The Project Gutenberg EBook of La Divina Commedia di Dante: Purgatorio, by 
Dante Alighieri

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Title: La Divina Commedia di Dante: Purgatorio

Author: Dante Alighieri

Posting Date: December 8, 2014 [EBook #1010]
Release Date: August, 1997
First Posted: September 4, 1998

Language: Italian

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  LA DIVINA COMMEDIA
  di Dante Alighieri





  PURGATORIO




  Purgatorio  Canto I


  Per correr miglior acque alza le vele
  omai la navicella del mio ingegno,
  che lascia dietro a s mar s crudele;

  e canter di quel secondo regno
  dove lumano spirito si purga
  e di salire al ciel diventa degno.

  Ma qui la morta poes resurga,
  o sante Muse, poi che vostro sono;
  e qui Calop alquanto surga,

  seguitando il mio canto con quel suono
  di cui le Piche misere sentiro
  lo colpo tal, che disperar perdono.

  Dolce color dorental zaffiro,
  che saccoglieva nel sereno aspetto
  del mezzo, puro infino al primo giro,

  a li occhi miei ricominci diletto,
  tosto chio usci fuor de laura morta
  che mavea contristati li occhi e l petto.

  Lo bel pianeto che damar conforta
  faceva tutto rider lorente,
  velando i Pesci cherano in sua scorta.

  I mi volsi a man destra, e puosi mente
  a laltro polo, e vidi quattro stelle
  non viste mai fuor cha la prima gente.

  Goder pareva l ciel di lor fiammelle:
  oh settentronal vedovo sito,
  poi che privato se di mirar quelle!

  Com io da loro sguardo fui partito,
  un poco me volgendo a l altro polo,
  l onde l Carro gi era sparito,

  vidi presso di me un veglio solo,
  degno di tanta reverenza in vista,
  che pi non dee a padre alcun figliuolo.

  Lunga la barba e di pel bianco mista
  portava, a suoi capelli simigliante,
  de quai cadeva al petto doppia lista.

  Li raggi de le quattro luci sante
  fregiavan s la sua faccia di lume,
  chi l vedea come l sol fosse davante.

  Chi siete voi che contro al cieco fiume
  fuggita avete la pregione etterna?,
  diss el, movendo quelle oneste piume.

  Chi vha guidati, o che vi fu lucerna,
  uscendo fuor de la profonda notte
  che sempre nera fa la valle inferna?

  Son le leggi dabisso cos rotte?
  o  mutato in ciel novo consiglio,
  che, dannati, venite a le mie grotte?.

  Lo duca mio allor mi di di piglio,
  e con parole e con mani e con cenni
  reverenti mi f le gambe e l ciglio.

  Poscia rispuose lui: Da me non venni:
  donna scese del ciel, per li cui prieghi
  de la mia compagnia costui sovvenni.

  Ma da ch tuo voler che pi si spieghi
  di nostra condizion com ell  vera,
  esser non puote il mio che a te si nieghi.

  Questi non vide mai lultima sera;
  ma per la sua follia le fu s presso,
  che molto poco tempo a volger era.

  S com io dissi, fui mandato ad esso
  per lui campare; e non l era altra via
  che questa per la quale i mi son messo.

  Mostrata ho lui tutta la gente ria;
  e ora intendo mostrar quelli spirti
  che purgan s sotto la tua bala.

  Com io lho tratto, saria lungo a dirti;
  de lalto scende virt che maiuta
  conducerlo a vederti e a udirti.

  Or ti piaccia gradir la sua venuta:
  libert va cercando, ch s cara,
  come sa chi per lei vita rifiuta.

  Tu l sai, ch non ti fu per lei amara
  in Utica la morte, ove lasciasti
  la vesta chal gran d sar s chiara.

  Non son li editti etterni per noi guasti,
  ch questi vive e Mins me non lega;
  ma son del cerchio ove son li occhi casti

  di Marzia tua, che n vista ancor ti priega,
  o santo petto, che per tua la tegni:
  per lo suo amore adunque a noi ti piega.

  Lasciane andar per li tuoi sette regni;
  grazie riporter di te a lei,
  se desser mentovato l gi degni.

  Marza piacque tanto a li occhi miei
  mentre chi fu di l, diss elli allora,
  che quante grazie volse da me, fei.

  Or che di l dal mal fiume dimora,
  pi muover non mi pu, per quella legge
  che fatta fu quando me nusci fora.

  Ma se donna del ciel ti move e regge,
  come tu di, non c mestier lusinghe:
  bastisi ben che per lei mi richegge.

  Va dunque, e fa che tu costui ricinghe
  dun giunco schietto e che li lavi l viso,
  s chogne sucidume quindi stinghe;

  ch non si converria, locchio sorpriso
  dalcuna nebbia, andar dinanzi al primo
  ministro, ch di quei di paradiso.

  Questa isoletta intorno ad imo ad imo,
  l gi col dove la batte londa,
  porta di giunchi sovra l molle limo:

  null altra pianta che facesse fronda
  o indurasse, vi puote aver vita,
  per cha le percosse non seconda.

  Poscia non sia di qua vostra reddita;
  lo sol vi mosterr, che surge omai,
  prendere il monte a pi lieve salita.

  Cos spar; e io s mi levai
  sanza parlare, e tutto mi ritrassi
  al duca mio, e li occhi a lui drizzai.

  El cominci: Figliuol, segui i miei passi:
  volgianci in dietro, ch di qua dichina
  questa pianura a suoi termini bassi.

  Lalba vinceva lora mattutina
  che fuggia innanzi, s che di lontano
  conobbi il tremolar de la marina.

  Noi andavam per lo solingo piano
  com om che torna a la perduta strada,
  che nfino ad essa li pare ire in vano.

  Quando noi fummo l ve la rugiada
  pugna col sole, per essere in parte
  dove, ad orezza, poco si dirada,

  ambo le mani in su lerbetta sparte
  soavemente l mio maestro pose:
  ond io, che fui accorto di sua arte,

  porsi ver lui le guance lagrimose;
  ivi mi fece tutto discoverto
  quel color che linferno mi nascose.

  Venimmo poi in sul lito diserto,
  che mai non vide navicar sue acque
  omo, che di tornar sia poscia esperto.

  Quivi mi cinse s com altrui piacque:
  oh maraviglia! ch qual elli scelse
  lumile pianta, cotal si rinacque

  subitamente l onde lavelse.



  Purgatorio  Canto II


  Gi era l sole a lorizzonte giunto
  lo cui meridan cerchio coverchia
  Ierusalm col suo pi alto punto;

  e la notte, che opposita a lui cerchia,
  uscia di Gange fuor con le Bilance,
  che le caggion di man quando soverchia;

  s che le bianche e le vermiglie guance,
  l dov i era, de la bella Aurora
  per troppa etate divenivan rance.

  Noi eravam lunghesso mare ancora,
  come gente che pensa a suo cammino,
  che va col cuore e col corpo dimora.

  Ed ecco, qual, sorpreso dal mattino,
  per li grossi vapor Marte rosseggia
  gi nel ponente sovra l suol marino,

  cotal mapparve, sio ancor lo veggia,
  un lume per lo mar venir s ratto,
  che l muover suo nessun volar pareggia.

  Dal qual com io un poco ebbi ritratto
  locchio per domandar lo duca mio,
  rividil pi lucente e maggior fatto.

  Poi dogne lato ad esso mappario
  un non sapeva che bianco, e di sotto
  a poco a poco un altro a lui usco.

  Lo mio maestro ancor non facea motto,
  mentre che i primi bianchi apparver ali;
  allor che ben conobbe il galeotto,

  grid: Fa, fa che le ginocchia cali.
  Ecco langel di Dio: piega le mani;
  omai vedrai di s fatti officiali.

  Vedi che sdegna li argomenti umani,
  s che remo non vuol, n altro velo
  che lali sue, tra liti s lontani.

  Vedi come lha dritte verso l cielo,
  trattando laere con letterne penne,
  che non si mutan come mortal pelo.

  Poi, come pi e pi verso noi venne
  luccel divino, pi chiaro appariva:
  per che locchio da presso nol sostenne,

  ma chinail giuso; e quei sen venne a riva
  con un vasello snelletto e leggero,
  tanto che lacqua nulla ne nghiottiva.

  Da poppa stava il celestial nocchiero,
  tal che faria beato pur descripto;
  e pi di cento spirti entro sediero.

  In exitu Isrel de Aegypto
  cantavan tutti insieme ad una voce
  con quanto di quel salmo  poscia scripto.

  Poi fece il segno lor di santa croce;
  ond ei si gittar tutti in su la piaggia:
  ed el sen g, come venne, veloce.

  La turba che rimase l, selvaggia
  parea del loco, rimirando intorno
  come colui che nove cose assaggia.

  Da tutte parti saettava il giorno
  lo sol, chavea con le saette conte
  di mezzo l ciel cacciato Capricorno,

  quando la nova gente alz la fronte
  ver noi, dicendo a noi: Se voi sapete,
  mostratene la via di gire al monte.

  E Virgilio rispuose: Voi credete
  forse che siamo esperti desto loco;
  ma noi siam peregrin come voi siete.

  Dianzi venimmo, innanzi a voi un poco,
  per altra via, che fu s aspra e forte,
  che lo salire omai ne parr gioco.

  Lanime, che si fuor di me accorte,
  per lo spirare, chi era ancor vivo,
  maravigliando diventaro smorte.

  E come a messagger che porta ulivo
  tragge la gente per udir novelle,
  e di calcar nessun si mostra schivo,

  cos al viso mio saffisar quelle
  anime fortunate tutte quante,
  quasi oblando dire a farsi belle.

  Io vidi una di lor trarresi avante
  per abbracciarmi con s grande affetto,
  che mosse me a far lo somigliante.

  Ohi ombre vane, fuor che ne laspetto!
  tre volte dietro a lei le mani avvinsi,
  e tante mi tornai con esse al petto.

  Di maraviglia, credo, mi dipinsi;
  per che lombra sorrise e si ritrasse,
  e io, seguendo lei, oltre mi pinsi.

  Soavemente disse chio posasse;
  allor conobbi chi era, e pregai
  che, per parlarmi, un poco sarrestasse.

  Rispuosemi: Cos com io tamai
  nel mortal corpo, cos tamo sciolta:
  per marresto; ma tu perch vai?.

  Casella mio, per tornar altra volta
  l dov io son, fo io questo vaggio,
  diss io; ma a te com  tanta ora tolta?.

  Ed elli a me: Nessun m fatto oltraggio,
  se quei che leva quando e cui li piace,
  pi volte mha negato esto passaggio;

  ch di giusto voler lo suo si face:
  veramente da tre mesi elli ha tolto
  chi ha voluto intrar, con tutta pace.

  Ond io, chera ora a la marina vlto
  dove lacqua di Tevero sinsala,
  benignamente fu da lui ricolto.

  A quella foce ha elli or dritta lala,
  per che sempre quivi si ricoglie
  qual verso Acheronte non si cala.

  E io: Se nuova legge non ti toglie
  memoria o uso a lamoroso canto
  che mi solea quetar tutte mie doglie,

  di ci ti piaccia consolare alquanto
  lanima mia, che, con la sua persona
  venendo qui,  affannata tanto!.

  Amor che ne la mente mi ragiona
  cominci elli allor s dolcemente,
  che la dolcezza ancor dentro mi suona.

  Lo mio maestro e io e quella gente
  cheran con lui parevan s contenti,
  come a nessun toccasse altro la mente.

  Noi eravam tutti fissi e attenti
  a le sue note; ed ecco il veglio onesto
  gridando: Che  ci, spiriti lenti?

  qual negligenza, quale stare  questo?
  Correte al monte a spogliarvi lo scoglio
  chesser non lascia a voi Dio manifesto.

  Come quando, cogliendo biado o loglio,
  li colombi adunati a la pastura,
  queti, sanza mostrar lusato orgoglio,

  se cosa appare ond elli abbian paura,
  subitamente lasciano star lesca,
  perch assaliti son da maggior cura;

  cos vid io quella masnada fresca
  lasciar lo canto, e fuggir ver la costa,
  com om che va, n sa dove resca;

  n la nostra partita fu men tosta.



  Purgatorio  Canto III


  Avvegna che la subitana fuga
  dispergesse color per la campagna,
  rivolti al monte ove ragion ne fruga,

  i mi ristrinsi a la fida compagna:
  e come sare io sanza lui corso?
  chi mavria tratto su per la montagna?

  El mi parea da s stesso rimorso:
  o dignitosa coscenza e netta,
  come t picciol fallo amaro morso!

  Quando li piedi suoi lasciar la fretta,
  che lonestade ad ogn atto dismaga,
  la mente mia, che prima era ristretta,

  lo ntento rallarg, s come vaga,
  e diedi l viso mio incontr al poggio
  che nverso l ciel pi alto si dislaga.

  Lo sol, che dietro fiammeggiava roggio,
  rotto mera dinanzi a la figura,
  chava in me de suoi raggi lappoggio.

  Io mi volsi dallato con paura
  dessere abbandonato, quand io vidi
  solo dinanzi a me la terra oscura;

  e l mio conforto: Perch pur diffidi?,
  a dir mi cominci tutto rivolto;
  non credi tu me teco e chio ti guidi?

  Vespero  gi col dov  sepolto
  lo corpo dentro al quale io facea ombra;
  Napoli lha, e da Brandizio  tolto.

  Ora, se innanzi a me nulla saombra,
  non ti maravigliar pi che di cieli
  che luno a laltro raggio non ingombra.

  A sofferir tormenti, caldi e geli
  simili corpi la Virt dispone
  che, come fa, non vuol cha noi si sveli.

  Matto  chi spera che nostra ragione
  possa trascorrer la infinita via
  che tiene una sustanza in tre persone.

  State contenti, umana gente, al quia;
  ch, se potuto aveste veder tutto,
  mestier non era parturir Maria;

  e disar vedeste sanza frutto
  tai che sarebbe lor disio quetato,
  chetternalmente  dato lor per lutto:

  io dico dAristotile e di Plato
  e di molt altri; e qui chin la fronte,
  e pi non disse, e rimase turbato.

  Noi divenimmo intanto a pi del monte;
  quivi trovammo la roccia s erta,
  che ndarno vi sarien le gambe pronte.

  Tra Lerice e Turba la pi diserta,
  la pi rotta ruina  una scala,
  verso di quella, agevole e aperta.

  Or chi sa da qual man la costa cala,
  disse l maestro mio fermando l passo,
  s che possa salir chi va sanz ala?.

  E mentre che tenendo l viso basso
  essaminava del cammin la mente,
  e io mirava suso intorno al sasso,

  da man sinistra mappar una gente
  danime, che movieno i pi ver noi,
  e non pareva, s venan lente.

  Leva, diss io, maestro, li occhi tuoi:
  ecco di qua chi ne dar consiglio,
  se tu da te medesmo aver nol puoi.

  Guard allora, e con libero piglio
  rispuose: Andiamo in l, chei vegnon piano;
  e tu ferma la spene, dolce figlio.

  Ancora era quel popol di lontano,
  i dico dopo i nostri mille passi,
  quanto un buon gittator trarria con mano,

  quando si strinser tutti ai duri massi
  de lalta ripa, e stetter fermi e stretti
  com a guardar, chi va dubbiando, stassi.

  O ben finiti, o gi spiriti eletti,
  Virgilio incominci, per quella pace
  chi credo che per voi tutti saspetti,

  ditene dove la montagna giace,
  s che possibil sia landare in suso;
  ch perder tempo a chi pi sa pi spiace.

  Come le pecorelle escon del chiuso
  a una, a due, a tre, e laltre stanno
  timidette atterrando locchio e l muso;

  e ci che fa la prima, e laltre fanno,
  addossandosi a lei, sella sarresta,
  semplici e quete, e lo mperch non sanno;

  s vid io muovere a venir la testa
  di quella mandra fortunata allotta,
  pudica in faccia e ne landare onesta.

  Come color dinanzi vider rotta
  la luce in terra dal mio destro canto,
  s che lombra era da me a la grotta,

  restaro, e trasser s in dietro alquanto,
  e tutti li altri che venieno appresso,
  non sappiendo l perch, fenno altrettanto.

  Sanza vostra domanda io vi confesso
  che questo  corpo uman che voi vedete;
  per che l lume del sole in terra  fesso.

  Non vi maravigliate, ma credete
  che non sanza virt che da ciel vegna
  cerchi di soverchiar questa parete.

  Cos l maestro; e quella gente degna
  Tornate, disse, intrate innanzi dunque,
  coi dossi de le man faccendo insegna.

  E un di loro incominci: Chiunque
  tu se, cos andando, volgi l viso:
  pon mente se di l mi vedesti unque.

  Io mi volsi ver lui e guardail fiso:
  biondo era e bello e di gentile aspetto,
  ma lun de cigli un colpo avea diviso.

  Quand io mi fui umilmente disdetto
  daverlo visto mai, el disse: Or vedi;
  e mostrommi una piaga a sommo l petto.

  Poi sorridendo disse: Io son Manfredi,
  nepote di Costanza imperadrice;
  ond io ti priego che, quando tu riedi,

  vadi a mia bella figlia, genitrice
  de lonor di Cicilia e dAragona,
  e dichi l vero a lei, saltro si dice.

  Poscia chio ebbi rotta la persona
  di due punte mortali, io mi rendei,
  piangendo, a quei che volontier perdona.

  Orribil furon li peccati miei;
  ma la bont infinita ha s gran braccia,
  che prende ci che si rivolge a lei.

  Se l pastor di Cosenza, che a la caccia
  di me fu messo per Clemente allora,
  avesse in Dio ben letta questa faccia,

  lossa del corpo mio sarieno ancora
  in co del ponte presso a Benevento,
  sotto la guardia de la grave mora.

  Or le bagna la pioggia e move il vento
  di fuor dal regno, quasi lungo l Verde,
  dov e le trasmut a lume spento.

  Per lor maladizion s non si perde,
  che non possa tornar, letterno amore,
  mentre che la speranza ha fior del verde.

  Vero  che quale in contumacia more
  di Santa Chiesa, ancor chal fin si penta,
  star li convien da questa ripa in fore,

  per ognun tempo chelli  stato, trenta,
  in sua presunzon, se tal decreto
  pi corto per buon prieghi non diventa.

  Vedi oggimai se tu mi puoi far lieto,
  revelando a la mia buona Costanza
  come mhai visto, e anco esto divieto;

  ch qui per quei di l molto savanza.



  Purgatorio  Canto IV


  Quando per dilettanze o ver per doglie,
  che alcuna virt nostra comprenda,
  lanima bene ad essa si raccoglie,

  par cha nulla potenza pi intenda;
  e questo  contra quello error che crede
  chunanima sovr altra in noi saccenda.

  E per, quando sode cosa o vede
  che tegna forte a s lanima volta,
  vassene l tempo e luom non se navvede;

  chaltra potenza  quella che lascolta,
  e altra  quella cha lanima intera:
  questa  quasi legata e quella  sciolta.

  Di ci ebb io esperenza vera,
  udendo quello spirto e ammirando;
  ch ben cinquanta gradi salito era

  lo sole, e io non mera accorto, quando
  venimmo ove quell anime ad una
  gridaro a noi: Qui  vostro dimando.

  Maggiore aperta molte volte impruna
  con una forcatella di sue spine
  luom de la villa quando luva imbruna,

  che non era la calla onde salne
  lo duca mio, e io appresso, soli,
  come da noi la schiera si partne.

  Vassi in Sanleo e discendesi in Noli,
  montasi su in Bismantova e n Cacume
  con esso i pi; ma qui convien chom voli;

  dico con lale snelle e con le piume
  del gran disio, di retro a quel condotto
  che speranza mi dava e facea lume.

  Noi salavam per entro l sasso rotto,
  e dogne lato ne stringea lo stremo,
  e piedi e man volea il suol di sotto.

  Poi che noi fummo in su lorlo suppremo
  de lalta ripa, a la scoperta piaggia,
  Maestro mio, diss io, che via faremo?.

  Ed elli a me: Nessun tuo passo caggia;
  pur su al monte dietro a me acquista,
  fin che nappaia alcuna scorta saggia.

  Lo sommo er alto che vincea la vista,
  e la costa superba pi assai
  che da mezzo quadrante a centro lista.

  Io era lasso, quando cominciai:
  O dolce padre, volgiti, e rimira
  com io rimango sol, se non restai.

  Figliuol mio, disse, infin quivi ti tira,
  additandomi un balzo poco in se
  che da quel lato il poggio tutto gira.

  S mi spronaron le parole sue,
  chi mi sforzai carpando appresso lui,
  tanto che l cinghio sotto i pi mi fue.

  A seder ci ponemmo ivi ambedui
  vlti a levante ond eravam saliti,
  che suole a riguardar giovare altrui.

  Li occhi prima drizzai ai bassi liti;
  poscia li alzai al sole, e ammirava
  che da sinistra neravam feriti.

  Ben savvide il poeta cho stava
  stupido tutto al carro de la luce,
  ove tra noi e Aquilone intrava.

  Ond elli a me: Se Castore e Poluce
  fossero in compagnia di quello specchio
  che s e gi del suo lume conduce,

  tu vedresti il Zodaco rubecchio
  ancora a lOrse pi stretto rotare,
  se non uscisse fuor del cammin vecchio.

  Come ci sia, se l vuoi poter pensare,
  dentro raccolto, imagina Sn
  con questo monte in su la terra stare

  s, chamendue hanno un solo orizzn
  e diversi emisperi; onde la strada
  che mal non seppe carreggiar Fetn,

  vedrai come a costui convien che vada
  da lun, quando a colui da laltro fianco,
  se lo ntelletto tuo ben chiaro bada.

  Certo, maestro mio, diss io, unquanco
  non vid io chiaro s com io discerno
  l dove mio ingegno parea manco,

  che l mezzo cerchio del moto superno,
  che si chiama Equatore in alcun arte,
  e che sempre riman tra l sole e l verno,

  per la ragion che di, quinci si parte
  verso settentron, quanto li Ebrei
  vedevan lui verso la calda parte.

  Ma se a te piace, volontier saprei
  quanto avemo ad andar; ch l poggio sale
  pi che salir non posson li occhi miei.

  Ed elli a me: Questa montagna  tale,
  che sempre al cominciar di sotto  grave;
  e quant om pi va s, e men fa male.

  Per, quand ella ti parr soave
  tanto, che s andar ti fia leggero
  com a seconda gi andar per nave,

  allor sarai al fin desto sentiero;
  quivi di riposar laffanno aspetta.
  Pi non rispondo, e questo so per vero.

  E com elli ebbe sua parola detta,
  una voce di presso son: Forse
  che di sedere in pria avrai distretta!.

  Al suon di lei ciascun di noi si torse,
  e vedemmo a mancina un gran petrone,
  del qual n io n ei prima saccorse.

  L ci traemmo; e ivi eran persone
  che si stavano a lombra dietro al sasso
  come luom per negghienza a star si pone.

  E un di lor, che mi sembiava lasso,
  sedeva e abbracciava le ginocchia,
  tenendo l viso gi tra esse basso.

  O dolce segnor mio, diss io, adocchia
  colui che mostra s pi negligente
  che se pigrizia fosse sua serocchia.

  Allor si volse a noi e puose mente,
  movendo l viso pur su per la coscia,
  e disse: Or va tu s, che se valente!.

  Conobbi allor chi era, e quella angoscia
  che mavacciava un poco ancor la lena,
  non mimped landare a lui; e poscia

  cha lui fu giunto, alz la testa a pena,
  dicendo: Hai ben veduto come l sole
  da lomero sinistro il carro mena?.

  Li atti suoi pigri e le corte parole
  mosser le labbra mie un poco a riso;
  poi cominciai: Belacqua, a me non dole

  di te omai; ma dimmi: perch assiso
  quiritto se? attendi tu iscorta,
  o pur lo modo usato tha ripriso?.

  Ed elli: O frate, andar in s che porta?
  ch non mi lascerebbe ire a martri
  langel di Dio che siede in su la porta.

  Prima convien che tanto il ciel maggiri
  di fuor da essa, quanto fece in vita,
  per chio ndugiai al fine i buon sospiri,

  se orazone in prima non maita
  che surga s di cuor che in grazia viva;
  laltra che val, che n ciel non  udita?.

  E gi il poeta innanzi mi saliva,
  e dicea: Vienne omai; vedi ch tocco
  meridan dal sole e a la riva

  cuopre la notte gi col pi Morrocco.



  Purgatorio  Canto V


  Io era gi da quell ombre partito,
  e seguitava lorme del mio duca,
  quando di retro a me, drizzando l dito,

  una grid: Ve che non par che luca
  lo raggio da sinistra a quel di sotto,
  e come vivo par che si conduca!.

  Li occhi rivolsi al suon di questo motto,
  e vidile guardar per maraviglia
  pur me, pur me, e l lume chera rotto.

  Perch lanimo tuo tanto simpiglia,
  disse l maestro, che landare allenti?
  che ti fa ci che quivi si pispiglia?

  Vien dietro a me, e lascia dir le genti:
  sta come torre ferma, che non crolla
  gi mai la cima per soffiar di venti;

  ch sempre lomo in cui pensier rampolla
  sovra pensier, da s dilunga il segno,
  perch la foga lun de laltro insolla.

  Che potea io ridir, se non Io vegno?
  Dissilo, alquanto del color consperso
  che fa luom di perdon talvolta degno.

  E ntanto per la costa di traverso
  venivan genti innanzi a noi un poco,
  cantando Miserere a verso a verso.

  Quando saccorser chi non dava loco
  per lo mio corpo al trapassar di raggi,
  mutar lor canto in un oh! lungo e roco;

  e due di loro, in forma di messaggi,
  corsero incontr a noi e dimandarne:
  Di vostra condizion fatene saggi.

  E l mio maestro: Voi potete andarne
  e ritrarre a color che vi mandaro
  che l corpo di costui  vera carne.

  Se per veder la sua ombra restaro,
  com io avviso, assai  lor risposto:
  fccianli onore, ed esser pu lor caro.

  Vapori accesi non vid io s tosto
  di prima notte mai fender sereno,
  n, sol calando, nuvole dagosto,

  che color non tornasser suso in meno;
  e, giunti l, con li altri a noi dier volta,
  come schiera che scorre sanza freno.

  Questa gente che preme a noi  molta,
  e vegnonti a pregar, disse l poeta:
  per pur va, e in andando ascolta.

  O anima che vai per esser lieta
  con quelle membra con le quai nascesti,
  venian gridando, un poco il passo queta.

  Guarda salcun di noi unqua vedesti,
  s che di lui di l novella porti:
  deh, perch vai? deh, perch non tarresti?

  Noi fummo tutti gi per forza morti,
  e peccatori infino a lultima ora;
  quivi lume del ciel ne fece accorti,

  s che, pentendo e perdonando, fora
  di vita uscimmo a Dio pacificati,
  che del disio di s veder naccora.

  E io: Perch ne vostri visi guati,
  non riconosco alcun; ma sa voi piace
  cosa chio possa, spiriti ben nati,

  voi dite, e io far per quella pace
  che, dietro a piedi di s fatta guida,
  di mondo in mondo cercar mi si face.

  E uno incominci: Ciascun si fida
  del beneficio tuo sanza giurarlo,
  pur che l voler nonpossa non ricida.

  Ond io, che solo innanzi a li altri parlo,
  ti priego, se mai vedi quel paese
  che siede tra Romagna e quel di Carlo,

  che tu mi sie di tuoi prieghi cortese
  in Fano, s che ben per me sadori
  pur chi possa purgar le gravi offese.

  Quindi fu io; ma li profondi fri
  ond usc l sangue in sul quale io sedea,
  fatti mi fuoro in grembo a li Antenori,

  l dov io pi sicuro esser credea:
  quel da Esti il f far, che mavea in ira
  assai pi l che dritto non volea.

  Ma sio fosse fuggito inver la Mira,
  quando fu sovragiunto ad Oraco,
  ancor sarei di l dove si spira.

  Corsi al palude, e le cannucce e l braco
  mimpigliar s chi caddi; e l vid io
  de le mie vene farsi in terra laco.

  Poi disse un altro: Deh, se quel disio
  si compia che ti tragge a lalto monte,
  con buona petate aiuta il mio!

  Io fui di Montefeltro, io son Bonconte;
  Giovanna o altri non ha di me cura;
  per chio vo tra costor con bassa fronte.

  E io a lui: Qual forza o qual ventura
  ti trav s fuor di Campaldino,
  che non si seppe mai tua sepultura?.

  Oh!, rispuos elli, a pi del Casentino
  traversa unacqua cha nome lArchiano,
  che sovra lErmo nasce in Apennino.

  L ve l vocabol suo diventa vano,
  arriva io forato ne la gola,
  fuggendo a piede e sanguinando il piano.

  Quivi perdei la vista e la parola;
  nel nome di Maria fini, e quivi
  caddi, e rimase la mia carne sola.

  Io dir vero, e tu l rid tra  vivi:
  langel di Dio mi prese, e quel dinferno
  gridava: O tu del ciel, perch mi privi?

  Tu te ne porti di costui letterno
  per una lagrimetta che l mi toglie;
  ma io far de laltro altro governo!.

  Ben sai come ne laere si raccoglie
  quell umido vapor che in acqua riede,
  tosto che sale dove l freddo il coglie.

  Giunse quel mal voler che pur mal chiede
  con lo ntelletto, e mosse il fummo e l vento
  per la virt che sua natura diede.

  Indi la valle, come l d fu spento,
  da Pratomagno al gran giogo coperse
  di nebbia; e l ciel di sopra fece intento,

  s che l pregno aere in acqua si converse;
  la pioggia cadde, e a fossati venne
  di lei ci che la terra non sofferse;

  e come ai rivi grandi si convenne,
  ver lo fiume real tanto veloce
  si ruin, che nulla la ritenne.

  Lo corpo mio gelato in su la foce
  trov lArchian rubesto; e quel sospinse
  ne lArno, e sciolse al mio petto la croce

  chi fe di me quando l dolor mi vinse;
  voltmmi per le ripe e per lo fondo,
  poi di sua preda mi coperse e cinse.

  Deh, quando tu sarai tornato al mondo
  e riposato de la lunga via,
  seguit l terzo spirito al secondo,

  ricorditi di me, che son la Pia;
  Siena mi f, disfecemi Maremma:
  salsi colui che nnanellata pria

  disposando mavea con la sua gemma.



  Purgatorio  Canto VI


  Quando si parte il gioco de la zara,
  colui che perde si riman dolente,
  repetendo le volte, e tristo impara;

  con laltro se ne va tutta la gente;
  qual va dinanzi, e qual di dietro il prende,
  e qual dallato li si reca a mente;

  el non sarresta, e questo e quello intende;
  a cui porge la man, pi non fa pressa;
  e cos da la calca si difende.

  Tal era io in quella turba spessa,
  volgendo a loro, e qua e l, la faccia,
  e promettendo mi sciogliea da essa.

  Quiv era lAretin che da le braccia
  fiere di Ghin di Tacco ebbe la morte,
  e laltro channeg correndo in caccia.

  Quivi pregava con le mani sporte
  Federigo Novello, e quel da Pisa
  che f parer lo buon Marzucco forte.

  Vidi conte Orso e lanima divisa
  dal corpo suo per astio e per inveggia,
  com e dicea, non per colpa commisa;

  Pier da la Broccia dico; e qui proveggia,
  mentr  di qua, la donna di Brabante,
  s che per non sia di peggior greggia.

  Come libero fui da tutte quante
  quell ombre che pregar pur chaltri prieghi,
  s che savacci lor divenir sante,

  io cominciai: El par che tu mi nieghi,
  o luce mia, espresso in alcun testo
  che decreto del cielo orazion pieghi;

  e questa gente prega pur di questo:
  sarebbe dunque loro speme vana,
  o non m l detto tuo ben manifesto?.

  Ed elli a me: La mia scrittura  piana;
  e la speranza di costor non falla,
  se ben si guarda con la mente sana;

  ch cima di giudicio non savvalla
  perch foco damor compia in un punto
  ci che de sodisfar chi qui sastalla;

  e l dov io fermai cotesto punto,
  non sammendava, per pregar, difetto,
  perch l priego da Dio era disgiunto.

  Veramente a cos alto sospetto
  non ti fermar, se quella nol ti dice
  che lume fia tra l vero e lo ntelletto.

  Non so se ntendi: io dico di Beatrice;
  tu la vedrai di sopra, in su la vetta
  di questo monte, ridere e felice.

  E io: Segnore, andiamo a maggior fretta,
  ch gi non maffatico come dianzi,
  e vedi omai che l poggio lombra getta.

  Noi anderem con questo giorno innanzi,
  rispuose, quanto pi potremo omai;
  ma l fatto  daltra forma che non stanzi.

  Prima che sie l s, tornar vedrai
  colui che gi si cuopre de la costa,
  s che  suoi raggi tu romper non fai.

  Ma vedi l unanima che, posta
  sola soletta, inverso noi riguarda:
  quella ne nsegner la via pi tosta.

  Venimmo a lei: o anima lombarda,
  come ti stavi altera e disdegnosa
  e nel mover de li occhi onesta e tarda!

  Ella non ci dica alcuna cosa,
  ma lasciavane gir, solo sguardando
  a guisa di leon quando si posa.

  Pur Virgilio si trasse a lei, pregando
  che ne mostrasse la miglior salita;
  e quella non rispuose al suo dimando,

  ma di nostro paese e de la vita
  ci nchiese; e l dolce duca incominciava
  Manta . . . , e lombra, tutta in s romita,

  surse ver lui del loco ove pria stava,
  dicendo: O Mantoano, io son Sordello
  de la tua terra!; e lun laltro abbracciava.

  Ahi serva Italia, di dolore ostello,
  nave sanza nocchiere in gran tempesta,
  non donna di province, ma bordello!

  Quell anima gentil fu cos presta,
  sol per lo dolce suon de la sua terra,
  di fare al cittadin suo quivi festa;

  e ora in te non stanno sanza guerra
  li vivi tuoi, e lun laltro si rode
  di quei chun muro e una fossa serra.

  Cerca, misera, intorno da le prode
  le tue marine, e poi ti guarda in seno,
  salcuna parte in te di pace gode.

  Che val perch ti racconciasse il freno
  Iustinano, se la sella  vta?
  Sanz esso fora la vergogna meno.

  Ahi gente che dovresti esser devota,
  e lasciar seder Cesare in la sella,
  se bene intendi ci che Dio ti nota,

  guarda come esta fiera  fatta fella
  per non esser corretta da li sproni,
  poi che ponesti mano a la predella.

  O Alberto tedesco chabbandoni
  costei ch fatta indomita e selvaggia,
  e dovresti inforcar li suoi arcioni,

  giusto giudicio da le stelle caggia
  sovra l tuo sangue, e sia novo e aperto,
  tal che l tuo successor temenza naggia!

  Chavete tu e l tuo padre sofferto,
  per cupidigia di cost distretti,
  che l giardin de lo mperio sia diserto.

  Vieni a veder Montecchi e Cappelletti,
  Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura:
  color gi tristi, e questi con sospetti!

  Vien, crudel, vieni, e vedi la pressura
  di tuoi gentili, e cura lor magagne;
  e vedrai Santafior com  oscura!

  Vieni a veder la tua Roma che piagne
  vedova e sola, e d e notte chiama:
  Cesare mio, perch non maccompagne?.

  Vieni a veder la gente quanto sama!
  e se nulla di noi piet ti move,
  a vergognar ti vien de la tua fama.

  E se licito m, o sommo Giove
  che fosti in terra per noi crucifisso,
  son li giusti occhi tuoi rivolti altrove?

  O  preparazion che ne labisso
  del tuo consiglio fai per alcun bene
  in tutto de laccorger nostro scisso?

  Ch le citt dItalia tutte piene
  son di tiranni, e un Marcel diventa
  ogne villan che parteggiando viene.

  Fiorenza mia, ben puoi esser contenta
  di questa digression che non ti tocca,
  merc del popol tuo che si argomenta.

  Molti han giustizia in cuore, e tardi scocca
  per non venir sanza consiglio a larco;
  ma il popol tuo lha in sommo de la bocca.

  Molti rifiutan lo comune incarco;
  ma il popol tuo solicito risponde
  sanza chiamare, e grida: I mi sobbarco!.

  Or ti fa lieta, ch tu hai ben onde:
  tu ricca, tu con pace e tu con senno!
  Sio dico l ver, leffetto nol nasconde.

  Atene e Lacedemona, che fenno
  lantiche leggi e furon s civili,
  fecero al viver bene un picciol cenno

  verso di te, che fai tanto sottili
  provedimenti, cha mezzo novembre
  non giugne quel che tu dottobre fili.

  Quante volte, del tempo che rimembre,
  legge, moneta, officio e costume
  hai tu mutato, e rinovate membre!

  E se ben ti ricordi e vedi lume,
  vedrai te somigliante a quella inferma
  che non pu trovar posa in su le piume,

  ma con dar volta suo dolore scherma.



  Purgatorio  Canto VII


  Poscia che laccoglienze oneste e liete
  furo iterate tre e quattro volte,
  Sordel si trasse, e disse: Voi, chi siete?.

  Anzi che a questo monte fosser volte
  lanime degne di salire a Dio,
  fur lossa mie per Ottavian sepolte.

  Io son Virgilio; e per null altro rio
  lo ciel perdei che per non aver f.
  Cos rispuose allora il duca mio.

  Qual  colui che cosa innanzi s
  sbita vede ond e si maraviglia,
  che crede e non, dicendo Ella  . . . non  . . . ,

  tal parve quelli; e poi chin le ciglia,
  e umilmente ritorn ver lui,
  e abbraccil l ve l minor sappiglia.

  O gloria di Latin, disse, per cui
  mostr ci che potea la lingua nostra,
  o pregio etterno del loco ond io fui,

  qual merito o qual grazia mi ti mostra?
  Sio son dudir le tue parole degno,
  dimmi se vien dinferno, e di qual chiostra.

  Per tutt i cerchi del dolente regno,
  rispuose lui, son io di qua venuto;
  virt del ciel mi mosse, e con lei vegno.

  Non per far, ma per non fare ho perduto
  a veder lalto Sol che tu disiri
  e che fu tardi per me conosciuto.

  Luogo  l gi non tristo di martri,
  ma di tenebre solo, ove i lamenti
  non suonan come guai, ma son sospiri.

  Quivi sto io coi pargoli innocenti
  dai denti morsi de la morte avante
  che fosser da lumana colpa essenti;

  quivi sto io con quei che le tre sante
  virt non si vestiro, e sanza vizio
  conobber laltre e seguir tutte quante.

  Ma se tu sai e puoi, alcuno indizio
  d noi per che venir possiam pi tosto
  l dove purgatorio ha dritto inizio.

  Rispuose: Loco certo non c posto;
  licito m andar suso e intorno;
  per quanto ir posso, a guida mi taccosto.

  Ma vedi gi come dichina il giorno,
  e andar s di notte non si puote;
  per  buon pensar di bel soggiorno.

  Anime sono a destra qua remote;
  se mi consenti, io ti merr ad esse,
  e non sanza diletto ti fier note.

  Com  ci?, fu risposto. Chi volesse
  salir di notte, fora elli impedito
  daltrui, o non sarria ch non potesse?.

  E l buon Sordello in terra freg l dito,
  dicendo: Vedi? sola questa riga
  non varcheresti dopo l sol partito:

  non per chaltra cosa desse briga,
  che la notturna tenebra, ad ir suso;
  quella col nonpoder la voglia intriga.

  Ben si poria con lei tornare in giuso
  e passeggiar la costa intorno errando,
  mentre che lorizzonte il d tien chiuso.

  Allora il mio segnor, quasi ammirando,
  Menane, disse, dunque l ve dici
  chaver si pu diletto dimorando.

  Poco allungati ceravam di lici,
  quand io maccorsi che l monte era scemo,
  a guisa che i vallon li sceman quici.

  Col, disse quell ombra, nanderemo
  dove la costa face di s grembo;
  e l il novo giorno attenderemo.

  Tra erto e piano era un sentiero schembo,
  che ne condusse in fianco de la lacca,
  l dove pi cha mezzo muore il lembo.

  Oro e argento fine, cocco e biacca,
  indaco, legno lucido e sereno,
  fresco smeraldo in lora che si fiacca,

  da lerba e da li fior, dentr a quel seno
  posti, ciascun saria di color vinto,
  come dal suo maggiore  vinto il meno.

  Non avea pur natura ivi dipinto,
  ma di soavit di mille odori
  vi facea uno incognito e indistinto.

  Salve, Regina in sul verde e n su fiori
  quindi seder cantando anime vidi,
  che per la valle non parean di fuori.

  Prima che l poco sole omai sannidi,
  cominci l Mantoan che ci avea vlti,
  tra color non vogliate chio vi guidi.

  Di questo balzo meglio li atti e  volti
  conoscerete voi di tutti quanti,
  che ne la lama gi tra essi accolti.

  Colui che pi siede alto e fa sembianti
  daver negletto ci che far dovea,
  e che non move bocca a li altrui canti,

  Rodolfo imperador fu, che potea
  sanar le piaghe channo Italia morta,
  s che tardi per altri si ricrea.

  Laltro che ne la vista lui conforta,
  resse la terra dove lacqua nasce
  che Molta in Albia, e Albia in mar ne porta:

  Ottacchero ebbe nome, e ne le fasce
  fu meglio assai che Vincislao suo figlio
  barbuto, cui lussuria e ozio pasce.

  E quel nasetto che stretto a consiglio
  par con colui cha s benigno aspetto,
  mor fuggendo e disfiorando il giglio:

  guardate l come si batte il petto!
  Laltro vedete cha fatto a la guancia
  de la sua palma, sospirando, letto.

  Padre e suocero son del mal di Francia:
  sanno la vita sua viziata e lorda,
  e quindi viene il duol che s li lancia.

  Quel che par s membruto e che saccorda,
  cantando, con colui dal maschio naso,
  dogne valor port cinta la corda;

  e se re dopo lui fosse rimaso
  lo giovanetto che retro a lui siede,
  ben andava il valor di vaso in vaso,

  che non si puote dir de laltre rede;
  Iacomo e Federigo hanno i reami;
  del retaggio miglior nessun possiede.

  Rade volte risurge per li rami
  lumana probitate; e questo vole
  quei che la d, perch da lui si chiami.

  Anche al nasuto vanno mie parole
  non men cha laltro, Pier, che con lui canta,
  onde Puglia e Proenza gi si dole.

  Tant  del seme suo minor la pianta,
  quanto, pi che Beatrice e Margherita,
  Costanza di marito ancor si vanta.

  Vedete il re de la semplice vita
  seder l solo, Arrigo dInghilterra:
  questi ha ne rami suoi migliore uscita.

  Quel che pi basso tra costor satterra,
  guardando in suso,  Guiglielmo marchese,
  per cui e Alessandria e la sua guerra

  fa pianger Monferrato e Canavese.



  Purgatorio  Canto VIII


  Era gi lora che volge il disio
  ai navicanti e ntenerisce il core
  lo d chan detto ai dolci amici addio;

  e che lo novo peregrin damore
  punge, se ode squilla di lontano
  che paia il giorno pianger che si more;

  quand io incominciai a render vano
  ludire e a mirare una de lalme
  surta, che lascoltar chiedea con mano.

  Ella giunse e lev ambo le palme,
  ficcando li occhi verso lorente,
  come dicesse a Dio: Daltro non calme.

  Te lucis ante s devotamente
  le usco di bocca e con s dolci note,
  che fece me a me uscir di mente;

  e laltre poi dolcemente e devote
  seguitar lei per tutto linno intero,
  avendo li occhi a le superne rote.

  Aguzza qui, lettor, ben li occhi al vero,
  ch l velo  ora ben tanto sottile,
  certo che l trapassar dentro  leggero.

  Io vidi quello essercito gentile
  tacito poscia riguardare in se,
  quasi aspettando, palido e umle;

  e vidi uscir de lalto e scender gie
  due angeli con due spade affocate,
  tronche e private de le punte sue.

  Verdi come fogliette pur mo nate
  erano in veste, che da verdi penne
  percosse traean dietro e ventilate.

  Lun poco sovra noi a star si venne,
  e laltro scese in lopposita sponda,
  s che la gente in mezzo si contenne.

  Ben discerna in lor la testa bionda;
  ma ne la faccia locchio si smarria,
  come virt cha troppo si confonda.

  Ambo vegnon del grembo di Maria,
  disse Sordello, a guardia de la valle,
  per lo serpente che verr vie via.

  Ond io, che non sapeva per qual calle,
  mi volsi intorno, e stretto maccostai,
  tutto gelato, a le fidate spalle.

  E Sordello anco: Or avvalliamo omai
  tra le grandi ombre, e parleremo ad esse;
  grazoso fia lor vedervi assai.

  Solo tre passi credo chi scendesse,
  e fui di sotto, e vidi un che mirava
  pur me, come conoscer mi volesse.

  Temp era gi che laere sannerava,
  ma non s che tra li occhi suoi e  miei
  non dichiarisse ci che pria serrava.

  Ver me si fece, e io ver lui mi fei:
  giudice Nin gentil, quanto mi piacque
  quando ti vidi non esser tra  rei!

  Nullo bel salutar tra noi si tacque;
  poi dimand: Quant  che tu venisti
  a pi del monte per le lontane acque?.

  Oh!, diss io lui, per entro i luoghi tristi
  venni stamane, e sono in prima vita,
  ancor che laltra, s andando, acquisti.

  E come fu la mia risposta udita,
  Sordello ed elli in dietro si raccolse
  come gente di sbito smarrita.

  Luno a Virgilio e laltro a un si volse
  che sedea l, gridando: S, Currado!
  vieni a veder che Dio per grazia volse.

  Poi, vlto a me: Per quel singular grado
  che tu dei a colui che s nasconde
  lo suo primo perch, che non l  guado,

  quando sarai di l da le larghe onde,
  d a Giovanna mia che per me chiami
  l dove a li nnocenti si risponde.

  Non credo che la sua madre pi mami,
  poscia che trasmut le bianche bende,
  le quai convien che, misera!, ancor brami.

  Per lei assai di lieve si comprende
  quanto in femmina foco damor dura,
  se locchio o l tatto spesso non laccende.

  Non le far s bella sepultura
  la vipera che Melanesi accampa,
  com avria fatto il gallo di Gallura.

  Cos dicea, segnato de la stampa,
  nel suo aspetto, di quel dritto zelo
  che misuratamente in core avvampa.

  Li occhi miei ghiotti andavan pur al cielo,
  pur l dove le stelle son pi tarde,
  s come rota pi presso a lo stelo.

  E l duca mio: Figliuol, che l s guarde?.
  E io a lui: A quelle tre facelle
  di che l polo di qua tutto quanto arde.

  Ond elli a me: Le quattro chiare stelle
  che vedevi staman, son di l basse,
  e queste son salite ov eran quelle.

  Com ei parlava, e Sordello a s il trasse
  dicendo: Vedi l l nostro avversaro;
  e drizz il dito perch n l guardasse.

  Da quella parte onde non ha riparo
  la picciola vallea, era una biscia,
  forse qual diede ad Eva il cibo amaro.

  Tra lerba e  fior vena la mala striscia,
  volgendo ad ora ad or la testa, e l dosso
  leccando come bestia che si liscia.

  Io non vidi, e per dicer non posso,
  come mosser li astor celestali;
  ma vidi bene e luno e laltro mosso.

  Sentendo fender laere a le verdi ali,
  fugg l serpente, e li angeli dier volta,
  suso a le poste rivolando iguali.

  Lombra che sera al giudice raccolta
  quando chiam, per tutto quello assalto
  punto non fu da me guardare sciolta.

  Se la lucerna che ti mena in alto
  truovi nel tuo arbitrio tanta cera
  quant  mestiere infino al sommo smalto,

  cominci ella, se novella vera
  di Val di Magra o di parte vicina
  sai, dillo a me, che gi grande l era.

  Fui chiamato Currado Malaspina;
  non son lantico, ma di lui discesi;
  a miei portai lamor che qui raffina.

  Oh!, diss io lui, per li vostri paesi
  gi mai non fui; ma dove si dimora
  per tutta Europa chei non sien palesi?

  La fama che la vostra casa onora,
  grida i segnori e grida la contrada,
  s che ne sa chi non vi fu ancora;

  e io vi giuro, sio di sopra vada,
  che vostra gente onrata non si sfregia
  del pregio de la borsa e de la spada.

  Uso e natura s la privilegia,
  che, perch il capo reo il mondo torca,
  sola va dritta e l mal cammin dispregia.

  Ed elli: Or va; che l sol non si ricorca
  sette volte nel letto che l Montone
  con tutti e quattro i pi cuopre e inforca,

  che cotesta cortese oppinone
  ti fia chiavata in mezzo de la testa
  con maggior chiovi che daltrui sermone,

  se corso di giudicio non sarresta.



  Purgatorio  Canto IX


  La concubina di Titone antico
  gi simbiancava al balco dorente,
  fuor de le braccia del suo dolce amico;

  di gemme la sua fronte era lucente,
  poste in figura del freddo animale
  che con la coda percuote la gente;

  e la notte, de passi con che sale,
  fatti avea due nel loco ov eravamo,
  e l terzo gi chinava in giuso lale;

  quand io, che meco avea di quel dAdamo,
  vinto dal sonno, in su lerba inchinai
  l ve gi tutti e cinque sedavamo.

  Ne lora che comincia i tristi lai
  la rondinella presso a la mattina,
  forse a memoria de suo primi guai,

  e che la mente nostra, peregrina
  pi da la carne e men da pensier presa,
  a le sue vison quasi  divina,

  in sogno mi parea veder sospesa
  unaguglia nel ciel con penne doro,
  con lali aperte e a calare intesa;

  ed esser mi parea l dove fuoro
  abbandonati i suoi da Ganimede,
  quando fu ratto al sommo consistoro.

  Fra me pensava: Forse questa fiede
  pur qui per uso, e forse daltro loco
  disdegna di portarne suso in piede.

  Poi mi parea che, poi rotata un poco,
  terribil come folgor discendesse,
  e me rapisse suso infino al foco.

  Ivi parea che ella e io ardesse;
  e s lo ncendio imaginato cosse,
  che convenne che l sonno si rompesse.

  Non altrimenti Achille si riscosse,
  li occhi svegliati rivolgendo in giro
  e non sappiendo l dove si fosse,

  quando la madre da Chirn a Schiro
  trafugg lui dormendo in le sue braccia,
  l onde poi li Greci il dipartiro;

  che mi scoss io, s come da la faccia
  mi fugg l sonno, e diventa ismorto,
  come fa luom che, spaventato, agghiaccia.

  Dallato mera solo il mio conforto,
  e l sole er alto gi pi che due ore,
  e l viso mera a la marina torto.

  Non aver tema, disse il mio segnore;
  fatti sicur, ch noi semo a buon punto;
  non stringer, ma rallarga ogne vigore.

  Tu se omai al purgatorio giunto:
  vedi l il balzo che l chiude dintorno;
  vedi lentrata l ve par digiunto.

  Dianzi, ne lalba che procede al giorno,
  quando lanima tua dentro dormia,
  sovra li fiori ond  l gi addorno

  venne una donna, e disse: I son Lucia;
  lasciatemi pigliar costui che dorme;
  s lagevoler per la sua via.

  Sordel rimase e laltre genti forme;
  ella ti tolse, e come l d fu chiaro,
  sen venne suso; e io per le sue orme.

  Qui ti pos, ma pria mi dimostraro
  li occhi suoi belli quella intrata aperta;
  poi ella e l sonno ad una se nandaro.

  A guisa duom che n dubbio si raccerta
  e che muta in conforto sua paura,
  poi che la verit li  discoperta,

  mi cambia io; e come sanza cura
  vide me l duca mio, su per lo balzo
  si mosse, e io di rietro inver laltura.

  Lettor, tu vedi ben com io innalzo
  la mia matera, e per con pi arte
  non ti maravigliar sio la rincalzo.

  Noi ci appressammo, ed eravamo in parte
  che l dove pareami prima rotto,
  pur come un fesso che muro diparte,

  vidi una porta, e tre gradi di sotto
  per gire ad essa, di color diversi,
  e un portier chancor non facea motto.

  E come locchio pi e pi vapersi,
  vidil seder sovra l grado sovrano,
  tal ne la faccia chio non lo soffersi;

  e una spada nuda ava in mano,
  che refletta i raggi s ver noi,
  chio drizzava spesso il viso in vano.

  Dite costinci: che volete voi?,
  cominci elli a dire, ov  la scorta?
  Guardate che l venir s non vi ni.

  Donna del ciel, di queste cose accorta,
  rispuose l mio maestro a lui, pur dianzi
  ne disse: Andate l: quivi  la porta.

  Ed ella i passi vostri in bene avanzi,
  ricominci il cortese portinaio:
  Venite dunque a nostri gradi innanzi.

  L ne venimmo; e lo scaglion primaio
  bianco marmo era s pulito e terso,
  chio mi specchiai in esso qual io paio.

  Era il secondo tinto pi che perso,
  duna petrina ruvida e arsiccia,
  crepata per lo lungo e per traverso.

  Lo terzo, che di sopra sammassiccia,
  porfido mi parea, s fiammeggiante
  come sangue che fuor di vena spiccia.

  Sovra questo tena ambo le piante
  langel di Dio sedendo in su la soglia
  che mi sembiava pietra di diamante.

  Per li tre gradi s di buona voglia
  mi trasse il duca mio, dicendo: Chiedi
  umilemente che l serrame scioglia.

  Divoto mi gittai a santi piedi;
  misericordia chiesi e chel maprisse,
  ma tre volte nel petto pria mi diedi.

  Sette P ne la fronte mi descrisse
  col punton de la spada, e Fa che lavi,
  quando se dentro, queste piaghe disse.

  Cenere, o terra che secca si cavi,
  dun color fora col suo vestimento;
  e di sotto da quel trasse due chiavi.

  Luna era doro e laltra era dargento;
  pria con la bianca e poscia con la gialla
  fece a la porta s, chi fu contento.

  Quandunque luna deste chiavi falla,
  che non si volga dritta per la toppa,
  diss elli a noi, non sapre questa calla.

  Pi cara  luna; ma laltra vuol troppa
  darte e dingegno avanti che diserri,
  perch ella  quella che l nodo digroppa.

  Da Pier le tegno; e dissemi chi erri
  anzi ad aprir cha tenerla serrata,
  pur che la gente a piedi mi satterri.

  Poi pinse luscio a la porta sacrata,
  dicendo: Intrate; ma facciovi accorti
  che di fuor torna chi n dietro si guata.

  E quando fuor ne cardini distorti
  li spigoli di quella regge sacra,
  che di metallo son sonanti e forti,

  non rugghi s n si mostr s acra
  Tarpa, come tolto le fu il buono
  Metello, per che poi rimase macra.

  Io mi rivolsi attento al primo tuono,
  e Te Deum laudamus mi parea
  udire in voce mista al dolce suono.

  Tale imagine a punto mi rendea
  ci chio udiva, qual prender si suole
  quando a cantar con organi si stea;

  chor s or no sintendon le parole.



  Purgatorio  Canto X


  Poi fummo dentro al soglio de la porta
  che l mal amor de lanime disusa,
  perch fa parer dritta la via torta,

  sonando la senti esser richiusa;
  e sio avesse li occhi vlti ad essa,
  qual fora stata al fallo degna scusa?

  Noi salavam per una pietra fessa,
  che si moveva e duna e daltra parte,
  s come londa che fugge e sappressa.

  Qui si conviene usare un poco darte,
  cominci l duca mio, in accostarsi
  or quinci, or quindi al lato che si parte.

  E questo fece i nostri passi scarsi,
  tanto che pria lo scemo de la luna
  rigiunse al letto suo per ricorcarsi,

  che noi fossimo fuor di quella cruna;
  ma quando fummo liberi e aperti
  s dove il monte in dietro si rauna,

  o stancato e amendue incerti
  di nostra via, restammo in su un piano
  solingo pi che strade per diserti.

  Da la sua sponda, ove confina il vano,
  al pi de lalta ripa che pur sale,
  misurrebbe in tre volte un corpo umano;

  e quanto locchio mio potea trar dale,
  or dal sinistro e or dal destro fianco,
  questa cornice mi parea cotale.

  L s non eran mossi i pi nostri anco,
  quand io conobbi quella ripa intorno
  che dritto di salita aveva manco,

  esser di marmo candido e addorno
  dintagli s, che non pur Policleto,
  ma la natura l avrebbe scorno.

  Langel che venne in terra col decreto
  de la molt anni lagrimata pace,
  chaperse il ciel del suo lungo divieto,

  dinanzi a noi pareva s verace
  quivi intagliato in un atto soave,
  che non sembiava imagine che tace.

  Giurato si saria chel dicesse Ave!;
  perch iv era imaginata quella
  chad aprir lalto amor volse la chiave;

  e avea in atto impressa esta favella
  Ecce ancilla De, propriamente
  come figura in cera si suggella.

  Non tener pur ad un loco la mente,
  disse l dolce maestro, che mavea
  da quella parte onde l cuore ha la gente.

  Per chi mi mossi col viso, e vedea
  di retro da Maria, da quella costa
  onde mera colui che mi movea,

  unaltra storia ne la roccia imposta;
  per chio varcai Virgilio, e femi presso,
  acci che fosse a li occhi miei disposta.

  Era intagliato l nel marmo stesso
  lo carro e  buoi, traendo larca santa,
  per che si teme officio non commesso.

  Dinanzi parea gente; e tutta quanta,
  partita in sette cori, a due mie sensi
  faceva dir lun No, laltro S, canta.

  Similemente al fummo de li ncensi
  che vera imaginato, li occhi e l naso
  e al s e al no discordi fensi.

  L precedeva al benedetto vaso,
  trescando alzato, lumile salmista,
  e pi e men che re era in quel caso.

  Di contra, effigata ad una vista
  dun gran palazzo, Micl ammirava
  s come donna dispettosa e trista.

  I mossi i pi del loco dov io stava,
  per avvisar da presso unaltra istoria,
  che di dietro a Micl mi biancheggiava.

  Quiv era storata lalta gloria
  del roman principato, il cui valore
  mosse Gregorio a la sua gran vittoria;

  i dico di Traiano imperadore;
  e una vedovella li era al freno,
  di lagrime atteggiata e di dolore.

  Intorno a lui parea calcato e pieno
  di cavalieri, e laguglie ne loro
  sovr essi in vista al vento si movieno.

  La miserella intra tutti costoro
  pareva dir: Segnor, fammi vendetta
  di mio figliuol ch morto, ond io maccoro;

  ed elli a lei rispondere: Or aspetta
  tanto chi torni; e quella: Segnor mio,
  come persona in cui dolor saffretta,

  se tu non torni?; ed ei: Chi fia dov io,
  la ti far; ed ella: Laltrui bene
  a te che fia, se l tuo metti in oblio?;

  ond elli: Or ti conforta; chei convene
  chi solva il mio dovere anzi chi mova:
  giustizia vuole e piet mi ritene.

  Colui che mai non vide cosa nova
  produsse esto visibile parlare,
  novello a noi perch qui non si trova.

  Mentr io mi dilettava di guardare
  limagini di tante umilitadi,
  e per lo fabbro loro a veder care,

  Ecco di qua, ma fanno i passi radi,
  mormorava il poeta, molte genti:
  questi ne nveranno a li alti gradi.

  Li occhi miei, cha mirare eran contenti
  per veder novitadi ond e son vaghi,
  volgendosi ver lui non furon lenti.

  Non vo per, lettor, che tu ti smaghi
  di buon proponimento per udire
  come Dio vuol che l debito si paghi.

  Non attender la forma del martre:
  pensa la succession; pensa chal peggio
  oltre la gran sentenza non pu ire.

  Io cominciai: Maestro, quel chio veggio
  muovere a noi, non mi sembian persone,
  e non so che, s nel veder vaneggio.

  Ed elli a me: La grave condizione
  di lor tormento a terra li rannicchia,
  s che  miei occhi pria nebber tencione.

  Ma guarda fiso l, e disviticchia
  col viso quel che vien sotto a quei sassi:
  gi scorger puoi come ciascun si picchia.

  O superbi cristian, miseri lassi,
  che, de la vista de la mente infermi,
  fidanza avete ne retrosi passi,

  non vaccorgete voi che noi siam vermi
  nati a formar langelica farfalla,
  che vola a la giustizia sanza schermi?

  Di che lanimo vostro in alto galla,
  poi siete quasi antomata in difetto,
  s come vermo in cui formazion falla?

  Come per sostentar solaio o tetto,
  per mensola talvolta una figura
  si vede giugner le ginocchia al petto,

  la qual fa del non ver vera rancura
  nascere n chi la vede; cos fatti
  vid io color, quando puosi ben cura.

  Vero  che pi e meno eran contratti
  secondo chavien pi e meno a dosso;
  e qual pi pazenza avea ne li atti,

  piangendo parea dicer: Pi non posso.



  Purgatorio  Canto XI


  O Padre nostro, che ne cieli stai,
  non circunscritto, ma per pi amore
  chai primi effetti di l s tu hai,

  laudato sia l tuo nome e l tuo valore
  da ogne creatura, com  degno
  di render grazie al tuo dolce vapore.

  Vegna ver noi la pace del tuo regno,
  ch noi ad essa non potem da noi,
  sella non vien, con tutto nostro ingegno.

  Come del suo voler li angeli tuoi
  fan sacrificio a te, cantando osanna,
  cos facciano li uomini de suoi.

  D oggi a noi la cotidiana manna,
  sanza la qual per questo aspro diserto
  a retro va chi pi di gir saffanna.

  E come noi lo mal chavem sofferto
  perdoniamo a ciascuno, e tu perdona
  benigno, e non guardar lo nostro merto.

  Nostra virt che di legger sadona,
  non spermentar con lantico avversaro,
  ma libera da lui che s la sprona.

  Quest ultima preghiera, segnor caro,
  gi non si fa per noi, ch non bisogna,
  ma per color che dietro a noi restaro.

  Cos a s e noi buona ramogna
  quell ombre orando, andavan sotto l pondo,
  simile a quel che talvolta si sogna,

  disparmente angosciate tutte a tondo
  e lasse su per la prima cornice,
  purgando la caligine del mondo.

  Se di l sempre ben per noi si dice,
  di qua che dire e far per lor si puote
  da quei channo al voler buona radice?

  Ben si de loro atar lavar le note
  che portar quinci, s che, mondi e lievi,
  possano uscire a le stellate ruote.

  Deh, se giustizia e piet vi disgrievi
  tosto, s che possiate muover lala,
  che secondo il disio vostro vi lievi,

  mostrate da qual mano inver la scala
  si va pi corto; e se c pi dun varco,
  quel ne nsegnate che men erto cala;

  ch questi che vien meco, per lo ncarco
  de la carne dAdamo onde si veste,
  al montar s, contra sua voglia,  parco.

  Le lor parole, che rendero a queste
  che dette avea colui cu io seguiva,
  non fur da cui venisser manifeste;

  ma fu detto: A man destra per la riva
  con noi venite, e troverete il passo
  possibile a salir persona viva.

  E sio non fossi impedito dal sasso
  che la cervice mia superba doma,
  onde portar convienmi il viso basso,

  cotesti, chancor vive e non si noma,
  guardere io, per veder si l conosco,
  e per farlo pietoso a questa soma.

  Io fui latino e nato dun gran Tosco:
  Guiglielmo Aldobrandesco fu mio padre;
  non so se l nome suo gi mai fu vosco.

  Lantico sangue e lopere leggiadre
  di miei maggior mi fer s arrogante,
  che, non pensando a la comune madre,

  ogn uomo ebbi in despetto tanto avante,
  chio ne mori, come i Sanesi sanno,
  e sallo in Campagnatico ogne fante.

  Io sono Omberto; e non pur a me danno
  superbia fa, ch tutti miei consorti
  ha ella tratti seco nel malanno.

  E qui convien chio questo peso porti
  per lei, tanto che a Dio si sodisfaccia,
  poi chio nol fe tra  vivi, qui tra  morti.

  Ascoltando chinai in gi la faccia;
  e un di lor, non questi che parlava,
  si torse sotto il peso che li mpaccia,

  e videmi e conobbemi e chiamava,
  tenendo li occhi con fatica fisi
  a me che tutto chin con loro andava.

  Oh!, diss io lui, non se tu Oderisi,
  lonor dAgobbio e lonor di quell arte
  challuminar chiamata  in Parisi?.

  Frate, diss elli, pi ridon le carte
  che pennelleggia Franco Bolognese;
  lonore  tutto or suo, e mio in parte.

  Ben non sare io stato s cortese
  mentre chio vissi, per lo gran disio
  de leccellenza ove mio core intese.

  Di tal superbia qui si paga il fio;
  e ancor non sarei qui, se non fosse
  che, possendo peccar, mi volsi a Dio.

  Oh vana gloria de lumane posse!
  com poco verde in su la cima dura,
  se non  giunta da letati grosse!

  Credette Cimabue ne la pittura
  tener lo campo, e ora ha Giotto il grido,
  s che la fama di colui  scura.

  Cos ha tolto luno a laltro Guido
  la gloria de la lingua; e forse  nato
  chi luno e laltro caccer del nido.

  Non  il mondan romore altro chun fiato
  di vento, chor vien quinci e or vien quindi,
  e muta nome perch muta lato.

  Che voce avrai tu pi, se vecchia scindi
  da te la carne, che se fossi morto
  anzi che tu lasciassi il pappo e l dindi,

  pria che passin mill anni? ch pi corto
  spazio a letterno, chun muover di ciglia
  al cerchio che pi tardi in cielo  torto.

  Colui che del cammin s poco piglia
  dinanzi a me, Toscana son tutta;
  e ora a pena in Siena sen pispiglia,

  ond era sire quando fu distrutta
  la rabbia fiorentina, che superba
  fu a quel tempo s com ora  putta.

  La vostra nominanza  color derba,
  che viene e va, e quei la discolora
  per cui ella esce de la terra acerba.

  E io a lui: Tuo vero dir mincora
  bona umilt, e gran tumor mappiani;
  ma chi  quei di cui tu parlavi ora?.

  Quelli , rispuose, Provenzan Salvani;
  ed  qui perch fu presuntoso
  a recar Siena tutta a le sue mani.

  Ito  cos e va, sanza riposo,
  poi che mor; cotal moneta rende
  a sodisfar chi  di l troppo oso.

  E io: Se quello spirito chattende,
  pria che si penta, lorlo de la vita,
  qua gi dimora e qua s non ascende,

  se buona orazon lui non aita,
  prima che passi tempo quanto visse,
  come fu la venuta lui largita?.

  Quando vivea pi gloroso, disse,
  liberamente nel Campo di Siena,
  ogne vergogna diposta, saffisse;

  e l, per trar lamico suo di pena,
  che sostenea ne la prigion di Carlo,
  si condusse a tremar per ogne vena.

  Pi non dir, e scuro so che parlo;
  ma poco tempo andr, che  tuoi vicini
  faranno s che tu potrai chiosarlo.

  Quest opera li tolse quei confini.



  Purgatorio  Canto XII


  Di pari, come buoi che vanno a giogo,
  mandava io con quell anima carca,
  fin che l sofferse il dolce pedagogo.

  Ma quando disse: Lascia lui e varca;
  ch qui  buono con lali e coi remi,
  quantunque pu, ciascun pinger sua barca;

  dritto s come andar vuolsi rifemi
  con la persona, avvegna che i pensieri
  mi rimanessero e chinati e scemi.

  Io mera mosso, e seguia volontieri
  del mio maestro i passi, e amendue
  gi mostravam com eravam leggeri;

  ed el mi disse: Volgi li occhi in gie:
  buon ti sar, per tranquillar la via,
  veder lo letto de le piante tue.

  Come, perch di lor memoria sia,
  sovra i sepolti le tombe terragne
  portan segnato quel chelli eran pria,

  onde l molte volte si ripiagne
  per la puntura de la rimembranza,
  che solo a pi d de le calcagne;

  s vid io l, ma di miglior sembianza
  secondo lartificio, figurato
  quanto per via di fuor del monte avanza.

  Vedea colui che fu nobil creato
  pi chaltra creatura, gi dal cielo
  folgoreggiando scender, da lun lato.

  Veda Brareo fitto dal telo
  celestal giacer, da laltra parte,
  grave a la terra per lo mortal gelo.

  Vedea Timbreo, vedea Pallade e Marte,
  armati ancora, intorno al padre loro,
  mirar le membra di Giganti sparte.

  Vedea Nembrt a pi del gran lavoro
  quasi smarrito, e riguardar le genti
  che n Sennar con lui superbi fuoro.

  O Nob, con che occhi dolenti
  vedea io te segnata in su la strada,
  tra sette e sette tuoi figliuoli spenti!

  O Sal, come in su la propria spada
  quivi parevi morto in Gelbo,
  che poi non sent pioggia n rugiada!

  O folle Aragne, s vedea io te
  gi mezza ragna, trista in su li stracci
  de lopera che mal per te si f.

  O Robom, gi non par che minacci
  quivi l tuo segno; ma pien di spavento
  nel porta un carro, sanza chaltri il cacci.

  Mostrava ancor lo duro pavimento
  come Almeon a sua madre f caro
  parer lo sventurato addornamento.

  Mostrava come i figli si gittaro
  sovra Sennacherb dentro dal tempio,
  e come, morto lui, quivi il lasciaro.

  Mostrava la ruina e l crudo scempio
  che f Tamiri, quando disse a Ciro:
  Sangue sitisti, e io di sangue tempio.

  Mostrava come in rotta si fuggiro
  li Assiri, poi che fu morto Oloferne,
  e anche le reliquie del martiro.

  Vedeva Troia in cenere e in caverne;
  o Iln, come te basso e vile
  mostrava il segno che l si discerne!

  Qual di pennel fu maestro o di stile
  che ritraesse lombre e  tratti chivi
  mirar farieno uno ingegno sottile?

  Morti li morti e i vivi parean vivi:
  non vide mei di me chi vide il vero,
  quant io calcai, fin che chinato givi.

  Or superbite, e via col viso altero,
  figliuoli dEva, e non chinate il volto
  s che veggiate il vostro mal sentero!

  Pi era gi per noi del monte vlto
  e del cammin del sole assai pi speso
  che non stimava lanimo non sciolto,

  quando colui che sempre innanzi atteso
  andava, cominci: Drizza la testa;
  non  pi tempo di gir s sospeso.

  Vedi col un angel che sappresta
  per venir verso noi; vedi che torna
  dal servigio del d lancella sesta.

  Di reverenza il viso e li atti addorna,
  s che i diletti lo nvarci in suso;
  pensa che questo d mai non raggiorna!.

  Io era ben del suo ammonir uso
  pur di non perder tempo, s che n quella
  materia non potea parlarmi chiuso.

  A noi vena la creatura bella,
  biancovestito e ne la faccia quale
  par tremolando mattutina stella.

  Le braccia aperse, e indi aperse lale;
  disse: Venite: qui son presso i gradi,
  e agevolemente omai si sale.

  A questo invito vegnon molto radi:
  o gente umana, per volar s nata,
  perch a poco vento cos cadi?.

  Menocci ove la roccia era tagliata;
  quivi mi batt lali per la fronte;
  poi mi promise sicura landata.

  Come a man destra, per salire al monte
  dove siede la chiesa che soggioga
  la ben guidata sopra Rubaconte,

  si rompe del montar lardita foga
  per le scalee che si fero ad etade
  chera sicuro il quaderno e la doga;

  cos sallenta la ripa che cade
  quivi ben ratta da laltro girone;
  ma quinci e quindi lalta pietra rade.

  Noi volgendo ivi le nostre persone,
  Beati pauperes spiritu! voci
  cantaron s, che nol diria sermone.

  Ahi quanto son diverse quelle foci
  da linfernali! ch quivi per canti
  sentra, e l gi per lamenti feroci.

  Gi montavam su per li scaglion santi,
  ed esser mi parea troppo pi lieve
  che per lo pian non mi parea davanti.

  Ond io: Maestro, d, qual cosa greve
  levata s da me, che nulla quasi
  per me fatica, andando, si riceve?.

  Rispuose: Quando i P che son rimasi
  ancor nel volto tuo presso che stinti,
  saranno, com  lun, del tutto rasi,

  fier li tuoi pi dal buon voler s vinti,
  che non pur non fatica sentiranno,
  ma fia diletto loro esser s pinti.

  Allor fec io come color che vanno
  con cosa in capo non da lor saputa,
  se non che  cenni altrui sospecciar fanno;

  per che la mano ad accertar saiuta,
  e cerca e truova e quello officio adempie
  che non si pu fornir per la veduta;

  e con le dita de la destra scempie
  trovai pur sei le lettere che ncise
  quel da le chiavi a me sovra le tempie:

  a che guardando, il mio duca sorrise.



  Purgatorio  Canto XIII


  Noi eravamo al sommo de la scala,
  dove secondamente si risega
  lo monte che salendo altrui dismala.

  Ivi cos una cornice lega
  dintorno il poggio, come la primaia;
  se non che larco suo pi tosto piega.

  Ombra non l  n segno che si paia:
  parsi la ripa e parsi la via schietta
  col livido color de la petraia.

  Se qui per dimandar gente saspetta,
  ragionava il poeta, io temo forse
  che troppo avr dindugio nostra eletta.

  Poi fisamente al sole li occhi porse;
  fece del destro lato a muover centro,
  e la sinistra parte di s torse.

  O dolce lume a cui fidanza i entro
  per lo novo cammin, tu ne conduci,
  dicea, come condur si vuol quinc entro.

  Tu scaldi il mondo, tu sovr esso luci;
  saltra ragione in contrario non ponta,
  esser dien sempre li tuoi raggi duci.

  Quanto di qua per un migliaio si conta,
  tanto di l eravam noi gi iti,
  con poco tempo, per la voglia pronta;

  e verso noi volar furon sentiti,
  non per visti, spiriti parlando
  a la mensa damor cortesi inviti.

  La prima voce che pass volando
  Vinum non habent altamente disse,
  e dietro a noi land reterando.

  E prima che del tutto non si udisse
  per allungarsi, unaltra I sono Oreste
  pass gridando, e anco non saffisse.

  Oh!, diss io, padre, che voci son queste?.
  E com io domandai, ecco la terza
  dicendo: Amate da cui male aveste.

  E l buon maestro: Questo cinghio sferza
  la colpa de la invidia, e per sono
  tratte damor le corde de la ferza.

  Lo fren vuol esser del contrario suono;
  credo che ludirai, per mio avviso,
  prima che giunghi al passo del perdono.

  Ma ficca li occhi per laere ben fiso,
  e vedrai gente innanzi a noi sedersi,
  e ciascun  lungo la grotta assiso.

  Allora pi che prima li occhi apersi;
  guardami innanzi, e vidi ombre con manti
  al color de la pietra non diversi.

  E poi che fummo un poco pi avanti,
  udia gridar: Maria, ra per noi:
  gridar Michele e Pietro e Tutti santi.

  Non credo che per terra vada ancoi
  omo s duro, che non fosse punto
  per compassion di quel chi vidi poi;

  ch, quando fui s presso di lor giunto,
  che li atti loro a me venivan certi,
  per li occhi fui di grave dolor munto.

  Di vil ciliccio mi parean coperti,
  e lun sofferia laltro con la spalla,
  e tutti da la ripa eran sofferti.

  Cos li ciechi a cui la roba falla,
  stanno a perdoni a chieder lor bisogna,
  e luno il capo sopra laltro avvalla,

  perch n altrui piet tosto si pogna,
  non pur per lo sonar de le parole,
  ma per la vista che non meno agogna.

  E come a li orbi non approda il sole,
  cos a lombre quivi, ond io parlo ora,
  luce del ciel di s largir non vole;

  ch a tutti un fil di ferro i cigli fra
  e cusce s, come a sparvier selvaggio
  si fa per che queto non dimora.

  A me pareva, andando, fare oltraggio,
  veggendo altrui, non essendo veduto:
  per chio mi volsi al mio consiglio saggio.

  Ben sapev ei che volea dir lo muto;
  e per non attese mia dimanda,
  ma disse: Parla, e sie breve e arguto.

  Virgilio mi vena da quella banda
  de la cornice onde cader si puote,
  perch da nulla sponda singhirlanda;

  da laltra parte meran le divote
  ombre, che per lorribile costura
  premevan s, che bagnavan le gote.

  Volsimi a loro e: O gente sicura,
  incominciai, di veder lalto lume
  che l disio vostro solo ha in sua cura,

  se tosto grazia resolva le schiume
  di vostra coscenza s che chiaro
  per essa scenda de la mente il fiume,

  ditemi, ch mi fia grazioso e caro,
  sanima  qui tra voi che sia latina;
  e forse lei sar buon si lapparo.

  O frate mio, ciascuna  cittadina
  duna vera citt; ma tu vuo dire
  che vivesse in Italia peregrina.

  Questo mi parve per risposta udire
  pi innanzi alquanto che l dov io stava,
  ond io mi feci ancor pi l sentire.

  Tra laltre vidi unombra chaspettava
  in vista; e se volesse alcun dir Come?,
  lo mento a guisa dorbo in s levava.

  Spirto, diss io, che per salir ti dome,
  se tu se quelli che mi rispondesti,
  fammiti conto o per luogo o per nome.

  Io fui sanese, rispuose, e con questi
  altri rimendo qui la vita ria,
  lagrimando a colui che s ne presti.

  Savia non fui, avvegna che Sapa
  fossi chiamata, e fui de li altrui danni
  pi lieta assai che di ventura mia.

  E perch tu non creda chio tinganni,
  odi si fui, com io ti dico, folle,
  gi discendendo larco di miei anni.

  Eran li cittadin miei presso a Colle
  in campo giunti co loro avversari,
  e io pregava Iddio di quel che volle.

  Rotti fuor quivi e vlti ne li amari
  passi di fuga; e veggendo la caccia,
  letizia presi a tutte altre dispari,

  tanto chio volsi in s lardita faccia,
  gridando a Dio: Omai pi non ti temo!,
  come f l merlo per poca bonaccia.

  Pace volli con Dio in su lo stremo
  de la mia vita; e ancor non sarebbe
  lo mio dover per penitenza scemo,

  se ci non fosse, cha memoria mebbe
  Pier Pettinaio in sue sante orazioni,
  a cui di me per caritate increbbe.

  Ma tu chi se, che nostre condizioni
  vai dimandando, e porti li occhi sciolti,
  s com io credo, e spirando ragioni?.

  Li occhi, diss io, mi fieno ancor qui tolti,
  ma picciol tempo, ch poca  loffesa
  fatta per esser con invidia vlti.

  Troppa  pi la paura ond  sospesa
  lanima mia del tormento di sotto,
  che gi lo ncarco di l gi mi pesa.

  Ed ella a me: Chi tha dunque condotto
  qua s tra noi, se gi ritornar credi?.
  E io: Costui ch meco e non fa motto.

  E vivo sono; e per mi richiedi,
  spirito eletto, se tu vuo chi mova
  di l per te ancor li mortai piedi.

  Oh, questa  a udir s cosa nuova,
  rispuose, che gran segno  che Dio tami;
  per col priego tuo talor mi giova.

  E cheggioti, per quel che tu pi brami,
  se mai calchi la terra di Toscana,
  che a miei propinqui tu ben mi rinfami.

  Tu li vedrai tra quella gente vana
  che spera in Talamone, e perderagli
  pi di speranza cha trovar la Diana;

  ma pi vi perderanno li ammiragli.



  Purgatorio  Canto XIV


  Chi  costui che l nostro monte cerchia
  prima che morte li abbia dato il volo,
  e apre li occhi a sua voglia e coverchia?.

  Non so chi sia, ma so che non  solo;
  domandal tu che pi li tavvicini,
  e dolcemente, s che parli, accolo.

  Cos due spirti, luno a laltro chini,
  ragionavan di me ivi a man dritta;
  poi fer li visi, per dirmi, supini;

  e disse luno: O anima che fitta
  nel corpo ancora inver lo ciel ten vai,
  per carit ne consola e ne ditta

  onde vieni e chi se; ch tu ne fai
  tanto maravigliar de la tua grazia,
  quanto vuol cosa che non fu pi mai.

  E io: Per mezza Toscana si spazia
  un fiumicel che nasce in Falterona,
  e cento miglia di corso nol sazia.

  Di sovr esso rech io questa persona:
  dirvi chi sia, saria parlare indarno,
  ch l nome mio ancor molto non suona.

  Se ben lo ntendimento tuo accarno
  con lo ntelletto, allora mi rispuose
  quei che diceva pria, tu parli dArno.

  E laltro disse lui: Perch nascose
  questi il vocabol di quella riviera,
  pur com om fa de lorribili cose?.

  E lombra che di ci domandata era,
  si sdebit cos: Non so; ma degno
  ben  che l nome di tal valle pra;

  ch dal principio suo, ov  s pregno
  lalpestro monte ond  tronco Peloro,
  che n pochi luoghi passa oltra quel segno,

  infin l ve si rende per ristoro
  di quel che l ciel de la marina asciuga,
  ond hanno i fiumi ci che va con loro,

  vert cos per nimica si fuga
  da tutti come biscia, o per sventura
  del luogo, o per mal uso che li fruga:

  ond hanno s mutata lor natura
  li abitator de la misera valle,
  che par che Circe li avesse in pastura.

  Tra brutti porci, pi degni di galle
  che daltro cibo fatto in uman uso,
  dirizza prima il suo povero calle.

  Botoli trova poi, venendo giuso,
  ringhiosi pi che non chiede lor possa,
  e da lor disdegnosa torce il muso.

  Vassi caggendo; e quant ella pi ngrossa,
  tanto pi trova di can farsi lupi
  la maladetta e sventurata fossa.

  Discesa poi per pi pelaghi cupi,
  trova le volpi s piene di froda,
  che non temono ingegno che le occpi.

  N lascer di dir perch altri moda;
  e buon sar costui, sancor sammenta
  di ci che vero spirto mi disnoda.

  Io veggio tuo nepote che diventa
  cacciator di quei lupi in su la riva
  del fiero fiume, e tutti li sgomenta.

  Vende la carne loro essendo viva;
  poscia li ancide come antica belva;
  molti di vita e s di pregio priva.

  Sanguinoso esce de la trista selva;
  lasciala tal, che di qui a mille anni
  ne lo stato primaio non si rinselva.

  Com a lannunzio di dogliosi danni
  si turba il viso di colui chascolta,
  da qual che parte il periglio lassanni,

  cos vid io laltr anima, che volta
  stava a udir, turbarsi e farsi trista,
  poi chebbe la parola a s raccolta.

  Lo dir de luna e de laltra la vista
  mi fer voglioso di saper lor nomi,
  e dimanda ne fei con prieghi mista;

  per che lo spirto che di pria parlmi
  ricominci: Tu vuo chio mi deduca
  nel fare a te ci che tu far non vuomi.

  Ma da che Dio in te vuol che traluca
  tanto sua grazia, non ti sar scarso;
  per sappi chio fui Guido del Duca.

  Fu il sangue mio dinvidia s rarso,
  che se veduto avesse uom farsi lieto,
  visto mavresti di livore sparso.

  Di mia semente cotal paglia mieto;
  o gente umana, perch poni l core
  l v  mestier di consorte divieto?

  Questi  Rinier; questi  l pregio e lonore
  de la casa da Calboli, ove nullo
  fatto s reda poi del suo valore.

  E non pur lo suo sangue  fatto brullo,
  tra l Po e l monte e la marina e l Reno,
  del ben richesto al vero e al trastullo;

  ch dentro a questi termini  ripieno
  di venenosi sterpi, s che tardi
  per coltivare omai verrebber meno.

  Ov  l buon Lizio e Arrigo Mainardi?
  Pier Traversaro e Guido di Carpigna?
  Oh Romagnuoli tornati in bastardi!

  Quando in Bologna un Fabbro si ralligna?
  quando in Faenza un Bernardin di Fosco,
  verga gentil di picciola gramigna?

  Non ti maravigliar sio piango, Tosco,
  quando rimembro, con Guido da Prata,
  Ugolin dAzzo che vivette nosco,

  Federigo Tignoso e sua brigata,
  la casa Traversara e li Anastagi
  (e luna gente e laltra  diretata),

  le donne e  cavalier, li affanni e li agi
  che ne nvogliava amore e cortesia
  l dove i cuor son fatti s malvagi.

  O Bretinoro, ch non fuggi via,
  poi che gita se n la tua famiglia
  e molta gente per non esser ria?

  Ben fa Bagnacaval, che non rifiglia;
  e mal fa Castrocaro, e peggio Conio,
  che di figliar tai conti pi simpiglia.

  Ben faranno i Pagan, da che l demonio
  lor sen gir; ma non per che puro
  gi mai rimagna dessi testimonio.

  O Ugolin de Fantolin, sicuro
   l nome tuo, da che pi non saspetta
  chi far lo possa, tralignando, scuro.

  Ma va via, Tosco, omai; chor mi diletta
  troppo di pianger pi che di parlare,
  s mha nostra ragion la mente stretta.

  Noi sapavam che quell anime care
  ci sentivano andar; per, tacendo,
  facan noi del cammin confidare.

  Poi fummo fatti soli procedendo,
  folgore parve quando laere fende,
  voce che giunse di contra dicendo:

  Anciderammi qualunque mapprende;
  e fugg come tuon che si dilegua,
  se sbito la nuvola scoscende.

  Come da lei ludir nostro ebbe triegua,
  ed ecco laltra con s gran fracasso,
  che somigli tonar che tosto segua:

  Io sono Aglauro che divenni sasso;
  e allor, per ristrignermi al poeta,
  in destro feci, e non innanzi, il passo.

  Gi era laura dogne parte queta;
  ed el mi disse: Quel fu l duro camo
  che dovria luom tener dentro a sua meta.

  Ma voi prendete lesca, s che lamo
  de lantico avversaro a s vi tira;
  e per poco val freno o richiamo.

  Chiamavi l cielo e ntorno vi si gira,
  mostrandovi le sue bellezze etterne,
  e locchio vostro pur a terra mira;

  onde vi batte chi tutto discerne.



  Purgatorio  Canto XV


  Quanto tra lultimar de lora terza
  e l principio del d par de la spera
  che sempre a guisa di fanciullo scherza,

  tanto pareva gi inver la sera
  essere al sol del suo corso rimaso;
  vespero l, e qui mezza notte era.

  E i raggi ne ferien per mezzo l naso,
  perch per noi girato era s l monte,
  che gi dritti andavamo inver loccaso,

  quand io senti a me gravar la fronte
  a lo splendore assai pi che di prima,
  e stupor meran le cose non conte;

  ond io levai le mani inver la cima
  de le mie ciglia, e fecimi l solecchio,
  che del soverchio visibile lima.

  Come quando da lacqua o da lo specchio
  salta lo raggio a lopposita parte,
  salendo su per lo modo parecchio

  a quel che scende, e tanto si diparte
  dal cader de la pietra in igual tratta,
  s come mostra esperenza e arte;

  cos mi parve da luce rifratta
  quivi dinanzi a me esser percosso;
  per che a fuggir la mia vista fu ratta.

  Che  quel, dolce padre, a che non posso
  schermar lo viso tanto che mi vaglia,
  diss io, e pare inver noi esser mosso?.

  Non ti maravigliar sancor tabbaglia
  la famiglia del cielo, a me rispuose:
  messo  che viene ad invitar chom saglia.

  Tosto sar cha veder queste cose
  non ti fia grave, ma fieti diletto
  quanto natura a sentir ti dispuose.

  Poi giunti fummo a langel benedetto,
  con lieta voce disse: Intrate quinci
  ad un scaleo vie men che li altri eretto.

  Noi montavam, gi partiti di linci,
  e Beati misericordes! fue
  cantato retro, e Godi tu che vinci!.

  Lo mio maestro e io soli amendue
  suso andavamo; e io pensai, andando,
  prode acquistar ne le parole sue;

  e dirizzami a lui s dimandando:
  Che volse dir lo spirto di Romagna,
  e divieto e consorte menzionando?.

  Per chelli a me: Di sua maggior magagna
  conosce il danno; e per non sammiri
  se ne riprende perch men si piagna.

  Perch sappuntano i vostri disiri
  dove per compagnia parte si scema,
  invidia move il mantaco a sospiri.

  Ma se lamor de la spera supprema
  torcesse in suso il disiderio vostro,
  non vi sarebbe al petto quella tema;

  ch, per quanti si dice pi l nostro,
  tanto possiede pi di ben ciascuno,
  e pi di caritate arde in quel chiostro.

  Io son desser contento pi digiuno,
  diss io, che se mi fosse pria taciuto,
  e pi di dubbio ne la mente aduno.

  Com esser puote chun ben, distributo
  in pi posseditor, faccia pi ricchi
  di s che se da pochi  posseduto?.

  Ed elli a me: Per che tu rificchi
  la mente pur a le cose terrene,
  di vera luce tenebre dispicchi.

  Quello infinito e ineffabil bene
  che l s , cos corre ad amore
  com a lucido corpo raggio vene.

  Tanto si d quanto trova dardore;
  s che, quantunque carit si stende,
  cresce sovr essa letterno valore.

  E quanta gente pi l s sintende,
  pi v da bene amare, e pi vi sama,
  e come specchio luno a laltro rende.

  E se la mia ragion non ti disfama,
  vedrai Beatrice, ed ella pienamente
  ti torr questa e ciascun altra brama.

  Procaccia pur che tosto sieno spente,
  come son gi le due, le cinque piaghe,
  che si richiudon per esser dolente.

  Com io voleva dicer Tu mappaghe,
  vidimi giunto in su laltro girone,
  s che tacer mi fer le luci vaghe.

  Ivi mi parve in una visone
  estatica di sbito esser tratto,
  e vedere in un tempio pi persone;

  e una donna, in su lentrar, con atto
  dolce di madre dicer: Figliuol mio,
  perch hai tu cos verso noi fatto?

  Ecco, dolenti, lo tuo padre e io
  ti cercavamo. E come qui si tacque,
  ci che pareva prima, dispario.

  Indi mapparve unaltra con quell acque
  gi per le gote che l dolor distilla
  quando di gran dispetto in altrui nacque,

  e dir: Se tu se sire de la villa
  del cui nome ne di fu tanta lite,
  e onde ogne scenza disfavilla,

  vendica te di quelle braccia ardite
  chabbracciar nostra figlia, o Pisistrto.
  E l segnor mi parea, benigno e mite,

  risponder lei con viso temperato:
  Che farem noi a chi mal ne disira,
  se quei che ci ama  per noi condannato?,

  Poi vidi genti accese in foco dira
  con pietre un giovinetto ancider, forte
  gridando a s pur: Martira, martira!.

  E lui vedea chinarsi, per la morte
  che laggravava gi, inver la terra,
  ma de li occhi facea sempre al ciel porte,

  orando a lalto Sire, in tanta guerra,
  che perdonasse a suoi persecutori,
  con quello aspetto che piet diserra.

  Quando lanima mia torn di fori
  a le cose che son fuor di lei vere,
  io riconobbi i miei non falsi errori.

  Lo duca mio, che mi potea vedere
  far s com om che dal sonno si slega,
  disse: Che hai che non ti puoi tenere,

  ma se venuto pi che mezza lega
  velando li occhi e con le gambe avvolte,
  a guisa di cui vino o sonno piega?.

  O dolce padre mio, se tu mascolte,
  io ti dir, diss io, ci che mapparve
  quando le gambe mi furon s tolte.

  Ed ei: Se tu avessi cento larve
  sovra la faccia, non mi sarian chiuse
  le tue cogitazion, quantunque parve.

  Ci che vedesti fu perch non scuse
  daprir lo core a lacque de la pace
  che da letterno fonte son diffuse.

  Non dimandai Che hai? per quel che face
  chi guarda pur con locchio che non vede,
  quando disanimato il corpo giace;

  ma dimandai per darti forza al piede:
  cos frugar conviensi i pigri, lenti
  ad usar lor vigilia quando riede.

  Noi andavam per lo vespero, attenti
  oltre quanto potean li occhi allungarsi
  contra i raggi serotini e lucenti.

  Ed ecco a poco a poco un fummo farsi
  verso di noi come la notte oscuro;
  n da quello era loco da cansarsi.

  Questo ne tolse li occhi e laere puro.



  Purgatorio  Canto XVI


  Buio dinferno e di notte privata
  dogne pianeto, sotto pover cielo,
  quant esser pu di nuvol tenebrata,

  non fece al viso mio s grosso velo
  come quel fummo chivi ci coperse,
  n a sentir di cos aspro pelo,

  che locchio stare aperto non sofferse;
  onde la scorta mia saputa e fida
  mi saccost e lomero mofferse.

  S come cieco va dietro a sua guida
  per non smarrirsi e per non dar di cozzo
  in cosa che l molesti, o forse ancida,

  mandava io per laere amaro e sozzo,
  ascoltando il mio duca che diceva
  pur: Guarda che da me tu non sia mozzo.

  Io sentia voci, e ciascuna pareva
  pregar per pace e per misericordia
  lAgnel di Dio che le peccata leva.

  Pur Agnus Dei eran le loro essordia;
  una parola in tutte era e un modo,
  s che parea tra esse ogne concordia.

  Quei sono spirti, maestro, chi odo?,
  diss io. Ed elli a me: Tu vero apprendi,
  e diracundia van solvendo il nodo.

  Or tu chi se che l nostro fummo fendi,
  e di noi parli pur come se tue
  partissi ancor lo tempo per calendi?.

  Cos per una voce detto fue;
  onde l maestro mio disse: Rispondi,
  e domanda se quinci si va se.

  E io: O creatura che ti mondi
  per tornar bella a colui che ti fece,
  maraviglia udirai, se mi secondi.

  Io ti seguiter quanto mi lece,
  rispuose; e se veder fummo non lascia,
  ludir ci terr giunti in quella vece.

  Allora incominciai: Con quella fascia
  che la morte dissolve men vo suso,
  e venni qui per linfernale ambascia.

  E se Dio mha in sua grazia rinchiuso,
  tanto che vuol chi veggia la sua corte
  per modo tutto fuor del moderno uso,

  non mi celar chi fosti anzi la morte,
  ma dilmi, e dimmi si vo bene al varco;
  e tue parole fier le nostre scorte.

  Lombardo fui, e fu chiamato Marco;
  del mondo seppi, e quel valore amai
  al quale ha or ciascun disteso larco.

  Per montar s dirittamente vai.
  Cos rispuose, e soggiunse: I ti prego
  che per me prieghi quando s sarai.

  E io a lui: Per fede mi ti lego
  di far ci che mi chiedi; ma io scoppio
  dentro ad un dubbio, sio non me ne spiego.

  Prima era scempio, e ora  fatto doppio
  ne la sentenza tua, che mi fa certo
  qui, e altrove, quello ov io laccoppio.

  Lo mondo  ben cos tutto diserto
  dogne virtute, come tu mi sone,
  e di malizia gravido e coverto;

  ma priego che maddite la cagione,
  s chi la veggia e chi la mostri altrui;
  ch nel cielo uno, e un qua gi la pone.

  Alto sospir, che duolo strinse in uhi!,
  mise fuor prima; e poi cominci: Frate,
  lo mondo  cieco, e tu vien ben da lui.

  Voi che vivete ogne cagion recate
  pur suso al cielo, pur come se tutto
  movesse seco di necessitate.

  Se cos fosse, in voi fora distrutto
  libero arbitrio, e non fora giustizia
  per ben letizia, e per male aver lutto.

  Lo cielo i vostri movimenti inizia;
  non dico tutti, ma, posto chi l dica,
  lume v dato a bene e a malizia,

  e libero voler; che, se fatica
  ne le prime battaglie col ciel dura,
  poi vince tutto, se ben si notrica.

  A maggior forza e a miglior natura
  liberi soggiacete; e quella cria
  la mente in voi, che l ciel non ha in sua cura.

  Per, se l mondo presente disvia,
  in voi  la cagione, in voi si cheggia;
  e io te ne sar or vera spia.

  Esce di mano a lui che la vagheggia
  prima che sia, a guisa di fanciulla
  che piangendo e ridendo pargoleggia,

  lanima semplicetta che sa nulla,
  salvo che, mossa da lieto fattore,
  volontier torna a ci che la trastulla.

  Di picciol bene in pria sente sapore;
  quivi singanna, e dietro ad esso corre,
  se guida o fren non torce suo amore.

  Onde convenne legge per fren porre;
  convenne rege aver, che discernesse
  de la vera cittade almen la torre.

  Le leggi son, ma chi pon mano ad esse?
  Nullo, per che l pastor che procede,
  rugumar pu, ma non ha lunghie fesse;

  per che la gente, che sua guida vede
  pur a quel ben fedire ond ella  ghiotta,
  di quel si pasce, e pi oltre non chiede.

  Ben puoi veder che la mala condotta
   la cagion che l mondo ha fatto reo,
  e non natura che n voi sia corrotta.

  Soleva Roma, che l buon mondo feo,
  due soli aver, che luna e laltra strada
  facean vedere, e del mondo e di Deo.

  Lun laltro ha spento; ed  giunta la spada
  col pasturale, e lun con laltro insieme
  per viva forza mal convien che vada;

  per che, giunti, lun laltro non teme:
  se non mi credi, pon mente a la spiga,
  chogn erba si conosce per lo seme.

  In sul paese chAdice e Po riga,
  solea valore e cortesia trovarsi,
  prima che Federigo avesse briga;

  or pu sicuramente indi passarsi
  per qualunque lasciasse, per vergogna
  di ragionar coi buoni o dappressarsi.

  Ben vn tre vecchi ancora in cui rampogna
  lantica et la nova, e par lor tardo
  che Dio a miglior vita li ripogna:

  Currado da Palazzo e l buon Gherardo
  e Guido da Castel, che mei si noma,
  francescamente, il semplice Lombardo.

  D oggimai che la Chiesa di Roma,
  per confondere in s due reggimenti,
  cade nel fango, e s brutta e la soma.

  O Marco mio, diss io, bene argomenti;
  e or discerno perch dal retaggio
  li figli di Lev furono essenti.

  Ma qual Gherardo  quel che tu per saggio
  di ch rimaso de la gente spenta,
  in rimprovro del secol selvaggio?.

  O tuo parlar minganna, o el mi tenta,
  rispuose a me; ch, parlandomi tosco,
  par che del buon Gherardo nulla senta.

  Per altro sopranome io nol conosco,
  sio nol togliessi da sua figlia Gaia.
  Dio sia con voi, ch pi non vegno vosco.

  Vedi lalbor che per lo fummo raia
  gi biancheggiare, e me convien partirmi
  (langelo  ivi) prima chio li paia.

  Cos torn, e pi non volle udirmi.



  Purgatorio  Canto XVII


  Ricorditi, lettor, se mai ne lalpe
  ti colse nebbia per la qual vedessi
  non altrimenti che per pelle talpe,

  come, quando i vapori umidi e spessi
  a diradar cominciansi, la spera
  del sol debilemente entra per essi;

  e fia la tua imagine leggera
  in giugnere a veder com io rividi
  lo sole in pria, che gi nel corcar era.

  S, pareggiando i miei co passi fidi
  del mio maestro, usci fuor di tal nube
  ai raggi morti gi ne bassi lidi.

  O imaginativa che ne rube
  talvolta s di fuor, chom non saccorge
  perch dintorno suonin mille tube,

  chi move te, se l senso non ti porge?
  Moveti lume che nel ciel sinforma,
  per s o per voler che gi lo scorge.

  De lempiezza di lei che mut forma
  ne luccel cha cantar pi si diletta,
  ne limagine mia apparve lorma;

  e qui fu la mia mente s ristretta
  dentro da s, che di fuor non vena
  cosa che fosse allor da lei ricetta.

  Poi piovve dentro a lalta fantasia
  un crucifisso, dispettoso e fero
  ne la sua vista, e cotal si moria;

  intorno ad esso era il grande Assero,
  Estr sua sposa e l giusto Mardoceo,
  che fu al dire e al far cos intero.

  E come questa imagine rompeo
  s per s stessa, a guisa duna bulla
  cui manca lacqua sotto qual si feo,

  surse in mia visone una fanciulla
  piangendo forte, e dicea: O regina,
  perch per ira hai voluto esser nulla?

  Ancisa thai per non perder Lavina;
  or mhai perduta! Io son essa che lutto,
  madre, a la tua pria cha laltrui ruina.

  Come si frange il sonno ove di butto
  nova luce percuote il viso chiuso,
  che fratto guizza pria che muoia tutto;

  cos limaginar mio cadde giuso
  tosto che lume il volto mi percosse,
  maggior assai che quel ch in nostro uso.

  I mi volgea per veder ov io fosse,
  quando una voce disse Qui si monta,
  che da ogne altro intento mi rimosse;

  e fece la mia voglia tanto pronta
  di riguardar chi era che parlava,
  che mai non posa, se non si raffronta.

  Ma come al sol che nostra vista grava
  e per soverchio sua figura vela,
  cos la mia virt quivi mancava.

  Questo  divino spirito, che ne la
  via da ir s ne drizza sanza prego,
  e col suo lume s medesmo cela.

  S fa con noi, come luom si fa sego;
  ch quale aspetta prego e luopo vede,
  malignamente gi si mette al nego.

  Or accordiamo a tanto invito il piede;
  procacciam di salir pria che sabbui,
  ch poi non si poria, se l d non riede.

  Cos disse il mio duca, e io con lui
  volgemmo i nostri passi ad una scala;
  e tosto chio al primo grado fui,

  sentimi presso quasi un muover dala
  e ventarmi nel viso e dir: Beati
  pacifici, che son sanz ira mala!.

  Gi eran sovra noi tanto levati
  li ultimi raggi che la notte segue,
  che le stelle apparivan da pi lati.

  O virt mia, perch s ti dilegue?,
  fra me stesso dicea, ch mi sentiva
  la possa de le gambe posta in triegue.

  Noi eravam dove pi non saliva
  la scala s, ed eravamo affissi,
  pur come nave cha la piaggia arriva.

  E io attesi un poco, sio udissi
  alcuna cosa nel novo girone;
  poi mi volsi al maestro mio, e dissi:

  Dolce mio padre, d, quale offensione
  si purga qui nel giro dove semo?
  Se i pi si stanno, non stea tuo sermone.

  Ed elli a me: Lamor del bene, scemo
  del suo dover, quiritta si ristora;
  qui si ribatte il mal tardato remo.

  Ma perch pi aperto intendi ancora,
  volgi la mente a me, e prenderai
  alcun buon frutto di nostra dimora.

  N creator n creatura mai,
  cominci el, figliuol, fu sanza amore,
  o naturale o danimo; e tu l sai.

  Lo naturale  sempre sanza errore,
  ma laltro puote errar per malo obietto
  o per troppo o per poco di vigore.

  Mentre chelli  nel primo ben diretto,
  e ne secondi s stesso misura,
  esser non pu cagion di mal diletto;

  ma quando al mal si torce, o con pi cura
  o con men che non dee corre nel bene,
  contra l fattore adovra sua fattura.

  Quinci comprender puoi chesser convene
  amor sementa in voi dogne virtute
  e dogne operazion che merta pene.

  Or, perch mai non pu da la salute
  amor del suo subietto volger viso,
  da lodio proprio son le cose tute;

  e perch intender non si pu diviso,
  e per s stante, alcuno esser dal primo,
  da quello odiare ogne effetto  deciso.

  Resta, se dividendo bene stimo,
  che l mal che sama  del prossimo; ed esso
  amor nasce in tre modi in vostro limo.

   chi, per esser suo vicin soppresso,
  spera eccellenza, e sol per questo brama
  chel sia di sua grandezza in basso messo;

   chi podere, grazia, onore e fama
  teme di perder perch altri sormonti,
  onde sattrista s che l contrario ama;

  ed  chi per ingiuria par chaonti,
  s che si fa de la vendetta ghiotto,
  e tal convien che l male altrui impronti.

  Questo triforme amor qua gi di sotto
  si piange: or vo che tu de laltro intende,
  che corre al ben con ordine corrotto.

  Ciascun confusamente un bene apprende
  nel qual si queti lanimo, e disira;
  per che di giugner lui ciascun contende.

  Se lento amore a lui veder vi tira
  o a lui acquistar, questa cornice,
  dopo giusto penter, ve ne martira.

  Altro ben  che non fa luom felice;
  non  felicit, non  la buona
  essenza, dogne ben frutto e radice.

  Lamor chad esso troppo sabbandona,
  di sovr a noi si piange per tre cerchi;
  ma come tripartito si ragiona,

  tacciolo, acci che tu per te ne cerchi.



  Purgatorio  Canto XVIII


  Posto avea fine al suo ragionamento
  lalto dottore, e attento guardava
  ne la mia vista sio parea contento;

  e io, cui nova sete ancor frugava,
  di fuor tacea, e dentro dicea: Forse
  lo troppo dimandar chio fo li grava.

  Ma quel padre verace, che saccorse
  del timido voler che non sapriva,
  parlando, di parlare ardir mi porse.

  Ond io: Maestro, il mio veder savviva
  s nel tuo lume, chio discerno chiaro
  quanto la tua ragion parta o descriva.

  Per ti prego, dolce padre caro,
  che mi dimostri amore, a cui reduci
  ogne buono operare e l suo contraro.

  Drizza, disse, ver me lagute luci
  de lo ntelletto, e fieti manifesto
  lerror de ciechi che si fanno duci.

  Lanimo, ch creato ad amar presto,
  ad ogne cosa  mobile che piace,
  tosto che dal piacere in atto  desto.

  Vostra apprensiva da esser verace
  tragge intenzione, e dentro a voi la spiega,
  s che lanimo ad essa volger face;

  e se, rivolto, inver di lei si piega,
  quel piegare  amor, quell  natura
  che per piacer di novo in voi si lega.

  Poi, come l foco movesi in altura
  per la sua forma ch nata a salire
  l dove pi in sua matera dura,

  cos lanimo preso entra in disire,
  ch moto spiritale, e mai non posa
  fin che la cosa amata il fa gioire.

  Or ti puote apparer quant  nascosa
  la veritate a la gente chavvera
  ciascun amore in s laudabil cosa;

  per che forse appar la sua matera
  sempre esser buona, ma non ciascun segno
   buono, ancor che buona sia la cera.

  Le tue parole e l mio seguace ingegno,
  rispuos io lui, mhanno amor discoverto,
  ma ci mha fatto di dubbiar pi pregno;

  ch, samore  di fuori a noi offerto
  e lanima non va con altro piede,
  se dritta o torta va, non  suo merto.

  Ed elli a me: Quanto ragion qui vede,
  dir ti poss io; da indi in l taspetta
  pur a Beatrice, ch opra di fede.

  Ogne forma sustanzal, che setta
   da matera ed  con lei unita,
  specifica vertute ha in s colletta,

  la qual sanza operar non  sentita,
  n si dimostra mai che per effetto,
  come per verdi fronde in pianta vita.

  Per, l onde vegna lo ntelletto
  de le prime notizie, omo non sape,
  e de primi appetibili laffetto,

  che sono in voi s come studio in ape
  di far lo mele; e questa prima voglia
  merto di lode o di biasmo non cape.

  Or perch a questa ogn altra si raccoglia,
  innata v la virt che consiglia,
  e de lassenso de tener la soglia.

  Quest  l principio l onde si piglia
  ragion di meritare in voi, secondo
  che buoni e rei amori accoglie e viglia.

  Color che ragionando andaro al fondo,
  saccorser desta innata libertate;
  per moralit lasciaro al mondo.

  Onde, poniam che di necessitate
  surga ogne amor che dentro a voi saccende,
  di ritenerlo  in voi la podestate.

  La nobile virt Beatrice intende
  per lo libero arbitrio, e per guarda
  che labbi a mente, sa parlar ten prende.

  La luna, quasi a mezza notte tarda,
  facea le stelle a noi parer pi rade,
  fatta com un secchion che tuttor arda;

  e correa contro l ciel per quelle strade
  che l sole infiamma allor che quel da Roma
  tra  Sardi e  Corsi il vede quando cade.

  E quell ombra gentil per cui si noma
  Pietola pi che villa mantoana,
  del mio carcar diposta avea la soma;

  per chio, che la ragione aperta e piana
  sovra le mie quistioni avea ricolta,
  stava com om che sonnolento vana.

  Ma questa sonnolenza mi fu tolta
  subitamente da gente che dopo
  le nostre spalle a noi era gi volta.

  E quale Ismeno gi vide e Asopo
  lungo di s di notte furia e calca,
  pur che i Teban di Bacco avesser uopo,

  cotal per quel giron suo passo falca,
  per quel chio vidi di color, venendo,
  cui buon volere e giusto amor cavalca.

  Tosto fur sovr a noi, perch correndo
  si movea tutta quella turba magna;
  e due dinanzi gridavan piangendo:

  Maria corse con fretta a la montagna;
  e Cesare, per soggiogare Ilerda,
  punse Marsilia e poi corse in Ispagna.

  Ratto, ratto, che l tempo non si perda
  per poco amor, gridavan li altri appresso,
  che studio di ben far grazia rinverda.

  O gente in cui fervore aguto adesso
  ricompie forse negligenza e indugio
  da voi per tepidezza in ben far messo,

  questi che vive, e certo i non vi bugio,
  vuole andar s, pur che l sol ne riluca;
  per ne dite ond  presso il pertugio.

  Parole furon queste del mio duca;
  e un di quelli spirti disse: Vieni
  di retro a noi, e troverai la buca.

  Noi siam di voglia a muoverci s pieni,
  che restar non potem; per perdona,
  se villania nostra giustizia tieni.

  Io fui abate in San Zeno a Verona
  sotto lo mperio del buon Barbarossa,
  di cui dolente ancor Milan ragiona.

  E tale ha gi lun pi dentro la fossa,
  che tosto pianger quel monastero,
  e tristo fia davere avuta possa;

  perch suo figlio, mal del corpo intero,
  e de la mente peggio, e che mal nacque,
  ha posto in loco di suo pastor vero.

  Io non so se pi disse o sei si tacque,
  tant era gi di l da noi trascorso;
  ma questo intesi, e ritener mi piacque.

  E quei che mera ad ogne uopo soccorso
  disse: Volgiti qua: vedine due
  venir dando a laccida di morso.

  Di retro a tutti dicean: Prima fue
  morta la gente a cui il mar saperse,
  che vedesse Iordan le rede sue.

  E quella che laffanno non sofferse
  fino a la fine col figlio dAnchise,
  s stessa a vita sanza gloria offerse.

  Poi quando fuor da noi tanto divise
  quell ombre, che veder pi non potiersi,
  novo pensiero dentro a me si mise,

  del qual pi altri nacquero e diversi;
  e tanto duno in altro vaneggiai,
  che li occhi per vaghezza ricopersi,

  e l pensamento in sogno trasmutai.



  Purgatorio  Canto XIX


  Ne lora che non pu l calor durno
  intepidar pi l freddo de la luna,
  vinto da terra, e talor da Saturno

  quando i geomanti lor Maggior Fortuna
  veggiono in orente, innanzi a lalba,
  surger per via che poco le sta bruna,

  mi venne in sogno una femmina balba,
  ne li occhi guercia, e sovra i pi distorta,
  con le man monche, e di colore scialba.

  Io la mirava; e come l sol conforta
  le fredde membra che la notte aggrava,
  cos lo sguardo mio le facea scorta

  la lingua, e poscia tutta la drizzava
  in poco dora, e lo smarrito volto,
  com amor vuol, cos le colorava.

  Poi chell avea l parlar cos disciolto,
  cominciava a cantar s, che con pena
  da lei avrei mio intento rivolto.

  Io son, cantava, io son dolce serena,
  che  marinari in mezzo mar dismago;
  tanto son di piacere a sentir piena!

  Io volsi Ulisse del suo cammin vago
  al canto mio; e qual meco sausa,
  rado sen parte; s tutto lappago!.

  Ancor non era sua bocca richiusa,
  quand una donna apparve santa e presta
  lunghesso me per far colei confusa.

  O Virgilio, Virgilio, chi  questa?,
  fieramente dicea; ed el vena
  con li occhi fitti pur in quella onesta.

  Laltra prendea, e dinanzi lapria
  fendendo i drappi, e mostravami l ventre;
  quel mi svegli col puzzo che nuscia.

  Io mossi li occhi, e l buon maestro: Almen tre
  voci tho messe!, dicea, Surgi e vieni;
  troviam laperta per la qual tu entre.

  S mi levai, e tutti eran gi pieni
  de lalto d i giron del sacro monte,
  e andavam col sol novo a le reni.

  Seguendo lui, portava la mia fronte
  come colui che lha di pensier carca,
  che fa di s un mezzo arco di ponte;

  quand io udi Venite; qui si varca
  parlare in modo soave e benigno,
  qual non si sente in questa mortal marca.

  Con lali aperte, che parean di cigno,
  volseci in s colui che s parlonne
  tra due pareti del duro macigno.

  Mosse le penne poi e ventilonne,
  Qui lugent affermando esser beati,
  chavran di consolar lanime donne.

  Che hai che pur inver la terra guati?,
  la guida mia incominci a dirmi,
  poco amendue da langel sormontati.

  E io: Con tanta sospeccion fa irmi
  novella vison cha s mi piega,
  s chio non posso dal pensar partirmi.

  Vedesti, disse, quellantica strega
  che sola sovr a noi omai si piagne;
  vedesti come luom da lei si slega.

  Bastiti, e batti a terra le calcagne;
  li occhi rivolgi al logoro che gira
  lo rege etterno con le rote magne.

  Quale l falcon, che prima a pi si mira,
  indi si volge al grido e si protende
  per lo disio del pasto che l il tira,

  tal mi fec io; e tal, quanto si fende
  la roccia per dar via a chi va suso,
  nandai infin dove l cerchiar si prende.

  Com io nel quinto giro fui dischiuso,
  vidi gente per esso che piangea,
  giacendo a terra tutta volta in giuso.

  Adhaesit pavimento anima mea
  sentia dir lor con s alti sospiri,
  che la parola a pena sintendea.

  O eletti di Dio, li cui soffriri
  e giustizia e speranza fa men duri,
  drizzate noi verso li alti saliri.

  Se voi venite dal giacer sicuri,
  e volete trovar la via pi tosto,
  le vostre destre sien sempre di fori.

  Cos preg l poeta, e s risposto
  poco dinanzi a noi ne fu; per chio
  nel parlare avvisai laltro nascosto,

  e volsi li occhi a li occhi al segnor mio:
  ond elli massent con lieto cenno
  ci che chiedea la vista del disio.

  Poi chio potei di me fare a mio senno,
  trassimi sovra quella creatura
  le cui parole pria notar mi fenno,

  dicendo: Spirto in cui pianger matura
  quel sanza l quale a Dio tornar non pssi,
  sosta un poco per me tua maggior cura.

  Chi fosti e perch vlti avete i dossi
  al s, mi d, e se vuo chio timpetri
  cosa di l ond io vivendo mossi.

  Ed elli a me: Perch i nostri diretri
  rivolga il cielo a s, saprai; ma prima
  scias quod ego fui successor Petri.

  Intra Sestri e Chiaveri sadima
  una fiumana bella, e del suo nome
  lo titol del mio sangue fa sua cima.

  Un mese e poco pi prova io come
  pesa il gran manto a chi dal fango il guarda,
  che piuma sembran tutte laltre some.

  La mia conversone, om!, fu tarda;
  ma, come fatto fui roman pastore,
  cos scopersi la vita bugiarda.

  Vidi che l non sacquetava il core,
  n pi salir potiesi in quella vita;
  per che di questa in me saccese amore.

  Fino a quel punto misera e partita
  da Dio anima fui, del tutto avara;
  or, come vedi, qui ne son punita.

  Quel chavarizia fa, qui si dichiara
  in purgazion de lanime converse;
  e nulla pena il monte ha pi amara.

  S come locchio nostro non saderse
  in alto, fisso a le cose terrene,
  cos giustizia qui a terra il merse.

  Come avarizia spense a ciascun bene
  lo nostro amore, onde operar perdsi,
  cos giustizia qui stretti ne tene,

  ne piedi e ne le man legati e presi;
  e quanto fia piacer del giusto Sire,
  tanto staremo immobili e distesi.

  Io mera inginocchiato e volea dire;
  ma com io cominciai ed el saccorse,
  solo ascoltando, del mio reverire,

  Qual cagion, disse, in gi cos ti torse?.
  E io a lui: Per vostra dignitate
  mia coscenza dritto mi rimorse.

  Drizza le gambe, lvati s, frate!,
  rispuose; non errar: conservo sono
  teco e con li altri ad una podestate.

  Se mai quel santo evangelico suono
  che dice Neque nubent intendesti,
  ben puoi veder perch io cos ragiono.

  Vattene omai: non vo che pi tarresti;
  ch la tua stanza mio pianger disagia,
  col qual maturo ci che tu dicesti.

  Nepote ho io di l cha nome Alagia,
  buona da s, pur che la nostra casa
  non faccia lei per essempro malvagia;

  e questa sola di l m rimasa.



  Purgatorio  Canto XX


  Contra miglior voler voler mal pugna;
  onde contra l piacer mio, per piacerli,
  trassi de lacqua non sazia la spugna.

  Mossimi; e l duca mio si mosse per li
  luoghi spediti pur lungo la roccia,
  come si va per muro stretto a merli;

  ch la gente che fonde a goccia a goccia
  per li occhi il mal che tutto l mondo occupa,
  da laltra parte in fuor troppo sapproccia.

  Maladetta sie tu, antica lupa,
  che pi che tutte laltre bestie hai preda
  per la tua fame sanza fine cupa!

  O ciel, nel cui girar par che si creda
  le condizion di qua gi trasmutarsi,
  quando verr per cui questa disceda?

  Noi andavam con passi lenti e scarsi,
  e io attento a lombre, chi sentia
  pietosamente piangere e lagnarsi;

  e per ventura udi Dolce Maria!
  dinanzi a noi chiamar cos nel pianto
  come fa donna che in parturir sia;

  e seguitar: Povera fosti tanto,
  quanto veder si pu per quello ospizio
  dove sponesti il tuo portato santo.

  Seguentemente intesi: O buon Fabrizio,
  con povert volesti anzi virtute
  che gran ricchezza posseder con vizio.

  Queste parole meran s piaciute,
  chio mi trassi oltre per aver contezza
  di quello spirto onde parean venute.

  Esso parlava ancor de la larghezza
  che fece Niccol a le pulcelle,
  per condurre ad onor lor giovinezza.

  O anima che tanto ben favelle,
  dimmi chi fosti, dissi, e perch sola
  tu queste degne lode rinovelle.

  Non fia sanza merc la tua parola,
  sio ritorno a compir lo cammin corto
  di quella vita chal termine vola.

  Ed elli: Io ti dir, non per conforto
  chio attenda di l, ma perch tanta
  grazia in te luce prima che sie morto.

  Io fui radice de la mala pianta
  che la terra cristiana tutta aduggia,
  s che buon frutto rado se ne schianta.

  Ma se Doagio, Lilla, Guanto e Bruggia
  potesser, tosto ne saria vendetta;
  e io la cheggio a lui che tutto giuggia.

  Chiamato fui di l Ugo Ciappetta;
  di me son nati i Filippi e i Luigi
  per cui novellamente  Francia retta.

  Figliuol fu io dun beccaio di Parigi:
  quando li regi antichi venner meno
  tutti, fuor chun renduto in panni bigi,

  trovami stretto ne le mani il freno
  del governo del regno, e tanta possa
  di nuovo acquisto, e s damici pieno,

  cha la corona vedova promossa
  la testa di mio figlio fu, dal quale
  cominciar di costor le sacrate ossa.

  Mentre che la gran dota provenzale
  al sangue mio non tolse la vergogna,
  poco valea, ma pur non facea male.

  L cominci con forza e con menzogna
  la sua rapina; e poscia, per ammenda,
  Pont e Normandia prese e Guascogna.

  Carlo venne in Italia e, per ammenda,
  vittima f di Curradino; e poi
  ripinse al ciel Tommaso, per ammenda.

  Tempo vegg io, non molto dopo ancoi,
  che tragge un altro Carlo fuor di Francia,
  per far conoscer meglio e s e  suoi.

  Sanz arme nesce e solo con la lancia
  con la qual giostr Giuda, e quella ponta
  s, cha Fiorenza fa scoppiar la pancia.

  Quindi non terra, ma peccato e onta
  guadagner, per s tanto pi grave,
  quanto pi lieve simil danno conta.

  Laltro, che gi usc preso di nave,
  veggio vender sua figlia e patteggiarne
  come fanno i corsar de laltre schiave.

  O avarizia, che puoi tu pi farne,
  poscia cha il mio sangue a te s tratto,
  che non si cura de la propria carne?

  Perch men paia il mal futuro e l fatto,
  veggio in Alagna intrar lo fiordaliso,
  e nel vicario suo Cristo esser catto.

  Veggiolo unaltra volta esser deriso;
  veggio rinovellar laceto e l fiele,
  e tra vivi ladroni esser anciso.

  Veggio il novo Pilato s crudele,
  che ci nol sazia, ma sanza decreto
  portar nel Tempio le cupide vele.

  O Segnor mio, quando sar io lieto
  a veder la vendetta che, nascosa,
  fa dolce lira tua nel tuo secreto?

  Ci chio dicea di quell unica sposa
  de lo Spirito Santo e che ti fece
  verso me volger per alcuna chiosa,

  tanto  risposto a tutte nostre prece
  quanto l d dura; ma com el sannotta,
  contrario suon prendemo in quella vece.

  Noi repetiam Pigmalon allotta,
  cui traditore e ladro e paricida
  fece la voglia sua de loro ghiotta;

  e la miseria de lavaro Mida,
  che segu a la sua dimanda gorda,
  per la qual sempre convien che si rida.

  Del folle Acn ciascun poi si ricorda,
  come fur le spoglie, s che lira
  di Ios qui par chancor lo morda.

  Indi accusiam col marito Saffira;
  lodiam i calci chebbe Elodoro;
  e in infamia tutto l monte gira

  Polinestr chancise Polidoro;
  ultimamente ci si grida: Crasso,
  dilci, che l sai: di che sapore  loro?.

  Talor parla luno alto e laltro basso,
  secondo laffezion chad ir ci sprona
  ora a maggiore e ora a minor passo:

  per al ben che l d ci si ragiona,
  dianzi non era io sol; ma qui da presso
  non alzava la voce altra persona.

  Noi eravam partiti gi da esso,
  e brigavam di soverchiar la strada
  tanto quanto al poder nera permesso,

  quand io senti, come cosa che cada,
  tremar lo monte; onde mi prese un gelo
  qual prender suol colui cha morte vada.

  Certo non si scoteo s forte Delo,
  pria che Latona in lei facesse l nido
  a parturir li due occhi del cielo.

  Poi cominci da tutte parti un grido
  tal, che l maestro inverso me si feo,
  dicendo: Non dubbiar, mentr io ti guido.

  Glora in excelsis tutti Deo
  dicean, per quel chio da vicin compresi,
  onde intender lo grido si poteo.

  No istavamo immobili e sospesi
  come i pastor che prima udir quel canto,
  fin che l tremar cess ed el compisi.

  Poi ripigliammo nostro cammin santo,
  guardando lombre che giacean per terra,
  tornate gi in su lusato pianto.

  Nulla ignoranza mai con tanta guerra
  mi f desideroso di sapere,
  se la memoria mia in ci non erra,

  quanta pareami allor, pensando, avere;
  n per la fretta dimandare er oso,
  n per me l potea cosa vedere:

  cos mandava timido e pensoso.



  Purgatorio  Canto XXI


  La sete natural che mai non sazia
  se non con lacqua onde la femminetta
  samaritana domand la grazia,

  mi travagliava, e pungeami la fretta
  per la mpacciata via dietro al mio duca,
  e condoleami a la giusta vendetta.

  Ed ecco, s come ne scrive Luca
  che Cristo apparve a due cherano in via,
  gi surto fuor de la sepulcral buca,

  ci apparve unombra, e dietro a noi vena,
  dal pi guardando la turba che giace;
  n ci addemmo di lei, s parl pria,

  dicendo: O frati miei, Dio vi dea pace.
  Noi ci volgemmo sbiti, e Virgilio
  rendli l cenno cha ci si conface.

  Poi cominci: Nel beato concilio
  ti ponga in pace la verace corte
  che me rilega ne letterno essilio.

  Come!, diss elli, e parte andavam forte:
  se voi siete ombre che Dio s non degni,
  chi vha per la sua scala tanto scorte?.

  E l dottor mio: Se tu riguardi a segni
  che questi porta e che langel profila,
  ben vedrai che coi buon convien che regni.

  Ma perch lei che d e notte fila
  non li avea tratta ancora la conocchia
  che Cloto impone a ciascuno e compila,

  lanima sua, ch tua e mia serocchia,
  venendo s, non potea venir sola,
  per chal nostro modo non adocchia.

  Ond io fui tratto fuor de lampia gola
  dinferno per mostrarli, e mosterrolli
  oltre, quanto l potr menar mia scola.

  Ma dimmi, se tu sai, perch tai crolli
  di dianzi l monte, e perch tutto ad una
  parve gridare infino a suoi pi molli.

  S mi di, dimandando, per la cruna
  del mio disio, che pur con la speranza
  si fece la mia sete men digiuna.

  Quei cominci: Cosa non  che sanza
  ordine senta la religone
  de la montagna, o che sia fuor dusanza.

  Libero  qui da ogne alterazione:
  di quel che l ciel da s in s riceve
  esser ci puote, e non daltro, cagione.

  Per che non pioggia, non grando, non neve,
  non rugiada, non brina pi s cade
  che la scaletta di tre gradi breve;

  nuvole spesse non paion n rade,
  n coruscar, n figlia di Taumante,
  che di l cangia sovente contrade;

  secco vapor non surge pi avante
  chal sommo di tre gradi chio parlai,
  dov ha l vicario di Pietro le piante.

  Trema forse pi gi poco o assai;
  ma per vento che n terra si nasconda,
  non so come, qua s non trem mai.

  Tremaci quando alcuna anima monda
  sentesi, s che surga o che si mova
  per salir s; e tal grido seconda.

  De la mondizia sol voler fa prova,
  che, tutto libero a mutar convento,
  lalma sorprende, e di voler le giova.

  Prima vuol ben, ma non lascia il talento
  che divina giustizia, contra voglia,
  come fu al peccar, pone al tormento.

  E io, che son giaciuto a questa doglia
  cinquecent anni e pi, pur mo sentii
  libera volont di miglior soglia:

  per sentisti il tremoto e li pii
  spiriti per lo monte render lode
  a quel Segnor, che tosto s li nvii.

  Cos ne disse; e per chel si gode
  tanto del ber quant  grande la sete,
  non saprei dir quant el mi fece prode.

  E l savio duca: Omai veggio la rete
  che qui vi mpiglia e come si scalappia,
  perch ci trema e di che congaudete.

  Ora chi fosti, piacciati chio sappia,
  e perch tanti secoli giaciuto
  qui se, ne le parole tue mi cappia.

  Nel tempo che l buon Tito, con laiuto
  del sommo rege, vendic le fra
  ond usc l sangue per Giuda venduto,

  col nome che pi dura e pi onora
  era io di l, rispuose quello spirto,
  famoso assai, ma non con fede ancora.

  Tanto fu dolce mio vocale spirto,
  che, tolosano, a s mi trasse Roma,
  dove mertai le tempie ornar di mirto.

  Stazio la gente ancor di l mi noma:
  cantai di Tebe, e poi del grande Achille;
  ma caddi in via con la seconda soma.

  Al mio ardor fuor seme le faville,
  che mi scaldar, de la divina fiamma
  onde sono allumati pi di mille;

  de lEneda dico, la qual mamma
  fummi, e fummi nutrice, poetando:
  sanz essa non fermai peso di dramma.

  E per esser vivuto di l quando
  visse Virgilio, assentirei un sole
  pi che non deggio al mio uscir di bando.

  Volser Virgilio a me queste parole
  con viso che, tacendo, disse Taci;
  ma non pu tutto la virt che vuole;

  ch riso e pianto son tanto seguaci
  a la passion di che ciascun si spicca,
  che men seguon voler ne pi veraci.

  Io pur sorrisi come luom chammicca;
  per che lombra si tacque, e riguardommi
  ne li occhi ove l sembiante pi si ficca;

  e Se tanto labore in bene assommi,
  disse, perch la tua faccia testeso
  un lampeggiar di riso dimostrommi?.

  Or son io duna parte e daltra preso:
  luna mi fa tacer, laltra scongiura
  chio dica; ond io sospiro, e sono inteso

  dal mio maestro, e Non aver paura,
  mi dice, di parlar; ma parla e digli
  quel che dimanda con cotanta cura.

  Ond io: Forse che tu ti maravigli,
  antico spirto, del rider chio fei;
  ma pi dammirazion vo che ti pigli.

  Questi che guida in alto li occhi miei,
   quel Virgilio dal qual tu togliesti
  forte a cantar de li uomini e di di.

  Se cagion altra al mio rider credesti,
  lasciala per non vera, ed esser credi
  quelle parole che di lui dicesti.

  Gi sinchinava ad abbracciar li piedi
  al mio dottor, ma el li disse: Frate,
  non far, ch tu se ombra e ombra vedi.

  Ed ei surgendo: Or puoi la quantitate
  comprender de lamor cha te mi scalda,
  quand io dismento nostra vanitate,

  trattando lombre come cosa salda.



  Purgatorio  Canto XXII


  Gi era langel dietro a noi rimaso,
  langel che navea vlti al sesto giro,
  avendomi dal viso un colpo raso;

  e quei channo a giustizia lor disiro
  detto navea beati, e le sue voci
  con sitiunt, sanz altro, ci forniro.

  E io pi lieve che per laltre foci
  mandava, s che sanz alcun labore
  seguiva in s li spiriti veloci;

  quando Virgilio incominci: Amore,
  acceso di virt, sempre altro accese,
  pur che la fiamma sua paresse fore;

  onde da lora che tra noi discese
  nel limbo de lo nferno Giovenale,
  che la tua affezion mi f palese,

  mia benvoglienza inverso te fu quale
  pi strinse mai di non vista persona,
  s chor mi parran corte queste scale.

  Ma dimmi, e come amico mi perdona
  se troppa sicurt mallarga il freno,
  e come amico omai meco ragiona:

  come pot trovar dentro al tuo seno
  loco avarizia, tra cotanto senno
  di quanto per tua cura fosti pieno?.

  Queste parole Stazio mover fenno
  un poco a riso pria; poscia rispuose:
  Ogne tuo dir damor m caro cenno.

  Veramente pi volte appaion cose
  che danno a dubitar falsa matera
  per le vere ragion che son nascose.

  La tua dimanda tuo creder mavvera
  esser chi fossi avaro in laltra vita,
  forse per quella cerchia dov io era.

  Or sappi chavarizia fu partita
  troppo da me, e questa dismisura
  migliaia di lunari hanno punita.

  E se non fosse chio drizzai mia cura,
  quand io intesi l dove tu chiame,
  crucciato quasi a lumana natura:

  Per che non reggi tu, o sacra fame
  de loro, lappetito de mortali?,
  voltando sentirei le giostre grame.

  Allor maccorsi che troppo aprir lali
  potean le mani a spendere, e pentemi
  cos di quel come de li altri mali.

  Quanti risurgeran coi crini scemi
  per ignoranza, che di questa pecca
  toglie l penter vivendo e ne li stremi!

  E sappie che la colpa che rimbecca
  per dritta opposizione alcun peccato,
  con esso insieme qui suo verde secca;

  per, sio son tra quella gente stato
  che piange lavarizia, per purgarmi,
  per lo contrario suo m incontrato.

  Or quando tu cantasti le crude armi
  de la doppia trestizia di Giocasta,
  disse l cantor de buccolici carmi,

  per quello che Cl teco l tasta,
  non par che ti facesse ancor fedele
  la fede, sanza qual ben far non basta.

  Se cos , qual sole o quai candele
  ti stenebraron s, che tu drizzasti
  poscia di retro al pescator le vele?.

  Ed elli a lui: Tu prima minvasti
  verso Parnaso a ber ne le sue grotte,
  e prima appresso Dio malluminasti.

  Facesti come quei che va di notte,
  che porta il lume dietro e s non giova,
  ma dopo s fa le persone dotte,

  quando dicesti: Secol si rinova;
  torna giustizia e primo tempo umano,
  e progene scende da ciel nova.

  Per te poeta fui, per te cristiano:
  ma perch veggi mei ci chio disegno,
  a colorare stender la mano.

  Gi era l mondo tutto quanto pregno
  de la vera credenza, seminata
  per li messaggi de letterno regno;

  e la parola tua sopra toccata
  si consonava a nuovi predicanti;
  ond io a visitarli presi usata.

  Vennermi poi parendo tanto santi,
  che, quando Domizian li perseguette,
  sanza mio lagrimar non fur lor pianti;

  e mentre che di l per me si stette,
  io li sovvenni, e i lor dritti costumi
  fer dispregiare a me tutte altre sette.

  E pria chio conducessi i Greci a fiumi
  di Tebe poetando, ebb io battesmo;
  ma per paura chiuso cristian fumi,

  lungamente mostrando paganesmo;
  e questa tepidezza il quarto cerchio
  cerchiar mi f pi che l quarto centesmo.

  Tu dunque, che levato hai il coperchio
  che mascondeva quanto bene io dico,
  mentre che del salire avem soverchio,

  dimmi dov  Terrenzio nostro antico,
  Cecilio e Plauto e Varro, se lo sai:
  dimmi se son dannati, e in qual vico.

  Costoro e Persio e io e altri assai,
  rispuose il duca mio, siam con quel Greco
  che le Muse lattar pi chaltri mai,

  nel primo cinghio del carcere cieco;
  spesse fate ragioniam del monte
  che sempre ha le nutrice nostre seco.

  Euripide v nosco e Antifonte,
  Simonide, Agatone e altri pie
  Greci che gi di lauro ornar la fronte.

  Quivi si veggion de le genti tue
  Antigone, Defile e Argia,
  e Ismene s trista come fue.

  Vdeisi quella che mostr Langia;
  vvi la figlia di Tiresia, e Teti,
  e con le suore sue Dedamia.

  Tacevansi ambedue gi li poeti,
  di novo attenti a riguardar dintorno,
  liberi da saliri e da pareti;

  e gi le quattro ancelle eran del giorno
  rimase a dietro, e la quinta era al temo,
  drizzando pur in s lardente corno,

  quando il mio duca: Io credo cha lo stremo
  le destre spalle volger ne convegna,
  girando il monte come far solemo.

  Cos lusanza fu l nostra insegna,
  e prendemmo la via con men sospetto
  per lassentir di quell anima degna.

  Elli givan dinanzi, e io soletto
  di retro, e ascoltava i lor sermoni,
  cha poetar mi davano intelletto.

  Ma tosto ruppe le dolci ragioni
  un alber che trovammo in mezza strada,
  con pomi a odorar soavi e buoni;

  e come abete in alto si digrada
  di ramo in ramo, cos quello in giuso,
  cred io, perch persona s non vada.

  Dal lato onde l cammin nostro era chiuso,
  cadea de lalta roccia un liquor chiaro
  e si spandeva per le foglie suso.

  Li due poeti a lalber sappressaro;
  e una voce per entro le fronde
  grid: Di questo cibo avrete caro.

  Poi disse: Pi pensava Maria onde
  fosser le nozze orrevoli e intere,
  cha la sua bocca, chor per voi risponde.

  E le Romane antiche, per lor bere,
  contente furon dacqua; e Danello
  dispregi cibo e acquist savere.

  Lo secol primo, quant oro fu bello,
  f savorose con fame le ghiande,
  e nettare con sete ogne ruscello.

  Mele e locuste furon le vivande
  che nodriro il Batista nel diserto;
  per chelli  gloroso e tanto grande

  quanto per lo Vangelio v aperto.



  Purgatorio  Canto XXIII


  Mentre che li occhi per la fronda verde
  ficcava o s come far suole
  chi dietro a li uccellin sua vita perde,

  lo pi che padre mi dicea: Figliuole,
  vienne oramai, ch l tempo che n imposto
  pi utilmente compartir si vuole.

  Io volsi l viso, e l passo non men tosto,
  appresso i savi, che parlavan se,
  che landar mi facean di nullo costo.

  Ed ecco piangere e cantar sude
  Laba ma, Domine per modo
  tal, che diletto e doglia parture.

  O dolce padre, che  quel chi odo?,
  comincia io; ed elli: Ombre che vanno
  forse di lor dover solvendo il nodo.

  S come i peregrin pensosi fanno,
  giugnendo per cammin gente non nota,
  che si volgono ad essa e non restanno,

  cos di retro a noi, pi tosto mota,
  venendo e trapassando ci ammirava
  danime turba tacita e devota.

  Ne li occhi era ciascuna oscura e cava,
  palida ne la faccia, e tanto scema
  che da lossa la pelle sinformava.

  Non credo che cos a buccia strema
  Erisittone fosse fatto secco,
  per digiunar, quando pi nebbe tema.

  Io dicea fra me stesso pensando: Ecco
  la gente che perd Ierusalemme,
  quando Maria nel figlio di di becco!

  Parean locchiaie anella sanza gemme:
  chi nel viso de li uomini legge omo
  ben avria quivi conosciuta lemme.

  Chi crederebbe che lodor dun pomo
  s governasse, generando brama,
  e quel dunacqua, non sappiendo como?

  Gi era in ammirar che s li affama,
  per la cagione ancor non manifesta
  di lor magrezza e di lor trista squama,

  ed ecco del profondo de la testa
  volse a me li occhi unombra e guard fiso;
  poi grid forte: Qual grazia m questa?.

  Mai non lavrei riconosciuto al viso;
  ma ne la voce sua mi fu palese
  ci che laspetto in s avea conquiso.

  Questa favilla tutta mi raccese
  mia conoscenza a la cangiata labbia,
  e ravvisai la faccia di Forese.

  Deh, non contendere a lasciutta scabbia
  che mi scolora, pregava, la pelle,
  n a difetto di carne chio abbia;

  ma dimmi il ver di te, d chi son quelle
  due anime che l ti fanno scorta;
  non rimaner che tu non mi favelle!.

  La faccia tua, chio lagrimai gi morta,
  mi d di pianger mo non minor doglia,
  rispuos io lui, veggendola s torta.

  Per mi d, per Dio, che s vi sfoglia;
  non mi far dir mentr io mi maraviglio,
  ch mal pu dir chi  pien daltra voglia.

  Ed elli a me: De letterno consiglio
  cade vert ne lacqua e ne la pianta
  rimasa dietro ond io s massottiglio.

  Tutta esta gente che piangendo canta
  per seguitar la gola oltra misura,
  in fame e n sete qui si rif santa.

  Di bere e di mangiar naccende cura
  lodor chesce del pomo e de lo sprazzo
  che si distende su per sua verdura.

  E non pur una volta, questo spazzo
  girando, si rinfresca nostra pena:
  io dico pena, e dovria dir sollazzo,

  ch quella voglia a li alberi ci mena
  che men Cristo lieto a dire El,
  quando ne liber con la sua vena.

  E io a lui: Forese, da quel d
  nel qual mutasti mondo a miglior vita,
  cinqu anni non son vlti infino a qui.

  Se prima fu la possa in te finita
  di peccar pi, che sovvenisse lora
  del buon dolor cha Dio ne rimarita,

  come se tu qua s venuto ancora?
  Io ti credea trovar l gi di sotto,
  dove tempo per tempo si ristora.

  Ond elli a me: S tosto mha condotto
  a ber lo dolce assenzo di martri
  la Nella mia con suo pianger dirotto.

  Con suoi prieghi devoti e con sospiri
  tratto mha de la costa ove saspetta,
  e liberato mha de li altri giri.

  Tanto  a Dio pi cara e pi diletta
  la vedovella mia, che molto amai,
  quanto in bene operare  pi soletta;

  ch la Barbagia di Sardigna assai
  ne le femmine sue pi  pudica
  che la Barbagia dov io la lasciai.

  O dolce frate, che vuo tu chio dica?
  Tempo futuro m gi nel cospetto,
  cui non sar quest ora molto antica,

  nel qual sar in pergamo interdetto
  a le sfacciate donne fiorentine
  landar mostrando con le poppe il petto.

  Quai barbare fuor mai, quai saracine,
  cui bisognasse, per farle ir coperte,
  o spiritali o altre discipline?

  Ma se le svergognate fosser certe
  di quel che l ciel veloce loro ammanna,
  gi per urlare avrian le bocche aperte;

  ch, se lantiveder qui non minganna,
  prima fien triste che le guance impeli
  colui che mo si consola con nanna.

  Deh, frate, or fa che pi non mi ti celi!
  vedi che non pur io, ma questa gente
  tutta rimira l dove l sol veli.

  Per chio a lui: Se tu riduci a mente
  qual fosti meco, e qual io teco fui,
  ancor fia grave il memorar presente.

  Di quella vita mi volse costui
  che mi va innanzi, laltr ier, quando tonda
  vi si mostr la suora di colui,

  e l sol mostrai; costui per la profonda
  notte menato mha di veri morti
  con questa vera carne che l seconda.

  Indi mhan tratto s li suoi conforti,
  salendo e rigirando la montagna
  che drizza voi che l mondo fece torti.

  Tanto dice di farmi sua compagna
  che io sar l dove fia Beatrice;
  quivi convien che sanza lui rimagna.

  Virgilio  questi che cos mi dice,
  e additalo; e quest altro  quell ombra
  per cu scosse dianzi ogne pendice

  lo vostro regno, che da s lo sgombra.



  Purgatorio  Canto XXIV


  N l dir landar, n landar lui pi lento
  facea, ma ragionando andavam forte,
  s come nave pinta da buon vento;

  e lombre, che parean cose rimorte,
  per le fosse de li occhi ammirazione
  traean di me, di mio vivere accorte.

  E io, continando al mio sermone,
  dissi: Ella sen va s forse pi tarda
  che non farebbe, per altrui cagione.

  Ma dimmi, se tu sai, dov  Piccarda;
  dimmi sio veggio da notar persona
  tra questa gente che s mi riguarda.

  La mia sorella, che tra bella e buona
  non so qual fosse pi, trunfa lieta
  ne lalto Olimpo gi di sua corona.

  S disse prima; e poi: Qui non si vieta
  di nominar ciascun, da ch s munta
  nostra sembianza via per la deta.

  Questi, e mostr col dito,  Bonagiunta,
  Bonagiunta da Lucca; e quella faccia
  di l da lui pi che laltre trapunta

  ebbe la Santa Chiesa in le sue braccia:
  dal Torso fu, e purga per digiuno
  languille di Bolsena e la vernaccia.

  Molti altri mi nom ad uno ad uno;
  e del nomar parean tutti contenti,
  s chio per non vidi un atto bruno.

  Vidi per fame a vto usar li denti
  Ubaldin da la Pila e Bonifazio
  che pastur col rocco molte genti.

  Vidi messer Marchese, chebbe spazio
  gi di bere a Forl con men secchezza,
  e s fu tal, che non si sent sazio.

  Ma come fa chi guarda e poi sapprezza
  pi dun che daltro, fei a quel da Lucca,
  che pi parea di me aver contezza.

  El mormorava; e non so che Gentucca
  sentiv io l, ov el sentia la piaga
  de la giustizia che s li pilucca.

  O anima, diss io, che par s vaga
  di parlar meco, fa s chio tintenda,
  e te e me col tuo parlare appaga.

  Femmina  nata, e non porta ancor benda,
  cominci el, che ti far piacere
  la mia citt, come chom la riprenda.

  Tu te nandrai con questo antivedere:
  se nel mio mormorar prendesti errore,
  dichiareranti ancor le cose vere.

  Ma d si veggio qui colui che fore
  trasse le nove rime, cominciando
  Donne chavete intelletto damore.

  E io a lui: I mi son un che, quando
  Amor mi spira, noto, e a quel modo
  che ditta dentro vo significando.

  O frate, issa vegg io, diss elli, il nodo
  che l Notaro e Guittone e me ritenne
  di qua dal dolce stil novo chi odo!

  Io veggio ben come le vostre penne
  di retro al dittator sen vanno strette,
  che de le nostre certo non avvenne;

  e qual pi a gradire oltre si mette,
  non vede pi da luno a laltro stilo;
  e, quasi contentato, si tacette.

  Come li augei che vernan lungo l Nilo,
  alcuna volta in aere fanno schiera,
  poi volan pi a fretta e vanno in filo,

  cos tutta la gente che l era,
  volgendo l viso, raffrett suo passo,
  e per magrezza e per voler leggera.

  E come luom che di trottare  lasso,
  lascia andar li compagni, e s passeggia
  fin che si sfoghi laffollar del casso,

  s lasci trapassar la santa greggia
  Forese, e dietro meco sen veniva,
  dicendo: Quando fia chio ti riveggia?.

  Non so, rispuos io lui, quant io mi viva;
  ma gi non fa il tornar mio tantosto,
  chio non sia col voler prima a la riva;

  per che l loco u fui a viver posto,
  di giorno in giorno pi di ben si spolpa,
  e a trista ruina par disposto.

  Or va, diss el; che quei che pi nha colpa,
  vegg o a coda duna bestia tratto
  inver la valle ove mai non si scolpa.

  La bestia ad ogne passo va pi ratto,
  crescendo sempre, fin chella il percuote,
  e lascia il corpo vilmente disfatto.

  Non hanno molto a volger quelle ruote,
  e drizz li occhi al ciel, che ti fia chiaro
  ci che l mio dir pi dichiarar non puote.

  Tu ti rimani omai; ch l tempo  caro
  in questo regno, s chio perdo troppo
  venendo teco s a paro a paro.

  Qual esce alcuna volta di gualoppo
  lo cavalier di schiera che cavalchi,
  e va per farsi onor del primo intoppo,

  tal si part da noi con maggior valchi;
  e io rimasi in via con esso i due
  che fuor del mondo s gran marescalchi.

  E quando innanzi a noi intrato fue,
  che li occhi miei si fero a lui seguaci,
  come la mente a le parole sue,

  parvermi i rami gravidi e vivaci
  dun altro pomo, e non molto lontani
  per esser pur allora vlto in laci.

  Vidi gente sott esso alzar le mani
  e gridar non so che verso le fronde,
  quasi bramosi fantolini e vani

  che pregano, e l pregato non risponde,
  ma, per fare esser ben la voglia acuta,
  tien alto lor disio e nol nasconde.

  Poi si part s come ricreduta;
  e noi venimmo al grande arbore adesso,
  che tanti prieghi e lagrime rifiuta.

  Trapassate oltre sanza farvi presso:
  legno  pi s che fu morso da Eva,
  e questa pianta si lev da esso.

  S tra le frasche non so chi diceva;
  per che Virgilio e Stazio e io, ristretti,
  oltre andavam dal lato che si leva.

  Ricordivi, dicea, di maladetti
  nei nuvoli formati, che, satolli,
  Teso combatter co doppi petti;

  e de li Ebrei chal ber si mostrar molli,
  per che no i volle Gedeon compagni,
  quando inver Madan discese i colli.

  S accostati a lun di due vivagni
  passammo, udendo colpe de la gola
  seguite gi da miseri guadagni.

  Poi, rallargati per la strada sola,
  ben mille passi e pi ci portar oltre,
  contemplando ciascun sanza parola.

  Che andate pensando s voi sol tre?.
  sbita voce disse; ond io mi scossi
  come fan bestie spaventate e poltre.

  Drizzai la testa per veder chi fossi;
  e gi mai non si videro in fornace
  vetri o metalli s lucenti e rossi,

  com io vidi un che dicea: Sa voi piace
  montare in s, qui si convien dar volta;
  quinci si va chi vuole andar per pace.

  Laspetto suo mavea la vista tolta;
  per chio mi volsi dietro a miei dottori,
  com om che va secondo chelli ascolta.

  E quale, annunziatrice de li albori,
  laura di maggio movesi e olezza,
  tutta impregnata da lerba e da fiori;

  tal mi senti un vento dar per mezza
  la fronte, e ben senti mover la piuma,
  che f sentir dambrosa lorezza.

  E senti dir: Beati cui alluma
  tanto di grazia, che lamor del gusto
  nel petto lor troppo disir non fuma,

  esurendo sempre quanto  giusto!.



  Purgatorio  Canto XXV


  Ora era onde l salir non volea storpio;
  ch l sole ava il cerchio di merigge
  lasciato al Tauro e la notte a lo Scorpio:

  per che, come fa luom che non saffigge
  ma vassi a la via sua, che che li appaia,
  se di bisogno stimolo il trafigge,

  cos intrammo noi per la callaia,
  uno innanzi altro prendendo la scala
  che per artezza i salitor dispaia.

  E quale il cicognin che leva lala
  per voglia di volare, e non sattenta
  dabbandonar lo nido, e gi la cala;

  tal era io con voglia accesa e spenta
  di dimandar, venendo infino a latto
  che fa colui cha dicer sargomenta.

  Non lasci, per landar che fosse ratto,
  lo dolce padre mio, ma disse: Scocca
  larco del dir, che nfino al ferro hai tratto.

  Allor sicuramente apri la bocca
  e cominciai: Come si pu far magro
  l dove luopo di nodrir non tocca?.

  Se tammentassi come Meleagro
  si consum al consumar dun stizzo,
  non fora, disse, a te questo s agro;

  e se pensassi come, al vostro guizzo,
  guizza dentro a lo specchio vostra image,
  ci che par duro ti parrebbe vizzo.

  Ma perch dentro a tuo voler tadage,
  ecco qui Stazio; e io lui chiamo e prego
  che sia or sanator de le tue piage.

  Se la veduta etterna li dislego,
  rispuose Stazio, l dove tu sie,
  discolpi me non potert io far nego.

  Poi cominci: Se le parole mie,
  figlio, la mente tua guarda e riceve,
  lume ti fiero al come che tu die.

  Sangue perfetto, che poi non si beve
  da lassetate vene, e si rimane
  quasi alimento che di mensa leve,

  prende nel core a tutte membra umane
  virtute informativa, come quello
  cha farsi quelle per le vene vane.

  Ancor digesto, scende ov  pi bello
  tacer che dire; e quindi poscia geme
  sovr altrui sangue in natural vasello.

  Ivi saccoglie luno e laltro insieme,
  lun disposto a patire, e laltro a fare
  per lo perfetto loco onde si preme;

  e, giunto lui, comincia ad operare
  coagulando prima, e poi avviva
  ci che per sua matera f constare.

  Anima fatta la virtute attiva
  qual duna pianta, in tanto differente,
  che questa  in via e quella  gi a riva,

  tanto ovra poi, che gi si move e sente,
  come spungo marino; e indi imprende
  ad organar le posse ond  semente.

  Or si spiega, figliuolo, or si distende
  la virt ch dal cor del generante,
  dove natura a tutte membra intende.

  Ma come danimal divegna fante,
  non vedi tu ancor: quest  tal punto,
  che pi savio di te f gi errante,

  s che per sua dottrina f disgiunto
  da lanima il possibile intelletto,
  perch da lui non vide organo assunto.

  Apri a la verit che viene il petto;
  e sappi che, s tosto come al feto
  larticular del cerebro  perfetto,

  lo motor primo a lui si volge lieto
  sovra tant arte di natura, e spira
  spirito novo, di vert repleto,

  che ci che trova attivo quivi, tira
  in sua sustanzia, e fassi unalma sola,
  che vive e sente e s in s rigira.

  E perch meno ammiri la parola,
  guarda il calor del sole che si fa vino,
  giunto a lomor che de la vite cola.

  Quando Lchesis non ha pi del lino,
  solvesi da la carne, e in virtute
  ne porta seco e lumano e l divino:

  laltre potenze tutte quante mute;
  memoria, intelligenza e volontade
  in atto molto pi che prima agute.

  Sanza restarsi, per s stessa cade
  mirabilmente a luna de le rive;
  quivi conosce prima le sue strade.

  Tosto che loco l la circunscrive,
  la virt formativa raggia intorno
  cos e quanto ne le membra vive.

  E come laere, quand  ben porno,
  per laltrui raggio che n s si reflette,
  di diversi color diventa addorno;

  cos laere vicin quivi si mette
  e in quella forma ch in lui suggella
  virtalmente lalma che ristette;

  e simigliante poi a la fiammella
  che segue il foco l vunque si muta,
  segue lo spirto sua forma novella.

  Per che quindi ha poscia sua paruta,
   chiamata ombra; e quindi organa poi
  ciascun sentire infino a la veduta.

  Quindi parliamo e quindi ridiam noi;
  quindi facciam le lagrime e  sospiri
  che per lo monte aver sentiti puoi.

  Secondo che ci affliggono i disiri
  e li altri affetti, lombra si figura;
  e quest  la cagion di che tu miri.

  E gi venuto a lultima tortura
  sera per noi, e vlto a la man destra,
  ed eravamo attenti ad altra cura.

  Quivi la ripa fiamma in fuor balestra,
  e la cornice spira fiato in suso
  che la reflette e via da lei sequestra;

  ond ir ne convenia dal lato schiuso
  ad uno ad uno; e io tema l foco
  quinci, e quindi temeva cader giuso.

  Lo duca mio dicea: Per questo loco
  si vuol tenere a li occhi stretto il freno,
  per cherrar potrebbesi per poco.

  Summae Deus clementae nel seno
  al grande ardore allora udi cantando,
  che di volger mi f caler non meno;

  e vidi spirti per la fiamma andando;
  per chio guardava a loro e a miei passi
  compartendo la vista a quando a quando.

  Appresso il fine cha quell inno fassi,
  gridavano alto: Virum non cognosco;
  indi ricominciavan linno bassi.

  Finitolo, anco gridavano: Al bosco
  si tenne Diana, ed Elice caccionne
  che di Venere avea sentito il tsco.

  Indi al cantar tornavano; indi donne
  gridavano e mariti che fuor casti
  come virtute e matrimonio imponne.

  E questo modo credo che lor basti
  per tutto il tempo che l foco li abbruscia:
  con tal cura conviene e con tai pasti

  che la piaga da sezzo si ricuscia.



  Purgatorio  Canto XXVI


  Mentre che s per lorlo, uno innanzi altro,
  ce nandavamo, e spesso il buon maestro
  diceami: Guarda: giovi chio ti scaltro;

  feriami il sole in su lomero destro,
  che gi, raggiando, tutto loccidente
  mutava in bianco aspetto di cilestro;

  e io facea con lombra pi rovente
  parer la fiamma; e pur a tanto indizio
  vidi molt ombre, andando, poner mente.

  Questa fu la cagion che diede inizio
  loro a parlar di me; e cominciarsi
  a dir: Colui non par corpo fittizio;

  poi verso me, quanto potan farsi,
  certi si fero, sempre con riguardo
  di non uscir dove non fosser arsi.

  O tu che vai, non per esser pi tardo,
  ma forse reverente, a li altri dopo,
  rispondi a me che n sete e n foco ardo.

  N solo a me la tua risposta  uopo;
  ch tutti questi nhanno maggior sete
  che dacqua fredda Indo o Etopo.

  Dinne com  che fai di te parete
  al sol, pur come tu non fossi ancora
  di morte intrato dentro da la rete.

  S mi parlava un dessi; e io mi fora
  gi manifesto, sio non fossi atteso
  ad altra novit chapparve allora;

  ch per lo mezzo del cammino acceso
  venne gente col viso incontro a questa,
  la qual mi fece a rimirar sospeso.

  L veggio dogne parte farsi presta
  ciascun ombra e basciarsi una con una
  sanza restar, contente a brieve festa;

  cos per entro loro schiera bruna
  sammusa luna con laltra formica,
  forse a spar lor via e lor fortuna.

  Tosto che parton laccoglienza amica,
  prima che l primo passo l trascorra,
  sopragridar ciascuna saffatica:

  la nova gente: Soddoma e Gomorra;
  e laltra: Ne la vacca entra Pasife,
  perch l torello a sua lussuria corra.

  Poi, come grue cha le montagne Rife
  volasser parte, e parte inver larene,
  queste del gel, quelle del sole schife,

  luna gente sen va, laltra sen vene;
  e tornan, lagrimando, a primi canti
  e al gridar che pi lor si convene;

  e raccostansi a me, come davanti,
  essi medesmi che mavean pregato,
  attenti ad ascoltar ne lor sembianti.

  Io, che due volte avea visto lor grato,
  incominciai: O anime sicure
  daver, quando che sia, di pace stato,

  non son rimase acerbe n mature
  le membra mie di l, ma son qui meco
  col sangue suo e con le sue giunture.

  Quinci s vo per non esser pi cieco;
  donna  di sopra che macquista grazia,
  per che l mortal per vostro mondo reco.

  Ma se la vostra maggior voglia sazia
  tosto divegna, s che l ciel valberghi
  ch pien damore e pi ampio si spazia,

  ditemi, acci chancor carte ne verghi,
  chi siete voi, e chi  quella turba
  che se ne va di retro a vostri terghi.

  Non altrimenti stupido si turba
  lo montanaro, e rimirando ammuta,
  quando rozzo e salvatico sinurba,

  che ciascun ombra fece in sua paruta;
  ma poi che furon di stupore scarche,
  lo qual ne li alti cuor tosto sattuta,

  Beato te, che de le nostre marche,
  ricominci colei che pria minchiese,
  per morir meglio, esperenza imbarche!

  La gente che non vien con noi, offese
  di ci per che gi Cesar, trunfando,
  Regina contra s chiamar sintese:

  per si parton Soddoma gridando,
  rimproverando a s com hai udito,
  e aiutan larsura vergognando.

  Nostro peccato fu ermafrodito;
  ma perch non servammo umana legge,
  seguendo come bestie lappetito,

  in obbrobrio di noi, per noi si legge,
  quando partinci, il nome di colei
  che simbesti ne le mbestiate schegge.

  Or sai nostri atti e di che fummo rei:
  se forse a nome vuo saper chi semo,
  tempo non  di dire, e non saprei.

  Farotti ben di me volere scemo:
  son Guido Guinizzelli, e gi mi purgo
  per ben dolermi prima cha lo stremo.

  Quali ne la tristizia di Ligurgo
  si fer due figli a riveder la madre,
  tal mi fec io, ma non a tanto insurgo,

  quand io odo nomar s stesso il padre
  mio e de li altri miei miglior che mai
  rime damore usar dolci e leggiadre;

  e sanza udire e dir pensoso andai
  lunga fata rimirando lui,
  n, per lo foco, in l pi mappressai.

  Poi che di riguardar pasciuto fui,
  tutto moffersi pronto al suo servigio
  con laffermar che fa credere altrui.

  Ed elli a me: Tu lasci tal vestigio,
  per quel chi odo, in me, e tanto chiaro,
  che Let nol pu trre n far bigio.

  Ma se le tue parole or ver giuraro,
  dimmi che  cagion per che dimostri
  nel dire e nel guardar davermi caro.

  E io a lui: Li dolci detti vostri,
  che, quanto durer luso moderno,
  faranno cari ancora i loro incostri.

  O frate, disse, questi chio ti cerno
  col dito, e addit un spirto innanzi,
  fu miglior fabbro del parlar materno.

  Versi damore e prose di romanzi
  soverchi tutti; e lascia dir li stolti
  che quel di Lemos credon chavanzi.

  A voce pi chal ver drizzan li volti,
  e cos ferman sua oppinone
  prima charte o ragion per lor sascolti.

  Cos fer molti antichi di Guittone,
  di grido in grido pur lui dando pregio,
  fin che lha vinto il ver con pi persone.

  Or se tu hai s ampio privilegio,
  che licito ti sia landare al chiostro
  nel quale  Cristo abate del collegio,

  falli per me un dir dun paternostro,
  quanto bisogna a noi di questo mondo,
  dove poter peccar non  pi nostro.

  Poi, forse per dar luogo altrui secondo
  che presso avea, disparve per lo foco,
  come per lacqua il pesce andando al fondo.

  Io mi fei al mostrato innanzi un poco,
  e dissi chal suo nome il mio disire
  apparecchiava grazoso loco.

  El cominci liberamente a dire:
  Tan mabellis vostre cortes deman,
  quieu no me puesc ni voill a vos cobrire.

  Ieu sui Arnaut, que plor e vau cantan;
  consiros vei la passada folor,
  e vei jausen lo joi quesper, denan.

  Ara vos prec, per aquella valor
  que vos guida al som de lescalina,
  sovenha vos a temps de ma dolor!.

  Poi sascose nel foco che li affina.



  Purgatorio  Canto XXVII


  S come quando i primi raggi vibra
  l dove il suo fattor lo sangue sparse,
  cadendo Ibero sotto lalta Libra,

  e londe in Gange da nona rarse,
  s stava il sole; onde l giorno sen giva,
  come langel di Dio lieto ci apparse.

  Fuor de la fiamma stava in su la riva,
  e cantava Beati mundo corde!
  in voce assai pi che la nostra viva.

  Poscia Pi non si va, se pria non morde,
  anime sante, il foco: intrate in esso,
  e al cantar di l non siate sorde,

  ci disse come noi li fummo presso;
  per chio divenni tal, quando lo ntesi,
  qual  colui che ne la fossa  messo.

  In su le man commesse mi protesi,
  guardando il foco e imaginando forte
  umani corpi gi veduti accesi.

  Volsersi verso me le buone scorte;
  e Virgilio mi disse: Figliuol mio,
  qui pu esser tormento, ma non morte.

  Ricorditi, ricorditi! E se io
  sovresso Geron ti guidai salvo,
  che far ora presso pi a Dio?

  Credi per certo che se dentro a lalvo
  di questa fiamma stessi ben mille anni,
  non ti potrebbe far dun capel calvo.

  E se tu forse credi chio tinganni,
  fatti ver lei, e fatti far credenza
  con le tue mani al lembo di tuoi panni.

  Pon gi omai, pon gi ogne temenza;
  volgiti in qua e vieni: entra sicuro!.
  E io pur fermo e contra coscenza.

  Quando mi vide star pur fermo e duro,
  turbato un poco disse: Or vedi, figlio:
  tra Batrice e te  questo muro.

  Come al nome di Tisbe aperse il ciglio
  Piramo in su la morte, e riguardolla,
  allor che l gelso divent vermiglio;

  cos, la mia durezza fatta solla,
  mi volsi al savio duca, udendo il nome
  che ne la mente sempre mi rampolla.

  Ond ei croll la fronte e disse: Come!
  volenci star di qua?; indi sorrise
  come al fanciul si fa ch vinto al pome.

  Poi dentro al foco innanzi mi si mise,
  pregando Stazio che venisse retro,
  che pria per lunga strada ci divise.

  S com fui dentro, in un bogliente vetro
  gittato mi sarei per rinfrescarmi,
  tant era ivi lo ncendio sanza metro.

  Lo dolce padre mio, per confortarmi,
  pur di Beatrice ragionando andava,
  dicendo: Li occhi suoi gi veder parmi.

  Guidavaci una voce che cantava
  di l; e noi, attenti pur a lei,
  venimmo fuor l ove si montava.

  Venite, benedicti Patris mei,
  son dentro a un lume che l era,
  tal che mi vinse e guardar nol potei.

  Lo sol sen va, soggiunse, e vien la sera;
  non varrestate, ma studiate il passo,
  mentre che loccidente non si annera.

  Dritta salia la via per entro l sasso
  verso tal parte chio toglieva i raggi
  dinanzi a me del sol chera gi basso.

  E di pochi scaglion levammo i saggi,
  che l sol corcar, per lombra che si spense,
  sentimmo dietro e io e li miei saggi.

  E pria che n tutte le sue parti immense
  fosse orizzonte fatto duno aspetto,
  e notte avesse tutte sue dispense,

  ciascun di noi dun grado fece letto;
  ch la natura del monte ci affranse
  la possa del salir pi e l diletto.

  Quali si stanno ruminando manse
  le capre, state rapide e proterve
  sovra le cime avante che sien pranse,

  tacite a lombra, mentre che l sol ferve,
  guardate dal pastor, che n su la verga
  poggiato s e lor di posa serve;

  e quale il mandran che fori alberga,
  lungo il pecuglio suo queto pernotta,
  guardando perch fiera non lo sperga;

  tali eravamo tutti e tre allotta,
  io come capra, ed ei come pastori,
  fasciati quinci e quindi dalta grotta.

  Poco parer potea l del di fori;
  ma, per quel poco, vedea io le stelle
  di lor solere e pi chiare e maggiori.

  S ruminando e s mirando in quelle,
  mi prese il sonno; il sonno che sovente,
  anzi che l fatto sia, sa le novelle.

  Ne lora, credo, che de lorente
  prima raggi nel monte Citerea,
  che di foco damor par sempre ardente,

  giovane e bella in sogno mi parea
  donna vedere andar per una landa
  cogliendo fiori; e cantando dicea:

  Sappia qualunque il mio nome dimanda
  chi mi son Lia, e vo movendo intorno
  le belle mani a farmi una ghirlanda.

  Per piacermi a lo specchio, qui maddorno;
  ma mia suora Rachel mai non si smaga
  dal suo miraglio, e siede tutto giorno.

  Ell  di suoi belli occhi veder vaga
  com io de laddornarmi con le mani;
  lei lo vedere, e me lovrare appaga.

  E gi per li splendori antelucani,
  che tanto a pellegrin surgon pi grati,
  quanto, tornando, albergan men lontani,

  le tenebre fuggian da tutti lati,
  e l sonno mio con esse; ond io levami,
  veggendo i gran maestri gi levati.

  Quel dolce pome che per tanti rami
  cercando va la cura de mortali,
  oggi porr in pace le tue fami.

  Virgilio inverso me queste cotali
  parole us; e mai non furo strenne
  che fosser di piacere a queste iguali.

  Tanto voler sopra voler mi venne
  de lesser s, chad ogne passo poi
  al volo mi sentia crescer le penne.

  Come la scala tutta sotto noi
  fu corsa e fummo in su l grado superno,
  in me ficc Virgilio li occhi suoi,

  e disse: Il temporal foco e letterno
  veduto hai, figlio; e se venuto in parte
  dov io per me pi oltre non discerno.

  Tratto tho qui con ingegno e con arte;
  lo tuo piacere omai prendi per duce;
  fuor se de lerte vie, fuor se de larte.

  Vedi lo sol che n fronte ti riluce;
  vedi lerbette, i fiori e li arbuscelli
  che qui la terra sol da s produce.

  Mentre che vegnan lieti li occhi belli
  che, lagrimando, a te venir mi fenno,
  seder ti puoi e puoi andar tra elli.

  Non aspettar mio dir pi n mio cenno;
  libero, dritto e sano  tuo arbitrio,
  e fallo fora non fare a suo senno:

  per chio te sovra te corono e mitrio.



  Purgatorio  Canto XXVIII


  Vago gi di cercar dentro e dintorno
  la divina foresta spessa e viva,
  cha li occhi temperava il novo giorno,

  sanza pi aspettar, lasciai la riva,
  prendendo la campagna lento lento
  su per lo suol che dogne parte auliva.

  Unaura dolce, sanza mutamento
  avere in s, mi feria per la fronte
  non di pi colpo che soave vento;

  per cui le fronde, tremolando, pronte
  tutte quante piegavano a la parte
  u la prim ombra gitta il santo monte;

  non per dal loro esser dritto sparte
  tanto, che li augelletti per le cime
  lasciasser doperare ogne lor arte;

  ma con piena letizia lore prime,
  cantando, ricevieno intra le foglie,
  che tenevan bordone a le sue rime,

  tal qual di ramo in ramo si raccoglie
  per la pineta in su l lito di Chiassi,
  quand olo scilocco fuor discioglie.

  Gi mavean trasportato i lenti passi
  dentro a la selva antica tanto, chio
  non potea rivedere ond io mi ntrassi;

  ed ecco pi andar mi tolse un rio,
  che nver sinistra con sue picciole onde
  piegava lerba che n sua ripa usco.

  Tutte lacque che son di qua pi monde,
  parrieno avere in s mistura alcuna
  verso di quella, che nulla nasconde,

  avvegna che si mova bruna bruna
  sotto lombra perpeta, che mai
  raggiar non lascia sole ivi n luna.

  Coi pi ristetti e con li occhi passai
  di l dal fiumicello, per mirare
  la gran varazion di freschi mai;

  e l mapparve, s com elli appare
  subitamente cosa che disvia
  per maraviglia tutto altro pensare,

  una donna soletta che si gia
  e cantando e scegliendo fior da fiore
  ond era pinta tutta la sua via.

  Deh, bella donna, che a raggi damore
  ti scaldi, si vo credere a sembianti
  che soglion esser testimon del core,

  vegnati in voglia di trarreti avanti,
  diss io a lei, verso questa rivera,
  tanto chio possa intender che tu canti.

  Tu mi fai rimembrar dove e qual era
  Proserpina nel tempo che perdette
  la madre lei, ed ella primavera.

  Come si volge, con le piante strette
  a terra e intra s, donna che balli,
  e piede innanzi piede a pena mette,

  volsesi in su i vermigli e in su i gialli
  fioretti verso me, non altrimenti
  che vergine che li occhi onesti avvalli;

  e fece i prieghi miei esser contenti,
  s appressando s, che l dolce suono
  veniva a me co suoi intendimenti.

  Tosto che fu l dove lerbe sono
  bagnate gi da londe del bel fiume,
  di levar li occhi suoi mi fece dono.

  Non credo che splendesse tanto lume
  sotto le ciglia a Venere, trafitta
  dal figlio fuor di tutto suo costume.

  Ella ridea da laltra riva dritta,
  trattando pi color con le sue mani,
  che lalta terra sanza seme gitta.

  Tre passi ci facea il fiume lontani;
  ma Elesponto, l ve pass Serse,
  ancora freno a tutti orgogli umani,

  pi odio da Leandro non sofferse
  per mareggiare intra Sesto e Abido,
  che quel da me perch allor non saperse.

  Voi siete nuovi, e forse perch io rido,
  cominci ella, in questo luogo eletto
  a lumana natura per suo nido,

  maravigliando tienvi alcun sospetto;
  ma luce rende il salmo Delectasti,
  che puote disnebbiar vostro intelletto.

  E tu che se dinanzi e mi pregasti,
  d saltro vuoli udir; chi venni presta
  ad ogne tua question tanto che basti.

  Lacqua, diss io, e l suon de la foresta
  impugnan dentro a me novella fede
  di cosa chio udi contraria a questa.

  Ond ella: Io dicer come procede
  per sua cagion ci chammirar ti face,
  e purgher la nebbia che ti fiede.

  Lo sommo Ben, che solo esso a s piace,
  f luom buono e a bene, e questo loco
  diede per arr a lui detterna pace.

  Per sua difalta qui dimor poco;
  per sua difalta in pianto e in affanno
  cambi onesto riso e dolce gioco.

  Perch l turbar che sotto da s fanno
  lessalazion de lacqua e de la terra,
  che quanto posson dietro al calor vanno,

  a luomo non facesse alcuna guerra,
  questo monte salo verso l ciel tanto,
  e libero n dindi ove si serra.

  Or perch in circuito tutto quanto
  laere si volge con la prima volta,
  se non li  rotto il cerchio dalcun canto,

  in questa altezza ch tutta disciolta
  ne laere vivo, tal moto percuote,
  e fa sonar la selva perch  folta;

  e la percossa pianta tanto puote,
  che de la sua virtute laura impregna
  e quella poi, girando, intorno scuote;

  e laltra terra, secondo ch degna
  per s e per suo ciel, concepe e figlia
  di diverse virt diverse legna.

  Non parrebbe di l poi maraviglia,
  udito questo, quando alcuna pianta
  sanza seme palese vi sappiglia.

  E saper dei che la campagna santa
  dove tu se, dogne semenza  piena,
  e frutto ha in s che di l non si schianta.

  Lacqua che vedi non surge di vena
  che ristori vapor che gel converta,
  come fiume chacquista e perde lena;

  ma esce di fontana salda e certa,
  che tanto dal voler di Dio riprende,
  quant ella versa da due parti aperta.

  Da questa parte con virt discende
  che toglie altrui memoria del peccato;
  da laltra dogne ben fatto la rende.

  Quinci Let; cos da laltro lato
  Eno si chiama, e non adopra
  se quinci e quindi pria non  gustato:

  a tutti altri sapori esto  di sopra.
  E avvegna chassai possa esser sazia
  la sete tua perch io pi non ti scuopra,

  darotti un corollario ancor per grazia;
  n credo che l mio dir ti sia men caro,
  se oltre promession teco si spazia.

  Quelli chanticamente poetaro
  let de loro e suo stato felice,
  forse in Parnaso esto loco sognaro.

  Qui fu innocente lumana radice;
  qui primavera sempre e ogne frutto;
  nettare  questo di che ciascun dice.

  Io mi rivolsi n dietro allora tutto
  a miei poeti, e vidi che con riso
  udito avan lultimo costrutto;

  poi a la bella donna torna il viso.



  Purgatorio  Canto XXIX


  Cantando come donna innamorata,
  contin col fin di sue parole:
  Beati quorum tecta sunt peccata!.

  E come ninfe che si givan sole
  per le salvatiche ombre, disando
  qual di veder, qual di fuggir lo sole,

  allor si mosse contra l fiume, andando
  su per la riva; e io pari di lei,
  picciol passo con picciol seguitando.

  Non eran cento tra  suoi passi e  miei,
  quando le ripe igualmente dier volta,
  per modo cha levante mi rendei.

  N ancor fu cos nostra via molta,
  quando la donna tutta a me si torse,
  dicendo: Frate mio, guarda e ascolta.

  Ed ecco un lustro sbito trascorse
  da tutte parti per la gran foresta,
  tal che di balenar mi mise in forse.

  Ma perch l balenar, come vien, resta,
  e quel, durando, pi e pi splendeva,
  nel mio pensier dicea: Che cosa  questa?.

  E una melodia dolce correva
  per laere luminoso; onde buon zelo
  mi f riprender lardimento dEva,

  che l dove ubidia la terra e l cielo,
  femmina, sola e pur test formata,
  non sofferse di star sotto alcun velo;

  sotto l qual se divota fosse stata,
  avrei quelle ineffabili delizie
  sentite prima e pi lunga fata.

  Mentr io mandava tra tante primizie
  de letterno piacer tutto sospeso,
  e disoso ancora a pi letizie,

  dinanzi a noi, tal quale un foco acceso,
  ci si f laere sotto i verdi rami;
  e l dolce suon per canti era gi inteso.

  O sacrosante Vergini, se fami,
  freddi o vigilie mai per voi soffersi,
  cagion mi sprona chio merc vi chiami.

  Or convien che Elicona per me versi,
  e Urane maiuti col suo coro
  forti cose a pensar mettere in versi.

  Poco pi oltre, sette alberi doro
  falsava nel parere il lungo tratto
  del mezzo chera ancor tra noi e loro;

  ma quand i fui s presso di lor fatto,
  che lobietto comun, che l senso inganna,
  non perdea per distanza alcun suo atto,

  la virt cha ragion discorso ammanna,
  s com elli eran candelabri apprese,
  e ne le voci del cantare Osanna.

  Di sopra fiammeggiava il bello arnese
  pi chiaro assai che luna per sereno
  di mezza notte nel suo mezzo mese.

  Io mi rivolsi dammirazion pieno
  al buon Virgilio, ed esso mi rispuose
  con vista carca di stupor non meno.

  Indi rendei laspetto a lalte cose
  che si movieno incontr a noi s tardi,
  che foran vinte da novelle spose.

  La donna mi sgrid: Perch pur ardi
  s ne laffetto de le vive luci,
  e ci che vien di retro a lor non guardi?.

  Genti vid io allor, come a lor duci,
  venire appresso, vestite di bianco;
  e tal candor di qua gi mai non fuci.

  Lacqua imprenda dal sinistro fianco,
  e rendea me la mia sinistra costa,
  sio riguardava in lei, come specchio anco.

  Quand io da la mia riva ebbi tal posta,
  che solo il fiume mi facea distante,
  per veder meglio ai passi diedi sosta,

  e vidi le fiammelle andar davante,
  lasciando dietro a s laere dipinto,
  e di tratti pennelli avean sembiante;

  s che l sopra rimanea distinto
  di sette liste, tutte in quei colori
  onde fa larco il Sole e Delia il cinto.

  Questi ostendali in dietro eran maggiori
  che la mia vista; e, quanto a mio avviso,
  diece passi distavan quei di fori.

  Sotto cos bel ciel com io diviso,
  ventiquattro seniori, a due a due,
  coronati venien di fiordaliso.

  Tutti cantavan: Benedicta tue
  ne le figlie dAdamo, e benedette
  sieno in etterno le bellezze tue!.

  Poscia che i fiori e laltre fresche erbette
  a rimpetto di me da laltra sponda
  libere fuor da quelle genti elette,

  s come luce luce in ciel seconda,
  vennero appresso lor quattro animali,
  coronati ciascun di verde fronda.

  Ognuno era pennuto di sei ali;
  le penne piene docchi; e li occhi dArgo,
  se fosser vivi, sarebber cotali.

  A descriver lor forme pi non spargo
  rime, lettor; chaltra spesa mi strigne,
  tanto cha questa non posso esser largo;

  ma leggi Ezechel, che li dipigne
  come li vide da la fredda parte
  venir con vento e con nube e con igne;

  e quali i troverai ne le sue carte,
  tali eran quivi, salvo cha le penne
  Giovanni  meco e da lui si diparte.

  Lo spazio dentro a lor quattro contenne
  un carro, in su due rote, trunfale,
  chal collo dun grifon tirato venne.

  Esso tendeva in s luna e laltra ale
  tra la mezzana e le tre e tre liste,
  s cha nulla, fendendo, facea male.

  Tanto salivan che non eran viste;
  le membra doro avea quant era uccello,
  e bianche laltre, di vermiglio miste.

  Non che Roma di carro cos bello
  rallegrasse Affricano, o vero Augusto,
  ma quel del Sol saria pover con ello;

  quel del Sol che, svando, fu combusto
  per lorazion de la Terra devota,
  quando fu Giove arcanamente giusto.

  Tre donne in giro da la destra rota
  venian danzando; luna tanto rossa
  cha pena fora dentro al foco nota;

  laltr era come se le carni e lossa
  fossero state di smeraldo fatte;
  la terza parea neve test mossa;

  e or paran da la bianca tratte,
  or da la rossa; e dal canto di questa
  laltre toglien landare e tarde e ratte.

  Da la sinistra quattro facean festa,
  in porpore vestite, dietro al modo
  duna di lor chavea tre occhi in testa.

  Appresso tutto il pertrattato nodo
  vidi due vecchi in abito dispari,
  ma pari in atto e onesto e sodo.

  Lun si mostrava alcun de famigliari
  di quel sommo Ipocrte che natura
  a li animali f chell ha pi cari;

  mostrava laltro la contraria cura
  con una spada lucida e aguta,
  tal che di qua dal rio mi f paura.

  Poi vidi quattro in umile paruta;
  e di retro da tutti un vecchio solo
  venir, dormendo, con la faccia arguta.

  E questi sette col primaio stuolo
  erano abitati, ma di gigli
  dintorno al capo non facan brolo,

  anzi di rose e daltri fior vermigli;
  giurato avria poco lontano aspetto
  che tutti ardesser di sopra da cigli.

  E quando il carro a me fu a rimpetto,
  un tuon sud, e quelle genti degne
  parvero aver landar pi interdetto,

  fermandosi ivi con le prime insegne.



  Purgatorio  Canto XXX


  Quando il settentron del primo cielo,
  che n occaso mai seppe n orto
  n daltra nebbia che di colpa velo,

  e che faceva l ciascun accorto
  di suo dover, come l pi basso face
  qual temon gira per venire a porto,

  fermo saffisse: la gente verace,
  venuta prima tra l grifone ed esso,
  al carro volse s come a sua pace;

  e un di loro, quasi da ciel messo,
  Veni, sponsa, de Libano cantando
  grid tre volte, e tutti li altri appresso.

  Quali i beati al novissimo bando
  surgeran presti ognun di sua caverna,
  la revestita voce alleluiando,

  cotali in su la divina basterna
  si levar cento, ad vocem tanti senis,
  ministri e messaggier di vita etterna.

  Tutti dicean: Benedictus qui venis!,
  e fior gittando e di sopra e dintorno,
  Manibus, oh, date lila plenis!.

  Io vidi gi nel cominciar del giorno
  la parte orental tutta rosata,
  e laltro ciel di bel sereno addorno;

  e la faccia del sol nascere ombrata,
  s che per temperanza di vapori
  locchio la sostenea lunga fata:

  cos dentro una nuvola di fiori
  che da le mani angeliche saliva
  e ricadeva in gi dentro e di fori,

  sovra candido vel cinta duliva
  donna mapparve, sotto verde manto
  vestita di color di fiamma viva.

  E lo spirito mio, che gi cotanto
  tempo era stato cha la sua presenza
  non era di stupor, tremando, affranto,

  sanza de li occhi aver pi conoscenza,
  per occulta virt che da lei mosse,
  dantico amor sent la gran potenza.

  Tosto che ne la vista mi percosse
  lalta virt che gi mavea trafitto
  prima chio fuor di perizia fosse,

  volsimi a la sinistra col respitto
  col quale il fantolin corre a la mamma
  quando ha paura o quando elli  afflitto,

  per dicere a Virgilio: Men che dramma
  di sangue m rimaso che non tremi:
  conosco i segni de lantica fiamma.

  Ma Virgilio navea lasciati scemi
  di s, Virgilio dolcissimo patre,
  Virgilio a cui per mia salute diemi;

  n quantunque perdeo lantica matre,
  valse a le guance nette di rugiada,
  che, lagrimando, non tornasser atre.

  Dante, perch Virgilio se ne vada,
  non pianger anco, non piangere ancora;
  ch pianger ti conven per altra spada.

  Quasi ammiraglio che in poppa e in prora
  viene a veder la gente che ministra
  per li altri legni, e a ben far lincora;

  in su la sponda del carro sinistra,
  quando mi volsi al suon del nome mio,
  che di necessit qui si registra,

  vidi la donna che pria mappario
  velata sotto langelica festa,
  drizzar li occhi ver me di qua dal rio.

  Tutto che l vel che le scendea di testa,
  cerchiato de le fronde di Minerva,
  non la lasciasse parer manifesta,

  regalmente ne latto ancor proterva
  contin come colui che dice
  e l pi caldo parlar dietro reserva:

  Guardaci ben! Ben son, ben son Beatrice.
  Come degnasti daccedere al monte?
  non sapei tu che qui  luom felice?.

  Li occhi mi cadder gi nel chiaro fonte;
  ma veggendomi in esso, i trassi a lerba,
  tanta vergogna mi grav la fronte.

  Cos la madre al figlio par superba,
  com ella parve a me; perch damaro
  sente il sapor de la pietade acerba.

  Ella si tacque; e li angeli cantaro
  di sbito In te, Domine, speravi;
  ma oltre pedes meos non passaro.

  S come neve tra le vive travi
  per lo dosso dItalia si congela,
  soffiata e stretta da li venti schiavi,

  poi, liquefatta, in s stessa trapela,
  pur che la terra che perde ombra spiri,
  s che par foco fonder la candela;

  cos fui sanza lagrime e sospiri
  anzi l cantar di quei che notan sempre
  dietro a le note de li etterni giri;

  ma poi che ntesi ne le dolci tempre
  lor compatire a me, par che se detto
  avesser: Donna, perch s lo stempre?,

  lo gel che mera intorno al cor ristretto,
  spirito e acqua fessi, e con angoscia
  de la bocca e de li occhi usc del petto.

  Ella, pur ferma in su la detta coscia
  del carro stando, a le sustanze pie
  volse le sue parole cos poscia:

  Voi vigilate ne letterno die,
  s che notte n sonno a voi non fura
  passo che faccia il secol per sue vie;

  onde la mia risposta  con pi cura
  che mintenda colui che di l piagne,
  perch sia colpa e duol duna misura.

  Non pur per ovra de le rote magne,
  che drizzan ciascun seme ad alcun fine
  secondo che le stelle son compagne,

  ma per larghezza di grazie divine,
  che s alti vapori hanno a lor piova,
  che nostre viste l non van vicine,

  questi fu tal ne la sua vita nova
  virtalmente, chogne abito destro
  fatto averebbe in lui mirabil prova.

  Ma tanto pi maligno e pi silvestro
  si fa l terren col mal seme e non clto,
  quant elli ha pi di buon vigor terrestro.

  Alcun tempo il sostenni col mio volto:
  mostrando li occhi giovanetti a lui,
  meco il menava in dritta parte vlto.

  S tosto come in su la soglia fui
  di mia seconda etade e mutai vita,
  questi si tolse a me, e diessi altrui.

  Quando di carne a spirto era salita,
  e bellezza e virt cresciuta mera,
  fu io a lui men cara e men gradita;

  e volse i passi suoi per via non vera,
  imagini di ben seguendo false,
  che nulla promession rendono intera.

  N limpetrare ispirazion mi valse,
  con le quali e in sogno e altrimenti
  lo rivocai: s poco a lui ne calse!

  Tanto gi cadde, che tutti argomenti
  a la salute sua eran gi corti,
  fuor che mostrarli le perdute genti.

  Per questo visitai luscio di morti,
  e a colui che lha qua s condotto,
  li prieghi miei, piangendo, furon porti.

  Alto fato di Dio sarebbe rotto,
  se Let si passasse e tal vivanda
  fosse gustata sanza alcuno scotto

  di pentimento che lagrime spanda.



  Purgatorio  Canto XXXI


  O tu che se di l dal fiume sacro,
  volgendo suo parlare a me per punta,
  che pur per taglio mera paruto acro,

  ricominci, seguendo sanza cunta,
  d, d se questo  vero: a tanta accusa
  tua confession conviene esser congiunta.

  Era la mia virt tanto confusa,
  che la voce si mosse, e pria si spense
  che da li organi suoi fosse dischiusa.

  Poco sofferse; poi disse: Che pense?
  Rispondi a me; ch le memorie triste
  in te non sono ancor da lacqua offense.

  Confusione e paura insieme miste
  mi pinsero un tal s fuor de la bocca,
  al quale intender fuor mestier le viste.

  Come balestro frange, quando scocca
  da troppa tesa, la sua corda e larco,
  e con men foga lasta il segno tocca,

  s scoppia io sottesso grave carco,
  fuori sgorgando lagrime e sospiri,
  e la voce allent per lo suo varco.

  Ond ella a me: Per entro i mie disiri,
  che ti menavano ad amar lo bene
  di l dal qual non  a che saspiri,

  quai fossi attraversati o quai catene
  trovasti, per che del passare innanzi
  dovessiti cos spogliar la spene?

  E quali agevolezze o quali avanzi
  ne la fronte de li altri si mostraro,
  per che dovessi lor passeggiare anzi?.

  Dopo la tratta dun sospiro amaro,
  a pena ebbi la voce che rispuose,
  e le labbra a fatica la formaro.

  Piangendo dissi: Le presenti cose
  col falso lor piacer volser miei passi,
  tosto che l vostro viso si nascose.

  Ed ella: Se tacessi o se negassi
  ci che confessi, non fora men nota
  la colpa tua: da tal giudice sassi!

  Ma quando scoppia de la propria gota
  laccusa del peccato, in nostra corte
  rivolge s contra l taglio la rota.

  Tuttavia, perch mo vergogna porte
  del tuo errore, e perch altra volta,
  udendo le serene, sie pi forte,

  pon gi il seme del piangere e ascolta:
  s udirai come in contraria parte
  mover dovieti mia carne sepolta.

  Mai non tappresent natura o arte
  piacer, quanto le belle membra in chio
  rinchiusa fui, e che so n terra sparte;

  e se l sommo piacer s ti fallio
  per la mia morte, qual cosa mortale
  dovea poi trarre te nel suo disio?

  Ben ti dovevi, per lo primo strale
  de le cose fallaci, levar suso
  di retro a me che non era pi tale.

  Non ti dovea gravar le penne in giuso,
  ad aspettar pi colpo, o pargoletta
  o altra novit con s breve uso.

  Novo augelletto due o tre aspetta;
  ma dinanzi da li occhi di pennuti
  rete si spiega indarno o si saetta.

  Quali fanciulli, vergognando, muti
  con li occhi a terra stannosi, ascoltando
  e s riconoscendo e ripentuti,

  tal mi stav io; ed ella disse: Quando
  per udir se dolente, alza la barba,
  e prenderai pi doglia riguardando.

  Con men di resistenza si dibarba
  robusto cerro, o vero al nostral vento
  o vero a quel de la terra di Iarba,

  chio non levai al suo comando il mento;
  e quando per la barba il viso chiese,
  ben conobbi il velen de largomento.

  E come la mia faccia si distese,
  posarsi quelle prime creature
  da loro asperson locchio comprese;

  e le mie luci, ancor poco sicure,
  vider Beatrice volta in su la fiera
  ch sola una persona in due nature.

  Sotto l suo velo e oltre la rivera
  vincer pariemi pi s stessa antica,
  vincer che laltre qui, quand ella cera.

  Di penter s mi punse ivi lortica,
  che di tutte altre cose qual mi torse
  pi nel suo amor, pi mi si f nemica.

  Tanta riconoscenza il cor mi morse,
  chio caddi vinto; e quale allora femmi,
  salsi colei che la cagion mi porse.

  Poi, quando il cor virt di fuor rendemmi,
  la donna chio avea trovata sola
  sopra me vidi, e dicea: Tiemmi, tiemmi!.

  Tratto mavea nel fiume infin la gola,
  e tirandosi me dietro sen giva
  sovresso lacqua lieve come scola.

  Quando fui presso a la beata riva,
  Asperges me s dolcemente udissi,
  che nol so rimembrar, non chio lo scriva.

  La bella donna ne le braccia aprissi;
  abbracciommi la testa e mi sommerse
  ove convenne chio lacqua inghiottissi.

  Indi mi tolse, e bagnato mofferse
  dentro a la danza de le quattro belle;
  e ciascuna del braccio mi coperse.

  Noi siam qui ninfe e nel ciel siamo stelle;
  pria che Beatrice discendesse al mondo,
  fummo ordinate a lei per sue ancelle.

  Merrenti a li occhi suoi; ma nel giocondo
  lume ch dentro aguzzeranno i tuoi
  le tre di l, che miran pi profondo.

  Cos cantando cominciaro; e poi
  al petto del grifon seco menarmi,
  ove Beatrice stava volta a noi.

  Disser: Fa che le viste non risparmi;
  posto tavem dinanzi a li smeraldi
  ond Amor gi ti trasse le sue armi.

  Mille disiri pi che fiamma caldi
  strinsermi li occhi a li occhi rilucenti,
  che pur sopra l grifone stavan saldi.

  Come in lo specchio il sol, non altrimenti
  la doppia fiera dentro vi raggiava,
  or con altri, or con altri reggimenti.

  Pensa, lettor, sio mi maravigliava,
  quando vedea la cosa in s star queta,
  e ne lidolo suo si trasmutava.

  Mentre che piena di stupore e lieta
  lanima mia gustava di quel cibo
  che, saziando di s, di s asseta,

  s dimostrando di pi alto tribo
  ne li atti, laltre tre si fero avanti,
  danzando al loro angelico caribo.

  Volgi, Beatrice, volgi li occhi santi,
  era la sua canzone, al tuo fedele
  che, per vederti, ha mossi passi tanti!

  Per grazia fa noi grazia che disvele
  a lui la bocca tua, s che discerna
  la seconda bellezza che tu cele.

  O isplendor di viva luce etterna,
  chi palido si fece sotto lombra
  s di Parnaso, o bevve in sua cisterna,

  che non paresse aver la mente ingombra,
  tentando a render te qual tu paresti
  l dove armonizzando il ciel tadombra,

  quando ne laere aperto ti solvesti?



  Purgatorio  Canto XXXII


  Tant eran li occhi miei fissi e attenti
  a disbramarsi la decenne sete,
  che li altri sensi meran tutti spenti.

  Ed essi quinci e quindi avien parete
  di non calercos lo santo riso
  a s trali con lantica rete!;

  quando per forza mi fu vlto il viso
  ver la sinistra mia da quelle dee,
  perch io udi da loro un Troppo fiso!;

  e la disposizion cha veder e
  ne li occhi pur test dal sol percossi,
  sanza la vista alquanto esser mi fe.

  Ma poi chal poco il viso riformossi
  (e dico al poco per rispetto al molto
  sensibile onde a forza mi rimossi),

  vidi n sul braccio destro esser rivolto
  lo gloroso essercito, e tornarsi
  col sole e con le sette fiamme al volto.

  Come sotto li scudi per salvarsi
  volgesi schiera, e s gira col segno,
  prima che possa tutta in s mutarsi;

  quella milizia del celeste regno
  che procedeva, tutta trapassonne
  pria che piegasse il carro il primo legno.

  Indi a le rote si tornar le donne,
  e l grifon mosse il benedetto carco
  s, che per nulla penna crollonne.

  La bella donna che mi trasse al varco
  e Stazio e io seguitavam la rota
  che f lorbita sua con minore arco.

  S passeggiando lalta selva vta,
  colpa di quella chal serpente crese,
  temprava i passi unangelica nota.

  Forse in tre voli tanto spazio prese
  disfrenata saetta, quanto eramo
  rimossi, quando Batrice scese.

  Io senti mormorare a tutti Adamo;
  poi cerchiaro una pianta dispogliata
  di foglie e daltra fronda in ciascun ramo.

  La coma sua, che tanto si dilata
  pi quanto pi  s, fora da lIndi
  ne boschi lor per altezza ammirata.

  Beato se, grifon, che non discindi
  col becco desto legno dolce al gusto,
  poscia che mal si torce il ventre quindi.

  Cos dintorno a lalbero robusto
  gridaron li altri; e lanimal binato:
  S si conserva il seme dogne giusto.

  E vlto al temo chelli avea tirato,
  trasselo al pi de la vedova frasca,
  e quel di lei a lei lasci legato.

  Come le nostre piante, quando casca
  gi la gran luce mischiata con quella
  che raggia dietro a la celeste lasca,

  turgide fansi, e poi si rinovella
  di suo color ciascuna, pria che l sole
  giunga li suoi corsier sotto altra stella;

  men che di rose e pi che di vole
  colore aprendo, sinnov la pianta,
  che prima avea le ramora s sole.

  Io non lo ntesi, n qui non si canta
  linno che quella gente allor cantaro,
  n la nota soffersi tutta quanta.

  Sio potessi ritrar come assonnaro
  li occhi spietati udendo di Siringa,
  li occhi a cui pur vegghiar cost s caro;

  come pintor che con essempro pinga,
  disegnerei com io maddormentai;
  ma qual vuol sia che lassonnar ben finga.

  Per trascorro a quando mi svegliai,
  e dico chun splendor mi squarci l velo
  del sonno, e un chiamar: Surgi: che fai?.

  Quali a veder de fioretti del melo
  che del suo pome li angeli fa ghiotti
  e perpete nozze fa nel cielo,

  Pietro e Giovanni e Iacopo condotti
  e vinti, ritornaro a la parola
  da la qual furon maggior sonni rotti,

  e videro scemata loro scuola
  cos di Mos come dElia,
  e al maestro suo cangiata stola;

  tal torna io, e vidi quella pia
  sovra me starsi che conducitrice
  fu de miei passi lungo l fiume pria.

  E tutto in dubbio dissi: Ov  Beatrice?.
  Ond ella: Vedi lei sotto la fronda
  nova sedere in su la sua radice.

  Vedi la compagnia che la circonda:
  li altri dopo l grifon sen vanno suso
  con pi dolce canzone e pi profonda.

  E se pi fu lo suo parlar diffuso,
  non so, per che gi ne li occhi mera
  quella chad altro intender mavea chiuso.

  Sola sedeasi in su la terra vera,
  come guardia lasciata l del plaustro
  che legar vidi a la biforme fera.

  In cerchio le facevan di s claustro
  le sette ninfe, con quei lumi in mano
  che son sicuri dAquilone e dAustro.

  Qui sarai tu poco tempo silvano;
  e sarai meco sanza fine cive
  di quella Roma onde Cristo  romano.

  Per, in pro del mondo che mal vive,
  al carro tieni or li occhi, e quel che vedi,
  ritornato di l, fa che tu scrive.

  Cos Beatrice; e io, che tutto ai piedi
  di suoi comandamenti era divoto,
  la mente e li occhi ov ella volle diedi.

  Non scese mai con s veloce moto
  foco di spessa nube, quando piove
  da quel confine che pi va remoto,

  com io vidi calar luccel di Giove
  per lalber gi, rompendo de la scorza,
  non che di fiori e de le foglie nove;

  e fer l carro di tutta sua forza;
  ond el pieg come nave in fortuna,
  vinta da londa, or da poggia, or da orza.

  Poscia vidi avventarsi ne la cuna
  del trunfal veiculo una volpe
  che dogne pasto buon parea digiuna;

  ma, riprendendo lei di laide colpe,
  la donna mia la volse in tanta futa
  quanto sofferser lossa sanza polpe.

  Poscia per indi ond era pria venuta,
  laguglia vidi scender gi ne larca
  del carro e lasciar lei di s pennuta;

  e qual esce di cuor che si rammarca,
  tal voce usc del cielo e cotal disse:
  O navicella mia, com mal se carca!.

  Poi parve a me che la terra saprisse
  trambo le ruote, e vidi uscirne un drago
  che per lo carro s la coda fisse;

  e come vespa che ritragge lago,
  a s traendo la coda maligna,
  trasse del fondo, e gissen vago vago.

  Quel che rimase, come da gramigna
  vivace terra, da la piuma, offerta
  forse con intenzion sana e benigna,

  si ricoperse, e funne ricoperta
  e luna e laltra rota e l temo, in tanto
  che pi tiene un sospir la bocca aperta.

  Trasformato cos l dificio santo
  mise fuor teste per le parti sue,
  tre sovra l temo e una in ciascun canto.

  Le prime eran cornute come bue,
  ma le quattro un sol corno avean per fronte:
  simile mostro visto ancor non fue.

  Sicura, quasi rocca in alto monte,
  seder sovresso una puttana sciolta
  mapparve con le ciglia intorno pronte;

  e come perch non li fosse tolta,
  vidi di costa a lei dritto un gigante;
  e basciavansi insieme alcuna volta.

  Ma perch locchio cupido e vagante
  a me rivolse, quel feroce drudo
  la flagell dal capo infin le piante;

  poi, di sospetto pieno e dira crudo,
  disciolse il mostro, e trassel per la selva,
  tanto che sol di lei mi fece scudo

  a la puttana e a la nova belva.



  Purgatorio  Canto XXXIII


  Deus, venerunt gentes, alternando
  or tre or quattro dolce salmodia,
  le donne incominciaro, e lagrimando;

  e Batrice, sospirosa e pia,
  quelle ascoltava s fatta, che poco
  pi a la croce si cambi Maria.

  Ma poi che laltre vergini dier loco
  a lei di dir, levata dritta in p,
  rispuose, colorata come foco:

  Modicum, et non videbitis me;
  et iterum, sorelle mie dilette,
  modicum, et vos videbitis me.

  Poi le si mise innanzi tutte e sette,
  e dopo s, solo accennando, mosse
  me e la donna e l savio che ristette.

  Cos sen giva; e non credo che fosse
  lo decimo suo passo in terra posto,
  quando con li occhi li occhi mi percosse;

  e con tranquillo aspetto Vien pi tosto,
  mi disse, tanto che, sio parlo teco,
  ad ascoltarmi tu sie ben disposto.

  S com io fui, com io dova, seco,
  dissemi: Frate, perch non tattenti
  a domandarmi omai venendo meco?.

  Come a color che troppo reverenti
  dinanzi a suo maggior parlando sono,
  che non traggon la voce viva ai denti,

  avvenne a me, che sanza intero suono
  incominciai: Madonna, mia bisogna
  voi conoscete, e ci chad essa  buono.

  Ed ella a me: Da tema e da vergogna
  voglio che tu omai ti disviluppe,
  s che non parli pi com om che sogna.

  Sappi che l vaso che l serpente ruppe,
  fu e non ; ma chi nha colpa, creda
  che vendetta di Dio non teme suppe.

  Non sar tutto tempo sanza reda
  laguglia che lasci le penne al carro,
  per che divenne mostro e poscia preda;

  chio veggio certamente, e per il narro,
  a darne tempo gi stelle propinque,
  secure dogn intoppo e dogne sbarro,

  nel quale un cinquecento diece e cinque,
  messo di Dio, ancider la fuia
  con quel gigante che con lei delinque.

  E forse che la mia narrazion buia,
  qual Temi e Sfinge, men ti persuade,
  perch a lor modo lo ntelletto attuia;

  ma tosto fier li fatti le Naiade,
  che solveranno questo enigma forte
  sanza danno di pecore o di biade.

  Tu nota; e s come da me son porte,
  cos queste parole segna a vivi
  del viver ch un correre a la morte.

  E aggi a mente, quando tu le scrivi,
  di non celar qual hai vista la pianta
  ch or due volte dirubata quivi.

  Qualunque ruba quella o quella schianta,
  con bestemmia di fatto offende a Dio,
  che solo a luso suo la cre santa.

  Per morder quella, in pena e in disio
  cinquemilia anni e pi lanima prima
  bram colui che l morso in s punio.

  Dorme lo ngegno tuo, se non estima
  per singular cagione esser eccelsa
  lei tanto e s travolta ne la cima.

  E se stati non fossero acqua dElsa
  li pensier vani intorno a la tua mente,
  e l piacer loro un Piramo a la gelsa,

  per tante circostanze solamente
  la giustizia di Dio, ne linterdetto,
  conosceresti a larbor moralmente.

  Ma perch io veggio te ne lo ntelletto
  fatto di pietra e, impetrato, tinto,
  s che tabbaglia il lume del mio detto,

  voglio anco, e se non scritto, almen dipinto,
  che l te ne porti dentro a te per quello
  che si reca il bordon di palma cinto.

  E io: S come cera da suggello,
  che la figura impressa non trasmuta,
  segnato  or da voi lo mio cervello.

  Ma perch tanto sovra mia veduta
  vostra parola disata vola,
  che pi la perde quanto pi saiuta?.

  Perch conoschi, disse, quella scuola
  chai seguitata, e veggi sua dottrina
  come pu seguitar la mia parola;

  e veggi vostra via da la divina
  distar cotanto, quanto si discorda
  da terra il ciel che pi alto festina.

  Ond io rispuosi lei: Non mi ricorda
  chi stranasse me gi mai da voi,
  n honne coscenza che rimorda.

  E se tu ricordar non te ne puoi,
  sorridendo rispuose, or ti rammenta
  come bevesti di Let ancoi;

  e se dal fummo foco sargomenta,
  cotesta oblivon chiaro conchiude
  colpa ne la tua voglia altrove attenta.

  Veramente oramai saranno nude
  le mie parole, quanto converrassi
  quelle scovrire a la tua vista rude.

  E pi corusco e con pi lenti passi
  teneva il sole il cerchio di merigge,
  che qua e l, come li aspetti, fassi,

  quando saffisser, s come saffigge
  chi va dinanzi a gente per iscorta
  se trova novitate o sue vestigge,

  le sette donne al fin dunombra smorta,
  qual sotto foglie verdi e rami nigri
  sovra suoi freddi rivi lalpe porta.

  Dinanzi ad esse ufrats e Tigri
  veder mi parve uscir duna fontana,
  e, quasi amici, dipartirsi pigri.

  O luce, o gloria de la gente umana,
  che acqua  questa che qui si dispiega
  da un principio e s da s lontana?.

  Per cotal priego detto mi fu: Priega
  Matelda che l ti dica. E qui rispuose,
  come fa chi da colpa si dislega,

  la bella donna: Questo e altre cose
  dette li son per me; e son sicura
  che lacqua di Let non gliel nascose.

  E Batrice: Forse maggior cura,
  che spesse volte la memoria priva,
  fatt ha la mente sua ne li occhi oscura.

  Ma vedi Eno che l diriva:
  menalo ad esso, e come tu se usa,
  la tramortita sua virt ravviva.

  Come anima gentil, che non fa scusa,
  ma fa sua voglia de la voglia altrui
  tosto che  per segno fuor dischiusa;

  cos, poi che da essa preso fui,
  la bella donna mossesi, e a Stazio
  donnescamente disse: Vien con lui.

  Sio avessi, lettor, pi lungo spazio
  da scrivere, i pur cantere in parte
  lo dolce ber che mai non mavria sazio;

  ma perch piene son tutte le carte
  ordite a questa cantica seconda,
  non mi lascia pi ir lo fren de larte.

  Io ritornai da la santissima onda
  rifatto s come piante novelle
  rinovellate di novella fronda,

  puro e disposto a salire a le stelle.




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  TAVOLA DEI CARATTERI SPECIALI
  TABLE OF SPECIAL CHARACTERS

       = a grave
       = e grave
       = i grave
       = o grave
       = u grave

       = e acute
       = o acute

       = a uml
       = e uml
       = i uml
       = o uml
       = u uml

       = E grave
       = E uml
       = I uml

       = left angle quotation mark
       = right angle quotation mark

       = left double quotation mark
       = right double quotation mark

       = left single quotation mark
       = right single quotation mark

       = em dash

       = middot

  . . . = ellipsis











End of the Project Gutenberg EBook of La Divina Commedia di Dante: Purgatorio, by 
Dante Alighieri

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Section 2. Information about the Mission of Project Gutenberg-tm

Project Gutenberg-tm is synonymous with the free distribution of
electronic works in formats readable by the widest variety of
computers including obsolete, old, middle-aged and new computers. It
exists because of the efforts of hundreds of volunteers and donations
from people in all walks of life.

Volunteers and financial support to provide volunteers with the
assistance they need are critical to reaching Project Gutenberg-tm's
goals and ensuring that the Project Gutenberg-tm collection will
remain freely available for generations to come. In 2001, the Project
Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure
and permanent future for Project Gutenberg-tm and future
generations. To learn more about the Project Gutenberg Literary
Archive Foundation and how your efforts and donations can help, see
Sections 3 and 4 and the Foundation information page at
www.gutenberg.org



Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation

The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non profit
501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the
state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal
Revenue Service. The Foundation's EIN or federal tax identification
number is 64-6221541. Contributions to the Project Gutenberg Literary
Archive Foundation are tax deductible to the full extent permitted by
U.S. federal laws and your state's laws.

The Foundation's principal office is in Fairbanks, Alaska, with the
mailing address: PO Box 750175, Fairbanks, AK 99775, but its
volunteers and employees are scattered throughout numerous
locations. Its business office is located at 809 North 1500 West, Salt
Lake City, UT 84116, (801) 596-1887. Email contact links and up to
date contact information can be found at the Foundation's web site and
official page at www.gutenberg.org/contact

For additional contact information:

    Dr. Gregory B. Newby
    Chief Executive and Director
    gbnewby@pglaf.org

Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg
Literary Archive Foundation

Project Gutenberg-tm depends upon and cannot survive without wide
spread public support and donations to carry out its mission of
increasing the number of public domain and licensed works that can be
freely distributed in machine readable form accessible by the widest
array of equipment including outdated equipment. Many small donations
($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt
status with the IRS.

The Foundation is committed to complying with the laws regulating
charities and charitable donations in all 50 states of the United
States. Compliance requirements are not uniform and it takes a
considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up
with these requirements. We do not solicit donations in locations
where we have not received written confirmation of compliance. To SEND
DONATIONS or determine the status of compliance for any particular
state visit www.gutenberg.org/donate

While we cannot and do not solicit contributions from states where we
have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition
against accepting unsolicited donations from donors in such states who
approach us with offers to donate.

International donations are gratefully accepted, but we cannot make
any statements concerning tax treatment of donations received from
outside the United States. U.S. laws alone swamp our small staff.

Please check the Project Gutenberg Web pages for current donation
methods and addresses. Donations are accepted in a number of other
ways including checks, online payments and credit card donations. To
donate, please visit: www.gutenberg.org/donate

Section 5. General Information About Project Gutenberg-tm electronic works.

Professor Michael S. Hart was the originator of the Project
Gutenberg-tm concept of a library of electronic works that could be
freely shared with anyone. For forty years, he produced and
distributed Project Gutenberg-tm eBooks with only a loose network of
volunteer support.

Project Gutenberg-tm eBooks are often created from several printed
editions, all of which are confirmed as not protected by copyright in
the U.S. unless a copyright notice is included. Thus, we do not
necessarily keep eBooks in compliance with any particular paper
edition.

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facility: www.gutenberg.org

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including how to make donations to the Project Gutenberg Literary
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