The Project Gutenberg eBook of Racconti poetici This ebook is for the use of anyone anywhere in the United States and most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included with this ebook or online at www.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you will have to check the laws of the country where you are located before using this eBook. Title: Racconti poetici Author: Aleksandr Sergeevič Puškin Translator: Luigi Delatre Release date: January 16, 2026 [eBook #77714] Language: Italian Original publication: Firenze: Le Monnier, 1856 Credits: Barbara Magni and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was produced from images made available by The Internet Archive) *** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK RACCONTI POETICI *** RACCONTI POETICI DI ALESSANDRO PUSCHIN POETA RUSSO, TRADOTTI DA LUIGI DELÂTRE. FIRENZE FELICE LE MONNIER. 1856. Proprietà letteraria. A SUA ALTEZZA IL PRINCIPE LEONE CZERNICHEFF AIUTANTE DI CAMPO DI S. M. L’IMPERATOR DELLE RUSSIE. _Principe_, _Inclito amante delle arti belle e della poesia, applaudiste altamente il mio disegno di volgere in lingua italiana alcuni poemi di Alessandro Puschin. E non solo mi deste all’opera conforto, ma voleste ancora essere a parte delle mie fatiche, giovandomi col consiglio, ogni qual volta il testo russo mi riesciva troppo oscuro e difficile. Bene è dunque ragione che in segno di gratitudine io iscriva in fronte a questo volumetto il Vostro illustre nome, ormai per sempre unito nel mio cuore al nome del principe Viasemschi, il quale, allorchè, nell’anno 1842, io visitai San Pietroburgo, si compiacque di darmi la prima idea di quei poemi, traducendomene a voce i più stupendi passi._ _Spero che questo libricciuolo vi sarà caro e per l’omaggio reso al sommo poeta russo, e perchè queste pagine forse ridesteranno in voi la rimembranza dei giorni passati in riva all’Arno, nella città dei fiori._ _Credetemi intanto, Principe_, _di Vostra Altezza_, Umil. servo, affezion. amico =Luigi Delâtre=. _Firenze, a dì 20 di giugno 1856._ CENNI INTORNO ALLA VITA DI ALESSANDRO PUSCHIN. Alessandro Puschin[1] nacque in Mosca a dì 26 di maggio dell’anno 1799. Suo padre apparteneva a un’antica famiglia patrizia; sua madre discendeva da un negro africano che rapito dal natío paese in età di otto anni, fu condotto a Costantinopoli, esposto nel bazar delli schiavi e venduto all’ambasciadore di Russia, il quale lo mandò in regalo come _oggetto di curiosità_ (diceva egli), allo Zar[2] Pietro il Grande. Questi lo fece battezzare, poi lo istituì suo paggio. Ma accortosi del singolare ingegno del fanciullo, lo inviò a Parigi, ove volle che gli fosse data una educazione liberale estesissima. _Hanibal_, così chiamavasi il giovine moro, manifestò gran disposizione per le scienze matematiche. Escito di collegio, entrò nell’esercito francese, prese parte alla guerra di Spagna, fu ferito, e tornò in Russia. Pietro gli conferì il grado di luogotenente. Nel 1727, Hanibal fu confinato in Siberia per aver offeso Menscicoff, che governava despoticamente in nome del piccolo Pietro II. Nel 1743, l’imperatrice Elisabetta lo richiamò dall’esilio, lo insignì di vari titoli, e finalmente lo nominò generalissimo. Suo figlio maggiore, Giuseppe Hanibal, menò vita agitatissima; ripudiò la prima moglie, ne sposò un’altra mediante una falsa fede di decesso; ma accusato di bigamia dal proprio fratello, venne condannato ad assegnare un’annua pensione alla prima moglie Maria, madre di Nadege, la quale nell’anno 1797, sposò Sergio Puschin, e lo rese padre del nostro poeta. Alessandro portava i segni di questa origine mezza slava, mezza africana. Aveva carnagione olivastra, naso alquanto schiacciato, narici rilevate e mobili, capelli ruvidi e naturalmente crespi, occhi d’un colore cupo indeciso. Focoso, impaziente, appassionato, si lasciava facilmente trasportare dallo sdegno; i suoi accessi di furore eran tremendi, ma duravan poco tempo, e tosto egli se ne pentiva e se ne scusava dicendo: «Non è mia la colpa; è quel diabolico sangue africano che mi fa impazzare.» Ciò non ostante, egli adorava sua madre, e rispettava altamente il suo zio materno Giovanni.[3] Il padre di Puschin era uno di quei gentiluomini dei quali Caterina II diceva: «Questi signori sanno il loro Molière a menadito.» Aveva belle maniere, vestiva con gusto, rispondeva con brio, amava la cucina francese e la letteratura francese. Diede a suo figlio per precettore un emigrato parigino, il conte di Montfort, versatissimo nelle lettere, nella musica e nella pittura. Forse appunto per questa sua varietà di cognizioni il conte si occupava pochissimo del suo allievo, il quale, abbandonato a sè stesso, profittava della libertà concessagli, per introdursi di soppiatto nella biblioteca di suo padre e passarvi talvolta notti intere a leggere ogni specie di libri. Ma siccome la maggior parte dei libri che la componevano erano francesi, il giovine Puschin fu, sin dai più teneri anni, imbevuto di idee francesi. In età di undici anni già conosceva tutti i classici di quella nazione, e incominciava a scrivere in quella lingua. Lo dilettavano specialmente le commedie di Molière, e s’ingegnava ad imitarle in piccole farse che egli rappresentava davanti a sua sorella, sopra un teatrino da lui fabbricato. Puschin era a un tempo stesso autore e attore; la sorellina faceva da pubblico. Una volta recitò uno schermo intitolato _L’escamoteur_. Il pubblico fischiò. L’autore si consolò dettando contro sè stesso il seguente epigramma: Dis-moi, pourquoi L’_Escamoteur_ Est-il sifflé par le parterre? Hélas! c’est que le pauvre auteur L’escamota de Molière. Qui noteremo di passo, che anche l’illustre Gœthe ebbe una educazione tutta francese, e che appena giunto all’età di nove anni scrisse una commediola francese che fu il suo primo saggio letterario. L’autore del _Misogallo_, Vittorio Alfieri, trovossi appresso a poco nelle stesse circostanze; e la lingua francese gli era sì familiare, che in essa abbozzava le sue tragedie prima di verseggiarle in italiano, come attestano i manoscritti suoi depositati nella Biblioteca Laurenziana di Firenze. Questa funesta predilezione per una lingua straniera, avrebbe forse privato la Russia di un gran poeta, se la fortuna non avesse posto argine al male, scegliendo per istrumento delle sue volontà una umile serva, la balia di Puschin nominata Irene Radionovna, la quale ridestò nel suo allievo l’amore del patrio idioma. Se egli gallicizzava il giorno con suo padre e coi maestri, la sera ridiveniva russo colla sua balia, che gli narrava in un linguaggio pittoresco, energico e leggiadro, mille istorie e tradizioni popolari, alcune delle quali egli, più tardi, trattò in verso. Quando arrivò all’età di dodici anni, entrò al Liceo di Zárscoie-Seló, fondato dall’imperatore Alessandro I. Quell’educazione collettiva regolare e monotona, quella disciplina rigida e cavillosa, stettero quasi per soffocare i germi dell’ingegno di Puschin. I professori malcontenti non davano di lui se non ragguagli sfavorevoli. Uno di essi, il signor Cunizin, così si esprimeva riguardo a Puschin, in un suo rapporto: «L’allievo Alessandro Puschin ha intendimento e perspicacità, ma manca di applicazione. Non è capace d’occuparsi che di oggetti futili; quindi fa pochi progressi negli studi, e men che in altro, nella logica.» Probabilmente, nel redigere questo certificato di futilità, il professore Cunizin pensava ai versi che già Puschin dettava, e che facevano le delizie di tutti i suoi condiscepoli. Alcuni di codesti saggi capitarono fra mano al celebre poeta Giucovschi traduttore dell’Ariosto, di Wieland e d’Omero: meravigliato della grazia che osservò in quelli, indirizzò una epistola all’autore, e gli offrì in dono uno dei suoi volumi. Puschin, giustamente superbo di tali distinzioni, scrisse sopra una pagina del suo giornale: «Giucovschi mi ha regalato una sua opera!!!» Questo dono fece epoca nella vita del giovine alunno delle Muse. Nell’anno 1815, scrisse, in occasione della distribuzione dei premii, un poemetto intitolato: _Rimembranze di Zárscoie-Seló_. Fu letto pubblicamente nell’adunanza solenne alla quale assisteva il venerabile Dergiavin, lirico celeberrimo, autore dell’inno _A Dio_, che trovasi tradotto in tutte le lingue colte d’Europa. Il conte Rapumovschi avendo chiesto se Puschin che scriveva tanto bene in verso, saprebbe scrivere egualmente bene in prosa, Dergiavin pose la destra sul capo del fanciullo, esclamando: «È nato poeta; sarà assai più utile; non lo distogliamo dalla sua vocazione.« Durante il suo soggiorno nel Liceo, vale a dire dal 1812 al 1817, Alessandro Puschin produsse più di cento venti lavori poetici, e incominciò il poema di _Ruslano e Liudmila_, che compì nel 1818, e diede alle stampe nel 1820. Questo poema, cavato dalle tradizioni popolari slave, non incontrò l’esito che poteva aspettare l’autore, e suscitò critiche acerbe e violenti, sebbene fosse il primo poema in lingua russa che sostenesse la lettura. Fino allora _poema_ e _seccatura_ erano stati sinonimi. Imbevuto delle dottrine liberali di Voltaire e di Rousseau, Alessandro Puschin non era un suddito molto rispettoso ed obediente, e ardiva non di rado biasimare gli atti del governo. Tale intemperanza di lingua fu cagione che l’imperatore lo mandò in bando nella Russia meridionale, verso l’anno 1820. Questo viaggio forzato non fu sterile per le lettere. La prima città ove abitò fu Chiceneff. Ivi stava sotto la guardia del generale Inzoff, il quale diceva che gli costava meno fatica il governare una provincia, che il sorvegliare un poeta. «Dapprima, diceva egli, mi toccava avergli sempre gli occhi addosso: ogni giorno qualche scapestraggine, qualche pazzia cui bisognava rimediare. Quando era troppo indocile lo mettevo in arresto, e ponevo una sentinella alla sua porta; ma egli scappava per la finestra.... E allora chi gli correva dietro?» Il generale Inzoff gli permise di fare una gita nella regione del Caucaso. Ivi il suo ingegno cambiò indole e natura. «Io divengo malvagio, scriveva a un suo amico, o piuttosto, io divengo buono, poichè mi stacco dalle cose di questo mondo. Aspettatevi a qualche produzione _byroniana_.» E tenne parola, componendo in quei deserti _Il prigioniero del Caucaso_, e il primo canto di _Eugenio Anieghin_. L’astro di Byron era allora nel suo meriggio, ed eclissava tutti gli altri luminari del Parnaso. Puschin, rischiarato da quello, vide le cose sotto un nuovo aspetto, e trovò nuovi colori per descriverle. Così, mentre il genio di Byron inspirava Lamartine in Francia, si suscitava un emulo e quasi un fratello in Russia. Nel 1822, Puschin lasciò Chiceneff senza avvertire nè il governatore, nè alcuno dei suoi conoscenti e amici. Il generale e tutti gli abitanti stavano in una mortale inquietezza. Tutti domandavano: «Dov’è? Perchè è partito? Che gli sarà successo?» Frattanto, il poeta fuggitivo si dirigeva verso i confini dell’impero in compagnia di.... Chi lo crederebbe? di una truppa di zingari erranti. La cronaca scandalosa di quel tempo attribuisce ai soavi sguardi, al dolce sorriso, alle belle forme della zingarella _Mariola_, la disparizione del poeta. Tornato a Chiceneff, dovè passare alcuni giorni in prigione, durante i quali imaginò e schizzò il suo poema delli _Zingari_. Ma non lo terminò che nel 1824, perchè già egli sentiva la necessità di maturar meglio i suoi lavori. Percorse anche la Crimea, e fra le città che visitò, più d’ogni altra lo dilettò Bakcisarai, antica residenza dei _khan_ tartari, dei quali tuttora esiste il palazzo costruito nel più ricco stile dell’architettura moresca. Queste rovine gli suggeriron l’idea del suo poema intitolato la _Fontana di Bakcisarai_. Nel 1824, cessato il suo esilio nella Russia meridionale, egli si recò al suo castello di Micailovschi (nel governo di Pscoff). Vi rimase fino al mese di settembre del 1826. Non gli era ancora permesso di abitare Mosca nè San Pietroburgo; tal divieto fu levato dall’imperatore Nicolò, nel giorno del suo incoronamento. Dalla villa di Micailovschi, così scriveva Puschin ad un amico: «_J’ai jeté ma gourme_ nelle provincie meridionali dell’impero. Reduce nel _Castel natio_ (sic) mi son trovato solo a solo con me stesso in faccia all’elemento russo schietto schietto. Mio padre e la sua comitiva francese sono altrove. Finalmente sto in balía della solitudine, quella tremenda donna che foggia a modo suo gli spiriti a lei affidati. Per forza ho dovuto spogliare il vecchio uomo, raccogliermi in me stesso e meditare.» Nei primi tempi del suo soggiorno a Micailovschi, Puschin parve aver affatto rinunziato alle sue follie giovanili. Stava quasi sempre solo, studiava molto, lavorava moltissimo, e passava le serate colla sua vecchia balia Irene Radionovna, di cui abbiamo già parlato. Egli diceva che la buona Irene aveva rifatto la di lui educazione aprendogli l’adito al mondo fantastico dei racconti popolari, e che ad essa andava debitore della sua cognizione degli usi e delle tradizioni nazionali. Oltre a queste lezioni private nel proprio domicilio, egli ne prendeva anche delle pubbliche per le piazze e per le campagne. Spesse volte s’insinuava fra i contadini, frequentava le taverne, ad oggetto di cogliere a volo le locuzioni, gli idiotismi che egli dichiarava _tout parfumés d’une odeur de terroir_. Un giorno entrò in un salotto di Pscoff travestito da _mugìc_ (ossia contadino russo). Fu dileggiato molto per quella bizzarria; ma sarebbe stato ammirato invece, se si fosse saputo che egli in tal modo si poneva in grado di osservar dappresso i costumi popolari. Egli allora preparava il suo dramma di _Boris Gadunoff_, nel quale voleva, secondo la sua espressione, riprodurre _les traits vivants_ della nazione russa. «Non v’è cosa inutile in natura (dic’egli in una sua lettera); ogni cosa concorre all’armonia universale. Il linguaggio del più oscuro _mugìc_, le sue consuetudini e fino al suo _tulup_ (pelliccia) son cose degne della penna d’un poeta; soltanto bisogna saperne parlare in tempo opportuno. Anche le scene popolari e le rozze beffe della plebe appartengono al dominio della poesia. Il poeta non deve mai scendere alla trivialità per gusto e per elezione; deve evitare quanto più può lo stile plateale; ma quando non può fare altrimenti, deve con risoluzione tentar l’impresa....» «Racine, scrisse Puschin in un’altra occasione, è grande per la precisione, la purezza e l’armonia del verso. Ma il disegno e i caratteri della sua _Fedra_ sono il colmo della sciocchezza.[4] La verosimiglianza delle situazioni è la miglior regola per un poeta tragico. Non ho letto nè Calderon, nè Lopez de Vega; ma che genio è quel Shakespeare! Mi fa trasecolare! Quanto le tragedie di Byron sono meschine accanto a quelle di Shakespeare!... «I poeti, subito che hanno concepito un personaggio, voglion assolutamente che tutto ciò che dice porti l’impronta del suo carattere, come vediamo nei pedanti e nei marinai dei romanzi di Fielding. Se un cospiratore ha sete e chiede un bicchier d’acqua, bisogna che pronunzi quelle parole in un tono che sappia di cospirazione. Assioma assurdo! Shakespeare non teme di compromettere i suoi personaggi: li fa parlare con tutta la naturalezza, la semplicità degli uomini comuni, perchè sa sempre, quando l’azione lo esiga, metter loro in bocca un linguaggio adattato alla situazione.» Il dramma di _Boris Gadunoff_, bagnato di tanti sudori, non ebbe quel successo che il poeta presagiva. Ma in ricompensa, gli ultimi canti di _Eugenio Anieghin_ fecero furore. Cominciato nel 1825, e terminato nel 1832, questo poema viene stimato il più bel parto della musa di Puschin. Nei due primi canti si biasimò l’imitazione un po’ servile del _Don Juan_ di Byron, e quel personalismo che valse tante censure al bardo inglese. Ma nei canti seguenti, il poeta introdusse pitture così fedeli della società russa, osservazioni così giuste e fine sulle idee e sui vizi del secolo, che si conciliò l’ammirazione generale. A dì 3 settembre del 1826, come più sopra accennammo, Puschin ottenne il permesso di tornare a Mosca. Giunto in questa capitale, fu presentato all’imperatore Nicolò che gli fece una gentilissima accoglienza e gli disse tralle altre cose: «Uno scrittore dotato di eminenti facoltà mentali deve applicare il suo ingegno a tramandare ai posteri le virtù del proprio paese.» Tutto quell’anno passò in feste e in banchetti. Ognuno voleva vedere e udire il gran poeta, le cui opere godevano di sì alta fama. Non trovò un solo istante per lavorare. «Da molto tempo in qua, scriveva, non impugno più la penna, perchè troppe mani mi conviene stringere, e troppi mazzetti di fiori offrire. Frattanto m’inebrio, non già di vino, ma di soavi sguardi, e di quel fumo di gloria che poi non è mica così acre come i poeti voglion far credere.» Nel 1827, Puschin tornò a San Pietroburgo, e si diede a una operosità instancabile. «Mi pagano, scriveva, _un ducato_ ogni verso che mi sfugge dalla penna.» Questa asserzione, che è esattissima, egli ripeteva con una certa vanità, e pretendeva far credere che non componeva se non per guadagnar danaro. Lo che però non è vero, giacchè fu appunto allora che egli si accinse a scrivere in prosa. «Conviene, diceva, accrescere il numero di quei che leggono; e per raggiunger tale scopo bisogna che coloro che scrivono adoprino la forma più accessibile al popolo, cioè la prosa.» Il suo primo frutto in questo genere, fu una novella intitolata: _Il negro di Pietro il Grande._ Poi pubblicò cinque altre novelle sotto lo pseudonimo di Bielchin; poi la _Dama di picche_ e la _Figlia del capitano_. Nel 1829, messe in luce il poema di _Pultava_, tratto dalla istoria russa. Lo scrisse in uno stile più purgato, più energico di quanto aveva scritto fino allora. Nondimeno il pubblico gustò poco questo nuovo capo-lavoro. Puschin provò molta afflizione di tale smacco. Per qualche tempo tenne broncio, poi si ritirò nella sua villa di Micailovschi. Lì si dilettò assai in vedere l’effetto che produceva tra quei buoni campagnoli. «Son divenuto l’oggetto della curiosità generale, dice in una sua lettera; _Munito_[5] non ecciterebbe maggiore attenzione. Quell’originale di N. N. ha fatto credere a un branco di bambini, i quali domandavano che cosa fosse il Puschin, esser io un fantoccio di zucchero da dividersi in tanti pezzi al _dessert_. I bambini vennero colla speranza di mangiarmi a modo di confetto.» Puschin voleva svincolare la letteratura russa dalla imitazione straniera, e dal così detto stile classico. I numerosi fautori di questa scuola non gli potevano perdonare tale audacia, e gli mossero aspra guerra. Avvezzi a quell’antica schiavitù, rifiutavano la libertà che veniva loro offerta. Così i cani nati fra i ceppi amano le loro catene, e s’avventano con furore contro chiunque tenti di spezzarle. Simil sorte attende tutti i novatori, tutti coloro che dicono alle vili turbe: «Il giaciglio ove state è buio ed insalubre; venite fuori all’aria aperta e pura, al chiaro sole!» La gente li respinge a sassate. Vuol marcire nel covile in cui marcirono i suoi padri, e in quello vuole che marciscano i suoi figli. Si pubblicavano in San Pietroburgo molti giornali, alcuni dei quali pagarono al gran poeta il debito tributo di lode, ma i più, fosse ignoranza, fosse gelosia, lo criticarono e insultarono in modo sì sconcio e villano, che peggio non si poteva trattare un malfattore. Puschin, da vero gentiluomo e da vero letterato, non si degnò mai di rispondere alle contumelie di quella inetta ciurmaglia; nè forse mai gettò la vista su quei fogli schifosi, i cui insulti onorano, perchè dettati dall’invidia, e le cui lodi contaminano, perchè sempre sospette di venalità. Gli amici di Puschin però menarono sì gran rumore di quelle inique e incessanti aggressioni, che alla fine egli medesimo non potè a meno di accorarsene; mentre avrebbe dovuto andarne superbo, poichè il biasimo ingiusto è un omaggio che la stoltezza rende alla virtù; e, come dice Schiller, Das unrecht leiden schmeichelt grosse seelen. Verso il mese di marzo dello stesso anno 1829, sparve subitamente senza far parola a nessuno, e qualche settimana dopo la sua partenza, si intese con stupore che il gran poeta erasi trasferito all’esercito del Caucaso. Ognuno fece le sue congetture intorno a questo inaspettato viaggio; i più crederono che Puschin fosse ito a cercar nuove ispirazioni in quelle contrade longinque, dalle quali doveva tornare (dicevano) con un’ampia mèsse di nuovi poemi. Ma lo scopo suo non era precisamente tale, giacchè in una sua lettera di quel tempo trovasi questo passo: «Io ho veduto il popolano russo maneggiare la zappa: voglio vederlo maneggiare lo schioppo.» L’esercito marciava allora verso l’Armenia sotto il comando del conte Paschievice; Puschin ottenne dal generale il permesso di fare quella campagna in qualità di volontario. «Je suis, scrive Puschin, le seul pékin dans le camp; aussi nos soldats (de fameux durs à cuire, par parenthèse) me prennent pour un prêtre luthérien, ce qui ne contribue pas à me mettre en bonne odeur auprès de leurs orthodoxies.» Assistè all’assedio e alla presa di Cars e di Erzerum; fece varie escursioni nelle provincie circostanti; quindi tornò a San Pietroburgo, non già con un pacco di versi, come pretendevano i prognosticanti, ma con l’animo più sereno e più placido di quando era partito. Nel 1830, il barone Delvig suo amico fondò la _Gazzetta letteraria_. Puschin cooperò a questa pubblicazione, e in essa comparve come prosatore non più pseudonimo, inserendovi articoli di critica, i quali però non sembrarono degni della sua alta riputazione. Fralle sue carte di questa epoca si sono rinvenute alcune note scritte col lapis, due delle quali riporteremo nella lingua in cui furono estese, per saggio del suo stile nella sua seconda lingua materna. «Depuis quelque temps l’on commence à parler beaucoup de nationalité à propos de littérature, et l’on se plaint de l’absence de cet élément indispensable. Mais nul encore n’a songé à en faire une définition rationnelle. Les uns prétendent que la nationalité en fait de littérature, ou plutôt le _popularisme_ dans la bonne acception du mot, consiste dans le choix des sujets tirés exclusivement de l’histoire du pays. D’autres la voient dans les mots, les tours de phrase, les expressions, c’est-à-dire qu’ils se réjouissent d’entendre parler le russe perdes Russes! Singulière découverte! »Le mérite du caractère national dans un écrivain ne peut être complètement apprécié que par ses compatriotes; pour les étrangers ce mérite n’existe pas, et peut même leur paraître un défaut et non une qualité. Un critique allemand se moque de la politesse outrée des héros de Racine; un français sourit en voyant la provocation brutale de Carion dans Caldéron.... Et pourtant tout cela porte le cachet national. Il y a une foule de traditions, d’usages, d’idées et même de sentiments qui appartiennent exclusivement à tel ou tel peuple. Le climat, le genre de vie, la religion, donnent à chaque peuple une physionomie qui lui est propre, et cette physionomie doit nécessairement se refléter plus on moins dans la poésie en Russie....» Qui finisce questa annotazione che ci rivela alcuni principii di Puschin in materia poetica. L’altra che abbiamo promesso di citare è politica. «.... La grande époque de la renaissance n’eut aucune influence sur la Russie. La secousse salutaire imprimée par les croisades n’exerça pas de réaction sur nos mœurs. Mais, en revanche, la Russie avait une haute prédestination.... Ses plaines immenses engloutirent les forces des Mongols, et arrêtèrent les barbares aux confins extrêmes de l’Europe. Les Mongols n’osèrent s’aventurer plus loin, en laissant derrière eux la Russie, toute vaincue qu’elle était.» Sin dall’anno 1828, Puschin aveva conosciuta in Mosca la signorina Natalia Ganceroff, la cui bellezza veramente straordinaria colpiva tutti d’ammirazione. Un poeta non poteva essere insensibile a tante attrattive. Puschin ne fu vivamente commosso. Nel 1830, la corte si trasportò a Mosca. La presenza dell’imperial famiglia diede luogo a conviti, a feste di ballo, nelle quali spiccò quasi sola la bellezza di Natalia Ganceroff. Tutti ne parlavano con maraviglia. La fama di quel trionfo giunse alli orecchi di Puschin, il quale trovavasi allora in San Pietroburgo. Lasciò immantinente quella capitale e si recò a Mosca. Chi può sapere che sentimento s’impadronisse di lui in quel frangente, se l’amore, la gelosia o la vanità? Comunque sia, a’ dì 21 di aprile di quell’anno, Puschin chiese in isposa _la bella delle belle_, come egli la chiamava, e in quello stesso giorno essa gli veniva concessa. «Je voulais me livrer cette année-ci» dice egli ad un amico, «à des études philologiques, et me voilà dans la psychologie jusqu’au cou. J’étudie la _carte de Tendre_, et je file le parfait amour, ce qui prouve que l’homme propose et que la femme dispose!» Dopo tre mesi di corteggiamento, Puschin lasciò Mosca per andar a prender possesso della villa di Boldino che gli era offerta in dono dalla sua famiglia in occasione del suo futuro matrimonio. Vi rimase quattro mesi, durante i quali mise in ordine le sue poesie, e ne compose alcune nuove. Il colera frattanto infieriva in Mosca ove stava la sua giovine sposa. Puschin non si mosse da Boldino. Si scusò dicendo che non era possibile di traversare i cordoni sanitari. Ma la verità si è che la Musa esercitava ancora un grande impero sul cuore di Puschin, e che egli era più idoneo alla vita celibe che alla vita coniugale. Le nozze furono celebrate in Mosca il dì 8 febbraio dell’anno 1831. Un mese dopo, i nuovi sposi si domiciliavano a Zárscoie-Seló, e quivi incominciò Puschin a sentire le noie e i tormenti del matrimonio. Nelle sue lettere si lagna del suo nuovo stato, e in particolare della spesa enorme cui lo astringe. «Fais-moi savoir, de grâce,» scrive ad un amico «quelle est la quantité de viande nécessaire pour la nourriture de deux êtres humains dont l’un est un peu de la race des Péris (sua moglie), et l’autre très peu mangeur de sa nature. Mon Vatel[6] consomme des quartiers de bœuf capables d’alimenter l’estomac de plusieurs Gargantuas. Tu me feras plaisir en m’apprenant aussi quelle est à peu près la quantité de sucre que peut consommer un modeste ménage. Madame ma sommelière prétend qu’il lui en faut une livre et demie pour les jours ordinaires, et autant, je crois, en plus pour les jours extraordinaires. J’engage ma belle Péri à meure sous clef thé et sucre, mais elle affirme qu’elle a bien assez de tenir sous clef ma personne. Je fais le gros dos à ce propos. Ici à Tsarsoe-Sélo je ne tiens pas équipage, et pourtant l’argent coule comme une fontaine: que sera-ce donc, mon Dieu! quand les quadrupèdes viendront se joindre aux bipèdes, pour manger au ratelier du poète?» Qualche tempo dopo gli era assegnato un impiego di cinque mila rubli all’anno, colla facoltà di consultare gli archivi di Stato. Puschin si valse di questo permesso per raccogliere i materiali ad una istoria di Pietro il Grande, di cui però non lasciò se non brevissimi squarci. Nello stesso luogo dimorava il poeta Giucovschi, già mentovato più sopra, col quale Puschin contrasse una amicizia la quale non dovea cessare che colla vita. Un altro intimo amico di Puschin, il barone Delvig, di cui fu già parlato, editore della _Gazzetta letteraria_ e dei _Fiori del Norte_, morì il dì 14 di gennaio del 1831. Questa perdita immerse Puschin nella più profonda disperazione. Fra i molti ricordi che consacrò a Delvig, troviamo il seguente in una lettera: «J’ai connu Delvig au Lycée. Je fus témoin, le premier, de l’indicible développement de son âme poétique... Je lisais avec lui Derjavine et Joukovsky. Je m’entretenais avec lui de tout ce qui agite l’âme, de tout ce qui remue le cœur. Sa vie est riche non en évènements romanesques, mais en beaux sentiments, en confiance et en bon sens lumineux.» L’anno seguente, Puschin continuò i _Fiori del Norte_, a profitto della famiglia di Delvig, e vi inserì varie sue piccole poesie. Nel 1832, pubblicò un altro volume di quella raccolta, e fu l’ultimo. Nello stesso anno si diede con impegno allo studio dei documenti per la vita di Pietro il Grande. Le memorie relative al ribelle Pugacceff destarono in lui una sì viva curiosità, che determinò di trattare separatamente l’istoria di quella insurrezione, e tosto pose mano all’opera. Volendo poi dare al suo lavoro quel colorito di verità che risulta dalla perfetta cognizione non solo del carattere dei personaggi, ma bensì del teatro degli eventi, si trasferì, nel 1833, nella Russia orientale per visitare i luoghi illustrati dalle lotte e dalla sconfitta del famoso settario. La monografia della ribellione di Pugacceff comparve nel 1834. Nel 1836, Puschin fu nominato gentiluomo di camera dello Zar Nicolò; ma la perdita di sua madre, succeduta poco dopo, gli amareggiò tal piacere. Accompagnò quella sacra spoglia al cimitero di Sviatogorschi, e, quasi presago della propria prossima fine, egli segnò, accanto alla fossa della cara genitrice, il posto ove voleva essere seppellito. Tutti i biografi stendono un velo sulle cause della morte di Puschin. Ci è dunque forza imitare in parte il loro silenzio. Ci contenteremo di notare che Puschin, a dritto o a torto, credendosi tradito dalla consorte, sfidò in duello colui ch’egli sospettava d’avergli rapito l’onore, e in quel duello ricevè una insanabile ferita. Trasportato nella sua dimora, visse ancora due giorni in mezzo ad atroci torture. Il poeta Giucovschi, testimone degli ultimi momenti di Puschin, ne scrisse una narrazione circostanziata, di cui riferiremo la conclusione. «La mattina del 27 (gennaio 1837), disse al dottore Spaschi: «Mia moglie! chiamate mia moglie!» Poi volle vedere i figli. Dormivano; gli furono arrecati mezzo immersi nel sonno. Li guardò l’un dopo l’altro con attenzione e in silenzio; pose loro la destra sul capo, li benedisse, e accennò che si riportassero via. «Chi è qui?» domandò poi. Gli fu risposto: «Viasemschi e Giucovschi...» — «Fateli approssimare,» sclamò con voce bassa e fioca, Io presi la sua mano e la baciai, ma non potei far parola, e mi allontanai. Mi richiamò a sè: «Di’ all’imperatore» soggiunse, «che mi rincresce di morire; che sarei stato tutto suo. Digli che gli auguro un lungo regno, e che bramo sia sempre contento di suo figlio, contento della Russia!» Poi disse addio al principe Viasemschi. Il conte Vielhorschi s’avvicinò allora, e Puschin gli strinse la mano. Sentiva la morte accorrere a gran passi; si affrettava di prender commiato dagli amici. Si tastò il polso, e disse: «La morte s’appressa....» »Allorchè si sparse per la città la notizia che Puschin stava in pericolo di morte, l’anticamera dell’appartamento si empì di gente. Era un flusso e riflusso continuo di persone d’ogni ceto che venivano ad informarsi dello stato di salute del gran poeta. Chi non poteva venire da per sè, mandava il servitore. Regnava una afflizione, un lutto generale nella città. Tutti prendevano una parte sincera al nostro cordoglio, e molti ne piangevano. Nè gli stranieri domiciliati in San Pietroburgo manifestarono meno simpatia dei Russi medesimi. In noi era naturale l’angoscia; ma essi come mai la dividevano? È facile la risposta. Tutti gli animi cólti son concordi in ammirare l’ingegno, e quando lascia questa terra anzi tempo, tutti lo piangono come un fratello diletto. Puschin non apparteneva alla Russia sola, ma al mondo intero; quindi è che tanti forestieri deploravano la sua precoce fine, con rammarico eguale al nostro. »Puschin mandò il dottor Dal a confortar sua moglie, sebbene egli stesso non avesse più nessuna speranza. Una volta domandò a Dal: «Che ora è?» Poi soggiunse: «Quanto tempo.... dovrò ancora.... soffrire!... Oh! per pietà.... più presto....» E ripeteva sovente: «Finirà in breve?... più presto per pietà!...» Ma in totale tollerò i suoi patimenti con una rassegnazione mirabile. Quando li spasimi divenivano troppo acuti, si torceva le mani, e mandava un sospiro, ma così basso che appena si poteva udire. «Ti convien soffrire molto, amico,» diceva Dal; «ma non trattenere i sospiri; ti faranno bene.» — «No,» replicava Puschin interrompendolo; «non voglio.... gemere.... mia moglie.... mi sentirebbe.... non voglio lasciarmi vincere.... dal dolore....» »Escii alle cinque della mattina, e tornai due ore dopo. Sembrandomi che avesse passato la notte con bastante calma, io sperava di trovarlo migliorato. Ma quando arrivai fui crudelmente disingannato. Arendt (altro amico di Puschin) mi assicurò che non compirebbe la giornata. Di fatto, il polso s’affievoliva di minuto in minuto; le mani divenivano fredde. Teneva gli occhi chiusi; di quando in quando alzava la destra per prendere del ghiaccio e fregarsene la fronte. Verso le due pomeridiane aprì li occhi, e domandò della conserva di lamponi. Gliene recarono una tazza. «Chiamate mia moglie,» sclamò con voce sonora; «ditele che mi faccia mangiare.» Essa venne, si pose ginocchioni a capo del letto, gli porse una cucchiaiata di conserva, e appoggiò la sua fronte su quella del moribondo. Puschin l’accarezzò dicendo: «Via, via, non sarà nulla; sto meglio, grazie a Dio; ritirati.» La quiete con che parlò, illuse la povera donna che si allontanò raggiante di gioia. «Ora,» disse al dottore Spaschi, «sta meglio.» In quel punto cominciava l’agonia. Eravamo tre intorno al letto: Vielhorschi, Turghenieff ed io. Dal mi disse all’orecchio: «Egli si spenge.» Con tutto ciò, serbava ogni sua facoltà intellettuale. Una volta stese la mano a Dal, e gliela strinse dicendo: «Alzami; più su;... più su....» Dal lo prese per le spalle, e lo tenne alzato; allora aprì gli occhi; rasserenò il sembiante e gridò: «Ho finito di vivere!» E lo ripetè, soggiungendo: «Non posso respirare; mi sento soffocare!» Furono queste le sue parole estreme. Tenevo lo sguardo fisso sopra di lui, e osservai che gli si gonfiava il petto. Volevo cogliere il suo ultimo sospiro sulle sue labbra; ma mi sfuggì. Puschin pareva dormire, ed era passato di vita senza che ce ne accorgessimo. Scorsero due minuti di profondo silenzio, dopo i quali chiesi: «Come sta?» — «È spento,» rispose Dal. »Erano le due e tre quarti pomeridiane del giorno 29 di gennaio.... Fortunatamente pensai a far modellare in gesso il suo volto. I lineamenti non erano cangiati. L’espressione della fisionomia non era quella del dolore, ma bensì d’un sonno placido e felice. Quel giorno andai a desinare dal conte Vielhorschi, nella cui casa trovavansi tutti coloro che avevano assistito agli ultimi momenti di Puschin. Puschin stesso era stato invitato a quel pranzo, ordinato dal conte per celebrare l’anniversario della mia nascita. La seguente mattina, collocammo il corpo del poeta nel feretro, nel quale rimase esposto per ventiquattro ore. Più di dieci mila persone vennero a visitarlo: alcune lacrimavano; altre si fermavano estatiche a contemplarlo. Quella fredda immobilità da una parte, quella confusa agitazione dall’altra, quelle preghiere, quei lamenti in mezzo a quel tumulto, formavano un contrasto singolare, ed istillavano nel cuore una dolce e misteriosa melancolia. Il dì primo di febbraio, il corpo fu condotto alla chiesa delle Scuderie Imperiali, nella quale ebbe luogo la funzione funebre. I più illustri personaggi della capitale, e molti ambasciadori delle potenze estere, vollero essere presenti. Il terzo giorno ci adunammo per l’ultima volta intorno a quelle care reliquie; fu cantato l’offizio; fu deposto il feretro in una slitta che partì a mezza notte. La seguii per qualche tempo cogli occhi al lume di luna; poi svoltò una cantonata, e persi di vista per sempre tutto quello che in Puschin era terrestre. »La slitta attraversò il borgo di Micailoschi, e passò davanti alla piccola villa di Boldino nel governo di Pscoff, e sotto ai due pini che il poeta ha cantati.[7] Giunse al convento di Sviatogorschi la sera del 5 febbraio. Il dì seguente, i monaci cantarono l’offizio, e inumarono il corpo nel terreno scelto dal poeta medesimo, presso alla fossa di sua madre.» Chiunque leggerà nel poema d’_Eugenio Anieghin_ la storia dell’infelice poeta Vladimiro, ucciso in duello dall’amico, sul fior degli anni, non potrà a meno di vedere in quella tragica fine come un presentimento e quasi una predizione della fine riserbata dalla sorte al nostro Puschin. Quasi tutte le circostanze di quel racconto concordano con quelle, purtroppo reali, della catastrofe qui sopra da noi accennata. Con giusta ragione, dunque, credevano gli antichi essere i poeti anche profeti. Byron morì di trenta otto anni e tre mesi; Puschin, di trentasette e otto mesi. Somigliò al bardo inglese nell’animo irrequieto, nello stile impetuoso come l’animo, nella vita errante, nella precoce morte. Fu certamente uno dei più potenti ingegni poetici di questo secolo, illustrato da Schiller, Gœthe, Byron, Moore, Manzoni, Lamartine e Vittorio Hugo. Non gli mancò che di vivere in un clima meno aspro, in una società più pittoresca, in un paese più libero, per dare alla sua fantasia tutto quello slancio di cui era capace; mentre, nelle condizioni in cui visse, dovè comprimerla sovente, come appare pur troppo in molti passi dei suoi scritti mutilati dalla censura. Nessuno prima di lui aveva maneggiato la poesia russa con quella disinvoltura e quella facilità che è uno dei distintivi della vera ispirazione. Troppo impaziente per limare attentamente i suoi versi, riesce talvolta negletto, ma non mai languido nè freddo. Il suo stile è sempre chiaro e limpido come un cristallo; qualità rara prima di Puschin, e di cui va debitore al suo grande amore della lingua francese, nella quale niente di oscuro può entrare. La stessa qualità attinse Gœthe alla stessa fonte. L’azione dei poemi di Puschin è semplicissima. Così è in molti capo-lavori antichi e moderni, nell’_Iliade_, nell’_Odissea_, nell’_Eneide_, nel _Fausto_, nel _Paolo e Virginia_, nel _Don Juan_. L’interesse del racconto non risulta dalla moltiplicità delle peripezie, dalla complicazione dell’intreccio, ma bensì dall’abile svolgimento d’una o due situazioni principali, dalla maestria colla quale il poeta delinea i caratteri, analizza le passioni, descrive gli accessorii. Questi pregi essenziali possedeva Puschin in altissimo grado, ed essi risplendono in tutti i suoi lavori. Non sembrami fondata l’opinione di alcuni critici che dichiarano Puschin un servile imitatore di Byron. Certamente l’influenza di Byron è manifesta nelli scritti del poeta russo, ma essa non vi predomina mai a segno di togliergli la sua libertà d’azione e d’inceppargli le ali; è un vento che lo sorregge nel suo volo ma che non lo trascina mai contro il suo volere. I Greci, per più secoli, protetti dalla sorte, liberi ed opulenti, vincitori dei barbari invasori, si diedero a cantare non già le doglie, ma i diletti della esistenza; non già le bellezze del mondo invisibile, ma quelle del mondo visibile pieno per essi di ninfe e di dei, di mirti ed allori. La loro poesia era la poesia della vita. Fra gli orientali avvolti in continue calamità, ebbe origine la contemplazione solitaria (_rêverie_). Fra essi per la prima volta risuonarono quelle parole tremende: «Maledetto il giorno in cui fui generato! Sia quel giorno cancellato dal numero dei giorni!...» Dai lamenti di Giobbe e di Geremia derivò la poesia della disperazione, del disprezzo d’ogni cosa mondana, la poesia delle rovine e della morte; quella poesia infine che senza posa mostra all’uomo il sepolcro spalancato. Ma mentre Giobbe in mezzo alle tenebre del dubbio e del dolore fa risplendere l’autorità d’un Dio onnipotente e benefico, i poeti della melancolia sopprimono quasi del tutto quell’alta intervenzione e abbandonano l’uomo a sè stesso su questo suolo deserto composto delle nostre ceneri e intriso delle nostre lacrime. Tale è l’impressione che ti lasciano nell’animo le _Confessioni_ di Rousseau, il _Werther_ di Gœthe, il _René_ di Chateaubriand, il _Childe Harold_ di Byron. Vi sono poi quelli che levato via il principio del bene vi sostituiscono a dirittura il principio del male e fanno l’uomo un vil ludibrio d’una cieca ed iniqua fatalità. Da tale atroce teoria procedono il _Candido_ di Voltaire, il _Don Juan_ di Byron. Puschin non trascorre in tali eccessi. La sua Musa è piuttosto ilare che mordace, piuttosto graziosa che grave. Il suo _Eugenio Anieghin_, che a prima vista sembra partecipare assai del _Don Juan_, somiglia, ora ad un leggiadro idillio, ora ad una festosa novelletta, e quel c’ha di tragico è condito di tanta amenità che non t’inspira orrore. * * * Prima di chiudere questo preambolo, fa d’uopo ch’io dia alcuni schiarimenti intorno alla mia traduzione. Quando si tratta d’un libro greco o latino, il traduttore è astretto a una esattezza scrupolosa, perchè ogni scritto di quei tempi è un monumento prezioso per la scienza, più ancor che per le lettere. Ma quando si tratta d’un autore moderno, il traduttore, credo, può prendere qualche licenza col testo per renderlo più accetto al pubblico. Così ho fatto. Qua e là ho aggiunto o soppresso un epiteto; ho svolto un concetto appena adombrato dall’autore; ho omesso alcuni piccoli tratti inutili che facevano inciampo all’andatura del racconto; ho trasposto alcune particolarità che il poeta russo non aveva collocate nel loro ordine logico. Darò qui due esempi delle libertà da me prese. Nella strofa seconda del capitolo quarto del poema d’_Eugenio Anieghin_, il poeta dice: «La brina[8] ingemma i prati e screpola sotto i passi del camminante. (Il lettore s’aspetta forse che io metta alla rima alcune _rose_;[9] ma se le porti il diavolo).» Questa parentesi che è graziosa in russo, riesce in italiano una freddura. Ho dunque creduto bene di ometterìa. Il poema della _Fontana di Bakcisarai_, comincia in questo modo: «Ghirei siede con gli occhi fisi al suolo; la pipa d’ambra fuma nella di lui bocca. I vili cortigiani s’affollano silenziosi intorno al minaccioso khan. _La calma regna nel palazzo_; tutti con rispettosa attenzione spiano ec.» Ho tradotto nel seguente modo: «Ghirei siede con gli occhi fisi al suolo; la pipa d’ambra fuma nella di lui bocca. La calma regna nel palazzo; i vili cortigiani s’affollano silenziosi intorno al minaccioso khan. Tutti ec.» Evidentemente, quella circostanza della _calma_ va dove l’ho collocata io; perchè dove l’ha messa il poeta genera confusione, e interrompe senza utilità il corso del racconto. Puschin nell’_Eugenio Anieghin_ descrivendo i costumi della società galante, adopra un gran numero di voci francesi. Le ho mantenute nella mia traduzione perchè la maggior parte di esse sono note a tutti i lettori e usate anche in Italia nel discorso familiare. Il poeta vuole evidentemente deridere il linguaggio dei _dandy_ imitandolo. Solamente dopo finita questa traduzione, intesi che due poemi di Puschin: _Il prigioniero del Caucaso_ e _La fontana di Bakcisarai_, sono stati recati in versi italiani dal signor marchese Boccella. Ma per quanta diligenza abbia usata, non m’è venuto fatto di incontrare quel volume. Alcuni pezzi lirici del Puschin egregiamente volti in italiano dal signor Ignazio Ciampi, comparvero, l’anno scorso, in un volumetto stampato nella tipografia Le Monnier.[10] Forse un cenno intorno alla lingua russa non riescirà discaro ai lettori dei racconti di Alessandro Puschin. Ad eccezione del Turco, del Finnico, dell’Ungherese e del Basco, tutte le lingue europee derivano dal Sanscrito, antico idioma indiano. Queste lingue erano nell’origine cinque o sei sole, che poi si suddivisero in infiniti dialetti. Ecco un breve quadro sinottico della famiglia: =Sanscrito=. | | _Celtico._ | | | | Erso. | | Irlandese. | | Gaelico ec. | | _Greco._ | | | | Dorico. | | Attico. | | Ionio. | | Eolico ec. | | Romaico ossia greco moderno. | | _Latino._ | | | | Etrusco ed ombro. | | Osco. | | Provenzale. Italiano. Spagnuolo. Portoghese. | | Vallacco. Francese ec. | | _Gotico e Teutonico._ | | | | Svedese. | | Danese. | | Tedesco. | | Orlandese. | | Inglese ec. | | _Slavone._ | | | | Lituano. | | Russo. | | Illirico. | | Pollacco. | | Boemo ec. In tutte queste lingue le radici primordiali sono le stesse; il sistema di declinazione e di coniugazione è lo stesso; il metodo di derivazione e di composizione è lo stesso. Chi dubitasse di tal verità consulti le opere ove se ne trova la dimostrazione, e in ispecie: la _grammatica comparativa_ di Francesco Bopp, le _Ricerche etimologiche_ di Federico Pott, il Sunto di questi lavori, fatto dall’Eichhoff nel libro intitolato _Parallèle des langues de l’Europe et de l’Inde_, e finalmente il mio libro: _La langue française dans ses rapports avec le sanscrit et avec les autres langues indo-européennes_. La lingua russa deriva direttamente dallo slavone. Non v’è mischiato nessuno altro idioma, e presenta in ogni sua parte un carattere omogeneo, regolare, armonico, che manca a molti idiomi moderni più coltivati e più illustri. Per la declinazione, la lingua russa e la pollacca sono le sole europee che possano gareggiare col latino. La lingua russa non conosce li articoli, quel flagello dei dialetti neo-latini; esprime le relazioni dei vocaboli fra loro, a forza di desinenze come il Latino e il Sanscrito. Il Sanscrito ha otto casi: il _nominativo_, l’_accusativo_, l’_instrumentale_, il _dativo_, l’_ablativo_, il _genitivo_, il _locativo_, il _vocativo_. Il russo e il pollacco ne hanno sette: il _nominativo_, l’_accusativo_, l’_instrumentale_, il _dativo_, l’_ablativo_, il _genitivo_, il _vocativo_. Il latino ne ha sei: il _nominativo_, l’_accusativo_, il _dativo_, l’_ablativo_, il _genitivo_, il _vocativo_. Il greco ne ha cinque: il _nominativo_, l’_accusativo_, il _dativo_, il _genitivo_, il _vocativo_. La coniugazione sanscrita è molto ricca e complicata: la greca sola le può stare a confronto: la latina è povera in paragone di quelle, e la russa e la pollacca sono ancor più povere della latina; ma suppliscono ai tempi che loro mancano, mediante gli ausiliari _avere_ ed _essere_. Ciò nondimeno la lingua russa e la pollacca sono di tutte le europee le più alte a tradurre i testi latini con una concisione che gli altri idiomi, carichi di articoli, di particelle, di ausiliari, non possono raggiungere. IL PRIGIONIERO DEL CAUCASO. I. I Circassi disoccupati siedono a crocchio sulle soglie dell’_aúl_.[11] I loro ragionamenti versano intorno ai pericoli della guerra, alla bellezza dei destrieri, alle delizie della vita alpestre; narrano le loro incursioni nei paesi nemici, i tremendi rovesci delle loro sciabole, l’agilità delle loro frecce inevitabili, gli stratagemmi de’ loro accorti capitani, la distruzione dei borghi incendiati e le tenere carezze delle captive dalle pupille nere. Così van discorrendo in mezzo al silenzio della notte, e intanto la luna albeggia fra i vapori. Ma tutto a un tratto ecco comparire un cavaliere che strascina dietro a sè un giovine prigioniero legato ad una fune. “È un Russo!” esclama il Circasso vincitore. A quel grido tutto l’accampamento accorre in furia, e ogni cuore freme di vendetta. Il prigioniero muto, intirizzito, giace immobile colla testa bassa e mal concia; non mira i suoi nemici; non bada alle minacce nè alle strida; l’ombra della morte sembra che già imbruni la di lui faccia e un feral gelo gli serpe per l’ossa. Rimane steso a terra, abbandonato e solo. Verso mezzo giorno, una lieta scintilla di sole gli irradia la fronte: ristorato da quel dolce calore, si sente rinascere, e pian piano solleva dal suolo il debil fianco; gira lentamente gli occhi intorno, e ovunque li fissa, niente altro distingue che monti inaccessibili, asilo d’un popolo di predoni, riparo e rôcca naturale dei Circassi. Serba appena una imagine confusa dell’accaduto; ma ode tintinnire le catene che gli gravano i piedi: quell’orribil suono gli richiama a mente la sua condizione funesta; e allora, più non scorge nè terra nè cielo. Addio, cara e santa libertà! Egli è schiavo. Ha per covile un recinto di pali fortissimi, contiguo alle capanne dei masnadieri. I Circassi vagano per la pianura; l’_aúl_ è vuoto d’abitanti; nessuno osserva il giovine Russo. Dinanzi a lui schiudonsi le profonde valli del Caucaso ammantate di verdeggianti selve; al di sopra schieransi in anfiteatro i gioghi e le guglie irte di ghiaccio. Un sentiero tristo e solingo sale e scende su quelle pendici, e svanisce per quelle foreste. A tal vista, il petto dell’infelice palpita commosso da violenti affetti.... Quel sentiero conduce in Russia, nella contrada ove altero, avventuroso, passò i più belli anni suoi; ove assaporò le prime gioie della vita, ove amò tanto, ove tanto soffrì, ove, finalmente, dopo aver lasciato nel vortice delle passioni la speranza, l’allegria, il desiderio, recuperò una seconda volta le illusioni dell’età fiorita. Adesso egli conosce gli uomini, e sa valutare a dovere questa nostra fugace esistenza. Fra i fiori dell’amicizia ha incontrato il laccio del tradimento; nel nappo dell’amore ha sorbito un veleno; ludibrio d’una vanità ch’egli pur da gran tempo aborriva, bersaglio della maldicenza bifida e della onesta calunnia, egli lasciò il patrio nido, e apostata della società, spiegò l’ali verso una riva longinqua, colla libertà per guida e per compagna. Ma ormai son caduti nel nulla tutti i suoi progetti, le ultime sue illusioni son andate fallite: egli è schiavo. Posa il capo sopra un masso che indorano li estremi riflessi del crepuscolo vespertino, e aspetta la morte. Già la luce del giorno è spenta. Uno strepito tumultuoso sorge in lontananza; i malandrini riedono agli _aúl_, armati di falci. La brace sfavilla nei focolari; a poco a poco il rumore si va placando, la calma e il riposo occupano la terra. La luna dirada l’oscurità e a quel tremolo bagliore l’occhio discerne nella valle un ruscelletto che saltella spumante di balza in balza, e le nuvole che s’attorcono qual turbante alle vette serene dei monti. Ma chi s’avanza con passo cauto e lento sotto la face dell’astro notturno? Il Russo si desta; vede una fanciulla circassa che a lui s’appressa; la mira con mestizia, ed esclama: “È un sogno quel ch’io miro, è una larva suscitata dalla mia delirante fantasia?”.... Col bel volto suffuso d’un sorriso di simpatia la vergine s’inginocchia accanto al prigioniero, e gli mesce una tazza di _kumi_[12] rinfrescante. Egli afferra la tazza, ma non pensa a gustarne; sugge invece i soavi raggi che piovono da quei begli occhi, e invaghito della vezzosa incognita, si affatica, ma indarno, di comprendere i suoni che vibrano su quelle rosee labbra. Non penetra il senso delle parole non udite avanti, ma capisce bensì la grazia di quello sguardo, il rossore di quelle guance, l’intonazione di quella voce che gli dice: “Coraggio!” Già il prigioniero si sente meno sconsolato. Gli si ravvivan le forze; erge il capo languido, e appaga l’ardente sete nella bevanda offertagli. Poi ricompone la testa sopra il sasso; ma non rimuove più la vista dalla gentil donzella, la quale sen sta a lungo seduta accanto a lui per confortarlo; e sebben egli non possa intenderla, pure essa segue a parlargli e parlandogli sospira; e i di lei biondi cigli s’imperlano di lacrime. Il tempo passa come onda. Il prigioniero incatenato mena i giorni pei monti custodendo la greggia. Il gelido arco d’una grotta lo difende dagli ardori del sole; e quando l’eburnea luna sorge sui colli, la gentil verginella, sboccando da un sentiero coperto e misterioso, gli arreca del _kumi_, del miele e della candida farina di miglio; divide seco lui quel pasto clandestino, e frattanto contempla assiduamente lo straniero. Finita la cena, gli modula le canzoni della Georgia; gli spiega coi gesti i termini che gli riescono oscuri, e fa di tutto per imprimergli nella mente qualche parola circassa. Essa ama per la prima volta, per la prima volta prova la voluttà; ma il Russo non può corrispondere a quell’affetto ingenuo, leale, sviscerato; forse teme di raccendere una antica fiamma da gran tempo sopita. La gioventù non fugge improvvisamente, la virtù sua non ci abbandona a un tratto, e spesse volte in età matura godiamo un diletto inaspettato: ma non ti ritroviamo mai più, cara illusione del primo amore, delirio celeste della prima passione; no, tu non torni più mai. Il prigioniero dissimulava il rammarico della sua perduta libertà, e sembrava essersi per disperazione rassegnato al suo nuovo e crudel destino. Durante le fresche ore mattutine, egli si reca a stento fra gli ispidi scogli; getta l’avido sguardo sulle lontane schiene dei monti grigi, cerulei, biondeggianti, maraviglioso quadro dipinto dalla natura. Le loro ardue sommità gli appariscono quai troni delle nevi eterne e delle tempeste. Framezzo a quei vertici sublimi spiccasi l’Elboro, colosso bicipite, cinto d’un diadema di gelo il cui splendore gareggia col chiaror degli astri. Allorchè scoppiavan le saette e rimbombava la voce del tuono mista a quella dei turbini, oh quante volte il prigioniero si fermò immobile sul cucuzzolo d’un poggio che sovrastava all’_aúl_! Le nubi fluttuavano come mare sotto ai suoi piedi; una colonna di polvere rotava per la steppa; il cervo impaurito ricoveravasi nelle caverne; le aquile si libravano inquiete intorno ai precipizi, e assordavano l’eco con acuti schiamazzi; il calpestío dei cavalli, il muggito degli armenti, facevan coro al suon della bufera. La grandine e la pioggia scrosciavano sui prati pei fori delle nuvole indorate dallo splendor dei lampi; mille torrenti, nati in un momento sulle groppe dei monti, squarciavano il terreno in ogni dove, e rovinavano abbasso levando seco ingenti blocchi di granito.... Il prigioniero frattanto solo sulle alture dietro il nembo e la folgore, aspettava che riedesse il sole apportator di calma, e ascoltava con secreto diletto l’impotente furore della burrasca. Ma con maggior dolcezza ancora osservava egli i costumi di quei popoli, le loro pratiche religiose, il loro modo d’educazione. Ammirava la semplicità, l’ospitalità, l’indole guerresca dei montanari. L’incantava la sveltezza dei loro movimenti, l’agilità dei loro passi, la robustezza delle loro braccia; si compiaceva in vedere il giovine circasso, il quale, colla berretta a punta sulla testa, colla _burca_[13] sulle spalle, incurvando il petto sul pomo della sella, assettando il piccol piede nelle staffe, varca i deserti illimitati sull’ali d’un destriero, e così s’indura da fanciullo ai pericoli della vita errante del bandito. Il Russo esamina con curiosità l’abbigliamento bellico di quegli eroi selvaggi. Ogni Circasso va irto di ferro; nell’armi sue ripone egli il suo onore e il suo bene; sempre ha indosso una maglia, un archibugio, una faretra, una balestra, uno stiletto, un laccio, e una sciabola compagna fedele delle sue fatiche e dei suoi riposi. Tale peso è per lui lieve, e porta quelli attrezzi in modo, che nemmen quando egli cammina fanno il minimo rumore. Fante o cavaliere, ogni Circasso ha aspetto truce e indomito, e combatte senza posa i neghittosi Cosacchi. Il Circasso ha per tesoro e per amico costante e paziente il suo corsiero, figlio dei più belli stalloni dell’Asia. Con questo si appiatta in un antro o fra l’erba fitta; tutto a un tratto, si slancia come fulmine sul viandante; in men che nol dico, abbatte l’infelice, gli avvolge un laccio al corpo, e dietro se lo tira a traverso i burroni e i dirupi. Il cavallo tocca terra col ventre; si fa strada dappertutto, per le paludi, per le macchie, pei dumeti, pei greppi e per le frane: una striscia di sangue segna i luoghi ove passa. Ecco, cápita a un torrente che trabocca: ma non perciò s’arresta; s’avventa impavido nel baratro spumoso, e il prigioniero immerso in seno alla voragine assaggia l’acqua torbida, e invoca la morte a liberarlo da tanti mali. Ma il vigoroso cavallo ha già raggiunto la riva e già riprende il suo corso a traverso il deserto. Alcune volte il Circasso ferma uno stipite sbarbicato che nuota in preda alle acque; e quando il cupo drappo della notte involve i colli, l’avventuriere depone sulle radici, o appende ai rami degli alberi circostanti la targa, la _burca_, la lorica, l’elmo, e non serba presso sè che il turcasso e l’arco; quindi entra pian piano e con risoluzione nelle rapide onde. La terra tace; il fiume ferve e rugge; il tronco galleggiante sen porta, come navicella, l’animoso sgherro. I Cosacchi sparsi sulle sponde e sulle erte, appoggiati alle aste, considerano il torrente scevri d’ogni sospetto, e già l’omicida sta loro vicino e li minaccia. A che pensi, o Cosacco? Riepiloghi forse le tue antiche prodezze, le veglie nei bivacchi, le preghiere alzate al cielo avanti la lotta per la patria? O rimembranze perfide!... Addio i liberi villaggi, il tetto paterno, il maestoso Tanai, le zuffe ardenti e le belle fanciulle! Il barbaro nemico già ti adocchia; la freccia scocca dall’arco, parte, sibila.... e il misero Cosacco, ferito a morte stramazza al suolo. Ma quando imperversano gli elementi, il Circasso se ne sta tranquillo colla sua famiglia accanto al focolare acceso; e allora, se il viandante stanco, sorpreso dalle tenebre, entra nel tugurio del guerriero e si asside sopra uno scanno, il padrone si rizza per far lieta accoglienza al forestiero, gli augura la buona venuta, e gli fa empire una ciotola di _tcikir_[14] odoroso. Lo straniero imbacuccato nel suo gabbano stillante di pioggia, riposa in sicurezza nella casipola affumicata, e, la mattina seguente, lascia con rincrescimento il queto ospizio ove ha pernottato. Fu un tempo in cui i giovani si adunavano per festeggiare il santo Beiram con mille giochi diversi. Ora, dividendo fra loro un turcasso pieno, trafiggevano coi pennuti strali l’aquila spaziante fralle nubi; ora, al cenno convenuto, piombavano impetuosi dal sommo di un colle, e come daini che radono appena il piano, correvano tutti a gara pei campi polverosi. Ma la pace monotona genera tedio nei cuori nati alle battaglie; e non di rado fra i divertimenti dei giorni d’ozio sorgevano tremende contese. Spesse volte in mezzo ai tripudi ed ai banchetti si vedevan balenar le scimitarre, e le teste degli schiavi rotolare a terra fra gli applausi feroci dei fanciulli. Il Russo si contentava d’assistere a quei sanguinosi scherzi, ma non vi prendeva parte. Anche egli avea provato la febbre della gloria e ambito una illustre fine. Martire d’un onore spietato, anche egli avea veduto la morte da vicino, esponendosi con calma e con fermezza alle palle micidiali dei duelli. Forse gli torna in mente, contemplando quei certami e quei simposi, il tempo in cui circondato d’amici egli sedea con essi a lauta mensa? — Forse lo ange la rimembranza dei dì spariti, delle speranze perdute? — oppure osserva con gaudio quei semplici e barbari diporti e con curiosità vi studia quasi in uno specchio, i costumi di quel popolo? Frattanto occulta in profondo silenzio l’agitazion del cuore, e non ne lascia trasparire il minimo segno sulla altera sua fronte. I fieri Circassi meravigliati del di lui contegno sdegnoso e audace, gli risparmiano le fatiche della servitù, superbi di possedere un tale schiavo. II. La conoscesti alfine, o vergine del Caucaso, la conoscesti l’ebbrezza dell’anima, l’estasi e la beatitudine dei sensi. Le tue luci divampano d’amore e di gioia. Quando il tuo protetto, nell’orror della notte, t’infiamma le guance con un muto bacio, tutta ansante di giubbilo e di brama, più non pensi che a lui solo, ed esclami: “O gentil prigioniero, rasserena lo sguardo ottenebrato; adagia il capo sul mio grembo, oblía la libertà e la patria. Son pronta a viver teco nel deserto, o arbitro del mio fato! Amami! Nessuno innanzi a te m’avea baciato gli occhi; niun Circasso dalle pupille nere s’accostò mai di notte alla mia coltrice: mi credono una fanciulla spietata e inesorabile. So che sorte mi attende: il padre e il fratello voglion vendermi a prezzo d’oro a un ricco cui aborrisco; ma supplicherò il padre e il fratello, e se non li piego.... troverò un pugnale o un veleno. Una forza irresistibile, soprannaturale, mi spinge verso di te; io t’amo, o gentil prigioniero, e l’anima mia è tutta tua....” Il prigioniero fisa con simpatia, ma senza far motto, la appassionata giovinetta, e ascolta con un tetro presentimento quelle affettuose parole. L’immagine dei giorni andati gli si affaccia al pensiero, e oppresso dalla piena del dolore, prorompe in pianto.... La vista di quell’amore disperato gli pesa sulla coscienza più che piombo. Finalmente confida alla pietosa le sue ambasce: “Dimenticami;” egli le dice; “non son degno della tua bontà. Non perder meco i dì preziosi di gioventù; dona il cuore a uno che meriti di goderlo e che ti vendichi della mia freddezza. Egli ti sarà fedele; saprà apprezzare la tua bellezza, il tuo soave sguardo, i tuoi baci di miele, i tuoi divini accenti.... Vittima delle passioni, io mi consumo privo di desideri e d’entusiasmo. Mira sulla mia fronte tutti gli indizi d’un infelice amore e d’una interna lotta.... Lasciami per pietà; non inasprire le mie piaghe. Sventurata donzella, perchè non ti conobbi prima, allorquando io credeva alla speranza e ai sogni del cuore? Ormai è troppo tardi. Io son morto alla felicità; tramontò per me l’astro del piacere; i miei sensi intorpiditi più non fremono alla voce dell’amore.... ”Quanto è penoso dover contraccambiare l’affetto coll’indifferenza, le lacrime di due begli occhi con un gelido riso! Dura condizione quella d’un amante, che, punto dalla gelosia, pensa ad una altra donna fralle braccia d’una appassionata fanciulla!... ”Quando delibi i miei baci con lenta avidità, e immersa nella voluttà, lasci scorrere inosservato il tempo fugace, io, astratto, meditabondo, discerno innanzi a me, quasi in sogno, le sembianze della mia diletta; io la chiamo per nome; a lei mi appresso; non vedo, non sento più altro che lei: e mentre io giaccio a te allato, io mi stringo al seno, non te, ma quella forma aerea, invisibile; per quella io bagno di lacrime l’arena; ovunque io vada, essa mi accompagna, e, senza di essa, l’anima mia è simile ad una vedova derelitta e tribolata.... ”Lasciami dunque le catene, le solitarie angosce, le acerbe memorie, e il pianto che non puoi divider meco. Udisti le mie sciagure; dammi un amplesso e separiamoci. Dolore di donna poco dura; presto ti scorderai di me; sopravverrà la noia, e amerai di nuovo.” La vezzosa sen stava assisa colle labbra socchiuse, col ciglio asciutto; il di lei sguardo torbido e immoto esprimeva un rimprovero; pallida come uno spettro essa tremava, e teneva la fredda mano impalmata in quella dello straniero; finalmente sfogò l’interno affanno in questo modo: “O Russo, Russo! Come mai mi diedi a te per la vita prima di conoscere i tuoi casi? Poche notti la giovine circassa ha riposato nel tuo letto, e poche furono le ore felici che le concesse il cielo. Torneranno esse mai? Svanì per sempre la mia gioia? Potevi, o forestiero, lasciarmi nell’errore; potevi, tacendo, illudermi, e almeno pietosamente bearmi di finte carezze. Avrei molciuto le tue doglie colle mie cure umili e devote, avrei vegliato al tuo capezzale durante il tuo sonno irrequieto.... Non hai voluto. Ma chi è mai questa bella che adori? Tu ami, o Russo, e sei amato! — Io comprendo il tuo disgusto, il tuo lutto.... Perdona il mio pianto.... non ridere del mio martíre....” Tacque. I singhiozzi, i gemiti straziavano l’animo della fanciulla. La rampogna venne meno sulla di lei bocca. Priva di sentimento, stretta alle ginocchia dello straniero, appena aveva essa la forza di trarre il fiato. Il prigioniero rialzandola gentilmente da terra così parlolle: “Non piangere, o infelice! Anch’io provo gli oltraggi dell’avversa fortuna e i rigori dell’indifferenza. Amo, e non sono amato.... amo solo, soffro solo, e passerò da questa vita qual sinistra meteora che si dilegua nella valle deserta.... Morrò lontano dal lido a me caro; queste steppe mi saran sepoltura.... e il ferro di queste catene righerà le mie ossa esiliate....” Le lampade della notte s’offuscano; i monti mitriati di candida neve si illuminano dalla parte d’oriente, i due sventurati si separano in silenzio colla testa bassa e gli occhi appannati dal pianto. Da quell’ora in poi, il prigioniero scoraggito si diede a vagar solo intorno all’_aúl_. L’aurora succede all’aurora; la sera sussegue alla sera; egli sospira la libertà, ma non l’ottiene. Se guizza una camoscia fra i burroni, se un daino balza fralle nebbie, egli scuote i suoi ceppi e mira attorno, credendo sentire il Cosacco che sen viene furtivamente ad assalire l’_aúl_, e a liberare i Russi ivi detenuti. Chiama.... ma nessun risponde, e non ode altro suono che il mormorío delle acque e lo strisciar delle fiere, le quali, all’avvicinare dell’uomo, si rintanano nelle loro buche. Un giorno, il Russo udì muggire nelle gole dei monti il grido di guerra circasso: _i cavalli! i cavalli!_ Quindi un correre, un urlare confuso nell’accampamento, uno strascicar di bridoni, un nereggiar di _burche_, un luccicar di corazze, un nitrir di cavalli.... tutto l’_aúl_ parte per una spedizione. Gli indomiti alunni di Marte precipitano a guisa di cataratte dalle alture del Caucaso, e vanno a mettere a sacco le opulenti campagne del Cubano. Ma ora, l’_aúl_ giace sepolto nel riposo. I cani vigilanti cucciano al sole davanti alle soglie; i bambini brunetti e nudi ruzzano e schiamazzano in libertà; i vecchi siedono attorno in crocchio venerando; il fumo delle loro pipe vola al cielo in ghirlande azzurrine. Ascoltano con sussiego gli stornelli nazionali cantati dalle ragazze, e a quella melodia sembra loro di sentirsi ringiovanire. CANZONE CIRCASSA. I. Regna il silenzio sulla steppa vasta; Tace il Caucaso avvolto in velo bianco; Dorme il Cosacco spensierato e stanco Col capo chino sulla fulgid’asta. Mira quell’onde, o amico, e quelle spume: I Cecceneti scendono sul fiume. II. Va il Cosacco in barchetta per pescare, Ma del lido non sa tutti i ripieghi. Bada, o Cosacco, che tu non t’anneghi Come un bambino che non sa notare E che pur di varcare il rio presume: Il Circasso t’aspetta in riva al fiume. III. In riva al fiumicel con lento passo Van le fanciulle a coglier le viole, O tesson qua e là gaie carole. Scappate, o forosette! ecco il Circasso Che rapir le ragazze ha per costume: Il Circasso vi coglie in riva al fiume. Così cantavano le verginelle. Seduto sulla sponda, il Russo macchinava la fuga; ma i ceppi suoi son gravi, il flutto è alto, la corrente è veloce. Frattanto la steppa s’imbruna, le cuspidi dei monti s’annebbiano; appena di quando in quando echeggia nelle valli la pedata di un corsiero; cessò il crocitar dell’aquila; i cervi riposano nelle boscaglie ombrose sull’orlo de’ fiumi; gli _aúl_ s’addormentano, e il roseo barlume della luna riverbera sulle capanne bianche dei Circassi. Il prigioniero ode in vicinanza un passo a lui ben noto: scorge un velo femminile che svolazza al vento: è dessa. Vacillante, smorta, la figlia del deserto non sa trovar sul labbro le parole; la mestizia adombra quei begli occhi, e i capelli le tremolano sciolti sul seno e sulle spalle. Nella destra stringe una lima, colla sinistra un pugnale; diresti che move a una congiura o a un assalto notturno. Fisa lo sguardo sullo straniero, e: “Fuggi!” gli grida: “fuggi! i Circassi non ti possono incontrare. Affréttati.... non perder l’ora propizia.... Togli questo pugnale; nessuno scoprirà la tua traccia nella caliginosa oscurità....” Così dicendo, essa si prostra a terra, e con mano incerta si accinge a rompere gli anelli che gli accerchiano i piedi. Il ferro cigola sotto la lima mordace: una lacrima involontaria zampilla dal ciglio della giovinetta; la catena crepita, e si spezza. “Sei libero,” essa esclama; “fuggi!” Ma sul volto di lei trapela l’amore e il dolore che le straziano il petto. La brezza stridula gonfia e sbatte la di lei gonna. “O fida amica,” grida il Russo; “son tuo per la vita! son tuo fino al sepolcro. Abbandoniamo insieme queste atroci regioni; vientene meco....” “Non mai, Russo, non mai....” interrompe essa, “il calice della vita è per me esausto. Ho provato tutto; ho gustato la felicità. Passò quel tempo; non ne riman vestigio.... Come! Tu ami una altra?... raggiungila, adorala; a che sospiro io così?... che dritto ho io ai tuoi affetti? Addio!... ogni istante del giorno io ti benedirò.... addio!... dimentica le mie torture, e porgimi la mano per l’ultima volta....” Il prigioniero ebro di giubilo, aprendo ambo le braccia, ne circonda la bella Circassa, e con un lungo bacio di separazione, suggellano la sincerità del loro amore. Stretti in un melancolico amplesso, calano silenziosi verso la piaggia.... Ecco, già il Russo s’attuffa nel rio; già nuota e fa biancheggiar l’acqua intorno; già approda agli scogli opposti, già li agguanta e respira; ma, in quel punto, ode un tonfo e un lamento indistinto: s’arrampica sui balzi diroccati, e volge in giro la vista.... l’argentea spuma risplende sulla cresta dell’onda, ma la giovine Circassa non appare nè sul margine del fiume nè a piè del monte; tutto è muto.... Appena si sente l’alito di zeffiro fra i giunchi del lido; e già i vortici formatisi sull’acqua a poco a poco si cancellano nella corrente imbrillantata dalla luna. Egli indovina l’accaduto. Dà uno estremo sguardo all’_aúl_ circondato di siepi, ai prati ove menava a pascer le pecorelle, ai dirupi ove trascinava le sue catene, al ruscelletto ove si sdraiava a mezzogiorno, mentre il ruvido Circasso gorgheggiava sui monti un inno di libertà. Le dense tenebre incominciano a diradarsi; i primi albori lambiscono le cime; l’aurora spunta. Il prigioniero sprigionato calca il sentiero che conduce in Russia: già le baionette dei Cosacchi gli scintillano davanti fra le nebbie mattutine, e i soldati in vedetta sui poggi annunziano il suo arrivo. EPILOGO. Così la Musa, leggiadra compagna delle mie ore d’ozio, si slanciava ai confini dell’Asia, e coglieva i fiori selvatici del Caucaso per farsene una ghirlanda. L’allettavan i bizzarri arredi di quella stirpe bellicosa, e più d’una fiata la bella Camena mi apparve in quell’acconciamento insolito. Addobbata in tal guisa, essa vagava sola intorno alle capanne abbandonate, e porgeva orecchio alle ballatelle delle fanciulle derelitte. Essa amava quelle tribù militari, quei Cosacchi baldanzosi e sempre all’erta, quei tumuli, quelle tombe, quei cavalli. Dea del canto e dei racconti, carca d’un tesoro di rimembranze, forse un dì fia ch’essa illustri le leggende antiche del Caucaso. Narrerà il gran duello di Mistislao; gl’inganni e l’empietà delle belle Georgiane che scannarono i Russi innamorati; celebrerà il glorioso istante in cui la nostra aquila bicipite oscurò colle ali il Caucaso sbigottito; quando il primo fulmine di guerra scoppiò sul Terek petroso, quando vi romoreggiò il primo tamburo russo, e quando l’audace Zizianof vi portò la strage.... Celebrerò le tue gesta eroiche, o Cotliarevschi flagello dei Circassi! Ovunque movevi le orme, cadevano, perivano le turbe, come mietute da inevitabil lue. — Ora, hai scinto la lama ultrice, hai fatto divorzio colla guerra. Screziato di nobili ferite, assaggi le delizie della domestica felicità e della pace, che pur ti grava e ti incresce.... Ma, ascoltate! l’Oriente grida: _armi, armi!_... Umilia la canuta fronte, sottoponti al giogo, o Caucaso! Ecco Ermolof. E il bèllico richiamo già cessa e tutto obbedisce al brando moscovita. Superbi figli del Caucaso, combatteste e foste esterminati; nè il vostro coraggio, nè le vostre loriche fatate, nè gli aspri monti, nè i veloci corridori, nè l’amore di quella vostra barbara indipendenza, bastò a salvarvi! Simili ai discendenti di Bati,[15] dimenticherete un giorno i vostri progenitori, ingentilirete i vostri costumi, e getterete via le vostre frecce crudeli. Il viandante potrà arrischiarsi senza timore nelle angustie ove ora vi postate in agguato; e la voce della tradizione tramanderà ai posteri la fama del vostro castigo. IL CONTE NULIN. Presto! Presto! I corni rimbombano; i bracchieri in gran gala stanno in sella sin dall’alba; i levrieri saltellano nei guinzagli. Il signore s’avanza sul verone, colle mani puntellate ai fianchi; esamina ogni cosa, e una amabile serietà gli splende sul volto. Ha indosso un soprabito tartaro, un coltello turco a cintola, una boccetta di rum ad armacollo, e un corno appeso a una catena di bronzo. Sua moglie, colla scuffia da notte in capo, con un semplice fazzoletto sulle spalle, tutta sonnacchiosa e indispettita, osserva dalla finestra quella turba d’uomini e di cani. Arriva il cavallo del padrone. Questi impugna la criniera, inforca gli arcioni, e grida alla consorte: “Non m’aspettare!” E tosto sprona, e via. Negli ultimi giorni di settembre (per parlare come si parla in prosa) la campagna è noiosa; piove, fa della mota, tira vento, neviscola, e i lupi ululano intorno alle ville. Ma questo appunto è ciò che piace al cacciatore! Sdegna egli le mollezze della vita; lancia il corsiero nelle vaste campagne; cangia ogni sera soggiorno; bestemmiando, inzuppandosi, e mangiando a più non posso, insegue le fiere e ne fa orrenda strage. Ma che sarà della signora, durante l’assenza del marito? Non le mancano le faccende. Salare i funghi, pascere le oche, ordinare il pranzo e la cena, sorvegliare la cantina e il granaio. L’occhio della padrona è necessario in ogni dove; vede bene e vede tutto. Sventuratamente, la nostra eroina.... (Ah che mi sono scordato di dirvi il suo nome! Suo marito la chiamava Taliuccia; — noi la chiameremo Natalía Pavlovna.) Natalía Pavlovna dunque non s’intendeva punto dei suoi interessi domestici, per la ragione che era stata educata, non già nella casa paterna, ma in una pensione nobile diretta da una emigrata francese, madama Falbalà. Sta a sedere innanzi alla finestra; sul tavolino giace aperto il quarto volume d’un romanzo sentimentale intitolato: _Amours d’Elisa et d’Armand ou La correspondance de deux familles_; romanzo classico, antico, lungo, lungo, lungo, morale, decente e scevro di sottigliezze romantiche. Natalía Pavlovna cominciò a leggerlo con attenzione; ma, frastornata dalla zuffa d’un becco con un cane, s’affacciò alla grata per mirar la giostra. I monelli di strada si smascellavan dalle risa; le tacchine dell’orto incalzavano, stridendo, un gallo fradicio; tre anatre sguazzavano in una pozzanghera; una vecchia attraversava il cortile fangoso per andare a stendere la biancheria nel chiuso; il cielo s’annuvolava; pareva che volesse nevicare.... tutto a un tratto s’udì in lontananza un tintinnío di sonagli. Chi ha vissuto un pezzo in una villa isolata, sa per esperienza quanto il distante squillo dei sonagli esalta il cuore e la immaginazione. Forse sarà qualche amico attardato, qualche compagno della nostra gioventù.... Forse sarà _dessa_?... Dio mio!... s’accosta, s’accosta.... Il cuore ci balza in petto. Il rumore s’appressa sempre più... ma ohimè! già s’indebolisce, si dilegua e svanisce dietro il monte. Natalía Pavlovna vola al balcone. Quella musica la rallegra; guarda e scorge una calescia che corre accanto al mulino al di là del fiume.... ora passa il ponte.... vien da lei senza dubbio... no.... svolta a sinistra. — Natalía la segue cogli occhi, e quasi piange dal dolore. Ma di subito.... oh che fortuna! Nello scender la china, la calescia ribalta. “Filippo, Basilio! Ehi di casa! Presto! è ribaltata una calescia! Conducetela qua, e invitate a pranzo il viaggiatore.... ma sarà vivo?... andate a domandarne.... presto, presto!” Il servitore parte. Natalía Pavlovna accomoda in fretta i suoi ricci, si getta uno scialle in dosso, tira le cortine, spinge una sedia, e aspetta: quanto le converrà aspettare? Finalmente arrivano; arrivano finalmente. Impillaccherato dalla melletta della strada, tristo e mezzo sciancato, s’avanza l’equipaggio. Segue il signore zoppicando. Il cameriere francese non si sgomenta; va ripetendo: _allons! courage!_ Salgono sul verone; entrano nel vestibolo. Mentre il cameriere _Picard_ brontola, e si adira; mentre il signore introdotto a porte spalancate in una stanza separata, s’occupa della sua toelette; domanderete forse chi è costui? Egli è il conte Nulin che torna dall’estero, ove dissipò in pazzie e in mode tutte le sue rendite future. Ora, onusto di _fracchi_, di _gilè_, di cappelli, di ventagli, di mantelli, di fascette, di spille, di bottoni da camicia, di occhialini, di _foular_, di calze ricamate a giorno, egli si trasporta a Pietroburgo per farvisi vedere come un animal curioso. Ha inoltre nei suoi bauli un libro serio di monsieur Guizot, un _album_ di pessime caricature, un nuovo romanzo di Walter Scott, la raccolta dei _bons mots_ della corte di Francia, le ultime canzoni di Béranger, gli ultimi componimenti di Rossini e di Paer, ec. ec. ec. Già la tavola è apparecchiata; è battuta l’ora di pranzo; la padrona aspetta con impazienza; l’uscio s’apre; il conte comparisce. Natalía Pavlovna si alza a metà e chiede garbatamente come egli sta di salute e come sta la sua gamba.... Il conte risponde: “Non sarà nulla.” Siedono a mensa. — Egli avvicina la sua posata a quella di Natalía; appiccano conversazione. Il conte impreca alla santa Russia; non comprende che uno possa vivere fra quelle nevi eterne. Sospira e anela Parigi. — “Che si recita di bello al teatro?” — “Il teatro è orfano.... _c’est bien mauvais; ça fait pitié_. Talma divien sordo e scade; _Mademoiselle_ Mars, oimè, invecchia. In ricompensa, c’è _Potier, le grand Potier_! Solo questo cantante mantiene la sua antica riputazione.” — “Quali sono gli scrittori di moda?” — “Sempre D’Arlincourt e Lamartine.” — “Hanno imitatori anche presso di noi.” — “Dite davvero? Poffar di bacco! L’ingegno incomincia a svilupparsi anche in Russia. Piaccia a Dio che alla fine c’inciviliamo!” — “Come si portano i busti?” — “Molto bassi.... quasi sino al.... ecco, fin qui.... Permetta ch’io esamini il di lei vestiario.... appunto così.... _ruches_, nastri; questo è proprio un modello; tutto insomma mi par assai conforme alle ultime mode.” — “Ce le mandano per il telegrafo.” — “Vuol’ella sentire un grazioso _vaudeville_?” E il conte si mette a canterellare. “Ma, conte, voi non mangiate.” — “Son sazio.” — “Se così è....” Sorgono da tavola. La giovine padrona è straordinariamente allegra. Il conte si dimentica di Parigi, e ammira la di lei leggiadria. Passano la serata in festa e in riso. Il conte non cape in sè dal diletto. Lo sguardo della signora esprime la benevolenza, e talora si china a terra fiso e languido. Sta per suonar mezza notte; i servi russano da gran tempo nell’anticamera; il gallo ha già strillato più volte; la guardia notturna picchia sulla lastra di ferro;[16] le candele consumate stanno per estinguersi. Natalía Pavlovna si rizza. — “È tardi,” sclama; “i letti son pronti. Riposi bene....” Il galante conte, mezzo innamorato, si leva a malincuore, e bacia la mano della sua gentile ostessa. Ma che vedo? Ove non trascorre la civetteria delle donne? L’incantatrice, Dio le perdoni, ha dato una lieve stretta di mano a Nulin. Natalía Pavlovna è spogliata; sta davanti a lei la sua cameriera Prascovia. Amici cari, la detta Prascovia è la confidente dei capricci di Natalía; cuce, lava, porta le ambasciate, chiede in regalo i vestiti usati, di quando in quando fa ridere il padrone, e qualche volta lo sgrida, e mènte con impudenza in faccia alla padrona. Adesso discorre gravemente del conte, delle sue faccende; conosce appuntino ogni suo negozio. Dio sa come ha potuto istruirsene! Finalmente la padrona le impone silenzio: — “Chétati, tu mi secchi!” Domanda la camiciola e la scuffia da notte; s’insinua nel letto e manda via la cameriera. Frattanto Picard spoglia il conte. Il conte si corca e chiede un sigaro. _Monsieur Picard_ glielo arreca, e al tempo stesso una boccia d’acqua, una tazza d’argento, una bugia di bronzo, uno smoccolatoio a molla, uno svegliarino, e un romanzo non ancor tagliato. Nulin dà una scorsa alle pagine di Walter Scott. Ma il suo pensiero è altrove. Una atroce cura lo martira; egli dice fra sè: “Sono io forse innamorato? Possibile?... Che caso strano! Sarebbe bella davvero... Pare ch’io non dispiaccia alla signora di queste soglie....” E così meditando smorzò il lume. Un caldo insoffribile lo assale; non dorme; e il diavolo neppure, il quale gli suscita in testa mille idee incongrue. Il nostro focoso protagonista si rappresenta al vivo lo sguardo significante della padrona; quella statura rotondetta e grassoccia, quella voce soave veramente femminile, quel volto, quelle carnagioni cui la sanità rende più fresche del rossetto. Si rimembra il gentil tocco della punta di quel piedino; si ricorda esattamente che Natalía gli ha stretta la mano con quella sua manina negligente. È uno stolido; doveva rimanere con lei e cogliere il momento opportuno. Ma non è ancora troppo tardi, la porta sta sempre aperta, senza dubbio. Così divisando, indossa una guarnacca di seta a più colori, rovescia una seggiola in mezzo al buio, e, colla speranza di ottenere il suo desire, si dirige, nuovo Tarquinio, verso quella Lucrezia, pronto ad ogni incontro. Così talvolta un gatto astuto, smorfioso favorito delle serve, si pone in agguato presso al focolare; s’inoltra bel bello, furtivamente, socchiude le palpebre, ruzza colla coda, sguaina gli artigli, e a un tratto acchiappa l’infelice sorcio. L’innamorato conte s’aggira nelle tenebre, e si fa strada brancolando; oppresso dall’ansia del cuore, può appena trarre il fiato, e trepida quando ode il tavolato scricchiolargli sotto ai piedi. Giunge alle bramate mura, volta la maniglia d’ottone della toppa, e l’uscio pian pianino cede. Egli getta un’occhiata nella camera: la fiamma della lampada mezzo estinta diffonde un fioco bagliore nell’alcova. La padrona riposa placidamente o finge di riposare. Egli entra, fruga, torna addietro, e finalmente si butta in ginocchioni. Essa.... Ora, con suo permesso, prego le signore di San Pietroburgo d’imaginarsi che spavento provò al destarsi la nostra Natalía Pavlovna, e di decidere che cosa conveniva che facesse. Spalancando i suoi grandi occhi, essa mira il conte; il nostro eroe esterna con calore la sua passione, e già la sua mano audace preme quella della dama.... Essa allora riprende coraggio; accesa d’un generoso sdegno, ripiena di pudica superbia, e forse anche, vo’ credere, di paura, balza dal letto, e vibrando il braccio, dà a Tarquinio uno schiaffo; sì, uno schiaffo, e che schiaffo! Rosso di vergogna e fremente di rabbia, il conte inghiotte quell’oltraggio. Non so come sarebbe andata a finire la faccenda, se il cane barbetto che si mise a guaire non avesse svegliato Prascovia. Il conte, sentendola venire, dà le gambe a imbelle fuga, maledicendo la sua dimora in quella casa e i capricci delle donne. Come Natalía, Prascovia e Nulin passassero il resto di quella notte, pensalo tu, lettore, se il puoi; io non intendo aiutarti a figurartelo. La mattina seguente, il conte s’alza in silenzio, si veste svogliatamente, si mette, sbadigliando, a limar le sue unghie color di rosa, s’annoda con negligenza la cravatta, e non si liscia gli inanellati capelli colla spazzola inumidita. A che egli pensi, io non so; ma ora lo invitano a prendere il tè. Che fare? Il conte, comprimendo la stizza della sua balordaggine e il suo secreto furore, esce dalla stanza. La giovine civetta abbassando gli occhi beffardi, e mordendosi le labbra di cinabro, parla con modestia di cose indifferenti. Confuso a prima giunta, poco a poco rianimandosi, il conte risponde sorridendo. Era appena un’ora che stavano insieme, e già il conte scherzava con disinvoltura, e si sentiva di bel nuovo innamorato, quando s’udì uno strepito nel vestibolo. Qualcheduno è entrato. Chi sarà mai? “Taliuccia, bene alzata.” — “Chi vedo! Conte, ecco mio marito. Mio caro, il conte Nulin.” — “Me ne rallegro assai. Che tempo scellerato! Ho veduto la vostra calescia bell’e pronta dal fabbro. Taliuccia! abbiamo inseguito una lepre bigia nei boschi vicini. Ehi! acquavite. Conte, vi prego d’assaggiarla; vien di lontano. Rimarrete a pranzo con noi.” — “Grazie, non posso; ho fretta di partire.” — “Conte, io ve ne supplico. Mia moglie ed io ve ne saremo grati. Ci siamo intesi; voi restate.” Il conte però, stizzito e disperato, s’ostina a voler andarsene. Picard, che si è ristorato le forze con un buon sorso di vino, si lagna di dover di nuovo ripor la roba. Già due servitori attaccano i bauli sulla imperiale. Tutto è in ordine; la calescia è introdotta nel cortile, e il conte parte.... Questa storiella potrebbe finir qui, amici miei, ma aggiungerò due parolette. Quando fu sparito l’equipaggio, la signora narrò al marito tutto l’accaduto, e scrisse l’impresa del conte a tutti i di lei conoscenti. Ma chi fu quello che più ne rise con Natalía Pavlovna? Voi non lo indovinereste giammai. — Forse lo sposo? — Oibò. Non fu lo sposo. S’adirò fortemente; disse che il conte era un matto, uno sguaiato, e che lo caccerebbe a furia di cani come una lepre. Colui che più ne rise, fu un vicinante di Natalía, un giovinotto di ventitrè anni, nominato Lidin. Ora, amici cari, chi ardirà sostenere che al secol nostro, una donna fedele al consorte non sia prodigio? LI ZINGARI. Una nomade truppa di Zingari perlustra le steppe della Bessarabia. Oggi essi pernottano presso a un fiume sotto le loro trabacche lacere. La loro dimora è gaia come la libertà, e il loro sonno è quieto nell’aperta campagna. Il fuoco arde fralle ruote dei carri mezzo ricoperti di tappeti; la famiglia seduta in cerchio allestisce la cena; un orso addomesticato riposa dietro le tende; i cavalli pascono nei prati vicini. Ogni cura, ogni faccenda si adempie con piacere; i preparativi per proseguire il viaggio sin dallo spuntar del dì seguente, vengon alleviati dai canti delle donne; i gridi dei fanciulli si mischiano alle battute del martello sulla incudine. Ma già la calma subentra a tutto quel fracasso: l’accampamento dorme, e appena s’ode nel deserto il latrar d’un cane o il nitrir di un cavallo. Tutti i fuochi sono spenti, ogni cosa tace; la luna solitaria spazia nel vasto empireo, e imbianca coi suoi raggi quel villaggio ambulante. Tutti dormono nelle tende, fuorchè un vecchio seduto davanti a un bracere che esala i suoi ultimi vampi. Il vecchio volge lo sguardo sulle pianure circostanti sepolte nelle tenebre. La giovine sua figlia, avvezza a una libertà assoluta, se n’è ita per diletto nelle steppe: essa tornerà, ma intanto la notte è sopraggiunta. Già la luna s’asconde fra i vapori dell’orizzonte, e Zemfira non riede, e la cena frugale del buon padre si raffredda. Finalmente essa comparisce. Uno straniero, incognito al vecchio zingaro, le tien dietro a passi frettolosi. “Padre mio,” esclama la ragazza; “ti adduco un ospite; l’ho incontrato dietro a un tumulo del deserto, e l’ho persuaso a star con noi. Egli brama viver come noi; la legge lo proscrive, io gli sarò compagna. Si chiama Alecco; è pronto a seguirci dovunque andremo.” _Il Vecchio_. Me ne rallegro: puoi restar fino a domani all’ombra della nostra tenda, o unirti a noi e non ci lasciar più, come a te piace. Acconsento a divider teco il pane e il letto. Sii nostro; assuefátti al nostro modo di esistenza, alla nostra povertà errante e indipendente. Colla nuova aurora partiremo assieme sullo stesso carro: scegli un mestiere che ti torni a genio; lavora il ferro, o canta storie, o mena a ballar l’orso per le strade. _Alecco_. Io resto. _Zemfira_. Egli sarà mio. Chi ardirebbe rapirmelo? Ma si fa tardi; la luna è sparita, la nebbia vela i campi, il sonno mi grava le palpebre.... * * * Spunta l’alba. Il vecchio s’aggira pian piano intorno alla tenda silenziosa. “Alzati, Zemfira,” egli grida; “già il sole splende: svegliati, mio ospite, è ora di partire; lasciate, figli miei, le molli piume.” Tutti gli zingari si levano con gran rumore; ripiegano i padiglioni, rimovono i carri, attaccano i cavalli, e tutti insieme si inoltrano nelle steppe inabitate. Aprono la marcia gli asinelli con ceste appese ai fianchi, nelle quali s’annidano i pargoletti; i mariti, i fratelli, le mogli, le fanciulle, gli anziani e i giovanotti vengono in secondo luogo. Le strida, lo strepito, gl’inni festosi, il ronzio delle zampogne, l’abbaiare dei cani, il cigolío delle ruote, il brontolar dell’orso, il fragor incessante delle sue catene, la bizzarra varietà di quelli abbigliamenti tutti diversi, la nudità di quei bambini e di quei vecchi formano una confusione strana, selvaggia, orrenda, ma in mezzo a cui regna una allegria, una vivacità, che fa un bel contrasto colla nostra esistenza cittadina, effemminata e monotona come i ritornelli delli schiavi. Alecco rivolgeva spesso la testa a guatare la pianura che attraversavano, e non sapeva spiegarsi in che modo quella vista gli angosciava il cuore. La bella Zemfira dagli occhi neri gli siede allato. Egli è libero in questo vasto mondo; il sole brilla sereno e gaio sul suo capo; perchè mai si affligge e geme? Che cura lo punge e morde? L’augelletto del cielo non conosce nè cura nè fatica; non s’affanna a fabbricare un nido eterno; nelle lunghe notti dorme sui ramoscelli. Quando il giorno appare, l’augelletto sente la voce di Dio, scuote le penne e canta. Passa la primavera, passa l’estate ardente, e sopravviene l’autunno ammantato di nebbie e di burrasche; l’uomo s’annoia, l’uomo s’attrista, ma l’augelletto vola alle terre lontane, ai climi tiepidi, e al di là del mare ceruleo ritrova la primavera. Esule, fuggitivo, Alecco simile all’augelletto spensierato, non ha covo stabile nè abitudine fissa. Ogni strada lo conduce al suo scopo, ogni coltrice gli concede un dolce riposo; nel destarsi la mattina offre a Dio la sua giornata, e i trambusti della vita non poterono mai estirpare la sua indolenza. Talvolta la sua stella sembrava invitarlo a calcare il sentiero della gloria, talvolta la fortuna e la voluttà gli largivano i loro favori; spesso il fulmine mugghiava sulla sua fronte isolata, ma egli dormiva sicuro in mezzo alle tempeste come in mezzo alla calma, e continuava a ignorare la violenza del destino perfido e ceco. Oh come le passioni tiranneggiavano il suo cuore! Con che tumulto esse fervevano nel suo egro seno! Quanto è che si placarono? Per quanto tempo si sono placate? Aspettiamo. _Zemfira_. Dimmi, dolce amico, non rimpiangi quel che abbandonasti per sempre? _Alecco_. Che ho io abbandonato? _Zemfira_. La patria, i concittadini. _Alecco_. Perchè li rimpiangerei? Se tu conoscessi, se tu potessi figurarti quanto è angustiata e schiava la vita delle città! Ivi gli uomini, ammucchiati e stretti come piante in un orto, non respirano mai il rezzo del mattino nè l’olezzo vernale dei prati; si vergognano d’amare, bandiscono il pensiero, mercano la libertà, chinano la fronte davanti agli idoli e ne implorano oro e catene. Che ho io abbandonato? Il dolor del tradimento, la prepotenza del pregiudizio, la persecuzione del volgo insano, e l’opprobrio splendido. _Zemfira_. Ma lì vi sono palazzi immensi, variegati tappeti, giochi, banchetti festosi; lì le fanciulle vestono sì ricchi abiti! _Alecco_. Che vale l’allegria delle città? ove non è amore, non può esser piacere: e le fanciulle.... Quanto sei più bella di loro benchè priva di preziosi addobbi, di perle e di collane! Non mutar idea, o mia diletta! — Ed io altro non bramo che divider teco l’amore, l’ozio e il mio volontario esilio.... _Il Vecchio_. Sebbene nato in una opulenta città, tu ci ami; ma la libertà non sempre è cara a chi visse nella mollezza. Ascolta una nostra tradizione: un abitante del sud fu mandato in bando fra noi dal suo signore. Io sapeva il suo nome; ma era difficile a pronunziarsi, e l’ho dimenticato. Quantunque avanzato d’età, aveva un cuore giovine, un tratto vivace; possedeva il dono maraviglioso del canto, e la sua voce somigliava al mormorío delle onde. Tutti gli volevano bene. Viveva sulle sponde del Danubio, non faceva male a nessuno e divertiva la gente coi suoi racconti. Non sapeva egli far altro; era debole e timido come un bambino. I suoi vicini acchiappavan per lui gli uccelli e i pesci colle reti; quando il rapido fiume s’agghiacciava, e fischiavano i turbini invernali, i suoi conoscenti lo involtavano di calde pellicce; ma non potè mai assuefarsi ai disagi d’una esistenza così stentata. Egli s’aggirava intorno smunto, squallido, dichiarava che l’ira di Dio lo puniva per i suoi peccati, e aspettava l’ora della sua liberazione. Malcontento di tutto e sempre afflitto, vagava sulle spiaggie del Danubio spargendo amare lacrime al sovvenire del suo lontano paese. E quando fu per morire, ci scongiurò che portassimo le sue triste ossa verso il sud, ma nè anche dopo morte potè egli trovare il riposo in questa terra da lui aborrita. _Alecco_. Tal fu la sorte dei tuoi figli, o Roma, o potente rettrice delle nazioni. Vate dell’amore, poeta degli Dei, dimmi, che cosa è la gloria? Un’eco del sepolcro, un grido della fama, un suono che sorvola di generazione in generazione: — oppure un racconto del nomade Zingaro sotto l’ombra della sua tenda affumicata? * * * Due anni passarono. La pacifica famiglia degli Zingari tuttora corre a caso per le campagne. Dappertutto, come altre volte, incontrano buona accoglienza, e vivono in pace fra di loro e cogli altri. Sciolto dai ceppi della civiltà, Alecco è libero come essi; e con essi conduce una esistenza vagabonda scevra di cure e di timori. Più non rimembra il tempo passato, e s’è avvezzo alla vita zingaresca. Gli piace dormire all’ombra delle tende instabili, gli piace l’ozio perpetuo in che vive coi suoi compagni, e ama persino la loro lingua inculta e scarsa. L’orso strappato dalla tana natia, ospite irsuto della di lui baracca, danza pesantemente e grugnisce nei villaggi, lungo le strade delle steppe, nei casali, davanti alla turba cauta e prudente, e dappertutto va rodendo le importune sue catene. Il vecchio, puntellato al suo bordone, batte con indolenza il tamburino, Alecco guida la belva cantando, Zemfira va in giro a raccogliere il tributo volontario dei contadini. La notte soprarriva, tutti e tre cuociono il miglio non macinato. Il padre dorme, tutto tace, tutto è quiete e oscurità nel padiglione. Il vecchio refocilla al sole di primavera il suo sangue gelato dall’età; la giovinetta canta una canzone d’amore allato ad una culla. Alecco ascolta, e freme. _Zemfira_. Vecchio marito, Sposo aborrito, Scannami pure Colla tua scure; Io ti disprezzo, Mi fai ribrezzo; Un altro adoro, Per lui mi moro. _Alecco_. Chetati. Codesta aria mi secca. Non mi piacciono quelle parole feroci. _Zemfira_. Non ti piacciono? Che mi importa? Io canto per me e non per te. Vecchio marito, Sposo aborrito, Da te trafitta, Io starò zitta; Il nome tuo Bestemmierò; Il nome suo Non ti dirò. Per lui sol canto; È l’idol mio; Ei m’ama tanto! Ma più l’amo io. _Alecco_. Cessa, Zemfira, cessa.... _Zemfira_. Che l’hai capita la mia canzone? _Alecco_. Zemfira!... _Zemfira_. Adirati pure; io canto per te. (Se ne va cantando _Vecchio marito_). _Il Vecchio_. Me ne ricordo; questa frottola fu composta quando ero giovine; e d’allora in poi si canta per sollazzar le brigate. La mia Mariola la cantava nelle steppe del Cagul, durante le notti d’inverno, mentre cullava la figlia davanti al fuoco. I tempi andati si van sempre più cancellando dalla mia memoria, ma questo scherzo vi si è profondamente impresso. * * * Tutto tace; la luna inostra quella parte del cielo ove il sole sparisce. Zemfira risveglia suo padre. “O padre mio, Alecco mi spaventa. Ascolta, in mezzo a un sonno agitato egli geme e piange.” _Il Vecchio_. Non lo toccare e non parlare. Ti dirò una credenza russa: verso la mezza notte il genio familiare opprime il respiro di coloro che dormono; parte prima dell’alba. Rimanti meco. _Zemfira_. O padre mio! Egli mormora il nome di Zemfira! _Il Vecchio_. Cerca di te anche dormendo, tu gli sei più cara di tutto. _Zemfira_. Non me n’interessa più del suo amore. Sono annoiata; il mio cuore ha sete di libertà, e di già io.... ma.... senti. Egli pronunzia un altro nome! _Il Vecchio_. Che nome? _Zemfira_. Senti come anela e digrigna i denti. Che cosa orrenda!... Io lo sveglierò. _Il Vecchio_. Non fare; non scacciare lo spirito della notte, se ne andrà da sè. _Zemfira_. Si è voltato, si alza, mi chiama, si è destato. Io vo presso di lui. Addio, padre; raddormentati. * * * _Alecco_. Ove sei ita? _Zemfira_. Da mio padre. Un demone ti toglieva il respiro e ti tormentava l’anima mentre dormivi. Mi hai fatto paura. Tu digrignavi i denti, e proferivi il mio nome. _Alecco_. Mi sei apparsa in sogno. Mi sembrava trovarti con.... insomma, ho fatto un sogno spaventevole. _Zemfira_. Non prestar fede alle visioni notturne. _Alecco_. Ah ch’io non credo a nulla, nè ai sogni, nè alle proteste affettuose, nè al tuo amore. * * * _Il Vecchio_. Perchè mai, giovine insensato, sospiri continuamente? Qui ognuno è libero, il cielo è chiaro, ed è celebre la bellezza delle donne. Non piangere, la mestizia ti ucciderebbe. _Alecco_. O padre! essa non mi ama più. _Il Vecchio_. Plácati. Essa è bambina. Il tuo sospetto è senza fondamento, tu ami sul serio, ma le fanciulle scherzano. Mira! la luna signora dell’etra passeggia pei campi azzurrini del cielo; fonde egualmente i suoi raggi sopra tutta la natura. Se talora s’imbatte in una nuvola, l’illumina splendidamente, ma tosto trapassa a un’altra, nè vi si fermerà a lungo. Chi potrà assegnarle un posto fisso e dirle: non andrai più oltre? Chi potrà dire a un giovin cuore: ama una sola volta, non cangiar mai d’amore? Plácati. _Alecco_. Essa mi amava tanto! Teneramente adagiata fralle mie braccia, quante notti felici condusse meco nel deserto! Quante volte quell’allegria spontanea, quel cicalio infantile, quel bacio inebriante, seppero in un momento dissipare le mie ambasce! Ma che? Zemfira mi tradisce! Zemfira mi dimentica. _Il Vecchio_. Odi. Io ti narrerò un fatto che mi concerne. In un tempo remoto, quando il Moscovita non minacciava ancora il Danubio.... — Vedi, Alecco, ch’io sto per dirti una antica istoria. — Quando obbedivamo al Sultano, e un pascià ci signoreggiava dalle alte torri di Accherman.... Io era giovine in quel tempo; e l’anima mia ardeva d’amore; e non un sol pelo grigio deturpava i miei ricci neri. — Fra tante belle una ve n’era. Io l’amai come s’ama la vita, e alfine la feci mia propria. Ahi che la mia giovinezza svanì come stella cadente! E la stagione del piacere sparì più presto ancora. Mariola mi amò un anno solo. Un giorno incontrammo sul margine del Cagul una banda di Zingari stranieri che piantarono le loro tende vicino alle nostre sul monte, e vi stettero due notti. La terza notte s’allontanarono. Mariola se ne andò con essi mentre io dormiva tranquillamente, e abbandonò la mia povera figliuoletta. L’aurora spuntò, mi destai, non ritrovai più la mia compagna. Cerco, chiamo, nessun indizio. L’orfanella Zemfira piangeva, e io piangeva con essa. — D’allora in poi, io giurai odio a tutte le donne — e son rimasto sempre solo nella mia tenda. _Alecco_. Ma come non volasti sulle tracce della perfida e ingrata? Come non immergesti un pugnale nel cuore della traditrice e del suo drudo? _Il Vecchio_. Come? La gioventù è più volubile degli augelli. Chi potrà mai incatenar l’amore? Il piacere è concesso a tutti vicendevolmente; quel che fu, non sarà più. _Alecco_. Io non la penso così. Io non so rinunziare senza contrasto ai miei dritti, o, se mai cedo, mi vendico poi altrimenti. No. Se io trovassi il mio nemico addormentato sui flutti del mare, non lo risparmierei; lo sommergerei nell’abisso senza nessun rimorso; gli farei vergogna del suo subito spavento alla mia vista; udirei con diletto i suoi lamenti, e riderei nel vederlo piombare al fondo. * * * _Un giovine Zingaro_. Un altro bacio solo! solo! _Zemfira_. È tardi: mio marito è geloso e cattivo. _Lo Zingaro_. Uno solo.... più lento.... è l’ultimo.... _Zemfira_. Addio! prima che egli ritorni. _Lo Zingaro_. Parla: quando ci rivedremo? _Zemfira_. Stasera, quando sorge la luna — là dietro il tumulo — su quella stessa altura.... _Lo Zingaro_. M’inganni! non verrai! _Zemfira_. Scappa.... Eccolo! Ci verrò, carino! * * * Alecco dorme. Una funesta visione perturba il suo sonno; si desta cacciando un grido di gelosia, e gira le braccia attorno. Ma la sua mano tremante non incontra altro che le fredde coperte: — la sua consorte è lungi. — Solleva il fianco fremente e ascolta; nulla ode; la rabbia lo divora; fiamma e gelo gli scorrono per le vene; balza dal letto, esce dalla tenda, vaga intorno ai carri; i campi tacciono, tutto è silenzio e tenebre. La luna s’asconde fra i vapori; le stelle spargono una incerta luce. — Alecco scorge alcuni levissimi vestigi sull’erba rugiadosa; li segue impaziente, e lo guidano al tumulo. Sull’orlo della strada una tomba biancheggia in lontananza; ivi conduce egli i vacillanti passi, con un presentimento tetro; le sue labbra tremano, tremano i suoi ginocchi. — S’avanza, e a un tratto — è un sogno? — vede presso a sè due ombre, e ode sulla tomba un mormorío profano. _Prima voce_. Io mi parto. _Seconda voce_. Ferma, amor mio. _Prima voce_. Bisogna ch’io mi parta, amico. _Seconda voce_. Aspetta un poco; rimani sino all’alba. _Prima voce_. È già tardi. _Seconda voce_. Come sei timida in amore! Aspetta un minuto. _Prima voce_. Tu mi perdi. _Seconda voce_. Un momento. _Prima voce_. Se mio marito si desta, e non mi trova.... _Alecco_. Già son desto.... Dove andate? — Non vi allontanate.... Stavate molto bene su questa tomba.... _Zemfira_. Amico mio, fuggi, fuggi! _Alecco_. Férmati. — Dove vai, o gentil giovanetto? — Muori. (_gli dà una coltellata._) _Zemfira_. Alecco! _Lo Zingaro_. Io spiro. _Zemfira_. Alecco! Tu l’hai ucciso.... mira!... sei tutto cosperso di sangue.... Che hai fatto?... _Alecco_. Niente. Ora pasciti del suo amore.... _Zemfira_. Prosiegui. Io non ti temo; io disprezzo le tue minacce; io maledico la tua crudeltà. _Alecco_. Muori anche tu!... (_la ferisce._) _Zemfira_. Muoro amandolo. * * * L’aurora ingemma il balzo d’Oriente. Alecco, col pugnale in mano, siede dietro al poggio sulla lapida rosseggiante di sangue. Due cadaveri giacciono innanzi a lui; il suo volto incute spavento in chi lo vede; gli zingari lo circondano esterrefatti e tremanti. Mentre si scava una fossa in disparte, le donne addolorate accorrono in fila a baciare, secondo l’uso, gli occhi dei due morti. Il vecchio padre sen sta tutto solo mirando in muta angoscia la figlia diletta. Gli zingari sollevano i due corpi, li trasportano alla fossa e li ascondono nella fredda terra. Alecco considera tutto da lontano. Quando cadde l’ultima palata di polvere, Alecco si chinò poco a poco e stramazzò sul prato. Allora il vecchio, avanzandosi, sclamò: “Vattene, uomo superbo e spietato! Siamo selvaggi; non abbiamo leggi; non conosciamo i tormenti nè i supplizi; ci fanno orrore i gemiti e gli omicidi; non vogliamo fra noi un assassino. Non sei nato per la vita errante: per te solo vuoi la libertà; la tua vista ci spaventerebbe; noi siamo timidi e umani; tu sei audace e feroce; lasciaci, pártiti, vattene in pace!” Dice, e la truppa nomada ripiegando le tende, escì con gran fracasso dalla valle dolorosa, e in breve ora si dileguò nella steppa immensa. Un solo carro coperto d’un povero tappeto rimase nella funesta pianura. Così, allorchè, avanti l’inverno, al tempo delle nebbie matutine, uno sciame tardivo di gru si alza dai campi e stridendo s’indrizza a mezzogiorno, talvolta avviene che una di esse colpita da piombo mortale resta addietro afflitta, coll’ala pendente e insanguinata. Sopraggiunse la notte. Nessuno accese il fuoco sotto la tenda del maledetto che non potè gustare le dolcezze del sonno. EPILOGO. Così, colla magia del canto io evocava nella mia mente le imagini dei giorni andati, oscuri o sereni. Nel paese ove tanto tempo rimbombarono le folgori della guerra, ove il Russo determinò i confini della potenza turca; ove la nostra vecchia aquila bicipite fa legge e impera tuttora, io incontrai un tranquillo accampamento di Zingari figli della libertà. Ma la felicità nemmeno fra voi è da cercarsi, o miseri rampolli della natura! Sotto i vostri padiglioni laceri s’aggirano sogni funebri e tormentosi, i vostri carri vagabondi non vi sottraggono alle ambasce; chè anche nei deserti regnano le passioni fatali, e l’uomo vi è, come altrove, bersaglio del destino. LA FONTANA DI BAKCISARAI. PREFAZIONE. L’argomento del seguente poema riposa sopra una tradizione tuttora viva in Crimea. A poca distanza dal palazzo dei Khan in Bakcisarai, si vede un sepolcro costruito nel gusto saracinesco con una cupola emisferica. Si pretende che questo monumento fosse inalzato da Cherim Ghirei sulle ceneri d’una sua schiava ch’egli amava appassionatamente. La detta schiava era pollacca, e apparteneva alla famiglia dei Potozchi. Un viaggiatore russo, Muravieff Apostol, crede che questa tradizione non abbia nessun fondamento. Il celebre poeta pollacco Mizkiewic, che fu, come Puschin, esiliato in Crimea, e che ha dedicato quattro sonetti alla descrizione di Bakcisarai, propende ad ammettere come vera la tradizione popolare. Citeremo questi sonetti perchè possono servire di preambolo al poema del Puschin, e perchè crediamo far cosa grata al lettore, offrendogli un’occasione di confrontare i due più insigni poeti slavi di questo secolo, ispirati dallo stesso soggetto. Il quinto sonetto si riferisce a una montagna di Crimea (l’Aiu-dag) cui Puschin allude nell’ultimo verso del suo poema. I. BAKCISARAI DI GIORNO. La reggia di Ghirei è tuttora vasta ma deserta. Le locuste saltellano, le vipere s’attorcono pei veroni e pei portici spazzati altre volte dalla fronte dei pascià, e per quelle mura ove risiedeva l’autorità sovrana, ove s’annidava l’amore. L’ellera parasita insinuandosi per le finestre variopinte s’arrampica alle pareti e agli archi; le piante usurpano il posto dell’uomo in nome della natura, e scrivono sui muri, nel linguaggio di Baltazare: _Ruina_. In mezzo alla sala sta una vasca di marmo tuttora incolume. Fu questa la fontana dell’_harem_; e spargendo lacrime di perle, essa grida nella solitudine: “Ove siete, amore, potenza e gloria? Dovevate durare de’ secoli; l’onda tuttora scaturisce dalla polla. O vergogna! siete spariti, e la fontana resta.” II. BAKCISARAI DI NOTTE. I devoti musulmani escono dalle meschite. L’eco dell’_izam_[17] si dilegua in lontananza; l’aurora dal volto di rubino si scolora; l’argentea regina della notte move a riposar col suo diletto. L’eterne lampade del cielo rilucono nell’_harem_; una nuvoletta naviga a traverso le stelle pei campi di zaffiro, simile ad un cigno sonnolento sopra un lago; ha di neve il petto, e porta in fronte una ghirlanda d’oro. L’ombra scende dai minaretti e dalle cime dei cipressi; laggiù nereggiano in giro i colossi granitici del Caucaso, simili a demoni seduti a consiglio nella corte d’Eblis,[18] sotto il padiglion delle tenebre. Di quando in quando, dalle loro vette scocca un baleno che ratto come un _faris_[19] attraversa i silenziosi deserti del vasto azzurro. III. LA TOMBA DI MARIA POTOZCA. Ti sfiorasti, o giovine rosa, nella terra della primavera eterna, in mezzo ai giardini deliziosi! Nè potevi più vivere, dacchè le ore del passato, nell’involarsi quali auree farfalle, t’avean lasciato nel seno il verme della rimembranza. Verso settentrione scintillano le costellazioni della Polonia.... Perchè tanti astri splendono in quella parte dell’etra? Forse il tuo sguardo fiammante pria di estinguersi nel sepolcro lasciò in cielo quegli eterni segni sfavillanti? O Pollacca! Io pure morrò qui, in solitario lutto. Possa la mano dell’amicizia spargere sulle mie ossa un pugno di terra. Spesso i viandanti confavellan fra loro presso alla tua tomba; il suono del patrio idioma mi desterà dal sonno della morte, e forse un poeta pensando a te e vedendo il mio sasso vicino, scioglierà un inno anche alla mia memoria. IV. LE TOMBE DELL’HAREM. (Mirza parla al Pellegrino.) Un grappolo immaturo della vigna d’amore fu qui colto per la mensa d’Allah. Qui il nero feretro, conca dell’eternità, furò giovani ancora e precipitò nelle tenebre le perle orientali, delizia e tesoro del mare. Il velo dell’oblio e del tempo le involve; un turbante scolpito sulla loro fossa riluce nella campagna simile alla bandiera dell’esercito delle ombre, e appiè della lapida appena rimangono le iscrizioni incise dalla mano d’un _giaur_.[20] O rose dell’Eden! I vostri giorni si sfiorarono sul rio di purità, sotto le fronde del pudore, ascose per sempre agli occhi degli infedeli. Adesso gli sguardi dello straniero contaminano le vostre tombe e io lo permetto. Perdona, o gran profeta! Solo l’occhio di quello straniero le mira con lacrime. V. L’AIU-DAG. Appoggiato alle rupi d’Aiu-dag, godo di vedere le onde spumanti che s’avanzano, strette in lunghe file, come nere coorti tumultuose, o che, simili a banchi di neve, rifrangono i raggi del sole in mille archi baleni. Incappano nelle secche arenose, e vi si sperdono; invadono il lido come un esercito di cetacei; occupano la terra in trionfo, e, volte tosto in precipitosa fuga, lasciano dietro a sè conchiglie, perle e coralli. In cotal guisa, o giovine poeta, la passione spesso attrae sul tuo capo le tempeste; ma subito che impugni la cetra, esse senza offenderti, Ripiombano nell’oceano dell’oblío, lasciando dietro a sè canti immortali, coi quali i secoli futuri intesseran ghirlanda alle tue tempie. Il principe Anatolio Demidoff descrive nel suo _Viaggio di Crimea_ le vaste rovine del palazzo dei sultani tartari, e allude alla tradizione surriferita; ma non sembra rigettarla come spuria. Ecco uno squarcio della sua relazione: “Nell’_harem_ circuito d’altissimi muri, e adorno di bagni e di sale di marmo, vedemmo l’appartamento in cui dimoravano le donne del _Khan_. Ma sono tutte deserte; appena qua e là scorgemmo qualche avanzo dell’incrostatura di legno; alle finestre alcuni brani di vetro colorito, e alle pareti alcune spere veneziane nelle quali le odalische talvolta si miravano. Quivi perì, secondo si dice, Maria Potozca che ispirò al Puschin il suo poema della _Fontana di Bakcisarai_.... ”.... Tra le fontane del serraglio due meritano special menzione. Sono coperte di arabeschi in rilievo, indorati e spiccantisi sopra un fondo chiaro e variegato. In queste fontane si trova adunato quanto il gusto asiatico ha di più squisito, e l’architettura orientale di più elegante. Una di esse diede il titolo al poema del Puschin....” (_Viaggio_ ec. Pag. 333-34, dell’edizione russa.) Ghirei siede con gli occhi fisi al suolo; la pipa d’ambra fuma nella di lui bocca. La calma regna nel palazzo; i vili cortigiani s’affollano silenziosi intorno al minaccioso _Khan_.[21] Tutti con rispettosa attenzione spiano su quella fronte accigliata i segni della rabbia e del dolore, il monarca altero fa un cenno colla destra impaziente e tutti riverenti si ritirano. Solo nella sua stanza, respira più liberamente, e i moti del suo cuore si riflettono con maggiore energia sulla sua fronte. Così il cristallo ondoso d’un golfo riproduce fedelmente l’imagine delle procellose nubi. Che cosa mai sconvolge quell’anima superba? Che progetto assorbe i pensieri di Ghirei? Forse vuol muover guerra ai Russi, imporre leggi alla Polonia? Forse lo divora la sete di sanguinosa vendetta? Oppure scoprì una congiura nell’esercito? O finalmente lo inquietano l’odio dei suoi popoli e le insidie dello scaltro Genovese? No: egli è sazio ormai di gloria militare. La sua mano micidiale si riposa dalle fatiche bèlliche, e la passione della guerra non gli infiamma più la mente. Forse penetrò il tradimento nel suo _harem_, e qualche _odalisca_ educata nella schiavitù e nella mollezza, diede il cuore a un _giaur_? No: le timide spose di Ghirei non ardiscono nè pensare nè desiderare, e sebbene oppresse da una tetra noia, esse non concepiscono idea di tradimento. Rinchiuse in un carcere invigilato da custodi assidui e inesorabili, ivi splendono in voluttuosa quiete come fiori esotici sotto le vetrine di una stufa. Per esse, i giorni, i mesi, gli anni fuggono in monotona fila, portando via seco a mano a mano la gioventù e l’amore. I dì passano tutti simili fra loro, e le ore sembrano lente. L’ozio e la pigrizia sono gli arbitri dell’_harem_; ben di rado vi s’insinua il piacere. Quando le giovani recluse provano l’angoscia e il tedio, lo dissipano cambiando abbigliamento, giocando, chiacchierando, oppure passeggiando in leggiadra schiera al mormorar delle acque zampillanti, al rezzo dei platani fronzuti. Un malizioso eunuco le segue in ogni parte; non possono sottrarsi alla sua vista. Il di lui sguardo scorge tutto, il di lui orecchio ode tutto. Per sua cura fu stabilita una regola di vita invariabile. Sua unica legge è il volere del Khan, e l’adempie colla stessa scrupolosità che i precetti del Corano. L’eunuco non sa che sia amore; impassibile come una statua, egli accoglie con indifferenza le beffe, la rabbia, le mortificazioni, gli oltraggi d’una petulanza impudica, il disprezzo, le preghiere, i languidi sguardi, i flebili sospiri, le timide lagnanze. Egli conosce bene l’indole delle donne, sa quanta sia l’astuzia femminile in libertà e in cattività. Nè le tenere occhiate, nè le mute rampogne, nè le lacrime hanno potenza su lui; egli ormai più non ci crede. Quando le belle prigioniere, spargendo i lunghi crini al vento, vanno, durante i calori dell’estate, ad attuffarsi nel ruscello e spandono sulle rosee membra l’onda argentea della fonte, l’eunuco testimone eterno delle loro azioni fa sentinella al bagno. Mira senza emozione quelle elette forme nude. Quando spiega la notte il nero suo manto, l’eunuco schiude una porta obediente, s’avanza a passi taciti sui tappeti morbidi, striscia quatto quatto di letto in letto; agitato da continua tema, osserva attentamente le belle addormentate, e ascolta il loro bisbiglio notturno; nota i sospiri, gli aliti, i minimi fremiti; di tutto fa tesoro, — e guai a colei che sognando proferisse un nome straniero! Guai a colei che confidasse alla benevola compagna qualche sfrenata e matta cupidigia! Qual mai sarà dunque la causa dell’ira di Ghirei? La pipa gli s’è spenta fra le mani, il servo aspetta immobile sulla soglia gli ordini del suo signore e osa appena respirare. Il regnante pensieroso si rizza in piedi; la porta s’apre avanti a lui. Silenzioso egli s’avvia alla dimora delle donne altre volte a lui sì care. Esse, aspettando il _Khan_, si sono assise in vari gruppi attorno a una fontana gorgogliante. Con infantile gaudio, mirano il pesce che guizza in quello specchio liquido o rasenta il fondo della marmorea vasca. Alcune di esse vi gettano per diletto i loro orecchini d’oro. Frattanto le ancelle portano in giro i sorbetti odoriferi; poi intuonano un canto sonoro e gaio che fa echeggiar le sale. CANZONE TARTARA. I. Largisce il cielo agli uomini il compenso delle pene e delle lacrime: beato il _Fachir_[22] che vede la Mecca nei tristi anni della sua vecchiaia. II. Beato colui che s’illustra morendo sulle gloriose sponde del Danubio: una celeste fanciulla gli volerà incontro, sorridendo d’amore. III. Ma più beato assai, o Zarema, colui che ebro di calma e di mollezza ti accarezza come rosa, nel recinto dell’_harem_. * * * Esse cantano. Ma dov’è Zarema la stella dell’amore, la perla dell’_harem_? Afflitta e pallida non ode le sue lodi; come una palma rabbuffata dai venti, essa piega la giovine testa; più niente può piacerle. Ghirei è cambiato! Ghirei non l’ama più. Ma qual è la donna che ti si possa anteporre, o Zarema? I bruni capelli ti cingono due volte la nivea fronte; gli occhi tuoi son più chiari del giorno, più neri della notte. Qual voce sa meglio della tua esprimere gli slanci delle focose passioni? Qual bacio tenero è più vivo delle tue carezze? Come mai un cuore pieno della tua imagine può palpitare per una altra amante? Eppure, l’indifferente e feroce Ghirei disdegna i tuoi favori, e consuma le gelide ore della notte nella mestizia e nella solitudine, dacchè una principessa polacca abita il suo _harem_. Non è molto che la giovane Maria vive sotto estranio clima: poco fa, essa fioriva nella propria famiglia accanto a un padre affettuoso che la chiamava sua consolazione e sua gloria. La di lei fanciullesca volontà gli era legge. Una sola cura lo occupava: ambiva che la sorte della diletta figlia fosse splendida come un dì di primavera; che nè anche il minimo duolo conturbasse il di lei petto, e che dopo maritata, si ricordasse con delizia il tempo dell’adolescenza, quelle ore festose e gioconde che si dileguano come lieve sogno. Ogni cosa in lei destava maraviglia: l’indole gentile, i moti graziosi, vivaci, gli occhi d’un azzurro cupo. Ai doni della natura univa quelli dell’arte e allegrava i banchetti domestici coi suoni melodici dell’arpa. Molti potenti e ricchi signori chiedevano la di lei mano, e molti giovani timidi sospiravan per lei di secreto amore. Ma la vergine tranquilla e candida non conosceva ancora le passioni, e nel castello del padre dedicava l’ore dell’ozio a scherzare colle care compagne. Non durò molto quella felicità. Una orda di Tartari si sparse per la Polonia, colla rapidità d’un torrente che invade le pianure, o d’un incendio che divora le mèssi. Le fiorenti contrade devastate dalla guerra, divengono un deserto; cessano gli innocenti sollazzi e i giuochi; spariscono i villaggi e i querceti. Il magnifico castello è desolato, la camera di Maria è vuota e muta. — Nella cappella del palazzo ove in lunga riga dormono le fredde reliquie degli avi con intorno corone e stemmi nobiliari, ora s’inalza una nuova sepoltura. Il padre è morto, la figlia è schiava. Un avaro straniero possiede il castello e spreme con estorsioni tiranniche gli infelici abitatori della campagna. La corte di Bakcisarai accoglie la giovane principessa; ma la bella vi si strugge in pianto e in gemiti, nè può assuefarsi alla prigionia cui è ridotta. La di lei disperazione, le lacrime, i sospiri, turbano il sonno breve del _Khan_, il quale fa di tutto onde lenir la doglia della sua captiva, e mitiga per essa l’austerità delle leggi dell’_harem_. Essa entra nel bagno senza altri testimoni che una serva. Il truce custode delle odalische non penetra da lei nè di giorno nè di notte; non la pone egli in letto con quelle sue mani effeminate, nè osa neppure fissarle gli occhi in volto. Il principe medesimo non ardisce turbare il riposo della vergine prigioniera: le concesse di vivere sola nella più estrema parte della reggia, e diresti che in quel misterioso ricetto s’annida qualche ente più che mortale. Ivi perpetua arde una lampada davanti all’imagine della Madre di Dio; ivi la speranza, ultimo conforto degli afflitti, dimora colla fede e l’umiltà; ivi la sventurata fanciulla si pasce delle rimembranze della patria vicina e così cara, e si lamenta e chiama le dolci compagne che l’invidiano forse. Mentre in tutto il palazzo domina la mollezza e la follia, un angolo di quello diviene, o miracolo d’amore! il santuario della castità e della virtù. Così, anche in mezzo all’ebrezza d’una vita dissoluta, il cuore talvolta riman puro e serba intatto il suo sacro deposito: il sentimento della divinità.... Sorge la notte. Le amene campagne della Tauride si vestono di tenebre; in lontananza, fra le fronde immote degli allori, io odo il gorgheggiar del rosignolo... La luna spunta nel ciel sereno attorniata d’un coro di stelle, e tinge d’un color ceruleo le valli, le colline, le selve. Le donne agili e snelle come ombre passano per le vie di Bakcisarai, e vanno nelle case degli amici a spendere le ore disoccupate della sera. La reggia tace; l’_harem_ giace immerso in pacifico sonno; nessuno strepito interrompe la quiete notturna. Il fido e vigilante eunuco ha adempito la ronda nel dormitorio. Adesso egli riposa, ma l’ansia assidua gli amareggia quella breve requie. Il sospetto atroce del tradimento non cessa un istante di aizzarlo. Gli pare sentire ora un calpestío, ora un bisbiglio, ora un grido; ingannato dall’orecchio incerto, si solleva spaventato, tremante e ascolta con orrore.... ma ogni cosa tace intorno, e nessun suono s’ode in vicinanza, fuori quello delle acque zampillanti che scaturiscono dalla loro prigione di marmo, e l’inno che il rosignolo modula nella oscurità alla rosa sua compagna diletta e inseparabile. L’eunuco sta attento un buon pezzo, ma invano.... poi finalmente di nuovo socchiude le palpebre. Quanto son belle le chiare notti del voluttuoso Oriente! Quanto soavi scorrono quelle ore per gli adoratori del Profeta! Che lusso splende nelle loro magioni, nei giardini incantati, ne’ silenziosi e impenetrabili _harem_, ove sotto il candido raggio della luna, par ch’ogni cosa si bei di mistero, di silenzio e d’amore! Le donne dormono. Una sola veglia; respirando appena essa balza da letto; con mano frettolosa schiude la porta, e con passo snello s’inoltra nelle ombre della notte. Sopito in lieve e trepido oblio, il vecchio eunuco giace davanti alla soglia. Egli è inesorabile e astuto; il suo riposo non è che apparente.... essa passa leggera come spettro. Titubante e sbigottita, arriva ad una porta, gira lentamente la maniglia della serratura; entra, guarda intorno, un secreto terrore s’insignorisce d’ogni suo sentimento. Scorge nella camera la fiammella dubbiosa d’una lucerna, un armadio fievolmente lumeggiato da quella lampada, una piccola imagine della Beata Vergine, e un crocifisso, simbolo sacrosanto di carità.... Questi oggetti destano nell’animo della Georgiana la grata rimembranza e il dolce eco dei giorni remoti. S’arresta innanzi al letto della bella Maria. Il colore d’un sonno giovenile inostra quelle guance ove rifulge un melancolico sorriso, sebben tuttora vi appaiano i vestigi di lacrime recenti. Così talvolta il riflesso della luna imbrillanta un fiore affogato dalla pioggia. E Zarema, curva presso all’infelice, sembrava un angelo dell’Eden, sceso in terra a consolare la misera prigioniera del serraglio. — Il di lei cuore si stringe angosciosamente; i di lei ginocchi si piegano a suo malgrado; essa prega: “Abbi pietà di me; non respingere i voti miei....” Quelle parole, quella agitazione, quelli aneliti, risvegliano la principessa. Vede con timore la giovine incognita prostrata al suolo; tutta confusa, la rialza da terra, dicendo: “Chi sei? perchè sola, a questa ora, in queste mura? Che brami?...” — “Io cerco di te, mi puoi salvar la vita, ogni mia speranza è in te riposta.... Fui felice un tempo.... viveva in sicurtà e in gioia.... ma svanì ormai ogni mio bene; io muoro. Ascoltami. ”Io nacqui lontan di qui.... ma le ricordanze dei miei primi anni sono altamente impresse nella mia memoria, ed io rimembro tuttora i monti alzati al cielo, i tepidi ruscelletti delle pendici, i querceti impenetrabili, altre leggi, altri costumi; ma per che decreto della sorte io lasciassi il patrio lido, non so; soltanto mi sovviene del mare e d’un uomo ritto sopra un albero di nave sopra le vele.... Fin adesso la paura e l’ambascia mi furono incognite; soffriva in pace all’ombra dell’_harem_, e aspettava i primi diletti d’amore con paziente ansia e trepidazione. I miei secreti desiderii vennero esauditi. Ghirei rinunziò alla guerra sanguinosa, per addarsi alla dolce voluttà; cessò le sue tremende spedizioni, e tornò nelle mura dell’_harem_. Venimmo tutte al cospetto del nostro signore, con un palpito di incerta speranza. Egli fissò sopra di me il suo sguardo tranquillo e sereno.... Da quel giorno in poi, godevamo una felicità perfetta e continua, e nè la calunnia, nè il sospetto, nè la gelosia crudele, nè il disgusto, avevano interrotto la nostra unione.... Ma tu gli apparisti, o Maria!... da quell’istante, l’anima sua cova un empio disegno.... Ghirei non pensa che a tradirmi, chiude l’orecchio alle mie rimostranze; i sospiri miei lo molestano, non mi degna più delle sue attenzioni nè del suo amichevole consorzio. Non sei complice della sua perfidia; non sei partecipe del suo tradimento, io lo so; quindi ascoltami.... io son bella; tu sola in tutto l’_harem_, potresti gareggiar meco; ma io son nata alle passioni, mentre tu non puoi amare come amo io; perchè, dunque o fredda vergine, martiri un debol cuore? Non mi contender Ghirei: egli è mio; le sue carezze mi ardono come fiamma; egli s’unì a me con solenne giuramento; da gran tempo, egli ed io, non abbiam che un consiglio, che un pensiero. La sua infedeltà mi uccide.... io piango!... io sto ginocchione innanzi a te. Io ti supplico, non osando accusarti.... ah rendimi la gioia e la pace; rendimi il mio Ghirei, qual era prima.... Non replicar parola.... egli è mio; egli delira per te.... rispingilo, disgustalo col disprezzo, coi prieghi, colle lacrime.... con quel che vorrai; giurami.... sebben io ora adori il Corano, crebbi nella tua fede, che era la fede di mia madre.... giurami per il tuo Dio, che riconcilierai Zarema con Ghirei.... Ma senti.... se io dovessi!... ricordati ch’io nacqui a piè del Caucaso, e so adoprare lo stiletto.” Disse e sparve. La principessa non ardì seguirla. L’innocente giovinetta ode per la prima volta il linguaggio delle passioni tormentose, l’ode con maraviglia e con spavento. — Che lacrime, che preghiere potranno salvarla dall’opprobrio? Che sorte la minaccia? Passerà essa i suoi giorni in quella vergognosa condizione? Se Ghirei potesse dimenticarla per sempre nel di lei longinquo carcere, o se volesse troncare innanzi tempo il sottile stame della di lei vita! Con che giubilo Maria abbandonerebbe questa valle di dolore! Le sue ore di beatitudine svanirono e non torneranno più! Che farebbe essa nel deserto di questo mondo? È tempo di partire; Maria è aspettata in cielo, nel seno della calma e del sorriso eterno. Alcuni giorni passano. Maria è spenta. L’orfanella è sparita in un momento; novello angelo di Dio, essa splende ora nel tanto sospirato paradiso. Chi la precipitò nel sepolcro? Forse il rammarico della sua disperata prigionia o qualche altro dolore?... Nessuno può dirlo. — Solo è certo che la gentil Maria cessò di vivere. — L’orrendo serraglio è vuoto. Ghirei l’ha derelitto, e alla testa d’una turma di Tartari egli ha invaso una terra vicina. Spietato, sitibondo di sangue come prima, s’abbandona di nuovo al turbine della guerra, ma serba aperta nel cuore la piaga d’un amore insanabile; spesse volte in mezzo alla battaglia, il suo brando alzato per ferire, a un tratto s’arresta; Ghirei volge gli occhi intorno sbalordito e attonito, impallidisce come côlto da subíto terrore, susurra alcune parole indistinte, e versa un torrente d’amare lacrime. Ghirei sdegna e dimentica il suo _harem_; le sue donne sventurate invecchiano e languono in quelle triste soglie sotto la custodia dell’eunuco. La Georgiana più non trovasi in mezzo ad esse; già da un pezzo le guardie del Khan la sommersero nell’abisso delle onde. Nella notte in cui morì la principessa finirono gli strazi della di lei gelosa rivale. Qualunque fosse la colpa della bella Georgiana, atroce, immane fu il castigo. Dopo che Ghirei ebbe messo a ferro e a fuoco le circostanti valli del Caucaso e le tranquille campagne della Russia, tornò nella Tauride, e fece edificare, in onore di Maria, una fontana marmorea in un angolo recondito della reggia. Una mezza luna d’argento vi splendea sotto l’ombra d’una croce, empia confusione dei due riti, e segno manifesto di ignoranza. Fece incidere sopra al frontispizio una iscrizione che il tempo edace non ha ancora consunta. Dietro a questa fabbrica bizzarra, l’acqua mormora in una vasca di marmo dalla quale risale in lucide stelle che mai non vengono meno, e sembran piangere la sorte di Maria. Tale una madre inconsolabile spande perenne tributo di pianto sulla lapida del figlio estinto nelle pugne. Le fanciulle del paese conoscendo l’antica tradizione, chiamano quel funebre monumento la fontana delle lacrime. Esule dal settentrione, e dai giocondi divertimenti della capitale, io visitai il palazzo di Bakcisarai sepolto nell’oblio. Errai per le silenziose sale, ove risiedeva il feroce _Khan_ flagello dei popoli, e ove reduce dalle sue incursioni depredatrici dedicava i giorni ai banchetti e all’ozio voluttuoso. La mollezza tuttora respira nelle stanze e nei giardini inabitati: le acque scherzano, le rose rosseggiano, i grappoli s’avviticchiano alle spalliere, l’oro scintilla sulle pareti. Vidi le grate antiche dietro a cui le donne prigioniere consumavano il fior degli anni loro, gemendo in secreto, e contando i grani delle loro corone d’ambra.[23] Vidi il cimitero dei _Khan_, ultima dimora dei dominatori del mondo. Quelle stele funebri, cinte d’un turbante di sasso, pareva che mi dichiarassero apertamente i decreti del fato. Ove sono i _Khan_? Ov’è l’_harem_? Tutto tace all’intorno, tutto sparì, tutto cangiò. Ma poco a poco, un altro pensiero soggiogò il mio cuore: l’olezzo delle rose, il rombo delle fontane m’immerse in una involontaria meditazione, in mezzo a cui scòrsi un’ombra di fanciulla che spaziava nel lucido azzurro.... Chi era quello spettro, amici miei? Dite, che imagine era quella che m’inseguiva nell’_harem_ deserto, e ch’io non poteva respingere, nè evitare? Forse la casta anima di Maria, o l’anima iraconda e gelosa di Zarema? Sempre ho presente all’idea quell’occhiata tenera, e quelle forme ancora terrestri. Adoratore delle Muse e della quiete, dimentico della gloria e dell’amore, io in breve vi rivedrò, o gaie spiagge del Salghir. Perlustrerò di nuovo le falde amene dei monti marittimi, e i flutti cerulei della Crimea rallegreranno ancora la mia vista. Regione incantata, delizia dei cuori! Colà tutto vive e sente: i colli, i boschi, le vigne onuste di rubini e di topazi, le valli ombrose e fresche, i ruscelletti garruli, fiancheggiati di pioppi.... tutto eccita l’ammirazione del viandante, il quale scorrendo a cavallo la strada in riva al mare, a piè dei poggi, vede, per un bel mattino d’estate, davanti a sè le onde verdeggianti dell’Eusino che lampeggiano al sole, e spumano e mugghiano intorno alle radici dell’Aiu-dagh.... EUGENIO ANIEGHIN.[24] CAPITOLO PRIMO. Si affretta di vivere, s’affanna a godere. VIASEMSKI. “Mio zio, uomo d’illibati costumi, godeva la stima di tutti ed era giunto al colmo dei suoi desiderii, quando in un subito ammalò sul serio. L’esempio suo potrà servir di norma ai posteri; ma che seccatura per me vegliar dì e notte accanto al suo letto nè osare discostarmene di un passo! Che brutta ipocrisia è confortare un moribondo, assettargli i guanciali, porgergli con volto afflitto le medicine, mentre si dice in disparte con un sospiro d’impazienza: “Ti levasse via il diavolo, maladetto vecchio!” Viaggiando per la posta in mezzo a un nuvolo di polvere, così fantasticava fra sè un giovine scapestrato, erede, per voler di Giove, di tutti i suoi consanguinei. Ammiratori di _Ruslano e Liudmila_,[25] permettete che questa volta io, senza altri preamboli vi faccia fare amicizia col protagonista di questo mio nuovo romanzo. Il mio buono Eugenio Anieghin nacque sulle sponde della Neva ove forse nasceste voi pure, ove forse faceste bella figura, o miei lettori! Anch’io le conosco, e ci ho spesso passeggiato; ma il clima del norte m’è contrario.[26] Il padre d’Eugenio, dopo aver servito lo Stato con onore, viveva di debiti; dava tre feste di ballo all’anno e finì spiantato. La sorte dapprima favorì Eugenio; egli ebbe per balia una _Madame_; quindi un _Monsieur_ per aio. Cresceva un po’ vispo, ma amabile. Quel povero diavolo di abate francese non volendo stancar la mente del suo alunno, lo istruiva scherzando e ridendo. Alieno dai precetti d’una austera morale, non lo sgridava che per celia, e lo menava a spasso nel Giardino d’estate. Quando Eugenio arrivò all’età delle vaghe speranze e della tenera melancolia, _monsieur l’abbé_ fu licenziato. Ecco Anieghin finalmente libero. Pettinato all’ultima moda, attillato come un _dandy_ di Londra, Anieghin si lanciò nei saloni eleganti. Scriveva e parlava in francese molto bene; danzava con garbo la marcusa; salutava con gran disinvoltura: che potevasi esigere di più! L’alta società lo dichiarò spiritoso e compito. Tutti abbiamo studiato qualche coserella in un modo qualunque. Possiamo dunque spacciarci per dottori. A detta di giudici competenti e severi, Anieghin era un ragazzo erudito ma un po’ pedante. Aveva il felice talento di ciarlare di tutto con grazia. Quando nasceva una discussione grave, sapeva tacere col muso serio d’un intelligente e divagar le signore coi suoi frizzi satirici e spontanei. La lingua del Lazio è oggimai fuor d’uso: Eugenio, a dir vero, la conosceva abbastanza per decifrare una epigrafe, per chiacchierare di Giovenale, per cacciare un _vale_ in fondo a una lettera e citare a mente, storpiandoli un poco, due versi di Virgilio. Non si sentiva gran vocazione a rovistar nella muffa cronologica dell’istoria del globo; ma sapeva appuntino gli aneddoti curiosi dai tempi di Romolo ai nostri. Ricusò di sacrificar mezza la vita a studiar prosodia, e ad onta delle nostre premure non giunse mai a poter distinguere un iambo da un coreo. Bestemmiava Omero e Teocrito; leggeva Adamo Smith e diveniva un profondo economista; esaminava per qual modo uno Stato sussiste e s’arricchisce, e perchè l’oro non gli è necessario quando possiede i prodotti primi. Il padre di Anieghin non capiva niente a queste teorie, e ipotecava i suoi beni. Mi manca il tempo per dire appieno tutto ciò che Eugenio sapeva. Ma la scienza in cui primeggiava, la scienza a cui dalle fasce egli si applicò con impegno, con studio, con diletto; la scienza che occupava le sue intere giornate e vinceva la sua naturale indolenza, era la scienza di quella tenera passione che Nasone cantò sulla lira e per la quale chiuse la vita, come un martire, nelle atroci steppe della Moldavia, lungi dalla sua cara Italia...... Benchè così novizio, già sapeva comporre il volto a suo beneplacito, occultare le sue speranze, simular la gelosia, asserire, persuadere, mostrarsi or feroce or languido, or superbo, or umile, or attento, or indifferente. Come sapeva a vicenda esser silenzioso e discreto, o focoso ed eloquente! Che espansione, che calore nel suo carteggio intimo! Non sospirava che per un solo oggetto, non adorava che una sola donna e per essa dimenticava il resto. L’occhio suo esprimeva ora la tenerezza e la timidità, ora l’audacia, e a volte s’irrugiadava di obedienti lacrime. Sapeva comparire sempre nuovo alle belle, sapeva commoverle con finte disperazioni, ammaliarle con melate lusinghe, coglier l’istante di debolezza, accalappiare l’innocenza burlando, sperdere a forza di logica e di passione i pregiudizi dell’inesperienza, aspettare una carezza involontaria, implorare ed esigere una dichiarazione, sorprendere i primi palpiti di un cuore vergine, inseguire senza posa la preda, e alfine ottenere dalla impietosita un misterioso appuntamento in cui le dava lezioni particolari d’amore. Oh, come sapeva confondere l’astuzia delle civette sfacciate! Quando voleva sfrattare i rivali, con che impudenza li denigrava! Che insidie tendeva sui loro passi! Ma voi, fortunati sposi, rimanevate suoi amici. Il marito scaltro, antico discepolo di Faublas; l’incredulo vecchio, maestoso capricorno, sempre contento di sè stesso, del suo secolo e di sua moglie, piaggiavano a gara il nostro Eugenio. Talvolta, mentre era tuttora in letto gli pioveva in camera un diluvio di bigliettini. Che saranno mai? Inviti? Di fatto, a un tempo stesso è pregato a conversazione in tre case diverse. In una v’è festa di ballo; in un’altra, ricreazione di bambini. In quale di questi posti si condurrà il nostro scapato? Con quale comincerà il suo giro? Poco importa, purchè vada in tutti. Frattanto si veste da mattino, prende il suo largo _bolivar_,[27] corre al _boulevard_, passeggia in su e in giù finchè il suo infallibile _Breguet_[28] gli segni l’ora del pranzo. Fa buio. Egli si accomoda in una slitta. “Ehi davanti! Ehi davanti!” gridano da ogni parte i cocchieri. Una polvere bianca inargenta il bavero del suo soprabito. Si ferma da Talon, credendo che ivi già lo aspetti N. N. Entra, e i tappi balzano al soffitto e il vino della cometa[29] si mesce a torrenti. I servi gli imbandiscono un _roast-beef_ sanguinolento, un piatto di tartufi, delizie della gioventù e onore della cucina francese; e l’incorruttibile pasticcio di Strasburgo[30] torreggia davanti a lui fra un formaggio _vivente_ di Limburgo e una piramide d’aurei ananassi. La sete eccitata dalle bollenti costolette richiede per estinguersi altre libazioni; — ma la lancetta dell’orologio già annunzia che è principiata la nuova pantomima. Mordace Aristarco del teatro, incostante adoratore di tutte le attrici, onorato cittadino delle quinte, Anieghin si trasporta al teatro, ove già tutti i dilettanti stanno pronti ad applaudire le capriole delle danzatrici, a fischiar Fedra e Cleopatra, a richiamar Maina[31] coll’unico scopo di farsi osservare dalla gente. Magico recinto nel quale echeggiarono i carmi dell’arguto Von Visin,[32] re dell’ironia e amico della libertà! Lì Oseroff[33] divise colla giovine Semenova[34] l’omaggio del nostro pianto e del nostro fanatismo; lì Calienin[35] rivelò al pubblico russo il genio sublime di Cornelio; lì il caustico Sciachovschi lanciò il susurrante sciame delle sue commedie; lì Didelot[36] s’incoronò d’immortali allori; lì, all’ombra di quelle decorazioni, passarono i miei dolci anni primieri. Care dive, che fu di voi? Porgete orecchio alla mia voce addolorata: siete sempre quali io vi vidi, oppure altre dive vi hanno supplite ma non pareggiate? Udrò io ancora i vostri concenti? Mirerò ancora il volo della Terpsicore russa, ovvero la mia vista sconsolata non incontrerà più nessuna fisionomia nota sulla vedova scena, e dovrò io, freddo spettatore dell’allegria comune, appuntare indarno il canocchiale sopra una adunanza sconosciuta, e, sbadigliando in disparte, contentarmi delle reminiscenze del tempo trascorso? La sala è zeppa di gente; i palchi brulicano; la platea e l’anfiteatro fervono, il lubbione trepida d’impazienza. Il sipario s’alza con un grato stroscío.... Sfavillante di luce, mezza aerea, docile al cenno dell’arco armonico, circondata d’una schiera di ninfe, ecco s’avanza Istomina[37] radendo appena il suolo colla cima d’un piede, mentre l’altro lentamente aleggia. Ora essa saltella, ora spazia più lieve che piuma al soffio d’Eolo, ora curva il bel fianco, ora lo drizza, e intreccia e batte in tempo gli agili calcagni. Tutti gli astanti dan segni di satisfazione. Anieghin entra, calpestando la gente si fa strada fra le poltrone, alza il doppio tubo ottico ai palchi ove stanno signore ch’egli non conosce ed esamina l’un dopo l’altro tutti gli ordini. Ha già veduto ogni cosa e nulla gli garba, nè i sembianti nè le _toelette_.[38] Saluta i conoscenti che scorge in varie parti, poi si volge agli attori con occhio disattento, gira la testa sbadigliando e susurra: “Convien mutar tutto; assai tempo ho sofferto i _ballets_; persino Didelot m’è venuto a uggia.” Gli amori, i diavoli tuttora sgambettano e tempestano sulla scena; già i lacchè stracchi russano nel vestibolo sulle pellicce dei padroni. Gli spettatori si soffiano il naso, tossono, fischiano, picchiano le mani. Dentro e fuori rifulgono mille lumi; i cavalli intirizziti dal freddo scuotono i finimenti; i cocchieri, ritti intorno ai braceri, maledicono i loro signori e si percuotono i fianchi colle palme per riscaldarsi. Già Anieghin è uscito; va a casa a mettere un nuovo _costume_. Potrò io mai fedelmente descrivere il gabinetto appartato, ove l’esemplare discepolo delle mode si vestiva, si spogliava e si rivestiva? Tutte quelle bagattelle che Londra in sì gran copia fabbrica per contentare i nostri capricci e ci manda quindi a traverso il Baltico in ricambio di legno e di sego; tutte quelle galanterie che il gusto e la provvida industria di Parigi inventa per dilettar la vista, per pascere il lusso e la mollezza del mondo elegante, tutto ciò adornava il gabinetto del nostro filosofo di diciotto anni. Pipe turche con bocchini d’ambra; lavori di porcellana e di bronzo; boccette di cristallo piene d’essenze odorose; pettini e lime d’acciaio; forbici dritte o curve; spazzole di trenta specie per le unghie e per i denti, ingrombravano i suoi tavolini. Rousseau (fo questa osservazione fra parentesi), Rousseau non poteva perdonare a Grimm di essersi nettato le unghie in sua presenza.[39] O magniloquente mentecatto! Il propugnatore della libertà e del dritto, in questo caso, ha certamente torto. Un uomo può essere assennato e pulirsi le unghie. Perchè voler lottare senza pro contro il secolo? L’uso è autocrata della società. Il mio Eugenio, paventando come un altro ***, i sarcasmi degli invidiosi, era, per dirla in una parola, un pedante della moda, uno zerbino coi fiocchi. Se ne stava talvolta almeno tre ore di seguito innanzi allo specchio, ed esciva dal suo _boudoir_, acconciato come una Venere notturna che sen va al veglione mascherata da uomo. Potrei qui dilungarmi in descrivere la toelette d’Eugenio, e attrarre l’attenzione degli eruditi sul suo abbigliamento; ma convien ch’io rinunzi a tale impresa, poichè la lingua russa non ha voci corrispondenti a _pantalon, frac, gilet_. E d’altronde m’accorgo e confesso con schiettezza, che il mio sciagurato stile pur troppo è già zeppo di espressioni esotiche, sebben per iscansarle io spesso scartabelli il Dizionario dell’Accademia. Ma ora di tutt’altro dobbiamo intrattenerci. Fa d’uopo che ci rechiamo alla festa di ballo ove Anieghin s’avvia in una calescia da nolo. Sulle facciate oscure delle case, pel lastricato silenzioso delle strade, i fanali delle carrozze spandono un giocondo chiarore che si refrange in mille archibaleni sulla neve. Il nostro eroe smonta all’ingresso d’un suntuoso palazzo, splendidamente illuminato. Si vedono passare e ripassare alle finestre, innumerevoli ombre e profili di teste di signore e di cavalieri. Anieghin si slancia nel peristilio, vola come strale davanti allo introduttore svizzero[40], sul pavimento di marmo. Si liscia i capelli colla mano, ed entra nella sala di conversazione. È piena gremita di gente, e i musicanti cominciano a essere stanchi. Gli invitati danzano la masurca. Dappertutto chiasso e calca straordinaria; ronzano gli speroni dei _chevaliers gardes_,[41] guizzano e trepidano i piedini delle gentili dame; infiniti sguardi ardenti li accompagnano, e l’armonia dei violini soffoca il cinguettío delle gelose donne alla moda. Nei miei giorni di felicità e di desiderio, io ammattiva per le feste di ballo. Non conosco luogo più propizio per far dichiarazioni d’amore, e consegnar viglietti teneri. O rispettabili mariti! Io vi offro i miei servizi, e vi prego d’attendere alle mie parole: vi voglio salvar l’onore. Voi pure, buone madri, osservate con maggior rigore la condotta delle vostre figlie, abbiate sempre gli occhiali a cavalcioni sul naso.... Non crediate però ch’io.... Dio me ne scampi e liberi! Parlo così, perchè già da un pezzo io non pecco più. Ahimè, che ho perduto molta parte di mia vita in diporti frivoli! Eppure mi talenterebbero tuttora le feste di ballo, se non offendessero la morale! Io amo la petulante gioventù, la folla, il brio, l’allegria, gli addobbi ricercati delle belle; ma più di tutto io vagheggio i loro piedini. Peccato però, che in tutta la Russia si trovino appena tre paia di bei piedi muliebri! Ma fra questi uno ve n’ha, ch’io non potrò sì tosto dimenticare! Tribolato, spassionato, desto o svegliato, io gli ho sempre presenti, e ogni notte vengono a stuzzicarmi in sogno. In nessun tempo, in nessun clima li potrò io obliare. Ahi, piedini, piedini! Dove siete adesso? Sotto qual zona premete i fiorellini di primavera? Avvezzi alla mollezza orientale, non stampaste orma sulle orride nevi del settentrione; vi bisognava la morbidezza dei tappeti di Persia. Per voi, io scordai la gloria, l’ambizione, il paese degli avi miei, e la mia prigionia. L’incanto dei miei anni giovanili svanì come sull’erba dei prati la traccia vostra. Il seno di Diana, le gote di Flora, o amici cari, mi fan trasecolare, ma più seducenti ancora mi sembrano i piedini di Terpsicore. Essa, lasciando travedere l’ambíto guiderdone degli amanti, trascina dietro a sè un turbine di voti e di sospiri. Io adoro quei piedini: di primavera, sopra lo smalto delle lande; d’inverno, innanzi agli alari del caminetto, sul tavolato lucido dei saloni, sotto le lunghe tovaglie delle mense, e presso al mare sul granito d’uno scoglio. Un giorno, io ed essa, eravam sul lido poco prima di una burrasca. Oh come io invidiava le onde che venivano in tumultuosa fila a lambirle amorosamente i piedi! No, durante il voluttuoso corso della mia gioventù, non bramai con tanto affetto di baciare le labbra purpuree, o le rosee guance, o il petto tremulo delle nuove Armide, come bramai in quel punto di baciare quei piedini. Mi rimembro d’un’altra circostanza. Talvolta in un sogno felice parmi tener l’arcione della sua sella, e stringer fra mano quel piedino adorato. A quel pensiero mi si riscalda la fantasia, a quel contatto mi ribolle il sangue nelle vene agghiacciate: soffro ancora, amo ancora.... ma già troppo a lungo la mia garrula Musa celebrò le belle superbe: esse non meritano nè gli ardori nè i carmi che esse ci ispirano. Le parole e il cuore di quelle lusinghiere sono così volubili come i loro piedi. Ma dov’è il mio Anieghin? Mezzo addormentato esce dalla festa di ballo, e va a gustare un istante di riposo. Già il rimbombo dei tamburi ha svegliato l’abitante instancabile di San Pietroburgo. Il mercante balza da letto, il rivendugliolo va in giro colle sue ceste, il cocchiere s’incammina alla stazione consueta. La contadina di Octa corre colle sue brocche di latte, e fa crepitar la neve sotto ai suoi solleciti passi. Il gradito fracasso del mattino si rinnovella dappertutto: le imposte si spalancano; il fumo delle stufe serpeggia per l’aria in ghirlande azzurrine, e l’accurato fornaio tedesco col berretto bianco in testa ha già aperto più volte lo sportellino della sua bottega. Frattanto il figlio del piacere e del fasto, sbalordito dal frastuono delle feste, converte il mattino in notte, e dorme placidamente fra beate visioni. Si desterà dopo le dodici; continuerà la stessa vita varia eppure uniforme, e domani farà quel che fece ieri. Domanderete forse se il mio Eugenio, indipendente sul più bel fior degli anni, fra i trionfi, gli amori e le delizie, godesse la felicità? Domanderete se fra i lauti conviti egli fosse tranquillo e sano?... No: i sensi suoi già divennero ottusi e languidi. Il rumore del mondo lo importuna; le belle non son più il precipuo oggetto dei suoi pensieri. La perfidia delle donne lo ha disgustato; è stucco degli amici e dell’amicizia, perchè non può sempre condire di sciampagna le bistecche e i pasticci di Strasburgo, nè sciorinar motti e frottole quando gli duole il capo; e benchè egli fosse un discolo solenne, abiurò finalmente gli alterchi, le sciabole e le pistole. Un morbo, le cui cause già da gran tempo si sarebbero dovute indagare; un contagio fratello dello _spleen_ inglese, vale a dire l’ipocondria russa, lo invase poco a poco. La Dio mercè egli non cercò di farsi saltar le cervella, ma si svogliò di tutto. Divenne burbero e tetro come _Childe Harold_. Nè i pettegolezzi della città, nè il gioco del _boston_, nè le provocatrici occhiate, nè i sospiri indiscreti lo commovevano, e non vi badava nemmeno. In primo luogo, egli abbandonò le fantastiche dame della alta società. A dir vero, il _bon ton_ d’oggigiorno è bastantemente seccante. Sebbene alcune signore siano in grado di spiegare Say e Bentham, ciò non ostante, ad onta di quell’innocuo cicalío, la loro compagnia è intollerabile. Di più esse sono così caste, così maestose, così spiritose, così pie, così guardinghe, così puntuali, così inespugnabili, che la sola vista loro ti appicca lo _spleen_. E voi, o forosette, cui ad ora avanzata un rapido _droschi_ mena in giro per le vie di San Pietroburgo, il mio Eugenio piantò lì anche voi. Disertore dei divertimenti sregolati, Anieghin si rinserrò nella sua camera, prese carta e calamaio, e volle scrivere; ma quella applicazione improba gli fiaccò le forze. Quindi egli non entrò nella sella di quelli uomini violenti, che io non condannerò perchè io sono di quel numero uno. Nuovamente in preda all’ozio, straziato dall’inedia del cuore, schierò un battaglione di libri sulli scaffali della sua biblioteca, e s’assise col lodevole intento di far suo proprio l’ingegno altrui. Lesse, lesse, lesse, ma senza scopo e senza frutto; ove trovò la noia, ove l’inganno e la follia. Tale autore non ha coscienza, tale altro non ha giudizio; ciascuno ha le sue prevenzioni e i suoi vizi. Gli antichi sono un po’ vieti, e i moderni delirano sugli antichi. Mandò all’aria i libri come le donne, e avvolse in un drappo bruno la biblioteca, e i suoi polverosi tesori. Io conobbi Anieghin verso quell’epoca di sua vita. Appunto aveva io, come lui, scosso di recente il giogo delle convenzioni sociali e delle vanità mondane. Mi piacque la fisionomia d’Eugenio. Quella sua indole astratta e cogitabonda, quella stranezza di maniere e d’idee, congiunta a una sagacità rara e ad un senno squisito, m’empì di meraviglia. Io fremeva di sdegno; egli sen stava quieto e meditabondo. Ambedue sapevamo per prova come scherzino le passioni; ambedue satolli della esistenza, dovevamo soffrire nel mattino della vita gli oltraggi della ceca fortuna, e dei nostri simili. Chi ha vissuto e riflettuto, non può fare a meno di sprezzare gli uomini, nel secreto del cuore. L’imagine dei dì passati, che non torneranno più, è una tortura per un’anima sensibile. Il rammarico, il pentimento, la mordono e la rodono come serpenti, e per essa non v’ha più vera gioia. Tali sentimenti infondono nella conversazione di chi li prova una grazia, un fascino onnipossente. Dapprincipio, il linguaggio d’Anieghin mi turbò; ma poco a poco mi assuefeci alle acerbe invettive, ai sarcasmi pungenti e atrabiliari, che discorrendo scoccava, or qua or là, come tanti strali mortiferi. Nella stagion d’estate, quando il cielo si specchiava limpido e terso nel cristallo della Neva; quante volte, a quell’ora di notte in cui più non brillava il sorriso della luna, errando insieme lungo le sponde del fiume, ci narrammo a vicenda gli episodi romanzeschi dei nostri primi amori! Ridivenivamo sensibili e noncuranti, oppure ci inebriavamo in silenzio dei grati olezzi della verdura, in mezzo a quelle tenebre sfolgoranti di stelle. Trasferiti in idea dal tempo presente sì amaro, nel passato sì dolce, provavamo quel che proverebbe un galeotto, il quale addormentatosi nell’orror dell’ergastolo, si destasse in seno a un fiorito boschetto. Immerso nell’abisso delle sue rimembranze, talvolta Eugenio se ne stava aggomitato[42] sul granito, come il personaggio descritto dal poeta.[43] Alta quiete regnava intorno, non s’udiva altro strepito che il grido delle sentinelle, e di quando in quando il fragore delle ruote d’un _droschi_ nel quartiere della Miliona. Al più al più, una barchetta a remi solcava lentamente la superficie unita del gran fiume; e ci molcea l’orecchio un suon di corno misto a un canto flebile in lontananza. Ma più soave assai echeggia nelle ombre opache l’armonia delle ottave del Tasso. O lagune dell’adriaco mare, o Brenta! Io vi vedrò; io andrò a ispirarmi al susurro delle vostre acque. La vostra voce è sacra ai figli d’Apollo; essa mi è nota per la cetra altera d’Albione,[44] mia maestra e donna. Io assaporerò la voluttà delle notti dell’aurea Italia; io vogherò in una misteriosa gondola al fianco d’una leggiadra veneziana, ora loquace, ora taciturna, che addestrerà le mie labbra a modular la favella di Petrarca, e d’amore. Ricupererò io mai la libertà? Io la chiamo, io la sospiro con fervore. Vo spaziando qua e là in riva al mare;[45] invoco la burrasca; fo segni alle antenne delle navi. Quando potrò io intraprendere un tragitto periglioso sui flutti lottanti coi venti, per le oblique vie del pelago? È tempo che io fugga il lido fastidioso e queste aure aborrite; è tempo ch’io voli sotto un cielo più mite, sulle spiagge dell’Africa natia,[46] a pensare a questa nebulosa Russia, ove ho sofferto, ove ho amato, ove giace sepolto il mio cuore. Anieghin stava per far vela meco verso estranee regioni, quando piacque al barbaro destino di separarci per lungo tratto. Il padre d’Anieghin passò da questa vita. Un branco d’accaniti creditori assalì Eugenio. Tutti avevano dritti legittimi e istromenti validi. Eugenio che abominava le liti, contento delle sue mediocri sostanze, cesse loro l’eredità paterna; non credendo scapitar gran cosa, e pronosticando forse la prossima fine d’un suo vecchio zio. E, in fatti, di lì a poco, gli giunse la notizia che quel galantuomo era in punto d’agonia, e bramava, prima di spirare, dargli l’estremo addio. Eugenio, subito ricevuta la lettera dell’intendente, montò in posta, anticipatamente sbadigliando dalla noia, e preparandosi a dovere, per qualche danaro, gemere, piangere, e far quella commedia cui si allude nell’esordio di questa veridica istoria. Ma quando Eugenio giunse al villaggio dello zio, trovò il buon vecchio già basito e in procinto di andarsene sotterra. Il cortile era pieno di servitori. Da ogni banda accorrevano amici e nemici per godere della vista dei funerali. Si seppellì il defunto. I preti e i curiosi gozzovigliarono in suo onore, e quindi, ben pasciuti, si ritirarono con gravità e sussiego, come persone che han compito un dovere sacrosanto. Ecco Anieghin divenuto campagnuolo, possessore assoluto di manifatture, di canali, di selve, di poderi, esso, fin ad ora, scialacquatore di prima riga, e recalcitrante ad ogni freno! Eccolo che consente a trasformare il suo antico vivere disordinato in una esistenza regolata e sicura. Per ben due giorni interi la solitudine dei campi, la frescura crepuscolare dei querceti, il mormorío d’un placido ruscelletto, gli tornarono a genio. Nel terzo giorno, i boschi, i poggi, le valli, non lo dilettarono più tanto; anzi gli cagionarono un tedio mortale. Finalmente s’accorse e fu convinto, che la noia penetra anche nelle borgate rustiche, quantunque non vi si trovino nè strade, nè palazzi, nè carte da gioco, nè feste di ballo, nè poesie. L’ipocondria accompagnava Eugenio in ogni luogo, e lo inseguiva come una ombra, o una sposa fedele. Io son nato per la vita quieta, per la calma delle ville. Il suono della cetra pare più melodioso in quel silenzio; le visioni della mente son più vive. Ivi mi pasco d’innocenti piaceri, navigo sul liquido cristallo d’un lago; nè conosco altra legge, che il dolce _far niente_. La libertà e la mollezza occupano le mie giornate; leggo un poco, dormo un poco; più non mi cale di quel vano fiato di vento, che si appella gloria. In somma, io passo il tempo come lo passava nella mia infanzia scevro di cure e di pensieri. Fiori, amori, verdura, campagna, riposo, siete i miei Dei tutelari. Mi rallegro sempre quando mi accade di notare qualche divario fra il carattere d’Eugenio e il mio. Senza di ciò, i lettori malevoli, i coniatori d’ingegnose calunnie, riconoscendomi forse a qualche indizio, andrebbero poi vociferando, che ho qui delineato il mio ritratto, secondo l’esempio di Byron, poeta dell’orgoglio. Perchè mai sarebbe più difficile di dettar poemi sopra gli altri, che sopra noi medesimi? Io farò una osservazione. Tutti i poeti si lasciano abbindolar dall’amore ideale. Tempo fa, io adorava certi cari oggetti, la cui effigie mi è rimasta impressa in fondo al cuore. La Musa poi prestò un corpo a quelle vaghe imagini, e celebrò la fanciulla dei monti[47] e le captive delle sponde del Salghir.[48] Adesso, amici miei, non di rado mi dirigete questa domanda: “Per chi palpitano le corde del tuo liuto? A quale delle gelose vergini sacrasti i tuoi concenti? Quale bella, destando in te l’entusiasmo, premiò i tuoi carmi con una occhiata? Chi è quella che divinizzi ora nelle tue carte?” Nessuna, o amici, lo giuro. Pur troppo esperimentai le ambasce forsennate di Cupido. Felice colui che accoppia il fuoco d’amore a quel di poesia, e così duplica il sacro furore dell’ispirazione ad esempio di Petrarca, il quale leniva il suo affanno cantando, e a un tempo stesso s’irradiava di gloria. Ma io, quando corteggiavo le donne, ero stolto e muto. La fiamma d’amore si estinse e rimasi al buio. Allora la Musa m’apparve e dissipò la caligine del mio intelletto. Libero omai, cerco ancora di combinare l’armonia del metro col sentimento e la ragione; scrivo, e con tale esercizio placo gli spasimi del cuore. La mia penna non si balocca più a schizzare, fra i versi non finiti, piedini e volti di donne. La cenere spenta non riarde più. Io tuttora patisco; ma è esausta la fonte delle lacrime, e in breve ogni traccia d’agitazione sarà sparita. Allora m’accingerò a comporre un poema in venticinque canti. Ho già ideato il nesso dell’azione, e stabilito il nome dell’eroe. Intanto eccomi giunto al fine del primo capitolo di questa favola. L’ho riveduto con accuratezza; vi ho scoperto un monte di contradizioni, ma non vo’ sprecar tempo in tôrle via. Adempirò il mio dovere verso la censura, e regalerò questo nuovo frutto ai giornalisti, acciocchè se lo mangino. Vattene adunque sulle rive della Neva, o neonato parto del mio ingegno! Possa tu produrre colà i soliti effetti delle cose illustri: le maligne interpretazioni, i clamori pazzi, e gli improperi. CAPITOLO SECONDO. O rus! ORAZIO. O Russia! _Traduzione libera_. La terra ove s’annoiava[49] Eugenio era un delizioso asilo nel quale un amante dei piaceri semplici avrebbe goduto una perfetta felicità. La casa signorile si ergeva isolata sul margine d’un fiumicello a piè d’un monte che la riparava da’ venti del norte. Intorno intorno verdeggiavano e fiorivano ameni campi indorati di mèssi e prati ubertosi ove spaziavano gli armenti. Qua e là un villaggetto o un vasto giardino abbandonato che spandeva un’ombra fresca ove venivano le Driadi a meditare. Il venerabile castello era costrutto come devono essere tutti i castelli; straordinariamente solido e tranquillo, secondo l’uso dei nostri giudiziosi avi. Sale ampie ed alte, arazzi appesi alle pareti, ritratti d’antenati e stufe di maiolica in ogni camera. Tutto ciò ripugna al gusto odierno, io non comprendo perchè. D’altronde, l’amico badava pochissimo all’architettura e alla mobilia, atteso che sbadigliava nei saloni moderni come negli antichi. Anieghin si domiciliò nella stanza in cui suo zio per quaranta anni di seguito s’era affacciato alla finestra, aveva quistionato colla governante e acciaccato mosche. Nessun lusso nelle suppellettili, pavimento di quercia, due scaffali, un tavolino, un divano di piuma senza alcuna macchia d’inchiostro. Anieghin aprì gli armadi: in uno trovò il quaderno della spesa; nell’altro una collezion di bottiglie di liquori e di cidro e un lunario dell’anno 1808. Il buon vecchio, aggravato da mille faccende, non leggeva altri libri. Solo, in mezzo alle sue proprietà, Eugenio per accorciare il tempo, determinò di stabilire un ordine nuovo nella azienda del suo dominio. Filantropo segregato fralle selve, egli convertì in un lieve tributo annuo gli oblighi feudali;[50] e il servo redento benedì il nuovo signore. Ma un possidente spilorcio e inumano sbuffò di rabbia all’annunzio di tale azione che considerava come una enormità. Un altro invece ne rise malignamente e ambedue s’accordarono in dichiarare Eugenio un matto pernicioso. Dapprima tutti i vicinanti vennero a fargli visita; ma siccome tosto che udiva un _droschi_ per la strada maestra Eugenio inforcava la sella d’un focoso stallone, i vicinanti sdegnati d’un tal comportamento ruppero l’amicizia. “Il nostro compare,” borbottavano essi, “è un ignorante, uno scapestrato, un _frammassone_. I suoi vini fini se li tracanna tutti lui; non bacia la mano alle signore; dice sempre _sì_ e _no_; non v’aggiunge mai _signore_ o _signora_.” Tale era l’opinione della gente intorno ad Anieghin. Giunse allora nel villaggio un altro possidente che diede un nuovo pascolo alle chiacchiere degli oziosi. Chiamavasi Vladimiro Lenschi. Allievo di Gottinga, fautore di Kant, scriveva in poesia, era giovine e bello. Recava dalla lugubre Germania i frutti dei suoi studi: dei principii liberali, un’anima ardente e un po’ bizzarra, un linguaggio esaltato, e capelli lunghi sparsi sulle spalle. Non ancora gangrenato dalla fredda perversità del mondo, il cuore di Lenschi gongolava alla lieta accoglienza d’un amico e alle carezze delle vaghe zittelle. Era Lenschi d’una grande ingenuità di spirito, si lasciava facilmente illudere dalla speranza, dalle apparenze e dalle fanfaronate della gente. Svagava i suoi dubbi a forza di auree e gioconde menzogne. La vita umana gli sembrava un enimma interessante; si rompeva la testa a scrutarlo, e si figurava che dalla soluzione di quello dovesse scaturire qualche miracolo. Andava in cerca dell’anima sorella della sua, di quell’anima che, secondo egli credeva, anelava d’unirsi alla compagna destinatale dal cielo, e, aspettando quel fortunato istante, languiva nel dolore. Supponeva che gli amici fosser capaci d’ogni sacrifizio per l’amico; che fosser pronti a incorrer per lui la prigionia e la morte, e non esitassero mai a rintuzzare le calunnie.... L’indignazione, la pietà, il sacro amore del bene, la sete della gloria, sin dai primi anni, gli fecero palpitare il cuore. Sen giva peregrino per la terra senza altra compagnia che la sua cetra. Ammiratore di Schiller e di Goethe, traeva da essi la scintilla poetica, e quantunque dovizioso, non arrossiva di coltivar le muse. Celebrava nelle sue rime i generosi sentimenti, l’entusiasmo giovanile e l’aurea semplicità; suddito d’amore, cantava l’amore; e i suoi canti eran puri come i pensieri d’una vergine candida, come il sonno d’un fanciullo nella culla, come, in un ciel sereno, il raggio della luna, regina dei sospiri teneri e misteriosi. Egli cantava la separazione, la melancolia, la crudele assenza, la fragranza delle rose, il fiore di sua gioventù appassito in sulla diciottesima primavera e i lontani paesi ove in seno della solitudine egli aveva sparso tante amare lacrime. In quelle triste campagne, Eugenio solo poteva valutare i meriti di Lenschi, il quale fuggiva con premura i tumultuosi banchetti dei possidenti circonvicini, le loro conversazioni serie intorno al vino, alla raccolta del fieno, ai loro cani e alla loro famiglia. Dalla natura degli argomenti, si può desumere che i discorsi di quei barbassori non ridondavano nè di estro poetico, nè di delicatezza, nè di acume, nè di lepidezza, nè di urbanità; ma il consorzio delle loro carissime mogli era molto più sciocco ancora. Ricco dei beni della fortuna, e leggiadro della persona, Lenschi veniva accolto in ogni casa come s’accoglie un genero futuro. Tale è la consuetudine dei villaggi moscoviti. Tutti i padri serbano le figlie per il signorino mezzo russo.[51] Subito che egli entrava, la compagnia si metteva a ragionare degli incomodi della vita celibe. Se invitavano Lenschi a prendere una tazza di tè, la Dunia era incombensata di mescerlo. Il padre le soffiava all’orecchio: “Dunia, attenzione!” Quindi un servitore recava una chitarra, e Dunia incominciava a miagolare: Oh! vieni a me, nel mio palazzo d’oro![52] Ma Lenschi non voleva ancora lasciarsi impegolare alle panie del matrimonio, e niente altro ambiva che contrarre più stretta familiarità con Eugenio. L’onda e il sasso, il verso e la prosa, il ghiaccio e la brace, non son più diversi fra loro di quello che fossero Lenschi e Anieghin; eppure divennero amici sviscerati. A prima giunta, quel reciproco contrasto cagionò qualche urto; ma l’incontrarsi ogni giorno a cavallo o a piedi, fece sì che divennero compagni inseparabili. Così, pur troppo è vero, la scioperatezza è il nodo che ravvicina e unisce gli uomini. Ma fra noi nemmeno tale legame esiste. Accecati dall’orgoglio, reputiamo noi stessi come tante unità e gli altri come tanti zeri. Tutti ci crediamo nuovi Napoleoni, e consideriamo le migliaia di bipedi nostri simili, come gli istrumenti dei nostri capricci; ogni affetto ci sembra cosa stramba e stolta. Eugenio era più tollerante; conosceva gli uomini e li disprezzava in genere, ma faceva in particolare alcune eccezioni. Ve n’erano alcuni che egli stimava e dei quali rispettava l’opinione. Ascoltava Lenschi con un sorriso; quel linguaggio colorato ed eloquente, quello spirito incerto nei suoi giudizi, quell’occhio sempre lampeggiante d’entusiasmo, erano cose nuove per Anieghin. Si asteneva da ogni parola che potesse agghiacciar quell’ardore, pensando fra sè: sarei insano e barbaro, se volessi rapirgli quella felicità momentanea. Pur troppo l’esperienza lo disingannerà. Lasciamogli quella sua fiducia nella perfezione umana e non estinguiamo anzi tempo quel fuoco giovenile; non dissipiamo senza necessità quei deliziosi errori. Non v’era cosa che non servisse loro di testo a qualche controversia e che non li portasse alla riflessione. Le gesta delle generazioni antiche, i frutti della scienza, il bene e il male, i pregiudizi dei secoli, i funebri misteri della tomba, il destino e la vita, porgevano a vicenda ésca alle loro disquisizioni. Lenschi, nel calore della disputa, leggeva a modo di citazioni alcuni squarci di poemi nordici, e l’indulgente Anieghin li ascoltava con attenzione, sebbene da gran tempo li conoscesse. Ma il più delle volte, soggetto dei loro trattenimenti erano le passioni. Eugenio, già da qualche tempo sfuggito a quella insolente tirannia, ne ragionava con un involontario sospiro di rincrescimento. Beato chi provò la violenza delle passioni e finalmente seppe sottrarsi al loro impero! Ma più felice colui che non le conobbe mai, che vinse l’amore colla fuga, e l’odio colla maldicenza! Di quando in quando egli sbadiglia cogli amici e colla moglie, non si lascia trasportare da gelosia e non mette a repentaglio sopra un asso il capitale tramandatogli dagli avi. Quando stanchi della agitazione del mondo ci ricovriamo prudentemente sotto l’insegna della calma e del riposo; quando la fiamma che ci consumava è spenta; quando la febbre delle passioni, le loro estasi, le loro ubíe, i loro richiami tardivi, non ci incutono più che disprezzo; tranquilli alfine non senza fatica, ci dilettiamo talvolta d’udire la descrizione delle passioni altrui. Pare che tal pittura ci rinverdi e ci ringiovanisca. Così il vecchio invalido obliato in fondo al suo tugurio, porge volentieri orecchio ai racconti dei militi novizi che tornano dalla guerra. La bollente gioventù non sa celar nissuna cosa; è sempre pronta a confidare i suoi odii e i suoi amori, i suoi affanni ed i suoi gaudi. Anieghin, veterano dell’esercito d’amore, accoglieva a muso serio le confessioni del poeta, il quale, devoto alla religione del cuore, svelava con ingenuità ogni ripiego della sua coscienza. Eugenio in breve fu istruito di tutti i suoi secreti teneri e dolci, secreti che già da un pezzo ci son noti. Lenschi amava come più non s’ama, come i poeti soli sono ancora capaci d’amare. Sempre, dappertutto, un sol pensiero, un sol desire, un sol tormento gli occupava l’animo. Nè il gelo della lontananza, nè i lunghi anni dell’assenza, nè le ore dedicate alle muse, nè la vista dei paesi forestieri, nè lo strepito delle feste, nè lo studio delle scienze, poterono alterare i sentimenti suoi puri e virtuosi. Appena adulto, ancora ignaro dei perigli delle passioni, s’invaghì della vezzosa Olga di cui divideva le cure e i trastulli infantili sotto il baldacchino dei boschetti ombrosi. I parenti e gli amici, vedendo il mutuo affetto dei due pargoletti, già li predicevano e incoronavano sposi.[53] Olga, tutta spirante bellezza e innocenza, fioriva nella solitudine, fra le soglie avite e sotto gli occhi paterni, come un mughetto ascoso che brilla fra l’erba densa e oscura, ignoto alle farfalle e alle api. Essa concesse al poeta le primizie del di lei vergine cuore, ed egli, trasumanato da quel caro dono, sacrò alla vezzosa i primi lai della cetra. Addio, aurei sollazzi fanciulleschi! D’allora in poi egli ricercò le selve opache, i deserti, il silenzio, la notte, le stelle, la luna — la luna, face del cielo, cui ci rivolgevamo altre volte come ad una fida amica per offrirle le nostre lacrime, grato sfogo dell’interno affanno.... Adesso, divenuti seri e savi, abbiamo per confidenti, invece della luna, i lampioni delle cantonate. Sempre modesta, sempre obediente, allegra come l’aurora, sincera e semplice come l’anima d’un poeta, buona e timida come un bacio d’amore.... occhi cerulei come il firmamento, bocca piena di sorrisi, capelli di seta inanellati, mosse leggiadre, voce soave, Olga insomma.... Prendi, o lettore, un romanzo odierno qualunque, vi troverai il di lei ritratto esatto e perfetto. Io stesso ve l’ho veduto e ammirato; ma a lungo andare mi seccò. Per la qual cosa, lettore benevolo, ti chiederò licenza di parlare di Taziana[54] sorella maggiore di Olga. Sarà la prima volta che simil nome comparirà nelle pagine di un romanzo sentimentale. Ma che? È un nome piacevole e sonoro. So bene che sa un po’ di vieto, e che finora appartenne più alle serve che alle padrone. È forza confessare che non mettiamo molto gusto nella scelta dei cognomi (per non dir nulla del poco gusto che mettiamo nei versi). Fra noi non abonda l’istruzione, ma soltanto l’affettazione e le smorfie di quella. Si appellava dunque Taziana. Nè la sua carnagione di ligustri e rose, nè la bellezza di Olga sua sorella, avevan finora potuto attrarre sopra di lei l’attenzione della gente. Schiva, taciturna, melancolica, paurosa come una damma selvatica, l’avresti creduta straniera nella propria famiglia. Non sapeva, a forze di lusinghe, cattare la buona grazia dei genitori. Non si associava alle danze nè ai giuochi delle fanciulle della sua età, e preferiva starsene sola e muta, per giorni interi, nel cantuccio d’una finestra; o ascoltare, di sera, novelle orribili e strane. Meditabonda fin dalla sua nascita, Taziana sapeva animare colle finzioni della vivace fantasia i suoi solitari ozi. I delicati suoi diti non avevan mai toccato un ago. Non si chinò mai a un tamburo per screziar la tela di fogliami e figure di seta. Sintomo certo di uno spirito dominatore è veder una ragazza che si esercita colla docile sua bambola alle ipocrisie, alle etichette della società, e ripete a quel pezzo di legno le riprensioni che ha ricevute dalla mamma. Taziana non volle mai divertirsi colle bambole nè conversar con loro dei pettegolezzi della città o delle ultime mode. Quando la balia adunava in uno spazioso giardino tutte le fanciulle del vicinato per giocare alla sbarra con Olga, Taziana se ne andava altrove. Quel ridere romoroso, quei sollazzi frivoli, l’annoiavano. Ad essa piaceva più anticipare sopra un balcone lo spuntar dell’alba, quando a poco a poco le stelle si ritirano dall’emisfero scolorato; quando la terra gradualmente s’illumina; quando lo zeffiretto messaggero del giorno aleggia e scherza sulle onde e sui prati. Nelle notti d’inverno, quando il pigro Oriente riposa sotto i raggi smorti della luna annuvolata, Taziana sempre desta all’ora solita esciva da letto al chiaror d’una lucerna. Ben presto si diede a divorar romanzi, e questi le tennero luogo di tutto. In special maniera s’affezionò ai racconti di Richardson e di Rousseau. Il padre di Taziana, galantuomo addietrato d’un secolo, non leggeva mai. Considerava i libri come innocui giocattoli, nè si curava di scoprire quali insidiosi volumi si appiattassero sino al mattino sotto il guanciale di sua figlia. La madre poi, venerava altamente Richardson, non già per averlo letto, non già perchè anteponesse Grandisson a Lovelace; ma perchè sua cugina, la principessa Alina di Mosca, citava molto spesso i nomi di quei personaggi. In quell’epoca, il signor Larin non era ancora che suo pretendente, ma senza speme. Essa ardeva per un altro, del quale stimava più assai il cuore e lo spirito. Questo fortunato Grandisson era un sergente della guardia, famoso damerino e giocatore. Essa, ad esempio di lui, andava sempre vestita di moda e con gran fasto. Ma un bel mattino i parenti della fanciulla la fecero sposa senza nemmeno chiederle il suo consenso. L’assennato marito, volendo dissipare il di lei cordoglio, si trasportò immantinente nelle sue possessioni, e lì la povera signora, circondata da Dio sa chi, s’arrabbiò da principio, pianse, e fu quasi in procinto di piantar lì lo sposo. Poi si addiede alle cure domestiche, s’avvezzò al suo nuovo stato, si placò e s’ammansò. L’abitudine è un gran tesoro largitoci dal cielo, in iscambio della felicità. L’abitudine adunque sopì quella angoscia, che nulla poteva mitigare. Una grande scoperta che essa fece terminò di consolarla. In mezzo alle faccende e agli ozi della villa, trovò un ottimo secreto per governare autocraticamente il consorte, e d’allora in avanti ogni cosa camminò a meraviglia. Essa spezionava i lavoranti, salava i funghi per l’inverno, teneva il conto delle spese, radeva la testa ai giovani coscritti,[55] andava al bagno il sabato, e quando era di mal umore picchiava le serve, senza mai chieder licenza ai marito. Scriveva col suo sangue negli _album_ delle giovini amiche, cangiava per vezzo il nome di Prascovia in quello di Paolina; portava fascette molto strette, parlava con una cantilena, pronunziava la N russa col naso, come una N francese;[56] ma tosto smesse tutto ciò, e dimenticò gli _album_, i versi teneri, la principessa Paolina e le fascette; chiamò bonariamente Aculca, la cameriera che prima chiamava Celina, e in somma, incominciò a far uso di scuffie semplici, e di gonnelle ovattate. Il suo signore l’amava cordialmente; non s’immischiava mai nei di lei negozi, e aveva messa in lei una fiducia scevra d’ogni sospetto. Pranzavano ambedue in veste da camera. La vita loro scorreva in perfetta quiete. Talvolta, verso sera, i vicinanti s’adunavano a veglia, per pungersi fra loro, per dir male del prossimo, e ridere un poco di questo e di quello. Così passava il tempo. Si pregava Olga di preparare il tè; poi veniva l’ora di cena, poi l’ora di dormire, ciascun se ne tornava a casa propria. Essi osservavano nella loro placida esistenza gli usi e i costumi antichi. In tempo di carnevale facevano le frittelle. Il _cvas_[57] era la loro unica bevanda, e a mensa, offrivano i piatti a ciascun convitato, secondo la sua qualità e il suo rango. In tal guisa invecchiarono insieme. La porta del sepolcro si aprì poi per essi, e il fortunato sposo ricevè allora una nuova corona. Morì un’ora avanti desinare. I figli e la moglie fedele lo piansero più sinceramente degli altri parenti. Era un uomo schietto e buono; e nel posto ove giacciono le sue ossa, si erge un monumento funebre, con questa iscrizione: _Sotto questa lapida riposa in pace Demetrio Larin, umile peccatore, servitore del Signore, e brigadiere_. Reduce nei suoi penati, Vladimiro Lenschi visitò il modesto monumento dell’amico, diede un sospiro alla sua memoria, e rimase un istante pensoso e afflitto. Poi sclamò: “_Poor Yorick!_[58] egli mi tenne fralle sue braccia! Come io mi divertiva colla sua medaglia d’Occiacoff![59] Mi promise Olga in isposa, dicendo: Quando verrà quel giorno?...” E oppresso dall’affanno, Vladimiro tracciò sulla pietra un funereo madrigale. Siccome poi continuava in quella vena poetico-sepolcrale, improvvisò iscrizioni analoghe per suo padre e per sua madre.... Ahi che le generazioni, quasi mèssi caduche, germogliano, per voler della Provvidenza, nei solchi della vita, maturano, si inaridiscono, periscono! Altre poi subentrano a quelle.... La nostra razza fragile e fugace, cresce, si agita, ferve, e precipita al fine nell’abisso funesto, in che la spinge senza cessa il tempo. E verrà un momento, in cui i nostri nepoti ci cacceranno dal mondo per occupare il nostro posto. Frattanto inebriatevi, amici, di questa labile esistenza! Io ne fo poca stima, perchè ne conosco tutta la vanità. Son ceco alle illusioni, ma talvolta le speranze remote mi abbagliano ancora la vista, e mi rimescolano il sangue.... Oh quanto mi dorrebbe d’escir di vita, senza lasciar nel mondo orma del mio passaggio! Non scrivo già per la fama: vorrei poter narrare il mio tristo destino, affinchè qualche amico serbasse nel cuore l’eco dei miei lamenti e del mio amore. Forse troverò quell’amico; e questa strofa da me composta, non piomberà in grembo a Lete. — Forse, o lieta idea! l’avvenire serberà il mio ritratto, e lo mostrerà dicendo: “Questi, questi era poeta!” Accogli dunque le mie grazie, o cultore delle pacifiche Pieridi, o tu la cui mano pietosa adunerà le mie sparse rime, e cingerà il mio crin canuto di sempre verdi allori! CAPITOLO TERZO. Elle était fille, elle était amoureuse. MALFILATRE. “Dove corri? Ahi, poeti! poeti!...” “Addio, Anieghin, è tempo che io vada.” “Non ti trattengo. Ma dove passi la serata?” “Dai Larin.” “Mi fa specie. Come mai non t’incresce di perdere in tal guisa i tuoi istanti?” “Niente affatto.” “Non so capire il tuo gusto. Mi pare di vederli. Non è così?... Una sempliciotta famiglia russa; gran cordialità per gli invitati; tortelli di panna; i soliti ragionamenti intorno alla pioggia, al lino e al bestiame.” “Non ci vedo nessun male.” “Il male, caro amico, è la noia.” “Io fuggo le vostre riunioni eleganti; preferisco una società senza pretensione ove posso....” “Ecco daccapo la bucolica!... Basta, basta per amor del cielo. Tu parli.... ma odi, Lenschi! non potrei vederla io questa Fillide, oggetto dei tuoi pensieri, delle tue lacrime, delle tue rime, eccetera? Presentami.” “Tu mi beffi.” “Oibò.” “Acconsento.” “Quando?” “Adesso subito.” “Le donne ci accoglieranno con piacere. Andiamo.” I due amici entrano, e si presentano. La famiglia li colma di tutte le gentilezze proprie dell’antica ospitalità. Si imbandiscono i tortelli nei piattini, e si colloca una brocca d’acqua di mirtillo sopra un desco incerato. . . . . . . . Tornano a casa nel loro _droschi_ per la strada più corta, e con gran fretta. Ora, ascoltiamo di nascosto il dialogo dei nostri due personaggi. “Che hai, Anieghin? Tu sbadigli?” “È un vizio, Lenschi.” “Sei forse più annoiato di prima?” “No, sempre allo stesso modo.... Fa buio per la campagna. Cammina più presto, cocchiere! Che brutti posti! A proposito: la Larin è una buona vecchiotta molto amabile.... ma ho paura che quell’acqua di mirtillo m’abbia a danneggiare lo stomaco.... Dimmi, chi è Taziana?” “È quella ragazza melancolica e taciturna come Svetlana...[60] quella che è entrata e s’è messa a sedere alla finestra.” “Come mai ti sei innamorato della minore?” “Perchè?” “Io avrei prescelto la maggiore, se fossi poeta come sei tu. Non v’è vivacità nella fisonomia d’Olga. Rassomiglia alla Madonna dei Van Dyck. Ha il viso tondo e rosso come quella stolta luna, laggiù su quello stolto orizzonte.” Vladimiro rispose seccamente, e non fiatò più parola per tutto il resto del cammino. Frattanto l’apparizione di Anieghin nella casa dei Larin produsse una grande impressione, e diede che ciarlare a tutti i vicinanti. Si almanaccarono mille congetture; ognuno chiacchierò, burlò, giudicò senza giudizio, e pronosticò un marito alla Taziana. Alcuni persino asserirono, che il matrimonio era già stabilito, ma differito per il motivo che non si era potuto trovare un anello di moda. In quanto allo sposalizio di Lenschi, i vicinanti l’avevan già da gran tempo combinato. Taziana, non poteva udire senza stizza quei pettegolezzi; eppure in secreto, provava una certa dolcezza nel pensarvi. L’idea del matrimonio le s’innestò nel cuore, e poco a poco involontariamente s’innamorò. Così il seme caduto nel seno della terra, germoglia sotto i raggi di primavera. Da un pezzo di già, l’imaginazione di Taziana, maturata dall’ozio e dalla tristezza, appetiva un pascolo costante; da gran tempo, una inquietezza profonda angustiava quel giovine petto; e quell’anima inesperta aspettava qualcheduno. Egli venne. Taziana aprì gli occhi, esclamò: È desso! Ormai i giorni e le notti, il sonno e la veglia, sono pieni di lui; tutto parla di lui senza posa all’animo della gentil giovinetta. Il resto le viene a noia, e l’aura dei complimenti, e le cure premurose dei servitori. Immersa nella meditazione e nel dolore, non attende più agli amici di casa; maledice la loro venuta inopportuna, e la loro dimora prolungata. Con che ardore essa legge ora i romanzi sentimentali! Con che voluttà gusta ora i raggiri e gli inganni dei seduttori famosi! Tutti quei caratteri ideali foggiati dai poeti, l’adoratore di _Giulia Volmare_,[61] _Malec Adel, De Linard_, il martire _Werther_, e l’impareggiabile _Grandisson_, che sembra a noi un eroe soporifico, si condensarono tutti, nella mente di Taziana, in un solo tipo, si fusero tutti nella persona di Anieghin. Taziana, figurandosi essere la protagonista dei suoi romanzi prediletti, ora Clarice, ora Giulia, ora Delfina,[62] passeggia sola pei boschi con quei pericolosi libri. In essi cerca e trova l’espressione della fiamma secreta che nutre in seno, e di quei sogni che provengono da una troppa pienezza di vita. Essa sospira, e appropriandosi le estasi e gli strazi altrui medita e compone sconsideratamente una lettera diretta al caro idolo suo.... Ma il nostro amico, comunque egli la pensi, non è un Grandisson. Gli antichi scrittori di romanzi, in uno stile che consuonava al tuon dell’argomento, ci rappresentavano il loro protagonista come un vero modello di perfezione, dotato d’un cuore sensibile, d’un ingegno sublime, d’un aspetto incantatore, ma contuttociò perseguitato dall’iniquità del mondo. Acceso d’una passione sincera e illibata, animato d’un continuo entusiasmo, egli era ognor pronto a sacrificar sè stesso per gli altri; e verso l’ultimo capitolo del libro, il vizio vedevasi sempre punito, e la virtù sempre ricompensata. Ma oggidì come siam decaduti! La morale ci fa l’effetto d’un narcotico. Il vizio solo ci sembra piacevole in sè stesso e nei romanzi nei quali trionfa. Le chimere della Musa britannica turbano il sonno delle fanciulle di men di dodici anni, che han sempre presente al pensiero o il fantastico _Vampiro_, o _Melmoth_ l’oscuro avventuriere, o il _Giudeo errante_, o il _Corsaro_, o il misterioso _Sbogar_.[63] Almeno Lord Byron con lodevole audacia improntò di romantica mestizia l’egoismo disperato. Amici cari, qual ne sia la cagione? Forse un dì io cesserò di verseggiare, se così vuole il cielo. — Un altro demone s’impossesserà di me, e sprezzando le minacce di Febo, mi umilierò fino a trattar la vile prosa. Farò succedere ai miei poemi arditi un romanzo modesto. Non dipingerò in stile orrendo, nè tormenti atroci, nè delitti secreti, — ma vi racconterò con semplicità le tradizioni di qualche famiglia russa, le illusioni ridenti dell’amore, e i costumi dei nostri antenati. Vi riferirò i saggi consigli d’un buon padre, o d’un buono zio; gli incontri dei giovanotti in riva a un ruscello, sotto un vecchio tiglio; gli spasimi crudeli della gelosia e della separazione e le lacrime della riconciliazione.... Attraverserò l’amore dei miei personaggi con ogni sorta d’ostacoli, poi finalmente li cingerò del sospirato serto nuziale. Mi ricorderò allora le espressioni appassionate, le dichiarazioni eloquenti che mi scaturivan dal cuore nei tempi andati quando mi ponevo ginocchioni davanti alla mia bella, ma che adesso mi sono tutte quante uscite dalla mente. Taziana, diletta Taziana! ora io piango teco che hai rimesso il tuo destino in poter d’un tiranno alla moda. Perirai, mia cara; ma frattanto ti pasci di speranze, invochi una tragica felicità, assapori il soave veleno della passione e del desiderio; mille voluttuose visioni ti svolazzano intorno; ogni luogo ti comparisce un ricetto propizio agli amorosi colloqui; e ovunque porti i passi hai davanti agli occhi la soave imagine del tuo astuto tentatore. In preda a una tristezza ineffabile, Taziana va a gemere nel giardino. Tutto a un tratto abbassa i cigli a terra, e non può andar più oltre. Il seno suo ondeggia, il cuore palpita, le guance si tingono di porpora, il respiro vien meno sulle labbra, le orecchie ronzano, le luci si oscurano....[64] Soprarriva la notte; la luna fa la ronda nella volta cerulea del firmamento; il rosignolo esala i suoi melodici trilli nella caligine dei boschi. Benchè sia tardi, Taziana non riposa, ma confavella a bassa voce colla balia. “Non posso dormire, balia; fa così caldo qui!... Apri la finestra e pónti a sedere accanto a me.” “Che hai, Taziana, che hai?...” “Sono inquieta; discorriamo un poco del tempo passato....” “Che ti dirò mai?... Sapevo molte istorie d’orchi, di malvagi spiriti e di fanciulle, ma mi son fuggite dalla mente.... quel che sapevo non lo so più.” “Raccontami gli anni di tua gioventù. Sei mai stata innamorata?” “Ti pare, Taziana! In quei tempi non si parlava ancora d’amore; e se ci avessi pensato, mia matrigna buon’anima m’avrebbe ammazzata.” “Come dunque facesti per maritarti?” “Non ne so nulla; Dio volle che così fosse. Il mio Gianni, era più giovine di me.... io avevo tredici anni. Una comare venne dai miei genitori, e finalmente mio padre benedì la nostra unione. Io piansi tanto, tanto, dalla paura! Mi intrecciarono i capelli ad onta dei miei urli, e mi menarono cantando in chiesa. Così entrai in una nuova famiglia.... Ma, Taziana, tu non mi ascolti....” “Ahimè, balia mia, io smanio, io spasimo, io sto per singhiozzare, per prorompere in pianto.” “Figliuola cara, sei incomodata.... Dio ci aiuti e ti conservi! Domandami quel che gradisci.... Lascia ch’io ti spruzzi il viso d’acqua santa.... Sei tutta bollente....” “Non sono ammalata, balia, no.... io.... sai, balia.... io sono.... innamorata.... “Dio ti guardi, figliuola mia!” E borbottando una orazione, la buona vecchia colla sua mano grinzosa, benedì la giovinetta. “Sono innamorata,” ripetè Taziana con veemenza. “Ma, carina, ti dico che stai male di salute.” “Lasciami; io sono innamorata.” Frattanto la luna rischiarava col tremolo barlume il pallido volto, i capelli snodati, le calde lagrime di Taziana, e insieme la vecchia canuta la quale stava a sedere vicino alla fanciulla sopra uno sgabello con un fazzoletto in capo e una fascetta indosso. La natura intera raccolta e silenziosa sembrava meditare ai raggi della luna. Taziana collo sguardo fisava quell’astro e col pensiero volava chi sa dove.... Le salta in testa una idea: “Vattene,” grida alla balia, “lasciami sola. Dammi carta e calamaio; approssima il tavolino, fra poco mi ricoricherò.... Buona notte.” Taziana è sola. Ogni cosa tace. La luna la illumina. Colla testa puntellata sul gomito, Taziana scrive. Eugenio le sta sempre presente. Trasfonde in una imprudente epistola tutto l’innocente amore che le ferve in petto. La lettera è bella lesta.... Taziana, per chi codesta lettera? Ho conosciuto delle belle inaccessibili, fredde e pudiche come l’inverno, inesorabili, incorruttibili, incomprensibili. Io ammirava il loro orgoglio di moda, la loro naturale virtù, e confesso che le scansavo e fuggivo con orrore perchè parevami legger scritto sulla loro fronte: _Lasciate ogni speranza_.... come sulla soglia dell’inferno. Ispirare amore lo stimano una calamità; e loro diletto è spaventare i cuori. Può darsi che abbiate incontrato di cotali donne sulle sponde della Neva. Ho veduto fra una turba di adoratori obedienti altre dee capricciose, egoiste, ed indifferenti ai sospiri e alle lodi. Ma qual fu il mio stupore quando m’avvidi che se colla loro severità tremenda scacciavano l’amante timido, tosto lo richiamavano indietro a forza di finezze, e di promesse! E il credulo giovinetto, accecato dall’amore, tornava a ripigliare le antiche catene. Perchè sarebbe Taziana più colpevole? Forse perchè, nella sua cara semplicità, essa non s’accorge del suo fallo e confida pazzamente in un dolce errore? Perchè essa ama da novizia e cede all’attrazione del primo sentimento? Perchè le largì il cielo imaginazione inquieta, ingegno fervido, volontà risoluta e ostinata, cuore tenero e ardente? Non le perdonerete forse la sua imprudenza? Le civette giudicano con sangue freddo. Taziana ama per davvero, e da bambina che è, s’abbandona all’amore senza riserva nè condizioni. Essa non calcola; non dice “Aspettiamo. La dilazione accresce pregio ai favori. Ritardando, lo prenderemo più sicuramente al laccio. Prima di tutto stimoliam la vanità col pungolo della speranza; sbraniamo poi il cuore col dubbio; e incendiamolo finalmente di gelosia. Senza di ciò, il prigioniero, tosto satollo di voluttà, cercherebbe ad ogni istante di rompere i suoi ceppi.” Ecco ch’io mi imbatto in una difficoltà. Per salvar l’onore del mio paese natío, io dovrò tradurre nel nostro idioma la lettera di Taziana. Questa fanciulla non leggeva i nostri giornali e durava gran fatica ad esternare i suoi concetti nella lingua materna; quindi è che essa scriveva in francese.... Che ci ho che fare io? Convien ch’io lo confessi. Finora le nostre signore non han mai espresso il loro amore in volgare russo e questa superba favella è rimasta fin qui estranea allo stile epistolare. So che si vogliono obligare le donne a legger libri russi. In coscienza ciò mi sgomenta. Come mai figurarsi una bella signora col _Bene intenzionato_ fra mano?[65] Lo domando a voi, giovani poeti; non è egli vero che tutte le leggiadre seduttrici alle quali, pei vostri peccati, dirigete di nascosto le vostre rime, capiscono a stento e stroppiano deliziosamente la lingua moscovita? Non è egli vero che una lingua straniera è divenuta loro più familiare della propria? Dio mi liberi dall’incontrare in una festa di ballo o sul verone, all’ora della partenza, un seminarista con uno scialle giallo o un accademico con una scuffia da dama. Siccome aborro un bel labbro vermigliuzzo privo di sorriso, così detesto il parlar russo senza solecismi. Forse un dì fia, in cui, per mia sventura, una nuova generazione di figlie d’Eva, cedendo alla supplice voce della stampa, si degnerà di studiar la grammatica. Allora i versi saranno di moda. Ma io?... che importa! Io rimarrò affezionato agli usi antichi. Un balbettío scorretto e indolente, una pronunzia incerta e tremebonda mi ecciterà nel seno la stessa emozione di prima. Niente potrà guarirmi di tal difetto. I gallicismi mi son cari come i primi errori di mia gioventù, come i poemetti di Bagdanovis.[66] Ma basta così. È tempo ch’io mi occupi della lettera di Taziana. Ho impegnato la mia parola, — eppure, eppure — sto in dubbio se la manterrò. So che le molli elegie di Parny[67] non godon più la stima comune. Cantor dell’allegria e della melancolia, o Baratinschi! Se tu fossi qua, ti farei una domanda indiscreta. Ti pregherei di tradurre in armoniosi metri la bizzarra prosa d’una fanciulla innamorata. Dove sei? Avánzati. Io ti cedo riverente ogni mia prerogativa. Ma divezzato dagli elogi, egli erra solo sotto il cielo finnico, e non ode il mio appello. Lo scritto di Taziana è lì innanzi a me. Io lo conservo come una reliquia; lo leggo con un secreto affanno e non so saziarmi di scorrerlo. Chi potè insegnare a Taziana quella eloquenza piena di venustà e di calore? Chi le ispirò quello stile grazioso e patetico, persuasivo e funesto? Non saprei indovinarlo. Ecco intanto una traduzione insufficiente e imperfetta, un fievole eco di quella musica del cuore; in somma il Freischuetz,[68] cantato da una compagnia di principianti. _Lettera di Taziana a Anieghin._ “Io vi scrivo. Che posso io far di più? Che posso io dire di più? Ora, voi avete il diritto di disprezzarmi. Ma spero che compatirete alla mia misera sorte e che non mi ci abbandonerete. Da prima, io voleva tacere. Credetemi: non vi avrei svelato la mia debolezza, se avessi potuto lusingarmi di vedervi nella nostra villa di quando in quando; per esempio una volta per settimana, e di udire almeno la vostra voce, di scambiar qualche parola e poi pensare sempre, sempre a voi, a voi solo, sino al nuovo incontro. Ma si dice che siete misantropo, che la campagna vi tedia, che la società vi importuna. Si dice che noi non vi siamo cari punto, sebbene vi amiamo con sincerità. Perchè ci veniste a visitare? In questa nostra solitudine io non vi avrei conosciuto e non avrei provato le pene che provo. Col tempo avrei domato forse le ribellioni di questa anima irrequieta e inesperta, avrei trovato un amico veritiero; sarei stata sposa fedele e virtuosa madre... ”Un altro.... no; a nessuno altro donerò io il cuore. Così sta scritto nel libro del destino; così vuole la mia stella; io son tua.... tutta la mia vita è stata la preparazione di questo affetto per te. — So che Dio a me ti invia per esser mio protettore fino alla tomba.... già da gran tempo mi apparivi in visioni notturne.... prima di vederti già ti conoscevo e t’amavo, — il tuo penetrante sguardo, il tuo accento soave mi sconvolgeva il petto.... E non era un sogno! Appena ti scorsi, io ti riconobbi; rimasi immota e muta, arsi tutta e dissi fra me: è desso! Non è egli vero? Io ti ho udito più volte, più volte mi hai parlato mentre io andava a soccorrere i poveri o quando in chiesa mi sforzava di sedare le mie angosce alzando preghiere all’Eterno. Non sei tu che sovente spazi intorno a me nelle ombre trasparenti della sera e ti chini pietoso sul mio letto? Non sei tu che mi susurri all’orecchio parole di speranza e d’amore? Chi sei tu? Il mio angelo tutelare o il mio perfido tentatore? Dissipa la mia incertezza. Forse tutto ciò è menzogna vana, allucinazione d’una fantasia esaltata. E così sia. D’ora innanzi, io rimetto la mia sorte nelle tue mani. Ho sparso le mie lacrime nel tuo seno e imploro il tuo sostegno.... qui, sono sola.... nessuno mi comprende; la mia ragione vacilla; io perirò tacendo. Ti aspetto. Ravviva col tuo sguardo le mie speranze o sperdi le mie illusioni tacciandole di delitto. ”Finisco. Vi sembrerà strano il mio linguaggio — mi sento svenire dalla vergogna e dal terrore — ma la vostra onoratezza mi rassicura e in essa confido.” Taziana ora geme, ora sospira. La lettera trema nella di lei mano. L’ostia rosata si secca sulla sua lingua inaridita. La vezzosa piega il bel capo e a quell’atto la sua camicia cade dalla bianca spalla. In quel punto, la luna si ritira sotto un velo di vapori. Taziana guarda e ascolta. La valle s’ammanta di nuvole; il torrente risplende come un nastro d’argento; il corno dei pastori desta i contadini; l’alba brilla: tutti si alzano. Taziana non bada all’aurora. Sta seduta colla testa bassa. Non si sa risolvere a stampare il suo sigillo sulla lettera. La serva Filippevna dal crin grigio, arreca il tè sopra un vassoio. “Lévati,” sclama, “lévati, figliuola cara; è tardi.... ma che miro? sei bell’e vestita! O cara lodoletta mattutina! Che paura mi mettesti ieri sera! Ma grazie al cielo, sei sana.... non riman segno del tuo incomodo.... hai il volto rosso che pare proprio un papavero.” “O balia, fammi un piacere....” “Due, figliuola. Comanda pure....” “Non credere già.... non sospettar mica.... non dir di no, veh!” “Come è vero il vangelo, io ti servirò.” “Dunque, manda di nascosto il tuo nipotino dal.... dal vicinante A.... con questo biglietto.... e intimagli che non mi nomini, che non dica....” “Ma a chi mai? cara padroncina.... sono divenuta così smemorata e ci son tanti vicinanti intorno a noi che non li saprei nemmeno contare.” “Come sei poco furba, balia mia!” “Dolce figliuolina, io son vecchiotta; mi si è affievolito l’ingegno.... nei tempi andati ero vispa anche io; indovinavo il volere dei padroni a un cenno, a un alito....” “O balia mia, che mi cianci? Che ho io bisogno del tuo ingegno.... To’; questo biglietto è per Anieghin.” “Ho capito, ho capito. Non ti riscaldare, anima mia; sai che son dura di zucca.... ma perchè torni ad esser così pallida?” “Non sarà niente, non sarà niente. Manda presto il tuo nipotino.” Un giorno passa; non vien risposta. Un altro giorno arriva, egual silenzio. Smorta come un fantasma e vestita sin dall’alba, Taziana aspetta: quando verrà la risposta? Giunge intanto l’amante di Olga. “Dite, dov’è il vostro amico!” domandò la padrona di casa. “Egli ci ha del tutto dimenticati.” Taziana a quelle parole arrossì e tremò. “Ci ha promesso di venire oggi,” disse Lenschi alla vecchia. “Credo che abbia lettere da scrivere....” Qui Taziana atterrò lo sguardo come chi ode una rampogna amara. Incominciava a far buio. Il _samovar_ di rame[69] splende sulla tavola, e riscalda la lettiera di porcellana chinese, intorno alla quale s’aggira un sottile vapore. Il tè odoroso mesciuto dalle manine di Olga scorre nelle tazze a flutti verdeggianti: un valletto porge la panna. Intanto Taziana, astratta, ritta davanti alla finestra, soffiava sui cristalli e vi segnava col suo bel ditino, l’adorato monogramma: un E accoppiato a un A. E l’anima di Taziana era mesta e gli occhi suoi traboccavan di lacrime. Tutto a un tratto, s’ode un rumore. Il sangue le si agghiaccia nelle vene. Qualcheduno giunge, scende.... è Eugenio. Entra nel cortile. Taziana si slancia al vestibolo, quindi al verone, balza nel cortile e sparisce nel giardino. Sembra aver ali ai piedi. Non ardisce volger l’occhio indietro. In un attimo, varca gli argini, i ponti, i fossi, il viale che conduce al lago, il boschetto. Si dirige al ruscello per mezzo ai _parterre_, calpesta e schiaccia gli stipiti dei lilla, e anelante e spossata si lascia cader sopra un sedile. “Egli deve esser qui.... Dio mio, che penserà di me!” Abbacinata dalla passione, essa si pasce di speranza, palpita, geme e aspetta.... Quando verrà egli? Mira, e nulla vede. Le serve della villa, sparse per le aiuole, colgono le fravole fralle siepi e i dumeti, cantando in coro per ordine dei padroni. Ingegnoso ripiego trovato dall’astuzia signorile per impedire alle serve di mangiare i frutti mentre li vanno staccando dalla pianta. CANTO DELLE SERVE. Sull’erba folta Delle campagne, Andiam, compagne, Alla raccolta. Per le viottole, Narrando favole. Cantando frottole, Cogliam le fravole E l’uva spina Carca di brina. Dal nostro canto Sedotti, intanto, I garzoncelli Leggiadri e snelli Verranno a tresca Sull’erba fresca. A lui che amiamo, Al nostro rege, In sen gettiamo Fiori e ciriege, Nero mirtillo, Verde serpillo! Il canto dolce Le pene molce; Al cuor che geme Rende la speme; I voti appaga; Sana ogni piaga. Cantiam, cantiamo! Così cantano le serve. Taziana non presta attenzione a quelle rustiche melodie; ma s’aggira impaziente. Vorrebbe che si placassero i palpiti del suo cuore e che si dileguasse il rossore delle sue guance. Ma più l’ora s’avanza, più il turbamento della giovinetta va crescendo. Tale vediamo la farfalletta dibattere le ali variegate tralle mani di un protervo scolare; tale la lepretta timida rabbrividisce fralle biade quando scorge il cacciatore che s’inginocchia in mezzo ai cespugli, per appuntare l’arme. Finalmente essa respira e s’alza. S’incammina verso il viale, ma non vi aveva fatto dieci passi allorchè s’imbattè in Eugenio. Questi le parve in quel momento non già quel ch’era prima, ma uno spettro minaccioso, con occhi rutilanti di sdegno. Taziana si ferma quasi percossa dal fulmine. Ma non mi basta l’animo di narrarvi oggi il seguito di quell’incontro. Questo capitolo è già troppo lungo. Sono stanco di lavorare e convien ch’io vada a passeggiare e a riposarmi un poco. Terminerò poi l’istoria in un modo qualunque. CAPITOLO QUARTO. La morale est dans la nature des choses. NECKER. Meno amiamo una donna, più siam certi di andarle a genio e di acchiapparla al vischio della seduzione. Fu un tempo in cui l’empio libertinaggio si spacciava impudentemente per vero amore; insidiava e tradiva con fredda premeditazione e con impunità. Ma tali scherzi licenziosi van lasciati ormai a quei vecchi scimmiotti decantati dai nostri antichi; gli allori di _Lovelace_[70] si sono avvizziti e sbiaditi insieme coi lacchi rossi e le perrucche a buccoloni. Come può un uomo assoggettarsi a una eterna ipocrisia, ripetere senza fine le medesime nenie, affaticarsi a persuadere cose di cui tutti son da gran tempo persuasi; combatter sempre le stesse obiezioni, sempre confutare quelli stessi pregiudizi che non esisterono mai nemmeno presso le bambine di tredici anni? Chi non ha provato quanto son cosa dura le minacce, le suppliche, le imprecazioni, le paure imaginarie, le bugie, le calunnie, gli anelli, le lacrime, i sospetti delle zie e delle madri, l’amicizia insoffribile di un marito? Così appunto pensava il mio Eugenio. Nella sua prima gioventù, fu in balía di fatale smarrimento e di indomabili passioni. Effemminato dalla mollezza e dal lusso, illuso per un poco dagli uni, disingannato tosto dagli altri, consumato dal desiderio, disgustato dei suoi successi efimeri; sempre occupato a trasformare i suoi sbadigli in sorrisi, e sentendo sempre in mezzo allo strepito e al silenzio la voce della coscienza che lo rimbrottava: così visse Eugenio per ben due lustri; così lasciò perire il più bel fior degli anni suoi. Ora, egli non circonveniva più le fanciulle; tendeva le reti alle donne. Se lo ributtavano, tosto si consolava; se lo gabbavano, godeva di prender qualche sosta. Le corteggiava senza fanatismo, e le abbandonava senza rammarico, appena memore dei loro favori e de’ loro furori.... In simil guisa, uno straniero indifferente, invitato a una partita di whist, si pone a sedere, gioca, e quando finisce il trattenimento, se ne torna a casa passo passo e s’addormenta senza saper dove anderà a conversazione la sera susseguente. Comunque sia, il biglietto di Taziana commosse profondamente Anieghin. L’ingenua manifestazione di quel sogno virginale sconvolse tutti i suoi pensieri. Si raffigurò subito Taziana, e quel sembiante scolorato e quell’aria melancolica; e l’anima sua piombò in una molle e vaga contemplazione. Forse sentì risvegliarsi l’antico ardore e l’antica baldanza; ma la rintuzzò; chè non volle tradir la fiducia d’una fanciulla inesperta. Ora, vi ricondurrò, lettore, al luogo ove i nostri personaggi s’incontrarono. Per ben due minuti tacquero. Quindi Anieghin s’appropinquò a Taziana dicendo: “Voi mi avete scritto un biglietto. Non dite di no. Ho fra mano la confessione d’un’anima credula e ingenua. ”Il vostro candore mi è caro. Il vostro affetto ridestò quasi l’agitazione in un petto da gran tempo tranquillo. Ma non voglio lusingarvi; voglio contraccambiare la vostra schiettezza con una schiettezza non minore. Datemi ascolto un momento. Io mi sottometto alla vostra sentenza. ”Se io potessi circonscrivere la mia esistenza nella sfera domestica; se il destino propizio mi volesse fare sposo e padre; se gli onesti piaceri della vita di famiglia potessero un istante affascinarmi; io non prenderei per certo altra consorte che voi. Vi dichiaro senza nessuna iperbole poetica che trovo in voi quel tipo ideale che mi son dipinto nella mente, e che vi sceglierei qual socia dei miei tristi giorni, quale simbolo e modello d’ogni cosa bella. E credo che con voi io sarei felice quanto mi sia concesso di essere. ”Ma io non son nato per la felicità! Quando la buona ventura mi si para davanti, io le volto le spalle. Ammiro il vostro merito, bramerei goderlo; ma ne son indegno. Credetemi, il matrimonio sarebbe per noi un vero martoro. Più vi avrei amato prima di possedervi, meno vi amerei dopo. Vi mettereste a piangere. Le vostre lacrime non mi moverebbero, anzi mi accanirebbero sempre più. Queste son alcune delle rose di cui ci cingerebbe l’imeneo per molti e molti anni. ”Non credo v’abbia al mondo spettacolo più tristo di quello d’una povera moglie che geme dì e notte nell’abbandono e aspetta il marito, il quale, sebbene conosca la virtù e i pregi di lei, si mostra sempre barbaro, accigliato, arrabbiato, freddamente geloso, e sempre bestemmia il suo destino. Questo è il mio ritratto. Cercavate voi un tale sposo, o anima casta e pura, quando mi scriveste con tanto senno e tanta grazia? No, vi risparmi il cielo una tale sciagura. Le illusioni sono come le ore; passano e non tornan più. Le mie non possono rivivere. Vi amo come s’ama una sorella e forse anche con maggior fervore. Uditemi dunque senza ira. Spesso accade che una fanciulla sostituisce a un errore un altro errore, come l’albero all’aura di primavera rinnovella le foglie. Così prefisse il fato. Amate ancora, ma.... sappiate moderarvi; non tutti intenderebbero il vostro linguaggio come l’ho inteso io. L’inesperienza, può condurre ad un abisso....” In tal modo finì la predica d’Eugenio. Taziana l’ascoltò col respiro interrotto dall’angoscia, cogli occhi accecati dalle lacrime, nè ardì fare una sola osservazione. Egli le porse la mano. Essa la prese mestamente o _meccanicamente_ (come dicon taluni), e vi si appoggiò in silenzio. Poi fece il giro del viridario, e se ne tornò a casa colla testa bassa. Entrarono insieme nel salone, e nessuno fiatò parola. La vita di campagna ha le sue franchige e i suoi cari privilegi come la città di Mosca. Confesserete meco, lettore, che il nostro amico agì molto garbatamente colla misera Taziana. Non era la prima volta che egli dava saggio di generosità, sebben la malizia della gente lo accusasse d’ogni vizio. I nemici e gli amici (espressioni quasi sinonime) gareggiavano di zelo a diffamarlo. Ciascun di noi in questo mondo ha i suoi nemici; ma Dio ci liberi dagli amici![71] Io ne ho avuti tanti, o amici miei! E sa il cielo se la loro amicizia mi fu _cara_! Ma procuriamo di sbandire le larve insane e funebri che ci assediano. Intanto, fra parentesi, noterò una verità. Non havvi ciarla assurda e plateale; non havvi calunnia vile e sucida nata nel fango dei postriboli e ampliata dalla scelleraggine del _gran mondo_,[72] che il vostro amico non ripeta le mille volte in un crocchio di persone oneste, senza la menoma malizia nè perfidia; anzi con un sorriso di benevolenza; imperocchè egli, in fatti, vi è devoto, e vi ama come un prossimo consanguineo. Hem! Hem! Pregiatissimo lettore! Sta sana tutta la vostra famiglia?... Ma forse gradireste sapere che cosa io intenda per famiglia. Ve lo definirò in poche righe. Nostra famiglia sono coloro cui ci corre obligo di adulare, di accarezzare, di venerare con tutto il cuore; coloro che, secondo l’uso di questo paese, dobbiamo abbracciare nel giorno di Natale, o ai quali dobbiamo mandare a capo d’anno un biglietto di visita per la posta, affinchè durante i dodici mesi seguenti essi non pensino più a noi.... Che Dio conceda loro lunga vita! L’affezione d’una tenera fanciulla è più salda di quella degli amici e dei parenti. In mezzo alle peripezie più dolorose essa ti conserva i tuoi diritti e ti conforta. È vero. Ma il torrente della moda, l’incostanza della natura, l’opinione tiranna della società.... e poi, il bel sesso è mobile qual piuma al vento.[73] Sicchè la vostra fedele compagna, al fin dei conti, cede alla tentazione, e il diavolo manda a spasso la vostra felicità! Chi dunque dovremo amare? A chi dovremo credere? Chi non ci tradisce? Chi pesa tutti i nostri atti, tutti i nostri detti, con esattezza, alla nostra bilancia? Chi non semina calunnie sui nostri passi? Chi non ci lusinga con assiduità? Per chi non sono i nostri difetti un flagello? Chi non ci secca mai? Onorevolissimo mio lettore, non perdere i momenti a inseguire fantasmi fuggitivi e inarrivabili: ama te medesimo come si conviene. Non troverai al mondo oggetto più degno della tua carità. Quale fu il seguito dell’abboccamento? Ahimè! Si può facilmente indovinare. Gli stimoli della passione non cessarono di travagliare quell’anima gentile avida di tempeste. La fiamma che pur prima divorava Taziana, crebbe anzi che scemare. L’ala del sonno più non blandì le sue palpebre. La salute, fragranza e miele della vita, il sorriso, la calma infantile sparirono come una meteora. La gioventù di Taziana languisce nell’affanno. Così talvolta l’orror d’una procella aduggia le prime ore d’un giorno di primavera. La bellezza di Taziana si sfiora e muore. La vaga verginella si scolora, si spenge e tace. Non v’ha più cosa alcuna che possa rallegrarla nè interessarla.[74] I vicinanti crollando la testa con aria d’importanza, ripetono fra loro: “Sarebbe tempo che le si desse marito.” Ma lasciamola stare per adesso, e passiamo a descrivere le delizie d’un amore fortunato. La compassione quasi mi tronca il respiro; scusate, cari lettori, voglio tanto bene alla povera Taziana! D’ora in ora più allacciato dalla vezzosa Olga, Vladimiro si abbandona tutto a quella piacevole schiavitù. Sempre sta presso ad essa. La sera siedono insieme nell’angolo più oscuro della di lei camera; la mattina errano nel giardino colle mani giunte e intrecciate. Vladimiro, ebro d’amore, ma paralizzato dal rispetto; appena alcune volte ardisce, imbaldanzito dal sorriso d’Olga, scherzare coi di lei biondi ricci e baciarle il lembo della vesta. Di quando in quando, le legge un romanzo morale, il cui autore conosce la natura umana meglio che non la conosca Chateaubriand. Vladimiro arrossendo salta talvolta due o tre pagine di seguito, perchè piene di fandonie insulse, di fantasticaggini pericolose per una giovinetta. Oppure, lontani da tutta la gente, seduti col gomito appoggiato sulla tavola, assorti in profonde riflessioni, giocano a scacchi; e Lenschi, preoccupato d’altro che del gioco, prende l’alfiere per una pedina. Se torna a casa, anche lì pensa unicamente alla sua Olga. Orna d’imagini i fogli volanti del di lei Album. Vi rappresenta colla penna e coi colori, ora un tratto di paese, ora un monumento funebre, ora il tempio di Citerea, ora una colomba sopra una lira. Talvolta, fra mezzo ai nomi e ai ricordi, egli introduce furtivamente un distico amoroso, timido attestato dei suoi sospiri, indizio d’una speme, sempre eguale dopo tanti anni di costanza. Ti è accaduto mai, lettore, di vedere l’_album_ di qualche signorina provinciale tutto coperto di scarabocchi, in principio, in mezzo e in fine? A ogni pagina inciampi in versi tradizionali intorno a una amistà fedele, zeppi di sgrammaticature, e troppo lunghi o troppo corti. Sul frontispizio si legge: _Qu’écrirez vous sur ces tablettes?_ Poi al basso: _t. à. v. Annette_. In fondo al volume ti si presenta questa frase trita e triviale: “Scriva più di me chi ti ama più di me.” Non morranno mai i due cuori accompagnati da faci e da fiori; le promesse di affetto invariabile “sino all’orlo della tomba,” e qua e là una facezia inserita da qualche gioviale militare. Vi protesto, amici, che volentieri metterei due versi in un tale _album_, essendo io persuaso che tutti i ghiribizzi del mio cervello meritano uno sguardo indulgente, e che i posteri non sederanno a scranna per decidere con un sogghigno acerbo se ci sia o non ci sia livore in quei miei strambotti. In quanto a voi, tomi scompagnati della biblioteca del Diavolo, patiboli dei rimatori di moda, album sontuosi, fregiati dal maraviglioso pennello di Tolstoi o dalla penna di Baratinschi,[75] v’incenerisca il fulmine di Giove! Quando una magnifica signora mi consegna il di lei in-quarto, avvampo di stizza e d’ira, e aguzzo in fondo al cuore un epigramma; ma intanto convien ch’io schiccheri un madrigale. Lenschi non tornisce madrigali per l’album della sua diletta. Il suo stile non sfavilla di sottili concetti, ma solo spira amore. Nota quanto di bello ode e mira in Olga, e l’elegia scaturisce limpida, serena, improntata di verità. Così, o Sascoff, canti le smanie del tuo cuore, e le attrattive di una incognita diva, e un giorno, il cielo dei tuoi carmi ti offrirà un diario compiuto degli eventi di tua vita. Ma zitto! Che è stato? Un aristarco arcigno ci ordina di buttare nella fogna la ghirlanduccia dell’elegia, e grida a’ nostri fratelli in Apollo: — Cessate omai l’eterno piagnisteo. Cessate di gracchiar sul tempo che passò. Addatevi a qualche altro esercizio! — Bravo! E ci additi una tromba, una maschera, un pugnale, e ci esorti a risuscitare le idee morte da due mila anni. Non è questo che brami? — Oibò! — Che dunque? — Sciorinate odi, odi pindariche come quelle dei nostri antichi. — Capisco; odi solenni e trionfali! Rimembra ciò che dice il satirista: lirico esimio, preferiresti forse una dottrina straniera a quella dei nostri scoraggiti rimatori? — L’elegia non ha nulla di buono. Il suo scopo è miserabile. L’ode al contrario ha uno scopo nobile e sublime. — Qui potremmo attaccar lite, ma io me ne sto zitto: non voglio armar due secoli l’un contro l’altro. Forse l’estro poetico di Vladimiro, secondato dall’entusiasmo, avrebbe partorito una ode. Ma Olga non l’avrebbe letta. È mai accaduto a un poeta elegiaco di declamare i suoi versi alla sua Fillide? Dicesi che l’uomo non possa provar gioia maggiore di quella. Beato, infatto, colui che confida i suoi canti alla persona che li ha ispirati. Beato colui.... ma chi sa? Forse la giovinetta languida sta pensando a tutt’altro. In quanto a me soglio communicare i frutti delle mie poetiche fatiche alla mia vecchia governante, che mi guidò e nutrì fanciullo. Oppure incontrando un vicinante a qualche desinare seccagginoso, lo afferro per la falda del vestito, lo blocco nel vano d’una finestra e gli faccio ingozzare una tragedia. Finalmente (e questo è la pretta verità) sazio di tristezza e di rime vo a costeggiare la spiaggia del lago ove si trastulla un branco d’anatre salvatiche, le quali al suon delle mie strofe scappano via a rotta di collo. Che fa Anieghin? A proposito, amici: abbiate un poco di pazienza: io vi descriverò le sue occupazioni quotidiane. Egli vive come un anacoreta. D’estate si alza alle sei e immantinente scende, in maniche di camicia, sul margine del fiumicello che bagna il piede alla collina. Emulo del cigno di Gulnara,[76] egli varca quell’altro Ellesponto; poi sorbisce la sua tazza di caffè, dà una scorsa a una smunta gazzetta e quindi si veste. Il passeggio, la lettura, il sonno, il rezzo degli alberi; talvolta i saporiti baci d’una candida ninfa dalle pupille nere; un cavallo impetuoso, docile al freno; un convito bizzarro; una bottiglia di vino chiaro; la solitudine; il silenzio; tali sono i pii oggetti che solleticano i sensi e appagan le voglie d’Anieghin. Affezionato a quel tenor di vita, lasciava passare i dì senza contarli; dimenticava in seno alla indolenza la città e gli amici e la noia delle gale e delle feste. Nel nostro emisfero boreale, l’estate, sozza caricatura dell’inverno d’Italia, appena è comparsa, che già è sparita. Ognuno lo sa, e lo sappiamo noi stessi sebben non lo vogliamo confessare. Già il vento d’autunno mugghia sul nostro capo; già il sole si mostra men sovente; già i giorni divengon più corti; la corona frondosa dei boschi si sfoglia con un lugubre gemito; le atre nebbie s’accumulano sulla terra; una stridula caravana di cicogne s’invola verso l’austro. S’approssima la stagion molesta; novembre è alle nostre spalle. L’aurora sorge in mezzo a densi e gelidi vapori; il suono dei lavori agresti cessò nelle campagne; il lupo corre per le strade colla lupa affamata; il destriero lo annusa da lontano e nitrisce; il viaggiatore scaltro volge frettolosamente il corso verso i monti. Il mandriano non mena più le vacche sin dall’alba alla pastura, e non le chiama più a raccolta col corno verso l’ora del meriggio; la contadinella fila e canta, e una lucernina[77] sua sola compagna nelle lunghe notti illumina la sua povera cameretta. La brina ingemma i prati e screpola sotto i passi del camminante. Più liscio d’un impiantito alla francese, il ruscello luccica incrostato di ghiaccio. Uno stormo di monelli striscia con gran chiasso su quel cristallo unito. Una grossa oca che si strascina appena sulle zampe rosse, volendo mettersi a nuoto sull’acqua, s’avanza con cautela, sdrucciola e casca. Facciamo lietissimo viso ai primi fiocchi di neve; ci par vedere piover dal cielo un nembo di candide stelle. Che si può fare allora in una villa isolata? Forse passeggiare? Ma la monotona nudità della natura funesta e dismaga la vista. Cavalcare per le steppe disabitate? Ma ad ogni passo il cavallo può scivolare e stramazzare al suolo col cavaliero. Sedere a tavolino e accingersi a legger De Pradt[78] e Walter Scott? — Non vuoi? — Verifica i tuoi conti; adirati; bevi; e la lunga serata ti parrà breve. Così pure ti parrà quella di domane, e per tal modo passerai l’inverno assai giocondamente. Anieghin, come un altro Childe Harold, si diede alla meditazione e all’ozio. Ogni mattina fa un bagno freddo; poi prende una stecca mezza rotta e gioca da sè solo al biliardo con due palle d’avorio, fino al far della sera. Allora lascia il biliardo e la stecca; fa apparecchiare davanti al caminetto, e aspetta. Ecco Lenschi in una _troica_[79] di cavalli bigi.... — Presto! la cena! In onore del poeta si è messa in ghiaccio una preziosa bottiglia della vedova Cliquot o del Moët.[80] Il vino di Sciampagna è il vero Ippocrene. Coi suoi schizzi e colla schiuma somiglia a tante cose! Io gli son schiavo. Quante volte gli ho sacrificato il mio ultimo denaro! Ve ne ricordate, amici? Quante migliaia di baie, di facezie, di versi, di dispute e di gai progetti zampillavano da quelle magiche bottiglie! Ma adesso l’effervescenza di quel petulante liquore offende la debolezza del mio stomaco e preferisco alla Sciampagna pazza il prudente Bordò. Coll’Ai[81] io sto in fiera guerra. L’Ai somiglia a una ganza briosa, instabile, vana, e che ha mille grilli in testa. Ma tu, o Bordò, somigli ad un sincero amico, che ci riman fedele così nell’avversa come nella prospera fortuna; che ci segue in ogni luogo, sempre pronto a giovarci e a rallegrarci. Io bevo alla tua salute, o Bordò, nostro Acate e nostro Pilade! Il fuoco si estingue. Il rosso carbone impolverato di cenere manda appena un cenno di fumo leggero, ed esala le sue ultime vampe. Il vapore delle pipe si fa strada per la cappa del camino. Un boccale rilucente bolle tuttora sul tavolino. La caligine notturna si spande sulla terra.... A quell’ora che si chiama _fra cane e lupo_ mi diletta oltre modo il cicalio d’un amico e un bicchiere di buon vino.... il perchè poi nol so. Adesso i due compagni discorrono col cuore in mano: “Che fanno i nostri vicinanti? Che fa Taziana? Che fa la tua graziosa Olga?” “Mescimi ancora un mezzo bicchiere di quel néttare.... così.... basta.... Tutta la famiglia sta bene, e ti saluta. Come divengon belle le spalle di Olga! Che busto! Che anima!... Andremo un giorno da loro; te ne saranno grati. Ci sei comparso di volo, due volte appena: non lasci loro più vedere la punta del tuo naso. Ma che scapato io sono!... Ti invitano a conversazione per sabato prossimo.” “Me?” “Si, è il giorno onomastico di Taziana. La Olga e sua madre ti pregano di andarvi e non ammettono scusa nè rifiuto.” “Vi sarà molta gente, — molta feccia.” “Nessuno, te l’accerto. Cioè, ci saranno i loro parenti. Andiamoci. Fammi questa finezza!” “Va là, io acconsento.” “Come sei garbato!” Così dicendo, Vladimiro fece un brindisi alla sua bella, e vuotò il suo bicchiere. Poi ricominciò a parlare... di che?.... d’Olga! così sono fatti gli innamorati. Vladimiro ansava di giubilo. Il beato istante veniva fra due settimane. La corona fiorita d’amore, il misterioso talamo d’imeneo dovevano guiderdonare la sua costanza. Egli non scorgeva in prospettiva gli impicci, le brighe del matrimonio padre d’infiniti sbadigli. Mentre noi altri aderenti della vita celibe ci raffiguriamo la vita coniugale come una trista serie di scene formidande, come un romanzo sul genere di quelli di Augusto Lafontaine...[82] il mio povero Lenschi era nato e destinato a quella sorta di esistenza. Fu amato.... o almeno credè d’essere amato.... e fu felice. Avventuroso colui che crede; colui che sbandisce la fredda ragione e s’addormenta nella calma della fede come un viandante ubriaco sulle piume, ovvero (per usare similitudine più vaga) come una farfalletta sul fiore di cui pur ora ha delibato il succo! Ma guai a colui che tutto prevede, che non si lascia mai abbagliar dalle illusioni, che da ogni atto, da ogni parola fa distillare un sospetto, un delitto! Guai al cuore che l’esperienza del mondo agghiacciò e il di cui adito è chiuso al soave oblio, al grato errore! CAPITOLO QUINTO. Tolga il cielo, o mia Svetlana, che tu conosca quelle orrende novità. GIVCOVSCHI. In quell’anno l’autunno fu lungo. La natura sospirava l’arrivo dell’inverno. Finalmente nevicò nella notte del terzo giorno di gennaro. Taziana si destò di buon mattino e scorse per i vetri della finestra i muri, i tetti, l’atrio, coperto d’un mantello bianco. I cristalli si rabescano di filigrana, agli alberi pendon fiocchi d’argento; un tappeto scintillante e morbido copre le montagne; e le gazze saltellano e ciaramellano nel cortile. Il villano trionfante sale sulla sua ampia slitta; il suo ronzino trotta veloce su quel terreno soffice e sicuro,[83] la _chibitca_[84] vola e lascia appena dietro a sè un’orma fuggitiva; il postiglione siede a cassetta con una casacca irsuta in dosso e una cintola rossa alla vita. Un garzoncello per diporto colloca un cane nero nel suo carrello, e vi s’attacca a modo di cavallo; ma mentre così scherza gli si gelano le dita; gli dolgono e ne ride: frattanto sua madre lo garrisce dalla finestra. Ma forse simili ragguagli non hanno nessuna attrattiva per voi; tutte queste circostanze vi sembrano triviali e poco degne della musa. Un altro poeta, ricco dei tesori del Pindo, ci dipinse in stile superbo la caduta della prima neve e ci narrò i vari divertimenti della rea stagione.[85] Vi incanterà, ne son convinto, quella sua festosa descrizione d’una misteriosa passeggiata in slitta. Frattanto io non voglio entrare in lizza con lui nè con te, o encomiatore della giovine Finlandese.[86] Taziana, da vera Russa, amava, non so come, l’inverno settentrionale, la brina lampeggiante al sole, le slitte, il roseo riverbero della neve sotto il crepuscolo vespertino e le nebbie opache dell’Epifania. I nostri avi celebravano questa festa nella propria casa. Le serve predicean l’avvenire alle giovani padrone e ogni anno promettevano loro un militare per sposo e un viaggio. Taziana credeva alle antiche tradizioni popolari, ai sogni, alla cartomanzia e ai segni della luna. L’apparenza di questo astro le pronosticava non so che di particolare che le faceva gonfiare il petto. Se uno smorfioso gatto sdraiato sulla stufa borbottando si lisciava il muso colla zampa, Taziana ne augurava che dovevan venir visite. Se vedeva il disco bicorne di Diana volto a ponente, tremava e impallidiva. Quando una stella cadente fendeva l’aere notturno, Taziana impaurita s’affrettava di palesarle gl’intimi voti del suo cuore. Se a caso incontrava per via un frate nero o se una lepre snella attraversava il prato innanzi a lei, Taziana colta da un subito timore si fermava inorridita e non sapea che farsi. Ma in quello sbigottimento stesso trovava una secreta voluttà. Così ci fabbricò natura amante dei contrasti e degli estremi. Ecco le ferie di Natale. Oh che gusto! Ognuno s’affanna a indovinare ciò che avverrà nell’anno novello. Fanno oroscopi i giovani spensierati che non si inquietano di niente, e davanti ai quali la vita si estende vasta, ridente come un ciel sereno. Leggono nel futuro cogli occhiali i vecchi che han perduto tutto senza scampo e che già toccano alla fossa. — Poco importa — la speranza tuttora li alletta colle stesse lusinghe di altre volte. Taziana spia con occhio attento il cero che si attuffa nell’onda, e il cui aspetto tondo e liscio annunzia qualche caso strano.[87] Diversi anelli escono in fila da un bacino pieno d’acqua e uno di essi salta fuori al suon di questo canto antico: “Sì, tutti i contadini sono ricchi: scavano argento colla marra. Sia felice e illustre colui per chi cantiamo.” Ma il suono lugubre di questa frottola minaccia qualche danno. La fanciulla vorrebbe piuttosto sentire un altro ritornello. Taziana, per consiglio della balia, volle esorcizzare di notte. L’aria è fredda; il cielo è chiaro. Il coro degli astri gravita nell’etere con tanto accordo e tanta quiete.... Taziana scende nel cortile in veste scoperta e presenta uno specchio ai raggi della luna.... Ma nessuna altra forma che quella s’imprime nel lucido miraglio.... Zitti!... la neve scricchiola.... passa uno.... la fanciulla gli corre dietro sulla punta dei piedi e plasmando la voce in suon più dolce di quella della zampogna, gli domanda il suo nome. Egli la guarda in faccia e risponde: “Agatone.”[88] Un’altra volta ordinò che si mettessero due posate sulla tavola della sala da bagno. In un subito si sente presa d’un brivido; e io.... anch’io raccapriccio all’idea di Svetlana.... ma noi non farem sortilegi colla nostra fanciulla. Sfibbia la scarpa di seta, si spoglia, appiatta uno specchietto sotto il capezzale e salta in letto. Morfeo intanto svolazza silenzioso intorno a lei. Tutto tace, Taziana dorme. Ma dormendo fa un sogno strano. Le pare di camminare sopra un campicello cosperso di neve e offuscato dalla nebbia. Un torrente non incatenato dall’inverno, balza davanti a lei, spuma, gorgoglia oscuro e grigio e s’arrovella fra mille massi di ghiaccio. Due pertiche appiccicate insieme dal gelo, formano, da una ripa all’altra, un ponticello tremolo e periglioso. Taziana giunta all’orlo del baratro mugghiente si ferma come priva di senno. Si lagna del ruscello che le taglia il cammino, e guarda intorno; ma non vede nessuno che le porga la mano per aiutarla a tragittare. Tutto a un tratto, i massi di ghiaccio crollano; che mai n’esce? Un colossale orso. — Ahi! grida Taziana. — Ma l’orso si mette a grugnire e offre alla fanciulla la sua zampa irta d’acuti artigli. Essa vi si appoggia con tremore e varca il torrente a passi titubanti. Giunge all’altra sponda — ma che? L’orso la segue. Essa si affretta nè ardisce volger indietro gli occhi; ma non può sottrarsi alla assiduità di quel turpe lacchè. Arrivano a una selva. Gli abeti stanno immobili nella loro accigliata maestà; i loro rami curvansi sotto il peso della neve; il raggio delle lampade celesti penetra scintillante nella chioma dei pioppi, delle betulle e dei tigli nudi; cessa ogni indizio di strada — la neve ingombra tutto e i cespugli e i burroni. Pur Taziana avanza sempre, sprofonda nella neve sino alle ginocchia. Un lungo ramoscello le si avvinghia al collo e le strappa gli orecchini d’oro. Essa perde ora una scarpa ora il fazzoletto e non osa raccoglierli, e si vergogna persino di sollevare il lembo della gonna. Piange; ode grugnir l’animale che la incalza; corre; egli corre pure. Ansante, priva di forze e di fiato, Taziana cade; l’orso destramente la rialza e se la pone indosso. Essa non resiste, non si muove, non respira. Egli la porta a traverso il bosco. Approdano a un miserabile tugurio mezzo seppellito fra la neve. Tutto tace intorno — ma dentro la capanna rimbomba un suon di voci e di stromenti. — “Qui sta il mio compare,” grida l’orso; “entra e riscáldati un poco da lui.” E così dicendo s’inoltra nel vestibolo e depone Taziana sulla soglia. La fanciulla torna in sè e ode un gran tintinnio di bicchieri come a un convito di funerali. Non comprendendo niente a ciò che succede, s’avvicina pian piano e per un fesso della parete, vede.... Vede tanti mostri seduti a mensa: uno ha muso canino e corna bovine; l’altro ha una testa di gallo; quà una strega con barba di becco, là uno scheletro attillato e altero; più in là un nano con una coda esile, e mezzo gru, mezzo gatto. Ma quel che più la meraviglia è vedere un gambero a cavallo sopra una aragna; una oca con un teschio coperto d’una berretta rossa; un molino che sgambetta e dibatte l’ali e si fa vento. — Dappertutto latrati, risate, canti, fischi, picchiar di mani, strida d’uomini, calpestío di cavalli. Ma come stupì ancor più la nostra Taziana, allorchè in mezzo a quelle bestie orrende, scorse.... chi mai?... Colui che le è sì caro e sì tremendo; il protagonista di questa istoria, Anieghin! Sta seduto a quella tavola e di quando in quando getta una occhiata verso l’uscio. Fa un gesto: tutti si rannicchiano; beve: tutti tracannano e urlano; sogghigna: tutti si sganasciano dalle risa; aggrotta le ciglia: tutti tacciono; egli è il padron di casa, di ciò non v’ha più dubbio. Taziana comincia ad aver meno paura; e con curiosità, si prova a tirar chetamente la porta, ma in quel punto il vento soffia; i lumi si smorzano, la masnada infernale si rizza in iscompiglio; Anieghin cogli occhi sfolgoranti s’alza precipitosamente; tutti fanno lo stesso, ed egli sta per escire. Taziana spaventata vuol fuggire, ma le mancan le gambe; impaziente vuol chiamare, ma le manca la voce. Eugenio spinge la porta. Alla vista della fanciulla tutti i demoni e tutti i mostri cacciano un evviva frenetico e atroce; tutti l’ammiccano, la sollecitano cogli occhi, colle unghie, colle proboscidi, colle code, colle zanne, coi mostacci, colle lingue sanguinolenti, colle corna, colle branche adunche: tutti ruggiscono: “È mia, è mia!” “È mia!” esclama Eugenio minaccioso; e tosto tutta la frotta maledetta sparve. La cara verginella rimase nelle fredde tenebre, sola col suo amico. Questi la conduce lentamente in un cantuccio, la pone sopra uno sgabello zoppicante e adagia il capo sulla di lei spalla. Ma ecco sopravviene Olga; Lenschi le tien dietro. Splendono i lumi. Anieghin vibra il braccio; butta fuoco per gli occhi e insulta gli importuni visitatori. Taziana sviene. L’alterco si fa sempre più aspro. Eugenio impugna uno stiletto e atterra Lenschi; una oscurità fitta regna intorno; un urlo disperato vola al cielo; la capanna barcolla.... Taziana si risveglia tramortita.... guarda; fa chiaro nella sua stanza. I purpurei strali dell’alba si rifrangono nelle brine dell’invetriata; s’apre l’uscio. Olga entra più vermiglia dell’aurora nordica e più leggera di una rondinella. “Dimmi, sorella, che cosa hai veduto in sogno?” Taziana tuttora in letto non bada alle parole d’Olga. Scorre l’una dopo l’altra le pagine d’un libro e non fa motto. Questo libro non racchiudeva nè graziose finzioni poetiche, nè savi consigli filosofici, nè imagini. — Non era un volume di Virgilio, o di Racine, o di Walter-Scott, o di Byron, o di Seneca; non era un fascicolo del _Journal des modes_ sì caro alle signore. Era l’interprete dei sogni di Martino Zadeca, il primo dei maghi, il re degli indovini. Questa sublime opera, un mercante ambulante la portò nel villaggio e la vendè a Taziana per tre rubli e mezzo con di giunta una _Malvina_ scompagnata, una raccolta di favole popolari, una grammatica, due _Petreidi_[89] e un terzo volume di Marmontel. Martino Zadeca divenne in breve il libro prediletto di Taziana. Egli la consola in ogni sua afflizione, e dorme ogni notte con lei. Quel sogno la sgomenta. Non ne capisce il senso e lo cerca nel gran repertorio delle visioni notturne. Ma nell’indice finale per ordine alfabetico non trova altri vocaboli che _abete, bosco, burrasca, neve, orto, oscurità, ponte, turbine_, eccetera. Martino Zadeca non solve l’astruso enimma. Certo però si è che quel sogno presagisce una moltitudine di disgrazie. Per più giorni Taziana se ne accora e ne paventa. Ma la rosea mano dell’aurora riconduce il bel giorno anniversario della sua festa. Sin dal mattino la casa Larin è piena di gente. I vicinanti vi si trasportano con tutta la loro famiglia in chibitca, in britsca, in slitta. Nelle anticamere, un tumulto, un bisbiglio confuso; nei salotti nuovi visi. Chi grida, chi ride; i cagnolini guaiscono, le signorine s’abbracciano; tutti si salutano; le balie s’arrabbiano; i bambini vagiscono. Venne l’obeso Pusliacoff colla sua corpulenta moglie; venne Gvosdin, esimio economista, dovizioso padrone di miserrimi servi; vennero gli Scotinin, consorti canuti, con tutti i loro rampolli dall’età di due fino a quella di trenta anni; venne Petuscoff, damerino campagnolo; venne mio cugino Buianoff cosperso di calugine, con un caschetto militare noto a tutti;[90] venne Flianoff consigliere fuor d’impiego, famoso attaccabrighe, vecchia volpe, pappalecco, angariatore e gran buffone. Colla famiglia di Panfilo Carlicoff, venne _Monsieur_ Triquet, furfantello pur or giunto da Tamboff cogli occhiali e la perrucca rossa. Da vero francese galante, Triquet cavò di tasca un madrigale sull’aria favorita dei bambini: _Réveillez vous, belle endormie_. Quel madrigale trovavasi fralle canzonette rancide d’un antico almanacco; Triquet, sagace scopritore, lo trasse dall’oblio, lo richiamò alla luce; ma prima ebbe l’accortezza di porvi _belle Tatiana_ invece di _belle Nina_. Venne il comandante della guarnigione del borgo, idolo delle ragazze aggrinzite e decrepite, trastullatore di tutte le madri del paese. Entrò esclamando: “Ah, che notizia, che notizia! Avremo la musica del reggimento! Me la manda il colonnello. Che piacere! balleremo.” Le fanciulle saltano già dalla contentezza. In questo mentre si serve il desinare. I commensali vanno a tavola due a due tenendosi per mano. Le signorine si mettono presso a Taziana. I signori dirimpetto. Fanno il segno di croce, cianciano un poco e si pongono a sedere. Per qualche tempo non pensano che a mangiare. Le mascelle macinano; i piatti, i bicchieri s’empiono e si vuotano sovente. Poco a poco s’annaspa una conversazione fra due o tre persone; ma nessuno vi bada; tutti schiamazzano, ridono, leticano. Di repente la porta si spalanca. Lenschi e Anieghin compariscono: “Ah finalmente!” esclama la padrona. I convitati si ristringono fra loro; ciascheduno rimuove la posata e la seggiola per far loco; i due amici si accomodano. La padrona li ha collocati in faccia di Taziana, la quale più bianca che la lana di mattina, e più tremante della capriola inseguita dai cacciatori, non ardisce levar gli occhi ottenebrati. Un ardore insolito le serpe per le membra; si sente soffocare; non ode i complimenti che le fanno i due amici; quasi quasi le sgorgano le lacrime dagli occhi e sta per cadere in deliquio. Ma la volontà e la ragione trionfano di quella debolezza momentanea. Mormorò fra i denti due o tre parole di ringraziamento e rimase a tavola. Eugenio non poteva più soffrire le scene tragico-isterico-buffe degli svenimenti femminili; ne aveva vedute tante! Già gl’incresceva assai d’essersi lasciato cogliere alla trappola d’un gran banchetto. Ma quando osservò l’agitazione e il languore della giovinetta, abbassò gli occhi dalla stizza, maledì Lenschi, giurò di fargli dei rimproveri e di vendicarsi in regola. Frattanto, per passare il tempo si diverte a schizzar mentalmente la caricatura di tutti i convitati. Ma sia lode al vero: Eugenio non osservò soltanto la confusione di Taziana. — Tosto attrasse la vista e l’attenzione sua un pasticcio di carne che per gran sventura era troppo salato. Poi venne fra l’arrosto e il _blanc manger_ una bottiglia di vino di Zimlianschi[91] sigillata. Portano per beverlo un assetto di bicchieri lunghi, sottili e svelti come la tua vita, o Zizi, vas d’elezione dei miei versi, bicchiere dell’anima mia, che m’hai tante volte inebriato d’amore! Liberata dal tappo, la bottiglia sbalza; il vino ferve e fuma. Allora, con un aspetto grave, Triquet s’alza armato del suo madrigale. La compagnia ascolta in profondo silenzio; Taziana è più morta che viva. Triquet volgendosi ad essa col foglio in mano si mette a cantare stuonando. Applausi, urli d’entusiasmo ricompensano il poeta. È forza che Taziana gli faccia un inchino. Il gran poeta, umile nel suo trionfo, porta un brindisi alla bella e le consegna il prezioso manoscritto. Seguirono i complimenti e gli auguri; Taziana ringraziò tutti. Quando toccò ad Eugenio di congratularla, quell’aria smorta e stanca, quel turbamento interno, commossero il crudele. La salutò senza aprir bocca, ma il suo sguardo parlò abbastanza. Provava egli veramente un certo affetto, oppure voleva egli prendersi spasso della poveretta? Fosse per caso o fosse di proposito, quello sguardo esprimeva la simpatia e rese il respiro a Taziana. Si respingono le seggiole con gran rimbombo. La folla si precipita dalla sala da pranzo nel salotto. Tale un ronzante sciame di pecchie esce dall’alveare e vola al prato. Ben pasciuti e ben dissetati, gli ospiti sfilano l’uno dopo l’altro. Le mamme s’assidono intorno al caminetto. Le signorine cinguettano in un angolo. I tappeti verdi[92] e il boston invitano i giocatori fanatici, le _ombre_ allettano i vecchi; il whist, tuttora in voga, raccoglie sotto alle sue bandiere chiunque per interesse sa superar la noia. Già questi ultimi han fatto otto partite, già otto volte han mutato posto: ma ecco il tè. Io segno diligentemente le ore del desinare, della merenda e della cena. In campagna, queste ore si conoscono senza grande sforzo, lo stomaco ci fa da orologio esattissimo. E qui pregherò il lettore di notare che in questo mio poema io ragiono spesso di banchetti, di pietanze e di tappi come fai tu, o divino Omero, idolo nostro da tre mila anni in qua! Le fanciulle vanno in gran cerimonia a prender ciascheduna una tazza di tè, quando si sente dietro la porta della sala grande un concerto di flauto e di fagotto. Elettrizzati da quell’armonia, i giovanotti metton da banda il tè e il rhum. Pietuscoff, il Paride dei villaggi circonvicini, s’accosta ad Olga; Lenschi a Taziana; Triquet alla Carlicoff, ragazza di matura età, e il mio cugino Buianoff s’impossessa della signora Pustiacoff. Il ballo incomincia. Nella prima parte di questo romanzo (vedi il primo capitolo) volevo dipingere i balli di San Pietroburgo, alla maniera dell’Albano. Ma diviato da vane riflessioni, da dolci rimembranze, io mi cacciai dietro alle vostre orme delicate, o piedini! o piedini! e mi smarrii, e perdei il filo del mio racconto. Ma col dileguarsi dei miei belli anni io diverrò più savio, riformerò i miei costumi e il mio stile, e purgherò questo quinto canto da ogni digressione superflua. Il walzer imperversa come un turbine e passa monotono e pazzo come la gioventù. Una coppia succede all’altra. Mentre l’ora della vendetta s’appressa, Anieghin, esultando di soppiatto, danza con Olga, poi quando è stanca la fa sedere e discorre seco di vari oggetti. Due minuti dopo, eccolo che vola di nuovo con essa. Tutti stupiscono. Lenschi stesso non può credere ai propri occhi. I musicanti suonano la masurca. Anticamente quando echeggiava quell’aria, tutto oscillava nelle vaste sale; le invetriate si sconnettevano; il tavolato si spaccava sotto i tacchi dei danzatori. Adesso non è più così; noi calchiamo con tanta leggerezza quanto le signore l’impiantito spalmato di lacca. Ma nelle piccole città e nei villaggi la masurca conserva tuttora la sua bellezza, i suoi antichi onori: cioè li slanci, le capriole, i tacchi lunghi, i baffi e il resto. La imperiosa moda non ci ha cambiato nulla; la moda! malattia epidemica dei nuovi Russi. Buianoff mio cugino riconduce presso Eugenio, Taziana ed Olga. Anieghin danza con Olga, le parla all’orecchio, le stringe la mano. — Le di lei guance arrossano di vanità. Lenschi ha veduto tutto; monta in sulle furie, è fuor di sè e aspetta, con un fremito di gelosia, la fine della masurca. Allora invita Olga al _cotillon_.... Ma essa ricusa.... Ricusa! E perchè? È già impegnata con Eugenio. Come! Essa sarebbe capace!... No, non è possibile. Appena escita dalle fasce sarebbe una _coquette_! Già conoscerebbe i raggiri della civetteria e saprebbe mentire e spergiurare! Lenschi non può sopportare un colpo sì improvviso. Maledicendo la scaltrezza delle donne, domanda un cavallo e parte. Due pistole, due palle scioglieranno il problema. CAPITOLO SESTO. Là sotto giorni nebulosi e brevi Nasce una gente cui il morir non dole. PETRARCA. Accortosi della disparizione di Lenschi, Anieghin, contento della sua vendetta, divenne pensoso e astratto. Olga, sbadigliando con lui, cerca Vladimiro e l’eterno _cotillon_ le viene a noia. Ma questo finisce. Si va a cena. Si apprestano i letti. Tutta la casa, dal vestibolo sino alla soffitta, è trasformata in un dormitorio per gli ospiti. Tutti sentono il bisogno d’un placido sonno. Il solo Eugenio andò a riposare sotto il proprio tetto. Quiete generale. Il pingue Pustiacoff russa nel salotto colla sua pingue sposa. Gvosdin, Buianoff, Petuscoff e Flianoff, il quale soffre d’una piccola indisposizione, si sono coricati sopra le sedie della sala da pranzo, e Monsieur Triquet col suo giubbettino e un vecchio berretto da notte s’è sdraiato per terra. Le signorine occupano le camere di Olga e di Taziana. Ma questa infelice, puntellata a una finestra, per la quale rifulge la luna, sta spiando intorno l’oscura campagna. La venuta insperata di Eugenio, l’insolita tenerezza dei suoi sguardi, il suo trattare strano verso di Olga, son tante spine che stimolano la curiosità di Taziana, tanti enimmi che confondono il suo intelletto. Le sembra che una mano di ghiaccio le prema il cuore; le sembra che sotto ai suoi passi si spalanchi e muggisca un abisso. “Io perirò,” essa esclama: “ma perire per suo volere mi è dolce. Io non me ne lagno; perchè mi lagnerei? Egli non può farmi felice.” Cammina, cammina, istoria mia! Un nuovo personaggio entra in scena. A cinque verste[93] della villa di Lenschi, chiamata Crasnogora, viveva e vive tuttora un certo Zarieschi, già famoso tribuno delle bettole e capo d’una combriccola di barattieri e di furfanti; ora campagnolo semplice, e buono, ottimo padre (benchè celibe), amico fidato, possidente pacifico e galantuomo — tanto è vero che il secolo megliora! — La voce lusinghiera della fama lodava il suo coraggio tremendo. Colla sua pistola egli toccava un asse alla distanza di cinque sagene.[94] Aggiungeremo però, che un giorno in un combattimento, essendo ubriaco come uno svizzero, tombolò da cavallo nella mota, e restò prigioniero dei Francesi; prezioso ostaggio! Emulo d’Attilio Regolo, si sarebbe volentieri rassegnato a una nuova prigionia in Parigi, per poter ancora trangugiare, ogni mattina, da Very,[95] tre bottiglie di vino di Borgogna. Altre volte egli sapeva motteggiar con spirito, trappolare i balordi, e sbalordire i furbi, apertamente o sotto mano. Ma le sue burle non restarono sempre impunite, e anch’egli talvolta si lasciò infinocchiare come un babbione. Sapeva discutere con brio, replicare con sagacità o con melensaggine; sapeva tacere a proposito, e ciarlare a proposito; sapeva inimicare due giovani amici, farli sfidare in duello, e poi riconciliarli affin di pranzare in tre, e quindi disonorarli con qualche ghierabaldana. _Sed alia tempora!_ La temerità passa colla gioventù, come il sogno dell’amore, quell’altra baronata. Il mio Zarieschi, come già dissi, si ricoverò dalle burrasche del mondo sotto l’ombra dei ciriegi e delle acazie. Lì viveva da vero filosofo, piantava cavoli come Orazio, nutriva anatre ed oche, e insegnava l’A. B. C. ai bambini. Non era sciocco. Eugenio non stimava il di lui carattere, ma apprezzava il suo giudizio e le sue riflessioni intorno agli uomini e alle cose. Si frequentarono un tempo con piacere. Sicchè non fu meravigliato di vedere un mattino Zarieschi entrar in camera sua. Dopo i complimenti usuali, Zarieschi interrompendo la conversazione che stava per intavolarsi, e accennando cogli occhi, consegnò a Eugenio un biglietto di Vladimiro. Anieghin si trasse alla finestra e lesse a bassa voce. Era una gentile, nobile, e corta sfida, o un _cartello_. Lenschi, garbatamente e freddamente, invitava Eugenio a battersi con lui. La prima mossa d’Eugenio fu di dire al messaggero senza altra spiegazione ch’egli era sempre pronto. Zarieschi non volle star di più; s’alzò in silenzio, e se ne tornò a casa ove aveva molto da fare. Ma Eugenio, abbandonato alle proprie riflessioni, fu mal contento di sè stesso e non senza motivo. Fece un severo esame della sua coscienza, e si trovò colpevole in molti riguardi. In primo luogo, aveva dileggiato con troppa crudeltà un amore timido e sincero; in secondo luogo, aveva spinto il poeta a far delle balordaggini; malizia appena perdonabile ad uno scapestrato di diciotto anni. Eugenio, che amava Lenschi di tutto cuore, dovea in quell’occorrenza mostrarsi non quale servo dei pregiudizi del mondo, non quale spadaccino scervellato, ma qual uomo di senno e d’onore. Dovea palesare i suoi sentimenti, e non incollerirsi come belva; doveva disarmare quella suscettività giovanile. “Ma ora è troppo tardi,” diceva; “il colpo è fatto. Un duellista per mestiere si è ingerito in questa faccenda, è maligno, è imbroglione, gran parlatore. Certo, potrei rispondere ai suoi dileggi col disprezzo; ma il mormorío, il sogghigno degli ignoranti?...” Ecco l’opinione pubblica! Il puntiglio è la molla che ci fa agire, è il pernio sul quale gravita il mondo. Acceso d’una ira infrenabile, il poeta aspetta in casa la risposta. Il suo eloquente vicinante gliela arreca in trionfo. Che festa per il geloso! Temeva che il suo antagonista non la scappasse con qualche pretesto; non sottraesse, con qualche stratagemma, il suo petto alle palle. Adesso ogni dubbio è tolto. Domani all’alba, essi si incontreranno presso al molino; caricheranno le loro pistole, e spareranno alle gambe o alla testa. Lenschi, determinato a fuggire Olga ch’egli considerava ormai come una civetta, non voleva vederla prima del combattimento. Guardò all’oriuolo e al sole, gesticolò, declamò, e si recò quindi dalle sue vicine. Credeva di confondere Olga, e di sorprenderla colla sua venuta; ma sbagliava. Olga scese, come prima, dal verone per andargli incontro, leggera, graziosa, allegra come la speranza, e niente mutata da quel ch’era antecedentemente. “Perchè ve n’andaste tanto presto ieri sera?” chiese Olga. A quella domanda, Lenschi sentì cadere tutto il suo furore, se ne stette colla bocca chiusa, e si grattò il naso. La gelosia, il dispetto, la rabbia, sparirono davanti a quello sguardo sereno, a quel contegno ingenuo, a quella voce espressiva. Egli contempla Olga con occhio di compassione; vede che è ancora amato! Già il pentimento lo assale; sta per implorar perdono; trema, non trova le parole.... è felice.... è quasi guarito. Cogitabondo, abbattuto, Vladimiro non ha la forza di ricordare alla fanciulla gli eventi della precedente sera. “Io sarò,” egli pensa, “il di lei liberatore; non soffrirò che un seduttore cerchi di perdere quel giovine cuore, coll’ésca delle lodi e delle lusinghe. Non tollererò che un verme impuro e velenoso roda lo stelo di quel giglio candido, nè che quel fiore mattutino mezzo sbocciato s’appassisca all’alito del vizio.” Tutto ciò significava, amici miei: son risoluto di battermi coll’amico. Oh se avesse sospettato qual piaga ulcerava il cuore della mia Taziana! Se Taziana avesse potuto prevedere che l’indomani Eugenio e Vladimiro dovevan contendersi l’asilo del sepolcro! Chi sa? Le di lei premure avrebbero forse rappattumato i due rivali. Ma nessuno fino ora s’è accorto nemmen per sogno di questa passione. Anieghin non parla più di nulla; Taziana languisce in silenzio; la balia sola avrebbe potuto indovinar tutto, ma non è gran fatto perspicace. Tutta la sera, Lenschi fu ora raccolto in sè, ora espansivo e lieto; ma gli alunni delle Muse sono sempre così. Coi capelli arruffati egli siede al suo cembalo, e prova alcuni accordi. Poi volgendo gli occhi ad Olga esclama: “Io son felice, non è vero? È tardi. Convien che io parta.” Intanto soccombe dall’angoscia. Nel dire addio alla fanciulla gli par di sentirsi strappare il cuore. Essa lo mira in viso: “Che avete?” grida. “Niente,” egli risponde e raggiunge la porta. Tornato a casa, esamina le pistole, le ripone, si spoglia, e apre un volume di Schiller. Ma sempre lo stesso pensiero l’opprime, e l’impedisce di dormire. Scorge davanti a sè Olga adorna d’una bellezza ineffabile. Chiude il libro; prende una penna e scrive _currenti calamo_ alcuni versi pieni d’amorose inezie, ma sonori e dolci. Poi, nel suo entusiasmo lirico, se li rilegge ad alta voce. Per fortuna questi versi mi sono caduti fra mano; eccoli. Dalla fortuna oppresso Aspetto impazïente il dì venturo. Parla, o sfinge crudel, tetro futuro: Mi cingerai d’alloro o di cipresso? Mi sta sul capo, un ferro o un fior, sospeso? Cadrò trafitto da letal saetta Oppur dal gran cimento escirò illeso? Qualunque sia la sorte che m’aspetta Io dirò rassegnato e disdegnoso: Benedetta la veglia e benedetta L’ora del gran riposo. Forse, questa sarà l’ultima guerra Del rio destin che bersagliar mi suole. Domani riderà, come oggi, il sole, E canterà la terra; Ma privo ormai d’udito e di veduta Nulla udrò nè vedrò. Dai vivi scisso, Ombra squallida e muta, Spazierò per le tenebre d’abisso. Divorerà il mio nome il ceco oblio: Ma tu, casta colomba, Forse a sparger verrai di tanto in tanto Qualche stilla di pianto Sulla precoce e solitaria tomba; E dirai sospirando: “Egli fu mio: ”A me sola sacrò la cetra, il cuore, ”E dei begli anni il fiore....” E mi ripeterai l’ultimo addio. Son questi i versi intralciati e scipiti ch’egli dettò. Un critico li chiamerebbe romantici; io però non so vederci cica di romanticismo; ma lasciamo stare. Verso l’alba, chinò la testa stanca, e s’addormentò pensando all’_ideale_. Parola alla moda! Ma aveva appena socchiuso le ciglia, quando il suo vicinante entrò nella stanza e lo destò dicendo: “Su, su, son battute le sette. Anieghin già ci aspetta, di certo.” Zarieschi errava. Eugenio dormiva ancora profondamente. Le ombre della notte si diradano, il gallo canta lo spuntar dell’aurora, il sole ascende l’erta pendice del cielo, i fiocchi di neve luccicano e volano in giro, ma Eugenio non è ancora escito dal letto. Finalmente tira le cortine, guarda, e s’accorge che già da gran tempo avrebbe dovuto trovarsi sul campo. Suona il campanello. Il suo cameriere francese Guillot accorre in fretta, gli porge la veste da camera, le pantofole e la camicia. Anieghin si abbiglia, ordina a Guillot di prepararsi ad accompagnarlo colla scatola delle pistole. La slitta è pronta. Monta e vola al molino. Fa segno al servo di seguirlo colle pistole di Lepage,[96] e al cocchiere di avanzar nella campagna verso due piccole quercie. Lenschi stava appoggiato alla diga. Zarieschi, da profondo agronomo, biasimava il modo in che era fatto un pagliaio. Anieghin s’approssimò scusandosi. “Ma dov’è” esclamò Zarieschi “il vostro secondo?” Zarieschi classico e pedante nei duelli si sdegnava d’una tale infrazione ai veri principii della monomachia. Permetteva che si stendesse al piano un uomo per una bagattella, purchè si osservassero le regole dell’arte e le austere tradizioni degli antichi; lo che è da lodarsi in lui. “Il mio secondo?” rispose Eugenio. “Eccolo: Monsieur Guillot. Spero che non vi opporrete a tale scelta; benchè egli vi sia ignoto, egli è un galantuomo.” Zarieschi si morse le labbra. Anieghin così parlò a Lenschi: “Ebbene, cominciamo!” “Cominciamo,” ripigliò Vladimiro. E si portarono dietro il molino. Mentre Zarieschi e il _galantuomo_ fissavano a quattro occhi le condizioni del combattimento, gli antagonisti stavano fermi colle ciglia basse. Antagonisti? Ma quanto è che non sono più amici? Quanto è che l’uno sitisce il sangue dell’altro? Quanto è che dividevano gli ozi, le pene, la mensa, i pensieri, e gli atti? Adesso accaniti l’un contro l’altro come due nemici ereditari, tramano, quasi in un sogno spaventoso e incomprensibile, la loro mutua distrazione. Non sarebbe meglio che si separassero ridendo, e senza essersi tinta di sangue la destra? Ma il coraggio della gente ha una singolar paura della falsa vergogna. Già le pistole splendono. Risuona il martello della bacchetta. La palla rotola nel cannone, il cane stride per la prima volta. Versano la polvere grigiastra nello scodellino. Rimontano la silice tagliuzzata e fortemente stretta dalla vite. Guillot sbigottito si rimpiatta dietro un tronco vicino. I due avversari gettano i loro mantelli. Zarieschi ha misurato con esattezza trentadue passi. Alle estremità di questa distanza, egli colloca i combattenti, i quali impugnano le pistole. “Ora partite!” I due rivali fanno, con piede fermo, lento, eguale, quattro passi, quattro passi verso la tomba. Eugenio avanzando sempre alza pian piano la sua pistola. Fanno ancora cinque passi, e Lenschi socchiudendo l’occhio sinistro prende di mira l’avversario. Anieghin spara. È giunto l’istante prefisso dal fato. Il poeta senza proferir parola lascia sfuggir l’arme, si posa la destra sul seno e cade. Gli sguardi suoi offuscati annunziano la morte, ma non esprimono nè la doglia nè il rimprovero. Tale struggesi al calor del mattino la valanga che brillava sul pendío di un monte. Colto da un subito brivido, Anieghin corre al moribondo, lo guata, lo chiama.... ma indarno! Egli fu. Il poeta spirò anzi tempo. Sorse la burrasca, e il gentil fiore si seccò sbocciato appena, e il fuoco sacro si spense sull’altare! Giace immoto, e sulla sua faccia domina una quiete che fa spavento. La palla gli ha colpito il cuore. Il sangue sgorga bollente e fumante dalla ferita. Poco fa, quel cuore palpitava di poesia, di speranza, d’amore, quel sangue ferveva di vita; — adesso tutto è calma, silenzio e tenebre. Come in una abitazione abbandonata, le imposte son serrate, i cristalli son intonacati. La padrona di casa non ci sta più. Dove sia, Dio lo sa: — se n’è smarrita ogni traccia. È un piacere trafiggere l’insolenza d’un nemico con salaci epigrammi; è un piacere vederlo allorchè mitriato di superbe corna, si mira in uno specchio e si vergogna di riconoscersi; è un piacere ancor maggiore vedere che vi si riconosce ed esclama: “io son quello!” Ma il _nec plus ultra_ d’ogni piacere, è apprestargli una onorevole sepoltura, e appuntargli un’arme al muso da una distanza giusta. Mandarlo però _ad patres_, è uno scherzo di che, io credo, voi non siete gran fatto ghiotto. Se dunque vi accade di uccidere un giovine amico che vi offese _inter pocula_ con un ghigno o una risposta insolente, o con qualche altra bazzecola, e se eccitato dalla stizza egli vi sfida orgogliosamente in duello, ditemi: che sentimento signoreggerà l’anima vostra quando lo vedrete steso a terra, in preda all’agonia, già gelido, già livido, sordo al vostro disperato appello? Lacerato dal rimorso, Eugenio, stringendo sempre l’arme funesta, contempla l’infelice Lenschi. “Ebbene, è morto!” osservò Zarieschi. Morto!... Nabissato da tale orrenda notizia, Anieghin tutto tremante s’allontana e chiama i servitori. Zarieschi adagia con premura il cadavere nella slitta, e trasferisce quel tristo deposito nella propria dimora. I cavalli annusando la morte nitriscono, sbuffano, imbiancano il morso di spuma, e volano come strali. Amici cari, vi cruccia la fine del poeta. Egli è perito nel più bel fiore delle sue speranze, prima d’aver dato al mondo i delicati frutti. Ov’è adesso quella fiamma entusiastica, quel torrente impetuoso di generosi sensi, di concetti sublimi, faceti o audaci? Ove sono quei fervidi slanci d’amore, quella sete di gloria, quell’affetto allo studio, quell’orror del vizio e della ignominia? E voi ove siete, auree visioni della vita celestiale, illusioni della divina poesia? Forse, era nato per il bene, o almeno per la gloria. La sua cetra ammutolita avanti l’ora, potea destare un eco durevole nei secoli venturi. Forse un alto grado gli era riservato nella scala sociale. L’ombra sua se ne portò seco i sacri misteri del suo ingegno. Perì per noi quel creatore spirito! E chiuso nell’avello non udirà l’inno nè le benedizioni dei popoli alzarsi qual incenso in suo onore.... Forse anche gli sarebbe toccato in sorte un ricco appannaggio. Avrebbe lasciato i generosi impulsi della gioventù stagnare ed estinguersi nell’inazione. Avrebbe cambiato carattere e idee; avrebbe rinegato le Muse e preso moglie. Fortunato e cornuto avrebbe provato tutte le beatitudini della vita: avrebbe marcito nella sua villa con una guarnacca imbottita in dosso; di quaranta anni avrebbe avuto la podagra; avrebbe bevuto, mangiato, sbadigliato; sarebbe ingrassato, e finalmente ammalatosi, sarebbe morto nel suo letto attorniato di figliuoli, di donnicciuole e di dottori. Invece di tutto ciò, caro lettore! il giovine innamorato, il poeta, il sognatore[97] melancolico, soccombè per la mano d’un amico! A sinistra, quando si esce dal borgo, havvi un luogo ove due pini intessono le loro radici; sotto a quelli serpeggia un ruscelletto che deriva dalla valle vicina. Ivi l’agricoltore cerca il riposo; ivi i mietitori vanno a empir d’acqua limpida la loro brocca sonora; ivi era l’abitazione dell’alunno delle Muse; ivi, accanto all’onde sotto l’ombra opaca, sorge adesso la sua umile sepoltura. Allorchè incomincia la pioggia di primavera a strosciar sull’erbe dei prati, il pastorello, cantando i _Pescatori del Volga_, viene talvolta lì a lavorar le sue scarpe di scorza. E la giovine signora che passa l’estate in villa, quando galoppa sola per la campagna, sofferma talvolta il cavallo presso a quel monumento, e mentre colla mano sinistra stringe la briglia di canapa, rimuove colla destra il velo del cappello, e, letto rapidamente l’epitaffio modesto, ingemma il bel ciglio d’una pietosa lacrima. Poi, a passo lento proseguendo il suo corso nell’aperta pianura, tutta meditabonda, compiange la trista fine di Lenschi e domanda: “Che fece Olga? Si serbò fedele all’amante, oppure presto si consolò della sua perdita? Dov’è adesso la sorella d’Olga? Ov’è il disprezzatore della società, il disertore delle donne alla moda, il capriccioso originale che uccise il giovine poeta?” Pazienza! Vi narrerò il tutto in regola e in dettaglio,[98] ma non oggi. Sebbene io ami svisceratamente il mio eroe, io devo ora lasciarlo in disparte, ma per poco. L’età matura m’inclina alla prosa. L’età vuol ch’io ripudi la rima pazzerella, che troppo a lungo ho bazzicata e accarezzata. Lo confesso e me ne pento. Ma fortunatamente la mia penna non ha più la smania di schiccherar baie canore: pensieri più gravi, cure più nobili occupano la mia mente nella solitudine e in seno alla società. Ho conosciuto nuove brame, ho provato un nuovo tormento. Ma ormai non ho più speranza; e mi rincrescono le mie passate inquietudini. O illusioni! illusioni! Ov’è la vostra dolcezza che rima così bene con giovinezza? È egli vero che questa già perda per me la sua brillante corona? È egli vero che la primavera di mia vita è spenta per sempre, spenta senza una sola funebre elegia? È egli vero che non tornerà più? È egli vero che fra poco avrò trent’anni? Così è pur troppo! Eccomi giunto al meriggio del mio corso; è forza ch’io ne convenga. Dunque separiamoci da buoni amici, o mia spensierata gioventù! Ti ringrazio delle voluttà, delle soavi ambasce, del trambusto, delle tempeste, dei banchetti e di tutti i tuoi doni; te ne ringrazio cordialmente. Sotto le tue ali, nel tumulto e nella calma, io ho goduto assai; basta così! Ora, con animo sereno, entro in una nuova via per divezzarmi della vita passata. Gettiamo un colpo d’occhio indietro. Addio, asilo ove i miei dì fuggirono inavveduti in mezzo alle passioni, alla indolenza, alle astrazioni d’un ingegno riflessivo. E tu, giovine ispirazione, avviva la mia fantasia, disperdine il torpore, accedi più sovente al mio ritiro; refocilla l’anima mia; non permettere che si ghiacci, che s’induri e finalmente si impetrisca nel letargo d’una società morta! Fuga da me lungi gli egoisti orgogliosi, gli stolti carchi d’oro, gli astuti, i pusillanimi, i matti, i drudi e i favoriti della fortuna; gli scellerati ridicoli e seccanti, i giudici parziali e cavillatori, le civette bacchettone, gli schiavi volontari, i tradimenti eleganti del _gran mondo_, le sentenze spietate della vanità impudente; la trista fiumana delle censure e delle ciarle, in cui ci attuffiamo e anneghiamo insieme, o cari amici! CAPITOLO SETTIMO. Mosca, figlia diletta della Russia, ove troverò una città che ti somigli? DIMITRIEFF. Chi può non amare la paterna Mosca? BARATINSCHI. Guai a Mosca! Che cos’è aver veduto il mondo! Ove si sta meglio? — Dove non si sta. GRIBOIEDOFF. La neve strutta dai raggi dissolventi di primavera, precipita dai monti vicini in ruscelli torbidi, e allaga le campagna. La natura mezza addormentata accoglie con un dolce sorriso il mattino dell’anno. Il cielo splende azzurrino. I boschi, tuttora trasparenti, si adornano d’una tenera lanugine di verdura. Le api abbandonano i loro palazzi di cera per andare a predare i fiori novelli. Le valli si asciugano e si smaltano; la greggia bela e il rosignolo garrisce nel silenzio notturno. Quanto mi affligge il tuo ritorno, o primavera, primavera stagione d’amore! Che crudele agitazione regna nel mio sangue e nel mio spirito! Con che mesta voluttà io godo del zeffiretto che mi aleggia intorno nella mia solitudine agreste! Mi è forse vietato il piacere? o tutto ciò che diletta e ravviva, tutto ciò che esulta e brilla, deve sembrare orrido e tetro a chi è morto al mondo? Il susurro delle nuove giovinette fronde che subentrano a quelle dell’autunno decorso, ci richiama forse a mente qualche amara perdita nostra, sicchè non ci possiamo rallegrare del rinascimento dei fiori? O, comparando con angoscia i nostri belli anni ai bei giorni, il ritorno di questi ci fa più aspramente risentire la fuga di quelli? Forse anche ci apparisce in una visione poetica qualche antica primavera, la cui idea ci ripone sotto occhio una regione remota, una serata serena al lume della luna.... Onesti poltroni, savi epicurei, mortali indifferenti e beati, uccelletti nutriti nel nido di Levscin,[99] Priami delle campagne, e voi sensibili dame, la primavera vi chiama in villa. Ecco il tempo del caldo, dei fiori, del lavoro; il tempo delle passeggiate fantastiche, delle notti scandalose. In villa, amici miei! Presto, presto, salite nelle carrozze cariche a più non posso, salite nelle diligenze; evadetevi dal carcere delle città. E tu, lettor benevolo, sali nella tua calescia e abbandona la affaccendata metropoli dove hai passato l’inverno in feste e in gioco. Vieni in compagnia della mia capricciosa Musa a udire il mormorio crescente delle selve, lungo il ruscello innominato, presso alla borgata ove Eugenio, anacoreta atrabiliare e ozioso, viveva poco fa in vicinanza della giovine Taziana, di quella mia diletta visionaria.... Egli non vi sta più, ma vi ha lasciato un’indelebile traccia. Fra quell’anfiteatro di montagne andiamo là dove un’acqua limpida serpeggiando per i verdi prati scende al fiume a traverso una macchia di tigli. Là il rosignolo, poeta della primavera, canta tutta la notte, e mischia i suoi trilli al garrir della fonte; lì sboccia la rosa selvatica; là s’inalza una pietra sepolcrale adombrata da due pini annosi. Si legge sulla lapida questa iscrizione: “Qui giace Vladimiro Lenschi, che morì giovane della morte dei valorosi, nell’anno...... in età di..... — Riposa in pace, o gentil vate.” Altre volte, una ghirlandetta misteriosa appesa ai ramoscelli curvi, si librava al soffio matutino; altre volte, verso sera, due amiche visitavano quel luogo, e abbracciate, piangevano su quella tomba, al chiaror della luna. Ma adesso il monumento funebre è obliato. Sul terreno che lo circonda non s’improntan più le consuete orme.... la ghirlandetta rorida più non tremola ai ramoscelli del pino. Solo il pastorello canuto e infermo vi viene come prima a lavorar, cantando, le sue rozze scarpe di scorza. Povero Lenschi! La giovinetta stanca cessò di piangere e mancò di costanza nel dolore. Un altro attrasse li sguardi di lei, un altro seppe, a forza di premure, sopire il di lei affanno; un Ulano l’ha invaghita. Eccola appiè dell’altare.... essa arrossisce sotto la corona nuziale, e china modestamente il capo; li occhi suoi volti a terra sfavillano d’amore; un dolce sorriso splende sulle sue labbra. Povero Lenschi! Nel tuo sepolcro, nel palazzo della muta eternità, ti sdegnasti di quel tradimento? Oppure, addormentato in grembo a Lete, insensibile e beato, rimanesti indifferente a tal perfidia? Chè forse dopo la tomba più non ci cal di questa terra.... Nè la terra più si cura di noi. La voce degli amici, dei nemici, delle amanti, in un subito tace. I voraci eredi si disputano i brani del nostro avere, come cani famelici un osso. La bella Olga più non adorna la magione dei Larin. L’Ulano, schiavo del suo dovere, fu costretto di raggiunger il suo reggimento. La vecchia madre nel separarsi dalla cara figlia sparse tante lacrime e tanto patì, che parve dovesse spirar l’anima. Taziana stette col ciglio asciutto, ma tinse il volto afflitto d’un biancor di morte. Quando i parenti e gli amici escirono sul verone e poi si strinsero intorno alla carrozza degli sposi per dare loro un ultimo addio, Taziana seguì la folla; e quando la carrozza partì, l’accompagnò cogli occhi; e anche dopo che fu sparita, li tenne a lungo fissi in quella direzione. Ormai Taziana è sola, affatto sola! La compagna della sua infanzia, la sua favorita tortorella Olga le è rapita dal fato, le è strappata dal seno per sempre. Come un’ombra essa erra senza scopo nel giardino deserto; ma nè in quello nè in casa trova consolazione nè sollievo. Vorrebbe piangere, ma le lacrime non sgorgano dal ciglio inaridito e pare che il cuore le si schianti in due pezzi. In quella crudele solitudine, la sua passione diviene più violenta; amore le parla più altamente del lontano Anieghin. Essa non lo vedrà più; essa deve odiare in lui l’assassino di suo fratello.... Il poeta è spento.... e già più nessuno si sovvien di lui; già la sua fidanzata si è donata ad un altro; la memoria del poeta si è spersa come un vapore nel vasto azzurro cielo. Due soli cuori forse, tuttora pensano a lui e si rammaricano.... ma perchè rammaricarsi? È notte oscura. Il fiume scorre silenzioso. Il melolonta ronza intorno agli alberi. Le danze s’intrecciano. Il fuoco dei pescatori splende sulla riva opposta. Taziana, immersa nelle sue meditazioni, vaga per la campagna all’argenteo chiarore della luna.... avanza, avanza.... Finalmente scorge sulla cima d’un colle una casa signorile, una borgata, un boschetto a piè d’un poggio, e un giardino bagnato da un ruscello. Taziana contempla quella dimora e il suo cuore batte più forte e più presto. Un momento sta titubante e incerta: “Andrò io più oltre, o tornerò indietro? Egli non è più qui... nessuno mi conosce... darò una occhiata alla casa e all’orto....” E la fanciulla prosiegue il suo cammino, respirando appena... gira attorno lo sguardo inquieto... ed entra nel cortile abbandonato. I cani le si slanciano incontro abbaiando. I ragazzi accorrono in fretta alle strida della giovinetta spaventata. Scacciano i mastini a forza di bastoni e si fanno i protettori dell’incognita. “Si può vedere quella casa?” domandò Taziana. Immantinente i ragazzi vanno da Anisia, a cercar la chiave del vestibolo. Questa si fece incontro alla visitatrice e le aprì le porte. Taziana entra nella casa in cui poco fa viveva il nostro protagonista. Guarda, e vede una stecca di bigliardo giacente in un angolo del salotto e un frustino da cavallerizza sopra un divano. La contadina che la conduce, le dice: “Ecco il caminetto; qui il padrone se ne stava seduto tutto solo. Qui desinava secolui nell’inverno il signor Lenschi, defunto. Mi segua per di qua. Ecco lo studio del padrone. Qui dormiva; qui beveva il caffè. Qui ascoltava i rapporti dell’intendente e leggeva in un libro la mattina.... Anche l’antico padrone dimorava in questa stanza. Tutte le domeniche, presso a questa finestra, mettendosi gli occhiali, giuocava meco al _duraccèc_.[100] Dio abbia pietà della anima sua e gli dia pace nella fossa, dentro la nostra madre terra!” Taziana considerava tutto con attenzione e con intenerimento; ogni minima cosa le sembrava cara, e le destava in seno un sentimento mezzo gaio e mezzo tristo. La tavola colla lampada estinta; i libri ammucchiati senza ordine; il letto coperto d’un pesante coltrone; un ritratto di Lord Byron; una colonnetta sormontata da una statua di bronzo, col cappello abbassato sulla fronte tetra e colle braccia conserte al petto.... Taziana esamina tutto.... e poi s’affaccia per goder della campagna rischiarata dal pallido raggio della luna.... Quasi incantata, non può decidersi a lasciare quel gabinetto. Ma si fa tardi. Il vento è freddo, la valle è buia, e il villaggio dorme velato di vapori grigi. Già la luna tramonta... è tempo che la bella pellegrina rieda al paterno tetto. Procura di celar la sua emozione, ma non può pertanto reprimere un sospiro. Si dispone a partire; ma prima di lasciar quelle mura chiede licenza ad Anisia di tornare un’altra volta nel castello deserto per dare una scorsa ai libri sparsi sul tavolino. Il giorno seguente, di buon mattino, Taziana era nel gabinetto d’Eugenio; e rimasta sola, in quella solitudine, in quel silenzio, dimenticando il mondo intero, s’abbandonò liberamente al suo dolore e proruppe in pianto. Poi, si mise a frugare nei libri. Dapprima non voleva aprirli, ma i titoli strani e disparati la empirono di meraviglia e lesse con avidità, e un mondo nuovo apparve alla sua vista. Sebbene, come sappiamo, Eugenio avesse da gran tempo rinunziato alla lettura, e ceduto ai tarli la sua biblioteca, pure teneva presso di sè alcuni volumi, quali, per esempio, i poemi dell’autore del _Giaur_ e di _Don Giovanni_, e due o tre romanzi che rappresentavano i costumi contemporanei con bastante esattezza: quella immoralità, quell’egoismo, quella secchezza d’idee, mista di melancolia e d’irritazione che ferve e s’agita nel vuoto. Alcune pagine portavano impresse le tracce di una unghia tagliente che avea segnati con strisce i passi più notevoli. Taziana fermò particolarmente su questi la sua attenzione. S’istruì con un palpito di quelle osservazioni, di quei pensieri, che avean colpito Anieghin e che egli aveva meditati e ponderati a lungo. Qua e là sui margini un punto interrogativo, una croce o alcune righe scritte col lapis rivelavano i più interni sensi del nostro eroe. Adesso, Taziana incomincia a comprendere un po’ meglio, la Dio mercè, il carattere di colui per cui essa sospira in forza d’una tirannica fatalità. Chi è egli questo originale pernicioso e tristo?... Un cittadino dell’inferno o del cielo, un angelo o un demonio ribelle? Forse un fantasma, una copia vana, un moscovita con in dosso un mantello di Harold, una interpretazione dei capricci altrui, un indice alfabetico delle parole di moda, in somma una parodia? Potè Taziana indovinare quella sciarada? Potè trovare la soluzione di quel logogrifo? Le ore volano. Taziana non riflette che sua madre l’aspetta da un pezzo. Due vicinanti sono venuti a veglia in casa sua, e discorrono appunto di lei. “Taziana non è più bambina,” dice una vecchia sdentata, tossendo. “È vero,” replica la madre. “Olga era più giovine. È tempo ch’io mariti anche Taziana; ma come si fa? Sempre risponde: non voglio. Ed è sempre pensierosa e va a passeggiar sola pei boschi.” “Che non sarebbe innamorata?” “Di chi mai?” “Buianoff la corteggiava.” “Fu rifiutato.” “Giovanni Pietuscoff l’ha chiesta in isposa.” “Fu respinto anche esso. L’Ussaro Puictin è stato qualche tempo quartierato da noi. Correva dietro a Taziana come un matto; ne era innamorato cotto. Io diceva fra me: forse questo sarà più felice degli altri.... Eppure non ci fu verso.” “Sapete che? Andate a Mosca con vostra figlia, cara signora Larin. Quello è il gran mercato delle giovani da marito. E si dice che ci sia gran mancanza di donne. Andateci.” “Cara amica, ho poche entrate, e a Mosca si spende molto.” “Avete abbastanza per camparci un inverno, e, caso mai, io vi presterò l’occorrente.” La buona vecchia gustò assai questo consiglio ragionevole e stimato. Contò il suo denaro, e stabilì immediatamente d’andare a stare l’inverno a Mosca. Taziana intese con orrore un tal progetto. La fa raccapricciar l’idea di dover mostrare a una società che non la perdona a nulla nè a nessuno, la loro semplicità provinciale; la loro toelette usata e fuor di moda, il loro linguaggio antiquato e scarso! Di dovere esporsi alla critica dei damerini e delle galanti dame di quella capitale! Oibò! oibò! Più saggio e più sicuro partito è lasciarla in fondo alle sue macchie natie. Eppure convien che se ne svelga. S’alza coi primi albori, se ne va pei campi e mirandoli con tenerezza, esclama: “Addio valli quiete, e voi vette dei monti amici, e voi fronde delle amiche selve! Addio bel cielo, addio ridente natura. Cambio questa vita pacifica e grata con una vita piena di illustre tumulto e di splendide ambasce! Addio, mia dolce libertà! Dove men vado? perchè men vado? Che avvenire mi serba la sorte?” Le sue girate divengono ora più lunghe. A ogni passo, si sente fascinata dalla leggiadria d’un colle o d’un ruscello. Si affretta di conversare coi suoi boschetti, coi suoi prati, come si suol fare con antichi compagni che si debbono tosto lasciar per sempre. Ma l’estate già volge al suo termine; l’aurato autunno già nasce. La natura, pallida, tremante, appare magnificamente adorna, come una vittima che procede all’altare. Borea spingendo davanti a sè le nubi, già sbuffa, sibila, e l’inverno lo segue. L’inverno è giunto; appende serti e festoni d’argento ai ramoscelli nudi degli alberi; stende candidi tappeti sulle pianure, sui poggi; ferma i ruscelli e li trasforma in alabastro. La brina, il ghiaccio ci assediano da ogni banda, e ci dilettiamo di questi scherzi della natura. Ma Taziana questa volta non vi prende piacere. Non muove a salutar l’inverno, come era solita; non va a respirar la prima polvere del gelo, nè a fregarsi il volto, le spalle e il seno, colla prima neve caduta sui tetti; Taziana maledice l’inverno, che la rapisce al suo nido. L’ora prefissa s’avanza. La decrepita carrozza dimenticata nella rimessa, è tratta fuori, esaminata, rispalmata, rassettata. Tre _chibitche_ trasportano la mobilia della casa, le marmitte, le seggiole, i cassettoni, i vasetti di conserva, le materasse, i piumini, i gabbioni del pollame, le pentole, le tazze, insomma, ogni sorta di arnesi. Una caterva di servitori e di contadini è adunata nel cortile; chi chiacchiera, chi piange; diciotto carogne sono attaccate alla carrozza. I cuochi allestiscono la colazione. Le _chibitche_ sono cariche in modo che sembran montagne ambulanti; le vecchie si bisticciano coi cocchieri barbuti. Il corriere inforca una brenna emaciata e irsuta. I buoni augurii, i voti sinceri, gli addii ripetuti echeggiano intorno. I padroni entrano in carrozza; la venerabile vettura si scuote, crepita, si strascica sino alla porta del recinto. “Addio, cari luoghi tranquilli... addio grata solitudine... ti rivedrò io mai?...” E un torrente di lacrime scorre dagli occhi di Taziana. Tra cinquecento anni incirca, secondo i calcoli dei filosofi, verrà, per l’effetto dei progressi della civiltà moderna, un giorno in cui si riformerà il nostro sistema di communicazione, e allora una rete di strade unirà le provincie della Russia. Allora, i ponti di bronzo accavalcheranno le acque con un solo arco; le montagne si traforeranno; si scaveranno ardite gallerie sotto gli alvei dei fiumi e in ciascuna stazione i fedeli cristiani troveranno una buona trattoria. Per adesso non abbiamo buone strade; i ponti di legno marciscono negletti; le cimici e le pulci non ti lasciano un istante di posa nelle stazioni postali; di trattorie, non si sa nulla. La pomposa lista delle vivande affissa alla parete d’una sala gelata, non serve ad altro che ad aguzzare invano l’appetito dei miseri viaggiatori. Frattanto, ritti davanti a un fuoco lento, i rustici ciclopi del villaggio ribattono sull’incudine coi loro martelli russi i fragili ferramenti delle carrozze europee, e benedicono le rotaie e le frane della patria, che loro procurano quel po’ di lavoro. Ma, in tempo d’inverno, il viaggiare è facile e piacevole in questo paese. Le strade sono allora dritte e piatte come i versi scipiti dei nostri poetastri alla moda. I nostri aurighi sono coraggiosi, i nostri cavalli instancabili, e i pali delle verste,[101] sì grati alla vista, ci volano davanti così fitti come le sbarre d’un cancello. Sventuratamente la signora Larin andava coi propri cavalli e non con quelli della posta, per non incorrere una spesa esorbitante. Il tragitto durò una settimana; ma Taziana non si lagnò di tal lentezza, anzi ne fu lieta. Già son vicini a Mosca, alla bianca Mosca dalle mille cupole impennacchiate di croci che lampeggiano al sole come folgori! O amici! Come io gioiva quando a un tratto io scopriva quell’anfiteatro di chiese, di campanili, di giardini, di palazzi! Quante volte nel mio tristo esilio, errando qua e là, io pensai a te, Mosca mia! Oh quante cose racchiuse in questo solo nome! Che significato presenta a un cuore russo! Ecco il castello di Pietro Primo, attorniato di querce e superbo della sua antica gloria. Ivi indarno Napoleone, accecato dalla fortuna e dall’orgoglio, aspettava che la vecchia capitale gli s’inginocchiasse davanti porgendogli le chiavi del Cremlino.... No. — Mosca non gli andò incontro colla testa bassa. Non preparò per l’eroe impaziente, nè banchetti, nè regali; preparò un incendio. Dalle finestre di questo castello, l’invasore, immerso nelle sue riflessioni, contemplò le fiamme minacciose. Addio, teatro d’illustri memorie, addio venerabile reggia! Avanti! avanti! Già le colonne delle barriere biancheggiano; già l’equipaggio s’inoltra nella Tverscaia attraverso le vie cave. Fuggono come ombre i casotti delle sentinelle, le vecchie serve, i monelli, le botteghe, i lampioni, i palazzi, i giardini; le slitte, gli orti, i mercanti, i tuguri, i contadini, i _boulevards_, le torri, i cosacchi, le farmacie, i magazzini di modiste, i balconi, i leoni dei portoni, e gli stormi di cornacchie svolazzanti intorno alle croci. Durò due ore intere questa corsa. Finalmente la carrozza si fermò davanti a una casa nel vicolo di Caraton. Le nostre viaggiatrici smontano da una vecchia zia che soffre di etisia da quattro anni in qua. Apre loro l’uscio un Calmucco canuto, cogli occhiali sul naso, con un _caftano_ logoro indosso e una calza in mano.[102] La principessa sdraiata sopra un divano del salotto, accoglie le straniere con un grande urlo di sorpresa e di piacere. Le due vecchie s’abbracciano piangendo e facendo mille esclamazioni. “Principessa, _mon ange_!” “_Pachette!_” “_Aline!_” “Chi l’avrebbe detto!” “È tanto che non ci siamo vedute!” “Sarà per qualche giorno, eh?” “Cara cugina!” “Siedi.... Che buona idea è stata questa!... È proprio una combinazione da romanzo!” “Ti presento mia figlia Taziana.” “Ah Taziana! vieni quà... Mi par proprio di sognare! Cugina, ti ricordi di Grandisson?” “Che Grandisson?... ah, Grandisson!... Sì, sì, me lo ricordo, me lo ricordo. Dov’è adesso?” “Sta in Mosca, da Simeone. Mi ha fatto visita la vigilia di Natale. Poco tempo fa ammogliò il figliuolo.” “E quel cane... ma ne parleremo a lungo un’altra volta, vero? Dimani, presenteremo Taziana a tutta la famiglia. Che disgrazia! posso appena reggermi in piedi; non esco quasi più di casa. Ma voi siete stracche del viaggio... Andiamo a riposare tutti assieme... ahi, che non ho forza..... mi duole il petto... non solo il dispiacere, ma anche il piacere mi stanca e opprime.... cara mia, non son più buona a nulla.... è una gran brutta cosa la vecchiaia....” E così dicendo, tutta ansante incominciò a tossire senza cessar di piangere. Le finezze, le premure gentili della ammalata cattivano Taziana; la quale contuttociò non può avvezzarsi alla sua nuova dimora tanto diversa di quella che ha testè lasciata. Nel suo nuovo letto, addobbato di cortine di seta, essa non può dormire; e il suono mattinale delle campane banditore delle fatiche quotidiane, la desta nel più bel momento dei suoi sogni. Allora si alza, e s’asside presso alla finestra. La caligine crepuscolare si dirada; l’aria si rischiara; ma Taziana non scorge le sue campagne dilette, e altro non vede innanzi a sè che un cortile incognito, una scuderia, una cucina e una palizzata. Ogni giorno Taziana è condotta a qualche pranzo di famiglia, è presentata a qualche avola o zia a cui poco bada. Ai parenti che vengon di lontano si fa sempre buona accoglienza, si prodigano gli elogi e le carezze, e si offre il pane e il sale. “Come è cresciuta Taziana! È molto che io t’ho fatto da comare!” “E io che t’ho tenuta sulle braccia!” “E io che t’ho tirata per gli orecchi!” “E io che t’ho dato tanto pan di zenzero!” E le mamme e le nonne ripetevano in coro: “Oh, come gli anni passano presto!” Ma non v’è nulla di cambiato presso quella buona gente. Tutto è rimasto nell’antico stato. La principessa Elena, la zia, porta sempre una scuffia di tulle; Luceria Lvovna s’impiastra sempre il viso di biacca; Ivan Petrovicc è sempre lo stesso ciuco di prima; Semen Petrovicc è sempre lo stesso spilorcio di prima; Pelagia Nicolavna ha sempre l’amico Monsieur Finemouche, il can levriero e il marito, il quale è sempre socio assiduo del club, sempre pacifico, sempre sordo, e sempre mangia e beve per due. A prima giunta, le giovinette Grazie di Mosca esaminano Taziana da capo a piedi senza far motto; la trovano qualche poco strana, provinciale, svenevole, affettata, alquanto palliduccia e magretta, ma in totale belloccia. Poi obedendo allo istinto di natura si fanno sue amiche, la menano a casa loro, l’abbracciano, le stringono le mani, le acconciano i capelli secondo la moda, e finalmente le palesano i loro secreti di cuore, secreti di fanciulle! le conquiste proprie e le altrui, le speranze, le furberie, i desiderii. Le loro innocenti conversazioni passano lievissimamente cosperse di maldicenza. Quindi esigono gentilmente che Taziana contraccambi quelle confidenze con una confessione ingenua. Ma essa ascolta quei discorsi senza diletto, non li comprende, e copre di silenzio e di mistero i pensieri del suo cuore, il tesoro delle sue lacrime e della sua sorte ventura, e non ne fa parte a nessuno. Taziana brama di assistere alle grandi conversazioni; ma non vi sente che futilità sconnesse, sonore bagattelle, freddure; il linguaggio è sterile e secco, e persino la maldicenza vi è sciocca e noiosa. In mezzo a quella confusione d’inchieste, di brighe, di pettegolezzi non balena una sola idea in ventiquattro ore, nemmen per caso, nemmen per disavvedutezza; il cuore non si muove nemmeno per burla e lo spirito si caria e si petrifica. Nè anche ciarlando di cose ridicole, sai trovare una parola arguta, o mondo elegante e frivolo! I giovanotti sfaccendati mirano Taziana con affettazione, e parlano di essa fra loro poco favorevolmente. Un bell’ingegno stravagante la dichiara _ideale_, e piantandosi sulla soglia della porta si dispone a recitarle una elegia, quando passerà. Un certo B***, che l’aveva veduta dalla sua fastidiosa zia, s’asside allato alla fanciulla e cerca d’innamorarla coi suoi insulsi complimenti. Un venerando vecchio, vedendola favellare con B***, domandò chi era, e ricompose in onore di lei la sua arruffata parrucca. Ma in quel tempio nel quale Melpomene furibonda alza la sua tremenda voce e sventola il suo mantello screziato di lustrini davanti a un pubblico di ghiaccio; colà dove Talia dolcemente sonnacchia nè ode che rari applausi da’ suoi ammiratori; colà ove la gioventù non bada se non a Terpsicore sola, il che si vedeva già a tempo vostro, si è veduto a tempo mio e si vedrà in ogni tempo; là nessuno fece attenzione a Taziana. Nè gli occhialini delle gelose dame, nè le _jumelles_ degli intelligenti in materia di bellezza feminile, si fissarono sopra di lei dai palchi o dai posti distinti. La menarono anche al Casino dei Nobili. Ivi calca orrenda, tumulto atroce, calore carbonizzante. Il mugghiar dell’orchestra, il fulgore delle lumiere, il ronzio dei gruppi di gente, il turbine delle coppie danzanti, il brillante emiciclo delle signore, il loro aereo abbigliamento, l’andirivieni continuo, — tutto ciò ti rapisce fuori di te. Ivi, i _dandy_ insigni fan mostra della loro sfacciataggine, dei loro _gilè_, dei loro _binocles_ superflui. Qui, gli ussari in congedo, appariscono un momento, cianciano, trionfano e s’involano. Nell’ombra della notte, molte stelle rilucono; e molte belle rifulgono nella città di Mosca. La luna però, più chiara di tutti gli astri, regna senza rivale nei vasti campi di zaffiro.[103] Quella di che io non oso sospirare il nome risplende sola fra tutte le donne. Con qual celestiale maestà s’avanza! Pare che il suo piedino non tocchi il suolo. Che grazia in quel seno! Che languore in quegli occhi! Ma fermo, fermo! Bastante tributo già pagasti alla amorosa insania. Il frastuono, le voci, il correre, gli inchini, la galoppa, la masurca, il valzer... Taziana intanto seduta presso ad una colonna, fra due zie, non osservata da nessuno, mira tutto, niente vede. Aborrisce quel fracasso; quel calore la soffoca. Pensa alla sua vita agreste, al suo villaggio, ai suoi poveri contadini, al cantuccio solitario ove mormora il ruscello limpido; pensa ai suoi fiori, ai suoi romanzi, all’oscurità del viale di tigli, nel quale egli le apparve. Così erra la fantasia di lei. Frattanto un grave generale non cessa di adocchiarla. Le zie ammiccano fra di loro, e spingono Taziana col gomito, dicendole sotto voce: “Guarda un po’ a sinistra! presto!...” “A sinistra? Dove? Che ci è?” “Comunque sia, guarda, ti dico... In quel gruppo di persone, vedi? Davanti a te... lì... dove sono due uniformi.... Ma ora egli s’allontana... Si mette da banda...” “Chi? Quel grosso generale?” Ora, conviene che ci congratuliamo con Taziana della sua vittoria, e la lasciamo andare. Prenderemo un’altra via per seguire il nostro protagonista. A proposito. Dimenticai di porre una invocazione in fronte a questo poema. Ma meglio tardi che mai. Eccola. “Canto un giovine amico mio e la moltitudine dei suoi capricci. Dégnati, o epica Musa, di secondare la mia lunga impresa. Porgimi il tuo sostegno valido affinchè io non esca del seminato....” E tanto basta. Ho reso al classicismo il debito omaggio: il mio poema ha una invocazione! CAPITOLO OTTAVO. Fare thee well, and if for ever. Still for ever fare thee well. BYRON. Allorchè io fioriva tranquillamente nei giardini del Liceo; allorchè io leggeva molto Apuleio e niente affatto Cicerone; la Musa m’apparve un giorno di primavera nella valle misteriosa, presso alle acque che scorrevano in silenzio. La mia cella di studente s’illuminò a un tratto. La Musa mi vi imbandì lauti rinfreschi; mi insegnò a celebrare i piaceri della gioventù, la nostra antica gloria e i trepidi sogni del cuore. Quando la menai fuori meco nella società, la gente l’accolse con benevolenza e mi fece animo a proseguire d’amarla. Il vecchio Dergiavin[104] volle conoscermi, e mi benedì nei suoi ultimi istanti di vita. Facendo mia unica legge il mio capriccio, intarsiai nei miei scritti ogni mia bizzarria e impressione. Lanciai la Musa in mezzo allo strepito dei banchetti e delle dispute, e divenne il terrore delle guardie notturne. Pagò coi carmi il suo scotto in quei conviti, scherzando come una baccante, bevendo e cantando in onore dei commensali. E la gioventù corse dietro ai suoi passi ed io insuperbiva cogli amici di possedere sì leggiadra compagna. Io poi abbandonai la loro società, e ne fuggii lontano. La Musa mi seguì. Quante volte coi suoi racconti amabili essa addolcì il mio amaro esilio! Quante volte, fra i dirupi del Caucaso, montò a cavallo meco come un’altra Leonora[105] al lume di luna! Quante volte sulle spiagge della Tauride mi condusse attraverso le nebbie oscure a udire il rombo dell’Eusino, il perenne inno delle Nereidi, la danza eterna delle onde, il vasto concento del mare in onore del padre dei mondi! Lungi dalle città pompose e dai festini illustri, essa visitò nelle infelici steppe della Moldavia le tranquille tende della razza vagabonda delli Zingari. E fra quelle divenne selvaggia, e obliando il linguaggio degli Dei, favellò un idioma strano e indigente, e modulò canzoni mezzo barbare..... Ma in un subito, cambiò il destino della mia Musa. Eccola seduta nel mio giardino, vestita da signorina nobile, con un pensiero melancolico negli occhi e un volume francese fralle mani. Ora per la prima volta io la meno a un _raut_ del _gran mondo_. Io guardo le sue bellezze con un brivido di gelosia. Essa passa tralle file strette delli aristocratici, dei zerbini militari, dei diplomatici, delle dame orgogliose. Si asside in silenzio, gira gli occhi attorno e si diverte a veder passare le signore in gran gala che salutano la padrona di casa, e compongono poi nel salotto un quadro vivente di cui i signori formano, per così dire, la cornice. Ammira l’ordine perfetto delle società oligarchiche, la calma d’una nobile alterigia e quella confusione di qualità e di età diverse. Ma chi è costui che se ne sta muto e tetro nella folla loquace e scintillante? Sembra straniero a tutti. Passano innanzi a lui tutte quelle figure come una serie di noiose apparizioni. Gli sta impresso in fronte lo spleen o l’arroganza afflitta. Perchè trovasi egli qui? Sarebbe forse Eugenio?.... Possibile!... “Sì, è desso.” “Da quando in qua tornò? È sempre lo stesso originale o s’è corretto? Ditemi, perchè mai torna a star fra noi? Che parte vuol fare, che personaggio vuol rappresentare da vero commediante ch’egli è? Farà il Melmoth, il Cosmopolita, il Patriota, il Childe Harold, il Quacchero, il Tartufo? Che maschera presceglierà?... O forse si contenterà d’essere un galantuomo come voi ed io, come tutti siamo?” “Comunque sia, io gli darò almeno il consiglio di rinunziare a quella moda rancida. È assai lungo tempo ch’egli gabba il mondo...” “Lo conoscete?” “Sì, e no.” “Perchè dunque lo trattate con tanta acrimonia?” Forse perchè ci travagliamo indefessamente a giudicar di tutto; perchè l’imprudenza d’un’anima focosa o ferisce o allegra la nullità[106] egoistica; perchè lo spirito amante di libertà e di spazio, forza gli altri a fargli posto; perchè troppo spesso acconsentiamo ad accettar ciarle per fatti; perchè la stoltezza è credula e maligna, perchè le cianciafruscole hanno importanza per gli uomini d’importanza, e perchè la mediocrità sola è all’altezza delle nostre spalle, e non ci sembra stramba e folle? Fortunato colui che in gioventù fu giovine; colui che maturò nella giusta stagione; che seppe sopportar con coraggio il freddo ognor crescente dell’età, che non si pascè di sogni ambiziosi e grandi; che non allontanò da sè il profano volgo; che di venti anni fu un damerino e un bravo, e di trenta anni prese una moglie adorna d’una buona dote; che di cinquanta anni si liberò dei suoi debiti particolari, e altri; che zitto zitto, piano piano, acquistò riputazione, onori e ricchezze; e di cui tutti s’accordano a dire: il tal di tale è un’ottima persona. È un tormento il pensare che la gioventù ci fu data invano, che la tradiamo, e che ci tradisce ad ogni istante; il veder che le nostre migliori brame, le nostre più floride speranze, si sono sbiadite e sperse come le foglie dei boschi al vento d’autunno. È affannoso il mirare davanti a sè in prospettiva una infinita serie di pranzi e dover considerar la vita come una funzione e seguir le pedate della gente senza poter dividere nè le opinioni, nè le passioni delle masse. Converrete meco, lettore, che è una posizione intollerabile quella d’un uomo, il quale divenuto l’oggetto delle critiche universali, è dichiarato dalle persone di senno un originale pretenzioso, o un matto feroce, o un mostro diabolico, o finalmente il fratello carnale del mio demonio familiare. Anieghin, (io torno a intrattenervene), Anieghin, dopo di avere ucciso in duello l’amico; dopo di avere vissuto sino a ventisei anni senza scopo e senza giudizio, languiva in una inerzia fracida, senza impiego, senza moglie, senza occupazione, e non sapeva prender gusto a nulla. Lo _spleen_ s’indonnò di lui; volle mutare aria (pensiero funesto, croce volontaria d’un gran numero di ricchi). Lasciò il suo villaggio, la solitudine delle selve e dei campi, ove di continuo gli appariva una ombra sanguinosa, e incominciò a viaggiare a caso e in preda a una idea unica. Ma i viaggi, come tutto il resto, lo annoiarono. Tornò a casa, e, come Ciaschi, dalla nave passò al festino. E la folla ondeggia e mormora, e una notizia vola di bocca in bocca.... Una dama accompagnata da un grave generale, s’approssima alla padrona di casa. Non è nè premurosa nè sdegnosa nè loquace. Non guarda la gente con disprezzo, non cerca, non allice gli applausi e l’attenzione, non fa smorfie e contorsioni; ha un tratto nobile, semplice, modesto, e tutti l’ammirano. Essa è il più perfetto modello del _comme il faut_. — Scusate: anche questa è una espressione che ci manca. Le giovani signore si assidevano già presso ad essa; le vecchie le sorridevano, i cavalieri la salutavano profondamente, e cercavano di ottenere un suo sguardo; le fanciulle attraversavano il salotto con passo più lento quando passavano avanti a lei, e il generale che l’accompagnava, alzava il ceffo e le spalle più di tutti gli astanti. Essa non poteva dirsi bella, ma in tutta la sua persona, dal sommo della testa alla punta dei piedi, non avresti potuto scoprire ombra di ciò, che nei crocchi aristocratici di Londra, si chiama _vulgar_... Vorrei tradurre questo termine, ma non posso.... è nuovo nel nostro idioma, e temo che non ci voglia allignare. Farebbe all’uopo in un epigramma.[107] Ma riedo alle nostre dame. La vezzosa di cui parlavamo, tanto più vezzosa ch’era naturale nelle sue maniere, stava accanto a Nina Voronsca la Cleopatra della Neva. — Eppure la bellezza abbagliante di questa non eclissava quella della sua vicina. Perchè? Perchè Nina era una statua. “Se non erro,” pensava Eugenio, “è dessa.” Ma sì; è appunto dessa.... No.... Come! Da un oscuro villaggio nelle steppe!...” E prendendo l’occhialino che non lasciava mai, lo volge spesso su quella signora, i cui lineamenti gli rimembrano una persona obliata da un pezzo. “Principe, non conoscereste quella che discorre coll’ambasciador di Spagna, e che ha un turbante chermisi?” Il Principe osserva Anieghin con stupore. “Ah!” sclama, “è vero che non vai più in società da molto tempo. Aspetta, io ti presenterò a lei.” “Ma chi è essa?” “È mia moglie.” “Sei ammogliato! Non lo sapevo. Da quando in qua?” “Da circa due anni.” “Con chi?” “Con una Larin.” “Taziana?...” “La conosci?” “Io sono loro vicinante.” “Dunque vieni.” Il Principe s’accosta alla consorte, e le presenta il suo collaterale ed amico. La Principessa lo saluta. E qualunque si fosse il turbamento, l’emozione, la meraviglia che essa provò in quel punto, seppe celarla in modo, che serbò la sua gravità, la sua calma, e riverì Eugenio con indifferenza. No; essa non abbrividì, non impallidì, non arrossì a vicenda. Non increspò le ciglia, non si presse nemmen le labbra. Anieghin la contemplava attentamente, ma non poteva rinvenire in lei la Taziana d’altre volte. Volle dirigerle qualche parola, ma gli mancò la voce. Allora, la Principessa gli domandò da quanto tempo era giunto, e se veniva dalla loro provincia. Quindi i di lei occhi stanchi si fermarono sul generale, ed egli ed essa sparvero. Eugenio rimase immobile e stordito. È questa quella stessa Taziana, alla quale l’austero Eugenio, nel principio della nostra istoria, dava lezioni di morale, in una villa remota e agreste; quella Taziana, della quale egli conserva tuttora un biglietto, schietta espression d’un cuore che svela apertamente il suo secreto?... È questa, quella stessa fanciulla, oppure è una altra? Come mai quella fanciulla ch’egli respinse con tanto stoicismo, e che lo amava tanto, divenne sì indifferente e sì ardita verso di lui? Egli lascia il salotto troppo angusto. Torna a casa tutto pensieroso. Il suo sonno tardivo è tramezzato di visioni or triste or liete. Si desta; il cameriere gli consegna uno scritto. Il Principe NN. lo invita gentilmente a una _soirée_.[108] “Dio! da lei!... ci andrò; ci andrò.” E in gran fretta scarabocchia due righe di risposta. Che gli accade? Che farnetica? Che cosa ribolle in fondo a quella anima indolente ed egoista? La stizza, la vanità, o l’amore supplizio della gioventù? Anieghin nuovamente conta le ore; nuovamente troppo lunghi gli sembrano i giorni. Battono le dieci; egli esce, vola, entra nel palazzo, e tremante, s’inoltra nel salotto. Trova Taziana sola, e passano alcuni minuti a quattro occhi. Anieghin non può parlare; turbato, smarrito, anelante, risponde appena. Mille idee strambe gli girano per la testa. Non cessa di contemplar Taziana. Essa se ne sta tranquilla e tutta in sè raccolta. Sopravviene il marito e interrompe quel penoso _tête à tête_. Egli rammenta ad Eugenio le beffe e le malizie della loro infanzia, e ne ridono di buon animo. Frattanto gli invitati arrivano. I sali grossolani della malignità mondana condiscono la loro conversazione. Ma intorno alla principessa il discorso è brillante di spirito senza leziosaggine; di quando in quando vi balena un raggio di profondo buon senso; e sempre ne stanno lontane le massime d’eterna verità, le pedanterie, e quelle parole svergognate che inquietano gli orecchi delicati. Il fiore della nobiltà, i nomoteti della moda; quegli stolidi inevitabili, quelle caricature che incontransi dappertutto, s’accoglievano lì. Lì s’adunavano le signore attempate, con ceffi da mascheroni e scuffie fregiate di rose; lì capitavano alcune fanciulle che non sorridean mai; lì un ambasciatore che perorava sulle faccende dello Stato; lì un vecchio dai crini profumati che motteggiava come al tempo di prima, con sottigliezza e con garbo, maniera che anche al dì d’oggi piace. Eravi anche un dilettante d’epigrammi, il quale tutto criticava, e biasimava la troppa dolcezza del tè, la goffaggine delle signore, il contegno dei signori, le dottrine d’un romanzo oscuro, il monogramma fatto per due sorelle, le bugie delle gazzette, la guerra, la neve, e sua moglie. Eravi N. N. celebre per la sua infamia; N. N. per cui, o Saint-Priest,[109] spuntasti tanti lapis sugli album di San Pietroburgo. Eravi un secondo dittatore dei balli, che stava ritto fralle due porte,[110] attillato come un figurino del giornale delle mode, bianco e rosso come un cherubino, stringato, mutolo e immoto. Eravi un viaggiatore volante; eravi un impertinente inamidato, che moveva tutti a riso colla sua aria affaccendata; uno sguardo scambiato in silenzio fra gli astanti, esprimeva l’opinione che si aveva di lui. Per tutta quella sera, Anieghin non badò che a Taziana sola. Taziana però non è più quella ragazzina timida, innamorata, povera e semplice; ma una principessa maestosa e fredda, una dea innaccessibile e superba della imperiale Neva. O uomini! Somigliate tutti alla vostra prima madre Eva. Ciò che vi fu concesso in dono, non vi alletta; il serpente ognora vi tira a sè sotto l’albero della scienza. Solo il frutto vietato vi tenta, e senza quello il paradiso più non vi sembra paradiso. Come è cangiata Taziana! Come s’è bene compenetrata dello spirito del suo nuovo rango! Come si è presto appropriato i modi d’una dignità stentata! Chi ardirebbe cercare l’umile campagnola di tempo fa, in quella altera e disinvolta legislatrice dei saloni? Ed egli potè infiammare quel cuore! Alzando li occhi afflitti alla luna, nelle quiete notti, a lui essa pensava intanto che venisse il sonno; e con lui la gentil vergine sperava finire tranquilla il sentiero della vita. Ogni età è soggetta alle smanie d’amore, ma mentre sono benefiche alla virtuosa giovinezza come la pioggia di primavera ai campi, sono funeste alla vecchiaia. Le procelle delle passioni rinfrescano, rinnovellano, maturano i cuori di venti anni, e fan loro produrre splendidi fiori e saporiti frutti. Ma nell’età provetta e infeconda, il ravvivamento degli affetti non genera che doglia e pianto, simile alle piogge d’autunno che sfrondano i boschi, e convertono i prati ameni in fetidi pantani. Non v’ha loco a dubbio: Eugenio è perdutamente invaghito di Taziana. Passa i giorni e le notti in amorosi vaneggiamenti. Sordo alle severe rimostranze della ragione, ogni mattino egli va a far sentinella sul verone o nel vestibolo; la segue come ombra il corpo; si stima beato se gli vien concesso di assettarle il soffice _boa_ sulle spalle, di stringerle amichevolmente la mano, di farle strada a traverso la folla variopinta dei lacchè, o di raccogliere il fazzoletto cadutole a terra. Ma checchè egli faccia per piacerle e per mostrarle il suo affetto e il suo tormento, essa non se ne accorge. Lo accoglie con gentilezza, gli dirige due o tre parole; talvolta gli fa un lieve inchino, talvolta non lo guata nemmeno; insomma non ha traccia di civetteria; quindi è che il _gran mondo_ non la può patire. Anieghin soffre, le sue guance si scolorano e Taziana non se ne avvede, o non se ne cura. Anieghin divien scarno e macilento, e quasi quasi volge all’etisia. Gli amici lo esortano a consultare un medico; tutti lo consigliano ad andare a far le bagnature, ma egli è più disposto a scendere da Plutone, che a lasciar la capitale. Taziana non gliene sa grado; così sono le donne! Egli s’ostina; spera, sospira; e intanto istecchisce. Finalmente, più audace di quello che sarebbe forse in buona salute, stende con mano infiacchita dalla febbre un biglietto appassionato, diretto alla principessa. Quantunque egli non avesse gran fiducia nelle lettere, pure, spinto dalla violenza della passione, prese la penna e così sfogò il cuore. Ecco la sua dichiarazione tale e quale. “Signora! Io lo prevedo, vi offenderà questa franca confessione d’un secreto amore. Che amaro disdegno rifulgerà nei vostri superbi sguardi! ”Che voglio io? Perchè vi schiudo il mio cuore? Perchè vi porgo io così l’opportunità di deridermi e di vendicarvi? ”V’incontrai altre volte per caso; credei scorgere in voi una scintilla di affetto, ma non volli prestar fede agli occhi miei, non diedi libera carriera alla mia consueta smania, non volli rinunziare alla mia libertà. ”Una sola cosa ci ha disuniti.... Lenschi cadde misera vittima della sua suscettività.... Io mi divelsi da tutto ciò che m’era caro.... Straniero a tutti gli uomini, non amando più niente, io pensava che la libertà e la pace potessero supplire la felicità. Dio mio! Come io errava! Come sono punito! ”No: vedervi ad ogni istante; seguirvi in ogni luogo; cogliere alla sfuggita i vostri sorrisi, i vostri raggi, i vostri moti; udir la vostra voce, ammirare le vostre perfette doti; spasimar per voi nelle torture, agonizzare e spengersi.... questa è la felicità! ”Mi era offerta e l’ho respinta!... per voi, io vo vagando a caso nel mondo; per voi mi è cara la luce, mi è caro il tempo; per voi, consumo in molesta inazione gli anni largitimi dal fato che già da per loro erano assai tristi.... Io so che i miei momenti son contati; ma se deve la mia vita prolungarsi, se deve arrivare fino a domani, convien ch’io speri di vedervi nella giornata.... ”Nelle mie preghiere, io temo d’incontrare il vostro truce sguardo, e d’udire le vostre rampogne. Se sapeste quanto è tormentosa la sete d’amore, come arde il petto e il sangue.... Se sapeste come è difficile placare la passione col ragionamento; come è crudele volervi abbracciar le ginocchia, e spargere piangendo a’ vostri piedi, le preci, le lacrime, tutto ciò che esprime il dolore e l’affetto, e frattanto dover imprigionare li sguardi e le parole in una gelida etichetta; dover conversare con voi tranquillamente, e mirarvi con volto sereno! ”Ma ormai, non ho più forza di tenermi a freno. Io son vostro; io m’abbandono al mio destino.” Nessuna risposta. Scrive un secondo, un terzo biglietto; medesimo silenzio. Va in una _soirée_.... appena entrato, la incontra.... com’è severa!... Essa non lo guarda, non gli parla, è fredda come il dì dell’Epifania. Eugenio fa di tutto per reprimere la sua indignazione. Le scocca una occhiata investigatrice. Dov’è la timidezza, dov’è la simpatia, dov’è il pianto?... Non ve n’ha più vestigio. Eugenio non anela che ira e vendetta. Se almeno potesse credere tal condotta suggerita dal timore che il marito o la gente indovinino le conseguenze d’una debolezza momentanea! Ma così non è.... Non v’ha speranza alcuna. Eugenio esce, maledicendo la sua stolidezza, e poi abbandonandovisi di nuovo fa divorzio colla società. Solo nel suo quieto gabinetto, si ricorda quel tempo in cui una aspra ipocondria lo tartassava persino nel _gran mondo_, lo ghermiva, lo incarcerava in un cantuccio oscuro e ve lo tenea rinchiuso a chiave. Ricominciò a leggere senza criterio. Lesse Gibbon, Rousseau, Manzoni, Herder,[111] Chamfort,[112] Madama di Staël, Bichat,[113] Tissot;[114] lesse lo scettico Bayle;[115] lesse Fontenelle,[116] e non volendo mostrarsi parziale, lesse anche alcune opere nostre: gli almanacchi e i giornali, che mi fan ripassar le mie lezioni e che mi pettinano pel dì delle feste con certi complimenti pieni di garbo. _E sempre bene._ Ma ahimè! Egli leggeva cogli occhi; la mente come farfalla errava lontan dal libro. I sogni, i desiderii, i patimenti suoi vincono ogni suo sentimento. Fra le righe stampate, egli ne legge altre tutte diverse, cogli occhi della mente. Queste righe imaginarie assorbono tutta la sua attenzione. Esse gli ricordano il tempo passato ora sereno, ora fosco; mille progetti, farneticaggini, minacce, interpetrazioni, prognostici; una lunga istoria strana, eppur vera, e le lettere d’una gentil fanciulla. E profondandosi ognor più in quella fantasmagoria, ravvisa in mezzo a una oscurità diafana lo spettro instabile del Faraone. Poi, cangia la scena, ed egli scorge un giovine giacente sulla neve come sopra un letto e che sembra dormire... E ode queste parole: “Come! morto!” Talvolta rivede i suoi nemici da gran tempo obliati, i suoi calunniatori insolenti e codardi, le belle traditrici che adorava, i perfidi parasiti che lo adulavano; talvolta distingue una villa circuita d’alberi, e, alla finestra, discerne essa... essa sempre! S’interna cotanto in tali rimembranze, che sta per perderne il giudizio. Diverrà maniaco o poeta. Buon per noi se si fosse appigliato a questo ultimo partito. E lo poteva, chè di già incominciava a comprendere il meccanesimo del verso russo. Quando, seduto solo al caminetto davanti a una bella fiamma, lasciando cadere nel fuoco ora una pantofola, ora un giornale, canterellava: _Benedetta_, o _Idol mio_, Eugenio pareva proprio un poeta. I giorni passano. L’atmosfera s’intiepidisce, l’inverno fugge. Eugenio non verseggia, non muore, non impazza. La primavera lo ristora. Un bel mattino egli abbandona le doppie finestre, il caminetto, la stanza ove ha invernato come una marmotta e se ne va a spasso in slitta lungo la Neva. I blocchi di ghiaccio galleggianti sul fiume scintillano al sole. La neve strutta e calpestata dai pedoni cangia le strade in pozzanghere. Ove si avvia Eugenio con passo sì sollecito, a traverso quel fango? L’avete indovinato per l’appunto. Va da lei, va da Taziana, il nostro incorreggibile originale. Entra più morto che vivo. Non trova nessuno nell’anticamera, nessuno nel salotto. Si trae più avanti.... apre una porta. Che vede? Vede la principessa, in _déshabillé_, pallida, sola, occupata a leggere un foglio. E mentre legge colla guancia puntellata sulla mano, le sgorga un torrente di lacrime dal ciglio. Chi mai in quel momento non avrebbe compatito al suo dolore e inteso il suo secreto! Chi non avrebbe riconosciuto nella principessa Taziana, Taziana la campagnola! Eugenio in un accesso di pietà e di amore le si butta in ginocchio davanti. Essa freme e tace; lo contempla senza spavento, senza cruccio. I di lui occhi addolorati, spenti, l’atto supplichevole, i muti rimproveri, le attestano la sua sincerità. Ecco rinasce l’ingenua verginella di prima, colle sue illusioni, colla sua leggiadra semplicità. Non lo rialza da terra, non torce gli sguardi lontan da lui, non ritira a sè la mano che egli copre di baci ardenti..... Che mai pensa? Dopo un lungo intervallo di silenzio, essa esclama: “Basta. Levatevi. Conviene ch’io mi spieghi schiettamente. Anieghin, vi rimembra di quella sera in cui per caso ci incontrammo in un viale del giardino, di quella sera in cui ascoltai sì umilmente le vostre ammonizioni? Oggi tocca a me ad ammonirvi. Allora io era più giovane, e, credo, più bella... e io vi amava.... Che mi deste in iscambio del mio amore? Come mi corrispondeste? Foste rigido e spietato.... Non è egli vero? L’affetto d’una timida fanciulla non vi parve una gran novità. Ahi che tuttora mi si gela il sangue nelle vene quando mi rappresento quello sguardo gelido e quel rabbuffo acerbo!... Ma non vi appongo biasimo..... agiste nobilmente in quel funesto istante; mi trattaste come io meritava.... ve ne son grata di cuore..... Ma in quelle campagne, priva di vani onori, io non vi piacqui... Perchè mai mi inseguite adesso? Perchè son divenuta l’oggetto delle vostre attenzioni? Sarebbe forse perchè adesso io vivo nell’alta società; perchè sono ricca e illustre; perchè mio marito è stato mutilato nelle guerre; perchè la corte ci ricerca e ci vuol bene? Forse perchè adesso il mio disonore sarebbe noto a tutti e vi procaccerebbe una scandalosa celebrità nei saloni del _gran mondo_!... ”Io piango.... Poichè non avete dimenticata la vostra Taziana, sappiate che in quanto lo comportano le mie forze, io preferisco i vostri pungenti sarcasmi, i vostri discorsi seri e indifferenti, a questa passione oltraggiosa, a queste lettere, a queste lacrime. Allora, avevate almeno compassione delle mie follie infantili, rispettavate la mia inesperienza... Ma adesso!... Che motivo vi conduce ai miei piedi! Oh piccolezza! Come mai potete fare il cuore e l’intelletto schiavi d’un affetto passeggero? ”Questa vita fastosa, opulenta, inorpellata, non mi tocca; li applausi, le lusinghe della gente, i miei palazzi, le mie riunioni brillanti, non mi dilettano. Io darei volentieri tutti quelli stracci, tutte quelle mascherate, tutto quel lustro, quel fracasso e quel fumo, per uno scaffale di libri, per un giardinetto inculto, per la nostra modesta villetta, per i luoghi ove vi scorsi la prima volta, Anieghin; sì, li darei per l’umile cimitero ove riposa la mia povera balia sotto l’ombra d’un salcio e d’una croce.... ”E la felicità m’era sì facile e sì vicina!... Ma la mia sorte è ormai decisa. Forse fui imprudente; ma mia madre mi scongiurava piangendo..... ogni condizione era eguale per la misera Taziana.... io mi maritai.... ”Convien che mi lasciate. Io ve ne prego. So che siete ancor capace d’un nobile sforzo, e d’una azione virtuosa... Io vi amo... perchè celarvelo? ma appartengo a un altro.... Gli sarò fedele fino alla morte!” Così dicendo sparve. Eugenio rimane simile ad un uomo colpito dal fulmine. Gli sembra che ogni suo sentimento roti in preda a un turbine. Ma ode un rumor di sproni..... Arriva il generale... In questo momento tremendo, lettore, ci separiamo dal nostro protagonista per molto tempo, anzi per sempre. Gli abbiam tenuto dietro assai nei suoi errori... Siamo giunti alla meta. Rallegriamocene, o miei cari! Vi pareva mille anni, non è vero? Chiunque tu ti sia, lettore, benevolo o malevolo, ti voglio lasciar come si lascia un amico. Addio. Busca in queste strofe disadorne ciò che più ti talenta. Ma qualunque sia l’oggetto che in esse cercherai; o il riflesso delle tue passioni giovenili o il sollievo dei tuoi diligenti studi, o le descrizioni pittoresche, o i concetti arguti, o le sgrammaticature, prego Dio che ti ci faccia trovare una dolce diversione alle tue fatiche, alle tue passioni, alle baruffe sciocche dei giornali. Ora separiamoci. Addio! Addio, mio bisbetico satellite, mio fedele ideale; addio mio libricciuolo vispo e grave, brioso e serio, sebben sì piccolino. Vostra mercè, io conobbi tutto ciò che ambiscono i poeti: l’oblio della vita e il consorzio pacifico degli amici in mezzo al fracasso del mondo. Son molti anni che la pittrice fantasia mi adombrò nella mente l’imagine di Taziana e di Eugenio; ma in quel disegno appena accennato non appariva ancora molto chiaro lo scioglimento di questo libero dramma. Tra quelli ai quali io lessi, nei crocchi ch’io frequento, i primi squarci di questo lavoro, “alcuni più non esistono; altri son lontani” (per servirmi di una frase di Saadi).[117] Ho coronato l’opera, ma essi non la vedranno venire in luce. Tu pure mi fosti rapita, o bella che mi suggeristi il tipo della mia Taziana!... Molte, molte son le vittime dell’Orco!... molte! Felice colui che s’alza dal banchetto della vita, prima di vedere il fondo del bicchiere; che non finisce il suo romanzo, e che lo lascia in tronco come io lascio il mio. PULTAVA. PREFAZIONE. Una delle avventure di Mazeppa, illustrata dalla penna di Lord Byron e dal pennello di Orazio Vernet, ha reso popolare fra noi il nome di quell’eroe dei Cosacchi. Byron descrisse i fatti della giovinezza di Mazeppa. Puschin nel poema di _Pultava_ narra le relazioni di Mazeppa colla figlia di Cocciu-bei, la battaglia in cui Carlo XII e l’etmanno[118] furono vinti, e dopo la quale doverono ricovrarsi in Turchia. Caviamo i seguenti ragguagli dalla _Biografia universale_. Nominato che fu etmanno dei Cosacchi, guadagnò la fiducia di Pietro il grande; il quale, sodisfatto di trovare in lui un ausiliare zelante e coraggioso, lo insignì del cordone di Sant’Andrea. Creato quindi principe dell’Ucrania, Mazeppa deliberò di francarsi da una parte subalterna che da lungo tempo pesava alla sua indole ambiziosa ed attiva. Carlo XII ed i suoi Svedesi, proseguendo il loro cammino vittorioso, avevano dato un re alla Polonia e minacciavano il territorio russo. L’etmanno allora si sottrasse alla dominazione dello zar e trattò colli Svedesi. Si afferma che già durante le campagne di Polonia Mazeppa avesse scandagliato i principali del paese, e si fosse impegnato di ridurre l’Ucrania sotto l’obedienza di Stanislao Leczinski, a patto che la Severia gli sarebbe ceduta a titolo di sovranità. Comunque sia di tale primo passo, sia che Mazeppa si fosse conservato polacco nel cuore, o piuttosto che cercasse di assicurarsi un potere indipendente, tese le braccia a Carlo XII, e profferse di mettere a disposizione sua tutte le forze e i tesori dell’Ucrania. Intanto velava con arte le sue sorde pratiche; e affin di meglio velare i suoi disegni, finse di volgere i suoi pensieri alla morte. Più che sessagenario, ma ancora pieno di vigore, parve assumere ad un tratto i segni della decrepitezza. Attorniato da medici, stava abitualmente in letto, affettava l’esterno dell’uomo debole e sofferente. Evitava d’ubriacarsi per timore di svelare in mezzo all’ebrezza il secreto della sua defezione, e raddoppiava d’affabilità al fine di procurarsi l’affezione dei suoi primari offiziali. Cercando d’irritare lo zar contro i Cosacchi Zaporoghi, gli rappresentava che la loro indisciplina gli aveva costato una somma di cento mila scudi pagati ad una caravana di mercanti greci da essi spogliati, e toglieva a provargli che era interesse della Russia di domare quel popolo indocile. In pari tempo travagliava i Zaporoghi, insinuando loro che Pietro aveva giurato la loro perdita; voleva cedere la piccola Russia alla Polonia, e frattanto assoggettarli ad una disciplina regolare. Le cose erano in tale stato, quando lo zar n’ebbe sentore per la dichiarazione di Vassi Cocciu-bei, generale dei Cosacchi, e d’Iscra suo parente, colonnello di Pultava. Pietro non volle creder nulla da principio e pieno di fiducia inviò sotto buona scorta i due denunziatori all’etmanno, il quale li fece decapitare ai 14 di luglio dell’anno 1708. Mazeppa minacciato fu sollecito a fortificare le sue piazze d’arme; ma tale lotta diseguale ebbe un altro risultato di quello che egli credeva. La città capitale di Mazeppa (Baturino) cadde coi suoi tesori e colle munizioni in potere dei Russi; la forca fu il supplizio degli aderenti dell’etmanno, al quale fu tagliata la testa in effigie. Divenuto odioso ai suoi soldati dopo la scoperta del suo tradimento, gli riuscì a stento di raccoglierne un piccolo numero, e si recò da fuggitivo presso Carlo XII il quale s’avanzava verso l’Ucrania. Il conquistatore preferì il consiglio di Mazeppa a quello dei generali svedesi, e s’implicò nelle pianure di Pultava. Dopo la rotta dell’esercito svedese sotto le mura di quella città, Mazeppa si ricoverò in Valachia, poi a Bender dove morì nel 1709. Li storici non si accordano sulla età che aveva allora. L’istoria non parla degli amori di Mazeppa con Maria figlia di Cocciu-bei. Questi però vivono nelle tradizioni popolari, delle quali Puschin si è giovato per la composizione del suo poema. I. Cocciu-bei è ricco e illustre. Possiede immensi prati, nei quali errano, senza pastoie e senza guardie, i suoi armenti di cavalli. Possiede, intorno a Pultava, molte ville cinte di giardini; ha in quantità pellicce, raso, argento, in casa e sotto chiave. Ma non insuperbisce Cocciu-bei dei suoi chiomati corsieri, nè dei suoi dominii aviti, nè dell’oro che gli pagan in tributo le orde della Crimea; il vecchio Cocciu-bei si gloria della sua figlia vezzosa. Io lo giuro: in tutta Pultava non si trova una fanciulla da paragonarsi a Maria. Essa è fresca come un fior di primavera accarezzato dalli zeffiri sotto l’ombra dei boschetti. Essa è svelta come i pioppi che di Chief adornano i colli. I suoi moti ti rammentano le ondulazioni del cigno sulle acque, o li slanci del daino nelle selve. Il suo seno è candido come spuma; i suoi ricci neri s’affollano intorno alla sua fronte, come nuvolette intorno a un poggio; i suoi occhi son stelle serene; la sua bocca è una rosa nascente. Ma non per la sua sola bellezza, caduco fiore! vola di gente in gente la fama di Maria; tutti l’ammirano per la sua modestia, per il suo giudizio. Quindi è che dalla Ucrania e dalla Russia accorrono i signori a chieder la sua mano; ma la schiva Maria teme la corona nuziale, come altra teme le catene. Ricusa tutti i pretendenti. L’etmanno stesso domanda Maria per sua sposa. È vecchio; è infiacchito dagli anni, dalle guerre, dalle cure, dalle fatiche; ma ha veduto Maria, e a quella vista gli si è rinvigorito il cuore, ed ha riamato. Amore in un giovin cuore, presto arde e presto si smorza. Cresce e decresce, arriva e passa in un momento; ogni giorno cangia. Nel cuore indurito d’un vegliardo, amore non trova adito così facile, nè esca così pronta; non si appicca così presto, ma quando s’è appiccato più non s’estingue; è un fuoco perenne, che non cessa se non colla vita. Quel che odi, non è una damma che fugge veloce all’udire fremere le ali dell’aquila; è la giovinetta che spazia nel vestibolo del palazzo, e tutta ansante aspetta la sua sentenza. La madre, fremente di sdegno, le viene incontro, e stringendole la mano le dice: “Vecchio senza pudore e senza onore! No; tanto che saremo al mondo, egli non otterrà il suo intento. Egli, che dovrebbe essere il protettore e l’amico di questa fanciulla che tenne al fonte del battesimo.... insensato! sull’occaso della vita, vuole esserle sposo!” Maria trema. Un pallore sepolcrale le invade il volto, e fredda e quasi estinta stramazza sul verone. Tornò in sè un momento, poi richiuse nuovamente gli occhi, senza far parola. Il padre e la madre si accingono a placar quel turbamento, a dissipar quello affanno e quel timore, a ristorar la calma in quella mente. Ma indarno. Due giorni passano. Maria, vacillante e squallida come ombra, ora piange, ora sospira; non mangia, non beve, non dorme. Il terzo giorno, la sua stanza era vuota. Come e quando essa sparisse nessuno seppe. Un pescatore udì, a notte avanzata, un corsiere galoppare, un Cosacco parlare nella sua lingua, e una donna bisbigliare; — e la mattina seguente, si scoprirono, sulla rugiada dei prati, le orme di otto unghie di cavallo. Non solo le guance d’un bel giovine, vestite di molle lanugine, non solo un volto cerchiato di biondi inanellati crini; ma anche l’aspetto austero d’un vegliardo, le rughe della fronte, i capelli grigi, possono destare nel cuore d’una tenera fanciulla sogni e deliri amorosi. L’orrenda notizia giunge all’orecchio di Cocciu-bei. Maria ha calpestato il pudore, ha tradito l’onore per darsi nelle braccia d’un ladrone: oh vitupero!... Il padre e la madre non vogliono credere alla voce che corre. Ma quando ogni dubbio si convertì in certezza; quando la loro onta fu patente, compresero finalmente la perversità della figlia; videro perchè rifiutava tutti i pretendenti, perchè fingeva di aborrire il nodo coniugale; perchè piangeva e sospirava in disparte, perchè ascoltava con tanto diletto i racconti dell’etmanno durante i banchetti, quando il vino spumava nelle tazze; perchè essa non cantava altri stornelli, che quelli composti da esso nella sua giovinezza povera e ingloriosa; perchè essa con animo virile amava l’ondeggiare della cavalleria, il fragore delle armi, il clangor delle trombe; e i clamori della gente quando appariva il _bunciuc_[119] e la clava[120] del dominatore della Piccola Russia. Cocciu-bei è ricco e illustre. Ha molti amici fidi; vuol lavar nel sangue il suo obbrobrio. Può sollevar Pultava; può nella propria reggia assalire il traditore, e col dritto d’un padre offeso immergergli.... ma no, ad un altro partito s’appiglia Cocciu-bei. In quel tempo, la Russia adolescente raccoglieva tutte le sue forze per combattere lo straniero, sotto l’egida del sommo Pietro. Il fato le assegnò a maestro dell’arte della guerra il formidabil Carlo; lo svedese paladino più d’una improvisa e sanguinosa lezione le diede in quella crudele scienza. La Russia s’educò sotto tale severa disciplina, e si temperò sotto i colpi della sorte. Così il martello pesante sfracella il vetro, ma foggia il brando degli eroi. Il temerario Carlo incoronato di efimeri allori avanzava sull’orlo di un precipizio. Moveva verso l’antica Mosca, sbaragliando le coorti russe come il turbine sperde la polvere della valle e sterpa le piante inaridite. Seguiva la strada, che calcò a’ giorni nostri un altro potente nemico della Russia. L’Ucrania ferveva in secreto. Da lungo tempo portava in seno il fomite d’un grande incendio. I partitanti dell’antica barbarie sospiravano una lotta nazionale, e mormorando incitavano l’etmanno a sottrarsi alla dominazione straniera e a spezzar le loro catene. Carlo, impaziente, correva incontro ai loro applausi e alle loro lusinghe. “È tempo! è tempo!” ripetevasi da ogni lato intorno a Mazeppa. Ma il canuto etmanno rimane devoto e obediente allo Zar Pietro. Non travia dalla consueta austerità: non dà ascolto alle vane dicerie; e tranquillo e sereno passa la vita fra i banchetti. “Che fa l’etmanno?” sclamava la gioventù. “È affievolito; è vecchio decrepito; gli anni e le fatiche hanno smorzato in lui il primiero generoso ardore. Perchè quella mano imbelle tuttora serba la clava? Questa sarebbe l’ora opportuna di mover guerra all’aborrita Moscovia. Se il venerando Doroscenco, o l’impetuoso Samoiloff, o Palei, o Gardienco,[121] capitanassero il nostro esercito, i Cosacchi non perirebbero miseramente fralle nevi di un lontano paese, e la Piccola Russia avrebbe ricuperato le sue bandiere.[122] In tal modo la gioventù temeraria, avida di pericolose novità, dimentica della passata schiavitù, dei felici sforzi di Bogdan, delle sacre pugne, dei trattati e della gloria degli avi, insorgeva contro Mazeppa. Ma l’età senile agisce con prudenza, e avanza con circospezione; nelle cose ardue, non prende un partito se non dopo assidua riflessione. Chi può addentrarsi nelli abissi del mare lastricati d’immobile ghiaccio? Chi può penetrare li arcani tenebrosi d’una anima astuta e dissimulata? I pensieri e i disegni di Mazeppa, frutto di passioni a lungo combattute, dormono nel profondo del suo petto, e vi si maturano in silenzio. Chi sa quello che egli stia tramando adesso? Più Mazeppa è cauto, furbo e malizioso, più si dimostra improvido negli atti, e semplice nella conversazione. Oh, con che despotica autorità egli sa governare le menti! Con che destrezza sa attrarre a sè i cuori, scandagliarne le più intime latebre, e indovinarne i più arcani pensieri! Come sa nei conviti e nelle adunanze, compiere tutte le parti, assumere tutte le maschere! Loda i tempi passati coi vecchi venerandi, vanta la libertà coi riottosi, denigra i principi coi malcontenti, sparge lacrime cogli oppressi, discute gravemente cogli idioti. Pochi, forse, sanno quanto è feroce l’anima sua: egli non rifugge dal delitto per nuocere al nemico; dacchè vide la luce, non perdonò mai una ingiuria; estende le sue mire ambiziose oltre i termini vietati; per lui non v’ha cosa sacra; non serba memoria dei beneficii, non ama nessuno; è pronto a spargere il sangue come l’acqua; disprezza la libertà, e non conosce carità di patria. Da gran tempo ordisce in secreto un gran progetto, un disegno tremendo. Ma uno sguardo sagace ha scoperto le sue trame. “No, audace scellerato!” esclama Cocciu-bei digrignando i denti; “no; non la vincerai. Io risparmierò la tua reggia, carcere di mia figlia; non morrai nelle fiamme d’un incendio; non cadrai sotto il brando dei Cosacchi. No, iniquo! perirai fralle mani del boia di Mosca! Perirai sul patibolo, in mezzo a mille torture, chiedendo invano perdono, maledicendo il giorno e l’ora in cui battezzasti Maria, e il banchetto in cui ti pôrsi colma di vino la tazza d’onore, e la notte in cui ci furasti, rapace avvoltoio, la nostra diletta colomba!” Sì, fu un tempo in che Cocciu-bei e Mazeppa erano amici, e dividevano i pensieri e i piaceri, come il sale, la panna e il pane. Insieme volavano contro al fuoco nemico sui loro agili destrieri, e non di rado sedevano lungamente insieme a consiglio secreto. L’etmanno dissimulato svelava in parte a Cocciu-bei i profondi ripieghi della sua mente rivoltosa, insaziabile, e gli prediceva in termini coperti e misteriosi imminenti novità, conferenze, sedizioni. In quel tempo Cocciu-bei era ligio e devoto a Mazeppa. Ma adesso, inferocito dalla perdita della figlia, non ha più che una idea, che un oggetto: o morire, o trucidar Mazeppa, e vendicare il disonore di Maria. Frattanto cela a tutti il suo ardito disegno, finge di non più occuparsi che del suo dolore e della tomba. Non vuole nessun male a Mazeppa; sua figlia è sola colpevole. Ed egli le perdona, purchè dia conto al cielo dell’onta ridondata alla famiglia da quell’infrazione d’ogni legge divina ed umana.... Mentre così parla, Cocciu-bei, con occhi di lince, va cercando nella turba dei familiari e aderenti suoi alcuni compagni impavidi, esperti e fidati. Espone alla consorte il progetto che già da gran tempo gli cova in seno; ed essa, ebra di rabbia feminile, aggiunge esca alla fiamma di che arde il bei. Nella calma notturna, nel talamo tranquillo, essa, simile a un demone crudele, lo stimola alla vendetta, lo rampogna, piange, gli fa coraggio, esige un giuramento solenne, e il principe giura. Il gran colpo è risoluto. L’intrepido Iscra s’associa a Cocciu-bei: “La caduta del nostro nemico è certa,” dicono fra loro. “Ma chi è il baldanzoso, che pien di zelo per il bene del paese oserà portare ai piè di Pietro una dinunzia contro il potente traditore?” Tra i Cosacchi di Pultava disdegnati dalla infelice fanciulla uno ve n’era che l’aveva amata sin dai primi giovenili anni. La sera e la mattina, sulle sponde del fiume, sotto l’ombra dei ciriegi, egli stava aspettando Maria, smaniava se non la vedeva, e si stimava beato se passava un sol momento seco. L’amava senza speme; non la premeva mai d’importune preghiere; non avrebbe potuto sopravvivere a un rifiuto. Quando i pretendenti accorrevano in folla intorno ad essa, egli si ritirava mesto e silenzioso. Allorchè il ratto di Maria si divulgò fra i Cosacchi, la gente spietata perse ogni rispetto per Maria e la derise, ma egli le serbò l’antica riverenza e l’antico affetto. Allorchè per caso si pronunziava davanti a lui il nome di Mazeppa, egli impallidiva, si mordeva le labbra, e abbassava gli occhi al suolo. IL COSACCO MESSAGGERO. Di chi è quel corsier dall’alta groppa Che ratto corre per la steppa bruna? Chi è quei cavaliero che galoppa Al chiaror delle stelle e della luna? Fan cenno indarno al cavaliero stracco I cavi spechi ed i boschetti foschi; Non vuol prender riposo, il buon cosacco Nè sotto gli antri nè fra i verdi boschi. Splende il suo brando come vetro terso; Gli balza al fianco un borsellin d’argento; E il suo nobil corsier di schiuma asperso Spiega la lunga chioma al vago vento. Ama il Cosacco il suo tagliente acciaro; Il gaio aspetto dei ducati adora; Come un parente il suo caval gli è caro, Ma il suo berretto gli è più caro ancora. Se mai fa d’uopo, egli cederà tosto La borsa, il brando, il destrier, la vesta; Ma non darà il berretto a verun costo; Più volentieri egli daria la testa. Perchè mai quel Cosacco audace e rude Tanto cura un berretto informe e tetro? Perchè il berretto la denunzia acclude Che Cocciu-bei manda all’augusto Pietro. Mazeppa intanto, imperterrito, indomito, continua le sue brighe e i suoi raggiri. Il gesuita Zalenschi[123] suo fido sicario prepara una sommossa popolare, e gli promette il trono. Simili agli assassini, si concertano di notte; compongono in cifre le loro lettere, stabiliscono la tariffa del tradimento, mettono a prezzo la testa di Pietro, trafficano della fede delli schiavi. Un incognito giunge dall’etmanno; non si sa d’onde venga; il secretario Orlic[124] lo introduce e lo riconduce. Gli scaltri emissari di Mazeppa van seminando dappertutto la zizania e l’insubordinazione: Bulavin, capo dei Cosacchi del Don, chiama all’armi le sue tribù; le orde nomadi e selvatiche fervono; e persino i coloni che abitano presso alle cataratte del Dniepr insultano l’autorità di Pietro. Mazeppa volge lo sguardo e la mente in ogni lato; spedisce lettere in ogni paese; a forza di minacce e di lusinghe stacca Bakcisarai dalla sovranità di Mosca. Il re di Polonia accoglie in Varsavia i legati di Mazeppa; il pascià di Crimea in Occiacof, Pietro e Carlo nei loro accampamenti. L’ipocrita etmanno adopra ogni mezzo per procacciarsi il sostegno dei principi; la sua volontà è di ferro; la sua ambizione corre alla meta per mille vie tortuose ma sicure. Ma come rabbrividisce quando a un tratto il fulmine scoppia sul suo capo! Come trema quando i boiari[125] di Mosca suoi amici[126] mandano a lui nemico della Russia la denunzia scritta a Pultava, e invece delle meritate rampogne gli prodigano le condoglianze come ad una vittima! Lo Zar Pietro, avverso alle delazioni, preoccupato delle guerre, non bada alla denunzia; s’affretta di tranquillare quel Giuda e giura di attutar per sempre la calunnia infliggendole un esemplare castigo. Mazeppa, oppresso da un finto dolore, alza la supplichevole voce al suo sovrano. “Dio sa,” dic’egli, “e il mondo vede se l’umile etmanno da dodici anni in qua sia stato devoto allo Zar, e in ricompensa di questa sua devozione colmato di benefizi dal suo signore... Oh quanto è ceca e folle la malignità! Come mai, Mazeppa giunto all’orlo della fossa vorrebbe ordir congiure e oscurar la sua antica rinomanza? Non ha egli negato i soccorsi chiestigli da Stanislao; non ha egli rispinto la corona offertagli dall’Ucrania e consegnato allo Zar, come doveva, i trattati e il carteggio secreto? Non chiuse egli l’orecchio alle suggestioni del Khan dei Tartari, alle esortazioni della Sublime Porta? Non ha forse egli sempre manifestato il suo zelo contro i nemici dello Zar; non li ha egli combattuti col senno e colla mano, con indefesso ardore e con pericolo della propria vita? Ed ora un vile rivale ardisce coprir di obbrobrio i miei capelli grigi! E chi è il mio accusatore?... Iscra, Cocciu-bei, che furono sì lungo tempo miei compagni...” E l’etmanno domanda con lacrime il loro sangue; non sarà pago fin che non li vedrà puniti. Feroce vecchio, di chi esigi la testa? Di colui la cui figlia ti stringe fralle braccia. Ma l’etmanno soffoca la voce della coscienza che lo rimbrotta. “Perchè quell’insano” egli dice “mi sfida a disegual tenzone? Il superbo da sè stesso affila la scure che gli mozzerà il capo. Ove corre cogli occhi serrati? Su che fonda le sue speranze?... No; l’affetto mio per la figlia non salverà il padre. Convien che l’amante ceda il passo al regnante... altrimenti, son perduto.” O Maria, gentil Maria, rosa della Circassia! tu non sai che serpente tu ti scaldi in seno. Ma qual forza ignota, incomprensibile, potè indurti ad amare quel guerriero ruvido e perverso e a sacrificargli tutto? il suo crin canuto e inanellato, le sue profonde rughe, il suo occhio incavato e scintillante, i suoi ragionamenti artifiziosi fanno le tue delizie. Per lui abbandonasti i tuoi parenti; preferisti al tuo verginal letto fra le soglie paterne, il talamo scandaloso dell’avventuriere. Come potè quel vecchio affascinarti coi suoi sguardi foschi? Come potè incantarti coi suoi discorsi perfidi? Timida e riverente alzi su lui le tue luci accecate dall’amore; lo accarezzi con passione.... La tua infamia t’è cara; vanti il suo ingegno e la sua bellezza; ti ascrivi il tuo amore a virtù; e perdesti nella tua caduta persino la forza del pentimento. Maria non teme la vergogna: non le cale della sua reputazione. Sfida i rimbrotti della gente, quando la altera cervice del vegliardo riposa sui ginocchi di lei; quando il prode con lei favellando dimentica le cure e le pene del comando, e palesa alla timida fanciulla i suoi secreti più tremendi. Essa non rimpiange i passati giorni d’innocenza e di quiete infantile; ma di tanto in tanto un pensiero tetro come una procella attraversa quell’anima serena; si raffigura il cordoglio del padre e della madre; li vede framezzo a un velo di lacrime, orbi e soli, nella loro infelice vecchiaia; le sembra di udire i loro lamenti e le rampogne... Oh! se essa sapesse ciò che già sa tutta l’Ucrania! Ma la funesta verità le è tuttora occulta. II. Mazeppa è mesto. Atroci pensieri sconvolgono quel cuore. Maria con tenerezza mira il consorte. Abbracciata ai suoi ginocchi, essa gli ripete dolci asserzioni d’amore. Ma nè le preci nè i vezzi valgono a sperdere quei tetri presentimenti. L’etmanno disattento figge gli occhi a terra, e non risponde che con un gelido silenzio a quelle graziose premure, a quei dolci rimproveri. Attonita, sdegnata, finalmente la bella si alza ed esclama: “Senti, etmanno; io per te ho rinunziato a tutto. Io coll’amarti non bramava che una cosa: essere amata. Per te distrussi io la mia felicità. Ma non me ne pento. Tu ti ricordi quella notte placida in cui mi feci tua? Tu giurasti di amarmi. Perchè non m’ami più?” _Mazeppa_. Sei ingiusta, amica. Cessa di vaneggiare: lascia codesti edaci sospetti. La passione ti tormenta e ti rende ingiusta. Credimi, Maria; io ti amo più della gloria, più dell’autorità sovrana. _Maria_. Mênti; m’inganni. Quant’è che non stavamo mai l’un senza l’altro? Ora, tu mi fuggi; io t’importuno. Meni i giorni interi nei banchetti, nei crocchi, in compagnia degli anziani. — A me non pensi più. Passi le notti tutto solo, o coll’incognito o col gesuita. Contraccambi il mio sincero amore con una fredda urbanità. Poco fa bevesti alla salute di Dulsca. Chi è cotesta Dulsca? _Mazeppa_. Sei gelosa? Come puoi supporre che un uomo della mia età solleciti i favori d’una disdegnosa giovinetta? Come potrei io avvilirmi a segno di porgere il piede a infame laccio e di sedurre le donne a forza di smorfie e di sospiri? Questo io lascio ai zerbinotti imbelli. _Maria_. Parla senza raggiri; rispondimi con schiettezza. _Mazeppa_. Mi preme la tua tranquillità, Maria; dunque ascolta. Abbiamo concepito una alta impresa; siamo in procinto di porla a esecuzione; squillò l’ora del gran cimento. Già da più secoli, o Ucrania, pieghi la fronte ingloriosa e schiava, sotto il ferreo giogo dei tuoi protettori e dei tuoi tiranni di Varsavia o di Mosca. È tempo che tu rompa i tuoi ceppi, e ricuperi l’indipendenza; io inalbero lo stendardo della libertà contro la bandiera di Pietro. Tutto è pronto; i due re trattano meco; e fra poco forse, in mezzo alle rovine e alle battaglie, io erigerò un nuovo trono. Ho aderenti fidati; la principessa Dulsca, il gesuita e l’incognito guidano la mia barca a buon porto. Per le loro mani mi pervengono le istruzioni e i consigli dei re. Questi sono secreti molto gravi per il tuo petto. Ora sei paga? Ti senti sollevata? _Maria_. Sarai dunque re delle patrie contrade. Oh! come converrà al tuo capo canuto la corona dei Zar! _Mazeppa_. Piano; non è fatto ancor nulla. La rivoluzione si prepara; ma chi sa quale ne sarà l’esito? _Maria_. Per te non temo. Sei così potente! Non ne dubito; il trono ti aspetta. _Mazeppa_. E se fosse il patibolo? _Maria_. Ebbene, ci andremo insieme. Come potrei sopravvivere a te? Ma no; tu porti le insegne dei principi. _Mazeppa_. Mi ami? _Maria_. Io! se t’amo? _Mazeppa_. Dimmi. Chi più ami, il padre o il marito? _Maria_. A che una tal domanda? Essa mi spaventa. Io fo di tutto per obliare la mia famiglia. Io l’ho disonorata; forse..... orrendo sospetto! mio padre m’ha maledetta! e per chi?... _Mazeppa_. Mi ami dunque più del genitore? Non rispondi.... _Maria_. Dio mio! _Mazeppa_. Rispondi alfine. _Maria_. Rispondi tu per me. _Mazeppa_. Odi. Se tu dovessi perdere il padre o il marito; se potessi scegliere fra loro, chi salveresti? chi condanneresti? _Maria_. Basta così. Non mi squarciare il cuore. Tu mi tenti. _Mazeppa_. Rispondi. _Maria_. Impallidisci.... Il tuo parlare m’empie d’orrore.... Ah! non adirarti! Sono pronta a sacrificar tutto per te; — ma simili domande mi straziano senza utilità. Lasciale. _Mazeppa_. Ricórdati, Maria, di quel che ora dicesti. * * * La notte è placida; il cielo è limpido; le stelle brillano. Il vento stanco dorme nelle caverne alpestri. Appena tremolan le mobili fronde dei pioppi. La luna splendida riverbera sui campanili della Chiesa Bianca,[127] sui giardini e sul castello dell’etmanno. La campagna intorno intorno tace. Ma una grande agitazione e confusione regna nel palazzo. Affacciato alla finestra d’una torre, Cocciu-bei immerso in profonde riflessioni guarda il cielo con tristezza. Dimane Cocciu-bei perirà. Egli andrà senza timore incontro alla morte; non gli cale della vita. Che è per lui la tomba? Un grato letto. È pronto a coricarvisi. Non gli incresce il supplizio, ma solo il modo in cui vi è condannato. Gli incresce di spirare ai piedi dell’aborrito seduttore di sua figlia, gli incresce di morire in silenzio, come bove al macello, e per ordine del suo Zar che lo abbandona in balía del suo nemico. Gli incresce di perder l’onore; di trascinar seco nella fossa i suoi compagni; di udir le loro maledizioni immeritate; di incontrare lo sguardo trionfante dell’assassino, mentre cadrà innocente sotto la scure infame; di non aver nessuno cui fare erede del suo odio e mandatario delle sue vendette! Gli torna alla mente Pultava e la dolce famiglia e i dolci amici, le sue ricchezze, la sua gloria, i canti della gentil Maria, la antica casa nella quale egli nacque, dove fu nutrito, ove conobbe la fatica e il riposo e tutto ciò che gli molceva il cuore; tutto ciò che ora egli abbandona, e perchè? La chiave stride nella toppa arrugginita. Lo sventurato bei, risvegliato da quel suono, pensa fra sè; “Ecco il banditore della Croce che viene per scortarmi al patibolo. Ecco l’assolutore dei peccati, il medico delle piaghe della coscienza; il servo di Cristo immolato per noi. Mi reca il corpo e il sangue del mio Dio, per rinfrancarmi l’animo, per darmi la virtù di disprezzar la morte e di acquistar l’eterna vita!” E Cocciu-bei si dispone a spargere davanti all’Onnipotente le preghiere e le lacrime. Ma colui che entra nel suo carcere non è un sacerdote; è Orlic, ministro di Mazeppa. Fremente di sdegno e di ribrezzo egli grida: “Tu qui, belva? Perchè vieni a turbare il mio ultimo sonno?” _Orlic_. L’esame tuo non è finito. Rispondi. _Cocciu-bei_. Già risposi. Parti e lasciami in pace. _Orlic_. L’etmanno nostro signore esige un’altra rivelazione. _Cocciu-bei_. Di che? Io già confessai tutto ciò che voleste. Tutte le mie dichiarazioni sono menzognere. Io son perfido e tendo insidie. L’etmanno è probo. Che volete di più? _Orlic_. Noi sappiamo che possedevi immensi tesori, e che gli hai nascosti a Dicagne. Convien che tu paghi i delitti col sangue, e che il tuo oro passi nelle casse dell’esercito. Così detta la legge. Io te la fo palese. Dimmi; ove sono i tuoi tesori? _Cocciu-bei_. Sì; hai ragione: Dio per mio conforto mi largiva in questa vita tre tesori. Il primo mio tesoro era l’onore; le torture me l’han rapito: il secondo era mia figlia; Mazeppa l’ha svelta dalle mie braccia, Mazeppa l’ha contaminata: il terzo tesoro tuttora mi resta: è la speme della vendetta. Questo lo porto meco nella tomba. _Orlic_. Vecchio, cessa le vane ciance. Sul punto di lasciar la vita, di più gravi pensieri devi pascer la mente. Non è tempo di scherni nè di beffe. Se non vuoi sottoporti a nuove torture, rispondi: ove s’asconde il tuo tesoro? _Cocciu-bei_. Barbaro mancipio! Quando cesserai le tue dimande inutili? Aspetta che io giaccia nel sepolcro, poi va con Mazeppa nel mio palazzo, conta il mio retaggio colle tue mani grondanti del mio sangue; fruga i miei sotterranei; devasta i miei giardini, abbatti le mie case. Chiama mia figlia; essa ti scoprirà le mie ricchezze. Ho detto. Lasciami in pace, per l’amor di Dio. _Orlic_. Ove hai sepolto il tuo denaro? Parla. Paventa l’effetto del tuo rifiuto. Insegnami il luogo appunto. Non vuoi? — Ebbene, alla tortura! Olà, boia!” Il boia comparve.... Oh notte atroce! * * * Ma dov’è l’etmanno? Dov’è il crudele? Dove assopisce i rimorsi della sua coscienza? Mazeppa, accigliato e muto, siede nella camera della giovinetta, che nulla sa della prigionia del padre. Egli china la testa sul letto della bella che dorme, e fra sè dice: “Il folle Cocciu-bei morrà. Non posso graziarlo. Più m’approssimo alla meta, più convien ch’io tratti con rigore i miei nemici, e tutti coloro che ricusan di piegarsi al mio scettro. Non v’ha scampo: il delatore e il suo complice periranno.” Allora gettando un rapido sguardo sul letto, soggiunge: “O Dio! Che sarà di essa quando udrà l’orrendo annunzio? Fin qui essa ignora tutto! ma il secreto non può celarsi più a lungo. Il colpo della fatale scure echeggerà per tutta l’Ucrania. La fama volerà attorno spandendo l’infausta notizia.... Ora vedo a chi riserba il cielo le più severe prove.... Colui solo può sfidare la folgore che non unì una donna al suo destino. È demenza aggiogare allo stesso carro l’intrepido destriero e la timida damma. Commessi una imprudenza; ora ne pago il fio. Tutti quei dolci fiori che fan gioconda l’esistenza, essa me li recò in dote, essa ne incoronò la mia truce vecchiaia.... E che le offro io in contraccambio?... Che dono le appresto?... Ahimè lasso!...” E Mazeppa contempla la bella che riposa sì tranquilla sulle piume. Le labbra son socchiuse, il respiro è quieto; il cuore batte lentamente in quel niveo seno.... Ma dimane!.... Mazeppa a quell’idea ritorce la vista dal letto, s’alza, ed a passi lenti si incammina verso il solitario suo giardino. La notte è placida; il cielo è limpido; le stelle brillano. Il vento stanco dorme nelle caverne alpestri. Appena tremolano le argentee fronde dei pioppi. Nere idee sorgono e s’aggirano per l’animo dell’etmanno. Le faci della notte lo mirano e lo spiano come tanti occhi indagatori. I pioppi stretti in lunga fila, crollando di tanto in tanto il capo, susurrano fra loro, come giudici al fôro. L’aria è ardente come la vampa d’una fornace. Un flebil grido, un gemito indistinto sembra escir dalle mura del castello. Forse fu un suono imaginario, lo strido d’un gufo, o l’urlo d’una belva, o il cigolío d’una tortura. Mazeppa tornando in sè a quel grido prolungato e funebre, vi risponde con un grido festoso, con quel grido di guerra, che tante volte alzò sul campo della strage e della gloria, quando scagliavasi impetuoso nella mischia ardente in compagnia di Zabiela, di Gamalea, e di quello stesso Cocciu-bei, or suo accusatore. La chiara aurora imporpora l’oriente; le valli, i colli, i piani rinascono. Le cime de’ boschi s’indorano; il corso dei fiumi biancheggia. Dappertutto penetra il soave brulichío mattutino. L’uomo si desta.... Maria tuttora dorme, e dormendo sogna dolcemente. Tutto a un tratto sente, in mezzo al sonno, un passo che s’avanza verso il letto, e una mano che le tocca i piedi. Apre gli occhi, ma tosto li richiude abbagliati dal gaio riverbero del sol nascente. Stende le bianche braccia sorridendo, e con voce amorosa bisbiglia: “Sei tu, Mazeppa?” Ma non è Mazeppa che risponde.... Dio! Esterrefatta Maria guarda intorno e vede.... vede sua madre! _La madre_. Taci, taci. Non ci perdere ambedue. Mi introdussi qui furtivamente col favor delle tenebre per chiederti una grazia. Oggi è il supplizio. Tu sola puoi disarmar Mazeppa. Salva il padre. _La figlia_. Che padre? Che supplizio? _La madre_. Come? Non sai?... Eppure non vivi in un deserto. Vivi in un palazzo. Dovresti sapere che Mazeppa può tutto; che egli è vendicativo; che lo Zar gli crede.... Ma comprendo; tu sacrifichi a Mazeppa la propria famiglia; tu dormi, allorchè l’atroce sentenza si legge, allorchè si affila la bipenne, allorchè il carnefice l’alza sopra tuo padre! Ahi che siamo ormai estranee l’una all’altra!... Ravvediti, figlia diletta! Diletta Maria, vola, próstrati ai piedi suoi, salva il genitore, sii il nostro angelo tutelare; un tuo detto molcerà quel cuore, un tuo sguardo spezzerà la scure.... Affréttati, piangi, scongiura; l’etmanno non ti ributterà.... per lui obliasti l’onore, i genitori, Dio medesimo. _La figlia_. Che odo!... Il padre.... Mazeppa.... il supplizio.... mia madre è qui, in questo castello; mia madre m’implora.... no, o io deliro, o è un sogno.... _La madre_. No, in nome di Dio, non è un sogno, non è una illusione.... Come non sai ancora che tuo padre consunto di rabbia, non potendo tollerare il disonore della figlia, dinunziò l’etmanno allo Zar, rivelò fra i tormenti mille progetti ambiziosi, mille insane chimere; — che, martire della verità, se Dio non lo libera miracolosamente, egli oggi verrà giustiziato per comando del suo nemico, in presenza di tutto l’esercito?... — che frattanto egli sta rinchiuso nella torre del castello? _La figlia_. Dio, Dio mio!... oggi!... ahi, misero padre!... E la fanciulla ricade sul letto fredda come un cadavere. La piazza brulica di gente. Le lance scintillano. Il tamburo rimbomba. I cavalieri galoppano; i fantaccini marciano in ordine. La moltitudine ondeggia e serpeggia; i cuori palpitano. Il boia, aspettando la vittima, passeggia sul palco infame e scherza. Ora afferra la scure pesante, e la fa saltellare fralle sue mani, ora motteggia e ride colla giubilante plebe. Le strida delle donne, gli alterchi, le beffe, il mormorío dappertutto risuonano.... Ma un alto clamore ergesi al cielo; quindi a quello succede un profondo silenzio. Appena un calpestío di cavalli s’ode di quando in quando. Circondato di guardie, s’avanza cogli altri anziani il potente etmanno sopra un corsiero nero.... Sulla strada di Chieff ecco apparire una carretta. Tutti gli occhi si volgono curiosi verso quella. In quella carretta, sta seduto immoto, rassegnato, riconciliato con Dio, confortato dalla fede, l’innocente Cocciu-bei. Accanto a lui è Iscra, suo compagno, non men di lui sereno e tranquillo. La carretta s’arresta. Il fumo dell’incenso monta alle nubi. I preti cantano in coro il vespro dei morti. Il popolo prega a bassa voce per il riposo di quelli sventurati, i quali pregano per il bene dei loro persecutori. Essi scendono dalla carretta, e salgono sul palco. Cocciu-bei fa il segno della croce, e pone la testa sul ceppo. La moltitudine tace come una adunanza di ombre e di spettri. La bipenne balena, sibila; una testa sbalza. Tutto il campo geme. Una altra testa ruzzola appresso a quella sull’erba sanguinosa. Il carnefice, contento della sua destrezza, ghermisce quelle teste pei capelli, e le scuote con mano nerboruta davanti al popolo. Il supplizio è compito. La folla indifferente si dirada, si disperde, e già ciascuno torna al proprio tetto parlando dei propri interessi. Il campo poco a poco si fa vuoto. In questo mentre due donne, spossate dalla stanchezza, cosperse di polvere, arrivano, inorridite, sul teatro dell’esecuzione. “È troppo tardi,” dice loro un passeggero accennando al patibolo che si andava scomponendo. Un sacerdote in abito nero orava lì vicino mentre due Cosacchi ponevano un feretro di quercia sopra un carro. Mazeppa, cogitabondo e mesto, si separa dalla sua comitiva, e s’allontana dal campo maledetto. L’abbandono in che si trova lo sgomenta. Nessuno gli viene incontro; il cavallo spumante lo riconduce al palazzo. Entra. “Dov’è Maria?” è la sua prima parola. I servi tremanti esitano a rispondere... Colpito di stupore, Mazeppa passa alla stanza di Maria; la trova vuota e muta. Scende nel giardino; erra qua e là fra i cespugli, nel boschetto ombroso, lungo il vivaio; non scopre vestigio della sua diletta. “È fuggita!” Chiama a sè i fedeli servitori, le agili guardie. Accorrono al cenno del signore. I cavalli nitriscono. Suona intorno l’ordine di partire a galoppo, e immantinente volano in ogni direzione. Passa il tempo prezioso, e Maria non torna. Nessuno ha udito, nessuno ha veduto dove essa sia andata. Mazeppa digrigna i denti dalla rabbia. I suoi servi tremano e tacciono. Gonfio il cuore d’amarissima angoscia, l’etmanno si rinchiude nella sua stanza. Sta tutta la notte accanto al letto della bella, senza chiuder occhio, infranto dal cordoglio e dal rimorso. La mattina le guardie ricompariscono l’una dopo l’altra. I cavalli appena possono più reggersi in gambe; le cinghie, le unghie, le briglie, le selle sono rotte, lacerate, intrise di spuma e di sangue; ma nessun messo reca notizie di Maria. La traccia di lei sparve come un raggio nell’aere, e sua madre terminò nell’esilio e nella solitudine la misera esistenza. III. Il dolor che prova Mazeppa non gli toglie il proseguir lo svolgimento delle sue macchinazioni. Perseverante nelle sue imprese, continua le trattative col monarca svedese. Ma per meglio coprire le sue mene secrete e ingannare chi fida in lui, si confina in un letto, e finge sognati mali. Si circonda d’una turba di medici, geme, invoca il cielo e gli chiede la sua guarigione. Le fatiche della guerra, le pene della vita, l’hanno ridotto agli estremi. Già è pronto a lasciar questo mondo caduco per il mondo eterno. Brama i soccorsi della religione da lui oltraggiata, e un arcivescovo viene a sparger l’olio santo sul crin canuto dello spergiuro Mazeppa. Mosca indarno aspetta gli ospiti desiati, e prepara di nascosto giuochi solenni, in onore dello Svedese, fra mezzo alle antiche tombe nemiche. Ma Carlo volge subitamente indietro i passi, e porta la guerra nell’Ucrania. Il gran giorno s’appressa. Mazeppa torna in vita. Quel moribondo, che ieri stava per scendere nella fossa, ecco risorge, ecco sfida il magnanimo Pietro. Impugna e vibra la spada davanti al suo esercito schierato, e galoppa impetuoso verso le sponde della Desna. Poco fa curvato e rotto dal peso dell’età, a un tratto egli si drizza sano e forte, simile a quell’astuto porporato che buttò via le grucce, quando ebbe in fronte la tiara. La incredibil notizia vola sull’ale della fama. L’Ucrania freme di sdegno, e grida: “Egli tradisce Pietro, e umilia ai piedi di Carlo le nostre disonorate insegne.” Lo sdegno rapido si spande come fiamma; arde la guerra civile. Chi pennelleggerà l’ira che invade Pietro? L’anatema rimbomba nelle cattedrali; il boia incenerisce l’effigie di Mazeppa. Il consiglio supremo cassa l’etmanno, e gli nomina un successore. Pietro richiama dai deserti dell’Ienisei le famiglie di Cocciu-bei e d’Iscra. Unendo le proprie lacrime alle loro, egli le colma di favori e di cortesie, e loro rende i titoli e i beni. L’antagonista di Mazeppa, il valoroso Palei, passa dalle steppe dell’Ucrania, ove languiva esiliato, negli accampamenti dello Zar. La ribellione, abbandonata a sè medesima, si affievolisce e sfascia. L’audace Ceccel[128] e il principe dei Zaporoghi lascian la testa sul patibolo. E tu pure morrai, favorito della vittoria, che la corona getti per l’elmo, tu pur morrai, dacchè sei giunto in vista delle mura di Pultava. Lo Zar muove a Pultava con tutte le sue coorti. Vi piomba come il fulmine. I due eserciti si assediano l’un l’altro in mezzo alla pianura. Così il gladiatore, già battuto in vari incontri, anticipatamente pascendosi di sangue, s’avventa all’avversario da gran tempo aspettato. Il potente Carlo non vede intorno a Pietro le masse imbelli disperse a Narva, ma innumerevoli schiere ben disciplinate, ben armate, leggiere, pazienti, minacciose e irte di sfolgoranti baionette. Carlo ha detto: “Dimani la battaglia.” Il sonno regna negli accampamenti. In una sola tenda, si ode ancora un susurro di voci: “Sì, Orlic mio, io riconosco che ci siamo troppo affrettati di allearci a Carlo. Egli non ha nessuna delle doti che si richiedono in un buon generale. Saprà vincere due o tre volte; andare di galoppo a domandar da cena al suo nemico;[129] motteggiare gentilmente sulle bombe che gli cascano vicino;[130] approssimarsi di notte, in gran silenzio, alle trincere nemiche; saprà levar di sella un Cosacco, e rendergli ferita per ferita,[131] ma non sa lottar contro un emulo potente e perseverante; vorrebbe governar la sorte come si governa un reggimento, a suon di tamburo; è sconsiderato, ostinato, impaziente, irritabile; confidando follemente nella sua stella, stima superflua la prudenza; abbagliato dai suoi primi successi, non pone mente alla attuale superiorità delle forze russe; va a darvi di cozzo senza tema; vi si fiaccherà le corna. Vecchio come io sono, io non doveva fanatizzarmi per quel temerario; mi lasciai illudere dall’apparenza, come un inesperto e debile fanciullo. _Orlic_. Aspettiam l’esito della pugna. È tempo ancora d’entrare in trattative con Pietro, e di riparare il nostro fallo. Lo Zar sconfitto da noi non ci ricuserà il suo perdono e la sua alleanza. _Mazeppa_. No, è troppo tardi. Lo Zar dei Russi non può riconciliarsi meco. Già da gran tempo la mia sorte è decisa. È tanto ch’io ardo d’ira e di rancore! Ascolta quel ch’io sto per dirti. Un giorno, sotto le mura d’Azoff, io sedeva a mensa nella tenda del feroce Pietro. Il vino ferveva nelle coppe, e non meno di quello bolliva il nostro sangue incalorito dalla discussione. Mi sfuggì dalle labbra una parola acerba. I convitati impallidirono. Il principe infuriato lasciò cader la coppa, e minaccioso mi tirò pei canuti baffi. Fu forza ch’io inghiottissi quell’oltraggio; ma in cuore giurai di vendicarlo. Ho fin qui nutrito la vendetta in seno, come una madre il caro pargoletto. Aspettavo il momento propizio. È giunto. Il cielo m’ha eletto a punitor di Pietro; il nome di Mazeppa non gli escirà mai dalla memoria. Io sono la spina della sua corona. Volentieri darebbe le sue più grandiose città, le sue più belle ore di vita per potermi tener un’altra volta per i baffi.... Ci resta tuttora una speranza.... L’aurora determinerà per chi parteggeremo. Dopo ch’ebbe così parlato, il fellone tacque e s’addormentò. La nuova aurora splende all’oriente. Già i cannoni mugghiano sui poggi e nelle valli. Un purpureo vapore s’alza, ondeggiando per l’aria indorato dai raggi mattutini. I reggimenti serrano le file; i bersaglieri si sparpagliano per le macchie. Le bombe scoppiano; le palle fischiano; le fredde baionette avanzano. Li Svedesi attraversano il fuoco delle trincere; la cavalleria fluttua e vola; l’infanteria la segue, e la rinforza colle sue masse pesanti e compatte. Il lugubre campo traballa e arde in mille luoghi; ma appare chiaro da vari segni che l’incostante fortuna questa volta combatte con i Russi. Le legioni svedesi, rispinte dall’artiglieria moscovita, si scompigliano, cadono stese al suolo come mèsse falciata. Rosen si ricovera nelle gole dei monti; il prode Slipenbac si arrende prigioniero. I Russi incalzano gli Svedesi, li sbaragliano truppa per truppa; s’oscura lo splendore delle loro bandiere, e, grazie all’assistenza del Dio delle battaglie, ogni nostro passo avanti è un trionfo. Allora la voce ispirata di Pietro esclama: “Coraggio, per Dio!” Circondato di offiziali, lo Zar esce della sua tenda. Li occhi suoi scintillano di gioia. Il suo sembiante incute spavento. I suoi moti sono violenti. È bello, è tremendo come un angelo sterminatore. S’inoltra. Viene il suo destriero fedele. Impetuoso e tranquillo, il nobile animale freme annasando da lontano la strage e il fuoco, scuote la criniera, butta faville dagli occhi, e superbo del suo cavaliero, si precipita nel più fitto della mischia. Il sole entra nel meriggio e versa torrenti di fiamma. Come i mietitori, i guerrieri riposano. I Cosacchi volteggiano all’intorno. I reggimenti sparsi si riformano. I bellici istrumenti tacciono. Il cannone più non folgoreggia dai colli. Nella vasta campagna echeggia un immenso evviva. Pietro si mostra ai suoi soldati. Passa rapidamente davanti alle truppe, potente e sereno come Marte. Collo sguardo misura il terreno. Lo scortano in schiera folta i suoi compagni fidi fra tutte le vicende della sorte, in tutte le fatiche del governo e della guerra, i Sceremetieff, i Bruce, i Bour, i Repnin. Carlo, frattanto, sdraiato in una bara portata dai suoi servitori, pallido, immoto, gravemente ferito, fa la rassegna delle sue truppe decimate. Lo seguono i suoi generali. Sta immerso in profonda meditazione. Il suo aspetto esprime l’agitazione che gli sconvolge il cuore. Diresti che la guerra desiata ha tolto a Carlo il senno e la ragione. Fa un gesto colla destra, e immantinente li Svedesi assaliscono i Russi. E l’esercito dello Zar marcia contro a quello del re, in mezzo a un velo di lampi e di fumo. Incomincia la battaglia, la battaglia di Pultava! Nell’incendio della lotta, fralla grandine rovente dei proiettili, le falangi si urtano come muraglie vive, cadono al suolo disfatte, son supplite da altre fresche, che anche esse vanno tosto a mordere la terra. Le baionette s’incrociano. Li squadroni vestiti d’acciaro volano come nembo procelloso. Risuonano le briglie, le sciabole; i cavalieri s’aggrediscono con furore, si tagliano a pezzi. Le palle di metallo accatastando cadaveri su cadaveri, rimbalzano, rugghiano, sbranano, rotolano nella polvere, e bollono nel sangue. Li Svedesi, i Russi, rovesciano, trafiggono, trinciano, mietono. Da per tutto, rombo di tamburi e di cannoni, urli, gemiti, calpestii, nitriti; dappertutto la morte e l’inferno. In mezzo alla confusione e al tumulto, i capitani contemplano tranquillamente la battaglia, giudicano ogni evoluzione di truppe, predicono la perdita o la vincita d’ogni assalto, e ragionano fra sè a bassa voce. Ma chi è quell’eroe canuto, ritto accanto allo Zar? Sostenuto da due Cosacchi, acceso di sublime emulazione, osserva con occhio esperto i movimenti dei due eserciti. Egli non monterà più a cavallo, e al suo richiamo non accorreranno più i Cosacchi da ogni parte. Il vecchio Palei imbiancò nell’esilio, e già sta vicino alla fossa. Ma perchè lampeggiano i suoi occhi? Perchè la sua fronte scabra si copre d’un’ombra di furore più nera della notte? Che sentimento lo fa rabbrividire? Forse egli ha scorto tra il fumo del campo il suo nemico Mazeppa, e a quella vista orrenda maledice la sua vecchiezza imbelle.... Sì. Mazeppa tutto pensieroso considerava la battaglia, attorniato d’una torba di Cosacchi ribelli, di parenti, di anziani, e di guardie. Si spara uno schioppo in vicinanza. Mazeppa rivolge la testa. Il fucile tuttora fuma tralle mani di Voinarovschi. Un giovine Cosacco, colpito a morte, stramazza a pochi passi di distanza; il suo corsiero cosperso di polvere e di spuma, sentendosi libero, fugge di carriera, e si perde nella rosseggiante campagna. Il Cosacco si slanciava contro l’etmanno, colla spada in mano, colla disperazione in volto. Mazeppa s’accosta al moribondo per interrogarlo, ma già ha spirato l’anima. Le sue pupille spente tuttora insultano l’assassino di Cocciu-bei, il nemico della Russia; e la sua lingua paralizzata articola ancora le sillabe adorate del nome di Maria. L’ora della vittoria è giunta. I Russi incalzano; li Svedesi cedono. O glorioso istante! o glorioso miracolo! Facciamo un ultimo sforzo, e li Svedesi si danno alla fuga. La nostra cavalleria li insegue; le spade si spuntano e si spezzano a trucidarli; i morti coprono il piano in mucchi così spessi, come li sciami delle locuste nere. Pietro dà un gran convito.[132] Raggiante di felicità e di gloria, egli siede all’alto della mensa. Arrivano in mezzo alle acclamazioni dei soldati tutti i generali russi e svedesi. Pietro accoglie con amorevolezza gli illustri prigionieri, e fa un brindisi in onore dei suoi maestri nella grande arte della guerra. Ma dov’è il più cospicuo fra quelli ospiti, dov’è il nostro più esimio maestro, quel reale dottor di guerra, cui Pietro ha finalmente superato e vinto? Dov’è Mazeppa il perfido apostata? Perchè il re di Svezia non fu invitato al banchetto? Perchè l’etmanno non fu inviato al patibolo? Il re e l’etmanno fuggono insieme a cavallo a traverso le steppe tacite e nude. La sventura li ha congiunti. La vergogna, l’ira, e il pericolo vicino infondono al monarca nuove forze. Egli oblia la sua profonda ferita. Fugge colla testa bassa, inseguito dai Russi, e appena la caterva tumultuosa dei servi può tenergli dietro. Il vecchio etmanno vola al suo fianco, girando la vista intorno sul vasto orizzonte del deserto. Giungono ad una villa.... Perchè raccapriccia Mazeppa? Perchè passa sì rapido davanti a quella abitazione? Forse quel cortile vuoto, quel giardino, quella porta aperta verso il prato, gli richiamano alla mente qualche antico orribile evento? O profanatore d’ogni cosa sacra! Riconosci quella dimora altre volte sì gaia, nella quale, rallegrato dal vino, tu scherzavi a mensa in mezzo ad una felice famiglia? Riconosci l’umile asilo ove viveva l’angelo di pace; il boschetto, nel quale rapisti la bella durante una oscurissima notte?.... Lo riconosci? Le tenebre abbuiano le steppe che si estendono lungo le rive del ceruleo Dnieper. I due capitani raminghi si adagiano sull’erba fralle rupi della sponda. Il giovine eroe dorme placidamente, e più non si ricorda di Pultava. Ma il vecchio suo compagno è inquieto; non può gustare un istante di riposo. Tutto a un tratto, una voce lo chiama nelle tenebre. Si riscuote, mira; vede una figura che si china sopra lui con un gesto minaccioso. Egli rabbrividisce come sotto alla scure. Una donna coi capelli sparsi, cogli occhi fiammeggianti e cavi, magra, squallida, livida, lacera, sta lì davanti a lui, sotto i raggi della luna. _Mazeppa_. È un sogno?... oppure sei tu, Maria?... _Maria_. Piano, piano, amico! È poco che mio padre e mia madre sono andati a letto.... fermo.... potrebbero udirci.... _Mazeppa_. Maria! Misera Maria! Torna in te.... Dio mio.... che hai?... _Maria_. Ascolta. Oh che furberia! Che sciocca favola hanno inventata! Essa mi ha detto in secreto che il mio povero padre è morto, e m’ha mostrato di nascosto il capo bianco di lui.... Ohimè.... come sottrarsi alle calunnie? quel capo non era d’uomo, ma di lupo.... Essa voleva ingannarmi!... Come non si vergogna di straziarmi?... E perchè mi strazia? Affinchè io non me ne vada teco oggi. Sarà mai possibile?” Il suo amante la ode con immensa compassione. Frattanto Maria, trascinata dalla sconvolta fantasia, seguita a sragionare. “Mi ricordo,” dice, “quel campo; quella allegrezza strepitosa, quella plebe, quelle due teste... Mia madre mi conduceva a quella festa... Ma dove stavi tu?.... Perchè da te disgiunta vo io vagando nell’orror della notte? Andiamo a casa. Presto!... Si fa tardi.... Ah che folli pensieri mi assalgono.... Ti tenevo per un altro, buon vecchio.... Lasciami. L’occhio tuo è spaventoso e beffardo. Tu sei deforme.... Egli, è bello.... arde d’amore il suo sguardo, spira grazia e voluttà il suo linguaggio.... i suoi baffi son più candidi che neve, e i tuoi rosseggiano di sangue.” E la fanciulla piange e ride ferocemente, e più agile d’una cervetta saltella, corre, e sparisce nella oscurità. L’ombra si diradava. L’oriente si tingeva di color di porpora. I cosacchi accendevano il fuoco e facevan cuocere il riso. Le guardie menavano i cavalli all’acque pure del Dnieper. Carlo si desta. “Su, su, Mazeppa, álzati, è tempo di partire; il giorno spunta.” Ma l’etmanno non dormiva. L’angoscia lo opprime e gli toglie il respiro. Sella in silenzio il suo corsiero, e parte col monarca. Tremendo fu l’ultimo sguardo, l’ultimo addio di Mazeppa agli Stati perduti per sempre. Cento anni passarono. Che rimane di quei potentati alteri, imperiosi, violenti? Sparvero dalla faccia della terra; e con essi sparve ogni vestigio delle loro sanguinose lotte, delle loro depredazioni, delle loro conquiste. Tu solo, vincitore di Pultava, erigesti un monumento durevole al tuo nome, nell’impero del settentrione, da te creato e incivilito. In quella parte ove una lunga fila di molini alati circonda i bastioni diroccati di Bender, lì dove gli armenti mugghianti vagano tranquillamente intorno alle tombe degli eroi, vedonsi gli avanzi sparsi d’un tugurio; tre gradini del quale, mezzo sepolti nel suolo e ammantati di musco, serbano la memoria del re Carlo. Solo coi suoi servitori palatini, quel temerario guerriero sostenne fra quelle mura l’impeto dei battaglioni turchi, e arrese la spada come Mazeppa la clava. Ma si cercherebbe invano nelle vicinanze il sepolcro dell’etmanno. Non resta traccia di lui. Solamente, una volta l’anno, l’eco della antica cattedrale ripete quel nome maledetto. Le due vittime innocenti di Mazeppa giacciono sotto la stessa lapida. La chiesa ha collocato le loro ossa fra quelle dei credenti e dei giusti. Tuttora vivono in Dicagne le alte querce piantate in loro onore dagli amici piangenti. In quanto a Maria.... La tradizione non parla di essa. Un velo impenetrabile copre i suoi patimenti, le sue sventure, la sua fine. Ma di quando in quando un cantore ceco dell’Ucrania, modulando davanti alli abitanti d’un villaggio li inni composti da Mazeppa, cita per incidenza ai giovani cosacchi il nome della colpevole e infelice Maria. FINE. INDICE. Cenni intorno alla Vita di Alessandro Puschin Pag. VII Il Prigioniero del Caucaso 1 Il Conte Nulin 21 Li Zingari 33 La Fontana di Bakcisarai 49 Eugenio Anieghin 73 Pultava 203 Errata-Corrige. Pag. 25, lin. 1. attardato _leggasi_ ritardato » 131, » 23. livore — lepore » 142, » 32. cuore — nome » 153, » 14. asse — asso NOTE: [1] L’_s_ che sussegue all’_u_ deve pronunziarsi come l’_sc_ in _scisso_. Non potendo rappresentare quella pronunzia esattamente, abbiamo scelto l’ortografia che meno se n’allontana. In Francese, si può scrivere il nome di Puschin come va pronunziato, cioè _Pouchkine_. [2] Così si pronunzia e così va scritto e non già _czar_, come lo scrivono i giornali, sebbene tal maniera di scrivere quella voce sia condannata da tutti coloro che sanno un poco di russo. [3] Alessandro Puschin non è il solo esempio di uno scrittore mezzo moro: il romanziere Alessandro Dumas è figlio di un mulatto, e porta sulla fisionomia tutti i caratteri di quella razza. [4] Il celebre critico tedesco Federico Schlegel ha fatto un bellissimo parallelo fra l’_Ippolito Stefanoforo_ di Euripide e la _Fedra_ di Racine; rileva tutte le mende della tragedia francese e tutti i pregi della greca alla quale assegna la palma. [5] Cane che leggeva, ballava e tirava di spada. [6] Celebre cuoco di Luigi XIV. Il nome di Vatel si usa per antonomasia. [7] Vedi a pag. 163 di questo volume. [8] In russo _morosui_. [9] In russo _rosui_. [10] Un vol. di 32 pag. in-8. [11] _Aúl_ chiamano i Circassi i loro accampamenti o villaggi. [12] Bevanda fatta d’acqua e di latte di cavalla agro. [13] Sorta di ferraiuolo di panno nero e di pelliccia. [14] Così chiamano i Circassi il vino. [15] Antico re e conquistatore tartaro. [16] V’è nei villaggi russi un ispettore che percorre le strade di notte picchiando sopra delle lastre di ferro. [17] Invito alla preghiera. [18] Il diavolo, dal greco διαβολος. [19] Cavaliere arabo. [20] Un infedele, un miscredente. [21] Nome dei re dei Tartari. [22] Sorta di monaco che fa voto di povertà. [23] È noto che i Musulmani hanno sempre in mano una corona, chiamata Cespì, che ha altrettanti grani quanti sono gli attributi dati dal profeta a Dio. Mentre scorrono quei grani ripassano in mente le qualità di Allah. [24] Questo nome si scrive _Onieghin_, ma si pronunzia _Anieghin_. L’abbiamo scritto come si pronunzia. [25] Titolo del primo poema composto da Puschin. [26] Questo capitolo fu scritto in Bessarabia, ove Puschin fu mandato per ordine superiore. [27] Cappello così denominato dal famoso fondatore della Bolivia. [28] Celebre orologiaro. [29] Vino dell’anno 1811 nel quale comparve la cometa di Giulio Cesare. [30] Pasticci rinomatissimi fatti di fegato di oche. [31] Attrice. [32] Poeta comico. [33] Poeta tragico. [34] Attrice. [35] Traduttore di Cornelio. [36] Direttore del ballo. [37] Ballerina. [38] _Toelette_ e _costume_ sono francesismi legittimati dall’uso. [39] “Tout le monde sut qu’il mettait du blanc; et moi, qui n’en croyais rien, je commençai de le croire, non seulement par l’embellissement de son teint et pour avoir trouvé des tasses de blanc sur sa toilette, mais parce qu’entrant un matin dans sa chambre, je le trouvai brossant ses ongles avec une petite vergette faite exprès, ouvrage qu’il continua fièrement devant moi. Je jugeai qu’un homme qui passe deux heures tous les matins a brosser ses ongles, peut bien passer quelques instants à remplir de blanc les creux de sa peau. _Confessions_ de Jean Jacques Rousseau, liv. VII. Rousseau volendo riformare la società, incominciò dal vestiario. Così fecero tutti i grandi riformatori. Così fece Pietro il Grande in Russia nel secolo decimo settimo; così ha fatto, ai giorni nostri, il Sultano Mahmud in Turchia. Rousseau depose la perrucca; tutti i contemporanei l’imitarono, e colla perrucca deposero l’idee inerenti a quella, le idee barbare e stolte del medio evo. Così nacque il _costume_ moderno che ebbe per cuna Parigi. Tutto il mondo accettò le mode di Parigi; tutti i popoli presero, per così dire, la livrea francese. E d’allora in poi tutti i popoli, _volens, nolens_, stanno sotto l’influenza francese. Ma l’unità di vestiario addurrà l’unità di misure, di moneta e di lingua.... dove ci fermeremo in tale strada? Forse tutti i popoli formeranno fra qualche secolo un sol popolo!... Puschin ha ben ragione di dare grande importanza alle cose di moda. [40] _Le Suisse_, ossia introduttore, secondo l’uso di Francia. Così chiamato perchè i primi che adempirono quello officio erano Svizzeri, ma poi furono anche Francesi, come per esempio Petit-Jean, il quale dice nei _Plaideurs_ di Racine: Il m’avait fait venir d’Amiens pour être _Suisse_. Atto I, Sc. I. [41] Guardie particolari dell’imperatore. [42] _Aggomitare_ non si trova nei vocabolari, ma essendo necessario si può usare. [43] Allusione a certi versi scritti dal poeta Muravieff. [44] Lord Byron, che abitò molto Venezia e vi compose un canto di _Childe Harold_, la tragedia dei _Due Foscari_, e altri poemi. [45] Puschin era allora in Odessa. [46] Dicemmo nella Biografia che Puschin dal lato di sua madre discendeva da un negro africano. [47] Nel _Prigioniero del Caucaso_. [48] Nella _Fontana di Bakcisarai_. [49] “_Il n’y a que les sots qui s’ennuient_” dice Beaumarchais (_Barbier de Séville_, atto I, scena II), e ha ragione. Puschin vuol significare che la scioperatezza genera la noia, e che i _dandy_ si annoiano perchè sono scioperati. Ma perchè scioperati? Perchè stolti. [50] In russo _barsccinu_, in francese _corvée_. [51] Cioè che per educazione è francese o tedesco. [52] Primo verso d’un canto popolare russo. [53] Nella cerimonia del matrimonio, secondo il rito greco, si mette una corona di fiori sul capo degli sposi. [54] Nome in uso nelle classi popolari soltanto. [55] È uso in Russia di tagliare parte dei capelli ai giovinotti che devono arruolarsi. [56] Cioè secondo la pronunzia viziosa di molti francesi. [57] Bevanda fermentata che bevono le povere genti. [58] I beccamorti scavando una fossa (nel quarto atto dell’Amleto di Shakespeare) ravvisano il cranio d’un buffone del re chiamato Yorick. Amleto piange sopra di esso perchè l’aveva veduto in vita rallegrare con le sue celie i conviti del re, ed esclama: _Poor Yorick!_ [59] Luogo famoso per una battaglia fra i Russi e i Turchi nella quale questi ebbero la peggio. [60] Svetlana è una fata rinomata per la sua bianchezza e per la sua potenza. [61] _Giulia Volmare_ nella _Nuova Eloisa_ di G. G. Rousseau; _Malec Adel_, romanzo di Madama Cottin; _Gustavo de Linard_, romanzo di Madama di Krudner, la celebre amica di Alessandro I e istigatrice della Santa Alleanza. [62] _Delfina_, romanzo di Madama di Stäel. [63] _Il Vampiro_, romanzo del Polidori, medico di Lord Byron; _Melmoth_, di Mathurin; _Giovanni Sbogar_, di Carlo Nodier. [64] Imitazione della famosa ode di Saffo, il cui senso è questo: Agli immortali Dei simil mi sembra L’avventuroso che ti siede a lato, E a sè vicino ode suonar la tua Voce soave, E il tuo soave riso. A me nel seno Quando m’appari, il cuor ferve e rimbalza; E il labro ansante, quando ti rimiro, Non trova accento. Muta è la lingua e come rotta. Fiamma Sottil mi corre su per ogni vena; Fugge la luce dalle mie pupille, Ronzan gli orecchi. Freddo sudor m’inonda tutta; un brivido Tutta m’invade; qual recisa pianta Mi discoloro, e, come s’io morissi, Perdo il respiro. [65] Giornale morale e seccante. [66] Poeta anacreontico. [67] Poeta elegiaco francese. [68] _Freischuetz_, è il capo lavoro del gran componista Maria Weber. [69] Macchina che serve a scaldar l’acqua per il tè. _Samovar_ significa _che bolle da sè_, αὺτοζἐων. [70] Il seduttore di _Clarissa Harlowe_ in un romanzo di Richardson. [71] Questo pensiero pare tolto da un distico trovato scritto sopra un muro dei pozzi di Venezia: Da chi mi fido mi guardi Dio, Di chi non mi fido mi guarderò io. [72] Gallicismo inevitabile. [73] Pensiero antico quanto i mondi e che Puschin esprime esattamente nelli stessi termini del _Viscardello_. [74] Altro gallicismo necessario. [75] Poeta lirico, amico di Puschin. [76] Personaggio del _Corsaro_ di Lord Byron. Ognun sa che Lord Byron volle attraversare a nuoto lo stretto dei Dardanelli, ad imitazione di Leandro che lo varcava per andar da Ero. [77] In russo _luccinca_ che è propriamente un pezzetto di legno che serve ai contadini di candela. [78] Famoso pubblicista. [79] Equipaggio con _tre_ cavalli. _Tri_, tre. [80] Che fabbricano il miglior vino di Sciampagna. [81] Vino d’Ungheria. [82] Autore tedesco la cui famiglia era oriunda francese. Scrisse molti romanzi d’argomento domestico. [83] Bisogna sapere che non essendovi in Russia buone strade maestre, le communicazioni sono mercè della neve più facili d’inverno che di primavera e d’estate. [84] Sorta di carrozza. [85] La _Prima neve_, poema del Principe Viasemschi celebre poeta tuttora vivente. [86] In un’ode di Baratinschi. [87] Pratiche superstiziose usate dal popol russo per conoscere il futuro. [88] Questo è il modo che adoperano le ragazze superstiziose per sapere il cuore del loro futuro sposo. [89] Poema russo nel genere classico, cioè noioso. [90] Allusione ad una satira scritta da uno zio di Puschin e intitolata _Il vicinante pericoloso_. Il nome di questo personaggio ridicolo è appunto Buianoff e il poeta lo rappresenta come qui lo vediamo. [91] Vino di Crimea. [92] Cioè le tavole da gioco. [93] Versta, distanza di cinquecento tese ossia di tremila piedi. [94] _Sagena_, tesa (6 piedi). [95] Celebre trattore del _Palais royal_. [96] Celebre fabbricante d’armi in Parigi. [97] Chiedo venia al lettore per questa espressione poco italiana. È forza ch’io l’adoperi per significare ciò che i russi chiamano _metstatel_, i tedeschi _schwaermer_, i francesi _rêveur_. [98] Altra espressione che puzza di francesismo. Ma è d’uso sì comune che non mi fo scrupolo di adoprarla. [99] Autore di opere economiche. [100] Specie di tavola reale. [101] Le verste sono segnate da un palo altissimo; e siccome le verste sono corte, a ogni momento, andando presto, se ne vede uno. [102] Stava facendo la calzetta secondo l’uso delle provincie. [103] Imitazione dell’esordio della prima Olimpiade di Pindaro. [104] Celebre lirico russo, di cui parlammo nella Biografia di Puschin. [105] Principale personaggio d’una ballata di Burger. Leonora non può darsi pace della morte dell’amante; l’ombra di questi viene a prenderla a cavallo e la porta seco in inferno. [106] Perdonino i puristi questo neologismo. [107] Vuole dire che il _vulgar_ è frequente nella società russa. [108] Mi rincresce assai di adoperare tante voci francesi; ma non si può fare altrimenti quando si descrivono i costumi dell’alta società. Mi rincora il pensare che quasi tutti i termini francesi o i gallicismi da me innestati in questa traduzione sono consecrati dall’uso e suonano giornalmente sulle labbra delle persone bennate. [109] Disegnatore francese. [110] Nelle case russe sono sempre doppie le porte e le finestre. [111] Filosofo tedesco, autore delle _Idee sull’umanità_. [112] Filosofo e novelliere francese. [113] Fisiologista francese, autore del libro _Della vita e della morte_. [114] Medico francese, autore del libro sull’_Onanismo_. [115] Filosofo francese, autore d’un dizionario critico dal quale Voltaire trasse i suoi più validi argomenti. [116] Filosofo francese, autore del libro sulla _Pluralità dei mondi_, primo tentativo fatto in Europa per rendere la scienza accessibile a tutte le intelligenze. [117] Poeta persiano, autore del _Gulistan_ (giardino delle rose) e di altri poemi celebri. [118] _Hetmann_ o _ataman_ chiamano i Cosacchi il loro comandante. _Het-man_ vien dal tedesco _hauptmann_, capitano. [119] Coda di cavallo che serve d’insegna. [120] Distintivo dell’etmanno. [121] Tutti nemici dei Russi. Samoiloff fu bandito in Siberia, e Gardienco fu decapitato per ordine di Pietro I. [122] Venti mila soldati della Piccola Russia erano stati mandati in Finlandia da Mazeppa. [123] Zalenschi, sbandito dalla patria, divenne il primario agente di Mazeppa. [124] Orlic, stato secretario di Mazeppa, fu fatto, dopo la morte di questo, etmanno della Piccola Russia da Carlo XII. Quando Carlo fu sconfitto, Orlic si ritirò in Turchia, abbracciò la religione islamitica, e morì a Bender nel 1726. [125] _Boiar_ significa propriamente guerriero; divenne poi sinonimo di nobile. [126] Due boiari di Mosca parteggiavano per Mazeppa. Furono orribilmente castigati. [127] Una delle chiese di Chieff. [128] Ceccel combatte l’esercito di Mencicoff. [129] Ciò fece Carlo in Dresda, dal re Augusto. Vedi Voltaire, _Histoire de Charles XII_. [130] “Una bomba!” sclamò il secretario di Carlo. — “Ebbene, ripigliò il re, che hanno le bombe che fare colla lettera ch’io ti detto?” Ma ciò successe più tardi. [131] Carlo visitando di notte li accampamenti russi s’accostò a un crocchio di cosacchi seduti intorno a un fuoco. Sparò il suo schioppo e ne ferì uno. I cosacchi risposero con tre colpi, uno dei quali ferì Carlo alla gamba. [132] L’empereur moscovite, pénétré d’une joie qu’il ne se mettait pas en peine de dissimuler, recevait sur le champ de bataille les prisonniers qu’on lui amenait en foule, et demandait à tout moment: “Où est donc mon frère Charles?...” Alors, prenant un verre de vin: “A la santé,” dit-il, “de mes maîtres dans l’art de la guerre!” Renschild lui demanda qui étaient ceux qu’il honorait d’un si beau titre. “Vous, Messieurs les généraux suédois,” reprit le Tsar. “Votre Majesté est donc bien ingrate,” reprit le comte, “d’avoir tant maltraité ses maîtres.” Voltaire, _Histoire de Charles XII_. Nota del Trascrittore Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Le correzioni indicate a pag. 244 (Errata Corrige) sono state riportate nel testo. *** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK RACCONTI POETICI *** Updated editions will replace the previous one—the old editions will be renamed. 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It exists because of the efforts of hundreds of volunteers and donations from people in all walks of life. Volunteers and financial support to provide volunteers with the assistance they need are critical to reaching Project Gutenberg™’s goals and ensuring that the Project Gutenberg™ collection will remain freely available for generations to come. In 2001, the Project Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure and permanent future for Project Gutenberg™ and future generations. To learn more about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation and how your efforts and donations can help, see Sections 3 and 4 and the Foundation information page at www.gutenberg.org. Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non-profit 501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal Revenue Service. The Foundation’s EIN or federal tax identification number is 64-6221541. Contributions to the Project Gutenberg Literary Archive Foundation are tax deductible to the full extent permitted by U.S. federal laws and your state’s laws. The Foundation’s business office is located at 809 North 1500 West, Salt Lake City, UT 84116, (801) 596-1887. Email contact links and up to date contact information can be found at the Foundation’s website and official page at www.gutenberg.org/contact Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg Literary Archive Foundation Project Gutenberg™ depends upon and cannot survive without widespread public support and donations to carry out its mission of increasing the number of public domain and licensed works that can be freely distributed in machine-readable form accessible by the widest array of equipment including outdated equipment. Many small donations ($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt status with the IRS. The Foundation is committed to complying with the laws regulating charities and charitable donations in all 50 states of the United States. Compliance requirements are not uniform and it takes a considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up with these requirements. We do not solicit donations in locations where we have not received written confirmation of compliance. To SEND DONATIONS or determine the status of compliance for any particular state visit www.gutenberg.org/donate. While we cannot and do not solicit contributions from states where we have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition against accepting unsolicited donations from donors in such states who approach us with offers to donate. 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