The Project Gutenberg eBook of Zanna Bianca This ebook is for the use of anyone anywhere in the United States and most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included with this ebook or online at www.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you will have to check the laws of the country where you are located before using this eBook. Title: Zanna Bianca Author: Jack London Translator: Gian Dàuli Release date: October 9, 2023 [eBook #71841] Language: Italian Original publication: Milano: Modernissima, 1925 Credits: Barbara Magni and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was produced from images made available by The Internet Archive) *** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK ZANNA BIANCA *** JACK LONDON ZANNA BIANCA (WHITE FANG) ROMANZO MCMXXV «MODERNISSIMA» MILANO — Via Vivaio, 10 PROPRIETÀ LETTERARIA RISERVATA Stab. Tipo-Lit. FED. SACCHETTI & C. — Via Zecca Vecchia, 7 — Milano (7) _Nel presentare il primo volume delle opere complete di Jack London, «Il richiamo della foresta», misi in particolare rilievo il profondo significato allegorico riposto nel semplice racconto della vita di un cane, perchè il lettore non si fermasse alla maestrìa descrittiva e fantasiosa dell’artista, ma ne penetrasse l’anima e si guardasse dallo scambiare un’opera profondamente umana e sociale con un racconto d’avventure per ragazzi, cioè dal rischio di vedersi sfuggire elementi essenziali dell’opera d’arte, e il capolavoro nella sua interezza._ _Leggere le opere di Jack London e non conoscere, sia pure sommariamente, la sua vita avventurosa e travagliata, è ignorare la fonte vera della sua poesia e la qualità della poesia stessa. Seguire soltanto le vicende dei suoi personaggi e le crudeltà cui il Destino li sottopone, fremendo alle loro disperate ribellioni e commovendosi per le loro prodigiose abnegazioni, ma ignorando l’ideale ultimo al quale l’autore si è ispirato e per il quale ha lottato tutta la vita, significa far torto agli ideali sociali dello scrittore, ignorare le ragioni profonde che lo muovono, e valutare incompiutamente i sentimenti che ne alimentano impulsi ed azioni e le rendono ragionevoli e possibili, aderenti alla vita, illuminatrici del destino, del passato e dell’avvenire dell’uomo._ _Il poeta ci commuove, l’artista ci riempie di meraviglia, ma è l’uomo che tramuta la poesia e la bellezza in pensiero, le sensazioni in travaglio interiore, affinchè, mediante la nostra sensibilità artistica, un lato nuovo della verità universale appaia alla nostra coscienza. I capolavori hanno sempre l’intima virtù di aggiungere ad un godimento puramente spirituale una forza morale che ci rende partecipi di esperienze universali, chè, se questa forza non avessero, mancherebbero del loro elemento più vitale._ _Io volli, appunto, con la mia prefazione al «Richiamo della foresta», mostrare il London uomo, e non credo di aver fatto cosa inutile o superflua, giacchè persone che avevano già letto il volume nel testo inglese o nella traduzione francese, rileggendolo dopo la mia prefazione, sono rimaste stupite di trovare, in quello che prima era sembrato un semplice racconto d’animali, una rappresentazione realistica e dolorosa del destino umano. Tanto in Buck, il cane che diventa lupo, come in Zanna Bianca, il lupo che acquista la domesticità e socievolezza del cane, il sentimento dominante è la ribellione contro la tirannìa del più forte, ribellione che si muta, nel tiranneggiato, in un bisogno di prevalenza sui simili e sui più deboli di lui, di diventare a propria volta, il trionfatore e il tiranno. Entrambi sperimentano la fredda, implacabile e spesso folle e inutile ferocia degli uomini, e finiscono coll’assoggettarvisi; ma mentre si affina, in questa schiavitù, ogni spirito peggiore, il naturale germe d’amore non inaridisce in essi, e allorchè Buck incontra Giovanni Thorton, e Zanna Bianca Weedon Scott, cioè l’uomo buono, il forte devoto al debole, quel germe d’amore si sviluppa prodigiosamente, sino a diventare forza irresistibile e travolgente, la forza che spinge al sacrificio gioioso della vita per la creatura amata._ _«Weedon Scott s’era posto il compito di redimere Zanna Bianca, o, piuttosto, di redimere l’Umanità dal male che aveva fatto a Zanna Bianca. Era una questione di principio e di coscienza. Sentiva che il male fatto a Zanna Bianca era un debito assunto dagli uomini, e che doveva essere pagato. E così si sforzò d’essere più che mai buono verso Zanna Bianca... E col passare dei giorni, l’evoluzione della simpatia in amore s’accelerò. Lo stesso Zanna Bianca incominciò a rendersene conto, ancorchè esso non avesse consapevolezza alcuna di ciò che fosse l’amore. Gli si manifestava come un vuoto nel suo essere, un nuoto che assomigliava alla fame, che faceva male, che voleva essere riempito»._ _Zanna Bianca sentiva ciò che Buck aveva già provato dopo la morte di Giovanni Thorton. «Sentiva che quella morte produceva un gran vuoto in lui, in qualche modo simile alla fame, ma un vuoto che gli faceva continuamente male e che il cibo non poteva riempire»._ _Nelle straordinarie avventure di Buck e di Zanna Bianca ci affascina lo spettacolo grandioso del paesaggio dell’Alaska terribile e selvaggio, le paurose lotte dell’uomo e degli animali contro la solitudine e le insidie di terre inesplorate; ma ci conquista e ci commuove, soprattutto, in un tragico quadro di miserie e crudeltà, questa misteriosa forza dell’Amore «questa forza calda e radiante, nella cui luce la natura animale si espande come un fiore sotto i raggi del sole». E ad un tratto, la vita dell’Umanità travagliata s’immedesima e identifica nella vita di queste creature dal London, così che proviamo anche noi la sensazione di un vuoto interiore, di un vuoto che assomiglia alla fame, che fa male e che deve essere riempito, e dal profondo di noi sale la sensazione della sola cosa che può redimere l’Umanità e mutar faccia al mondo, l’antichissimo e nuovissimo miracolo dell’Amore, l’amore che si manifesta e disciplina nella devozione del forte per il debole, nella venerazione del debole per il forte, con senso religioso universale. Visti sotto questa luce, ch’è la vera luce dell’animo di Jack London, uomo forte, doloroso e appassionato, «Il richiamo della foresta» e «Zanna Bianca» formano una maestosa sinfonia del dolore del mondo, di questo dio folle che muove, come l’antico_ Deus ex machina, _la tragedia spaventevole dell’Umanità governata dalla tirannide del forte sul debole. Nel «Tallone di ferro», che pubblicheremo subito dopo «Zanna Bianca», vedremo la tragedia in atto, gli animali sostituiti dagli uomini, più bestialmente crudeli, governati da leggi inesorabili, come quella della mazza e del dente, ma infinitamente più raffinati e perversi. In luogo delle grandi foreste vedremo le grandi città, piene di mortifere insidie, e udremo l’urlo di ribellione alla tirannide del forte levarsi più formidabile e farci fremere e inorridire..._ _Ma mentre ripenso, rabbrividendo, agli orrori del «Tallone di ferro» divenuti realtà nella guerra mondiale e nella rivoluzione russa; mentre rievoco i compagni lacerati dalla mitraglia nelle putride trincee del Podgora..._ . . . . . . . _... tutte le aberrazioni e miserie della nostra povera Umanità insanguinata, violenta, lurida, avida, egoista, risento quel vuoto interiore che alcun cibo non può riempire, quel vuoto che fa male, e mi chino ad abbracciare il povero cane dal cuore fedele che insegna con la sua illimitata devozione ciò che gli uomini non m’hanno insegnato: l’amore che sa dare e non chiedere, l’amore che ama l’amore._ GIAN DÀULI. Rapallo, dicembre del 1924. ZANNA BIANCA I. LA TRACCIA DELLA CARNE. Da ciascun lato del fiume gelato, si stendeva l’immensa foresta d’abeti, fosca e minacciosa. Gli alberi, sbarazzati di fresco del loro manto di brina dal vento, sembravano appoggiarsi gli uni sugli altri, neri e fatidici, contro la luce del giorno che impallidiva. La terra era tutt’una desolazione infinita e senza vita, dove nulla si moveva, e così fredda e deserta che, davanti ad essa il pensiero stesso si ritraeva, sorpassando la tristezza. Una specie di voglia di ridere pareva sopraffare l’animo ed era un riso tragico, come di Sfinge, un riso agghiacciato e senza gioia, come un sarcasmo dell’Eterno sulla futilità della vita e sulla vanità dei nostri sforzi. Era il Wild, il Wild selvaggio, gelido nel profondo del cuore, della terra del Nord[1]. Sul ghiaccio del fiume e come una sfida al nulla del Wild, s’affaticava una muta di cani lupi. Il loro pelame arruffato era greve di neve, e il loro fiato, appena uscito dalla bocca, si condensava in vapore, gelandosi subito e ricadendo in forma di cristalli trasparenti, come se mandassero una lava di ghiaccioli. I cani erano attaccati, per mezzo di cinghie di cuoio e guarnimenti, a una slitta che li seguiva, a distanza, sobbalzando. La slitta, senza pattini, era fatta di pezzi di corteccia di betulla, solidamente legati e poggiava, con tutta la sua superficie, sulla neve. La parte anteriore era ricurva in forma di rullo, in modo da respingere, senz’affondare i cumuli di neve che formavano come delle onde increspate. Sulla slitta era, solidamente tenuta, una grossa cassa, stretta e oblunga, che occupava quasi tutto lo spazio. Accanto ad essa erano ammucchiati oggetti varî: coperte, un’ascia, una caffettiera e una padella per friggere. Davanti ai cani, su larghe racchette, si affaticava un uomo, e dietro la slitta, un altro. Dentro la cassa posta sulla slitta giaceva un terzo che aveva finito di penare: il Wild lo aveva stroncato, in modo da impedirgli per sempre di muoversi e di lottare. Al Wild ripugna il moto, e la vita è come un’offesa. Esso congela l’acqua per impedirle di correre al mare, gela la linfa sotto la corteccia robusta degli alberi, sinchè questi non muoiono, e, in modo anche più feroce e implacabile, si accanisce contro l’uomo per sottometterlo e schiacciarlo. Perchè l’uomo, fra tutti gli esseri viventi, è il più agitato e non trova requie e non è mai stanco, e il Wild odia il moto. Intanto, davanti e dietro la slitta, indomiti e senza scoraggiarsi, scarpinavano i due uomini ancora vivi. Essi erano coperti di pelliccia e di cuoio morbido conciato. Il loro fiato, gelando come quello dei cani, aveva ricoperto di cristalli ghiacciati le loro ciglia, le guance, le labbra, tutta la persona, così ch’era impossibile distinguere l’uno dall’altro. Sembravano becchini mascherati che accompagnassero, verso un mondo soprannaturale, il feretro di qualche fantasma. Ma sotto quella maschera c’erano uomini che avanzavano ad ogni costo, su quella terra desolata, sprezzanti, ironici e beffardi, erti e impassibili come l’infinito abisso dello spazio. Avanzavano con i muscoli tesi, evitando ogni sforzo inutile, e facendo economia persino del respiro. Intorno intorno ad essi si stendeva il silenzio, il silenzio che pareva schiacciarli col suo greve peso, come l’acqua sul corpo del palombaro, che gli grava addosso sempre più, a mano a mano ch’egli sprofonda nell’Oceano. Trascorse un’ora, poi mezz’ora, e la livida luce del giorno, una luce senza sole, stava per spegnersi, allorchè, improvvisamente, s’udì un grido debole e lontano, nell’aria tranquilla. Poi il grido ingrandì, a sbalzi, sinchè non divenne acuto, e insistette, così, poi cessò. Sarebbe parso il richiamo di un’anima perduta, senza quel non so che di selvaggio e feroce che l’improntava: era uno strepito ardente e bestiale, uno schiamazzo di affamato che vuole la sua preda. L’uomo che era davanti volse la testa in modo da incontrar lo sguardo dell’uomo che era dietro, e, al disopra della cassa rettangolare posta sulla slitta, tutt’e due fecero un segno d’intesa. Risuonò un altro grido, nel silenzio. I due uomini ne stabilirono la provenienza: veniva dietro di loro, lungo la distesa di neve che avevano attraversata. Un terzo grido rispose agli altri; proveniva anch’esso di dietro le loro spalle e a sinistra del secondo grido. — Ci seguono, Bill, — fece l’uomo che era davanti. La voce risuonò, rude e come irreale: pareva ch’egli avesse fatto uno sforzo per parlare. — La carne è scarsa, — aggiunse il compagno. — Da parecchi giorni non vedo neppure la traccia di un coniglio. Quindi tacquero; ma tendevano l’orecchio verso quello strepito di caccia che ingrandiva dietro di essi. Quando fu notte fatta, gli uomini staccarono i cani e li istallarono, in riva al fiume, in una macchia di abeti, poi a una certa distanza dagli animali, posero l’accampamento. La bara, accanto al fuoco, servì, insieme, da sedia e da tavola. I cani lupi brontolavano e rissavano tra loro, ma non tentavano di fuggire, nè di salvarsi nelle tenebre. — Mi sembra, Enrico, ch’essi si mantengano insolitamente fedeli alla nostra compagnia, — osservò Bill. Enrico, chino sul fuoco e occupato a fare sciogliere un po’ di ghiaccio, per preparare il caffè, approvò con un cenno della testa, poi, sedutosi sulla bara e preso qualche boccone, disse: — Sanno che stando con noi hanno la pelle assicurata. Meglio mangiare, che essere mangiati. Quei cani non sono privi di spirito. Bill scosse la testa: — Oh io non ne so nulla! Il compagno lo guardò sorpreso. — È la prima volta, Bill, che vi sento dubitare dell’intelligenza dei cani. — Avete osservato, — rispose l’altro, masticando delle fave, energicamente, — come si sono agitati quando ho portato loro il pasto? Quanti cani avete, Enrico? — Sei. — Bene, Enrico. Bill indugiò un po’ come per aggiungere peso alle parole: — Dicevamo di avere sei cani e ho preso sei pesci dal sacco e li ho distribuiti dandone uno a ciascun cane. Beh, mi mancava un pesce. — Avrete contato male. — Noi possediamo sei cani. — proseguì Bill, con calma. — Ora io ho preso sei pesci e «Un’Orecchia» non ha avuto il suo; allora sono tornato al sacco, e ho preso un settimo pesce, che gli ho dato. — Eppure abbiamo sei cani. — Non volevo dire che i cani erano sette, ma che erano in sette a mangiare, le bestie alle quali ho dato del pesce. Enrico cessò di mangiare, e di sopra al fuoco, contò a distanza gli animali. — Comunque — fece — ora sono sei. — Ho visto il settimo che mangiava, fuggire sulla neve. Enrico osservò Bill con aria pietosa, ed affermò: — Sarò molto contento di finire questo viaggio. — Che vorreste dire? — Voglio dire che i troppi stenti vi hanno logorato i nervi, e che cominciate a veder cose.... — Così ho pensato anch’io, là per là, — rispose Bill, con gravità. — Ma le tracce che il settimo animale ha lasciate dietro di sè sono ancora segnate sulla neve. Ve le mostrerò, se volete. Enrico non rispose e ricominciò a mangiare in silenzio. Terminato il pasto, egli annaffiò il cibo con una tazza di caffè e, pulitasi la bocca col dorso della mano: — Dunque, Bill, voi credete che sia così? Un lungo grido di appello, lamentoso e selvaggio insieme, sorse dall’oscurità e l’interruppe. L’uomo tacque per ascoltare, e, tendendo la mano nella direzione del grido, fece: — È venuto uno di essi? Bill approvò con la testa: — Darei chissà quanto per poter pensare altrimenti. Voi stesso avete osservato il chiasso fatto dai cani. Urli e urli, e altri urli si rispondevano, vicino, lontano, in tutte le direzioni, e parevano mutare a un tratto il Wild in un manicomio. I cani, spaventati, avevano spezzato i tiranti ed erano venuti ad ammucchiarsi, gli uni contro gli altri, attorno al fuoco, e così vicino che il loro pelo era bruciacchiato dalla fiamma. Bill gettò altra legna sul fuoco, accese la pipa e trattone qualche sbuffo: — Penso, Enrico, che questo qui che è dentro — e indicava, col pollice, la cassa sulla quale erano seduti — è incredibilmente felice, come voi e io non saremo mai. Anzichè viaggiare così comodamente, avremo noi, un giorno, una pietra almeno sulla nostra carcassa? Io non riesco a capire come mai un ragazzo come questo che doveva essere, nel suo paese, un lord o qualche cosa di simile, e che non ha avuto mai da scalmanarsi per la cuccia e per la fabbrica dell’appetito, abbia avuto l’idea di venire a trascinare i suoi stivaletti su questa terra che è alla fine del mondo, abbandonata da Dio. Francamente, questo io non riesco a capire bene. — Poteva godersi una buona vecchiaia, se rimaneva in casa sua, — aggiunse Enrico, approvando. Bill stava per seguitare la conversazione, quando vide, nel nero muro di tenebre che gravava su di essi, dove ogni forma era indistinta, un paio d’occhi lucenti come brace. Egli li mostrò ad Enrico che a sua volta gliene mostrò un altro paio, e poi un terzo. Un cerchio d’occhi scintillanti li circondava. A tratti, un paio di quegli occhi si spostava, o spariva, per riapparire subito dopo. Il terrore dei cani aumentava: essi balzavano come pazzi di spavento attorno al fuoco, o andavano, strisciando, a rannicchiarsi tra le gambe dei due uomini, così che, fra quello scompiglio, uno di essi andò a finire nella fiamma e incominciò a lanciare urli di lamento, mentre l’aria si impregnava dell’odore di strinato del pelo. Questo trambusto fece disperdere il cerchio d’occhi, che si riformò appena l’incidente ebbe termine e i cani ridivennero tranquilli. — È — fece Bill, — un’incresciosa e deplorevole condizione il trovarsi con poche munizioni. Egli dato fondo alla sua pipa, aiutava il compagno a stendere, sui rami di abete ben disposti sulla neve, un letto di coperte e di pellicce. Enrico borbottò mentre slacciava i suoi mocassini di pelle di daino. — Dite un po’, Bill quante cartucce ci rimangono? — Tre, e vorrei che fossero cento, per mostrare il fatto loro a quei dannati. E agitò il pugno, con collera, verso gli occhi lucenti. Poi, slacciati a sua volta, i mocassini, li posò con cura davanti al fuoco. — Desidererei proprio, anche, che questo freddo fosse spazzato. Abbiamo avuto 50 gradi sotto zero da due settimane. Volesse Iddio che non avessimo mai intrapreso un viaggio come questo, che ha preso una piega che non mi piace. La faccenda non va bene, lo sento. Ma giacchè ci siamo è bene ormai che termini al più presto, e non se ne parli più! Saremo felici quel giorno in cui ci troveremo, voi e io, nel forte M’Gurry, tranquillamente seduti accanto al fuoco, a giocare alle carte. Ecco quel che mi auguro! Enrico emise un altro brontolìo e si ficcò nel letto. Ma mentre stava per addormentarsi, ecco Bill domandargli con vivacità: — Dite, Enrico, perchè i cani non si sono lanciati addosso all’intruso, ch’è venuto ad unirsi alle nostre bestie e a beccarsi un pesce? Mi dà da pensare questa faccenda. — Voi vi create troppe preoccupazioni, Bill — rispose Enrico, con voce assonnacchiata. — Prima non eravate così. Credo che digeriate male. Ma abbiamo discusso abbastanza! Dormite, altrimenti domani starete male in gamba. Voi vi rompete il cervello senz’alcuna ragione. E così i due compagni s’assopirono, con respiro grosso, a fianco a fianco sotto la stessa coperta. Il fuoco cadde a poco a poco e gli occhi brillanti restrinsero il cerchio che formavano, ma allorchè due di essi s’avvicinarono più d’appresso i cani brontolarono, tra impauriti e minacciosi. A un punto, i loro gridi divennero così acuti che Bill si svegliò. Egli scese dal letto con cautela per non turbare il sonno del compagno, e pose altra legna sul fuoco. Rialzatasi la fiamma, quel cerchio d’occhi indietreggiò. Bill lanciò uno sguardo sul gruppo dei cani, poi, sfregate le palpebre, tornò a guardare con maggior attenzione, e, ciò fatto, rificcatosi sotto le coperte, chiamò: — Enrico... Oh! Enrico! Enrico gemette, come fa uno quando è destato. — Che c’è? — domandò. — Nulla. Ma li ho contati: sono sette, nuovamente. Enrico accolse la notizia senz’alcun turbamento, e poco dopo russava coi pugni chiusi. Al mattino, egli si svegliò per primo e trasse fuori del letto il compagno. Erano le sei, ma bisognava che passassero altre tre ore prima che fosse giorno chiaro. Egli incominciò, al buio, a preparare la colazione, mentre Bill arrotolava le coperte e preparava la slitta per la partenza. — Dite, Enrico, — domandò a un tratto, — quanti cani, secondo voi, abbiamo? — Sei. — È un errore! — esclamò Bill trionfante. — Ancora sette? — oppose Enrico. — No: cinque. Uno se ne è andato. — All’inferno! — esclamò Enrico, con collera. E interruppe le sue faccende, per andare a contare i cani: — Avete ragione, Bill. «Palla di Sego» è partito. — È sparito con la rapidità d’un lampo. Deve essere stato il fumo a nasconderci la sua fuga. — Nè lui nè noi siamo fortunati. L’avranno inghiottito vivo. Scommetto che urlava come un dannato, quando lo sgozzavano. Maledetti! — È stato sempre un cane pazzo — fece Bill. — Per quanto pazzo fosse, può un cane essere tanto matto da suicidarsi così? Enrico lanciò uno sguardo sui superstiti del tiro, valutando, con un sommario calcolo mentale, il loro carattere e le loro attitudini. — Posso giurare che neppure uno di questi si abbandonerebbe ad un gesto simile: anche a picchiarli a bastonate, rifiuterebbero d’allontanarsi. — Io ho sempre pensato, — fece Bill — e lo ripeto, che «Palla di Sego» doveva avere il cervello un tantino guasto. Tale fu il discorso funebre in morte di un cane che lasciò la vita lungo il viaggio, seguendo un cammino della terra del Nord. Ma quanti altri cani, quanti uomini, non hanno avuto neppur questo! II. LA LUPA. Terminata la colazione, e ricaricato il rudimentale materiale da campo sulla slitta, i due uomini voltarono le spalle al fuoco allegro e si spinsero innanzi nelle tenebre, che non s’erano ancora schiarite. I gridi di richiamo, funebri e feroci, continuavano a risuonare e a rispondersi, nel buio e nel freddo. Tacquero quando il giorno, alle nove, cominciò a spuntare. A mezzodì, il cielo verso Sud, parve riscaldarsi, e tingersi di color rosa; e quella linea di separazione che la rotondità della terra forma tra i paesi meridionali, dove luce il sole, e il mondo del Nord, apparve; ma il color rosa impallidì, e gli successe una luce grigia che durò sino alle tre, e sparì a sua volta, quando il pallido crepuscolo artico, ridiscese sulla terra solitaria e silenziosa. Ritornata l’oscurità, i gridi belluini, a destra, a sinistra, ricominciarono, suscitando tra i cani, che pure erano molto stanchi, un folle pànico. — Sarebbe ora, — disse Bill, rimettendo, per la centesima volta, i cani sul diritto sentiero, — che se ne andassero al diavolo e ci lasciassero in pace. — Certo si è, che ci fanno un gran ribrezzo, — approvò Enrico. L’accampamento fu posto come la sera prima. Enrico stava vigilando la pentola dove bollivano delle fave, allorchè un grand’urlo lanciato da Bill, e seguito da un grido acuto, di dolore, lo fece sussultare. Fece appena in tempo ad alzare il naso per vedere una forma vaga che correva verso la neve e spariva nel buio. Poi, scorse Bill, che, in piedi tra i cani, tra allegro e dolente, teneva in una mano un forte randello e nell’altra la coda e una parte del corpo d’un salmone seccato. — Mi è riuscito di salvarne soltanto la metà, — disse Bill. — Ma il ladro ha avuto abbastanza, per il resto: non lo sentite come urla? — E che aspetto aveva il ladro? — domandò Enrico. — Non ho potuto vederlo bene. Ma so che ha quattro zampe, una bocca e un pelame che rassomiglia a quello di un cane. — Deve essere, lo giurerei, un lupo addomesticato. — Accidenti! e come addomesticato, se lo è! È venuto proprio all’ora del pasto, a portarsi via un pezzo di pesce. I due uomini, seduti sulla cassa rettangolare, avevano, dopo desinato, accese le pipe, come erano soliti di fare, ed ecco il cerchio di occhi fiammeggianti, circondarli come la sera precedente e stringerli più da vicino. Bill ricominciò a lamentarsi. — Voglia Iddio che incontrino una torma di alci o altra grossa selvaggina, e che sgombrino il terreno per seguirli. Sarebbe una liberazione, per noi... Enrico fece finta di non aver capito, ma quando Bill si disponeva a ricominciare le sue lamentele, egli divenne tutto rosso dalla stizza. — Bill, finitela con quel vostro crocidare: avete i crampi allo stomaco, ve l’ho già detto, e perciò divagate. Inghiottite una buona cucchiaiata di bicarbonato di soda: vi calmerete, e vi assicuro che ridiventerete di piacevole compagnia. Il mattino seguente, delle energiche bestemmie dette da Bill svegliarono Enrico, il quale si sollevò su un gomito, e alla luce del fuoco che risplendeva, vide il compagno che, attorniato dai cani, agitava drammaticamente le braccia, e si abbandonava a delle orribili smorfie. — Hello — chiamò Enrico, — che c’è di nuovo? — «Ranocchio» se ne è andato, — fu la risposta. -No! — Dico di sì! Enrico saltò fuori dalle coperte, e andò verso i cani, e, dopo averli contati con cura, si unì a Bill per maledire le potenze maligne del Wild, che gli avevano rapito un altro cane. — «Ranocchio» era il più vigoroso della muta, — fece Bill. — E non era un cane pazzo, — aggiunse Enrico. E questo fu nel corso di due giorni, il secondo discorso funebre. La colazione fu malinconica, e i quattro cani superstiti furono legati alla slitta. La giornata non fu diversa dalla precedente: i due uomini s’affaticavano senza parlare, il silenzio era rotto soltanto dai gridi che li inseguivano e che parevano attaccarsi, invisibili, al loro cammino. Ci fu lo stesso pànico dei cani, si ripetè lo sbandamento fuori del sentiero, tracciato, e la stessa stanchezza fisica e morale dei due uomini, derivante da tutto ciò. Stabilito l’accampamento, Bill, secondo l’uso indiano, avvolse attorno al collo dei cani una solida correggia di cuoio tenuta da un bastone di cinque o sei piedi di lunghezza, che all’altra estremità era legato, per mezzo di un’altra correggia, a un piuolo fisso nella terra. I nodi erano così stretti che i cani non potevano nè mordere nè rodere il cuoio. — Guardate, Enrico, — fece Bill, con soddisfazione. — se non ho fatto un buon lavoro! Questi imbecilli saranno costretti a star tranquilli sino a domani. Se mancasse uno solo all’appello, rinunzierei al mio caffè. Enrico trovò che la cosa era fatta a perfezione; ma, mostrando a Bill il cerchio delle ardenti pupille che, per la terza sera, li stringeva, fece: — Eppure è un peccato non potere assestare a queste bestiaccie qualche buona fucilata! Hanno capito che non abbiamo cartucce, e diventano perciò sempre più audaci. I due uomini indugiarono un po’ prima di coricarsi. Guardarono le forme vaghe andare e venire, fuori del campo di luce segnato dal fuoco, e, osservando attentamente il punto in cui apparivano un paio di occhi, finivano per scorgere i contorni dell’animale che si profilava e si muoveva nelle tenebre. Una specie di pànico che avvenne tra i cani, li fece voltare da quella parte. «Un’Orecchia», gemendo e lamentandosi con urli acuti, tirava con tutte le sue forze verso la direzione dell’ombra, sul suo bastone, ch’egli mordeva freneticamente e addentava con tutti i denti. — Bill, guardate, — mormorò Enrico. Al chiarore del fuoco, un animale, simile a un cane, s’insinuava, con un movimento obliquo e furtivo, di soppiatto. Pareva, insieme, audace e timoroso, osservava i due uomini, con precauzione, e cercava, evidentemente, di accostarsi ai cani. «Un’Orecchia», appiattandosi verso l’animale, sul suolo, raddoppiava i gemiti. — È una lupa. — mormorò Enrico. — Serve alla torma, come adescamento: quando è riuscita ad attirarsi dietro un cane, tutta la torma gli piomba addosso e se lo divora. In quel mentre un pezzo di legno della catasta accesa, ruzzolò, rompendosi con fracasso, e lo strano animale, spaventato, diede un salto indietro nelle tenebre e scomparve. — Penso una cosa, — fece Bill. — Che cosa, per piacere? — Che l’animale visto da noi è lo stesso che ho randellato io, ieri. — Non c’è neppure il minimo dubbio su ciò. — Bisogna inoltre osservare, — proseguì Bill — che la sua domestichezza eccessiva con la fiamma del nostro fuoco non è naturale e urta contro tutte le nostre idee tradizionali. — Quel lupo, certo, ne sa più di quanto ne possa sapere un vero lupo, — approvò Enrico. — Conosce persino l’ora del pasto dei cani. È un animale che ha delle esperienze. — Il vecchio Villano, — fece Bill, riflettendo ad alta voce, — possedeva un cane che era avvezzo a svignarsela per andare a correre con gli altri lupi. Lo so benissimo, tant’è vero che lo ammazzai, un bel giorno, in una pastura di alci, su Little Stik. Il vecchio Villano ne pianse come un neonato. Non vedeva quel cane da tre anni, tre anni, durante i quali il cane era stato con i lupi. — Credo — dichiarò Enrico, — che abbiate indovinato la verità. Quel lupo è un cane, e da molto tempo mangia il pesce dalla mano dell’uomo. — Se sarò un po’ fortunato, di quel lupo, che è un cane, finiremo con avere la pelle, — dichiarò Bill. — Non possiamo continuare a perdere altre bestie. — Ricordatevi però che ci rimangono tre cartucce soltanto. — Lo so, e le conservo per un colpo sicuro. Enrico, al mattino, riattizzato il fuoco, fece cuocere la colazione, accompagnato, durante quella faccenda, dal russare sonoro del compagno, che si svegliò sol quando gli alimenti furono pronti. Bill, ancora assonnacchiato, cominciò a mangiare. Poi, avendo osservato che la sua tazza da caffè era vuota, si chinò per prender la caffettiera; ma essa era dalla parte di Enrico, tenuta discosto. — Dite un po’, Enrico, — fece egli con una specie di amichevole borbottìo, — non avete dimenticato di darmi qualche cosa? Enrico fece finta di cercare intorno a sè, e scosse la testa. Bill pone la tazza vuota. — Non avrete il caffè, — affermò Enrico. — S’è rovesciato? — domandò Bill con ansietà. — No, no. — Se non me lo date, mi guastate la digestione. — Non ne avrete! La faccia di Bill divenne, a un tratto, sanguigna, dalla collera. — Volete, per favore parlare e spiegarvi? — «Arditone» è partito. Lentamente, rassegnandosi alla sciagura, Bill voltò la testa e contò i cani. Poi domandò, avvilito: — E com’è accaduto? — Non so: certo è che «Arditone» non poteva rodere da sè la correggia, che lo teneva legato al bastone. Dev’essere stato «Un’Orecchia» a servirlo. — Dannato di un cane! — esclamò Bill. — Non potendo liberare sè, ha liberato il compare. — Comunque, ormai, «Arditone» è bell’e spacciato. Credo che sia stato già digerito e che ruzzi nel ventre di venti lupi diversi. Pronunziato, così, il terzo discorso funebre, Enrico proseguì: — Ora, Bill, volete del caffè? Bill fece un cenno negativo. — È proprio sicuro? — insistè Enrico, alzando la caffettiera, — eppure è buono. Ma Bill ch’era cocciuto scostò la tazza. — Anzichè accettare, mi farei impiccare: ho dato la mia parola e la manterrò. Fece colazione senza bere, inaffiandola di maledizioni rivolte a «Un’Orecchia» che gli aveva giocato quel brutto tiro. — Stanotte, — fece — li legherò tra loro, contro ogni tentativo. I due uomini ripresero il cammino; ma fatti appena cento _yards_, ecco Enrico, che andava innanzi, urtare col piede, al buio, in un oggetto. Egli lo raccolse, e voltosi corse incontro a Bill. — Tenete, Bill, — disse, — ecco una cosa che potrà esservi utile. Bill lanciò un’esclamazione: era quell’oggetto l’unico avanzo di «Arditone», il bastone al quale era stato attaccato. — Se lo son mangiato tutto, — fece Bill: — ossa, costole, pelle, tutto hanno divorato. Persino il bastone, non è proprio liscio come la palma della mano: ne hanno mangiato il cuoio che ne guarniva le estremità. Speriamo che a voi e a me non tocchi la stessa sorte, prima di terminare il nostro viaggio! Enrico rise. — È la prima volta, — fece, — che sono così perseguitato dai lupi; ma ho conosciuti altri pericoli, e ne sono uscito sano e salvo. Fatevi coraggio, risolutamente, e non temete nulla: non ci avranno, figlio mio. — Questo non si sa, sì, non si può sapere... — Voi siete pallido, segno che la circolazione del sangue è cattiva. Dovreste prendere del chinino. Ve ne rimpinzerò quando saremo giunti a destinazione. Anche quel giorno fu simile ai precedenti: all’alba, alle nove, e a mezzodì il riflesso lontano, verso sud, del sole invisibile; poi il pomeriggio grigio, che precedeva una rapida notte. Quando il sole proiettò il suo fioco chiarore, Bill, prese il fucile dalla slitta, e disse: — Vado a vedere, Enrico, che cosa possa fare. — Siate prudente, e badate che non vi capiti una disgrazia! Bill s’allontanò in quei luoghi deserti. Un’ora dopo, ritornava verso il compagno che l’aspettava con una certa ansia. — Si sono sparpagliati, — riferì — e vagolano al largo, lontano da noi, correndo qua e là, ma senza abbandonarci. Sono sicuri di averci, e sanno che basta pazientare. Intanto, cercano qualche altra cosa da rosicchiare. — Secondo voi, — osservò Enrico, — sono sicuri di averci? Bill fece finta di non aver inteso e continuò: — Ne ho intravvisto qualcuno: sono magri, da far paura. Non hanno mangiato un boccone da settimane, tranne s’intende i nostri tre cani. Fra loro ve ne sono alcuni che non dureranno; hanno le costole come stropicciapanni, e le pance appiattite a livello della spina dorsale: sono, posso dirvelo, al colmo della disperazione, sono mezzo arrabbiati e aspettano. Erano trascorsi pochi minuti, quando Enrico, che aveva preso posto dietro e spingeva la slitta, per aiutare il tiro dei cani, lanciò, come richiamo a Bill, un fischio soffocato. Dietro di essi, in piena vista, e seguendo le tracce del cammino percorso dalla muta, s’avanzava, col naso fisso al suolo, una forma villosa. La bestia, che trotterellava senz’alcuno sforzo apparente, pareva che scivolasse, anzichè correre. I due uomini si fermarono, e anch’essa si fermò, e, alzata la testa, li guardò fissamente, dilatando le narici frementi, fiutando il loro odore, come per formarsi un concetto dei due. — È la lupa! — fece Bill. I cani s’erano coricati sulla neve, e Bill, dietro alla slitta, raggiunse il compagno. Tutti e due esaminarono lo strano animale, che li seguiva da parecchi giorni e aveva già spazzato metà della muta. Essi lo videro trotterellare ancora qualche passo avanti, poi fermarsi e ricominciare daccapo, a tratti, lo stesso movimento, sinchè non fu a breve distanza. Allora sostò, a testa alta, presso una macchia di abeti e ricominciò a osservare i due uomini, come avrebbe fatto un cane; ma senz’avere negli occhi neppure un segno dello sguardo affettuoso dell’amico dell’uomo. Era la insistenza della fame, implacabile come le zanne della bestia, disumana come la neve e il freddo. L’animale era alquanto più grosso d’un lupo, le sue forme scarnite rivelavano uno degli esemplari più importanti della specie. — Dev’essere di quasi due piedi e mezzo di altezza, alla spalla, — osservò Enrico, e ha quasi cinque piedi di lunghezza. — Per un lupo, — fece Bill — ha uno strano colore: non ne ho mai visti di simili. Ma un manto che tende al rossiccio, quasi all’arancio: una tinta cannella. Veramente, il pelo della bestia, non era di questo colore, ma prevalentemente grigio, com’è di tutti i lupi; ma in quel momento, vaghi e indefinibili riflessi che percorrevano il pelo dell’animale ingannavano e confondevano la vista. — Parrebbe un rude e grosso cane da tiro, — proseguì Bill. — Non mi meraviglierei di vedergli muovere la coda. — Neh, cagnaccio, — chiamò. — Venite qua, qua, chiunque siate! — Non ha nessunissima paura di te, — osservò Enrico, ridendo. Bill agitò la mano, fece finta di minacciare, gridò a squarciagola, ma la bestia non manifestò alcun timore: si limitò a mettersi un po’ in guardia, non cessando di tener d’occhio i due uomini, con una fissità d’affamata. Evidentemente, se avesse osato, si sarebbe accostata con piacere a quella carne, per saziarsene. — Sentite, Enrico, — fece Bill, a bassa voce, pianissimo. — Ecco il momento di utilizzare le nostre tre cartucce; ma bisogna che il colpo non fallisca e che sia mortale: che ve ne pare? Enrico acconsentì, e Bill, con mille precauzioni, avvicinò a sè il fucile; ma aveva fatto appena il gesto d’imbracciarlo, ed ecco la lupa, con un salto di fianco, sparire, fuori di tiro, fra gli abeti. I due compagni si guardarono; Enrico fischiettò, con aria d’intelligenza, e Bill, dominandosi, rimise a posto il fucile. — Dovevo aspettarmelo, — disse. — Un lupo che la sa tanto lunga, da venire a spartire il cibo con i nostri cani, deve costarci molto caro: ma io, com’è vero che mi chiamo Bill, lo distruggerò; e giacchè, è troppo scaltro per essere ucciso allo scoperto, l’andrò a scovare. — Se volete tentare di abbatterlo, fatelo qui, — consigliò Enrico. — Ammesso pure che le vostre cartucce uccidano tre bestie, se sopravviene la torma e vi circonda, le altre si vendicheranno su di voi. Accamparono di buon’ora, quella sera. I tre cani superstiti avevano tirato lentamente la slitta, e s’erano stancati prima del tempo. I due uomini dormirono con un occhio aperto; il cerchio dei nemici s’era stretto attorno nuovamente, così che bisognava alzarsi senza soste per attizzare il fuoco e non lasciare languire la fiamma. — Ho udito dei marinai, — disse Bill, — parlare dei pescicani di terra. Nelle loro faccende, queste bestie ne sanno più di noi; sanno che fra breve ci avranno. — Vi hanno già preso mezzo, — ribattè Enrico, ruvidamente, — se vi abbandonate a questi discorsi. Quand’uno si dichiara perduto, è bello e spacciato. Confessando di esserlo, voi siete mezzo divorato. — Ne hanno divorati tanti che valevano quanto voi e me, — rispose Bill. — Basta, basta! voi volete soverchiare un po’ troppo. Ed Enrico voltò le spalle a Bill, bruscamente, aspettandosi l’irritazione del compagno, ch’egli sapeva di carattere violento e collerico. Ma Bill non rispose nulla. — Brutto segno! — pensò Enrico, cui le palpebre si chiudevano involontariamente. — Non c’è dubbio che il morale di Bill sia gravemente tocco. Domattina, avrò un bel da fare a rianimare quel ragazzo. III. L’URLO DELLA FAME. La giornata incominciò sotto migliori auspici. I due uomini non avevano perduti i cani durante la notte, e con l’animo sollevato ripresero il cammino, nel silenzio, nel buio e nel freddo. Pareva che Bill avesse dimenticato i suoi sinistri presentimenti: i cani rovesciarono la slitta, ed egli accolse scherzando quell’accidente. Eppure era una orribile confusione: la slitta, capovolta, era rimasta incastrata fra un tronco d’albero e un enorme masso. Bisognò, innanzi tutto, togliere i finimenti dei cani per liberarli e scioglierli; ciò fatto, mentre i due uomini erano occupati a raddrizzare la slitta, Enrico scorse «Un’Orecchia» che, strisciando, stava per svignarsela. — Qui, «Un’orecchia», — gridò egli, rivolto al cane. Ma il cane, anzichè ubbidire balzò avanti e se la svignò, correndo con tutte le sue forze, trascinandosi dietro i finimenti. Laggiù, sulla pista, l’attendeva la lupa. Nell’accostarsi ad essa, il cane parve esitare, a un tratto e rallentare la corsa, guardando fissamente l’animale con sospetto e desiderio insieme. Essa pareva che gli ammiccasse e gli sorridesse con tutti i suoi denti, poi avanzò d’un passo verso di lui, a mo’ di approccio, e «Un’Orecchia» s’accostò ma rimanendo in guardia, rizzando la testa, le orecchie e la coda. Raggiuntala, egli tentò di sfiorare col suo naso il naso dell’altra; ma essa si voltò, con freddezza, e fece un passo indietro e ripetè più volte lo stesso atto, come per trascinarlo lontano dai suoi compagni umani. A un punto (e parve che un sospetto passasse per il cervello del cane) «Un’Orecchia», voltatosi, guardò indietro i due compagni del tiro, la slitta rovesciata e i due uomini che lo chiamavano. Ma avendogli la lupa porto il naso, perchè lo sfregasse, egli dimenticò subito ogni altro pensiero, e ricominciò a seguirla pochi minuti dopo; in un pudico e nuovo indietreggiamento ch’essa fece. Bill, durante questo tempo, aveva pensato al fucile; ma il fucile era andato a finire sotto la slitta e quando, con l’aiuto d’Enrico, potè afferrarlo, il cane e la lupa erano già troppo lontani, e troppo vicini fra loro, per poter tirare. Troppo tardi, «Un’Orecchia» s’accorse d’avere sbagliato: ma già una dozzina di lupi magri, balzando sulla neve, piombavano ad angolo retto sul cane per tagliargli la via. Quanto alla lupa, messi da parte grazia e pudore, s’era lanciata sull’innamorato, con un rauco mugolìo, e, rovesciatolo con un colpo di spalla s’era unita agli altri inseguitori e lo incalzava, alle calcagna. — Dove andate? — gridò Enrico, posando una mano sul braccio di Bill. Bill si svincolò con un brusco movimento. — Non posso permettere, — disse, — quel che avviene. Essi non debbono avere più, se posso impedirlo, nemmeno uno dei nostri cani. E, col fucile in pugno, egli sparì nel boschetto che orlava il sentiero. — Bada, Bill! — gli gridò dietro Enrico ancora una volta, — sii prudente. Enrico, seduto sulla slitta, vide sparire il compagno. «Un’Orecchia» aveva abbandonato il cammino battuto e tentava di arrivare alla slitta, descrivendo un gran cerchio. Enrico lo intravvedeva a tratti, che se la batteva fra gli abeti radi e si sforzava di vincere i lupi nella corsa, mentre Bill tentava a sua volta, — era evidente — di ostacolare l’inseguimento. Ma la partita era già perduta, tanto più che altri lupi, sbucando da tutte le parti, s’univano alla caccia. A un tratto, Enrico, udì un colpo di fucile seguito immediatamente da altri due, e capì che le cartucce erano finite. Seguirono un gran fracasso, dei mugolìi e degli urli ed Enrico udì il cane che guaiva ed urlava; un urlo di lupo gli fece comprendere che uno degli animali era stato colpito, poi non intese altro: gemiti e mugolii cessarono, ed Enrico rimase lungo tempo seduto sulla slitta, non sentendo il bisogno di andare a vedere coi propri occhi ciò ch’era accaduto: lo sapeva come se avesse assistito alla scena. Pure, a un tratto, si alzò, con un sussulto, e, con fretta febbrile, cercò l’accetta nel bagaglio, poi ritornò a sedere, e riflettè a lungo, in compagnia dei due cani superstiti che gli stavano accucciati ai piedi, tremanti. In fine s’alzò, come oppresso da un’enorme stanchezza e credette suo dovere attaccare i cani alla slitta. Egli stesso, messosi a spalla un arnese da tiro, accompagnò il traino delle bestie. La tappa fu breve. Appena cominciò ad imbrunire, Enrico s’affrettò a predisporre l’accampamento, diede il pasto ai cani, fece cuocere e mangiò il suo cibo e si fece il letto presso il fuoco. Ma non aveva ancora chiusi gli occhi, quand’ecco arrivare i lupi e incalzare così dappresso, che non c’era da pensare a dormire. Erano là, attorno a lui e così poco lontani, che li poteva vedere come in pieno giorno; stavano coricati o accosciati attorno al fuoco, e, strisciando col ventre, ora avanzavano, ora indietreggiavano. Alcuni dormivano, coricati in cerchio sulla neve, come cani. Egli non cessò, neppure un momento, d’alimentare la fiamma, perchè sapeva ch’essa era il solo ostacolo che si frapponesse fra la sua carne e le loro zanne. I due cani gli si stringevano addosso implorando protezione. Di tanto in tanto, il cerchio dei lupi si agitava e tutti urlavano a coro, poi si ricoricavano o si accosciavano e il cerchio si restringeva. Intanto, avanzandosi un po’ alla volta, i lupi finirono col toccarlo quasi; allora, egli prese dei tizzoni accesi e cominciò a lanciarli nel mucchio dei nemici, i quali balzarono indietro, con un salto precipitoso, accompagnato da urli di collera e da mugolii paurosi quando un ramo ben lanciato ne colpiva qualcuno. Al mattino, l’uomo aveva un aspetto torvo e accasciato, gli occhi dilatati dal sonno. Egli cucinò e trangugiò la colazione, poi, quando la luce ebbe dispersa la torma dei lupi, s’adoperò a eseguire un disegno che aveva meditato durante le ore della notte. Abbattuti, a colpi d’accetta, alcuni alberi d’abete giovani, formò con essi, legandoli in croce, una specie di palco alquanto alto, sostenuto da quattro abeti robusti, poi, servendosi delle correggie della slitta, come corde, con l’aiuto dei cani, sollevò su quel palco la bara che aveva con sè. — Hanno avuto Bill, — disse, rivolto al corpo del morto, quando l’ebbe coricato in quella specie di sepolcro aereo, — e, prenderanno, forse, anche me, ma, voi, o giovane, non sarete loro preda. Poi la slitta riprese la corsa dietro i cani che ansimavano, pieni di slancio, perchè sapevano anch’essi che il canile del forte M’Gurry era la loro salvezza. Ma i lupi non erano rimasti lontano e avevano ricominciato l’inseguimento, ormai apertamente. Essi trotterellavano tranquillamente dietro la slitta, disposti in file parallele, con le lingue pèndule, i fianchi magri sui quali si movevano le costole, accompagnando ogni movimento. Enrico non poteva non ammirare, come quelle bestie reggessero ancora sulle loro zampe, senza sprofondare nella neve. A mezzogiorno, verso il Sud, non apparve solo un riflesso di sole, ma il sole stesso, emergendo dall’orizzonte, pallido e dorato nella parte superiore. Enrico ne trasse un buon presagio; riapparso il sole, i giorni s’allungavano. Ma fu una gioia di breve durata; quasi subito la luce s’attenuò, ed egli non tardò a predisporsi per la notte: avrebbe impiegato quelle poche ore di chiarore grigiastro e di velato crepuscolo, che rimanevano, per tagliare una gran quantità di legna da far fuoco. Con la notte, ritornò il terrore, e fu il massimo. Enrico era angustiato, più che dai lupi, dal bisogno di dormire. S’addormentò infatti senza accorgersene, raggomitolato presso il fuoco, con le coperte sulle spalle, l’accetta fra le ginocchia, un cane a destra e l’altro a sinistra. In quello stato di dormiveglia, egli intravvedeva tutta la torma che lo contemplava, come un pasto ritardato ma certo, e gli pareva di vedere tanti ragazzi attorno ad una tavola imbandita, in attesa del permesso di cominciare a mangiare. Poi, irresistibilmente, le palpebre gli si ripiegavano ed egli esaminava il suo corpo con attenzione che gli era insolita. Si toccava i muscoli e li contraeva, interessandosi in modo straordinario al loro movimento; alla luce del fuoco, apriva le dita, distendeva o piegava le falangi delle dita, sorpreso dell’obbedienza e dell’elasticità della sua mano che, bruscamente o dolcemente, trepidava secondo la volontà di lui, sino alla punta delle unghie. E, come affascinato, si sentiva preso da infinito amore per quel corpo mirabile, al quale non aveva, sin’allora, mai badato; da tenerezza infinita per quella carne viva, destinata a saziare fra breve quei bruti, a essere ridotta a brandelli. Che cos’era egli ormai? Nient’altro che cibo per delle zanne fameliche, nutrimento d’altri stomachi, simile agli alci ed ai conigli, di cui egli s’era tante volte cibato. A pochi piedi di distanza, la lupa dai riflessi rossi, era accosciata sulla neve e lo guardava, con uno sguardo penoso. I loro sguardi s’incontrarono, ed egli comprese agevolmente ch’essa se lo godeva già, a giudicare dalla gola che si spalancava ghiottamente, scoprendo le zanne bianche, sino alla radice. La saliva le scolava dalle labbra, ed essa se la leccava. Allora Enrico ebbe un sussulto di spavento: fece un gesto brusco per impadronirsi di un tizzo e lanciarlo sulla lupa; ma questa con eguale rapidità, scomparve. Allora egli ricominciò a osservare la sua mano, con senso di adorazione, a esaminare, l’uno dopo l’altro tutte le sue dita e come si adattassero perfettamente alle rugosità del ramo che egli brandiva. Poi, siccome, il suo dito mignolo correva il rischio di scottarsi, lo ripiegò delicatamente, tenendolo un po’ discosto dalla fiamma. Pure, la notte passò senza accidenti di sorta, e apparve il mattino. Per la prima volta, la luce del giorno non disperse i lupi: invano l’uomo attese la loro partenza; essi stavano in cerchio attorno a lui e al fuoco, con un’insolenza che gli avviliva ogni coraggio ritornatogli con la luce crescente. Ciò nonostante, egli tentò uno sforzo sovrumano per rimettersi in cammino. Ma aveva appena riposta la slitta sul sentiero e s’era scostato di pochi passi dalla protezione del fuoco, allorchè un lupo, più audace degli altri, gli si lanciò addosso. La bestia calcolò male lo slancio: fece un salto troppo corto, i suoi denti, stridendo, afferrarono il vuoto, mentre Enrico per difendersi, faceva un balzo di lato, poi, indietreggiando verso il fuoco, fece piovere una quantità di tizzoni ardenti fra gli altri lupi, che, eccitati dall’esempio, s’erano drizzati in piedi e si preparavano già a gettarglisi addosso. Rimase assediato tutta la giornata e poichè la legna era quasi esaurita, egli distese progressivamente il fuoco verso un’abete secco che s’innalzava a poca distanza e che egli riuscì, così, ad avvicinare; abbattè l’albero e passò il resto del giorno a preparare, per la notte, rami e fascine. La nuova notte, fu angosciosa come la precedente, con quest’aggravante, che il bisogno di dormire diventava, per l’uomo, sempre più irresistibile. Enrico, nella sua sonnolenza, vide la lupa accostarsi a lui, al punto ch’egli, brandito un tizzone acceso, potè, con un gesto meccanico, piantarlo nella gola della bestia. La lupa urlò dal dolore e diede un balzo: egli sentì l’odore di strinato della carne e guardò la bestia scuotere la testa con furore. Poi, per timore, di abbandonarsi a un profondo sonno, Enrico si legò alla mano destra un tizzo di abete, affinchè la bruciatura della fiamma lo svegliasse quando il ramo fosse consumato, e ripetè più volte quell’espediente. Ogni qual volta la fiamma, toccandolo, lo faceva sussultare, egli alimentava il fuoco e coglieva l’occasione per lanciare ai lupi, una pioggia di tizzoni incandescenti che li tenevano momentaneamente a bada. Ma giunse il momento in cui il ramo, mal legato, si distaccò dalla mano senza ch’egli se ne accorgesse. Addormentatosi, egli sognò. Gli parve d’essere nel forte di M’Gurry; il luogo era caldo e comodo, ed egli giuocava con l’agente della fattoria. Il forte era assediato dai lupi che urlavano al cancello d’ingresso; egli e il compagno interruppero un momento il giuoco per ascoltare i lupi, e ridendo dei loro sforzi inutili; ma di botto s’udì uno schianto; la porta aveva ceduto e i lupi invadevano la casa, precipitando su di lui e sul compagno, con un crescendo d’urli tali, ch’egli ne aveva la testa come rotta. A questo punto si svegliò e il sogno si accostò alla realtà; i lupi urlanti gli erano addosso e già uno di essi aveva addentato un braccio. Con un movimento istintivo, Enrico saltò nel fuoco e il lupo lasciò la preda, dopo avere fatto un largo squarcio nella carne. Allora cominciò una battaglia di fiamme; protette le mani dai grossi guantoni, Enrico raccolse i carboni ardenti, a piene manciate, e li lanciò in aria, in tutte le direzioni. L’accampamento era come un vulcano in eruzione. Enrico si sentiva gonfiare la faccia, bruciare ciglia e sopracciglia, e, ai piedi, un calore che diventava intollerabile. Con un tizzone in ciascuna mano, egli s’arrischiò a fare qualche passo avanti: i lupi avevano indietreggiato. Egli lanciò loro i due tizzoni, poi fregò con la neve i guantoni carbonizzati e nella neve battè i piedi per raffreddarli. Dei due cani non rimaneva alcuna traccia: essi avevano, senza dubbio, fornito altro pasto ai lupi, continuando la serie delle vittime, ch’era cominciata parecchi giorni prima con «Palla di Sego», e sarebbe finita, probabilmente fra breve, con lui. — Ma non mi avete ancora! — gridò egli, con voce selvaggia, alle bestie affamate, che gli risposero, come se avessero capito quel che diceva, con un’agitazione generale e con mugolii ripetuti. Mettendo in esecuzione un nuovo disegno difensivo, egli formò un cerchio con una serie di fascine, disposte torno torno, e le accese; poi si collocò nel centro di quella specie di baluardo di fuoco, disteso sul suo materasso per ripararsi dalla umidità glaciale e dalla neve che il calore liquefaceva, e rimase immobile. I lupi, non vedendolo più, vennero ad assicurarsi attraverso le cortine di fiamme se la preda fosse ancora là, e, rassicuratisi, ripresero l’attesa paziente, riscaldandosi al fuoco benefico, stirando le membra e ammiccando beatamente con gli occhi. La lupa s’acculò, puntò il naso verso una stella e cominciò un lungo ululato; a uno a uno, gli altri lupi l’imitarono e tutta la torma, acculata, col naso verso il cielo, urlò dalla fame. Spuntò l’alba, il giorno; la fiamma era diminuita, la provvista della legna era esaurita e bisognava rinnovarla. Enrico tentò di varcare il cerchio ardente che lo proteggeva, ma subito i lupi gli si pararono davanti: egli allora lanciò contro di essi qualche tizzone, ch’essi si limitarono a scansare, senza provarne spavento, e dovette rinunciare alla lotta. L’uomo, vacillando, si sedette sul materasso e sulle coperte, lasciò cadere il petto sulle ginocchia, come se il corpo gli si fosse spezzato in due, e la testa penzoloni verso il suolo. Era l’abbandono della lotta; di tanto in tanto, egli alzava un po’ il capo per osservare l’estinzione progressiva del fuoco, e vedeva il cerchio dividersi, spezzettarsi, lasciando dei larghi vuoti. — Credo. — mormorò egli, — che fra poco potrete avvicinarvi e impossessarvi di me. Ma ormai che importa? Io dormirò... E socchiudendo gli occhi per l’ultima volta, vide attraverso una breccia la lupa che lo fissava. Quanto tempo dormì? Non avrebbe saputo dirlo. Ma allorchè si svegliò, gli parve che un cambiamento misterioso fosse avvenuto attorno a lui, un mutamento così strano e inatteso, che si svegliò di colpo. Dapprima non capì l’accaduto, poi si accorge di questo; i lupi se ne erano andati; solo le tracce delle loro zampe, impresse nella neve, gli fecero ricordare il numero e l’accampamento dei nemici. Poi, siccome il sonno lo riprendeva, più fortemente egli lasciò ricadere la testa sulle ginocchia. Stavolta, a svegliarlo, furono grida d’uomini unite a rumor di slitte che s’avanzavano, a scricchiolii di finimenti e all’ansare affannoso dei cani da tiro. Quattro slitte, lasciando il letto ghiacciato del fiume, venivano infatti verso di lui, fra gli abeti: poco dopo una mezza dozzina di uomini, lo circondavano. Rannicchiato in mezzo al cerchio di fuoco che si spegneva, egli li guardò, come inebetito, e balbettò con le mascelle ancora impastate: — La lupa rossa... Venuta presso i cani al momento del pasto... Prima ha divorato i cani... Poi divorò Bill... — Dov’è lord Alfredo? — gli vociò uno degli uomini, all’orecchio, scuotendolo ruvidamente. Egli mosse lentamente la testa. — No, no, se l’ha divorato... si sta putrefacendo su un albero, nell’ultimo accampamento. — Morto? — gridò l’uomo. — Sì, è in una cassa... — rispose Enrico. E liberò vivamente la spalla dalla mano di colui che l’interrogava. Gli occhi, che lappolavano, si chiusero, il mento gli ricadde sul petto, e mentre i nuovi arrivati l’aiutavano a distendersi sulle coperte, il suo russare saliva già in alto nell’aria gelida. Un rumore lontano rispose a quel russare; era l’urlo attenuato dalla distanza, della torma affamata dei lupi, che andavano in cerca d’altra carne, in cambio dell’uomo ch’era loro sfuggito. IV. LA BATTAGLIA DELLE ZANNE. La lupa aveva, prima delle altre bestie, udito il suono delle voci umane e gli abbaiamenti affannosi dei cani, attaccati alle slitte. Per prima essa era fuggita lontano dall’uomo rannicchiato nel cerchio di fiamme semispente. Gli altri lupi non riuscivano a rassegnarsi alla rinunzia di quella preda ormai ridotta alle loro brame, e, per qualche minuto rimasero ancora sul posto, ascoltando i rumori sospetti che s’avvicinavano. Finalmente, anch’essi ebbero paura e si lanciarono sulla traccia lasciata dalla lupa. Un gran lupo grigio, uno dei capi soliti della torma, correva avanti e mugolava per avvertire i più giovani di non rompere la fila, distribuendo loro, quand’era necessario, dei colpi di zanna, quando essi tentavano di oltrepassarlo. Accelerò l’andatura per regolarsi sulla lupa che, ora, trotterellava tranquillamente sulla neve, e non tardò a raggiungerla. Essa stessa gli si pose allato, come se quella fosse la sua posizione solita, e tutt’e due guidarono l’orda. Il gran lupo grigio, non brontolava nè ringhiava, quando, d’un balzo, essa si divertiva a oltrepassarlo un po’: sembrava, anzi, darle prova d’una benevolenza talmente viva, che tendeva ad accostarsi sempre più a lei, che però, brontolava e mostrava i denti. Talvolta si spingeva sino a mordergli duramente la spalla, ed egli non protestava: si limitava a fare un salto di lato, e, tenendosi discosto dall’irascibile compagna, seguitava a condurre la torma, con aria rigida e imbronciata, come un innamorato respinto. Così scortata sul fianco destro, la lupa aveva dall’altro lato un vecchio lupo grigiastro e spelato, tutto segnato da cicatrici, ch’erano le stigmate di parecchie battaglie. Esso possedeva un occhio solo, l’occhio destro, perciò aveva scelto il lato sinistro della lupa. Anch’egli metteva un’ostinazione continua nello stringerla da presso, nello sfiorarla col muso sfregiato, con le spalle e col collo. Ella lo teneva a distanza, come faceva con l’altro corteggiatore; talvolta i due rivali la incalzavano contemporaneamente, spingendola ruvidamente, e, per liberarsi, ella raddoppiava, a destra e a sinistra, i suoi morsi acuti. Mentre galoppavano a ciascun lato di lei, i due lupi si minacciavano l’un l’altro, con i loro denti lucenti; soltanto la fame, più imperiosa dell’amore, impediva loro di combattersi. Il vecchio lupo losco, aveva presso, dalla parte esposta alla lupa, un lupacchiotto di tre anni, giunto al termine dello sviluppo, che sembrava uno dei più vigorosi della torma. Le due bestie, quand’erano stanche, s’appoggiavano l’una sull’altra con la spalla e con la testa; ma a un tratto il lupo giovane, con aria ingenua, si lasciava oltrepassare dal vecchio compagno, e senza essere visto s’insinuava tra lui e la lupa, la quale, strofinata da questo terzo innamorato, si metteva a ringhiare e si voltava: il vecchio faceva altrettanto, ed anche il gran lupo grigio, ch’era a destra. Davanti a questa triplice fila di denti, formidabile, il lupacchiotto si fermava bruscamente, e s’acculava, dritto sulle zampe anteriori, digrignando i denti a sua volta, e arruffando il pelo del dorso. Ne veniva una confusione generale, fra gli altri lupi, chè quelli che chiudevano la fila, premevano quelli davanti, che, finalmente, se la prendevano col lupacchiotto, cui davano delle buone zannate. Egli sopportava i maltrattamenti senza protestare, con quella fede senza limiti che è propria della gioventù, ripetendo di tanto in tanto il suo maneggio, quantunque non ne cavasse alcunchè di buono. I lupi percorsero, quel giorno, un gran numero di miglia, senza spezzare in quegli incidenti, le file. Dietro, zoppicavano i più deboli, i più giovani, come i più vecchi: i più robusti andavano innanzi, e tutti quanti parevano un’esercito di scheletri, ma forniti di muscoli d’acciaio a tutta prova, instancabili. Movimenti e contrazioni si succedevano senza tregua, senza fine previdibile, e senz’alcun sforzo apparente nè stanchezza. La notte e il giorno che seguirono, essi continuarono la loro corsa: correvano solitarii per regioni deserte, dove vivevano soli, cercando un’altra vita da divorare per perpetuare la loro. Attraversarono pianure basse e oltrepassarono fiumicelli gelati, prima di trovare ciò che cercavano: incontrarono finalmente degli alci, preceduti da un grosso maschio. Finalmente! ecco la preda, della carne e la vita, non difese da fuochi misteriosi e da fiamme che volavano in aria: degli zoccoli, è vero, dei pugnali di corna, ma tutta roba ch’essi conoscevano già. Immediatamente, buttando al vento la solita prudenza e pazienza, essi attaccarono battaglia, la quale fu breve e feroce. Il grande alce fu assalito da tutti i lati; invano, rotolandosi nella neve, egli assestava ai lupi rudi colpi di zoccolo, o li colpiva con le ampie corna, sforzandosi di spaccar loro il cranio o di aprir loro il ventre: la lotta era disperata. Egli cadde al suolo, con la lupa appesa alla gola, e, sotto innumerevoli zanne, addentato in ogni parte del corpo, fu divorato vivo, mentre continuava a lottare, difendendosi sino all’ultimo. I lupi ne ricavarono un vitto abbondante: l’alce pesava più di ottocento libbre, di modo che alle quaranta gole della torma toccò una buona ventina di libbre ciascuna. Ma se lo stomaco dei lupi poteva resistere a prodigiosi digiuni, era anche vero che il potere d’assimilare non era meno prodigioso. Poche ossa sparse, in poche ore, furono gli unici resti del meraviglioso animale che aveva tenuto testa con tanta bravura all’orda dei nemici. Poi venne il riposo, e il sonno; poi i giovani maschi cominciarono a quistionare fra di loro. La carestia era terminata, i lupi erano arrivati alla Terra Promessa: essi continuarono durante alcuni giorni, a cacciare in compagnia il branco di alci di cui avevano seguite le traccie; ma ora, usavano delle precauzioni, attaccandosi, di preferenza, alle femmine, più pesanti nei loro movimenti, o ai vecchi maschi. Finalmente la torma dei lupi si divise in due schiere, ciascuna delle quali seguì una direzione diversa. La lupa, il gran lupo grigio, il vecchio lupo orbo e il lupacchiotto di tre anni guidarono una delle schiere in direzione di est, verso il fiume Makenzie, e la regione dei laghi. La torma si diradava di giorno in giorno, i lupi s’allontanavano a coppie, maschio e femmina insieme. Talvolta un maschio, senza femmina con la quale accoppiarsi, era scacciato a colpi di zanne, dagli altri maschi. Cosicchè, in fine, rimase la lupa col terzetto dei suoi spasimanti. Tutti e tre portavano le tracce sanguinose delle sue morsicature, mostrandosi essa inesorabile con ciascun di loro: ma essi seguitavano a non difendersi dalle sue zanne, e si limitavano, per calmarne lo sdegno, a voltarsi dimenando la coda e danzando davanti a lei a piccoli passi. Ma per quanto dolci si mostravano verso di lei, altrettanto erano feroci l’un verso l’altro. Il lupo di tre anni sentiva crescere la sua audacia: afferrata alla sprovvista l’orecchia del vecchia lupo, dalla parte dell’occhio cieco, la lacerò e ridusse a brandelli. Il vecchio lupo, che, pure, era meno vigoroso e meno agile del giovane rivale, ma gli era superiore per esperienza e accortezza, — e l’occhio perduto e il muso sfregiato erano appunto un segno della sua esperienza della vita e della lotta, — avrebbe certamente trovato il modo, a suo tempo, di rivalersi. Infatti al momento propizio, fu un combattimento magnifico e tragico insieme: il vecchio lupo orbo e il gran lupo grigio si unirono per assaltare insieme il lupo di tre anni, e distruggerlo. Essi l’attaccarono implacabilmente, ciascuno a un fianco, dimenticando i giorni di caccia comune, i giochi fatti assieme e la fame sopportata a lato a lato. Queste erano tutte cose del passato: il presente, implacabile e crudele più d’ogni altra cosa, era l’amore. La lupa, oggetto della contesa, acculata, guardava da spettatrice pacifica, pacifica e contenta, perchè sapeva ch’era venuto il suo giorno. Infatti quei peli si arruffavano e le zanne colpivano le zanne, e la carne lacerata fremeva per lei, per possederla. Il lupo di tre anni, ch’era alla sua prima partita d’amore, perdette la vita in quell’avventura. I due vincitori, quando egli fu morto, guardarono la lupa che, senza muoversi sorrideva nella neve. Ma il vecchio lupo orbo era, dei due superstiti, il più scaltrito: egli aveva imparato molto. Il gran lupo grigio, voltando il capo, incominciò a leccarsi una ferita che gli faceva sanguinar la spalla, e stava così curvato con la schiena rivolta verso il vecchio lupo, il quale, con l’unico occhio rimastogli, colse il momento opportuno, e, abbassatosi per prendere lo slancio, saltò alla gola che si offriva alle sue zanne, e l’attanagliò con la sua mascella. Lo squarcio fu così largo e profondo, da spezzare la grossa arteria: il grosso lupo grigio, con un urlo terribile, si slanciò sul nemico, che aveva rapidamente indietreggiato, ma già la vita gli sfuggiva, e il ringhio gli veniva soffocando, in una tosse precipitosa. Grondante sangue e tossendo, egli combattè ancora un po’, poi vacillò sulle zampe, gli occhi gli si offuscarono, e i sussulti divennero sempre più brevi. Intanto, la lupa, sempre acculata, continuava a sorridere, beata: giacchè quella non era altro che la battaglia dei sessi, la lotta naturale per l’amore, la tragedia del Wild, tragica solo per quelli che morivano. Quando il gran lupo grigio rimase immobile, il vecchio orbo, «Un Occhio», (così lo chiameremo d’ora in avanti), s’avvicinò alla lupa, con un’andatura nella quale appariva, insieme con l’orgoglio della vittoria, una certa prudenza. Era pronto a sopportare un rabbuffo, cosicchè provò una piacevole sorpresa, vedendo che la lupa non gli digrignava i denti con collera, ma anzi lo accoglieva graziosamente. Ella sfregò il suo naso contro quello del maschio, e acconsenti perfino a saltare, sgambettare e giocare con lui, con modi infantili, e lui, vecchio e saggio com’era, fece il piccolo con lei e s’abbandonò a delle follìe, che superavano quelle della lupa. Non era più questione di rivali vinti, nè di racconto d’amore scritto in rosso sulla neve: solo una volta, il vecchio lupo fu costretto a fermarsi, per leccare il sangue che colava dalle sue ferite mal chiuse, e le sue labbra fremettero in un vago ringhio, e il pelo del collo gli si eresse involontariamente. Egli si chinò sulla neve ancora rossa, come per prendere lo slancio, e ne morse la superficie, in una contrazione brusca delle mascelle, ma subito dopo egli dimenticò tutto e corse verso lo lupa, che gli sfuggì invitandolo a seguirla, e a condividere con lei il piacere della caccia, attraverso i boschi. D’allora, corsero a fianco a fianco, come buoni amici che hanno finito col comprendersi, cacciando, uccidendo e mangiando in comune. Così trascorrevano giorni, quando la lupa cominciò a mostrarsi inquieta: pareva che cercasse qualche cosa che le mancava. Quei ripari che formavano gli alberi caduti erano per lei pieni d’attrattiva; penetrando nelle larghe fenditure che s’aprivano nella neve, nel vuoto formato nei macigni strapiombanti, ella fiutava il luogo a lungo. «Un Occhio» pareva assolutamente estraneo a quelle ricerche, ma tuttavia seguiva con buonumore lutti i passi della lupa, e quando questa s’attardava un po’ troppo, nelle sue indagini, o il passaggio era troppo angusto per due, egli si stendeva sul suolo e aspettava placidamente il ritorno della compagna. Senza fissarsi di preferenza in alcun luogo, essi vagabondavano per parecchie regioni, poi ritornavano verso il Makenzie, seguivano il fiume, scostandosi soltanto per risalire, sulle tracce di qualche selvaggina, uno dei piccoli affluenti. S’imbattevano talvolta in altri lupi, che camminavano, come loro, a coppie, di solito, ma non c’erano nè dall’una nè dall’altra parte, segni di scambievole amicizia, di piacere di rivedersi, nè desiderio di riunirsi in branco. Altre volte incontravano dei lupi solitarii, ch’erano sempre dei maschi e facevano atto, con insistenza, di volersi unire alla lupa e al compagno, ma tutti e due, a spalla a spalla, col pelo eretto e i denti minacciosi, facevano così brutta accoglienza, che gl’inopportuni pretendenti, voltavano la schiena in breve e riprendevano la loro corsa solitaria. I due correvano in una calma notte di plenilunio, per le foreste, allorchè «Un Occhio» si fermò di botto: egli drizzò il muso, dimenò la coda, alzò una zampa, come un cane che si ferma, e con le narici dilatate annusò l’aria. E poichè quel sentore non gli parve soddisfacente, egli ricominciò a fiutare di bel nuovo, ostinatamente, cercando di comprendere quell’impalpabile messaggio che gli recava il vento. Una specie di russare leggero era bastato a far capire alla lupa, la quale trotterellò avanti per rassicurare il compagno. Questi la seguì ancora irrequieto e, a un tratto, non potè fare a meno di fermarsi, per annusare l’atmosfera. Giunsero a un’ampia radura, aperta nella foresta; strisciando con prudenza, la lupa s’avanzò sino al margine dello spazio libero; e il vecchio lupo, dopo aver esitato un po’, con tutti i sensi desti e vigili, col pelame che irradiava sospetto e diffidenza, la raggiunse. Rimasero a fianco a fianco, vigili, aspirando l’aria sospetta dalle narici. Un rumore di cani che questionavano e si battevano giungeva sino ai loro orecchi, e, con esso, gridi di uomini dal suono gutturale e voci più acute di femmine, stridule e nervose. Udirono persino il frignare lamentoso di un bambino, ma tranne le masse enormi formate dalle pelli delle tende, non riusciva loro di distinguere altro che le fiamme di un fuoco davanti al quale dei corpi andavano e venivano, e il fumo che saliva delicatamente verso il cielo, nell’aria tranquilla. Ma i mille sentori di Un accampamento di indiani giungevano ora alle narici delle due bestie; e quei sentori esprimevano un mucchio di cose che il vecchio lupo non poteva capire e che alla lupa erano ignote. Essa appariva stranamente agitata, e soffiava, soffiava, aspirando l’aria con voluttà crescente; «Un Occhio» invece, rimaneva sospettoso, e non nascondeva la sua noia nè il desiderio impaziente di andarsene subito. Allora la lupa si voltava verso di lui, gli sfregava il naso sul naso per rassicurarlo e tornava a guardare verso l’accampamento; era evidente, in lei, una voglia imperiosa diversa da quella della fame. Una forza misteriosa, che la faceva sussultare, la spingeva a inoltrarsi, ad accostarsi a quel fuoco, a quella fiamma, a unirsi alla compagnia dei cani, fra le gambe degli uomini. «Un Occhio» finalmente, riuscì a condurla via agitandosi tanto da comunicare la sua irrequietezza alla lupa, la quale si ricordò, a sua volta, di quell’altra cosa che cercava così ostinatamente e che per lei era assolutamente necessario trovare. Essa fece un voltafaccia e trotterellò indietro, nella foresta, con gran sollievo del vecchio lupo, che la precedeva, e che non fu rassicurato se non quando l’accampamento non si vide più. Così scivolando a fianco a fianco, senza rumore al chiaro della luna, essi incontrarono un sentiero e, i loro due nasi si abbassarono dove apparivano sulla neve delle tracce segnate di recente. «Un Occhio» corse avanti, seguito dalla lupa, e con tutte le precauzioni necessarie. I cuscinetti naturali ch’essi avevano sotto alle piante dei piedi s’imprimevano sulla neve, silenziosi, come capitoni di velluto. Il lupo scoprì una piccola macchia bianca, che, lievemente, si muoveva sul suolo bianco, e accelerò l’andatura, già rapida. Davanti a lui, quella piccola macchia bianca balzava. Il sentiero dov’egli correva era stretto e fiancheggiato, da ciascun lato, da masse di giovani abeti. Egli puntò verso la piccola macchia bianca, e a piccoli balzi la raggiunse, poi, con un altro balzo le fu addosso, e stava già per affondare i denti, quando a un tratto ecco la piccola macchia innalzarsi in aria di sulla testa del lupo, il quale riconobbe un coniglio di neve che, sospeso, nel vuoto, a un giovane abete, balzava, saltava, faceva capriole, in una specie di danza fantastica. A tale spettacolo «Un Occhio» indietreggiò, spaventato, poi si appiattò sulla neve, ringhiando minacciosamente verso quel piccolo essere misterioso e forse pericoloso. Ma la lupa, ch’era giunta, passò con destrezza davanti al vecchio lupo, e poi, rimasta tranquilla un po’, si lanciò verso il coniglio che seguitava a danzare in aria. Fece un salto in su, ma non tanto alto da raggiungere la preda bramata, così che i suoi denti si rinchiusero inutilmente nel vuoto, con uno stridore metallico. Saltò un’altra volta, poi una terza, mentre «Un Occhio» che s’era rialzato, l’osservava. Incitato da quegli insuccessi, egli balzò in alto a sua volta, e afferrò con i denti il coniglio, tirandolo giù a terra. Ma, cosa curiosa, l’abete non aveva lasciato il coniglio: s’era curvato seguendo sino al suolo e pareva minacciare il vecchio lupo. «Un Occhio» aprì le mascelle, e, abbandonata la preda, saltò indietro per tener testa allo strano pericolo: scoprì le zanne, gonfiò la gola, in una specie d’invettiva, e drizzò tutti i peli, del corpo, per la rabbia e lo spavento, mentre il piccolo abete si raddrizzava, e il coniglio, nuovamente in aria, ricominciava a danzare nel vuoto. La lupa s’adirò e, quasi per punirlo, affondò le sue zanne nella spalla del vecchio lupo, il quale, sempre più spaventato dal misterioso congegno, si raggrinzò e seguitò a indietreggiare, dopo aver graffiato il naso della compagna. Allora essa, indignata dell’offesa, si gettò sul compagno, che, in fretta cercò di abbonirla, e di farsi perdonare la colpa, ma invano, perchè lei non voleva intendere ragioni e seguitava rudemente a castigarlo, sicchè egli, voltando il capo, in segno di sottomissione, e rinunziando a intenerirla, offrì da sè la spalla ai morsi della lupa. Intanto, il coniglio, seguitava a danzare in aria sulle loro teste. La lupa si sedette sulla neve, e il vecchio lupo che, ora, aveva più paura della compagna, che dell’abete misterioso, ricominciò a saltare verso il coniglio. Riafferratolo, vide l’albero curvarsi, come prima, verso terra, ma, vincendo la paura, egli tenne duro, non lasciando, questa volta il coniglio. L’abete non gli fece alcun male: il lupo vedeva solo che quand’egli si muoveva anche l’albero si muoveva, e gli oscillava sul capo, ma quando rimaneva immobile, anche l’abete non si muoveva. Ne concluse ch’era prudente starsene tranquillo; intanto il sangue caldo del coniglio gli colava nella gola, e gli pareva saporito. Fu la lupa a togliergli ogni dubbio; essa afferrò il coniglio tra le sue mascelle e senza preoccuparsi dell’abete che le oscillava sul capo e le si lanciava addosso, strappò la testa all’animale dalle lunghe orecchie. L’abete, come una molla che si distende, riprese la sua posizione naturale, verticale, e così rimase, e il corpo del coniglio rimase al suolo. Allora «Un Occhio» e la lupa si divorarono tranquillamente, la selvaggina che l’albero misterioso aveva catturato per essi. Torno torno, c’erano altri sentieri e cammini, dove dei conigli pendevano in aria. La coppia li ispezionò tutti, e la lupa finì per insegnare al compagno che cosa fossero le trappole degli uomini, e quale metodo bisognasse seguire per impossessarsi di ciò che vi era preso. V. LA TANA. Durante altri due giorni rimasero nei paraggi dell’accampamento indiano, «Un Occhio» sempre timoroso e impaurito, la lupa, come affascinata, invece, dall’accampamento che l’attirava. Ma, una mattina, ecco un colpo di fucile risonare a un tratto presso di essi, e una palla venire ad appiattirsi a piè di un albero, a pochi pollici dalla testa del vecchio lupo; allora la coppia fuggì a gambe levate, e interpose una distanza di alcune miglia fra sè e il pericolo. Dopo aver corso due giorni intieri, essi si fermarono. La lupa, s’appesantiva e rallentava la andatura, al punto che una volta, cacciando un coniglio, lei che di solito lo raggiungeva facilmente, dovette abbandonare l’inseguimento e distendersi al suolo per riposarsi. «Un Occhio» le andò vicino e col naso, gentilmente, le toccò il collo: lei lo morse a mo’ di ringraziamento, ma con tale ferocia che il lupo ruzzolò indietro, e rimase a pancia all’aria in una posizione ridicola. La lupa diventava di giorno in giorno sempre più cattiva, mentre il vecchio lupo diventava sempre più paziente e premuroso: per la lupa era una necessità imperiosa e urgente trovare, senza ulteriore ritardo, la cosa ch’essa cercava. E la scoprì, finalmente, in un luogo posto a qualche migliaio di piedi, sopra un torrentello che si gettava nel Makenzie, ma che, in un periodo dell’anno, era gelato sopra e sotto, e formava sino al suo letto di macigni, tutta una massa compatta di ghiaccio: un fiume bianco e morto, dalle sorgenti alla foce. Preceduta a distanza, senza tregua, dal compagno, la lupa trotterellava a passettini, quando giunse sull’alta rupe scoscesa, che dominava il torrentello, rupe nella quale, a un punto, per l’opera corrosiva delle tempeste, nella stagione primaverile, e a causa dello scioglimento delle nevi, s’era formata come una stretta fessura. La lupa si fermò, esaminò il terreno torno torno, con cura, poi procedendo a zig-zag, a destra e a sinistra, discese fino alla base della rupe scoscesa, là dove la rupe si staccava dalla linea piana del suolo; ciò fatto, risalì fino alla fessura, e vi entrò. Per una lunghezza di tre piedi, essa fu costretta a strisciare, ma di là, le pareti, allargandosi e innalzandosi, formavano una specie di cameretta rotonda, di quasi sei piedi di diametro; un luogo asciutto e comodo. Essa osservò minuziosamente i luoghi, mentre il vecchio lupo che l’aveva raggiunta, rimaneva all’ingresso del corridoio, ed attendeva pazientemente. Essa guardò il suolo e girò in tondo, parecchie volte su se stessa, poi, riunite le punte delle quattro zampe e distesi i muscoli, si lasciò andare a terra, con un sospiro di stanchezza, ch’era come un gemito. «Un Occhio» drizzate le orecchie, l’osservava ora, con interesse, e la lupa poteva vederlo, contro la luce del giorno di fuori, dimenar la coda che andava su e giù lietamente. Anch’essa, drizzate le orecchie puntute, le moveva avanti e indietro, mentre spalancava le fauci, beatamente, e lasciava penzolar la lingua, con abbandono; mostrando, così, d’esser contenta e soddisfatta. Il vecchio lupo, che non era stato invitato ad entrare, continuava a rimanere all’ingresso della caverna, poi si coricò sul suolo e tentò invano di addormentarsi. Prima di tutto sentì d’aver fame, poi la sua attenzione fu attratta dal nuovo aspetto del mondo, sotto il lucente sole di aprile che risplendeva sulla neve: sonnecchiando, percepiva vagamente il mormorio delle correnti d’acqua, e, sollevato il capo, godeva ad ascoltare. In quel bel crepuscolo, il sole scendeva sull’orizzonte, e tutta la terra del Nord, infine ridesta, pareva chiamarlo. La natura rinasceva: dovunque, passava nell’aria l’effluvio della primavera; si sentiva la vita crescere, sotto la neve, e la linfa salire negli alberi; le gemme rompevano le prigioni dell’inverno. «Un Occhio» invitò con uno sguardo la compagna, ad andargli vicino, ma essa non manifestò alcun desiderio d’alzarsi. Una mezza dozzina di uccelli della neve, attraversarono il cielo davanti a lui, che provò un fremito, sentendo che quello era il momento buono, per darsi alla caccia; poi, ridato uno sguardo alla lupa, che non gli badò, si ridistese crucciato, e tentò nuovamente di addormentarsi. Un piccolo ronzio metallico gli sfiorò le orecchie e andò a posarglisi sulla punta del naso: egli passò una, due volte la zampa sul naso, e finì col risvegliarsi: era un unico mustic, un mustic adulto che aveva trascorso in letargo tutto l’inverno nel cavo di un vecchio tronco e che il sole aveva disgelato. «Un Occhio» non potè resistere agl’inviti della natura, tanto più che la fame era venuta crescendo, e strisciando verso la lupa, cercò d’indurla ad uscire, ma essa rifiutò brontolando. Allora egli partì solo, in quella luce radiosa sulla neve molle, soffice al passo, che, pure, era d’intoppo al cammino. Attraversò più facilmente il letto gelato del torrente, dove la neve, protetta contro i raggi del sole dall’ombra dei grandi abeti che la fiancheggiavano, era rimasta dura e cristallina; poi ricadde nella neve in disgelo, dove guazzò per parecchie ore e ritornò alla caverna nel mezzo della notte, più affamato di prima, non avendo potuto afferrare la selvaggina, giacchè mentr’egli affondava, i conigli leggeri, inzoccolati di neve, se la svignavano alla svelta. Si fermò all’orlo del corridoio d’entrata della tana, sorpreso di udire alcuni strani e fiochi suoni, che certamente non erano emessi dalla lupa, e gli parevano sospetti sebbene non potesse dire che gli fossero totalmente ignoti. E s’avanzò strisciando sul ventre, con precauzione, ma non era ancora sboccato nella caverna, che la lupa gli fece capire con un rude brontolio di tenersi alla larga. Egli obbedì, oltremodo incuriosito dai piccoli gridi che udiva, ai quali s’univano come russi e gemiti soffocati. Appallottolatosi, dormì sino al mattino. Nella penombra della tana scorse allora, fra le zampe della lupa, e premuti lungo il ventre della bestia, cinque pacchettini viventi, informi e deboli, che vagivano, con gli occhi ancora chiusi alla luce. Sebbene quello spettacolo non gli riuscisse nuovo, nella lunga esperienza fatta, pure, ogni qualvolta si rinnovava, era pel vecchio lupo una sorpresa. La lupa lo guardava con irrequietezza, e ne seguiva il minimo movimento, brontolava sordamente a ogni momento, e alzava il tono quando egli faceva l’atto di avvicinarsi. A lei non era accaduto mai, ma sapeva, per istinto, per memoria ereditata da tutte le madri lupe, che c’erano padri lupi che si nutrivano della loro prole impotente, divorando i neonati. Perciò essa proibiva a «Un Occhio» di accostarsi troppo per osservare i lupacchiotti da lei procreati. A quest’istinto ereditario della madre lupa, corrispondeva l’istinto comune ai padri lupi, di alzarsi subito e, senz’aversene a male, voltar le spalle alla famiglia, per andar a cercare, dove occorreva, la carne necessaria all’esistenza sua e della compagna. E trotterellò, trotterellò, allontanandosi di cinque o sei miglia dalla tana, senza incontrare nulla; là il torrente si divideva in parecchi rami, che risalivano verso la montagna. Egli s’imbattè in una traccia fresca, che fiutò, e sentitala recente cominciò a seguirla, attendendo di veder apparire da un momento all’altro l’animale che l’aveva lasciata. Ma osservò subito che le zampe che avevano impresse quelle traccie, erano molto più larghe delle sue, e giudicò che da quella lotta non avrebbe ricavato nulla di buono. Un mezzo miglio più lontano, un rumor di denti che rosicchiavano giunse all’udito fine dei suoi orecchi: egli avanzò e scorse un porcospino, in piedi contro un albero, di cui addentava la corteccia. «Un Occhio» s’accostò con prudenza, ma senza grande speranza; conosceva quel genere d’animale, sebbene non ne avesse incontrati di così alti nel Nord, e mai, durante la sua vita, non si fosse nutrito di un porcospino. Ma sapeva anche che nella vita il buon successo dipende dalla scelta del momento opportuno, e dal caso, giacchè nessuno può sapere di preciso ciò che deve accadere, essendo, in fatto di cose viventi, l’imprevisto la regola. Continuò, dunque ad avanzare. Il porcospino, si appallottolò rapidamente, spiegando in tutte le direzioni i suoi lunghi aghi duri e acuti, che sfidavano qualsiasi attacco. Il vecchio lupo, aveva, una volta, in gioventù, fiutato troppo da vicino una palla come quella, in apparenza inerte, e aveva ricevuto sulla faccia un colpo di coda bene assestato, che gli aveva piantato nel naso un dardo così acuto e penetrante, da portarlo in giro per delle settimane. N’era seguita un’infiammazione dolorosa, cessata solo il giorno in cui il dardo era caduto da sè. Egli si distese al suolo, allungandosi comodamente in vicinanza del porcospino, ma fuori del tiro della temibile coda, e attese. Senza dubbio la bestia, avrebbe finito con lo srotolarsi, e allora egli, cogliendo il momento propizio, avrebbe, con un colpo d’artiglio, ben assestato, squarciato il ventre tenero e indifeso. Una mezz’ora dopo, era ancora là; allora si alzò, brontolò contro la palla che rimaneva immobile, e riprese il cammino trotterellando. Già, molto spesso, nel passato, aveva atteso invano dei porci spini arrotolati, perciò era inutile star lì a perdere del tempo: il giorno declinava, e non avendo egli ancora ottenuto nulla, dalla caccia, bisognava pure trovare del cibo per sè e per la lupa. Incontrò finalmente un «ptarmigan»: sboccando a passi vellutati da una selvetta, egli si trovò a naso a naso con l’uccello, ch’era posato su un tronco dell’albero, a meno di un piede dal muso di lui. Si guardarono contemporaneamente; l’uccello tentò di fuggire, ma l’altro lo rovesciò a terra, con un colpo di zampa, gli si gettò addosso e lo afferrò tra i denti. La lotta fu breve: il «ptarmigan» si dibatteva nella neve, e faceva, per riprendere il volo, un nuovo e vano sforzo: il vecchio lupo affondò i suoi denti nella carne delicata e cominciò a divorare la sua vittima. Poi ricordò, a un tratto, e, ritornato sui suoi passi, riprese il cammino della tana, trascinandosi il «ptarmigan» coi denti. Mentre trotterellava silenziosamente, secondo il solito, scivolando come un’ombra, continuando a osservare il suolo, e le tracce che potevano esservi impresse, rivide le larghe impronte già incontrate. Esse andavano lungo la stessa direzione, ed egli le seguì aspettandosi da un momento all’altro di scoprire l’animale che aveva impresso così il suo passaggio. Nel girare attorno a uno dei massi, che fiancheggiavano il torrente dov’era giunto, scorse l’autore delle impronte, e, a quella vista, s’appiattì istantaneamente sul suolo. Era una grossa femmina di lince, distesa, come lui, al mattino, di faccia alla stessa palla impenetrabile e irsuta. Da ombra ch’egli era, divenne l’ombra di quell’ombra; si ripiegò su se stesso, e strisciando, si accostò, avendo cura di non essere sotto il vento di fiuto delle due bestie, immobili e mute. Poi, deposto il ptarmigan, accanto a lui, s’allungò sulla neve e attraverso i rami di un’abete, che col loro fitto fogliame arrivavano sino a terra, egli osservò quel dramma della vita, che gli si svolgeva davanti. La lince e il porcospino attendevano: tutti e due volevano vincere, e per l’una il diritto dell’esistenza consisteva nel mangiar l’altro, per l’altro consisteva, nel non essere mangiato: a questi due diritti il vecchio lupo aggiungeva il suo, e forse un capriccio della sorte gli avrebbe dato ragione, e con essa, parte della carne. Passò una mezz’ora, un’ora, e nulla di nuovo accadeva: la palla spinosa era come pietrificata, immobile, e la lince pareva inerte, come un blocco di marmo, e il vecchio lupo, morto. Eppure, la tensione vitale di quelle tre bestie in apparenza inerti, era al colmo del parossismo, toccava quasi il massimo della loro pazienza dolorosa. «Un Occhio» fece un lieve movimento, e osservò con interesse crescente; qualche cosa accadeva: il porcospino, pensando che l’avversario fosse partito, con molta precauzione, con movimenti lenti, svolse la sua invincibile armatura, e, lentamente lentamente, si allentò e allungò, mentre il vecchio lupo si sentiva le fauci umettate di saliva, davanti a quella carne vivente che gli si stendeva a piacere davanti. Il porcospino non s’era ancora interamente svolto, quando scoprì il nemico: nello stesso istante, rapida come la folgore, la lince colpì: la zampa dagli artigli di acciaio, ricurvi come uncini, raggiunse il ventre morbido, e, ritrattasi, con brusco strappo, lo squarciò. Ma il porcospino aveva vista la lince un millesimo di secondo prima di ricevere il colpo, e bastò quell’attimo perchè egli piantasse, con un colpo della coda, una messe di aculei nella zampa che si ritirava. Al grido d’agonia della vittima, rispose istantaneamente l’urlo di sorpresa e di dolore dell’enorme gatto. «Un Occhio» che s’era raddrizzato, puntava le orecchie e dimenava la coda, mentre la lince, che aveva prima indietreggiato, si lanciava così, con un balzo selvaggio, sull’autore delle ferite. Il porcospino che, mugolando e grugnendo, tentava invano di ripiegare, per difendersi, le sue povere membra spezzate, ebbe ancora la forza di distendere la coda, e di colpire il felino. La lince, di cui il naso era diventato una palla mostruosa, starnutò, ruggì e tentò di liberarsi, con l’aiuto delle zampe, dagli aculei feroci. Trascinò il naso nella neve, lo fregò contro gli alberi e dei cespugli, e, così facendo, saltava su di sè, avanti e indietro, di fianco, abbandonandosi a ruzzoloni d’acrobata, a capriole folli, in una frenesia di sofferenza e di spavento. Il vecchio seguitava a osservare: vide con un certo spavento, e sentendosi rizzare il pelo sul dorso, la lince che aveva di botto cessato le sue capriole, ribalzare in aria con l’ultimo salto più alto degli altri, lanciando un grido lungo e disperato, e slanciarsi lungo il sentiero davanti a lui, urlando a ogni passo. Solo allorchè quei gridi si dispersero, in lontananza, il vecchio lupo si arrischiò a muoversi dal nascondiglio, e ad avanzarsi verso il porcospino. Camminò con cura sulla neve, come se fosse cosparsa di aculei, pronti a penetrare nella pianta sensitiva dei suoi piedi. Il porcospino, all’accostarsi dell’animale, lanciò un grido di battaglia, e fece stridere i suoi lunghi denti: era riuscito ad arrotolarsi nuovamente, ma senza formare, come prima, una palla perfetta e compatta: aveva i muscoli troppo profondamente feriti, e, mezzo squarciato, sanguinava abbondantemente. «Un Occhio» cominciò coll’addentare e masticare grosse boccate di neve impregnate di quel sangue: sentitala buona, l’inghiottì. Così aguzzò l’appetito e accrebbe gli stimoli della fame. Ma egli era troppo vecchio e navigato, per poter dimenticare la sua prudenza solita: attese, mentre il porcospino seguitava ad arrotare i denti, e a lanciare gridi varî, lamenti e grugniti interrotti da strilli acuti; sinchè, un tremito agitò la bestia agonizzante, e gli aculei si abbassarono. Poi il tremito cessò, i lunghi denti stridettero per l’ultima volta, tutti gli aculei ricaddero, e il corpo disteso non si mosse più. Con brusco colpo di zampa, «Un Occhio» rivoltò sulla schiena il porcospino: vide che stava immoto, doveva essere certamente morto. Dopo aver attentamente esaminato come esso era fatto, il vecchio lupo se lo prese tra i denti, con precauzione, e sentì il dovere di portarselo via, un po’ trascinandolo, un po’ sollevandolo, allungando il collo per tenere discosta la massa spinosa dal suo corpo. Poi ricordò d’aver dimenticato qualche cosa, e, posato a terra il fardello, trotterellò verso il punto dove aveva lasciato il ptarmigan. E circa la sorte dell’uccello, decise subito: se lo mangiò, poi, tornato indietro riprese il porcospino. Quando giunse alla caverna, coi frutti della caccia della giornata, la lupa osservò quel che portava, e, voltandosi verso di lui, gli leccò leggermente il collo; poi, subito, brontolò, come per avvertirlo, di non accostarsi troppo ai lupetti. Ma era un brontolio meno minaccioso di prima, meno rauco, come di scusa. Il timore istintivo della lupa, contro il padre della sua prole, veniva meno, giacchè il vecchio lupo si comportava come un buon padre, e non pensava punto a divorare i suoi figlioli. VI. IL LUPETTO GRIGIO. Differiva dai fratelli e dalle sorelle, il cui pelo era di una tinta rossa simile a quella della madre, mentr’egli invece era, in tutto e per tutto, come il padre. Era il solo lupetto grigio della figliolanza, e discendeva direttamente dalla specie dei lupi, differendo da «Un Occhio» solo in questo, che, anzichè uno, possedeva due occhi. Prima che quegli occhi si aprissero, il lupetto acquistò, col tatto, la nozione elementare degli esseri e delle cose, e conobbe i suoi due fratelli e le due sorelle. Tastando, incominciò a giocare con essi senza vederli, e già imparava a brontolare; le sue piccole fauci, che egli faceva vibrare per emettere dei suoni, sembrava che stridessero quando si adirava. Mediante il tatto, il gusto e l’odorato, conobbe sua madre, fonte di calore, di fluido nutrimento e di tenerezza; sentiva soprattutto che essa aveva una lingua graziosa e carezzevole che gli passava sul corpo delicato per renderlo più soffice ancora, una lingua di cui essa si serviva per riaccostarlo senza posa a lei, premervelo e addormentarlo. Così, per lo più, trascorse il primo mese di vita del lupetto; poi gli occhi gli si aprirono, ed egli imparò a distinguere meglio il mondo che lo circondava. Quel mondo era immerso nell’oscurità, ma il lupetto ignorava la cosa, non avendo visto altro mondo; la luce che i suoi occhi percepivano era infinitamente debole, ma egli non sapeva che ci fosse altra luce. Poi quel mondo era piccolissimo, limitato dalle pareti della tana, ma il lupetto non ne risentiva alcuna oppressione, giacchè il vasto mondo di fuori gli era ignoto. Senonchè, aveva rapidamente scoperto che una delle pareti del suo universo, l’entrata della caverna, donde filtrava la luce, era diversa dalle altre; aveva fatto quella scoperta quand’era ancora inconscio del suo pensiero, prima che gli occhi gli si aprissero e guardassero davanti a sè. La luce aveva colpito le sue ciglia chiuse, producendo, attraverso il loro velame, delle lievi pulsazioni dei nervi ottici, dove s’erano accesi piccoli lampi di luce, d’un’impressione deliziosa. Verso la luce, in un’attrattiva irresistibile, aveva teso ogni fibra del suo essere vivente; verso di essa si era voltato il suo corpo, come la sostanza chimica della pianta gira da sè verso il sole. Da allora, egli aveva meccanicamente strisciato verso l’interno della caverna, e i suoi fratelli e le sorelle avevano fatto come lui. Neppure una volta essi si erano diretti verso gli angoli bui delle altre pareti. Tutti quei corpiccioli paffutelli, simili a piantine, strisciavano ciecamente verso la luce del giorno, che era per essi una necessità vitale, e tendevano ad aggrapparsi come i viticci della vigna al palo che la sostiene. In seguito, quando crebbero un po’ e nacque in essi la coscienza individuale, con desiderî e impulsi, l’attrazione della luce aumentò; senza posa essi strisciavano e si offrivano ad essa, respinti dalla loro madre. Fu allora, così, che il lupetto grigio conobbe altre qualità di sua madre, diverse da quelle della lingua dolce e carezzevole. Nella sua insistenza a strisciare verso la luce, apprese che la lupa aveva un naso col quale essa gli dava un colpo bene assestato, e, in seguito, una zampa colla quale essa lo rovesciava sul dorso e lo faceva rotolare come un barilotto, dandogli delle pacche vivaci e ben calcolate. Egli seppe così che quelli erano i colpi, i rischi nei quali incorreva volontariamente, e seppe anche il modo di agire per evitarli. Era l’inizio delle sue generalizzazioni sul mondo: agli atti meccanici succedeva la conoscenza delle cause. Egli era un fiero lupetto, carnivoro come i fratelli e le sorelle, giacchè gli antenati erano stati uccisori e divoratori di carne, e di sola carne vivevano il padre e la madre. Lo stesso latte che aveva succhiato appena nato, non era altro che carne mutata direttamente in latte. E ora, all’età di un mese, avendo, da una settimana, aperto gli occhi, cominciava anch’egli a mangiare carne masticata ed elaborata dalla lupa che dalla sua gola la faceva passare, imboccandoli, nella gola dei cinque lupetti, in aggiunta al latte delle mammelle. Quel lupetto era il più robusto della figliolanza, e aveva una voce che gli echeggiava più sonora in gola. Per primo, egli apprese il modo di far ruzzolare, con un accorto colpo di zampa, uno dei suoi piccoli compagni, e per primo, afferrandone uno per l’orecchia, lo rovesciò e calpestò, ringhiando senza aprir le mascelle. E, più di tutti, egli diede un gran daffare a sua madre, per trattenerlo presso di lei, lontano dalla caverna. L’attrattiva della luce del giorno lo affascinava, sebbene egli non sapesse che cosa fosse una porta e vedesse nell’entrata della caverna come un muro luminoso; muro che era il sole dell’universo, la candela di cui egli era la falena. E si accaniva ostinatamente in quella direzione, senza sapere che ci fosse qualche cosa di là. Quel muro di luce era strano per lui. Suo padre, ch’egli aveva imparato a riconoscere come un essere simile a sua madre, e che portava della carne da mangiare, aveva un modo tutto particolare di camminare nel muro, di allontanarsi e sparire. Il lupetto non sapeva spiegarsi la cosa: egli aveva tentato di avanzare negli altri muri della caverna, ma questi avevano urtato rudemente contro la punta delicata del suo naso, e dopo aver ripetuto più volte l’esperimento, si era tenuto finalmente tranquillo. Egli accettò il potere che possedeva suo padre come una facoltà speciale, così come il latte e la carne mezzo digerita, erano particolarità caratteristiche di sua madre. Non era dato insomma, al lupetto, di pensare come gli uomini; il lavoro del suo cervello era incerto e vago, ma le conclusioni erano, dal punto di vista dell’animale, molto chiare. Egli non indagava il perchè delle cose, ma s’interessava solo del loro modo di essere; gli bastava, per esempio, avere urtato il naso contro le pareti della caverna, per non insistere oltre. Ciò ch’egli era impotente a fare, suo padre poteva fare; ecco un’altra realtà ch’egli non cercava punto di spiegarsi. Il fatto sostituiva il ragionamento, e la preoccupazione della logica non gli teneva occupata la mente; tanto meno poi quella delle leggi fisiche. Come la maggior parte delle creature del Wild, egli non tardò a conoscere la fame: venne un tempo in cui non solo mancò la carne, ma il latte s’inaridì nel petto della madre. I lupetti dapprima emisero dei gridi lamentosi e dei gemiti, ma presto, crescendo la fame, caddero in letargo. Non più giochi nè litigi, nè collere infantili, nè esercizî di brontolii; cessarono anche le peregrinazioni verso il muro luminoso; essi non facevano altro che dormire, mentre la vita vacillava in essi e moriva. «Un Occhio» si disperava; correva tutto il giorno a cacciare lontano, ma inutilmente, e ritornava per dormire durante poche ore soltanto nella tana, donde era fuggita la gioia. Anche la lupa, lasciati lì i piccoli, usciva in cerca di carne. I primi giorni dopo la nascita dei lupetti, il vecchio lupo aveva fatto parecchi viaggi all’accampamento degli indiani e rubato conigli presi nelle trappole; ma quella fruttuosa risorsa era venuta meno quando, col disgelo delle nevi e dei torrenti, gl’indiani avevano trasportato altrove le loro tende. Allorchè i genitori ricominciarono a portargli da mangiare, il lupetto grigio si rianimò e volse nuovamente lo sguardo verso il muro luminoso; ma la famigliola intorno si era ridotta di molto; rimaneva solo una sorella, gli altri erano spariti. Riprese le forze, egli vide che sua sorella non poteva più giocare; essa non rialzava il capo, nè faceva alcun movimento; mentre il corpicciolo di lui si arrotondiva, col nuovo nutrimento, quello della sorella non ne risentiva alcun beneficio; il soccorso era giunto troppo tardi. La bestiola seguitava a dormire; ormai appariva come un debole scheletro coperto di pelle, nel quale la fiamma della vita s’abbassava sempre più, sinchè finì coll’estinguersi. Poi venne un altro periodo di tempo, durante il quale il lupetto grigio non vide più suo padre apparire e sparire dal muro di luce e stendersi, la sera, all’ingresso della caverna, per dormire. L’avvenimento accadde dopo una seconda carestia, che però fu meno dura della prima. La lupa non ignorava che il vecchio lupo non sarebbe ritornato mai, ma non aveva modo di comunicare la notizia al lupetto. Mentre essa andava a caccia, da parte sua, verso il ramo destro del torrente, nei dintorni dove giaceva la lince, aveva incontrato le tracce del vecchio lupo, impresse il giorno prima. Seguitele, aveva trovato, dove esse finivano, altre impronte lasciate dalla lince e le tracce di una lotta nella quale il felino aveva vinto. Poche tracce e poche ossa, ecco tutto quanto rimaneva del suo compagno. Le tracce della lince che continuavano oltre, le avevano fatto scoprire la tana del nemico; ma accortasi, da parecchi indizî, che costui era ritornato, non aveva osato avventurarsi. Ed allora la lupa evitò il ramo destro del torrente, sapendo che nella tana c’era tutta una figliolanza, ed essa conosceva la lince come una feroce creatura perfida e terribile nella lotta. Sì, certo, una mezza dozzina potevano aggredire una lince e stringerla contro un albero e vederla sputare ed arruffare il pelo; ma una lotta da solo a solo era un’altra faccenda, specie quando una madre lince aveva dietro di sè una famigliola affamata da difendere e nutrire. «Un Occhio» l’aveva imparato a proprie spese. Ma il Wild ha le sue leggi, e doveva giungere l’ora in cui, per la salvezza del lupetto, la lupa, spinta anch’essa dall’implacabile istinto della maternità, avrebbe affrontato la tana nelle rocce e la collera della madre lince. VII. IL MURO DEL MONDO. La lupa, ricominciando la caccia all’aperto, era stata costretta a lasciare indietro il lupetto e ad abbandonarlo a sè stesso. Il lupetto era dissuaso dall’accostarsi all’ingresso della caverna non solo dalla proibizione della madre, fattagli a colpi di naso e di zampa, ma da un certo timore ricevuto direttamente da suo padre e dalla lupa, i quali però avevano a loro volta, per gradi successivi, avuto quella eredità da tutte le generazioni di lupi scomparse prima di loro. Temi! ecco il legato del Wild, che nessun animale può rifiutare! Mai, nella breve vita vissuta nella tana, egli aveva avuto motivo di spaventarsi: eppure temeva; temeva per una specie di atavismo lontano, per un senso di timore tramandato a lui da migliaia e migliaia di vite. Era un’eredità naturale che lo dissuadeva dall’uscir fuori. Insomma, il lupetto grigio conobbe il timore prima di sapere che cosa fosse. Certo, egli considerava quel timore come una delle inevitabili costrizioni della vita, di cui aveva avuto nozione. La sua dura prigionia nella caverna, la rude strapazzata materna quand’egli si arrischiava a voler uscire, la fame inappagata durante parecchie carestie, tante altre cose, gli avevano insegnato che la libertà non è assoluta nel mondo, e che la vita è soggetta a limiti e costrizioni. Obbedire a questa legge, significava sfuggire ai colpi e lavorare per la propria prosperità. Senza ragionare, come fa l’uomo, egli si limitava a una classificazione semplicista, distinguendo ciò che urta e ciò che non urta, per evitare, insomma, quel che fa parte della prima categoria e godere di ciò che fa parte della seconda. Sia per sottomissione a sua madre, sia per quel timore preciso e indefinito che pesava su lui, egli si teneva dunque lontano dall’apertura della caverna, che rimaneva agli occhi suoi, come un bianco muro di luce. Quando la lupa era assente, egli dormiva la maggior parte del tempo e negli intervalli del sonno, se ne stava tranquillo, contenendo i gridi lamentosi che gli gonfiavano la gola e gli facevano contrarre il muso. Una volta, mentre egli era disteso e sveglio, udì un suono strano che veniva dal muro bianco: era un ghiottone che, tremando per l’audacia, se ne stava sulla soglia della caverna, fiutandone con precauzione il contenuto. Il lupetto, ignaro del ghiottone, sapeva però che quel modo di annusare era strano, che c’era qualcosa di nuovo e per conseguenza una novità temibile, giacchè l’ignoto è uno dei principali elementi della paura. Il lupetto si sentì rizzare il pelo sulla schiena, ma in silenzio, un silenzio che era segno evidente dello spavento; pure, sebbene al colmo del terrore, rimase coricato, senza fare movimento nè rumore; come gelato e pietrificato nella sua immobilità, morto, in apparenza. Sua madre, rientrando nella tana, incominciò a ringhiare sentendo la traccia del ghiottone e balzò dentro; essa leccò il suo piccolo e lo impiastricciò col naso, con uno slancio insolito di affetto. Il lupetto comprese vagamente di essere sfuggito ad un grande e grave pericolo. Altre forze contrarie però nascevano nel lupetto; e la principale era la spinta a crescere e a vivere; l’istinto e la legge gli imponevano di ubbidire. E per crescere e vivere bisognava disobbedire, giacchè la vita è ricerca di luce e nessuna proibizione poteva valere contro quel flusso che saliva in lui ad ogni boccone di carne che inghiottiva, a ogni boccata d’aria che respirava. Cosicchè, in fine, timore e obbedienza dileguarono, e il lupetto strisciava verso l’apertura della caverna. Quel muro, diverso dagli altri muri di cui aveva fatto esperienza, sembrava indietreggiare a mano a mano che egli si accostava, e nessuna superficie dura sfiorava il tenero musetto che egli avanzava prudentemente. La sostanza del muro pareva permeabile e benevola; egli penetrava, s’immergeva in ciò che aveva creduto della materia, e ne era tutto confuso. A mano a mano che egli strisciava attraverso quella che gli era parsa una sostanza solida, la luce diventava più lucente. Il timore lo spingeva a ritornare indietro ma l’impulso di vivere lo trascinava avanti. A un tratto, si trovò allo sbocco della caverna; il muro dietro il quale egli s’immaginava prigioniero era saltato davanti a lui, indietreggiando all’infinito. Nello stesso tempo, lo splendore della luce, quasi crudele, lo abbagliava, ed egli era come stordito da quella precipitosa e paurosa estensione dello spazio. Meccanicamente gli occhi si adattarono a quello splendore e misero a fuoco giusto la visione degli oggetti nella distanza aumentata. E non solo il muro gli era scivolato davanti agli occhi, ma persino l’aspetto di esso era mutato; ora era un muro tutto screziato, composto dagli alberi che fiancheggiavano il torrente, dalla montagna opposta, che dominava gli alberi, e dal cielo che dominava la montagna. Un nuovo timore colpì il lupetto, giacchè tutto ciò non era se non un nuovo aspetto dell’ignoto: rannicchiato sull’orlo della caverna, egli guardò il mondo, e il pelo gli si rizzò, e, davanti a quelle ostilità che egli sospettava, le labbra gli si contrassero emettendo un ringhio feroce e minaccioso. Nonostante la sua piccolezza e la paura, egli lanciava una sfida all’immenso universo. Ma non accadeva nulla di straordinario: egli seguitava a guardare, e, incuriosito, dimenticava di ringhiare, così che finì col dimenticare perfino di aver paura. Osservò dapprima gli oggetti più prossimi a lui: una parte scoperta del torrente che scintillava al sole; un abete secco, ancora in piedi, che sorgeva alle pendici del burrone e il pendìo stesso che saliva dritto sino a lui e si fermava a due piedi dall’orlo della caverna dove era accosciato. Il lupetto aveva vissuto sino ad allora su un solo piano; egli ignorava la caduta, non avendone fatta esperienza. Desideroso dunque di spingersi oltre, egli incominciò a camminare arditamente nel vuoto; le sue zampe anteriori si posarono nell’aria, mentre quelle di dietro rimanevano ferme, dimodochè cadde, con la testa in giù. Il suolo lo urlò fortemente sul muso, strappandogli un gemito; poi il lupetto cominciò a rotolare in basso lungo la china, girando su se stesso. Un terrore folle lo vinse: l’ignoto lo aveva brutalmente afferrato e non lo lasciava più: certamente lo avrebbe spezzato, in qualche orribile catastrofe. Il timore aveva, di colpo, fugato lo slancio vitale, e il lupetto guaiva come un cagnolo impaurito. Ma la discesa, diveniva a poco a poco meno ripida; la base n’era ricoperta d’erbetta, cosicchè il lupetto giunse finalmente a un terrapieno, dove si fermò. Egli emise un ultimo gemito di agonia e poi un lungo grido di aiuto; quindi, come se compisse un atto naturalissimo eseguito tante volte nella vita, egli incominciò a far pulizia, leccandosi con cura per togliere la creta che lo insudiciava. Ciò fatto, egli si accosciò e ricominciò a guardarsi intorno, come avrebbe potuto fare un uomo capitato sul pianeta Marte. Il lupetto aveva infranto il muro del mondo. L’Ignoto aveva, per lui, allentato la sua stretta. Egli era là, senz’alcun male. Ma il primo uomo che fosse capitato sul pianeta Marte, si sarebbe avventurato nel mondo nuovo meno tranquillamente che non facesse l’animale; senza preconcetto nè conoscenza alcuna di ciò che poteva esistere, il lupetto s’improvvisò perfetto esploratore. Era totalmente in preda alla curiosità: esaminava l’erba che lo portava, il musco e le piante che lo circondavano, il tronco morto dell’abete che s’ergeva all’orlo della radura. Uno scoiattolo che correva intorno al tronco bitorzoluto, lo urtò in pieno, rinnovando tutto il terrore del lupetto, che indietreggiò e ringhiò. Ma lo scoiattolo, che aveva avuto una paura non minore, salì rapidamente in cima all’albero, dove incominciò a strillare selvaggiamente. Il lupetto riprese coraggio e, a dispetto d’un picchio verde che incontrò e che gli diede un brivido, proseguì il suo cammino con sicurezza. Era tale la sua sicurezza, che, essendosi imprudentemente abbattuto sul suo capo un uccello, egli non esitò a cacciarlo via con la zampa, ottenendo in cambio una buona beccata sul naso, che lo fece cadere indietro urlando. Quegli urli spaventarono a loro volta l’uccello, che se la svignò a volo. Il lupetto acquistava esperienza: la sua mente giovanile, ancora velata, s’abbandonava a un’inconscia classificazione. C’erano delle cose vive e delle cose non vive. Dalle prime bisognava guardarsi; le seconde rimanevano sempre allo stesso posto, mentre le altre andavano e venivano e non si sapeva che cosa riserbassero; a tale imprevisto bisognava essere preparati. Egli camminava in modo maldestro: un ramo di cui aveva calcolato male la distanza, gli urtava l’occhio poco dopo e gli frustava le costole; il suolo ineguale lo faceva cadere avanti e indietro, ed egli batteva il capo o si storceva la zampa. Poi erano i ciottoli e le pietruzze che gli vacillavano sotto i piedi quando vi camminava su; cosicchè ne concluse che le cose non viventi non hanno tutte la stessa fissità delle pareti della caverna, e poi, gli oggetti minuti sono meno stabili dei grossi. Ma ciascuna di quelle disavventure ne continuava l’educazione: egli si veniva adattando sempre più al mondo ambiente. Era la gioia d’un inizio; nato com’era per essere cacciatore di carne, (sebbene egli lo ignorasse) s’imbattè all’improvviso nella carne, dal suo primo passo nell’universo. Una buona fortuna improvvisa lo mise in presenza d’un nido di ptarmigan che, pure, era mirabilmente nascosto, e ve lo fece letteralmente cadere dentro. Egli tentava di camminare su un albero sradicato, il cui tronco era disteso al suolo; la corteccia fradicia dell’albero cedette al peso e il lupetto con un guaito angoscioso ruzzolò e spezzò nella caduta le rame frondose di un piccolo cespuglio nel mezzo del quale, cadendo a terra, egli si ritrovò, fra sette piccoli pulcini di ptarmigan. Questi incominciarono a pigolare, e il lupetto dapprima ne ebbe paura, ma subito dopo, vista la loro piccolezza, divenne audace. I pulcini si agitavano; egli posò la zampa su uno di essi e i movimenti si accelerarono; fu per lui una soddisfazione. Egli annusò il pulcino e lo imboccò mentre l’uccello si dibatteva e gli pizzicava la lingua, ma il lupetto, che sentiva gli stimoli della fame, strinse le mascelle, e le ossa fragili scricchiolarono e il sangue caldo colò nella bocca del lupetto. Il sapore era buono; la carne era simile a quella che gli portava sua madre, ma era viva fra i suoi denti, e quindi migliore. Così egli divorò il piccolo ptarmigan e poi gli altri, finendo col mangiare tutta la famiglia. Allora si leccò le labbra, come aveva visto fare a sua madre, poi cominciò a strisciare per uscire dal nido. Ma ecco che gli viene incontro come un turbine di piume; era la madre dei piccoli. Sbalordito da quella valanga, accecato dal battito delle ali furiose, egli si nascose la testa fra le zampe e urlò. Ma i colpi crescevano. L’uccello era al colmo del furore, al punto che egli si sentì adirato, a sua volta, e raddrizzandosi ringhiò, poi colpì colle zampe e affondò i suoi denti sottili in una delle ali dell’avversario, che egli incominciò a scuotere con vigore. Il ptarmigan continuò a lottare, frustandolo con l’ala libera. Nella sua esaltazione, il lupetto dimenticava tutto l’ignoto; ogni senso di paura era svanito in lui; egli lottava per la sua difesa, contro una cosa viva ch’egli avrebbe squartata, una cosa che era anch’essa carne buona da mangiare. L’entusiasmo di uccidere lo vinceva; dopo aver distrutto dei piccoli esseri viventi, voleva ora distruggerne uno grande; ed era troppo affaccendato e troppo felice per accorgersi di esser felice. Fremeva, ebbro di avanzare per una via nuova dove si allargava tutto il suo passato. Pur ringhiando a denti stretti, egli teneva ferma l’ala della madre ptarmigan, che lo trascinò fuori del cespuglio, poi tentò di respingervelo, per mettersi al sicuro, mentr’egli la tirava, da parte sua, verso il libero spazio. Le penne volavano come neve, e pochi istanti dopo parve che l’uccello cessasse la lotta; egli lo teneva ancora per l’ala, e tutt’e due, appiattiti sul suolo si guardarono. Il ptarmigan gli beccò il muso addolorato già per le precedenti disavventure; egli chiuse gli occhi senza abbandonare la preda e i colpi raddoppiarono sul malcapitato muso. Allora egli tentò di ritrarsi, ma dimenticando di aver l’ala dell’uccello fra le mascelle, si tirò dietro il ptarmigan, cosicchè la pioggia dei colpi cadde più fitta. Il furore bellicoso del lupetto si spense: lasciata la preda, egli voltò le spalle e se la svignò in una poco gloriosa ritirata. Si distese per riposarsi non lontano dal cespuglio, con la lingua penzoloni, il petto ansante, il muso addolorato che gli strappava continui gemiti. Mentre così giaceva, avvertì ad un tratto qualche cosa di terribile sospeso nell’aria e sopra la sua testa. L’ignoto, con tutti i suoi terrori lo riprese, e, istintivamente egli indietreggiò sotto il riparo di un cespuglio vicino. Nello stesso tempo, un gran soffio sventolò e un corpo alato passò rapidamente presso di lui, sinistro e silenzioso. Era un falco, che piombato dall’alto del cielo azzurro, per poco non l’aveva afferrato. Ansante, ma rimessosi dalla paura, il lupetto spiò timorosamente: dall’altra parte della radura, la madre ptarmigan svolazzava sul nido devastato, ed era così addolorata dalla perdita, che non badava alle ali che si movevano nel cielo. Il lupetto, (e fu per lui una buona lezione per l’avvenire) vide piombare il falco come un lampo, artigliare il corpo del ptarmigan e tra i sussulti della vittima, in un grido d’agonia, vide l’uccello vittorioso risalire nell’azzurro con la preda fra gli artigli. Molto tempo dopo, il lupetto abbandonò il suo rifugio. Egli aveva appreso parecchio; sapeva che le cose viventi erano della carne e buone da mangiare, ma sapeva anche che le cose viventi, quando sono molto grosse, possono colpire; era meglio divorare quelle piccole, come i pulcini del ptarmigan, anzichè delle grosse, come la gallina ptarmigan che, però, il falco aveva portato via. Forse c’erano altri uccelli della stessa specie; voleva andare a vedere. Arrivò alla sponda del torrente; mai prima di allora egli aveva visto dell’acqua, e passeggiare su quell’acque doveva essere cosa buona, giacchè non si scorgeva alla sua superficie nessuna irregolarità. Egli avanzò per camminarvi su e affondò, urlando di spavento, ripreso ancora dalle tenaglie dell’Ignoto. Sentiva freddo e soffocava: aprì la bocca per respirare, e, anzichè l’aria, solita a rispondere all’atto respiratorio, l’acqua gli si precipitò nei polmoni. Sentendosi soffocare, provò un’angoscia mortale, un’angoscia che parve la morte stessa, della quale, pur non avendo una conoscenza diretta, possedeva, come ogni animale del Wild, l’istinto. Quella prova gli parve la più imprevista e formidabile fra tutte, come l’essenza stessa dell’Ignoto, e la somma dei suoi terrori, la suprema catastrofe che sorpassava qualsiasi immaginazione e della quale, pur ignorando tutto, egli temeva tutto. Però, ritornato a galla, egli sentì l’aria benefica entrargli nella bocca; senza lasciarsi affondare di nuovo, e come se quell’atto fosse una vecchia abitudine in lui, egli fece andare e venire le sue zampe e cominciò a nuotare. La sponda che aveva lasciato, e che era la più vicina, si trovava alla distanza di un yard; senonchè, risalito alla superficie con la schiena voltata a questa sponda, si trovò davanti agli occhi quella opposta, verso la quale nuotò. Il torrente, ch’era poco importante, a quel punto si allargava formando un bacino tranquillo, d’un centinaio di piedi, in mezzo al quale la corrente proseguiva il suo corso, e, afferrato al passaggio il lupetto, lo trascinò. Ora, nuotare non serviva più a nulla: l’acqua calma, diventata a un tratto furiosa, lo travolgeva con essa, ora in fondo al torrente, ora alla superficie. Trascinato, rivoltato sottosopra, sbattuto continuamente contro i macigni, egli gemeva lamentosamente a ogni urto che ne segnava la corsa. Più in basso, la corrente si spegneva in un secondo bacino calmo come il primo, dove il lupetto, trasportato dai flutti, fu deposto finalmente sulla ghiaia della sponda. Colà egli starnutò freneticamente. La sua esperienza educativa s’era arricchita di una nuova lezione: l’acqua non era viva eppure si muoveva; pareva solida come la terra, ma non era totalmente solida. Conclusione: le cose non sono sempre quali sembrano: conviene perciò, nonostante la loro apparenza, essere, di fronte ad esse, in continuo sospetto e non fidarsene se non quando se ne sia verificata la realtà. Il timore dell’Ignoto, che era in lui una diffidenza ereditaria, era rinforzato ormai dall’esperienza fatta. A un’altra avventura doveva andare incontro quel giorno. Egli aveva osservato che non c’era nulla al mondo che potesse volere quanto sua madre, e sentiva il desiderio di lei. Egli aveva il corpo e il piccolo cervello stanchi, per aver dovuto sopportare, in un solo giorno, tante lotte e tante fatiche quante non ne aveva viste in tutti i giorni vissuti sin allora. Inoltre, cadeva dal sonno. Si mise dunque in cammino, in preda a una sensazione di solitudine e di crudele abbandono, per ritornare alla caverna e ritrovare la madre. Stava strisciando sotto alcune frasche, quando udì un grido acuto che lo intimidì molto, e vide un chiarore gialliccio passargli rapidamente davanti agli occhi. Egli guardò e scorse una donnola, una piccola cosa viva della quale, pensò egli, non c’era da aver paura. Più vicino a lui, quasi fra le sue zampe, si moveva un’altra cosa viva, ma oltremodo piccola, questa, lunga soltanto pochi pollici, una piccola donnola che, come lui, disubbidendo alla madre, se ne andava alla ventura. Pareva che essa tentasse di scappare, ma egli la rivoltò con un colpo di zampa, e la bestiola, allora, fece udire uno strano grido stridulo al quale rispose il grido acuto di poco prima, e immediatamente il chiarore gialliccio ripassò davanti agli occhi del lupetto. Nello stesso tempo, egli avvertì un urto dalla parte del collo e sentì i denti di acciaio della donnola madre conficcarglisi nelle carni. Mentre egli guaiva e gemeva e si gettava indietro, la donnola madre saltò sulla sua prole e disparve con essa nel folto degli alberi. Più che il dolore della ferita, il lupetto sentiva la sorpresa di quell’aggressione. Com’era, dunque? Quella donnola madre così piccola, era, pure, tanto feroce? Egli ignorava che sebbene piccola e leggera di peso, la donnola era l’animale più vendicativo e temibile tra gli uccisori nel Wild, ma doveva impararlo a proprie spese. Gemeva ancora, allorchè la donnola madre ritornò. Ora che il suo piccolo era al sicuro, ella non balzava, ma si accostava prudentemente, cosicchè il lupetto ebbe tutto il tempo di osservare il corpo sottile e lungo, flessuoso come quello d’un serpe, al quale assomigliava nella testa nervosa e drizzata. Al grido acuto ed aggressivo di lei, il lupetto si sentì rizzare il pelo sulla schiena, e rispose ringhiando e minacciando a sua volta. Essa si accostò ancora, lo strinse presso, poi eseguì un balzo, con un salto così rapido, che la vista inesperta del lupetto non potè seguirlo; egli la vide per un momento sparire davanti ai suoi occhi, ma se la sentì attaccata alla gola, nel pelo e nella carne dov’essa affondava i suoi denti. Egli tentò dapprima di ringhiare e di combattere, ma era troppo giovane, e usciva per la prima volta nel mondo. Il ringhio si mutò in lamento ed egli lottò nello sforzo per isfuggire. Appesa alla gola del lupetto, essa scavava coi denti per cercarvi l’arteria dove bolliva il sangue della vita, che a lei piaceva attingere di lì. Il lupetto stava per morire e noi non potremmo continuar la storia se la madre lupa non fosse accorsa, balzando attraverso le frasche. La donnola, lasciato il lupetto, si lanciò alla gola della lupa, non la colse, ma si attaccò alla mascella: la lupa scotendo il capo come un colpo di staffile, si liberò dalla presa, lanciò violentemente la donnola in aria, e, prima che il sottile corpo giallo ricadesse, l’afferrò a volo; le sue zanne strinsero la donnola come in una morsa, nella quale essa trovò la morte. Il lupetto diede motivo ad un nuovo slancio di affetto da parte della madre, che lo fiutava, lo accarezzava e gli leccava le ferite prodotte dai denti della donnola. Pareva che la gioia d’averlo ritrovato fosse maggiore della gioia che egli provava nell’essere stato ritrovato. Madre e figlio divorarono la bevitrice di sangue, poi se ne tornarono alla caverna, dove si addormentarono. VIII. LA LEGGE DELLA CARNE. Lo sviluppo del lupetto fu rapido. Dopo due giorni di riposo egli si avventurò nuovamente fuori della caverna e incontrò in questa avventura la piccola donnola di cui aveva, insieme con la lupa, divorata la madre. La uccise e se la mangiò; ma questa volta non si perdette, e quando si sentì stanco, ritornò alla tana, seguendo lo stesso cammino, per dormirci. Egli cominciò ad avere una percezione più esatta del rapporto fra la sua forza e la sua debolezza, e conobbe quando conveniva essere audace e quando era utile essere prudente, e decise di accettare, come regola generale, la prudenza, tranne quando il successo fosse proprio sicuro; nel qual caso, egli poteva abbandonarsi ai suoi impulsi combattivi. Quando gli capitava d’imbattersi in un ptarmigan, sentiva tale furore, che pareva un vero demonio; se incontrava uno scoiattolo che ciaramellava in aria, su un abete, non mancava di rispondergli con una scarica di ingiurie, a modo suo. La vista di un uccello degli alci lo faceva diventare furibondo sino al parossismo; egli non aveva dimenticata la beccata ricevuta sul naso da uno di quegli uccelli; si ricordava anche del falco e, appena vedeva un’ombra mobile nel cielo, correva subito ad acquattarsi nel più prossimo cespuglio. Ma giunse un tempo in cui anche quegli spaventacchi non gli fecero più paura, quando si accorse che ormai era lui un pericolo per loro. Ormai non strisciava più nè si strascinava sul terreno, ma aveva già l’andatura obliqua e furtiva di sua madre, e delle mosse rapide e sconcertanti, a malapena percettibili, quasi immateriali. I pulcini del ptarmigan e la piccola donnola erano state le sue prime vittime, la prima soddisfazione del suo desiderio di carne viva. Questo desiderio e l’istinto d’uccidere, s’accrebbero di giorno in giorno, e la collera aumentò contro lo scoiattolo dalla voce ciarliera e capricciosa, che avvertiva della presenza di lui tutte le altre bestie. Ma, come gli uccelli sfuggono a volo, così gli scoiattoli si arrampicano sugli alberi, e il lupetto non poteva nulla contro di essi, senonchè tentava di sorprenderli mentre erano posati sul suolo. Il lupetto sentiva un gran rispetto per sua madre, ch’era così abile nel catturare la carne e non mancava di portargli la sua parte. Inoltre essa non aveva paura più di nulla; egli non si rendeva conto del fatto che essa aveva più esperienza di lui e ne sapeva di più, e che perciò era più brava; egli non ne vedeva altro che la potente superiorità. Essa lo costringeva all’obbedienza, e, a mano a mano che cresceva, si mostrava meno paziente verso di lui, sostituendo ai colpi di naso e di zampa, le brucianti morsicature. Anche per questo egli la rispettava. Ci fu una terza carestia, oltremodo dura, e il lupetto conobbe nuovamente, questa volta con più chiara coscienza, l’assillo della fame! La lupa andava a caccia ininterrottamente, cercando dappertutto una selvaggina che non riusciva a trovare e spesso non ritornava neppure per dormire, alla caverna. Il lupetto andava a caccia con lei, in mortale angoscia, e anch’egli non riusciva a trovar nulla; ma questi stenti gli aguzzarono la mente e furono per lui un accrescimento di scienza e di saggezza. Egli osservò più da vicino la abitudini dello scoiattolo e si esercitò a corrergli addosso più svelto che potesse, per impadronirsene; studiò gli usi dei topi dei boschi e si esercitò a scavare il suolo con le grinfie, per trarli fuori dai loro buchi. Neppure l’ombra del falco lo costringeva a rifugiarsi fra gli alberi folti; seduto sul deretano, in terreno scoperto, egli si spingeva, nella sua disperazione, al punto da provocare il temibile uccello che vedeva volare nel cielo, giacchè sapeva che lassù, nell’azzurro, ondeggiava della carne, quella carne che le sue viscere desideravano così ardentemente; ma lo sdegnoso falco rifiutava di scendere in lizza col lupetto, che se ne andava gemendo, dal corruccio e dalla fame. Ma un giorno la carestia cessò; la lupa portò della carne nella tana, una strana carne, tanto diversa dalla solita. Era un piccolo di lince, di una età che s’accostava a quella del lupetto, ma un po’ meno grande. La madre glielo lasciò tutto, avendo, particolare che il lupetto ignorava, già divorato tutta la figliolanza della lince. Egli non sapeva neppure quanta disperazione vi fosse in quell’atto; l’importante era la soddisfazione del suo stomaco, e ogni boccone della piccola lince, che egli inghiottiva, aumentava la contentezza. Ma lo stomaco pieno concilia il sonno, e il lupetto, disteso nella caverna, s’addormentò appoggiato a sua madre. Un ululato di lupa, quale non aveva mai udito, lo svegliò di soprassalto. Mai, in vita sua, la lupa aveva lanciato un grido così terribile: ella sapeva, infatti, che non si spoglia impunemente una tana di lince. La lince, la madre, giungeva; la lupa la vide, nella piena luce del pomeriggio, acquattata all’ingresso della caverna. Il suo pelame, a quella vista, si sollevò, poi ricadde lungo la schiena; lì non era questione d’istinto o di ragionamento; il grido di rabbia dell’intrusa, cominciato con un sordo ringhio, e diventato poi urlo terrificante, diceva chiaramente il pericolo. Pure, il lupetto sentì ribollire in sè il prodigio della vita; si rizzò a sedere, e si dispose accanto a sua madre, ringhiando bravamente; ma essa lo respinse lontano, indietro, con disprezzo. La lince madre non poteva balzare essendo il budello d’ingresso della caverna troppo basso e troppo stretto: s’avanzò, perciò, strisciando, pronta a slanciarsi appena le fosse possibile; ma la lupa non gliene diede il tempo. Le balzò addosso e l’atterrò. Il lupetto non distingueva gran che della battaglia: le due bestie ringhiavano, sbuffavano, urlavano e si laceravano fra loro. La lince combatteva con le unghie e coi denti, la lupa usava le sue zanne. Il lupetto, approfittando d’un momento favorevole, si slanciò anch’egli e conficcò le sue zanne in una delle zampe posteriori della lince, alla quale si appese brontolando, paralizzando, senza rendersene conto col suo peso, i movimenti di quella zampa, apportando così a sua madre un aiuto efficace. Ma un mutamento di fronte della lotta fra i due avversarî lo respinse e gli fece lasciar la preda. Un momento dopo, la lupa madre e la lince madre, erano separate: prima che nuovamente si precipitassero l’una contro l’altra, la lince colpì il lupetto con un colpo della sua larga zampa anteriore, gli squarciò la zampa sino all’osso e lo mandò rotoloni contro il muro della caverna: i gridi acuti e gli urli lamentosi del lupetto si unirono al frastuono dei ruggiti. Cessò di lamentarsi, ma la lotta durava ancora; egli ebbe il tempo di slanciarsi nuovamente nella lotta, in un nuovo desiderio di bravura; alla fine del combattimento egli era ancora appeso rabbiosamente alla zampa posteriore della lince, la quale era bell’e spacciata. La lupa, da parte sua, era molto malconcia. Essa tentò di accarezzare il lupetto e di leccargli la spalla ferita, ma il sangue perduto l’aveva talmente stremata, che durante un giorno e una notte rimase distesa sul corpo del nemico, senza poter fare un movimento, respirando a stento. Per un’intera settimana ella non abbandonò punto la tana, tranne per andare a bere, e camminando, procedeva in modo lento e penoso. Intanto la lince veniva divorata, e le ferite della lupa erano cicatrizzate abbastanza per permetterle di correre nuovamente in cerca di selvaggina. Per un po’ di tempo ancora la spalla del lupetto rimase irrigidita e indolenzita, ed egli fu costretto a zoppicare. Ma ormai il mondo gli pareva mutato; dopo la lotta con la lince la fiducia in sè gli s’era accresciuta. Egli aveva morsicato un nemico più forte di lui, e aveva sopravvissuto; perciò la sua andatura era diventata più ardita, e, sebbene il terrore misterioso dell’ignoto, sempre intangibile e minaccioso, seguitasse a pesare su di lui, gran parte della sua timidezza era scomparsa. Cominciò coll’accompagnare sua madre a caccia e prender parte alla lotta; imparò ferocemente a uccidere e a nutrirsi della vittima. Ora vedeva tutto il mondo vivente diviso in due categorie: la prima, che comprendeva lui e sua madre; la seconda, nella quale erano compresi tutti gli altri esseri che vivevano e si muovevano. Questi, a loro volta, si distinguevano in due specie: quelli che come lui e sua madre uccidevano e divoravano, e quelli che non sapevano uccidere o uccidevano malamente. Donde la legge suprema: la carne viveva di carne, la vita sulla vita. C’erano i divorati e i divoratori, secondo la legge: _Divora o sarai divorato_. Senza formularla, senza ragionarci su, senza pensarci neppure, il lupetto viveva secondo questa legge. Infatti egli aveva divorato i piccoli del ptarmigan, il falco aveva divorato la madre ptarmigan, poi avrebbe voluto divorare lui che, però, diventato più forte, aveva tentato, a sua volta di divorare il falco. Egli, il lupetto, aveva mangiato il piccolo della lince, e la lince madre avrebbe divorato lui se essa, a sua volta, non fosse stata uccisa e divorata. Questa era la legge comune a tutti gli esseri viventi. La carne di cui egli si nutriva e che gli era necessaria per esistere, correva davanti a lui sul suolo, volava nell’aria, si arrampicava sugli alberi o si nascondeva nella terra; bisognava combattere con essa per conquistarla, chè, se voltava le spalle, era essa a corrergli dietro. Cacciatori e cacciati, divoratori e divorati, caos di ghiottoneria senza perdono e senza fine, ecco il mondo, come avrebbe potuto definirlo il lupetto se fosse stato poco filosofo, al modo degli uomini. Ma la vita, con i suoi impulsi, aveva anche delle attrattive: sviluppare ed esercitare i muscoli, era per il lupetto un piacere senza fine; l’inseguimento della preda per balzarle poi addosso, era fonte di sensazioni e di fremiti deliziosi. Furore e battaglie, davano gioia; persino il terrore e il mistero dell’ignoto avevano le loro attrattive. Poi, a ogni fatica seguiva il compenso, la soddisfazione; prima fra tutte, quella dello stomaco pieno e d’un buon sonno ristoratore ai caldi raggi del sole. Perciò il lupetto non si lagnava nè della vita, che ha la sua ragione d’essere sufficiente, pel solo fatto che esiste, nè dell’ostilità del mondo che gli era attorno. Egli era pieno di umor vitale, beato e soddisfatto di sè. IX. I CREATORI DEL FUOCO. Su di essi all’improvviso, cadde il lupetto. La colpa fu sua: aveva mancato di prudenza e camminava senza vedere. Ancora greve di sonno, (aveva cacciato tutta la notte e s’era allora svegliato) lasciata la caverna, era, trotterellando, disceso verso il torrente per andare a bere. A dir la verità, su quel sentiero a lui familiare, nessun accidente gli era mai capitato. Aveva oltrepassato l’abete rovesciato, attraverso la radura e correva fra gli alberi; in quel momento vide e fiutò. Davanti a lui, seduti per terra, in silenzio, stavano cinque cose viventi, quali egli mai aveva incontrate. Era quella la prima volta che vedeva l’umanità! I cinque uomini, al suo apparire, e la cosa lo sorprese, non mostrarono i denti, nè brontolarono, non fecero neppure un movimento, ma rimasero silenziosi e fatidici. Neppure il lupetto si mosse; pure, tutto l’istinto della sua natura selvaggia, lo spingeva a fuggire, ma un altro istinto categorico e perentorio, si contrapponeva ad esso. Uno stupore ignoto gli occupò la mente; il lupetto si sentiva, a un tratto, diminuito da una nuova conoscenza della sua piccolezza e debolezza; un potere superiore, molto al di sopra di lui, si appesantiva sull’animale e lo dominava. Il lupetto non aveva mai visto un uomo, eppure, per istinto, sentiva l’uomo; nell’uomo egli riconosceva, oscuramente, l’animale che aveva combattuto e vinto tutti gli animali del Wild. Ed egli non guardava solo con gli occhi suoi, ma con quelli di tutti gli antenati, con pupille che avevano, durante generazioni, accerchiato nell’ombra e nella neve, innumerevoli accampamenti umani, spiato da lontano, sull’orizzonte e più dappresso, nel folto degli alberi, la strana bestia a due zampe che era il signore e padrone di tutte le cose viventi. Quest’eredità morale e soprannaturale, formata da timore e da lunga serie di lotte, durata per secoli, sopraffaceva il lupetto, troppo giovane ancora per liberarsene. Se fosse stato un lupo adulto, avrebbe preso rapidamente la fuga; ma, così com’era, egli si coricò, paralizzato dallo spavento, accettando già la sottomissione che la sua razza aveva accettato il primo giorno in cui un lupo era andato a sedersi al focolare di un uomo, per riscaldarvisi. Uno degl’indiani finì per alzarsi, camminò verso la bestiola e gli si fermò sopra; il lupetto si appiattì sempre più verso il suolo. Era l’ignoto, diventato carne e sangue, che si chinava su di lui per afferrarlo. Il pelo dell’animale si rizzò involontariamente, le labbra si contrassero e le piccole zanne apparvero. La mano che gli stava sospesa addosso, come una condanna, esitò e l’uomo disse ridendo: — _Wabam Wabisca ip pit tah!_ (Guardate le zanne bianche!) Gli altri indiani risero alla loro volta grossamente, ed incitarono l’uomo a prendere il lupetto. Mentre la mano si abbassava, a poco a poco, una violenta lotta interiore avveniva nell’animale, fra diversi istinti in contrasto. Egli non sapeva se doveva soltanto ringhiare o combattere; finalmente ringhiò sino a quando la mano non lo toccò, poi diede battaglia. I suoi denti lucenti morsero, ma immediatamente egli riceveva a un lato della testa, su un osso, un colpo tale che lo fece oscillare. Allora ogni istinto di lotta lo abbandonò e la bestiola ricominciò a gemere come un bambino, e l’istinto della sottomissione vinse tutti gli altri istinti. Rialzatosi, egli si accosciò, miaulando, ma l’indiano, che egli aveva morsicato, era irritato, e il lupetto si ebbe un altro colpo dall’altra parte del capo, e guaì più forte. Gli altri quattro indiani si scompisciavano dal ridere, al punto che il loro compagno rise anch’egli. Tutti quanti circondarono il lupetto e lo beffarono, mentre egli gemeva dal dolore e dal terrore. A un tratto, bestia e indiani si posero in ascolto. Il lupetto sapeva che cosa annunziava quel rumore che si faceva udire, e cessando di gemere, lanciò un lungo grido che manifestava, ora, più gioia che spavento. Poi tacque ed attese, attese l’arrivo della madre, di sua madre liberatrice, indomabile e tremenda, che sapeva combattere così bene, e uccideva tutto ciò che le resisteva, e non aveva mai paura. Essa arrivò correndo e brontolando; vista l’impronta del suo piccolo, si precipitava per soccorrerlo. Balzò in mezzo al gruppo, magnifica, trasfigurata, nella sua furiosa e inquieta maternità. Quello sdegno protettore era un sollievo pel lupetto, che saltò verso di lei, con un piccolo grido di gioia, mentre gli animali uomini indietreggiavano in fretta, di parecchi passi. La lupa si fermò presso il piccolo, che si stringeva a lei, e tenne testa agl’indiani. Sulla faccia e sul muso della bestia appariva una contrazione di minaccia che le piegava tutta la pelle sino agli occhi, in una prodigiosa e orribile smorfia di collera. Allora uno degli uomini lanciò un grido: — Kisce! — gridò egli con una esclamazione di sorpresa. Il lupetto sentì, a quella voce, vacillare sua madre. — _Kisce!_ — gridò nuovamente l’uomo, e questa volta con durezza, con un tono di comando. E il lupetto vide sua madre, la lupa impaurita, piegarsi sino a toccare il ventre al suolo, gemendo e dimenando la coda, con i soliti segni di sottomissione e di pace. Il lupetto non comprendeva nulla di quegli atti: si sentiva dominato nuovamente dal terrore dell’uomo, da un istinto che non l’aveva ingannato, al quale ubbidiva anche sua madre, rendendo anch’essa omaggio all’animale uomo. L’indiano che aveva parlato le si accostò; le posò la mano sul capo, e lei si appiattì sempre più verso il suolo. Non brontolava nè tentava di mordere. Anche gli altri indiani si erano avvicinati, e aggruppatisi attorno alla lupa, la palpavano e l’accarezzavano senza suscitare in lei la minima velleità di resistenza e di ribellione. I cinque uomini erano molto eccitati e facevano un gran vociare; ma poichè quel vocìo non pareva punto minaccioso, il lupetto si decise a coricarsi presso sua madre, drizzandosi di tanto in tanto, ma facendo il possibile per sottomettersi. — Quello che succede non è affatto sorprendente, — disse uno degli indiani. — Il padre di Kisce era un lupo; vero è che sua madre era una cagna, ma mio fratello dimenticò di legarla nel bosco, per tre notti durante la stagione dagli amori, e un lupo la coprì. — È passato un anno, Castoro Grigio, dacchè Kisce è fuggita. — Tu conti bene, Lingua di Salmone: fu al tempo della carestia che noi soffrimmo, quando non avevamo più carne da dare ai cani. — È rimasta con i lupi, — fece un terzo indiano. — Proprio così, Tre Aprile, — approvò Castoro Grigio, toccando con la mano il lupetto. — Ed eccone la prova. Il lupetto, al contatto della mano, accennò un ringhio, ma la mano si ritrasse e gli assestò uno scappellotto; allora egli ricoprì le zanne e s’accosciò in atto di sottomissione. La mano tornò a posarsi su di lui e gli sfregò amorevolmente il padiglione delle orecchie e la schiena. — Questo lo prova, — rispose Castoro Grigio. — È chiaro che sua madre è Kisce; ma suo padre è anch’esso un lupo; però questo somiglia più a un lupo che a un cane; le sue zanne sono bianche, e White Fang (Zanna Bianca) dev’esser il suo nome. Ho detto, il cane è mio. — Non era Kisce la cagna di mio fratello? E mio fratello non è morto? Per un po’ gli animali uomini seguitarono a far rumore con le loro bocche: durante questi colloqui, il lupetto, che aveva ricevuto un nome nel mondo, se ne stava tranquillo e attendeva. Poi, Castoro Grigio, preso un coltello da un sacchetto che gli pendeva sulla pancia, andò verso un cespuglio e tagliò un bastone. Zanna Bianca l’osservava. A ciascun capo del bastone l’indiano fissò una correggia con una delle quali legò Kisce per il collo; e condotta la lupa presso un piccolo abete, la legò all’albero con l’altra correggia. Zanna Bianca seguì sua madre e le si coricò accanto. Vide Lingua di Salmone stendere la mano verso di lui, e si sentì ripreso da paura, mentre Kisce, da parte sua, guardava con ansietà; ma l’Indiano, allargando le dita e curvandole, lo capovolse, e cominciò a fregargli il ventre in modo delizioso. Il lupetto, colle zampe in aria, si lasciava maneggiare con aria goffa ed esilarata, senza tentare di opporsi. D’altra parte, nella posizione in cui si trovava, come avrebbe potuto? Se l’animale uomo avesse avuto l’intenzione di maltrattarlo, gli si sarebbe abbandonato senza difesa, non potendo fuggire. Si rassegnò dunque, e si limitò a brontolare dolcemente: l’altro era più forte di lui. Ma Lingua di Salmone pareva non accorgersene neppure e non gli diede alcun colpo sulla testa; anzi, seguitò a stropicciarlo dall’alto in basso, accrescendo il piacere del lupetto. Quando la mano carezzevole gli passò sui fianchi, egli cessò di brontolare, e quando le dita risalirono alle orecchie, premendone delicatamente la base, il godimento della bestiola non ebbe limiti. Allorchè, infine, dopo l’ultima e abile frizione l’Indiano lo lasciò tranquillo, sparve ogni timore dall’animo del lupetto. Senza dubbio, c’era da aspettarsi, in seguito, altre paure, ma da quel giorno egli sentì fiducia e cordialità verso l’uomo col quale doveva vivere. Dopo un po’ Zanna Bianca udì avvicinarsi dei rumori insoliti, che egli, pronto com’era ad osservare e distinguere, riconobbe subito come prodotti dall’animale uomo. Pochi istanti dopo infatti, tutta la tribù Indiana appariva lungo il sentiero. C’erano molti uomini, donne e bambini, in tutto quaranta teste; tutti carichi di bagagli da campo, di provviste di cibo e di utensili. C’erano anche molti cani carichi anch’essi, tranne i piccoli, come gli altri. Ciascuna bestia aveva dei sacchi legati sulla schiena, e portava un peso di venti o trenta libbre. Zanna Bianca non aveva mai visto un cane, ma, dal primo sguardo capì che era un animale della sua stessa specie, con qualche cosa di diverso. Quanto ai cani, sentirono di più la diversità fra loro e il lupetto e la madre. Ci fu una calca orribile. Zanna Bianca si drizzò, urlò e morse a casaccio nel flutto, fra quelle gole spalancate che gli si precipitavano addosso. Cadde e ruzzolò sotto i cani, provocando i morsi crudeli dei loro denti e morsicando, a sua volta, zampe e ventri. Udiva, nella mischia, gli urli di sua madre, Kisce, che combatteva per lui, i gridi degli animali uomini e il rumore dei colpi dei loro bastoni sui cani, che gemevano dal dolore. Tutto ciò in pochi secondi. Il lupetto, rimessosi in piedi, vide gl’Indiani che lo difendevano, respingere i cani indietro, a colpi di bastone e di pietra, e salvarlo dall’aggressione feroce dei suoi fratelli che non erano punto suoi fratelli. E, sebbene non potesse concepire, nel suo cervello, un sentimento astratto come quello della giustizia, sentiva, a modo suo, la giustizia degli animali uomini; seppe così che essi dettavano le leggi e le imponevano. Strano anche era il modo col quale adottavano le loro leggi, diverse da tutte le leggi che il lupo aveva incontrato sino ad allora. Essi non mordevano nè graffiavano, ma imponevano la loro forza viva mediante le cose morte, che facevano le veci dei morsi: bastoni e pietre dirette da quelle strane creature, saltavano nell’aria, come cose viventi, e andavano a colpire i cani. Era un potere straordinario e misterioso che sorpassava i limiti della natura: era un potere divino. S’intende che Zanna Bianca ignorava ogni concetto di divinità, ma lo stupore e il timore che sentiva al cospetto degli animali uomini era molto simile alla sorpresa ed al timore che avrebbe potuto provare un uomo che si trovasse in cima a una montagna, davanti a un essere divino, che, tenendo un fulmine in ciascuna mano, li scagliasse poi sul mondo atterrito. Quando l’ultimo cane fu respinto indietro, il putiferio ebbe fine. Il lupetto incominciò a leccare le sue ferite; poi meditò su quel primo contatto con la torma crudele dei presunti fratelli, e sul suo ingresso fra loro. Egli non aveva mai pensato che la specie alla quale apparteneva, potesse comprendere tipi diversi dal vecchio lupo orbo, da sua madre e da lui, considerando loro tre, nel suo pensiero, come una razza a parte. E a un tratto, ecco che scopriva molte altre creature che appartenevano alla sua specie, e sentì oscuramente, che era ingiusto che il primo movimento dei suoi fratelli di razza si dovesse manifestare in quel modo, col balzargli addosso e tentare di distruggerlo. Era non meno doloroso vedere sua madre legata ad un bastone, pur pensando che la saggezza superiore degli animali uomini aveva voluto che così fosse; era, quella, una specie di schiavitù, cui non era avvezzo. La libertà di girovagare, di correre, di stendersi a terra, là dove gli piacesse, era stata, sino a quel giorno, suo patrimonio; e ora invece, egli era prigioniero. Sua madre non poteva muoversi oltre la lunghezza del bastone, al quale era legata, ed al quale era legato anch’egli, perchè non immaginava neppure che potesse separarsi da sua madre. Quella costrizione non gli piacque; specialmente quando gli animali uomini, alzatisi, si rimisero in cammino. Un animale uomo, macilento all’aspetto, prese in mano la correggia del bastone al quale era legata Kisce e si condusse la lupa dietro. Dietro Kisce veniva Zanna Bianca, molto turbato e tormentato da quella nuova avventura che gli era capitata. Il corteo discese la valle, proseguendo molto più avanti dei luoghi dove si era spinto nelle sue più lunghe scorribande, il lupetto, sino al punto in cui il torrente si gettava nel fiume Makenzie. A questo punto c’erano dei canotti issati in aria su delle pertiche, e si stendevano dei graticci che servivano per seccare il pesce. Lì si fermarono e si accamparono. La superiorità degli animali uomini si affermava sempre più; quello spettacolo, ancor più che il loro dominio sui cani dai denti aguzzi, era un segno evidente della loro potenza. Mediante il potere di comunicare il movimento alle cose, era loro facile mutare il vero aspetto del mondo. Quel piantare ed erigere le pertiche per stabilire l’accampamento, attirò l’attenzione del lupetto: in fondo, era una piccola operazione compiuta dalle stesse creature che lanciavano a distanza bastoni e pietre. Ma quando egli vide le pertiche riunirsi e coprirsi di teli e di pelli, formando delle tende, Zanna Bianca rimase stupito. Quelle tende, d’una colossale ed impressionante grandezza, s’innalzavano torno torno a lui, ingrandivano a vista d’occhio, da tutti i lati, come mostruose forme di vita. Esse empivano quasi tutto l’orizzonte, e parevano dominarlo minacciosamente; quando la brezza le agitava in grandi movimenti, egli si appiattiva al suolo, spaventato e timoroso, pur non perdendoli di vista, pronto a balzare o fuggir lontano, se gli fosse accaduto di vedersele addosso. Dopo un momento, anche la paura delle tende svanì; egli vide che donne e bambini vi penetravano e ne uscivano senz’alcun male; vide entrarvi anche dei cani, ricacciati però rudemente dalla voce o dalle pietre volanti. Cosicchè poco dopo, lasciati i fianchi di Kisce, anche Zanna Bianca, provando a sua volta, strisciava con precauzione, verso la tenda più vicina, spinto dalla curiosità continuamente desta in lui, dal bisogno d’imparare e di conoscere, per propria esperienza Quando fu quasi sul punto di varcare il muro di tele e di pelli raddoppiò la prudenza, avanzando con un movimento impercettibile. Gli avvenimenti di quel giorno avevano preparato il lupetto al contatto con l’Ignoto, alle manifestazioni più meravigliose e inattese. Finalmente ecco che il suo muso tocca l’involucro della tenda; il lupetto attese, e non essendo accaduto nulla, fiutò nella strana materia, satura di odore umano, e, presala fra i denti, diede una piccola scossa. Non accadde nulla di straordinario; solo una parte della tenda incominciò a muoversi. Allora egli scosse più audacemente, e il movimento si accrebbe. Il lupetto ne era entusiasmato, e scosse più forte, più forte, ripetendo, sinchè tutta la tenda si mosse. Allora si udì il grido acuto di un Indiano, e il lupetto, spaventato, s’affrettò a ritornare, correndo, presso sua madre, ma da allora non ebbe più paura delle enormi tende. Vinta quell’emozione, Zanna Bianca si scostò nuovamente da Kisce che, legata a un cavicchio, non poteva seguirlo. Poco dopo, incontrava un cagnolo, un tantino più grosso e più anziano di lui, che gli veniva davanti, a passi sospettosi, dissimulando delle intenzioni bellicose. Quel cagnolo si chiamava, così egli seppe poi udendone il nome, Lip-Lip, ed era già temibile, anche perchè, lottando con altri cagnoli, aveva acquistato già esperienza della lotta. Lip-Lip apparteneva alla razza dei cani lupi, che era la più affine a Zanna Bianca; era giovane e sembrava poco pericoloso, cosicchè il lupetto si accingeva ad accoglierlo amichevolmente. Senonchè, quando vide che lo straniero, camminando, si irrigidiva e aggrinzando le labbra mostrava i denti, anch’egli si irrigidì e rispose scoprendo le mandibole. Incominciarono a girarsi intorno a vicenda col pelo irto, ringhiando; quel girotondo durò parecchi minuti, e Zanna Bianca ci stava prendendo gusto come a un gioco, allorchè ad un tratto, con sorprendente vivacità, Lip-Lip gli saltò addosso, gli diede un rapido morso, e saltò nuovamente indietro. Quel morso aveva colpito proprio la spalla già ferita dalla lince, e rimasta, nella parte vicina all’osso, internamente addolorata. La sorpresa e il colpo gli strapparono un gemito, ma immediatamente, con un balzo di collera, egli si slanciò su Lip-Lip, e lo morse furiosamente. Lip-Lip era, come si è detto, già avvezzo alla lotta: tre, quattro, sei volte le sue piccole zanne aguzze si accanirono su Zanna Bianca che, tutto sconcertato, finì coll’abbandonare la lotta e col rifugiarsi, vergognoso e dolente, presso sua madre, chiedendole protezione. Fu quello il primo combattimento con Lip-Lip, ma non doveva essere l’ultimo, perchè da quel giorno essi si ritrovarono l’uno di fronte all’altro come nemici naturali, essendo ciascuno dei due d’una natura che era in eterno contrasto con quella dell’altro. Kisce leccò con dolcezza il suo piccolo, e tentò d’impedirgli, d’allora in poi, di allontanarsi, ma la curiosità di Zanna Bianca andava aumentando di giorno in giorno. Dimentico di quella disavventura, egli si rimise immediatamente in cammino, per proseguire nelle sue indagini. S’imbattè in uno degli animali uomini, in Castoro Grigio, che, seduto sulle calcagna lavorava intorno a dei pezzetti di legno e dei fili di musco, sparsi al suolo davanti a lui. Il lupetto si accostò e lo guardò. Castoro Grigio fece dei rumori con la bocca che il lupetto interpretò come segni non ostili, e si avvicinò più dappresso. Donne e bambini portavano altri pezzi di legno e altri rami all’indiano. Si vedeva che quella era la loro faccenda, pel momento. Il lupetto si accostò sino a toccare il ginocchio di Castoro Grigio, dimenticando, per troppa curiosità, che costui era un terribile animale uomo. A un tratto egli vide, fra le mani di Castoro Grigio, come una nebbia innalzarsi dai pezzetti di legno e dal musco, poi apparire una cosa viva che splendeva e ondeggiava, ed era dello stesso colore del sole nel cielo. Zanna Bianca non aveva alcun concetto del fuoco; quel chiarore che ne sprizzò lo attrasse, come l’aveva attratto la luce del giorno, nella sua prima infanzia, spingendolo verso l’entrata della caverna, e strisciò verso la fiamma. Udì Castoro Grigio che gli rideva sul capo; ma poichè il suono del riso non era ostile, egli accostò il naso alla fiamma, e nello stesso tempo mise fuori la lingua per leccarla. Per un istante rimase come paralizzato: l’ignoto, che lo spiava tra i pezzetti di legno e di musco, l’aveva preso ferocemente pel naso. Poi saltò indietro con una furia di guaiti disperati: «Chi-is! Chi-is! Chi-is!». Kisce, udendolo, cominciò a balzare, tirando un capo del bastone, ringhiando furiosamente, perchè non poteva correre in aiuto del lupetto. Intanto, Castoro Grigio rideva a squarciagola, battendosi le cosce colle mani, e raccontava la storia a tutta la gente dell’accampamento, facendo scoppiare tutti dal ridere. Zanna Bianca, accovacciato, gridava sempre più disperatamente: «Chi-is! Chi-is! Chi-is!» e solo, abbandonato da tutti, faceva, in mezzo agli animali uomini una misera figura. Era quello il peggior male che avesse sofferto: il naso e la lingua gli erano stati feriti dalla cosa viva color del sole, che era ingrandita fra le mani di Castoro Grigio. Egli gridò; gridò interminabilmente, e ogni nuovo sfogo di urli era accolto da nuovi scoppi di risa degli animali uomini. Egli tentò di mitigare con la lingua l’ardore della bruciatura al naso, ma le sue sofferenze, sovrapponendosi, ne produssero una maggiore, ed egli gridò più disperatamente che mai. Infine fu vinto da vergogna, quando conobbe il risultato di quelle risate. Non è possibile spiegare come facciano certi animali a comprendere la natura del riso umano e a capire che noi ridiamo di loro; certo si è che il lupetto ebbe la chiara nozione che gli animali uomini si burlavano di lui e se ne vergognò. Scappò, non tanto per il dolore delle bruciature, che provava, quanto perchè era punito nel suo orgoglio, vedendosi oggetto di scherno, e fuggì verso Kisce che si dimenava furibonda, tirando la punta del bastone, come una bestia arrabbiata; verso Kisce che era la sola creatura al mondo che non ridesse di lui. Cadde il crepuscolo, seguì la notte, e Zanna Bianca rimaneva presso sua madre. Il naso e la lingua addolorate, lo facevano soffrire; ma soprattutto un’altra causa lo tormentava. Egli rimpiangeva la tana nella quale era nato, desiderava la quiete raccolta della caverna sulla rupe, sopra il torrente. La vita era diventata troppo popolosa; lì c’erano troppi animali uomini, donne e bambini, che facevano un gran baccano irritante, e c’erano cani che abbaiavano e mordevano, che lanciavano urli ogni momento e producevano confusione. La solitudine tranquilla della vita di prima, era finita. Lì persino l’aria palpitava di vita, in un incessante mormorio e ronzio, la cui intensità variava da un momento all’altro, e le cui note diverse, gli urtavano i nervi e gl’irritavano i sensi. Egli ne era crucciato e preoccupato, e oltremodo stanco, e temeva continuamente qualche catastrofe. Guardava muoversi e andare su e giù per l’accampamento gli animali uomini. Li osservava con rispetto, con quel senso di distanza che l’uomo interpone fra lui e gli dei ch’egli crea. Nel suo oscuro cervello egli considerava gli uomini come gli uomini consideravano gli dei, e cioè come meravigliose creature, come esseri potenti che disponevano di tutte le forze dell’Ignoto. Signori e padroni di tutto ciò che vive e di tutto ciò che non vive, essi costringevano alla ubbidienza tutto ciò che si muove, e comunicavano il movimento a tutto ciò che non si muove, facevano nascere dal musco e dal legno morto, la fiamma color del sole; la fiamma che viveva e mordeva. Erano i creatori del fuoco, erano Dei!! X. LA SCHIAVITÙ. Ogni giorno che passava, era per Zanna Bianca causa di nuova esperienza. Durante il tempo in cui Kisce rimase legata al bastone, egli corse solo, per tutto l’accampamento, cercando, rubacchiando, istruendosi. Egli apprese, in breve, le diverse abitudini degli animali uomini, ma poichè la familiarità non comporta sempre ammirazione, più egli viveva in dimestichezza con essi, più odiava la loro superiorità, e temeva il loro potere misterioso che, quanto più grande era, d’altrettanto rendeva minacciosa la loro divinità. Spesso l’uomo si abbandona all’illusione di vedere i suoi dei rovesciati e calpestati sugli altari, ma a un lupo e a un cane selvatico, venuti ad acquattarsi ai piedi dell’uomo, tale disavventura non capita mai. Mentre i nostri dei rimangono invisibili e soprannaturali, e i vapori e le nebbie della nostra immaginazione ce ne velano la realtà facendoci smarrire come ciechi che se ne vanno tastoni nel regno del pensiero assorti in concezioni astratte d’onnipotenza e di bellezza suprema, il lupo e il cane selvaggio, seduti al nostro focolare, si trovano di fronte a dei in carne ed ossa, tangibili, dei che tengono il loro posto nel mondo, e vivono nel tempo e nello spazio, per compiere i loro atti e i loro fini. Non occorre sforzo alcuno di fede per credere a un tale dio; non c’è scatto di volontà che possa indurre a disobbedirgli e rinnegarlo; questo dio se ne sta in piedi, fermo sulle sue gambe di dietro, con un bastone in mano, onnipotente, abbandonato a tutte le passioni, affettuoso e irritato, secondo i casi, come un potere misterioso in un involucro di carne, di carne che sanguina da tutte le parti, come quella degli altri animali e che è allora più saporita d’ogni altra, a divorarla. Zanna Bianca si sottomise alla legge comune: gli animali uomini furono per lui, dal principio, senza errore possibile, gli dei ai quali era necessario assoggettarsi. Come Kisce sua madre, che aveva, appena si era sentita chiamare, ripreso la sua catena, così egli, subito, si sottomise con piena obbedienza. Seguì i loro passi, come una schiavitù fatale, e quando essi camminavano, egli si scostava per lasciarli passare; e quando lo chiamavano accorreva; se lo minacciavano, si stendeva ai loro piedi, e se gli comandavano di allontanarsi, egli si allontanava alla svelta; giacchè dietro ogni desiderio loro c’era il potere immediato di imporne l’esecuzione, potere che si manifestava con colpi di mano, di bastone, di pietre volanti, e con frustate che lasciavano il segno. Egli apparteneva, come tutti i cani dell’accampamento, agli animali uomini; i suoi atti, il suo corpo, che poteva essere battuto e calpestato, senza diritti a proteste, erano loro. Tale fu la lezione che egli imparò subito; e fu una dura lezione, data la forza personale e l’indipendenza, di cui aveva già il senso sviluppato, della propria natura. Ma, pur avendo in odio quel nuovo stato di cose, egli imparava anche, inconsciamente, ad amarlo. Infatti, le preoccupazioni della sua sorte, erano affidate ad altri esseri, presso i quali, la sua vita, scevra di responsabilità, trovava come un rifugio. E questo era un compenso, giacchè è sempre più comodo appoggiarsi nella vita a qualcuno, anzichè essere soli. Egli non giunse però, senza ribellione, ad abbandonarsi così, anima e corpo, a respingere la selvaggia eredità della razza, e il ricordo del Wild. C’erano dei giorni in cui strisciava lungo i margini della foresta, e rimaneva là immobile, ad ascoltare le voci lontane che lo chiamavano; poi se ne ritornava verso Kisce, irrequieto e malinconico, a gemere dolcemente e pensosamente presso di lei, a leccarle la faccia, come se si lamentasse e l’interrogasse. Il lupetto aveva conosciuto rapidamente tutte le adiacenze e attinenze della vita del campo; conobbe l’ingiustizia dei grossi cani e la loro ingordigia, quando la carne e il pesce erano loro gettati all’ora dei pasti; seppe che gli uomini erano di solito più giusti, i bambini più crudeli, le donne più clementi e disposte a lanciargli un pezzetto di carne o d’osso. Dopo due o tre avventure incresciose con le madri dei cani cuccioli, capì che era buona politica lasciare stare questi, star lontano dalle madri il più possibile, e, vedendole venire, scansarle. Ma il flagello della sua vita era Lip-Lip. Lip-Lip, che era più anziano, più forte e più grosso del lupetto, s’era fatto di Zanna Bianca lo zimbello. Il lupetto si difendeva con bravura ma, rispetto all’altro era out-classed, assolutamente inferiore. Così che Lip-Lip divenne un incubo per lui. Appena il lupetto s’arrischiava ad allontanarsi un po’ da sua madre, era sicuro di vedere apparire quel birbante che gli teneva dietro abbaiando e minacciando, e attendeva il momento propizio, cioè quando non fosse presente alcun animale uomo, per slanciarglisi e costringerlo a combattere. Lip-Lip lo vinceva sempre e se ne gloriava in modo smisurato; per lui quegl’incontri erano il miglior godimento della sua vita, mentre erano un continuo tormento della vita di Zanna Bianca. Ma il lupetto non si diede per vinto: sebbene quelle sconfitte fossero molto dure per lui, pure non volle sottomettersi; ma quella persecuzione continua influì in modo nefasto sul carattere di Zanna Bianca, che divenne cattivo e sornione. La parte selvaggia della sua natura peggiorò; quegli slanci gioiosi di cucciolo ingenuo d’una volta, non si manifestarono più. A lui non fu mai permesso di giocare e sgambettare coi cuccioli dell’accampamento, appena si avvicinava loro. Lip-Lip, piombandogli addosso, lo faceva ruzzolare e fuggire atterrito, o, se il lupetto resisteva, attaccava battaglia sinchè non lo costringeva alla fuga. Zanna Bianca fu privato di molte gioie della sua infanzia, il che lo fece invecchiare precocemente; egli si rinchiuse in se stesso e sviluppò la sua mente; divenne scaltro e, nei lunghi periodi di ozio, meditò sul modo migliore di ingannare e frodare. Poichè veniva ostacolato nel prendere, alla distribuzione dei pasti, la sua porzione quotidiana di carne e pesce, divenne un abile ladro. Costretto a provvedersi da sè, egli riuscì così bene nello scopo, che divenne per le donne degli indiani, una vera calamità. Imparò a strisciare nell’accampamento, come un serpente, a mostrarsi accorto, a conoscere in ogni occasione il modo migliore di comportarsi, a informarsi, con la vista e con l’udito, di tutto ciò che poteva interessarlo, per non essere preso alla sprovvista, e anche a ricorrere a mille artifizî per evitare il suo implacabile persecutore. Quando quella persecuzione aveva raggiunto il massimo, egli giocò il primo tiro, giovandosi delle risorse della sua mente, e godendosi una saporita rivincita. Come aveva fatto Kisce quando, essendo coi lupi, aveva adescato i cani per attirarli fuori dell’accampamento degli uomini ed esporli alla morte, così il lupetto, con un espediente analogo, riuscì ad attirare Lip-Lip sotto la mascella vendicatrice di Kisce. Ritirandosi, ma seguitando a combattere, Zanna Bianca si trasse dietro il nemico fra le varie tende dell’accampamento; egli era per eccellenza corridore più rapido di tutti i cagnoli della sua grandezza, e più svelto di Lip-Lip. Senza abbandonarsi a tutta la velocità che gli era possibile, egli si limitò a mantenere la distanza necessaria, quella d’un balzo circa fra lui e l’inseguitore. Lip-Lip, eccitato dalla caccia e dall’imminenza della vittoria, perse tutta la sua prudenza, e non badò al punto dove si trovava; quando se ne accorse, era troppo tardi. Dopo essere passato di gran carriera davanti all’ultima tenda, egli finì col capitare addosso a Kisce, legata al bastone, e lanciò un grido di stupore, ma già le zanne vendicatrici gli si conficcavano nelle carni. Sebbene Kisce fosse legata, non gli fu possibile liberarsi da lei che lo rivoltò sul dorso, con le zampe in aria, in modo da impedirgli di fuggire, e lo lacerò e straziò. Quando finalmente, rotolandosi, potè mettersi fuori dall’attacco di lei, e rimettersi in piedi, si ritrovò tutto malconcio, ferito nel corpo e nell’animo, col pelo tutto strappato qua e là, pendente a ciuffi umidi, stracciati dai denti bavosi della lupa. Egli rimase là dove s’era rialzato e, spalancata la piccola gola, emise un lungo e lamentoso guaito di cane battuto. Ma non ebbe il tempo di finire il lamento, giacchè, a un tratto, Zanna Bianca, piombandogli addosso, gli piantò le zanne nei lombi. Lip-Lip, che non aveva più forza per combattere, se la svignò vergognosamente verso la sua tenda, inseguito alle calcagna dalla sua vittima in altri scontri. Quando egli giunse alla sua cuccia, accorsero le donne in suo aiuto, e il lupetto che sembrava un demonio, fu finalmente scacciato a furia di sassate. Venne il giorno in cui Castoro Grigio, convinto che Kisce fosse ormai riavvezza alla vita con gli uomini, la slegò. Zanna Bianca, quando vide che la madre aveva riacquistato la libertà, fu tutto contento e l’accompagnò festosamente in mezzo all’accampamento. Lip-Lip, vedendolo alle costole della lupa, conservò una rispettosa distanza, e sebbene il lupetto s’irrigidisse tutto sulle zampe quando l’altro si accostava, e rizzasse il pelo, Lip-Lip faceva finta di non accorgersi della sfida. Aveva una gran sete di vendetta, ma era troppo saggio per accettar la lotta in tali condizioni, e preferiva aspettare il giorno in cui fosse possibile incontrarsi da solo a solo con Zanna Bianca. Quello stesso giorno, il lupetto e sua madre, andarono vagolando insieme, lungo i margini della foresta vicina all’accampamento. Zanna Bianca vi aveva condotto Kisce a passo a passo, trascinandola avanti quando essa esitava. Il torrente, la foresta tranquilla lo chiamavano, ed egli si sforzò in tutti i modi perchè essa lo seguisse lontano. Correva qualche passo innanzi, poi si fermava e guardava indietro; ma essa non si muoveva. Egli gemette lamentosamente e ringhiò, correndo a destra ed a sinistra sotto gli alberi folti, poi ritornò verso di lei, le leccò il muso e ricominciò a correre lontano. Ma essa non si mosse. Allora egli rifece il cammino e la guardò con una specie d’implorazione ardente nello sguardo, che cadde quand’egli vide Kisce voltar la testa e fissar l’accampamento. Sua madre udiva come lui dentro di sè la voce della vasta solitudine; ma un altro richiamo più forte sentiva dentro di sè, quello del fuoco dell’uomo; il richiamo che solo il lupo e il cane selvatico suo fratello, fra tutti gli animali, hanno sentito. Kisce, voltatasi, incominciò a trotterellare lentamente verso il campo; più solida del legame materiale, del bastone che l’aveva tenuta legata, era per lei l’impresa dell’uomo. Gli dei, invisibili e misteriosi, la tenevano in loro potere e rifiutavano di lasciarla andare. Zanna Bianca si distese sotto una betulla e pianse dolcemente. L’odore acuto degli abeti, la fragranza sottile dei boschi impregnavano l’atmosfera e facevano ricordare al lupetto la sua vita libera d’un tempo, prima della schiavitù. Ma più che il richiamo del Wild e dell’uomo, poteva su di lui l’attrattiva di sua madre, essendo egli ancora piccolo. Non era ancora giunta l’ora dell’indipendenza. Egli si rialzò desolato, e trottò anch’egli verso l’accampamento, facendo sosta, una volta o due, per sedere a terra, girare e ascoltare la voce che cantava in fondo alla foresta. Il tempo, concesso a sua madre per l’educazione dei figli piccoli, e per mantenersi in loro compagnia, non è lungo nel Wild: e meno lungo ancora esso è sotto il dominio dell’uomo. Zanna Bianca ne fece la prova. Castoro Grigio era debitore di Tre Aquile, che s’accingeva al percorso del fiume Makenzie sino al Gran Lago dello Schiavo. Egli si sdebitò dandogli una tenda di tela scarlatta, una pelle d’orso, venti cartucce e Kisce. Il lupetto vide sua madre condotta a bordo del canotto di Tre Aquile, e tentò seguirla, ma un colpo assestatogli dall’Indiano, lo respinse a terra, e il canotto si allontanò. Egli si slanciò nell’acqua e gli nuotò dietro, sordo ai gridi di richiamo di Castoro Grigio; era tale il terrore di perdere sua madre, che aveva perfino dimenticato il potere di un animale uomo e d’un dio. Ma gli dei sono avvezzi ad essere ubbiditi, e Castoro Grigio, irritato, mise in acqua un altro canotto, inseguendo Zanna Bianca. Quando lo ebbe raggiunto, lo afferrò per la pelle del collo e lo trasse fuori dell’acqua, ma, tenendolo sospeso con una mano, lo picchiò ben bene con l’altra. Sì, fu proprio una buona pestata d’ossa: la mano era pesante e ogni colpo tale da lasciare il segno, e i colpi piovevano all’infinito. Colpito ora su un fianco, ora sull’altro, Zanna Bianca oscillava avanti, indietro, come il bilanciere d’un pendolo frenetico e disordinato. Egli provò diverse sensazioni; là per là, alla sorpresa successe lo spavento, sentendosi colpire ripetutamente dalla mano; poi subito dopo, alla paura successe la collera, e la libera natura del lupetto prese il sopravvento; egli mostrò i denti e osò ringhiare in faccia al dio corrucciato. Il dio s’infuriò di più e raddoppiò i colpi, colpi rudi da far male sul serio. Castoro Grigio seguitava a picchiare, Zanna Bianca a ringhiare, ma la cosa non poteva durare; bisognava che uno dei due cedesse, e Zanna Bianca cedette. La paura lo vinse nuovamente; per la prima volta egli conosceva il vero potere della mano dell’uomo, giacchè i colpi di pietra e di bastone che aveva ricevuto, erano delle carezze, a confronto dei colpi presenti. Si sottomise e cominciò a piangere e a lamentarsi; durante un po’, ogni colpo gli cavava un lamento dalla gola, poi fu un lungo continuato e precipitoso guaito, il cui ritmo non seguiva più quello dei colpi del castigo. Finalmente l’Indiano fermò la mano che colpiva; il lupetto pendeva dall’altra mano, inerte, ma seguitava a gridare. Castoro Grigio parve soddisfatto e gettò rudemente Zanna Bianca in fondo al canotto che, durante questo tempo, aveva seguito la corrente alla deriva. Castoro Grigio si avanzò per prendere il remo e poichè il lupetto era lungo il passaggio, egli lo colpì barbaramente col piede. La libera natura del lupetto ebbe una nuova ribellione. Egli conficcò i denti nel piede dell’uomo, penetrando attraverso il mocassin che Castoro Grigio calzava. Il castigo ricevuto era nulla rispetto a quello che stava per seguire; la collera di Castoro Grigio fu terribile quanto lo spavento del lupetto, e colpì non solo colla mano, ma anche col duro remo di legno, con ogni mezzo, e solo quando il corpicciolo fu tutto rotto e spezzato, Castoro Grigio lo rigettò in fondo al canotto, e allora, deliberatamente, ricominciò a colpire col piede. Zanna Bianca non rinnovò l’attacco; aveva imparato un’altra lezione dalla sua schiavitù. Giammai, qualunque sia l’occasione, si deve mordere il dio che è vostro signore e padrone; il suo corpo è sacro, così che solo a toccarlo coi denti, si compie evidentemente un’offesa che è la più grave, imperdonabile, il delitto dei delitti. Quando il canotto ebbe toccato la riva, il lupetto vi giaceva dentro, gemente e inerte, aspettando che Castoro Grigio manifestasse la sua volontà; e per volere di Castoro Grigio, egli fu gettato a terra, senza riguardo alcuno per le ferite strazianti. Egli strisciò tremando; Lip-Lip, che era presente e aveva seguito gli avvenimenti, gli si precipitò addosso, e vedendolo così debole, gli affondò le zanne nella carne. Zanna Bianca non era in condizioni di difendersi e l’avrebbe passata brutta se Castoro Grigio non avesse tolto di mezzo Lip-Lip lanciandolo con una solida pedata a conveniente distanza. Così l’animale uomo manifestava la sua giustizia; il lupetto, pur essendo in uno stato pietoso, sentì un fremito di riconoscenza. Alle calcagna di Castoro Grigio, egli seguì il padrone sino alla tenda di lui, attraversò l’accampamento, zoppicando con sottomissione. Così aveva appreso che il diritto al castigo è una prerogativa che gli dei riservano a se stessi, negandola ad ogni essere inferiore. Durante la notte che seguì, mentre i cani riposavano nell’accampamento, Zanna Bianca si ricordò di sua madre, e soffrì pensando a lei, e si lamentò a voce un po’ troppo alta, facendo svegliare Castoro Grigio, che lo picchiò. Dopo, pianse più sommessamente, quando gli dei potevano udirlo, ma talvolta, vagolando solo fra i margini della foresta, egli dava sfogo al suo dolore, e gridava a voce altissima, gemendo e chiamando la mamma. Durante il periodo dello vita che seguì, avrebbe potuto, valendosi della sua libertà, di cui godeva ancora, cedere al ricordo della caverna e del torrente e ritornare nel Wild; ma la memoria di sua madre era più forte di ogni altro ricordo; ed egli pensava che siccome le cacce degli animali uomini, se ora trascinavano costoro fuori dell’accampamento, ve li riconducevano poi, poteva darsi che essa ritornasse un giorno. E rimaneva in ischiavitù sospirando e aspettandola. Quella schiavitù non era però tutta incresciosa, giacchè il lupetto seguitava a interessarsi di molte cose, e accadeva sempre qualche avvenimento imprevisto, essendo infinite le azioni strane alle quali gli animali uomini s’abbandonavano. Intanto egli imparava come conveniva comportarsi con Castoro Grigio e come, in cambio dell’obbedienza assoluta e della sottomissione in tutto, quali erano richieste, egli potesse sfuggire ai colpi, e vivere discretamente. Inoltre Castoro Grigio gli dava talvolta un pezzetto di carne: mentre Zanna Bianca mangiava la carne, egli lo difendeva contro gli altri cani. Quel pezzetto di carne assumeva, agli occhi di Zanna Bianca, un valore molto superiore a una dozzina di pezzi simili, ricevuti dalle mani delle donne. Era strano, ma era così. Castoro Grigio non lo accarezzava mai, eppure, (effetto del peso di quella mano o del suo potere soprannaturale o di altre cause che il lupetto non riusciva a distinguere) era innegabile che un certo vincolo d’affetto si veniva costituendo fra Zanna Bianca e il suo rude signore. Subdolamente, con mezzi segreti, come a furia di colpi di pietra volanti, di colpi di bastone e di mano, le maglie della catena del lupetto si venivano ribadendo attorno a lui. Quelle attitudini proprie della razza, che gli avevano permesso da principio, di adattarsi al focolare dell’uomo, erano perfettibili e si svilupparono nella vita del campo tra le miserie caratteristiche di quella vita, e col tempo gli divennero segretamente care. Ma ora era preoccupato soprattutto dal ricordo doloroso di aver perduto Kisce, dalla speranza che ella sarebbe ritornata, e dal desiderio ardente di riacquistare, un giorno, quella libertà di vita che prima aveva vissuto. XI. IL PARIA. Lip-Lip seguitava ad abbuiare i giorni di Zanna Bianca: il quale, perciò, divenne più malvagio e feroce che non fosse di natura. Egli acquistò persino fra gli animali uomini, una pessima fama. Se c’era, in qualche parte dell’accampamento, scompiglio e fracasso, se risuonavano grida di battaglia, o se una donna si lagnava d’essere stata derubata d’un pezzo di carne, si poteva esser sicuri che Zanna Bianca non era estraneo al fatto. Gli animali uomini non si preoccupavano di ricercar le cause della sua condotta, giudicavano dagli effetti, che erano pessimi. Egli era considerato da tutti come un perfido ladro, un malcreato che non pensava ad altro che a far del male: un perturbatore incallito. Mentre egli guardava con aria sorniona, sempre pronto a fuggire sotto un’eventuale gragnuola di sassi, le donne, irritate, non cessavano di ripetergli che era un lupo, destinato a una brutta fine. Così fu come bandito dalla gente dell’accampamento. Tutti i cagnoli si comportavano con lui come faceva Lip-Lip, e univano le loro persecuzioni a quelle del nemico. Forse sentivano oscuramente la diversità originaria che lo separava da essi, la sua nascita nella foresta, e cedevano a quella inimicizia istintiva che il cane domestico sente per il lupo. Comunque sia, dichiaratisi nemici di Zanna Bianca, rimasero tali d’allora; i loro sentimenti non si modificarono. Gli uni dopo l’altro, conobbero il morso dei suoi denti, giacchè egli dava più che non ricevesse; in combattimento era sempre vincitore. Ma i suoi avversarî gli rifiutavano più che potevano quel genere di scontro; appena egli attaccava la lotta con uno di essi, ecco tutti gli altri cagnoli accorrere e slanciarglisi addosso. Dalla necessità di tener testa a quella unione contro di lui, Zanna Bianca trasse utili insegnamenti; apprese come bisognasse comportarsi per resistere a una massa di assalitori, facendo, nello stesso tempo, a ciascun avversario, il massimo danno nel tempo più breve. Rimanere diritto sulle zampe fra i nemici, era questione di vita o di morie, ed egli si ficcò bene in mente questa idea, e perciò si faceva piccino piccino, come un gatto. Poteva darsi che i cani lo urtassero di dietro o di fianco, con tutta la forza dei loro corpi pesanti; allora, sia che fosse lanciato in aria, sia che si lasciasse andare al suolo, si ritrovava sempre in piedi, solidamente piantato sulla madre terra. È costume dei cani, quando combattono, di rizzare il pelo della schiena e irrigidir le zampe; ora, Zanna Bianca imparò che era necessario mettere da parte ogni sorta di preamboli del genere, giacchè bastava un piccolo indugio nell’assalire, per vedersi addosso tutta la muta dei cani. S’astenne perciò dal dare avviso, in qualunque modo: piombava dritto sul nemico senza lasciargli il tempo di mettersi in guardia, lo mordeva, lo lacerava, lo straziava, in un batter d’occhio; cosicchè il cane si trovava già malconcio, con le spalle lacerate e le orecchie tagliuzzate, ridotte a fettucce, prima di sapere che cosa fosse accaduto. Il cane che veniva così sorpreso, era facilmente atterrato, e un cane rovesciato a terra, espone fatalmente all’avversario la parte inferiore, delicata, del collo, cioè il punto vulnerabile, colpendo il quale si può dar la morte. Era un metodo che generazioni intere di lupi cacciatori avevano tramandato a Zanna Bianca. Non avendo però compiuto il suo sviluppo, Zanna Bianca non aveva ancora zanne abbastanza lunghe e forti per poter riuscire pienamente in quel genere di attacco; ma molti cagnoli erano ritornati sul campo col collo profondamente lacerato e mezzo squarciato. Cosicchè un giorno, attaccatosi a uno dei nemici, al margine del bosco, lo mise con le zampe in aria, lo trascinò sul suolo, e recidendogli la grossa vena del collo lo uccise. Avvenne, quella sera, un grande scompiglio nell’accampamento. Zanna Bianca era stato visto; il misfatto riferito al padrone del cane morto. Le donne ricordarono i vari ladronecci di carne, e Castoro Grigio fu attorniato da un coro di voci furiose. Ma questi proibì assolutamente l’ingresso nella sua tenda, dove aveva messo al riparo Zanna Bianca, e rifiutò a tutti e contro tutti il castigo del colpevole. Così Zanna Bianca fu odiato dai cani e dagli uomini e durante il tempo del suo sviluppo, non ebbe un momento di sicurezza; era minacciato dalla mano degli uni e dalle zanne degli altri, accolto dai ringhi dei suoi affini, dalle maledizioni e dalle sassate degli dei. E con lo sguardo che scrutava sempre l’orizzonte intorno, stava continuamente all’erta, pronto all’offesa e alla difesa, a balzare avanti facendo scintillare il bianco dei denti, a saltare indietro ringhiando. Quand’egli ringhiava e brontolava, non c’era cane dell’accampamento, giovane o vecchio che fosse, il quale potesse stargli a paro; quei ringhi e brontolii esprimevano tutto quanto può essere di crudele, di cattivo e di orribile. Con quel naso continuamente contratto, con quei peli che gli si rizzavano a ondate successive, con la lingua che egli mostrava e ritirava al pari di un serpente; con le orecchie distese, le pupille scintillanti di odio, le labbra rivoltate e gli uncini delle zanne scoperti, pareva talmente diabolico, che poteva fare assegnamento sulla sorpresa dell’assalitore, chiunque fosse, il quale si fermava di colpo. Di quella fermata, egli sapeva, s’intende, approfittar bene; senza dire che spesso quell’incertezza si mutava in ispavento dei cani persino grossi, i quali finivano col darsela a gambe. Tutta la muta dei cagnoli era ritenuta responsabile da lui delle singole persecuzioni cui era soggetto; e poichè non lo avevano ammesso nella loro compagnia, nè gli permettevano di correre insieme con loro, Zanna Bianca, in cambio, non permetteva ad alcuno di essi, di allontanarsi dagli altri compagni. Tranne Lip-Lip, tutti gli altri erano costretti a rimanersene attaccati gli uni agli altri, per potersi, all’occorrenza, difendere insieme dall’implacabile nemico che si erano procurati. Un cagnuolo incontrato solo, fuori dell’accampamento, era considerato da Zanna Bianca come un cagnolo bell’e spacciato, e se riusciva a scappare, a stento, era inseguito da Zanna Bianca sino in mezzo alle tende e costretto a urlare dal terrore e a scompigliare bestie e gente. Il lupetto finì col dar l’assalto ai cani giovani persino quando li trovava riuniti; allora, appena il branco gli piombava incontro, egli si dava alla fuga, e distanziava senza sforzo gli avversarî; ma se uno di questi, nella foga della corsa, oltrepassava gli altri inseguitori, Zanna Bianca si voltava bruscamente e gli dava il fatto suo, poi fuggiva nuovamente. Lo stratagemma otteneva sempre buon esito, perchè i cagnoli si lasciavano sempre trasportare dalla foga, mentre egli rimaneva sempre padrone di sè. Quella guerriglia non aveva nè fine, nè tregua; era diventato per i cagnoli, una specie di divertimento mortale. Zanna Bianca, che conosceva meglio di loro il Wild, si prendeva il gusto di trascinarli attraverso i boschi vicini all’accampamento, dove finivano con lo smarrirsi ed abbandonarsi a lui, con gridi di richiamo, mentre egli correva, silenzioso, a passi vellutati, come un’ombra mobile fra gli alberi, al modo di suo padre e di sua madre. Altro tiro favorito era quello di far perdere le sue tracce ai cagnoli attraverso qualche corso d’acqua; giunto sull’altra riva, egli si stendeva tranquillamente sotto un cespuglio e si divertiva ad ascoltare i gridi di delusione che ne seguivano. In quelle condizioni di ostilità continua, verso gli altri esseri viventi, a furia di assalire ed essere assalito, rimanendo sempre indomabile, lo sviluppo di Zanna Bianca fu rapido e unilaterale. Da quello stato d’animo, non potevano sorgere certo fiori d’affetto e di bontà, sentimenti dei quali il lupetto non aveva l’ombra. Il codice che gli era stato insegnato imponeva l’obbedienza al forte e l’oppressione del debole; Castoro Grigio, per esempio, era un Dio e un forte; quindi Zanna Bianca gli ubbidiva; ma i cani più giovani di lui, o meno robusti, erano dei deboli, cioè una cosa buona a distruggere. La sua educazione tendeva al culto del potere. Egli diveniva più vivace nei movimenti rispetto agli altri cani dell’accampamento, più rapido nella corsa, più svelto, con muscoli e nervi di ferro, più resistente, più crudele, più feroce e mortale, più scaltro e più intelligente. Ed era necessario che così fosse, affinchè egli potesse resistere e vivere in quell’ambiente ostile che lo circondava. XII. L’ORMA DEGLI DEI. Verso la fine dell’anno, quando i giorni divennero più brevi e l’aria pungente, Zanna Bianca vide che era venuta l’occasione favorevole, tante volte cercata, di riacquistare la libertà. C’era, da parecchi giorni, un grande scompiglio nell’accampamento; le tende erano state smontate e la tribù, con armi e bagagli, s’accingeva a cercare un terreno più favorevole alla caccia. Zanna Bianca, che osservava con occhi accesi, quella confusione insolita, quando vide le tende abbattute e coricate, comprese il perchè di quell’affaccendamento. Già un certo numero di canotti s’era allontanato dalla riva, e qualcuno era scomparso alla svolta del fiume, quando, deliberatamente, il lupo rimase indietro e, colto il momento favorevole, scivolò fuori del campo e si ficcò nel bosco. Per far perdere le sue tracce, entrò nel fiume dove si incominciava a formare una crosta di ghiaccio; poi, dopo averne, per un po’, seguita la sponda navigando, si nascose in un folto cespuglio ed attese. Passò quelle ore, facendo un sonnellino, e dormiva, allorchè fu svegliato dalla voce di Castoro Grigio che lo chiamava per nome. Altre voci si unirono a quelle del padrone, che partecipava alla ricerca, e quella di Mit-Sak, il figlio di Castoro Grigio. Zanna Bianca tremava dalla paura; ma sebbene un impulso interiore lo spingesse ad uscire dal nascondiglio, non si mosse. In breve, le voci si persero lontano, e, dopo un’attesa di parecchie ore, il lupetto strisciò dal cespuglio, per godersi liberamente il successo dell’impresa. Incominciò a giocare e sgambettare attorno agli alberi, ma, poichè si faceva buio, egli ebbe ad un tratto coscienza della sua solitudine. Si accovacciò e incominciò a riflettere, ascoltando il vasto silenzio della foresta. Si sentiva agitato da un turbamento ignoto; sentiva attorno a sè, dovunque, da tutte le parti, il pericolo di una insidia nell’ombra nera, fra i tronchi degli alberi enormi. E sentiva anche il freddo; lì non c’erano i cantucci caldi d’una tenda dove rifugiarsi. Quel freddo gli saliva per le zampe, ed egli si sforzava di evitarlo, sollevando or l’una or l’altra zampa, oppure coprendole con la sua ampia e folta coda. Passò nella sua mente tutta una serie di immagini che vi erano rimaste impresse; egli rivedeva il campo con le tende, ed il chiarore dei fuochi, udiva la voce stridula delle donne, le voci profonde e brontolone degli uomini e gli abbaiamenti dei cani. Aveva fame, e ricordava i buoni bocconi di carne e di pesce che gli venivano gettati; lì non c’era carne, non c’era altro che l’inesprimibile e minaccioso silenzio. La schiavitù lo aveva reso molle; perso il senso di responsabilità, egli si era indebolito e non sapeva più come comportarsi. Il silenzio e l’immobilità che avevano preso il posto della vita solita, lo stringevano, ed egli si era paralizzato: che sarebbe accaduto? Rabbrividì: qualche cosa di formidabile e di colossale gli attraversava la visuale. Era l’ombra di un albero, proiettata dalla luna la cui faccia si era liberata dalle nuvole che la velavano. Egli si rassicurò e gemette sommessamente; poi tacque, temendo di svegliare l’attenzione del pericolo, in agguato attorno a lui. Ristretto dal freddo notturno, un altro albero fece udire uno scricchiolìo violento, proprio sulla testa del lupetto, che guaì dallo spavento e fu preso da folle pànico, dandosi alla fuga, con tutte le sue forze, verso l’accampamento. Egli sentiva l’irresistibile bisogno della protezione e della compagnia dell’uomo; aveva nelle narici l’odore del fumo dei fuochi e negli orecchi il ronzìo dei gridi e suoni a lui familiari, ormai. Uscì infine dalla foresta, da quell’oscurità, da quelle ombre, e giunse a un terreno scoperto, inondato dal lume della luna. Cercò invano con lo sguardo il campo; aveva dimenticato che l’accampamento era stato tolto. E si fermò di botto. Dove andare, ora? Errò, lamentosamente, solo e abbandonato, sul posto deserto dove sorgevano prima le tende, annusando i cumuli di rifiuti e i detriti lasciati dagli dei. Come avrebbe avuto piacere, ora, di una pioggia di sassi lanciatigli addosso da qualche donna irritata, come sarebbe stato contento se la pesante mano di Castoro Grigio si fosse abbattuta a colpirlo! Avrebbe accolto bene perfino Lip-Lip e, con lui, i ringhi di tutta la turba dei cani. Giunse, così, al posto dov’era la tenda di Castoro Grigio e, nel bel mezzo del suolo, s’accasciò puntando il naso verso la luna. Fra gli spasimi che gli contraevano la gola, egli spalancò la bocca ed emise un ululato che gli sgorgava proprio dal cuore affranto, ed esprimeva la solitudine e lo spavento del lupetto, il dolore d’aver perduto Kisce, tutte le miserie e tutte le pene del passato, e la preoccupazione dei pericoli futuri. Fu, per la prima volta, un lungo e lugubre ululato di lupo, lanciato con tutta la forza della gola. L’apparire dell’alba fece svanire parte di quei timori, ma accrebbe il senso della solitudine in lui, con lo spettacolo della terra nuda che gli si stendeva intorno. Allora egli prese una risoluzione: s’inoltrò nuovamente nella foresta e, seguendo la riva del fiume, incominciò a discenderne il corso. Corse tutto quel giorno, senza riposare; il suo corpo di ferro non conosceva stanchezza, e pareva fatto per correre sempre; una resistenza ereditaria rendeva possibile al lupetto uno sforzo illimitato, e gli permetteva di imporre alla sua carne, anche straziata, di proseguire avanti a qualunque costo. Dove il fiume s’ingolfava tra rupi scoscese, egli le seguiva per toccar la cima: attraversò a guado o nuotando, gli affluenti che incontrava, torrenti e ruscelli; spesso si arrischiò a seguire il ghiaccio che cominciava a formarsi all’orlo delle rive. Talvolta era costretto ad andare contro corrente, e lottare per non essere travolto; ma procedeva col pensiero fisso sulle orme degli dei; egli temeva soltanto che essi avessero abbandonato le rive del fiume per inoltrarsi nelle terre. Zanna Bianca era di una intelligenza superiore alla media, della sua razza; pure non aveva la mente così sviluppata da pensare se fosse il caso di passare all’altra riva del Makenzie. E se l’orma degli dei fosse passata dall’altra parte? Il lupetto non pensò neppure per un momento a questa ipotesi. Col tempo, quando ebbe viaggiato di più pel mondo, quando ebbe acquistata maggiore età ed esperienza, e conosciuto altre tracce ed altri fiumi, quella probabilità, ripensandoci, gli fu causa di turbamento. Ora egli andava alla cieca, avendo presente solo la sponda del Makenzie nella quale si trovava. Proseguì, tutta la notte, correndo, intoppando, al buio, in ostacoli che gli rallentavano la corsa ma non lo facevano fermare. Verso la metà del secondo giorno, per quanto fosse resistente, il suo corpo incominciò a piegarsi; solo la volontà lo sosteneva. Egli correva da trenta ore e non mangiava da quaranta, perciò si sentiva indebolito. I tuffi ripetuti nell’acqua ghiaccia, avevano offuscato, come un vecchio feltro, il suo splendido pelo. I larghi cuscinetti delle zampe erano malconci e sanguinanti tanto che zoppicava, e seguitava a zoppicare sempre più. Per colmo di disgrazia, il cielo si abbuiò e, ad un tratto, cominciò a nevicare, a venir giù un nevischio molle e pungente insieme, che gli scivolava sotto i piedi e gli nascondeva la vista del paese che attraversava. Così il suo cammino fu ritardato. Castoro Grigio aveva deciso di accampare, quella notte, sulla riva opposta del Makenzie, ma, un po’ prima di notte, un alce, andato a bere nel fiume lungo la stessa sponda seguita da Zanna Bianca, era stato scorto dalla moglie di Castoro Grigio, Kloo-Kooch. Se la bestia non fosse andata a bere, se Mit-Sak non avesse guardato, seguendo la terra, a causa della neve, se Kloo-Kooch non avesse visto l’animale, e se Castoro Grigio non l’avesse ammazzato con un buon colpo di fucile, i fatti che seguono avrebbero preso un’altra piega. Il lupetto, non trovando l’Indiano, sarebbe passato oltre, e si sarebbe allontanato per finire morto, o per ritrovare il cammino dei suoi fratelli selvaggi e ridiventare uno dei loro, cioè un lupo, sino alla fine dei suoi giorni. Era notte fatta; la neve cadeva fitta, e Zanna Bianca si lamentava, sottovoce, vacillando e zoppicando sempre più, quando incontrò sul suolo bianco, un’orma fresca, così fresca, che non era possibile dubitare della sua origine. Rianimatosi, egli la seguì, lungo la sponda del fiume, sino in mezzo agli alberi. Poco dopo udì i rumori del campo e vide i bagliori del fuoco, Kloo-Kooch affaccendata a cucinare, e Castoro Grigio che, accosciato, mordeva un gran pezzo di sego crudo. C’era della carne fresca nel campo! Il lupetto si aspettava delle botte: pensando a questa ipotesi, si acquattò, rizzando appena il pelo, poi proseguì. Egli temeva e odiava il castigo a cui andava incontro, ma sapeva anche che lo attendeva il piacere del fuoco, e la protezione degli dei e la compagnia dei cani; una società di nemici, senza dubbio, ma comunque, una compagnia della quale sentiva un gran bisogno. Egli avanzò, dunque, rattratto in sè, facendo degl’inchini col capo, trascinandosi sul ventre, sino alla luce del focolare. Castoro Grigio lo scorse, e smise di masticare il sego. Zanna Bianca gli strisciò incontro a testa bassa, in tutta l’abbiezione della vergogna e della sottomissione. Ad ogni pollice di terreno che egli superava, il suo ventre diventava più lento e penoso. Finalmente egli si distese ai piedi del padrone, e gli si abbandonò corpo ed anima, essendo andato volontariamente a sedersi, a cedere la sua libertà. Il lupetto tremava, aspettando il castigo che stava per piombare infallibilmente su di lui. Ad un movimento che la mano di Castoro Grigio gli fece sul capo, egli si chinò con un gesto istintivo; ma il colpo non venne. Allora si arrischiò a sollevare lo sguardo. Castoro Grigio divideva in due parti il pezzo di sego! Castoro Grigio gli offriva uno dei due pezzi! Con molta dolcezza e una certa diffidenza, egli prima annusò, poi mangiò il sego. Castoro Grigio ordinò che gli dessero della carne, e mentre il lupetto mangiava, lo protesse contro gli altri cani. Mangiato che ebbe, Zanna Bianca si distese ai piedi di Castoro Grigio, guardando amorosamente il fuoco che lo riscaldava, ammiccando cogli occhi sonnolenti, certo che ormai per l’avvenire non si sarebbe trovato randagio e abbandonato nella nera foresta, ma in compagnia degli animali uomini, e a fianco a fianco con gli dei ai quali si era dato. XIII. IL PATTO. Alla fine di dicembre, Castoro Grigio intraprese un viaggio sul ghiaccio del fiume Makenzie, accompagnato da Mit-Sak e da Kloo-Kooch. Egli prese la guida, per sè e per sua moglie, di una prima slitta tirata da grossi cani. Una seconda slitta, più piccola, fu affidata a Mit-Sak: a questa slitta furono attaccati i cagnuoli. Questa slitta che poteva considerarsi come una specie di balocco, formava la letizia di Mit-Sak, che entrava così nel gioco della vita, ed era orgoglioso della sua parte. A sua volta, egli imparò a guidare i cani e a raddrizzarli. Certo è che la piccola slitta era in certo qual modo utile anch’essa, perchè trasportava più di duecento libbre di bagaglio e di vitto. Il lupetto, che aveva già visto i cani dell’accampamento lavorare sotto i finimenti, non si spaventò molto quando lo legarono al tiro, la prima volta. Gl’infilarono al collo un collare imbottito di musco, e congiunto per mezzo di due corde a una correggia incrociata sul petto e sulla schiena, correggia alla quale era attaccata una lunga corda che serviva a tirare la slitta. Formarono il tiro, con lui, altri sei cani, che, essendo nati al principio dell’anno, avevano dai nove ai dieci mesi ciascuno, mentre il lupetto ne aveva soltanto otto. Ciascuna bestia era legata alla slitta da una corda separata fissa a un anello. Non c’erano due corde della stessa lunghezza, corrispondendo ciascuna, per lo meno, alla lunghezza d’un cane. La slitta era un _toboggan_ di corteccia di betulla, con la parte anteriore ricurva, a punta di zoccolo, perchè non affondasse nella neve. Il carico era ripartito ugualmente su tutta la superficie del veicolo, dal quale le corde dei cani s’irraggiavano a ventaglio. La diversità di lunghezza delle corde, impediva ai cani di rissare fra loro, perchè ciascuno di essi non poteva prendersela se non col cane che lo seguiva, e, per farlo, doveva esporsi alla frusta del conducente, che, naturalmente, gli avrebbe staffilato il muso. Che, se avesse voluto prendersela col cane che lo precedeva, avrebbe dovuto accelerare il tiro, in modo da spingere il cane minacciato a fare altrettanto per non essere toccato; così tutto il tiro, incitato dall’esempio, avrebbe accelerato la corsa. Mit-Sak era, come suo padre, un uomo saggio. Egli aveva osservato le persecuzioni di cui era vittima Zanna Bianca, da parte di Lip-Lip; ma poichè allora Lip-Lip aveva un altro padrone, non aveva potuto far altro che lanciargli delle sassate. Ora però che possedeva Lip-Lip, cominciò coll’esercitare le sue vendette legandolo alla corda più lunga, cosicchè Lip-Lip divenne tutto ad un tratto, il capo della muta. Era, in apparenza, un onore per lui; ma in realtà, egli, anzichè comandare gli altri cani, diventava il bersaglio delle loro persecuzioni e dei loro rancori. Gli altri cani della muta vedevano, di lui, soltanto l’ampio pennacchio della coda e le zampe posteriori, che intimidivano molto meno dello spettacolo della criniera rizzata, e delle zanne lucenti, che egli mostrava prima. I cani, vedendolo sempre in quella positura, finirono per concludere, secondo il loro ragionamento, che egli aveva paura di essi e li sfuggiva, e che quindi era bene saltargli addosso subito. Dal momento in cui la slitta si mosse, tutta la muta tenne dietro alle calcagna di Lip-Lip, in una caccia sfrenata, che durò tutto il giorno. Egli aveva tentato dapprima di rivolgersi contro i suoi inseguitori, geloso com’era della sua dignità offesa e pieno di sdegno; ma ogni qual volta tentava di farlo, il frustino di «cariboo» lungo trenta piedi, che Mit-Sak aveva in mano, gli staffilava il muso, costringendo il cane a tornare al posto e a ripartire di gran carriera. Lip-Lip era tale da tener testa agli altri cani, chè non poteva esporsi alla terribile frusta che gli permetteva soltanto di mantener la corda tesa e i fianchi al riparo dei denti dei compagni. Il giovane indiano ne pensò un’altra: per mantenere quell’inseguimento senza fine del capofila, Mit-Sak incominciò a favorire Lip-Lip a danno degli altri cani, dei quali accrebbe il rancore e la gelosia. Gli dava della carne in loro presenza, escludendo gli altri, che diventavano perciò furiosi come pazzi, e mentre Lip-Lip mangiava, gli si arrabbiavano intorno. Quando non c’era carne, Mit-Sak, tenendo i cani a distanza, faceva credere di darne a Lip-Lip. Zanna Bianca, da parte sua, s’era messo tranquillamente al lavoro. La corsa che aveva fatto quando era tornato a sottoporsi agli dei, era stata più lunga di quella che gli veniva imposta ora, eppoi sapeva, meglio degli altri cani, che era inutile ribellarsi. Le persecuzioni di cui era stato oggetto da parte dei cani lo avevano sempre più spinto verso l’uomo. Dimenticata Kisce, la sua principale preoccupazione era ormai quella di rendersi bene accetto agli dei, ai quali si era sottoposto; perciò correva svelto, sempre pronto all’obbedienza. Egli possedeva in sommo grado quella buona volontà e fedeltà che sono caratteristiche del lupo e del cane selvaggio addomesticato. Tranne durante il lavoro, egli non si strofinava con gli altri cani del tiro, ricordando i maltrattamenti di prima, quando Lip-Lip aizzava i cani contro di lui, i piccoli compagni. Ora toccava a Lip-Lip non allontanarsi troppo dalla protezione degli dei, giacchè, quand’egli si scostava da Castoro Grigio, da Mit-Sak o da Kloo-Kooch, tutti i cani gli piombavano addosso. Zanna Bianca, a quello spettacolo, si godeva pienamente la gioia della vendetta; ma non aveva perdonato neppure agli altri cani, che picchiava con piacere, quando gli si offriva il destro, applicando integralmente la legge: _Opprimere il debole, e ubbidire al forte_. Non ce n’era, fra essi, neanche il più audace, che osasse ormai rubargli la carne; accadeva, invece, che tutti divorassero in fretta il loro cibo, pel timore che il lupetto cercasse di rapire la loro parte. Egli, da parte sua, mangiava la sua porzione precipitosamente e guai al cane che non avesse terminato il pasto; succedeva un ringhio, un lampeggiar di zanne, e al cane non rimaneva altro che sfogare il suo sdegno con le impassibili stelle, mentre Zanna Bianca finiva la carne dell’altro. Così il lupetto creò attorno a sè un orgoglioso isolamento; i restii, se pur ce n’erano, erano costretti ferocemente a rigar dritto, giacchè Zanna Bianca aveva imposto ai suoi compagni una disciplina non meno severa di quella degli Dei. Egli esigeva da loro un assoluto rispetto, considerando come colpa persino un tentativo di resistenza. Insomma era diventato un mostruoso tiranno, cosicchè, durante il viaggio, egli si trovò fra gli altri cani, piccoli e grandi, in una posizione veramente privilegiata. Passarono parecchi mesi. Castoro Grigio proseguì il viaggio. Le forze del lupetto, a furia di correre sulla neve tirando la slitta, per lunghe ore, si erano sviluppate; l’educazione della sua mente era ormai compiuta. Egli aveva percorso tutto il giro del mondo nel quale viveva acquistandone una nozione materialista, tutt’altro che sentimentale; quel mondo gli era parso feroce e brutale, un mondo nel quale non c’erano nè affetti nè carezze; un mondo senza calore per i cuori, e senza attrattive per l’animo. Egli non sentiva affetto per Castoro Grigio. Costui era un dio, è vero, ma un dio più selvaggio di tutti, un dio che non accarezzava mai, nè pronunziava una buona parola. Zanna Bianca, certamente, era lieto di riconoscere la sua supremazia fisica, all’egida della quale era venuto dal Wild, ma sentiva in sè qualche cosa di profondo, di cui Castoro Grigio non s’era mai accorto. L’indiano faceva giustizia col bastone, e premiava il merito, non con una benevola carezza, ma solo coll’astenersi dal colpire. E quella mano dell’animale uomo, che avrebbe potuto essere così dolce per lui, sembrava al lupetto come uno strumento fatto per lanciar pietre, assestare colpi di mano e di frustino e di bastone, pizzicotti e dolorose tirate di pelo e di carne. Anche più crudele della mano degli uomini, era quella dei ragazzi, quando egli s’imbatteva in un gruppo di questi, nell’accampamento d’indiani che la carovana incontrava. Una volta aveva corso perfino il rischio di perdere un occhio per colpa di un timido e vacillante papoose (bambino di pellirosse). Da allora aveva odiato i bambini; appena li vedeva corrergli incontro, con le loro mani del malaugurio, si affrettava a svignarsela. Poco dopo quell’avventura, in un accampamento vicino al Gran Lago dello Schiavo, commise la prima infrazione della legge appresa da Castoro Grigio, secondo la quale era il più imperdonabile dei delitti mordere uno degli dei. Com’era costume di tutti i cani, egli se ne andava per l’accampamento in cerca di nutrimento da rubare, e poichè un giovanotto, con un’accetta, spezzava della carne d’alce congelata, e dei minuzzoli di carne si spargevano sullo neve, Zanna Bianca, fermatosi, cominciò a mangiare quei minuzzoli, ma visto che il giovanotto, posata l’accetta, aveva afferrato un grosso bastone, fece un salto indietro, appena in tempo per evitare il colpo assestatogli. Il giovanotto lo inseguì, e il lupetto, che non conosceva quel campo, non sapendo dove rifugiarsi, finì col trovarsi stretto fra due tende, con la schiena contro una scarpata di terra. Non c’era per lui altra via di scampo se non il passaggio fra le due tende, che l’indiano, però, vigilava. Costui, col bastone in aria, s’avanzò pronto a colpire. Zanna Bianca era furibondo; conosceva già la legge della ruberia: secondo la quale i rimasugli di carne appartenevano al cane che li trovava. Egli non aveva fatto alcunchè di male, nè infranto la legge, eppure quel giovane era là, pronto a batterlo. Fu un attimo. Uno scatto di collera, e prima che egli stesso e il giovane potessero rendersi conto di ciò che succedeva, costui si trovò rovesciato nella neve, con la mano che stringeva il bastone, tutta lacerata dai denti del lupetto. Zanna Bianca sapeva che, agendo in quel modo, aveva violato la legge degli dei, per aver conficcato le zanne nella carne sacra di uno di essi, e che gli sarebbe seguito un terribile castigo. Fuggì presso Castoro Grigio, e andò a coricarglisi dietro le gambe, quando vide arrivare il giovinotto morsicato che chiedeva vendetta, accompagnato dalla famiglia. Ma nonostante le loro querele, quelli dovettero andarsene senza nessuna soddisfazione, giacchè Castoro Grigio, e poi Mit-Sak e Kloo-Kooch, presero le difese del lupetto. Zanna Bianca ascoltava quella battaglia di parole, e seguiva con lo sguardo i gesti irritati delle due parti. E seppe così che il suo atto era non solo giustificato, ma anche che bisognava distinguere dio da dio; gli dei che erano con lui erano diversi dagli altri dei. Dai primi doveva accettare tutto, sia la giustizia che l’ingiustizia, ma da questi altri non c’era obbligo di accettare le cose ingiuste, e aveva il diritto di difendersi, contro di essi, coi denti. Questa era un’altra legge degli dei. Prima che morisse il giorno, Zanna Bianca apprese dell’altro circa questa legge. Mit-Sak stava raccogliendo legna pel fuoco, nella foresta, ed era solo, allorchè s’imbattè nel giovanotto ch’era stato morsicato. I due si scambiarono delle parole grossolane, in breve accorsero altri giovanotti e diedero tutti addosso a Mit-Sak, che in quell’aspra lotta si ebbe la peggio, e ricevette colpi da tutte le parti. Zanna Bianca guardò dapprima come uno spettatore estraneo, essendo quella una quistione fra gli dei, che non lo riguardava; poi comprese che Mit-Sak era uno dei suoi dei particolari che stavano maltrattando, e balzò, per un impulso improvviso, fra i combattenti. Cinque minuti dopo, non si vedeva altro che giovanetti in fuga; il sangue che colava dalle loro ferite e arrossava la neve, mostrava come i denti del lupetto non fossero rimasti inoperosi. Quando Mit-Sak, ritornato alla tenda, raccontò l’avventura, Castoro Grigio ordinò che fosse data della carne, molta carne, a Zanna Bianca. Il lupetto, sazio, si addormentò davanti al fuoco e seppe che la legge, che aveva appresa poche ore prima, si era avverata. Altre conseguenze risultarono da quella legge; dalla protezione del corpo dei suoi dei a quella dei loro beni, era breve il passo, e il lupetto non tardò a fare quel passo. Egli doveva difendere ciò che apparteneva ai suoi dei, magari mordendo gli altri dei, e sebbene fosse questa un’azione sacrilega in sè. Gli dei sono onnipotenti, e un cane non può lottare contro di essi; pure, Zanna Bianca aveva imparato a tener loro testa; a combattere contro di essi con orgoglio e senza timore. Il dovere superava la paura. C’erano, d’altra parte, degli dei poltroni; tali erano quelli che andavano a rubare la legna al suo padrone. Il lupetto si rese conto del tempo che passava fra il suo grido di allarme e l’arrivo di Castoro Grigio; capì che più che la paura, favoriva la fuga del ladro la paura dell’indiano. Egli, da parte sua, correva difilato sull’intruso e gli conficcava le zanne dove gli capitava. Egli era, naturalmente, per la sua natura di solitario e per l’allontanamento istintivo dagli altri cani, designato come guardiano dei beni dì Castoro Grigio; che l’addestrò all’opera. Divenne perciò più selvatico e strano. Così venivano precisate e suggellate le norme del patto stabilito da Zanna Bianca con l’uomo: in cambio del possesso di un po’ di carne e di sangue, egli cedeva la sua libertà, e riceveva, fra i doni più importanti del dio, protezione e dimestichezza, difendendogli i beni, la persona, lavorando per lui ed obbedendogli. Persino Kisce era diventata per lui nient’altro che un ricordo del passato; il lupetto, rimettendosi all’uomo, aveva abbandonato per sempre, con la libertà, il Wild e la sua razza. Anche se avesse incontrato Kisce, ormai le norme del patto gli avrebbero impedito di seguirla, per un dovere che Zanna Bianca adempiva verso il suo dio. Ma in quel dovere non entrava punto l’amore; l’amore era un sentimento che egli continuava ad ignorare. XIV. LA CARESTIA. Quando Castoro Grigio terminò il suo viaggio, la primavera era prossima. S’era in aprile, e Zanna Bianca aveva ormai l’età di un anno, quando si ritrovò nell’accampamento della tribù e fu liberato dei finimenti, da Mit-Sak. Sebbene non avesse compiuto tutto lo sviluppo, il lupetto era, tranne Lip-Lip, il più robusto di tutti i cani giovani dell’accampamento. Dal padre lupo e da Kisce, aveva ereditato forza e statura, e un corpo che oltrepassava in lunghezza quello dei cani adulti. Ma non era di pari larghezza, in proporzione, e aveva forme più sottili e slanciate che piene, e un vigore più nervoso che resistente. Il suo mantello era grigio, proprio dei lupi: ed egli sembrava infatti un vero lupo, giacchè quel quarto di sangue di cane che aveva ereditato da Kisce, se gli si rivelava nella costituzione della mente, non aveva però influito gran che sul suo aspetto fisico. Il lupetto, vagabondando per l’accampamento, si divertì un mondo ritrovando i varî dei che aveva conosciuto prima del suo lungo viaggio. Poi c’erano i cani cuccioli cresciuti come lui, e gli adulti, che non gli parevano ora così grandi e temibili come li ricordava, tant’è vero che non ne ebbe più paura come un tempo; ma camminava fra loro con aria disinvolta, ch’era per lui una novità deliziosa. Tra i vecchi cani, era un certo Baseck, dal pelo canuto, che, una volta, bastava che scoprisse i denti per farlo fuggire lontano, strasciconi, col ventre al suolo. Zanna Bianca, nella sua infanzia, s’era accorto, a confronto con lui, quanto fosse piccolo, e poco consistente; ora s’accorgeva, dal confronto, del mutamento avvenuto nel suo sviluppo e nella sua forza, mentre Baseck, invece, s’era indebolito con l’età. Avvenne il primo scontro fra loro, nell’occasione dello squartamento d’un alce ucciso da poco. Zanna Bianca, che aveva avuto, come porzione, uno zoccolo e una tibia alla quale era attaccata un po’ di carne, appartatosi dagli altri cani che contendevano dietro un cespuglio, stava divorando tranquillamente la sua preda, allorchè Baseck gli si slanciò contro. Egli contrattaccò balzando sull’intruso, di cui lacerò le carni, e indietreggiò lasciando Baseck stupito della temerità del lupetto, e del rapido assalto. Baseck infatti era rimasto come attonito a guardare stupidamente l’avversario e l’osso rosso e insanguinato fra loro. Baseck, che aveva già fatto esperienza del valore crescente dei cagnuoli un tempo picchiati da lui, faceva appello a tutta la sua saggezza, per sopportare ciò che non poteva impedire. Un tempo si sarebbe precipitato su Zanna Bianca, nel furore di un giusto sdegno, ma ora, riconoscendo la sua impotenza, si limitò a drizzarsi fieramente e a guardare il lupetto al disopra dell’osso, con disprezzo. Zanna Bianca, da parte sua, risentendo in sè tracce dell’antico terrore, si raggomitolò e si fece piccino, pensando al modo come avrebbe potuto compiere una ritirata che non fosse troppo vergognosa. Ma Baseck giudicò male quello stato di cose: credette che bastasse aver intimidito il lupetto col suo sguardo sprezzante, giacchè Zanna Bianca era fuggito lasciando la carne. Baseck non ebbe pazienza di attendere; considerando la sua vittoria come un fatto compiuto, s’avanzò verso la carne, ma mentre curvava la testa, senza alcun sospetto, per annusarla, ecco il lupetto raddrizzarsi un po’. E sin qui la posizione del vecchio cane era salva; se egli fosse rimasto risolutamente al suo posto rialzando la testa e facendo luccicare minacciosamente i suoi occhi, Zanna Bianca si sarebbe ritirato pietosamente; ma l’odore della carne fresca saliva alle sue nari, e lo stimolo era così forte, che egli non potè resistere al desiderio di gustarla. Era troppo per Zanna Bianca, avvezzo da tanto tempo a essere il padrone assoluto dei suoi compagni di viaggio, e incapace di frenarsi nel vedere che un altro cane divorava della carne che gli spettava. Egli colpì, secondo il solito, senza preavviso. Baseck s’ebbe, sin dai primi colpi, un’orecchia tutta lacerata, e, mentre era ancora stordito dal colpo, altri guai addosso. Rovesciato colle zampe in aria, morsicato nella gola, mentre lottava per rimettersi in piedi, sentì due volte le zanne del lupetto conficcarglisi in una spalla; e dopo un’inutile risposta, dopo un morso irritato che non afferrò altro che aria, ecco che veniva colpito al muso e allontanato dalla carne. La situazione fu capovolta; Zanna Bianca, dritto e minaccioso, se ne stava sulla tibia, mentre Baseck si teneva indietro e si preparava alla ritirata, non osando attaccar battaglia col lupetto, il cui rapido assalto lo aveva sconvolto, e sentendo con maggiore amarezza la debolezza dell’età. Baseck fece uno sforzo eroico per salvar la propria dignità; voltata la schiena, con calma, a Zanna Bianca e alla tibia, come se l’uno e l’altra fossero cose insignificanti e punto degne della sua considerazione, si allontanò con passo nobile. E non si fermò per leccarsi le ferite sanguinose, se non quando si trovò fuori dello sguardo del lupetto. Questa nuova vittoria riaffermò la fiducia che Zanna Bianca aveva in se stesso, e gli accrebbe l’orgoglio. Fermo, ormai, sul suo diritto, egli procedeva per l’accampamento, senza cedere il passo ad alcun cane, non temendo più di essere maltrattato, ma temuto da tutti, insocievole, bisbetico e solitario com’era, degnandosi appena di lanciare uno sguardo a destra o a sinistra, considerato come pari agli adulti, storditi. E come non sopportava atto ostile, così non ammetteva neppure manifestazioni d’amicizia; voleva solo che lo lasciassero tranquillo. Altri scontri finirono coll’imporre decisamente il suo modo di vedere, ai recalcitranti. A mezza estate, Zanna Bianca dovette sostenere una dura prova. Mentre trotterellava solo solo, un giorno, silenziosamente, come al solito, ed esaminava una nuova tenda che avevano innalzato durante la sua assenza, sulla proda di un campo, capitò proprio addosso a Kisce. Fermatosi, egli la guardò. Aveva un ricordo vago, ma non cancellato del tutto, di lei. Lei, come lo vide, aggrinzò i labbroni, emettendo il solito ringhio minaccioso. Allora la memoria del lupetto si illuminò, e il ricordo dell’infanzia dimenticata e tutte le rimembranze che s’associavano a quel ringhio a lui familiare s’affollarono alla mente di Zanna Bianca. Prima ch’egli conoscesse gli altri dei, Kisce era stata per lui il perno dell’universo; cosicchè, risentendo affluire tutti i sentimenti e l’intimità di una volta, egli fece verso di lei un balzo festoso; ma lei lo accolse colle zanne acute che gli squarciarono la pelle d’una guancia, sino all’osso. Il lupetto non capì nulla e si ritrasse tutto sconcertato e molto impacciato. Kisce però, non era colpevole. Una madre lupa non è obbligata, da natura, a ricordare i suoi lupetti di un anno e più. Cosicchè, non riconoscendo Zanna Bianca, lo considerò come una bestia estranea, come un intruso; anche perchè la nuova figliolanza non le permetteva di tollerare la vicinanza di alcun animale. Uno dei piccoli lupetti andò a sgambettare presso Zanna Bianca; essi erano mezzi fratelli, ma non si conoscevano. Zanna Bianca annusò curiosamente il piccolo, ma fu nuovamente assalito da Kisce che gli lacerò la faccia, la seconda volta, e lo fece indietreggiare più lontano. Gli antichi ricordi e tutte le idee che con essi si associavano, morirono nuovamente e ricaddero nel buio sepolcrale donde erano stati risuscitati. Zanna Bianca guardò Kisce che leccava il suo piccolo e si fermava di tanto in tanto per ringhiare e minacciare. Essa ora gli appariva priva d’interesse; e poichè aveva imparato a vivere lontano da lei, la dimenticò; non la sentì presente nella sua mente, così come lei non aveva serbato posto a lui nella sua memoria. Ed egli rimaneva là, immobile, tutto stordito, dando l’ultimo assalto ai suoi ricordi sconvolti, allorchè Kisce, per la terza volta, rinnovò l’attacco, decisa e risoluta a scacciarlo lontano. Zanna Bianca si lasciò scacciare, volontariamente, essendo legge della sua razza che i maschi non debbono lottare con le femmine, quale era Kisce. Egli non aveva ricavato questo principio nè dalla vita nè dall’esperienza del mondo: lo conosceva come legge immediata e imperativa, per quello stesso istinto che gli faceva sentire il timore dell’Ignoto e della morte. Passarono altri mesi; le forme di Zanna Bianca crescevano e s’irrobustivano, mentre il carattere continuava a svilupparsi secondo la linea tracciata dall’ereditarietà e dall’ambiente. Le qualità ereditarie assumevano forme diverse, come argilla, a seconda del genere di vita al quale erano sottoposte; l’ambiente le impastava e modellava. Se Zanna Bianca non fosse andato verso il fuoco degli uomini, forse il Wild ne avrebbe fatto un vero lupo, ma i suoi dei gli avevano creato un ambiente diverso e ne avevano fatto un cane che conosceva alcuni caratteri del lupo, ma che, pure, era un cane e non un lupo. Similmente, il suo carattere aveva risentito l’impronta morale alla quale la sua natura era stata sottomessa. Era una legge fatale alla quale il lupetto non aveva potuto sfuggire. E mentre egli diventava sempre più insocievole con gli altri cani, più feroce con loro, Castoro Grigio lo apprezzava sempre più. Pure, nonostante la sua forza fisica e morale, Zanna Bianca soffriva d’una debolezza di carattere, invincibile: non poteva sopportare che si ridesse di lui. Egli concepiva il riso umano come cosa odiosa. Se gli dei ridevano fra loro per qualche cosa che non lo riguardasse, egli non badava neppure, ma se il riso era diretto a lui, ed egli sentiva d’esserne oggetto, allora era vinto da una collera spaventosa; e da calmo e dignitosamente grave, qual era poco prima, diventava ad un tratto, un altro. Pensando che l’oltraggiassero, diventava frenetico sino alla follia, e seguitava per ore intere. E guai, allora, al cane che gli capitava fra i piedi! Il lupetto conosceva troppo bene la legge, per sfogare la sua collera su Castoro Grigio; giacchè dietro Castoro Grigio c’erano il frustino e il bastone; ma sapeva che dietro i cani non c’era che lo spazio vuoto dove essi se la svignavano appena appariva Zanna Bianca, diventato pazzo di collera, a causa di risate rivoltegli. Zanna Bianca era entrato nel terzo anno d’età, quando ci fu una grande penuria per gl’indiani del Makenzie. Il pesce mancò durante l’estate; durante l’inverno i _cariboos_ dimenticarono di fare la loro solita migrazione; gli alci erano rari, i conigli erano quasi scomparsi, e tutte le bestie da preda, tutti gli animali che vivono di caccia, perivano. Privi del vitto solito, attanagliati dalla fame, essi si gettarono gli uni sugli altri e si divorarono fra loro. Sopravvissero soltanto i più forti. Gli dei di Zanna Bianca erano in continua caccia di animali, i più deboli e i più vecchi morirono di fame; nell’accampamento non si udiva altro che gemiti di terrore e di strazio; donne e bambini cadevano dalla fame; giacchè il poco nutrimento che rimaneva, andava a finire nel ventre dei cacciatori dagli occhi incavati, che percorrevano la foresta, alla vana ricerca della selvaggina. Mentre gli uomini erano ridotti a mangiare il cuoio dei loro _mocassins_ e guantoni, i cani divoravano i finimenti che li coprivano, e persino le corregge degli staffili. Poi i cani si mangiarono fra loro, e gli dei, a loro volta, mangiarono i cani, scegliendo prima i più deboli e i meno ribelli. I superstiti guardavano e capivano; alcuni fra i più audaci, credendo di dar prova di saggezza, abbandonarono i fuochi degli dei e fuggirono per le foreste, dove perirono di fame, o divorati dai lupi. In tanta miseria, Zanna Bianca si diede anche egli ai boschi. L’allenamento fatto durante l’infanzia lo rendeva più adatto degli altri cani alla vita selvaggia e lo guidava nelle sue azioni. Egli si dedicò più particolarmente alla caccia delle bestiole piccole e riprese gli agguati allo scoiattolo, di cui spiava i movimenti sugli alberi, attendendo, con una pazienza infinita come la sua fame, che il prudente animaletto s’arrischiasse a scendere al suolo. Allora egli balzava dal suo nascondiglio, come un grigio proiettile, incredibilmente rapido, e non mancava mai il segno; per quanto svelta fosse la fuga, lo scoiattolo era più lento del lupetto. Ma, sebbene quella caccia fosse fortunata, il numero degli scoiattoli non era tale da ingrassare o nutrire soltanto, Zanna Bianca. Egli coltivò una caccia più minuta, non disdegnò di dissotterrare le talpe, e non esitò a dar battaglia a una donnola, affamata come lui e molto più feroce. Allorchè la carestia raggiunse il massimo, egli ritornò verso il fuoco degli dei. Si fermò a una certa distanza dalle tende, spiando dalla foresta ciò che accadeva nell’accampamento, evitando di essere scoperto e spogliando le trappole degli indiani, della selvaggina che vi era catturata. Spogliò persino una trappola appartenente a Castoro Grigio, dov’era rimasto un coniglio, mentre il suo antico padrone errava per la foresta. Egli era talmente spossato, che gli mancava il respiro, ed era costretto a distendersi sul suolo, per riposare. Incontrò, un giorno, un lupo giovane, magro e mezzo morto per gli stenti. Se non fosse stato anch’egli affamato, probabilmente Zanna Bianca si sarebbe unito con lui per riprendere il suo posto fra i branchi selvaggi dei suoi fratelli, ma date le condizioni presenti, egli corse sul giovane lupo, lo uccise e se lo mangiò. La fortuna pareva che lo favorisse; sempre quando il bisogno di nutrimento si faceva sentire più duramente, egli trovava qualche animale da uccidere. Specialmente quando si sentiva molto debole, aveva la fortuna di non imbattersi in un avversario più forte di lui, che l’avrebbe certamente sopraffatto. Una torma di lupi, che gli si precipitò addosso, lo trovò ben bene rimpinzato d’una lince divorata due giorni prima. Fu una caccia accanita ed implacabile; ma Zanna Bianca era in migliori condizioni dei suoi aggressori; egli finì col ritrarsi, salvandosi. Senonchè, nel ritornare indietro, trovato uno degl’inseguitori più spinti, gli si lanciò addosso e ne fece pasto. Lasciata poi quella regione, andò vagolando per la valle dov’era nato, e riuscì a scovare la tana di un tempo, dove trovò Kisce, che, fuggita come lui dagl’inospitali fuochi degli dei, aveva ripreso possesso del rifugio per mettervi al mondo una nuova figliolanza. Dei neonati era sopravvissuto uno solo, che Zanna Bianca trovò quando comparve nella tana, ma neppure quella piccola creatura era destinata a resistere per molto tempo a una tale penuria. L’accoglienza di Kisce al figlio adulto non fu più affettuosa di quella fattagli nell’ultimo incontro; ma Zanna Bianca non ne rimase turbato. Ormai egli era superiore per forze a sua madre. Voltate le spalle con filosofia, discese, trotterellando, verso il torrente; poi girò verso la tana della madre lince contro la quale aveva combattuto, tanto tempo prima, in compagnia di Kisce, si allungò nella tana abbandonata e vi dormì un giorno intero. Verso la fine dell’estate, nell’ultimo periodo della carestia, s’imbattè con Lip-Lip anch’egli fuggito nei boschi, dove conduceva una misera vita. Trotterellavano tutt’e due in senso opposto, alla base di uno dei dirupi che fiancheggiavano il torrente, e all’improvviso, nel girare attorno a un masso, si trovarono a naso a naso. Fermatisi, si misero subito in guardia, e si lanciarono uno sguardo di diffidenza. Zanna Bianca era in condizioni meravigliose; poichè la caccia era stata buona, egli da otto giorni mangiava a crepapelle, e non aveva, si può dire, neppure digerito la sua ultima vittima. Ma vedendo Lip-Lip in quell’atteggiamento, il lupetto si sentì rizzare il pelo della schiena, ad un tratto, come al tempo delle persecuzioni di una volta, e ringhiò. Ciò che avvenne, accadde in un batter d’occhio. Lip-Lip tentò di fuggire, ma Zanna Bianca, con un colpo di spalla lo rovesciò, e lo fece ruzzolare al suolo; poi gl’immerse le zanne nella gola. Mentre il suo nemico agonizzava, egli gli girò intorno in cerchio, con le zampe irrigidite, osservandolo, e poi riprese il suo cammino, trotterellando lungo il costone. Poco dopo questo avvenimento, egli avanzò lungo il margine della foresta, in direzione di una breve radura che pendeva verso il Makenzie dond’egli era venuto, e rimase nascosto fra gli alberi per esaminare le condizioni del luogo, riconoscendo odori e rumori a lui familiari. Là intanto era stato trasportato l’accampamento di prima. Pure, quello spettacolo, quei suoni e quegli odori erano in certo modo diversi da come li ricordava; ora non si udivano più lamenti nè gemiti ma rumori lieti. Quando udì la voce irritata di una donna, capì che quella collera proveniva da uno stomaco pieno. Infatti si spandeva nell’aria un odore di pesce fritto; il nutrimento non mancava e la penuria era sparita. Allora egli uscì arditamente dalla foresta, e, trotterellando attraverso il villaggio, andò difilato alla tenda di Castoro Grigio. Castoro Grigio non c’era; Io accolse Kloo-Kooch, con gridi di gioia. Essa gli diede un pesce intero, pescato da poco, ed egli si stese a terra beatamente aspettando il ritorno di Castoro Grigio. XV. IL NEMICO DELLA PROPRIA RAZZA. Anche se era rimasta, nella natura di Zanna Bianca, una certa attitudine a fraternizzare con i rappresentanti della sua razza, fosse pure come ultimo residuo di lontani ricordi atavici, tale attitudine non avrebbe potuto più esistere, dal giorno in cui egli fu scelto per essere a sua volta il capofila della muta che tirava la slitta, giacchè, da allora, i cani l’odiarono. L’avevano odiato per il supplemento di carne che gli dava Mit-Sak, per tutti i favori, immaginarii o reali che otteneva dall’indiano. Odiato perchè egli correva sempre innanzi a tutti, scuotendo davanti ad essi il pennacchio della sua coda, facendo sfuggire continuamente ai loro attacchi la sua groppa, in una visione continua che li faceva impazzire. Per naturale reazione, Zanna Bianca aveva ricambiato il loro odio, e il compito affidatogli, era tutt’altro che piacevole: dover correre, avendo dietro, alle calcagna, la muta volante, della quale ciascun cane era stato da lui castigato per bene, e assoggettato durante tre anni, era cosa alla quale si ribellava fieramente entro di sè. Eppure bisognava farla, per necessità di vivere; ed egli aveva una volontà di vivere che era anche più imperiosa. Nel momento in cui Mit-Sak dava il segnale di partenza, tutto il tiro, con uguale movimento di avviso, si lanciava avanti, su Zanna Bianca, lanciando grida ardenti e furiose. Egli non poteva resistere in alcun modo. Se si volgeva contro i perseguitori, Mit-Sak gli frustava a sangue il grugno con la correggia del suo staffile, cosicchè non rimaneva altro al lupetto, che fuggire, di gran carriera; la sua coda e la sua groppa non erano sufficienti per ridurre alla ragione quell’orda forsennata, davanti alla quale bisognava ch’egli avesse l’aria di fuggire, e ogni balzo in avanti, che egli faceva, era una violenza al suo orgoglio, e tutto il giorno balzava. La volontà degli dei assoggettava l’orgoglio, frenava gli slanci della natura del lupetto, faceva sì che, sebbene ribelle entro di sè, egli rinunziasse a balzare addosso ai cani che gli stavano alle calcagna; e, quasi a dargli forza, c’era, dietro la volontà degli dei, uno staffile di trenta piedi di lunghezza, di budella di cariboo, che mordeva le carni. Egli così non poteva far altro che mordere il freno, in una tacita rivolta interiore, spinto avanti dal suo odio. Così egli divenne il peggior nemico della sua razza: non chiedeva nè concedeva grazia. Diverso dalla maggior parte dei capo-fila, del tiro, che, quando l’accampamento era posto e i cani erano sciolti, andavano a mettersi sotto la protezione degli dei, Zanna Bianca, sdegnando tale precauzione, procedeva audacemente e liberamente per l’accampamento, infliggendo, ogni notte, ai suoi nemici, il castigo delle ingiurie ricevute durante il giorno. Prima che egli fosse promosso capo, la muta dei cani s’era avvezza a cedergli il passo, ma ora questo non desiderava. Eccitati dal lungo inseguimento durante il giorno, avvezzi a vederlo fuggire e a pensare ch’essi sopraffacevano così il loro avversario, i cani non potevano indursi a indietreggiare e a lasciargli libero il passaggio. Appena egli appariva in mezzo a loro, c’era tumulto, battaglia, ringhi, morsi e sfregi vicendevoli; e Zanna Bianca respirava un’aria satura d’un’ostilità piena di rancori e di perfidia. Quando Mit-Sak gridava alla muta l’ordine di fermarsi, Zanna Bianca ubbidiva immediatamente, e gli altri cani facevano l’atto di gettarglisi subito addosso; ma il grande staffile di Mit-Sak vegliava, e impediva la cosa, dimodochè i cani avevano capito che se la slitta si fermava per ordine di Mit-Sak, bisognava lasciare in pace Zanna Bianca, ma se, invece, Zanna Bianca si fermava senza ordine del padrone, era permesso di lanciarsi su di lui e distruggerlo, se si poteva. Della qual cosa Zanna Bianca non tardò ad accorgersi; e non si fermò più di volontà sua. Ma i cani non poterono mai avvezzarsi a lasciarlo tranquillo nell’accampamento. Ogni sera, urlando, si lanciavano all’assalto, dimentichi della lezione della notte precedente, e del nuovo castigo che ricevevano. L’odio ch’essi sentivano per Zanna Bianca aveva radici più profonde, e cioè nella diversità che essi intuivano fra loro e il lupetto; ed era causa tale che bastava a far nascere quell’odio. Certo, i cani erano, come lui, lupi addomesticati, ma addomesticati da parecchie generazioni, cosicchè avevano perduto ogni costumanza col Wild, di cui serbavano un concetto vago, il concetto del suo ignoto, terribile e minaccioso. E appunto odiavano, nel loro compagno, il Wild, al quale il lupetto era rimasto più vicino. Questi ne era la personificazione, il simbolo, ai loro occhi. E quando gli mostravano i denti, essi sentivano di difendersi contro le oscure potenze di distruzione che li circondavano, nell’ombra della foresta, e li spiavano sornionamente di là dal limite dei fuochi dell’accampamento. Da questi combattimenti i cani trassero questo solo ammaestramento, che il giovane lupo era troppo temibile per poterlo assalire da solo a solo; perciò l’assalivano in massa; altrimenti egli li avrebbe uccisi l’uno dopo l’altro, in una sola notte. Mediante quella tattica, essi gli sfuggivano. Se egli riusciva a rovesciare un cane, con le zampe all’aria, ecco tutta la torma gettarglisi addosso, prima che egli avesse il tempo di dare alla gola un colpo mortale. Al primo accenno del conflitto, i cani, anche se erano occupati a litigare fra loro, formavano una massa compatta e gli tenevano testa. Ma non potevano, con tutti i loro sforzi, riuscire ad uccidere Zanna Bianca, che era, invece, vivace, formidabile e prudente. Appena essi cercarono di accerchiarlo, egli fuggiva dai passaggi stretti e prendeva il largo; e nessun cane era capace di rovesciarlo; le zampe del lupetto si tenevano al suolo con la stessa tenacia con la quale egli si attaccava alla vita; giacchè, per lui, mantenersi in piedi, significava vivere, e lasciarsi rovesciare, morire. Egli lo sapeva meglio di ogni altro. Così Zanna Bianca si ergeva contro i proprii fratelli, ammolliti dai fuochi degli uomini, infiacchiti dall’ombra protettrice che gli dei avevano disteso su di loro; e li dominava. Egli aveva dichiarato vendetta a tutti i cani, e la vendetta era talmente feroce, che Castoro Grigio, che pure era selvaggio e barbarico da parte sua, se ne meravigliava, giurando che non s’era mai visto sulla terra un animale simile. Zanna Bianca aveva quasi cinque anni quando Castoro Grigio lo condusse a un altro gran viaggio. Rimase a lungo tra i villaggi rivieraschi del Makenzie, dond’essi passarono nelle montagne rocciose, tra il Porcospino, (o fiume del Porcospino) e lo Yukon. La memoria della carneficina che fece Zanna Bianca! Egli esercitò una libera vendetta su tutta la razza. C’erano là, tanti cani ignari e senza sospetto, che non avevano imparato a ripararsi dai suoi colpi rapidi, a guardarsi dai suoi assalti bruschi, non preceduti da alcun avvertimento. Mentre essi perdevano tempo in preliminari di battaglia, arruffando il pelo, ecco ch’egli si precipitava loro addosso, senza alcun abbaiamento, come un lampo che porta la morte nel momento stesso in cui lo si vede, e li macellava, prima che si rimettessero dalla sorpresa. Era divenuto, in realtà, un mirabile campione; sapeva fare economia di forze, e non si sforzava mai di superarle, e non si perdeva mai in una lunga battaglia; se il colpo rapido ch’egli assestava falliva, egli si ritirava rapidamente indietro. Come tutti i lupi, egli evitava le lotte a corpo a corpo, gli scontri prolungati; il Wild gli aveva insegnato che nel contatto c’era il tranello, il pericolo ignorato; l’importante era di tenersi svincolato dalle strette, balzare a piacere sull’avversario, rimanere arbitro, a distanza, dell’andamento della lotta. Tale metodo gli assicurava di solito una vittoria facile sui cani che si scontravano con lui per la prima volta. C’erano, senza dubbio, delle eccezioni; accadeva che parecchi cani riuscissero a saltare su di lui e a colpirlo, prima ch’egli potesse svincolarsi; oppure, talvolta, che un cane isolato gli desse un profondo morso. Ma erano accidenti rari. Di regola egli si ritraeva immune da ogni scontro. Altra qualità sua era quella di avere una nozione rigorosamente esatta del tempo e delle distanze, in modo incosciente, meccanico. Senza riflessione di calcolo, il suo organo visivo misurava giusto, con un’abilità superiore alla media delle altre bestie della sua razza. Il suo cervello riceveva parallelamente l’impressione dei nervi ottici e, mediante un meccanismo ben regolato, immediatamente seguiva l’azione, regolata nello spazio e nel tempo; e una frazione infinitesimale di secondo, nettamente percepita e utilizzata, bastava spesso ad assicurare a Zanna Bianca la vittoria. La carovana arrivò durante l’estate a Fort Yukon. Castoro Grigio, dopo aver approfittato del gelo invernale per attraversare i fiumicelli che scorrono fra il Makenzie e lo Yukon, aveva impiegato il tempo primaverile cacciando nelle Montagne Rocciose. Quando la rottura dei ghiacci fu compiuta, egli, che s’era costruito un canotto, aveva seguito la corrente del Porcospino sino alla confluenza di questo fiume col Yukon, proprio sotto il cerchio artico, nel punto dove si trova il vecchio forte che appartiene all’Hudson’s Bay Company. Colà gl’indiani erano numerosi, le provviste abbondanti, la vita mossa eccezionalmente. Era l’estate del 1898; migliaia di cercatori d’oro, spintisi anch’essi sino allo Yukon divergevano verso Davson e il Klondike. Si trovavano ancora a centinaia di miglia lontano dalla méta del loro viaggio, eppure erano in viaggio da un anno. Il minimo percorso fatto non era inferiore alle cinquemila miglia; molti venivano dall’altro emisfero. Là, Castoro Grigio si fermò; era giunta al suo orecchio la voce della corsa all’oro, ed egli recava con sè parecchie balle di pellicce, di guantoni, di mocassins. Era stato spinto a quella lunga corsa dalla speranza di buoni guadagni; e la realtà superò di molto le sue più rosee speranze. Egli, che non s’era spinto mai a sognare un guadagno del cento per cento, ora si vedeva offerto il mille per cento, e da buon indiano, visto questo, impiantò senza fretta, con cura, un regolare commercio, deciso ad impiegar bene tutta l’estate, e all’occorrenza, l’inverno seguente, per trarre tutto il profitto possibile e più vantaggioso, dalla sua mercanzia. Zanna Bianca conobbe i primi uomini bianchi a Fort Yukon: essi, in confronto degl’Indiani da lui conosciuti, gli sembrarono creature d’un’altra specie, una razza di dei superiori. Egli intuì ch’essi possedevano un potere maggiore; potere nel quale consiste appunto la divinità degli dei. Egli intuì la cosa, istintivamente, senza averne quasi la percezione esatta. Come, nella sua infanzia, l’ampiezza delle tende, innalzate dai primi uomini incontrati, lo aveva colpito quale manifestazione di potenza, così era colpito, ora, dalle case che vedeva, costruite, come il forte, da ciocchi massicci. Quella era la potenza: il potere degli dei bianchi era superiore persino a quello di Castoro Grigio, il più possente di tutti, che pareva ora, tra gli dei della pelle bianca, come un piccolo dio bambino. Dapprima s’era mostrato sospettoso con loro; durante le prime ore dopo l’arrivo, egli li osservò con grande attenzione, pure mantenendosi, pel timore di essere osservato a sua volta, a una prudente distanza. Poi, vedendo che presso di essi non accadeva alcun male ai cani, si avvicinò. Essi guardarono, da parte loro, con somma curiosità, lo strano aspetto di quel cane che attirava la loro attenzione: adesso se lo indicavano col dito, l’un l’altro. Quelle dita non dicevano nulla di buono a Zanna Bianca, cosicchè, quando gli dei bianchi tentarono di accostarsi a lui, egli mostrava i denti e ringhiava. Neppur uno riuscì a posargli una mano addosso; qualche ostinato che volle insistere, non ottenne altro che danno. Zanna Bianca si accorse in breve che un piccolo numero di dei bianchi, non più di una dozzina, dimorava stabilmente in quel luogo. Ogni due o tre giorni, un gran piroscafo, altra e colossale manifestazione di potenza, s’accostava alla riva, dove rimaneva per qualche ora. Altri uomini bianchi ne discendevano a terra, poi si rimbarcavano, e il numero di costoro sembrava infinito. In un solo giorno Zanna Bianca ne vide tanti, quanti non erano gl’indiani conosciuti durante tutta la sua vita. E, nei giorni che seguirono, gli uomini bianchi continuarono ad arrivare lungo il fiume per poi fermarsi pochi momenti e ripartire sul fiume e sparire. Ma, mentre gli dei bianchi sembravano onnipotenti, i loro cani non valevano gran che. Zanna Bianca se ne accorse subito mescolandosi coi cani che venivano a terra coi loro padroni. Erano di varie forme e grandezze varie; gli uni avevano le zampe corte, troppo corte, altri troppo lunghe; e non possedevano un manto simile al suo, ma peli finissimi; alcuni li avevano così radi, che pareva che non li avessero punto. Nessuno, però, di loro, sapeva combattere. Data la sua ostilità contro tutti i rappresentanti della sua razza, era fatale che Zanna Bianca si scontrasse in lotta con i nuovi venuti; infatti non mancò, e sentì immediatamente un profondo disprezzo per essi. Erano, per natura, ingenui e innocui; in combattimento facevano un gran chiasso di minacce e s’agitavano attorno all’avversario, cercando di aiutare la loro forza e vincere coll’accortezza e l’astuzia. Si lanciavano abbaiando su Zanna Bianca, che saltava di lato, e mentr’essi facevano l’atto di voltarsi, li afferrava alla gola, li rovesciava sulla schiena e assestava il solito colpo alla gola. Ciò fatto, Zanna Bianca si ritraeva abbandonando la vittima ai cani indiani, che s’incaricavano di finirla. Giacchè era un saggio, sapeva da lungo tempo che gli dei s’irritano quando si uccide i loro cani, e gli dei bianchi non facevano eccezione a quella regola. Si limitava dunque a preparare la cosa, poi, al riparo, guardava pacificamente le pietre, i bastoni, le accette e le armi contundenti d’ogni sorta che s’abbattevano sui suoi compagni. Zanna Bianca era un gran saggio. Talvolta però la vendetta degli dei oltraggiati era terribile; uno di essi, avendo visto un cane, un _setter_, ridotto a brandelli, sotto i suoi occhi, prese una rivoltella, fece fuoco sei volte di seguito, e sei aggressori rimasero sul terreno, morti o quasi. Altra manifestazione di potenza, che s’incise profondamente nel cervello di Zanna Bianca. D’altra parte, a lui importavano poco quelle brutte avventure, giacchè era sempre abbastanza destro per cavarsela. L’uccisione dei cani degli uomini bianchi che dapprima fu per lui un semplice divertimento, divenne in breve l’unica sua occupazione. Era il solo modo d’impiegare il tempo, mentre Castoro Grigio si dedicava al suo commercio, e guadagnava molto. Con la muta dei cani indiani, egli attendeva l’arrivo dei piroscafi, e appena uno di essi si avvicinava, il gioco ricominciava. 1 suoi compagni avevano imparato, a loro volta, ad esser saggi; appena la torma vedeva gli uomini bianchi, rimessisi dalla prima sorpresa, fischiare ai loro cani per richiamarli a bordo e accingersi a piombare su di essi, si sparpagliavano di gran carriera. Poi il gioco cessava, per ricominciare all’arrivo del prossimo battello. Zanna Bianca aveva sempre il compito d’attaccar lite con i cani forestieri, e ci riusciva facilmente giacchè agli occhi di questi, anche più che agli occhi dei suoi compagni, egli rappresentava il Wild selvaggio, abbandonato e tradito da essi, che temevano oscuramente di vedersi ripresi. Essi, che erano venuti dal dolce paese del Sud verso le sponde dello Yukon, sulla cupa e terribile Terra del Nord, non potevano resistere lungamente all’incosciente impulso che li spingeva a lanciarsi addosso a Zanna Bianca. Per quanto infrolliti dalle abitudini cittadine, e dimentichi del passato dei loro antenati, sebbene avessero un oscuro ricordo del Wild, pure, lo sentivano sussultare dal fondo del loro essere, appena si trovavano in presenza della creatura ibrida che era Zanna Bianca. Davanti al lupo ch’era in lui, e che appariva loro ad un tratto, alla chiara luce del giorno, si ricordavano dell’antico nemico. Egli era per loro una preda legittima, come essi erano per lui. XVI. IL DIO FOLLE. Quei pochi uomini bianchi che erano a Fort Yukon, vivevano da lungo tempo in quella regione. Essi atessi si chiamavano i _Sour-Doughs_ (_le paste acide_), perchè preparavano, senza lievito, un pane leggermente fortigno. E mostravano disprezzo per gli altri uomini bianchi, che conducevano i piroscafi, ch’essi chiamavano Ceciaquos, perchè facevano crescere col lievito il pane, prima di cuocerlo. V’era perciò una specie di rivalità fra loro, e la gente del forte, si compiaceva quando accadeva qualche accidente spiacevole ai nuovi che arrivavano. Si divertivano molto, in modo particolare, per esempio, quando Zanna Bianca e la sua odiosa banda maltrattavano i cani che sbarcavano. Ogni piroscafo che faceva sosta, li trovava immancabilmente sulla riva, pronti ad assistere all’inevitabile battaglia; e ridevano a squarciagola della tattica accorta e perfida usata da Zanna Bianca e dai cani indiani. Uno di quegli uomini si interessava, più degli altri, a quel genere di _sport_. Al primo colpo di fischietto della _steamboat_, arrivava correndo, e, quando l’ultimo combattimento era terminato, risaliva al forte con la faccia come appesantita dal rammarico provato per la fine troppo rapida della carneficina. Ogni qualvolta un innocuo cane del Sud era atterrato e lanciava il suo rantolo d’agonia sotto le zanne della torma nemica, egli, non riuscendo a frenare la sua gioia, incominciava a sgambettare e a lanciare gridi festosi; e non mancava di rivolgere a Zanna Bianca un duro sguardo d’invidia per tutto il male di cui il cane era autore. Questa antipatica persona era chiamata col nomignolo di _Beauty_ (Bellezza) dagli altri uomini del forte, e col nome di Beauty-Smith era conosciuto nella regione, nome affibbiatogli per contrasto, giacchè colui che era così chiamato, era tutt’altro che bello essendosi la natura mostrata avara con lui. Era un omuncolo magrolino magrolino, con una testa più magra del corpo; non più d’un punto; tant’è vero che, durante l’infanzia, prima di avere il nomignolo di Bellezza, era stato soprannominato _Pinchead_ (_Capocchia di spillo_). Quella testa terminava sul collo, scendendo rigidamente e piattamente davanti: il cranio, in forma di pan di zucchero, s’univa alla fronte bassa e larga, al di sotto della quale, la natura pareva che si fosse pentita a un tratto della sua parsimonia. Divenuta eccessivamente prodiga, essa gli aveva dato due occhi eccessivamente grossi, distanti l’uno dall’altro il doppio dello spazio normale; delle mascelle che, allargando smisuratamente il resto della faccia, erano spaventose, enormi e pesanti, sporgenti molto, in modo che parevano quasi poggiar sul petto, come se il collo fosse impotente a sopportarne il peso. Queste mascelle davano, tali quali erano, una sensazione d’indomabile energia; ma era una sensazione falsa, dovuta all’esagerazione e a un contrasto di natura, che faceva, in realtà, di Bellezza, una persona conosciuta da tutti come debole e vile più d’ogni altra. Termineremo la descrizione di lui, dicendo che i suoi denti erano lunghi e gialli, e che i due canini, più lunghi di tutti, sporgevano come zanne dalle labbra sottili di lui. I suoi occhi erano gialli, come i denti, e cisposi, come se la natura vi avesse fatto scorrere tutti gli umori ch’essa teneva in serbo nei canali del viso. Quanto ai capelli, color di fango e di polvere giallastra, erano radi e irregolari sulla testa, e formavano delle punte, dei ciuffetti e ritrose varie sul davanti del cranio. Bellezza, insomma, era un vero mostro; del che, certamente egli non era responsabile, e non poteva essere biasimato, non avendo formato egli l’argilla di cui era impastato. Nel forte, egli preparava i cibi per gli altri uomini, lavava le stoviglie e aveva il compito di fare i lavori più grossolani. Ma non lo disprezzavano. Lo tolleravano, per senso di umanità e perchè era utile. Ne avevano anche paura: c’era sempre da temere, dalla collera di quel vile, un colpo di fucile nella schiena o del veleno nel caffè. Eppoi, nessuno sapeva preparare come lui le pietanze; giacchè suscitava, sì, ripugnanza, ma era un buon cuoco. Tale era l’uomo che si compiaceva di osservare le feroci prodezze di Zanna Bianca, e che in breve non ebbe altro desiderio che di possederlo. Egli cominciò col tentare degli approcci col lupo, che finse di non accorgersene, poi, quando i tentativi divennero più insistenti, il lupetto arruffò il pelo, mostrò i denti e si allontanò. Zanna Bianca vedeva di malocchio quell’uomo che emanava cattivo odore; egli intuiva il male che era in lui, ne temeva la mano distesa e le parole false e untuose: lo odiava. Negli esseri semplici, la nozione del bene e del male è semplicista: il bene è rappresentato da tutte le cose che portano contentezza e soddisfazione, ed evitano le sofferenze; il male da tutto ciò ch’è incomodo e spiacevole, da tutto ciò che minaccia e colpisce. Zanna Bianca intuiva che Beauty Smith era il male, e che quindi era saggezza odiarlo. Da quel corpo deforme e da quell’anima perversa si spandevano, pel lupetto, occulte emanazioni, simili a quelle nebbie pestilenziali che s’alzano dalle paludi. Zanna Bianca era presente, nell’accampamento di Castoro Grigio, allorchè Beauty fece la prima comparsa. Ma già prima che quello apparisse, solo dalla risonanza del suolo, dai passi lontani, Zanna Bianca aveva capito la natura di colui che veniva, e aveva incominciato a arruffare il pelo. Sebbene egli fosse, in quel momento, comodamente disteso, in un dolce far niente, si raddrizzò vivamente e, mentre l’uomo si avvicinava, scivolò, come fanno i lupi, sino al limite dell’accampamento. Egli non potè capire ciò che dicessero, ma vide bene che l’uomo e Castoro Grigio chiacchieravano insieme. A tratti, l’uomo indicava col dito, e allora egli ringhiava, come se la mano, dalla quale era distante circa cinquanta piedi, gli si fosse abbassata sul corpo. L’uomo, che se ne accorgeva, rideva, e Zanna Bianca indietreggiava sempre più verso il folto dei boschi vicini, strisciando leggermente. Castoro Grigio rifiutava la vendita della bestia; dichiarava che il commercio l’aveva arricchito e che non aveva bisogno di nulla. Zanna Bianca era, d’altra parte, un animale di valore, il più robusto dei cani della slitta e il miglior capofila, e non aveva uguali in tutta la regione del Makenzie e dello Yukon; sapeva combattere in modo impareggiabile, e ammazzare un altro cane colla stessa facilità con la quale un uomo può uccidere una mosca. (A questo elogio gli occhi di Beauty-Smith si illuminavano, ed egli si leccava le labbra sottili, con lingua ardente). No, proprio no, Zanna Bianca non era da vendere. Ma Beauty-Smith sapeva il modo di persuadere gl’indiani; egli fece parecchie visite a Castoro, portando ogni volta una nera bottiglia nascosta sotto l’abito. Il whisky provoca la sete, e Castoro Grigio ebbe sete, quando le mucose dello stomaco gli si infiammavano febbrilmente e cominciò a chiedere, con esasperazione crescente, il liquido corrosivo. Nello stesso tempo, il cervello dell’indiano, sconvolto dall’orribile stimolante, toglieva al disgraziato ogni scrupolo che si opponeva alla brama. I guadagni fatti colla vendita delle pellicce e dei _mocassins_ diminuirono sensibilmente, facendo diminuire la forza di resistenza di Castoro Grigio, a mano a mano che la borsa dimagriva. Infine, denaro, mercanzia e volontà se ne andarono in malora: Castoro Grigio ormai non aveva altro che una sete inverosimile che lo dominava diabolicamente e la cui potenza aumentava a ogni respiro che egli emetteva senza aver prima bevuto. Allora Bellezza ritornò all’assalto e riparlò della vendita di Zanna Bianca; ma, stavolta, il prezzo venne pagato con bottiglie, non in dollari, e gli orecchi di Castoro Grigio erano più disposti ad intendere. — Il cane è tuo, — finì col dire, — se ti è possibile mettergli una mano addosso. Le bottiglie furono consegnate. Ma due giorni dopo, Beauty-Smith fu costretto a ritornare presso Castoro Grigio: — Piglialo tu stesso! Zanna Bianca, rientrando una sera nell’accampamento, vide, con un sorriso di soddisfazione, che il terribile dio bianco, contro il solito, non era là e si distese per terra, come liberato da un grave peso. Ma la sua gioia fu breve; s’era appena coricato, allorchè Castoro Grigio gli si avvicinò, titubante, e gli legò attorno al collo una correggia di cuoio. Poi sedette accanto al lupetto, tenendo con una mano la correggia, con l’altra una bottiglia, dalla quale beveva di tanto in tanto, sollevandola in aria, rovesciando la testa e inghiottendo a garganella. Così trascorse un’ora; allorchè una lieve vibrazione del suolo annunziò l’avvicinarsi di qualcuno, Zanna Bianca sussultò, si raddrizzò, mentre l’indiano scuoteva stupidamente il capo. Il lupetto tentò di tirare dolcemente la correggia dalla mano del padrone, ma le dita, che s’erano allentate, si contrassero, strinsero, e Castoro Grigio s’alzò. Bellezza entrò sotto la tenda e si fermò davanti a Zanna Bianca che cominciò a ringhiare verso costui ch’egli temeva, e a tener d’occhio i movimenti ch’egli faceva con le mani. Quando una di esse cominciò a discendergli sul capo, il ringhio del cane divenne più intenso e più rauco, e mentre la mano seguitava a scendere lentamente, egli s’abbassava, pur seguitando a guardare, vinto da una collera continua che pareva dovesse scoppiare da un momento all’altro. A un tratto lanciò un morso; ma la mano si ritrasse rapidamente, e le zanne strinsero il vuoto, col rumore di una gola di serpente che ha morso nell’aria. Bellezza era atterrito e furibondo. Ma Castoro Grigio diede un colpo con la mano a Zanna Bianca, che s’appiattì subito al suolo, in atto di rispettosa ubbidienza. Intanto, Beauty-Smith, che il lupetto non cessava di osservare, era partito, poi era ritornato, con un grosso bastone. Castoro Grigio gli affidò l’estremità della correggia, e Bellezza fece l’atto di andarsene. La correggia si tese, ma Zanna Bianca resisteva, cosicchè Castoro Grigio dovette assestargli dei ceffoni a destra e a sinistra perchè il lupetto si alzasse e seguisse l’uomo. E il lupetto si alzò, ma per precipitarsi subito addosso allo straniero che tentava di trascinarlo. Bellezza che era preparato, con un largo movimento, alzato il bastone, lo abbattè su Zanna Bianca, arrestandone lo slancio a mezz’aria e schiacciandolo quasi a terra. Castoro Grigio rideva e approvava; Bellezza tirò nuovamente la correggia, e Zanna Bianca, vacillando, gli strisciò umilmente ai piedi. Non ripetè l’aggressione; un colpo di bastone era sufficiente per convincerlo che il dio bianco sapeva maneggiare quell’arma; ed egli era troppo saggio, per non sottostare all’inevitabile. Seguì dunque la calcagna di Beauty-Smith, lugubremente, con la coda tra le gambe, ma seguitando a ringhiare, sordamente, mentre Beauty-Smith lo seguiva colla coda dell’occhio, tenendo pronto il bastone. Arrivati al forte, Bellezza lo legò solidamente e andò a riposarsi. Zanna Bianca attese circa un’ora, poi, a furia di denti, riuscì a liberarsi in dieci secondi; aveva morso alla disperata la correggia, che era stata recisa in due parti; ma nettamente come tagliata dal coltello. Zanna Bianca, lasciato quindi il forte, s’era messo a trotterellare verso l’accampamento di Castoro Grigio. Egli non doveva fedeltà alcuna a quel dio bizzarro e terribile che l’aveva trascinato via; s’era dato a Castoro Grigio e apparteneva solo a lui. Ma ciò che era accaduto si ripetè; Castoro Grigio lo legò nuovamente con un’altra correggia, e, al mattino, lo ricondusse a Beauty-Smith. Qui la scena fu più breve: Beauty-Smith gliene diede di spaventose; legato fortemente, Zanna Bianca non poteva non abbandonarsi alla sua rabbia interiore e assoggettarsi al castigo che gli spettava; staffile e bastone concorsero, con tutte le conseguenze, all’opera. Fu, per Zanna Bianca, uno dei maltrattamenti peggiori che avesse ricevuto in vita sua. Persino la bastonatura datagli da Castoro Grigio, nell’infanzia, era stata un’inezia al paragone di quella. Beauty-Smith si compiaceva della faccenda; i suoi grossi occhi fiammeggiavano in modo perfido, mentr’egli lanciava avanti staffile e bastone, e Zanna Bianca gettava gridi di dolore e ringhi vani. Giacchè Bellezza era crudele come tutti i vili; tremante e strisciante egli stesso davanti ai colpi o alle minacce degli altri uomini, prendeva la sua rivincita sulle creature più deboli di lui. Come ogni creatura vivente, Bellezza godeva nel sopraffare un’altra creatura; impotente davanti alla sua razza, egli esercitava la sua vendetta sulle razze inferiori, incoscientemente, giacchè, come si è detto, egli non si era fatto da sè. Il lupetto non ignorava il perchè di quel castigo; allorchè Castoro Grigio gli aveva passato una correggia intorno al collo e ne aveva dato un capo a Beauty-Smith, Zanna Bianca sapeva che era volere del suo dio che egli andasse con Beauty-Smith. E quando questi l’aveva legato, nel forte, sapeva anche che era volere del dio bianco che il lupetto rimanesse lì: aveva dunque disobbedito a quei due dei e meritato il castigo ch’era seguito. Parecchie volte, nel passato, aveva visto dei cani mutar padrone, e quelli che fuggivano, battuti come lui. Ma, sebbene fosse saggio, delle forze latenti nella sua natura avevano sopraffatto quella saggezza; la principale fra tutte queste forze era la fedeltà. Egli non amava Castoro Grigio, eppure, nonostante la volontà decisa e contraria e la collera di lui, gli rimaneva fedele. Non poteva farne a meno; la fedeltà era una qualità propria della sua razza, quella che la distingue dalle altre, e che fa sì che il lupo e il cane selvatico siano capaci di abbandonare la libertà dello spazio per diventare i compagni dell’uomo. Terminata la bastonatura, Zanna Bianca fu legato nella foresta, non già con una correggia di cuoio, ma all’estremità di un bastone. Pure, egli, persistette nel rimanere fedele a Castoro Grigio; Castoro Grigio era il suo dio, il suo dio particolare, e, a dispetto della volontà del dio, il lupetto non voleva rinunziare a lui. Il suo dio lo aveva abbandonato e tradito, ma non importava: quel che importava era il fatto che egli si era dato a quel dio anima e corpo, senza alcuna riserva, e quel dono di se stesso non poteva essere annullato. Egli rinnovò durante la notte il tentativo della vigilia; quando gli uomini del forte furono addormentati, egli prese fra i denti il bastone al quale era legato. Il bastone era legato così stretto al collo, che non pareva possibile che la bestiola potesse riuscire a morderlo; era una cosa quella, della quale ogni cane è ritenuto incapace. Pure, vi riuscì, a forza di torcere i suoi muscoli e di contorsioni accanite, e fu un caso senza pari. Fatto si è che Zanna Bianca lasciò il forte, trotterellando, di buon mattino, portando sospesa al collo la metà del bastone che aveva rosicchiato. La saggezza gl’imponeva di non ritornare presso Castoro Grigio, che, già due volte l’aveva tradito; ma forse l’istinto di fedeltà lo spinse ad essere per la terza volta tradito e abbandonato; fu nuovamente legato dall’indiano e consegnato a Beauty-Smith, quando questi tornò a richiederlo. Il castigo avvenne sul luogo, e fu più crudele degli altri. Castoro Grigio guardava tranquillamente, mentre l’uomo bianco maneggiava il suo randello; egli non protesse Zanna Bianca, che non era più il suo cane. Quando i colpi cessarono, il lupetto era mezzo morto. Un debole cane del Sud, non avrebbe sopravvissuto. Zanna Bianca non morì perchè aveva una pelle più resistente e la vitalità più tenace, ma era così malconcio che non poteva camminare, cosicchè Beauty-Smith dovette aspettare per condurlo via, che il cane riprendesse le forze. Cieco e vacillante, egli seguì il passo del suo carnefice. Fu quindi legato a una catena dentata, e invano la bestia tentò di strappare il catenaccio che teneva ferma la catena ad una grande asse. Giorni dopo, Castoro Grigio, divenuto perfetto alcoolizzato, in pieno fallimento, lasciò il Porcospino per rifare il cammino del lungo viaggio verso il Makenzie. Zanna Bianca rimaneva sullo Yukon come proprietà di un uomo più che mezzo folle e bruto perfetto. Ma che cosa può pretendere il lupo in fatto di follia? Per Zanna Bianca il nuovo padrone era un dio sinistro, ma comunque un dio, ed egli sapeva che doveva sottomettersi alla volontà di lui, ubbidire al suo desiderio, sottostare al suo capriccio. XVII. IL REGNO DELL’ODIO. Sotto la tutela del dio folle, Zanna Bianca divenne a sua volta una creatura davvero diabolica. Era tenuto incatenato in un recinto dietro il forte, dove Beauty-Smith andava a stuzzicarlo, irritarlo e respingerlo nello stato selvaggio, con sottili tormenti d’ogni sorta. L’uomo aveva osservato l’irritazione immediata del lupacchiotto, quando questi lo vedeva ridere di lui, e non rinunziava mai a questo divertimento al quale seguivano sempre dei maltrattamenti disumani. Era un riso sonoro e sprezzante, a grandi scoppî, e mentre rideva, il dio tendeva le dita verso Zanna Bianca, in segno di derisione. In quei momenti, pareva d’impazzire, a Zanna Bianca; negl’impeti di rabbia ai quali si abbandonava, diventava più pazzo di Beauty-Smith. Zanna Bianca che era già il nemico della sua razza, diventava, con ferocia maggiore, nemico di tutto quanto gli stava attorno. Il suo odio era cieco e senza la minima scintilla di ragionevolezza: egli odiava la catena che lo teneva, il passante che spiava attraverso le sbarre del recinto, il cane che accompagnava il passante e che ringhiava selvaggiamente insultandolo nella disgrazia; odiava i materiali del recinto, e, in breve, finì coll’odiare soprattutto Beauty-Smith. Ma Bellezza agiva così per uno scopo determinato. Un bel giorno un certo numero d’uomini bianchi si riunì attorno al recinto di Zanna Bianca, e Bellezza, entrato, col bastone in mano, staccò la catena dal collo del lupacchiotto. Il quale, quando il padrone fu uscito, potè andare e venire liberamente nel recinto e cominciò ad avventarsi contro gli uomini bianchi che stavano fuori. Egli era magnifico e terribile. Il suo corpo aveva raggiunto la lunghezza di cinque piedi, e due piedi e mezzo di altezza a livello della spalla; avendo ereditato dalla madre forme massicce, pesava, senza un’oncia di grasso o di carne superflua, circa novanta pounds[2]. Era tutto muscoli, tutto ossa e nervi, cioè nelle più belle condizioni per un combattente. La porta del recinto si aprì nuovamente. Zanna Bianca attese: qualche avvenimento straordinario stava per accadere, senza dubbio. La porta si schiuse un po’, poi si richiuse, sbattendo con silenzio alle spalle d’un enorme mastino che era stato fatto entrare. Zanna Bianca, sebbene non avesse visto mai un cane di quella specie, non rimase però turbato nè dalla gran mole, nè dall’occhio arrogante dell’intruso. Egli vide in lui un oggetto, che non era di legno o di ferro, nel quale poteva finalmente sfogare i suoi rancori. Balzò sul mastino, e con un colpo di zanne, gli squarciò parte del collo; il mastino scosse il capo, ringhiando orribilmente, e si lanciò a sua volta su Zanna Bianca che, senza aspettare il contrattacco, incominciò, secondo la sua tattica, a balzare a destra, a sinistra, avventandosi con le zanne e indietreggiando senza lasciar presa neppure per un minuto. Fuori, gli uomini gridavano e applaudivano, mentre Beauty-Smith era come in estasi pel meraviglioso successo delle sue pratiche. Sin dal principio non si ebbe alcuna speranza di vittoria del mastino; la bestia mancava di presenza di spirito nella condotta del combattimento, e i suoi movimenti non erano abbastanza svelti. Finalmente egli fu svincolato e trascinato fuori dal suo padrone, mentre Beauty-Smith dava delle bastonate, con tutta la forza del braccio, a Zanna Bianca, per costringerlo a lasciar la preda. Avvenne allora il pagamento di una scommessa, e delle monete risuonarono nella mano di Beauty-Smith. Da quel giorno, tutto il desiderio di Zanna Bianca culminò nel piacere di vedere delle persone riunite attorno al suo recinto, giacchè una riunione significava un combattimento, e questo era il solo mezzo che gli rimaneva per manifestare la sua forza ed esprimere l’odio che Beauty-Smith aveva sapientemente coltivato in lui. E Beauty-Smith non aveva troppo presunto dalla capacità combattiva del lupetto, giacchè Zanna Bianca rimaneva sempre vincitore. Tre cani, in uno di quegli scontri, furono abbattuti da lui, l’uno dopo l’altro. In un altro scontro, un lupo adulto, nuovamente tolto dal Wild, fu lanciato, con una sola spinta, attraverso la porta del recinto. Una terza volta, dovette lottare contro due cani insieme, e fu quella la battaglia più dura. Ma il lupetto finì coll’ucciderli tutt’e due e poco mancò che non crepasse anche lui. Con le prime nebbie dell’autunno, quando il fiume incominciò a trasportare, Bellezza passò, con Zanna Bianca, su uno _Steamboat_, che risaliva, verso Dawson, il corso della Yukon. Grande era, per tutta la regione, la fama di Zanna Bianca, conosciuto col nome di «_lupo combattente_» nei più piccoli luoghi del paese, cosicchè la gabbia nella quale stava rinchiuso, sul ponte del battello, era attorniata da curiosi. Egli s’adirava e ringhiava verso coloro, o si coricava, con aria tranquilla, osservando tutta quella gente, nel suo profondo odio. E come non odiarli? Odiare era la sua passione, ed egli si abbandonava totalmente a quel sentimento. La vita era, per lui, un inferno; nato, com’era per la libertà selvaggia, doveva assoggettarsi alla prigionia e alla reclusione. La gente lo guardava, agitava dei bastoni davanti alle sbarre della gabbia e rideva. Quando lo steamboat giunse a Dawson, Zanna Bianca scese a terra, rimanendo però nella gabbia, esposto agli sguardi del pubblico. Costava cinquanta cents di polvere d’oro, il diritto di vederlo, e affinchè il pubblico potesse dire di aver speso bene il danaro, e l’esibizione acquistasse interesse, non era concesso al lupetto alcun riposo; appena si coricava per dormire, veniva svegliato da un colpo di bastone. Frattanto, appena era possibile organizzare un combattimento, il lupetto era fatto uscire dalla gabbia e condotto in mezzo al bosco, a qualche miglio dalla città. Quell’operazione avveniva di solito durante la notte, per evitar l’intervento dei poliziotti a cavallo, del territorio. Dopo parecchie ore di attesa, all’alba, arrivavano gli spettatori, e il cane contro il quale egli doveva lottare. Egli ebbe per avversarî cani di tutte le dimensioni, e di tutte le razze; e i combattimenti erano di solito mortali, in terra selvaggia, fra uomini selvaggi. La morte toccava ai cani, s’intende, giacchè Zanna Bianca seguitava a combattere. Egli non conosceva sconfitta; l’allenamento fatto con Lip-Lip e i cagnoli dell’accampamento indiano, gli giovava ora. Non c’era avversario capace di rovesciarlo; i cani di Makenzie, cani esquimesi, o del Labrador, _mastoc_ o _Malemutes_, cani abbaiatori, e cani muti, tutti erano impotenti contro di lui; che non perse mai l’equilibrio. Il pubblico che attendeva quell’evento, rimase sempre deluso. Era tale la fulmineità dell’attacco del lupetto, che, nove volte su dieci, sopraffaceva l’avversario prima che questi si preparasse per la difesa. Questo fatto accadde così spesso, che fu stabilito come regola, di non lasciar libero Zanna Bianca, prima che il cane avverso non avesse compiuto i preparativi della battaglia, o anche se non si lanciava per primo all’assalto. A poco a poco, gli scontri di questo genere divennero più rari; i soci rimanevano scoraggiati dal fatto che non era possibile trovare un campione di forza uguale da opporre a Zanna Bianca. Beauty-Smith era costretto a contrapporgli dei lupi, che egli si procurava: questi lupi venivano catturati dagli indiani per mezzo di trappole; ed era tale l’attrattiva d’uno di quei duelli da richiamare una gran folla di spettatori. Si giunse al punto di presentargli una grossa femmina di lince, e questa volta egli dovette lottare per difendere la propria vita. La lince gli era pari per sveltezza e ferocia; senonchè, mentre Zanna Bianca era armato solo delle sue zanne, la lince lottava con tutta la forza delle sue quattro zampe e con i suoi denti aguzzi. Pure, Zanna Bianca finì col rimanere vincitore e i combattimenti cessarono, sino a nuovo avviso, giacchè egli, ormai, aveva vinto tutte le specie di avversarî. Ridiventò dunque, un semplice fenomeno esposto al pubblico. La cosa durò sino alla primavera, allorchè arrivò nel paese un tale detto Tim Keenan, tenitore di gioco; il quale conduceva con sè il primo bull-dog che fosse stato mai visto nel Klondike. Che il cane e Zanna Bianca dovessero trovarsi a faccia a faccia in singolare combattimento, era inevitabile; durante una settimana la lotta che si preparava fu oggetto di tutte le conversazioni, tra la gente caratteristica che frequentava certi quartieri della Città. XVIII. LA MORTE ADDOSSO. Quando l’ora dell’incontro fu giunta, Beauty-Smith staccò la catena che tratteneva Zanna Bianca, e si ritrasse indietro. Zanna Bianca, questa volta non mosse immediatamente all’attacco: ma rimase immobile con le orecchie puntate avanti, vigile e curioso, a osservare lo strano animale, che gli stava davanti. Egli non aveva mai visto un cane di quella fatta. Tim Keenan aizzò il bull-dog, sussurrandogli: «Dài!». Il bull-dog, tozzo, corto, con aria goffa, ciondolava nel centro del cerchio che circondava i due campioni; fermatosi a pochi passi, guardò di traverso Zanna Bianca. Dalla folla sorsero delle grida: — Dai, Cherokee! ammazzalo, Cherokee! Sbrana! Ma Cherokee non pareva disposto a combattere. Egli volse la testa verso la gente che gridava, annusando loscamente e agitando un mozzicone di coda, festosamente; non già perchè avesse paura di Zanna Bianca, ma per pigrizia. D’altra parte non sentiva l’obbligo di combattere contro il cane che gli veniva presentato, che era di razza diversa dalle solite alle quali era avvezzo, e aspettava che gli dessero un altro cane. Tim Keenan entrò nel recinto e, curvatosi su Cherokee, incominciò a grattargli le spalle, ad arruffargli il pelo per incitarlo. Ottenne il risultato di irritare il cane a poco a poco; Cherokee cominciò a ringhiare, dapprima in sordina, poi rumorosamente. Al ritmo delle dita corrispondeva quello dei brontolii che, come s’accelerava il movimento della mano, diventavano più intensi, e terminarono bruscamente, con un abbaiamento furioso. Tutta questa manovra eccitò Zanna Bianca; il pelo del lupetto si rizzò, sul collo e sulle spalle. Tim Keenan, dopo un’ultima spinta e un incitamento più vivo, lasciò libero Cherokee, il quale fece l’atto di lanciarsi. Ma già Zanna Bianca aveva colpito, suscitando un grido di ammirazione e di stupore; con la rapidità e la flessuosità d’un gatto, egli si era avventato sull’avversario, lo aveva ferito, ed era ribalzato indietro, a distanza. Il bull-dog sanguinava da un’orecchia in parte strappata e da un largo squarcio nel suo collo spesso. Egli parve non accorgersene neppure, non si lasciò sfuggire un lamento, ma si buttò addosso a Zanna Bianca. La velocità dell’uno, l’impassibilità dell’altro appassionavano la folla; furono rinnovate le scommesse, e accresciute le poste, e fatte nuove scommesse. Intanto si ripetevano, allo stesso modo, l’attacco e la difesa. Zanna Bianca diede un altro balzo in avanti, lacerò e poi si ritrasse senz’essere toccato. E nuovamente il suo strano nemico lo seguì senza troppa fretta e senza lentezza eccessiva; ma deliberatamente, con la ponderatezza colla quale si discute un affare. Era evidente che egli si proponeva uno scopo e lo svolgimento di un metodo adatto; il resto non contava e non doveva distrarlo. Zanna Bianca se ne accorse, e divenne perplesso: n’era tutto sconcertato. Quel cane appariva senza dubbio molto strano; aveva il pelo raso, senza alcuna pelliccia protettrice, e i morsi si affondavano facilmente in una carne grassa, senza strati profondi di cute protettrice, e pareva che l’animale non avesse modo di difendersene. Inoltre, pareva che non ne risentisse, e sanguinava senza lamentarsi; il che dava da pensare; quando era colpito, emetteva solo un lieve grido. Pure, Cherokee non era impotente a muoversi, anzi girava e si voltava lestamente; ma Zanna Bianca sfuggiva alla presa, e il mastino era perplesso da parte sua. Non aveva mai lottato con un cane che egli non poteva afferrare, con un avversario che non cessava di danzare e rigirarglisi intorno. Senonchè, Zanna Bianca non riusciva a colpire come avrebbe voluto, nella parte inferiore della gola, il bull-dog; il quale la teneva troppo bassa, proteggendola validamente con le sue mascelle massicce. Il sangue di Cherokee continuava a scorrere; il collo e la parte inferiore della testa erano tagliuzzate; ma il mastino incalzava instancabilmente Zanna Bianca, ch’era illeso. Una sola volta, egli si fermò attonito, guardando di lato, verso Tim Keenan, agitando il mozzicone di coda, in segno della sua buona volontà. Poi riprese la sua caccia, con tenacia, girando in cerchio dietro Zanna Bianca. Ad un tratto, rotto il cerchio che i due formavano inseguendosi, tentò di afferrare alla gola l’avversario, e mancò il colpo per un capello. Zanna Bianca sfuggì con destrezza, suscitando vivi applausi. Intanto il tempo passava. Zanna Bianca ripeteva i suoi balzi e Cherokee s’accaniva, con la cupa certezza di riuscire, prima o poi, nel suo intento. Le sue orecchie erano come sottili nastri, squarciate da centinaia di ferite; il muso, anch’esso tagliuzzato, sanguinava. Ogni tanto Zanna Bianca si sforzava di rovesciarlo a terra, con le zampe in aria, gettandoglisi addosso; ma poichè la spalla del lupacchiotto era più alta di quella del cane, il tentativo non riusciva. A un tratto, ostinandosi a ripeterlo, in uno slancio più violento, passò al disopra del corpo di Cherokee, e per la prima volta, dacchè Zanna Bianca combatteva, fu visto perdere l’equilibrio; egli girò in aria per un secondo, si raddrizzò come un gatto, ma non fece in tempo a posarsi dritto sulle zampe, cadde di lato, e quando si raddrizzò, si sentì preso fortemente nella gola dalle zanne del bull-dog. Ma il punto di presa non era giusto; era troppo basso, verso il petto, tenuto però saldamente. Zanna Bianca, con esasperazione frenetica, si sforzò di scuotere quei denti che lo attanagliavano, e il peso che gli si era attaccato al collo. Ora i suoi movimenti non erano liberi: gli pareva di essere stato preso da una tagliola, ed era tale la ribellione della sua natura, che sembrava che dovesse impazzire. Egli sentì, ad un tratto, la paura della morte, una paura cieca e disperata. Incominciò a rigirarsi intorno, a correre a destra e a sinistra, a dimenarsi, sia per persuadere se stesso d’essere ancor vivo, sia per tentare di staccare i cinquanta pounds che la sua gola trascinava. Il bull-dog si limitava, si può dire, a difendere la sua presa; talvolta tentava di avere il sopravvento, scuotendo un po’, a sua volta, Zanna Bianca, il quale, subito dopo però, lo trascinava nuovamente e se lo trovava dietro, nel suo girotondo. Cherokee seguiva, inconsciamente, il suo istinto, sapeva ch’era suo compito tener duro, e ne provava lievi sussulti di gioia; socchiudeva beatamente gli occhi e, senza irrigidirsi, si lasciava sballottare di qua e di là, con abbandono, indifferente alle scosse che riceveva. Zanna Bianca si fermò soltanto allorchè si sentì estenuato; non poteva nulla contro l’avversario; mai gli era capitata un’avventura come quella. Egli si piegò sui garetti, sudante, sentendosi mancare il respiro. Il bull-dog, senza allentare la stretta, tentò di rovesciarlo totalmente. Zanna Bianca resistè, ma sentì che le mascelle che lo attanagliavano, penetravano, per un impercettibile movimento di masticazione, più addentro, cercavano di giungere, con un paziente lavorìo, sino alla carne della gola. Con mossa spasmodica, egli riuscì ad addentare, da parte sua, il collo grasso di Cherokee, alla giuntura con la spalla, ma lacerata la carne, dovette lasciar la presa, non avendo le zanne esperte e adatte a quella specie di masticazione nella lotta. A questo punto accadde un mutamento nella posizione dei due avversari: il bull-dog era riuscito a rovesciare Zanna Bianca sul dorso, e tenendogli sempre le zanne uncinate al collo, gli era salito sul ventre. Allora Zanna Bianca, ripiegatosi sulla groppa, s’era a messo a lacerare con gli unghioni, come un gatto, l’addome dell’avversario, e Cherokee sarebbe rimasto sventrato, se non avesse girato di lato, tenendo sempre i denti stretti, e sottraendosi così alle zanne dell’avversario. Ma il destino era inesorabile, inesorabile come la mascella che, appena Zanna Bianca rimaneva un momento immobile, continuava ad avvicinarsi alla carotide. Solo la pelle floscia del collo e il pelame folto che la copriva salvavano ancora dalla morte il giovane lupo. Quella pelle formava un grosso rotolo nella gola del bull-dog, e il pelame non era intaccato dai denti del mastino. Pure, Cherokee, imboccando sempre più, pelle e pelo, strangolava lentamente Zanna Bianca che respirava con crescente difficoltà. La lotta sembrava virtualmente terminata. Coloro che avevano scommesso per Cherokee esultavano e offrivano aumenti in modo ridicolo; quelli che avevano puntato su Zanna Banca, erano scoraggiati e rifiutavano scommesse a dieci su uno, a venti per uno. Fu visto allora un uomo avanzarsi sulla pista del combattimento: era Beauty-Smith, che tese un dito verso Zanna Bianca e incominciò a ridere, in segno di scherno e di disprezzo. L’effetto di questo gesto non tardò: Zanna Bianca, in preda a una rabbia selvaggia, facendo appello a tutte le sue forze, riuscì a rimettersi in piedi, ma dopo aver trascinato ancora in cerchio i cinquanta _pounds_ che portava, fu ripreso da pànico. Egli sentì la morte attaccata alla sua gola, e, incespicando, cadendo, rialzandosi, sollevando il nemico da terra, lottò invano, non per vincere ma per salvar la vita. Cadde rovescio, estenuato, e il bull-dog ne approfittò per ficcarsi nella gola, un’altra quantità di pelle e di pelo. Lo strangolamento era prossimo; sorsero gridi ed applausi in lode del vincitore. Si acclamava: «Cherokee! Cherokee!», e Cherokee rispose agitando il mozzicone di coda, ma senza lasciarsi distrarre dall’opera. Non c’era alcun rapporto di simpatia fra la coda e quelle mascelle massicce; giacchè quella poteva agitarsi festosamente, senza che queste allentassero la loro implacabile morsa. Intanto avveniva una diversione inaspettata; ad un tratto, si fece udire, insieme con abbaiamenti di cani di slitta, un suono di sonagli. Gli spettatori voltarono il capo, temendo di veder arrivare la polizia. Ma non si trattava di ciò; era una slitta che procedeva di gran carriera in direzione opposta al forte, portando due uomini che ritornavano senza dubbio da qualche viaggio di esplorazione. Vista la folla, essi fermarono i cani e si accostarono, per sapere la causa della riunione di tutta quella gente. Colui che guidava i cani, aveva i mustacchi; l’altro, un giovanottone, era completamente raso, e aveva la faccia congestionata per l’aria gelida e la rapidità della corsa, che gli avevano fatto affluire il sangue al viso. Zanna Bianca continuava ad agonizzare e non tentava più di lottare: era scosso solo a tratti, da fremiti riflessi che in breve sarebbero cessati con l’ultimo respiro. Beauty-Smith non l’aveva perduto di vista neppure per un minuto: neppure i nuovi venuti gli avevano fatto voltare il capo. Quando si accorse che gli occhi del suo campione cominciavano ad offuscarsi e capì che ogni speranza di vincere era perduta, quel barlume di ragione che ancora luceva nell’abisso di brutalità del suo cervello, si spense totalmente; perduto ogni ritegno, egli si lanciò ferocemente su Zanna Bianca, per colpirlo. S’udirono gridi di protesta, e fischi, ma nessuno si mosse. Beauty Smith si ostinava a percuotere la bestia, a colpi di scarpa ferrata, allorchè la folla fu mossa come da un risucchio: era il giovanottone che s’apriva un passaggio, scostando la gente, a destra e a sinistra, senza cerimonie e riguardi. Quando giunse sull’arena, Beauty-Smith stava per dare una pedata a Zanna Bianca e, alzata una gamba, si manteneva in equilibrio instabile sull’altra. Il momento era propizio, e il giovanottone ne approfittò per assestare a Beauty-Smith un magistrale colpo di pugno, in piena faccia. Bellezza, sollevato dal suolo, fece una capriola in aria, e cadde rovescio sulla neve battuta. Il giovanottone, rivolto alla folla, gridò: — Siete dei vigliacchi, dei bruti! Era in preda a un’indicibile collera, a una santa collera: i suoi occhi grigi che avevano luci metalliche e riflessi di acciaio dardeggiavano verso la folla. Beauty-Smith, rimessosi in piedi, s’avanzò verso di lui, sbuffando, ma impaurito. Il nuovo venuto, senz’aspettar di sapere che cosa l’altro volesse e non conoscendo l’abiezione del bel tomo, pensò che Bellezza volesse sfidarlo, e si affrettò a schiacciargli il muso con un altro pugno, dicendo: — Sei un bruto! Beauty-Smith, rovesciato nuovamente, ritenne che il suolo fosse il posto più sicuro per lui, e rimase coricato dov’era caduto, senza fare alcun tentativo per risollevarsi. — Venite qui, Matt, e aiutatemi! — fece il giovanottone al compagno che l’aveva seguito nel cerchio. I due uomini si chinarono sui combattenti; Matt sostenne Zanna Bianca, accingendosi a svincolarlo, appena le mascelle di Cherokee si fossero schiuse; ma il giovanottone tentò invano, con le sue mani, di aprir la bocca del bull-dog; e sudava, sbuffava, tirava, esclamando fra l’uno e l’altro sforzo: — Bruti! La folla cominciò a brontolare e mormorare; i più arditi protestarono perchè venivano disturbati nei loro divertimenti, ma tacevano appena il giovanottone, interrompendo la sua faccenda, li fissava con lo sguardo e li apostrofava: — Bruti, ignobili bruti! — Tutti i vostri sforzi non servono a nulla, signor Scott, — fece infine Matt. — Non riuscirete a separarli, in quel modo. Si rialzarono ad esaminare le due bestie. — Non perde molto sangue, — pronunziò Matt, — e non è ancora morto. — La morte può avvenire in un momento, — rispose Scott. — Toh! vedete? Il bull-dog ha approfondito ancora il morso. Egli colpì Cherokee al capo, duramente e parecchie volte, ma i denti non allentavano la presa; Cherokee scodinzolava col suo moncone, come per far capire che comprendeva il perchè di quei colpi, ma che sapeva che era in pieno diritto di fare ciò che faceva, e che compiva rigorosamente il suo dovere rifiutando di allentar la presa. — Orsù! Non c’è nessuno fra voi che venga ad aiutarci? — gridò Scott alla folla, disperando ormai dell’impresa. Ma la sua invocazione fu vana; anzi lo schernirono, gli diedero dei consigli faceti, scherzarono con ironia. Egli frugò nell’astuccio che gli pendeva dalla cintura, ne trasse una rivoltella, e si sforzò di introdurre la canna fra le mascelle di Cherokee, con tanta forza che s’udiva distintamente lo stridìo dell’acciaio contro i denti. I due uomini erano in ginocchio curvi sulle due bestie. Tim Keenan s’avanzò verso di essi, sull’arena, e, fermatosi davanti a Scott, gli toccò una spalla dicendo: — Non gli spezzate i denti, forestiero! — Gli spezzerò il collo, dunque! — rispose Scott seguitando a spingere e a ritrarre la canna della rivoltella! — Dico, non gli rompete i denti! — ripetè il padrone di Cherokee, con accento più solenne. Ma fu un’intimazione inutile: Scott non si turbò. Alzò gli occhi verso l’interlocutore e gli domandò freddamente: — È il vostro cane? Tim Keenan brontolò affermativamente. — Ebbene, mettetevi al mio posto e fategli lasciar la presa. Tim Keenan s’irritò: — Straniero, io non ho l’abitudine di mettermi a fare ciò che non saprei fare: non potrei aprire quel catenaccio. — E allora levatevi di mezzo e non mi fate imbestialire. Ho da fare. Scott era già riuscito a ficcare la canna a un lato, su una mascella, e tanto fece che toccò l’altra, e, premendo come con una leva aprì a poco a poco i denti del bull-dog, mentre Matt tirava, a mano a mano, dalla bocca della bestia socchiusa come un cuscinetto di pelle e di pelo di Zanna Bianca. — Preparatevi a prendere il cane, — ordinò Scott, con accento risoluto a Tim Keenan, che era rimasto in piedi, senza allontanarsi. Tim Keenan ubbidì, e chinatosi, afferrò fortemente Cherokee che con l’ultima spinta della rivoltella fu completamente distaccato. Il bull-dog si dimenava vigorosamente. — Conducetelo al largo, — ordinò Scott. Tim Keenan si allontanò fra la folla, tirandosi dietro Cherokee. Zanna Bianca fece, per rialzarsi, parecchi sforzi inutili; finalmente riuscì a raddrizzarsi sulle zampe, ma i garetti, senza forza, cedettero, ed egli si abbandonò al suolo mollemente. Gli occhi di Zanna Bianca erano socchiusi, le pupille appannate, la bocca spalancata, e la lingua penzoloni, gonfia e inerte. Pareva un cane morto strangolato. Matt lo esaminò. — È agli estremi, ma respira ancora. Intanto Beauty-Smith si rimetteva in piedi e s’accostava. — Matt, quanto vale un buon cane da slitta? — domandò Scott. Il conducente della slitta, che era inginocchiato presso Zanna Bianca, calcolò un po’. — Trecento dollari, — rispose. — E un cane pestato così, quanto? — La metà. Scott si voltò verso Beauty-Smith. — Capite, signor bruto? Io prendo il vostro cane e vi dò centocinquanta dollari! E, aperto il portafogli, contò i biglietti. Ma Beauty-Smith incrociò le braccia sul dorso e rifiutò la somma. — Io non vendo cani, — fece. — Oh! ma io compero, io! — fece l’altro. — Eccovi il danaro: il cane è mio. Beauty-Smith, con le mani sul dorso, indietreggiò. Scott gli si avanzò contro, vivacemente, col pugno alzato, pronto a colpire, mentre Beauty-Smith si curvava prevedendo il colpo. — Io ho tutto il diritto, — gemette. — Voi siete venuto meno ai vostri diritti. Siete disposto a ricevere questo denaro? o debbo picchiare nuovamente? — Bene, — si affrettò ad accettare Beauty-Smith, vinto dalla paura — prendo il danaro, ma protesto, — aggiunse. — Il cane è mio e mi viene tolto. Un uomo ha i suoi diritti. — Giustissimo! — rispose Scott consegnandogli i biglietti. — Un uomo ha i suoi diritti, ma voi non siete un uomo, siete una bestia brutale. — Aspettate che ritorni a Dawson! — minacciò Beauty-Smith. — Avrò la difesa della legge. — Se fiatate soltanto, al vostro ritorno a Dawson, vi faccio espellere dalla città, avete capito? Una specie di grugnito fu la risposta. — Avete capito? — gridò Scott, in uno scatto di collera. — Sì, — brontolò ancora Beauty-Smith, indietreggiando come prima. — Sì, chi? — Sì, Sir. — Badate, vi morde! — gridò una voce tra la folla, e s’udirono delle grasse risate. Scott, voltate le spalle, s’accostò nuovamente al compagno che spingeva Zanna Bianca verso la slitta. Degli spettatori, alcuni si erano allontanati, altri rimanevano, formando dei gruppi che guardavano e chiacchieravano. Tim Keenan raggiunse uno di questi gruppi. — Chi è quel bel tipo? — Weedon Scott, — rispose qualcuno. — E chi è Weedon Scott, per tutti i diavoli? — Uno di quegli indiavolati ingegneri delle miniere. Se la intende con tutti i pezzi grossi di Dawson. Se non volete dei grattacapi, è meglio che ve ne stiate alla larga, credete a me. È in intimità con tutti i funzionarii; il Commissario dell’oro è come pane e cacio, con lui. — Lo pensavo che era un personaggio importante, — disse Tim Keenan. — Perciò gli ho usato riguardo. XIX. L’INDOMABILE. — Ne dispero, — dichiarò Weedon Scott. Egli era seduto sulla soglia della capanna di legno che abitava, presso Dawson, e guardava Matt, il guidatore dei suoi cani, che scosse le spalle in atto di scoraggiamento. Tutt’e due osservavano Zanna Bianca che, col pelo tutto arruffato, tirando la catena alla quale era attaccato, ringhiava ferocemente e si dimenava, per gettarsi nel tiro del nuovo possessore. I cani del tiro, ai quali Matt aveva dato delle buone lezioni insegnando loro a colpi di bastone, di lasciare in pace Zanna Bianca, stavano in quel momento coricati, a una certa distanza, dimentichi, in apparenza, persino dell’esistenza del loro astioso compagno. — È un lupo, e non c’è modo di addomesticarlo! — aggiunse Weedon Scott. — Guardiamoci dall’affermare, circa questo punto, delle conclusioni assolute, — obbiettò Matt. — Forse, nonostante il vostro parere contrario, c’è una parte di cane in lui. Comunque, ciò che è certo, è che io non temo d’affermare... Qui, Matt si fermò e scosse la testa con aria saputa, guardando la _Mooschide Mountain_ («_Montagna di pelle d’alce_»), come per confidarle il suo segreto. — Be’, non siate avaro della vostra scienza — disse Scott, con voce un po’ aspra, dopo qualche minuto di attesa. — Che ne pensate? Su, sputatelo fuori. Matt rivolse il pollice verso Zanna Bianca. — Lupo o cane che sia, comunque, quello lì, è stato già domato. — No! — Vi dico di sì. Non ha portato già dei finimenti? Guardate lì, a quel punto del petto, e troverete il segno che vi hanno lasciato. — Matt, avete ragione. Era un cane di slitta, prima che Beauty-Smith comperasse l’animale. — E non vedo difficoltà perchè non lo ridiventi. — Da che lo arguite? — domandò Scott con vivacità. Ma, dopo aver osservato Zanna Bianca, proseguì, con aria desolata: — Lo abbiamo già da due settimane, e ha progredito, semmai, in selvatichezza. — Bisognerebbe che mi lasciaste fare: rimane ancora un tentativo che non abbiamo fatto: lasciarlo libero un po’. Scott fece un gesto d’incredulità. — Sì, lo so, — riprese Matt. — Voi avete tentato già di staccarlo e non siete neppure riuscito ad accostarvi. Ma, ecco, non avevate il bastone. — Allora, provate voi. Il guidatore di cani prese un solido bastone, e s’avanzò verso Zanna Bianca incatenato, che osservò subito il bastone con quell’attenzione che un leone in gabbia rivolge al frustino del domatore. — Guardate i suoi occhi, — fece Matt. — È un buon segno. Non è poi tanto bestia, e si guarda bene dal lanciarsi su di me. No, no, non è uno sciocco. E, poichè l’altra mano dell’uomo si accostò al collo di Zanna Bianca, questi arruffò il pelo, ringhiò, ma finì col coricarsi per terra, seguitando a fissar la mano con lo sguardo, senza però perder di vista l’altra che gli teneva il bastone sospeso e minaccioso sulla testa. Matt staccò la catena dal collare e indietreggiò. Zanna Bianca, quasi, quasi, non credeva di esser libero. Da parecchi mesi apparteneva a Beauty-Smith, e non aveva goduto un momento di libertà, giacchè lo staccavano solo al momento di condurlo al combattimento, terminato il quale, veniva nuovamente incatenato. Egli, ora, non sapeva che fare della sua libertà; probabilmente, qualche nuova diavoleria stavano ordendo gli dei, a suo danno. Cominciò a camminare lentamente, con precauzione, mantenendosi vigile, in guardia. Ciò che accadeva gli era assolutamente nuovo. Come se andasse incontro a un gran rischio, egli si scostò dagli uomini che l’osservavano e si diresse, a passi contati, verso la capanna, dove entrò. Nulla accadde, e la perplessità di Zanna Bianca aumentò. Uscito di lì, egli fece una dozzina di passi avanti e guardò i suoi dei intensamente. — Non iscapperà? — domandò Scott. Matt scosse le spalle. — Bisogna rischiare; è il solo modo per potersi regolare. — Povera bestia, — mormorò Scott con pietà, — forse aspetta un segno di umana bontà! — E così dicendo, andò alla capanna, vi prese un pezzo di carne, e, ritornato, lo gettò a Zanna Bianca, il quale si scostò con un balzo sospettoso e attento. A questo punto, uno dei cani vide la carne e si precipitò su di essa. — Qua, Maior! — gridò Scott. Ma l’avvertimento giunse tardi. Già Zanna Bianca s’era lanciato e aveva colpito. Il cane rotolò al suolo; rialzatosi, il sangue gli colava, a goccia, a goccia, dalla gola, e lasciava una striscia rossa sulla neve. — Troppa cattiveria, — fece Scott, — ma la lezione è buona. Matt s’era avanzato per punire Zanna Bianca: avvenne un nuovo balzo, delle zanne luccicarono, risuonò un’esclamazione, e Zanna Bianca, seguitando a ringhiare, indietreggiò di parecchi metri, mentre Matt, che s’era fermato, si osservava una gamba. — Ha toccato il segno, — annunziò mostrando il calzone lacerato, la mutanda anch’essa lacerata, e una macchia di sangue che ingrandiva. — Non v’è speranza su di lui, ve l’ho detto, — esclamò Scott, con tristezza. — Dopo aver tanto pensato e meditato, al riguardo, l’unica conclusione possibile è questa... E così parlando, come con rimpianto, presa la rivoltella, ne aveva aperto il tamburo e si era assicurato che l’arma fosse carica. — Questo cane è vissuto nell’inferno, Mister Scott; non possiamo pretendere da lui che diventi a un tratto un bell’angelo bianco. Aspettiamo. Matt si interpose. — Mah! Matt si voltò verso il cane che giaceva nella neve, in una pozza di sangue e agonizzava. — La lezione è buona, come avete detto, Mister Scott. Major ha tentato di rubar la carne a Zanna Bianca, ed è morto per ciò. Era fatale. Io non darei gran che per un cane che non salvaguardasse i suoi diritti, in un caso simile. — Va bene il diritto, ma c’è un limite! Matt si ostinò: — Anch’io ho meritato il castigo. C’era bisogno di batterlo? Lasciamolo vivere, questa volta. Se non migliora, m’incarico io stesso di ucciderlo. — Ve lo concedo, — fece Scott, riponendo la rivoltella. — Dio sa se non desidero punto ammazzarlo o vederlo ammazzare! Ma è indomabile. Lasciamolo correre liberamente e vediamo che cosa farà, trattato così, e speriamo. Scott s’avanzò verso Zanna Bianca e incominciò a parlargli con gentilezza. — Voi fate male così, — obbiettò Matt. — Non vi arrischiate senza bastone. Ma Scott scosse il capo, risoluto a conquistare la fiducia di Zanna Bianca che rimaneva sospettoso. Quale avvenimento si preparava? Egli aveva ucciso il cane del dio, che era suo compagno; dunque non poteva mancare un castigo terribile, e, col pelo arruffato, mostrando le zanne, con gli occhi pronti, rimaneva vigile, in guardia. Gli dispiacque il fatto che il dio gli si accostasse così vicino; il dio era senza bastone e gli abbassava la mano sul capo. Egli si curvò e tese i muscoli: non era quello il pericolo che prendeva corpo? un tradimento che si preparava? Egli conosceva le mani degli dei, la loro potenza soprannaturale, la loro prontezza nel colpire; eppoi non gli era mai piaciuto che lo toccassero; perciò ringhiò in modo più minaccioso, mentre la mano seguitava a scendere. Pure, non aveva desiderio di mordere, e lasciò che il pericolo ignoto s’accostasse ancora, ma l’istinto di conservazione fu più imperioso della sua volontà, e lo trascinò. Weedon Scott si credeva abbastanza svelto e accorto per evitare un morso; egli ignorava la rapidità sbalorditiva con la quale, come un serpente che si stende, Zanna Bianca colpiva. Quando sentì d’essere stato colpito, lanciò un grido e prese la mano ferita con l’altra mano. Intanto, Matt, entrato nella capanna, ritornava con un fucile. — Qui, Matt, gridò Scott. — Che vorreste fare? — Poco fa, vi ho data una promessa, — rispose Matt, freddamente. — E la mantengo: ho detto che lo avrei ammazzato, al primo misfatto. — No, non l’uccidete. — Lo ammazzerò, non vi dispiaccia! Guardate... Ora toccava a Scott chiedere indulgenza per Zanna Bianca. Come poteva il lupacchiotto modificarsi in un tempo così breve? Non si doveva gettare il manico dietro la scure. Era stato lui, Scott, a mostrarsi imprudente; era lui il solo colpevole. Zanna Bianca durante questo colloquio, rimaneva rigido e aggressivo, deciso più che mai a difendersi contro il castigo sempre più terribile che aveva coscienza di meritare. Senza dubbio era imminente una pena simile a quella che gli aveva inflitto, un giorno, Beauty-Smith. Tuttavia la sua minaccia era rivolta non a Scott, ma a Matt. — Se vi dò retta, corro il rischio di essere divorato io. — Niente affatto, egli è contro il vostro fucile, non contro di voi. Vedete come è intelligente? Egli conosce, come voi e me, l’effetto d’un’arma da fuoco. Abbassate il fucile! Matt ubbidì. — È sorprendente infatti — esclamò. — Ora è tranquillo. Bisogna rinnovar l’esperimento. Matt riprese il fucile che aveva posato nella capanna, ed ecco subito Zanna Bianca ricominciare a ringhiare. Matt posò nuovamente il fucile, fece finta di andarsene, e le labbra di Zanna Bianca si riabbassarono sui denti. — Ora, — disse Scott — fate finta di servirvi dell’arma. Matt ritornò col fucile, lo prese e lo imbracciò, lentamente. Il ringhio e l’agitazione ricominciarono, e divennero addirittura parossistiche quando la canna dell’arma incominciò ad abbassarsi e Zanna Bianca la vide appoggiata alla guancia del tiratore. Quando l’arma fu al suo livello, egli diede un balzo di fianco e fuggì nella capanna. Matt cessò l’esperimento; abbandonando il fucile, e voltandosi verso il padrone, egli disse con solennità: — Sono del vostro parere, signor Scott; questo cane è troppo intelligente, perchè si possa ucciderlo. XX. IL PADRONE D’AMORE. Erano passate ventiquattr’ore dacchè Zanna Bianca era stato liberato; ora la mano che gli aveva concesso la libertà era avvolta in una benda, medicata e sostenuta da una sciarpa, per impedire l’afflusso del sangue. Scott s’avvicinò a lui, ed egli fece udire un brontolìo che significava che non voleva sottostare al castigo meritato. Giacchè questo era il suo pensiero fisso, dal giorno prima. Già nel passato aveva avuto dei castighi ritardati; ora, poichè aveva compiuto un vero e proprio sacrilegio, affondando le zanne nella carne sacra di un dio, d’un dio dalla pelle bianca, superiore agli altri, era naturale e proprio del costume degli dei, che egli dovesse scontare terribilmente quella colpa. Il dio, avanzatosi, sedette, a qualche passo di distanza, e in quell’atto non c’era nulla di pericoloso, giacchè, quando gli dei puniscono, sono sempre in piedi. D’altra parte, il dio non aveva nè bastone nè frustino, nè arma da fuoco, ed egli stesso, d’altra parte, era libero, non avendo nè catena, nè un bastone che lo trattenessero. Cosicchè se il castigo avesse dovuto avverarsi, era facile a lui scappare e mettersi al sicuro. Il dio era rimasto tranquillo e non aveva accennato ad alcun movimento e Zanna Bianca fermò il ringhio che gli rifluiva alla gola. Allora il dio parlò, e il pelo del collo di Zanna Bianca s’arruffò e il ringhio sgorgò. Ma il dio non faceva alcun gesto ostile e seguitava a parlare pacificamente; parlava senza sosta, con dolcezza, senza fretta. Nessuno aveva mai parlato così a Zanna Bianca; così, con tanto fascino di voce; ed egli sentì qualche cosa che non sapeva che fosse, agitarglisi dentro, e, nonostante l’asprezza dell’istinto di diffidenza, si sentì spinto verso il dio da una certa fiducia come se si sentisse sicuro in compagnia di lui. Dopo un certo tempo, il dio si alzò ed entrò nella capanna; quando uscì, Zanna Bianca lo esaminò minuziosamente e si sentì ripreso da timore. Ma il dio, come prima, non aveva nè arma, nè bastone; teneva nascosta la mano ferita dietro la schiena e nell’altra mano un pezzetto di carne. Il dio era tornato a sedersi allo stesso posto di prima. Zanna Bianca drizzò le orecchie e guardò con sospetto, alternativamente, il dio e la carne, pronto a balzar lontano, al minimo allarme. Ma il castigo veniva ritardato; il dio si limitava a tendergli presso il muso il pezzetto di carne che pareva che non celasse nulla di pericoloso. Pure, siccome gli dei sono onnipotenti, poteva darsi che un tranello sapiente si nascondesse in quella carne apparentemente innocua, cosicchè, sebbene la carne gli venisse offerta con gesto amichevole, era prudente non toccarla; l’esperienza del passato gl’insegnava che, presso le donne degl’indiani, carne e castigo spesso si mescolavano in modo deplorevole. Il dio finì col gettare la carne sulla neve, ai piedi di Zanna Bianca, che la fiutò con precauzione, senza guardarla, perchè aveva gli occhi sempre rivolti al dio. Il dio gli offrì un secondo pezzetto, ed egli rifiutò nuovamente di prenderla, e nuovamente il dio gliela gettò. Questo fu ripetuto un gran numero di volte; ma giunse un momento in cui il dio rifiutò di gettargli il boccone, che egli teneva nella mano e glielo presentò con fermezza. La carne era buona, e Zanna Bianca aveva fame: a passo passo, con infinite precauzioni, egli si accostò, e si decise, seguitando a tener gli occhi fissi su lui, colle orecchie abbassate, il pelo involontariamente drizzato sulla cresta del collo. e un sordo brontolìo nella gola, per avvertire che stava sempre in guardia e non voleva essere gabbato, allungò la testa, prese il boccone e lo inghiottì. Nulla accadde; così, un boccone dopo l’altro, egli mangiò tutta la carne, e nulla accadeva; il castigo era ancora differito. Zanna Bianca si leccò le labbra e attese. Il dio si avanzò e parlò nuovamente, con bontà, poi allungò la mano. La voce ispirava fiducia, ma la mano destava timore. Zanna Bianca, che si sentiva combattuto da due impulsi opposti, si decise per una via di mezzo, e, pur brontolando, abbassò le orecchie e non morse. La mano seguitò a discendere, sino a toccare l’estremità del pelo tutto irto. Zanna Bianca indietreggiò e la mano lo seguì, premendo di più; egli fremeva e voleva sottomettersi, ma non poteva dimenticare in un giorno tutte le sofferenze inflittegli dagli dei. Poi la mano si alzò e ridiscese, alternativamente, in atto di carezza. Egli seguì quei movimenti, ora tacendo, ora brontolando, giacchè le vere intenzioni del dio non erano chiare. La carezza divenne più dolce. La mano che gli frugava la base delle orecchie, gli faceva provare un piacere crescente. In questo momento Matt usciva dalla capanna, con una casseruola contenente acqua sporca che egli veniva a vuotare fuori. — Rimango sbalordito — esclamò egli scorgendo Scott. E mentre questi seguitava ad accarezzare Zanna Bianca: — Voi siete certamente un bravissimo ingegnere, ma avete sbagliato carriera; dovevate, da piccolo, far pratica di domatore in un serraglio! Come udì la voce di Matt, Zanna Bianca indietreggiò immediatamente, ringhiando verso di lui, non già verso Scott, che gli andò vicino, rimise la mano sulla testa dell’animale e lo accarezzò come prima. Era il principio della fine, per Zanna Bianca, dell’antica vita e del regno dell’odio: un’altra vita, immensamente bella, gli si schiudeva davanti. Certo, occorrevano, da parte di Weedon Scott molte cure e pazienza, giacchè Zanna Bianca non era il lupetto uscito dal Wild selvaggio e sottopostosi a Castoro Grigio come a padrone, e perciò plasmabile come argilla nella forma che le si vuol dare; egli era stato formato e indurito nell’odio, era diventato una creatura ferrea, piena di prudenza e di astuzia. Bisognava che si riformasse interamente sotto la pressione d’una potenza nuova ch’era _l’amore_. Weedon Scott s’era assunto il compito di redimere Zanna Bianca, anzi di redimere l’umanità dalle colpe e dai torti usati al lupetto. Era Scott, un caso di coscienza; il debito dell’uomo verso l’animale doveva essere pagato. Dapprima Zanna Bianca non vide in lui che un dio preferibile a Beauty-Smith, perciò, sebbene liberato, rimase; e per dar prova della sua fedeltà, si costituì guardiano dei beni del padrone. Mentre i cani della slitta dormivano, egli vegliava e girava attorno alla casa. Il primo visitatore notturno che si presentò per parlare con Scott, dovette battagliare con Zanna Bianca e difendersi con un bastone, sinchè non arrivò Scott a soccorrerlo. Ma in breve, Zanna Bianca imparò a giudicar la gente; l’uomo che se ne veniva dritto e risoluto verso la porta della casa, poteva essere lasciato passare, pur sorvegliandolo sino al momento in cui, apertasi la porta, avesse ricevuto il saluto del padrone, ma l’uomo che si presentava senza far rumore, con un’andatura obliqua e incerta, guardando con precauzione, come se spiasse un segreto, costui non valeva niente, e non doveva far altro che prendere il largo alla svelta e zitto. Scott seguitava, tutti i giorni, a trattare con dolcezza e ad accarezzare Zanna Bianca, che prese gusto, sempre più, a quelle carezze. Quando la mano lo toccava, egli brontolava, è vero, ma pel fatto che quel brontolìo era l’unico suono, l’unica nota che la sua gola potesse emettere. Egli avrebbe voluto addolcirne il tono, ma non riusciva; eppure quel brontolìo, l’orecchio attento di Scott percepiva come un ronron. Quando il dio era presso di lui, Zanna Bianca provava una gioia viva: se il dio si allontanava, si sentiva nuovamente irrequieto, come se gli si aprisse davanti un vuoto, e il nulla l’opprimeva. Nella vita passata, egli non aveva avuto altro scopo che il proprio benessere, e l’assenza di ogni sofferenza; ora le cose procedevano diversamente; dallo spuntar del giorno, anzichè rimanere disteso nel suo cantuccio ben caldo e riparato, dove aveva passato la notte, egli veniva ad attendere, per ore intere, sulla soglia gelida della capanna, la felicità di vedere la faccia del suo dio, d’essere amichevolmente toccato dalle dita di lui, di ricevere un’affettuosa parola. Ora, non badava a disagi; persino la carne era diventata per lui cosa secondaria, al punto che tralasciava il pasto già incominciato per accompagnare il padrone, se lo vedeva partire per la città. Egli aveva incontrato un vero dio, un dio d’amore, e s’apriva ai caldi raggi di lui, in un’adorazione silenziosa e senza espansione, giacchè era stato troppo lungo tempo disgraziato, e senza gioia, ora; ed era stato troppo tempo raccolto in sè, perchè potesse espandersi, ora. Talvolta, quando il dio lo guardava e gli parlava, pareva che una specie d’angoscia opprimesse Zanna Bianca, l’angoscia di non poter esprimere il suo amore e tutto ciò che sentiva. Egli non tardò a comprendere che doveva lasciare in pace i cani del padrone; dopo aver fatto valere la sua padronanza su di essi e la sua superiorità d’antico capofila, non si sentì più turbato. Ma essi dovevano apparirgli davanti quando passava, e obbedirgli in tutto e per tutto. Così, egli sopportava Matt, sapendolo proprietà del padrone. Era Matt che di solito gli dava il cibo; ma Zanna Bianca intuiva che quel cibo gli veniva dal padrone. Lo stesso Matt tentò per primo di mettergli addosso i finimenti e di attaccarlo alla slitta assieme ad altri cani, ma non riuscì. Zanna Bianca si sottomise solo all’intervento personale del padrone. Poi accettò, con la mediazione di Matt, la legge del lavoro, come voleva il padrone; ma non rimase soddisfatto se non quando ebbe ripreso, a dispetto di Matt che ignorava la capacità di lui, le sue funzioni di capofila. — Se è lecito, — disse Matt un giorno, — ispettorare il mio parere, io ritengo per certo, signor Scott, che fu una buona ispirazione la vostra, quando pagaste per questo cane il prezzo sborsato. Gliel’avete fatta a Beauty-Smith, a prescindere dai cazzotti che gli avete regalati. Weedon Scott non rispose, ma mostrando negli occhi grigi un lampo della collera d’allora, mormorò fra sè: «Bruto!». La primavera che seguì, Zanna Bianca ebbe una gran commozione; il padrone amoroso era scomparso, preceduto nella partenza, da diversi imballaggi e pacchi. Ma Zanna Bianca ignorava il significato di quelle cose delle quali solo in seguito si rese conto. Quella notte aspettò invano, sulla soglia della capanna, il ritorno del padrone. A mezzanotte, il vento glaciale che soffiava, lo costrinse a cercare, indietro, un ricovero; sonnecchiò un po’ ma verso le due del mattino fu sopraffatto da nuova ansietà. Tornò a distendersi sulla soglia gelata, con le orecchie tese, intente al passo familiare. Al mattino, Matt, apri la porta ed uscì; egli lo guardò penosamente. Matt non aveva modo di spiegare all’animale ciò che voleva sapere, e i giorni passavano, intanto, e il padrone non tornava. Zanna Bianca non era stato mai malato: s’ammalò, ed in modo tale, che Matt dovette trascinarlo nell’interno della capanna; poi nella prima lettera che scrisse a Scott, aggiunse un post-scriptum, in argomento. Weedon Scott ricevette a _Circle City_ (Città del Cerchio Artico) questa notizia: «Questo dannato d’un lupo non vuol lavorare nè mangiare. Non so che fare. Vorrebbe sapere di voi, ma non so come dirglielo. Credo che stia per morire». Le informazioni erano giuste: Zanna Bianca, quando gli accadeva di uscir fuori, si lasciava picchiare, a uno a uno, da tutti i cani della muta; nella capanna giaceva sul pavimento presso la stufa e rifiutava il cibo; e comunque lo trattasse Matt, con dolcezza o bestemmiando, il risultato era sempre lo stesso. Zanna Bianca si limitava a rivolger verso l’uomo i suoi occhi tristi, poi lasciava ricadere la testa sulle sue zampe anteriori e non si muoveva più. Allora, una notte, mentre Matt leggeva sottovoce, muovendo le labbra, sussultò: Zanna Bianca aveva emesso un sordo lamento, poi s’era drizzato, e, con le orecchie tese verso la porta, ascoltava intensamente. Poco dopo s’udì un rumore di passi, la porta si aprì e Weedon Scott entrò. I due uomini si strinsero la mano, poi Scott si guardò intorno. — Il lupo dov’è? — domandò. E scorse Zanna Bianca che s’era ricoricato presso la stufa e non gli era balzato incontro, come avrebbe fatto un cane comune. — Santi numi! — esclamò Matt. — Guardate se muove la coda! Non si decide. Weedon Scott chiamò Zanna Bianca, che accorse subito, ma senza slancio, con occhi spalancati, come pieni d’una luce immensa. Scott s’accoccolò all’altezza del cane, e incominciò ad accarezzargli la base delle orecchie, il collo, le spalla, tutta la schiena. Zanna Bianca emise un dolce brontolìo, poi, spinta bruscamente la testa, l’affondò fra le braccia e le costole del padrone, nascondendo la sua felicità e scodinzolando. Ritornato l’amato padrone, Zanna Bianca riacquistò rapidamente la salute. Per due notti e due giorni egli non uscì dalla capanna; quando riapparve fuori, gli altri cani che avevano dimenticato la sua forza naturale, non ricordando che la debolezza ultima, si gettarono su di lui, ma sbaragliati in poco tempo, fuggirono urlando, e ritornarono la sera, a uno a uno, strisciando umilmente per manifestargli la loro sottomissione. Parecchio tempo dopo, Scott e Matt erano, una notte, seduti l’uno di fronte all’altro, intenti a una partita a carte, delle solite, prima di coricarsi, quando udirono fuori un grand’urlo e dei ringhi selvaggi. — Il lupo dà addosso a qualcuno! — fece Matt. I due uomini presero un lume e si lanciarono. Trovarono un uomo disteso colle spalle sulla neve; egli teneva le braccia incrociate e se ne serviva per proteggersi la faccia e la gola; e la difesa era urgente perchè Zanna Bianca, in un accesso di folle rabbia, combatteva perfidamente e lanciava il suo attacco nei punti vulnerabili. Dalla spalla al polso, le maniche erano lacerate, e la camicia di flanella turchina era ridotta come un cencio; dalle braccia stese, orribilmente squarciate, scorrevano fiotti di sangue. Weedon Scott afferrò Zanna Bianca pel collo, e lo trascinò, mentre la bestia si dimenava come un ossesso. Intanto, mentre Matt aiutava l’uomo a rialzarsi, costui, abbassate le braccia, scoprì la ferocia bestiale di Beauty-Smith. Matt indietreggiò, come se avesse toccato un carbone ardente; Beauty-Smith con gli occhi abbagliati dalla luce della lampada, si guardò intorno, e scorgendo Zanna Bianca che Scott tentava di calmare, manifestò nuovi segni di terrore. Matt, intanto, avendo scorto degli oggetti caduti sulla neve, li esaminò e riconobbe la catena d’acciaio e il grosso bastone. Li mostrò a Scott che scosse il capo in silenzio. Poi posò una mano sulla spalla di Beauty-Smith, tutto tremante, e gli fece fare una piroetta. Neppure una parola fu scambiata. Quando il dio dell’odio fu partito, il dio dell’amore accarezzò Zanna Bianca e gli parlò: — Hanno tentato di rubarvi, eh? E non avete voluto. Bene, bene. S’era ingannato, vero? — Dall’accoglienza ricevuta, gli dev’esser parso d’essere assalito da una legione di demonii! — ghignò Matt. Zanna Bianca, ancora agitato, e col pelo irto, seguitava a brontolare; poi, a poco a poco, il pelo si riabbassò e un dolce ronron gorgogliò dalla bocca del cane. XXI. IL LUNGO VIAGGIO. Era nell’aria; Zanna Bianca intuì, prima che accadesse, che una disgrazia era imminente; i suoi dei si tradirono inconsciamente; e il lupo-cane, dalla soglia della capanna, leggeva nei loro cervelli. — State a sentire! Volete? — dichiarò Matt, una sera, mentre cenava con Scott. Scott ascoltò; attraverso la porta giungeva sino a loro un sommesso lamento, doloroso come un singhiozzo. Seguì un lungo respiro e il lamento tacque. Zanna Bianca era rassicurato; il suo dio non era ancora partito. — Credo che il lupo indovini i vostri disegni — fece Matt. — Che volete che ne faccia d’un lupo in California? — rispose Scott, guardando il compagno con aria d’imbarazzo che rivelava dietro quelle parole un pensiero totalmente diverso. — È quel che dico io — fece Matt. — Che ve ne fareste d’un lupo in California? — I cani degli uomini bianchi non avrebbero lunga vita, — aggiunse Scott. — Egli li ammazzerebbe tutti, e sarebbe una rovina per me, dover pagare i danni e interessi; senza dire che la polizia potrebbe intervenire e ammazzar lui elettricamente. — È un terribile assassino, lo so — confermò Matt. Fuori s’udì nuovamente il singhiozzo, poi seguì quel ronfare interrogativo di prima. — È innegabile che egli ha pensieri che noi ignoriamo — rispose Matt. — Ma come fa a sapere che partite? Questo mi sorprende. — Anch’io non mi raccapezzo, al riguardo — disse Scott tristemente. Quando il giorno fatale fu vicino, Zanna Bianca, dalla porta aperta, vide il dio d’amore posare la valigia sul pavimento e mettervi dentro diversi oggetti, e poi andare su e giù, cosicchè la pace solita della capanna, ne fu turbata. Ormai Zanna Bianca non aveva alcun dubbio: il suo dio si preparava a fuggire un’altra volta e ad abbandonarlo come la prima. Allora, la notte che seguì, egli fece udire il lungo urlo dei lupi, come aveva fatto nella sua infanzia, quando, dopo essere fuggito nel Wild, era ritornato all’accampamento indiano, e non aveva trovato se non avanzi e tracce di esso, nel punto dove sorgeva, il giorno prima, la tenda di Castoro Grigio. Ora, come allora, egli puntava il muso verso le fredde stelle, e confessava la sua sciagura. I due uomini, nella capanna, s’erano appena coricati. — Ricomincia a rifiutare il cibo — fece Matt, dietro il suo tramezzo. Scott s’agitò nel suo letto e brontolò. Matt proseguì: — A giudicare dal modo come s’è comportato l’altra volta, non sarei sorpreso, ora, dovesse morire davvero. — Basta! — gridò Scott nel buio. — Voi ciarlate peggio d’una comare. Il giorno dopo Zanna Bianca si ostinò a seguire le calcagna del padrone, e continuò a tener d’occhio i bagagli distesi sul pavimento. Due grossi sacchi di tela e una cassa erano stati aggiunti alla valigia; in una tela cerata, Matt arrotolava le coperte di Scott e i vestiti di pelliccia. Poi giunsero due indiani, i quali si posero i bagagli sulle spalle e li portarono via, accompagnati da Matt che portava, da parte sua, la valigia e le coperte. Quando Matt fu tornato, il padrone andò alla porta della capanna e, chiamato Zanna Bianca, lo fece entrare. — Voi, povero diavolo — fece, sfregando dolcemente le orecchie dell’animale — sappiate che parto per un lungo viaggio dove non potrete seguirmi. Su, ancora un brontolìo da amico, un brontolìo d’addio; sarà l’ultimo. Ma Zanna Bianca non volle brontolare; dopo uno sguardo pensoso verso gli occhi del dio, nascose la testa fra le braccia e le costole di Scott. — Eh, fischia! — gridò Matt. Dal Yukon risonò il mugghio d’uno _steamboat_. — Sbrigatevi, con i saluti, signor Scott! Uscite dalla porta davanti e chiudetela alla svelta; io farò altrettanto con la porta posteriore. Le due porte sbatterono contemporaneamente, con un rumore secco, scandito subito da un gemito lugubre e da un singhiozzo, seguito da lunghi ronfi. — Matt, curatelo bene — disse Scott, mentre scendevano lungo la collina. — Voi mi scriverete, e mi farete sapere come si comporta. — Non mancherò, ma sentite... I due uomini si fermarono; Zanna Bianca urlava, come fanno i cani quando i padroni sono morti, urlava la sua disperazione; e quel clamore saliva con note acute e precipitose, poi ricadeva con un tremolìo pietoso, come se si spegnesse, per rialzarsi nuovamente e ingrandire a tratti. L’Aurora era il primo battello che, in quell’anno, lasciava il Klondike, cosicchè il ponte era pieno zeppo di cercatori d’oro, gli uni che ritornavano dopo aver fatto buona fortuna, gli altri ridotti in pietosa miseria, ma tutti desiderosi di andar via, così com’erano stati bramosi di venire. Presso la scaletta di bordo, Scott strinse la mano a Matt che stava per ridiscendere a terra. Senonchè, Matt, senza rispondere alla stretta, teneva gli occhi fissi su qualche cosa ch’egli vedeva a due passi da lui, dietro le spalle di Scott: era Zanna Bianca che, seduto sul ponte, aspettava. I due uomini scambiarono alcune parole, ciascuno affermando di aver chiuso bene la porta, mentre Zanna Bianca osservava, appiattendo le orecchie ma rimanendo sempre immobile. — Lo condurrò a terra con me — disse Matt. E s’avanzò verso Zanna Bianca, che se la svignò subito. Matt gli correva dietro, inseguendolo, ma Zanna Bianca scomparve dietro un gruppo, girò torno torno sul ponte, riapparve, scomparve, giravoltò; senza lasciarsi afferrare. Solo quando si sentì chiamare da Scott, s’accostò, ubbidendo prontamente. Scott incominciò ad accarezzare Zanna Bianca, e osservò sul muso e negli occhi dell’animale dei tagli recenti. Matt passò la mano sotto il ventre dell’animale. — Abbiamo dimenticato di chiudere le finestre; ha il ventre tutto sfregiato. Perbacco! È passato attraverso i vetri! Ma Weedon Scott non l’ascoltava; rifletteva rapidamente. La rumorosa sirena dell’_Aurora_, annunziava già la partenza. Alcuni uomini erano già pronti a discendere la scaletta di bordo. Matt, scioltasi la cravatta, s’avanzò per infilarla a modo suo nel collo di Zanna Bianca. — No, no — fece Scott. — Addio, vecchio mio! Potete andarvene. Circa il lupo, è inutile darmi notizie. L’ho con me, vedete. — Che cosa? — esclamò Matt: — che significa? — Dico ciò che ho detto. Eccovi la cravatta. Vi darò notizie di lui. Matt discese, ma a metà della scala si fermò. — Non potrà resistere al clima! Spero che lo toserete almeno, quando verrà il caldo. La scala fu tolta, l’_Aurora_ ondeggiò e si scostò dalla riva. Weedon Scott agitò la mano, in segno d’addio; poi, ritornato verso Zanna Bianca: — E ora, mugolate, brutto pazzo, mugolate... XXII. LA TERRA DEL SUD. Zanna Bianca riprese terra a S. Francisco, e rimase stupito. Egli, che aveva sempre associato volontà di fare e potenza di fare, non aveva mai visto oggetti così meravigliosi come ora che trotterellava sul liscio pavimento della grande città. Le capanne fatte di ciocchi di legno, a lui note, erano sostituite da grandi fabbricati alti come torri; le vie, piene di pericoli ignoti; camions, vetture, automobili; grandi e robusti cavalli trascinavano carri enormi; sotto cavi mostruosi, tesi in aria, dei carri elettrici filavano rapidamente e scricchiolavano, attraverso la nebbia, urlando una continua minaccia, come fanno le linci, nelle foreste del Nord. Tutte queste cose erano altrettante manifestazioni di potenza, per mezzo delle quali, e dietro le quali l’uomo governava e vigilava. Era colossale e terribile, tutto ciò, e Zanna Bianca n’ebbe paura, come quando, un tempo, giunto dal Wild all’accampamento di Castoro Grigio, aveva sentito tutta la sua debolezza davanti alle prime opere degli dei. E che innumerevole quantità di dei vedeva ora! Era tutta una folla affaccendata che gli dava le vertigini! Il tuonare delle vie l’assordiva, quell’incessante movimento, torrenziale e senza fine, lo sconvolgeva. Mai come ora aveva sentita così la sua dipendenza dal dio d’amore, ch’egli seguiva alle calcagna, qualunque cosa dovesse accadere. Una nuova prova lo attendeva, un avvenimento che gli rimase come un incubo nella mente e nella fantasia. Quand’ebbero tutt’e due attraversato la città, giunsero in una stazione, piena di vagoni, dove Zanna Bianca fu abbandonato dal padrone (almeno così credette) e incatenato in un furgone fra un cumulo di valige e di bauli. Li comandava un dio tozzo ed erculeo che faceva un gran chiasso in compagnia di altri dei trascinava, spingeva, portava dei colli, ch’egli riceveva e scaricava. Zanna Bianca, in quell’inferno non riprese coscienza di sè, se non quando vide accanto i sacchi di tela contenenti la roba del padrone. Allora si mise di guardia a quei pacchetti. Dopo un’ora apparve Weedon Scott. — Era tempo che veniste — borbottò il dio del furgone. Il vostro cane non vuole che io posi un dito sui vostri bagagli. Zanna Bianca fu condotto fuori del furgone, e rimase sbalordito; la città fantastica era sparita; egli era rinchiuso in una camera simile a quella di una casa; e, in quel momento, la città era intorno a lui. Poi la città scomparve nuovamente, e, con essa, il rumore che non gli risuonava più nelle orecchie; lo circondava ora una ridente campagna piena di pace, di silenzio e di sole. Egli rimase stupito, per un po’, dal mutamento; poi accettò il fatto come un’altra manifestazione del potere, spesso incomprensibile, dei suoi dei, e che era una faccenda che riguardava loro. Una vettura attendeva; un uomo e una donna si avvicinarono; poi le braccia della donna si sollevarono e circondarono vivamente il collo del padrone, con un atto che pareva ostile; e Zanna Bianca incominciò a ringhiare rabbiosamente. — _All right!_ madre, — fece Scott, scostandosi subito e afferrando l’animale. — Crede che mi facciate del male, ed egli non può sopportarlo. — Dunque non potrò abbracciarti, figlio, se non quando il cane è assente! — fece lei ridendo, sebbene fosse ancora pallida e sconvolta dalla paura provata. — Gl’insegneremo subito a comportarsi meglio. E poichè Zanna Bianca, con l’occhio fisso, seguitava a brontolare, gridò: — Giù, Sir, giù. L’animale ubbidì, sebbene a malincuore. — Ora, mamma. Scott aprì le braccia, senza distogliere lo sguardo da Zanna Bianca, che, col pelo arruffato, faceva l’atto di raddrizzarsi. — Giù, giù, — ripetè Scott. Zanna Bianca si lasciò ricadere; egli seguì con uno sguardo ansioso la ripetizione dell’atto ostile e vide che non seguiva alcun male, se non l’abbraccio del dio ignoto. Allora i sacchi furono caricati sulla vettura, dove salirono il dio d’amore, e gli dei stranieri; Zanna Bianca seguì, trotterellando, vigile, erto, come per far capire ai cavalli che egli vigilava sulla sorte del padrone trasportato da essi con tanta rapidità sul suolo. Un quarto d’ora dopo, la vettura varcava un portale di pietra, e s’inoltrava in un bel viale fiancheggiato da noci che lo ricoprivano coi loro archi. A destra e a sinistra si stendevano vasti e verdi spazî erbosi cosparsi di grandi querce dai rami possenti; di là, in un pittoresco contrasto, prati di fieno maturo, di messi dorate e arrossite dal sole. Delle colline brune, coronate da alti pascoli, chiudevano l’orizzonte; all’estremità del viale sorgeva, allato a un poggio, una casa dalle numerose finestre e dal portico profondo. Ma Zanna Bianca non potè godersi il piacere d’annusare quel bel paesaggio, perchè, appena la vettura entrò nei terreni della proprietà, ecco un grosso cane da pastore, dal muso puntuto e dagli occhi lucenti, molto irritato, lanciarsi, con ragione, verso l’intruso. Il cane, interponendosi fra l’avversario e il padrone, ritenne suo dovere scacciarlo, e Zanna Bianca, ergendo il pelo, stava già per lanciarsi e dargli il suo mortale e silenzioso contrattacco, allorchè si fermò bruscamente, con le zampe rigide, turbato, e rifiutando il combattimento. Il cane era una femmina e la legge della razza proibiva a Zanna Bianca di assalirla; questi, ripreso dal suo istinto di lupo, sentiva il dovere di ubbidire. Ma la cagna da pastore non la pensava a quel modo; era nel suo istinto un dio vivo pel Wild: e Zanna Bianca era un lupo, l’aggressore antico che faceva strage nel gregge, e che bisognava, da generazioni, combattere. Mentre Zanna Bianca tratteneva lo slancio, la cagna gli saltava addosso e gli conficcava le zanne nella spalla; egli ringhiò, non fece altro; si volse e tentò solo di evitarla, ma la cagna si accaniva e lo inseguiva qua e là, senza lasciargli respiro. — Qua, Collie! — chiamò l’uomo straniero, ch’era nella vettura. — Babbo, non ve ne preoccupate. Così incomincia a educarsi sin d’ora, ed è meglio così. La vettura continuava la sua corsa e Collie ostacolava il cammino a Zanna Bianca, ostinandosi, nonostante le trovate e le giravolte di lui, a non lasciarlo passare. Senonchè a un punto, vedendo che il padrone spariva, Zanna Bianca, disperato, ricorrendo a uno dei suoi vecchi colpi, diede una violenta spinta colla spalla all’avversario. In un attimo la cagna fu rovesciata, e, mentre ella lanciava gridi acuti, Zanna Bianca correva dietro la vettura, ch’egli trovò ferma davanti la soglia della casa. Là, dovette difendersi da un nuovo nemico; un cane da caccia balzò su di lui, di lato, senza che l’altro se ne accorgesse, e così impetuosamente, che Zanna Bianca non resse all’urto e ruzzolò per terra, sottosopra. Rialzatosi immediatamente, egli balzò a sua volta, in preda a folle rabbia, e il cane sarebbe stato bell’e spacciato, se Collie, rimessasi sulle zampe, non fosse tornata addosso, ancor più furibonda, al brigante del Wild. Essa si scagliò ad angolo retto, su Zanna Bianca che, per la seconda volta fu rovesciato al suolo. A questo punto Weedon Scott intervenne e afferrò Zanna Bianca, mentre suo padre chiamava i cani. — Ecco, — fece Scott, — una brutta accoglienza per un povero lupo dell’Artico. Egli è pauroso perchè è stato rovesciato una volta sola in vita sua, e ora viene fatto ruzzolare, qui, due volte in trenta secondi. Altri dei stranieri erano usciti dalla casa; alcuni fra loro rimasero a rispettosa distanza, ma due donne ripetettero l’atto ostile di appendersi al collo del suo padrone. Pure, siccome pareva che nessun male derivasse da quell’atto, Zanna Bianca lo tollerò, tanto più che i rumori che facevano con le loro bocche le due donne, non parevano minacciosi. Quindi tutti gli dei presenti incominciarono a fargli delle gentilezze; ma egli li avvertì con un brontolio, di mostrarsi prudenti; e il padrone avvertì anch’egli con la sua bocca, pur picchiandogli amichevolmente il capo. Poi gli dei salirono le scale della gradinata, per entrare nella casa. Una delle femmine-dee aveva cinto con un braccio il collo di Collie e quietava la bestia con carezze; ma Collie rimaneva ringhiosa o sovr’eccitata; come oltraggiata dalla presenza tollerata del lupo, intimamente convinta che gli dei avevano torto. Dick, il cane che era andato a coricarsi in cima alla scalinata, quando Zanna Bianca passò, alle calcagna del padrone, gli ringhiò contro. — Venite, lupo, su, — fece Scott. — Siete voi che entrate. Zanna Bianca entrò, con le zampe rigide, la coda diritta in modo orgoglioso, senza perder di vista Dick, per difendersi da un assalto di fianco, pronto anche ad affrontare qualsiasi pericolo potesse venire dall’interno della casa. Non accadde alcunchè di temibile. Poi egli osservò tutto, attorno a sè, e, ciò fatto, si coricò con un brontolio di soddisfazione, ai piedi del padrone. Ma rimase coll’orecchio vigile temendo insidie. Chissà quanti pericoli lo insidiavano, sotto il grande tetto della casa, che gli gravava sul capo come il coperchio di una trappola! XXIII. IL DOMINIO DEL DIO. Zanna Bianca era, non solo capace, per natura, di adattarsi alla gente e alle cose, ma anche di ragionare, e comprendeva la necessità di tale adattamento. Lì, a _Sierra Vista_ (com’era chiamata la proprietà del Giudice Scott, padre di Weedon Scott) egli si sentì rapidamente come a casa sua. Dick, dopo alcune manifestazioni di broncio e di protesta, s’era rassegnato ad accettare la presenza del lupo, impostagli dai padroni; ed era persino disposto a diventargli amico. Ma Zanna Bianca non pensava ad amicizie di quel genere; essendo rimasto sempre fuori della sua specie, egli voleva rimanere quale era stato, cosicchè gli approcci di Dick non ebbero buon successo; il lupetto li respinse. Allora il buon cane rinunziò a quei propositi e non badò a Zanna Bianca, come Zanna Bianca non badava a lui. Ma con Collie non accadde lo stesso: se la cagna tollerava Zanna Bianca posto sotto la protezione degli dei, non poteva però rassegnarsi a lasciarlo in pace. Troppi lupi avevano decimato il gregge e combattuto contro i suoi antenati, perchè essa potesse dimenticare così; abusando del privilegio del sesso, ella non si lasciava sfuggire occasione per maltrattarlo con i suoi denti aguzzi. Zanna Bianca irrigidiva pazientemente la pelliccia protettrice della sua spalla e riprendeva il cammino, con calma e dignità. Se essa mordeva in modo troppo forte, egli correva in cerchio, voltando il capo, irritato, ma impassibile; cosicchè finì col prendere l’abitudine, quando la vedeva venire, di alzarsi e andarsene, cedendole subito il posto. Zanna Bianca, nella nuova vita, aveva tanto da imparare. Lì, tutto era più complesso che non sulla terra del Nord. Come Castoro Grigio, il padrone aveva una famiglia che divideva con lui il cibo, il fuoco, le coperte, e doveva essere rispettata come lui. Ed era molto più numerosa di quella dell’indiano. C’erano, prima di tutti, il Giudice Scott, padre di Weedon, con la moglie, poi le sorelle di Weedon: Bet e Mary, poi la moglie Alice e i bambini, Weedon e Maud, un bambino di quattro anni e una bimba di sei. Zanna Bianca, pur non comprendendo i vincoli di parentela che univano tutta quella gente al dio d’amore, acconsentì a lasciarsi accarezzare da ciascuno di essi. Imparò anche a giocare con i bambini, che egli vedeva particolarmente cari al padrone, e dimenticò, per essi, tutte le cattiverie e le angherie inflittegli dai bambini indiani. Sopportava coscienziosamente tutti i loro capricci, e quando essi lo infastidivano troppo, si allontanava con dignità. Finì persino coll’amarli; ma nessuno riuscì a cavargli dalla gola quella specie di ronron, ch’era riservato al padrone. Quanto ai domestici, sentiva che bisognava usar loro un trattamento diverso: Zanna Bianca li tollerava come proprietà del padrone, perchè cucinavano e lavavano i piatti e compivano varie altre faccende come Mayt, laggiù, nel Klondike; ma non doveva, nè lasciarsi accarezzare da loro, nè trattarli con affetto. Il dominio del dio, che si stendeva fuori della casa, era vasto ma non illimitato; di là dallo steccato che lo circondava, c’erano i dominii particolari di altri dei. Sulla terra del Nord, solo animale domestico era il cane, giacchè i numerosi animali che vivevano nel Wild, appartenevano di diritto ai cani, quando questi riuscivano a domarli. Durante la sua vita, Zanna Bianca aveva divorato le cose vive che incontrava, cosicchè non riusciva a capire come sulla terra del Sud dovesse essere altrimenti. Vagabondando attorno alla casa, al sorgere del sole, egli piombò su un pollo che era scappato dal cortile, e fu faccenda d’un minuto; il pollo fu divorato mentre pigolava miseramente, spaventato. Poichè quel pollo era nutrito di buon grano, grasso e tenero, Zanna Bianca, leccandosi le labbra, sentì tutto il sapore di quella pietanza squisita. Più tardi, nella giornata, ebbe la ventura di imbattersi in un altro pollo che camminava presso la scuderia. Uno dei grooms accorse in aiuto del volatile, e, ignaro del pericolo cui andava incontro, prese come arma un leggero staffile da cocchiere. Al primo colpo, Zanna Bianca, che forse un bastone avrebbe fatto indietreggiare, lasciò il pollo per avventarsi contro l’uomo. Mentre lo staffile lo colpiva sul muso, egli saltò silenziosamente al collo del groom, che cadde rovescio gridando: «Dio mio!», e abbandonò lo staffile per proteggersi la gola con le braccia. Con gli avambracci sanguinanti e squarciati sino all’osso, egli si rialzò a stento tentando di rifugiarsi nella scuderia; ma non era cosa facile senza la comparsa di Collie che si lanciò furiosamente su Zanna Bianca. Essa sentiva di aver ragione: i fatti provavano e confermavano la sua diffidenza, a dispetto dell’errore degli dei, che non sapevano: il brigante del Wild continuava la serie dei suoi delitti. Il groom si era messo al sicuro, e Zanna Bianca indietreggiava di fronte alle zanne minacciose di Collie. Egli le presentò le spalle, poi tentò di sfuggirle, correndo in cerchio. Ma Collie non voleva rinunziare al castigo del colpevole; cosicchè Zanna Bianca, gettando al vento la sua dignità, si decise a svignarsela attraverso i campi. — Così imparerà a lasciare in pace i polli, — commentò Scott. — Ma gli darò io stesso una buona lezione, la prima volta che lo colgo sul fatto. Due notti dopo, l’occasione voluta si presentò, e fu più bella di quanto Scott avesse previsto. Zanna Bianca che aveva osservato da vicino il pollaio, e le abitudini dei polli, quando, a notte fatta, i polli si appollaiano sulle pertiche, s’arrampicò su una catasta di legna ch’era lì vicino, e salì sul tetto del pollaio. Di lì si lasciò scivolare al suolo, e penetrò nel luogo. Fu una carneficina completa: quando, al mattino, Scott uscì, cinquanta galline bianche di Livorno, i cui cadaveri non erano stati ancora divorati, gli si offrirono allo sguardo, allineati con cura dai groom, lungo la scalinata della casa. Il padrone, sorpreso e pieno d’ammirazione per quel capolavoro, fischiò, e Zanna Bianca accorse, guardandolo senza alcuna traccia di vergogna negli occhi, anzi, poichè non aveva punto coscienza della sua colpa, procedendo con orgoglio, come se avesse compiuto un’azione meravigliosa e degna di elogio. Scott si morse le labbra, bramoso di punire con rigore, e parlò duramente, con voce piena di collera. Poi, afferrato Zanna Bianca, gli tenne il naso sui polli uccisi, e incominciò a colpirlo con pesanti ceffoni. Quando Zanna Bianca era stato schiaffeggiato da Castoro Grigio e da Beauty-Smith, aveva sentito una sofferenza fisica, ma quando gli capitava d’esserlo, ora, dal dio d’amore, avvertiva una sofferenza profonda, anche se il colpo era leggero. Ora la minima percossa gli sembrava più dura della peggiore bastonatura d’un tempo, perchè significava che il padrone era scontento. Così, da allora, non rincorse mai più polli. C’è di più: Scott lo condusse proprio dentro il pollaio, in mezzo ai polli superstiti, e Zanna Bianca, vistosi sotto il naso quel cibo vivo, là per là, fu sul punto di cedere all’istinto; ma il padrone lo fermò colla voce, e da allora Zanna Bianca rispettò il dominio dei polli, dimenticandone persino l’esistenza. E poichè il Giudice Scott pareva dubitasse che quella conversione fosse definitiva, Zanna Bianca fu rinchiuso tutto un pomeriggio nel pollaio. Nulla accadde: Zanna Bianca si coricò e finì coll’addormentarsi; quando si svegliò, andò a bere nell’acqua del truogolo, poi, annoiato di vedersi prigioniero, preso lo slancio, balzò sul tetto del pollaio e saltò fuori. E calmo, andò a presentarsi alla famiglia che l’osservava dalla scalinata; e il Giudice Scott, guardandolo in faccia, pronunciò sedici volte, con solennità: — Zanna Bianca, voi valete più di quanto io non pensassi. Intanto Zanna Bianca imparava anche che non doveva toccare neppure il pollame appartenente agli altri dei: gatti, conigli e tacchini e, in genere tutte le cose vive ch’erano lì intorno, dovevano essere lasciate in pace. Persino nella solitudine dei prati, una quaglia poteva, senza danno, svolazzargli davanti al naso; fremente, spasimante di desiderio, egli dominava il suo istinto, e rimaneva immobile, rispettando così la legge degli dei. Pure, un giorno egli vide Dick puntare e inseguire un coniglio di conigliera; il padrone, che era presente, non si oppose, anzi incoraggiò persino Zanna Bianca a unirsi con Dick. Dunque, ecco una nuova legge: i conigli di conigliera non erano _tabù_ come gli animali domestici; e neppure gli scoiattoli, le quaglie, le pernici, creature considerate come quelle del Wild, non protette dagli dei, i quali difendevano solo le bestie domestiche. Perciò, era permesso ai cani fare preda delle altre bestiole. Tutte quelle leggi erano infinitamente complesse, la loro rigida osservanza difficile, e formavano come un ingarbugliato gomitolo della civiltà, che, trattenendo di continuo gli impulsi naturali, confondeva Zanna Bianca. Trotterellando dietro la carrozza, egli seguiva il padrone a San Josè, ch’era la città più vicina. Là c’erano negozi di macellai dove la carne pendeva indifesa, ma era proibito toccarla. Molta gente si fermava a guardarlo, ad esaminarlo con curiosità e, nel peggiore dei casi, ad accarezzarlo; ed egli doveva sopportare quei pericolosi contatti di mano ignota. Poi la gente se ne andava come soddisfatta della propria audacia. Talvolta, certi ragazzetti, lungo le vie prossime a Sierra Vista, si divertivano, quando egli passava, a lanciargli delle pietre. Egli sapeva che non gli era permesso inseguirli, e il suo senso di giustizia ne soffriva. Un giorno il padrone saltò fuori dalla carrozza, col frustino in mano e castigò i ragazzi che, d’allora cessarono d’assalire con le pietre Zanna Bianca il quale ne rimase molto soddisfatto. Tre cani, che, lungo la via di S. Josè, vagavano pei crocicchi e attorno ai bars, avevano presa l’abitudine di balzare su di lui appena lo scorgevano. Egli sopportava quell’attacco, limitandosi a brontolare por tenerli lontani, e impedir loro di mordere, e se anche gli lanciavano un morso, rifiutava di combattere. Ma un giorno, avendo i padroni dei cani aizzato apertamente quelle bestie contro di lui, il padrone fece fermare la carrozza e gli disse: — Dài, dài pure, su! Zanna Bianca esitava: guardò il padrone, guardò i cani e interrogò con gli occhi, come se non capisse bene. Ma il padrone fece un cenno affermativo col capo, e ripetè: — Su, vecchio, dài addosso, vecchio compagno, e sbranali! Zanna Bianca si precipitò sui suoi nemici, che tennero fermo. Avvenne un gran fracasso, s’udirono ringhi, scricchiolii di zanne, si vide una mischia di corpi. Una nube di polverone velò la battaglia, ma pochi minuti dopo, due dei cani giacevano a terra e il terzo fuggiva. Il terzo attraversò un acquitrino, varcò una siepe e prese il largo pei campi, ma Zanna Bianca lo seguì, con la sua andatura di lupo, silenziosa e rapida, lo raggiunse e lo sgozzò. Dopo questo triplice giudizio sommario, non avvennero più attacchi, con cani. Sparsasi la voce in tutta la regione, gli uomini proibirono ai cani di molestare Zanna Bianca. XXIV. LA VOCE DELLA RAZZA. Passarono i mesi. Il nutrimento, a Sierra Vista, era abbondante, e ottenuto senza fatica. Zanna Bianca, grasso e prosperoso, viveva beato. Egli, non solo si trovava materialmente bene sulla terra del Sud, ma vedeva l’orizzonte della sua vita davanti a sè, come un cielo d’estate. Non era più circondato da nemici. Il pericolo, il male e la morte non s’annidavano nell’ombra; la minaccia dell’Ignoto e la paura ch’essa gli procurava erano svanite. Solo Collie, che non gli aveva perdonato l’uccisione dei polli, sfuggiva a tutti i tentativi che Scott faceva per riconciliarla con Zanna Bianca. Essa era come una peste, pel colpevole, e lo seguiva a passo a passo come un _policeman_; e se egli si fermava un momento per divertirsi guardando un piccione o una gallina, subito Collie gli piombava addosso. Il miglior mezzo che avesse trovato Zanna Bianca per calmarla, era quello di accosciarsi a terra, ficcar la testa fra le zanne, e far finta di dormire. Essa ne rimaneva tutta sconcertata e taceva di colpo. Inconsciamente, Zanna Bianca dimenticava la neve: solo, talvolta, durante la caldura estiva, quando il troppo sole lo faceva soffrire, egli se ne ricordava, desiderando vagamente il freddo della terra del Nord. Poichè il padrone andava spesso a cavallo, accompagnarlo era uno dei principali doveri della vita di Zanna Bianca. Sulla terra del Nord, questi aveva dato prova della sua fedeltà a Castoro Grigio portando i finimenti della slitta; qui, non avendo slitta da tirare, nè fardelli da portare sul dorso, l’unico modo di pagare il suo tributo, consisteva nel seguire il cavallo del padrone. La corsa più lunga non l’affaticava; dopo aver corso per cinquanta miglia, con la sua velocità di lupo, regolare e continua, egli era in condizione di saltare ancora allegramente. Durante una di quelle passeggiate, accadde che il padrone tentasse d’insegnare a un puro sangue, pieno d’intelligenza, il modo di aprire e chiudere uno steccato, senza che il cavaliere avesse bisogno di scendere a terra. A più riprese, Scott aveva condotto il cavallo davanti allo steccato, sforzandosi di fargli eseguire il movimento necessario, ma l’animale, spaventato, indietreggiava, s’impennava, sempre più snervato. Spronato vigorosamente, egli si piegò sui ginocchi, e, con le zampe posteriori, cominciò a sprangar calci. Zanna Bianca, che osservava lo spettacolo con crescente ansietà, non potendo più trattenersi, balzò alla testa del cavallo e incominciò, a un tratto, ad abbaiare! Quell’abbaiamento era il primo che emetteva durante la sua vita! L’intervento fu disastroso: il cavallo si rialzò, si lanciò al galoppo, attraverso i campi; un coniglio che gli capitò fra le gambe gli fece fare un brusco scarto; e il cavallo cadde su Scott, rompendogli una gamba. Zanna Bianca stava già per saltare alla gola del disgraziato animale, quando il padrone lo fermò con la voce. Scott, disteso al suolo, si frugò nelle tasche, in cerca di una matita e di carta, ma non trovandone, decise di mandare Zanna Bianca a casa, senz’altro. — A casa! — disse, — su, a casa! Ma Zanna Bianca pareva che non volesse lasciarlo. Egli ripetè l’ordine, più imperiosamente; e Zanna Bianca che sapeva che significasse «a casa!» lo guardò come se riflettesse, s’allontanò, poi ritornò, ed emise un gemito lamentoso. Scott gli parlò gentilmente, ma con risolutezza, e Zanna Bianca, dopo aver ascoltato con le orecchie basse, parve d’avere, sebbene con sforzo, capito. — Mi intendi, eh! vecchio compagno? — diceva il padrone. — Vai, va’ diritto a casa! _All right!_ E dirai ciò che mi è successo. Su, lupo, su, a te! dritto a casa. Zanna Bianca, pur non comprendendo il senso preciso di tutte queste parole, capì però che il padrone voleva che egli si recasse a casa: fece un voltafaccia, e trotterellò lontano, di mala voglia, voltandosi di tanto in tanto, per guardare indietro. — Va’, — gridava Scott, — va’! La famiglia era riunita sulla scalinata a godersi il fresco, quando arrivò Zanna Bianca, ansante e impolverato. — Weedon è tornato, — annunziò la madre di Scott, vedendo l’animale. I bambini corsero verso Zanna Bianca e cominciarono ad attrarlo nei loro giochi, ma egli li evitò, e siccome lo avevano spinto con la groppa in un cantuccio, tra un rocking-chair e una panca, egli ringhiò selvaggiamente, cercando di svincolarsi. La moglie di Scott sussultò: — Tremo sempre, — disse, — perchè temo che un giorno o l’altro, egli non si getti addosso a loro, senza badare. — Un lupo è un lupo, — sentenziò il giudice Scott. Ed è prudenza non fidarsene. Certo c’è in lui qualche goccia di sangue di cani... Non aveva terminato la frase, allorchè si vide davanti, Zanna Bianca che brontolava, con uno strano aspetto. — Vattene, Sir, va’ alla cuccia, — ordinò il Giudice. Zanna Bianca si voltò verso la moglie del padrone e le afferrò coi denti l’orlo della gonna, tirando la debole stoffa sino al punto di strapparla. Alice lanciò un grido di spavento. — Spero che non sia arrabbiato, — disse la madre di Scott. — Io ho sempre ripetuto a mio figlio che il nostro clima caldo non è punto adatto per un animale venuto dall’Artico. Zanna Bianca ora non ringhiava nè brontolava, ma se ne stava immobile, a testa alta, guardando in faccia la famiglia che lo fissava: la gola era scossa da fremiti, e tutto il corpo convulso, come se egli tentasse di esprimere l’inesprimibile. — Si direbbe, — osservò Beth, — che tenti di parlare! E in quel momento Zanna Bianca parlò, come potè, abbaiando rumorosamente. Quell’abbaiamento fu il secondo e l’ultimo della vita del cane, ma s’era fatto capire. — Qualche disgrazia è capitata a Scott! — esclamò Alice risolutamente. E tutti seguirono Zanna Bianca che scendeva già la scalinata guardando se lo seguissero. Dopo questo avvenimento, l’ospite di Sierra Vista ebbe un posto migliore. Persino il groom, al quale Zanna Bianca aveva lacerato il braccio, riconosceva che quello era il cane più saggio, sebbene fosse un lupo. Il giudice Scott interpretava questa ipotesi nel senso più estensivo, appoggiandosi su tante documentazioni ch’egli ricavava dalla sua enciclopedia e da diversi libri di storia naturale. Intanto si approssimava il secondo inverno che Zanna Bianca stava per trascorrere nella terra del Sud, e i giorni cominciavano a diminuire. Ed ecco che egli fece una strana scoperta: i denti di Collie non erano più così duri, e se essa mordeva, pareva che lo facesse per gioco, gentilmente e senza fargli male! Egli dimenticò tutte le miserie inflittegli e quando essa andava a fargli delle smorfie intorno, egli rispondeva con gravità, con piacevolezza, solenne e ridicolo. Essa lo trascinò, un giorno, in una lunga corsa, attraverso prati e boschi. Il padrone, guarito, doveva, in quel pomeriggio, fare una piccola cavalcata, e Zanna Bianca lo sapeva. Il cavallo aspettava, sellato, alla porta di casa. Zanna Bianca esitò, là per là; ma un sentimento più profondo della legge degli dei, da lui appresa, più imperioso della sua volontà, lo vinceva. E, quando vide Collie che lo mordicchiava, e gli folleggiava davanti, si decise per lei; voltato il dorso, la seguì. Quel giorno il padrone cavalcò solo, mentre Zanna Bianca e Collie correvano a fianco a fianco, come la madre Kisce e il vecchio «Un Occhio» erano corsi in compagnia, nelle foreste silenziose della terra del Nord. XXV. IL SONNO DEL LUPO. Fu al tempo in cui i giornali erano pieni di notizie circa l’audace evasione dalla prigione di San Quintin del celebre bandito Yim Hall. Costui era nato malvagio, e la società non lo aveva fatto diventar migliore. La società è dura, e Yim Hall era un esempio evidente di tanta durezza, perchè essa ne aveva fatto una bestia, una bestia umana, certo, ma più feroce dei peggiori carnivori. Non c’era stata pena che avesse potuto piegarlo; e il castigo era il solo trattamento ch’egli conoscesse, dal tempo in cui, piccino, era stato raccolto nell’asilo di San Francisco, quand’era come tenera argilla adattabile alla forma che le si vuol dare. Egli aveva fatto del male, e per tre volte lo avevano imprigionato, ma quanto più ferocemente la società lo colpiva, con tanto maggior accanimento egli lottava contro di lei, non avendo, di solito, che camicia di forza, digiuno, e colpi di bastone. Durante il terzo periodo di prigionia, fu affidato a un guardiano ch’era una bestia brutale, selvaggia quasi quanto lui. Il carceriere aveva un mazzo di chiavi e una rivoltella; Yim Hall non altro che le nude mani e i denti; e questa era l’unica diversità fra i due. Il carceriere si giovava del fatto ch’era meglio armato, per perseguitare l’uomo, a suo piacere, maltrattarlo e riferire sulla condotta di lui, notizie false ai suoi capi. Yim Hall balzò un giorno, sul suo aguzzino, e, presolo per la gola, coi denti, tentò di sgozzarlo, come avrebbe fatto un animale della Jungla. Per questo fatto, Yim Hall fu rinchiuso nella cella degl’incorreggibili, dove viveva senza uscirne mai. Il soffitto, i muri, il pavimento erano di ferro, e mai il recluso vedeva il cielo; il giorno era per lui come un nero crepuscolo, e la notte, un nero silenzio. Egli era seppellito vivo in una tomba di ferro, e non vedeva faccia umana, non udiva una parola. Quando gli gettavano il cibo, egli grugniva come una bestia in gabbia; durante giorni e notti, capitava che egli ruggisse di rabbia contro l’universo; poi, per una settimana e mesi, non faceva udire alcun suono, ma si divorava l’anima in silenzio. Era diventato una specie di mostro terribile, quale può immaginare il cervello di un pazzo. Visse così per tre anni; finalmente, una notte, riuscì a fuggire. Il capo carceriere, quando seppe la notizia, scrollò il capo e disse che era impossibile. Senonchè la cella era vuota, e il corpo di un carceriere strangolato giaceva lungo la soglia: altri due carcerieri, ch’egli aveva ugualmente strangolati senza rumore, con le sue mani, segnavano le tracce del suo passaggio lungo i corridoi della prigione, e l’evasione di sopra il muro di cinta. Munito delle armi tolte ai tre carcerieri, come un arsenale vivente, egli fuggiva per monti e valli, inseguito da tutta la forza organizzata dalla società. Sulla sua testa pendeva una taglia, cosicchè, sperando di guadagnarsi la ricompensa, dei fittavoli ne seguivano le peste, armati di fucili da caccia. La sua morte poteva servire a cancellare una fastidiosa ipoteca, o a mandare un figlio in collegio. Persino dei cittadini avevano imbracciato il fucile, per amore del bene pubblico, e una muta di cani feroci seguivano le orme segnate dai suoi piedi sanguinanti, e altri cani, cani poliziotti che corrono in nome della legge, e sono pagati dalla società, non lo abbandonavano più, ormai, accaniti nel seguirne le piste, con l’aiuto del telefono, del telegrafo, e di treni speciali. Accadeva talvolta, che Yim Hall fosse raggiunto dagl’inseguitori, ed eroicamente, le due parti si affrontavano dietro un filo di ferro spinato. Il giorno dopo, nelle città, la gente si divertiva a leggere nei giornali, dopo colazione, i particolari dello scontro, e il risultato: un morto e numerosi feriti. Poi sorgevano altri uomini a riprendere l’inseguimento. A un tratto, Yim Hall scomparve: invano i cani ne cercarono le tracce smarrite; sin nelle valli più lontane, degli innocui pastori si vedevano presi pel collo da uomini armati e costretti a provare la loro identità, e nello stesso tempo, in una dozzina di pendici di montagne, si dicevano scoperti i resti del bandito, da gente avida di guadagnare il prezzo del sangue. Intanto, i giornali erano letti a Sierra Vista, con timore e interesse. Le donne non erano rassicurate, e il giudice Scott fingeva di ridere del loro terrore, emettendo dei _bah!_ ripetuti. Era stato lui, negli ultimi giorni delle sue funzioni, a condannare Yim Hall. Quella volta almeno, questi era innocente. La polizia aveva, con un procedimento al quale non è avvezza, deciso di chiudere i conti con lui, ordendone la rovina, producendo false testimonianze. Il giudice Scott, ignaro della verità delle cose, aveva pronunziato in buona fede la condanna, ma Yim Hall l’aveva creduto complice, e quando s’era sentito condannare a cinquant’anni d’ergastolo, di sepoltura da vivo, scattato a un tratto nell’aula dell’udienza, s’era messo a inveire contro colui che l’aveva colpito, e, mentre i poliziotti lo trascinavano fuori, aveva ruggito la sua promessa di vendetta. Zanna Bianca, naturalmente, non poteva sapere nulla di tutto ciò, ma dal giorno in cui si seppe a Sierra Vista che Yim Hall era evaso, ci fu tra il lupo-cane e Alice, la moglie del padrone, come un’intesa segreta. Ogni notte, quando tutti dormivano, Alice usciva dalla camera e faceva entrare Zanna nell’atrio del _rez-de-chaussée_. Al mattino, essa scendeva la prima, e lo rimetteva fuori, giacchè era uso che egli non dormisse in casa. Ora, una notte, Zanna Bianca si svegliò, nel silenzio, e, senza rumore, annusò: capiva, dall’aria, che un dio straniero era presente. Egli allora tese le orecchie, e percepì rumori soffocati e movimenti lievi; non ringhiò come al solito. Il dio straniero apparve, insinuandosi come un’ombra. Più silenzioso di lui, Zanna Bianca lo seguì, avendo appreso nel Wild, quando andava a caccia di carne viva, a non rivelarsi. Il dio straniero si fermò appié della grande scalinata e stette in ascolto, mentre Zanna Bianca, immobile come un morto, spiava e attendeva. Proprio in cima alla scalinata era la camera del padrone, e, accanto ad essa, erano le camere degli altri dei della casa, i quali costituivano il bene più caro del padrone. Zanna Bianca cominciò a raddrizzarsi, ma aspettò ancora; il piede del dio straniero si sollevò: egli incominciava a salire. E allora Zanna Bianca colpì; senza avvertimento alcuno, secondo il suo costume, egli lanciò il corpo avanti, come la pietra di una fionda, e si abbattè sulle spalle del dio straniero, alle quali si uncinò colle zampe, mentre gli conficcava le zanne nella nuca. Il dio cadde riverso, sul cane, e tutt’e due piombarono sul pavimento. La casa s’era destata in allarme; ciascuno, chinandosi sulla scalinata, udì un fracasso quale avrebbe potuto fare una lotta di demonii; s’udirono colpi di rivoltella, insieme con ringhi e una voce d’uomo che lanciò un grido d’orrore e d’angoscia; poi seguì un frastuono di vetri infranti e di mobili rovesciati, e, a un tratto tutto tacque. Solo, come dei crepitii di bolle d’aria alla superficie dell’acqua, salirono dal baratro oscuro; poi silenzio... Weedon Scott girò la chiavetta della luce elettrica, e la scalinata e l’atrio si empirono di luce; accompagnato dal giudice Scott, egli scese, con precauzione, tenendo una rivoltella in mano. Ma ormai non c’era più pericolo; tra un naufragio di mobili rovesciati e spostati, steso su un fianco, con la faccia ricoperta da un braccio, giaceva un uomo. Weedon Scott si chinò su di lui, distese il braccio e voltò la faccia dell’ignoto verso la luce; dalla gola squarciata era fuggita la vita. — Yim Hall! — esclamò il giudice Scott. Padre e figlio si guardarono e s’intesero. Si volsero quindi verso Zanna Bianca ch’era anch’egli disteso su un fianco, e aveva gli occhi chiusi. Una palpebra si sollevò appena: egli guardò coloro che erano chini su di lui e con la coda accennò a un saluto appena visibile, rivolto al padrone. Weedon Scott lo accarezzò, e dalla gola del lupo uscì un _ronron_ di riconoscenza, ma subito le palpebre si rinchiusero, e il corpo ricadde come un sacco, sul pavimento. Immediatamente, per telefono, fu chiamato un chirurgo; l’alba sbianchiva le finestre, quando l’uomo dell’arte arrivò. — Francamente, c’è una probabilità su mille ch’egli possa scampare, — concluse egli dopo un’ora e mezza d’esame. — Una zampa è rotta; tre costole sono spezzate, e una palla almeno deve aver perforato il polmone; senza tener conto di tutto il sangue che ha perduto, e delle probabili lesioni interne. — Certo è stato proiettato in aria. Lasciamo stare le tre pallottole che l’hanno attraversato da parte a parte. Una probabilità su mille mi pare troppo ottimismo; se mai una su diecimila. — E quest’unica probabilità non dev’essere trascurata, — replicò il giudice Scott. — Fate uso, se occorre, della radioscopia, tentate ogni prova e non badate a spese. Weedon, telegrafa a San Francisco, e manda il dottor Nichols. Non ve ne abbiate a male, chirurgo... Ma, capirete, dev’esser fatto tutto ciò che si può per lui. Il chirurgo sorrise con indulgenza. — Capisco, — disse — dovete curarlo come una creatura umana, come un bambino malato. Ritornerò alle dieci. Osservate intanto la sua temperatura. Così Zanna Bianca fu curato in modo mirabile. Qualcuno aveva proposto di chiamare ad assisterlo un’infermiera di professione, ma le figlie di Scott respinsero con indignazione la proposta. Dimodochè Zanna Bianca ebbe favorevole quell’unica probabilità su diecimila, concessa a stento dal chirurgo; il quale però, avvezzo a curare creature incivilite, discendenti da altre civili, non aveva tenuto conto della vitalità straordinaria di Zanna Bianca, proveniente direttamente dal Wild. Perciò il suo errore di giudizio non fu biasimato. Legato come un prigioniero, privo di ogni movimento, a causa del gesso e delle fasciature, il paziente languì per delle settimane. Dormiva ore intere, ed era agitato da sogni varii; i fantasmi del passato sorgevano davanti a lui e lo circondavano. Egli si rivedeva quando viveva con Kisce nella tana, e quando strisciava, tremando ai piedi di Castoro Grigio, per fargli omaggio, o quando correva, in corsa sfrenata, davanti a Lip-Lip e alla muta urlante, frustata a sangue dallo staffile di Mit-Sak; riviveva la sua tetra vita presso Beauty-Smith, e le antiche battaglie. Lo si udiva gemere e ringhiare, nel sonno, come se lottasse ancora. Ma l’incubo più opprimente lo sentiva quando sognava che, disteso sotto un cespuglio, spiava uno scoiattolo, attendendo che il piccolo quadrupede s’arrischiasse al suolo. Allora, mentre egli si lanciava, lo scoiattolo si trasformava di botto in un carro elettrico che, minaccioso e terribile, enorme come una montagna, gli s’avanzava addosso per schiacciarlo, urlando, scricchiolando, sputando scintille. Oppure, quando il falco, che volteggiava nel cielo e ch’egli sfidava, si precipitava dall’alto, anch’esso in forma di carro fatale. Ricaduto nelle mani di Beauty-Smith, ecco gli spettatori, attorno a lui, formar cerchio nella neve; in mezzo alla pista, in guardia, egli attendeva che la porta del tramezzo s’aprisse, per dar passaggio all’avversario, ed ecco, ancora una volta, apparire il carro di prima e piombargli addosso. Quando l’ultima fasciatura fu tolta dal chirurgo, in presenza di tutti gli ospiti di Sierra Vista, Zanna Bianca tentò di alzarsi e andare verso Scott, che lo chiamava; ma vacillò e cadde, per la debolezza, tutto vergognoso di mancare a un servizio ch’egli doveva al padrone. — Ecco il lupo benedetto! — esclamarono le donne. Il giudice Scott le guardò con aria di trionfo: — L’avevo detto io ch’è un lupo! L’atto compiuto da lui non è opera di un semplice cane. È proprio un lupo. — Un lupo benedetto, — sostenne la moglie del giudice. — Giusto; e da ora in poi, tale sarà il suo nome. Il chirurgo dichiarò: — Ora bisogna riavvezzarlo a camminare. La lezione può incominciare da oggi. Conducetelo fuori. Zanna Bianca fu rimesso sulle zampe, i cui muscoli, a poco a poco, cominciarono a rispondere; e fecero a gara per sostenerlo. Tremante e vacillante, scortato come un re, egli giunse sino all’erba dove fu fatto riposare. Poi il corteo, proseguendo, condusse il cane sino alla scuderia. Là, sulla soglia, era distesa Collie, attorniata da una mezza dozzina di cuccioli che si sollazzavano al sole. Zanna Bianca li contemplò con occhi stupiti, ma poichè Collie ringhiava, si tenne discosto. Mentre una delle donne teneva Collie tra le braccia, il padrone, col piede, aiutò uno dei cuccioli ad avvicinarsi a Zanna Bianca. Questi si drizzò sospettosamente; ma il padrone gli assicurò che tutto andava bene, sebbene Collie, con i suoi brontolii protestasse il contrario. Il cucciolo incominciò a sgambettare intorno a Zanna Bianca, il quale abbassò le orecchie e lo guardò con curiosità; poi i due nasi si toccarono, e Zanna Bianca, avendo sentito la calda piccola lingua del cagnolino sul suo muso, mise fuori la sua e, senza sapere il perchè, leccò il musetto del piccolo. Gli dei, intanto, vedendo ciò, applaudivano e lanciavano gridi di piacere. Zanna Bianca ne rimase imbarazzato. Poi ripreso da debolezza, si coricò, e gli altri cuccioli, ad uno ad uno, con gran dispiacere di Collie, lo circondarono, e scherzarono. Zanna Bianca, di primo acchito, per un resto della sua selvatichezza, fece un movimento, come per respingere gl’importuni, poi, tra gli applausi degli dei, si decise, con aria grave, a permettere loro di arrampicarsi e di giocargli sulla schiena e sui fianchi. E mentre i cuccioli continuavano i loro buffi sollazzi e le lotte scherzose, pazientemente, con gli occhi socchiusi, egli si addormentò al sole. FINE INDICE PREFAZIONE _pag._ 5 I La traccia della carne 11 II La lupa 23 III L’urlo della fame 37 IV La battaglia delle zanne 51 V La tana 65 VI Il lupetto grigio 77 VII Il muro del mondo 85 VIII La legge della carne 101 IX I creatori del fuoco 109 X La schiavitù 127 XI Il paria 143 XII L’orma degli Dei 151 XIII Il patto 161 XIV La carestia 175 XV Il nemico della propria razza 187 XVI Il Dio folle 201 XVII Il regno dell’odio 215 XVIII La morte addosso 223 XIX L’indomabile 239 XX Il padrone d’amore 247 XXI Il lungo viaggio 259 XXII La terra del Sud 265 XXIII Il dominio di Dio 273 XXIV La voce della razza 283 XXV Il sonno del lupo 289 OPERE COMPLETE DI JACK LONDON a cura di GIAN DÀULI 1. — IL RICHIAMO DELLA FORESTA (The Call of the Wild) — _Romanzo_. _C’è nei libri di Jack London un largo senso di simpatia per tutti, uomini e animali, e un senso di fraternità direi quasi francescana che gli fa capire tutti gli esseri del creato non rispetto gli uomini, ma rispetto alla natura. E con questo, una rara potenza di narrazione, una fervida fantasia messa al servizio di un’idea alta e buona, la quale rimane nell’animo dei lettori come una gioia conquistata e una tappa raggiunta._ «Il Marzocco» — Firenze, 20 luglio 1924. 2. — ZANNA BIANCA (White Fang) — Romanzo. 3. — IL TALLONE DI FERRO (The Iron Heel) — _Romanzo di previsione sociale_. _.... Hélas! Jack London avait le genie qui voit ce qui est caché à la foule des hommes et possedait une science qui lui permettait d’anticiper sur les temps...._ 4. — MARTIN EDEN — _Romanzo_. 5. — RADIOSA AURORA (Burning Daylight) — _Romanzo_. 6. — IL FIGLIO DEL SOLE (A Son of the Sun) — _Romanzo_. 7. — LA FIGLIA DELLE NEVI (A Daughter of the Snows). — _Romanzo_. «MODERNISSIMA» VIA VIVAIO N. 10 MILANO (13) NOTE: [1] _Wild_, parola espressiva per rappresentare le regioni selvaggie e non coltivate. [2] Il _pounds_ è un peso di grammi 453,568. Nota del Trascrittore Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. *** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK ZANNA BIANCA *** Updated editions will replace the previous one—the old editions will be renamed. Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright law means that no one owns a United States copyright in these works, so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the United States without permission and without paying copyright royalties. Special rules, set forth in the General Terms of Use part of this license, apply to copying and distributing Project Gutenberg™ electronic works to protect the PROJECT GUTENBERG™ concept and trademark. Project Gutenberg is a registered trademark, and may not be used if you charge for an eBook, except by following the terms of the trademark license, including paying royalties for use of the Project Gutenberg trademark. 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