezza, il profondo rammarico di chi si sente immutabile sotto una
maligna stella. Per sua tribolazione era arrivato a Bologna adesso anche
il cugino di lungo corso!

Infatti il giorno dopo ecco Varni sorridente, apparentemente beato a
scaricar le geste del capitano.

-- Ah che caro giovine! che compagnia!

E qui una massa di fandonie. Bragozzi sorrideva, per compiacere un po'
l'amico che rideva; ma pensava: no no, Aldo non  cos imbecille da
crederci! E spera che ci creda io, imbecille!.

Poi rincasando col proposito di non parlarne pi, ecco la Cloe a
provocarlo:

-- Come va il cugino? Come va l'amico? Come va la signora di tutti e
due?

Basta; passarono finalmente quei maledetti otto giorni, e Bragozzi
attendeva trepidando la notizia: --  partito --, allorch Varni con
quella sua aria modesta, d'uno che ha una fortuna oltremodo invidiabile,
venne a dirgli:

-- Sai? Sto per conchiudere un bellissimo affare d'esportazione e
importazione di merci; col capitano. L'ho indotto a trattenersi altri
otto giorni. Un'idea splendida!

Mia moglie ci ha colto! pens Bragozzi.

-- Un affar d'oro, caro Michele! -- seguitava Aldo. -- Presto si
stipula, a Genova. Fra otto o dieci giorni.

E per una settimana Aldo Varni non si fece vedere al caff. Quando
ricomparve ahi! non entr; e fece cenno a Bragozzi d'uscire. Sotto il
portico disse con un tremito nelle labbra -- e il sorriso era diventato
una smorfia --:

-- Michele! Ho la fortuna d'aver un amico come te, e desidero che tu mi
consigli.

-- Per la societ col capitano?

Varni scosse le spalle, inquieto. Aggiunse, piano, cessando la smorfia e
assumendo una solennit di dolore imponente:

-- Sono stato a Genova, e non li ho trovati!

-- Chi?

Ah! Aldo Varni non avrebbe mai pensato che Michele Bragozzi fosse cos
poco agile. Certe cose bisogna afferrarle in aria. E gli rincrebbe dover
spiegarsi, dire:

-- Lei e lui!

-- Oh! (-- Mia moglie ci ha colto! --).

-- Dubito si siano imbarcati a Napoli...

E l'avevano fatto correre a Genova?

--... Ma io non sono un debole! Io, Michele, sono un forte! -- Varni
alzava la voce --: Un forte!; riconosco che la colpa  mia!

-- Tua? -- Bragozzi (infelice!) non capiva pi nulla. Pensava: -- Sempre
ragione, lei, mia moglie!

-- Colpa mia! Non dovevo trasferirmi qua da Milano! condur qua in
provincia, in questo villaggio, una donna come quella! Cos intelligente
e colta! cos poetica! cos fanatica per i viaggi e le cose
straordinarie! Non dovevo! E se ritorna, io... -- che ne dici? -- Io
sono un forte! Non ho pregiudizi, io; e perdono!

                                  ***

L'infedele per non tornava. E a poco a poco Varni sembr cambiar
costume. Senza ritegno si dimostrava abbattuto, affranto; un uomo finito
che non avesse pi nessuna ragione per farsi invidiare. E Bragozzi, il
quale avendo sempre bisogno del conforto altrui non trovava mai il
momento opportuno e la parola giusta a consolare gli altri, non sapeva
che si dire. Pensava che Aldo soffrisse in una recrudescenza di dolore;
sentisse ogni giorno pi il cordoglio del perduto affetto e il rovello
del tradimento. Invece... Una indigestione val meglio che un sistema di
filosofia a mutare la visione del mondo o la concezione della vita.

-- Non vivo pi! -- mormor Varni.

L'amico Michele sospir; e stava per dire quella che per lui era non
verit ma menzogna convenzionale: -- Il tempo, amico,  un gran rimedio.
-- Ma l'amico:

-- Se non trovo una famiglia che preferisca il manzo al cavallo, le ova
fresche alle fradice, il burro di Milano allo strutto rancido, e mi
prenda a dozzina, io muoio! Mi ammazzano al ristorante!

N Bragozzi aveva ancora raccolto lo sguardo smarrito a considerarsi le
scarpe, che l'altro gi lo colpiva in pieno petto.

-- Prendimi a dozzina tu, Michele!

-- Io? -- esclam inorridendo Michele. -- Con mia moglie?

Voleva dire: con una donna quale il destino mi ha data per rovinarmi
d'accordo con le cuoche che il destino mi manda?

E il discorso cadde. Lasciando per andare in tal modo la proposta
dell'amico, Bragozzi rimase malcontento anche di s; e pentendosi di non
aver decentemente mitigato il rifiuto, cerc di confortarsi, a casa, con
il rifiuto della moglie, che s'immaginava inevitabile.

Ebbene, Michele disse:

-- Il povero Aldo  malato di stomaco. Lo avvelenano all'albergo.

E allora la Cloe disse; disse, subito, la Cloe!:

-- Prendiamolo a dozzina noi.

Lei! Cos! La Cloe! Chi l'avrebbe immaginato?

                                  ***

E ci che doveva avvenire, avvenne.

Non pi minestre insipide, non pi fritti mal fritti, non pi arrosti
bruciacchiati, non pi dolci inaciditi; nella pi perfetta tranquillit
domestica e amichevole armonia Aldo Varni e Michele Bragozzi ora
mangiavano a crepapancia.

Al caff, dopo la colazione o il desinare, Aldo Varni era felice di
esclamare rivolto a qualche conoscente:

-- Oh che cuoca ha l'amico Bragozzi! E che brava, che buona, che
intelligente signora! Che pranzo abbiamo avuto oggi!

Una cosa incredibile, mostruosa, assurda! Aldo Varni voleva essere
invidiato adesso servendosi di colui che avrebbe meritato tanta
compassione! S, compassione. Varni, egoista e vano, non comprendeva la
perfidia di quella donna che si comportava cos bene solo per il piacere
che le aveva messo in cuore la disgrazia coniugale dell'amico di suo
marito! Non era un'infamia? Un'infamia era! Anche, Michele Bragozzi
soffriva (bench a pancia piena) delle smentite a tutte le sue passate
accuse. Bel conforto aveva avuto dal confidarsi a Aldo Varni! Varni lo
smentiva di continuo con le lodi alla signora Cloe! Bel ristoro vivere
in quiete a colazione a desinare! La moglie lo smentiva e umiliava di
fronte all'amico, sempre, con simulazione pertinace, con una bonomia,
una dolcezza che tirava gli schiaffi!

Privo di sfogo, offeso nell'amor proprio, stanco del suo maligno destino
Michele Bragozzi incupiva ogni d pi. N s'avvedeva di nulla allorch
la moglie e l'amico cominciarono a guardarlo di sottecchi, ammiccandosi.

                                  ***

Ma... Ma trascorso qualche mese Aldo Varni parl alla signora Bragozzi,
in tenero colloquio; seriamente.

-- Senti, Cloe. Ogni marito deve sospettare della moglie se si dimostra
troppo gentile e affettuosa con lui. Tu cerca di esser meno buona con
Michele.

-- Impossibile! -- esclam, tutta amore, la Cloe. -- Ora gli voglio
tanto bene, a mio marito!

-- Appunto... Prvati, anche per amor mio, a non metterlo in sospetti
che gli faccian male.

Ella dov promettere. E us, nella prova, di un'audacia, di una
sfacciataggine...!

Attacc l'infelice Michele incolpandolo di gelosia.

-- Sei geloso di Varni: capisco! Lo so! Vergognati! ecc. ecc.

A colazione, dispetti; a desinare, sgarberie; a tutte le ore, rabbuffi,
povero Michele! Egli tornava all'infelicit di prima; aveva da
sodisfarsi ora della cattiveria di sua moglie.

Troppo anzi! Troppa grazia! Aldo Varni tem che il mutamento della Cloe,
repentino e grave, scoprisse il gioco al marito; e per non
compromettersi compiangendolo del tutto, fu riserbato. Disse:

-- Tua moglie  nervosa, ma non  cattiva. Solo, bisogna saperla
prendere.

Saperla prendere! Bragozzi scatt in ogni nervo. Saperla prendere?
Dunque l'intimo amico scorgeva in lui un difetto di tattica? Dunque non
vedeva in lui una vittima del destino che l'aveva ammogliato in tal
modo; non lo riteneva un martire innocente? Dunque non lo stimava degno
di compassione libera e profonda? Ah piuttosto che essere giudicato
cos, e da uno che aveva voluto essere invidiato per la sua propria
felicit coniugale un tempo e invidiato dopo per la felicit coniugale
d'un infelice, egli, Michele Bragozzi, arriv dove non era arrivato mai;
arriv a riconoscere fino una virt di sua moglie! E attese con
desiderio il momento della riscossa.

Scatt eppur tacque quel giorno. Quando per, alcuni giorni dopo, Varni
lo compianse: -- Tua moglie oggi  davvero intollerabile! -- Bragozzi,
quasi dicesse: -- invidiami giustamente una buona volta! --, ribatt
pronto:

-- Ma almeno lei  onesta!




                        UN MARTIRE DELLA VERIT


-- Peralti! -- esclamarono gli ascoltatori. -- Carmelo! Il nostro
Carmelo!

Gi: Carmelo Peralti, il loro compaesano, da qualche anno entrato nella
Pubblica Sicurezza e perci rinnegato da tutti.

E Silvio il sarto riprese a leggere nel giornale la gran notizia, ora
incespicando e ora affrettando come se le lettere, dopo l'intoppo,
godessero di lasciarsi afferrare dagli occhi e dalle labbra:

-- ... la guardia Peralti, senza far uso della rivoltella, acci... uff
gli altri due teppisti e riusc a trattenerli uno per mano, finch
sopraggi... unsero in aiuto due soldati d'artigli...eria e li
arrestarono.

-- Capite? Uno per mano! -- grid pi che mai rubicondo e giocondo
Colamosto il calzolaio. -- Si chiama forza! si chiama coraggio!

Che notizia! che fatto! E che onore per il paese! che gloria!

-- Gli daran la medaglia di sicuro! -- diceva uno.

E un altro: -- Ci vado anch'io alla funzione, quel giorno. Carmelo  mio
cugino.

E un altro:

-- Lo inviteremo qui per la festa d'agosto. Berremo! Bravo, Carmelo!

Grappanera aveva ascoltato zitto e cheto attendendo che ammirazioni e
commenti gli consentissero di parlare. Allora, al punto buono, batt la
pipetta su la costa del paracarro per vuotarla della cenere; la riemp;
accese uno zolfanello e mentre lo zolfanello ardeva, egli, fra sonore
aspirazioni, cominci:

-- Quand'ero giovine, a Verona... in una osteria..., che litigavano...

-- Non dirla troppo grossa! -- l'esortava Pannocchia, piano, in
confidenza.

Senza badare alle facce beffarde della compagnia, con l'usata
naturalezza e semplicit, con quella sua aria di modestia, Grappanera
seguit:

--... io ne presi tre per il petto, in una volta.

Era andata; e non era pi possibile n ritirarla n mutarla.

Oh! uh! Parve fosse scoppiata una bomba che avesse la virt di far
ridere l'universo.

-- Bum!... Fanfarone!... Spaccone!... --: tale l'ammirazione che il
povero Grappanera suscitava per s. Acceso dall'ira nella faccia patita,
egli tuttavia si sforz a contenersi; a ingoiare.

Il medico gliel'aveva cantata chiara da un pezzo: -- Sei tocco al cuore.
Se ti arrabbi, ti ammazzi. Ma come non arrabbiarsi? Bisognava pur
difendersi, difendere la verit!

Onde, deposta la cesta che aveva gi infilata al braccio per avviarsi e
non pregiudicarsi quanta salute gli restava, torn indietro. Grid
gemebondo:

-- Uno, ne presi, con questa! -- E alz la mano destra perch gli
increduli la vedessero bene.

-- Uno con questa!... -- e alz la mancina.

-- E il terzo? -- chiesero pi voci spietate. D'impeto, in un atto solo
Grappanera fece come un bue che abbassi la testa a cozzare o un cane che
s'avventi a mordere. -- Ham! -- Sissignori: cos, con la testa, la
bocca, i denti -- mentre ne teneva due con le mani -- egli aveva
afferrato per il panciotto il terzo dei litiganti, a Verona, in
giovent.

Non era una cosa possibile? verosimile? Vera!

-- E dopo? -- Pannocchia chiese serio, quasi per sapere ci che pi
importasse. -- Chi lo rammend, dopo, lo strappo al panciotto?

Ridevano tutti, sguaiati; schernivano cattivi oltre il solito.

Il martire finalmente fu costretto a partire con la cesta sotto il
braccio. Ma allorch svoltava dalla Porta Montana, si rivolse; e
agitando la sinistra, per disperato ammonimento pi che per rimprovero,
rispose ai dileggi con tutta la voce che aveva, con voce di pianto: --
Mi fate morire! -- E disparve.

                                  ***

Ogni giorno dopo desinare la compagnia veniva l all'ombra dei tigli
fuori Porta Montana a passar l'ora del riposo, o, come dicono in paese,
l'ora di Sant'Agostino. Leggevano il giornale; conversavano;
disputavano, se non di teologia, di politica, scienze ed arti, sdraiati
su l'erba: Silvio il sarto; Colamosto il calzolaio; Pannocchia il
sensale; Volturno Schiza, che sapeva di ogni mestiere e d'ogni cosa, e
qualche ozioso di buon umore. Con la cesta delle paste dolci e delle
mosche -- perch il velo che avrebbe dovuto proteggere quelle da queste
era tutto buchi e le mosche passandovi entravano a deliziarsi senza
farsi scorgere -- ci veniva anche Grappanera; smorto; quasi terreo; i
baffi grigi spioventi; il berretto da ciclista sulle ventitr. Talvolta
recava il liquore di sua privativa, squisito e benefico nelle digestioni
difficili; ma egli tornava gradevole pi spesso con invenzioni d'altro
genere. Perch Grappanera non diceva mai bugie; solo che le verit che
diceva, se le inventava lui. I fiori, le fronde, i frutti della sua
fantasia portentosa avevano sempre un fondo di realt o di ragione; le
storie che narrava, le avesse concepite ascoltando da altri fatti o cose
lontanamente consimili, o risultassero da sparsi elementi di verit
certe a tutti e da lui ricomposti quasi per cerebrazione inconscia, le
sue storie si specchiavano nella fantasia, da cui sorgevano, in un
riflesso di illusione cos vivida che il primo a crederci era lui; e vi
giurava sopra, sicuro di non dannarsi l'anima. Ma a che valevano i
giuramenti? Coloro l non gliene mandavano buona una. N egli poteva
staccarsi da coloro, ch'erano la sua morte, appunto perch chi ama la
verit  trasportato dove pi la verit  combattuta, misconosciuta,
negata, spregiata.

Ignoranti! cocciuti! barbari!

-- Abbiamo o non abbiamo la testa per ragionare? -- egli protestava ogni
giorno; e si raccomandava invano: -- Per carit, ragioniamo, ragazzi!

Ragionando, non sarebbe parso naturale che un uomo lungo e magro, come
era lui ora, avesse avuto molta forza un tempo? Si sarebbe forse
ammalato di cuore se non avesse molto esercitato sangue, muscoli e
nervi? E ci considerando, non riuscivano ammissibili le sue geste? Che
c'era di impossibile, per esempio, nella paura che aveva fatto prendere
a due ufficiali, a Verona, al tempo degli austriaci?

Aveva una bella amorosa e una sera le venne sete, a lei.

-- Andiamo al caff? -- Andiamo. -- Mentre attendevano il cameriere, i
due ufficiali, che sedevano al tavolino dirimpetto, cominciarono a
guardar la giovane, a sorridere, a strizzar l'occhio.

-- Uf! che caldo!

Bolliva dentro, Grappanera. In bel modo bisognava avvisar quei signori
che se al caldo di fuori s'aggiungeva ancora un po' pi di caldo dentro,
essi, quella sera, andavano a casa con la testa rotta. E che pens lui?
Prese con le due mani a una estremit la tavola di marmo, la sollev e,
come altri farebbe con una cartella, -- Uf! che caldo! --, con quella
egli si mise a sventolarsi... Semplicemente. Chi non avrebbe capita la
minaccia? I due ufficiali la capirono benissimo.

Ma ecco: -- Marmo tarlato! -- commentava, serio, Pannocchia. Ecco il
martirio: Pannocchia il sensale dava sempre spiegazioni cos
strampalate, aggiunte cos spropositate, prove cos buffe ai racconti di
Grappanera, che la verit ne restava oppressa e schernita, nonostante i
richiami alla ragione. Si degnava di ridere a crepapancia anche Volturno
Schiza. Per il ridere Colamosto si contorceva come in convulsione, su
l'erba.

Al chiasso i curiosi accorrevano.

E: -- Mi fate morire! -- doveva concludere il povero martire, scappando
con la cesta delle paste e delle mosche.

                                  ***

Perci da un pezzo Grappanera si era imposta una norma che non avrebbe
pi trasgredita se non l'avesse provocato ad emulazione la guardia
Peralti. Volendo a un tempo risparmiar disordini al suo povero cuore e
persuadere che lo moveva il pi disinteressato amore della verit,
sopprimeva s stesso nei racconti ove avrebbe potuto o dovuto figurare
quale prima parte; compieva il sacrificio di sostituirvi un mio amico,
un tale di mia conoscenza.

Cos faceva narrando del tempo che, come tutti sapevano, era stato
soldato in Austria per servizio obbligatorio, negli ulani.

Certa nave trasportava una volta un reggimento di ulani gi per quel
fiume cui dicono Danubio e che supera il Po, l'Adige e dieci altri fiumi
dei nostri insieme.

Quand'ecco nella vecchia carcassa tedesca l'acqua cominci a penetrare
da molte bande. Mano alle pompe, agli stracci, al catrame, alla stoppa
per turare i buchi. Presto! Si corre, si grida, si suda. Invano. Ha una
forza, una spinta che non s'immagina, l'acqua del Danubio! E se
seguitava a introdursi a fiotti, non c'era da dubitare che si andrebbe a
fondo, col rischio di finire in bocca a una balena; a una balena del
Danubio.

Ma allora a un soldato, un ulano di mia conoscenza, venne una buona
idea. Nell'alzar gli occhi al cielo per raccomandarsi l'anima, vide che
dal cielo della stiva pendevano dei lardoni.

-- I lardoni! -- feci io. -- Mettiamo dei pezzi di lardo subito, contro
i buchi! Presto, chi di qua, chi di l....

E fu la salvezza.

-- E i sorci -- aggiunse Pannocchia --, che in Austria sono dieci volte
i nostri e hanno anche pi giudizio, non mangiarono il lardo per non
essere mangiati dalle balene del Danubio.

Risa, clamori, contorcimenti della compagnia: questo il premio al
sacrifizio di Grappanera.

-- Mi fate morire!

N meglio giovava al martire ricorrere a storie che non contenessero
proprio nulla della sua biografia ed escludessero ogni suo vanto diretto
e indiretto. Quale relazione, per esempio, sarebbe stata da scorgere tra
lui e il gran maresciallo Mac Mahon?

E raccontava... -- (l'aveva intesa da persona degnissima di fede) --
raccontava che Mac Mahon, dopo la vittoria, pass col suo seguito
davanti a una masseria dove stavan prigionieri duecento tedeschi, circa.
E il maresciallo ordin al capitano di guardia di condurgli i
prigionieri a Magenta.

-- Ma, generale, siamo in dodici tra graduati e soldati!

Come avrebbero potuto, dodici militari, scortar duecento nemici, circa,
con armi e bagagli, e senza che si ribellassero o scappassero?

Mac Mahon pens un momento e poi... Bella idea!

Comand di chiamar fuori a uno a uno i prigionieri; a uno a uno fece
staccare il bottone che ne reggeva le brache alla cintola. E in tal
modo, dovendo reggere con una mano il fucile e con l'altra le brache, i
duecento prigionieri, queti come agnelli, furono condotti a Magenta da
sola una dozzina d'uomini.

Gli ascoltatori naturalmente risero. Ma non avrebbero riso che per
l'astuzia di Mac Mahon se Pannocchia, il quale nel '59 aveva ancora da
passare due anni prima di nascere e non sapeva nemmeno in qual parte del
mondo Magenta si trovasse, non avesse aggiunto, serio serio:

-- Me lo ricordo anch'io Mac Mahon a Magenta!

Or fino a un certo segno  compatibile l'ignoranza che non presta fede
alle opere umane, ma non  poi compatibile chi non crede al caso, quando
ogni giorno si vedono avvenire per caso i fatti pi straordinari.

E coloro l non ammettevano neanche la storia del merluzzo!

Con la sua cesta al braccio, Grappanera andava un giorno per i monti, e
in un luogo solitario scorse rilucere una pozza d'acqua, e risplendervi
dentro una cosa...; un animale, enorme, che pareva d'argento. Si
accosta. Immaginate! Era... un merluzzo!

Ma chi, dal mare, l'aveva portato e messo lass in montagna, in una
pozza, un pesce di mare cos grande? Questo il problema.

-- Un colpo d'aria -- rispose Volturno.

E Grappanera, pazientemente:

-- Non ci sono cicogne a questo mondo? Non falchi? non aquile? Uccelli,
insomma, cos robusti da pigliare un pesce, un merluzzino, in mare e
portarlo in montagna per divorarselo in santa pace? Il pesce, per,
preso da uno di questi uccelli, dov pensare alle faccende sue e battere
e sbattere la coda disperatamente; l'altro aperse un momento il
becco...; e il merluzzino scapp, cadde. Per caso, proprio l sotto dove
cadde, stava una pozza d'acqua. Il problema era risolto.

-- E se te lo mangiasti tutto te, il merluzzo, quanta grappa nera ci
bevesti dietro? -- dimand Pannocchia.

Schernivano ormai per partito preso. Inutile, oramai, qualsiasi
discorso.

                                  ***

Ma non solo per questo Grappanera pativa sino al martirio: pativa non
tanto perch non credevano alle verit che diceva lui, quanto perch
credevano ciecamente alle fandonie che dicevan loro e che imparavano dai
libri e dai giornali. Questa la sua maggior passione: di non riuscir a
convincerli delle bugie, delle assurdit stampate.

Ah la storia dei canali di Marte!

Un giorno lui, Grappanera, arriv al convegno mentre Silvio il sarto e
Volturno Schiza disputavano, sostenendo l'uno che la gran stella che
accompagna il sole al nascere o al morire si chiama Marte, e l'altro che
si chiama Venere. La questione non gl'importava molto; e lui,
Grappanera, tacque in attesa che la finissero. Come non la finivan pi,
disse:

-- Pensate che se ne abbia permale lo stellone del d o della sera, se
non gli date il suo nome giusto?

Ma Silvio gli si rivolse contro.

-- Tu non sai niente! non sai che se  proprio Marte, lo stellone 
abitato da gente come siamo noi, tale e quale!

E Volturno conferm:

-- Gli scienziati con il cannocchiale ci han visti dei canali come i
nostri, con gli argini come i nostri, tali e quali! L'ho letto io nel
libro di mio figlio, che fa la quinta!

Capite? Perch il libro di suo figlio, che faceva la quinta, diceva
cos, bisognava crederci quasi fosse Vangelo! E perch gli scienziati ci
avevan visti dei canali in Marte, Marte (guai a non crederci!) era
abitato.

Ma quel giorno Grappanera ebbe un'idea cos giudiziosa che chiaramente
dimostrava agli amici quant'erano chi. Disse:

-- Bene. Figuriamoci dunque d'esserci noi lass, nello stellone, a
guardar gi, alla terra, con il cannocchiale. Vi credete voi che
diremmo: -- Laggi, in quella stella, che si chiama Terra, ci han da
essere degli uomini fatti come noi perch ci si vedono dei canali con
gli argini? No! no! Diremmo: -- Quella cosa lunga l, cos'? Una torre!
Quell'altra? Un campanile! Quell'altra? Il camino d'una fabbrica! --
Questi sono i segni pi visibili della mano dell'uomo; questi sono i
segni che non ingannano. Ecco perch la terra si pu dire abitata. Altro
che i canali, chi che siete!

Ma no e no: non rimasero persuasi della ragione; gli diedero
dell'ignorante a lui, povero martire!

                                  ***

Le invenzioni sopra tutto contribuirono ad affrettare la fine del
martirio; e tre furono i presunti miracoli che la ragione e il cuore di
Grappanera non poterono assolutamente comportare.

Primo; l'aeroplano. Allora, poco pi che un quarto di secolo fa, nessuno
degli scienziati solenni avrebbe ammesso quale possibile invenzione che
un corpo pi pesante dell'aria non solo volasse ma si dirigesse alla
sicura per il cielo. Era dunque da rimproverar Grappanera se, per solo
amore della verit, sosteneva che la notizia di cotesta invenzione non
era bevibile? che il giornale letto dal sarto conteneva balle di bugie?

Palloni se ne eran visti tanti a volare, anche con uomini dentro, che
egli ne avrebbe ritenuto possibile uno grande come la cupola di San
Pietro a Roma, e capace di portar, magari, due o tre famiglie, purch il
pallone andasse a suo capriccio. La macchina invece descritta nel
giornale di Silvio -- un'automobile con le ruote, le ali e il motore --
andava dove voleva chi c'era sopra.

-- Ragioniamo! Per andar dove si vuole  o non  necessario un appoggio?
la terra, ai piedi e alle ruote; l'acqua, alle barche e ai bastimenti?
Ma la terra e l'acqua sostengono i meccanismi di direzione perch esse
si toccano, si sentono, si prendono. Prendete in mano dell'aria se siete
buoni!

A tagliar corto la disputa, Colamosto ricorse agli uccelli.

Quasi che gli uccelli non avessero l'anima fatta apposta per volare e
non l'avesse inventata chi ne sapeva pi di un giornalista: Domineddio!

Ma il guaio fu che la disputa d'aeronautica si tir dietro la seconda
delle dispute pi grandi e funeste, quando poi Volturno Schiza parl,
rivolto a lui, il contradditore: -- Tu l'altro giorno dicevi: --
prendete in mano dell'aria se siete buoni! -- E oggi io ti dico che
l'aria si pu liquefare, e se si pu farne un liquido, si potr anche
prendere in mano dentro una bottiglia o un bicchiere! L'ho letto io nel
libro di mio figlio, che fa la quinta.

Grappanera si prov a ridere a questa fola come loro ridevan delle sue
verit. -- Ah! ah! l'aria liquida! l'aria in bicchieri, l'aria in
bottiglie! Non era buffa?

Ma anche il ridere gli sconquassava il cuore. Tacque. Riflett. Trov il
modo a dimostrar l'errore di quei creduloni: di nuovo per assurdo, da
perfetto dialettico.

-- Se l'aria, che  un fiato...

-- Un gaz, vuoi dire -- corresse lo Schiza.

-- Se l'aria, che  un gaz, si pu ridurre a liquido, il mio liquore,
che  un liquido, si potr ridurre a gaz. Bene! Me lo paghereste due
soldi, voi, un bicchierino di gaz? E io potrei dire: il mio gaz guarisce
lo stomaco?

Furono convinti dell'errore, per assurdo? Ma che! Meno che mai!

-- Mi fate morire!

E la terza delle pi funeste invenzioni...

Era vecchia, ma disgraziatamente se ne discorse la prima volta pochi
giorni dopo che Grappanera aveva tanto sofferto in causa della guardia
Peralti.

Si discuteva, a proposito di un truce delitto, intorno alla pena di
morte. E Volturno asser -- e gli amici confermarono -- che in America
hanno una curiosa maniera di punir gli assassini e liberarsene.

Raccolgono due o tre fulmini in una scatola, raccostano al condannato,
che senza sospettar di nulla sta a sedere tranquillamente in una
poltrona, toccano una molla, i fulmini sbalzan fuori..., e giustizia 
fatta!

Colamosto disse, tutt'allegro:

-- Presto o tardi questo sistema si user anche qui da noi.

E Silvio:

-- La mannaia e la forca erano un'infamia!

E Pannocchia:

-- Ma cos, con quella cassettina, dev'essere un piacere anche fare il
boia!

Grappanera era rimasto a bocca aperta. Se ci son cose al mondo
infrenabili, inafferrabili, che scappan da tutte le parti, sono le
saette. E coloro credevano si potessero raccogliere e metterle in una
cassettina come le anguille! Quando si arriva a questo punto, a dover
udir questo, non c' neppur pi da augurarsi di campare. Meglio andar in
un altro mondo dove non si stampino fole di tal sorta e non ci sia
nessuno che ci creda!

Grappanera, quand'ebbe chiusa la bocca, prese la sua cesta e si avvi
ansimando ma in silenzio. Quando fu alla Porta Montana si rivolse;
ripet il solito disperato gesto, ma non disse: -- Mi fate morire! -- E
disparve.

Il giorno dopo, all'ora di Sant'Agostino, la campana della parrocchia
avvisava la solita compagnia che egli era passato da questo mondo pieno
di menzogne alla verit eterna.




                               IL VITELLO


                                                            _20 luglio._

Ma s! Per il mese che potr restarci in riposo e quiete il luogo mi
piace. Pura l'aria che cala dai monti e sale dal fiume; bella la vista
dalla mia finestra; fresche le ombre d'intorno: un senso d'antica pace
contiene questa vecchia casa dai muri massicci. E i padroni di casa son
ricchi d'antico stampo, ricchi che lavorano la terra e mostrano
nell'onesta faccia e nei modi franchi una semplicit cordiale. Non ci
siamo mai visti prima d'oggi, e ci siamo riconosciuti subito. I due
vecchi -- il reggitore e la reggitora -- m'han chiesto tante scuse non
so di che, asserendo per altro che qui star benone; n m'han detto
d'aver dubitato che rinunciassi a venir da loro perch ci hanno, in
casa, una parente malata. La casa  cos grande! E io non debbo darmene
pensiero; non debbo nemmen sapere in che camera giaccia quella poverina:
debbo godermi senza fastidi la bella campagna, e nessuno mi disturber.
Sono libero! solo!

A Francesco, il padron giovine, che  lui di fatto il reggitore della
famiglia o il direttore dell'azienda,  bastato avvertirmi che sar
sempre pronto a' miei comandi; e lo zio e il garzone, pi timidi, e gli
operai mi fanno scappellate da lungi, e zitti. Quanto a Reno, il
compagno che avr sempre fido, mi dice tante cose, ma senza parlare. 
un grosso cane dagli occhi malinconici, dal muso lungo e dal cranio
appuntito: intelligente, e anche con lui ci siamo riconosciuti subito.
S'avventa furioso agl'intrusi; me, mi ha accolto scodinzolando, quasi
sapesse che sarei arrivato, e mi promette un affetto immenso in ricambio
di qualche tozzo di pane. Degli altri animali, non ho da temere nessun
disturbo. La cascina con la stalla piena di buoi  discosta; la
cavallina pascola queta nel prato; la scrofa e il degno figliuolo si
imbrattano lontano... Ho visto, tra le galline, i galletti, i tacchini e
le anitre, un'oca; ma che ha a fare un'oca con un letterato che usa
penne d'acciaio?

Dunque pace e libert; ozio e beatitudine!

... Quale sar la camera dell'inferma?

                                                            _22 luglio._

Ieri, mentre desinavo al rezzo,  capitato il medico condotto. Saluti;
pochi complimenti. Gli ho chiesto: --  grave? -- Non ha potuto negare
che  uno di quei casi in cui la scienza si rimette ai decreti della
natura; per ha soggiunto: --  robusta, e tirer innanzi un pezzo. --
Come a dire: -- Stia pur tranquillo; stia allegro. Morir quando lei non
sar pi qui. -- Benissimo! -- Buona sera, dottore!

... La sera, quando sono andato di sopra, ho guardato all'uscio in fondo
alla loggia.  sempre chiuso: deve essere l.

                                                            _24 luglio._

Io sto bene. La mattina mi alzo col sole e la frescura mi ravviva il
sangue per tutta la giornata. A un'ora di sole, come dicon qui, una
carrozzella viene a prendermi e mi guida lungo il fiume, per una strada
deliziosa, allo Stabilimento. E faccio un bagno grato quanto un
lavacro spirituale. Al ritorno, la colazione, bevendo acqua eccellente e
vino idem, mi persuade meglio di un volume di Tolstoi che la felicit
sta in noi. Posso abbandonarmi, io, anche a una dormitina di alcune ore.

E segue, nel pomeriggio, la lettura dei giornali. Politica, scandali,
delitti, informazioni sfuggon di sotto agli occhi senza lasciar tracce
nella memoria. N si dica che l'ozio annoia. Un filosofico bench muto
colloquio con Reno, quando non mi sonnecchia a lato; una capatina nel
frutteto dove anneriscono certe prugne e s'indorano certi fichi da
Paradiso Terrestre; un'occhiata ai lavori dei campi; un po' d'attesa a
chi passi per la via --, e giunge l'ora di desinare. La sera, vengono a
trovarmi conoscenti vecchi e nuovi, e si chiacchiera, si fuma, si beve,
si gusta la bellezza del firmamento, e si ride. C' uno il quale ride
con tale impeto che deve udirsi anche nella camera pi recondita della
casa...

Lo so! lo so! La Morte, nel suo transito fatale e perenne, guarda a
questa casa di buona gente.

-- _Tutto mio, tutto mio_ -- canta da presso la civetta.

Ma: -- Non ci badi -- mi dice il reggitore. --  il suo verso.

                                                            _25 luglio_.

Effetto d'assuefazione: il ricordo dell'inferma, ridestato in me dal
quotidiano apparir del medico, non mi dava pi che una tenuissima noia.
Non c' beatitudine perfetta; e Reno, per esempio, non manca di pulci.

Se non che la paesana che mi serve da cuoca ha vinto finalmente la
soggezione, ha sciolta la lingua e mi ha avvelenata la colazione,
stamattina.

-- Sa? -- mi ha detto. -- L'ho vista...

-- Chi?

-- L'ammalata.

-- Ebbene?

-- Vedesse com' ridotta! Era una bella donnona, ma adesso... Patisce
pene d'inferno. Eppoi, ha una paura...

-- Paura di che?

-- Teme dar disturbo a lei. Quando si lamenta, per il male, si sforza
perch lei non senta...

Per poco io non ho gettato a Reno tutta la bistecca. E la cuoca ha
seguitato:

-- Esser ridotta cos, agli ultimi anni, che avrebbe potuto passarli
bene! Perch ha dei quattrinetti. Staremo a vedere a chi toccheranno.

Intanto io pensavo...

E l'altra puntando l'indice al naso e facendomi la confidenza a voce
sommessa (non  una chiacchierona):

-- Gli eredi, vedr, saranno questi parenti qui, sebbene ne abbia degli
altri, pi stretti. Ma di chi la colpa? Ha una nipote, figlia di sua
sorella, che  in bisogno. La nipote, appena lei cominci a patire, se
la prese in casa per curarla meglio, diceva. Invece un bel giorno le
ragazze, le figliole, aprirono cassa e armadio e se ne spartirono i
panni, come fosse gi morta. Son cose da fare? Un po' di prudenza ci
vuole, di pazienza! E l'ammalata se ne addiede; mand a chiamare il
reggitore, questo qui, e si fece portar via. Allora la nipote mise di
mezzo un frate...

Io pensavo...

--... un frate che la consigliasse a far testamento e a lasciar tutto a
lei. Il testamento l'ha fatto, ma -- l'ho saputo da un testimonio --
alla nipote gli toccheranno solo cento scudi.

Io pensavo: Se ammalato fossi io, in questa casa, e quella poverina
fosse sana, non verrebbe forse a salutarmi qualche volta? a farmi
coraggio?.

-- Le avete fatto coraggio? -- ho chiesto alla cuoca.

-- S. Le ho detto: -- quel signore che  qui vi vuol presto nel prato a
conversare con lui.

-- E lei?

-- Ha voltato la testa, ha ficcato la faccia contro il cuscino, per
pianger piano...

                                                            _27 luglio._

Dimani la voglio fare, la mia visita di piet. La voglio fare! La debbo
fare! A ogni costo.

                                                            _28 luglio._

Oggi  domenica, e l'inferma ha avuto altre visite e parole di
consolazione; attimi, forse, di speranza. Tra gli altri che son venuti a
trovarla c' stata la nipote vedova, quella avida dell'eredit, e a
vederla si direbbe una buona donna; ma che non fa il bisogno? Essa, che
 sorda e sorride come i sordi, ha rotta la consegna di non avvicinarmi;
 venuta a chiedermi se sto bene, per susurrarmi che l'ammalata sta
male. -- Male! male! Non camper una settimana. Il dottore non capisce
niente.

                                                            _31 luglio._

Anzi il dottore ha capito subito la mia intenzione. Alla dimanda: -- 
molto peggiorata? --, s' prima stretto nelle spalle, significandomi che
talvolta la natura non s'appaga di vincer la scienza ma vuol anche
corbellarla; poi ha detto: --  meglio che lei non la veda.

Consiglio disinteressato! La vista dolorosa potrebbe, infatti, guastarmi
il sangue. Ma io, risolutamente, ho imposto a me stesso un _aut-aut_:
domani o vederla o partire!

                                                             _1 agosto._

E stamane la cuoca mi ha chiesto:

-- Ha sentito? questa notte?

Anche le notti scorse, svegliandomi di soprassalto, ho teso l'orecchio,
se mi giungesse qualche gemito, e non ho mai udito nulla.

-- C' stato il prete tutta notte.

Il prete? ad assisterla? Avr dunque perduta la coscienza. La mia visita
sarebbe ormai inutile...

Che sollievo!

Ma per tutto il giorno ho dubitato. --  morta? -- La reggitora e il
figliuolo mi sfuggivano; il vecchio m'ha parlato del tempo, e che non
piove, e che mancher presto il mangime alle bestie... Sempre disgrazie!
Per nella faccia onesta leggevo una maggior pena: quella di non aver
saputo e di non sapermi preparare all'evento. Egli e i suoi si sentono
in colpa verso di me. Turbare la mia quiete cos!

A sera ho scorso la vecchia salir frettolosa le scale con un bicchierino
di vin santo...

                                                             _2 agosto._

_Tutto mio! tutto mio!_  morta.

                                                             _3 agosto._

Sono casi, ma strani e perci notevoli. Ieri sera Reno -- non ci fu
verso -- ha voluto salir con me, s' accucciato presso il mio letto e
v' rimasto tutta notte. Abbiamo dormito poco e male.

Oggi ho chiamato Francesco, il giovine, e gli ho detto sottovoce:

-- Non vi date pensiero. Quando la porterete via, andr per il campo.

Egli mi ha sorriso e, al tempo stesso, ha lasciato scorrere per le
guancie abbronzate due lagrimoni.

Ha detto:

-- Lei badi a Reno. -- Poi, come a un amico:

-- Alla disgrazia ci eravamo preparati; ma adesso cominceranno i guai,
per quel po' di roba...

                                  ***

Via! Il diavolo non  mai brutto come si dipinge, ossia la Provvidenza
non manca mai. Non dico per me: io ho mantenuto la parola, n mi sono
afflitto troppo, per non dar dispiacere ai miei ospiti. Dal campo,
lontano, ho sogguardato al trasparir delle fiammelle, tra gli alberi; e
tenevo in chiacchiere Reno perch non uggiolasse.

E dopo, anzi, mi sono quasi divertito.

Persiste in questi luoghi l'uso della cena funebre, a cui s'invita la
parentela e che, con una bella scorpacciata, accorda in piena cordialit
le necrologie. Per qui minacciava la questione del testamento, noto per
l'indiscrezione dei testimoni. Anche coloro che nulla ne speravano
temevano da un momento all'altro il conflitto fra la nipote vedova e
sorda, o i suoi figliuoli, e i presunti eredi.

Dalli e dalli, chi con dire: -- La poverina ha finito di soffrire -- o:
-- Ha fatto il suo purgatorio in terra --; e chi con aggiungere: --
Adesso sta meglio di noi -- o: --  in Paradiso di sicuro -- la sorda ha
udito e non ha potuto contenersi.

-- In Paradiso ci sar andata se avr fatto le cose giuste.

Le ha risposto Francesco, il giovinotto:

-- Non sta a noi giudicare.

Ma ha ribattuto un figlio della vedova:

-- Sta a chi ha nelle vene pi sangue della sua gente, di lei. Gli eredi
dobbiamo esser noialtri! Siamo noi i parenti pi stretti!

E il reggitore, il vecchio:

-- La roba si lascia a quelli che la meritano, a quelli che ci voglion
pi bene!

-- Bravo! -- ha esclamato un Tizio rompendo la neutralit.

-- No! -- ha esclamato un altro, il quale deve trovarsi in cattive
acque: -- Si aiuta chi ha bisogno! Se no, il diavolo ride!

Cos il conflitto  presto diventato una mischia di voci virili e
femminili. Gi sormontava qualche bestemmia romagnola. Il sangue
romagnolo ribolle per poco; e qui non si trattava di poco, ma di pi che
diecimila lire: nella Cassa! -- Si sa! -- Lo sappiamo! Dov' il
libretto?

-- Il libretto -- ha gridato Francesco -- l'ho io in consegna e lo dar
a chi di ragione!

Intanto anche Reno ringhiava. Il baccano degli uomini e delle donne
offendeva il suo senso bestiale.

                                  ***

-- Oh! reggitore! Francesco! correte!

E la voce del garzone ha soggiunto, anche pi forte:

-- Portate del sale! Correte!

Che cosa  successo? Che cosa succede?

Accorrono con la lanterna, col lume; anch'io accorro, tra gli altri,
uomini e donne, nella stalla. Quivi le voci irose si mutano in
esclamazioni di meraviglia o d'invidia... Una vacca ha partorito, zitta
e quieta, un bel vitello! Com' grande! Vedo il vecchio cosparger di
sale il neonato e la madre lambirlo, leccarlo, tutto molle, con materna
tenerezza.

-- Chi va e chi viene -- osserva il vecchio sorridendo e rialzandosi.

E le parole del saggio inspirano d'improvviso il padrone giovine.
Francesco, in mezzo agli astanti, chiama la vedova. Dice:

-- Sentite, Rosina. Non sta a noi giudicare la volont di quella che se
n' andata. Avr fatto le cose secondo la sua coscienza. Ma per amore di
quella che se n' andata, voi l'accetterete da noi, quando sar da
vendere, questo che  venuto proprio adesso, come mandato da Dio a
metter pace tra di noi?

La sorda resta un po' estatica, con gli occhi fissi, quasi dubiti di
aver male udito; poi si getta singhiozzando nelle braccia di Francesco.

Un brivido fugge per i rudi nervi degli astanti; a qualcuno s'arrossan
gli occhi. Si mormora: _bravo! bene!_ Parecchi si abbracciano.

                                  ***

... E andiamo a letto contenti tutti. Io ho in cuore una tenerezza...; e
mi par di vedere la puerpera leccare e tener caldo col fiato il suo
figliuolo.




                                 ZVANN


Lo rivedo ancora bene -- Svann -- nella penombra della memoria: alto,
massiccio, imponente quale un gigante a me bambino, e strano per gli
occhi chiari cilestri in contrasto con il viso bruno e i baffi e i
capelli neri. E ne ho precise in mente le parole, perspicue le
attitudini di quando la mia anima e la sua ebbero dalla sorte una
vicendevole tragica apprensione. Ma poco o nulla io ricordo dei suoi
modi con gli altri; non so se agli altri apparisse temibile come a me,
eppur buono; se con gli altri ridesse come con me quasi cedendo a una
giocondit improvvisa; se la dolcezza del suo sguardo fosse turbata
spesso, non fosse pi di un fuggevole consenso alla debolezza e alla
letizia delle piccole creature.

Era, nella famiglia patriarcale, il secondo o terzogenito. Dei cinque
fratelli solo il pi attempato aveva donna, con parecchi figliuoli
giovani gi fatti, allorch s'ammogli il quintogenito, di cui non
rammento neppure il nome. Pi che il nome -- Adalgisa -- rammento invece
della novella sposa: il sorriso che pareva splendere da tutta la sua
persona; un'imagine di luce nella oscura casa campestre, tra la
reggitora vecchia cadente, la cognata oppressa dalle faccende
famigliari, gli uomini rozzi. E nel campo, tra il verde...: cos: la
scorgo, la Gisa, venir dal rio per la costa recando sul capo il cesto
della biancheria lavata e tenendolo con le braccia nude; la gonna rossa
sostenuta da un lato, alla cintola, per aver libero il passo, e una
gamba fin quasi a mezzo scoperta; i capelli biondi scomposti, e il sole
che pareva tutto per lei.

Quanto tempo era trascorso dal d delle sue nozze a quello che lei
s'impresse cos vivamente nella mia memoria puerile?

Forse non pi di un anno.

                                  ***

Quel giorno avevo ottenuto il permesso d'andar con la Gisa al rio.
Lavando, cantava ad alta voce; ma nessuno udendola avrebbe dubitato
cantasse a voce tant'alta per essere udita lontano -- era lieta, era
bella --; n a me bastava l'et della discrezione, a cui ero appena
giunto, per concepire tal dubbio allorch, con un rumore di frondi
rimosse a un impeto, vidi arrivar Tito: Tito del Mulinetto, che veniva
qualche volta alla villa a giuocare alle bocce coi contadini.

Egli si adagi su la riva mentre la donna sciacquava, in ginocchio su la
pietra, e io, al solito, lavoravo a scavar nella sabbia.

Discorrevano, ridevano. E mi stancavano. Mi spiacevano.

Forse antipatia di quel giovine ben diverso da Zvann, che se mi aveva
seco e non aveva altro da fare consentiva ai miei capricci? Per colui
invece era come io non esistessi. O me lo rendeva antipatico un arcano
presentimento?

Stanco, dissi alla donna:

-- Vado a casa.

Lei non voleva. Mi aveva in consegna, e dovevo restare. Minacci, preg.

Otto o nove mesi dopo, costretto a ripensare e a rievocare quanto mi
avvenne quel giorno (e ritenni in mente e in cuore per sempre) sentivo
un accento quasi di pianto nella sua preghiera di restar con lei, quasi
temesse, dal mio allontanarmi, un pericolo. Ma Tito non mi f parola.

-- Sono stanco di star qui -- ripetei.

E scappai.

Oh non per correre a casa, come la donna credette! A mezza costa c'era
la pozza del vincheto; e mi venne voglia di un vincastro dalla rossa
scorza. Tra i vinchi d'intorno all'acqua componevano un folto le
vitalbe, i pruni, i biodi, le carici, s che a penetrarvi non s'era
visti nemmeno da chi saliva per il sentiero alla volta della casa.

Entrai nel folto; girai alla parte opposta, dove m'invitava con belle
aste un vinco vecchio ma basso; mi arrampicai su quello. Raggiunto che
ebbi l'inforcatura del tronco, vi fermai i piedi e prima di staccare il
virgulto ambito mi volsi a guardare di l, arditamente pago della mia
prodezza. Vedevo l gi, tra i pioppi, il rio; e la Gisa con l'uomo.

Essa, in piedi ora, porgeva a Tito, disceso a lei, i pannolini; e li
torcevano tenendoli l'una a una estremit e l'altro all'altra. Poi egli
li gettava indietro, su l'erba.

Infine, salirono alla riva.

Ed egli accost il viso al bel viso.

E poco dopo, mentre stavo appiattato e seduto a sfogliare il virgulto,
scorsi tra il folto la donna che avanzava sola per il sentiero declive.
Aveva sul capo il cesto della biancheria lavata e lo reggeva con le
braccia nude: la gonna sollevata a un fianco, una gamba scoperta sin
quasi a mezza gamba; i capelli scomposti.

E il sole pareva tutto per lei.

Rimasi alla pozza perch, mentre percuotevo l'acqua con l'asta a
sollevar spruzzi sfavillanti, ci avevo fatta una scoperta: di certi
pesciolini mai visti, a due zampe che parevano terminare in manine; col
capo tozzo, gli occhietti spalancati, con tutto il corpo tutto coda,
grosso e corto; la pelle scura, a macchie pi scure. Brutti. Oh
prenderne almeno uno!...

Quand'ecco un rumore, una voce grossa.

-- Cosa fate qui?

Sobbalzai, mi volsi. Cedetti a Zvann, che mi afferr un braccio e mi
scost dall'acqua.

-- A rischio d'annegarvi! Allora s, i vostri! -- sgridava.

Per scusarmi gli dissi:

-- Voglio uno di quei pesciolini.

E lui, severo:

-- Pesciolini? Ranocchini, sono; ranocchi non ancora fatti. Andiamo!

Tagli i vimini per cui era venuto; si sospese dietro, alla stringa, il
pennato; mi prese, con la mano libera, la mano, e ripet:

-- Andiamo!

E soggiunse, mentre andavamo: -- Lo dir a vostra madre il rischio che
avete corso: di annegarvi nella pozza!

Cominciavo a persuadermi di aver commesso una marachella pi grave delle
solite; e se di mia madre temevo pi il dolore che i rimproveri, di mio
padre temevo il rimprovero pi di qualsiasi castigo. Bisognava che
Zvann non dicesse nulla alla mamma; bisognava che egli dimenticasse il
mio fallo prima di giungere a casa. Ebbi, nell'ingenua scaltrezza di un
fanciullo settenne, l'idea di distrarlo dal pensiero di me con ci che
vagamente sospettavo dovesse stupirlo; e gli dissi: -- Sai? Ho visto che
Tito del Mulinello ha dato un bacio alla Gisa.

Egli si ferm, di colpo; mi guard negli occhi per sorprendervi la
verit. Un istante. Sentii, nell'istante, la sua anima apprendersi alla
mia; e n'ebbi tal pena che, non interrogato, confermai in fretta.

-- S s:  vero!

Allora lui rise. Disse, come a darmi subito ragione del suo stupore
enorme:

-- Oh dunque non lo sapete, voi, che Tito  fratello della Gisa?

E riprendemmo la via.

-- Povero Tito! -- aggiunse Zvann dopo un tratto --. Deve tornar
soldato, fra poco. Non verr pi a giuocare alle bocce con noi.

Eravamo al sommo della costa; oramai a casa. E io dubitavo ancora;
temevo che Zvann mi conducesse dalla mamma. Ma un'altra idea mi
soccorse.

-- E le boccine di terra creta quando me le fai? Fammele, Zvann!

Tacque. Poi rispose:

-- Adesso adesso... Io lego i fasci di sterpaglia. Voi intanto
ammolirete la terra creta, e dopo faremo la fornacetta da cuocer le
palline.

Cos io ottenni ch'egli dimenticasse d'accusarmi, ed egli dov sperare
che non parlerei a nessuno di Tito e della Gisa, e di quel che avevo
visto.

                                  ***

Otto o nove mesi dopo, a Bologna, al pomeriggio di un giorno invernale,
una scampanellata mi fece correre prima della domestica ad aprir
l'uscio.

Zvann!

Non mi sorrise; non mi salut; mi guard. Un istante.

Ed ebbi di nuovo quell'impressione di pena, indefinibile, per me, se non
dicendo che l'anima sua si apprese, nell'istante, alla mia. Questa volta
per non era stupore in lui: angoscia. Ed era Zvann ed era un altro.

-- Cosa m'hai portato? -- gli chiesi timidamente.

Non rispose. Mi chiese:

-- Dov' vostro padre?

La domestica lo condusse nello studio.

Indi a poco, da uno spiraglio, scorsi che mio padre usciva con il
contadino. E giacch Zvann non era pi lui, io intuii una sventura.

Infatti quando mio padre torn... -- Ascoltavo palpitante dietro l'uscio
quel che diceva con la mamma --... Zvann aveva ammazzato con un colpo
della vanga dal lato del taglio, in litigio, per una cinquantina di
franchi che gli doveva -- perduti nel giuoco da Tito -- Tito del
Mulinetto!

Per una cinquantina di franchi che Tito aveva perduti al giuoco?

-- No no! -- fui per gridare in uno scoppio di pianto, e precipitarmi di
l, dai miei, e dire: -- Io lo so il vero perch Zvann ha ammazzato
Tito!

Ero certo. Il lampo della verit aveva illuminata la mia mente non pi
ingenua, come otto e nove mesi prima. Entrai in cucina. Dissi alla
donna:

-- Zvnon ha ammazzato Tito, con la vanga!

La vecchia domestica allib. Non poteva credere. Conosceva da tanti anni
quella famiglia: galantuomini: gente di fede: cristiani. Impossibile!

-- Per una cinquantina di lire. Tito non gliele voleva dare... -- E
chiesi:

-- Tito non  il fratello della Gisa?

-- Ma che! -- fece la donna. Soggiunse: -- Povera Gisa! Avere per
cognato un assassino!

La vecchia non sospettava d'altro. Ma io sapevo perch Zvann aveva
ammazzato Tito: Zvann che mio padre aveva accompagnato a costituirsi.
Ne ero certo. Quelle occhiate...

                                  ***

Ed io tacqui il mio segreto. Non ero forse complice del delitto?

Questa paura mi occup tremenda. Pensavo: se io non mi fossi fermato
alla pozza dove c'erano i ranocchini non ancora fatti, e non avessi
voluto prenderne uno, e per prenderlo non avessi corso il rischio
d'annegare, Zvann non mi avrebbe minacciato d'un castigo e io non avrei
detto nulla a Zvann.

Zvann, no, non avrebbe ammazzato Tito! Certissimo. Quelle occhiate...
Di chi dunque la prima colpa?

Se io svelassi il mio segreto non metterebbero in prigione anche me: me
che avevo la mia mamma sempre malata, e non potevo darle tanto dolore, e
non potevo abbandonarla senza che io morissi? No, non dovevo dirglielo
il mio segreto, dirle la paura che mi occupava tremenda, senza che lei
patisse della mia stessa paura. In prigione il suo figliuolo, compagno
di un assassino!

Con tutti dovevo tacere. Con tutti!

Ma quel segreto era troppo pi grande di me.

A scuola, chinavo improvvisamente il capo sul banco e piangevo.

-- Perch piangi? -- mi domandavano i compagni, il maestro.

Rispondevo:

-- Non lo so.

E mi canzonavano perch piangevo senza sapere il perch.

                                  ***

Al processo Zvann ripet quel che aveva detto a mio padre il d che era
venuto per consiglio, e quel che aveva detto al procuratore del Re e a
tutti.

In litigio, acciecato dall'ira, aveva colpito, senza intenzione di
uccidere. Voleva essere pagato del debito; dei cinquanta franchi vinti
al giuoco.

Alla dimanda se fra lui e Tito del Mulinetto fossero stati precedenti
rancori o ci fossero altre cause di rancore, rispose: -- No.

I testimoni confermarono che erano amici.

Nessun sospetto, in nessuno, della tresca fra Tito e la Gisa. E Zvann
parve ricevere impassibile la condanna.

Mio padre, riferendo in casa del processo, conchiudeva:

-- Si direbbe quasi che ha voluto essere condannato lui, a trent'anni.

E io capii. Zvann aveva voluto salvare l'onore della sua famiglia;
l'aveva salvato.

Ma aveva salvato anche me -- pensavo; e la gratitudine che sentivo per
lui era cos grande da rendermi gradevole, ora, il segreto pi grande di
me. Avrei sfidato la morte piuttosto che rivelarlo. Povero Zvann! Mi
era ben manifesto ora il significato di quelle sue occhiate che mi
prendevan l'anima! Che colpa avrei commessa, per lui; che tradimento
d'amico; che infamia se avessi detto a qualcuno, pur a mia madre: --
Vidi che Tito baciava la Gisa!

E con che cuore ascoltavo le notizie che a intervalli -- a lunghi
intervalli -- ci davano i parenti del prigioniero! Ci mandava a
salutare.

Poi ci mand dei regalucci: d'opera sua. Una volta fu un vasetto in
forma d'anfora; un'altra volta un cestello; un'altra volta una scatola
col coperchio.

L'opera era abbellita da rilievi, fregi, piccole frutta, fiori a tinta
color mattone; e tutto composto di polvere di mattone e di pane
ammollito ed essiccato, che stecchi contenevano saldo.

E avvenne che guardando entro la scatola ci leggemmo scritto nel fondo,
a tinta pi rossa (sangue?): -- _per Dolfo._ -- Allora guardammo nel
fondo esterno del cestello e dell'anfora, e ci vedemmo le stesse rosse
parole: -- _per Dolfo._

                                  ***

Scontati soli cinque anni di pena Zvann moriva, a Portolongone.

Io ero sui dodici anni. Non temevo pi. E rivelai finalmente perch
Zvann fu omicida. Allora si comprese chiaramente come, non giuocatore,
egli avesse attirato l'altro, che era scarso a quattrini, a giuocar di
molto: per conseguire un pretesto da finir la tresca in un litigio.

E a me dissero:

-- Facesti male a tacere. Parlando avresti mitigata la pena di quel
disgraziato; non sarebbe forse morto in carcere.

Ma anche adesso non so persuadermi che feci male. Zvann al disonore
della sua famiglia prefer Portolongone.

E col pane del suo nutrimento componeva le cose che rammentassero a chi
lo aveva aiutato a salvar l'onore dei suoi, la sua gratitudine,
l'affetto imperituro, l'anima sua. _Per Dolfo._




                            LA CASTA SUSANNA


L'orrida bellezza dei calanchi! Dalla parte ove il monte dirupa nella
Landa sino al limpido rio quella rovina par l'opera d'una gran fantasia
turbolenta e ansiosa che la morte abbia interrotta, improvvisamente
freddata quasi a castigo d'orgoglio; e l'anima che ammanta di verde i
dorsi al di sopra e riempie la valle di colori e di voci l sembra
tenuta in un lungo stupore, sembra attonita e stanca in un sogno che fu
e non  pi pauroso.

Diroccate muraglie, quali tramezzi disposti con regola e sostenuti da
irti sproni, protendono guglie e cuspidi, estendono creste, si aprono a
tagli, a frastagli, a crepe, a solchi, a strappi, a lacerazioni, a
incavi tra cui le ombre e le luci mutano lente; e i tronchi vertici, e
le sottili lame dentate, e i corrosi ricami -- quando un soffio di vento
si direbbe bastasse ad abbatterli, confonderli, disperderli -- rimangono
in vista, fuori degli sconvolgimenti massicci e su le profondit opache,
come fortunati avanzi di un infantile capriccio o di una sublime
audacia. Il sole accende la sabbia gialla che ricopre le balze argillose
ma non un filo di erba erompe dalla inerte materia.  una squallida
uguale tristezza. Eppure cos bella!

                                  ***

I calanchi -- a cercarvi conchiglie fossili -- furon la mta dei primi
giuochi per me e Adriana: compagni d'infanzia.

E forse quell'asprezza del luogo nativo ci aveva come d'istinto allevati
a una fiera puerizia, che contrastava all'educazione familiare.

Ma con l'aumentar dell'et preferimmo scendere per i campi nella Landa e
l raccoglier fiori con lo spettacolo della montagna di fronte, cos
vario di tinte e di luci nel seguir delle ore. Giorni beati dell'anima
ancor candida! giorni felici delle prime ingenue e pure tentazioni
d'amore!

S'intende per che, con tutto il bene che ci volevamo, Adriana ed io ci
accapigliavamo spesso; a volte pi che lo sfogo di una bizza improvvisa
era quasi una prova di ribellione. Avevamo l'arcana coscienza di esser
legati dall'affetto per sempre, e ci bisognava anche la coscienza di
poter divincolarci.

A volte diveniva fin necessario l'intervento di qualche amico per
rimetterci in pace: a fatica sembravamo far grazia l'uno all'altra; e ne
avevamo tanta voglia di sorriderci e di correr via insieme, incontro
alla gioia, incontro a un non dubbioso avvenire!

                                  ***

I nostri prediletti amici erano due uomini attempati: Isidoro Lamandini,
il vignarolo; e Paolo Querz, il falegname, che aveva la bottega su la
strada maestra.

Il primo, di solito in giacca alla cacciatora e lo schioppo a tracolla,
c'incuteva un rispetto affettuoso perch, forte e temuto, a noi si
dimostrava servizievole e carezzevole. Possedeva un'arte meravigliosa.
Balzava vestito nei borroni della Landa e, intorpidata l'acqua,
acchiappava i pesci con la disinvoltura d'uno che cogliesse cose inerti,
e ce li gettava splendidi e boccheggianti su l'erba.

Il secondo -- Paolone -- sapeva tagliar il vetro difilato col diamante,
e preparar vernici di ogni colore, e raccontarci lunghe storie che
s'inventava lui spacciandole come vere. Quando non aveva voglia di fole,
cantava, a squarciagola, del brigante Mastrilli e di Erminia fra
l'ombrose piante. Ma il divertimento pi grande quei due ce lo davano a
contendere per scherzo fra loro. Se ne dicevan di cotte e di crude; se
ne facevan di tutte le sorta. Non di rado Paolone restava senza pialla e
Isidoro senza schioppo, e spendevan ore e ore a cercar quella o questo
minacciandosi di legnate e finendo all'osteria a bere un litro.

                                  ***

A sedici anni Adriana era una ragazza come ce ne sono tante, se
cresciute fuor del mondo. Timida che arrossiva per nulla, si vergognava
della sua timidezza e per rifarsi s'avventava a dispetti e a
impertinenze. Vanitosa fino al capriccio, sdegnava le lodi alla sua
bellezza quasi fossero canzonature. Buona, godeva a parer cattiva. E se
la dicevano innamorata, protestava offesa. S'intratteneva pi volontieri
con me che con le amiche perch io le piacevo di pi: che c'era di
strano?

D'inverno quando, gi a Castello, lei passava i giorni tediosi in casa e
in chiesa, e io in citt sospiravo le vacanze per rivederla, mi scriveva
lunghe lettere in presenza della madre e gliele leggeva: notizie; motti;
confidenze; insolenze, magari: parole d'amore nessuna. E guai se mancavo
alla consegna di far lo stesso!

Come ebbe da riferirmi la disgrazia capitata all'amico Lamandini
cominci la lettera cos:

Ho da raccontarti una storia da ridere....

Isidoro e Paolone l'ultima notte di carnevale si eran presa una sbornia
solenne. Rincasando sopra la neve, l'uno aveva piegato a destra, l'altro
a sinistra con la pretensione d'indirizzarsi l'un l'altro per la via
buona. E Isidoro era precipitato nella pozza piena d'acqua gelata,
presso la chiesa.

Ma Paolone, che non stava diritto e non aveva forza di trarlo fuori,
chiamava aiuto invano. Nessuno gli credeva; gli davan dell'ubbriaco;
dubitavano d'una burla.

E la lettera finiva:

Isidoro s' ammalato, e forse morir. Non ci mancava che questo per
farmi piangere!.

                                  ***

Quell'anno gli esami di licenza liceale ritardarono il mio ritorno in
campagna. Il giorno che finalmente vi giunsi non trovai Adriana in casa.
-- Sar nella Landa a cucire -- mi disse la madre.

Era l, infatti, all'ombra delle querce e dei pioppi, ove il rio pi
affondava tra le sponde folte di acacie e di vinchi. Ma non riuscii a
sorprenderla con un grido: -- Adriana!

Mi prevenne, incontro. Era pallida.

-- Gli esami? -- chiese.

-- Bene!

Allora si sfog in rimproveri. Tenerla in pena! Non telegrafarle!
Esagerava l'inquietudine per dissimulare il suo desiderio -- e frenar il
mio -- di consolarci pi che con una stretta di mano dopo cos lunga
assenza.

-- Mi vuoi ancora bene, mi ami! esclamai.

Conferm con la luce degli occhi e del sorriso.

E dimand:

-- Perch dici ancora?

-- Perch sei diventata pi bella!

Scosse le spalle mormorando: -- Lo dicon tutti. Ma -- aggiunse seria --
 ora di metter giudizio!

E a dar insieme prova di giudizio m'impose di raccoglierle fiori e
mentastro, come quando eravamo bambini.

Intanto lei cuciva e discorreva.

-- Che paradiso, qui! Ci starei da mattina a sera!

Indi, col tono di chi dice la cosa pi semplice, pi naturale, pi
innocente del mondo:

-- Che brividi di delizia in quest'acqua cos fresca, all'ombra! Ci fo
il bagno ogni giorno.

Io ebbi un senso di disgusto, quasi di panico. E dissi:

-- Se qualcuno ti vede?

-- A mezzod, quando tutti sono a desinare? Chi temi che ci venga
quaggi?

Fui per gridarle: -- Non voglio! --; se non che sapevo che per piegarla
al mio volere non era quello il modo. E tacqui. Un silenzio -- speravo
-- ammonitore.

Tacere quando avevamo tante cose da dirci!

-- Ah! -- esclam lei d'improvviso. -- Mi dimenticavo di darti una
brutta nuova. Paolone sta male.  a letto da tre giorni con una
polmonite.

E Lamandini?

Indovin la mia dimanda.

-- Isidoro se ne andr alla caduta delle foglie. Tisi senile.

                                  ***

Il giorno dopo andammo a trovar Paolo Querz. Era infuocato dalla febbre
e di tratto in tratto delirava. Ma a udir le nostre voci volle
sollevarsi; e ci sorrise dicendo:

-- Ah la giovent! Siete contenti, voi due! E raccogliendo lo sguardo in
me solo:

-- Com' bella Adriana!

Poi socchiusi gli occhi e spento il sorriso, mormor:

-- E io muoio.

In quel punto udimmo tossire, da basso.

Lamandini.

Saliva a stento la breve scala. Quando fu su, dov sedere per ricuperar
il poco di fiato che gli avanzi dei polmoni gli concedevano ancora. Ma
aveva ancora tant'animo!

Si accost al letto dell'amico, a scherzare con tutta la rudezza di un
tempo.

-- Fai proprio viaggio, Paolone?

-- No -- l'amico rispose. -- Aspetto che te ne vada tu, prima.

-- Prima io? Non credo. A ogni modo, hai regolati i tuoi conti, per non
aver noie, di l?

--  presto! -- ribatt l'altro. -- Tu, piuttosto, l'hai avuto il
permesso di transito? il passaporto?

-- Non ne ho bisogno. Non ho ammazzato nessuno.

-- Nemmeno io.

-- Non ho rubato.

-- Nemmeno io. Ma e il resto, Paolone?

-- Niente!

-- Ah niente? Ti par niente aver mancato fin all'ultimo?

-- Mancato?

-- S: con quelle ispezioni... -- e Isidoro strizz l'occhio a Adriana
sorridendo: il sorriso di un cadavere --; le ispezioni tra l'acaciaia,
mentre una bella ragazza faceva il bagno...

-- Anche tu, con me -- conchiuse l'altro, mesto e affannoso.

Adriana, ch'era avvampata all'oltraggio ignorante, divent cos pallida
che temei svenisse.

-- Andiamo! -- affrett.

                                  ***

Appena fummo su la strada si ferm affrontandomi. E con voce sicura, con
sguardo fisso, con anima imperiosa disse:

-- Tutto  finito tra noi due! Lasciami. Io ti lascio!

Impazziva? Tremai a dimandarle che cosa le avevo fatto, io, di male; che
colpa avevo io se coloro l'avevano offesa. Voleva pigliassi a schiaffi
due moribondi?

Oh non questo voleva!

-- Non capisci? -- insist stupita, pi addolorata, pareva, dalla mia
incoscienza. -- C' da spiegarle certe cose? Non capisci la mia
ripugnanza? Non capisci che mi sar intollerabile, per sempre, questo
pensiero? il ricordo di quello che tu hai udito oggi, di me?

Non capivo: non potevo capire il pericolo in cui per colpa non mia
correva il nostro amore. Esperto del mondo e della donna avrei risposto:
s. Concedere per forse ricuperare.

Invece, con gli occhi pieni di lagrime, l'invocavo: -- Adriana! Adriana!
-- La scongiuravo: -- Non farmi soffrire!

-- Non soffro anch'io? -- grid irritata dalla mia debolezza, muovendosi
per avviarsi. E ad ultima difesa io ebbi un sorriso amaro e dissi: -- Un
pudore esagerato! -- Schifiltoso, volevo dire; assurdo a pensarlo!

Lei, senza ribattere, si avvi.

Mi mordevo le labbra per non rompere in pianto. Pensavo e non sapevo che
pensare. Perduta! Tutto sarebbe stato inutile... Perduta!

Tutto inutile?

Ah costringerla a voltarsi, a insolentire, a schiaffeggiarmi! Forse era,
col pentimento di lei, la salvezza, dopo!

Sghignazzai; gridai:

-- La casta Susanna!

Ma Adriana non si volt.

Era finita.

                                  ***

Laggi, nel praticello della Landa, dove lei non sarebbe tornata mai
pi, io piansi. Eppoi inveii come l'avessi presente; la accusai di
crudelt, di demenza, di ogni cattiveria, di perfidia.

Ma a poco a poco, nel mentre stesso che l'accusavo, la difendevo.

Innamorata d'un altro aveva colto quel pretesto per liberarsi di me? No.
Amava me: ne ero certo. Da che cosa dunque attingeva la forza per
vincere e respingere il nostro amore? Perch? Perch? Per una
impressione morbosa? Nulla sapevo io, povero ragazzo ignaro, di
isterismo e di psicopatia femminile; ma no: non poteva essere un male
dei nervi o del sangue la causa di tanto dolore! E nemmeno il
pregiudizio religioso che l'incolpasse dell'aver condotti a peccato
mortale quei due vecchi prossimi a morire. No: doveva esser stato
l'orgoglio! l'orgoglio ferito! Ma quale? Ma perch? Ecco. L'orgoglio,
era stato, che aveva una radice profonda nell'indole della donna, nel
sesso: l'orgoglio della verginit che si sentiva contaminata; l'orgoglio
come della sanit che avesse patito il contatto della brutalit in
dissoluzione, della corruzione, della morte; l'orgoglio di un amore
puro, alto, nobile che era stato macchiato, abbassato, avvilito da
sguardi, pensieri osceni, da schifose voglie; l'orgoglio di un'anima
profanata che si comprendeva diminuita dinanzi al suo stesso amore.

Pi tardi per, agli anni dell'esperienza, quando ci pare d'avere
conosciute bene le donne, mi chiesi pi d'una volta: Adriana avrebbe
tanto sofferto di quella profanazione se invece che vista dai due
vecchi, di cui l'uno era preso alle spalle dalla morte e l'altro le
andava incontro, fosse stata vista dai miei occhi innamorati e avidi
d'amore sano e forte?

Ma anche adesso non so che cosa rispondermi.




                              BUONA GENTE



                                   I.


La fattoria vecchia, grande come un castello, con davanti l'ampio prato
e lo steccato in mezzo per i puledri, e il muricciuolo di cinta
investito dai capperi (il profumo di questi fiori, cos tenui, al
luglio!); la montagnola della conserva che le acacie difendevano dal
caldo; l'orto con la vasca (belle, ora, anche le salamandre!); eppoi i
campi di grano e di canapa, tra gli olmi, belli...

La stretta per cui si svegliava con un nodo alla gola non gli veniva da
un'improvvisa imaginazione brutta o triste nella serenit del sogno; gli
veniva da quel sereno fondo senza fine, da quel sole abbagliante, fermo.
Nel destarsi, se vi era luce, stentava a riconoscere lo stambugio ove lo
ricoverava la lavandaia; e gli pareva che il cuore gli si allargasse a
vedere il cane dormente l a lato della branda.

Non gli restava pi che il cane. E il suo passato era nel sonno e nei
sogni. Ma quanto soffriva!

Invano pregava Dio ogni sera che lo liberasse da questa pena. Non
bastava che espiasse, nella miseria, e tenesse l'espiazione quasi
elemento della sua ultima vita; no, non bastava: l'afflizione pi grande
doveva patirla dormendo. E il contrasto fra la sua sorte e la sorte di
tutti gli altri, che al soffrire trovavano riposo al dormire, gli
imprimeva in faccia quel triste sorriso mesto, come d'ironia mitigata da
un doloroso pudore.

Ma diventava una contrazione spasmodica, quel sorriso, se qualche antico
conoscente incontrandolo lo salutava e gli porgeva la mano.

-- Stringermi la mano? -- egli chiedeva mentre porgeva timidamente la
sua.

E con fatica, quasi gli mancasse il respiro, rispondeva alle dimande
spietate per essere pietose. Le figliuole? Una era suora, a Lugo;
l'altra, moglie di un avvocato, stava a Firenze.

-- Perch non andate con lei?

Rispondeva:

-- Capirete...

Gi: capirete che un avvocato che si stima non pu mantenersi tra i
piedi il suocero in voce di aver rubato, e il conte Sesti, da cui era
stato cacciato per ladro, aveva tante conoscenze, in tutta Italia!

-- Non mi avanza che questo -- aggiungeva Procolo Granari accennando al
cane.

-- Fatevi coraggio, Procolo!

Egli si avviava scuotendo il capo senza dir nulla, senza salutare.
Avrebbe potuto dire che il genero guadagnava poco e che la figlia aveva
da mandargli solo un piccolo aiuto di quando in quando? che l'ignoranza
d'ogni cosa all'infuori della campagna, e gli anni e i malanni, non gli
permettevano di buscar un soldo? che mancando di protezioni non sperava
di essere ammesso nel Ricovero di Mendicit?

Andava vagabondo e il cane, alla corda, lo seguiva pi mesto di lui
perch pativa pi fame.

Ah! quel bracco cos alto e macilento!

Faceva sin ridere i monelli; e lo chiamavan _Tredici_! E se a vederlo
solo, Procolo Granari, curvo nella lunga persona, coi capelli candidi
sfuggenti di sotto il cappellaccio, la barba bianca rada su le guance
smunte e quel suo sorriso, con gli abiti oramai cenciosi, eppure puliti,
e le mani di un pallore esangue, pulite, avrebbe commosso per quasi
un'apparenza di nobilt decaduta ma non perduta, a vederlo con il cane
enorme, pelle e ossa, agli occhi anche non maligni egli assumeva un
aspetto sinistro; il suo sorriso pareva cattivo.

Maltrattare cos una povera bestia!



                                  II.


Invece di crescere, il soccorso della figlia, da Firenze, scem. Essa
gli scriveva che il marito non guadagnava abbastanza da risparmiarle
sacrifici, e lo scongiurava di rivolgersi a questo o a quello per entrar
nel Ricovero.

Ma Procolo Granari a mendicare raccomandazioni da questo o da quello
preferiva rivolgersi alla piet anonima, su la strada.

Ahim! Al male preferibile non  sempre agevole adattarsi, e per quanto
egli si ripetesse che era necessario provare il castigo, quando stava
per stender la mano al passante gli mancava l'animo; non sentiva pi la
fame.

E il cane sbadigliava.

Fu appunto un lungo e tacito sbadiglio di quest'altro disgraziato che
gli sugger un giorno il mezzo a superar la vergogna: mendicare non per
s, ma per lui, il solo amico che gli rimaneva.

Se lo tir dietro fin in Piazza San Domenico. Aspett davanti alla
chiesa.

Quando ne vide uscire una vecchia signora, mosse verso di lei col
cappello in mano.

-- Un po' di carit per questa povera bestia.

Aveva parlato cos sommessamente che la signora ne aveva inteso a fatica
le parole e, meravigliata della richiesta, a volgere gli occhi di un
grido.

-- Che orrore, mio Dio!

In fretta traeva due soldi dalla borsetta. Ma li porse con viso turbato.
E disse, tremante di sdegno:

-- Perch lo tenete se non avete da dargli da mangiare?

-- Non ho coraggio...

-- E avete il coraggio -- interruppe andando -- di vederlo morire di
stento!

Procolo travers la piazza; entr dal fornaio a comperar due soldi di
pane. E sbocconcellandone la met, intanto che spezzava e dava al cane
l'altra met, guardava con occhi pieni di lagrime; e il rimprovero della
signora gli pareva giusto.

L'elemosina per cui rompeva il digiuno l'aveva avvelenato.

Eppure gli convenne ripetere l'esperienza che non era riuscita male del
tutto. E affront un tale nella cui faccia di ricco borghese cred
scorgere buon cuore e buon umore.

-- Mi scusi...

Il signore s'affosc. Prevenne:

-- Non sapete che l'accattonaggio  proibito?

Procolo tent giustificarsi accennando al cane.

L'altro lo consider un istante, ne pot trattenersi dal ridere, dal
dire:

-- Va a lavorare anche tu!

Lo scherno.

E a testa bassa, senz'ira, anzi con un'amarezza di coscienza colpevole,
il vecchio si incammin per una strada appartata, sebbene nel centro
della citt.

Ivi ricuper la speranza.

Una giovane bella, elegante, si ferm ad osservar non lui ma la carcassa
ambulante; e con mirabile ingenuit, non sapendo che altro pensare,
dimand seria:

--  una rclame?

Senza rispondere a parole Procolo scosse il capo, e chin gli occhi.

Allora la passeggera comprese; aperse il portamonete. Ma l'ufficiale,
che essa attendeva, giunse in tempo a fermarle la mano.

-- Non capisci? -- esclam. -- Fan patir le bestie per eccitare la piet
pubblica!

E vlto al colpevole:

-- Se ci fosse una guardia -- minacci -- vi farei arrestare!

Rincamminandosi a testa bassa, il vecchio ud che la bella voce diceva:
-- Che delitti! Il cane potrebbe arrabbiare, rompere la museruola...

... Se rincasato Procolo Granari non avesse ricevuta una
cartolina-vaglia della figliuola (venti lire), non solo avrebbe dimessa
l'idea che la mattina gli era parsa sagace, ma avrebbe accusato il solo
amico che gli restava al mondo di essergli anche lui causa di soffrire.

E la notte sogn che andava a caccia con Reno per una prateria fiorita,
ed erano felici tutti e due finch il sole del sogno lo svegliava
angosciato.



                                  III.


Accadde che per mutamento della sorte a suo solo favore Reno fu davvero
felice.

La contessa Torselli nell'uscire un giorno dal suo palazzo di via Goito
-- l'automobile l'attendeva -- ebbe impedito il passo da quel cane. Non
esit a chiamare colui che lo conduceva.

-- Ehi! signore!

Procolo si ferm.

-- Il suo cane  ammalato. Io appartengo alla Societ protettrice degli
animali, e il mio nome baster perch vi sia curato gratuitamente.

Porgeva, molto gentile, il biglietto da visita.

Ma Procolo Granari disse:

-- Non  ammalato. Ha fame. -- E col suo mesto sorriso aggiunse, piano:
-- Come me.

-- Fame? -- riprese la signora dopo un attimo di perplessit. -- Venga!

Rientr nell'atrio; prem il bottone del campanello; ordin alla
portinaia:

-- Dite al cuoco che vi mandi gi subito una scodella di zuppa per
questa povera bestia, e dategliela.

Indi a Procolo:

-- Ogni giorno all'ora d'oggi ci sar qui, in portineria, una scodella
di zuppa per il cagnone. Se ne ricordi!

E senza aspettare ringraziamenti la contessa Torselli, protettrice degli
animali, sal in automobile.

                                  ----

Ogni giorno Procolo restava fuori nell'atrio, forse per non soffrir
anche di invidia, intanto che Reno ingoiava la zuppa. Si spicciava con
poche boccate. Pronta, la portinaia alzava la scopa.

-- Passa via, brutta bestia!

E il cane, sebbene non sazio, scodinzolava tornando al padrone.

Ma a poco a poco la portinaia s'intener. Quegli occhi pieni di
riconoscenza gi prima che lei aprisse il cancello; quel lieve uggiolare
quando lei tardava, quasi voce di preghiera o timore; quel tentativo di
balzarle amicamente contro -- l'avrebbe baciata a suo modo se essa non
si ritraeva svelta e se a lui pi non premeva spingere con una zampata
l'usciolo e correre al noto angolo -- le fecero cambiar apostrofe. La
brutta bestiaccia divent in ischerzo un brutto matto; e poi il nome
proprio di Reno fu amicamente usato nei richiami e nelle carezze.

Ora bisognava alzare la scopa perch il cagnone non avrebbe voluto
uscire cos presto dal luogo di delizia. Si accucciava ai piedi della
donna, guaiva, parlava. -- Tenetemi sempre qui, con voi.

-- Gli manca la favella -- la portinaia ripeteva --, ma si capisce lo
stesso. Che giudizio! Che giudizio pu avere una bestia!

Mentre il padrone gli rimetteva la museruola e la corda al collare, il
cane scodinzolava; era per evidente ne' suoi occhi l'intimo conflitto
fra le due affezioni: la vecchia e la nuova.

E un giorno appena fuori di casa sfugg, con uno strappone, di mano a
Procolo; il quale giunse al palazzo Torselli dubbioso di non trovarvelo.
Se le guardie l'avevano accalappiato, addio!

Invece la portinaia disse:

--  qui. -- E lo chiam pi volte:

-- Reno! Reno!

Il cane non compariva. Perch? Dov'era? Dove si era nascosto?

Finalmente lo scopersero nel bugigattolo del carbone. Fingeva dormire.

Onde Procolo scosse il capo. Aveva capito.

-- Anche questo... -- mormor.

E la portinaia:

-- Lasciatelo a noi. Vi risparmierete i quattrini della tassa.

S! La tassa gliela aveva pagata due volte la lavandaia sua ospite; ma
adesso la lavandaia era stanca di non ricevere pi un acconto. Gi aveva
pregato il signor Procolo di cercarsi altro alloggio.



                                  IV.


Al dormitorio di via delle Mole si pagavano cinque soldi per notte;
spesa non grande chi pensi che in ogni giaciglio c'eran cuscino e
coperta di lana -- sebbene il cuscino, il quale avrebbe dovuto esser
bianco, al lume della lampada a petrolio apparisse del color della
coperta; la quale avrebbe dovuto essere bigia --, ma spesa non piccola,
cinque soldi, per i frequentatori non forniti di paga costante o
guadagno sicuro.

E il signor Giulione e la signora Tecla, proprietari e ministri
dell'azienda, non facevan credito a nessuno.

Cos, quando nell'avanzar dell'inverno gli mancasse o tardasse il
soccorso della figlia, il vecchio Granari poteva trovarsi a questo
dilemma: o morir d'inedia o morir di freddo. Poteva anche, per, morir
d'inedia e di freddo contemporaneamente.

E una mattina, a gennaio, il signor Giulione e la signora Tecla entrando
nella stamberga per la pulizia -- e che pulizia! -- ebbero una sorpresa:
s'accorsero di una trasgressione al regolamento non avvertita la mattina
prima d'andar a riposare. L'ultimo letto di destra era ancor occupato.

Scossero quel corpo inerte nella buca del pagliericcio.

--  morto? -- il marito dimand confuso.

-- No -- rispose la moglie. -- Va a prendere l'aceto.

Per l'aceto il giacente rinvenne; cerc con lo sguardo, senza
riconoscere dove fosse. Pronunci qualche parola.

-- Muoio -- di -- fame.

-- Corri! Dammi il latte che m' rimasto nella teglia -- ordin, ansiosa
adesso, la signora Tecla.

Ma il latte, deglutito a pena, non rimase in quello stomaco, tanto era
debole. E allora la signora Tecla riemp la mente del marito con
commissioni successive, di cui, nella sua intenzione, una sostituiva
l'altra e che il signor Giulione cred invece fossero da adempier tutte
quante.

-- Va alla farmacia a prendere un cordiale. -- (Il grosso uomo
s'incammin). -- Va a chiamare il medico all'ambulatorio. -- (Due
passi). -- Va in Municipio a dir che vengano i pompieri con la lettiga.
-- (Due passi). -- Va all'Ospedal Maggiore: caso d'urgenza. Di' cos:
caso d'urgenza. -- (Part di trotto).

Poi la signora Tecla, indossata la mantella, scese per consiglio
all'osteria di fronte: un basso fondo.

L'ostessa esclam: -- Latte freddo gli ha messo in gola? Brodo caldo
vuol essere!

Sbito attinse alla pentola, che borbottava al fuoco, e con una scodella
del liquido fumante segu l'amica. Intanto la serva annunciava a chi
passava:

-- Sapete? Al dormitorio c' uno che muore di fame. Proprio moribondo!

La voce si sparse in un attimo per la contrada.

E la carbonaia -- la famosa manutengola detta la Strazzarola -- accorse
con una tazza di caff; e la fruttivendola guercia recava un ovo fresco.
Anche, dal postribolo, in vestaglia di lana rossa, uno scialle bianco su
le spalle, i capelli sciolti e una guancia imbellettata e l'altra no, la
Romana si precipit gridando:

-- Io, la salvo io questa creatura! Assassini! Vigliacchi!

Chi fossero gli assassini e i vigliacchi sapeva lei, portando una
bottiglia di cognac e un bicchierino.

Alle grida, lo spazzaturaio avvicin l'asino e la biroccia a una
colonna; sal, armato della lunga scopa. E sal al dormitorio anche
Figuretta. Senza cappello, in pelliccia, si calzava i guanti. Figuretta
il borsaiuolo, uscito il giorno innanzi di collegio. -- In vacanza --
spiegava lui.

-- Io! io! -- ripet la Romana facendosi largo fra le donne, disperate
che il vecchio non ritenesse n brodo, n caff, n ovo. -- Lo salvo io!

Gli vers, per la fessura della bocca, un bicchierino pieno di cognac.

E Procolo Granari riapr gli occhi; ricompose la faccia. Sorrise.

La prostituta era contenta come d'un miracolo compiuto da lei.

-- Non avete parenti al mondo? -- chiese la carbonaia. E la
fruttivendola:

-- Non avete nessuno?

Procolo rispose, con abbastanza voce:

-- Una figlia -- suora -- a Lugo.

-- Bene! -- not, in disparte, Figuretta.

-- Un'altra -- ne ho -- a Firenze -- moglie d'un avvocato.

-- Meglio! -- Figuretta disse pi forte.

Pausa. Ora il vecchio, affannato, agitava una mano; che gli ricadde, di
peso.

-- Non c' niente da fare -- sentenzi la fruttivendola. Se ne andava
con lo spazzaturaio.

-- Un gocciolo solo! -- insisteva frattanto la Romana. -- Un gocciolo
solo, poveraccio!

-- Se l'ubbriachi, San Pietro non gli apre la porta! -- ammon, di l
dov'era, Figuretta.

Ma Procolo voleva parlare. Gem:

-- Anche Reno -- il mio cane -- mi ha -- abbandonato.

E il borsaiuolo:

-- Si sar messo con una cagna borghese.

-- La contessa...

Una risata delle astanti, meno la Romana.

--... la contessa... -- di via Goito...

E il borsaiuolo, serio, accostandosi:

-- La contessa Torselli? La conosco. Quando usavano gli abiti tailleur
col taschino sotto il petto -- una comodit -- mi regal il suo
orologino d'oro.

Nuova risata.

-- Il conte... -- ripigliava Procolo -- il conte... -- (non ricordava
neppure questo nome, il nome del suo padrone!) -- Dalla fattoria --
vecchia -- mi pass -- alla -- nuova. -- Ero sempre stato -- un
galantuomo. -- Le ragazze -- le avevo messe -- in educazione...

-- Bella educazione! -- Figuretta seguitava a commentare.

-- Vennero a casa. -- Senza la madre -- spendi e spendi. -- Speravo. --
Il conte si ammal...

-- Ma non crep. -- Figuretta affrettava alla conclusione.

Concludeva anche Procolo.

-- Quando fummo -- ai conti -- mi mand via. -- Ladro.

-- No! Imbecille! -- corresse a bassa voce il borsaiuolo. -- Un fattore
che si fa cacciar via per ladro prima d'essere arricchito, che
imbecille!

Entr un'altra della casa di tolleranza. Bionda; sentimentale. E
Figuretta le di luogo con una mossa da gentiluomo. Ma la ragazza
inorrid. Fugg dicendo:

-- Mi par di vedere il mio babbo!

-- Tutto lui! Unica differenza, che la figlia di questo babbo qui fa la
suora a Lugo.

Non sorrisero al borsaiuolo che la carbonaia e l'ostessa, mentre se ne
andavano anche loro. Non c'era, infatti, pi speranza di giovar a quel
disgraziato. Moriva.

Quando arriv, finalmente, il signor Giulione. Non glien'era riuscita
bene una. Per il cordiale bisognava una bottiglietta o una tazza. Il
medico era impegnato. Aveva detto: -- Se ha fame, dategli da mangiare.
-- I pompieri non si muovevano che per un infortunio. All'Ospedale
pretendevano, com' giusto, carte in regola.

-- Tanto,  inutile -- mormor la Romana, sempre china su l'agonizzante;
alle cui labbra, di tratto in tratto, appressava il bicchierino.

Ecco: -- Il prete -- il morente pot dire con l'ultima voce.

-- Non importa. Vi assolvo io -- assicur Figuretta.

Ma questa volta la Romana gett all'amico una truce occhiata.

-- Finiscila, per li mortacci tuoi! -- E alla padrona di casa: --
Accendete una candela!

                                  ----

... Rimasero soli lor due, la prostituta e Figuretta.

Lei si inginocchi. Pregava sommessamente. Lui attese un poco; indi le
si accost, a dirle all'orecchio:

-- Romana, prestami dieci lire per andar all'Eden. Prima di sera te ne
porto cinquanta.

Seguitando a pregare, la Romana tolse dalla tasca della vestaglia la
chiave del com; gliela diede.

Allora il giovine si chin su Procolo Granari e piano, ma spiccando le
sillabe come per farsi udire da un sordo:

-- Diteglielo a Dio, se lo vedete, che la buona gente siamo noi!




                             IL TESTAMENTO



                                   I.


Instaurato che sia il Comunismo non si udr pi ripetere quel che nel
paese di San Giorgio al Piano fu ripetuto nei caff, in ogni bottega, in
ogni casa, in ogni canto alla morte repentina del sindaco comm.
Ceredoli: -- Ha fatto testamento? -- Non l'ha fatto? -- Eredi i figli e
le figlie in parti uguali? E la vedova? La legittima alla moglie?
l'usufrutto? Di quanto? -- Quanto avr lasciato? Un milioncino? Meno?
Pi?

Ah s! beati i tempi in cui le eredit saranno di soli affetti! Lsciti
di tal sorta non muoveranno torbide invidie, e s'immagina come ne
godranno i figli amanti del dolce far nulla e le figlie amanti del dolce
far qualche cosa, ma con eleganza, con lusso, e coi necessari dispendi.
In quel paese, per, prevaleva allora alla curiosit bassa e oziosa un
desiderio discreto: sapere in che modo il commendatore Ceredoli --
sindaco benvoluto da quasi tutti -- si era comportato davanti alla
morte: se aveva pensato al caso di spirare all'improvviso tra le braccia
di Sant'Andrea d'Avellino. E possibile non si fosse proposto di serbar
defunto la stima che vivo aveva meritata da quasi tutti: giudizioso,
giusto, onesto, modesto, caritatevole? Non era forse stato uno di quei
borghesi (di una volta) che seguendo le vecchie tradizioni domestiche
civili e religiose sapevan conciliare la borghesia alla virt?



                                  II.


Solenni i funerali; con lungo sguito, al trasporto, di gente concorsa
anche dalla citt e dalle campagne. C'era una carrozza carica di
ghirlande e sul feretro una di puro lauro e una di fiori candidi:
significato chiaro in questa se non in quella pur alla scarsa
intelligenza del popolo. E i preti e i frati recitavan le preci con voce
cos cordiale che si sarebbero detti del tutto contenti. I discorsi alla
Porta, prima che il carro svoltasse per l'ultimo tragitto, non finivan
pi; e i saluti alla salma parevan auguri d'un viaggio che nessuno degli
oratori credesse dover compiere anche lui, un giorno o l'altro. Poi, al
ritorno, l'assessore anziano interrog i colleghi se non trovassero
opportuna l'idea di dedicare all'illustre estinto un busto di marmo, nel
giardino pubblico.

-- Purch non si oppongano le disposizioni testamentarie -- osserv il
segretario del Comune.



                                  III.


Sempre allegro, Agosti, il segretario del Comune, sudava a non ridere
nelle gravi circostanze perch ne rilevava, a s stesso e agli altri, i
contrasti comici. Cos ammoniva: -- Siamo seri -- appunto quando pi
presentiva il pericolo di scoppiare in una risata aperta o in singhiozzi
di riso irrefrenabile. -- Siamo seri -- susurr all'orecchio dell'amico
assessore dell'Igiene entrando nel salotto di casa Ceredoli. L'intera
Giunta ci era venuta per la visita di condoglianza alla vedova e per
informarsi intorno al testamento.

Ed ecco aprirsi l'uscio e presentarsi la vedova accompagnata dalla luce
della gran vetrata di contro. Agosti, che teneva gli occhi bassi (--
siamo seri! --), ebbe da quella luce una rivelazione, uno spettacolo
strano e inatteso. La signora aveva indossato in fretta la veste nera
senza pensare che la tenuit del tessuto la rendeva trasparente. E
mostrava come velate impudicamente le gambe. E che gambe! due colonne
calzate d'un colore dubbio e basate su due piedini in scarpine lucide.

Bast. Sentendo che gli sarebbe vano ogni ritegno il segretario si
volse, e col fazzoletto al viso and a scoppiare presso l'altra
finestra. I suoi singhiozzi ruppero il silenzio di quegli istanti, e
l'assessore anziano, mentre egli e i colleghi s'inchinavano, ne
approfitt a proferir belle parole d'occasione.

-- La commozione cos sincera del nostro segretario le dimostra,
signora, quanto il suo signor marito era amato dai dipendenti e come
grande debba essere il cordoglio dei suoi colleghi del Consiglio
comunale che noi, qui, abbiamo l'onore di rappresentare.

-- Grazie..., s'accomodino... -- balbettava la vedova col fazzoletto in
mano.

E tutti sedettero, tranne Agosti che le commoventi parole dell'assessore
anziano indussero a singhiozzare pi forte.

-- La Giunta anzi -- seguit il capo della Giunta -- ha in animo di
proporre al Consiglio che le virt dell'illustre estinto e il compianto
della cittadinanza siano ricordati in un monumento, in un busto...: se
pure le disposizioni testamentarie di un uomo tanto modesto non vi si
oppongano e non dimostrino preferenza per le opere di piet. Nel qual
caso...

-- Ma il testamento non si  ancora trovato -- interruppe la vedova
asciugandosi gli occhi. -- Non sappiamo se l'abbia fatto...

Meraviglia in silenzio. Possibile? E l'uscio dell'altra camera si
riaperse e ad uno ad uno, con successivi inchini, entrarono il figlio
del defunto e i tre generi. Il segretario che si era quietato, cerc di
far largo scostando sedie e poltrone. E si mordeva ferocemente la
lingua.

Strette di mano, in silenzio.

-- Possibile? -- disse l'assessore anziano rivolto alla vedova.

Essa rifer ai venuti l'argomento del discorso.

-- Impossibile che non l'abbia fatto! -- rispose il figlio. -- Un uomo
come mio padre...

-- La previdenza, la prudenza in persona...

-- Ma -- obiett il pi lungo dei generi -- se avesse avuta l'intenzione
di testare il povero commendatore non ne avrebbe avvertita la sua
signora, per cui non aveva segreti?

-- Ah! questo  vero! -- la signora disse asciugandosi gli occhi.

-- Ma -- obiett il pi piccolo dei generi col tenue sorriso di chi si
lascia scappare una castroneria --: a far testamento ci si tira, dicono,
la morte addosso.

Oh! Protestarono. -- Il povero commendatore non aveva di questi
pregiudizi!

-- Ma -- obiett il genero di mezzo per accomodar la topica dell'altro
--: il povero commendatore forse dubit di spiacere alla signora. --
Gi: come a dire che la superstiziosa era lei! Altre proteste. Il
segretario sgattaiol a prender aria.

-- Mi viene il dubbio -- intervenne a questo punto l'assessore anziano
-- che se non  presso il notaio Tibaldi, il testamento sia nel
gabinetto del sindaco.

-- Questo s! -- Ipotesi verosimile.

E subito si deliber di mandare una commissione in municipio.

-- Segretario! segretario!

Agosti rientr con faccia dolente. Egli e il figlio Ceredoli, un genero
e due degli assessori se ne andarono alla ricerca in municipio.

Tra i rimasti c'era l'assessore dell'Igiene, che sino allora non aveva
aperto bocca. Qualche cosa bisognava pur dire! Disse avanzando una nuova
ipotesi:

-- E non hanno interrogato il canonico Bonerba? Era cos amico del
povero commendatore! Forse lui ne conosce le intenzioni.

-- Perbacco! -- fecero i due generi ch'eran rimasti l seduti.

Come mai non ci avevan pensato?

E lor due con quello dell'Igiene se ne andarono subito subito in cerca
del canonico Bonerba, alla cattedrale.



                                  IV.


Dal municipio tornarono con un fascio di carte inutili: fatica
particolare, a portarlo, del segretario Agosti, il quale si tenne punito
cos della sua ilarit intempestiva, e rideva ripensandoci. Ma dalla
cattedrale gli altri messi recarono di meglio.

Quel sant'uomo del canonico Bonerba arriv rosso e sbuffante (non 
legge che tutti i santi debbano avere il ventre smilzo) e chiese di
parlare da solo a sola con la vedova. Allora gli estranei alla famiglia
si mossero a salutare, per assentarsi.

-- No no -- esclam il canonico --: la loro presenza, quali
rappresentanti del Comune,  forse pi che conveniente, necessaria tra
poco.

E quindi tutti, fuorch i due -- il sacerdote e la signora -- passarono
nella camera da desinare. Ivi erano in perfetto lutto le figlie e la
nuora del defunto.

-- Desideravo d'essere chiamato per uscire di perplessit -- continu il
sacerdote. -- Non che io sappia se il mio povero amico abbia o no
testato, ma so quali erano le sue intenzioni testamentarie e rispetto
alla chiesa e rispetto alla beneficenza, alle opere pie.

-- Ah -- sospir la vedova -- se l'ha fatto, il testamento, dove l'avr
dunque depositato?

-- Ecco...; appunto... Il mio povero amico aveva una preoccupazione
sola: non turbare l'armonia della sua famiglia veramente esemplare. Si
sa...; i beni di questo mondo generano dissidi, alle volte, fin tra le
persone pi affezionate. E Ceredoli era cos delicato, cos sensibile,
che aveva quasi il pudore della sua saggezza, della sua giustizia, della
sua prudenza. Mi spiego?

-- Ah! -- sospir la vedova asciugandosi gli occhi.

-- Voglio dire che se fece testamento forse lo nascose perch il figlio
e le figlie non sapessero che l'aveva fatto e non ne pensassero male
(pur troppo la fragilit umana...). E il Signore nel chiamarlo a s non
gli lasci tempo di avvisare lei o me o altri del luogo ove aveva
riposto il documento.

Riposto? Potere di una parola! La vedova a udirla ebbe un lampo di
chiaroveggenza in un istantaneo risveglio della memoria. Ricord la
cassapanca secentesca ai piedi del letto nuziale e la cassettina che
v'era dentro, antica anch'essa, in forma di bauletto o di cofano.

Balz in piedi esclamando:

--  nel cofano dentro la cassapanca del seicento!

Il sacerdote la trattenne con dolcezza nell'atto e nella voce.

-- Aspetti, signora. O il testamento si trova dove lei dice, o non vi si
trova. Se non si trova neppur l io mi credo in obbligo di dichiarare
oggi stesso, con le cautele consigliate, anzi imposte dalla legge, quali
erano le intenzioni del mio amico. Per questo ho pregato i membri della
Giunta di rimanere. E se il testamento si trova, non le par bene che sia
aperto da mano di notaio? Non le par conveniente mandare prima di tutto
per il dottor Tibaldi?

La signora annu. Un servo fu mandato per il dottor Tibaldi. Quindi
essa, la vedova, port nella camera da desinare e vi depose su la tavola
il cofano avito. Era chiuso. Ne mancava la piccola chiave.



                                   V.


Il canonico, la vedova, il figlio, le tre figlie, i tre generi, la
nuora, i quattro assessori e il segretario...: 15. In quindici, nella
camera da desinare, aspettavano il notaio.

Che venne, finalmente.

-- Siamo seri -- mormor Agosti all'orecchio dell'assessore d'Igiene; e
col coltello in mano si pose, ritto in piedi, dietro la seggiola in cui,
a capo della tavola, siederebbe l'uomo del Diritto. Davanti, aspettava
il cofano. E gli porse -- il segretario al notaio, appena questo fu al
posto -- il suo coltello da caccia, per forzare la debole serratura. Di
qua e di l della tavola, stavano, in piedi il figlio e i generi; di
fronte, le signore e il canonico, e pi indietro, in piedi, i
rappresentanti del Comune.

Momenti di aspettazione ansiosa, dissimulata da facce serie e sguardi
severi.

-- Constatato che nel cofano che si presume contenga il testamento del
fu comm. Antonio Cerdoli manca la chiave idonea ad aprirlo -- il notaio
chiese -- tutti gli aventi diritto, senza eccezione, consentono che si
sforzi la serratura?

-- S! s! -- tutti risposero.

E _cric_ fece al passar della lama il concavo coperchio. Aperto subito;
senza sforzo. E...

-- Eh? cosa? -- disse il dottor Tibaldi voltandosi indietro quasi il
segretario avesse parlato. Rossi erano; congestionati, sembravano, tutti
e due. Ma Agosti non aveva parlato; aveva veduto quel che il notaio
aveva veduto.

-- Eh? cosa? -- Scapp via, Agosti, fuori della stanza, come se ci
avesse veduto un leone a bocca spalancata o una leonessa, dentro il
cofano. Per dir meglio, pi semplicemente -- con scandalo dell'assemblea
-- scapp via come uno che non pu pi resistere.

-- Cosa? cos' stato? Cosa c'? -- adesso significavan nello stupore
enorme tutte le facce, mentre il notaio rialzava appena appena il
coperchio e si accertava che le carte l dentro erano tutte della stessa
sorte.

S, tutte della stessa, sorte! della stessa natura!

Il povero uomo del Diritto cerc il modo e le parole per trarsi
d'imbroglio. Trov. Parl con voce tremula:

-- Quanto  contenuto qui dentro non  ostensibile. -- Non  ostensibile
-- ripet --; non ammette alcun atto legale, e solo a un amico intimo
della famiglia spetta consigliar il da farne.

Cos dicendo il dottor Tibaldi venne col cofano dal canonico, lo depose
sull'ampio seno di lui; e susurrate che ebbe due paroline all'orecchio
del sant'uomo, scapp via lui pure quale uno che non ne pu pi.



                                  VI.


Che cosa conteneva il cofano?

Conteneva...

(-- Dentro la mia casa e dentro la mia coscienza ci si pu guardare come
se avessero le pareti di vetro puro -- soleva ripetere il povero comm.
Cerdoli. Questa l'arma che l'aveva difeso da ogni pi feroce attacco
partigiano, da ogni pi forte avversione, da ogni pi recondita
insidia).

Il cofano conteneva...

(-- Il bene sociale riposa sul bene della famiglia -- spesso ammoniva il
canonico Bonerba --; e il bene della famiglia riposa su la virt e sul
buon costume, su la rettitudine e sul buon esempio: guardate la famiglia
del comm. Cerdoli).

Conteneva...

(E il figlio Cerdoli diceva spesso: -- In fatto di moralit con mio
padre non si scherza;  fin eccessivo. -- )

Conteneva...

(E la madre Cerdoli raccomandava, di quando in quando, ai generi: --
Specchiatevi nel commendatore, e renderete felici le mie figliuole. --
).

Conteneva...

(-- Ah il babbo! -- esclamavan le figliuole alzando gli occhi al cielo).

Conteneva, insomma, dei ritratti...

Eh? cosa?

... ritratti di donne...

(-- Ah il nostro sindaco! -- esclamavano i cittadini di San Giorgio al
Piano, alzando gli occhi alle finestre di lui --. La sua casa  come se
fosse tutta di vetro puro --).

... ritratti i quali, sebbene non avessero vesti a determinarne l'epoca,
si vedeva che erano modernissimi.

Eh? cosa?

Appunto: nella cassapanca del seicento, ai piedi del letto nuziale,
dentro il cofano che aveva forse accolti i mistici o verginei segreti di
qualche avola, il povero comm. Cerdoli ci teneva delle fotografie --
concludendo con le due paroline dal dottore Tibaldi mormorate
all'orecchio del santo uomo --... fotografie oscene.




                         CHE COSA E' IL MONDO?


 enorme il mistero dell'Infinito, ma  enorme anche il naso del signor
Petronio. Dicono che in origine non era cos, che lo trasform una
malattia; e certo chi lo veda, quel naso, la prima volta, pensa subito a
una di quelle conflagrazioni di sostanze misteriose e recondite, a una
di quelle eruzioni vulcaniche o a uno di quei terremoti per cui una
bella montagna and sottosopra e rimase tutt'un disordine di lavine e
rocce, anfratti e magagne, precipizi e rupi; non senza le tracce che in
tali rovesci lascian gli uragani e vi rinnovan le tempeste. (Fuori di
similitudine, l'uragano o la tempesta potrebbe essere il vin buono!).

Ma errerebbe chi non avendo mai visto il signor Petronio lo immaginasse,
dalla descrizione del suo naso, un brutto vecchio. Tutt'altro! 
simpatico. La persona alta e ben proporzionata serba ancora, oltre ai
settant'anni, vigoria e salute; la perfetta canizie dei capelli, delle
ciglia e dei baffi mitiga il rosso della carnagione e la vastit delle
orecchie; e soprattutto piacciono la pacatezza del suo parlare, indizio
di animo onesto e il sorriso dei suoi piccoli occhi, indizio di sicura
fede. Qual fede? In s stesso: la fede pi consolante e pi invidiabile.
Mentre sul mercato il signor Petronio passa per sensale in granaglie,
nella vita intima e tra gli amici discorre da filosofo che sa di non
errare, sapiente. E s che egli non sa n leggere n scrivere! Pare un
miracolo; eppure durante mezzo secolo ha potuto commerciare in
granoturco, riso e fagiuoli, restando galantuomo, sebbene analfabeta, e
avanzandosi dei soldi. Quanto alla filosofia, il suo difetto
d'istruzione o non  difetto o  lacuna che si ripara con altro mezzo.
Perch si noti anche questo: chi legge ubbidisce pi o meno a chi ha
scritto; chi va a scuola ubbidisce al professore. E credete voi che
tutti quelli che tengon la penna in mano abbiano giudizio? Eh!, buon
senso ci vuole! Il buon senso  il rimedio del signor Petronio,  la
forza della filosofia; e se qualche filosofo non lo crede, poco importa:
lo crede lui, e basta; appunto perch lui non sa n leggere n scrivere
e la pensa a modo suo.

Naturalmente a chi scorge chiara, chiarissima ogni cosa nel mondo e ogni
faccenda dell'universo, talvolta rincresce gli manchi il pi acconcio
mezzo di persuader gli altri, che san leggere: il signor Petronio ha chi
lo ascolta e l'approva ma, purtroppo, solo al caff, non in Parlamento,
non in Senato, non al Ministero, non alle corti di Europa, non agli
imperi d'Oriente e alle repubbliche d'America, non a casa del diavolo
laggi, al Transvaal o in China.

E ripete con desolata invidia:

-- Che fortuna saper di lettere! -- Si consola per subito. -- Io non ne
so e ci rimedio: col buon senso.

Cos, quando al caff ode leggere dagli amici il giornale e ode i
commenti alle notizie politiche e alle miserie pubbliche, si riconforta,
si libera a giusto interprete di quel foglio stampato con inesplicabili
caratteri, e la sua stessa deficienza gli sembra una conseguenza logica
della sua filosofia e della legge che la sostiene: egli, cio, non
comprende un'acca del giornale e comprende tutto l'universo, al
contrario di chi guarda al sole e non vede pi nulla. O come a dire: i
giornalisti, i letterati, gli scienziati scrivono quel che sanno e
(salvo il rispetto) non sanno quel che scrivono; e i governanti
pretendono di condurre per la strada diritta e non s'accorgono che
girano in tondo! In tondo girano; in tondo giriamo:  la legge!

Infatti: oggi corre innanzi un uomo o un popolo, e domani un altro;
finch il primo torna a precedere. Oggi a me, domani a te. -- Il figlio
del dottore far lo spazzacamino, e il figlio dello spazzacamino sar
dottore. -- Sempre non  seren, sempre non piove. -- L'uomo crea e
l'uomo distrugge. -- Progresso, eppoi regresso. -- Tutto  equilibrio;
tutto  armonia; tutto su e gi. -- E la conclusione sta nell'unico
principio in cui riposa il sistema del signor Petronio:

-- Il mondo  una ruota che prilla! -- Ecco tutto!

Direte che non  una concezione nuova. Grazie tante!; essa raccoglie le
dottrine di Pitagora, quel delle sfere in musica, e di Galileo, quel del
pendolo; le dottrine di Newton, quello a cui cadde la mela sul naso, e
di Darwin, quello dell'evoluzione e delle azioni e reazioni per cui da
una scimmia balz fuori l'umanit. Ma prima di tutto, se non  originale
il sistema,  originale il signor Petronio, che nessuno potr mai
incolpare d'aver copiati quei gran filosofi. In secondo luogo, quanti
secoli saranno che mor Pitagora? Mettiamo venti, trenta secoli. Ebbene,
se dopo trenta secoli, al giorno d'oggi, il signor Petronio la pensa
press'a poco come il gran Pitagora, ecco la pi bella prova che il mondo
 proprio una ruota che gira. In terzo luogo, sia di Tizio, sia di
Sempronio o del signor Petronio, questo sistema  il pi semplice, il
pi intelligibile, il pi spiccio per risolvere tutti i problemi fisici,
morali, economici, sociali, politici. Il cielo  tondo, il sole  tondo,
la luna  tonda; dunque la terra deve esser tonda.  la legge! Le
stagioni da un pezzo in qua non combinan fra loro? Dunque presto
torneremo a godere della primavera e dell'autunno.  la legge!
Quest'anno son care le patate: quest'altr'anno saran cari i fagiuoli. 
la legge.

Concepito il mondo cos, ogni cosa procede liscia. Nemmeno il progresso
e le scoperte della scienza turbano la fantasia, e un vecchio
settantenne pu sinceramente lodare il presente in confronto del suo
passato. Automobili, tram, biciclette trascorrono davanti agli occhi del
signor Petronio lasciandolo pago, quasi ci avesse avuto la sua parte a
inventarli. Pacifico, egli ragiona: -- si  sempre detto che in China la
macchina a vapore esisteva mille anni prima che da noi; e chi vi dice
che non ci esistessero anche i tramvai o gli aeroplani? E viaggeremo
tutti per aria e gli aeroplani saran cos fitti che succederanno scontri
e disgrazie, e si buscheranno malattie come a viaggiare in terra, tali e
quali. Ma, pur troppo, torneranno i giorni della barbarie, e i nipoti
dei miei nipoti, poverini, patiranno come me quand'ero ragazzo, che
pigliavo scapaccioni per paga se aiutavo qualche soldato dal becco di
legno a levar la ruggine dal fucile.  questione di buon senso:  la
legge. --

Infine, quando tutti concepissero il mondo cos, ci sarebbero meno
birbanti, ricchi e poveri, e meno scioperi: per l'armonia politica non
si avrebbero tanti senatori o deputati sempre pronti con i loro tromboni
o i loro argomenti e le loro grida a fracassarsi la testa da cari
colleghi; e per l'armonia famigliare non si contenterebbero tante
stonature e tanti corni e scorni e suicidi in due. Ad esempio, voi, con
una donna quale la moglie del signor Petronio, vi sareste affogato nel
fiume per liberarvene! Tutto il santo giorno: -- Petronio, ho male qui;
Petronio ho male qua --; quasi un filosofo avesse obbligo di esser
medico e quasi i medici possedessero l'arte di guarire un male qui e un
male qua! Lui invece esorta la sua signora a rassegnarsi, a gettar nel
pozzo quella morfina maledetta che le fa far tante smorfie, contorsioni
e sussulti, a bere vin buono e a sorbir aria fresca, insieme con suo
marito che d'inverno spalanca finestra e bocca appena giorno perch il
freddo gli ammazzi tutti i microbi nella camera, nello stomaco, e magari
sul naso. Ma son vani consigli; n giova ripetere, per consolarla:

--  una ruota, Crola; una ruota che gira. Una volta tutte le donne
avevano il convulso: adesso han l'isterismo... (La signora Crola  sui
settanta anche lei)... Una volta non c'era altro rimedio che l'_Aceto
dei sette ladri_; adesso, la morfina. Ma non dubitate che si torner
all'aceto e al convulso: soltanto, ladrerie e donne saran sempre quelle!

                                  ***

A proposito della signora Crola la biografia del signor Petronio
contiene un aneddoto che rivela l'uomo e nell'uomo rivela insieme il
buon marito e il pensatore profondo. Ma bisogna, per questo, risalire a
diciassette o diciott'anni or sono, quando il mondo pareva aggravato
dalla guerra giapponese cinese. I medici -- i quali san leggere ma non
capiscon nulla -- consigliavano l'inferma signora Crola a distrarsi; e
un giorno che il marito doveva andare a Bazzano per contrattare, l
presso, una partita di granturco, dlli dlli, riusc a caricare la
moglie in treno e a distrarla dal finestrino con lo spettacolo della
campagna ancora estiva e dei casolari e dei villaggi pieni di gente
allegra. Arrivati che furono, entrarono in paese. Lei si abbandon su di
una seggiola del caff, e fra un sorso e l'altro di vermouth cominci a
sbigottir la caffettiera con le smorfie, le scosse e la storia dei suoi
malanni. Egli intanto prese la via del monte; giunse in mezz'ora alla
cascina, e in quattro e quattro otto s'accord col venditore. Una
bottiglia di lambrusco aiuta ad appianar gli affari non meno che un giro
di ruota a comprender l'universo.

Di ritorno, il signor Petronio non pensava pi affatto al frumentone; e
il suo sguardo navigava inconscio nella gran luce del pomeriggio, che
avvolgeva la terra e infondeva sin nelle pietre un calore di vita
gioiosa e feconda. Sebbene non ci fosse ombra di bosco e la strada
polverosa, ardente e deserta difilasse aliena da frescura di fonte o da
soavit di rivo, un poeta avrebbe scorte chi sa quante amadriadri e
ninfe a tentarlo procaci e scappargli via proterve. Il signor Petronio
se ne veniva lemme lemme, catelon catelone, non badando neppure ai
piccoli ciottoli in mezzo al suo cammino. Sorrideva a s medesimo,
intanto che a ogni curva o svolta l'ombrello perdeva la direzione del
sole e, inutilmente aperto, lasciava riscaldare nel cranio sottoposto il
buon senso della filosofia.

Quand'ecco, alle prime case di Bazzano, sbucare l'amico Mascarella,
sensale anche lui, ma di bestie bovine.

-- Oh! quel Petronio!

-- Oh Mascarella!, amato mio bene!

-- Venite a Bologna?

-- Pronti!

E s'accompagnarono.

-- Come van gli affari? -- domand il signor Petronio, giocondo e rosso
pi del solito.

-- Male! siam gi!

-- E la guerra?

-- Che guerra?

-- L, in China! Non sapete?

Mascarella, infatti, sapeva leggere.

-- A me -- rispose -- a me la guerra in quel paese non mi fa n caldo n
freddo. In America la vorrei...

-- Non vi fa concorrenza, a voialtri, la China?

In quel punto un paesano chiam, per due parole, Mascarella. Quando
venne, rispose:

-- Che concorrenza volete ci facciano i Chinesi? A quel che si legge,
mangiano i cani, e gli uomini, da loro, servon da tiro. Vi mettereste a
sensale, voi, da cani e da cristiani?

-- Maomettani, direte: son d'un'altra fede.

-- Sian di Maometto o sian del diavolo, son razza di cani. Dunque...,
che gusto matto grapparli per il codino e dondolarli come zucche!

Il signor Petronio disapprovava, evidentemente. Ma in quel punto l'amico
entr dal tabaccaio e vi si trattenne un po' a discorrere. Riprendendo
il cammino, riprese il signor Petronio:

-- Vorreste ammazzarli tutti quanti?

-- Chi?

-- I Chinesi.

-- Tutti! Far del largo, anche per voi! Se laggi non ci nascesse pi
frumento, riso o fagioli, voi diventereste milionario!

-- E qui, dopo? A mandar la roba l, ci mancherebbe a noi.
Bell'interesse! Non capite che  una ruota? Abbondanza l, carestia qui:
abbondanza qui, carestia l. Invece di far la guerra, per questo,
sarebbe meglio venir a patti; contrattare. -- Quanto domandate, voi
Chinesi, per lasciarci coltivare il riso anche a noi, Italiani, Inglesi
o Russi? -- Tanto! -- Vi diam tanto; e parola da galantuomini. Una
stretta di mano, senza protocolli; e _amen_!

-- Ma la guerra non si fa per questo, per guadagnare.

-- Perch allora?

-- Per la civilt.

Il signor Petronio non attendeva altra risposta. Cominci
tranquillamente l'esposizione del suo sistema, la spiegazione della
legge civile, umana, mondiale, divina. Ad ascoltarlo, strada facendo, si
aggiunse un bazzanese, che andava egli pure alla stazione, per venire a
Bologna, e poich il filosofo s'arrestava di frequente chiedendo: -- 
chiaro? -- Capite? -- La vedete come me, voi due? --, fu necessario, a
non perdere il treno, prendere una scorciatoia.

Arrivarono in tempo alla stazione. Ma dove intendeva giungere il signor
Petronio con la sua ruota che gira? Nient'altro che alla pace
universale! Il sensale Mascarella e il Bazzanese, che sapevan leggere,
interrompevano, per; interloquivano a lungo, con le loro ragioni e
bestialit. Sicch dopo un'ora e mezza di viaggio, arrivando a Bologna,
il filosofo non era riuscito a persuaderli di altro che della pace in
China e solo per evitare, nell'avvenire, un'invasione di Chinesi in
Europa, in Italia, a Bologna, a Bazzano, in mercato, forse, a rubar
bovini maschi e femmine.

Ed ecco che, appena fermo il treno, si ode gridare da ogni parte:

-- La pace! la pace! Ultimi telegrammi! Notizie della pace! Telegrammi
dalla China!

Subito il signor Petronio comper due o tre giornali; felice come se
avesse imparato a leggere in quel punto. Poi discese, e disceso che fu,
si volse a guardar nel sedile del vagone e su, alla reticella.
Nonostante il gaudio, gli pareva d'essersi dimenticato qualche cosa. Ma
l'ombrellino l'aveva: sotto il braccio. E la pace era fatta! Fuori della
tettoia, Mascarella, che era gi convinto nella chiaroveggenza del
filosofo, domand:

-- Venite a desinar con me, Petronio? Leggeremo i fogli.

Allora il filosofo ebbe una luce attraverso il cervello.

-- E la mia donna? -- esclam.

... Povera Crola, che l'aspettava ancora nel caff a Bazzano, con tutti
i mali addosso e senza morfina in tasca!

                                  ***

Eppure questo buon Petronio, forse per il naso pi che per il resto,
dispiacque un giorno a uno sconosciuto che capit al caff e che
l'ascolt un pezzo in silenzio, eppoi l'invest arrabbiato come una
bestia. Inutile dire che era un altro filosofo. Disse, grid:

-- Ah lei vede tutto chiaro, tutto semplice, tutto spiccio? E lei mi
risponda, con la sua ruota: perch si nasce, perch si muore? Mistero!
Di dove veniamo, dove andiamo? Mistero! Perch non c' male senza bene e
bene senza male? Mistero! Perch la coscienza ci dirige e dove ci
dirige? Mistero! Se la morte  un male perch ci  data e se la vita 
un bene perch ci  tolta? Mistero! Perch l'uomo fu sempre infelice,
insaziabile del vero, instancabile a progredire e a che fine? Mistero!

Il signor Petronio sorrideva zitto e quieto quasi pensasse: Qual' il
sistema filosofico che non incontra e trascura le piccole difficolt?

Ma l'altro filosofo prosegu sempre pi torvo e pi violento:

-- Bando alla sua ruota! e risponda! Perch tutta la materia  in moto?
Mistero! Perch il feto sviluppandosi nell'alvo passa per tutti i gradi
e tutte le forme dell'evoluzione animale? Mistero! Che cosa  l'etere?
la luce? Perch la telepatia? Quale l'essenza della vita? Che cosa  il
sonno? la morte? l'enorme mister dell'infinito? In una parola, che cosa
 il mondo?

Il signor Petronio aveva ascoltato tutt'orecchi (che orecchie!) e
sorridendo; e alla fine della sparata non si scompose. Si gratt a pena
a pena il naso, s'alz pacifico pi che mai e con la gran semplicit del
suo buon senso, del suo cuore e della sua eloquenza, rinunziando una
volta tanto alla sua ruota, rispose:

-- Ce la spiego io, in due parole, la questione. Dalla vita alla morte,
e anche dopo la morte, il mondo  tutto un imbroglio!




                      NELL'ANNO XX DELLA RE-SO-EU


Quando, nel quattordicesimo anno della Re-So-Eu (Repubblica Sociale
Europea; 2010 d. C.) i radiotelegrammi, gli eliogrammi e ogni sorta di
elettrogrammi annunciarono l'invenzione del dottor Pantfilo, la
meraviglia non fu quale si crederebbe. Da un pezzo si conosceva la
emostatina, con cui quasi istantaneamente si arrestava ogni pi
violenta e copiosa emorragia; da forse un decennio era in uso la sutura
spontanea, per cui in breve si cicatrizzavano le pi profonde ferite,
si riconnettevano i nervi, le vene, le arterie, i tessuti; e fin dal
secolo ventesimo era stata intravveduta l'efficacia dei raggi
ultra-rossi a mantenere la vitalit nervea. E che faceva il dottor
Pantfilo?

Mozzava la testa ai conigli o alle cavie; ne impediva con l'emostatina
l'effusione e la dispersione del sangue; salava di radio, per cos dire,
le parti recise; operando sempre alla luce ultra-rossa riattacava le
teste merc la sutura spontanea; e dopo poche ore le cavie e i conigli
decapitati e rincapitati sgambettavano allegri al pari di prima. Il
merito della risurrezione era dunque particolarmente dei sali di radio,
e, tutt'al pi, del modo con il quale il dottor Pantfilo se ne valeva.

N la nuova invenzione poteva ritenersi di qualche utilit pratica. Dopo
le stragi che avevano condotta l'Europa evoluta alla fratellanza
universale, le ghigliottine perfezionate e multiple erano state
rinchiuse nei magazzini della gran Repubblica, a Lublino. Non poteva pi
accadere che teste di innocenti di dentro ai panieri sembrassero accusar
d'ingiustizia il fratello boia; e non c'era da sperare che in via
privata qualche capo di uomo o di donna fosse tolto dal busto con la
precisione netta e meccanica che si richiedeva alle esperienze del
dottor Pantfilo.

Ma ecco che nell'anno XX della Re-So-Eu (Repubblica Sociale Europea) i
radiotelegrammi, gli eliogrammi e ogni sorta di elettrogrammi da Lublino
(nel centro, o quasi dell'Europa) trasmisero al mondo intero una ben pi
strepitosa notizia; annunciarono il fatto orrendo per il quale il dottor
Pantfilo doveva esser presto consolato oltre le sue speranze.

L, a Lublino, capitale della Gran Repubblica, si era scoperta una
cospirazione contro il Fraternale Governo; il direttorio, cio che
gl'innumerevoli soviety europei, mediante le dodici confederazioni
elettrci, ogni anno componevano coi pi insigni rappresentanti del
socialismo internazionale.

S, da appena vent'anni la Gran Repubblica era stata costituita su
l'eguaglianza economica, che da secoli si credeva la base pi salda alla
umana e civile beatitudine, e gi l'ancor recente costituzione pareva
difettosa, vessatoria, tirannica, iniqua. A quanti? Eh! se molti erano
gli uomini malcontenti, dagli Urali al Tago, dal Capo Nord a Candia, le
donne malcontente erano moltissime. Chi l'avrebbe mai detto? Ottenuta la
parit agli uomini in ogni esercizio manuale e intellettuale, in ogni
materiale e moral benefizio, le donne per ogni dove eran state prese
dalla smania di superare gli uomini in tutto; da ogni parte e da un
pezzo tendevano a sovvertire l'ordine della societ distendendo e
annodando le fila di una trama manifesta, e adescavano i maschi in
qualunque modo potessero a renderseli partigiani e seguaci.

Il Fraternale Governo, di sua natura fiducioso, benigno, quasi ingenuo,
aveva lasciato correre -- come al principio del secolo ventesimo, l
verso il 1921, i governi della borghesia lasciavan correre il femminismo
rivoluzionario --. C'era ben altro da pensare! Ma la trama ebbe termine
e potere esecutivo proprio in Lublino; si scoperse, a Lublino, ch'era
affidata... -- incredibile! orribile! -- ai cinque personaggi forse pi
famosi nella Gran Repubblica: cinque glorie del pensiero e dell'opera,
emergenti dalla universale societ in modo che il solo soprannome
scientifico bastava a distinguerle e celebrarle nel mondo intero:
Serenidad, Marjana, Rankness, Uebersinnlich, Prneur.

Queste e questi erano i congiurati a far saltare in aria il palazzo del
Direttorio e il Direttorio che v'abitava, come nell'et delle bombe
anarchiche: Serenidad, l'astronoma nata in Ispagna: l'austera, severa,
intemerata donna che quantunque fosse gi vecchia proseguiva i suoi
portentosi studi su la geografia e l'etnografia planetarie; Marjana, la
scienziata fisico-chimica nata in Russia: la forte, giovine viragine che
quantunque fosse di tendenze un po' mistiche compieva stupefacenti e
positive esperienze su le monadi e gli elettroni; Uebersinnlich, il
filosofo nato in Germania, il quale sebbene fosse un po' troppo grasso
era forse il pensatore che pi aveva avvicinato l'Assoluto; Rankness, lo
sportsman inglese, il restauratore della bellezza corporea dopo che gli
sport pazzeschi dei secoli decimonono e ventesimo avevano deformato il
tipo umano; e Prneur, il francese poeta, per il quale tutto era detto
quando si diceva che era Prneur il poeta.

Ebbene, costoro si eran messo in mente che un ritorno alla monarchia
feliciterebbe l'Europa; una monarchia, per, di genere femminile e
femminista. E da quei pensatori che erano ragionavano cos:

Diceva Serenidad, l'astronoma: -- Le colossali, singolari, uniche opere
che si osservano in Marte non possono essere effetto che di una volont,
di una sovranit individuale, non collettiva. Un governo di molti non
avrebbe avuta la concordia necessaria a ordinarle e a compierle. Ma se
l'individuo che in Marte comanda a moltitudini di uomini, fosse un uomo,
la civilt di Marte sarebbe press'a poco quella di su la terra al tempo
dei Faraoni. Invece la civilt in Marte, per consenso di tutti gli
astronomi,  pi progredita che su la terra; dunque in Marte domina la
donna. Facciamo su la terra come in Marte!.

Alla conclusione stessa arrivava per la sua via Marjana, la
fisico-chimica, sostenendo che a viver bene l'uomo deve seguire le
predisposizioni della Natura o, meglio, dell'Ente soprannaturale alla
cui legge la Natura ubbidisce: in natura ( fenomeno accertato da
secoli) le monadi prevalgono agli elettroni.

Da che non differiva molto il ragionamento dello sportsman Rankness.
Gridava: -- L'agilit delle membra, la robustezza dei muscoli, la
consistenza della fibra hanno il fine di migliorare l'umana razza; mezzo
necessario a tal fine  piacere alle donne. Ma non si fa piacere o
servigio ad alcuno senza riconoscerne la superiorit.

E Uebersinnlich, il filosofo: Da secoli  accertato che la donna nella
somma delle energie psichiche supera l'uomo. Finch la donna rimase
inferiore all'uomo nelle energie fisiche e intellettuali, un equilibrio
tra i sessi fu possibile; pareggiata la donna all'uomo nella forza e
nella cultura della mente, essa  diventata superiore all'uomo nel resto
e, per legge di evoluzione e di perfettibilit, la donna ha dunque da
predominare.

Quanto al poeta Prneur, egli cantava la perfezione sociale
dell'alveare: una regina; le api operaie; i fuchi riproduttori. Da
milioni d'anni -- diceva -- i fuchi son paghi d'esser fuchi. Oh che
virile gioia sarebbe per gli uomini non essere altro che fuchi! Lode ai
fuchi! Gloria alle operaie! E viva la regina!

Or il Fraternale Governo non si era perduto a confutar cotesti
ragionamenti: ma quando ebbe in mano il tubetto che una donna operaia
deponeva nella sala del consiglio e che acceso sarebbe bastato a
sconquassar tutta Lublino, quando la donna interrogata rivel
sorridendo, con incoscienza che un tempo sarebbe parsa eroismo, chi le
aveva dato il micidiale incarico, esso -- il Direttorio -- non indugi a
prendere una severa deliberazione, per amore, s'intende, della Gran
Repubblica.

La proposta di rinchiudere i rei nella casa di salute psichica, quali
delinquenti soliti, non pass; l'attentato alla salute della Gran
Repubblica non era da compatire o da compiangere come un qualsiasi
assassinio commesso per forza morbosa. Ci voleva un esempio di castigo
spaventevole.

E con undici voti su dodici i congiurati furono condannati a morte.

A morte?

Ma la pena di morte non era stata abolita dalla Costituzione sociale?
Maledetta la logica!; non si poteva violare la Costituzione per punire
chi violava la Costituzione!

Fu allora che uno dei membri governativi pens al trovato pi
paradossale che mai fosse stato fatto: al trovato del dottor Pantfilo.

-- Bella idea mi viene! -- esclam quel tal membro. -- Condanniamo a
morte i rei per convincere che la Gran Repubblica non scherza, e zitti e
queti facciamoli risorgere per dimostrare, dopo, che nessun governo sar
mai pi generoso della Re-So-Eu.

E fu cos che il dottor Pantfilo ebbe finalmente cinque teste umane a
sua disposizione. Egli -- chiamato d'urgenza -- garant che l'operazione
riuscirebbe senza fallo purch la ghigliottina perfezionata e multipla
fosse eretta nella piazza della sua clinica, vicino vicino ai
laboratori: quivi si appronterebbero cinque gabinetti illuminati a luce
ultra-rossa; quivi si trasporterebbero subito subito i cinque corpi
decapitati e rinchiusi al momento dell'esecuzione in casse radioattive,
e le cinque teste mozzate e rinchiuse al momento dell'esecuzione in
altre cinque casse radioattive: poi, presto, si procederebbe agli
adattamenti capitali e alla rivivificazione dei corpi.

Benissimo! Tutti frattanto giurarono di mantener il segreto intorno ai
propositi governativi; e i radiotelegrammi, gli eliogrammi e ogni sorta
di elettrogrammi annunziarono soltanto che i cinque rei riconosciuti
ordinatori della cospirazione rivoluzionaria erano da considerarsi come
messi fuori della Costituzione.

                                  ***

Ma la notizia data in tal forma dispiacque, dagli Urali al Tago, dal
Capo Nord a Candia. Che intendeva significare il Direttorio con la frase
che i rei eran da considerarsi come messi fuori della Costituzione?
Fuori a parole o di fatto? Privati dei diritti civili e repubblicani,
soltanto? O mandati in case di salute? o piuttosto e meglio in una
vecchia carcere, in un antico ergastolo?

Guai ai governi i quali non hanno idee chiare e edificanti!

Se non che i cittadini di Lublino a vedere il giorno dopo, nella piazza
della Clinica, la ghigliottina perfezionata e multipla, compresero
come il Fraternale Governo aveva, al contrario, idee molto chiare e
molto edificanti, e non dubitarono pi per la sorte della Re-So-Eu.

Pochi protestarono che con la pena di morte si violava la costituzione
sociale; pochi mormoravano: infamia! I pi avevan voglia di veder in
azione la ghigliottina perfezionata e multipla.

E una gran folla si accalc intorno al patibolo. Nel cielo, sopra, i
velivoli volteggiavano adagio adagio per goder con libero respiro lo
spettacolo da troppo tempo non dato.

La funzione, del resto, non dur che pochi minuti.

Cos: i rei, in fila, ascesero il palco infame e con a lato i cinque
incaricati di deporne i corpi tronchi nelle casse radioattive, si
disposero ciascuno alla sua lunetta: dinanzi a loro, altri cinque
assistenti aspettavano l'attimo per mostrare le teste al popolo, deporle
subito nelle altre singole casse e distribuirle nei gabinetti del
laboratorio.

Al segno del fratello boia i giustiziandi s'inginocchiarono. Essi
gridarono: Viva la monarchia fem...!.

E, rotta a mezzo nelle cinque bocche l'ultima parola, le esecuzioni
furono fatte, cinque in una volta, senza scuotere l'animato, alto
silenzio dell'attesa. Impossibile far meglio e pi presto! Quel che
segui, s'immagina, poich tutto procedette secondo le prescrizioni del
dottor Pantfilo.

Tutto?

Quasi tutto.

I rei erano stati disposti sul palco in questo ordine, e in questo
ordine prendendoli -- da sinistra a destra -- i loro corpi tronchi
furono distribuiti nei gabinetti della Clinica: l'astronoma, lo
sportsman, il poeta, il filosofo, la fisico-chimica.

Invece, per una lieve svista, le teste furono portate ai gabinetti nello
stesso identico ordine, ma prendendole da destra a sinistra: la
fisico-chimica; il filosofo; il poeta; lo sportsman; l'astronoma.

Che accadde? Pur questo  facile immaginare. E per l'ansiet della
faccenda e per la densit della luce rossa, la quale confondeva aspetti
e fisionomie, gli assistenti del dottor Pantfilo s'accorsero
dell'equivoco solo quando spensero la luce rossa e accesero le lampade
azzurre per immergere gli operati in un sonnellino ristoratore.
Spaventati, allora corsero dal maestro, con le mani nei capelli,
esclamando:

-- Abbiamo scambiate le teste!

Il maestro palpit, trem, guard il corpo che aveva reintegrato lui
stesso e sorrise. Si era riserbata per s la testa pi difficile da
mettere a posto: quella del poeta, e vide che errore non c'era. L per
l non ebbe agio a riflettere che nell'ordine dell'esecuzione il poeta,
sia contando da destra sia contando da sinistra, aveva occupato sempre
il terzo luogo; per il poeta pareva non essere avvenuto scambio.

Ma il dottor Pantfilo non sorrise dopo, nello scorgere che davvero al
vecchio corpo dell'astronoma Serenidad era toccato la bella testa di
Marjana, la fisico-chimica, e che il giovane corpo di Marjana ora aveva
in cima la vecchia testa di Serenidad; si mise anche lui le mani nei
capelli a riscontrar nella persona dello sportsman Rankness, l'inglese,
la testa del tedesco filosofo Uebersinnlich, e viceversa.

                                  ***

Eppure i cinque corpi reintegrati in tal modo riposavano cos
dolcemente! Forse sognavano d'essere a riposar in paradiso, premiati per
il loro ideale di monarchia femminile e femminista.

Possibile che la meravigliosa scoperta del dottor Pantfilo, in
conseguenza di una semplice svista degli assistenti, dovesse finire in
tal modo, suscitando uno scandalo enorme dagli Urali al Tago, dal Capo
Nord a Candia, disonorando l'Europa in America, in Africa, etc.?

No! Bisognava riparare!

E il dottor Pantfilo (che ingegno!) si mise a sedere, riflett, si
alz; poi sorrise e disse ai suoi assistenti:

-- Io dimostrer che costoro d'ora innanzi vivranno pi contenti di
prima!

Infatti egli si era gi persuaso che con l'aiuto del caso aveva fatta
un'altra, maggiore scoperta; e deliber di escludere il merito del caso.

Come il Fraternale Governo lo chiam a render conto dell'errore
commesso, egli parl francamente:

-- Fratelli! Ho trovato il mezzo di render davvero felice l'umanit.
Avanti la grande rivoluzione, che diede alla societ europea l'assetto
di cui tutti dovremmo esser lieti, gli uomini parevano soffrire per
cause meramente esteriori; stato economico, differenze di classi,
ambiente sociale. Tutto ci fu mutato. Ebbene, voi avete visto, di
questi giorni, se la generosa magnanima Re-So-Eu bast a render pago il
genere umano! No. E perch no? Perch gli uomini hanno il male, il
nemico, non fuori di s ma in s stessi. Le espressioni che corrono su
la bocca di tutti: bisognerebbe mutar la testa alla gente, colui,
colei non ha la testa a posto, non dimostran forse l'intuizione volgare
e secolare di fenomeni morbosi dei quali sino ad ora la psicologia e la
patologia non han conosciute le cause?: non accertano che spesso nel
corpo umano c' un disquilibrio organico, una discordia funzionale tra
le membra o le viscere e il cervello; un contrasto fra le attivit
pazienti e riflesse e la facolt acuente e promovente, che  anche
l'attivit pensante? S, fratelli miei! Per ridar il benessere fisico e
psichico a chi l'ha perduto, e quindi per ridar la quiete alla societ,
 proprio necessario sostituir le teste a corpi cui meglio convengano;
mettere, cio, davvero le teste a posto!

L'assemblea governativa approvava. Ciascuno del Direttorio pensava non
ai mali della societ fraterna ma ai malanni del suo proprio corpo e
alla possibilit di rimediarvi cos radicalmente.

-- Con fortunato tentativo -- seguit il dottore -- e con coscienza
tranquilla ho colto l'occasione per un nuovo esperimento. L'operazione 
riuscita a meraviglia. E considerate che io avevo solo quattro persone
da avvicendare! Il poeta ho dovuto lasciarlo tal quale, perch le storie
letterarie attestano che quando la critica vuol correggere i poeti, i
poeti fan peggio di prima. Ma io ho resa felice Serenidad, l'astronoma.
L'illustre donna, carica di gloria per le sue scoperte, gi risentiva i
malanni dell'et e perci, senza aver coscienza di ci, cospirava. Ora,
nel corpo di Marjana, essa raccoglie l'umana perfezione: il senno
dell'et matura e l'energia della giovinezza.

E Marjana  pur essa felice. Quante volte i giovanili femminili disturbi
la distrassero da' suoi studi profondi e dalle scoperte intravvedute!
Quante volte ella maledisse le basse tentazioni che le scemavano la
gloria! Ora non pi: ora essa, in una gioia di liberazione, affretter
le prove del suo sublime ingegno, contenta di compensare con la fama
immortale gli anni di meno che nel corpo senile dell'amica avr da
vivere.

Anche Marjana non cospirer mai pi!: statene certi!

E a Rankness, lo sportsman irrequieto, esuberante di forze, malcontento
perch gli pareva di non trovar idoneo sfogo alle energie nervose e
muscolari, ho dato la moderazione d'un corpo ligio a una mente ordinata,
pacata e lucida; ho data la quiete individuale, famigliare e sociale
nella persona del filosofo.

E Uebersinnlich, il filosofo? Oh dite dite!: chi meglio di lui,
irrobustito nelle membra dello sportsman, potr vantare le delizie della
_mens sana in corpore sano_?

A questo punto l'assemblea del Fraternale Governo scatt: applausi,
abbracci, baci. Il dottor Pantfilo fu proclamato lo scienziato pi
grande della Re-So-Eu.

                                  ***

Ah povero dottor Pantfilo! Che errore! che disastro!

Appena usciti, perfettamente in gambe, dalla clinica, coloro che
avrebbero dovuto ringraziarlo tanto, imprecarono contro di lui.

Primo e pi forte protestava il poeta Prneur. Il quale diceva che s'era
visto aprir dinanzi agli occhi le porte del Paradiso ma che gliele
avevano subito rinchiuse in faccia. Appena vidi il sol che ne fui
privo!. Diceva che la gioia di sentirsi dividere con un colpo netto --
tffete! -- e con un fulgore di luce divina la sede della poesia dal
corpo bruto e vile  tal gioia che nessuna altra morte pu darla uguale,
e andava attorno agitando una scure e pregando gli amici di rinnovargli
quel servizio. Fu necessario rinchiuderlo in una casa di malati
psichici, cio in un manicomio. Ma trattandosi d'un poeta geniale, non
c'era da farsene caso. Il guaio fu che lo sportsman, l'inglese, con
folli tentativi di suicidio revolverava i passanti perch il braccio
armato sbagliava il bersaglio. Il disgraziato, capeggiando le membra del
filosofo, a ogni momento stupiva d'essere cos pigro e lasso. -- What is
that?, Che cosa  questa? --, gridava fuori di s. Sopratutto
l'eccitava la idrofobia delle membra disubbidienti ogni volta che gli
veniva il pensiero di far un bagno. E peggio, se possibile, si sentiva
il filosofo tedesco. Egli -- e a lui pareva cosa nuova in lui --
asseriva che adesso ragionava coi piedi, con le gambe, con le braccia,
con tutto, fuor che con la testa, e correva e saltava di qua e di l
senza riposo. -- Was ist das? -- Sfido! Aveva le gambe, le braccia e il
resto del pi famoso sportsman della Re-So-Eu! Bisogn mandarli tutti e
due a tener compagnia al poeta.

Quanto alle due donne, oh che miseria! oh che umiliazione, che abiezione
del femminismo!

A considerarsi sotto al capo, cos diverse da quel che erano una volta,
le infelici s'abbandonarono, loro cos celebri pensatrici, all'atavica
vanit del sesso, della fragilit di Eva.

Imbellettata e ritinta l'astronoma Serenidad andava in giro invocando:
-- Amore! amore! volontad! --, e chiamava i passanti susurrando: --
Vedeste come sono bella! e piangeva disperata perch a guardarla in
faccia le rispondevano: -- Va via, brutta vecchia!

E tutta infronzolita e in guardinfante, per nascondere le deformit del
corpo, Marjana ora malediceva le monadi; urlava: -- Abbasso gli
elettroni! --; e ammoniva alla volutt ideale, senza combinazioni
chimiche. Ma in segreto piangeva, minacciava d'impiccarsi. Si sentiva
cos vecchia; vecchia cos presto! Povera donna!

Povere donne! le mandarono in manicomio anche loro.

E l imprecarono pi dei maschi colleghi a quella che era stata la
generosit o la vendetta della Re-So-Eu (Repubblica Sociale Europea).


                                  ----




                          DELLO STESSO AUTORE

    ROMANZI:

    _L'Ave_ (Zanichelli); _Ora e sempre -- In faccia al destino_
    (Treves).

    NOVELLE:

    _Vecchie storie d'amore -- Amore e amore_ (Zanichelli); _Novelle
    umoristiche -- Il zucchetto rosso e storie d'altri colori -- Il
    diavolo nell'ampolla -- Faccie allegre_ (Treves); _A stare al
    mondo..._ (Vitagliano); _Sotto il sole_ (Urbis).

    PER RAGAZZI:

    _Asini e compagnia_ (Bemporad); _Cammina, cammina, cammina..._
    (Treves).




                         Nota del Trascrittore


Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, cos come le
grafie alternative (sodisfatto/soddisfatto, Ceredoli/Cerdoli, die'/di
e simili), correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Sono
stati corretti i seguenti refusi (tra parentesi il testo originale):

    85 -- e saran sempre buoni amici [animici]
    89 -- Montermici, piaceva ed esilarava [esilerava]
    110 -- s'era sbagliato ad affezionarglisi [effezionarglisi]
    136 -- Tutti [Tutte] e due, no!
    178 -- pochi giorni dopo che Grappanera [Grappaneva]
    202 -- Mi era ben manifesto [menifesto] ora





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because of the efforts of hundreds of volunteers and donations from
people in all walks of life.

Volunteers and financial support to provide volunteers with the
assistance they need, is critical to reaching Project Gutenberg(tm)'s
goals and ensuring that the Project Gutenberg(tm) collection will remain
freely available for generations to come. In 2001, the Project Gutenberg
Literary Archive Foundation was created to provide a secure and
permanent future for Project Gutenberg(tm) and future generations. To
learn more about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation and
how your efforts and donations can help, see Sections 3 and 4 and the
Foundation web page at http://www.pglaf.org .


  Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary Archive
                               Foundation


The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non profit
501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the state
of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal Revenue
Service. The Foundation's EIN or federal tax identification number is
64-6221541. Its 501(c)(3) letter is posted at
http://www.gutenberg.org/fundraising/pglaf . Contributions to the
Project Gutenberg Literary Archive Foundation are tax deductible to the
full extent permitted by U.S.  federal laws and your state's laws.

The Foundation's principal office is located at 4557 Melan Dr.
S. Fairbanks, AK, 99712., but its volunteers and employees are scattered
throughout numerous locations. Its business office is located at 809
North 1500 West, Salt Lake City, UT 84116, (801) 596-1887, email
business@pglaf.org. Email contact links and up to date contact
information can be found at the Foundation's web site and official page
at http://www.pglaf.org

For additional contact information:

    Dr. Gregory B. Newby
    Chief Executive and Director
    gbnewby@pglaf.org


Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg Literary
                           Archive Foundation


Project Gutenberg(tm) depends upon and cannot survive without wide
spread public support and donations to carry out its mission of
increasing the number of public domain and licensed works that can be
freely distributed in machine readable form accessible by the widest
array of equipment including outdated equipment. Many small donations
($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt
status with the IRS.

The Foundation is committed to complying with the laws regulating
charities and charitable donations in all 50 states of the United
States. Compliance requirements are not uniform and it takes a
considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up
with these requirements. We do not solicit donations in locations where
we have not received written confirmation of compliance. To SEND
DONATIONS or determine the status of compliance for any particular state
visit http://www.gutenberg.org/fundraising/donate

While we cannot and do not solicit contributions from states where we
have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition
against accepting unsolicited donations from donors in such states who
approach us with offers to donate.

International donations are gratefully accepted, but we cannot make any
statements concerning tax treatment of donations received from outside
the United States. U.S. laws alone swamp our small staff.

Please check the Project Gutenberg Web pages for current donation
methods and addresses. Donations are accepted in a number of other ways
including checks, online payments and credit card donations. To donate,
please visit: http://www.gutenberg.org/fundraising/donate


 Section 5. General Information About Project Gutenberg(tm) electronic
                                 works.


Professor Michael S. Hart is the originator of the Project Gutenberg(tm)
concept of a library of electronic works that could be freely shared
with anyone. For thirty years, he produced and distributed Project
Gutenberg(tm) eBooks with only a loose network of volunteer support.

Project Gutenberg(tm) eBooks are often created from several printed
editions, all of which are confirmed as Public Domain in the U.S. unless
a copyright notice is included. Thus, we do not necessarily keep eBooks
in compliance with any particular paper edition.

Each eBook is in a subdirectory of the same number as the eBook's eBook
number, often in several formats including plain vanilla ASCII,
compressed (zipped), HTML and others.

Corrected _editions_ of our eBooks replace the old file and take over
the old filename and etext number. The replaced older file is renamed.
_Versions_ based on separate sources are treated as new eBooks receiving
new filenames and etext numbers.

Most people start at our Web site which has the main PG search facility:

    http://www.gutenberg.org

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