The Project Gutenberg EBook of Gl'ingannati, by Accademici Intronati di Siena

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Title: Gl'ingannati
       Commedie del Cinquecento

Author: Accademici Intronati di Siena

Editor: Ireneo Sanesi

Release Date: December 13, 2010 [EBook #34641]

Language: Italian

Character set encoding: ISO-8859-1

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  COMMEDIE
  DEL CINQUECENTO


  A CURA
  DI
  IRENEO SANESI


  VOLUME PRIMO



  BARI
  GIUS. LATERZA & FIGLI
  TIPOGRAFI--EDITORI--LIBRAI
  1912

  PROPRIET LETTERARIA

  GENNAIO MCMXII--30148




GL'INGANNATI

DEGLI ACCADEMICI INTRONATI DI SIENA


RECITATORI DELLA COMEDIA

  GHERARDO vecchio
  VIRGINIO vecchio
  CLEMENZIA balia
  LELIA fanciulla
  SPELA servo di Gherardo
  SCATIZZA servo di Virginio
  FLAMMINIO innamorato
  PASQUELLA fante di Gherardo
  ISABELLA fanciulla
  GIGLIO spagnuolo
  CRIVELLO servo di Flamminio
  Messer PIERO pedante
  FABRIZIO giovinetto figliuolo di Virginio
  STRAGUALCIA servo del pedante
  AGIATO oste
  FRULLA oste
  FANCIULLINA figliola della balia.




PROLOGO


Io vi veggio fin di qua, nobilissime donne, meravigliare di vedermivi
cos dinanzi in questo abito e, insieme, di questo apparecchio come se
noi avessimo a farvi qualche comedia. Comedia non vi dovete pensare:
ch, infin l'anno passato, voi poteste conoscere che l'Intronati avevano
il capo ad altro che alle comedie; e poi vedeste, l'altro giorno, qual
fusse intorno alle cose vostre l'animo loro e che non volevano pi
vostra pratica n venirvi pi dietro, come quelli che non gli piaceva
pi essere morsi, rimenati per bocca e tocchi fino al vivo da voi. E
per abbruciarono, come voi vedeste, quelle cose che gli potevano far
drizzare la fantasia e crescer l'appetito di voi e delle cose vostre.
Ora vi voglio cacciar questa meraviglia del capo. Questi Intronati, a
dirvi 'l vero (e crediatemi, ch'io gli ho sentiti), si dolgono
strettamente d'essere entrati in questo farnetico ed hanno una gran
paura che voi, come quelle che avete di che, non pigliate quella lor
facenda per la punta di modo che, per l'avvenire, voi glie ne teniate la
lingua e gli voltiate le spalle ogni volta che gli vedrete. E, per
questo, m'hanno spinto qui per imbasciadore, oratore, legato,
procuratore o poeta, pigliatel come v'entra meglio nella memoria. Io mi
truovo il mandato ampio, in buona forma. Prestatemi la fede vostra;
altrimenti gli  forza ch'io vel mostri, ch l'ho portato meco. Dico
ch'io so' qui a posta per far questa pace e rappiccarvi insieme con
loro, se ne ste contente; ch, a dirvi il vero, le lor facende, senza
voi, son fredde e presso che perdute e, se non ci si ripara, se ne vanno
in un zero. Fatelo, eh! fatelo, donne; ch ve ne metter bene. Voi
conoscete pur la natura loro: che, se voi gli volgete una volta gli
occhi un poco pietosi, e' si lasceranno maneggiare, portar per bocca (da
voi, per, non da altri, ch non starebbon forti) e straziare, toccar
nel vivo con le parole, coi fatti, star di sopra a ogni cosa e esser
sempre le prime voi. O che volete? ste contente? faretelo o no?... Voi
non rispondete? Non lo negando, questo  buon segno. Mirate s'elli hanno
voglia di farlo, questo accordo! che, quasi in tre d, hanno fatto una
comedia; e oggi ve la voglion far vedere e udire, se voi vorrete. Ecco
che voi sapete ora quel che vuol dire questo apparecchio, chi io sono e
quello ch'io vi faccio d'intorno. Questa comedia, per quanto io ne abbia
inteso, la chiamano _L'ingannati_: non perch fusseno mai ingannati da
voi, no, ch mai non l'ingannaste e vi conoscan pur troppo bene (ma ben
gli avete sforzati sempre n se ne son possuti guardar tanto che basti);
ma la chiamano cos perch poche persone intervengono nella favola che,
nel compimento, non si trovino ingannate. Ma e' ci son degli inganni,
tra gli altri, d'una certa sorte che volesse Iddio, per il mal ch'io vi
voglio, che voi fusse ingannate spesso cos, voi, ed io fussi
l'ingannatore! ch io non mi curarei di rimaner sotto all'ingannato. La
favola  nuova e non altronde cavata che della loro industriosa zucca
onde si cavorno anco, la notte di beffana, le sorti vostre; per le quali
vi parve che l'Intronati vi mordesser tanto in su quel fatto del
dichiarare e diceste che gli avevan cos mala lingua. Ma e' si par ben
che voi non l'avete assaggiate; ch forse non direste cos, ma gli
difendereste e terreste la parte loro da buone compagne in tutti quei
luochi che bisognasse. So ben che non ci mancher chi dica che questa 
una insalata di mescolanza. A questi tali io non voglio, io, rispondere,
perch, come ella si sia, gli basta ch'ella piaccia a voi sole: alle
quali essi, con ogni loro studio, si sono ingegnati sempre di piacere
principalmente; e questo pensano che gli verr fatto di leggero e
maggiormente se ce n' tra voi delle pregne a cui soglion spesso
piacere, non pur di questi cotali spettacoli, ma i carboni pesti, la
cocitura dell'accia, la polver dei mattoni, i calcinacci e cos fatte
cose. Agli uomini non importa ch'ella piaccia o no, perch l'Intronati
hanno ordinato un modo che nissun di loro la potr n vedere n udire,
se gi non son ciechi. E per, se qualche sacciuto maligno, tirato dal
desiderio che gli ha d'apontarci, avesse una gran voglia di vederla o
udirla, cavisi gli occhi perch altrimenti non la corr. Io so che vi
parr strano che i ciechi la vegghino. E pur sar vero; e intendarete
come, se voi arete tanta pazienzia ch'io vel mostri.

Quanto ha di bello il mondo, senza dubbio,  oggi in Siena; e quanto ha
di bel Siena si truova al presente in questa sala. Questo non si pu
negare; perch quelle che non ci sono non poss'io credere che sieno n
belle n appresso, poi ch'elle fuggono il parragon di voi altre. Come
volete voi, adunque, che costoro stieno a mirar scene o comedie o
sentino o vegghino cosa che noi faciamo o diciamo, essendoli voi
dinanzi? Che pi bel giuoco, che pi bello spettaculo, che cosa pi
piacevole o pi vaga si pu veder di voi? Certo, nissuna. Ora eccovi
mostro come gli uomini non vedranno n udiranno questa comedia, se non
son ciechi; che gi vi pareva ch'io avesse detta cos gran pappolata. Ma
voi, donne, la vedrete e odirete benissimo perch, in vero, non vi
conosciamo tanto cortesi che vi siate per perdere o uscir di voi stesse
nel mirarci. N si pensin questi che fanno tanto il bello, questi
acconci, questi spelatelli che, per aver una bella barba, per calzar
bene uno stivale o per fare una riverenzia di beretta accompagnata con
un sospiro che si senta fin da Fonte Becci, voi abbiate a lasciar questa
cosa per attendere a loro: ch ne restarebbeno ingannati e cos
torrebbeno il nome alla nostra comedia. E' potrebbe bene essere che uno
spagnuolo, che voi vedrete venire, vi rompesse un poco la fantasia e che
non pigliasse cos bene la nostra materia. Ma io v'insegnar un bel
colpo. Non vi curate di lui, ch, non avendo voi la lingua sua, non vi
potete intendere insieme; e attendete a questi, che son tutti taliani:
e, prestandoli voi la vostra attenzione, non perderete cosa che ci si
dica e sar bello e fatto. Ma, poi ch'io veggio questi uomini cos
intenti a mirarvi che non sentan ci ch'io mi dica, mi giova di ragionar
con voi un poco in sul sodo e domesticamente.  possibil per, ingrate
che voi ste, che questi Intronati s'abbin sempre a lamentar di voi e
che, sempre, in ogni luoco, vi s'abbi a ritoccare il medesimo e che le
tante fatiche che duran per voi e 'l tanto studio che vi mettano intorno
per lodarvi non vi possa piegare a fargli, un tratto, un piacere? Oh!
Ponetevi una volta gi, col nome di Dio; e chiamateli tutti ad uno ad
uno; e vogliate intendere quel che dicono e quel che cercano da voi: ch
so certo che quel che vogliono  una frascaria e voi ne ste tanto
copiose e ricche che, senza perdern'oncia, ne potreste dare, non solo a
loro, ma a tutta questa citt. Ditemi, per vostra f: che credete per
che voglino? E' non cercano altro da voi che la grazia vostra; e che
vogliate conoscere gli ingegni loro, chi l'ha grosso e chi l'ha sottile;
e diciate:--Questo mi piace--e--Questo non mi piace,--acci che quelli
che non v'aggradaranno possin volgere il pensiero altrove e attender
dietro ad altro studio. Ma gli  una gran cosa che voi gli vogliate
tener sempre in questo cimbello e non vogliate risolvervi, un tratto, a
questo benedetto s! Sapete quel ch'io vi vo' dire? Guardatevi di non
li fare, un tratto, disperar da vero; e tenete a mente ben le mie
parole, ch'io so quel ch'io me dico. Voi ne li perderete, una volta, a
fatto; e non gli potrete poi tanto andare a versi che ci sia ordine a
porvi riparo; e ve ne dorrete, quando non sarete pi a tempo. E tenete
questo per fermo: che non si sta sempre a un modo. E questo basti. Oh!
Or ch'io mi ricordo: non v'aspettate altro argomento perch quello che
ve lo aveva a fare non  in punto. Fatevi senza, per ora. E bastivi
sapere solamente che questa citt  Modana, per questo anno, e le
persone che intervengono nella favola sono, i pi, modanesi. Per, se
facessino qualche errore nel muover della lingua, non sar gran fatto
perch non l'hanno ancora cos ben presa. L'altre cose, io penso che voi
siate cos capaci che la materia v'entrar per se stessa senza troppa
fatica. Due ammaestramenti sopra tutto ne cavarete: quanto possa il caso
e la buona fortuna nelle cose d'amore; e quanto, in quelle, vaglia una
longa pazienzia accompagnata da buon consiglio. Il che due fanciulle,
con il lor saper, vi mostraranno; il quale se, seguendolo, poi vi
giovar, arete questo obligo con esso noi. Questi uomini, se non aranno
piacere delle cose nostre, assai ci aranno da ringraziare, ch, per
quattr'ore al manco, gli daremo commodit di poter contemplare le vostre
divine bellezze. Ma, perch'io veggo duo vecchi ch'escon fuore, mi
partir, bench mal volentieri, da mirar s belle cose; ancor ch'io
penso che vi tornar a vedere. Addio tutti.




ATTO I


SCENA I

GHERARDO e VIRGINIO vecchi.


GHERARDO. Fa' adunque, Virginio, se desideri in questa cosa farmi
piacere, come hai detto, che quanto pi presto sia possibile si faccino
queste benedette nozze; e cavami una volta di cos intrigato laberinto
nel quale non so come disavedutamente son corso. E, se pur qualche cosa
ti tenesse, come il non aver danari per le veste (ch ben so che 'l
tutto perdesti nel miserabil sacco di Roma) e paramenti per la casa, o
per aventura ti trovasse male agiato di proveder per le nozze, dimelo
senza rispetto: ch a tutto proveder io; n mi parr fatica, pur che
questa cosa segua un mese prima, per cavarmi questa voglia, spendere un
dieci scudi pi, ch, per grazia di Dio, so dove sono. E ben cognosci tu
che ormai niun di noi  pi erba di marzo, ma s ben di maggio e
forse... E quanto pi si va in l pi si perde tempo. N ti maravigliar,
Virginio, che tanto te ne importuni, ch'io ti do la mia fede che,
perch'io sono entrato in questa girandola, non dormo la met della
notte; e, che sia vero, guarda a che ora mi son levato questa mattina e
sappi che, prima ch'io venissi a te per non destarti, avevo udita la
prima messa a duomo. E, se forse avessi mutata fantasia e paresseti che
con gli anni di tua figliuola non s'affacesseno i miei, che gi sono
agli anta e forse gli passano, dimmelo arditamente: perch a tutto
proveder, voltando i pensieri altrove; e te e me liberar, in un punto,
di fastidio, ch ben sai s'io son ricerco d'imparentarmi con altri.

VIRGINIO. N questo n altro rispetto mi terrebbe, Gherardo, se fusse in
arbitrio mio di poterti fare oggi sposar mia figliuola, ch'io non lo
facesse; e, avenga che quasi ogni mia facult perdesse nel sacco (ed
insieme Fabrizio, quel mio benedetto figliuolo), per grazia di Dio, mi 
rimaso ancor tanto di patrimonio ch'io spero poter vestire e far le
nozze di mia figliuola senza gravare alcun che mi sovenga. N pensar
ch'io mi sia per mutare di quel ch'io t'ho promesso, quando la fanciulla
se ne contenti; ch ben sai tu che non sta bene a mercatanti mancar di
quello ch'una volta promettono.

GHERARDO. Cotesta  una cosa, Virginio, che pi si sente in parole che
non si truova in fatti fra' mercatanti de' nostri tempi. Ben credo che
non sia tu di quelli. Non di meno il vedermi menar d'oggi in domane e di
domane nell'altro mi fa sospettar non so che; n ti cognosco io per cos
da poco che, quando vorrai, non facci far tua figliuola a tuo modo.

VIRGINIO. Ti dir. Tu sai che m'accadde l'andare a Bologna per saldar la
ragione d'un traffico che aveamo insieme messer Buonaparte Ghisilieri,
il cavalier da Casio ed io. E perch'io sono in casa solo, ed abitavo in
villa, non volsi lasciar mia figliuola in man di fantesche; ma la mandai
nel monister di San Crescenzio, a suor Camilla sua zia: ove  ancora,
ch sai ch'io tornai iersera. Ora io ho mandato il famiglio a dirgli che
la torni.

GHERARDO. Sai tu certo ch'ella sia nel monistero e ch'ella non sia
altrove?

VIRGINIO. Come s'io il so? dove vuo' tu ch'ella sia? che domanda 
questa?

GHERARDO. Dirotti. Son stato certe volte l per mie facende ed honne
domandato; e mai non l'ho potuta vedere; e alcune mi hanno detto ch'ella
non v'.

VIRGINIO. Gli  perch quelle buone madri la vorrebon far monaca per
redare, dopo la morte mia, questo poco di resto. Ma non per questo gli
riuscirebbe il pensiero, ch'io non son per s vecchio ch'io non sia
atto ad avere un par di figliuoli, quando io tolga moglie.

GHERARDO. Vecchio? Oh! Ti prometto ch'io mi sento cos bene in gambe ora
come quando io ero di vinticinque anni; e massimamente la mattina, prima
ch'io pisci. E, s'io ho questa barba bianca, nella coda son cos verde
come il poeta toscano. E non vorrei che niun di questi sbarbatelli, che
van facendo il bravo per Modena col pennacchio ritto alla guelfa, con la
spada alla coscia, col pugnal di dietro, con la nappa di seta, mi
vincesseno in cosa nissuna, eccetto che nel correre.

VIRGINIO. Tu hai buono animo. Non so come le forze riusciranno.

GHERARDO. Vorr che tu ne domandi Lelia, come sar, la prima notte,
dormita con me.

VIRGINIO. Or, col nome di Dio, ti bisogna avergli discrezione, perch
l' pure ancor fanciulla e non  buono, in principio, d'esser cos
furioso.

GHERARDO. Che tempo ha?

VIRGINIO. Quando fu il sacco di Roma, ch'ella ed io fumo prigioni di
que' cani, finiva tredici anni.

GHERARDO. Gli  appunto il mio bisogno. Io non la vorrei n pi giovane
n pi vecchia. Io ho le pi belle veste e' pi bei vezzi e le pi belle
collane e' pi bei finimenti da donne che uom di Modena.

VIRGINIO. Sia con Dio. Son contento d'ogni suo bene e tuo.

GHERARDO. Sollecita.

VIRGINIO. Della dote, quel ch' detto  detto.

GHERARDO. Credi ch'io mi mutassi? Addio.

VIRGINIO. Va' in buona ora. Certo, che ecco la sua balia: che mi torr
fatica di mandarla a chiamare perch accompagni in qua Lelia.


SCENA II

CLEMENZIA balia e VIRGINIO vecchio.


CLEMENZIA. Io non so quel che si vorr indovinare che tutte le mie
galline hanno fatto, questa mattina, s fatto il cicalare che pareva che
mi volesser metter la casa a romore o arricchirmi d'uova. Qualche nuova
cosa m'interverr oggi; ch non mi fanno mai questa cantppola che, quel
d, non senta o non m'avvenga qualche cosa mal pensata.

VIRGINIO. Costei debbe test parlar con gli angeli o col beato padre
guardiano di Santo Francesco.

CLEMENZIA. Ed un'altra cosa m' avvenuta, che anco di questo non so che
me ne indovinare: ben ch'el mio confessore mi dica ch'io fo male a por
mente a queste cose e dar fede alli augri.

VIRGINIO. Che fai, che tu parli cos drento a te? Egli ha pur passata la
befania.

CLEMENZIA. Oh! Buon d, Virginio. Se Dio m'aiuti, ch'io mi venivo a
stare un pezzo con voi. Ma voi vi ste levato molto per tempo. Voi siate
il ben venuto.

VIRGINIO. Che dicevi cos fra' denti? Pensavi forse di cavarmi di mano
qualche staiuol di grano o qualche boccal d'oglio o qualche pezzo di
lardo, come  tua usanza?

CLEMENZIA. S certo! Oh che liberalaccio da cavargli di mano! E forse
che fa massarizia pei suoi figliuoli?

VIRGINIO. Che dicevi adunque?

CLEMENZIA. Dicevo ch'io non sapevo pensare quel che si volesse dire che
una gattina bella, ch'io ho, che l'ho tenuta quindici d perduta, questa
mattina  tornata; e, poi ch'ella ebbe preso un topino nel mio camarin
buio, scherzando con esso, mi riversci un fiasco di tribiano che me lo
aveva dato il predicator di San Francesco perch'io gli fo le bocate.

VIRGINIO. Cotesto  segno di nozze. Ma tu vuoi dir ch'io te ne desse un
altro,  vero?

CLEMENZIA. Cotesto  vero.

VIRGINIO. Or vedi s'io so' indivino! Ma che  di Lelia, la tua allieva?

CLEMENZIA. Eh! povera figliuola, quanto era meglio ch'ella non fusse mai
nata!

VIRGINIO. Perch?

CLEMENZIA. Perch, dici, eh? Gherardo Foiani non va dicendo per tutto
che gli  sua moglie e che gli  fatto ogni cosa?

VIRGINIO. Dice il vero. Perch? Non ti par forse ch'ella sia bene
allogata, in una casa onorevole, a un ricco, ben fornito di tutti i
beni, senza avere niuno in casa, che non avr a combattere n con
suociara n con nuora n con cognate che sempre stanno come cani e
gatte? E trattaralla da figliuola.

CLEMENZIA.  cotesto il male: ch le giovani vogliono essere trattate da
mogli e non da figliuole; e voglion chi le strazi, chi le morda e chi
l'accenci ora per un verso e ora per un altro, e non chi le tratti da
figliuole.

VIRGINIO. Tu credi che tutte le donne sien come te? ch sai che ci
conosciamo. Ma e' non  cos; bench Gherardo ha un buono animo di
trattarla da moglie.

CLEMENZIA. E come, che ha degli anni passati cinquanta?

VIRGINIO. Ch'emporta cotesto? Io so' pur quasi al medesimo; e tu sai pur
s'io son buon giostrante o no.

CLEMENZIA. Oh! De' par vostri se ne trovan pochi. Ma, s'io credesse che
voi glie la desse, prima l'affogarei.

VIRGINIO. Clemenzia, io perdei ci ch'io avevo. Ora mi bisogna fare il
meglio ch'io posso. Se Fabrizio, un d, si trovasse ed io avesse dato
ogni cosa a costei, si morrebbe di fame; che non vorrei. Ora io la
marito a Gherardo con condizione che, se Fabrizio non si truova infra
quattro anni, abbi mille fiorini di dote; se ritornasse, ne abbi aver
solamente dugento; e, del resto, la dota egli.

CLEMENZIA. Povera figliuola! So che, se la far a mio modo...

VIRGINIO. Che n'? Quant'ha che tu non l'hai veduta?

CLEMENZIA. Son pi di quindici giorni. Oggi volevo andarla a vedere.

VIRGINIO. Intendo che quelle monache la voglion far monaca e dubito che
non gli abbin messo qualche grillo nel capo, come  lor costume. Va' fin
l, tu, e digli da parte mia che ella se ne venga a casa.

CLEMENZIA. Sapete? Vorrei che mi prestasse due carlini per comprare una
soma di legna, ch non n'ho stecco.

VIRGINIO. Diavolo, empiela tu! Ors! Va', ch te le comprar io.

CLEMENZIA. Voglio andare prima alla messa.


SCENA III

LELIA da ragazzo chiamata per finto nome FABIO e CLEMENZIA balia.


LELIA. Gli  pure un grande ardire il mio, quando io 'l considero, che,
conoscendo i disonesti costumi di questa scorretta giovent modanese, mi
metta sola in questa ora a uscir di casa! Oh come mi starebbe bene che
qualcun di questi gioveni scapestrati mi pigliasse per forza e,
tirandomi in qualche casa, volesse chiarirsi s'io son maschio o femina!
E cos m'insegnasseno a uscir di casa, cos di buona ora. Ma di tutto
questo  cagione l'amore ch'io porto a questo ingrato e a questo crudel
di Flamminio. Oh che sorte  la mia! Amo chi m'ha in odio, chi sempre mi
biasma; servo chi non mi conosce; ed aiutolo, per pi dispetto, ad amare
un'altra (che, quando si dir, nissun sar che lo creda) senza altra
speranza che di poter saziare questi occhi di vederlo, un d, a mio
modo. Ed infino a qui mi  andato assai ben fatto ogni cosa. Ma, da ora
innanzi, come far? che partito ha da essere il mio? Mio padre 
tornato. Flamminio  venuto ad abitar nella citt. E qui non poss'io
stare senza esser conosciuta: il che se avviene, io resto vituperata per
sempre e divento una favola di tutta questa citt. E, per questo, sono
uscita fuora a questa ora; per consigliarmi con la mia balia, che da la
finestra ho veduta venire in qua, ed insieme con lei pigliarci quel
partito che giudicaremo il migliore. Ma prima vo' vedere s'ella in
questo abito mi conosce.

CLEMENZIA. In buona f, che Flamminio debbe essere tornato a stare in
Modena, ch'io veggio l'uscio suo aperto. Oh! Se Lelia lo sapesse, gli
parrebbe mill'anni di tornare a casa di suo padre. Ma chi  questo
fraschetta che tante volte m'attraversa la strada, questa mattina? Ch
pur mi ti metti fra' piei? ch non mi ti levi dinanzi? ch pur ti vai
attorniando? che vuoi da me? Se tu sapesse come i tuoi pari mi
piacciono...

LELIA. Dio vi dia il buon d, mona Scrocca-il-fuso.

CLEMENZIA. Va'. Dllo pure a chi tu debbi aver dato la buona notte.

LELIA. Se ad altri ho data la buona notte, a voi dar il buon d, se lo
vorrete.

CLEMENZIA. Non mi rompare il capo, ch tu mi faresti, questa mattina...
ti so dir io.

LELIA. Ste forse aspettata dal guardian di San Francesco? o pure andate
a trovar fra Cipollone?

CLEMENZIA. Doh! che te venga la febre ben ora! Che hai a cercar tu i
fatti miei n dov'io vo n dov'io stia? che guardiano? che fra
Cipollone?

LELIA. Oh! Non v'adirate, mona Molto-mena-e-poco-fila.

CLEMENZIA. Per certo, io conosco costui; e, non so dove, mi pare averlo
veduto mille volte. Dimmi, ragazzo: e dove mi conosci tu, che vuoi saper
tanto delle cose mie? Levati un poco questa cappa dal volto.

LELIA. Ors! Fai vista di non mi conoscere, eh?

CLEMENZIA. Se stai nascosto, n io n altri ti conoscer.

LELIA. Tirati un poco pi in qua.

CLEMENZIA. Ove?

LELIA. Pi in qua. Ora cognoscimi?

CLEMENZIA. Se' tu forse Lelia? Dolente a la mia vita! Sciagurata a me!
S, che gli  essa. Oim! Che vuol dir questo, figliuola mia?

LELIA. Di' piano. Tu mi pari una pazza, a me. Io m'andar con Dio, se tu
gridi.

CLEMENZIA. Parti forse che si vergogni? Saresti mai diventata femina del
mondo?

LELIA. S, che io son del mondo. Quante femine hai tu vedute fuor del
mondo? Io, per me, non ci fu' mai, ch'io mi ricordi.

CLEMENZIA. Adunque, hai tu perduto il nome di vergine?

LELIA. Il nome no, ch'io sappi, e massimamente in questa terra. Del
resto si vuol domandarne gli spagnuoli che mi tenner prigiona a Roma.

CLEMENZIA. Questo  l'onor che tu fai a tuo padre, a la tua casa, a te
stessa ed a me che t'ho allevata? che ho voglia di scannarti con le mie
mani. Entrami innanzi, veh! ch'io non voglio che tu sia pi veduta in
questo abito.

LELIA. Oh! Abbi un poca di pazienzia, se tu vuoi.

CLEMENZIA. O non ti vergogni d'esser veduta cos?

LELIA. So' io forse la prima? N'ho vedute a Roma le centinaia. E, in
questa terra, quante ve ne sono che, ogni notte, vanno in questo abito
ai fatti loro!

CLEMENZIA. Coteste son ribalde.

LELIA. Oh! Fra tante ribalde non ne pu andare una buona?

CLEMENZIA. Io vo' saper perch tu vi vai e perch sei uscita del
monistero. Oh! Se tuo padre il sapesse, non t'uccidarebbe, povara te?

LELIA. Mi cavarebbe d'affanni. Tu credi forse ch'io stimi la vita un
gran che?

CLEMENZIA. Perch vai cos? Dimmelo.

LELIA. Se m'ascolti, io tel dir; e, a questo modo, intenderai quanta
sia la disgrazia mia e la cagion per ch'io vada in questo abito fuor del
monistero e quel ch'io voglio che in questa cosa tu faccia. Ma tirati
pi in qua: ch, se alcun passasse, non mi conoscesse, per vedermi
ragionar con teco.

CLEMENZIA. Tu mi fai consumare. Di' presto, ch'io morr disperata. Oim!

LELIA. Sai che, dopo il miserabil sacco di Roma, mio padre, perduta ogni
cosa e, insieme con la robba, Fabrizio mio fratello, per non restar solo
in casa, mi tolse dai servizi della signora marchesana con la quale
prima m'aveva posta; e, costretti dalla necessit, ce ne tornamo a
Modana in casa nostra per fuggir quella fortuna ed a viver di quel poco
che avevamo. E sai che, per esser mio padre tenuto amico del conte Guido
Rangone, non era molto ben veduto da alcuni.

CLEMENZIA. Perch mi dici tu quel ch'io so meglio di te? E so che, per
questa cagion, andaste a star di fuore al vostro podere del Fontanile;
ed io ti feci compagnia.

LELIA. Ben dici. Sai anco quanto, in que' tempi, fu aspra e dura la mia
vita e, non pur lontana dai pensieri amorosi, ma quasi da ogni pensiero
umano: pensando che, per essere io stata in mano di soldati, che ognuno
m'aditasse; n credevo poter vivere s onestamente che bastasse a far
che la gente non avesse che dire. E tu 'l sai, ch tante volte me ne
gridasti e mi confortasti a tener vita pi allegra.

CLEMENZIA. Se io lo so, perch mel dici? Segui.

LELIA. Perch, se questo non t'avesse ridetto, non potresti saper quel
che segue. Avvenne che, in que' tempi, Flamminio Carandini, per esser de
la parte che noi, prese stretta amicizia con mio padre; e, ogni giorno,
ogni giorno, veniva in casa; e, alcuna volta, molto segretamente mi
mirava, poi, sospirando, ancora abbassava gli occhi. E fusti cagion tu
di farmene accorgere. A me cominciorono a piacere i suoi costumi, i suoi
ragionamenti e i suoi modi molto pi che da principio non facevano; ma
non per pensavo ad amore. Ma, durando la pratica del suo venire in
casa, ed ora uno atto ed ora un segno amoroso facendomi, sospirando,
sollecitando, mirandomi, m'accorsi che costui era preso di me non poco:
tal che io, che non avevo mai pi provato amore, parendomi egli degno
dov'io potesse porre i mie' pensieri, m'invaghii s fieramente che altro
ben non aveva che di vederlo.

CLEMENZIA. Tutto questo ancor sapevo.

LELIA. Sai ancor che, essendo partiti li soldati di Roma, volse mio
padre tornar l per veder se niente del nostro fusse salvato ma, molto
pi, per veder se nuova alcuna sentiva del mio fratello; e, per non
lassarmi sola, mi mand a stare alla Mirandola, fin che tornava, con la
zia Giovanna. Quanto mal volentieri mi separasse dal mio Flamminio tu lo
puoi dire, che tante volte me ne asciugasti le lagrime! Alla Mirandola
stei uno anno. Poi, essendo tornato mio padre, sai ch'io tornai a Modena
e pi che prima innamorata di colui che, essendo il mio primo amore,
tanto mi era piaciuto, pensandomi che ancor egli m'amasse come prima
aveva mostrato.

CLEMENZIA. Pazzarella! E quanti modanesi hai tu trovati che durin
d'amare una donna sola un anno e che un mese non dien la berta a questa
e un mese a quell'altra?

LELIA. Trovailo che tanto apponto si ricordava di me quanto se mai
veduta non m'avesse; e, ch' peggio, ch'ogni suo animo, ogni sua cura ha
posta in acquistar l'amor d'Isabella di Gherardo Foiani come quella che,
oltre ch' assai bella,  unica a suo padre, se quel vecchio pazzo non
piglia moglie e faccia altri figliuoli.

CLEMENZIA. Egli si crede certo d'aver te; e dice che tuo padre te gli ha
promesso. Ma questo che tu m'hai detto non fa a proposito del tuo andar
vestita da maschio e del tuo essere uscita del monistero.

LELIA. Se mi lassi dire, vedrai che gli  a proposito. Ma, rispondendo a
quel di prima, dico che me non aver egli. Tornato che fu mio padre da
Roma, gli accadde il cavalcare a Bologna per certi intrighi di conti; e,
non volendo io pi tornare alla Mirandola, mi messe nel monistero di San
Crescenzio in compagnia di suor Amabile, nostra parente, fin che
tornasse, che si pens di tornar presto.

CLEMENZIA. Tutto questo sapevo.

LELIA. Ivi stando, n d'altro che d'amor ragionare sentendo a quelle
reverende madri del monistero, m'assicurai ancor io di scoprire il mio
amore a suor Amabile de' Cortesi. Ella, che ebbe piet di me, non fin
mai ch'ella fece venire pi volte Flamminio a parlar seco e con altre
acci che io, in questo tempo, che nascosta dopo quelle tende mi stava,
pascesse gli occhi di vederlo e l'orecchie d'udirlo; che era il maggior
desiderio ch'io avesse. Venendovi un d, fra gli altri, sentii che molto
si rammaric d'un suo allievo che morto gli era e molto diceva delle
lode e ben servire suo; soggiungendo che, se un simile ne trovasse, si
terrebbe pi contento del mondo e che gli porrebbe in mano quanto
teneva.

CLEMENZIA. Meschina a me! Io dubito che questo ragazzo non mi facci
vivere scontenta.

LELIA. Subbito mi corse nell'animo di voler provare se a me potesse
venir fatto d'esser questo aventuroso ragazzo (e, partito ch'ei si fu,
conferii questo pensiero con suor Amabile) e, poi che Flamminio non
stava per stanza a Modena, veder se seco per servidore acconciar mi
potesse.

CLEMENZIA. Nol diss'io che questo ragazzo... Disfatta a me!

LELIA. Ella me ne confort; e amaestrommi del modo ch'io avevo a tenere;
e accommodommi di certi panni che nuovamente s'aveva fatti per potere
ella ancora, alcuna volta, come l'altre fanno, uscir fuor di casa
travestita a fare i fatti suoi. E cos, una mattina per tempo, me ne
uscii in questo abito fuor del monistero che, per esser fuor della terra
come gli , mi die' molto animo e fu molto a proposito. E anda'mene al
palazzo ove Flamminio abitava, che sai che non  molto discosto dal
monistero; ed ivi mi fermai tanto che gli usc fuora. E, in questo, non
posso se non lodarmi della fortuna perch subito Flamminio mi volt gli
occhi adosso e molto cortesemente mi domand se alcuna cosa domandavo e
d'onde io era.

CLEMENZIA.  possibil che tu non cadesse morta della vergogna?

LELIA. Anzi, aiutandomi Amore, francamente gli risposi ch'io ero romano
che, per essere rimasto povero, andavo cercando mia ventura. Mirommi pi
volte dal capo ai piedi tal che quasi ebbi paura che non mi cognoscesse;
poi mi disse che, se mi fusse piaciuto di star seco, mi terrebbe
volentieri e mi trattaria bene e da gentile uomo. Io, pur vergognandomi
un poco, gli risposi di s.

CLEMENZIA. Io non vorrei esser nata, sentendoti. E che util ne vedesti,
per te, di far questa pazzia?

LELIA. Che utile? Part'egli che poco contento sia d'una innamorata veder
di continuo il suo signore, parlargli, toccarlo, intendere i suoi
segreti, veder le pratiche che gli ha, ragionar seco ed esser sicura,
almeno, che, se tu nol godi, altri nol gode?

CLEMENZIA. Queste son cose da pazzarelle; e non  altro ch'agiugner
legna al fuoco, se non sei certa che, facendolo, piaccino al tuo amante.
E di che 'l servi tu?

LELIA. Alla tavola, alla camera. E conosco essergli venuta, in questi
quindici d ch'io l'ho servito, in tanta grazia che, se in tanta gli
fusse nel mio vero abito, beata a me!

CLEMENZIA. Dimmi un poco: e dove dormi tu?

LELIA. In una sua anticamara, sola.

CLEMENZIA. Se, una notte, tentato dalla maladetta tentazione, ti
chiamasse ch tu dormisse con lui, come andarebbe?

LELIA. Io non voglio pensare al mal prima che venga. Quando cotesto
fusse, ci pensarei e risolvereimi.

CLEMENZIA. Che dir la gente, quando questa cosa si sappia, cattivella
che tu sei?

LELIA. Chi lo dir, se non lo dici tu? Or quello ch'io vorrei che tu
facesse  questo (perch'io ho veduto che mio padre torn iersera e
dubito che non mandi per me): che tu facesse s che, fra quattro o
cinque giorni, non ci mandasse; o gli desse ad intendere ch'io sono
andata con suor Amabile a Roverino e, fra questo tempo, tornar.

CLEMENZIA. E questo perch?

LELIA. Ti dir. Flamminio, com'io ti dissi poco fa,  innamorato
d'Isabella Foiani e spesso spesso mi manda a lei con lettere e con
imbasciate. Ella, credendo ch'io sia maschio, si  s pazzamente
innamorata di me che mi fa le maggior carezze del mondo; ed io fingo di
non volerla amare, se non fa s che Flamminio si levi dal suo amore; e
ho gi condotta la cosa a fine. Spero, fra tre o quattro giorni, che
sar fatto e che egli la lasciar.

CLEMENZIA. Dico che tuo padre m'ha detto ch'io venga per te; e ch'io
voglio che tu te ne venga a casa mia, ch mandar pe' tuo' panni; e non
voglio che sia veduta cos, se non che dir ogni cosa a tuo padre.

LELIA. Tu farai ch'io andar in luogo che mai pi mi vedrete n tu n
egli. Fa' a mio modo, se tu vuoi. Ma non ti posso finir di dire ogni
cosa. Sento che Flamminio mi chiama. Signore! Aspettami fra un'ora in
casa, ch ti verr a trovare. E sai? abbi avertenzia che, domandandomi,
mi chiami Fabio degli Alberini, ch cos mi fo chiamare; s che non
errare. Vengo, signore! Addio.

CLEMENZIA. In buona f, che costei ha veduto Gherardo che viene in qua;
e per s' fuggita. Or che far io? Di costei non  cosa da dire al
padre e non  da lasciarla star qui. Tacer fin che di nuovo gli parli.


SCENA IV

GHERARDO vecchio, SPELA suo servo e CLEMENZIA balia.


GHERARDO. Se Virginio fa quanto m'ha promesso, io mi vo' dare il pi bel
tempo ch'uom di Modena. Che ne dici, Spela? Non far bene?

SPELA. Credo che molto meglio fareste a far qualche bene ai vostri
nepoti, che stentano, e a me, che v'ho servito tanto tempo e non mi so'
pure avanzato un par di scarpe; ch'io ho paura che questa moglie non vi
mandi qui o che la vi faccia... So ben io.

GHERARDO. Vorr che tu vegga s'ella si terr ben pagata da me.

SPELA. Credolo: ch, dove un altro la pagarebbe di grossi e di cinquine,
e voi la pagarete di doppioni e di piccioli.

GHERARDO. Ecco la sua balia. Taci, ch'io voglio astutamente domandare
che  di Lelia.

CLEMENZIA. Oh che bel giglio d'orto da voler moglie s tenera! Credi che
fusse ben condotta, quella povera figliuola, nelle man di questo vecchio
rantacoso? Alla croce di Dio, che io la strozzerei prima che voler
ch'ella fusse data a questo vieto, muffato, baboso, rancido, moccioso.
Io ne voglio un poco di pastura. Lassamigli accostare. Dio vi dia il
buon d e la buona mattina, Gherardo. Voi mi parete, questa mattina, un
cherubino.

GHERARDO. E a te ne dia centomila e altri tanti ducati.

SPELA. Cotesti starebbon meglio a me.

GHERARDO. O Spela, quanto sarei stato contento s'io fusse costei!

SPELA. Perch avreste, forse, provati molti mariti, ove non avete
provato se non una moglie? O pur il dite per altro?

CLEMENZIA. E quanti mariti ho io provati, Spela? che Dio te faci spelar
da le mosche! Hai tu forse invidia di non esser stato un di quelli?

SPELA. S, per Dio! ch la gioia  bella, almanco.

GHERARDO. Tace, bestia, ch non lo dico per cotesto, io, no.

SPELA. Perch lo diceste adunque?

GHERARDO. Perch arei tante volte abbraciata, baciata e tenuta in collo
la mia Lelia dolce, di zuccaro, d'oro, di latte, di rose, di non so che
mi dire.

SPELA. Oh! ohu! Padrone, andiamo a casa. S! presto!

GHERARDO. Perch?

SPELA. Voi avete la febbre e vi farebbe male lo star qui a questa aria.

GHERARDO. Io ho il malan che Dio ti dia. Che febbre! Io mi sento pur
bene.

SPELA. Dico che voi avete la febbre: lo conosco ben io, certo; e grande.

GHERARDO. So ch'io mi sento bene.

SPELA. Duolvi il capo?

GHERARDO. No.

SPELA. Lasciatemivi toccare un poco il polso. Duolvi lo stomaco o pur
sentite qualche fumo andare al cervello?

GHERARDO. Tu mi pari una bestia. Vuo' mi far Calandrino, forse? Io dico
ch'io non ho altro male che di Lelia mia, delicata, inzuccarata.

SPELA. Io so che voi avete la febbre e state molto male.

GHERARDO. A che te ne accorgi tu?

SPELA. A che? Non vi accorgete che voi ste fuor di gangari,
farneticate, affannate e non sapete che vi dire?

GHERARDO. Gli  Amor che vuol cos, non  vero, Clemenzia? _Omnia vincit
Amor_.

SPELA. Ohu! Che bel detto da napoletani! _Facetis manum_, brigata. Mai
pi fu detto.

GHERARDO. Quella crudelina, traditorina di tua figliana...

SPELA. Questa non sar febbre, ma scemamento di cervello. Ohu! Povero a
me! come far?

GHERARDO. O Clemenzia, mi vien voglia d'abracciarti e di baciarti mille
volte.

SPELA. Qui bisognaranno le funi, dissi ben io.

CLEMENZIA. Di cotesto guardatevi molto bene, ch'io non voglio esser
baciata da vecchi.

GHERARDO. Paioti cos vecchio?

SPELA. Che credi? Al mio padrone non sono ancor caduti gli occhi fuor di
bocca; volsi dire, i denti.

CLEMENZIA. In ogni modo, non avete il tempo che si crede, veggo ben io.

GHERARDO. Dillo a Lelia. E sai? Se mi metti in sua grazia, ti vo' donare
un mongile.

SPELA. Ehi, liberalaccio! E a me che darete?

CLEMENZIA. Tanto fusse voi in grazia del duca di Ferrara quanto voi ste
in grazia di Lelia, che buon per voi! Ma s! Voi la dileggiate: ch, se
voi gli volesse bene, non la terreste in queste trame n cercaresti di
tuorgli la sua ventura.

GHERARDO. Come torgli la sua ventura? Io cerco di darglila, non di
torgliela.

CLEMENZIA. Perch la tenete, tutto questo anno, in su le pratiche di
volerla o di non volerla?

GHERARDO. Che! Pensasi Lelia che rimanga da me, adunque? S'io non
sollecito ogni d suo padre, se non  la maggior voglia ch'io abbi al
mondo, s'io non volesse che si facesse pi presto oggi che domane, che
tu mi vegga, fra pochi d, sovr'una bara.

CLEMENZIA. E questo non mancar, se a Dio piace. Io gli dir ogni cosa.
Ma sapete? La vi vorrebbe vedere andare altramenti; ch cos gli parete
un pecorone.

GHERARDO. Come un pecorone? che gli ho io fatto?

CLEMENZIA. No. Ma perch voi andate sempre avviluppato ne le pelli.

SPELA. Sar buon, dunque, che per amor suo si faccia scorticare o che,
almanco, corra ignudo per questa terra. Ha' veduto?

GHERARDO. Io ho pi be' panni ch'uom di Modena. Ho caro che me l'abbi
detto. Vorr che, di qua a un poco, mi vegga altrimenti. Ma dove la
potrei vedere? quando torner dal monistero?

CLEMENZIA. Alla porta Bazzovara. Or ora voglio andare a trovarla.

GHERARDO. Ch non mi lassi venir con te, che andarem ragionando?

CLEMENZIA. No, no. Che direbben le genti?

GHERARDO. Io muoio. Oh amore!

SPELA. Io scoppio. Oh bastone!

GHERARDO. Oh beata a te!

SPELA. Oh pazzo che tu se'!

GHERARDO. Oh Clemenzia avventurata!

SPELA. Oh bestia mal cignata!

GHERARDO. Oh latte ben contento!

SPELA. Oh capo pien di vento!

GHERARDO. Oh Clemenzia felice!

SPELA. Oh! in culo avest una radice!

GHERARDO. Ors, Clemenzia! Addio. Viene, Spela, ch'io mi voglio ire a
raffazzonare. Ho deliberato di vestirmi altrimenti per piacere alla mia
moglie.

SPELA. L'andar male.

GHERARDO. Perch?

SPELA. Perch gi cominciate a fare a suo modo. Le brache saran pur le
sue.

GHERARDO. Vanne alla buttiga di Marco profumiere e comprami un bossol di
zibetto, ch'io voglio andare in su l'amorosa vita.

SPELA. I denari ove sono?

GHERARDO. Eccoti un bolognino. Va' presto. Io m'avvio a casa.


SCENA V

SPELA servo e SCATIZZA servo di Virginio.


SPELA. Se ad alcuno venisse voglia di racchiuder tutte le sciocchezze in
un sacco, mettivi il mio padrone, ch sar fatto a punto quanto e'
vuole. E magiormente, or che gli  entrato in questa frenesia d'amore,
egli si spela, si pettina, passeggia intorno alla dama, va fuor la notte
a' veglini con la squarcina, canticchia tutto 'l d con una voce
rantacosa, ribalda e con un leutaccio pi scordato di lui. E ssi dato
infino a far le fistole (che gli venghino!) e i sognetti e i capogirli,
gli strenfiotti, i materiali e mill'altre comedie: cosa da far creppar
di ridere gli asini, non che i cani. Or vuol portare il zibetto. Al
corpo di Dio, che c'impazzerebben le palle. Ma ecco Scatizza che debbe
tornar da le monache.

SCATIZZA. Ti so dir che questi padri che fan le lor figliuole monache
debbono esser di que' buoni uomini del tempo antico di Bartolommeo
Coglioni. E forse che non si credono ch'elle stien sempre dinanzi al
Crocefisso a pregare Iddio che facci del bene a chi ve l'ha messe?  ben
vero che pregano Dio e 'l diavolo; ma che gli faccia rompare il collo a
chi  cagion ch'elle ci sieno.

SPELA. Voglio intender questa novella.

SCATIZZA. Com'io bussai alla ruota, subito tutta la stanza s'emp di
suore; e tutte giovane e tutte belle come angeli. Comincio a domandar di
Lelia. Chi ride di qua, chi sghignazza di l; tutte si facevan beffe del
fatto mio, come se io fusse stato un zugo melato.

SPELA. Addio, Scatizza. E donde si viene? Oh! Tu hai delli zuccarini.
Dammene.

SCATIZZA. Il cancar che ti venga, a te e quel pazzo di tuo padrone!

SPELA. Lasciame andare e tira a te. Donde vieni?

SCATIZZA. Dalle monache di Santo Crescenzio.

SPELA. Or be', che  di Lelia?  tornata a casa?

SCATIZZA. La forca tornar per te! P fare Iddio che quel mentecatto di
tuo padrone se la crede avere?

SPELA. Perch? Non lo vuole?

SCATIZZA. Credo di no, io. Parti ch'ella sia carne da' suo' denti?

SPELA. Ella ha ragione, in fine; ma che dice?

SCATIZZA. Niente non dice. Che vuoi ch'ella dica, quando io non l'ho
potuta vedere? ch, come io gionsi l, e domanda' la, quelle sgherracce
di quelle monache volevan la pastura di me.

SPELA. Altro volevan che la pastura! Pi presto il pastorale. Tu non le
conosci bene.

SCATIZZA. Le conosco meglio di te, cos gli venisse il cancaro! Vo' che
tu vegga. Chi mi domandava s'io ne sto male; chi s'i' la torrei per
moglie; chi diceva ch'ell'era in molle in dormentorio, che s'asciugava;
chi ch'ell'era in soppresso nel chiostro. Un'altra mi disse:--Tuo
padre ebbe figliuoli maschi?--Oh! Io fui per dire:--Ebbe un
ca...cameto.--Tanto che pur m'accorsi che m'uccellavano, ch non
volevano ch'io le parlasse.

SPELA. Tu fosti un da poco. Dovevi entrar dentro e dir che la volevi
cercar tu.

SCATIZZA. Cancaro! Entra dentro solo! Va' l, va' l: tu mi conciaresti!
Oh! Non c' stallone in Maremma che ci regesse col fatto loro, solo.
Monache? Cancaro! Ma io non posso star pi con te; ch ho da rispondere
al mio padrone.

SPELA. Ed io ho a comprare il zibetto a quel pazzo del mio.




ATTO II


SCENA I

LELIA da ragazzo sotto nome di FABIO e FLAMMINIO giovene innamorato.


FLAMMINIO. Gli  pure una gran cosa, Fabio, che, in fino a qui, non abbi
potuto cavare una buona risposta da questa crudele, da questa ingrata
d'Isabella. E pur mi fa creder il vederti dare sempre grata audienzia e
l'accoglierti s volentieri ch'ella non m'abbi in odio; per ch'io non
gli feci mai cosa, ch'io sappi, che le dispiacesse. Tu ti potresti
accorgere, ne' suoi ragionamenti, di ch'ella si dolga di me? Ridimmi, di
grazia, Fabio: che ti disse ella, iersera, quando v'andasti con quella
lettera?

LELIA. Io ve l'ho gi replicato vinti volte.

FLAMMINIO. Oh! Ridimelo un'altra volta. Questo che importa a te?

LELIA. Oh! Che m'importa? Importami: ch'io veggo che voi ne pigliate
dispiacere; il che cos duole a me come a voi. Essendovi, com'io vi
sono, servidore, non doverei cercare altro che di piacervi; ch, forse,
di queste risposte ne volete poi male a me.

FLAMMINIO. Non dubitar di questo, il mio Fabio, ch'io t'amo come
fratello. Conosco che tu mi vuoi bene e per sia certo ch'io non so' per
mancarti mai; e vedra' lo col tempo. Prega Iddio e basti. Ma che
diss'ella?

LELIA. Non ve l'ho detto? che il maggior piacere che voi le possiate
fare al mondo  di lasciarla stare e non pensar pi a lei, perch l'ha
vlto l'animo altrui; e che, insomma, la non ha occhi con che la vi
possi pur guardare; e che voi perdete il tempo e quanto fate in
seguirla, perch, alla fine, vi trovarete con le mani piene di vento.

FLAMMINIO. E pare a te, Fabio, che queste cose le dica di cuore o pur
ch'ella abbia qualche sdegno con esso me? Ch pur soleva, qualche volta,
farmi favore, da un tempo in l; n posso creder ch'ella mi voglia male,
accettando le mie lettere e le mie imbasciate. Io so' disposto di
seguirla fino alla morte. Ben vo' vedere quel che n'ha da essere. Che ne
dici, Fabio? non ti pare?

LELIA. A me no, signore.

FLAMMINIO. Perch?

LELIA. Perch, s'io fusse in voi, vorrei ch'ella l'avesse di grazia
ch'io la mirasse. Forse ch'a un par vostro, nobile, virtuoso, gentile,
delle bellezze che ste, mancaranno dame? Fate a mio modo, padrone.
Lasciatela e attacatevi a qualcun'altra che v'ami; ch ben ne trovarete,
s, e forse di cos belle come ella. Ditemi: non avete voi nissuna che
avesse caro che voi l'amasse, in questa terra?

FLAMMINIO. Come s'io n'ho? Ve n' una, fra l'altre, chiamata Lelia, che
mille volte ho voluto dire che ha tutta l'effigie tua, tenuta la pi
bella, la pi accorta e la pi cortese giovane di questa terra (che te
la voglio, un d, mostrare), che si terrebbe per beata pur ch'io le
facesse una volta un poco di favore; ricca e stata in corte; ed  stata
mia innamorata presso a uno anno, che mi fece mille favori, di poi
s'and con Dio alla Mirandola. E la mia sorte mi fece innamorar di
costei: che tanto m' stata cruda quanto quella mi fu cortese.

LELIA. Padrone, e' vi sta bene ogni male perch, se avete chi v'ama e
non l'apprezzate,  ragionevol cosa che altri non apprezzi voi.

FLAMMINIO. Che vuo' tu dire?

LELIA. Se quella povera giovane fu prima vostra innamorata, e anco pi
che mai v'ama, perch l'avete abbandonata per seguire altri? Il qual
peccato non so se Iddio ve lo possa mai perdonare. Ahi, signor
Flamminio! Voi fate, per certo, un gran male.

FLAMMINIO. Tu sei ancora un putto, Fabio, e non puoi conoscere la forza
d'amore. Dico ch'io son forzato ad amar quest'altra ed adorarla; e non
posso n so n voglio pensare ad altri che a lei. E per tornagli a
parlare e vede se gli puoi cavare di bocca destramente quel ch'ella ha
con me, ch'ella non mi vl vedere.

LELIA. Voi perdete il tempo.

FLAMMINIO. E perder questo tempo mi piace.

LELIA. Voi non farete nulla.

FLAMMINIO. Pazienzia!

LELIA. Lasciatela andar, vi dico.

FLAMMINIO. Io non posso. Va' l, ch'io te ne prego.

LELIA. Io andar; ma...

FLAMMINIO. Torna con la risposta, subito. Io andar fino in duomo.

LELIA. Com'io veggo el tempo, non mancar.

FLAMMINIO. Fabio, se tu fai questa cosa, buon per te!

LELIA. A tempo si parte, ch ecco Pasquella che mi viene a trovare.


SCENA II

PASQUELLA fante di Gherardo e LELIA da ragazzo detto FABIO.


PASQUELLA. Io non credo che nel mondo si truovi il maggior affanno n il
maggior fastidio che servire, una mia pari, una giovane innamorata; e
massimamente a quella che non ha d'aver timore di madre, di sorelle o
d'altre persone, quale  questa padrona mia: che, da certi d in qua, 
intrata in tanta frega e in tanta smania d'amore che n d n notte ha
posa. Sempre si gratta il petinicchio, sempre si stroppiccia le cosce,
or corre in su la loggia, or corre a le finestre, or di sotto, or di
sopra; n si ferma altrimenti che s'ella avesse l'ariento vivo in su'
piedi. Ges! Ges! Ges! Oh! I' so' pure stata giovana ed innamorata la
mia parte, ed ho fatto qualche cosetta; e pur mi posavo, talvolta.
Almanco si fusse messa a voler bene a qualche uomo di conto, maturo, che
sapesse fare i suo' fatti e gli cavasse la pruzza! Ma la s'
imbarbugliata d'un fraschetta che a pena credo che, quando gli 
sdilacciato, si sappia allacciare, s'altri non gli aita. E, tutto 'l d,
mi manda a cercar questo drudo come s'io non avesse che fare in casa. E
forse che 'l suo padrone non si crede che facci l'ambasciate per lui? Ma
gli , per certo, questo che viene in qua. Ventura! Fabio, Dio ti dia il
buon d. Vezzo mio, ti venivo a trovare.

LELIA. Ed a te mille scudi, la mia Pasquella. Che fa la tua bella
padrona? e che voleva da me?

PASQUELLA. E che ti credi che la facci? Piagne, si consuma, si strugge,
ch stamattina non sei ancor passato da casa sua.

LELIA. Oh! Che vuol ch'io ci passi innanzi giorno?

PASQUELLA. Credo ch'ella vorrebbe che tu stesse con lei tutta la notte
ancora, io.

LELIA. Oh! Io ho da fare altro. A me bisogna servire il padrone;
intendi, Pasquella?

PASQUELLA. Oh! Io so ben che a tuo padron non faresti dispiacere a
venirci, non. Dormi forse con lui?

LELIA. Dio il volesse ch'io fusse tanto in grazia sua! ch'io non sarei
ne' dispiaceri ch'io sono.

PASQUELLA. Oh! Non dormiresti pi volentieri con Isabella?

LELIA. Non io.

PASQUELLA. Eh! Tu non dici da vero.

LELIA. Cos non fusse!

PASQUELLA. Or lasciamo andare. Dice la mia padrona che ti prega che tu
venga tosto fin a lei, ch suo padre non  in casa e ha bisogno di
parlarti d'una cosa ch'importa.

LELIA. Digli che, se non si leva dinanzi Flamminio, che perde il tempo:
ch la sa ben ch'io mi rovinarei.

PASQUELLA. Viene a dirgliel tu.

LELIA. Io dico che ho altro da fare. Non odi?

PASQUELLA. E che hai da fare? Dacci una corsa; e tornarai subito.

LELIA. Oh! Tu mi rompi il capo, ora. Vatti con Dio.

PASQUELLA. Non vuoi venire?

LELIA. Non, dico: non m'intendi?

PASQUELLA. In buona fede, in buona verit, Fabio, Fabio, che tu sei
troppo superbo. E sai che ti ricordo? che tu sei giovinetto e non
conosci il ben tuo. Questo favore non ti durer sempre, no. Ne verr la
barba; non arai sempre s colorite le gotuzze n cos rossette le
labbra; non sarai cos sempre richiesto da tutti, non. Allora conoscerai
quanto sia stata la tua pazzia; e te ne pentirai, quando non sarai pi a
tempo. Dimmi un poco: quanti ne sono, in questa citt, che arebben di
grazia ch'Isabella gli mirasse? E tu par che ti facci beffe del pane
onto.

LELIA. Perch non gli mira, donque? E lasci star me che non me ne curo.

PASQUELLA. Oh Dio! Gli  ben vero che i giovani non han tutto quel senno
che gli bisognarebbe.

LELIA. Ors, Pasquella! Non mi predicar pi, ch tu fai peggio.

PASQUELLA. Superbuzzo, superbuzzo, ti mancar questo fumo! Ors, il mio
Fabio caro, anima mia! Vien, di grazia, presto; se non, mi rimanderebbe
un'altra volta a cercarte n crederebbe ch'io t'avesse fatto
l'ambasciata.

LELIA. Ors! Va', Pasquella, ch'io verr. Burlavo teco.

PASQUELLA. Quando, gioia mia?

LELIA. Presto.

PASQUELLA. Quanto presto?

LELIA. Tosto. Va'.

PASQUELLA. T'aspettar all'uscio di casa, veh!

LELIA. S, s.

PASQUELLA. Uh! Sai? Se tu non vieni, m'adirar.


SCENA III

GIGLIO spagnuolo e PASQUELLA fante.


GIGLIO. Por mia vida, que esta es la vieia biene avventurada que tiene
la mas hermosa moza d'esta tierra per sua ama. Oh se le puodiesse io
ablar dos parablas sin testigos! Voto a la virginidad de todos los
prelatos de Roma que le har io dar gritos como la gatta de heniero. Mas
quiero veer se puedo, con alguna lisonia, pararme tal con esta vieia
vellacca alcahueta que me aga alcanzar algo con ella. Buenos dies,
madonna Pasquella galana, gentil. Donde vens vos tan temprana?

PASQUELLA. Oh! Buon d, Giglio. Io vengo dalla messa. E tu dove vai?

GIGLIO. Buscando mi ventura, se puedo toppar alguna muger che me haga
alguna carizia.

PASQUELLA. Oh s! In buona f, che vi mancano a voi spagnuoli! ch non
ce n' niun di voi che non n'abbi sempre una decina a sua posta.

GIGLIO. Io verdade es che ne tiengo dos; mas non puedo andar  ellas
senza periglo.

PASQUELLA. Che! Son gentildonne, forse, di casa porcina, eh?

GIGLIO. S,  f. Mas io queria trovar una madre que me blancasses
alguna vez las camisas e me rattopasses calzas y el giuppon y que me
tenesse por fiolo; e io la serviria di buona gana.

PASQUELLA. Cerca, cerca, ch non te ne mancar, no; ch chi ha le
gentildonne, come tu, non gli mancan le fantesche.

GIGLIO. Ya trobada sta, se voi volite.

PASQUELLA. Chi ?

GIGLIO. Voi misma.

PASQUELLA. Eh! Io son troppo vecchia per te.

GIGLIO. Vieia? Voto alla Virge Maria di Monsurat que me parecceis una
moza di chinze o veinte annos. Vees, non le digais mas, per vostra vida,
que non le puedo soffrir. Vedite pi presto se volite farmi qualche
piazer, que vederite se vos trattar da giovane o da vieia.

PASQUELLA. No, no. Galli, via. Non mi voglio impacciar con spagnuoli.
Ste tafani di sorte che o mordete o infastidite altrui; e fate come il
carbone: o cuoce o tegne. V'aviam tanto pratichi oramai che guai a noi!
E vi conosciamo bene, Dio grazia; e non c' guadagno coi fatti vostri.

GIGLIO. Guadagno? Giuro a Dios que pi guadagnarite con  mi que con el
primo gentil ombre de esta tierra; y, aunque vos paresque cos male
aventurade, io son de los buenos y bien nascidos ydalgos de toda Spagna.

PASQUELLA. Un miracolo non ha detto signore o cavaliere! poi che tutti
gli spagnuoli che vengon qua si fan signori. E poi mirate che gente!

GIGLIO. Pasquella, tomma mia amistade, que buon por  ti!

PASQUELLA. Che mi farai? signora, eh?

GIGLIO. Non quiero se non que seays mia matre. E io quiero ser vostro
figliolo y, allas vezes, aun marido, se vos verr bien.

PASQUELLA. Eh lasciami stare!

GIGLIO. Reise: eccha es la fiesta.

PASQUELLA. Che dici?

GIGLIO. Que vi voglio donare un rosario para dezir quando es la fiesta.

PASQUELLA. E dove ?

GIGLIO. Veiolo aqui.

PASQUELLA. Oh! Questa  una corona. Ch non me la di?

GIGLIO. Se volite ser mia madre, io vos la dar.

PASQUELLA. Sar ci che tu vuoi, pur che tu me la dia.

GIGLIO. Quando podremos ablar giuntos una hora?

PASQUELLA. Quando tu vuoi.

GIGLIO. Dove?

PASQUELLA. Oh! Io non so dove.

GIGLIO. Non teni in casa algun logar donde me possa poner io  questa
sera?

PASQUELLA. S, ; ma se 'l padron lo sapesse?

GIGLIO. E que! Non sapr nada, no.

PASQUELLA. Sai? Vedr stasera se ci sar ordine. Tu passa dinanzi a casa
e io ti dir se potrai venire o no. Or dammi la corona. Oh! Gli  bella!

GIGLIO. Ors! Io star avertido allas vintiquattr'oras.

PASQUELLA. Or s, eh! ma dammi i paternostri.

GIGLIO. Io los portar con me quando verr agli, que les quiero
primiero far un poghetto profumar.

PASQUELLA. Non mi curo di tante cose. Dammegli pur cos; io non gli
voglio pi profumati.

GIGLIO. Vedi  qui: esto stocco sta gasto. Io ci har metter un poco de
oro; e questa sera ve los dar. Vi tu altro se non que sar la tuya?

PASQUELLA. Mia sar quand'io l'ar.  da far gran fondamento nelle
parole degli spagnuoli, alla fede! Non diss'io che voi ste formiche di
sorbo, che non uscite per bussare?

GIGLIO. Que dezis, matre?

PASQUELLA. Io voglio andare in casa, ch la padrona me aspetta.

GIGLIO. E spera un pochitto! Vos teneis una gran priessa. Que teneis de
azer con vostra padrona?

PASQUELLA. Oh! che ti credi? Che 'l diavol mi porti, se le fanciulle
d'oggi non son prima innamorate che gli abbino asciutti gli occhi e se
prima non volesseno il punteruolo che l'aco.

GIGLIO. Que quereis dezir?

PASQUELLA. Chiachiare? E' non son miga chiachiare! La vorrebbe far da
vero.

GIGLIO. Pos dimmi, de grazia. De quien es innamorada? que non es
possibile, que es aun troppa gioven.

PASQUELLA. Cos non fusse o almen si fusse messa con un par suo!

GIGLIO. Dimme, por tu vida: quien es?

PASQUELLA. E' non si vuol dire. Vedi: fa' che tu non ne parli. Non
cognosci quel ragazzo di Flamminio de' Carandini?

GIGLIO. Quien? aquel mucciaccio qu'es todo vestido de blanco?

PASQUELLA. S, cotesto.

GIGLIO. Valeme Dios! Es possibile? Que quiere azer d'aquel, ch'es megior
per ser sanado que per sanar?

PASQUELLA. E tu odi.

GIGLIO. Y el mucciaccio quiere ben  la gioven?

PASQUELLA. Eh! Cos, cos.

GIGLIO. Mas el patre d'ella non s'accorge d'esta trama?

PASQUELLA. Non pare, a me. Anzi, l'ha trovato due volte in casa; ed
hagli fatto mille carezze, presolo per la mano, toccato sotto 'l mento,
come se fusse suo figliuolo. E dice che gli par che s'assomigli a una
figliuola di Virginio Bellenzini.

GIGLIO. Ah reniego del putto, vieio puerco, vellacco! Ya, ya. S io lo
que quiere.

PASQUELLA. Uh! Tu m'hai tenuta troppo; me ne voglio ire.

GIGLIO. Mira que verr,  esta nocce. Non te scordar della promessa.

PASQUELLA. N tu di portar la corona.


SCENA IV

FLAMMINIO, CRIVELLO suo servo e SCATIZZA servo di Virginio.


FLAMMINIO. Tu non sei ito a veder se tu vedi Fabio; ed egli non viene.
Non so che mi dire di questa sua tardanza.

CRIVELLO. Io andavo; e voi mi richiamaste indietro. Che colpa  la mia?

FLAMMINIO. Va' adesso: e, caso che ancor fusse in casa d'Isabella,
aspettalo fin che gli esca e fallo poi venir subito.

CRIVELLO. Oh! Che sapr io se v' o se non v'? volete forse ch'io ne
domandi alla casa di lei?

FLAMMINIO. Mira che asino! Parti che cotesto stesse bene? Credelo a me
ch'io non ho servidore in casa che vaglia un pane altro che Fabio. Iddio
mi dia grazia ch'io gli possa far del bene. Che borbotti? che dici,
poltrone? non  vero?

CRIVELLO. Che volete ch'io dica? Dico di s, io. Fabio  buono, Fabio 
bello, Fabio serve bene, Fabio con voi, Fabio con madonna... Ogni cosa 
Fabio; ogni cosa fa Fabio. Ma...

FLAMMINIO. Che vuol dir ma...?

CRIVELLO. ...non sar sempre buona robba.

FLAMMINIO. Che dici tu di robba?

CRIVELLO. Che non  da fidargli cos sempre la robba. S, ch gli 
forestiero e potrebbe, un d, caricarvela.

FLAMMINIO. Cos fidati fusse voi altri! Domanda un poco lo Scatizza, che
 l, se l'avesse veduto. E io sar al banco de' Porrini.

CRIVELLO. Scatizza, addio. Ha' tu veduto Fabio?

SCATIZZA. Chi? quella vostra buona robba? Oh cagnaccio! Tu ti di il bel
tempo.

CRIVELLO. Ove andavi?

SCATIZZA. A trovare il mio grimo.

CRIVELLO. Gli  passato di qui or ora.

SCATIZZA. Dove  andato?

CRIVELLO. In qua s. Viene, ch 'l trovaremo. Eh viene! ch t'ho da
contare una facezia, che m' intervenuta con la mia Caterina, la pi
bella del mondo.


SCENA V

SPELA servo di Gherardo, solo.


Pu esser peggio al mondo che servire a un padron pazzo? Gherardo mi
manda a comprare il zibetto. Quando lo domandai al profumiere e dissi
ch'io non avevo pi d'un bolognino, cominci a dire ch'io non avevo
tenuto a mente e che Gherardo doveva aver detto un bossol d'onguento da
rogna: ch n'aveva bisogno; ch sapeva che non usava zibetto. Comincia'
gli a dire, acci che egli mel credesse, di questo suo amorazzo: e fu
per crepar di ridere con certi gioveni che eran l; e voleva pur ch'io
gli portasse un bossol d'assafetida; tal che, cos dileggiato, me ne
partii. Or, se 'l padrone il vuole, diemi pi quattrini.


SCENA VI

CRIVELLO, SCATIZZA, LELIA da ragazzo e ISABELLA.


CRIVELLO. Or hai inteso; e, se tu vuoi venire, mi basta l'animo di
trovarne una per te ancora.

SCATIZZA. Fa' un poco di pratica, ch'io ti prometto che, se tu trovi
qualche fantesca che mi piaccia, che noi ci daremo il pi bel tempo del
mondo. Io ho la chiave del granaio, della cantina, della dispensa, delle
legna; e, s'io avesse dove poter scaricar le some a piano, mi bastarebbe
l'animo che noi faremmo una vita da signori. In ogni modo, da questi
padroni non se ne cava altro.

CRIVELLO. Io t'ho detto: io 'l vo' dire a Bita, che ti provegga di
qualche cittona acci che tutti a quattro insieme possiam darci buon
tempo in questo carnovale.

SCATIZZA. Oh! Noi siamo all'ultimo.

CRIVELLO. Daremcelo questa quaresima, mentre ch'i padroni saranno alla
predica a vagheggiare. Ma sta', ch l'uscio di Gherardo s'apre. Tirate
un poco pi qua.

SCATIZZA. Perch?

CRIVELLO. Oh! Per buon rispetto.

LELIA. Ors, Isabella! Non vi dimenticate di quanto m'avete promesso.

ISABELLA. E voi non vi dimenticate di venirmi a vedere. Ascoltate una
parola.

CRIVELLO. S'io fusse in questa freggnuola, so che 'l padrone mi
perdonarebbe!

SCATIZZA. Mangiaresti i polli per te, eh?

CRIVELLO. Che ne credi?

LELIA. Or volete altro?

ISABELLA. Udite un poco.

LELIA. Eccomi.

ISABELLA. cci nissun cost fuora?

LELIA. Non si vede anima nata.

CRIVELLO. Che diavol vl colei?

SCATIZZA. Questa dimestichezza  troppa.

CRIVELLO. Sta' a vedere.

ISABELLA. Udite una parola.

CRIVELLO. Costor s'accostan molto.

SCATIZZA. Che s! che s!

ISABELLA. Sapete? Vorrei...

LELIA. Che vorreste?

ISABELLA. Vorrei... Accostatevi.

SCATIZZA. Accostati, salvaticaccio!

ISABELLA. Mirate se v' niuno.

LELIA. Non ve l'ho detto? Non si vede persona.

ISABELLA. Oh! Io vorrei che voi tornasse dopo disinare quando mio padre
sar fuora.

LELIA. Lo far; ma, come passa il mio padron di qui, di grazia, fuggite
e serrategli la finestra in fronte.

ISABELLA. S'io non lo fo, non mi vogliate pi bene.

SCATIZZA. Dove diavol gli tien la man, colei?

CRIVELLO. Oh povero padrone! Che s, che s, ch'io sar indivino!

LELIA. Addio.

ISABELLA. Udite: vi volete partire?

SCATIZZA. Basciala, che ti venga il cancaro!

CRIVELLO. L'ha paura di non esser veduta.

LELIA. Ors! Tornatevi in casa.

ISABELLA. Voglio una grazia da voi.

LELIA. Quale?

ISABELLA. Entrate un poco dentro a l'uscio.

SCATIZZA. La cosa  fatta.

ISABELLA. Oh! Voi ste salvatico!

LELIA. Noi sarem veduti.

CRIVELLO. Oim! oim! O seccareccio, altrettanto a me.

SCATIZZA. Non ti diss'io che la baciarebbe?

CRIVELLO. Or ben ti dico ch'io non vorrei aver guadagnato cento scudi e
non aver veduto questo bacio.

SCATIZZA. Il veggio. Cos fusse tcco a me!

CRIVELLO. Oh! Che far il padrone, come egli 'l sappia?

SCATIZZA. Oh diavol! Non si vl dirglielo.

ISABELLA. Perdonatemi. La vostra troppa bellezza e 'l troppo amar ch'io
vi porto  cagion ch'io fo quello che forse voi giudicarete esser di
poca onesta fanciulla. Ma Dio lo sa ch'io non me ne son potuta tenere.

LELIA. Non fate queste scuse con me, signora; ch so ancor io come io
sto e quel che, per troppo amore, mi son messo a fare.

ISABELLA. E che cosa?

LELIA. Oh! Che? A ingannare il mio signore, che non sta per bene.

ISABELLA. Il malan che Dio gli dia!

CRIVELLO. Vatti po' fida di bagasce! Ben gli sta. Non  maraveglia che
'l fegatello confortava il padrone a lasciar questo amore.

SCATIZZA. Ogni gallina ruspa a s. In fine, tutte le donne son fatte a
un modo.

LELIA. L'ora  gi tarda ed io ho da trovare il padrone. Rimanete in
pace.

ISABELLA. Udite.

CRIVELLO. Ohi! e due! Che ti si secchi, che ti faccia il mal pro!

SCATIZZA. Al corpo di Dio, che m' infiata una gamba che par che la
voglia recere.

LELIA. Serrate. Addio.

ISABELLA. Mi vi dono.

LELIA. Son vostro. Io ho, da un canto, la pi bella pastura del mondo di
costei che si crede pur ch'io sia maschio; dall'altro, vorrei uscir di
questa briga e non so come mi fare. Veggio che costei  gi venuta al
bacio; e verr, la prima volta, pi avanti; e trovarommi aver perduta
ogni cosa: tal che forza  ch'e' si scuopra la ragia. Voglio andare a
trovar Clemenzia di quanto gli par ch'io faccia. Ma ecco Flamminio.

CRIVELLO. Scatizza, il padrone mi disse aspettarmi al banco de' Porrini.
Vo' dargli questa buona nuova. Caso non mi creda, fa' che non mi facci
parer bugiardo.

SCATIZZA. Io non ti posso mancare. Ma, facendo a mio modo, te ne starai
queto e arai sempre questo calcio in gola a Fabio per poterlo far fare a
tuo modo.

CRIVELLO. Dico ch'io gli vo' male, ch m'ha rovinato.

SCATIZZA. Governatene come ti piace.


SCENA VII

FLAMMINIO e LELIA da ragazzo.


FLAMMINIO.  possibil, per, ch'io sia tanto fuor di me e mi stimi s
poco ch'io voglia amare a suo dispetto costei e servir chi mi strazia,
chi non fa conto di me, chi non mi vuol pur compiacer sol d'uno sguardo?
Sar io s da poco e s vile ch'io non mi sappi levar questa vergogna e
questo strazio da dosso? Ma ecco Fabio. Or ben, che hai fatto?

LELIA. Nulla.

FLAMMINIO. Perch sei stato tanto a tornare? Tu vorrai diventar un
forca, s?

LELIA. Io ho indugiato perch'io volevo pur parlare a Isabella.

FLAMMINIO. E perch non gli hai parlato?

LELIA. Non mi ha voluto ascoltare. E, se voi facesse a mio modo,
pigliaresti altro partito e vi risolvaresti de' casi vostri: ch, per
quel ch'io n'ho potuto comprendere insino a qui, voi vi perdete il
tempo; ch la si mostra ostinatissima a non voler far mai cosa che vi
piaccia.

FLAMMINIO. E, se 'l dicesse Iddio, l'ha pure il torto. Non sai che, or
ora, passando di l, si lev subito, come la mi vidde, dalla finestra
con tanto sdegno e con tanta furia come s'ell'avesse visto qualche cosa
orribile o spaventosa?

LELIA. Lasciatela andar, vi dico.  possibil che, in tutta questa citt,
non sia un'altra che meriti l'amor vostro quanto lei? Non vi  piaciuta
mai altra donna che lei?

FLAMMINIO. Cos non fusse! ch'io ho paura che questo non sia la cagion
di tutto 'l mio male: perch io amai gi molto caldamente quella Lelia
di Virginio Bellenzini di ch'i' ti parlai; e ho paura ch'Isabella non
dubiti che questo amor duri ancora e, per questo, non mi voglia vedere.
Ma io gli far intendere ch'io non l'amo pi; anzi, l'ho in odio e non
la posso sentir ricordare. E gli far ogni fede ch'ella vorr di non
arrivar mai dove lei sia. E voglio che glie lo dica tu, a ogni modo.

LELIA. Oim!

FLAMMINIO. Che hai? Par che tu venga meno. Che ti senti?

LELIA. Oim!

FLAMMINIO. Che ti duole?

LELIA. Oim! Il cuore.

FLAMMINIO. Da quanto in qua? Appoggiati un poco. Duolti forse il corpo?

LELIA. Signor no.

FLAMMINIO. E forse lo stomaco ch' indebilito?

LELIA. Dico ch' il cuore che mi duole.

FLAMMINIO. Ed a me, forse, molto pi. Tu hai perduto il colore. Vattene
a casa: e fatti scaldare qualche panno al petto e far qualche frega
dietro alle spalle; ch non sar altro. Io sar or ora l e, bisognando,
far venire il medico che ti tocchi il polso e vegga che male  il tuo.
D' qua, un poco, il braccio. Tu sei gelato. Ors! Vattene pian piano. A
che strani casi  sottoposto l'uomo! Non vorrei che costui mi mancasse
per quanto vale tutto 'l mio: ch'io non so se fusse mai al mondo
servidor pi accorto, meglio accostumato di questo giovanetto; e, oltre
a questo, mostra d'amarmi tanto che, se fusse donna, pensarei che la
stesse mal di me. Fabio, va' a casa, dico; e scaldati un poco i piei. Io
sar or ora l. Di' che apparecchino.

LELIA. Or hai pur, misera te, con le tue propie orecchie, dall'istessa
bocca di questo ingrato di Flamminio, inteso quanto egli t'ami. Misera,
scontenta Lelia! Perch pi perdi tempo in servir questo crudele? Non ti
 giovata la pazienzia, non i preghi, non i favori che gli hai fatti; or
non ti giovan gl'inganni. Sventurata me! rifiutata, scacciata, fuggita,
odiata! Perch serv'io a chi mi rifiuta? perch domando chi mi scaccia?
perch seguo chi mi fugge? perch amo chi m'ha in odio? Ah Flamminio!
Non ti piace se non Isabella. Egli non vuole altro che Isabella.
Abbisela, tenghisela; ch'io lo lasciar o morr. Delibero di non pi
servirli in questo abito n pi capitargli innanzi, poi che tanto m'ha
in odio. Andar a trovar Clemenzia che so che m'aspetta in casa; e con
essa disporr quel che abbi da essere della vita mia.


SCENA VIII

CRIVELLO e FLAMMINIO.


CRIVELLO. E, se non  cos, fatemi impicar per la gola; non tanto
tagliar la lingua. Vi dico che gli  cos.

FLAMMINIO. Da quanto in qua?

CRIVELLO. Quando voi mi mandasti a cercar di lui.

FLAMMINIO. Come and? Dimmelo un'altra volta, perch egli mi niega
d'averle oggi potuto parlare.

CRIVELLO. Sar buon che vel confessi! Dico che, aspettando io di vedere
s'egli dava di volta intorno a quella casa, lo vidi uscir fuore. E,
volendosi gi partire, Isabella lo richiam dentro: e, guardando se
fuore era alcuno che gli vedesse, non vi vedendo persona, si baciorno
insieme.

FLAMMINIO. Come non vider te?

CRIVELLO. Perch'io m'era ritratto in quel portico rincontro, e non me
potevan vedere.

FLAMMINIO. Come gli vedesti tu?

CRIVELLO. Con gli occhi. Credete forse ch'io gli abbi veduti con le
gombita?

FLAMMINIO. E basciolla?

CRIVELLO. Io non so s'ella baci lui o egli lei; ma io credo che l'un
basciassi l'altro.

FLAMMINIO. Accostorono il viso l'uno a l'altro tanto che si potessen
baciare?

CRIVELLO. Il viso no, ma le labbra s.

FLAMMINIO. Oh! Possonsi accostar le labbra senza il viso?

CRIVELLO. Se l'uomo avesse la bocca nelle orecchie o nella cicottola,
forse; ma, stando dove le stanno, credo che no.

FLAMMINIO. Guarda che tu vedesse bene, che tu non dica poi:--E' mi
parve--; ch questa  una gran cosa che tu mi dici.

CRIVELLO. Maggiore  il Mangia che sta in cima alla torre di Siena.

FLAMMINIO. Come vedesti?

CRIVELLO. Vegliando, con gli occhi aperti, stando a vedere n avendo a
far altra cosa che mirare.

FLAMMINIO. Se questo  vero, tu m'hai morto.

CRIVELLO. Questo  vero. Lo chiam, se gli accost, l'abbracci, lo
basci. Or, se tu vuoi morir, muore.

FLAMMINIO. Non  maraviglia che 'l traditor negava di non esservi stato!
Or so perch il ribaldo mi confortava a lasciarla: per goderla lui. Se
io non fo tal vendetta che, fin che questa terra dura, sar essempio ai
servidori che non sieno traditori a' padroni, non voglio esser tenuto
uomo. Ma, in fine, se altra certezza non n'ho, io non tel vo' credere.
So che tu sei un tristo e gli debbi voler male; e fai perch'io me lo
levi dinanzi. Ma, per quel Dio che s'adora, ch'io ti far dire il vero o
t'ammazzar. Di' s! Hailo veduto?

CRIVELLO. Signor s.

FLAMMINIO. Baciolla?

CRIVELLO. Bacirsi.

FLAMMINIO. Quante volte?

CRIVELLO. Due volte.

FLAMMINIO. Ove?

CRIVELLO. Nel suo ridotto.

FLAMMINIO. Tu menti per la gola. Poco fa, dicesti in su l'uscio.

CRIVELLO. Volsi dir vicino all'uscio.

FLAMMINIO. Di' il vero!

CRIVELLO. Ohi! ohi! M'incresce d'avervel detto.

FLAMMINIO. Fu vero?

CRIVELLO. Signor s. Ma io mi so' scordato ch'io avevo un testimonio.

FLAMMINIO. Chi era?

CRIVELLO. Lo Scatizza di Virginio.

FLAMMINIO. Vidde egli ancora?

CRIVELLO. Come me.

FLAMMINIO. E se egli nol confessa?

CRIVELLO. Ammazzatemi.

FLAMMINIO. Farollo.

CRIVELLO. E s'egli il confessa?

FLAMMINIO. Amazzar tutt'e due.

CRIVELLO. Oim! Perch?

FLAMMINIO. Non dico te; ma Isabella e Fabio.

CRIVELLO. E che voi abbruciate quella casa, con Pasquella e con chi v'
dentro.

FLAMMINIO. Andiamo a trovar lo Scatizza. S'io non nel pago, s'io non fo
dir di me, se tutta questa terra non lo vede... Ne far tal vendetta!...
Oh traditore! Vatti poi fida.




ATTO III


SCENA I

PEDANTE, FABRIZIO giovine figliuol di Virginio e STRAGUALCIA servo.


PEDANTE. Questa terra mi par tutta mutata poi ch'io non vi fui. Vero 
ch'io non vi fui se non per transito con li oratori d'Ancona; e
alloggiammo al Guicciardino. Pur vi stemmo da sei giorni. Tu
ricognoscine cosa alcuna?

FABRIZIO. Come mai pi non l'avessi veduta.

PEDANTE. Credotelo, perch te ne partisti s piccolo che non 
maraviglia. Or pur conosco la strada dove siamo. Quello  il palazzo de'
Rangoni; qui sotto passa il canal grande; quel che vedi l in capo  il
duomo. Hai tu sentito dire Sarest mai la potta da Modana? o vero Gli
pare esser la potta da Modana?

FABRIZIO. Mille volte. Mostratemela, di grazia.

PEDANTE. Vedila sopra il duomo.

FABRIZIO.  quella?

PEDANTE. Quella.

FABRIZIO. Oh! Questa  una baia!

PEDANTE. Tu vedi.

FABRIZIO. Ho sentito ancor dire Tu hai tolto a menar l'orso a Modana.
Che vuol dire? dov' questo orso?

PEDANTE. E' son dettati antiqui de quibus nescitur origo.

FABRIZIO. Certo, maestro, che questa terra par che mi venga di buono.

STRAGUALCIA. Ed a me vien di migliore, ch'io sento qua presso uno odor
d'arosto che mi fa morir di fame.

PEDANTE. Oh! Non sai quel che dice Cantalicio? Dulcis amor patriae. E
Catone: Pugna pro patria. Hoc. Insumma, e' non c' la pi dolce cosa
che la patria.

STRAGUALCIA. Io credo che sia molto pi dolce il tribiano, maestro. Cos
n'avess'io un boccale! ch'io sono spallato, a portar questa valigia.

PEDANTE. Queste strade paion fatte di nuovo. Quand'io ci fui, eran tutte
sordide e fangose.

STRAGUALCIA. Aviamo a contare i mattoni? Ci sar facenda! Vorrei che noi
andassemo pi presto in qualche luogo che facessemo colazione, io.

PEDANTE. Iandudum animus est in patinis.

FABRIZIO. Che arma  quella di quei succhielli?

PEDANTE. Quella  l'arma di questa communit e chiamasi la Trivella. E,
come a Fiorenza si grida: Marzocco! Marzocco! e a Vinegia: San Marco!
San Marco! e a Siena: Lupa! Lupa!, cos qui esclamano: Trivella!
Trivella!.

STRAGUALCIA. Io vorrei pi tosto che noi gridassemo: Padella!
Padella!.

FABRIZIO. Quella la conosco.  l'arme del duca.

STRAGUALCIA. Maestro, vorrei che voi portasse un poco questa valigia,
voi. Io ho s secche le labbra ch'io non posso parlare.

PEDANTE. Ors, che ti cavarai la sete poi!

STRAGUALCIA. Quand'io son morto, fatemi un brodetto agli archi.

FABRIZIO. Basta che, ne la prima gionta, questa terra mi piace assai. E
a te, Stragualcia?

STRAGUALCIA. A me pare un paradiso, ch non vi si mangia e non vi si
beve. Ors! Non perdiam pi tempo a veder la terra, ch la vedremo a
bello agio.

PEDANTE. Tu vedrai qui il pi solenne campanile che sia in tutta la
machina mondiale.

STRAGUALCIA.  quello al qual i modanesi volevon far la guaina? e che
dicono che la sua ombra fa impazzar gli uomini?

PEDANTE. S, cotesto.

STRAGUALCIA. Io so ch'io non uscir di cucina, per me. Chi ci vuole
andar ci vada. Or sollecitiam d'alloggiare.

PEDANTE. Tu hai una gran fretta.

STRAGUALCIA. Cancaro! Io mi muoio di fame e non ho mangiato altro,
stamattina, ch'una mezza gallina che v'avanz in barca.

FABRIZIO. Chi trovarem noi che ci meni a casa di mio padre?

PEDANTE. Non. A me pare che noi ci andiamo a metter prima in una
ostaria, e quivi assettarci un poco e con commodit poi investigarne.

FABRIZIO. Mi piace. Queste debbono esser l'ostarie.


SCENA II

L'AGIATO oste, FRULLA oste, PEDANTE, FABRIZIO, STRAGUALCIA.


AGIATO. Oh gentili uomini! Questa  l'ostaria, se volete alloggiare.
Allo Specchio! allo Specchio!

FRULLA. Oh! Voi siate i ben venuti. Io v'ho pure alloggiati altre volte.
Non vi ricorda del vostro Frulla? Entrate qua dentro, ove alloggiano
tutti e' par vostri.

AGIATO. Venite a star con me. Voi arete buone camere, buon fuoco,
buonissime letta, lenzuola di bocata; e non vi mancar cosa che voi
aviate.

STRAGUALCIA. Di cotesto mel sapevo.

AGIATO. Volsi dir che voi vogliate.

FRULLA. Io vi dar il miglior vin di Lombardia, starne tanto larghe,
salciccioni di questa fatta, piccioni, polastri e ci che voi saprete
domandare; e goderete.

STRAGUALCIA. Questo voglio sopra tutto.

PEDANTE. Tu che dici?

AGIATO. Io vi dar animelle di vitella, mortatelle, vin di montagna; e,
sopra tutto, starete dilicati.

FRULLA. Io vi dar pi robba e manco dilicatura. Se venite con me,
trattarovvi da signori e 'l pagamento sar a vostro modo; ove, allo
Specchio, vi mettar a conto fino le candele. Fate voi.

STRAGUALCIA. Padrone, stiam qui, ch gli  meglio.

AGIATO. E fate a mio modo, se volete star bene. Volete che si dica che
voi siate alloggiati al Matto?

FRULLA.  cento mila volte meglio il mio Matto che non  il tuo
Specchio.

PEDANTE. Speculum prudentia significat iusta illud nostri Catonis Nosce
teipsum. Intendi, Fabrizio?

FABRIZIO. Intendo.

FRULLA. Veggasi chi ha pi osti: o tu o io.

AGIATO. Veggasi dove van pi uomini da bene.

FRULLA. Veggasi ove son meglio trattati.

AGIATO. Veggasi chi tien pi dilicato.

STRAGUALCIA. Che tanto dilicato, dilicato, dilicato? Io vorrei, una
volta, empire il corpo meglio e star manco dilicato, per me, io; ch
tanta delicatezza  cosa da fiorentini.

AGIATO. Tutti cotesti alloggian con me.

FRULLA. Alloggiavano; ma, da tre anni in qua, tutti vengono a questa
insegna.

AGIATO. Garzon, pon gi quella valigia; ch m'avveggo che la ti spalla.

STRAGUALCIA. Non ti curar di questo, tu; ch'io non voglio alleggerir la
spalla, s'io non veggo di caricar prima il ventre.

FRULLA. Bastarannoti un paio di capponi? Porta qua. Questi son per te
solo.

STRAGUALCIA. Non, eh! Ma gli  per uno antipasto.

AGIATO. Guardate che prosciutto, se non pare un cremisi!

PEDANTE. Questo non  cattivo.

FRULLA. Chi s'intende di vino?

STRAGUALCIA. Io, io, meglio che i franzesi.

FRULLA. Assaggia se ti piace: se non, te ne dar di dieci sorti.

STRAGUALCIA. Frulla, al mio parer tu sei pi prattico di questo altro
che prima ci mostra il modo da far bere che sappia se 'l vin ci piace. O
padrone, gli  buono. Tolle, tolle questa valigia.

PEDANTE. Aspetta un poco. Tu che dici?

AGIATO. Dico che i gentili uomini non si curan d'empire il corpo di
tanta robba; ma di poca, buona e dilicata.

STRAGUALCIA. Costui debbe essere spedaliere o oste d'amalati.

PEDANTE. Non parli male. Che ci darai?

AGIATO. Domandate.

FRULLA. Ed io mi maraveglio di voi, gentiluomini. Quando c' de la robba
assai, l'uom pu mangiar quel poco o quel molto che gli piace; il che
del poco non accade. Poi, come l'uomo comincia, l'appetito cresce e
bisogna empirsi il corpo di pane.

STRAGUALCIA. Tu sei pi savio delli statuti. Io non viddi mai uomo che
intendesse meglio il mio bisogno di te. Va', ch'io ti vo' bene.

FRULLA. Va' un poco in cucina, fratello, e vede.

PEDANTE. Omnis repletio mala, panis autem pessima.

STRAGUALCIA. Pedante poltrone! Ti rompo, un d, la bocca, s'io vivo.

AGIATO. Venite, gentiluomini, ch lo star fuore al freddo non  cosa da
savi.

FABRIZIO. Eh! Noi non siam cos gelosi, no.

FRULLA. Sapiate, signori, che questa ostaria dello Specchio soleva
esser la megliore ostaria di Lombardia. Ma, come io apersi questa del
Matto, non alloggia, in tutto uno anno, dieci persone; e ha pi nome
questa mia insegna, per tutto il mondo, che ostaria che sia. Qui vengon
francesi a schiera, todeschi quanti ne passano.

AGIATO. Non dici il vero, ch i todeschi vanno al Porco.

FRULLA. Qui vengono i milanesi, i parmigiani, i piagentini.

AGIATO. Alla mia vengono i veneziani, i genovesi e i fiorentini.

PEDANTE. Ove alloggiano i napoletani?

FRULLA. Con me.

AGIATO. Lasciatevi dire. Alloggian, la pi parte, all'Amore.

FRULLA. E quanti ne alloggian con me?

FABRIZIO. Il duca di Malfi dove alloggia?

AGIATO. Quando alla mia, quando alla sua, quando alla Spada, quando
all'Amore, secondo che ben gli mette.

PEDANTE. Dove alloggiano i romani? perch noi siam da Roma.

AGIATO. Con me.

FRULLA. Non  vero: non trovarete un che v'alloggi in tutto l'anno. Vero
 che certi cardenali antichi, per usanza, vi sono alloggiati; ma tutti
questi novi dan del capo nel Matto.

STRAGUALCIA. Io non mi partirei di qui, s'io ne fusse strascinato. Vadin
costoro dove vogliono. Padrone, son tante pignatte intorno al fuoco,
tanti pottaggi, tanti savoretti, tanti intengoli, spedonate di starne,
di tordi, di piccioni, capretti, capponi lessi, arrosto e miramessi,
guazzini, pasticci, torte che, s'egli aspettasse il carnovale o la corte
di Roma tutta, gli bastarebbe.

FRULLA. Hai tu bevuto?

STRAGUALCIA. E che vini!

PEDANTE. Variorum ciborum commistio pessima generat digestionem.

STRAGUALCIA. _Bus asinorum, buorum, castronorum, tatte, batatte
pecoronibus!_ Che diavolo andate intrigando l'accia? Che vi venga il
cancaro a voi e quanti pedanti si truova! Mi parete un manigoldo, a me.
Padrone, entriam drento.

FABRIZIO. Dove alloggian gli spagnuoli?

FRULLA. Io non m'impaccio con loro. Cotesti vanno al Rampino. Ma che
bisogna pi cose? Non c' persona che vada a torno che non alloggi a
questa insegna. Dai sanesi in fuora, che, per esser quasi una cosa
medesma coi modanesi, non giongan prima in questa terra che truovan
cento amici che se gli menano a casa loro, signori e gran maestri,
poveri e ricchi, soldati e buon compagni, tutti corrono al Matto.

AGIATO. Io dico che i dottori, i giudici, i frati virtuosi, tutti
vengono alla mia insegna.

FRULLA. Ed io vi dico che passan pochi giorni che qualcun di quelli che
sono alloggiati allo Specchio non eschino fuore e non venghino a star
con me.

FABRIZIO. Maestro, che faremo?

PEDANTE. Etiam atque etiam cogitandum.

STRAGUALCIA. O corpo mio, fatti capanna; ch'io so che, per una volta,
alzar il fianco.

PEDANTE. Io penso, Fabrizio, che noi aviam pochi denari.

STRAGUALCIA. Maestro, io ci ho veduto un figliuol dell'oste bello come
uno angiolo.

PEDANTE. Ors! Stiam qui. In ogni modo, tuo padre, se lo troviamo,
pagar l'oste.

STRAGUALCIA. Parti che 'l cimbel fusse a tempo per far calare il tordo?
Io ho gi bevuto tre volte e ho detto una. Io non mi partir di cucina,
ch'io assaggiar ci che v'; e poi dormir intorno a quel buon fuoco. E
cancar venga a chi vuol far robba!

AGIATO. Ricordati, Frulla, che tu me n'hai fatte troppo e, un d, ci
spezzarem la testa; e bene.

FRULLA. A tua posta. Non posso pi presto che ora.


SCENA III

VIRGINIO vecchio e CLEMENZIA balia.


VIRGINIO. Questi sono i costumi che tu gli hai insegnati? Questo 
l'onore ch'ella mi fa? Oh sfortunato a me! Per questo ho io campato
tante fortune? per veder la mia robba senza erede? per veder la mia casa
disfatta, la mia figliuola una puttana? per diventare una fabula del
vulgo? per non pi potere alzar la fronte fra gli uomini? per esser
mostrato a dito da' fanciulli, deleggiato dai vecchi, messo in comedia
dagli Intronati, posto per essempio nelle novelle e portato per bocca
dalle donne di questa terra? E forse che non son novelliere! forse che
non gli piace di dir male! Gi credo che si sappia per tutto; anzi, ne
son certo, ch basta ch'una sola il sappia che, fra tre ore, va per
tutta la terra. Disgraziato padre! misero e doloroso vecchio troppo
vissuto! Virginio, che far io? che pensiero ha da essere il mio?

CLEMENZIA. Farai bene di farne manco romore che puoi e veder di
proveder, meglio che si potr, che la torni a casa senza che tutta
questa citt se ne accorga. Ma tanto avesse ella fiato, suor Novellante
Ciancini, quanto io credo che sia vero che Lelia vada vestita da uomo!
Guarda che elle non dichin cos perch la vorrebbeno far monaca e che tu
gli lassi tutta la robba tua.

VIRGINIO. Come non dice il vero? Ella m'ha per infin detto ch'ella sta
per ragazzo con un gentiluomo di questa terra e che egli non s' ancora
accorto ch'ella sia donna.

CLEMENZIA. Potrebbe essere ogni cosa; ma, per me, non lo posso credere.

VIRGINIO. N io non lo posso credere che non la conosca per donna.

CLEMENZIA. Non dico cotesto, io.

VIRGINIO. Il dico io, ch mi tocca: bench'io stesso mi feci il male,
dandola a nutrire a te che sapevo chi tu eri.

CLEMENZIA. Virginio, non pi parole. S'io son stata una trista, m'hai
fatta tu. Sai bene che, prima che tu, non mi ebbe altri che il mio
marito. Io dico che le fanciulle si voglion trattare altrimenti. Non ti
vergognavi di volerla maritare a un vecchio rantacoso che le potrebbe
esser nonno?

VIRGINIO. E che hanno i vecchi, manigolda? Son mille volte meglio che i
giovani.

CLEMENZIA. Tu sei uscito del sentimento: e per fa bene ognuno a
scorgerti e darti ad intender le ciaramelle.

VIRGINIO. S'io la truovo, la strascinar a casa pe' capegli.

CLEMENZIA. Farai pur come colui che si toglie le corna di seno e se le
mette in capo.

VIRGINIO. Non me ne curo. Tanto se ne saria. Basti ch'io me le tagliar.

CLEMENZIA. Govrnate a tuo modo, ch non ti dorr la testa.

VIRGINIO. Io ho avuti i segnali come la va vestita. Tanto la cercar
ch'io la trovar. Poi bastisi.

CLEMENZIA. Fa' come tu vuoi, ch'io mi vo' partire; ch'io perderei il
tempo a lavar carboni. Ma...


SCENA IV

FABRIZIO giovinetto e FRULLA oste.


FABRIZIO. Mentre che questi due miei servidori si riposano, io andar a
vedere la terra. Come si levan, digli che venghino verso piazza.

FRULLA. Per certo, padron mio, che, se io non vi avesse veduto vestir
questi panni, io giurarei che voi fusse un giovinetto, servidor d'un
gentiluomo di questa terra, che veste come voi di bianco e tanto vi
s'assomiglia che quasi parete lui.

FABRIZIO. Saria forse qualche mio fratello?

FRULLA. Potrebbe essere.

FABRIZIO. Direte poi al maestro che cerchi di colui che sa.

FRULLA. Lasciate l'impaccio a me.


SCENA V

PASQUELLA fante e FABRIZIO giovinetto.


PASQUELLA. In buona f, che eccolo. Avevo paura di non aver a cercar
tutta questa terra prima ch'io 'l trovassi. Fabio, che tu sia il ben
trovato. Ti venivo a cercare; tu m'hai tolto fatica. Amor mio, dice la
padrona che, per una cosa ch'importa a te e a lei, che tu venga or ora a
trovarla. Non so gi quel che si sia.

FABRIZIO. Chi  la tu' padrona?

PASQUELLA. Tu lo sai ben, tu, chi ella . In buona f, che l'uno e
l'altro s' attaccato bene!

FABRIZIO. Io non son per attaccato; ma, s'ella vuole, ci attaccaremo, e
presto.

PASQUELLA. Perch ste due da pochi. Vorrei esser giovine per potere
ancor io trmene una corpacciata; e so che, s'io fusse in voi, avrei gi
posti i sospetti e i rispetti da canto. Ma bene il farete, s.

FABRIZIO. Eh madonna! Voi non mi conoscete. Andate, ch voi m'avete
clto in iscambio.

PASQUELLA. Oh! Non l'aver per male, Fabio mio, ch'io 'l dico per farti
bene.

FABRIZIO. Io non ho per male niente; ma io non ho questo nome e non so'
chi voi credete.

PASQUELLA. Or fate pur fra voi due a vostro modo. Ma sai, figliuolo?
Delle sue pari, cos ricche e cos belle, in questa terra ne son poche.
E vorrei che voi cavasse le mani di quel che s'ha da fare; ch andar
dinanzi e di dietro, ogni giorno, e tr parole e dar parole d che dire
alle genti, senza util tuo e con poco onor di lei.

FABRIZIO. Che cosa nova  questa? Io non l'intendo. O che costei  pazza
o che m'ha clto in iscambio. Vo' pur veder dove la mi vuol menare.
Andiamo.

PASQUELLA. Oh! Mi par sentir gente in casa. Fermati un poco qui intorno,
ch veder se Isabella  sola. Accennaroti che tu entri, se non vi sar
alcuno.

FABRIZIO. Voglio stare a vedere che fine ha d'avere questa favola. Forse
costei  serva di qualche cortigiana e credemi fare stare a qualche
scudo; ma gli  male informata, ch'io son quasi allievo di spagnuoli e,
alla fine, vorr pi presto uno scudo del suo che dargli un carlin del
mio. Qualcun di noi ci sar inclto. Lasciami scostare un poco da questa
casa e por mente che gente v'entra ed esce per saper che razza di donna
sia.


SCENA VI

GHERARDO, VIRGINIO e PASQUELLA.


GHERARDO. Tu mi perdonarai. Se gli  cotesto, te la renuncio. E lasciamo
stare ch'io penso che, se la tua figliuola ha fatto ci, l'abbi fatto
perch la non voglia me. Ma penso anco ch'ella abbi tolto altri.

VIRGINIO. Nol creder, Gherardo. Credi ch'io tel dicesse? Ti prego che
non vogli guastar quel che  fatto.

GHERARDO. Io ti priego che non me ne parli.

VIRGINIO. Oh! Vi mancar della tua parola?

GHERARDO. A chi m'ha mancato di fatti, s: oltra che tu non sai se la
potrai riavere o no. Tu mi vi vendere l'uccello in su la frasca. Ho ben
sentito, quando tu ragionavi con Clemenzia, il tutto.

VIRGINIO. Quando io non la riabbia, io non te la vo' dare; ma, s'io la
riaver, non sei contento che le nozze si faccin subito?

GHERARDO. Virginio, io ho avuta la pi onorata moglie che fusse in
questa citt e ho una figliuola che  una colombina. Come vi ch'io mi
metta in casa una che s' fuggita dal padre e va per questa casa e per
quella vestita da maschio, come le disoneste donnacce? Non vedi ch'io
non trovarei da maritar mia figliuola?

VIRGINIO. Passato qualche d, non se ne ragionar pi. Che credi che
sia? E' non vi  altri che tu e io che lo sappi.

GHERARDO. E poi ne sar piena tutta questa terra.

VIRGINIO. E' non  vero.

GHERARDO. Quant' ch'ella  fuggita?

VIRGINIO. O ieri o questa mattina.

GHERARDO. Dio 'l voglia. Ma che sai ch'ella sia in Modena?

VIRGINIO. Sollo.

GHERARDO. Or truovala e poi ci riparleremo.

VIRGINIO. Promettimi di pigliarla?

GHERARDO. Vedr.

VIRGINIO. Or dimmi di s.

GHERARDO. Nol dico, ma...

VIRGINIO. Or dillo liberamente.

GHERARDO. Adagio! Che fai cost, Pasquella? Che fa Isabella?

PASQUELLA. E che! Sta in ginocchioni dinanzi al suo altaruccio.

GHERARDO. Benedetta sia ella! Io ho una figliuola che sempre sta in
orazione.  la maggior cosa del mondo.

PASQUELLA. Oh quanto ben dite! La digiuna tal vigilia che Dio vel dica;
dice l'officio, come una santarella.

GHERARDO. Somiglia quella benedetta anima di sua madre.

PASQUELLA. Dice il vero. Oh quanto ben faceva quella meschina! Eran pi
le discipline ch'ella si dava e i cilici ch'ella portava che non 
quanto bene l'altre fanno oggi: limosiniera per la vita; e, se non fusse
stato per amor di voi, non capitava n frate n prete n povarello a
quello uscio che non ricettasse e non gli desse ci ch'ella aveva.

VIRGINIO. Coteste eran buone parti.

PASQUELLA. Vi dico pi oltre che la si lev dugento volte, una e due ore
innanzi d, per andar alla prima messa de' frati di San Francesco, ch
non voleva esser veduta n tenuta una prchita come fanno certe
graffiasanti ch'io conosco.

GHERARDO. Come prchita? Che vuo' tu dire?

PASQUELLA. Prchita, s; come si dice?

VIRGINIO. Cotesta  una mala parola.

PASQUELLA. So ch'io sentivo dir cos a lei.

GHERARDO. Tu vuoi dire ipocrita, tu.

PASQUELLA. Forse. Ma vi dico che sua figliuola sar ancor pi di lei.

GHERARDO. Dio il voglia.

VIRGINIO. Oh Gherardo, Gherardo! Questa  colei di che aviam ragionato.
Oh scontento padre! Forse che si nasconde o che si fugge per avermi
veduto? Accostiamoglici.

GHERARDO. Vedi di non far errore, ch forse non  essa.

VIRGINIO. Chi non la conosceria? Non vegg'io tutti i segnali che m'ha
dati suor Novellante?

PASQUELLA. La cosa va male. Che s ch'io n'ar le mie!


SCENA VII

VIRGINIO, GHERARDO e FABRIZIO giovinetto.


VIRGINIO. Addio, buona fanciulla. Parti che questo sia abito conveniente
a una tua pari? Questo  l'onor che tu fai alla casa tua? Questo  il
contento che tu di a questo povero vecchio? Almen fuss'io morto quando
io t'ingenerai! ch non sei nata se non per disonorarmi, per sotterarmi
vivo. Oh Gherardo! Che ti par della tua sposa? parti ch'ella ci facci
onore?

GHERARDO. Cotesto non dich'io. Sposa, eh?

VIRGINIO. Ribalda, scelerata! Come ti starebbe bene che costui non ti
volesse pi per moglie e non trovasse pi partito! Ma ei non guardar
alle tue pazzie; e ti vuol pigliare.

GHERARDO. Adagio!

VIRGINIO. Entra cost in casa, sciaurata! che fu ben maladetto il latte
che tua madre ti porse il d ch'io t'ingenerai.

FABRIZIO. O buon vecchio, avete voi figliuoli, parenti o amici in questa
terra a' quali appartenga aver cura di voi?

VIRGINIO. Guarda che risposta! Perch dici cotesto?

FABRIZIO. Perch mi maraviglio che, avendo voi tanto bisogno di medico,
vi lascino uscir di casa; ch, in ogni altro luogo che voi fusse, vi
terreben legato.

VIRGINIO. Legata dovevo io tener te, che mi vien voglia di scannarti!
Portami un coltello.

FABRIZIO. Vecchio, voi non mi conoscete bene; e ditemi villania, forse
pensando ch'io sia forestiero. Ed io son cos ben da Modana come voi e
figliuol di s buon padre e di s buona casa come voi.

GHERARDO. Gli  bella, in fine. Se non c' altro errore che quanto si
vede, io la vo' pigliare.

VIRGINIO. E perch ti sei partita da tuo padre e dal luogo dove io
t'avevo raccomandata?

FABRIZIO. Me non raccommandaste voi mai, ch'io sappia; ma il partir mi
fu forza.

VIRGINIO. Forza, eh? e chi ti sforz?

FABRIZIO. Gli spagnuoli.

VIRGINIO. E adesso donde vieni?

FABRIZIO. Di campo.

VIRGINIO. Di campo?

FABRIZIO. Di campo, s.

GHERARDO. Non ne sia fatto nulla.

VIRGINIO. Oh sventurata a te!

FABRIZIO. Questo sia sopra di voi.

VIRGINIO. Gherardo, di grazia, mettiamola in casa tua, ch'ella non sia
veduta cos.

GHERARDO. Non far. Menala pure alla tua.

VIRGINIO. Per mio amore, fa' un poco aprire l'uscio.

GHERARDO. Non, dico.

VIRGINIO. Ascolta un poco. E voi aviate cura che costei non vada
altrove.

FABRIZIO. Io ho conosciuti molti modanesi pazzi li quali non contarei
per nome; ma pazzi come questo vecchio, che non stesse o legato o
rinchiuso, non viddi alcuno mai. Guarda che bello umore!  impazzato in
questo, per quanto mi sono accorto: che i gioveni gli paion donne. Oh!
Questa  molto pi bella pazzia che quella che il Molza disse della
donna sanese che gli pareva essere una vettina: essendo pi propio delle
donne aver poco cervello che de' vecchi che, per mille ragioni, deveno
essere savissimi. E non vorrei per cento scudi non poter contar questa
pazzia alle veglie, al tempo dei carnovali. Or vengono in qua. Vediamo
quel che dicono.

GHERARDO. Io ti dir il vero. Da un canto, mi pare; dall'altro, no.
Pure, se gli pu domandare un poco meglio.

VIRGINIO. Vien qua.

FABRIZIO. Che volete, buon vecchio?

VIRGINIO. Tu sei ben trista, tu.

FABRIZIO. Non mi dite villania, ch'io non comportar.

VIRGINIO. Sfacciata!

FABRIZIO. Oh! oh! oh! oh! oh! oh! oh!

GHERARDO. Lascial dire: non vedi che gli  scorrucciato? Fa' a suo modo.

FABRIZIO. Che vuol da me? che ho da far n con voi n con lui?

VIRGINIO. Ancor hai ardir di parlare? Di chi sei figliuola, tu?

FABRIZIO. Di Virginio Bellenzini.

VIRGINIO. Volesse Dio che tu non fusse! ch tu mi farai morir innanzi
tempo.

FABRIZIO. Innanzi tempo muore un vecchio di sessant'anni? Tanto vivesse
ognuno! Morite a vostra posta, ch ste vissuto troppo.

VIRGINIO. Tua colpa, ribalda!

GHERARDO. Eh! Lasciate queste parole. Figliuola mia e sorella mia, non
si risponde cos al padre.

FABRIZIO. Lascia andare i colombi, e' s'appaiano. Tutt'a due questi
peccano d'un medesimo umore. E che bel caso! Ah! ah! ah! ah! ah!

VIRGINIO. Ancor ridi?

GHERARDO. Questo  un mal segno, a farsi beffe del padre.

FABRIZIO. Che padre? che madre? Io non ebbi mai altro padre che Virginio
n altra madre che Giovanna. Voi mi parete una bestia. Che vi credete,
forse, ch'io non abbi alcun per me?

GHERARDO. Virginio, sai che dubito? che, per maninconia, non abbi a
questa povera giovane dato volta il cervello.

VIRGINIO. Trist'a me! ch'io me n'accorsi fino al principio, quando vidi
che con s poca pazienzia mi venne innanzi.

GHERARDO. No: questo poteva proceder da altro.

VIRGINIO. E da che?

GHERARDO. Com'una donna ha perduto l'onore, tutto 'l mondo  suo.

VIRGINIO. Io dico che l'ha qualche pazzia nel capo.

GHERARDO. Pur, si ricorda del padre e della madre; mentre par che non ti
conosca.

VIRGINIO. Faciamola entrare in casa tua, poi che gli  qui vicina, ch
alla mia non la potrei far condurre senza farmi scorgere a tutta la
terra.

FABRIZIO. Che se consegliano quei rimbambiti, fratelli di Melchisedec?

VIRGINIO. Facciamo in prima con le buone tanto che noi la conduciamo
dentro; poi, per forza, la serraremo in camara con tua figliuola.

GHERARDO. Che si faccia.

VIRGINIO. Ors, figliuola mia! Io non voglio star teco pi in clora. Ti
perdono ogni cosa, pur che attendi a viver bene.

FABRIZIO. Vi ringrazio.

GHERARDO. Cos fanno le buone figliuole.

FABRIZIO. Ecco l'altro rosto fresco.

GHERARDO. Ors! Non v' onore esser visti ragionar fuore in questo
abito. Entratevene in casa. Pasquella, apre l'uscio.

VIRGINIO. Entra, figliuola mia.

FABRIZIO. Cotesto non far io.

GHERARDO. Perch?

FABRIZIO. Perch non voglio entrar per le case d'altri.

GHERARDO. Costei sar una Penelope, beato a me!

VIRGINIO. Non diss'io che la mia figliuola era bella e buona?

GHERARDO. L'abito 'l mostra.

VIRGINIO. Ti vo' dir solamente una parola.

FABRIZIO. Ditela di fuore.

GHERARDO. Eh che non sta bene! Questa casa  la tua; tu hai da esser la
mia moglie.

FABRIZIO. Che moglie? Vecchio bugia... bugiardo!

GHERARDO. Tuo padre mi t'ha pur promessa.

FABRIZIO. Che pensate ch'io sia forse qualche bagascia che si faccia,
eh?...

VIRGINIO. Ors! Non la far corrucciar. Odi, figliuola mia. Io non vo'
far se non quel tanto che tu vorrai.

FABRIZIO. Eh, vecchio! Mi conoscete male.

VIRGINIO. Ode una parola qui dentro.

FABRIZIO. Dieci, non tanto una: ho forse paura di voi?

VIRGINIO. Gherardo, ora che voi l'avete qui drento, ordiniamo di
serrarla in camara con tua figliuola fino a tanto che si rimanda pei
suoi panni.

GHERARDO. Ci che tu vuoi, Virginio. Pasquella, porta la chiave della
camera da basso e chiama Isabella che venga gi.




ATTO IV


SCENA I

PEDANTE e STRAGUALCIA.


PEDANTE. Egli ti starebbe molto bene ch'egli ti desse cinquanta
bastonate per insegnarti, quando e' va fuore, a fargli compagnia e non
t'imbriacasse e poi dormire, come hai fatto, e lasciarlo andar solo.

STRAGUALCIA. E voi doveria far caricar di scope, di solfo, di pece, di
polvere e darvi fuoco per insegnarvi a non esser quel che voi ste.

PEDANTE. Imbriaco! imbriaco!

STRAGUALCIA. Pedante! pedante!

PEDANTE. Lassa ch'io trovi il padrone!...

STRAGUALCIA. Lasciate ch'io truovi suo padre!...

PEDANTE. Oh! A suo padre che puoi dir di me?

STRAGUALCIA. E voi che potete dir di me?

PEDANTE. Che tu sei un gaglioffo, un manigoldo, un infingardo, un
poltrone, un pazzo, uno imbriaco, posso dire.

STRAGUALCIA. E io che voi ste un ladro, un giocatore, una mala lingua,
un barro, un mariuolo, un frappatore, un vantatore, un capo grosso, uno
sfacciato, uno ignorante, un traditore, un sodomito, un tristo, posso
dire.

PEDANTE. Noi siamo conosciuti.

STRAGUALCIA. Voi dite 'l vero.

PEDANTE. Basta: non pi parole. Non mi vo' metter con un par tuo, ch
non m' onore.

STRAGUALCIA. S, per Dio! Tutta la nobilit della Maremma  in voi!
Sareste mai altro che figliuol d'un mulattiere? Non son io nato meglio
di voi? Pare onesto a questo furfante, poi che sa dir _cuius
masculini_, di tener ognun sotto i piei.

PEDANTE. Povera e nuda vai, filosofia. In bocca di chi son venute le
povere lettere? D'uno asino.

STRAGUALCIA. L'asino sarete voi, se non parlate altrimenti; ch vi
caricar di legname.

PEDANTE. Sai che ti ricordo? Furor fit laesa saepius sapientia. Tu mi
farai, un tratto, uscir del manico, Stragualcia. Lasciami stare,
famegliaccio di stalla, poltrone, arcipoltrone!

STRAGUALCIA. Doh pedante, arcipedante, pedante, pedantissimo! Puossi dir
peggio che pedante? trovasi la peggior genia? cci la maggior canaglia?
trovasi esercizio peggiore? Forse che non vanno gonfiati perch altri
gli chiama messer tale e maestro quale? e che non rispondono con
riputazione a una sbirettata discosto un miglio? Comanda, messer caca,
messer stronzo, maestro squaquara, messer merda?

PEDANTE. Tractant fabrilia fabri. Tu parli propio da quel che sei.

STRAGUALCIA. Parlo di quel che vi piace.

PEDANTE. Vimiti levar dinanzi?

STRAGUALCIA. Io non vi ci fui mai dinanzi: bench non  restato da voi.

PEDANTE. Al corpo di...

STRAGUALCIA. Al corpo ci... Guarda chi mi vuol dir villania! Sa che non
fece mai tristizia ch'io non sappia e che, s'io volesse, il potrei fare
ardere, e pur mi sta a rompere il culo.

PEDANTE. Ti menti per la gola, ch'io non son uomo da ci.

STRAGUALCIA. Sarebbe forse il primo.

PEDANTE. Ho deliberato, Stragualcia, o che tu non starai in casa o ch'io
non ci star io.

STRAGUALCIA.  forse la prima volta che l'avete detto? Voi non ve ne
partiresti, se altri ve ne cacciasse con le granate. Ditemi un poco: chi
trovareste voi che vi tenesse a tavola seco, nello studio seco, a
dormire seco, se non questo giovinetto che  meglio del pane?

PEDANTE. Per Dio, s, mi mancarebbeno i partiti, quando io gli volesse!
Ho tal che mi prega.

STRAGUALCIA. Oh la buona robba! Passate, passate.

PEDANTE. Vogliam far poche parole; e farai bene. Trnatene a l'ostaria
ed abbi cura alle robbe del padrone. Poi faremo conto insieme.

STRAGUALCIA. All'ostaria tornar io volentieri e conto far io a vostra
posta; ma pensate d'avere a pagar voi. S'io non facesse qualche volta il
viso dell'arme a questo sciagurato, non potrei viver con lui. Egli  pi
vil ch'un coniglio. Com'io lo bravo, non fa parola; ma, s'io me gli
mettesse sotto, mi squartarebbe, s gross'ha la discrezione! Buon per me
che lo conosco!

PEDANTE. Il Frulla m'ha detto che Fabrizio sar in verso piazza. E per
sar buono ch'io pigli di qua.


SCENA II

GHERARDO, VIRGINIO e PEDANTE.


GHERARDO. De la dote quel che  detto  detto. La dotar come tu vorrai;
e tu aggiugni mille fiorini, quando tuo figliuol non si truovi.

VIRGINIO. Cos sia.

PEDANTE. S'io non m'inganno, io ho veduto questo gentiluomo altre volte;
n mi ricordo dove.

VIRGINIO. Che mirate, uomo da bene?

PEDANTE. Certo, questo  il padrone.

GHERARDO. Lascia mirar quel che gli piace. Debb'esser poco pratico in
questa terra: ch, negli altri luochi, non si pon mente a chi mira come
qui; ma si lascia mirar ognuno.

PEDANTE. S'io miro, io non miro sine causa. Ditemi: conoscete voi in
questa terra messer Virginio Bellenzini?

VIRGINIO. S, conosco; e non potrebb'esser pi mio amico di quel che gli
. Ma che volete voi da lui? Se pensate d'alloggiar seco, vi dico che
gli ha altre facende e che non vi p attendere: s che cercate pur altro
oste.

PEDANTE. Voi ste per certo esso. Salvete, patronorum optime.

VIRGINIO. Sareste mai messer Pietro de' Pagliaricci maestro di mio
figliuolo?

PEDANTE. S, sono.

VIRGINIO. Oh figliuol mio! Trist'a me! Che nuove mi portate di lui? ove
il lasciaste? ove mor? perch ste stato tanto ad avvisarmi?
ammazzoronlo quei traditori, quei iudei, quei cani? Figliuol mio! Era
quanto bene io avevo al mondo! O caro maestro mio, presto! Ditemelo: ve
ne prego.

PEDANTE. Non piangete, messer, di grazia.

VIRGINIO. Oh Gherardo, genero mio! Ecco chi m'allev quel povero
figliuolo mentre che visse. Oh maestro! O figliuol mio, dove se' tu
sotterato? Sapetene nulla? ch non mel dite? ch'io muoio di voglia di
saperlo e di paura di non intender quello ch'io intender.

PEDANTE. O padron mio, non piangete. Perch piangete?

VIRGINIO. Non pianger io un cos dolce figliuolo? cos savio? cos
dotto? cos bene allevato? che quei traditori me l'ammazzorono.

PEDANTE. Iddio ve ne guardi, voi e lui. Vostro figliuolo  vivo e sano.

GHERARDO. Mal per me, se questo . Perdut'ho io mille fiorini.

VIRGINIO. Vivo e sano? Che? Se cos fusse, saria ora con voi.

GHERARDO. Virginio, conosci ben costui, che non sia qualche barro?

PEDANTE. Parcius ista viris, tamen obiicienda memento.

VIRGINIO. Ditemi qualche cosa, maestro.

PEDANTE. Vostro figliuolo, nel sacco di Roma, fu prigione d'un capitano
Orteca.

GHERARDO. State a udire, ch ora comincia la favola.

PEDANTE. E perch gli era a compagnia con due altri, pensando
d'ingannarsi, secretamente ci mand a Siena. Di l a pochi giorni
venn'egli dubitando che quei gentiluomini sanesi, che sono molto amici
del dritto e del ragionevole e molto affezionati a questa nazione e
sopra tutto uomini da bene, non glie lo tollesseno e liberasseno. Lo
cav di Siena e mand a un castel del signor di Piombino; e per usque
millies ci fece scrivere per mille ducati di taglia che gli avea posto.

VIRGINIO. Figliuol mio! Straziavanlo, almanco?

PEDANTE. Non certo; ma il trattavan da gentiluomo.

GHERARDO. Io sto con la morte alla bocca.

PEDANTE. Non avemmo mai risposta di lettere che noi mandassemo.

GHERARDO. Tu intendi. Che s che ti cavar di man qualche scudo?

VIRGINIO. Segue.

PEDANTE. Or, essendoci condotti col campo spagnuolo in Corregia, fu
questo capitano ammazzato; e la corte prese la sua robba e noi ha
liberati.

VIRGINIO. E dov' il mio figliuolo?

PEDANTE. Pi presso che non credete.

VIRGINIO.  forse in Modana?

PEDANTE. Se mi promettete il beveraggio, quia omnis labor optat
praemium, io vel dir.

GHERARDO. Or questa  la cosa, truffatore!

PEDANTE. Voi avete il torto. Truffatore io? Absit.

VIRGINIO. Prometto ci che voi volete. Dove ?

PEDANTE. Nell'ostaria del Matto.

GHERARDO. La cosa  fatta: i mille fiorini son giocati. Ma che mi fa a
me? Pur ch'i' abbi lei, mi basta. Io son ricco d'avanzo.

VIRGINIO. Andiamo, maestro, ch'io non credo veder quell'ora ch'io 'l
vegghi, ch'io l'abbracci, ch'io 'l baci e lo pigli in collo.

PEDANTE. Padrone, oh quanto mutatur ab illo! E' non  pi fanciullo da
pigliare in collo. Voi non lo conoscereste. Gli  fatto grande. E so
certo che non riconoscer voi, cos ste mutato! Praeterea avete questa
barba, che prima non la portavate; e, s'io non vi sentivo parlare, non
vi arei mai conosciuto. Che  di Lelia?

VIRGINIO. Bene. Gli  fatta grande e grossa.

GHERARDO. Come grossa? Se gli  cotesto, tientela; ch'io, per me, non
la voglio.

VIRGINIO. Oh! oh! Io dico che gli  fatta gi una donna. O maestro, io
non v'ho ancor baciato.

PEDANTE. Padrone, io non dico per vantarmi; ma io ho fatto per il vostro
figliuolo... so ben io. E n'ho avuta cagione, ch'io non lo richiesi mai
di cosa che subito egli non s'inchinasse a farla.

VIRGINIO. Come ha imparato?

PEDANTE. Non ha perduto il tempo a fatto, ut licuit per varios casus,
per tot discrimina rerum.

VIRGINIO. Chiamatelo un poco fuore; e non gli dite niente. Vo' veder se
mi conosce.

PEDANTE. Egli era uscito dell'ostaria poco fa. Veggiamo se gli 
tornato.


SCENA III

PEDANTE, STRAGUALCIA, VIRGINIO e GHERARDO.


PEDANTE. Stragualcia! o Stragualcia!  tornato Fabrizio?

STRAGUALCIA. Non anco.

PEDANTE. Vien qua. Fa' motto al padron vecchio. Questo  messer
Virginio.

STRAGUALCIA. vvi passata la cllora?

PEDANTE. Non sai ch'io non tengo mai cllora con te?

STRAGUALCIA. Fate bene.

PEDANTE. Or da' qua la mano al padre di Fabrizio.

STRAGUALCIA. Porgetemela voi.

PEDANTE. Non dico a me; dico a questo gentiluomo.

STRAGUALCIA.  questo il padre del nostro padrone?

PEDANTE. S, .

STRAGUALCIA. O padron magnifico, a tempo veniste per pagar l'oste. Ben
gionto.

PEDANTE. Costui  stato un buon servitore a vostro figliuolo.

STRAGUALCIA. Volete forse dir ch'io non gli son pi?

PEDANTE. No.

VIRGINIO. Che tu sia benedetto, figliuol mio! Pensa ch'io ho da ristorar
tutti quelli che gli han fatto buona compagnia.

STRAGUALCIA. Voi mi potete ristorar con poca cosa.

VIRGINIO. Dimanda.

STRAGUALCIA. Acconciatemi per garzon con questo oste che  il miglior
compagno del mondo e 'l meglio fornito e 'l pi savio e quel che meglio
intende il bisogno del forestiero che oste che mai io vedesse. Io, per
me, non credo che sia altro paradiso al mondo.

GHERARDO. Gli ha nome di tener molto bene.

VIRGINIO. Hai tu fatto colazione?

STRAGUALCIA. Un poco.

VIRGINIO. Che hai mangiato?

STRAGUALCIA. Un par di starne, sei tordi, un cappone, un poca di
vitella; e bevuto due boccali solamente.

VIRGINIO. Frulla, dgli ci che vuole; e lascia pagare a me.

PEDANTE. Or che vuoi?

STRAGUALCIA. Vi _bacios las manos_. A questo modo son fatti i padroni,
maestro! Messer Pietro, voi ste troppo misero e volete ogni cosa per
voi. Sapete da quanti v' stato detto. Frulla, porta un poco da bere a
questi gentiluomini.

PEDANTE. Non bisogna, no.

STRAGUALCIA. So che voi berete. Pagar io. Che credete che sia? Due
animelle, una fetta di salsiccione... Volete? Maestro, bevete voi
ancora.

PEDANTE. Per far teco la pace, son contento.

STRAGUALCIA. Oh! gli  buono! Padrone, voi avete da voler bene al
maestro che vuol meglio al vostro figliuolo che agli occhi suoi.

VIRGINIO. Dio gli facci di bene.

STRAGUALCIA. Tocca prima a voi e poi a Dio. Bevete, gentiluomo.

GHERARDO. Non accade.

STRAGUALCIA. Per gentilezza, entrate drento, tanto che Fabrizio torni;
e, poi che la cena  in ordine, cenaremo qui, questa sera.

PEDANTE. Questo non  forse male.

GHERARDO. Io vi lasciar, ch ho un poco di facenda a casa.

VIRGINIO. Abbi cura che colei non si parta.

GHERARDO. Non ci vo per altro.

VIRGINIO. Gli  tua; fanne a tuo modo; per me, te ne do licenzia.

GHERARDO. In fine, e' non si possono aver tutti i contenti. Pazienzia!
Ma, s'i' veggo bene, questa  Lelia che sar uscita fuora. Quella da
poco della fantesca l'ar lasciata fuggire.


SCENA IV

LELIA da ragazzo, CLEMENZIA balia e GHERARDO.


LELIA. Parti, Clemenzia, che la Fortuna si tolga giuoco del fatto mio?

CLEMENZIA. Dtene pace e lascia fare a me, ch trovar qualche modo da
contentarti. Va' cavati questi panni, ch tu non sia veduta cos.

GHERARDO. Io la vo' pur salutare e intender com'egli  fuggita. Dio ti
contenti e te, Lelia, sposa mia dolce. Chi t'ha aperto l'uscio? La
fantesca, eh? A me piace ben che tu sia venuta a casa della tua balia;
ma l'esser veduta in questo abito  poco onore e a te e a me.

LELIA. Oh sventurata! Costui m'ha conosciuta. Con chi parlate voi? Che
Lelia! Io non son Lelia.

GHERARDO. Oh! Poco fa, che noi t'inserrammo con Isabella mia figliuola,
tuo padre ed io, non confessasti tu d'esser Lelia? e, poi, credi ch'io
non ti conoschi, moglie mia? Va' cavati questi panni.

LELIA. Tanto v'aiti Dio, io arei voglia di marito!

CLEMENZIA. Vanne in casa, Gherardo mio. Tutte le donne fan delle
citolezze, chi in un modo e chi in un altro. E sappi che poche e forse
niuna ve n' che non scapuzzi, qualche volta. Pure, son cose da tenerle
segrete.

GHERARDO. Per me, non se ne sapr mai nulla. Ma come  fuggita di casa
mia, che l'avevo serrata con Isabella?

CLEMENZIA. Chi? costei?

GHERARDO. Costei.

CLEMENZIA. Tu t'inganni, ch non s' mai oggi partita da me: e, per
giambo, s'era test messi questi panni, come fan le fanciulle; e
dicevami ch'io mirasse se stava bene.

GHERARDO. Tu mi vuoi far travedere. Dico che noi la inserrammo in casa
con Isabella.

CLEMENZIA. Donde venite voi adesso?

GHERARDO. Dall'ostaria del Matto, che v'andai con Virginio.

CLEMENZIA. Beveste?

GHERARDO. Un trattarello.

CLEMENZIA. Or andate a dormire, ch voi n'avete bisogno.

GHERARDO. Fammi veder un poco Lelia prima ch'io mi parti; ch'io gli vo'
dare una buona nuova.

CLEMENZIA. Che nuova?

GHERARDO. Gli  tornato suo fratello sano e salvo e che 'l padre
l'aspetta all'ostaria.

CLEMENZIA. Chi? Fabrizio?

GHERARDO. Fabrizio.

CLEMENZIA. S'io 'l credessi, ti darei un bacio.

GHERARDO. S che la gioia  bella! Famel pi presto dare a Lelia.

CLEMENZIA. Io vo' correre a dirglielo.

GHERARDO. Ed io a darne un follo a quella sciagurata che l'ha lasciata
partire.


SCENA V

PASQUELLA fante, sola.


Uh trista a me! Io ho avuta s fatta la paura ch'io son uscita fuor di
casa. E so che, s'io non vi dicessi di che, donne mie, voi nol sapreste.
A voi lo vo' dire; e non a questi uominacci che se ne farebben le belle
risa. Que' due vecchi pecoroni dicevan pur che quel giovinetto era
donna; e rinserroronlo in camera con Isabella mia padrona; e a me dieder
la chiave. Io vlsi entrar dentro e veder quel che facevano: e trovai
che s'abbraciavano e si baciavano insieme. Io ebbi voglia di chiarirmi
se era o maschio o femina. Avendolo la padrona disteso in sul letto, e
chiamandomi ch'io l'aiutasse mentre ch'ella gli teneva le mani, egli si
lasciava vincere. Lo sciolsi dinanzi: e, a un tratto, mi sentii
percuotere non so che cosa in su le mani; n cognobbi se gli era un
pestaglio o una carota o pur quell'altra cosa. Ma, sia quel che si
vuole, e' non  cosa che abbia sentita la grandine. Come io la viddi
cos fatta, fugge, sorelle, e serra l'uscio! E so che, per me, non ve
tornarei sola; e, se qualcuna di voi non mel crede e voglia chiarirsene,
io gli prestar la chiave. Ma ecco Giglio. Io vo' vedere s'io posso far
tanto ch'io gli cavi di man quella corona e uccellarlo; perch si tengon
tanto accorti, questi spagnuoli, che non si credon ch'altri si truovi al
mondo che loro che tanto ne sappi.


SCENA VI

GIGLIO spagnuolo e PASQUELLA fante.


GIGLIO. Agli sta Pasquella. Ya penso que le paresca que muccio
tardasse, per arta gana que tiene de ser con migo. Ya sape, la malditta,
quanto valen los spagnuolos en las cosas dellas mugeres. Oh come se
holgan de nos otros estas puttas italianas!

PASQUELLA. Io ho gi pensato in che modo ho a fare a farlo star forte.
Lascia pur fare a me.

GIGLIO. Esta male aventurada lavandera s se piensa ch'io gli desse el
rosario. Renniego dell'imperador se io non quiero qu'ella hurti tanto 
suo amo que me compri calzas y giuppon y camisas, de dos in dos.
Holgaromme yo con ella  mio plazer y despues tommar  mio rosario sin
dezir nada; que ya me pienso que ya non s'accorda d'ello.

PASQUELLA. Se mi lascia una volta in mano quella corona, se la vede mai
pi, cavami gli occhi. E, se mi dir niente, gli far fare un s fatto
spauracchio dal mio Spela che mai non n'ebbe un s fatto.

GIGLIO. Oh que benditta sia quella bien aventurada madre que vi fezio e
cri tan hermosa, tan bien criada, tan verdadera! Ya penso que me
speravate.

PASQUELLA. Mira che dolci paroline che gli hanno! T'ho aspettato in su
questo uscio pi d'una mezza ora, per veder se tu ci passavi; ch 'l mio
padrone non era in casa e aremmo avuto tempo di stare insieme un pezzo.

GIGLIO. Rencrescime, per Dios, che ho tenuto que fazer. Mas entriamo.

PASQUELLA. Ho paura che 'l padron non torni, ch ha un pezzo che and
fuora. Ma tu ti debbi esser scordata la corona, eh?

GIGLIO. Non, madonna; que  qui sta.

PASQUELLA. Mostra. Oh! Tu volevi fare acconciare il fiocco. Perch non
l'hai fatto?

GIGLIO. Io le far acconciar otra volta: y, per dezir la verdade, io non
me ne so accordado.

PASQUELLA. Oh!  segno che tu facevi un gran conto di me, feminaccio che
tu sei! Mi vien voglia...

GIGLIO. Non vi corruzate, madonna, con vostro figliuolo; que ben sapite
que non tengo otra amiga que vos.

PASQUELLA. Son stata molto a cgliarti in bugia! Poco fa tu dicesti che
n'avevi due, delle gentildonne, per amiche.

GIGLIO. Io las ho lasciatas per  voi, que non voglio io otra que voi.
Non m'intendite?

PASQUELLA. Or bene sta. Mostrami un poco se questa corona  rosario. La
mi par molto lunga.

GIGLIO. Non so, io, quanti siano.

PASQUELLA.  segno che la dici spesso: nol debbi tu forse sapere il
paternostro. Eh! Dgli un po' qua, ch'io gli conti.

GIGLIO. Tommala; mas vamo dentro en casa.

PASQUELLA. Sai? Guarda che tu non sia veduto entrare.

GIGLIO.  qui non sta ninguno.

PASQUELLA. Entriamo. Uh trista a me! Le mie galline son tutte qui.
Fermati, Giglio, un poco cost; ch, se fuggissero, non le giugnerei
oggi.

GIGLIO. Facite presto.

PASQUELLA. Chino, chino, belline, belline, belline, iscio, iscio! Che ve
rompiate il collo! Che s che se ne fuggir qualcuna? Para, para ben,
Giglio.

GIGLIO. Donde stan estos pollos? Aqu non veo ni gallos ni gallinas.

PASQUELLA. Non gli vedi? Eccoli qui. Levati; lasciami un poco serrare
l'uscio, tanto ch'io ce gli rimetta.

GIGLIO. Oh! Voi inserrate col fierro. Oh! Este porqu?

PASQUELLA. Perch'io non vorrei che questi polli l'aprisseno.

GIGLIO. Fazite presto, ch algun non vienga y desturbe nostra fazienda.

PASQUELLA. Venga pur chi vuole, ch qua dentro non  per intrare.

GIGLIO. Oh que malditta seas, vieia putta! Dizetemi: por que non aprite?

PASQUELLA. Giglio, sai, ben mio? Io vo' prima dir tutta questa corona.
Tu pi andartene, per istasera. E' non mi ricordavo ch'io ho anco a dire
una orazione che non la soglio mai lasciare.

GIGLIO. Que trepparie son este? que corona? que orazion es esta?

PASQUELLA. Che orazione? vuoi ch'io te la insegni? Sai?  buona a dire.
Fantasima, fantasima, che d e notte vai, se a coda ritta ci venisti, a
coda ritta te n'andrai. Tristi con tristi, in mal'ora ci venisti e me
coglier ci credesti e 'ngannato ci remanesti. Amen.

GIGLIO. Io no intendo  esta vostra orazione. Se non volite aprire,
renditemi mio rosario, que io me ir con Dios. Voto allos santos
martilogios que esta vieia alcahueta, disdicciada, vellacca ingagnommi.
Madonna Pasquella, aprite; presto, per vostra vida.

PASQUELLA. Che fa lo mio amor ch'egli non viene? L'amor d'un'altra
donna me lo tiene. Meschina a me!

GIGLIO. E que! Non faze, donna Pasquella, que  qui sta sperando que gli
apriate.

PASQUELLA. Non ti posso servir, signor mio caro. Oim!

GIGLIO. Aze musiga esta male avventurada. Ya non se accuerda que  qui
sto. Dar colpo in esta puerta, voto  Dios. Tic, tac, tic, toc.

PASQUELLA. Chi  l?

GIGLIO. Vostro figliuolo.

PASQUELLA. Che volete? Il padron non  in casa. Bisogna che si gli dica
niente?

GIGLIO. Una parabla.

PASQUELLA. Aspetate, ch non pu stare a venire.

GIGLIO. Aprite, que aspettar drento. Partise. Do renniego de todo el
mondo, se non bruso toda esta posada, se non mi rende mio rosario. Tic,
tic, toc.

PASQUELLA. Ol! Ch' da esser? Voi avete una poca discrezione,
perdonatemi. Chi voi ste? Oh! Par che voi vogliate spezzar questa
porta.

GIGLIO. Voto  Dios e a santa Letania che anco la brusciar, se non mi
rendide mio rosario.

PASQUELLA. Cercatevene pure altrove; ch in su l'orto non ce ne abbiam,
de' rosai.

GIGLIO. Non dico se non mis paternostros.

PASQUELLA. Che n'ho io a fare, se voi non dite se non i vostri
paternostri? Vorreste forse ch'io diventasse una marrana come voi e
imparasse a dirgli ancor io?

GIGLIO. Oh reniego de la putta, vellacca! Aun me dizeis marrano?

PASQUELLA. Sai? Se tu non ti levi d'intorno a l'uscio, ti bagnar.

GIGLIO. Ecciade l'agua; el fuogo porr io a esta puerta. Malditta sea!
Todo me ha mollado, esta putta, vellacca, viegia alcahueta, male
aventurada! Oh reniego de todos los frailes!

PASQUELLA. Bagna'vi? Non me ne avviddi. Ma ecco il padrone. Se volete
niente, domandatelo a lui e non mi rompete pi il capo.

GIGLIO. Se  qui me truova esto vieio, mil palos non mi mancan. Meior es
de fuir.


SCENA VII

GHERARDO e PASQUELLA.


GHERARDO. Che facevi tu, intorno a l'uscio, di quello spagnuolo? Che hai
tu da far con lui?

PASQUELLA. Domandava non so che rosaio. Io, per me, non l'ho mai inteso.

GHERARDO. Oh! Tu hai fatto ben quel ch'io ti dissi! Ho cos voglia di
romperti l'ossa.

PASQUELLA. Perch?

GHERARDO. Perch hai lasciato partir Lelia? Non ti diss'io che tu non
gli aprisse?

PASQUELLA. Quando part? non  ella in camera?

GHERARDO.  il malan che Dio ti dia.

PASQUELLA. So che la v', io.

GHERARDO. So che la non v'; ch l'ho lasciata in casa di Clemenzia sua
balia.

PASQUELLA. Non l'ho io test lasciata in camara, in ginocchioni, che
infilzavano i paternostri?

GHERARDO. Forse  tornata prima di me.

PASQUELLA. Dico che non s' partita, ch'io sappi. La camara  pur stata
serrata.

GHERARDO. Dov' la chiave?

PASQUELLA. Eccola.

GHERARDO. Dammela: ch, se non v', ti vo' rompere l'ossa.

PASQUELLA. E, se la v', daretemene una camiscia?

GHERARDO. Son contento.

PASQUELLA. Lasciate aprire a me.

GHERARDO. No; voglio aprir io: tu trovaresti qualche scusa.

PASQUELLA. Oh! Io ho la gran paura che non gli truovi a' ferri. Pure, ha
un pezzo ch'io gli lasciai.


SCENA VIII

FLAMMINIO, PASQUELLA e GHERARDO.


FLAMMINIO. Pasquella, quant' che 'l mio Fabio non fu da voi?

PASQUELLA. Perch?

FLAMMINIO. Perch gli  un traditore; e io lo gastigar. E, poi
ch'Isabella ha lasciato me per lui, se l'ar come merita. Oh che bella
lode d'una gentildonna par sua, innamorarsi d'un ragazzo!

PASQUELLA. Uh! Non dite cotesto, ch le carezze ch'ella gli fa gli le fa
per amor vostro.

FLAMMINIO. Digli che ancora, un d, se ne pentir. A lui, com'io lo
truovo (i' porto questo coltello in mano a posta), gli vo' tagliar le
labbra, l'orecchie e cavargli un occhio; e metter ogni cosa in un
piatto; e poi mandarglielo a donar. Vo' che la si sfami di baciarlo.

PASQUELLA. Eh s! Mentre che 'l cane abbaia, il lupo si pasce.

FLAMMINIO. Tu il vedrai.

GHERARDO. Oim! A questo modo son giontato io? a questo modo, eh? Misero
a me! Quel traditor di Virginio, traditoraccio! m'ha pure scorto per un
montone. Oh Dio! Che far io?

PASQUELLA. Che avete, padrone?

GHERARDO. Che ho, ah? Chi  colui che  con mia figliuola?

PASQUELLA. Oh! Nol sapete voi? non  la ctola di Virginio?

GHERARDO. Ctola, eh? Ctola, che far fare a mia figliuola de' ctoli,
dolente a me!

PASQUELLA. Eh! non dite coteste parolacce! Che cos'? non  Lelia?

GHERARDO. Dico che gli  un maschio.

PASQUELLA. Eh, non  vero! Che ne sapete voi?

GHERARDO. L'ho veduto con questi occhi.

PASQUELLA. Come?

GHERARDO. Adosso alla mia figliuola, trist'a me!

PASQUELLA. Eh! che dovevano scherzare!

GHERARDO.  ben che scherzavano.

PASQUELLA. Avete veduto che sia maschio?

GHERARDO. S, dico: ch, aprendo l'uscio a un tratto, egli s'era
spogliato in giubbone e non ebbe tempo a coprirsi.

PASQUELLA. Vedeste voi ogni cosa? Eh! Mirate che gli  femina.

GHERARDO. Io dico che gli  maschio e bastarebbe a far due maschi.

PASQUELLA. Che dice Isabella?

GHERARDO. Che vuo' tu ch'ella dica? Svergognato a me!

PASQUELLA. Ch non lasciate andar or quel giovine? Che ne volete fare?

GHERARDO. Che ne vo' fare? Accusarlo al governatore; e farollo
gastigare.

PASQUELLA. O forse fuggir.

GHERARDO. E io l'ho rinserrato drento. Ma ecco Virginio. Apponto non
volevo altro.


SCENA IX

PEDANTE, VIRGINIO e GHERARDO.


PEDANTE. Io mi maraviglio, per certo, che gi non sia tornato a
l'ostaria; e non so che me ne dire.

VIRGINIO. Aveva arme?

PEDANTE. Credo de s.

VIRGINIO. Costui sar stato preso: ch abbiamo un podest che
scorticarebbe li cimici.

PEDANTE. Io non credo per che a' forestieri si faccia queste scortesie.

GHERARDO. Addio, Virginio. Questo  atto da uomo da bene? questa  cosa
convenevole a uno amico? questo  il parentado che volevi far con esso
me? chi t'hai pensato di gabbare? credi ch'io sia per comportarla? Mi
vien voglia...

VIRGINIO. Di che cosa ti lamenti di me, Gherardo? che t'ho io fatto? Io
non cercai mai di far parentado teco. Tu me n'hai rotto il capo uno
anno. Ora, se non ti piace, non vada avanti.

GHERARDO. Anco hai ardimento di rispondere, come s'io fusse un beccone?
Traditoraccio, giontatore, barro, mariuolo! Ma il governatore sapr ogni
cosa.

VIRGINIO. Gherardo, coteste parole non pertengono a un par tuo e
massimamente con me.

GHERARDO. Anco non vuol ch'io mi lamenti, questo tristo! Sei diventato
superbo perch hai ritrovato tuo figliuolo, eh?

VIRGINIO. Tristo se' tu.

GHERARDO. Oh Dio! Perch non son giovine com'io era? ch'io ne farei
pezzi, del fatto tuo.

VIRGINIO. Puossi intender quel che tu vuoi dire o no?

GHERARDO. Sfacciato!

VIRGINIO. Io ho troppo pazienzia.

GHERARDO. Ladro!

VIRGINIO. Falsario!

GHERARDO. Menti per la gola. Aspetta!

VIRGINIO. Aspetto.

PEDANTE. Ah gentiluomo! Che pazzia  questa?

GHERARDO. Non mi tenete.

PEDANTE. E voi, messer, mettetevi la veste.

VIRGINIO. Con chi si pensa avere a fare? Rendemi la mia figliuola.

GHERARDO. Scannar te e lei.

PEDANTE. Che cosa ha da far questo gentiluomo con esso voi?

VIRGINIO. Non so, io; se non che, poco fa, gli messi Lelia mia figliuola
in casa, ch la voleva per moglie. Ora voi vedete. E temo non gli facci
dispiacere.

PEDANTE. Ah, ah, gentiluomo! Non si vuole con l'arme! Con l'arme?

GHERARDO. Lasciatemi!

PEDANTE. Che differenzia  la vostra?

GHERARDO. Questo traditore m'ha disfatto.

PEDANTE. Come?

GHERARDO. S'io non lo taglio a pezzi, s'io non lo squarto con questa
ronca...

PEDANTE. Ditemi, di grazia, come la cosa sta.

GHERARDO. Entriamo in casa, poi che il traditore s' fuggito, ch'io vi
contar ogni cosa. Non ste voi il maestro di suo figliuolo, che veniste
a l'ostaria con noi?

PEDANTE. S, sono.

GHERARDO. Entrate.

PEDANTE. Sopra la fede vostra?

GHERARDO. Oh s!




ATTO V


SCENA I

VIRGINIO, STRAGUALCIA, SCATIZZA, GHERARDO e PEDANTE.


VIRGINIO. Venite con me quanti voi ste. Stragualcia, vien tu ancora.

STRAGUALCIA. Con l'arme o senza? Io non ho arme.

VIRGINIO. Tolle cost, in casa dell'oste, qualche arme.

SCATIZZA. Padrone, con targone bisognarebbe una lancia.

VIRGINIO. Non mi curo pi di lancia. Mi basta questo.

SCATIZZA. Questa rotella sarebbe pi galante per voi, essendo in
giubbone.

VIRGINIO. No; questa copre meglio. Oh! Par che questo montone m'abbia
trovato a furare. Ho paura che 'l non abbia amazzata quella povera
figliuola.

STRAGUALCIA. Questa  buona arme, padrone. Io lo voglio infilzare con
questo spedone come un beccafico.

SCATIZZA. Oh! Che vuoi tu far dell'arrosto?

STRAGUALCIA. Son pratico in campo; e so che, la prima cosa, bisogna far
provision di vettovaglia.

SCATIZZA. Oh! Cotesto fiasco perch?

STRAGUALCIA. Per rinfrescare i soldati, se alla prima battaglia fusser
ributtati indrieto.

SCATIZZA. Questo mi piace; ch ei avverr.

STRAGUALCIA. Volete che, insieme insieme, infilzi il vecchio e la
figliuola, i famegli, la casa e tutti come fegatelli? Al vecchio
cacciar lo spedone in culo e faroglielo uscir per gli occhi; gli altri
tutti a traverso come tordi.

VIRGINIO. La casa  aperta. Costoro aran fatto qualche imboscata.

STRAGUALCIA. Imboscata? Mal va. Io ho pi paura del legname che delle
spade. Ma ecco il maestro che esce fuora.

PEDANTE. Lasciate fare a me, ch'io vi do la cosa per acconcia, messer
Gherardo.

STRAGUALCIA. Guardatevi, padrone: ch questo maestro si potrebbe essere
ribellato e accordato coi nimici; ch pochi si trovan de' suo' pari che
tenghino il fermo. Volete ch'io cominci a infilzarlo e ch'io dica e
uno?

PEDANTE. Messer Virginio, padrone, perch queste arme?

STRAGUALCIA. Ah! ah! Non tel dissi io?

VIRGINIO. Che  della mia figliuola? Demela, ch'io la vo' menare a casa
mia. E voi avete trovato Fabrizio?

PEDANTE. S, ho.

VIRGINIO. Dov'?

PEDANTE. Qui dentro, che ha tolto una bellissima moglie, se ne ste
contento.

VIRGINIO. Moglie, eh? e chi?

STRAGUALCIA. Molto presto! Ricco, ricco!

PEDANTE. Questa bella e gentil figliuola di Gherardo.

VIRGINIO. Oh! Gherardo, test, mi voleva amazzare.

PEDANTE. Rem omnem a principio audies. Entriamo in casa, ch saprete il
tutto. Messer Gherardo, venite fuora.

GHERARDO. O Virginio, il pi strano caso che fusse mai al mondo! Entra.

STRAGUALCIA. Infilzolo? Ma gli  carne da tinello.

GHERARDO. Fa' metter gi queste arme, ch gli  cosa da ridere.

VIRGINIO. Follo sicuramente?

PEDANTE. Sicuramente, sopra di me.

VIRGINIO. Ors! Andate a casa, voi altri, e ponete gi l'armi e
portatemi la mia veste.

PEDANTE. Fabrizio, viene a conoscer tuo padre.

VIRGINIO. Oh! Questa non  Lelia?

PEDANTE. No; questo  Fabrizio.

VIRGINIO. O figliuol mio!

FABRIZIO. O padre, tanto da me desiderato!

VIRGINIO. Figliuol mio, quanto t'ho pianto!

GHERARDO. In casa, in casa, ch tu sappia il tutto. E pi ti dico, che
tua figliuola  in casa di Clemenzia sua balia.

VIRGINIO. O Dio, quante grazie ti rendo!


SCENA II

CRIVELLO, FLAMMINIO e CLEMENZIA balia.


CRIVELLO. Io l'ho veduto in casa di Clemenzia balia con questi occhi e
udito con questi orecchi.

FLAMMINIO. Guarda che fusse Fabio.

CRIVELLO. Credete ch'io nol conoscesse?

FLAMMINIO. Andiam l. S'io 'l truovo...

CRIVELLO. Voi guastarete ogni cosa. Abbiate pazienzia fino ch'egli esca
fuore.

FLAMMINIO. E' nol farebbe Iddio ch'io avessi pi pazienzia.

CRIVELLO. Voi guastarete la torta.

FLAMMINIO. Io mi guasti. Tic, toc, toc.

CLEMENZIA. Chi ?

FLAMMINIO. Un tuo amico. Viene un poco gi.

CLEMENZIA. Oh! Che volete, messer Flamminio?

FLAMMINIO. Apre, ch tel dir.

CLEMENZIA. Aspettate, ch'io scendo.

FLAMMINIO. Com'ell'ha aperto l'uscio, entra dentro; e mira se vi ; e
chiamami.

CRIVELLO. Lasciate fare a me.

CLEMENZIA. Che dite, signor Flamminio?

FLAMMINIO. Che fai, in casa, del mio ragazzo?

CLEMENZIA. Che ragazzo? E tu dove entri, prosuntuoso? vuoi intrare in
casa mia per forza?

FLAMMINIO. Clemenzia, al corpo della sagrata, intemerata, pura, se tu
non mel rendi...

CLEMENZIA. Che volete ch'io vi renda?

FLAMMINIO. Il mio ragazzo che s' fuggito in casa tua.

CLEMENZIA. In casa mia non vi  servidor nissun vostro; ma s bene una
serva.

FLAMMINIO. Clemenzia, e' non  tempo da muine. Tu mi sei stata sempre
amica, ed io a te; tu m'hai fatti de' piaceri, ed io a te. Or questa 
cosa che troppo importa.

CLEMENZIA. Qualche furia d'amor sar questa. Ors, Flamminio! Lasciatevi
un poco passar la collera.

FLAMMINIO. Io dico, rendemi Fabio.

CLEMENZIA. Vel render.

FLAMMINIO. Basta. Fallo venir gi.

CLEMENZIA. Oh! Non tanta furia, per mia f! ch, s'io fussi giovane e
ch'io vi piacessi, non m'impacciarei mai con voi. E che  di Isabella?

FLAMMINIO. Io vorrei che la fosse squartata.

CLEMENZIA. Eh! Voi non dite da vero.

FLAMMINIO. S'io non dico da vero? Ti so dir che la m'ha chiarito!

CLEMENZIA. E s! A voi giovinacci sta bene ogni male, ch ste pi
ingrati del mondo.

FLAMMINIO. Questo non dir per me: ch'ogni altro vizio mi si potrebbe
forse provare; ma questo dell'essere ingrato, no, ch pi mi dispiace
che ad uom che viva.

CLEMENZIA. Io non lo dico per voi. Ma  stata in questa terra una
giovane che, accorgendosi d'esser mirata da un cavaliere par vostro
modanese, s'invagh tanto di lui che la non vedeva pi qua n pi l che
quanto era longo.

FLAMMINIO. Beato lui! felice lui! Questo non potr gi dir io.

CLEMENZIA. Accadde che 'l padre mand questa povera giovane innamorata
fuor di Modena. E pianse, nel partir, tanto che fu maraviglia, temendo
ch'egli non si scordasse di lei. Il qual, subito, ne riprese un'altra,
come se la prima mai non avesse veduta.

FLAMMINIO. Io dico che costui non pu esser cavaliere; anzi,  un
traditore.

CLEMENZIA. Ascolta: c' peggio. Tornando, ivi a pochi mesi, la giovane e
trovando che 'l suo amante amava altri e da quella tale egli era poco
amato, per fargli servizio, abbandon la casa, suo padre e pose in
pericolo l'onore; e, vestita da famiglio, s'acconci con quel suo amante
per servitore.

FLAMMINIO.  accaduto in Modena questo caso?

CLEMENZIA. E voi conoscete l'uno e l'altro.

FLAMMINIO. Io vorrei pi presto esser questo aventurato amante che esser
signor di Milano.

CLEMENZIA. E che pi? Questo suo amante, non la conoscendo, l'adoper
per mezzana tra quella sua innamorata e lui; e questa poveretta, per
fargli piacere, s'arrec a fare ogni cosa.

FLAMMINIO. Oh virtuosa donna! oh fermo amore! cosa veramente da porre in
esempio a' secoli che verranno! Perch non  avvenuto a me un tal caso?

CLEMENZIA. Eh! In ogni modo, voi non lasciareste Isabella.

FLAMMINIO. Io lasciarei, quasi che non t'ho detto Cristo, per una tale.
E pregoti, Clemenzia, che tu mi facci conoscer chi  costei.

CLEMENZIA. Son contenta. Ma io voglio che voi mi diciate prima, sopra
alla fede vostra e da gentiluomo, se tal caso fusse avvenuto a voi,
quello che voi fareste a quella povera giovane e se voi la cacciareste,
quando voi sapesse quello che la v'ha fatto, se l'uccidereste o se la
giudicareste degna di qualche premio.

FLAMMINIO. Io ti giuro, per la virt di quel sole che tu vedi in cielo,
e ch'io non possa mai comparire dove sien gentiluomini e cavalieri par
miei, s'io non togliesse prima per moglie questa tale, ancor che fusse
brutta, ancor che la fusse povera, ancor che la non fusse nobile, che la
figliuola del duca di Ferrara.

CLEMENZIA. Questa  una gran cosa. E cos mi giurate?

FLAMMINIO. Cos ti giuro; e cos farei.

CLEMENZIA. Tu sia testimonio.

CRIVELLO. Io ho inteso; e so ch'egli il farebbe.

CLEMENZIA. Ora io ti vo' far conoscer chi  questa donna e chi  quel
cavaliere. Fabio! o Fabio! Vien gi al signor tuo che ti domanda.

FLAMMINIO. Che ti par, Crivello? Parti ch'io amazzi questo traditore o
no? Egli  pure un buon servitore.

CRIVELLO. Oh! Io mi maravigliavo ben, io! Sar pur vero quello ch'io mi
pensavo. Ors! Perdonategli: che volete fare? In ogni modo, questa
chiappola d'Isabella non vi volse mai bene.

FLAMMINIO. Tu dici il vero.


SCENA III

PASQUELLA, CLEMENZIA, FLAMMINIO, LELIA da femina e CRIVELLO.


PASQUELLA. Lasciate fare a me: ch gli dir quanto me avete detto, ch
ho inteso.

CLEMENZIA. Questo , messer Flamminio, il vostro Fabio. Miratel bene:
conoscetelo? Voi vi maravigliate? E questa medesima  quella s fedele e
s costante innamorata giovane di chi v'ho detto. Guardatela bene, se la
riconoscete o no. Voi ste ammutito, Flamminio? Oh! Che vuol dire? E voi
ste quel che s poco apprezza l'amor della donna sua. E questo  la
verit. Non pensate d'essere ingannato. Conoscete se io vi dico il vero.
Ora attenetemi la promessa o ch'io vi chiamar in steccato per
mancatore.

FLAMMINIO. Io non credo che fusse mai al mondo il pi bello inganno di
questo.  possibile ch'io sia stato s cieco ch'io non l'abbi mai
conosciuta?

CRIVELLO. Chi  stato pi cieco di me che ho voluto mille volte
chiarirmene? Che maladetto sia! Oh! ch'io son stato il bel da poco!

PASQUELLA. Clemenzia, dice Virginio che tu venga adesso adesso a casa
nostra perch gli ha dato moglie a Fabrizio suo figliuolo che  tornato
oggi; e bisogna che tu vada a casa per metterla in ordine, ch tu sai
che non vi sono altre donne.

CLEMENZIA. Come moglie? E chi gli ha data?

PASQUELLA. Isabella, figliuola di Gherardo mio padrone.

FLAMMINIO. Chi? Isabella di Gherardo Foiani tuo padrone o pure un'altra?

PASQUELLA. Un'altra? Dico lei. Flamminio, sapete bene che porco pigro
non mangia mai pera marce.

FLAMMINIO.  certo?

PASQUELLA. Certissimo. Io son stata presente a ogni cosa; io gli ho
veduto dare l'anello, abbracciarsi, baciarsi insieme e farsi una gran
festa. E, prima che gli desse l'anello, la padrona gli aveva dato... so
ben io.

FLAMMINIO. Quanto ha che questo fu?

PASQUELLA. Adesso, adesso, adesso. Poi mi mandorno, correndo, a dirlo a
Clemenzia e a chiamarla.

CLEMENZIA. Digli, Pasquella, ch'io star poco poco a venire. Va'.

LELIA. O Dio, quanto bene insieme mi di! Io muoio d'allegrezza.

PASQUELLA. Sta' poco, ch io ancora ho tanto da fare che guai a me!
Voglio ire adesso a comprare certi lisci. Oh! Io m'ero scordata di
domandarti se Lelia  qui in casa tua; ch Gherardo gli ha detto di s.

CLEMENZIA. Ben sai che la v'. Vuol forse maritarla a quel vecchio
messer Fantasima di tuo padrone? che si doverebbe vergognare.

PASQUELLA. Tu non conosci bene il mio padrone: ch, se tu sapesse come
gli  fiero, non diresti cos, eh!

CLEMENZIA. S, s; credotelo: tu 'l debbi aver provato.

PASQUELLA. Come tu hai fatto il tuo. Ors! Io vo.

FLAMMINIO. A Gherardo la vuol maritare?

CLEMENZIA. S, trista a me! Vedi se questa povera giovane  sventurata.

FLAMMINIO. Tanto avesse egli vita quanto l'aver mai. In fine,
Clemenzia, io credo che questa sia certamente volont di Dio che abbia
avuto piet di questa virtuosa giovane e dell'anima mia; ch'ella non
vada in perdizione. E per, madonna Lelia, quando voi ve ne contentiate,
io non voglio altra moglie che voi; e promettovi, a f di cavaliere,
che, non avendo voi, non son mai per pigliar altra.

LELIA. Flamminio, voi mi ste signore e ben sapete, quel ch'io ho fatto,
per quel ch'io l'ho fatto; ch'io non ho avuto mai altro desiderio che
questo.

FLAMMINIO. Ben l'avete mostrato. E perdonatemi, se qualche dispiacere
v'ho io fatto, non conoscendovi, perch'io ne son pentitissimo e
accorgomi dell'error mio.

LELIA. Non potreste voi, signor Flamminio, aver fatta mai cosa che a me
non fusse contento.

FLAMMINIO. Clemenzia, io non voglio aspettare altro tempo, ch qualche
disgrazia non m'intorbidasse questa ventura. Io la vo' sposare adesso,
se gli  contenta.

LELIA. Contentissima.

CRIVELLO. Oh ringraziato sia Dio! E voi, padrone, signor Flamminio, ste
contento? E avertite ch'io son notaio; e, se nol credete, eccovi il
privilegio.

FLAMMINIO. Tanto contento quanto di cosa ch'io facesse gi mai.

CRIVELLO. Sposatevi e poi colcatevi a vostra posta. Oh! Io non v'ho
detto che voi la baciate, io.

CLEMENZIA. Or sapete che mi par che ci sia da fare? Che ve ne intriate
in casa mia, in tanto ch'io andar a fare intendere il tutto a Virginio
e dar la mala notte a Gherardo.

FLAMMINIO. Va', di grazia; e contalo ancora a Isabella.


SCENA IV

PASQUELLA e GIGLIO spagnuolo.


GIGLIO. Por vida del rey, que esta es la vellacca di Pasquella que se
burl de m y urtommi mis quentas per enganno. Oh como me huelgo de
topalla!

PASQUELLA. Maladetto sia questo appoioso! Ben mi s' dato test tra'
piei, che possi egli rompere il collo con quanti ne venne mai di Spagna!
Che scusa trovar ora?

GIGLIO. Signora Pasquella!

PASQUELLA. La cosa va bene. Io son gi fatta signora.

GIGLIO. Vos me haveis burlado y mi tolleste mio rosario e non fazieste
lo que me teniades promettido.

PASQUELLA. Zi! zi! zi! Sta' queto, sta' queto.

GIGLIO. Por que? es ninguno  qui que nos oda?

PASQUELLA. Zi! zi! zi!

GIGLIO. Io non veo  qui ninguno. Non m'engagnarete otra volta. Que
dezite voi?

PASQUELLA. Tu mi vi rovinare.

GIGLIO. Tu mi vi ingagnare.

PASQUELLA. Va' via, lasciami stare adesso; ch ti parlar otra volta.

GIGLIO. Renditeme mio rosario y despues parlate lo que volite, que non
quiero que podiate dezir que m'engagnaste.

PASQUELLA. Tel dar. Credi ch'io l'abbi qui? Tu credi forse ch'io ne
facci una grande stima? Mi mancar delle corone, s'io ne vorr!

GIGLIO. Por que m'enseraste de fuore y despues aziades musigas y
dizieste non so que Fantasmas, fantasmas y non so que orazion y non so
que traplas?

PASQUELLA. Di' piano. Tu mi vuoi rovinare. Ti dir ogni cosa.

GIGLIO. Que cosa? Que nol dezite?

PASQUELLA. Trate pi in qua in questo canto, ch la padrona non vegga.

GIGLIO. Burlatime otra volta o no?

PASQUELLA. Ben sai ch'io ti burlo. Son forse avvezza a burlare, eh?
Vero, eh?

GIGLIO. Hor dezite presto: que es esto?

PASQUELLA. Sai? Quando noi parlavamo insieme, Isabella, la mia padrona,
era venuta gi pian piano e stava nascosta accanto a me e sentiva ogni
cosa. Quando io volsi cacciare i polli, ella se n'and in camera e da un
buco stava a vedere quel che noi facevamo. Io, che me ne accorsi, feci
vista di non l'aver veduta e d'averti voluto ingannare; tanto ch'io gli
mostrai que' paternostri. Ella me gli tolse e, credendo che io t'avessi
giontato, se ne rise e se gli messe al braccio. Ma io glie li torr
stasera e renderottegli, se tu non me gli vuoi aver dati.

GIGLIO. Y es verdade todo esto? Cata che non m'enganni.

PASQUELLA. Giglio mio, se non  vero, ch'io non ti possa pi mai vedere.
Credi ch'io non abbi cara la tua amicizia? Ma voi spagnuoli non credete
in Cristo, non che in altro.

GIGLIO. Hora, que non fazite quello que era concertado entra nos?

PASQUELLA. La mia padrona  maritata; e questa sera faciam le nozze; e
ho da far tanto ch'io non posso attendere. Aspetta a un'altra volta. Uh
come son rincrescevoli!

GIGLIO. Alla magnana, ah? Domattina, digo. Non es  si?

PASQUELLA. Lascia fare a me; ch mi ricordar di te, quando sar tempo;
non dubitare. Uh! uh! uh! uhimene!

GIGLIO. Voto  Dios que te dar escuccilladas per la cara, se otra veze
m'engannes.


SCENA V

CITTINA figliuola di Clemenzia balia, sola.


Io non so che stripiccio sia drento a questa camara terrena. Io sento la
lettiera fare un rimenio, un tentennare che pare che qualche spirito la
dimeni. Uhimene! Io ho paura, io. Oh! Io sento uno che par si lamenti; e
dice piano:--Aim! non cos forte.--Oh! Io sento un che dice:--Vita mia,
ben mio, speranza mia, moglie mia cara.--Oh! Non posso intendere il
resto: mi vien voglia di bussare. Oh! Dice uno:--Aspettami.--Si debbono
voler partire. Odi l'altro che dice:--Fa' presto tu ancora.--Che s che
rompon quel letto? Uh! uh! uh! Come si rimena a fretta a fretta! In
buona fica, ch'io lo voglio ire a dire alla mamma.


SCENA VI

ISABELLA, FABRIZIO e CLEMENZIA balia.


ISABELLA. Io credevo del certo che voi fusse un servitor di un cavalier
di questa terra che tanto vi s'assomiglia che non pu esser che non sia
vostro fratello.

FABRIZIO. Altri sono stati oggi che m'hanno clto in iscambio: tanto
ch'io dubitavo quasi che l'oste non m'avesse scambiato.

ISABELLA. Ecco Clemenzia, la vostra balia, che vi debbe venire a far
motto.

CLEMENZIA. Non pu esser che non sia questo, ch par tutto Lelia. O
Fabrizio, figliuol mio, che tu sia il ben tornato: che  di te?

FABRIZIO. Bene, balia mia cara. Che  di Lelia?

CLEMENZIA. Bene, bene. Ma entriamo in casa, ch ho da parlare a longo
con tutti voi.


SCENA VII

VIRGINIO e CLEMENZIA.


VIRGINIO. Io ho tanta allegrezza d'aver trovato mio figliuolo ch'io son
contento d'ogni cosa.

CLEMENZIA. Tutta  stata volont di Dio.  stato pur meglio cos che
averla maritata a quel canna-vana di Gherardo. Ma lasciatemi intrar
drento, ch'io vegga come la cosa sta: ch'io lasciai gli sposi molto
stretti; e son soli. Venite, venite. Ogni cosa va bene.


SCENA VIII

STRAGUALCIA a li spettatori.


Spettatori, non aspettate che costoro eschin pi fuore perch, di longa,
faremmo la favola longhissima. Se volete venire a cena con esso noi,
v'aspetto al Matto. E portate denari, perch non v' chi espedisca
gratis. Ma, se non volete venire (che mi par di no), restativi e godete.
E voi, Intronati, fate segno d'allegrezza.


FINE DEL VOLUME PRIMO.




NOTA


AVVERTENZE GENERALI

Per tutte le illustrazioni relative alle commedie che si raccolgono in
questo e in altri successivi volumi rimando alla parte gi pubblicata
della mia storia della _Commedia_ italiana (Milano, Vallardi, 1911). Qui
occorre solo avvertire che furono esclusi dalla presente raccolta tutti
quegli scrittori (ad es. l'Ariosto e il Machiavelli) di cui dovranno
ristamparsi le opere complete e quegli altri scrittori (ad es. il Cecchi
e il Della Porta) la cui operosit drammatica fu cos vasta e complessa
da esigere una nuova edizione di tutto il loro teatro. La mia scelta si
restringe a quei commediografi (o notissimi, come il cardinal da
Bibbiena, o del tutto ignoti, come Niccol Secchi) che non avrebbero
potuto entrare per altra via, mentre di entrarvi avevano pur essi
diritto, nella grande collezione degli _Scrittori d'Italia_. E, in tale
scelta, mi sono attenuto a un doppio ordine di criteri: storici ed
estetici. Ho badato, cio, non solo all'intima bellezza delle commedie,
ma anche a certe loro speciali caratteristiche o ai loro stretti
rapporti con la vita e i costumi del Cinquecento o alla variet delle
tendenze che, pur senza uscire dalla tradizione classicheggiante, si
manifestano in esse. Dalla _Calandria_ del Bibbiena, composta in sugli
inizi del secolo XVI, alla _Donna costante_ del Borghini, venuta in luce
al declinar del secolo stesso, v' gran differenza di spiriti, se non di
forme: ridanciana, quella, e giocosa, spensierata e cinica; questa,
invece, seria, accigliata, lugubre, quasi preannunziatrice dei molto
posteriori _drames larmoyants_. Per ci, a rappresentare, in qualche
modo, lo svolgimento storico del nostro teatro comico cinquecentesco, ho
disposto le commedie che qui si pubblicano in ordine approssimativamente
cronologico: solo approssimativamente, pur troppo, giacch di molte fra
esse ignoriamo, fin ora, il preciso anno della composizione.

La punteggiatura, quanto mai arbitraria ed irrazionale nelle stampe del
Cinquecento, ho rinnovato interamente. Del sistema ortografico nulla ho
da dire perch  quel medesimo che fu adottato per tutti i volumi degli
_Scrittori_. Piuttosto  necessario che io renda conto del come mi son
comportato rispetto alle parti spagnuole o dialettali che si trovano
assai di frequente nelle nostre commedie. Per questo lato (mi limito a
discorrere dello spagnuolo, intendendosi che tutto ci che dico di esso
valga, bench in minor proporzione, anche per i vari dialetti italici),
le stampe del Cinquecento ci offrono lo spettacolo di una scapigliata
anarchia. Troviamo _io_ e _yo_; _estoi_ e _estoy_; _ablar_ e
_hablar_; _che_ e _que_; _debaxo_ e _debascio_ e _debajo_;
_magnana_ e _maana_; _engannar_ e _engagnar_ e _engaar_;
_acer_ e _hacer_ e _azer_ e _hazer_ e _fazer_; _vieio_ e
_viejo_; _mui_ e _muy_; _nocce_ e _noche_; _all_ e
_agli_; _a_ e __; _ chi_ e _ qui_ e _a qui_ e _aqui_ e
_aqu_; _por que_ e _porque_; _tan bien_ e _tambien_; e cos
via discorrendo. Di fronte a tale moltiplicit di espressioni grafiche
che cosa dovevo fare? Dovevo ridurle tutte ad un'espressione unica e
corretta e scrivere, per es., in tutti i casi, _yo_, _hablar_,
_que_, _maana_, _hacer_, _muy_, _noche_, _all_? oppure
dovevo mantenere questo strano ma pur significativo disordine? Mi parve,
in principio, che fosse miglior partito attenersi al primo sistema; poi,
dopo avere assai dubitato e riflettuto, ho finito coll'appigliarmi al
secondo. E le ragioni son queste. Innanzi tutto, le molte incertezze
ortografiche possono esser proprie non tanto del tipografo quanto dello
stesso autore e indicare la sua maggiore o minor conoscenza e la sua pi
o meno esatta pronunzia dello spagnuolo; n  male, anzi  bene, che di
questa sua conoscenza e pronunzia restino, anche nella nostra edizione,
le tracce. In secondo luogo, pu ben darsi che l'autore abbia inteso di
usare promiscuamente parole italiane (per es. io, engannar) e parole
spagnuole (per es. _yo_, _engagnar_ o _engaar_): sicch, quando
si adoperasse una sola grafia, potremmo correre il rischio di
allontanarci involontariamente dal suo stesso pensiero. Il Piccolomini,
infatti, dichiara nelle sue _Annotazioni alla Poetica d'Aristotele_ di
avere interposto, nell'_Amor costante_ e nell'_Alessandro_, qualche
scena in lingua spagnuola italianata, accioch manco paresse
straniera[1]. Il quale italianizzamento dello spagnuolo, oltre che
giovare a render pi intelligibile il discorso, era anche naturalmente
suggerito dalla realt; come possiam rilevare dalla seguente preziosa
testimonianza del Bandello: E queste parole ella disse mezze spagnuole
e mezze italiane, parlando come costumano gli oltramontani quando
vogliono parlar italiano[2]. Ci spiega, non pur le oscillazioni
ortografiche di cui ho discorso fin ora, ma anche la presenza di
scorrette forme grammaticali; che sarebbe, evidentemente, errore il
voler correggere. Insomma, per questa parte, io ho creduto di dovere
essere, quanto pi mi fosse possibile, conservatore: conservatore, dico,
dell'anarchia.

Ci non di meno, qualche modificazione o correzione  stata pur
necessaria. Non potevano, per es., nella scena 3 dell'atto II
degl'_Ingannati_ rimanere un _lamas hermosas mozas_ e un _ellacca ob
alcatieta_ che sono stati rispettivamente ridotti a _la mas hermosa
moza_ e _vellacca alcahueta_. E cos, nell'uso degli accenti e del
_h_ iniziale, se ho rispettato di regola le antiche stampe da me poste
a fondamento di questa nuova edizione, e se ho scritto indifferentemente
__ e _a_, _hacer_ e _acer_ ecc., me ne son per allontanato
ogni qual volta la mancanza dell'accento o del _h_ potesse ingenerare
confusioni ed equivoci. Per es., un _alla_ o un _alli_, che sembrano
preposizioni articolate italiane mentre sono avverbi spagnuoli, ho
creduto bene di accentarli (_all, all_); un _resucitare_ o un
_andare_ o un _ire_, che possono prendersi per infiniti mentre non
sono che la prima persona singolare del futuro, li ho pure accentati
(_resucitar, andar, ir_); e ho fatto precedere dal _h_ un _e_
che, invece d'essere la nostra congiunzione copulativa, sia la prima
persona singolare del presente indicativo del verbo spagnuolo _haber_
(_he_); e altre simili modificazioni ho introdotte quando mi sia parso
opportuno. Ma ci non infirma punto il general criterio di conservazione
al quale, come pi sopra dissi, mi sono, nel maggior numero dei casi,
rigorosamente attenuto.

    1. _Annotazioni di M. Alessandro Piccolomini, nel Libro della
       Poetica d'Aristotele; con la traduttione del medesimo Libro,
       in Lingua Volgare. Con privilegio_. In Vinegia, presso
       Giovanni Guarisco, e Compagni [in fine l'anno: M.D.LXXV],
       p. 29.

    2. Le novelle a cura di G. BROGNOLIGO, I (Bari, Laterza, 1910),
       242 (nov. I, .16)


GL'INGANNATI

Questa commedia ebbe nel Cinquecento, precisamente come la _Calandria_,
una ventina di edizioni; due altre ne ebbe sul principio del Seicento;
poi non fu pi mai ristampata[1]. Eppure, anche nel rispetto artistico,
essa pu sicuramente annoverarsi fra le migliori del sec. XVI; e god,
ad ogni modo, di una cos grande fortuna da esser conosciuta e imitata,
non pure in Italia, ma anche in Francia, in Spagna ed in Inghilterra. Io
pongo a fondamento della presente edizione la prima stampa veneziana del
1537: _Comedia del Sacrifi- | cio de gli Intronati | da Siena MDXXXVII.
| In Vinegia per Curtio Navo | et fratelli_ [e al termine dell'ultimo
atto: _Il fine della Comedia de gli Inganna- | ti In Vinegia Per Curtio
| Navo, & Fratelli. | MDXXXVIII_]. Precede un'avvertenza di Curzio alli
lettori che incomincia cos: Eccovi finalmente, o lettori, la tanto
aspettata e desiderata comedia de gli Intronati, che io vi porgo: degna,
per la invenzione, per la purit della lingua e per l'arte con che 
tessuta, d'esser da voi apprezzata e avuta cara forte tanto quanto altra
che fino a questo di ne abbiate veduta. Segue all'avvertenza il testo
poetico della festa cos detta del Sacrificio (donde l'erroneo titolo
stampato sul frontespizio e perpetuatosi, fino ad alcuni anni addietro,
nei libri di bibliografia e di storia) che gli accademici Intronati di
Siena celebrarono nel carnevale del 1531; viene poi la commedia, che fu
rappresentata, come apparisce dal prologo, qualche giorno dopo la festa
suddetta e che sola qui si ristampa; e, in ultimo, chiude il volumetto
la _Canzon nella morte d'una civetta_ Gentil augello che dal mondo
errante[2]. Oltre a questa edizione, mi valgo, specialmente per le
parti spagnuole, di quella compresa nella gi citata raccolta
ruscelliana delle _Comedie elette_ ove essa reca il seguente titolo: _Il
Sacrificio | de gl'Intronati, | celebrato ne i giuochi | d'un carnevale
| in Siena. | Et | Gl'Ingannati, comedia | de i medesimi. | In Venetia
per Plinio | Pietrasanta, | MDLIIII_.--La stampa del 1537 ha quasi
sempre dinanci, innanci ecc.; ma anche, talvolta: da hora innanzi
(a. I, sc. 3); entrami innanzi (ivi); anzi l'ho in odio (a. II, sc.
7); vimiti levar dinanzi? (a. IV, sc. 1); non vi ci fui mai dinanzi
(ivi). Io adotto, in tutti i casi, questa seconda forma.--A. I, sc. 5:
 ben vero che pregano Dio e 'l diavolo (ediz.:  ben che
pregano...)--Nell'a. IV, sc. 6, verso la fine, Pasquella minaccia lo
spagnuolo di bagnarlo se non si decide ad andarsene; e Giglio, secondo
l'edizione del 1537, risponde: _Testate l'agua, el fuogo porr io a
esta puerta_ [precisamente cos anche l'ediz. di Venezia, Giolito, 1560
e quella del 1538 che, all'in fuori dell'anno,  priva di ogni altra
nota tipografica]. L'edizione, invece, del 1554 curata dal Ruscelli
legge: _Heccia de l'agua, el fuego poner yo a esta puerta_. Ma n il
_testate l'agua_ n il _heccia de l'agua_ dnno senso alcuno. Si
avr qui, come io penso, una forma del verbo _echar_. Per ci,
sopprimo il _h_ di _heccia_; e, riunendo il _de_ all'_eccia_,
scrivo: _ecciade (italianizzamento di _echad_) l'agua_ = gettate
l'acqua. Per il rimanente, seguo, com' naturale, l'edizione del
1537.--Al termine della commedia aggiungo l'indicazione Scena VIII
sopra le parole Stragualcia a li spettatori.

    1. Vedi ALLACCI, _Drammaturgia_, col. 448; BRUNET, Manuel, III,
       454; GRAESSE, _Trsor_, II, 236 e III, 427. Dico una
       ventina di edizioni senza determinarne il numero preciso
       perch non sempre le indicazioni dei bibliografi sono
       esatte; e l'inesattezza deriva, non di rado, da una doppia
       data che le antiche stampe recano: com' appunto il caso di
       quella da me riprodotta che ha, in principio, il 1537 e, in
       fine, il 1538.

    2. Dell'esistenza della stampa veneziana del Navo dubit a torto
       C. LOZZI, _Edizione del 1538 sconosciuta o non bene descritta
       d'una festa e comedia degl'Intronati sanesi_ in _La
       bibliofilia_, a. VII, disp. 1-2, pp. 33 sgg.; e a torto, per
       conseguenza, suppose che possa considerarsi come prima
       edizione quella, da lui descritta, del 1538 senza luogo di
       stampa n nome di stampatore.





End of Project Gutenberg's Gl'ingannati, by Accademici Intronati di Siena

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