The Project Gutenberg eBook of Kenilworth, vol. 2/4 This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included with this eBook or online at www.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you will have to check the laws of the country where you are located before using this eBook. Title: Kenilworth, vol. 2/4 Author: Walter Scott Translator: Gaetano Barbieri Release date: July 5, 2026 [eBook #79030] Language: Italian Original publication: Napoli: Marotta e Vanspandoch, 1825 Other information and formats: www.gutenberg.org/ebooks/79030 Credits: Barbara Magni and the Online Distributed Proofreading Team at https://www.pgdp.net (This book was produced from scanned images of public domain material from the Google Books project.) *** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK KENILWORTH, VOL. 2/4 *** KENILWORTH DI WALTER SCOTT VOLGARIZZATO DAL Professore Gaetano Barbieri. »E beltade e virtù, congiunte al paro »L’eccelsa figlia di Tudor fregiaro; »Tremi chi nanti a noi con felli accenti »L’augusto nome lacerar s’attenti IL CRITICO. TOMO SECONDO. NAPOLI, Presso R. MAROTTA e VANSPANDOCH. 1825. KENILWORTH. CAPITOLO PRIMO. «Qui ei pose sua fucina, »Nè aspettar suol la mattina »Per menar con braccia ignude »Aspri colpi sull’incude. »Quelle stanze dell’Averno »Buio ingombra un fumo eterno, »Che mal rompon le scintille, »Benchè svolte a mille a mille »Fuor del ferro ripercosso, »E le vampe che il fan rosso.» _Gay_. Tressiliano, non meno di Giles Gosling, avea riconosciuto essere cosa comandata dalla prudenza il non farsi vedere ne’ dintorni di Cumnor da coloro che il caso avesse fatto uscire di letto avanti giorno. Perciò quell’ostiere gli aveva indicata una via composta di sentieri, e strade di traverso, cui dovea tenersi successivamente, la quale via s’egli avesse al giusto seguita, si sarebbe infine trovato sulla strada maestra di Marlborough. Ma, simili ad un altro genere di consigli dati dal Gosling, tali istruzioni erano più facili da fornirsi, che da mettersi in pratica; onde le frequenti tortuosità del cammino, l’oscurità della notte, la niuna conoscenza che Tressiliano aveva del paese, e le considerazioni malinconiche, lo sviarono sì fattamente, che l’aurora lo trovò non più innoltrato che nella valle di White-Horse, luogo memorabile per una vittoria ivi un dì riportata contra i Danesi. Arrivato a quel punto, si accorse che il suo cavallo avea sferrato un piede dinanzi, accidente che rendendo zoppo il corridore, minacciava ritardo a chi lo saliva. Prima cura di Tressiliano fu il domandare a due contadini, che si trasferivano ai loro lavori, ove potrebbe trovare un maniscalco, ma n’ebbe tai confuse risposte che nol soddisfecero in modo alcuno. Sollecito di alleviare il suo cavallo quanto il potea, scese a terra, e lo condusse a mano verso certo casale, ove sperava trovare un fabbro, del cui soccorso non potea più far di meno. Giunse colà per un cammino stretto, pieno di loto e di rotaie, nè vi trovò che alcune miserabili capanne, e alla porta di esse due o tre contadini in atto di accignersi ai loro lavori. L’esterno di costoro corrispondeva a quello delle loro abitazioni. Nondimeno una di tali capanne pareva in migliore stato, ed una vecchia che ne scopava l’ingresso, aveva una presenza men ributtante, che non gli altri suoi confinanti. Avvicinatosi a lei Tressiliano, le ripetè la domanda, che per più riprese ed invano aveva fatto a diversi di que’ contadini. «Un maniscalco! (sclamò la vecchia, e nel guardarlo fece una fisonomia poco meno che di spaventata). Se vi è, dite, un maniscalco? Vi è certamente. Ma che cosa volete dal maniscalco?» «Che ferri il mio cavallo. Non vedete mia buona donna, che ha perduto un ferro?» «Signor Holyday (si fece a gridare la vecchia senza darsi pensiero di rispondere a Tressiliano). Sig. Erasmo Holyday, venite qui, di grazia, fate presto.» «_Favete linguis_ (rispose una voce che veniva dall’interno). Io mi trovo al punto più importante degli studii della mattina, e non li posso abbandonare.» «Bisognerà bene che veniate, sig. Holyday. È qui un viaggiatore, che domanda ov’e la dimora del maniscalco Wayland, e non voglio essere io quella che gl’insegni la strada di andare a casa del diavolo. Il suo cavallo è sferrato.» «_Quid mihi cum caballo?_ rispose la medesima voce. Guardate! Non credo vi sia che un uomo dotto in tutto il cantone, e non si ha da poter ferrare un cavallo senza di lui!» Nondimeno nel terminare queste parole, l’onesto pedagogo si lasciò vedere; ed il solo suo abito bastava a far conoscere l’arte ch’ei professava. Ad un corpo lungo, magro, e curvato ad uso di volta, sovrastava un capo coperto di lunghi capelli neri, che incominciavano a volgere al grigio. I lineamenti del volto avean l’impronta di un abituale esercizio d’autorità, impronta, che senza dubbio Dionigi porto seco allorchè discese dal trono per andare a fare il maestro di scuola, e passata poi a titolo di legato sulle teste di tutti quelli, che gli succedettero in tal professione. Dell’abbigliamento di costui non vedevasi che una lunga sottana di traliccio nero, stretta da un cinturino di cuoio dello stesso colore, dalla quale pendea in luogo di sciabola un lungo calamaio da scuola. Il suo staffile si mostrava dall’altra parte a guisa di frusta d’Arlecchino. Teneva fra le mani un volume tutto sfasciato, ch’era quello su di cui stava meditando nella sua stanza. Nel vedere un uomo del portamento nobile di Tressiliano, su di che, il pedagogo poteva intendersene meglio degli altri abitanti di quel miserabile paese, si levò la berretta e il salutò in questa foggia: _salve domine. Intelligis ne linguam latinam?_ Tressiliano volle far prova del suo sapere, e sì gli rispose: _Latinae linguae haud penitus ignarus, venia tua, domine eruditissime, vernaculam libentius loquar._ Tale risposta in latino produsse sul maestro di scuola l’effetto medesimo, che, a quanto si dice, opera il segno dei franchi muratori sui fratelli della mestola. Il prese tosto grande sollecitudine in verso il dotto viaggiatore, ed ascoltò con molta attenzione la storia del suo cavallo sferrato; poi gli si fece a dire in tuono solenne: «Ella potrebbe sembrare semplicissima cosa, _doctissime domine_, il dirvi che distante un miglio incirca _ab hoc tugurio_, avvi il migliore _faber ferrarius_, il più abile maniscalco, che abbia unqua ferrato cavallo. Che se tal linguaggio io mi tenessi con voi, ardisco dire che sareste _voti compos_ o, come si spiega l’uomo volgare, all’apice de’ vostri voti.» «Almeno, disse Tressiliano, avrò una risposta confacevole alla mia interrogazione, cosa che non par tanto facile in questo paese.» «Veramente, soggiunse la vecchia, vi è sempre tempo per mandare un’anima peccatrice a trovare Belzebù; che torna lo stesso coll’insegnare ad una creatura vivente la dimora di Wayland.» «Zitto, mia cara Gammer Sludge, la interruppe il pedagogo, zitto. _Curetur ientaculum_, e badate piuttosto a non lasciare il frumento nel latte, che sta cocendosi. Dovete por mente che questo gentiluomo non è una delle vostre commari.» Poi volgendosi a Tressiliano: «Dunque, mio signore, voi vi chiamereste _bis terque felix_, s’io v’insegnassi ove sta questo maniscalco?» «Se non _bis terque felix_, avrei almeno ciò che ora mi manca; cioè un cavallo capace di condurmi sino alla fine del mio viaggio, e _fuor di gittata della vostra erudizione_» disse solo in animo suo queste ultime parole. «_O caeca mens mortalium!_ sclamò quel dottor di campagna. Sapete voi al giusto quello che vi domandate? Disse pur bene Giovenale: _Numinibus vota exaudita malignis!_» «Signore, soggiunse Tressiliano, la vostra erudizione è tanto al di sopra della mia intelligenza, che vi prego scusarmi, se vado a procacciarmi in altra parte indizii per me più facili da comprendersi.» «Ecco come tutti gli uomini son fatti! Fuggono da chi li vuole instruire. Quintiliano disse con verità....» «Vi prego, signore, non disturbiamo il riposo di questo illustre Romano, e ditemi se la vostra sapienza degnerà discendere alla mia pochezza tanto d’informarmi, s’io potrò qui trovare qualche albergo per far ristorare il mio cavallo finchè lo abbian ferrato.» «Questa cosa sarà molto facile, o signore, perchè comunque in questo povero villaggio, _nostra paupera regna_, non si trovi ciò che chiamasi _hospitium_ in forma, pure avendo voi qualche cognizione, o almeno tintura di lettere, impiegherò il mio credito presso la padrona di casa, perchè ella vi somministri una scodella d’ottimo frumento cotto nel latte, nudrimento sanissimo, di cui nessun autore latino parlò. Quanto al vostro cavallo, verrà messo nella stalla, e gli si appresterà un fascio del miglior fieno, di cui la nostra buona Sludge va provveduta a dovizia, e provveduta tanto, che la sua vacca vi si seppellisce dentro fino alle corna; onde potrebbe dirsi _foenum habet in cornu_. Che se vi piace impartirmi l’onore della vostra compagnia per far colezione, il banchetto non vi costerà nulla, _ne semissem quidem_, poichè la nostra Gammer Sludge mi ha grandi obbligazioni per le cure datemi ad allevare il suo unico erede, Dick, _vel_ Riccardo, fanciullo che dà grandi speranze, ed al quale felicemente ho fatto far tutto il viaggio per traverso agli elementi della lingua latina.» «Che Dio ve ne renda quel merito che non potrò io, sig. Holyday, disse allora la vecchia; e quanto a questo degno gentiluomo, se vuole accettare la nostra colezione, questa comparirà sulla tavola in un batter d’occhio. Non ho poi l’anima così vile da pretendere nemmeno un soldo per aver dato da colezione ad un uomo e ad una bestia.» Pensando allo stato in cui trovavasi il suo cavallo, Tressiliano non credè poter far nulla di meglio dell’accettare un invito offertogli con tanta dottrina per una parte, per l’altra con tanta ospitalità. Il prese anche lusinga, che quando il buon pedagogo sarebbe una volta sazio di sfoggiare la sua sapienza, gl’indicherebbe finalmente la dimora di questo sospirato maniscalco. Entrò dunque nella capanna, e postosi a tavola con Erasmo Holyday, prese la sua parte di frumento cotto nel latte, e ascoltò per buona mezz’ora il dotto racconto, che il maestro gli fece dell’intera sua vita; senza che mai capitasse a Tressiliano il momento di trarre il discorso sulla cosa per lui più importante. Il lettore ne avrà per iscusati se non teniamo dietro al sapiente personaggio in tutte le particolarità di cui presentò Tressiliano, e se ci limitiamo ad offerirgliene il seguente epilogo. Il nostro maestro era nato in Hogsnorton, paese, ove, giusta un proverbio popolare, i porci sonano l’organo; ed egli interpretava allegoricamente un tale proverbio, che secondo lui si riferiva ai porci di Epicuro, fra i quali Orazio si dava vanto di annoverarsi. Il nome d’Erasmo gli veniva in parte dall’avere avuto per padre il figlio di una celebre lavandaia, la quale teneva cura della biancheria di quel sommo filosofo che portava lo stesso nome, e ciò per tutto il tempo ch’egli rimase ad Oxford; impiego per vero dire non privo di difficoltà, perchè il ridetto sapiente non aveva al suo comando che due camicie, l’una delle quali, al dire della stessa lavandaia, sospirava il momento che l’altra fosse imbianchita. Il sig. Holyday andava superbo di possedere ancora gli avanzi di una di queste camicie, che la sua nonna si era appropriata per pareggiare l’ultimo conto. Ma il nostro Holyday credeva che una cagione ben più possente, e più rilevante avesse regolata la scelta del nome datogli di Erasmo. Ed era questa cagione un segreto presentimento venuto nella madre del fanciullo, quando lo portavano al battesimo, ch’egli possedesse cioè un genio segreto, per cui la sua fama un dì sorgerebbe a pari con quella del celebre Olandese. Il predicato di maestro di scuola, che univasi nell’Holyday, trasse costui ad una dissertazione anche più lunga, che non fu quella instituita sul nome battesimale. Egli inclinava a credere, che portava questo nome di Holyday, _quasi lucus a non lucendo_, perchè dava poche vacanze alla sua scolaresca[1]. «Egli è in tal modo, diceva egli, che il maestro di scuola vien nominato dagli autori classici _ludi magister_, perchè non permette il giocare ai ragazzi, che gli son confidati.» Pensava poi ancora, che a tal nome si potesse dare un’altra interpretazione, e supporre si riferisse ad una prerogativa, ch’ei dicea possedere in grado eminente, e ch’egli sfoggiava ogni qualvolta accadea ordinare giochi scenici, danze, o altri divertimenti d’un giorno festivo[2]. E di questa abilità, a suo dire aveva fatto prova alla presenza di personaggi d’altissimo riguardo, così in provincia, come alla corte, e soprattutto dinanzi al nobile conte di Leicester. «E benchè sembri, soggiunse egli, che questo personaggio m’abbia ora posto in dimenticanza, attesi i suoi grandi affari, non ho minor sicurezza che se dovesse ordinare qualche festa per ricreare sua Maestà, si vedrebbe più d’un cavaliere, mandato da lui a rintracciare l’umile capanna di Erasmo Holyday. Intanto, _contentus parvo_, ascolto i miei allievi che vanno declinando i nomi e coniugando i verbi, e passo il tempo che mi rimane col soccorso delle muse. E mi credo tanto beato che ho sempre sottoscritto la mia corrispondenza coi dotti stranieri, _Erasmus ab die fausto_, e per questo titolo ho goduto della considerazione dovuta ai sapienti; e vi dirò di più che l’erudito Diedrich Bucherscochio ha dedicato _Erasmo ab die fausto_ il suo Trattato sulla lettera greca _Tau_. In somma, o signore, io fui sempre un uomo felice e distinto.» «Possiate lungamente godere di questa medesima felicità, disse Tressiliano; ma permettete ch’io mi valga dell’istesso vostro dotto linguaggio, e vi chieda _quid hoc ad Iphycli boves_? Qual corrispondenza ha tutto ciò con un cavallo sferrato?» «_Festina lente:_ noi verremo anche a questo. Dovete sapete, che, due o tre anni fa, capitò in questi dintorni un uomo, il quale davasi il nome di dottore Doboobie, benchè probabilmente non sia stato mai neppure _magister artium_, a meno che non fosse stato creato dottore per la grazia di un ventre affamato. O se costui aveva qualche grado nelle scienze, glielo conferì il diavolo, perchè era un uomo furbo, e che praticava ciò, che i volgari chiamano _magia bianca_. M’accorgo, signore, che vi date alla impazienza: voi divenite _impatiens morae_. Ma se un uomo non vi racconta una storia alla sua usanza, qual mallevadore avete voi che la possa raccontare alla vostra?» «Ebbene, signore, raccontatela come volete; fate solamente che non sia tanto lunga, perchè il tempo stringe.» «Io non vi starò dunque a dire (ripigliò l’Holyday con una costanza invariabile il suo discorso) non vi starò a dire che questo Demetrio (si faceva egli dare tal nome nei paesi stranieri ove andava) fosse veramente uno stregone, ma è certo che si dava per iniziato all’ordine mistico dei Rosa-croce, e per un discepolo del Geber, _ex nomine cuius venit verbum vernaculum_ gabeur. Costui guariva le ferite compiendo certi lavori sullo strumento istesso che le avea fatte; dava la buona ventura per via della Chiromanzia; non aveva d’uopo che d’un setaccio per discoprire le cose rubate; sapeva raccogliere la semenza di felce maschia, fornita della virtù di rendere invisibili gli uomini; pretendeva di essere al momento di trovare la panacea universale, e possedea l’arte di convertire il piombo di buona qualità in argento, però di bassa lega.» «O in altri termini, disse Tressiliano, era un ciarlatano, un impostore. Ma tutto questo che cosa ha di comune col mio cavallo, e col ferro che gli manca?» «Con un poco di pazienza lo saprete subito, rispose il prolisso nostro erudito. Pazienza dunque, o mio signore! la qual parola, al dire di Marco Tullio Cicerone significa _difficilium rerum diurna perpessio_. Il detto Demetrio Doboobie pertanto, dopo avere stordito il popolo, cominciò a pompeggiare _inter magnates_, in mezzo ai gran signori, ed è verisimile che si sarebbe grandemente innalzato, se, stando ad una tradizione volgare di cui non posso guarentire l’autenticità, il diavolo non fosse un giorno venuto per la ricuperazione de’ suoi possedimenti, trasportandosi seco Demetrio, di cui da quel tempo non si è più mai inteso parlare. Eccoci ora alla _medulla_, al midollo della mia storia. Questo dottore Doboobie aveva un servo, uno di quei poveri diavoli, che si chiamano: _Giovanni-fa-tutto_; lo adoperava egli ad accendere i suoi fornelli, a misurar le sue droghe, a mescolare insieme, a descrivere i circoli, ad accarezzare i suoi pazienti _et sic de caeteris_. Ebbene! Il dottore essendo sparito d’una maniera tanto straordinaria, d’una maniera che impresse terrore per ogni dove del contado, il superstite _Fa-tutto_ fu preso dalla fantasia di esclamare col nostro amico Virgilio: _Uno avulso non deficit alter_. E come fa un giovine di mercante, che divien capo della bottega, accadendo o la morte del suo padrone, o che questi dismetta il commercio, Wayland, (vero nome del nostro _Fa-tutto_) assunse il risicoso mestiere del suo principale. È vero che il mondo è generalmente propenso a prestar fede ai discorsi di quei millantatori, i quali prendendo il titolo di dottori di medicina, e pompeggiando di scienza presa ad imprestito, non sono in sostanza fuorchè saltimbanchi e ciarlatani. Ma il povero Wayland non aveva tanta abilità per buttar polvere negli occhi alla gente; onde non v’era un rustico che non gli volgesse, travestendoli in sua favella, questi versi di Persio: «_Diluis helleborum, certo compescere puncto_ «_Nescius examen? Vetat hoc natura medendi_.» I quali versi, mia buona Gammer Sludge, vogliono dire: _tu ti frammetti in preparar droghe, tu che non sai in qual dose debbano entrare nella tua pozione. Il Dio della medicina te lo divieta_. Aggiugnete, o signore, che il cattivo nome del suo padrone, il fine straordinario e sospetto che costui avea fatto, o almeno il subitaneo suo scomparire, faceano sì, che nessuno, eccetto coloro che non credono nulla nè in questo mondo nè nell’altro, nessuno, dico, andasse a chiedere pareri al successore di Demetrio. E sarebb’egli probabilmente morto di fame, se il demonio, che gli si è messo a’ fianchi dopo la morte, o sparizione, o partenza, come volete chiamarla, del dottore, non gli avesse inspirato un nuovo espediente. Sia che costui debba al diavolo tal cognizione, sia che l’abbia imparata in giovinezza, egli ferra i cavalli meglio che nol faccia il primo maniscalco dell’Inghilterra. Laonde rinunziando alla cura de’ bipedi, di quegli animali forniti sol di due gambe, e privi di penne, che i volgari chiamano genere umano, si limita ora al mestiere di maniscalco.» «Oh! ci siamo finalmente! sclamò Tressiliano. E ferra egli veramente a dovere i cavalli? Ove alloggia? Indicatemi sul momento la sua dimora.» «_Oh caeca mens mortalium!_ ho già adoperata un’altra volta questa citazione, ma cerco invano in tutti gli autori classici un passo capace di fermare chi vuol correre al suo precipizio. — Ascoltate quai patti quest’uomo mette al suo lavoro prima di risolvervi a correre il rischio di fidarvi a lui.» «Nessuno gli paga il danaro della sua opera» non potè starsi dal dire la vecchia, che rimaneva a bocca aperta, e cogli occhi fisi sul maestro, beandosi ad ogni parola ch’ei pronunziava. Ma questa interrogazione non andò al verso del dotto Holyday più di quanto gli fossero piaciute tutte l’altre interrogazioni che il viaggiatore gli fece sopportare. «Zitto là! Gammer Sludge, sclamò egli, _sufflamina_. Tocca a me lo spiegare per intero come sta la cosa al rispettabile nostro ospite. Questa buona donna non ha mentito, o signore. Non può dirsi, che questo _faber ferrarius_, altrimenti detto maniscalco, riceva danaro dalle mani di nessuno.» «Ed è sempre più una prova, che egli ha patto col diavolo, interruppe nuovamente la vecchia; perchè non vi fu mai buon cristiano che ricusasse la mercede dell’opera prestata.» «Anche questa volta la buona donna ha toccato il punto, disse il pedagogo: _rem acu tetigit_. Egli è verissimo, che Wayland non prende danaro, perchè non vuole nemmeno che nessuno lo veda.» «Ma come fa, e come può essere, sclamò Tressiliano, che un pazzo, perchè come tale soltanto io lo riguardo, s’intenda del suo mestiere?» «Qui poi, o signore, bisogna far giustizia al diavolo. _Mulciber_, e tutti i suoi Ciclopi non potrebbero intendersene meglio. Ma non per questo sarà mai cosa d’uomo saggio il prevalersi dell’opera o del consiglio d’un tristo, collegato evidentemente coll’autore di tutti i mali.» «Eppure voglio correre questo rischio, sig. Holyday, e poichè il mio cavallo avrà a quest’ora finito di mangiare la sua biada, non mi rimane che ringraziarvi della buona accoglienza fattami, e pregarvi ad un tempo che m’indichiate la dimora di quest’uomo, ond’io possa continuare il mio cammino.» «_Do manus_. Acconsento, chiamando però in testimonio l’Universo, che vi ho pienamente avvertito del pericolo cui vi esponete bazzicando in tal foggia con Satanasso. Non vi ci condurrò già io medesimo, ma vi darò per guida il mio allievo, il piccolo Riccardo. _Ricarde, adsis, nebulo_.» «Con vostra buona licenza, non ne farete niente, gridò tosto la vecchia. Mettete la vostr’anima in pericolo, se ciò vi dà gusto; ma il piccolo Dick non si frammetterà in questo negozio. Mi par fin impossibile, mio caro sig. Holyday, che un uomo, quale vi siete, sogni solamente di dar sì fatto incarico al vostro scolaro.» «Ponete mente, mia cara Gammer Sludge, disse il maestro, che Riccardo non farà altra cosa, fuorchè salire sulla cima della collina, e indicare col dito a questo degno forestiere il luogo ove dee trasferirsi. E poi non può accadergli nessun sinistro, perchè questa mattina ha letto a digiuno un capitolo dei Settanta, e recitata la sua lezione del Nuovo Testamento Greco.» «È anche vero, soggiunse la nonna, che gli ho cucito entro il collare della sua camiciuola un ramiscello dell’olmo contro le streghe, e lo feci fin da quando questo maledetto incantatore cominciò ad operar sortilegi sugli uomini e sulle bestie». «E poichè va spesso per suo diporto a vederlo, come almeno ne ho grande sospetto, aggiunse il maestro, può bene per una volta avvicinarsi alla sua casa per far servigio ad un viaggiatore. Dunque _Heus, Ricarde adsis, quaeso, mi didascale_.» L’allievo uditosi chiamare con voce sì caricata, comparve nella stanza. Al vederne la statura, non gli si sarebbero dati che dodici o tredici anni, benchè ne avesse probabilmente due di più. Goffa ne era l’andatura, disavvenenti le forme, mal fatto il corpo; pure nella fisonomia mostrava spirito, o piuttosto malignità. Avea capelli rossi e mal composti, un naso stiacciato, un mento fatto a galoscia, due occhi grigi che pareano forati con un succhiello, e che senza potersi dir loschi, mandavano raggi alquanto obbliqui, onde non era facile guardarlo in volto senza esser preso da voglia di ridere. Per compiere questa pittura ed accrescerle vezzo, Gammer Sludge se lo strinse fra le braccia, chiamandolo perla di beltà, e colmandolo di carezze, alle quali egli non corrispondeva meglio che col cercar di sottrarsene. «_Ricarde_, gli disse il precettore, fa d’uopo che vi portiate sull’istante, cioè _protinus_, sulla cima della collina per indicare a questo signore la fucina del maniscalco Wayland.» «Qual bella commissione che mi date! (rispose quel ragazzo, esprimendosi con maggiore aggiustatezza che non ne avrebbe aspettata da lui Tressiliano). Chi vi giura poi ch’io ritorni, e che il diavolo non mi porti via?» «Sicuramente, sclamò la vecchia, e voi avreste dovuto pensarci più d’una volta, sig. Holyday, prima di appoggiare un tale incarico al mio Beniamino. È questo il modo che mi contraccambiate perchè vi do vitto e vestito?» «_Nugae_, Gammer Sludge; mi fo mallevadore che Satanasso, se pur Satanasso entra in questa faccenda, non gli tocca solamente uno de’ suoi capelli. Egli è in grado di ripetere il _Pater noster_ al pari di chiunque altro, e può scongiurare il demonio in latino: _Eumenidum stygiumque nefas....._» «Ed ho cucito, aggiunse la vecchia, nella manica del suo vestito alcune foglie di frassino di montagna, ciò che vale più di tutto il vostro latino; ma non v’è bisogno per questo di andare a cercare il diavolo, nè i suoi colleghi.» «Mio buon giovinetto (disse allora Tressiliano, cui parve leggere nella fisonomia di quel ragazzo molta propensione a far piuttosto la volontà propria che quella di nessuno), io vi donerò un _groat_ d’argento[3] se non ricusate condurmi alla fucina del maniscalco.» Riccardo allora fece d’occhio a Tressiliano, come promettendogli di secondarlo, e disse ad un tempo: «Io condurvi dove sta Wayland! Non vi ho già detto che il diavolo potrebbe portarmi via, come il gatto, osservate là, porta via in questo momento una delle galline di mia nonna?» e nel dir ciò guardava verso la finestra. «Al gatto, al gatto» si diede a gridare la vecchia, nè pensando più che alla sua gallina, corse nel cortile con tutta quella prestezza, che le permisero le sue gambe. «Adesso è il momento, disse Riccardo a Tressiliano. Prendete il cappello. Tirate di stalla il cavallo, e preparate il _groat_ d’argento che mi prometteste.» «Adagio, adagio, _sufflamina Ricarde_» disse il maestro. «Non pensate a me, rispose Riccardo, e pensate in vece al modo di scusarvi con mia nonna perchè m’avete mandato a casa del diavolo per le poste.» Il pedagogo conoscendo tutto il peso della guarentigia, che stava per gravitargli addosso, volle unire i gesti ai precetti, onde si avanzò contra il discepolo per impedirgli il partire. Ma Riccardo, che non mancava di lestezza, fu d’un salto fuor della capanna, e leggiero al pari d’un cervo, aggiunse ad una vicina altura, intantochè Holyday sicuro per esperienza che non avrebbe potuto far a correre col suo discepolo ebbe ricorso a tutti gli epiteti più carezzevoli, che il suo vocabolario latino gli suggerisse per determinarlo a tornare addietro. Ma nè i _mi anime_, nè i _corculum meum_, nè tutte le altre tenerezze di sì fatta natura produssero alcun effetto. Il tristarello fece orecchie da mercante, e dall’altura di cui si era impadronito, saltellando tal quale si descrivono gli spiriti che ballano a chiaro di luna, facea segno al suo nuovo conoscente di raggiugnerlo prestamente. Tressiliano non perdè tempo nel correre alla stalla, e nel ritrarne il cavallo per seguir tosto il suo piccolo conduttore. Ringraziato il pedagogo della concedutagli ospitalità, gli fece accettare quasi a forza una ricompensa, che però parve ne calmasse alquanto il terrore in cui stavasi, pensando al momento che sarebbe tornata la vecchia. Nè molto ella indugiò a ricomparire; perchè il cavaliere, e la sua guida erano ancora poco lontani, allorchè udirono gli acuti strilli d’una voce femminile, che si mescolavano alle classiche citazioni del dotto Erasmo Holyday. Ma Riccardo, sordo così alla voce della tenerezza verso l’ava, come a quelle dell’autorità magistrale, marciava d’un passo intrepido a fianco di Tressiliano, contentandosi di dire, che se li prendea la raucedine, poteano lambire la pentola, ove si conserva il miele; poichè quanto al contenuto, ei se l’era tutto mangiato il dì innanzi. CAPITOLO II. »Gli eran, dimora una spelonca oscura, »Compagno un nano che mettea paura. _Spencer_. «Siamo ancora molto lontani, mio bel fanciullo?» chiese Tressiliano alla sua giovine guida, dopo che ebbero fatto alcuni minuti di strada. «Come mi chiamate voi?» disse il ragazzo, fissando in esso que’ suoi due occhi grigi pieni di vivacità. «Vi chiamo, mio bel fanciullo. Fors’è che questa cosa vi offende?» «Niente affatto. Ma se vi trovaste tuttavia con mia nonna, e con Erasmo Holyday, potreste cantare con essi a coro quest’antica arietta: »Tutt’e tre, diam lode al vero, »Siamo pazzi da legar: »Vostro adesso sia il pensiero »Di trovarne ove alloggiar. «E perchè dite così?» «Perchè in tutto il mondo non vi sono altri fuori di voi tre che mi chiamino bel fanciullo. Mia nonna mi dà questo titolo, perchè l’età le ha indebolita la vista, e la parentela gliel’ha tolta affatto. Il sig. Holyday perchè vuol dar nel genio alla nonna, e assicurarsi il miglior posto vicino al fuoco, e la più grande scodella di frumento cotto nel latte. Quanto a voi, signore, i motivi che avete, li saprete voi stesso.» «Ebbene! Se vi manca la bellezza, non si può dire altrettanto della malizia. I vostri compagni come vi chiamano?» «Lo spirito folletto; ed aggiungono altri complimenti ad onore di questa mia bellezza. Ma con tutto ciò son più contento di tenermi il mio brutto volto, che nol sarei se avessi una testa senza cervello, simile a quella ch’essi portano sulle spalle.» «Voi non temete dunque il maniscalco che andiamo a trovare?» «Io temerlo! Fosse anche così diavolo come lo fanno questi sciocchi, nemmeno allora lo temerei. Ma benchè in quest’uomo si trovi qualche particolarità affatto straordinaria, non è un diavolo più di quello che lo siate voi; non credeste però, che dicessi tal cosa a tutto il mondo.» «E perchè dunque la dite a me?» «Perchè voi non mi parete un uomo sullo stampo di quelli che siam soliti veder tutti i giorni; e benchè io mi conosca orrendo quanto il peccato, non vorrei per questo che mi reputaste un giumento, tanto più che avrò qualche giorno una grazia da domandarvi.» «E quale è questa grazia, o Riccardo che non devo chiamare mio bel fanciullo?» «Oh! se ve la dicessi adesso, me la neghereste. Aspetterò, per farvi tale inchiesta, che c’incontriamo insieme alla Corte.» «Alla Corte! Divisate d’andare alla Corte?» «Ah! Voi siete dunque un uomo fatto all’usanza di tutti gli altri. Perchè mi vedete sì brutto, andate pensando fra voi stesso: _che cosa vorrebbe far costui alla Corte?_ Oh! fidatevi in Riccardo Sludge. Non è per nulla che in questo paese sono stato finora il gallo del pollaio, e pretendo che la sostanza mi compensi dell’apparenza.» «Ma che cosa dirà la vostra nonna Gammer Sludge? che cosa dirà il signor Erasmo Holyday vostro precettore?» «Diranno tutto quel che vorranno. Mia nonna ha assai faccende nel contare le sue galline, e il maestro nello staffilare i suoi scolari. Oh! sarebbe gran tempo che gli avrei lasciati a custodire le loro pecore, e che avrei voltate le calcagna a questo sgraziato villaggio, se il sig. Holyday non mi promettea di darmi da rappresentare una parte nella prima festa che sarà regolata da lui; e si dice che se ne stia preparando una ben grande.» «E dove sarà questa gran festa, mio piccolo amico?» «In un castello, dalla parte di tramontana, ma lontano assai dalla contea di Berk, e _Dominus_ pretende che non si potrà farla senza di lui. Può darsi che abbia ragione. Egli non è pazzo, sappiatelo, la metà di quello che comparisce, soprattutto quando si mette ad un’impresa di cui s’intenda. Egli è in grado di recitar versi quanto un bravo personaggio da teatro, e nonostante se lo incaricaste di portar via un uovo di sotto un’oca, vi giuro, che si lascerebbe dar beccate dalla chioccia.» «E voi dovete sostenere una parte nella prima festa?» disse Tressiliano, il quale incominciava a prender diletto nell’intertenersi con un fanciullo, che mostrava col suo dire di non essere sfornito nè d’un certo coraggio, nè d’una tal quale accortezza per valutare gli uomini. «Sì: devo sostenere una parte. Il maestro me l’ha promesso, e se non mi mantiene la parola, tanto peggio per lui. Perchè se gli salta nella fantasia di volermi mettere il morso fra i denti, e farmi volgere la testa dalla banda del villaggio, gli do una tal trinciata di briglia che andrà giù di sella, e si fracasserà tutte l’ossa. Per altro mi spiacerebbe fargli male; perchè, noioso come lo provaste, si è preso molti fastidi per insegnarmi tutto quello che sa egli medesimo. Ma eccoci alla fucina del maniscalco Wayland.» «Voi scherzate, caro amico. Io qui non vedo che una collina su di cui stanno grandi pietre ordinate in circolo. Ne osservo là in mezzo una più grossa dell’altre, e tutto ciò mi fa ricordare certi antichi sepolcri, che si vedono tuttavia in Cornovaglia.» «Ebbene, quella grossa pietra posta in mezzo all’altre è il banco del maniscalco. È là che dovete mettere il vostro danaro.» «Che significa questa pazzia?» domandò Tressiliano, che cominciava ad impazientirsi, e a sospettare che il ragazzo si volesse divertire a spese di lui. «È d’uopo (continuò Riccardo facendo una contorsione come di chi vuol frenare il riso) che voi attacchiate il vostro cavallo a quella pietra, dove vedete un anello di ferro, e che gettiate un _groat_ d’argento su quella di mezzo; dopo di che, darete tre fischi, uscirete fuori del cerchio, e andrete a sedervi dietro di questa macchia, senza guardare nè a destra nè a manca, sintanto che ascolterete battere il martello. Allora reciterete tre _pater noster_, ovvero conterete i numeri dall’uno al cento, che tornerà poi allo stesso. Ritornato indi entro al cerchio, troverete sfumato il vostro denaro, e ferrato il cavallo.» «Sfumato il denaro; è ciò di che non dubito punto; ma quanto al restante... Ascoltatemi, Riccardo; io non sono il maestro; ma se vi credeste di usarmi qualcuna delle bindolerie che forse vi saran famigliari, saprò fare le veci d’Erasmo, e vi giuro che non isfuggirete al castigo.» «Se vi riuscirà trappolarmi» rispose il ragazzo, e in ciò dire fece gamba con tal prestezza, che Tressiliano, ritardato dal peso de’ propri stivali non valse a raggiungerlo. E quanto raddoppiava in lui il dispetto era, che questo piccol ribaldo non sembrava già fuggire colla fretta di chi si crede in pericolo o di chi ha paura. Si fermava di distanza in distanza, quasi provocando Tressiliano ad inseguirlo, e quando se lo vedeva vicino, correva colla rapidità del vento, facendo giravolte, in modo da non allontanarsi dal cerchio d’onde era partito, e attorno al quale aggiravasi. Stanco finalmente Tressiliano, si fermò, e stava quasi per cessare dal corrergli dietro, limitandosi a maledire con tutto il cuore il deforme simiotto che gli fece sì brutto scherzo; allorchè Riccardo collocatosi sopra una piccola altura, rimpetto a lui, si diede a batter le mani, ad accennarlo col dito, e a far tutte le smorfie d’un ragazzo che prende a gabbo chi nol può raggiungere. Non sapeva bene Tressiliano se dovesse ridere o andare in collera; ma finalmente, deliberato almeno d’intimorire il ragazzo, risalì a cavallo, giudicando che così gli sarebbe arrivato addosso senza difficoltà. Allorchè Riccardo s’accorse di questo disegno: «Aspettate un momento, gridò: solo un momento. Piuttosto che vedere lo strazio del vostro bel cavallo dalle zampe sferrate, tornerò a voi, se però mi promettete di non toccarmi.» «Io non fo patti con un tristo della tua sorte, disse Tressiliano, e fra un momento tu sarai a mia discrezione.» «Forse sì e forse no, sig. viaggiatore. Voi non sapete dunque che qui vicino sta una palude capace d’inghiottire tutti i cavalli della guardia della Regina? Io vado a farvi la mia ritirata, e vedremo se vi darà l’animo di seguirmi fin là.» Tressiliano osservò di fatto essere oltre l’altura uno spianato, coperto di giunchi e pieno di frane; laonde giudicando che per questa parte almeno Riccardo non lo ingannava, decise conchiuder la pace con un nemico sì lesto e sì risoluto. — «Vieni, gli disse, vieni, bricconcello: prometto in fede di gentiluomo che non ti farò alcun male.» Il fanciullo corrispose a tale invito senza titubare un istante, e scendendo con passo deliberato, avea gli occhi fisi sopra Tressiliano, che smontato da cavallo, e tenendo in mano la briglia, si sentiva mancare il fiato per la corsa fatta, intanto che sulla fronte di quel diavoletto non compariva una sola gocciola di sudore. «Ah! direte ora, o perversa creatura; per qual cagione mi trattate in tal guisa? Qual era il vostro disegno nel raccontarmi l’assurda favola, che volevate mi prendessi per vera? Conducetemi una volta alla fucina di questo maniscalco, e vi regalerò di che comprarvi poma per tutto l’inverno.» «Voi potreste donarmi tutte le poma che nascono in un verziere, nè io saprei ripetervi che le medesime cose. Attaccate il cavallo a quell’anello, mettete il denaro sulla pietra, date tre fischi e andate a sedere dietro la macchia. Vi prometto di non dipartirmi dal vostro fianco, e vi do licenza di torcermi il collo, se due minuti dopo che saremo seduti, non udirete il maniscalco a batter l’incude.» «Bada bene, perchè se tu mi fai fare una figura ridicola per prenderti spasso, potrei esser tentato a pigliarti in parola. Facciamo dunque le prime prove sull’effetto del tuo talismano. Ecco il mio cavallo attaccato a questa pietra, ecco un _groat_ d’argento su quest’altra, e darò anche i tre fischi.» «Oh! non è così che si fischia. Un barbaggianni che non abbia anche messe le penne, sa far meglio da starsene nel suo nido. Bisogna fischiare più forte, se volete che il maniscalco vi possa udire. Perchè chi sa adesso dove si trovi? egli sta forse nelle scuderie del re di Francia.» «Tu m’hai però detto che non è un diavolo.» «Uomo o diavolo che sia, ho già capito, converrà che faccia io le vostre veci.» Detto ciò diede tre fischi acuti tanto, che Tressiliano si turò le orecchie. «Questo si chiama ben fischiare, soggiunse il ragazzo, andiamo ora dietro la macchia, o non son più io, se il vostro _dai piedi sferrati_ non è ferrato dentr’oggi.» Tressiliano era curioso di vedere a che intendesse tutto questo cerimoniale. E per altra parte l’intrepidezza del ragazzo, il quale mostrava tutt’altra voglia che di fuggire, lo metteva in sospetto che le conseguenze di un tal affare potessero divenir serie. Pure si lasciò condurre dietro la macchia, e venutogli in mente che tutto ciò fosse una gherminella per rubargli il cavallo, non dipartì la propria mano dal collo di Riccardo, risoluto che questo furfantello divenisse ostaggio per il corridore. «Zitto! disse Riccardo. Siamo al momento. Voi ascolterete lo strepito d’un martello, che non è stato fabbricato da mano d’uomini, e che ha la mazza fatta di una pietra che precipitò dalla luna.» Nè passò un istante, allorchè Tressiliano udì uno strepito, non per vero dire, più violento di quei che s’ascolta quando un maniscalco ferra un cavallo. Ma la singolarità delle circostanze, per cui questo strepito si fece udire, e la natura del luogo, lontano a quanto parea da ogni abitato, eccitò in Tressiliano un moto involontario e più forte di quello che la sola sorpresa produce. In quell’istante medesimo guardando in volto il fanciullo, e, dalla espressione maligna della costui fisonomia, accorgendosi com’ei godesse di vederlo in tale perplessità, si persuase nel modo il più fermo che fosse stata ordita anticipatamente una trama, e fece risoluto proposito di saperne l’autore, e il fine che in far ciò erasi avuto. Nondimeno rimase tranquillo sintantochè udì battere il martello, e ciò durò appunto il tempo di cui abbisogna un abile maniscalco per ferrare un cavallo. Ma cessato appena lo strepito, invece di aspettare che trascorressero i minuti dei _pater noster_ indicati a lui dal ragazzo, snudando la sciabola si lanciò verso il luogo della scena, e fatto il giro del bosco, si accorse d’un uomo che portava un grembiule di cuoio, quai gli usano i maniscalchi, ma stranamente coperto d’una pelle d’orso col pelo in fuori, e sì avvolto il capo in una berretta della stessa roba, che ne rimanevano in gran parte nascoste le sue affumicate sembianze. «Tornate addietro, tornate addietro, sig. Tressiliano, gridò a tutta voce il ragazzo, o vi metterà in quarti. Nessuno può vederlo senza morire.» E veramente l’invisibile maniscalco, fattosi allora visibile, alzò il suo martello, e parea si preparasse all’assalto, o per lo meno alla difesa. Allorchè il fanciullo s’avvide, che nè le sue grida, nè i modi minaccevoli del maniscalco avevano forza di rattenere Tressiliano, che coll’arme impugnata sempre avanzavasi, cambiò stile, e ad alta voce volse al fabbro tai detti: «Wayland, guardatevi dal toccarlo. Egli è un gentiluomo, è un vero gentiluomo, incapace di lasciarsi atterrire.» «Tu m’hai dunque tradito, o Flibbertigibbet, (gridò il maniscalco, che con tal nome solea chiamare il ragazzo). Ma per Dio! facesti un cattivo mercato.» «Chiunque tu sia, disse Tressiliano voltosi al maniscalco, tu non corri alcun rischio con me, ma è d’uopo che tu mi dica il perchè eserciti il tuo mestiere in un modo sì misterioso, e sì stravagante.» Al qual proposito rispose in tuono minaccevole il fabbro: «Chi è che ardisce interrogare il guardiano del castello di _Cristallo di Luce_, il signore del _Leon Verde_, il padrone del _Drago Rosso_? ritirati, allontanati, prima ch’io chiami dagli abissi _Talpach_ colla sua lancia di fuoco a ridurti in atomi e in cenere;» ed accompagnò tai detti coi gesti che loro si confacevano, brandendo in aria formidabile il suo martello. «Taci là, vile impostore, disse Tressiliano: credi tu spaventarmi con questo dialetto del tuo mestiere? seguimi tosto innanzi ad un magistrato, se non vuoi sapere come è fatto il filo della mia sciabola.» «Acquetati, buon Wayland, disse Riccardo, le parolone non ti gioveranno nulla in quest’oggi, e conviene prendere la cosa in altro tuono.» «Io credo, signore, (disse il maniscalco in aria sommessa, e abbassando il martello) che quando un pover’uomo fa bene i suoi affari, gli sia permesso il farli nel modo che più gli conviene. Il vostro cavallo è ferrato, il maniscalco non avanza nulla. Che vi resta da far meglio del rimontare a cavallo, e continuare per la vostra via?» «Sì, mi resta da far meglio, rispose Tressiliano, perchè è dovere d’ogni uomo onesto lo smascherare i ciarlatani e gl’impostori. Questo tuo modo di vivere fa che io ti sospetti d’essere l’uno e l’altro.» «Se voi siete a ciò risoluto, o signore, non potrò salvarmi che usando la forza, nè vorrei adoperarla contro di voi, signor Tressiliano. (Ognun giudica come il Cavaliere restasse maravigliato in udire il suo nome profferito da costui). Non che io tema le vostre armi, continuò il maniscalco, ma perchè mi è noto quanto voi siete generoso ed umano, e che voi amereste meglio trar dagl’impacci uno sfortunato, anzi che cagionargliene dei maggiori.» «Questo è parlar bene, o Wayland (disse il ragazzo che con inquietudine aspettava la conclusione di un tale intertenimento). Ma scendiamo nella vostra caverna: sapete pure che l’aria aperta vi pregiudica nella salute.» «È vero,» rispose il maniscalco, e portandosi verso la macchia, dalla banda più vicina al cerchio di pietre, ed opposta a quella ove Riccardo aveva condotto Tressiliano nel durare della misteriosa faccenda, fu presto ad una porta orizzontale accuratamente nascosta in mezzo agli sterpi, e dopo averla sollevata, scese sotterra, scomparendo così agli occhi de’ due circostanti. Comunque punto da grande curiosità Tressiliano, esitò un momento prima di risolversi a tenergli dietro in quest’antro, che poteva essere una caverna di malandrini, e crebbe in lui la perplessità, allor quando udì una voce, che pareva uscisse dalle più profonde viscere della terra: «Flibbertigibbet, abbi cura d’entrare per l’ultimo, e di chiudere a dovere il trabocchello.» «Quanto avete veduto intorno al maniscalco Wayland vi basta, o signore?...» domandò lo scaltrito a Tressiliano, accompagnando tale inchiesta con quel maligno sorriso, che lo mostrava accorto della titubazione in cui stavasi il Cavaliere. «Non mi basta ancora» rispose con fermezza Tressiliano, e preso il suo partito, scese per la scaletta cui mettea la porta orizzontale, seguendolo Riccardo, che la chiuse tosto; onde a lieve crepuscolo che lì vedevasi succedettero buie tenebre. La scala non aveva che un picciol numero di gradini, e metteva ad una via stretta non più lunga di venti passi, in fondo alla quale scorgevasi una luce rossiccia. Ivi giunto Tressiliano, che non pose mai nel fodero la sua sciabola, e seguito passo a passo dal fanciullo, si trovò sotto una piccola volta, ov’era una fucina di fabbro ferraio, piena d’acceso carbone, il cui vapore avrebbe soffocato qualunque vivente, se non fosse sfuggito per alcune aperture preparatevi con grande arte. Quella luce che diffondevano il carbone acceso, ed una lampada sospesa da una catena di ferro, dava a vedere, che oltre all’incude, al mantice, alle tenaglie, al martello, alle masse di ferro pronte per esser poste in lavoro, e a tutti gli ordigni necessari ad un maniscalco, si trovavano colà crogiuoli, lambicchi, storte ed altri apparecchi, de’ quali fa uso la chimica. La figura grottesca del maniscalco, ed i lineamenti irregolari e maligni del ragazzo nano, veduti al lume di quel fuoco di carbone e d’una lampada moribonda, si accordavano sì bene col rimanente di questo mistico apparato, che in un secolo superstizioso, come era quello, poteano fare impressione anche sopra animi i più coraggiosi. Ma la natura aveva fornito Tressiliano di una grande fermezza di nervi, e il suo spirito fortificato da studio, e da buona educazione era incapace di cedere ai vani terrori. Guardandosi adunque d’intorno domandò nuovamente all’artefice chi egli fosse, e soprattutto dond’era che sapea il nome di Tressiliano. «_Vostro Onore_ dee ricordarsi, disse il maniscalco, che saranno circa tre anni, un bagattelliere girovago, presentatosi a certo castello della contea di Devon vi fece pompa delle proprie virtù, al cospetto di un degno cavaliere e della sua rispettabile comitiva. Comunque regni poca luce in questa spelonca, scorgo dalla vostra fisonomia che di ciò non vi siete dimenticato.» «Tu dicesti abbastanza» soggiunse Tressiliano, volgendo altrove il volto, ove leggevansi le amare rimembranze che nell’animo di lui si risvegliarono a que’ detti del maniscalco. «Il bagattelliere, continuò il maniscalco, fece sì bene la sua parte, che i contadini e i gentiluomini campagnuoli ivi trovatisi di brigata, s’indussero quasi a credere essere effetto di magia quanto il giocolatore faceva ad essi vedere. Ma trovavasi in quel luogo una donzella di quindici anni all’incirca, la più avvenente di quante io abbia mai viste, il cui volto color di rosa impallidì all’aspetto delle maraviglie che costui operava.» «Taci una volta, disse Tressiliano, taci una volta. Parlasti anche troppo.» «Io non vorrei offendere _vostro Onore_, ma non credeste già avere io dimenticato, che per calmare i timori di quella vaga fanciulla, le spiegaste il modo onde si operavano questi incanti, e che metteste a cattivo passo il povero bagattelliere, scoprendo i misteri della sua professione con tanta dottrina da farvi credere un suo confratello. Oh com’era bella! Un solo sorriso di essa valeva più...» «Finiscila, te ne supplico: non ho dimenticata la sera di cui mi parli: essa entra nel piccolo numero delle sere felici ch’io m’abbia mai conosciute.» «Ella dunque se n’è andata (disse il maniscalco che dal sospiro con cui le parole di Tressiliano vennero accompagnate giudicò morta quella donzella) e andata per sempre! così giovane, così leggiadra, così amata da tutti! Ma io domando perdono a _vostro Onore_; vedo che avrei dovuto battere il ferro sopr’altra incude, e che in vece l’ho conficcato nelle carni vive.» E pronunciò tai detti con un tuono, che lo dimostrava sinceramente commosso da rincrescimento e pietà, comunque rozzi fossero in lui i modi di esprimere tai sentimenti. Laonde Tressiliano prese opinione più favorevole del povero artefice, che egli aveva giudicato da principio con alquanta severità. Ma nulla è più fatto per cattivare a sè il cuore d’un uomo sfortunato, siccome il dimostrarsi impietosito delle sciagure cui egli soggiace. «Se non m’inganno, disse Tressiliano dopo un istante di silenzio, tu eri allora un uomo gioviale, capace d’intertener bene una brigata non solamente con giuochi, ma facendo racconti ed intonando ballate. D’onde accade che tu sia divenuto artefice in sì strana guisa, e in questa sì orribil dimora?» «La mia storia non è tanto lunga, rispose Wayland, e se _vostro Onore_ vuol sedersi, gliela racconterò.» Così dicendo, accostò al fuoco uno sgabelletto fatto a treppiedi, prendendone un altro per sè, come fece pure Riccardo, che sedutosi appiè del maniscalco, tenea gli occhi fisi sopra di lui; onde le brutte forme di questo fanciullo schiarite meglio dal fuoco della fucina, si vedeano accese di una vivissima curiosità. Quindi gli disse il maniscalco: «Tu pure saprai la storia della mia vita. Ben mi prestasti servigi tali da meritarti la mia confidenza. Poi, tanto vale il raccontare le cose mie in tua presenza, che lasciartele indovinare, perchè la natura non ha mai nascosto un ingegno più acuto sotto una scorza sì laida. Ebbene, o signore, eccomi ai vostri comandi, ed incomincio tosto la mia narrazione. Ma non accetterete voi un bicchiere di _ala_? Non ne vado sprovvisto, benchè mi vediate in sì povero soggiorno.» «Ti ringrazio, disse Tressiliano, ma veniamo alla tua storia perchè ho poco tempo da perdere.» «Non vi pentirete di tale indugio, perchè in questo mentre il vostro cavallo farà miglior pasto che non lo fece stamane, e avrà maggior gagliardia pel rimanente del viaggio.» Wayland abbandonò per un istante la sua dimora sotterranea, e ritornatovi dopo qualche minuto, incominciò la sua storia, come si vedrà nel seguente capitolo. CAPITOLO III. »Il valor di sue parole »Può cangiar, s’ei così vuole, »Tutto questo pavimento »In un lastrico d’argento. _Favole di Cantorbery_. «Imparai da giovane l’arte del maniscalco, disse Wayland, e conosceva questo nobil mestiere al pari d’ogn’altro che cignesse grembiule di cuoio, e avesse la faccia e le mani annerite dal fumo. Ma stanco di cantare battendo l’incude, mi diedi a correre il mondo, e così entrai in conoscenza con un celebre bagattelliere, il quale accorgendosi che le sue dita cominciavano a farsi men agili ai mestieri dell’arte professata, pensava all’espediente di educarsi un allievo. Io lo servii per sei anni, sintantochè fui ricevuto maestro nel novello mio stato. Me ne appello a _vostro Onore_, sul cui giudizio si può far conto. Non adempieva io la mia parte passabilmente?» «Non si poteva farlo meglio, disse Tressiliano, ma spicciati presto.» «Poco dopo il tempo in cui alla vostra presenza feci maravigliata della mia destrezza la conversazione di sir Ugo Robsart, presi la carriera del teatro, ove nello scopare il palco, io non aveva chi potesse starmi a prova fra gli scopatori di granai, anche i più accreditati. Ma le poma erano sì a buon mercato in quell’anno, che gli spettatori non ne mangiavano mai che un boccone o due, e gettavano il rimanente sulla testa dei personaggi a mano a mano del loro comparire sulla scena. Questo incidente mi disgustò della professione; onde rinunziando la mezza parte ch’io aveva nella compagnia, lasciai le mele ai miei colleghi, i coturni al direttore, poi volsi le calcagna al teatro.» «E qual nuovo stato abbracciasti tu allora?» domandò Tressiliano. «Divenni per metà collega, per metà servitore d’un uomo fornito di molta sapienza e di poco danaro, che faceva il mestiere di medico.» «Che vuol dire, soggiunse Tressiliano, tu eri il pagliaccio del ciarlatano.» «Qualche cosa di più, ottimo signor Tressiliano, permettetemi dirlo; benchè volendo dar loda al vero, si operasse talora a fortuna, e quello ch’io aveva imparato ne’ miei primi studii per rendermi utile ai cavalli, giovò più d’una volta alla specie umana. Perchè in fine poi, i germi delle malattie sono tutti gli stessi; e se la trementina, il catrame, la pece, e il grasso di bue, mescolati colla gomma, colla resina, e con uno spicchio di aglio, hanno virtù di guarire un cavallo offeso da un chiodo, non vedo ragione perchè la stessa ricetta non debba far bene ad un uomo trafitto da un colpo di spada. Ma la scienza del mio maestro andava più in là della mia, e si estendeva sopr’altri rami. Oltre all’essere un medico pratico de’ più coraggiosi, egli era anche, se volete, un di quelli che si chiamano _iniziati_. Niuno meglio di lui leggeva nelle stelle, e coll’aiuto della genetliologia, come diceva egli, o fosse poi anche in tutt’altra maniera, vi predicea l’avvenire. Profondissimo chimico, sapeva distillare i semplici, aveva fatti molti tentativi per fermare il mercurio, e si trovava lì lì per iscoprire il _lapis philosophorum_. A tale proposito conservo tuttavia alcuni versi, ch’egli custodiva gelosamente, e se _vostro Onore_ arriva ad intenderli, è più sapiente di tutti coloro che li lessero, e probabilmente anche di chi gli ha fatti.» Nel medesimo tempo consegnò a Tressiliano un foglio di pergamena, ov’erano dipinti, e di sopra, e di sotto, e nei margini i segni zodiacali, e pieno in oltre di caratteri greci, ebraici e talismanici. Vi stavano in mezzo quattro versi sì bene scritti, che a malgrado dell’oscurità del luogo, Tressiliano li potè leggere senza fatica. Tale capolavoro di poesia era il seguente: »Si fixum solvas, faciasque volare solutum, »Et volucrem figas, facient te vivere tutum; »Si pariat ventum, va’ et auri pondere centum, »Ventus ubi vult spirat: — Capiat qui capere potest». «Tutto quanto v’intendo, disse Tressiliano, è, che l’ultima linea non è un verso, e che le quattro ultime parole sembrano voler dire: _m’intenda chi può_.» «E v’assicuro bene esser questa la massima, con cui si regolava sempre il mio degno padrone ed amico, dottor Doboobie. Ma finalmente burlato dalla propria immaginazione medesima, e impazzito dietro alla sua cara chimica, spese ingannando se stesso tutto il denaro, che aveva guadagnato ingannando gli altri. Non ho mai saputo se avesse scoperto a caso, o fatto fabbricare in segreto egli stesso questo laboratorio ove era solito venirsi a rinchiudere, lontano così dai suoi infermi come dai suoi scolari. Fu creduto, che queste lunghe e misteriose assenze dalla città di Faringdon, luogo ordinario di sua dimora, fossero prodotte dagli studii delle scienze mistiche, e da un commercio ch’egli avesse col mondo invisibile. Fece prova d’ingannare me parimente; ed io voleva fingermi persuaso delle baie onde a mano a mano mi regalava; ma ben s’accorse ch’io conosceva tutti i suoi segreti, per lo che cominciò a non garbargli troppo la mia compagnia. Intanto il nome di costui acquistò celebrità, e la maggior parte di quelli che si conducevano a consultarlo, venivano persuasissimi ch’ei fosse uno stregone. Dopo di che, l’ottenuta fama d’essere iniziato nelle scienze occulte, guidò segretamente ad ascoltarne gli oracoli, personaggi potenti, che il nominare non sarebbe prudenza; ed i quali macchinavano divisamenti pericolosi, e che non giova qui il menzionare. Allora insorsero contr’esso molti nemici, e la cosa si terminò col predicargli la croce addosso, e col minacciarne la vita; ed io innocente cooperatore de’ suoi studii, venni soprannominato _il Bastone del diavolo_, titolo che mi fruttava una scarica di sassi sulla persona ogni qual volta mi mostrava in qualche vicino villaggio. Per finirla, il mio padrone disparve improvvisamente, dicendomi che andava a lavorare in questa sua segreta officina, e vietandomi di venirlo qui a disturbare prima che fossero trascorsi due giorni. Passato un tale intervallo, mi trasportai in questo luogo; e rinvenni il fuoco estinto, tutti gli ordigni chimici in pieno sconquasso, ed una lettera del dotto Doboobie, che dotto ei soleva chiamarsi da se medesimo. Con questa mi avvisava, che non ci saremmo più riveduti, lasciandomi in legato le sue suppellettili, e la pergamena che vi feci vedere. Mi consigliava inoltre di seguire a tutto punto le istruzioni, che vi si contenevano, essendo quella la via infallibile di pervenire alla _grand’opera_.» «E tu ti sarai tenuto ad un così savio consiglio?» «Oh! no signore. Prudente io e sospettoso per natura, oltrechè non sapeva troppo bene con chi mi avessi a bazzicare, feci una visita per ogni dove, e fortunatamente la feci prima d’accendere il fuoco, perchè rinvenni un piccolo barile di polvere ch’egli aveva con gran cura nascosto sotto il cammino del focolare, venuto cred’io nel caritatevol disegno di farmi trovare morte e sepoltura in questo luogo, e ciò appunto nell’atto che mi sarei dato alla _grand’opera_ della trasmutazione dei metalli. Vi giuro che una tale scoperta mi fece passare ogni voglia d’Alchimia, e divenni più che mai desideroso di tornare onestamente all’incude ed al martello. Ma chi voleva far ferrare un suo cavallo dal _Bastone del Diavolo_? Per buona sorte contrassi amicizia con questo bravo Flibbertigibbet; che col suo maestro Erasmo Holyday si trovava in allora a Faringdon, e tale amicizia mi venne dall’avergli insegnati alcuni segreti, fatti per piacere ad uno della sua età. Tenemmo consiglio insieme, e risolvemmo, che non potendo io sperare di procacciarmi avventori col seguire le vie ordinarie, avrei provato a guadagnarmeli profittando della credulità di questi villani. Ne sia tutta la lode a Flibbertigibbet, che ha fatto tutto il mio credito, gli avventori non mi sono mancati. Ma mi avvedo che sforzo troppo la carta; e temo non la finiscano col credermi uno stregone, e come tale farmi un brutto servigio. Perciò nulla bramerei ora di meglio quanto un’occasione di abbandonare la mia fucina, se trovassi qualche personaggio di gran conto, che mi volesse proteggere contro la furia della ciurmaglia, caso che venissi ad essere scoperto.» «Conosci tu bene le strade di questo paese?» gli domandò Tressiliano. «Di notte come di giorno» rispose Wayland. «Ma tu non avrai sicuramente cavallo?» «Vi chiedo scusa. Mi dimenticai dirvi esser questa la migliore eredità ch’io mi abbia fatta dal dottore, eccetto due o tre segreti di medicina, che m’appropriai suo malgrado.» «Ebbene, va a lavarti il volto e le mani, butta via questa ridicola pelle, vestiti il più convenientemente che puoi, e se ti comporterai con saviezza e fedeltà, ti permetto seguirmi per qualche tempo finchè siano dimenticati i tuoi giuochi di mano. Credo che non ti manchino coraggio e destrezza, ed ho intavolati certi affari, che possono abbisognare d’entrambe queste prerogative.» Wayland senza farsi pregare abbracciò un tale partito, assicurando il suo novello padrone di prestargli fedelissimo ed affezionato servigio. In pochi minuti, col prendere nuovi abiti e coll’aggiustarsi la barba e i capelli, si trasformò in guisa tale, che Tressiliano non potè ristarsi dal dirgli: «Credo che omai non abbisogni di protettore, perchè chi avvi mai fra quelli che ti conoscevano anticamente, il quale possa sotto questi abiti ravvisarti?» «I miei debitori no, perchè non mi vorrebbero pagare (disse Wayland scotendo la testa), ma quanto ai creditori di ogni specie, oh! vi dico bene che non sarebbe sì facile l’accecarli, nè mi terrei sicuro, se non mi fossi posto sotto la protezione d’un personaggio pari a voi e per natali e per fama.» Detto ciò, prese per uscire della caverna la stessa strada, d’onde tutti e tre vi erano entrati. Tressiliano lo seguì, e Riccardo che li raggiunse qualche minuto dopo, comparve carico di tutta la bardatura di un cavallo. Wayland chiuse quella porta orizzontale, ponendo molta accuratezza nel ricoprirla; «Chi sa, diss’egli, che non mi torni un’altra volta a proposito questa caverna? Poi gli ordigni che vi lascio hanno sempre un qualche valore.» Mandò un fischio, ed un cavallo che pascolava nella più vicina prateria, comparve a quel segnale a cui già tal bestia era avvezza. Mentre Wayland mettea la sella al suo cavallo, Tressiliano saliva sul proprio, dopo averne ristretta la cinghia. Intantochè Wayland montava a cavallo, così gli disse Riccardo. «Voi siete dunque per abbandonarmi, o antico mio collega, e mi togliete per sempre il piacere di ridere alle spalle di tutti que’ goffi, che tremavano dalla testa ai piedi quando io li conducea qui per far ferrare i loro cavalli dal diavolo e dai suoi ministri?» «Che vuoi farci, mio caro Flibbertigibbet? rispose Wayland: anche i migliori amici, bisogna che si lascino presto o tardi; ma te ne accerto, mio caro ragazzo, tu sei la sola cosa per cui mi rincresca abbandonare la vallata di White-Horse.» «Oh! non vi dico per questo l’ultimo addio. Voi sarete sicuramente a quelle belle feste che stanno per celebrarsi, e non mancherò di trovarmivi io pure; perchè se il sig. Holyday non mi ci vuol condurre, giuro per la luce di quel sole, che non è mai entrato nella vostra fucina, mi darà l’animo di venirci da me.» «Bada, Flibbertigibbet, a non far corse in fallo.» «Voi vorreste far di me un fanciullo, e di que’ fanciulli che corrono rischio se muovono un solo passo non tenuti per le cordicelle. Oh! vi proverò il contrario, e non sarete lontano un miglio da queste pietre, allorchè v’accorgerete che non mi diedero fuor di proposito il nome di spirito folletto. A quest’ora, e lo saprete fra poco, ho già meditata una cosa, che vi tornerà di grande vantaggio, purchè sappiate approfittarne.» «Che intendi tu dire?» gli chiese tosto Tressiliano. Ma il fanciullo non rispose che con una capriola, ed esortandoli entrambi che non frapponessero alla partenza verun indugio, ne diede ad essi l’esempio, prendendo a tutte gambe il sentiero della sua capanna, e sfoggiando tutta quella medesima agilità che dianzi aveva opposta a Tressiliano, allorchè questi lo volle indarno raggiugnere. «Sarebbe inutile il tenergli dietro, disse Wayland, e tanto varrebbe l’accignersi a seguire una lodola per aria. Per altra parte a che monterebbe? La miglior cosa da farsi per noi è quella di seguire il suo consiglio ed andarsene.» Tressiliano fece comprendere al compagno il luogo, verso cui bramava indirizzarsi, e si misero insieme in cammino. Non avevano essi fatto un miglio, quando Tressiliano si avvide che il proprio cavallo era in maggior ardenza di quanta ne avesse avuta il mattino all’atto in cui lo salì, e tal cosa ei fece osservare a Wayland. «Ho piacere che ve ne siate accorto, questi rispose; tale è l’effetto d’uno dei miei segreti, da me aggiunto alla misura di biada che gli somministrai. Di qui a sei ore almeno, _vostro Onore_ non abbisognerà più di servirsi de’ suoi speroni. Credete voi che per nulla io abbia studiato la medicina e la farmacia?» «Spero bene non gli avrai dato nulla, che possa fargli del male.» «Credete che gli potesse produr male il latte della cavalla che lo nudrì? Tanto gliene produrrà il mio segreto.» E si diffondeva Wayland in fare encomi all’efficacia di tal suo segreto, allorchè l’attenzione d’entrambi fu interrotta da uno scoppio, violento quanto quello di una mina che faccia saltare all’aria i baluardi d’una città assediata. I due cavalli fecero un salto, nè men sorpresi si dimostrarono quelli che vi stavano sopra. Si volsero essi, e verso la parte appunto che abbandonarono, videro una densa colonna di fumo, che sorgendo altissima, copriva il cielo a guisa di nuvola. «Ecco la mia fucina andata al diavolo! (sclamò Wayland, indovinando subito il motivo di tale scoppio). Ho avuto poco giudizio allorchè parlai alla presenza di Flibbertigibbet dei divisamenti caritatevoli, che aveva sulla mia casa il dottor Doboobie. Dovea ben io immaginarmi che quel demonio di ragazzo non avrebbe avuto più pace se non mandava a termine tale impresa. Ma adesso bisogna raddoppiare il passo, perchè questo romore metterà sossopra tutto il paese.» Detto ciò, punse leggermente il fianco del suo cavallo, e fattosi altrettanto da Tressiliano, di gran galoppo si allontanarono da quel luogo. «Era questo dunque il senso misterioso di que’ detti con cui ci lasciò! soggiunse Tressiliano. Ma ciò è ben altro che una vivacità da ragazzo. Per poco che avessimo indugiata la partenza, eravamo già sepolti sotto quelle rovine.» «Oh! ci avrebbe avvertiti, disse Wayland, ed ho osservato che tornò più volte addietro per assicurarsi se eravamo in cammino. Egli è bensì un vero diavolo quanto a malizia, ma non però un diavolo cattivo. Ci vorrebbe troppo se dovessi raccontarvi tutte le impertinenze che mi ha fatte cominciando dal momento che strinsi lega con lui. Ma gli debbo altresì gratitudine d’avermi prestati rilevanti servigi, e quello soprattutto di condurmi avventori. Non v’era maggior delizia per lui quanto il veder que’ poveri contadini, che non ne potevano più di paura stando dietro la macchia ad udire il rimbombo del mio martello. Io credo, che la natura abbia messo in quella testa difforme una doppia quantità di cervello, per dargli almeno il compenso di saper ridere a spese di quegli sciocchi, che fanno le maraviglie della sua orridezza.» «Forse è così, disse Tressiliano. Coloro che la stranezza del loro esterno separò in tal qual modo dalla società, se non odiano il rimanente del genere umano, sono certamente propensi a prendersi spasso delle sue follie, e talvolta ancora, che è peggio, delle disgrazie che non li toccano.» «Però Flibbertigibbet, rispose Wayland, possede tali prerogative per cui gli si perdonano volentieri le sue stesse furfanterie. Non nego che si diletta far burle un po’ forti veramente agli estranei, ma è indicibile la fedeltà, onde si fa pregio verso coloro ai quali è affezionato, e non è senza motivo, come già vi dissi, ch’io parlo così.» Tressiliano non andò più avanti in questo intertenimento, e il loro viaggio fu continuato senza incidenti, e senza avventure sino alla città di Marlborough, divenuta celebre di poi per aver dato il suo nome al più grande generale, eccettone uno, che l’Inghilterra abbia prodotto. Ivi i nostri due viaggiatori riconobbero nel tempo stesso la verità di due antichi proverbi, l’un dei quali è, che le cattive novità hanno le penne, l’altro, che chi sta ad ascoltare alle porte non ode mai dir bene di se medesimo. La corte dell’osteria ove smontarono stava in una specie di sconquasso, e a stento trovarono essi chi prendesse cura de’ loro cavalli, tanto ognuno era intento alla notizia sparsa d’intorno, e che correva di bocca in bocca. Rimasero qualche tempo senza poter discoprire di che si trattasse, ma finalmente compresero che la cosa agitata da quella gente li riguardava assai da vicino. «Abbiam capito, signori, abbiam capito, (rispose finalmente lo stalliere alle ripetute chiamate di Tressiliano). In verità so appena dov’io m’abbia la testa. È passato di qui, son minuti, un viaggiatore, che ne ha raccontato.... voi altri sicuramente avrete inteso a nominare il maniscalco Wayland, che abitava, non si sa bene in qual parte della vallata di White-Horse. Ebbene, questa mattina, il diavolo se lo è portato via con uno spaventevole fracasso, in mezzo ad una colonna di fuoco e di fumo, e nel far questo ha mandata all’aria una collina su di cui vedevasi un cerchio di grosse pietre. A quanto pare, l’abitazione di Wayland era lì.» «Vi dico la verità, tal cosa mi dispiace, disse allora un vecchio fittaiuolo, poichè questo Wayland, poco importa che avesse o no patto col diavolo, possedeva eccellenti rimedi contro le malattie dei cavalli, e d’or innanzi la vedo brutta per que’ galantuomini che avranno cavalli rognosi, se il demonio non ha dato tempo a Wayland di far testamento, e di lasciare a qualcheduno il suo segreto.» «Dite ottimamente, Gaffer Grimesby, si fece a dire lo stalliere. Anch’io una volta gli ho condotto un cavallo, nè vi era in tutto il paese un maniscalco abile al pari di lui.» «L’avete veduto, Giacomo?» domandò a questo stalliere madonna Alison Cicogna, padrona di quell’osteria, la cui insegna presentava l’uccello di questo nome, vero emblema quanto al collo e alle gambe del marito della Alison. Chiamavasi questi Goodman Cicogna, ed il contegno sommesso e rispettoso ch’egli teneva alla presenza della sua cara metà, ben dimostrava come madonna Alison era degna di portare in vece del marito anche quella parte di vestimento, che per lo più suol essere riserbata al solo sesso mascolino. Pure in tale occasione, prese coraggio a ripetere in questi termini l’interrogazione fatta dalla moglie: «Avete veduto il diavolo, Giacomo?» «Sì! come doveva io fare a vederlo?» rispose sgarbatamente costui, perchè in questa casa l’esempio della padrona non inspirava ai famigli grande rispetto verso quello che li stipendiava. «Gli è perchè, se lo aveste veduto, rispose il pacifico Goodman Cicogna, avrei avuto gusto di sapere come il diavolo sia fatto.» «Oh? vi avanzerà tempo per impararlo a conoscere, gli rispose la carezzevole compagna, sempre che non mutiate registro di vita, e non cominciate a pensare un po’ più a’ vostri affari senza impacciarvi tanto in quelli degli altri. Ma però, Giacomo, non sarei malcontenta io pure d’intendere come fosse fatto questo Wayland.» «È quanto mi è impossibile il dirvi, buona padrona Alison (rispose lo stalliere in modo ben più rispettoso, che non aveva usato col padrone) perchè non l’ho mai veduto.» «Ma senza vederlo, disse allora Gaffer Grimesby, come hai potuto dargli a comprendere la malattia del tuo cavallo?» «La feci scrivere dal maestro di scuola; e mi fu guida il più brutto aborto di ragazzo, che madre natura abbia formato giammai.» «E che rimedio ordinò? — Il cavallo guarì?» — Queste furono le interrogazioni che s’intesero da molte bande. «Non vi dirò il nome di questo rimedio, perchè lo lasciò sopra una grossa pietra. Mi feci però coraggio per metterne in bocca tanto, quanto è grosso il pomello di una spilla. Al gusto e all’odore si sarebbe detto che fosse un miscuglio di corno di cervo e d’erba savina, stemprati nell’aceto; ma non par possibile che una tal droga di per se stessa guarisca un cavallo con tanta prontezza. Oh! lo veggo anch’io; non sarà sì facile d’ora in avanti il risanar dalla rogna i nostri cavalli.» L’amor proprio, che, senza distinzione di stati o di condizioni, fa nido in tutti gli animi umani, ebbe tanto potere in quel punto sopra Wayland, che dimenticò il pericolo cui si sarebbe esposto dandosi a conoscere; onde non potè ristarsi dal volgere di soppiatto un’occhiata a Tressiliano, sorridendo misteriosamente, e quasi volesse dirgli: «Voi gli udite! eccovi altrettante prove irrefragabili della mia sapienza.» Continuava intanto quell’intertenimento. «Non fa niente (disse un grave personaggio vestito di nero, e venuto lì in compagnia di Gaffer Grimesby). È assai meglio veder morire i nostri cavalli della malattia che vorrà mandar loro il Signore, che farli curare dal diavolo.» «È vero, disse l’ostessa, e sono molto maravigliata, che Giacomo abbia voluto mettere a repentaglio la sua anima per quella rozza di cavallo.» «Dite bene, padrona, rispose Giacomo, ma quella rozza apparteneva al padrone col quale allora io mi stava. Supponete fosse stata vostra. Che avreste voi detto, se per paura del diavolo non l’avessi fatta medicare? Poi, ci pensi il Clero. Ognuno si prenda brighe delle sue faccende, dice il proverbio. Il ministro della Chiesa pensi al suo vangelo, e lo stalliere alla sua stregghia.» «Io protesto, disse madonna Alison, che Giacomo parla qual deve un buon cristiano, ed un servo fedele, che non risparmia, nè anima, nè corpo per l’interesse de’ suoi padroni. Vi dirò bene che il diavolo si è portato via a tempo questo maniscalco, perchè un uffiziale del cantone è venuto questa mattina a cercare il vecchio Pinniewink, famoso per avere fatto i processi a tante streghe, e dovevano andare insieme nella vallata di White-Horse per arrestare questo Wayland, e convincersi se era veramente uno stregone. Ho aiutato io medesima il Pinniewink ad aguzzare le sue molle e i suoi punteruoli, ed ho veduto il decreto d’arresto spedito dal giudice Blindas.» «Sì, che avrebbero fatto molto, disse la vecchia Crank, lavandaja e cattolica; il diavolo si sarebbe riso di Blindas, del suo ordine d’arresto, di Pinniewink e delle sue molle; e le carni di Wayland avrebbero tanta paura del punteruolo, quanta ne ha del ferro da stirare un collare di tela batista increspato. Ma badate a me, brave persone. Il diavolo avrebbe egli avuto potere di privarvi con questa disinvoltura dei vostri maniscalchi e dei vostri artefici, allorchè gli abati d’Abingdon erano padroni del paese?.... Oh! no per la Vergine. Essi sapevano scongiurarlo e non lo lasciavano venire avanti. Dite ai vostri ministri di farne altrettanto.» Questo sarcasmo, che feriva la chiesa riformata, mise in mezzo a quella discussione il tumulto, e Tressiliano ne profittò per entrare con Wayland nella casa. Goodman che lor tenne dietro li fece entrare in una stanza particolare, ove li lasciò soli intanto che andò ad ordinare quella refezione di cui lo chiesero. «Voi vedete, o signore, disse allora a Tressiliano Wayland con tuono grave e trionfante, voi vedete che non v’ingannai, allor quando mi diedi presso voi per iniziato in tutti i misteri dell’arte del maniscalco, persona sì ragguardevole appo i Francesi, che diedero così a lui, come ai primi uffiziali della Corona il nome di _marescialli_. Questi cani di stallieri, i quali poi sono in sostanza i migliori giudici in sì fatte cose, ben sanno in quanto pregio debbano aversi i medicamenti. Vi prendo in testimonio, sig. Tressiliano, se non furono solamente le voci della calunnia e l’opera della violenza, che mi costrinsero ad abbandonare questo decoroso ed utile mestiere.» «Non mi ristarò mai dal renderti tal giustizia, mio caro amico, ma parleremo di ciò a miglior tempo, semprechè non credessi tu necessario all’aumento di tua fama il far conoscenza colle molle e coi punteruoli del dotto sig. Pinniewink; perchè tu vedi che le stesse persone più ardenti in tuo favore ti notificano per uno stregone.» «Che Dio perdoni a costoro i quali confondono la scienza colla magia! Ma io spero che un galantuomo possa possedere abilità al pari, e più di chiunque espertissimo chirurgo abbia mai tastato polso a cavalli, e non aver patto col diavolo.» «Lo spero anch’io. Ma taci ora: è qui l’ostiere, che a quanto mostra in fisonomia non ha comuni con noi queste speranze.» Ognuno dell’osteria era talmente immerso ne’ pensieri di questa sparizione di Wayland, portato via dal diavolo, e nel confrontare le diverse tradizioni che su di tale argomento si moltiplicavano e si ingrandivano ad ogni istante da tutte le bande, che Goodman non potè farsi aiutare fuorchè dal più giovane de’ suoi garzoni, d’età in circa ne’ dodici anni, e di nome Sansone. «Io vorrei (diss’egli, scusandosi con quegli ospiti sull’averli fatti aspettare, e mettendo sulla tavola un fiasco di vino) che il diavolo si fosse portato via mia moglie e tutti i miei famigli in luogo di questo Wayland, che a ben pesare tutte le cose, non meritava quant’essi l’onore concedutogli da Satanasso.» «La penso anch’io così, buon galantuomo, disse Wayland; e berremo insieme una tazza di vino all’adempimento dei vostri auguri.» «Non è per pretendere di giustificare nessuno, che faccia lega col diavolo, disse Goodman dopo avere bevuto, ma gli è che.... Avete mai gustato un vin di Canarie più squisito di questo, miei signori?... gli è che si vorrebbe aver faccende con una dozzina di rompicolli come Wayland, anzichè con un diavolo in carne, con cui si è obbligato trovarsi sempre a tavola ed a letto. Quanto a me, vorrei, anzichè continuare una tal vita...» Ma sul più bello venne interrotto dalla voce aspra della sua metà, che stava chiamandolo dalla cucina; onde dopo avere chiesto perdono agli ospiti, uscì affrettatamente di quella stanza. Partito appena costui, Wayland pose in opera tutti gli epiteti di sprezzo, fornitigli dal vocabolario della sua lingua contro questo ostiere, cui diede nome di gallina tuffata nell’acqua per tale suo nascondere la testa entro il grembiule della moglie, e soggiunse, che se le loro cavalcature non avessero avuto gran bisogno di riposo e di nudrimento, sarebbe stato per pregare il signor Tressiliano a tirare avanti ancora per qualche miglio, piuttostochè pagar conti ad un uomo, che era l’infamia del proprio sesso. Intanto il comparire d’un buon piatto di garretto di bue condito col lardo, temperò alquanto il mal umore venuto nel nostro maniscalco, mal umore che affatto si dileguò all’arrivo di un bellissimo cappone arrostito in quell’istante, e coperto di falde di lardo, che al dir di Wayland, spumeggiavano come rugiada di maggio al di sopra di un giglio. Goodman e la moglie di questo, Alison, divennero allora ai suoi occhi persone stimabili, industri e persino gentili, che meritavano ogni genere d’incoraggiamento. Giusta l’usanza di que’ tempi, il padrone ed il servo sedettero ad un medesimo desco, ma il secondo si accorse con dispiacere che l’altro faceva poco onore alla mensa. Ricordandosi però il turbamento dianzi nato in Tressiliano all’udir soltanto rammemorare la giovine donzella, nella cui abitazione l’uno e l’altro si conobbero la prima volta, temette Wayland di rinovare con indiscrete interrogazioni una ferita, a quanto gli parea, troppo acerba nel cuore del Cavaliere, e mostrò di attribuire ad altra cagione la poca voglia di cibarsi che in esso scorgea. «Forse queste vivande non sono assai dilicate per _vostro Onore_ (gli disse facendo sparire il terzo quarto di cappone, da cui Tressiliano non avea tolto che un’ala). Ma se aveste alloggiato tanto tempo quant’io vi stetti nel sotterraneo, a cui Flibbertigibbet ha or or dato aria, in quel sotterraneo ove io ardiva appena di far cuocere i miei alimenti per paura d’essere tradito dal fumo, v’accorgereste al pari di me che un cappone è una squisita vivanda.» «Godo che il banchetto sia di tuo aggradimento, rispose Tressiliano; ma spicciati; questo luogo non è sicuro per te, e i miei affari non mi permettono di perder tempo.» Eglino non si fermarono adunque più di quanto bastò a restituire forza ed ardore ai loro cavalli, indi con incredibile velocità si spinsero fino a Bradford, ove passarono la notte. Ne partirono allo schiarire della domane; ma per non annoiare il leggitore col racconto d’inutili particolarità, ci limiteremo a dire, che attraversarono, senza scontrarsi in avventure, le contee di Wilt e di Sommerset; ond’era il terzo giorno dacchè Tressiliano partì da Cumnor, allorchè verso il mezzodì si trovarono al castello di sir Ugo Robsart, detto Lidcote-Hall sulle frontiere della contea di Devon. CAPITOLO IV. »Quale invilì furía di nembo il fiore, »Che fu di questa rocca e vanto e onore? _Giovanna Baillie_. Il vecchio castello di Lidcote-Hall era situato presso al villaggio del medesimo nome, contiguo alla grande foresta di Exmoor, ed abbondante d’ogni specie di selvaggiume. Ivi antichi privilegi spettanti alla famiglia di Robsart, davano a sir Ugo un diritto riservato di andare alla caccia, passatempo a lui prediletto sopra tutti gli altri, come vedemmo. Questo vetusto edifizio poco alto, e che inspirava venerazione, teneva un grande spazio di terreno, circondato all’intorno da profondissima fossa. Una torre ottangola, ed un ponte levatoio lo difendevano contro chi ostilmente avesse preteso avvicinarvisi. Fabbricata di mattoni questa vecchia fortezza, le muraglie ne erano sì fattamente coperte di edera, e di altre piante serpeggianti, che sotto quel tappeto mal potea indovinarsi la materia prima adoperata nell’edificarla. Ogni angolo della torre andava decorato di una torricella, nè l’una di tali torricelle somigliava all’altra; il che si scostava di gran lunga dalla regolare monotonia dell’architettura gotica moderna. Quadrata era la base di una fra esse, e vi stava un orologio, ma fermo; la qual cosa sorprese tanto più Tressiliano, che il signore del luogo, fra l’altre sue innocenti manìe, avea quella di voler conoscere scrupolosamente le ore e i minuti, fantasia assai famigliare a tutti coloro, i quali non sanno che farsi del tempo. Nella stessa guisa vediamo parecchi mercanti spassarsi nel far l’inventario delle lor mercanzie, quando appunto vi sono minori occasioni di spacciarle. Entravasi nella corte del castello per una strada in volto, appena dentro la torre. Abbassato in quell’istante era il ponte levatoio, e socchiuso uno de’ battitoi della porta foderata di ferro. Tressiliano affrettatosi di attraversare il ponte, entrò nella corte, chiamando ad alta voce ognun dei servi per nome. Alla prima chiamata non gli risposero se non se l’eco, che ripetea la sua voce, e parecchi veltri che abbaiavano dal lor canile situato non lungi dal castello nel ricinto attorniato dalla fossa. Ei vide finalmente giugnere William Badger, vecchio favorito di sir Ugo, che gli era ad un tempo, e primo bracchiere a cavallo, e soprantendente de’ suoi piaceri, e fedele guardia del corpo. La fronte di quel vegliardo, dianzi cupa, si aperse alla vista di Tressiliano. «Che il Cielo vi protegga, sig. Edmondo Tressiliano! Siete veramente voi in carne ed in ossa? Avvi dunque alcun raggio di speranza per sir Ugo? Nessuno sa più quali vie tenere con lui, cioè nol sappiamo nè il ministro, nè il sig. Mumblazen, nè io.» «Sir Ugo adunque sta peggio che non quand’io lo lasciai?» «Peggio... no. Starebbe anzi meglio, perchè lo stomaco.... gli serve bene; ma... è la testa che è sconcertata; non v’è più luogo da dubitarne. Beve e mangia siccome d’ordinario, ma non dorme, o se vogliamo dire più acconciamente, non si sveglia mai, perchè è sempre in una specie di torpore, che non può dirsi nè un vegghiare, nè un dormire. La governante Swineford si dava a credere che fosse una specie di paralisia. Ma no, le dissi: il suo male sta nel cuore, solamente nel cuore.» «Nè potete distrarlo con qualcuno dei suoi soliti passatempi?» «Non trova più diletto in nessuna cosa. Non tocca più nè la tavola reale, nè il _shovel-board_; non ha guardato una sola volta il grosso volume di Blasone del signor Mumblazen. Mi venne in pensiere di fermar l’orologio, dicendo fra me stesso, che il non udire più sonare le ore gli darebbe uno scotimento: voi ben sapete che non si stava mai dal contarle. Tutta opera gettata, in guisa che fo conto ora di tornare a mettere in lavoro i pesi dell’orologio. Vi dirò sino, che sperando di farlo andare in collera, mi presi la libertà di camminar sulla coda di Bungay; vi è noto che cosa mi sarei buscato con ciò in altri tempi. Eh! non pensò alle grida del povero cane più di quanto avrebbe fatto mente ad una civetta che strillasse dalla sommità esterna del cammino. In una parola, perdo la testa io medesimo nel pensarci.» «Ebbene, William, mi racconterai il rimanente entrati che saremo in casa. Ma fa intanto condurre quest’uomo alla credenza, e procura gli sieno usati tutti i convenienti riguardi. Egli è un artefice, che sa di molte cose.» «Vorrei che sapesse la magia, fosse poi la nera o la bianca, purchè avesse abilità di portare qualche sollievo al mio povero padrone. Eh! Tommaso, (gridò egli al cantiniere che si mostrò ad una finestra bassa della corte). Prendi cura di questo artefice, e (soggiunse con voce sommessa) abbi occhio ai cucchiai d’argento perchè ho conosciuto artefici di più d’una fatta.» Indi condotto Tressiliano in una sala a pian terreno, il Badger andò a vedere come stava il padrone, temendo che l’inaspettato ritorno d’un uomo da esso amato siccome figlio, e che anzi egli si era scelto per genero, non producesse una impressione troppo violenta nel suo animo. Ma tornò addietro quasi nel medesimo istante, narrando come sir Ugo era poco men che sopito nella sua sedia a bracciuoli; che però, appena darebbe egli sentore di svegliarsi, il signor Mumblazen non avrebbe mancato d’avvertirne il sig. Tressiliano. «Sarà un gran caso se vi riconosce, aggiunse il bracchiere, perchè non si ricorda il nome d’un solo fra i suoi cani. Otto giorni fa, veramente io sperai d’aver causa vinta, perchè dopo aver preso la bevanda della sera nella sua grande tazza d’argento, mi disse: _domani mattina tu metterai la sella al vecchio Sorrel, e andremo a cacciare sulla collina di Hazelhurst_. Tutti giubilanti fummo pronti allo spuntare dell’alba, e salito egli a cavallo, si mise alla caccia secondo l’ordinario, ma non disse altra parola se non che il vento spirava da ostro, e che i cani avrebbero fatto male il loro dovere; ma questi non erano per anche sguinzagliati, quand’egli si fermò d’improvviso, guardò attorno di sè come uomo che si svegli subitamente da un sogno, e volgendo la briglia del suo destriero, tornò al castello, lasciando noi padroni di continuare la caccia senza di lui se così avessimo voluto.» «È ben acerbo il racconto che mi fate, o William, disse Tressiliano, ma speriamo in Dio, perchè omai gli uomini non possono nulla.» «Voi non ci arrecate adunque nessuna notizia della nostra giovane padrona Amy? Ma qual uopo omai di farvi questa interrogazione? Non me ne dice abbastanza la vostra fisonomia? Eppure io aveva sperato, che se v’era qualcuno capace di scoprirne la pesta, voi ci sareste riuscito. È dunque deciso, ed il male è senza rimedio! Ma se arrivo ad incontrare il Varney a gittata del mio archibugio, oh! non lo sbaglierò. Lo giuro per il pane e per il sale.» Si aperse in quell’istante la porta ed entrò nella sala il sig. Mumblazen, vecchio magro increspato, le cui guance parevano due mele su le quali sia passato tutto un inverno: le sue chiome grigie stavano in parte coperte sotto un piccolo cappello simile ai canestri entro cui si vendono le fragole a Londra, vale a dire di forma conica. Egli era uno di quegli uomini gravi, che temono far troppo dispendio di parole nel salutar qualcheduno. Laonde, chinando solamente il capo e strignendo la mano a Tressiliano, gli diede a comprendere come gli fosse grato il rivederlo, e con un cenno lo sollecitò a seguirlo nella stanza di sir Ugo. William Badger gli accompagnò, senza averne avuto l’ordine da nessuno, ma troppa curiosità lo pungea di scoprire se la presenza di Tressiliano trarrebbe infine dal suo torpore un padrone che tanto eragli caro. Sir Ugo Robsart signore di Lidcote, seduto sopra una grande sedia a bracciuoli, se ne stava in una vasta sala più lunga che larga, le cui pareti andavano ornate di corna di cervo, e di tutti gli strumenti necessarj alla caccia tenuti quanto meglio poteasi. La sedia ov’ei posava era poco distante da un grande cammino, sopra cui vedevansi una sciabola, ed alcune armi, come usavano i cavalieri, non però troppo rispettate dalla ruggine. Essendo sir Ugo fornito di un gran volume di corpo, il solo esercizio della caccia avea posto qualche limite alla pinguedine, cui egli propendea. Tressiliano credette osservare, che la specie di letargo nel quale giacevasi il suo vecchio amico, avesse aumentata questa pinguedine nelle poche settimane che l’altro rimase lontano. Certamente, era sparita ogni vivacità dagli occhi di quel vecchio infelice, i quali si portarono tosto sopra il sig. Mumblazen, che andò a passi lenti a sedersi dinanzi una tavola di quercia su cui stava aperto un grosso volume in foglio; poi si fissarono con aria d’incertezza sopra Tressiliano, che veniva dietro al sig. Mumblazen. Il vecchio ministro, che avea sofferto grandi persecuzioni ai tempi della regina Maria, stava seduto con un libro in mano nell’altro angolo dell’appartamento. Salutò egli Tressiliano con faccia mesta, e chiuso il volume, si diede ad esaminare qual effetto produrrebbe sull’anima di quell’afflitto genitore la presenza del Cavalier sopraggiunto. S’avvicinava Tressiliano, cogli occhi gonfi di lagrime, al buon vegliardo, che lo avrebbe voluto per genero, ed in proporzione sembrava, che la ragione riprendesse il suo impero sullo spirito di sir Ugo. Questi mandò un profondo sospiro, come uomo che si riscote da uno stato di stupidezza; una leggiera convulsione ne agitò tutti i muscoli; e senza pronunziare parola aperse ambo le braccia, tra le quali si lanciò Tressiliano, ch’egli si strinse al seno con tenerezza. «Non ho io dunque ancora perduto ogni cosa!» sclamò egli, e nel mandare tali accenti, la natura ebbe ristoro d’abbondanti lagrime, che gl’innondarono le guance e la bianca barba. «Non avrei creduto giammai, disse William Badger, dovere render grazie a Dio per veder piangere il mio padrone, ma ora lo fo di tutto cuore, benchè mi senta costretto a piangere in sua compagnia.» «Io non ti farò interrogazioni, no: nemmeno una interrogazione, o mio Edmondo, disse allora sir Ugo. Tu non la trovasti; ovvero la trovasti sì digradata, che meglio varrebbe averla perduta.» Tressiliano non seppe meglio rispondere a quel vecchio infelice che coprendosi il volto con tutte due le mani. «Basta così. Già intesi assai. Non piangere, Edmondo, per essa. Io ho ragione di piangere, perchè ell’era mia figlia. Tu in vece hai di che rallegrarti, poichè non divenne tua moglie. Onnipotente Iddio, tu sai meglio di noi quello che tu ne devi concedere. La mia preghiera d’ogni sera era di vedere Edmondo sposo d’Amy; se fossi stato esaudito, quanto più acerbo dolore or proverei!» «Consolatevi, mio degno amico, gli disse il Ministro; egli è impossibile, che la figlia delle nostre speranze, delle nostre tenere sollecitudini, sia divenuta spregevole siccome lo immaginate.» «Oh senza dubbio! sclamò sir Ugo col tuono dell’impazienza, avrei torto nel chiamarla schiettamente col nome ch’ella merita di portare. Ne avranno inventato alcun altro, che soni meglio alla Corte. Ivi l’infamia sa coprirsi d’una vernice brillante. La figlia di un gentiluomo di campagna, d’un vecchio contadino di Devon, è abbastanza onorata col divenire la favorita d’un cortigiano.... e d’un Varney! di quel Varney, il cui avolo ebbe d’uopo de’ soccorsi del padre mio, allorchè i suoi beni furono confiscati dopo la battaglia di... di... Eh! vada al diavolo la mia memoria! e state lì, e nessuno mi aiuterebbe nemmeno a dire quello che voglio dire.» «Dopo la battaglia di Bosworth, disse il sig. Mumblazen, che accadde fra Riccardo il Gobbo, ed Enrico Tudor avolo della presente Regina, _anno primo_ del regno di Enrico Settimo, 1485 _post Christum natum_.» «È questo che io voleva dire; non vi è ragazzo che non sappia tai cose. Ma la mia povera testa dimentica tutto ciò che amerei ricordarmi, e si ricorda di tutto ciò che vorrei dimenticarmi. Sai Tressiliano? Il mio cervello ha vacillato dopo la tua partenza, e anche adesso, credo che vada a caccia a dispetto del vento.» «_Vostro Onore_ farebbe assai meglio col mettersi a letto, disse il Ministro, e col procurare di prendere qualche ora di riposo. Il dottore ha lasciato una pozione calmante, e quell’altro medico, che ne sa al di sopra di tutti i dottori, vuole che per noi s’adoprino tutti gli espedienti umani a fine di metterci in grado di sopportare le prove, che ne vengono dalla sua mano.» «Voi dite il vero, mio vecchio amico, rispose sir Ugo, e mi sforzerò di sopportarle qual si conviene ad un uomo: infine ella è una donna che noi abbiamo perduto. Vedi, Tressiliano (disse il vecchio, traendosi dal seno un riccio di capelli), la sera innanzi del suo allontanamento, ella mi abbracciò colmandomi di carezze anche più dell’ordinario, ed io come un vecchio insensato, la riteneva per questo riccio. Ella prese la cesoia, sel tolse dalle chiome, e lo lasciò fra queste mie mani quasi unico ricordo che doveva rimanermi di lei.» Tressiliano non fu capace di rispondergli. E pensava fra se medesimo all’aspra lotta, che in quel momento avrà sofferta entro il suo cuore la misera fuggitiva. Il ministro stava per dire qualche cosa, allor quando lo interruppe sir Ugo. «So che cosa volete dirmi, non è che un riccio di capelli di una donna, e sol per opera di una donna, la vergogna, la morte, il peccato entrarono in questo mondo. E il dotto sig. Mumblazen potrebbe qui citarmi molte autorità per provarmi l’inferiorità di questo sesso.» «Un celebre autore Francese, soggiunse allora il Mumblazen, dice: _che l’uomo è nato per la guerra e per li consigli_.» «Ebbene, disse sir Ugo, procuriamo adunque di comportarci siccome uomini, intendo con saggezza e coraggio. Edmondo, io ti rivedo volentieri nel modo istesso che se tu m’avessi apportato migliori novelle. Ma tanto parlare che abbiam fatto non può a meno di non averne inaridite le labbra. Amy, ordina che ci portino vino.» Poi ripensando sull’istante, che quella figlia, un giorno a lui tanto cara, non era ivi per ascoltarlo, dimenò il capo, e voltosi al ministro: «È deciso, diss’egli; il cordoglio sta nella mia mente alienata, come la chiesa di Lidcote nel mio parco. Posso ben perdermi per qualche istante fra i boschetti e le macchie: ma non sono appena al finire d’un viale, vedo il campanile, che mi ricorda il sepolcro de’ miei maggiori. Oh! piacesse al cielo che coll’incominciar di domani io mi stessi tranquillamente in loro compagnia!» Tressiliano e il ministro raddoppiarono di preghiere al vegliardo per indurlo a mettersi in letto, tantochè finalmente vi riuscirono. Lo condussero nella stanza sua di riposo, ove Tressiliano rimase con lui, finchè il sonno venisse a chiuderne le pupille; portatosi di poi a raggiugnere il ministro, ed a deliberare congiuntamente con lui su quanto di meglio era da operarsi in una circostanza cotanto malaugurata. Non potevano essi escludere il signor Mumblazen da tale colloquio, e per altra parte non ebbero discaro ch’ei ne fosse partecipe, perchè, anche non calcolando i soccorsi che potessero venir loro dall’accortezza di quest’uomo, lo sapevano per indole sì taciturno da non temere ch’ei commettesse imprudenze. Era egli un vecchio celibe, venuto da famiglia onesta, ma povera anzi che no, e parente in lontananza della casa di Robsart. Tale affinità fu il motivo, per cui già volgeano venti anni dacchè dimorava in quella magione. Accetta oltre ogni dire era al vecchio signor del castello la compagnia di questa persona, e ciò soprattutto per la scienza profonda posseduta dal Mumblazen (nè si estendeva più in là) sopra il Blasone e le genealogie, e sopra tutte le date storiche che alle genealogie si riferivano. Ma gli era questo il genere di sapienza più conforme ai gusti di sir Ugo, che trovava per sè espedientissima cosa l’avere ad ogni uopo pronto un amico a cui volgersi, se lo tradiva la memoria, o se lo conduceva in errore intorno i nomi e le date, cosa non rara a succedergli. Allora Michele Mumblazen non mancava mai dal fornirgli con aggiustatezza e laconismo quanti mai indizi l’altro potesse desiderare. E benchè nelle bisogne ordinarie di questo mondo adoperasse il più delle volte uno stile enigmatico, e mescolato con termini andati a pescar nel Blasone, la sostanza dei suggerimenti che venivano dal suo labbro non era da disprezzarsi; onde aveva ragione William Badger nel dire che il Mumblazen snidava la cacciagione, intanto che gli altri scotevano i rami. «Avremmo noi creduto mai che lo starci col buon Cavaliere ne avesse tratti a soffrir tanto, signor Edmondo? (gli disse il Ministro): io non aveva mai più provato simil cordoglio dopo il momento che togliendomi al mio prediletto ovile, mi costrinsero a lasciarlo alla discrezione di lupi affamati.» «_In anno tertio_ del regno di Maria» disse il signor Mumblazen. «In nome del Cielo, signor Edmondo, continuò il Ministro, narrateci se il vostro tempo fu impiegato meglio del nostro, e se otteneste qualche notizia della sciagurata giovinetta, che dopo aver fatto per diciotto anni le delizie di questa casa immersa oggi nel pianto, ne è divenuta la vergogna e la disperazione? Scopriste voi il luogo ov’ella si asconde?» «Vi è noto il castello di Cumnor?» chiese a lui Tressiliano. «Certamente, rispose il Ministro. Era come una casa di campagna, goduta dagli abati d’Abingdon.» «Ed io ne ho veduto lo stemma, aggiunse tosto il Mumblazen, sopra il cammino di pietra, posto nel salone a pian terreno: è una croce, cui sovrasta una mitra, fra quattro merli.» «Ebbene: è colà, disse Tressiliano, ove quella infelice soggiorna in compagnia dello scellerato Varney, che la mia sciabola avrebbe punito di tutti i suoi delitti, se un puro caso non lo sottraeva al mio furore.» «Sia lodata la Divina Providenza, soggiunse il Ministro, poichè v’impedì, o giovine ardito, di bagnar le mani nel sangue di un vostro simile. _A me si aspetta il vendicarmi_, dice il Signore: ben varrebbe meglio il pensare a liberar questa misera dagl’infami lacci in cui quello sgraziato la tiene.» «E che si chiamano, in termine di Blasone, _laquei amoris_» non potè starsi dal dire il Mumblazen. «Egli è appunto su di ciò, che vi chiedo consiglio, diletti amici, ripigliò Tressiliano. Il mio disegno è gettarmi ai piedi del Trono, e colà accusare questo scellerato, come perfido, come seduttore, come violatore in somma di tutte le leggi della ospitalità. La Regina non negherà darmi ascolto, quand’anco stesse al suo fianco il conte di Leicester che lo protegge.» «La Regina, disse il Ministro, che ha dato sì grande esempio di continenza ai suoi sudditi, ne darà certamente uno di giustizia contra questo malfattore. Ma non sarebbe migliore avviso, sig. Tressiliano, il volgervi a dirittura al conte di Leicester, che è all’immediato servigio della Regina? Se potete ottenere giustizia da lui, perchè farvene un potente nemico? E lo diverrebbe certo, se per prima cosa accusaste dinanzi la Regina quell’uomo che egli tiene non solamente in grado di suo scudiere, ma di favorito e di confidente.» «Sento in me medesimo tal qual ripugnanza contra sì fatto avviso, Tressiliano rispose. Mi è grave persin l’idea di trattar la causa di questa figlia infelice di un padre non meno infelice, alla presenza di tutti altri fuor che a quella della legittima mia Sovrana. Il Leicester, mi direte voi, tiene un grado elevato, e ve lo concedo; ma è suddito al pari di noi, nè mi pare ben fatto portare ad esso le mie querele, allorchè espedienti migliori stanno in mia mano. Nondimeno mediterò più maturamente il parer che mi date. Intanto mi fa d’uopo della vostra assistenza per far risolvere sir Ugo a conferirmi un mandato legale ed ostensibile. Voi comprendete essere in nome di sir Ugo, e non nel mio ch’io debbo parlare. Poichè il cuore della nostra Amy si digradò fino ad amare un ente così spregevole, fa di mestieri almeno che costui la sposi, e le renda in tal guisa quell’unica giustizia che sta in suo potere di renderle.» «Tornerebbe assai meglio (sclamò il Mumblazen con un calore straordinario in tal uomo) tornerebbe assai meglio che ella morisse _cælebs et sine prole_, anzichè inquartare i nobili stemmi della casa di Robsart con quelli d’un simile miscredente.» «Se lo scopo che vi prefiggete, come non ne dubito punto, disse il Ministro, è di salvare quanto ancora si può, l’onore di questa sventurata fanciulla, persisto sempre sulla necessità d’incominciare le cose coll’indirigersi al conte di Leicester. Egli è padrone assoluto nella sua casa non meno di quello che Elisabetta il sia nel suo regno. Oh! vi prometto che s’egli ne dimostra soltanto un desiderio a Varney, il fallo commesso da Amy avrà almeno minore pubblicità.» «Il vostro raziocinio è giusto, disse con vivacità Tressiliano, sì, giustissimo; e vi son grato d’avermi fatto pensare a cosa, che il turbamento dell’animo mio non mi lasciava vedere. Io veramente non aveva mai sognato in vita mia di trovarmi nella circostanza di chieder grazia di sorte alcuna al conte di Leicester; ma mi sentirei fin capace di piegare il ginocchio innanzi a questo orgoglioso Dudley, se ne fosse premio il diradare soltanto alcun poco la macchia portata al nome della misera Amy. Voi mi aiuterete adunque ad ottenere da sir Ugo Robsart le facoltà necessarie?» «Certamente che vi aiuterò» rispose il Ministro, intanto che il Mumblazen col chinar la testa conveniva nelle loro conclusioni. «Sarà parimente ben fatto, continuò Tressiliano, che vi teniate pronti, ove l’uopo il volesse, ad attestare i modi ospitali, con cui il buon sir Ugo accolse questo traditore in sua casa, e la perfidia, onde costui gli corrispose, seducendone l’infelice figlia.» «Nei primi tempi, disse il Ministro, non parea che Amy trovasse molto diletto nello starsene con costui; ma dipoi li vidi molto spesso rimanere insieme.» «_Parlamentando_ nel salone, disse il Mumblazen, e _trascorrendo_ nel giardino.» «In una sera della primavera passata, soggiunse il ministro, gl’incontrai nella foresta del mezzogiorno. Varney era avvolto in un pastrano bruno, sicchè il viso non se ne vedeva. Si separarono affrettatamente, allorchè s’accorsero del mio arrivo, ed osservai ch’ella volse addietro la testa per continuare a guardarlo.» «_Teste in profilo_» fece questa osservazione di Blasone il Mumblazen. «E nel giorno della fuga riconobbi alla livrea il servo di Varney, che teneva il cavallo del suo padrone, e il palafreno di miss Amy, entrambi bardamentati, dietro la muraglia del cimitero.» «Ed ora, disse Tressiliano, ella vive confinata in un’oscura prigione. Vi sono dunque prove di fatto contro quel perfido! Vorrei ch’egli si cimentasse a negare il proprio delitto per convincerlo con questa sciabola. Ma è d’uopo ch’io m’allestisca per mettermi in cammino. Voi intanto, o miei amici, preparate l’animo di sir Ugo a conferirmi il diritto di fare atti in suo nome.» Dopo tai detti, Tressiliano lasciò l’appartamento. «Egli è troppo focoso, disse il Ministro, e prego Dio gli conceda tutta la pazienza, di cui abbisogna chiunque abbia che fare con Varney.» «_Pazienza e Varney_, sono due cose, le quali non s’accordano meglio insieme che metallo sopra metallo giusta le regole del Blasone, disse tosto il Mumblazen. Colui è più falso d’una _Sirena_, più rapace d’un _Griffo_, più crudele d’un _Leone rampante_.» «Non so, disse il Ministro, se noi possiamo in coscienza, e nello stato di mente in cui si trova sir Ugo, domandargli che deleghi a nessuno la sua paterna autorità.» «La Reverenza vostra non debbe avere scrupoli su di ciò, (disse William Badger, che entrava in quel momento) perchè, e scommetterei la vita, il mio padrone all’atto dello svegliarsi si troverà tutt’altro da quel che lo vediamo, sono omai trenta giorni.» «Tu hai dunque una fiducia ben grande nella pozione ordinata dal dottore Diddleum?» disse il Ministro. «Nessuna affatto, rispose il Badger, e guardate se posso averne; il padrone non ne ha bevuto una gocciola, perchè si è rotta l’ampolla. Ma il sig. Tressiliano ha condotto qui un semplicista, il quale ha composto per sir Ugo una bevanda, che vale per venti pozioni del dottore Diddleum. Ho parlato a lungo colla persona che vi accenno, e posso giurarvi che non vi è il più bravo maniscalco....» «Un maniscalco!» e volea più dire il Ministro, ma il Badger non lo lasciò continuare. «Sì; un maniscalco, e non ho conosciuto uomo che s’intenda meglio delle malattie dei cavalli. Figuratevi se vorrà far male ad un cristiano.» «Ah disgraziato! sclamò inviperito il Ministro. Somministrare a sir Ugo una bevanda preparata da un maniscalco! E chi te ne diede l’autorità? Chi si farà mallevadore per le conseguenze?» «Per quanto spetta all’autorità, vostra Reverenza sappia, che me la sono data da me. Quanto al resto non vedo il bisogno d’un mallevadore: perchè a quanto parmi, venticinque anni che sto in questo castello, devono bene avermi dato il diritto di porgere, se occorre, una bevanda ad un uomo, se ne ho date tante ai cavalli. Oh! quante medicine ho distribuite nelle scuderie; e a quante bestie ho fatto salassi, e messo cauteri e ventose!» I due consiglieri privati credettero non dover perdere un istante, per arrecare tale notizia a Tressiliano, il quale chiamò tosto in sua presenza Wayland e gli domandò, ma in segreto, con qual diritto ei si fosse avvisato di preparare una bevanda per sir Ugo Robsart. «_Vostro Onore_ dee ricordarsi, rispose Wayland, ch’io gli dissi come fossi entrato nei segreti del mio padrone, cioè del dottore Doboobie, più di quello ch’egli non avrebbe voluto; e per dir vero se costui mi prese in tanto contraggenio non gli do torto, perchè molte persone fornite d’accorgimento, e singolarmente una giovane e bella vedova d’Abingdon, preferivano le mie ricette alle sue.» «Non è questa ora di scherzi, disse Tressiliano. Ti giuro che se la medicina da cavallo che hai somministrata a sir Ugo reca il menomo pregiudizio alla sua salute, ti do per sepoltura la parte più profonda di una delle nostre miniere di stagno.» «Oh! non ho per anche assai profittato nel grande _arcanum_ della trasmutazione dei metalli per desiderare questo soggiorno (rispose senza scomporsi Wayland). Ma non abbiate paura di nulla, sig. Tressiliano; William Badger mi ha spiegato con troppa verità lo stato in cui trovasi il degno Cavaliere, e mi tengo sicuro di non avere fatto sbaglio nel somministrargli una dose di mandragola, non eccedente il bisogno di procurargli un sonno dolce e tranquillo, che è quanto fa di mestieri a rimettere in calma lo spirito agitato di sir Ugo.» «Spero, o Wayland, non sarai tu l’uomo che mi tradisca.» «Il fatto ve lo proverà. E qual interesse avrei io di nuocere ad un povero vecchio che vi sta a cuore? Se Gaffer Pinniewink non mi caccia ora nelle carni il suo punteruolo, e se non mi straccia con quelle maledette sue tenaglie ogni parte del mio corpo ove si trova qualche macchia, per vedere se è stata fatta dal diavolo, non è a voi forse che ne ho tutta l’obbligazione? Il mio più ardente desiderio è che mi riguardiate tra i più fedeli vostri servitori, e vi sarà prova della mia buona fede tutto quanto vedrete succedere dopo il sonno che avrà dormito il vecchio Cavaliere.» Nè s’ingannò Wayland nelle sue congetture. La bevanda calmante ch’ei preparò, fidatosi alla propria esperienza, e che William Badger somministrò, non dubitando della propria saggezza, produsse il migliore effetto. Sir Ugo dormì di un sonno lungo e tranquillo, e nello svegliarsi, non si trovò per vero dire risanato dalla ferita del cuore, nè dall’indebolimento che aveva sofferto il suo corpo, ma lo spirito di lui era, più che mai nol fosse stato da qualche tempo, in grado di giudicare sulle cose che gli venivano proposte. Non convenne egli sull’istante con Tressiliano intorno al divisamente di portar suppliche alla Corte, onde ottenere la più possibile riparazione dell’ingiuria fatta ad Amy. «È d’uopo abbandonarla, egli disse. Ella è un falco che tien dietro al vento, e che val meno del fischio adoperato per richiamarlo.» Si giunse nondimeno a convincerlo, che era di suo debito il cedere al grido di natura, a quel grido che gli parlava a suo malgrado al cuore, e di acconsentire che Tressiliano facesse per Amy quanto rimaneva ancora da farsi. Egli sottoscrisse adunque il mandato, quale il ministro gliel preparò, perchè in quel secolo la greggia di un pastor d’anime trovava in lui non solamente una guida spirituale, ma un consigliere che la regolava per gli affari di questa terra. Ventiquattr’ore dopo che Tressiliano era tornato a Lidcote-Hall, ogni cosa stava pronta per la sua seconda partenza, ma erasi dimenticato un punto rilevante, del quale il sig. Mumblazen fece che gli altri si ricordassero. «Voi andate alla Corte, sig. Tressiliano, diss’egli, e non pensate che i colori del vostro stemma debbono essere oro ed argento, soli colori che vi possono essere ricevuti!» L’osservazione non era meno giusta che imbarazzante, perchè, nè sotto il regno d’Elisabetta, nè da poi procedendo fino a quella data che si giudichi più opportuna, era cosa troppo facile il tener dietro ad un affare che agitavasi in Corte, per chiunque mancasse d’argento monetato, genere di derrata alquanto rara a Lidcote-Hall. Tressiliano non trovavasi gran che in capitali, e le rendite di sir Ugo Robsart erano sempre mangiate in erba, per cagione dell’ospitalità che a tutti ei praticava. Ma il promotore della difficoltà fu parimente quegli che la tolse di mezzo. Il signor Michele Mumblazen presentò un sacchetto di cuoio, entro cui stavano circa trecento sterlini in monete d’oro e d’argento di ogni spezie, frutto d’un risparmio d’oltre a venti anni, ch’egli consagrò senza pronunziar parola al servigio di colui, il quale ricettandolo in propria casa, gli aveva forniti i modi di accumulare questo piccolo tesoro. Tressiliano accettò, senza mostrar d’esitare, tal presente della cordialità, nè fu che stringendosi scambievolmente la mano che dimostrarono, l’uno la soddisfazione d’impiegare quanto possedeva all’adempimento d’un sì onorevol disegno, l’altro l’aggradevole sorpresa di veder dissipato in un modo così istantaneo e non preveduto un ostacolo, che si presentava da prima siccome insuperabile. Intanto che Tressiliano allestiva tutte le cose per partire nel dì successivo, Wayland chiese parlargli; e dopo aver fatto valere agli occhi del padrone i favorevoli effetti della bevanda data a sir Ugo, gli domandò la permissione di accompagnarlo alla Corte. Nè a condiscendervi era avverso l’animo di Tressiliano, cui la destrezza, l’accorgimento, e la fecondità d’immaginare espedienti, qualità da lui ravvisate a prova in questo compagno di viaggio, ben persuasero che il condurlo con sè cosa anzi utilissima gli sarebbe stata. Ma non era tolto il mandato d’arresto uscito contro Wayland, il che Tressiliano gli ricordò, non dimenticando le tenaglie e il punteruolo di Pinniewink. Wayland rise di questo. «Chi mai, diss’egli, vuol andare a rintracciare il maniscalco sotto gli abiti d’una vostra livrea? Poi osservate le mie basette, e i miei capelli: basta dare altro andamento alle prime, e tingere in nero i secondi con una preparazione di cui tengo il segreto, e sfiderò allora il diavolo a riconoscermi.» Operò egli questa nuova trasmutazione, e dopo alcuni minuti si presentò a Tressiliano sotto forme affatto diverse. Ciò nondimeno Tressiliano esitava ancora nell’accettare gli offertigli servigi, la quale perplessità facea, che Wayland raddoppiasse ancora d’istanze. «Io vi debbo, diss’egli, la vita, e tanto più desidero pagarvi una parte del mio debito che seppi dal Badger, tali essere i motivi che vi chiamano alla Corte, da non andare immune da pericolo per voi una simile spedizione. Non già ch’io mi dia il vanto di essere uno spadaccino, o uno di que’ bravacci, che vorrebbero ad ogni istante frammettersi colla sciabola alla mano nelle brighe de’ lor padroni. Che anzi, per dirvi la verità, amo meglio il termine d’una cena, che il principio d’una contesa; ma so parimente di poter servire _vostro Onore_ in siffatto affare, meglio assai di que’ disperati, che null’altro conoscono fuorchè i moschettoni e gli stili, e so parimente che questa mia testa val sola più di cento delle loro braccia.» Stavasi ancor dubbioso Tressiliano, siccome quegli che conoscendo da poco tempo questo personaggio straordinario, non sapea troppo al giusto fin dove gli convenisse concedergli confidenza; e gli sarebbe stato pur d’uopo confidarsi in lui volendolo rendere utile ai propri divisamenti. Non si era per anco deliberato, allorchè udì il calpestio d’un cavallo nella corte, e vide quasi nel medesimo tempo entrar frettolosi nella sua stanza il Mumblazen e il Badger. «Giunse in quest’istante, disse il bracchiere, un servo, a cavallo della più bella pulledra grigia ch’io m’abbia mai visto in mia vita...» «Che ha sul braccio, continuò il Mumblazen, una piastra d’argento, su di cui vedesi un drago che inghiottisce un pezzo di mattone, fregiato d’una corona di conte. Questi mi ha rimessa una lettera per voi che ha lo stemma medesimo nel suggello.» Tressiliano prese la lettera, di cui tale era la soprascritta: _Allo spettabile Edmondo Tressiliano nostro caro parente_, e al disotto della soprascritta medesima leggeasi: _in tutta fretta, come se vi fosse pericolo di vita_. Tressiliano si fece tosto a leggere la lettera, e tale ne era il contenuto: _Sig. Tressiliano nostro buon amico e caro cugino_ «Nel momento in cui vi scriviamo, è sì cattivo lo stato di nostra salute, e sono per altra parte tanto moleste le circostanze in cui ci troviamo, che è nostro desiderio unire attorno alla nostra persona tutti quegli amici sul cui affetto possiamo maggiormente fondarci. Noi vi diamo fra questi la prima sede, sig. Tressiliano, tanto a cagione dell’amicizia, che ci è noto essere in voi per nostro riguardo, quanto in considerazione delle altre prerogative che vi adornano. Vi preghiamo pertanto venirci a trovare il più presto che potrete al castello di Sav’s-Court, presso Depford, ove vi parleremo d’affari, che non giudichiamo ben fatto il confidare alla carta. Nella speranza di vedervi tantosto, siamo il vostro affezionato parente _Ratcliffe_ conte di Sussex». «Affrettati, Badger, sclamò Tressiliano, e fa che questo messaggiere sia subito alla mia presenza». E appena il vide: «Ah! Stevens, siete voi! come sta dunque Milord?» «Male, sig. Tressiliano, male assai, e tanto più egli ha bisogno di aver buoni amici d’intorno a sè.» «Ma quale è il genere della sua infermità? Io non ne aveva ancora inteso parlare.» «Assai brutte apparenze: non altro potrei dirvi, o signore. I medici non sanno qual cosa giudicarne. Molti della casa sospettano vi entri opera di tradimento, o di fattucchieria, o fors’anche qualche cosa di peggio.» «Quali ne sono i sintomi?» Chiese tosto il maniscalco, frammettendosi arditamente in tale discorso. «Che mi chiedete?» disse Stevens che non intendeva la domanda. «Dove sta il suo male? disse Wayland. In qual parte del corpo si sente egli peggio?» Stevens si diede a riguardar Tressiliano, come per comprendere da lui se dovesse rispondere alle interrogazioni di questo straniero, ed avendone ricevuto un segno affermativo, fece l’enumerazione de’ sintomi che si univano alla malattia del suo padrone: perdita successiva di forze, notturne traspirazioni, mancanza di appetito, debolezza, ec. «E a tutto questo andranno congiunti, disse Wayland, un rodente dolor nello stomaco, ed una lenta febbre?» «Appunto» disse lo Stevens alquanto maravigliato. «Conosco assai bene questa malattia, soggiunse Wayland, e ne conosco l’origine. Il vostro padrone ha mangiato, o gli hanno fatto mangiare la manna di S. Nicolò. Ma ne conosco altresì il rimedio; e il dottore non dirà che indarno io abbia studiato nella sua officina.» «Che intendete voi? (disse Tressiliano aggrottando le ciglia). Pensate bene che or si parla d’uno fra i primi signori dell’Inghilterra. Non è questo un momento per far la parte da buffone.» «Dio me ne guardi, rispose Wayland. Sostengo che conosco una tal malattia, e che mi darà l’animo di guarirla. Avete a quest’ora dimenticato quello che feci per sir Ugo Robsart?» «Ebbene! noi partiremo in questo momento, sclamò Tressiliano. Egli è Dio medesimo che ne chiama.» Annunziando il motivo sopravvenutogli onde non aspettare il dì vegnente a partir dal castello, e tacendo però i sospetti raccontati da Stevens, e le speranze concette da Wayland, Tressiliano si congedò da sir Ugo, e di gran galoppo s’avviò per alla volta di Londra, nè altri il seguivano che Wayland, e il servo del conte di Sussex. CAPITOLO V. »Ogni specie in sua officina »Scorgerai di medicina, »Sali, spiriti, antimonio, »Egli è, corpo del demonio! »Il migliore in fra i perfetti, »Cui nel gregge degli addetti »Vanti aver d’Alchimia il regno. »Che se ancor non giunse al segno «Di scoprire il _Grande Arcano_, »N’è, per Dio, poco lontano. _L’Alchimista._ Tressiliano e la sua comitiva composta di due persone, misero la più grande celerità nel loro viaggio. All’atto del partirsi, questi avea chiesto a Wayland, se non giudicherebbe prudente consiglio lo evitare la contea di Berk, ove lo stesso Wayland avea sostenuta una parte così brillante. Ma il maniscalco gli rispose non avere il menomo timore. Di fatto egli impiegò troppo bene il breve tempo trascorso nel castello di Lidcote-Hall a trasformarsi compiutamente. Della sua folta barba, che avea può dirsi segata, non gli rimanevano che due piccole basette rivolte sul labbro superiore all’usanza dei militari; ed un sarto del villaggio, ben pagato a tal fine, adoperò sì acconciamente il suo sapere nel secondare la mente esternatagli da Wayland, che si sarebbe detto, questi avesse vent’anni di meno di quanti ne mostrava alcuni giorni prima. Perchè per lo innanzi a veder quel volto, e quelle mani annerite dal fumo e dal carbone, quelle chiome disordinate, quella barba lunga e sconvenevole, ed una statura incurvata dal genere del suo lavoro, nè lui coperto che da una pelle d’orso, gli si potevano attribuir cinquant’anni; ma in allora vestito della livrea di Tressiliano, con la sciabola a fianco ed una targa alla spalla, non ne appariva che la vera sua età, vale a dire una trentina d’anni. Ed egual cambiamento aveano preso pur anche gli esterni suoi modi, poichè in vece della selvatichezza di chi fugge dai boschi, vedeasi in lui una gagliardia congiunta a destrezza e ad accorgimento, non mancandovi mai una tal qual dose di sfrontatezza. Avendogli Tressiliano domandato il motivo di una metamorfosi tanto compiuta e singolare, Wayland per tutta risposta gli canticchiò una strofetta, solita cantarsi in una commedia, allora affatto nuova, che dava a sperar molto dall’ingegno di chi la compose. Ne giova in questo luogo il citarla. »Caliban, odimi, »Se da naufragio, »Se da sinistri »Vuoi star lontan; »Novo il dominio, »Novi i registri »Sian del servigio, »O Caliban. Questi versi di cui Tressiliano non si ricordava più, gli fecero venire a mente, che Wayland era stato commediante, circostanza che rendea meglio ragione del perchè ei cambiasse con tanta disinvoltura il suo esterno. E certo il trasmutamento di costui nascondea sì bene l’antico Wayland, ch’egli non avrebbe temuto, ma anzi desiderato di ripassare pel luogo, dove fu prima la sua fucina. «Sotto queste vesti, gli diss’egli, e divenuto uno del seguito di _vostro Onore_, non mi sgomenterei di mettermi in faccia al giudice Blindas, fosse pur giorno di piena adunanza. E mi piacerebbe ancor di sapere che è divenuto di Flibbertigibbet, il quale farà il diavolo in questo mondo, se giunge a rompere affatto le briglie con cui cercano frenarlo la nonna ed il precettore. E vorrei in oltre vedere i guasti che ha fatti lo scoppio per mezzo alle storte e ai crogiuoli del dottore Demetrio Doboobie. Corpo del diavolo! so ben io che la memoria di me rimarrà nella vallata di White-Horse lungo tempo dopo che il mio corpo sarà sparito da questo mondo; e più d’un contadino verrà ad attaccare il suo cavallo all’anello, ed a mettere il suo _groat_ d’argento sopra la pietra del centro, ed a fischiare come un marinaio nel tempo della bonaccia, per chiamar di sotterra il maniscalco dell’inferno; ma i cavalli di questa gente avranno tutto il tempo d’inchiodarsi prima che io abbia il divertimento di mettere ad essi un sol ferro.» La fretta che era in Tressiliano di giugnere presto alla meta del suo cammino, fece, che questi due viaggiatori non si fermassero più del tempo necessario a dare riposo e biada ai loro cavalli; e poichè i nomi del conte di Leicester, o di chiunque si fosse annunziato della sua comitiva, potevano grandemente su gli animi della moltitudine per tutte le terre d’onde passarono, credettero prudente cosa il nasconderli, e il celar parimente il motivo dell’intrapresa peregrinazione. Lancilotto Wayland, che tale si era il vero nome di costui, ritraeva soprattutto grande diletto dal deludere la curiosità degli osti e degli stallieri, facendo loro credere una cosa per l’altra, e spargendo al proposito del suo padrone tre voci diverse, che si contraddicevano scambievolmente. Qui Tressiliano era il Lord vicerè dell’Irlanda, venuto incognito per prendere ordini dalla Regina intorno al famoso ribelle Rory Oge Mac-Carthy Mac-Mahon; lì un ministro del principe d’Angiò, inviato per sollecitare le sospirate nozze colla regina Elisabetta; in altri luoghi il Duca di Medina Sidonia, travestito, che si portava a Londra per aggiustare i dispareri non anco sedati fra questa Sovrana e Filippo re di Spagna. Tressiliano fu malcontento che si divulgassero tai finzioni, e se ne dolse per più riprese col maniscalco, dimostrandogli i disordini che alle menzogne sempre si uniscono, e quello principalmente di volgere sopra di lui, Tressiliano, l’attenzion pubblica in un modo troppo vistoso — «Eppure, poichè l’aria e il portamento di _vostro Onore_ annunziano un uom d’alto affare, gli è ben d’uopo dar qualche ragione straordinaria, che giustifichi la rapidità con cui viaggiate, e il grande segreto che custodite sui motivi del vostro viaggio.» In proporzione che questi viaggiatori si avvicinavano a Londra, sminuiva la curiosità da essi eccitata, atteso il grande numero di stranieri che vanno alla capitale. Entrarono finalmente nella città. Era mente di Tressiliano trasferirsi sull’istante a Say’s-Court, presso Depford, ove in allora il lord Sussex aveva residenza, e ciò ancora per trovarsi in maggior vicinanza a Greenwich, soggiorno favorito d’Elisabetta, e paese ad un tempo ov’ella sortì i suoi natali. Era indispensabile ciò nondimeno il fare una breve pausa a Londra, la qual pausa divenne più lunga per le istanze vivissime mosse da Wayland, onde poter fare una corsa per la città. «Prendi adunque la tua sciabola e la tua targa, e mi segui, dissegli Tressiliano. Io parimente ho disegno di vedere diversi luoghi. Andrem di conserva.» Tressiliano avea un motivo segreto per operare in tal modo; ed era il non credersi abbastanza sicuro della fedeltà di questo novello servo, onde dispensarsi al sopravvegghiarlo in tal momento, che due diverse fazioni rivali stavano a fronte l’una dell’altra presso la corte di Elisabetta. Wayland acconsentì all’aggiustamento propostogli dal padrone, ma volle stipulare un patto che gli fosse cioè, permesso di entrare, secondo il crederebbe a proposito, in tale o tal altra officina di alchimista o di speziale, e di comperarvi le droghe che gli sarebbero abbisognate. A ciò non si oppose Tressiliano; onde trascorrendo le strade di Londra, entrarono successivamente in quattro o cinque botteghe, ed in ognuna di esse Tressiliano osservò, che Wayland non acquistava mai più d’una droga. Le prime ch’ei domandò si trovarono speditamente, ma non vi fu l’eguale facilità a procacciarsi le successive, delle quali costui mostrò desiderio. Nè fu senza maraviglia di Tressiliano che molte volte ricusò le droghe offertegli, negando essere quelle ch’egli chiedeva, o almeno della voluta qualità; e se le facea quindi cambiare, o andava a cercarne altrove delle migliori. Fuvvi una di tali droghe, che parve impossibile il trovare per ogni dove. In tal luogo non si conoscea neanco che vi fosse. In tal altro si sosteneva, non aver questa esistenza che nel cervello d’alcuni alchimisti. Altrove si offeriva di sostituirle qualche altro ingrediente fornito, diceasi, e in più alto grado, d’una efficacia della stessa natura. Per tutto poi mostravasi una certa curiosità di saper l’uso che si voleva farne. Finalmente un vecchio farmacista rispose con ischiettezza a Wayland, ch’egli cercherebbe inutilmente una tal droga per tutta Londra, a meno che non gli riuscisse per avventura di rinvenirla nella bottega dell’ebreo Yoglan. «Gli è quanto io cominciava già a sospettare (disse Wayland qual uomo impazientito). Vi chiedo perdono, o signore, ma comunque abile fosse un artefice, ben vedete che non può lavorare senza ordigni. Mi è d’uopo veder tosto l’Ebreo. Che, se anche una tale necessità pone ritardo di pochi istanti alla nostra partenza, non temiate di non averne compenso grandissimo dall’uso ch’io son per fare di questa droga rara e preziosa. Permettetemi soltanto ch’io vi preceda nel cammino, perchè ne è di mestieri abbandonare la strada maestra; e arriveremo più presto al cercato luogo se io ve ne insegno la via.» Acconsentì Tressiliano, fattosi a seguitare questo suo condottiero, che col guidarlo velocemente, e senza impacciarsi, per mezzo ad un labirinto di viottoli e di traversi, diede a conoscere al suo compagno quanto fosse pratico di quel rione. Finalmente si fermò nel mezzo di angusta strada, in fondo a cui si scorgeva il Tamigi, e gli alberi di due vascelli, i quali non aspettavano che il grosso fiotto per salpare. La bottega a cui si fermarono, non era chiusa da invetriate, ma vi tenea vece di vetri una grossa tela stesa sui telai delle finestre; tutta aperta poi si vedea la parte davanti di quell’edifizio, come scorgonsi tuttavia oggidì le botteghe dei pescivendoli. Si presentò ad essi un vecchio, piccolo di statura, e che a vederlo non sarebbesi detto un Ebreo. Questi lor chiese tosto di che abbisognassero, e appena Wayland domandò la droga, per cui venuto era sin lì, quel droghiere fece un atto di gran maraviglia. «E come può occorrere all’_Onor vostro_ una droga, non richiestami ancor da nessuno dopo quarant’anni che fo il mestiere di farmacista in questa contrada?» «Io non ho obbligo alcuno di rispondere a tale interrogazione, disse Wayland; bramo solamente sapere se avete questa droga, e se me la volete vendere.» «Se ho questa droga, Dio di Mosè! Sicuramente che l’ho. E quanto al volerla vendere, non son io un mercante?» Dette le quali cose, gli pose innanzi agli occhi una polvere. «Ma ella è assai cara, continuò l’Ebreo, e ho dovuto pagarla in oro effettivo, e di peso. Essa viene dal monte Sinai, ove la nostra santa legge fu promulgata, ed è tal pianta che non fiorisce più d’una volta per secolo.» «Poco m’importa di tutta questa vostra cicalata (disse Wayland, guardando con occhio di sprezzo la polve offertegli dal Giudeo), ma ben so trovarsi in tutti i fossi di Aleppo, ed ai comandi di chiunque voglia il fastidio di raccoglierla, questa cattiva mercanzia che or mi fate vedere.» «Ebbene, (rispose l’Ebreo sempre più maravigliato) io non ne ho di migliore; e quand’anche ne avessi, non ne venderei senza l’ordinanza d’un medico, o senza conoscere l’uso, che divisate di farne.» Wayland diede a tal proposito una risposta laconica, ed in cotal linguaggio, che Tressiliano non potè intendere nulla; risposta che raddoppiò la sorpresa dello Israelita, e gli fece spalancar due grandi occhi che fissò sopra Wayland, non diversamente da quel che farebbe taluno, il quale in uno straniero sconosciuto, e in apparenza di lieve conto, riconoscesse d’improvviso un celebre eroe, o un potentato di prima sfera. «Santo profeta Elia! (sclamò egli, dopo essersi riavuto dai primi effetti dello stordimento che lo avea colpito, e facendo rapido passaggio dai modi rubesti e sospettosi ai più sottomessi e servili), non mi concederete voi l’onore di entrare in quest’umilissimo mio soggiorno, e di portargli felicità calcandolo co’ vostri piedi? Ricuserete voi di bere un bicchier di vino unitamente al povero Ebreo Zaccaria Yoglan? Volete voi vino d’Alemagna.... del Tokai... del Lacoimo?...» «Non ci perdiamo in ciance, disse Wayland, datemi quel che vi chiedo, e tacete.» L’Israelita prese il suo mazzo di chiavi, ed aperto con circospezione un armadio, chiuso, a quanto vedeasi, più accuratamente che non tutti gli altri di quella bottega, spinse una molla, d’onde uscì un cassetto segreto, coperto di cristallo, entro cui trovavasi una polve nera in assai piccola quantità. Ei l’offerse a Wayland, facendo la fisonomia d’uomo che per riguardo ad un tal personaggio non sa ricusare veruna cosa, ma nel tempo medesimo lascia scorgere il contraggenio, e il dolore di dover cedere solamente un grano di simil tesoro; laonde avresti detto che due opposti sentimenti si disputavan terreno nell’animo di costui. «Avete voi bilance?» chiese ad esso Wayland. L’Ebreo gli mostrò quelle, di cui servivasi d’ordinario nella sua bottega, ma dando a divedere sì chiaramente una irresolutezza ed un timore, che non isfuggirono agli occhi acutissimi del nostro maniscalco. «Altre bilance ben diverse da queste mi occorrono, gli disse con severi modi il secondo. Ignorate forse che le cose sante perdono la loro virtù, se vengono pesate in una bilancia che non sia giusta?» Chinò la testa l’Ebreo, e da un cassettino foderato d’acciaio trasse un paio di bilance che avevano bellissima apparenza. — «Sono queste di cui mi valgo nelle mie esperienze chimiche (disse costui presentandole dilicatamente a Wayland). Un pelo della barba del gran Rabbino messo in uno dei piattelli è assai per far che l’altro si abbassi.» «Basta così» rispose Wayland, e prendendo le bilance, vi pesò egli stesso due dramme di quella polve nera, e avviluppate con gran cura entro un pezzetto di carta, se le mise in saccoccia, chiedendone il prezzo. «Nulla, signore; non voglio nulla da un personaggio della vostra sorte. Ma, voi tornerete, lo spero, a vedere il povero Zaccaria? A dare un’occhiata al suo laboratorio, ove a furia di lavoro, si è disseccata la zucca, che par quella del santo profeta Giona? Voi vi moverete a compassione di lui, e gli presterete man soccorrevole onde faccia qualche passo di più nella _nobile strada_...» «Zitto là! (disse Wayland, mettendosi misteriosamente il dito contro le labbra). Non è cosa impossibile che ci rivediamo. Voi possedete già lo Schah-Majm, così almeno lo chiamano i vostri Rabbini, la _creazion generale_. Vegghiate dunque ed orate, perchè è d’uopo che voi arriviate a conoscere l’elissire Alchahest Sainech prima ch’io possa entrare in comunicazione con voi.» Corrispondendo allora con una lieve inclinazione di capo al saluto profondissimo e rispettosissimo dell’Ebreo, uscì gravemente della bottega, seguendolo il suo padrone, il cui primo discorso con Wayland si fu il fargli osservare quanto sarebbe stato convenevole e giusto il pagare a quel mercante, qualunque ne fosse il valore, la droga da esso fornita. «Io pagarla! sclamò Wayland. Voglio mettermi al salario del diavolo, s’io la pago. Senza la tema di spiacere a _vostro Onore_, avrei tratto da costui un’oncia o due di purissimo oro, dandogli in cambio altrettanto peso di polve di mattoni.» «Vi consiglio, sin tanto che state al mio servigio, a non fare simili furfanterie.» «Non v’ho detto essere questo il motivo che mi trattiene? Ma... voi le chiamate furfanterie? Uno scheletro ambulante, ricco abbastanza per poter lastricare di dollari tutta la sua contrada, che ne leva uno a fatica dal suo scrigno, e che a guisa di matto, corre dietro al _lapis philosophorum_! Poi, non era egli stesso nella intenzione d’ingabbiare un povero papero, se tal mi trovava, col vendermi a peso d’oro una droga che non costava un soldo? Scaltrito contro scaltrito, disse il diavolo al carbonaio; e se la sua cattiva polvere valeva le mie corone d’oro, per Dio! la mia polvere di mattoni poteva ben valere le _corone_ d’oro di costui.» «Questo raziocinio sarà forse opportuno avendo che fare con Ebrei e con farmacisti. Ma il sig. Wayland pensi bene, ch’io non posso permettere questi giuochi di mano sintanto ch’egli riceverà stipendio da me. Avrete terminato, spero, le vostre compere.» «Sì, o Signore; e con tutte queste droghe io comporrò in tal giorno medesimo il vero orvietano, prezioso medicamento, tanto raro, tanto difficile da trovarsi in Europa; e ciò per mancanza di quella polvere che ho avuto ora da Yoglan.» «Ma perchè non avete comperate tutte le vostre droghe ad una stessa bottega? Abbiamo perduto quasi un’ora correndo da un mercante all’altro.» «Vel dico subito, signore. Non voglio far sapere il mio segreto a nessuno; e ben vedete che non sarebbe più segreto, se acquistassi tutte le mie droghe da uno stesso mercante.» Così ragionando se ne tornarono al loro alloggiamento: ed intanto che Stevens preparava ad essi i cavalli, Wayland, fattosi dare un mortaio ad imprestito, si rinchiuse nella sua stanza, e spolverizzò, triturò, mescolò, amalgamò, serbate le debite proporzioni, tutte le acquistate droghe; e ciò con prontezza e destrezza, tali da ben comprendersi ch’ei non era novizio nelle opere manuali della farmacia. Preparatosi così da Wayland il suo elettuario, i tre nostri viaggiatori salirono a cavallo, ed una corsa di un’ora li fece essere all’antico castello di Say’s-Court, ove allora risedeva il conte di Sussex, castello altra volta appartenuto ad una famiglia Say, ma che da un secolo in poi era divenuto dominio della antica e ragguardevole gente di Evelyn. Il rappresentante attuale di questa nobile casa, tenendo grandemente a cuore tutto ciò che al lord Sussex si riferiva, aveva in sì fatta occasione ricettati nel suo ostello così il detto Lord, come la numerosa sua comitiva. Say’s-Court fu in appresso la residenza del celebre signor Evelyn, autore di un’opera intitolata _Sylva_, che è tuttavia il manuale di coloro, i quali piantano alberi nell’Inghilterra; e personaggio rinomato parimente, perchè la vita, i costumi, e le massime di cotest’uomo, come giova il ravvisarlo dalle particolarità che si leggono nelle sue memorie, sono tal modello, che dovrebbero conformarsi ad esso tutti i veri gentiluomini Inglesi. CAPITOLO VI. »Veramente una gran novità! Due tori che si battono per amore d’una bella giovenca, spettatrice e futuro premio delle loro prodezze! Lasciali fare. Caduto un d’essi, la mandria sarà fuori d’impiccio. ANTICA COMMEDIA. Say’s-Court era guardata in quel tempo a guisa di una fortezza assediata, ed i sospetti giugnevano tant’oltre, che allor quando Tressiliano vi si avvicinò, lo fermarono, e dovette rispondere a ben molte interrogazioni mossegli dalle sentinelle a piedi e a cavallo, poste colà d’antiguardia. L’alto grado che il Sussex teneva fra i personaggi onorati del favore della Regina, e la notoria nè dissimulata rivalità che era tra lui e il conte di Leicester, faceano che ognuno riguardasse siccome cosa rilevantissima la conservazione della vita di quest’uomo, tanto più perchè pendeva tuttavia incerta la lotta, cui tanto egli quanto il Leicester si erano accinti per soppiantare l’un l’altro. Elisabetta, siccome è stile di tutte le donne che regnano, aveva abbracciato il metodo di rendere le fazioni strumento al suo governare, serbando a sè la bilancia fra gli opposti interessi delle medesime, e la facoltà di concedere preponderanza all’una o all’altra parte, secondochè il richiedesse la ragione di Stato, o tante volte il capriccio, perchè da tal debolezza non andò immune questa Regina. Ricorrere opportunamente ai maneggi, contrapporre una fazione all’altra, tenere in briglia quella che si credea più salita nella carriera del regio favore, valendosi della tema inspirata dall’altra fazione, metter questa, se così ai regii fini tornava, al livello della prima, nel dimostrarle, se non affetto eguale, egual confidenza, tai furono l’arti ch’ella usò sempre in tutto il durar del suo regno, e quelle pur furono che a malgrado delle passioni accese nel suo cuore dai favoriti, salvarono la monarchia e lo Stato da ogni funesta conseguenza delle passioni medesime. Diverse affatto erano le pretensioni dei due nobili, che allor contendevano in questo arringo. Quanto ai meriti loro potea dirsi in generale, che il conte di Sussex aveva prestati maggiori servigi alla Regina, e che nel Leicester fu l’accortezza di rendersi più gradito alla donna. Guerriero il Sussex, militò con buon successo nell’Irlanda e nella Scozia, e soprattutto nella grande ribellione del nord Britannico, accaduta nel 1569, e spenta in gran parte per la sapienza militare di questo capitano. Gli erano dunque per naturale conseguenza partigiani ed amici tutti coloro, che nella carriera dell’armi agognavano strade d’innalzamento. Uscito inoltre d’una famiglia più antica e più ragguardevole, che non era quella del suo competitore, univa in se medesimo i retaggi delle due nobili case dei Fitz-Walter e dei Ratcliffe; intanto che gli stemmi del conte di Leicester venivano inviliti dal digradamento tutt’or ricordato dell’avolo suo, abborrito ministro di Enrico VII, digradamento non certamente ammendato dal padre dello stesso Leicester, da Dudley Duca di Nortumberlandia, decapitato a Tower-Hill nel dì 22 di agosto del 1553. Ma bellezza di forme, grazie, disinvoltura, armi cotanto formidabili alla corte di una Regina, diedero al Leicester un sopravvento oltre l’uopo per mettere queste prerogative al paraggio dei servigi militari, della chiarezza di sangue, e della franca lealtà, che adornavano il Sussex; onde agli occhi della Corte e del Regno, il Leicester era tenuto per primo nel cuore di Elisabetta, comunque ella, consentanea al sistema di politica abbracciato, non ispignesse tant’oltre i segni di tale predilezione, che il Leicester potesse vantare un compiuto trionfo sulle pretensioni del rivale. L’infermità del Sussex era accaduta appunto in un momento troppo acconcio a far nascere i gravi sospetti, che si sparsero nel Pubblico intorno al Leicester; e tali ne furono le conseguenze, che mentre rimasero altamente costernati gli amici del primo, si diedero a più alte speranze tutti i partigiani dell’altro. Però siccome in que’ tempi, ancor favorevoli allo spirito di cavalleria, niuno dimenticava la possibilità, che la conclusione di qualunque disparere si stesse sulla punta della spada, gli amici di questi due magnati, si univano, ciascun per lor parte attorno di essi, mostrandosi armati a poca distanza dai luoghi ove soggiornava la Corte, e fin nel recinto della Reggia, facendo pervenire all’orecchio della Sovrana le notizie di queste mutue contese. Mi era indispensabile l’entrare in tali particolarità, onde il leggitore potesse intendere più agevolmente i racconti che vengono dopo. Tressiliano, appena arrivato a Say’s-Court, trovò il castello tutto ingombro dalla gente del seguito del Sussex, e da grande numero di gentiluomini venuti a porsi al suo fianco. Ogni braccio era armato, ed accigliata ogni fisonomia, come se si fosse aspettato da un momento all’altro un violento assalto per parte dell’opposta fazione. Uno di quegli ufiziali fece entrare Tressiliano nell’anticamera del Conte, intanto che un altro ufiziale andò ad avvertire lo stesso Conte di questo parente arrivatogli. Nella ridetta anticamera però non istavano che due gentiluomini, ed era non immeritevole di osservazione la differenza di abbigliamento, contegno, e modi fra tali due personaggi. Il più attempato d’essi, e nondimeno assai giovane, di condizione, a quanto pareva, distinta, vestiva abito militare, affatto semplice; e comunque i lineamenti del suo volto annunziassero molto senno, non ne traspariva forza d’immaginazione o vivacità d’indole. L’altro, ancora più giovane, cui non si sarebbero dati venti anni, portava un vestito foggiato all’usanza più recente di que’ tempi, un abito cioè di velluto cremesino ornato di galloni e ricamato d’oro, ed un berrettone dello stesso drappo, intorno a cui avvolgevasi per tre volte una catenella d’oro, che terminavasi in un medaglione. I suoi capelli vedeansi aggiustati all’incirca come quelli de’ zerbini dei nostri giorni, vale a dire ritti sulle loro radici, e gli stavano alle orecchie pendenti d’argento fregiati ciascuno d’una bellissima perla. Ben fatto, di grande statura, i lineamenti di lui regolari ed aggradevoli esprimevano sì bene la sua anima, che vi si leggevano fermezza d’indole risoluta, ardore di spirito intraprendente, consuetudine di meditare, e prontezza a deliberare. Questi due gentiluomini erano ad una medesima panca, seduti l’un presso l’altro, ma ognun di loro inteso alle proprie considerazioni, tenea lo sguardo fiso alla parete rimpetto, nè pensavano a parlarsi scambievolmente. Gli occhi del più attempato null’altro dicevano, se non se ch’ei stava contemplando nella parete una vecchia intarsiatura di rovere, gli scudi, le daghe, le ramose corna di cervo, e l’armi d’ogni specie antiche e moderne, che secondo l’uso di que’ tempi vi stavano appese. Ma gli occhi del più giovane, sfavillavano del fuoco dell’immaginazione, onde avresti detto quello spazio vôto che lo disgiugneva dall’opposto muro essere per lui un teatro, ove la sua mente comunicasse azione a diversi personaggi, e gli offerisse uno spettacolo laddove la realtà non presentava cosa veruna. Appena Tressiliano entrò, si alzarono l’uno e l’altro per salutarlo, ed il più giovane soprattutto nel modo più cordiale gli disse. «Che siate il ben venuto, o Tressiliano! La vostra filosofia ne ha privato di voi allorchè questa casa poteva offerire allettamenti all’ambizione; ma dessa è una filosofia ben onesta, poichè vi ci riconduce, quando non potete esser partecipe che di rischi.» «Milord è dunque infermo sì gravemente?» domandò Tressiliano. «Noi temiamo che non vi sia più oltre speranza, rispose il più attempato, ed ogni cosa conferma la persuasione, essere effetto di tradimento quanto or si vede.» «Nol crediate, disse Tressiliano. Il lord Leicester è uom d’onore.» «E perchè dunque tien egli un corteggio composto di veri banditi? sclamò il più giovane gentiluomo. Sia onesto, se così vi piace, colui che chiama in aiuto il diavolo; ma non si renderà egli sempre mallevadore di tutti i mali operati dal diavolo?» «Or ditemi, o miei signori, chiese ai medesimi Tressiliano: siete voi forse i soli amici di Milord, accorsi presso di lui in questo momento, che dite di tanto pericolo?» «Oh! no certo: rispose il più avanzato in età. Qui si trovano e Tracy, e Markham, ed altri assai, ma ci alterniamo col prestar servigio a due a due, ed alcuni, ora stanchi, prendono sonno nella galleria posta in alto.» «Ed alcuni altri, disse il giovinetto, sono andati a Depford per comperare col denaro che hanno potuto raccogliere qualche vecchio scheletro di vascello. Così allorchè il tutto sarà deciso, e quando il nobile Lord si troverà collocato nella sepoltura de’ suoi maggiori, dopo aver pettinato, qual si conviene, i malandrini che ve lo spinsero, s’imbarcheranno per l’Indie, col cuore alleggerito al par della borsa.» «È assai possibile ch’io viaggi in lor compagnia, disse Tressiliano, se avrò in quel fatale momento compiuto un affare, che mi chiama adesso alla Corte.» «Voi affari alla Corte! sclamarono ad un tempo i due gentiluomini; voi viaggiare alle Indie!» «Come sta una tal cosa, o Tressiliano? continuò il più giovane. Non siete voi in tal qual maniera maritato? Nè vi metteste già a coperto contro que’ giuochi di sorte che costringono un uomo a commettersi al mare, anche allor quando la sua navicella vorrebbe rimanersi tranquilla nel porto? Qual cosa faceste voi dunque della vostra bella _Indamira_, che doveva pareggiare la mia _Amoretta_[4] così per bellezza, come per fedeltà?» «Non me ne parlate oltre» disse Tressiliano, volgendo il volto verso altra parte. «A tale stato dunque veniste, o mio povero amico? (disse il più giovane gentiluomo prendendo affettuosamente fra le sue la mano di Tressiliano). Non temiate già io tocchi per la seconda volta una ferita che vedo sì viva nel vostro cuore. Ma voi mi deste una notizia per me inaspettata quanto sgradevole. È egli dunque deciso che in questa burrascosa stagione, non sia permesso a nessuno de’ gioviali nostri compagni il veder salva da naufragio la propria felicità? Io sperava che voi, almeno voi, mio caro Edmondo, già vi trovaste nel porto. Ma pur troppo vedo avverarsi il detto di un nostro amico, che portava il vostro nome medesimo.» «Del suol, dell’onda, e dell’eterea sfera «La Fortuna reina «Orgogliosa, fera, «Or solleva or inchina «Con volubili giri «La rota, sol di labili contenti, «E di lunghi martiri «Dispensiera ai viventi; «Onde securi ci teniam più in alto, «Quand’ora è giunta al rovinoso salto. Intanto che il nostro amico recitava con tuono commosso ed animato tai versi di Edmondo Spencer, il suo compagno impaziente correva su e giù per la stanza. Avvoltosi indi nel proprio mantello, e seduto nuovamente in sulla panca, «Mi fa maraviglia, o Tressiliano, diss’egli, che voi diate pascolo alla follia di questo giovine coll’ascoltar le sue baie. Se nulla vi fosse che autorizzasse il giudicar sinistramente d’una casa rispettabile e virtuosa, quale si è quella di Milord, ella sarebbe del certo l’udirvi tal dialetto, o a dir meglio guazzabuglio poetico, che vi hanno apportato questo nostro Walter e i suoi compagni, studiosi di sformare in tutti i modi possibili il pretto linguaggio Inglese, che la misericordia di Dio ne avea conceduto.» «Blunt, s’immagina, disse Walter, che il demonio abbia fatto in versi la sua corte alla nostra madre Eva, e che il senso mistico dell’albero della scienza del bene e del male non si riferisca fuorchè all’arte di accozzar rime o di scandere un esametro.» In quel punto il ciamberlano del Conte venne annunziando a Tressiliano che sua Signoria desiderava vederlo. Tressiliano trovò il lord Sussex in veste da camera, ma adagiato sul proprio letto, e fu grandemente spaventato dal vederne per la malattia alterati di tanto i lineamenti. Il Conte lo accolse nella più amichevole guisa, ed ignaro delle afflizioni che accoravano questo suo ospite, gli chiese tosto notizie della figlia di sir Robsart. Tressiliano si scansò per allora dal rispondere a tale interrogazione coll’informarsi de’ sintomi che accompagnavano l’infermità di Milord, e si accorse, maravigliandone, essere questi in ogni parte conformi alla descrizione fattane da Wayland, dopo le poche cose che lo Stevens ne aveva raccontate. Non esitò allora a narrare al Conte tutta la storia dell’uomo preso di recente al proprio servigio, e della sicurezza, che questi aver presumea di guarirlo. Il Conte ascoltò Tressiliano con attenzione, ma con aria d’incredulità, sino all’istante che udì pronunziare il nome di Demetrio. Allora chiamò immediatamente il suo segretario, ordinandogli portasse una cassetta, che conteneva alcune carte di grande importanza. «Cercate, gli diss’egli, la confessione di quel furfante di cuoco, che noi sottomettemmo ad un interrogatorio, e vedete se non vi si fa menzione del nome di un Demetrio.» Il segretario trovò il passo additatogli, e lesse quanto segue: «Il suddetto, esaminato, dichiara ricordarsi d’aver fatto la salsa al detto storione, e che il nobile Milord dopo averne mangiato si sentì subitamente male in salute; che egli, il cuoco, non adoperò se non se erbe ed ingredienti ordinari, cioè....» «Omettete tutta questa nomenclatura, disse il Conte, ed osservate soltanto se gl’ingredienti di cui si parla, sieno stati comperati da un erbolaio di nome Demetrio.» «Appunto, disse il segretario, ed il cuoco asserisce qui parimente che dopo quella volta non rivide più lo stesso Demetrio.» «Tutto ciò s’accorda colla storia narrata dal tuo nuovo personaggio, o mio Tressiliano, soggiunse il Conte. Voglio tosto vederlo.» Wayland condotto dinanzi a lui, replicò con fermezza la storia, tal quale l’avea contata da prima, ed una sola circostanza non ne variò. «Sarebbe fra le cose possibili, disse il Conte volto a Wayland, che coloro i quali incominciarono l’opera avessero inviato qui appunto la tua persona per terminarla. Ma bada bene che se il tuo rimedio avesse conseguente funeste, la passeresti male tu pure.» «Veramente, rispose Wayland, ciò sarebbe un prendere la cosa con troppo rigore, perchè la guarigione sta nelle mani di Dio, siccome la morte. Pure acconsento di correre io tutto il rischio. Mi sono avvezzo a restar sì lungo tempo sotterra, che non mi fa tanto spavento il tornarvi.» «Giacchè in te la sicurezza è sì grande, nè per altra parte i dottori san più qual cosa farsi per sollevarmi, ripeterò le tue parole medesime: acconsento di correrne io tutto il rischio. Dammi il tuo medicamento.» «Poichè mi faceste mallevadore della cura, disse Wayland, permettetemi prima di tutto, ch’io pure per parte mia metta un patto, ed è che nessun medico v’intervenga.» «Gli è giusto, disse Sussex; proviamo ora questo tuo rimedio.» Intanto che Wayland lo preparava, i servi del Conte lo spogliarono; indi si mise in letto. «Vi avverto, aggiunse Wayland, che il primo effetto del medicamento sarà l’eccitare in voi un sonno profondissimo, e converrà che nell’intervallo di questo sonno si osservi il più alto silenzio in tutta la stanza, perchè dall’omissione di tal cautela potrebbero derivare conseguenze sinistre. Io stesso farò la veglia alla Signoria vostra unitamente a due de’ suoi gentiluomini di camera.» «Che tutti si ritirino, disse il Conte, eccetto Stanley, e questo bravo uomo.» «Ed eccetto me, aggiunse Tressiliano. Mi riguarda troppo da vicino l’effetto di un tale rimedio.» «Sia come desiderate, disse il Conte; ma prima d’ogni altra cosa si facciano venir qui il mio segretario ed il mio ciamberlano.» «Signori, (volgendosi a questi appena gli furono alla presenza) vi voglio qui testimoni, che il nostro onorevole amico Tressiliano non è mallevadore di sorte alcuna per le conseguenze, quali che si fossero del medicamento, cui or mi assoggetto. Mi spinse a tal risoluzione la sola mia volontà, riguardando io il caso, che guida (accennando Wayland) questo uomo dinanzi a me, siccome un favore del Cielo, deliberato forse a risanarmi per non prevedute vie dall’infermità che mi opprime. Se le cose non vanno a seconda della speranza che ho concetta, richiamatemi alla memoria della nobile mia padrona, e ditele che morii qual fedele servo le vissi. Auguro a tutti coloro che stanno d’intorno al trono una purezza d’animo eguale alla mia, ed auguro ad essi nel prestarle servigio tutta la possibile acutezza d’ingegno, chè non fu colpa di Tommaso Ratcliffe, se non ne ha posseduto di più.» Incrocicchiate indi le sue braccia sul petto, sembrò farsi meditabondo per un istante. Poi ricevendo dalle mani di Wayland la pozione, fissò gli occhi sopra di lui, come volendo leggergli sin nel fondo dell’anima; ma non iscorse in quel volto verun segno d’inquietudine o di turbamento. «Nulla avvi da temere» disse dopo di ciò in aria di sicurezza a Tressiliano, e tosto si trangugiò la bevanda. «Prego Vostra Signoria[5], disse Wayland, a collocarsi nel modo che le è più comodo per dormire; e voi, o signori, mettetevi immobili e taciturni come se foste presso al letto di vostra madre in punto di morte.» Il Ciamberlano ed il Segretario si ritirarono, dando ordine che si chiudessero le porte, e che il più profondo silenzio dominasse in tutta la casa. Non rimasero altri in quella stanza fuorchè Stanley, Tressiliano e Wayland, ma molte furono le persone, che non abbandonarono l’anticamera, per trovarsi pronte a qualunque evento potesse accadere. Non tardò a compiersi quanto aveva predetto Wayland. Il Conte fu preso da un sonno tanto profondo, che Tressiliano e Stanley temettero non fosse piuttosto un letargo, da cui non si svegliasse più mai; e lo stesso Wayland diede alcun segno d’inquietudine. Portava spesse volte le mani sulle tempia dell’infermo, ed il respiro di esso forte e frequente, però facile e non interrotto, era la cosa cui facesse egli maggior attenzione. CAPITOLO VII. »Ebbene, i miei cari storditi! è questo il modo di fare il servigio, o di compiere i propri doveri? Che cosa è accaduto dello stupido inviato qui per mio ordine? _Shakespeare._ L’istante, in cui le persone si mostrano l’una all’altra in forma più svantaggiosa, e che produce parimente in ciascheduna una tal quale molestia, si è quello del primo albeggiare, se sorprende uomini, che abbiano passata vegghiando tutta la notte. Anche una donna di bellezza la più peregrina, allorchè lo schiarire del giorno mette fine ai diletti di una festa da ballo, opererebbe con senno, sottraendosi agli sguardi sin delle persone più ardenti nell’adorarla e ammirarla. Produttrice di simile effetto era la luce pallida, sgradevole ed incomoda, che incominciava a spargersi sopra coloro, che vegghiato avevano tutta la notte nell’anticamera del conte di Sussex, luce che mescolava una tinta turchiniccia ai raggi, fra il rosso e il giallo, mandati tuttavia da quelle lampade cui mancava già l’alimento alla fiamma, e dalle torce che stavano per ispegnersi. Il giovine gentiluomo, di cui facemmo parola nel capitolo precedente, aveva abbandonato questa sala per andare a vedere chi picchiasse alla porta del castello, e nel suo ritorno rimase sì attonito in vedere il pallore e la sformazione dei volti di que’ suoi compagni, che esclamò: «Per l’anima mia, padroni miei, si direbbe che siete altrettanti barbaggianni. M’aspetto, quando leva il sole, vedervi volar tutti, e cogli occhi incantati correre alla presta a nascondervi entro il tronco infracidito d’un vecchio albero, o nel primo buco che trovate d’un muro diroccato.» «Taci là, testa sventata, disse il Blount. Ti par questo un momento da scherzare, mentre nella vicina stanza l’Onore dell’Inghilterra manda forse l’estremo sospiro?» «Tu ne menti» rispose il Walter. «Io mentire! (replicò il Blount, levatosi da sedere), io mentire! Ed è con me che tu parli in sì fatta guisa?» «Sì, bravo Blount, tu ne menti; ma non ti prendere la mosca al naso per una parola. Io amo ed onoro Milord quanto il faccia alcun altro di voi; pure se anco piacesse al Cielo di chiamarlo a sè, non direi per questo sparito l’onore dall’Inghilterra. Ei vi rimarrà sempre sintantochè vi sarai tu o Blount, sintantochè vi saranno e Markham e Tracy, e tanti altri nostri camerata.» «Fra i quali certamente non ti starai dall’annoverar te medesimo.» «Figurati! e soggiungo di più essere io quello che farà valer meglio l’ingegno compartitoci da Domeneddio.» «Ne vorresti far sapere il segreto che hai per giugnere a questa supremazia?» «Perchè no? Voi siete come quelle buone terre dalle quali non si raccoglie nulla, perchè appunto si crede che non abbisognino di concime. Io al contrario sono un fondo forse men fertile per se stesso, ma l’ambizione lo mantiene di continuo in tale fermento che lo farà produttivo.» «La cosa di cui prego il Cielo, si è che tu non divenga matto. Quanto a me, se noi perdiamo il nobile Conte, dico addio alla Corte, e ai campi di battaglia. Possedo cinquecento acri di terra nella contea di Norfolk, e vado a seppellirmivi, ed a cambiare in una vanga la mia corazza.» «Vile metamorfosi! Però fai bene, perchè tu hai veramente una schiena d’agricoltore; le tue spalle sono incurvate, come se ti abbassassi ad ogni istante per tenere l’aratro; poi senti odor di terra, invece di olezzar profumi, come il dovrebbe un cortigiano galante. In vero si direbbe che tu esci in questo momento di mezzo ad un mucchio di fieno; nè avresti altra scusa da addurre, se non che la figlia dell’affittuale è una bella ragazza.» «A parte gli scherzi, o Walter, gli disse Tracy, non ne sono questi nè il tempo, nè il luogo. Dinne piuttosto chi venne a picchiare alla porta?» «Ah! il dottor Masters, medico della Regina, che per ordine immediato di lei veniva ad informarsi sulla salute del Conte.» «Corbezzoli! Sclamò Tracy, non è questo un piccolo contrassegno di favore. Se il Conte ricupera la salute, il sig. di Leicester potrà tuttavia avere in lui un emulo formidabile. Ma dov’è dunque il dottore?» «Sulla strada di Greenwich (rispose Walter), ed assai arrabbiato.» «Come sarebbe a dire? sclamò Tracy. Spero bene che non gli avrai negato l’ingresso.» «Oh certamente! non avrai commessa una tale mattezza!» soggiunse il Blount. «Eppure l’ho congedato con quel garbo, che tu metteresti, o Blount, a mandar via un mendicante, ovvero tu, o Tracy, un tuo creditore.» «Dalla parte di tutti i diavoli, perchè l’hai tu lasciato fuor della porta?» dimandarono a coro Blount e Tracy. «Perchè lo stare fuori della porta conviene meglio alla sua età che alla mia.» «Ma questo atto di tua storditaggine va ad essere la nostra rovina. Viva ora, o muoia Milord, non otterrà mai più uno sguardo favorevole dalla Sovrana.» «E gli mancheranno i modi di far la fortuna de’ suoi partigiani (aggiunse Walter sorridendo schernevolmente). Ecco la piaga segreta, delicata, che non può toccarsi. Signori, io ho fatto sonar men alto di voi le mie lamentazioni intorno la malattia di Milord, ma quando è il momento di rendergli servigio, non la cedo a nessuno. Se io avessi permesso a questo sapiente dottore di penetrare nella camera del Conte, non comprendete voi, che tra questo medico, e l’altro venuto con Tressiliano, sarebbe nato un bordello, capace non solamente di svegliare l’infermo, ma perfino i morti? Credo che una campana a martello faccia minore strepito d’una disputa insorta fra due dottori.» «E chi prenderà sopra di sè il biasimo d’aver contravvenuto agli ordini della Regina? domandò Tracy; perchè, non v’ha dubbio, il dottore Masters veniva per comando assoluto di sua Maestà a curare il Conte.» «Io mi assumerò questo biasimo, disse Walter, e se ho commessa una colpa, acconsento esserne castigato.» «Fa dunque un addio ai tuoi sogni brillanti, e rinunzia ai favori della Corte, gli disse il Blount. La tua ambizione avrà bel fermentare, ma la contea di Devon non vedrà mai in te, che un cadetto di famiglia, opportuno per rimanersi al lato inferiore della mensa a far parte delle vivande insieme col cappellano, o per vegghiare che i cani sieno ben nudriti, e strignere la cinghia al cavallo del suo padrone tutte le volte che va alla caccia.» «No (soggiunse fattosi rosso in volto quel giovinetto), no: non accadrà nulla di questo, sintantochè si farà la guerra nell’Irlanda e ne’ Paesi Bassi; sintantochè l’onde dell’Oceano apriranno un cammino ai pericoli, alla gloria, ed alla fortuna. Il ricco Occidente nasconde terre tuttavia sconosciute, e vivono nell’Inghilterra anime abbastanza ardimentose per tentarne la scoperta. Io vi lascio brevi istanti, o signori, per far la mia ronda, e vedere se le sentinelle sono al lor sito.» «Io credo per certo ch’egli abbia argento vivo invece di sangue» disse il Blount, che dopo partito il Walter si fece a riguardare Markham. «Io dico, rispose Markham, che in quella testa e in quel sangue vi è quanto basta, o per sorgere a somma altezza, o per far tal caduta da non più rilevarsene. Però, se il chiudere la porta al dottore Masters fu un atto di temerario ardimento, non si può negare che con esso rendè al Conte un segnalato servigio, perchè il compagno di Tressiliano disse in chiari termini, che svegliare Milord, e dargli la morte sarebbero state cose contemporanee; e per altra parte il Masters è tale, che sveglierebbe i sette dormienti, se non vedesse un’ordinanza messa in buona forma dalla facoltà medica, che autorizzasse la continuazione del lor sonno.» La mattina cominciava ad innoltrarsi, allor quando Tressiliano giunse nell’anticamera apportatore di lieta notizia, vale a dire che il conte di Sussex si era svegliato da se medesimo, che sofferiva meno internamente, che parlava con ilarità, e scorgersi finalmente nella sua fisonomia tal brio insolito da molto tempo, che parea nunzio sicuro d’un cambiamento fattosi nello stato di sua salute. Nel tempo medesimo, Tressiliano, così incaricato dal Conte, si fece raccontare le cose accadute nel durar della notte, per portarne allo stesso Conte un riferto. Allorchè questi intese il modo, onde il giovine Walter aveva accolto il medico inviatogli dalla Regina, sorrise da prima; ma dopo aver meditato un istante, comandò al Blount, suo primo scudiere, facesse allestire immantinente una barca, e si trasferisse al palazzo di Greenwich, conducendo seco Walter e Tracy; ed incaricò lo stesso Blount di farsi interprete presso la Sovrana dell’umile rispetto e della gratitudine in lui, Sussex, eccitata da tanto regio favore, ed a spiegarle nel tempo stesso i motivi, che non gli permisero di volgersi ai consigli del sapiente dottore Masters. «Possa venir la peste a un tal ordine (disse il Blount, ritornando nell’anticamera). S’egli mi avesse comandato di portare un cartello di disfida al Leicester, avrei forse più passabilmente soddisfatto al dovere di un tale messaggio. Ma presentarmi innanzi alla graziosa nostra Sovrana, alla cui presenza tutte le parole debbono essere inzuccherate, e melate come se uscissero della bottega d’un confettiere, questo è quanto non mi va a verso per nulla. Partiamo dunque Tracy, e devi seguirmi, o Walter, tu pure; tu che sei la cagione di tutto questo intrigo: staremo a vedere se il tuo cervello fecondissimo di artifizi, potrà venire in soccorso d’un uomo che non sa parlare, fuorchè lo schietto e buon inglese.» «Non temete di nulla, sclamò il Walter. Io vi toglierò da tutti gl’impicci. Datemi tempo solamente ch’io vada in cerca del mio mantello.» «Del tuo mantello? Non l’hai sulle spalle? Credo che tu perda la testa, se però mai tu avesti una testa.» «Che cosa dici? Questo è un vecchio mantello di Tracy. Pensi tu forse che io voglia mostrarmi alla Corte, non vestito in abito di cerimonia?» «Già la tua cerimonia non sarà sfoggiata che agli occhi dell’usciere, o di qualche meschino servitore.» «Non importa. Voglio mettere il mio mantello, e dar quattro colpi di spazzola alla mia giubba prima di pormi in cammino.» «Questo è ben darsi grandi faccende per un mantello e per una giubba! Andiamo. Sbrigati in nome del cielo.» Nè andò guari, che si trovarono navigando sul maestoso Tamigi, le cui acque percosse dal sole brillavano in tutto il loro splendore. «Ecco due cose che non hanno nulla che le pareggi nell’universo, disse il Walter a Blount, in cielo il Sole, e sulla terra il Tamigi.» «I raggi dell’uno, rispose pacatamente Blount, ci schiariranno per giugnere a Greenwich, e l’acque dell’altro ci condurrebbero più presto se fosse ora di grosso fiotto.» «Ecco dove vanno a finire tutti i tuoi pensieri, tutte le tue inquietudini. Tu non trovi ora altra utilità nel re degli elementi, e nel re de’ fiumi, che quello di aiutare tre poveri diavoli, quali siamo, tu, Tracy, ed io, nel portarsi a Corte per fare una visita di cerimonia!» «In fede mia, che m’importerebbe assai poco di questa visita! sclamò il Blount, e risparmierei di tutto buon grado al Sole e al Tamigi l’incomodo di condurmi laddove io non aveva nessuna voglia di andare, e laddove m’aspetto per tutta ricompensa d’essere ricevuto come un cane. E sull’onor mio (soggiunse egli, volgendo gli occhi verso Greenwich, a cui si avvicinavano a mano a mano), credo bene che avremo fatto un viaggio inutile, poichè vedo la barca della Regina presso le gradinate del parco, il che pare indizio, che S. M. voglia andare a diporto sull’acque.» Nè s’ingannava egli di fatto. La bandiera inglese sventolava sulla barca reale, e già i navicellai della Regina, parati delle lor ricche livree, avvicinavano questa barca alla gradinata che mena al parco di Greenwich. Due o tre altre barche poste dietro di questa doveano contenere quella parte del corteggio di Elisabetta, cui non era lecito entrar nella prima. Le reali guardie del corpo, tolte dai più begli uomini dell’Inghilterra, formavano doppia schiera, che incominciava dalla porta del palagio, venendo fino alla riva dell’acqua; talchè aspettavasi imminente il giugnere della Regina, benchè fosse assai di buon’ora. «In verità, tutto ciò non presagisce nulla di favorevole, disse il Blount. Convien dire che la Regina abbia possenti ragioni per mettersi in viaggio tanto di buon mattino. Noi faremmo assai meglio col ritornarcene a Say’s-Court, per ragguagliare Milord di quello che abbiamo veduto.» «Di quello che abbiamo veduto! replicò il Walter. E che cosa abbiam veduto? Una barca, molti navicellai, alcuni soldati vestiti di scarlatto e armati di labarda. Pensiamo ad adempiere gli ordini di cui il Conte ne ha incaricati, ed a ragguagliarlo del modo onde la Regina ci ha ricevuti.» Dette queste parole, comandò ai battellieri di avvicinare la barca a tal parte di riva, ove si potesse scendere a terra, perchè pensò che un riguardo di rispetto non permetteva loro in tal momento il valersi della gradinata del parco. Allora d’un leggier salto prese a sponda, seguito indi dal prudente e circospetto Blount, che parea lo accompagnasse contro sua voglia. Appena presentatisi alla porta della reggia, intesero che non si poteva lasciargli entrare, stando allora in atto d’uscir la Sovrana. Per ottenere ciò nonostante la permissione di più innoltrarsi, adoperarono il nome del conte di Sussex, ma sì fatto talismano non producendo verun effetto nell’animo dell’uficiale posto di guardia alla porta, questi rispose loro, non potersi stogliere nè poco nè assai dalla consegna avuta. «Non te l’aveva io detto? sclamò il Blount. Andiamo dunque, mio caro Walter, raggiugniamo la nostra barca, e torniamcene a Say’s-Court.» «No per Dio; se prima non mi presento alla Regina» rispose risolutamente l’altro. «A quel che vedo, sei matto, arcimatto.» «E tu a quel che vedo, sei diventato una gallina tuffata nell’acqua. E per bacco! ti ho veduto far fronte ad una dozzina di maledetti Irlandesi, senza che il loro numero ti spaventasse. Ed ora temi che una bella signora ti volga un guardo corrucciato.» Terminava il Walter queste parole, allorchè apertesi le porte del castello, ne uscirono guardie, poi uscieri, e finalmente Elisabetta in mezzo alle dame e ai magnati della sua corte, schierati con tale artifizio, che da qualunque lato lo spettator si trovasse, potea veder la Regina. Ella era giovane tuttavia, e brillava di tutto quello splendore che chiamavasi beltà in una Sovrana, ma che avrebbe avuto nome di apparenza nobile e dignitosa in qualunque grado ella si fosse trovata. Si appoggiava essa sul braccio del lord Hunsdon, che essendole parente da lato di madre, ne ricevea spesso tai contrassegni di favore e di distinzione. Walter non si era forse mai veduto tanto vicino alla persona della sua Sovrana; onde si spinse avanti sino alla fila formata dalle guardie, per non perdere sì fatta occasione di contemplarla a suo bell’agio. Blount intanto ne maledicea questa, ch’egli chiamava imprudenza, facendo di tutto per trarlo addietro. Ma Walter se ne sciolse ben presto, e permettendo al proprio mantello di ondeggiargli negligentemente sopra una spalla, dispiegò meglio le grazie d’una bella statura. Levatosi allora il berrettone, fisò gli occhi sulla Regina con tal atto, che trasparivano da essi ad un tempo e la rispettosa curiosità che l’accendeva, ed un’ammirazione quanto viva, altrettanto modesta. Finalmente le guardie colpite dalla sua avvenente fisonomia e dalla ricchezza degli abiti, comportarono ch’ei si mettesse di pari nelle loro file; cosa che non erano solite concedere agli spettatori d’un grado comune. Per tal modo l’intrepido giovinetto si trovò pienamente esposto agli sguardi d’Elisabetta, non mai indifferente nè all’ammirazione ch’ella a buon dritto eccitava, nè ai pregi d’esterna forma che ella scorgesse in alcuno de’ suoi cortigiani. Giunta in vicinanza del luogo ove stavasi fermo il Walter, lanciò sovr’esso uno sguardo, che annunziava bensì qualche sorpresa per l’ardire ch’ei dimostrava, ma non però nessuna specie di risentimento. Accadde cosa, che dovette più particolarmente chiamare sopra di lui l’attenzione della Regina. Era piovuto tutta la notte, ed appunto dinanzi al luogo occupato dal nostro giovane, vedeasi un tratto di terreno coperto ancora di fango, e sopra quello dovea passar la Regina, che si fece a titubare per un istante. Ma non titubò il Walter nel togliersi in un batter d’occhio il suo mantello, e gettarlo su quella parte di cammino fangosa, onde la Sovrana vi tragittasse a piedi asciutti. E tale atto, in cui comprendevansi e cortesia ed affezione di suddito, accompagnò egli con un rispettoso saluto, cui cresceva grazia il suo volto copertosi d’improvviso rossore. La Regina tornò ad alzar gli occhi sopra di lui, e provando un istante di confusione, ed arrossendo a sua volta, gli fece un gentil cenno col capo; poi affrettatasi in suo cammino, salì la barca senza profferire una sola parola. «Ebbene, re degli storditi, gli disse Blount, adesso sì avrai il diletto di far passeggiare la spazzola sul tuo mantello. Se era in te mente di formarne un tappeto per mettervi i piedi, tanto valeva conservare quello di Tracy; il bigello almeno non teme le macchie.» «Questo mantello (disse il Walter, piegandolo in guisa da poterselo portare sul braccio) non verrà mai spazzolato sintantochè m’appartenga.» «E non ti apparterrà lungo tempo, se non ne farai miglior conto. Noi ti vedremo ben presto _in cuerpo_, come dicono gli Spagnuoli.» In questo, il loro colloquio venne interrotto da un usciere della Regina. «Io cerco (diss’egli guardando per tutto con attenzione) un giovine senza mantello, o con il mantello coperto di fango. Siete voi senz’altro, diss’egli a Walter: abbiate la bontà di venire con me.» «Egli è del mio seguito, disse Blount; io sono il primo scudiere del nobile conte di Sussex.» «Tutto ciò è possibilissimo, rispose l’usciere, ma io porto gli ordini immediati di Sua Maestà, nè riguardano essi che questo signore.» Dette tali parole, si allontanò facendo cenno al Walter di seguirlo, mentre gli occhi del Blount rimasto addietro gli uscivano della testa; tanto era l’eccesso della sua maraviglia. «Chi diavolo voleva immaginare questa faccenda?» finalmente egli sclamò, e scotendo il capo in aria di chi non vede andar le cose a suo modo, raggiunse la barca, e se ne tornò solo a Say’s-Court. Intanto l’usciere condusse il Walter verso il Tamigi e fino alla grande gradinata, usandogli sempre i più rispettosi modi; la qual cosa non è di mal augurio in simili circostanze. Poi lo fece entrare in una delle picciole barche preste a seguire quella della Regina, che già navigava rapidamente in mezzo del fiume col favore del grosso fiotto, favore di cui lamentò la mancanza il nostro Blount nel trasferirsi a Greenwich. I due navicellai obbedendo ad un segnale fatto lor dall’usciere, remigarono con tanta forza, che in pochi minuti si trovarono appresso alla barca della Regina, ov’ella stavasi seduta sotto magnifico padiglione con due o tre dame del suo corteggio ed alcuni grandi uficiali della regia casa. La Sovrana volse più d’una fiata gli occhi ed alla barca che le si avvicinava ed all’avvenente giovane che sovra essa venia trasportato, e nel tempo stesso diceva sorridendo alcune parole alle persone che la corteggiavano. Finalmente uno fra que’ signori, certamente per avere ordinato così la Regina, fece segno ai navicellai che accostassero la barca, poi disse a Walter di passare in quella della Sovrana, al qual cenno egli ubbidì con agilità e grazia eguali. Ritrattasi la barca che lo avea trasportato, ei venne condotto alla presenza di Elisabetta. Sostenne esso gli sguardi di Sua Maestà con una modesta sicurezza, e s’anco un leggiero imbarazzo scorgeasi in lui, ne avea nuovo spicco la vaghezza delle sue forme. Teneasi costantemente sul braccio il mantello coperto di fango, e fu questo come è ben da credersi, che diede alla Regina il primo argomento di movergli accenti. «Voi avete quest’oggi rovinato un ricco mantello, o giovinetto; noi vi ringraziamo per tale servigio, benchè nel prestarlo vi siate stolto alcun poco dalle forme ordinarie, e vi abbiate aggiunto alquanta arditezza.» «L’arditezza si fa dovere per un suddito, rispose Walter, quando è d’uopo d’arditezza nel servire il proprio Sovrano.» «Viva Dio! egli ha risposto bene, o Milord (disse la Regina, volgendosi ad un grave personaggio che stavale a canto, e che solamente le rispondea con un dignitoso chinar di capo in segno di approvazione). Ebbene, o giovinetto, la galanteria onde sfoggiasti non andrà priva di ricompensa. Ti trasferirai presso l’intendente della nostra guardaroba, e troverai l’ordine perchè ti dia un altro mantello, invece di quello che danneggiasti per nostro servigio; tu ne avrai uno de’ più ricchi, e de’ meglio foggiati secondo l’usanza del giorno: te lo prometto in fede di Principessa.» «Non tocca ad un umile servo della Maestà Vostra, disse titubando Walter, discutere intorno i favori, che degnate concedergli, ma se mi fosse permesso lo scegliere......» «Tu preferiresti che ti si donasse oro, lo indovino, disse interrompendolo Elisabetta. Oh no, giovane! no. È per me un rossore il dirlo, ma nella nostra capitale si trovano tanti modi di spendere il denaro in follie, che il presentarne ai giovani, gli è un gettar l’olio sul fuoco, un fornirli d’armi contro di lor medesimi. Se il Cielo mi conceda più lunga vita, metterò un limite a questi disordini. Ciò nondimeno, tu non sei forse ricco, fors’anche i tuoi parenti son poveri..... Ebbene, sì, tu avrai denaro; ma è d’uopo tu mi renda conto dell’uso che vorresti farne.» Walter aspettò con pazienza che la Regina avesse terminato il suo dire, per assicurarla indi modestamente, che dell’offertogli mantello, l’oro era anche assai meno la meta cui egli aspirasse. «E che? sclamò la Regina; nè il nostro oro, nè un mantello ti possono contentare! Qual cosa brami tu dunque?» «Bramo soltanto, o Regina, se non è portar troppo alto le mie pretensioni, il vostro assenso, ond’io porti sempre questo mantello, che vi arrecò sì lieve servigio.» «Il mio assenso, onde tu porti il tuo mantello! E poss’io negartelo, o giovinetto?» «Oh! questo mantello non è più mio. Dacchè il piede di Vostra Maestà lo calcò, è divenuto degno di un Principe; egli è troppo sfarzoso per un uomo della mia condizione.» La Regina arrossì nuovamente, e si sforzò di coprire con un riso non naturale un lieve grado di sorpresa e di confusione, che non le erano per altro discare. «Udiste mai nulla di consimile, o Lordi? La lettura dei romanzi ha volto il capo a questo povero giovine. È d’uopo io sappia chi egli sia per mandarlo in istato di sicurezza ai suoi genitori. Chi siete voi, giovinetto?» «Gentiluomo della casa del Conte di Sussex, che mi aveva qui spedito col suo primo scudiere per arrecare un messaggio alla Maestà Vostra.» Pronunziato appena questo nome, l’aria di favore con cui la Regina avea sino a quell’istante contemplato Walter si dileguò, e diede luogo a disdegnosi modi e severi. «Il lord Sussex, diss’ella, ci ha insegnato in qual prezzo dobbiamo avere i suoi messaggi, col farne conoscere il conto ch’ei fa de’ nostri. In questa istessa mattina, e ad un’ora che non è ordinaria, abbiamo spedito a lui il nostro medico, tosto che sapemmo essere più seria la sua infermità di quello che si era immaginato da prima. Non v’è Corte d’Europa in cui si trovasse un uomo più sapiente del dottore Masters, ed egli presentavasi in nostro nome alla casa di uno fra i nostri sudditi. Nondimeno trovò la porta di Say’s-Court difesa da uomini armati di colubrine, come se quel castello fosse stato situato sulle frontiere della Scozia, e non in vicinanza della nostra medesima Corte. Ha chiesto in nostro nome che gli si aprisse, ed ha sofferto l’affronto di un rifiuto. Noi non riceveremo, almeno per ora, alcuna scusa sul disprezzo, con cui Milord ha contraccambiato un contrassegno di bontà che fu ancor troppo grande. Vi avverto di ciò, perchè m’immagino altro non essere lo scopo del vostro messaggio che il presentarci scuse a nome del Conte.» Questi detti furono pronunziati con un tuono, e con gesti tali, onde ne fremessero tutti que’ cortigiani presenti che parteggiavano per il Sussex. Ma non ne fu atterrito quel solo a cui il discorso era volto. Non cessò appena di parlar la Regina, che alzando gli occhi verso di lei, le disse in modo umile e rispettoso Walter: «Supplico la Maestà Vostra a permettermi dirle, ch’io non sono incaricato di presentarle scuse per parte del conte di Sussex.» «E di che vi ha dunque incaricato, o signore? (sclamò la Regina con quell’impeto, che comunque altre nobilissime prerogative d’animo il bilanciassero, formava la parte principale della sua indole). Vi ha forse incaricato di giustificarlo, o per la morte di Dio[6] di venir qui a disfidarci?» «Il conte di Sussex, rispose Walter, conosceva tutta la gravezza della colpa che fu commessa, nè pensò che ad assicurarsi del colpevole e ad inviarlo a voi per metterlo affatto nel vostro arbitrio. Ma il Conte dormiva profondamente, quando giunse il dottore Masters, perchè il suo medico gli avea fatto bere una pozione a tal fine. Questa mattina soltanto nello svegliarsi seppe il clemente messaggio della Maestà Vostra, e il rifiuto dato al medico nell’atto ch’egli stava per entrare.» «Ciò cambia lo stato della quistione, disse la Regina con tuono alquanto più mite. Ma chi fu quello fra i suoi servitori, ardito assai per negare l’ingresso del castello al mio proprio medico che veniva a curare il Conte per ordine mio?» «Il colpevole vi sta dinanzi, o Regina (rispose Walter accompagnando con profondo inchino tale risposta). Sopra di me solamente dee cadere tutto il biasimo di quanto accadde, e giustamente Milord m’inviò al cospetto vostro, per sottopormi alle conseguenze di un fallo, di cui egli è tanto innocente, quanto degli atti operati da un uomo desto sono innocenti i pensieri di chi sta immerso nel sonno.» «Tu! Sei tu veramente che negasti l’ingresso di Say’s-Court al mio medico mandatovi da me medesima! Qual cagione potè inspirare cotanta audacia ad un giovane sì affezionato... o almeno il cui esterno mostra tanta affezione alla sua Sovrana?» «Regina (disse Walter, che in mezzo all’apparenza di severità, onde cercava tuttavia coprirsi il volto della Sovrana, scorgeva com’ella fosse propensa a non avere per imperdonabile un tal delitto), suol dirsi nel mio paese, che un medico per un certo tempo è il sovrano del suo ammalato. Ora il mio nobile padrone, nel tempo appunto ch’io mi rendetti colpevole, si era assoggettato ad un medico, le cui prescrizioni gli divennero grandemente vantaggiose, e che aveva pronunziata in pericolo la vita del medesimo, ogni qualvolta si avesse voluto svegliarlo.» «Il tuo padrone avrà data la sua confidenza a qualche miserabile empirico.» «Gli è quanto ignoro, o Regina; so bene ch’ei si risvegliò sta mane trovandosi molto più sollevato che non lo era da parecchi giorni.» In tale momento le persone del corteggio della Regina si guardarono in volto le une coll’altre, non per comunicarsi cogli sguardi le loro osservazioni, ma per leggere nelle scambievoli fisonomie l’effetto che una tal notizia producea negli animi di ciascuno. La Regina rispose tantosto, senza curarsi di palliare la soddisfazione venutale da tale notizia: «Per fede mia godo assai in udire ch’egli stia meglio. Ma tu fosti ben ardito nel ricusare l’ingresso al medico ch’io inviai. Ignori tu forse quel detto della santa Scrittura, starsi la sicurezza nella moltitudine dei consigli?[7]» «Non lo ignoro, o mia Sovrana; ma intesi anche molti dotti i quali pretendono che la _sicurezza_, a cui questo passo di scrittura si riferisce, riguardi il medico e non l’ammalato.» «In verità, disse la Regina, non so qual cosa rispondergli perchè non sono troppo disinvolta nella sposizione dell’Ebraico. Che ne dite voi, milord di Lincoln? Questo giovane ha egli interpetrato come doveasi il sacro testo?» «Il vocabolo _sicurezza_, o Regina, disse il vescovo di Lincoln, sembra essere stato accettato con troppa fretta per rendere il senso della parola Ebraica...» «Già ve l’ho detto milord, coll’Ebraico non ho gran confidenza. Or ditemi, o giovinetto, qual è il vostro nome, qual è la vostra famiglia?» «Regina, io mi chiamo Walter Raleigh e sono tra i figli cadetti d’una famiglia numerosa ma onesta della contea di Devon.» «Raleigh! (disse Elisabetta dopo d’avere meditato un istante): non avete voi militato in Irlanda?» «Sì, o Regina; ma non posso aver tanta fortuna, che le poche cose da me operate colà abbiano fatto pervenire il mio nome sino all’orecchio della Maestà Vostra.» «Oh! Il mio orecchio si estende più in là che nol credete, o Raleigh. Mi ricordo assai bene d’un giovane che, nella contea di Shannon, difese il passaggio di un fiume contro una truppa d’Irlandesi ribelli, e che ne tinse le acque col loro sangue e col proprio.» «Se il mio sangue fu versato in quella occasione, (disse il Walter chinando gli occhi) non ho fatto che soddisfare una parte di mio debito, perchè tutto il sangue che scorre nelle mie vene è sacro al servigio di Vostra Maestà.» «È assai, disse la Regina, che in età così giovane tu abbia combattuto sì valorosamente, e tu posseda ad un tempo tanta facondia. Non mi starò nondimeno dal punirti per avere chiusa la porta in faccia al mio povero Masters. Quest’uomo rispettabile si è guadagnata una flussione sull’acque del Tamigi. Egli giugneva da Londra ove avea fatte molte visite, allorchè gli arrivò il mio comando; pure si fece un dovere, un affare di coscienza di partir tosto alla volta di Say’s-Court. Io ti condanno dunque, o Raleigh, a portare coperto di fango il tuo mantello, sintantochè mi piaccia decretare altrimenti. Ed eccoti l’ornamento ch’io pretendo tu porti al collo» aggiunse ella, presentandolo d’un gioiello legato in oro, simile quanto alla forma ad una pedina del giuoco degli scacchi. Walter, al quale la natura avea insegnato tutta quell’arte, cui solamente dopo una lunga esperienza si fa destra la maggior parte dei Cortigiani, piegò un ginocchio a terra, imprimendo un bacio sopra la mano, d’onde gli veniva tal dono. Fors’egli sin da quel punto superava tutti i circostanti nel saper accoppiare il devoto rispetto che debbesi ad una Regina, e l’omaggio della galanteria chiesto imperiosamente dalla beltà. Ed in questo primo tentativo di combinare tai riguardi, tanto maestrevolmente riuscì, che ne furono paghi e la vanità personale di Elisabetta, e la sua ambizione di dominare. Se la Regina rimase contenta di questo primo abboccamento avuto con Walter Raleigh, non tardò a coglierne gradevol frutto anche il conte di Sussex. «Lordi, e Milady (sì disse la Regina, volgendosi alle persone del suo corteggio) poichè ci troviamo già sul Tamigi, credo sarebbe cosa assai ben fatta il rinunziare al nostro divisamento di trasferirci a Londra, sostituendogli l’altro di fare una gradevol sorpresa al povero conte di Sussex. Egli è infermo, e i suoi patimenti raddoppiarono, non v’ha dubbio, per la tema nata in lui d’averne spiaciuto; mentre poi l’ingenua confessione di questo giovane stordito lo giustifica pienamente. Che ne giudicate voi? Non sarebb’ella una bell’opera di misericordia il recargli tal conforto siccome riuscirà per lui la visita di una Sovrana alla quale prestò così eminenti servigi?» Ben crederà ognuno, che fra coloro, cui si volse la Regina a chiedere consiglio in sì fatto modo, non ne fu un solo il quale aprisse bocca per ispiegare contrario avviso. «Vostra Maestà, disse il vescovo di Lincoln, è l’aria che ci fa vivere.» I militari soggiunsero, la presenza della Sovrana essere siccome la cote che affila la sciabola del soldato. Gli uomini di Stato giudicarono, che l’aspetto della Regina era la luce rischiaratrice d’ogni consiglio de’ ministri. Tutte quelle matrone finalmente s’accordarono in dire, che niun signore dell’Inghilterra pareggiava il conte di Sussex nel meritare i favori della sua Sovrana; _senza far pregiudizio ai diritti del Conte di Leicester_, soggiunsero però quelle che aveano maggiore accorgimento in politica. Ma la Regina non mostrò di por mente a questa clausola. I navicellai pertanto ebbero l’ordine di fermare la barca a Depford nel luogo il più prossimo a Say’s-Court, affinchè la Regina potesse soddisfare prontamente questa sollecitudine degna d’una vera madre dei sudditi, col trasferirsi in persona a rintracciare notizie intorno la salute del conte di Sussex. Walter, che nella scioltezza del suo ingegno prevedea le conseguenze rilevanti, cui talora davano origine gli avvenimenti più semplici in apparenza, si fece frettoloso di chiedere alla Regina la permissione di precederla in una barca leggiera per annunziare sì gradita visita al suo padrone; ed a tale inchiesta dava disinvoltamente colore col dire, che un eccesso di gioia e dolce sorpresa, nello stato mal messo di salute in cui trovavasi il Conte, avrebbe potuto nuocergli se troppo improvviso, come talvolta il cordiale più ristorativo, amministrato senza qualche cautela, torna in danno d’un infermo, che una lunga malattia abbia sfinito. Ma, sia che la Regina trovasse troppo presuntuoso il contegno d’un giovinetto che apriva un avviso alla presenza di lei senza esserne stato richiesto, o fosse piuttosto il desiderio ch’ella aveva di verificare se il castello di Say’s-Court ringorgava d’uomini armati ad uso di piazza di guerra, come ne era stata assicurata, rispose assai severamente a Raleigh, si riserbasse i suoi consigli pel momento in cui gli verrebbero domandati. Dopo di che, replicò il comando affinchè si approdasse a Depford, soggiugnendo: «noi vedremo co’ nostri occhi qual sia l’ordine di casa che tiene il Conte.» Intanto il Walter facea da se medesimo queste meditazioni. «Il Cielo a quanto pare ha volto verso di noi un occhio di compassione; ma non vorrei...... I cuori ben fatti non mancano attorno al Conte; ma le buone teste... Oh! le buone teste sono assai scarse... E la sua salute è troppo sconcertata perchè possa dar ordini da se stesso. Figuratevi! Tutti saranno intenti a far colezione quando arriviamo. Blount avrà innanzi di sè le sue aringhe di Yarmout e un boccale di birra; Tracy i suoi sanguinacci e un fiasco di vino del Reno; quegli spensierati di Gallois, Thomas, Ap, Rice e Evan la loro zuppa coi porri, e il lor formaggio liquefatto, tutte cose che non sanno nè di rosa nè di gelsomino; e si dice che la Regina abborrisce questi odori gagliardi. Pensassero almeno a bruciare un poco di ramerino nell’anticamera!.... Ma voga galera! Fidiamci alla fortuna che per vero dire non mi ha trattato male questa mattina. Ci ho rimesso un bel mantello; ma spero di aver già fatto carriera alla Corte. Possa almeno quest’incidente tornare a vantaggio del rispettabile Sussex!» Giunta bentosto la barca a Depford, la Regina scese a terra in mezzo alle acclamazioni, che non mancavano mai quando ella facea mostra di sè; e si trasferì a piedi sotto di un baldacchino, e accompagnata da tutto il suo seguito a Say’s-Court. Le gioiose grida di una intera popolazione furono quelle che diedero al castello il primo annunzio dell’arrivo della Sovrana. E il Sussex stava appunto consigliando con Tressiliano sui modi da tenersi per riguadagnare il favore d’Elisabetta, ch’ei temeva avere perduto, allor quando dal giugnere di lei fu sorpreso, ed in qualche modo impacciato. Non già ch’egli ignorasse esser costume della Regina il far di tai visite ai grandi personaggi della Corte, fossero eglino sani o ammalati: ma un arrivo sì inaspettato non gli lasciava il tempo di fare per riceverla que’ preparamenti, ch’egli sapeva quanto allettassero la vanità di tale Regina. Per altra parte, la confusione che dominava in un castello tutto pieno di militari, e fatta maggiore dalla circostanza della sua infermità, rendea il soggiorno poco opportuno in quell’istante ad essere onorato da una regale presenza. Imprecando nel suo interno il caso che gli procurava sì d’improvviso tal graziosa visita, si accinse affrettatamente a discendere con Tressiliano, che allora appunto aveva terminato di raccontargli la storia d’Amy. «Mio caro amico, conchiuse con dirgli il Sussex, potete star certo che per riguardi così di giustizia come dell’affezione che ho per voi, vi sosterrò il più possibile in questo affare. Mancano pochi istanti ad accorgerci s’io godo ancora di qualche credito presso la Regina, o se in vece col voler proteggere la vostra inchiesta, non vi diverrei pregiudizievole, anzichè utile.» Così dicendo ei metteva con sollecitudine le braccia entro una specie di lunga veste foderata di pelliccia, e dava al suo aggiustamento tutta la cura a lui permessa dai brevi istanti che gli rimanevano prima di comparire dinanzi alla Sovrana. Ma quand’anco avesse potuto adoperare la massima diligenza nel suo abbigliamento, non potea questa cancellar l’orme che una infermità pericolosa aveva lasciate sopra lineamenti più espressivi di quel che fossero gradevoli. Picciolo inoltre di statura, comunque una struttura atletica e larghe spalle il rendessero quanto mai atto agli esercizi militari, la sua comparsa in una sala non era quella di tal uomo, su cui dovessero fermarsi con ansietà gli sguardi femminili. E ben supponevasi generalmente, che questo esterno svantaggioso del conte di Sussex, a malgrado della stima in cui lo tenea la Regina, gli nuocesse nell’animo di lei, allorquando ella il paragonava con Leicester, l’uomo più avvenente e il più adorno di grazie che quella Corte si avesse. Tutta la premura che di far presto si diede il Conte non gli permise che d’essere nella sala sull’istante medesimo in cui vi giugneva la Regina, e s’avvide che una nube ne ingombrava la fronte; e questa nube era sorta fin quando ella vide il castello guardato con tanta accuratezza, come se fosse tempo di guerra, e pieno di soldati e di gentiluomini armati; onde, fin dai primi accenti ch’ella mosse al Conte, espresse il disgusto del proprio animo. «Ci troviamo noi in una piazza assediata, o Milord? Ovvero per isbaglio avremmo noi oltrepassato il castello di Say’s-Court, e sarebbe questa la nostra torre di Londra?» Lord Sussex incominciò a balbettare alcuni accenti di scusa. «Non fa d’uopo di scusa, o Milord, gli disse la Regina. Non ignoriamo i dispareri che passano tra voi, ed un altro signore della nostra casa, ed abbiamo anzi divisato di prendercene serio pensiero, e di frenare la libertà di cignervi di gente armata, e potrei dire di stipendiati duellanti, come se in vicinanza della nostra capitale, e a canto della nostra reale residenza, voi vi preparaste ad una guerra civile l’uno contro dell’altro. Godiamo però di trovare migliorata la vostra salute, benchè non abbia potuto averne merito il dotto medico che vi spedimmo... Risparmiate le scuse, o Milord. So quanto è accaduto a tale proposito, ed ho ammonito come dovevasi questo giovane spensierato, questo Walter Raleigh, del quale, sia detto per incidenza, ho divisato liberare la vostra casa per prenderlo nella nostra. Egli ha certe qualità d’animo fatte per ramificar meglio in mia Corte, che in mezzo alla gente armata di cui vi faceste un antemurale.» Sussex rispose a tale annunzio con un rispettoso inchino, senza intender troppo fra se medesimo qual fosse il motivo, onde la Regina si prendesse tanta cura per questo giovane. Egli la supplicò ad accettare qualche reficiamento; ma non vi acconsentì la Regina. E però dopo alcuni complimenti di stile, più freddi assai che non li dava ad immaginare una visita apparentemente presaga di favore, la Regina abbandonò il castello di Say’s-Court, ove col suo arrivo gettò confusione, ed ove col modo di quel dipartirsi, lasciò il dubbio, l’inquietudine ed il timore. CAPITOLO VIII. »A me sian tratti entrambi: al mio cospetto »Questi rivali di vendetta ardenti »Io voglio esaminar; le accuse udirne, »Che l’uno all’altro appon; mirar la lotta, »Ch’han l’invidia, il furor, l’orgoglio accese. _Shakespeare._ «Ho ricevuto ordine di trasportarmi domani alla Corte, disse il Leicester a Varney. A quanto si suppone dovrò trovarmi alla presenza del lord Sussex. La Regina è venuta nel disegno d’intromettersi nelle nostre querele, ed è questo l’effetto della visita da lei fatta a Say’s-Court, visita che voi riguardate di così poca importanza.» «E continuo a riguardarla per tale, rispose Varney. Ho saputo da persona che potè udire la maggior parte di quanto ivi detto, essere più assai la perdita del guadagno che il Sussex ha ritratto da questa visita. La Regina, nel ritornare alla sua barca, disse che il Castello di Say’s-Court aveva tutta l’apparenza d’un corpo di guardia; e l’odore d’uno spedale, o piuttosto d’una di quelle bettole ove si dà pasto per dieci soldi, aggiunse la contessa di Rutland, sempre ardentissima amica di vostra Signoria. Il vescovo di Lincoln volle mettervi la sua parola, e disse doversi attribuire il cattivo ordine in cui lord Sussex teneva la propria casa, al non essere egli maritato.» «Ed a ciò, quale risposta ha fatto la Regina?....» domandò premurosamente il Leicester. «Una risposta non troppo gioviale. Qual bisogno ha d’una moglie lord Sussex? E qual bisogno ha il vescovo di Lincoln di entrare in questo proposito? Se il matrimonio è permesso, soggiunse ella, non vedo che in nessun paese venga comandato dalla legge.» «La Regina non ama che gli ecclesiastici si maritino» disse Leicester. «E nemmeno i cortigiani» aggiunse Varney. Ma vedendo il Conte che cambiava di fisonomia, mutò subito registro, narrandogli che tutte le dame aveano fatto coro nel mettere in ridicolo l’ordine con cui era tenuta la casa del conte di Sussex, ed aveano detto di più, che Sua Maestà sarebbe stata ben altrimenti ricevuta nel castello del conte di Leicester. «Voi avete ben raccolte molte notizie, disse Leicester, ma dimenticate la più importante di tutte, se però non fu vostro disegno il tacermela. La Regina ha aggiunto un nuovo satellite a tutti quelli ch’ella desidera veder rivolgersi intorno di lei.» «La Signoria vostra intende certamente parlare di Raleigh, di quel giovane della contea di Devon, del cavaliere del mantello, poichè già non chiamasi con altro nome alla Corte.» «È che potrà un giorno esserlo della Giarrettiera, perchè ha fatto progressi assai rapidi nella buona grazia della Regina. Essa ha recitato versi in sua compagnia, e lo ammette già nella sua intrinsichezza. Quanto a me rinunzierei di buon grado alla parte che possedo sugl’incostanti favori di questa femmina, ma non mi sento di permettere che il Sussex, o quest’uomo novamente giunto mi facciano licenziare. Anche quel Tressiliano è molto avanti nel cuor di Sussex. Io vorrei risparmiarlo per riguardo a..... Ma vuole egli stesso correre al suo precipizio. E questo Sussex! si dice ora che abbia ricuperato interamente la sua salute.» «Non vi è bella carriera che non presenti ostacoli, o Milord; soprattutto quando ella guida a grande innalzamento. La malattia del Sussex era per noi un favore del Cielo, ed io assai ne sperava. Egli l’ha superata. Ma non per questo è diventato più formidabile per la Signoria vostra. Ella si ricorda che lottando contro di lui lo ha atterrato più d’una volta. Non vi manchi il cuore, o Milord; e andranno bene tutte le cose.» «Il cuore non mi è mai mancato, o Varney.» «No: ma vi ha spesse volte tradito. Chi vuol salire un albero non dee curarsi di tutti i fiori che ha messi la pianta, ma impadronirsi de’ rami maestri.» «Bene bene, (disse con tuono d’impazienza Leicester) comprendo quel che vuoi dire; ma sarò fermo, e il mio cuore non mi tradirà. Metti in buon ordine tutto il mio seguito, ed abbi cura che comparisca con tale splendore da offuscare non solamente il miserabile corteggio da cui si farà scortare Ratcliffe, ma quello parimente che porteranno seco i più nobili cortigiani. Che ciascuno sia bene armato, ma senza fare ostentata mostra delle sue armi, e come se ne andasse cinto piuttosto per servir l’uso che con disegno di prevalersene. In quanto a te, ti starai sempre al mio fianco; la tua presenza può essermi necessaria.» A non dissimili preparamenti intendeano per parte loro il Sussex e i suoi partigiani. «Il vostro scritto contro Varney, dicea il conte di Sussex a Tressiliano, si trova in questo momento fra le mani della Regina; ho fatto che le pervenga per una strada sicura, nè dubito non vi riusciate. La vostra domanda è fondata sulla giustizia e sull’onore, delle quali prerogative è zelantissima la Sovrana. Ma è a uopo confessare che l’Egiziano (nome che il Sussex solea dare al Leicester a motivo della carnagione alquanto bruna di questo cortigiano) ha tutto il tempo di parlarle a sua voglia in tempo di pace. Se avessimo la guerra alle porte, sarei io il miglior favorito d’Elisabetta; ma i soldati, come i loro scudi e le loro lance, van giù di usanza cessato il pericolo, ed in vece ottengono preferenza i vestiti di raso, e i coltelli da caccia. Ebbene, poichè l’usanza è così, sagrificheremo all’usanza. — Blount, hai tu avuto attenzione che tutto quanto riguarda la mia casa sia assestato di nuovo? Ma tu non t’intendi meglio di me su queste attività; ti piacerebbe assai più, il vedo bene, mettere a posto un picchetto di lancieri.» «Raleigh si è preso questo incarico, o Milord. Onde non dubitate; il vostro corteggio comparirà brillante, come una mattina del mese di maggio. Quanto poi alla spesa è un’altra cosa. A’ dì nostri si manterrebbe uno spedale d’invalidi colla somma che è necessaria solamente a vestire dieci servi da livrea.» «Adesso non è tempo di spaventarsi per la spesa, mio Blount. Son grato a Walter della premura che si è data. Vorrei nondimeno, che non si fosse dimenticato essere io un vecchio militare, e che avesse conceduto all’usanza del giorno quella parte soltanto che non le si può ricusare.» «Non so dirvelo, o Milord, perchè non ho nessuna cognizione in sì fatta materia. Posso ben assicurarvi che i vostri parenti ed amici vengono a ventine per accompagnarvi alla Corte, e che che si faccia Leicester, spero gli opporremo una fronte non men formidabile della sua.» «Però, raccomandate rigorosamente ad ognuno di condursi nel più pacifico modo; non voglio dispute, a meno che i nostri nemici si portassero ad aperta violenza. So che si trova più d’una testa calda fra le persone che m’accompagnano, e mi spiacerebbe assai se la loro imprudenza desse a quelli qualche vantaggio sopra di me.» Tanto era assorto il Conte nel dare questi diversi ordini, che Tressiliano trovò a fatica l’istante di manifestargli la propria maraviglia, perchè egli si fosse così affrettato nell’inviare alla Regina la supplica scritta a nome di sir Ugo Robsart. «Il parere degli amici di sir Ugo, gli disse Tressiliano, era che le prime appellazioni fossero portate alla giustizia del Leicester, poichè il colpevole è uno dei principali ufiziali della sua casa; io ve ne aveva però ragguagliato.» «Per movere questo passo non facea di mestieri volgersi a me (rispose il Sussex con qualche disdegno), o per lo meno non doveva io essere preso qual consigliere, ove trattavasi di umiliarsi innanzi a Leicester; e mi fa maraviglia, che voi, Tressiliano, voi uomo d’onore e mio amico, abbiate potuto a ciò sottomettervi. Voi dite d’avermene ragguagliato. Non vi avrò forse inteso, perchè non potea cadermi in mente che un sì fatto disegno fosse concepito da voi.» «Nè io l’ho concepito, o Milord; chè per parte mia avrei sempre prescelta la strada cui vi siete tenuto, ma gli amici di questo padre sciagurato.....» «Oh! gli amici, gli amici!!! Essi debbono lasciarci condurre gli affari nel modo che giudichiamo noi il più convenevole. È questo il momento di accumulare tutte le lagnanze cui hanno dato motivo e il Leicester e i suoi satelliti. La Regina riguarderà il torto che si riferisce alla casa di Robsart come uno de’ più gravi argomenti, che presenteremo alle sue considerazioni. Poi, su di ciò non è più ora di deliberare; la Regina ha già il vostro scritto dinanzi agli occhi.» Tressiliano non potè far di meno di sospettare, che il Sussex volendo per tutte le possibili vie affortificarsi contro il proprio emulo, si fosse comportato in tal modo, non tanto per favorire sir Ugo, quanto per non perdere occasioni di gettar biasimo sopra Leicester, senza poi darsi il fastidio di esaminare la maggiore o minore probabilità del buon esito. Ma non vi era strada per tornare addietro, ed il Conte terminò la discussione congedando tutti quelli che stavano presso lui. «Ognuno, diss’egli, sia pronto per le undici ore, perchè a mezzo giorno in punto debbo essere nella sala d’udienza della Regina.» Intanto che i due emuli cortigiani si preparavano, ciascun per parte sua, a comparire al cospetto della Sovrana, la stessa Elisabetta non si stava priva affatto di tema sul modo onde andrebbe a terminare questo convegno fra due nemici, forniti di fierezza e l’uno e l’altro, e di cui ciascuno andava scortato d’una numerosa e risoluta caterva, di due nemici che si dividevan fra loro, o palesemente o in segreto, tutti i voti e le speranze della sua Corte. Quanta era, la guardia reale venne posta sotto le armi, e la Regina ordinò parimente venisse un rinforzo da Londra. Pubblicò inoltre un bando che proibiva a tutti i nobili di avvicinarsi al palazzo scortati da un corteggio, che portasse armi da fuoco, o quelle che allor chiamavansi lung’armi, vale a dire adatte a servigio di guerra. È stato anche detto, che il gran seriffo della contea di Kent avesse ricevuti ordini segreti, onde al menomo segnale stessero pronte a marciare le sue milizie. L’ora di questa udienza, che avea costato tanti preparamenti e tante inquietudini così all’una come all’altra delle due parti, arrivò finalmente, e nel punto del mezzogiorno, i due Conti, accompagnati ciascuno da seguito numeroso, entrarono ad un medesimo tempo nella gran corte del palagio di Greenwich. Come se i concerti ne fossero stati presi dianzi, o forse perchè la Regina avea fatto sapere ai Conti tale essere la sua volontà, giunsero il Sussex da Depford per acqua, e il Leicester da Londra tenendo la strada di terra, tal che da due porte opposte comparvero entrambi nella corte. Tal circostanza, che un nulla era di per se stessa, diede nonostante una grande prevalenza al Leicester nello spirito del popolo, perchè quelli che lo scortarono, saliti sopra ricchissimi corridori, presentavano una maestosa cavalcata, la quale facea più impressione ed occupava maggiore spazio che non il corteggio di Sussex, necessitato ad andare a piedi. I due Conti si guardarono l’un l’altro, ma senza salutarsi, perchè ognun d’essi aspettando forse che l’altro gli desse qualche contrassegno di cortesia, nessuno voleva essere il primo. Fu quasi nel medesimo tempo del loro arrivo che la campana del castello fece udire le ore del mezzogiorno. Spalancatesi tosto le porte del palagio, i due Conti entrarono dentro con quelle persone delle due comitive, alle quali il grado loro concedeva tale diritto; gli altri restarono nella corte, ognuna delle due fazioni lanciando sull’altra occhiate d’avversione e disprezzo, e sembrando non si desiderasse da entrambe le parti che un pretesto per venire alle mani; ma da ciò li rattennero i severi ordini dei loro capi, e fors’anche più la presenza d’una guardia sotto le armi superiore ad essi di forze. In questo mezzo, gli uomini i più distinti di ciascun corteggio avevano seguito i due Conti fino alla grande anticamera, simili a due fiumi, le cui acque, costrette ad entrar nel medesimo letto, sembrano confondersi insieme a fatica. Si schierarono essi, mossi come da istinto, ciascuno da un diverso lato dell’appartamento, e sembravano solleciti di rimettere fra loro una linea di separazione, qual trovavasi all’atto dell’ingresso, e che erasi dileguata per pochi momenti. Quella anticamera presentava una lunga galleria, dal cui fondo non tardarono ad aprirsi due battitoi, dinanzi ai quali un usciere annunziò che la Regina trovavasi nella sua sala d’udienza. I due Conti si avanzarono a passi lenti e con portamento maestoso verso la porta, seguìto il Sussex da Tressiliano, da Blount, e da Raleigh, mentre Leicester non aveva con sè che il solo Varney. L’orgoglio del Leicester fu costretto cedere all’etichetta della Corte, e salutando il suo rivale con aria grave e solenne, si fermò per lasciarlo passare innanzi a lui, siccome Pari di più antica nomina. Il Sussex ne contraccambiò la cortesia con non minore gravità e cerimonia, indi entrò nella sala di udienza. Tressiliano e Blount fecero per seguitarlo, ma l’usciere rifiutò ad essi l’ingresso, adducendo non potere ammettere se non se coloro di cui gli erano stati dati i nomi in lista. Vedutosi da Raleigh il rifiuto cui soggiacquero i suoi compagni, si rimaneva in addietro; ma di lui accortosi l’usciere: «Oh! voi, signore, potete entrare.» Laonde entrò dopo il conte di Sussex. «Seguimi Varney» disse il conte di Leicester che si era tenuto in disparte per veder entrare Sussex, ed avanzandosi verso la porta stava per entrare, quando Varney che non si discostava dai suoi passi, e che facea sfarzo d’un abito dei meglio foggiati all’ultima usanza, ebbe dall’usciere egual complimento a quello che ricevettero prima di lui così Blount come Tressiliano. «Che vuol dir questo, maestro Bowier? disse il conte di Leicester; sapete voi chi io mi sia, o ignorate forse che quest’uomo del mio corteggio è parimente mio amico?» «La Signoria vostra mi perdonerà, rispose con fermezza l’usciere; ma gli ordini che io ho non ammettono eccezioni, ed è mio dovere l’eseguirli.» «Tu sei un temerario (sclamò il Leicester, fattosi rosso in volto), ed il tuo contegno è parziale. Ardisci farmi un tale affronto, dopo che hai lasciato passare uno del seguito del conte di Sussex!» «Milord, rispose il Bowier, il sig. Raleigh è presentemente al servigio di Sua Maestà, e gli ordini d’esclusione non lo riguardano.» «Tu sei uno sciagurato, uno sconoscente; ma chi ti collocò in questa carica ha potere per fartene uscire; tu non abuserai più a lungo della tua autorità.» Dimenticò certamente i riguardi della convenienza e della sua politica ordinaria il Leicester, quando si lasciò sfuggire a voce alta sì fatte parole. Dopo di che, entrato nella sala d’udienza salutò rispettosamente la Regina, che vestita con pompa anche maggiore del solito, e circondata da que’ guerrieri e da quegli uomini di Stato, che per coraggio e consiglio fecero immortale il suo regno, stavasi pronta ad accogliere gli omaggi di questi due sudditi. Contraccambiò ella con graziosi modi il saluto portole dal Conte suo favorito, e volgendo gli occhi or sopra lui or sopra il conte di Sussex, pareva accignersi a movere ad essi il discorso, allorchè il Bowier, che non poteva digerire l’insulto fattogli dal Leicester pubblicamente, ed in atto di adempiere gli ufizi della sua carica, s’innoltrò tenendo fra le mani la verga nera, suo distintivo, e si prostrò ai piedi della Regina. «Ebbene, Bowier, disse Elisabetta, che cosa è stato? Mi sembra che tu colga male il tuo tempo per darmi questo contrassegno di rispetto. » «Graziosa Sovrana (rispose egli, mentre tutti i cortigiani tremavano per lui sulle conseguenze di un tale ardimento), io vengo a chiedervi se nell’esercizio della mia carica io debba ubbidire agli ordini di vostra Maestà, o a quelli del signor conte di Leicester, il quale mi ha minacciato pubblicamente gli effetti del suo disfavore, e mi ha inoltre volti motti ingiuriosi, perchè, conformandomi nè più nè meno agli ordini di vostra Maestà, non ho lasciato entrare una persona del suo corteggio.» Il sangue di Enrico VIII fermentò in quell’istante nelle vene della sua figlia, la quale si volse al Leicester con tale aria di severità, che trasse ad impallidire lui, e tutti gli amici suoi che erano in quella sala d’udienza. «Per la morte di Dio, Milord! (sclamò la Regina, valendosi di questa sua favorita esclamazione). Che significa ciò? Noi portavamo grande opinione di voi, e quindi vi avevamo avvicinato alla nostra persona, ma non perchè doveste nascondere il sole agli altri nostri fedeli sudditi. Chi vi ha dato il diritto di contraddire i nostri ordini, e di censurare gli ufiziali della nostra casa? Non si trova in questa Corte, in tutto quant’è questo regno, fuorchè una sola padrona; e non soffrirò ch’altri vi comandino. Badate che Bowier non abbia da sofferir nulla per aver fedelmente adempiuto i propri doveri, perchè ne renderò mallevadore voi stesso... Andate Bowier, e non temete di nulla. Voi vi comportaste qual uomo onesto, e qual suddito fedele. Noi non abbiamo qui un _Maire_ di palazzo.» Dette le quali cose gli porse la mano che il Bowier baciò tornando indi alla sua porta, stupito egli medesimo del buon successo che il suo ardire aveva ottenuto. Un sorriso di trionfo dilatò le fisonomie dei partigiani del Sussex, mentre quelli del Leicester chinavano gli occhi per la confusione, ed egli stesso, componendo il volto alla più profonda umiltà, non fece il tentativo di dire nemmeno una parola in propria scusa. Nel che operò egli con molto senno. La politica d’Elisabetta intendeva a mortificarlo, ma non a perderlo, ed era da uomo prudente il lasciarle la soddisfazione di sfoggiare la sua autorità senza opposizione nè repliche. Dopo che la Regina ebbe sostenuta la parte, che alla sua dignità offesa addicevasi, la donna non tardò a sentir compassione d’un favorito in questa guisa umiliato. L’acuto occhio di Elisabetta avea già letti gli sguardi di giubilo che l’uno all’altro volgeansi i partigiani del Sussex, e l’accorgimento di questa Regina volea tutt’altro fuorchè un trionfo assoluto di nessuna fra le due fazioni. «Quanto dissi al lord Leicester (soggiunse ella dopo un momento di pausa) lo dico a voi parimente, lord Sussex. Voi ancora vi mostrate alla Corte d’Inghilterra qual corifeo d’una fazione che vi riconosce per capo.» «I miei amici, graziosa Sovrana, disse il Sussex, si mostrarono per vero dire, e si mostrarono sostenitori della vostra causa nell’Irlanda, nella Scozia, e contro i ribelli del Nort; ma ignoro in che...» «Silenzio, Milord! disse interrompendolo la Regina, avete forse disegno di venire ad assalto di parole con me? La modestia del conte di Leicester avrebbe dovuto insegnarvi a tacere allorchè v’indirigo un rimprovero. Io vi dico, o Milord, che la saggezza del mio avo e del padre mio, i quali ingentilirono l’Inghilterra, ha vietato ai nostri nobili il viaggiare con tale corteggio d’uomini armati. Credete voi, perchè vesto gonna, che lo scettro sia divenuto una rocca fra le mie mani? Vi fo noto che fra tutti i re della Cristianità, non ve n’ha alcuno men proclive di quella che ora vi parla, a sofferire l’oppressione del popolo, o la regia autorità vilipesa, o la pace del regno turbata dalla smodata arroganza di chicchessia. Lord Leicester, lord Sussex, io vi comando di essere amici, ovvero, per la corona che io porto, vi farete un nemico troppo forte perchè gli possiate resistere.» «Regina, disse il conte di Leicester, voi siete l’origine d’ogni onore, e dovete quindi sapere quello che il mio onore domandi; io lo metto a vostro arbitrio. Vogliatemi permettere soltanto ch’io aggiunga, non essere opera mia la discordia accesasi fra il lord Sussex e me, e ch’egli non ebbe luogo di riguardarmi come suo nemico se non se dopo avermi fatti insulti ed oltraggi.» «In quanto mi riguarda, o Regina, disse il conte di Sussex, io sono pronto ad uniformarmi ai sovrani vostri ordini; ma bramerei che il lord Leicester volesse spiegarsi in qual modo gli ho fatto _insulti ed oltraggi_, per valermi delle sue voci medesime; poichè questo labbro non ha mai profferito un solo accento, ch’io non sia pronto a sostenere così a piedi come a cavallo.» «E per parte mia, disse il Leicester, salvo sempre il beneplacito della mia graziosa Sovrana, questo braccio non è men pronto a giustificare le parole uscitemi del labbro, di quanto possa esserlo il braccio di chiunque abbia mai portato il nome di Ratcliffe.» «Milordi, disse la Regina, tai discorsi non son fatti per tenersi alla nostra presenza, e se voi non potete sedare le nimistà che vi disgiungono, vedrete, sapremo trovar modo d’impedirvi che alle medesime vi abbandoniate. Ch’io vi veda porgervi l’un l’altro la destra, o Milordi, e promettetemi di porre in dimenticanza ogni disparere.» I due nemici si riguardarono con aria d’irresolutezza, e pareva che niun d’essi volesse muovere il primo passo per obbedire alla Regina. «Sussex, disse Elisabetta, io ve ne prego; Leicester, ve lo comando.» E il modo con cui questi accenti vennero pronunziati, diede forma di comando alla preghiera, e di preghiera al comando. Pure i due cavalieri rimanevano tuttavia immobili. Allora la Regina, alzando la voce in tuono da far comprendere l’impazienza venuta in lei, e la fermezza della propria volontà, chiamò un ufiziale del suo seguito. «Sir Enrico Lee, gli diss’ella, fate star pronto un picchetto delle mie guardie, e si allestisca a partir sull’istante una barca. Lord Sussex, lord Leicester, vi comando anche una volta di darvi la mano, o per la morte di Dio, quegli che esiterà ad ubbidirmi, prima di ricomparire alla mia presenza, avrà assaggiato il nostro pane nella nostra torre di Londra. Abbasserò il vostro orgoglio innanzi che ci separiamo. Ve ne do parola di Regina.» «La prigionia potrebbe sopportarsi, disse il Leicester, ma l’essere sbandito dalla presenza della Maestà Vostra, sarebbe perdere ad un tempo la luce del giorno, e della vita. Sussex, eccovi la mia mano.» «Ed eccovi la mia, disse il Sussex; io ve l’offro con franchezza, e con lealtà; ma...» «Voi non aggiugnerete alcun’altra cosa, lo interruppe in questo la Regina. Sono contenta, ed ecco il punto a cui mi era prefissa di condurvi entrambi (aggiunse ella riguardando con occhio più favorevole sì l’uno che l’altro). Quando i pastori sono uniti, gli armenti ne trovano sollievo. Io ve lo annunzierò senza mistero, o Milordi; le vostre dissensioni hanno cagionato scandalosi disordini per parte delle persone che vi sono affezionate. Lord Leicester, non avete voi al vostro servizio un uomo per nome Varney?» «Sì, o Regina. Già lo presentai a Vostra Maestà, ed ebbe l’onore di baciarle la mano all’occasione dell’ultimo viaggio, che la Maestà Vostra fece a Nonsuch.» «Me ne ricordo. La sua apparenza esterna non è cattiva; ma non vidi in esso nessuna cosa da far tanta impressione, onde una giovinetta ben nata potesse risolversi a sagrificargli il proprio onore col divenirne la favorita. Però un tale caso è accaduto. Questo ufiziale del vostro seguito ha sedotta la figlia d’un buon vecchio cavaliere della contea di Devon, di sir Ugo Robsart di Lidcote. Ella ha abbandonato per lui la casa paterna. Che avete voi dunque, lord Leicester? Vi sentireste male? Il vostro volto è coperto di un pallore di morte.» «No, Regina» rispose Leicester, e gli fu d’uopo di far grande forza a se stesso per pronunziare queste due sole parole. «Sicuramente voi vi sentite male (continuò Elisabetta avvicinandosi a lui colla più viva premura). Si cerchi subito Masters; si chiami il chirurgo di servigio. Ove son essi adunque e l’uno e l’altro? La negligenza di costoro ci farà perdere l’uomo, che forma l’orgoglio della nostra Corte! Sarebbe egli possibile, o Leicester (soggiunse ancora riguardandolo in atto il più soave) che la tema di essere incerto nel nostro disfavore avesse prodotto un tale effetto sopra di voi? Rassicuratevi, nobile Dudley; noi non intendiamo farvi mallevadore de’ falli d’un uomo che è al vostro servigio; voi non potete preveder tutto, e ben sappiamo che a più alto scopo intendono i vostri pensieri. Chi vuol giugnere insino al nido dell’aquila, non s’accorge di coloro che stanno cercando fanelli fra gli sterpi ond’è ingombra la falda della montagna.» «La udite voi? (disse il Sussex, fattosi all’orecchio di Raleigh). Convien dire che il diavolo gli presti soccorso. Ciò che basterebbe a sommergere un altro cento braccia al di sotto del mare, mette a fior d’acqua costui. Se uno de’ miei ufiziali avesse fatto altrettanto...» «Silenzio, Milord! disse Raleigh; per l’amor del cielo silenzio! Aspettate che il fiotto cambi; non ne credo tanto lontano l’istante.» Nè s’apponeva certamente al falso l’accortezza di Raleigh, perchè la confusione dimostrata dal Leicester era sì grande in tale momento, e ne parea vinto con tanta forza, che Elisabetta, dopo averlo riguardato con aria di sorpresa, e vedendo ch’ei non dava risposta alcuna alle espressioni di straordinaria bontà sfuggitele dal labbro, girò rapidamente l’occhio sulle fisonomie di tutti i cortigiani, che le davano intorno, e senza dubbio leggendo in esse alcuna cosa atta a confermare i sospetti, che già cominciarono a pullulare nell’animo suo, sclamò d’improvviso: «Ovvero tutto ciò nasconderebbe più di quanto comparisce a’ miei occhi, o Milord, e più di quanto voi bramereste che noi scorgessimo? Ov’è questo Varney? V’è qui alcuno che l’abbia veduto?» «Se piace alla Maestà Vostra (disse il Bowier che se ne stava alla porta), egli è quel medesimo al quale ricusai l’ingresso nella sala d’udienza.» «Se mi piace! (replicò con asprezza Elisabetta, la quale in quel momento non si sentiva d’umore di trovare nessuna cosa che le piacesse). Non mi piace, nè che alcuno si presenti al mio cospetto senza averne il comando, nè che si allontani da me un uomo, il quale dee rispondere ad un’accusa mossa contro di lui.» «Se piace a Vostra Maestà (tornò a dire l’usciere per metà spaventato), s’io sapessi in tale circostanza come condurmi, mi darei ogni premura...» «Voi dovevate spiegarci meglio le cose, e ricevere i nostri comandi. Voi vi credete un grand’uomo, signor usciere, perchè per vostra cagione abbiamo rimproverato uno dei primari signori della nostra Corte; ma in fine, voi non siete nulla di meglio del chiavistello che tiene chiusa la porta. Fate venir tosto questo Varney. Nella supplica che mi è stata data si parla anche d’un Tressiliano. Si cerchino l’uno e l’altro.» Eseguiti immantinente i cenni della Regina, comparvero innanzi ad essa e Tressiliano e Varney. Il primo sguardo di questo fu portato sopra Leicester, il secondo sopra la Regina, le nubi della cui fronte gli diedero a conoscere essere vicino lo scoppio d’una tempesta. Nè per altra parte gli occhi costernati del Conte poteano instruirlo del modo onde governare il suo navilio per farsi pronto a resistere all’arrembaggio che si preparava; e vie più pericoloso gli si dimostrava il suo stato, per essere Tressiliano insieme con lui alla presenza della Regina. Ciò nonostante Varney, altrettanto impudente quanto poco scrupoloso, e destro e fertile in espedienti, non era tal uomo da abbandonare il suo vascello prima che andasse a picco. Misurava inoltre colla sua mente quanto v’era da guadagnare per lui se toglieva d’impaccio Leicester, e quanto da perdere se gli falliva l’impresa. «È egli vero, o sciagurato (gli domandò la Regina, e tal domanda venne accompagnata da uno di que’ fulminanti sguardi, ai quali poche persone sapeano reggere senza impallidire) è egli vero che tu avesti l’audacia di sedurre, e di disonorare una giovane donzella ben nata e bene allevata, la figlia di sir Ugo Robsart di Lidcote?» Il Varney piegò un ginocchio dinanzi alla Regina, e vestendo un contegno umiliato e contrito, disse non poter negare che vi era stata qualche corrispondenza d’amore fra lui e Amy Robsart. Il Leicester fremette d’indignazione nell’udire costui esprimersi in sì fatta maniera, e per un istante provò in se medesimo tanto coraggio, che fu quasi tentato a confessare le nozze contratte segretamente con Amy, e così sbandirsi da se medesimo dalla Corte, e perdere per propria opera il favore della Regina; ma volse uno sguardo sopra il Sussex, e l’idea del trionfo che per tal confessione avrebbe porto al suo rivale gli chiuse la bocca. «Non sia almeno per ora, meditò fra se stesso; non è questo l’istante di assicurare tale vittoria a costui»; e rinserrando un labbro contro dell’altro rimase fermo, immobile, attento ad ogni detto che Varney pronunciava, e risoluto a nascondere fino all’ultimo momento un segreto da cui sembrava soltanto dipendere l’aura che lo circondava. La Regina intanto continuava ad interrogare Varney. «Qualche corrispondenza d’amore! E di qual genere fu una tale corrispondenza? Se l’amore che provavi per questa donzella era onesto, perchè non ne chiedesti la mano al padre suo?» «Non osai avventurare tale inchiesta, (rispose il Varney, sempre col ginocchio a terra), perchè io sapeva che sir Ugo l’aveva promessa ad un gentiluomo pieno d’onore (chè gli renderò sempre giustizia, benchè lo sappia a me non propenso), al sig. Edmondo Tressiliano, che or vedo alla presenza di Vostra Maestà.» «E con qual diritto persuadeste una giovane, senza dubbio abusando della semplicità ed ingenuità ch’era in lei, a contravvenire alla volontà del padre, a legarsi con voi in corrispondenza d’amore, poichè questo è il nome che date con volto franco alle vostre sregolatezze?» «Regina, ripose Varney, sarebbe vana impresa il perorare la causa della fralezza umana innanzi ad un giudice a cui questa fralezza è sconosciuta, o difendere l’amore al cospetto di donna che non cedè mai a sì fatta passione... benchè la inspiri a tutti coloro che le si avvicinano» soggiunse costui con voce timida e bassa, e dopo aver fatta una pausa. Elisabetta fece prova di aggrottare il ciglio; pur sorrise a malgrado di se medesima. «Tu sei un malvagio, gli diss’ella, che spingi oltre ogni limite l’impudenza. Sposasti almeno questa giovane?» Cotal domanda trasse a fremere nuovamente il Leicester, e si sentì il cuore lacerato da tanti e vari sentimenti, sicchè gli sembrò non dipendere omai la sua vita se non se dalla risposta che avrebbe data Varney. Questi, dopo avere titubato, per vero dire, un istante, rispose: «Sì, o Regina.» «Perfido sciagurato!» Non potè ristarsi dallo sclamare il Leicester spumante di rabbia; ma questo furore fattosi in lui eccessivo, e l’interruzione posta dalla Regina al suo dire, non gli permisero di aggiugnere a tale esclamazione una sola parola. «Milord, gli diss’ella, con vostra buona licenza, saremo noi che instruiremo questa processura; non abbiamo anche finito di ascoltare il vostro ufiziale. Il tuo padrone, il lord Leicester, era egli informato di questa bella impresa? Dimmi la verità, tel comando; e ti guarentirò di ogni pericolo per parte di chicchessia.» «Graziosa Sovrana, soggiunse Varney, quand’io debba dirvi la verità, come se fossi al cospetto di Dio, il mio solo padrone ne fu l’origine.» «Scellerato! Che ardisci tu dire?» sclamò il Leicester. «Prosegui pure (disse la Regina colle guance accese siccome brage e con occhi fulminanti); nessuno in questo luogo dee ricevere ordini che da me.» «E questi sono onnipossenti, o Regina, rispose il Varney, nè io oserò celar segreti, che la Maestà Vostra voglia conoscere; ma bramerei che gli affari del mio padrone non fossero intesi da altri orecchi, fuorchè da quelli della mia stessa Regina.» «Allontanatevi quanti siete (disse Elisabetta a tutti quelli che le stavano attorno, ed i quali si ritrassero tosto sul fondo della sala). Ora parla. Che ha di comune il Conte con questa colpevole tresca? Guai a te se mi racconti la più piccola menzogna, e guai a te parimente se ti fai a calunniare il Conte!» «Lungi da me sì scellerata mira, o Regina. Pure debbo confessare, che da qualche tempo il mio nobile padrone vive interamente assorto in un profondo pensiero, di cui non si sa la cagione. Ben si vede col fatto che questo pensiero lo distoglie da ogni vigilanza sul modo di vivere delle persone di suo servigio, fra le quali in passato mantenne un ordine sì rigoroso; ed è tale negligenza, che ci ha condotti fuori della retta strada. Perciò lo accagionai della colpa onde mi trovo alla presenza della Maestà Vostra. Di fatto, se egli fosse stato il padrone rigoroso d’altra volta, non avrei avuto nè i modi, nè il tempo di cadere in una mancanza, che mi ha posto ora in sua disgrazia, pena la più crudele che mi possa percotere, eccetto il risentimento della Maestà Vostra.» «E a questa tua colpa il Conte non ha preso parte di nessuna maniera?» «No, Regina; ma dopo un certo avvenimento accadutogli, egli non è più riconoscibile. Osservatelo, Maestà. Vedete com’egli è pallido e tremebondo! Qual differenza fra questo stato, e l’aria di dignità che in lui splendea per lo innanzi! Pure che ha egli a temere dalle cose ch’io posso dire alla Maestà Vostra? Ah Regina! Dopo che egli ricevette quel fatal plico.....» «Qual plico? (lo interruppe con vivacità la Regina) Chi glielo inviava?» «Questo è quanto ignoro, o mia Sovrana; ma gli son sì vicino onde non sia sfuggito alla mia cognizione, che dopo quel tempo ha sempre portato attorno al collo una treccia di capelli, cui sta sospeso un piccolo gioiello legato in oro, foggiato a forma di cuore: a questo gioiello ei volge la parola allora che è solo: non lo abbandona nè dì, nè notte. Vi giuro, o Regina, che niun Pagano adorò i suoi idoli con più fervore.» «Mi è forza dire che in te si trovan congiunte, e malignità ardimentosa, che ti move a spiar sì d’appresso gli arcani del tuo padrone, e imprudente loquacità, che ti fa raccontare in questa guisa le sue follie (disse la Regina arrossendo, ma senza collera). Or via; qual è il colore della treccia di cui mi parli?» «Un poeta direbbe, o Regina, che fu sfilata da una tela d’oro tessuta per le mani della stessa Minerva; ma a mio avviso, il colore di questa treccia è più pallido che non quello dell’oro il più puro; e meglio rassembra l’ultimo raggio che manda il sole in una bella giornata di primavera.» «Veramente, sig. Varney, ora vi trasformate voi stesso in poeta, (sorridendo la Regina soggiunse): ma io non ho bastante fantasia per tener dietro alle vostre metafore. Osservate attorno queste dame; guardate se ve ne sia una... (e nel dir ciò la Regina vestì l’aria della massima indifferenza) se ve ne sia una i cui capelli vi rimembrino il colore della treccia che mi descriveste. Avrei gusto di conoscere questi capelli somiglianti alla tela di Minerva, ovvero..... com’è che avete detto? all’ultimo.... raggio di sole in una giornata di primavera.» L’accorto Varney si fece successivamente a squadrare coll’occhio tutte le dame di quella adunanza, indi, ma con aria del più profondo rispetto, portò gli occhi sulla Regina. «Non vedo, diss’egli, alcuna capigliatura che regga ad un tal paragone, a meno che i miei occhi non si trasportassero laddove non debbono riguardare.» «Che ascolto! Temerario! ardiresti tu dare ad intendere?....» «Perdono, Regina (replicò Varney mettendosi una mano dinanzi agli occhi). Un raggio di sol di maggio mi trasse fuori di me.» «Ritirati, disse la Regina; non v’ha più dubbio che tu non deliri»: indi stogliendosi da lui mosse i suoi passi verso Leicester. Una vivissima curiosità mescolata a timori, a speranze, e alle diverse passioni che tengono agitato chi parteggia alla Corte, s’impadronì degli animi de’ circostanti per tutto il durare del colloquio che la Regina ebbe con Varney. Nessuno si permetteva il più leggier movimento, e astenuti si sarebbero dal respirare, se la natura non si fosse opposta a tale interruzione del suo ministerio. Contagiosa era questa atmosfera; ed il Leicester in veggendo tutti quelli che il circondavano, quai sospirosi, quai tremanti, o pel suo innalzamento o per la sua caduta, dimenticò in quell’istante tutte le più tenere inspirazioni d’amore, assorto nella sola idea, che il suo credito o la sua disgrazia dipendevano da un cenno d’Elisabetta e dalla fedeltà di Varney. Raccolse in fretta la mente per prepararsi a ben sostenere la parte nella scena, di cui diveniva allora importantissimo personaggio; e fortunatamente alcuni sguardi che la Regina volse dalla sua parte lo istrussero, come, quali che si fossero state le cose discusse nel segreto colloquio, le conseguenze non potevano essergliene svantaggiose. Nè in questa incertezza medesima durò lungo tempo, perchè il modo oltre ogni dire gioviale onde si fece a parlargli Elisabetta lo additò trionfante e al suo rivale ed a tutta la Corte. «Milord, voi avete un servo ben loquace nel vostro Varney. È cosa molto prudente per parte vostra il non confidargli segreti che possano farvi danno nella mia opinione, perchè cesserebbero presto dall’esser segreti.» «Egli si renderebbe colpevole (disse il Leicester piegando a terra un ginocchio) sol col nascondere qualche cosa alla Maestà Vostra. Ma io bramerei che le fosse così aperto il mio cuore, ond’ella non avesse d’uopo del ministerio de’ miei servi per leggervi entro.» «E che Milord? (disse Elisabetta riguardandolo con bontà). In quel vostro cuore non si trova qualche piccolo angolo, su di cui voleste gettare un velo? Vedo che questa interrogazione vi mette nell’imbarazzo; ma la vostra Regina sa di non dovere esaminare troppo d’appresso i fini che guidano i più fedeli fra i suoi servi a ben adempiere i lor doveri, per tema di scoprir qualche cosa, che potrebbe.... o dovrebbe almeno spiacerle.» Rincorato del tutto da queste ultime parole, il Leicester spiegò inaudita eloquenza nel dipingere alla Regina una rispettosa affezione, che non aveva limiti verso di lei; e forse in tal momento le parole si accordarono coi sentimenti del cuore, perchè le variate commozioni, alle quali fu dianzi in preda, diedero luogo in lui all’entusiasmo, ed alla fermissima risoluzione di mantenere il suo grado nei favori della Regina. Laonde egli non comparve giammai ad Elisabetta, nè più eloquente, nè più leggiadro, nè più facondo, siccome in quell’istante, che prostrato dinanzi a lei la supplicò a spogliarlo di ogni potere, ma lasciargli il nome di suo servitore. — «Togliete al povero Dudley, così diceva, tutto quanto gli deste; immergetelo un’altra volta nello stato oscuro, d’onde fu per opera vostra ritratto; non gli rimangano che cappa e spada; ma sofferite ch’ei continui a godere di quanto non meritò perder giammai, della stima di un’adorata Sovrana.» «No, Dudley (rispose Elisabetta, facendogli segno di alzarsi con una mano, e presentandogli da baciar l’altra), Elisabetta non ha dimenticato che allor quando eravate un povero gentiluomo, spogliato della vostra dignità ereditaria, ella era una principessa non meno povera di voi, e che avventuraste per lei tutto quanto vi fu lasciato dall’altrui oppressione, e per fin la vita e l’onore. Alzatevi, vi dico, o Milord, e rendetemi la mia mano; alzatevi e continuate ad essere quello che foste mai sempre; l’ornamento della nostra Corte, il sostegno del nostro soglio. Può accadere che la vostra padrona vi rimproveri di qualche torto, non perciò scorderà ella mai i servigi che le prestaste. Prendo Dio in testimonio (diss’ella volgendosi a tutti i cortigiani presenti ad una scena tanto rilevante), che non credo esservi un Sovrano sulla terra che possa vantarsi d’un servo sì fedele, com’io ravvisai in ogni circostanza il nobile Conte.» Un rumorio di approvazione partì da tutti que’ circostanti che partigiani erano del Leicester, e gli amici del Sussex non osarono che opporre un rispettoso silenzio. I loro occhi bassi, e le umiliate fisonomie ben dimostrarono fino a qual grado li costernasse tal compiuto e pubblico trionfo de’ loro antagonisti. Il primo uso che il Leicester fece del riacquistato favore della Regina, fu chiederle qual cosa le piacesse decretare intorno a Varney. «Benchè egli non meriti che il mio sdegno, se però mi fosse permesso intercedere.....» «Io aveva dimenticato questo affare, disse la Regina, e ne fo a me stessa rimprovero. Noi dobbiamo giustizia al più umile, come al più elevato de’ nostri sudditi, e vi ringraziamo, o Milord, di avercene fatto ricordare. Dov’è Tressiliano? dov’è l’accusatore? Si presenti dinanzi a noi.» Tressiliano si avanzò tosto, chinandosi rispettosamente alla Regina. Il portamento, come dicemmo, di questo cavaliere spirava nobiltà e grazia, la qual cosa non isfuggì alle acute indagini di Elisabetta. Essa lo contemplò attentamente, tanto che stavasi in piedi d’innanzi a lei con aspetto fermo e composto, ma da cui traspariva il profondo cordoglio ch’egli portava nell’animo. «Provo un vero rincrescimento in vederlo, disse la Regina a Leicester; ho assunte questa mattina informazioni sopra di lui, e ho saputo che è un uomo istrutto, e soldato valoroso ad un tempo; e basta il vederlo per esserne convinti. Ma noi altre donne, o Milord, nelle nostre scelte siamo capricciose. Io avrei detto poc’anzi, stando al solo giudizio degli occhi, non potersi far confronto fra Tressiliano e il vostro scudiere; pure questo Varney ha una lingua dorata, e spesse volte nel cuore di più d’una donna l’amore s’introdusse per la via degli orecchi. Signor Tressiliano, una freccia perduta non è un arco rotto. Una tenerezza sincera, com’io credo quella che voi provaste, fu a quanto sembra mal compensata; ma essendo voi dotto, non dovete ignorare, che incominciando dalla guerra di Troia e venendo sino ai dì nostri, vi fu più d’una Cresside ingannatrice. Dimenticate una donna infedele, e i vostri affetti per l’avvenire abbiano sguardo più antiveggente. Noi vi parliamo in tal guisa sulla traccia di quanto leggemmo nell’opere di dotti autori, anzichè colla scorta di una personale intelligenza, perchè il nostro grado, e il nostro volere allontanarono ben lungi da noi le lezioni dell’esperienza intorno ad una passion tanto frivola. Per riguardo al padre di questa nobil donzella, ne raddolciremo l’angoscia, concedendo al genero di lui qualche carica, che lo metta in grado di sostenere decorosamente le contratte nozze. Nè voi stesso, o Tressiliano, verrete dimenticato. Seguite la nostra Corte, e v’accorgerete che un vero Troilo può sempre far fondamento sulla nostra buona grazia. Pensate a quanto dice a tal proposito il Shakespeare. Egli è un vero incantatore; le leggiadre sue bagattelle mi tornano alla mente, allorchè dovrei pensare ad altre cose. Se non isbaglio sono questi i suoi versi. »Tua per decreto dei Celesti fatta »Crisëide era già. Ruppe ella stessa »Un imeneo sì augusto. A Dïomede »Cessa d’invidïarla? A lui non cedi »Che infranti avanzi d’un tradito nodo. Voi sorridete, lord Southampton! Forse che la mia cattiva memoria fa zoppicare i versi del vostro favorito? Ma basta così. Non si parli più a lungo di questa tenuità.» Tressiliano si stava sempre dinanzi a lei in atto d’uomo che vorrebbe essere ascoltato, mentre il rispetto gli tiene chiuse le labbra. «Ebbene (soggiunse la Regina inclinata per indole ad impazientire) che volete voi ancora? Questa giovane non può sposarvi tutt’e due. Ella ha già fatto la sua scelta. Non è forse la migliore, cui potesse appigliarsi, ma infine ella è presentemente la sposa di Varney.» «Se così fosse, graziosa Sovrana, disse Tressiliano, non avrei più nulla che impetrare dalla vostra giustizia, e sarebbe sopita in me ogni idea di vendetta; ma di queste seguite nozze vorrei qualche prova migliore di quel che il sia la parola di Varney.» «In tutt’altro luogo, ove si osasse affrontarmi con tale dubbio, disse Varney, la mia sciabola.....» «La tua sciabola! (lo interruppe Tressiliano, lanciando sopra di lui uno sguardo di sprezzo) ringrazia il rispetto ch’io debbo a sua Maestà: altrimenti la mia...» «Temerari! sclamò la Regina. Silenzio! Dimenticate e l’uno e l’altro ove siete? Ecco le conseguenze delle vostre dissensioni, o Milordi (diss’ella volgendo il guardo ora a Leicester ora a Sussex). Le persone del vostro seguito prendono i vostri sentimenti, il vostro umore, e sino nella mia Corte, alla mia stessa presenza, s’insultano, si disfidano ad uso di Rodomonti. Signori, chiunque parlerà di sfoderare la sciabola per altra causa che per la mia, porterà ai polsi delle mani tali smaniglie di ferro, che ne sentirà tutto il peso, me ne fo garante io medesima.» Conservò ella il silenzio un istante, indi assumendo più dolce tuono: «La mia giustizia nondimeno, ella soggiunse, debbe intervenire fra questi ardimentosi paladini. Lord Leicester, guarentite voi sull’onor vostro, cioè fin dove potete saperlo, che il vostro scudiere dice la verità nell’assicurare che si è fatto sposo ad Amy Robsart?» Era questa tal botta diritta, contro di cui diveniva impossibile la parata, e dalla quale fu Leicester quasi atterrato. Ma egli si era compromesso troppo innanzi per poter dare addietro; laonde, dopo avere titubato un istante, rispose: «Fin quanto io posso sapere, o Regina... Anzi debbo dire a mia piena ed intera conoscenza... Amy Robsart è maritata.» «Graziosa Sovrana, disse Tressiliano, mi sarebbe egli permesso di chiedere, in qual tempo, ed in qual luogo questo preteso maritaggio...» «Questo preteso maritaggio! sclamò la Regina. La parola del nobile Conte non ti è un mallevadore bastante della veracità di quanto un suo servo asserì? Ma voi siete il perditore, o credete esserlo almeno... e voglio usarvi indulgenza. Questa discussione ci ha intertenuti abbastanza. Lord Leicester, ho divisato la prossima settimana farvi una visita nel vostro castello di Kenilworth. Desidero che invitiate a tenerci ivi compagnia il nostro buono e stimabile amico, il conte di Sussex.» «Se il nobile conte di Sussex (disse il Leicester, salutando il suo rivale con altrettanto di urbanità che di disinvoltura) vuol compartirmi sì fatto onore, io riguarderò la sua visita siccome una prova della stima e dell’amicizia, che la Maestà Vostra desidera consolidata fra noi.» Il Sussex mostrò maggiore imbarazzo. «L’infermità di cui mi risento ancora, o Regina, non mi fa troppo adatto a contribuire ai diletti di una festa.» «Foste dunque tanto seriamente ammalato? (disse Elisabetta, fattasi con maggiore attenzione a riguardarlo). Egli è vero che siete molto cambiato, e me ne duole grandemente. Ma vivete tranquillo. Vigileremo colla stessa opera nostra alla salute di un suddito, che ne è sì prezioso, ed al quale abbiamo tante obbligazioni. Il Masters prescriverà la regola del vostro vivere, e noi faremo eseguire le sue prescrizioni, ma è d’uopo che voi siate di brigata nel viaggio di Kenilworth.» Ella pronunziò questi detti d’un tuono sì perentorio, ma nel tempo medesimo pieno di tanta bontà, che il Sussex a malgrado di quanta ripugnanza fosse in lui a ricevere ospitalità dal proprio rivale, si vide costretto a fare un profondo inchino, che annunziava alla Regina essere egli pronto ad ubbidirne i comandi; poi con accattata urbanità disse al Leicester che avrebbe accettato il suo invito. Nel tempo che i due Conti si stavano in una reciprocazione di complimenti a tale proposito, la Regina diceva a mezza voce al suo gran tesoriere. «Mi sembra, Milord, che le fisonomie di questi due Pari rassomiglino quei due famosi fiumi classici, l’uno sì nero e melanconico, l’altro sì nobile e limpido. Il mio vecchio maestro Aschan mi sgriderebbe per aver io dimenticato il nome dell’autor che ne parla. Credo però sia stato Cesare. Osservate qual maestosa calma domina sulla fronte di Leicester, e quai modi sforzati adopera Sussex nel volgere all’altro qualche accento di cortesia, sol per un riguardo ai nostri ordini.» «Lo starsi in dubbio sul favore della Maestà Vostra, rispose il lord tesoriere, può bastare, cred’io, a spiegare una differenza che non è sfuggita, come nulla sfugge, agli occhi della nostra Regina.» «Un tal dubbio ci farebbe ingiuria, o Milord, replicò Elisabetta. Entrambi i Conti ne sono cari egualmente, ed impiegheremo con imparzialità l’uno e l’altro ai vantaggi del nostro regno. Ma il loro colloquio è durato abbastanza. Lord Sussex, lord Leicester, noi abbiamo ancora qualche cosa da dirvi. Tressiliano e Varney fanno parte delle vostre case; desideriamo che ci accompagnino a Kenilworth. E poichè allora avremo presso di noi Paride e Menelao, vogliamo vedere anche questa bella Elena, la cui incostanza ha mosso tanto rumore. Varney, tu condurrai tua moglie a Kenilworth, e preparala a comparirmi dinanzi. Lord Leicester, incarico voi dell’esecuzione di un tal ordine.» Il Conte ed il suo scudiere fecero un rispettoso inchino, indi rialzando il capo non osarono levar gli occhi verso la Regina, nè l’uno sopra dell’altro, perchè entrambi credettero in quell’istante veder le reti della menzogna ch’essi avevano tese, chiudersi sopra di loro per avvilupparli. «Milordi, disse ai Conti la Regina, ci è d’uopo della presenza vostra al consiglio privato, che andiamo ora ad aprire, e dove importanti cose si discuteranno. Noi andremo indi a diporto sul fiume, e voi vi ci accompagnerete. Oh! questa navigazione mi chiama una circostanza alla mente. Signor cavalier _del mantello_, diss’ella sorridendo a Raleigh, pensate che d’ora in avanti dovete seguirmi in tutte le mie spedizioni, onde fatevi somministrare vestimento quale vi si conviene. Voi vi rivolgerete al grande intendente della nostra guardaroba.» Così terminò questa memorabile udienza, nella quale, siccome in tutto il corso della sua vita, Elisabetta unì i capricci ai quali va di frequente soggetto il gentil sesso, a quel profondo senno, e a quella retta politica, che la fanno primeggiare fra quanti Sovrani abbiano mai portato corona. CAPITOLO IX. »Già del peregrinar scelta è la meta; »Discior le vele è quant’omai rimane. »Tien gli occhi al governal, nocchiero; appresta »Le faci, e il filo indagator del fondo. »E basse terre, e scogli a mille a mille »Quest’oceano insidioso asconde, »Cui diè più d’un naufragio orribil fama. _Il Naufragio._ Nel breve intervallo trascorso fra il terminar dell’udienza e l’adunata del consiglio privato, Leicester ebbe il tempo di meditare, che avea posto egli stesso il suggello al proprio destino. Egli era impossibile, così andava questi pensando, che dopo avere, alla presenza di quanto eravi di più cospicuo nell’Inghilterra, attestato, benchè in termini ambigui, essere verace l’asserto del Varney, gli fosse più lecito il contraddirlo, o il dismentirlo, senza compromettersi, non solamente a perdere il favore di cui godeva alla Corte, ma eziandio ad incorrere nel risentimento personale della Regina, la quale non gli avrebbe al certo perdonato di essere stata ingannata; al che aggiugneasi l’idea non meno spaventosa dell’altre, di vedersi esposto al disprezzo e alla derisione del rivale, o di tutti i suoi partigiani. La certezza di tanti pericoli costernava lo spirito di Leicester; e nel tempo medesimo gli si paravano in tremenda forma allo sguardo tutte le difficoltà che si opponevano a conservare un segreto, il cui divulgarsi portava inevitabile ed ultimo crollo al suo onore ed alla sua possanza. Ei vedevasi allora simile ad uomo, che cammina sopra un diaccio presto ad infrangersi, ed al quale può essere sola via a salvamento il camminare avanti con passo fermo e sicuro. Gli conveniva pertanto a qualunque rischio assicurarsi il favore della Regina, favore acquistato a costo di tanti sagrifizi, ed unica tavola su cui gli fosse ancora sperabile l’evitare il naufragio. Nè solamente si limitava ora il suo incarico al sostenersi in tale favore, ma gli era d’uopo mettervi l’ancora più tenacemente che mai. Essere il favorito di Elisabetta, o sottoscrivere alla perdita persin della fama, divenne il bivio a cui egli si vide ridotto. Ogn’altra considerazione dovette per conseguenza tacer sull’istante. Laonde cercò sbandire dalla sua memoria l’immagine d’Amy, che a malgrado di lui vi si presentava, nè gli rimaneva che la rimota lusinga d’aver tempo in appresso per avvisare ai modi onde svolgersi da sì crudel labirinto; siccome nocchiero che vede la sua prora minacciata dagli scogli di Scilla, nè pensa che a schivarli, dimenticando per allora i più lontani rischi, che gli apparecchia Cariddi sull’altra riva. Tale era lo stato dell’animo del Leicester allora che andò a prendere la sua consueta sede nel consiglio privato di Elisabetta, e allora che l’accompagnò di poi nell’andare a diporto sulle acque del Tamigi. Pure non fece mai siccome in tale occasione maggiore sfarzo d’ingegno, sia come accortissimo politico, sia come leggiadrissimo cortigiano. Giunse egli nel consiglio, allorchè agitavansi le cose intorno la sfortunata Maria regina di Scozia, che contava allora il settimo anno della sua cattività in Inghilterra. Il Sussex, ed alcuni altri parlarono fortemente in favore di questa misera principessa, mettendo in campo la legge delle nazioni e i diritti dell’ospitalità con detti sì vigorosi, che comunque non oltrepassassero i limiti del rispetto e della moderazione, troppo gratamente non risonarono agli orecchi della Regina. Della qual cosa ben avvedutosi il Leicester, fu pronto ad abbracciare l’opinione contraria, ponendo in ciò tutto il calore della più animata eloquenza. Rappresentò la necessità di continuare a custodire in rigorosa prigionia la Scozzese, siccome espediente indispensabile alla sicurezza del regno, e soprattutto alla sacra persona di Elisabetta: «L’ultimo capello del capo di questa Regina doversi riguardare per più prezioso ed importante che non la vita e la fortuna di una rivale, fattasi pericolosa coll’armare pretensioni vane parimente ed ingiuste sul trono dell’Inghilterra, d’una rivale, che dal fondo ancora del suo carcere si faceva centro alle speranze di tutti i nemici così interni come esterni di Elisabetta.» Ei terminò il dire col domandare scusa, se il suo zelo lo aveva trasportato tropp’oltre; ma «la conservazione della Regina era tal causa che il traeva sempre fuori dei limiti della sua moderazione ordinaria». Elisabetta lo censurò, ma colla massima dolcezza sul troppo peso ch’egli attribuiva alle cose che la riguardavano personalmente. Confessò per altro nel tempo medesimo, che avendo piaciuto al Cielo di collegare gl’interessi di lei con quelli de’ suoi sudditi, credea far cosa comandata dal dovere prendendo espedienti, che la propria sicurezza additasse siccome indispensabili. Sperava ella, che qualora il Consiglio avvisasse la necessità di prolungare la prigionia della sua sfortunata sorella di Scozia, non troverebbe almen biasimevole, che la Regina d’Inghilterra pregasse la contessa di Shrewsbury ad usare alla prigioniera tutti i riguardi compatibili colla necessità di custodirne la persona. Annunziati per tal modo i propri voleri, Elisabetta sciolse quell’adunanza. Non fu mai veduta sì grande la premura nell’aprirsi le file per dar passaggio al conte di Leicester, siccome allora che uscendo egli dal consiglio privato, attraversò le anticamere piene d’una folla di cortigiani. Giammai gli uscieri non avevano gridato più ad alta voce: _Fate luogo, fate luogo al nobile Conte_. Mai questo segnale non fu ubbidito con più di prontezza e di rispetto. Nè mai volti eransi verso il Leicester tanti occhi di persone, ansiose d’aver qualche sede nel novero degli umili suoi clienti, o di ottenerne un semplice segno di non essergli ignoti, intanto che il cuore di parecchi fra i suoi partigiani ondeggiava fra la brama di offerirgli congratulazioni, e la tema di parer troppo arditi coll’indirigerle in pubblico ad un uomo posto in grado cotanto sublime. Tutta la Corte pensava che l’esito dell’udienza di quel giorno, aspettata dianzi fra mezzo a tante dubbiezze e perplessità, era il più concludente fra i trionfi del conte di Leicester. Ognuno avea per cosa indubitabile, che il satellite, rivale del Leicester, se non potea dirsi interamente offuscato dallo splendore dell’altro, sarebbe al certo costretto per l’avvenire a compiere i suoi giri in un’orbita più rimota del sole. Così le cose vedeva la Corte, e giusta una tal norma si comportavano dal primo all’ultimo i cortigiani. Per altra parte il Leicester non fu giammai più officioso, nè mai spiccò tanto per cortesia nel restituire i saluti, che d’ogni lato gli venivano porti; nè mai riuscì tanto felicemente (per adoperare la frase di tal persona che allora non si stava gran che lontana da esso), nell’indorare l’opinione che il Pubblico portava sopra di lui. Parea ch’ei tenesse in serbo per ciascheduno un saluto, un sorriso, una parola gradevole; saluti, sorrisi, parole gradevoli, ch’ei distribuiva in gran parte a tai cortigiani, i cui nomi disparvero da lungo tempo sotto l’acque del fiume di obblio; ma che indirisse anche talvolta ad alcuni enti, che ne riesce quasi estraneo l’udirli rammemorare nelle pratiche più oscure della lor vita, le quali lo furono tanto, ond’or ci costi fatica il credere, che vi sieno discesi, confrontandole col prodigioso innalzamento a cui li trasse la riconoscenza dei posteri. Accenneremo qui alcune tra le frasi che spacciò il Leicester nell’attraversar che fece queste anticamere. «Oh! eccovi Poynings! Come stanno la moglie e la vostra amabile figlia? Perchè non vengono dunque alla Corte? — La vostra inchiesta non può essere esaudita, Adams; la Regina non vuole più concedere privilegi non estendibili; ma mi riuscirà servirvi in altra occasione. — Mio caro alderman Aylford, la procedura della Città intorno a Queenhithe verrà continuata con tutta quella sollecitudine che la mia prevalenza potrà infonderle. — Sig. Edmondo Spencer, vorrei poter sostenere la vostra supplica, anche per secondare l’amor che porto alle Muse. Ma Dio! lanciaste sì furiosi sarcasmi contro il lord Tesoriere!» «Milord, rispose il poeta, se mi fosse lecito lo spiegarmi....» «Venite a vedermi in mia casa, caro Edmondo; non domani, nè dopo domani, ma il più presto possibile. — Ah William Shakespeare! Matto di William! Convien dire che tu abbia dato a mio nipote Filippo Sydney una dose di polvere simpatica; egli non può mettersi in letto se non ha sotto il guanciale _Venere_ e _Adone_, da te composti. Ti farò appiccare come il più grande stregone di Europa. Oh! a proposito. Non ho dimenticato il tuo affare cogli orsi. Me ne prenderò cura.» L’Autore comico gli fece un rispettoso saluto; e il Conte, chinata leggermente la testa, continuò il suo cammino. Così gli è forza narrare la cosa riferendola a quel secolo. Trasportandola al nostro, dovrebbe dirsi che un ente immortale avea prestato omaggio ad un uomo. La persona alla quale il favorito volse la parola in appresso era uno de’ più zelanti suoi partigiani, che lo salutò col riso sulle labbra, e in aria di trionfo: «Sir Francis Denning, gli disse il Leicester, quest’aria di buon umore vi fa la fisonomia men lunga un terzo di quello che non l’ho veduta stamane. — Ebbene, signor Bowier! perchè vi tenete così in disparte? Pensate ch’io conservi odio contro di voi! Poche ore sono, non faceste che il vostro debito, e se mi ricordassi mai del nostro piccolo disparere, non sarebbe che per sapervene grado.» Il Conte vide allora avanzarsi verso di lui, facendo grandi riverenze, un personaggio bizzarramente vestito, con giubba di velluto nero tagliata a festoni, e guernita di raso cremesino. Un pennacchio tolto dall’ali d’un gallo gli sventolava sul berrettone di velluto ch’ei teneva in mano, e molto amido ne inrigidiva un enorme collare: le quali cose unendosi ad una fisonomia in cui non leggevasi che la vivacità di chi ha grandi pretensioni, annunziavano in lui un ente impastato d’amor proprio, e sfornito di spirito. Una bacchetta ch’ei tenea fra le mani, e il tuono d’uom d’affari ch’egli assumea, lo dimostravano insignito di qualche dignità onde traeva non poca boria. Un colore rosso carico, che in luogo di starsi sulle sue guance magre e incavate, si era impadronito di tutta la superficie di un naso proffilato, annunziava in lui piuttosto la consuetudine dell’intemperanza che quella della modestia, e il modo con cui si fece a parlare al Conte provò che gli atti si conformavano all’aspetto. «Buon giorno, sig. Roberto Laneham,» disse il Conte senza fermarsi, e manifestamente desideroso di scansarlo. «Ho una supplica da presentare alla Signoria vostra,» disse il Laneham che arditamente gli tenea dietro. «E che cosa contiene ella, _maestro guardiano della porta della camera del Consiglio_?» «Volete dire: _donzello della porta della camera del Consiglio_,» soggiunse con enfasi il Laneham. «Chiama il tuo ufizio col titolo che ti piace; ma qual cosa brami da me?» «Unicamente vorrei dalla Signoria vostra la permissione di far parte nel viaggio che sta per imprendersi al suo magnifico castello di Kenilworth.» «E perchè questo, Laneham? Non sai tu ch’io debbo aver colà una compagnia numerosa?» «Non tanto numerosa, che vostra Signoria non possa concedervi un po’ di luogo ad un antico suo servitore. Poi, pensate, o Milord, alla contingenza che vi si tenga qualche consiglio, e che questa verga è necessaria per allontanare dalle porte quegli spioni che mettono l’occhio al buco della serratura, e a tutte le fessure che possono scorgere. La mia verga è indispensabile al Consiglio quanto lo è un paramosche alla stalla d’un beccaio.» «La tua comparazione fa onore al Consiglio, ma ti prego: non cercare di giustificarla. Sia come brami, acconsento; vieni a Kenilworth, se questo ti fa piacere. Non mancherò di pazzi colà, e vi troverai quindi con chi barattare parola.» «E se vi saranno pazzi, o Milord, tanto maggiore soddisfazione ne avrò. Amo divertirmi alle spalle di un pazzo, quanto un cane levriere ad inseguir la sua preda. Ma mi sarebbe d’uopo supplicare la Signoria vostra d’un’altra grazia.» «Spicciati adunque: conviene ch’io parta; la Regina sta per uscire.» «Io vorrei Milord, condurvi meco una compagna da letto.» «Che vuol dir questo? Non ti vergogni?...» «Oh Milord, le mie domande stanno fra i limiti del giusto e dell’onesto. Io ho una moglie curiosa non meno di quella sua antica progenitrice che mangiò la poma proibita. Or questa moglie, secondo le regole, non potrei condurmela meco, perchè gli ordini di sua Maestà vietano rigorosamente ad ogni uficiale di prender seco la moglie ne’ viaggi che fa la Corte, e ciò per non ingombrare di donne i calessi. Ma vorrei anche ottenere un’altra grazia da vostra Signoria...» «Oh Dio!» «Ho tosto finito. Vorrei che deste alla ridetta mia moglie una parte da sostenere nella vostra festa, in modo che vi potesse comparire sotto qualche travestimento, senza che gli altri s’accorgessero ch’ella è mia moglie.» «Che il gran diavolo vi porti l’uno e l’altro (sclamò Leicester, che tanto più perdè la pazienza per le ricordanze che in lui destava un tale discorso); perchè mi trattieni tu con queste tue baie?» Il nostro _usciere della porta della camera del Consiglio_, spaventato da questo subitaneo accesso di collera, lasciò cadere la bacchetta, distintivo della carica, e fise sul Conte due grand’occhi stupidi che mostravano lo sbigottimento ond’era compreso costui, e che tornarono in mente a Milord non dover egli in quel luogo dar da comprendere nè poco nè assai le inquietudini del proprio animo. «Io voleva solamente convincermi, se tu possegga l’arditezza che si vuole al tuo ministerio, gli disse il Conte con tuono più mite; vieni dunque a Kenilworth, e conducivi il diavolo se così brami.» «Mia moglie ha ben fatto la parte di diavolo in un mistero, che venne celebrato, o Milord, ai giorni della regina Maria; ma ci mancherebbe una bagattella per il corredo.» «Tieni una _corona_, ma liberami dalla tua presenza: odo sonare la campana maggiore del palazzo.» Roberto Laneham gli tenne dietro per qualche istante coll’occhio sorpreso, ed abbassandosi per raccoglier di terra il distintivo della sua dignità, disse fra se medesimo; «Il nobile Conte in quest’oggi non è del suo bell’umore; ma quando questi signori ci vanno regalando corone, noi altre persone di spirito possiamo anche chiudere un occhio sui loro ghiribizzi, perchè in verità, se non pagassero per ottener grazia, con noi non la passerebbero bene.» Intanto Leicester attraversava gli appartamenti del palazzo, trascurando in allora que’ riguardi d’urbanità, de’ quali dianzi era stato sì prodigo; e traendosi il più presto che potè fuor delle stanze aperte al Pubblico, si fermò in una piccola sala, approfittando di quella solitudine per abbandonarsi un istante alle proprie considerazioni. «Che cosa dunque son io divenuto, diss’egli a se medesimo, onde i vani discorsi d’un pazzo, d’un vero cervello d’oca, facciano sopra di me una tale impressione? Coscienza! tu sei un cane da guardia che svegliano del pari il lieve calpestio d’un misero sorcio, e il ruggito di un lione! Nè potrò io dunque con un passo ardito togliermi da uno stato sì difficile, sì penoso? Se corressi a gettarmi ai piedi d’Elisabetta, a confessarle il tutto, ad implorarne pietà!...» Egli stava in quest’ultima idea, allorchè apertasi la porta, entrò precipitoso Varney. «Sien grazie al Cielo, o Milord, che finalmente vi trovo!» «Dì piuttosto grazie al diavolo, del quale sei il ministro.» «Sì, sì, grazie a chi volete, ma non perdiamo un istante. La Regina è a bordo, e domanda ove siete.» «Va a dirle che d’improvviso mi è venuto male; perchè viva il Cielo! la mia testa non può resistere più lungo tempo.» «Nulla è più facile del rimanere addietro, o Milord (disse con amaro sorriso il Varney), perchè nè voi, nè io, che come vostro primo scudiere dovea seguirvi, a quest’ora abbiamo più luogo nella barca della Regina. Mentre io mi affannava correndo al palazzo per rintracciarvi, ho udito che venivano chiamati il nuovo favorito Walter Raleigh, e il nostro conoscente antico, Tressiliano, per dare ad essi i nostri posti.» «Tu sei un vero demonio, o Varney, (rispose Leicester scotendosi affrettatamente) ma tu hai causa vinta in tale istante. Ti seguo.» Varney non rispose altra cosa, ed additandogli il cammino, passò senza far cerimonie dinanzi a lui, ed uscito del palagio s’avviò verso il Tamigi, chè il suo padrone come macchinalmente gli tenea dietro. Voltosi il Varney per vedere se veramente l’altro il seguiva, si fermò, e con tuono che sapeva di famigliarità, e quasi autorevole: «Che vuol dir questo, o Milord? Il vostro mantello cade tutto da un lato, sbottonata la giubba... permettetemi...» «Non v’incomodate, o signore (disse il Conte rimettendosi in tutta l’aria sua di padrone); quando vi darò ordini, allora penserete ad eseguirli. Intanto statevene al vostro posto», e passando dinanzi a lui, s’avviò verso la riva del fiume. La barca della Regina trovavasi sul momento del partire, e già assegnati ad altri erano i posti, riserbati dianzi sulla poppa al Leicester, e sulla prora al suo scudiere. Ma appena comparve il Conte, i remi, presti a battere l’acqua, rimasero fermi, come se i navicellai avessero preveduto, che qualche mutazione stava per accadere nell’ordinamento di quella nobil brigata. Il rossor delle guance annunziava l’interno disgusto della Regina, che ebbe ricorso a quel tuono di freddezza sotto cui nascondono gli alti personaggi certe agitazioni dell’animo, cui senza invilire la propria dignità non potrebbero palesare; onde a lui volse queste agghiacciate parole: «Noi vi abbiamo aspettato, o Milord». «Graziosa Sovrana, rispose il Leicester, voi usa a perdonare tante debolezze sconosciute alla vostra grand’anima, non degnerete di qualche pietà quei moti, che l’agitazione del cuore comunica al corpo e alla mente? Io mi presentai a voi questa mane in guisa d’uomo accusato e sospetto. La vostra bontà penetrò in mezzo alle nubi onde si tentò oscurare il mio onore. Voi sola mi restituiste questo onore; e cosa più preziosa ancora, la vostra buona grazia. È egli da maravigliarsi, se, non ancora essendo stanca d’affliggermi la fortuna, il mio scudiere mi trovò in tale stato, che mi lasciava appena la forza di trascinarmi sin qui, ove uno sguardo della Maestà vostra, oh Dio! fino uno sguardo sdegnoso potè sopra di me quanto Esculapio medesimo avrebbe tentato invano.» «Che ascolto? (sclamò Elisabetta, fissandosi sopra Varney). Tanto ha sofferto Milord?» «Egli soggiacque ad una specie di svenimento, rispose l’astuto Varney, e ben la Maestà vostra può accorgersene al disordine che è tutt’ora nel suo aggiustamento; disordine che neanco mi lasciò il tempo di riparare, tanto egli era frettoloso di comparirvi innanzi, o Regina.» «Oh poco monta quanto all’aggiustamento (disse tosto Elisabetta volgendo uno sguardo sui lineamenti nobili del Conte, ai quali cresceano novello vezzo le contrarie passioni che ne agitavano lo spirito). Entrate, Milord, entrate, troveremo luogo per voi. Quanto al vostro posto, sig. Varney, lo abbiamo assegnato ad altri. Converrà che vi collochiate in una delle barche di seguito.» Varney, fatto un inchino, si ritirò. «Voi pure (soggiunse la Regina guardando con gentil modo Raleigh), nostro giovane cavalier _del mantello_, converrà che voi pure diate luogo. Prenderete posto nella barca delle nostre dame d’onore; poichè quanto a Tressiliano, egli ha già sofferto assai dal capriccio delle donne, onde non vogliamo cambiare le distribuzioni che lo riguardano.» Il Leicester entrò adunque nella barca della Regina, la quale fece ancora altri piccoli cambiamenti di posti con tal arte che finalmente il Leicester fu assiso accanto di lei. Raleigh si alzò da sedere, e Tressiliano avrebbe avuta la mal accorta cortesia di offerire il proprio luogo all’amico; ma un rapido sguardo lanciato sovr’esso da Walter, di cui pareva elemento naturale la Corte, gli fece comprendere, che la Regina si poteva tener per offesa se egli mostrava sì poca cura di profittare del primo favor concedutogli. Tressiliano adunque rimase senza dir altro al suo luogo, intanto che Raleigh, salutando profondamente Elisabetta, si accigneva colla fisonomia del rincrescimento ad uscir della barca. Un giovane cortigiano, il galante lord Willonghby credette leggere sul volto della Regina non so qual cosa che la indicava impietosita di questo rincrescimento, o vero o artifizioso, dimostrato dal giovane Walter. «Non si conviene a noi vecchi cortigiani, diss’egli con gaia disinvoltura, il nascondere lo splendor del sole ai novelli. Quando Sua Maestà ne acconsenta, io mi priverò per un’ora della cosa più deliziosa a tutti i suoi sudditi, della fortuna di godere la sua presenza, e farò il sagrifizio di ritrarmi al chiaror delle stelle, togliendomi per qualche istante la vista di Diana sfavillante di tutta la sua gloria. Io mi porterò adunque nella barca delle dame d’onore, e cederò a questo giovane cavaliere un’ora di beatitudine.» «Se voi consentite ad abbandonarci, o Milord (gli disse la Regina in tuono fra il serio e lo scherzevole), converrà che ci adattiamo a tal sagrifizio. Ma comunque vi diate il nome di vecchio cortigiano, non siamo in voglia di affidarvi la cura delle nostre dame d’onore. La venerabile vostra età (soggiunse ella con malizioso sorriso) si accorderà meglio con quella del nostro gran Tesoriere, che ci segue nella terza barca, e la cui esperienza può profittarsi ancor della vostra.» Il lord Willonghby si sforzò di palliare con un sorriso il contraggenio ch’egli aveva all’ammenda posta dalla Regina, e dopo aver porto a questa un rispettoso saluto, andò a sottomettersi al suo destino nella barca del lord Burleigh. Leicester che sollecito di divagare il suo animo dalle triste idee che per entro vi si agitavano, afferrava tutte quelle occasioni fatte per allegrarlo un istante, non si lasciò sfuggir la presente. Laonde, appena la barca si fu allontanata dalla riva, e mentre le bande musicali collocate sull’altra facevano echeggiare il suono de’ loro strumenti, cui si mescevano le acclamazioni del popolo, che copriva le due sponde del Tamigi, ebbe sopra di se medesimo assai dominio, onde non pensar per allora che al brillante stato in cui si trovava, ed alla necessità di mantenersi nel favore della Regina. Per la qual cosa sfoggiò con tanto buon successo le grazie compartitegli dalla natura, che Elisabetta rapita fuor di sè dall’amabile facondia del cortigiano, e timorosa ad un tempo ch’egli ne sofferisse nella salute, gli prescrisse in tuono gioviale un silenzio di pochi istanti, necessario, diss’ella, onde la gaiezza medesima non ne estenuasse le forze. Voltasi allora al conte di Sussex: «Milord, gli disse, dopo aver noi messo un decreto che condanna a tacersi il conte di Leicester, ci faremo ad ascoltare i vostri avvisi sopra argomento degno più d’essere discusso in mezzo alla gioia ed ai suoni musicali, che d’interrompere la gravità delle consuete nostre deliberazioni. Evvi tra voi chi abbia notizia d’una supplica presentataci da Orsone Pinnit, guardiano, com’ei s’intitola, de’ nostri orsi reali? Chi di voi vuol farsene protettore dinanzi al trono?» «Per bacco! disse il conte di Sussex, colla permissione della Maestà vostra, son qua io. Orsone Pinnit era un valente soldato innanzi che le sciabole della tribù di Mac-Donough in Irlanda lo rendessero inabile alla guerra, e credo bene che la Maestà vostra voglia continuare ad essere, come il fu sempre, la protettrice de’ fedeli suoi servitori.» «Certamente è tale la nostra intenzione, disse la Regina; e soprattutto verso i poveri nostri soldati e marinai, che per sì poca paga mettono a rischio la loro vita. Noi cederemmo la nostra reggia, (diss’ella, e in dir ciò le sfolgoravano gli occhi) per costruire uno spedale per essi, anzichè dovessero ravvisare in noi un’ingrata padrona[8]. Ma ci siamo allontanati dal nostro discorso.» Onde dopo essersi abbandonata a questa effusione di patrio amore, riprese il tuono che si conviene alle cose gioviali: «La supplica di Orsone Pinnit va un po’ più in là; ei si lamenta del gusto che ha incominciato a prendere il pubblico per gli spettacoli di nuovo genere, e principalmente della spezie di furore, con cui si trasporta in folla a vedere le rappresentazioni composte, dice egli, da un William Shakespeare, il cui nome, m’immagino, non è ignoto a nessun di voi, o Milordi; e se ne lamenta perchè in proporzione del crescere di questo gusto, cade in discredito il vezzo che si aveva di ammirare il maschio spettacolo del combattimento degli orsi. Egli soggiunge essere una vergogna che uomini Inglesi, divenuti vaghi di contemplare le prove di sciagurati commedianti, che si ammazzano da burla, lascino in non curanza i nostri cani ed orsi reali, che si straziano l’un l’altro con tutta verità. Che dite su di ciò lord Sussex?» «In fede mia, o Regina, rispose il Conte, voi non crederete, che un vecchio soldato qual mi son io possa dir molte cose in favore dei combattimenti finti, allorchè si pretende metterli a paragone coi veri. Pure non so voler male a questo Shakespeare. Egli è un malandrino vigoroso. Si dice che è zoppo, ma ha maneggiato maravigliosamente il bastone, e si battè con coraggio col boscaiuolo del vecchio sir Thomas Lucy di Charlecot, allorchè s’introdusse nel parco per dar la caccia ai daini del padrone, e per abbracciare la figlia del guardiano.» «Vi domando grazia per Shakespeare, Milord; si parlò di tale affare in consiglio, e la figlia del guardiano non vi entrava per nulla. Non è nostra mente che si gravi la mano sopra le leggerezze di questo povero galantuomo. Ditemi piuttosto qual sia la vostra opinione sul suo modo di recitare, sui suoi componimenti, sul teatro instituito da lui. Il punto della quistione sta qui, e non nelle follie della sua giovinezza, non nelle cacce del parco, non nell’altre bizzarrie di cui mi parlate.» «Lo creda pure la Maestà vostra, ch’io non voglio male a questo matto. Ho inteso alcuni de’ suoi versi, e mi è fin sembrato trovarvi alcune immagini degne di non dispiacere a un guerriero. Ma è tutta spuma, son tutte bolle, non vi è sostanza, nulla di serio, e credo lo abbia osservato anche vostra Maestà. Qual vezzo posso io avere nel contemplare una mezza dozzina di birboni armati di spade irrugginite e di scudi, di lotte che mi presentano la parodia d’una battaglia, se metto questo in confronto del nobile spettacolo d’un combattimento d’orsi? Spettacolo onorato dalla presenza della Maestà vostra, e da quella de’ suoi illustri predecessori; spettacolo che fra tutti i regni della Cristianità ha posta in novello grido la nostra contrada posseditrice di mastini tanto famosi, e d’uomini di sì alto ingegno che sanno addestrare gli orsi alla pugna. È molto da temersi che queste due razze non s’imbastardiscano; se gl’Inglesi incominceranno a dar più volentieri ascolto alle frivole declamazioni d’un istrione anzichè incoraggiare la più bella immagine della guerra, che si possa mai offerire in tempo di pace, intendo dire la pugna degli orsi. Là voi vedete una di queste bestie che si tiene in guardia coll’occhio rosso siccome brage, e simile a perito capitano, che sta sulle difese per adescare il nemico a venirlo ad assalire ne’ propri trinceramenti. Allora sir _Mastino_ fa carriera, e prende lord _Bruin_ alla gola[9]; ma questi gl’insegna qual sia la ricompensa di coloro, che abbandonandosi a sconsigliato coraggio in tempo di guerra, dimenticano le cautele insegnate dalla prudenza. Egli se lo stringe fra le braccia, e da vigoroso lottatore lo comprime contro il suo seno tanto che s’oda lo scricchiolare delle coste della vittima, fatte in pezzi con fracasso simile a quello d’uno scoppio di pistola. In questo momento arriva un altro mastino non men prode, ma più giudizioso del primo. Egli s’attacca al labbro inferiore di lord _Bruin_, e vi resta sospeso, mentre colui perdendo il suo sangue, e mandando urla orribili, cerca invano sciogliersi dal secondo assalitore. Allora....» «In fede mia, disse la Regina, ho veduto più d’una volta il combattimento degli orsi, e spero vederlo ancora. Voi però lo descrivete con sì ammirabile verità, che se anche non ne fossi stata mai spettatrice, me ne avreste data l’idea la più chiara. Ma ascoltiamo ora qualcun altro che ci parli su questo argomento. Leicester, avete voi nulla da aggiugnere?» «Vostra Maestà dunque permette ch’io mi consideri libero dalla mia musoliera?» «Sì, purchè parliate senza stancarvi. Per altro, allorchè penso che l’orso e il bastone si trovano negli antichi stemmi di vostra famiglia, vedo che farei meglio ad ascoltare un oratore meno parziale.» «Vi do parola, o Regina, che comunque mio fratello Ambrogio di Warwick, ed io, portiamo nei nostri stemmi l’antica insegna che vi degnate ricordare, non siamo per questo meno amici della imparzialità. Vi dirò dunque in favore dei commedianti che sono bensì mariuoli anzichè no, ma mariuoli pieni di spirito, e che sollevando l’animo del popolo colle loro facezie, lo tengono lontano dal frammettersi ne’ pubblici affari, dall’ascoltar false voci, perfide insinuazioni, discorsi pericolosi. Chi ha la mente intesa a vedere in qual modo Marlow e Shakespeare scioglieranno sul teatro un intreccio, non pensa ad esaminare la condotta dei governanti.» «Ma io non m’intendo, o Milord, di allontanare il mio popolo dal far l’esame della condotta ch’io tengo. Più da vicino ch’ei la consideri, ne valuterà meglio i veri motivi.» «Mi permetta di soggiugnere la Maestà vostra (disse il decano di Sant’Asaph, puritano al di là d’ogni credere) che costoro di commedianti non solamente introducono nelle loro parlate espressioni profane e licenziose, le quali danno moto al peccato ed alla dissolutezza, ma si permettono ancora considerazioni sul governo, sulla sua origine, sui fini che dee proporsi, e possono per tal modo seminare mali umori fra la popolazione; e crollare i fondamenti della società civile. Aggiugnerò ancora, sempre colla debita permissione di vostra Maestà, non essere cosa prudente il tollerare, che queste bocche impure mettano in ridicolo la gravità delle persone pie, bestemmiino il Cielo, calunniino quelli che governano la terra, e disfidino insomma le umane leggi e le divine.» «Se noi potessimo credere simili abusi e licenze, o Milord, le avremmo a quest’ora tolte di mezzo. Ma non è giustizia il proibire qualsisia cosa per ciò solo che è possibile l’abusarne. Quanto poi a Shakespeare, noi pensiamo trovarsi ne’ suoi componimenti tai squarci che valgono venti lotte d’orsi. Particolarmente quelle che egli chiama sue _cronache_[10] possono fornire onesta ricreazione ed utili notizie, non solamente ai nostri sudditi, ma alle generazioni che verranno dopo di noi.» «Il regno della Maestà vostra, disse il Leicester, non avrà mestieri di un sì debole soccorso per giugnere alla posterità; pure il Shakespeare ha toccato con quella maniera sua propria diversi incidenti del governo di vostra Maestà, e gli ha toccati in guisa da rispondere vittoriosamente a quanto disse contro di lui sua Reverenza il decano di Sant’Asaph. Vi sono per esempio alcuni versi... vorrei fosse qui mio nipote Filippo Sidney, che gli ha sempre fra le labbra. È una specie di racconto d’incantesimi, vi si parla d’amore, di frecce spuntate... Ah! comunque sieno belli, son però lontani dall’avvicinarsi soltanto alla persona ch’essi pretendono additare. Credo che Sidney li ripeta ancor quando dorme.» «Voi ci fate sopportare il supplizio di Tantalo, Milord. Sappiamo bene che Filippo Sidney è un favorito delle Muse, e ce ne rallegriamo. La virtù non è mai tanto splendente, siccome allor quando le vanno uniti il gusto e l’amore delle lettere. Ma non ne dubito; vi sarà qualcuno fra i nostri giovani cortigiani, nella cui memoria dureranno impresse tuttavia quelle cose che i vostri affari più serii cancellarono dalla vostra. Sig. Tressiliano, voi mi foste descritto come un adorator delle Muse. Vi rammentate voi questi versi?» Il cuore di Tressiliano era troppo oppresso dalla tristezza, e la prospettiva della sua vita gli si mostrava troppo crudelmente offuscata, perch’ei volesse profittare di tale occasione che gli si offeriva a volgere sopra di se l’attenzione della Regina. Deliberò nondimeno far godere di un tal vantaggio al suo giovane amico, più ambizioso di lui. Allegando adunque un preteso difetto di memoria, aggiunse, che egli credea si sapessero da Walter Raleigh i versi onde favellava il conte di Leicester. Avendone tosto ricevuto ordine dalla Regina, il Raleigh sorse, e declamò con grazia non inferiore alla squisitezza del suo sentire la celebre visione di Oberon, sicchè ne fece gustare la soavità, e col suo porgere le aggiunse vezzi novelli. »Io vidi, oh! in te di scorgerlo virtude »Stata allor fosse! il pargoletto Amore, »Baldanzoso in sua possa, e nell’immenso »Vano dell’etra dispiegando il volo, »Che del più fido in fra gli strali suoi »Impoverendo la faretra, all’arco »Sollecito il commise. Fischiò l’aura »Rotta dal dardo, cui destra, secura »Sino a quel dì, vibrò: ma tocca appena »L’aurata fascia, contro cui battea »L’invitto cor della maggior Reina »Che Occidente adorò, de’ guardi un raggio »Ne fe’ ottuso il ferir; ricadde al piede »Della Vestale, doppiamente altera, »Che sfidò il Nume, e serbò intatto il core. La voce di Raleigh nel recitare tai versi era alquanto tremebonda, come di chi avesse dubitato se questo omaggio tornerebbe o no a grado della sublime persona a cui si volgea. Se tale perplessità era ricercata in Raleigh, fu un artifizio di buona politica; se reale, non ve n’era necessità. Questi versi non erano probabilmente nuovi per la Regina, poichè non è accaduto giammai che un complimento lusinghevole tardi a pervenire all’orecchio del sovrano per cui fu fatto. Ma ciò non gli scemò buona accoglienza allorchè le labbra di Raleigh lo pronunziarono. Dilettata parimente e dai versi, e dal modo ond’erano recitati, e dalle animate grazie di chi faceva allora da attore, Elisabetta tenendo fisi gli occhi sopra di Walter, segnava colla mano le pause e gli accenti di ciascun verso, come le aveste misurato il tempo di un pezzo di musica[11]. Cessato ch’ebbe Walter dal declamare, la Regina ripetè come distrattamente l’ultimo verso: «Che sfidò il Nume, e serbò intatto il core» e nel tempo stesso la sua mano lasciò cadere la supplica del guardiano degli orsi reali, supplica che il Tamigi accolse favorevolmente nelle sue acque, incaricatosi di portarla a Sheerness e forse insino ai gorghi del vasto Oceano. Il buon successo ottenuto dal giovane cortigiano spronò d’emulazione il Leicester, presso a poco siccome un corridore antico raddoppia di sforzi quando vede un giovane destriero oltrepassarlo nella carriera. Fece egli cadere il discorso sui giuochi, sui banchetti, sulle feste e sull’indole di quelli che in mezzo a tali diletti erano più degli altri scopo al pubblico sguardo. Nel far la qual cosa unì adattatamente ad acute osservazioni una tinta di critica che tenea un giusto limite, lontano egualmente dalla profusa scipitezza degli encomi, e dall’acerbità della satira. Imitò con molta verità il tuono dell’affettazione e della rustichezza, onde allor quando fece ritorno ai modi che gli erano connaturali, vie più leggiadro ne apparve. Passò opportunamente in rassegna i paesi stranieri, i loro costumi, le loro consuetudini, l’etichetta delle varie corti, le fogge, e il vestire persino delle matrone, nè procedeva da un argomento all’altro senza trovare occasione (che non appariva mai ricercata) di volgere un complimento in soave guisa alla Regina vergine, alla sua Corte ed al suo governo. Tal fu l’intertenimento del restante di quella navigazione di diletto, intertenimento ornato dalle osservazioni di alcuni dotti sugli autori antichi e moderni, ed arricchito di massime di profonda politica e di sana morale dagli uomini di Stato, che introduceano il linguaggio della saggezza in mezzo ai propositi più leggieri della galanteria, necessariamente dominante in una Corte cui presedeva una femmina. Nel far ritorno al palagio, Elisabetta accettò, o a dir meglio scelse il braccio di Leicester per trasferirsi dalla grande gradinata che mettea al Tamigi sino alla porta situatale di rimpetto. Parve anzi di accorgersi al Leicester (non esamineremo qui se fosse un lusinghiero inganno della sua immaginazione, o verità) che in questo breve tragitto ella si appoggiasse a lui più di quanto il solo bisogno d’appoggiarsi il chiedea. Certamente, gli atti e i discorsi d’Elisabetta si accordarono in tutta quella mattina a fargli credere d’essere giunto ad un grado di favore oltre alla meta che avea fin allora toccato. La Regina, gli è vero, indirisse sovente con bontà la parola all’emulo di Leicester; ma quanto gli disse parea meno inspirato dal cuore, che necessaria conseguenza di un merito, cui la stessa Elisabetta non poteva non riconoscere nel conte di Sussex. Finalmente quanto ella disse di cortese al Sussex, nell’opinione de’ più destri cortigiani fu contrabbilanciato da un frizzo, che la Regina vibrò a questo personaggio, all’orecchio per altro di lady Derby: «M’accorgo essere l’alchimia più capace di prodigi ch’io non credeva: il conte di Sussex aveva il naso color di rame; vedetelo cambiato in oro.» Passò da un labbro ad un altro l’epigramma; e il conte di Leicester abbandonatosi al suo trionfo, siccome uomo che aveva per primo ed unico scopo d’ogni azione l’assicurarsi il favore della Sovrana, dimenticò nell’ebbrezza del momento l’imbarazzo e il pericolo dello stato in cui si trovava. È certamente comunque strano venga riguardato un modo tale di ragionare, ei pensava meno in allora ai rischi, cui lo esponeva il suo segreto maritaggio, che alle prove di bontà onde Elisabetta onorava a quando a quando il giovane Raleigh. Passeggeri, momentanei si mostravano questi lampi, ma ne era scopo un giovane degno per le sue forme di essere modello ad uno scultore, il cui spirito andava ornato della più accurata coltura, e che univa al valore le grazie ed i vezzi della galanteria. I cortigiani che avevano accompagnata la Regina a quella navigazione di diporto, vennero invitati a lauto banchetto, che per altro la Sovrana non onorò di sua presenza. Ragioni di etichetta non le fecero credere cosa conveniente l’intervenirvi, e si ritrasse come in simile circostanza era suo uso ad una mensa modesta e frugale insieme a due delle sue favorite. Levate le mense, tutta la Corte si unì di bel nuovo ne’ magnifici giardini del palagio, e fu camminando lungh’essi, allorchè la Regina domandò d’improvviso ad una dama di sua compagnia, che fosse divenuto del giovane cavalier _del mantello_. La lady Paget rispose averlo veduto pochi minuti prima, che da stare in piedi dinanzi alla finestra d’un padiglione posto sopra il Tamigi, scriveva alcune cose sopra d’un vetro, valendosi d’un diamante, che le descrisse qual foggia avesse di legatura. «Glielo donai io medesima, disse la Regina, come compenso del mantello guastato per mia cagione. Ma andiamo da quella parte, o Paget; sono curiosa di sapere quel ch’egli abbia scritto. Già comincio a conoscerlo. Egli possede ingegno acutissimo.» Entrambe si trasferirono al padiglione; e il giovinetto ne era poco distante siccome uccellatore che vegghia sulle reti tese da lui medesimo. La Regina s’accostò alla finestra dalla parte del vetro, su di cui Raleigh, valendosi del regio donativo, aveva scritto i seguenti versi. »Arduo è il colle, ma mi alletta »La vaghezza della vetta »Avrò forza per salir? Sorrise la Regina, e li lesse due volte; la prima, ad alta voce, a lady Paget, la seconda a voce sommessa. «Non comincia male, (diss’ella, dopo aver meditato un minuto o due) ma non direbbesi che la Musa abbandonò quella giovane fantasia a mezzo cammino? Questa strofetta ne chiama un’altra a motivo dell’ultima rima. Sarebbe un atto di carità il terminare il lavoro. Che ne dite, lady Paget? Fate or prova del vostro ingegno poetico.» La lady Paget, consacratasi, fin cred’io dal suo nascere alla prosa, al di sopra di quante dame d’onore di regine sieno mai state, si protestò nell’assoluta impotenza di soccorrere il giovane poeta. «Converrà dunque che sacrifichi io stessa alle Muse,» disse Elisabetta. «Non vi può essere incenso che torni più aggradevole ad esse, soggiunse la Lady, nè può immaginarsi onor più grande per le divinità del Parnasso quanto...» «Zitto là! mia Paget, zitto là! Non commettete un sacrilegio contro le nove sorelle immortali. È vero, che vergini esse pure dovrebbero prestarsi favorevoli ad una Regina vergine; ma.... rileggiamo un poco questi versi. »Arduo è il colle, ma mi alletta »La vaghezza della vetta. »Avrò forza per salir? «Non sapendo far di meglio questa risposta vi parrebbe adatta? »Non commetterti ad imprese, »Se il tuo cor le vie scoscese »Bastan solo ad atterrir». La dama d’onore mandò un’esclamazione di gioia e di sorpresa in considerando la felicità delle due rime che si corrispondevano; e certamente ne furono applaudite altre assai meno felici, benchè non composte da autori coronati. Incoraggiata dal suffragio della lady Paget, la Regina prese un anello di diamanti, e scrivendo questa seconda strofetta sotto della prima, dicea: «Il nostro giovane poeta rimarrà ben sorpreso nel vedere terminata la sua arietta senza ch’egli abbia in ciò avuto parte». La Regina abbandonò il padiglione; ma ritraendosi a lenti passi girò più volte indietro la testa, onde vide il giovine Walter correre colla celerità d’una pavoncella verso il luogo da essa abbandonato. «La traccia della mia polvere ha preso fuoco diss’ella; è tutto quanto io voleva vedere»; e ridendo di tale incidente insieme con Milady, ritornò nel palagio raccomandandole di non raccontare a nessuno com’ella si fosse fatta soccorritrice del giovane poeta. La dama d’onore le promise un segreto inviolabile, ma con una restrizione mentale in favore del Leicester, al quale raccontò senza perder tempo questa storiella, non fatta a dir vero per metterlo di buon umore. Intanto il Raleigh che s’accostò, come dicemmo alla finestra, lesse con indicibile giubilo, e direm con ebbrezza questo incoraggiamento che la Regina concedeva alla sua ambizione, e coll’animo gonfio di gioia e di speranze, raggiunse il conte di Sussex, che stava per imbarcarsi insieme col suo corteggio. Il rispetto dovuto alla persona del Conte fece che nel tempo impiegato per giugnere a Say’s-Court non si motivasse veruna cosa sul ricevimento fattogli alla Corte; poichè questo, tutt’altro era che un trionfo per lui. Pervenuto al castello il Conte, estenuato così dallo stato suo valetudinario, come dalle fatiche di quella giornata, si ritirò nella sua stanza domandando di vedere Wayland, che lo aveva curato con sì buon esito. Ma Wayland non si trovava da nessuna parte; ed intanto che alcuni ufiziali ne andavano in cerca coll’impazienza propria ai militari e maledicendo questa sua lontananza, gli altri si fecero in gruppo attorno a Raleigh per congratularsegli della brillante prospettiva, che innanzi a lui dischiudevasi. Egli ebbe ciò nonostante assai discernimento e criterio per tacere il fatto più conchiudente, quello cioè della strofetta che la Regina aveva aggiunto alla prima da lui composta; ma altre circostanze già traspirate, palesavano chiaramente i progressi ottenuti da questo giovane nel favore di Elisabetta. E queste congratulazioni erano mosse in alcuni da vero sentimento di amicizia, in altri dalla speranza che la fortuna di Walter potrebbe accelerare la loro, nella maggior parte da una mescolanza d’entrambe le considerazioni, in tutti poi dal riguardo, che un favore conceduto ad un ufiziale del conte di Sussex diveniva trionfo per ognuno de’ suoi partigiani. Raleigh li ringraziò della mostratagli affezione, aggiugnendo però con addicevole modestia, che il buon successo d’un giorno non fa un favorito più di quello che una sola rondine faccia la primavera. Osservando nondimeno che le congratulazioni del Blount non si univano a quelle degli altri suoi colleghi, e trafittone alquanto, gli chiese con franchezza qual fosse in lui la cagione di tal contegno. «Mio caro Walter (gli rispose il Blount con franchezza uguale), io ti amo tanto quanto possano amarti questi parabolani di tuoi compagni, che ti stordiscono a furia di complimenti, perchè il sole ora sembra splendere alle tue finestre; ma io temo per te, Walter, temo per te (e in dir ciò si coperse gli occhi con una mano, quasi uomo atterrito). Alla Corte si fanno giuochi di molte spezie. La sete di piacere a donna avvenente, cambiò spesse volte in soldi le _corone_, e le corrispondenze rischiose hanno condotto più d’un capo sotto la scure.» Pronunziati tai detti, uscì dell’appartamento, intanto che Raleigh lo seguiva cogli sguardi, lasciando apparire tale espressione di fisonomia, che prometteva non sarebbe stato inutile sì fatto avviso. Entrò in tal momento Stanley, dicendo queste cose a Tressiliano: «Milord non fa che chiedere di Wayland, e questo Wayland è finalmente arrivato, ma non vuol portarsi dal Conte se prima non ha parlato con voi. All’aspetto si direbbe che il suo cervello ha sofferto; vorreste subitamente vederlo?» Tressiliano uscì nel medesimo istante; e fattosi venire alla presenza Wayland in un altro appartamento, maravigliò egli pure d’una sì sconcertata fisonomia. «Che avete voi dunque? gli chiese egli. Vedeste forse il diavolo?» «Peggio, Signore, cento volte peggio! Ho veduto un basilisco. Ringrazio Dio di essere stato io il primo, e ch’egli non vide me. Il malanno sarà minore.» «In nome del Cielo! spiegatevi: io non v’intendo.» «Ho veduto il mio antico padrone. Questa sera un nuovo amico che mi son procacciato in Londra mi ha condotto all’orologio del palazzo, pensando che sarei curioso di vedere questo lavoro; e alla finestra d’una torricella poco distante di lì ho riconosciuto il vecchio dottore.» «Ma siete poi sicuro di non esservi ingannato?» «Ingannato io! Oh! no no! Chi si è impresso una volta nella testa la fisonomia di quel briccone lo ravvisa fra un milione d’uomini. Egli si è ben travestito in un modo singolare; ma non può restar celato al mio sguardo com’io per grazia del Cielo sono in tempo di fuggire il suo, nè tenterò la Provvidenza col restargli in vicinanza. Lo stesso commediante Tarleton non avrebbe bastante abilità nel trasfigurarsi in modo, che Doboobie presto o tardi non lo ravvisasse. Fa d’uopo che io parta domani mattina. Dopo il modo onde costui ed io ci abbandonammo, sarei un uomo morto se respirassi in sua compagnia l’aria medesima.» «Ma il conte di Sussex!...» «Egli non corre più alcun pericolo, purchè per un certo tempo continui a prendere tutte le mattine a digiuno tanta porzione d’orvietano, quanto è la grossezza di una fava. Ma che ei badi a non ricadere.» «E come guarentirsene?» «Guarentirsene poi!... Vi vorranno le stesse cautele che s’adoprerebbero contro il diavolo in persona. Soprattutto ch’egli non mangi se non se carni d’animali ammazzati e cucinati dal suo proprio cuoco, e ch’egli non comperi mai droghe fuorchè da persone conosciute e sicure. Che inoltre lo scalco metta, egli stesso, in tavola le pietanze, e che l’intendente della casa di Milord le faccia assaggiare prima al cuoco quando le avrà preparate, poi allo scalco quando le metterà innanzi al padrone. Che il Conte rinunzi ai profumi, agli unguenti, alle pomate: ch’egli non beva nè mangi in compagnia di stranieri: che raddoppi di previdenze se va a Kenilworth; ch’egli faccia valere il pretesto della sua malattia e le ordinanze del suo medico per iscusare una regola di vivere sì stravagante.» «E quanto a voi Wayland, qual cosa divisate fare?» «Quanto a me, non ne so nulla. Rimanermi in Inghilterra, no certo. Andrò in Francia, nella Spagna, nell’Indie, a casa del diavolo se farà d’uopo, purchè mi trovi lontano da Doboobie, da Demetrio, in somma da questo sciagurato, qualunque poi sia il nome ch’egli abbia assunto oggi giorno.» «Ebbene! tutto ciò non arriva fuori di tempo. Ho una commissione da darvi per la contea di Berk, ma in un cantone affatto diverso da quello ove siete conosciuto; e prima ancora che fosse in voi tale motivo di allontanarvi di qui, io aveva già divisato d’inviarvi segretamente colà.» Non appena Wayland si mostrò pronto ad eseguire gli ordini di Tressiliano, questi conoscendo già l’altro istrutto di una parte de’ motivi, che avevano condotto lui, Tressiliano, alla Corte, non gliene tacque più alcuno, ed aggiunse i patti ch’egli avea concertati con Giles Gosling a Cumnor; e parimente le asserzioni che in quella mattina aveva sostenute alla reale udienza il Varney, e che il conte di Leicester aveva confermate. «Ben v’accorgete, soggiunse questi, nelle circostanze a cui mi trovo ridotto, quanto mi rilevi il vigilar da vicino ogni piè sospinto di cotesti uomini senza legge nè fede, parlo del Varney e de’ suoi complici Foster e Lambourne, e dicasi pur anco del conte di Leicester, che ho grave sospetto sia ingannatore anzi che ingannato in così orribil bisogna. Eccovi un anello che porrete nelle mani di Giles Gosling, siccome pegno che vi ho mandato a lui io medesimo, ed eccovi una somma d’oro, che sarà triplicata se mi servite con fedeltà. Itene dunque a Cumnor, e scandagliate tutto quanto ivi accade.» «Avrò piacer doppio nel prestarmi a tal cosa, rispose Wayland; primieramente perchè trattasi di servir _vostro Onore_, che dimostrò per me tanta bontà; in secondo luogo poi, per allontanarmi alla presta dal mio vecchio padrone, il quale, se non è il diavolo incarnato in persona, possede al certo tutte quante diaboliche prerogative abbiano mai disonorata l’umanità. Ch’ei però badi a non trovarsi meco. Io cerco ben di scansarlo; ma se si mettesse nell’animo d’inseguirmi, io mi rivolterò contra lui col furore che invade i tori salvatici della Scozia. Parto adunque sull’istante. L’_Onor vostro_ vuole degnarsi ordinare che si ponga la sella al mio cavallo? Io vado intanto per consegnare a Milord il mio orvietano, distribuito in convenienti dosi, e gli darò ad un tempo alcuni suggerimenti: indi la sicurezza per lui della vita si starà soltanto nelle cure, che ne avranno i suoi amici e i suoi servi. Egli non ha più nulla che temer del passato, ma vada ben guardingo sull’avvenire.» Nel partirsi da Tressiliano, Wayland andò a prendere l’ultimo congedo dal conte di Sussex, dandogli istruzioni sulla regola di vivere ch’ei doveva osservare per l’avvenire, e su le cautele da tenersi: indi prese il cammino di Cumnor senza aspettar la domane. _Fine del secondo volume._ NOTE: [1] Holyday, vuole dire in lingua Inglese _giorno di congedo_, o _di vacanza_. [2] Holyday significa ancora _giorno di festa_. [3] Moneta d’argento che a quei giorni correva nella Scozia e nell’Inghilterra. [4] Nomi poetici, che a quanto è credibile, davano questi due colti giovani nelle ballate, che componevano in lode delle loro amanti. [5] Il titolo di _Signoria_ era anche più che quello di _Onore_, e davasi ai Lordi ed al membri del Parlamento. [6] _Per la morte di Dio_, esclamazione cui erasi assuefatta la regina Elisabetta, siccome Enrico IV di Francia all’altra _Ventresaingris_. [7] Certe citazioni di passi scritturali, siccome certe esclamazioni o modi di giuramento posti nella bocca di un Sovrano, moverebbero le risa ai dì nostri. Ma è necessario che il leggitore si riferisca colla mente ai tempi, cui questo stesso romanzo si riferisce. [8] Il palagio di Greenwich veramente fu convertito in ospedale pe’ marinai sotto il regno di Guglielmo e di Maria, ed accresciuto indi di molte fabbriche. [9] È quasi inutile l’avvertire che questi _Sir_, e questi _Lordi_ non sono se non se orsi e cani. [10] Così il Shakespeare chiamava quelle sue Tragedie che erano tolte dalla storia dell’Inghilterra. [11] Ciò ne dà a divedere qual fosse allora il gusto della declamazione in Inghilterra. In Italia almeno, e ai dì nostri, benchè molto scarsi di buoni attori, non troviamo però buona declamazione quella che a costo della naturalezza ci fa troppo conoscere la giustezza dei versi. Il sommo Astigiano ne ha anzi arricchiti d’una poesia che serbando tutta la sublimità essenziale al verso sciolto, aiuta chi lo recita a nasconderne la misura. Nota del Trascrittore Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. *** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK KENILWORTH, VOL. 2/4 *** Updated editions will replace the previous one—the old editions will be renamed. Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright law means that no one owns a United States copyright in these works, so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the United States without permission and without paying copyright royalties. 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It exists because of the efforts of hundreds of volunteers and donations from people in all walks of life. Volunteers and financial support to provide volunteers with the assistance they need are critical to reaching Project Gutenberg’s goals and ensuring that the Project Gutenberg collection will remain freely available for generations to come. In 2001, the Project Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure and permanent future for Project Gutenberg and future generations. To learn more about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation and how your efforts and donations can help, see Sections 3 and 4 and the Foundation information page at www.gutenberg.org. Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non-profit 501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal Revenue Service. The Foundation’s EIN or federal tax identification number is 64-6221541. Contributions to the Project Gutenberg Literary Archive Foundation are tax deductible to the full extent permitted by U.S. federal laws and your state’s laws. The Foundation’s business office is located at 41 Watchung Plaza #516, Montclair NJ 07042, USA, +1 (862) 621-9288. Email contact links and up to date contact information can be found at the Foundation’s website and official page at www.gutenberg.org/contact Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg Literary Archive Foundation Project Gutenberg™ depends upon and cannot survive without widespread public support and donations to carry out its mission of increasing the number of public domain and licensed works that can be freely distributed in machine-readable form accessible by the widest array of equipment including outdated equipment. Many small donations ($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt status with the IRS. The Foundation is committed to complying with the laws regulating charities and charitable donations in all 50 states of the United States. Compliance requirements are not uniform and it takes a considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up with these requirements. We do not solicit donations in locations where we have not received written confirmation of compliance. To SEND DONATIONS or determine the status of compliance for any particular state visit www.gutenberg.org/donate. While we cannot and do not solicit contributions from states where we have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition against accepting unsolicited donations from donors in such states who approach us with offers to donate. 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