Project Gutenberg's Il Re prega, by Ferdinando Petruccelli della Gattina

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Title: Il Re prega

Author: Ferdinando Petruccelli della Gattina

Release Date: May 20, 2009 [EBook #28888]

Language: Italian

Character set encoding: ISO-8859-1

*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK IL RE PREGA ***




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                        IL RE PREGA




                    DELLO STESSO AUTORE:

      Memorie di Giuda                        L. 5 --
      Le notti degli Emigrati a Londra          3 --
      Il Concilio                               1 --




                F. PETRUCCELLI DELLA GATTINA



                             IL
                          RE PREGA



                          ROMANZO



                           MILANO
                  FRATELLI TREVES, EDITORI

                           1874.





                    Propriet Letteraria



                     TIP. F.LLI TREVES





IL RE PREGA




I.

Don Diego Spani.


Sulla strada di Napoli alle Calabrie, in mezzo alla catena degli
Apennini, a qualche miglio dal passo di Campotenese, trovasi un grosso
borgo chiamato Lauria.

Il borgo, addossato alla montagna, ha due piani: Lauria _inferiore_,
nera, immonda, dalle strette viuzze, dai casolari screpolati, si
accoccola nella valle. Lauria _superiore_, pi moderna, si attacca
quasi alle vette della montagna, l dove passa la strada _consolare_.
Questa parte del borgo  pi aristocratica. Le piccole case del popolo
grasso, la chiesa, il palazzo del vescovo, le locande, il convento dei
cappuccini, la casa municipale giacciono quivi, e tutto ci  nuovo,
gaio, netto, con delle pretese architettoniche. Un sentiero angusto,
pericoloso, ai lembi di un precipizio, riunisce le due braccia del
villaggio sul dorso della montagna, mediante un piccolo ponte
traballante, gettato sul torrente. Gi poi, nella valle, le due Laurie
sono congiunte da una strada pietrosa che fa un lungo circuito.

La montagna  nuda e scarna: un agglomeramento di pietre grige e di
argilla rossastra dall'aspetto desolato. Non alberi, non terra
coltivabile, non giardini. Alcune capre etiche si disputano qua e l i
tristi ciuffi di ginestro e le macchie di cipresso. Lontano, altre
montagne ugualmente nude o rivestite di pini selvaggi e di frassini,
dei precipizi violentemente trambustati, delle gore che divengono
torrenti; e pi lontano ancora, un'aria azzurrastra e vaporosa: il mar
Tirreno.

L'aspetto degli abitanti non  guari pi prospero di quello del borgo.
Bronzati, squallidi, vestiti di fustagno o panno bruno--filato,
tessuto, tinto in casa dalle femmine della famiglia--essi hanno il
portamento grave e la solennit dei vecchi mastini.

All'estremit del borgo inferiore, vicino al letto del torrente,
sorgeva una casetta isolata, di un sol piano, coverta di tegole rosse
pizzicate di muschio. Un muro di pietre senza cemento, coronato di
rovi, inquadrava questa povera e nera dimora, e proteggeva un pezzetto
di giardino di un paio di jugeri, cui il proprietario aveva disputato
al torrente. Qualche alberi fruttiferi, dei cavoli, dei finocchi,
delle radici, ed altri legumi spuntano dal suolo accuratamente
pettinato. Un sentieruolo coverto da una pergola correva lungo la
casa; due vialuzzi dividevano il giardino a croce.

Una porta dell'abituro sporgeva sulla strada; un'altra, di rincontro,
sul giardino: ambo si aprivano in una larga sala.

Il fumo aveva annerita questa stanza, la quale serviva nel tempo
stesso di tinello, di cucina, di salone, di legnaia, di credenziera,
di forno, di tutto--eccetto di camera da letto. Due altre cellucce,
alle due estremit della sala, avevano questo ufficio. Due grossi
alari di ferro sostenevano i ceppi del focolare dal vasto mantello ed
impedivano ai tizzoni di rotolare sulla pignatta che bolliva innanzi
al fuoco.

Un maiale terminava il suo pasto della sera in un angolo della sala.
Esso brontolava, si avvicinava di tempo in tempo al camino ove andava
a scomodare un cane steso tutto di lungo. E questo, cos rimescolato
da quel figliuolo viziato della casa, se gli slanciava alle orecchie,
lo mordeva, e lo rimandava al suo truogolo. Un piccolo gatto grigio e
macilento, mezzo cacciato nelle ceneri, sollevava allora la testa per
contemplare il cattivo umore di quei signori, e spazzolava col suo
zampino i suoi baffi un po' arrostiti. Alcuni polli dormivano di gi,
accoccolati su degli stecchi al disopra del maiale. Ai neri assiti
della sala pendevano ancora qualche brani del predecessore di questo
animale petulante, ma esso non vi badava, perocch, modesto come un
seminarista, non levava giammai gli occhi al cielo a mo' de' poeti e
dei devoti.

Al mantello del camino restava appeso traversalmente un archibugio a
pietra, sur una fila di fusi, rigonfi dal filo di canape, cui la
massaia di casa destinava alla confezione delle camice, e dell'altra
biancheria della famiglia. Ad un lato del camino, bilicava su tre
banche attortigliate un guindolo festonato di matasse a mettere in
gomitolo. Dall'altro lato, sopra una tavoletta conficcata nel muro,
giacevano un breviario ingrassato e affumicato, e vari volumi, meglio
appropriati: Hegel, Machiavello, Orazio, Omero in greco, Goethe,
Victor Hugo, il _Don Giovanni_ di Byron, i _Conti_ di Hoffmann,
Rabelais....

La porta sulla strada era chiusa; quella sul giardino, aperta. Di
dentro, nessuno. I due abitanti della casa erano nel giardino. La
porta del giardino, a vetri e cancello in su, rischiarava la sala. Una
piccola finestra si apriva sul verziere, a mezza vita, ed inondava di
luce il focolare.

La mediocrit al coperto dello stretto bisogno, la parsimonia
coraggiosa, l'attenzione febbrile di nasconderla agli sguardi mordaci
della gente della provincia, la quale addiziona le patate che
mangiate, i bicchieri di vino che bevete, le lenzuola e le camice che
possedete... ecco la fisonomia generale dell'abituro. Un osservatore
perspicace non avrebbe guarentito che col vi fosse dell'ordine,--il
padre della ricchezza;--ma egli avrebbe constatato un sistema di vita
dalle abitudini monastiche, quel tutto a posto, che talvolta  quel
disordine in cui i monomani sanno rinvenirsi. L'indifferenza alle
comodit traspirava da tutti i dettagli--dalle sedie in legno e del
vasellame smussato, dal fumo che si librava constantemente
nell'appartamento, dalle fessure delle finestre che fischiavano, dalle
fanfare del vento, dai vetri rotti, dal suolo mal mattonato, dagli
alari zoppi, dal candeliere di ottone ossidato di glutine verde, dalla
promiscuit degli uomini e delle bestie, da tutto infine. Nulla di
assolutamente necessario non mancava, tutto aveva l'aria ad un
dipresso pulita, ma in tutte le cose si sarebbe potuto correggere
qualche difetto che urtava la delicatezza, il comodo, il meglio.
Mettete l dentro un fanciullo che tocca a tutto, e voi avrete una
dirotta.

L'_ave maria_ suonava al convento dei cappuccini. Il tempo era grigio,
ma si vedeva di lontano, dietro le montagne, quel tuono rosso che
indica un buon tramonto sul mare e che promette bel giorno per
l'indomani. Delle nuvole vaporose si ammonticchiavano sulla montagna e
si stendevano placidamente nel cielo. Un rovaio freddo agitava l'aria,
e lacerando qua e l il nugoleto, scopriva la pupilla ammiccante di
una stella. Nel giorno aveva piovuto--quella specie di pioggia a met
rappresa, che non  pi l'acqua e che non  ancora la neve, cui la
gente della contrada addimanda _acqua fradicia_. I contadini
ritornavano dalla campagna bagnati fino all'osso. E' si avviluppavano
nei loro mantelli corti e stretti, detti cappuccio, di panno bianco
sporco, il beschetto ribattuto sul volto. Portavano sul dorso la zappa
e l'accetta ed un ramo di legno, mentre le loro femmine, la gonna
rimboccata fino al ginocchio, senza calze, portavano sul capo la culla
di un figliuolo o una manata di sterpi. I pi ricchi si menavano
innanzi un asino magrissimo, carico di legna raccolte alla foresta,
che si vende ai borghesi per qualche soldo. I pi miserabili si
tiravano dietro una nidiata di bimbi e di bimbe sporchissimi, tutti
rossi dalla fatica o dal freddo, carreggiando ciascuno il suo piccolo
ciocco, le figliolette i piedi nudi, come la madre, i garzoncelli
calzati di un pezzo di cuoio, incordato attorno alla gamba, che
proteggeva la met davanti del piede e lasciava a nudo i talloni. Li
si chiama _scarponi_.

Tutte quelle povere genti, passando di presso al muro del giardino,
salutavano umilmente il borghese che vi passeggiava, con un: _Sia
lodato Ges e Maria!_ Ma quel borghese, distratto, il mento affondato
nel petto, non rispondeva al loro saluto.

Don Diego Spani era un uomo di una quarantina d'anni, forte, alto,
trascinando delle grosse scarpe con fibbia di ferro ed una cattiva
giubba che gli ballocciava sul ventre. Indossava calze nere, brache di
velluto di cotone, al collo un collare di cartone coperto di stoffa
azzurra, orlato di bianco, un corpetto a bottoni di ferro imbrunito.
La sua _giacchetta_ di panno bleu era stata fabbricata e cucita in
casa della lana filata da sua sorella. Tutto ci era frusto,
rattoppato, bruciato da qualche pezzetto di esca caduto dalla sua
pipa, lercio del tabacco caduto dal suo naso, sciupato; ma non un
bottone che mancasse, non uno squarcio che sbadigliasse.

Don Diego si teneva le mani in tasca e camminava lentamente, ma a
passo fermo, come un uomo assorto; si dondolava come qualcuno che non
guarda ove cacci il piede. Fumava una pipa di terra rossa, a tubo di
canna ricurvo, o piuttosto serrava quell'infetto utensile fra i suoi
denti, poich il caminetto ne era spento.

Egli aveva la testa nuda, la parte culminante del cranio completamente
calva, dal fronte all'occipite, mentre le lunghe ciocche di capelli
alle tempia spaziavano al vento. Il vaiuolo aveva butterato alquanto
il suo largo viso, e gli stigmati onde esso lo aveva forellato
riflettevano la luce in un modo pi vivo, rialzavano il tuono del
colore della faccia. Egli aveva quel bruno che va sul giallo proprio
dei temperamenti biliosi, il quale, nella collera, diviene livido o
bianco pallore a seconda dell'intensit della passione. I muscoli del
suo viso magro disegnavano delle protuberanze e dei solchi, e gli
davano l'aria d'un uomo cui delle forti contenzioni dell'anima avevano
devastato. Ma non bisogna confondere ci con le macerazioni della vita
ascetica n con la consunzione della meditazione. Queste due ultime
cause smungono altres una faccia umana, rilevandone i lineamenti; ma
esse le danno nel tempo stesso quel certo che di luminoso che emana
dall'anima, dall'aspirazione verso l'alto dei santi e degli
scienziati.

Sull'aspetto di colui che passeggiava nel giardino si delineavano
passioni pi umane. Vi si vedeva il riflesso di un fuoco interiore che
faceva bollire il cuore prima d'infiammare il cervello. Le rughe
irregolari che screpolavano la sua vasta fronte si armonizzavano con
quel sembiante abbaruffato, con quelle labbra carnute, ma smorte, con
dei denti acuti e giallastri, con un mento sporto in su e un naso
fieramente aquilino dalle narici ovali, aperte, irritate, con delle
sopracciglia aggrottate, lucenti e nere, tendenti a ravvicinarsi.
Queste altere sopracciglia non temperavano punto il bagliore di due
pupille piccole e nere, d'altrettanto pi petulanti che erano
fisse--direi quasi rapprese--sopra due globi, il cui bianco aveva del
giallo di avorio con delle piccole serie rosse ed azzurre. Il tuono
affoscato dell'orbita augumentava la profondit di quello sguardo di
acciaio, immobile e ghiacciato come quello del tigre, una profondit
iscandagliabile. L'insieme di questa testa esprimeva la violenza
animale contenuta dalla volont, degli appetiti feroci repressi dalla
dignit del pensiero, l'ambizione accasciata sotto il mantello di
piombo della rassegnazione--un essere abortito infine a causa degli
ostacoli sociali che lo avevano retrospinto in lui stesso.

Non occorreva di vedere i residui del suo abbigliamento per indovinare
che Don Diego Spani era prete.

Questo fatale carattere lo aveva afferrato nella sua morsa inesorabile
e l'aveva contraffatto o fatto a suo modo.

Ciascuno dei suoi lineamenti portava le tracce di una violenza
interna. Egli aveva dovuto ripiegare la larga stoffa che la natura gli
aveva donata; egli aveva dovuto fare un gatto del leone. Don Diego era
una mina carica a cui si era soppressa la miccia. La natura lo aveva
dotato di un'attivit potente, dell'ossatura fisica degli uomini di
azione; il bisogno ne aveva abborracciato un prete di provincia. La
sua mente poteva comprendere ed abbracciar tutto, adattarsi a
tutto--perocch essa sapeva trovar delle ragioni invincibili per
giustificar tutti gli atti, anche il delitto. La sua coscienza era
abituata a bazzicare le alte regioni del pensiero. In queste regioni,
si sopprime Dio,--l'aria dell'anima,--come l'aria respirabile 
soppressa nelle alti regioni del cielo. In queste regioni, le azioni
umane hanno tutte lo stesso colore, quantunque d'intensit differente;
il bene ed il male vi sono assorbiti dalla dottrina della necessit
organica, dell'iniziativa umana, dell'identit universale. Questa
coscienza non gli parlava pi, non gli dettava alcuna regola. Don
Diego obbediva unicamente alla legge sociale,--e questa legge non
aveva per lui che un significato: _parere!_

Questa natura eminentemente attiva ed eminentemente assorbente si
dibatteva nel vuoto. A quarant'anni egli era ancor puro. Egli non
aveva baciato ancora neppure la fronte di sua sorella,--cherubino di
diciassett'anni.... che brancolava nelle aiuole del giardino e
coglieva l'insalata! Panteista, don Diego conservava tutto il decoro
del prete cattolico, dal costume irreprovevole, dalle dottrine
ortodosse. Attirato da un magnetismo irresistibile verso la donna,
egli l'aveva fuggita, avviluppandosi in un corazza di ghiaccio e di
disprezzo. Imperocch egli sapeva che il giorno in cui avrebbe ceduto
a questo celeste demonio, e' sarebbe perduto,--avendo a fare con
colleghi altrettanto pi rigidi quanto pi erano indegni, invidiosi e
sciocchi, con un vescovo di altrettanto pi severo che Don Diego era
senza menda su tutti i punti.

Don Diego aveva dei nemici. Il vescovo da prima, cui egli disprezzava.
Poi l'arciprete, a cui aveva un d disputato il posto e non l'aveva
ottenuto a causa di una nota segreta della polizia mandata a monsignor
di Policastro, il predecessore del vescovo attuale. Questo arciprete,
don Baldassare Sarubi, aveva tentato di corrompere Bambina,--la
sorella di don Diego,--alla confessione, per penetrare nei segreti
della famiglia. Ma don Diego, nel suo severo silenzio, imponeva a
quest'uomo. Senza curarsene, egli controllava le operazioni e la
condotta di questo arciprete, il quale non osava nulla per paura
d'aver poscia a renderne conto al suo subordinato nelle congreghe del
capitolo della parrocchia.

Don Diego aveva inalzata una barriera insormontabile tra i suoi
compatriotti e lui. Egli non andava al caff come gli altri preti.
Egli non giocava, perch povero. Egli non aveva ganza, come tutti gli
altri ecclesiastici,--mons. Laudisio non escluso. Egli non faceva mai
visite e non riceveva alcuno in casa sua. Egli passeggiava solo, sulla
strada di Calabria, lontano, ben lontano dal borgo. Egli non faceva
del bene e disdegnava fare del male. Egli disprezzava gli uomini e
s'incaricava poco del cielo. Non dimandava nulla, trovando tutto al di
sotto della sua capacit, de' suoi desiderii, de' suoi mezzi; non
manifestava alcuna ambizione avendole tutte; non lodava il governo, e
se taluno de' suoi compatriotti gliene parlava, rispondeva con un
sorriso grave di accuse: _de deo pauca, de rege nihil!_ Lo si riputava
carbonaro, massone, mazziniano, unitario; egli vagheggiava _tout
bonnement_ le dottrine di Saint-Just e di Robespierre, la libert
della dittatura.

Don Diego non comprendeva chiaramente che gli estremi. Era
inflessibile. Lo Statuto o la Carta, come la si chiamava allora,
l'eclettismo, la grazia, la misericordia, le due Camere, la
confessione e l'assoluzione, la provvidenza, la forma ideale, in una
parola tutto il _giusto mezzo_ della scienza, della politica, delle
belle arti, della teologia, della filosofia, della societ civile--era
a' suoi occhi un non senso. Tutto o niente! l'_aut Cesar aut nihil_
del figlio di Alessandro VI: ecco la sua divisa. L'astinenza o
l'orgia, l'ateismo o un dio-travicello, il _rey neto_ o dei consoli al
mese, l'aristocrazia o la plebe, la schiavit della donna o l'amor
libero al di fuori del matrimonio..., tali erano le sue credenze, la
sua regola di condotta interna, pur subendo la legge inconseguente del
mondo tal quale esiste. Il suo spirito non rinculava in faccia a
qualsiasi abisso; la sua persona si curvava sotto il giogo sociale.

Si susurravano sul suo conto, nelle chiacchierate di provincia, le pi
infami, le pi strane, le pi assurde calunnie. Lo si credeva
alchimista, amante di sua sorella, mago, fabbricatore di monete false,
assassino di fanciulli e sacrilego, cospiratore, autore di libelli
ingiuriosi, empio, socialista, ateo, santo che faceva dei miracoli per
disannoiarsi, dotato della potenza di evocare gli spiriti, possessore
di un demone famigliare, nasconditore di briganti, corruttore.... Don
Diego subiva la calunnia come egli soffriva la miseria--con impazienza
ma senza lamentarsi agl'impotenti, puntando il giorno, l'ora,
l'occasione di uscirne, di spogliarsi del suo sordido inviluppo di
larva e divenire essere alato. In che modo? quando? Giammai forse! e'
si diceva. Ma egli concentrava tutte le forze ardenti della sua anima
su questo punto, viveva di quest'ora di sogni.

--Vuoi delle ova? dimand Bambina, passando a costa di suo fratello
nel giardino e ribassando la sopragonna cui aveva riboccata sul capo.

--No, rispose Don Diego, continuando a passeggiare.

Bambina entr nella sala, accese un candeliere con una miccia intinta
nel zolfo,--come usavasi allora,--e cominci a mondare l'insalata.

Ella pensava a qualcuno, che allora abitava Napoli, e borbottava il
suo rosario, querelandosi nel tempo stesso col gatto, col cane e col
porco. Quand'ella si ebbe accomodato in un piatto la scarola e la
rughetta, guard se la pignatta bolliva. E come l'acqua cantarellava
di gi, prese un pizzico di sale nel mortaio, una cucchiaiata di lardo
triturato sul tagliere, e gitt il tutto nell'acqua bollente con
qualche foglia di prezzemolo. Poi and a prendere un piatto di farina
di granturco e cominci a versarla a guisa di neve, a piccoli pugni,
nella pentola, agitando la mischianza col matterello. Quando pens di
aver messo abbastanza farina e di averla abbastanza rimescolata per
frangere i grumi, si allontan dal fuoco e lasci che la polenta
cuocesse dolcemente.

--Andiamo, su, Marco, diss'ella al maiale aprendo la porta della
strada:  tempo di andarti a coricare. Hai mangiato come un vescovo.

Marco non oppose alcuna resistenza. Esso prov solamente di asciugare
il suo grifo alla veste della giovinetta, la quale gli allung un
calcio. Bambina lo and a rinchiudere nel piccolo porcile all'angolo
della casa, mettendolo cos al sicuro dai festini dei lupi, che si
permettevano di tempo in tempo una discesa notturna nel borgo e si
regalavano di prosciutto fresco, di piedi tartufati e di un
sanguinaccio senza intingoli. Quest'operazione compiuta, Bambina
rientr, chiuse la porta a chiave, avvicin al fuoco una tavola sulla
quale spieg una tovaglia grossolana e pulita, pose due forchette e
due cucchiai di ferro, due piatti, il candeliere, l'orciuolo di creta
a becco pieno di vino, un grosso pane nero raffermo di parecchi
giorni, e l'insalata. Poi and a chiamare il fratello.

Don Diego rientr e venne a sedere al suo posto. Un'ora di notte
sonava,--un'ora dopo l'_Angelus_. Io conto al mo' del mezzod
d'Italia.

--Ho incontrato la signora di Craco oggi, uscendo da vespro, disse
Bambina. Ha ricevuto una lettera di Don Tiberio.

--Ah! sclam Don Diego, affondando la sua forchetta nel piatto
dell'insalata.

Il fratello e la sorella mangiavano nello stesso piatto.

--Don Tiberio ha preso il suo diploma in dritto ed entra come
aspirante nella carriera diplomatica.

--Tanto meglio.

--Sua madre crede nonpertanto che Don Tiberio far nel mondo
tutt'altro che della diplomazia.

--Tanto peggio.

--Cosa hai dunque, Diego? Tu non mangi e rispondi per monosillabi.

--E tu, figliuola mia, tu parli troppo dei De Craco.

Bambina arross.

Don Diego non la guard.

Ella and a pigliar la polenta senza rispondere e la vers in un gran
piatto.

--Ho un presentimento, continu Don Diego tuffando il suo cucchiaio
nella polenta.

--Di guadagnare un terno alla lotteria? chiese Bambina, sorridendo.

--L'arciprete mi ha dimandato se voleva dare lezione ai suoi nipoti.

--Altri dicono: ai suoi figliuoli, obbiett Bambina.

--Fanciulla mia, riprese Don Diego, non ripetere giammai ci che si
dice. Io sorrido di una malvagit che s'inventa. Una calunnia che si
porta intorno, mi d nausea.

--Portare intorno  pi facile, osserv Bambina.

--Ebbene, rispose Don Diego, le avvenenze piaggiatrici di quell'uomo
nascondono una trappola od una disgrazia.

--Perch no un favore? sclam Bambina togliendo su il tondo della
polenta a cui suo fratello non toccava pi, e mettendo sulla tavola
qualche cipolla, qualche mela ed un pezzo di caccio di capra che
civettava la pietra pomice.

--Un favore? replic Don Diego sorridendo.

--Perch no? quelle bestie l sanno altrettanto bene leccare che
mordere.

Il martello della porta scocc tre colpi. L'orologio della chiesa
suon un'ora e mezzo. Il fratello e la sorella si guardarono negli
occhi, come se arrivasse qualche cosa d'insolito e di straordinario.

--A quest'ora! disse Bambina.

Don Diego si alz ed and ad aprire.

--Buonasera a vossignoria, don Diego, disse entrando il famigliare
della Curia (la cancelleria del vescovo). Vi porto una lettera del
segretario di monsignore.

--Date qui, disse Don Diego prendendo la lettera. Vi occorre risposta?

--Non mi han detto nulla.

--Entrate, mastro Prospero, grid Bambina. Che io vi versi un
bicchiere di vino.

--Mille grazie, donna Bambina, rispose il famigliare, cioncando due
bicchieri mentre Don Diego leggeva la lettera.

--No, disse questi: non vi  risposta a dare.

--Buona notte alle signorie vostre, disse il famigliare, e part.

Don Diego richiuse la porta, poi ritorn a sedersi a tavola senza
fiatare.

--Che vogliono dunque? chiese Bambina.

--Leggi e capisci se puoi, rispose Don Diego porgendole la lettera.

Bambina prese il foglio episcopale e lesse a voce alta:

    Signore reverendissimo,

Sua Eccellenza Reverendissima monsignor di Policastro v'invita a
passar domani al palazzo episcopale, dopo la messa, a quattordici ore,
avendo talune cose a comunicarvi personalmente.

                Di V.a S.a Riv.
                        Umilis. e divot. servitore
                        _Il segr._ ALBINIO CASALE.

--Hai tu compreso? dimand Don Diego.

--Ci non pu essere un disastro, sclam Bambina. Tu non hai fatto
nulla.

--Ci non pu essere un favore, replic Don Diego. Io non ho domandato
nulla ed ho meritato cos poco.

--In questo caso, che Dio ci protegga, esclam Bambina. Io non
c'intendo nulla ed ho paura di tutto.

Una lagrima spunt negli occhi del prete, una lagrima appena comparsa
che bruciata. Egli guard sua sorella e sclam:

--Ah! se io fossi solo!

--Due valgono ancora meglio! rispose costei ed and a coricarsi.

Don Diego passeggi nella camera fino a mezzanotte. Poi preso dal
freddo,--il fuoco si era estinto,--and anch'egli al suo giaciglio
mormorando:

--Infine, vedremo.




II.

Come il vescovo di Policastro accudiva il suo ovile.


Monsignore Laudisio era un vescovo secondo il cuore del re. Egli si
preoccupava mediocremente di esserlo secondo lo spirito di Dio. Lo si
era innalzato a quel posto per dargli una ricompensa. Monsignor
Laudisio aveva denunziato parecchie migliaia di carbonari, snidati al
confessionale nel tempo delle sue missioni evangeliche, quando era
monaco nella congregazione di San Alfonso de Liguori. Lo si era
installato come vescovo in una provincia, in una diocesi, le pi
_infette di liberalismo_,--il Cilento,--ed egli dominava nel vescovato
di Policastro e Lauria.

Egli esercitava le funzioni apparenti di vescovo; le funzioni intime
di alto commissario di polizia della provincia. Monsignore Laudisio
corrispondeva poco punto col papa e col ministro _del culto_; quasi
tutti i giorni col ministro della polizia. Egli aveva aperto, oltre a
ci, un grande ufficio di collocamento di sudditi fedeli al trono ed
all'altare. Si dibatteva il prezzo direttamente con lui, il sant'uomo,
perocch egli era avaro come un prete soppannato di un vescovo, un
vescovo foderato di un monaco. Egli non faceva punto mistero di questo
traffico; all'occorrenza avrebbe trattato innanzi notaro! Si
depositava al Banco, al suo indirizzo, il danaro convenuto qual prezzo
del posto, e monsignore andava a pigliarselo quando le convenzioni
verbalmente stipulate erano adempite. Egli riceveva molti regali di
ogni sorta. Ma una gran parte di questi doni, bisogna pur confessarlo,
pigliava la volta di Napoli onde intrattenere le piccole amicizie
degl'impiegati e richiamarsi alla memoria dei ministri. Re Ferdinando
gli dava del tu e gli baciava la mano. La regina austriaca orlava per
lui dei moccichini di seta delle Indie e gli regalava del tabacco da
naso. Egli raccontava storielle ai piccoli principi, e le piccole
principesse giuocarellavano col suo berrettino e con la sua croce
episcopale.

Monsignor Laudisio portava la sua dignit con un'aria di gendarme.
Aveva il verbo alto, la voce un poco rauca a causa del suo lungo
predicare. Ei declamava, anche dicendo un: come stai, figliuolo mio?
Aveva i modi vivi, intermittenti, mostrandosi a volta a volta brusco
od insinuante, secondo la convenienza, le disposizioni dell'animo, la
natura dell'affare, il carattere e la condotta dell'individuo con cui
trattava. Egli piaggiava anche talvolta. Nella collera poi ruggiva,
dava calci, pugni, schiaffi;--ma in quest'ultimo caso aveva cura di
voltare al di dentro l'amatista del suo anello episcopale, per
imprimerla sul viso dell'infelice cui batteva.

Egli mangiava enormemente, grossolanamente, ma beveva con sobriet.
Non si obbliava che a disegno. Monsignor Laudisio camminava sollecito,
dritto, capo alto, seminando le sue benedizioni a manate, a chi ne
voleva e sopratutto a chi non ne voleva. Il suo aspetto magro e
pallido era dotato di una grande mobilit,--ci che aumentava la sua
grande forza di mimo, la quale lo aveva fatto riescire nella sua parte
di missionario. Egli spremeva delle gocciole dalla sua glandola
lagrimale a volont, anche dicendo: Il diavolo ti pigli, figliuolo
benedetto! Non uno dei suoi capelli grigi era caduto. Aveva non di
meno cinquantasei anni e quattro o cinque divote morte.... sul campo
del confessionale. La sua giovialit lo lasciava di rado. Non provava
alcun rimorso, e non aveva a sperar altro che di succedere al santo
ubbriacone Gregorio XVI. Vi pensava? Chi lo sa? Monsignor Laudisio
opinava che col danaro si pu tutto osare; che con una croce
episcopale sul petto, e l'assenza di coscienza nel petto si pu tutto
sperare,--dal triregno e l'aureola di santo ad un posto nell'alcova
della regina. L'espressione della sua fisonomia rassomigliava alquanto
a quella del becco, ma addolcita, starei per dire femminizzata dalla
pallidezza del suo colorito, dal sorriso schernitore che la
rischiarava costantemente. La sua bocca poteva mordere e baciare,
bevere e piaggiare.

Monsignor Laudisio gettava il terrore fra i liberali della provincia;
ma egli rendeva volontieri servigio agli amici del re e della
fede--mediante pecunia. Egli dava ordini ai prefetti, alla
gendarmeria, ai presidenti dei tribunali: si sarebbe detto che avesse
ministri e re nella scarsella. Sapeva di tutto. Ed in realt, sapeva
molto: lettere e scienze come affari. Nessuno raccontava un aneddoto
bernesco o lugubre al pari di lui: egli possedeva la vena della
buffoneria al grado supremo. Onde  che bisognava vedere come le
religiose dei conventi ammattivano per lui e come le gonne correvano
dietro alla sottana violetta.

Con i liberali, con i filosofi, con i liberi pensatori cui non
terrorizzava, con coloro che punto nol temevano o non avevan bisogno
di lui, egli prendeva un'aria untuosa, melliflua, e dava ad intendere
che, se il suo mestiere di vescovo gl'imponeva una certa condotta, il
suo cuore era lontano dal giustificarla. Egli mi ha detto un giorno, a
me che scrivo queste pagine: Nessuno fa il carnefice di cuore gaio;
io sono pi _italiano_ di voi!

Egli utilizzava tutto. Gli uomini, i fatti, gli avvenimenti, le
passioni, divenivano nelle sue mani delle pedine che l'aiutavano a
giuocar la sua partita di scacchi. Egli scandagliava un'anima, pesava
un uomo con uno sguardo. Guai a chi era pi forte di lui, o poteva
divenire un ostacolo! Egli si serviva di una calunnia, che poteva
partorire una sentenza capitale, come di un _agnus dei_ a dare ad una
beghina. Per egli largiva gratis un'assoluzione in _articulo mortis_
alla sua vittima, e si scomodava per andarla a confessare in persona
ed accompagnarla al patibolo.

Tale era l'uomo che aveva fatto chiamare Don Diego Spani.

Don Diego si trov al palazzo vescovile all'ora indicata. Monsignor
Laudisio, da uomo che ha dell'ordine ed una buona memoria, era esatto.

E qui due osservazioni indispensabili per i lettori del 1872. Non
bisogna paragonare il clero napolitano di quell'epoca col clero
attuale e giudicarli come di un sol tipo. La specie  la stessa,
differisce il genere. Non bisogna credere inoltre che io m'imbrigo a
disegno nel clero e nella polizia per destare orrore. La societ delle
provincie dell'Italia meridionale di quei tempi sinistri era polizia e
clero, o vittima di queste due instituzioni infernali. I Borboni di
Napoli non hanno avuto del genio che nella polizia: Canosa, Intondi,
Delcarretto, Picchineda, Mazza.... figuratevi il non plusultra del
genere! Di qui la rivoluzione del 1848, poi il successo di Garibaldi
_sans coup frir_!

Non appena il cameriere di monsignor Laudisio annunzi Don Diego,
monsignore lo fece entrare. E' terminava un dispaccio per il ministro
dei lavori pubblici. Perocch monsignore aveva assunto l'impresa di
una strada, alla quale non si lavorava punto, e per la quale il
consiglio d'intendenza faceva istanza che fosse terminata. Monsignore
rosicava nel tempo stesso una tavoletta di cioccolatte e dava dei
colpi di piedi ad una mezza dozzina di gatti che si stropicciavano
alle sue calze violette.

Perch i vescovi amano i gatti?

Monsignor Laudisio stese la sua mano al prete che la baci, piegando
il ginocchio, e lo lasci in piedi senza dir motto. Don Diego pot
contemplare cos a suo comodo il grande disordine del gabinetto
episcopale.

In una biblioteca, alcuni volumi rovesciati, collocati di traverso con
dei segnuoli di carta,--dei libri di teologia,--poi la Storia della
Chiesa di Fleury, il Codice del Regno, i Commentari sul Codice, di
Tullier, le opere di S. Alfonso di Liguori, l'_Orlando Innamorato_ di
Berni, _La Scienza e la Fede_, giornale dei gesuiti, un volume di
Walter Scott.... Dei fasci di carta occupavano le poche sedie del
gabinetto; dei fascicoli in carta bollata, dei pezzi di
minerali--ferro, marmo, rame--giacevano in ogni angolo. In uno spigolo
una coppia di capponi legati ancora dai piedi ed otto di quei
_caciocavalli_ di Pollino che i ghiottoni napolitani trovano
deliziosi. Li aveva ricevuti in dono proprio allora, e monsignore non
aveva pensato di farli torre via prima di ammettere il prete alla sua
udienza. Un Cristo in avorio, grassotto e panciuto, pendeva dal muro
alle sue spalle, fiancheggiato da un'immagine di San Alfonso all'aria
di un doppione in galloria, dall'altra il ritratto del marchese di
Sora. A portata della sua mano una sferza. Perch monsignore
infliggeva personalmente la ferula ai seminaristi... per fare della
ginnastica! Sur una tavola, una disciplina di missionario, un paio di
manette da gendarme, un sacco di libercoli sul Cuore di Ges. Poi, dei
bei ricami per le sue cotte ed i suoi camici, una manata di medaglie
del Cuore di Maria, un paio di speroni,--perch monsignore cavalcava
benissimo a traverso le montagne della sua diocesi. Poi ancora, sul
suo tavolo, dispacci suggellati pel ministro della polizia. In faccia,
i busti in gesso del re e della regina. Sopra uno sgabello a sinistra
una tazza di porcellana per dare a bere del latte ai suoi gatti, delle
zuccheriere, due zaini di pelle di capretto ripieni di piastre, un
oggetto di toiletta,--che io non oso nominare bench Molire ne parli
sovente,--una mezza dozzina di tabacchiere in argento ed in vermiglio
e molte cartacce. Il Codice del Contenzioso era aperto innanzi a lui.

Monsignore portava la sottana nera del suo ordine, la croce d'oro
gittata dietro le spalle, la berretta piantata di traverso sulle
tempie, un collare aperto al collo, lasciando intravedere un collo di
camicia di servizio da parecchi giorni.

Quando si ebbe terminato il suo dispaccio, e che l'ebbe suggellato e
collocato con gli altri, lev il capo e disse a Don Diego, poggiando i
gomiti sul tavolo e congiungendo le mani sotto il suo mento:

--Don Diego, figlio mio, tu vai a confessarti con me.

--Vi domando perdono, monsignore, non sono preparato.

--Ah! fece monsignore Laudisio, un prete che termin or ora di dir la
messa e che non  preparato per confessarsi al suo vescovo?

Don Diego lo guard raddrizzandosi e piegando le braccia sul petto.
Monsignor Laudisio fiss egualmente i suoi occhi schernitori sul
prete. Ambi si misurarono dalla testa ai piedi, si compresero.

--Monsignor reverendissimo, dimand Don Diego, codesta confessione 
dessa indispensabile?

--Dubiteresti tu dunque dell'efficacia di un sacramento? sclam il
vescovo.

--Il sacramento pu esser buono, monsignore, ma le disposizioni del
penitente e del confessore non altrettanto. Il padre Sanchez l'ha
detto.

--I gesuiti, figliuolo mio, facci attenzione, non sono sempre
finamente ortodossi.

--Vostra Eccellenza appartiene alla compagnia di S. Alfonso.

--Cos dunque?

--Sta bene monsignore.

--Allora vatti a raccogliere per qualche minuto nella camera qui
presso, mentre io scrivo due parole al procuratore generale di
Potenza.

Don Diego obbed. Per monsignore lo ud a passeggiare nella camera
ove ei doveva darsi alla preghiera ed all'esame di coscienza.

--Quest'uomo  pericoloso, mormor monsignore scrivendo la lettera.

Dieci minuti dopo chiamava Don Diego, che si mise in ginocchio e fece
sembiante di confessarsi male o bene. Monsignore non l'interruppe
punto ed ascolt. Quando Don Diego ebbe cessato di parlare, monsignor
Laudisio dimand:

--Hai finito, figliuolo?

--S, monsignore.

--Tu non obblii nulla?

--Nulla.

--Tu non commetti dunque che dei peccatuzzi veniali, eh!

--Ve ne occorrono dei mortali, monsignore? osserv Don Diego
impertinentemente.

--Va benissimo, figliuolo mio: alzati

--Voi non mi date dunque l'assoluzione, monsignore?

--E' sarebbe uno sciupar le buone cose fuor di proposito. Tu non ne
hai bisogno d'altronde.

Don Diego si lev.

--Ho voluto vedere, riprese monsignore cangiando tuono, fin dove si
poteva spingere l'audacia del sacrilegio. L'ho visto.

--Prego Vostra Eccellenza Reverendissima di spiegarsi, disse Don Diego
con calma, prendendo una sedia e sedendosi, con grande stupore del
vescovo che lo aveva lasciato in piedi e l'avrebbe voluto a ginocchio.

--Io non ho che una parola a dirvi, a voi, Don Diego Spani, rispose il
vescovo alzandosi: io v'interdico.

Don Diego non si mosse: rest assiso e chiese:

--Potrei pregare Vostra Eccellenza Reverendissima di darmi una ragione
della severit di questo gastigo?

--Io non ho ragione a rendere dei miei atti che al re, al papa ed a
Dio, rispose il vescovo.

--Nonpertanto, monsignore, quando si batte s duramente, s
crudelmente, si deve pur dire perch,--non fosse che per lasciar
venire il pentimento.

--Voi non siete uomo da pentirvi, replic il vescovo.

--Chi sa, monsignore? se io fossi veramente colpevole! Ma voi sapete
che per codesta punizione inesplicabile ed illimitata, voi mi
rovinate. La messa  il mio pane,--e non solamente il mio, ma quello
della mia povera sorella.

--Ah! sclam il vescovo con un piccolo sorriso che esprimeva un mondo
di cose.

Don Diego vide il sorriso, comprese il pensiero del suo superiore, si
alz, si avanz di un passo verso il prelato e grid:

--Monsignore, spezzatemi quanto volete: il prete  la cosa del
vescovo. Ma non un sorriso di pi, simile a quello che venite di
smorfiare, non una parola, non un pensiero, non un aspetto... io ve
l'ordino in nome del mio cuore, in nome della mia dignit di uomo.

Monsignore squadr Don Diego impassibilmente poi soggiunse, giocando
sulle parole:

--Voi date degli ordini troppo presto, figlio mio: procurate dapprima
di esser vescovo.

Don Diego cadde a ginocchio e congiungendo le mani supplic:

--Ve ne scongiuro, monsignore, ditemi di che mi accusano.

--Voglio soddisfarti, figlio mio, disse il vescovo sedendo di nuovo.
Eccolo: 1. tu sei incredulo; 2. tu sei carbonaro; 3. tu hai delle
relazioni incestuose con tua sorella.

Don Diego si alz lentamente, e poggiando la mano sinistra sul lembo
della tavola del vescovo, rispose:

--Se sono incredulo, ci riguarda Iddio. Se sono carbonaro, ci
riguarda il re. Se avessi le relazioni infami che dite voi, ci
riguarderebbe l'onore della mia famiglia, mia sorella e me. Il mondo
non ha potuto mai sorprendere alcuno di questi delitti nella persona
mia.

--Il mondo, chi sa? Ma Dio?

--Dio mi giudicher quando la sua volta arriver, ed io sapr che
rispondere. A voi, monsignore, non ho a dire che questo: calunnia,
calunnia, calunnia!

Vi era nella voce di don Diego tale solennit, nella sua aria un tal
sentimento di fierezza, di verit, di dolore, che il vescovo si sent
come strangolare. E' stette in silenzio per qualche minuto affondando
lo sguardo fisso nello sguardo immobile del prete.

--Calunnia! disse egli infine. Voi non siete dunque ateo?

--Monsignore, io sono prete.

--Voi non siete carbonaro?

--Monsignore, io obbedisco alle leggi dello Stato senza mormorare.

--E voi non amate vostra sorella?

--Io l'amo, monsignore. Mio padre era un povero sarto che andava in
giornata, monsignore, e mor poco dopo la nascita di mia sorella. Mia
madre guadagnava il nostro pane tessendo per la gente della comune.
Ella mor di fatica lasciandomi sulle braccia una figliuolina di
quattro anni. Mia sorella ha adesso diciassett'anni. Io ne ho
quaranta. Io sono stato suo padre, il suo istitutore, la sua madre, la
sua amica vera, monsignore,--ci che le donne non incontrano mai. Io
ho lavata, io ho coricata, io ho pettinata questa piccina. Io le ho
insegnate le sue preghiere. Noi abbiamo pianto insieme. Noi abbiamo
insieme digiunato quando non avevam pane. Io ho fatto la bisogna di
casa in suo luogo, per risparmiare questo piccolo e gracile corpo. Io
ho soppresso le mie camicie per comperarle una veste. Io ho sofferto
la fame per nudrirla a seconda dei suoi bisogni. Io ho avuto il
coraggio di sorridere, per non attristarla, quando il dolore e
l'oltraggio mettevano a soqquadro l'anima mia. Breve, monsignore,
questa figliuola  la mia anima. Il cielo non ha un cherubino pi puro
e pi bello di Bambina.

Monsignor Laudisio aveva appoggiato il suo cubito sul braccio del
seggiolone, il suo mento nella mano, ed ascoltava attentamente il
prete, esaminando l'espressione illuminata di quella figura. Un'aria
sarcastica svolazzava sul volto del vescovo.

--Tutti i preti della mia diocesi, disse infine il vescovo dopo un
momento di silenzio, hanno delle ganze. I pi onesti ne hanno
due,--senza contare le cugine, le cognate, le religiose dei conventi.
Io ho fatto tutto ci che un vescovo, un ministro della polizia, un
capitano di gendarmeria, un procuratore reale potevano fare per
riformare questi infami costumi. Li ho interdetti. Li ho messi in
prigione. Li ho relegati nei conventi a far penitenza. Li ho fatti
mandare al bagno. Li ho ingiuriati dall'alto del trono della chiesa.
Non sono riescito. Non mi resta che non aver pi dei preti, se voglio
averli morali. Un solo, in mezzo di questo branco immondo, si 
preservato da ogni sozzura: voi!

-- vero, monsignore.

--Voi siete giovane, nondimeno, voi siete robusto. Le occasioni non vi
sono mancate. Voi non avete n cause, n ragioni apparenti per
condurvi differentemente degli altri.... Volete voi spiegarmi
l'eccezione?

L'osservazione del vescovo era strana, ma profondamente giusta. Non si
fa violenza alla natura quando le si pu dare impunemente libero
sfogo, quando non si  sotto l'imperio di una legge, di un bisogno; di
una volont superiore all'istinto. Laonde, Don Diego si trov
imbarazzato a rispondere.

--L'eccezione, monsignore, diss'egli infine dopo un istante di
riflessione, tiene a delle cause moltiplici,--piccole cause forse, ma
che, riunite in fascio, formano un ostacolo insormontabile, come i
piccoli rami di vimini allacciati oppongono una diga all'innondamento
del fiumi.

--Delle imagini! continuate.

--Ebbene, che so io? la miseria, le cure di casa mia, la mancanza di
tutto, l'assenza delle tentazioni, la timidezza, l'assorbimento in
altre occupazioni dello spirito, una fibra accasciata dal principio
sotto il dominio della volont, un altro corso dato all'attivit della
vita, un ideale qualunque che mi ha guidato per i cieli e mi ha fatto
trovare la terra orribile e laida, quell'indomani che si sovrappone
all'indomani per il compimento di un desiderio o di un disegno,
l'isolamento, la stessa astinenza....

--E sopratutto, l'interruppe il vescovo con un sorriso ironico ed
incredulo, perch non si va al mercato a comperar delle pesche
punticce quando se ne hanno delle cos belle nel proprio verziere.

--Ah! sclam don Diego d'un tuono freddo, abbassando la testa,
incrociando le braccia sul petto.

--Un giorno, continu il vescovo, un contadino spagnuolo ed un
contadino Moro si presentarono all'arcivescovo di Toledo, il quale era
altres principe sovrano. I due villici si disputavano un cavallo, di
cui entrambi si dicevano proprietari. Non testimoni da interrogare.
Non giudizio di Dio per le armi, da tentare. Non documenti, che
stabilissero la propriet o il possesso, da consultare. Il Moro
diceva: il cavallo  a me! Lo spagnuolo assicurava: No, esso  il mio!
L'arcivescovo, a fine di spedirli, dette il giuramento sul vangelo ai
due litiganti. Ambo giurarono. Se voi foste stato l'arcivescovo di
Toledo, a chi avreste consegnato il cavallo?

--Anzi tutto, rispose don Diego io non avrei fatto giurare il Moro sul
vangelo, ma sul Corano.

--L'arcivescovo non credeva al Corano; egli credeva al giuramento del
cristiano sul vangelo.

--Allora?

--Allora, riprese monsignore con tuono altero e severo, io fo come
l'arcivescovo di Toledo: io credo ci che mi  stato attestato da un
prete cattolico, realista, credente, piuttosto che la negativa
sofistica di un carbonaro empio, e v'interdico per tutta la vita.

Don Diego rest come fulminato per alcuni minuti. Il viso di monsignor
Laudisio, pallido di collera, esprimeva una determinazione
irremovibile, i suoi occhi fiammeggiavano. Don Diego disfece allora
lentamente il suo collare di prete, lo gett a terra, vi pose su il
piede e grid:

--Voi lo volete, monsignore? ebbene sia pur cos. Io era stato buono,
puro, onesto. Io aveva sofferto la miseria con rassegnazione,
vagheggiando il meglio, ma non mi movendo per realizzarlo, rispettando
ci che non credevo, subendo tutti i pregiudizi della societ senza
mormorare, senza violarli.... Voi mi fate sentire che fui un
minchione. Voi mi spezzate prete: io mi rialzer...

--Papa? interruppe monsignore ghignando.

--Monsignore, io conosco tal figliuolo di beccaio, il quale non seppe
altro che la sua piccola teologia, ed ancora! Ebbene quel garzone si
fe' vescovo. Vostro padre, il beccaio, valeva bene, io mi penso, il
mio che era sarto. Ed il figliuolo di quest'ultimo conosce ben altre
cose che la teologia, e non rincula pi davanti a nulla, nulla! per
conquistare il suo posto al sole della vita. Addio, monsignore.

--A rivederci, figliuolo mio, soggiunse il vescovo profondamente
ferito dall'allusione del prete, ma sorridendo. Per facilitarvi il
cammino, vado di questo punto, a raccomandarvi al ministro della
polizia.

--Monsignore, al disopra del ministro vi  il re.

--No, bimbo mio, al disotto, brontol il vescovo scrollando la testa;
il re non governa, prega.

Don Diego salut ed usc. Monsignor Laudisio lo fece chiamare. Don
Diego ritorn.

--Ascoltate, disse Monsignore, io non voglio spezzare la zattera sotto
i piedi un naufrago senza offrirgli una tavola. Codesta tavola, eccola
qui. Voi siete stato carbonaro. Voi siete adesso mazziniano ed
unitario. Voi sapete molte cose. Voi conoscete gli uomini ed i
progetti. Volete rendere servizio al re, alla chiesa, al vostro paese?

--Ed a voi, monsignore!

--Io fo il mio dovere, rispose il vescovo alteramente: io adempio
l'articolo 19 del Concordato del 1818 che fa dei vescovi dei guardiani
dell'ordine pubblico.

--Monsignore, voi mi dimandate l il vostro cappello di cardinale. Io
ve lo rifiuto. Grazie dell'infame tentazione. Se io dovessi giammai
divenire un Giuda, io non farei mai come quel povero calunniato di
Galilea cui dicon venduto per trenta denari.

Don Diego, part senza salutare.

Entrando in casa, egli era stravolto. Cadde affranto sur una sedia, la
testa piegata sul petto, le braccia penzoloni. Vedendolo entrare, col
sembiante cos decomposto, Bambina divenne scialba come raggio di
luna. Di uno slancio, ella salt sulle ginocchia del fratello e
cingendo delle sue braccia le testa fulminata del povero prete, se
l'attir sul petto.

--Di', che hai tu dunque, fratello, grid dessa con voce lacerante.

--Tutto  perduto, povera ragazza mia, rispose Don Diego: il pane e
l'onore.




III.

L'esodo dei pellegrini.


Il nome vero di Bambina era qualche cosa come Teresa, Luisa o
Cristina, un nome senza colore, che non risvegliava in chi l'udiva
alcuna idea, che poteva designare una duchessa come una cuciniera, una
santa come una puledra, una cagnola o una damigella. Il nome di
Bambina le era restato in seguito dell'abitudine di sua madre e di suo
fratello che l'addimandavano cos dall'et pi tenera, abitudine che
Don Diego non aveva dismessa ed a cui gli altri si erano conformati.
Il nome, in realt, esprimeva la cosa.

Quantunque dell'et di diciassette anni, quantunque di una taglia
svelta, Bambina aveva l'aria d'una fanciulla. Ella era s piccina,
s carezzevole s tenera, s svegliata! Le fanciulline che han
perduta la madre e che sono allevate da uomini che l'amano, se non
acquistano assolutamente una tempra forte ed uno stampo virile,
diventano doppiamente femmine. Se l'affezione rude e profonda
dell'uomo non le sminuisce, essa d loro forbitezza e calore, come
i raggi dei Tropici che, non avendo disseccato un fiore, gli han
dato il colorito, il profumo, lo splendore ad un grado supremo.
Don Diego, orbo delle delizie e delle leziosaggini del mondo,
aveva riportata tutta la sua tenerezza cumulata sulla testa di
questa piccola sorella. Aveva avuto per lei l'inesauribile
attenzione di una madre, la camerateria di un fratello, l'amore
ponderato e previdente di un padre. Questa triade d'amore--o per
meglio dire questa triplice faccia dell'amore--sviluppando pi
precocemente la giovinetta al morale, aveva prolungato la durata
dell'impronta infantile delle forme.

Naturalmente pallida--pallida altres per la crescenza subita e di un
sol getto--Bambina mostrava in apparenza la mollezza di una
convalescente, piuttosto la neghianza di una giovine religiosa
sprofondata nell'ozio. Le sue labbra rosse, pertanto, un po' rilevate
agli angoli, un po' carnute davanti e ripiegate di fuori, annunziavano
che la non era malaticcia e che non aveva la constituzione ascetica.
Le sue grandi palpebre velavano sovente il bagliore delle sue pupille
e le davano l'aria di una Vergine. Ma allorquando ella le rialzava,
quelle trasparenti e bianche palpebre, i suoi occhi prendevano la
petulanza di una baccante.

I suoi grandi occhi grigi, a filetti azzurri, potevano assumere a
volont, secondo l'animazione o la calma interna, il vellutato
dell'amore, l'ardore del desiderio, la dolcezza dell'innocenza, il
provocamento della cortigiana. Bambina poteva essere, con uno sguardo,
un cherubino o una Driade, un giovine collegiale o un paggio corrotto,
avere l'impertinenza delle marchese di Boucher o la purit serafica
delle madonne di Filippo Lippi. Ella aveva l'ovale allungato delle
fisonomie delle madonne di Murillo,--il pittore che abbia meglio
compreso ed espresso la _donna_ ideale. Il suo bel mento, bianco come
il latte, era diviso da una bella piccola pozzetta, o piuttosto un
piccolo solco. Bambina aveva, oltre a ci, una ricca capigliatura
castagno che rilevava il tuono della sua pallidezza ed inquadrava una
fronte tagliata fieramente.

L'espressione generale ed ordinaria del viso di Bambina era il dolore,
la tenerezza. Si sarebbe detto che questa giovinetta fosse un'edera la
quale cercava perpetuamente il suo posto di appoggio, l'albero intorno
a cui allacciarsi mollemente. Un certo languore nei suoi movimenti, un
certo abbandono nelle sue pose, la nota della sua voce dolce ed
allungata, il suo andare in cadenza, la sua testa inclinata, avrebbero
dato a credere che in questa fanciulla la volont fosse assente,
agghiadata forse, e ch'ella si lasciasse trascinare dalla corrente
della vita, faticandosi di volere, ed anche di pensare. Ma il suo naso
un po' all'ins, le sue narici piccole, rosee, eccessivamente mobili,
le sue fiere sopracciglia arditamente arcate, quel filo impercettibile
di bianca madreperla che separava le due labbra e denunziava dei denti
magnifici, quella riga appena visibile che partendo dalla radice del
naso si perdeva sull'Olimpo della sua fronte pura, il movimento brusco
col quale si raddrizzava in un istante come i fanciulli viziati,
manifestavano altres che sotto quella peluggine di _eider_ si celava
una scintilla che all'occorrenza poteva divampare, rischiarare,
incendiare, che l'angelo poteva trasformarsi in demonio, la femmina in
tigre.

La nullit si distingue di primo sguardo, ad un tratto caratteristico
e rilevato; ma sotto quella superficie calma, sotto quell'abito
indolente, proprio delle genti nulle, si annicchiano talvolta di
quelle individualit strane che si chiamano Santa Caterina da Siena,
Charlotte Corday, Imperia. _Parvusque videri, sentirique ingens_, come
dice Marziale.

Bambina sapeva molto, senza dubitarsene. Ci teneva all'abitudine di
suo fratello che pensava e leggeva ad alta voce, non importa che, da
una ballata di Hugo, un poema di Byron, un dramma di Shakespeare, un
romanzo di Balzac fino alle severe lezioni della storia, della
filosofia, della teologia, dell'economia politica, della scienza della
natura. Di tutta questa scienza, di tutta questa poesia restava molto
nello spirito di Bambina, la quale, non essendo distratta altrove,
essendo tenuta a parte dal contatto della gente grossolana del borgo,
occupava l'attivit della sua intelligenza a queste curiosit. Ed era
singolare vedere questa giovinetta, mondando i legumi, filando il lino
o ferruzzando una calza in faccia a quella testa austera di Don Diego
lavorando a voce alta, interrogarlo, per esempio, cosa era quell'amore
misterioso di Manfredi; che avrebbe fatto la duchessa di Maufrigneuse
quando avrebbe divorato il suo ultimo amore per D'Artez; come la
concezione del _me_ poteva creare Iddio; quale era la teoria vera del
valore; e lo chiamava a discutere seco lei la politica di Caterina dei
Medici o di Castruccio Castracani; a giustificare Alessandro VI come
essendo stato lo pi grande dei papi politici; a piangere sulla sorte
di Esmeralda; e ridere fino alle lagrime delle fantasticherie di
Falstaff. Tutto ci era reale per la giovinetta; tutto ci viveva,
formava la sua societ quotidiana, non aveva nulla di pedante per ci
appunto che le era ingenuo e poco o nulla in ordine. Queste grandi
cose servivano di pupattola a questa figlia del povero! Bambina aveva
per conseguenza quel marchio serio delle figure di donna in marmo, cui
gli architetti dei mezzi tempi schieravano sul frontone delle
cattedrali, ed ella covava all'interno una scintilla potente.

Quando Don Diego le ebbe raccontato la sua conversazione col vescovo,
la prima impressione di Bambina fu di prorompere in pianto. Ella si
sent tutto ad un tratto presa alla gola dalla pi spaventevole
miseria. Don Diego la calm. Poi egli cominci a riflettere parlando
alto secondo il suo costume, a discutere con s stesso cosa gli
restasse a fare. Egli vide, del primo colpo d'occhio, che bisognava
uscire di quella vita materiale, indirizzita, nella quale aveva
vegetato fino allora, e che bisognava trasportare nella realt la
lotta cui aveva sostenuta nel suo spirito. Non era pi con le idee,
con le passioni, con l'ambizione che doveva battersi d'oggi innanzi,
ma altres con gli uomini, e disputar loro il boccone di pane della
sua tavola.

Ora, in provincia non si lotta.

Su questo piccolo scacchiere, tutti i posti son presi, ciascuno occupa
il suo vano e vi si tiene, vi si bastiona, vi si radica, vi si
fossilizza: _my house is my castle!_ La morte sola vi fa la breccia.

Don Diego adott quindi immediatamente la risoluzione energica di
trasferirsi a Napoli. In quel vasto teatro egli poteva intraprender
tutto. Egli era risoluto a non rinculare innanzi a checchessia. Da due
ore in qua, il genere umano si rizzava davanti a lui come un nemico,
cui egli odiava e che lo disprezzava.

Quando Don Diego espresse questa idea, Bambina, che lo ascoltava
attentamente, fece sembiante di andare in busca di qualche cosa:
temeva di mostrare la sua viva commozione.

Don Diego matur questa risoluzione per parecchi giorni; dimand
consiglio al conte di Craco, il solo individuo ch'egli stimasse, la
famiglia del quale Bambina e lui visitassero unicamente. Il conte
approv il progetto di Don Diego. Fu fermo. Ma lo si tenne nascosto.

Per render servigio a questa famiglia fulminata, il conte di Craco le
comper la casa ed il giardino,--a condizione di riscatto fra dieci
anni,--e si lasci fissarne il prezzo dal notaio. Il conte non volle
spigolare dietro la sventura. Il notaio stim largamente l'immobile
cinquecento ducati: 2200 franchi. L'era tutta la fortuna degli eredi
del sarto, il salario cumulato di trent'anni di lavoro e di parecchi
giorni passati senza pane.

Don Diego non si credeva cos ricco.

I testimoni che firmarono l'atto di vendita, il ricevitore del
registro, propagarono la novella. Tutto il borgo fu istrutto della
partenza di Don Diego. Si conobbe allora la sentenza d'interdetto
pronunziata dal vescovo.

--Gli sta benissimo! dicevano gli uni,--i preti sopratutto,
l'arciprete il primo, e dietro a lui i piccoli borghesi che Don Diego
non aveva degnato vedere.

--Benissimo, benissimo, mormoravano gli altri noccolando la testa; gli
 indegno, al contrario. Cosa ha egli fatto al postutto codest'uomo?
Se i gesuiti vengono a ficcare cos il naso nelle nostre case e gli
occhi nelle nostre coscienze, malgrado nostro, alcuno non  pi sicuro
del suo domani. In conclusione chi ha a lamentarsi di quel povero
diavolo?

--Gli  vero! rispondevano alcuni,--i liberali.

--Via dunque! un uomo orgoglioso che ci rendeva i suoi saluti e le sue
parole come se fossero pan benedetto! che aveva sempre sulle labbra un
ghigno di disprezzo per tutti! Lo si sarebbe detto un intendente, un
marchese, codesto figlio di mastro Tommaso.

--E' non si tratta di codesto. Trattasi di sapere con qual diritto un
vescovo gitta un povero prete sul lastrico a crepare di fame, senza
cause reali, senza neppur l'apparenza di un delitto. Perch, di che lo
si accusa insomma?

--Ma! rispondeva l'arciprete, io l'ho detto a monsignore che mi ha
fatto l'onore d'interrogarmi sulla condotta di questo ecclesiastico.
Sua Eccellenza per ha risposto: Non mi parlate giammai di un uomo
empio verso Dio, ribelle verso il re.

--Non vedete voi dunque che v' della politica l sotto?

--E monsignore mi ha dato ad intendere, continuava l'arciprete, che
v'era altro di ben pi grave e pi immorale ancora. Egli sembra che in
casa Don Diego Spani si passino delle cose.... Capperi! che non si
dice di noi altri, i quali nonpertanto non ci nascondiamo di esser
uomini e che abbiamo delle amiche a vista e saputa di ognuno?

--Oh! per esempio! sclam un giovinetto gittando il mozzicone del suo
sigaro. Con quella figliuola bella come una madonna?

--Voi non avete giammai visto, don Saverio, i gatti affamati mangiare
i loro piccoli? replic l'arciprete.

Questo fu il colpo di grazia. La reazione che cominciava ad operarsi
in favore del condannato, quando la sua condanna aveva un causa
politica o teologale, si cangi in indignazione. La giovinezza, la
bellezza di Bambina aumentavano il delitto. Era il sentimento della
morale oltraggiata che provocava l'indignazione di quegli uomini?
Oib! Era la gelosia, era l'invidia: che fortunato ribaldo l'amante di
quella giovine belt! Ognuno nondimanco si credette in obbligo di
andargli a fare una visita di condoglianza. Quel bellimbusto andava a
Napoli. Non si sa che potesse avvenire. Le grandi citt sono piene
d'imprevisti: vi sono delle opportunit incredibili di fortuna e di
favore. Don Diego poteva imbattersi in una di quelle opportunit, e
ricordarsi pi tardi del malvolere de' suoi compatriotti, vendicarsi,
rifiutar loro un servizio.

D'altronde non era desso un dramma curioso a contemplare in che modo
quest'uomo sosteneva il colpo che lo schiacciava? Non vi eran mille
cose a leggere nello sguardo di Bambina, mille commenti a tirare dal
suo viso, dal suo portamento, dalla sua persona, e giudicare di l
della verit dell'accusa? Una processione di visite si aperse allora
verso la casa dell'ex-prete. La freddezza, il disdegno col quale Don
Diego accolse quegli atti vigliacchi ed ipocriti non scoraggiarono.
Alcuna delle notabilit del borgo non se ne astenne.

Don Diego non restitu alcuna visita.

Bambina si tenne costantemente nella sua camera e non volle ricevere
chicchessia,--ci che accrebbe i sospetti. Ma il fratello e la sorella
disprezzavano troppo quella gente per curarsi della loro opinione.

Infrattanto Bambina preparava i bauli pel viaggio.

Il conte di Craco aveva scritto a Napoli a suo figlio Tiberio, barone
di Sanza,--e gli aveva dato incarico di trovare un modesto
appartamento per gli emigranti. Questo alloggio fu presto trovato. La
contessa aveva regalato a Bambina una veste. Perocch la povera
creatura non si era vestita fin l che del panno turchino fabbricato
da lei, come tutte le altre figlie del popolo. La cameriera della
contessa cuciva quella bella gonna di merinos azzurro, la quale per
Bambina valeva quasi il velluto. La contessa complet il dono con uno
sciallo scozzese, molticolore ma caldo, di cui il popolo minuto del
napolitano si copre la testa ed avviluppa il busto, risparmiando cos
cuffie e cappellini.

Nei bauli,--due triste casse di legno,--il fratello e la sorella
rinsaccavano alla rinfusa biancheria, libri, stoviglia di casa non
troppo maltrattata dal tempo, gli abiti ancora buoni ad usare in
camera, del lardo, del cacio, la coltre, le lenzuola. Essi avvolsero
pure i loro due materassi tra due tavole di abete, che appoggiate su
due Cavalletti formavano lettiera; i cuscini, la tela dei pagliericci.
Quella povera gente cacciava dentro nelle casse tutto ci che poteva
servir loro a ristabilire altrove i penati,--quell'_home_ s sacro e
s caro agl'inglesi,--e ad economizzar loro qualche scudo.

Quegli apparecchi eran lugubri; si facevano in silenzio. Imperocch
ognuno di quelli oggetti aveva la sua storia dolorosa: essi
ricordavano una memoria cara, un cordoglio, una miseria, una gioia,
una sofferenza. Essi avevano risparmiato tal boccone di pane, tal
bicchiere di vino, tal pezzetto di carne per comperare quella giarra
di cristallo, quello specchietto, quella pezzuola di seta, quelle
fibbie di acciaro per le scarpe del prete, per la cintura della
ragazza. Ecco il ferro a spianare del babbo,--le armi di famiglia! Ah!
ecco il filatoio della madre.... ed i suoi orecchini d'argento,
ricevuti il d degli sponsali.... ed il telaio ove ella aveva tessuto
per i clienti del villaggio: il Cristo del suo capezzale. Ecco il
seggiolone dove il prete sedeva.... il suo calamaio screpolato, i suoi
libri del seminario cacciati in un canto, il mazzetto di fiori di
carta dipinta che sua madre avevagli regalato il giorno della sua
prima messa! Bisognava affagottare, gittare, abbandonare tutto ci!

Come questa casa sembrava miserabile adesso! Come tutto ci aveva
l'aria di vecchio e povero ora che lo si rimuoveva, che lo si
traslocava! Questo disordine, queste ruine li ambasciavano. Tutto era
polvere. Si perdeva il ritmo della vita. Confondendo tutti quegli
oggetti, si disordinavano tutte le memorie; tutta la loro storia si
affondava. Il fratello e la sorella si trovavano nel vacuo, fuori del
tempo, nudi di tutto.

La miseria si affeziona ad ogni nonnulla e vi soffia dentro una fibra
dell'anima. Tutto  una data per esso, pel povero, perch tutto gli 
costato un lembo della vita. E' si perdevano in questa Pompeia di
cenci! Non sapevano a che toccare pel primo. Si confondevano nella
scelta. Tutto pareva loro utile e buono, perch tutto aveva loro
servito. Essi avrebbero voluto impacchettare la casa e darle le ali,
come la _santa casa_ di Loreto.

--Bambina, figlia mia, non obbliare le mie pantofole. Potrei aver la
gotta. Avr forse a camminar tanto in quella Napoli e rientrer co'
piedi ammalati.

--Fratello, bisogna portar con noi la piletta ad acqua santa, che era
al capezzale di nostra madre!  rotta e ricollata.

--Ove hai tu messo quell'involto di carte che io celava sotto il mio
materasso?

--Sta tranquillo! susurr Bambina con un segno d'intelligenza: dorme
nel fondo della cassa.

--Gitta questi occhiali l dentro: un giorno, chi sa! sar miope.

--Brava! stavo per dimenticare il pacchetto di ferruzzi a calze!

Il cane ed il gatto che vedevano tutto quel garbuglio, sembravano
inquieti. Si sarebbe detto che presentissero qualche cosa. Il gatto,
per l'innanzi cos sonnolente, non si stancava pi di fare ru-ru
attorno alla gonna di Bambina, di stropicciarsi a lei carezzevolmente,
di saltar sulle ginocchia di Don Diego. Il cane seguiva tutti i passi
dei padroni, testa gi, dovunque andassero. Il suo occhio, un d s
dolcemente malinconico, ora era estinto. Non commetteva pi guasti, ed
assiso sulle lacche, allungava la testa con tristezza sulle ginocchia
del fratello e della sorella. Il solo essere ingrato o noncurante
della casa, era il maiale. E nonpertanto era desso che era stato il
pi colmo di attenzioni.... interessate. Se la Bambina negligeva un
tantino la dose o la qualit delle sue pietanze, Marco grugniva,
brontolava, s'impazientava pure, ed andava a rovesciar la pentola,
tirava per la gonna la padroncina e sporcava le calze di lei. Infine,
un mattino, un contadino venne, gli leg una corda al piede destro e
lo condusse via fra le grida le pi strepitose. Bambina si sent
commossa fino alle lagrime. L'aveva preso piccino piccino, ed a forza
di cure ne aveva considerevolmente sviluppata la quadratura. Questi
dettagli, ridicoli e volgari, formavano tutta un'iliade per i due
emigranti: gli era l'addio per sempre al passato ed il baratro
tenebroso dell'avvenire.

Infine, quindici giorni dopo la condanna del vescovo, tutto era pronto
per la partenza. La vigilia, Don Diego and all'albergo e ferm due
posti d'interiore nella carrozzaccia squinternata che faceva il
servizio da Lauria a Salerno. Il cocchiere s'impegn a somministrargli
un veicolo da Salerno a Napoli. Si doveva partire all'indomani,
tredici ore.

La sera, il conte Craco mand una lettera ed un pacchetto per il
barone di Sanza, suo figlio, ed un paniere di commestibili per la via
ai viaggiatori. Il conte li aveva fatti pregar pure di attendere a
dormire in casa sua, l, nel borgo superiore, vicino all'albergo. Don
Diego lo ringrazi. Il fratello e la sorella, vestiti, coricarono
sulle foglie di gran turco tolte dai pagliaricci. Che notte di freddo,
d'insonnia, di angoscia, per il fratello! che notte di sogni d'iride
per la sorella!

Infine, l'alba biancheggi a traverso i vetri delle finestre senza
bandinelle.

Don Diego respir. Bambina si addorment. Quando Don Diego entr nella
camera di sua sorella e vide la giovinetta accosciata sur un mucchio
di foglie, avviluppata nel mantello, ma la bocca infraperta, le labbra
rosse, il respiro leggero, la figura calma in un sorriso abbozzato, la
fronte un po' madida, le braccia bellamente curvate sotto la testa, le
sue grandi palpebre abbassate.... e' si sent rimescolare il cuore.
Una lagrima cadde sulla sua mano. E' s'inginocchi e cerc nella sua
memoria una preghiera per benedirla. Poi usc. Accese il
fuoco,--l'ultimo che doveva riscaldare quel focolaio che li aveva
visti piangere, soffrire, balbettare le loro prime parole, che aveva
riunito la povera famiglia per tante lunghe notti d'inverno, cui i due
operai avevan passate lavorando. Il camino bruciava male. Don Diego
termin gli apparecchi di viaggio ed i pacchetti.

Il conte di Craco venne a dare loro un addio. I suoi domestici
portarono ai pellegrini il cioccolatte dell'asciolvere. Don Diego and
a risvegliare la Bambina. L'ora della partenza avvicinava.

Bambina si acconci ed usc. Era gaia. Si sed vicino il fuoco e si
cionc il cioccolatte, mentre i famigliari del conte portavan via i
bauli ed i pacchi alla corriera. Nessuno parlava.

Bambina cerc il gatto per dargli un pezzetto del suo pan burrato. Il
gatto era scomparso. Bambina cominci a perdere il suo contegno calmo.
Il cane restava al suo posto. Il conte gli fece passare un collare per
condurselo a casa. Bisogn trascinarlo, strangolarlo, prenderlo in
braccio per distaccarlo dalla casa. Non mordeva, gemeva come una
Maddalena. Ci scosse Bambina. I suoi occhi si umettarono. Infine
bisogn lasciare quella dimora.

Don Diego ne usc il primo, a passo fermo ma celere. Non os voltarsi
indietro. Era eccessivamente pallido. Le sue mani ed i suoi labbri
tremolavano; la sua parola era male articolata. Bambina fece il giro
della casa, ne usc a passi lenti; ma, varcando la soglia, le sue
lagrime esplosero, il singhiozzo la soffoc. Si sent annichilita. Le
parve mettere il piede sul vuoto e rotolar nell'abisso. Il conte le
prese paternamente la mano, le diede il braccio, e la tolse via da
quella porta ove la era caduta a ginocchio. Don Diego era partito e
tirava su senza fermarsi. Premeva la mano sul cuore per reprimervi la
tempesta. Bambina, annegata nelle lagrime, disse addio al conte e sal
in vettura. Don Diego si ferm un istante per susurrare all'orecchio
del conte:

--Al capezzale del mio letto, sotto i mattoni,  la cassa dei mille
fucili che sapete. Li farete trasportare a Cammarota, al P. Giuseppe
da Saponara, che ne conosce gi il destino ulteriore o che gli sar
comunicato a suo tempo da Carduccio. Coraggio e costanza!--Dite a
Tiberio di esser prudente. Bisogna esporre la vita, ma non isciuparla
per nulla.

--Sar mia cura. Addio.

--A rivederci in tempi pi prosperi.

Don Diego sal nel veicolo e si part.

La carrozza veniva di Calabria. Vi erano nell'interiore un capitano di
gendarmeria e la madre di un giovane di Gerace, che era stato
condannato a morte per delitto politico. La povera madre andava a
dimandare la grazia al re.... mentre un generale lo faceva fucilare in
una corte di prigione!

Il capitano era un padre di famiglia che esercitava il suo tristo
mestiere per dar del pane ai figliuoli, bravo uomo, compito, avendo un
fratello capo di ripartimento al ministero del Culto, disgustato delle
sue funzioni, agendo male, pensando bene. Il capitano Taffa si mostr
pieno di attenzioni per le due signore e cordialissimo verso il prete.

Don Diego non aveva mai viaggiato; usciva per la prima volta dalla sua
terra. Il tancheggio della vettura dava il mal di mare a Bambina. Ella
si covigli nel suo canticello, pallida come morta, sentendosi morire,
e prov di dormire. Si apersero tutti gli sportelli per darle aria. La
signora calabrese se la poggi sul petto maternamente. Alla prima
salita sullo stradale si scese di cocchio, e ci sollev Bambina
quantunque non stesse bene il giorno intero.

Il fratello della dama calabrese, che aveva ceduto il suo posto a
Bambina, ed un cappuccino, occupavano la predella del cocchiere che si
appollaiava sulle stanche.

Grazie alle spallette del capitano tutto and a modo. Il cocchiere
cammin bene. Negli alberghi si ebbe pronto e pulito servizio. I
mendicanti del cammino accompagnarono la vettura per una mezz'ora
solamente, pigolando, assassinando i viaggiatori di _Eccellenza!_ di
_rinfrescate le anime del_ _Purgatorio!_ di _obbligate la S. Vergine!_
Il prezzo dei desinari fu discreto. Si ottennero lenzuola nette ai
letti, una tovaglia senza chiazze a tavola, dei maccheroni cotti al
punto. Le serve spinsero la deferenza verso la cocolla e verso
l'uniforme fino a mettere una camicia di bucato, quantunque non si
fosse che al venerd e ne avessero gi messa una la domenica. I
carrettieri ebbero la delicatezza di cedere un po' di posto accanto al
fuoco. Lo zoccolante offr del tabacco da naso a tutti, non escluse le
donne, e si ostin a voler confessare le serve. Io credo ch'e' si lav
perfino le mani prima di mettersi a tavola; perocch tutti i
viaggiatori della stessa vettura desinavano insieme.

La prima sera si fe' alto a Sala. Aveva piovuto quasi tutta la
giornata. Si era in marzo. Il cielo carreggiava dei grossi nuvoloni
grigi, neri, bianchi, che voltolavano come le onde del mare sotto il
soffio di un freddo rovato. La strada era malinconica, senza
orizzonte,--eccetto la catena degli Apennini, l'Alpi, il monte Sireno
vicino Lagonegro, che ammantellato interamente di neve, sembrava
nondimanco come a scorruccio. Se il cappuccino non avesse intonato di
tempo in tempo un _Dominus vobiscum!_ con una bella voce di basso, se
il cocchiere non avesse di tempo in tempo zufolato e canticchiato una
strofa della canzone _Graziella_, nulla avrebbe sgrinzita la seriet,
il lugubre anzi dei viaggiatori. Ciascuno aveva un pensiero, peggio
ancora forse, un dolore che lo ripiegava in s,--tranne il cappuccino
che da un lercio convento di Calabria andava a pascolo nel ricco
convento di Eboli. Si ripar a letto di buon'ora, appena dopo cena.

Il domani, aprendo le finestre, si poteva credersi sulle sponde
dell'Oceano. La nebbia copriva la pianura di Diano, ed il vento
l'agitava come i flutti in tempesta. La notte per aveva nevicato.

I viaggiatori, nel secondo giorno, si mostrarono pi comunicativi. Si
avvicinavano ancora di una tappa alla meta delle loro speranze. Pochi
alberi nella campagna. Sulle colline pietose qualche pianta malaticcia
di olivo, lacera per vecchiezza.

La dama calabrese raccont allora perch si recasse in Napoli, perch
era vestita a lutto, perch piangesse in silenzio e non schiudesse le
labbra, perch dei singhiozzi profondi la strangolassero anche quando
i suoi occhi erano asciutti. La parola di questa povera madre gett il
terrore tra i viaggiatori. Lo stesso francescano si tacque e sporse la
sua tabacchiera alla dama. Il capitano arross. Don Diego impallid.
Bambina avvinghi le sue braccia attorno al collo della povera madre,
l'abbracci e pianse con lei.

Al ponte di Campestrino, il capitano, ad un tratto, chiuse di autorit
gli sportelli della carrozza per la ragione seguente.

In questo sito, i briganti svaligiavano spessissimamente i
viaggiatori. Il governo vi aveva fatto piantare delle palanche, e su
queste si erano esposte le teste mozze dei briganti impiccati. Il
capitano volle sottrarre alla vista della povera madre quelle teste di
condannati. Ei si cur poco di orbare i viaggiatori dello spettacolo
di quel ponte monumentale, uno dei pi belli d'Europa, che congiunge
due colline, anzi due montagne. L'architetto, secondo la leggenda,
avendo domandato a re Nasone, che volle visitarlo stando a caccia a
Persano, come trovasse l'opera sua, re Ferdinando rispose:

--Eccellente.

--Sire, ne sono incantato.

--Qualche cosa vi manca per, riprese quel re beffardo.

--Che cosa, sire?

--La tua testa.

Il ponte aveva costato tre milioni. Gittandolo un po' pi in su,
l'architetto avrebbe risparmiato allo Stato tre quarti della somma. Ma
egli avrebbe altres guadagnato di meno. L'osservazione del re, pur
troppo giusta, lo spavent: quindi a poco mor di paura!

A mezzod il sole comparve e si sal a piedi l'erta a picco dello
Scorzo, altrettanto per alleggerire i cavalli che per sdolenzirsi.
Faceva freddo. Le montagne di Postiglione erano belle nelle loro
bianche drapperie dorate, da raggi ridenti. L'Olborno abbarbagliava.
Il Sele travolgeva flutti torbidi e corrucciati. La foresta di
Persano, caccia reale, sembrava un'immensa macchia nera nel mezzo del
piano, ove degli olivi grossi come querce secolari, screpolati, fessi,
attortigliati, mutilati come invalidi, popolano la campagna di Eboli.
Ai lembi della pianura, sulle sponde del mare. Pesto. Alla vetta della
montagna di Scorzo, i viaggiatori scorsero in lontananza, come
un'immensa lamina arancio ed azzurro, il mare e le montagne di Amalfi.

Ad Eboli il cappuccino si ferm. Il capitano si ferm a Salerno. Per
egli scrisse, alla matita, due parole a suo fratello per
raccomandargli Don Diego. E grazie a lui, il calesse che doveva
condurre i viaggiatori a Napoli fu trovato immantinente, ed il
cocchiere fu obbligato a mostrarsi ragionevole e cortese.

Vi sono delle circostanze in cui il despotismo si benedice!

Si giunse a Napoli la sera. Il cocchiere deposit le sue vittime in
una locanduccia del Pendino.

Un'ora dopo, il barone di Sanza stringeva la mano del suo compaesano.




IV.

Un benvenuto! che non vale neppure un vatti a fare impiccare!




In Francia, un prete interdetto se ne va a Parigi, e quivi egli 
ancora un uomo, un cittadino. Al momento in cui scrivo, vi sono in
quella capitale pi di ottocento cocchieri di _fiacre_ ex-preti, senza
parlare di coloro che trafficano alla Borsa, sono impiegati come
garzoni nei caff, domestici nelle case mobigliate, commessi qua e l
e segugi di polizia. In Francia, la dignit dell'uomo  sua merc, sua
propriet: pu conservarla, abbassarla, insozzarla, venderla. A
Napoli, non era cos in sul finire del 1846. L'uomo non si
apparteneva: egli era alla polizia, che l'allevava, lo istruiva, lo
contaminava, lo spezzava, lo uccideva senza responsabilit, senza
render conto dell'opera sua alla societ.

Don Diego Spano si era recato a Napoli. Monsignor Laudisio aveva
annunziato quest'arrivo al ministro della polizia con un rapporto
_particolare_, il quale si riassumeva in questi termini:

Uomo pericoloso, ateo, ex-carbonaro, mazziniano, capace di tutto, uno
dei capi della _Giovane Italia_. Da sorvegliare, da comperare se pu
esser utile, da neutralizzare ad ogni costo. Sa cose che bisognerebbe
strappargli; o ridurlo al silenzio con tutti i mezzi.

Il ministro conserv per lui questa santa denunzia e dette qualche
istruzione al Prefetto.

L'appartamento che il barone di Sanza aveva trovato al suo
conterraneo, vico Canalone, all'estremit della strada di Forcella,
dava sur uno sporco e scuro chiassuolo circoscritto dalle alte mura di
due conventi e di una chiesa. Il fitto non era caro; ma non si poteva
immaginar nulla di pi lugubre di quell'alloggio.

Don Diego occupava il primo piano, il pi a buon patto ed il meno
ricercato degli altri cinque appartamenti di quella casa, a causa
dell'aria e della luce di cui era completamente orbato. Non essendovi
portinaio, la corte apparteneva, di giorno come di notte, ai
lazzaroni, ai mendicanti, ai musici ambulanti, alle prostitute, agli
animali perduti, ai fanciulli scostumati: era il salone del vizio e
della miseria. Un materassaio vi veniva a battere il suo crine e
cardar la sua lana, perch gli accomodava cos, non curandosi punto se
il rumore e la polvere incomodassero gl'inquilini. Una cagnaccia vi
veniva a trafficare del suo commercio di frittura all'olio, e tanto
peggio se le esalazioni appestassero gli abitanti del luogo. Un
ganascione vi veniva a tosare i suoi barboni, a castrare i gatti ed i
porcelli. I cialtroni di tutto il quartiere vi davano la caccia ai
loro insetti e vi medicavano le loro piaghe come a casa propria.

Del resto, don Gregorio, l'inquilino del sesto, esciva alle sei del
mattino e rientrava a mezzanotte, lasciando almanaccar forte i suoi
vicini sulla sua persona e sulle sue occupazioni. Al quinto, dimorava
un prete di provincia che sorvegliava l'educazione dei suoi due nipoti
e li nudriva del prodotto delle due o tre messe al d ch'egli andava a
rappresentare nei rioni i pi opposti della citt. Una monaca di casa
stanziava al quarto, e questa religiosa a domicilio, giovane e bella,
ma molto pia, riceveva il suo confessore,--un frate di Santa Maria la
Nuova, da un'ora a sei del pomeriggio, e suo cugino, avendo paura dei
ladri la notte, dalle nove della sera alle sei del mattino. Un
impiegato alla lotteria abitava il terzo piano in compagnia di sua
moglie, sei bambocci, qualche coniglio, molti polli e un _cacatoes_
bianco che ripeteva tutta la giornata la famosa interiezione tanto
usata dai romani, alla quale Benedetto XIV voleva annettere
l'indulgenza plenaria, e cui io non oso scrivere. Il secondo piano era
vuoto.

Eccetto Don Gregorio, tutti gl'inquilini fecero visita al nuovo
venuto, quattro o cinque giorni dopo il loro arrivo, secondo l'uso
napolitano di quei tempi. Otto giorni dopo, Don Diego restitu la
visita, e si cess di vedersi, limitandosi tutti a scambiare un saluto
quando s'incontravano per le scale.

L'alloggio di Don Diego componevasi di due camere da letto, un salone,
un gabinetto scuro ed una cucina, che serviva altres di sala da
pranzo. Le mura erano state tinte a terra gialla in colla forse
vent'anni innanzi. Il suolo era a quadrelli; il soffitto a travi
coperti di carta gialla a gigli turchini. Dei piccoli vetri anneriti
dalla polvere oscuravano le finestre, ed i ragnateli tenevano luogo di
cortine. Tutto ci aveva l'aria sinistra e gocciolava la tristezza e
la solitudine. Un romito vi poteva pregare; un malfattore scannare e
fondere moneta falsa.

Al piccolo mobilio portato di provincia, Don Diego aggiunse alcune
sedie, un vecchio canap coperto di tela di crine e borrato di pietre,
una tavola, un vecchio stipo, una mensola a mezza luna, verniciata
nero, a marmo bianco smussato. Don Tiberio diede il consiglio di
allogar su quella mensola i busti in gesso del re e della regina, e di
appendere in qualche angolo del salone un gran Cristo, ch'e' gli
somministr. Bisognava mobigliar quella camera per ricevere la polizia
ed i messi dell'arcivescovo di Napoli, e, per conseguenza, alla
convenienza di costoro. Del resto, non seggioloni, non tende, non
tappeti, non specchi, non orologi, non candelabri: in mezzo del
salone, al posto della lumiera, una gabbia con un canarino che non
cantava pi.

Erano degli avanzi che ornavano una tomba!

Bambina si sentiva soffocata; Don Diego, rotto e schiacciato. Egli,
l'ho detto, dava alla sua dimora la toiletta appropriata ad ammortire
i sospetti della gente officiale che sarebbe venuta a snidarlo.

La toiletta delle persone fu in armonia. Don Diego pigli un costume
mezzo prete e mezzo laico, non senza una certa eleganza: cappello
tondo, cravatta e panciotto neri, soprabito bleu lungo, brache di
drappo nero, e stivali che salivano fino al ginocchio, alla scudiera.
Bambina si vest da una beghina di religiosa.

Queste spese e quelle di viaggio avevano assorbito una parte della
piccola somma portata da Lauria. Restava nondimeno di che vivere un
anno per bussare alle porte della fortuna prima di mendicare.

--E quando tutto sar finito, disse Don Diego a sua sorella, se non
saremo riesciti, tu entrerai in un convento, io.... mi brucier le
cervella.

--Bravo! interruppe Bambina, bruciarti le cervella? Tu saresti
ridicolo agli occhi dei napolitani. Tu perderesti la loro
considerazione se non ti precipitassi da un quinto piano e ti
fracassassi il cranio sul lastrico come un semplice vecchio coccio.
Speriamo fratello,--soggiunse ella in tuono pi serio. Il barone di
Sanza ci aiuter.

--Noi siamo poveri, figliuola, e tocchi dalla disgrazia. Non abbiamo
dunque amici. Gli uomini sono come i cani: abbaiano ai mendichi e si
gettano addosso ai pi deboli. Si divora il ferito, come tra le bestie
feroci. Non hai tu osservato come Don Tiberio si  mostrato glaciale
verso di noi?

Don Diego non aveva visto sua sorella arrossire ed il barone di Sanza
impallidire, al loro primo incontro, all'arrivo. Bambina si guard di
comunicare quest'osservazione a suo fratello e replic:

-- vero. Ma noi siamo dei provinciali, e lui... un elegante della
citt, che frequenta di gi ambasciatori e ministri.

Il barone di Sanza, in fatti, venne a vedere i suoi amici di Lauria
due o tre volte, sugger qualche consiglio molto utile; ma si
addimostr in generale freddo e riservato, come un uomo che non vuole
svegliare speranze, cui non potrebbe poi realizzare. Non dimand
neppure a Don Diego ci che voleva fare. Don Diego, del rimanente,
sarebbe stato forse imbarazzato egli stesso a rispondere a questa
dimanda. E' non sapeva che una cosa, come diceva a sua sorella, che
egli era un cacciatore esausto, per il quale ogni selvaggiume era
buono.

Don Diego ebbe della pena ad orientarsi nella citt. Napoli  vecchia.
Le sue strade, i suoi edifizi datano da molti secoli, appropriati alle
esigenze di quei secoli ed oggimai un incomodo anacronismo. Strade
anguste, vicoli sporchi, oscuri, poco o punto lastricati, ingombri di
depositi d'immondizie, in cui sguazzano cani, maiali e monelli.
Casamenti altissimi, male intonacati, male aerati, affollatissimi di
abitanti malpropri, edifizi tortuosi, sovente guerci. Chiese e
conventi che occupano ed attristano due quinti della citt, o dei
palazzi immensi e solitari che tengono tutta una strada. La vecchia
Napoli  infetta, malsana, male abitata, piena di sgorbi, storpia in
tutte le membra, senza logica. Un fetore orrendo, cui gli abitanti non
percepiscono pi, l'avviluppa. Don Diego perdeva la sua strada ad ogni
passo o faceva dei lunghi giri. La citt gli spiacque. E' sent, dai
primi giorni, la nostalgia dell'aer puro, delle foglie verdi, del
cielo e dello spazio. La gente, nondimanco, gli parve buona. Egli non
fu in contatto da principio che col popolo, il quale a Napoli 
caritatevole, sente e si affeziona.  un cane: ha bisogno di amare
qualcuno, o qualcosa, obbedire, consacrarsi; abbaier talvolta per non
importa chi e non importa che, ma non morde giammai. La libert di gi
lo corrompe. Il borghese poi  altra cosa; del pessimo, pessimo. Ma
Don Diego nol conobbe che pi tardi.

Aveva appena terminato d'installarsi che, un mattino, un ispettore di
polizia gli si present in casa. Quell'uomo ruppe quasi il campanello
suonando. Entr, cappello in testa, senza salutare. Si assise senza
scovrirsi il capo, senza esservi invitato lasciando Don Diego in
piedi. Squadr insolentemente Bambina. Incroci le gambe, rimugin
dello sguardo in ogni angolo e dimand infine, parlando alto ed in
tuono corrucciato:

--Sei _tu_ Don Diego Spani?

--Si, signore, rispose Don Diego alquanto stupefatto dei modi del
messere.

--Di Lauria?

--Di Lauria.

--Arrivato a Napoli da alcuni giorni?

--S, signore. Ma...

--Gi ai _ma_! cos' codesto _ma_?

--Infine, signore, a chi ho l'onore di parlare?

--Sono io che ti parlo, replic il poliziotto. Io sono l'ispettore di
polizia del quartiere.

Don Diego salut il destino.

--E vengo ad ordinarti, continu l'ispettore, di presentarti dal
commissario signor Campobasso.

--Non mancher, signore.

--Eh! vorrei ben vedere che tu mancassi. Hai tu ben compreso?

--A mezzod, signore, replic Don Diego con molta dignit.

--Quanto paghi tu qui?

--Non caro, signore.

--Lo credo bene. Chi diavolo ha scoperto questo canile?

--Ciascuno si alloggia come pu.

--Tu parli come un almanacco. E quel piccolo gioiello l  tua figlia?

-- mia sorella, signore, rispose Don Diego, facendo segno a Bambina
di ritirarsi.

Bambina salut ed usc. L'ispettore la segu degli occhi, poi si alz.

--E dire che ci viene di Calabria! sclam desso. A mezzod dunque.

Poi dando un ultimo colpo d'occhio alla casa ed all'uomo, part come
era entrato, senza cavare il cappello, senza salutare. Alla porta per
si ferm, mise la mano in tasca, ne cav fuori una _piastra_ e disse a
Don Diego che l'aveva pulitamente accompagnato.

--Potete _voi_ darmi della piccola moneta di questo, per pagare il
cocchiere?

Don Diego tir innocentemente di tasca un pugno di piccola moneta in
argento e rame, e la present all'ispettore onde prendesse il valore
della sua piastra. Il poliziotto intasc la moneta di Don Diego e la
sua, non disse neppur grazia, chiuse la porta con fracasso e discese
le scale borbottando.

Don Diego rest come allampanato e, testa gi e passo lento, ritorn
in sala.

A mezzod meno un quarto, ei saliva la scala del commissariato del
quartiere Pendino, al primo piano di una casa sudicia e scura, al
fondo di un angiporto. Nella corte gironzavano alcuni di quei birri
ostensibili che lo straniero incontrava nelle strade di Toledo e di
Chiaja, bardati di uniforme, un coltellaccio ai fianchi. Gli sbirri
reali, i veri, i pi numerosi, coloro che menavano la bisogna nei
quartieri cui lo straniero non visitava giammai, gli sbirri pel popolo
infine, formavano quella categoria a parte chiamata i _feroci_. Essi
vestivano un largo calzone di velluto in cotone grigio, largo, una
giacchetta ed un corpetto di velluto di cotone nero, stretto alla vita
da una fascia di seta rossa, un berretto di pelle di coniglio o di
lontra. Questi manigoldi, che si sarebbero detti da Opera Comica, coi
loro baffi neri, e le facce bestiali ed atroci, violenti, grossolani,
crudeli, ai quali la vigliaccheria delle vittime dava un potere
terribile, erano in realt degli abbietti vigliacchi. Il primo
venuto,--straniero ben inteso,--di un man rovescio ne faceva una
pecora, malgrado le sacche piene di coltelli e di pistole e le mani
armate di anella e di randelli. Questa roba guardava di un'aria truce
le persone che entravano, pronta a stender la mano per dimandare una
mancia senza pretesto, se colui che veniva in quella bolgia aveva un
aspetto di persona comoda.

Don Diego travers la corte ciottolata di quei ceffi sinistri. Essi si
avanzarono e si scovrirono innanzi ad un signore che saliva le scale
nel tempo stesso. Questo signore, vedendosi seguito da un uomo dai
lineamenti imponenti e malinconici, si ferm sulla soglia e voltandosi
l'interpell.

--Di chi chiedete?

--Del signor commissario, rispose Don Diego.

--Sono io, disse l'altro. Chi siete?

--Don Diego Spani.

--Ah! fece Campobasso. Vieni

Al suo passar dall'anticamera zeppa di gente, tutti si alzarono.
Campobasso tir innanzi senza salutare e si diresse verso il suo
gabinetto.

Un ispettore gli parl a voce bassa.

--Fatela entrare, rispose il commissario.

Si assise e lasci Don Diego in piedi in un angolo della camera.

Il commissario Campobasso era un uomo di una quarantina di anni, alto,
snello, brunissimo, un po' calvo, gli occhi neri fiammeggianti, i
lineamenti pronunziati e duri, avendo mustacchi neri, labbra crudeli,
naso aquilino, braccia lunghe, mani grasse ed uncinate, la voce forte,
la parola breve. Portava un diamante per bottone di camicia, dei
cornetti contro la jettatura per _breloques_. In una parola, una
fisonomia petulante, piena di vita, di violenza, di passioni sensuali,
prontissima alla collera. Egli era carnefice, tra i carnefici
commissari di polizia in Napoli.  restato come una leggenda.

Conserv il suo cappello sul capo.

La camera era dipinta a verde. Sopra due plinti, i busti del re e
della regina in gesso; un Cristo in un angolo; un cattivo canap
coperto di tela gialla e qualche sedia.

Una signora entr. Era vivamente commossa, pallida, tremante.

--Signora! disse Campobasso lasciandola in piedi dinanzi al suo
tavolo, voi avete cacciato di casa vostra una giovane serva a cui noi
portiamo interesse. Andrete a riprenderla.

--Ma, signor commissario, ella mi rubava.

--Voi non la pagavate abbastanza.

--Ma, signore, ella restava fuori tutto il giorno, Dio sa dove, mi
mancava di rispetto, non faceva il suo dovere, mi dava degli
ordini....

--E voi, non avete i vostri difetti, voi!

--I miei pensionari se ne lamentavano.

--Ah! Ebbene, essi avevano torto, e voi avete torto. Scegliete.
Domani, o la serva rientra in casa vostra, e voi la compenserete di
averla licenziata, o darete congedo ai vostri locatari e non
affitterete pi camere.

--Ma, l' la mia sola risorsa per vivere, signor commissario.

-- dunque indispensabile che voi viviate? Ho detto. Uscite.

La signora salut e si ritir a ritroso.

Gli occhi del commissario si illuminavano.

L'ispettore rientr. Campobasso fece un segno della testa, e due
minuti dopo comparvero due bei giovanotti di una ventina d'anni.
Restarono, cappello in mano, nel mezzo della stanza.

--Avvicinatevi, grid Campobasso, alzandosi.

I due studenti avanzavano. Campobasso ne prese uno per le orecchie, e
gli applic, senza dir verbo, parecchi schiaffi sul viso. Poscia prese
l'altro della medesima maniera e gli regal la stessa correzione.

--Briganti! grid egli in seguito, perch non siete voi andati alla
congregazione domenica scorsa?

--Mio fratello era ammalato, rispose il pi giovane degli studenti, ed
io restai a casa per accudirlo.

--Voi mentite, url il commissario. Voi siete due empi e mal pensanti.
Il priore della congregazione si lamenta di voi. Non confessione,
distratti alla messa, poco rispetto verso monsignor Scotti.... E poi,
e poi, cosa sono codeste setole che portate sulle labbra?

I due giovanotti non risposero. Campobasso li riprese per le orecchie
e, scuotendoli con violenza, strapp loro come pot la neofita
lanuggine delle labbra.

--Dei mustacchi dunque? dei segni di libertini? Peste e sangue! noi
vedremo codesto. Don Severio!

L'ispettore chiamato comparve.

--Un barbiere, all'istante. Fate radere fino al sangue questi due
galuppi e metteteli in segreta, a digiuno. Andate! soggiunse egli poi
allungando un calcio alle spalle dei due disgraziati giovanotti,
pallidi come due statue d'avorio.

Dopo ci, come se nulla avesse fatto, Campobasso si freg le mani, si
riassise e disse a Don Diego: Avvicinati.

Don Diego era tutto in iscompiglio. Delle idee di tutti i colori
turbinavano nel suo capo. Ci che aveva udito e veduto lo annientava.
Campobasso impiomb i suoi occhi freddi, ironici, pieni di disprezzo,
crudeli, su quel sembiante decomposto e disse:

--Sei tu Don Diego Spani di Lauria?

--S, signor commissario.

--Interdetto da Sua Eccellenza Reverendissima monsignore di
Policastro?

Don Diego abbass gli occhi senza rispondere.

--Perch quel santo vescovo di monsignore Laudisio ti ha desso
interdetto?

--Egli non m'ha fatto l'onore di dirmelo.

--_Egli! Egli!_ tu potresti ben dire Sua Eccellenza Reverendissima, mi
pare? Infine, perch sei tu partito da Lauria, innanzi tutto?

--Perch non avevo pi nulla a fare in quel paese, ed io ho bisogno di
fare qualcosa; perch quel soggiorno non mi era pi possibile, dopo la
mia disgrazia.

--Insomma, che cosa vieni a fare qui?

--Cercare un posto e del pane. Io sono pronto a tutto. Procurer di
apprendere, se mi chiede cosa che io ignori.

--Quando si sloggia, vendendo tutto ci che si ha nel paese ove si 
nato, si ha uno scopo. Quale  codesto tuo? Rispondi categoricamente.

--Vorrei darmi all'insegnamento.

--Per far ci, occorre il nostro permesso, che noi non accordiamo, ed
il permesso dell'arcivescovo e del presidente della pubblica
istruzione, monsignor Apuzzo, che lo rifiutano agli empii.

--Vedr allora di collocarmi come segretario presso di qualche
persona.

--Noi l'impediremo, dando sul tuo conto dei cattivi ragguagli.

--Mi procurer un impiego come potr, continu Don Diego, cominciando
a turbarsi.

--Lo Stato non nudrisce i suoi nemici, li schiaccia. Noi respingiamo i
carbonari.

--Potrei domandare di scrivere in un giornale, almeno?

--E quale? Non vi sono giornali qui, anzitutto. Se qualcuno ne
apparisce, se qualcuno alligna, esso  nostro; e noi ci opporremo.
Quali dottrine possono professare gli atei ed i demagoghi? Va poi a
fregarti con Scrugli e con Ruffa--due convertiti.

--Ebbene, cercher di trafficare di una piccola industria.

--Io non ti accordo la patente.

--Procurer in questo caso di entrare come commesso nel commercio,
come prefetto in un liceo, in un seminario....

--Noi noi permetteremmo. Lo Stato e la gente onesta vogliono in
codesti posti persone fedeli e non sospette di fellonia contro la
Chiesa e lo Stato.

--Ma, signor commissario, se voi mi sbarrate tutte le vie per le quali
io potrei utilizzare la mia educazione, e' non mi rimane che divenire
commissionario, facchino, ed io sono abbastanza forte....

--Affatto! Ti occorre un autorizzamento che la polizia non  disposta
a concederti.

--Signore, e' non mi resta allora che morire di fame quando avr
terminate le mie ultime risorse. Infrattanto, studier la medicina o
altra cosa per espatriarmi di poi.

--Ed il passaporto? Ma hai tu insomma di che vivere qualche tempo!

--Ho di che non morire d'inedia per un anno, signore.

--Tu ti presenterai qui ogni otto giorni. Andrai alla congregazione
degli studenti, a S. Domenico Soriano ogni domenica. Ti confesserai a
monsignor Scotti. Noi teniamo gli occhi aperti sopra di te.
Sovvientene.

Don Diego, fulminato, pieg il capo e part. Uscita finta, come al
teatro. Il commissario lo richiam.

--Don Diego, nel _vostro_ paese si trovano degli eccellenti formaggi,
cui il prefetto gradisce molto, ed io egualmente. Fate venirne un
cantaro e mandatemeli. _Voi_ ci direte poi il prezzo.

--Io mi stimo fortunatissimo, signor commissario, di rendervi
servigio, rispose l'infelice taglieggiato, ritirandosi.

Nella strada, Don Diego manc trovarsi male. L'imagine lurida della
miseria, l'imagine pura di sua sorella, s'incrociarono nel suo
spirito. Egli vide queste due terribili potenze, il clero e la
polizia, rizzarsi come due boa innanzi a lui, per assalirlo dovunque
e' si volgesse. E' vide le sue facolt, la sua forza, la sua
intelligenza, stritolate, annichilite: la polizia ed il clero gli
rubavano tutto ci che Dio gli aveva prodigamente largito. Gli si
lasciava unicamente il diritto di mendicare e di morire.

Rientr in casa e non disse nulla a Bambina. Delle idee sinistre gli
ottenebravano la mente. Ei non poteva neppure sbarazzarsi interamente
delle sue spoglie di prete e farsi cantabanco, giocoliere: doveva
restare e crepare sotto la corrosiva bardatura.

La sera Don Diego cerc il viglietto di introduzione che il capitano
Taffa gli aveva dato per suo fratello, capo di ripartimento, passato
pocanzi dalla polizia al culto. Quest'ultima speranza per riluceva
appena. Si rec, malgrado ci, dal barone di Sanza e gli raccont la
sua conversazione col commissario.

--Ma, gi! sclam il giovane, gli  cos, ed essi han ragione.
Ciascuno per s. Ebbene gli  giustamente questa rete infame di prete
e di sbirro, la quale avvinghia la societ, che trattasi di tagliare.
Ci pensate voi sempre?

Don Diego sorrise ed usc.




V.

L'entrata nella vita civile.


Don Domenico Taffa, capo di dipartimento al ministero degli affari
ecclesiastici, come dicevamo test, toccava un mensile di cinquanta
ducati--180 lire gravate di ritenute. Egli dimorava al terzo piano di
una bella casa alla salita di Magnocavallo, il quartiere elegante
della ricca borghesia, e pagava 2500 lire l'anno. L'appartamento,
vasto, ben aerato, lindo e gaio, mobigliato con ricercatezza: del
palissandro,--allora prezioso ancora,--cortine di seta, tappeti,
porcellane, quadri, una bella biblioteca, dei bei cristalli, degli
specchi dovunque. Un lacch in livrea si teneva stecchito
nell'anticamera. Una donna confezionava, starei quasi per dire,
ricamava la cucina. Una graziosissima cameriera riempiva gli uffici di
governante.

All'istante in cui Don Diego si present, la tavola non era ancora
disservita, ed ei pot intravvedere la bella argenteria, la bella
biancheria di Sassonia ed i residui di un ricco _dessert_.

Don Domenico fiutava e sorbiva il moka nel salone con alcuni amici, e
Don Diego rimarc, quantunque poco conoscitore, il bel servizio di
porcellana inglese di Minton e la cristalleria di Boemia. Tutto ci,
mediante 180 lire al mese! Era la ripetizione in permanenza del famoso
miracolo dei pani e dei pesci, di cui, a vero dire, gli impiegati di
S. M. Siciliana conoscevano tutti il secreto. L'han dessi dimenticato
di poi, o non ne han lasciato memoria?

Questa opulenza sembr quasi regale a Don Diego, ed ei prov una
specie di trepidazione involontaria. Ebbe per un momento l'aria goffa
ed imbarazzata. Aveva dato il viglietto del capitano Taffa al
domestico, ed aveva fatto domandare se lo si poteva ricevere. Cinque
minuti dopo, Don Diego era introdotto nel gabinetto di Don Domenico.

Questo personaggio avviluppato in una calda zimarruola, uno
steccadenti fra le labbra, entr quindi a poco e tocc un piccolo
campanello per chiamare un domestico che venisse a rimuovere il fuoco
del braciere.

Ei navigava fra i cinquant'anni e di gi si brizzolava. La sua taglia
tendeva all'adipe. Aveva viso aperto, rubicondo, quadrato,
minuziosamente raso, da brav'uomo; era lindissimo e si dondolava
camminando. Le sue labbra erano carnose, rosse, grosse, i suoi occhi
vivaci. Parlava il dialetto napolitano, si fregava le mani ad ogni
frase, mirava al concettino, aveva maniere senza ritegno, la voce
mingherlina. Egli adorava Pulcinella, al teatro San Carlino,
Casaciello, al teatro Nuovo.

La biblioteca era chiusa a chiave, ed alcuno non si avvisava di
toccare a quelle opere cos bene legate, cos bene in ordine dietro i
cristalli, come dei mobili appropriati al gabinetto. Il tavolo era
coperto di carte, una corrispondenza di larghi dispacci, coi grandi
suggelli di cera rossa stemmati. Don Domenico era l'amico ed il
confidente di due potenze: il ministro degli affari ecclesiastici, il
confessore del Re. Egli provvedeva di vescovi il ministro che
s'intendeva col confessore, e costui li faceva approvare da S. M., nel
cui nome erano proposti alla Santa Sede.

Ci spiega l'importanza di Don Domenico e la sorgente della sua
fortuna.

Uscito il domestico, chiuse le porte, il provveditore di vescovi che
aveva fatto sedere il povero prete accanto a lui, credendolo un
cliente, gli dimand con voce affatto melliflua:

--Vogliate dirmi, signore, qualche parola sulla vostra persona, e che
cosa posso fare per voi, perch mio fratello vi raccomanda a me con
interesse.

Don Diego raccont la sua storia senza nulla omettere, eccetto le sue
opinioni politiche e religiose.

Don Domenico cangi portamento.

--Riconosco ben l mons. Laudisio, diss'egli. Quel diavolo di uomo ci
d pi bisogna egli solo che tutto l'episcopato del Regno preso
insieme. Gli  un uomo fuori classe quello l. Doveva essere prefetto
di polizia: se n' fatto un vescovo.

--Il vescovo non ha assorbito il prefetto di polizia, osserv Don
Diego.

--Ebbene, figliuolo mio, ripigli Don Domenico, giuocherellando col
curadenti, io non so proprio, io non so assolutamente che fare per
voi. Voi siete povero....

--Poverissimo, interruppe Don Diego.

--E ci che  peggio ancora, soggiunse l'impiegato, voi sembrate aver
del merito, della dignit e dell'ambizione.

--Dell'ambizione propriamente, no, rispose Don Diego. Ma io ho bisogno
di vivere e di dare a vivere a mia sorella.

--Diavolo! voi siete afflitto ancora di una sorella?

--S, sclam Don Diego: potrei quasi dire di una figlia.

--Che et ha dunque vostra sorella?

--Non ancora diciotto anni.

-- dessa bella?

Don Diego guard il suo interlocutore di un'aria malcontenta, esit a
rispondere, poi disse, sospirando:

-- bella come la Vergine Maria, e pura come ella.

--Diavolo! diavolo! incalz Don Domenico; ci complica la
situazione....

--E triplica la spesa, soggiunse Don Diego, ghignando.

-- dessa maritata, vostra sorella?

--No.

Don Domenico rest qualche tempo a riflettere, poi proruppe:

--In fede mia, no: io non posso nulla fare per voi. Di un cattivo
prete, toccato dalla Grazia ed inscritto al Gran Libro, si pu ancora,
a peggio andare, tirare un vescovo, un monsignor romano, un canonico,
un abate. Ma voi avete su di voi gli occhi della polizia e siete
povero. Accomodate ci, se potete.

--L' proprio cos, s: sorvegliato, pitocco, e non un amico.

--Oh! gli amici poi non si scontano al Banco di Napoli, e non se ne
trovano che per averli a pranzo o per farsi mettere a male. Il
migliore amico di questo mondo, mio caro,  il re....

--Fosse anche un travicello?

--Fosse anche un re a Statuto, purch impresso alla zecca su delle
rotelle di argento e d'oro.

--In questo caso, sclam Don Diego, io sono _sans-culottes_.

--Se voi aveste solamente sei poveri mille ducati!

--Una miseria! che!

--Gli  che monsignor Cocle, dappoi che egli ha quella piccola
Passaro, diviene un baratro spaventevole. E' non trova mai che basti.

--Un confessore di re? pensate mo! Allora?

--Ebbene, dei sei mila ducati, tre mila a monsignor Cocle, due mila a
Sua Eccellenza, il mio ministro, e mille per il vostro umilissimo
servitore. Gli  per un boccone di pane! E' mi rubano, quei briganti
tonsurati. Almeno se mi lasciassero le mani libere! Se quei maledetti
vescovi morissero almeno presto! Ora i miei superiori cominciano
perfino a trovare la mia mercanzia un cotal poco punticcia. C' per
dio da disgustarsi del mestiere.

--E se io trovassi codesti sei mila ducati? domand Don Diego.

--Ah! per tutti i santi! procurate di averli e fate presto.
Un'occasione superba, in questo momento. Il vescovo di Teramo  morto
d'indigestione, disse egli. Il suo posto  a riempire. Il vescovado
rende quattro mila ducati l'anno, forse anco cinque mila, rinfocolando
un po' la religione. Potete inventare una madonna che guarda bieco che
piange.... Insomma, un poco pi della rendita di un anno, e voi sarete
patta. Voi vedete! gli  per un mille crazie! per un tozzo!

--Ma! gli  precisamente codesto tozzo che mi manca.

--Tanto peggio per voi allora. Io non posso ribatterne un _carlino_.
La piccola Passaro pretende anch'essa cinquecento ducati per le sue
spille, adesso, l'orrida cammella! Fosse bella almeno!

--E voi non pensate a farla saltare, eh?

--Perdio! Se ci penso! Ma con un'altra sarebbe la stessa minestra. A
meno che io non metta a quel posto una guidoncella di mia conoscenza
che per riconoscenza non mi ricatti.

--L' giusto.

--Ma quel porco grossolano monaco....

--Qual monaco?

--Monsignor Cocle, perdio! che vede pertanto delle belle dame alla
corte e passa al bucato la coscienza del re e della regina....
sissignore! egli si  impaniato in quella moresca butterata...

--Che specie di femmina  dunque codesta piccola Passaro? domand Don
Diego, intrigato perch colui parlasse di codesto, e cos liberamente,
con lui, cui punto non conosceva.

--Ma l' di lei che io parlo. Figuratevi un botticello, cremisino, a
grosse labbra di mora, senza vita e senza spirito, con un subbisso di
ciccia che sbocca ed inonda dovunque, che s'ubbriaca con Monsignore,
che mangia quanto lui, vale a dire come quattro uscieri; un compagnone
d'indigestione in gonnella!

--E nient'altro che questo?

--Ma! vi debbe essere altres qualche altra cosa.... ma poco.

--Ebbene, bisognerebbe presentare a monsignore un _partner_ dei suoi
piaceri di un altro stampo.

--Ah! se avessi una sgualdrinella parigina sotto la mano! Lo farei
marciare il vecchio maiale, veh! Ma non parliamo pi di ci! Quanto a
voi, ve lo ripeto, sono impotente. _Pas d'argent, pas de saucisses!_
soggiunse egli ridendo.

--Lo so. Una chiave d'oro,  la sola chiave che apre tutte le porte
qui.

--La sola, no. Una bella donna, un segreto di Stato, un servizio reso
alla polizia, l'abilit a manipolare un miracolo... che so ancora? No,
vi sono altre risorse nel nostro bel paese, grazie a Dio. Laonde non
bisogna disperare. Cercate, sappiate cercare, e troverete.

--In un parola, bisogna essere vile ed infame, osserv Don Diego.

--Ah! sclam Don Domenico come allocchito, se voi apprendete la lingua
nei cattivi dizionari, se voi avete dei principj, aprite una finestra
e gettatevi nella corte.... Questo mondo non  per i gaglioffi,
soggiunse Don Domenico, con umore, alzandosi.

--Scusate, signore, disse Don Diego, accorgendosi d'aver offeso
l'impiegato che da una mezz'ora gli parlava a cuore aperto. Perdono,
davvero. Non  dei principj che io proclamo qui;  la mia inesperienza
di linguaggio che mi fa chiamar oca un papagallo. Arrivo di provincia.
Ma mi former....

--Oh s, mio caro, formatevi e poi venite a vedermi. In questo mondo
non si vive mica solamente di vescovadi. Voi potete fare altra cosa.

--Ah! se io non avessi a lottare contro la polizia....

--Corbellerie! La polizia non esiste. Voi non avete a lottare che
contro la miseria. Abbiate dei quattrini, e vi si dar il Padre
Eterno. D'altronde, voi sarete ricco quando non avrete pi pregiudizi.
Voi avete una mina....

--S, rispose Don Diego sorridendo: _la mine d'un homme condamn au
suicide_.

Don Domenico alz le spalle come un uomo che si dice: Non ci  nulla
da cavare da questo idiota! Ed apr la porta del suo gabinetto.

Don Diego usc. Era gi nella corte, quando il domestico corse dietro
a lui e lo preg di risalire.

Il suo padrone aveva un'ultima parola a dirgli. Don Diego risal. Don
Domenico l'attendeva sulla soglia della porta del suo gabinetto ove
era restato a riflettere.

--Udite, diss'egli, un ultimo consiglio. Mio fratello mi ha pregato
d'interessarmi del caso vostro....

--Grazie, signore, rispose Don Diego con dignit.

--Mandate vostra sorella a confessione.... Voi dite ch'ella  bella...

--Signore, interruppe Don Diego, mia sorella  straniera ai miei
affari, ed io non vedo perch....

--Infatti! replic l'impiegato con disprezzo. Ritornate dunque al
vostro villaggio ed andate a zapparvi la terra. Io non so perch siate
venuto a Napoli. Io aveva creduto veder lampeggiare sul vostro
sembiante altra cosa. Ma, e' pare che la natura si piace talvolta dare
al tacchino la forma dell'avoltoio. Addio, signore.

--Scusatemi ancora una volta, signore, riprese Don Diego. Datemi ad
ogni modo il vostro consiglio. Voi siete buono in sostanza. Fate come
l'agricoltore che getta la sua semenza e non guarda se qualche
granello cade sulla pietra.

--Non si semina sul tufo, in generale, replic Don Domenico con
impazienza. Ad ogni evento, ecco ci che avevo a consigliarvi. Mandate
vostra sorella a confessione dal P. Piombini della Compagnia di Ges
ed aspettate. Addio.

E dicendo ci. Don Domenico volse le spalle al provinciale e rientr
nel salone dove i suoi amici l'attendevano per giuocare una partita di
_mediatore_--una specie di whist bastardo che si giuoca nel
napolitano.

Don Diego and a passeggiare alla sponda del mare, la testa piena di
pensieri, il cuore pieno di dubbi. Quella conversazione cinica apriva
innanzi ai suoi occhi un nuovo orizzonte. Rientr tardi, molto
distratto e silenzioso. Egli meditava le proposizioni,--cabalistiche
allora per lui,--seimila ducati per esser vescovo! un secreto di
Stato! un servizio alla polizia! un confessore per sua sorella! una
mina!... Ei lev la testa e scorse in faccia a lui Bambina che
lavorava. Ei la contempl lungamente. La vedeva forse per la prima
volta. Poi si alz di balzo e prese la volta della sua camera senza
schiudere le labbra.

--Non mi abbracci dunque questa sera? disse Bambina. Cosa hai dunque?
Non mi racconti la tua visita?

--No, rispose Don Diego. Non ti racconto nulla. Questa citt  un
inferno popolato di vigliacchi e d'infami.

Ed usc. Bambina sclam sorridendo:

--Mio caro Seneca, io vorrei che il tuo inferno fosse almeno un poco
pi caldo, perocch ti confesso che io agghiado, e ti prevengo che
domani bisogna comperar dei carboni.

L'indomani, questa povera famiglia fu risvegliata alle sette del
mattino da un birro che veniva ad ordinare a Don Diego di presentarsi
di nuovo al commissario di polizia, a mezzod. E gli estorse due
_carlini_ per essersi... _scomodato_!

--Che mi vogliono ancora? mormor Don Diego. Non mi sbarazzer dunque
giammai di codesta orrida ribaldaglia.

All'ora indicata, nondimanco, si trov alla presenza di Campobasso, il
quale lo ricev con un piglio pi brutale che mai. Egli intim alla
sua vittima di avere a lasciar Napoli fra quindici giorni, per ordine
del prefetto di polizia. Fu un colpo di fulmine per quel disgraziato
che aveva appena speso quasi intero il minimo peculio per installarsi
su quell'angolo di terra da cui ora lo si espelleva senza piet e
senza pretesto. Se avesse saputo ove andare almeno! se almeno fosse
stato solo!

Le lagrime gli rotolavano per gli occhi. Divenne orribilmente pallido.
Barcoll. L'atroce commissario si sent quasi intenerito.

--Gli  per ordine del ministro, disse egli. Non ci  a recedere.

--Ma che ho dunque fatto? domand Don Diego con una voce soffocata,
che ho dunque fatto che mi si tratta peggio dei forzati?

--Ci che i forzati non fanno, rispose il commissario. Voi vi
mischiate degli affari del vostro paese, della sua morale, del suo
governo, di libert, di dignit e di non so che altre fandonie. Ma
quando si ha la perversit di cospirare contro lo Stato, si dovrebbe
almanco avere abbastanza spirito per scegliere i suoi complici.

--Ma io non cospiro, grid Don Diego.

--Contatela ad altri, figliuolo, replic il commissario. Non sono
forse i vostri amici che vi hanno denunziato?

--I miei amici! Ma io non ho amici, io.

--I vostri complici, se vi piace meglio, Insomma, coloro che conoscono
i vostri fatti ed i vostri pensieri.

Don Diego parve schiacciato.

--Voi non sapete mica dunque, innocente provinciale, continu
Campobasso, che quando voi cospirate, noi altri, noi, siamo sempre un
po' della partita. Cercate bene nella vostra memoria, e vi ricorderete
chi ha potuto essere il vostro Giuda.

--Io non _ne_ conosco alcuno, replic Don Diego con semplicit.

Poi soggiunse, per correggere lo sbaglio:

--D'altronde, io non ho giammai cospirato.

--Davvero! sclam Campobasso, voi mi fate piet. Voi avete una natura
generosa, senza fiele; io m'interesso a voi. Al vostro posto, io mi
vendicherei; ma vi hanno di gi sobbillato nel quartiere che io sono
un tristo. Perci rassegnatevi, rendete il bene pel male ed
abbandonate Napoli avanti che spiri il termine fisso dal ministro.

--Ma, signor commissario, poich voi dite che le mie disgrazie vi
toccano, non potreste voi suggerirmi un mezzo per far rivocare da Sua
Eccellenza l'ordine che mi precipita in un abisso di disastri.

--Io non ne conosco che uno: provare a Sua Eccellenza che le persone
che vi hanno calunniato sono vostri nemici e che dessi vendono la
vostra pelle per salvare la loro.

--Ma io non li conosco codesti nemici, grid Don Diego in tuono
commiserevole.

--Per Dio! non  poi difficile a comprendere, e' mi sembra. Il
ministro ha scoverta la cospirazione di cui voi fate parte. Qualcuno
dei vostri complici ne ha parlato caricando il delitto sugli altri.
Ora, ei bisogna provare al ministro che voi siete innocente, tutto al
pi un accalappiato, e che gli altri sono i rimestatori.

Don Diego ud il commissario attentamente, riflett qualche secondo,
indovin infine la trappola e rispose con calma:

--Io non conosco alcuno, non ho fatto giammai parte di alcuna societ
segreta. Vedo dunque che la mia sventura  senza rimedio e che debbo
soccombere.

--Sta bene, rugg il commissario sconcertato. Fra quindici giorni, a
mezzod, voi avrete lasciato Napoli. Se no, voi avrete a fare con me.

Don Diego usc. Gli era troppo: si sent piegare sotto il peso. Gli si
dimandava infamie sopra infamie; lo si circondava di trappole
grossolane, cui non si degnava neppure dissimulare; gli si proponeva,
senza merc, ogni specie di cose orribili ed odiose: comprate una
carica, siate spia, vendete vostra sorella, prostituitela al
confessionale di un gesuita, denunziate i vostri amici, infangate la
vostra anima, abjurate le vostre credenze morali e politiche; siate
Caino o morite di fame! Il cuore di Don Diego si spezzava e si
abbronzava.

Adesso, egli vedeva il suo cammino: solamente aveva a scegliere. Gli
si dimandava una metempsicosi infernale. E si trattava forse di un
semplice problema di psicologia e di fisiologia sociale? No.

Nella scelta che gli si proponeva era implicata l'esistenza di sua
sorella come la sua: la quistione morale si complicava di una
quistione di vita o di morte. La scelta sarebbe stata libera, se si
fosse trattato da lui solo: non l'era pi dal momento in cui l'onore,
la vita, l'anima, l'avvenire di Bambina vi erano compresi. Gli si
domandava, inoltre, un'eccezione unica alla regola, ovvero
quell'abbominevole governo gli proibiva di divenire l'esempio solenne
di un prete, colpito dal vescovo ed assolto dalla societ, condannato
a morte dal potere spirituale e salvo dalla societ laica? Il governo
si credeva nel suo diritto mettendo in atto l'editto dell'interdetto
episcopale, quando non poteva vantarsi d'aver fatto grazia ad un
amico, ad un fedele, ad un complice, ad uno strumento.

Don Diego si trov, senza saper come, nella Villa Reale, assiso sul
muro che corre sul mare. La sua testa era abbattuta, le gambe
penzolavano, le braccia s'incrociavano sul petto: meditava e piangeva.
Sent le sue guance molli a sua insaputa, quando il tramonto lo fece
avvedere che era col da parecchie ore. Si lev allora, pass le mani
sul volto, che si addolc.

Aveva egli risoluto il suo problema?

Bambina fu stupita a veder suo fratello quasi gaio. Mangi molto, e si
divert a far delle pallottole di mollica di pane, pensando Dio sa
che. S'inform di Don Tiberio e scherz su i suoi vicini. Infine
condusse sua sorella ad udire la musica innanzi al palazzo reale e la
ricondusse in carrozza dopo averle fatto bere un sorbetto della
regina. Bambina gli disse:

--Come dunque? tu mi vizii adesso?

--Ti do una ricompensa prima di dimandarti un sacrifizio.

--Vedete un po'! E qual sacrifizio don Agamennone degna dimandare a
donna Ifigenia?

--Domani tu andrai a confessarti.

--Oh! oh! scoppi Bambina ridendo. A confessarmi!

--Che vuoi, piccina mia? Siamo a Napoli: ci  alla moda. Bisogna far
dunque come tutti fanno.

--Ed ove andr a confessarmi, di'?

--Dai gesuiti, dal loro confessore in voga, al padre Piombini che
spilluzzica le anime di tutte le dame del gran mondo napoletano.

--E cosa occorre dire a quel rigattiere di cenci d'anime?

--Tutto ci che ti passer pel capo. Ma trattasi meno di dire che di
lasciar parlare ed ascoltare. Resterai dieci minuti sotto l'alito
fetido di quel monaco che t'insozzer il viso. E che Dio ti riconduca
cos pura da quella gogna di corruzione come vi sarai andata, tesoro
mio.

--Ci ti far piacere, fratello?

--Ci  utile.

--Sia. Andr e mi divertir forte a giuocare di astuzia con un
gesuita. Poi se non dir che ha confessato la Vergine Maria, io
rinunzio ad esser donna. Buona sera.

Mentre Don Diego se n'era andato alla Villa Reale, il commissario
Campobasso si era recato dal prefetto, e questi, in seguito, dal
ministro per rendergli conto dell'interrogatorio del prete.

--Ebbene? dimand il marchese di Sora.

--Eccellenza,  sembrato estremamente abbattuto dell'ordine di
espulsione.

--Si  desso lamentato?

--S, ma non fino alla bassezza.

--Quale ragione avete voi data dell'adozione di questa misura?

--La denunzia di qualcuno dei suoi complici, che l'ha accusato per
mettere in salvo la propria testa.

--E non ha nominato alcuno?

--No, Eccellenza. Assicura anzi non aver complici.

--E poi?

--Si  rassegnato a lasciar la capitale.

--Sta bene. Aspettate miei ordini per dar seguito a questo affare.

--Lo lasceremo tranquillo allora?

--Ora, che uno dei nostri agenti travestiti dia questa lettera ad un
commissionario per ricapitarla al suo indirizzo.

Il marchese di Sora prese un foglio di carta e vi scrisse qualche
parola in cifre. Poi pieg la lettera in un certo modo, la suggell
senza alcuno stemma e la rimise al prefetto.

--Scusi, Eccellenza, e l'indirizzo?

--Ah! s, sclam il marchese. Scrivete.

Il prefetto prese la penna, il marchese dett:

--Al signor Antonio, mercante di tabacco, Piazza della Carit.

-- fatto. Ora Vostra Eccellenza vuole ella il rapporto della
giornata?

--Me lo comunicherete stasera nel mio palco a S. Carlo. Nulla di
urgente?

---No, Eccellenza. Il rapporto del n. 7.

--Datemelo codesto. Barcolla sempre il Reverendo Padre?

--Pi che giammai. La Compagnia esita. Cattivo segno.

--Credete?

-- arrivato al Ges Nuovo un corriere di Roma nella notte ed 
ripartito la notte stessa.

--Ed il n. 15 non ne fiata?

--Non ha potuto saper nulla. Tutto si  passato nel piccolo consiglio.

--Sta bene. Andate.

L'indomani alle otto del mattino, il barone di Sanza venne da Don
Diego, e gli disse:

--Andiamo. Vi presenter ad un uomo che pu esservi utile.

Bambina entr. Lo sguardo di Tiberio le and incontro.




VI.

Ove si vede le anime del Purgatorio divenir spie.


Seguiamo dapprima Don Diego.

Verso il principio della strada dei Tribunali si trova una chiesa
dedicata alle anime del Purgatorio. La chiesa  bruttissima, piccola,
imbianchita alle calce. Degli orridi sgorbi tengon luogo di quadri;
uno strato di fango tien luogo di solaio. Nondimeno questa chiesa  la
pi frequentata dalla plebe napolitana.

Dalle sei del mattino all'una del pomeriggio, i suoi numerosi altari
sono occupati, senza un minuto d'intervallo, da preti che dicono
messe. Avete fretta? volete udire una messa corta, lesta, vispa, alla
buon diavolo? Entrate e troverete il vostro affare bello e pronto.
Avete udito o visto altrove una met, un quarto, un quinto di messa?
salite le sporche gradinate di questa chiesa, penetratevi, guardate in
faccia, a destra, a sinistra, di dietro, e troverete ad un altare od
all'altro il complemento della vostra bisogna. Nulla non langue
nell'operazione. Il collega attende sotto i guarnimenti per andare a
prendere il posto: non bisogna farlo aspettare. Il pubblico 
impaziente di far le sue divozioni; non bisogna rattenerlo: le sue
occupazioni lo chiamano altrove.

La chiesa del Purgatorio  la provvidenza del prete ridotto
all'estremit. Chiunque voi vi siate, indossate un arnese scuro,
tendete un po' i vostri capelli alla sommit del cranio, siate sporco
a dovere, radete i vostri baffi ed andate. La prima volta vi occorrer
forse un _pastor bonus_, di cui non si riguarda s d'appresso la marca
di fabbrica, ovvero qualcuno che garentisca, per dieci soldi, che voi
siete prete; poi, non pi formalit. Entrate. Nella sacrestia si tien
pronto un luccaccio nero, che passa di spalla a spalla, e che nasconde
i vostri cenci, i vostri abiti un po' laici, i vostri stivali alla
scudiera,--per dir la messa bisogna essere in sottana,--vi tuffate
dentro, covrite la saiaccia con altri paramenti sacerdotali, prendete
il vostro turno, e via! Appena la messa terminata, vi danno due
carlini,--18 soldi,--e che Dio vi accompagni. Se ci non basta al
vostro sostentamento, andate in un altro rione lontano della citt e
ricominciate la rappresentazione.

--Ma gli  un sacrilegio! dissi io un giorno ad un prete.

--Niente affatto, e' mi rispose. Io non consacro che una volta sola;
ed il buon Dio non me ne vorr se mi aiuto in questa guisa. Posso
vivere con 18 soldi al giorno?

Ora, qual' la sorgente di questi numerosi diciotto soldi? Perocch si
spippolano in questa chiesa qualche cosa come duegento messe al d.

Eccola.

Il Purgatorio  la pi felice invenzione finanziaria della chiesa
cattolica. Questa specie di dock delle anime, sospeso tra l'Inferno ed
il Paradiso, occupa l'_entre-sol_ incomodissimo della salvazione, un
lazzaretto malsano, molto angusto, avente nel medesimo tempo le
angoscie dell'inferno e l'ansiet del Paradiso cui s'intravede come
Tantalo vedeva l'acqua. Per uscirne bisogna pagare i diritti di
magazzinaggio, farsi lindo, soffocare ogni minimo germe di contagio:
l'anima s'imbucata essa stessa nel fuoco cortese del luogo.

I sopravviventi nel mondo possono pagare il dritto di passaggio nelle
mani di un prete che ne trasmette la ricevuta nel cielo. Questa
ricevuta sono la messa o le indulgenze.

Le anime liberate cos rendono poi ogni specie di piccolo servigio nel
cielo a coloro che hanno cooperato al loro affrancamento, e la partita
si salda onestamente. Ora qual' il figlio cos crudele che
rifiuterebbe a suo padre, a sua madre un aiuto s utile per cavarle di
smania? Qual' la madre senza cuore, la sposa senza viscere che
vorrebbe lasciare il figlio amato, il marito affettuoso cui potrebbe
riconfortare? Da tutto ci, quelle cotali elemosine per le anime del
Purgatorio, inventate nel VI secolo, cui i protestanti attaccano cos
vivamente.

La plebe e la borghesia napoletana, che non sono eretiche, se ne vanno
in solluchero per le anime del purgatorio. Si scrocca, si ruba,
prostituisce ognuno ci che pu, si fa tutto il male possibile, tutte
le ribalderie.... peccato veniale! Si d il suo piccolo quattrino alle
anime del purgatorio; egli  l'affare di codeste anime di dissozzare
questi atti e presentarli al buon Dio come delle azioni meritorie. Ed
il buon Dio crede ed assolve, sulla parola di quelle animucce. N
abbiate a temere negligenza ed oblio. Vi pare e' possibile! quelle
care anime non si discreditano per cos poco, a rischio di restare pi
milioni di anni nei tini del raffinamento.

Si tratta adesso di rendere il pagamento di questo tributo facile ai
fedeli che amano i loro comodi che non hanno il tempo di andare a
gittare il loro obolo anonimo nel cassetto delle limosine delle
chiese. Il rimedio  bello e pronto. Il parroco della chiesa delle
anime del purgatorio mette l'elemosina in rega, ed uno speculatore ne
prende l'impresa a cottimo, per aggiudicazione.

Il concessionario, questa volta, si chiamava Don Lelio Franco, a cui
Don Diego andava ad essere presentato.

Don Lelio aveva divisa la sua commissione fra ventiquattro
commissionari, due per ogni quartiere di Napoli, e costoro venivano
ogni giorno, tra le tre e le cinque pomeridiane, a pagare la quota
quotidiana del loro debito al cassiere dell'intraprenditore generale.

Il cassiere in esercizio era morto. Don Lelio aveva accettato Don
Diego Spani per surrogarlo.

--Le vostre funzioni sono semplicissime, disse Don Lelio al suo nuovo
impiegato. Non avrete che a riempire il bianco, alla data del giorno,
nel libretto del collettore, e riportare sui nostri registri le
partite pagate. Ma ci non  tutto.

--Debbo tenere inoltre un registro di cassa? interruppe Don Diego.

--Sarebbe un lavoro inutile, rispose Don Lelio. Io piglio la consegna
della cassa ogni sera, prima che voi partiate, e voi la trovate vuota
l'indomani. Il vostro impiego  soppannato di una funzione morale
delicatissima e difficilissima. Voi siete un portavoce maggiore, che
avete sotto i vostri ordini altri ventiquattro portavoce.

Don Diego spalanc gli occhi ed ascolt attentamente. Don Lelio
continu:

--Non  collettore delle anime del purgatorio chi vuole. Codest'uomo,
dall'aspetto bonario o sorridente, pulitamente vestito ma senza
affettazione, una scodellina gialla alla mano a guisa di coppa,
dondolandosi gravemente, parlando a voce dolce,  un compare pieno di
astuzie, di unzione, di elasticit, eloquente come dieci avvocati,
dicendo mille cose con una parola, indovinando il pensiero del
pensiero, sceneggiando l'indifferenza, e spandendo nelle citt il
soffio che fa battere i cuori, i cervelli, le lingue per
ventiquattr'ore. Egli sa a chi deve dare a baciare le anime del
purgatorio dipinte sul suo scodellino, a chi bisogna dare una presa di
tabacco o un numero alla lotteria, a chi conviene raccontare una
storia, a chi bisogna soffiare un consiglio. Egli sa come fare
espettorare due soldi a chi non ne d che uno con stento, chi bisogna
far ridere di un motto arguto, chi incoraggiare con un _sursum corda_
divoto, come far sorridere una bella figliuola, come piaggiare una
buona madre, come celare una gherminella ora della moglie ora del
marito che si lamenta, e come si scongiura un sospetto con una piccola
menzogna.

--Infatti! osserv Don Diego, gli  molto pi facile fare il ministro.

--Aggiungete, disse Don Lelio, il lato politico del personaggio.

--Il lato politico?

--Sissignore! Noi siamo come la linea di congiunzione tra il popolo e
la polizia,--la polizia che ci sorveglia e ci fa sorvegliare, il
popolo che abborre la polizia, e che talvolta si lascia scappare una
parola, talvolta rivela un mondo di dolori e di speranze con un
sospiro o con uno sguardo. Leggere il silenzio, gli  forse il lato
meno difficile del mestiere. Ebbene, bisogna che quest'uomo gioviale,
buono, tutto occupato di Dio comprenda, indovini, formuli tutto ci
scherzando, motteggiando parlando della vita eterna, e che ve ne renda
conto di una parola, mentre voi segnate sul suo taccuino, senza far
sembianze di nulla udire e di nulla dire, tirando gi un'addizione di
_grani_ e di _carlini_, in presenza dei suoi colleghi che non debbono
comprendere nulla. Voi dovete ascoltare ci, ritenere il motto,
spiegarne il senso e farmi ogni sera, prima che ve ne andiate,
contando il danaro incassato, il rapporto dello stato delle anime
della citt. Voi toccate ogni giorno quei ventiquattro polsi di Napoli
e ne tirate la diagnosi di cui mi presentate il bullettino.

--Lo far, disse Don Diego.

--Questo  il lato direi quasi passivo del vostro impiego. Sappiate
ora quale  il lato attivo. Voi dovete trasmettere la parola d'ordine
dell'indomani a quella gente, nella medesima maniera, col medesimo
accorgimento, facendo mostra della stessa indifferenza.

--E chi mi dar codesta parola d'ordine? domand Don Diego.

--Io, disse Don Lelio.

--E voi, signore, da chi la tenete, voi?

Questa dimanda, forse inattesa perch audace nella bocca di un
subalterno che parla al suo superiore, turb Don Lelio.

Don Lelio era _paglietta_. Egli aveva avuto non so che baruffa con la
polizia, a causa di un processo di ladri, nel quale egli era risultato
un po' manutengolo.

Dopo di allora aveva giurato, diceva egli, un odio a morte al governo
dei Borboni, al dispotismo, alla polizia, alla chiesa che aiuta la
polizia, alla magistratura che  instrumento docile dell'una e
dell'altra. Si era intromesso tra i liberali ed era divenuto una
specie di gallo dell'alba, cui alcuno non avrebbe osato sospettare.

Bell'uomo del resto, faceto, generoso, gran mangiatore, gran
libertino, forte al bigliardo, ripetitore di bei motti, conoscendo
tutti, conosciuto da tutti, non avendo nemici, troppo famigliare,
gradasso a parole, paterno all'occorrenza, senza rancore verso i
giudici di cui si faceva volentieri l'agente o il depositario delle
mance a toccare dai litiganti dopo aver guadagnato il processo. Egli
era l'agente corruttore di quell'eterna prostituta che addimandasi
magistratura. I clienti s'indirizzavano a lui per arrivare a colpo
sicuro al commissario relatore del loro processo o al consigliere
influente nella votazione.

Oltracci, quarant'anni, marito di una moglie brutta, padre di
famiglia orrida. Figura aperta, grassona, ben rasa, a doppio mento,
bocca sorridente, occhio penetrante, intelligenza svelta, ateo
rimpinzato di una messa al d.

Il suo imbarazzo a rispondere non dur che un attimo. Tutt'altri, meno
intelligente di Don Diego, non se ne sarebbe avveduto.

--Io? sclam Don Lelio, voi mi dimandate ove io attingo le mie
inspirazioni? Ditemi anzi tutto, voi, da parte di chi venite qui, che
specie di uomini sono coloro che vi hanno raccomandato a me ed
introdotto in casa mia?

--Io non ne conosco che uno, rispose Don Diego: il barone di Sanza,
mio compaesano.

--Rispondete voi di lui?

--Io arrivo di provincia.

--Egli ha risposto di voi, nondimanco!

--Suo padre, il conte di Craco, che mi conosce dall'infanzia, gli avr
forse scritto di aiutarmi.

--Voi siete dunque ben sospettoso, o, se meglio vi piace, ben
prudente, per non osare rispondere apertamente del barone.

--Io non dico ci, al contrario! sclam Don Diego allarmato. Ma
rispondere di che?

--Di che! ghign Don Lelio. Ebbene, poich noi ci conosciamo sotto la
guarentigia del barone di Sanza, restiamone l, e non cercate
indovinare il senso e lo scopo di ci che io vi dir e cui voi
comunicherete ai miei collettori. La nostra posizione  complessa. Una
parola imprudente, ed ecco messo su uno svegliarino che non si sa pi
dove si fermer. I miei sotto appaltatori non sono tutti dello stesso
colore. Se io ne avessi racimolato un mazzetto di giacobini, il
prefetto di polizia avrebbe aperto gli occhi e le orecchie molto pi
che nol fa attualmente.

--Comprendo anche ci, disse Don Diego.

--Che fortuna! riprese don Lelio celiando. Ora, come noi non sappiamo
la rivoluzione che si opera nell'animo di quella gente, ogni giorno,
sotto il soffio di tante cause e di tanti agenti diversi, egli 
prudente, mi sembra...

--Di tacersi, interruppe Don Diego.

--Un avvocato che si tace? donde diavolo sbucate voi _zzi pr_! Cesare
aveva paura del silenzio di Cassio. Il marchese di Sora, il nostro
ammirabile ministro di polizia, non ammette neutri.

--Ma allora....

--Ah! allora gli  mestieri essere accorti. Noi siamo degli uomini di
affari qui e non dei missionari che esercitano un _apostolato_, come
dice il nostro grande messia Giuseppe Mazzini. Io traffico elemosine e
messe; io sono intermediario tra il cielo e la terra per la pesca
delle anime del purgatorio che cacciamo in paradiso. I miei azionisti,
che hanno accomanditato questa santa tratta, non capiscono un'acca di
costituzione, di unit italiana, di costituenti, del diavolo e di sua
moglie. Essi mercanteggiano anime di trapassati, non di cittadini del
regno costituzionale delle Due Sicilie. Bisogna restar fedeli al
mandato. Servire i nostri amici, ma non solleticare la folgore
assopita dei nostri nemici. Davvero! noi saremmo proprio bene avanzati
se chiudessero la nostra bottega. Capperoni! e le anime che bollono
nel _fuoco vendicatore e redentore_? Ed i nostri padri, le nostre
madri che ci tendono le braccia dal fondo della loro caldaia di zolfo?
Ser abbate, vi do quattro carlini al giorno. Se ci f..... in
gattabuia, e' non sar il barone di Sanza che ce ne caver e che vi
dar soltanto _tre calli_.

--Volete farmi la grazia, signore, disse Don Diego dopo un istante di
silenzio, di spiegarmi chiaramente e senza considerazioni indirette,
la natura delle mie funzioni morali, oltre il conto materiale del
danaro. Io non vi comprendo, perch ho paura d'indovinar troppo.

Don Lelio appicc i suoi occhi scrutatori sul viso del suo
interlocutore e lo sbirci lungamente. Don Diego, a sua volta, lo
guard negli occhi intrepidamente. Essi si squadrarono come due
persone che vanno a battersi, cercando di pesarsi mutuamente,
scandagliarsi, leggere l'uno nel pensiero dell'altro. Infine Don Lelio
ruppe il silenzio.

--Siete voi ricco? dimand egli.

--Sono un ciompo.

--Vi do allora otto giorni per trovarvi un altro posto. Questo qui, 
al di sotto del vostro ingegno e della vostra coscienza.

--Voi mi mandate dunque via prima d'avermi messo alla prova?

--Io vivo troppo in mezzo ai preti perch non mi abbia a sbagliare sul
loro carattere. Io li detesto cordialmente, auguro loro tutti i gaudi
nel paradiso e la galera in questo mondo. Voi siete prete, in dissidio
con la chiesa, in uggia della polizia, fulminato dal vescovo, seguito
alla pesta dal commissario del quartiere. Io non vi avrei mai scelto
per mio contabile. I vostri amici, miei amici, vi hanno lanciato qui.
Non vi respingo, ma non vi accetto per direttore della mia intrapresa.
Coloro che hanno il diritto di parlare possono sapere ci che dicono.
Voi non avete che a ripetere come un pappagallo. Ripetete, ripetete, e
rinunziate a comprendere. Ecco il vostro dovere. Voi ignorate il
valore delle parole. Voi non sapete se, dicendo: viva il re! ci non
significhi bello e buono: gi coi Borboni! Voi non siete del comitato,
ch'io mi sappia.

--Io son nulla di nulla.

--Voi siete, in ogni caso, un mangiatore di pane--_fruges consumere
nati;_ e con quattro carlini al giorno potete regalarvi altres di
maccheroni. Questo scanno alla taverna della vita non  da
schifiltare. Domani voi sarete forse un'altra cosa. Nessuno s'immagina
di domandarvi una responsabilit. Io stesso, io, non ne prendo alcuna.
Io subisco la legge del pi forte, e gli fo le fiche.

--Certo, rispose Don Diego, ma intendiamoci in modo che non vi siano
poscia malintesi e che non abbiate a dirmi: vi siete ingannato! mi
avete ingannato! Voi appartenete al partito liberale e lavorate sotto
gli occhi della polizia.

--Proprio cos.

--Ambedue esigono da voi dei servigi. Ambedue vi somministrano il loro
contingente di agenti.

--A meraviglia.

--Voi non potete n contentarli n ingannarli, meno ancora accordarli
tutti e due.

--Non m'incaricherei di codesta bisogna.

--In questo caso, per quale di loro optate voi?

Il colpo era diretto. Don Lelio lo par.

--Quando si tratta della mia persona unicamente, io opto pel mio
partito. Quando si tratta degli interessi della societ ch'io
rappresento, rifletto.

--Ma, ogni riflessione fatta?

--Che fareste voi, voi?

Don Diego si turb, esit, cerc la risposta.

--Certo, sclam desso infine, non si possono recider cos liberamente
gl'interessi degli altri.

--Ma se foste obbligato a un dovere simile? Se vi fosse interdetto
perfino di consultare codesti interessi, senza compromettervi, senza
comprometterli? Se cedendo il vostro posto voi siete una vittima,
senza cangiare la vostra situazione,--perocch un'altro far ci che
voi rifiutate? Se il diavolo non fosse poi cos nero come lo
s'immagina? Se i nostri amici fossero dei gnoccoloni o dei troppo
scaltri? Se, restando un semplice organo di trasmissione, senza
iniziativa, si facesse del bene agli uni senza mettersi in lotta
contro gli altri? Se vi restasse dimostrato che il partito democratico
 l'ingratitudine stessa?

--Insomma, voi siete gli organi della polizia.

--Voi ci offendete, l'abbate! Noi facciamo il cabotaggio del paradiso
e punto di politica. Noi aspettiamo senza comprometterci. Noi fiutiamo
su quale fetta di pane il burro  spalmato. Noi diciamo agli uni ed
agli altri ci che intendiamo per rischiararli. Noi suoniamo l'aria
che ci puntano sulla nostra lanterna magica,--basti che la non sia
l'aria d'una _marseillaise_ troppo accentuata.

--Infine, voi siete... come direi io ci?... degli osservatori
piacevoli.

--Noi diamo del pane a delle migliaia di parasiti unti e bisunti come
voi di un olio santo rancido, ser abbate, a delle migliaia di randagi
sottrattisi all'aratro ed alla zappa, che si addicono all'utile delizia
di pregare per la gente che non ha alcun bisogno delle loro preghiere.
Ecco tutto, sere abbate. Ci siamo capiti. Voi avete troppo spirito,
per questo semplice posto di cassiere, ch'era stato domandato per voi.
Fatevi vescovo o presidente degli Stati-Uniti. Voi deperite qui. Io
non voglio dissipare un gran cittadino nelle umili funzioni di un
osservatore gradevole.

--Allora, voi mi mandate via senza altro?

--Ma!

--E non mi accordate neppure ventiquattro ore per riflettere?

--Oh! eccovi l, signore abbate. Ci siamo, sclam Don Lelio con tuono
severo, alzandosi da sedere. Quando non si rigetta un'infamia come
quella che io vi propongo, con uno slancio d'indignazione, quando si
cerca di riflettere, si vuole transigere. Transigere gli  tradire.
Addio. Ci siamo compresi. Vi far grazia di tacere questa
conversazione ai nostri amici, perch siete un disperato. Dite che il
salario ch'io vi aveva offerto  troppo smilzo e che avete rifiutato
il posto. Non vi smentir, perch non so fare il male. Venite a dire
delle messe alla nostra chiesa, che abbiate o no il _pastor bonus_ del
vostro vescovo. Vi raccomander al parroco.

Don Diego usc di casa Franco la testa gi, l'anima all'agonia,
confuso, rimpicciolito ai suoi propri occhi. E' si sent preso alla
trappola da un miserabile che non avendolo potuto reclutare per la
polizia, vedendosi smascherato, provava a farlo passare per un uomo
pronto a capitolare. Questa evoluzione lo stordiva. Egli toccava con
mano la sua inferiorit morale nel male. Quello spione l'aveva
richiamato alla probit ed ai principii, accordandogli il suo silenzio
come un atto di magnanimit onde assicurarsi del suo silenzio, di lui,
Don Diego, verso il barone di Sanza. Egli rientr col lutto nel cuore.

Bambina era gi di ritorno dalla chiesa del Ges Nuovo.




VII.

Come il P. Piombini confessava le giovinette.


Il Padre Piombini era stato nel mondo il conte Alberico Bonvisi.

La sua famiglia era di una buona nobilt: aveva avuto dei cardinali,
dei grandi uffiziali al servizio della Spagna, parecchi vescovi. Suo
padre aveva servito nell'esercito del principe Eugenio, vicer
d'Italia, e lui, Alberico, aveva rappresentato il duca di Modena
presso la Corte di Vienna. Una catastrofe aveva provocato la sua
ritirata forzata dal mondo e la sua vocazione obbligata di entrare
nella Compagnia di Ges.

Giovanissimo, aveva sposato una damigella pi attempata di lui, ma di
una bellezza meravigliosa. La madre della giovinetta era una camerista
tedesca della duchessa di Modena, ed il padre era, susurravasi, una
societ anonima di cui Francesco IV passava per gerente responsabile.
La fidanzata port in dote il brevetto che nominava il conte Bonvisi
ministro del duca a Vienna.

La civetteria  la compagna indivisibile della bellezza. L'onest si
guizza talvolta nel corteggio di questa regina per diritto divino, ma
vi occupa di rado il primo posto. La contessa Bonvisi, partendo per
l'Austria, obbli di farla imbaulare, codesta onest, nei suoi
bagagli. Ond' che ella ebbe alla Corte e nella citt buon numero di
avventure, e fece scandalo, anche accosto dell'arciduchessa Sofia.

Per isventura, il conte Alberico amava sua moglie, ed era geloso.
Prov di correggerla e di non pi amarla. Non riesc.

I successi inebriarono la contessa e la resero audace. Ella disput
all'arciduchessa il duca di Reichstadt ed il barone Jellachich.
L'arciduchessa s'irrit e ottenne di non pi fare invitare il ministro
del duca di Modena al _burg_. Il cordoglio del Conte Alberico non ebbe
pi limiti. Cadde ammalato.

Il suo medico era un amico, un olandese, a cui il conte Alberico non
celava le sue miserie. Ebbero anzi parecchi colloqui su questo
soggetto, non senza profitto. Il conte raddoppi di poi il suo affetto
per la moglie. Egli fu indulgente; ella cess di cacciare nelle
riserve arciducali. L'accordo si stabil sur un equilibrio di
gherminelle permesse al marito e di gherminelle tollerate nella
moglie, come una necessit di posizione. E tutto andava pel meglio,
quando il rumore si sparse che la contessa Bonvisi era tocca da una
malattia di petto complicata da una bronchite. L'amore del conte
sembrava pi violento che mai. Egli vegliava tutte le notti sulla sua
donna, respingendo qualunque aiuto straniero per un cos sacro
ufficio. L'era commoventissimo. Tutta Vienna ne parlava. La contessa
prometteva a suo marito una riforma sincera e riconoscente, se
guariva. Ma, una notte, una circostanza la colp.

Era assopita. Il conte la credette addormentata. Il piccolo rumore di
una carticina gualcita le fece aprire gli occhi. La contessa vide suo
marito disuggellare una cartellina, versare sulla pezzuola di batista
una polvere di cui ella non distinse il colore, avvicinarsi al letto e
presentare la pezzuola alla bocca di lei. Respirando ella doveva
aspirar naturalmente la polvere stessa sul mocicchino. Era la prima
volta che suo marito si addiceva a quella manovra medica? La contessa
nol sapeva. Per questa volta, la si content di fingere di dormire e
di voltarsi dall'altra banda. Ma l'indomani ella scriveva a sua madre:
Vieni, ho paura di essere stata avvelenata. L'ex-camerista mostr la
lettera di sua figlia al duca. Il duca consult in termini vaghi il
suo medico, il quale, dopo aver preso contezza dei sintomi della
malattia, rispose:

--Altezza serenissima, la malattia sulla quale mi fate l'onore di
consultarmi pu essere naturale e pu essere inoculata. Nei due casi,
essa  mortale. Le cause della malattia naturale sono numerose; ma
Vostra Altezza non mi sembra disposta a subire una lezione di
nosologia, e per conseguenza mi astengo dal noverarle. Le cause
extranaturali sono dovute tutte all'avvelenamento. Parecchi tossici
possono dare la bronchite e la tisi: sostanze gassose, minerali,
vegetali. I Malesi ne hanno una terribile, comune, difficile a
constatare, di un effetto sicuro. Il pelo corto e nero che avviluppa
il nodo del bamb verde produce la corizza cronica, la bronchite o la
tisi, secondo che lo si alloga nelle fosse naturali, nei bronchi nei
polmoni.

--Sta bene, disse il duca. Silenzio su questo consulto.

Il d seguente la madre della contessa Bonvisi part per Vienna.
Quindici giorni dopo il suo arrivo, sua figlia era morta.

Il conte Alberico fu richiamato.

Francesco IV era quel famoso duca di Modena che non volle giammai
riconoscere Luigi Filippo, col quale aveva cospirato contro l'Austria
per essere re costituzionale d'Italia. Egli aveva per consigliere
intimo il famoso ministro di polizia napolitano il principe di Canosa,
cui la Santa Alleanza e lo stesso re Francesco I di Napoli trovavano
troppo energumeno. Francesco IV cospir per impedire che Carlo Alberto
arrivasse al trono di Piemonte. Era una mischianza burlesca di
Falstaff, di Shylock, di Don Chisciotte: un bey di Tunisi clericale
innestato sur un arciduca austriaco corsaro. Egli ricev il conte
Bonvisi nel suo gabinetto e lo fulmin con queste parole:

--Assassino, perch hai tu uccisa tua moglie?

Il conte, esterrefatto, rest silenzioso un momento, poi grid:

--Perch io l'amava, ero geloso, ed ella mi aveva disonorato.

Il duca riflett lungamente, poi si lev e disse:

--Dovrei farti impiccare: ma non voglio che quegl'infami carbonari
abbiano a dire che il nostro partito formicola di miserabili e di
briganti. Scegli dunque: o una galera a perpetuit, o il ritiro in una
casa di gesuiti, portando loro in dote tutta la tua fortuna. Ti lascio
ventiquattr'ore per riflettere: otto giorni per entrare al bagno o in
religione.

Gli occhi di Francesco IV dardeggiavano lampi omicidi. Di un cenno
della mano e' scacci il conte Bonvisi, che si guard bene rispondere.
Si rinchiuse in casa, accorgendosi d'altronde ch'era sorvegliato da
presso. Riflett lungo tempo sulla scelta che il duca gli aveva
lasciato, e si decise. Non avrebbe avuto che un varco a fare per uscir
dagli Stati del duca di Modena e penetrare in Lombardia, in Toscana,
in Piemonte, negli Stati del Papa o nel Parmigiano. Egli poteva
facilmente deludere o comperare la sorveglianza della polizia e
fuggire. Anzi gli fu proposto; la cecit della polizia era stata
perfin mercanteggiata. Il conte Bonvisi rigett codesto salvamento.

Otto giorni dopo, l'alta e bassa societ di Modena ripeteva che la
grazia avendo toccato il cuore del conte Alberico Bonvisi, a causa
della morte prematura di sua moglie, egli andava a farsi gesuita e
portava alla societ un patrimonio di un milione e trecento mila
franchi.

Si pu immaginare se i RR. PP. furono contenti di questo acquisto. La
fortuna entrava per qualche cosa nella loro gioia. Per il rumore
della conversione, la posizione sociale, le funzioni riempite, il
carattere dell'uomo, li incantavano anzitutto. Essi non ignoravano i
rumori che correvano sull'assassinio della contessa, gli ordini di
Francesco IV s terribilmente motivati. Ma ci aumentava al contrario
l'importanza della presa, ed il trionfo della religione sull'autore
del male.

Il diavolo, l'autore del male, era desso veramente vinto? Ahim! no.
Quando la madre del conte Alberico impegnava suo figlio, con le
lagrime agli occhi, a fuggire ed andare ad attendere in uno Stato
vicino la revoca del decreto ducale.

--No, rispondeva egli. Io non ho ricevuto dagli uomini che del male.
Voglio vendicarmi di loro. M'ingaggio fra i gesuiti e vado a lavorare
all'opera loro!

Egli non conosceva ancora i RR. PP. e li giudicava come la gente
volgare, che se ne fa stolidamente una befana.

Non gi ch'ei non avesse qualche pentimento, qualche cordoglio,
qualche rimpianto, durante i tre anni che mise a girare intorno al
Capo a Tempeste del noviziato, esatto della regola di Sant'Ignazio. La
navigazione fu difficile. Ma ci fu tutto. Una volta trasformato nel
P. Piombini, un mondo nuovo si aperse innanzi ai suoi occhi: quel
mondo della notte, popolato di fantasmi e di stelle, che addimandasi
il dominio delle coscienze, l'ultramontanismo, il partito cattolico,
il clericalismo, il gesuitismo, di cui i profani esagerano tutto,--la
profondit, l'estensione, la potenza, le tristizie, l'influenza, la
capacit, l'azione, la presa sulle anime.

Il segreto della forza e della persistenza maravigliosa del
gesuitismo,  semplicissimo: la Societ, lungi dal soffocare, lascia
lo slancio libero all'esercizio delle capacit. Segue ciascuno la sua
vocazione. La Societ non dimanda che ci che ciascuno pu dare col
minore sforzo e con la maggiore precisione ed efficacia possibile.
Ora, d'ordinario, si fa sempre bene ci che si ama fare, e non se n'
mai stanco. I gesuiti che han tradito la Societ sono rari, per la
ragione che la Societ diede soddisfacimento alle loro inclinazioni.

Il P. Piombini era bel parlatore, conosceva il mondo, aveva bazzicato
nelle corti, era nobile, era abile nel maneggio degli uomini e degli
affari. La sua parte era dunque bella e tracciata; ei se la tracciava
da s stesso: la predica e la confessione sur un gran teatro. Napoli
essendo la citt pi considerevole d'Italia, il P. Piombini fu
installato nella casa di Napoli. La Societ non si mostra severa ed
esigente che con i mediocri: gli uomini fuori linea vi sono padroni e
la loro potenza si puntella e soffulce di tutta la forza passiva dei
loro confratelli.

Il P. Piombini non avrebbe violato in nulla l'armonia generale
dell'ordine, se non avesse avuto la passione fatale delle femmine. Si
limitarono a raccomandargli la prudenza e lo si lasci libero. Ora, la
prudenza era facile in uno stabilimento che occupa un paio d'ettari di
suolo nel cuore della citt, forato di una dozzina o due di uscite
secrete, un quadrato in un'isola fitta di case, in una citt di un
mezzo milione di abitanti, mal rischiarata la notte, con una polizia
compiacente per tutto, tranne pel liberalismo, dai costumi facili e
liberi, dallo spirito timorato, senza alcun organo di pubblicit,
sottomessa come schiava all'autorit clericale, complice e sostegno
dell'autorit reale.

Forse taluno cred riconoscere, sotto un travestimento laico, per una
notte silenziosa alle ore avanzate, il padre Piombini, uscendo o
entrando nei dintorni del Ges Nuovo. Ma come assicurarlo? Ond' che
ognun si taceva o si comunicavano il sospetto dall'orecchio
all'orecchio.

Quanto il resto, il reverendo padre era irriprovevole. Egli accettava
la Societ tale quale era. E' non trovava nulla a ringiovanire, a
riformare, a rischiarare, a rilevare, a democratizzare, come il suo
intimo amico, il padre Buzelin, che rappresentava la Societ a Parigi.
Egli era conservatore per indifferenza. Lavorava per spandere
l'influenza morale della Compagnia, aumentarne la ricchezza,
moltiplicarne i membri, soggiogarle la potenza laica. In parecchi
negoziati, sopra tutto in occasione della famosa captazione
dell'eredit del marchese Mascara e della morte dei tre ultimi eredi
di costui in due mesi, il padre Piombini aveva spiegato una capacit
meravigliosa. In parecchie contestazioni con la polizia e con la
corte, il padre Piombini aveva ridotte le querele al silenzio,
sopratutto quando si tratt di togliere ai reverendi padri la censura
dei libri, perch.... troppo liberali!

Quando il padre Piombini predicava, l'immensa chiesa del Ges Nuovo
rigurgitava di tutto ci che la citt contava di pi eminente per
nascita, ingegno, posizione sociale, ed egli incantava gli
_spettatori_ a causa dell'assenza completa di teologia dai suoi
sermoni e dell'audacia delle sue vedute sociali. La Societ brillava e
dominava, mediante lo splendore di quest'uomo. Tutte le forze vive del
paese si aggruppavano intorno a lei o mettevan capo in lei, non fosse
che per odiarla. I gesuiti che sono i meno gelosi di tutti i monaci,
s'inorgoglivano del padre Piombini, il quale, dal canto suo,
riconoscente della libert che gli si accordava, lavorava con amore
per la Societ, era modesto e famigliare con tutti, misuratissimo
verso i capi, non brigava alcuna autorit nell'ordine, non danneggiava
alcuno con lo spionaggio mutuo stabilito dalla regola di S. Ignazio,
dava il suo consiglio con riserbo, non dimandava giammai spiegazioni,
si mostrava pronto a tutto,--anche a credere! e si conformava anche a
ci che la sua educazione laica e filosofica gli presentava come
assurdo. Il padre Piombini era hegeliano!

Ecco l'uomo a cui Bambina andava ad aprire le porte della sua
coscienza.

Don Diego dissimul a sua sorella il resultato del suo abboccamento
con Don Lelio Franco, poi disse:

--Ebbene, e tu?

Bambina, tristissima, meditava non so che; era distratta e come
abbattuta di fatica.

--Per me gli  un altro paio di maniche, sclam dessa. Io ho
confessato il mio confessore.

--Diavolo! leggere nell'anima di un gesuita del calibro del padre
Piombini l' famosa. Raccontami ci.

--Sar difficile. Come richiamarmi a memoria le gradazioni infinite di
un linguaggio, le cui bianche trasparenze avevano dei baleni s
foschi.

--Di' ad ogni modo, e lascia l le antitesi.

--Infine, tu comprenderai forse meglio di me: io ho creduto
intravvedere un mondo spaventevole.

--Insomma?

--Quando io giunsi, di gi, a partir dai due abbaini graticolati, i
penitenti si erano schierati intorno al confessionale in due emicicli.
Io ho quasi chiuso le due branche e compiuto il mezzo cerchio, che
guarniva di un doppio ordine di palafitte il casotto del confessore.
Gli uni erano assisi, gli altri a ginocchio o piuttosto accoccolati.
Tutti sbadigliavano pi o meno, con decenza e contrizione. Vi erano
parecchie femmine in toilette splendide, degli abiti neri tempestati
di decorazioni, degli uniformi militari, i di cui portatori mi
sembravano diabolicamente vogliosi di trovarsi altrove, giovani e
vecchi, poche donne vecchie, ed io la pi plebea. Gli era un salone di
ministri nei giorni di ricevimento, stando a ci che ricordo aver
letto nei romanzi. Io occupava il centro di questa udienza e per
conseguenza di prospetto alla porta del confessionale, in faccia al
confessore. Ero quindi altres l'ultima ad essere ricevuta, poich il
confessore alternava le sue udienze da destra a sinistra per ordine di
posto. Ognuno chiaccherava pi o meno al vicino, e le dame avevan
molto da fare onde tener discosti i cani, i quali andavano a fiutare
le loro belle vesti con delle intenzioni indiscrete.

--Perch non avevan messo un cartello con il motto: qui non si fa
lordure! sclam Don Diego.

--Non vi sarebbero dunque che i cani che sappian leggere in questo
paese? disse Bambina. Infine, il P. Piombini comparve. Tutti gittarono
un sospiro di sollievo. Io spalancai gli occhi quanto largo potei per
contemplarlo. Bisogna convenirne: mi attendevo altra cosa. Un gesuita?
poh! Ebbene, no. Egli porta la sua grande statura molto dritta, la
testa alta e lo sguardo in avanti, quantunque gesuita. Cammina con
grazia, malgrado la sua laida sottana.  calvo sulla fronte e rigetta
indietro il resto di una capigliatura bionda e soffice. Ha l'occhio
grigio vivissimo, alterissimo, arrogantissimo;  pallido, il che
rileva la bianchezza dei suoi denti e le rose ardenti delle sue labbra
grosse ed umide. Il suo naso dritto s'insorge un cotal po'
all'estremit. La sua bella mano carezza perpetuamente un mento un po'
puntuto e sostiene la fronte, che s'inchina sotto il peso del
pensiero. Breve, egli ha una fisonomia seria, ove il sorriso
sembrerebbe straniero, se il fremito delle labbra non lo lasciasse
spuntare; dei lineamenti, di cui la gravit non altera la bellezza.

--Ci spiega una parte del suo prestigio. Tu ne sei rapita.... direbbe
_taluno_.

--Messer _taluno_ s'ingannerebbe. E non pertanto questa  la minore
delle sue seduzioni. La sua voce gitta un turbamento indefinibile
nell'anima: essa ha la dolcezza insinuante di un timballetto d'oro e
l'armonia _oleosa_, se posso esprimermi cos, delle corde del
violoncello. Egli fila la sua voce come la seta e ne fa ci che
vuole...

--Siamo intesi! la calugine del velluto, e la corda tessuta di seta e
di oro, con cui la regina Giovanna impiccava suo marito, interruppe
Don Diego.

--Tu sei pi nel vero che non pensi. Io era dunque inginocchiata,
affatto rimpetto a lui. Ho potuto esaminarlo a mio agio; perocch io
non pretendo, malgrado la beghina di monaca che trascino, di
trascinare altres il mio sguardo nel fango. Io guardo in faccia
uomini e Dio. Che ti direi? noi ci siamo studiati cos per tre ore.
Imperciocch, tenendo sempre il suo orecchio incollato al graticcio,
di destra o di sinistra, il reverendo Padre non ha cessato un solo
istante di squadrarmi. Si sarebbe detta una sfida di fascinazione
reciproca! Io sono stata vinta. Ho abbassato gli occhi. Infine, la mia
volta  giunta.

--Ah! la comincia bene, sclam Don Diego. Vediamo.

--Io mi sono avvicinata alla lamina di ottone forata a grattugia. Io
mi aspettava che il reverendo padre usasse meco come con gli altri,
vale a dire non accostasse al graticcio che l'orecchio; tutto al pi,
io temeva di sentire il mio viso appestato dall'alito di un frate che
digerisce male. Il mio sembiante era inondato di un soffio caldo,
sano, giovane, profumato. Le mie idee cominciavano a turbarsi. Io non
trovava pi n il teatro n l'attore sui quali io aveva concepito il
mio sistema di attacco e di difesa. L'incognito mi imponeva una nuova
strategia. La quale...?

--S, la quale?

--Io era venuta decisa a parlare; presi immediatamente la risoluzione
di ascoltare. Ci mi dava il tempo di riflettere. Bisognava per che
io aprissi il fuoco. Dopo aver biascicato un non so che, che aveva
l'aria di un _confiteor_, gli dissi:

Padre reverendo, io vengo qui per obbedire agli ordini di colui che
mi vi manda, ma io non so proprio che dirvi.

Chi  che vi ha ordinato di venire, figliuola mia? domand il P.
Piombini.

Mio fratello, un prete come voi, che non transige sul compimento dei
doveri religiosi.

Egli ha ben ragione, figliuola. Ma non desolatevi se non siete
preparata. Vi confesser senza ci. Ed anzi tutto, perch indossate
voi codesta tunica religiosa?

Perch la  la livrea meno costosa per le donne povere.

Non avete dunque alcune vocazione per lo stato claustrale?

Assolutamente alcuna.

Non vi fate in questo caso alcuna violenza. Dio non ha creato la
donna per la preghiera sterile e per la solitudine disperata. Egli
l'ha creata per concorrere con l'uomo alla festa della vita.

--Ah s! sclam Don Diego, la bella festa che  la vita! Ma continua.

--Dopo essersi informato del mio nome, e della mia et, del mio paese,
della nostra condizione, del nostro stato di fortuna, delle nostre
risorse e di altri dettagli, sui quali ho risposto con prudenza, il
padre Piombini mi ha domandato:

Hai tu un amoroso, figlia mia?

Oh no, per fermo, ho sclamato io vivamente, sentendomi oltraggiata.

Non vi offendete, figlia mia, ha ripreso il gesuita. L'amante  il
principio del marito. E se talvolta egli non pu essere il marito, gli
 sempre il profumo che Dio d a quei fiori divini che si chiamano
giovinezza e belt. Ora, figlia mia, negligere o disprezzare i doni di
Dio, l' un peccato. Non avete voi dunque di quegli avvertimenti
misteriosi che si addimandano i sogni?

S, ho dei sogni.

Quali specie di sogni allora?

Ma veramente non saprei troppo. I sogni? sono cos fantastici.

Qualche volta. Ma il pi sovente essi sono lo specchio dell'anima e
di Dio: Dio ci avverte; l'anima si rivela. Non bisogna dunque
trascurarli. Vediamo. All'et vostra, non si hanno che due
aspirazioni: l'amore ed il piacere. Nel sonno, l'immagine carezzata di
un giovinetto che le disse una parola soave, che l'ammali di un
languido sguardo, riviene alla fanciulla e l'agita. Ella prova allora
delle sensazioni vaghe, dei desideri misteriosi, se ella  ancora
innocente, se ha l'anima cos vergine come il corpo. Ella subisce
un'attrazione irresistibile, il suo cuore batte, il suo sangue bolle o
si agghiaccia, degli spettri luminosi traversano innanzi ai suoi occhi
e le danno dei brividi. La _donna_ si risveglia, o nasce in lei, la
fanciulla cessa: il bacio invisibile della fecondazione morde le sue
labbra. Ella ama di gi. Ebbene, figliuola, avete avuto voi di codesti
sogni che non sono un peccato, ma una rivelazione?

Giammai, risposi io arrossendo.

--Tu menti adunque! obiett Don Diego.

Bambina non rispose all'osservazione insensata di suo fratello e
continu:

Avete voi amato? amate voi qualcuno, figlia mia? soggiunse il padre
Piombini.

Non ancora, ho io risposto con voce molto commossa.

--Perch commossa? domand Don Diego.

--Ma, rispose Bambina esitando, perch la domanda.... mi sembr
strana. D'altronde non mi era io proposto d'andare a burlarmi di quel
frate e di andare a rappresentare la parte di ingenua? Egli insist:

All'et vostra, le giovanette han d'ordinario cessato di esser
fanciulle. Un cugino, un vicino, un tale che passa, un ballerino, un
libro, che so ancora? han loro appreso i misteri della vita e l'uso
dei tesori della bellezza di cui Dio le ha dotate. Alcuno dunque,
figlia mia, non vi ha detto all'orecchio: Voi siete bella, io vi amo?
Alcuna lettura non vi ha rivelato il cmpito della donna nel mondo?

S bene, ho detto io. Ma non vi ho messo pi attenzione che alle
brezze delle mie montagne che folleggiavano la sera con le anella
delle mie trecce. Io sono povera.

Le donne povere amano pure e si maritano anch'esse, ha osservato il
Padre Piombini.

Gli  possibile, ho osservato io, ma l'amore che batte i denti non
vive guari.

Come, figliuola mia, nella notti d'insonnia voi non avete giammai
pensato ad un marito? Sola, nella vostra alcova verginale, non avete
voi giammai considerato che, un giorno, un uomo sar col, a fianco di
voi, amato forse, forse subto, per.....

--Per! domand Don Diego a Bambina che si era interrotta.

--Io non ho compreso, diss'ella, diventando purpurea. Egli ha detto
tante cose, con una voce s dolce, s commossa, s tenera, che io mi
sentiva svenire sotto il soffio di quell'alito che mi bruciava il
sembiante a traverso il graticcio.

Non vi capisco, ho detto io. Io non ho insonnie n idee di marito.

Ecco il pericolo, figlia mia, ha ripreso il gesuita. Le giovanette si
perdono per l'ignoranza. Ora, il nostro dovere, di noi ministri della
Chiesa, egli  di istruirle.  mestieri che veniate a vedermi, a
vedermi sovente, figlia mia;  mestieri che io vada a vedervi. Un
confessore  un padre, meglio ancora, egli  una madre che pu con
mano sicura alzare i veli dell'innocenza senza squarciarli. Quando
avrete conosciuto il pericolo, voi sarete forte nel combattimento del
mondo. Eh, mio Dio, un prete, un gesuita, un santo  un uomo appo
tutto, egli conosce la vita e ne prova le pene ed i desiderii. Non vi
spaventate della mia severit.

--E che hai tu risposto? chiese Don Diego inquieto.

--Nulla. Egli mi ha interrogato in seguito su altre corbellerie, se io
mentiva, se aveva mangiato carne di venerd, se aveva dell'orgoglio,
se.... io teneva le braccia in croce sul petto la notte, se diceva
male del prossimo, quali cure igieniche io prendeva della.... mia
persona, se io avea... che so infine? poi ha soggiunto:

Io non vi do l'assoluzione oggi; ritornate fra due giorni. Io mi
interesso, non solamente all'anima vostra, ma alla vostra sorte. Se
vostro fratello avesse dell'abilit letteraria, io lo raccomanderei ad
un canonico che ha una voce magnifica, una memoria stupenda, il gusto
del predicare e punto d'ingegno per comporre i suoi sermoni. Egli 
ricco altrettanto che vano. Se il vostro fratello potesse scrivere
prediche, dei piccoli trattati pii per il canonico, costui sarebbe una
miniera per lui. Ed arrogi che il canonico sar vescovo.... quando
sar un po' pi attempato ed avr sbarbato dal suo cuore un amore
sciagurato. Perocch, figlia mia, noi pure sappiamo amare, al pari dei
laici, e di che amore, Dio mio! A dopo domani dunque.

--E tu hai promesso di ritornare?

--Ho promesso. Fratello, grid poi Bambina con voce disperata, ta
avevi ragione. Io non sono pi la Bambina di stamane, innanzi la
confessione. Dalle letture, io aveva intravisto un mondo d'ombre laide
o raggianti che s'incrociavano nel mio cervello come le rondini nel
cielo del nostro giardino di Lauria. La parola di questo gesuita ha
messo il fuoco ai miei fantasimi e ne ha fatto un rogo. Io ho la
febbre.  il paradiso o l'inferno che costui ha aperto innanzi ai miei
occhi? Codesto frate mi ha dato venti anni di vita in un'ora. Sono
invecchiata.

Don Diego si alz di soprassalto dalla sedia, e senza baciare sua
sorella sulla fronte come di uso, senza dire una parola, and a
coricarsi. Bambina rest a vaneggiare.

Il diman l'altro, ella torn al Ges Nuovo!




VIII.

Infrattanto..... il re prega.


Alle otto del mattino Don Diego si present in casa di Don Domenico
Taffa. Il degno galantuomo terminava di radersi, e per rimettersi
della fatica centellava una tazza di cioccolata alla crema, cui la sua
bella governante, sufficientemente scollacciata, gli presentava.

--Ebbene! dimand Don Domenico, quando la sua Ebe in grembiule si fu
ritirata.

--Ebbene, io ho seguito il vostro consiglio, disse Don Diego. Ho
mandato mia sorella a confessarsi dal P. Piombini.

--Ah! alla buon'ora. Cominciate a divenir ragionevole. Ed allora?

--Codesto gesuita  un miserabile.

--Hum! eccoci li ancora. Un miserabile! Cosa ha egli fatto insomma?

Don Diego raccont la confessione di Bambina.

--E voi chiamate miserabile un uomo che vi propone una miniera, un
canonico da mettere a partito, un uomo cui io far vescovo quando
vorr darsi l'incomodo di comperare il pastorale? In verit, abate,
voi farneticate.

--Ma voi non comprendete dunque qual prezzo dimanda quello scellerato
dei suoi benefizii?

--Or neh! che dritto avete voi ai servizi di altrui, dimando io? Chi
domine siete voi che esigete ch'altri s'incomodi per nulla onde
tornarvi gradito? Ma il mondo vive di scambi, mio brav'uomo! Senza la
reciprocit della pena e del piacere non vi sarebbe societ, quel
sere! Io non scorgo nulla nelle proposizioni del R. P., il quale  dei
miei amici, che possa offendervi. Ma, infine, se egli mettesse un
prezzo al suo favore... per Giove! io lo trovo naturalissimo. Voi
potete accettare o rifiutare; non avete il diritto di lamentarvi e
d'insultare. Io non so che diavolo venite a fare in casa mia allora.

--Voi sapevate dunque che cosa quel gesuita voleva proporre,
consigliandomi di mandare mia sorella a confessione da lui?

--Non lo sapevo, ma come non ignoro che in questo mondo non si fa
nulla per nulla,--_ex nihilo nihil fit_--io ne sospettava un pochino.

--E voi pensavate....

--Ah! gnocchi! voi mi annoiate, l'abate. Perch andate voi dal
barbiere se non avete voglia di farvi la barba? Ma ella  dunque cos
bella vostra sorella? Ella  cos bella che n' venuto l'acquolina
alla bocca perfino al Reverendo Padre?

Don Diego usc senza salutare. Don Domenico lo richiam.

--L'abate, disse egli in tuono serio, non fanciullaggini. Le occasioni
sono calve all'occipite, ha detto Rabelais; non le si acchiappano pi
quando sono passate. Ascoltatemi dunque. Mio fratello mi ha scritto di
nuovo da Salerno per chiedermi ci che avevo fatto per voi, malgrado
le vostre stranezze. Io vado a parlar oggi al ministero con qualcuno
che potr forse darvi del lavoro. Andr a vedervi in casa stasera,
prima delle dieci, perch io pranzo precisamente col canonico a cui
sembrami il P. Piombini abbia fatto allusione. Egli dimora, presso di
voi.... la notte. Taster ancora il terreno da questa banda. Basta che
la polizia vi lasci tranquillo.

--Ah! ecco giustamente ove  la pietra d'intoppo.

E qui Don Diego raccont un poco del suo colloquio con Don Lelio
Franco.

--Infatti, infatti! che volete? disse Don Domenico. Don Lelio potrebbe
bene essere un poco l'agente del conte d'Altamura... voi sapete? il
capo della reazione, l'agente segreto ed onnipotente del re. Vi
sarebbe forse qualcosa a fare anche da quel lato l. Ma voi siete un
mulo s ombroso.... Andate. A stasera.

--Che geenna che  questo paese! sclam Don Diego andandosene. Non si
esce di polizia che per cader nella chiesa, e non si spania dal prete
che per imbrodolarsi nel birro! Ah! se io fossi solo! Popolo vigliacco
ed infame, va!

Ho bisogno di dire che le ricerche promesse da Don Domenico erano
false e che egli aveva inventato questo pretesto per andare a vedere
Bambina? In fatti, alle nove della sera e' suonava alla porta di Don
Diego.

Che costui sospettasse o no dello scopo della visita, il fatto  che
Bambina si trov nel salone, vicino alla tavola, e che ella aveva
spogliata la beghina di monaca di casa. Don Domenico salut
profondamente la giovinetta, si assise sul canap a fianco al prete e
cominci a versargli la cervogia anestesiaca delle menzogne cui aveva
preparate. Tutto andava bene, molte promesse, un avvenire pieno di
fiorenti prospettive.... ma nulla per il momento. Infrattanto, il
futuro segretario generale del ministero per gli affari ecclesiastici
s'inebbriava della contemplazione di Bambina.

Ella era pi bella della madonna di Sassoferrato, cui somigliava. I
suoi capelli, un po' in disordine, le cadevano sul collo e sul petto,
cui un fazzoletto mal fermo lasciava intravedere. La luce del
candeliere la rischiarava dal su in gi, di guisa che le linee del suo
viso, fortemente bagnate di raggi e di ombre, si staccavano sul fondo
scuro della sua veste e sul color chiaro della pezzuola con un rilievo
potente. La sua mano, tirando l'ago, sembrava una colomba che
folleggiava su bianca nappa. Il respiro un po' ansioso, a causa del
visitatore e di ci che costui raccontava, dava alle labbra un fremito
elettrico. Don Domenico non le indirizz la parola. Ella lev appena
gli occhi e li port appena su di lui. Don Diego ascoltava. Ad un
tratto, l'impiegato salut la giovinetta, tese la mano a Don Diego ed
usc dal salone. Nell'anticamera, Don Domenico sclam con voce
saltabeccante:

--Signore, vostra sorella  dessa fidanzata?

--Non mica.

--Volete maritarla?

--Le giovinette sono al mondo per codesto, io m'immagino. Ma mia
sorella non ha dote.

--Insomma volete voi maritarla?

--Non ho alcun partito preso in contrario.

--Buona sera.

Don Diego lo rischiar fin gi delle scale,--non vi era lampada,--e
risal senza soggiungere motto.

Don Domenico Taffa correva come un uomo che scappa dal fuoco.

Don Diego non ripet a sua sorella il supplemento di conversazione che
aveva avuta col suo visitatore.

Il d seguente, Bambina ritorn al confessionale del P. Piombini. Suo
fratello visit qualche conterraneo, principalmente un farmacista
della strada Foria, il quale gli diede una lettera del marchese
Tiberio di Tregle. E quel marchese non era altri che il gi dottor
Bruto Zungo, di cui avremo a parlare pi oltre.

La sera, Don Diego ascoltava con ansiet il racconto della seconda
conversazione del gesuita con sua sorella, quando il barone di Sanza
arriv. Bambina impallid e si tacque di un tratto. Don Diego gli
narr il risultato della sua visita all'intraprenditore delle limosine
per le anime del Purgatorio, della sua visita al capo di ripartimento
del ministero, la visita che costui gli aveva reso, la gita a
confessione di Bambina, tacendogli per parecchie particolarit
rilevanti di tutti quei colloqui. Il barone si mostr pi freddo e
riservato che mai, si limit a constatare che Don Lelio era stato a
parlargli. La conversazione si spegneva, allorch il campanello della
porta suon vivamente. Don Diego and ad aprire. Era l'uomo alla
livrea di Don Domenica Taffa che portava una lettera del suo padrone.

--Bisogna una risposta?

--Non so _zzi pr_. Vedete.

Don Diego rientr nel salone ove era il lume, lesse e rest come
stupido. Bambina e Tiberio lo guardavano con curiosit. Don Diego
rilesse la lettera, poi rovist precipitosamente nelle sue tasche, ne
cav qualche monete bianche, e dandole al lacch disse:

--Di' al tuo padrone che gli porter la risposta io stesso.

Cosa era quella lettera? che diceva essa?

Ritorniamo su i nostri passi.

Con suprema stupefazione di Antoniella,--la vispa governante di Don
Domenico Taffa,--questi, di ritorno dalla sua visita a Don Diego,
invece di coricarsi a mezza notte e dormire come un priore, secondo il
consueto, aveva passeggiato nell'appartamento fino alle due del
mattino ed aveva passato una notte insonne molto agitata, scattando
dei monosillabi diretti a tutti i mobili. Levandosi alle sette
all'indomani, si era tagliuzzato radendosi, aveva trovato Antoniella
noiosa e seccante, il cioccolatte troppo denso, la camicia male
amidata, gli stivali poco lucidi, aveva mandato tutti al diavolo ed
era uscito alle nove, in carrozza, gittando per indirizzo al
cocchiere:

--A S. Pasquale ad Aram.

Arrivando al convento dei cappuccini aveva chiesto di monsignor Cocle.

-- uscito, rispose il frate portinaio.

--Ha passata la notte qui?

--S.

--Al palazzo reale, grid Don Domenico al cocchiere, risalendo in
vettura.

Monsignor Cocle aveva tre domicili. Il domicilio di ostentazione, nel
suo convento, a San Pasquale ad Aram a l'Infrascata, perch egli era
zoccolante. Il domicilio utile, alla Corte, perch egli era confessore
del re. Ed il suo _Parc-aux cerfs_, in casa di Lusetta, perch egli
era uomo e cappuccino. Quando cenava e passava la notte con la sua
ganza, egli diceva alla Corte che andava a raccogliersi e meditare al
convento, ed al convento, che dormiva alla Corte. La notte precedente
per egli aveva realmente dormito nel suo bel nido al monistero, ed il
mattino, dalle sette, si era recato a Palazzo.

Ferdinando II di Napoli non poteva far manco di due cose, e perci le
voleva sempre alla portata della sua voce: il boia ed il confessore.
E' non usava molto del primo, checch se ne sia detto. Ma e' faceva un
consumo spaventevole del secondo. Doveva presiedere al consiglio?
eccolo dapprima ai piedi del confessore. Doveva passare una
rivista?--perch egli era un gran capitano di riviste,--e' vi si
preparava colla confessione. Doveva recarsi al teatro? ei domandava
dapprima perdono a Dio del peccato necessario cui andava a commettere.
Andava a pranzo? ei prendeva un centellino di confessione come
vermuth. Voleva abbracciare la regina? si metteva in lena con un atto
di contrizione. Si purgava? compieva i doveri sacri della toilette?
divideva i profitti delle ladrerie con i suoi ministri? misurava un
paio di brache nuove,--ci che non gli succedeva spesso?
scappellottava i bimbi?... la confessione, sempre la confessione, la
preghiera, i sette salmi penitenziali, prima o dopo. Il confessore era
il suo Spirito-Santo, il suo uomo per ogni bisogna. E' lo alloggiava
dunque presso di s, onde non far languire il regno.... e la regina.
La sera per, quando questo confessore aveva rilasciato al re il suo
_permesso di abbracciare_, e' cavava fuori non so che pretesti di
divozione per rientrare in convento e guizzarsi in casa di Lusetta.

L'ex cappuccino non capiva gran che intorno ai comodi ed allo
splendore di un domicilio. Malgrado ci, il re albergava realmente il
suo spirituale _decrotteur_, il solo istrumento ch'egli avesse di
reale, dopo la mannaia,--lui cos spilorcio!

Se avete letto in mastro Rabelais il ritratto di fra Gianni degli
Entommeurs,--salvo il coraggio,--voi avrete il ritratto di fra
Bartolomeo Cocle, vescovo di Patrasso: giovane,--quarantacinque anni
circa,--galante, fresco, svelto, forte di mano, ardito, avventuroso,
deliberato, alto, magro, ben fesso di bocca, ben avvantaggiato in
naso, gran disbrigatore di salmi, grande sbarazzatore di messe, bel
nettatore di vigilie: per tutto dire sommariamente, vero monaco se
unqua ne fu, dopo che il mondo monacante monac delle monacherie: del
resto chierico sino ai denti in materia di breviario.

   Juenne, galant, frisque, dehait, bien  dextr, hardi,
    adventureux, dlibr, hault, maigre, bien fendu de gueule, bien
    advantag en nez, beau dspecheur d'heures, beau disbrideur de
    messes, beau dscroteur de vigiles; pour tout dire sommairement,
    vrai moine si onques en fut, depuis que le monde moinant moina des
    moineries; au reste, clerc jusques s dents en matire de
    breviaire. RABELAIS.

Il suo colorito rubicondo, la sua barba nera, i suoi occhi a fior di
testa, le sue labbra a cercine, il suo doppio mento, le larghe narici,
i bianchi denti, il comodo adipe, il pelame arruffato e nero,
indicavano bene che la natura aveva tagliato quest'uomo e lo aveva
destinato _ab eterno_ ad essere zoccolante e confessore di re.
Appetiti formidabili, scrupoli smilzissimi, desiderii irresistibili,
organi poderosi, stoffa da corazziere sciupata in tonaca, tonaca
portata da tagliacantone, croce di vescovo a mo' di bandoliera....
ecco mons. Cocle. Con ci, vernice di corte, potenza di volont per
domare le sue inclinazioni, voce resa dolce dal volere, l'olio
episcopale per rendere scorrevoli gli incastri e le ruote di questo
ordigno di ferro, ipocrisia rappresentata con maestria.

Questo aspetto marziale ed apostolico aveva sedotto un re marziale e
devoto. Monsignor Cocle faceva il _mnage_ della coscienza reale con
magnanimit: egli metteva il re sempre a suo comodo con Dio.
Ferdinando II non domandava altro. Conosceva egli la pratica del suo
confessore con Lusetta? Io penso che s; ma passatemi la sena ed io
vi passo il rabbarbaro.

Mons. Cocle terminava il suo asciolvere quando il suo amico ed
associato Don Domenico Taffa fu introdotto da lui. Erano della
medesima provincia e terra, si conoscevano dacch il vescovo non era
che semplice novizio, ed il capo di dipartimento un povero
soprannumero con cinquanta lire l'anno per tutto soldo. Don Domenico
pieg il ginocchio innanzi al vescovo e gli baci la mano. Si
principiava sempre cos.

--Pigli caff, _don Dumi_! domand monsignore levandosi da tavola ed
entrando nel salone.

--Ringrazio V. Ecc. Rev.ma. Ho preso or ora un cioccolatte
abbominevole che mi strangola ancora. Il mondo va a tutti i diavoli.
Oggid, non  pi possibile di essere ben servito che al monistero.

--L' naturale, mio Dio, poich codesti infami liberali proclamano i
diritti dell'uomo! Se si avvisassero un giorno di proclamare altres i
diritti del monaco, buona notte! noi saremmo cos mal serviti come i
borghesi.

--Ci arriver, voi lo vedrete. Al passo con cui andiamo?... Ei parlan
perfino del diritto al lavoro! Trono di Dio! il lavoro? Se
domandassero almanco il diritto di non lavorare!... A proposito di non
lavorare, io arrivo da San Pasquale ad Aram. Voi avete dunque dormito
al convento la notte scorsa, monsignore?

--Non me ne parlate! S, ho dormito al convento.

--Comprendo codesta predilezione, monsignore; vi siete pi tranquillo.

--La peste s'abbia la tranquillit! Le campane, il mattutino, i canti,
la gente che gironza pei corridoi, che cospetta, che tossisce, che
brontola, a mezzo addormita, gli sciocchi che sbagliano la porta, gli
ubbriachi che piagnucolano sui rigori dei mariti, i gatti che danno
dei cattivi esempi, la puzza del refettorio.... _Laus deo!_ amo meglio
altra cosa. Infine, perch sei tu andato fino al convento?

--Ah! ecco. Si tratta, monsignore, del successore del vescovo di
Teramo che ha avuto il buon senso di morire.

--Ebbene, codesto successore si presenta egli?

--Io ho dissotterrato una perla, monsignore. Un sant'Agostino, l!

--E tu chiami ci una perla, imbecille? Gli era gi ben troppo che
avessimo dei vescovi birri. Darcene dei santi e dei dotti, adesso?
Triplice idiota!

--Prego V. E. Rev.ma di permettermi di spiegarmi.

--Spiega, spiega. Se tu sapessi che bisogna mi danno quei galuppi nel
ripartimento dell'anima del mio penitente! Corrispondono con lui
direttamente e gli propongono i casi di coscienza dei sudditi
assolutamente come se il re fosse il papa, o il ministro della
polizia. E' riassumono la confessione di tutta la popolazione della
diocesi. Abbozzano dei progetti di miracoli per soffocare la peste del
liberalismo e scongiurare l'indifferenza religiosa. E' dimandano soldi
per costruire chiese e conventi. Si lamentano che li borghesi
insegnino a leggere ai loro figliuoli ed alle loro figliuole.
Propongono stragi di carbonari. E' dimandano dei carcami di santi che
fanno miracoli.... Che so ancora? E sono io che debbo sbrogliare tutti
codesti _patat_ e _patat_.

--Io compiango V. E. Rev.ma di tutto cuore. Nettare una coscienza
reale di tutto codesto verminaio  un lavoro eroico. Ma e' non si
tratta punto di codesto col mio S. Agostino.

--E di che dunque, allora?

--Egli ha degli scrupoli, delle delicatezze, degli sgomenti di onore,
delle virt, delle sensibilit, ma tutto codesto  mondano: nulla di
religioso e politico. Egli puzza, al contrario, il filosofo ed il
liberalastro a cento miglia. Ci  nulla. La cappa violetta del
vescovo coprir tutte quelle screpolature della coscienza e
dell'onore. Ma vi sono due altre difficolt a sormontare; e' non ha
quattrini, ed ha una giovine sorella di una bellezza angelica, come
voi non avete giammai visto, monsignore, n nel mondo, n in pittura,
n vegliando, n in sogno.

--Oh! Oh! tu l'hai dunque vista, tu? Ne saresti tu dunque innamorato!

--Io l'ho vista ieri sera.

--Ma, non ha quattrini.... ecco l!

--Si, ecco l. Io gliel'ho detto. Cosa importa a noi, a noi, la
splendida bellezza della figlioccia? Tanto pi, che, a quanto sembra,
il P. Piombini, confessore della bella madonnina si mette in uzzolo di
correr la gualdana. Noi abbiamo, noi, la nostra grassa Lusetta. _Laus
Deo!_ Quella roba l si tocca, almeno; la si palpa, la mangia,
cospetta, beve, strepita, conta gli scudi, ci cerca taccoli per darci
poscia i gaudi del raccomodamento. La ha della schiena, delle groppe,
della ciccia, l'alito forte, le braccia tarchiate e.... il resto.

--Birbo, brigante! Ringrazia Dio che stamane io mi senta di buono
umore! senza ci, ti raccomanderei mo' mo' al marchese di Sora e ti
farei rimpedulare il cervello nel bagno come liberale.

--Io dimando mille volte perdono a V. E. Rev.ma. Io non aveva alcuno
intendimento di spiacervi. Gli era un paragone involontario con quella
tosa di diciotto anni, svelta come una colonna gotica, bianca e
diafana come il vapore dell'alba, l'occhio languido dell'amore che si
risveglia, la bocca di rose che scoppietta baci, una Venere sotto la
pelle d'un cherubino, che d la vertigine dell'amore anche..... ad un
capo di ripartimento!

--Ti veggo venire, il mio libertino. E poi?

--Ma, ecco tutto. Io sono troppo, troppo povero per appropriarmi quel
diamante incomparabile. Codesto non pu ornare che una corona, una
tiara o una mitra.

--Avresti meglio fatto a cominciar dalla mitra, giacch suo fratello
vuole esser vescovo.

--Ma e' non l' mica ancora, poich non ha i sei mila ducati, e poich
la sua piccola Vergine Maria non si mette al Monte di Piet. Allora,
ei sar ci che sar. Noi abbiamo la nostra Lusetta propria a tutto,
che ci ammalia con i suoi occhi stupefatti, col suo appetito, col suo
fiato.... A proposito, fuma dessa, monsignore?

--A fe' di Dio! non lo so mica, url monsignor Cocle ridendo. Ad ogni
modo, cionca del rhum. Ma che diavolo vuoi? Ho il tempo per cacciar le
colombe, io? La vi era, nel tempo in cui la confessavo come semplice
monaco, la vi  restata. Ma tu sei il suo nemico, tu, perch ella ha
domandato la sua mancia su i tuoi affari. Ci  giusto per, e' mi
sembra.

--Che V. E. Reverendissima mi scusi. Io non sono il nemico di Lusetta,
ma il servitore rispettoso e devoto di monsignor di Patrasso. Ora,
poich il fratello non ha denari e che io non posso fargli alcuna
anticipazione sul pegno prezioso che e' possiede....

La porta si apr. Il re entr. Don Domenico rincul fino al fondo del
salone. Monsignor Cocle si alz. Il re and dritto a lui e gli baci
la mano.

--Io vado a far saggiare qualche cannone, fuso ed apparecchiato a
Pietrarsa. Vogliate ascoltarmi in confessione, disse Ferdinando II con
l'aria di chi non ha tempo da perdere.

--Avete voi fatto il vostro esame di coscienza, sire?

--No.

--Io vi ho lasciato in istato di grazia ieri sera, a dieci ore. Ma la
notte, sire, il diavolo va intorno: i cattivi spiriti scaricano sopra
di noi le loro emanazioni pestifere; nel sonno, l'anima non  in
guardia; la carne regna; le tenebre maculano.... Vogliate, sire,
prepararvi un istante. Infrattanto io riconcilio il mio vecchio
penitente ch' col, e gli do l'assoluzione.

Il re, obbediente come un fanciullo, and ad inginocchiarsi ad un
inginocchiatoio in un angolo del salone, e Don Domenico Taffa
s'inginocchi ai piedi del vescovo.

--Ascolta, disse monsignor Cocle a voce bassa. Tu sei uno scellerato
affezionato, ed io ti parler con tutta franchezza, come sempre,
poich tu conosci tutti gli affari miei. Intrattieni la speranza nel
fratello e non lasciar cader la sorella fra le unghie del gesuita. Una
bellezza di quel calibro  un agente potente cui non bisogna far
cadere nelle mani dei nemici. Io rifletter... ho a riflettere su
tante cose.

--Ho paura che non ci prevengano.

--Ecco appunto ci che bisogna evitare. Io non ti nascondo che sono
diabolicamente stufo di Lusetta.

--Lo credo bene.

--Tu non dubiteresti mai che quella cialtrona m'abbia gittato l'altra
sera un candeliere alla testa!

--Bah! una testa di vescovo  oliata! il liquido della lampada non vi
fa macchia.

--Se il re non fosse l, io ti darei del mio piede tu sai dove.

--Io riceverei con riconoscenza codesto segno d'amicizia di Vostra
Eccellenza Reverendissima.

--Dunque, io sono deciso a romperla con quella figlia di Satana, tanto
pi che la diviene di una esigenza intollerabile, che la citt
comincia a cianciare su queste mie pratiche, e che le si vanno a
proporre affari, cui ella m'impone sollecitare. Tu vedi dunque, che
bisogna ad ogni costo che io la lasci.

--Allora, voi sareste deciso a dare un vescovo alla chiesa di Teramo
per nulla ed a compensare i condivisori?

--Parleremo di ci pi tardi. Tu vedi che il re attende.

--Che attenda. Io sono qui al tribunale della penitenza, e non spreco
i sacramenti. Dunque voi v'incaricate del fratello. Ma io non ho detto
ancora a Vostra Eccellenza Reverendissima che bisogner pensare
altres ad un altro, forse....

--A chi dunque?

--A ci che ho potuto capire, vi  sotto cappa un fidanzato. Cosa
ammirabile! Un marito? una bandiera che copre la mercanzia!....

--Che diamine  codesto fidanzato che tu metti in scena adesso? Posso
farlo mandare in galera?

--Non ne so nulla ancora. Ne ho inteso parlare. Gli  a vedere. Gli 
ad intendersi.... Voi comprenderete che un marito non pu solamente
subire le perdite nell'affare....

--Ma se penso al marito, posso ben dispensarmi di pensare al fratello,
e' mi pare! Ora, io preferisco colmare il marito.... capisci!

--Il turba-feste! comprendo a maraviglia. In questo caso, io mi metto
in campagna con prudenza e spero....

--Diamo scacco al gesuita. Io trovo quei rettili sotto tutti i miei
passi.

--Lasciate che io dia questa prova della mia devozione a Vostra
Eccellenza Reverendissima.

--_Ego te absolvo in nomine patris et filii et spiritus sancti...._
borbott a voce alta monsignore, dando l'assoluzione e squartando dei
grandi segni di croce.

Don Domenico si alz, baci la mano del vescovo, pieg il ginocchio
innanzi al re ed usc a rinculo.

Il re and a sua volta a mettersi ai piedi del santo uomo.

Don Domenico si rec al ministero e dette ordine che non lo si
turbasse, avendo un lavoro importante a fare per il ministro. E' si
mise allora al suo tavolo e cominci a riflettere ed a scrivere.

Ei minut e lacer per lo meno venticinque bozze, alzandosi,
passeggiando, affacciandosi al balcone per ispirarsi alla vista del
cielo e del mare. Ei si batt la fronte, fiut il tabacco, fum una
dozzina di sigari, si prosciug la fronte come un uomo che suda,
infine mise alla luce le linee seguenti:

    Gentiliss. e riveritiss. sig. Abate,

Le persone di spirito sopprimono i preamboli: esse s'intendono di una
parola. Io non vi scriver dunque che questa parola: io sono stato
fulmineamente colpito di amore per la signorina vostra sorella. Ve la
dimando in matrimonio. Voi conoscete la mia posizione. Il mio
ministro, e S. Ecc. Reverendissima, mons. Cocle, assisteranno al
contratto. Io non voglio dote. Io m'incarico della felicit della
signorina vostra sorella e del corredo di nozze, non che dell'avvenire
della famiglia. Accogliete, vi prego, la mia domanda con la semplicit
ed il disinteresse con cui io ve la indirizzo, e rendetevi interprete
presso vostra sorella di tutti i miei sentimenti devoti ed ardenti.
Qualunque sar la vostra risposta, voi mi permetterete di dirmi sempre

                Napoli, il 2 maggio 1847.
                          Vostro amico sincerissimo
                              Domenico Taffa,
                      Capo di Rip. al ministero del culto.

Questa lettera gitt Don Diego nello stupore. Egli contempl sua
sorella con un'attenzione ostinata, come se avesse voluto scovrire nei
tratti della giovinetta la sorgente di quei miracoli, poi grid come
un uomo stordito, indirizzandosi a sua sorella ed al barone di Sanza:

--Io non posso contenermi. Bisogna che vi legga la lettera.

E la lesse. Bambina si copr il viso con ambo le mani per nascondere
la sua commozione. Tiberio sorrise leggermente senza manifestare il
minimo turbamento.

--Che mi consigliate voi, amico mio? dimand Don Diego.

Il barone si lev, prese il suo cappello e rispose:

--Io conosco quell'uomo. Egli vuol essere consigliere di Stato,
segretario generale del suo ministero, forse anche ministro. Bambina 
il prezzo di quei posti.

Ei salut ed usc, udendo Don Diego che mormorava come atterrato:

--Suicidarmi, divenir spia, prostituire mia sorella: ecco la mia
sorte! No: Dio non c'!

Bambina che accompagnava il barone di Sanza, gli susurr a voce bassa:

--Avrei da parlarvi.




IX.

La tempesta si addensa.


Bambina rest sotto le armi tutta la giornata seguente; il barone di
Sanza non comparve.

Don Diego usc di buon'ora volendo evitare una spiegazione con sua
sorella, e non rientr che la sera. Egli vide Don Domenico Taffa, lo
ringrazi dell'onore che gli aveva compartito, chiedendogli la mano di
Bambina; accett la proposta condizionatamente; dimand una settimana
di tempo per presentarlo a sua sorella, quel tempo essendogli
necessario per sciogliere la sua parola col conte di Craco che
destinava la giovinetta al barone di Sanza; disse che costui non gli
sembrava punto tenero della sua fidanzata: promise che Bambina non
andrebbe pi a confessarsi.... breve, mischiando vero e falso,
accomod le cose in modo che gli si accordarono di buona grazia alcuni
giorni per riflettere. Don Diego voleva penetrare i disegni altrui,
dissipare il caos della sua anima e della situazione, scandagliare
Bambina, pesare la sua risoluzione.

La serata fu triste e silenziosa. Don Diego trangugi prestamente la
pietanza che, preparate pel desinare, serv di cena. Bambina succhi
qualche ciliegia. Il tempo della miseria rassegnata e lieta della
provincia era passato. Essi subivano al presente la miseria
preoccupata ed ambiziosa, avvelenata da tentazioni colpevoli e da
brame disoneste. Non dissero una parola sul pensiero che li
preoccupava, non fecero un'allusione alla lettera della sera
precedente: il pensiero del fratello e della sorella nonpertanto non
volgeva che su quella. Il filo che metteva in comunicazione questi due
esseri era spezzato. E' si ripiegavano in s stessi, adesso: ciascuno
aveva il suo mondo di visioni a contemplare.

Oppressa da quel silenzio. Bambina and a coricarsi di buon'ora. Don
Diego ronz pel suo alloggio fino ad un'ora del mattino. Che pensava
egli? Egli giudicava la societ, in mezzo alla quale e' viveva, come
Regolo nella sua cassa guarnita di punte di ferro.

Alle sette del mattino, ud picchiare. Era una serva con una lettera
del canonico Pappasugna, che lo pregava di passare da casa sua, prima
delle undici, essendogli stato raccomandato dal padre Piombino.

Bambina non era ancora alzata. Don Diego si vest ed usc senza
vederla. Bambina aspett il barone di Sanza fino a mezzod. Poi, ruppe
in lagrime e, senza riflettere a ci che facesse, un'ora dopo si trov
inginocchiata innanzi al confessionale del padre Piombini. La chiesa
immensa del Ges Nuovo era deserta.

--Io vi aspettava, disse il gesuita.

Questa parola dette a Bambina la coscienza di s stessa. Un nuovo
accesso di lagrime la prese, il singhiozzo la soffoc. Il gesuita
prov di consolarla e, parola per parola, frase per frase, le carp il
racconto della lettera di Don Domenico Taffa, del commento del barone
Sanza, della sclamazione desolata e terribile di suo fratello, del
ritrovo domandato e non ottenuto del giovane conterraneo a cui essa
desiderava indirizzarsi per un consiglio.

Il gesuita intravvide un innamorato nel barone di Sanza, e quindi un
terribile ostacolo a demolire.

Il colloquio fu tempestoso, quantunque Bambina distratta ed affannata
non rispondesse che per monosillabi. Il padre Piombini, esaltandosi
per gradi, obbliandosi, cieco, inconsciente quasi, fece in fine
esplosione:

--Io ti amo! disse egli con voce strangolata. Sei tu contenta adesso
che mi hai strappata questa terribile parola? Perch sei tu ritornata?
Io godeva della pace da parecchi anni. Io credeva che il mio cuore
fosse disseccato. Tu vi hai messo tutte le fiamme dell'inferno. Io non
sono stato sempre gesuita. Io era il conte Bonvisi. Io fui marito di
una donna amata. Io fui alla corte di Vienna ambasciatore del duca di
Modena. Io era ricco di un milione.... Io aveva gittato tutto ci in
una tomba. Tutto ci pu risuscitare. Vuoi tu essere mia? Vuoi tu
avere piet di me?

Bambina si alz e si slanci fuori la chiesa come una colomba
morsicata da un serpente. Era stata ella colpita?

Il barone di Sanza che si present da lei verso le cinque, la trov
ancora tutta sconvolta. Ella si guard bene dal dirgliene la ragione,
e, cosa pi grave ancora, ella tacque altres a suo fratello questa
visita fatta al gesuita. La devastazione si operava nella sua anima.
Ella aveva tanto desiderato l'abboccamento col suo compagno d'infanzia
di Lauria, ella aveva provato un'ansiet malaticcia pel ritardo di
lui, ed ora che colui era quivi per ascoltarla ella ne sembrava
contrariata. Ahim! Bambina aveva cessato di essere fanciulla e la sua
coscienza non era pi vergine. Il confessore aveva violata
quell'innocenza come un calabrone profana la corolla della rosa. Ah!
se le madri avessero il pudore dell'incredulit e dell'empiet, quante
pi fanciulle entrerebbero nella stanza nuziale col candore
dell'infanzia!

--Scusatemi se ieri non mi sono recato al vostro appello, disse il
barone di Sanza. Io sospettai perch avevate desiderato parlarmi e
voleva avere qualche cosa a rispondervi.

Questo tuono cerimonioso e solenne mise il colmo al turbamento di
Bambina. Ella, che l'anno scorso ancora chiamava il barone corto corto
Tiberio, ed egli che le dava del tu! Quale accidente si era dunque
rizzato tra loro e li aveva cangiati cos? Bambina port gli occhi sul
giovane onde assicurarsi se era proprio lo stesso, che l'anno scorso,
alle vacanze, a Lauria, le aveva susurrate di cos dolci parole e che
aveva aperta alla sua fantasia la porta dei sogni d'oro.

S, mia povera figliuola, gli  bene lo stesso individuo, ma non  pi
la medesima maschera, non  pi la medesima scena, non sono pi le
medesime circostanze. Lo studente in via di divenir diplomatico, che
dalla capitale cade in provincia e che incontra nella casa di suo
padre questa perla di bellezza e di purit, si sarebbe creduto
disonorato se non le avesse spippolato qualche madrigale,--sopra tutto
dopo aver passato i begli anni dell'infanzia insieme a cercar nidi, a
giuocare a mosca cieca e dar la caccia alle farfalle il giorno ed alle
lucciole la sera. Ma a Napoli, ma essendo uno dei _lions_ della moda,
ma penetrato di gi nel tempio di Iside della carriera diplomatica, ma
in faccia alla poveretta affagottata in un astuccio di monachetta,
lui, il barone di Sanza, tu la figlia del sarto.... ah! povera
figliuola, di', di' dunque,  questi il medesimo uomo? Se il barone di
Sanza non fosse stato un giovane d'onore, egli avrebbe, tutto al pi,
divisato di far di Bambina un tastullo d'amore. Ma egli rispettava ci
che suo padre stimava: il carattere del fratello, l'innocenza della
sorella.

Tiberio aveva ventitr anni, ma sembrava pi attempato. Portava tutta
la barba,--quel primo getto della giovinezza, soffice e vellutato, che
s'imbeve di sole e corrusca di quel color d'oro tanto caro a Tiziano
cui ammiriamo nel ritratto di Carlo V. Aveva occhi verdi, ma vivi, ci
che ne faceva scomparire la fredda ferocia; la pelle bianca
lenticchiata, ci che toglieva alla sua costituzione i sintomi della
debolezza. I suoi lineamenti erano belli, somiglianti a quelli di
Cesare Borgia. Era alto e ben proporzionato, ci che aumentava
l'eleganza del suo portamento e delle sue maniere. La sua solennit
affettata mascherava la lentezza della sua intelligenza, la quale
aveva bisogno di riflettere per comprendere. Il suo cuore, anch'esso,
si commoveva con calma. La natura lo aveva dotato di un'organizzazione
linfatica; ma il barone di Sanza aveva avuto la scaltrezza di farsi un
merito di questa opacit e di far passare questa indigenza di vitalit
per l'opera della volont.

La sua istruzione non era estesa, ma era solida. Aveva il giudizio
dritto, il sentimento della giustizia, l'amore della libert, bench
non ripugnasse alla monarchia. I suoi costumi si modellavano su quelli
dell'aristocrazia inglese o piuttosto quella parte dell'aristocrazia
inglese che si d alle pubbliche funzioni. Ascoltava bene, conservava
il segreto con fedelt, aveva il coraggio dell'uomo che si stima e che
ha la coscienza di fare il suo dovere in tutto ci che fa. Aveva avuto
due duelli con due ufficiali svizzeri, cui aveva feriti. Il mondo lo
ricercava. Le giovanette ne almanaccavano come di un buon partito,
bench il barone fosse relativamente povero.

Per isventura, egli non sentiva il bello,--al di l della forma
essenzialmente plastica. Avrebbe avuto un'eccellente stoffa di
magistrato. Ma gli mancava la penetrazione subita, necessaria, anzi
indispensabile al diplomatico. Dava le traveggole per in modo
rimarchevole, per la composizione attenta del suo viso ed il riserbo
delle sue parole.

Bambina non conosceva questa faccia del suo amico d'infanzia, il quale
avrebbe creduto, essendo giovanotto, di derogare se non fosse stato
galante. Tanto peggio se Bambina aveva capito altrimenti. Ella si
trovava adesso in presenza della disillusione. Ma che importa? lo
stupore  l'ostinazione dell'anima.

--Signor barone, disse ella biascicando le parole, vi domando scusa di
avervi incomodato. I provinciali hanno una facilit deplorevole ad
ingannarsi sulla natura delle convenienze sociali. Io aveva confuso il
barone di Sanza di Napoli col Tiberio di Lauria.

Bambina aveva nell'accento un'amarezza che non isfugg al barone. E'
rispose:

--Confondeteli sempre quando l'uno o l'altro possono rendervi qualche
servizio. Io sono venuto per questo.

--Grazie. Io non ho pi bisogno di nulla. Voi diceste un motto l'altra
sera che gett il terrore nel mio spirito. Volevo dimandarvi qualche
spiegazione per guidarmi nella mia decisione. Adesso ho riflettuto ed
ho preso un partito da me sola. Non sono forse ben sola?

--Ne ho paura, replic il barone. Vostro fratello insorge contro il
destino e contro l'ordine naturale delle cose. Egli ha delle ambizioni
forse precoci. Egli bazzica con persone spregevoli. Egli vi espone a
delle dimande in matrimonio che sono un marchio d'infamia per una
giovinetta come voi. Bambina. Egli patteggia col male. Don Lelio
Franco ha diffidato forse dei suoi principii e l'ha eliminato
pulitamente dal suo ufficio. La polizia non insiste pi per rinviarlo
da Napoli. Egli....

--Basta, grid Bambina con alterezza, alzandosi. L' noto: la sventura
e la miseria sono criminose. Se questo disperato si strascina sulle
mani e su i piedi per salvarsi dall'oltraggio dell'ingiustizia, egli
ha torto: si sospettano le sue vedute, si crivellano le sue parole, si
anatomizza la sua anima come un cadavere per osservarvi la causa della
morte. Che bisognava fare? Egli si annega. Ha desso il diritto di
trovar sporca la mano che si sporge per salvarlo, quando le mani
bianche e guantate si ritirano per paura di sporcarsi toccando dei
cenci? Povero fratello!

E ruppe in lagrime. Il barone volle prenderle la mano. Ella la ritir.

--Io non voleva affliggervi, disse il barone dopo un istante di
silenzio, ma rischiararvi e spiegarvi il mio riserbo e la mia
esplosione poco misurata dell'altra sera. Non mi fate l'ingiustizia di
credermi indifferente al vostro destino.

--Il mio destino  nelle mani di Dio. E' non mi resta che lui. Un
giorno io ebbi forse l'ingenuit di sognare che un altro se ne sarebbe
incaricato. Ho abbandonato quel delirio. Noi lottiamo tutti per nostro
proprio conto.

--Se  un rimprovero che m'indirizzate, signorina, io temo forte
ch'esso non sia ingiusto. Tra i sentimenti che noi proviamo, veri,
profondi, santi, ed il soddisfacimento che possiamo dar loro, si
frappone il mondo con le sue esigenze, le sue regole e le sue
convenienze. Tiberio esiste sempre, ma egli  subordinato al barone di
Sanza ed alla societ che lo attornia. Ve lo confesso in tutta
sincerit: io non ho trovato sul mio cammino della vita alcuna
giovinetta pi bella, pi pura di voi. Nessuna delle fanciulle che ho
strette sul mio cuore al ballo, a cui ho indirizzato una parola in
societ, non m'ha tocco pi di voi. Io non amer forse giammai una
donna, poich non ne incontro alcuna che vi rassomigli. Ma io sar
forse obbligato di rinunziare alla felicit che ha incantati tanti
giorni della mia vita.

--Voi mi renderete giustizia, almeno, sclam Bambina, che io non ho
nulla fatto n per darvi n per togliervi codesta felicit.

--Io vi rendo questa giustizia. Voi non siete n civetta n ambiziosa.
La fantasia pu esaltarvi; ma voi ignorate il calcolo. Voi non avete
dunque nulla a rimproverarvi, e voi non mi rimprovererete nulla,
voglio lusingarmi con questa speranza, quando saprete la situazione
precaria in cui vivo, in cui parecchi fra noi vivono. Io sono
impegnato in una mischia terribile, nella quale giuoco tutto, fortuna,
avvenire, vita e felicit. Io non mi appartengo pi. Che io esiti
solamente e sono disonorato. Qualunque distrazione  un tradimento.
Posso io, di' Bambina, Bambina dei giorni raggianti della nostra
infanzia, posso io caricarmi dei destini di una donna, nel cratere di
questo vulcano? Io non aggiungo altro. Ho forse il torto di averne gi
troppo detto. Ci che succeder all'indomani del trionfo o
all'indomani della dirotta, Dio solo lo sa. Ma dirotta o trionfo che
la sorte ci appresti, un abisso ci separa. Tu non puoi essere n la
moglie di un forzato, n quella d'un ambasciatore.

--Perch no, la moglie di un forzato? replic Bambina.

--Perch ti offrirebbero la vita, la libert d tuo marito in cambio
del tuo onore, e che tu l'ameresti troppo per non trovarne il cambio
esorbitante.

Segu un momento di silenzio. Bambina intravide un altro aspetto della
vita. Ella non os quindi domandare: Perch no la moglie di un
ambasciadore, poich ambasciadore vi ? Rispose invece in tuono umile:

--Io mi rassegno; e non  un merito, avendo mai sempre sperato s
poco. Solamente, ve ne scongiuro, non mi lasciate nel vago. Voi avete
accusato mio fratello e l'uomo che domanda sposarmi. Formulate le
vostre accuse. Io debbo pigliare un partito.

--Ebbene, non precipitate nulla. Gli avvenimenti incalzano ed essi vi
rischiareranno. Quel Don Domenico Taffa  un miserabile senza dubbio.
Ma egli vi ha vista; perch non si sarebbe egli violentemente acceso
di voi poich altri lo furono?

--Infatti! sclam Bambina sorridendo con amarezza.

--Se il suo amore  vero, egli persister, continu Tiberio, deciso a
non comprendere le illusioni di Bambina. D'altronde io lo far
sorvegliare.

--Che tristo mestiere! proruppe Bambina. I birri ci sorvegliano per
salvare la societ; son dessi meno orridi per ci?

--Allora, io mi asterr. Quanto a vostro fratello....

--Ah! fate attenzione....

--Quanto a vostro fratello, si diffida di lui. Il suo pensiero 
malato: le sue tendenze non sono buone. Ma alcun atto, fin qui, non 
stato allegato contro di lui. Io lo difendo ancora. Il suo carattere
fosco, la sua aria incerta, il suo approccio poco simpatico, la sua
timidezza, giustificatissima del resto, possono occasionare qualche
equivoco. Ci  di gi troppo al suo posto. Tutto ci, preso insieme,
gli nuoce, vi nuoce, m'impone una grande circospezione. Voi vedete
allora. Bambina, perch....

--M'avendo detto l'anno scorso: io ti amo! interruppe Bambina, voi mi
dite quest'anno: tu non puoi essere la moglie n di un forzato n di
un ambasciatore! Il cuore non ha nulla a vedere l dentro, non  vero?
Perch codesto monello si mette desso ad amare senza consultare
l'almanacco di Gotha ed il termometro politico? Correre il rischio di
amare la sorella di una spia? orrore! Ebbene, signor barone, davvero,
quando voi sarete ministro, bisogner stabilire un lazzaretto per i
cuori nella situazione... del mio. Vi si vedr chiaro almeno, dopo
aver purgata la contumacia. Ma non parliamo pi di ci. La questione 
esaurita. Io sono libera.

--Della calma, Bambina, della calma, disse Tiberio alzandosi. Non si
gettano gli amici dalla finestra con tanta leggerezza, per un dispetto
inopportuno. Mia madre e mio padre vi amano; io vi ho sempre cara pi
che sorella. Malgrado il vostro risentimento io m'interesser dunque a
voi. In tutte le peripezie della vita, voi non avete che a dire una
parola per vedermi presso di voi. Non ci diciamo addio dunque.
D'altronde io ho il convincimento che i sospetti che sorgono contro
vostro fratello, si dissiperanno.

--Non una parola di pi su mio fratello, ve ne supplico. Torturatemi
tanto che vi piace, ma non sporcate, neppure col pensiero, questo
sventurato che lotta in mezzo al naufragio. Voi non eravate crudele un
tempo. Parlategli, spiegatevi con lui, dimandategli ragione della sua
vita, della sua anima, scandagliate quel cuore che  un abisso di
dolore. Ei non vi nasconder nulla.

--No, figliuola mia, ci non si pu. Io non sono il suo giudice
d'istruzione. Io vi ho riferite, come un fratello a sua sorella, le
terribili insinuazioni che corrono sul suo conto. L'avvenire lo
giudicher, ne son certo. Ma io non posso dimandargli ch'ei si
difenda. Dovrei cominciare per significargli i suoi accusatori ed i
suoi giudici,--ci che io non posso. Nel nostro partito, noi
giudichiamo gli atti. Ebbene, ch'egli cessi di frequentare Don
Domenico Taffa e di mandarvi a prostituire l'anima al confessionale di
un gesuita.

Quest'ultima parola cadde come il fulmine sul capo di Bambina. Ella
divenne cadavericamente pallida, ed articol appena le parole:

--Addio, Tiberio.

--No, cara piccola sorella, a rivederci. Mia madre piangerebbe dei
vostri guai come dei miei.

--Oh! ditele, ditele pure, grid Bambina piangendo, che io l'abbraccio
dal fondo del cuore.

--Io le mander questo bacio, rispose Tiberio, baciandole castamente
la fronte.

Ed usc. Bambina sent come qualche cosa che si spezzava in lei. Il
cielo radioso della sua infanzia e della sua adolescenza si tinse di
nero. Pi nulla indietro di lei; innanzi a lei, il fantasma mostruoso
dell'infinito. Ella rest parecchie ore in quello stato di
ammutolimento, senza pensare, ma provando mille dolori invisibili ed
incogniti, come se avesse galleggiato in un'atmosfera in cui ogni
molecola  una punta d'ago. Il grido disperato del gesuita e l'addio
di Tiberio si precipitarono sopra di lei come due flutti spaventevoli
che la faceano roteare a guisa di un granello di sabbia preso in una
tromba nel deserto. Ella avrebbe pregato, se glielo avessero
insegnato.

Povera fanciulla, il turbine scherza con un bricciolo di lolla!

Don Diego entr.




X.

L'esplosione.


--Tu vai a spiegarti, non  vero? grid Bambina gittandosi al collo di
suo fratello. Tu mi proverai che ci  falso, non  vero?

Don Diego si trovava nella situazione di spirito la pi dolorosa e la
pi contrastata. Aveva subti nuovi affronti e nuovi disinganni.

Dopo aver lavorato tutto un giorno ed aver messo a luce un capolavoro
sotto le strette della disperazione, un balordo gli aveva dichiarato
che la sua elucubrazione era un'assurdit. Il canonico Pappasugna, a
cui il gesuita l'aveva raccomandato, gli aveva dimandato un panegirico
sull'Ascensione. La cosa urgeva. Don Diego si era rinchiuso nel
gabinetto del canonico ed aveva composto un magnifico pezzo di
eloquenza pieno d'imagini nuove e poetiche. Egli aveva seguito di
pianeta in pianeta, di stella in stella, d'empireo in empireo, il
Cristo ancor uomo che si eleva nei cieli sur uno strano veicolo, perde
a poco a poco la vista del suolo, percorre gli spazi infiniti seminati
d'astri e scorge infine Dio,--l'immensa armonia,--come il centro di
queste armonie... Ma non uno dei luoghi comuni stupidi, consacrato
dalla rettorica dei vecchi predicatori, non una parola di teologia,
nessuna trivialit.

Il canonico non aveva gustato la novit, riserbandosi nondimeno di
apprendere e di recitare il panegirico e di giudicarlo in ultimo
appello dall'effetto che produrrebbe sull'uditorio, il 21 maggio
prossimo. Ei non aveva pagato il prete di cui si appropriava il
lavoro. Ne aveva criticato l'ortodossa, la lingua, lo stile, le
imagini scientifiche e laiche, le ali dell'ode che aveva date al
discorso. Vivamente contrariato, Don Diego aveva lasciato il canonico
senza salutarlo, ridendogli sul muso con sprezzo e dichiarandogli
ch'egli non lavorerebbe mai pi per lui, ad alcun prezzo. Nella
strada, egli era stato urtato da un birro, che lo aveva poscia
inseguito ed apostrofato coprendolo di villanie. Al canto del vicolo
una giovane donna in cenci, dimandandogli l'elemosina con ansiet
febbrile, gli aveva detto:

--Voi siete felice, soccorrete la miseria!

Tutto ci aveva portato l'esasperazione di Don Diego al diapason della
rabbia. La bordata con cui Bambina l'accolse arrivava male a
proposito. Ad ogni modo, non la comprese, poich dimand:

--Spiegare che cosa? provare che cosa?

--Ma, bont di Dio? essi dicono che tu sei un traditore, una spia, che
so ancora? e che tu mi vendi.

La misura traboccava. Don Diego si ferm di un tratto, prese sua
sorella dalle due spalle, l'inchiod sul luogo, fiss su di lei due
occhi elettrici iniettati di sangue ed url:

--Chi? chi dice ci?

Bambina non aveva giammai visto suo fratello in uno stato simile
d'eccitamento. Ella trem e balbuzi, non volendo tradire il segreto
della visita di Tiberio, come gli nascondeva pure la sua visita al
gesuita.

--Lo si dice... la citt ne parla... una lettera anonima che ho
gettata al fuoco... qualcuno che mi ha avvicinata in istrada...,
infine, l' cos: ti sospettano.

--Sciocca! tu hai visto il barone di Sanza, rispose Don Diego,
lasciando sua sorella che piegava sotto la sua pressura. Non mentire:
tu l'hai visto. Ebbene, sia.

-- dunque vero?

--Non lo  ancora, ma lo sar.

--Oh fratello, fratello! grid Bambina singhiozzando.

--Silenzio, bimba. Non son io che l'ho voluto; non sei tu che l'hai
provocato: l'abisso invoca l'abisso; ebbene cadiamoci.

--Tu mi riempi di terrore.

--Stolidezze! Noi siamo in questa citt una eccezione balorda, e vi
facciamo scandalo. Ecco perch, non potendoci accusare, ci sospettano.
Che ci accusino allora, e tocchiamo almeno il prezzo dell'infamia,
poich ce ne affusolano la livrea. Ah! io tradisco? ah! io ti vendo?
Dio e fulmini! sia. Io tradir e ti vender.

--Tu deliri, dunque, Diego?

--No. Io ho delirato fin qui, quando ho creduto che l'onore e la virt
avessero un prezzo presso gli uomini, quando ho pensato che la miseria
poteva essere una sventura e non il bersaglio agli oltraggi. Io
comincio a ragionare alla fine. Io frango il mio guscio di provincia.
Io sputo sulle mie idee barocche di probit e di fedelt. Io mi burlo
del vecchio guazzabuglio della distinzione del bene e del male, che io
aveva appreso dai filosofi, nella storia e nella vita. Voi lo volete?
ebbene, io sar come voi: a briganti, brigante e mezzo.

--Ah! Diego, se nostro padre e nostra madre sorgessero dalla fossa e
ti udissero!

--E' comprenderebbero perch sono crepati, l'uno sarto tisico, l'altra
tessitrice alla giornata, per rammollimento della midolla spinale. Io,
io morr vescovo; tu, tu morrai grande e ricca dama.

--Ma chi dunque ti ha pervertito cos in qualche ore?

--Essi, essi! per Dio! Io non avrei dimandato nulla di meglio che di
restar tranquillo e miserabile nel fondo della mia provincia, nella
nostra povera casa, vivendo nel mondo ideale dei libri, reprimendo
l'ambizione, i desiderii, i bisogni, facendomi oscuro e piccolo,
sorvegliando il tuo candore e non sperando null'altro in vita mia che
vederti maritata ad un artigiano laborioso come i nostri parenti. Chi
 che mi ha sbarbato da quella terra madrigna, da quella casa
crollante, dal suo onesto focolaio? Chi  che ci ha trasportati qui?
Un vescovo, il quale, col medesimo colpo, mi strappa il pane dalla
bocca, l'onore, la pace, il presente per me, l'avvenire per te.

--Ah! gli  pur vero! balbett Bambina.

--Qui, io avrei ben voluto vivere del mio lavoro, del mio mestiere,
fare il mio dovere nell'oscurit, darti il pane, il ricovero, la
prosperit, la gioia del cuore, la pace per il momento... Chi  che si
 gittato a traverso del mio cammino? La polizia. Tu non dirai la
messa; tu non insegnerai; tu resterai perpetuamente sotto i nostri
artigli; tu denunzierai; tu prostituirai tua sorella; tu farai getto
della tua anima; tu propagherai la corruzione nel popolo; tu spierai i
guaiti dell'infortunio e ne formulerai un rapporto per il ministro
della polizia... ecco! Voglio io resistere? mi si tende una trappola
ove noi cadiamo senza onore, feriti, gualciti, infamati anzi tratto,
dileggiati, soli, sotto i piedi di accusatori infami. Voglio io
lottare? non ho armi.

--Mio Dio, mio Dio! che abbiam dunque noi fatto a Dio, che ci tratta
cos?

--Lasciamo Dio e pensiamo agli uomini. Son dessi che fanno il male, ed
 ad essi che occorre renderlo.

--No, no: restiamo vittime, sclam Bambina. Sovvienti, Diego, delle
parole di nostra madre, accanto al nostro povero fuoco, quand'ella non
poteva pi lavorare: Coraggio, figli miei, diceva la povera donna, Dio
non paga il sabato.

--N la domenica, n il luned, n alcun giorno della settimana.... Io
attendo il mio salario da quarant'anni. Giammai. Il dado  gettato. Io
voglio esser vescovo. Io l'ho promesso a mons. Laudisio. Io me lo son
giurato. Mi domandano seimila ducati. Non li ho, non li avr mai a
meno che non vada ad arruolarmi come brigante nella banda di Talarico.
Se io avessi un segreto di Stato a mettere a partito,--uno di quei
segreti che fanno marciare i complici, che s'impongono al re, di cui
si traffica come d'un diamante, quando il coltello od il veleno non
saldano la reale riconoscenza...--Ah! se io avessi un segreto di
questa natura... io forzerei il pastorale a venirsi a collocare fra le
mie mani. Ma non vi sono che i ministri ed i grandi confessori che
posseggono di cotesti segreti, ed essi ne usano per loro proprio
conto. Che mi rimane allora? Te, Bambina, te mia pura, bella, fragile
e santa creatura.

--Me! e come? sarebbe dunque possibile? sarebbe dunque vero?

--Ascoltami bene, figlia mia. Io ho capito infine il gioco di quel Don
Domenico Taffa che ti domanda in matrimonio. Il barone di Sanza aveva
ragione. Egli  un uomo infame, un ambizioso abbietto, e che vuol
essere segretario generale o consigliere di Stato e che trafficherebbe
di te per il suo unico profitto. Ed io! io resterei gocciolone come
prima.

--Avevan dunque ragione?

--Avevan ragione, ma s'ingannavano su questo: poich bisogna
assolutamente che tu sii il prezzo dell'ambizione di qualcuno, tu lo
sarai della mia.

--Diego! no, non sei mica tu che parli cos.

--Son io, proprio io. Io sono deciso e tu mi salverai, Bambina. Io non
so troppo ancora ci che far. Io mi aggiro come un cieco in mezzo di
quest'orrido mondo, mi smarrisco. Io non conosco ancora la via
dell'infamia dorata, vado a tastoni, scandaglio... Ma, sii tranquilla;
finir per orientarmi. Solo, non posso nulla. Poi, un uomo che cade,
cade per sempre; la sua perdita  irreparabile; il tempo lo sprofonda
sempre pi, nulla n alcuno non lo rilevano. La macchia dell'uomo 
incancellabile: la porpora di re o di cardinale, i ciondoli di
diamanti, la mozzetta di papa, la livrea di ministro, l'uniforme di
generale... nulla vale! l'infame resta infame. Se i contemporanei
taccionsi, la posterit grida con tanta pi veemenza. Io mi perderei
con un profitto minimo e lo spettro del mio delitto m'avvilupperebbe
del suo eterno riflesso. Gli stolidi! E' paventano ch'io li tradisca?
Ho troppo spirito per non precipitare s a fondo, per non darmi a
merc per cos poco. Io penso, al contrario, impormi loro e
soppannarne la mia fortuna.

--Tu mi sollevi di un gran peso, Diego, sclam Bambina. Rinunzia per
al resto.

--No, Bambina, tu non mi abbandonerai nel mio naufragio. Tu sola, tu
puoi salvarmi, salvarci. La caduta di una donna non lascia tracce
indelebili. Si ha piet di lei. Si obblia, si perdona, si compatisce,
si spiega l'infortunio, lo si circonda di tutte le circostanze
attenuanti... Poi, un marito si presenta e tutto s'ingoia in quel
baratro che assorbe la donna, che ne cancella perfino il nome. Questa
tavola di marmo, allogata sur una cloaca, la cangia in altare.

--E la coscienza?

--Non parlare di ci che tu ignori, fanciulla. La coscienza non  il
pentimento, ma il rimpianto. Ora, tu non hai nulla a rimpiangere. Tu
soccombi, tu ti sacrifichi, tu mi salvi..., il tuo cuore, i tuoi
sensi, la tua volont, la tua scelta, il tuo piacimento..., e' non vi
sar nulla del tuo. Che rimpiangeresti tu dunque? Ma una vita nuova ti
sorriderebbe. Io lavorerei per te, per costituirti una dote. Io
risparmierei. Brillerei. Avrei dello zelo.... Sorella di un vescovo!
dotata della tua bellezza! all'et tua! sotto un altro cielo! Bambina,
il tuo cuore si aprir. Tu amerai. Tu potrai pretendere a tutto. Un
giorno di lutto e di sacrifizio sar presto obbliato: il sole
dell'avvenire l'assorbir. La colpa... l' poi una colpa? si perder
nel silenzio.

--Cessa Diego: tu mi fai orrore! url Bambina coprendosi la faccia
delle mani.

--Bambina, te ne scongiuro a ginocchio, non lasciarmi solo a
portar questa croce. Non sono io che vi ho pensato il primo. Non
sono io che ti forzerei se fossi sicuro che potremmo sottrarci a
questo destino. E' son tutti congiurati contro noi, contro te. Il
tuo barone di Sanza v'intingerebbe il dito. La polizia ci spinge,
il vescovo ci spiana la via, Don Domenico Taffa c'invita, il tuo
gesuita ti attira e ti prepara alla caduta... fino a monsignor
Cocle sarebbe della partita, per quanto mi  sembrato comprendere
dal discorso del capo di ripartimento. Possiamo noi sottrarci a
questa marea di fango che ci assedia da tutti i lati, che c'inonda
e che ci coprir infallibilmente? Colpevoli e balordi ad un tempo!
Ah! no, no, giammai. Io voglio cader nella fogna, ma su i miei
piedi, non esservi precipitato la testa in gi.

--Oh madre mia, madre mia, grid Bambina, non udire tuo figlio a
quest'ora di demenza: e' non sa ci che dice.

--Ahim! e' non lo sa che troppo. E se tu potessi leggere nel mio
cuore, io non ti farei orrore, ma piet. Come? io ti avrei sorvegliata
piccina, ti avrei guardata giovinetta, sarei stato per tanti anni
fiero della tua bellezza, della tua innocenza, sarei stato geloso
della brezza che folleggiava nei tuoi capegli, avrei fremuto contro il
vento che scomponeva le pieghe della tua gonna, avrei spiato il tuo
sonno, avrei letto nella tua anima, avrei ascoltato i battiti del tuo
cuore per sorprendervi lo sveglio della donna, per circondarti delle
mie cure, e tu puoi pensare che io ti consegnerei delle mie proprie
mani, senza sentirmi schiacciare sotto il peso del cielo e della
terra? Come? tu che mi hai visto impallidire leggendo la istoria del
padre di Ifigenia, tu credi che io non morrei di dolore sapendo che
tal giorno, alla tale ora.... Bambina, cara figliuola, cara sorella,
avvelenami. Io sono un mostro.

--No, fratello:  una terribile ubbriachezza che tu traversi in questo
momento. Ritorna in te; calmati. Se tu sapessi quanto io t'amo! se tu
sapessi quanto ti compiango....!

--Ma non comprendi tu dunque che ci ch'io ti domando  inevitabile?
Che io mi astenga, e altri commetteranno il delitto egualmente ed a
loro profitto esclusivo. Tu non comprendi che l' decisa? Io mi
contorco da due giorni a pensare come sfuggire la rete: e mi trovo
impossente. Io mi aspetto ad ogni minuto esser ciuffato dalla polizia,
e te... alla loro merc! Dovunque, l'uomo si appartiene pi o meno;
qui, in questo infame paese, sotto questo governo, negazione di Dio,
l'uomo appartiene alla polizia. Che voglio io insomma? prevenirli. Ah!
se potessimo fuggire all'estero! Io mi sento abbattuto, atterrito...

--Mio Dio, mio Dio! ma infine che vuoi tu! dimand Bambina gittandosi
alle ginocchia di suo fratello.

--Io l'ignoro ancora, io stesso, te l'ho detto. Ma vi  una cosa a cui
io sono deciso: esser carnefice piuttosto che vittima, avere un prezzo
dell'infamia, poich non posso evitarla. Vescovo! io voglio esser
vescovo: bisogna che io mi vendichi.--M'hai tu capito?

Bambina se ne fugg nella sua camera e vi si chiuse a chiave. Ella
pianse e preg tutta la notte, mentre che suo fratello, spossato dalla
sua tensione di spirito s violenta, s continua e diversa, cadeva
sopra il canap come un ebbro fradicio e vi si addormiva. Ei pass la
notte cos.

Quando il giorno imbianch i vetri del salone, ei si svegli, e dopo
alcuni minuti di stupore, si risovvenne della strana conversazione che
aveva avuto la sera con sua sorella. Arross e lev gli occhi
indegnati contro il cielo. Chi malediceva egli? Era ancora tutto
vestito. Tuff il capo in un secchio di acqua per rinfrescarlo, perch
la sua fronte bruciava di febbre e prov di coordinare le sue idee. La
rivelazione era fatta: il pi difficile. Egli aveva gettato la goccia
d'olio che ora andava a spandersi ed allargarsi da solo. Che bisogno
aveva egli d'insistere fino al momento della catastrofe? Ma, altres,
come subire lo sguardo ancora puro della vittima cui aveva colpito a
morte la vigilia appena, senza temperamenti, senza ambiguit, senza
piet, leccando di una lingua avvelenata il sangue cui vedeva
spuntare? Don Diego si affrett ad uscire di casa, prima che sua
sorella si fosse alzata, onde non arrossire innanzi di lei, non
attenuar la portata dei suoi propositi n tornarvi su.

Bambina l'ud uscire. Erano le otto del mattino, Ella non aveva
dormito un sol minuto in tutta la notte. Aveva pianto molto;
virilmente riflettuto. La sua risoluzione era presa. La situazione,
d'altronde, non ammetteva ritardi. Non aveva nulla a sperare. Se
avesse avuto un carattere meno ben temprato, l'era perduta.
Imperciocch, a traverso i soprassalti del lungo perorare di suo
fratello ella aveva scorto la persistenza nel suo disegno. Bambina si
alz dunque subitamente ed usc.

Se il P. Piombini non l'avesse, il d innanzi, spaventata colla sua
dichiarazione disperata, ella sarebbe andata a cadere ai suoi piedi e
dimandargli soccorso. Adesso, ritornare a lui, e' sarebbe stato come
un gittarsi nelle sue braccia, alla merc di lui. Chi le restava?

Il barone di Sanza aveva lacerata malabilmente la tela incantata dei
suoi sogni delle notti d'inverno, ma egli rimaneva ancora onesto,
anche nel suo ridicolo. Poi, Bambina non conosceva alcun altro. Poi,
Tiberio, quantunque s bruscamente estirpato dal suo cuore, vi
lasciava ancora le impronte di un passato che mai non si cancella,--la
confidente famigliarit dell'infanzia. Bambina si rec da lui, non
preoccupandosi neppure se ci fosse o no convenevole.

Il barone di Sanza occupava un elegante piccolo appartamento nella
salita Santo Spirito. Un vecchio cameriere piemontese, per nome Carlo,
lo serviva da parecchi anni. Tiberio pranzava al caff. Carlo
conosceva Bambina, avendo accompagnato il suo padrone a Lauria, ed era
lui che aveva scoperto il famoso appartamento cui Don Diego occupava
in questo momento. Egli annunzi Bambina al suo padrone, che faceva
colazione, con un certo mistero e non senza stupore. Tiberio fece
entrare Bambina nel salone e corse a lei, dubitandosi che una
disgrazia, una grandissima disgrazia, fosse gi occorsa.

--Salvatemi! grid Bambina, vedendolo e correndo al suo incontro senza
preoccuparsi della presenza del domestico.

--Salvarvi di che? di chi? sclam Tiberio.

--Non m'interrogate, ve ne supplico, continu la giovinetta. Io non
posso darvi alcuna spiegazione. Solamente, fate in guisa che qualunque
traccia di me sia perduta per qualche tempo.

Tiberio stette qualche minuto a riflettere, poi disse:

--Comprendo tutto. Io aveva ben ragione di temere. Ebbene, siate
calma, signorina, e rassicuratevi. Io conosco il ricovero che
conviene. Sono sicuro che non vi sar rifiutato. Solo, e' conviene che
io vada a prevenire quella dama del servizio che le domando, o
piuttosto che le dimandiamo, perch io vado all'istante dal marchese
di Tregle per condurlo meco.

--Io mi getto nelle vostre braccia come in quelle di mia madre: Dio ve
lo render.

--Aspettatemi qui, disse il barone, infrattanto Carlo vi servir da
asciolvere. Verremo a prendervi.

--No, rispose Bambina. Bisogna che io ritorni in casa per l'ultima
volta, poich siete sicuro di procurarmi un ricovero. Ho della
biancheria da prendere; ho una lettera da scrivere. Poi, ritorner.

Bambina part. Il barone usc, guardando Carlo in certo modo e
mettendo l'indice della sua mano a traverso le labbra per significare:
Silenzio!

Bambina rientr. Suo fratello non vi era. Ella fece un piccolo fagotto
di biancheria, poi scrisse le linee seguenti:

Caro fratello, non essere inquieto della mia sorte, n fare delle
ricerche per trovarmi. Io ritorner quando la bufera sar calma. Io
non ho collera contro di te. Perdonami. Che nostra madre sorvegli
dall'alto dei cieli i nostri passi in questo deserto; ch'ella
addolcisca i tuoi cordogli e secchi le tue lagrime. Addio... no, a
rivederci presto, caro, caro fratello. Perdonami, se per la prima
volta in mia vita io ho dubitato di te. Tu sei malato. La vertigine ti
porta negli spazi del male. A rivederci;... a bentosto... Bambina.

Bambina suggell la lettera e la colloc bene in vista sulla tavola.
Ella poggi le sue labbra sul suggello e la carta sul cuore. Le sue
mani tremavano. Le sue gambe barcollavano. I suoi occhi erano ripieni
di grosse lagrime che si gonfiavano, si spandevano e non colavano.

Ella entr nella camera di suo fratello ed abbracci gli origlieri del
suo letto confidenti di tante ansiet, di tante agonie. E la accomod
il letto, i mobili, riemp la brocca, prepar le pantofole, la vecchia
giubba che gli serviva di veste da camera, cuc un bottone ad una
camicia. Poi fece il giro dell'appartamento. Il suo cuore se ne volava
fibra a fibra. Per la seconda volta ella abbandonava quella sacra cosa
che chiamasi il focolare domestico. Quell'orribile luogo le sembrava
quasi una residenza reale. Tutto le ricordava la presenza di suo
fratello, il quale, per lei, era tutto. Al di l di quella soglia
l'incognito, la solitudine! Diciotto anni di vita si sbarbicavano dal
suo cuore, svellendosi da quella casa. Che diventer egli, il povero
uomo abbandonato! Che diventer anch'ella, questa povera foglia svelta
dalla sua quercia natia? Questa cucina senza fuoco! questa dispensa,
vuota! Questo fosco eterno! Questo spazio senza eco! Egli non vivr
pi che di pan secco. La polvere lo soffocher. Nessuno che attenda al
suo ritorno e medichi le sue ferite. Che vuoto immenso! Che silenzio
solitario ed interminabile!

Ella chiuse la porta della camera da letto per non pi guardarvi
dentro. Eccola nell'anticamera. Ancora uno sguardo Una lagrima ancora.
E la mise al suo posto una sedia, che poteva urtarlo, se rientrava al
buio. La sua mano era al lucchetto. Un passo indietro. Un momento
d'esitazione suprema. Uno sforzo sublime. La porta si apre. La porta 
chiusa. Ella  fuori. Pi nulla! Nulla pi! Sola! Dove va dessa? Ella
si ferma. Rientriamo, s rientriamo. No. Uno sforzo disperato. Ella
discende precipitosamente le scale ed eccola nelle strade.

Un'ora dopo, assisa nell'elegante carrozza del marchese di Tregle,
questi a lato di lei, il barone di Sanza in faccia, i cristalli della
carrozza chiusi, traversarono la strada di Toledo, il largo
Mercatello, la salita degli Studi, l'Infrascata, Tarsia, e si
diressero al Vomero alla villa Belvedere.

Che cosa divina il cielo azzurro di quel paese! Che primavera
radiante! Che epopea canta la natura sotto i baci dell'amore! Che
ville, che fiori, uccelli, insetti iridati, brezze imbalsamate, mare
di cobalto! quante memorie solcano quel golfo!.... E l'uomo?

Continuiamo.




XI.

La metempsicosi di Bambina.


Due parole di politica--Due parole soltanto!

Dopo ci che ho visto in tutto il resto di Europa, avrei torto di
esser severo coi miei compatrioti. Mi limito a non trovarli stimabili.

Un despotismo stupido, assiso sopra due istituzioni: la Chiesa e la
Polizia, schiacciava Napoli. Napoli cospirava. Quella cospirazione
mise capo alla proclamazione d'una costituzione, nel 1820 e nel 1848.
Ed occorse che il principe di Metternich mandasse degli eserciti per
ristaurare i Borboni in qualit di re assoluti; che il glorioso
Piemonte fosse vinto a Custoza ed a Novara; che la Repubblica Francese
mandasse un esercito a Roma,--perch l'assolutismo, da quelle
cospirazioni minato, regger potesse.

La cospirazione, comunicatasi a tutta Italia, perseguitata,
insanguinata, rest malgrado tutto in permanenza. Ecco ci che ho
scritto altrove:

   _Histoire Diplomatique des Conclaves_, Vol. IV, pag. 430.

Dopo la larga ecatombe del 1821, la forca rest in permanenza. Ho
sotto gli occhi i registri della polizia napoletana. Ne riassumo
qualche pagina.

Nel 1823 si scovr la societ segreta repubblicana, detta _Nuova
riforma di Francia_. Dugento diciassette affiliati furono arrestati,
vent'uno condannati, di cui quattro appesi e tre mandati ai lavori
forzati per non aver denunciata la setta. La societ repubblicana
degli _Edenisti_ dette quindici vittime,--non novero pi gli
arrestati,--due impiccati. La setta degli _Scamiciati_, repubblicana
anch'essa, somministr tre corpi al patibolo, quindici al bagno.
Un'altra societ, scoverta ad Ischia, mand un uomo a morire di
Capestro. Gli _Amici_, di Nola, ventisei condanne, tre a morte. I
_Liberali decisi_, nel 1824, produssero sei impiccati, nove al bagno.
I _Pellegrini bianchi_, nel 1823, repubblicani come gli altri, due
appesi, quindici all'ergastolo, un tal Catenacci condannato a tre mesi
di esercizii spirituali nel convento dei Giovani. La societ di _San
Nicola Arcella_, militari: due fucilati, tre esiliati, trentasette
relegati in un'isola, altri condannati a pene minori; ai denunciatori,
un anno di soldo. I settari della provincia di Bari, che agivano
sull'esercito, dettero cinque vittime alle forche, molte al bagno; a
Inghingolo, che non aveva denunziato, diciannove anni di lavori
forzati; alla spia, 660 ducati. La societ degli _Egizi dormenti_ e
dei _Filantropici_: molte vittime al bagno, nel 1826. Nel 1827, molte
condanne d'altri affiliati: per quelli dei _Beati Paoli_, cinquantasei
condannati, di cui tre alla ghigliottina; quelli degli _Oppressi ma
non vinti_, tre a morte, una trentina all'ergastolo e parecchi alla
prigione ed all'ammenda.

Nel 1828, gli _Eremiti fedeli_, due fucilati, una trentina ai lavori
forzati ed alla relegazione. I _Filadelfi_, che fecero la rivoluzione
del Cilento, ottocento arrestati di cui, dopo diversi giudizii,
cinquantatr fucilati o impiccati, circa duecento al bagno, gli altri
condannati a pene inferiori. Poi, tre villaggi rasi, un gran numero di
insorti uccisi sul luogo, all'istante, onde non ingombrare le Corti
marziali.

Nel 1830, la cospirazione dei fratelli Peluso riesce a tre condanne
capitali, tre all'ergastolo a vita, ed un gran numero ai lavori forzati.
Nel 1833, si scopre un'altra cospirazione, che d un condannato a morte,
un relegato all'isola di Ponza, nove esiliati. Nell'istesso anno, la
cospirazione militare di Rossarol: questi e Romano cercano di uccidersi
fra loro: Romano resta morto, Rossarol ferito gravemente: tre altri
condannati a morte e commutati di pena. Sommossa a Cosenza nel 1837.
Di centosettantacinque accusati, sei furono condannati ad essere
fucilati, altri--non conto pi--all'ergastolo a vita ed ai lavori
forzati. A Penne, lo stesso anno, al Vallo, a Napoli, cospirazione
militare,--settecentosettantadue accusati: undici fucilati, un
grandissimo numero al bagno. Nel 1838, la _Giovane Italia_ d il suo
primo contingente di diciannove vittime alle galere nel distretto di
Taranto.

Nel 1841, saggio di rivoluzione ad Aquila: otto condanne capitali.
Nel 1843, una quindicina di ottimati di Napoli, sono cacciati in
castel Sant'Elmo; ne uscirono poi, furono pi tardi ministri,
deputati, sono oggid _martiri_, vale a dire alti funzionarii. Nel
1844, altro saggio di rivolta a Cosenza: vent'uno condannati a morte
di cui sette fucilati ed un gran numero al bagno. Molti erano periti
nella mischia, come ad Aquila. Nell'anno stesso la _Giovane Italia_
dava sei altre vittime, i Bandiera; poi le vittime di Reggio, nel
1846, poi quelle di Siderno e Bianco nel 1847. Dopo il 1848, non si
conta pi: il sangue soffoca la stessa polizia ed inonda l'esercito.

Cosa singolare! tre ministri della polizia, a Napoli, sono stati
esiliati come troppo liberali: Canosa, Intonti e Delcarretto! I
Borboni, l'ho gi detto, non hanno avuto del genio che per la polizia!

Dunque si cospirava. Il capo del partito rivoluzionario era il
colonnello barone Colini. Il marchese di Tregle, il barone di Sanza,
facevano parte del comitato. La controrivoluzione aveva per capo il
conte di Altamura, evaso di prigione e residente ora alla Corte sotto
il nome di cavaliere Spada. La regina Teresa inspirava questo partito
di cui facevano parte monsignor Cocle, monsignor Laudisio, mons.
Scotti, Campobasso.... ed il padre Piombini, che si era insinuato
nella combriccola per ordine del suo generale, e che si limitava a
conoscere ci che gli altri intraprendevano, sottraendo
meticolosamente alla loro conoscenza come a quella dei suoi superiori,
ci che apprendeva al confessionale. Cos, tutti spingevano al
movimento: gli uni per rovesciare il trono; gli altri per avere un
pretesto di sgozzare i liberali.

La sede della controrivoluzione era a Palazzo. Il quartier generale
della rivoluzione era alla villa Belvedere, al Vomero, presso di lady
Keith.

Lady Elisabeth Keith era irlandese, e perci pi cattolica che il papa
e i monarchi di Spagna. Ella era vedova. Suo marito, scozzese,
ufficiale superiore nell'esercito della Compagnia, era morto alle
Indie. Dopo questo avvenimento, lady Elisabeth aveva stabilito il suo
domicilio a Napoli, il cui clima le sorrideva. Ella aveva adesso
sessant'anni. Nella sua giovinezza era stata una meraviglia di belt,
in quella stessa Inghilterra ove la bellezza della donna  una
meraviglia. Lord Palmerston, si diceva, aveva fatto delle folle per
lei;--ci che non stupirebbe punto, perch quel lord, bellissimo egli
stesso, ebbe una giovinezza altrettanto tempestosa che quella di lord
Castelreagh. Il fatto  che lord Palmerston covr della sua protezione
lady Keith con la pi grande energia, in una circostanza che fece
strepito nella stampa e nei gabinetti europei.

Re Ferdinando, curiosissimo dei fatti e del pensiero dei suoi sudditi,
volle un giorno annasare ci che si faceva in casa lady Keith. Un
ispettore di polizia, trasvestito, guizz nella casa sotto pretesto di
carit. Fu riconosciuto. Lady Keith lo fece randellare formidabilmente
dai suoi lacch e gettare per disopra le mura del giardino alte due
metri. Il re ordin l'espulsione della dama. Sir William Temple,
fratello di lord Palmerston, ministro d'Inghilterra a Napoli, chiam
la flotta inglese da Malta e la fece sfilare sotto il palazzo reale,
poi dichiar al ministro degli esteri napoletano, che al primo insulto
che si sarebbe fatto a lady Keith, egli avrebbe abbassato gli stemmi e
fatto bombardare il palazzo.

Ch'ella avesse o no avuto una fantasia per lord Palmerston, egli 
incontestabile che lady Keith am suo marito. Giudicatene. Lord Keith
aveva un gusto particolare per i cani e credeva nella bella dottrina
della metempsicosi. Sua moglie, lady Keith, detestava i cani, ma
professava i medesimi principii filosofici di lui. Dal momento che
lord Keith mor, lady Elisabeth si disse:

--Mio marito amava i cani. Dunque egli era stato cane prima d'esser
uomo o doveva divenir cane dopo essere stato uomo. Che la sua anima
fosse stata in un cane o che vi abbia poscia emigrato, il cane  un
membro della nostra famiglia.

Ci bast. Lady Keith riun nel pi bello appartamento del suo palazzo
due o trecento cani, i pi belli di ogni razza, gi s'intende, perch
suo marito era stato un bell'uomo: e li trattava come altrettanti
principi delle Asturie. N ci era tutto. Come lord Keith poteva, per
un capriccio della sorte, trovarsi alloggiato in un cane rognoso,
arrabbiato, vagabondo, tutti i cani che passavano innanzi al cancello
della sua villa, erano invitati da un lacch postato quivi
appositamente, ed erano lavati, pettinati, nutriti, accuditi, godendo
quell'ospitalit amica fino al momento in cui il padrone non fosse
trovato. Il suo veterinario particolare andava in citt a portare i
soccorsi del suo sapere a tutti i cani per i quali si reclamava
l'assistenza della ricchissima e nobile lady. Ogni mattina, ella
faceva una toiletta come avesse dovuto recarsi a corte, ed andava a
visitare i cani.

Voi potete immaginarvi quale festa rumorosa ella ricevesse. Ogni cane,
entrando da lady Keith, prendeva il nome del santo del giorno iscritto
al calendario, ed ella ne celebrava la festa, portandogli dei doni: a
questo, un collare d'argento, a quello, una pellegrina di velluto, ad
un altro, una nicchia in tappezzeria, ai pi ghiotti, delle leccornie,
agli amorosi un _tte--tte_, in un gabinetto particolare con i pi
belli o le pi belle di una razza collaterale. I pi attempati, o i
pi gravi, erano riuniti in una sala a parte ch'ella chiamava il suo
senato. Ella aveva altres la sua camera dei deputati: i gridatori, i
collerici, gli accattabrighe, gli intriganti. Il terribile sovrano di
questo piccolo Stato di Monaco era un _bull-dog_, grosso come un
bisonte, cui ella chiamava Ferdinando II dopo che si ebbe brighe con
questo principucolo.

Avanti, da perfida albionese, lo chiamava Napoleone. Numerosi
domestici sorvegliavano la corte di questa Semiramide. I cani
avventurieri avevano alloggiamento a parte. E lady Keith degnava
visitarli del pari come l'imperatrice Eugenia andava a visitare i
colerosi. Gli  cos che colse la rogna di cui il marchese di Tregle
la guar.

Ella chiam di Tregle, perch l'ex dottor Bruto era il solo che fosse
marchese fra i medici napoletani.

I cani di Terra Nuova, maestosi come un concistoro di cardinali, i
cani del nord, meditativi come dei consiglieri di Stato, occupavano
delle camere speciali. L'impertinente Lady chiamava i botoli i suoi
paggi ed i suoi poeti, e, nella collera, i suoi gazzettieri.

Lady Keith era una donna alta, magra, pallida,--un erpice formidabile
di denti capricciosi fra due cascate di ricci di capelli rossi,
provenienti da Edinburgo. Poi degli occhi neri e dolci, velati da
lunghe ciglia nere come nelle Malesi. Altera e fiera in certe
circostanze e con le classi elevate, era la bont e la carit in
persona nelle relazioni comuni della vita. La sua immensa fortuna
apparteneva ai poveri. Le sue elemosine passavano per le mani del P.
Piombini, suo confessore,.... e non vi restavano.

Ella aveva scelto questo confessore perch era conte ed era stato
ministro plenipotenziario. Naturalmente, il suo banchiere era il
barone Rothschild. Se ella avesse vissuto ai giorni nostri avrebbe
potuto darsi dei domestici, tutti pi o meno commendatori dei SS.
Maurizio e Lazzaro... ed anche degli ex-ministri. In tutti i casi, il
suo pedicure cumulava gli ordini di san Gregorio Magno e d'Isabella la
Cattolica. La voce di lady Elisabetta era infantile e carezzevole come
le sue maniere, quando nulla non la turbava. Il fondo della sua natura
era affettuoso. La vita non l'aveva inacerbita. Lo spirito ed il cuore
non erano vuoti, e per conseguenza turbolenti.

Bambina era stata condotta presso di lei.

Le donne che sono state sempre brutte, detestano la bellezza delle
altre. Quelle al contrario che furono belle e cui il tempo solo
svaligi, vi si riguardano come in uno specchio, e si sovvengono con
rammarico senza dubbio, ma senza rancore, dei gaudi della loro
giovinezza e delle feste inebriate dell'amore. La vista di Bambina,
quel viso infantile, quell'occhio profondo velato di tristezza, quelle
labbra che imboccavano la rugiada dell'amore, quella tinta
lattiginosa, somigliante ad una vernice formata dal trasudamento
dell'anima, ricordavano a lady Elisabetta la via lattea della sua
giovinezza. Ella si sent madre.

Senza dubbio, dimandandole la sua protezione per Bambina, il marchese
di Tregle le aveva toccato qualche parola dell'istoria della
giovinetta. La piet rinforzava dunque l'attrazione. Lady Keith ebbe
la delicatezza di non fare alcuna allusione a questa storia; Bambina,
la discrezione di non spiegarsi. Ella passava tutto il giorno con la
dama irlandese, asciolveva e desinava con lei, quando lady Elisabetta
era sola. Ma la sera Bambina restava nella sua camera: la sua
posizione l'esigeva.

Una mezza dozzina di amici venivano ogni sera a pigliare il the con
lady Keith ed a giuocare al wisth. Gl'immancabili erano, il colonnello
Colini, il marchese di Tregle ed il barone di Sanza. Si parlava
liberamente,--intendo dire, senza paura di esser spiati. Del resto, le
porte del _boudoir_ erano chiuse e si parlava inglese o francese.
Innanzi ai domestici si chiacchierava di teatri. Lady Keith riceveva i
giornali inglesi, e la polizia napoletana soffriva questa enormit
onde risparmiarsi l'umiliazione che la dama non se li facesse venire
all'indirizzo di sir William Temple. Si discuteva dunque molta
politica e si preparavano i piani della rivolta che qualche mese pi
tardi scoppi nel Cilento e nelle Calabrie.

Per esser veritiero,  mestieri soggiungere che si discuteva molto e
si agiva poco, che si correvano enormi rischi per risultati minimi. Ma
infine si mostrava al re ed all'Europa che il paese non subiva
bestialmente l'abbominevole despotismo della chiesa e della polizia
che l'insozzava, e che desso non vi si rassegnava.

Il cristallo sfidava l'urto dell'obice di acciaio!

Un mese pass cos. Bambina trov una tregua ai soprassalti della
vita, se non acquist la pace del cuore e dello spirito. Nulla di
malsano giungeva fino a lei; ma si compieva in lei un lavoro
psicologico analogo alla fermentazione, la quale passa per la
putrefazione prima di divenir creazione. L'aria pura infrattanto, la
luce, un nutrimento sano e scelto, la tranquillit, la rivelazione del
culto della bellezza, mediante le pratiche igieniche s meticolose
appo le inglesi e s poco adoperate dalle donne italiane,
quell'aureola tutta femminina che la circondava,--lei che aveva fin l
vissuto in un'atmosfera virile,--quelle mille delicatezze della donna,
cos particolari al bel sesso delle classi elevate, quella rarefazione
dell'etere femminino in cui ella repirava, le gentilezze che lady
Keith le prodigava, per un tal qual traripamento di tenerezza
concentrata in questa donna che aveva avuto un marito troppo grave e
non figliuoli:--tutto ci oper una tale epurazione, una diafanit, un
tal cangiamento insomma che Bambina, la quale era di gi una bellezza
maravigliosa, divenne una bellezza miracolosa. Ella non era quasi pi
una donna, ma una creazione eterea,--una materia luminosa saturata di
spirito.

Lady Elisabetta le aveva fatto spogliare la beghina di monaca di casa
e le aveva regalato degli addobbi da donna, da giovinetta modesta ed
elegante, dagli scuri colori, come gli esigeva la sua posizione. Di
guisa che tutte le perfezioni sculturali del suo corpo di Dea, cui la
sua trista sajaccia di pinzocchera imbacuccava, si rivelavano allo
sguardo stupito come una apparizione ideale, ed inoculavano il
delirio. Una camelia bianca che squarcia il suo inviluppo!

La bianchezza della sua pelle si era rischiarata ed aveva i riflessi
della piuma dell'_eider_. La sua vita si era assottigliata, ed ogni
piccolo movimento ne denunciava la flessibilit serpentina che
prometteva un eden di volutt. Il suo collo sembrava forse un po'
lungo, ma le linee pure che costituiscono l'ellissi deliziosa dalla
base della testa all'inizio delle spalle, senza corde tese, senza
penombre, la bianchezza trasparente della pelle, la cui grana fina si
saturava di raggi, fermavano lo sguardo incantato e gli sottraevano il
difetto. Si vedevano infine i suoi piedi, forse un po' lunghi altres,
ma di una forma squisita e di cui l'istantaneo inarcarsi dava il
barbaglio di un pi dei pi delicati. La trasformazione, in una
parola, era completa.

Questa metempsicosi divina fa interrotta da due avvenimenti che
vennero a rannodare il dramma, cui la povera figliuola aveva tentato
di scongiurare con la sua fuga.

Una bella mattina del mese di giugno lady Keith era discesa a Napoli
per delle compere. Mezzod avvicinava. Pensando che milady non
tarderebbe a venire, Bambina traversava il salone onde andarle
incontro nel giardino. Ella aveva per dato appena qualche passo, con
aria distratta e guardando ai balconi, che si sent allacciare alla
vita da due braccia vigorose e coprire il sembiante di baci frenetici.
Bambina gett un grido: si trov in braccio del P. Piombini, che
attendeva lady Elisabetta nel salone e che l'aveva riconosciuta.

Nulla pu esprimere il terrore della fanciulla sorpresa da quella
folata d'uragano. Ella si svincol dalla stretta. Ma prima di fuggire
nella sua camera ella pot udire il P. Piombini che le diceva:

--Prendi la mia vita, prendi la mia anima; io sono pronto a tutto. Io
far l'impossibile. Io non posso pi vivere cos....

Bambina and a tuffare il suo viso nell'acqua fredda: credeva essere
stata marchiata da un ferro rosso. La freschezza rivenne. Ma il
contraccolpo che aveva ricevuto nel cuore vi dimor. Quelle labbra di
uomo trascinate cos sul suo sembiante, quell'alito represso che
l'aveva avviluppata, come il vapore che scappa via da una caldaia di
locomotiva, sibilante e bruciante, quelle braccia che l'avevano
stretta alla vita dove il cuore alberga, quel petto di monaco che
aveva sfiorato il suo casto seno.... tutto ci prese le forme vaghe di
un incubo che ottenebr le sue veglie e perseguit i suoi sogni,
mischiando terrori vaghi a sussulti indefinibili. Ella nascose
l'avventura a lady Keith, credendosi vituperata dal selvaggio assalto
di cui era stata vittima. Il gesuita se lo sapeva bene.

Lo scuotimento di quell'attentato non si era ancora rassettato,
allorch, una settimana dopo, ebbe luogo l'altro avvenimento.

Una mattina, a colazione, lady Keith leggeva il _Times_, quando,
percorrendo la lettera del bravo corrispondente di Napoli, un
movimento di sorpresa le scapp. Bambina era presente.

--Ma, il fratel vostro non si chiama egli dunque il signor Diego
Spani?

--Per lo appunto, signora, rispose Bambina. Perch?

Lady Keith si tacque. Poi sclam, quasi malgrado lei:

--Lo sospettavano dunque al torto!

--In nome del Dio della misericordia, signora; grid Bambina, di che
si tratta? Io muoio di terrore.

--Ebbene, io ne sono felice, riprese lady Keith abbracciando Bambina.
La polizia ha fatto una razza di dodici liberali accusati di
cospirazione e li ha sprofondati nelle segrete di S. Maria Apparente.
Vostro fratello  fra coloro.

Bambina gett un grido e svenne. La misura traboccava.




XII.

Presto tardi, egli arriva sempre, il brigantello.


Don Diego era restato tutto il giorno a contemplare il mare,--secondo
il suo costume quando la tempesta infuriava nell'anima,--ed aveva
ruminato la terribile conversazione tenuta la sera innanzi con sua
sorella. La calma era ritornata nel suo spirito. La luce aveva
riscaldato di una fiamma pi pura il suo cervello maltrattato. Egli
rientrava in casa, gli occhi nuotanti nelle lagrime, col proposito di
gettarsi ai piedi di sua sorella e dimandarle perdono e l'obblo della
sua infamia. Egli trov appiattata, nel medesimo angolo oscuro, la
medesima giovane che la vigilia, dimandandogli l'elemosina, gli aveva
detto: Voi siete felice! Infatti non era forse egli fortunato di
possedere in casa quell'angelo di candore che, col semplice buon senso
e la rassegnazione, gl'imponeva la virt e riaccendeva il suo
coraggio? Don Diego fece l'elemosina ed acceler il passo.

La notte era caduta. Arrivato alla sua porta, suon. Poi, come si
tardava a venire ad aprirgli, cav di tasca la sua chiave particolare
ed apr. Non lume. Chiam Bambina. Non risposta.--Ella  uscita per
qualche spesuccia, si disse Don Diego; ed accese la candela. Entrando
nel salone, gli sguardi caddero sulla lettera di Bambina. E' la sent,
prima di averne vista la scrittura. Egli l'aveva letta, prima di
averne rotto il suggello. Esit a prenderla. La guard lungamente
prima di toccarla, di leggerla. E' gir lo sguardo stupefatto intorno
alla camera, cercando negli sfondi delle ombre qualche cosa che si
muovesse; tese l'orecchio, bramando uno strepito che lo rianimasse.
Quando ebbe letto, il foglio gli cadde dalle mani. Si lasci cascare
su una sedia e la fronte batt al marmo della tavola.

Il cervello, accasciato da pria sotto l'invadimento di un mondo di
memorie e di pensieri in insurrezione, rimase insensibile:
quell'intensit di luce senza rifrazione creava l'opaco. La sua
energia vitale si arrest di un tratto. Si sent orrendamente stanco:
non avrebbe potuto n camminare, n vedere, n parlare. La sua
respirazione si rallent. Questo stato di annichilimento dur un
quarto d'ora. Poi, un riflusso vulcanico di sangue precipit la febbre
e, con la febbre, la coscienza vertiginosa della situazione. Egli
pass pel medesimo stadio di passione percorso da sua sorella. Il
passato fu implacabile nelle torture che gl'inflisse.

La prosperit non lascia nel cuore degli stigmati cos profondi, come
il modesto malore e la miseria oltraggiante. Ed ecco perch le
rappresaglie delle rivoluzioni sono giustizia, e quelle delle
ristaurazioni vendetta. Gli anni passati con Bambina, nel pungente
denudamento dei lari paterni, sfilavano innanzi ai suoi occhi come i
cavalieri della gualdana, lo colpivano, lo laceravano. Egli sent
ruinar sulla sua testa l'anatema del terribile _vae soli!_ And a
frugare nella camera di Bambina senza sapere che si facesse, cosa
cercasse, e s'impregnava dell'emanazioni della fanciulla che vi
restavano ancora. Ei passeggi tutta la notte per l'alloggiamento
solitario. Il battere delle ore all'orologio di una chiesa
l'assassinava.

Abituato, dall'escita del seminario a vedersi circondato di cure, di
cui egli neppure sospettava, si trov eccessivamente misero quando gli
occorse preoccuparsi di quei mille dettagli, cui la presenza della
donna rende dei nonnulla, e la lontananza, un mondo di privazioni e
miserie. Un disgusto supremo di tutto lo invase. Non si nudr pi che
di pan secco. Di rado cangi di biancheria. La polvere lo soffocava. I
suoi abiti non ebbero bentosto pi bottoni. Ci che prima aveva l'aria
di una povert industriosa, divenne la nudit in cenci di un
mendicante. Entrava tardi. Si coricava senza accendere il lume.
Fuggiva dal suo giaciglio appena levatosi, come se una mano invisibile
lo avesse cacciato. La sua sporcizia gli faceva orrore, ma e' la
lasciava spessire. Egli udiva il lazzarone burliero sclamare sul suo
passaggio: ecco un abate arrugginito a punto! Lo scoraggiamento lo
sopraffece.

Egli aveva avuto una volta o due l'ispirazione di andare a
scandagliare il barone di Sanza ed il gesuita, che sospettava complici
della fuga di sua sorella, ma dopo matura riflessione se ne astenne.

Non gli avrebbero nulla appreso e lo avrebbero schernito o
maltrattato. Sapevano essi in seguito a quale discussione Bambina lo
aveva deserto?

Una sera, ei trov sotto la sua porta una lettera. Egli ebbe uno
stringimento di cuore. La sua pelle divenne madida in un istante.

-- forse di lei! si disse egli, accendendo il lume.

Non era Bambina, ma il canonico Pappasugna che lo chiamava con
altissima premura. Non vi and. La sera seguente, un'altra lettera.
Novella speranza. Nuovo disinganno. Era ancora il canonico che lo
sollecitava a passare da lui, per un affare importante. Don Diego
gualc e gett la lettera e non rispose a questo meglio che
all'appello precedente. La mattina seguente, alle sette del mattino,
e' chiudeva la porta per uscire, quando il canico Pappasugna
l'abbord. Don Diego non l'invit ad entrare. Questo disdegno, lungi
dallo sconcertare, esalt il canonico.

--Voi non avete dunque ricevute le mie due lettere? dimand egli,
seguendo Don Diego che scendeva le scale.

--Le ho ricevute.

--E perch non siete venuto a vedermi?

--Perch non voglio vedervi.

--Io ho dodici ducati a rimettervi pel vostro panegirico
dell'Ascensione.

--Potete tenerveli.

--Ma Come? voi non volete lavorare pi per me dunque?

--No.

--Ma ci  impossibile!

--Bisogna pertanto che ci sia.

--Ma voi non v'immaginate dunque l'effetto prodotto dal panegirico! 
un avvenimento. Napoli, da otto giorni, non parla che di ci. Mi hanno
applaudito alla chiesa come la Frezzolini a S. Carlo. Gli era un
delirio. Dava la febbre. Il cardinale arcivescovo si teneva a quattro
per non gridar come gli altri: bravo! bravo! E' me l'ha detto.

--Io sapeva ci che facevo, rispose Don Diego.

--Ma ci non  tutto. Il re m'invita, per autografo, a predicare alla
cappella reale per la quaresima. L'arcivescovo desidera che io
predichi alla cattedrale. Ho ricevuto trenta proposizioni siffatte.
Non so a chi dare la preferenza. Mi attendo da un momento all'altro
l'invito del cardinale vicario per andar a predicare a S. Pietro.

--Ebbene, che cosa m'importa tutto codesto?

--Come! che cosa v'importa? Ma, chi dunque far i miei sermoni? A chi
debbo io questa valanga d'inviti? Signor Ges! ma io conto su di voi,
sono perduto.

--Voi volete che io vi nomini vescovo? Ve lo rifiuto.

--Oh! no, no; ci non si pu. Gli  un assassinare un uomo!

--Ne assassinano ben altri, va!

--Imponete le condizioni che vi piacciono, fissate il prezzo che
esigete. Accetto tutto da prima e senza discussione.

--Quale guarentegia mi date voi?

--Quella che meglio vi conviene.

--Allora, ascoltate. Voi otterrete dalla polizia che cessi dal
vessarmi e dal tenermi sotto la sua mano in un vita senza domani. Io
ho bisogno di pace, di sicurezza, di stabilit nell'esistenza onde
lavorare senza preoccupazioni. Io sono un cittadino pacifico.

--Ve lo prometto. L'arcivescovo parler al ministro della polizia.

--Depositerete presso un notaro seimila ducati ch'e' mi consegner
contro presentazione di ventiquattro sermoni, cui scriver prima della
fine di settembre.

--Sar fatto.

--Mi darete la somma che vorrete come regalo, ed io vi offro un
panegirico di San Luigi per mille crazie.

--Accompagnatemi fino a casa ed io vi presento una polizza di 200
ducati sul Banco.

--Allora, monsignore, io sono a Vostra Eccellenza Reverendissima.

Il canonico s'irradiava.

Questa ricchezza per, questa prospettiva siderale dell'avvenire,
lungi dall'abbarbagliare, schiacciarono Don Diego. Che gli importava
oggimai tutto ci? egli era solo. Si pent di avere accettato.

Si proponeva di andare il d seguente a restituire la somma ricevuta e
di tagliar corto al contratto. Tanto meglio se gl'insetti lo
divorassero. Che la polizia lo cacciasse pur via: egli troverebbe
sempre una fogna ove lasciare il suo carcame maledetto. Che bisogno
aveva egli di tanto danaro? Pagarsi una diocesi per benedire ed
edificare il popolo? Egli detestava il genere umano. Si era
sprofondato nel brago: bisognava perirvi. Queste considerazioni, ed
altre ancora, lo avevano assalito ed avevano attristato il suo
vagabondar della giornata. Egli viveva come chiuso nella camera nera
del suo pensiero, e, cosa da considerare, e' cominciava a compiacersi
in quel fatalismo dell'annientamento! L'istoria del cattolicismo
somministra di questi esempi d'inebbriamento e di volutt prodotti
dall'abbassamento.

Don Diego rientrava la sera in quelle disposizioni di spirito quando
la mendica dell'angolo del vicolo l'abbord. E' non l'ud. Ella lo
segu, accentuando i lai. Don Diego si rivolse. La luce del lampione
batt in pieno il viso della poveraccia. La parola dura che fremeva
sulle labbra del prete, si addolc. Egli la squadr attentamente.

--Ma insomma, mia povera donna, perch non lavori tu? Tu sei giovane.

--Non trovo da lavorare. Mi respingono. Sono nuda, peggio ancora, sono
in cenci.

Don Diego riflett. Era alla sua porta. La strada era deserta. L'ora
avanzata. La casa scura e senza portinaio. Egli aveva del denaro
addosso. Doveva restare a casa e scrivere, se non poteva romper
gl'impegni....

--Se mi dessi una serva? si disse egli, o piuttosto questa idea
travers innanzi ai suoi occhi.

Un nuovo colpo d'occhio sulla giovane lo decise.

--Seguimi, disse egli. Io potr forse fare qualche cosa per te.

Volse le spalle e cammin. La mendica esit. Il suo istinto sollev in
lei non so quale paura vaga come un vapore nero. Ci dur pochi
secondi; poi corse dietro al prete.

Quando Don Diego ebbe accesa la lampada e fu seduto nel salone, la
grama tremava, in piedi innanzi a lui. Alcun dei due non parlava: si
osservavano l'un l'altro.

--Come ti chiami?

--Concettella.

--Quanti anni hai?

--Ventidue.

Quella parola ventidue anni produsse come una specie di fremito nei
nervi del prete. Le sue narici si devaricarono. Il suo sguardo prese,
malgrado lui, un'altra espressione e divenne pi penetrante.

Le nature meridionali sono fosforiche: il contatto stesso dell'aria vi
mette il fuoco.

Egli era impossibile di nulla distrigare in quel mucchio di cenci
orrendamente sordidi. Il corpo dispariva sotto quell'ombre fetide che
lo assorbivano. I lucignoli de' neri capelli le piovevano sul viso ed
involavano qualunque espressione dei lineamenti. Non si distinguevano
che due immensi occhi bruni dallo sguardo vellutato, che lo
rischiaravano. e due fila di denti bianchi, in una grande bocca
aperta, come una linea azzurrognola tirata sur un fondo giallo. Poi,
una statura media, le membra fine. Che ci pu essere sotto codeste
ruine? chi poteva dirlo? Che produrr quello scheletro rivettovagliato
di carne? chi avrebbe osato predirlo? La larva sembrava orrida. Don
Diego rifletteva. Concettella passava adesso dalla speranza al
terrore. Ella temeva di essere oltraggiata ed assassinata.

--Io sono solo, disse infine Don Diego; non ho serva. Vuoi venire ad
assettarmi la casa ogni mattina?

Concettella gitt un lungo sospiro e rispose lentamente:

--Signore, voi non avete dunque osservati i miei stracci?

--Li ho osservati. Gli  ci solo che t'inquieta?

--Mi hanno cacciato di dovunque a causa di ci. Sarei s felice di
lavorare.

Don Diego and a rovistare nella camera di Bambina e venne fuori con
una bracciata di vecchie camicie, vecchie calze, vecchie gonne portate
dalla provincia. E' le mise religiosamente nelle braccia della
mendicante e riprese:

--Con questo, pulendoti attentamente, tu non desterai pi la
ripulsione in coloro che vogliono darti del lavoro. Pi tardi, se il
tuo servizio mi add, ti far qualche anticipazione e ti affusolerai
meglio.

Concettella si gett ai piedi del prete e glieli baci.

--Hai tu parenti?

--No.

--Sei tu maritata?

Concettella si tacque un momento e poi disse:

--No. Ma non mi appartengo pi.

--Non importa. Vieni domani. Ove alloggi?

--Non so. Mi rannicchio dietro la prima porta che trovo aperta e che
mi offre un poco di sicurezza.

Don Diego apr l'uscio e la mendicante usc invocando su lui tutte le
benedizioni del cielo.

Alle otto, il domani, Concettella torn. Don Diego ebbe della pena a
riconoscerla. Ella era andata a fare la sua teletta alla riva del
mare, la notte stessa. La speranza di un avvenire pi clemente le
aveva dato del coraggio. Aveva ammassati i suoi capelli in un lembo di
vecchia pezzuola rossa e si era coverta degli addobbi di Bambina. La
civetteria,--l'anima della donna,--si risvegli. Con i sei carlini che
Don Diego le aveva regalati, ella aveva comprate delle ciabattelle,
del sapone, non so che domine altro; l'acqua aveva fatto il resto.

Mentre Concettella scopava la camera e spolverava i mobili, Don Diego
la seguiva di uno sguardo lento e meditabondo.

Quando lo ebbe finito, e' la mand a comperare qualche cosa per
preparare di desinare. Quando ebbero terminato il pranzo, Don Diego
replic la domanda:

--Ma ove andrai tu a coricare ora che sei un tantin pi pulita?

--Dio ci penser. Qualche anima caritatevole mi permetter forse
d'accovacciarmi in un canto. La povera gente di Napoli, signore, 
piena di cuore.

Don Diego non usc ed and a rimestare nella camera di sua sorella.
Egli meditava qualche cos'altro che il panegirico di S. Luigi.
Sembrava inquieto, scontento di s, incerto, in collera. La notte
dorm male.

--Che diavolo avevo io bisogno di serva? borbottava. Il mio vecchio
carcame merita bene delle blandizie, davvero!

E' si volse nel letto e cerc di dormire. Il sonno tenne il broncio.

--E ci non  tutto, pens egli. Dopo avere raccolto questa povera
donna, dopo averla raffusolata, e' non  pi caritatevole rimandarla a
coricare cos al sereno..... o peggio ancora. Bisogna pagarle un buco,
darle..... che so io? un pagliericcio, una sedia, una coperta.....
Diavolo! la non finir pi. No, vale meglio alloggiarla qui.....
quando l'avr meglio conosciuta. Chi  dessa? Mi sembra di buona
indole. La sventura..... ah! la sventura ne fa ben delle altre,
va!--se ella ha male agito. E perch no, al postutto? No, io non
toccher nulla in camera della Bambina..... Ebbene le metter un
pagliericcio nella cucina. Ci accomoda tutto. Io non debbo render
conto ad alcuno, al presente.

Don Diego nudriva questo progetto; egli lo carezzava quasi..... due
giorni dopo; otto giorni pi tardi, aveva paura di vederlo respinto.
Malgrado ci, lo propose. Concettella l'accett. Don Diego si turb
pentendosi d'aver fatto un'offerta, cui un'ora innanzi era in ansia
non fosse rigettata. Nondimeno, disse:

--Allora, dimani comprerai la tela pel pagliericcio.

Quando la tela fu comprata ed il saccone cucito, Don Diego rimise al
d seguente la compera della foglia di grano turco e poi ad un altro
giorno quella delle coperte. Egli aggiornava il termine di aver quella
giovane sotto il suo tetto. Questa lentezza aumentava la confidenza
dell'onesta serva, la quale non ne comprendendo la vera causa, diceva:

--Questo santo ecclesiastico ha paura delle cattive lingue; dunque
egli  un galantuomo.

Ed il suo desiderio di avere un ricovero onorevole, sicuro, onesto,
cresceva d'intensit. Don Diego risentiva, al contrario, una pungente
perturbazione. E' credeva da prima profanare la dimora ove sua sorella
aveva vissuto, ove ella indubitabilmente un giorno ritornerebbe.

Poi, quell'uomo, avvegnacch all'et di quaranta anni, contrariato
dalla miseria, ritenuto dal suo dovere di prete, preso nelle catene
d'oro delle lucubrazioni mentali, non aveva conosciuto fin qui la
femmina che nelle sue funzioni di madre e di sorella. Egli non aveva
osato conoscerla altrimenti, sentendo dal brontolamento interiore del
suo istinto e del suo organismo, quanto la passione sarebbe in lui
imperiosa. Egli aveva evitate le occasioni. Egli aveva distolta la
corrente dei sensi e schiacciata la visione, che gli pingeva il fiore
siderale dell'amore. Ora, ecco che la tentazione si getta su lui,--su
lui disarmato, indebolito, disingannato, rimasto solo, in prospetto di
un orizzonte pi glorioso, assetato di tenerezza, esaltato dalle
provocazioni della vita in una grande capitale; si getta sopra lui, il
di cui cuore era tutto amore e la fibra affatto sensuale. L'incognito
lo attirava. La passione lo fascinava. Quell'abbisso magico, detto
amore, l'assorbiva.

Egli assisteva alla danza dei delirii che spruzzavano sul suo cuore
come gl'insetti dai mille colori si slanciano dalle lagune. La
verginit  come il ghiaccio dei mari polari, che scricchiola sotto un
buffo caldo, e che, frangendosi, rivela i profondi di un mare di
smeraldo popolato di maraviglie. Egli non aveva la verginit
psicologica, che  pura e sterile, ma quella del corpo, che 
offuscata da tutti i desiderii fantastici, eterei, mostruosi,
impossibili come l'assurdo, malaticci come l'estasi, stupefacenti come
l'ubbriachezza dell'oppio, cui l'asceta costruisce nelle sue notti
d'insonnia. Trent'anni di purit forzata si rivoltarono e si
scatenavano sopra di lui.

Questo spirito ardito che aveva scandagliate tutte le audacie
dell'anima con Fichte, Hegel, Kant, Schelling, che aveva traversato
tutti gli empirei della poesia con Schiller, Byron, Victor Hugo,
Shakespeare, ignorava la sorgente di tutte le realit della vita:
l'amore! si spaventava innanzi la donna,--sacerdotessa del gran
mistero di Osiride. Pertanto, si vedeva sul punto di essere traripato.
Le forme esterne cui la tentazione prendeva, calevano poco. Che
Concettella fosse brutta, egli l'avrebbe appetita egualmente. Il
magnetismo della giovinezza che si sprigionava da lei, bastava ad
inspirargli una rabbia sorda di mordere al frutto proibito. Il sesso
agiva sul sesso. L'immaginazione apriva innanzi a lui il suo scrigno
di meraviglie, ove ogni pietra preziosa si animava e pigliava la
figura di una fata esaltata come una baccante. D'altronde, egli
sentiva vagamente che il primo bacio  come l'albero della scienza
vera;--prova gli asceti che sono stati tutti dei vaneggiatori, dei
pazzi mali imbastiti, per difetto giustamente, di quel cotal bacio.

Avendo questa gioia negli occhi e nello spirito, il mondo cangiava di
aspetto. La natura parlava oggimai un linguaggio che egli comprendeva.
La sua potente virilit, che fin qui era stata tenuta a musoliera, in
una gabbia di ferro, come il tradimento del cardinale La Bilue,
spezzava tutto e s'irradiava. Quella tetra testa di prete e di
pensatore diventava raggiante. I lineamenti prendevano un'anima ed
esprimevano la parte che ciascuno compieva in questo destino: tutti
avevano il proprio accento nel grande inno della vita universale,--in
cui ogni individuo  una strofa, una nota, un colore, una parola. La
maturit diveniva potenza; l'ansiet, poesia. Il ritardo
nell'effettuazione accentuava la esplosione. Una nebbia nera, non
pertanto, si levava a certe ore e velava il paesaggio incantato.

--Chi era questa donna che egli stava per introdurre sotto il suo
tetto e mischiare alla sua esistenza? Che era stata quella mendica?

Un uomo rotto ai piaceri non si sarebbe arrestato a questa
considerazione. Egli avrebbe accettato il fatto compiuto, e se la
coppa aveva della feccia al fondo, egli avrebbe gettato la feccia o
spezzata la coppa. L'amore  essenzialmente effimero: la natura l'ha
voluto cos, imponendoci la remora dell'et e presentandocelo come il
saldo di conto che paga la giovinezza all'infanzia ed alla vecchiezza.
Ma Don Diego abbordava l'amore senza preparazione precedente. Egli non
apportava nella sua parte n disinganni, n aspettazioni inutili, n
stanchezza, n saziet, n speranza lungamente carezzata. Egli cadeva
in piena soluzione, senza avere analizzata la sua tesi. Tutto diveniva
dunque grave e si modellava sul suo spirito serio. Il primo amore ha
sempre delle proiezioni sull'avvenire. Gli amori che seguono,
s'abbanchettano al presente. Don Diego s'inquietava dunque di questo
fatto considerevole, che egli stava per installare in casa sua una
straniera, di cui egli ignorava la storia, ch'egli apriva forse il suo
tesoro d'amor cumulato ad una pezzentella sconosciuta che poteva
essere una infame. E se Bambina ritornava?

Prima dunque di aprir tutte le cateratte alla sua passione, prima di
lasciar Concettella pigliar possesso del suo alloggio e del suo cuore,
la vigilia, la sera, quando la lampada non era ancor accesa, quando la
luna non filtrava ancora qualcuno de' suoi raggi furtivi nell'ombre
spesse della dimora, egli le disse:

--Infine chi sei tu? che sei stata?

Concettella si attendeva forse un giorno a quest'interrogazione. Forse
pure ella non ne vedeva la necessit, ignorando il dramma del pensiero
di Don Diego, che aveva varcati tutti gli spazi. Il fatto sta ch'ella
si turb alla dimanda. Perch aprire la tomba della sua vita a questo
curioso che non aveva alcun diritto di rimuginarvi? Egli dava il
benificio; ella, il lavoro: la partita era salda. Perch dimandare
questa mancia esorbitante: lo squarcio dei veli del passato, ad una
donna il cui passato si compone di sventure e di dolori? Ella esit
dunque a soddisfare la curiosit del prete,--la curiosit! credeva
ella. Don Diego insist, e la sua parola rison di maniera, la sua
esigenza si color cos vivamente, che Concettella, bench poco
intelligente, concep il sospetto ella stessa che la intimazione del
prete implicasse un interesse pi grave, forse un dovere.

L'idea dell'amore di quell'uomo per i suoi stracci non le venne punto.
Quel prete aveva forse una missione pi elevata che doveva esercitarsi
sulla vita di lei. Ella ced allora, si assise per terra, come fanno
le donne del popolo napolitano nelle chiese e raccont confusamente
ci che noi ci faremo a riassumere, a coordinare ed a completare nei
due capitoli seguenti.




XIII.

Come si diviene lazzarone.


Vi  un giorno nell'anno che  un giorno di beatitudine per i
trovatelli di Napoli.

Il 25 marzo, li ripuliscono, li vestono, si astengono dal farli morir
di fame e dal troppo bistrattarli. Il sorriso, esiliato da queste
giovani teste trecentosessantaquattro giorni dell'anno, sboccia sulle
loro labbra:  il giorno della speranza dopo tante settimane
d'abbattimento. Della gente onesta e povera che non ha figliuoli, dei
miseri operai che non trovano una compagna nella societ legale, vanno
a visitare lo stabilimento dei trovatelli dell'_Annunziata_, aperto a
tutti il 25 marzo: l'uno vi cerca un figlio, l'altro una sposa. _I
figliuoli della Madonna sono esposti:_ Dio riparer l'ingiustizia
degli uomini.

Un operaio, maritato da dieci o dodici anni, non aveva figliuoli. I
due coniugi ne desideravano uno: diventavano vecchi, e si sentivano
soli. Nel 1818 si decisero dunque ad adottare un figliuolo della
Madonna.

Fortunella avrebbe voluto una ragazza, Giovanni volle un garzoncello.
Ne scelsero uno dell'et di cinque anni chiamato Gabriele.

L'operaio era stato soldato della Repubblica Partenopea. Era stato di
coloro che arrestarono la marcia di Championnet su Napoli, che non ha
n forti n mura per resistere allo straniero, ma parecchie castella
per schiacciare le sommosse del popolo. Nel 1820 Giovanni si aggreg
naturalmente fra coloro che forzarono re Nasone ad accettare la
costituzione.

Al ritorno di quel re, in mezzo all'esercito austriaco, Giovanni fu
cacciato in galera e non si ud pi parlare di lui.

Restata sola con Gabriele, un monello di circa otto anni, senza
risorse, senza risparmi, senza attitudine speciale e senza
lavoro,--perch, onde non incorrere i fulmini della polizia, alcuno
non osava dar lavoro alla vedova del condannato giacobino,--Fortunella
mendic. Gabriele si mise a vagabondare sotto pretesto di fare delle
commissioni.

A Napoli non si vive positivamente di aria e di maccheroni conditi
dall'incomparabile spettacolo del Vesuvio e delle sue eruzioni. I
romanzieri, gli autori di opere buffe, certi viaggiatori di appendici
han detto ci; il mio amico Jules Janin ha persino traversato a nuoto
la Riviera di Chiaja; ma ci non  poi cos incontestabile come il
quadrato dell'ipotenusa. Tuttavia la vita non vi  cara; ma altres i
salari sono bassissimi, eccessivamente esili.

   Io parlo dell'epoca prima del 1847; il lettore non obblii questa
    data in tutti i dettagli.

Le limosine che Fortunella raccoglieva non sarebbero bastate a far
vivere una donna sola; ella aveva un garzoncello per soprassello. Ci
che questo monello guadagnava, se guadagnava qualche cosa, lo spendeva
di nascosto, sia per andare a vedere i pupozzi di Don Gabriele al
teatro di _Donna Peppa_, sia per pagare il vecchio che raccontava sul
Molo le avventure di Rinaldo e di Bradamante, sia per comperarsi di
quelle stomachevoli leccornie chiamate _franfellicchi_. Il pane era
dunque tutto a carico della povera donna.

La quistione degli abiti non fu mai una quistione per Gabriele. La
natura avendolo provvisto di una magnifica capigliatura nera, come gli
augelli del cielo sono provveduti di piume, Gabriele non aveva bisogno
di _coppola_. Le belle lave del Vesuvio, che lastricano le strade di
Napoli, avendogli indurito l'epidermide dei piedi, come gli animali
erranti, egli non sentiva la necessit delle scarpe. Il freddo del
clima di Napoli non essendo intenso, un giubbetto non era
indispensabile. Egli  vero che il pudor pubblico, checch ne abbia
scritto lady Morgan, non avrebbe tollerato che egli andasse attorno
senza camicia e senza calzoni. Ma che quel pantalone non arrivasse che
fino al ginocchio, che i suoi squarci a bocca aperta lasciassero
vedere ci che avrebbero dovuto nascondere, che quella camicia fosse
un cencio cos pittoresco come i deliziosi stracci dei cialtronelli di
Murillo, poco importava. La morale pubblica era salva, la societ
pudica soddisfatta; la coscienza della _gente caritatevole_ restava
quindi senza rimorsi. La nettezza poi era affare di Gabriele. Quando
la sua biancheria era sporca, egli la gittava al mare. E frattanto
ch'egli succhiava delle conchiglie, il sole ed il mare s'incaricavano
dell'imbiancatura di sua signoria.

Neppure la quistione dell'alloggio non era stata giammai una per lui.
Egli avea fisso il suo domicilio al terzo scaglione della gradinata
della chiesa di S. Teresa, a Capodimonte. Il proprietario non gli
dimandava mai il _pesone_, come il popolo napolitano chiama il fitto
della casa.

La parola dice la cosa.

Ma l'inverno? domanderete voi. L'inverno? Ebbene, fra tutte le
calamit sociali che affliggevano la citt di Napoli, la Provvidenza
le ne aveva risparmiata una che forse le valeva tutte. A Napoli non vi
erano portinai, o piuttosto non ve n'era che uno solo: lo svizzero del
re! L'inverno dunque Gabriele si cacciava in un cortile, s'appollaiava
dietro una porta, in una rimessa, in una stalla. A giorno, cominciava
a battere le strade, se gli restava ancora qualche soldo, ovvero
andava a vedere sua madre, nel suo orribile buco al mercato, se aveva
fame.

Questa esistenza spensierata e nomade era il suo apprendimento della
vita. La famiglia naturale l'avea rigettato, la famiglia adottiva era
stata disciolta dal potere politico: orbo di padre e di guida, egli
vagava alla merc del caso, e si dava a lui tutto intiero.

Il caso  l'istinto.

Sua madre un giorno lo sgrid: credo anzi che lo battesse un tantino.
La povera donna voleva tirarselo dietro in una chiesa, ed il galuppo
preferiva di restar fuori, al sole. Gabriele se la spulezz, e per due
o tre giorni non comparve al tugurio. Per, come Fortunella gli aveva
parlato di religione, ei si fece pitturare sul braccio delle belle
anime del purgatorio che si voltolano nelle fiamme, e si tenne per
aggiustato col cielo.

In questo mentre, il lastrico della citt gl'insegnava non poche cose.

In contatto col mondo, messo a limite nelle sue inclinazioni, subendo
di gi la legge del pi forte, alle prese con i bisogni e con le
aspirazioni che sorpassano sempre le latitudini della miseria e si
slanciano in quelle del lusso, costretto ad osservare, a riflettere,
ad attendere, egli studiava la citt come il selvaggio studia le
savanne.

Egli apprendeva a pensare senza accorgersene. E le lezioni non gli
mancavano, perocch il vizio, quando non  il delitto, e mica ancora
la brutalit, diviene un gran maestro di scuola.

Il vizio  la lotta che si stabilisce fra quello che  regola per
molti e quello che  ostacolo per taluni. Gabriele non conosceva la
regola, perch alcuno non gli aveva insegnato ci che sia dovere e ci
che sia diritto; ma egli subiva l'ostacolo ed assottigliava la potenza
del suo spirito per demolirlo.

Due fatti colpirono il suo spirito.

Un giorno, passando davanti al convento di Santa Maria Nuova, e' vi
vide accalcata una cinquantina di persone, vecchi storpi e cenciosi, e
fanciulli di sette od otto anni sparuti e nudi. Tutta questa gente
aveva un coccio smussato sotto il braccio. In aspettando, recitava il
rosario ed uccideva i pidocchi. I fanciulli acchiappavano le mosche.
Quello spettacolo divert Gabriele: si ferm. Ad un tratto, la porta
del convento si apr, e vide comparir sulla soglia un frate
estremamente grasso ed oleoso, il volto acceso ed inzaccherato di
tabacco, di brodo e di vino. Due altri fraticelli, egualmente sporchi
ma pi giovani ed il viso pi raffilato, seguivano fra Gaetano. Essi
trascinavano un'immensa caldaia, nella quale si erano riuniti a
sghimbescio i residui del pranzo di centosettanta monaci, formando
cos un pappalecco senza nome nel pandemonio culinario, di un colore
indeterminato, di una forma indecisa e di un gusto cui la fame sola
poteva far trovare tollerabile. Alla vista del pajuolo, i _pater_ e le
_ave_ si perdettero in un cospettare sommesso scambiato tra i
mendicanti, tarabussandosi a chi passerebbe il primo.

Su questo brontolare assordante, risuon il vocione di fra Gaetano,
che grid:

--L'_anima vostra_! volete tenervi la lingua tra i denti?

E ci dicendo, sollevava il suo scettro,--il lungo e profondo
cucchiaio di cui si serviva per distribuir la pietanza.

La vista di quelle scodelle tese, risvegli l'appetito di Gabriele.
Egli vide passare i mendichi l'un dopo l'altro, ed avanzando
insensibilmente, a misura che quelli che si allontanavano lasciavano
posto, si trov in faccia di fra Gaetano. Gabriele non aveva scodella;
ei non distese la mano. Fra Gaetano lo sbirci senza cospettare, poi
lo sbirci ancora grattandosi l'epidermide del collo. Ei prese da un
paniere due pezzi di pane e di carne, e glieli gett, dicendo:

--Ritorna domani.

Gabriele trov il pane eccellente, la carne squisita, il monaco
strano; osserv sulle labbra dei due fratocci un sorriso ch'e' si
permise di qualificar stupido, e se ne and facendo capriole.

L'indomani e' si disse:

--Poffar dio! poich mi si d un cos buon pranzo per nulla e mi
s'invita con tanta gentilezza, perch non accetterei io l'invito di
padre Gaetano?

Ed and al convento.

Appena che fra Gaetano lo scorse, gli fece segno di aspettare e
sollecit a dispensar la brodaglia. Poi, quando Gabriele fu restato
l'ultimo, fra Gaetano cav fuori di sotto la tunica un bel pezzo di
pane bianco ed un groppone di cappone non male in carne, e l'offerse
all'avidit del garzoncello, carezzandogli paternamente la testa. Poi
gli disse:

--A domani, piccolo.

Allettato in questa guisa, accolto di cos buona grazia, attirato con
tanta premura, carezzato, festeggiato, Gabriele ritorn il terzo d.
Fra Gaetano gli sorrise. Quando tutti furono partiti, anche i due
monaconzoli, fra Gaetano mise avanti gli occhi del figliuolo un
piccione arrostito ed un pane bianco come l'ostia.

Gabriele entr nel convento.

Scorse un minuto, e in un baleno lo si vide uscire, gittare ci che il
frate gli aveva regalato e salvarsi a gambe.

Gabriele non mendic pi.

E' si accomod di un altro mestiere.

Eravi a quell'epoca, in una piccola casa accosto al teatro di san
Carlino, un uomo conosciutissimo chiamato _llu si' Michele_. Questi
era intraprenditore di ladrerie, brevettato dalla polizia,--s,
brevettato dalla polizia, pagando patente!

   _Il sor Michele_.

Un prefetto della polizia di molto buon senso si era detto:

--Il furto  il sistema normale del governo napolitano. Eccetto il re
che non ruba,--regnava allora Francesco I cui non bisogna confondere
con Ferdinando II,--tutti gli altri rubano. In una societ, bene o
male organizzata, il furto  inevitabile, ed in una grande citt come
questa, impossibile ad evitare. Il furto  l'anarchia; io vado a
governarlo. Il furto  indipendente e perci degno di forca; io vado a
farlo realista, a forzarlo a subir le leggi dello Stato ed a pagargli
tributo come ogni altra cosa; la prostituzione, per esempio! Quando il
furto sar legale, sar morale; quando esso sar produttivo per il
fisco e protetto dal fisco, esso non sar pi giacobino.

Egli tir allora dal bagno un uomo che passava per aver del genio in
questa categoria di delitti, lo fece trasferire a Napoli e gli disse:

--Ascolta. Ti lascio tre mesi per studiare la piazza e scegliere il
tuo personale. Dopo questi tre mesi, tu sei responsabile di tutti i
furti che si commettono nella citt.

--Io?

--S, tu. Adesso ecco le condizioni che ti pongo. Io autorizzo il
ladroneccio, ma non al di l del numero di furti commessi fin qui. Io
ti do giurisdizione piena ed intera per impedire e reprimere le
ruberie che non saranno commesse dai tuoi agenti; ma qualunque di
cotesti agenti si lascier sorprendere in flagrante dalla polizia,
sar severamente punito e perder l'impiego.

--Io accomoder codesto. Avviser la polizia che avr cura di
allontanarsi.

--Ascolta il resto. Sul prodotto delle operazioni, sar prelevato il
cinquanta per cento per la nostra amministrazione. Sugli altri
cinquanta, venticinque per te, venticinque per l'agente. Se c'inganni,
la prima volta che ti prenderemo in frode, sarai impiccato. Ecco le
mie condizioni. Accetti?

--Ma chi constater la frode? domand Michele.

--Noi. Accetta o torna in galera.

--Accetto.

Tre mesi dopo, l'uffizio di Michele era istituito, e sei mesi pi
tardi, la sua amministrazione funzionava a meraviglia. Era
l'amministrazione modello negli Stati di S. M. Siciliana. Il prefetto
di polizia aveva legalizzato il furto.

Gabriele fu ammesso come soprannumero, da prima nella banda di coloro
che vigilavano, poi entr nel ripartimento dei furti di pezzuole da
tasca. Ora, ecco cosa avvenne.

Gli austriaci che avevano occupato Napoli dopo il 1821, erano partiti
nel 1827. I mercenari svizzeri li avevano sostituiti. Un giorno, un
capitano svizzero passeggiava nella strada Toledo, ove Gabriele era di
servizio. Il capitano aveva nella tasca un magnifico fazzoletto di
seta delle Indie, a fondo bianco e larghe strisce rosse sui lembi ed
una punta di quell'arnese usciva a civettar dalla saccoccia;
stuzzicando l'avidit, da agente provocatore. Gabriele lo not o lo
fece notare al suo collaboratore, un giovincello di tredici o
quattordici anni come lui. Questi disse a Gabriele:

--Sta in guardia, seguimi, io vado a fare il colpo.

E si slanci. Gabriele guardava intorno.

Il ladroncello si avvicin, pass di dietro allo svizzero, ed in un
batter d'occhio la pezzuola fu tratta fuori. Ma rest aderente alla
tasca dell'uniforme.

Il capitano, a quanto pare, pi di una fiata rubato aveva attaccato il
moccichino con una spilla all'uniforme. Infatti, dacch si accorse che
se ne andava, allung la mano e prese pel braccio il piccolo
delinquente.

Il capitano gli fece fare un mezzo giro e se lo men d'incontro. Lo
consider un istante senza parlare, come se lo giudicasse mentalmente,
poi pieg il ginocchio sinistro a terra, pose sull'altro ginocchio
piegato ad angolo retto il braccio del giovanetto, l'innalz,
l'abbass con forza sulla rotella. Il braccio del disgraziato era
rotto in due come un ramo di legno morto! Il monello gitt un grido e
cadde svenuto. Il militare si rialz tranquillamente, scosse la
polvere del suo calzone, guard con aria soddisfatta le persone che
gli avevan fatto capannello attorno, port la mano allo shak, salut
tutti e si allontan in pace. Il popolo si disperse, il cuore stretto,
e mutolo. Uno sbirro, che aveva tutto visto come gli altri spettatori,
raccolse il fanciullo, lo trasport alla prefettura di polizia, ove il
commissario gli fece infliggere venticinque colpi di frusta, in
seguito di che l'infermo fu mandato all'ospedale.

Gabriele, anch'egli, aveva tutto visto, anche i colpi di verga. Egli
fece giuramento di non mai pi rubare, di guisa che un frate
mendicante lo corresse dal vizio della mendicit, un mercenario gli
apprese il rispetto della propriet: due violenze gli indicarono due
doveri.

Gabriele aveva sedici anni.

Quando si  lazzarone, e non si ruba e non si mendica, non si ha altra
risorsa che il lavoro. Ora, che pu fare un lazzarone?

Si  scritto, e lo si ripete ogni d, che tra il lazzarone ed il
lavoro vi  incompatibilit e ripulsione naturale. Ci non  esatto.
Tra il lavoro del lazzarone ed il lazzarone non vi  equilibrio di
salario, e per conseguenza il secondo  disgustato del primo. Ci 
molto, ma ci non  ancora tutto.

Per compiere un lavoro qualunque, occorre che la natura e la societ
si diano la mano. La natura aveva tutto fatto pel lazzarone. Il
lazzarone era forte, intelligente, sobrio, paziente, sopportava tutto,
era abile, proprio a tutto, capace di tutto, anche di essere onesto!
Col lazzarone non si aveva neppur bisogno di parlare: un segno, un
muover d'occhio, ed egli aveva capito. La natura era stata larga per
quest'organizzazione primitiva. Ma la societ? Madrigna!

Non scuole, non conservatorii, non istruzione, non associazioni, non
opifizi, non maestri, non assistenza, non asili d'infanzia, n casse di
risparmio, non istrumento di lavoro, non istruzione professionale....
nulla, nulla per rilevare l'uomo sopra il livello del produttore della
forza bruta, la macchina. La societ incivilita gli aveva venduto una
gerla, ed ecco tutto.

Ora, questa gerla--_la sporta_--era tutto un mondo pel lazzarone.

Aveva bisogno di portare un fardello? la gerla gli serviva di
carrettello. Pioveva? la gerla gli serviva di paracqua. Aveva sonno?
la gerla gli teneva luogo di origliere. Voleva sedere come un
sibarita? e' si faceva una poltrona della gerla. Vi si coricava
dentro, vi dormiva sopra, vi si nascondeva dietro per procurarsi
dell'ombra.... L'uomo e la gerla si completavano, s'identificavano
talvolta; erano inseparabili.

Vi sono degli uomini, le cui funzioni sociali sono limitate a produrre
la ventesimasesta parte di una spilla, od a girare una ruota per tutta
la loro vita, e finiscono per diventar bruti. Perch quest'altro
bruto, il lazzarone, che era aggiogato per tutta la sua vita ad un
fardello ch'egli doveva portare sulla testa o sulle spalle, perch
diveniva esso filosofo? Imperciocch, se il lazzarone non sapeva
leggere, e' pensava; quando lo si credeva addormentato, meditava;
quando lo si credeva indifferente, sentiva. Del resto  presso a poco
la legge generale di tutti gli schiavi e di tutti i servi; essi non
fanno che recitare la parte dello stolido. Ecco perch il lazzarone
ragionava poco, parlava per imagini, almanaccava molto. La _folle du
logis_ era sempre all'erta in quel cervello ben costruito e mal
intonacato.

Il lazzarone non esiste pi. Domani sar elettore.

Ma ritorniamo a Gabriele.

I viaggiatori che arrivavano di provincia, mettendo il piede nella
capitale, erano innanzi tratto sicuri di avere a sostenere una lotta
col lazzarone. Quando la carrozza passava la barriera della gabella,
una mezza dozzina di lazzaroni vi si aggrappava attorno come bruchi,
sostenendosi ad ogni punto di appoggio che la vettura offrisse loro.
Circondata da questa guardia del corpo, la carrozzaccia entrava
trionfalmente in citt. Il cocchiere andava dritto alla sua locanda e
depositava le sue vittime sul lastrico. Ma queste povere vittime,
appena sottrattesi all'imperio del cocchiere, cadevano immediatamente
sotto il potere del lazzarone.

Il potere del lazzarone sulla sua pratica era cos esteso, cos
irresponsabile come quello dello Czar su i suoi sudditi; non vi era
che l'insurrezione che lo limitasse. Con un colpo d'occhio rapido ed
intelligente il lazzarone giudicava il suo cliente, lo valutava come
se lo avesse conosciuto da vent'anni. Dopo questo apprezzamento e' si
disponeva ad agire. La conclusione di questo ragionamento era del
resto assai semplice: aver dei danari _con_ o _senza_ accompagnamento
di busse.

Le busse non entravano in conto: erano una cosa s abituale, che col
tempo era divenuta natura.

I lazzaroni che avevano accompagnato la vettura si gittavano dunque
immediatamente sul bagaglio e si distribuivano i colli. Che l'uno o
l'altro pigliasse una pesante valigia, un sacco da notte, un bastone,
un porta-capello o una canna di pipa, importava poco. Era una buona o
una cattiva fortuna, ecco tutto. Ma colui che si era impossessato del
bastone si guardava bene di caricarsi per sopra pi del paraacqua. Ci
sarebbe stato un invadere i dritti del compagno, un violare il dritto
di propriet, il dritto al lavoro, il dritto al salario..... ed il
lazzarone, che non aveva alcun dritto, li rispettava tutti.

Quanto al viaggiatore, e' non poteva pi toccare alle sue cose: lo
avrebbero bastonato. Imperciocch ci sarebbe stato un rubare la
povera gente la quale non aveva che quello per vivere! Se il
viaggiatore aveva l'aria un po' determinata, gli si faceva la grazia
di lasciargli scegliere il suo albergo. Diversamente, il povero
provinciale doveva stimarsi felice di correre a tutte gambe dietro ad
una mezza dozzina di lazzaroni che, essendosi impadroniti dei suoi
bagagli, lo avrebbero condotto in America. Lo conducevano ove
volevano--e sempre male.

Arrivati a destino, i lazzaroni, sempre rispettosi fin l, prendevano
una cert'aria di dignit. Se erano sei, uno solo entrava nella camera,
gli altri restavano alla porta. Il viaggiatore faceva un calcolo pi
meno giusto e pagava. Ei credeva pagar tutto. Il lazzarone guardava la
moneta ricevuta, la voltava e rivoltava nella palma della mano,
squadrava la sua pratica dalla testa ai piedi, alzava infine le spalle
con disprezzo ed usciva. Il viaggiatore respirava.

Ma ecco che il secondo si presenta.

--Eccellenza.....

--Cosa ?

--Ebbene!, ma io vi ho portato il vostro sacco da notte, io.

--Eh! ma io ho pagato il tuo camerata per tutti. Domandagli la tua
parte.

--Che cosa mi riguarda ci, a me? Conosco io forse il mio camerata,
io? Vi aveva io detto di dargli la mia parte, io?

Il viaggiatore pestava, e poi pagava ancora e respirava di nuovo.

--Eccellenza, il povero facchino che ha portato il vostro baule.

--Come, il mio baule? Ma io ho pagato. Ne ho anzi pagato due.

-- impossibile, ma me no, eccellenza.

--Te, te, te ho pagato per tutti. Va al diavolo.

Il lazzarone che aveva cominciato per dar dell'_eccellenza_ al suo
paziente, abbassa di un grado i titoli.

--Ma _signore_, io non posso andare al diavolo prima che non mi
abbiate pagato. Io mi sono slogato le ossa per trascinare il vostro
miserabile cassettone. Credete che ci sia per i vostri bei baffi da
carbonaro, eh?

--Io non do pi un soldo. Fuori di qui!

--_Tu_ ti burli di me dunque eh! il _calabrese_? Io ho gittata _la mia
anima_ a carreggiare il tuo lurido cataletto, e _tu_ mi pagherai.

--Io non pagher pi nulla, no, no. Esci all'instante, se no.....

--Ed io ti ripeto che tu mi pagherai o per la Vergine del Carmine, il
_sangue va a scorrere a lava_.

Il viaggiatore cospettava ancora e pagava.

Il quarto si presentava. E l, nuova disputa sul prezzo, mista a
bestemmie, a gesticolamenti, a minacce, a lazzi, ad ironie fine ed
insolenti dalla parte del lazzarone che  il minchionatore il pi fino
e il pi insolente che io mi conosca. Egli aveva inoltre un disprezzo
imperiale per tutte le genti della provincia, cui addimandava di un
sol nome: _calabresi_. Come per gli antichi romani, tutto ci che non
era della loro capitale era _barbaro_.

In una parola, il viaggiatore doveva pagarli tutti, subire i loro
insulti, talvolta le loro busse. Ma egli arrivava altres qualche
volta che il viaggiatore si ribellasse e desse un calcio o uno
schiaffo. Allora un combattimento in regola s'impegnava. Egli era
insorto troppo tardi! Cos, tutti coloro ch'egli credeva partiti
ritornavano, ed un tafferuglio cominciava, in cui si rompeva tutto,
compreso la testa del viaggiatore.

Ma come fare, mi domanderete, per evitare questo inconveniente?

Il metodo era semplice. Bisognava dare uno schiaffo, senza fiatar
sillaba, al primo che toccava al vostro bagaglio prima di ricevere i
vostri ordini. Il lazzarone capiva all'istante che egli aveva a fare
con un militare, con un pezzo grosso del governo, o con un uomo
determinato che conosceva i procedimenti onesti, e diveniva umile come
agnello. Egli era sovente anche rubato dal suo cliente.

Gabriele faceva quel mestiere al Ponte della Maddalena, da dove
arrivano i Calabresi, gli uomini i pi irruenti delle provincie del
regno. Gabriele si caricava raramente di un mobile pesante: per
conseguenza e' correva pi ch'altri il rischio di ricevere un pugno od
un calcio, quando si presentava l'ultimo per domandare il prezzo del
porto di una frusta o di una bottiglia vuota. Ora, ci gli arriv cos
spesso ch'e' fin per prendere il mestiere in disgusto. Imperocch, se
la polizia non interveniva punto per proteggere il viaggiatore contro
l'aggressione dei lazzaroni, essa interveniva meno ancora per
proteggere il lazzarone contro le batoste e le scroccherie del
viaggiatore. Poi, Gabriele divenne adulto, ed una rivoluzione morale
si era operata nel suo carattere.

Egli amava.




XIV.

E come si diviene galeotto.


Ed anzi tutto Gabriele era un bel giovanotto.

Egli aveva nei suoi occhi corvini un non so che di malinconico che
correggeva la regolarit severa dei suoi tratti, il fosco del suo
colorito, il portamento della testa fieramente accampata sur un collo
svelto. I suoi capelli neri irrompevano a ricci da un berrettino color
bruno a lembi rossi, che gli accerchiava la fronte in modo grazioso.
Portava il petto nudo, il collo nudo, le braccia ed i piedi nudi.
Perocch tutte le sue vesti si riassumevano in una camicia ed in un
paio di brache di cotone giallognolo strette alla taglia da una fascia
bruna.

Egli amava una povera figliuolina chiamata Concettella, il cui padre
era pescatore.

Concettella non era ci che si dice una bella ragazza. Ma il suo
sembiante esprimeva la grazia che cerca sedurre ed una vivacit che si
comunicava e rimbalzava immediatamente nel cuore di chiunque
l'avvicinava. Poi, ella era civetta.

Gabriele faceva delle canzoni per lei, perch Gabriele era poeta ed
aveva l'istinto dell'armonia.

Chi ode per le vie di Napoli, la notte, le cantilene selvagge,
bestiali, disarmoniche, intollerabili del popolo napolitano non
sospetterebbe mai che i lazzaroni avessero la loro accademia e le loro
corti d'amore, precisamente come Clemenza Isaura. Quei Pelli-Rosse dai
guaiti s discordanti ed offensivi avevano le loro sfide di poesia e
di musica, che terminavano non raramente in una sfida al coltello. Si
dava un tema. Il primo cominciava e cantava la sua strofa; un altro
rispondeva, ed alternando cos le strofe come i pastori di Virgilio,
si continuava per lungo tempo. Il primo che si arrestava, senza dare
la replica, metteva fine alla lizza. Per costui era schernito
talvolta battuto, e costretto a spulezzarsela. Non si crederebbe
giammai che ricchezza di poesia e di viste ingegnose quei bardi dai
piedi nudi prodigassero in quella ginnastica di scienza gaia.

Ogni anno si cantava a Napoli una nuova canzone popolare. Chi ne aveva
trovata la melodia? chi ne aveva indicato il concetto e composte le
parole? Tutti se l'attribuivano--tutti coloro che sapevano infilare
crome e semi-crome, tutti coloro che sapevano far rimare _amore_ e
_core_, _bene_ e _pene_. Ma l'autore vero, lui, non dubitava neppure
d'aver dato vita ad un vero capolavoro che correva le cinque parti del
mondo come, per esempio, l'

    Io te voglio bene assai
    E tu nnu pienzi a me.

Ora ecco come avveniva l'istoria di quella canzone.

La notte che precedeva la famosa festa di Piedigrotta, cio la notte
dal 7 all'8 settembre, il popolo poteva entrare e trattenersi nel
giardino pubblico,--la Villa Reale. Gli altri giorni, la plebe, in
giubba o senza, non vi aveva accesso. In quei viali, a riva del mare
di Mergellina, si riunivano i giovanotti, lazzaroni, operai,
artigiani, contadini dei dintorni di Napoli, con le ragazze degli
stessi ceti. Quindi, tutta quella giovent se ne andava in gazzarra,
cantando e danzando la _tarantella_, dal lato della grotta di
Posilipo.

La grotta  un lungo tunnel del tempo dei Romani che fora la collina
di Posilipo. Vi si giungeva tra mezzanotte ed un'ora del mattino, con
delle torce accese, avendo ciascuno al suo braccio la sua giovine
sposa o l'innamorata, cui non bisogna confondere con la ganza. L, si
faceva circolo. I trovatori che si portavano candidati alla nuova
canzone dell'anno si presentavano. Quelle dugento o trecento persone
rinsaccate in quell'intestino si arringavano del loro meglio ed a
suffragio universale si nominavano i giudici del concorso. E bisogna
soggiungere, che raramente si prendeva sbaglio nella scelta. Nel 1846,
Gabriele, cui addimandavano _Gabriele Uu pienseruso_, era uno dei
candidati. Filippo Rotunno, suo rivale, ne era un altro. In tutto
erano sei. In un batter di occhio il silenzio si fece. Quattro
parrucchieri musici si collocarono nel centro, innanzi ai giudici.
Essi suonavano il flauto, il violino, la chitarra ed il mandolino. Il
cantante dava il tuono. Tre concorrenti, che non avevano buona voce,
si fecero surrogare dai loro allievi.

Noi passiamo oltre quattro di quelle canzoni, quantunque con
rincrescimento; perch ve ne fu una sopratutto, di un gobbo
merlettaio, che fu molto bella e che, ritoccata poi, fu ricevuta due
anni pi tardi,--la canzone del _Mastrillo_. Ma noi non possiamo
omettere quella di Gabriele n quella di Filippo, che furono il punto
di origine di tante sciagure. Entrambi avevano cantato la stessa
donna, quella stessa Concettella che era con Gabriele ed aspirava a
Filippo. Gabriele era bello; Filippo, ricco. Ora, la donna 
inesorabilmente logica. La natura d la bellezza; l'uomo deve dare gli
ornamenti.

Filippo aveva inoltre una tale rimarchevole voce di tenore, che
avrebbe valso dei milioni, se Filippo fosse stato cantante in luogo di
essere marinaio e padrone di due barche. Gabriele aveva una voce di
baritono, armonica ma molto meno bella. Egli era il quinto e cant:

Quando eri ammalata, io mi teneva vicino al tuo letto, Concettella.
Io udiva il tuo cuore battere con violenza: io ti compresi, mi tacqui,
ma ti amai.

Adesso tu sei guarita, e sono io che da tre giorni sono infermo. Ma
quando si  innamorati bisogna passare per questi guai.

Rinfresca col tuo fiato odoroso, rinfresca la mia febbre; ma non
dire, Concettella, oh! non dire che io sono piagnoloso e ti attedio.

Imperciocch se vedessi la Vergine che mi ammiccasse per invitarmi a
salire al Cielo, io volgerei lo sguardo, per contemplare unicamente il
sorriso della tua bocca. Sorridimi, Concettella!

Ma se nel tuo sorriso si dovesse trovare un lampo di scherno o di
compassione, torci il capo, Concettella, torci il capo, come io
l'avrei fatto con la Madonna.

E quando tuo padre sar di ritorno dalla pesca, dimandagli se il mare
 ben profondo dal lato di Miseno e mandavelo a pescare.

Io sar quivi, in mezzo ai fiotti schiumanti, come fra le lenzuola
del nostro letto nuziale; io sar quivi, disteso sur uno scoglio, come
avrei dovuto esserlo fra le tue braccia.

Perch il mare, che ha pi cuore di te, fanciulla senza piet, se tu
gli getti un innamorato, esso ti rigetta per lo meno un cadavere.

Quando Gabriele ebbe finita la sua canzone, da me pessimamente
proseggiata dal dialetto napoletano, i suoi tratti, sotto l'imperio
della commozione, erano splendidamente animati. Ma l'uditorio era
anche pi commosso di lui. Perocch la sua melodia, s tenera e s
triste, aveva un accento che andava all'anima come un dolore.

Il suo avversario Filippo Rotunno divenne estremamente pallido. Egli
aveva letto nello sguardo di Concettella che la parola di Gabriele
l'agitava ed il suo cuore era lacerato dalla gelosia. Egli aveva
impallidito altres perch aveva sentito il fremito che la cantilena
di Gabriele aveva fatto correre fra gli spettatori. Ed egli apprezzava
tutte le bellezze di quella poesia e di quella melodia di una soavit
ineffabile. Erasi fatto pallido infine, perch egli aveva paura e
dubitava di s. Egli sapeva che ci che avveniva col avrebbe deciso
dell'amore di Concettella. Fece uno sforzo sopra s stesso e si
avanz. Volgendo lo sguardo agli assistenti, per leggere sul loro
sembiante come fossero disposti a suo riguardo, si accorse che essi
erano ancora sotto la mala della canzone di Gabriele. Allora volendo
aprire un'altra corrente alla loro emozione, fece suonare la
tarantella. Quindi, quando gli sembr che l'uditorio fosse sotto
un'altra impressione, diede il suo tuono alla musica e principi:

V una piccola giardiniera chiamata Concettella, la quale discende
ogni giorno dallo Scutillo per venirmi a stuzzicare.

Ella possiede un piccolo giardinetto ove fiorisce la rosamarina....
Concettella, ascoltami, non venire a svegliarmi di cos buon mattino!

A vederti con le tue guancie di foglie di rosa, con i tuoi occhi che
hai rubati alla notte, io potrei credere che il mio sogno non  bene
ancor terminato. Io ti ho visto femmina, e tu sei per me regina...
Concettella, ascoltami, non venire a risvegliarmi di cos buon
mattino!

Perch vedendoti entrare nella mia povera cameretta, io credo che vi
entri l'aurora; e come apro le pupille alla luce potrei aprire a te le
mie braccia... Ed allora ti darei pi baci che il cielo non ha
stelle... Ascoltami, Concettella, non venire a risvegliarmi di cos
buon mattino!

A questa strofa, l'entusiasmo degli spettatori fece esplosione. Due o
trecento bocche accompagnarono in coro il bizzarro ritornello della
scherzosa canzone. La melodia era adorabile: essa zampillava,
scintillava, spingeva le gambe alla danza, a bocca al canto. Non si
pot pi restar quieti. Giammai _hustings_ inglesi ebbero pi
acclamazioni tumultuose per un candidato favorito, che quel pubblico
di teste calde napolitane e di cuori entusiastici non ne prodig alla
canzone di Filippo.

Essa fu proclamata la canzone dell'anno.

Gabriele era scomparso.

Egli aveva visto Concettella staccarsi poco a poco da lui, inclinare
verso il suo rivale, infiammarsi, esaltarsi, cader mortalmente bella e
sbocciata nelle braccia di colui. Era fuggito.

Il d seguente, Gabriele assiso a terra, le gambe incrociate, i gomiti
sulle ginocchia, il mento fra le mani, stava ascoltando il vecchio che
sul Molo declamava l'Ariosto.

Dopo che aveva preso in uggia il mestiere di facchino delle carrozze,
Gabriele aveva principiato il commercio delle frutta. Un mercante gli
confidava un cesto pieno di fichi, di pesche o di uva, egli percorreva
la citt, li vendeva al minuto, guadagnava dieci soldi in qualche ora,
e passava una parte del giorno alla riva del mare, a vaneggiare a
baloccare. La sera andava ad udire la musica sulla Piazza Reale; nel
dopopranzo alternava le ore tra il Filosofo e Rinaldo.

Il Filosofo era un vecchio antidiluviano che insegnava la morale. E'
smaltiva le massime e gli apotegmi dei filosofici stoici, li
commentava con storielle adatte al soggetto e ne tirava la moralit.

Il governo non aprendo alcuna scuola pel popolo, un mendicante fondava
una cattedra di etica. I corsi del Filosofo erano frequentatissimi.

Noi abbiamo visto spessissimo, sullo stesso Molo, da un canto il
Filosofo insegnare, dall'altro Rinaldo raccontare le imprese dei
Cavalieri, in un angolo Pulcinella e Colombina sbizzarrirsi alle farse
le pi spiritose, e l l da presso un gesuita o un liquorista, salito
sur un banco, predicare l'inferno od il giudizio finale. E dobbiamo
confessarlo, il circolo meno affollato era proprio quello del
predicatore.

Gabriele ascoltava dunque il racconto della lotta di Argante e
Tancredi. Il vecchio cantava un poco, ma in generale declamava i versi
del Tasso in maniera vivissima e pittoresca, animandosi col gesto,
modulando le inflessioni della voce onde far delibare la melodia di
quella seducente poesia. Gli spettatori seguivano le peripezie del
poema con passione intensa.

Quando la lettura fu terminata, Gabriele mise nella mano del vecchio
tutto il suo guadagno della giornata. Egli non aveva sentito il
bisogno di mangiare; era stato assorbito in un'idea tutto il d. Di
l, se ne and a cercare uno dei suoi amici e gli disse:

--Filippo ed io, non possiamo pi vivere nella stessa citt. Bisogna
ch'egli mi uccida o ch'io l'uccida. Va da lui. Egli si batter meco, o
lo assassino. Io non vorrei pertanto assassinarlo! Gli d la scelta:
le pietre, ovvero il coltello.

--Io accetto le une e l'altro, rispose Filippo all'amico di Gabriele.
Quando? dove ci batteremo noi?

--Domani, alle otto, dal lato di Porta Nolana.

--Sta bene. Quante pietre?

--Dodici, se tu vuoi. E poi il _mollettone_ (coltello a molle ferma).

--Accetto. Io porter i coltelli, voi le pietre. A domani.

--Grazie.

Vi era a quell'epoca un prete famoso chiamato don Placido Baker.
Costui trafficava in grande l'articolo miracolo. Egli passava le sue
notti a tu per tu con la Vergine o con qualche altro santo del
Paradiso in viaggio pel nostro pianeta. Quei celesti _touristes_
s'intrattenevano col prete di ogni sorta di bisogna, delle molestie di
casa del detto D. Placido o delle virt domestiche della regina
Teresa. Poscia, accomiatandosi, gli davano il permesso di rivelare i
secreti della conversazione,--di dir perfino che quel giorno il signor
S. Pietro aveva la barba mal pettinata, e messer S. Luigi, il gesuita
che non aveva mai guardato in viso sua madre, la marchesa di S.
Gonzaga, aveva fatto l'occhiolino a Santa Filomena.

D. Placido rappresentava la sua messa e raccontava queste cianche
intime al popolo nella sua chiesa del Ges Vecchio, due ore prima
dell'alba. La chiesa, rischiarata solamente da sei piccole candele
sull'altare era suffusa nelle tenebre, e si commettevano l pi
turpitudini che i primi cristiani non ne attribuirono mai ai pagani.
Il popolino frequentava moltissimo il Ges Vecchio e si divertiva a
scialo di quelle storie pittoresche e straordinarie.

Gabriele, come gli altri napoletani, aveva pi superstizione che
religione. Tutta la sua piet si limitava all'impressione delle anime
del purgatorio sul braccio, a portare al collo lo scapolare della
Madonna, a far magro tre giorni la settimana. Ed ecco tutto.
Fanciullo, era ito alla chiesa per rubare le pezzuole: pi tardi, per
incontrarvi una innamorata ed udirvi della bella musica. Vi andava
adesso, per veder Concettella in veste da domenica. Ma sul punto
d'intraprendere una lotta mortale, e' volle pregar Dio, onde invocarlo
a giudice della buona causa, che ei credeva esser la sua. Entr dunque
nella chiesa del Ges Vecchio all'alba, e preg. Preg senza sapere n
come n perch. Dopo, raggiunse l'amico e partirono insieme pel luogo
del duello.

Si era conservato su questo affare il pi grande secreto. Prima dunque
di giungere a Porta Nolana si separarono per non farsi osservare
insieme. Si prendevano queste precauzioni onde mettersi al coperto
dalle conseguenze del combattimento, nel quale uno per lo meno doveva
soccombere. L'amico di Gabriele aveva scelto nel letto del Sebeto
ventiquattro pietre della grossezza di un uovo, ben levigate e ben
rotonde. Ei ne fece due parti, e lasci la scelta al padrino di
Filippo. Questi aveva portato due coltelli a molla, cui i lazzaroni
chiamano _crocifissi_, a lama fina, lunga, scanalata, acuminata come
un ago, tagliente come un rasoio, della lunghezza di circa dieci
pollici. Il testimone di Gabriele scelse.

--Comincieremo dalle pietre, disse costui.

--Come vorrete, disse Filippo.

--A cinquanta passi?

--Sia pure.

--Senza fionda?

--Senza fionda.

-- permesso schivarsi?

--Poich a questa sfida deve succedere quella del coltello, io credo
che si possa accordare il diritto di non restare immobile sotto i
colpi dell'avversario.

--Sta bene. Giuochiamo a chi tirer il primo. Si giuoco al _tuocco_.
Gabriele guadagn.

Il combattimento alle pietre era il combattimento favorito del
lazzarone. Aveva luogo d'ordinario per bande di quindici o venti
giostratori, ed anche di pi. Era una zuffa sovente pericolosa. Del
resto, basta rammentare i lazzaroni del 1799, i quali fecero
indietreggiare la cavalleria di Campionnet e sostennero a Ponte-Rosso
tre ore di lotta, quasi unicamente alle pietre.

Filippo, che aveva un pastranello, lo cav. I due duellanti si posero
alla distanza convenuta in una cotale attitudine ch'ei non
presentavano al nemico che il profilo sinistro, avvegnach avessero la
faccia volta l'uno all'altro, onde seguire con fissit ed attentamente
i movimenti dell'avversario.

Noi non specificheremo le peripezie di questo combattimento, il quale
esigeva l'agilit della scimmia, dei muscoli di acciaio, un colpo
d'occhio rapido come il baleno, un'elasticit incredibile delle membra
onde saltar d'ogni banda, piegarsi in tutti i sensi, appiattarsi,
alzarsi, girellare su di s stesso, slanciarsi, spiegare in una parola
tutte le risorse della ginnastica, usare di tutti i mezzi di cui la
natura ha dotati gli animali delle foreste per attaccare e difendersi.

Il lazzarone, non era esso il selvaggio delle latitudini incivilite?

In questo attacco, Gabriele fu colpito tre volte, senza molto male:
Filippo due, anche senza pericolo, bench ricevesse una ferita alla
testa. Ma ei si limit a stagnare il sangue con un pugno di terra, e
continu. Questi preliminari non dovevano servire che ad eccitare la
collera dei combattenti. Il duello a morte cominciava.

Il duello al coltello  un'importazione siciliana a Napoli, spagnuola
in Sicilia,--il combattimento alla _navaja_. Ma  altrettanto
micidiale a Napoli che a Palermo ed in Ispagna.

I due avversarli si avvicinarono. Dai loro occhi schizzavano scintille
feroci. Non vi si vedeva pi il bianco: erano due punte di diamante a
fiamma fosca e penetrante circondata da un'aureola rossa.

I due testimoni li collocarono di maniera che la luce del sole fosse
egualmente divisa.

Filippo e Gabriele si approssimarono ancora, ciascuno d'essi guardando
fissamente il nemico per trovargli negli occhi un segno di paura. Non
ve n'era. Essi accostarono i loro piedi sinistri di modo che le dita
dell'uno toccavano il tallone dell'altro. I loro corpi non offrivano
che un sottilissimo profilo, converto dal braccio piegato e
ravvicinato al petto, pronto a parare il colpo. La lama del coltello
era appoggiata al braccio ed il manico chiuso nella destra come in una
morsa. A vederli cos, si sarebbe giurato che al primo colpo quelle
due lame andrebbero a conficcarsi nei due petti e che si
raccoglierebbero quivi due cadaveri.

I due combattenti fecero qualche finta per provare le loro forze.
Gabriele si accorse che Filippo era agilissimo, e che se egli avesse
voluto limitarsi alla difesa per profittare del di lui primo sbaglio,
questi avrebbe potuto prevenirlo ed ucciderlo. Risolse dunque di
sconcertare quell'attivit inquieta con un attacco che obbligava
Filippo a difendersi, e di fargli esaurire cos, nella difesa, tutte
le sue forze d'iniziativa. Gli era uno stornarlo e perderlo. Passarono
pochi minuti in questi finti assalti, senza fiatare, gli occhi
dell'uno ribaditi alla lama del coltello dell'altro.

Fu un terribile momento.

Gabriele mirava alla gola, Filippo al ventre. Si vide infine Gabriele
proiettare in avanti il suo braccio sinistro, levandolo alto onde
allontanare il coltello di Filippo od esserne ferito solo al braccio
che gli serviva di scudo. Ma nel medesimo tempo avanz il suo coltello
dritto al cuore del suo rivale. Questi comprese questo colpo
terribile, ed anzi che cedere alla tentazione di ferir Gabriele, fece
un rapido movimento in avanti, di guisa che il colpo che andava a
ferirlo giusto nel mezzo del fianco sinistro non gli travers che la
carne del dorso, scivolando sulle costole.

--Ci sei? disse Gabriele, senza pertanto uscire di guardia.

--Una scalfittura di spilla! rispose l'altro, senza parimenti
turbarsi, sapendo che la minima agitazione poteva cagionargli la
morte.

Si dice nondimanco, e lo si ripete ad oltranza, che i lazzaroni sono
codardi. Giorgio Sand lo ripeteva ancora non  lungo tempo.

Si rimisero in guardia come avanti. A questo secondo assalto Gabriele
ebbe il braccio sinistro forato da parte a parte; Filippo, l'alto
della spalla sinistra traversato ed il deltoide quasi portato via.

I testimoni volevano far cessare il duello; i combattenti si opposero.

--Non prima della morte! grid Gabriele.

--Prendi dunque! rispose Filippo.

 E ci dicendo, si precipit su di lui a corpo perduto, offrendogli il
petto, ma mirando nel tempo stesso a conficcargli il coltello nel
vacuo delle clavicole.

Gabriele scivol quasi sotto il braccio levato di Filippo, poi si
raddrizz alle di lui spalle, basso il coltello e gli fend il braccio
dritto dalla spalla alla mano, s che il coltello cadde dal pugno di
Filippo.

Alla merc di Gabriele, disarmato, pallido come la morte, egli si
volse e disse:

--Uccidi!

Gabriele alz il coltello sulla testa dell'avversario, due volte
l'abbass, due volte lo rilev con esitazione convulsiva. Alla fine,
lo gett lontano da lui e grid:

--Quando sarai guarito.

E fugg a tutte gambe.

Si condusse Filippo allo spedale dei Pellegrini, dicendo che era stato
ferito in una rissa, da un incognito con cui si era ubbriacato.

Perch questi due popolani che avevano guardato la morte in faccia con
tanto sangue freddo, e non l'avevano temuta; perch se un signore avesse
dato loro uno schiaffo,--e ci arrivava ad ogni istante,--questi due
uomini avrebbero abbassata la testa senza dir verbo o sarebbero partiti
borbottando una bestemmia orrenda?

Gli  che il lazzarone tirava la sua sussistenza dal borghese. Se il
borghese diffidava di lui, se non lo trovava assai umile, e' cessava
dal fargli fare le sue commissioni, come nel 1848, ed il lazzarone
moriva di fame. Ecco perch quei plebei, che avevano resistito
all'esercito francese della Repubblica, si lasciavano battere dal
popolo grasso, dominare dalla polizia, mettere a partito da tutti. Un
_signorino_ napolitano si sarebbe creduto disonorato se egli avesse
trattato un lazzarone come un uomo, se gli avesse dato del _voi_, se
gli avesse parlato altrimenti che con disprezzo, se lo avesse
comandato con dolcezza, se fosse stato giusto, se avesse per lo meno
sospettato che il lazzarone era suo eguale innanzi a Dio, al mondo ed
alla legge, se avesse tollerato un'osservazione, se avesse risposto
altrimenti ad un lamento di lui che con un calcio od una ceffata, se
lo avesse toccato altrimenti che col bastone, se ne avesse avuto
piet, se lo avesse compreso in fine e l'avesse rispettato nei suoi
sentimenti, nel suo onore e nella sua dignit. Il lazzarone era pel
borghese un ignobile bruto, impastato di vizi e di laidezze,--_res
nullius!_--e lo  ancora.

Il governo trafficava del borghese, questi del lazzarone. _Homo homini
lupus!_ Il borghese per lo respingeva: il re se ne impadron.

Ma ritorniamo a Gabriele.

Egli fece medicare il suo braccio ed and a visitare Concettella. Non
le disse sillaba di ci che aveva allora fatto per lei. Ma nella sera,
ella ne fu istruita.

Io delineo la situazione di questa giovinetta con una parola: ella
sarebbe divenuta con gioia la ganza di Gabriele, se Gabriele glielo
avesse domandato: ma ella voleva essere la moglie di Filippo.

Ella amava Gabriele, valutava Filippo.

Ella sentiva troppo per non indovinare qual godimento doveva esservi
nell'amore di quel bel giovanotto. Ma ella calcolava altres che
variet, che durata di piacere doveva esservi nel divenire la moglie
di un giovane ricco, cui si accordava dello ingegno, cui si stimava,
ed in cui vi era la stoffa di un capo-popolo. Ella non sarebbe stata
pi chiamata la _s Concettella_, ma _la majesta_, proprio come re
Nasone chiamava la formidabile regina Carolina.

Laonde ella non esit, il d seguente, a recarsi a visitare Filippo
all'Ospedale. Questa visita per l'uno, questo silenzio per l'altro dei
due innamorati diceva tutto. Gabriele lo comprese, come egli aveva
compreso l'estensione delle inclinazioni di Concettella per lui. Una
rivoluzione si produsse nel suo spirito.

--Se io fossi ricco, si disse, Concettella sarebbe a me. I miei cenci
sono il mio delitto. Pi di cenci dunque. Abbiamo una _giacca_ di
velluto, delle scarpe, dell'oro!

L'oro a Napoli  alla portata di chiunque ne vuole. Non si tratta che
di aver fortuna: aver qualche ducato ed indovinare tre numeri. L'era
semplice. L'era pi che semplice, era tentante. La lotteria  il
frutto proibito del popolo.

Si era al gioved. I numeri del lotto si tiravano il sabato.

Vi erano a quell'epoca, e vi sono forse ancora, dei monaci famosi appo
il popolo a causa della scienza della divinazione dei numeri del
lotto. La polizia accreditava la loro reputazione, perch questa
credenza sviluppava il gusto pel giuoco e quindi i profitti
dell'erario. Il pi rinomato allora era un fra Giuseppe del convento
di San Pascale a Chiaja.

Fra Giuseppe era un diavolaccio tagliato sul tipo di un tamburo
maggiore. Uomo di quaranta anni, rosso, forte, gli occhi a fior di
fronte, un collo di toro raso, abbastanza sporco, mediocremente
astuto, superlativamente ignorante, e dottore nei sette peccati
capitali. E' godeva, malgrado ci, di una moltitudine di dimestichezze
assai bizzarre e che riesciranno affatto incredibili ne' paesi
protestanti e volteriani. Indico i meno impudichi e ne chieggo scusa
ai lettori, cui son costretto guidare per questi cunicoli da cloaca.
Egli imponeva le mani nude sul ventre delle donne incinte per
facilitare loro il parto. Egli componeva dei filtri abbominevoli per
le fanciulle che volevano farsi amare dai giovani farfallini,--filtri
di cui lasciamo parlare, con beato dilettamento, i moralisti
cattolici, sopratutto i gesuiti Sanchez, Escobar, Benedetti, e cui non
citeremo neppure in latino, come Burchard e Martene. Egli cacciava le
mani, con un pezzo della tunica di S. Pasquale, nel seno delle donne,
di cui il latte non fecondava le glandole deliziose. Egli abbracciava,
per mandato del suo patrono, le ragazze che volevano maritarsi
nell'anno. Egli benediceva non importa che, dal crocifisso alla
pentola della minestra per farla bollire pi speditamente. E' dava dei
numeri alla lotteria. Ne dava uno, raramente tre. Ora, come e' dava
questi numeri in numero progressivo, arrivava sempre che cinque fra i
novanta numeri dati, uscissero dall'urna e che cinque persone
guadagnassero un numero. Questi magnificavano la scienza cabalistica
del frate.

Gabriele and a trovare fra Giuseppe.

--Padre mio, diss'egli, io sono al colmo della disperazione. Se voi
non mi venite in aiuto, io commetter un malanno.

--Da bravo! susurr fra Giuseppe, essi sono tutti in quello stato l
quando vengono qui. Vediamo; cosa hai?

--Ebbene, padre mio, ho bisogno di dodici mila ducati, al manco; e voi
me li farete trovare.

--Saresti tu matto senz'altro, figliuolo? Come vuoi tu che io ti dia
questa piccola bagatella, eh?

--E S. Pasquale? ma io non sono degno di un miracolo. Datemi tre buoni
numeri al lotto e i denari per giuocarli.

--Peste santa! come ci va!

--Mi bisognano ad ogni costo.

--Vediamo, figliuolo, ragioniamo. I tre numeri... ci si puote ancora.
Pregher S. Pasquale d'ispirarmi, e forse, _se tu sei bene in istato
di grazia_, il buon santo non ci rifiuter questo piccolo servigio. Ma
il denaro? Hai tu obbliato che noi siamo mendicanti? Si trattasse,
magari! di un pezzo di pane....

--Ma a chi volete voi che m'indirizzi allora per aver dieci _piastre_
e giuocare i vostri numeri? Io non ho un _tornese_. Non si vorrebbe
prestarmi questa somma sulla mia parola, n sulle mie promesse.
Vendendo quanto posseggo, non metto insieme dieci grana. I miei amici
sono pi miserabili di me... Bisogna dunque ch'io rubi? bisogna dunque
ch'io uccida? Vi domando quella piccola somma a mutuo...

--Ascoltami, figliuolo: io non ho tempo da perdere.  mestieri che io
vada in chiesa a cantar vespero. Ma uscendo tu incontrerai una _donna_
che ride e forse un _asino_ che raglia. Va dritto loro e ripeti _tre_
volte: _Guai_ a chi non crede!

E ci dicendo, fra Giuseppe gli volse le spalle. Ma Gabriele correva
gi pi celeremente di una freccia, ruminando nel suo spirito le
ultime parole del monaco che contenevano la sua fortuna. Imperocch
l'era cos che quei negromanti davano i loro numeri. Gabriele corse
dunque da un _postiere_ per consultare la _Smorfia_,--quel libro di
lotteria che marca di un numero ogni parola. Dal piccolo fervorino del
frate, ei trasse i numeri dalle parole da noi segnate in corsivo.
Giuoc il biglietto a credito. Occorreva adesso adesso dare almeno due
piastre--10 lire--perch il viglietto fosse valido e giuocato--e ci
prima della mezzanotte di quello stesso giorno, venerd, 23 agosto
1846. Noi rinunciamo a descrivere ci che fece Gabriele per
raccogliere quella somma s minima in apparenza, e la disperazione
d'onde fu dominato non essendo riescito. Quella piccola somma era
tutto per lui. E' vi scorgeva la ricchezza, l'amore, l'avvenire, il
trionfo sul suo rivale, la felicit: quella somma conteneva il Per,
era un paradiso, la realit ed il vaneggiamento... venti quattro mila
ducati di guadagno e Concettella!

E quella somma gli mancava... l'abisso!

Il sangue afflu al suo cervello e lo rese ebbro di desiderii e di
progetti, mentre la disperazione traboccava dal suo cuore. La sua
immaginazione stravagava: era quasi folle. Le sue tempia battevano con
un crepitamento sensibile all'udito. Malgrado ci era pallidissimo.

E l'ora avanzava.

Gabriele picchi a tutte le porte. Nessuna si apr; nessuno venne in
suo soccorso. Non sapeva pi dove dare del capo. Non gli restava pi
che la violenza.

Sotto il dominio di questa idea fissa ed unica, l'universo era
scomparso dai suoi occhi: anzi, l'universo si rizzava incontro a lui
come un ostacolo cui bisognava rovesciare o spezzare. Egli err simile
ad un forsennato, tutta la sera. L'orologio della chiesa di S. Maria a
Costantinopoli suon le dieci. Quei dieci colpi di orologio gli
diedero la vertigine.

E' saliva allora quel vicolo che dalla porta di Costantinopoli,
conduceva alla piazzetta deserta, ove era il collegio di medicina. In
un chiassuolo adiacente vi era un orribile affresco che figurava la
Passione. Innanzi a quelle tre figure sconcissime del Cristo e delle
tre Marie bruciava una lampada che dava pi fumo che luce.

Gabriele s'inginocchi, senza vedere le immagini senza pregare. Era
l, ed attendeva un'idea, l'imprevisto, l'incognito! Non un soffio di
aria nel cielo del resto, non un'anima per quei dintorni. Dovunque il
silenzio, la solitudine e quel chiaroscuro scialbo delle notti
italiane che non  n le tenebre, n la luce,--_il tiepido_ del
chiarore!

Era assorto e non pensava.

Infine, ud uno strepito dietro a lui. Si volse ratto, si lev. Era un
prete di provincia che passava e gli gettava un soldo, rimettendo in
tasca qualche pezzo di moneta bianca. La vista di quel danaro dette i
brividi a Gabriele. Tutti i suoi istinti si risvegliarono, tutti i
suoi desideri lo azzeccarono alla gola e lo strangolarono. Un mondo di
luce, un mondo di tenebre, passarono in un attimo innanzi agli occhi
suoi. E' corse dietro il prete, si prostr alle ginocchia di lui e gli
disse:

--Datemi quel denaro, padre mio; per piet! datemi quel denaro.

Il prete, che aveva ceduto al primo impulso di compassione dandogli un
_grano_, non comprese ci che vi era di disperazione nella voce di
quell'uomo, ci che vi era di misterioso e di terribile in quelle
parole s semplici in apparenza. Credette che il mendicante fosse
ubbriaco e lo respinse duramente. Gabriele lo trattenne e reiter
imperiosamente la dimanda. Il prete cominci a sospettare allora avere
a competere con un ladro e grid. Gabriele si cred perduto.

--Tu mi darai quel danaro, prete maledetto, disse egli. Mi occorre, lo
voglio.

Il prete che lottava per tirarsi da quegli artigli, grid pi forte.

Allora, lo spirito di Gabriele si turb interamente. Con una mano
prese il prete alla gola, per sopprimere i suoi guati, coll'altra
frug nella tasca per pigliarvi i danari. Il prete cav il coltello e
lo fer alla coscia. Il dolore della ferita mise il colmo alla follia
di Gabriele. E' tolse al prete il coltello e lo colp al petto.
Quindi, coverto com'era di sangue, s'impossess di un pugno di moneta
e fugg.

L'orologio suonava le undici.

Il possesso della somma che gli bisognava, gli fece obliare per un
istante tutto ci che era avvenuto. Non aveva pi n coscienza n
memoria del suo delitto; non si accorgeva neppure che era inseguito.
L'impiegato del _posto_ della lotteria, che vide venire quell'uomo
orribilmente pallido ed insanguinato, rest sbalordito. E Gabriele
presentava gi le sue due piastre maculate di sangue, quando sent due
mani posarsi sulle sue braccia ed abbrancarlo. Allora, in un lampo e'
si risovvenne di tutto ci che aveva fatto, gett un grido stridente e
cadde spossato nelle braccia dei birri.

Qualche ora dopo, si trov innanzi ad un commissario di polizia.

Gabriele confess tutto. Non si ebbe mestieri di maltrattarlo per
farlo parlare. Egli aveva impietosito il commissario, tanto vi era di
onta e di rimorsi nel suo racconto, tanto la sua stessa coscienza
aveva avuto poca parte nella perpetrazione del delitto. Era maniaco.

Ma, cosa bizzarra, i cinque numeri giocati da lui, uscirono
all'indomani!

Il prete era morto!

Sei mesi dopo, Gabriele era condannato a ventiquattro anni di lavori
forzati.

L'indomani dell'arresto, il carceriere in capo delle prigioni della
Vicaria venne a cercarlo per condurlo nella sua camera.

Ecco ci che era avvenuto.

Concettella aveva studiata la condotta di Gabriele dal d del duello,
con una indifferenza apparente. Gabriele non le aveva mai parlato di
s; ma ella aveva compreso tutta la potenza e la delicatezza della
passione di lui; aveva saputo tutto ci che Gabriele aveva fatto per
lei. Ella si era persuasa che oggimai il cmpito della vita di quel
giovane era di poterle dire un giorno:

--Tieni, tu sei ricca!

Dalla vendita di tutto ci che la possedeva, ed anche dei doni di
Filippo, ella aveva messo insieme un gruzzoletto e si era presentata
all'aguzzino in capo della prigione per comperargli la visita che
veniva a fare a Gabriele. Il carceriere consent e le fece attendere
Gabriele nella sua camera.

Gabriele entr.

Concettella, pallidissima, tremava come un giovane pioppo sotto i buffi
del vento. Rest un istante indecisa innanzi a Gabriele che sembrava
di ghiaccio. Poi d'un tratto, ella si gett nelle braccia di lui e vi
cadde svenuta, gridando in mezzo ai singhiozzi:

--A te, per tutta la vita.

--Per tutta la vita! ripet Gabriele: sovvientene!




XV.

Le prime stazioni della via crucis.


Concettella tenne parola.

Sbarazzato del suo rivale, Filippo Rotunno cominci l'assedio. Fall
l'intento. La passione, inasprita dalla resistenza, si fece
persecutrice. Essa non riesc neppure. Filippo minacci, batt,
insult, denunzi tutti coloro che s'interessavano alla giovinetta, la
proteggevano, le davano del lavoro; fece loro tutto il male che pot e
li scoraggi. Concettella cadde in una squallidissima miseria. Il poco
che guadagnava non le serv per nudrirsi o per vestirsi, ma per pagare
un posto in una barca ed andare a visitare Gabriele al bagno di
Procida. Questa fedelt canina mise il colmo al furore di Filippo.
Egli abbord Concettella una sera e, non potendola oltraggiare, le
tir un colpo di coltello che le lacer la spalla.

Filippo aveva di gi, per la sua tracotanza, acquistato il soprannome
di _Guappo_--rodomonte.--La polizia l'arrest. Otto giorni dopo per
lo rimetteva in libert.

Vedendo in quell'uomo la fibra delle forti passioni, l'audacia e la
bravura, il conte d'Altamura che reclutava le sue bande reazionarie
dei sanfedisti, l'aveva reclamato ed ottenuto. Qualcuno sospett della
trasformazione, nessuno per pot affermarla. Il fatto  che
Filippo--_Uu Guappo_, come ora lo addimandavano, era oggimai un birro
travestito. Per questa ragione, e' dov temperare i suoi impeti. Ma la
sventura di Concettella era di gi completa: Filippo l'aveva
diffamata. Ella non pot pi trovare lavoro. Non restandole pi per
vivere che la prostituzione o l'elemosina, ella scelse la mendicit.

Poco dopo, quando i patriotti furono cacciati negli ergastoli,
tutt'insieme ai forzati per causa di furto o di assassinio, il conte di
Altamura vi guizz dentro Filippo, facendolo trovar complicato,--col suo
consentimento,--in un affare di furto. E' doveva sorvegliare i
patriotti, e pigliare l'occasione di qualche rissa sollevata a proposito
per sbudellare i pi determinati. La sua grazia era gi anticipatamente
firmata dal re: non restava che a mettervi una data.

Filippo s'imbatt in Gabriele, cui chiamavano adesso _Uu
paglietta_--l'avvocato--perch imparava a leggere ed a scrivere dal
cappellano del bagno. L'incontro dei due rivali fu ostile; perocch
Gabriele conosceva di gi le persecuzioni inflitte da Filippo a
Concettella.

Il primo danaro che costei tocc da Don Diego, lo spese per recarsi a
Procida ed andare ad istruire Gabriele della tregua che il destino le
presentava.

Gabriele si mostr inquieto e contento di saperla al ricovero in casa
di quel prete, di cui ella le raccont qualcuno dei guai, da lei
appresi o indovinati. Quando, alla seconda visita, Gabriele la vide
affusolata da beghina, chiamandosi non pi Concettella ma suor
Crocifissa, e' non dissimul i suoi allarmi e si restrinse a dirle:

--Fa attenzione, Concettella! tu mi hai detto: a te per tutta la
vita! Se divieni infedele, tu od io dobbiamo cessare di vivere.

Gabriele non temeva a torto. L'animo della giovane aveva cangiato come
le sue spoglie. Per sopprimere i commenti, che non avrebbero mancato
di assalire la giovane e bella _vajassa_--serva--del prete, Don Diego
l'avea mascherata, secondo l'uso, della livrea religiosa, la quale
copriva tutte le ganze dei preti--_cappelloni_--napolitani.

Don Diego non sospir pi il ritorno di sua sorella in casa,
avvegnach s'inquietasse sempre dell'assenza di lei. Sembrava
rassicurato sulla sorte di Bambina, o si sforzava di esserlo; ma
avrebbe desiderato sapere ove la si trovava e che faceva. Il vago su
questa nozione gli cagionava un malessere indefinibile. Laonde, quando
ebbe messo un po' di ordine nel suo interiore, quando ebbe cominciato
il gran lavoro che il canonico Pappasugna gli aveva comandato, quando
e' si pot credere assicurato contro le violenze della polizia, egli
intraprese delle investigazioni sulla fuga di Bambina, neglette, fin
l da lui, a detrimento della sua considerazione.

Un cangiamento considerevole erasi operato in lui da otto giorni.
L'equilibrio morale, un momento spostato in seguito di tante minacce,
di tanti sospetti, di contrariet, di malori, si era ristabilito. Il
suo spirito, rasserenato, si rilevava. Le funzioni fisiche del suo
organismo, depresse sotto l'invasione morale, si esercitavano secondo
il destino della natura; ci che raddoppiava l'elatere degli organi
del pensiero. Egli era oramai uomo nella pienezza della vita, e
perdeva, per conseguenza, tutto ci che l'ascete ha di acido, di
malsano, di velenoso, di fantastico, di antisociale. La scienza
acquistata nelle lunghe letture e nelle forti meditazioni si
allargava, si coordinava, assumeva un cmpito umano e salutare.

Immerso nella composizione dei suoi sermoni della Quaresima per il
canonico Pappasugna, e' poteva a suo comodo considerare la religione
dal punto di vista sociale e farne istrumento di civilt, di
progresso, di libert, lasciando nei labirinti del medio evo la
discussione dei dogmi e presentando la religione come consostanziale
della morale e della compage sociale, economica e politica
dell'umanit. Ond' ch'egli si levava ad altezze vertiginose nelle sue
considerazioni sulla missione del cristianesimo, ed edificava al
cattolicismo un altare,--pagano forse o piuttosto filosofico,--ma
conforme alla scienza ed all'unisono con lo stato della civilt
moderna,--frutto dell'analisi.

Al coverto dal bisogno, un po' rassicurato sull'avvenire, sbarazzato
dalla ritenutezza materiale cui la purit di sua sorella gl'imponeva,
il cuore pago, i sensi soddisfatti, quest'uomo, s fortemente e
riccamente dotato, si sviluppava, prendeva possesso di s stesso. Una
grande dignit, basata sulla coscienza della sua forza, si esalava
dalla sua persona, a sua insaputa. Il povero prete di provincia si era
liquefatto in quella rimanipolazione dell'anima per mezzo della
prosperit, della libert, dell'amore,--questa trinit della forza
virile. La sua testa spaziava pi alto che la sua statura. Il suo
cuore non aveva pi gli aneurismi della miseria, della paura,
dell'incertezza, della paternit alla quale sua sorella si era
volontariamente sottratta. Egli arrossiva forte altres delle cause
che avevano determinato quella figliuola a lasciarlo. La sua anima
aveva avuto un'erisipola gangrenosa, di cui egli era guarito al
presente, ma la cui memoria lo attristava e l'umiliava.

Sotto l'imperio di queste circostanze e di queste idee e' si decise a
visitare il barone di Sanza per rischiarare i suoi sospetti, e Don
Domenico Taffa per significargli che non gli accordava la mano di
Bambina.

Il barone di Sanza aspettava da lungo tempo il suo compatriota.

Egli aveva dunque accomodati da un pezzo i suoi nieghi. Non si mostr
stupefatto della disparizione di Bambina, ma indifferente. E'
signific quindi a Don Diego il suo desiderio di non essere mischiato
in quei loro secreti di famiglia, di cui egli deplorava l'amaritudine.

--Mio padre vi ha raccomandato a me, soggiunse egli. Io ho fatto
quantunque era in possa mia per aiutarvi. Ma io non ho l'et di essere
tutore, e voi avete passata quella di esser minore. Ve ne supplico
dunque, non mi favellate pi dei vostri interessi.

--Io non vengo a domandarvi n aiuto n consiglio, rispose il prete,
ma l'assicurazione che mia sorella non corre alcun pericolo. La sua
lettera m'ha data la chiave di questo mistero. La sua sicurezza non
m'inquieta, sapendo in quali mani ella depositava il suo destino.
L'onor di vostro padre  per me una garentia del vostro. Io non voglio
strappare Bambina all'asilo che le avete trovato. Ma voglio esser
sicuro che foste voi che glielo procuraste e ch'ella vi  rispettata.
Ecco l'oggetto della mia visita.

--Io non ho nulla ad apprendervi, rispose freddamente il barone. Voi
dovete sapere quali considerazioni han potuto determinare vostra
sorella a fuggire la vostra dimora, ed a quali persone ella poteva
indirizzarsi.

--Lo so di gi, rispose Don Diego. Ma permettetemi di soggiungere, che
io diffido dei giovani di ventiquattro anni che si fanno angioli
custodi delle giovanette di diciotto. Gli  chiaro cos?

--Avete ragione, signore, di esser sospettoso in simile circostanza,
quando i fratelli essi stessi sono dei custodi cos dubbii. Ma
finiamola qui. Voi arrivate di provincia con la rudezza tenace della
bramosia, naturale agli uomini che ignorano il mondo reale. Il
successo che si viola  sempre un successo deflorato, e perci
sospetto. Fatevi attenzione. Voi appartenete--oso sperarlo ancora--ad
un partito geloso, sospettoso, circondato da trappole, il quale vuole
restare incontaminato per quanto lo pu. Voi sapete tante cose, troppe
cose, facili a trafficare, avidamente ricercate. Voi frequentate
uomini che ci danno la caccia, cui noi disprezziamo, abili a far
chiacchierare gl'ingenui, promettendo molto e tenendo largamente le
promesse. Non vi stupite dunque se vi vedete contrariato, e se vostra
sorella ha trovato intorno a lei tutto un partito per difenderla, al
suo primo grido di allarme. Addio, Don Diego; e permettetemi, poich
voi siete l'amico dell'eccellente mio padre, di augurarvi che il
successo vi rifiuti il suo sorriso troppo precoce.

Il barone si alz. Don Diego rest assiso e disse:

--Grazie degli avvisi, dei consigli, degli augri di cui mi onorate.
In ricambio sappiate questo e procurate di profittarne. Io non fo
parte di ci che voi chiamate vostro partito. Non sono cospiratore, ma
pensatore. Ci che per voi  una combinazione politica, per me  un
assioma psicologico. Ci che voi credete, perch Mazzini ve lo
afferma,  per me una legge eterna della coscienza umana. Voi potete
tergiversare, cangiare secondo gli avvenimenti o le soddisfazioni
ottenute o rifiutate; io, io non posso disfarmi che per la
decomposizione della mia anima, per l'atrofia della mia intelligenza.
Voi non sarete mai che degli scolari; io sar sempre un maestro. Voi
potete esser vinti dall'insuccesso, dalla sventura, dal dolore; io non
potrei avere tutto al pi che degli smarrimenti. Io respingo dunque i
vostri avvisi e vi fo grazia dei vostri augri. Se voi conoscete
meglio di me le pratiche della vita, io ne conosco i principii, i
quali non cangiano con la moda. Voi conoscete forse gli uomini; io
conosco l'uomo. Io non vi domando dunque d'insegnarmi come si tratta
con gli uomini e quali uomini si debbono bazzicare o evitare. Io amo
l'arditezza nei giovani; ma diffido dell'oltracotanza, che  sempre
soppannata di debolezza e d'ignoranza. Voi mi dite addio. Io vi
rispondo a rivederci,--a rivederci al giorno della prova. I piccoli
sono severi. Credetemi, bisogna esser grande per esser indulgente,
veder lontano ed aggiornare il giudizio.

Don Diego salut pulitamente il barone ed usc, lasciandolo immerso in
una stupefazione profonda. Era il primo uomo che egli incontrava nel
suo partito, dopo il colonnello Colini che ne era il capo.

Don Diego si rese in seguito presso l'impiegato del ministero.

Don Domenico Taffa aveva terminato il suo desinare e digeriva
dolcemente, fumando un eccellente zigaro e leggendo tale o tal altro
giornale francese, cui la censura del ministero sopprimeva agli
abbonati per distribuirli a certi impiegati privilegiati. Don
Domenico, anch'egli, aspettava il prete da lungo tempo, e non senza
impazienza. E' lo ricev dunque con una soddisfazione marcata, gli
offerse sigari, caff, liquori, cui Don Diego ricus, ringraziando.

--Io vi doveva una risposta, disse Don Diego sedendosi: ve la porto.

--Mi portate voi la mia felicit? domand Don Domenico.

--Forse. Perocch il peso d'una bella donna gli  la pi spaventevole
delle cure, per tutt'uomo che non ha a sua disposizione gli eunuchi ed
il sacco del Sultano, la Banca d'Inghilterra, od il potere illimitato
dello Czar.

--Che volete voi dire?

--Questo: che io vi ringrazio dell'onore che mi avete fatto
domandandomi la mano di mia sorella, cui io sono nell'impotenza di
accordarvi.

--Voi me la rifiutate dunque?

--Precisamente no, nello stato in cui sono le cose. Ma io non posso
darvi ci che non ho pi: mia sorella mi  stata rapita, o piuttosto,
ella ha disertato dalla casa.

--Signor abate, gli scherzi sono buoni ma quando essi sono opportuni,
rispose Don Domenico con amarezza. L'istoria che mi contate per
palliare il vostro rifiuto  assurda. A Napoli, le femmine non si
perdono come una spilla nella sabbia, o un piccolo cane che ha
smarrito il suo padrone.

--Nonpertanto, signore, la cosa  cos: la  arrivata due o tre giorni
dopo che io ricevei la vostra lettera.

--E venite a darmene avviso solamente oggi?

--Gli  che, prima di mettere la polizia sulle tracce della fuggitiva,
io ho voluto riflettere ed assicurarmi ove ella sia, chi l'ha aiutata
a mettere in atto questo colpo di testa, e per quale ragione ella
aveva preso quel partito disperato.

--Ed ora sapete tutto cotesto?

--Io ignoro ancora ove ella sia. Ma conosco colui che ha protetta la
sua fuga, ed ho indovinato perch la mi abbia abbandonato.

--Ditemi il nome del complice ed in ventiquattro ore vostra sorella vi
sar restituita.

--Nol posso, n voglio. Mia sorella si  sottratta da casa mia perch
essa mi vedeva favorevole alla vostra domanda. Io lo era allora.
Qualcuno ebbe la malignit o l'accortezza di dirle, che voi volevate
sposarla per farne il marciapiede della vostra ambizione e forse della
mia. In faccia di questo dubbio, penetrato nel suo spirito, posso io
esercitare su di lei un ascendente qualunque, morale o fisico? Ve ne
lascio giudice.

--Signor abate, io vedo chiaro in tutto codesto, o se volete, vi vedo
pi chiaro di voi. Il P. Piombini  passato di col.

--Che intendete voi dire?

--Mi spiego. Il P. Piombini  stato ferito dalla bellezza di vostra
sorella. Non  la prima volta d'altronde che quel R. P. si permette di
codeste bazzecole. Egli ha fatto brillare innanzi agli occhi vostri
non so quali vantaggi che vi han dato le traveggole; e voi non avete
visto cos vostra sorella evadersi dal focolare domestico. Ecco tutto.

--La vostra supposizione  talmente bassa ed insultante che io non
degno rispondervi.

--E fate bene, perch io non vi crederei. Anzi soggiungo, per essere
pi chiaro, che io non sono il vostro merlotto, e che non ricever
l'affronto con indifferenza. Voi avete pensato che il P. Piombini era
pi potente. Vi siete ingannato. Voi non conoscete chi ho dietro a me
che s'interessa al mio matrimonio. Voi avete offeso dei personaggi che
possono polverizzarvi con un aggrottar di sopracciglio.

--Voi convenite dunque...

--Di che? che io amo vostra sorella e che io ho dei protettori?
Ebbene, e poi? Se voi avete lo spirito s mal temprato per non
comprendere il paese, i tempi, la societ in mezzo alla quale vivete,
che posso io farvi? Voi avete vissuto della morale dei libri, che
rende gli uomini stupidi, e non della morale del mondo che li rende
felici. Avrei voluto aprirvi gli occhi mediante l'unzione episcopale
che vi preparavo. Voi mi respingete e spezzate i miei piani. Vedremo
se sarete stato saggio preferendo l'appoggio della Compagnia di Ges a
quello della Corte. Tali offese non restano mica impunite, signor
abate.

--Voi mi fate benedire la sorte, signore, che mi ha sottratto ad una
grande tristezza e ad una grande vergogna. Perocch io scorgo adesso
con quali intenzioni voi sposavate mia sorella. Io non sono
predicatore di morale, perch, ahim! la mia non  senza rimproveri.
Io ho avuto, ho tuttavia una grande ambizione. Non rinculerei innanzi
ad alcun prezzo per soddisfarla, se quel prezzo si cifrasse per
centinaia e migliaia di ducati. Il prezzo dell'onore, come lo pagarono
Abramo ed Isacco, mi fa orrore. N la mia anima, n la mia carne non
sono da vendere, signore; e se voi avete bisogno di ci, portate
altrove i vostri sguardi. Le vostre minaccie non mi scuotono pi che
le vostre promesse. La luce, un momento offuscata nel mio spirito, ha
ripreso il suo splendore.

--Voi mi sfidate dunque, adesso? Voi vi sentite dunque cos bene
coperto dai vostri protettori?

--Disingannatevi, signore. Io non ho alcun protettore e non ne
desidero alcuno, al prezzo cui voi supponete. Ve lo ripeto: io ignoro
dove mia sorella si trovi. Ma lo sapessi pure, lungi dal
consegnarvela, la coprirei del mio petto e del mio braccio. Io vi
diceva or ora che io non poteva accordarvi ci che io non possedevo
pi. Vi dico ora, che ve la rifiuto in modo reciso. Traffichiamo di
altro che di cuori innocenti e di corpi puri, signore. Capite? Voi mi
avete domandato una somma di sei mila ducati per investirmi di una
diocesi. Questa somma sar pronta fra qualche settimane; ma essa  il
salario del mio lavoro, non del mio onore. Non posso dirvene altro.
Non siate dunque severo. Reprimete la vostra collera senza ragione. Io
non giudico i vostri principii; ma rinunziate a farmeli dividere o ad
impormeli. Noi abbiamo tutti un idolo nel cuore; il vostro  d'oro, il
mio  d'amore.

--Sta bene. Ringuainate codeste frasi risuonanti, io ne ho lo spaccio
privilegiato. Vi accordo otto giorni per riflettere, se n' tempo
ancora. Vi hanno ingannato sull'onnipotenza dei gesuiti. Non vi sono a
Napoli che due uomini potenti, pi potenti che lo stesso re: monsignor
Cocle ed il marchese di Sora. Il primo domina il re per la coscienza;
l'altro lo tiene per la paura. Questi due personaggi sono miei amici.
Essi saranno i vostri protettori quando lo vorrete. Non aggiungo
altro. Voi non siete pi un fanciullo. In questo paese nulla si dona;
tutto si vende--anche il diritto di vivere. Di quale moneta pagate voi
il vostro? Tutta la quistione  l. Riflettete.

--L' gi bello e riflettuto, replic Don Diego, alzandosi. Io non ho
nulla ad offrirvi, e sono felice che voi non abbiate pi nulla a
prendermi. Mia sorella era la mia debolezza; strappandomela dai
fianchi, mi hanno reso forte. Addio, signore. Quando avr i miei sei
mila ducati, avr l'onore di venirvi a rivedere di nuovo.

--Voi non li avrete giammai. Al P. Piombini non rester l'ultima
parola in questo affare, potete contarci.

La sera, Don Domenico Taffa ebbe un abboccamento con monsignore Cocle.

Don Diego rientr in casa assai inquieto. L'orizzonte di rosa che
cominciava a contemplare, offuscavasi di un tratto. Gli spettri
dell'avvenire ricominciavano la loro danza macabra. Pens distrarsi
nel lavoro, questa forza divina che tutto santifica. Prevenne il
canonico Pappasugna del pericolo che lo minacciava, assicurandolo che
la sua opera non sarebbe interrotta, per quanto ci fosse possibile.
Prese delle precauzioni: si mostr poco; lasci uscire Concettella il
men che poteva. Avrebbe voluto nascondere la sua ansiet; ma
Concettella l'indovin.

Ella entrava nella sfera d'attrazioni dell'ex-prete e si stabiliva tra
loro quella specie di compenetrazione magnetica che precede l'amore.
Don Diego la dominava gi per quell'appropriamento vorace delle nature
lungamente contenute e subitamente sbocciate. I sensi spezzano una
volont lungo tempo prima che l'anima sia tocca. Concettella sentiva
dunque l'aria carica d'elettricit, ne provava il rovello e ne
dimandava le cause. Don Diego non aveva nulla a rispondere. Solamente
la rassicurava che gli avvenimenti nol cangerebbero; e le dava una
somma per metterla al sicuro dalla mendicit per un anno.

Prima di affrontare nuovi disastri, Concettella, molto costernata
dell'incognito, preg Don Diego di permetterle d'andare a vedere
Gabriele. Don Diego avviluppava il suo cuore, ma Gabriele vi era
sempre dentro. Il permesso le fu accordato, quantunque con
rincrescimento; ma Don Diego sapeva per teoria, che se si vuole
uccidere un amore importuno, non bisogna contrariarlo, ma soffocarlo
sotto le concessioni soddisfatte.

Concettella part. Port seco una delle chiavi della casa, dovendo
restare due giorni assente ed ignorando a quale ora sarebbe di
ritorno. Non si conta col mare.

Gabriele, che non aveva giammai visto la sua fidanzata cos bella, si
mostr dolente, fosco, sospettoso, minaccevole. Concettella si difese
mollemente. Era il rimorso o l'indifferenza che cominciava a morderla?

--Sta in guardia, Concettella, le ripet Gabriele vedendola partire.
Tu mi hai detto: a te per tutta la vita! Guai a te, guai alla persona
che tu ami, se tu mi tradisci!

Concettella ritorn a Napoli lo spirito smarrito e colpito da mille
presentimenti. Sognava, vegliando, bagno, prigione, coltelli,
ghigliotina, sangue, aveva un tremore continuo: il brivido circolava
nelle sue vene. Arriv a Napoli a mezzod e corse a casa per trovare
nella conversazione di Don Diego una diversione al suo delirio
interno. Don Diego era uscito. L'aspett con ansiet. La notte giunse.
Don Diego non rientr. Ecco mezzanotte che suona. Ecco un'ora, poi
due, poi tre, poi il mattino, poi mezzod dell'indomani, poi la notte
ancora e mezzanotte ed il giorno e la sera del terzo d; ma Don Diego
non compare. Ella s'informa ai vicini. Nessuno sa dargli il minimo
ragguaglio. Concettella piangeva come una grondaia in un acquazzone;
si strappava i capelli e lacerava il viso ed i panni; ma Don Diego non
appariva. A chi domandare aiuto? a chi indirizzarsi per un consiglio?
I giorni passano; poi le settimane. Concettella lo cred partito,
scomparso, morto. Cominci a correre la citt come una forsennata, gli
occhi dappertutto, il naso al vento, le orecchie tese. Non l'ombra di
una traccia. La disperazione la guadagn.

Infine, circa un mese dopo la sparizione del prete, Concettella ud un
mattino un vivacissimo tintinno all'uscio.

--Gli  lui, grid ella barcollando di gioia.

Non era Don Diego, ma una giovinetta prodigiosamente bella che fece
irruzione nell'appartamento, come un raggio di sole, dalla porta mezzo
aperta, gridando:

--Dov'? dov'? Egli non  l? Non  l? Lo hanno dunque veramente
arrestato?

Concettella gett un grido a quella parola arrestato. Ella segu
Bambina che correva da una stanza all'altra, picchiando le mura ed i
mobili, rimuginando ogni cantuccio, rimuovendo tutto, non vedendo
neppure la giovane donna che la seguiva e le domandava:

--Ma chi siete voi, signorina?

--Chi sono io? Sono sua sorella. E voi? Chi siete voi? Che fate voi
qui? Da quanto tempo siete voi qui? Come ci  arrivato? Quando
l'hanno arrestato? Come? Da chi  stato egli arrestato?

--Cuore di Maria! sua sorella! grid Concettella. Io non so nulla.
Arrivai da Procida: non era pi qui.

Bambina cadde affranta sopra una sedia, sul seggiolone di suo
fratello. Ella gem forte, pianse, si fece raccontar tutto ci che
Concettella sapeva, tutto ci che la poverina congetturava. Infine,
senza aggiunger sillaba, Bambina si slanci correndo, fuor
dell'appartamento e scomparve.

Concettella rest pietrificata.




XVI.

Il dado  gettato!


--S, vostro fratello  arrestato, disse il barone di Sanza a Bambina,
che si era recata a pigliar ragguagli da lui. Gli  circa un mese, la
polizia secreta di Palazzo gli mise le mani sopra, in pieno mezzod,
nella strada, e lo condusse a S. Maria Apparente. Pi di ottocento
persone sono state arrestate di poi a Napoli e nelle Provincie. Si
crede che vostro fratello abbia.... parlato.

--Menzogna! grid Bambina con fermezza. Mio fratello, checch e' si
sia, non  mica un uomo.... che parla!

--Gli  questo pure il mio parere personale, riprese Tiberio; sopra
tutto dopo l'ultima conversazione che abbiamo avuto insieme. Ma i
partiti sono fatti cos: guai a chi per il suo portamento
indipendente, figlio di una coscienza pura, d presa ai sospetti.

--Potete voi fare qualche cosa per lui?

--Assolutamente nulla. Passa per spia. Mi perderei io stesso,
manifestandogli il minimo interesse, e conservando con lui, o con i
suoi, delle relazioni di amicizia.

--Voi mi date altres congedo, osserv Bambina con calma. Vogliate
scusarmi, signor barone.

--Ma no, ma no..... voi esagerate, Bambina. Io vi ho spiegata la
situazione. Per voi, io sar sempre felice....

--Chi rinnega mio fratello, mi rinnega. Se siete persuaso ch'egli 
colpevole, gettategli la vostra pietra come gli altri. Se opinate
ch'essi s'ingannano, e che lo calunniano, non abbiate la pusillanimit
di tacervi. Le nature superiori non accettano il giudizio delle
moltitudini senza abburattarlo.

--Voi parlate da donna che giudica col cuore e noi dobbiamo regolarci
da uomini che osservano freddamente e decidono colla mente.

--Un partito ove la parte del cuore  soppressa,  un partito
condannato. Io non ho pi nulla a soggiungere.

Bambina lasci Tiberio, che non fece alcuna istanza per ritenerla. La
sorella lo aveva umiliato al par del fratello.

Arrivata nella strada, la giovinetta si sent come tuffata nel vuoto:
si trov sola, assolutamente sola. Ella pens un momento d'invocare
l'intervenzione di lady Keith. Poi vi rinunzi per discrezione.

Lady Keith la copriva della sua protezione: ma, annunziandole
l'arresto di Don Diego, ella non le aveva offerto di proteggerlo pure.
Ella aveva anzi dato ad intendere che l'avevano instrutta della
condotta equivoca del prete. Era dunque imprudente, dalla parte di
Bambina, di mischiare lady Keith in questa lotta contro la polizia ed
i cospiratori, e di metterla forse a portata di apprendere numero di
cose, cui valeva meglio ch'ella ignorasse.

Bambina aveva il colpo d'occhio giusto, il giudizio rapido, la
decisione subita. Il suo inviluppo intieramente e squisitamente
femminino ed infantile, rinchiudeva un carattere maschio, formato al
contatto assiduo di un uomo forte, di un pensatore. Ella non andava a
tastone nella scelta dei mezzi. Si cacciava dritto nei pi energici e
nei pi sicuri; perch, in tutto, la non guardava che il segno. In un
fatto cos grave, quale l'arresto di suo fratello, nulla le sembrava
male; perocch la conoscenza del bene e del male  un risultato di
analisi psicologica, ed ella considerava quella disgrazia unicamente
col cuore.

In mezzo a quella solitudine ed a quell'abbandono universale, Bambina
scorgeva bene una luce,--la sola, l'ultima che fiammeggiasse ancora
all'orizzonte,--ma ella ne torceva lontano lo sguardo. L'aiuto del
gesuita le era assicurato; ma il P. Piombini metteva a quell'aiuto un
prezzo che le ripugnava di pagare. Nondimanco, malgrado la sua
volont, il suo pensiero ritornava sempre a quell'uomo, il quale
l'aveva gi s profondamente impressionata, e che era oggimai la sola
ncora di salute nel finale naufragio. La ragione gliela mostrava; il
cuore la respingeva. D'altronde, l'ora del giorno era gi troppo
avanzata per trovare il gesuita al suo confessionale. Ad ogni evento,
ella non avrebbe voluto vederlo che col, ove l'uomo era limitato
nelle sue intraprese dal luogo e dal mondo circostante.

Bambina ritorn presso lady Keith, ma meditando. Ella discuteva contro
la sua ragione e contro la necessaria forza delle cose. La potenza del
mondo morale risiede nel sentimento; ma nessuno dei suoi teoremi
resiste alla ragione concentrata e persistente. Bambina subiva questo
interno combattimento. Tutto ci che suo fratello le aveva detto,
quella sera in cui egli accamp la sua teoria della necessit
dell'infamia, le rivenne alla mente, e ci che allora le era sembrato
mostruoso, le sembrava adesso semplicemente fatale. Il dogma della
riabilitazione, sanzionato dalla Chiesa cattolica commerciale,
vergognoso un d per lei e per suo fratello, si presentava in questo
momento circondato dell'aureola della carit. Ella resisteva contro la
necessit della caduta, ma attestando quella necessit.

Lady Keith le dimand con un interesse assai freddo, ci che la avesse
appreso a Napoli sull'incarceramento di suo fratello. Bambina rispose
con una parola: nulla! Lady Keith non insist oltre. Bambina ebbe il
tatto di non soggiunger altro. Ma quell'indifferenza della sua
protettrice pes sulla discussione che seguiva il suo corso nella sua
coscienza. Forse, un motto di tenerezza l'avrebbe rischiarata,
mostrandole un sentiero in quel deserto ove ella viaggiava
orientandosi sulle stelle.

Lo spirito di Bambina era aggrandito, e quindi ella non dava che un
valore assai minimo a quelle convenienze sociali, le quali non avevano
per base che dei pregiudizi. Il vizio e la virt erano divenuti per
lei assolutamente sinonimi di bene o di male: non male, non vizio!
L'istinto contestava, in parecchie occasioni, questa teoria; il
sentimento femminile sopratutto protestava ed allegava numerose
eccezioni. Ma in tutti i fatti fisici e psicologici vi sono le
circostanze attenuanti e le ragioni determinanti. Ci turbava Bambina.
La quistione d'altronde era terribile. Poteva dessa lasciar suo
fratello in un fondo di muda, farlo forse condannare al bagno, a
morte, quando un sol bacio sarebbe forse bastato per salvarlo e per
ornargli forse anco la testa della mitra episcopale? Tutta la sua
logica si svolgeva e si spossava su questo problema.

La notte intera non chiuse palpebra. Laonde, appena l'alba spunt, la
usc nel giardino, e dall'alto delle mura della villa che dominano la
Riviera di Chiaia, contempl lo spettacolo miracoloso del golfo di
Napoli e l'aurora. Il mare le sembr come un immenso cratere di
vulcano, ove la lava rossa e scintillante ribolle,--quale la terra
dovette essere quando si distacc dal sole o da qualche altro pianeta.
Un vapor bianco, leggermente tinto di violetto, addolciva quelle
fiamme rutilanti. Il Vesuvio, la costa che si stende fino a Sorrento,
le isole, le apparivano come dei punti e delle linee bagnate di
violetto. Un firmamento di cobalto, trapunto ancora di qualche stella
in ritardo, copriva quel mondo ignoto come un oggetto di curiosit
sotto una campana di cristallo. Tutto respirava l'infinito. Il susurro
lontano della vita che si risveglia aggiungeva una nota all'armonia.
La rondine, questa piccola fregata dell'aria, chiamava il mondo alato
che si sparpagliava nello spazio, come uno scrigno di gioielli
rovesciato. Quello spettacolo, quella presenza, quella vita del mondo
della luce calmarono Bambina. I suoi pensieri presero un altro colore.
Dei nuovi elementi intervennero, all'appello, in quella disperanza; il
mondo esteriore s'impose alla considerazione delle intime passioni.

Bambina vagava cos pel giardino, provando un sollievo considerevole,
quando il cancello ferrato che dava sulla strada si apr ed il P.
Piombino entr. Essi si videro reciprocamente. Bambina, per evitarlo,
volse il passo verso il boschetto del padiglione. Inutilmente. Il
gesuita and dritto a lei.

Il padre Piombini, che l'aveva attesa per delle settimane, che l'aveva
forse cercata con ansiet ineffabile, non era disposto a lasciarla ire
ora che l'aveva ritrovata. Avendo fatto sorgere a disegno, il d
innanzi, nella sua conversazione con lady Keith, un incidente che
esigeva una risposta il d seguente, egli veniva a portargliela, e
veniva precisamente ad un'ora, in cui la vecchia matrona essendo
ancora a letto, e' poteva dimandar di Bambina per fargliela
comunicare, e cos parlare con lei.

--Perch mi fuggite? diss'egli. Ho fatto io nulla che possa
giustificare la vostra paura? Ho avuto forse torto di rivelarvi la
storia sinistra che si svolge nel mio cuore; ma non spetta a voi
rimproverarmi la mia sventura con la vostra attitudine. La mia anima
sanguina altrettanto che il cuore. Oh! non siate senza piet per
coloro che soffrono! Quando Iddio c'infligge queste miserie, egli ha i
suoi fini secreti che concorrono all'opera della sua provvidenza e
della sua misericordia. Non insorgete contro Dio.

--Padre mio, rispose Bambina arrossendo, ci che voi dite  forse
esatto; perocch io discutevo in me stessa, in questo momento, se non
andrei a vedervi in giornata. Una grande sventura si abbatte sul mio
capo.

--Che sventura, figliuola mia?

--Mio fratello  arrestato.

--L'ho appreso ieri. Lady Keith me ne inform, ed io veniva appunto a
portarle una risposta.

--In nome del Dio del cielo, signore, grid Bambina, ditemi ci che
avete saputo su questa catastrofe.

--Una cosa sola, ma assai grave: vostro fratello  stato arrestato per
ordine del conte di Altamura che fa la polizia secreta del re. Allora,
il male  irreparabile.

Bambina si lasci cadere sur un banco di pietra: si sentiva svenire.
Il padre Piombini rest in piedi innanzi a lei.

--Abbiate coraggio, figliuola mia, continu il gesuita. La redenzione
arriva sempre quando la perdizione sembra irrimediabile.

--Ma voi dite che il male non ammette riparo, disse Bambina, con voce
soffocata nelle lagrime.

--Questa  la risposta che io porto a lady Keith. Alla sorella del
condannato io potrei forse, per carit cristiana, fare intravedere
qualche speranza. Io non scorgo ancora nulla di chiaro. Non ho avuto
ancora il tempo di riflettere a checch si sia. Non ho potuto
interrogare alcuno. Ma la sperienza della vita m'ha insegnato a non
disperare giammai. La mia confidenza in Dio m'impone di non dubitare
di lui.

--Padre mio, Dio e la polizia non vanno insieme, osserv Bambina. Gli
 il conte di Altamura che ha fatto arrestare mio fratello; gli  a
lui che mi rivolger.

Questa risoluzione turb il gesuita.

--Figliuola mia, il conte di Altamura porta un altro nome che io non
vi ho detto ancora. Gli  pi facile di arrivare al re che a
quest'uomo, di cui s'ignora la dimora, che  dovunque ed in nessun
sito. Una giovinetta come voi non bazzica in quel mondo di banditi e
di spie, il cui solo fiato contamina e corrompe. Rinunziate a cotesta
idea, irrealizzabile del resto. Quella gente non ha orecchio per la
parola dell'innocenza. Essi vi prometterebbero, vedendovi cos bella e
cos ingenua, vi strapperebbero un prezzo inestimabile per una
promessa che non terrebbero; voi sareste vituperata ed infelice per
nulla, forse anche per accelerare la fine di vostro fratello, il quale
potria un giorno divenire un vendicatore.

--Ma che volete che io faccia allora? url Bambina alzandosi.

--Lasciatemi riflettere, riprese il gesuita. Venite a vedermi. Io avr
avvisato fra un giorno o due, quando sar meglio ragguagliato.

Bambina rigett i suoi capelli dietro la testa, lev la fronte, fiss
del suo sguardo gli occhi umidi del padre Piombini, lo prese per la
mano con veemenza, e sillabando le parole sclam:

--Il dado  gittato! Io, io ho avvisato di gi. Scegliete: la vostra
anima per il mio onore.

Il gesuita ritir la sua mano dalle mani di Bambina e rincul. Egli
non si attendeva punto ad essere addossato cos a questo dilemma del
destino. Bambina era trasfigurata: ella si rizzava innanzi a lui come
l'angelo della riparazione eterna. E' cercava avvolgerla. Ella
spezzava le sue perfide maglie d'un fendente del suo formidabile
sentimento del dritto e della giustizia.

--Che volete voi dire, figliuola mia? balbett il gesuita
impallidendo, combattuto tra il desiderio e la paura, tra la speranza
e l'impotenza.

Bambina si guard intorno per assicurarsi se fossero ben soli, se
alcuno non li ascoltasse. Le finestre della casa erano quasi tutte
chiuse ancora, ed i pochi domestici in piedi si occupavano gi dei
cani.

--Non  qui che io avrei voluto parlarvi, soggiunse Bambina, ma al
vostro confessionale. Per siccome voi avete intavolata questa
conversazione terribile, esauriamola, per arrossirne sempre e non
ritornarvi mai pi.

--Non vi esaltate, mormor il gesuita. Voi mi fate intravedere il
paradiso; non lo velate, ve ne scongiuro a ginocchio, con la caligine
del delirio.

--Io rumino questa catastrofe da ieri in qua. Ho tutto considerato. Mi
sono piagata il cuore, il corpo, l'anima, a tutti i rovi della
situazione. Ci che vi propongo  la belletta di tutti i miei
ragionamenti svaniti. La logica della disperazione ha parlato. Voi mi
volete? prendetemi....

--Che?

--Ma io vi voglio; io vi tengo. La posta al giuoco sono la libert e
l'esaltazione di mio fratello. Ei mi diceva un giorno, in un accesso
di disperazione, quando un uomo domandava la mia mano per vendermi,
che in questo paese infame tutto si traffica e che si traffica di
tutto; ma che i valori i pi apprezzati erano la coscienza, l'onore,
l'oro.

--Vostro fratello aveva ragione.

--La mia coscienza non ha corso in questo affare. La vostra ha un
prezzo inestimabile. Non voglio dell'oro vostro per comperare quei
miserabili. Ci che vi domando, ci che vi abbandono, non si tariffano
a ducati. Se io toccassi un valore materiale qualunque, mi
disprezzerei, mi ucciderei.... giammai voi non tocchereste la punta di
un mio dito. L'onore vuole l'anima: esse si valgono. Io vi dimando la
vostra anima.

--Ma che posso io fare insomma?

--Avete voi un secreto di Stato a rivelarmi?--uno di quei secreti, il
cui silenzio o la cui rivelazione possono valere a mio fratello la
libert da prima, poi la promessa d'un vescovato?

--Ma voi dimandate pi che la mia anima, figliuola mia, voi dimandate
la mia vita.

--E voi dunque? Come? voi avete potuto pensare un solo istante che
dandomi a voi come il salario di un servigio reso, che uscendo dalle
vostre braccia affranta, vituperata, degradata, annientata, io vivrei,
io avrei potuto vivere un sol giorno, un'ora sola? Eh! disingannatevi,
signore. Il vostro ultimo bacio porterebbe via seco l'ultimo soffio
della mia vita.

--Io non potr dunque sperare giammai d'essere amato da voi?

--Io ho amato, io amo forse ancora un altr'uomo, il quale mi ha
rigettata lungi da lui come un'onta, non pi tardi che ieri. E' non
sar dunque giammai a me, lo volesse egli un giorno, me ne supplicasse
col viso nel fango. Se voi vi foste presentato a me, senza
quell'orrida spoglia di monaco, da uomo, da marito, forse il vostro
amore mi avrebbe toccato; perch il vostro accento disperato m'ha
commossa. Ma tal che voi siete, nelle condizioni in cui il mercato 
posto, voi mi fate orrore. Io mi do a voi, ma come un prezzo. Io ho il
dovere di salvar mio fratello, che  stato per me tutto: luce
dell'anima e madre! Non mi venite quindi a parlare della vostra vita,
della vostra coscienza, del vostro non so che altro. Io vi abbandono
tutto; io esigo tutto.

--Ma io non conosco alcuno di quei secreti di Stato di cui voi vi fate
un talismano onnipotente.

--Allora, sbarazzate la mia via della vostra persona. Che m'ho io a
fare di voi? Servir di origliere alla volutt di un gesuita? Puah!

--E se io non fossi un gesuita, se io risorgessi il conte Bonvisi? Se
facessi di voi la mia consorte? Se vi conducessi lungi di qui, in
Francia, in America, in Inghilterra....

--Non cercate d'illuminare le sordide tenebre del presente con
gl'irradiamenti dell'avvenire. Aggiornereste voi dunque la ricompensa
del vostro servigio?

--Impossibile, grid il gesuita, impossessandosi delle mani di Bambina
e bruciandole del suo contatto. Io vivo di questo amore. Perch io mi
abbia forza di compiere la mia trasformazione, gli  mestieri che io
sia sostenuto da questo elisir della vita. Voi non v'immaginereste
giammai la devastazione incalcolabile che avete portata in me da sei
settimane che vi conosco. Voi avete messo il fuoco al ghiaccio. Io
amava quasi il mio stato, bench me lo avessero imposto. Io ne
compievo i doveri. Vi attingevo lo splendore che il mondo mi aveva
rifiutato in un'altra sfera. I miei confratelli erano pieni di
riguardi, anche per le mie debolezze. Quest'ordine, cui si calunnia
tanto, aveva delle tenerezze di madre per i miei stessi smarrimenti.
Tutto ci mi  odioso al presente. Io divengo idiota. Io tradisco il
mio ordine, nascondendogli dei fatti, degli attentati che potranno
sconvolgere l'Italia, nella speranza che la societ di Ges sia
spazzata dall'uragano e che io ritorni alla libert. Voi avete fatto
di me un miserabile. Voi mi domandate l'impossibile, e voi mi parlate
ancora di... aggiornamento!

--Allora non mettete in conto l'avvenire e non favellate di amore.
Sapete voi solamente cosa sia l'amore?

--Ahim! nol so che troppo. Ma voi non considerate dunque che,
domandandomi un secreto di Stato, a me, gli  un secreto di
confessione, forse, che voi mi chiedete?

--Giustamente perch lo so, v'indirizzo questa dimanda. Voi non siete
certo n ministro n re. Ma voi siete il depositario di tante
indiscrezioni, di tante rivelazioni; voi ascoltate tutti i gridi delle
coscienze ulcerate o dubbie; voi sorprendete, senza ch'altri lo
immagini, tanti pensieri sprofondati nelle sentine dei cuori; voi
analizzate tanti fatti che, dai briccioli di tutti codesti echi,
potete costruire l'edifizio di cui ho d'uopo per dar la scalata alla
sorte.

--Ma tutti quei secreti sono inviolabili, figlia mia.

--Che? voi domandate l'onore di una giovinetta, e voi trovate che vi
sia ancora qualche cos'altro d'inviolabile? Voi siete allora infame a
freddo, ipocrita, o stolido. Continuate la vostra via, mio Reverendo,
ed impiccatevi se mi amate. Voi non mi avrete giammai.

--Bambina, figliuola mia, riflettete....

--Basta. Questa conversazione mi ha di gi prostituita. Io mi fo
orrore a me stessa del linguaggio che tengovi, delle questioni che mi
pongo da ieri in qua. L'angelo della mia fanciullezza mi ha
abbandonata, dopo che io sono a dibattere il modo della mia infamia.
Non  dunque abbastanza? Voi gustate dunque la contaminazione della
mia anima prima di pascervi del mio corpo; che insistete tanto ancora
sul mercato? Partite. Che non vi vegga pi giammai. Io riferir a lady
Keith il vostro messaggio, e.... siate maledetto, voi che avete, il
primo, deflorata la mia innocenza.

Bambina proruppe in lagrime e si slanci nel viale per fuggire. Il
padre Piombini la tolse nelle sue braccia.

--Tu non sospetti neppure, figliuola, la grandezza del sacrificio che
m'imponi.

--Ed il mio dunque? l'interruppe Bambina.

--Io lo valuto, continu il gesuita, e non esito pi. Vieni a vedermi
domani. Io avr riflettuto. Io avr trovato forse ci che pu condurti
al tuo scopo senza cagionare dei disastri incalcolabili. Noi
giuochiamo forse i destini d'Italia contro un bacio. Tu vedi ci che
vale codesto bacio. Se non si trattasse che semplicemente della mia
vita, la mia coscienza non avrebbe impallidito un sol minuto. Ma...
infine, tu ignori tutto codesto, figliuola; tu balocchi con la testa
di un pazzo. Non ci pensiamo pi. Vieni domani. Noi saremo pi calmi.

Egli baci castamente Bambina sulla fronte e si diresse verso la
palazzina per parlare a lady Keith. Le finestre della sua camera da
letto erano aperte.

Bambina sembr atterrata della sua vittoria. Ella ne abbracciava
adesso tutta la portata e tutti i doveri. La giornata e la notte che
pass furono pi agitate che quelle della vigilia. Lo specchio le
faceva paura, mostrandole una bellezza di cui ella aveva fatto una
mercanzia. Ella sapevasi venduta di gi, si considerava come non
appartenentesi pi. Tanti vezzi, tanta giovinezza, una vita s
immacolata, strangolate cos, e perch? Perch! come il suo debito
verso suo fratello le sembr piccolo alla fine; quanto la portata del
suo dovere era stata esagerata! Don Diego non avrebbe giammai
consentito a questo scambio infame. Il termometro del cuore non sale
giammai s alto per il calore dei sentimenti che sotto il soffio delle
passioni. Nondimeno, quando l'ora di recarsi al Ges Nuovo scocc,
Bambina vi si rese, e trov il padre Piombini installato di gi nel
suo confessionale e circondato da penitenti.

Bambina aspett il suo turno, non senza qualche intimo scoraggiamento.
Pi d'una volta la fu sul punto di fuggire dalla chiesa. Eppure rest.
Ah! se avesse ella avuto un poco di amore per sostenerla! Ah se quel
balordo del barone di Sanza non l'avesse cos stupidamente
indispettita! Ma no, ella era sola. In questo vasto mondo, non vi era
che una creatura che l'amasse ancora, l'amasse fino al delirio,
quantunque s tristamente esigente. Ella s'inginocchi al
confessionale ed ascolt il padre Piombini.

Questo disgraziato non si difendeva pi. E' non prov neppure di
lottare. Egli comunic a Bambina un secreto, cui teneva da lady Keith,
che era conosciuto solamente da un altro uomo: il barone Colini. Poi
e' disse alle altre persone che aspettavano per confessarsi ch'egli
era indisposto, e lasci il confessionale.

Bambina non ebbe la forza d'uscire dalla chiesa. La sua catastrofe era
compiuta. Ella teneva gi in mano il prezzo del suo onore: bisognava
pagare adesso. Pagare? Orrore!




XVII.

Ma! se gli ambasciadori pure se ne mischiano!


Non era poi tutto il possedere un secreto di Stato; bisognava
sapersene servire. Un congegno di guerra  una forza quando lo si sa
adoperare: un cannone d'acciaio a retrocarica, nelle mani di un
selvaggio  un imbarazzo.

Bambina si trov dunque singolarmente imbarazzata quando ella fu in
possesso di quell'arma, di cui suo fratello aveva con entusiasmo
celebrato l'efficacia.

Per mettere in moto quella batteria occorreva arrivare fino al re
stesso; perocch e' sarebbe stato forse inutile, forse pericoloso,
rivolgersi ai ministri.

Il P. Piombini si era sentito male dopo ch'egli ebbe affidato a
Bambina quel terribile _ssame ouvre-toi_, e da due giorni non
discendeva pi al confessionale. Ella non poteva dunque dimandargli
consiglio. Ella non concep neppure l'idea di consultare lady Keith,
la quale avrebbe certo domandato di penetrare pi addentro in quel
mistero e l'avrebbe probabilmente sventato. Bambina aveva giurato di
non pi vedere il barone di Sanza. Ella non aveva giammai visto certe
altre persone di cui suo fratello le aveva ragionato: il farmacista
Don Grazioso, ed i due amici del marchese di Tregle: il barone Colini
e Don Gabriele, che vivevano con lui, in casa di lui. La natura della
comunicazione che ella aveva a fare l'obbligava a vedere gli uomini
della reazione, cui ella aveva in orrore.

Bambina non era una donna politica.

La donna politica  un aborto di uomo, sovente una donna abortita o
una virago che si appropria tutto ci che il sesso forte ha di pi
lurido: la crapula, il tabacco, l'assisa, gli andamenti scompigliati,
le dottrine fantastiche e velenose, gli odi antisociali, gli
entusiasmi balordi, i feticismi ridicoli.... La donna  aristocratica
per diritto divino. La sua fibra fina e nervosa, suscettibile
unicamente di due crisi: l'esaltamento e l'abbiosciamento, la rende
propria ad essere signora o schiava, regina o cortigiana. Ella non 
tagliata per la libert, che  l'equilibrio. Nel focolare domestico,
la donna  regina; fuori di l ella  essenzialmente cortigiana. Ove?
quando la donna  libera? Ella  dunque per istinto partigiana del
despotismo. Per collera, per vanit, per interesse gualcito, per
ambizione calcolata, per amore, talvolta pure per educazione scelta,
la donna pu appassionarsi per le libere forme del governo e per un
pi savio organamento sociale. Tuttavolta, questo stato fittizio e
sovraposto non modifica la sostanza della sua natura, ma la modalit
della manifestazione. L'organo della libert  il cervello, e
propriamente i lobi cerebrali, sede dell'intelligenza e della
volizione, secondo Flourens. La donna.... ha un altro organo.

Bambina aveva sovente udito parlare di politica da suo fratello, dal
conte di Craco, da Tiberio; ma non si era formata una idea precisa
della libert se non quando avea visto il vescovo Laudisio e la
polizia interdire a suo fratello il diritto di vivere. Ella avea
allora compreso il despotismo come fatto, ma il suo spirito non si era
fermato a scandagliare il despotismo come diritto. Di guisa che ella
brancolava in un caos ove i principii si urtavano ed ove il
compromesso delle idee monarchiche costituzionali le sembrava poco
sicuro ed illogico. La sensazione  sempre pi logica che la
riflessione. Non conoscendo al giusto ci che i patrioti volessero,
ella non si passionava per loro, e non pesava per conseguenza l'atto
cui andava a compiere in vista puramente di un interesse di famiglia.
Se ella avesse meglio capito, si sarebbe certamente astenuta. No; ella
non avrebbe giuocato il suo onore, la sua vita, i destini d'Italia,
come le aveva detto il P. Piombini, contro qualche mese, sia pure
qualche anno di prigionia di suo fratello. L'ignoto la terrorizz.

Bisognava nonpertanto agire. Bisognava ad ogni costo giungere fino al
re. Ella aveva dapprima pensato di rivolgersi alla regina. Ma aveva
udito parlare con tanto risentimento contro la durezza, l'albaga, la
cattiveria di quell'austriaca, s fatale ai Borboni di Napoli, che
Bambina si spavent di trovarsi alla presenza di lei. Prefer il re,
cui dicevano pi accessibile, assai pio, plebajuolo. Ma in che modo
prendervisi? Ella ignorava come si dimandassero le udienze: in ogni
caso prevedeva d'istinto che anche ottenutala, quell'udienza,
l'audizione sarebbe stata ritardata. Ed infrattanto suo fratello
soffriva e la sua sorte si decideva forse. Una parola, cui colse al
volo in una conversazione degli amici di lady Keith, le serv
d'ispirazione.

Si parlava di una manifestazione che aveva avuto o doveva aver luogo
contro l'ambasciatore d'Austria principe di Schwartzemberg, cui si
considerava come l'istigatore principale della reazione e della
resistenza del re ai principii pi liberali che cominciavano a farsi
giorno anche a Roma! Lady Keith odiava il principe austriaco,
considerandolo come l'autore dell'ostilit cui la Corte di Napoli
mostrava allora a Pio IX--al Pio IX di fantasia che avevamo fabbricato
nel 1847 pel bisogno della nostra causa. Ed a causa di ci l'antipatia
di lady Keith pel re erasi aumentata. Si rallegravano dunque
dell'insulto che l'inviato del principe di Metternich stava per
ricevere. Non era cotesto un indicare a Bambina l'uomo a cui ella
doveva rivolgersi per penetrare fino al re! In ogni caso, le sembr
pi facile di abbordare il principe di Schwartzemberg che Ferdinando
II.

Gli amori di questo principe con una dama napolitana avevano fatto un
certo strepito. Lo si diceva uomo grazioso, che lasciavasi facilmente
avvicinare, non altiero che con i suoi pari, cavalleresco verso le
donne. Forse se ne esageravano i difetti, le qualit, l'importanza. I
popoli schiavi portano sempre gli occhi armati di lenti di
ingrandimento. Comunque si sia, Bambina si decise a domandarle
un'udienza.

Ella si present al palazzo dell'ambasciata alle dieci. Le si domand
cosa chiedesse.

--Parlare al signor ambasciatore.

--Sua Eccellenza  uscita a cavallo, rispose il lacch.

--Aspetter.

--Se  per affari dell'ambasciata, bisogna rivolgersi alla segreteria,
al pian terreno, a sinistra.

--Mi occorre di parlare direttamente e personalmente al principe.

--Avete voi una lettera di ammissione o di raccomandazione?

--Non ho proprio nulla. Ma debbo intrattenerlo di cose, che non
possono essere comunicate se non a lui solo.

--Noi conosciamo cotesto. Tutti i mendicanti che vengono ad
importunarci per delle limosine hanno a favellare direttamente con Sua
Eccellenza.

--Io non vengo a mendicare, signor lacch. Vi ripeto che ho una
comunicazione grave da fare al principe.

--Diavolo! diavolo! borbott il lacch, o che le damigelle della
borghesia si mischino anch'elle della partita?

--Io non vi comprendo.

--L' proprio vero? Il principe riceve molte donne. Le une, per.....
voi sapete? le altre per affari di Stato. Voi siete una bellissima
donzella,  vero. Lavorate voi per.... conto vostro, o per conto dello
Stato?

Bambina arross e non rispose. Si assise. All'istesso momento si ud
uno strepito di cavalli nella corte, poi un rumore di passi nelle
scale.

-- Sua Eccellenza, grid il lacch: tiratevi da banda.

Bambina, al contrario, si precipit verso il ballatoio, e grid:

--Signore ambasciatore, sbarazzatemi, di grazia, dalla petulanza dei
vostri domestici. Ho bisogno di parlarvi, all'istante da solo a sola,
per interessi considerevoli.

Il principe di Schwartzemberg si ferm di corto e squadr attentamente
la fanciulla, cui l'animazione rendeva pi bella. E' fu colpito dalla
voce, dal sembiante, dal contegno, dall'accento, dalla voltura della
frase, dalla limpidit cristallina dello sguardo, dall'emozione
ch'ella manifestava.

--Entrate, signorina, disse egli infine, salutando pulitamente
Bambina.

Una doppia siepe di lacch incipriati e gallonati salut fino a terra.
Il principe precede, aprendo la porta per lasciar passare Bambina.
Essi traversarono cos parecchie sale e saloni ed arrivarono al
gabinetto particolare del principe. Bambina non vide nulla, non guard
a nulla. Si fermarono in quella stanzina, che non aveva altre porte.
Bambina, senza esservi invitata, si lasci cadere sopra un canap.
L'emozione l'aveva spossata.--Il principe di Schwartzemberg si assise
a fianco a lei, all'altra estremit del canap e si scopr
rispettosamente.

Vi era nell'aria di Bambina qualche cosa di cos serafico che
imponeva. Impossibile di supporre in lei la minima cosa di equivoco e
di vergognoso. La trasparenza de' suoi occhi riproduceva le pi
piccole ondulazioni del suo cuore. Il meno osservatore avrebbe
affermato, vedendola, ch'ei non aveva a fare con una avventuriera. Poi
Bambina possedeva una di quelle bellezze fulminanti che paralizzano
l'anima come la scossa della torpedine: si restava da prima
abbarbagliato, poi fascinato. Il principe la contemplava senza
interrogarla, per paura di vedere l'apparizione dileguarsi troppo
presto, e per rispetto. Bambina dal canto suo, vivamente imbarazzata,
tacevasi, attendendo per deferenza che l'ambasciadore le avesse
diretta la parola.

--Signorina, disse infine il principe di Schwartzemberg per venirle in
aiuto: a chi ho l'onore di parlare?

--Signore ambasciatore, rispose Bambina, il mio nome non vi
apprenderebbe nulla quando lo avreste conosciuto. Io sono una povera
creatura di provincia, cui non chiamano neppure per il suo nome di
battesimo, perch non mi conoscono che con il soprannome di Bambina.

--Nome delizioso! sclam il principe.

--Ho insistito per vedervi, signore, continu Bambina, perch voi solo
potete, senza ritardo, introdurmi appo il re.

--Appo il re?

--Gli  a lui ch'io debbo parlare.

--Ma di che si tratta signorina?

--Signore, vi scongiuro di non interrogarmi. Io ho un'intera
confidenza in voi; ma voi non potete ci che puote il re.

--Evidentemente. Nondimeno, per presentarvi a S. M. bisogna che io mi
sappia chi io presento, per quale affare io commetto questa grave
infrazione alle regole diplomatiche.

--Ecco appunto ci che  impossibile, signor principe. Per una
conseguenza triste e formidabile, io mi sono trovata in grado di
apprendere un secreto terribile che riguarda la sicurezza della
corona. Io non posso rivelarlo che al re, al re per il primo in vostra
presenza.

--Ma avete voi un altro interesse, signorina, rivelando questo
secreto, oltre il dovere di suddita fedele?

--Senza dubbio, signore. Credete voi che io farei tante istanze
unicamente per salvare la corona di un re, che io non conosco, e che
m'inspira pochissima simpatia?

Il principe di Schwartzemberg sorrise. Poi soggiunse:

--La situazione cangia allora, signorina. Dappoich voi non siete
un'eroina....

--Chi ve lo dice, signore? interruppe Bambina con vivacit. No, io non
sono una eroina realista. Ma se voi sapeste ci che questo secreto mi
coster, voi fremereste ed avreste piet di me. Voi non ammettete
dunque l'eroismo che in una sola sfera?

--Perdono, no, signorina. Ma l'eroismo si rimpicciolisce, se non
scompare affatto, quando diviene un oggetto di scambio. Ora, ei mi
sembra, se ho ben capito, che voi avete qualche cosa a dimandare al re
come prezzo di codesto terribile secreto. E, dapprima, che sapete voi
che codesto che voi possedete sia proprio un secreto, e che quel che
voi credete tale non fosse da noi conosciuto?

--Voi nol conoscete, voi non sapreste neppur sospettarlo. Se poi io mi
inganno, ebbene, me ne rimetto alla vostra coscienza, rigettate le
condizioni che io propongo.

--Quali sono almeno codeste condizioni?

--Non posso neppur dirvele. Le apprenderete alla presenza del re. Ma,
ve ne supplico, non insistete per istrapparmi ci che ho il dovere di
custodire. Io non domando nulla per me. La grazia che otterr per un
altro  un decreto di morte per me. Lo vedrete! voi potete confidarvi
a me.

La proposizione di Bambina aveva qualche cosa di cos strano, ma
altres di cos ingenuo, di cos innocente, di cos convinto, che il
principe di Schwartzemberg rest perplesso. Aveva egli a fare con una
Madonna o con una intrigante, commediante perfetta? Egli osserv
Bambina con attenzione pi concentrata, ed esit ancora.

--Ci che voi domandate, signorina, soggiunse egli,  impossibile. Non
si presenta al re dei logogrifi. Ci che potrebbe, tutto al pi, un
ministro della polizia, in vista della sicurezza pubblica, non se lo
pu permettere il rappresentante di una potenza estera. Io ho dunque
il rammarico di rifiutarvi il mio concorso.

Bambina si alz. Ella era divenuta pallida ed i suoi occhi navigarono
nelle lagrime. Vedeva le sue speranze naufragate, e non un'altra vela
all'orizzonte. Aver tanto osato! aver compromesso tante cose sante!
calpestato la sua anima ed il suo pudore per metter capo ad uno
scacco! Ella aveva i brividi di avere a ritornare al gesuita, e di
fargli delle nuove concessioni.

--Perdonatemi, signore, balbett Bambina con voce soffocata. Io non
sospettava la seriet degli ostacoli che intravedo adesso. Non so che
far. Possiate non rimpiangere di non avermi esaudita.

--Signorina, disse il principe, alzandosi a sua volta, vogliate
comprendermi bene. Io non insisto per sapere il vostro secreto n ci
che vogliate in ricambio domandare al re. Ma infine indicatemi, ve ne
prego, con quale formola bisogna che io supplichi S. M. di ricevervi!

--E voi, ambasciatore di una grande potenza, dimandate ad una povera
creatura di provincia una formola di corte per compiere un atto di s
alta gravit? sclam Bambina. Io ho sempre udito, nel mio casale, che
il motto: salvezza dello Stato! era magico nella bocca dei ministri.
Come noi ignoriamo tutto ci che si attiene ai nostri padroni!...

--Ahim! se re Ferdinando fosse un uomo da capire la divina poesia
della bellezza, io avrei stuzzicata la sua curiosit dicendogli che se
egli non apprendesse nulla di nuovo, egli avrebbe per lo meno visto
nella sua vita la forma pi ideale del bello muliebre. Ma S. M. non
comprende che le celesti bellezze della santa Vergine, passando per la
bocca lipposa del suo confessore. In fine, io vado ad intrigarlo col
mistero lavandomi le mani e lasciandolo giudice se egli debba o no
ricevervi. Volete, signorina, farmi l'onore di ritornare qui domani o
di lasciarmi il vostro indirizzo?

--Ritorner. Io abito in casa di lady Keith, al Vomero. Ma, ve ne
scongiuro, non mandatemi a cercare: io vi ricevo un ricovero
caritatevole.

--In casa di lady Keith? grid il principe di Schwartzemberg.
Comprendo alla fine. Il re vi ricever senza fallo. Io ve lo
garantisco. Forse vorr desso vedervi stassera stessa.

--No, stassera. Io non avrei alcuna scusa per allontanarmi dalla villa
la notte.

--Un'ultima parola, e ve ne prego vogliatemela perdonare. Vi  in
tutto codesto qualche cosa di cui avremmo ad arrossire? Una macchia ad
una stella....

Bambina si copr il viso colle mani ed interruppe il principe con un
singhiozzo.

--Io non sono una spia, grid essa.  un sacrifizio di morte che io
perpetro e non un'azione infame. Ma al postutto, io non ne so nulla.
Io pago un debito.... Se fo del male a qualcheduno, gli  che io non
posso altrimenti scongiurare il pericolo d'un altro.... Siate
indulgente, signore. Se voi sapeste il decreto fatale che mi pesa sul
capo, voi sareste misericordioso come Ges. No, non mi disprezzate,
no: io non sono n spia, n venale.

--Scusatemi, signorina, io non aveva alcuno intento di oltraggiarvi.
Sono rassicurato. Credo anzi di avere indovinato.

Il principe non aveva indovinato, poich supponeva che Bambina avesse
sorpreso un secreto in casa di lady Keith, cui si sapeva bazzicata da
cospiratori, e che la giovinetta se ne servisse per rendere servigio
ad un innamorato. Egli accompagn Bambina fino all'anticamera e tutto
il giorno pens a lei.

Il re, incuriosito dell'istoria che il principe gli raccont in modo
abile, consent a vedere Bambina, dopo aver fatto, ben inteso, una
certa preghiera, per dimandare l'ispirazione divina. Egli confess pi
tardi al principe che la memoria di Carlotta Corday aveva traversato
il suo spirito, non ben nudrito di storia pertanto. Fu dunque
convenuto che il d seguente il re si sarebbe recato a Capodimonte e
che quivi, incontrando come per caso il principe di Schwartzemberg,
questi gli avrebbe presentato la giovinetta. Il principe si astenne
bene dal parlare a S. M. della stupenda bellezza della spiona; egli
aveva paura di allarmare la piet di questo sovrano che credeva la
bellezza soppannata sempre di uno strato di ovatta diabolica. Il
principe fece brillare innanzi agli occhi del re la circostanza della
dimora della giovinetta, fin l restata sempre impenetrabile agli
agenti della polizia napoletana ed a quelli della diplomazia
austriaca.

Il re, dal lato suo, era felice di apprendere qualche cosa, non avesse
pure la gravezza che le attribuiva Bambina, un poco per paura della
sua personale sicurezza, ma principalmente per umiliare il suo
ministro della polizia, il quale si vantava di salvarlo, due volte
ogni ventiquattr'ore, e si faceva pagare il salvamento.

Ferdinando II era prodigiosamente avaro.

L'indomani, il principe di Schwartzemberg aspettava Bambina con
ansiet; e, per esser veri, e' bisogna aggiungere ch'era la donna anzi
che la salvatrice, cui egli sospirava rivedere. Bambina giunse alle
dieci. La s'introdusse immediatamente. Il principe grid, scorgendola:

--Il re vi ricever a mezzod, a Capodimonte, signorina. Noi abbiamo
quindi un'ora da attendere. Cosa posso io per farvela passare
aggradevolmente?

--Se io fossi divota, signor ambasciatore, vi supplicherei di
lasciarmi sola in un cantuccio del vostro palazzo per pregare.

--E non essendo divota?

Bambina sorrise dell'interruzione, e ripigli:

--Ahim! non essendo divota, oso dimandarvi in grazia di apprendermi
come si parla ai re.

--Ai re,  una cosa; a Ferdinando II,  un'altra. Vi dir dunque in
vettura come avrete a comportarvi con quella maest.

Un'ora dopo, un _coup_ colle bendinelle abbassate, senza stemmi, col
cocchiere senza la livrea del principe, volava lungo la strada di
Toledo verso Capodimonte.

A quell'ora stessa, il padre Piombini si recava da lady Keith, per
accattare uno sguardo di Bambina e respirare l'aria imbalsamata dal
fiato di lei; e Don Diego, il disgraziato Don Diego, passava per le
prove pi spaventevoli della sua vita.




XVIII.

Diamo un tonfo nell'inferno.


L'ho detto: Don Diego era stato arrestato alla dimanda di monsignor
Cocle. Don Domenico Taffa vedendo i suoi progetti rovesciati, aveva
dato a credere al confessore patentato di Sua Maest, che il prete
provinciale li aveva corbellati ed aveva gittata sua sorella nelle
braccia del padre Piombini.

Monsignor Cocle aveva di gi dell'odio cumulato contro il gesuita, cui
si proponeva al re come direttore della sua coscienza reale, meno male
in fama che l'attual direttore. La regina, che l'aveva conosciuto a
Vienna come ministro del duca di Modena, l'aveva di gi consultato in
due o tre circostanze, sopra secreti di anima o di Stato ch'ella aveva
voluto sottrarre alla cognizione del vescovo di Patrasso.
L'aristocrazia, la gente di corte, andavano, di preferenza, a lavare
la loro coscienza dal gesuita, anzi che da monsignor Cocle, ci che
stupiva il re. Ferdinando II cominciava a prestare l'orecchio alle
accuse contro il suo vescovo, ed agli elogi del gesuita. Si
susurravano da orecchio ad orecchio le buone fortune del padre
Piombini appo le dame del gran mondo; mentre che il vescovo di
Patrasso asciolveva, pranzava e cenava del suo grossolano pasto
ordinario,--la figlia di un fabbricatore arricchito. Quest'ultimo
colpo,--il ratto di Bambina,--metteva il colmo a l'esasperazione di
monsignor Cocle. Egli ne disse accortamente due parole al conte di
Altamura, dapprima per scoprire la bella donzella scomparsa, poi per
castigare il frate insolente che gli aveva tirata la coppa dai labbri.

N il conte di Altamura n il marchese di Sora non poterono annasare
ove si celasse Bambina. Essi non avevano l'occhio in casa lady Keith,
quand'anche i sospetti si fossero portati verso quelle latitudini;
Bambina non aveva lasciata traccia della sua fuga; la dama irlandese
l'aveva spoglia immediatamente della nera guaina di monaca. Il fulmine
ricadde allora in pieno sopra Don Diego. Gli agenti del conte di
Altamura lo arrestarono una sera nella strada, lo gettarono in una
vettura e lo condussero dritto a S.a Maria Apparente,--terribile
prigione preventiva di polizia,--incarcerandolo sotto l'accusa di
cospirazione contro lo Stato.

Don Raffaele, il carceriere in capo, lo cacci senz'altro nella pi
orribile segreta.

L'arresto fu significato al ministro della polizia.

Il marchese di Sora era di gi gelosissimo e profondamente ulcerato
della parte importante che il conte di Altamura si attribuiva nella
polizia del regno e sopra tutto della parte indipendente che vi si era
tagliata. Il re gli aveva accordato di agire al di fuori dell'autorit
ministeriale. Perocch Ferdinando II, diffidando di tutti, aveva
organizzato nell'amministrazione lo spionaggio mutuo, non perch
l'amministrazione funzionasse meglio, ma perch non lo giuntassero
nella parte ch'ei prelevava sulle ladrerie e sulle mance dei
funzionari. Tutti i ministri gli presentavano questa parte del
profitto del brigantaggio amministrativo sotto il nome di _risparmio_.

Ferdinando II dava, dalla sua parte, venti soldi per una messa e
pregava Iddio per la prosperit del suo regno. Egli sapeva che il
_suo_ popolo era divorato fino all'osso, come diceva Richelieu. Egli
avrebbe potuto ripetere come il reggente: Se io fossi suddito, mi
rivolterei. Egli ripeteva come il suo bisavolo, Carlo III di Spagna,
quando volle sbarazzar gli Spagnuoli dei gesuiti: Essi sono come i
fanciulli: piangono quando gli si netta!

Il marchese di Sora mand dunque un suo commissario per cominciare
l'istruzione e sottomettere Don Diego all'interrogatorio. Egli aveva
un gran desiderio di presentare al re, anche una volta, un arresto
arbitrario, avventato ed avventurato, forse per ragioni private, su
falsi dati. Ma gli era mestieri che Don Diego risultasse innocente,
dopo le prove pi spaventevoli per le quali si farebbe passare. Se Don
Diego soccombeva, tanto peggio per lui. E' non si trattava qui della
sua innocenza o della sua colpevolezza, ma dell'onore e dei rancori
del ministro. Il commissario Gravelli non pertanto era umano e
discreto. Il marchese di Sora lo sapeva e contava su di ci.

La segreta, ove avevano immerso Don Diego, era a cinque o sei metri al
di sotto del livello del suolo, praticata in un gomito che faceva la
cloaca collettrice di tutte le sentine dello stabilimento. L'aguzzino
ed il prigioniero discendevano, mediante una scala mobile, in un
corridoio stretto, che corre lungo le segrete scavate nel muro delle
fondamenta ove sono le porte. Un piccolo abbaino a cancello di ferro
tagliato sulla porta dava aria alla muda. Di luce, non era proposito:
le tenebre eterne vi regnavano come sulla pelle del negro. Il
prigioniero non vi poteva restare n in piedi n coricato: in piedi,
egli avrebbe potuto considerarsi ancora come un uomo: coricato, egli
vi avrebbe forse trovato la ridente illusione del sepolcro.
Un'infiltrazione perpetua di un liquido nero, glutinoso, che avrebbe
asfissiato il faro del Molo, sgocciolava lentamente, colla regolarit
di una clepsidra, e cangiava il suolo in un fondo di pozzo melmoso ove
brulicavano degl'insetti cui l'entomologia non ha ancora classificati.
Nelle condizioni psicologiche della vita ordinaria e normale, non vi
si sarebbe potuto vivere ventiquattro ore. Ma nell'eretismo
dell'anima,--in cui debbe trovarsi naturalmente un uomo seppellito in
quell'inferno,--la vita acquista un'intensit sovrumana.

Don Diego vi rest quaranta giorni.

Gli si portava una libbra di pane al giorno ed una brocca d'acqua.
Egli viveva, agginocchiato, la bocca costantemente applicata allo
abbaino sulla porta. Un buco aperto, in un lato, centuplicava
l'infezione. I suoi abiti erano saturati dell'orribile distillato
della vlta. Aveva freddo,--il peggiore dei freddi, quello che viene
di dentro, e perci dal cuore e dalla midolla allungata, che si
agghiadano a spese del cervello. Impossibile di distinguere nulla in
quel sotterraneo da maiali. Non pertanto, quando le pupille, a forza
di aguzzarsi, si erano dilatate come due rosoni da cattedrale, si
scorgevano ancora delle orride piccole lucertole giallastre strisciar
lungo le parete. Il silenzio--un silenzio da steppe--lo schiacciava.
Egli non udiva pi, degli strepiti della vita, che il tintinnio
cadenzato delle vene delle tempia, e la gocciola di umidit che
cadeva. Non pensava pi; ma dei vaneggiamenti indistinti, dei delirii,
delle allucinazioni, dei briccioli d'idee, delle reminiscenze confuse,
delle aspirazioni strangolate, venivano a rompersi sotto la volta del
suo cranio, come le onde del mare sulla sponda. Se egli avesse creduto
giammai alla spiritualit dell'anima,--di un'anima come un gioiello in
uno scrigno,--ne avrebbe dubitato adesso.

Otto giorni dopo essere stato macerato cos, non vedendo il secondino
che ogni due giorni per qualche secondo, e' fu infine trascinato
innanzi al commissario di polizia, in una vasta sala, il cui mobilio
lo spavent.

Egli vedeva delle corde pendere da anelli confitti alla vlta, delle
catene ribadite alle mura, dei cavalletti, dei fasci di verghe, degli
arganelli di cui doveva apprendere l'uso, una specie di letto da
campo, tutto un arsenale di ferraglia, di fornelli. E' credette un
istante che, sendosi addormentato nel XIX secolo, si risvegliasse in
una sala di giustizia del medio evo. La sua vista si turb. Sembrogli
un momento che la sua ragione vacillasse.

Per fortuna, sospettando perch lo avessero arrestato, egli erasi
tracciato un piano di condotta dall'ora prima in cui era stato messo
dentro, ed egli aveva per cos dire solidificato le risposte invariabili
che avesse a dare. Senza questa precauzione, egli avrebbe forse divagato
e la polizia avrebbe abusato della sua indeterminazione.

Per condurlo innanzi al suo giudice, gli avevano messe le manette, e
le avevano siffattamente chiuse che le mani sembravano nere. Una mezza
dozzina di birri, dai visi atroci, lo circondavano. Un cancelliere
temperava la sua penna per scrivere. Il giorno che filtrava in
quell'immenso antro da due alte finestre asserragliate, era magro e
sucido; lo si sarebbe detto una nebbia a mezzo congelata.

L'aspetto del signor Gravelli era tetro, quasi triste, ma non feroce.
Egli contemplava le sue mani ornate di gioielli, anzi che il
prigioniero. Era piet, disgusto desiderio di non atterrirlo? Aveva
egli comprese le intenzioni del ministro, ovvero il marchese di Sora
aveva formulato degli ordini? Nol so. Il fatto  che il signor
Gravelli compi la sua missione formidabile senza brutalit.

Don Diego traballava sulle gambe. Il commissario lo fece sedere e gli
disse:

--Rimettetevi.

Don Diego si assise un istante per dare equilibrio alla circolazione
del suo sangue, poi si lev di un tratto ed esclam:

--Mille grazie.

--Voi sapete perch vi hanno arrestato?

--No, signor commissario. Io non lo sospetto neppure.

--Voi cospirate per rovesciar la dinastia e cangiar la forma di
governo.

--I miei accusatori hanno mentito.

--Abbiamo delle prove.

--Vogliate dunque schiacciarmene. Ma io dichiaro innanzi tratto che
voi non potete averne, ovvero che codeste prove sono false.

--I giudici della Corte Criminale statuiranno sul loro valore. Quanto
a noi, la loro validit ci sembra assoluta. Si tratta solamente adesso
di sapere da voi quali sono i vostri complici.

--Non cospirando io stesso non posso avere dei complici.

--Tutta la vostra vita di prete e di suddito, pertanto,  un'accusa.
Voi siete stato interdetto dal vostro vescovo; voi siete fuggito dal
vostro contado.

--La mia interdizione  stata violenta, arbitraria, iniqua, ma di
carattere puramente ecclesiastico. I vescovi non sono infallibili, e
monsignor Laudisio vive di denunzie. Io ho lasciato Lauria perch,
dopo un simile colpo di fulmine, non potevo pi viverci.

--Tutti i vostri amici, tutte le vostre relazioni sono in ostilit
collo Stato. A Lauria, il conte di Craco; qui, suo figlio, il barone
di Sanza, il farmacista di Foria, il marchese di Tregle...

--Da prima non ho amici, signor commissario. Il conte di Craco  stato
il mio protettore, ha comperato la mia casa ed il mio giardino. Il
barone di Sanza  un aspirante alla diplomazia. Il marchese di Tregle
fu medico della regina Urraca. Io ho conosciuto, per domandar loro
soccorso e lavoro, Don Lelio Franco, Don Domenico Taffa, il canonico
Pappasugna. Sono anch'essi nemici del governo, questi signori?

--E gli altri?

--Io non conosco pi un'anima viva.

--Voi siete stato in relazione con comitati rivoluzionari.

--Io apprendo da voi, ed odo parlar qui per la prima volta, di codesti
comitati.

--Il sistema di niego cui adottate non vi servir gran fatto. Tutti i
prevenuti seguono questo metodo.

--Se voi esigete delle affermazioni ad ogni costo e non la verit,
bisogna indirizzarvi altrove. Io non ho mentito giammai in vita mia.
Io non comincerei ad imbrattarmi di codesta onta in una circostanza
cos sinistra.

--Guardatevi intorno, signore, e rimarcate che noi abbiamo i mezzi di
far parlare i muti.

--Voi avete i mezzi di far delirare nel dolore. Ma e' non  provato
che il grido insanguinato che voi strappate ad un'anima spaventata, ad
un corpo rotto, sia la verit. In ogni caso, fate di me ci che
volete: io non posso rispondervi su ci che ignoro.

--Io passo allora a precisare fatti, parole, circostanze.

--Precisate, signor commissario; ve ne sar riconoscente. Io sono come
la natura dei Peripatetici: abborro il vuoto!

Questa calma imponeva gi al signor Gravelli. E' rimase in silenzio
per pochi minuti, poi disse:

--Vi hanno spedito da Sapri due casse che voi avete ricevute a Lauria.
Quelle casse contenevano armi.

--Il guardiano dei cappuccini di Sapri mi ha mandato due casse
contenenti camangiari, limoni, aranci, salagioni, qualche libbra di
tabacco da fumare e da fiutare, un po' di tela, altri piccoli doni,
zucchero, rosolio, caff. Io ho scritto pel guardiano qualche predica
che egli ha recitate nel suo quaresimale a Policastro, con grande
soddisfazione di monsignor Laudisio, innanzi a lui ed al suo
seminario. Io aveva rifiutato un compenso in denari da quel povero
religioso; e si redense con quei regali. In ogni caso se coloro, che
asseriscono adesso che le casse contenevano delle armi, ebbero questo
sospetto allora, perch nol parteciparono alle autorit quando era
tempo di sorprendermi? Essi furono colpevoli quando si tacquero o sono
infami adesso che inventano. Io non sono un trangugiatore di sciabole
e di fucili, come i cerretani da fiera; che avrei fatto di quelle
armi?

--Le avete celate.

--Ebbene, fino a che non le si saranno trovate, io ho il diritto di
proclamare ci che la mia coscienza mi detta con alta fierezza: mi
calunniano!

--Voi avete detto all'arciprete di Lauria: Monsignor Laudisio  una
spia, ma non passer guari e noi gitteremo fuori del regno codesta ed
altre lordure: vescovi, ministri, esercito e re.

--Io aspetto che l'arciprete ripeta ci in mia presenza, e che egli
indichi dove, quando, in quale circostanza, in presenza di chi avrei
io eruttato simili parole. Ah! signor commissario, mi credete dunque
s goffo, s idiota, che avendo codeste idee e s poderosi secreti, io
me ne issi a prendere per confidente il pi abbietto dei miei nemici?

--Voi siete scaltro in effetto.

--Ebbene, se voi mi fate l'onore di non credermi un gonzo, perch
prendete voi in considerazione codeste inette iniquit?

--Quando don Lelio Franco vi pose in condizione di dare dei buoni
consigli ai suoi agenti, voi preferiste rifiutare l'impiego anzi che
rischiarar quella gente sulle buone intenzioni del governo.

--Come io so ch'egli  sempre pericoloso parlar di politica e di
governo; come non ignoro che la massima di Stato del nostro paese :
_de Deo pauca, de rege nihil_; come per questa stessa circostanza io
scorgo quanto sia facile snaturare i propositi che si tengono, io
dissi a quel messer Franco l, che io voleva andare da lui come
contabile e non come institutore, e che, se egli desiderava un
impiegato, il quale cumulasse le funzioni di tenere i libri e di
propagare le sue novelle, se ne trovasse un altro, perch io mi
reputava incapace di contentarlo.

--Insomma voi negate tutto?

--Io non nego. Io provo la non esistenza delle accuse stesse.

--Tuttavia voi non oserete dire che non conoscete le persone, le quali
bazzicano la palazzina di lady Keith.

--Chi  codesta lady Keith, adesso?

--Ve la richiameremo alla memoria.

Il commissario si volse verso uno degli uomini che attendevano nel
fondo della sala e gli disse:

--Il torchio.

Il pi sdolcinato del gruppo atroce degli sbirri stacc dal muro uno
strumento formato di due branche riunite da una chiavarda a vite,
terminate alle estremit da due rotelle di ferro come due pezzi da
cinque franchi. Quelle due estremit si applicavano alle tempie, e le
due branche attaccate alla chiavarda cingevano la fronte. Una chiave
stringeva la vite, la quale, rinserrandosi, comprimeva le tempie.

Lo sbirro adatt il congegno alla testa di Don Diego.

Si fece entrare il medico che si colloc al fianco di lui.

--Quando vi deciderete a parlare, disse il commissario turbato
indirizzandosi a Don Diego, si aprir il torchio.--Chiudi, diss'egli
poi, indirizzandosi al birro.

Il medico poggi le sue dita sulle carotidi del paziente per sentirne
e valutarne le pulsazioni. La chiave della vite cominci a girare, e
gir, gir, gir sempre. Il viso, dapprima pallido di Don Diego,
principi a diventar rosso, poi purpureo, poi violetto, poi azzurro,
poi color di piombo, poi nero. Dopo aver terribilmente chiusi i denti
fino a smussarli, egli aperse la bocca come un antro. I suoi occhi
divennero prima lucidi, poi iniettati di sangue, poi opachi, infine
uscirono dalle orbite, fuori le arcate sopraccigliari. Le palpebre
sparvero; le pupille invasero la cornea. Il collo si gonfi, il naso
si profil. E' trem sulle ginocchia e si abbiosci. Il dolore acuto,
intenso, spaventevole che aveva cominciato a sentire, lo oppresse. E'
perd la coscienza della sua esistenza. La notte lo avvilupp.

--L'apoplessia si dichiara, disse il medico. Bisogna ucciderlo?

--Disserra la vite, ordin il commissario.

Il torchietto fu allargato, ma non tolto. Si misero delle compresse di
aceto sulla testa del paziente, gli si levarono le manette, lo si
strofin sulle spalle, gli si cavarono gli stivali e si avvicin il
braciere ai piedi, non tanto per infliggergli un altro supplizio,
quanto per ristabilire la circolazione. Venti minuti passarono prima
che lo sventurato riprendesse coscienza della vita.

--Persistete voi nel silenzio? domand il commissario.

--Io non ho nulla a dire, mormor Don Diego con voce estinta.

--Si ricomincier; riflettetevi, riprese il commissario.

--Voi potete uccidermi; io non posso parlare di ci che ignoro.

--Rinserrate il torchio, diede l'ordine Gravelli.

--Ei non pu sopportare di nuovo questa prova per oggi, disse il
medico. Scegliete altro.

--Il fornello, allora, disse il commissario.

Due bravi coricarono Don Diego sur un letto da campo, attaccando le
sue mani ed i suoi piedi con due pezzi di legno, i quali avvitati, gli
vietavano ogni sorta di movimento. Gli si aspersero i piedi di olio e
si approssim loro il fornello scintillante di brace ardenti. Un grido
terribile risuon nella sala. L'olio, dirimpetto ai carboni accesi,
cominci a friggere ed i piedi di Don Diego cominciarono a rosolare.

--Parlate, disse il Commissario.

--Non ho nulla a dire, ripigli Don Diego con una voce spezzata dai
singhiozzi.

--Se non volete dargli una gangrena alle estremit, osserv il medico,
bisogna per oggi cessare anche questo.

Il commissario domand al cancelliere se egli aveva tutto scritto. Poi
ordin al medico di stendere un processo verbale dell'operazione e
fece segno ai bravi di riportare il prevenuto nella sua bolgia. La
sera, il ministro ricev il rapporto del commissario Gravelli.

--Bisogna esaminarlo con altri mezzi, ordin il marchese di Sora.

Otto giorni dopo Don Diego fu ricondotto innanzi al commissario. Alle
interrogazioni che il signor Gravelli gl'indirizz l'ex-prete rispose
sempre per la negativa.

--Voi volete dunque che io reiteri i mezzi di severit? disse il
commissario.

--Codesto non  certo il mio desiderio, rispose Don Diego. Voi potete
finirmi, ma io non mentir, n posso convenire su di quello di cui mi
accusate.

--Andiamo, sclam il commissario, gettando un sospiro: il dondolo.

Gli sbirri attaccarono una tavola alle corde che pendevano dal
soffitto. Poi legarono Don Diego sulla tavola, di guisa che i piedi e
la testa avanzassero alle due estremit, e misero in moto l'altalena.
La lunghezza della corda permetteva che il dondolo toccasse nel suo
doppio movimento le due pareti di rincontro; di modo che Don Diego nel
suo volo aereo, urtava volta a volta ora della testa ed ora dei piedi
ai due muri opposti. I picchi furono orribili. Ben presto, il cranio,
interiormente scosso, si lacer di fuori ed il sangue flu; i piedi
scricchiolarono nelle loro giunture e fecero scricchiolar le
ginocchia. Gli urti cominciarono per strappare degli urli terribili al
paziente. Poi il silenzio sopravvenne. Dopo che egli ebbe battuto cos
quattro o cinque volte alternativamente delle due estremit, il medico
intervenne.

--Se non volete fratturargli affatto le ossa delle gambe e della testa
e dargli una congestione cerebrale mortale, bisogna cessare.

L'altalena si ferm. Il paziente era svenuto. Ci volle circa un'ora
per richiamarlo alla vita.

--Persistete voi in nulla confessare? dimand il commissario.

--Se io avessi qualche cosa a dire, non mi sarei lasciato assassinare
cos, mormor Don Diego.

Il commissario fece un segno.

I birri andarono a gittare quel carcame nella sua pozza.

La sera, il ministro ricev i rapporti del commissario e del medico.

--Ancora una prova, ordin il marchese di Sora.

II terzo sperimento fa fatto. S'infiltrarono delle cannucce acuminate
tra la cornea e la carne nelle unghie delle dita di Don Diego.

Gli spasimi furono atroci.

Il silenzio di quell'infelice fu eroico. Confessando, lo avrebbero
tutto al pi condannato al bagno. Infrattanto, i suoi amici e complici
dicevano:

--Don Diego Spani, parla; e' ci tradisce. S'incarcerano i nostri amici
in seguito alle indicazioni ed alla confessione di quel prete infame!
I preti sono sempre e dovunque gli stessi.

Il marchese di Sora dette l'ordine che il prevenuto fosse trasferito
all'ospedale della prigione e vi fosse curato. Poi apparecchi una
memoria pel re, annettendovi i rapporti del commissario e del medico
come documenti in appoggio.

Il re fu colpito dalla narrazione del ministro. Ei sembr spaventato
che dopo tanti anni di regime di clero e di polizia onnipotenti,
spuntassero ancora nel suo regno dei caratteri cos temperati.

Madama di Motteville diceva, che, ai tempi suoi, i mercanti _stessi_
erano _infetti_ dell'amore del ben pubblico.

--Ove andiamo noi, grid re Ferdinando, se anche il prete, e dei tuoi
preti, si mette della partita!

--Sire, rispose il marchese di Sora, noi andiamo al _despotismo
illuminato_, che io sostengo nei consigli di Vostra Maest.

Don Diego, convalescente, fu restituito alla libert. Egli rientrava
nel suo alloggio al punto stesso in cui Bambina si sedeva nel
gabinetto del principe di Schwartzemberg.




XIX.

Ove si vede l'ultimo campione dei re d'una volta.


Il principe di Schwartzemberg istru Bambina, in poche parole, in qual
modo ella avesse a presentarsi ed a parlare, al re, ma si astenne,
naturalmente, di abbozzarlene il ritratto. Non avrebbe potuto farlo,
senza mancar di rispetto a quella maest.

Tutto ci che negli altri individui  normalmente vizio o qualit,
dono o difetto, Ferdinando II lo aveva in caricatura. Aveva una testa
d'imperatore romano, un po' Vespasiano un po' Tiberio. Quella testa
per barcollava sur un collo troppo corto, spiccava fuori di un tronco
di bastago, un tronco dalle spalle alte, dal petto rientrato, dalla
spina dorsale equivoca, dall'epa protuberante. Le coscie corte, le
gambe lunghe, il braccio forte, l'avambraccio esile, terminavano per
dei piedi e delle mani da zoccolante. Gli  vero che un cappuccino si
era mischiato un tantino alla fusione di questa statua di eroe, come
dicevasi, avanti o poi che la fosse in forma.

Ferdinando II era uno dei tre sovrani epilettici dell'epoca, con
l'imperatore di Austria Ferdinando e Pio IX. Di quinci il suo colorito
giallastro come la scorza del mangustan, quel non so che di
sbalestrato nel suo sguardo non mai vellutato. Gli occhi grigi,--che
d'ordinario sono espressivi e senza malandrineria,--avevano in lui
l'aria degli occhi di un lupo malinconico. La sua fronte pretuberava.
Ma lungi dallo indicare l'intelligenza con i suoi bernoccoli la
somigliava ad un cercine di carne gonfiata, qualche cosa come quel
giro di capelli intonsi che i francescani si lasciano intorno al
cranio per imitare la corona di spine del Cristo. La testa aveva cos
un cotal che di capitello di una colonna di ordine corintio. I capelli
tosati corti si rizzavano ostinatamente in tutti i sensi,--segno di
pertinacia senza riflessione.

E' non aveva il famoso naso borbonico, indizio di razza come il famoso
labbro austriaco degli Absburgo. Regolare alla punta, quel naso reale
si conficcava bruscamente fra le due orbite e lasciava un cavo tra le
due sopraciglie. La bocca era larga, semichiusa, arruffata agli angoli
come per burlarsi dei melensi baffi che la orlavano,--baffi rari,
sparuti, malesci,--segno di ferocia. I peli del suo viso erano altres
rari e duri come i sentimenti che gli spruzzavano dal cuore. La sua
faccia grassa cadeva a cascatelle, lasciando dei solchi che non
rifrangevano la luce. Di guisa che, quella pinguedine che d'ordinario
esprime la bonomia spiritosa o stolida, in Ferdinando II addiveniva
lugubre e burlesca come un ubbriaco che piange. Il mento avanzava e
civettava di una fossetta; la quale, lungi dall'abbellire il
sembiante, rassomigliava ad un buco restato l da una cicatrice. Quel
mento poi si sarebbe detto applicato alla faccia ad opera terminata,
quasi come cosa obbliata nella formazione generale e quivi incrostato
alla carlona, alla guisa di certi ornamenti dei mobili a buon mercato.

La testa si dondolava sul busto ed aveva un'espressione nel tempo
stesso funebre e sinistra, sopra un fondo grottesco. Figuratevi
Arlecchino rappresentante la parte di Amleto. Camminando ei si
dimenava, o piuttosto le sue carni spongiose tremolavano,--altro segno
di natura cattiva, quando questo fenomeno si osserva in un giovane
corpo. Il suo occipite cadeva in linea retta e piatto sul collo,--e
codesto denunziava la sua assenza di sensibilit e la sua freddezza
verso la donna. Aveva orecchie immense, dall'interno della conca
bizzarramente accidentate. Tutto ci, impiastrato insieme, produceva
un certo che non brutto, che non era maestoso, che non era simpatico,
che non era rispettabile, che prestava a ridere e dava i brividi, cui
si guardava come un oggetto curioso, e da cui si aveva cura di tenersi
in distanza--nel tempo stesso Saturno e Sileno affetti da idropisia.
La sua voce era chioccia, fessa come una vecchia campana, una specie
di squitto di scimmia che singhiozza.

Il morale non era poi meno bizzarro del fisico. Ferdinando II era
avaro come tutta una sinagoga. La regina Teresa, sua mogliera,
rattoppava i fondi delle sue brache. Ed e' prestava alla settimana al
Tesoro, il quale non aveva bisogno di mutui, ma che faceva sembiante
di averne onde dar dei profitti a S. M. Il bilancio napoletano era il
solo in Europa che si saldasse in equilibrio! In realt, quel bilancio
si saldava con un avanzo considerevole; ma il ministro delle finanze
portava quel di pi al re come un'economia sulle spese del ministero.

Re Ferdinando si credeva il pi grande capitano del secolo, in teoria,
aspettando l'ora di spiegare le sue brillanti capacit sur un campo di
battaglia. Laonde viveva sempre in mezzo a quel famoso esercito cui
egli credeva il pilastro del suo trono e cui suo figlio non trov pi
quando volle servirsene seriamente contro la patria.

Questo patriottismo fu addimandato codardia e calunnia ed
ingratitudine! Imperocch, egli  ben che si sappia, la fu una
spavalderia dei garibaldeschi quella cos detta allora vilt
dell'esercito napolitano. I generali realisti, i quali ne sapevano lo
spirito nazionale, non l'esposero, l'esercito, a pronunziarsi che in
due circostanze, sul Volturno ed a Gaeta, ove fece sembiante di
battersi per dare una cotale grandezza alla caduta della
dinastia,--sul desiderio forse espresso dal conte di Cavour.

Re Ferdinando passava riviste, quando non pregava. Egli era
ostinatissimo in ci che riguardava come suo diritto. Quindi lo si
vide tener testa alla Francia ed all'Inghilterra riunite, nel famoso
affare del _Cagliari_, e sbrancar note singolarmente audaci,--scritte
tutte di suo pugno. Egli era il botolo nella razza _canis_ dei
sovrani. Non avendo alcuno istinto leale, diffidava di tutti,--al
punto che, essendo piissimo, ed avendo un confessore reale titolare,
e' si confessava a tre o quattro altri frati o preti, presi a caso, un
po' dovunque, ove egli andasse. E' divideva e sperperava cos la
confessione de' suoi peccati. Di modo che la sua partita con Dio era
in regola, ma alcun uomo non lo conosceva tutto intero.

Ferdinando II era inesorabile, ma solamente pei crimini di Stato. Il
sangue ed i gemiti del delinquente lo esilaravano, quelli del
deliquente ordinario non lo allettavano.

La sua istruzione era singolare per un re. Egli avrebbe potuto
insegnare teologia al Collegio Romano; ma ignorava completamente la
storia, il diritto pubblico, l'economia sociale. Non un sarto di
Lamagna avrebbe tagliato un uniforme come lui; ma e' faceva manovrare
le truppe a controsenso. Sapeva il Bollandista a menadito; ma e' non
seppe mai perdurare nella lettura di un romanzo, di un poeta, di un
filosofo, di un istorico. E' chiamava il signor Thiers un compilatore
di almanacchi! Aveva in orrore il teatro. Ond' che accolse con
entusiasmo l'idea della regina Teresa, un d canonichessa a Vienna,
brutta e gelosa, la quale propose di tuffar le ballerine in un paio di
brache di percallina cilestre larghissime e di cucirle in un _canzou_
chiuso fino al collo.

Egli diceva ad ogni pie' sospinto, come Luigi XVI disse una volta
sola, in una circostanza solenne:  legale, poich io lo voglio! Il
sentimento della giustizia e del diritto gli mancava organicamente al
par di quello del bello fisico e morale. Non comprendeva che l'utile.

Re Ferdinando fu duro verso suo fratello Carlo e verso l'infelice suo
figlio Francesco II, cui aveva avuto da una prima moglie. Verso i suoi
altri figli e fratelli fu equo e tollerante. E' scendeva di vettura di
cavallo per baciar la mano ad un frate o ad un prete che passava; ma
si tenne per offeso quando lo tzar Nicola gli present a Napoli il
conte Orloff ed il suo bel cane come _i soli suoi amici!_ Egli dava un
baiocco ad un povero che incontrava; ma dimandava una piastra al suo
cavalier di compagnia per fare quella limosina e teneva per s il
resto.

Offriva un sigaro ad un generale, passando una rivista, ma gli
prendeva un grazioso _scibuk_ di schiuma ed ambra. Gustava al pane del
soldato onde avere il pretesto di trovare il pane cattivo e far pagare
agli appaltatori una forte ammenda, cui intascava. Canzonava
volontieri i suoi ministri, ma per soggiungere con pi famigliarit:
Padroni miei, voi rubate: fatemi la mia parte. Affettava una grande
semplicit di vita, unicamente perch le pompe reali, le feste, i
balli, i pranzi, le caccie, si pagavano dalla lista civile. Non am
che le sue mogli; dapprima, perch una ganza era per lui una
superfluit, poscia, perch la gli sarebbe costata denari.

Tutto era _reale_ nel suo regno; i lazzaretti, le fogne, il boia,
l'ospedale delle donne pubbliche,--tranne il palazzo reale che fu
dichiarato _nazionale_ perch occorrevano due milioni per ripararlo e
mobigliarlo. Il debito pubblico esso pure fu dichiarato
nazionale,--avvegnach contratto interamente per pagare tre
ristaurazioni borboniche, gli austriaci, gli svizzeri e mons. di
Talleyrand, il quale prese 10 milioni per perorare la causa di re
Nasone al Congresso di Vienna. Spirito pieno di taccole carattere
falso e basso, tendenze sordide e feroci, sussiego militare da
caporale avvinato, divozione interessata,--specie di usura fatta con
Dio,--oltracotanza senza pericolo, ostinazione senza discernimento,
cupidit senza scelta, assenza di gusto, di tatto, di finezza, di
nobilt di sentimenti delicati, di volutt squisite, di vizii
grandiosi, di virt utili, di sapere politico, di fiuto
dell'opportunit, di coraggio di uomo, di tenerezza cristiana,
jattanza di forza fuori proposito, di dritto non contestato.... tali
erano i tratti principali del sovrano cui Bambina andava a salvare:
Falstaff innestato sopra sant'Ignazio!

Il mattino era splendido. Il cielo aveva i riflessi dell'oro
stemperato nell'azzurro. Un vapore dalla tinta violetta avviluppava ed
addolciva il paesaggio.

Come era stato convenuto, il principe di Schwartzemberg, dando il
braccio a Bambina passeggiava nel parco, vicino l'Eremitaggio. E'
parlava poco, provava un sentimento indefinibile all'interno
trovandosi in contatto s intimo con una persona la cui condotta era
equivoca, il cui scopo era un mistero. Bambina lo comprese e ritir
dolcemente la sua mano dal braccio dell'ambasciatore, facendo
sembiante di cogliere il grande fiore di una coccinea color cupo.

--Qual  il nome di questo bel fiore signor principe? domand ella.

--Io ne ignoro il nome italiano, rispose l'ambasciatore; ma se la
memoria non mi tradisce esso si addimanda qualche cosa come _lychnis
Haageana hybrida_.

--Chi sospetterebbe giammai, ascoltando i nomi stravaganti che danno
la tortura alla lingua ed alla memoria e cui la scienza infligge al
fiore ed all'uccello, chi sospetterebbe mai, riprese Bambina, ch'e' si
tratti dei pi meravigliosi splendori della creazione? I nomi con cui
la societ gualcisce talvolta le persone e le azioni hanno sovente
questa medesima bizzarria.

Il principe, la di cui anima mormorava, lui inconsciente, i nomi
misteriosi di spia, di denunziatrice, di segugio da bargello, comprese
la lezione e si tacque. Ma egli non os offrire di nuovo il braccio
alla giovinetta. Il re, che giunse allora, fumando il suo sigaro, li
sorprese zozzando fianco a fianco. Ei fece un segno al principe di
seguirlo ed entr nel palazzino in mezzo al parco.

Ferdinando era solo. Il custode dell'Eremitaggio apr immediatamente
il piccolo salotto ai visitatori. Il re indic al principe di chiudere
la porta e disparve.

--Egli va a pregare in qualche angolo, disse il principe a Bambina.
Sovvengavi della piccola lezione che vi ho fatta sui modi della corte.

--Sar difficile, rispose Bambina: l'emozione mi coglie.

Il re rientr e rest in piedi vicino ad un tavolo rotondo in mezzo al
salotto.

--Principe, diss'egli, indirizzandosi al signor di Schwartzemberg, 
costei la donna che desidera parlarmi?

--S, sire, rispose l'ambasciadore inchinandosi.

--Che parli allora, sclam il re.

Bambina rest all'altra estremit del salone, non osando levare lo
sguardo. Prov di parlare, ma non una parola si present alle sue
labbra. Le tenebre invadevano il suo spirito. Il re aspettava. Bambina
cadde a ginocchio.

--Parla dunque, disse il re della sua voce rauca esile e nasale.

--Sire, balbett Bambina, io.... io....

--Rimettetevi, susurr il principe a bassa voce. Non temete di nulla.

Bambina fece un immenso sforzo sopra s stessa e tutta tremante
soggiunse:

--Sire, mio fratello, Don Diego Spani, un degno prete,  stato
incarcerato come cospiratore. Ci  falso. Non  desso che cospira.

--E chi dunque? dimand il re, ricordandosi la storia di questo uomo,
cui il ministro della polizia gli aveva dettagliata qualche giorno
innanzi.

--Io non so, sire, continu Bambina, rianimandosi a misura che parlava
e che l'immagine di suo fratello dominava la sua mente. Io non conosco
n i nomi n le persone dei cospiratori.

--Ma allora? grid il re con impazienza.

--S, mormor Bambina ricominciando a turbarsi. Me ne hanno nominato
uno.

--Innanzi tutto, dimand il re comprendendo che bisognava condurre
l'interrogatorio da s stesso e con calma se voleva arrivare ad un
risultato,--innanzi tutto chi  la persona che ti ha parlato di
codeste cose?

--Ci non lo dir giammai, giammai! grid Bambina levandosi di uno
slancio. Io vi porto, sire, un segreto di Stato, non un segreto di
donna.

Ferdinando inarc le sopracciglia e guard per la prima volta in
faccia la giovinetta. Bambina era divenuta rossa, e la collera
istintiva che l'agitava faceva brillare il suo sguardo, ravvicinava le
sue sopracciglia arcate come la foglia del siry.

--Dite allora l'altro nome, disse il re raddolcito, cessando di darle
del tu. Coordinate le vostre idee, signorina.

--Sire, riprese Bambina, la persona che mi ha rivelate queste cose sa
tutto. Voi potete crederlo, come credereste il vostro confessore. Egli
ha avuto piet di mio fratello, e, per salvarlo, m'ha messa a portata
di render servigio a Vostra Maest.

--Ma quale  dunque codesto segreto?

--Sire, permettetemi di mettere le mie condizioni....

--Delle condizioni! sclam Ferdinando rizzandosi sulla persona.

--Sire, senza ci, continu ingenuamente Bambina, io non sarei venuta
ai piedi di V. M. Io pure ho promesso qualche cosa, io pure, onde
ottenere quella rivelazione. Io ho promesso la mia vita. Vostra Maest
mi comprender se io esigo una promessa.

--Andiamo. Vediamo codeste condizioni.

--D'altronde, se V. M. trova che il segreto non ha l'importanza cui mi
hanno assicurato valesse, V. M. pu ritirare la sua promessa.

--Dite dunque, alla fine.

--Sire, voi farete mettere immediatamente in libert mio fratello,
poi, come egli  un santo e dotto prete, lo nominerete vescovo.

Il re guard il principe di Schwartzemberg, che abbass gli sguardi
sotto il rimprovero degli occhi reali; poi soggiunse di voce sorda:

--Ti hanno fatta una lezione bene audace, quella giovane!

Bambina, che per fortuna non comprendeva nulla alla gradazione degli
sguardi, dell'accento, della parola del re, non lasci presa alla sua
dimanda.

--Sire, rispose ella, se V. M. mi rifiuta queste due grazie, io mi
taccio. Non ottenendo nulla e non rivelando nulla, io non sono pi a
nulla tenuta, ed arriver ci che la volont di Dio vorr. Io vi parlo
come a Dio stesso. Io ho detto ad un uomo: l'anima per l'onore! Non
usando della sua anima, mi riscatto di mie promesse.

Il re non rispose e si ritir lentamente nel contiguo gabinetto ove
era di gi entrato prima.

--Va a pregare di nuovo, brontol il principe. Io vi comprendo alla
fine, signorina, ma le vostre domande sono esagerate.

--Non  egli il re? osserv Bambina. Non vengo io a salvarlo a quel
che mi han detto?

Il re rientr. Infatti, egli era andato ad inginocchiarsi innanzi a
non so che immagine, cui si cavava dal petto sotto forma di scapolare,
ed aveva invocato l'inspirazione divina.

--Vi accordo la vostra dimanda, disse egli a Bambina, se ci che state
per rivelarmi merita codesta ricompensa.

--Me ne date la vostra parola, sire? insist Bambina.

--Ve la do, replic Ferdinando esitando.

--Siate testimone, soggiunse Bambina, volgendosi all'ambasciatore, che
S. M. mi d la sua parola di far mettere in libert mio fratello, Don
Diego Spani, e di nominarlo vescovo.

--Parlate adesso, parlate, chiocci il re impazientito.

--Sire, mi hanno detto che V. M. non ignora forse che si cospira onde
strapparle non so che,--una Carta, una Costituzione.--Ma ci che V. M.
non sa per certo,  il luogo ove i cospiratori si riuniscono ed il
capo del complotto.

--Credono?

--Io ripeto ci che mi han detto. Che M. V. ne giudichi del resto.

--Ebbene?

--Ebbene, il sito ove i cospiratori tengono le loro sedute  la villa
abitata da lady Keith, al Vomero, ove abito io stessa da qualche
settimana in qua.

--E voi avete visto codesti cospiratori?

--No, sire, io non ho visto nulla, forse perch non  negli
appartamenti di questa eccellente ed innocente dama che essi si
radunano, ma in un padiglione nel fondo del giardino.

--Ed il capo?

--Il capo, sire,  il vostro ministro della polizia, egli stesso, il
marchese di Sora.

Il re e l'ambasciadore si guardarono reciprocamente: il re con
sospetto, quasi avesse voluto dire: Siete voi che tramate questa
farsa!--l'ambasciatore, con un'aria di trionfo, come se avesse detto:
Non avevo io ragione? Segu un silenzio di qualche minuto. Il re
disparve per la terza volta.

--Ancora! borbott il principe.

Poi indirizzandosi a Bambina, soggiunse:

--Voi portate un'accusa terribile. Voi, vostro fratello, la persona
che vi ha consigliata e cui si scoprir, voi siete tutti perduti se
avete mentito.

--Io non so, replic Bambina. Ma io credo nell'uomo che mi ha rivelati
questi misteri.

Il re ritorn. Era turbatissimo.

--Signorina, diss'egli, vostro fratello sar libero e vescovo, parola
di re, se voi o la persona che v'inspira potete provarmi la verit di
questa formidabile accusa. Capite?

--Sire, replic Bambina, io sono un'eco. Io ho ripetuto ci che mi
hanno comunicato. Ma come V. M. vuole ella che io glielo provi?

--Facendomi vedere.

--Ma io non posso nulla, sire. Io non posso che soggiungere questo
semplice dettaglio: Luned, 27 settembre, vi sar un'unione generale
dei delegati di provincia nel padiglione di lady Keith, e
probabilmente il marchese di Sora vi sar e vi vedr qualcuno dei
capi.

--Ebbene, io voglio assistere a questa riunione.

--Assistetevi, sire. La mia missione  terminata. Che V. M. adesso
tenga la sua parola, cui dicono sacra.

--La terr per fermo quando avr veduto io stesso, quando avr il
convincimento che non mi hanno ingannato.

--Ah! sire, di gi!...

Bambina non termin la frase. Il suo singhiozzo fece comprendere al re
ch'ella diffidava di lui.

--Rassicuratevi, sclam Ferdinando. Voi abitate la villa di lady
Keith. Voi mi introdurrete.... principe, sarete voi con me?

--Mille grazie di questo grande onore, sire. Io lo sollecito come una
grazia.

--Ebbene, signorina, voi c'introdurrete nel padiglione, al momento che
i cospiratori delibereranno.

--Ah! sire, nella casa ove questa nobile dama mi accorda un asilo!

--Non temete nulla per alcuno. Verremo soli, travestiti, nessuno
soffrir male. Voglio solo assicurarmi dei miei propri occhi, delle
mie proprie orecchie.

--Infine, sclam Bambina, poich io debbo morire, espier per tutti.

--Voi non morrete, osserv Ferdinando. Principe, convenite con codesta
signora come questa bella avventura dovr essere condotta. Vi aspetto
domani.

Il re and a terminare il suo sigaro, pregando ancora una volta perch
alcun malore non lo cogliesse nell'impresa, e l'ambasciadore e Bambina
uscirono.

Tutto fu convenuto. Bambina si rec al Ges Nuovo per vedere il
gesuita.




XX.

Eh! ma! per chi li prendevate voi, sire!


Lady Keith, l'ho detto, era ultra-irlandese, ossia ultra-cattolica.
Ella provava quindi per Pio IX un sentimento di adorazione da fetiscio
ed al centuplo l'entusiasmo che risent l'Europa intera nel 1846 e 47
per questo papa giacobino,--il quale ieri faceva ghigliottinare Monti
e Tognetti. Per la ragione che quel papa era circondato da noi di una
aureola liberale, cui non ebbe mai, ma di cui ci tornava utile
inghirlandarlo, Ferdinando II, bench divoto e cattolico fino al
cretinismo, non ometteva un'occasione per manifestargli la sua
avversione.

Ci indispett lady Keith. Malgrado ci, ella sent il bisogno di
mettere in regola la sua coscienza, consultando il suo confessore e
rivelandogli tutti i segreti della cospirazione,--alla quale ella
prestava la sua casa sicura come il suolo britannico,--ed indicandogli
quali erano i capi cospiratori, il loro scopo, i loro mezzi. E' fu
cos che il padre Piombini apprese la partecipazione del ministro
della polizia alla rivoluzione che covava e lentamente ribolliva. Il
P. Piombini non comunic a Bambina che questo fatto capitale e qualche
altro dettaglio, tacendosi sul rimanente che impallidiva innanzi ad
una rivelazione di quella importanza.

L'ex conte Bonvisi era liberale,--bench egli seguisse le istruzioni
tutte del suo generale e che compiesse tutte le prescrizioni
dell'ordine. Ma perci appunto che egli apparteneva al partito del
Giovine Gesuitismo,--il quale voleva appoggiare la societ ed il
papato sul popolo e non pi sui troni, come il Vecchio Gesuitismo che
poi trionf e trionfa,--perci appunto, dico, egli tacque al rettore
della provincia ed al generale di Roma i segreti cui aveva uditi in
confessione. Terribile delitto, di cui vedremo le conseguenze! L'amore
era stato pi potente che i legami dell'ordine ed il giuramento di
socio; perch l'amore agiva sul cuore mentre che tutti gli altri
impegni si riferivano allo spirito. Ed ecco perch l'educazione dei
gesuiti tende precipuamente ad atrofizzare il cuore, il quale permane
sempre come un pericolo finch qualche fibra ne vive ancora e vibra
ancora sotto l'umano contatto.

Bambina veniva a raccontargli il risultato della sua conversazione col
re, tacendogli per per pudore la circostanza capitale del colloquio:
la volont del re di sorprendere personalmente i cospiratori ed
assicurarsi della verit. Ella arrossiva di questa promessa, che la
comprometteva direttamente, che l'avviliva e l'abbassava a quel rango
di spia e di denunziatrice cui aveva tanto temuto. Ma l' conseguenza
fatale dell'abbiezione: quando si cade in una pozzanghera pi vi si
dimena pi vi si sprofonda. Bambina si sentiva tocca dalla
contaminazione, ed ella avea potuto percepirlo dal contegno altero e
freddo del principe di Schwartzemberg, il quale, dopo aver preso con
lei misure opportune per mettere in atto il desiderio del re, la
lasci alla porta della residenza di Capodimonte, sal in vettura solo
e part senza salutarla. Fin l, Bambina era stata vittima. Ella
cominciava adesso a divenire agente. Ma una volta presa in
quell'addentellato mortale, ella non poteva pi spacciarsene senza
lasciarvi dei lembi di s stessa: corpo ed anima.

Il P. Piombini l'ascolt senza interrompere; egli era come sotto il
fascino terribile degli anestesiaci che calmano i dolori, addormentano
ed uccidono. Quando Bambina ebbe finito di parlare e l'odorifera
armonia della sua voce ebbe cessato di tintinnare al graticcio del
confessionale, il P. Piombini sclam lentamente:

--Ebbene, angelo mio, io ho tenuta la mia parola.

Bambina fu colpita da quella conclusione. Ella aveva obbliato, nel suo
racconto appassionato, la contro-parte del suo obbligo. La parola del
gesuita la risvegliava nell'inferno del reale. Ella si tacque un
istante, poi rispose:

--Ed io terr la mia. Ma, non prima che io mi vegga le promesse del re
compiute. Accordatemi qualche giorno ancora di vita.

L'accento di Bambina, pronunziando quest'ultima frase, era cos
commosso, cos vero, cos profondo, cos doloroso, cos convinto, che
il gesuita si spavent. Una scintilla glaciale corse lungo la sua
spina dorsale e scosse il cervelletto. Comprese i disegni della
giovinetta. Ei grid dunque:

--Ah! Bambina, abbi piet di me! Io aspetter tutto il tempo che tu
vorrai, e tu sarai sorpresa quando saprai cosa fo per te.

--Grazie, sclam Bambina. Nella spaventevole solitudine in cui io
cammino, io non scorgo ancora che un raggio per guidarmi, che un
amico: voi! Il mio cuore si  aperto. Esso  stato passato fuor fuori
da tanti colpi diversi, che risente oggimai il pi piccolo
scuotimento. Fate, di grazia, che io non abbia a considerarvi come il
pi spietato de' miei carnefici. Io non nego il mio debito. Sono
pronta a pagarlo dimani, se lo esigete; ma che vi guadagnereste? Un
rimorso che oscurer la vostra vita tutta intera. Rendetemi leggero il
pagamento. Che esso sia il salario della riconoscenza e non il prezzo
di una compera sconsigliata.

--Io non vi domando che vedervi ogni d.  forse troppo?

--Vi consento.

--E cantarvi la cantica del mio amore, soggiunse il padre Piombini.

--Vi ascolter, rispose Bambina. Ma l'amore che parla, che si esalta,
che si querula, non  poi quello che tocca di pi.

Bambina ritorn da lady Keith senza andare di nuovo in casa di suo
fratello.

Era il gioved. La riunione dei delegati doveva aver luogo fra quattro
giorni. Questi delegati erano sette, fra cui quattro preti! Il che
prova che si sarebbe potuto dire del clero dell'Italia meridionale ci
che D'Alembert diceva della Francia: Essa rassomiglia ad una vipera;
tutto  buono, tranne la testa! Nel clero italiano non vi  di
miserabile che l'episcopato, e coloro, fra i preti delle grandi citt,
che sono pi esposti all'azione antipatriottica ed anti-sociale dei
vescovi,--lacch, schiavi di Roma.

Don Diego Spani era il delegato delle provincie di Basilicata e di
Cosenza.

Il marchese di Sora ammattiva oramai per questo prete, il quale aveva
subite le prove spaventevoli cui raccontammo, senza smuoversi, sapendo
tutto e tacendo. Il marchese fece dividere la sua ammirazione a lady
Keith ed al colonnello Colini, con i quali soli comunicava, perch gli
altri membri del comitato ignoravano che il ministro della polizia
cospirasse con loro.

Don Diego accolse freddamente l'ovazione che gli fecero uscendo di
prigione. Egli aveva acquistato il diritto di disprezzare i suoi
colleghi. Lo sventurato non sapeva l'abisso che sua sorella scavava
sotto i suoi piedi per salvarlo!

I delegati di Sicilia avevano mancato all'appello, per un equivoco di
corrispondenza. I membri del comitato, salvo tre, erano radicalmente
inetti, e di qui, i ritardi, la confusione, lo scacco in tutte le
intraprese. Il presidente del comitato, il colonnello Colini, avrebbe
voluto aggiornare la riunione ed aspettare i siciliani. Il marchese di
Tregle opin di passar oltre, d'intendersi, di agire, salvo a riunirsi
di nuovo quando i siciliani arriverebbero, per comunicar loro ci che
avevano deciso e ci che avevano fatto. Questo avviso fu adottato.

Il marchese di Tregle aveva ragione: ci che fa periclitare tutte le
cospirazioni sono l'esitazione, gli aggiornamenti, ed il gran numero
di cospiratori. Perch Orsini manc appena di riuscire? perch era
solo e non volle rimettere ad un altro giorno l'esecuzione
dell'attentato,--il quale se fosse riescito, uccidendo Napoleone III,
avrebbe infallibilmente ucciso l'unit italiana.

Io non biasimo Orsini per. I popoli schiavi a cui si rifiuta la
spada, la penna, la parola, hanno il diritto al pugnale.

La dottrina del regicidio  complessa, ed ecco perch i pubblicisti, i
padri della Chiesa, i teologi ed i papi essi stessi hanno espresso
delle opinioni diverse. Tale forma di governo, tale avvenimento
extra-legale, e quindi tal mezzo di difesa e di attacco dalla parte di
coloro che sono colpiti.

Ora gli era precisamente il caso cui stavano a discutere i delegati:
bisognava uccidere il re?

Il padiglione ove la riunione doveva aver luogo aveva due piani, sopra
un sottosuolo. Un corridoio separava le due camere di ogni piano. Le
finestre del primo erano a petto di uomo: si potevano scavalcare e
discendere nel giardino, dal giardino si poteva vedere ci che
accadeva nelle camere. Un boschetto di lauro-rosa circondava il
padiglione e quasi lo celava. Delle spalliere di rose lo
fiancheggiavano. La porta aveva due scalini. Stuoie cinesi
proteggevano le finestre contro l'afa esterna. Non vi abitava alcuno.
Lady Keith vi veniva a leggere ed a scrivere quando i cani facevano
troppo strepito sotto le sue finestre. La sua biblioteca era in una
stanza al pianterreno. L'altro piano conteneva il suo piccolo museo di
oggetti di arte e di oggetti curiosi di storia naturale. Le pareti
erano tappezzate di magnifici quadri antichi e moderni. Tutto intorno,
nelle quattro stanze, correva un divano basso, largo, soffice in
velluto granata, coverto la state di una sopravveste di tela di
Persia. Un fitto tappeto copriva l'inverno il bel mosaico del solaio.

Alle otto della sera, il padiglione intero era rischiarato da lampade
avviluppate da globi di alabastro.

Alle nove, i delegati cominciarono ad arrivare. Il colonnello Colini,
il marchese di Tregle, il barone di Sanza giunsero insieme come tutte
le altre sere, nella carrozza del marchese. Gli altri abituati
comparvero a loro volta, come al solito, ed entrarono direttamente
negli appartamenti abitati dalla padrona della casa, dopo aver fatto
la loro visita ai cani,--maniera graziosa di piaggiare lady Keith, la
quale aveva sempre delle storie intime da aggiungere alla biografia
dei suoi ospiti e dei suoi pensionari. I delegati delle provincie,
secondo le istruzioni ricevute, vennero a piedi, uno ad uno, da
direzioni diverse, ma senza travestirsi, perch quei bravi preti
portavano tutti il costume quasi laico che abbiam veduto, adottato da
Don Diego. Essi chiesero di lady Keith, ed il portinaio li lasci
entrare. Poi fecero un giro pel giardino, disparvero dietro i cespugli
di lauro-rosa e di magnolie, e s'introdussero nel padiglione.

Il comitato sedeva al pian terreno. I delegati salirono al secondo. Il
Comitato mand presso di loro il suo commissario, il barone di Sanza,
come il potere esecutivo manda i suoi ministri alle Camere. Alle
dieci, ciascuno era al suo posto.

Il barone di Sanza lesse un rapporto che, a guisa di messaggio,
riassumeva la situazione. I sette delegati, in piedi intorno alla
tavola di mezzo, l'ascoltarono senza interrompere. Tiberio espose lo
stato delle relazioni del Comitato con gli altri comitati della
Penisola, lo stato dell'opinione pubblica in Italia, le disposizioni
dei gabinetti europei,--secondo una lettera epica di Mazzini,--il
bilancio della cassa sociale, estremamente povera. Poi abbozz la
situazione degli spiriti nel regno, dietro le relazioni degli
affiliati del Comitato centrale, e tocc due parole degli armamenti
che si avevano potuto fare in quella penuria di quattrini, e delle
comunicazioni con lo straniero che il Comitato aveva aperte. Present
infine le proposizioni del Comitato su ci che bisognava intraprendere
ed osare per operare l'insurrezione simultanea di tutto il regno, al
di qua come al di l del Faro. Questo rapporto, tempestato di frasi
ampollose, raccolse l'approvazione generale.

I delegati presero in seguito la parola, ciascuno alla volta sua, per
sminuzzolare con pi precisione gli affari delle provincie cui
rappresentavano, e la discussione giunse a riassumersi in queste due
proposizioni:

1. Bisognava uccidere il re, ci che avrebbe servito di segnale
all'insurrezione generale delle Due Sicilie, delle Marche e della
Romagna?

2. Bisognava intraprendere una sommossa simultanea, nei capoluoghi di
tutte le provincie, ovvero concentrare le forze rivoluzionarie a
Napoli ed a Palermo e cominciare la rivoluzione dalle capitali?

La seconda proposizione, discussa la prima, fu decisa nel senso
sciocco, ed assurdo di cominciare la rivoluzione nelle provincie.

Sulla proposizione del regicidio, le opinioni si divisero. Perocch,
mettendola, il commissario del comitato centrale si dichiar contrario
e quattro dei delegati l'oppugnarono risolutamente. Tre preti furono
di avviso favorevole.

Don Diego prese a parlare per loro. Ragion un quarto d'ora, senza
enfasi, senza declamazione tribunizia, senza andare in busca di
effetti oratori. Egli appoggi i suoi ragionamenti sulle dottrine
teologiche di Mariana, di Bellarmino, di Santarelli, di Vitelleschi,
di Suarez, di Becan. Egli cit San Tommaso, S. Agostino, S. Ambrogio,
Tertulliano, S. Giustino..... ricord come parecchi Papi avessero
ordinato o approvato il regicidio: Gregorio VII, Innocenzo IV,
Gregorio IX, Alessandro VI, Paolo V, Urbano VI, Gregorio XIV..... e
termin la sua allocuzione con delle ragioni politiche che riepilog
in questa massima: il regicidio  un assassinio presso i popoli
liberi, come l'Inghilterra, l'America, la Francia; una rappresaglia
presso i popoli schiavi come l'Italia, la Russia, l'Austria, la
Turchia: l, un delitto; qui un dovere!

I delegati di Foggia e di Reggio ritirarono la loro opinione
precedentemente espressa, ed aderirono alle conclusioni di Don Diego.
Tiberio protest a nome del comitato, radicalmente contrario a questa
dottrina. Si pass oltre, si stava per procedere alla scelta di colui
a cui incomberebbe l'esecuzione del terribile mandato, quando un grido
risuon nella camera, seguito dalla parola: la polizia!

Tiberio e Don Diego riconobbero Bambina.

Bambina li aveva riconosciuti.

Secondo gli accordi presi col principe di Schwartzemberg, Bambina alle
dieci della sera, aveva messa una lampada sulla finestra della sua
camera per indicare che la riunione aveva luogo. La sua camera
sporgeva sulla strada, ove si apriva il gran cancello della villa. Di
dietro la persiana chiusa ella aveva visto venire i congiurati, li
aveva scorti circolare nel giardino, poi scomparire nel padiglione,
ove i membri del comitato, che visitarono lady Keith, li avevano
raggiunti. Da lungi, al cancello mal rischiarato nel giardino avvolto
interamente, nelle tenebre, ella non aveva potuto distinguere alcuno,
n fra i delegati, n fra i visitatori della padrona della casa. Ma
quell'affluenza straordinaria di persone, la loro attitudine, le
avevano confermato che la riunione si assembrava. Il suo cuore batt
con violenza!

Da quattro giorni ella discuteva la sua condotta in s stessa e
traversava tutte le fasi del rimorso e della speranza, del male che
probabilmente ella faceva a taluni, del bene che per fermo ella
operava in pro' di suo fratello. Ella si era dette tutte le ragioni;
ella si era rivolti tutti i rimproveri: ella aveva sentito tutte le
torture del dubbio e dell'esitazione, del terrore e del trionfo.
Questa lotta tra la coscienza ed il dovere, tra le esigenze della
fraternit e l'obbrobrio sociale, l'avevano spossata. Si sentiva
affranta, impotente a riflettere ulteriormente, a reagire, a
resistere: le rapide correnti del destino la trascinavano. Non pensava
pi. Si risovveniva degl'impegni presi e li compieva meccanicamente.
Ella aveva impallidito e dimagrato.

Alle dieci, Bambina apr la persiana, pos la lampada sul davanzale,
si mise a cucire non so che, ed attese. Pass un'ora. Sper. Essi
avevano forse rinunziato al convegno o lo avevano obbliato.

Ahim! povera fanciulla, no: eccoli che giungono.

Sulla strada, di rimpetto alla finestra, vicino al muro che cinge la
villa, nella penombra che produce il lampione a grande distanza,
innanzi l'edicola di una madonna di villaggio poveramente rischiarata
da una tisica lucerna, due persone si fermano corto e sbirciano
intorno. E' sono venuti a piedi han lasciato la carrozza ben lontano,
perch Bambina non ne ha udito lo strepito. Un momento scorre, poi uno
dei due uomini cava un zolfanello chimico in cera, l'accende e
l'avvicina al suo viso per allumare il sigaro. L'altro cava di tasca
una pezzuola bianca e la porta alla sua bocca.

Eran essi: re Ferdinando e l'ambasciatore d'Austria.

Bambina tenta di alzarsi. Non pu; le gambe barcollano. Un secondo
zolfanello  acceso; per la seconda volta la pezzuola bianca d il
segnale. Bambina fa uno sforzo potente sopra s stessa e si precipita
per le scale.

La villa aveva una piccola porta, dal lato opposto al grande cancello,
sul muro che serviva di parapetto e di riparo al giardino, in una
stradella fra due propriet, dalla quale si discendeva dal Vomero a
Chiaia per un cammino scorcio. Una piccola scala addossata al muro
permetteva di discendere dal giardino nella strada, separati da
un'altezza di cinque o sei metri. I domestici che si recavano a Napoli
per le commissioni della villa, prendevano tutti questa via ed avevano
perci quasi tutti una chiave della piccola porta. Bambina ne aveva
presa una il mattino per recarsi al Ges Nuovo, e ritornando l'aveva
conservata. Gli era per questa porta che ella doveva introdurre il re
ed il principe di Schwartzemberg.

Vedendo scomparire Bambina, il re ed il principe fecero il giro della
villa e vennero all'incontro di lei alla piccola porta. Li fece
entrare.

L'orologio di S. Martino batteva le undici e mezzo.

--Ebbene? dimand il re.

--Vi tengo parola, sire; mi terrete voi la vostra? replic Bambina.

--Lasciatemi vedere da prima.

--Sono l.

Tutti e tre si avvicinarono al padiglione, camminando dolcemente sopra
una sabbia fina che attutiva il rumore dei passi. Quando furono
innanzi alla porta videro la luce filtrare a traverso le bandinelle
abbassate delle finestre ed udirono il suono delle voci.

--Permettete che vi preceda, disse Bambina, per vedere se le porte
sono aperte ed in che modo possiate vedere ed udire.

--Va, sclam il re.

Mentre Bambina entrava,--la porta era socchiusa,--il re ed il principe
di Schwartzemberg si rannicchiarono sotto i lauro-rosa e le magnolie,
vicino alle finestre del primo piano.

La curiosit li tent. Essi sollevarono un po' la stuoia e tuffarono
lo sguardo nella camera.

Intorno ad un tavolo si tenevano alcuni dei membri del comitato.
Assisi sul divano, in fondo della stanza, il marchese di Sora ed il
colonnello Colini s'intrattenevano, parlando a voce bassa, col
marchese di Tregle in piedi innanzi a loro.

Era la prima volta che il colonnello presentava il marchese di Sora al
comitato, avendo ci richiesto per sua giustifica. Il marchese vi
aveva consentito. Essi avevano aggiornata questa presentazione al
momento della riunione dei delegati.

Il re non pot nulla udire di ci che dicevano il marchese di Sora ed
il colonnello Colini; ma dai lembi della conversazione degli altri,
egli acquist la convinzione che quivi si cospirava.

Il re e l'ambasciatore erano l quando udirono il grido disperato di
Bambina.

Per un movimento inconsiderato, istintivo, lungi dallo allontanarsi
dal padiglione, essi si precipitarono nel corridoio e salirono la
scala che conduceva al piano superiore. Bambina pass come un'ombra
accanto a loro. Ella fuggiva presa da terrore, avendo distinto fra i
cospiratori, ch'ella tradiva, suo fratello e il giovane ch'ella aveva
amato. N il principe n il re non pensarono a fermarla. Bambina and
a cadere svenuta sul banco di marmo, alla porta del padiglione.
Ferdinando e Schwartzemberg si avvicinarono al contrario alla camera
ove i cospiratori deliberavano. La porta era restata aperta. Ora quale
non fu la stupefazione del re e del principe in trovando che quelle
otto persone, cui essi avevan creduto sorprendere in flagrante delitto
di cospirazione contro lo Stato, giuocavano tranquillamente al
_zecchinetto_!

Ecco ci che era succeduto.

Al grido di Bambina, all'annunzio dell'arrivo della polizia, essi
avevano compreso in un lampo che sarebbe stato loro impossibile di
fuggire, e che la fuga avrebbe servito al contrario come indizio della
colpevolezza della riunione.

--Tutti qui! grid il delegato di Foggia, sedetevi intorno la tavola.

E' tir allora di tasca un pugno di moneta ed un mazzo di carte.

Quel prete era un formidabile giuocatore, che portava delle carte
piene le scarselle, e le carezzava quando non giuocava persino
sull'altare, dicendo la messa. In un baleno il giuoco fu in corso e la
tavola coperta di danari.

A quella vista, il re ed il principe rincularono senza entrare e
discesero. Nel corridoio, il re si imbatt nel marchese di Sora,
uscito insieme agli altri al rumore ed al grido di Bambina. Il re si
approssim al marchese e gli disse all'orecchio:

--Venite.

Il marchese riconobbe la voce del re e si sent preso al cappio.
Nonpertanto e' sorrise e rispose:

--Sono felice d'incontrarvi qui, sire.

Il marchese di Sora, il re ed il principe di Schwartzemberg uscirono.
Passando avanti la porta il re riconobbe il corpo di Bambina
accasciata sul banco. Egli le si avvicin e le disse basso
all'orecchio:

--Signorina, voi avete tenuta la vostra parola, io terr la mia.
Vostro fratello  vescovo.

Il re, il principe ed il marchese andarono via dal cancello e salirono
tutti e tre nella carrozza del ministro che aspettava all'estremit
della strada.

--Sire, disse il marchese, V. M. ha potuto assicurarsi alla fine se io
manco di zelo e se temo anche il pericolo personale per il servizio
del vostro trono.

--Ah! sclam il re. E che facevate voi dunque in mezzo ai cospiratori?

--Li sorvegliavo. Io m'ero sguizzato in fra loro come complice, onde
sorprenderli e conoscere tutti i segreti loro. L'ordine che ho qui
prova a V. M. che io stava per farli arrestare tutti stanotte stessa.

Il marchese di Sora present un foglio al re, ove l'ordine di arresto
del marchese di Tregle, del colonnello Colini, del barone di Sanza era
dato alla data stessa di quel d.

Ci era convenuto tra il colonnello e lui, essendosi preveduto un
tradimento, e quanto prezioso fosse non compromettere il ministro.

--Se sono scoperto, aveva detto il marchese fin da principio, vi
consegno al carnefice, ove non possa altrimenti salvarvi.

--Sia pure, aveva risposto il Colini, purch meniate a fine l'impresa.

Alla vista dell'ordine d'arresto cos in regola, il re guard il
principe di Schwartzemberg e conserv il silenzio. Salendo nella
propria carrozza, lasciata pi lontano, il re disse al marchese:

--Tu sei un fedel servitore, marchese, ma tu giuochi una partita
pericolosa. A domani.

E si separarono.




XXI.

Qualche ritocco al ritratto del re che prega.


Quando furono soli nel loro _coup_ il re si volse verso
l'ambasciatore e gli dimand:

--Principe, qual  il vostro avviso su tutto codesto?

--Sire, io non posso esprimere a V. M. che quale  la mia impressione,
rispose Schwartzemberg.

--Ebbene?

--Ebbene, io persisto nell'opinione sovente manifestata a V. M.: il
marchese di Sora  un traditore. Le spiegazioni ch'egli ha date a V.
M. sono un'antica astuzia di polizia, frusta, logora, lacera dal
tempo, di cui alcuni sovrani e alcuni ministri furono creduloni, ma il
pubblico mai.

--Nonpertanto.....

--Sire, regola generale: i cospiratori sono sempre meno balordi dei
ministri. I cospiratori agiscono per convincimento o per interesse; i
ministri, per dovere: prima ragione d'inferiorit. I cospiratori
giuocano la loro vita; i ministri si espongono tutto al pi a dire una
menzogna ai loro sovrani ed a subire qualche rimprovero: seconda
ragione d'inferiorit. I cospiratori sono d'ordinario persone di mente
e di cuore,--a loro modo, ma incontestabilmente,--sopratutto i capi,
uomini scelti; i ministri spuntano al sole del favore della corte,
all'azzardo, come Dio li mena, fiore o legume: terza ragione di
inferiorit. Passo oltre le pi gravi. Io non nego per il merito del
marchese di Sora.

--Questo  incontestabile, certo.

--Sire, in questo mondo non vi  di certo che le tasse e la morte.
Per qualunque sia il merito del marchese, il colonnello Colini ed il
marchese di Tregle non sono mica s candidi da lasciarsene
abbarbagliare e domare. Ora, delle due cose l'una: il colonnello
Colini ed il marchese di Tregle sono complici del vostro ministro
della polizia e tradiscono il loro partito, o il marchese di Sora 
complice del colonnello e tradisce V. M. Il vostro ministro respinge
naturalmente quest'ultima imputabilit. Ma siccome io non posso in
guisa alcuna dubitare n dell'intelligenza n del carattere dei
cospiratori, io mantengo la mia accusa: il marchese di Sora  un
ministro sleale.

--Ma allora noi siamo perduti! sclam il re.

--Vi domando scusa, sire. Il pericolo era certamente grave ed immenso
quando V. M. riposando con fiducia sul ministro, questi poteva
scavarle sotto i piedi l'abisso, dandole a credere che V. M. camminava
sulle rose. Ma adesso, che grazie alle rivelazioni interessate della
piccola spia, V. M.  stata messa in guardia, il pericolo 
scongiurato, io m'immagino.

--Ed in qual modo?

--Ma, in modo semplicissimo. E poich la Maest Vostra mi fa l'onore
di dimandarmi il mio avviso, eccolo qui. E' bisogna far sembiante di
credere senza riserbo alle spiegazioni date dal marchese di Sora,
lodarlo, ringraziarlo come un salvatore, ricompensarlo ed assopirlo.
Infrattanto  mestieri farlo sorvegliare attentamente e con sagacit,
e controminare le sue mine. Poi, quando V. M. posseder tutti i piani
della cospirazione, quando V. M. avr apparecchiate le sue forze, i
suoi uomini, i suoi mezzi, piombar come il fulmine sopra quegli infami
e schiacciarli tutti, tutti, senza riguardi, senza piet.
All'occorrenza si potrebbe tender loro una trappola, per sbarazzarsene
pi presto. Le cospirazioni che van per le lunghe sono sempre
pericolose: esse ingrandiscono e si consolidano vivendo.

--Pensate voi, principe, che convenga tener parola alla piccola
spiona, come voi la chiamate?

--Salvo l'avviso opposto della M. V., io penso che la parola di un
sovrano debba esser pi infallibile che quella del papa. Questa
avventura sar nota. Vi  l sotto l'amore di un personaggio
misterioso e potente cui bisogna portare in chiaro. Perocch
l'individuo che conosce i pi intimi segreti del marchese di Sora non
pu essere il primo venuto, ed il governo di V. M. sarebbe colpevole
di non scandagliarne e d'ignorarne i disegni, lo scopo, il carattere e
le opinioni. Ebbene, se la storia delle promesse scambiate tra V. M. e
la giovinetta sar conosciuta, e che si sappia in seguito che la M. V.
l'ha giuntata, chi ceder pi mai alla tentazione di rivelare di
simili segreti e di confidarsi alla parola reale? Bisogna che quel Don
Diego Spani sia libero.

--Egli lo  di gi. Ed  un terribile uomo, a giudicarlo dal supplizio
spaventevole che ha subito senza lasciarsi sfuggire la minima
confessione.

--Ragione di pi, allora. Bisogna che quell'uomo sia vescovo,--salvo a
giudicarlo e vedere se sar utile servirsene o spezzarlo.

--Gli  precisamente l'avviso mio. Io nominer il vescovo del diavolo;
ma il diavolo non ne godr.

L'indomani, il re fece chiamare il conte di Altamura nel suo
gabinetto.

Il conte Altamura si chiamava adesso il cav. Spada. E' si era evaso
dalla prigione della Vicaria, vestito da gendarme, accompagnando un
altro prigioniero innanzi la corte,--mediante una ricompensa al
carceriere in capo,--in mezzo al silenzio di tutti i suoi compagni di
camerata, i quali lo avevano veduto cangiare di assisa. Egli aveva
preso in seguito altre spoglie, adulterando il colore dei suoi
capelli, della sua pelle, dei suoi baffi, dandosi parrucca ed
occhiali, bernoccoli sul naso, una gamba a strascico, un tremolio da
barbogio in tutte le membra ed un accento tedesco fiorito di dolcezza
e di bonomia, con un leggero difetto di pronunzia dell'_r_. La sua
ganza non l'aveva riconosciuto. Ma e' non si nascondeva ai suoi amici,
ai suoi complici nelle nuove intraprese a cui mise mano. In questo
frattempo un generale, amico del principe di Schwartzemberg, inspir
al re di organizzare la sua polizia segreta di palazzo onde
sorvegliare la polizia generale del regno.

   Vedi il _Sorbetto della Regina_.

La polizia segreta era stata un poco negletta, in mezzo ai
vagheggiamenti guerrieri di questo re gran capitano. L'avvenimento di
Pio IX al pontificato, il risveglio d'Italia, l'inquietudine della
Francia, il carattere del marchese di Sora, fecero sembrare opportuno
agli amici del re di vivificare la polizia del gabinetto di S. M. e di
farla agire attivamente. Bisogn un capo abile. Il generale Vidal, che
conosceva da lunga pezza il conte di Altamura, lo propose, lo stim e
lo garant.

Il conte venne alla corte.

Si trasfigur. Si dtte dei peli rossi, un sembiante di gobba sul
dorso, delle lentiggini sulla pelle, due pollici di statura di pi
della sua, una voce chioccia, una glandola lagrimale rossa e gonfia,
un dondolo curioso del corpo, mal portato da due gambe troppo fesse.
Ebbe sempre il sigaro o la pipa alla bocca. Si fece passare per
tedesco,--della Toscana, impiegato nella segreteria particolare del re
a compor cifre diplomatiche per la corte di S. M. siciliana e
decomporre le cifre degli ambasciatori. Perocch S. M. aveva una
rabbia irresistibile di conoscere ci che le sue poste reali portavano
ai gabinetti stranieri. Il cavaliere Spada del resto si mostrava poco:
era misantropo!

Sotto questa direzione, la polizia segreta del re funzion, come
funzionano tutte le polizie,--non sapendo nulla, cio mostrando al
padrone di tutto sapere, salvandolo due o tre volte per settimana,
usando civilmente della sua lista civile, perseguitando la gente
dabbene, facendosi dar la berta dai bricconi, non distogliendo alcun
complotto, organizzandone uno di tempo in tempo onde regalarsi la
soddisfazione di sorprenderlo. Fouch diceva: quando vi sono tre
persone che conoscono una cosa, il segreto  impossibile. Ora il
segreto della polizia particolare del re era conosciuto da parecchi:
il Marchese di Sora non poteva ignorarlo. E' piaggi nonpertanto il
re, mostrandosi di una grande discrezione in proposito, facendogli
comprendere nello stesso tempo ch'egli si sapeva sorvegliato.

Il d seguente, il conte di Altamura fu rudemente maltrattato ed
umiliato, quando il re gli apprese il complotto scoverto da lui la
notte precedente, al di fuori delle sue due polizie, ed alla loro
barba.

Il conte esalt la perspicacia ed il coraggio di S. M. e disse: che
come gli era vietato di avere gli occhi e le mani nelle dimore di
certi stranieri, egli non poteva evidentemente indovinare ci che vi
si ordiva, e che perci egli non era colpevole di aver ignorato ci
che accadeva in casa lady Keith. Il re lo malmen forte, malgrado ci,
lo minacci, gli rimprover il danaro ch'egli sciupava per nulla e
conchiuse:

--Ora, bisogna avvisare.

--Vostra Maest mi faccia la grazia di esprimermi i suoi desiderii,
rispose il conte, ed essi saranno compiuti a capello.

--Vi  un uomo straordinario che ha rivelato ad una certa Bambina
Spani un segreto del marchese di Sora. Voglio sapere chi 
codest'uomo.

--Io posso in questo istesso istante rivelarlo a V. M. Gli  il padre
Piombini della societ di Ges.

--Come! egli avrebbe dei segreti che tace ai suoi superiori,--i quali
ce li avrebbero certamente comunicati,--e cui rivela ad una
sgualdrinella? I gesuiti sarebbero anch'essi contro di noi, per
avventura?

--I gesuiti, sire, fanno come l'Inghilterra: accettano tutti i fatti
compiuti. Per essi il diritto  a colui che lo esercita. Quanto al
padre Piombini, egli ama quella fanciulla di una bellezza incantevole.

--L'ho vista, interruppe il re.

--Allora V. M. pu giudicare della potenza del fascino che quella
ragazza ha gettato sul suo confessore. In un altro secolo la si
sarebbe bruciata viva come stregona. Nel nostro la si giudica come
cantoniera, scroccona ed intrigante. Ella si reca ogni d presso di
quel confessore. Il padre Piombini va a vederla in casa lady Keith. Il
vostro confessore esso stesso, sire, il santo vescovo di Patrasso, ha
corso il pericolo di essere ammaliato da quella sirena. Ma egli ha
rifiutato di vederla. Ella ha un fratello che la vende e che cospira
contro lo Stato,--in questo momento a Santa Maria Apparente.

--Egli ne  uscito. Ed io debbo adesso nominar vescovo il fratello di
quella cortigianella. Lo debbo: ci avr luogo stamane stessa.

--Sono io, sire, che lo avevo fatto imprigionare come cospiratore.

--E sono io che, dietro il rapporto del marchese di Sora, l'ho fatto
mettere in libert. Ma non si tratta pi di ci.

Il re si tolse dagli occhi del conte di Altamura ed and ad
inginocchiarsi nel suo gabinetto e pregare. Qualche minuto dopo
rientr e continu la conversazione.

--Quel Don Diego Spani  un cattivo prete. Egli sar un abbominevole
vescovo. Ora, siccome sono io che introduco nella Chiesa questo lupo
pericoloso, debbo esser io a cui incomba preservare l'ovile dalle sue
scelleratezze. Ho dato la mia parola di nominarlo:  mestieri ch'egli
sia vescovo. Ma io non ho promesso ch'egli godrebbe di un posto cui mi
ha fatto estorquere.

--V. M. non ha bisogno di dir altro. Solamente io supplico la M. V.
d'inspirarmi ove questa esecuzione della giustizia di Dio debba aver
luogo, a Roma, dopo la consacrazione, ovvero a Napoli, dopo il suo
ritorno?

Il re si allontan per pregare, poi ritorn e disse:

--A Napoli, con abilit e mistero, dando alla punizione il marchio dei
gastighi di Dio: il terribile e l'inatteso.

--Quelli che spiacciono al re non son essi nemici di Dio? Non merc di
sorte dunque.

--Ma di ci a suo tempo. Per il momento, concentra ogni tua attenzione
sul marchese di Sora. Ho degli ordini speciali a darti su questo
soggetto.

Il re fece un segno. Il conte di Altamura s'inginocchi, baci la mano
del re ed usc.

La notte precedente, il colonnello Colini, il marchese di Tregle, il
barone di Sanza e tre dei delegati delle Provincie erano stati
arrestati. Essi lo sapevano. Il colonnello Colini n'era instrutto;
perch, come ho detto, era stato convenuto tra loro che il marchese di
Sora, trovandosi in pericolo essendo scoverto per uno di quei casi
imprevisti che accompagnano le cospirazioni, farebbe arrestare i suoi
complici onde assopire la rivolta e salvarli poscia in un modo o
nell'altro.

Il barone Colini aveva altres contezza del mandato di arresto che il
ministro della polizia portava sempre, tutto all'ordine, nel suo
portafogli. Egli die' quindi sesto alle sue carte, rientrando dalla
villa di lady Keith. Il marchese di Tregle fece altrettanto. Gli altri
presero eguali precauzioni. Tutti si coricarono ed aspettarono. Alle
tre del mattino essi erano tutti in gabbia, non nelle prigioni della
polizia, ma nel castello S. Elmo,--quella magnifica fortezza che
corona cos pittorescamente il paesaggio di Napoli.

Il ministro spieg al re perch egli si fosse comportato in quel modo.

Egli fece un quadro dello stato degli spiriti nel regno, che spavent
re Ferdinando. Poi lo consigli di esiliare quei prevenuti, anzich
aumentare l'eccitamento dell'opinione pubblica con un processo che
avrebbe un eco immenso in Europa. Una scintilla su quella polveriera
poteva perder tutto.

Parecchi ambasciatori stranieri parlarono al re nello stesso senso. Ed
il principe di Schwartzemberg gli fece inoltre osservare, che non si
avrebbero prove, che sir William Temple aveva di gi minacciato una
tempesta diplomatica sulla violazione del domicilio di un suddito
inglese, anche cortese e regale come la si era compiuta.

Il re dimand tempo a riflettere. Lasciare una preda di
quell'importanza! si minchiona dunque?

Don Diego aveva portato seco sua sorella.

Egli non fu arrestato.

Il marchese di Tregle gli mand don Gabriele per avere delle
spiegazioni; perocch e' fu accertato da lady Keith che Bambina aveva
introdotto il re e l'ambasciatore d'Austria nel padiglione. Don Diego
aveva tutto appreso da sua sorella. E' neg tutto.

Egli aveva ricevuto la mattina stessa la lettera del ministro del
culto, il quale gli partecipava, che il re aveva degnato proporlo
vescovo di Noto, in Sicilia, e ch'egli avesse a presentarsi al
ministero. Don Gabriele, che apprese codesto dal suo amico Fuina, ne
port tosto la notizia al castello S. Elmo.

Ahim! essi ignoravano gli ordini che re Ferdinando aveva dato il
mattino al conte di Altamura, e la conversazione che S. M. aveva avuto
la vigilia col principe di Schwartzemberg!

Una carrozza a due cavalli infrattanto si fermava, tre o quattro
giorni dopo, verso mezzod, alle sponde del mare alla punta di Baia.
Le due persone che ne discesero erano: il conte di Altamura,
travestito da viaggiatore inglese, ed il commissario di polizia
addetto al ministro, Fuina. Una barca condotta da sei rematori li
aspettava.

Quel sito  desolato. Il promontorio di tufo giallo, forellato
come una spugna, corroso, incrostato di uno strato di sale
dall'evaporazione marittima, tigrato qua e l da un ciuffo di erba
grigia a filamenti ossei, animato solo da un formicolaio di
piccole lucertole color piombo, intaccato da ogni lato, non
esprimendo nulla, avendo dei bernoccoli insulsi, dei crepacci
ciechi, dei gibbi muti, questo promontorio, dico, non ha nulla di
poetico, nulla di bello, nulla di terribile n di assolutamente
lugubre. Esso giace sopra un letto di sabbie grige, che lo
contornano di un lembo triste e terminano l'arco del golfo come un
braccio mutilato.

Nessuno abita la spiaggia. Alla cima del promontorio, che dal lato di
Baia declina a dolce scoscesa, torreggia una ruina, un d casotto di
doganieri, ora (1847) abbandonato e demolito. La si direbbe, questa
punta di Baia, un dente cariato spezzato.

Il mare era cattivo. Il cielo losco. Le onde sonore si frangevano con
alacrit sulla spiaggia e lasciavano sulla sabbia un collare di
schiuma giallastra mista di brandelli di alga. Procida, dall'altro
lato del canale, si abbozzava appena sopra un fondo di vapori
cenerognoli. L'aria era pesante, densa; punto di vento. I gabbiani e
gli smerghi non pigliavano posa. Malgrado per il rumore dei fiotti e
l'animazione degli esseri viventi, si sarebbe creduto trovarsi immersi
nella solitudine e nel silenzio.

--Il tempo  cattivo, osserv Fuina.

--No, rispose il pi anziano dei marinai: e' porta il broncio, forse
brontoler un poco stanotte, ma nulla di serio. Il mare dorme al
fondo. Fa un cattivo sogno e l'epidermide si corruga un tanto.

--Possiamo avventurarci alla traversata?

--Senza alcun pericolo. Non isseremo vela e forse arriveremo un poco
pi tardi: ecco tutto.

--Tutto?

--Tutto. Salite.

Il conte di Altamura dette ordine al suo cocchiere di venirlo ad
aspettare allo stesso sito, l'indomani, alle nove, e s'imbarc.

Il padrone aveva detto vero: le onde grosse, frante, capricciose,
dettero loro non poco rovello, ma non si corse alcun pericolo.
Nondimanco, le barche dei pescatori rientravano. Il canale di
Procida  perfido e nasconde delle situazioni drammatiche
imprevedute. Voi ammirate un lago pagliettato di oro? ad un tratto,
la superficie dell'acqua si oscura, trema, fa brutto ceffo, si
screpola, ringhia, ed il diavoleto comincia. L' un mare nervoso,
soggetto a degl'increspamenti interni. Non rotola desso forse, del
resto, sopra un cratere vulcanico?

Bentosto si cominci a distinguere l'isola. Bentosto si distinse
spiccatamente quell'edifizio bianco, un d castello reale, ora
ergastolo. Due ore dopo, sbarcavano.

Fuina conosceva la terra. Ma l'avesse pure ignorata, il caso lo
avrebbe servito con compiacenza: incontr il comandante del forte con
cui avevano a fare. Il maggiore Scalese conosceva Fuina. E' l'abbord.

--Noi veniamo da voi, maggiore, disse Fuina.

Il maggiore squadr il travestimento all'inglese del conte di Altamura
e dimand:

--Partita di piacere, eh?

--Forse, sclam Fuina. Andiamo nel vostro alloggio.

--Ripartite voi stasera? Non ve lo consiglio. Il mare  minaccioso.

--Restiamo.

--Allora voi resterete con me. Milord accetta?

--Senza complimenti, rispose il conte con un accento britannico
vigoroso.

Il maggiore comper qualche provvigioni, poi salirono alla fortezza.

--I vostri canarini van bene? domand Fuina, indicando con quella
parola i galeotti.

--Si bezzicano di tanto in tanto. Milord sarebbe per caso uno
scienziato che coltiva questa parte dell'istoria naturale?

--Un poco, rispose d'Altamura.

--Milord, non sarebbe per avventura un emissario di lord Palmerston
che viene qui per fare un rapporto in segreto?

--E se ci fosse? mi mettereste alla porta? domand il conte.

--Per chi mi prendete voi dunque, milord? Venendo col mio amico, il
commissario Fuina, voi dovete conoscere i regolamenti della casa. L'
un affare di tariffa un pochino pi caro per le mercanzie straniere.
Ma altres, se voi pagate un maggior prezzo, voi vedrete le cose pi
segrete e curiose, che noi riserbiamo per gli amatori di filantropia
stranieri.

Arrivarono, cos cicalando, alla porta esterna della fortezza. Una
donna la traversava al punto stesso,--una monaca di casa, tutta in
lagrime, in disordine, singhiozzando e torcendosi le braccia per
disperazione.

Era Concettella, ora suor Crocifissa, al servizio di Don Diego Spani,
e sua ganza.

Ecco ci che era succeduto.




XXII.

Nel bagno di Procida.


Io ho notato gi che Filippo Rotunno era stato introdotto nel bagno di
Procida come spia,--perch re Ferdinando aveva fatto gettare in quella
bolgia i patrioti insieme coi ladri e gli omicidi. Dotato di un
coraggio reale, rialzato da una smargiasseria di apparato che gli
aveva procurato il soprannome di _Guappo_, Filippo aveva subito
scalato il potere. Poi con un colpo di camorra, si era impadronito
della dittatura in quella repubblica del delitto e della catena, ove
tutti i condannati sono eguali, dopo la sentenza della Corte di
Assise.

La camorra  una chiesa massonica, ove gli associati non lavorano, e
prelevano una decima considerevole e forzosa su coloro che lavorano
proteggendoli.

Qualunque traffico, qualunque mestiere, qualunque industria, se voleva
prosperare tranquillamente, si metteva sotto la salvaguardia di questa
Santa-Wehme, cui nessun governo e nessuna polizia han mai potuto
dissolvere. Bisognava, bisogna ancora, pagare la sua quota di
assicurazione, sotto pena, per coloro che ricalcitravano contro
l'occulta potenza, di essere battuti, insultati, uccisi pur anco, e
d'incontrare ogni specie di ostacolo nelle loro intraprese. Solo,
contro una societ formidabile, il pacifico lavoratore subiva la legge
fatale, pagava e paga la decima del signore alla camorra, come paga i
balzelli dello Stato. La mano della camorra era dovunque: sulla piazza
pubblica, alla chiesa, nel bagno, alla Corte, nelle strade,
nell'esercito, al convento, nel carcere, ed illaqueava la societ. Re
Ferdinando era il gran maestro dell'associazione. Imperocch egli
toccava la sua parte in tutte le operazioni di questa misteriosa
potenza. Era mestieri pagare un livello cos per ottenere un
portafogli da ministro e trafficarne a suo bell'agio, come per vendere
zolfanelli per le strade e raccogliere mozziconi di zigari.

Un certo numero di _guappi_ erano i collettori di questa imposta. E
quei bravi appartenevano pressoch tutti alla polizia, in qualit di
birri o in qualit di spie. I profitti filtravansi al ministero della
polizia, donde prendevano il volo ascendente per arrivare fino al re,
sotto il nome di _risparmi sui fondi segreti_, o dei famosi: ed i
_miei zigari_? cui re Ferdinando dimandava in tutti gli affari, agli
intraprenditori, alle regie, agli appaltatori, agli aggiudicatarii, ai
ministri, ai vescovi, alle fabbricerie.

Al bagno di Procida, la camorra prelevava la sua contribuzione sopra
coloro che volevano vivere tranquilli, che avevano qualche fortuna pi
degli altri, che volevano essere esenti da certi servizi obbligatorii,
che volevano godere dell'aria, della loro povera pietanza, del
passeggio nella corte, del sonno, andare al parlatorio per vedere la
moglie od i figliuoli, in una parola, fruire del dritto di vita cui la
sentenza della Corte delle Assise aveva lasciato loro. I pi
determinati, i pi disperati, i pi facinorosi si appropriavano questo
balzello di assicurazione, facendo, ben inteso, la parte del leone al
comandante del bagno, al cappellano, ai carcerieri, al ministro della
marina che portava i suoi _risparmi_ a S. M. Laonde non si aveva pi
il diritto di lamentarsi di checch sia,--neppure del nutrimento
abbominevole e della lurida casacca gialla che gli appaltatori
somministravano, gli appaltatori avendo pagato il loro balzello di
franchigia ed acquistato il diritto di rubare impunemente quei
miserabili.

Filippo _llu guappo_ si era costituito capo della camorra nella sua
camerata, in relazione coi capi delle altre sale. Gabriele aveva
ricusato di far parte della camorra, ma lo si era esentato da ogni
pagamento e da ogni servit, conoscendolo capace di resistere ad ogni
costo. I _politici_ erano ammucchiati in quella camerata. Gabriele li
avvicinava. Gli si era appiccato il soprannome di _paglietta_ perch
aveva imparato a leggere ed a scrivere dal capellano del bagno, e
perch, in tutte le contestazioni, lo si consultava e lo si prendeva
per arbitro. E' faceva tutto il bene che poteva, e si asteneva dal
male cui avrebbe potuto rendere a quelle nature perverse, le quali
accattavano brighe con tutti coloro che tentavano rialzarsi.

Ci che chiamasi il male non  un prodotto sociale, ma un elemento
naturale dell'universo,--di cui Iddio sarebbe l'autore ed il gerente
responsabile, se Dio fosse al di fuori di questo universo ed altra
cosa ch'esso stesso.

Gabriele e Filippo non erano amici al bagno pi che non lo fossero
stati nel mondo. Ma siccome Gabriele non opponeva ostacolo di sorta
all'agente del conte di Altamura, e viveva in un circolo d'idee e di
sentimenti al di fuori del bagno, Filippo non lo stuzzicava punto e
nol provocava giammai. Pi ancora, egli fece qualche sollecitudine per
ravvicinarsi all'amante ora preferito di Concettella. Gabriele si
tenne sul riserbo e mendic la compagnia e la confidenza dei politici.

Ma anche in codesto Filippo gli antistava.

Come costui manteneva numerose relazioni al di fuori e si atteggiava a
capopopolo, liberale, nemico dei Borboni, sospirando la _Carta_,--di
cui ignorava il significato,--i condannati politici si servivano di
lui per mandare i loro messaggi al di fuori e riceverne. Come lo si
comprende bene, questi messaggi, all'uscita ed alla entrata, passavano
sotto lo sguardo del conte di Altamura. Filippo era ricco e generoso,
ed i politici erano quasi tutti poveri. Egli era turbolento e feroce,
ed i politici desideravano vivere in pace e non confondersi cogli
altri. Filippo li proteggeva. E' divenne per conseguenza ben presto
necessario a quest'aristocrazia dell'ergastolo e si fece amare da lei.
Egli eccliss dunque Gabriele anche in codesto.

Un avvenimento decisivo doveva ravvicinarli.

La mattina stessa che il conte di Altamura partiva da Napoli per
venire a Procida, i forzati si sollazzavano nella corte, al sole di
ottobre,--s vivificante e salubre nel mezzod. Gli uni davano la
caccia agli insetti nei loro cenci gialli; gli altri passeggiavano;
altri, coricati supini, guardavano nel vago infinito: questi
parlavano, quelli fumavano, mangiavano, si querelavano. I politici in
un lato, formavano un gruppo, intorno al quale Gabriele girava, in
mezzo al quale Filippo diceva dei lazzi. Alcune figure sinistre e
brutali restavano a parte o abbordavano gli altri con cinismo,
sapendosi temuti.

L'espressione generale di quei sembianti era l'indifferenza. E'
sapevano tutti che per parecchi anni la terribile quistione del
giaciglio e del pane quotidiano era risoluta per loro. La vita nel
mondo era stata per costoro pi miserabile, il pane pi duro ed
incerto, il covo pi immondo. I legami di famiglia si spezzano innanzi
ai cancelli della prigione. Si cangia di mondo. Si trovano in un altro
medio, in un'altra atmosfera, in un altro sistema; prendono altre
abitudini, altri sentimenti, altro linguaggio: la vita ha un altro
scopo. Moglie, figliuoli, cessano di essere un carico, una
risponsabilit, un bisogno, un'utilit; il muro della tomba s'innalza
tra loro avanti l'ora. Questi oggetti amati un giorno si veggono
adesso raramente, forse non si riveggono giammai; non si ode di loro
che una voce: il lamento,--lamento cui il prigioniero  impotente a
lenire, e che quindi gli giunge come una ferita che lo tortura. Si
sentono ristucchi, si soccombe, si diventa insensibili. E tutto ci,
quando si ha fame, quando si ha freddo, quando si  quasi nudi, quando
si  battuti di qua, scroccati di l, quando le ore della vita non
sono pi nelle mani di Dio, ma alla merc di mille accidenti sinistri,
di mille odii, di mille collere!

Coloro che avevano una speranza nel cuore mostravano dei visi pi
animati o pi tristi. Il loro tipo era pi individualmente marcato. Ma
anche i pi giovani avevano quell'aria di caducit, cui la mancanza di
cure igieniche, del magnetismo femminino, dell'aere battuto e
rinnovellato di lontano, del sentimento della lotta nella societ,
stempera sulle fisonomie. L'indifferenza  un terribile deprimento
fisiologico.

In generale, si parla basso. Rari canti. Si canta talvolta in
prigione, ma quando si  soli o si pu isolarsi anche in mezzo della
folla. Il sorriso era ammalato; e se era fragoroso, gli era un ringhio
convulsivo. Non atmosfera per le idee; si ripete stamane ci che si
era borbottato ieri, forse in un tuono pi alto o pi basso. La parola
sembra incolora, malgrado il fitto buio della tinta del gergo. La voce
istessa perdeva la sua individualit accentuata e diveniva un'eco
monotona del tuono generale del bagno. Si vedevano degli occhi spenti
fiammeggiare di un lampo e riestinguersi subitamente come un razzo che
cade nell'acqua. Tutti si lamentavano. Nessuno accoglieva il gemito di
altrui per addolcirlo, alleviarlo, o consolarlo. La conversazione era
stupida come un dizionario. Imperciocch se qualcuno ha un pensiero
vivente, lo nasconde e lo rumina sul suo origliere, o lo susurra
all'orecchio di un complice come un secreto. Al bagno non vi hanno
amici: non si ha che complici del medesimo sovvenire o della medesima
speranza: ieri o dimani! L'uomo che vive all'altra estremit della
catena che li lega,  un incubo spaventoso, abborrito, intollerabile;
il bagno li fa gemelli della disperazione e dell'odio. Trascinare
dietro a s _un altro_ quando si ha appena un _me_, gli  il supplizio
di Mesenzio che ribadiva i vivi ai cadaveri. Non potere astrarsi, gli
 un sentirsi vuotato di anima, espropriato di s stesso. La vita,
impantanata, di gi, diventa fetida e mortale. Malgrado l'aria aperta,
si respirava male, ed un odore nauseabondo ed indefinibile si
sprigionava da dovunque e da chiunque,--dalle mura, dai cenci, dai
corpi, dagli sguardi, dagli aliti.

I _politici_ essi stessi subivano questa putrefazione del morale sotto
l'abbiosciamento del fisico. Ciascun d'essi era accoppiato con la
catena ad un condannato per delitto comune. Di guisa che, e' non
potevano neppure pi abbandonarsi all'attrazione reciproca: la
corrente era franta da questi corpi repellenti. Il loro ascendente di
educazione, di fortuna, di nascita, si annientava: essi non aveano
alcuna presa sopra quelle nature inaffini. L'uomo addimestica le
creature pi feroci del deserto, della savanna, delle jungle; egli non
addomestica mai il sentimento dello schiavo: l'uno  un istinto;
l'altro una volont.

Il gruppo dei politici, incrostato di quella _ganga_ involontaria,
ascoltava i rumori del di fuori, cui Filippo aveva acciuffati alla
grata da un parente che era venuto a vederlo. La polizia terrorizzava
Napoli. Dei numerosi arresti avevano avuto luogo. L'Austria faceva
avanzare un esercito negli Stati del papa. L'Inghilterra brontolava.
Il signor Guizot si faceva piccino piccino per scivolare tra le dita
dell'Austria. Pio IX tuonava. Carlo Alberto stava in agguato, in aria
torva e selvaggia.... e che so ancora. Tutto ci abilmente frammisto a
speranze onde provocare a terrore, onde paralizzare l'azione.

Gabriele si ravvicin. Filippo parlava alto; non vi era dunque
indiscrezione ad udire. I politici commentavano quelle novelle,
ciascuno secondo il suo criterio;--ci che Filippo desiderava anzi
tutto. Il bagno era per la polizia il termometro dell'opinione
pubblica al di fuori. Tutto ad un tratto, Filippo si rivolse a
Gabriele e gli disse:

--Paglietta, io ho ancora qualche novelluccia per te.

--Per me? rispose Gabriele; tu t'inganni. Io non ne attendo alcuna.

--Ed ecco appunto perch essa viene.

--Di chi dunque? Io non ho padre, io non ho madre, io non ho n
fratelli n sorelle....

--Ma tu hai una moglie....

--Alto l! grid Gabriele levando fieramente la testa. Sta attento,
Filippo!

--Attento a che? rispose la spia. Se tu non vuoi udire, vattene. Io
parlo a questi signori.

--Tu ne hai gi dato ad intendere troppo. Bisogna tutto dire adesso, e
senza riguardi.

--Io non vorrei pertanto farti della pena.

--Parla, parla. Ti fo grazia della compassione.

--Non vedete voi che triste carattere di uomo! Io non pensava al
postutto che ad aprirgli gli occhi, ad evitargli il pi grande dei
cordogli. Ci che  grave oggi, potria divenire irreparabile dimani.

--Ti sbellicherai tu, alla fine? url Gabriele divenuto pallidissimo.

--In fin dei conti, che mi importa tutto codesto? me ne mischio forse
io?

--Ma che dunque? che dunque?

--Ebbene, me lo hanno detto, io lo ripeto. Certo, non l'ho mica visto
io di qui, ed io non sono uomo da inventare simili infamie, sopra
tutto a proposito di una giovane che un giorno amai.

--Ma, per il sangue di Cristo! che vuoi tu dire di Concettella? Non 
a lei che tu fai allusione?

--Ebbene, signors. Del resto, l'era previsto, e tu stesso avresti
dovuto attendertelo ed impedire il male quando tempo n'era.
Comprendete voi, signori? si lascia una giovine, ancora bella, entrare
al servizio d'un prete di quarant'anni, tagliato come una statua di
fontana pubblica; essi abitano insieme, giorno e notte, solo a sola.
La giovane  saggia, io l'ammetto; la giovine ama un altro uomo, ne
convengo; ma quest'uomo  lontano,  l donde non si esce a piacere,
di dove ei non manda nulla. La giovane ha una piova di stracci
addosso, non ha anima che le dia un buon consiglio e la sostenga. Il
prete non ha scrupoli. Egli  arso dall'astinenza; subisce le
tentazioni. Essi si parlano oggi, poi la sera nel crepuscolo prima che
si accenda la candela, poi si conversa dopo cena. Si rivangano i
malanni; si confessa una storia d'amore; la testa si riscalda; il
cuore si apre; l'immaginazione galoppa; si favella pi basso, pi
basso ancora; s'impallidisce Dio santo! cosa volete? si  infine
stanchi di resistere; si ha un momento di obblio; la preoccupazione
dello avvenire sopravviene; la fame  immorale; i cenci sul corpo di
una bella fanciulla sono una negazione di Dio; non un ricovero pel
verno che picchia; non una buca per la notte; mendicare, mendicar
sempre; tutte le porte chiuse. La ragione parla, il cuore sanguina, ma
insomma la testa pensa; si chiudono gli occhi; si trangugiano le
lagrime, ma alla fine....

--Ma alla fine? replic Gabriele cogli occhi sbarrati, i pugni
convulsi, l'alito sospeso, le narici frementi, divaricate.... ma alla
fine?

--Ahim!  l'istoria di tutte le fanciulle. Dopo aver lottato, l'anima
si accascia, il corpo soccombe senza avvedersi... e Concettella
diviene la ganza di Don Diego Spani.

--Tu menti! grid Gabriele.

E nel tempo stesso si avventa di uno slancio sopra Filippo e lo
percuote al viso.

--Sangue di Dio! url Filippo a volta sua, tirando di sotto la giubba
un lungo coltello e precipitandosi sopra Gabriele.

Gabriele non si mosse. Gli astanti s'interposero.

--Io bever il tuo sangue! continu a gridare Filippo dibattendosi tra
le braccia delle persone che lo attorniavano.

--Quando vorrai, rispose Gabriele; ma tu hai mentito. Concettella ha
potuto subire delle tentazioni, ma ella  rimasta fedele.

I politici si tenevano a parte ed indifferenti. Gli altri galeotti
appoggiavano Filippo, avvegnach lo odiassero tutti.

--Filippo, grid di botto Gabriele, per la misericordia di Dio! di'
di' che tu hai voluto scherzare, ed uccidermi. Non  vero? no, ti
hanno mentito. Tu sei innocente; io ho avuto torto di essere brutale e
percuoterti ma confessalo, confessalo dunque, che tu credi che ti
hanno ingannato. Concettella....

-- la concubina di quel prete, interruppe Filippo.

--Te ne supplico, per le sette piaghe di Ges Cristo, Filippo,
continuava Gabriele, non torturarmi cos. Lasciatelo dunque, voi
altri; ch'egli stermini il mio carcame che non sar pi nulla se ho
perduto quella donna. No, oh! no; non  vero, Filippo, che la persona
che ti ha raccontato questa storia non merita alcuna fede? Tu l'hai
amata quella povera figliuola, tu non puoi calunniarla. Vedi, te la
cedo; s, Filippo, lo giuro per tutte le sante reliquie! te
l'abbandono, e convieni innanzi a questi signori che tu ti sei
ingannato. Che vuoi tu che io divenga dopo codesto! Tu puoi uccidermi,
va. Un prete!  ci possibile, ci! Ella avrebbe soccombuto ad un
prete, ella che ti ha resistito, a te che l'amavi, un cos bel
giovane, la gloria e l'orgoglio del popolo di Napoli, un uomo che ha
fatto le pi belle canzoni!.... e credereste voi codesto, signori? Un
bel signore che l'avesse compra, abbagliandola con dell'oro.... ci si
 visto, ci succede ogni giorno.... Ma un prete arrugginito, che l'ha
affogata in una vecchia spoglia di religiosa.... ah! Filippo,
l'invenzione non  brillante.

--Ma gli  proprio ci, brigante, gli  proprio codesto, te lo giuro
per tutte le statue dei santi del tesoro di San Gennaro. Ella si 
data a quel Don Diego Spani, ella  la ganza di quel Don Diego Spani.
Come bisogna dirtelo dunque? La persona che mi ha raccontata questa
infamia ne fremeva, e si congratulava meco che fossi sfuggito a questo
vitupero. Non s'inventano codesti orrori; si ripetono perfino a voce
sommessa.... Io voleva trattarti con riserbo..... ma, per la passione
di Nostro Signore! tutto il sangue tuo non basta adesso per lavar
l'oltraggio che mi hai fatto.

--Io ti dar tutte le soddisfazioni che vorrai; tu mi ucciderai come
un cane se ci ti gradisce.... che m'importa la vita a me? Io viveva
per lei.... Se fossi fuori, avrei a vendicarla.... Ma passeranno degli
anni, prima che io mi sciolga da questa catena.... Allora, tu lo vedi,
tu farai di me ci che si fa di una carogna. Io non dimando che una
cosa.

--Nessuna condizione! grid Filippo interrompendo.

--Non si tratta di condizioni: te le lascio mettere tutte. Io non
voglio che questo: voglio vedere un'ultima volta Concettella. Fammi
grazia di questa dilazione. Ella verr, oh! s, ella verr ancora,
colpevole o no. Mi diede tanti giuramenti! Ha tanto sofferto! voglio
sapere come ha soccombuto; fino a quale fondo d'abisso  rotolata. L'
la passione di Ges Cristo che quelle cadute! si ha il suo Calvario
prima di morire. Io sento che se io fossi al tuo posto, ti accorderei
la dilazione cui ti dimando. Ci batteremo poi anche una volta al
coltello, tu sai che io non ho paura, e che non pu essere per paura
che ti dico: Aspetta ancora qualche giorno. Io non ebbi gioia o dolore
che per lei. Comprendi tu che giorni d'inferno saranno questi di
aspetto per me? Sar la tua vendetta, questo mio supplizio dei giorni
prima che rivegga quella donna. E la vedrei poi.... Orrore! no, no,
uccidimi all'istante. Lasciatelo dunque. E' sarebbe troppo soffrire.

--In guardia allora, grid Filippo, cui gli altri forzati lasciarono
libero, mettendosi in parata.

In quello stesso momento, dal fondo del cortile la voce di un
carceriere grid:

--Gabriele Esposito, una donna ti domanda al parlatorio.

--Oh! Gabriele Esposito! si grid da tutti i punti.

Gabriele ricev come un colpo al cuore. Quella donna non poteva essere
che Concettella. Dio gliela gittava sotto la mano perch egli la
giudicasse, al momento stesso che la si accusava. Ella era innocente.
Ma, innocente o no, egli la rivedrebbe un'altra volta. Ah! sventura a
Filippo se egli l'aveva calunniata! Se costui era stato ben
ragguagliato e che Concettella fosse veramente rea, a che gli
servirebbe la vita, poich e' non poteva vendicarsi? Trascinare questo
martirio nella mente per degli anni! nudrire questo avoltoio dei
briccioli del suo cuore! contemplare questo spettacolo, notte e
giorno, nel sogno e vegliando, quel prete e quella giovane tanto
diletta, allacciati come la Fede e la Carit, traversare la vita come
Francesca da Rimini e Paolo traversano l'eternit nel magnifico quadro
di Scheffer! Ci era insopportabile. La morte era l'obblio, la pace.
Egli guard dunque Filippo con aria grave e severa, e, cessando dal
supplicare, gli disse:

--Vieni.

Filippo esit. Un mormorio scoppi infra i galeotti, e l'un d'essi, un
politico, gli disse:

--Se non l'hai calunniata a disegno, bisogna andare. La vittima ha la
parola.

Filippo cel il suo coltello sotto la giubba e rispose:

--Io prendo Dio a testimone che io ho ripetuto ci che mi hanno detto.
Ma se la calunnia vi , io uccider il calunniatore, e felice quanto
lui dell'innocenza di quella giovane, offrir a Gabriele la
riparazione che esiger.

Filippo prese il braccio di Gabriele, il cui passo barcollava, e lo
trascin al parlatorio. I galeotti li seguirono in massa.

Si permetteva agli uomini ed ai fanciulli di entrare nelle corsie e
nel cortile per vedere i parenti: le donne erano ricevute in una
piccola sala, divisa in due da un duplice cancello, separato da
venticinque o trenta centimetri d'intervallo. Potevansi vedere,
parlarsi, darsi la mano, passare dei piccoli involti, ma ecco tutto.
Delle massicce porte corazzate di ferro, armate di gattaruole ove
vigilava un aguzzino, erano praticate dai due lati della sala, l'una
che si apriva al di fuori, l'altra nel bagno.

Il luogo era vuoto, di guisa che Concettella si trov sola. Ella
attendeva con ansiet.

La porta si apr. Gabriele, seguito da Filippo e da una frotta di
condannati, irruppe nello spazio riserbato ai prigionieri.

Quella vista, quel corteggio inusitato, agghiacciarono di terrore la
giovane donna. Ella abbass il velo di religiosa, cui aveva appena
rialzato aspettando Gabriele.




XXIII.

Vi sono dei giudici in galera.


Concettella aveva lasciato Napoli la vigilia.

Don Diego, uscendo dalla prigione in uno stato di convalescenza poco
avanzata, aveva ricevuto da Concettella quelle cure intelligenti e
devote cui due categorie di donne sanno dare solamente: la madre e
l'amante quando ama.

Nella devozione della donna maritata e della sorella, comunque
angelica essa sia, si sente il dovere; nella devozione della madre e
dell'amica domina l'abnegazione.

In quel frattempo, il conte di Craco gli aveva mandato i pieni poteri
di delegato delle due Provincie presso il comitato centrale.

Il conte di Craco, pi serio, migliore conoscitore degli uomini che
suo figlio Tiberio, non aveva ritirata la sua stima a Don Diego. Egli
non lo aveva giudicato sulle apparenze o l'irritamento delle passioni
di un momento; non aveva punto diminuito la sua credenza nell'alta
nobilt d'animo di quel prete. Egli aveva quindi scritto a suo figlio
di mettere maggior gravit nel giudicare gli uomini.

Quando il marchese di Sora raccont al colonnello Colini l'ammirabile
contegno di Don Diego nei tormenti, l'ammirazione aveva ceduto il
posto al dubbio ingiurioso, e Don Diego aveva raddoppiato quel
sentimento di rispetto e di fede con la sua modestia, non menando
parata di martirio, non esigendo riguardi di sorta, e non ambizionando
altra parte che quella cui volevano assegnargli. Egli aveva
ricominciato il suo lavoro pel canonico Pappasugna all'Ospedale, e lo
conduceva innanzi alacremente. La prova della muda e dell'aculeo
l'aveva purificato. I disegni infami che aveva formati sulla sua
sorella, in un momento di eccitamento cerebrale, gli rodevano il
cuore, annegato nel rimorso. Non carezzava dunque che una speranza,
ritrovarla, rassicurarla, restituirla alla sua casa.

Ma qui una nuvola nera si sollevava sovra i suoi sogni color di rosa.
Poteva egli far convivere sotto lo stesso tetto Bambina e Concettella,
il petalo bianco dell'innocenza e la camelia rossa gualcita?

Egli amava di gi Concettella come amano gli ascetici,--i quali,
all'et di quarant'anni, incarnano in una donna venticinque anni di
visioni edenitiche, dei desideri incomprensibili, delle volutt
divine, una rabbia inscandagliabile dei sensi. I sensi, il cuore, il
cervello, il cervelletto, l'anima, la midolla spinale, il giudizio, la
immaginazione, tutti gli organi del pensiero e della vita sono presi
ad un tempo in questo amore-Sahara: l'incantesimo divino del godimento
s'innesta alla malia infernale del delitto. Un amor simile per un
prete  un anatema. Come mai si sarebbe egli dunque separato da
Concettella? Ma vi era altra cosa ancora.

Concettella era stata amata, aveva amato, aveva patito moltissimo, ma
era caduta pura nelle braccia del prete. Ella aveva rotolato a traverso
tante avventure, malori, sofferenze, ma il suo candore muliebre non si
era incespato all'onta. La sua immaginazione pi che il suo cuore si era
esaltata nella brama di sposare Filippo, nel suo giuramento di fede
eterna a Gabriele. Ella diligeva costui come un fratello violentemente
ammirato, ma non come un amante irresistibilmente desiderato. Questa
circostanza aumentava la passione di Don Diego. Egli aveva scandagliato
il cuore della giovane e vi aveva letto, non ancora l'amore per lui, ma
quel turbamento immenso che precede la passione tempestosa,
quell'insurrezione della vita che rompe tutte le dighe, invade tutto,
trascina tutto colle sue forze oceaniche. Egli spiava ed attendeva lo
scoppio.

Ora, ecco che una sera, la sera pi solenne della sua esistenza, egli
ritrova quella sorella fuggita dal nido, incontra Bambina quasi
svenuta sul banco del padiglione di lady Keith. Gettarsi su lei,
serrarsela fra le braccia, coprirla di baci frenetici, sovvenirsi in
un lampo di tutto il loro passato, di tutti i suoi torti, di tanto
affetto, indirizzarle mille domande di una sola parola, colmarla di
carezze, slacciarle il busto per darle aria, esprimere mille
terrori... fu l'affare di qualche secondo. Vedendola l, e' comprese
tutto. Una parola, che il marchese di Sora disse all'orecchio del
colonnello Colini, e cui costui ripet a Don Diego ed agli altri
congiurati lo fece tremare. Egli prese sua sorella fra le sue braccia,
la trasport fuori la villa, la port fin dove pot trovare una
carrozza e pi non parl. Aveva paura al presente.

Il re alla villa di lady Keith? tutti arrestati stanotte? Bambina in
mezzo a questo diavoleto? ella, che probabilmente aveva introdotto il
re, dar poscia l'allarme? che dramma! quali tenebre gittate di nuovo
sulla sua condotta! qual delitto compiuto o quale nuova sciagura
toccata! Egli rinculava, spaventato, innanzi alle spiegazioni. Ma le
spiegazioni non dovevano farsi aspettare.

Bambina comprese il silenzio e l'ansiet, di suo fratello. Il delitto
 un'equazione di cui non si afferrano i termini che quando essa 
risolta. Allora si scorgono tutti quegli anelli, fin l distaccati,
formare catena, di cui si consideravano con terrore il peso, la
lunghezza, la solidit. Le membra divengono corpo.

Bambina ebbe un'intuizione completa dell'opera cui aveva compiuta.
Ella sent l'onore di suo fratello compromesso, il proprio perduto.
Ella vide la croce episcopale al collo di suo fratello come un anello
della gogna; il proprio viso cauterizzato dai baci sacrileghi del
gesuita; un abisso! E la scandagli tutta questa visione infernale,
durante il subito silenzio ch'era succeduto allo slancio affettuoso di
Don Diego, nel tragitto dal Vomero all'angiporto della via Campanile.
Bisogna dirlo? Ella non si spavent. Una voce intima le susurrava
dolcemente, solennemente: tu hai fatto il tuo dovere! l'infamia che ne
spruzza ricade sopra coloro che ti han messa in questa necessit,
prima, e che ne profittano, dopo. Laonde, quando ella si trov ancora
una volta assisa nel piccolo salone del suo alloggio, in faccia di suo
fratello che la squadrava con aria severa, rischiarata appena da una
smilza candela, quando la ebbe rimandata fuori con un segno altero
della sua testa Concettella tremante, ella disse con voce calma e
sorda:

--Diego, tu sei libero e tu sei vescovo!

Don Diego balz sulla sua sedia come trafitto da mille serpenti, si
rizz di tutta la sua altezza e grid:

--Vescovo! vescovo! vescovo!

Bambina squadr a sua volta suo fratello con occhio freddo.
L'irradiamento subto da quell'uomo l'umiliava. Ella comparava la sua
grandezza morale a quella di suo fratello, e lo disistimava. Si vide
pi grande di cento cubiti che quell'uomo cui aveva sempre considerato
come un gigante. Un istante ancora, e le lagrime stavano per inondare
il suo viso. Bambina si alz e, senza aggiunger sillaba fugg nella
sua camera e vi si chiuse.

Don Diego non la trattenne. Un tremuoto aveva scosso la sua natura di
bronzo. Egli ebbe uno di quei colpi di metempsicosi violenta, che nei
conclavi dei papi si chiama Spirito Santo, e che trasforma un porcaro
come Sisto V, un lanzichenecco come Odescalchi, un barcarolo come
Giulio II, in vicario di Cristo, un frate in re! Una tempesta
equatoriale si scatenava in quello spirito: vi furono flutti furiosi,
vertigini, scosse spaventevoli, fosforescenze terrificanti, abissi
mostruosi, sollevamenti all'altezza delle Andes, distruzioni,
creazioni... Don Diego non si pot risolvere ad andarsi a coricare, e
restava assiso, a chiamare Bambina o Concettella per rompere la malia
del delirio. Passeggi nella camera tutta la notte, dopo avere spenta
la candela per non vedersi, ed aperte le finestre per dare pi aria ai
suoi polmoni dilatati.

Dal palpitar delle stelle si sarebbe detto che la notte avesse
ambascia come lui!

L'indomani, Bambina gli raccont tutto.

Egli aveva bisogno di parlare liberamente a sua sorella, di rimuginare
in tutti i dettagli di questo affare annerito da tante orride
peripezie. Vedeva Bambina in disagio. Leggeva nello sguardo della
giovinetta, portandosi da Concettella a lui, un rimprovero pieno di
dolore. La sentiva offesa, vituperata. Dette a Concettella due giorni
di congedo, le parl basso nella cucina e la mand a Procida.

Concettella si sent colpita. Ella si credeva s ben penetrata in
quella famiglia, cos identificata a quell'uomo, e la si trovava tutto
ad un tratto essere un'intrusa, una straniera! Ruppe in lagrime. Don
Diego la consol. L'amore  comunicativo e leniente. Ella si lament.
Il prete la calm. Al suo ritorno, all'indomani, la situazione sarebbe
chiarita, regolata, giustificata; Concettella sarebbe ammessa ed
accettata, o Bambina sarebbe stata collocata altrove.

Bambina non era pi la stessa: ella si era atteggiata a giovane
indipendente.

Ahim! Don Diego non aveva compreso ci che aveva di grande e di
eroico quella nuova attitudine di sua sorella!

Bambina che doveva tenere la sua promessa al gesuita, Bambina che
vedeva l'amore di suo fratello per Concettella, non voleva impedire il
libero esaltamento di quella passione e non voleva contaminare suo
fratello, caricandolo della responsabilit della sua condotta verso il
P. Piombini. Lo rendeva felice e lo purificava, riserbando per s sola
tutte quelle macchie che mordevano come ferite, tutti i sacrifizi,
tutti i rimorsi e tutti i dolori.

Rassicurata, consolata, Concettella part per Procida sulla barca a
vela che faceva il tragitto giornaliero tra l'isola e Napoli. Ella
vedeva ci non ostante tutto confuso nel suo avvenire. L'amore per Don
Diego aveva fatto esplosione in quella crisi; Bambina l'attirava;
sentiva una piet fraterna per Gabriele.... Come accordare tutto ci?
ecco il problema. Ella riflett a codesto lungo il viaggio, malgrado
il mal di mare, la notte nell'albergo di Procida, ove arriv tardi la
sera ed ove il sonno rifiut visitarla. Ella vedeva nondimeno due
speranze brillare in quell'oscurit: Bambina si mariter, pens ella;
Gabriele non sapr nulla. E quando poscia egli uscir dal bagno, noi
saremo morti o saremo cos vecchi, cos vecchi.... L'alba la
rinfranc. Concettella si addorm.

Risvegliandosi alle undici, tutta spaventata ancora dei sogni
insanguinati che aveva traversati, Concettella mangi una bocconata e
corse all'ergastolo. Il suo cuore batteva a tutto vapore. Un
presentimento confuso l'avviluppava di un'atmosfera di terrore e di
ansiet. Gli avvenimenti hanno le loro scariche elettriche come gli
uragani. Concettella acceler il passo per uscire il pi presto
possibile da quel vago incognito e pungente. I secondini la
conoscevano: ella aveva inspirata tanta compassione e simpatia a
tutti! Il permesso di vedere Gabriele le fu concesso immediatamente.

Ed eccola al cancello.

Alla vista della faccia scompigliata di Gabriele, dell'aspetto
satanico di Filippo, del contegno di tutti quei forzati presenti, in
modo insolito, al suo convegno col fidanzato, Concettella fa presa da
tremore. Cosa significava codesto? che si voleva da lei? che aveva
dessa? Arross, impallid sotto il suo velo abbassato; un vapore
ghiacciato le saliva dai piedi alla testa. Avrebbe voluto parlare per
mostrare sicurezza di s, avendo pur dei rimorsi; ma la sua lingua era
paralizzata, i suoi denti fortemente serrati, il suo cervello inerte.
Ella guardava con degli occhi enormemente devaricati e provava di
comprendere.

Gabriele anch'egli tacevasi.

Infine Concettella fece uno sforzo, allung la mano e porse un
inviluppo.

Gabriele non si mosse, non lo prese. Concettella lasciollo cadere. Poi
si appoggi al cancello, casc sur un banco ed i singhiozzi si
precipitarono. Gabriele s'intener, afferr il fardellino, lo baci,
stese la mano e grid:

--No, non  vero. M'inganno io, Concettella? Si porta contro di te una
terribile accusa. Quel Filippo l ha dichiarato innanzi a tutti
costoro che tu mi tradisci, che tu hai un damo, che tu sei la
concubina di un prete, che chiamasi Don Diego Spani, che tu hai fatto
questo, che tu hai fatto quello, e patat e patat. No, non  cos,
Concettella? No, ci non  vero, hanno mentito, ed io vado a scannare
quel Filippo l che ti ha calunniata.

Concettella non rispose. Il suo singhiozzo raddoppi.

--Ma parla dunque, riprese Gabriele; getta dunque, in faccia di
quell'uomo la tua giustifica. Non si serba il silenzio innanzi ad
un'accusa simile, non si sprezzano quelle contaminazioni l! Tu devi
comprendere alla fin fine che tutto codesto mi mette il cuore a brani.
Non torturarmi dunque cos. Perch ne ameresti tu un altro? Il mio
amore non  forse grande come il mondo? Esso non ti era bastato fin
qui; perch non ti basterebbe ancora? Cos' dunque codesto prete che
ti ammalierebbe adesso? Un prete? bah! codesto prega, ma non ama.
D'altronde, non ho io la tua promessa? No, tu non l'hai violata.
Quando si ha sofferto ci che tu hai sofferto; quando si  passato per
le prove che tu hai traversate.... non ci  modo di pi separarsi: noi
siamo incatenati dalla sventura. Di' dunque cotesto a quei signori che
aspettano la tua risposta. Hai tu paura di parlare? Non temer nulla:
non ti chiameranno una sfrontata; tu ti difendi, tu racconti come le
cose sono avvenute. La Santa Vergine anch'ella si difese, quando San
Giuseppe l'accus. Del resto, io non ho bisogno che di una parola sola
da te. Non voglio la tua giustifica; io ti credo sur un semplice no
che tu pronunzi. Di' dunque, Concettella amatissima mia, di' alla
presenza di questi signori che ti hanno calunniata.

Concettella continu a tacere ed a singhiozzare. Gabriele la guardava
istupidito e turbato. Aveva freddo, si dimenava, si afferrava al
cancello.

--Ma insomma, ma insomma, riprese lo sventurato, una parola  dunque
cos difficile a dire? Tu non ti rendi dunque conto che quel silenzio
sar interpretato come una confessione? Una confessione! sangue della
madonna del Carmine! una confessione? Ma ancora uno si difende. Vi
sono delle circostanze attenuanti; vi sono delle ragioni, delle scuse,
delle menzogne, che so io? Si dice a tutto andare una qualche cosa. Tu
piangi. Piangi? tu ti penti dunque? tu hai dunque dei rimorsi? Dei
rimorsi di che? Ma parla, parla. Tu lo vedi, questo doppio cancello
che ci separa: di che temi tu? Esso ti protegge, questo cancello; io
non ti uccider; io non ho neppure un'arma. Oh! abbi piet di me! non
lasciarmi soffrire cos. Uno ragiona seco stesso; quando ha ricevuto
il colpo, si rassegna, si uccide, discute, disputa, dice addio o si
raccomoda.... che so io? si fa qualche cosa infine, si prende un
partito. Ma davanti al dubbio? ma in presenza di quel silenzio?... non
vi  che a sbranarsi il cuore, ecco tutto. Vuoi tu parlare, alla fine?
vuoi tu spiegarti? Tu finirai col farmi mettere in collera. Tu lo
vedi, io sono calmo. Non ho nulla contro di te. Gli  Filippo, che ti
ha calunniata, che pagher tutto. Non ti ha desso calunniata?

--Ebbene, s, gli  vero, grid Concettella, cadendo a ginocchio
innanzi al cancello e sollevando le sue mani congiunte per implorar
misericordia.

Gabriele aggrapp quelle mani ne' suoi artigli a traverso i ferri.

--Gli  vero? tu dici? gli  vero? url desso. Comprendi tu dunque ci
che vuoi dire? Gli  vero? tu mi hai dunque tradito? Quel prete  il
tuo ganzo? Tu non sei pi l'innocente giovane che mi disse nella
prigione della Vicaria: a te per tutta la vita! Gli  vero? che
irrisione! Si potrebbe ci? Non vi  dunque pi onore, pi fede, pi
virt nel mondo? Ed un prete ancora! No, no. Tu non hai giammai avuto
molta mente; tu non afferri l'importanza di quel: gli  vero! Ma
insomma come  ci avvenuto? Io perdo la testa. Tu non mi ami dunque
pi? Si cangia dunque di cuore cos? No, io non posso trovarmi nel
medesimo cuore con quel prete, lo mangerei colla mia sola presenza. Se
tu sei sua, tu l'ami allora? Ma come hai fatto tu per amarlo? Ma
spiegatemi almeno codesto, voi altri. Non vedete che quella donna 
idiota?

Egli lasci le mani di Concettella cui aveva agglomerate, peste,
insanguinate.

--Ebbene, ripeti allora che Filippo non ti ha calunniata. Perch,
infine, io ho oltraggiato a torto quell'uomo e bisogna ch'egli mi
uccida.  il cuore che ti ha spinta?  la solitudine?  la miseria? 
la fame?

--Tutto codesto, balbett Concettella.

--Tu menti. Gli  don Gabriele del teatro di donna Peppa che ha
inventate codeste scuse. Quando si ama, si muore di fame, non si
prostituisce. Non ho avuto forse fame, io? non ho io fame, non ho fame
ogni giorno, perennemente? Ah! io comprendo le infamie del cuore; ma
non creder giammai alle infamie dello stomaco. Dio mio! chi dunque ti
ha corrotta cos? Tu credevi nella Vergine Maria pertanto! Perch quel
prete sarebbe egli andato a cercarti, poich vi sono tante cantoniere
a Napoli? Non vi  pi dunque carit nel mondo, un pezzo di pane costa
s caro che se ne dimanda per prezzo l'onore di una fanciulla? Perch
dimori tu con lui, insomma!

--Perch io non aveva tetto ed aveva freddo le notti d'inverno, e
perch i passanti m'insultavano la state, quando mi trovavano
accovacciata all'angolo di un muro, rispose Concettella asciugandosi
gli occhi. Perch io ero nuda sotto i miei cenci, e le persone non mi
davano pi lavoro. Perch io aveva orrore di mendicare e di udire dei
propositi infami. Perch....

--Tutto codesto non  una ragione, interruppe Gabriele. Tu servi
quell'uomo che ti ha offerto un ricovero, il pane, un abito....:
perch gli hai dato tu il tuo onore per soprassello? Una donna non si
d ad un uomo che in due circostanze: quando l'ama, o quando ne
subisce la violenza materiale o la violenza morale. Spiegati dunque:
l'ami tu?

--Io non lo amava.

--Allora quale violenza ha esso esercitata sopra di te?

--Era sventurato come me, sclam Concettella: ebbi piet di lui.

--Ed io dunque? sono io felice, io?

--Il tuo destino  fisso, riprese Concettella: la polizia non pu fare
pi nulla contro di te. Per degli anni e degli anni tu hai del pane,
tu hai un tetto, tu hai un qualche cosa che ti copre la persona. Il
birro non ti pu angariare. Tu non sarai pi soldato. La polizia non
ti strapper una sorella od una moglie che ti far poi trovare
vituperata ed infame. Non ti metteranno in prigione e ti daranno i
tormenti. Che cosa ancora? Conosco io forse fin dove si estende il
terrore della polizia? Si dice che il re egli stesso ne ha paura. Tu
sei pi del re, allora. Ma egli, quel povero disperato! la polizia gli
ha rapita la sorella e gliel'ha restituita spia. La polizia gli ha
strappato dalla bocca la bricciola di pane che vi portava ogni
qualvolta si prov guadagnarsela. La polizia lo ha sepolto a S. Maria
Apparente per delle settimane, nei pozzi della cloaca, e l'ha
torturato quanto tutti i martiri del calendario. La polizia l'ha
rivomitato infine quando non era pi che un mucchio di ossa frante e
di piaghe imputridite. Quando mi  ritornato in quello stato...

--Tu l'ami, Concettella, tu l'ami, grid Gabriele. Io sono perduto; tu
sei perduta per me. Ah! sciagurata!

--Non obbligarmi ad interrogare il mio cuore, Gabriele, ripigli
Concettella: io non lo voglio. Che posso io farci? Non si  padroni di
dire al proprio cuore: non intenerirti? E poi vi sono tante altre
ragioni ancora. Un giorno, io non mi sono pi trovata la stessa. Si 
operato in me qualche cosa d'incomprensibile e di sorprendente: io ho
conosciuto un amore tutt'altro che quello cui avevo provato fino
allora, se tuttavia gli  amore quella immenso divampamento che io ho
sentito. Non mi scuso, vedi! ho fallito; condannami. Non sono io che
l'ho cercato. Non sono io che l'ho voluto. Ci arriv come una febbre
in piena salute. Io non ho civettato. Mi sono anzi ingiuriata, ho
pianto prima di soccombere: ho provato di sostenermi colla ragione.
Nulla mi  valso: non ho resistito.

--Oh! s, il mio male  irreparabile, sclam Gabriele. Ebbene, io non
mi rassegno. Io so che di qui non posso far nulla: ma il cuore vuole
una soddisfazione qualunque, oggi di speranza, domani di sangue. Io
veggo chiaro in questa situazione: tu sei stata il ferro, colui la
calamita; tu hai scivolato, egli ti ha tirata. Tu hai subito la
violazione della piet avanti la violazione dell'amore.  colpa tua se
non sei stata pi forte? La tua forza era l'amore; tu non mi amavi
pi. Ecco la tua parte in questa catastrofe. Ora bisogna regolare i
conti: tanto per te, tanto per lui.

--Nulla per lui, osserv Concettella. Sono io che ho mancato ad un
impegno; sono io che sono stata debole. Io non invoco pi alcuna
scusa, poich tu vuoi giudicarmi e non compatirmi. Se tu mi avessi
amata per me e non per te, tu avresti pianto sulla mia caduta e mi
avresti aiutata a rialzarmi. Poich la piet, i riguardi, le
considerazioni giuste e generose sulla mia posizione sono messe fuori
discussione, resta pure severo ed intero e non occuparti della parte
degli altri. Tu non hai a fare che con me. Non ho io ragione, signori?
dimand Concettella alzandosi e rivolgendosi al giur dei galeotti che
li ascoltava.

--Sia, signori, sclam Gabriele, volgendosi alla sua volta ai suoi
compagni di bagno. Poich essa v'invoca come giudici, giudicate il
caso.

Un sordo bisbiglio circol nel gruppo dei forzati.

Quegli uomini, cui la giustizia aveva colpiti come felloni contro la
societ, erano incaricati di pronunziarsi sur un fatto che implicava
la vita o la morte di quattro individui: Don Diego, Concettella,
Filippo e Gabriele. Essi sembravano respingere il mandato.

--In nome della misericordia di Dio, signori, sclam Gabriele, voi
sopratutto che non siete qui n per omicidio n per depredazione,
signori, siate giudici del nostro fato. Voi sapete di quale grave
bisogna e' si tratta; e voi non ignorate cosa debba inevitabilmente
seguirne. Mettiamo solamente i termini del fatto nel suo pieno giorno.
Quella donna era mia fidanzata; ella si  data ad un altro. Le
ragioni, o piuttosto le fatalit che l'hanno trascinata, ha ella
detto, sono state: la miseria, la piet. La miseria e la piet sono
state, ne convengo, i complici; ma chi  il colpevole responsabile in
questo delitto?--ella che non aveva il diritto di soccombere, lui,
quel prete infame, che non ha respinta la tentazione ed ha abusato
della debolezza di quella sciagurata?

Mettere la questione cos, dallo stesso interessato, gli era un
assolvere anzi tratto Concettella. Forse gli  questo appunto che
Gabriele desiderava. E' vi fu un bisbiglio generale nel gruppo dei
galeotti. Tutti si favellavano a voce sommessa, l'un l'altro. Gabriele
erasi lasciato cadere in un angolo come affranto, aspettando il
verdetto paventato. Concettella, afferrata alle barre del graticcio,
guardava Gabriele con ansiet. Infine Filippo grid pel primo, con
voce alta e ferma:

--No, non  la donna che  colpevole.

--S, gli  il prete che  colpevole, gridarono tutti di una voce
sola.

Gabriele si alz e passeggi un istante dietro al cancello. Poi disse
in tuono solenne:

--Riflettetevi bene, signori; perocch la  una sentenza di morte che
voi pronunziate a quest'ora. Io non so quando, come, da chi, questa
sentenza sar messa in atto; ma certo  che il prete morr. Filippo,
voi tutti, vi siete interessati; senza che, il bagno sarebbe la tomba.
Ci che mi succede, pu succedervi. Noi siamo solidali della vendetta,
onde significare al mondo che il galeotto  ancora un essere vivo di
cui  mestieri inquietarsi.

Un momento di silenzio segu il secondo appello. Poi tutti replicarono
ad una voce:

--Si, noi lo attestiamo innanzi a Dio: gli  il prete che fu
colpevole.

Gabriele si concentr per un momento, poscia volgendosi ai suoi
camerati, disse:

--Grazie. Io credo che il vostro giudizio  secondo giustizia....
secondo il cuore.

Rivolgendosi quindi a Concettella, soggiunse:

--Donna, io ti rendo il tuo giuramento: noi non siamo pi nulla. Non
ritornare pi qui; io non ti riceverei altrimenti. Noi siamo oggimai
stranieri. Ti perdono il male che mi hai fatto. Rubare al prigioniero
il suo raggio di speranza, gli era come un rubare al prete l'ostia
consacrata sull'altare: ma t'hanno assolta. Tagliare il filo che
attaccava questo sciagurato al mondo; avvelenare il soffio che gli
arrivava ancora dalla societ; rituffarlo nell'ergastolo
dell'ergastolo, gli era un infliggergli la solitudine nelle tenebre;
ma ci ha trovato grazia nella considerazione di questi signori. Io mi
associo a loro; io ti assolvo e ti scaccio. Sii felice, se lo puoi. Io
te l'auguro. Esci adesso, va via subito, non torcere il capo, non
guardare pi da questa banda.... e' sarebbe un insultare la sventura.

Concettella scoppi in un impeto di singhiozzi, e senza osare
profferir verbo, fugg. Gabriele si mise a ginocchio davanti a
Filippo, e sclam:

--Fratello, io ti ho insultato, io ti ho offeso: Vendicati!

Filippo cav il coltello dalla tasca e guard intorno--i galeotti dopo
Gabriele. I politici si copersero il viso delle mani e picchiarono
alla porta per sottrarsi alla vista di quell'assassinio. Gli altri
forzati indietreggiarono, lasciando uno spazio libero tra loro ed il
galeotto inginocchiato e quello che teneva il coltello levato sul capo
della vittima. Filippo sost un istante, arross della sua ferocia.
Egli ebbe forse orrore dell'atto cui la collera dello schiaffo
ricevuto gl'inspirava. E' pieg dunque il _mollettone_, lo nascose di
nuovo, e rispose:

--Vivi. Io ti perdono, Gabriele. Noi abbiamo adesso una vendetta a
pigliare insieme.

Un bravo! prolungato, segu queste parole. Gabriele si alz con
impeto, e stringendo Filippo fra le sue braccia, grid:

--A te, per la vita e per la morte: tu sei mio fratello.

In quel momento, il carceriere in capo comparve e disse a Filippo che
il direttore lo chiamava. E' lo condusse seco.

Era il conte di Altamura che lo chiamava. Innanzi al conte, Filippo
divenne umile come il soldo innanzi al milione.

--Filippo, disse il conte, fra qualche giorni io avr bisogno di te e
di un altro individuo determinato ed energico, cui si possa
all'occorrenza condannare alla ghigliottina. Occorre pescarmi ci in
qualche sito.

--Ho il vostro uomo.

--Fuori?

--Qui stesso. Ma egli  condannato.

--Lo si far evadere. Tu hai sempre la tua grazia.

--A che opera dobbiam noi lavorare?

--Affinch la sorpresa non paralizzi il vostro braccio quando il
momento sar giunto, io te l'annunzio fin d'ora. Trattasi di
sbarazzarmi d'un... di un qualche cosa come un vescovo. Un colpo solo,
secco, netto, subito come il fulmine, al cuore, alla nuca.... e
dileguarvi come un soffio di vento. Assuefatevi a codesta idea. Non
sorpresa n scrupoli. Un vescovo che spiace al re, che cospira contro
lo Stato,  meno che un uomo, gli  un cane arrabbiato. Se la polizia
vi acchiappa, tanto peggio per voi. Io non posso proteggervi.

--Sar fatto secondo il desiderio di V. E., signore. Ma voi ci
proteggerete, spero, come premio del servizio che vi renderemo, e del
pericolo a cui ci esporremo, in un altro colpetto che ci riguarda
personalmente, il mio collega e me.

--Un furto.

--Non mica, un omicidio: un prete da spedire a Dio.... per servir di
diacono al vescovo di V. E.

--Un prete non  un uomo, sclam il conte di Altamura.... egli ....
un prete! Siate quindi pronti al primo appello.... e silenzio.
Capisci? silenzio.

Il conte volse le spalle ed usc. Poi torn su i suoi passi e
soggiunse al galeotto ancora curvo nel suo rispettoso saluto:

--L'essere venuto io stesso qui t'indica di che importanza  la
commissione che ti do. Fedelt, silenzio.... o un cappio spicciativo.




XXIV.

Da Napoli a Roma.


Parecchie circostanze ritardarono la partenza di Don Diego per Roma
ove doveva recarsi a ricevere la consacrazione episcopale. Nel regno
delle due Sicilie, il re designava e nominava i vescovi, il papa li
passava all'olio.

I Borboni avevan tenuto sodo a questa prerogativa reale, perch per un
articolo del concordato del 1819, il vescovo aveva, oltre le sue
funzioni spirituali, la missione di vegliare sullo spirito pubblico
della diocesi e di riferire alle autorit laiche,--vale a dire, che il
vescovo era il luogotenente del ministro della polizia in ogni
diocesi. Bisogna dunque aver degli uomini capaci, investiti della
fiducia del governo, onde spacciare la bisogna episcopale secondo il
cuore del re.

La mancanza di danari e la malattia di Bambina furono le due cause
principali del ritardo del viaggio.

Bambina aveva soccombuto a tante scosse e fuvvi un momento in cui la
morte aleggi ben vicino sul capezzale di lei. Concettella l'accud
come una madre. Il padre Piombini, chiamato da Bambina, venne a
vederla. E' fu allora che il gesuita e Don Diego ebbero un colloquio
di parecchie ore, con grande soddisfazione di quest'ultimo. Che gli
disse? Molte cose sullo stato sociale, sullo stato politico di Europa,
sulla situazione degli spiriti, sulla rivoluzione che si era operata
nella coscienza delle masse, sull'essenza del principato al XIX
secolo. Ei gli fece la diagnosi della religione, gli schizz il
carattere del gesuitismo e del papato quali erano, quali avrebbero
dovuto essere, come alcuni spiriti intuitivi dell'avvenire e dei
riformatori li consideravano. Il P. Piombini non disse che una parola
sul conto di Bambina, se viveva, parola che calm l'inquietudine del
fratello.

Don Diego ebbe a volta sua una considerevole conversazione col
marchese di Sora, di cui egli conosceva oggimai le vere tendenze. Il
marchese ignorava naturalmente le pie intenzioni del re intorno a quel
vescovo del diavolo. Il marchese era libero pensatore o volteriano,
come egli diceva.

--Io ho questo vantaggio su di voi, signor marchese, rispose Don
Diego: io sono panteista.

--Io non discuto la religione n come filosofo n come teologo,
osserv il marchese, ma come ministro della polizia. Crediate o non
crediate, ci non mi riguarda punto. Teologi e filosofi han bottega di
teorie e di principii; paghino dunque patente al governo e traffichino
liberamente di loro derrate. Ma, come strumento di governo,
l'atteggiarsi della religione m'incombe, e la deve essere ortodossa a
modo mio.

--Ma! ecco dove per l'appunto tutti i governi s'ingannano, rispose Don
Diego. Essi credono che il prete sia uno dei congegni dello Stato. Il
prete, quale voi l'escogitate, quale lo avevate fatto,  al contrario
direttamente ed indirettamente un lievito di rivoluzione. Il popolo
soffre, ma esso comprende l'azione della polizia: quello
schiacciamento  logico. Per lo spionaggio, la compressione,
l'abbrutimento, la violenza, la corruzione, la servit per mezzo del
prete, rivolta il sentimento del popolo: questa missione del prete 
anormale. Ecco perch i governi a marchio clericale, sono i pi
abborriti ed i pi minati dallo spirito rivoluzionario!

--Nonpertanto, interruppe il marchese, il papato, l'Austria, la
Spagna, che hanno questa tempra ultramontana e clericale, durano da
secoli.

--Gli  che il principio vitale di questi Stati non risiede nella
religione. Il papato dura in virt della coalizione di Europa;
l'Austria, per l'antagonismo delle nazionalit rivali dell'impero e
l'unit dell'esercito e del centro goverativo: la Spagna, per la
corruzione dei costumi, l'atrofia intellettuale, e la sequestrazione
dallo spirito nazionale: la Spagna  l'Africa dell'Europa! D'altronde,
gli Stati romani, l'Austria, la Spagna sono un anacronismo: e' vivono
dei secoli passati. La societ rinnovellata nel 1789, non vi si 
ancora organizzata. Ma guardate la Francia. Napoleone procede al
dispotismo interno mediante la ricostruzione previa della chiesa ed il
restauramento del papato. Per, quando al momento del supremo pericolo
egli fa appello alla nazione, la nazione si  dileguata ed ei si trova
solo. Carlo X cerc l'appoggio clericale; fu spazzato via. Guizot
carezz il clero come un elemento ed un istrumento del partito
conservativo; egli traballa sulla sua base. Il popolo non vuol sentire
altrimenti la mano del clero che per benedire coloro che credono,--per
soccorrere la sventura e la miseria. Presentarglielo sotto altra
forma, sotto la forma di ceppo al movimento, al pensiero, al
progresso, allo sviluppo sociale,--che si addimanda rivoluzione quando
scoppia--; fargli vedere il prete come alleato naturale del re, del
prefetto di polizia, del gendarme: gli  un farglielo odiare ed un far
odiare nel punto stesso il governo che se ne serve; gli  un
precipitare la rivoluzione mediante la ruota stessa del freno. Ecco
l'azione indiretta della religione sulla rivoluzione. L'azione diretta
gli  il dispotismo assoluto, senza controllo, senza appello, del
vescovo sul prete, cui ribadiscono i governi che riconoscono la
libert della Chiesa. Tutti i preti, in forza di ci, sono
rivoluzionarii nell'anima. Coloro che non si pronunziano, sono
trattenuti dalla paura, dalla vecchiezza, dall'imbastardimento,
dall'interesse, dall'imbecillit, perch temono di compromettere un
lucro, ovvero perch la violenza li schiaccia. Voi avete quindi il
prete o nemico, o organo tiepido nel vostro cmpito, o pronto a
disertare al primo incontro.

   Si ricordi che siamo nel 1847.

--Ma allora a che dovrebbe servire, secondo voi, la religione in uno
Stato? dimand il marchese. Perch la religione essendo un elemento
della forza governativa uno Stato non pu negligerla.

--Certo, no, riprese Don Diego. Ebbene, se voi desiderate che la
religione sia un elemento di forza e non un elemento deleterio di
governo, gli  mestieri lasciarla negli strati del popolo e non
mischiarla alla gerarchia amministrativa. Pi voi innalzate la
religione verso il potere, pi ne neutralizzate l'efficacia.
Compromessa, essa vi domanda un'indennit, essa si impone a voi,
diviene esigente e vi procura degl'imbarazzi, senza rendervi alcun
servigio. Lasciata come una funzione puramente sociale, come la
medicina, la giurisprudenza, l'agricoltura, la religione diviene un
moderatore democratico, il parafulmine del trono. Non pi clero, ma il
prete. Non pi episcopato, ma il vescovo. Non pi papato, ma il decano
dei vescovi. Non pi Chiesa nello Stato e fuori dello Stato, o
Chiesa-Stato, ma una dottrina morale che segue o subisce le evoluzioni
della civilt per mezzo della scienza, come la filosofia, la chimica,
la fisica, l'astronomia, l'antropologia, la storia naturale. La
religione  una faccia postuma della vita generale del mondo. Ecco
come io la comprendo, questa religione. Ecco ci che intendo fare
nella mia diocesi, io. Ecco l'attitudine che io prender di rimpetto
al papa e al re. Io sar il centro di tutti i raggi di un cerchio; non
sar n il cerchio n i raggi. Io sono popolo e resto con lui.

--Codesti sono vaneggiamenti, sclam ghignando il marchese di Sora. Il
clero  la gendarmeria delle coscienze; noi non andremo a scioglierla
con cuore leggero ed orbarci di un aiuto. Solamente e' bisogna
capovolgerne la missione. La religione fu sin qui un istrumento del
dispotismo: bisogna farne un istrumento di libert.

--Ecco l'illusione eterna della democrazia. Dove  corpo, vi 
organismo; ove  organismo, vi  centralit: dove  concentrazione di
vita e di forza, vi  dispotismo inevitabile. Voi lasciate l'ente
clero? esso sar mai sempre una ruota della forza governativa, che la
fonde in quell'altra ruota pi assorbente ancora, la burocrazia. Clero
e democrazia, burocrazia e democrazia, corpi costituiti nello Stato e
libert, saranno sempre delle antinomie. Il popolo si governa con
altra legge: l'affinit della razza e la coesione sociale degli
interessi. I vostri organismi parassiti esterni, alla superficie,
saranno sempre un intoppo, una difficolt, una causa di ritardo al
progresso. Perch le scienze vivono e progrediscono? perch sono un
prodotto individuale al profitto dell'interesse sociale. La religione
deve avere la medesima essenza, la medesima natura, il medesimo
carattere. Io non ne far altro.

La conversazione fu interrotta. Il re chiamava il ministro, e Don
Diego non pot entrare negli sviluppi pratici delle sue viste.

Re Ferdinando voleva sapere precisamente qual fosse l'opinione del
marchese di Sora sul carattere, i principii, i costumi, del nuovo
vescovo.

--Sire, disse il marchese, Don Diego Spani  un liberale, un
riformatore, ci che si chiama un rivoluzionario, ma e' non sar mai
un traditore. Gli spiriti limitati, che non hanno n spedienti, n
vigore nell'anima, n elaterio nella intelligenza, tradiscono. Le
nature potenti, i caratteri riccamente mobigliati, le anime tuffate
nel bronzo come quell'uomo l, sono essenzialmente generose. Essi
pigliano corpo a corpo la malattia, non il malato; essi correggono
l'amministrazione, non frangono i re e le dinastie; essi fanno della
religione un tonico non un veleno. Si pu confidare in tali uomini.
Essi sono, per la loro intelligenza, pi sicuri degli amici, i quali
mascherano il loro interesse sotto il nome dello zelo. Sire, io dico
altrettanto di Don Diego Spani che di me. Io so che ho la sventura di
non goder pi la fiducia di V. M. Ma la mia resistenza salva il trono;
la servilit stupida degli altri intercetta il giorno agli occhi della
M. V., la quale non vede allora n il male, n la conseguenza del
male.

--Voi andate al di l della questione che io vi ho posta, marchese,
crocid il re. Il vostro avviso dunque , che noi non commettiamo mica
un'imprudenza, confidando la direzione di una diocesi ad un uomo che
ha poca fede, poca morale, niuna simpatia pel nostro sistema di
governo e niun affetto pel nostro trono?

--Sire, rispose il ministro, questo nuovo vescovo, con cui ebbi or ora
un serio colloquio, ha certo poco o nulla di tutto ci che V. M. ha
enumerato. Ma io auguro alla M. V. parecchi vescovi di quella tempra.
Non avremo noi allora a preoccuparci n delle mene dei rivoluzionarii,
n dell'attitudine del papa, n degl'invadimenti dell'Austria: la
rivoluzione non avrebbe base nel Regno, e V. M. potrebbe tenere contro
l'Austria e gli altri principi d'Italia la parte che essi provano di
tenere contro la M. V.:--essere il pi liberale fra loro ed attirarvi
le simpatie degl'italiani, che si agglomereranno un giorno o l'altro
intorno ad una dinastia italiana. V. M. non sarebbe pi allora il re
di uno Stato, ma il re di una nazione.

--Voi divenite visionario, marchese, sclam il re con aria leggera,
accendendo un mozzicone di sigaro spento. Io non sono ambizioso. Io
non mi trovo male abbottinato di gi con nove milioni di sudditi?

--Sire, si tratta di non farseli strappare. V. M. non dice come Luigi
XV: Basta che ci duri quanto noi! Ora, non  questione del
presente, ma dell'avvenire.

--L'avvenire riguarda Dio, marchese.... ed il nostro esercito.

--Ahim! sire, sclam il marchese, io dir a V. M. come il cavaliere
Folard: Le potenze d'Europa hanno dei ben cattivi occhialini per non
vedere l'uragano che le minaccia!

--Mi consigliereste voi per avventura di sguinzagliare la _grande
vague_, come Necker chiamava gli Stati generali? Voi vorreste che io
accordassi una Carta, per esempio!

--Sire, un giorno o l'altro bisogner bene passar sotto quelle forche,
al passo con cui camminano le cose di Europa. Perci io reputo pi
saggio prevenire che esservi forzato.

--Giammai! grid il re. Voi vi obbliate, signore. Uscite.

Il re fece un gesto imperioso ed il ministro usc. Ferdinando and ad
inginocchiarsi ad un angolo e preg.

Il marchese sent la disgrazia pesar sul suo capo, e si rassegn. Egli
non voleva passare per traditore; si era deciso quindi ad essere
imprudente.

Quell'attitudine del marchese di Sora precipit gli avvenimenti.

Io non voglio narrare la storia di quella melensa rivoluzione e
biascicare altra politica. Proseguo dunque lo sviluppo del dramma che
vi si trova intralciato.

Dopo le indicazioni somministrate da don Domenico Taffa a monsignor
Cocle e da costui al conte di Altamura, e' fu facile scovrire la parte
che il P. Piombini aveva avuto nell'affare di Bambina, dell'episcopato
di suo fratello, e della sorpresa del complotto rivoluzionario per
parte del re. Il tradimento del gesuita divenne evidente: tradimento
contro il governo del re, a cui egli aveva celato il segreto;
tradimento contro il capo del suo ordine,--se tuttavia quel capo non
era un traditore egli stesso,--a cui il segreto era stato egualmente
involato; tradimento contro la regola dell'istituzione, oltraggiata
dall'amore di quel confessore per la giovinetta. Bisognava precisare
quel crimine, denunziarlo al generale dell'ordine e querelarsene. Il
re scrisse direttamente una lettera privata al Padre Rothaan.

Quella denunzia s grave, s dettagliata, venendo di cos alto,
portata in quel modo intimo, cadde come una granata sulla testa del
generale. Egli conosceva meglio del re lo stato delle cose del regno e
dell'Europa, e ne prevedeva le conseguenze. Imperciocch non vi 
rivoluzione presso un popolo cattolico che non si abbatta innanzi
tutto sulla Societ di Ges. Per la sola circostanza della situazione
politica dell'Europa, al mese di novembre 1847, la colpa del P.
Piombini pigliava le proporzioni immense di un delitto di leso-ordine.
Il padre Rothaan rispose immediatamente al re, che una soddisfazione
terribile gli sarebbe data. E' mand un agente segreto alla casa di
Napoli per istruire.

Il carattere del padre Piombini era di gi conosciutissimo sul
proposito delle sue tendenze verso le donne. Ma il segreto di Stato
nascosto al suo capo e confidato ad una ganza, rivelava un'altra
faccia di questa figura: egli simpatizzava per la rivoluzione,
vezzeggiava la caduta dei Borboni, l'unit italiana, l'abisso della
Societ di Ges, e ne violava le regole fondamentali,--la rivelazione
assoluta dell'anima al capo di questa Societ. Per il padre Piombini
una concubina passava dunque innanzi al generale, al re, agl'interessi
del papato, alla sicurezza dell'Austria, alla salute dei principi
italiani, all'esistenza della Compagnia di Ges? L'istruzione del
processo del padre Piombini fu condotta con prudenza, segreto e
riguardi. Ei non ne seppe nulla, ma ne ebbe il sospetto e non ne fece
caso. Ci prese tempo; per si venne a capo della verit.

Quando il generale fu padrone di tutta codesta verit, egli ordin
qualche misura contro il fratello ribelle, ma sempre con calma,
moderazione e saggezza. Il padre Piombini aveva portato all'ordine dei
milioni ed era uno dei quattro o cinque membri che ne formavano lo
splendore. Al primo avvertimento, cui il padre Piombini ricev dal
rettore di Napoli, egli gett affatto la maschera e tagli corto alle
pratiche. Scrisse al generale e gli signific la sua intenzione di
abbandonare la societ e di secolarizzarsi. Questo colpo scosse il
padre Rothaan. La secolarizzazione portava seco la restituzione della
fortuna che il conte Bonvisi aveva legata all'ordine. Un processo
forse. Un immenso rumore nel mondo. Della luce. Uno scandalo
spaventevole. Il generale riun la grande congregazione dell'ordine
per avvisare.

E avvisarono.

Infrattanto, la dimanda di secolarizzazione del padre Piombini seguiva
il suo corso.

In questo intervallo, Don Diego arriv a Roma. Il colonnello Colini,
che era in comunicazione col marchese di Sora, aveva saputo da costui
tutti i dettagli dell'impresa di Bambina. La non partecipazione di Don
Diego nel tradimento era stata accertata, e forse si era saputo anche
ci che la libert e la dignit episcopale del fratello costava alla
sorella. Si sent l'ingiustizia di tramutare in delitto pel prete la
piet santa della giovinetta. Don Diego fu dunque bene accolto dagli
esiliati napolitani a Roma,--e fra loro, dal colonnello, da Tiberio, e
dal marchese di Tregle.

Pio IX era stato istrutto dal nunzio di tutto ci che concerneva Don
Diego. Egli ebbe per conseguenza un momento la velleit di opporsi
all'unzione del vescovo. Le osservazioni dell'ambasciatore del re
l'addolcirono, forse gli fecero riflettere che non era quello il
momento di creare degli ostacoli e delle cattive intelligenze tra il
trono e la tiara, tra i principi italiani d'Italia ed il papato. Il re
aveva impegnata la sua parola: Don Diego doveva essere vescovo ad ogni
costo, salvo a corregger poscia l'errore della ragione di Stato con la
severit della giustizia. Il papa conobbe egli l'intero pensiero del
re? Vi  luogo di crederlo. Vi  luogo a dubitarne. Ad ogni modo, Pio
IX non volle ricevere Don Diego, e la consacrazione fu compiuta dal
cardinal vicario o dal decano.... Don Diego non se ne inform neppure.

Don Diego non si preoccup nemmeno del contegno di Pio IX. Egli aveva
contribuito la sua buona parte alla creazione di questo idolo,--il Pio
IX rivoluzionario che riscald l'immaginazione della democrazia
europea nel 1847. Egli conosceva dunque il valore intrinseco del
_poticke_ del papato liberale. Si ferm qualche settimana a Roma per
visitare le antichit, i musei, le chiese,--dal punto di vista
dell'arte,--e s'intrattenne con i numerosi liberali accorsi a Roma da
tutti i punti d'Italia e quivi riuniti, chi per adorar _ficuli
truncus_, chi per metterlo a partito, chi per studiarlo, ed altri--gli
esiliati--per scandagliarlo. Don Diego vide allora ci che gl'italiani
non han compreso di poi che Roma in quei d era la loro necropoli e
non la loro capitale; che non vi erano pi romani ma sudditi del papa,
salvo qualche eccezione, e che quella citt non potrebbe aver vita, se
pur vivesse, che mediante la trasfusione del sangue delle altre citt
italiane.

Le nuove della salute di Bambina lo rassicuravano; prolung il suo
soggiorno. Egli non vest la sottana cremisina episcopale onde essere
pi libero. Vide moltissime persone. Parl con franchezza; ed
avvegnach spiato, e lo sapesse, non si cel. Egli aveva compreso
immediatamente, trovandosi in contatto con la genia curiale romana
ch'egli era arrivato a porto, che aveva attinto l'apice a cui potesse
sperare, e che qualunque fosse la tesa delle sue ali, eragli
interdetto d'innalzarsi pi su. Egli era radicalmente incompatibile
col mondo romano vaticanesco. Si sent allora umiliato di aver covato
tanta ambizione, d'averla per s lungo tempo carezzata, per cos poco.
Egli si ricordava, arrossendo, la notte fantastica che aveva passata
quando Bambina gli disse: Tu sei vescovo! povera diletta! promettere
il cielo ed ottenere in iscambio uno steccadenti! Fortunatamente
che....

Egli ruminava codesto, contemplando in S. Pietro la statua di Giove
umiliata a rappresentare il _principe degli apostoli_. Il rumore di
due grucce risuonando sulle lastre di marmo della chiesa gli fece
volger la testa. Riconobbe il colonnello Colini, in compagnia di don
Gabriele, l'ex-attore dei pupazzi e di un gesuita francese chiamato il
P. Buzelin. Parlarono di arte, di religione, di politica. Don Diego
sembrava ritenuto dalla presenza di quel gesuita, amico del
colonnello, ma cui egli non conosceva. Non dissimul pertanto il suo
giudizio sulla basilica di san Pietro. Egli trovava che il berretto di
Michelangelo era troppo grande per covrire il papato _per la grazia
dei re_, quale era escito dal congresso di Vienna,--una Chiesa
cattolica sotto la protezione e la sorveglianza della polizia e della
gendarmeria dell'Austria. Sembra un vaneggiamento! L'Austria del 1847
fu poscia surrogata dalla Francia. E questa nazione tiene oggi nel
mondo morale il posto della Spagna e dei principi italiani di
quell'epoca! C' da ghignare al muso del progresso. A quel tempo,
malgrado ci, non si parlava ancora della Francia. Berryer non aveva
ancora strappato dalle canne di Rouher il famoso _jamais!_ che fece
palpitar di gioia il cuore cosmopolita della mogliera del vincitore
nobilissimo di Solferino. Thiers non aveva ancora dichiarata la guerra
_in petto_ all'Italia, recitando innanzi allo specchio la parte di un
Goffredo del papato. Don Diego trovava altres che san Pietro era
troppo grande, per ripercuotere per fino gli echi di una assemblea
nazionale italiana. Di maniera che quel monumento sorpassava le
proporzioni del suo destino presente e futuro.

--Ah! soggiunse poscia il vescovo di Satana, ah! se la Chiesa
cattolica divenisse un giorno la chiesa democratica, senza papa ma con
dei concili periodici, voce di libert, elemento di civilt, forza del
progresso, andando di pari passo con la scienza, armonizzando i suoi
dogmi con la ragion pura, rigettando tutta la scoria ridicola dei
passati secoli, una chiesa cristiana filosofica, insomma non pi la
Chiesa romana.... oh! allora S. Pietro sarebbe un tempio degno del Dio
qualunque che vi si adorerebbe.

--Avete ragione, sclam il P. Buzelin. Ma ci non sar mai. Il trono
uccide l'altare, e l'altare rovescia il trono: ecco la legge
dell'avvenire. I re che mangiano del papa, come della santa ostia,
muoiono arrabbiati; ed i papi che maledicono alla resurrezione dei
popoli, al soffio del libero pensiero, crepano idrofobi.

--Tanto meglio allora, grid Don Diego, perocch vi  una cosa che mai
non muore: il popolo il quale sar sbarazzato da queste due barriere,
Gregorio VII e Carlo Magno....

Si lasciarono. La polizia romana, che sorvegliava tutti i passi di Don
Diego, riferiva al ministro di S. M. siciliana i sentimenti sovversivi
ed i gusti poco ortodossi del neo-vescovo. Il ministro fece
significargli ch'egli avesse a partir di Roma il pi presto possibile,
poich la diocesi reclamava la sua presenza. Se Don Diego non avesse
contratto dei debiti col canonico Pappasugna, se avesse avuto un po'
di fortuna per vivere indipendente, se a Roma stato vi fosse un posto
per lui, egli avrebbe certo chiamato Bambina e Concettella appo di s
e non sarebbe pi tornato a Napoli. Ma i suoi impegni, la sua povert
lo spronavano. Bisogn decidersi a partire. Ne fiss dunque il giorno
e dimand un'udienza al papa.

Pio IX non pot dispensarsi dal riceverlo, senza gettare della
sconsiderazione sopra s stesso, sconsiderando il vescovo appena
consacrato in nome suo. Ma, d'altra banda, volendo evitare lo
scandalo, lo ricev la sera, in privato, a tu per tu. Pio IX, a volta
sua, era curioso d'intrattenersi con un vescovo _mazziniano_, come
egli diceva, nominato da un re che gli portava il broncio.

L'aspettativa del papa fu ingannata.

Don Diego si mostr rispettoso per quel _papa-travicello_, diceva
egli, e severamente discreto. Imperocch, a certe altezze, l'aria 
talmente rarificata che la percezione dei suoni si perde. Ai
rimproveri di Pio IX, egli oppose il silenzio. Pio IX non avrebbe
compreso la sua giustificazione. Perch, partigiano della
consustanzialit come un papa deve essere, egli non avrebbe ammesso
giammai che Don Diego fosse uomo e vescovo nel tempo stesso, ch'egli
potesse lasciare libero giuoco ai congegni individuali e compiere le
funzioni episcopali con la dignit e la severit cui il rispetto di s
stesso gl'imponeva. Questa dualit nel prete, riconosciuta dai
protestanti, respinta dai cattolici,  inerente alla natura umana, e
salver forse il cattolicismo, il giorno in cui essa non sar pi
contestata. Don Diego si restrinse a dire partendo:

--Santo Padre, io far il mio dovere, secondo Ges Cristo.

La partenza doveva aver luogo il d seguente. A quell'epoca si
viaggiava per la diligenza che faceva il servizio della posta due
volte per settimana. Per non compromettere il vescovo in faccia alla
corte napolitana, n il barone di Sanza, n il colonnello Colini, n
il marchese di Tregle andarono a dirgli addio all'uffizio della
diligenza. Gli mandarono i loro complimenti per mezzo di don Gabriele,
il quale, avendo accompagnato il marchese di Tregle in qualit di
cameriere o d'intendente, aveva ottenuto il permesso di ritornare a
Napoli.

Don Gabriele aveva la nostalgia dei suoi pupazzi. Egli aveva provato
di far gustare ai romani il suo teatrino ambulante che dava il
farnetico ai napoletani, ma non aveva avuto alcun successo. Aveva
quindi preso Roma in uggia.

Si caricavano gi i bagagli sulle vetture, i viaggiatori erano gi
riuniti, quando il P. Buzelin arriv. Egli cercava degli occhi Don
Diego. Lo scorse in fatti, ma favellando col segretario
dell'ambasciata di Napoli. Ebbe un movimento di viva contrariet. Don
Gabriele che gironzava intorno alle carrozze, sorvegliando il carico
del bagaglio del vescovo, riconobbe il gesuita, cui aveva sovente
visto in compagnia dei suoi amici. Si avvicin dunque e gli dimand:

--Padre riverendissimo, avete bisogno di qualche cosa da Napoli?

--Che? partite anche voi?

--Ah! per bacco, s! sclam don Gabriele, e cominci a zufolare il
ritornello di una canzone napolitana in voga: Napole bello mio!....

Il gesuita rest pensieroso un momento, poi riprese:

--Vorreste rendermi un servigio?

--Due, tre, e tutta la mezza dozzina, se posso farvi piacere.

--Ascoltate. Io ho una lettera da mandare ad uno dei miei amici del
Ges Nuovo. Non voglio confidarla alla posta. Vorreste voi
incaricarvene?

--Datela qui.

--Ma il servizio ch'io vi chiedo  questo qui. Appena metterete il
piede sul lastrico di Napoli, voi non andrete a casa vostra, fosse pur
vostra moglie, vostra figlia, o vostra madre che vi aspettino.
Prenderete una vettura e vi renderete immediatamente alla chiesa del
Ges. Se il padre Piombini  al suo confessionale, voi vi avvicinerete
senz'altro a lui e gli darete la lettera dicendogli: Leggete
all'istante, pi presto che all'istante! Se la chiesa  chiusa,
andrete al parlatorio e lo farete chiamare dicendo che voi vi nomate
Marco Savelli. Egli verr immediatamente, e voi gli rimetterete la
lettera.

--Io compir punto per punto il vostro desiderio.

--Me lo promettete voi?

--Voi potete contare su di me come su i vostri amici, il colonnello ed
il marchese.

Il gesuita si tacque un momento e riflett se doveva o no soggiungere
altra cosa, poi sclam, gettando un profondo sospiro e dando la
lettera:

-- quistione di vita o di morte. Compite esattamente le mie
istruzioni.

--Voi stesso non fareste n meglio n pi presto, rispose don
Gabriele.

Si fece l'appello dei viaggiatori. Don Gabriele si arrampic
all'imperiale; il P. Buzelin rest immobile a guardarlo. La vettura si
mise in moto. Il gesuita fece un segno a don Gabriele come per dirgli:
Ricordatevene: quistione di vita o di morte!

Don Gabriele rispose al segno e scomparve.




XXV.

L'appuntamento della mezzanotte.


Il P. Piombini sentiva qualche cosa di fatale pesare sul suo capo.

L'atteggiamento dei suoi superiori e dei suoi confratelli non era
punto cangiato in apparenza. Non gli avevano fatto alcun rimprovero.
Gli profferivano gli stessi riguardi. Gli si lasciava la stessa
libert. Esercitava le medesime funzioni. Solamente il rettore lo
aveva avvertito che la sua condotta era stata segnalata a Roma ed
aveva provocato dei reclami. Bisognava quindi circondarsi delle pi
grandi precauzioni, ritenersi un cotal poco.

Il P. Piombini aveva accolto l'avvertimento con umilt; aveva risposto
che la sua coscienza non provava alcun rimorso, ed aveva formulato la
dimanda di uscire dall'ordine, poich aveva perduto la confidenza e la
stima dei suoi superiori.

La calma si ristabil; ma l'emanazione magnetica delle anime che lo
circondavano agiva su di lui e lo penetrava. Un nugoleto nero si
abbassava poco a poco, si addensava, si restringeva e lo rinchiudeva
in qualche cosa di cieco e senza uscita che gli tagliava il respiro.
Egli conosceva la storia segreta della Societ. Egli ne conosceva le
regole, la procedura, il codice, i mezzi di profferire e di eseguire
le sentenze. Egli sapeva che la sua posizione si aggravava a causa
della grossa fortuna portata in dote alla compagnia, per ordine del
duca di Modena.

Egli sospettava dunque tutto, spiava e studiava tutti gli sguardi,
ascoltava tutte le parole bisbigliate, osservava tutti i passi e tutto
ci che lo circondava, dormiva poco, si svegliava a sobbalzo al minimo
rumore, mangiava e beveva tremando, parlava di raro, fuggiva il
consorzio dei suoi confratelli ed accelerava la sua messa in
libert--la secolarizzazione.

Questo stato di spirito, questa situazione minaccevole, la malattia di
Bambina, avevano prodotto una certa diversione al compimento delle
gioie del Padre Piombini, ma tutto ci non aveva di guisa alcuna
diminuito il suo amore. Al contrario, questo amore ingrandiva in
ragion diretta dello sforzo, del pericolo, delle difficolt, dei
ritegni, dell'aggiornamento, ed avendo cominciato da un semplice
appetito dei sensi aveva finito con l'estasi dell'anima.

Il ritorno alla salute di Bambina, la risposta del P. Rothaan che la
secolarizzazione sarebbe accordata se il socio persisteva a dimandarla
dopo pi matura riflessione, avevano precipitata la crisi. Il P.
Piombini aveva reiterata la dimanda di lasciar la Compagnia di Ges,
senza fare la minima allusione alla sua fortuna, onde scartare gli
ostacoli e le lungaggini, ed era uscito due volte per andare a vedere
Bambina.

Quest'ultima circostanza era stata comunicata per corriere espresso a
Roma, ed il P. Rothaan aveva consultato il consiglio dell'ordine, se
bisognasse per sopire lo scandalo, prevenire il male, evitare un danno
alla Societ, e, _ad majorem Dei gloriam_ e per l'onore della chiesa,
lanciare il fulmine sul capo della maliarda.

La maggioranza del Consiglio aveva opinato, con aggiustatezza, che la
morte della giovinetta aumenterebbe ed aggraverebbe il parossismo; che
l'amore non muore che di pletora e di saziet; che, Bambina morta, il
P. Piombini odierebbe la Societ la quale l'aveva uccisa e cercherebbe
farle il massimo male; che il delitto poteva essere provato....
insomma, prevalse l'avviso che bisognava lasciare in vita la ragazza
ed il P. Piombini libero, onde guarisse il suo amore con l'amore,
salvo a....

Quel _salvo a_, restato in bianco nella decisione del Consiglio, era
la fatalit di due vite.

La partenza di Don Diego, il dolore di Concettella,--divenuta tetra e
funebre, sapendo qual sorte si librasse sul capo del suo
amante,--immersero Bambina nella solitudine. Le visite del P. Piombini
non l'avevano sollevata. Il gesuita aveva svegliato in lei la donna,
egli le aveva fatto intravedere dei pianeti incogniti nell'infinito
dell'amore, ma non l'aveva sedotta. Bambina sarebbe stata felice di
averlo per amico; come amante, lo abborriva.

All'et di Bambina, nello stato verginale del suo corpo,
nell'ignoranza dei misteri del piacere, l'amore  ancora un fiore ed
un incanto dell'immaginazione. Gli  pi tardi ch'esso sconvolge il
cuore ed i sensi. Bambina non poteva dunque concepire l'amore sotto la
forma, sotto le vesti di un gesuita. D'altronde non aveva essa
carezzato il fantasima, sotto l'immagine del barone di Sanza, bello ed
elegante giovanotto? Il gesuita non possedeva la lingua immaginosa
della passione falsa o superficiale. Il suo amore profondo e vero lo
rendeva laconico. Un uomo che ama sinceramente, potentemente, non
trova altra cosa a dire che: Io ti amo! Un amore gassoso si spande in
frasi, tropi, immagini, eccessi, si inebbria non potendo
identificarsi.

Ma il P. Piombini portava in lui una significazione terribile: era una
scadenza! La sua presenza ricordava a Bambina il motto spaventevole
che aveva pronunziato: La vostra anima per il mio onore! Il gesuita le
aveva abbandonato l'anima. Bambina non ignorava ch'egli aveva
compromesso ancora pi: la sua vita, la sua considerazione, il suo
dovere, e che correva formidabili pericoli. Ed ella? aveva ella tenuto
la sua promessa? Il delitto, il male, hanno anch'essi il loro onore.
Ella mancava all'onore ingannando quell'uomo, che avrebbe potuto
esigere un pagamento anticipato,--ed ella avrebbe pagato,--e se n'era
rimesso alla lealt di lei. Abusarne non era dunque infame? Ella aveva
presentato la sua mano all'addentellato, la macchina l'aveva
acciuffata; era mestieri passarci tutta intera.

Ecco ci che ruminava Bambina nella sua scura cameretta e sul suo
letto della febbre, non osando confidarsi ad alcuno per alleviare il
suo cervello oppresso ed irritato, non mangiando, non dormendo che con
l'aiuto di una pillola di morfina, cui Concettella andava a cercarle
ogni sera. Giammai creatura umana non sospir tanto la morte per
affrancarsi. La morte era una soluzione.

La sua innocenza le celava la gravit della profanazione materiale
della sua persona. Ella non scorgeva nel pagamento del suo debito che
un'idea vaga, indefinita, incommensurabile pertanto: la deflorazione
morale dell'anima! Ci aggravava la sua catastrofe e la spingeva alla
disperazione.

Bambina infine era guarita. Si era alzata. Lo si crederebbe? La prima
volta che usc and ad inginocchiarsi al confessionale del P.
Piombini.

Ella non trov nulla a dirgli; e non fu anzi che ascoltando la voce
profondamente commossa del gesuita, il quale le domandava conto di sua
salute, ch'ella si avvide ove fosse. Trem e pianse. Il P. Piombini
non le fece la minima allusione al suo amore. Bambina si limit a
ringraziarlo. Di che? Perch? Eccoli alla quistione. Il gesuita
ringuain la sua logica e le disse per addio:

--Figliuola mia, attendo oggi o domani il risultato di una pratica
gravissima che ho fatto. Domani sera, a mezzanotte, verr a
parteciparvelo. Ci _ci_ riguarda.

--A mezzanotte! sclam Bambina. Ma Concettella  l.

--Che importa? rispose il gesuita. Quando si spianano delle
montagne,--ed  questo ch'io sto facendo,--non si guardano i piccoli
mucchi di terra che le talpe innalzano in un giardino.

--Ma che avete voi a dirmi!

--Nulla, in questo momento; perocch io non sono sicuro di nulla.
Forse una notizia inebbriante domani a sera. Verr.

E senza aspettare altra risposta dalla giovinetta, il P. Piombini
chiuse lo sportellino del graticcio ove era Bambina ed apr quello del
graticcio opposto per udire un'altra confessione.

Le ore che seguirono, fino alla mezzanotte del d seguente, furono
spasmodiche per la giovinetta e pel gesuita,--per la giovinetta sopra
tutto. Ella si credeva intimato il pagamento del suo debito. Il
momento di confidarsi a Concettella era arrivato.

Bambina raccont tutto alla concubina di suo fratello, piangendo,
desolandosi. Concettella pianse con lei e prov di consolarla. Che
poteva ella? indor il malanno e, per piet, glielo present sotto un
aspetto cui Bambina non aveva neppure sospettato. Concettella non
riusc ad ammaliare lo spavento di Bambina, ma ne scongiur gli
spettri fantastici.

--Tutte le donne passano per codeste prove, disse Concettella. Fra
mille, non vi  forse che una sola giovinetta che si dia; le altre
tutte subiscono la violenza della sorte sotto il nome di marito punto
amato o di amante che le circostanze c'impongono. Lo scioglimento del
dramma o dell'idillio dell'amore si fa sempre nelle lagrime che colano
o che si bevono, raramente sboccia nella gioia. Poi segue la
rassegnazione, celando il male, e si spera la liberazione,
l'amore-amato, l'amore-amante.

--Giammai, grid Bambina.

--Che volete che io vi dica, allora? sclam Concettella. Io vi
racconto la mia storia e quella di qualche persona che ho conosciuto.
Io sono una ignorante. Vi sono forse delle scappatoie pi accettabili
e pi gradevoli. Non lo ricevete dunque.

--Lo posso io? grid Bambina con accento lacerante. Non sono io
impegnata?

--Allora, ascoltate le sue proposizioni e aggiornate, aggiornate....
chi sa? Bisogna credere ai miracoli poich la nostra santa madre, la
Chiesa, ci crede. Volete voi che io gli parli, a questo innamorato
frettoloso?

--No. Non inganni ignobili. Gli parler io. Io sar sola con lui. Io
non posso sperare qualche cosa che dalla sua generosit. Se
naufrago.... ebbene, io so, dal primo giorno in cui mi promisi, come
affrancarmi con una forza maggiore da una forza maggiore. E' mi vuole?
egli m'avr.... se l'osa.

--Ah! se vostro fratello fosse qui....

--Mio fratello? egli  vescovo.  meglio poi che egli sia a Roma che
qui. Io vorrei pertanto vederlo ancora una volta!....

Ella ruppe in un dirotto pianto ed and a rinchiudersi nella sua
cameretta.

Bambina non era pia, tuttavia ella preg, ella sper.

La notte venne. L'orologio della chiesa vicina cominci a snocciolare
le ore. Ogni colpo di martello batteva al cuore della povera creatura
e lo piagava. Infine, mezzanotte suon pure. Al punto stesso,
l'appartamento risuon di un tocco discreto del campanello.

--Eccolo! grid Bambina, balzando dal seggiolone, come se fosse stata
toccata da un ferro rovente.

--Eccolo! ripet Concettella. Che bisogna dunque fare?

Bambina riflett un istante, poi ordin a Concettella:

--Entra nella mia camera e tienti svegliata. Se grido, accorri.

Concettella si rinchiuse nella stanza di Bambina e questa and ad
aprire.

Era infatti il padre Piombini vestito da laico.

Se egli non avesse detto con una voce penetrantissima: Grazie! oh
grazie! Bambina non lo avrebbe riconosciuto. Sembrava bello e giovane.
Egli prese la mano madida della giovinetta e la sent tremare. Egli
appoggi le sue labbra sulla fronte di lei, e la sent fremere.
Bambina lo condusse nel salotto cui aveva illuminato meglio del
solito. Il lume raddoppiava il prestigio meraviglioso della sua
bellezza. Ella fece sedere il gesuita sul canap e rest in piedi. Si
guardavano entrambi stupefatti. Bambina vedendo il conte Bonvisi, ed
il padre Piombini vedendo la donna sotto il riflesso magico che le d
quasi dell'ideale, la luce delle fiaccole. Infine, il gesuita grid
con tuono precipitato, quasi avesse avuto fretta di annunziare le sue
belle nuove:

--Figliuola cara, io sono felice. I miei negoziati sono riesciti. Un
naviglio da guerra americano  giunto in rada stamane. Uno dei miei
penitenti mi aveva di gi ottenuto dal ministro americano un ordine
d'imbarco. La pratica  stata condotta col pi grande segreto, al
confessionale, per istornare l'osservazione de' miei confratelli. Il
ministro americano mi aspetta in casa sua.... che dico? ci aspetta,
dimani sera.... nella notte di domani. La sua carrozza sar nella
strada S. Sebastiano, alla mia porta, ai miei ordini. La sua vettura 
inviolabile ed il segretario dell'ambasciata vi si terr dentro.
Costui  pure ai miei ordini. Io uscir dal Ges Nuovo alle undici e
verr qui alla porta. Io voglio essere qualche ora con te, essere
tutto a te, averti tutta a me.... Poi ti presenter al ministro
americano come mia moglie. Io abiuro. Io mi fo protestante. Ci
mariteremo innanzi al console americano. Partiremo per l'America sul
naviglio da guerra che  nel porto. Rinnovelleremo il nostro
matrimonio solennemente a New York. Ecco ci che ho potuto fare.
Vostro fratello  istrutto delle mie pratiche. Io non ho che questo a
dirvi.

Vi era nell'accento del padre Piombini qualche cosa di cos
penetrante, di cos toccante, che Bambina non trov nulla a
rispondere. Ella vedeva quell'uomo sotto una luce nuova, al fisico
come al morale. Il gesuita non esisteva pi che quasi come una memoria
benefattrice. L'ammirazione, il rispetto, la riconoscenza, un fascio
di sentimenti femminini nuovi, qualche cosa di incognito e
d'indefinito che circolava nelle sue vene ed ossidava il suo sangue,
un'aureola iridata e vagabonda che solcava il suo guardo interiore,
paralizzavano la sua lingua, precipitandovi motti incoerenti e
tumultuosi. Il gesuita interpret quel silenzio in cattiva parte.
Credette comprendere che ci che aveva fatto non bastasse per la
giovinetta e soggiunse:

--Nel mondo, io era un giorno il conte Bonvisi. Se ci vi sorride
meglio che il pastor protestante, noi possiamo fermarci in
Inghilterra. Io reclamer la mia fortuna. Lasciando la Societ, la mia
fortuna considerevolissima mi ritorna, io farei qualche sacrificio per
evitare un litigio. Il padre Rothaan  savio. Egli preferir
conservare alla Societ cinque o seicentomila franchi e restituirmi il
resto, facendomi passare come partito per la missione della Cina o del
Giappone,--l donde non si ritorna mai o si ritorna carcame di
martire. Egli sa che pu fidarsi di me.  uomo da comprendere una
passione. Nondimeno, se l'avidit lo accieca.... ebbene, tanto peggio;
lo scandalo ricada sulla Societ. Al postutto, io ho ragione.

Bambina taceva sempre ed ascoltava. Il Padre Piombini continu:

--Voi trovate forse che io non ho fatto abbastanza per voi. Piaccia a
Dio non troviate un giorno che ho troppo fatto.

--Come ci? sclam Bambina provando come una scossa al cuore.

--Ebbene, s, che m'importa alla fine quantunque ei si facciano,
purch io mi abbia una settimana, un giorno, un'ora di amore, che io
mi sia felice ancora una volta nella vita mia, che io vi lasci felice
e ricca? Io vi porter domani una donazione di tutti i miei beni per
assicurare, ad ogni evento, il vostro avvenire. Io li conosco. E' non
mi lasceranno godere di ci che essi addimandano il mio tradimento. I
miei giorni sono contati. Ma io non me ne curo. Dovunque noi andremo,
ci scopriranno e ci acciufferanno. Io non ho paura che per te.
Consentiranno essi che tu viva, sapendoti mia erede? In America, in
Inghilterra, in Francia, ai poli, nel fondo delle miniere
dell'Altoi.... essi saranno dietro a noi. Il loro braccio  lungo,
essi raggiungono tutti, dovunque, infallibilmente. Non sono stato io
loro istrumento nell'affare del marchese Mascara? cinque persone di
una medesima famiglia sterminate in meno di sei settimane per
appropriarsene l'eredit, e la giustizia rest immobile e cieca! Ma io
sono rassegnato anzi tratto. Io ti amo. Averti a me, non fosse che per
un giorno, e poi morire guardandoti, stringendoti sul mio cuore,
santificato dall'alito tuo che sar come l'aura delle ali degli
angeli. Dio mio! se io potessi ascoltar la tua voce che mi dicesse: io
ti amo! se io potessi sentir le tue labbra sorbire l'anima mia con
l'ultimo mio sospiro!

--E voi avete affrontati simili pericoli per amor mio? mormor
Bambina, quasi parlasse a s stessa, con voce sommessa e lenta. Voi
correte di codesti rischi per amarmi? Ed io che mi credeva eroica!

--Bambina, non farmi soggiungere parole che all'et mia, nella mia
persona, nella bocca di un uomo non amato sembrerebbero vaneggiamenti,
e che turberebbero la tua anima, se tu mi amassi. Ordina ci che debbo
fare per piacerti. Esprimimi il desiderio pi esorbitante cui un altro
uomo potesse soddisfare,--fosse anche il re, fosse, pi ancora, il
generale dei gesuiti.... sar esaudito: e deduci da ci la grandezza,
e l'immensit dell'amor mio. Il sacrifizio della mia vita non  il
sacrificio pi grande ch'io ti fo. Tu mi hai dimandata la mia anima?
io te l'ho prostrata sotto i piedi. Non sono io apostata? vale a dire,
non ho io mancato alla mia parola di prete, al mio onore di
gentiluomo! Io non metto in conto la religione cattolica: io ne ho
un'altra. Mi forzarono ad entrare nell'ordine, ed io mi ebbi la
vigliaccheria di preferire la vita ad una menzogna. Ma la mia lealt
di uomo, la mia parola di gentiluomo sono ora maculate. Io ho tradito
la loro confidenza. Ebbene, credi tu, figliuola mia, che il sacrifizio
del tuo onore, quando anche me lo avessi tu fatto, sarebbe stato pi
grande del mio?

--Oh! no, no, grid Bambina esaltata. Prendimi: eccomi a te.

--Che? sclam il gesuita, levandosi di soprassalto poi ricadendo. Oh!
no: non slanci di entusiasmo. Io non mi vanto di quello che ho potuto
fare. La sola gioia della mia vita  di avere avuto qualche sacrifizio
a metterti ai piedi. Come ho io riposato tranquillo di poi! come mi
sono sentito alleviato! come mi sono trovato autorizzato a dimandarti
qualche cosa,--un tesoro, un mondo! l'amore. L'amore? io ne conosco il
prezzo. Tu saprai un giorno ci ch'esso mi ha costato in giovinezza,
quando io era uomo del mondo. Fregare il mio zamberluccaccio di frate
alla veste serafica della tua verginit.... oh Bambina! io sono il
niente.

--Io vi attendo domani sera, susurr Bambina: voi mi troverete alla
vostra altezza.

--Diletta figliuola, diletta figliuola, grid il gesuita cadendo ai
ginocchi della giovinetta e baciandole le mani, le vesti, i piedi: non
mi dare il delirio. Che? tu mi amerai un giorno? Che? la mia lugubre
sottana non ti ripugna e spaventa? Che? tu consenti a dividere la mia
esistenza, la mia gioia, i miei pericoli, le mie speranze? Che! tu
vuoi identificarti con me? essere a me tutta intera, senza riserbi,
senza apprensioni, senza ritardo, spontanea, del tuo cuore? Oh, mio
Dio! grazia. Lasciami vivere un giorno solo nelle sue braccia, e poi
disponi del mio corpo e dell'anima mia!

Bambina lo rialz. Egli l'attir sulle sue ginocchia e la coperse di
baci, diventando fanciullo, sciogliendone le treccie, esaminando le
mani di lei, e gli occhi, volgendo il di lei viso per lambirne
l'espressione varia secondo i riflessi della luce, chiudendone la vita
fra le sue quattro dita, palpando la finitezza dei capelli, sorbendo
la soavit dell'alito, l'armonia del profilo, l'attonita, profonda,
immensa, limpida espressione dello sguardo, e sclamando ancora:

--Bella, bella, divinamente bella!... E tutti quei tesori sono miei,
non  vero, Bambina? a me, a me solo, a me il primo? Il tuo cuore mi
ha dunque compreso? esso ti ha dunque parlato? tu non ami pi quel
meschinello di barone che ti squadrava dall'alto del suo empireo del
quarto piano? Domani sera.... no, io verr alle undici, se posso.
Passeranno desse queste ore di agonia? Come sei bella! diletta
figliuola; oh! come io ti amo, ti amo, ti amo a morirne. Non lo senti
tu che io ti amo? Ma tutti, tutti hanno ci letto sulla mia fronte,
negli occhi miei:  una corona di fiamme.

--Ditemi che non correte alcun periglio; ho bisogno di averne la
certezza. Sarei dunque io che vi ucciderei, se coloro vi
assassinassero, sarei io? sarebbe a causa di me.... di'?

--Non pensare pi a ci, fanciulla diletta. Io l'ho obliato. Ove tu
sei. Dio , ed io non veggo neppure la mano della morte. Che m'importa
di essi oggimai? Che mi pugnalino, che mi avvelenino, che mi
strangolino.... cosa  codesto? che mi fa ci, se io ti ho sentito
nelle mie braccia come ti sento ora, se io ho baciato i tuoi occhi, le
tue guance, le tue labbra? Morirei mio Dio! ma e' sar la gioia che mi
uccider, non coloro.

--Ma insomma, insist Bambina, preoccupata, non accorgendosi neppure
che il suo amante la divorava di baci,--ma insomma, senza me, senza
questo amore, voi non correreste alcun rischio? Me sparita, vi
lasceranno essi vivere?

--Diletta, diletta figliuola, non pensare pi a codesto. Non te l'ho
io detto? Essi sono impotenti a colpirmi al cuore se io ti avr avuta
un sol giorno, uno solo, che io avrei passato tenendoti sul mio petto.
Ebbene, s. E' mi assassineranno per conservare la mia fortuna. Ma se
io la lascio loro? Saranno forse soddisfatti. Ma che mi uccidano pure:
io ti amo, e morr vicino a te. Io avr goduto le feste divine del
cielo. Il paradiso  amore.

Bambina appoggi il suo capo sulla spalla del conte Bonvisi e gli
bisbigli all'orecchio:

--Ti aspetto domani.

Il padre Piombini se la strinse sul cuore e sent le labbra di Bambina
palpitar sotto le sue. E' si lev subitamente: la vertigine lo
guadagnava.

Un quarto d'ora dopo e' partiva, e Bambina rest immersa nei sogni.
Poi, tutto a un tratto, ella si alz e corse nella sua camera ove
Concettella si era addormentata. Bambina la mand a coricarsi e frug
nei tiratoi del suo stipo donde cav fuori una scatoletta cui apr. La
scatoletta conteneva una quindicina di pillole di morfina, cui ella
aveva fatto comprare per darsi ogni sera un poco di sonno e cui aveva
conservate. La scatoletta scomparve nella sua tasca.

Bambina si coric e dorm.

Ella aveva preso una risoluzione.

Bambina pass la mattina del d seguente a scrivere a lady Keith, al
principe di Schwartzemberg ed a suo fratello. Era quel giorno appunto
che la diligenza di Roma arrivava a Napoli ed in cui Don Diego sarebbe
giunto se non si fosse fermato a S. Germano per visitare il famoso
monastero di Monte Cassino. La lettera a suo fratello era la pi
corta. Essa spiegava in una parola la crisi che si era operata nel
cuore della fanciulla e la di lei grandezza d'animo.

Caro fratello, diceva quella lettera, Concettella ti dir tutto ci
che  occorso. Io ho amato, in un secondo; io ho amato per qualche
ora. Mi sono data a lui con estasi. Ho voluto renderlo beato;
conoscere io stessa l'amore. Ma come, me vivente, i gesuiti lo
avrebbero ucciso, io ho cessato di vivere, affinch lo lascino vivere
e gli perdonino. Io non potevo fare meno per lui che per te: a te
l'onore, a lui la vita. A dio! in dio!

La giornata scorse nella massima calma. Bambina mangi, rise, scherz,
confess il suo amore pel gesuita a Concettella, parl di lui, fu
sfrontata di curiosit femminile da far arrossire Concettella. Ella
voleva piacere, dare in due ore tutto ci che l'amore pu dare in
dieci anni, godere, ubbriacare, inebbriarsi ella stessa di
quell'incognita che addimandisi volutt, morire nella febbre, nel
delirio nella follia.

La notte giunse. Bambina sollecitava le ore coll'ansiet.

Dalle dieci, si mise alla finestra per vedere arrivare la vettura che
lo conduceva a lei. Tutto l'appartamento era vivamente illuminato,
ornato di guastade di fiori. Ella si era vestita il meglio che aveva
potuto e saputo, quasi che il fiore splendidissimo ed effimero del
_cactus grandifloris_ avesse avuto bisogno dei cenci di una cucitrice.
Si scollacci senza modestia, si profum. Voleva tutto offrire, tutto
mostrare, tutto dare, senza riserbo. Non si apparteneva pi. E non
sapeva tenersi cheta.

Alle undici, come il conte Bonvisi aveva detto che sarebbe forse
giunto a quell'ora, Bambina si pose alla finestra, ed una fiamma le
sal dai piedi alla testa, le scese dalla testa ai piedi. Il desiderio
dell'infinito illuminava la sua serafica bellezza. Alle undici e mezzo
il vico era deserto, il silenzio dovunque, i passanti rarissimi nella
strada di Forcella, all'estremo dell'angiporto. I dodici colpi di
mezzanotte vibrarono. Allora Bambina rientr e chiuse la finestra.
Ella mand Concettella a coricarsi e ritorn nel salone. Un rumore
lontano, una vettura che passava nella strada di Forcella, arriv a
lei. Bambina salt in piedi, cav fuori la scatola della sua tasca ed
inghiott una dopo l'altra le quindici o sedici pillole di morfina che
conteneva. Ella respir alla fine.

--Ho quattro o cinque ore di vita a dargli, mormor essa--poco esperta
in tossicologia--tutto a lui, tutto, tutto, tutto. Dio, mio Signore,
non turbare la mia gioia con le torture della morte.

Ella si assise, tese l'orecchio ed.... aspett.

Il Padre Piombini non venne.




XXVI.

Peste sia degli artisti!


Don Gabriele era arrivato alle dieci del mattino, quel giorno stesso
che doveva terminare in modo cos lugubre per Bambina. La diligenza
aveva anzi guadagnato due ore sui suoi arrivi abituali. Mettendo piede
sul bel lastricato di Napoli, al Largo del Castello, una cosa colp
l'ex-giocoliere di pupazzi.

Ma, ritorniamo un passo indietro.

Il dottor Bruto, fulminato dalla morte terribile della sua fidanzata
nel _boudoir_ della regina Urraca, aveva fatto giuramento di non
ammogliarsi. Aveva poi violato quel giuramento per una vecchia di
sessant'anni, la marchesa di Tregle. Questa dama, non avendo parenti e
sotto il pondo di un confessore gesuita, aveva legato l'immensa sua
sostanza ai Reverendi Padri. La morte subita del marchese Mascara ebbe
luogo.

Il marchese Mascara, volendo diseredare suo fratello e suo nipote,
aveva disposto di una fortuna di cinque milioni di franchi in favore
dei gesuiti, ma dopo la morte di sua moglie, molto pi giovane di lui
e, per conseguenza, avente la probabilit di sopravvivergli. Un mese
dopo del testamento, il marchese mor. Tre settimane pi tardi, la
marchesa lo segu nel sepolcro. Il fratello del marchese oppugn il
testamento, attacc la donazione ai gesuiti. In meno di sei settimane,
questo fratello, il figlio e la sorella di lui soccombettero. Un
grido di allarme e di terrore si lev in massa nella societ
napoletana. Re Ferdinando sop il rumore, soffi sul processo, e dette
la propriet dei Mascara ai Reverendi Padri.

   Storico, salvo qualche dettaglio che mi  sfuggito di memoria.

Questo esempio terrific la vecchia marchesa di Tregle. Ella non os
lacerare apertamente il testamento, ma ne distolse il senso. La
marchesa soffriva di una malattia disgustosa, di cui il dottor Bruto
le aveva alleviate le molestie con molto coraggio e devozione. Si
prese di affezione per lui e volle attestargli la sua riconoscenza.
Gli propose quindi di sposarla, ma in un modo delicato. Preg il
dottore di fare il giro d'Europa, per tre o quattro anni, lasciando la
sua procura al colonnello Colini. Fu dunque il colonnello che spos la
marchesa per procura, mentre il dottor Bruto Zungo, cangiato oggimai
in Tiberio,--Bruto era troppo rivoluzionario per un marchese di
Tregle,--gustava le delizie del matrimonio nelle braccia di una
_lorette_ a Parigi.

La marchesa aveva investito Bruto di tutta la sua sostanza per
irrevocabile donazione ed era andata a pregare il re di conferirgli e
riconoscergli il titolo di marchese di Tregle. Ci fu fatto. Il nuovo
marchese torn a Napoli dopo la morte della sua protettrice. Il
colonnello Colini e don Gabriele, che abitavano di gi la casa del
dottore, ebbero le loro camere nel palazzo del marchese ed il loro
posto alla sua tavola, come l'avevano nel suo cuore.

   Vedere su questi personaggi due altri racconti dell'autore, o
    piuttosto due altri episodi di questo racconto, intitolati: _Le
    notti degli Emigrati a Londra_. _Il Sorbetto della Regina_.

Don Gabriele avrebbe potuto bellamente fare a meno di rappresentare le
sue farse con i pupi nelle piazze di Napoli e nel teatro di donna
Peppa. E' prov. Il primo giorno gli parve esser felice.

Passeggi per le strade di Napoli, dopo un eccellente asciolvere, le
mani dietro il dorso, un bastone accoccato ad un bottone del suo
soprabito,--il brigante si era accordato un soprabito color
zucca,--andando a zonzo deliziosamente, gettando degli epigrammi ai
passanti, dando la baia ai cocchieri di carrozzelle, entrando nei
caff e facendosi servire fuoco, acqua, ed il _Giornale ufficiale_
gratis.

Il secondo giorno ricominci la storia, ma sbadigli forte. Il terzo
gli prese il ghiribizzo di andarsene in campagna, e trov che il sole
lo importunava, la polvere lo faceva starnutar molto, il canto delle
cicale gli dava la nevralgia, il gorgheggiare degli uccelli era
un'insipida invenzione del poeti.

Rientr la sera stanco, malcontento.

Il quarto giorno si disse: ah! se dormissi? che cosa divina un letto
comodo! Si coric dopo la colazione. Le mosche lo tormentarono; le
pulci lo irritarono; le zanzare gli dettero terribile rovello.
L'incubo si mise della partita. E si disse: eh! e se mi ammogliassi?
Come! animale bruto, all'et tua? S, rispose egli stesso. Bah!
usciamo. Il mondo gli sembr stolido. Sbadigli. Cerc per un'ora
nelle sue tasche il moccichino che un monello gli aveva portato via
delicatamente. And allo spettacolo, ove cominci per irritarsi contro
il suggeritore e fin per addormentarsi. Il quinto giorno si sent
malato, fu di pessimo umore, dichiar che non digeriva pi.... Breve,
otto giorni dopo il marchese di Tregle avendo piet di questo artista
rientrato in un borghese, gli disse:

--Don Gabriele, i napolitani vogliono lapidarmi perch io ti ho
portato via dalle strade della citt cui riempivi di brio e di
gaiezza. Va dunque a divertirli un paio d'ore al giorno.

Ci fu la liberazione per don Gabriele. Il marchese lo tirava dal
limbo come un tempo il Cristo ne aveva tirato il re Davide e
compagnia. Don Gabriele credeva compromettere l'onore della casa di
Tregle continuando a fare l'istrione. Guar a vista. I napolitani lo
rividero con gaudio far dare le batoste al frate dal marito geloso ed
allo sbirro da Pulcinella. Don Gabriele per si dette un allievo,
quando cominci a rappresentare una parte politica. Ma quello allievo,
ahim! non aveva la divina scintilla dell'improvvisazione del maestro,
i suoi tratti arguti e vivi, le sue risposte scintillanti. Don
Gabriele se ne desol dicendo:

--Mille miserie! l'arte morr con me!

Egli accompagn il marchese a Roma, da fedel Servitore, non da
esiliato. Prov d'introdurre le marionette a Roma.

Da prima i romani non compresero le arguzie del gergo napolitano,--ci
che desolava don Gabriele non vedendo il suo spirito gustato,--poi la
polizia del papa trov che doveva esser il monaco a bastonare il
marito geloso e metterlo alla porta e non il contrario. Smise il
teatrino ambulante. Visit chiese e taverne. Si mise a fare una corte
platonica alle trasteverine ed a dare la berta alla gente del ghetto.
Nulla valse. La _flirtation_ alle trasteverine gli attir busse da un
canonico di S. Giovanni. La nostalgia dei pupazzi lo riprese. Il
marchese ebbe piet di lui e lo rimand a Napoli con una scusa.

Ed eccolo di ritorno.

Don Gabriele si era ripetuto lungo tutta la strada:

--La prima cosa che far sar di portare la lettera al P. Piombini.
Quell'altro ha detto che si trattava di vita o di morte. Caspita! non
bisogna mica pigliarla a gabbo e rimetterla al quinto atto. Poi vado a
casa, tiro dal soppalco la mia baracca ed i miei piccoli e vado a fare
una burla al mio allievo, installandomi al Molo. Chi  dunque codesto
galuppo, dir egli, che si mischia di far concorrenza all'allievo
unico di don Gabriele? voglio proprio vederlo. Ed io a ridere ed a
dargli la berta, richiamare a me i suoi spettatori, e provargli
ch'egli  un fiero animale.

Don Gabriele ruminava ancora questo progetto quando, discendendo di
diligenza all'angolo della strada S. Giacomo e del Largo del Castello,
si trov faccia a faccia col teatrino del suo allievo che spippolava
ad un magro uditorio non so che scipida cantafera. Don Gabriele corse
ad udirlo. Frem, la bile gli arross il naso ed i bernoccoli. Assist
all'anelito estremo dell'arte e disper. Di un tratto; egli salta
dietro il casotto in tela, morde la gamba del suo allievo e grida:

--Discendi, brigante, tu non sei neppur degno di essere priore a S.
Maria la Nuova.

Salvatore, l'allievo, gett un grido, riconoscendo la voce e i modi di
don Gabriele, e si precipit su di lui per abbracciarlo. Don Gabriele
lo respinse. Afferr le marionette, sal sullo sgabello, fece lo
zufolo d'uso col suo piccolo fischietto e cominci ad improvvisare una
mattezza a screpolare la pelle dal ridere, sul suo ritorno, sulle sue
scene con la polizia romana, su i suoi riboboli in napoletano che i
romani avevano capito di traverso, in una parola, un'odissea
scompigliata, fantastica, buffa, saltabeccante, libera, che contorse
le costole degli spettatori per due ore.

L'estro del vecchio artista faceva esplosione.

Allettato da questo enorme successo, egli corse sul Molo.

Il ritorno di don Gabriele fu un avvenimento. Tutti lo conoscevano.
Tutti avevano sentito la sua assenza, tutti lo sospiravano. Il
successo fu frenetico. Don Gabriele s'inebbri. Trott senza mangiare,
senza bere, senza pigliar fiato, al Largo delle Pigne. Gli fecero
un'ovazione. Lo avrebbero acclamato presidente della Repubblica, se vi
fosse stata ancora una repubblica partenopea. Perch no? mons. Thiers
l' bene della Reale ed Imperiale Repubblica francese! La sera giunse.
Don Gabriele s'install al teatro di donna Peppa e vi guadagn il suo
Austerlitz. A mezzanotte, egli dava la sua terza rappresentazione
della serata. Si sent sollevato. Trov s stesso, perch i romani
avevano cominciato a farlo dubitare di s. Ed e' fu soltanto allora,
ch'egli si accorse di aver fame, sete, sonno. Si pag una carrozzella
e ritorn al palazzo del marchese di Tregle. Spogliandosi per
coricarsi, cercando non so che nelle sue tasche, trov la lettera e si
risovvenne che egli non aveva adempita la commissione di cui aveva
tolto impegno.

--Animale che sono! grid don Gabriele dandosi un grande schiaffo. E
l'altro che mi aveva raccomandato di portar questa lettera
immediatamente! Al postutto, che si possono dire due gesuiti? prega
Dio per me, io prego Dio per te, preghiamo Iddio per tutti coloro che
ci lasciano la loro fortuna e non ci chieggono nulla della nostra.
Andiamo, su! dormiamo adesso. Gli  un ritardo della diligenza, che
mo'! un cavallo crepato per via! un postiglione preso da un colpo di
apoplessia! un incontro di briganti che so io? Vi  stato malore in
viaggio. Io porter la lettera domani mattina alle nove.

In questo frattempo, il corriere del padre generale Rothaan divorava
la via. Egli non era partito il d seguente, come avea supposto il P.
Buzelin, ma due ore dopo la diligenza. Egli prendeva i cambi lasciati
da questa. Gli era un piccolo uomo segaligno, giallo, bilioso, che
dava doppia mancia per arrivar presto, che non mostr il suo debile
corpo vestito di nero che una sola volta, a Fondi, per trangugiare un
paio d'uova e che si impazientava borbottando ma senza parlare. Arriv
a Napoli alle dieci e mezzo e si ferm a Porta Nolana, ove pag il suo
postiglione lasciando la sedia da posta. Sal in seguito in una
carrozzella e disse al cocchiere.

--Va.

--Dove?

--Tira sempre dritto innanzi a te.

Alle undici, egli entrava nell'immenso stabilimento del Ges Nuovo per
una porta di cui aveva una chiave,--porta che dava nella retrobottega
di un mercante di vino della strada Cisterna dell'Olio, un gesuita in
borghese che vendeva il vino della Compagnia.

Il P. Piombini, felice come una fanciulla che ritorna dalla chiesa
dopo la benedizione nuziale, confessava: non dubitando di nulla, o
piuttosto non vedendo nulla. Il piccolo uomo magro tir dritto dal P.
Pelliccia, che presiedeva la casa di Napoli, e gli present il plico
del generale. Il P. Pelliccia lesse, o piuttosto spieg la lettera in
cifra e disse:

--Sta bene.

Era mezzod. Alle 2, il padre Piombini, sal nella sua cellula per
rinfrancarsi, e poscia discendere al refettorio per desinare.

I gesuiti si trattano signorilmente:--un'eccellente minestra, quattro
piatti, delle leccornie di pasticceria, un copioso e vario _dessert_,
una bottiglia di vino squisito... cucina delicata, pranzo da
gentiluomini. Il padre Piombini mangi con appetito. Tutto era gaio,
bello, delizioso per lui: aveva il sole nell'anima. Aspettava le 10
della sera. Aspettava...

Don Gabriele entr nella chiesa del Ges Nuovo alle 9, esatto come un
petente che va dal ministro. Camminava dondolandosi, di un'aria
preziosa, volteriana, sbirciando le donne, guardando i cani e gli
uomini, e facendo la smorfia ai padri reverendi che dicevano la messa
a parecchi altari.

--Non  codesto, biascicava desso. La parte del mio brav'uomo  quella
di confessore. Una bella parte, in fe' di Dio! che io creerei a
meraviglia se la polizia mi lasciasse fare. Cagna rognosa, va!
Sguinzagliarsi cos sull'arte! Rovistiamo dunque i confessionali. Sar
curioso insomma! Si creder che io vada a dare un bucato alla mia
permalosa (coscienza).

E' pass in rivista i confessionali. Erano tutti occupati, ma il padre
Piombini non era l.

--Benissimo! tanto meglio! e' non  ancora disceso. Andiamo al
parlatorio. Sar presto spicciata.

And a suonare al parlatorio. Un fratello, dall'aria dolce e
compitissima, ricev l'imbasciata, preg don Gabriele di aspettare e
sal. Un quarto d'ora dopo torn e disse:

--Il reverendo padre Piombini  in chiesa.

--Peste sia dei monaci! grid don Gabriele. Sono stati inventati a
posta per far perder tempo alla gente. Andiamo, torniamo in chiesa.
Ah!... a proposito, qual  il confessionale del padre Piombini?

--Il terzo, a destra.

--Ci sono. Grazie _z-z mo'_ (zio monaco). Che Dio ti mandi la tigna!

Don Gabriele sollecit il passo e rientr in chiesa. E' si colloc in
faccia al terzo confessionale e vi vide infatti un padre rannicchiato
dietro il graticcio, confessando una vecchia.

--Ci son preso, brontol don Gabriele. Se la vecchia sciacqua la sua
anima pulitamente, ella rester l un'ora almeno. Ed io che ho fretta.
Se il diavolo le regalasse una subita dissenteria! Insomma e' sembra
che il _per omnia scula sculorum_ l'intrattiene di cose divertevoli,
perch il birbo non si volta nemmeno da questa banda. Gli farei un
segno allora....

Il confessore si volse. Non era il padre Piombini. Don Gabriele lo
guard con un occhio talmente carico di dispetto, che il padre lo
rimarc a volta sua, ed i loro sguardi s'incrociarono. Don Gabriele si
fece ardito, ed avvicinandosi con passo precipitoso innanzi al
confessionale, dimand:

--Reverendo, io cerco del padre Piombini. Mi han detto che confessa in
questa scatola; ma...

Si ferm. Il gesuita lo squadr da capo a piedi con occhio calmo ed
indifferente, poi rispose placidamente:

--Il reverendo padre Piombini  in sagrestia.

--Grazie, replic don Gabriele. Vado infine ad acchiapparlo col.

Nel fondo, don Gabriele era inquieto. Quell'andare e venire che faceva
gli tornava alla memoria la parola piena di ansiet del gesuita di
Roma, ed e' si rimproverava oramai il ritardo, l'infedelt che messa
aveva nell'esecuzione della commissione. Entr in sagrestia. Cerc
degli occhi qualcuno cui rivolgere la sua domanda. Vi era una quantit
di padri che si vestivano e svestivano degli arredi sacerdotali, di
ritorno dall'altare o per andarvi; poi un nugolo di frati conversi che
li aiutavano. Don Gabriele ne sbirci uno, il cui viso gli gradiva
meglio, lo accost e gli domand:

--Fratello... come vi chiamate voi?

--Frate Colella.

--Fra' Col, vorresti dirmi dove  il padre Piombini?

Questa dimanda provoc una contrazione involontaria sul viso del frate
converso. Don Gabriele la rimarc, ed il suo cuore si chiuse. Dopo un
istante di esitazione, frate Colella chiese:

--Che cosa vi occorre dal padre Piombini?

--Ho bisogno di parlargli.

--Chi siete voi? lo conoscete voi?

-- il mio confessore, rispose intrepidamente don Gabriele.

--In questo caso, sclam frate Colella, pregate per lui.

Nel tempo stesso tir la maniglia di una porta che immetteva in una
cameruzza dietro la sagrestia e mostr al giocoliere di marionette una
bara coperta da una coltre nera, posta sur un soppalco e rischiarata
da quattro candelabri. Don Gabriele ebbe un brivido glaciale.

--Come? sclam egli, il padre Piombini...?

-- morto ieri, alle cinque, di un attacco di apoplessia... sierosa,
io credo, ha detto il medico... che si  chiamato all'istante.

Don Gabriele fugg dalla chiesa a tutte gambe, perseguitato da una
voce interna che gli gridava: Assassino! sei tu che lo hai ucciso!

Le parole del padre Buzelin, a Roma, risuonavano al suo orecchio come
un'accusa. I pupazzi gli facevano oramai orrore: l'incanto d'ieri si
cangiava in rimorso che non si assopirebbe mai pi. Ei corse la citt
senza sapere ove andasse, e senza neppure rammentarsi pi della
lettera. Mille progetti traversarono il suo spirito, dei quali il pi
insistente era quello di recarsi dal prefetto di polizia e di
denunciare l'omicidio. Questa idea lo fece pensare alla lettera. Egli
non sapeva leggere. Ma con sagacit consider ch'ei non poteva dare a
leggere quella missiva al primo venuto e gettare cos al vento un
segreto di quella importanza. Gli occorreva un uomo sicuro. Rientr
allora in casa e preg l'intendente del marchese di Tregle, uomo
prudente, di leggergli la lettera.

Quell'intendente era un vecchio, antico commesso di notaro di
provincia. Apr la lettera, si pose gli occhiali, e cominci a
sbirciare la scrittura. Poi, principi a leggere:

--Frre a-us-si tot que vo us... Cosa  codesto?  in turco la
lettera. Tu vieni a mistificarmi, mariuolo. Va al diavolo.

--Ma no, don _Gennar_, tutto al pi la lettera pu essere in
francese.  un francese che l'ha scritta. Tu non comprendi dunque
questa lingua, tu?

--Puff! per chi mi prendi tu dunque, pagliaccio? La lingua di Voltaire
e dei giacobini! _Vade retro satana!_ Io sono un pio cattolico e non
un empio rivoluzionario come tu.

Don Gennarino gett la lettera. Don Gabriele la raccolse, costernato.
Le difficolt aumentavano. A chi dare ad interpretare quel foglio?
Egli usc ruminando questo pensiero e cercando fra le sue conoscenze
un scienziato discreto, quando un'idea spruzz come un razzo nel suo
spirito.

--Ci sono proprio! s, diss'egli. Lady Keith  il _mio uomo_! Il padre
Piombini la confessava. Ella  amica del marchese, del colonnello
Colini, amici del gesuita di Roma. Ella sar prudente. Ella mi dar
forse un consiglio. Io vado a mandar questa lettera a lord
_Parmestonne_. Ah gli scellerati! gli scellerati!! lo hanno
assassinato.

Don Gabriele salt in un calessino e si fece condurre al Vomero. Era
l'una dopo mezzod. In casa lady Keith egli era conosciuto: don
Gabriele vi accompagnava sovente il colonnello ed il marchese. Il
portinaio lo lasci entrare. Don Gabriele dimand della cameriera di
Milady.

--Impossibile di veder madama in questo momento, disse la cameriera.

--Ho pertanto bisogno di parlarle ad ogni costo.

--Davvero, vi dico che  impossibile.

--Arrivo da Roma, insist don Gabriele. Ho notizie del marchese di
Tregle e del colonnello Colini a dare a madama..

--Il momento non  opportuno, rispose la cameriera. Milady ha ricevuto
in questo momento una lettera che l'ha gettata nella costernazione.
Ella  tutta in lagrime. Non vi ricever per fermo.

--Ditele ad ogni modo che io ho a parlarle di cose gravi, gravissime,
arcigravissime, e che io giungo da Roma.

Cinque minuti dopo, don Gabriele fu introdotto presso la dama inglese.
Infatti, ella era coperta di lagrime ed in uno stato di spasmodica
agitazione. Una lettera stava aperta innanzi a lei: la lettera di
Bambina.

--Che avete a dirmi? venite ad annunziarmi un nuovo disastro?

--Il padre Piombini  morto.

Lady Keith svenne. Don Gabriele chiam la cameriera. Coricarono la
dama sul canap e la richiamarono a vita con dei sali. Aprendo gli
occhi ella vide don Gabriele. Con una scossa interna di volont ella
si rizz sul divano e grid:

--E' si  dunque ucciso, anch'egli?

Don Gabriele raccont allora la storia della lettera, si accus del
ritardo del ricapito, e narr ci che aveva fatto e visto il mattino.
Lady Keith gli strapp il foglio dalle mani e lesse a voce bassa, ed
in francese. I suoi denti battevano, tremava ed ondulava come un
giovane pioppo.

--Io non ho capito nulla, sclam don Gabriele ingenuamente.

Lady Keith rilesse allora in italiano queste poche linee:

Fratello, appena avrete ricevuto questo viglietto, all'istante
stesso, all'istesso minuto in cui lo leggerete, fuggite, foste voi
sull'altare al momento della consacrazione. Disparite da questo mondo.
Nel consiglio di ieri sera, la vostra sorte  stata decisa. Fu
lungamente dibattuto se si dovesse mandarvi alle missioni di Asia o di
Africa, l donde non si ritorna giammai. Si pens che voi avreste
rifiutato di obbedire e che avreste colta questa occasione per
evadervi ed abbandonar l'Ordine. Allora fu discussa la proposizione di
farvi scomparire. Si pens che in questi tempi di rivoluzione in cui
viviamo, le case della Societ potrebbero essere visitate o sorprese,
che potrebbero trovarvi alla luce od alla libert, e fare di questo
reperto uno scandalo abbominevole. Il pensiero umano fu messo da
banda, e foste condannato a morte,--una morte subita, immediata,
segreta. Fuggite dunque, salvatevi, sopratutto dileguatevi dalla
faccia della terra. Oggi si cifra il dispaccio ai superiori della casa
di Napoli ed oggi stesso o dimani uno dei nostri padri del consiglio
superiore parte per Napoli, in posta. Distruggete questa lettera, che
sarebbe una condanna di morte contro di me se fosse conosciuta, e
svanite nel nulla se la vita vi arride ancora.

                                P. B.

--Ah miserabile che io sono, grid don Gabriele strappandosi i
capelli; io l'ho assassinato!

Lady Keith lesse in seguito la lettera toccante di Bambina, ove ella
le raccontava i suoi torti, ci che aveva fatto, ci che sentiva, ci
che farebbe, e perch si decideva a darsi al Piombini in mezzo agli
spasimi della morte......

..... Lady Keith incaric don Gabriele dei funerali di Bambina.

Don Diego giunse a Napoli sei giorni dopo.




XXVII ED ULTIMO.

Il vescovo del diavolo.


Il suicidio di Bambina pass inavveduto. Non vi era a Napoli, a
quell'epoca, medico del municipio della polizia per constatare il
decesso, ed il parroco trovava sempre buone, naturali ed opportune le
morti ove eranvi dei funerali da celebrare.

Quando Don Diego mise il piede in casa sua, Bambina si decomponeva,
dopo quattro giorni in una specie di nicchia, cui lady Keith le aveva
comperata, in una cappella di Confraternita al cimitero.

Bambina aveva letto in qualche libro, od aveva udito raccontare da suo
fratello, gli effetti dell'avvelenamento per mezzo della morfina, a
proposito della singolarit di questo tossico, il quale uccide l'uomo
e non uccide il coniglio, neppure ad alte dosi. Il coniglio l'elimina
per la secrezione urinaria. Ella aveva calcolato sur una morte
relativamente dolce, lenta, senza sofferenze atroci, senza le
convulsioni che deformano, dopo aver concesso due o tre ore di delizie
e lasciato al suo amante una di quelle memorie, cui nella vita nulla
cancella, nulla attenua.

Il P. Piombini non venne.

L'agonia della povera creatura fu atroce. Non pertanto ella non si
pent, non invoc soccorso. Al contrario, spiegando il ritardo del P.
Piombini per un disastro sopravvenuto, il suo desiderio di morte
aument.

All'alba dell'indomani, Concettella entrando nella camera, trov
Bambina morta sul letto di suo fratello, i lineamenti composti, il
viso calmo, come se ella si fosse addormentata dopo una insonnia
tempestosa. Concettella si spavent, ma non sospett neppure del
suicidio della fanciulla. Ella si disse:

--Ahim! ci lamentiamo del dolore? ma no,  la gioia che uccide!

Don Gabriele, non cur cavarla di errore.

Il parroco che intravide forse la verit, si guard bene dal farne
motto. Imperocch, denunziare la faccenda alla polizia gli era un
consegnarle il cadavere; e non pi cadavere, non pi funerale, non pi
guadagni. Il santo uomo si tacque.

Bambina disparve come una visione angelica: al risveglio nella realt
della vita! Ella era passata senza strepito, come i nobili e grandi
sacrifizi. Forse, quando la sua agonia solitaria cominci, quando il
morsicare del tossico la contorse, ella agogn di avere al suo
capezzale una figura amica, degli sguardi in lagrime, delle labbra che
con il magnetismo della parola e del bacio l'avessero calmata. Morire
prima dei venti anni l'anima assetata dell'incognito infinito
dell'amore, in mezzo agli apparecchi della gioia che manca
all'appello, morire sola, di sua mano, per distornare la folgore da un
capo venerato, sotto le mine di tutti i disinganni, vedendo la
felicit, come dal fondo della valle immersa di gi nella notte si
vedono gli ultimi raggi del sole arroventare i picchi delle montagne,
morir cos  spaventevole! gli  un morire del corpo, dell'anima, nel
passato, nell'avvenire. Bambina sent forse nel suo interno questo
grido della vita che implorava grazia, intravedendo il vago immenso
della speranza che si gonfiava e sollevava in lontananza. Ella non
ced, non fece appello alla mano che avrebbe potuto salvarla. Si
ripeteva invece con terrore: Me vivente, egli sarebbe a me ed essi
l'ucciderebbero! Spir su questo pensiero, ed il sorriso, all'idea
ch'ella lo avesse salvo, fior sul suo sembiante.

Don Diego, trovando la sua casa vedova del raggio che la illuminava,
si sent fulminato. Vi sono dei dolori che esasperano, dei dolori che
schiacciano, dei dolori che lacerano i nervi e colpiscono il cervello.
Don Diego ascolt il racconto che gli fece Concettella in lagrime,
come un uomo le cui facolt intellettuali sono annientate. Di un
pallore livido, gli occhi fissi, le pupille devaricate e senza sguardi
come colpite da amaurosi, le sopracciglia arruffate, immobile,
insensibile, la bocca semichiusa e senza respiro, l'orecchio teso come
qualcuno che crede udire un rumore che pur non risuona, accasciato sur
una seggiola, come un cubo di carne disossata, egli lasci parlare la
donna senza interromperla n con un gesto, n con un grido, non
mostrando alcun interesse, alcuna curiosit, non facendo la minima
osservazione, n manifestando il minimo rimpianto. Un medico che gli
avesse tastati i polsi, non li avrebbe sentiti. Concettella gli offr
da mangiare, prodigando le consolazioni. Don Diego mangi tutto, bevve
tutto, senza la pi piccola coscienza di ci ch'e' faceva, non
accorgendosi n del giorno n della notte, non dormendo, perocch
tutto dentro a lui era agghiacciato. Lo si sarebbe detto la moglie di
Lot cangiata in statua di sale!

Questa specie di catalessia dur cinque giorni. Concettella non cess
di parlare, di narrargli i pi minuti particolari della catastrofe. Ma
Don Diego non aveva udito che un motto: ella  morta! E le ultime
parole di sua sorella, la lettera di addio che ella gli aveva
lasciato, erano cadute sul suo spirito come la pietra del sepolcro.
Concettella che si sentiva tuffata in un mistero, non osava consultare
i vicini, n chiamare un medico, paventando di rischiarare un delitto.
Don Gabriele l'aveva atterrita; poi essendo ritornato per visitare Don
Diego, le aveva consigliato di tenersi cheta e di lasciare agir la
natura.

Occorse per una circostanza in cui Concettella fu costretta a rompere
il riserbo. Don Domenico Taffa si present per parlare a Don Diego, da
parte del ministro dei culti, ed insist per vederlo, malato o no.
Egli portava un ordine al re. Gli era giusto il quinto giorno dopo
l'arrivo del vescovo. Concettella istru allora l'inviato ministeriale
della catastrofe che era avvenuta, del gran dolore di questo povero
fratello, dello stato in cui era caduto, e lo introdusse con
precauzione nel salotto.

Don Domenico rest egli stesso colpito alla vista di quella ruina
opaca, che si sarebbe detto il cenotaffio vivente di un'anima. Si
sarebbe ritirato, se non avesse avuto un dovere da compiere, un
messaggio reale da comunicare. E' non poteva retrocedere. Si avvicin
dunque dolcemente e rest in piedi nel raggio visuale del vescovo.

Don Diego cominci a guardarlo senza vederlo. Poi le sue pupille,
sempre enormemente dilatate, quasi avesse preso della belladonna, si
contrassero, si restrinsero, si animarono, s'infiammarono per gradi.
L'iride scintill e dardeggi l'odio. Don Diego riconobbe il satana,
che aveva il primo contaminato sua sorella col pensiero ed aveva
ordito progetti infami su di lei. Un rossore subito sal al suo viso.
Le labbra scialbe fremettero e si colorarono.

Don Domenico comprese la reazione ch'egli provocava in quell'anima
assiderata, e fu sinceramente contento del disgelo che si operava. Per
determinarne la rottura completa, e' si tacque e squadr il vescovo.
Infatti questi principi dal dimenarsi sulla sua sedia con impazienza,
poi si alz come di soprassalto e grid:

--Che cosa venite voi a fare qui, signore?

Il sortilegio era rotto. Don Domenico s'inclin dunque con rispetto e
s'affrett a rispondere:

--Vengo a pregare V. E. Rev. dalla parte di S. E. il ministro del
culto di presentarsi domani al Palazzo Reale, il re desiderando
intrattenersi con lei. S. M. fissa la vostra udienza alle nove del
mattino. Uscendo dal colloquio del re, se V. E. Rev. volesse venir
pure a parlare col ministro, questi ne sarebbe lietissimo.

Don Diego era divenuto il vescovo.

Il vescovo eccliss ed annull con un colpo magico il fratello.

E' si riassise lentamente e rispose:

--Andr.

Fece poscia un saluto freddissimo all'impiegato e lo conged con un
gesto. Don Domenico non rispose che fra s stesso e col pensiero:

--Ecco un mariuolo finito che ci ha tutti burlati e battuti! Ci
ritroveremo pi tardi, non dubiti, e gli faremo espettorare il
capitale con gl'interessi composti.

Concettella complet la guarigione.

Il d seguente, alle otto del mattino, una vettura si ferm alla porta
di Don Diego. Alle nove meno un quarto, egli era a Palazzo per la sua
udienza.

Alle nove il re lo riceveva.

Una circostanza colp da prima Don Diego. Re Ferdinando che discendeva
di carrozza per baciar la mano al pi umile prete e frate cui
incontrava per istrada in campagna, non baci l'anello episcopale del
nuovo unto.

--Come? sclam subito il re con agro umore,  stato mestieri farvi
ricordare il vostro dovere di venirmi ad informare, non appena di
ritorno da Roma, del colloquio che avete avuto col papa?

--Supplico V. M. di scusarmi, rispose Don Diego con calma e dignit.
Mettendo il piede in casa mia, vi ho trovato un disastro che mi ha
annientato.

--Che disastro?

--Mia sorella si era suicidata.

Il re ebbe una scossa. Poi susurr come si parlasse da solo:

--Ella diceva dunque il vero!

Segu un silenzio di qualche minuto, durante il quale Don Diego cred
avvedersi dal movimento delle labbra del re ch'ei recitasse una
qualche preghiera. Poscia soggiunse:

--Quale  stata dunque l'ultima conversazione che avete avuto con Sua
Santit? Pio IX n' stato forte offeso e me n'ha fatte presentare
delle rimostranze.

Don Diego raccont la verit nei suoi minimi particolari. Il re
ascolt, contorcendosi sulla sua sedia. Don Diego vedeva spuntare
un'esplosione formidabile.

E' s'ingannava.

--Io vedo, sclam Ferdinando, che se noi fossimo ancora ai tempi del
marchese Tanucci e ch'e' bisognasse avere ancora delle lotte di
supremazia con la Santa Sede, per la sua superiorit sul Regno, noi
potremmo contare su voi. Grazie. Io amo i lottatori.

--Vostra Maest pu contare sulla mia indipendenza, rispose Don Diego
con modestia. Io era napolitano ed italiano innanzi essere prete e
vescovo.

--Io non gradisco quel gergo, monsignore. _Indipendenza!_
_Italiano!...._ cosa  codesto? Voi siete suddito: ecco tutto.

--Sire, replic Don Diego, ecco precisamente ci che il pontefice mi
ha detto: Voi siete suddito del capo della Chiesa avanti tutto:
ricordatevi di ci! Ebbene, come vescovo, io non sono suddito di
alcuno. Io non dipendo che dalla mia coscienza.

Il re lo squadr da capo ai piedi con uno sguardo freddo e scosse la
cenere del suo sigaro. Egli aspettava forse un'attenuazione alla
professione di fede del vescovo.

Questi si tacque e si restrinse ad ascoltare l'interrogatorio reale.
Ferdinando dimand:

--Avete detto la messa, monsignore?

--No, sire.

--Siete ancora digiuno?

--Maest, s.

--Siete preparato?

--Io lo sono sempre, osserv Don Diego contraendo un pochino gli
angoli della bocca.

--Voi andrete dunque a celebrare nella mia cappella. Io non ho ancora
udita la messa.

--Ai vostri ordini, sire.

Il re diede l'ordine ad un maggiordomo e Don Diego fu condotto nella
cappella del Palazzo. Un quarto d'ora dopo, il _vescovo del diavolo_
era all'altare, ed il re, la regina e tutta la loro nidiata erano
nella tribuna.

La messa and per treno _express_. Quando S. M. si alz, al vangelo, i
suoi sguardi caddero sul conte di Altamura inginocchiato alla porta
della tribuna reale. Ferdinando gli fece un piccolo segno cogli occhi.

Altra osservazione di Don Diego. Il re non si comunic, come faceva
ogni giorno.

--Quel don Chisciotte mi odia decisamente, si diceva Don Diego
sbrigando la sua bisogna per tornare al pi presto in casa sua.

Quando la messa fu finita, il conte di Altamura si tir da banda per
lasciar passare il re. Il re non usc e lo chiam.

--Che c'? dimand egli.

--Ho degli ordini a prendere da V. M.

--Dopo la messa, rispose il re.

--Ma....

--Ma che? Tu credi dunque che la sia una messa quella che quel vescovo
di Satana ha divorata al galoppo?

--Gli  tutto ci che io voleva dimandare alla M. V., rispose il conte
umilmente. Quel bellimbusto  sempre il vescovo del diavolo per V. M.

--Sicuramente, sicuramente.... pi che mai, replic il re.

--Allora?....

--Idiota, triplice idiota! scoppi il re volgendogli le spalle e
rimettendosi in ginocchio.

Il suo cappellano ordinario usciva dalla sacristia per dire la messa
ortodossa.

Il conte di Altamura and ad appostarsi alla porta del palazzo.

Due signori, l'uno, un vegliardo curvato ed affranto, l'altro, un
giovane dagli occhiali turchini, gironzavano sulla piazza. Appena
queste due persone scrsero il conte, si avvicinarono noncurantemente
al padiglione ove tenevasi il portinaio. Il conte usc nel tempo
stesso che la carrozza di Don Diego. E' fece un segno. Il vecchio ed
il giovane sorrisero.

Don Diego si rec dal ministro, il quale credendolo in gran favore
presso del re e fortemente appoggiato, si mostr verso di lui molto
carezzevole e quasi ossequioso. La circostanza della messa
rappresentata davanti a S. M. conferm il ministro nella sua credenza.
Di guisa che, uscendo, S. E. l'accompagn fino all'anticamera, cosa
inaudita!

Per un caso bizzarro, monsignor Laudisio aspettava nel salone
l'udienza del ministro. Gli sguardi dei due vescovi s'incrociarono.

Monsignor Laudisio, che conosceva di gi la nomina di Don Diego e la
designazione spontanea del re, impallid. Si fece violenza
nonpertanto, sorrise, ed and incontro al suo antico prete scomunicato
ed interdetto. Don Diego gli tagli il passo; lo salut del cappello e
pass oltre dicendo con un sorriso di scherno:

--Grazie, monsignore!

Don Diego non si faceva la minima illusione su i sentimenti ostili del
re e sul cangiamento che subirebbero presto quelli del ministro. Ma
egli non se ne preoccupava pi. Ci che aveva visto a Roma, ci che
aveva saputo sulla situazione del regno e dell'Italia, ci che aveva
appreso sullo stato d'Europa, gli davano la speranza che la crisi
scoppierebbe subito. Allora, n il ministro n il re non sarebbero pi
temibili.

Da lungo tempo egli aveva accomodato il suo avvenire e carezzava il
fantasma che aveva costrutto. Egli gitterebbe la sua guaina di prete
come lo avevano fatto Siyes, Fouch, Talleyrand, Chabot e tanti altri
in Francia: egli si addirebbe alla politica, tuonerebbe in un giornale
ed alla Camera,--perocch egli aveva penna e parola di fuoco,--egli
s'imporrebbe. Il trono episcopale era un gradino. Egli vagheggiava in
questa novella vita,--la vita politica,--tutte le volutt
dell'orgoglio soddisfatto, della potenza esercitata. Egli si sentiva
la tempera di rompere gli ostacoli,--perfino le reticelle invisibili
che tendono i mediocri intorno alle nature superiori. Ritorn dunque
in casa, deciso a recarsi nella sua diocesi il pi presto possibile,
onde esservi libero e sottrarsi alle vessazioni officiali.

La sua grande preoccupazione nondimanco non era n il ministro n il
re. Che fare di Concettella? Egli l'amava. Egli l'amava tanto pi
adesso che la disparizione di sua sorella gli lasciava lo scorruccio e
la solitudine nel cuore, il rimorso nell'anima, e che Concettella,
maturata dall'amore, sviluppata dall'opulenza, illuminata dalla gioia
interna, sicura dell'avvenire, elevata in una regione pi siderale
dello spirito e pi accurata del corpo, era divenuta quasi bella ed
appetitosa come il peccato. Lasciarla? giammai. Piuttosto rinunziare
all'episcopato. Condurla con lui nella sua diocesi? quale scandalo!
Quanti reclami di pinzoccheri, di invidiosi, di malcontenti! Eppur
bisogna condurla. Maritarla al suo cameriere e prenderla _in
partibus_? lasciarla affatto valeva meglio. E' tagli le gomene.
Abbandon l'appartamento al vico Campanile, prese a fitto un alloggio
a San Giuseppe dei Nudi, svest Concettella della bernia disgraziata
di monaca di casa e la present come sua sorella. Fra quindici giorni
partirebbero per la Sicilia.

Tutto ci, con l'aiuto di don Gabriele, fu sbrigato in due giorni. Il
d dopo e' dovevano recarsi ad occupare la nuova dimora, pi pulita,
pi appropriata alla sua dignit. A Roma, egli aveva terminato il suo
lavoro per il canonico Pappasugna ed aveva saldato il suo debito.

Quel canonico parve morire di gioia leggendo le splendide prediche che
Don Diego aveva composte per lui.

La sera giunse. Concettella folleggiava come un pesce rosso in una
vasca d'acqua limpida. La sua veste di seta le dava la vertigine.
Essere chiamata donna Concettella! passare per sorella di monsignore!
avere le apparenze dell'onest, la considerazione, il rispetto!
rendere felice un uomo amato! essere felice senza sollevar
gelosie!.... tutto ci ed altri mille nonnulla la rendevano quasi
folle. Ella abbracci don Gabriele: avrebbe abbracciato il mendicante
del cantone. Obbliava tutto, tutto, persino, cosa strana! la sentenza
che l'areopago del bagno aveva pronunziata contro Don Diego! Il bagno
era cos lontano! Gabriele.... era stato ingiusto verso di lei. In
fine si andava ben presto a volgere le spalle a questa Napoli infame
ove ella aveva tanto patito, tanto pianto, questa Napoli che l'aveva
vista nuda, ove ella non aveva neppure trovato il covo ed un tozzo di
pane.... Ma ella amava Don Diego adesso. Quella casa scura, sporca,
attristata, fredda, ove ella era arrivata in cenci, che l'aveva veduta
umiliata, ove tante lagrime bagnavano ancora il solaio, ove la morte
libravasi ancora, questa casa, domani, sarebbe per lei un ricordo
orribile, e null'altro che questo.

Concettella faceva dunque i fagotti e sollecitava le ore della notte
che dovevano condurle un domani s raggiante.

Don Diego, al contrario, era ricaduto nella sua nera tristezza, pieno
di presentimenti sinistri. Sua sorella regnava pi che mai nel suo
cuore e riempiva quella desolata dimora. Ogni mattone, ogni angolo,
ogni gobba o squarcio del soffitto e della carta, ogni cencio rimosso,
dovunque egli arrestava lo sguardo, tutto gli richiamava alla memoria
Bambina, angelo dell'abnegazione. Egli non poteva decidersi ad
abbandonare quello spazio ove fluivano le fibre dell'anima dell'amata
creatura. Egli arrossiva di accoppiare nel suo cuore la memoria di
quel cherubino di purezza con l'amore per Concettella. Ne aveva
rimorso, e si trovava infame. Laonde e' voleva impregnarsi e saturarsi
quel pi che poteva di quest'aria ove l'anima di sua sorella aleggiava
forse ancora, raccogliersi nella meditazione e nel silenzio,
abbeverarsi di lagrime e vegliare quest'ultima notte nella solitudine
e nella preghiera. Dio mio! s, la preghiera. Il dolore  un
rimpicciolimento dello spirito: il matematico diviene superstizioso,
il chimico spiritualista, il poeta si fa cappuccino o cade
nell'idiotismo!

Le nove della sera suonavano alla chiesa dei Mannesi.

Concettella si disponeva ad andare a letto. Don Diego passeggiava nel
salotto a passi lenti, evocando nel suo spirito le mille ricordanze
degli anni passati a Lauria con sua sorella,--quegli anni di pace, di
studio, di miseria e di rassegnazione, quando il campanello gemette
sotto due colpi netti e decisi.

--Cosa  ci! si domandarono al tempo stesso Don Diego e Concettella.
A quest'ora. A quest'ora!

Concettella entr nel salotto e dimand al suo padrone:

--Bisogna aprire?

Don Diego riflett un istante, poi rispose:

--Dimanda da prima attraverso la porta. Concettella obbed.

--Siamo due gendarmi e portiamo un dispaccio premuroso del ministro
della polizia,--risposero di fuori.

Don Diego che aveva seguito la sua ganza, udendo la risposta, le fece
segno di aprire e si ritir nel salone.

Due gendarmi, infatti, presentarono a Concettella un grosso plico cui
ella port a Don Diego. Mentre Concettella si allontanava, uno dei
gendarmi chiuse la porta e se ne cacci in tasca la chiave. Poi
entrambi entrarono nel salone.

Don Diego leggeva la lettera ministeriale.

Concettella usciva. I due gendarmi la respinsero nell'appartamento.
Ella trem. Sotto l'uniforme e i falsi mustacchi, ella aveva
riconosciuto i due uomini. Don Diego stava assiso. Essi vennero a
collocarsi l'uno a destra l'altro a stanca della sua seggiola.

--Io sono Filippo Rotunno, disse il gendarme di destra mettendo la sua
mano sulla spalla del vescovo. Io amava quella donna che tu hai
disonorata. Noi ti abbiamo giudicato: noi ti abbiamo condannato. Tu
stai per morire.

--Io sono Gabriele Esposito, disse il gendarme di sinistra poggiando
egualmente la sua mano sulla spalla di Don Diego. Io era fidanzato per
tutta la vita a quella donna che tu hai corrotta e prostituita. Essi
ti hanno giudicato: essi ti hanno condannato. Tu stai per morire.

Concettella cadde faccia a terra, gitt un grido e svenne. Don Diego
comprese in un lampo che la sua sorte era decisa, ch'egli non aveva
alcun mezzo, alcuna speranza di sfuggir loro. Gridare, provar di
resistere, piegar quei carnefici, vincerli, lottare con loro... gli
era insensato. E' non rispose nulla. Impallid un poco e rest assiso.

--Hai nulla a dire in tua difesa, tu! dimand Gabriele.

Don Diego si tacque.

--Hai tu una preghiera da volgere a Dio? dimand Filippo.

Don Diego rest impassibile.

I due uomini scambiarono uno sguardo che corse da Don Diego a
Concettella e da questa alla porta.

Ci fu tutto.

Subito come l'assalto di un serpente, Filippo allacci il vescovo alla
vita per impedirgli di muovere le braccia, Gabriele gli pass al collo
una corda a nodo scorsoio e la tir a s con violenza.

Don Diego traball e prov di alzarsi. Il nodo si restrinse. Poi, come
la vittima si accasciava, Gabriele la trascin presso di Concettella.

In questo frattempo, Filippo chiudeva a chiave la porta della camera
del vescovo e ribadiva due o tre viti alle imposte della finestra onde
non la si potesse aprire. Ritorn quindi vicino a Gabriele.

Concettella, tornata in sensi, la faccia sempre contro il solaio,
guardando di soppiatto, sentendosi morire a sua volta, brontolava
sottovoce:

--Madonna del Carmine! madonna del Carmine! santa vergine dei sette
dolori.... piet di me....

Don Diego non dava pi segno di vita. Il suo viso era divenuto colore
di piombo: la sua bocca, aperta e schiumosa, lasciava pendere una
lingua arida e nera; i suoi occhi, stralunati e spalancati,
schizzavano fuori dalle orbite. Filippo mise la mano sul cuore dello
strangolato. L'orologio non oscillava pi.

Tre quarti d'ora erano passati. Non una parola. Un colpo d'occhio tra
i due manigoldi diceva tutto. Quando furono sicuri della morte del
prete, lo lasciarono. Filippo si volse allora a Concettella.

--Tu ci hai riconosciuti, tu hai visto come la nostra giustizia
procede. Se tu fiati un motto, se tu dai un indizio, se tu fai un
semplice segno per denunziarci, tu morrai della stessa morte....
avanti otto giorni!

Concettella sembrava pi spezzata, pi agghiadata che il cadavere.

--Piet! susurr essa volgendosi a Filippo. Filippo ghign.

--Piet! sospir a voce pi fioca volgendosi a Gabriele.

Gabriele aggrott le ciglia.

--Non mi fate almeno soffrire, supplic la sventurata.

Essi le legarono le mani alla schiena, poi l'attaccarono ad un mobile,
lungi dal cadavere che giaceva steso lungo lungo sul suolo, coricato
sulle spalle, di guisa che Concettella potesse contemplarne la faccia
deformata.

--Sovvengati! disse Filippo.

--Sii maledetta! sclam Gabriele.

Poi chiusero la porta della camera ed uscirono, chiudendosi dietro
tutti gli altri usc. Concettella dinoccol sillabando ancora le
parole:

--Misericordia di me!

A quell'ora stessa, il re pregava nel suo piccolo oratorio. Il conte
d'Altamura aveva detto:

--Questa sera, alle nove precise, il diavolo chiama il suo vescovo
appo di s perch canti compieta.

E il re recit un _requiem_ per l'anima del trapassato. Poi cav di
tasca venti soldi, e dandoli al conte disse con voce contrita:

--Fa dire una messa. Se risparmi, portami il resto.

Il re continu a pregare....

Pochi giorni dopo, scoppiava la rivoluzione a Palermo.

Venti giorni dopo, re Ferdinando accordava al suo _amatissimo_ popolo,
_in nome della Santissima Trinit_, una Costituzione paterna, cui
lacerava nel sangue due mesi pi tardi....

Qualche anno pi tardi, il figlio innocente e la madrigna abbominata
di questo Borbone divoto erano cacciati dal regno.

_Erudimini reges!_ Dio obblia e perdona qualche volta. Il popolo....
giammai!

                    Parigi, aprile 1870.


FINE.




  INDICE

  I.     Don Diego Spani                                  Pag.  1
  II.    Come il vescovo di Policastro accudiva al suo ovile  17
  III.   L'esodo dei pellegrini                               34
  IV.    Un benvenuto! che non vale neppure un:
           vatti a fare impiccare                             54
  V.     L'entrata nella vita civile                          70
  VI.    Ove si vede le anime del purgatorio divenir spie     87
  VII.   Come il P. Piombini confessava le giovinette.       101
  VIII.  Infrattanto il re prega                             119
  IX.    La tempesta si addensa                              138
  X.     L'esplosione                                        151
  XI.    La metempsicosi di Bambina                          166
  XII.   Presto o tardi, egli arriva sempre, il brigantello  179
  XIII.  Come si diviene lazzarone                           195
  XIV.   E come si diviene galeotto                          213
  XV.    Le prime stazioni della via crucis                  237
  XVI.   Il dado  gettato!                                  253
  XVII.  Ma! se gli ambasciadori pure se ne mischiano!       268
  XVIII. Diamo un tonfo nell'inferno                         281
  XIX.   Ove si vede l'ultimo campione dei re d'una volta    297
  XX.    Eh! ma! per chi li prendevate voi, sire!            312
  XXI.   Qualche ritocco al ritratto del re che prega.       328
  XXII.  Nel bagno di Procida                                342
  XXIII. Vi sono dei giudici in galera                       357
  XXIV.  Da Napoli a Roma                                    376
  XXV.   L'appuntamento della mezzanotte                     395
  XXVI.  Peste sia degli artisti!                            412
  XXVII. Il vescovo del diavolo                              428






End of the Project Gutenberg EBook of Il Re prega, by 
Ferdinando Petruccelli della Gattina

*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK IL RE PREGA ***

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Volunteers and financial support to provide volunteers with the
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and permanent future for Project Gutenberg-tm and future generations.
To learn more about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation
and how your efforts and donations can help, see Sections 3 and 4
and the Foundation web page at http://www.pglaf.org.


Section 3.  Information about the Project Gutenberg Literary Archive
Foundation

The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non profit
501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the
state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal
Revenue Service.  The Foundation's EIN or federal tax identification
number is 64-6221541.  Its 501(c)(3) letter is posted at
http://pglaf.org/fundraising.  Contributions to the Project Gutenberg
Literary Archive Foundation are tax deductible to the full extent
permitted by U.S. federal laws and your state's laws.

The Foundation's principal office is located at 4557 Melan Dr. S.
Fairbanks, AK, 99712., but its volunteers and employees are scattered
throughout numerous locations.  Its business office is located at
809 North 1500 West, Salt Lake City, UT 84116, (801) 596-1887, email
business@pglaf.org.  Email contact links and up to date contact
information can be found at the Foundation's web site and official
page at http://pglaf.org

For additional contact information:
     Dr. Gregory B. Newby
     Chief Executive and Director
     gbnewby@pglaf.org


Section 4.  Information about Donations to the Project Gutenberg
Literary Archive Foundation

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